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Full text of "Crestomazia italiana dei primi secoli; con prospetto delle flessioni grammaticali e glossario"


CM 


TV OF TORONTO 

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4-204. 



CRESTOMAZIA 

ITALIANA 



DEI PRIMI SECOLI 



CON 



trosp etto delle flessioni granifnaticali 



e glossario 



PER 



ErxNesto monaci 



FASCICOLO PRIMO 



rV^ 





É 



CITTA DI CASTELLO : S. LAPI EDITORE 



M . D C C C . I. X X X I X 



CONTENUTO DI QUESTO FASCICOLO 



Avvertenza Pag. ni 

1. — Carta capuana del 960 ^ i 

2. — Iscrizione romana anteriore al 10S4 > 4 

3. — Carta sarda anteriore al 10S6 » ivi 

4. — Forinola di confessione ' 5 

5. ■ — Carta rossanese del 1104 e 112 2 > 6 

6. — Iscrizione ferrarese del 1135 > S 

7. — Cantilena di un giullare toscano > 9 

8. — Carta sarda del 1173 v io 

9. — Carta fabrianese del 1186 > n 

IO. — Sermone in dialetto galloitalico >. 12 

11. — Contrasto di Rambaldo di Vaqueiras » 14 

12. — Cantilena bellunese » 15 

13. — Carta picena del 1193 > if» 

14. — Il ritmo cassinese >^ 17 

15. — Frammenti di un libro di banchieri fiorentini scritto nel 1211. ... >• 19 

16. — Carta sarda del 1212 > 28 

17. — Cantico di S. Francesco d'Assisi. » 29 

18. — Carta sangemignanese del 1327 » 3^ 

19. — Formòle epistolari del maestro Guido Fava da Bologna > 32 

20. — Lauda del 1233 * 35 

21. — Ricordi di Matasala di Spinello senese, 1233-43 '-36 

22. — Frammento di un libro toscano di ricordi del 1235-36 » 40 

23. — Brano di atto giudiziale toscano del 1236 » ivi 

24. — Documento ferrarese del 1242 » 41 

25. — Iscrizione veneziana del 1249 > ivi 

26. — Rime di Giacomo da Lentino, il Notajo v ivi 

27. — Canzone di Pier della Vigna da Capua » 56 

28. — Canzone di Jacopo Mostacci da Pisa » 5S 

29. — Tenzone di Jacopo Mostacci, Pier della Vigna e Giacomo da Lentino » 59 

30. — Tenzone dell'Abate di Tivoli e di Giacomo da Lentino » 60 

31. — Canzone di Arrigo Testa d'Arezzo » 63 

32. — Canzone di Paganino da Serezano . > 66 

33. — Canzone di Rugieri d'Amici da Messina > 6S 

34. — Canzone del Re Giovanni > 69 

35. — Canzoni di Federico II degli Iloenstauffen > 71 

36. — Canzoni di Odo della Colonna > 7.S 

37. — Canzone di Ruggerone da Palermo > 77 

38. — Canzone di Tiberto Galliziani da Pisa. • > 7^ 

39. — Canzone di Percivalle Doriada Genova > 80 

40. - Canzone di Folcacchiero de' Folcacchieri da Siena > 81 

41. — Rime di Rinaldo d'Aquino > 82 

■>'' 42. — Canzoni di Giacomino Pugliese . . > 88 

.43. — Canzoni di Compagnetto da Prato • 94 



Se^ue in terza J>ai,^ì>i(i della copertina. 







7. 



»V^A. f c« ^ 



CRESTOMAZIA 

ITALIANA 



DEI PRIMI SECOLI 



CON 



prospetto delle flessioni grammaticali 

e glossario 



PER 



Ernesto MONACI 



FASCICOLO PRIMO 




CITTA DI CASTELLO : S. LAPI EDITORE 



M . DCCC . LXXXIX 






PROPRIETÀ LETTERARIA 




AVVERTENZA 



In questa Crestomazia^ dedicata alle scuole superiori e a 
chi voglia ristudiar da sé la storia delle lettere italiane nei se- 
coli che precedettero il rinascimento, furono raccolti tutti i do- 
cumenti che meglio da quella età ci rappresentano il vario 
atteggiarsi e svolgersi del pensiero e della parola nostra nel- 
l'arte contemporanea e nella vita reale. 

I testi diedi a fede dei manoscritti, il più delle volte co- 
piati o collazionati per questa stessa edizione. Li adattai pe- 
raltro all'uso moderno nella interpunzione, nei segni diacritici, 
nel riordinamento dei nessi e nello scioglimento delle abbre- 
viature, cercando così di agevolarne a tutti quanto si potesse 
la lettura, senza alterarli nella loro essenza o nelle peculiarità del- 
la grafia. Quando poi di un medesimo testo ebbi dinanzi più 
copie, ora riprodussi una per intero e delle altre raccolsi le 
varianti; ora di tutte diedi la riproduzione integrale, premet- 
tendovi un tentativo di ricostituzione critica; ora simile ripro- 
duzione diedi senz'altro; ora il tentativo critico accompagnai con 
le varianti sole; ora lo spoglio delle varianti limitai ai passi 
dove il senso era guasto. Per tali guise mi studiai di accon- 
ciare l'edizione alle speciali e spesso ben diverse esigenze dei sin- 
goli testi, e insieme procurai di dar materia ai corsi universitari 
per una serie graduata di esercitazioni critiche ; quelle eccet- 
tuate che s'attengono alla paleografia^ per cui fu ordinata altra 



IV Avvertenza. 



raccolta. * Similmente alla didattica subordinai le illustrazioni 
dei testi, omettendo i e omenti propriamente detti, e ponendo 
in fin del volume, nel Prospetto delle flessioni grammaticali, nel 
Glossario e nell'Indice delle materie la dichiarazione dei voca- 
boli oscuri e la nomenclatura delle forme letterarie. Nelle 
note che precedono ciascun testo, mi ristrinsi alle più necessarie 
indicazioni biografiche e bibliografiche. 

Circa la maniera tenuta nel disporre i versi di parecchie 
liriche, debbo una spiegazione. In ciò l'uso moderno dif- 
ferisce assai dall'antico: oggi, ponendo tutti i versi in colonna, 
a tutti dando la iniziale majuscola, dovunque togliendo la pun- 
teggiatura ritmica, si giunse a metter fì,iori della stanza quanto 
per l' innanzi era valso a farne comprendere in un batter d'oc- 
chio, prima anche della lettura, la distribuzione delle parti, il 
parallelismo delle desinenze, la mutazione musicale. Ora, se 
è vero che il perder di vista tutto ciò è come perder di vista 
uno degli elementi più essenziali di quell'arte che in ogni figura 
vedeva e sentiva un simbolo, parrà anche, opportuno che in tal 
caso si ritorni per quanto è possibile all'antico. Dico quanto 
è possibile, perocché oggi, naturalmente, non si potrebbe ravvivar 
più l'uso di colorire variamente le iniziali, per distinguere piede 
da piede e volte da sirima; e conviene anche rinunziare per 
sempre alla punteggiatura ritmica, dacché della sintattica, con 
la quale si confonderebbe, non possiamo più far di meno. Ma 
con un uso più ristretto delle majuscole pur si giunge tuttora a 
mostrare la partizione interna della stanza, e disponendo due 
versi per riga spesso si può dare più giusto risalto alle molte- 
plici combinazioni delle rime. Questo dunque feci, e se non 
lo feci per tutte le liriche, fu perché credetti più opportuno 
per ora in un libro di questa natura mettere sott' occhio al let- 
tore ambedue i metodi e promuovere sul confronto i giudizj. 
Intanto qui ricordo che la maniera a cui s'accenna, non solo 
ha per sé il vantaggio di una maggiore perspicuità, ma è anche 
più dell'altra giustificata dalla tradizione antica, siccome sarebbe 
ovvio il dimostrare, se pei più ciò non fosse superfluo. 

* Facsimili di antichi manoscritti ad uso delle scuole di filologia neolatina pubblicati 
da E. Monaci; Roma, Martelli, 1884. 



Avvertenza. 



Una spiegazione debbo anche rispetto alla misura dei versi. 
I versi ipermetri qui abbondano, ed era pur facile il più delle 
volte ridurli al giusto con alcuno di quei troncamenti che sono 
nell'indole e nell'uso della lingua nostra, o con altro simile 
spediente. Nondimeno, fuor dei casi in cui la pluralità delle 
varianti mi faceva lecito di attenermi alla lezione più misurata, 
quasi sempre mi astenni negli altri casi dal toccare il testo. 
Ora, con ciò non intesi di riconoscere o di sospettare in uno 
od in altro dei nostri poeti una ignoranza o una obliterazione 
di quelle più elementari leggi del senso ritmico la cui antichità 
certo risale assai più su dei nostri primissimi rimatori. Sola- 
mente mi parve che , non potendosi omai negare la esistenza 
in genere dell' ipermetro nella nostra vecchia poetica , ma insieme 
non essendo ancora determinati tutti e singoli i casi nei quali 
siffatta licenza ammettevasi, sarebbe stato per lo meno assai 
incauto il procedere fin da ora alle correzioni contro l'autorità 
dei manoscritti, tanto più che agli ipermetri veri e proprj sono 
da aggiungere le semplici parvenze ipermetriche, prodotte dalla 
consuetudine , nel medio evo frequente , di scrivere le parole 
intere secondo grammatica e di troncarle poi nella pronunzia 
siccome suggeriva l'uso comune. 

Presentando il libro al pubblico, sento bene che, malgrado 
le cure adoperate , esso è rimasto assai al disotto dell' ideale 
che me n' era fatto nella mente. Possano i critici mettermi pre- 
sto in grado di migliorarlo^ ajutandomi a correggerne le mende 
che mi saranno sfuggite. 

Roma, ottobre iSSS. 



Ernesto Monaci. 



CRESTOMAZIA ITALIANA 

DEI PRIMI SECOLI. 



1. CARTA CAPUANA DEL 960. 

Archivio del Monastero di Montecassino, caps. LVIII, fase, I, n. J: scrittura 
originale in lettera longobarda. Fu data alle stampe prima dal Gattaia, Accessio- 
nes ad histor iam Cassinensem , p. 68, poi dal Tosti, Storia delV Abbazia di 
Montecassino, /, 220, e fu collazionata per questa edizione dal eh. P. Piscicelli. È 
questo il pia antico documento finora conosciuto, ove s'' incontri non soltanto qualche pa- 
rola frase, ma un periodo intero scritto in volgare. 

In nomine domini nostri Jhesu Xristi. bicesimo primo anno 
principatus domni nostri Landolfì gloriosi principis, et septimo decimo 
anno Pandolfi, quam et secundo anno principatus domni Landolfi, 

4 excellentissimis principibus ejus filiis, ....ante mense martio, tertia 

indictione. dum nos Arechisi judex cibitatis capuane judican- 

dum et definiendum causantibus die quadam erga nobiscum ades- 
sent ceteris judicio, domnus Aligernus venerabilis abbas mona- 

8 sterii sancti Benedicti situs in Monte Casino erga secum haben- 

do Petrum clericum et notarium abbatie predicti sui monasterii ex 
parte etenim, et ... . homo nomine Rodelgrimus, tilius quondam Lupi, 
qui fuit natibo de Aquino. qui cum venissent et essent exconjuncti, 

12 tunc ipse, qui supra Rodelgrimus, contra supradictum dominum Ali- 
gernum abbatem... unam abbreviaturam, in qua erant scripte terre, 
in finibus Aquino, per has fines, idest .... habentes fines : ab una 
parte line Rapidu, de alia parte fine ipsu Carnellu, de tertia parte 

16 fine ribo qui dicitur de Marocza, et fine Farnictu, et fine lacum qui 
nominatur de Ra.... et quomodo vadit usque in silice; de quarta 

4. ^ui e appresso i puntini stanno in luogo delle lettere che nel tns. non sono più 
leggibili. 



Carta capuana del g6o. 



SEC. X. 



autem parte fine ipsa silice, ipsa alia terra.... quomodo incipit de 
ipsa Cosa, et salit per ipsum montem qui dicitur Sancti Donati per 
me .... , et quomodo descendit super ipsi monticeli! de Marri, et vadit 20 
ad Vpsi Pleschi, qui sunt ad pede.... monte de Balba, et quomodo 
vadit inde per duos Leones, et inde salit per ipso serre super.... et 
inde descendit per ipsum montem super ipsa bilia de Gariliano, et 
inde vadit ad ipsum Pleschi,. .. nominatur Grupta Imperatoris, usque 24 
ad ipsum flumen. et causare contra eum cepit dicendo, ut p...dicti 
eius monasterii infra predicte fines, que ipsa abbrebiatura continebat 
habere... et terris, que ipsius Rodelgrimi pertinerent per heredita- 
tionem genitoris et abii sui et de aliis ....bus suis; querebat exinde 28 
ab eo audire responsum, et secundum lege exinde cum eo finem fa- 
cere, qui domnus Aligernus abbas, erga secum abendo predictum 
abbocatorem suum, hec audiens, dixerunt, ut pars predicti sui mo- 
nasterii legibus haberet et possideret integre superìus diete terre, que 32 
predicta abbreviatura continebat, que ipse Rodelgrimus ostendebat; 
eo quod, dicebat, ut pars memorati sui monasterii ipse jam per tri- 
ginta annos possedissent, et talem se dicebat exinde secundum legem 
per testes potererent .... probationem. nos vero, qui supra Arechisi 36 
judex, cum talia audivimus, diximus ipsius Rodelgrimi, ut... nobis, 
si haberet de predictis terris scriptiones, aut si poteret secundum^ le- 
gem comprobare quomodo infra supradicte finis terre haberent. ^ ille, 
quo auditus, manifestabit, ut scriptiones non haberet, nec talia se- 40 
cundum lege comprobare poteret. ideo nos, qui supra judex, judi- 
cabimus, et per nostrum judicium eos gaudiare fecimus tali tenore, 
quatenus ipse, qui supra Rodelgrimus, plicaret se cum lege, et ipse.... 
Aligernus benerabilis abbas prò pars memorati sui monasterii faceret 44 
ei per testes talem consignationem se.... lege, ut singulo ad singulos 
ipsi testes ejus teneat in manum supradicta abbrebiatura, quam ipse 
Rodelgrimus ostenserat, et testificando dicant : SAO ko kelle terre, 

PER KELLE FINI QUE KI CONTENE, TRENTA ANNI LE FOSSETTE PARTE 48 

SANCTI BENEDiCTi; et firmarent testimonia ipsa secundum lege per 
juramenta. et de taliter inter se complendum mediatores Inter se 
posuerunt et abierunt. in costituto vero, quod inter se positura 
habuerunt pariter ambarum partes nostra, qui supra Arechisi judici, 52 
presentia sunt reconjuncti: ipse Rodelgrimus a parte sua paratus 
erat cum Evangelia, bolendo a predicto venerabile abbate predieta 
testimonia et ipsa sacramenta recipere ; et jam dictus domnus Ahger- 
nus abbas prò parte memorati sui monasterii paratus erat cum hos 56 
testes suos, idest Theodemundum diaconum et monachum, et Marcum 
clericum et monachum, et Garipertum clericum et notarium; et cum 
sacramentalibus legitimis volendo ipsius Radelgrimi predicata testi- 
monia dare, et secundum lege per sacramenta firmare. cumque 60 
nos, qui supra judex, taliter eos per partes, secundum lege, paratos 
constiteremus, sicut nobis jussum fuit, a predicto domino Landulfo 



SEC. X. Carta capuana del góo. 3 

glo rioso principe, ut predicta testimonia exinde nos reciperemus, in- 
64 terrogabimus predi cti testes, si inde venissent prò pars memorati 
monasterii testimonia reddendum, indicarent nobis. illi, quo auditi, 
dixerunt ut inde venissent, et, quod rectum exinde scirent, indicarent 
nobis. et tunc fecimus eos separari ... ; predictum Teodemundum 
68 diaconum fecimus duci in partem unam, et memoratum Garipertum 
clericum et notarium duci ex parte alia, predictum Marcum clericum 
et monachum ante nos stare fecimus; quem monuimus de timore Do- 
mini, ut quod de causa ipsa veraciter sciret, indicaret nobis. ille 
72 autem, tenens in manum predictam abbreviaturam, que memorato Ro- 
delgrimo ostenserat, et cum alia manu tetigit eam, et testificando dixìt : 

SAO co KELLE TERRE, PER KELLE FINI QUE KI CONTENE, TRENTA ANNI 

LE FOSSETTE PARTE SANCTi BENEDiCTi. deinde ante nos benire fecimus 
76 predictum Theodemundum diaconum et monachum, quem similiter mo- 
nuimus de timore Domini, ut quìcquid de causa ista veraciter sciret, dì- 
ceret ipsas. ille autem, tenens in manum predicta abbrebiatura, et cum 
alia manu tangens eam, et testificando, dixit : sao ko kelle terre, 

80 PER KELLE FINI QUE KI CONTENE, TRENTA ANNI LE FOSSETTE PARTE 

SANCTI BENEDicTi. nobissimc cum fecimus ante nos benire memo- 
ratum Garipertum clericum et notarium, et ipsum similiter monuimus 
de timore Domini, ut quod veraciter sciret de causa ista, diceret eos. 
84 ille autem, tenens in manum msmoratam abbreviaturam, e t tetigit 
eam cum alia manu et testificando dixit: sao ko kelle terre, per 

KELLE FINI QUE KI CONTENE, TRENTA ANNI LE FOSSETTE PARTE SANCTI 

BENEDiCTi. cumque taliter toti tres quasi ex uno ore exinde testificas- 

88 sent ; posita, ipse qui super Rodelgrimus, ipsa Evangelia, juraberunt; et 
toti tres predicti testes singulo ad singulos tangentes ipsa Evangelia, 
et dixerunt per sacramentum ut sic esset veritas sicut illi de causa 
testimonium reddiderunt. ipsi vero reliquos sacramentales, qui exinde 

92 prò pars memorati monasterii jurare debuerunt, noluit ipse Rodelgri- 
mus eos recipere, set per fustem ipsos predicti domini abbati dona- 
bit, et launegilt exinde ab eo recepit mantellum unum in omni deci- 
sione, et in ea ratione, ut si aliquando ipse Rodelgrimus vel ejus 

96 heredes hanc dationem aliquando per qualecumque ingenium disrum- 
pere vel remobere quesierint, centum bizantinos solidos pena se et 
suos heredes eidem domino abbati et ad successores suos et pars 
memorati monasterii componere obbligavit; et eadem donatio firma 

100 permaneat semper. dum nos, qui supra Arechisi judex, taliter ante 
nos hec omnia supradicta facta et perfecta conspeximus, prò recor- 
dandum in perpetuum ea omnia, qualiter superius gesta sunt, quam 
et prò securitate memorati monasterii et de ejus abbatibus atque 

104 successoribus, de jam dictis terris hunc emisimus judicatum, quod 
tibi Adenolfo notarlo, qui ibi fuisti, scribere jussimus. ego qui su- 
pra Arechisi judex. ego Atenolfus. ego Petrus clericus et nota- 
rius. ego Petrus notarius. 



Iscriziojie romana. Carta sarda. 



SEC. XI. 



2. ISCRIZIONE ROMANA ANTERIORE AL 1084. 

In Roma, tiella basilica inferiore di S. Cleinenfe, scomparsa sotto le rovine durante 
il saccheggio che per opera di Roberto Guiscardo desolò nel 1084 specialmente la re- 
gione del Celio, si rinvennero quattro piloni con pitture a fresco, fattevi eseguire da un 
tal « Beno de Rapiza cum uxore sua Maria » . Queste pitture rappresentano scene della 
vita di S, Clemente, ìionché la traslazione del corpo di lui piuttosto di S. Cirillo dal 
Vaticano alla basilica celimontana', v. De Rossi, Bullettino di archeologia cri- 
stiana, ser. II, a. I, p, 140; ed una di esse e accompagnata da una leggenda in parte 
volgare che, attesa la sua antichità, merita di non andars esclusa da una raccolta di 
questa spcie. Il disegno che ne diamo e riprodotto da una fotografìa. 













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li^i'S^Lf^k .A..ia»mmt(»à3ìèi^^j^mLud4À^^'^,, 



falite dereto co lo palo, carvoncelle. duritiam cordis 
vestris. saxa traere meruistl cos. maris : albertel, trai, 
sisinium: fili de le pute, traite. 



3. CARTA SARDA ANTERIORE AL 1086. 

Pergamena originale nel R. Archivio di Stato in Pisa ; fu pubblicata da L. Tanfani 
nelV Ar chivio storico italiano, ser. Ili, voi. XIII^ p. 3Ò3. Il Gelardu, o Ge- 
rardo, nominato alla r. io, fu vescovo di Pisa dal 1080 al fo8j; v. Gams, Ser ies epi- 
scopo rum ecclesia e catholicae, p. "/Ói. 

IN nomine Domini, amen, ego judice Mariano de Lacon fazo 
ista carta ad onore de omnes homines de Pisas per xu toloneu ci mi 
pecterunt, & ego donolislu per cali sso ego amicu caru, e itsos a mimi, 
ci nullu inperatore, e' il vaet potestare istum locu de Non, n' apat 
comiatu de levarelis toloneum in placitu; de non occidere pisanu in 
gratis, & ccausa ipsoro ci lis aem levare in gratis, de faccerlis justi- 
tia, inperatore cince aet exere intu locu. e ccando mi petterum su to- 



I, ego] ms. &go, così anche alle r. 3, 9, 15. 



SEC. XI? Formala di confessione, 5 

8 loneu ligatarios, ci mi mandarum homines ammicos meos de Pìsas, 
fuit Falceri & Azulinu & Manfridi ; ed ego fecindelis carta prò honore 
de xu pisccopum Gelardu & de Ocu biscomte & de omnes consolos de 
Pisas, e ffecila prò honore de omnes ammicos meos de Pisas, Guido 

12 de Vabilonia & Lieo su frade, Repaldinu & Jannellu & Valduinu & Ber- 
nardu de Conizo, Francardu & Dodimundum & Brunu & Rranuzu & 
Vernardu de Garulictu & Ttornulu : persiant in onore mea ed in aju- 
toriu de xu locum meu. custu placitu lis feci per sacramentu ego 

i6 e domnicellu Petru de Serra & Gostantine de Azzem & Voso Vecce 

su & Dorgotori de Ussam & Nniscoli su frade Niscoli de Zor 

Mariane de Ussam, Pet — 



4. FORMOLA DI CONFESSIONE. 

Roma, Biblioteca Vallicelliana, Coi. B, ój, miscellaneo, proveniente dalt antica Aba- 
zia di S. Eutizio presso Norcia; E. Monaci, F acsimili di antichi manoscritti ad 
uso delle scuole di fi lo logia neolatina, Roma, Martelli, 1880, ig e ao. Il 
Flechia, che pubblicò questa forinola neW Ar chivio g lo tto lo gic o italiano, VII, 
I2T e ss., inclina ad attribuirla « ad epoca che non dovrebbe discostarsi molto dal 1000. » 
Ma la sancta treva, menzionata alla r. 17, cominciò soltanto dopo il 1040, e Urbano IT 
fu il primo papa che le desse sanzione universale nel lojs. 

CONFESIO. 

D-nt. 
OMiNE, mea culpa. confessu so ad me senior Dominideu et ad 

mat donna sancta Maria et ad s. Mychael archangelu et ad s. Johanne 
Baptista et ad s. Petru et Paulu et omnes sancti et sancte Dei, de 
omnia mea culpa et de omnia mea peccata, ket io feci da lu batismu 
meu usque in ista hora, in dictis, in factis, in cogitatione, in locutio- 
ne, in consensu et opere, in perjuria, in omicidia, in aulteria, in sa- 
crilegia, in gula, in crapula, in commessatione et in turpis lucris. me 
accuso de lu corpus Domini, k' io indignamente lu accepi. me ac- 
cuso de li mei adpatrini et de quelle penitentie k' illi me puseru e 
nnoir observai. me accuso de lu genitore meu et de la genitrice 
mia, et de lì proximi mei, ke ce non abbi quella dilectione ke me se- 
nior Dominideu commandao. me accuso de li mei sanctuli et de lu 
sanctu baptismu, ke promiseru prò me et noli' observai. me accuso 
de la decema et de la primitia et de offertione, ke nno la dei sic- 
como far dibbi. me accuso de le sancte quadragessime et de le vi- 
gilie de r apostoli et de le jejunia .iiii."'" tempora, k' io noli' ©servai, 
me accuso de la sancta treva, k' io noli' observai siccome promisi, 
me accuso de .v. sensus corpori mei, visus, auditus, gustus, odoratus 

I. mat donna] cos^ anche alla r. 28; legg. mater, donna? ovvero matdonna per 
madonna? 



6 Carta rossaìiese del 1104 e 1122, SEC. xn. 

et tactus. me accuso de .vii. pricipali vitìa et de .vii. criminali 
peccata, he cke d'esse se genera, et quecumque humana fragilitas pec- 20 
care et polui potest. de istis et his similia si men demecto en col- 
pa, corno ipsu Dominedeu lo sa, k' io menesprisu de sono. pregon- 
de la sua sancta misericordia e la intercessione de li soi sancti ke 
me d' aja indulgentia. et pregonde te, sacerdote, kend' ore prò 24 
imi miseru peccatore, ad dominum nostrum Jhesum Xristum, et die 
mende penitentia, ke lu Diabolu non me de poza adcusare, k' io ju- 
decatunde no sia de tutte le peccata mie. 

Da la parte de me senior Dominideu et mat donna sancta Maria 2S 
et de s. Mychael et de s. Johanne et de s. Petru et s. Paulu et de omni- 
bus sanctis et sancte Dei, et meu; si age tu judicium penitentie per 
unumquemque peccatu, siccó tu facte 1' ài da lu baptismu tou usque 
in ista bora. et comò li sancti patri constitueru ne le sancte e anule 32 
et lege, et derictu est et tende vene, tu sinde sie envestutu, ke lu 
Diabolu no tende poza accusare ken tu judecatunde no sie en questa 
vita prò raccar quella. et qual bene tu ài factu ui farai en quan- 
nanti, ui altri farai prò te, si sia computatu em pretiu de questa pe- 36 
nitentia. se ttou judiciu ene ke tu ad altra penitentia no poze accor- 
rere, con questa penitentia et coll'altre ke tu ài levate, si sie tu 
rappresentatu ante cospectu Dei, ke lu Diabolu no tende poza accu- 
sare ke ttu nde non sie pentitu. per intercessionem beatissime Dei 40 
genitricis ejus semper virginis Marie et omnium sanctorum atque sanc- 
tarum misereatur tibi omnipotens usque in finem. indulgentiam et 
remissiones, absolutiones omnium peccatorum tuorum et spatium vere 
penitentie et cor penitens tribuet tibi omnipotens et misericors Do- 44 
minus. amen. 

26. poza] il ms. ppza. 35. raccar] corr. racatar.? 36. altri] il ms. alti. 



5. CARTA ROSSANESE DEL 1104 E 1122. 

L''originale stava nell'Archivio Capitolare di Rossano in Calabria quando fu pubbli- 
rato dalV Ughelli neW I talia Sacra, IX, jSj (ediz. di Roma). Non avendo potuto 
far collazionare il testo uffhelliano, lo riproduco tal quale, benché in più luoghi la le~ 
zione sia evidentemente guasta. 

XvoGERius Comes &c. Sigillum factum est ex nostra parte Ro- 
gerio, comite Calabria^ & Siciliaì, & datum est tibi, patri spirituali 
meo, domino Bartholomeo venerabili abbati abbatia; sanctas Dei geni- 
tricis virginis Marise Odigitriae Ursianam, in mense septembrìs, indi- 
ctione duodecima . m . e. mi . 



SEC. XII. Carta rossanese del 1104 e 1122. 



Borium & optimum ante Deum est omnes benefacientes ; & quoniam 
ipsi mediabimini, quae midiam habuerunt, nos autem vìctantem vir reli- 

S giosì, & sancto pronominato Bartholomeo venerabili abbati desideravi- 
mus partem habere in beneficiis ecclesige sanctae Dei genitrix Mariaì no- 
vam Odigitriam. unus autem ex nostris hominibus, Guidelmus de Jos- 
dum nomine, fìlius Framundus, terram liabebat juxta ipsa prsedicta ab- 

12 batia in pertinentiae Viscanum civitate, & Torillianam, & Sancto Mauro 
in pertinentia Rosianam civitatem, casalem quo dicitur Sancto Petro, 
Torillianam cum totam suam pertinentia, hominibus & terra labrantes, 
vel non labrantes, montaneas, vineas, gerdinos una cum molino, quod 

16 in ipso flumine Corilliano est, cum toto tenimento & pertinentia^ & 
villanis iuris, & iurisdictionis, & similiter cum totis hominibus de ipso 
leno, quos in civitate Rusinam habitantes sunt, tanti creditores, & 
omnia eorum, & in pertinentia Sancto Mauro casalinos tres, uno ca- 

20 sale, quod dictur de Cephalino, cum flumine qui currit per pertìnentiee 
ipsius casale ; casale Cephalimon nomine cum existentes molinos omnes, 
quae tenet Framundus, & hominibus suis in eodem flumine Cephalino, 
& similiter villanis, & juribus, & jurisdictionibus, & aliud casale de 

24 Sancto Jorio, & aliud casale de la Cona cum omnibus hominibus 
qui sunt in dictos casales, sicut tenuit Framundus cum montes & 
montaneas, aquas, herbas & mulendinia, jardinos, jura & jurisdictio- 
nibus, & omnia quae tenebat dictus Framundus de majore usque in 

28 minima causa. hiis finibus terminatis, videlicet incipiendo da li fi- 
naudi, «& recte vadit per serram Sancti Viti, & la serra ad hirta esse 
per dieta serra Gruinico, e ly tronte tronti aqua trondente inverso 
Torilliana, & esse per diete fronte a lo vallone de Ursara, & lo val- 

32 Ione apeneino cala a lo Forno, & recte ferit ad humare Malbran- 
tati, & per dieta flumaria ad hirto ferit a lo vallone de li Caniteli, 
& prsedicto vallone ad hirto esse supra la serra de li Palumbe a la 
crista custa, & per dritto ferit ad ecclesiam Sancti Petri, & deinde 

36 vadit a lo vado dicto da Thomente, & ferit per dritto ad ecclesiam 
Sancti Andreas, & dieta ecclesia Saneto Andrea abe ortare unum et 
non aliud, & deinde vadit ad serram Matana, & dictam serra apen- 
dino, & cala allo vallone de donna Leo, & lo vallone apendino ferit 

40 a la via che vene ad Santo Jorio, & volta supra l'ara de li Mara- 
Cini, et ferit a la gumara de ly Lathoni, «& a la gumera de Apen- 
dini, & esse a Santa Maria de Jesus a facto, & deinde esse a la thu- 
bita marina he venit ad Sanetum Maurum, & per dieta balia vadit a 

44 li finaude unde incipit. similiter offerimus tibi praenominato mona- 
sterio hominibus, qui sunt in castello Saneto Mauro cum h^redibus, & 
etiam causa eorum similiter Landrino, & Rinolfo milytes cum totus 
tereo, & servitium cum tulsuras flumine grati & in pertinentia Ru- 

18. Rusinam] legg. Rusiana 44. finaude] // testo ugheUiano ha finande, ma 

cìif. alle r. 2S-29. 



Iscrizione ferrarese del iiJS' sec. xn. 



sianam civitatem in Sancto Mauro haec omnia suprascripta sunt, sicut 48 
tenuit Framundus, & postea fratrem suum Rìnaldus. ideo Guidelmus 
de Losdum, qui michi omnia reliquit, offero & confirmo in sancta ab- 
batia sanctae Dei genitrix virginis Mariae, quae dicitur nova Odigitria, 
Se in venerabili & religiosi abbati, domino Bartholomaso & omnibus sue- 52 
cessoribus suis usque finem SEeculi, prò redemptione animas patris mei, 
& mea, & salutis animae, & redemptionem peccatorum suorum fidelem 
meo admiratus domino Christodolo, qui prò sua dilectione casto bono 
actuum misitus fuimus, unde prò isto fevo dedit unum casale Gidel- 56 
mus de Losdum in Siciliee, in pertinentiam Gertanam civitatem, & do- 
mino Christodulo dedit ipsius Guidelmus prò supradicto fevo tantum, 
& quinquaginta uncias aureas tareno de Sicilie. in casale autem 
quod ego dedi ipsius Guidelmus in stangio, habet in eo homines qua- 60 
draginta precipiorutem terram istam, & fevo, sicuti pernominata sunt, 
teneant & potestate abbatia per nominata sanctae Mariae Odigitria, 
& religiosi abbati domino Bartholomaeo cum suis successoribus usque 
in finem sseculi, nullo invicto, neque contrario, ex nullo homine ha- 64 
bente, nec ex mea parte, nec de haeredibus meis, nec de nullo homine 
€x parte nostra invictum in ecclesia facit, ut deinde vendicta faceant 
precipio autem ut habent potestate abbatis praedictam abbatiam in 
pertinentiam terram istam praenominatam, quod offerimus Domino, 63 
& sanctae Dei genitrici ubicumque loco voluerit habitare hominibus 
suis, & colligere alìos, quos antea venerint sine nullo contrario, nec 
contradictione. hgec omnia confirmavit per me sigillum aureum. 
testis domnus Goffri dius episcopus Messanse, & domnus Rubertus 72 
Borrellus, & Goffridius fratres nostri d'Orogos, & Robertus de Sas- 
se, & plurimis aliis militibus mense & indictione supra. mense augu- 
sto, indictione .xv. an. mundi 6630, Christi vero 1122. f signum 
manus Maniliae filias felicissimi Roberti Viscardi. f signum manus 76 
Guillelmi Granti ipsium Maniliae filius. 

61. precipiorutem] così il testo. 64. invicto] cioc invito 



6. ISCRIZIONE FERRARESE DEL 1135. 



Questa iscrizione leggevasi nel Duomo di Ferrara su IP arco del coro, a lettere 
romane, in musaico. Guasta fer un terremoto, fu restaurata ma imperfettamente nel iJT^y 
e nel secolo passato, in seguito alla demolizione delVarco ove stava, andò affatto perduta. 
Due facsimili oggi ne rimangono, uno anteriore P altro posteriore al restauro, che pos- 
sono vedersi in Affò, Dizionario precettivo, critico ed istorico della poe- 
sia vo l gare, Parma, 1777, insieme con varie notizie sulle vicende della iscrizione e 
con un diligente esame della questione sulla sua autenticità. ^ui si riproduce, secondo 



SEC. XII. Cantilena di up g'mUare toscano. 



il frimo facsimile, la lezione anteriore al restauro., e sotto si danno le varianti del testo 
rifatto (B), affinché si veggano le alterazioni che vi furono introdotte. 

Li mile cento trenta cenqe nato, \\^> OjL-- 

FO QUESTO TEMPLO A SAN GOGIO DONATO 

DA GLELMO CIPTADIN PER SO AMORE, / 

E MEA FO l' OPRA NICOLAO SCOLPTORE. w - 

1. Il mille B cinque B 2. tempio B a Zorzi consecrato B 3. Fo Nicolao scol- 

ptore B 4. E Glielmo fo lo auctore B 

» 
I. Li mile] VAjff'o lesse II mile, ma secondo il facsimile il nesso va risoluto in li m. 
3. Glelmo] Guglielmo della Marchesella, sul quale v. Borsetti, Historia almi Fer- 
rar ice Gy mnasii, /, 3SS. 4. e mea fo] V Affo lesse e ne a fo, che non dà 
senso; ma il facsimile non lascia dubbio sulla lezione qui adottata. opra] così an- 
che VAffo ; ma il taglio nell'asta del p, come si vede nel facsimile, porterebbe a leg- 
gere piuttosto opera, se il metro lo consentisse. Nicolao] su questo scultore nativo 
■di Figaro lo (Vico Aureolo) nel ferrarese, v. Borsetti, op. cit. II, 4J4. 



© 



CANTILENA DI UN GIULLARE TOSCANO. 



Firenze, Biblioteca Laurenziana, fomlo S, Croce, PI. XV, Cod. IV; Archivio pa- 
leografico italiano, I, 17; F acsimili di antichi manoscritti, 66. Il Ban- 
dini, che prima pubblicò questa cantilena tiel Catalogus Codicum latinorum Bi- 
bliothecae Mediceo - Laur enti anae, IV, 468, la attribuì, per la scrittura, al 
sec. XII ; cf la notizia del Novali in Arch. paleogr. loc. cit. 

' ''^ OALVA lo vescovo senato, de tutto regno cristiano; \-..<*/ 

lo mellior c'umque sia nato; i6 peroe vene da Lornano, ' -'^'''"''^ 

ke da l'ora fue sagrato del paradis dil Viano. 

^ tutt'allumina 1 cericato. ca non fue questo villano, 

né fisolaco né Cato da ce '1 mondo fue pagano 

non fue sì rin erati ato. so non ci so tal marchisciano. w^ 

el papa '1 ^^^}.^.\:V- '-^^'''^'^^'^^ se mi dà cavai balcano, 






S per suo drudo più privato. monsterroll' al bon Galgano, 

suo gentile vescovato al vescovo volterrano, ^ 






ben è. cresciuto e melliorato, 24 cui bendicente bacio la mano. 

L'apostolico romano, Lo vescovo Grimaldesco " 1 - ' > ^ ) 



^^^^or. 



12 1...;...... Laterano, cento cavaleri..... . . ... 

san Benedetto e san Germano da 'n un tempo non Hi crescono, 

'1 destinò d' esser sovrano 28 anci placono et abbelliscono. 

4. cericato] pronunzia kericato, cf. 19. 17. dil Viano] ms , diluiano di- 

liuano, Novali propone diliciano 19. da ce] pronunzia da ke 20. tal] ìns. cai 

22, Un Galgano fu vescovo di Volterra dal iijo al ti^t; v. nella Series episcop. 
e e e l . cathol. del Gams. > 



.v< 



10 Carta sarda (Jel 117 3. SEC. xii. 

né latino né tedesco li arcador ne vann'a tresco, 

né lonbardo né francesco di paura sbagutesco. 36 

suo mellior te non vestrsco; rispos'e disse latinesco: 

tant'é di boutade fresco. 32 stenettietti nutiaresco ; ^ '^ ^ 

a llui ne vo.u.'.i'iporesGO di lui bendicer non finisco 

corridor cavai p... .i. mentr'en questo mondo tresco. 40 



'IS.iiu'f^': ' 



8. CARTA SARl^A DEL 1173. 

Pisa, R. Archivio di Stato (Opera del Duomo), pergamena originale j fu pubblicata 
prima dal Tronci, Memorie istoriche di Pisa, Livorno, 1682, poi piti corret- 
tamente dallo Stengel, Rivista di filo lo gi a romanza, I, JJ, 124. 

In nomine Domini, amen. ego Benedictus operariu de sancta 
Maria de Pisas, ki 1' a fatho custa carta cum voluntate di Deo e de 
sancta Maria e de sanctu Simplichi e de judike Barusone de Gallul e 
de sa muliere, donna Elene de Laccu reina; appit kertu piscupu Ber- 4 
nardu de Kivita cun Joanne operariu, e mecu, e cum previtero Monte 
Magno kertait noscus prò sancta Maria de Vingnolas e prò sancta 
Nastasia de Marrajano e prò sanctu Petru de Surake e prò sancta 
Maria de Surake e prò sanctu Lusuriu de Uruviar e prò sancta Ma- & 
ria de Larathanos e prò sa domo de Villa Alba e de Gisalle cun 
omnia pertinenthia issoro prò levarelilas ass' opera de sancta Maria 
de Pisas. e nois fekimus inde Campania cun isse a boluntate de 
pare e de judike Barusone, e levait sanctu Simplichi a sancta Nasta- 12 
sia de Marrajanu e issa corte de Villa Alba e issa corte de Gisalle 
cun onnia pertinenti issoro. e issa opera de sancta Maria levait a 
sancta Maria de Larathanos e a sanctu Lusuriu de Oroviar e a sancto 
Petru de Surake e a sancta Maria de Vingnolas cun onnia perti- 16. 
nenthia issoro e cun so populu de Surake e de Vingnolas cun sa 
eclethia paupera prò aver inde su pisscopatu prò su populu sa ju- 
stithia e obedienthia sua carta li dittat. testes : judike Barusone, e 
Gosantine, e Isspanu, e Petru de Pupellu, e preite Natale, e preite 2» 
Gomita Prias, e preite Marthu, e preite Lupu, e Gomita Gattu, e preite 
Gosantine Troppis, e preite Gosantine Gulpio e alteros mecu testes, 
esende fatta custa Campania cun su pisscupu, a boluntate de pare 
Torraitinos; su pisscupu, sa domo de Gisalle, prò anima sua e de sos 24 
clericos suos e issa domo de Villa Alba prò precu k' inde li man- 
darun sos consolos, e nois deimus illi duas ankillas, ki furun conju- 
vatas, s' una cun servo suo in loco de Mola e s' attera in Tempio 
cun servo de Malusennu. a s' una naran Thirvillo, a s' attera Jor- 28- 
già Furkilla; s'una fuit de sa domo de Villa Alba, e s' attera fuit 
de sanctu Petru de Surake ; prò partire isso fetu ke fu nata, e appimus 



SEC. XII. Carta fabrianese del 1186. 11 



cunvenutu de departire sos filios de Gavini Totumu ke appe in an- 
32 killa de santu Petru de Surake. testes: judike Barusone, episscopu 
Jovanne de Galtelli, e preite Petru Luppu, e Gosantine Troppis, e prei- 
te Marthu, e preite Natale, e preite Gosantine Gulpio, e preite Comi a 
36 Gattu, e preite Gomita Prias, e Gerardu di Conettu, e Vivianu majore 
di Portu Orisei, e Petru di Pupellu, e Kitimel..., e Marianu Elkise, 

e Isorcor de Laccao, e Gianni Saraca, e Jacone Petresa e atteros 

a testes. anno Domini millesimo centesimo settuagesimo terthio. 



9. CARTA FABRIANESE DEL 1186. 

Fabriano., Archivio del Comune, pergamena originale; comunicazione del eh. sig. Can. 
A. Zonghi. 

t In nomine Domini, anni sunt mille . e . lxxx . vi . regnante Fede- 
rico inperatore, mense madius, indictione .111.'' ideoque ego Actolin o 
comte, filio de Martino comite et Berta uxorem de Rugeri, an carta 

4 convenimentu et pactu fieri rogavi a tibi Sancto Vectore, qui è di- 
ficatu in fundo Victurianu, et tibi donno Murico priore et tuisque 
successoribus, et tibi Rotlando de Bernardo tuisque eredibus, idem 
de nostra consortia quod nos abemus comunus in comitato Camerino 

s et in loco qui dicitur Corte de Riscano, et de Roti, et de Clavi, et 
de Colcilu; .1.'' sinaita Setinu veniente ad santo Adpolenaru et per fo- 
satu de gn ad Bervetlone; et 11.* sinaita Colle de Preta ve- 
niente per via ad Trezano; .111." sinaita Serra de Tretljo. et veniente 

1 2 per senaita nostra sr filiu de conte Martino et de conte Actolino 

ad Setinu, qui fuss .1.° per senaita et ubicumque inventa fusse infra 
senaita et extra senaita, de qualec fortia nui advemo più de vui, nui 
partimo et vui tollete; et o advemo de paradegu, de paradegu par- 

16 terimo, et presalìe quale nui advemo de lo vostru et nostra sientia, né 
da qui non ce adbamo rattione, adrederimu ad vui admicavele mente. 
et set ratione ce odstendemo, siane toltu ad dictu de set rigo scretiu 
et desia santo Vectore et Rolando fare similiter mente ad nui, et de 

20 mo ad sante Marie de agusto l'atverimo tuttu repletu senza impede- 
mento. et set ce fosse inpedementu varcante, lu pedemento sia com- 
pletu et pingnu vet metu per . x . livere de inforzati, nostri mansi qui 
teni Martinu de Moricu et Petri de Bonomo, cum segum et alodum; 

24 set questo non ve adtendemo. post abeatis et teneatis et lugratis ad 
uso de bonu pingnu, sine ad te coisto pingnu arcoltu fuss ; et si qui- 
sta carta corrupere adfalsare volueri, sia in pena dare . xx . libres de 

14. qualec fortia] legg. qualecumqua sortia.? 22. de inforzati] nella pergamena 
è scrino due volte, 23. segum] corr. fegum, 25. sine ad te] corr. fine ad ke 



12 Sermone in dialetto galloitalico. SEC. xii. 

inforzati in corte potestate; et post pena data et obluta, ista carta 
firma permanead sine ad prefinitum tempus. Rigo de Lupu, et Pe- 
tri de Johannes, et Baronzo de Gozo, Albrico et Lorenzo filii de Acto 
de Johannes: omnes isti sunt testes. Florentinus notarius scripsi. 

27. oblata] corr. oblata,* 



10. SERMONE IN DIALETTO GALLOITALICO. 

Torino^ Bibl. Nazionale^ cod. Z>, K/, io; E. Monaci^ F acsimi li di antichi 
manoscritti^ 40-^. La scrittura del codice, attribuita al sec. XII, non è originale, 
ma copia, a quanto sembra, di amanuense francese, ha raccolta di cui questo sermone fa 
parte, fu pubblicata e illustrata da W. Foerster, Rom ani sche Studi e n, IV, f-92; 
cf. Ascoli, Archivio -glottologico, Vili, 107. 

SERMO IN NATALE DOMINI. 

r RATRES karissimi, hodie celebramus sanctam nativitatem Xpisti 
secundum carnem. seignor, oi celebrem la sancta natività del nostre 
seignor Jhesu Xpist segun le carn. or devem esgarder & perpenser 
en nos meesme quan grant fo la misericordia de nostre seignor vers 4 
hom plus que vers nuilla creatura que el fees. la premera creatura 
que el fei, si fo angel, sicum dit Liber sapientie : prior omnium creata 
est sapiencia. car de sutil & de invisìbel substancia la crié, zo es de 
se meisme, sicum dit Ezechiel propheta del mal angel : tu signacu- s 
lum similitudinis, plenus sapiencia & perfectus decore, in deliciis pa- 
radisi Dei fuisti. omnis lapis preciosus operimentum tuum: sardius, 
topacius, crisolitus, onix, berillus, carbonculus & smaragdus. tu fos 
seignal de la sembianza Deu, plens de saver & dej)erfeita beltà, & 12 
el deleit del paradis de Deu fos. e questa creatura per orgoil qu' eia 
of, si chaì, & de angelo factus est diabolus. or apres si cria Deus 
home del limun de la terra. quare de limo fecit ? ajosté visible ma- 
teria cum l'envisible: zo es la car cum l'arma. car sola invisibilis 10 
substancia noluit per se subsistere, mixta est lutea materia ut non 
posset elevar! in proterviam, zo est superbia, gravata fragili materia, 
car la subsistancia angelica per levità & per grant beltà e per lo so 
sen chaì en orgoil. or nostre seignor si à ajostaa 1' arma qui est in- 20 
visible & lef, cum la carn qui est pesant. quare hoc fecit? per zo 
que l'arma per grant travail muntas a quella gloria, dun lo mal an- 
gel chaì per orgoil. aisì est fait omen cum est la rei del pescaor; 
car eia à lo suber qui est lef, & à si lo plum qui est pesant. or la 24 
rei, quant hom la met en l'aiva, lo suber qui est lef, noa desure; e 
lo plum, qui est pesant, va al funtj eisament est 1' ome fait. lo 
suber significa l'arma qui est faita de lef materia & voldrea ades 



SEC. XII. Sermone in dialetto galloitalico. 13 

2S anar en sus a sua natura. lo cors trait ades en jus ad inferiorem 
substanciam, zo est la terra. sicum Deus dist a Adam : terra es & in 
terram ibis. zo est, terra es segun la carn, & a terrenes choses tor- 
neras dun tu fos fait. or aqueste doe chose, l' arma & lo cors, si son 
32 contrarie, sicum l'Apostol dit: spiritus concupiscit adversus carnem, et 
caro adversus spiritum, ut non que vultis illa faciatis. e per zo fìs 
Deus home de doe contrarie substancie. sicum dit Saint Gregoris en 
son libre qui a num Dialogus : tres spiritus condidit Deus : unum invi- 
36 sibilem & racionalem, quod angelus ; alium invisibilem & carne tectum 
& racionalem & mortalem, id est homo; tercium bestia, que carne te- 
gitur & est irracionale & mortale & cum carne deficit. saint Grego- 
ris fait metaforam en son liber. et dit qug trei esperit tei Deus : l'un 
40 si est invisibel & racional, & no morrà ja, zo est l'angel; l'autre si est 
hom, qui est vestì de carn & est racional & mortai; lo terz si est la 
bestia, qui est muta & mortai, e la carn e l'esprit, & nun a rasun. or 
Tom si est antre l'angel e la bestia, zo est antre la via e la mort; car 
44 l'angel non morrà ja, e la bestia est mortai. or lo mal angel per la 
folia si perde la vita perpetuai & si esdeven mort eternai, e si doné a 
home mort per envia que el of quant el sof que si fragel chosa cum 
hom est devea monter en la gloria dun el era chait. trové engeig 
48 contra Tom per subiectam creaturam, zo fo lo serpent e la femena. 
car per si sol noi porraf aver engeignà ; e per zo se mis en creatura 
mua, zo fo serpent, qui erat callidior cunctis animantibus; & per 
aquela creatura qui erat sot l'om, engeignò l'om e parie a la femina 
53 qui era faita de l'om, & ita seduxit. car zo dis saint Poi: vir non est 
seductus, set mulier ; zo dis que 1' hom non fo mia engeignà, mas la 
femena. e per zo secundus Adam, zo fo Crist, vicit eum per la carn 
qui est vii chosa & fragel sicum est femena. d' aquel meesme engeig 
56 de que el venqué lo premer Adam en paradis, victus est a seculo 
Adam, zo est Xpist, quando carnem accepit ex virgine Maria, senz 
pecà. car lo plum, zo est carn, qui fo pesant, descendé jus el per- 
funt, e la deità remas desore. si que de nulla part no pot escamper 
60 lo diavol qu'el no fos pres, sicum lo peisun no pò escamper de la 
rei qui est ben armaa ; sicum dit Job : proprio amo captus est Levia- 
than, zo est lo diavol. cum lo so meesme engeig fo pres, car carn 
desceve e per carn fo pris. car unque la deità non pot conoistre, 
64 si per sospeita non. sicum conta lo Vangeli d'un hom qui fo amena 
davan piesu Xpist, qui avea una legium de diables el corp. si lor co- 
mande que il s'en exissen; e il s'en eisirent criant & disant : quid nobis 
& tibi, filli Dei? venisti ante tempus torquere nos. il noi diseron 
68 mia per zo que il lo savesen certanament, si no per suspeita. aisì 
fo la deità coverta de l'umanità cum est lo soleil del nuvol, mas tota- 
via fai clartà & illumina la terra e plus lo cel. seignor frare, la san- 
cta natività de Xpist devem celebrer cum grant ioi, e si devem pre- 
7 2 her nostre seignor Jhesu Xpist, que el la nos concea si celebrer, que 



Contrasto di Ramhaldo di Vaqueiras. SEC. xii. 



lo cors & l'arma qu'el en nos mes, & per la qua! el recevé passiun 
& mort, e vols eser judicatus, quant el vendra juger lo munt, qua 
nos a la soa destra part slam asis, & que nos possam oir la soa dolza 
voz: venite, benedicti patris mei, percipite regnum quod vobìs pa- 
ratum est ab origine mundi. 



76 



11. CONTRASTO DI RAMBALDO DI VAQUEIRAS. 

Modena^ Bibl. Estense, Cod. IV. 163; Galvani, Strenna filologica modenese , 
1863, fp. 84-gi (E); Parigi, Bibl. Nazion. frane. 834, ani. 722^ ; Rocliegude, Par nasse 
occitanien, pp. 7S-79 (P)- Ramhaldo fu nel genovesato fra il ii8g e ngo, v. Diez, 
Leben und IVerke der Tr oub adotir s, pp. 26S-70. 



JLJoMNA, tan vos ai pregada, 
sius platz, qu'amar me volhatz, 
que sui vostr'endomeniatz, 
quar etz pros et enseignada 
e totz bos pretz autreiatz; 
per quem piai vostr'amistatz. 
quar etz en totz faitz corteza, 
s'es mos cors en vos fermatz 
plus qu'en nullia genoesa: 
per qu'er merces, si m'amatz; 
e poi serai milhs pagatz 
que s'efa mia la ciutatz, 
ab l'aver qu'y es ajostatz, 
Dels genoes. „ 
" Jujar, voi no se corteso, 
che me cardajai de co: 
che neente non farò 
anzi foss'oi voi apeso, 
vostr'amia non serò, 
certo ja v'escarnirò, 
provenzal malagurado, 
tal enojo ve dirò, 
sozo, mozo, escalvado; 
né ja voi non amaro, 
ch'eo chiù bello mari ho 
che voi no sé, ben lo so. 



16 



24 



Andai via, frare, en tempo 

meillurado. „ 28 

" Domna genta et eissernida, 

gaja e pros e conoissens, 

vaillam vostre cauzimens: 

quar jois e jovens vos guida, 32 

cortezia e pretez e sens 

e totz bos ensenhamsns; 

perq'ieus soi fizels amaire 

senes totz retenemens, 36 

francs, humils e mercejaire, 

tant fort me destreinh em vens 

vostr'anjors, que m'es plazens, 

per que sera jauzimens, 40 

s'eu sui vostre bevolens 

E vostr'amics. „ 

" Jujar, voi semellai mato, 

che cotal razon tegnei : . 44 

mal vignai e mal andei, 

non ave sen per un gato; 

perché trop me deschazei, 

che mala cossa parei; 48 

né non farla tal cossa 

se sia fiUo de rei. 

credi vo che e' sia mossa? 

per mia fé non m'averci. , 52 



2. mi voillatz P 3. qu'ea P A. cs'P 7. quar es P 9, nulla P 10. merce P 

11. meils P 12. miai P 13. qu' es P 16. que me chardeiai de cho P 17. que 

niente P 18. ance fosse P 20. certa P già E escarnerò P 2 1 . provensal P 23. vos P 

24. ni P già E 25. qu' ech un P niario P 26. que P 27. frar P 29. gent'et 

essemida P 30. gai e /* 33. cortesi e P 35. fidels P 38. destreing P 41. s'ieu /» 

43. vos P 44. rason P 47. que P descasei P 48. que m. cosa P 49. cosa P 
50. sias E dei £ 51. voi que sia mousa P 52. non av. P 



SEC. XII. 



Cantilena bellunese. 



15 



56 



■óo 



6S 



se per amor vo restei, 

ogano morré de Irei: 76 

tropo son de mala lei 

Li provenzal. „ 
" Domna, no siatz tan fera, 
que nos cove ni s'eschai; 80 

ains taing ben, si a vos piai, 
que de bon sen vos enquera, 
e queus am ab cor verai, 
e vos quem gitetz d'esmai: 84 

qu'eu vos sui hom e servire, 
quar vei e conosc e sai, 
quan vostra beutat remire 
fresca com rosa de mai, 88 

qu'el mon plus bella no sai. 
per qu'ieus am eus amarai; 
e, si bona fes mi trai. 

Sera peccatz. „ 92 

" Jujar, to provenzalesco, 
si ben s'engauza de mi, 
non lo prezo un genoì, 
né t'entend chiù d'un toesco 96 



o sar desco o barbari, 
ni non ho cura de ti. 
vo' ti cavillar con me^o? 
se lo sa lo meo mari, 
malo piato avrai con sego, 
bel meser, vero ve di, 

non voUio questo lati, 
frare, zo aja una fi; 
provenzal, va, mal vestì; 

Lagame star. „ 
" Domna, en estraing cossire 
m'avetz mes et en esmai; 
mas enqueraus prejarai 
que voillatz qu'eu vos essai, 
si com provenzals o fai 

Quant es pojatz. „ 
" Jujar, no serò con tego 
poi cossi te cai de mi : 
mei valrà, per san Marti, 
se andai a ser Opetì, 
chev darà fors'un roncì, 
Car si jujar. „ 



53. si per m'amor ve cevei P 54. morrei P 55. tropos P 56. provensal P 57. siat E 
58. s'escai P 59. ans P 60. de mo P 61. ama E 63. vos soa P 6S. et amarai P 
71. provensalesco P 72. si eu jag-gauza P 73. no preso P 74. no t'enten plus P 75. sar- 
do P lo. o P 77. voit' acavillar P 7S. si P meu P 79. mal plait P consegui P 
80. verrà vo di P 81. no volo P 82. fradello, zo voi ali P 83. provensal P 84. lar- 
gai ni' estar P 88. voillatz P 89. provenzal E 92. pois aissi P 93. meill P 
sant P 94. s'andai P 95. que dar v' à P 



12. CANTILENA BELLUNESE. 

Leggevasi in una particola o brano di cronaca, scritta probabilmente circa il irgS, 
della quale oggi rimangono tre copie, a quanto pare, fra loro indipendenti: i, (E) di G. 
A, Egregia (1^30-1344)^ nel suo Catalogo dei Vescovi di Belluno, vis, nel Museo civico 
di quella città; 2, (D) di G, Doglioni (av. il 15 5^) nel suo Catalogo pure dei Vescovi 
di Belluno, ms. nel predetto Museo; 3, (P) di G. Piloni, /iella sua Hi stori a stampata 
a Venezia (iboj). V. Morandi, Origine della lingua italiana, terza ediz, p, 71 ; 
Ascoli, Ar chivio gioito logico, I, 41T, n. 3. Con i versi diamo anche il testo della 
cronaca che li commetita. 

Anno Domini nostri Jesu Christi millesimo centesimo nonagesimo tertio, indictione 
.XI. .viiij. intrante mense aprilis. Prudentissimi milites et pedites bellunenses e feltren 
ses castrum Mirabelli maxima vi occupaverunt, illud vero infra octo dies conbuxerunt 
atque in omnibus edificiis ipsum dextruxerunt. Item eodem mense clausas Queri cepe- 



1. 1196 p 



2. indictione xil, die octavo P 



3. Mirabeli E 



16 Carta picena del iigj. SEC. xii. 



runt et destruxerunt, et sexaginta sex inter milites et pedites atque arceatores secum in 
vinclis duxerunt, et predam valentem duo millia librarum habuerunt, alios interfece- 
runt et alios vero gravitar vulnerarunt. Item eo anno castrum Landredi ceperunt, ibi 
vero plures homines interiiecerunt et .xxvi, inter milites et pedites atque arceatores "S 
secum in vinculis duxerunt, et totum castrum conbuxerunt et funditus destruxerunt. 

J_Je Casteldard havi li nostri bona part 
i lo zetta tutto intro lo flumo d'Ard, 
e sex cavaler de Tarvis li plui fer 12 

con se duse li nostri cavaler. 

Preterea domum Banca vi occupavarunt et eam destruxerunt, et ,xviij. latrones inde 
secum duxerunt, Postaa anno 1196, indictione .xrij. die .vj. exeunte mense junii, dicti 
milites bellunenses et feltrenses ad castrum Giumellarum iverunt, illud autem magna 16 
vi in .xvij. die ceperunt et combuxerunt, atque cum omnibus edificiis destruxerunt, et 
cum maxima latitia domibus radierunt. Et hoc totum factum fuit fere sub nobilis- 
simo et prudentissimo D. Gerardo bellunensi episcopo, anima cujus sit locata in pa- 
radiso. Amen. 20 

5. ac pedites et P in vinculis dediixerunt P 6. duo] iif. P 7. et omette P vulne- 

raverunt P 8. milites, pedites ac P 10. Casteldart P bave E 11. zettò P fiu- 

me P d'Art P 12. cavalier P de] di P li] di E 13. li] i P nostre D cavaler] 

presoner P 14. Banche D 15. Postea dia Sexto P 16. Gumellarum tì Zumellarum P 

17. xvij] vij D 18. cum] in P domum P 18-20. Et hoc — Amen omette P 



13. CARTA PICENA DEL 1193. 

Roma, R, Archivio di Stato, fondo Piastra, 2Ó1, pergamena originale; E. Monaci, 
F ac simi li di antichi mss. 21. Una illustrazione a cura di G, Levi sta nel 
Giorn. di filol, romanza, i, 23. f. e ss. 

In nomine domini nostri Hiesu Xristi. anni sunt . mg . xc . iii . 
indictione . xi . die martiris, qui fuit settimo die infra mense setembris. 
paginam vendictionis, tradictionis, obligationis, quam facio ego Blandi- 
deo, consemtientem michi patri meo Arduino Oldrici et Johanne filius 
quodam Alberto Ofridi et ad tuas ehredes, rem juriis mee proprietatis : 
idest la terra ke jacet, in integrum, in fundo la fonte Fracliti, aduna- 
tam cum omnia que super se vel infra se habet ; et abet fines : a capo 
la terra de Carvone de Gualteri; a pede via; ab uno lato terra de 
Alberti Carvuni; e quarto lato terra de Johanni Ofridi. unde a te 
recepi in pretio libras . xx . de lucenses ; et isti denari . xx . libras 
deole Johannes ad Plandeo ad ojenantio, da quistu Samieli prossimu 
ad . Ili . annos compiiti, unu mese poi. se Plandeo non potes, non 
volese redere li denari . xx . libras et la mitade de lo prode, ke que- 
sta terra si aba Johanni ad proprietate, issu et sua redeta. . se que- 
sto avere se perdesse sentia frodo et sentia impedimentu ke fose pa- 

2. martiris] il ms. martir. 5. quodam] corr, quondam. 



SEC. XII? // ritmo cassinese. 17 



i6 lese per la terra, ke la mitade se ne tose ad resicu de Johann! de 
tuctu, et la mitade de Plandideo. e se Plandideo rede ad Johann! 
uo a ssua redeta isti denari, ke Johanni uo sua redeta redese senti 
onnem sconditione ista terra ad Plandideo. et se Plandideo non re- 

20 desse li denari ad Johanni et uo a ssua redeta, ke la terra sia loro 
a proprietate. abeatis teneatis et possideatis, a nullo homìne ali- 
quando contradicentem non audead. si quis vero contra ire volue- 
rit, promitto me ad meas ehredes tibi Johanni tuisque eredibus iure 

24 detendere contra omnes ominines. quod si noluerimus aut non potue- 
rimus, aut aliqua causationem vobiscum inposuerimus, duplam et me- 
lioratam vobis restituamus. ac carta firma permaneat, quam de- 
nique carta a predicto Plandideo ego Firmo notarius, rogatus scribere, 

25 scrisi; et Senebaldo, Granariu de Actovuni, et Uliveri, Tadeu de 
Morico, Adtun d'Adammi, Rainaldo, e Girardo Scariti in carta tue- 
runt testes. 

24. ominines] legg. homìnes o omini. 



14. IL RITMO CASSINESE. 

Biblioteca del Mjnastero (li Montecassi/io, Cod. S5^t 3^^ facsimile nella Rivista dì 
filalo già romanza, JT,g2. Illustrarono questo oscurissìmo componimento I. Giorgi 
e G. Navone nella Rivista predetta, pp. gi-/io. Sulla interpretazione cf. F. Novali nella 
Mise ellanea di f itolo già e lÌ7i guis tica, in memoria di N. Cain e U. A. 
C a 71 e Ilo, Firenze^ 1886, p. J7j ^ ■^•^- L^ lacune noi sono indicate nel codice i la dis- 
posizione dei versi e delle stanze fu regolata secondo i segni diacritici del ms. cioè se- 
conio la punteggiatura e le iniziali majuscole, 

JlLo, sinjuri, s' eo fabello, lo bostru audire compello : 
de questa bita interpello e ddell'altra bene spello, 
poi k'enn altu m' encastello, ad altri bia renubello, 
em mebe cendo flagello. 
Et arde la candela sebe libera 
et altri mustra bia dellibera. 

Et eo, se nce abbengo culpa jactio, por vebe luminaria factìo. 
tuttabia me nde abbibatio e ddiconde quello ke sactio: 

c'alia scriptura bene platio . 

Ajo nova dieta per fegura, 

ke da materia no sse transfegura 

e ccoir altra bene s'affegura. 

La fegura desplanare; ca poi lo bollo pria mustrare. 

2. Ms. intpello con omissione del segno di abbreviatura come anc'ie in n per non 
al V. 34 e al 65, in glo per gloria al v. 69. 13. desplanare] Coi. desplauare 



18 // ritmo cassinese. SEC. xii? 



ai, dumque pentìa nuU'omo fare questa bita reguare, 

deducere, deportare? morte non guita gustare, 

cunqua de questa sia pare ? i6 

Ma tantu quistu mundu è gaudebele, 

ke l'unu e l'altru face mescredebele. 

Ergo poneteb' a mente, la scriptura comò sente. 
ca là sse mosse d'oriente unu magnu vir prudente, 20 

et un altru occidente; fori junti 'nalbescente, 
addemandaruse presente. 
Ambo addemandaru de nubelle, 
l'unu e ll'altru dicuse nubelle. 24 

Quillu d'oriente pria altia l'occhi, sì llu spia. 



addemandaulu tuttabia comò era, comò già. 



28 



" Frate meu, de quillu mundu bengo, 
loco sejo et ibi me combengo. „ 

Quillu, auditu stu respusu cuscì bonu 'd amurusu, 
dice: "frate, sedi josu; non te paira despectusu; 33 

ca multu fora colejusu tia fabellare ad usu. 
Hodie mai più non andare, 
ca te bollo multu addemandare. „ 
" serbire ! se mme dingi commandare. „ 36 

" Boltier' audire nubelle de sse toe dulci fabelle, 
onde sapientia spelle, dell'altra bene spelle. „ 



40 



" Certe credotello, frate, ca tutt' è 'm beritate. 
una caosa me dicate de ssa bostra dignitate: 44 

poi k'en tale destuttu state, quale bita bui menate? 
que bidande mandicate ? • 
Abete bidande cuscì amorose 
corno queste nostre saporose ? „ 48 

" Ei, parabola dissensata ! quantu male fui trobata I 
obebelli n' ài nucata tia bidanda scelerata? 
obe r ài assimilata ? bidand' abemo purgata, 

dab enitiu preparata, perfecta binja piantata, 5* 

de tuttu tempu fructata. 
En qualecumqua causa delectamo 
tutt' a quella binja lo trobajo, 

14. reguare] corr. regnare,* 21. fori] corr. foro 52. dab enitiu] cosi 

il Novati; il Navone da Benitiu 55. trobajo] corr. trobamo 



SEC. XIII. Libro di hanchiei'i fiorentini. 19 



56 eppuru de bedere ni satiamo. „ 

" Ergo non mandìcate ? non credo ke bene ajaté ! 



60 Homo, kì nnim bebé ni manduca, 

non sactio comunqua se deduca 

nin quale vita se conduca. 

Dunqua te mere scollare, tiè que tte bollo mustrare; 
64 se tu sai judicare, tebe stissu metto a llaudare : 

credi, non me betare lo mello, ci tende pare. 

homo, ki fame unqua non sente, 

non è sitiente, qued à besonju, tebe saccente, 
68 de mandicare, de bibere? niente. 

Poi k' en tanta gloria sedete, nuUu necessu n' abete ; 

ma, quantumqua Deu petite, tuttu lo 'm balia tenete 

et em quella forma bui gaudete. angeli de celu sete!...„ 

56. ni] corr. nei (non ci) 



15. FRAMMENTI DI UN LIBRO DI BANCHIERI 
FIORENTINI SCRITTO NEL Ì2n. 

Dal cod. Aedil. Ó7 della Laurenziana di Firenze edito nel Giornale storico 
della letteratura italiana'^ A'', lóó-y/, a cura di P. Santini con illustrazioni di E. 
G. Parodi, « guanto al valore storico del presente documento è bene notare che il libro è 
rivestito di un certo carattere pubblico. Difatto., siccome le le^^i determinavano le norme 
da seguirsi nella compilazione e manutenzione dei libri commerciali, è chiaro che i giuris- 
periti fin dal 1211 ritenevano valido., per gli effetti giudiziarj in materia commerciale, un 
atto scritto in /orma volgare. E poiché questi frammenti hanno un formulario assai svi- 
luppato, e 'le non può credersi formato ti per lì, è naturale ammettere che il libro di banco 
scritto in volgare, quale lo abbiamo nel 1211, avesse già vita nel secolo 2CIT. Se è così, 
e se vogliamo tener conto della tenacità del legislatore del medioevo nel voler conservata 
la for?na latina negli atti che potevano prodursi in giudizio, bisogna pensare che questa 
tenacità sia stata vinta per gli atti di commercio quando già per un periodo non breve di 
anni il volgare scritto doveva essere introdotto e comunemente usato nelle relazioni affatto 
private fra mercante e mercante. » (P. Santini, ivi, p. 178 n.) 

. ivi . ce . XI . Aldobrandino Petro e Buonessegnia Falkoni no di- 
ne dare katuno in tuto libre .lij. per livre diciotto d'imperiali me- 
zani, a rrascione di trenta e cinque, meno terza, ke demmo loro tre- 
dici dì anzi kalende luglio, e dino pagare tredici dì anzi kalende 
luglio: se più stanno, a .irij. denari libre il mese, quanto fusse nostra 

2. libre sempre abbreviato nel ms. 1. ovvero lib. 4. kalende sempre abbreviato 

nel ms. k. kl. kal. 5. denari libre nel ms. sempre d. lib. che valeva « denari 

per libra » . 



20 Libro di banchieri fiorentini. sec. xiii. 

volontade. testimoni Alberto Baldovini e Quitieri Alberti di porte 
del Duomo. 

Item die dare Buonessegnia soldi . xij . per u massamutino. 8 

Buonessegnia Falkoni ci à dato libre . xl ; rekò Jakopo a termine, 
item die avire libre .irij. e soldi .ij: levammo di rascione Buonesse- 
gnie ove dovea avire per ser Kalkagnio .xj. dì anzi kalende luglio. 
item die libre .iij. meno denari .xij. per Tornaquinci, k'ei pagò nei 12 
panni suoi. item ci die Buoninkontro da Ppopio soldi .xl. di ssua 
mano tre dì anzi kalende luglio. item ci die Aldobrandino libre .irj. 
meno denari .xij. rekò Giannozo. 

A mesere Kancillieri prestammo soldi .ij. in sua mano; abiamo 16 
posto sotto sua rascione ove die avire, 

A Manetto Passarimpetto prestammo soldi .xx. in sua mano. 
Aldobran. item ci die soldi .xx. levammo di ssua rascione ove 
die avire per Bonaquida Forestani. 20 

M . ce. XJ . Jacopo f . del Barone degli Aquerelli e Simone suo 
fratello no dino dare katuno libre . lij . per livre diciotto d' imperiali 
mezani, ke demmo loro tredici dì anzi kalende luglio a trenta e cin- 
que meno terza ; e dene pagare tredici dì anzi kalende luglio : se più 24 
stanno, a .iiij. denari libre il mese, quanto fosse nostra volontade. 
testimoni Alberto Baldovini e Gaglietta de Pekora e Buontalento 
Macketi e Rugieri figliastro Buonfantini di Buorgo Salorenzi, 

Item ci die Buoninkontro f. del Barone degli Aquerelli libre . xirrj . 28 
e soldi .xj: rekò Kambio e Tornaquici .v. dì anzi kalende agosto. 
item ci die Arrigetto Arrigoni libre .v. Buoninkontro: rekò Tegiajo 
a questo termine. item Jacopo ci à dato libre . xv . kenne ebe 
Ricovero kompagnio Pieri Rossi da San Firenzo le sei libre, e Bue- 32 
nacfede Varliani li ciento soldi, e '1 Tessta di Kodarimessa le quattro 
libre due dì intrante agossto per noi, e diede per noi a Kambio .... 
libre .X. e soldi .iij. dì dodici anzi kalende ottobre. item ci diede 
Jacopo soldi .cvj. rekò Jacopo cinque dì anzi kalende ottobre. item 36 
diemmo avire soldi .xl. per Dato Quitoitti otto dì intrante ottobre, 
item ci die Jakopo soldi .xxx: rekò Aldobrandino. 

. M . ce. XJ . Buonagiunta da Ssomaja die dare libre . xxiij . e 
soldi .xviij. per livre ventitré ke i prestammo .j. die anzi kalende 40 
luglio : posto ke die aire e dene pagare in kalende agosto : se più 
stanno, a .iiij. denari libre il mese, quanto fosse nostra volontade; 
e s'ei no pagasse, sì no promise di pagare Buonone f. Farolfi da 
Duomo, prode e kapitale quant'elli sstesero. testimoni Prestorso 44 
d'Oltrarno e Llutieri f. Galgani Balsimi ed Ugolino f. Sassolini da 



6. testimoni nel ms. sempre tt. S. soldi quasi sempre nel m'. s o sol i^. de- 

nari nel ms. quasi .'e iipre d. o den. 13. mano nel ms. quasi sempre mano mano, 

ma iv'dentemenle il segno sovrapposto qui non è aòirei'ialivOy bensì dissimilatilo o su- 
ferfiuo. 19. ms, sssua 21. f. abbreviazione di figlio fi 29. ms, agostosto 



SEC. xiir. Libro di banchieri fiorentini. 21 



Ckapiano. item Buoriketto del Greccio ci die libre . xxirj . e soldi 
.xviij. posto. 

48 .M.cc.xj. Ristoro f. Pieri buorsajo e Jakopino f. Sigoli no 

dino dare katuno in tuto libre . viij . e soldi . xx . denari . viij . per 
livre otto ke i demmo dodici dì anzi kalende giugnio a sedici denari 
libre, e dino pagare .xij. dì anzi kalende agosto; e se più stanno, a 

52 .iiij. denari libre il mese quanto fosse nostra volontade. testimoni 
Alberto Baldovini e Konsiglio dei Kastagniaci. item die dare per 
prode soldi .xviiij. e denari .iiij. 

Ristoro ci à dato di sua mano soldi . xl : rekò Tegiajo . iij . in- 

56 trante decembre. item die per noi Tadellato f. del Buono libre . vij . 
e soldi .x. .xij. dì anzi kalende aprilis. 

M . ce. xj . Banzara del Garbo no die dare libre . xv . prove- 
sini nuovi ke demmo a Bartolo ispeziale, ke li demmo dodeci dì anzi 

60 kalende luglio, e dino pagare in kalende luglio : se più sstanno, a 
denari . iiij . libre un mese, quanto fosse nostra volontà : s'elli non pa- 
gasse, sì no promise de pagare Buonvenuto f. del Romeo del Garbo, 
prode e kapitale quant'elle isstessero. testimoni Alberto Baldovini 

64 e Bonackorso f. del Villano da Samikele Berteldi. item die dare 
Banzara denari . xxviij . per lo prode de la ssua parte. item li ren- 
demmo denari .xvj. item die dare Benvenuto soldi .iij. per prode. 

Banzara ci à dato libre . iiij . e soldi . xiij . e denari . viij : rekò il 

68 Teckiajo le quattro livre da Gerardo del Papa tre dì anzi kalende 
agosto. item die per noi a Todino Allero libre .irj. quatro dì anzi 
kalende agosto. item ci die Benvenutto f. del Romeo del Garbo 
libre .Lvij. e soldi .xvj: rekò Jacopo da Quidottito Rusticuci per ~ 

72 setembre. 

M.CC.XJ. .XJ. dì anzi kalende luglio. Buonackorso Man- 
freducci da Ssanmartino del Veskovo no die dare libre .xl. e soldi 
.XI. per Domeniko da Ssan Firenze: posto ke die avire e dene pa- 

76 gare in kalende setembre : se più stanno, a .iiij. denari libre il mese, 
quanto fosse nostra volontade; e s'ei non pagasse, sì no promise di 
pagare Dietajuti del Banzara, prode e kapitale quant'elli stesero. te- 
stimoni Alberto Baldovini e Varliano di Kodarimessa e Bunaffé suo 

80 kompagnio. 

Buonackorso ci à ddato libre .xl. e soldi .xi: avemmone bolo- 
gnini, e àcci pagato il prode. 

Gerardo f. Buona ckorsi Monteloro die dare soldi ,xx. e denari .x. 

84 per Buoglione f. Traversi, ke i dovea dare Traverso in libro vekio. 
Appollonio Tribaldi no die dare soldi . viij . ke Ili prestammo : 
disse che i dava al fanciello Aldobrandini fabro per grano. 

Item die dare soldi .xxxv. e ~ per urròmeo, ke i ne demmo 

SS tornesi: disse k'elli li dava di panno linio. 

50. ms, sedidi 59. ms. ispeziaale 74. ms, veckovo 



22 Libro di banchieri fiorentini. sec. xiii. 

Item die avire soldi .xxj. meno denari .j. per Servodeo osste Mai- 

neti del Mediko. item die avire soldi .v. ke diede ad Arnolfino 

Atauciano de l'Acierbo. item ci die Apollonio soldi .xvij. e de- 
nari .V. di sua mano 92 

Item ci die Mainetto Tornaquici libre . xij . ke le ritenemmo per la 
mamma Sinibaldi Rinucietti in quaderno nuovo a termine. item ci die 
Bonaquida de la Gina per Mainetto Tornaquici libre . viij . ke li davava- 
mo per Benintendi Pizikelli di rascione Buonajuti Rikardini . xij . dì in- 96 
trante luglio. item ci die Buonaquida da Ssarromedio soldi . xl . per 
Mainetto Tornaquici : levammo di rascione Benintendi f. Pizekelli. 

B enei venni Marci da Ssan Firenzo no die dare libre .iij. per li- 
bre tre e soldi tre di bolongnini a., to a Buonaciete f. Gajazzi, 100 

ke demone per lui. item die dare libre .viiij: prestamolelli à Aldo- 

bra — item die dare soldi . x libre . iiij . e soldi . viij . levam .... 

otto dì intrante luglio : se più stanno, a . iiij . denari libre il mese, 
quanto fosse nosstra volontade. testimoni Alberto Baldo vini e Rri- 104 
storo Kafferelli e Compagnino fratello dei Tebalduci. Bonaquida 
Bencivenni ci à dato soldi .lij. e denari .irij: posto ke die dare 
quidinazi. item die avire soldi .xxxiiij. per lo Kacia f. Arringieri 
del Buorgo Sant'Apostoli: levammo di ssua rascione a termine. 108 

Buonaquida Bencivenni ci à dato libre .xxxvij. e item ci die Kie- 
rito f. Arrihi Malverni soldi . e . disse che i ci dava per Buonaquida 
Bencivenni a ttermine. item Buonaquida f. Bencivenni libre . xv . 
meno denari .iiij. ebele la mamma Sinibaldi Rinucietti per Sinibaldo: 113 
iera iskritta in quaderno nuovo. disse ke Ile fecie dare in su la tavola 
del fornajo f. del Rosso del fornajo, che lia avea presi KanoUo ed 
Ubaldino. item ci die Ispinello kasciajuolo per Bonaquida f. Benci- 
venni del Ckierito libre .xj. e soldi .xxiij. ci à dare per noi Arrisalito 116 

f. Turpini in su la virij. dì intrante luglio. item diede per noi... 

avogadi libre .viij. item.... 

In nomine Domini, amen. San Brocolo. m.cc.xj. Orlandino 
galigajo da Santa Trinità no die dare libre .xxvj. per metzo magio 120 
per buolongnini ke i demmo a Bolongna per lo mercato San Brocoli. 
se più sstanno, a .iiij. denari libre il mese: e s'elli non pagasse, sì 
nno promise da pagare Angiolino Bolongnini galigajo. testimoni 
Compangnio Avanelle e Bellacalza. item die avire soldi . xliij . per 124 
Mikele f. Galleti: levammo dì rascione de lo Scilinquato Maineti. 

Orlandino ci ave dato libre . vij . e soldi . viiij . ebele Manette f . 
Quidi dell'avogado per Aldobrandino Avekari Forcelle de Quitton- 
cino f. Gianni e Griffo Konankede tredici dì anzi kalende giungnip. 12S 
item ci die Orlandino libre .vj. e soldi .iiij. rekolle Jakopo a quessto 
termine. item Orlandino ci à dato libre .iiij. e soldi .xvj. ke i 
diede ad Arrigo f. Rugieri de lo Ngemmato; pagavalli per Quaskone 

109. ^ui e appresso lasciamo come sotto nsl ms. le abreviature di soluzione incerta. 



SEC. XIII. Libro di banchieri fiorentini. 23 



132 Ttortolini .xj. dì anzi kalende giunnio. item diede per noi a Buo- 
naquida de la Gattaja soldi . xlvij . e li davavamo di rasione Rinieri 
Orlandini . x . dì anzi kalende giunnio. item diede per noi a Uguic- 
cione f. Kastellani soldi .l. .v. dì anzi kalende giunnio. item ci 

136 die di ssua mano Orlandino soldi .xi. a kò Giannozo. 

Angiolino galigajo no die dare libre .xl. per bulongnini ke i 
demmo a Bolongna per lo mercato Sanbrocoli, e de pagare per metzo 
magio: se più sstanno, a .iiij. denari; e s'elli non pagasse, si nno pro- 

140 mise di pagare Orlandino galigajo, prode e capitale quant'elli istessero. 
testimoni Matzingo, Mainetto d'Albitzo co. e Bernardo Bertti. 

Angiolino ci à dato libre .xj. di ssua mano quatro dì anzi ka- 
lende giugnio. item ci die Benivieni galigajo per Angiolino libre .iij. 

144 e soldi. x.rekò Albizo di Fferrara pezzajo di Lungarno a questo ter- 
mine, item ci die Orlandino libre .x. rekò Kambio da lo Scotto 
pezzajo libre tre, e da Jakopo del Campo libre quatro meno soldi 
tre, e le tre livre e tre soldi diede Orlandino di ssua mano a questo 

145 termine di ssopra. 

Item Angiolino di ssua mano soldi . ex . un die anzi kalende 
giugnio, ed à pagato il prode. item ci die Orlandino libre .iij. e 
soldi . xvj . per Jakopo un die anzi kalende giugnio. item ci die 
152 Orlandino libre .irij. e soldi .iij. rekò Kambio da Bernardo lo pezajo 
tre dì intrante giugnio. item ci die Orlandino di ssua mano soldi 
. XL . à kon Arnolfino .j. die anzi metzo giugnio. item diede Orlan- 
dino soldi .iij. ed à pagato in quiderdone de la ssu parte a Aldo- 
156 brandino per -^- giugnio. 

M.cc.xj. Guillielmo f. Gianni Guadangnuoli no die dare li- 
bre . XVJ . e soldi . xj . per buolongnini ke i demmo a Bolongna per lo 
mercato Sanbrocoli, e de pagare in kalende giunnio; se più stanno,. 
160 a .iiij. denari libre il messe. 

Jakopo Farisei ci à dato libre .xiij. avemmone da Gaglietta del 
Pekora tre libre e nove soldi, rekò Albizo a termine. item ci die 
Jako di ssua mano libre .iij. e soldi .xj. rekò Renaldo e Gianni. 
164 M.CC.XJ. Diede Bilicotzi no die dare libre .viiij. e soldi .xirj. 

e denari .iiij. per bolongnini ke i demmo a Bolongna per lo mercato 
Sanbrocoli, e de pagare in -4- matgio : se più sstanno, a . iiij . denari. 
Mainetto Tornaquici ci à dato libre .viiij. e soldi .xiij. e denari 
168 .iiij. pagelli per noi a Vinediko Prestazi ke li davavamo per Dello f. 
Maineti de lo Sscilinquato Konackede di rascìone Rinieri f. Orlandini 
di Lungarno. 

Risstoro Kafferelli no die dare soldi .x. ke li li prestammo per 
172 ispesa di Ristoro in sua mano. item in mano Ristori soldi .xx^ 

di : è posta in quaderno nuovo sotto sua ràscione. 

A Aldebrandino Kapi prestammo soldi . x . a Aldobra, disse che 
i dava ser Nikape (?) : posto sotto ràscione Kapi ove die avire. 



24 Libro di banchieri jìoreìitini, sec. xiii. 



Gerardo dell'Asino no die soldi .viij. bolongnini ke i prestammo: 176 
posto sotto sua rascione ove die avire Bentivegnia. 

Albertino del Ripajo die dare libre .xxxvij. e soldi .xvij. e de- 
nari . V . per questa rascione di dietro che dicie di sopra Uquicione 
Burneti, ke sso.... le sei libre e undici soldi, meno denari quattro 180 
di prode : sodammoli per -^ novembre. 

M . ce . XI . Donato f . Ciatferi e Quido de la spada no dino dare 
katuno in tucto libre .cvij. e soldi .vij. e denari .viij. per bulongnini 
ke i demmo in Bolongnia per lo mercato Sanbrocoli, e de pagare in 1S4 
kalende giunnio: se più stanno, a .iiij. denari libre il mese. 

Buonackolto Salintorri ci à dato libre . xviij . meno denari . xxvj : 
ebene mesere Aldobrandino f. Rinieri Foresi libre quattordeci per 
Simone Gianrolandi; e '1 kopimento rekò Albizo tredici intrante giù- 188 
gni, ke ne portone quatordici libre Rinieri f. Martinelli arciolajo. 
item ci die Rinieri Rinuci libre . xviij . meno denari . xxv . avemmone 
da Ckorbizo de la Pressa soldi cento diecie : rekò Jakopo ; e '1 kom- 
pimento rekò Giannozo a questo termine. 192 

Item diede per noi a Ttorsello Giungni libre .xviij. pagammo 
per Kapo tintore .viij. dì intrante giungno. item ci diede Donato 
libre .viiij. e soldi .x. rekolle Albizzo a quessto termine. item ci 
die Ciaffero di ssua mano libre .xviij. e soldi .xij. .xj. dì intrante 196 
giugnio. item die avire libre .xviij. meno denari .xxvi. ke i ci 
die Arrigo dell' Erro : levammo di ssua rascione ove dovea avire a 
termine. item die avire soldi . xl . per Karro orrafo : levammo dì 
rascione Quarnelleti f . Grigori . v . dì intrante luglio . item die 200 
per noi a l'Ackolto f. Ugeti da Ssan Firenzo libre . iiij . pagolli 
Donato f. Ciafferi .viiij. dì intrante luglio. item ci die Donato 
soldi . xxxij . e '1 prode de la sua parte a kó Tornaquici . viiij . 
dì intrante luglio. 204 

Serr Ackorri f . Pancosole no die dare libre . vj . di bolongnini 
ke li li prestoa Arnolfino a Bolongnia per San Brokolo. item 
ci die ser Ackorri soldi . cviiij . di pisani : rascionamo i bolongnini 
soldi due libre. 208 

M.cc.xi. Albertino Paganelli no die dare libre .xlij. e soldi, viiij. 
meno denari . ij . per rasione ke fue per San Brocoli, ke i diede Ar- 
nolfino a Bolongna; e '1 compimento de dare a Mainetto, e de pa- 
gare per San Pietro: rendemmo ad Albertino Paganelli soldi . cviiij . 212 
e denari .viij: posto ove die avire Quidalocto. 

Albertino Paganelli di giunnio ci à dato libre . vij . e denari 
.xxxiiij. rekò Tornaquici dal Vezoso dei Baroncielli in kalende se- 
tembre. item die avire soldi .viiij. per Taone, ke i ne skontammo 216 
per denari ke i davava Guicco del Konpangno . iiij . dì anzi ka- 
lende ottobre. 

207. VIS, pisani, v. la nota alla r. 13. 



SEC. XIII. Libro di banchieri fiorentini. 2 5 

Item die avire soldi . xlij . e denari . vij . per Ispinello di Kal- 
320 lemala quatro dì anzi kalende luglio. item ci die Taone libre 
. vij. e soldi . XV . rekò Albizzo da Rinuccino f. Alamanni Ansel- 
mini .viij. dì intrante luglio. 

Item ci die Dietesalvi f . Rodolfi di porte San Brankazo libre . iij . 
2,2A^ e soldi .viiij. meno denari .j. ebele Ugolino di Kosa de l'Abraccia 
del Garbo : a quessto termine. item die per noi a Bencivenni f. Gri- 
spingniani libre . x . pagava per Baldovino suo fratello tre dì anzi 
kalende agosto. 
3::S Item die avire libre .xij. e soldi .iij. e denari .viiij. per Gui- 

daloto di ssua rascione ove die avire. Taone ci à dato soldi .irij. 
e denari . ij . ed à pagato il quiderdone. item ci die Davidalo libre 

. iij . e soldi . xj : disse ke ne pagava Taone levammo di ssua 

332 rascione ove die avire. item ci die Taone libre . iiij : rekò Arnolfino 
da Rrinucino Simioni .viiij. dì intrante agosto. 

Item ci die Mainetto Tornaquici soldi . cv . e denari . ij : pagolli 
per noi a Buonaquida Bencivenni: disse ke i rendea de la rascione 
.23Ó ove l'avea sopra pagato Albertino .xviij. dì intrante agosto. 

Item ci die Kapitanio soldi . cv , e denari .j : ebeli Bonaquida 
Bencivenni .xj. anzi kalende settembre. 

Mainetto die dare libre . vij . e denari . xiij . per lo storamento 

240 di San Bran kolo. Maineto ci à dato soldi . xlviij . e denari 

. ij : posto ke die avire . . . che die dare tre 1 . . . . item die avire libre 
. iij . e soldi . XV . per rascione ke ssodammo, ke ci a . . . . avea sopra 
pagato in libro veckio. item die avire soldi . xxij. meno denari .... 
JJ44 per la rascione de le ciento cinquanta libre ke ssodammo. 

Mainetto Tornaquici no die dare libre . vij . e denari . xiij . per 
rascione di San Brocoli ke.... item die avire libre .vij. e soldi 

. xiij . per Rikovero f to : levammo di ssua rascione ove dovea 

J24S avire medaglie. 

Ristoro de l'Arlotto no die dare soldi . xviij . e denari . ij 

per rasione di San Brocoli. risstorammone a Mainetto soldi cinque. 
Risstoro ci à dato soldi . xx . bolongnini. 
252 Guidalotto Rustichelli da Somaja no die dare libre .xiij. e soldi 

.vj. per Attaviano Becki, ke i ci dava per Uquiccione Godini. 

Donosdeo Bengnoli ci à ddato libre . v . e soldi . xij . e denari .... : 
ebeli Albizo. 
:256 Item Guidalotto die avire libre .xnj; levammo di sua rascione 

a termine mo Ugetti da Buonackorri, nepote Ugetti Giambuoni. 

posto. rekò Riciardo soldi . xxxiiij . e denari . ij . 

Burnetto Godini die dare soldi . xiiij . per la parte Baldovillani 

360 del prode 

Kavalkante f. Kavalkanti no die dare libre .xlj. soldi .xiij. e 

323-327. Tutto questo paragrafo nel ms. fu cancellato. 



26 Libro di banchieri fiorentini. SEC. xiii. 



denari . ij . per libre quaranta e sei di bolongnini ke diede Arnolfino 
per lui a Bonizo Maltempo per lo ba . . . allo a venticinque denari 
libre. item ci die Jakopo Simoni libre .xlj. soldi .xiij. denari .ij: 264. 
pagolli per noi a Mainetto Tornaquici: davavamlili ne la rascione 
de le ciento cinquanta libre dell'Orfo. 

M.cc.xj. Lutieri Kalkagni no die dare libre .xliiij. e soldi 
.xj. per livre quaranta due, meno denari diciotto di nuovi k'ebbe 26S 
in Pisa a quindici denari libre undici dì intrante giugnio, e déne pa- 
gare .XJ. die intrante luglio. se più stanno, a .iiij. denari libre: 
disse ke ssono tra llui e Kardinale. item die dare Kardinale libre 
.xxiiij. e denari .xxx. per la rascione Rinucini f. Macene, ke so- 272 
dammo .xiij. dì intrante novembre. 

Lutieri ci à dato di ssua mano libre .ij. e soldi .x. e -4- tre- 
dici dì intrante luglio. item ci diede Kardinale libre . lj . soldi . xv . 
e denari .v. posto. 276. 

Item libre cinquanta di nuovi ke diede per noi a Quarneri f. 
Gajazzi di porte San Pietro, ke li fecie dare a Bernardo bankiere di 
Pisa . xiij . dì intrante novembre. item ci die Luttieri e Kardinale 
libre . XV . e soldi . xvj . e denari . viij . innanzi . virij . pergamene. 28» 

A Pacie f evino avemo prestato libre . iiij . meno denari . xxviij . 

ke li li diede Mainetto Tornaquici, ke i ci dava per l'Acbraccia del 
Gatto (?). item die dare denari .xxviij. ke i demmo in sua mano: 
disse ke i pagava nei panni suoi AUalbardo. 2S4. 

Pacie ci à dato libre .iiij: levammo di ssua rascione ove die 
avire per Alberto Rosso. 

In nomine Domini, amen. Arnolfino porta seco a la badia li- 
bre .ciij. e soldi .XV. di veronesi ke i tollemmo da Qualterotto. 2SS 
item porta libre . xxxj . di veronesi .... di cambio. item porta soldi 
. XX . di bolongnini perr ispese. montano i veronesi libre . lxxviij . 
item die dare libre .viiij. meno soldi .iij. ke le demmo per lui 
a Quaskonne f. Rineri libertini per lo storamento dei veronesi. 292 
posto ke die avire. item per Paganello del Garbo libre .lxxxx. 
e denari .xxv. item per lo Bene Prestasini libre .xlvij. e soldi 
. xvij . e denari . iij . item Buonessengnia de rAnquillaja libre . xlv. 
e soldi .iiij. e denari .j. item per ser Arrigo Rinieri Mediki libre 29(> 
. Lxxxxiiij . e soldi . v . e -^- item per Rugieri figliastro Buon- 
fantini libre .lxviiij. e soldi .xiij. e denari .iiij. item per Ar- 
rigo f . Rinieri Mediki libre . liij . e soldi . ij . item die dare per 
lo prode libre .xiirj. e soldi .iij. item per Bencivenni Kompagnio 300 
Quernieri soldi . xlvj . denari .... monta in tutto libre . diiij . e soldi 
.viiij. e denari .ij. item ravemmo tra ppagatori per quelli di 
Laska libre . diiij . e soldi . xij . 

Lutieri f. Ruffoli no die dare libre .iiij. per Benci di Buorgo ke 304. 
i ci dava per nuovi. posto che die avire. item die per noi a Kam- 
bio Minerbetti libre .iiij. 



SEC. XIII. Libro di banchieri fiorentini. 27 



Alberto f. Ubertini no die dare soldi .xxij. e denari .iiij. per 
30S due massasmutini. 

Ubertino ci à dato soldi . xxij . e denari . iiij . posto sotto sua ra- 
scione ove die: sì avea sopra pagato innanzi tre pergamene. 

M.cc.xj. Ridolfo f. Gualfredi de l'Anquillaja no die dare libre 
312 .xxxvij. e soldi .xiij. e denari .vij. per libre trentacinque di nuovi, 
ke i diede Aldobrandino in Pisa a diciotto denari per libre, ke li 
li diede . x . dì anzi kalende giunnio : e de pagare . x . dì anzi ka- 
lende lullio : se più sstanno, a . iiij . denari libre, quanto fosse nostra 
316 volontade. e s'elli non pagasse, si nno promise di pagare Jacopo 
Rickardini di porte del Duomo, prode e capitale quant'elli isstessero. 

Kieriko f. Gerardi Tornaquici e Bartolo de li Sstorna. item 

die dare soldi . xiij . per rascione k'avavamo sopra pagato Fierletto 
320 suo fratello. 

Donato f. Guidi Fanciellì ci à dato libre .xxij. e soldi .x. uno die 
anzi kalende lulio. avemmoli da Alberto Ubertini. posto. item ci 
diede il fornajo f. del Rosso del fornajo libre .viij. e denari .xxij: 

324 rekò cambio a questo termine. item ci die Gaglieta del Pekora libre 
. vij . e soldi . xiiij . ke i ne skointammo soldi diecie ke i davavamo 
per Konsiglio Kompagnio Dietiquardi di Borgo Salorenzi, e le sei li- 
bre tre soldi die per noi ad Amizo del Secka, e venti uno soldi an- 

325 noverò redita per lui. item diede redìta denari .viij. 

Kompagnio Soldi no die dare soldi . xxxviiij . per Uquicio f. 
Burnetti Godini per rascione ke ssodammo in libro veckio in kalende 
luglio. item die dare denari . xxx . per Baldovillano Dissotto. item 
332 die dare soldi sei per quiderdone. 

Kompagnio ci à dato soldi .xlviij: levammo di ssua rascione 
ove die avire per kalende marzo. 

Baldovillano Dissotto casa Burneti Godini no die dare soldi . xxv . 
336 e ~ per Uquicione f. Burneti Godini per rascione ke ssodammo in 

libro veckio ke Kompagno Fedi. Baldovillano ci à dato soldi 

. xxiij : rekò Aldobrandino. item ci die Kompagnio soldi . . . denari 
. xxx . posto ove die dare di sopra. 
340 M.CC.XJ. Jakopo f. Quidilungi no die dare libre .xij. e soldi 

. xviiij . per libre dodici di nuovi, ke i demmo a diciennove denari libre 
otto dì anzi kalende giugnio. posto. dene pagare otto dì anzi ka- 
lende lulio. si più stanno, sì no promise di dare per pena denari . iiij . 

344 de l'una livra infino in due mesi, e dai due mesi innanzi a . vj . denari li- 
bre quanto fosse nostra volontade. e s'ei no pagasse, si no promise 
di pagare Albizo Ar manni, prode e kapitale, quant' elli sstes- 
sero Isscilinquato Mainetti e Quernieri f. Quidi Quernieri. 

345 Bernardo Miadonne Diane ci à dato per Jacopo libre .xiij. e 
denari .xx: ebbeli Buonaguida Bencivenni per Guidotto Rustikuci. 

345. w.s\ promimise. 



28 Carta sarda del 1212. SEC. xiii. 



Guiglìelmo fratello Rinuccini Simioni die dare libre .iij. per bo- 
longnini, e dino pagare .v. dì anzi kalende agossto. se più sstanno, 
a denari .iiij. libre. se no pagasse, sì no promise di pagare Rinuc- 352 
cino, prode e kapitale. 

Bandino ci à dato . liiij . soldi per Quillielmo. posto. item ci 
à dato .XX. soldi del prode. 

Kirispino Attiglianti no die dare soldi . e . per la rascione del li- 356 
bro veckio, ke sopra pagammo ad Attigliante. 

Attigliante ci à ddato libre .iij. ke de avere i ssterlino e altro 
kambio. item Attigliante ci à ddato soldi . xxviij . e denari . iij : le- 
vammo di ssua rascione ove dovea avire. 360 

Bandino Ataviani die dare . liiij . soldi per Quillielmo fra- 
tello Rinucini. Bandino ci à dato soldi .liiij: rekò a Arnolfino. 

Attaviano Becki no die dare soldi . l . per la sua parte de la 
rascione di dietro .vj. pergamene, ke dicie di sopra Uquicione f. 364 
Burnetti Godini. 

Ataviano ci à dato soldi . xx . di ssua mano. item ci die Ata- 
viano soldi .xxx. di ssua mano, e '1 prode per deciembre. 



16. CARTA SARDA DEL 1212. 

Pisa, R. Archivio di Stato., fergamena originale, già edita mlt^Archiv io storico 
ita/i ano, ser. Ili, voi. XIII, f. 364.. 

In nomine Patris et Filli et Spiritus Sancti. amen. ego judigì 
Salusi de Lacon cun lilia mìa Benedicta per bolintate de donnu Deu 
potestando parti de Kalaris, fazzulla custa carta prò beni ki fazzu a 
onori de Deu et de sanctu Jorgi et de sanctu Gorgonii et de san- 4 
ctu Vitu martirus de Xristu, et prò remissioni de sus peccadus mius 
et de parentis mius, et prò pregu ki m'indi fegit candu andei ad 
Pisas donnu Albertu su abbadi de Gorgona et de Sanctu Vitu cun 
issus fradis suus. assolbulla sa domu de sanctu Jorgi de SeboUu, 8 
ki si clabat ad pusti su monasteriu de Gorgona et de sanctu Vitu, 
et assolbu sus serbus et is ankillas de cussa domu et totu sus homi- 
nis ki ant istari ad sirbitiu de cussa domu: ki non denti aligandu 
dadu ni issa domu, ni is serbus, ni is sirbidoris suus; ni ad juigi, 12 
ni ad curadori, ni ad majorì de scolca, ni ad armentariu, et ni ad 
peruna personi ki siat; nin per nomini de judigi, nin per nomini 
alienu; far ci siatsi libera et assolta, et icussa domu de sanctu Jorgi 
de SeboUu et totu sus hominis suus de non dari aligandu perunu 16 
dadu, nin prò personis, nin prò causa issoru peruna. et icustu beni 
ki apu fatu ad sa domu de sanctu Jorgi de Sebollu et ad totu sus 
hominis suus, de noUis lebari aligandu dadu, non apat balia nin pò- 



SEC. XIII. Cantico di S. Francesco d'Assisi. 29 

:o testadì perunu juigi et nin perima personi ki ad benni pust mei, a 
isfairillii ni ad minimarillu aligandu, cantu adi durari su seguili. et 
icustu beni fegi sendu in Pisas, in sa desia de sanctu Pedru ad vin- 
cula, ante stimonius Nigola nodajii et Barlecta de Luca filiu de Bru- 

24 nectu, Gualteroto tiliu de Gilardinu Castagnaccii, et Bandinu filiu 
de Bonajuncta de Philipu, et Brunectu filiu de Villanu Follaje. et 
sunt destimonius Pedru Darcedi, Barisoni Passagi et Gomita de Serra 
de Frailis. et est facta custa carta anno Domini .M.cc.xir, indictione 

25 .xiiir, sexto idus madii, habendumilla sa curadoria de Campidanu 
ad manu mia per logu Salbadori. et ki U'aet devertere apat ana- 
thama daba Padre et Filio et Sancto Spiritu, daba .xii. apostolos 
et . mi .°'' evangelistas, daba .xvi. prophetas et .xxrii. seniores, daba 

32 .cccxviii. sanctos patres, et sortem habeat cum Juda traditore in 
inferno inferiori. amen et fiat. 



17. CANTICO DI S. FRANCESCO D' ASSISI. 

Secondo la leggenda^ S. Francesco non scrisie^ ma detto ad uno dei suoi compagni 
questo cantico, il quale in sostanza è una parafrasi del salmo 148 in prosa rimata o asso- 
nanzata, e fu composto, pare, circa il 1224. Fonti del testo : i, il Cod. L . IT. m . 6 
della Comunale di Assisi, miscellaneo del sec. XIII XIV (A); 2-4, le Conformi- 
tà te s di Fra Bartolommeo da Pisa (ijSj), delle quali un ms. è il Cangiano C . Vili. 
2ig (C^), altro ms. era nel convento di Cortemaggiore (C^), e la prima stampa è di 
Milano, iSio (C^) ; * J.- 6, lo Sp e cu In m p e rfe e tio nis S. Fr ancisci (prima metà 
del sec. XV), di cui un ms. era nel Convento di Busseto (B), altro ms. è il n. 1330 
della Mazariniana di Parigi (M) ; 7-8, la così detta F r ancesc kina (seconda metà 
del sec. XV), di cui un ms. è nelt ex-convento delV Annunziata di Norcia (N), e altro è 
nella Comunale di Perugia (P). V. Affò, Dei Cantici volgari di S. Fran- 
cesco d'Assisi, Guastalla, f777 ; Boehmer, Romanische Studien, I, 118 ; A. Rossi, 
Il Cantico del sole in quattro diverse lezioni, Foligno, 1882**. 

INCIPIUNT LAUDES CREATURARUM 

QUAS FECIT BEATUS' PRAXCISCUS AD LAUDEM ET HONOREIM DEI 

CUM ESSET INFIR3IUS AD SAXCTUM DAMIAXUM. 

/Vltissimu, onnipotente, bon signore, 
tue so le laude la gloria e l'onore et onne benedictione. 
Ad te solo, altissimo, se konfano ^.fl^-^^ ^' 
et nuUu homo ene dignu te mentovare. 

La rubrica Incipiunt — Dainianum manca in BOCT-OMNP 1. Altissimo BC^C-C^MNP 

onipotente BC^M oninipotente C et potente P et bone et potente N sengore C 2. tee M 

toi N tuoe P sonno NP sompno M sono B son C^C-C^ le gloria M et BNP, manca in C 

lo honore C-^iV lenore M e BC-C^ ogne BC-P ogni OC~N benedicione M 3. A BC^ 

altissimo soppresso in BOC-C^M, sostituito da signore in JVP si C confano C-* confanno BC'^MN 

confonno P confcinno C 4. e BC^ M nullus M nullo BOC^(?NP e BC^C^C^MNP 

dignus M digno C^C^ degno BC^NP te manca in P de C de te BN mentoriare M menzo- 

nare C* non trovare B nominare N nominarte O 

* A cura di Gottardo Ponzio. ** Della lezione datane dal Crcscimbeni non 

tenni conto, perché quella non riproduce alcun ms, ed è nient' altro eie un rifacimento del 



30 Cantico di S. Francesco d'Assisi. sec. xiii. 



Laudato sie, mi sicrnore, cum tucte le tue creature 
spetialmente messor lo frate sole, 
lo quale jorna , et allumini per lui ; 

Et ellu è bellu e radiante cum grande splendore ; 8 

de te, altissimo, porta significatione. 

Laudato si, mi signore, per sora luna e le stelle, 
in celu r ài formate clarite et pretiose et belle. 

Laudato si, mi signore, per frate vento 12 

et per aere et nubilo et sereno et onne tempo, 
per le quale a le tue creature dai sustentamento. 

Laudato si, mi signore, per sor acqua, \,,»; 

la quale è multo utile et humele et pretiosa et casta. 16 

Laudato si, mi signore, per frate focu, 
per lo quale ennallumini la nocte, 
ed elio è bello et jucundo et robustoso et forte. 

Laudato si, mi signore, per sora nostra matre terra, 20 

la quale ne sustenta et governa 
et produce diversi fructi con coloriti fiori et herba. 

5. Laudatu jl/laodatoO sia C^C-C^ sii M &\ B sì tu NP mio NP meo M \non B dio 

mio C^C^C^ singiore C con OC^C^NP tutte PCP twta C^ O^ le tee M \e. tuo C le NP 

6. specialmente C^C specìalimente C specialamentu M raesser C^C^ nieser /• misser JV niiser B 

misyer C misìer Af lu frate jI/ frate lo jV 7. lu quale M \\ quale C^C aquaile C iorno 

A giorna BOC^ il giorno C^ lo di NP et manca in C^MNP e BC^ alumini J/ allumina C 

alumena P aluinina B illumina C'^N per loi A nui per lui BC^M noi per lui C noy per lume C 

8. Et manca in B elio C'C^C^NP illu J/ esso B bello BC^C^C^NP buUu M et C^MNP 

manca in C- con C'C-NP granC gravi C- 9. di te TV de ti vi/" altissinni M signore 

C-C §engore C signifficacione J/ la significatione C'C- 10-11. mancano in Af 10. sia 

OC^C'^JVP mio C^CW^ mon B el mio NP suor C-» siior C^C^ soror B et C-C^NP per 

le BC^C^NP 11. in celo C in cielo BC^ che in celo NP il quale in cielo C> la CC^ le ai 

B le hai C^ ha NP formato C C^ chiarite N et chiarite P chiare BC^C-C^ e C'OC 

pretiose vianca in C'C-C^ et malica in BC^C-C 12. Laudatu M sia C^C-C^NP sii M 

mio C^C'O meo M mon B lo mio P el mio N per due volte in C venture M 13. e jP 

C^C-M laire C^C-C^ layre 7VP e C'J/, »«a«ca «« BC-NP nuvolo OCJ nudo O nugolo TVP 

e BC^M, manca in C sreno O, manca in C* e ^C*, manca in C^ omne BMP omni C ognie 

C'* ogni C- rfo/o tempo C* agg-iunge sereno 14. per lo quale AB per le quali C* per la 

quail C alle CJ/ a C^ toi iV tuoe P creature tue M day MP, premesso ad a le in C^C^O 

substentamento N sustentamintu M sostentamento C^P 15. manca in B Laudatu M sia 

C^C-ONP sii M mio C^OC^ meo J/ el mio A^ lo mio P sora iV suora P suor C^C-» siior O 

soror M aquaC'C^C» 16. manca in B la qual M multu yJ/" molto C'C'T-'/' e C'C-, 

manca in NP hxxmìie A C^C^MN i. C^ C\ manca in N preciosa C CM/ & C'^C* 17. Lau- 

datu M sia C^C'CNP sii Af mio C'C-'C-» meo Af mon ^ el mio iV lo mio P singnore C 

focho C fuoco BC'-NP fuocho C 18. per lu qual AI per le quale C nalumena P ne illu- 

mina iV tu alumini BC- tu allumini AI tu illumini C'C- la notte P et BC^AfNP fi C^C* 

ilio J/, manca in B bullu il/ e C^C-Af, manca in BN 19. zocundo iW iocondo P e BC^C* 

Af, manca in P robustissimo BC^C-C- robustissimu Af robusto NP che lo pospongono a forte 

e BC^C 20. Laudatu AI sia C^C-C^NP sii Af mio C'C-'C meo Af mon .ff el mio N 

lo mio /* singnore C sorore .ff soror AT, manca in C^C-C^ madre BC'C-C^ 21. ne] 

ce NP noi C sostenta BCW^AfNP e BC^C^Af 22. e /fC'C» produci C'C^iV di- 

versa C» frutti P con] e ^C-' et C'C^J/" fiori BC^C^C^NP e jPC'C* 

bolognese Orazio Dìo /a. Costui, traducendo in italiano ie Croniche di Fra Marco da 
Lisbona, ritradusse anche il Cantico di S. Francesco, che l) era stato xioltato in porto- 
ffhese, e fece ciò, si noti bene, lavorando, non sulla versione portoghese, bcns) sopra una 
riduzione di essa in castigliano : di ff^uisa che il testo del Crescimbeni, riprodotto anche 
nei Poeti del primo secolo, rappresenterebbe una traduzione di traduzione (V al- 
tra traduzione! V. Affò, op. cit. pag, 43. 



SEC. xiir. Carta sangemignanese del I22y. 31 

Laudato si, mi signore, per quilli ke perdonano per 
24 et sostengo infirmitate et tribulationeH'- ' [lo tuo amore 

beati quilli ke sosterrano in pace, 

ka da te, altissimo, sirano incoronati. 

Laudato si, mi signore, per sora nostra morte corporale, 
28 da la quale nullu homo vivente pò skappare; 

guai a quilli ke morrano ne le peccata mortali; 

beati quilli ke se trovarà ne le tue sanctissime voluntati, 

ka la morte secunda noi farrà male. 
32 Laudate et benedicete mi signore et rengratiate 

et serviteli cum grande liumilitate. 

23. Laudati! M sia OC-C^NP sii M mio C^C-C> meo M men B el mio TV lo mio P 

quelli AC^ tucti quelli A'' tutti quilli P, manca in C che BOC^NP, manca in C- perdonati C C^ 

perdona M per tuo C^ tuo C per loro M per suo NP 24. e BC^C-M sostengono BJVP 

sostene C-'J/" soestene C^C^ infirmitade CC^C-'iV infermitate MP, manca in B e C'^ tribu'a- 

cione J/, manca in B 25. quelli AC, manca in B che lo CC che le MNP che C so- 

sterranno P sosterranon M sostenerano C^ sostegnerano C^ sustentano C portano N, manca in B 

26. ke M che BCC-C^NP da ti BO serano C-C scranno BNP serando M scranno C> 

27. Lauda M sia CC^C sii jW si tu NP mio CC^CNP meo M mon B suor CC^C soror 
BM nostra, manca in B 2%. nnWo BCC^CNP può OC^C^ scampare ^C'C» ^l/A^P cam- 
pare O 29. manca in CC ; gaiai J/Et guay NP ac A ad NP quelli AC-^ quello B che 
BC^NP, manca in M morranno P morerando N more BC , manca in M ne le] in BCN col P, 
manca in M peccato mortale BC NP, manca in M 30. manca in B Beati quelli AC , manca in 
M, Et beato quello NP che CC-CNP se man: a in A troverà P trova il/ trovano C^C-C 
nelle CP nello C in le M tuoe P toe C M toi TV tuo C^ suo C sanctissimo C santissimo C^ 
sancte NP voluntadi C volontadi C^ voluntate M voluntade C-^N volontade P 31. manca in B 
T<.e M che CC'-C^ Però che NP seconda C'C-^CiA^P secondo M non li C'C-C'iV non gli P farà 
iVPporà fare^/porà far C poterà far C podra fare C 32. manca tn B Laudato C e C be- 
nedicite C^J/ benediate C mio C'CC^ lumeo J/ lo mio P el mio iV singnor^ C e C'C^ 
Tegratiate C' ringratiate C ringratiati C^ engratiate M rengratiatelo NP 33. manca in B e C' 
C-'J/ serviateli A servitelo P servite a lui C C-jK/" serviti a lui C con C'CNP humilitads C- 
C'NP in fine NP aggiungono Amen. 

23. Questo verso nelle Con formi la ies è preceduto dalle seguenti parole: Sequen- 
tem versiim fecit beatus Franciscus et prefatis addidit quando coram episcopo Assisiì 
et Potestate fecit prefatas laudes decantari, ut ad concordiam venirent: quod et fac- 
tum est. 27. A questo verso le Conformitates recano quest^altra nota: Istum 
versum sequentem apposuit beatus Franciscus quando sibi de die mortis sue a Christo 
revelatuni fuit. 33. I mss. della Fr ance s china recano dopo Phrcì^xv questa nota: 
Era lo spiritu de sancto Francesco, quando fece quisto cantico, in tanta dolcezza, che 
voleva mandare per frate Pacifico, che era maestro de versi et de canto , acciò che 
li frati lo cantassero et andassero per lo mundo predicando et laudando Dio. 



18. CARTA SANGEMIGNANESE DEL 1227. 

Di sulf originale, esistente nelV Archivio di Stato in Firenze, edita da E. G. Parodi 
nel Giorn. stor. d. letter . ital. A', i()4. 

iVlESSERE Rugiri e Frederigo e Arigo anno tolto i tenuta una vi- 
gna elio via di soto, e di sopra est via, da l'uno lato este Prete e 
da l'atro est Aldobrandino Galigiani. item anno tolto una peca di 



32 Formole epistolari di G. Pava. sec. xiir. 

terra, la quale est posta in Calcinaja, che di sopera est Fidanca e da . 4 
l'atro lato, e est Martino da' monti, e da Tato lato è Fidaca, e di 
soto Atavante e /ilioli Guitocini da colle. item anno tolto una peca 
di terra, de la quale è data Alperino, ch'è di soto e di sopra , e est 
messere Rinieri dell'oche, che da l'uno latoro est Martino da' monti e s 
da l'atoro lato est via. item anno tolto uno bosco mandria, el quale 
è di sopra Galgano e Biro Balsafolle, e da l'atro lato è Fidanca, e 
da l'atro lato el Santo. item anno tolto i Tavernolone una peca 
di terra, cha di sotto est Martino da' monti e di sopra est via e da ir 
lato via e da l'atro lato è Martino da' monti. item a li Piane vuna 
peca di terra, la quale est via di soto e mesere Atavante , e di 
sopra est via e da lato Piero Balsafolle e da l 'atro lato messere 
Atavante. item ne li Costi una peca di terra, che di sopra est lO 
Aldobrando e di sotto est via da l'un lato e est filioli Geradini da 
Mottechi. item a li Vetrocelle una peca di terra ch'è di sottuo 
Aldobrando e da lato est Piro BasavoUe e da l'atro lato Atavante: 
testimonio Bonisegna filiolo Titi, e Gunta fiolo Rafali, e Gunta filiolo 20 
Jovanni. 

4. est] mx. et 19. lato] ins, laro 



19. FORMOLE EPISTOLARI 
DEL MAESTRO GUIDO FAVA DA BOLOGNA. 

Queste formale si leggono nella D oc tr ina ad t nve ni endas, inci p i e nda s et 
for mandas tnaterias, composta dal maestro Guido Faba o Fava circa il i32g in 
Bologna., e, secondo due mss. del sec. X^IH, esistenti tiella Biblioteca di Alonaco in Ba- 
viera., 234gj (A) e 16124 (B), pubblicata nel t. IX dei ^uellen zur b ayerischen 
und deutchen Geschichte , M'ilnchcn, i86j. Di una nuova collazione d^anibedue t 
testi debbo ringraziare il prof. W. Meyer di Spira. Sì V uno che V altro testo presen- 
tano frequenti errori., ma dal confronto delle lezioni è facile eruire l^ emendamento. 

AI. B 

JVlANDEMO a vui supto pena IVlandemo a vui supto pena 

de scomunegaxone, che no deipae de scomunegaxone, che no deipae 

fare cum l'emperatore alcuna cura fare cum l'emperatore alcuna cura 

o conpagnia contra Lombardi e la u copagna contra Lombardi e la 4. 

glesia de Roma. desia de Roma. 

II. 

Pregar ms ve convene vui tan- Pregar me ve con vene vui tan- 
to spessa fiade, k'a me rencrexe; to spisso fiada, ch'a me rencrexe; 
e no ferave da sufrire, se no ke & no serave de suffrete, se no che 
r amistrà deo de tanta virtute, 1' amistade è de tanta vìrtude, 4 



SEe. XIII. 



Fornwle epistolari di G. Fava. 



33 



ke tute le consse sustene patiente 
mente. unde qualora e' ve man- 
darò le mee littere, s'ella sera meo 
caro amigo, elle ut farà cutalle sì- 
gno; & per lu' farle quello che 
per la mia persona. e s'el signo 
noi sera, io ve caregà del fado, 
mandar li podrie bone parole & 
benigna respoxione. 



ke tute loco se sustine patiente 
mente. unde qualora e' v'aman- 
darò le mee littere, s'elo sera me' 
caro amigo, eo farò cutale si- 
gno; & per lue farle quello ke 
per la mia persona, e s' el segno 
noi sera, no ve caregà del fato, 
mandare le poduice bone parole e 
benigna responsione. 



III. 



Supplica la mia parvitate a la 
vostra segnoria devota mente, ke 
vui per De e per lo nostro hono- 
re, segunda le vostra forca, eh' è 
sufficiente in questa parte, vngla 
dare overa co possa avere officio 
in Comune. 



Suplica la mia parvitae a la 
vostra segnoria devota mente, ke 
vui per Deo & per lo vostro hono- 
re, secundo la vostra torta, chi è 
sufficiente in questa parte, voglae 
dare overa ke possan avere officio 
in lo Comuno. 



mi. 



Ad vui, sicomo ad altro meo 
deo in terra, in lo qual è onne una 
fidiuca, segura mente recurro in le 
mie necessitade ; sperando eh' eo 
non podrave essere offenso u grau- 
do da alcuno homo u persona, schi 
ella vostro potencia defensando. 



V. 



Da la vostra boutade segura 
mente adoiando ay torio & consegio 
per me & per le me amixi e signure, 
e per l'amore che ene tra nui & 
per la liberalitade che ene in vui» 
& per chello que fareve omni die 
per la vostra persona co che po- 
desse, e ve plaxe recevere & a- 
dommadare. 



Ad vui, sicomo ad altro meo 
deo in terra, è omne mia fidan- 
za , secura mente recurro in le mie 
necessitae ; sperando ko e' non po- 
ravi esere offeso u gravado da 
alcuno homo u persona, sì che la 
vostra potencia defendando. 



De la vostra bontae segura 
mente domando aytorio & consi- 
glo e per mi & per li mei amise e 
signure, & per l'amore che è tra 
nui, & per la qualitate ke è in 
vui, & per quello che farave omni 
die per la vostra persona, & che 
podesse recevere & adomandare. 



VI. 



Quando e' voge la vostra splen- 
diente persona per laude alegreca 



Quando eo vego la vostra splen- 
diente persona per grande alegre- 



34 



Pormole epistolàri di G. Pava, 



SEC. xnr. 



me par che sia in paradiso ; se me 
prende lo vostro amore, donna 
cencore, sovra omne bella. 



B 

ce me pare ke sia in paradiso ; sì 
me prende la vostro amore, dona 
censore, sovra omne bella. 



VII. 



Vollesse Deo, che fosse tanto 
e talle in persona & in avere, k'eo 
digna mente podesse servire a vui 
sicomo a ssegnore, lo quale ene 
vero consiglo agl'amisi & seguro 
refugio ar soi fidelli. 



Volesse Deo, ke fose tanto & 
tale in persona & in avere, k' eo 
digna mente podesse servire a vui 
sicomo a segnore, lo quale è vero 
consiglo agi' amisi e segure refu- 
gio ai sei fideli. 



Vili. 



Forte mente ne dolemo de le 
vostro adversitade; lo bene & al- 
tro, quando a vui appare, reputan- 
do nostro speciale, sicomo de bo- 
no amigo e de persona ke è da a- 
mare & honorare per la sua bon- 
tade. 



Forte mente ne dolemo de la 
vostra aversi de; lo bene & l'atro, 
quando a vui appare, reputando 
nostro speciale, sicomo de bono 
amigo & de persone ke è da a- 
mare & honorare per la soa bon- 
tade. 



Villi. 



Troppo ene grande chosa, in 
quello che l'omo de fare, essere 
ajutudo a eoe che le vicende no- 
stre u altre possano avere debito 
complemento. 



Ava fìada u tre de 1' omo re- 
chedede lo soe amigo; e s'ello non 
responde u no volle satisfare a lea 
domandaxone, possa po' fare la 
sua voluntade. 



Tropo ene grande cosa, in quel- 
lo che l'omo de fare, esere a 
zoe ke le vixende nostre u al- 
true posano avero debito comple- 
mento. 



X. 



Qua fiada u trec de 1' omo re- 
cordare lo soe amico ; e s' el no 
esponde u no vole satisfare a la 
domandasone, poxe po' fare la sua 
voluntae. 



XI. 



Scicomo eo son tenudo, omne 
tempo voglo essere al vostro ser- 
vici©, & placa a Deo dare a me 
gratia et forca de fare quelle cose 
ke a vui sotiano a plaxare. 



Sicomo eo son tenudo, omne 
tempo voglo esere al vostro ser- 
vicio, «& plasia a Deo dare a mie 
gracia e forca de fare quelle cosse 
r' a vui stiane a plaxere. 



SEC. XIII. 



Lauda del 12 jj. 



35 



XII. 



B 



Hoc miravegla se l'uno homo 
no vole seccurrere a 1' altro in la 
necessìtade. ka per le peccare no- 
stre la fé è perduta in terra & no 
se trova la verità levemente in 
questo mundo. 



o e miravegia si l omo no 
vele succurrere a l'altro in neces- 
sitate, ka per le pecade nostre 
la fede è perduta in terra e no 
sse trova veritade levemente in 
questo mundo. 



XIII. 



Em per quello che tu è homo 
digno de multo honore & semper 
fusti nostro amigo speciale, vole- 
mo a li to pregi e demandaxone 
satisfar voluntera. 



En per quello che tu è homo 
digno de multo honore & semper 
fuisti nostro amigo speciale, vole- 
mo a li toi pregi e domandaxone 
satisfare voluntera. 



XIIII. 



Quamvisdeo che tu scia bon- 

taso homo vel a persona, tamen 

non die troppo currere, saypando 

4 eh' el savere unice la prodeca. 



Quamvisdeo che tu sei bon- 
tadose homo quela a, tamen non 
die tropo currere, sapiando ch'el 
save vice la prodeca. 



XV. 



Cun co sia consa eh' el bono 
amigo sia meglio che Ilo re' pa- 
rente, la vostra amistate voglio 
tenire cara, cognoscando inutile 
essere lo stranio parentado. 



Cum co sia cosa eh' el bono 
amigo scia meglio ka lo re' pa- 
rente, la vostra amistade voglo 
tenere cara, inutile cognoscando 
essere la stroma parentede. 



20. LAUDA DEL 1233. 

Da ila Cronaca di Riccardo da San Germano, il cui ms. autografo conservasi ?iella 
Biblioteca di Montecassino. 

Eodem mense [junii 1233] quidam frater J. vili contectus tegmine, tamquam de 
ordine fratrum minorum, ad Sanctum Germanum veniens, cum cornu quodam convo- 
cabat populum, et alta voce cantabat tertio Alleluia, et omnes respondebant Alle- 
4 luja; et ipse consequenter dicebat: 

Jdenedictu laudatu et glorificatu lu Patre, 
benedictu laudatu et glorificatu lu Fillu, 
benedictu laudatu et glorificatu lu Spiritu Sanctu. 
8 AUeluja, gloriosa Donna. 



hoc idem alta voce respondentibus pueris, qui erant presentes. 



36 Ricordi di Matasala senese. sec. xiii. 



21. RICORDI DI MATASALA DI SPINELLO SENESE, 

1233-43. 

Siena, Biblioteca Comunale, Cod. A. III. 32, ms, originale; G. Milanesi, Archivio 
storico italiano, ser. I, appena. V, 23-^2. Estratti; collazionati da Eurico Moltem. 

Anno Domini . m . ce . xxxiii . in kalen decenbre. cheste sono le 
sspese fatte del mese di dicenbre per la chasa.... 

Item .V. soldi meco .iii. denari nei chalcari di mona Moschada, 
del mese di magio. item .xiiij. denari rachonciatura il farseto di 4 
Spinello. item . iiij . soldi e . ij . denari che si die in pano curatura. 
item . II . soldi cucitura il farseto di Matasala. item . v . soldi nel 
talamacio. item .vii. che si die ne la soprasberga di Matasala. 
item .mi. soldi per due paja di maniche di madona Moschada, di 8 
banbascino. item . xxiii . soldi che si die nel bambascino di mona 
Moschada. item .xxi. soldi per lo banbascino de la f ancella. item 
.XXXII. denari in ceri per sante Marie d'agosto. 

Chesto è del mese d'otobre. in prima .v. soldi ne le maniche 12 
di mona Moschada. item . 11 . e . vi . denari nei chalcari di Mata- 
sala. item . XV . soldi che demo in . vii . staja di sale, che mandamo 
a Ferchole per eso. item . iiij . soldi e . 11 . denari ranchonciatura il 
pillicione di madona Moschada. item .11. soldi e .vi. denari nei 16 
chalcari di madona Moschada. item .111. soldi in uno pajo di cha- 
poni che mandoje madona Moschada, che mandoje a la suoro cuando 
Aldobrando murio. item . xii . denari rachonciatura le pelli di mona 
Moschada .... 20 

Chesto ene del mese di genajo [m . ce . xxxiiii .] in prima . xxxvii . 
soldi per uno porco che véne da monte Grosoli, che nel fece venire 
mesere Pepo, per dispesa de la chasa. item . v . soldi e . in . denari 
ne le maniche di madona Moschada . item . mi . e . vi . denari nel 24 
mantello di madona Moschada ; che le tre livre e tre soldi e sei de- 
nari si fue di vino che si vendeo, e gli atri si fue di grano. item 
. XXVI . denari in una libra di candela che si benedisse per sante Ma- 
rie candelorio, per la casa. item . mi . soldi meno . mi . denari in 2S 
panno tegnitura de la coltre de li fanti. item .11. soldi che si die 
per l'amor Dio : che di cheli cinque soldi si ne die li due .... e sei ne 
la coltre de le fancelle. item . xiii . soldi e . in . denari, i quali de- 
nari si die in uno porcellino per dispesa de la chasa del messe di mar- 32 
co. item . VI . soldi e . vi . denari per dispesa de la chasa n uno pajo 
di calcari de la fancella. item . xviii . denari inn uno pajo di chalcari 
solatura di madona Moschada. item .11. soldi e .111. denari per car- 
ne, di pasqua, dispessi. item . 11 . soldi per dispesa de la chasa, che 36 

3. soldi] nel ms. s, e così sempre. meco] nel ms, m. e così sempre. denari] nel 
ms. d. e così sempre. 25. livre] il ms. qui ha 1. ma altrove livre. 



SEC. XIII. Ricordi di Matasala senese. 



si diero in palgla. item .vili, denari in uno catino per dispesa, 
item .XII. soldi e .vi. denari che die madona Moschada in trenta bra- 
cia di tovalie tesitura. item . v . soldi meco . mi . denari ne li calchari 

40 di madona Moschada e ne li Matasala. item .1. livra meco .xxxiiii. 
denari ne li pani di Matasala. item .11. soldi tra in cope e inn una 
guastarda .... 

Chesto ene del mese di lulglo. in primis . iii . soldi meco . 11 . 

44 denari in polastri, per dispesa. item . v . soldi meco . mi . denari 
per dispesa di lengna. item .vini, some di lengna, .vi. soldi per 
dispesa. item . iii . soldi meco . mi . denari in . mi . some recatura 
di Selva di Lago. item .xv. denari in uno pajo di chalcari di ma- 

48 dona. item . vi . soldi in due bichieri per dispesa. item . 11 . soldi 
meco .III. denari per dispesa in panno curatura. item .m. soldi 
meco .11. denari in ceri pe sante Marie. item .111. soldi in uno ca- 
pello di feltro per Matasala. item . xi . denari in due bende tesitura 

52 per dispesa. item .xviii. denari per dispesa in istovelie de la chasa 
in copi e in orcuoli. item .vili, soldi che si diero ne li osati di 
Matasala. item .v. soldi in una caldaneta. item .vi. soldi e .vii. 
denari nel vestimento di Matasala. item . in . soldi per dispesa, che 

56 demo, menatura de lo mulo. item . xvii . soldi meco . 11 . denari ne 
la guaracia di Spinelo per dispesa. item . xl . soldi i quali si diero 
in uno porco per dispesa. item . v . soldi e . in . denari per dispesa 
in polli. 

60 Cheste sono dispese de la chasa a minuto da chine' in drietro .... 

Anno Domini . m . ce. xxxviii . in kalen di f ebrajo, a la signoria 

d'Orlando di Lupo podestà di Siena. sì à dato madona Moschada 

e Matasala lo mulino di Paternostro ad afito a lo priore di san Villo 

64 per . VII . mogia, meno . vi . stajà di grano, di chieduno anno, ed ene 
richolta chiuso da san Cristofano, del deto afito. e ano inpromesso 
di rechare a loro dispese overo grano overo farina, per ciasceduno 
mese, tredici staja e meco o di grano o di farina, qual noi piacese ; 

68 a pena del dopio. la pena data, lo contrato tenere fermo. e Ma- 
tasala inpromise dì fare, se la chasa si discipasse, di farla a le sue 
spese per la sua parte; e, se bisciogno v'avesse macine, per la sua 
parte, di rechàvile a le sue dispese fino al mulino, e di murare lo 

72 petorale a le mie dispese. e se infra chesto tenpo eli non maci- 
nasse lo mulino, Matasala lo perfarà, overo di deto afito o tanto ten- 
po quanto eli fusse istato comodamente, ch'eli no avese macinato lo 
deto mulino. e se lo stechato si disfacese per aqua o per altro fare 

76 del mulino, lo deto priore lo die rifare de legname comunale a le 
sue dispese. ed eli die fare, lo deto priore, tute l'altre dispese ne- 
cesarie che vi sono bisciogno al deto mulino. e charta n'apare di 
cheste cose da qui 'n suso per mano d' Arigo notajo, e testimonio n' è 

79. notajo] /■/ testo not. 



38 • Ricordi di Matasaìa senese. sec. xiii. 



de le dete cose di sopra Talìacapo Aldobrandino, et Aldobrandino 80 
Guido da Fogne, e Bernardo Vitali, e Bartolomejo Talomejo 

Anno Domini .m . ce . xxxiii . da genajo in drieto, per un ano, a 
r escita da la signoria di Gullielmo Amati si à uti sere Lambertino 
de le piscioni di Val di Montone . lv . soldi per lo deto ano da Mata- 84 
sala, per la quarta parte d'undici libre che si richoliano alota di Val 
di Montone per Lanbertino 

Avemo fata racone del grano che si richolse al tenpo di Ber- 
nardino di Pio seconda volta podestà di Siena, d'agosto, che è rimaso 88 
da genajo inanci, a la signoria d'Alberto dal Canale, ch^ è . vii . mogia 
e . xiif . staja di grano, sencia lo grano che riviene dal mulino, che 
chore anno xli .... 

Anno Domini .m. cc.xl item .xxii. soldi et .iiij. denari 93 

dispesi al bagno... item .xiiii. soldi meco .11. denari per la la- 
vorascione de la cortigela .... e sono dispesi nel coreto di Matasa- 
ìa ... . item . II . soldi in uno coltelo da desco. item . iii . soldi in 
una maca di fero, di Matasaìa. item .vi. soldi in pano tegnitura. 95 
item .III. soldi in due charte. item .11. soldi in uno roncino a ve- 
tura. item . c.xii . soldi ne li pani di Matasaìa, di verno, contiati li 

denari de le chalce di Matasaìa e la guaracia item . xii . staja di 

grano che si trase de l'arcile, che si macinò, che si die per l'amore 100 
di Dio, per anima di fratelma a l'anovale 

Anno Domini .m. ce. xli. del mese di genajo, per la signoria d'Al- 
berto dal Canale, a le dispese in denari. in primis . e . soldi, li quali 
denari die Matasaìa a Viviani del donichato, sindaco de le done di 104 
santa Petornela, e a frate Tomascino ; e dielili mec' edima a meco ge- 
najo, e chiamosine pagato; e aparne charta per mano sere Arigo 

notajo ; e fuoro de li denari de la tera che si vendeo item 

.Liiij. soldi dispesi in uno convito che f eci a cognatoma . . . . 108 

Abo fata racone che lo grano che si richolse al tenpo Bernar- 
dino di Pio, che soperchiò al tenpo Alberto da lo Ganale, eh' è tuto 
venduto e jmanichato. lo venduto si è sete mogia e uno iscafio di 
grano, senca quelo del mulino, e senca tre scafia, che die madona Ce- n^ 
ma li denari a li frati Predicatori per noi. item .vi. soldi e .1111. 
denari del majestro Rainieri dispesi a minuto, contiati sedici denari 
di legni eh' à ne la sua butiga. 

In nomini Domini, amen. per la signoria Alberto dal Canale sì 116 
avemo da la badia a san Donato diece staja di grano, a missere Me- 
colonbardo de la Scuarcia; ed ebelo tredici die a l'escita d'otobre; e 
uno stajo di grano n' ebe Cristofano giolare , di chele diece ; e dello 
che choriva ano quaranta e due. 120 

Item .XX. soldi dispesi a minuto: e li oto soldi si diero a Corso 
cuocho, e li altri si dispesero per pasqua di ciepo. item .xx. soldi 



117. a missere] sottintendi date 



SEC. XIII. Ricordi di Matasala senese. 



in uno elmo di cuojo di Matasala, de li denari del fondaco item 

i24 .VI. soldi e .VI. denari, die Renaldo de la Porta, in mele e pepe e 

in gruogo per Ognesanti, e in uno cero d'oto oncie per sant'Andrea — 

Item uno mogio di grano trato de l'archeta, venduto d'aprile 

.1. soldo; e dierosi a la balia del citolo cinque soldi, e dicioto soldi 

128 al majestro eh' aitò a Paternostro e a li manovali, e dispesi a minu- 
to vinti e sete soldi e dierosi a Signoreto diece e nuove soldi 

per lo porco eh' eli prestò. e dierosili cinque soldi in uno freno , 
e cinque soldi in due paja di speroni e due soldi in anona 

132 Anno Domini . m . ce . xxxviii . in kalendis genuari, a la signoria di 

Pietro Parenci potestà di Siena. queste sono le spese de li filinoli 
Spinelli Matasala in denari. item . xx . soldi donati alla cognata sere 
Vesconti giudice. item .viii. soldi in lino per la casa. item .\a, 

136 soldi in uno porco che si comprò di genajo. item .11. soldi Adala- 
scia fancella per dispesa. item .vini, soldi in lino per la casa, 
item .XXII. soldi, li quali denari à dati Matasala a Mafejo del Gre- 
ci© per domino Pandolfino Bartalomeo de la soma de le tre livre, e 

140 venti e nuove denari. si chiamò pagato, e aparne charta per mano 
sere Arigo notajo ; ed ebeli lunidie . x . die a l' eseita di genajo ; e 
tue per nove braccia di stanforte verdello, e uno quaro ch'ebe mi- 
sere Pandolfino. item . 11 . soldi ne la chonpagna di Matasala. item 

144 .11. soldi nel nasale item .xxvii. soldi, li quali prestai sopra 

a l'asbergo d'Arnolfo Qualenghi per l'oste di Marema item 

.XX. soldi per dispesa a minuto de la semana di sant'Andrea 

item . XVII . soldi e . 11 . denari ne le bustora d' Ugulinella. item . xiiii . 

145 soldi ne la bote achonciatura . . . . item .xxx. soldi in due cerave- 

liere per Matasala e per Spinello item . xxv . soldi donati a la 

molle di Rico item .111. livre e .11. soldi, i quali biscacò Spi- 
nello, del f ondacho item . xiii . staja di grano à dato Buonamico 

152 e Orlandino a Matasala martidie .vi. a l'entrante di marco, in fari- 
na, item . xii . staja di grano à dato a Buonamico e Orlandino, Ma- 
tasala, venardie santio, a meco aprile, in farina. item . xii . staja di 
grano à dato Buonamicho a Matasala la primaja domenicha d'otobre.... 

156 Anno Domini .m.cc. xxxviii. a l'entrante d'otobre .xiii. die, a 

la signoria d'Orlando di Lupo podestà di Siena, si à Viviani fata 
racone cho Matasala de la biada di Val di Pogne d' ugnano, eh' è 
suto in soma . un . mogia e cinque staja di grano, contiato quatro mo- 

160 già di grano, recato lo stajo de l'affito al drito stajo di Siena, e con- 
tiato .vi. staja d'orco a trenta denari lo stajo, monta quindici soldi; 
e sei staja di spelda, contiato vinti denari lo stajo, monta sete soldi 
tra l'orco e la spelda 

164 Anno Domini .m . cc.xxxviii. in kalende gugno, a la signoria 

d'Orlando di Lupo, podestà di Siena, Ugolino de la Seharlata sì fece 
isbandire Matasala per Paganello da Orgiale, per l'erede Rainieri 
Mastinelli. e anco sì si fece ribandire Matasala a Luterengo bandi- 



40 Frammenti toscani, SEC. xiir. 



tore, per parabola di sere Ferante, gudice de la podestà, de lo sban- i68 
dimento d' Ugolino de la Scharlata .... 

In nomine Domini, amen. questi so li denari que io Matasala e 
Spinello diemo ne lo chartelacio .... 

In nomine Domini, amen. testimonio n' è di queste chose che si 172 
dicierà da quae a valle, Gaccaneto Alberichi e Prietro Anbruosci, Ja- 
chomo Orlandini, a la singnoria di Prietro Parenti, podestà. 

Anno Domini millesimo . ce. xxxviij . in kalende f ebrajo madona 
Moschada e Matasala a Buonamicho Buonachorsi e richolt' ane Arnol- 176 
fo Gacani e la molle. altresì per lo mulino di Paternostro, e àio tolto 
per .VI. mogia e .iiij. staja di grano e pagare.... 



22. FRAMMENTO 
DI UN LIBRO TOSCANO DI RICORDI DEL 1235-36. 

Firenze, R. Archivio di Siato ; E. G. Parodi, Giorn, star, della letter a tura 
italiana^ X, igs. « Trovasi in foglietto sciolto e lacero, che attualmente e inserto tra i 
ff. ij e 16 del registro che si riferisce agli anni 123^-1236. Sono ricordi domestici, e vi 
si farla di un Palmieri, notajo del ^podestà [in Firenze^ ne IV a. 123^.» (Parodi, loc. cit.) 

Ìtem diede Palmieri .iirj. livfe e .x. fiorini per la gonela Marie. 
item .1. paria di chalzari .vi. fiorini. item Palmieri porttoa a la 
molle Sasetti uno isciacale d'ariento, che costoa . iii . livre e . v . fiorini, 
item le portoa una benda che costa . xvij . fiorini. item inn una pa- 
ria di iscalzari . viiij . fiorini. item uno iscagiale d'ariento che costa 
. xxxvi . fiorini. 

I. livre] nel ms. abbreviato 1. cos) f. invece di fiorini. 



23. BRANO DI ATTO GIUDIZIALE TOSCANO DEL 1236. 

V. In fine ad un atto del nostro Archivio [di Stato in Firenze^ del 1236 marzo, 17 
(Passignano) , che contiene la notizia di una sentenza, fer mezzo della quale è dato al 
Sindaco della Badia di Passignano il possesso di alcune terre, contro Dietìfeci del Ju 
Oliviero Fr esoni, si trova la lista delle spese fatte dalV attore. La seguente parte del 
conto è scritta in volgare.» (P. Santini nel Giorn. stor. d. letter. ital. A', 1Ò4.) 

.... iTEM diedi ad un messo ke venne per Dietif eci, denari . xii . 
item diedi per lo konfasamento di Dietifeci soldi .ij. item ded per 
lo puronuxiamento soldi .ij. di fruti. item demmo ad un messo 
soldi .ij. ke venne a dare i fruti Dietiiecie. 



SEC. xiir. Doc, ferrarese. Iscrizione veneziana. 41 



24. DOCUMENTO FERRARESE DEL 1242. 

Da un codice contenente V Eneide di Virgilio, scritto nel ngS, che si conservava nella 
Biblioteca dei Carmelitani di S. Paolo in Ferrara, edito in Borsetti, Hi stori a almi 
Ferr ariae gy mnasii, II, 447. 

/V.NNO Domini f in el presente ano de salute .m. doixento qua- 
ranta doi lo strenuo ac splendido viro Athon de Esthi gh' à facto 
impinger una tabula per lo excelente magistro de impinctura m. Ge- 

4 laxio, fiol de Nicolao de la Masna de sancto Georgi, el qual dicto 
Gelaxio fo en Venexia subtus la disiplina de lo admirando magistro 
Theophani de Constantinopolo ; ibi cum el so ingenio ac sedula ala- 
crità el gh' à facto maximo proficto. ac ideo el venerabile miser 

8 Phelipo de Fhontana delecto per nu dal sancto padre en Xristo Ino- 
centio, ac per la nostra gexia del vescovado , jussu de lu , el gh' à 
impincto l'afigie della nostra Dona cum el benedicto fructo del so 
ventre Jexus inter hulnas ; item el ghonfalon cum sancto Georgi ka- 

12 valieri cum la puela ac el dracon truce interfecto cum la lancea. 
cum el dicto ghonfalon se obviò el prò dux Tehupol de Venexia. 
en epsa dieta tabula estorià el gh' à el caxo del Phaeton cum venu- 
stà de colora juxta li poete, nec non exemplo memorabil secundum 

16 el psalmo: Dispersit superbos. laus Deo, amen. Huldovicus de 
Joculo sancti Georgi memoriam fecit mirabilium, feliciter. amen f 
amen. 



25. ISCRIZIONE VENEZIANA DEL 1249. 

« È questa la più antica iscrizione sepolcrale in veneziano, in cui si vegga scolpito 
tanno. Leggesi nel pavimento della chiesa di S. Stefano di Murano, e venne riportata dal 
Moschini, Guida di Murano, Venezia, r8o8, p. 47. ■» Gamba, Serie degli scritti 
impressi in dialetto veneziano, Venezia, 1832, p. 12. 

IVi.CC.XLIX. DE SIER MICHELE AMADI 
FRANCA PER LU E PER I SO HEREDI. 



26. RIME DI GIACOMO DA LENTINO , IL NOTAJO. 

Le notizie di questo trovatore scarseggiano, ma si pub tenere per certo che egli fu 
uno dei contemporanei di Federico II e per più che probabile c^ie vivesse in Toscana, ove 
salì in pregio sì da essere considerato il caposcuola dei lirici anteriori a Guittone d^ Arez- 
zo; cf Dante, Purg. XXIV, 55-6, e Benvenuto da Imola, Coment 0, ivi; onde il 



42 



Rime di Giacomo da Lentino. 



SEC. xm. 



primo posto fra i rimatori di quel ciclo gli puh essere assegnato, benché forse vi sia tra 
essi qualcuno di lui p ih anziano. Della canzone VII fa ricordo Dante nel De vulg. 
e log. I, XII. 

I. 

Dal Cod. Val. 3793> unico per questa poesia. 

NOTARO GIACOMO. 



D 



OLCiE coninciamento 



canto per la più fina 
cne sia al mio panmento 
d'Agri infino in Mesina, 
Ciò è la più avenente. 
o stella riluciente 
che levi la maitina, 
quando m'apare avanti, 
li tuo dolzi sembiantì 
m'inciendon la corina. 

" Dolcie meo sir, s'enciendi, 
or io che degio fare ? 
tu stesso ini riprendi,Vo>^v>'^i'- 
se mi Veì favellare. 
Ca tu m' ài namorata, 
a lo cor m' ài lanciata 
sì ca fori non pare, 
rimembriti a la fiata 
quando t' ebi abrazata, 
a li dolzi basciari. „ 20 

S, ms. davanti 9. ms. li suo 

zione primitiva di questi tre versi era : quando 
m' enciende la corina. 11. ms. sire 

lancata 17. ms. di fori 22. ms. 



16 



Ed io basciando stava 
in gran diletamento 
con quella che m'amava, 
bionda, viso d'argiento. 
Presente mi contava, 
e non mi si cielaya, 
tuto suo convertente ; 
e disse : " io t'ameragio, 
e non ti falleragio 
a tuto 1 mio vivente. 

Al mio vivente, amore, 
io non ti falliragio'*"^" 
per lo lusingatore .e 
che parila di fallagio. r.^ 

Ed io '^sì t' ameragio y^I-*^'*^ 
per quello eh' è salvagio'*"^' 
Dio li mandi dolore, 
unqua non vengna a magio : 
tant' è di mal usagio, 
che di stat a gielore. „ 

IO. ms. m' inciendono; e forse la le- 
m'apare avante lo tuo dolze sembiante 
14. ms. vedi 16. ms. core e 

grande 34. ms. di tal fall. 



W^A-^ 



24 



2S 



3» 



{.^""^ 



3& 



40 



IL 

Si da il testo dei tre mss, i più antichi: Vat. 3793 (A), Laurem.-Red. 9 (B), 
Palatino 418 (C), preceduto da un tentativo di ricostituzione critica, 

NOTARO JACOMO. 

iVlERAVII.LIOS AMENTE 

un amor mi distringe e soven ad ogn'ora, ' 



Kom omo ke ten mente 
A B 

NOTAR JACOMO. 



NOTARO GIACOMO. 

Maravilgliosamente 
un amore mi distringne 
e sovenemi ad ongn' ora, 
coni omo che tene mente 



Meraviglosamente 
un amor mi distringe 
e ssoven ad ogn' ora, 
Com omo che ten mente 



c 

NOTARO JACOMO. 

Meravilliosamente 
un amor mi distringe 
mi tene ad ogn'ora, 
Kom on ke pone mente 



SEC. XIII. 



Rime di Giacomo da Lentino. 



43 



i6 



in altra parte e pinge la simile pintura. 

Così, bella, face' eo : 

dentr' a lo core meo porto la tua figura. 

In cor par k'eo vi porte 
pinta corno parete, e non pare di iore. 
O deo, ko mi par forte ! 

non so se lo savete com io v'amo a bon core; 
Ka son si vergognoso 
k'eo pur vi guardo ascoso e non vi mostro amore. 

Avendo gran disio 
dipinsi una pintura, bella, voi somiglante; 
E quando voi non veo, 

guardo in quella figura e par k' eo v' agia avante, 
Sì kom om ke si crede 
salvarsi per sua fede, ancor non vegia inante. 

Al cor m'arde una dogla 
com om ke tene 1 foco a lo suo seno ascoso, 
E quanto più lo 'nvogla 



A 



B 



in altra parte e pingie 
la simile pintura. 
Cosi, bella, facci' eo : 

8 dentro a lo core meo, 
portto la tua figura. 

In core pare eh' i' vi portte 
pinta come voi sete, 

12 e no pare di fore, 

anzi m' asembra mortte : 
che no so se savete 
com io v' amo a bon core. 

i6 Ca sono si vergongnoso 
eh' io vi pur guardo ascoso 
e non vi mostro amore. 
Avendo gran disio, 

2o dipinssi una pintura, 

bella, a voi similgliante ; 
e quando voi non vejo, 
guardo in quella figura 

24 e par ch'io v'agia avante; 
Sì com omo che si crede 
salvarsi per sua fede, 
ancora non à davante. 

^8 Cosi m' arde una dolglia 

com omo che tene lo foco 
a la suo seno ascoso; 
che quanto più lo 'nvolglia 



in altra parte e pinge 
la simile pintora. 
Cosi, bella, facc'eo: 
dentr' a lo core meo 
porto la tua figora. 

Al cor par eh' eo vi porte 
pinta corno parete, 
e non pare di fore 
E molto mi par forte, 
non so se vi savete 
com io v' am' a bon core. 
Cha sson sì vergognoso 
ch'eo pur vi guardo ascoso 
e non vi mostro amore. 

Avendo gran dizio, 
dipinsi un figura, 
bella, voi simiglante ; 
E quando voi non vio, 
guardo 'n quella 'npintura 
e ppar eh' eo v' aggia avante ; 
Si com om che ssi crede 
salvare per sua fede, 
ancor non vad' avante. 

Al cor m' ard' una dogla 
com om che tene il foco 
a lo su' seno ascozo ; 
E quanto più lo 'nvogla 



in altro exemplo pinge 
la simile pintura. 
Così, bella, fac' eo : 
k' entra lo core meo 
porto la tua figura. 

In cor par k' eo vi porti 
pinta comò parete, 
e non pare di fore. 
O deo, ko mi par forte, 
non so se lo sapete 
con v' amo di bon core. 
k' eo son sì vergognoso 
ka pur vi guardo ascoso 
e non vi mostro amore. 

Avendo gran disio, 
dipinsi una pintura, 
bella, voi simiglante; 
E quando non vi veo 
guardo in quella figura 
e par k' eo v' agia davante ; 
Kome quello ke crede 
salvarsi per sua fede 
ancor non vegia inante. 

S'eo guardo quando passo, 
in ver voi no mi giro, 
bella, per risguardare; 
Andando, ad ogne passo 



44 



Rime di Giacomo da Lentino. 



SEC. XIII. 



e non pò stare incluso ; 



a VOI, VISO amoroso. 



alora arde più loco 
Similemente eo ardo 
quando passo e non guardo 

Se siete, quando passo, 
in ver voi non mi giro, bella, per risguardare 
Andando, ad ogne passo 

gittone uno sospiro che mi facie ancosciare. 
E certo bene ancoscio, 
k'a pena mi conoscio, 

Assai v' aggio laudata, 
madonna in molte parte. 
Non so se v'è contato 
k'eo lo faccia per arte, 
Sacciatelo per singna 
zo k' e' vói dire a lingua, 

Kanzonetta novella, 
va e canta nova cosa; 
Davanti a la più bella 



tanto bella mi pare, 
di belleze e' avete, 
ké voi ve ne dolete. 

quando voi mi vedete, 
levati da maitino 



24 



28 



32 



39 



B 



C 



alora arde più loco 
e non può stare inchiuso. 
Similemente eo ardo, 
quando esso pa non guardo 
a voi, viso amoroso. 

Perzò s' io v' ò laudata, 
madonna, in tute parti 
di belleze e' avete ; 
non so se v' è contata 
ched i' 1 facca per artti, 
che voi ve ne dolete. 
Saccatelo per singa 
zo eh' i' vi dirò Unga, 
quando voi mi vedete. 

Se voi siete quando passo' 
in ver voi non mi giro, 
bella, per isguardare ; 
andando, ad ongni passo 
gittone uno sospiro 
che mi facie ancosciare ; 
E ciertto bene ancoscio, 
e' a pena mi conoscio; 
tanto bella mi pare. 

Kanzonetta novella, 
va e canta nova cosa; 
levati da maitino 
davanti a la più bella 



tanto prende pio loco 
e non pò star rinchiozo. 
Similemente ardo 
quando pass' e non guardo 
a voi, viz' amorozo. 

S' i' colpo quando passo 
ìnver voi non mi giro, 
bella, per voi guardare; 
Andando, ad ogne passo 
si gitto uno sospiro 
che mi faci' angosciare; 
E certo bene angoscio 
eh' a pena mi conoscio, 
tanto forte mi pare. 

Assai v'aggio laudata, 
madonna, in molte parte 
di bellesse eh' avete; 
Non so se v' è contato 
ch'io lo faccia per arte, 
che voi ve ne dolete. 
Aggiatelo per singna 
ciò che voi dire a lingua, 
quando voi mi vedete. 

Mia chansoneta fina, 
va, chanta nova cosa; 
moveti la maitina 
Davante a la più fina 



gecto un gran sospiro 
e facemi angosciare. 
E certo ben cognosco 
k' a pena mi cognosco, 
tanto bella mi pare. 

Al cor m'arde una dogla 
com on ke te lo foco 
in del suo seno ascoso ; 
E quando più lo 'nvollia 
allora arde più in loco 
e non pò stare incluso. 
Similitente eo ardo, 
quando passo e non guardo 
a voi, viso amoroso. 

Assai v' agio laudata, 
madonna in tucte parti 
le bellece e' avete ; 
Non so se v'è contato 
k'eo lo facia per arti, 
ke voi ve ne dolete. 
Sacciatel per insegna 
ciò k' eo vi dico a llingua, 
quando voi mi vedrete. 



32 



36 



40 



44 



48 



52 



56 



SEC. XIII. 



Rime di Giacotìio da Lentìno. 



45 



40 



fiore d' ogn' amorosa, bionda più e' auro fino. 

Lo vostro amor eh' è caro 

donatelo al Notaro eh' è nato da Lentino. 



B 



60 



fiore d' ongni amorosa, 
e bionda più e' auro fino, 
lo vostro amore eh' è caro, 
donatelo al Notaro 
eh' è nato da Lentino. 



fiore d' ogn' amoroza, 
bionda pio ch'amo fino, 
lo vostro amor eh' è caro, 
donatelo al Notaro 
eh' è nato da Llentino. 



m. 

// testo è costituito sui mss. Lauretiz, - Red, g (B) e Palatino 418 (C). 
In C va sotto il nome di Rugieri d^ Amici, 



NOTARO JACOMO. 



16 



iVIadonna mia, a voi mando 
in gioì li mei sospiri; 
ea lungiamente amando 
non vi volsi mai dire 
Com' era vostro amante 
e lealmente amava, 
e però k'eo dottava 
non vi faeea sembiante. 

Tanto set' alta e grande, 
k' eo v' amo pur dottando ; 
non ao per eui vi mande, 
per messaggio parlando; 
Und' eo prego l'amore, 
a eui pregha ogni amanti, 
li mei sospiri e pianti 
vi pungano lo eore. 

Ben vorria s'eo potesse, 
quando sospiri getto, 
e' ogni sospiro avesse 
spirito e intelletto. 



24 



28 



32 



36 



40 



K' a voi, donna, d' amare 
domandassen pietanca, 
da poi k'eo per doetanca 
no m'auso dimostrare. 

Voi, donna, m'aneidete 
e faitemi penare, 
da poi ke voi vedete 
k'io vi dotto parlare. 
Perehé no mi mandate, 
madonna, confortando 
k' eo no desperi amando 
de la vostr' amistate ? 

Vostra cera plagente, 
mercé quando vi clamo, 
m'inealeia fortemente 
ch'io v'ami più ch'io v'amo. 
Ch'io non vi poteria 
più eoralmente amare, 
ancor che più penare 
poriasi, donna mia. 



4. n. vi porcai 6. e coralm. C 7. ma p. C 

10. ch'io B doctando C 11. e non so cui vo 

12. messagier C 13. io B 14. accui B serven li C 15. miei B 

16. vo 17. s'io B IS. quanti B eo gecto C 19. ciascun s. C 

22. dimandasser pietansa B 23. da p. che p. dottansa 

B da k'eo p. d. C 24. non vo posso parlare B 25. alcidete B 26. e allegiate a p. -ff 

27. che B mi V. C 28. ch'io vo B docto in p. C 29. Come C noa B 30. t ut- 

tavia e. B 31. eh' B io non disp. C 32. vostra B 33 - 40. mancano tn C 

34. vo ci. ^ 



2. miei B 3. e coralmente C 

ch'io^ doctava C 9. sete C 

m. B 
p.B 
20. anima e int. C 21. Ch'a B 



46 



Rime di Giacomo da Lentino. 



SEC. XIII. 



In gran dilectanca era, 
madonna, in quello giorno 
quando vi forma' in cera 
le bellece d'intorno. 44 

Più bella mi parete 
ke Isolda la bronda; 
amorosa, gioconda, 
fior de le donne sete. 48 



Ben sai k'eo son vostr'omo, 
s'a voi non dispiacesse, 
ancora ke 1 meo nomo, 
madonna, non dicesse. 
Per vostro amor fui nato, 
nato fui da Lentino ; 
dunqua debbo esser fino, 
da poi c'a voi son dato. 



41. dilettans B 43. q. ti formai B 44. Le bellesse 5 e le h. int. C 46. cha Iz. B 

Ysocta C 47. amoroza B 48. che sovro ogn* altra siete B 49. Ben so C che 

sson B vostro C 51. che '1 mio B 53. son nato C 54. fui nato C Llentino B 
55. donqua C debb' B 56. ke vi C 



52 



56 



mi. 

Si riproduce il testo quale trovasi nei due mss. Vat. 3793 (A), Laur.-Red. 9 (B) 
nella parte di origine comune con A. 



A 



' B 



NOTARO GIACOMO. 

/Vmore non vole eh' io chiami 
merzé com omo clama; 
né eh' io m' avanti e' ami, 
eh' ongn' omo s' avanta e' ama : 
Che lo servire c'on'omo 
sape fare non à nomo; 
e non è im presgio di laudare 
e quello che sape ciascuno. 
a voi, bella, tal dono 
non voria apresentare. 

Perzò r amore m' insengna 
eh' io non guardi a l'antra giente ; 
non vuol eh' io resembri a scingna 
e' ongni viso tene mente. 
Perzò, donna mia, 
a voi non dimanderia 
merzé né pietanza: 
che tanti son gli amatori, 
eh' este scinta di favori 
merzé per troppa usanza. 

Ongni gioja ch'é più rara 
tenuta é più preziosa; 
ancora che non sia cara, 
de l'altre è più graziosa: 



NOTARO GIACOMO. 

/Vmoe non vuole ch'io clami 
merzé con omo clama; 
né ch'io m'avanti c'ami, 
e' ongn' omo s' avanta c'ama: 4 

Che lo servire c'on'omo 
sape fare nonn à nomo; 
e non é in pregio di laudare 
e quello che sape ciascuno. 8 

a voi, bella, tal dono 
non vorria apresentare. 

Perzò l'amore m' insengna 
ch'io non guardi a l'altra giente; 12 
non vuol ch'io resenbli a scingna 
e' ongni viso tene mente. 
Perzò, madonna mia, 
a voi non dimanderia ^6 

merzé né pietanza: 
che tanti sono gli amatori, 
eh' este santa di savori 
merzé per troppa usanza. 20 

Ongni gioja eh' è più rara 
tenut'é più preziosa; 
ancora che non sia cara, 
de l'altre è più graziosa: 24 



SEC. XIII. 



Rime di Giacomo da Lentino, 



47 



38 



32 



36 



40 



44 



48 



Ca feste orientale, 
lo zafiro asai più vale 
ed à meno di vertute; 
e perzò ne le merzede 
lo mio core non v' aciede, 
perché 1' uso 1' à 'nvilute. 

Inviluto sono li scolosmini 
di quello temppo ricordato 
eh' erano sì gai e fini, 
nulla gioja non n'è trovato. 
E Ile merzé siano strette, 
ch'e nulla partte non* siano dette 
perché paino gioje nove, 
i nulla partte siano trovate 
né dagli amadori chiamate 
infino che comppie anni nove. 

Senza merzé, potete 
savere, bella, lo mio disio, 
c'assai melcrlio mi vedete 
ch'io medesimo non mi veo. 
E però s' a voi paresse 
altro eh' essere non dovesse, 
per lo vostro amore avere, 
unque gioja non ci perdiate: 
così volete amistate? 
inanzi voria morire. 



Ca s'este orientale, 
lo zafiro asai più vale 
ed à meno di vertute; 
e perzò ne le merzede 
lo mio core non v' aciede, 
perché l'uso l'à 'nvilute. 

Inviluto sono li scolosmini 
di quello tenpo ricordato 
eh' erano sì gai e fini, 
nulla gioja non n'è trovato. 
E Ile merzé siano streete, 
ch'e nulla parte non siano decte 
perché pajano gioje nove, 
i nulla parte siano trovate 
né dagli amadori chiamate 
infine che conpie anni nove. 

Senza merzé, potete 
savere, bella, lo meo disio, 
c'assai meglio mi vedete 
ch'io medesmo non mi veo. 
E però s' a voi paresse 
altro eh' essere non dovesse, 
per lo vostro amore avere, 
unque gioja non ci perdiate: 
eusì volete amistate? 
inanzi voria morire. 



V. 

Mss. Vat. 3793 (A), Laiir.-Rcd. 9 (B) nella parte d'orìgine comune con A. 



NOTARO GIACOMO. 



-Ual core mi vene 
che Igli ochi mi tene, 
rosata. 

spesso m'adivene 
che la ciera ò bene 
bangnata, 
quando mi sovene 
di mia bona speme 
c'ò data 
in voi, amorosa 

1. occhi B 5. cera B 

in A 20. cass' io B 



16 



20 



bonaventurosa. 

però se m' amate, 

già non v'inganate 

nejente ; 

ca pur aspetando, 

in voi maginando, 

r amor e' agio in voi 

lo core mi distringie, 

avenente. 

ca s' io temesse 



1 1 . beaaventurosa B 



13. v' incannate B 



17. m.ìnca 



48 



Rime di Giacomo da Lentino. 



SEC. xm. 



e' a voi dìspìaciesse, 

ben m'aucideria 

e non vìverla 

e ste tormente. 

ca pur penare 

e disiare 

giamai non fare 

mia diletanza. 

la rimembranza 

di voi, aulente rosa, 

gli ochi m' arosa 

d' un' aigua d' amore. 

ora potess'eo, 

o amore meo, 

come romeo 

venire ascoso 

e disioso, 

con voi mi vedesse 

non mi partisse 

dal vostro dolzore. 

dal vostro lato 

alungato, 

bel r o provato, 

mal è che non salda. 

Tristano ed Isalda 

non amar sì forte. 

bem mi pare morte 

non vedervi fiore. 

Vostro valore, 
e' adorna ed invia 
donne e donzelle; 
r avisatura 
di voi, donna mia, 
sono gli ochi belli, 
pens' a tutore 
quando vi vedia 
co gioi novelli, 
boi tu, meo core, 



perché non ti more? 

rispondi, che fai? 60 

perché doli così? 
24 " non ti rispondo, 

ma ben ti ci confondo, 

se tosto non vai 64. 

là ove volilo co mi ; 
28 ca la fresca ciera 

tempesta e dispera ; 

in pensiero m' ài 6& 

miso e 'n cordollio per ti. „ 
32 Così, bella, 

si favella 

lo mi core con meco; 72 

di null'altra persona 
36 non mi ragiona, 

né parla, né dice 

sì churale 76 

e naturale. 
40 amore di voi mi piace, 

c'ongni vista 

mi par trista 80 

e' altra donna facie. 
44 ca s' io velilo 

o sonno pilglio, 

lo mio core non insonna 8 4 

se non scietto, 
48 si m' à stretto 

pur di voi, madonna. 

Sì me sdura ' 88 

scura 
52 fighura 

di quant' eo 

ne veo. 93 

gli ochi avere 
56 e vedere 

e volere 

mai altro non disio 96 



21. dispiacess B 25. a pur B 29. rimembransa B 30. alente A 32. agua A 

34. or am. A 42. allungato B 43. ben o B 44. non sira A 45. Isolda B 

46. amai AB fortte A 47. morite A 52. manca in A 55. penss' a A tuttora B 

56, vedea B 57. con B gioje novelle A 58. hoi B 63. mi ci cof. A 65. voli 

con B 66, frescha cera B 67, rempesta B 69, misso en cordoglio A per te B 

72. lo mi che cemento A 73, nul A 75. ne dicon B 78. piace B 81. face B 

82. cass'io B velglio A 83, piglio B 85, saetto A 88. mi A 90, figura B 



91, di quantonqu'eo B 



92, ne vejo A 



93. con gli occhi B 



96. e l'oro non d, A 



SEC. XIII. 



Rime di Giacomo da Lentino* 



49 



treccie sciolte, 
ma volte, 
ma dolte, 
Too né bruna né bianca; 
gioja complita 
norita 
m' invita ; 

104 voi siete più fina, 
che s'io faccio 
solacelo 

eh' io piaccio, 

105 lo vostro amore mi mena 
dotrina 

e benevolenza. 

la vostra benevolenza 
112 mi dona caunoscenza 

di servire a chiacenza 

quella che più m'agienza; 

e agio ritenienza 
116 per la troppa sovenenza. 
E non mi porta 

amore, che porta 

e tira ad ongne freno, 
120 e non corre 

sì che scorre 

per amore fino. 

ben vorrìa, 
124 e noi lasceria 

per nulla leanza, 

s' io sapesse 

ch'io morisse, 
128 sì mi distringie amanza. 

e tucto credo, 

e non discredo 

che la mia venuta 
132 dea placiere 

ed alegrare 

de la veduta. 

Ma senpre mai non sento 
136 vostro comandamento; 



e non ò confortamento 

del vostro avenimento ; 

ch'io mi sto e non canto 
140 si e' a voi piaccia tanto, 

e mandovi infratanto 

saluti e dolze pianto. 

piango per usagio, 
144 giamai no rideragio 

mentre non vederagio 

lo vostro bello visagio; 

ragione agio, 
148 ed altro non faragio 

né poragio; 

tal é lo mi' coragio. 
C altre parole 
152 no vole; 

ma dole 

de li parlamenti 

de la giente : 
156 non consente 

né che parli né che dolenti, 

ed agio veduta 

per lasciare la mia tenuta 
i6o de lo meo dolcie penzare. 
Sì comò 

noi, che somo 

d'uno core dui, 

164 ed ora plui 

ched anch' era non fui, 
di voi, bel viso, 
sono priso 

165 e conquiso, 

che fra dormentare 

mi fa levare 

e intrare 
172 in sì gran foco, 

ca per poco 

non m' aucido 

de lo strido 
1 76 eh' io ne gitto. 



97. triecie^ 101. complita A 103. nunvita B 105. che omesso in B 106. sol- 
laccio A lOS. mina A 111. benvelenza B 112. canoscienza A 113. a chi à 
senza A a piagenza B 114. agenza B 117. portta A 118. portta A 123. le 
vena A 124. lasserea B 128. stringe B 129. tuto A 131. chella A 
132. piacere ^ 134. della i? 135. sempre ^ 139. eh' i ^ 140. piacca yl 147. ra- 
sgione A 152. non A 155. da le gienti A gente B 156. consenti A 165. an- 
chora B 167. preso B 173. cha B 



50 Rime di Giacomo da Lentino. SEC. xiii. 



eh' io non vengna là ove siete, 


pur cherendo 


rimembrando, 




ond' io m' asconda. 


bella, quando 




onde lo core m' abonda 


con voi mi vedea 


i8o 


e gli ochi fuori gronda. 


solazando 




sì dolciemente fonda 


ed istando 




come lo fino oro che fonda. 


in gìoja sì come fare solea. 




ora m' arisponda 


Per quant' agio 


184 


e mandatemi a dire 


di gioja, 




voi che martiri 


tant' agio 




per me soferite. 


di mala noja; 




ben vi dovereste 


la mia vita è croja 


t88 


infra lo core dolire 


senz;a voi vedendo. 




de' mie' martire. 


cantando aivo. 




se vi sovenite. 


in gioja or vivo 




come sete 


pur pensi vo ; 


192 


lontana, 


e tucta giente iscrida. 




sovrana 


sì ch'io vo sfugiendo, 




de lo core prosimana. 


181. sollazando A 193. tuta A 


194. 


ch'i B fugiendo B 200. ffonda B 


201. mi risp. A 204. sofferite B 


206. inver lo 

VI. 


e. B 212. prossimana B 



196 



204 



20S 



Dal cod. Vat. 3793. 
NOTARO GIACOMO. 

jL(A namoranza disiosa 
eh' è dentro al mi' core nata 
di voi, madonna, è pur chiamata 
■^•''''- mèrzé; se ffosse aventurosa ! 
E poi ch'i' non truoVo pietanza 
per paura o per dottare,'"- "'* 
s' io perdo amare, ^^^^^ i"^" 

amor comanda eh' io faccia arditanza. 
Grande arditanza e coragiosa 



:^yr^ 



in guiderdone amor m' à data ; 

e vuol che donna sia quistata 

per forza di gioja amorosa. ' 

Ma troppo è villana credanza 

che donna degia inconinzare; 

ma vergongnare 

perch'io coninzi ? non è mia spregianza. i6 

Di mia speranza amor mi schusa, 
se gioja per me «©n è coninzata 

8. ms. amore e facca 11. ms. vuole 13. ms. credenza 16. corr. 

non è mispregianza ? 17. corr. Di mispregianza f 



SEC. XIII. Rime di Giacomo da Leiìtino. 51 



di voi, che tant' ò disiata 
20 e sonne in vita cordolgliosa, 

C abella sanza dubitanza 

tute fiate in voi mirare: 

veder mi pare 
24 una maraviliosa similglianza. 

Tanto siete maravilgliosa 

quand' i' v' ò bene afigurata, 

e' altro parete eh' encarnàta : 
28 se non ch'io spero in voi, giojosa. 

Ma tanto tarda la speranza, 

solamente per donare 

i mal parllare 
32 amor non vuol ch'io perda mia intendanza. 

Molt' è gran cosa ed inojosa ^""'^ 

chi vede ciò che più gli agrata, 

e via d' um passo è più dotata '^*^'"' '^ 
36 ched oltre mare, in Saragosa, 

E di batalglia, ov'om si lanza 

a spade e lanza in terra o mare; 

e non pensare 
40 «to^V*^ ^^ bandire una donna per dottanza. 

^"v Nulla bandita m' è dottosa /tvi-'^"')'*'"'' 

se non di voi, donna presgiata. 

e' anti voria morir di spata 
44 eh' i' voi vedesse churociosa. ■^"^"'"' 

Ma tanto avete canoscianza, 

ben mi dovreste perdonare, 

e comportare, : ^ I ^_. 

48 s' io perdo gioja, che sso m' aucide amanza 



W' 



23, m$. vedere 30. // sen;o e guasto e manca una sillaba ; legg. solam. per 

perdonare? 32. ms. amore e vuole 37. vis. omo 41. ms. bandirà 

43. ms. morire 45. ms. canosrienza 



VII. 

// testo è costituito sui fiiss. Vat. 3793 (A), Laur.-Red. g (B), Palai. 4/8 (C), 
Me'ìioriale 74. delPArch. notar, di Bologna (M). 

NOTARO GIACOMO. 

iVlADONNA dir vi voglio comò l'amor m' à preso 
inver lo grande orgoglio 
ke voi, bella, mostrate, e no m' aita. 

1. dire A vo 5 ve Hf volgilo A vojo M come AC l'amore A prizo B 2. lo 

vostro orgaglio A orgoglo B argolUo C orgojo M 3. che ABM bela mostrati M non A 



52 Rime d'i Giacomo da Lentino. sec. xiii. 

Oi lasso, lo meo core eh' è 'n tanta pena miso, 4 

ke vede che si more 

per ben amare, e' tenelosi in vita. 

Dunque morire' eo ? 

no, ma lo core meo more spesso e più forte 8 

ke no farla di morte naturale 

per voi, donna, cui ama, 

più ke sé stesso brama, e voi pur lo sdegnate. 

amor, vostr' amistate vidi male. 12 

Lo meo namoramento , non pò parire in detto; 
cusi com eo lo sento 
core noi penzeria né dirla lingua ; 

Zo eh' eo dico è neente in ver k' eo son distretto 16 

tanto coralemente; 

foc' ajo, no credo che mai se stingua. 
Anzi si pur aluma. 

perché non me consuma ? la salamandra audivi 20 

ka ne lo foco vivi stando sana; 
cusì fo per long' uso, 

vivo in foco amoroso e non saccio che dica; 
lo meo lavoro spica e poi no grana. ' 24 

Madonna, sì m' avene k' eo nom posso invenire 
com eo diciesse bene 
la propia cosa k' eo sento d' amore. 

Sicom omo inprodito, lo cor mi fa sentire 28 

che giamai non è kito 
fintanto che nom vene al suo sentore. 
Lo nom poter mi turba, 

com om che pingie e sturba e pura li dispiacie 32 

lo pingiere ke facie, e sé riprende. 

4. O e Ai ^ laso M eh' è 'n tante pene CM in tante pene è B mezo B meso M 5. che ABM 

vive BC quando m. BCM 6. bene BCM amar tenelos' en M teneselo a v. B tenesel a ita C 

7. Adunque A Donqua Af Or donqua C moro C a morirne V ne ò B 8. m. più speso e f. M assai 

più spesso e {. B fortte A 9. che ABM non ABM morite A 10. madonna e' a. B vai 

madona c'a, J/ 11. piò B che ACM si steso M sdengane A 12. donqua v. ami- 

stade M vide ABC ■ 13. E Io J/ De lo C innamoramento CM non BM parer BM 

en M decto M alcuna cosa ò decto C 14. così A ma si BC é' B '\o A 15. cor no lo BC 

penseria B pensarla M direa C lengua M 16. Ciò C Ecciò B io B niente M nente B 

eh ABM io ne A sono A som M destretto M constrecto C 18. foch B foco M ajo 

al cor B non BCM che manca in BC si stingua estingua A si stringa C 19. anse B an- 

ei M inanti C se pur BAf pur s' C 20. perché] e mai B non BAf mi AC se Af aldi- 

ve Af 21. ca ^ che M eh B nello Af enfra Io B dentro il C vive BCAf 22. cosi ^ eo si ^ 

ed eo C ffo J? già C longo Af lungo C ozo B 23. 'n foc' amorozo B sacio C so BM 

ch'eo C ch'eo me M che mi B 24. chel AM mio B mi A poi manca in BCM non 

ABAf ingrana B mi grana C 25. Madona M eh ABAf e M io A non BCM 

poso Af avenire BCAf 26. cum M io AB dicesse C dice.» Af 27. propria CM eh ABM 

io AC 28. manca in C chassi B homo Af om B prudito B inpendito Af kal cor C 

me M 29. che] e C zamai M è] di jW son C chito A quito B ehedo M 30. mentre 

non pò tocchare il B s'eo non posso trar lo C so s. Af 31. non BCM poder B me Af 

torba B 32. Cumm M hom ^V on BC P'nge C pingue M storba ^ e pure BM 

pero ke C dispiace C despiache Af 33. pingere C pingnere M ciie ^^^V face C fache jV" 

sse B si M 



SEC. XIII. Rime di Giacomo da Leiitino. 53 



ké non è per natura 

la propia pintura, e non è da blasmare 
36 omo ke cad' en mare, se s' oprende. 

Lo vostro amor ke m' ave, in mare tempestoso 

è sì comò la nave 

e' a la fortuna gitta ongni pesante 
40 E campane per gietto di loco perilglioso. 

similemente eo gietto 

a voi, bella, li mei sospiri e piante. 

E s' eo no li gitasse, 
44 parria ke s' ofondasse, e bene s' ofondara 

lo cor tanto gravara in su' disio, 

tanto si frangie a terra 

tempesta, che s' aterra, ed eo così mi frango ; 
48 quando sospiro e piango posar creo. 

Assai mi son mostrato a voi, bella spietata, 

com eo so innamorato; 

ma crejo ke dispiacieria a voi pinto. 
52 Poi k' a me solo, lasso, cotal ventura è data, 

perké no m' inde lasso ? 

non posso: di tal guisa amor m' à vinto. 

A deo, k' or' avenisse 
56 a lo meo cor eh' uscisse com encarnato tutto 

e non diciesse motto a voi sdengnosa. 

k' amore a tal T adusse, 

ca se vipra ivi fosse, natura perderla; 
60 a tal lo vederla, fora pietosa. 



34. che ABM fa per B 35. propria CM pictura M plasmare M biasmare C 

36. homo M hom C e' omo A che ABM cade m. A cade in in. BM cade in m. C se] a 

che B ove C s' aprende BCM 37. amore A che BCM tempestozo B 38. essi 

B cosi A cus\ M come C manca ti resto della canzone in M 39. getta B che gecta a 

la f. C ogni B ogne C pezante B 40. canpan B scanpane C di loco manca in C 

periglozo 5 perigloso C 41. getto B gecto C 42. bella] madonna B mie A miei B pian- 

ti AB 43. Ke s' eo CE ss' eo B nolgli A gittasse BC 44. paria A parrea B che AB 

s'offondasse C for fondasse B ebbene B s' offondara C for fondya B 45. lo core A suo 

BC dizio ^ 46. ke tanto frange C chettanto frange atterra B 47. che] e poi C s'atera A 

ss' atterra B ed eo] io A mi fr.] rifrango BC 48. posare A e posar C crejo A crio C 

49. asai C sono AC bella] donna A 50. io A sono AC inamorato A 51. cre- 

do BC che ^ eh' i A dispiacerla B dispiacerei C a manca in BC 52. Per C e' a AB 

cotale A 53. perché AB non me ne 1. A 54. tale A guiza B amare A 55. A 

deo] Vorria B Ben vorria C e' or B e' C 56. che lo 5 ke lo C me core A eh' manca in BC 

escisse B oscisse C come ine. tucto C 57. e non BC dicesse C facesse B moeto C a voi 

isdegnosa C voi sdegnoza B 58. eh' a. AB a tale a.. A 9. tal m'a. C 59. easse 5 ke se C 

ivi] i B, manca in C fusse B perdsrea B 60. a tale o A ella mi C vederea B pietoza B 



54 Rime di Giacomo da Lentino. SEC. xm. 



Vili. 

Dai cod. Vat. 3793, unico. 
NOTARO GIACOMO. 

Molti amadori la lor malatia 
portano in core che 'm vista non pare; 
ed io non posso si cielar la mia 
eh' ella non paja per lo mio penare ; 
però che so sotto altrui sengnoria, 
né di meve non ò nejente a ffare 
se non quanto madonna mia voria; 
eh' ella mi potè morte e vita dare. 
Su' è lo core e suo so tuttoquanto, 
e chi non à consilglìo da suo core, 
non vive imfra la giente come deve, 
cad io non sono mio né più né tanto, 
se non quanto madonna é de mi fore 
e uno poco di spirito eh' é 'n meve. 

I. VIS. loro 3. ms. cielare 5- ««• sono 9- ««• sono 13. ms. 

vedemi forse 14. ms. ed uno 

^ Vini. 

Dal cod. Vai. 3793, tmico. 
NOTARO GIACOMO. 

SicoME il sole che manda la sua spera 
e passa per lo vetro e no lo parte, 
co<^ Q l'altro vetro che le donne spera,T 

che passa gli ochi e va da l'altra parte; 
così r amore fere ìaove spera ^^ 

e mandavi lo dardo da' sua parte ; ^ 
fere in tal loco che l'omo non 'sìjera, 
passa per gli ochi e lo core diparte^^ 
Lo dardo de l'amore laove giungier 
da' pòi 'che dà feruta, sì s' aprende 
di foco" (? arde dentro e fuor nom pare, 
e due cori imsieme ora lì giungle; 
de r arte de T amore sì gli aprende, 
e fa eh' é 1' uno e 1' altro d' amor pare. 

I. corr. Come lo sole manda» 7- '«>•- tale S. ms. e passa n. mi 

fuori 14. ms. d'amore 



4 



SEC. XIII. Rime di Giacomo da LejiUno. 55 



X. 

Z>a/ codice Vai. j/^j, unico. 
NOTARO GIACOMO. 

-Lo gilglio quand' è colto tost' è passo, 
da poi la sua natura lui no è giunta;^'"' 
ed io dà" clié so partuto uno passo 
da voi, mia donna, dolemi ongni gìànta. 
perché d'amare ongni amadore passo, 
in tanteLalteze lo mio core giunta ^f"'-'*"^'*' f.P^M. ^^^'^^"^ 

^°^\TÌ^''^ ^^^""^ ^^ vunque passo, 

com'aghila quando la caccia è giunta. 

Oi lasso me, che nato fui in tal punto . .^ ^ 

s' umque no amasse se non voi chiù giente-r'' 

questo saccia madonna da mia parte! * . ^^ 

im prima che vi vidi ne fu^ pilfttbV ^U i^ù ec^^ ^""^^^ ' 

servivi ed inoravi a tutta giente; ' 

da voi, bella, lo mio core non partte. 

3. che so] tns. qunche sono 6 corr in f-anf-a q 

*-,_ „ "• ^'^'^'^- 1" ^^nta. 8. ms. cacca o. ms 

tale II. ms. sacca 14. ms. cor ^ 



XI. 

Z>rt/ cod. Laur.-Red. <p, utiico. 
NOTARO GIACOMO. 

e per' aviso credo ben visare : 

pero diviso viso da lo ^vis5, ,, , . .^• 

cn altr e lo viso che lo divisare. 

e per aviso viso in tale viso, 

del quale me non posso divisare. 

viso a vedere quell'è per aviso, 

che non è se non Deo divisare. 

Entro aviso e per aviso no è diviso, 

che^ non è altro che visare in viso ; 

però mi sforzo tuctora visare. 

credo per aviso che da viso 

giamai me non poss' esere diviso, 

che r uomo vinde possa divisare. 

I. ms. ovisso con il f osto vuoto per la iniziale. 2 ms avissn 

omette altro avisso io, ms. 



56 Canzone di Pier della Vigna. sec. xiir. 

XII. 

Dal cod, Latir.-Red. g, unico, 
NOTARO GIACOMO. 

/Vngelicha figura e comprobata, 
dobiata di riqura e di grandeze, 
di senno e d' adorneze sete ornata, 
e nata d' afinate gentileze. 
non mi parete femina incarnata, 
ma fatta per gli frori di beleze, 
in cui tutta virtudie è divisata 
e dat' a voi tute avenanteze. 
In voi è pregio, senno e conoscienza 
e sofrenza, eh' è somma de lo bene, 
comò la speme, che fioriscie in grana, 
come lo nome avete la potenza 
di dar sentenz'a chi contra voi viene, 
sicom avene a la cita Romana. 

4. ;m5. e nate dafinare io. ms. de le belle 12. 7ns. aute 



27. CANZONE DI PIER DELLA VIGNA. 

Pier della Vigna nacque in Capua poco dopo il 1180 , studiò in Bologna e verso 
il 1220 entrò come notajo nella corte di Federico II. Nel 122J era stato già elevato 
al grado di giudice della magna curia. Finì suicida nel 124^. Intorno alla sua vita e 
ai suoi scritti V, Huillard-Bréholles, Vie et ceuvres de Pierre de la Vigne, Paris, 
1864; De Blasiis, De Ila vita e delle opere di Pietro della Vigna, Napoli, 
z88o. La canzone che segue, è data secondo i mss. Vat. 3793 (A) e Laur.-Red. g (B) . 

PIETRO DE LE VINONE. 

/\.MORE, in cui disio ed ò speranza^ li. .oj^^*^ ^^^ 

di voi, bella, m' à dato guiderdone ;^' *" 
e guardomi infino che vengna la speranza, 
pur aspetando bono tenpo e stagione: , ;,^f„Uw ^ 

Com omo eh' è iri mare ed à spene di gire, 
e quando vede lo tempo ed elio spanna, •^v'^''-'^' 
e giamai la speranza no lo 'nganna ; 
così faccio, madonna, in voi venire. 8 

1. chui A 3. infine B 4. aspectando B buono temppo A 6. teinppo A 7. nga- 

na B 

I. a speranza gli antichi editori sostituirono fidanza, ma questa lezione non h autO' 
rizzata dai mss, 3. corr. e guardo infin f guardo infino f 

^ •( 



SEC. XIII. Canzone di Pier della Vigna, 57 



Or potess' eo venire a voi, amorosa, 

come lo larone* ascóso e non paresse ! 

bel lo mi teria in gioja aventurosa, 
12 se r amore tanto bene mi faciesse. / 

Si bello parlante, donna, con voi fora, Ty , /' ^.jJt. 

e direi comò v' amai lungiamente 

più ca Piramo Tisbia dolzemente, 
i6 ed ameragio infìno eh' eo vivo ancora. 

Vostro amor è che mi tene in disio, 

e donami speranza con gran gioja, 

eh' eo non curo s' io dolilo od ò martire 
20 menbrando 1' ora ched io vengno a voi ; 

Ca ss' io troppo dimoro, aulente lena, 

par eh' io pera, e voi mi perderete. 

adunque, bella, se bene mi volete, 
24 guardate ch'eo no mora in vostra spera. 

In vostra spera vivo, donna mia, 

e lo mio core adesso a voi dimando^ 

e l'ora tardi mi pare che sia ..f*ii«>^ 



A'^— 



28 che fino amore a vostro core mi manda ; 

E guardo tempo che mi sia a piaci^Èe 
e spanda le mie vele inver voi, rosa, y ^^ 

e prendo porto laove si riposa ^"^^^ 

32 lo meo core al' vostro insengnamento. 

Mia canzonetta, porta esti compianti 
a quella e' à 'n bailia lo meo core, 
e le mie pene contale davanti 

36 e dille com eo moro per su' amore, 

E mandimi per suo messagio a dire 
com io conforti l'amore ch'i' lei porto; 
e s' io ver lei feci alcuno torto, 

40 donimi penitenza al suo valore. 

Vù ( i .-£ 

IXtamto^ facesse B 13. vui A 14. corame^ 15. Triamo ^5 16. in- 

fine B 17. tiene A 19. eh' io non churo s' io dolglio A 20. membrando A 

24. eh' io B non A 28. mando B 29. temppo A piaeere B 31. portto A 

32. lo mio A 33. eanzonecta B portta A 34. m bailia lo mio A 36. com io A 

38. comfortti — portto A 39. Ilei — alehuno tortto A 

IO. corr. come larone ? o come el larone f 21. a lena ^à' editori precedenti 

sostituirono cera; ma è lezione arbitraria, non potendosi escludere che P autore talvolta 
ammettesse, accanto alla rima, V assonanza. 22. corr, pare 26. gli editori 

precedetiti mutar otto arbitrariamente dimando in dimanda, ma v. la nota al verso 21. 
32. corr. a lo 



XoVaLf^^-^"^'""^ 



58 



Canzone di yacofo Mostacci. 



SEC. XIII. 



28. CANZONE DI JACOPO MOSTACCI DA PISA. 

Che il Mostacci fosse pisano è delio nel canzoniere Palai. 418 ; che sia stalo con- 
temporaneo di Giacomo da Lentino e di Pier della Vigna «' h prova la tenzone eh ' ebbe 
con essi (v. n.° sj). Ala egli sopravvisse a quei due, se a lui si riferisce la seguente 
notizia raccolta dallo Zurita, importante anche per la relazione che mostrerebbe aver 
avuto il Mostacci con la corte sveva: <s. Embió el rey Manfredo (para concertar lo deste 
matrimonio, por sus embaxadores al rey de Aragon) a Guiroldo de Posta, Majore de lu- 
venaczo y lacobo Mostacio ; y vinieron a Barcelona, y alti se concerto a 2S del mes de 
julio del 12Ó0 . . . ry. Anales de Aragon, I, 17 J. La canzone seguente si trova nel 
cod. Val. 37^3 (A), e nel Palai. 418 (C). 

MESSER JACOPO MOSTACCI. 

Umile core e fino e amoroso 
già fu lungia stasgione e' ò portato 
buonamente a l'amore. 
Di lei avanzare adesso fui penzoso 
oltre poder e, infino eh' era afanato, 
nonde sentìa dolore. 
Pertanto non da Ilei partia coragio 
né mancava lo fino piacimento, 
mentre non vidi in ella folle usagio, 
lo quale avea cangiato lo talento. 

Ben m' averla per servidore avuto, 
se non fosse di fraude adonata; 
perché lo gran dolzore 

E la gran gioja che m' è stata, i' la rifiuto : 
ormai gioja che per lei mi fosse data, 
non m'averla savore. 
Però ne parto tutta mìa speranza, 
ch'ella partì del pregio e del valore; 
che mi fa uopo avere altra 'ntendanza, 
ond'io aquisti ciò che perdei d'amore. 

Però se 'n altra intendo o da ella parto, 
no le par grave né sape d'oltragio, 
tant'è di vano affare; 
Ma bene credo savere e valere tanto, 
poi la solglio avanzare, e' a danagio 
la saveria trattare. 
Ma non mi piace adesso quello dire 
ch'eo ne fusse tenuto misdicente: 

2. lungiainente C 3. ad amore C 5. e, s'eo n'era a. C 6. non è senza d. C 9. fin- 

ch'io non vidi in essa C 10. qiial l'avu-a C 12. se non f. d. f. adornata A 13. di quello 

g^ran C 14. Or lo gran bene che ni'è stato, rifiato C 15. giamai gioi che da lei C 16. fa- 

vore A sapore C 17. ne porto A a ciò diparto t. in. intendan'.a C 18. eh e. pari 3. A ke la 

parti vie da honore C 19. kn me non potè aver C 20. la 'nd *eo a. e. k'eo C 21. Se 

da Ilei parto o inn altra intendo C 22. no Ile sia greve e no Ile sia o. C 24. Ma io mi credo 

valere e savere t. C 25. s'eo la solca a. d. C 26. le s. contare A 27. se non fosse nella 

qual eo A desso q. dare C 28. dir tanto niisdiciente A 



16 



20 



24 



28 



SEC. XIII. Tenzoìie di yacopo Mostacci i&c. 59 

e' assai vai melglio chi si sa partire 

da reo sengnor e alungiar buonamente. 
Omo che si parte a lunga, fa savere 
32 di loco ove possa essere affanato, 

e trane suo penserò; 

Ond'io mi parto e tragone volere 

e dolglio de lo tempo trapassato, 
36 che m'è stato falliero. 

Ma non dotto, e' a tale sengnoria 

mi son donato; ca bon guiderdone 

mi donerà, per ciò che no m'oblia: 
^o lo ben servente merit' a stagione. 

30. dal C alungiare A 32. da 1. o. dev'è. C 23. e tracia C 35. e dogliomi 

del t. C 36. fallire A 37. Ma non o mispere e' a tal sengnora A signoria C 38. son 

servato che buono A 39. aveiagio, che perzò eh' è 'n obria A 40. lo bon s. intra 'n sua 

stasione C K,uiA^ t^^-ii— Z'^ 1 c^-^ t-,'^"^'^^ <.^^r.(r "± ^ Ut- -"*'-> '-''I^g^-^ ,. ^' *^ Ì*^l 

■' «4— ''- v-jì: ?#^ 5^."^ '^■^x^,^.^'^-^~Iz':. ^ 

29. TENZONE DI TACOPO MOS T ACCI , fi-.^-.^i-^--—" P^'^ 



PIER DELLA VIGNA E GIACOMO DA LENTINO. 



C 



Da/ codice Barberimano J^L V-47, 
I. JACOPO MOSTACCO. 



.\ 



H 



^«Or.JT t*-'»^ wtx**^ 



wDoLrciTAKDO un poco meo savere 
e cum luy voglendomi deletare, 
un dubio che me misi ad avere, 
a vuy lo mando per determinare. 
* ■ on' omo dice ch'amor à podere , .a .a^7*'*^ 

e gli corazi destrenze ad amare; ^ -jO^^ 

ma eo no lo voglo consentere, C^ 

però eh' amore no parse ni pare. 
Ben trova l'om una amorosa elatè, 
la quale par che nassa de piacere, v<-"<- 
e zo voi dire hom che sia amore, 
eo no li sacco altra qualitate ; 
ma 90 che è da vui lo voglo odere, 
però ve ne faco sentencatore. 

II. PETRO DA LA VIGNA RESPOSE. 

Però ch'amore no se pò vedere ^j-i-'"'^ 

e no si trata corporalemente, > ' ' 
^^'*manti ne son de sì fole sapere 
che credono ch'amor sia niente, 
ma po*^ eh' amore li face sentere 
dentro dal cor signorezar la zente. 



60 



Tenzone delVah, di Tivoli (&c. 



SEC. xni. 



molto mazore presio de avere 

che se 1 vedessen o è sì bellamente, o^*^ 

Per la vertute de la calamìt^''*'?^^ 

corno lo ferro atra', no se vede, 

ma si lo tira signorivelemente; 

e questa cosa a credere m'envita 

ch'amore sia, e dame grande fede 

che tutor sia creduto fra la cente. 

III. NOTAR JACOPO RESPOSE. 

Amor è un desio che ven da core 
per habundanza de grand piacimento; 
egl'ogli en prima genera l'amore, 
e lo core li dà nutrigamento. 
ben è alcuna fiata om amatore 
senza vedere so namoramento, 
ma quel amor che strenze cum furore, 
da la vista dig ogli à nasemento. 
Che gì' ogli rapresenta a lo core 
d'onni cosa che veden bono e rio, 
cum è formata naturalemente. 
e 1 core che di co è concipitore, 
ymacina e place quel desio; 
e questo amore regna fra la zente. 



^ 



i^ 



0^ 



30. TENZONE DELL' ABATE DI TIVOLI 
E DI GIACOMO DA LENTINO. 

Chiamavasi Abate di Tivoli o « Abbas Tiburtinus » nel medio evo Pabate della Men- 
torella (VulturìUa) famoso monastero del Lazio ; ma ai tonfi del Notajo troviamo in 
Roma un Gualtiero « laìcus de urbe» chiamato ancW esso l'' Abate di Tivoli, che Inno^ 
cenzo IV in un suo breve (Arch. Vat. Regesti, XXII, 101-2) riconosceva col titolo 
di suo devoto, e ad esso va, secondo o^ni probabilità, attribuita questa tenzone pei son. 
I, III, e V. Nel predetto breve, che è del 12J0, facendosi menzione di un figlio di lui, 
«Lucido scolare», che per le benemerenze paterne il papa provvedeva di un benefizio 
ecclesiastico in Morea, si avrebbe la conferma, oltre a quanto apprendiamo per le rela- 
zioni con Giacomo da Lentino, che questo trovadore romano dovette fiorire nella prima 
metà del sec. XIII. Secondo la testimonianza del Notajo egli compose « novi versi 
tanti » ; ma oggi non se n» conosce che questa tenzone, conservataci assai guasta nel cod. 
Vat. 37g3 (A) e, tranne l^ultimo sonetto, anche nel C'iig. L. Vili. 303 (D). 

I. l'abate di TIBOLL 

\Ji deo d'amore, a te faccio pregherà 
ca m'inteniate si chero razone: 
cad io son tutto fatto a tua manera, 



I, 1. Ai D 
80n io facto D 



a voi D 
tuo A 



facco A 



2. che m' intendiate Z> s'io ^ ragione D 



3. già 



SEC. xin. Tenzone deU ah. di Tivoli <&c. 61 



cavelli e barba agio a tua fazone 

ed ongni parte, agio viso e ciera, 

e fegio in quatro serpi ongne stagione, 

e la lengua a giornata m'è legiera, 

però fui fatto a tua speragione. 

E son montato per le quatro scale 

e sono afficto; ma tu m'ài feruto 

de lo dardo de l'auro: ond'ò gran male, 

che per mecco lo core m'à partuto. 

di quello de lo piombo fa altrectale 

a quella per cui questo m'è avenuto. 

IL NOTARO GIACOMO. 

Feruto sono svariatamente. 
amore m'à feruto; o, per che cosa? 
cad io degia dire lo convenente 
di que' che di trovar non anno posa, 
ca dicon ne lor detti fermamente, 
e' amore à deità im se richiosa; 
ed io lo dico che nonn è nejente, 
ca dio d'amore sia od essere osa. 
E chi me ne volesse contastare, 
i gliene mostreria ragion davanti, 
ca Dio non è se non una deitate. 
ed io in vanità non voloflio stare. 
voi, che trovate novi detti tanti, 
posatelo di dir, che voi pechate. 

III. l'abate di tiboli. 

Qual omo altrui riprende spessamente, 
a re' rampongne vene a le fiate. 
a te lo dico, amico, imprimamente, 
ca non credo ca lealemente amiate, 
s'amor t'avesse feruto coralmente, 
nom parleresti per divinitate ; 

4. aggio cavelli e barba — faccoiie D 5. ed] en D aggio — cera D 6. seggio in quattro D 

ogni D stasgione A 7. per l'ale gran g. — leggera D 8. sono ben nato D a questa 

niispregione A 9. sono A salito — quattro D 10. som assiso A ma tu] a dato A 

11. del dardo D 12. e par mercede A m'ài D 13. da q. del D pimbo fo altretale A 

14. chui A n, 1. isvariatam. D 2. amor — chosa D 3. clied io deggia dir D 

4. quelli — trovare A 5. che — decti D dicono A 6. eh' amor — in — rinchiusa D 

7. diche — non — niente D 8. che — amor — esser D 10. gle — mosterria D rasgione 

avanti A 11. che — nonn D 12. non vi postare D 13. decti D 14, dire — pec- 

chate D m, 1. uomo altni D 2. a le rampogne vene a le fiate D 3. a vo lo di- 

cho amicho D 4. eh eo — che lealment' D 5. s'amor v'Z) coralemente A 6. non 

parlereste D 

I, 7. corr. e la lengua agi' ornata e m' è legiera,' 



62 Tenzone delV ab. di Tivoli i&c. sec. xirr. 



nanti credereste ciertamente 
c'amore avesse im sé gran potestate. 
Amore à molto scura canoscienza; 
sì n'adiven corno d'una batalglia: 
chi sta vedere riprende chi combatte, 
quella ripresa non tengno valglienza: 
chi acatta lo mercato sa che valgila, 
chi leva sente più che quel che batte. 

IIII. NOTARO GIACOMO. 

Cotale gioco mai nom fue veduto 
c'agio vercongna di dire ciò ch'io sento, 
e dettone che non mi sia creduto, 
pere' ongn' omo ne vive a scaltrimento. 
pur uno poco sia d'amore feruto, 
sì si racchocca e fa suo parlamento, 
e dicie: "donna, s'io non agio ajuto, 
io mende moro e fonne saramento „. 
Grande noja mi fanno i menzoneri, 
sì 'nprontamente dicon lor mencogne ; 
ma io lo vero dicolo volontieri; 
ma tacciolmi, che no mi sia vergongna: 
ca d'onne parte, amor, ò penseri 
ed entra' meve com agua in ispungna. 

V. l'abate di tiboli. 

Con vostro onore facciovi un onvito, 

ser Giacomo valente , 

lo vostro amore voria fermo e compito 
e per vostro amore ben amo Lentino. 
lo vostro detto, poi eh' io l'agio udito, 
più mi rischiara che l' airo sereno; 
magio infra li mesi è 1 più alorito, 
per dolzi fiori che spande egli è 1 più fino. 
Or dumque a magio asimilgliato siete, 
che spandete ed amorosi 



7. vostra creden9a fora D 8. c'aniora D 9. sch'tri» A chanoscen^a D 10. adi- 

viene A e diven come que' eh' è a la battag-la D 11, che tten mente e riprende que' che D 

12. ri presta — valenza D chi accatta I merchato D fa A valgla D 14. che lievie A 

mi, 1. Cotal giuocho non fu mai D 2. eh' ò vergongna-dir D 3. e temone nom D 

"t. però — uom vive D 5. e pur un — amor D 6. si ragienza A (fa D portamento A 

(f Uz. ine.) 7, e dice — s'io non ò il tuo D 8. io me ne D 9. Però gran — fanno 

menzonieri D 10. per lu prontamente D 11. ch'eo 1 vero e dirial volentieri D 12. ma 

cielolo però che m'h D 13. cad'] en D ongni partta A ò nunca in D pemsleri A 

U. cà Manca in D entrate in mi chom Z) V, 1. faccovi ^ 6. airo] aira ^ 



SEC. xm. 



Canzone dì ArrigoTesta. 



63 



più di nullo altro amador corti* omo saccia, 
ed io v'amo più che non credete; 
s'enver di voi trovai detti nojosi, 
riposo mende date, e ciò vi piaccia. 



11. amadore e sacca A 



14. piacca A 



31. CANZONE DI ARRIGO TESTA D^ AREZZO . 

Un Arrigo Testa si trova nominato nella Cronica di Riccardo da San Germano alP a. 
ligi] altro dello stesso nome morì podestà di Reggio (Emilia) nel 1247, e questo è 
creduto V autore della canzone, unica, che segue. Da una carta delVa. I2ig, comuni- 
catami dal prof. Giulio Salvadori , risulta che in quelfanno egli era di già maggiore 
d'età. Fu ucciso sotto Reggio combattendo per V imperatore Federigo II.* Esso non 
era, come si credette, di Lentino di Reggio in Calabria, ma d^ Arezzo, e la confusione 
fatta intorno alla sua patria e al suo nome si vede esser nata dal titolo con invio al 
Notajo, che questa canzone recava sul ms. d'onde derivarono le tre copie che sono nei 
canzonieri Vat. 3793 (A), Laurenz.-Red. g (B), Palat. 418 (C). Si dà il testo di tutti 
e tre i predetti fnss. preceduto da un tentativo di ricostituzione critica. 

ARRIGUS TESTA DE ARITIO NOT. JACOMO DE LENTINO. 

V ostr" argoglosa ciera e la fera sembranca 
mi trae di fin' amanca e metem' in errore; 
Fami tener manera d' omo k' è 'n disperanca, 
ke non à in sé menbranca d'avere alcun valore. 
In ciò biasimo amore, che non vi dà misura, 
vedendo voi sì dura ver naturale usanca. 



A 

NOTAJO ARIGO TESTA 
DA LENTINO. 

Vostra orgolglosa ciera 
e la fera sembianza 
mi tra di fin' amanza 
e metemi in erore. 
fami tenere manera 
d' omo eh' è 'n disperanza 
e non à in sé menbranza 
d'avere alcuno valore. 
In ciò biasimo amore 
che non vi dà misura, 
vedendo voi s\ dura 
ver naturale usanza. 



B 

N. JACOMO. 

Vostr' orgoglosa cera 
e la fera senbiansa 
mi trae di fin' amansa 
e mettem' in errore. 
Fanmi tenere mainerà 
d'omo eh' è 'n disperansa 
che non mostra senbiansa 
d' avere alcun valore. 
In ciò biasmo 1' amore 
che non vi dà mizora, 
vedendovi si dora 
ver naturale uzansa. 



ARRIGUS DIUITIS. 

Vostr' argoglosa ciera 
e la fera sembranca 
mi trae di fina amanca 
e mectemi in errore. 
Fami tener manera 
d'omo k' è 'n disperanca 
ke non à in sé menbranca 
d'avere alcuno valore. 
E in ciò biasmo amore 
ke no mi dà misura, 
vedendo voi s*i dura 
ver naturale usanca. 



* Salimbene , Chron. ff. 68-g, e Memoriale pò test, reginen, in Murato- 
ri, Rer. Ital. Scr. Vili, iiiS. 



64 



Canzone di Arrigo Testa. 



SEC. XIII. 



ben passa costumanza ed è quasi for d' uso 
r afar vostro nojoso per leveca di core. 

Del vostro cor certanca ben ò veduto in parte, 
k' assai pogo si parte vista da pensamento, 
Se non forse a fallanca proponimento d' arte, 
ke dimostrasse in parte altro e' ave in talento. 
Ma lo fin piacimento, da cui l'amor discende, 
solo vista lo prende e in core lo nodrisce, 
si ke dentro s' acrescie formando sua manera, 
poi mette fuor sua spera e fande mostramento. 

Però, madonna mia, non pò modo passare, 
né stasione ubriare : ogne cosa à suo loco. 
Conven k' elio pur sia ke manifesto pare, 
e tutto r apostare ver la natura è poco. 
Vedete pur lo foco, ke fin ke sente legna 
infiamma e non si spegna né pò stare nascoso. 



8. 



ben passa costumanza 
ed è quasi fuori d'uso 
1' afan vostro nojoso 
per li vezi di core. 

Del vostro core ciertanza 
ben ò veduto in partte, 
eh' assai poco si partte 
vista di pensamento, 
se non fosse fallanza 
o 'mponimento d'artte 
che dimostrasse in partte 
altro e' ave in talento. 
Ma lo fino piacimento 
di cui 1' amore disciende, 
solo vista lo prende 
ed i core lo nodriscie, 
sì che dentro s' acrescie 
formando sua manera, 
poi mette fuori sua spera 
e fanne mostramento. 

Però, madonna mia, 
nom pò mondo passare 
né stasgione ubriare, 
c'ongni cosa à suo loco, 
conviene eh' elio pur sia 
che manifesto pare, 
e tutto 1' apostare 
ver la natura poco. 
Vedendo per lo foco, 
infin che sente lengna 
infiamma e non ispengna 
ne pò stare nascoso. 



B 

ben passa costumansa 
ed è quazi for d' ozo 
1' afFar vostro nojozo 
per levessa di core. 

Del vostro cor certansa 
ben ò veduto in parte, 
cha ssi pogho si parte 
vista da pensamento, 
Se non fusse a fallansa 
proponimento d'arte 
che dimostrasse sparte 
altro e' ave 'n talento. 
Ma lo fin piacimento 
da cui 1' amor discende, 
solo vista lo prende 
e 'n core lo notrisce, 
si che dentro s'acrisce 
formando sua mainerà, 
poi mette fuor sua spera 
e fande mostramento. 

Però, madonna mia, 
non pò modo possare 
ne stagion obbriare, 
ogna cosa à su loco. 
Convien ch'elio pur sìa 
che manifesto pare, 
e tutto 1' apostare 
verso l'amore è poco. 
Vedete pur lo foco, 
che fin che sente legna 
inflanma e non si spegna 
né pò stare nascozo. 



c 

ben passa costumanza 
ed è quasi for d' uso 
l'afar vostro nojoso 
per leveca di core. 

Del vostro cor certanca 
bene vedut' ò in parte, 
k' assai pogo si parte 
vista da pensamento, 
Se no fosse a fallanca 
proponimento d' arte 
ke dimostrasse exparte 
altro e' ave in talento. 
Ma lo fin piacimento 
da cui l'amor discende, 
sola vista lo prende 
e in cor lo nodrisce, 
sì ke dentro acrescie 
formando sua manera, 
poi mecte fuor sua spera 
e fande mostramento. 

Però, madonna mia, 
non pò modo passare 
ne stasione obliare, 
ogne cosa in suo loco. 
Conven k' elio pur sia 
ke manifesto pare, 
e tucto 1' apostare 
ver la natura è poco. 
Vedete pur lo foco, 
ke fin ke sente legna 
infiamma e non si spegna 
né pò stare nascoso. 



i6 



i6 



24 



28 



32 



36 



40 



44 



SEC. xra. 



Canzone di An'igo Testa. 



65 



24 



28 



32 



36 



52 



56 



60 



64 



68 



72 



76 



COSÌ r amore à in uso per fermo sengnoragio, 
ke cui ten per coragio conven ke mostri gioco. 

No mi mostrate gioco né gajo semblamento 
d'alcuno bon talento, ond' avesse allegranca ; 

ond' io gran noja sento ; 
di verace amistanca: 
ke così mi tradite, 
trovate alcuna guisa 
di sì gran fallimento; 
agiate in cor fermanza. 



Ma mi mettete in loco 
ke faite infingimento 
E ciò è gran fallanca, 
poi ke tanto savete, 
ke non siate ripresa 
di vista o pensamento 

Di me fermanza avete, 
però meo cor non muta 
Donqua se voi mi sete 
ben è straina partuta 
Poi savete eh' è oltragio,' 
ke n' è presio 'n alteze 



k' eo so in vostra tenuta ; 
di far leale omagio. 
di sì fera paruta, 
per bene aver damagio. 
cangiate la fereze; 
centra umiltade usare. 



A 

così 1' amore à in uso 
per fermo sengnoragio, 
che cui tiene per usagio 
conviene che mostri gioco. 

Non mi mostrate gioco 
ne gajo semblamento 
d'alcuno bono talento, 
ond' avesse alegranza ; 
ma mi mettete il loco 
là nd'io gran noja sento; 
che fate ofingimento 
di veracie amistanza: 
E ciò è gran fallanza, 
che cosi mi tradite, 
poi che tanto savete, 
trovate alcuna guisa 
che non siate ripresa 
di vista o pensamento; 
d'alcuno bono talento 
agiate in core fermanza. 

Di me fermanza avete, 
ch'io sono vostra tenuta; 
poi lo meo core non muta 
di fare vostro omagio. 
dunque se voi mi siete 
di sì fera paruta, 
ben è strana partuta 
per bene avere danagio. 
Poi savete eh' è oltragio, 
cacciate le fereze; 
che non è presgio ne alteze 
verso umiltate usare. 



B 



così r aniore e' ozo 
per fermo signoraggio, 
che conven per coraggio 
conven che mostri gioco. 

No me mostrate gioco 
ne gajo senblamento 
d'alcuno bon talento, 
und' avess' allegransa ; 
Ma mi mettete in loco 
ond' io gran noja sento; 
ké faite infingimento 
di verace amistansa; 
E ciò è gran fallansa, 
che così mi tradite, 
poi che tanto savite, 
trovate alcuna guiza 
che non siate ripriza 
di sì gran fallimento; 
di vista in pensamento 
aggiate in cor fermansa. 

Di me fermessa avete, 
eh' i' so in vostra tenuta ; 
però meo cor no muta 
di far leale omaggio. 
Dunque se voi mi sete 
di sì fera paruta, 
ben è straìna partuta 
per bene aver dannaggio. 
Poi savete eh' è oltraggio, 
cangiate la feressa; 
che non pregi' è ne altessa 
contra umile uzare. 



c 

così 1' amore è miso 
per fermo signoragio, 
ke cui tem per coragio 
conven ke mostri gioco. 

No mi mostrate gioco 
ne gajo sembramento 
d'alcuno bon talento, 
ond' io avesse allegranca; 
Ma mi tenete in loco 
und' io gran noja sento ; 
ké faite infingimento 
di verace amistanca: 
E ci è gran fallanca, 
ke così mi tradite, 
poi ke tanto sapete, 
trovate alcuna guisa 
ke non siate ripresa 
di sì gran fallimento ; 
di vista o pensamento 
agiate in cor fermeca. 

Di me fermeca avete, 
k' eo sono in vostra tenuta; 
però mio cor non muta 
di fare leale omagio. 
Donqua se voi mi siete 
di sì fera paruta, 
ben è strania partuta 
per bene aver damagio. 
Poi savete e' oltragio 
cangiate la fereca ; 
ke n' è presio 'n alteca 
contra umiltade usare. 



66 



Canzone di Pasc<^nlno da Sei'ezano. 



SEC. XIII. 



c' omo dì grande affare perde lo suo savere, 
ca lo 'nganna volere per soperkio coragio. 



40 



B 



C 



e' omo di grand' affare 
perde lo suo savere, 
che Ho 'nganna volere 
per soverchio coragio. 



e' omo di grande affare 
perde lo suo savere, 
che lo 'nganna volere 
per soperchio coraggio. 



e' omo di grande affare 
perde lo suo savere, 
ca lui inganna volere 
per soperkio coragio. 



80 



32. CANZONE DI PAGANINO DA SEREZANO. 



Nessuna notìzia si ha intorno a questo trovadore ; ma dalla struttura e dallo stile di 
di questa sua unica canzone^ e dal fosto che fu dato alV autore nel canzoniere A , fra 
Arrigo Testa e Pier, della Vigna, si puh argomentare che sia stato u?to dei piti antichi. 
Il nome della sua patria in B è Serzana, ofide si venne alla confusione con Sor zana; 
ma invece trattasi^ secondo A, di Serezano, detto anche Serzana, nelf Italia superiore, vi- 
cino a Tortona* La canzone trovasi solamente nei Codici Vat, jygj (A), Laur.-Red, 
g (B), Palat. 418 (C), IH quest''ultimo mancante della st. VI e con la V anteposta alla III. 

MESSER PAGANINO DA SEREZANO. 

ivoNTRA lo meo volere amor mi face amare 
donna di grande affare troppo altera; 



Però ke 1 meo servire 
per lo suo disdegnare, 
Che la sua fresca cera 
né giorno non anotta 
Donqua, s'aggio provato 
ch'amor face sentire 



non mi pora ajutare 
tant' è fera. 

già d'amar non s'adotta, 
là ove apare. 

li afanni e li martire 
a chi gli è dato, 



d' amor prendo cumiato 

Lo partir non mi vale; 
amor, eh' en omo asende 
Ca tutto lo meo male 
s' elio ver me s' arende 
Pur uno poco in pace 
e' amor di bona donna 
Però s' a lei piacesse 



e vói partire, 
eh' adesso mi riprende 
poi li piace; 
di gran gioi si riprende, 
ed amar face 
la mia plagiente donna; 
non discende, 
d' amare, eo 1' amarla. 



1. Contro a lo mio A amore mi facie A 2. grad afare tropp' B 3. Per C che^l^ 

servere B paria A pot B 4. ver lo su B destengnare A 5. E la suo C ciera A 

damare noni A si docta C 6. el g. non a nocte C là du pari C 7. Dunqua c'agio A 

li affanni A 1' afanno B Io martire B li martiri C 8. amore A facie A mi fa C a cui 

9. d' manca in C amore A prende C comiato A \o A voi C 10. par- 

no C eh omette A 11. che non m'ofende B che nogl' of. C 12. tute A 

mio A mi B gioia A prende C 13, s' ella ^C 'nver — arrende ^ amare 

14. Pur un B piacente BC in pacie A 15. e' amore — disciende A 16. Per- 



son d. C 
tire A 
tucto C 
acie A 



io A Dunqua B 



se C 



allei BC piaciesse A 



A' manca in C 



amar B 



io BV A 



* O. Morena in Muratori, Rer. Ital, Scr. VI, 987. 



Il- 



io 



SEC. XIII. Canzone di Paganino da Serezano. 67 

co meco porteria lo mal e' avesse, 

e, poi lo mal sentisse, lo ben voria. 

Sicom omo distretto che non potè fugire, 
20 convenelo seguire 1' altrui voglia, 

Mi tene amore afritto, che mi face servire 

ed amando gradire, e più m' orgoglia 

Madonna, che mi spoglia di coragio e di fede ; 
24 ma s' ella voi merzede consentire. 

Tutto lo meo corotto sera gioi e dolzore ; 

ma più li fora onore, s' al postutto 

mi tornasse in disdotto di bon core. 
28 Ai plagente persona, cer' allegr' e benigna, 

di tutte alteze degna e d' onore, 

Ciascun omo ragiona: quella donna disligna, 

che mercede disdegna e amore. 
32 Donqua vostra valore e mercede mi vaglia, 

ca foco mi travaglia che no spegna; 

E vostra canoscenza ver mi d'amor s' inflame 

e a ciò me recliiame a benvoglenza, 
36 avend' al cor sofrenza eh' io l' ame. 

Quando fra due amanti amore ogualemente 

si mostra benvoglente, nasciene 

Di quello amore manti piaceri, und' omo sente 
40 gioi a lo cor parvente e tutto bene. 

Ma s' elio pur si tene ad uno e 1' altro lassa, 

elio penando atassa ed è sofrente 

Del mal d'amor gravoso, pieno di disianza, 
44 e vive 'n disperanza vergognoso. 

donqua s' eo son dottoso, non è infanza. 

Mercé, donna gentile, a cui piacere aspetto; 

vostro senno perfetto mi conforte, 

17. con B parzeria A porteria B partirla C male A eh' BC 18. male — bene A vor- 

ria B verrea C 19. destritto B distructo C nom A fuggire B 20. convelli C vol- 

gila A voUia C 21. tiene AB aff ritto B alecto C facie A 22. e ani. C eppiù B 

upur C orgolglia A orgollia C 23. spolglia A spogla C coraggio B e manca in B 

24. mass A elio C vole A vola .ff vai C mercede C 25. Tucto C mio A cor- 

rotto B corocto B farà gioja A ke rasione C e omette C dolsore B dolcore C 26. le 

fora A la fa honore C s' a p. C 27. disducto C bono A 28. A plagiente A 

Ahi piacente C ciera allegra AC benegna C 29. tucte C altesse B altece C den- 

gna.A 30. Ciaschuno — rasgiona ^ dislingna A d'slegna C 31. merciede A distend- 

gna A non degna C ed B 32. Dunqua AB vestro B vostro C merciede A vai- 

glia A vagla C 33. cha B ke C travalglia A travagla C spingna A e non si spegna C 

34. canoscienza A caunosienca C avermi d'amore A s' imframe C 35. e assai mi rischia- 

mo C e 'n su' amore chiame A benvolenza A benvoglenca C 36. avendo al core A sof- 

frensa B soffrenca C 37. dui C squalemente A igualmente B 38. si mostran BC be- 

nevolente A nasce bene B nasce e vene C 39. quell' B piacieri A piacier B end' A 

40. gioja al core A tucto B, omettendo e 41. lasscia A lasso B 42. ed elio A quello B 

kille' C attassa B sofferente BC, omettendo ed 43. male A d'amore AC diziansa B 

44. e omette B vivo C disperansa B vergongnoso A 45. dunque A dunqua B s'io 

sono A sisson B doctoso C n' è infanca C infansa B 46. Mercié A accui B pia- 

re affetto A 



68 



Canzone di Rugieri d^ Amici. 



SEC. XIII. 



E per mei non s' avile tenendomi in dispetto. 

ch'io non ajo rispetto de la morte, 

E ciò mi piace forte, solo e' a voi non sia 

ritratto a villania per sospetto. 

Ca se voi m' alcidete, ben dirla Paganino : 

troppo fora dilino, ben savete, 

r alto pregio che tenete in dimino. 



48 



52 



48. E per iiie- 
dete perdiria A 
prescio A 



■ tenendomi A 
Paghanino B 



49. aggio sospetto B 
53. forai dichino B 



50. Ecciò B piacie A 
bene A sapete B 



52. auci- 
54. l'altro 



33. CANZONE DI RUGIERI D'AMICI. 

La famiglia (V Amici o iV Amico fu di Messina e me'^ser Rugieri fu uno dei grandi 
dignitarj della corte di Federico IT. Le seguenti note croniche bastano per farlo clas- 
sificare fra i lirici pih antichi: «1238,.. fuit... Siciliae,... capitaneus Rogerius de 
Amicis»*; «1240, Rogerius de Amico, dux et vicarius exercitus imperatoris Friderici, 
accessit centra Saladinum de Babilonia»**; «1241,... dominus Rogerius de Amicis 
manebat in Babiloniam et in Cayrum cum Soldano » *^*; «1248, Conrado et aliis filiis 
quondam Rogerii de Amicis ...». f La canzone seguente si trova nel cod, Vat. 3793 
(A) e nel Palai. 418 (C) ; in questo secondo attribuita a Bonagiunta da Lucca ; ma V in- 
vio « allo regno » v. 36, dice abbastanza a conferma della attribuzione di A. 

A C 



RUGIERI D AMICI. 

L^o meo core che si stava 
in gram penserò finenora 
per voi, dolze donna mia, 
e giorno e notte penava 
faciendo sì gran dimora, 
che disiando perla. 
E l'angosgia m' aucidia, 
quando mi rimembrava 
del vostro amore che mi dava 
sollazo e tuto bene, 
al core sofria gram pene. 

Dolcie mia donna valente, 
ben m' era fera pesanza 
d' essere lontano da voi, 



BONAGIUNTA URBICIANI. 

v_/RA mai lo meo core ke stava 
in gran pensieri finora 
per voi, dolce donna mia, 
Ka giorno e nocte penava 
facendo sì gran dimora, 
ka disiando perla. 
E r angoscia m' ancidea, 
quando mi rimenbrava 
del vostro amor ke mi dava 
solaco e tucto bene, 
al cor soffria gran pene. 

Dolce mia donna valente, 
ben m' era fera pesanca 
esser luntan da voi, 



* Appendice alla Historin di G. Malaterra in Muratori-, Rer . Ital.Scr. V, 604. 
** Chronicon Siciliae, ms. 1628 della Bibl. Univ. di Padoz<a. 
dice cit. ^ Doc. in Berger, Regis tres d* Innocc nt IV, /, «. 4034. 



*** Appen- 



SEC. XIII. 



Canzone del Re Giovanni. 



69 



A 



C 



i6 



24 



28 



32 



36 



40 



44 



tant' amorosamente 
mi date gioja com baldanza 
quando sono, bella, con voi; 
E non voria mai avere 
potesse avere comfortto. 
e bene faria gran tortto 
s'io inver voi, bella, fallisse 
per cosa e' avenisse. 

Donna, la pesanza vostra 
m' incora, poi che mi rimembra 
com' io mi partia dolglioso ; 
vegiendo la gioja nostra 
che faciavamo noi imsembra, 
lo core me ne sta pensoso. 
Amore vuole eh' i' sia giojoso 
poi e' a voi, bella, torno, 
dio, si vederai lo giorno 
eh' io vostro dolzore senta, 
sì ca lo meo core n'abenta. 

Canzonetta mia giojosa, 
per lo bene e' amore comanda, 
partiti e vanne a lo rengno, 
saluta la bonaventurosa, 
e dille, se t' adimanda, 
che per lei pene sostengno. 
Né contento no mi tengno 
di gra richeza avere 
sanza lo suo volere ; 
e' amor m' à preso e distretto 
assai più ch'io non ò detto. 



Ke tanto amorosamente 
mi davavate gioi con baldanca 
quand' era, bella, con voi ; 
Ke non porla dir k' eo 
più potesse avere conforto, 
donqua serea gran torto 
se ver voi, bella, fallisse 
per cosa k' avenisse. 

Madonna, la pesanca vostra 
m' accora, quando mi menbra 
comò mi partia dollioso; 
Menbrando la gioi nostra 
e' avavamo, bella, insembra, 
lo cor mi stava pensoso. 
Amor voi k' eo stia giojoso 
quand' a voi, bella, torno, 
quando seria lo giorno 
ke 1 vostro dolcor, bella, eo senta, 
e lo meo male abenta. 

Kanconecta mia giojosa, 
per lo ben k' amor ti manda, 
partiti e vande a lo regno, 
A la benaventurosa, 
e dille, se t' adomanda, 
k' eo pena pato e sostegno, 
E contento no mi tegrno 
di gran riccheca avere 
senca lo suo volere; 
k'amor m'à preso e distrecto 
assai più k'eo no v'ò decto. 



34. CANZONE DEL RE GIOVANNI. 

// Re Giovanni , ossia Jean de Braine de Brienne di Brenna, nato nella seconda 
metà del sec. XII, morto nel 123J, passò parecchi anni in Italia, prima guerreggiando 
pel fratello alla conquista del regno di Napoli, poi governando lo stato papale ossia il 
Patrimonio, da Roma a Radico/ani, nominatone rettore da Clemente IX. I documenti ita- 
liani del tempo spesso lo ricordano: «Anno Domini 1218... regebat... tunc christianos 
rex Jerosolimltanus, vir strenuus et forma pre filiis hominum speciosus »*; « a. 1223 
Johannes rex Jherosolimitanus, qui postmodum de fìlia sua cum imperatore contraxit, 
veniens de partibus transmarinis cum magistro domus Hospitalis Jherosolimitani, Ro- 



* Annales S. lustinae Patav. in Monum. Gemi, histor. XIX, i^i . 



70 



Canzone del Re Giovanni. 



SEC. XIII. 



mam vadunt ad Honorium papam»**; «a. 1225 Johannes Jherosol. rex, cum uxore 

sua pregnante filia regis Hispanie apud Capuani morari elegit, ubi, imperatore 

mandante, honorifice receptus est»*^*; « eodem anno [1225] rex Johannes cum 
uxore sua venerunt ad Urbemveterem et steterunt in palatio sancti Martini» f; 
«anno Domini 1225, xiv indict. Fredericus imperator accepit uxorem filiam domini 
regis Johannis » ff . Fra Salimbene, che lo conobbe, così lo descrive: « Erat enim rex 
magnus et grossus et longus statura, robustus et fortis et doctus ad prelium, ita ut 
Johannes alter Karolus Pipini filius crederetur. et quando in bellum cum clava ferrea 
percutiebat hinc inde, ita fugiebant saraceni a facie ejus, sicut vidissent diabolum...; 
revera non fuit tempore suo, uti dìcebatur, miles in mundo melior eo. unde et de 
eo.... facta fuit ad laudem.... quaedam cantio, partim in gallico partim in latino, 
quam multotiens cantavi, quae sic inchoat: Avent tutt mantenent tempori- 
bus» 4-> UHist. littér. de la France, XXIII, 6^8-42, dia di lui tre canzoni 
francesi. Questa italiana non si trova se non nel codice Vat. 3793. Al Bartoli^ parve 
un insieme di frammenti diversi mal cuciti. ^J^ Probabilmente fautore intese di fare un 
discordo, e al modo dei discordi sta essa scritta nel codice. 

MESSER LO RE GIOVANNI. 



UoNNA, audite corno 
mi tengno vostro omo 
e non d'altro sengnore. 
la mia vita fina 
voi l'avete in dotrina 
ed in vostro tenore, 
oi chiarita spera, 
la vostra ^olze ciera 
de' r altr' è gienzore. 
così similemente 
è lo vostro colore, 
colore non vidi sì giente 
né 'n tinta né 'n fiore, 
ancora la fiore sia aulente. 
voi\avete il dolzore, 
dolze temppo e gaudente 
inver Ila pascore. 
ogn'omo che ama altamente 
sì de avere bon core 
d'essere cortese e valente 
e leale servidore 
inver la sua donna piagiente 



16 



chui ama a tutore. 

Tutora de guardare 24 

di fare fallanza; 
che nonn é da laudare 
chi nonn à leanza 
e bene de omo guardare 28 

la sua noranza. 
cierto be mi pare 
che si ffaccia blasmare 
chi si vuole orgolgliare 32 

là ove nonn à possanza; 
e chi bene vuole fare 
sì si de umiliare 

inver sua donna amare 36 

e fare conoscanza. 
or vengna a ridare 
chi ci sa andare; 
e chi à intendanza 40 

si degia allegrare 
e gran gioja menare 
per fin' amanza, 
chi no lo sa fare 44 



** Riccardi de S. Gemi. C/ironica, alPa. 1223. *^* loc. cit. ^An- 

nui. Urbevet. in Man. Germ. histor. XIX, 2Òg. ^^ Appenlix Gaufr. Ma- 

lateme in Muratori, Rer. Ital, Scr. V, 604. \. Fr. Salimbene Chr onic a , Par- 

ma, i8j7, p. ló; cf. Novali in (riornale storico della letteratura italiana, 
I, 4/r. 4-I- ^ior. della Ictter. ital. II, 122. 21. e leale] ms. elele 

31. ms. facca 



SEC. xiir. 



Caiizofii di Federico II. 



71 



sì si vada a posare, 

non si faccia blasmare 

di traresi a danza. 
48 Fino amore m' à comandato 76 

eh' io m' allegri tuta via, 

faccia sì ch'io serva a grato 

a la dolze donna mia, 
52 quella e' amo più 'n cielato So 

che Tristano non faciea 

Isotta, com' è contato, 

ancora che le fosse zia; 
56 lo re Marco era 'nganato, 84 

perch' el lui si confidia. 

elio n' era smisurato, 

e Tristano se ne godea 
60 de lo bello viso rosato 88 

eh' Isaotta blond' avia: 

ancora che fosse pecato, 

altro fare non ne potea: 
64 e' a la nave li fui dato 92 

onde ciò li dovenia. 

nullo si faccia mirato 

s' io languisco tutavia, 
68 eh' io sono più namorato 96 

che nuli' altro ommo che sia. 
Per la fior de le contrate, 

che tute r altre passate 
72 di belleze e di bontate, 100 

46. ms. facca 54. com' è] ms. corno 

tute 1' altr' è passate ? cioè son passate ? 



donzelle, or v' adornate ; 
tute a madonna andate 
e merciede le chiamate, 
che di me agia pietate. 
di que' eh' ella à, rimembran- 
le degiate portare: [za 

giamai 'n altra 'ntendanza 
non mi volgilo penare, 
se no '1 lei, per amanza, 
che lo melglio mi pare. 

Dio mi lasci vedere la dia 
eh' io serva a madonna mia 
a piacimento, 
eh' io servire la voria, 
a la fiore di cortesia 
e d' insegnamento. 

jVIelglio mi tengno per pagato 
di madonna, 

che s' io avessi lo contato 
di Bologna, 

e la Marca e lo ducato 
di Guascongna. 
e le donne e «le donzelle 
rendano lo loro castelle 
sanza tinore; 
tosto tosto ^ada fore 
ehi non ama di bono core 
a piaciere. _ 



66. /».*. tacca 



71. corr. che 



- 35. CANZONI DI F EDERICO II DEGLI HOENSTAUFFEN. 

Federico nacque a Iesi (Marca tV Ancona) nel 1194, e fino alla metà circa del ligi 
visse a Foligno. Nel isjpS fu froclamato re di Sicilia a Palermo, ove ebbe educatori 
Nicola arcivescovo di Taranto e il notajo Giovanni di Traetto. Nel i2og_ s^oso Co- 
stanza sorella del re di A ragona , e nel 1220 veniva coronato imperatore. Vedovo nel 
i22j <;posò Isabella di Brienne figlia del re Giovanni (v. «," 34) e amoreggiò con altra 
donzella della casa di Brienne che Isabella aveva condotta seco di Soria*. Vedovo di 
nuovo, sposò in terze nozze una sorella di Enrico III iP Inghilterra, piaciutagli, dice Mat- 
teo Paris, perché istruita nelle leggi del bel parlare. Morì Federico nel 1230. Par- 
lando di lui e di Manfredi, disse Dante: « Eorum tempore quicquid excellentes lati- 

* Chronicon Turonense alP a. 122 j in Bouquet, Recucii des hist. de la 
France, t. XVIII. 



72 



Canzoni di Federico IL 



SEC. XIII. 



no rum enitebantur, primitus in tantorum coronatorum aula prodibat; et quia regale 
solium erat Sicilia, factum est, quicquid nostri pr;cdecessores vulgariter protulerunt, 
sicilianum vocetur.» (De vulff. e log. I, XII.) 

' I. 

Dal cod, Vat. 3793, unico. 



RE FEDERIGO. 



J-v'OLZE meo drudo, e vaténe; 
meo sire, a dio| t'acomando» 
che ti diparti da mene, 
ed io tapina rimanno. 4 

Lassa, la vita m' è noja, 
dolze la morte a vedere, 
eh' io nom penssai mai guerire, 
menbrandome fuori di gioja." 8 

Membrandome che ten vai, 
lo core mi mena grande guerra ; 
di ciò che più disiai 
il mi tolle lontana terra. 12 

Or se ne va lo mio amore, 
ch'io sovra gli altri l'amava; 
biasmomi'de la dolze Toscana 
che mi diparte lo core.„ ^ 16 
. " Dolcie mia donna, lo gire 
nonn è per mia volontate; 
che mi convene ubidire 
quelli che m' à 'm potestate. 20 



8. ms. di noia 



ms. biasomomi 



Or ti comfortta s'io vado, 
e già nom ti dismagare, 
ca per nuli' altra d' amare, 
amore, te nom falseragio.„ 

" Lo vostro amore mi tene' 
ed ami in sua sengnoria; 
ca lealemente m' avene 
d'amar voi sanza falsia. 
Di me vi sia rimembranza 
no mi agiate 'n obria, 
c'avete in vostra balia 
tuta la mia disianza.„ 

" Dolze mia donna, lo com-''^ 
domando senza tenore ; [miato 
che vi sia racomandato 
che con voi rimane lo mio core. 
Cotal' è la namoranza 
delgli amorosi piacieri, 
che non mi posso partire 
da voi, donna, il leanza.„ 



24 



28 



0^ 



. 32 



36 



40 



23. 7IIS. nulla l'altra 



24. VIS. 



faseragio 



ms. che mi. 



IL 

Dal cod. Palai. 418 (C) con le varianti dei codd. Vat. 3793 (A), CAi^. L.VIII. 
30 J (D), Vat. 3214 (E). In A il titolo fu raschiato j>ih volte; sulla fritna raschia- 
tura fu scritto « Messer Rinaldo d'Aquino», al quale probabilmente la canzone era 
stata inviata da Federico ; ma anche quel nome fu raschiato sì che appetta ne re- 
sta la traccia. 



.-.^ 



■V 



REX FREDERICUS. 

1 01 ke ti piace, amore, ke eo degia trovare, 
faronde mia possanca k'io vegna a conpimento. 
Dat'agìo'lo meo core in voi, madonna, amare 

Tit. Lo mperadore Federigho D Federigo tmperadore E (per A vtd. sopra) 1. che D <^ A 

tti 2) a voi -^ piagie AD k E eh AD io A deggia D 2. faronne ADE pos- 

san/.a AR c\\^AD vengna AD compimento ADE 3. aggio D daraggio E mio A in 

vo inadonn' E 



SEC. XIII. Canzoni dì Federico II. 73 



4 e tucta mia speranca in vostro piacimento. 

E no mi partiragio da voi, donna valente, 

k' eo v' amo dolcemente, 

e piace a voi k'eo agia intendimento. 
8 valimento mi date, donna fina, 

ke lo meo core adesso a voi s'inchina. 

Si inkino, rason agio di sì amoroso bene; 

ka spero, e vo sperando, c'ancora dejo avere 
12 Allegro meo coragio e tucta la mia spene: 

fui dato in voi amando e in vostro volere. 

E vejo li senbianti di voi, kiarita spera, 

k'aspecto gioja intera; 
i6 ed ò fidanca ne lo mio servire 

a piacere di voi ke siete fiore, 

sor l'altre donne avete più valore. 

Valor sor l'altre avete e tucta caunoscenca, 
2o null'omo non porla vostro presio contare; 

Di tanto bella sete, secondo mia credenca, 

non è donna ke sia alt'a sì bella pare, 

Né e' agia insegnamento di voi, donna sovrana. 
24 la vostra ciera humana 

mi dà conforto e facemi allegrare; 

allegrare mi posso, donna mia, 

più conto mi ne tegno tuctavia. 

4. tuta A tutta D speranza AE piagimento A 5. E non E E nom D Ch* io non A 

partiraggio DE 6. ch AD io A dolzemente AE 7. piacie A ipaccia E eh' AD 

io AE aggia DE 9. che AD Ilo E a manca in A 10. S' io A Si v' DE 

inchino ADE rasgione A ragione D raggìone E aggio DE 11. cha D ch'io A spe- 

ro] aspecto E in voi A k'E che D ch'A anchora D ancor E deio] credo A 12. il 

mio A choraggio D coraggio E tuta A tutta D la manca tn D fu E c'ò ^4 

data A ed A volere] piaciere A 14. Che v. A vegio A veggio DE sembianti ADE 

di vo E chiarita AD 15. cha spero AD k'aspetta E 16. fidanza AE ne lo manca in 

CDE meo A 17. piaciere ^ e di piaciere a A che AD ssiete D 18. sovra A 

■ 19. Valore A tuta A tutta D canoscienza A canoscienca D kanoscenca E 20. cha null'^ uo- 

mo D non manca in A presgio A pregio DE chontare D 21. Di] Deo D Che A 

tanta beltà E siete ADE credenza ADE 22. nonn AE che AD sia con /"a espun- 

to D ssia E alt'a si bella pare] ch'agia tante belleze A 23. ch'aggia D ke già E tanto A 

insengnamento AD di] inver A 24. cera D faciemi A fammi DE 26. e s'eo pregare 

vi p. d. mia A 27. me ne tengno D mi tengno A tuctavia manca in E tutav. A vita mia D 

Dopo il 27 seguono in A queste altre due stanze di lezione assai guasta che do in trascrizione diploma- 
tica; A tutora vegio e sento, ed onne gra rasgione. chamore mi consente. uoi gientile criatura. gia- 
mai nonno abento. uostra bella fazone. cotanta ualimente. per uo sono fresco ongnora. Al sole ri- 
guardo, lo nostro bello uiso. che ma daniore priso. e tengnolomi in grande bona ventura, pero a tutora. 
chi al buono sengnore crede. pero sono dato ala uostra merzede. Merze pietosa agiate. di meue gien- 
tile cosa. che tuto il mio disio. e ciertto bene sacciate. alente più che rosa. che ciò chio più colio. 
e uoi uedere souente. la uostra dolze uista. a cui sono ublicato. core e corpo donato. Alora chio ui 
uidi prima mente. mantenente fui in uostro podere, che altra donna mai non uolglio auere. 



74 Canzoni di Federico II. sec. xiii. 



III. 

Dal cod. Vat. 3793, correggendo il titolo col Laur.-Red, g, 
che in questa parte ha origine comune col primo, 

REX FEDERICO. 

\Ji lasso, nom pensai sì fortte mi paresse 
lo dipartire da madonna mia. 

da poi eh' io m' aloncai,- ben paria eh' io morisse, 
membrando di sua dolze compagnia ; 4 

E giamai tanta pena non durai ^/h^iaa^^. 
se non quanto a la nave adimorai; 
ed or mi eredo morire eiertamente, 
se da lei no ritorno prestamente. S 

Tutto quanto eo via sì fortte mi dispiaeie, 
che non mi lascia im posa in nesù loco; 
sì mi distringie e disia, che nom posso aver pacie 
e fami reo parere riso e gioco. 12- 

Membrandomi suo' dolze sengnamente, 
tutt' i diportti m' escono di mente, 
e non mi vanto eh' io disdotto sia, 
se non là ov' è la dolze donna mia. 16 

O deo, comò fui matto quando mi dipartive 
là ov' era stato in tanta dengnitate. 
e s' io caro 1' acàtto e sciolglio^come neve, 
pensando e' altri 1' aja 'm potestate, 2a 

Ed e' mi pare mill' anni la dia 
ched io ritorni a voi, madonna mia; 
lo reo penserò sì fortte m' atassa,-^^ ^**'' 
che rider né giucare non mi lassa. 24. 

Kanzonetta giojosa, va' la fior' di Soria, 
a quella eh' à in presgione lo mio coré^; 
dì a la più amorosa, ea per sua cortesia 

si rimembri del suo servidore, 2& 

Quelli che per suo amore va penando, 
menfre non faccio tutto il suo comando; 
e priegalami per la sua bontate 
che la mi degia tenere lealtate. 32 

3. ms. m'alontai bene 19. ms. scolglio 25. ma. fiore 26. ms. lo mio 

core in presgione 



SEC. XIII. 



Canzoni di Odo della Colonna, 



75 



36. CANZONI DI ODO DELLA COLONNA 
O DELLE COLONNE. 

« De Columnis » <? « De Columna » trovasi alternamente in varie soscrizioni originali 
delV altro Colonnese Guido (v. appresso). Odo e Guido furono da qualche moderno cre- 
duti fratelli , ma di ciò non si ha prova né indizio; soltanto è. assai verosimile che ambedue 
sieno stati della medesima famiglia, di quella cioè che diede alle lettere anche Egidio il 
comentatore di Guido Cavalcanti, Landolfo fautore del Mare historiarum, e più 
tardi Giaco mo che ebbe corrispondenza in versi col Petrarca , Vittorio la poetessa famosa, 
ed altri. E vero che il cod. Vat. 3793 lo dice di Messina ; ma anche i Colonned di 
Messina discesero dai Colonnesi di Roma. Inoltre è da avvertire che il ramo siciliatu) 
ebbe principio soltanto nel 12SS (v. Litta e Coppi), quando cioè Guido esercitava di già 
P ufficio di notaj'o e di giudice, e Odo aveva forse già cessato di vivere. Si avverta al- 
tresì che il nome di Odo non s' incontra mai tra i Colonnesi di Messina, laddove fra quelli 
di Roma esso è assai frequente. Probabilmente il nostro è quello stesso messer Odo che 
nel 1238 e nel i2^r fu senatote di Roma e che Bomfazio Vili, nella sua bolla contro 
i Colonnesi (io maggio 1297), dice morto da oltre quaranf anni e accusa di avere osteg- 
giato la chiesa insieme « curri damnatae memoriae Frederico olim romanorum impera- 
tore. » // suo modo di poetare è quello dei contemporanei del Notajo, con i quali nel co- 
dice lo troviamo aggruppato. 

I. 

Dal cod. Vat. 37<P3, unico. 
MESSER ODO DE LE COLLONNE DI MESINA. 



16 



v_yi llassa, namorata, 
comtare volgilo la mia vita 
e dire ongne fiata 
come l'amore m'invita; 
eh' io sono sanza pecata 
d' assai pene guernita 
Per uno ch'amo e volgilo 
e noli' agio in mia balglia 
sì com avere solglio ; 
però pato travalglia, (|v. 

ed or mi mena orgolglio ; 
lo core mi sende e talglia. 

Oi llassa, tapinella, 
come r amore m' à prisa ! 
che lo suo amore m'apella, 
quello che m' à conquisa ; 
la sua persona bella 



28 



3- 



tolta m' à gioco e risa. 
Ed ami messa im pene 
ed im tormenti forte ; 
mai non credo avere bene 
se non m' accorre mortte ; 
aspetola che vene, 
tragami d' este sortte. 

Lassai che mi diciea 
quando m'avea in cielata: 
" di te, oi vita mea, 
mi tengno più pagata 
ca ss' io avesse im ballia 
lo monddo a sengnorata „. 
Ed or m' à a disdegnanza 
e fami scanoscenza ; 
par ch'agia d' altr' amanza. 
o dio, chi lo m' intenza ? 



7. ms. ammo 12. corr. fende e talglia ovvero sende talglia 

scanza 33. ms. e d'altr' 34. ms. chio 



32. ms. scano- 



76 



Canzoni di Odo della Colonna. 



SEC. XIII. 



mora dì mala lanza 
e senza penitenza. 

O ria ventura e fera, 
trami d' esto penare ; 
fa tosto ch'io nom pera 
se non mi dengna amare 
lo mio sire, che m' era 
dolze lo suo parlare. 
Ed ami namorata 
di sé oltre misura, 
or'à lo core cangiata, 
saciate se m'è dura; 
sì come disperata 



36 



40 



44 



mi metto a la ventura. 48 

Va, canzonetta fina, 
al buono aventuroso ; 
ferilo a la corina 
sei truovi disdengnoso; 52 

noi ferire di rapina, 
che sia troppo gravoso; 
Ma ferii a chi 1 tene, 
aucidela sen fallo. 56 

poi saccio e' a me vene 
lo viso del cristallo, 
e' sarò fuori di pene 
ed avrò alegreza e gallo. 60 



57. ms. sacco. 



II. 

Dal cod. Vat. 3793, unico. 
MESSER ODO DE LE COLLONNE DI MESINA. 



JUisTRETTO core ed amoroso 
giojoso mi fa cantare ; 
e ciertto s' io sono pensoso 
non è da maravilgliare 4 

C amore m' à usato a tal uso 
che m'à si presa la volgila, 
che 1 disusare m' è dolglia 
vostro piaciere amoroso. 8 

L'amoroso piacimento 
che mi donava allegranza, 
vegio che reo parlamento 
me n'à divisa speranza; 12 

Ond'io languisco e tormento 
per fina disianza, 
ca per lunga dimoranza 
troppo m'adastia talento. 16 

Lo pensoso adastiamento 
degiate, donna, allegrare 
per ira e per ispiacimento 
d'invidioso parlare, 20 



E dare comfortamento 

a li leali amadori, 

sì che li rei parladorì 

n' agiano scomfortamento. 24 

Iscomtbrtamento n' averano, 
poi comandato m'avete 
eh' io mostri tale viso vano 
che voi, bella, conosciete. 28 

E co crederano 
ch'io ci ò già mia dilettanza, 
e perderanno credanza 
del falso dire che fano. 32 

Fannomì noja e pesanza 
di voi, mia vita plagiente, 
per mantenere loro usanza 
la nojosa e falsa giente: 36 

Ed io com'auro im blanza 
vi son leale, sovrana 
fiore d'ongni cristiana, 
per cui lo mi core s' inavanza. 40 



SEC. XIII. Canzone di Rtcggerone di_Palermo. 77 



37. CANZONE DI RUGGERONE DI PALERMO. 

// nome di questo rimatore non s* incontra se non nei canzonieri Vai. 3793 (A) e 
Laur. Red. g (S) ; in A con questa e con un'altra canzone; in B con questa canzone sol- 
tanto, l^ altra ivi trovandosi attribuita a Federico IT, al quale più frob abilmente sfetta. 
Si dà il testo secondo la lezione di A correggendone gli errori più evidenti. 

RUGIERONE DI PALERMO. 

-Den mi degio alegrare e fare versi d'amore, 

ca chui son servidore 

m'à molto grandemente meritato. 
4 nom si poria contare lo gran bene e l'aunore: 

ben agìa lo martore 

ch'io per lei lungiamente agio durato. 

Però consilglìo questo a chi è amadori; 
8 non disperi, ma sia soferidori, 

e lo no 'ncresca la gran dimoranza. 

chi vole compiere su' atendanza, 

viv' a speranza; * 

12 che non mi pare che sia valimento, 

da e' omo vene tosto a compimento. 

Ben ò veduti manti a cui pare forte amore 

e non vole penare, 
i6 e fa come lo nibio ciertamente; 

eh'elgli è bello e possanti e non vole pilgliare, 

per nom troppo affanare, 

se non cosa quale sia parisciente. 
2o Così fa quelli c'à povero core, 

di soferire pene per amore; 

e già sa egli ca nuli' altra amistanza 

non guadangna omo mai per vilitanza. 
24 sia rimembranza: 

chi vole amor di donna, viva a spene, 

contesi in gran gioja tutte le pene. 

Kosì dovemo fare come il buon marinaro 
28 che core temppo amaro, 

per afanno già sé no abandona. 

pria s'adastia al ben fare, ancora che li sia caro, 

mentr'unque à buon dinaro, 
32 non si ricrede de la sua persona; 

I. ms. Bene 2, nis. sono 8. ms. non si speri ma siano buoni sof. 9. ms. 

e loro 12. ms. di vai. 22. ms. sanno egli 25. ms. amore 27. ms. 

buono. 29. ms. nonn 30. ms. bene 31. ms. buono 



78 



Canzone di Tiberio Galliziani. 



SEC. xni. 



Vede la morte ed à sempre speranza, 

e sta in tormento e dassi buon conforto, 

fin che camppa i rio tempo, e giungle a portto, 

ed in diportto 

noUi rimembra poi di quelle pene. 

dolcie è lo male ond'omo aspetta bene. 



36 



34. ms. buono 



35, ms. infino 



38. CANZONE DI TIBERTO GALLIZIANI DA PISA. 

Della patria di questo trovadore fa testimonianza il canzoniere A, indirettamente 
lo conferma il Breve antianoriim civitatis Pisar um* , che registra nella sua se- 
rie un altro Galliziani. Circa il tempo in cui visse messer Tiberio, si può argomentarlo 
dalla relazione che egli ebbe con Rinaldo d'' Aquino, al quale vediamo indirizzata questa 
canzone, e dalla forma della canzone stessa che ci riporta ai tempi preguittoniani. Essa 
trovasi nel cod. Vat. 3793 (A) sotto il nome del Galliziani , nel Palat. 4.18 (C) e nel 
C'iig. L. VITI. 30S (D) sotto il nome di Rinaldo d'Aquino, e nel Laur. - Red. 9 (B) con 

V invio che qui poniamo nella seconda riga del titolo. 

* 

MESSER TIBERTO GALIZIANI DI PISA 
DOMINO RAINALDO d'AQUINO. 



IDlasmomi de l'amore 
ke mi donao ardimento 
d'amar sì alt'amansa. 
Di dire ò tal temore, 
ke sol di pensamento 
mi trovo in disviansa. 
Assai faccio acordansa 
di dire, e poi mi scordo, 
tanto fra me mi stordo 
per la gran dubitansa! 
Però faccio senblansa 
a lo cor che sia sordo. 



che mi dicie: e' m'accordo 
che adomandi pietansa. 
Ma tutto m'è neente 
k'entenda in tal parlare; i6 

ke l'altro cor m' intensa, 
E dicie: oi me dolente! 
non poi tanto durare 
ke vinke per soffrensa. 20 

Se fa' di me partensa, 
da lo su' bel plagere 
già mai non pori' avere 
gioja, ma pur doglensa. 24 



1, Biasniomi AD dell A 2. che ABD innii D dona AD 3. d'amare AD 

alta CD amanza ACD 4. dir JB tale tinore A timore CD 5. che ABD so- 

lo A ssolo B del CD pemsamento A 6. truovo A disianza ACD 7. Ma ss eo A 

Ma si CD facci B acordanza AC achordanga D 9. tucto C tutto D iaframme D 

franme B scordo AD 10. grande dubitanza A 11. ma ss' eo facco sembianza A sen- 

biansa B 10, 11. mancano in CD 12. core A ssia B 13. dici B si mi dice C 

simmi dice D U. chi jB k' io C eh' io D dimandi pietanza ACD 15. tucto C tato A 

niente CD mente A 16. eh' ABD intenda B tale A 17. che ACD 11" BD co- 

re A intenza ACD 18, Dice BD come C chome D 19. nom A puoi AB può D 

20, che vinche ^5Z) per fare /l sofrenza M soEfrenza C2) 21. (fui B parenza .(4CZ) 22. bel- 

lo A piacicre A piacere CD 23, giammai CD poria ACD 24, dolglienza AD do- 

glenqa C 



* Archivio storico italiano, Vf^^, 647 e segg. 



SEC. XIII. 



Canzone di Tiberio Galliziani. 



79 



28 



32 



36 



40 



44 



48 



Ke tant'à di valensa, 52 

ke melilo m'è soffrire 

le pene e lì martire, 

ke 'n ver lei dir fallensa. 

Kosì amor m' à mizo 56 

in due contensione : 
ciascuna m'è guerrera. 
Ke r una m' à divizo 
di dire mia ragione, 60 

e l'altra mi par fera. 
Ma s' eo faccio pregherà, 
tem'ao e vao pensando; 
unqu' a Ilei non dimando 64 

perk' eir è tanto altera. 
Però in tal mainerà 
d'amor mi vau blasmando, 
ke sì mi stringe amando, 6S 

dottando k'eo non pera. 

Ben amo follemente 
s'eo pero per dottansa 
di dir lo meo penare. 72 

E morrò certamente, 
s' eo faccio più tardansa 
tante pene a portare. 
C'amor non voi mostrare 76 

le pene k' eo tant' aggio, 
e queir und' i' arraggio 



tuttor per lei amare. 
Und'eo mi voi provare 
di dir lo mal k'eo aggio 
a lo su sengnoraggio, 
e noi vói più celare. 

Però mi torno a voi, 
plagiente criatura, 
k' eo sia per voi inteso. 
Ke già non posso plui 
sofrir la pena dura 
d' amor ke m' à conquizo. 
S' eo però son misprizo, 
l'amore ne blasmate 
e le vostre bieltate, 
ke m' àn d'amor sì prizo. 
Merzé, plagente vizo, 
prendavene pietate 
di meve, non mostrate 
eh' io sia da voi divizo. 

Certo, madonna mia, 
ben seria convenensa 
k'amor voi distringesse. 
Ké tanto par ke sia 
in voi piena plagensa, 
k'a l'altre dai manchesse. 
Però, s'a voi tenesse 
amor distrettamente, 



23. zhs ABD valenza /lC/> 26. ca ^ che ^Z> melglio ^4 meglo ^ melglo D so- 

frire ^ 27. martiri ^Ci) 28. che ^5Z) Ilei ^ fallenza ^C/) 29. amore ^ 

miso ACD 30. du B contenzione A contentione C contenzioni D 31. ciaschuna A 

32. che V BD nell' ^ m'è CD diviso ACD 33. rasgione A rasone C 34. e U' ^ 

pare A sta B 35. Ma si A Assai B facio pregerà C 36. tema C di te /l aggio CD 

merze A e vo CB, manca in A 37. unqu'] ca ^ ke C che D eo non le A 38. per- 

ch' ABD altera] fiera B 39. di t. B tale A manera ACD 40. d'amore A 

mi va A mi vo CD biasmando B 41. che i> ca ^ che mi distringe B stringie A strige D 

noni A 43. Bene v' a. A 44. s' io AB do- 

nilo AB 46. Ben B morto cierta A 47. s'io 

48. tanto pena B o portate D o portare C 49. C'a- 

vole A voglo C volglo D 50. eh' ABD io AB 

d' ella per chui moragio A a quella k' eo dovragio C a q. ch'eo 
53. ond' AD io A volgilo A vo CD 54. dir- 

eo] i B, manca in A agio A 55. suo manca in C 

56. vo ACD 57. torn' B 58. piacente BCD 



42. dotando A doctando C eh' io ^5 

tanza A doetanca CD 45. dire A 

AB facio pur C tardanza ACD 

more A Como C Come D nom A 

tante A tanto D agio AC 51. 

dovraggio D 52. tutora A tuctor C 

Ile .4 lo mal] l'amor ^CZ) c\i ABD 

sengnoragio A segnoragio C signoraggìo B 



intiso A 60. 

62. d'amore A 



59. che D eh AB io A &' B ssia B 

più CD 61. soferire A soflfrir C soffrire D 

qniso CD 63. mispreso AC sì preso D mi spizo B 64. a l'amore del A 

65. la vostra CD beltate BCD 66. che ABD va' ave ^4 m' a C mm' a D 

priso A preso CD 67-70. mancano in CD 67. merde plagiente viso A 

voi A mevi B e non A dimiso A 71. Ciertto A 12. bene A 

caunonoscenca C canoscenca D 73. e' AB eh' D amore A stringiesse A 

pare A che ABD ssia B 75. pienca CD plasenza A piacenca CD 



che ABD gg'à B pioi B 

che ABD comquiso A coa- 

biasimate D 

d' amore A 

6S. prenda a 

convenenza A 

74. Che ABD 

76. che A 



e' B eh' D 
voi ACD 



ali BC Ila A altre da] renda A 

78. amore A distreeta CD 



manchece C manchecce D ma chesse A 



77. se 



80 Canzone di Percivalle Doria. sec. xiii. 

ben so che doblamente blasmo seria parvente, 

varrian vostre bellesse; So poi sete sì plagente, 

Ed anco a vostre altesse s'amor en vo fallisse. S4 

79. beni A vorben C 80. varriam C varriano D varia A bellece C belle^ce D 81. ed 

ancho D ancora B vostr' B altece C altecce D 82. biasimo A biasmo D saria A 

83. siete ACD plagiente A piacente CD 84. s'amore AD s'amare C in ACD voi ABD 
falisse B 



39. CANZONE DI PERCIVALLE DORIA. 

Messer Percivalle Doria fu genovese. Nel 1237 lo troviamo in Provenza fodesth di 
Avignone * ; nel 124.3 ^^(i podestà di Parma **, e più tardi fu vicario di re Manfredi nella 
marca d'' Ancona e nel ducato di Roma e di Spoleto* ^ . Nel 1264. peri annegato nella 
Nera (Urbani IV Epis to la ad card, Simon.) f. La canzone seguente si trova 
nel cod. Vat, 3793 soltanto. 

MESSER PREZIVALLE DORÈ. 

r\.MOR m' à priso e misso m' à 'm balia 
d'altro amore salvagio. 

Posso ben, ciò m' è aviso, blasmar la sengnoria 
che già m'à fatto oltragio. 4 

Che m'à dato a servire 
a tale che vedere né parlare mi vole : 
onde sì grava e dole 

sì duramente ca, s'io troppo tardo, 8 

consumerò ne lo dolglioso sguardo. 

Pecato fecie e torto amore quando sguardare 
mi fecie la più bella 

Che mi dona scomforto quando degio alegrare, 12 

tanto m'è dura e fella. 
Ed io perciò nom lasso 

d'amarla, oì me lasso, tale mi mena orgolglio. 
asai più che non solglio, 16 

sì coralemente eo la desio e bramo; 
amor m'à preso come il pescie a l'amo. 

Eo so preso di tale che non m' ama nejente, 
e io tutora la servo; 20 

Né 1 servire mi vale, né amare coralmente; 

* Rambaud, Ilis'oire de la e iv ilisati on francaise, /, 243. ** Mo' 

num. Germ. histor. XVTTT, 670. *^* Gregorovius, Storia della citth 

di Roma, V, 386. \ Archivio della Società romana di storia patria, X, 3J. 

2. amore] ms. m'era 3. ms. bene e blasmare 6. ms. a tale donna — non mi 

15. ms. tale che 19. ms. sono 21. ms. non mi 



SEC. XIII. Canzone di Folcacchiero de FolcacchierL , 81 

dunque aspetto; ch'io servo 
Sono de la melgliore, 
24 e serajo con amore d' amare meritato ; 



che lo servire non valgila, 

eo moragio dolglioso sanza falglia. 

25. La lacuna di questo verso e del seguente nel ms. non è indicata. 



40. CANZONE DI FOLCACCHIERO DE' FOLCACCHIERI. 

JVei documenti senssi trovasi nominato />iù volte messer Folcacchiero fino alVa. 12J2; 
frima del 1260 egli era di già morto, e certamente in età non fresca, poiché aveva lasciato 
un figlio, Mino, il quale apparisce fra i consiglieri del Comune di Siena già dal 3 gen- 
najo delPanfio predetto.* Si conosce di lui soltanto questa canzone, conservataci da 
UH ms, unico, il Vaf. 3793, di cui si riproduce la lezione. 

MESSER FOLCACHIERI DI SIENA. 

1 UTTO lo monddo vive sanza guerra 

ed io pacie non posso avere nejente. 

o Deo, co faraggio ? 
4 o Deo, corno sostenemi la terra? 

e pare ch'io viva i noja de la giente, 

ongn' omo m' è salvagio. 

Nom pajono li fiori per me con già soleano, 
8 e Igli auscielli per amori 

dolzi verssi tacieano algli albori. 
E quand'eo vegio gli altri cavalieri 

arme portare e d'amore parlando, 
12 ed io tuto mi dolglio; 

solazo m'è fallito e tornato in pemsieri, 

la giente mi riguardano parlando 

s' io sono quello eh' esere solglio. 
16 Nom so ciò ch'io mi sia, né so perché m' avene; 

fortt' è la vita mia, 

tornato m'è lo bene in dolori. 
' Bene credo ch'eo lenisco, e non conenza, 

20 e lo meo male nom porla contare 

né le pene eh' io sento. 

li drappi di vestire non mi s'agienza, 

né bono non mi sa lo manicare: 

* Mazzi, Folcacchiero Folcacchieri rimatore senese del sec. XIII, 
Firenze, Lemonnier, T878. 



82 Rime di Rinaldo d^ Aquino. SEC. xiii. 



così vivo in tormento. 24 

Nom so onde fugire ned a chui m' acomandare, 
convenemi sofrire 
tute le pene amare in dolzori. 

Eo credo bene che l'amore sia: 28 

altro deo non m'à già a giudicare 
così crudelemente: 
che r amore è di tale sengnoria, 

che le due partti a sé vole tirare, 32 

e 1 terzo è de la giente. 

Ed io per bene servire, s'io ragione trovasse, 
non doverla fallire 
a lui, così eh' i' amasse per cori. 36 

Dolcie madonna, poi ch'eo mi moragio, 
non troverai chi sì bene a te servire 
tut' a tua volontate. 

ch'i'unque non volli né volgilo né voragio 40 

se non di tutto a fare a piaciere 
a la vostra amistate. 

Mmerzé di me vi prenda che non mi sfidi amando, 
vostra graza discienda, 44 

però ch'eo ardo e 'nciendo da fori. 



41.) RIME DI RINALDO D'AQUINO. 




La canzone I parla della crociatale dell^ imperatore: l'imperatore h certamente Fe- 
derico II, ma non si pub determinare se la crociata a cui lì si allude, sia quella del 
{£pS, ovvero V altra del 1 240 , in cui pure ebbe parte t imperatore, essendo t esercito im- 
periale condotto da Rugieri d'' Amici (v. nP ^j). La famiglia d^ Aquino fu una delle 
grandi famiglie signorili di Terra di Lavoro; si dtibito se qui ti predicato «d'Aquino» 
indicJn propriamente la famiglia o soltanto il luogo di nascita del poeta ; ma si noti che 
nei mss. questo trovadore ha sempre il titolo di messere, titolo che non si dava nel medio evo 
ad un vassallo. Da varie rubriche dei più antichi canzonieri si vede che egli ebbe cor- 
rispondenza poetica con Giacomo da Lentino, con Ruggeri d'Amici, con Tiberio Galliziani 
e con Federico II. Apostolo Zeno giustamente inclinava a identificarlo con quel Rinaldo 
d'Aquino che nel 12^7 fu viceré di Manfredi in terra d' Otranto e di Bari. 

Dal cod. Vat. 37g3, unico. 
MESSER RINALDO d' AQUINO. 

vjriÀ mai non mi comfortto e volgliono colare, 

né mi volgilo ralegrare, Vassene lo più giente 

le navi sono giunte al portto in terra d'oltra mare, 

3. ms. giute 



SEC. XIII. 



Rime di Rinaldo d'Aouino. 



83 



i6 



24 



ed io, oi me lassa, dolente, 
corno degio fare? 

Vassene in altra contrata 
e no lo mi manda a dire, 
ed io rimangno ingannata; 
tanti sono li sospire. 
Che mi ffanno grande guerra 
la notte co la dia ! 
né 'n cielo ned in terra 
non mi pare ch'io sia. 

Santus, santus Deo 
che ne la Vergine venisti, 
tu salva e guarda 1' amor meo, 
poi che da me lo dipartisti. 
Oit alta potestade 
temuta e dottata, 
il dolze mi' amore 
ti sia raccomandata. 

La crocie salva la giente 
e me facie disviare, ' — 'i- 
la crocie mi fa dolente 
e non mi vale Dio pregare. 
Oì me, crocie pellegrina, 
perché m' ài così distrutta ? 
oi me, lassa tapina, 
eh' io ardo e 'nciendo tuta. 

Lo 'mperadore com pacie 
tuto '1 mondo mantene 
ed a me guera facie, 



36 



40 



44 



48 



56 



60 



64 



che m' à tolta la mia spene. 
Oit alta potestate 
temuta e dottata, 
lo mio dolze amore 
vi sia racomandata. 

Quando la crocie pilgliao - 
cierto no lo mi penssai, 
quelli che tanto m'amao, 
ed i'Uui tanto amai! 
Ch' i' ne fui batuta 
e messa in presgionia 
ed in cielata tenuta 
per la vita mia. ^^,^^_ 

Le navi sono a le colle, 
im bon' ora possan andare, 
e lo mio amore coji elle 
e la giente che v' à andare. 
Padre criatore, 
a santo portto le conducie, 
che vanno a servidore 
de la santa crocie. 

Però ti priego, dolcietto, 
che ssai la pena mia, 
che me ne facie un sonetto 
e mandilo in Soria, 
ch'io nom posso abehtare 
notte né dia: 
in terra d' oltre mare 
istà la vita mia. 






P 



\ 



IL 



MOROSA donna fina, 
istella che levi la dia 
sembrano le vostre belleze. 
sovrana fiore di Messina, 
nom pare che donna sia 
vostra para d' adorneze. 
Or dunqua nonn é maraviglia 
se fiamma d' amore m' apilglia 
guardando lo vostro viso. 



Dal cod. Vat. 3793, unico. 
MESSER RINALDO d' AQUINO 



i6 



che l'amore m' infianma in foco. 
solo eh' i' vi riguardo um poco, 
levatemi gioco et riso. 

Gioco e riso mi levate, 
membrando tuta stagione 
che d'amore vi fui servente, 
né de la vostra amistate 
non eb' io anche guiderdone, 
se non uno bascio solamente. 



84 



Rime di Rinaldo d'Aquino. 



SEC. XIII. 



E quello bascio m' infiamao, 
che dal corppo mi levao 
lo core e diello a voi. 
degiate provedere : 
che vita pò l'omo avere, 
se lo core non è co lui? 

Lo mio core nonn è co meco, 
ched io tuto lo v' ò dato, 
ed io ne sono rimaso im pene : 
di sospiri mi notrìco, 
membrando da voi sono errato, 
ed io nom so perché m' avene : 
Per li sguardi amorosi 
che, savete, sono ascosi 
quando mi tenete mente; 

che li micidiali 

voi facete tanti e tali, 
che aucidete la giente. 

Altrui aucidete che meve, 
che m' avete im foco miso 
che d' ongne parte m' aluma. 



tuto esto mondo è di meve, 

20 di tale foco so raceso 

che me ne consuma, 
E con foco che non pare, 
che la neve fa 'llumare, 

24 ed inciendo tra Ho Ghiaccio, 

queir è lo foco d' amore, 
eh' arde lo fino amadore 
quando e' nonn à sollaccio. 

28 Se Ilo sollazo non avesse 

se non da voi lo sembiante 
com parlamento sguardare 
la gran gioja quando volesse; 

32 perché pato pene tante 

ch'io no le porla contare; 
Né di nuli' ommo che sia 
la mia volgila non diria, 

36 dovesse morire penando,— 

se non este u montellese, 
ciò è 1 vostro serventese; 
a voi lo dico in cantando. 



40 



44 



48 



52 



56 



60 



34. La f arala non si può leggere nel tns. a cagione di una macchia ; la prima lei' 
tera pare f p 48. ms, sollacco 



III. 

Dal cod. Palai. 418, unico. 
MESSER RAINALDO d' AQUINO. 



e mostrano verdura 



dentro da la frondura 



Ormai quando flore 
le prata e la rivera. 
Li auselli fanno isbaldore 
cantando in lor manera. 
Infra la primavera che ven presente 
frescamente così frondita, 
ciascuno invita d'aver gioja intera. 

Confortami d' amare 1' aulimento dei fiori 
e 1 canto de li auselli; 
Quando lo giorno appare 



sento li dolci amori 



e li versi novelli 

Ke fan sì dolci e belli e divisati 

lor trovati a provasione, 

a gran tencone stan per li arbuscelH. 



13 



SEC. XIII. Rime di Rinaldo d'Aquino. 85 



Quando 1' aloda intendo e' rusìgnuolo vernare, 
i6 d'amor lo cor m' afina, 

E magiormente intendo k' è llegno d' altr' affare, 

ke d' arder non rifina. 

Vedendo quell' ombrina del fresco bosco, 
20 ben cognosco k' acortamente 

sera gaudente 1' amor ke m' inkina. 

Kina k' eo sono amata e giamai non amai; 

ma 1 tempo m' inamora 
24 E fami star pensata d' aver mercé ormai 

d' un fante ke m' adora, 

E sacio ke tortura per me sostene 

e gran pene; 1' un cor mi dice 
28 ke si disdice, e l' altro m' incora. 

Però prego 1' amore ke m' intenda e mi svolila 

come la follia lo vento, 

Ke no mi facie fore quel ke presio mi tollia, 
32 e stia di me contento. 

Quelli k' à intendimento d' avere intera 

gioja e cera del mio amore 

senca remore, nonde à conpimento. 



mi. 

Di questa canzone ricordata da Dante, De vulg. e log. I, XII, si dà il testo costi- 
tuito sui tre mss. Vat. 3793 (A), Palai. 418 (C), CItig. L. Vili. 30S (D). 

MESSER RINAI.DO d' AQUINO. 

1 ER fino amore vao sì allegramente, 
k' io non agio veduto 
omo k' en gioja mi possa aparilgliare, 
E paremi ke falli malamente 
omo k' à ricieputo 

ben da sengnore e poi lo voi cielare. 
Perk' eo noi cielaragio 
com altamente amor m' à meritato: 
ke m' à dato a servire 
a la fiore di tucta canoscienza 
e di valenza, 
ed à belleze più k' eo non so dire. 

1. fin A vo AD ssi D altramente A 2. ch'io A ch'i B n' uggia D 3. ho- 

mo I) ch'en A che di Z> gio C apparilgliare I? pareare C 4. parmi Z> che AB 

5. homo CD ch'à AD riceputo C ricevuto D 6. bene AD singnore D signore C 

vele A celare CB 7. Ma AD io B nolo A celeraggio B celarajo C 8. chom D 

9. che AD IO. canoscenca i> caunoscenca C 11. valenca Ci) 12- bellece C bellecce Z> 

eh' i ^i? 



86 Rime di Rinaldo d^ Aquino, sec. xm. 



amor m' à sormontato 

lo core in mante guise e gran gioja n' agio. 

Agio gioja più di nuli' on ciertamente; 
e' amor m' à sì ariccuto, i6 

poi ke le piacie k'eo la degia amare. 
Poi ke delle donne è la più giente, 
più ricco dono ajo riceputo 

d'altro amadore, più degio in gioja stare: 20 

Ké nuir altro coragio 
porla aver gioja ver core innamorato, 
però senca fallire 

a la mia gioja nuli' altra gioja s' intenza; 24 

né ò credenza 

e' altro amadore potesse unque avenire, 
per suo servire, a grato 
de lo suo lino amore, al meo paragio. 28 

Para non averai, sì se' valente; 
ke lu mondo à cresciuto 
lo presio tuo, sì lo sape avanzare. 

Presio d' amore non vale neente, 33 

poi donn' à ritenuto 
in servidore, e' altro voi pigiare. 
Ké r amoroso usasrio 

non voi ke sia per donna meritato 36 

più d' uno aritenere, 
ké altrui ingannare è gran fallenza, 
in mia parvenza; 

ki fa del suo servire dipartire 40 

quelli k' asai e' è stato 
senza mal fare, mal fa sengnoragio. 

Sengnoria voi k' eo serva lealmente, 
ke mi sea ben renduto 44 

bon merito, ke non saccia blasmare. 

14. il chore D in molte D guis C grande D gio C aggio -^ 15. Aggio J) 

Gio agio C nuli' uomo D nullo A eerta CD 16. cU D ssl D arichuto A arric- 

cliuto Z> 17. da elle il £> piace CD eli' io A eh'i D deggia D 18. che AD 

dell' altre donne C gente CD 19. si alto dono AD agio A o D ricevuto D avuto A 

20. d'altr'D deggio D 21. Ca ACD coraggio D 22. non poria A non pò D avere A 

naraorato A però] duinqua A dunque D sanza A 24. a la mia gioia manca in D gio 

s'intenda C gioia inten9a D 25. non ò temenza A 26. eli AD altr' amador D unque 

manca in D 27. in grato C 28. a lo .4 .su D fin A mio A mi D corag- 

gio 2) 29. avaria^/) ssc D piagiente /l ZO. c\\e AD lo AD mond C 31. lo 

presgio A il prasgio D avanzare CD 32. preso C presgio A pregio D d'amor non vai niente D 

33. donna A ricevuta D 34. in] a .<4 un Z> voi] de A voi D pilgliare AD 

35. Che AD usaurgio D 36. vuole A che AD s.sia D 37. piìi] ki C arri- 

tenere D 38. che D ched A inganare A fallenza CD 39. a mia D parvenza CD 

40. chi D ke C eh? A dal C due partite D 4). quello CD eh' assai AD ci h A h D 

42. sen9a CD signoragio B 43. Signoria C eh AD io A lealem^nte A 44. ceke A 

che D mjni D sia A de D ìten manca in A 45. buorL^Z» «lerto /> ch'io A ch'eo D 

saccio A biasniare C 



SEC. XIII. Rime di Rinaldo d^ Aquino. 87 



Ed eo mi laudo, che più altamente 

ka eo non ò servuto, 
^8 amor m' à coninzato a meritare. 

E so ben k' eo seragio, 

quando serò d' amore così inalzato. 

però voria conplere, 
52 con de fare ki sì bene inconenza; 

né ò credenza 

e' umque avenisse mai per meo volere ; 

sì d' amor sono ajutato, 
56 i' ò più d' aquisto k' eo non serviragìo. 



46. io A 47. ca ^ ke C eh Z> 48. cominciato D incominciato C 49. E manca 

in A bene A che AD eo manca in A saragio A faraggio D 50. sarò AD 

d'amor D innalzato C nalcato D SI. perciò C duorria A chomplere D con- 

piere C compiere A 52. come CD chi AD bene A comincia CD 53. ne] ma A 

credenca CD 54. c'umque] che non A ch'unque già D mai] ma D mio A 55. s' io D 

amore A non sono A 56. i'ò] in A aquistato C'acquistato D eh AD io A nom A 
serviraggio D serviregio A 



V. 

Da/ cod. Vai. 3793, ove ricorre due volte, sotto il n. 348 (A) e sotto il n, 29 (A^). 
Sotto il n. 34.8 e allonimo ; sotto il n. 2g si trova incorporato in iena canzone di Ri- 
naldo d'Aquino, della quale forma la terza stanza^ v. A, Borgognorù, Un sonetto 
in una canzone, Ravenna, i8jó. 

IVlELGLio vai dire ciò e' omo à 'n talento, ' 

ca vivere penando, istando muto; 
solo ched agia tale coninzamento 
che dipo' 1 dire non vengna pentuto. 
potè omo fare tale movimento, 
pur asgio n' agia ; non este intenduto : 
perzò di dire agia avedimento, 
che non si blasmi de lo suo creduto. 
Ma pèmsando e' a molti è adivenuto 
zo eh' àn detto, non à loco nejente 
asempro di lor e' omo avere spera, 
che foUegiando àn zo ched àn voluto, 
nom per savere né per esser temente: 
chi così facie, cierto ben finera. 



1. che vivere ini penare A' 3. coiiiinzainento A 5. che ben potè A 6. che s'elgli 
a purasgione non è 'nteduto A 7. perciò^* diri ^ agio vi ^ avegiamento ^ 8. bia- 
simi A 9. E sacio ben c'a molti A' divenuto A 10. ciò c'a A'^ II, sempre di loro 
de' omo A'^ 12. anno avuto ciò c'an A'^ anno A 13. non per sapere A' essere AA^ 
14. fa A-i 



88 



Canzoni di Giacomino Pugliese. 



SEC. xiir. 



42. CANZONI DI GIACOMINO PUGLIESE. 

Fu creduto da Prato, perché in Prato nel sec. XIII si trova una famiif/ia Pu- 
gliesi. Ma piuttosto che un cognome, qui evidentemente si ha un aggettivo indicante la 
patria deW autore. Nessuna notizia fu di lui raccolta finora ; dai suoi versi parrebbe 
che fosse cavaliere (V, 12), innamorato di una dama forse ditnorante in Firenze (IV, 
34- S)' L^ allusione alla sua lontananza e la menzione di Aquilea (IV, i, 31) fanno 
pensare a quel Giacomino che apparisce nel Friuli, tra i testitnoni di un atto rogato 
a Cividale nel 123J, * /' anno stesso in cui vi capitò /' imperatore Federico con la sua 
corte.** Il ravvicinamento puh essere illusorio, ad ogni modo la precoce scomparsa di 
questo trovadore dai canzonieri, la struttura e lo stile delle sue canzoni, e /' essere stata 
taluna di esse confusa con le canzoni di Pier della Vigna, sono altrettanti indizj che 
portano a classificarlo fra i contemporanei del Notajo. 

I. 

Dal cod. Vat. 3793, unico. 
GIACOMINO PULGLIESE. 



v^UANDO vegio rinverdire 
giardino e prato e rivera, 
gli auscielletti odo bradire, 
udendo la primavera 
Fanno loro gioja e diportto, 
ed io voglio pensare e dire 
canto per donare confortto 
e li mali d' amore covrire, 
che gl'amanti perono a gran tor- 

L' amor è legiere cosa; [tto. 
molt' è fortte esere amato, 
chi è amato ed ama im posa, 
lo monddo à dal suo lato; 
Le donne n' anno pietanza 
chi per loro patiscie pene. 
sed è nullo e' agia amanza, 
lo suo core in gioja mantene, 
'tutora vive in allegranza. 



16 



In gioja vive tuta via; 
al core sento ond' io mi dolglio, 
madonna, per gielosia. 
lo pensamento mi fa orgolglio. 
Amore non vole invegiamento, 
ma vuole essere soferitore 
di servire a piacimento, 
quello che tende amore 
si conviene a compimento. 

Vostra sia la 'ncomincianza, 
che m' invitaste, d' amore ; 
non guataste in falla nza, 
che comprendeste il mio core. 
Donna, per vostra noranza 
sichurastemi la vita, 
donastemi per amanza 
una treccia d' auro ponita, 
ed io la portto a rimembranza. 



24 



28 



32 



36 



* Archeografo triestino, n. ser. XI, 400. 
Chr ùnica, a. 1235. 21. ms. pur gielosia 



35- 



** Riccardi de S. Germano 
ms. trecca 



II. 

Dal cod. Vat. 3793, unico. 
GIACOMINO PULGLIESE. 

-LJoNNA, di voi mi lamento ; donastemi auro co ramo, 

bella, di voi mi richiamo Lo vostro amore penssai tenere 

di si grande fallimento: fermo, senza sospecione; 



SEC. XIII. 



Rime dì Giacomino Piircrliese. 



89 



or m'asembra d'altro volere 
S e truovolo in falsa cascione, 
Amore „. 
" Meo sire, se tu ti lamenti^ 

tu non ài dritto né rasgione; 
12 per te sono in gran tormenti, 

ben doveresti guardare stasgio- 

Ancora ti sforzi la volgila [ne. 

d'amore e la gielosia, 
i6 con senno portta la dolglia 

e non perdere per tua folla, 
Amore „. 
" Madonna, s'io pene portto, 
20 a voi no ne screscie baldanza 

di voi non agio scomfortto 

e f alss' è la tua leanza. 

Quella che voi mi mostraste 
24 laove avea tre persone, 

la sera che mi seraste 

in vostra dolze presgione, 
Amore „. 
28 " Meo sire, se tu ti compiangi, 

ed io mi sento la dolglia; 

lo nostro amore falssi e cangi, 

ancora che mostri tua volgila. 
32 Non ssai che parte mi tengna 

di voi, onde sono smaruta. 

tu... falssi di convengna, 

e mortta m' à la partuta, 
36 Amore „. 

" Madonna, non ti pesa fare 

fallimento o villania; 

quando mi vedi passare 
40 sospirando per la via, 

asconditi per mostranza. 

tuta giente ti rampongna, 

a voi ne torna bassanza 
44 ed a me ne crescie vergongna. 
Amore „. 



" Meo sire, a forza m' aviene 
ch'io m' apiatti ed asconda, 

48 ca ssì distretto mi tene 

quelli chui Cristo confonda. 
Poi non m'auso fare a la portta, 
ond' io sono confusa in fidanza, 

52 ed io mi giudico mortta, 

e tu non n'ài nulla pietanza. 
Amore „. 
" Madonna, non ò pietanza 

56 dì voi, che troppo m'incanni; 
che sempre vivi inn allegranza 
e ti diletti in mie' danni. 
L'amore nonn à inver voi forza, 

60 che tu non ài fermagio; 

d' amore non ài se non scorza; 
ond' io di voi sono salvagio. 
Amore „. 

64 " Meo sire, se ti lamenti a me, 
tu tinde prendi rasgione, 
ch'io vengno laove mi chiame 
e nonde guardo persone. 

68 Poi che m'ài al tuo dimino, 
pilglia di me tal vegianza, 
che lo libro di Giacomino 
lo dica per rimembranza, 

72 Amore „. 

" Madonna, in vostra inten- 
nejente mi posso fidare, [denza 
che molte fiate in perdenza 

76 trovomi di voi amare. 

Ma s'eo sapesse in ciertanza 
esere da voi meritato, 
non averei rimembranza 

So di nesuno fallo pasato, 
Amore „. 



8. ms. fassa 34. ms. tu au an, /ez. incerta. 

intendanza, cf. v, 33. 



59. ms. iver 



73. ms. 



90 Canzoni di Giacomino Pugliese. sec. xni. 



III. 

Dal cod. Vai. 37^3, unico. 
GIACOMINO PULGLIESE. 

IspENDiENTE Stella d' albore 
e plagiente donna d'amore; 
bella, lo mio core e' ài 'n tua ballia, 

da voi non si dipartte in fidanza. 4 

or ti rimembri, bella, la dia 
che noi fermammo la dolze amanza ? 

Bella, or ti sia rimembranza 
la dolze dia e l'alegranza S 

quando in diportanza istava con voi. 
basciando mi dicie : ^ anima mia, . 
lo dolze amore eh' è' ntra noi dui, 
non falsasse per cosa che sia „ . 12 

Lo tuo splendore m' à si preso, 
di gioia d'amore m' à conquiso 
sì, che da voi non oso partire. 

e non farla, se Dio lo volesse. 16 

ben mi porla adoblare li martire 
s'enver voi fallimento faciesse. 

Donna valente, la mia vita 
per voi, plagiente, è ismarita, 20 

se nom fosse la dolze aita e lo comfortto, 
membrando eh' ei te, bella, a lo mio brazo, 
quando sciendesti a me in diportto 
per la finestra de lo palazo. 24 

Alora t'ei, bella, i mia balìa, 
rosa novella per me temia. 
di voi presi, amorosa mia, vegianza. 

o, in fide ! rosa, fosti patuta. 2^ 

se 'n mia ballia avesse Spangna e Franza, 
nonn averei sì rica tenuta. 

Ch'io mi partia da voi lutando, 
diciavatemi sospirando : 32 

" se vai, meo sire, e fai dimoranza, 
ve eh' io m' arendo e faccio altra vita, 
giamai non entro in gioco né in danza, 
ma sto rinchiusa più che romita „ . 36 

Or vi sia a mente, donna mia, 
eh' entrava giente v' à 'm balìa ; 

38. ch'entrava] corr. che prava.* 



SEC. xm. Canzoni di Giacomino Pugliese. 91 

lo vostro core non falsasse; 
40 di me, vi sia rimembranza. 

tu sai, amore, le pene ch'io trasse: 

chi ne dipartte mora in tristanza. 
Chi ne dipartte, fiore di rosa, 
44 non abia partte im buona cosa; 

che deo f ecie l' amore dolcie e fino 

di due amanti che s' amaro di core. 

assai versi canta Giacomino 
48 che sparte di reo amore. 



mi. 

Dal cod. Vat. 3793, unico. 
GIACOMINO PULGLIESE. 

Lontano amore mi manda sospiri, 
mercé cherendo inver 11' amorosa, 
che falsso non mi degia tenere, 

4 che f alsitate già non m' achusa : 

Non eh' io fallasse lo suo fino amore, 
con gioja si dipartisse lo mio core 
per altra donna ond'ella sia pensosa. 

8 Di ciò s' inganna, s' eli' à sospetto 

ca piacimento d'altra mi sia; 
eh' en altra donna già non mi diletto, 
se non in voi che siete la gioja mia: 

12 Vista né riso d'altra non m' agienza, 

anzi mi tengno im fortte penitenza 
i bei sembianti e' altra mi faciea. 
Se m'intendesse a non cruciare, 

i6 lo mio diritto senza cascione 

iiianzi volgilo bene conffessare, 

e' agia tortto de la mia rascione. 

Ma faccia che le chiacie, ch'io m'arenddo 

2o a sua merzé, colppa non mi difendo, 

enver l'amore nom fo difemsione. 

Se la mia donna bene si pensasse, 
eh' io sono più ardente de la sua amanza, 

24 ch'ella si penssa ch'io la ffallasse, 

che m'à donato sì gra leanza 

19. ms. facca 



92 Canzoni di Giacomino PuorUese. SEC. xiii. 



De lo suo amore, che m'à radopiato; 

ch'ella si penssi ch'io non sia vietato, 

lo core m'inciende di grande adiranza. 28 

Canzonetta, va a quella eh' è dea, 
che l'altre donne tene in dimino 
da la Mangna imfino in Aghulea, 

di quello rengno eh' è più fino 32 

Delgli altri rengni; a deo! quanto mi piacie! 
in dolze terra dimoranza facie 
madonna e' a lo fiore sta vicino. 



V. 

Dal cod. Vat. 3793, nmco. 
GIACOMINO PULGLIESE. 

iVioRTTE, perché m'ài fatta sì gran guerra 
che m'ài tolta madonna, ond'io mi dolglia ? 
la fiore de le belleze mort'ài in terra, 

perché lo mondo non amo né volgilo. 4 

Villana morte, che non à' pietanza ! 
disparti amore e tolgli l'alegranza 
e dai cordolglio. 

La mia alegranza post' à' in gran tristanza, 8 

che m'ài tolto la gioja e l'alegranza 
ch'avere solglio. 

Sollea avere sollazo e gioco e riso 
più che nuli' altro cavalleresche sia. , 12 

or n'è gita madonna ini paradiso, 
portóne la dolze speranza mia; 
Lasciòmi im pene e com sospiri e pianti, 
levommi da gioco e canti, ' 16 

e da la dolze compangnia 
ch'4o m'avea delcfli amanti. 
Or no la vegio né le sto davanti 

e non mi mostrano li dolzi sembianti 20 

che solia. 

Oi deo I perché m' ài posto in tale stanza ? 
ch'io sono smaraito né so ove mi sia, 

8. VIS. stristanza 21. in questa stanza la siriina cresce di un verso e per 

ridurla alla giusta misura converrebbe espungere il i8, che Ita tutta V apparenza di 
una glossa. 



SEC. XIII. Canzoni di Giacomino Pugliese, 93 



24 che m'àì levata la dolze speranza, 

partit" ài la più dolze compangnia. 
Oi me, che sia in nulla parte ciò m' è aviso I 

'"•madonna, lo tuo viso 
28 chi lo tene in sua ballia ? 

Lo vostro insengnamento e dond' è miso ? 

e lo tuo franco core chi mi l'à priso, 

donna mia ? 
32 Ov' è madonna e lo suo insengnamento ? 

la sua belleza e la gran canoscienza ? 

lo dolze riso e lo bello parlamento ? 

gli ochi e la bocca e la bella sembianza, 
36 Lo adornamento e la sua cortesia 

e la sua nobile gientilia ? 

madonna, per cui stava tuttavia 

in alegranza, 
40 or no la vegio né notte né dia, 

e non m' abella sì com fare solia 

in sua sembianza. 

Se fosse mio lo reame d'Ungaria 
44 con Greza e la Mangna infino in Franza, 

lo gran tesoro di Santa Sofia, 

non porla ristorare sì grande perdanza. 

Come in quella dia che si n'andao 
48 madonna, d'està vita trapassao 

con gran tristanza ! 

Sospiri e pene e pianti mi lasciao, 

e giamai nulla gioja mi mandao 
52 per comfortanza. 

Se fosse al meo volere, donna, di voi 

direste a Dio sovrano che tutto facie, 

che giorno e notte istessimo ambonduoi. 
56 or sia il volere di Dio, da e' a lui piacie. 

Membro e ricordo quand' era co meco, 

sovente m'apellava dolce amico, 

ed ora noi facie, 
60 Poi Dio la prese e menolla con seco. 

la sua v^értiite sia, bella, con teco 

e la sua pacie. 



33- corr. canoscianza / o si dovrà qui ammettere un caso di rima dissonante ? 
36. ms. lo suo cortesia ^. anche qui troviamo un verso di fiu nella sirima, 

^^ 37> ^^ <^^i soppressione nulla toglie al senso. 54. ms. diceste 



94 



Canzoni di Cornpagnetto da Prato, SEC. xin. 



43. CANZONI DI COMPAGNETTO DA PRATO. 

Compagnetto da Prato fu frobahilinente giullare ; nessuna notìzia e stata sinora rac- 
colta di lui; esso apparisce soltanto nel più antico dei nostri canzonieri e con queste due 
sole poesie, le quali così alla struttura come anche allo stile sembrano dei tempi del 
Notajo. 

I. 

Dal cod. Vat. 3793, unico. 
COMPAGNETTO DA PRATO. 



JL AMORE fa una donna amare, 
e dicie : " lassa, come faragio ? 
quelli a chui mi volgilo dare, 
nom so se m' à 'n suo coragio. 
Sire dio! che lo savesse 
ch'io per lui sono al morire, 
o e' a donna s' avenisse : 
manderia a lluì a dire 
che lo suo amore mi desse. 

" Dio d'amore, quello per cui 
comquisa, di llui m'ajuta. [m'ài 
non t' è onore s' a llui non vai, 
combatti per la renduta. 
Dio, che n'avessero in usanza 
l'altre, d'inchiedere d'amare! 
eh' io inchedesse lui d'amanza, 
que'che m'à tolto lo possare; 
per lui moro for fallanza. 

" Donne, noi tenete a male 
s' io danneo il vostro onore ; 
che 1 pensiero m'à messa a tale, 
convenemi inchiedere d' amore. 
Manderò per 1' amore mio, 
saperò se d' amore m' invita ; 
se non, sì gliela dirabo io 
la mia angosciosa vita: 
lo mio aunore ne disio. „ 



i6 



24 



" Madonna, a vostre belleze 28 
non era ardito d' intendre : 
non credea che vostre alteze 
ver me dengnassero isciendre : 
A voi mi do, donna mia; 32 

vostro sono, mio non mi tengno, 
mio amore corale in voi sia; 
fratuto, senza ritengno 
metomi in vostra ballia. „ 36 

" Deo, comò mi fa morire 
l'amore, a chui mandai il mesa- 
domandomi : che vuoli dire ? [gio. 
quando im zambra meco 1' agio, 40 
Non me ne de domandare, 
drudo mio, aulente più e' ambra, 
ben ti dovresti pensare 
pere' i' òti meco in zambra; 44 

sola sono, non dubitare. „ 

" Dimi s'è vero l'abrazare 
che mi ffai, donna avenente; 
che sì gran cosa mi pare, 48 

che credere noi posso nejente. „ 
" Drudo mio, se dio mi valgila, 
ch'io del tuo amore mi disfaccio; 
merzé, non mi dare travalglia ; 52 
poi che m' ài ingnuda in braccio, 
meo sire, tenimi in tua balglia. „ 



46. ms, lo brazare. 



SEC. XIII. 



Canzoni anonime. 



95 



i6 



24 



II. 

Dal cod. Vai. 3793, unico. 
COMPANGNETTO DA PRATO. 



JL ER lo marito e' ò rio, 
l'amore m' è 'ntrato in cor agio; 
sollazo e gram bene ag' io, 
ca per lo suo lacierare 
Tal penserò eo no 1' avea, 
che son preso d' amare, 
fin amante agio im balia, 
eh' en gran gioja mi fa stare 
per lo mal che co llui agio. 

" Gieloso ! battuta m' ài, 
piacieti di darmi dolglia; 
ma quanto più male mi fai, 
tanto il mi metti più in volgila. 
Di tal uomo m' acasgionasti, 
e' amanza non avea intra noi ; 
ma da che lo mi ricordasti, 
r amore mi prese di llui; 
lo tuo danagio pensasti, [gione 

" Mio amore mi mette a ras- 
e dicie : sì 'o l' amo a core fino, 
però che m' abe a cascìone 
eh' era nel male dimino. 
Per ira del male marito 
m' avesti, e nom per amore ; 
ma da che m" ài, sì m' è gito 
lo tuo dolzore dentro dal core, 
mio male in gioja m' è ridito. 



5. eo] ms. o 



9. o corr. avia? 



28 " Drudo mio, a te mi richiamo 

d' una vecchia e' ò a vicina; 
eh' ella s'è acortta ch'io t'amo, 
del suo male dire no rifina; 

32 Co molto adiroso talento 
m' ave di te gastigata, 
metemi a magiore tormento 
che quelli cui sono maritata; 

36 non mi lascia avere abento. „ 
" Madonna, per lo tuo onore, 
a nulla vechia non credere; 
eh' elle gueriano 1' amore, 

40 pere' altri loro non credere. 
Le vecchie sono mala giente, 
non ti lasciare dismagare; 
che 1 nostro amore fino e giente 

44 per loro nom possa falzare. 
metale dio im foco arzente ! „ 
La bella dicie: " par deo, 
giuroloti per la mia leanza, 

48 che non è cosa per eh' eo 
lasciasse la tu' amistanza. 
Ma perch' io mi ti lamento 
d' una mia disaventura, 

52 non avere tu pensamento 
che d' altr' amore agie cura, 
se non fare lo tuo piacimento. „ 

25. m' è] ìn$. mi 



44. CANZONI ANONIME. 
I. 

Dal cod. Val. 3793, unico. 



iVloRTTE fera e dispietata, 
crudele, senza pietanza, 
per rasgione dèi essere blasma- 
non churi di fare fallanza : [ta, 



Che spint' ài la chiara lucie 
che risplendea, ora non lucie, 
di belleze era portto e focie 
e d'adorneze l'angieliea bocie. 



96 



Canzoni anonime. 



SEC. xiri. 



Mortte, in te nulla merciede 
né pietà si può trovare, 
né umiltà sanza fede, 
non vale c'orno ti possa fare 
Che non aucide a tua tenza 
quale vuoli ; non ci ài canoscien 
mortale sentenza à' dato; [za: 
sovra il fiore ài sentenzato. 

Morte, per tuo fallimento, 
che dai mortte a lo più fino, 
sono in tanto turbamento, 
di piangiere mai no rifino. 
Tolto m' ài lo sollazo e 1 gioco, 
sì che melglio in esso loco 
mi teria m'avesse alocato, 
im pungiente foco lasciato. 



In gran foco, mortte e dura, 

in tristanza m'ài lasciato; 

per solazo, gran chura, 
12 pensiero et dolglia m'ài dato: aS 

C ài sotratta de sta vita 

r alta persona compita 

di savere e di cortesia: 
91 tuto piaciere avea in su ballia. 32 
Ciertto, mortte micidera, 

troppo giuda mi se' stata. 

e' a la tua possa, guerera 
20 in tuto mi ti se' mostrata; 36 

Distrutta m' ài d' ongne gioja: 

lassa ! lo vivere m' é noja, 

per lo più giente cavaliere d'onore, 
24 ch'era servente di buoni a tutore. 40 



II. 

Dal cod. Vat. 37gj, unico. 



JL)ispiETATA morte e fera, 
cierto se' da biasmare, 
che non ti vale pregherà, 
né merzede chiamare; 
Con ti faccia, sì se' dura 
che d'auzidere non ài cura 
quale t'é in talento, 
e per sollazi, rancura 
dai e pene e tormento. 

Di te mi biasimo, che m'ài 
el gioco e ir alegreza. [tolto 
mortte dura, del mio diportto 
messa m' ài in grande tristeza. 
Sì che già mai non credia, 
lassa, vedere quella dia 
di tanto ismarimento, 
che da così dolcie compangnia 
faciesse partimento. 

Dipartit'ài, micidera, 
lo più veracie amore 
che tra me e 1 più fino era, 
Baldo di valore. 



16 



In chui era valimento, 
cortesia et ardimento, 
fatt' ài grande fallenza, 
e' a nuli' omo rincrescimento 
faciea, anzi piagienza. 

A ciascuno a piagimento 
servia e co leanza, 
e a nullo afendimento 
faciea né soperchianza ; 
Era omo giovane, e piano 
a li boni ad ongne mano 
e tutora serventese, 
lo gientile Baldo sovrano 
di terra Scarlinese. 

Maladetta sia ad ongnore 
colonna maremmana, 
là onde venne quello dolore 
che già mai no risana, 
C'auzise la persona umana, 
ch'era in ventate 
di tute bontà fontana 
e d' ongne gientile umilitate. 



24 



2S 



32 



36 



40 



44 



2. se nel ms. sta al j>rincipio del v. 3 4. ms. mezede 5. ms. facca 

41. inna*nzi appresso a questo mancherebbe un altro verso a integrare la sirima. 



SBC. xin. 



Canzoni a?io?iime. 



97 



III. 

Dal cod. Vat. ^793) unico. 



l6 



L' ALTRIERI fui in parlamento 
com quella chui agio amata; 
feciemi gra lamento 
e' a forza fui maritata, 
E dissemi: "drudo mio, 
merzé ti chero, or m' ajuta, 
che tu se' in terra il mi dio: 
ne le tuo' mani sono arenduta ; 
per te coUuJ non volgilo io. 

" Ciertto bene degio morire, 
che lo chuore del corppo m' è; 

[tratto 
vegio lo mio padre amanire 
per compiere lo male che m' à 
Siri dio, or mi consilglia [fatto, 
e donami lo tuo comfortto 
de r omo e' a forza mi pilglia. 
uguanno lo vegia io mortto ! 
di farmi dolo s' asotilglia. 

" Drudo mio, da llui mi partte 
e trami d'està travalglia, 
mandamene in altra partte, 
che m'è im piaciere sanza fal- 

[glia. 



24 



28 



32 



40 



44 



Perché non agio im balìa 
lo padre mio che m'à morta? 
nom pare e' altro mi dia, 
se non di gioja mi sconfortta 
e di bene fare mi disvia. „ 

" Donna, del tuo maritare 
lo mio core fortte mi duole, 
chosa non è da disfare ; 
rasgione so bene che non vuole ; 
Ch' io t' amo sì lealemente, 
non volgilo che facie fallanza, 
che ti biasimasse la giente 
ed io ne stesse in dotanza. 
dico il vero fermamente. 

" Assai donne marito anno 
che da loro sono fortte odiate ; 
de' be' sembianti lod'ànno, 
però nom sono dispiù amate. 
Così volgilo che tu faccia, 
ed averai molta gioja. 
cando t' averò nuda in braccia 
tutt'anderà via la noja. 
di così fare ti procaccia. „ ' 



2. ms. quelli 



41. ms. tacca 



43. ms. bracca. 



mi. 

Dai cod. Vat. 3793, unico. 

Vj/UANDO fiore e folglia la rama 
e la prima vera s' adorna 
de lo bello temppo che torna, 
che s' alegra chi ben ama; 
E gli auscielletti per amore 
isbèrnaro sì dolzemente 
i loro versetti in fra gli albore, 
ciascheduno im suo parvente; 
chi d'amore sente 



98 Canzoni anonime. sec. xiii. 

veramente berti sì de allegrare 
e comfortare lo core e la mente. 

Ed io che sento amore penando, 12 

chanto per la più avenente 
eh' umque sia al mio sciente, 
che mi fa morire amando. 

Non ò comfortto d'alegranza, 16 

sicome altri fini amanti, 
tuto mi sfaccio d'amanza * 
per li suoi dolzi sembianti. 

pensieri ò tanti 20 

discordanti, eh' io nom saccio a quale m'aprenda 
ned a chui m'arenda ch'en gioja m'avanti. 

Poi che non truovo pietanza 
inver madonna cui tant' amo, 24 

.idi' umque non m' à dato ramo 
né del suo amore intendanza, 
Se non im pene ed in martiri 

ami fatto tormentare; 28 

dal core mi vengnono sospiri, 
che mi dengnano d'amare, 
lo mio penare 

in gioja mi pare, perché audire non vole; 32 

così si dole lo mio namorare. 

S' io blasmo amore, fero fallanza 
che tutora mi fa languire, 

poi che mi convene servire 36 

là ove non è conoscienza. 
Falsso sembiante ciò m'è aviso 

volere che sia , 

ch'emfino ch'amante sia comquiso, 40 

che voi doni alegranza 

la mia speranza 

e ineranza, da poi che lo comsente, 

villana mente n'ò misso intendanza. 44 

18. VIS. tuti 20. ò manca nel m$. 2i. ;«5. sacco 

V. 

Dal cod . Vat. 3793, unico. 

L^ AMOROSO comfortto e lo disdotto, 
che madonna mi mandao sovente, 
tornato lo m' à im pianto ed in corotto, 
che m'à fallito de lo suo convente. 4 



SEC. xin. Canzoni anonime. 99 



Sì grande dolglienza n'ave lo meo core, 
che gli ochi mei ne piangiono d' amore, 
ed arde più che 1 foco la mia mente. 

8 Molto ne sono pesante e cordolglioso, 

pensando che m' à tolta la speranza ; 
che non vegio lo suo viso amoroso, 
pemsoso e sospirando di pesanza. 

12 Oi lasso, lo mio core nom pò sentire 

come madonna potea soferire, 
che mi l'alasse per nulla dottanza. 
Non mi degia fallire la più cortese, 

i6 . né metere in dottanza lo suo core, 

che Tisbia per Prima sì s' aucise 
e lasciausi perire per amore. 
Adumqua bene poria madonna mia 

2o um poco tormentare in cortesia, 

per comfortare lo suo fino amore. 

Nòm so se mi comfort! o mi disperi, 
poi ch'amore non mi lascia disperare. 

24 che molte volte ò visto due guerieri 

tornare im pacie e Igli amici gueriare. 
Dunque mi ritorno a la mia spene, 
che troppo mi sariano grave se pene, 

28 partire X anima e 1 corppo penare. 



17. ms. Tubia 



Q. 



VI. 

Dal cod. Vat. 3793, unico. 



Quando la prima vera merzé, che m' ài conquiso, 

apare 1' aulente fiore, Lo suo dolze sembiante 

guardo in ver Ila rivera 20 e l'amorosa ciera 

4 la matina algli albore, - tutora mi sta davante 

Audo gli rausingnuoli la matina e la sera, 

dentro dalgli albuscielli, E la notte dormendo 

e ffanno verssi novelli 24 istò co madonna mia, 

8 dentro dalgli loro cagiuoli, per ch'eo morire vorria. 

perchè d' amore spera. melglio m'è dormire gaudendo, 

Spera, che m' ài preso c'avere penzieri veghiando. 

di servire l' avenente, 28 S' io dormo, in mia parvenza 

12 quella col chiaro viso, tutora l'agio im ballia, 

alta stella luciente, e lo giorno m' intenza. 

Flore sovr' ongne sovrana, di Ilei sembianti m' invia : 

conta e gaja ed adorna, 32 Mostr amisi guerrera, 

16 in chui l'amore sogiorna, ma nonn è per sa volgila; 

tu c'avanzi Morgana, a lo core nonn ò gran dolglia. 



100 



Canzoni anonime. 



SEC. xm. 



per una laida ciera 
perdo sua benvolglienza. 

Lo tempo e la stasgione 
mi comfortta di dire 
novi canti d'amore 
per madonna servire. 
Rasgione è ch'io ne cante, 
ancora mi faccia orgolglio, 
tutora sono quello eh" io solglio, 
leale e fino amante 
senza falssa sembianza. 

Ancora tengno speranza 
ne lo vostro franco core, 
che li sia rimembranza 
de lo suo fino amore. 



36 



40 



44 



48 



Se madonna distringie 

le lingue de' mai parlante, 

eo le farò sembianti 

com io r amo a dritta fede 

e senza fallisgione. 

Dio scomfonda in terra 

le lingue de' mai parlanti 
ch'en tra noi d ae misero guerra, 
ch'eravammo leali amanti. 
Chi dispartte sollazo, 
gioco ed ispellamento 
Dio lo metta in tormento, 
che sia preso a reo lazo 
e giudicato di serra. 



52 



56 



60 



42. ms. tacca 

VII. 

Dal cod. Val. 3793} unico. 

Rosa aulente, spendiente, 
tu se' la mia vita, 
per chui vivo più pemsivo 

cha per Dio romita; 
da paura nom si chura 

giaumque 1 1 ferita 
ch'agio al core del tuo amore, 
l'arma m' è fallita. 
Se tu non mi doni comfortto ned ajuto, 
perdoci le persone, come l'omo eh' è 'mpenduto. 
dumque ci prò vedi, piaciente orlatura, 
che bene conosci e vedi ch'io ci sono in aventura. 

Donami comfortto, angielica sembianza, 
ch'io non divengna mortto per la troppa dimoranza; 
tu se' più plagiente, aulente fiore rosato, 
che nonn è il sole lugciente da la matina, poi eh' è levato. 
Fiore e folglia la tua volgila, 
per dio l'umilia; 
loco ora dolglia sì che tolglia 

la speranza mia. 
la tua ciera, dolce spera, 
che lo core mi conducie, 
m' è sì fera, fosse vera, 



i6 



23. ms, mi sì 



SEC. XIII. Lo s-planamento di Patecchio. 101 

24 morite al core m' aducie. 
La tua lucie, che rilucie 

sovr' ongn' altro splendore, 
già consuma me ch'aluma, 

25 sì mi stringie amore. 

si m' à preso e comquiso 

di core tua benvolglienza, 
che niente imfra la giente 
32 pare mia benevolglienza. 

Chi mi vede di te crede 
eh' agia pemsasgione; 
la fede mi conciede 
36 eh' elgli agia rasgione : 

che 1 mio core istà n erore 

pur di te pemsare; 
a nullore mi fa sentore 
40 se non di te amare. 

Io prego senza nego 
che n' agie pietanza; 
teco r esgio e meco il presgio 
44 e tuta mia speranza. 

e te comfortti e me che sportti, 

eh' era senza noja, 
nom porti di comfortti 
48 né langore croja, 

gioja mi doni ch'amore non m' amortti. 



45. LO SPLANAMENTO DEI PROVERBJ DI SALOMONE 
PER MAESTRO GIRARDO PATIvCCHIO DA CREMONA. 



Fra Salimbene da Parma, nato nel 1221, più volte menziona nella sua Cronaca 
questo maestro, in ispecie ricordando una burla fattagli da uno zio di esso cromsta. Sem- 
bra dunque che Patecchio fosse fio, anziano di Salimbene, e si può ritenere che abbia fio- 
rito nella prima metà del sec. XIII, Compose un Lib e r taediorum de taediis 
perduto, e questo Splaìiamento di cui diamo degli estratti. Esso trovasi nel cod. 
già Saibante-Hamilton, ora sqo della Bihl. di Berlino, d^ onde fu pubblicato da A, Tobler 
negli Abhandlungen der Konigl. Preuss. Akademie, 188Ò. 

QUESTO È LO SPLANAMENTO DE LI PROVERBII DE SALOMONE 
COMPOSTO PER GIRARDO PATEG DA CREMONA. 

JlL NOME del pare altissemo e del lìg beneeto 
E del spirito santo, en cui forca me meto, 
Comenz e voig fenir e retrar per rason 

2. ms. forca meto 3. ms e cercar 



102 Lo splanatìiento di Patecchio. xiii. sec. 

Un dret ensegnamento e' aferma Salamon, 4 

Sì con se trova scrito en proverbi per letre. 

Girard Pateg l' esplana e 'n volgar lo voi metre, 

De quili qe parla tropo, com se n debia mendar, 

Con li irosi e li soperbii se possa omiliar, 8 

Da li mati se varde, et enprenda saver 

Com a le done coven boni costumi aver, 

Com un amig a l' antro de andar dretamente, 

E con povri e riqi de star entre la cente. la 

Li savi non reprenda s' eu no dirai sì ben 

Com se vorave dir, o s' eu dig plui o men ; 

Q'eu no 1 trovo per lor, q'ig sa ben co q'ig de, 

Anz per comunal omini qe no san ogna le. i6 

Mai, cui illi voi sia, se tuto 1 ben adovra 

E fai ben e 1 mal lassa, no pò far mejor ovra. 

Mai qi no porà tuto retegnir ad un flado, 

Sì poco no n terrà qe non sea mejorado. 20 

Mo pari' elo de la lengua. 

De la lengua voi dir alò primeramente. 
Per quel q'ela nos più a gram part de la cente. 
Da tropo dir se varde qi se voi far laudar, 
E dèa luog ad altri, s'ig voi anq ig parlar; 24 

Q' el gè n' è f ort de lor qe voi dir qualqe causa, 
M'el no de comencar tln qe l' antro no pausa. 
No fi tegnudo savio qi parla sovra man. 

Da picol ni da grande, da par ni da sovran. 28 

Se 1 picol no se n venca lo par fors sen laimenta, 
El major per ventura je n dis per una trenta ; 
Vilan e malparler se pò tenir quelui, 

Quand à dit quant el voi, e 'n tut desplas a altrui. 32 

Nisun hom de gabar alcun descognosente ; 
K'el tien lo mal per peco e 1 ben cet' a niente. 
Qi amaestra un fol, sen q' el no voi enprendre, 
Doi dan par qe je n vegnà, qi gè voi ben atendre, 36 

Q'el perd lo sen q'el dis, • e 1 mat par qe 1 desdegne ; 
Ma 1 savi om castige qe voi ben c'om je 'nsegne. 
Ki respont umelmentre, ira no se je tien; 
Mai qi favela orgojo, s' eia no nd' è, sì vien. 40 

Per lenga se departe l'amor dig compagnon, 
E no è major tesauro el mond, qi 1 trova bon. 
Lengua part li fradeli, qe se voi mal de morte, 
E pare da fijoli, ràr è qi la conporte, 44 

9. Toblcr Con li mati se varde 



SEC. xm. Lo spianamento di Patecchio. 103 

La mugìer dal mario, q' è per lengua blasmado, 

E la fine amistate c'à quarant'ag dorado. 

Con Tom c'à tropa lengua, non è bon far tenzone, 
48 Qe 'ntre 1 so tan parlare se perd bona rasone. 

L'om qe ben non entende, s'el responde, fa mal, 

E da e' à ben enteso, s'el pensa ancor, je vai. 

Anz qe l'omo fa vele, responder par folia, 
52 Tut q'el creca saver co qe dir je volia. 

Fors li dirà tal causa, mai no l'avrà audua; 

S'el j'avia dit d' antro, er mateca tegnua. 

Mat è l'om qe no lauda lo ben, quand Dieu je 1 da; 
56 E se 1 ben je desplase, del mal corno farà ? 

Ka dis a l'omo causa qe para qeil desplaca. 

No je la de dir plui, e, là u el è, sì la taca; 

Q'en parlar se cognose l'omo q' è savi o mato; 
60 Taser lo fai laudar, sì comò dise Cato. 

Ki no voi fir enteso, è mato s'el favela; 

Mai s' elo tas, fai ben, s' el non è qi l' apela. 

Grand grada à da Deu l'omo qe pò tasere 
64 Segond qe se conviene, bià se n pò tenere. 

No se de alcun laudar de soa propia boca; 

Qe Deu sa ben e i omini quanta bontà lo toca. 

L' om e' usa dir pur mal e 1 ben e l' onor sciva, 
68 A pena se n partrà tro q'en sto mondo viva. 

Ben è de tal parleri qe la lengua ama tant. 

Se li autri li f ala, soli va f avelant .... 

Mo voi elo contar de soperbia e d'ira e d'umilitate. 

Apres ve voi contar de soberbia e d'ira 
72 Et an d'omililat, qe contra entranbe tira. 

Qi tien soperbia et ira, l'amor de Deu no avrà. 

Ma 1 speta la sog ira, qui senca lui sera. 

Là o è l'omo soperbio se truova ogna tencone; 
76 Mai l'umel sta cortese, ca no varda casone. 

Reo è esser amigo d'om qe soperbia mena; 

Q'el se n traz tal fiada e mal e dan e pena.... 

Ki siede a l'autruì mensa, umelmentre ne stea, 
80 No guarde ca e là, que se toja o se dea: 

Né no se de irar, s'el fides ad altrui 

Servì de qualqe causa mieg gè no fi a lui. 

Soperbia par qe sia, cui Deu dà qualqe onor; 
84 s'el se n' exalta tropo, sig torn' a ^esenor . . . . 

Mo parola elo de mateca e de mati. 

De mateca e de mati, voig dir mescladament, 
Per q' ig è più per nomerò qe tuta l' atra cent. 



104 Lo splanamento di Patecchio. sec. xiii. 

Et anc del so contrario, co è sen e saver; 

Cui tien r un, lassa 1' autro, tuti n' à qe veder. 88 

Lo mat om pur riandò fai matec'e folia; 

Tut co qe 1 cor je dis, a lui par dreta via. 

Plui eoa qi castiga un savio, co m' è viso, 

Qe qi bates un mato oto dì o un meso. 92 

Que vai al mat riqece ne quant el pò aver, 

Da q'el no pò conprar de l'or sen e saver? 

Mai se 1 mat omo tase, q'el no diga niente, 

Savio fi conputado per gran part de la cente. 96 

Qi respondes al mato segondo soa stolteca. 

Deventa tal con lui e dopla la mateca; 

Anz de responder sen, tal parola è si dreta 

Q' el fia tegnudo savio, e quel mat qe 1' à dita. 100 

Sì con la nef no dura d'istat per lo calore, 

Sì desdes ad un mato, s'el à gloria et onore. 

Tanto vai ad un mato donar onor del mondo, 

Com una copa d'aigua cetar en mar perfondo. 104 

Un mat om qe redise la mateca doi ora. 

Fai comò 1 can qe manca co e' a gitadho fora. 

Sì con se voice l'usso en 1 pileng o el sta, 

Sì fa 1 mat en matece, e' altro penser non à. 108 

Ca parole sotìle no dies ni gran riqeca 

Ad omo qe sia mato; tut li torn'en mateca. 

Un mat se tien plui savio e de major valer, 

Qe no fai sete savi con tuto 1 so saver. 112 

A dir Tom q'el sea mato, non è sen rasonadho. 

Ni de laudarse savio el no è prisiadho. 

Non è sen, qi n pò altro, tor servisio del mat; 

Q'elo se va vantando qe per un set n'à fat. u6 

Unca no sper de mato, qi s'amistat avrà; 

C amig non è de si, e meo comò sera?.... 

Mo pari' elo de le femene. 

De lengua e de soperbia, de li mati avem dito. 
Mo par lem de le femene, sì con ne dis lo scrito, 120 

Como s' è bon' e re' e com fai prò e dan 
A tuta cent del mondo la major part de l'an. 
A i ogli, quando i leva, se cognos en presente 
La grant part de le femene, q'a luxuria tende. 124 

Meig fa Tom s'el sta sol e qualqe volta 'scosa, 
Qe s' el stes ^n palese con femena nojosa. 
Qi nudriga puitana fai mal; q'el e autrui, 

88. Cui] VIS. Cuti 



SEC. XIII. Lo splanamento di Patecchio, 105 



12S E sì je perde 1 so, e no retorna en lui. 

Com f emena d'autr'omo no se voi trop sedhere; 

Qe Tom sen dà guarda e 'n blasmo n pò cacere. 

Femina savia e casta de marid è corona; 
132 Gadhal mat' e soperbia vergoigna et onta ig dona. 

Lo serpent venenoso el cor porta grand ira; 

major la porta femena qe 1 diavol enspira. 

Col lion e col drago mieg abitar s'aven 
136 Qe con femena dura, cui desplas ogno ben. 

Cascun om pò guarire del mal, se Deu je 1 dà; 

Ma de femena rea no pò guarir qi 1' à. 

Se Tom li fai onore, soperbia i cres e monta, 
140 E tenlo soto pe eg fai gremeca et onta. 

El mond non è mai grada sovra bona mujer; 

Né mal, qi l'avrà rea, sovra quel ca no quier. 

Q'en tuta la soa vita la de trovar a ca; 
144 Per lei perd questo mondo, l'altro mal je darà. 

Mujer bela e cortese de legreca 1' om passe. 

Se Tom è conosente, et altro mal noi nasse. 

E tut q' eia sea rustega, s' el' è pur savia e bona, 
148 Mat è quel qe per autra una tal n'abandona. 

Tute le ca per done fi monde e nete fate; 

S'ele sta pur un ano senca ler, e desfate. 

En ogna luog del mondo o rea dona sta, 
152 Segur sea de quelo c'ognunca mal avrà. 

Bela possesion è dona savia e neta, 

A cui Deu dà la gracia e' al so servir la meta. 

Grand povertad avrà cui bona dona manca; 
156 En sto mondo né 'n l' antro no starà en legra banca. 

Qi à rea fijola, sovra lei meta sogna, 

Q'ela no faca quelo ond' el aiba vergoingna. 

Ananz q'el pò, la dea ad om savi e prò; 
160 No tema s' el n' è rico ; qe 1 sera s' el no fo. 

La femena fa Tom enivriar comò 1 vino, 

Fai desperad e nesio e fai tornar plui fino. 

Non è cosa en sto mondo, s'ela je 1 comandase, 

164 Q'el no la fes, ni tal q'elo je la vedase. 
De femena comuna se guard ogn'om qi pò; 
Non à l'om tanto seno q'elo noi perda alò. 
No se meta en vertue hom de femena vaga; 

165 Carnai no n' issirà levement, o q' el vada. 
L'om qe l'autrui mujer voi ni tol ni percaca, 
Pecato fai mortale; omecidio lo caca.... 

161. ms enuriar 






106 Cofitrasto di Cielo dal Canio, sec. xiii. 



46. CONTRASTO DI CIELO DAL CAMO O D'ALCAMO. 

La menzione della defensa e degli agostari (v. 22) ci porla ad un tempo non ante- 
riore al 1231, mentre /' allusione alV imperatore vivente (v. 24.) non permette che si scenda 
più giù del T230. Dante nel D e vu l g . e loq . I, XII, ricorda questo poemetto che 
fu lasciato anonimo dal compilatore del canzoniere Vaticano 3793, fonte unico oggi del 
testo. A, Colocci, annotando quel codice, vi iscrisse il nome di « Cielo », e «. Cielo dal 
caino-» lo chiamò in un notamento che fu ritrovato fra le sue carte, v. Ar chivio paleo- 
grafico italiano, I, 8-14, 

rvosA fresca aulentisima e' apar' in ver la state, 
le donne ti disiano pulzelle, maritate; 
trami d' este focora, se t' este a bolontate. 

per te non ^ abento notte e dia, 4 

penz ando pur di voi, madonna mia. „ 

" Se di meve trabalgliti, follia lo ti fa fare : 
lo mare poteresti arompere, avanti asemenare, 
c?v<A-/'ì*^ r abere d' esto secolo tuto quanto asembrare, 8 

avereme nom poterla esto m orino : 
avanti li cavelli m' aritonno. „ 

" Se li cavelli artoniti , avanti foss' io morjto, 
ca i' sì mi perderà lo solacelo e lo diportto. 12 

„wv«ia quando ci passo e vejoti, rosa fresca de l'ortto, 

bono confortto donimi tutore ; 
poniamo ché's'^unga il nostro amore.,, '"'^' 

" Ke 1 nostro amore ajungasi non boglio m' atalenti: 16 

se ci ti trova paremo colgli altri miei parenti, 
guarda non t' argolgano questi forti corenti. 
comò ti seppe bona la venuta, 
consilglio che ti guardi a la partuta. „ 20 

" Se i tuoi parenti trovami, e che mi pozono fare? 
una difemsa metoci di dumilia agostari, 
non mi tocara padreto per quanto avere à 'm Bari, 
viva lo 'mperadore, graz' a Deo; 24 

intendi, bella, quello che ti dico eo. „ 

" Tu me no lasci vivere ne sera né maitino. 
donna mi sono di perperi, d' auro massamotino. 
se tanto avere donassemi quanto à lo Saladino 2S 

e per ^junta quant' à lo soldano, 
tocareme nom poteria la mano. „ 

" Molte sono le femine e' anno dura la testa, 
e r omo com parabole 1' adimina ed amonesta ; 32 



II. ms. solacco i3. legg. ambari^ 



SEC. XIII. 



Contrasto di Cielo dal Canio, 



107 



36 



40 



44 



4S 



52 



I 



56 



60 



64 



68 



72 



^:> 



tanto intorno percazala fino che 11' à in sua podestà, 
l'emina d'omo nom si può tenere, -.^^^^J^=^'^ '.°^^c '^ .- -4 .' 
guardati, bella, pur de ripentere. „ 

K' eo me ne pentesse ? davanti foss' io aucisa^. 
ca nulla bona l'emina per me fosse ripre sa, 
ersera ci passasti corenno a la distesa; 
a questi ti riposa, canzoneri, 
le tuo parabole a me nom piacciono gueri. „ ^..«^ vrC^ 

" Doi me, quante sono le schiantora che m' à mise a lo core, ^-^€<?<^ ^•' "^ 
e solo pur penzannome, la dia quanno vo l'ore, 
l'emina d' esto secolo tanto nonn amai ancore 
quant' amo leve, rosa invidiata ; 
bene credo che mi fosti distinata. „ pt.jii^^ 

" Se distinata l'osseti, cadérla de 1' alteze, 
che male messe l'orano in teve mie belleze. 
se tutp adivenissemi, talgliarami le t^eze 
e comsore m' arenno a una magione 
avanti che m' artochino le persone. „ 

"■ Se tu consore arenneti, donna col viso cleri, 
a lo mesterò venoci e rennomi comfreri; 
per tanta prova venderti, l'aralo volonteri, 
con teco stao la sera e lo maitino : " 
besongn' è eh' io ti tenga al meo dimino. „ 

" Boi me, tapina, misera ! com ao reo distinato. 
Gieso Cristo 1' altissimo del loto m' è airato, 
conciepistimi ad abattare in ommo blestiemato. : " 

cerca la terra eh' este granne assai,'"^ 
chiù bella donna di me troverai. „ 

" Ciercat' aio Calabra, Toscana e Lombardia, 
Pulglia, Costantinopoli, Gienoa, Pisa, Scria, • 

Lamangna e Babilonia, tuta Barberia, 
donna non trovai tanto cortese ; 
per dea sovrana, di meve te pese. „ 

" Poi tanto trabalgliasti, f acioti meo pregheri , 
che tu vadi, adomanimi a mia mare ed a mon peri ; ifi^^uct^- 
se dare mi ti dengnano, menami a lo mosteri 
e sposami davanti da la jente "''^' ' 
e poi farò le tuo' comannamente. „ -^ ^^ 

"Di ciò che dici, vitama, nejente non ti baie; 
ca de le tuo' parabole fatto n^ ponti e scaie: 
penne penzasti metere, sonoti cadute 1' ale, 
e dato t' a]o la bolla sotana : 
dunque, se poi, leniti villana. „ 



^S 



'C- 



40. ms, piaccono 



59. nis. grane 



M-Ù^. U- 



108 Contrasto di Cielo dal Camo. SEC. xm. 



" En paura non metermi di nullo manganiello, 76 

istomi n està groria d' esto fortte castiello ; 
prezo le tue parabole meno che d' uno zitello : 
se tu no levi e vatine di quaci, 
se tu ci fosse mortto, ben mi chiaci. „ 80 

" Dunque voresti, vitama, ca per te fosse strutto? 
se mortto essere deboci od intagliato tuto, 
di quaci non mi mosera, se non ài de lo frutto 
lo quale stao ne lo tuo jardino; 84 

disiolo la sera e lo matino. „ 

" Di quello frutto non abero conti né cabalieri, 
molto lo disiano marchesi e justizieri: 

avere nonde pottero, gironde molto feri. 88 

^j^^ tf'Oi intendi bene ciò che boi dire, 

men este di mill' onze lo tuo abere. „ 

" Molti sono li garofani, ma non che salma nd' ài; 
bella, non dispresgiaremi s' avanti non m' assai. -^ / ' ^^ 

\r^ ■ ' se vento è im proda e girasi, e giungieti a le prai, '■' <^i/*^^^ ^ 
f- arimembrare t' àf este parole, tu^^ ^'' 

ca d' està animella assai mi dole. „ 

" Macara se doleseti, che cadesse angosciato, 96 

la giente ci coresoro da traversso et dallato, 
^l^_^ tut' a meve diciessono: acori esto malnato; 

non ti dengnara porgiere la mano 
per quanto avere à 1 papa e lo soldano. „ 100 

" Deo lo volesse, vitama, ca te ffosse mortto in casa: 
r arma n' anderia consola, ca dì e notte pantasa ; 
la jente ti chiamarano: oi perjura, malvascia, 

e' à' morto l'omo in casata, traita! 104 

sanz' onni colppo levimi la- vita. „ 

" Se tu no levi e vatine co la maladizione, 
li frati miei ti trovano dentro chissà magione, 
bello mi sofero, perdici le persone. 108 

ca meve se' venuto a sormonare, 
parente ned amico non t' ave aitare. „ 

" A meve non aitano amici ne parenti, , ^ , 

istrano mi sono, carama, en fra està bona jente; 112 

or fa un anno, vitama, eh' entrata mi se' mente, 
di canno ti vististi lo ntajuto, 
bella, da quello jorno sono feruto. „ 

"Ai, tanto namorastiti, Juda lo traito, 116 

come se fosse porpore, iscarlato o sciamito. 
s' a le Vagiele jurimi che mi sia a marito, 
avereme nom poterà esto monno, 

no. tns, aiatare 



SEC. xiir. 



Contrasto di Cielo dal Canio, 



109 



124 



128 



13^ 



1C.6 



140 



144 



14S 



152 



156 



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\(ìoC«i 



avanti in mare itomi al perlonno. „ 

" Se tu nel mare gititi, donna cortese e fina, 
dereto mi ti misera per tuta la marina; 
poi e' anegaseti, trobareti a la rina, 
solo per questa cosa adimpretare: 
con teco m' aiil.a giun gle re a pecare. „ 

" Sengnomi in Patre en Filio ed i santo Mateo ; 
so ca non se' tu retico, fi^^ij? di giudero, o-«^=^ ^ "^ 
e cotale parabole non udì dire anch' eo. 
morttasi la femina a lo ntutto 
perdeci lo s abor e e lo disdotto. „ 

" Bene lo saccio , carama, altro non pozo fare ; 
se quisso nonn arcomplimi, lassone lo cantare. " "'" 
fallo, mia donna, pjazatj, che bene lo puoi fare, je/'^t^^t^j.^ 
ancora tu no m' ami, molto t' amo ; 
sì m' ài preso come lo pescie a 1' amo. „ 

" Sazo che m' ami, amoti di core paladino ; 
levati suso e vatene, tornaci a lo matino, 
se ciò che dico, faciemi, di bon core t' amo e fino: 
quisso t' imprometto sanza falglia, 
te la mia fede, che m' ài in tua balglia. „ 

" Per zo che dici, carama, nejente non mi movo, 
inanti prenni e scannami, tolli esto cortello novo. . 
esto fatto fare potes i inanti scalfì un uovo. \:-^'^ ^ 
arcompli mi talento, mica bella, 
che r arma co lo core mi s' infella. „ 

" Ben sazo, 1' arma doleti com omo e' ave arsura, 
esto fatto non potesi per nuli' altra misura 
se non a le Vangiele, che mo ti dico, jura. 
avereme nom £uoi in tua podestà, <'-\'C- /S" 
inanti preni e talgliami la testa. „ 

" L' Envangiele, carama, eh' io le porto in seno, 
a lo mostero presile, non ci era lo patrino; 
sovr' esto libro juroti, mai non ti vengno meno, 
arcompli mi talento in caritate, 
che 1' arma me ne sta in sutilitate. „ 

" Meo sire, poi jurastimi, eo tuta quanta incienno; 
sono a la tua presenza, da voi non mi difenno; 
s' eo minespreso ajoti , merzé, a voi m' arenno. ^"^•- •• 
a lo lletto ne gimo a la bon' ora, 
che chissà cosa n' è data in ventura. - 



/»**-<* 



^S'-72^foc/~!9y 



128. ms. udire 



147. ms. non poterssi 



158. ms. aoiti 



11 // libro di Uguccione da Lodi. sec. xnr. 



47. IL LIBRO DI UGUCCIONE DA LODI. 

Cod. già Saibante-Hamilton, ora 3go della Bibl. Reale di Berlino; Tobler, Abhand- 
lungen d. Konigl. Preuss. Akademie, 1884. DalV uso che sembra aver fatto di questo 
libro Pietro da Bascafè, il cui poema fu terminato nel 1264., '*" argomenta che P autore 
fiorisse circa la metà del sec. XIII. 

IN xpi nomine: questo è lo comenc amento de lo libro 

DE UGU9ON de LAODIIO. 

/\l to nome comenco, pare, Deu, creator, 
Divina majestà, verasio salvator. 
A ti prega et adora li grandi e li menor, 
Li principi e li re, li marqes e i contor. 4 

Sire Deu, qi t' onfende, de aver grand paor, 
S' el li remenbra del fogo e del calor, 
Qe la scritura dis e li nostri antecesor 

Qe èn en inferno en la grand tenebrori 8 

Quili qe è là dentro, molt à malvas segnor. 
Là no se trovarà nul bon albergaor, 
Leto ni banca qe sia da onor, 

Vairi ni armelin, coltra ne cuvertor; i 

No à desduto de sparver ni d' aostor, 
Né no se cerne qual sia lo pecor. 
Tuti son pieni d'ira e de furor 

Et è plui nigri de corvi ni d' avoltor. 16 

E en r inferno è un albro major, 
Q' è major de negun e' omo vedhes ancor; 
Né carnai no porta nigun fruito ni fior; 

La foja e lo fusto tronca comò rasor. 20 

O voja o no voja, su monta 1 peccator, 
E co de su trabuca, quand'é plui en altor, 
E cace en un fogo q' è de sì grand calor, 
Qe cent agni li par anci qe sia 1 fredor. 24 

" Deu, miserere „ clama cascun de lor, 

" Mo no me pò valer parente ni uxor. 
Né fijolo né fija, fradhelo ni seror. 

Né castelo né roca, grand palasio né tor „. 38 

Domenedeu propicio, qe de tuti es major, 
Del mondo salvatore, a cui preg et ador, 
Tu me defende de le pene 'nfernor, 

Q' eu mai no senta de quel lìer dolor. 32 

Signor Deu, qi te serve, de aver grand baudor, 
- E qi te portata bona fé et amor; 



SEC. XIII. // libro di Uguccione da Lodi. 



36 



40 



Qe tu r albergaras pur en rose et en flor 

En paradiso, o è tanto splandor, 

Qe sol né luna no g' averà valor. 

E sicom eu co credo senca ogno tenor, 

Qe tuto questo è vero, Deu, magno redentor, 

Pur q' el te plaqua, altissemo signor. 

Tu me perdona, e' asai son peccator — 



111 



44 



48 



52 



60 



64 



68 



72 



76 



Avarìcia en sto segolo 
Tradiment et engano, 
Camai no io la cente 
Qe de l'ovra de Deu 
Del magno re de gloria 
Quel per cui se mantien 
Ben savi qe ve dise 
Tuti semo formadhì 



abunda e desmesura, 
avolteri e socura. 
sì falsa ni spercura; 
unca no mete cura, 
qe sta sopra 1' altura, 
og^nunca creatura, 
la divina scritura : 
a la soa figura; 



Mai quel tegn' eu per fole qe tropo s' asegura, 
Ni d' ensir dig pecadhi ca no voi aver cura. 
Mo si son percevù, poqi è qig qe la «dura; 
Lo plusor de la cente voi autra caosa dura. 
Qi pò aver dinari de livrar ad usura, 
E conprar de la terra, canpi, vigna e closura, 

d' aver bona coltura, 
riqa semenadhura „. 
no r à veder madura. 
de la scarsa mesura, 
a far la sepoltura! 
la fera guardaura. 



Deu, comò se percaca 
E dis: " aguan farai 
Mai tal r à semenar 
Mo s' el se recordasse 
Como ven con la cana 
Quando è reversaa 



La soperbia e 1 regojo e' avea oltra mesura, 
• Molt tost è getaa entro la terra dura. 



Lo torsel è malvasio 
La mujer e i parenti 
Tal je mena gran dol 
S' el lo pò abandonar, 
E r anema dolentre 
Entro r infern ardente. 



et à rea voltura, 
de grand ver tu lo plura, 
en la soa portadura, 
asai poco n' à cura, 
à pres rea pastura 

en quela grand calura. 
Là no se trovarà bela cavalcadhura, 
Destrier né palafren cum soaf anblandura. 
Né norbia vestimenta né rica flibadhura, 
Palasio ni tor ni negun' armadhura. 
Mai ben devria la cente aver molt grand paura 
De la mort crudhel, negra, pessima e scura; 
Qe re ni enperador encontra lei no dura. 
Né principe ni dus qe sia d' alta natura. 



112 // libro di Uguccione da Ij)di. sec. xni. 



L' apostolico de Roma non à quela ventura. 

Ca no lo defendrà né sorte né agura, 

Né la cristianitad e' à tuta en soa rancura. 80 

Mai qig sera biadhi e' à vivre con mesura .... 

No me besogna dir de quig mal aguradhi 
Q' ili no voi veder quig q' é desasiadhi, 

Nisun pover de Deu n' avogol né sidradhi ; 84 

Mai grassi palafreni e destrier secornadhi, 
De belle vestimente spesso esser mudhadhi, 
Aostor ao sparaveri voi e falcon mudhadhi, 
E bon osbergi blanqi et elmi afaitadhi, • SS 

Palasi e bitefredhi e tor enbatajadhe, 
E mangani e preere per scremir le contradhe, 
Alcir r un omo 1' autro e de lane' e de spadhe, 
De quareig, de balesti e de seite 'npenadhe. 92 

Quelo se tien plui alto qe pò far plui maltade 
E r autrui terra tor, le canpagn' e le pradhe, 
li busci e le masone, le closure seradhe. 

Mai d' una cosa fai 1' omo grande derradhe, 96 

De sacrament, qe molt era ca redotadhe; 
Mai lo plui de la cente 1' à en befe cetadhe. 
Qe tanto je plase le calde peveradhe, 

Bele lonce rostie, fugacine rassadhe, 100 

E fasani e pernise et altre dignitadhe. 
Forte vin e posone e galine faitadhe, 
Delenquid a Jesu, la vera majestade 

Domenedeu propicio, molto t' ài onfenduo, 104 

Tropo son stato q' eu no t' ài cognosuo. 
Enfin qu' eu puti portar lanca ni scuo, 
Enfin a tanto q' eu son veglo canuo, 

Encontra ti senpre ài conbatuo. 108. 

Per toa bontad or son recognosuo 
Qe raegava sì com omo perduo. 
A toa marce, segnor, eu son renduo, 

De mi albe 'ndulgencia, qe a ti son vegnuo. iia 

Se tu fai tanto q' eu sea recevuo, 
Enfin q' eu viva, mai no serò vencuo. 
Del to servisio stanco ni recreuo. 

Mai d'una cossa me son percevuo: ii5 

Ben sai q' eu vigni en questo mondo nuo. 
Mai no gè son tropo ben darecuo; 
Mai a la fine si firò car tegnuo, 
En un celicio firà 1 corpo metuo 120 



SEC. XIII. 



// libro di Uguccìone da Lodi. 



113 



124 



128 



132 



136 



140 



144 



Tuto 1 plui vii qe gè firà venduo, 

E quel medessemo sera asai perduo. 

Que unca voja, del corpo se' avegnuo, 

Lo spirito meo vojo qe sea renduo, 

Si sera elo, s' el me fi atenduo 

Lo rico don qe m' è enprometuo, 

K' entro 1 Guagnelio asai 1' ò entenduo. 

S' eu fui sì fole q' eu no fu avecuo 

Q' en li peccati son longamen casuo, 

Da q' eu me repento de co qe m' è avegnuo, 

En la toa corte do esser recevuo, 

Dig mei peccadhi deslavad e solvuo. 



Ben sai eu, Deu, 
Qe eu né altri 
Enfin q' eu fui 
Fin questo dì 



Marce te clamo, veras Deu, en plorante, 
Qe la toa ira no me sea davanto. 

q' eu t' ài onfendù tanto, 
no savria dir quanto; 
covencel et enfanto 
q' eu son vejo e ferranto, 
Encontro ti von senpre conbatando. 
Mai stu no fussi cossi soaf e blando. 
No creria qe Paul fos vegnù santo. 
Mai eu era sì fole, quand avea cento 1 brando, 
K' eu me tegnia mejo de lo conte Rolando. 
Mai entro li peccati eu ài demorad tanto 
Qe sovence fiadhe n' ài sospirad e pianto. 
Mo è vegnù tal tenpo q' eu son recreto e stanco. 



Amici mei, que fai vuì, 

14S Qe no servì pur a quelui 
Da cui vien tute le bontate. 
La terra e 1 ciel à en poestate, 
Ke sofrì dol e tormento 

152 Per noi condur a salvamento 
Per la soa sainta volontate, 
E per la nostra necessitate 
Sostene fiera passione 

156 E grande tribulacione ? 

Ca fo el per nui marturiado, 
Preso e batuo e lapidado, 
E sì fo despujato nuo, 

160 De piere e de baston batuo, 
Sus en la erose fo clavelato, 
Per noi forte marturiato. 
Claudà li fo le man e li pei 

164 Da quili pessimi cudei; 



De spine ague molto poncente 
L' encoronà la mala cente, 
Poi lo ferì dal destro lato 
D'una lanca per lo costato. 
Sì q' el n' ensì sangue et aigua 
Per quela santissema plaga. 
Per quel sangue preciosissimo 
Avrem nui lo regno santissimo. 
Se nui farem lo so plaser 
E co q' el ne comanda crer. 
Enlora pars com el n' ama, 
Quand el tanto s' omilià 
Q' el se lassa per noi morir ; 
Q' el ne vols salvar e guarir 
Da quele penne crudelissime, 
iSo Q' è tanto pessim' è fortisseme, 
Qe boca no 1 poria parlar, 
Né regie audir né cor pensar. 



16S 



172 



176 



114 



// libro di Uguccione da Lodi. 



SEC. XIII. 



Q' elo no volse metre guace 
Mai si medesemo per ostaco, 184 
Per noi condur a guarison 
De cruelissema preson. 
Mai si è ben qe nui pensemo 
Qual gueerdon nui li rendemo. 188 
Se nui avem en lui temor, 
Bona speranca, te et amor, 
Se nui farem co q' el n' à dito, 
A nui no sera contradito 192 

Lo so regno a poseder. 
Biadi quili qe 1 de gauder! 
Qe 1 Guagaelio lo dis e li profeti 
E li desipuli de Deu eleti, 196 

Qe nui aibam umilitate, 
Pas et amor e caritate; 
Qe Deu no volse mai descordia. 
Anco ama pas e concordia, 200 
Sì comò dis lo devin 
Ambros, Gregor et Agustin. 
Messer sant Paulo ben afigura 
En la santissima scritura 204 

Quelor qe sta en paciencia; 
Ben à verasia penetencia. 
Mai poqi sunt quig qe se covra 
De caritat e de bon ovra: 208 

E tal cuita esser al coverto 
Q' è cento mija en lo deserto .... 
Ben posso dir senca bausia 
Qe poqi tien per quela via.... 212 
Se 1 corpo à ben quel qe li placa. 
No li cai de l' anema com eia fa- 
Mai ella non à forca niguna [ca ; 
Centra la gola q' è enportuna. 216 
La gola è molt rea vesina, 
No i cai de quela meesina 
Qe r anema voi per guarir, 
Qe grand paur' à de morir. 220 
E quela malaeta gola 
Com volontiera se trova sola! 
Quando à ben co q' eia vole, 
Nojecalde l'anema, s'elasedo- 224 
Enfin qe 1 desco sera coverto, [le. 



No voi qe l'uso stea averto ; 

E s' el ne vien nigun qe clama, 

La gola n' è dolentr' e grama; 228 

Né no je cai de conpagnia; 

Qi voi, si vaa per la via. 

Mai quando 1 corpo è ben pas- 

Et avrà feramen bevuto, [suo 232 

Con grand regojo vien a la placa 

Con lo scirupo e con la maza. 

S' el è nesun qe voja dir 

Se no quant elo voi audir, 236 

Con grand soperbia je responde, 

Alò 1 manaca de 1 confondre. 

Per molto picola rason 

Li moverà fiera tencon, 240 

Viacamentre gè comenca 

Per grand folla una mescienca... 

E se r anema voi cunar. 

La gola no jel lassa far. 244 

E lo nostro premier parente 

Fo enganato dal serpente 

Per la gola tut en primier 

E per consejo de la mujer. 24S 

Per consejo d' Eva pecca 

E per lo pomo q' el manca. 

No atendé 1 comandamento, 

Et el n' ave grieve tormento. 252 

Alò q' el fo en lo peccato, 

Se vete nuo e despujato. 

Mo quando Eva fo percevua 

Q' el' era descoverta e nua, 256 

No sai se Adam gè n'ave sogna, 

Mai Eva pur n' ave vergoigna ; 

De sengle foje se cuverse. 

Mai non a guisa de converse. 260 

Mo sì ne stete longamentre; 

Qe Deu je tramis vestimente. 

E quando entranbi fo vestiti, 

Molto se tene per guariti. 264 

Mai molto poco demorà 

Qe r uno e 1' autro fora andà. 

Del paradis deliciaro 

Ensì entranbi a man a mano. 268 



219. per] ms. pur 



SEC. XIII. Poemetto didattico. 115 



A grand onta fo fora spentì, Mai tosto je fo aprestadhi 

No damandai s'ig fo dolentri. 276 Dui grand saponi enmanegadi, 

E quand ig f o en la canpagna, E sì g disse 1 nostro segnore : 

272 L' un centra r antro molto se " Mo vivré vui con grand sudore. 

[lagna ; Con questi mover! la tera ; 

Q'ig no saveva lao ig s'andase, 280 No v'è mistier nuj'altraguerra„. 
E no trovava qi g' albergasse. 



48. POEMETTO DIDATTICO. 

Cod. Vat. 4476, dei sec. XIII ; K. Bartsck e A Mussafiay 
Rivista di filologia romanza, II, 43. 

OoNPANGNO Guliemo, tu me servisi tropo 
e no me lo citar possa adosso ; 
mandote saluto quanto e' posso; 
4 deo te faca a bon porto arivar. 

Ké veco e recevo co ke te mando in scrito ; 
che no fastidiare lo meo dicto, 
pregote ke tu 1 debie governare. 
8 Questo te consego de schivare, 

ke multi n' à fato desviare : 
lo zogo de la buschaca aloe emprumero. 
E l'antro eser tropo bevatore, 
12 qu' el conduce l'omo tosto a desenore 

e faglo de grant presio desmontare. 

E brigar e usar co le puitane è mortai pecca; 
r anima e 1 corpo sì n' è forto damnà ; 
i6 ki r à per usanza ben de andar a mendigar. 

Ki requere he vole co ke te digo, 
no pò stare ke no fia mendico; 
intel paradiso' no porà intrare. 
2o Se tu vo star al mondo cortesament, 

e vo eser ama da tu cente, 
be guarda quan tu pò de valinar. 

Se per ventura tu no à melle in bota, 
24 fa sì che tu n' abie in la tua boca; 

parola dolca gran pax fas fare. 

En omo ke sia mal parlere d'altrù, 
no te voler aconpagnare con lu: 
28 tosto avistù le so mende inparare. 

Se tu stare con bona brigata. 



1 1 6 Poemetto didattico. sec. xiii. 



seguramente poré andare per strata: 
ja l'autrù mal se pò l'om castigare. 

Qu' è venduto ki prende rea conpagna, 32 

multa fiata per co tes lo bregangna, 
la fam fa l'omo tristo e tosto perigolare. 

Quel omo fo nato in bon segno 
ke prenderà dal savio consego 36 

e savrà altrù ben consegare. 

E quel fu nato in rea ventura 
ke briga a sto mundo in tal mesura, 
ke tutti so vesini se fas blasemare. 40 

Né no andar de nocto per la tera; 
si no, te trare adosso l'autrù guera; 
quel ke leva tosto se pò incargare. 

Per si sagata tosto ke non è bon, 44 

ni no se lava tosto con fa 1 savon: 
per molte colse se pò l'omo vastare. 

Si, com l'omo ke spende più k' el no gaagna, 
no volere intrare in sua conpagna, 48 

tosto te farafo venire a mendigare. 

E quel ke spende lo so e no sa com, 
no ne serve a deo ni a mo: 
primament pensa quando de' spensar, 52 

E donar quando vo alegrament; 
se tu 1 vo dare, fai cortesament: 
per bele semblance se fa l'omo amar. 

Quel servixio no vara nient 56 

ki fi fato a l'omo desconosent, 
a cui tu servi no gè l'imputare. 

Un servisio è ke li a ri 

ki servo a deo sanza di 60 

segurament porà albergare. 

Se tu fi convitato a mensa, 
de poco favelare te sia am .... , 
là u te fi dicto, tu te de asentar. 64 

S' el t' è dato a mangar con al . . . 
ke sia maor die ti o menor de ... , 
tosto te costuma de tagar a be . . . . 

Tan ke tu mange no levar lo n... 68 

né no te purgare lo naso sanza . . . 
. poi a due man lo napo dì levare. 

Bever un poco u quant t' è necesso, 
e pò lo mete al compagno sì presso, 73 

k' el posa b e vere sanza invitare. 



SEC. XIII. Lettera senese del 12^ j. . 117 

E de mandegar tant fi ke te basto; 
non è bon prender trop gran pasto; 
76 ki r à per uso ben de mendìgar. 

De povertà pò scanpar l'omo che 1' à, 
de felonia ciscù ke l'afiarà; 
bià quelù ke se n' à gurdar. 
80 Quel ke se fatiga ben indarno 

ki in roto vaselo fa governaro; 
in omo vano no te parentar. 

Grande pene conven sofrir quelù 
84 , a ki besogna de pregar altrù: 

è quela cousa dura da provar. 

Ancora n' è un' altra k' è magor : 
l'omo quand el prega so pecor; 

SS quel k' a la doga far. 

A star in altra forca è gran doUore; 
quel ke la prova, lo sent al core. 



49. LETTERA SENESE DEL 1253. 

Siena, R. Archivio di Sia io ^ C. Paoli ed E. Piccoìomivi, Lettere volgari del 
sec. XIII, Bologna, Romagnoli, 1872. La data della lettera fu determinata dagli 
editori fra il 20 settembre e il 2 ottobre 12^3. 

A DOMINO RUGIERI DA BANGNUOLO, 
CAPITANO DEL POPOLO DI SIENA. 

LJoMiNO Rugeri de Bangnolo, per la grazia di Dio e di domino 
re Currado, capitano di popolo di Siena e del comune, Tuto Arigo 
Acatapane vi si manda racomandando. contio sia a voi che Ge- 

4 Tardone e Angnelone di Spoleto che vi recha chesta letera, io di 
loro vi foa molte grazie di molto onore e di molto servizio, il quale 
elli m'à fato, per avere i cavajeri di Spoleto e de la contrada, che 
vengono al nostro servizio. sapiate eh' ellino sì vi s' adoperaro in ciò 

8 eh' ellino poterò di buono, perché noi li avesimo: inperò vo mando 
pregando che vo s'i rigraziate, se voi piace. 

Contio si a voi che i cavajeri che vengono di Spuleto, sì sono 
pagati primo mese. dei quali anno nome sere André e Radicone 

12 sojo filio, e Politio di Palmiere, e Tristaneto, e Tomassone di ^mo, e 
Giovaneto di sere Andrea, e Tomasone di sere Andrea, e Simoneto 
di sere Andrea, e Francescone di Palmiere. tuti chesti sì ano due 
cavalli ; però ellino deono venire con buoni cavalli e bene armati, sì 

16 che voi deono piacere. le carte dei pati io no vi poso mandare, 
perché no sono anco fate. 



118 Liber ystoriartun Romanorum. sec. xm. 

Anco sapiate, che vi viene cho Uoro uno fante con uno cavallo, 
che non è pagato ; e dise che aveva bono cavallo ed era bene armato ; 
perrò sì riceverete, se voi piacerà; et à nome Giovaneto. 



50. LIBER YSTORIARIUM ROMANORUM, 

STORIE DE TROJA ET DE ROMA. 

È questa la più vecchia compilazione di storia antica che possieda la Ttostra lettera- 
tura. Dapprima scritta in latino, forse da un maestro del dodicesimo secolo, fu nel secolo 
successivo volgarizzata in romanesco e dovette per qualche tempo godere di una certa 
popolarità, specie in Toscana, dove ne furon fatte più copie e diede materia a tutta una 
parte dei Conti di antichi cavalieri, che di qui derivarono le loro narrazioni di 
storia romana, mentre se ne traeva profitto anche per qualche altra opera. Uopera con- 
siste in una magra cucitura di brani d^ Isidoro, di Darete, di Orosio, di Solino , cV Eu- 
tropio, di Paolo diacono e di qualche mitografo ,' è rozzissima e presto andò dimenticata, 
quando cominciarono a circolare la Storia troj'ana di Guido della Colonna, i Fatti 
dei Romani tradotti dal francese e la Cronaca di Martin Polono. La data del 
volgarizzamento par sia da circoscriversi 7tegli anni in cui fu senatore di Roma Branca- 
leone degli Andato (/2j2-j8) ; in fatto tra le pitture die adornano uno dei mss. di esso, 
due rappresentano i due lati delP unica moneta senatoriale fatta coniare da Brancaleone, 
e altre due riproducono due affreschi dipinti nelP oratorio dei. monastero dei Santi Quat- 
tro, al Celio, in quelli anni medesimi. Gli estratti seguenti son dati secondo i due mss. 
più antichi, uno esistente nella Laurenziana dt Firenze, Gadd. rei. 14.8 (L), V altro nella 
biblioteca civica di Amburgo (A) , ambedue del sec. X^III. Sotto le due colonne del 
testo volgare si aggiungono i passi corrispondenti del testo latino, tratto dal cod. Lauren- 
ziano-Strozz. 8j (S). 

L A 

La terza etate se commenza .La terca etate sì sse comen- 
da Abraham. Abraham fece Isa- sa da Abraam. Abraam genuit 
ac, et Hismael de Agar, anelila Ysaac, et Ismael genuit de Agar, 
egyptia. Ysaac fece Jacob, de anelila de egiptia. Ysaac genuit 
Jacob descese primo lo regno de Jacob, de Jacob descese lo re- 
li Greci. Jacob fece Joseph, et gno de li Greci. Jacob genuit Jo- 
Joseph co li soi annaro in Egy- seph, Joseph co li soi andaro in 
pto. et li filli de Jsrahel per- Eypto. e li filli de Istrael per- 
manzero . ecce. XXX . anni in Egy- manero .ecce.xxx. anni in Egi- 
pto. in quello tempo fo Foro- pto. in quello tempo fo Foro- 
neus, uno sapio homo de Grecia, neus, uno sapio homo de Grecia, 



De tertia etate. tertia etas incipit. Ilabraam genuit Ysaac, et Ih-smael 
de Agar, ancilla egiptia. Ysaac genuit lacob. regnum Grecorum incipit. Jacob 
vero genuit Joseph, et cum suis ingressus est Egiptum. eo tempore Foroneus leges 



SEC. xiir. 



Liber ystoriarmn Romanorimi. 



119 



i6 



24 



28 



32 



36 



40 



et intanno deo la lege ad li Gre- 
ci, post Foroneus fo Cecrobs 
rege de Grecia, et in quello tempo 
fece Athenas. lo quale primo 
sacrifìcao co le interiora de lo 
bove, et jettaole in mare ad ho- 
nore de dio Neptunus. lo quale 
Cycrobs dicto fo homo et ca- 
vallo, imperzò ke fece prima men- 
te cavalieri. in quello tempo 
fo uno gigante ke avea nome 
Ysion, lo quale occise quelli .e. 
cavalieri ke fece Cycrobs. et 
Cycrobs da lo numero et da la 
custumanza de . e. cavalieri, dicto 
fo Nocentaurus. 

De li parenti de Priamo. 

Etlas trovao la astronomia, et 
fece Jasium. Jasjum fece Dar- 
danum et un altro ne le contra- 
de de Spannia. Dardanum oc- 
cise lo fratre et fugio in Ytalia. 
in quello tempo Ytalia avea no- 
me Cenotria; se per longo tempo 
da Abitalo rege vocata ene Yta- 
lia. Dardanum in Ytalia fece 
Arsanicum et un altro filio, et 
Arsanicum occise lo fratre et fu- 
gio in insula Crete, de li Gre- 
ci. Arsanicum in Creta insula 
fece Teucum, Teucus fece Eri- 



et deo la lege a ttucti li Gre- 
ci, poi Foroneus fo Cedrobs re- 
ge de Grecia, et in quello tempo 
fece Athanas. lo quale primo 
sagrificao co le enteriora de lo 
bove, etjectaole in mare ad ho- 
nore de dio Neptunus. lo quale 
Cycrobs dicto fo homo et ca- 
vallo, enpercò ke trovao prima 
mente cavalieri, in quello tem- 
po uno gigante ke abe nome 
Ysyon, lo quale primo occise 
.e. cavalieri ke fece Cecrobs. 
da lonumero et da la costumanca 
de .e. cavaleri, fo dicto Nocen- 
tarius. 

Atlas trovao la strologia, et 
genuit Jasium. Jasium genuit 
Dardaneum et un altro ne le con- 
trade de Spangia. Dardanum 
occise lo frate, fugio in Ytalia. 
in quello tempo Ytalia avea nome 
Cenotria; se per longo tempo da 
Abitalo rege vocata ene in Yta- 
lia. Dardanium in Ytalia ge- 
nuit Arsanicum et un altro filio, 
et Arsenicum occise lo frate et fu- 
gio in Creti, insula Tecum. 

Teucus genuit 



dedit Grecie. steterunt autem filii. Israel in Egipto quadringentìs .xxx. annis post 
Foroneum Cecrobs, rex Grecorum, Athenas condidit, primus qui intestina boum pro- 
jecit in mare, tanquam licteras ad honorem Neptuni. qui Cicrobs dictus est eqiius 
et homo, quia in primis miles extitit: propterea centaurus describitur. et dicuntur 
centauri, quia centum armati; eo quod Ysion, qui primus equites invenìt, centum ar- 
matos instruxit. a numero et habitu Centauros appellavit. 

Tlas invenit astrologiam. qui genuit Jasium. Jasius Dardanum et quendam 
alium in extremis finibus Hyspanie, Dardanus vero , interempto fratre , aftugit in 
Ytaliam, que tunc temporìs dicebatur Cenotria; set longo tempore post ab Italo rege 
dieta est Ytalia. Dardanus vero in Italiam genuit Asanicum et quendam alium. set 
Asanicus, interempto fratre, fugit in Cretam insulam Grecorum. qui genuit Teu- 



120 



Liber ystoriarttm Romanorum. 



SEC. XIII. 



ctonìum. Erictonius prima men- 
te trovao et fece lo carro, et 
sedenno suso ne lo garo tenea 
li pedi sotto nascosi, et vole ho- 
mo dicere ka avea li pedi ser- 
pentini; et per molto sapere fo 
dicto filio de dea Paladis. Eric- 
tonius fece Ylum et Troem. Ilus 
fece Laumedoth. Laumedot fece 
una citate, la quale vocao Ylum, 
da lo nome de lo patre. Laume- 
dot fece Priaraum, Ypsilum, Jo- 
cundum et Ambi, et una filia, 
Exiona, et Tyronum fratre suo. 

De Jason et de lo pecorone, 
et de Laumedoth lege de Troja. 

In quello tempo in Grecia fo- 
ro doi fratri, Eson et Pelias. Pe- 
lias non avea filio masculo, ma 
presore filie. Eson avea filio, 
Jasone, lo quale era dicto filio 
de dea Cereris, et avea bona 
agura ne li sementi de la terra. 
Pelias avenno p agura de Jasone 
suo nepote, ke era molto sapio 
et ardito, sotrasselo et gioii ad 
tradimento komo devesse morire, 
et dixe : " filio mio, ne l' isola de 
Colcho ene una ventura de uno 
pecorone, ke ao la lana de l'au- 



A 

Erictonium. Erictonius in prima 
mente trovao lo carro, et se- 
dendo suso tenea li piedi ne lo 
carro sotto nascosti, et volea ho- 
mo dicere k'avea li pedi serpen- 
tini; e per molto sapere era dicto 
filio de dea Palidis. Erictonius 
genuit Ylum et Troem. Ilum fe- 
ce Lamendone, Laùmedont fece 
una citade, la quale vocao Ylum, 
per lo nome de lo patre. La- 
mendot genuit Priamum, Ysilum, 
Jocundum, Anibi, et una soa filia, 
Exiona, et Tironum frate suo. 



In quello tempo in Gretia fuo- 
ro doi frati, Exon et Pel3-as. Pe- 
lyas non abe filio mascolo, ma 
presore femmine. Exon abe uno 
filio, Naasonem, lo quale fo di- 
cto filio de dea Cereris, et abe 
bona agura ne li sementi de la 
terra. Pellias abendo pagura de 
Jasone suo nepote, k'ello era mol- 
to sapio et ardito, volselo sotrare 
et gioii a tradimento comò de- 
besse morire, e disse : " filio mio, 
nella insola de Ponto ene una 
ventura de uno pecorone, lo qua- 



44 



48 



52 



56 



60 



6S 



cum; Teticus vero Erictomum. qui Erictonius primus currum invenit. qui, cum se- 
dendo pedes occultaret, dictus est in fabulis serpentinos pedes habere; et prò aslutia 
reputatus filius Pallidis. Erictomus vero genuit Ilum et Tironem. Ilus vero ge- 
nuit Laumedontam. Laumedonta construxit cìvitatem, quam a nomine patris Ilum ap- 
pellavit. Laumedonta vero genuit Priamum, Isilum, locundum, Ambi, et filiam, Exio- 
nam; fratrem etiam dicitur habuisse Tironeum. 

De Jasone et thosone aureo. eo tempore fuerunt duo fratres, Eson et Pe- 
lias. Pelias non habuit masculam prolem, set filias plurimas. Eson vero habuit filium 
Jasonem, qui dictus est filius Cereris, eo quod multo habundavit in frugibus terre- 
nis. • Pelias, timens ne lason nepos ejus sibi regnum auferret, eo quod vir probus erat 
et strenuuS, ipsi calide persuasit, ut iret in Pontum insulam et vellus aureum inde au- 



24 



SEC. XIII. 



Libei' ystoriarum Romanoriim. 



121 



72 



76 



80 



84 



ss 



92 



96 



L 

ro, et ene facto ad honore de dio 
Jovis ; se tu me l' aduci , io te 
donno la mitade de lo regno 
mio „ ; extimanno ka potea mo- 
rire de la ventura de lo pecoro- 
ne. Jason incontenente recipea 
la ventura de lo pecorone, et 
fece fare una granne nave per 
esso et per li compangi soi, et me- 
nao seco molti nobili homini de 
Grecia, li quali foro questi: Er- 
cules, Peleus, Telamon, Pilium, 
Nestore, et altri assai compangi. 
cum Jason adlitasse ad lo porto de 
Troja, per granne tempestate ke 
abe ne lo mare, fo nuntiato a Lau- 
medonte rege de Troja, ka era 
una nave venuta ne lo porto de 
Troja da Grecia. et Laumedot 
commannao a li soi et dixe, ke 
ne la cazassero, et de tutto loro 
tenimento. ad Jason sape trop- 
po rio et ad li compangi soi, et 
annaosenne ad Colchum insula, et 
avenno lo pecorono , retornao- 
senne in Grecia, stajenno in Gre- 
cia Jason et Hercules et li com- 
pangi loro, racordaro la injuria 
ke li fece fare Laumendot rege 
de Troja, et per tutti li granni 
de Grecia mannaro lectere et si- 
gnificaoli la injuria ke li fece fare 
Laumendoth rege de Troja. et 
così tutti li Greci fecero una gran- 



A 

le ao lana de auro, facto ene 
ad onore de dio Jove; se tu lo 
vai, aduci, io te donno la mi- 
tade de lo mio regno „ ; estiman- 
do esso ke potea morire de la 
ventura de lo pecorone. intan- 
do Jason recipeo la ventura de lo 
gire , fece fare una grande nave, 
e menao seco molti novili homini 
de Grecia , li quali f uoro que- 
sti: Ercules, Pelleus, Telamon, 
Pilium, Neston, et altri compangi 
assai. 

quando Jasone allìtao a lo porto 
de Troja, per grande tempestate 
de lo mare, fo nuntiato a Lla- 
mentot rege de Troja, ka era 
una nave de Grecia ne lo por- 
to, e lo re commandao a li soi 
et disse, ke fosse cacata de tu- 
cto loro tenimento. ad Jason 
sappe troppo rio et a li soi con- 
pangi, et andaosenne a l'isola 
de Ponto, et avendo lo peco- 
rone, retornaosende in Grecia, 
allora recordandose Jason co li 
sopradecti conpangi la injuria 
ke li fece fare Lamendont re- 
ge, mandaro lectere per tucti li 
granni homini de Grecia, signi- 
ficandoli la injuria k'aveano re- 
ciputa. lutando li Greci fece- 
ro una grande oste et gero so- 
pre Troja. et in Grecia las- 



2S 



32 



S 

ferret, quod erat simulacrum ad honorem Jovis, ubi revera ostendebantur mìracula; 
existimans illum, propter ferocitatem Scitarum, periturum. quod si faceret, dicebat 
medietatem sui regni sibi daturum. Jason vero statim navim hedificat et omnes no- 
biles Grecorum secum adducit: Erculem, Peleum, Telamonem, Pilium, Nestora et 
alios quamplures. cumque Jason, cum essent ad litus Trojani, et nuntiatum est 
Laumedonti regi Pelagias rates ad venisse; eos in portu recipi non permisit et a suis 
finibus turpiter expulit. illi vero indignantes recesserunt, et post reditum de Col- 
cho insula, habito veliere, cum Hercules domum repeteret quantas injurias Laume- 
don ipsis euntibus intulisset, per omnes nobiles Grecorum licteras direxit, et congre- 



122 



Liber ystoriarum Romanontm. 



SEC. xra. 



L 

ne hoste et gìero sopre Troja. 
et in Grecia lassare questi ca- 
pitami: Nestore et Pilo, Castore 
et Polluce. et komo nuntiato 
forse ad Laumedoth rege de Tro- 
ja , gessio fore de Troja con gran- 
ne multitudine de cavalieri, et 
gioii incontra d'esso ad la vatta- 
lia. Hercules et Telamon se 
pusero de reto ad uno monte, ke 
avea nome Sigeus. 

De Laumedoth et de li Greci, 

Si corno Laumedoth commat- 
tenno ne lo porto de Troja, Her- 
cules et Telamon co li soi pu- 
sero in terra et presero. Troja, 
et Laumedot rege de Troja fo 
sconfitto, et ne la fuga fo morto 
et tre soi filii, li quali foro que- 
sti: Ipsilus, Jocundus et Ambiter. 
et Exiona soa filia data fo ad 
Telamone in puttanajo, ké fo lo 
primo intratore de Troja. lo 
quale facto fo nuntiato ad Pria- 
mo, ke era in Peonia provìncia, 
ke li Greci aveano sconza Troja , 
et aveano occisi lo patre et li 
fratri, et Exiona soa sorore era 
data in puttanajo ad Telamone, 
onne questo odito, ne abe gran do- 
lore, et incontenente retornao ad 
Troja et molto miliore la fece fa- 



saro questi capitami: Nestore, 104 
Pilo, Castore et Polluce. e co- 
mò nuntiato fosse a Llaumentont 
rege de Troja, gessio fore con 
grande moltitudine de cavalieri, loS 
et gioii encontra ad essi a la va- 
ctalgia. 

Hercules et Telamon se am- ii> 
missero ad uno monte de reto ke 
avea nome Figeus. 



E la dimane pusero in terra, 
sicomo Laumendot commactesse 
ne lo porto de Troja, Hercules et 
Telamon co li soi dall'altra parte 
dero la vactalgia et presero Tro- 
ja, e Lamendot fo sconfitto et ne 
la fuga fo morto con .in. soi filii, 
li quali so questi: Ipsis, Jocun- 
dus et Ambiter. et Essiona soa 
filia data fo ad Telamonem in 
guidardone, enpercò ke fo primo 
entratore in Troja. la quale co- 
sa fo nuntiata ad Priamo, ke era 
in Peonia regione, ke li Greci 
aveano destructa Troja, et lo pa- 
tre et li frati aveano occisi, et 
Syona soa sorore era data in puc- 
tanajo ad Telamon. unde odite 
queste cose, abe grande pagura 
et dolore , et in quello tempo re- 



116 



124 



12S 



132 



S 

gato exercitu, Nestore et Polluce et Pilo Nestore in custodia domi dimissis, ipse cum 
ceteris ivit in Frigiam. quod cum nuntiatum esset Laumedonti, cum multitudine 
militum obvius exivit. Hercules vero et Telamon latuere post montem, qui mons di- 
ctus est Figeus ab eorum latatione; nam figere dicitur latere. 

De prima destructione Troianorum. et cum Laumedon in portu pu- 
gnarci, Hercules et Telamon invaserunt opidum, ad quod dimicadum cum Laumedon 
se converteret, mortuus est et tres ejus filii: Ipsilus, Jocundus et Anbiter ; et Exiona 
ejus filia data est in premium Telamoni, quia ipse primus urbem est ingressus. quod 
cum nuntiatum esset Priamo, qui erat in Peonia regione, Grecos honustos predam 



3& 



40 



SEC. XIII. 



Llber ystoriarum Romanorum. 



123 



L 

re; et Ector lassao capitanio in 
136 Peonia provincia, et fece fare 
uno granne palazo per stare esso, 
et f eceli fare . vii . porte ; le qua- 
le foro queste : Antenorida, Darda- 
140 nia, llia, Scea, Docea, Timbria 
et Trojana. et facta la citate, 
abe Consilio con tutti li Trojani 
corno potesse ravere la soro, et 

144 in Grecia mannao Antenor, ad 
sapere et ademannare ad li Gre- 
ci la soro, et de la injuria ke l'era 
facta. et Antenor gio in Gre- 

145 eia, et tutti li nobili homini de 
Grecia li dissero vergonia. et 
Antenor retornao in Troja ad 
Priamo, et dixe corno ademannao 

152 de la soro, et de le paravole in- 
juriose ke odio, et incontenente 
Priamus adonao tutti li filli, li 
quali foro questi: Ector, Paris 

156 Helenus, Deifebus et Troylus, li 
quali avea de Heccuba soa mo- 
lle, filia de Eriseo rege; et tutti 
li altri soi filli ke avea de soe con- 

160 cove, et tutti li sapii et tutti li 
granni de Troja. co li quali 
abe Consilio se devesse commen- 
zare guerra co li Greci. ma 

164 solo Hector dicea ka tante sonno 
vitiamenta et le tradimenta de li 



A 

tornaro a Troja et fecela reedi- 
ficare molto milgiore, et Ector las- 
sao en Peonia nauti de tucti ca- 
pitanio, et in Troja ve fece fare 
uno grande palaco per stare esso, 
et f eceli fare . vii . porte ; le quale 
so queste : Atenorida , Dardania , 
Ylia, Becea, Docea, Timbria et 
Trojana. da poi ke la citade 
fo facta, abe Consilio co li Tro- 
jani comò potessi reavere la so- 
ro, e mandao Attenore in Gre- 
cia a ssapere et ademandare a 
li Greci de la soro. quando At- 
tenor gio, tucti li Greci li di- 
ceano vergonia. et Attenor re- 
tornao in Troja a Priamo, et dis- 
seli corno ademandao a li Greci 
la soro et comò li Greci l'aveano 
dieta vergonia. e Priamo ade- 
mandao tucti li filli, li quali so 
questi: Ector, Pari, Deifebus et 
Troylus, li quali avea de Ecu- 
ba soa molgie, filia de Criseo re- 
ge ; et tucti l'altri soi filli k'avea 
de l'altre soe concubine, ensem- 
bori con tucti li granni de Tro- 
ja. co li quali abe, Consilio che 
devessi comencare guerra co li 
Greci. solo Ector dicea: " io sa- 
co ka tante so le vecamenta de li 



S 

44 recessisse, urbem dìrutam, patrem fratres occìsos, et sororem ductam captivam, ni- 
mis tulit moleste. domum tandem reversus urbem multo priore meliorem costrunxit, 
regiam domum hedificavit, quorum hec sunt nomina: Antenorida, Dardania, llia, 
Scea, Dotia, Timbria, Trojana. post urbem conditam accepit consilium, qualiter sal- 
tem sororem posset recuperare, et Antenorem misit in Grecia, qui sororem posceret 
et requireret a Grecis, ut de illata injuria sibi satisfacerent. De omnibus filiis 
P riami regis. qui Antenor, cum in Greciam devenisset, ab omnibus nobilibus Gre- 
corum contumeliosa verba recepit. domum tandem reversus, que audierat Priamo re- 
nuntiavit. qui, congregatis filiis, Ectore, Alexandro, Eleno , Deifebo , Troilo , quos 
ex conjuge Hecuba, filia Crisei regis, habuerat; et aliis filiis, quos ex concubinis ge- 
neraverat, et omnibus sapientibus totius Grecie, majoribus natu precipue ; quorum 
omnium utrum bellum Grecis indicerent. quod omnibus placuit, preter Ectorem, qui 



124 



Liber ystoriarum Romanorum . 



SEC. XIII. 



L 

Greci, ke li Trojani non porraco 
resistere centra de li Greci. An- 
tenor se deliberato de la guerra. 
Pari disse ka esso era lo primo 
intratore de la nave a gire in Gre- 
gia, ad tollere preda; et disse ka 
uno die se già cazanno et ador- 
miose, et in sompno l'aparse deus 
Mercurius et disseli ka devea 
avere molie de Grecia .... 



A 

Greci, ke per nullo modo li Tro- 
jani no li saperaono resistere en- 
contra li Greci. Antenon se del- 
liverao de guerra. Pari disse 
k'esso era primo entratore in nave 
per gire et tollereli preda; e dis- 
se ka uno die se già cacando et 
adormiose, et in sonno li apparse 
dio Mercurio e disseli ka devea 
avere molgie de Grecia .... 



i68 



172 



De Enea et Latino et Turno. 

Regnao lo rege Priamo quan- 
no Dola judex regnao in Israel, 
infra la terza etate. et poi ke 
fo destructa Troja, Eneas con 
Ascanio suo filio, lo quale avea 
de Creusa soa molia, poi ke 
fo occisa Polixena, co la gran 
moltitudine de li homini et de 
li navi vennesenne in Ytalia, et 
fo receputo honoratamente da La- 
tino, lo quale regnava in Ardi a ci- 

vitate. et Latino la filia Lavinia avea data ad molge ad Turno, 
rege de Campania, et Latino fo preso de l'auro e de l'argento de li 188 
Trojani, da capo deo Lavinia soa filia ad molie ad Enea. donne 



Regnao lo re Priamo de Tro- 176 
ja quando Dola judex regnava 
in Israel, infra la terca etate. e 
poi destructa Troja, Eneas con 
Ascanio fìlio suo, de Creusa soa iSo 
molgie, poi ke ffo occisa Puli- 
sena la filia de Priamo, co la 
moltitudine de li navi et de li 
homini.... 184 



S> 



solus dicebat astutiam et dolositatem Grecorum metuere ; quibus vix credebat Tro- 56 
janos pre sollertìa Grecis posse resistere. Antenor tamen bellum suadet, ut paulo 
ante despectus a Grecis. Visio Parìdis. Alexander etiam suasu patris promit- 
tk se cum classe intraturum. retulit enim, cum in Ida silva quadam die, dum ve- 
naretur, in sopnis apparuit Venus sibi promittens etiam conjugem de Grecia sibi fora 60 

venturam 

Regnavit autem Priamus Troje cum Dola judex fuit in Israel, infra tertiam eta- 
tem. et post dirutam Trojam, Eneas cum Ascanio suo filio , et uxore sua Creusa 
interfecta filia Priami , cum multitudine hominum et navium, ut diximus, ad capien- 6^ 
dum premeditatas, venit Ytaliam, ubi a Latino receptus. qui Latinus eo tempore Ar- 
dee regnabat, et filiam suam Laviniam Turno regi Rutilorum sponsaverat ; captus Lati- 
nus auro et argento Trojanorum , iterum Laviniam Enee dedit in conjugem, unde 



184. a questo punto nel ms. A manca una carta 



64. ubi] tHS. ut 



SEC. XIII. Liber ystorìarii/ii Ronianoriom. 125 



L 

Turnus rege de Campania, et Maxentìus rege de Toscana, et molti 
altri nobili de Ytalia vennero incontra de Latino et de Enea, con 
granne hoste; et poi ke tre anni erano passati ke Enea era venuto, 
192 lo quella hoste. et fece fare uno castello da lo nome de Lavinia 
soa molle, Civitaslavinia, et Eneas se commatteo con Turno ad corpo 
ad corpo, et fecerosse molte ferute, et Eneas in quella vattalia occise 
Turnus. 

De Ascanio et Mexentìus. 

196 Po la morte de Enea, Ascanius et Mexentius fecero granne vat- 

talie, et Ascanius occise Mexentius. et Anchises fo morto in Troja, 
non in Sicilia. pò la morte de Enea, Lavinia soa molle de Enea 
fece uno filio et f ecelo nutrire ne la selva de Ardia, privato. et 

200 puseli nome Silvius Postumus Eneas. pò la morte de Enea, Asca- 
nius non volze abitare con Lavinia soa matrea, fece Albam civitatem, 
ad similitudine de una scrofa bianca ke trovao in quello loco. 

De Silvio filio de Enea. yl 

In quello tempo Samson re- In quello tiempo Sanson re- 
204 gnava in Israel, et lo dicto Asca- gnao in Israel, et lo dicto Asca- 
nio fo molto rio et pessimo ; non nio fo molto rio et pessimo ; non 
abbe nullo filio, ma abbe una filia, habe nullo filio, ma abe una filia, 
la quale abbe nome Roma. pò la quale abe nome Roma. pò 
208 la morte de Ascanio, Silvius filio la morte de Ascanio, Silvio filio 
de Enea tulze la terra ad la filia de Enea tulle lo regno a la filia 
de Ascanio; lo quale Ascanius de Ascanio; lo quale Ascanio 

S 

68 Turnus et Mecentius, rex Tuscorum, et multi nobiles vtalici generis contra Latinum 
bellum indixerunt. et post tres annos ubi Eneas in Ytaliam venerat, et post condi- 
^um castrum, a nomine conjugis dictum Laviniam, et singulari certamine cum Turno 
dimicavit et mutuis inflictis vulneribus Enea interfecit Turnum. De Ascanio. 

72 Post mortem vero Enee Ascanius bella sedavit, et Ascanius Mecentium interfecit. et 
mortuus fuit Anchises in Trojam , non in Siciliani ncque in Ytaliam, ut narrat Vir- 
gilius ad veram ystoriam. interim, post mortem Enee, Lavinia ex ipso genuit filium, 
qui, quia in silvis fuerat nutritus, et post mortem patris, nutrix appellavit eum 

76 Silvium Postumum Enee. post mortem vero Enee, Ascanius dedignans habitare 
Lavinie livore noverce , civitatem sibi condidit Albam. 

Silvius Postumus Enee. eo tempore Sanson judicavit in Israel, jamdictus 
Ascanius nequam et pessimus masculam prolem non habuit; set sustulit filiam, ut di 
80 citur, que dieta Roma. post mortem Ascanii, ejus regnum accepit Silvius Eneas, 
cui Ascanius insidias tetenderat, et ob hoc ipsum, Ascanio vivente, mater occultaverat 

75. nutrix] ms. notus 



126 



Libeì' ystoriarum Romànoi'uni. 



SEC. XIII. 



abbe molto in odio. et poi Sil- 
vius fece Latinus, et puselilli no- 
me per lo amore de l'avo. La- 
tinus fece Epitum; Epitus fece 
Capim, lo quale fece Campan- 
nia, da lo suo nome dieta. Ca- 
pim fece Arotam; Arotam fece 
Tyberinum, lo quale fo affocato 
in Alvula fluvio ; et lo fiume avea 
nome Alvilla, et da esso recipeo 
nome Tyber vel Tibris vel Tybe- 
rinus. et Tyberinus fece Aven- 
tinum, et fo sotterato ne lo monte 
de Aventino, dove stette Caccus, 
et da esso abbe nome Avetino. 
Avetinus fece Palatinus, da lo 
quale fo dicto monte de la Pal- 
lara. Palatinus fece Amuliu et 
Munitore, doi regi; li quali ge- 
nerale, nome abbero, Amuliu 
filiu, Munitore filiu. et infra loro 
cresceo tanto hodio, ke Amulius 
cazao Munitore et occise Laviniu 
sovo filio, et Ilia fìlia de Muni- 
tore la fece monacha de lo tem- 
pio de dea Vesta. et lo tem- 
pio era ad lato ad la selva de 
Ardia, et lo sacerdote de lo tem- 



A 

Silvio avea molto in odio. poi 
Selvius fece Latino, et puseli no- 212 
me de lo nome dell'avo. Latino 
fece Epitum; Epito fece Capi- 
ni, lo quale fece Campangia, da 
lo suo nome dieta. Capini fece 216 
Arotam; Arotam fece Tiberinum, 
lo quale fo affocato nell'Alvola 
fiume; e lo fiume avea nome Al- 
vula, et da esso ao nome Tiber 220 
vel Tibris vel Tiberinus. et Ti- 
berinus fece Aventino, e fo sot- 
terrato ne lo monte de Aventi- 
no, dove stava Caccus, et da 224 
esso ao nome Aventinus. Aven- 
tinus fece Palatinus, de lo quale 
fo dicto Palatinus. Palatino fe- 
ce Amulium et Numitorem, doi 2 28 
regi ; li quali regi fuoro doi ge- 
nerale mente. nome abero Ami- 
lium Silvium, Munitorem Silvium, 
et infra ambora cresciero tanto 232 
odio, ke Amulius cacao Munito- 
rem et occise Lavinio suo fìlio, 
et Ilia fìlia de Munitorem la fece 
monacha de lo tempio de la dea 236 
Veste. stava lo tempio allato de 
la selva de Ardia, et uno sacer- 



in nemore. hic Silvius genuit filium, quem a nomine avi materni appellavit Latinum. 
Latinus vero genuit Epitum. Campania. Epitum genuit Capim, qui Campaniam 
condidit a suo nomine denominatam, a qua Rutilorum provincia dieta est Campania. 84 
Alvula fluvio. Capim vero genuit Arotam, Arotam Tiberinum, qui Tiberinus 
submersus fuit in Alvula fluvio; ab ipso, mutato nomine fluvius dictus est Tiber 
vel Tibris vel Tiberinus. Mons Aventinus. Set jamdictus Tiberinus genuit Aven- 
tinum. hic, quia sepultus est in monte quodam ubi Caccus habitavit, ab ipso postea 88 
dictus est mons Aventinus, Mons Palatinus. Hic vero genuit Palatinum, a cu- 
jus sepulcro etiani mons postea dictus est Palatinus. Generatio Romuli et Remi 
et de Ylia matre eorum. hic vero genuit Amulium et Munitorem. predicti 
reges vero generali nomine omnes Silvi appellati sunt, plerique vero eorum binomii 92 
aut trinomi! extiterunt: unde diverso modo apud auctores inveniuntur. Inter jam- 
dictos vero fratres ortum discidium usque adeo quod Amulius fratrem suum Munito- 
rem parte privaret et filium ejus Lavinium interficeret. Iliam vero filiam Munitoris 
suam neptem et, ut aliqui dicunt, Ardeam Silvam appellatam in tempio Vestem san- 96 



SEC. XIII. 



Liber y storiar uin Roiìia7iorum. 



127 



240 



244 



24S 



dote de lo tempio de dio Martis 
se jacque con essa. et impre- 
naose e partono doi molto belli 
guarconi. ad Amulio venne as- 
saputo, fece essa viva sotterrare, 
e li titelli commandao ke ffos- 
li presi et portaoli ad nutrire 
ad Ylia soa molie. et Acca 
era publica puttana, et devasta- 
va molto bene, et tutte le soe 
vicine lo vocavano Lopa. et 
tutte le locora dove stavano puc- 
tane, se diceano lupanaria, pu- 
252 blicamente. 

De Romulo et Remo. 

Et crescuti li zitelli, puserolli 
nome Romulus et Remus. Ro- 
mulus avea .xviii. anni quanno 

256 facea molte prove infra li pasto- 
ri, et poi ke sappe ke era nato 
de regale sangue, abbe in gran 
hodio Amulio suo zio, ke avea 

260 caczato lo avo et occiso lo zio 
et morta la matre. et esso pri- 
mamente trovao lo lardo et fecelo 
fare. et una die gio in Albam 

264 civitate, et co lo lardo occise Amu- 
lio suo zio, et fece renere lo re- 
gno ad Munitore suo avo. et 



A 

pio de dio Martis se jacque con 
essa. et Ylia fece doi zitelli. 
Amulio lo vene assaputo, fece 
Ylia sotterrare viva in terra et 
commanao ke li zitelli forsero 
jectati in fiume. et Faustulus 
sero jectati in fiume. intando 
Faustulus li prese e portaoli ad 
Accam molgie soa a nnutrire. et 
Ecca era piubica puctana, e molto 
bene devastava, e tucte soe vicine 
la vocavano Lopa. e tucte le lo- 
cora dove puctane stavano inper- 
cò è dicto, per quella, lupanaria. 



Et cresciuti li garconi, puseli 
nome Remus et Romolus. Ro- 
molus avea . . xiii . anni quando 
fecea molte prove infra li pastori, 
e ssappe k'era nato de regale san- 
gue, abe in grande odio Emulio 
suo tio, ke avea cacato l'avo et 
morta la matre. esso primo tro- 
vao lo lardo et fecelo fare. et 
andando una die in Albam civi- 
tatem , con quello lardo occise 
Emulio suo ciò, et a Mmonitore 
suo avo fece rendere lo regno, 
e poi vende con Fastulo et Acca, 



S 



ctìmonialem deicavit, quìa sacerdos quidam de tempio Martis vitiavit, qui tandem ge- 
mellos genuit. quod ubi ad aures Amulii devenit, ut incestam et Vestem corruptri- 
cem, vivam terre fecit infodi, pueros vero in alveum Tiberis jactari precepìt, quos 

100 pastor quidam Faustulus nomine accepit et ad conjugem suam Accam ad nutriendum 
asportavit; erat enim Acca meretrix publica et multa devastabat: und a vicinis quasi 
lupa dicebatur. inde consuetudo inolevit, ubi domus meretricum, lupanaria dicantur. 
Quando Romulus occidit Amulium. Creverunt autem pueri et appellati 

104 sunt alter Romulus, alter Remus. sic cum Romulus .xvij. esset annorum et probra 
multa fecisset, et se de regali sanguine natus congnovisset , et Amulio suo patruo ha- 
buit insidias, et pilo sibi parato, quod genus gladii ipse primus invenit, Amulium diem 
quemdam infra Albam occidit, et avum sum Munitorem in regno restituit, et per aliqua 



95. aliqui] ;«.«. aliam. 



128 



Liber y storiarti] it Romarìorum. 



SEC. XIII. 



poi vene con Faiistulo et Acca 
ad abitare in Aventino 



ke lo nutrio, ad avitare in Aven- 268 
tino .... 



De Hercule. 

Hercules regnao in Grecia so 
Euristeo rege, et co li cavalieri 
soi adquisio Thesalia et occise 
Ydram. et lo fiume de Thesa- 
lia, lo quale avea nome Archelaus, 
avea doi corna, fecene uno fiume, 
et in quello fiume era uno com- 
patre, ke ne lo fiume onne homo 
occidea; et Hercules lo occise in 
midate de lo fiume. et sicomo 
ene dicto de sopre, occise Dio- 
medes, rege de Tracia, lo quale 
dava ad manicare ad li cavalli 
soi le corpora de li homini. et 
vicque Taristidem regina Amazo- 
num, et poi fo quasi vicquo da 
essa .... 



Hercules regnao so Curisteo 
rege, e co li cavalieri de Curisteo 
rege acquisio Tesebam et occise 
Ydriam. e quello fiume de Archi- 
lao de Thesalia avea doi corna, 
fecenne uno fiume. et in quello 
fiume era uno compatre, ke onne 
homo occidea; et Ercule l'occise 
in mitade de lo fiume, et occi- 
se Diomedem rege de Tracia, lo 
quale dava a mmanicare le cor- 
pora a li cavalli soi. e vicque 
Taristidem , regina Amaconum , 
e poi quasi fo vicqua da essa .... 



276 



2 So 



284 



De Hercule, Evandro et Cacco. 

Hercules retornao in Afri- 
ca et vicque Anteum, rege de Li- 
dia, et esso lo cessao da la se- 
mente de la terra, lo quale era 



.... Hercule retornao in Africa 
et vicque Anteum, rege de Libia, 
et esso da la coltura de la terra 
cessao, lo quale era dicto fìlio de 



28S 



S 

tempora postea habitavit in Aventinuni, ubi ab Acca et Faustulo fuerat nutritus. 108 
set collectis pasto ribus latronibus ex villulis aliquot, urbem condidit Romam, de cujus 
urbis positione varia est opinio, 

....Omnia que fecit Hercules. Hercules dicitur quod regnavit in Grecia 
sub dicione tamen regis Euristei Gei insule, cujus iussu et copiis Thesaliam acquisivit, 112 
unde dicitur Jdram interfecisse in fabulis. Archeloum fluvium habentem duo cornua 
in unum alveum reduxit; unde a poetis dicitur Archeloom fluvii deno cornu fregisse; 
ubi cancrum dicitur pressisse calcaneo, eo quod in medio paludis aquam scaturientem 
et hinc inde quasi varia brachia e vomere dicitur desiccasse. Diomedem regem Tra- 116 
eie qui cum potentibus equis, ut paulo ante in historia dixìmus, Trojanos omnes perse- 
quebatur et capiebat, ipsuni Hercules interfecit. De morte Diomedis et de 
Amazonibus. unde dictum vel fictum est in fabulis quod cadavera hominum 
Diomedes ad vescendum suis dabat equis. postea Hercules, ut supra diximus, cum 120 
Amaconibus pugnavit et Taristidem reginam Amaconum vicit, et ab ipsa tamen postea 
quasi victus affugit ... . Africa, Hercules, postea Hercules reversus Africam intra- 



SEC. XIII. 



Liber vstoriarum Romanorum. 



129 



L 

chiamato filio de dea Tellurìs, et 
292 Hercule da quello abe l'arte de 
la astronomica doctrina; lo quale 
era dicto ka sostentava lo celo, 
et poi gio in Ispannia et occìse 
296 Gerionem et tulzeli tre regna et 
molta preda, et poi retornao ad 
Roma et fo receputo da Evan- 
dro honorata mente. et Hercu- 
300 les mannao le bestie ad pascere 
ad lato ad lo fiume; et Caccu, 
duca de Aventino, rompitore de 
la pace, et malefactore ad li vi- 

304 cini, rapio una parte de le be- 
stie de Hercule. et Hercules 
et Evander lì gero sopre con 
granne hoste con tutti loro ad 

305 lo flume. et Caccus fugio ne la 
rocca, et Hercules li fece fare 
foco con pice et de solpho et de 
altre cose, et fo morto ne la rocca 

312 da Hercule et da Evandero. et 
Hercules fece sacrificare una vac- 
ca viva ad h onore de dio Jovis, 
e fecefe fare una altare ad ho- 

31 ò nore de dio Jovis. et per gran 
tempo fo clamata gran altare et 
sacrificata da lo bove; et quella 
contrata fo dieta Bovilla per gran- 

320 ne tempo poi ke Roma fo facta. 
et poi Hercules gio in Calabria, 
et sicomo volze dormire in uno 
monte, non potea dormire per lo 



A 

dea Telluris, et da esso abe Her- 
cule l'arte de astrolomia; la quale 
era dieta ke ssostentava lo cielo, 
e poi gio in Yspangia et occise 
Girrionem et tulleli regnerà et 
molta preda, e retornao a Rroma 
et fo reciputo da Evantro honora- 
ta mente. et Ercule mandao le 
bestie a ppascere allato a lo fiu- 
me; e Ccaccus, dux de Aventino, 
rompitore de la pace et malfacto- 
re a li vecini, rapio una grande 
parte de le bestie de Hercule. 
et Evandro con tucti soi ajutato- 
ri. 



e Caccus salilo su ne 
la rocca, et Hercule lì fece fare 
fuoco de pice et de solfo et de 
altre cose, e fo muorto ne la roc- 
ca da Ercule et da Evandro, 
et Ercule fece sacrificare una 
vacca vìva ad honore de dìo Jo- 
vis, e feceve fare una nova al- 
tare ad honore de dìo Jovis. e 
pò longo tempo fo appellata ma- 
gna altare et sacrificata da lo 
bove ; e quella parte fo dieta Bo- 
villa per longo tempo poi ke fo 
facta Roma. pò questo, Ercule 
sì gio in Calabria, et comò volse 
dormire in uno monte, et non po- 



vit, et Anteuni regem Libie devicit, prohibendo ipsum a terra cultura, unde ille plu- 

124 rimum habundabat. unde in fabulis dicitur filius Telluris extitisse. tandem Athelanta 

devenit et ipsum in astronomicam doctrinam Hercules, Yspania. unde in 

fabulis dicitur celum substentasset. deinde in Hispaniam transiens Gerionem tribus 
regnis que possidebat, privavit et multa sibi abstulit armenta. et inde in Ytaliam 

125 veniens officiose receptus est ab Evandro, qui de Archadia venerat, ut diximus, Her- 

cules et Evander. set dum armenta juxta Tiberim depasceret, Caccus dux Aven- 

tine arcis, pacis disturbator vicinorum lictator hostiunque predator, de ipsis armentis 

vi partim arripuit. contra quem Hercules, Evander et omnes affines dimicarunt, et arce 

132 tandem capta ipsum Caccum Hercules interfecit. De Cacco rege et Herciile. 



130 



Liber y storiar um Romanorum. 



SEC. XIII. 



cantare de le cicade, et quello 
li commanao ke non cantassero; 
et non cantaro da quello tempo 
inante; in onne parte cantano, 
se no kello. corno gio et corno 
fo non sapemo .... 

De lo nome de Roma, et conio fo facta. 

Da capo de lo ordinamento de 
Roma, vole homo dicere ka Ro- 
ma fo una femina nobilissima tro- 
iana, ke fugio de Troja et venne 
ad questo loco, lo quale se dice 
Roma. et ad li Romani sap- 
penno rio de Roma, ke era capo 
de lo muno, avesse nome da fe- 
mina, dissero soppena de lo capo 
ke Roma magi se non clamasse 
da nome de femina. et da tutti 
li Romani fo tacuto. et molte 
oppinione lassate diceno la veri- 
tate, narra Varrò philosopho et 
Ovidio in Faustis et altri sapii, 
ka Roma clamata f o da Romulo ; 
ka Romulus abitao con Tigerio 
Faustolo et Arracio su ne lo monte 
de Aventino, et con essi vixe et 
morio. 

Et comenzata la citate, una 
die li Romani da fore le citate 
faceano sacrificio. et fo dicto 
ad essi ka genti aveano guasto 
lo sarificio et tolta la preda ad 



A 

tea dormire per li cicadi ke can- 
tavano, et quello li commandao 
ke nnon cantassero; e non cantaro 
da quella ora nanti; in onde parte 
cantano, se nno kello. come fo 
et comò gio non sapemo .... 



Da capo dell'ordinamento de 
Roma, vole omo dicere ka Ro- 
ma fo una bellissima trojana don- 
na, ke fugio de Troja et venne 
in queste contrade, ne le quale 
dicemo Roma. e li Romani, sa- 
pendoli molto rio , ke Roma , la 
quale era capo de tucto lo mon- 
do, recipessi nome de femmina, 
et dissero soppena de la testa, 
ke Roma se non chiamassi per 
nome de femmina. e da tucti li 
Romani fo tacuto. so molte oppi- 
nione passate dicendo la ventate, 
dice Varrò filosofo et Ovidio in 
Faustis et altri savii, ka Roma era 
chiamata da Romulo ; ka Romulo 
avitao con Tigurio Fausturio et 
Archadio su nello monte de Aven- 
tino, e con essi vìsse et morio. 

E pò la citade ja comencata, 
una die fore la citade se fecea 
sacrificio. a li Romani fo dicto 
ka genti aveano guasto lo sacri- 
ficio et tolta preda, lutando Ro- 



324 



328 



332 



7,2fi 



340 



344 



343 



352 



et quia Caccus igne sulphure pica alìisque liquoribus se in arce defendebat, dictus est 
in fabulis postea filius extitisse Vulcani. 

Sacrificium in monte Aventino. Hercules vero baccam unam Jovì sacri- 
ficavit, aram unam instituit que longo tempore postea appellata est maxima ara et 
a bove illa litata Illa pars urbis postea appellata est Bovilla; nam ibi longo tempore 
post urbs Roma condita est, Ercules transivit in Calabriam. ind Hercules 
digrediens Calabriam intravit, et cum in monte quodam vellet dormire et propter 
cicadas stridentes nequiret, dicitur ipsis cicadis inposuisse silentium. quod qualiter sit 
factum nescimus , nisi quod cicades in ipso solo loco silentes et penitus reperiuntur 
tacentes.... Oppinio romane civitatis. iterum de constitutiones urbis aliter 



'36 



140 



SEC. XIII. 



Liber y storiar nm Romanoriim. 



131 



556 



360 



364 



36S 



372 



376 



380 



li Romani. Romulus cavalcao 
con Quintus, et Remus cum Fa- 
biis. quelle foro doi nobile scla- 
cte de Roma. Remo primo, ven- 
cenno hoste et retolta la pre- 
da, retornao ad manicare co li 
soi, et non spectao lo fratre, et 
mannicao tutta la vidanna. et 
Romulus retornao, abene gran- 
ne dolore ; incontenente pensao 

tradimento de lo fratre 

Et li homini de le contrade non 
voleano dare nulla femina ad mo- 
lie ad quelli ke stavano con Ro- 
molo, inpercò ke tutti erano la- 
troni et homini adventici. et Ro- 
molo fece ordinare uno generale 
joco et molto bello. et com- 
mannao ad quelli de le contrade, 
ke onne homo securamente ve- 
nisse ad lo joco. lo quale joco 
odenno quelli de Savini, quelli 
de Sancto Pietro in Forma et 
quelli de Ciciliano et tutti li altri 
maritimi, essi non ce vennero, ma 
lassaro venire le femine. Ro- 
mulus avea ordinato co li soi: 
" quanno Linio joculatore averao 



A 

mulus cavalcao con Quintus, et 
Remus con Fabus. foro doi no- 
vile schiatte de Roma. Remo, 
vencendo l'oste primo et retolta 
la preda, retornao a mmanicare 
co li soi, e nnon spectao lo fra- 
te, ma si manicaro tucta la vi- 
danda. . et Romulus retornao , 
abe grande dolore; incontinenti 
pensao tradimento de lo frate .... 

E li homini de le contrade 
non voleano dare a molge a nullo 
homo de quelli ke stavano con 
Romulo, enpercò ke tucti erano 
latroni et abentici. intando Ro- 
mulo pensao de fare uno gene- 
rale joco et grande et molto bel- 
lo, e commandao a cquelli de le 
contrade, ke tucti venissero a be- 
dere. lo quale joco odendo quel- 
li de Savini et quelli de Santo Pe- 
tro in Forma e quelli de Ciciliano 
e tucti li altri maretimani, essi non 
ce vennero, ma lassaro venire le 
femmine loro. Romulo sì avea 
commandato a li soi: " quando 
Livio joculatore averao date .111. 



dicitur. dicunt enim quidam quod Rome fuit quedam mulier nobilissima trojana , 

144 que fugiens ab excidio trojano, navigio appulsa est ad locum ubi nunc est Roma. 
alii vero dicunt quod filia fuit Julii Ascanii et ab ipsa dieta est Roma. set Romani 
postea dedignantes, cum Roma esset caput mundi, a muliere nomen accepisse, talem 
institutionem occultari fecerant. set multis opinionibus pretermissis, narrat Varrò do- 

148 ctissimus latinorum et Ovidius in Fastis et alii poete, quod a Romulo dieta est Roma; 
qui Romulus habitavit ubi fuit tugurium Faustuli et ars Cachi super montem Aven- 
tinum .... deinde, post civiteculam jam adultam, quadam die, dum extra civitatem 
sacrificium facerent, denuntiatum est eis hostes ipsorum armenta invasisse. ad quos 

152 persequendos Romulus bine cum Quintiis, Remus inde cum Fabiis cucurrerunt; fuerunt 
autem due nobilissime tribus romane. Remus vero devictis hostibus et preda recu- 
perata ad convivium redit, et fratre non expectato cum suis totam carnem comedit. 
De morte Remi. qui, cum Romulus circa civitatem vallulum fecerat parvulum , 

156 ubi quendam suum militem, pronomine Celerem, prefecerat, indicens ei ut, siquem in- 
veniret per valium transeuntem, ipsum ilico occideret; quod fertur dolositatem ad fra- 

trem necandum fecisse set cum latrones et aventicios secum solummodo habe- 

ret, et affines ipsis utpote latronibus, filias tradere nolunt, constituit Romulus forum 



132 



Liber y storiar um Romanorum. 



SEC. XIII. 



L 

date tre volte a terra, se peliarao 
la soa. „ et quello facto, onne 
homo se peliao la soa 



volte a torno, omne homo se pil- 

gi la soa. „ e facto questo, onne 384 

homo se pilgiao la soa .... 



De Numa Pompilio. 

Et po . mi . anni ke avea re- 
gnato Tito Tatio, regnao Numa 
Pompilius. et fo molto bono sa- 
pio, et deo la lege ad li Romani, 
et da Pitagora mirabile philosofo 
sappe ka l'anima era inmortale; 
ka molto bene facea nigromantia. 
et la nocte favellava co le De- 
monia ad priesso ad una acqua 
la quale avea nome Egregia, et 
la amica soa avea nome Nimpha 
Egregia, la quale li dicesse cose 
ke li devea venire. et Numa 
Pompilius suso ne lo monte Aven- 
tino con Pitagora ademannaro lo 
Diabolo, se Roma devea perire, 
et quello dixe, ka deo avere ta- 
liato lo capo. et Numa respu- 
se: " sì, de la cipolla. „ et lo 
Diabolo respuse : " ma de lo ani- 
male.„ et Numa respuse : " ma 
de lo pesce. „ et quello respu- 
se : "ma de lo homo. „ et Nu- 



Poi ke regnao Tito Statio, po 
. un . anni regnao Nimma Pompi- 
lio, et era homo bono et sapio, 3S8 
et deo la lege a li Romani. e 
da Pictagora mirabile filosofo de 
Salerno, inseniaoli ke ll'anima era 
inmortale; enpercò ke mirabele 392 
mente sapea nigromantia. e la 
nocte favellava co le Demonia ap- 
priessQ ad una acqua currente 
k'avea nome Egregia. et avea 396 
una soa amanca, k'avea nome 
Nimpha, ke l'inanti dicea le cose 
ke li deveano abenire. e Nim- 
ma Pompilio con Pictagora salilo 400 
suso ne lo monte de Aventino, 
et conestrence lo Diabolo, et ade- 
mandaolo se Roma devea perire, 
voi no. e lo Diabolo disse, ka 404 
deo avere talgiato lo capo. e 
Nimma dixe: " sì, de la cipolla „. 
e lo Diabolo : "sì, dello anima- 
le. « e Nimma disse: "sì, de 408 



S 

generale, videlicet nundinas et ludum mirabilem, et precepit ut undique omnes ad forum 
venirentsecuri. De primo ludo generale in civitate romana. Jl-'^ -'^-- 
tes Sabey. Anuntiantes, Fidenates, Crustumii, Cecinenses et ala popuU afhnes ^s vir 
venire noluerunt, inconstantiam Romuli et ferocitatem videre metuentes, set muheres 
ire permiserunt. Romulus autem statuerat ut lusor quidam, Livius nomme, dato si- 
gno, quum cito ter terram concuterent, in medio plausus suorum quis hoc signo quan 
vellet in suam acciperet. quod ubi factum -est.... Titus Statius. postquan 
regnavitTitus Statius per .mi. annos, cui succedit Numa Pompilius. // P''^'^"^/* 
sapiens legem dedit Romanis, et a Pitagora samio, mirabili philosopho, didicit animam 
esse inmortalem. hic, quia fuit nigromanticus mirabilis, et cum <1— ^^ ^J^" 
loquebatur juxta rivulum per densissima nemora decurrentem. que q^^^em aqua 
proprio nomine dicebatu.' Egregia; que sibì dicebatur futura, ^^^^^^^'^l'''^ 
diabolica. jam dictus etiam Pompilius cum in nemore montis Aventmi htare dia- 



160 



164 



168 



i7i 



165, w.<. quam e concurrerant. 



16S. /«.«. sanuo. 



SEC. xm. Volgarizzamenti dei distici di Catone. 



133 



412 



L 

ma respuse : " sì, de li capelli de 
lo capo.„ et lo Diabolo se gio 
la via soa, et dixe ka Roma ser- 
rao capo de lo munno. 



176 



A 

lo pesce. ^ e lo Diavolo disse : 
" sì dell'omo. „ e Pompilio : " sì, 
de li capelli de lo capo. „ e lo 
Diavolo se gio la via soa, e nanti 
disseli de tre imperatori de Ro- 
ma ke deveano morire de mala 
morte. 
S 

bolo, dictum est eì: " litandum est caput „. cui respondit: "cepe,,. Diabolus respon- 
dit: "immo animai,,, cui respondit: " piscis „. " immo hominis „. addit Pompis 
lius: "capilli capitis „. nec ultra questio processit diabolica, et tunc dicìtur dicisse 
romanum magnum futurum fore imperium. 



51. VOLGARIZZAMENTI DEI DISTICI DI CATONE. 

La raccolta di distici che va sotto ti nome di Catone, fu uno dei libri di testo fiìi 
diffusi nelle scuole medioevali e f resto se ne fecero traduzioni per ofera anche di disce- 
poli e come esercitazioni scolastiche. Tali sono probabilmente le tre toscane pubblicate 
da M. Vannucci nel i82g a Milano, tale la veneta pubblicata dal Tobler nelle Ab ha nd- 
lungen d. K. Preuss, Akademie, 1883. Quella del Tobler sembra la piti antica e pro- 
viene dal cod. già Saibante-Hamilto n, ora 3go della R. Biblioteca di Berlino (S) ; delle 
altre tre che stanno sotto in colonna, la prima (T), creduta ma senza suff denti motixn 
della metà del dugento, proviene da un cod. del sec. XIV di casa Trivulzio ; la seconda 
(R) dal cod. Riccard. lòig, del sec. XV', la terza (M) da un cod. pure del sec. XV, 
appartenuto a R. A. Martini. Se esse sieno no indipendenti fra loro non fu sinora 
ricercato. Dandone un saggio secondo le stampe, si aggiunge il corrispondente testo 
latino (L), giusta la edizione del Bàhrens, insieme con una specie di riduzione o para- 
frasi in prosa (P) che accompagna nel ms. il testo S. Così se ne potranno meglio inve- 
stigare le mutue relazioni e si avrei un saggio del modo che tenevano i nostri vecchi 
nelP interpretare i testi latini. 



i^UM co è causa k' eu Cato k" eu vardase, eu viti le plusor omini 
greve mentre raegar in via de li costumi; eu enpensai esser da soco- 
rere a lo empensamento de lor, ke grande mentre e gloriosa mentre 



T R 

Conciossiacosa ch'io Ca- Io Cato pensando nel- 

to pensasse nell'animo mio, l'animo mio vidi più e più 

vidi molti uomini grave- uomini gravemente errare 

mente errare nella via de' nella via de' costumi; onde 



31 

Conciossiacosa ch'io Ca- 
to pensi nell'animo mio, e 
abbia veduti molti uomini 
errare gravemente nella via 



Cum ego Cato animadvertem, vidi quam plurimos homines graviter errare in via 
morum. ego existimavi fore succurrendum opinioni eorum , ut maxime et gloriose 

L 

Cum animadverterem, quam plurimos graviter in via morum errare, succurrendum 
opinioni eorum et consulendum famae existimavi, maxime ut gloriose viverent et ho- 



154 



Volgarizzamenti dei distici di Catone. sec. xiii. 



S 



vivese e contignise onore. ora mo, o carissemo filio, eu amaestraraì 
ti en quel pato, en lo qual tu conponeras li costumi de lo to anemo. 
adonca leceras en tal mesura li mei comandamenti , ke tu li enten- 
des. prò quia lecere e no entendere sì s" è negligencia. 

Adonca adora a Domenideu, ama to pare e toa mare, aunora li 
toi parenti, varda co qe te ven dato, obedis a lo mercato, va con li 
boni, no andaras a lo consejo ananti ke tu ne sìs damandato, sis mondo, 
saluta volonter, dà logo a lo to majore, temi to maistro, fuci le tavole, 



costumi; ed ho pensato di 
dare soccorso e consiglio 
alla loro oppinione , spe- 
zialmente acciocché vives- 
sero gloriosamente con ono- 
re, aguale ammaesterra- 
boti, o figliuolo carissimo, 
in che modo li costumi del 
tuo animo tu debbi ordi- 
nare, dunque li miei co- 
mandamenti sì leggi, che tu 
l'intendi; che leggere e non 
intendere si è negligenzia. 

Sie sottoposto a Dio, ono- 
ra lo padre e la madre , 
ama li tuoi cognati, temi lo 
tuo maestro guarda quello 
che t' è dato, ubidisci lo tuo 
comune, va co' buoni, anzi 
che sìa chiamato non anda- 
re a consiglio, sie onesto, sa- 
luta voluntieri, fa onore a 
tuo maggiore, sie sottopo- 



R 

io pensai che era da soccor- 
rere e da consigliare, e spe- 
zialmente che gloriosamente 
vivessono epervenissono ad 
onore, odi ora, figliuol mio 
carisssimo, siati ammaestra- 
mento in che modo ordini 
e' costumi del tuo animo, 
ma im prima ti priego che 
li comandamenti leggi sii, 
che tu gl'intenda; che leg- 
gere e non intendere è ne- 
gligenzia. 

El primo comandamento 
ch'io ti faccio si è, che tu 
prieghi Iddio con riverenzia 
che t'ajuti in tutte le cose 
che tu fai, poi ama el tuo 
padre e la tua madre, ono- 
ra e' tuoi parenti , temi el 
tuo maestro, serba quello 
che t'è dato, ubbidisci alia 
corte , va colli buoni, non 



M 

de'costumi ; hoe pensato di 
dare soccorso e consiglio 
alla loro oppenione, e spe- 
zialmente acciò eh' eglino 
vivano gloriosamente e con 
onore, aguale, figliuol mio 
carissimo, io t'ammaestrer- 
rò#in che modo li costumi 
del tuo animo tu dei ordina- 
re, dunque le mie coman- 
damenta in tal modo leggi, 
che tu le intenda ; che leg- 
gere e non intendere si è 
negligenzia. 

E però in prima sia sot- 
toposto a Dio, e ama i pa- 
renti padre e madre, e a' 
tuoi cognati fa onore, temi 
il tuo maestro, guarda quel- 
lo che t' è raccomandato , 
ubbidisci il tuo comune, va 
co'buoni, anzi che sia chia- 
mato non andare a consi- 
glio, sia onesto, saluta vo- 



lò 



20 



2+ 



28 



viverent et contingerent onorem. nunc, o carissime fili, ego docebo te eo pacto, quo 
tu conponas mores tui animi. igitur legito ita mea precepta, ut intelligas. et enim 
legare et non intelligere est negligere. 

Itaque supplica Deo, ama parentes, colle cognatos, serva datum, pare foro, am- 
bula cum bonis, ne acceseris ad conscilium ante quam voceris, esto mundus, saluta 
libenter, cede locum majori, metue magistrum, fuge aleas, disce literas, benefacito bo- 



norem contingerent. nunc te, fili karissime, docebo, quo pacto morem animi tui com- 
ponas. igitur praecepta mea ita legito, ut intelligas. legere enim et non intellegere 
neclegere est. 

Deo supplica, parentes ama, cognatos cole, datum serva, t'oro parce, cum bonis 
ambula, antequam voceris ne accesseris, mundus esto, saluta libenter, majori con- 
cede, magistratum metue, verecundiam serva, rem tuam custodi, diligentiam adhibe, fa- 



SEC XIII. Volgarizzamenti dei distici di Catone. 



135 



i6 



s 

enprendi letere, ben faras a li boni, tu te conseja, varda la vergoncia, 
varda la causa toa, acostra amor, rancura la toa fameja, dà ad enpre- 
steo, vardaras a cui tu lo dar, de raro fai tu grande spendio, dorme ke 
sea bastevele, varda lo sagramento, tempra ti dal vino, conbate per 
lo to paese, nient crederas tu matamentre, fuci le puitane, lece libri, 
séate recordamento le cause ke tu leceras, amaestra li toi fijoli, sis 
humele, no te irar senca perké, nesun no befaras, staras a lo cudi- 
sio, staras a lo palaco, seras consejado, usa de la vertù, coga a lo 



sto, sie vergognoso secondo 
che si conviene, leggi i li- 
bri, rangola la famiglia, sie 

32 umile, non t' adirare senza 
lo 'mperché, non sie scher- 
nitore, sie al judicio, sie di- 
nanzi al judice, dormi che 

36 sia bastevole, guarda lo sa- 
ramento, temprati del vino, 
pugna per la tua patria, non 
credere ciò che ti è detto, 

40 sicuramente consiglia, fuggi 
la puttana, non mentire, fa 
bene agli uomini che sono 
buoni, non sie maldicente, 

44 pensa e ritieni , judica lo 
diritto, con pazienzia vin- 
ci li tuoi parenti , ricorditi 
del bene che t' è fatto, usa 

48 la tua vertude, temperati 
dell' ira, fuggi lo giuoco del- 
le tavole, non ti meni vo- 
luntà in fare ragione , non 

52 dispregiare minore di te , 



R 

andare a consiglio innanzi 
che tu sia chiamato, guar- 
dati dal peccato, saluta vo- 
lentieri, dà luogo al tuo 
maggiore , guarda la tua 
casa, sia sollecito, leggi de' 
libri, e tieni a mente quello 
che tu leggi, abbi cura della 
tua famiglia, sia piacevole, 
non ti adirare senza ca- 
gione, nulla persona scher- 
nirai, presta e sovvieni al- 
trui , guarda a cui tu dai, 
sta al parlamento e va a 
vedere la giustizia , rade 
volte fa convito,dormi quan- 
to t'è assai , temprati dal 
vino, combatti per lo tuo 
paese, nulla cosa crederrai 
mattamente, tu stesso ti con 
sigila, fuggi le meritrici, im- 
prendi la lettera, per nulla 
non mentire , sia buono e 
fa bene a' buoni , non sia 



M 

lentieri, a tuo maggiore dà 
luogo, guarda la casa tua, 
sia vergognoso , leggi i li- 
bri e quello che leggi poni 
in memoria, abbi cura della 
tua famiglia , sia benigno , 
non t' adirare sanza il per- 
ché , non sii schernitore , 
comparisci al giudicio, rade 
volte farai convito, fa che 
dorma a necessità, le cose 
ch'ai giurate serva, bei tem- 
peratamente, pugna per la 
tua patria, non vender mat- 
tamente, consiglia te stesso, 
fuggi le meretrici , appara 
volentieri , non mentire, fa 
bene a' buoni, non sia mal- 
dicente, pensa e ritieni, giu- 
dica il diritto, con pazienza 
vinci, ricorditi del beniiicio 
ricevuto, sii buon consiglie- 
re , usa tua virtude , tem- 
pera la tua iracundia, giuo- 



nis, tute consule, serva verecundiam, custodi rem tuam, adhibe diligentiam , cura fa- 
miliam, da mutuum, videto cui des, raro convivare, dormi quod est satis, serva 
jus jurandum, tempera te vino, pugna prò patria, nil credideris temere, fuge mere- 
trices , lege libros, memento ea que legeris, erudi liberos, esto blandus , noli irasci 
ab re, neminem irriseris, adesto in judicio, stato ad pretorium, esto consultus , utere 
virtute, lude trocho, ne esto maledicus, retine existimacionem , judica equum , noli 



miliam cura, mutuum da, cui des videto, convivare raro, quod satis est dormì, con- 
jugem ama, jusjurandum serva, vino tempera, pugna prò patria, nihil temere credideris. 
meretricem fuge, libros lege, quae legeris memento, liberos erudi, blandus esto, ira- 
scere ob re-n gravem, neminem riseris, in judicio adesto, ad praetorium stato, consultus 
esto, virtute utere, trocho lude, aleam fuge, litteras disce, bono benefacito, tute con- 
sule, maledicus ne esto, existimationem retine, aequum judica, nihil mentire, iracun- 



136 



Volgarizzamenti dei distici di Catone. sec. xiii. 



curio, no seras maldigolo, reten la enpensasone, judega dretura, no 
voler mentir, tempra la toa ira, seate recordamento a reportar hu- 
mel mentre to pare é toa mare, nient faras per arbitrio de force, man- 
ten la lece, la qual tu ensteso reportaras, seras recordevele de lo be- 
neficio recevuo, parla pauco en lo mancar, no voler befar lo pover 
homo, pauco cudega, no voler desirar le altrui cause, quelo studia a 
far lo qual è justo, volonter reporteras amor. 

Se Demenedeu è anemo a nui, sicum questi versi dise, questo 



non dìsiderare l'altrui, ama 
la moglie, ammaestra li tuoi 
figliuoli, la legge che tu me- 
desimo hai fatta sostiella, 
parla poco al mangiare , 
istudia di fare quello che 
si è giusto , sie rapporta- 
tore dell' amore , non judi- 
care. 

Se Dominedio è animo a 
noi, secondo eh' e' versi di- 
cono, dunque lui adora ed 
onora sopra tutte l'altre co- 
se con pura mente. Sem- 
pre più vegghia, ne sie trop- 
po dato al sonno; imper- 
ciocché lo riposo del die dà 
nutricamento a' vizj. co- 
stringere la lingua credo 
che sia la prima vertude: 
quelli è prossimo a Dio che 
sa tacere a ragione. di- 
spregia la tua ira combat- 
tendo , quando ella ti con- 



R 

maledicente, ritieni e' pen- 
sieri, giudica el diritto, pa- 
zientemente vinci el padre 
e la madre, ricorditi de' ri- 
cevuti benefizj, non scherni- 
re el misero, temprati dall'i- 
ra, giuoca al palèo, fuggi le 
tavole, nulla cosa farai per 
arbitrio di forza, non desi- 
derare l'altrui, ama la tua 
moglie, osserva la legge che 
tu fai, parla poco al man- 
giare, studiati che è bene 
amare, volentieri amerai al- 
trui, sempre più vegghia, 
non giudicare altrui. 

Imperocché Iddio è vita 
a noi, i versi dicono : lui 
spezialmente con pura men- 
te sacrificherai, sempre più 
vegghia e non ti dare al 
sonno ; che el cotidiano ri- 
poso dà nutricamento a' 
vizj. la prima virtù si è 



M 

ca al palèo e fuggi i giuo- 
chi delle tavole, non ti meni 
volontà a fare ragione, nul- 
la farai per tuo albitrio, 
non dispregiare tuo minore, 
non disiderare l'altrui, ama 
tha moglie, dirozza i tuoi 
figliuoU, legge che tu hai 
fatta osservala, nel convito 
favella poco, studia di fare 
cosa giusta, sii rapportatore 
d'amore e di concordia, non 
giudicare. 

Se Iddio è a noi animo, 
secondo che i versi delle 
scritture pongono, dunque 
lui adora con pura men- 
te sopra tutte l'altre cose, 
sempre veghia molto, e non 
ti dare al sonno, perocché il 
troppo riposo a' vizj dà ac- 
crescimento, la prima 
vertù penso che sia l'uomo 
costringere la sua lingua; 



^4 



S6 



60 



64 



63 



72 



76 



mentire, tempera iracundiam, memento ferre pacienter parentes, nìl feceris arbitrio 
virium, patere legem quam tu ipse tuleris, esto memor beneficii accepti, loquere pauca 
in convivio, nolli irridere miserum, minime judica, noli concupiscere aliena, illud stude 
agere quod est justum, libenter ferto amorem. 

Si Deus est animus nobis, sicut carmina dicunt, hic Deus precipue sit colendus 
tibi pura mente. semper plus vigila, nec esto deditus sompno; nam diuturna quies 



16 



diam rege, parentem patientia vince, minorem ne contempseris, nihil arbitrio virium 
fecetis, patere legem quam ipse tuleris, benefici accepti esto memor, pauca in con- 
vivio loquere, miserum noli inridere, minime judica, alienum noli concupiscere, illud 
agredere quod justum est, libenter amorem ferto, liberalibus stude. 

Si Deus est animus nobis, ut carmina dicunt, hic tibi praecipue sit pura mente 
colendus. Plus vigila semper neu somno deditus esto ; nam diuturna quies vitiis 



16 



SEC. xm. 



Parafrasi del Paternoster. 



137 



28 



32 



80 



Domenedeu grande mentre sea venerado de ti cum pura mente, 
senpre plui vegla, ke tu no sis dado al sonno; prò quia lo cotidian 
repauso sì apresta nurigamenti a li vicii. eu enpenso esser prima 
vertù constrencer la lengua; quelui è proseman a Deu lo qual sa ta- 
sere cum rasone. refua contra conbatando esser contrario a ti; 
quelù à negun covignirà, lo qual descorda si medesemo cum si. 



trarla; a nullo piace colui 
lo quale è adiroso e dispia- 
cevole a sé medesimo. 



R 

costringer la lingua; colui 
è prossimano a Dio, che 
sa tacere con ragione, sfor- 
zati al tuo potere di non 
essere contradicente ; con 
veruno si converrà chi con- 
tradirà a sé stesso. 



M 

perocché quegli è propinquo 
a Dio che sa stare cheto 
per ragione, sprezzati con- 
tradicendo all'ira, ne sia 
contradio a te medesimo; 
con nullo coverrà chi seco 
stesso non sa convenire. 



ministrat alimenta vitiis. ego puto esse primam virtutem conpescere linguam: ille 
est proximus Deo, qui sit tacere racione. speme repugnando esse contrarius tibi; 
ille nulli conveniet qui discidet ipse secum. 



alimenta ministrat. Virtutem primam esse puto, conpescere linguam: proximus ille 
Deo est, qui scit ratione tacere. Speme repugnando tibi tu contrarius esse : con- 
venient nulli, qui secum dissidet ipse. 



52. PARAFRASI VERSEGGIATA DEL PATERNOSTER. 

Dal Liber Memorialium n. 40 d 2 W Archivio Notarile di Bologna, scritto nel 127 g, 
Carducci, Intorno ad alcune rime dei secoli XIII e XIV ritrovate nel- 
P Archivio Notarile di Bologna, Imola, Goleati, iSjò, p. T02. A riscontro di 
questa lezione (M) se ne dà sotto un^ altra (S) fornita dal cod. già Saibante-Hamilton, ora 
3go della R. Biblioteca di Berlino, che comunico il Toblcr nelle Abha n diunge n der 
K. Preuss. Akademie, 1886. 

M 

Jl ATER noster, a deo me conteso 
mia colpa d' one pecà che ò comesso. 

Qui es in celis, tu me 1 perdona 
per pietate, che son flagele persona. 

S 

Pater noster, a ti. deu. me confesso; mea colpa e mei peccadhi com esso. 
Qui es in celis, tu me le perdona per piatad q'eu son fragel persona. 



138 



Parafrasi del Pater ^loster. 



SEC. XIII. 



M 

Santificetur lo to biato regno, 
mi bone overe offessa alcuna tegna. 

Nomen tuum mi guardi e me conduca 
con li santi guagnelisti Matheo e Luca. 

Adveniat in me tua vos, venite; 
da l'altra me defendi che dirà, ite. 

Regnum tuum a mi conserva, patre, 
che intri co li mei tuti e con la mia matre. 

Fiat voluntas tua, segnor meo, 
tale che el to paradiso digno sia meo. 

Sicud in cello avese vita eterna, 
con tute bone aneme eh' el governa, 

Et in tera, me consenti a fare, agyos, 
quanto a ti senpre placa, ely theos. 

Panem nostrum chotidianum me sia, 
tu lo n porgi che me pasca tuta via. 

Da no bis ho die a conoscere, alfa, 
che tu èi et O primo e novissimo alfa. 

Et dimitte nostre offensioni 
per fé per overe o per confisioni. 

Nobis debita nostra tu relasa 
per toa mercé, e' avemo de fin la fassa. 

Sicud e nos falemo per fare re overe, 
abii misericordia e sì l'en erovi. 

Dimitimus a fare che doveamo 
perdonare e fare andare in seno d'x\braamo. 

Debito ri bus nostris, a nui tuti 
dona la gratia toa a grandi et a picuUi. 

Et ne nos inducas dentro l' inferno, 
recivimi in loco regno senpreterno. 



i6 



24 



2S 



3* 



Sanctificetur al to biato regno mia bona overa e fé, s' alcuna n tegno. 
Nomen tuum me guard e me conduca con li santi guagnelisti Marc e Matheu e Lu- 
Adveniat en mi toa vos, venite; da l'altra me defend qe dirà, ite. [ca. 

Regnum tuum a mi conserva, patre, q'eu g'entre coi mei tuti e con mia matre. 



Fiat voluntas tua, signor meu, 
Sic ut in celo avis vita eterna 
Et in terra me consent far, agjos, 
Panem nostrum cotidian me sia, 
Da nobis odie a cognoser, alfa, 



tal q' enl to paradiso vegna eu. 
con tute bone aneme q'el governa, 
quant a ti senpre placa, ely theos. 
tu ne lo dà qe n pasca tuta via. 
e mantegnir ferma fé e no falsa. 
Et dimite nostre ofensione per fc per ovre e per confessione. 
Nobis debita nostra tu ne lassa per toa mercé, c'avem desida fassa, 
Si cut et nos falem per far rei ovre; aiben misericordia, sì ne covre. 
Dimitimus a far qe devresamo ; perdonan e fan andar el sen d' Abramo. 
Debitorìbus nostris e a noi tuti dona la gracia toa a grand e a putì. 
Et ne nos inducas en inferno, receven el to regno senpiterno. 



16 



SEC XIII. Proverbia super natura f eminar uni. 



139 



36 



40 



M 

In tentatione sto dì e note; 
non derelinquire, propicio Sabaot. 

Set libera nos da one grameca, 
in la toa gloria me dà grande alegreca. 

A mallo tu guarda quel dì in lo spirto malo 
quanti no dirà o chi dirà sto salmo. 

Amen digano evagnelisti profeti e conf esuri 
e tuti gli aprobati virtute celorum. amen. 



In temptacionem stem dì e not, non delinquir, propicio sabaot. 
Set libera nos da ognunca grameca, en la toa gloria ne dà granda legreca. 
20 A malo guard tuti lo spirit almo, quanti l'adora e dirà questo salmo. 
Amen diga gli apostoli confesori, ogno profeta e tute suria celorum. 



53. PROVERBIA QUE DICUNTUR 
SUPER NATURA FEMINARUM. 



16 



Furono at ribuiti a maestro PateccMo da Cremona (v. »" 43), ma senza sicuro fon- 
damento^ è peraltro assai probabile che appartengano allo stesso tempo. Si trovano 
nel cod. già Saibante- Hamilton, ora j90 della R. Biblioteca di Berlino, d^onde furono 
ptibblicati dal Tobler nel Ze itsc kr ift fìlr romani se 'te Philo lo gie , TX, 287-J3T, 
yntorno ai medesimi v. F. Novali nel Giorn. stor. d. letter . ital. VII, 432; 
P. Meyer nella Romania , JCV, óoj ; S, Morpurgo nella Rivista critica della 
letter. itali III, jg. 

JjoNA cent, entendetelo per que sto libro ài fato : 
per le malvasie femene l'ajo en rime trovato, 
quele qe ver li omini no tien conplito pato ; 
cui plui ad elle serve, plui lo tien fol e mato. 

Sacai, per ogna femena ste cause no vien dite ; 
k'asai creco qe seande cui no plas queste scrite. 
le bone se n' alegra de queste rime drete, 
e le rei, quando le aude, stane dolente e triste. 

Unca per bona femena saca, pura e cortese 
queste verasie rime ca no sera represe ; 
se le bone le scoltano, quando l' avrà entese, 
laodarà senca falò qi le trova e fese. 

E lo tesauro d'India, quanto c'à preste Cano, 
plui varia una savia senca menda et engano; 
cui tal trovar poesela, ogno corno de l'ano, 
se a fin auro pesasela, no nde avria dano. 



140 



Proverbia super natura feminarum. 



SEC. XIII. 



Formento et erba mena no nase d'una semenca, 
tute c'à nome civite no son par de valenca; 
da l'una a l'autra femena sì è gran diferenca, 
plui qe no è dal Tigris a lo flume de Renca. 
L' encantator è savio qe lo dracone doma; 
e qi trovase spino qe d'ambro portase soma, 
quest'è vera paravola et este dreta e soma, 
q'el varia lo tesauro de lo papa de Roma. 

Enposibel è atrovar tonsego qe morti susitase, 
o flore de tal fata qe leprosi mondase; 
mai cui trovar poesele, d'auro varia tal massa, 
major de le montagne de la terra de Rassa. 

E questo ben sacatelo, segnori, veramente: 
qi de cor ama femena, molto tardo se pente. 

saipa dire niente 
e d'amore no sente, 
la travaja e la pena, 
comò se porta e mena, 
ma cui ben perpensaselo com è forte catena, 
camai non ameria contessa ni raina. 

Mai quand l'omo è scotato de fort ardente flama, 
fol è, se con lo fuogo mai de cugar à brama. 

co del dosso la squama, 
non avrai cor ni brama, 
e tino ditatore, ' 

la mente mia nel core ; 
ni laudo per amore 
no laso per temore. 
de parlar o de tasere. 



a pena qe d' amore 
quel omo qe no ama 
E qi sente d'amore 
lo gaudio e la letìcia. 



si me rascà le femene 
9amai de lo so amore 
Perveditor son nobele 



per amor no comovese 
per odio nujo blasemo 
né ca del vero dicere 

Que qe li antri faca 
eu dirai tuta via, cui qe debia plasere; 
qe ben l'ai entenduto en li proverbi dire, 
per complir so talento de Tom molto sofrire. 

Co fo el mes de marco, quando i albri florise; 
per prati e per verceri le verd' erbe parese, 
aprosema la estate, e lo temp adolzise, 
escurtase la note e li corni s' acrese. 

Levaime una maitina a la stela diana, 
entrai en un cardino q'era su 'na fiumana, 
et era plen de fiore aulente plui de grana; 
colgaime su le fiore apres una fontana. 

Oi deu, com de grande gloria era plen sto cardino, 
de bele erbe aulente e de flore de spino, 
e de rosignoleti qe braiva en so latino, 
lo merlo e lo tordo cantava sopra 1 pino. 

Siconi eu repausavame sovra le ilor aulente, 
un penserò veneme qe me torba la mente, 



so 



24 



28 



32 



36 



40 



44 



48 



52 



56 



60 



SEC. xiir. Proverbia super natura feminarum. 141 



de l'amor de le femene, com este fraudolente; 
64 quand Tom en elle enfiase, corno 1 mena rea mente. 

E comò son falsìseme, piene de felonia, 
et unqa mai no dotano far caosa qe rea sia. 
or dirai qualqe caosa de la lor malvasia, 
68 onde se varde li omini de la soa tricaria. 

Segnori, s'entendeteme, diraive un sermone; 

se lo volé enprender, e entender la rasone, 
molti ne trovarete de li sempli Catone, 
72 D'Ovidio e de Panfilo, de Tulio Cicerone. 

Molto tiegno per fole cui d'amar s'entromete. 
asai veco de quili qe per amar caze en dite; 
eie prend senca rendere e li musardi abate. 
76 però tiegno per fole qi en loro se mete. 

D'una causa, sacatelo, molto me meravejo, 
onde lo corno pensome e la noite m' esvejo, 
comò pò omo credere asdito ni consejo 
80 de femena qe 'ntencese de blanc e de vermejo. 

L'amore de la femena si è causa comuna; 
quand l'omo lo cor metende nonde pò andar senz'una. 
lasaile d'amar, faite bel semblant a cascuna; 
84 c'autresì è vecaa la bianca con la bruna. 

El mondo non è causa sì forte né sì greve 
né qe se trove scrita en libro ni en brieve, 
s'ela plas a la femena, ke a l'omo no sea leve; 
88 più son piene de rei arte qe le Alpe de neve. 

En prima comencaa Eva enganà Adamo, 
come fé a Salamon la mujer sot un ramo; 
Elena cun Paris sen fucì al re Priamo; 
92 quel qe fé al re Carlo audito n' ài lo clamo. 

Audisti de Sansone cum el fo encegnao: 
la mojer en dormando le crene li tajao, 
qe li dava la forca, com en scrito trovato l'ajo ; 
96 trailo a li Filistei, et illi l'à orbao. 

Pasifea la raina, per longo tempo é dito, 
quel q' eia fé col tauro ; ben lo trovemo scrito. 
enpercò q'ela lese si forte contradito, 
100 rnéc'omo e meco tauro nascede, co fo dreto. 

E Dedo libiana, qe regnao en Tire, 
è posta en Cartaco, com ài audito dire, 

avanti qe 1 marito en Persia andas morire, ^ 1 

104 feceli sagramento e' altr'omo non avere. . y^. Ui^ ^f^A^ . 

Com eia se contene, en scrito trovato l'aio, 
e de quel sacramento tosto se spercurao. 

76. ms. en lero 105. ms. eie 



142 Proverbia super natura feminarum. sec. xiii. 

alò col dus Eneas a Cartaco rivao, 

sene' ogna demoranca a lui s'abandonao. io8 

Qel qe fece Aurisia ^ la y storia lo dise, ,*/.':>- 
com eia a lo mario " cura e mal i atese ; 
ke de la tomba traselo eia, e 1 drut l'apese; 
de quelo reo spercurio ogn' om de Roma rise. 112 

Medea, la fija del rei de Meteline, 
per amor de Jason lo frar tras a réà^ fine 
e felo desmenbrar e gitar per le spine; 
poi fucì con lo druo per pelago marine. 116 

E poi con le soi arte eia Jason aucise; ^_^ 

eu no truo qi digatmé',' eia qe via prese. .,«a^ Zfh' 

voi qe lece ste scrite, en celato e en palese, „\^- " ji^^ 

vardaive da le femene, q'ele son vaire e grise. -^ v uo 

D'Antipatol filosofo audisti una rasoùé^^ 
con la putana en Roma ne fé derisione, 
q'entr' un canestro l'apese ad un balcone ; „ , 
ogno Roman vardavalo, con el fose un bricone. 134 

De le fije de Lot le cause ave entese 
qe 'n la Scritura trovase et en libri se dise, 
de lo stranio penserò q'ele en cor se fese 
d' enivrar lo pare, e con si caser lo fese. 1 28 

E per cason d'Enbrisia lecemo et est a mente, 
ociso fo Achile, lo nobele e sacente, 
e Priamus per Tibia morì tristo e dolente, 
e per Antiochea Eneas fo auciso mala mente. 133 

' " "" Ancor de Rodiana audito ave contare, 

Joanes lo batista eia fé decollare, 
nuj'om se devria en femena enfiare; sfe^i'*"^"'" 
lo cor à felonissemo asai plui qe no pare. 136 

Et entre en lo Passio se truova sta rasone,''o-"''i 
comò sain Pero la note se scaldav' a le i5rone ; 
acusàl una femena e mesclo a tendone: 
"e quest'è galileo, de Cristo conpagnone? „ 140 

No remase per eia qe no desse conforto, 
de lo fedel desipolo, no fosse pres o morto; 
de lo cor de la femena eu men son ben acorto, 
fontana é de malicia e arbor fruitante torto. 144 

E del re Faraone se lez en un sermone, 
la soa mojer Josep fé meter en presone; 
per q'el no volse far la ley requirisone, 
sovra 1 covene mese una falsa rasone. 148 

Et un Roman set ami cercando andà li regni, 
scrivendo de le femene le art e li encegni; 

130. ms, fa. 



SEC. xni. Proverbia super natura feminarum. 143 

e poi una vilana lo scernì com encegni, 
152 c'arder li fé li libri en grand fogo de legni. 

Così enganà a Pisa la mujer ser Martino ; 
en testa li fé ponere en la canbra un cortino 
e caca fora lo druo q' era scos sot un tino ; 
156 per dieu, questo fo abeto molto nobel e fino. 

E tanti per sto segolo d'esti fati ài entesi, 
corno le false femene gabi li soi amisi, 
quando d' esi recordo me, molto ne faco risi, 
i6o quili c'ad eie serveno, ben li tegno barbisi. 

La raina Triesta comò lo fijo aucise, 
Ovidio de le Pistole ben lo conta e 1 dise: 
sta eniquitosa femena stranio penserò fese, « 

164 ond no s'enfid en femena né vilan né cortese. 

Sacate, ogna malicia et ogna mala causa 
en lo cor de la femena sta serata e repausa, 
sta paraula descovrove e no stea reclausa. 
168 mervejo cui conosele com une' amar le ausa. 

La fija d'un re c'amirail om apela, 
co q' eia fé al pare, Ovidio ne favela. 
Mira con la soa baila li fé tal garbinela, 
172 no la fece più laida vetrana ni poncela. 

Ca lo cor de la femena no repausa né fina 
tant fin q'ela no empie co q' a en soa corina, 
cortese né vilana, contesa ni raina. 
176 tuto tenpo sta en eie sta malvasia dotrina. 

E la mojer de Cab, la raina Cocabel, 
c'aucis multi profeti et adorava Obel, 
per la lei enìquità fé Dieu serar lo ciel, 
180 qe tre ani e sei mesi no piove en Israel. 

Quest' aucis li profeti e lo mari soduse, 
lo regno d'Israel en grand error aduse; iUyt_ct 
ke le yodole d'Obel molti adorar conduse; 
184 per quest pecad oribele l'auto Deu la destruse. 

E qi d' isti proverbii de legere à entenduto, 
se mai se las' a femena sodure, sera destruto. 
quand l'om cred a femena, en tal afar è duto, 
t88 qe mejo li seria q' el fosse sordo o muto. 

Et en Jerusalem, sicon la ystoria dise, 
la raina Atalia li soi propinqui aucise. 
vardai, comò sta impia stranio penserò fese. 
192 cui primo servì a femena, a mal' art se mese. 

Sovra tute malicie femen' à pensamenti, 
e però sont artifice de mali argumenti. 
questa per cubitisia aucise li soi parenti, 
196 e la mandegà cani, corvi e serpenti. 



144 * Il Panfilo. SEC. xm. 

Qui lece tanti exempli e ve tanta figura, 
molto me meravejo se de f emena cura, 
molt' è folle quel omo e de strania natura, 
qe va abitar en forn ó è flama e calura. 200 

La raina de Franca . con Rigo curt-mantelo, 
per questo mondo sonase, qual eia fé canbelo. 
a cui qe fose laido, a liei fo bon e belo, 
q' eia pianta le come al re soto 1 capelo. 204 

E de la enperatrice questo ensteso ve dico, 
ke se fé un cavalier borgoignon per amico, 
e poi luci com elo; questo vero ve dico, 
q' eia pianta le come a l' enperer Perico. 208 

%\ncor d'un altro fato eu me son recordato, 
de r alta marchesana qe f o de Monferato ; 
cugav' a lo mari spesor con falso dato, 
con più de set e cinque le come i à piantato. 2x2 

E la ceciliana raina Margarita, 
con Majo 1' amiraja molto mena rea vita, 
on el av' en la testa fort una spaa fita ; 
Matheu Bonel com essa li nd tolé la vita. 2t6 

A r enperer de Grecia c'on dis Bambacoradi, 
r emperatrice feceli molti mali mercadi ; 
su la fronte li pose doi corni sì ramadi, 
per Franca e per Grecia ben sono resonadi. 220 

Le done à solaco far come a lo marito, 
de questa orda befa spesora me nde rito; 
s'un spend e l'autro gaude, non è bono partito; 
eu cognosc asai beci e' à lo corno fiorito. 224 

Li lial e li savi ben ne son avecuti; 
sete tanti è li cogoci qe no sono li druti. 
però li amor de femene a mal port è venuti, 
qe li loro mal fati è scoverti e conosuti. 228 

De li loro mal veci lo cor m'art et encende, 
et an questi proverbii d'amar me le defende, 
sì q' en alta né 'n bassa lo meu cor non entende ; 
li soi cogi e li envidi tuti è com male mende .... 232 



54. IL PANFILO IN ANTICO VENEZIANO. 

TI D e amor e o De arte a mandi di Panfilo h un altro dei libri di testo delle 
scuole medioevali. Prima creduto del sec. X, poi del XV, probabilmente esso appar- 
tiene al XII; Albcrtano da Brescia che scriveva nella prima metà del sec. XIII, lo 
cita sovente. Il volgarizzamento di cui qui si dà saggio, trovasi nel cod. già Haihan- 
te-Hamilton, ora sgo della li. Biblioteca di Berlino, d^ondc Ju pubblicato dal Tablet nel- 



SEC. XIII. // Panfilo. 145 



V Archivio gioitolo gico italiano , ^V, i77-2jj. Dallo stesso codice fu tratto il 
tanto latino che si pone sotto a riscontro. 

INCIPIT LIBER PANFILI 
e Panfilo parla en comencamento sovra si medesemo. 

Eu Pantìlo son enplagà e port lo lancon, eoe 1' amor, serad en 
lo mieu pieto. e cotidianamentre eresse a mi la plaga e lo dolore, 
eoe r amor. 
4 Et aneora no auso dir ni manefestar lo nome de quela ke me 

fiere. e la plaga, eoe l'amore, no me lassa aneora veder li soi guar- 
damene. 

Per la qual eaosa eu spero et ài paura qe li perigoli ke me de 
8 vegnir, sera major de li damaci. con co sea eaosa k'eu speiro ao- 
torio de sanità; né quela, eoe Galathea, no me darà medecena. 

Per la qual medecina eu possa prendere a lo comencamento la 
mejor via. guai a mi, que farai eu, q'eu no von ben segur en ne- 
12 guna parte. 

Et eu me laimento e la caoson de la mea laimentanca si è molto 
justa. cum co sea eaosa ke nesuna abundanca de eonseglo sea 
a mi. 
i6 Mai enpercò ke molte cause nose a mi, mester m' è a veder et 

a cercar molte caose. ké l'arte e lo encegno suol molte fiade aidar 
lo so segnor, s'el la sa adovrar. 

E se la mea plaga descovri per ordene tuti li soli volti, eoe le 
2o soi voluntà, ki sea quela plaga et ond' ella vene e kì sea quelui 
ke gè mete le arme ; 

Per la ventura perdrave quela plaga la speranca de la soa me- 
dicina, ké la speranca qe 1' om à, sì lo passe et aidalo sovence fiade, 
24 e sovence fiade sì lo engana. 

E se la plaga descovre del tuto la soa faca e li soi movementi 
de dolor, e la plaga demande grand ajutorio de sanità. 

Per la ventura vegnirà pecor caose ab vili comencamenti ke s' è 
28 dite de sovra^ e covignirame a postuto morir de quela plaga. 

Eu enpenso meglo fir mostra ; enpercò ke lo fogo forte sparso, 
eoe l'amore, sol esser plui temprad, e lo fogo rescoso, eoe l'amore, 
plui cruele. 

Vulneror et clausum porto sub pectore telum, crescit et asidue plaga dolorque 
michi. Etferientis adhuc non audeo dicere nomen, nec sinit aspectus plaga videre 
suos. Unde futura meis majora pericula dampnìs spero salutis opem nec medi- 

4 Cina dabit, Quam prius ipse viam meliorem carpere possim, heu mihi quid faciam 
non bene certus eo. Conqueror estque mee justisima causa querele, cum sit consilii 
copia nulla mihi. Set quia multa nocent, opus est mihi querere multa, nam solet 
ars dominum sepe juvare suum. Si mea plaga suos denudet in ordine vultus, qui sit 

8 et unde venit armaque quis posuit ; Perdet et ipsa sue fortasis spem medicine, spes 
reficit dominum fallit et ipsa suum. Si tegat ex toto faciem motusque doloris et 
magnam querat plaga salutis opem, Forsitan evenient pejora prioribus illis, et 
me continget protinus inde mori. Estimo monstrari melius, nam conditus ignis 



36 



40 



145 // Panfilo. sec. xiii. 

Adonca parlarai a madona Venus, cum co sea causa q'ela sea 32 
la nostra vita e la nostra morte, e tute le cause sera menade per 
per soi consegli de madona Venus. 

Qui aloga parla Panfilo a madona Venus, eoe la dea de 1' amore. 

"O madona Venus santa, una speranca de la nostra vita, Dìeu ve 
salve; la qual voi fad tute le cause sotocaser al vostro comanda- 

""'La'qual a ti, madona Venus, teme e serve l'alta potencia de 
li dusil li re; e voi madona Venus, piena de piata perdonad a li 

mei desideri. 

Né no voglai eser dura a mi, né contrastar a li mei pregi; e 
fai quelo k'eo ve domando, con co sea k'eu no ve damando grande 

cause. , j _„: 

Eu disi no grande cause, et a mi misero parele tropo grande; mai 44 
enpermordecò a dar tu a mi queste cause non è a ti grande causa. 

Et enpermordecò et eu firai ca abiù viacamentre viacamentre ale- 
gro et con tal mésura vignirà a mi tute le cause cun prosperità. 

E la f antesella sie vesina a mi, cun co sea causa k'eu no voraye 
q' eia fose mea vesina, se la vostra gracia no me devesse sovegnir. 

Enpercò qe lo fogo lo qual è da provo, suol plui danar e plm 
scotar ke' quelo ke s' è da luitano. onde per que, se quela me tosse 
da luitano, eoe Galathea, eia me danarave meno e faresse a mi menor 

""^Q'el fi dito et è veritade, ke quela, eoe Galathea, è plui bella 
de tute le soi visine. e s' elo non è verità k'ela sea più bela, donca 



48 



56 



60 



12 



me engana l' amore , , . .1 

El fi dito et eu lo confesso ben k'ela è nada de plm centil genera- 
cione de mi, e per queste cause eu temo de dir a lei la mea vo- 

lontade. , . . ^ v o„ 

E fi dito et è ben veritade k'ella è plm rica de mi, e 1 au- 
nore e le rikece k'ela à, sì Ila fa tegnir molto grande. 

acrìor efusus parcior esse solet. Ego loquar Veneri, Venus est mors vitaque no- 
rr ducenturque suis omnia consiliis. «Unica spes vite nostre, Venus mchta salve 
nue facis imperio cuncta subire tuo. Quam timet alta ducum servUque potenza 
rgum sUibusvotistupiaparcemeis. Ne michi sis dura precibusque resistere ■ 

met et fac quod posco-, non ego magna peto. Dixi non magna m.sero m.cM .6 
TagL videntur,' set tamen ista dare non tibi dificile est. ^ Annuo d.ta^^^^^^^ 
jamque beatus habebor, et sic evenient prospera cuncta mich. Est mi h ^ icma 
lele'm non esse puella, si non subveniat gracia vestra michu Nam so^t amoto 
plus ledere proximus ignis-, me, si mota foret, lederet xpsa mmus ^ertur v e n s 

formosior omnibus illa, aut me tallit amor, omnibus aut superest.. . . ^icitur e 
fateor me nobilioribus ortam, huic ideo metuo dicere vel meum. Fertur et es 
verum quod me sit dicior illa, et decus et dotes copia sepe rogat. ^^^J^^^ 
sunt dotes decus ingens copia grandis; «ed quod habere queo, quero labore meo. 24 



SEC. XIII. // Panfilo. 147 



Ne a mi non è eoe, eu non ài grande rikece né grand aonor né 
grand abundanca de cause; mai quela causa k'eu posso avere, eu 

64 la damando con la mea fadiga. 

E cum co sea causa qe la femena sea nada d'un bevolco, pur 
k'ela sea rica, ella lece de mile omini uno, lo qual ella vole a 
marido. 

65 Et en la beleca de quelei la paura sì sovraprende le nostre 
membre; e questa causone, eoe k' eia è così bela e così centil e 
così rica, me veda majormentre a dir a lei la mea volontade „ 

Mo responde madona Venus a Panfilo. 

En quela fiada madona Venus sì disse : " la sovrastagante fadiga 
72 vence e sopercla tute le cause ; 

E no te vergoncaras né no aver dobio de dir li toi anemi, eoe le 
toi volontade a cascuna femena. ke apena sera dentre mile femene 
una, la quale devede a ti qiielo ke tu li damandaras. 
76 Mai per la ventura quelo ke tu li damandaras, pregandola e cla- 

mandoje mercé, eia lo vedarà a ti aspramentre da lo comencamento ; 
mai lo encargo de quela aspreca k'ela te mostrarà, si é molto leve. 
Si qe ca curando dal comencamento quele caose le qual quel me- 
So dhesemo vendeor negava, vecando elo lo bon compraore, sì 3 e de- 
mostra le cause, le qual davanti le avea devedhadhe. 

E saipe ferma mentre, kè se lo primer naucler ke entra en mar 
fosse stado spavuroso, elo no la avrave mai passada, quando elo 
84 sentì enprimeramentre la ravinosa onda contrastar a la nave. 

Adonca se la femena no consente alò enprimeramentre a li toi 
parlamenti, per arte ao per servisio tu fai q'ela te consenta. 
Empercò qe la arte sì speca la volontade, e la arte deruinea le 
SS ferme citade ; e le tore si cace per la arte, e per la arte si ven le- 
vado lo grande encargo. 

E lo corente pesse sì fi preso per arte soto le onde de l' aigua, 
e lo homo core per arte su per lo mare en tal mainerà q' elo no se 
92 bagna li pei. . . 

Dumodo sit dives cujusdam nata bubulci, elegit e mille quemlìbet Illa virum. Illius 
in forma nostros tremor occupai artus et magis hec votum dicere causa vetat. ...» 
Tunc Venus hoc inquid : « labor improbus omnia vincit, qualibet et poteris ipse 

28 labore frui. Et monstrare tuos animos nuli verearis; vix erit in mile que neget 
una tibi. Quodque precando petis prius aspera forte ncgabit, sed leve pondus 

habet illius asperitas. Jam jurando prius quos vendìtor ipse negabat, venales census 
inprobus emptor habet. Nec mare transiset pavidus si nauta fuisset, turgida cum 

32 primus restitit unda rati. Ergo tuia primum, si non favet ipsa loquelis, arte vel 
oficio fac tamen ut faveat. Ars animos frangit et firmas diruit urbes, arte cadunt 
turres, arte levatur honus. Et piscis liquidis deprehendìtur arte sub undis, et pe- 

dibus sicis per mare currit homo .... Incipe spe melius, dedit et dabit omnia tem- 

36 pus, nec timor ullus erit in quibus esse times. non tibi plus dicam; vinces stu- 

diosus amicam inceptumque viis mile patebit opus». Incolumi? egro leviter solacia 



148 // Panfilo. sec. xni. 



Comenca a la speranca de Deu, ke lo tempo darà a ti tute le 
cause con mejoramento. ke nesuna paura sera a ti en quele cause 
le qual tu teme ke debia essere. 

Eu no dirai plui alguna causa; tu venceras toa amiga per lo stu- 96 
dio, se tu lo avras. e sì qe comencado questo lavorerò, eoe l' amore, 
andando per. meco le vie tu gè veras mile migloramenti „ . 

Oi me, dise Panfilo, ke quelui ke à sanitade, si dà levementre 
solaci a lo enfermo. 100 

Mo parla Panfilo a si ensteso. 

Mai per mor de quili solaci lo enfermo no se sente aver men 
male. 

Et en cotal mesura lo mieu dolore no m'è aleviado per lo con- 
sejo de madona Venus; mai lo amore sì regna e sovrasta en lo 104 
mieu tristo peito. 

E da quence endredo tuta la mea speranca d'aotorio si fo et è 
stada en ella, eoe en madona Venus ; mai mo la speranca, la qual eu 
aveva en madona Venus, se n'è andaa via, e lo dolore sì me remane. loS 

Guai a mi misero, k' eu no scamparai e no posso scanpare ; ké lo 
nauclero me à abandonado entre le onde; et eu cerco e damando 
porto, e no lo posso trovare. 

Mai mo que farai eu, qe la mea mente e la mea volontade varda 112 
solamentre ad ella? per la qual causa el me covene parlar ad ella 
novelamentre. 

Mo parla Panfilo a si ensteso. 

O domenedeu, cum eia vene bela cum li soi cavili descuverti ! 
e quanto logo serese mo stado de parlar a lei de co. 116 

Mai si ke recevù ò cotanto asio de parlarli, ora mo vene a mi 
tante paure, ke né la mea mente né le mei parole remase con mi. 

Né le mei vertude né le mei force non é a mi, sì ke tremando 
a mi li mei pei e le mei mane, et algun bon abito né alguna con- 120 
vìgnivole volontade non é a mi. 

Eu pensai et aveva pensado en lo conponemento de la mea 
mente de dir ad ella, eoe a Galathea, plusor cause ; mai la paura 
si caca via tute le cause le qual eu voleva dire. 124^ 

prebet, nec mìnus infirmus sentit adesse malum. Conscilio Veneris michi non 
dolor aleviatur, set meus in tristi pectore regnat amor. Hactenus auxillii michi 
spes f uit omnis in illa ; spes modo dissesit et manet ipse dolor. Non miser evadam, 40 
me nauta reliquid in undis, . et portum quero nec reperire queo. Sed modo quid 
faciam? mea mens modo spectat ad illam, illi me noviter convenit inde loqui. 
Quam formosa, Deus I nudis venit unda capillis ; quantus et esset ei nunc locus inde 
lo"iui. Set sumpto tanti mihi nunc venere timores, nec mea mens mecum nec mea 44 
verba manent. Nec mihi sunt vires trepidantque manusque pedesque attonitoque 
nuUus congruus est abitus. Mentis in aft'ectu sibi dicere plura paravi, set timor 



SEC. XIII. // Sermone di P. da Bascape. 149 

Oi me, dise Panfilo, q' eu no son quelo q'eu soleva esere; ke 
apena qe me poss'eu cognoscere; mai quamvìsdieu ke la mea vose 
no me segua ben a dir quelo k'eu vojo, anpercò sì parlarai eu e dirai: 

Mo parla Panfilo a Galatea. 

12S " O madona Galathea, una mea neca de quel'altra vila sì te manda 

mile saludi; e manda a ti per mi lo so amore e lo so servisio. 

E no te cognose se no solamentre per lo dito de la cente e per 
lo to nome. Mai s'elo gè n'è logo, ao elo gè fosse, ella te desira 
132 molto a vedere. 

Li miei parenti e me' pare e mea mare sì me volse retenir iva- 
loga e quela vila; e quili sì prometeva a mi e volevame dar una 
f antasela con grande enpromessa . . . . „ 

excussit dicere que volui. Non sum qui fueram, vix me cognoscere posum, nec 
48 bene vox sequitur, set tamen inde loquar: « Alterius ville mea neptis mille salutes 

per me mandavit oficiumque sibi. Nec te cognoscit dictis et nomine tantum; sed 

te, si locus est, ipsa videre cupit. Illic me voluere mei retinere parentes, hii mihi 
spondebant cum sum a dote puellam . . . . » 



55. IL SERMONE DI PIETRO DA BASCAPE. 

Da Bascafè o Barsegape («a Basilica Petri») è nome di antica famiglia lombarda. 
Pietro dovette fiorire circa la meta del sec, XIII, giacché il ms. del suo poema, non ori- 
ginale ma copia, è del 1264, o tutto al più del isjif.. Questo poema, che V autore chiama 
« sermone » , riassume la storia del Vecchio e del Muovo Testamento, parafrasando per sommi 
capi il Simbolo degli Apostoli. Conservasi in un codice , già della famiglia Archinfi, 
ora della Biblioteca Nazionale di Milano, AD .XIII .48. Un saggio della sua scrittura 
-\ in Facsimili di antichi manoscritti, t. 43. 

JNo è cosa in sto mundo, tal è Ha mia credenca, 

ki se possa fenir, se la no se comenca. 

Petro de Barsegape si voi acomencare 
4 E per raxon fenire, segondo ke 1 gè pare. 

Ora omiunca homo intenca e stia pur in pax, 

Sed kel(ne)ge plaxe audire d'un bello sermon verax; vu^^x/^ 

Cumtare eo se volio e trare per raxon J^.:U»-V^(^'*^"***^ 
8 Una istoria veraxe de libri e de sermon, 

In la qual se conten guangii e anche pistore, " 

e del novo e del vedre testamento de Criste. 

/\lto deo, patre segnior, Jesu Cristo filiol de gloria, 

12 Dà a mi forca e valor; 16 Dà a mi seno e memoria, 
Padre Deo, segnior veraxe, Intendimento e cognoscanca 

Mandime la toa paxe; In tuta grande lialtanca, 



150 



// Sermone dì P. da Bascapè. 



SEC. XIII. 



-vH 



-V«-' 



Si me adrica in quella via 

Ke placa a toa grande segnioria. 20 

Spirito sancto, de toa bontà 

Eo ne sia. sempre inluminao; 

Inluminao e resplendente 

Del to amore sì sia sempre. 24 

E clamo marce al me segnio- 
Patre Deo creatore, [re, 

Ke possa dire sermon divin, 
E comencà e trare a fin, 28 

Como Deo à fato lo mondo, [mo, 
E comò de terra fo lo homo for- 
Cumel descendé de ciel interra 
In la vergene regal polcella; 32 
E cum el sostene passion <r\jUdy^ 
Per nostra grande salvation; V 

E cum vera al dì de l' ira. 
Là ó sera la grande roina;V 36 
Al peccatore darà grameca, I^^A^ 
Lo justo avrà grande alegreca. , 
Ben è raxon ke l'omo intenca A^^^ 
De %^' è traita sta legenda. 40 

L' altissimo Deo creatore 
De tuti beni comencadore 
\Plaque a lui in comencament^, 
y^Lo cel e la terra el creò, 44 

La luxe resplendente a far di- 
Lo sol, la luna e le stelle, [gnò. 
Lo mare e li pissi e li olcelli, 
Aer e fogo al firmamento, 48 

Bestie tute e li serpente. 
Partì la lux da tenebria, 
Partì la nocte da la dia, il*' 
Et a la terra de bailiaV. ^^' 52 
Potestà et segnoria. 
De le nasce lo alimento. 
Herbe e lenie e Tormento, 
Biave e somenca d'onna gran, 56 
Arbore e fruite d'omiunca man. W^*^ ^'^ 
E vide Deo e si pensare ),^'^ 
Ke tuto questo par ben stare. 
Possa de terra formò l'omo 60 
Et Adam gè mette nome; 
Sì li dà una compagna. 
Per la soa nome Eva se clama; 
Femena facta d'una costa, 64 



La qual a l'omo era posta. 

De cinque sem el gè spiroe, 

In paradiso i alogò. [xello 

El g' è d'ugni fructo d'arbor- \§St^" 

Dolce e delectevele e bello: 

Tal rende vita sanca dolore, 

E tal morte con grande tremore. 

In questo logo i à ponìi 72 

Segondo quel ki g'è plaxù. 

Quatro fiumi, co m' è viso, 

Èn in questo paradiso : 

Lo primer à nome Physon, 76 

Lo segondo à nome Geon, 

Tigris fi giamao lo tertio. 

Lo quarto à nome Eufrates. 

Questo lo^o veraxemente 80 

Lo piantò al comenc amento, 

In lo qual Deo segniore 

Adam è facto guardaore. 

Sì li fa comandamento, 84 

De le fruite k' è là dentro. 

De cascun possa mangiare ; j/i ^"i^^^' 

Un gè n' è ke 1 laga stare. ^. ^^*^ 

El è un fruito savoroso, 88 

Dolce e bello e delectoso. 

Da cognoscer e ben e 1 mal. 

Percò li ào vedao de niancà. 

Si 11 dixe per meco lo viso 92 

Lì aloga in lo paradiso: j^^it^owc^/- 

" Qualunca dì tu mangirae, ■'^ "^ 

Tu a morte morire,,. 

Tute le cose vivente 96 

D'avanco Adam lì im presente ij^ 

Serpente, ò:>ielo, co k'el criò, = "^^ 

Ad Adam li apresentò: .--<^^ 

K'el miti nomi com i plaxe, "^ 100 

E quilli seran nomi veraxe.L '^'^"^^'^^ 

Adam mete nome a le cose 

segondo quel k'el vose . 

Or sen partì lo creatore 104 
si cum gè plaxe, ciim à^segnio- 
Lo serpente ce ad Eva [^e^\l^' •^/v*'^ 
Dritamente là ó el' era. 
Plen de venin n'era 1 serpente 108 
Tosegoso e remordente, 
Sì portò mala novella 



SEC. XIII. 



// Sermone di P. da Bascape. 



151 



Comencamento de la guerra. 
112 Dix quella figura soca e rea: 

" Perqué non mangi, madona 

[Eva, 

Del fruito bon del paradiso? 

E molto bello, co m' è viso!„ 
ii6 Eva disse a lo serpente: 

" De le fruite k' èn ca dentro. 



i:;6 



ìnM^ 



>^ 



De tute mangiar possemo 

Ma un gè n'è ke nu schiveniò, i6o 

I20 Nu no r osemo ca mangiare, 
K' el partisce lo ben dal male. 
Quel segnor ke ne criò, 
Duramente ne 1 comandò, 

124 Ke nu de quel no fesomo torto, 164 

Ke nu seravem ambi morti„. 
Dix lo serpente a madona Eva: 
" Or ne mance ben volentera; 

128 Vu seri sicomo Deo; 

Cognoscerì lo bon e 1 reo, 

Vu seri de Deo inguale, 168 

Ke vu savrì el ben e 1 male„. 

132 Eva si à crecuo al serpente, 
Lo fructo prende e metel al den- 
Po ne de al compagnion, [te, 
Ke Adam 1' apell' a nome. 172 

136 Quendo 1' aven mandegao, 

Zascaun se ten per inganao, (j<^'**'^ 
E killi se videno scrini dhi^b^^^'^^^-^o^-^ 
Vergoncià, grami e unidhi. i,,itùc^*i.76 

I 40 Illi se volcen intro le frasclie,,y |k ^ , 
Come fai li ribaldi entro le stra- ^ Ai 

[ce;- 
De folie de figo, dixe la Scriptu- iSo 

Ke illi se fen la covertura. [ra, 

1 44 Pos meco dì vernando a lor 
Illi odìn la voxe del Segnior; 
Illi s' asconden intrambidù, 184 

De grande timore k'illi àn abiù. 

1 4 8 Quando lo Signor gè fo apresso, 
Et e lo clama li adesso: 
" è tu, Adam ? „ dixe lo Se- 

[gnior. 188 

Et el responde con grande tre- 

[more: 

153 " E' odi, meser, la toa voxe. 



De pagura me rescose: 
In per quelo ki era nudho, 
Sì me sonto asconduo „. 
Dix lo Segnior : " ki t' à mo- 

[strao 
Ki t' à quillo nudho trovadho. 
Se no lo fructo ke tu è man- 
[giadho ? 
de lo qual t'aveva comandadho 
Ke non mangiasi; e tu man- 

[giasi, 
Contra 1 meo dito tu andasti „. 
Adam casona la compagniesa 
E dix: " meser, eia fo desa, 
La femena ke tu m'è dao; 
Me de lo fructo, eo l'ò man- 

[giao„. 
La femena caxpiia lo serpente 
Ke rompe gè fé lo comanda- 

[mento. 
Lo Segnior ce a lo serpente, 
E 1 maledixe fortemente. 
Per co k' à fato sta folia: 
" Lo pegio to andarà per la 

[via; 
Sempre mai ke tu sii vivo. 
La terra sera to inimigo ; 
Entre ti e dona Eva 
No sera mai pax ni tregua. 
Lo filio ked bela avrà, 
E li toi ki nascerà, 
E' gè meterò tencon e guera 
Fin ke ne sera suso la terra. 
Suso lo co illi te daran. 
La testa toa illi la tucaran^ 
Illi guardaran li pei da te. 
Tu lor vorai grande mal per fe„. 
Po dixe lo Segnior a dona Eva 
Una menaca molto fera: 
" Multiplicarò li toi erore, 
E t'aparturirè con grande do- 

[lore. 
Tu avrà sempre de lo lupo 

[grande pagura, 
Et elo sera to segnior sanca 
[rancura „ . 



CJV»^'* 



152 



// Sermone di P. da Bascapè. 



SEC. XIII. 



Or se voice inverso l'omo, 
Brega gè dà in questo mundo. 
Dixe: " per co ke mi non obe- 192 

[disti, 
A toa mojer ancoi ere disti, 
Maledhegia la terra sia! 
In la tua lavorari^ 
Zermo nascerà garcon e spine, 196 
E vivere a grande fadige; 
Lo pan avrà con grande su- 

[dore, 
In grande grameca e in dolo- 
De chi a che tu retornerà [re, 200 
Da la terra unde te crea. 
Pulver fusto e pulver ee, 
Et in pulver tornar tu dì „ . 
Or a lor fa vestimente, 204 

De pelixe verax mente 
Sì li vestì lì aloe; 
Del paradis li descomioe. 
Esen fora e vasen via, 208 

En intrambidù in compagnia. 
Fano lì r albergaria. 
Illi lavoran feramente 
Per ben viver nudriamente, 212 
E si dan aver fiol anche loro, 
Tal' è rè e tal è bono, 
Tuti semo de loro ensudhi 
Ki in questo mondo semo ve- 216 

[nudhi ; 
Tal fan ben e tal fan 1 male, 
Segondo quel k'i à plaxé fare. 






Zetessemo tuti in ginugion 
E facemo a lui oration, 
Gante mo tuti d' alegreca 
Da la soa grande grandeca 
Cancon ke sieno spiritale, 224 

Ke nu debiesin de lu cantare: 



e lo sancto glorioso 

D'ognia bono e precioso 

Daghemo a lu loxo et honore; 228 

Del nostro incenso abian odor, 

Clamemo marce e pietà 

A quela sancta podhestà 

Ke tuto lo mundo à in bailia 232 

E perpetuale segnoria; 

Sì n dia gratia et ventura, 

Sens' e bontà e grande mesura, 

Ki al so amor posema stare, 236 

Pensare e dire et adovrare 

In quelo ke sia loro placimen- 

[to; 
Et sia a nu grande salvamen- 
E de quelo abia marce [to, 240 
Ke questo digio exponé, 
E 1 someliante vu apresso 
Ki ir avi inteso adesso 
Com molto gran devotion; 244 
Et a co ke nu habiemo salva- 

[tion 
Un paternoster et ave maria 
Debia dir per l'anima mia 
E con tuto per la vostra, 248 

A zo ki in gloria el sian poste, 
Zo è la sancta eternale. 
Là no se sente miga de male. 

Petro da Barxegapè ke era 252 
[un fanton. 
Sì à fato sto sermon. 
Sì compililo e sì r à s cripto 
Ad honor de Jesu Cristo. 

In mille duxento sexanta e 256 
Questo libro si fo fato, [quatro 
Et de junio si era lo prumer dì 
Quando questo dito se lenir, 
Et era in secunda diction 260 

In un venerdì abassando lo sol. 



SEC. XIII. Ricordi domestici del 1255. 153 



56. RICORDI DOMESTICI DEL 1255. 

Firenze, R. Archivio di Stato, Bigatto 1273: ms. originate; comunicazione de t prof . 
N. Zingarelii. Vedasi ora su questo documento C. Paoli in Miscellanea di filologia 
e linguistica C aix-C anello , Firenze, t886, p, gì. 

A nome dì Dio/ Provìnzano Martinelli da Chiana de la corte 
di Petrojo in Greti. avem komperato da lui il podere suo da Chiana 
od altrove, ke n'avesse in questa korte. avvene karta per mano 

4 di ser Rolenzo da Sunigliana, ke ne diede parola la moglie di Pro- 
vìnzano , e avvene un' altra karta , di questo podere, da Daniello 
figlio di questo Provìnzano e da la moglie , ke la fece Markiano da 
Fucinkio, ke l'avem kompiuta .... e deone avere dies quattro in- 

5 trante aprile, ano cinquantacìnque. 

Miniato, figlio Tinazzi da Chiana. avemo komperato la terza 

parte del podere ke fue di Tinazzo suo padre. avvene karta per 

mano di ser Jakopo da Kole Gonzole , ke s' imbrevò dies dodici in- 

12 trante aprile, ano cinquantacinque. avem la parola della moglie, e 

deve avere .... questo die di sopra. 

Figliuoli di messer Aldobrandini del duka da Petrojo. avem 

komprato da loro due pezzi di terra posti ad Aliana, la quale fue 

16 di Guido figlio Tinazzi d' Aliana di quella dì Provìnzano. avvene 

karta per mano di ser Jakopo da Kole Gonzole, ke s' imbrevò dies 

tres anzi kalende maggio nel 55, e deone avere fiorini .xxvii.... 

Anke avem komprato da loro medesimi sette pezzi di terra po- 
so stì nella villa d' Aliana, e quattro istaja dì grano, il quale dava loro 
Ispìnello e Venturo Petroni d'Agliana. àci fatta karta messer Ka- 
valli e Lazarino, de la loro metade, per mano di ser Perìno da Pa- 
gnava, ke s' imbrevò dì quattro ìntrante luglio ; e ànoci fata karta 

24 Prezìvalle e Manovaldì de" figli de messer Salvagio, ke la fece Pe- 
rino da Pagnava, ke s' imbrevò dies otto ìntrante luglio nel 55, ke 
ne deono avere .... queste due dì sopra. 

Spinello figlio Giovanni d' Aliana. avéli dato ad afitto uno pezo 

25 di terra posta a Rio d'Aliana in cinque ani, ke ci né de dare ogni 
ano cinque istaja di grano, a lo stajo enpolese. avvene karta per 
mano di ser Jakopo da Kole Gonzole, ke s' imbrevò dies dodici ìn- 
trante luglio. 

32 A dato Giaferro Triki .v. istaja di grano, tuto settembre nel 

cìnquantasei. à dato Giaferro .v. istaja di grano, ke ci ne diede 
danari.... a sua ragione, ove de avere nel quadernuccio de le per- 
ghamene, ìntrante settembre nel cinquantasei. 

IO, ms. pradre 28. de] ms. da 



154 Retorica di fra Guidotto da Bologna, SEC. xiii. 



57. IL FIORE DI RETORICA DI FRA GUIDOTTO 
DA BOLOGNA. 

Dì fra Guidotto nulla si sa di certo se non che la famiglia Guidotti fu veramente 
bolognese.) e che egli dedicò la sua opera a re Manfredi, quindi tra il 12J4 e il i2Óò^ 
^uesi' opera, siccome già dimostrò il Nannucci (Ma nuale , II, zi 3) è un comperulio della 
lì e t lorica ad Erennio volgarizzata or più or meno liberamente. Di essa si cono- 
scono parecchie copie fatte da toscani, tutte lontane abbastanza dai tempi deli'autore. 
Secondo uno dei copisti, Filippo di ser Geri da Rabatta, che viveva nel 1390 (coi. Rie- 
card. 2338), il vero autore del libro sarebbe stato Bono Giamboni, raffazzonatore di esso^ 
fra Guidotto. Il contrario si crede dal Sortoli (Star. d. le Iter, ital. III, 121-34) 
e più risolutamente lo afferma il Gazzani (Frate Guido tto , Bologna, 1884). Del 
resto, i varj mss. accanto alle forme toscane, che sono le più comuni, altre ns presentano 
qua e là noti toscane ; ora, se toscani furono i copisti, bisogna ammettere che le forme non 
toscane sono le più antiche. Chi potesse confrontare tutte le copie esistenti, forse ve- 
drebbe quelle forme non toscane moltiplicarsi e ne trarrebbe un testo probabilmente non 
dissimile per la lingua dalle formale epistolari di Guido Fava (v. n.° ig) e da altri scritti 
volgari del medesimo ora ritrovati. Negli estratti seguenti, si riproduce la lezione del 
cod. II, IV, 127 della Bibl. Nazionale di Firenze, supplendo nei luoghi guasti col testo 
seguito dal Nannucci, che si dà chiuso tra parentesi quadre. 

QUI COMINCIA LA RETHORICA NOVA DI TULIO, TRASLATATA DI GRA- 
MATICA IN VOLGARE PER FRATE GUIDOTTO DA BOLOGNA. 

ÌNel tempo che segnoreggiava lo grande e gentile huomo Giulio 
Cesare» ^l quale fu il primo imperadore di Roma, de cui Lucano et 
Salusto et altri autori dissero alti et maravigliosi versi nel quartode- 
cimo et .XV. anno dinanzi alla nativitade del nostro segnore Gesù: 4. 
in quel tempo fue un nobile et vertudioso huomo, cittadino nato di 
Capova, del regno di Pulglìa, il quale era facto habitante de la no- 
bile città di Roma, et avea nome Marcho Tulio Cicerone. il quale 
fu maestro et trovatore de la grande scienza di rethorica, cioè de S 
ben parlare; si trovò et ordinò per lo suo gran sermo naturale que- 
sta scienza di rethorica, la quale sormonta tutte le altre scienzie per 
la bisogna di tutto giorno parlare nelle valenti cose, sicome in fare 
leggi et piati civili et criminali, et nelle cose cittadine, sicome in 12 
fare battalglie et ordinare schiere, e confortare cavalieri nelle vicende 
delgl' imperii regni et principati, et governare popoli et regni et cittadi 
et ville, et strane et diverse genti, sicome conversano nel grande del cer- 
chio del mappamundo de la terra. et a contare brievemente la vita del \(y 
detto Marco Tulio volgilo che sappiate, ke elgli fu huomo intento de 
la sua vita amabile et costante di gratia et de virtù, grande de la per- 
sona et bene facto di tutte le menbra, et fue d'arme maraviglioso 
cavaliere, franco del coraggio, armato de gran senno, fornito di scienza 20 
et di discretione, ritrovatore di tutte cose. e io frate Guidotto da 
Bolongna, cercando le sue magne vcrtudi, sì mmi mosse talento di vo- 
lere alquanti membri del fiore di rethorica volgarizare di latino in 



SEC. XIII. Retorica di fra Giddotto da Bologna. 155 



24 nostra lingua, sicome apartiene al mestiere de' layci, volgarmente, 
et come conteremo per innanzi nel versificato che fece il gran poeta 
Vergilio, nel tempo che fu Actaviano inperadore augusto, figluolo 
adoptivo di Giulio Cesare. nello mperio de la sua dignità nacque 

25 Christo, glorioso salvatore del mondo. il quale Virgilio si trasse 
tutto il costrutto de lo 'ntendimento de la rethoricha, et più ne fece 
chiara dimostrazione, sì che per lui possiamo dire che l'abbiamo ri- 
trovata, et conoscere la via de la ragione et la thimologia dell' arte 

32 di rethorlca; imperciò che trasse il grande fascio in piccolo volume 
et recollo in abreviamento. e io considerando te et la tua gran 
bontade, alto Manfredi, lancia e re di Cecilia, sicome a dilecto et caro 
segnore, ne l'aspecto de' valenti prencipi del mondo, essere sopra gli 

36 altri re gratioso, ò conpilato questo libro, fiore di rethorica, ne l'or- 
natura de Marco Tulio, nel quale, secondo il mio parere, voi potete 
avere sufiìciente et adorno amaestramento a dire, per questo libro, in 
piuvico et in privato. 

Prologo. 

40 Acciò che la vita è corta, e l'arte è lunga e 1 mestiere e 1 bi- 

sogno, non potemo in tutto considerare pienamente il nostro volere, 
ma piglierenne una partita brievemente, sicome il nostro segnore Idio 
ci donerae de gratia ; et diremo come l'uomo, per la vertù che Igli 

44 è data da la somma potentia di Dio nella lingua, di sapere favellare, 
perché avanza tutti gli altri animali. sicome noi avemo detto di 
sopra, avanza gli altri huomini e le bestie: et quanto, per la detta 
cagione, è più nobile et migliore che gli altri animali, cotanto l'uno 

45 huomo è maggiore et migliore che nonn è l'altro, in ciò ke sa favel- 
lare meglio et più saviamente; che, tutto che la reynale pecunia sia 
mantello, lo quale molti vizii ricuopre fra le genti, non fa ricoperta 
di colui che non sa bene dire. e io però, vegendo ne la favella 

52 tanta vertude et utilitade, sì misi tempo .et compilai in istudio per trarre 
a fine questa opera. non certo che fosse mia credenza, che sola la 
bella favella in sé avesse tanta d' utilitade, se colui che sa bene 
favellare non avesse in sé senno e giustitia. anzi, sanza le dette due 

'~<n cose, secondo ke dicono i savii, è quella persona pestilentia grandis- 
sima del suo paese et del suo comune, perché la favella sua si è 
comò uno coltello aguto e talgliente in mano d'un furioso; ma se 
l'uomo àe in sé senno in sulle cose in sapere ben provedere, et à in 

60 sé giustitia, cioè ferma voluntade di volere le cose ben disporre et 
dirictamente volere giudicare, sì Igli fae bisogno di sapere favellare, 
acciò che sappia le cose mostrare et aprire. et sanza la favella sa- 
rebbe la bontà com uno tesoro riposto sotterra, che se non è saputo, 

64 più che terra non vale. et da che la favella è accompagnata in al- 
cuna persona co la justitia e col senno, si rende sì perfecto l' uomo, 
eh' è tanto melglio che non sono gli altri, quanto v"ò mostrato di sopra. 



156 Retorica dì fra Guidotto da Bologna. sec. xiii. 

quanto sono gì' uomini per la favella melglio che gli altri animali ; 
però che molto vale, sé medesimo ed è molto utile et caro ad altrui, 68 
sì al suo comune sì a' suoi amici et a' parenti, che sovente volte n'ànno 
conforto ne' loro facti et grandissimo consiglio e refuggio, avendo 
savio dicitore. dunque qualunque persona à voluntà et vuole sapere 
bene favellare et piacevolmente, sì si peni et pensi d'avere in prima 72 
senno acciò che cognosca et senta quello che dice. poi prenda fer- 
ma voluntà da operare giustitia et misura et ragione , acciò che la 
sua parola non si possa altro ke ben seguire. et questo libro legga 
sicuramente, et senta meco certi amaestramenti che sono dati dal sa- 76 
vio in sul favellare. et da che gli à lecti et bene impresi, sì usi 
spesse volte il dire : perché il ben parlare si è tutto dato a l'usanza, 
che ongni cosa s' acquista per uso et abassa molto per disusare ; et 
sanza usare non può essere alcuno buono parladore 80 

Ragionare. 

Ed è un altro ornamento che si chiama ragionare, il quale à 
luogo quando il dicitore da sé medesimo addomanda la ragione di 
quello che dice, et di ciascuno suo detto rende ragione, in questo 
modo: I nostri maggiori, quando vedeano la f emina rea d'alcuno 84 
peccato, sì l'aveano poscia per rea de molti altri peccati, in che 
modo ? quando vedeano la femmina luxuriosa, sì l'aveano per vele- 
nosa incontanente, per che cagione ? perché chi corrompe il corpo 
suo di luxuria, bisogno fa che tema molte persone cui ella conosce. 88 
et quali sono queste ? il marito, il padre, i fratelli, la madre et l' al- 
tre persone cui ella conosce che 1 facto suo torni a vergogna. che 
ne interviene adunque ? de quella cotale paura eh' ella àe, sì avelena 
incontanente colui de cui ella àe paura, s' ella puote, et non si tem- 92 
pera mai di neuna malitia, sì ssi sente paurosa et de sì grave pec- 
cato, che 1 calore de la luxuria la fa ardita; e la f emina è d'una 
natura che non considera mai che del facto si può seguitare. dun- 
que qual f emina è colpevole c'abia avelenato alcuna persona, bisogno 96 
fa che sìa luxuriosa? assegnane la cagione. perché neuna cosa 
muove la femìna in quel facto così agevolmente, come il vizio de la 
luxuria ; et quando il suo animo è corrocto, non credono i savi che 1 
suo corpo sia casto. interviene degl'uomini il somigliante? certo 100 
no. per che cagione? perché ciascuno desiderio muove l'uomo al 
suo maleficio, ma la femina per un desiderio solamente si muove a 
fare molti peccati. item: Molto bene giudicaro li nostri magiori, 
che 1 re che fosse preso in battalglia, non dovesse poscia essere morto. 104 
per che cagione? perché colui eh' è iguale in prima con noi, e la 
ventura il mette poscia in nostra podestade, noi dobbiamo uccidere, 
poscia potrebbe altri dire: come? non ci venne indosso coli' oste? 
certo ciò dobbiamo noi dimenticare tostamente, per che cagione? per- loS 

103. ms. dopo giudicaro ripete bene 



SEC. xra. Retorica di fra Gitidotto da Bologna. 157 



che colui è de grande animo, che non àe per nemici coloro che sono 
vinti, ma per huomini, acciò che la nobiltà possa menomare battal- 
glia, e la sua humilitade generare pace. e se avesse vinto, avrebbe 

1 1 2 elgli facto il simigliante ? forse che no, che non avrebbe avuto tanto 
senno. perché dunque si perdona a costui? perché tanta mattia 
si dee dispregiare et non seguitare per li savi. questo ornamento 
tiene molto atteso l'animo de l'uditore, sì per belle parole, sì perché 

ii6 de le cose ode render ragione. 

Color qui dicitur designatìo. 

E un'altra che s'appella disegnamento, la quale à luogo quando 
il dicitore disegni che gravi cose d'alcuno facto si possono seguitare 
per innanzi, in questo modo : Se questo reo huomo, eh' è ora caduto 
I20 alle mani del comune, non fie punito per voi, et de le vostre mani 
camperà, incontanente, sicome leone o altra crudele bestia scatenata, 
andrà per la città et per lo contado uccidendo et rubando et ardendo 
amico et nemico, forestiere et cittadino, e 1 comune poscia non si po- 

124 tra dì costui atare. però, messer la podestà, deliberate i nostri cit- 
tadini de le mani di costui, et a voi medesimo provedete; perché, se 
questi de le vostre mani camperà, contra voi medesimo si rivolgerà 
questa fiera et sarete in gran parole de campare. item: Messer 

125 podestà, se di costui prendete troppo aspra vendetta, non solamente 
costui, ma molti altri per la vostra sententia saranno puniti ; perché 
questo giovan'è nato da grande sangue, e 1 padre è un vecchio e 
ttutta la sua speranza è oggi in costui, e' suoi figluoli son pargoli 

132 tutti, et anno molti nemici; sì che incontanente, privati del loro pa- 
dre, verranno loro adesso et torranno loro le case e le terre et cac- 
cerannogli via, et neuno sarà poscia chi gli difenda o chi si levi per 
loro. item: Se non vi difenderete francamente, et lascerete vincere 

136 la vostra città, potete bene essere certi che incontanente, presa la 

, terra, tutti quelgli da arme saranno morti et spezzati. i vecchi e le 

femine e i pargoli, qual sarà morto dinanzi a suo padre, et quale 

storpiato ; quelli che rimarranno , saranno tutti presi et venduti per 

140 servi, e sarà sceverato il marito da la molglie, e 1 padre dal figluolo, 
et l'uno fratello da l'altro, li quali avea congiunti la natura ; la vostra 
città sarà arsa e tutti li beni vostri verranno a le mani de' nemici, 
neuno potrebbe contare le cose che n'averrebbe. per questo orna- 

144 mento, onde s'aprono molto le cose che possono incontrare, o recasi 
r animo de l'uditore a misericordia, o rendesi indignato. 

Lenitio. 

E un'altra che s'apella punimento; il quale à luogo quando so- 
prastiamo in un luogo a dire sopra una medesima cosa, et pare che 

117. altra] suppl. sentenzia 132. ms. privato 



158 Retorica dì fra Giildotto da Bologna. sec. xiii. 



noi diciamo cose diverse; et puossi fare in due modi: l'uno quando 148 
diciamo quella medesima cosa ch'è già detta di sopra ; l'altro, quando 
non quella medesima cosa, ma di quella diciamo. quando ridi- 
ciamo quella medesima cosa ch'è detta già di sopra, sì Ila ti con- 
viene ridire per altre parole, perché se le dicessimo per quelle 152 
medesime parole, non sarebbe ornamento, ma sarebbe detto nojoso. 
questo è l'exemplo: Neuno pericolo è sì grande che li savi huo- 
mini vogliano fuggire per fare salva la città loro, per campare il 
comune loro, che non perischa. coloro che son savi non si danno 156 
travalglio, non schifano travalglio né pericolo neuno. del secondo 
modo, quando non ridiciamo quella medesima cosa, ma diciamo de 
quella, et questo è l'exemplo. volendo il dicitore dire che per di- 
fendere il suo comune non si dee fuggire pericolo neuno, sei dirae 160 
in questi modi: Color che son savi, per lo comune non schifano 
mai pericolo neuno; perché chi per lo suo comune non vuole pe- 
rire, col suo comune spesse volte perisce; conciò sia cosa che de la 
città, ove l'uomo habita e ogni suo bene, neuno pericolo vi dee avere 164 
grande per camparla; dunque chi fugge quel pericolo, perché per 
lo suo comune il dee pilgliare, ma altrimenti si porta, perché fuggie 
da sezzo vitiperando. ma chi propone il pericolo del comune al 
suo spetiale, fa saviamente; perché al suo comune rende il debito 168 
suo, et vuole per molti più avaccio perire, che con molti vivere per 
la vita che de la natura àe avuta et per lo suo paese l' à conser- 
vata; con ciò sia cosa ca la natura la renda per lo suo paese, quando 
fa bisogno, non darla, et a grande onore potendo morire, et volere 172 
con disonore vivere. et com è da riprendere colui che, quando na- 
vica, più avaccio la nave che le persone intenda a salvare; così di 
colui è da fare beffe et schernie, che in sul grande pericolo più 
provede al suo salvamento che a quello del comune; perché, spez- 176 
zata la nave, molti ne possono scampare; ma quando perise il co- 
mune, no nne scampa neuno. per la qual cosa possiamo dicere che 
[Decio] si portò saviamente, che per campare la città sua si mise a * 
la morte, a fedire li nemici, [e ricomperò] per vii, cosa certana, et iSo 
per piccola, grande; diede la vita et fecie salvo il paese; partissi 
l'anima, accattò grolla et honore, il quale non menoma ma sempre 
cresce et inforza. dunque, se per viva ragione et grandissimi exem- 
pli t'ò mostrato che per lo suo paese si dee l'uomo mettere ad on- 184 
gni rischio, savi debbono essere tenuti coloro che, [per] far salva la 
città loro, non schifano pericolo né fatica neuna. questo è bel- 
lissimo ornamento, per lo quale una medesima cosa in molti modi si 
ridice, et sempre pare che si dica altre cose: et fassi solamente al 188 
buono dicitore, e chi l'usa di fare, appara tosto a bene parlare. 

Similitudine. 

Ed é un'altra sententia ch'é appellata similitudine, la quale à 
luogo quando il dicitore mostra alcuna cosa che vuole dicere, per 



SEC. XIII. Retorica di fra Guidotto da Bologna. 159 

• 

192 un'altra ke a quella sia simigliante ; et questo fa per ornare il detto 
suo o per renderlo più approvato, o per darlo a intendere melglio, 
o per farlo sì aperto come se in presenza e dinanzi algli occhi de 
l'uditore sì facesse. per ornare il detto suo fae il dicitore in que- 

196 sto modo: Non come colui che pilglia il pennone, per correre 
nel prato, da colui c'à corso melglio; così la podestà nuova che 
pilglia la segnoria, de la vecchia è migliore; pere' afaticato, colui c'à 
corso, rende il pennone ad un altro, che corra. ma la podestà giae 

200 usata rende la segnoria a la nuova. in questo luogo sanza al- 
cuna similitudine potè il dicitore dare a intendere il detto suo chia- 
ramente in questo modo : La podestà nuova non è perciò melgliore 
che la vecchia , perché ne sia la vecchia rimossa e la nuova entri 

204 in suo luogo; ma fece quella similitudine per dare alcuno ornamento 
al detto suo. per rendere più approvato il detto suo, fa similitu- 
dine il dicitore in questo modo: Né 1 puledro non domato, ave- 
gna che sia buono, può essere acconcio a quella utilità che F uomo 

208 desidera del cavallo ; né ll'uomo non usato, avegna che sia ingegnoso, 
può essere di molta bontà. questa similitudine rende il detto del 
dicitore più approvato, ed al detto suo è data più piena fede, per- 
ché né ir uomo non può essere de gran bontà, se prima non usa, né 

212 1 puledro, se prima non é domato. per rendere il detto suo più 
chiaro et aperto, fa similitudine il dicitore in questo modo: Non 
come coloro che corrono, debbono fare coloro che sono amici ; per- 
ché basta a colui che corre, correre infino a la fine del suo corso; 

216 ma colui ch'é amico, dee il fine passare et amare i filliuoli , poscia 
che l'amico sia morto. questa similitudine dà ad intendere mel- 
glio il detto suo de colui che favella ; fallo più chiaro et aperto, per- 
ché basta a colui che corre, di essere de tanta leggerezza e fforza, 

220 che corra infino ala fine del suo corso; ma l'amico é di tanta fede 
et amore a l' amico portare , che valichi il fine , cioè la vita del- 
l'uomo, e passi i figluoli. per fare la cosa che *i dice sì chiara et 
aperta, come se in presenza et dinanzi algli occhi delgli uditori si 

224 facesse, fa il dicitore similitudine in questo modo: Come giullare 
che si lieva in pie per giocare, ch'à una bella persona, ed è di scia- 
mito vestito, ed à un bel capo biondo, pettinato con bella corona di 
ghirlanda in testa, et tiene in mano uno maraviglioso stormento, tutto 

228 dipinto et lavorato di viverlo, et per le dette cose corrono molte 
genti a vedere, et aspectano di vedere un bellissimo giuocho; e 
stando ogn' uomo queto et attento , comincerà questi a cantare con 
una boce fioca et con un bruttissimo modo, et sconciamente menerà 

232 l'anche e i piedi e le mani quando verrae a ballare; quanto più sarà 
stato acconcio et guardato dinanzi, cotanto sarà facto di lui mag- 
gior belle eschernie; così quanto l'uomo sarà più riccho et gentile, 
et averallo la ventura messo in grande stato, se in sé non avrà senno 

236 et larghezza et bontà, quanto più sarae guardato per le cose che 
sono in lui, tanto più sarà schernito et avuto in dispregio et cacciato 



160 Docmnento -pistojese del i2^g. sec. xiii. 



dell'usanza de' buoni. questo simile è così al facto simigliante, 
sì nella bontà, come nell'altro, e rende la cosa che si dice, [sì chiara 
e aperta, come se in presenzia e dinanzi agli occhi degli uditori si 240 
facesse. nelle similitùdini] che si pongono, dee sempre il dicitore 
servare, et a quello che dice et alla similitudine che pone, renda 
sempre le sue propie parole... 

242. ms. et che a quello 



58. DOCUMENTO PISTOJESE DEL 1259. • 

Firenze, R. Archivio di Stato, scrittura originale, edita da F, Berlan nel Pro~ 
pugnatore IX, I, 2J^. 

In nomine Domini, ame. questo este lo quaderno dei kapi- 

tali de la compangnia, la quale si dice dei Boni, ciò è di mesere 
Giunta Kerardi e di Jacopo F oresi e di Thakaria Jacopi ed Arriko e 
Fucio, filioli Dolciamori, e di Lambertino de lo 'nsegna; lo quale qua- 4. 
derno volemo tuti in konkordia che sia dato a li quatro u a li tre , 
li quali venisero in konkordia per eso. 

In nomine Domini, ame. questi sono li kapitali nuovi sokondo 
ke 'ntendrete innanthi saldemo rasione in kalende macio ne la sen- S 
gnoria di mesere Cencio di Kerardini di Fiorense a la 'ntrata de la 
sua segnoria mesi quatro; korea ani Domini .mcclviiii. 

Questo este lo kapitale di messer Ciunta: este lire .dccxxxiii. 

Questo este lo kapitale Lambertini, lo quale este dei nepoti, de 12 
li f anelili Aldibrandini : este lire . dclxxv . 

Questo este lo kapitale Lambertini, lo suo propio : este lire . dccl . 

Questo este lo kapitale Arriki: este lire .dccc. 

Aci anko Arriko lire .lxi. 16 

Àci anko Arriko lire .xxxvi. 

i quali àe dal f anelilo ser Rùberti: elicli da Jacopo Fortebracci 
per lui. 

Questo este lo kapitale Fuci: este lire .dcclxv. 20 

Àci anko lire .l . e soldi . xi . 

Questo este lo kapitale Thakaria: este lire .ccxl. , 

Questo este lo kapitale Jakopi : este lire . dlxv . 

Questo este lo kapitale de T eredi Cullianini: este lire .cxxvii. 24 
e soldi XVI. 

Questo este lo kapitale di madonna Parmisiana: este lire .ccxxiii. 
e denari . xri . 

Questo este lo kapitale de l'eredi ser Ruberti : este lire, cclxiiii. 2S 

:i. lire] ucl ms, sempre abbreviato 1. tranne chi alle r. 41 e 45. 



SEC. xrir. Lettera senese del 1260. 161 



Questo este lo kapitale de monna Gemma : este lire . cxviii . 

Montano per tuto i kapitali , li quali sono iscriti in questo qua- 
derno da qui indirietro, centina] a . liiii . e lire .viii. e soldi .viii. 
32 Questi sono li avantaci, li quali sono ordinati in conkordia per 

li compangni. 

De avere Arriko d' avantacio di quello del corpo de la compan- 
gnia lo quadannio che faranno lire .ce. 
36 De avere Jakopo lo quadannio che faranno lire .cl. 

De avere Lambertino lo quadannio che faranno lire . e . 

De avere Fucio lo quadannio che faranno lire . l . 

De avere Francessco lo quadannio che faranno lire . l. . 
40 Ordinamo che casscuno de companni di koloro ke vanno di fuori, 

abbia arnesi di suo, ed abbia da la compangnia lire .111. peranno. 

Ordinamo che posa trare cascuno dei companni, li quali sono 
isscriti in questo quadrerno, lire sete per centinajo per anno, e posa 

44 trare, s'elli àe avantacio, altresì kome per lo kapitale; e se trajese 
più, si posa trarre per anno lire . xx . e cinque, in questo modo : 
k' elli debbia iscontarsi del quadannio quello ked avese da la compan- 
gnia per lo tempo korso, secondo kome piliase ke linde avese trati. 

45 Ordinomo anke ke nessuno compangno mettrà dinari ne la com- 
pangnia meno di lire diece, nond' abbia quadannio. 



59. LETTERA SENESE DEL 1260. 

Fu pubbbicata da P. Fan/ani ne 11^ appendice alle Letture di famig Ha , agosto, 
t8S7, secondo Pantografo, che era posseduto dal sig. Giulio Bandinelli-PaparoTti già Ban- 
chi di Siena; cf. Paoli e Piccolomini, Lettere volgari del sec. X 1 1 1 , p. 13-24.. 

A JACHOMO GUIDI CACIACHONTI E NON ALTRUI DETUR. 

In nomine Domini, amen. Responsione de le Iettare di Fran- 
cia del primo messo de la fiera di Provino di maggio anno mille 
dugento sesanta. 

Jacomo Guido Chaciaconti ; Jacomo e Giovanni di gli altri 

chonpangni ti salutano, e facenti asapere che noi avemo bene le Iettare 
che tu ne mandasti per lo messo de la merchantia de la sopradetta 
fiera di Provino di maggio del detto anno: e per esse Iettare inten- 
demo bene ciò che tu ne mandasti dicendo, e adoparéne bene in ciò 
che a noi sarà da aoparare chagiuso. pe la quale cosa ti pregiamo 
te, che tu istiei inteso, et siei solecido a fare et adoparare bene ciò 
che tu ài a fare; e spiciale mente ti pregamo che tu abi guardia a 
mettare e a prestare chello che ài intra le mani, et che ti vera per 
innanzi, in buoni pagatori et in sichuri, sì perché noi i posiamo ria- 
vere a tutte le stagioni che mistiere ne fusse; et che noi e' rivolesimo. 
e di ciò fare chiamamo merciede a Dio nostro signiore, che ti dia 



162 Lettera se?iese del 1260. SEC. xm. 



grazia di sì farlo, che sia onore de la tua persona, e la conpangnia 16 
se ne ritruovi in buono istà. amen. 

Sappi, Jachomo, che noi iscrivaremo bene ciò che noi avaremo 
a scrivare, e spiciale mente chello che tu ne mandarai dicendo per 
tua lettara, sichome de' tuoi auti e de' tuoi renduti, e le prestanze 20 
le quali tu farai, sichome tu ne 1 mandarai dicendo per tua let- 
tara et per cìaschuna fiera, chosì per ciascuna fiera li scrivaremo e 
metaremo nel nostro libro: li auti poremo a' tuoi auti, e' renduti po- 
remo a' tuoi arenduti, e le prestanze iscrivaremo a le prestanze, si- 24 
come avemo chostumato di fare da chi indietro. per ciò neuno de- 
najo che tu richolgi, o che ti venga a le mani, quando tu ce l'ai 
mandato dicendo una volta per tua lettara, che tu non ce 1 mandi 
dicendo più, per ciò che sì tosto chome tu ne l'ai mandato dicendo, 28 
chosì tosto i metemo, chelli che tu ne mandi per auti agli auti, e' ren- 
duti ponemo a' renduti, e le prestanze a le prestanze; e chosì fa- 
cemo per ciascuna lettara: per ciò, se tu ne 1 mandasi dicendo per 
più d'una lettara, vedi che no sarebe buona opera; che per quante 33 
volte tu me 1 mandasi dicendo, per tante volte el metaremo ne libro, 
a chello modo che noi tenemo: per ciò sì te ne guarda. e ciò ti 
dicemo per le tre libre di provesini che ne sostene Testa Tebaldi e 
dà Tederico Lei ; che ne ricevesti trenta e quatro soldi meno quatro 36 
denari; e àmelo mandato dicendo per parechie Iettare; che, se no 
se ne fusimo rachordati avareli mesi una volta a' tuoi auti, sì si sa- 
rebero mesi un' altra: per ciò te ne guarda di no mandamelo dicendo 
per più d'una volta. 40 

E chome ti mandamo dicendo per l'altra lettara, chosì ti dicemo 
in chesta che tu no ti maravigli, perché noi abiamo venduti pro- 
vesini e vendiamo; che sapi , Jachomo, che noi semo in grande di- 
spesa e in grande facenda, a chagione de la guerra che noi avemo 44 
chon Fiorenza; e sapi che a noi pur cho viene avere de' denari per 
dispendare e per fare la guera; onde noi vedemo che noi no potemo 
avere denari da neuna parte, che sia meglio per noi, che a vendare 
provesini. e se tu voli diciare che noi togliamo in presta chagiuso, 48 
non è buono per noi; che sapi eh' e denari ci sono valuti, da uno 
merchatante ad altro, cinque denari e sei libra; e altri che no siano 
merchatanti sono valuti diece danari e dodici in chorsa, et ancho sono 
in chello istato: or vedi che 'nprontare avemo noi chagiuso! per ciò 52 
no ti spiacia, perché noi vendiamo provesini; che noi amamo meglio 
di stare in devito in Francia, che noi non amamo di starene chagiuso 
in devito, né di vendare isterlinio: inperciò cne vale troppo meglio 
per noi, avendoli noi a chello costo i provesini che tu li ài ogi, che 56 
no varebe a vendare lo sterlino né a' nprontare chagiuso; perciò 
che noi traemo più utulità d'Ingilterra che noi no faremo di Fran- 

19. tns. scivare 22, ms. scivaremo 24. ms. iscivaremo 30. ms. 

re venduti 38. ms. avateli 



SEC. XIII. Lettera senese del 1260. 163 



eia ; e a tolare in presta ogi chagiuso sarebe più el chosto che noi 
60 daremo, che no sarebe el prò che noi n'avesìmo in Francia. per ciò 
ti piacia ciò che noi faemo, e no te ne maravigliare neente. e sa- 
pi, Jachomo, che se nel paese di Francia si guadagniase melglio che 
no vi si può guadagniare ogi, noi faremo bene sichome tu avaresti 

64 de' provesini asai, sì che tu potresti avere bene chello achontio che 
tu volessi, e del guadagnio che si facese nel paese, avaremo Bine la 
parte nostra; e di ciò istà arditamente. 

E intendemo da te per la tua lettara, chome eri ìstato sanza Ta- 

65 lomeo Pelachane, e chon Talomeo Pelachane, dinanzi dal diano di 
sa Stefano di Tresi, per lo fatto di Leon so Rodano, e chome fave- 
laste e ragionaste asai col prochuratore del detto arcivescovo di 
Leon so Rodano, e cho lui no poteste trare né chapo né achordo 

72 neuno, che buono fusse per noi; né no potevate trare, se noi non vi 
mandasimo lettara da chorte di papa sopra a llui; unde sapiate che noi 
avemo autat anta briga e avemo, a chagione de la guerra e di fare 
oste e chavalchate, che noi no v'aviamo ponto intendare per avela 

76 achatata: unde sapi che, sì tosto chome noi avaremo ispazio di potervi 
intendarvi, noi v' antendaremo, e prochaciaremo sichome voi l' avarete 
la detta lettara sopra a loro. 

E ancho intendemo da te per la detta tua lettara, chome tu a Ta- 
so lomeo Pelachane eravate istati a Bonicho Maniardi, e avateli detto 
come voi volavate andare a Leona, per sapere se voi poteste trare 
achordo o chapo neuno cho lui; e el detto Bonicho vi rispose e disse, 
che voi andaste in buon' ora, che egli no pagarebe de le spese neuna 

84 chosa, se Mino Pieri no li li mandase dicendo, che vi disse che Mino 
no ne li aveva mandato dicendo neuna chosa. unde noi di ciò ne 
maravigliano, chon ciò fusse chosa che noi ne fumo in chonchordia 
cho Mino Pieri chagiuso, e Mino ne disse che i mandarebe dicendo 

SS ch'elli ne pagase, per la parte sua, ciò che ne tochase; e noi no ne 
potemo per chesta lettara diciarten' altro, per ciò che Mino Pieri è 
ne r oste a Montepulciano, quando iscrivemo chesta lettara. per 
l'altre Iettare ne saremo cho lui: e s'eli no li l'avesse mandato di- 

92 cendo, s'i diciaremo che li li mandi dicendo, e a te ne divisaremo ciò 
ch'elli ne rispondarà. 

E ancho intendemo da te, per una tua cedola, che noi dovesimo 
pregare Orlando Buonsigniore, ch'elli dovese mandare dicendo a' soi 

96 chompangni di chetesto paese che, quanto tu volesi inpronto da' soi 
chonpangni, eh' elino tei facesero, che potrebe esare grande prò di noi. 
per la quale chosa ti dicemo chosì, che el detto Orrando Buonsigniore 
non era a Siena quando chesta lettara si scrisse, anzi era ne l'oste 

100 a Montepulciano; per ciò, quando egli sirà tornato, sì saremo a llui, 
e richordarelili, e crederne bene ch'elli ce ne farà a piacere. sapi, 
Jachomo, che io Vincenti sì darò sesanta a madonna Pacina, sichome 

99. ms. scisse 



164 Lettera senese del 1260. sec. xiii. 



tu mi mandasti dicendo; e mandati pregando Nichelò di domino Ni- 
y^Yl-i- chola, che, se tu no li ài venduto el suo chrcivaldo de la biffa, che 104 
che tu li li faci vendare per lo suo amore. egli te l'avarebe man- 
dato dicendo per sua lettara, s'eli no fusse ìstato ne l'oste a Monte- 
pulciano; che v'andò anzi che le Iettare si scrivesero, e pregòne me 
Vincenti ch'io tei dovese iscrivare in chesta lettara. loS 

Anco ti facemo asapere che noi aviamo venduti cento sei libre 
di provesini a Jachamo libertini chanbiatore, a pagare ne la fiera 
di s. Giovanni, anno sesanta; e vendemoli a razone di trenta e tre 
soldi la dozina, e se n'è pagati. per ciò sì i pagarai a Rinbotto Buo- 112 
najuti per lui, a sua volontà; e quando i farai el pagamento, sì ne 
fa fare la scripta ne libro d'i signiori de' merchatanti, chome si chu- 
stuma di ^are. 

E ancho n'avemo venduti vinti e quatro libre di provesini ad 116 
Achorso Guarguaglia e a sua chonpangnia, a pagare ne la detta fiera 
di s. Giovanni, a razone di trenta e uno la dozina, e semone pagati, 
per ciò sì i paga a Gregorio Rigoli a sua volontà per la detta fiera; 
e quando i pagi, sì ne la fare la scripta ne libro de' signiori de' 120 
merchatanti, chome si chustuma di fare. 

D' altra parre ti volemo fare asapere d' i chonvenentri di To- 
scana; che sapì, Jachomo, che noi semo ogi in grande dispesa et in 
grande faconda, a chagione della guerra che noi avemo chon Forenza. 124 
e sapi che a noi chostarà asai a la borsa, ma Fiorenza chonciaremo v.fe: 

noi sì, che giamai no ce ne miraremo drieto, se Dio di male guardia 
messere lo re Manfredi, a chui Dio dia vita, amen. sappi, Jachomo, 
che noi avemo guasto tutto Cholle e Montalcino intorno intorno, e a 128 
Montepulciano andamo per guastare ; unde el Montepulcianese vide 
che noi li eravamo indosso e guastavàlo, inchomìnciò a tenere mene 
di choncia, e bastaro le mene parechie dì; e achordasi le mene in che- 
sto modo: eh' elino dovevano fare la fedeltà di messer lo re Manfredi 132 
e di Siena, e di giurare la fedeltà, ciascuno di Montepulciano, per bo- 
cha a uno a uno da quartordici anni isino a setanta; e di ciò fare, 
diserò che ne farebero inprometare al chumune di Perogia, soto certa 
pena, che chelo che el chomune di Montepulciano n'aveva inpromes- 136 
so, che el chomune di Perogia el farebe avere rato e fermo, soto 
chela pena che posta era. e andò la detta choncia chotanto innanzi, 
che tutti cheli di Montepulciano giuraro la fedeltà del detto re, a uno 
a uno, chome ordinato era di fare, da quatordici a setanta anni; e 140 
bastaro a fare le saramenta parechie dì. e quando ebero facte le 
saramenta, e noi ce ne partimo e noi guastamo più, e tornamene a 
chasa. e venivane pur asai de' Montepulcianesì in Siena cho loro mer- 
chantie e di grano e di vino ed altre merchantie, cha s'aferivano da 144 
noi a loro; e credeva onnie uomo che elino fuseno nostri amici. e 

107. >«,«. scive.<ero loS. wi«. iscivare 114. /«.«. scipta 120. tns. 

scipta 12S. ma, cholte. 



SEC. XIII. Lettera senese del 1260. 165 



stando noi intorno di quattro dì, ed elino no ne mandaro dicendo 
che noi andasimo a ricevare la promesione, ch'elino ne dovevano fare 

14S lare al chomune di Perogia; e noi facemo anbasciadore, e mandamo 
dicendo ch'elino ne facesero fare chelo ch'elino n'avevano inpromes- 
so, ed elino risposero ch'erano istati al chomune di Perogia, e ave- 
vaiolo messo innanzi; ed elino no ne lo volsero fare neente, onde noi 

152 odendo chosì, credemo esare inganati. dimandamoli istadichi per 
ch'elino atenesero ciò ch'avevano inpromeso, ed elino no ne volsero 
fare neente. noi in chesto chonosciemo la loro male inchorata, e 
ch'elino l'avevano fatto per chanpare el guasto eh' el' aveva, el più 

156 bello ch'elino avesero poscia che Montepulciano fu chastello. in- 
chontanente si partì el chonte Giordano chon tuti i chavajeri tedeschi 
e senesi e col terziero di cita , e andò là per guastarlo ; e guastalo r jì uuVKA^^tw/*^ 
onnie dì ; e tuta volta ano mena di choncia. che si farà per innanzi, ^ 

160 noi no sapemo: insino a chi, istà chosì. e sapi che ne la cita di 
Siena sono posti ottocento chavali per dare morte e distrugimento a 
Fiorenza ; e sapi ch'elino ano sì grande paura di noi e de' nostri cha- 
vajeri, eh' elino si schonpisciano tutti , e non aspetano in neuna parte 

164 là 've eglino siano ; che sapi che quando noi guastamo ChoUe, eglino 
trasero popolo e chavajeri isino a Barbarino; ma venero a malotta, 
che ce n'eravamo partiti dal guasto e tornati in Siena d'uno dì. in- 
chontanente che noi el sapemo, traemo tutti, popolo e chavajeri, e 

168 andavanne a loro. traemo insino a Pogibonizi. ine sapemo ch'elino 
erano fugiti ed andavansi via: noi rimandàmo el popolo a Siena, e' 
chavajeri lo' trasero dietro, e andavali chaciando di pogio in pogio 
chome gativi; e andaro ardendo e abrusciando isino apresso a Fio- 

172 renza àr^uatro miglia. (v^uoi vedere, s'* elino ne dotano e avon e. 
paura di noi. e sapi che noi a loro daremo el malano unguannoTn" 
chesto anno, se Dio piace. 

Sapi, Jachomo, che poscia che chesta lettera fu iscripta da chi 

175 in su, sì avemo novella chome Montepulciano e era choncio e aveva 
fata la fedeltà a messere lo re, lo re Manfredi, e di Siena; e farà oste 
e chavalcata a chui noi voremo, e' nostri amici terà per amici, e' ne- 
mici terà per nimici. e fato chesto sì si partì messer lo chonte 

iSo Giordano chon tutta l'oste ch'eli aveva a Montepulciano, e si ne an- 
daro ad Arezo, e credemo ch'eli l'avara a sua volontà. or chesto 
ista chosì insino a chi, per innanzi istarà chosì e meglio, se Dio piace- 
Muta lunidì, cinque dì intrante lulglio. 

175. VIS. iscipta. 



166 Trattato di face del 1264. sec. xiii. 



60. TRATTATO DI PACE FRA I PISANI 
E L'EMIRO DI TUNISI, A. 1264. 

R. Archivio di Firenze, atti pubblici, t. XX TI, nS* 12, «Pergamena scritta da una 
sola faccia a caratteri det tetnpo»: Amari, I diplomi arabi del R, Archivio fio- 
rentino, Firenze, Lemonier, 1863, p. sgj. È questo il più antico volgarizzamento die 
trovisi fra i Diplomi arabi pubblicati dalV Amari. Quelli datati del lojg, 1208 e 
121^-16 non sono volgarizzamenti di contemporanei, come mostrò di credere il Zambrtni, 
Opere volgari , 367 , ma di Tommaso di Ramando Cardus di Cipro, che li scrisse 
tiel 1422, 

Danctus Spiri tus adsit nobis gratia. Ave, Maria gratia piena; 
Dominus tecum. 

Questa este la pace facta Inter dominum elmiram Mommini re- 
gem de Tunithi, et dominum Parentem Vesconte ambasciadore de lo 4 
comuno de Pisa, per lo comune de Pisa. 

Prologus pacis. In nomine Domini. Perlo comandamento 
de lo signore califfo grande et alto, per la gratia di Dio, elmire Mo- 
mini Buabidelle, filio de lo alto et de lo potente et gentile, cui Dio s 
mantegna et diali la sua buona volontade, et rimagna a li Saracinì 
la sua benedictione ; in de la presentia de li testimoni di questo 
scripto, che questo testimoniono di rinovamento di questa pace, la 
quale este fermata per lo comandamento altissimo, che Dio guardi, 12 
cum domino Parente Vesconte, filio quondam domini Galgani Grossi 
Vesconte, imbasciadore mandato da la podestade di Pisa, in de la in- 
dictione sub scripta, da domino Guillelmo da Cornassano podestade de 
Pisa, el da li scecha et da lo comuno di Pisa, dimandando et fermando 16 
da la loro parte. unde giungendo lo soprascritto imbasciadore, et 
dimandando da la parte di culoro che l'aveano mandato, carta di 
pace, de la quale elli avea imbasciata, a li pacti che elli dimandove 
et pregove , et piaqueli. et comandolo l' altissimo et lo magno , 20 
cui Dio mantegna, che li fusse dato lo suo dimandamento a la sua 
volontade 

Quod Pisani sint sani et salvi. Et che tucti li Pisani 
che verrano in tucta la terra de Affrichia et in tucta quella de Bug- 24 
gea, et in dell'altre contrade et terre de lo dicto domino elmina, lo 
quale Dio guardi et difenda, siano et essere debbiano sani et salvi 
et segurì in persone et in avere, infine che questa pace durerave, 
chome dicto este di sopra.... 2S 

Dì non fare male. Et che nullo de li legni de la forsa no- 
stra vegna in de le predicte terre per fare alchuno male, infine che 
questa pace durerave .... 

De lo naufragio, vel roppimento. Et se alchuna nave 32 
ut legno loro in alchuna parte de le terre de Affrichia vel di Bug- 
gea, che diete sono, rompesse ut andasse ad terra ut impedimento 
avesse; quelli li quali fusscno in de la nave, ut in de lo legno, pos- 
sano andare a lo luogo populato, ut vero inde quale fusseno le gente, 36 



SEC. XIII. Trattato di -pace del 1264. .167 

et debbiano essere ajutati da loro sensa prescio alchuno, intine a 
tanto che isp adicati fusseno quelli de la suprascripta nave ut legno. 
Et se elli vollesseno le loro cose tramutare, ut ad altre parte andare, 

40 ut ad altra terra quelle portare fare, la portatura, secondo che usato 
este, pagare debbiano ; et se discordia ne fusse tra lo Cristiano et 
lo Saracino, debbiano essere ad rascione .... 

De le mercia. Et chiunque perverrave ad alchuna terra de 

^4 Affrichia ut di Buggea, possa in quella stare quanto elli vorrave, et 
possa et sia licito a lui di partissine et andarne quando elli vorrave. 
Et non sie vietato a loro di comperare quelle cose che comperare 
vorrano, et nominata mente acqua et vidanda .... 

48 De la do vana. Quelli li quali sono sopra la do vana, et li 

turcimanni, et li garabarii, et li bastasci ut vero li portatori, non deb- 
biano a loro tollere né exigere alchuna cosa, se non secondo che 
usati sono di tollere et di pillare. 

52 Delagalicha. Et che elli possano et debbiano avere galiche 

secondo che usato este di fare. 

De lo fondaco dì Tunithi . Et che lo fondacho lo quale 
este in Tunithi, lo quale Dio mantegna, debbia a loro essere cresciuto 

56 et ampliato secondo la grandessa de lo fondacho de li Genovesi. et 
muro si faccia intra voi et li Genovesi, sì che voi a loro né elli ad 
• voi andare non possano; et e converso .... 

De li fondachi di Buggea. Et li fondachi li quali avete 

60 in Buggea, si debbiano aconciare, et in quelli alchuno altro homo 
con voi stare non debbia. et che si debbia fare inde li fondachi 

l'ecchesie 

Delonaulodelenave. Et che non debbia ad voi alchuna 

64 cosa essere tolta di meso diricto de lo naulo de le nave. 

De le nave ad naulo per la corte. Et se abisognasse a 
la corte nostra, possa la corte pillare de le treje nave l'una ad 
naulo, et quella la quale lo consulo, che quine fi per li Pisani, vorrave 

6 8 et eligerave. 

De lo raccomandamento de le cose. Et sia licito ad 
ciascheduno Pisano, che diricto de le suoje cose abbia pagato, lassare 
et accomandare le suoje cose ad alchuno suo parente ut amico de la 

72 sua gente 

De li corsali pisani. Et se alchuno pisano corsale iscisse 
de la citade di Pisa, ut de le predicte 3'sule, per fare male in Affri- 
chia ut in Buggea, li consuli et le podestade de li Pisani li quali 

76 per temporali fusseno, quinde vendecta fare debbiano sopra loro et 
et sopra li beni loro .... 

De lo tes timoniamento et lo datale di questa pace. 
Et testimoniòve dominus Parente, pur culoro che lui mandòno, in sua 

80 buona volontade et in sua buona memoria et in sua buona sanitade, 
che questa pace a lui piace; e cusì la ricevette e fermove. et in- 
teseno li testimoni de lo scecha grande et alto et congnosciuto secre- 



168 



Rime e -prose di Guittone d^ Arezzo. sec. xin. 



tarlo .... et lo compimento di questa pace suprascripta, chome dicto 
este in questo modo suprascripto, et fue scripta in die di sabbato, a 
die .XIII. de lo mese che si chiama Isciavel, anni .lxii. et .do, secondo 
lo corso de li Saracini; et sub anni Domini millesimo ducentesimo 
sexagesimo quinto, indictione septima, tertio idus augusti, secondo lo 
corso de li Pisani .... 

Rainerius Scorcialupi notarius, scriba publicus Pisanorum et co- 
munis portus in Tunithi, presens translatum hujus pacis scripsit, exi- 
stente interprete probo viro Bonajuta de Cascina, de lingua arabica 
in latina. 



84 



88 



92 



61. RIME E PROSE DI GUITTONE D'AREZZO. 

Guittone, di Viva di Michele, nacque circa il 12^0 in Santa Formena, borgo presso 
Arezzo. Menò dapprima vita allegra e mondana, e trovò versi d' amore', poi un bel 
giorno, circa il 126Ó, abbandonò d' improvviso la famiglia e il secolo per vestire V abito di 
Maria ossia delV ordine da' Cavalieri Gaudenti, e d' allora in poi la sua attività let- 
teraria non ebbe altro oggetto che la religione, la morale e la politica. Questo secondo 
periodo della sua vita si passò fra Arezzo, Bologna e Firenze, ove morì fra Guittone nel 
isg^., dopo aver dato opera alla fondazione di quel monumento che è S. Maria degli 
Angeli. Fra gli antichi rimatori desso e il primo che abbia lasciato nei suoi versi 
V impronta della propria personalità, s\ che sfogliando il canzoniere di lui ci si rappre- 
sentino quasi agli occhi i tratti strani, ma energici della sica maschia fisonomia. Guittone 
fu il secondo caposcuola dei lirici predanteschi ; per il giudizio fattone da Dante cf. D e 
vulg. e log. I, XIII, e Purg. XXIIII, 55-7. 



I. 

Dai codd. Vat. 37^3 (A) e Laur.-Red. 9 (B). 

A B 



D* 



guittone del viva d'aeezzo. 

/Vmore non ò podere 
di più taciere omai 
la grande noja che mi fai; 
tanto mi fa dolere, 
Che me pur isforza volgila, 
amore, che di te mi dolglla. 
però per cortesia 
sostieni la mia follia, \"^ 

poi di dolere cagione 
mi dà s' io n' ò rasgione. 

Amore, mira si ono 
chasgione ch'io dolere dia, 
ca la tua sengnoria 



GUITTONE D ARESSO. 









y^ 



/Vmor non ò podere 
di più tacere ormai 
la gran noi che mi fai ; 
tanto mi fa dolere , , 
Che me pur \sforza voglia, 
amor, eh' eo^ de te doglia, 
peròj per cortezia 
sostien la mia follia, 
poi de doler cagione 
me dai sansa ragione. 
Amor, or mira s'one 



p^ ragion che doler dia, 
che la tua signorìa ' 



SEC. XIII. Rime e fi'ose di Giùttone d'Arezzo. 



169 



A 

conperagione nom pone, 

E manti ne travolgila 
i6 ne fai amare con dolglia. 

eo nom posso capere, 

che con merzé cherere 

bene gì' inprometti assai: 
20 tanto a rasgione for m'ài. 
Amore, cierto torto ài, 

eh' è per poco savere 

volere tu ritenere 
24 tale ti presgia assai, 

E che ver te s'orgolglia: 

e me che di grande volgila 

tuo servidore mi fone, 
28 poi sdengni, ond' io morrone. 

d'està noja si gueria 

lo cor e l'alma mia. 

Amore, più ch'altro odia 
32 ti piacie per rasgione, 

che sì piaciere sone 

de la madonna mia; 

Che pregare che m'acolglia, 
36 né che 1 servire me tolglia 

non m'è mestiere, ciò sai. 

ma non mi poria mai 

farmi di lei gaudere 
40 in alchuno suo piaciere. 
Amore, poi sostenere 

de lo male me nom fai, 

non era ciò, ben sai, 
4^ che del bene degio avere. 

Che se 1 male me no sfolglia, 

non mi rende il bene folglia. 

ciò sono se servo alpia, 
48 non savere m'averla; 

e fo fallo, se clone 

prend' onde dengno non sone. 
Amore, verso e canzone 
52 e ciascuna rasgione 

che di sollazo sia, 

lascio per tuta via, 

mentre che sta ria dolglia 
56 non torna im buona volglia. 



B 

caper quazi om non pone, 
E manti contra voglia 
ne fai amar con doglia. e 

e' non possol capere, ,-, 

che con mercé chedere 
[y^x^^vciS: li prometti assai: 

tanto a gran scifo m'ài. tr 

Amor, certo tort'ài, ~~~c' 

e par poco savere a 

voler tu retenere ^^ 

tal che te V pregia assai, 6^ 

E che ver te s'orgoglia: "^ 

e me che de gran voglia e 
tu servidor mi fone, «- 

pur isdegni, unde morrone. " 
d'està noi sì guerria 
lo core e l'alma mia. A 

Amor, più ch'altr'om dia ,, 
te piacer per ragione, 
che s'en piacere sone ^^c^v^^ 
de la madonna mia; 
Che preghar che m' acoglia, 
né che 1 servir meo teglia 
non m' è mestier, ciò sai. Vw<r>'»~' 

ma non me parria mai 
forte di lei gaudere 
né d'alcun suo piacere. [_^ 

Amor, poi sostenere,,^^^''*^'^*^;^^,..^^ 
de lo mal me non fai, 
no è ragion, ben sai. 



IVV^" 



j-n»-^ * 






ch'eo del ben deggia avere. 



■H 



'^ 



Vi^\ 



Che se 1 mal me no sfoglia, \ rj^ih^ ' ^ . 
non mi render ben foglia. & [ifi^wi^^^s^^^^, 
ciò, s'eo non servol pria, ^ 

non saver m'averria; 
e fo fallo , se clone ■ 

prend' u degno non sone. 
Amor, verso a cansone 
af ciascuna ragione 
che lo solasso sia, 
lass'eo per tutta via, 
mentre che sta rea doglia 
non torna in bona voglia. 



170 



Rime e -prose di Giiittone d Arezzo. 



SFE. xiir. 



II. 

Dal cod. Laur.-Red. g, unico. 



OOPRAPiACiENTE donna, di tutto conpiuto savere, di pregio co- 
ronata, degnia mia donna conpiuta, Guitton vero devotissimo fedel 
vostro, de quanto el vale e pò , umilemente sé medesmo racomanda. 
gientile mia donna, l'onipotente Dio mise in voi sì meravigliosamente 
conpimento di tutto bene, che maggiormente senbrate angelica cria- 
tura che terrena, in ditto e in fatto e in la sembianza vostra tutta; 
che quanto homo vede di voi, senbra mirabil cosa a ciascuno bono 
conoscidore. perché non degni funmo che tanta presiosa e mirabele 
fìghura, come voi siete, abitasse intra l'umana generassione d'esto 
seculo mortale. ma credo che piaciesse a llui di poner vo tra nnoi 
per fare meravigliare, e perché fuste ispecchio e miradore, ove se 
provedesse e agienssasse ciascuna valente e piaciente donna e prode 
homo, solfando visio e seguendo vertù. e perché voi siete deletto 
e desiderio e pascimento de tutta gente che vo vede e ode, or don- 
que, gientile mia donna, quanto el Signor nostro v' à magiormente allu- 
mata e smirata a conpimento de tutta presiosa vertute più e' altra 
donna terrena, e cusi più e' altra donna terrena dovete intendere a 
llui servire e amare de tutto corale amore e de pura e de conpiuta 
fede. e però humilìatevi a llui , reconosciendo ciò e' avete da lui , 
in tal guiza che 11' autessa dell' animo vostro , né la grandessa del 20 
core , né la beltà , né 1 piacere de V onorata persona vostra non vo 
faccia obbriare né mettere a non calere lui, che tutto ciò v'à dato; 
ma ve ne caglia tanto che 1 core e 1 corpo e 1 penseri vostro tutto 
sia consolato in lui servire, acciò che voi siate in de la corte di pa- 
radizo altressì meravigliosamente grande, come siete qui tra noi, e 
perché l' onorato vostro cominciamento e mezzo per presiosa fine 
vegnia a perfessione de conpiuta laude. che troppo fora perigliozo 
dannaggio e perta da pianger senpre mai sensa alcun conforto , se 
per defetto vostro voi falliste a perfetta e onorata fine. 



16 



2+ 



ì% 



III. 

Dal cod. Laur.-Red, g (B) con correzioni dal Vat, 3793. 
GUITTONE d' AREZZO. 

Voglia de dir giusta ragion m' à pòrta, 
che la mia donna m' accogli' e m' aporta, 
a tutto ciò che mi piace m' aporta, 
or non m' è morte el suo senno, ma porta 



2. e la niiu Ji 



SEC. XIII. Rime e -prose di Guittone cC Arezzo. 171 



Di vita dolcie, ove mi pasch' e deporto, 
che tanto acconciamente mi deporto 
en tenpestoso mar, che voi eh' eo porti 

8 per lei la vita, e lui de faccia porti; 

ed eo sì fo, pur li piaccia e li porti. 
Tanto è dolcie e amorosa e conta, 
altro non voi om contar ni conta, 

12 che 1 pregio suo, eh' amar chi sa, conta 

più c'altro assai là unde cont' esser conta. 
Ond' eo non posso già metter en conto 
la gran gio' eh' ò, che de sé tenmi conto : 

i6 ma voglio ben che per suo tal mi conti, 

che me più piace, e de' piacer più conti, 
istarli servo che sengnor de' conti. 

Tant' aggio enn amar la voglia penta 

2o e tanto sua piagenza in cor mi penta, 

che mai de servir lei non credo penta, 
né sia de mei la sua figura enpenta. 
Ch' ella m' à for di nojosa noi pento 

24 e a cciò ma che più piace me pento, 

però s' èn forte forzosi e repenti 
li miei piacer ver de lei senpre penti, 
ni de ciò non credo mai far repenti. 

28 Deritto so, merzé so ched i avisa, 

e' altro per me ben si pensa ed avisa ; 
ma solamente lei saccìo devisa 
che so figura parme en tutte visa. 

32 Così m' à departuto e devisato 

da tutto ciò ch'avea anch' avisato, 

che mme non piace altro cosa eh' avisi; 

e certo in verità che gli altri visi 

36 son ver del suo d'ongne bieltà divisi. 

Prego fo lei, che tuttor sia ben saggia, 
si non m' auzida alcuna stagion, s' agia 
temenza ch eo 1' afenda, se non saggia 

40 che vero n' àn per afermata saggia. 

Ch' eo son sì d' amar lei coverto e saggio, 
alcon non pò de mio amor levar saggio, 
però sì con li piace voi mi saggi 

44 e merti tutti li miei fatt' in saggi, 

comò li piace, e li valenti saggi. 



10. ainoroza B 13. piò — contasser B 17. che più mi B 18. pìgtior B 20. pia- 

censa^ 23. nojoza B 25. forsosi B 28. merzé — aviza B 29. aviza B 30. de- 

viza ^ 31. viza5 32. devizato ^ 34. avizi ^ 35. vizi 5 36. d'ogni beltà 

divizi B 38. m'azida B 39. teinensa — li offenda B 



172 Rime e -prose di Gidttone cP Arezzo. sec. xiii. 



Va, canson, s' el te piace, da mia parte 
al bon messer Miglior, eh' è donn' e parte 
tutto ciò che r om à inn està parte. 48 



. mi. 

Dal cod. Vai. 3793. 
GUITTONE d' AREZZO. 

/Vi chera donna di valore al sommo, 
perché fera m' è sì, lasso, vostra alma? 
più chera assai vostro fedele sommo 
si nom fera ne fo cosa alcuna alma, 
che chera vostro presgio orato sommo 
non mi fera più mai lingua che calma, 
con eh' era vostra grandez' a sommo 
sì, ea fera aportare sì grande salma. 
Conchero sì che l'almo di bene soma, 
se lo fero di voi torna dolze almo, 
che fere me sì forte il male m' asomi. 
ben chero tant' amore rasgione soma, 
ma sofero se voi piacesse almo 
che fere sengnore sono forte somi. 



V. 

// iesio è costituito sui codd. Vat. 3793 (A) e Laur.-Red. g (B). 
FRATE GUITTON d' AREZZO. 

Ora para s' eo saverò cantare 
e s' eo varò quanto valer già solglio, 
poi che del tuto amor fugo e disvoglio 
e più che cosa mai forte mi spare. 
C a omo tenuto sagio audo contare, 
che trovare non sa né valer punto 
omo d' amor non punto ; 
ma che digiunto da verità mi pare 
Se lo pensare a lo parlare senbra; 
che 'n tute parte ove distringie amore, 
regie foUore in loco di savere. 
Donque corno valere 

I. parrà li s'io ^ 2. e s' io ^ varrò B valere A soglio B 3. tutto B 

amore A ftt.?h' B ■ svoglio A 5. dia B saggio B odo A 6. vale A 7. homo B 

«l'amore^ 9. rasembra ^ 10. tutte — tUatringe 5 21. reggie 5 iloco^ 12. dun- 



SEC. XIII. Rime e prose di Gidttone d'Arezzo. 173 



pò né pìaciere di guisa alcuna fiore; 

poi che 1 fatore d'ongne valore disembra, 

e al contraro d' ongni mainerà asembra? 

i6 Ma chi cantare vole né valer bene 

in suo lengno nochier diritto pone, 
ed orrato saver mette al timone. 
Dio fa sua stella e inver lausor sua spene. 

20 Che grande onor ne gran bene no è stato 

conquistato carnai volgila seguendo, 
ma promente valendo 
ed astinendo a vizo ed a pecato. 

24 Vnd' el sennato aparigliato ongnora 

de core tuto e di poder dea stare 
d' avanzare lo suo stato ad onore, 
no schifando labore. 

28 Che già ricore non dona altrui posare, 

ma 1 fa lungiare ; e ben pungnare onora ; 
ma tutavia lo 'ntenda altri a misura. 

Volgila 'n altrui ciascuno ciò che 'n sé chere ; 

32 non creda prò d' altrui danagio trare. 

che prò nom può ciò e' aonor tolle, dare, 
ne dà unor cosa u graza e amor pere: 
E grave ciò eh' è preso a disinore, 

36 eh' a lauzore dispeso esser porla, 

ma non viver creria 

sanza falsia, fell' omo, ma via magiore 
fora prusore giusto di core provato; 

40 che più onta che morte è da dotare 

e portare disragion più che danagio. 

che bella morte hom sagio 

dea di coragio più che vita amare ; 

44 che non per stare ma per passare orato 

dea creder ciascun om d'esser criato. 

In vita more e sempre in morte vive 
omo fellon eh' è di ragion nemico; 



quc con A 13. ne piacere pò di guiza B 14. poi dal fattore d'ogni — disenbra B 15. ed A 

d'ogni B uianera A senbra B 16. né] e B valere A 17. legno B a nocchiere A 

18. e orr. savere A 19. et B .vera lausore A 20. onore — non A 21. acquistato B 

carnale A voglia B 22. ma promette A 23. e stenendo a visi e a ppecchato B 

24. Ond'.4 appaiecchiato ognora B 25. di core A tutto B podere de'^ 26. e avan- 

sare — a onore B 28. ricorre B 29. alungiare e bene A pugnare B 30. tuttavia B 

l'intendi A altrui a mizora B a manca in A 31. Voglia inn B ciaschuno A in .sé] 

mise A 32. dannaggio B 33. non può ciò ch'onor B 34. unore A onor B grasia^S 

ed amore pera A 35. disonore A 36. cW manca in A lauzore B essere A 37. vivere A 

credria B 38.sensa.ff fello homo B ma ria A maggiore B 39. pluzore B cor B 

40. e più A honta B mort' è da dottare 'jff 41. di sì ragione A dannaggio .ff 42. omo A 

saggio B 43. de'di B 44. noni per istare A honrato B 45. da' credere ciaschuno A 

omo manca in B d'esere A creato B 46. ssempre B 47. homo B fellone — rasgione A 



174 Rime e -prose di Gulttone d Arezzo. sec. xiii. 



credendo venir rico ven mendico. 43 

che non già cupid' omo pot' esser dive 

C adessa forte più crescie vagheza 

e graveza ove più crescie tesoro. 

non manti acquistan l'oro, 52 

ma r oro loro è più di gientileza, 

e di richeza e di belleza àn danno. 

Ma chi richeza dispregia è manente, 

e chi giente danagio e prò sostene 56 

e dubitanza e spene, 

e se contene de pocho orevolmente, 

e sagiamente in sé consente affanno, 

segondo voi ragione e' tenpi danno. 60 

Onne cosa fue sola all' om criata, 
e Y om no a dormir né a mangiare^ 
ma solamente a drittura operare ; 

e fue discrezione lui però data; 64 

Natura deo ragion, scritta è comune, 
reprensione fuggir, pregio portare, 
ne comanda ischifare 

vizi, ed usare via de vertù n' enpone, 68 

Ongne cagione e condizione remossa, 
ma se legie né Deo no 1' enponesse 
né rendesse qui merto in nulla guisa, 

né poi l'alma è divisa, 73 

m' è pur avisa che ciascun dovesse 
quanto potesse far che stesse in possa 
ongne cosa che per ragione è mossa. 

Ai, comò valemi poco mostranzal 76 

eh' ingnoranza non da ben far ne toUe, 
quanto talento folle, 

e mai ne 'nvolle a ciò malvagia usanza: 
che più fallanza è che leanza astata. 80 

no è 1 mal, più che 1 bene, a far legiero; 
ma che fero lo bene tanto ne pare 
via più per disusare, 

48. venire^ ricco 5 vene /l 49. che cupid'oiiio — essere ^ 50. adesso ^ vaghessa ^ 

51. gravessa ut — e/.oro B 52. aquistano A 53. e i più di gientilessa B 54. richessa — bei- 

lessa B anno A 55. richessa dispregi B 56. gente daiinaggio B 57. dubitansa B 

58. e si ^ di poco orevoleniente A 59. saggiam. B 60. secondo vuole rasgione e tem- 

pi v4 61. Ongni A fu B omo A 62. ne l'omo ne a dormire A 63. dirittura 

oprare A 64. fu B discrezione A descression B 65. deo] dio B rasg^ione A scritt' A 

66. ripremsione fugire presgio A 68. visii e uzare B di vertù n'emp. A 69. Onne B 

casgione A condissione B 70. leggie B Dio A lo impon. A 71. merito i nulla yl 

guiza ^ 72. l'alm'è divÌ7,a 5 73. aviza^ ciaschuno j4 74. fareim ,4 75. ad 

ongne A onni chosa B rasgion A 76. niostransa B 77. engnoransa B da ben» 

fare no yl 79. volle B nialvasgia A uzansa B 80. fallansa che leansa astara B 

81. non — male — fare A leggero B 82. el ben B 83. solo per dizuzare B 84. lo con 



SEC. XIII. Rime e -prose di Guittone d^ Arezzo. 1 75 

S4 e per portare nel centrar disidero. 

u ben mainerò e volontero agrata, 
usar r aducie in allegreza orata. 

traro A 85. ove iiianero A 86. uzar B Vi. A inn allegressa honrata B 



Dal cod. Laur.-Red. 9. 

Infatuati miseri Fiorentini! homo che de vostra perta perde, 
e dole de vostra doglia, odio tutto a odio e amore ad amore, etter- 
nalmente. la pietoza e lamentevile vocie del perigliozo vostro e 

4 grave infermo per tutta terra corre lamentando la malisia sua grande, 
linde onni core benignio fiede, e ffa languire di pietà, e nel mio duro 
core di pietra quazi pietate alcuna adducie, che m'aducie talento ad 
operare alcuno soave unguento, sanando e mitighando alcuna cosa 

5 suoje pefiglioze piaghe, se 1 sonmo ricco e saggio bono majestro mio 
Dio, che fare lo deggia, e di fare lo savere donar me degna, eh' è 
per me onni cosa ni sapere finendo o cominciando alcuno' bene. ca- 
rissimi e amatissimi molti miei, ben credo savete che da fera a homo 

12 non è già che ragione in connoscere e amare bene; perché l'uomo 
è ditto animale rassionale, e senno più che bestia à , eh' è ragione, 
ragione donque perduta, più che bestia, che vale. parola di gran 
saggio , eh' è vera perfessione di ragionevole criatura si à per tale 

i6 com avere catuna cosa, cioè in cosciensia e inn amore. no è sapien- 
sia già che a conosciere bene e amare bono ; donque ove si crede e 
sse ricieve perdita grande in procaccio, ontoza onta a onore, mortale 
piagha in salute, no ragione né sapientia no, ma disragione e mat- 

20 tessa disnaturata dimora loco, unde vedete voi se vostra terra è cita, 
e sse voi citadini homini siete. e dovete savere che non cita fa già 
palagi né rughe belle, né homo persona bella né drappi ricchi; ma 
leggie naturale, ordinata giustisia, e pace e ghaudio intendo che fa 

24 cita; e homo ragione e sapiensia e costumi onesti e retti bene. o, 
che non più senbrasse vostra terra dezerto, che cita senbra, e voi 
dragoni e orsi che citadini. cierto, sicome voi no rimaso è che men- 
bra e fassione d'omo, che tutto l'altro é bestiale ragion fallita, non 

28 é a vostra terra che fighura di cita e chasa; giustisia vietata e pace. 
che come da homo a bestia non é già che ragione e sapiensia, non 
da cita a bosco che giustisia e pacie. come cita può dire, ove la- 
droni fanno leggie, e più pubrichi istanno che mercatanti? ove se- 

32 gnioreggiano micidiali, e non pena ma merto ricieveno dei micidj? e 
ove son omini devorati e denudati e morti come in dizerto? o reina 
de le cita, corte di diritura, scola di sapiensia, specchio de vita e 

I. »?.«. parte 11. ms. amarissimi 



176 Rime e -prose di Guittone d'Arezzo. sec. xiii. 



forma di costumi, li cui figliuoli erano regi, regniando inn ogni terra, 
o erano sovra degli altri, che devenuta se' non già reina, ma ancilla 36 
conculcata e sottoposta a tributo! non corte de dirittura, ma di la- 
trocinio spiloncha; e di mattezza tutta e rabbia scola, specchio de 
morte e forma de fellonia; la cui fortessa grande è denodata e rotta; 
la cui bella fassione è coverta di laidessa e d'onta; gli cui figliuoli 40 
non regi ora, ma servi vili e mizeri, tenuti, ove che vanno, in brob- 
bio e in deriso d'altra gìente ! oh che temensa à ora il Perogino no 
Hi tolliate il lago? e Bolognia che non l'Alpe passiate? sia convi- 
tato, sia del mond'ogne barone, e corte tenete grande e meravigliosa, 44 
rei dei Toscani, coronando vostro leone, poi conquizo l'avete a ffine 
forsa. o mizeri, mizerissimi disfiorati, ov'è l'orgoglio e la grandessa 

• vostra , che quazi senbravate una novella Roma , volendo tutto sug- 
giugare el mondo? e cierto, non ebbero cominciamento li Romani più 4S 
di voi bello, né in tanto di tenpo di più non federo, né tanto quanto 
avavate fatto e eravate inviati a ffare, stando a ccomune. o mizeri, 
mirate ove siete ora, e ben considerate ove sareste, fustevi retti a 
una comunitate. li Romani suggiugòno tutto il mondo; divisione tor- 52 
nati ali a nejente quazi. e voi, ver che già fuste, tegno che pogho 
siate più che nente, e quel pocho che siete, credo ben, mercié vostra, 

^h'avaccio torretel via. non ardite ora di tenere leone, che voi già 
non pertene; e se 1 tenete, scorciate over cavate lui coda e oreglie 56- 
e denti e unghi'e 1 dipelate tutto, e in tal guiza porà figurare voi. 
o non Fiorentini , ma desfiorati e desfogliati e 'nfrantil sia voi quazi se- 
pulcro la terra vostra, non mai partendo d'essa, mostrando a le giente 
vostro obbrobbio spargiendo; che non è meritricie aldacie più che de 60 
catuno, che n'escie e mostrase, poi la sua faccia di tanta honta è lorda, 
o desfiorati, a che siete venuti, e chi v' à fatto ciò che voi estessi ? e 
senbravi forse scuza che no altri àvel fatto ? ma mal ragion pensate, 
che dobbra cierto l'onta; e 1 fallo credo eh' è primamente a Dio. 64 
ucidere sé stesso l'omo è ppeccato che passa onni altro quazi. e 
desnore qual è maggio a esto mondo che arabbire homo in sé stesso 
mordendo e devorando sé e i soi di propia volontà? o disfiorati e 
forssennati, rrabbiosi venuti come cani, mordendo l'uno e devorando 6S 
l'autro, acciò che poi lui morda e devori ! che non sé stesso struggie 
e aucide homo, ma struggie e aucide altro, acciò che 1 poi struggha 
e aucida esso. e sse volete dire che vostra intensione no è già tale, 
dico, che se non tale è ffallacie, e tenebre vostro lume. che, come 72 
che nessuno serve che per intensione d'aver merito, non de homo 
sì bene provedere alcuno homo, che deservito, credendo essere apresso, 
e molto maggiormente, eppoi avaccio è grande mal attender di male, 
che di bene bene avere. perch' è troppo più prunto e ssollicito homo 76 
male, che ben, rendendo. ben meritando, è quazi ongni omo avaro 
rendendo tanto, o meno de quel che prende; e le più fiate è tardo. 

35, ;«.<. in ngni 



SEC. XIII. Rime e -prose di Gidttone d^ Arezzo. 1 7 7 



a male de mal rendendo el piò avaro par largho; che non d'uno, 

So uno, ma molti, e de più picciuli, grandi, non de rendere mai male, 
o che peccato grande, e desnatorata e llaida cosa offendere homo a 
homo e spesialemente al dimestico suo. che non Dio fecie homo in 
dannaggio d'omo, ma inn ajuto, e però non catuno vale per sé, ma 

84 congregati a uno. no è già fera crudele tanto e' al suo simile of- 
fenda, for solamente fere che dimorano coli' omo, come cavallo e 
cane; e cciò non, credo, appreseno a la lor natura, ma da la mali- 
sia dell'omo, coli' omo addimorando, ànol aprezo. non unghie né 

SS denti grandi diede natura ad omo, ma menbra soave e lievi, e figura 
benignia e mansueta, mostrando che non fellocie e non nocente esser 
dea, ma pacifico e dolcie uttulità prestando, e Dio rinchiuse e chiuse 
solo in caritade e profesia e leggie; e chi carità enpie, enpie onni 

92 justisia e onni bene. e nostro Singnore in de la sua salute non pors* 
altro già che pacie; e finalmente in ultima voglia sua a li suoi pacie 
lassò eredità, mostrando che nulla cosa utile è for pacie, né con essa 
dizutile né nociva. o mizeri, come donque l'odiate tanto? non co- 

96 nosciete voi che cosa alcuna no amata s'à bona? né d'alcun bono 
ghauxiere si può, for pacie? unde onni abitaculo d'omo pacifico es- 
ser vorria; ma pur cita dico che specialissimo è lloco, ó ghaudio e 
pacie trovare senpre si dèa, e ove si dèa refuggire chi ghaudio e 

100 pacie chiere. e ss' è loco a guerra reputato alcuno, no é cita, ma 
alpi, ove alpestri e selvaggi si sogliano trovare homini, come fere; 
ma a la gran mattessa dei citadini alpe son cita fatte, e cita alpe, 
e citadini alpestri in guerra tribolando, e alpestri citadini gaudendo 

104 in pacie. isbendate oramai, isbendate vostro bendato vizo; voi a 
voi rendete, e specchiate bene in voi estessi, e mirate che è de guerra 
a pacie; e cciò conoscerete ai frutti loro. o che dolci e delettozi 
e savorevili frutti gustati avete già in del giardino di pacie, e che 

105 crudeli e amarissimi e venenosi in el dezerto di guerra, che gustare 
li potete è meraviglia, e senbravi fagiani savore, e vi pasciete in essi, 
perché pare esser malato forte palato de vostro core ; c'a lo sano sa 
meglio bucciella seccha in pacie e' ogni condutto in guerra. e voi 

112 ha più savore in guerra bucciella secca che 'n pacie onni vidanda. 
o, chi vi move a cosa tanto diversa? ditelmi, se vi piacie, in vostra 
iscuza; che natura né leggie né alcuno uzo bono né ragione né ca- 
gione, prò né honore vostro né gaudio vedere ci so. e se dire me 

116 volete, che pregio e piaciere sia grande voi danneggiare e desfare 
vostri nemici, dico che ciò è vero; ma vi dimando, chi vostri nemici 
sono? e se mi dite, vostri vicini, negho in tucto, e dico che non son 
già. nemico all'omo no é che nociva cosa, e cosa nociva no è che 

1 20 peccato ; peccato alcuno non prende ove non vole. donque a ragione 
dell'omo nemico è solo peccato, e se solo è nemico , solamente è da 
odiare : onde se llui odiate e destruggiete, odiate e destruggiete vostro 

87. né] ms. de 102. ms. citadi, inJÌH diriga. 

12 



17S Rime e -prose di Guittone d^ Arezzo. sec. xiii. 



nemico; e io molto vel lodo, ma se odiate e destruggiete homo, odiate 
e destruggiete voi, e cciò si mostra per pluzor ragione, de le quale al- 124 
cuna assegnio. prima dico, che non honore, non prode, non onta 
né danno alcuno anno vostri vicini, non voi in comune abbiaten parte, 
seghondo dicho, chi sono vostri vicini? non sono nati di voi, e voi di 
loro, perché d'un sangue e d'una carne siete? no è alcuno in parte 128 
non in l' autra parte aggia pluzori de sangue e d' amore seco con- 
giunti, cui danno, cui onta e cui dolore participa, voglia o no; e se 
tutto ciò pregiate pogho, ne di loro non sentite, pregiate e sentite al- 
meno di voi, che se bene li occhi aprite, e vostro vizo è chiaro, non 133 
vederete anticha o nova mente esser devenuto che terra a terra offen- 
desse , homo a homo , unde non fusse alcun tenpo vendetta. e se 
cciò non vedete in altrui bene, almeno mirate voi, e non credo che 
ggià troviate guaire che parte a parte, homo ad omo desse una, che 136 
non presa aggiane un'altra , u forse due : che s' e' vostri vicini donar 
già voi , non doglion già de non bon paghamento , che chapitale e 
merto rendete loro, e assai ben sufìciente via, credo, più non fu loro 
intensione, e forse non credete ei rendan voi. ma inghannati siete, 140 
se mantenete lo giocho lunghamente ; che finalmente voi essi consu- 
merete, e essi voi, come dui baratteri l'uno consunma l'altro al gioco, 
gìochando lunghamente. unde dico, tutto contradìo fusse e contra 
giustisia e disavere prender vendetta l'omo, sarebbe alcuno rimedio, 144 
e mattezza e fallo menore offender l'omo e fare vendetta, se sigurtà 
avesse de non prenderne merto. ma creder si può, sì com è al 
certo, riavere d'una, una u forse più, come chi ferire ardisele e sé 
non guarda; e però dico voi, se ragione e cagione aveste molta di 148 
confondere l'uno l'altro, se non timore e amore del Signor nostro, né 
sangue umano e dimestico ten voi, tegniavi almeno timore e amore 
de voi estessi e de vostra famìglia; che gli antichi padri e madre 
vostre, che di travaglio loro in sigurtà in pace e gaudio posare vor- 152 
riano, in guerra e in dolore e in paura languire e penare fatti lì avete, 
e correre eia e là di terra in terra. e mogliere vostre, che morbide 
sono, è grave che posando e pasciendo bene doveano demorare in 
elle sale e in le sambre vostre tra i dimestichi loro, pasciute e ve- 156 
stìte male, e sole come anelile e male aconpagniate, alcuna fiata di 
loco in loco andate tribulando, in magioni laide e strette, tra masnade 
tal fiata e con istraina giente addìmorare, sì che Tancille altrui eran 
loro quazi donne. e a figliulì, a cui padre dèa magione adìficare, 160 
conquistare podere e procacciare amore con pacie loro, l'altrui ma- 
gione struggìe, acciò c'omo la loro struggha. podere spendete e con- 
sumate in guerra, e ucìdete altrui, che quazi pegnìo è lloro d'essere 
ucisi. ai, che pessima eredità lassate loro! cierto non padri già ma 164 
annemici tener posson voi, che struggimento e morte lor procacciate, 
ben deno rifiutare a padre voi, e nel sepulcro ispogliarsi a vostra fine, 

147. chi manca nel ;«.«. 



SEC. XIII. Rime e -prose di GuiUone d^ Arezzo. 179 



rifiutando voi e onni vostro. consanguinei e amici vostri a fforza met- 

i6S tete in brigha, e procacciate loro danno, travaglio e odio. se a pa- 
dri e a moglieri e a figliuoli e ad amici danno tenete in guerra, e 
anco a voi stessi , a cui donque valete ? cierto a demoni molto , e a 
catuno che vole lo danno e l' onta vostra , che spessamente ghauder 

172 di voi li faite. amici donque a nemici e a nemici più chi più v'ama; 
e cciò poi conosciete apertamente, che pur donque seguite? e sse al- 
cuno è intra voi, che pure guerra li piaccia, piacciali ad opo suo; 
non tutti il seguite a morte vostra ; che ben credo de voi la maggio 

176 parte, che pur perdeno senpre, ed àn perduto, quale che perda vinca, 
onni perde vinciente ed esconfiggie perdend'onni guerra e ricievendo 
vittoria d' onni pacie. e credo tali e tanti a ccui avene che se Ili 
volesser bene, malgrado a cui pesasse, sconfiggereano in buona pacie 

180 chi lloro sconfigge in guerra. ma senbra che ssiamo infatuati, lor 
morte permettendo ante o lor vizo. e s'elli dicono : " ma vorremmo 
e non potemo „ , dico dicon non vero. catuno salvar se vole , ma 
non procacciare come si salvi. se volesseno la lor comune pacie, 

184 come vole ciascuno lo ben suo propio, e come ad esso acquistando 
veglia e pensa, e ffa quant'el può fare com elio sia, sarebbe in pa- 
cie avere, e facciendo sì bene, non già dotto che fallir potesse. quale 
cosa sì dura , che grande e ferma voglia e sollicita e ssaggia ope- 

i8S rassione non ben finisca? ma vostra voglia è vile e debile molto, e 
pare che catuno dicha : non toccha a me ; e se mi toccha, non tanto 
che vogliame travagliare. o mizeri voi e ciechi, che cosa vi per- 
tene più? non pende in ciò anima e corpo e onor tutto vostro e 1 prò? 

192 in ciò, che vale quanto avete, anima e corpo e figliuoli vostri, è danno, 
no è ciò tutto in vano, che sson posti presso ciò a pperire in guerra, 
oh quanti ne sapete istrutti e morti , che non sei pensar già a cciò 
venire, e quanti anche àne intra voi di tali, che dottan poco, che in 

196 vostra guerra perirano, se dura! e però non s'infingha alcun omo di 
scanpare li suoi e sé. non dican no : no è mio fatto ; che sson fatto 
è ben tale, onni suo fatto è fatto, se non fa esso; e sse fa esso, ri- 
fatto, piacciavi donque, piaccia ormai sanare e no scifare medi- 

200 cina amara, che tanto amara malatia vi toUe. bono spendere è de- 
najo che soldo salva; e bono sostener male che tolle peggio; e mo- 
neta con angostia non pogho ghosta voi a conquistare la nostra infer- 
mitate, e non meno vi gosta a mantenerla. e cche mattessa maggio, 

204 che solicito e llargho esser homo in accatar male, e negrigiente e 
scharso bene acquistando? vinca, vinca ormai saver mattessa; e se 
non pietate à U'un de voi del mal grave dell'antro, aggialo almeno 
del suo , e per amor di sé partasi da male. ciò che ditt 'aggio , e 

205 che dir pore' anco in questa parte, vi conchiudo inn uno sol motto, 
cioè: catuno ami ben sé stesso e viv' a sua salute. 

209. ms. vivasta salute. 



180 



Rime e -prose di Gidttone d^ Arezzo. sec. xiii. 



VII. 

Il testo h costituito sui codd. Vat. 3793 (A) e Laur.-Red. g (B). 



GUITTONE D AREZZO. 

/\i lasso, or è stagion de doler tanto 
a ciascuno che ben ama ragione; 
ch'eo meraviglio u trova guerigione, 
cha morte no l'agia corotto e pianto, 
Vegiendo l'alta fior senpre granata 
e l'onorato antico uso romano 
cha cierto pere; crudel forte villano, 
s'avaccio ella no è ricoverata! 
Che l'onorata sua rica grandeza 
e 1 pregio quasi è già tutto perito, 
e lo valor e 1 poder si desvia, 
ohi lasso, or quale dia 
fue mai tanto crudel danagio audito? 
deo, com' àilo sofrito 
deritto pera e torto entr'inn alteza? 

Alteza tanto ella sfiorita fiore 
fue, mentre ver sé stessa era leale, 
che ritenea modo inperiale, 
aquistando per suo alto valore 
Provincie e terre presso e lunge mante; 
e senbrava che far volesse inpero, 
sicomo Roma già fece, e legiero 
li era, ch'alcun no i potea star avante. 
E ciò li stava ben certo a ragione, 
che non se ne penava per prò tanto, 
corno per ritener giustiza e poso; 
e poi fulli amoroso, 
di fare ciò si trasse avante tanto, 
eh' al mondo no à canto 
u non sonasse il pregio del leone. 



i6 



24 



1. ahi lliisso — stasgione di dolere A 2. a ciaschiino omo che meno — rasgione A 3. ch'io meravilglio 

chi truova guerisgione A trovan B K. che mortto noli' A corrotto B omettendo e 5. Vedendo 

B fiore sempre A 6. e sonorata A anticho uzo B 7. certo B per crudele forte e A 

8. se di vaccio nonn è ricoverato A 9. ricclia granJessa B Che l presgio è già quasi tuto pe- 

rito A IO. e l'anorata sua rica grandeza A 11. lo valore e 1 podere si disvia A 12. oS 

ÌÌSLS80 A 13. ia B crudele yl dannaggio ^ 13. come lasso perito .4 15. diritto 

pena e tortt'eotra 'n A allessa B 16. Allessa B tanta e la fiorita A 17. io B 

mentre sé stesso A 18. riteneva inonddo imp. A 19. acquistando A 20. e omette B 

prese lungiamente A 21. e sembrava che fare voUesse imp, A 22.sicom'era — fecie L A leg- 

gero B 23. gli era ciaschuno noi contastante A 24. gli — bene ciertto — rasgione A 25. noin 

si dipcnava« suopro ^ 26. ritenere M giustisie po/.o .ff 27. folli amoroso A' 28. avan- 

ti A 29. monddo nonn è A 30. ove noni — presgio de A 31. chi lo vea A 32. trat- 



I 



SEC. XIII. Rime e -prose di Gtdttoiie d^ Arezzo. 181 



Leone, lasso, or no è; cli'eo li veo 
32 tratto l'onghie e li denti e lo valore, 

e 1 gran lingnagio suo mort'à dolore, 

ed en crudel pregio messo à gran reo. 

E cciò li à fatto chi? quelli che sono 
36 de la schiatta gentil sua stratti enanti, 

che fun per lui cresciuti e avanzati 

sovra tutti altri e collogati im bono. 

E per la grande alteza ove li mise, 
40 ennantir sì, che 1 piaghar quasi a morte. 

ma Deo di guerigion feceli dono, 

ed el fé lor perdono; 

e anche el refedier poi, male fu forte, 
44 e perdonò lor morte; 

or anno lui e soje menbre conquise. 
Conquise l'alto comun fiorentino, 

e col senese in tal modo à cangiato, 
48 che tutta l'onta e 1 danno che dato 

lì à sempre, comò sa ciascun latino, 

Li rende, e i toUe il prò e l'onor tutto; 

che Montealcino av' abattuto a forza, 
52 Montepulciano misoro en sua forza, 

e de Marenma à la Ciervia el frutto; 

Sangimignan, Pogibonize e Colle 

e Volterra e 1 pajese a suo tene; 
56 e la canpana, l'ensegne e li arnesi 

e li onor tutti presi 

ave con ciò che seco avea di bene, 

e tutto ciò li avene 
60 per quella schiatta che più e' altra è folle. 

Foli' è chi fugie il suo prode e cher danno 

e l'onor suo fa che vergognia i torna; 

e di bona libertà ove sogiorna 
64 a gram piacier, s'aducie a suo danno, 

Sotto sengnoria fella e malvagia, 

e suo signor fa suo grande anemico. 



t'à l'unghie — e 1 v. ^ 33. gran lignaggio B mortale A motta B 34. e di crudele 

presgio A miz'à B gra rea A 35. gli à — quelgli A 36. gientile sch. sua stati e nati A 

37. fuorop. llui er. e A avansati B 38. tuti A collocati a b. B 39. altessa B gli ^ 

40. e mostrano s\ che pare che 1 piangono A quazi B mortte A 41. Dio di guerisgione 

fedeli A 42. e Dio fé loro A 43. ed anche rifediro A ma fu B fortte A 44. loro mortte .4 

45. sue membra 46. Comune A 47. sanese in tale — chang. A 43. tuta A 49. gli 

a semp — ss'a ciaschuno A 50. le r. e t. e prende l'onore tuto A 51. Monteal. ave combatuto A a 

forsa B 52. e M. A mizo B im A forsa B 53. e di Marema A cerina B e 

lo B 54. Sangminginano e A Pogibonis' e B 55. paese A paieze B 56. la champ. e 

le'msegne elgli A 57. elgli onori tuti A 59. tuto — li ^ 60. sciatta B è omette A 61. fug- 

ge B prò e cria A 62. onore — vergogna gli A 63. liberttà A sogiorna B 64. gran pia- 

-cer B sa da ciò suo A 65. signoria B malvasgia A 66. sengnors; A nemicho B 



182 Rime e -prose di Gidttone d^ Arezzo. sec. xiii. 

a voi che siete in Fiorenza dico, 

che CIÒ eh' è divenuto par v'adagia ; 68 

E poi che li alamanni in casa avete, 

servite! bene e faitevo mostrare 

le spade lor con che v'àn fesso i visi, 

e padri e filgli aucisi; 72 

e piacieme che lor degiate dare, 

perch'ebero en ciò fare, 

fatica assai, de vostre gran monete. 

Monete mante e gran gioi presentate , . 76 

ai Conti e a li Ubarti e alli altri tutti 
ch'a tanto grande onor v'àno condutti, 
1 aJ^ che miso v' ano Sena in podestate. 

Pistoja e Colle e Volterra fann' ora 80 

guardar vostre castella a vostre spes^, ~^^-''" 

e 1 conte Rosso à Marenm' e 1 pajese, 

Montalcin sta sigur senza le mura, v'-^'^ 

De !^ipafratta temor a il pisano^ 84 

e 1 perogino che 1 lago no i tolliate. 

e Roma voi con voi far conpagnia 

onore e segnoria. 

or dunque pare che ben tutto abiate 88 

ciò che disiavate: i- 

potete far cioè re del toscano. 

Baron lonbardi e romani e pugliesi 
e tosci e romagnuoli e marchigiani, 92 

Fiorenza, fior che senpre rinovella, 
a sua corte v'apella ; 
che far voi de sé re i toscani, 

da poi che li alamani 96 

ave comquiso per forza e i senesi. 



67. or ini A Fiorensa^ Firenze A dicho B 68. par vi A 69. gli A chasa B 

70. servite — fatevi ^ 7 1 . loro — v' anno fesi ^ viri jff 72. padri e figliuoli aucizi ^ 73.pia- 

cenii B loro A dobiate B 74. ebber B va. A 75. faticha B grandi A 

76. grande gioja presentare.4 77. ed ai C. ed agi' U. ed. algli a tuti A 78. onore v'ànno condot- 

ti A 79. e che A niizo B v'ànno Siena iin potestate yl 80. fanno A 81. vostre 

chastella guardare a loro A 82. Marenia e 1 paese A 83. E Montalcino sta sichuro sanza 

ni. A 84. il p. A 85. penisgino cheg 1. nolgli fogliate A 86. vuole — fare conipangnia ^ 

87. sengnoria ^ %%. ■a.ò.\xi\(\-as B omettendo or bene tanto .4 abbiate i9 89. dizìavate if 

90. ffare fare .,4 91. Baromi lonb. e r. e pulgliesi ^ 92. toschi ^, 0«#«,r»rfo e, romangnoliyl 

niarchisgiani ^ 93. Firenze ^ fiore sempre ^ 94. cortte^ 95. vuole di se re de' M 

96. Pulglia tuta alemani A 97 ave] ^ A e conquizo — forsa B ave sanesi B 



SEC. XIII. Rime e -prose di Gicittone d^ Arezzo. 



18; 



vili. 

Dal cod, Laur.-Red. g. 
FRATE GUITTONE. 

ÌVIesser Corso Donati, si ben veggio, in potensa non 
poco évi valensa, solo seguirla voi promente agradi ; che d'a- 
mici e d'avere è giusto in voi podere. persona, abbito e atto 
mi senbra in voi bene atto, pugniando valoroso in ver valore, 
adonque, caro amico bon mio, non giovenil dezio, non negri- 
giensa né pigressa alcuna né cosa altra depona vostro iscudo 
da ben forte pugniare. ed ove fero più pare, valore operare, 
più vi sia dizioso; che non leve e giojoso, ma grave e peri- 
gliozo mesteri fa vero valore provare. sicome coco bono cre- 
scie vidanda ove famiglia agranda , cresca sempre e inforti 
e a vigore conforti vostro valore ; e forte e retto pugni, quanto 
più gravi e forti e spessi ver di voi pugnan bizogni, giojendo 
sempre e honorando honore. 



3. in$. abbi e atto 



5. ms. negrigigiensa 



IX. 

Dal cod. Laur.-Red. g. 



x6 



FRATE GUITTONE. 

L^HOMUNE perta fa comun dolore 
e comuno dolore comun pianto; 
perché chere onni bon pianger ragione: 
Perduto à vero suo padre valore 
e pregio, amico bono e grande manto, 
e valente ciascun suo conpagnone. 
Giacomo da Leona, in te, bel frate, 
o che crudele ed amaroso amaro 
ne la perdita tua gustar dèa core, 
che gustò lo dolsore 
dei dolci e veri tuoi magni condutti, 
che pascendo bon ghiotti 
lo valente valor tuo chucinava, 
e pasciea e sanava 

chatun mondan ver gusto e vizo chiaro, 
sentendo d'essi ben la bonitate. 



184 Riine e prose di Guittone d^ Arezzo. sec. xiii. 

Tu frate mio, vero bon trovatore 
in piana e 'n sottile rima e chiara 
e in soavi e saggi e chari motti, 

Francesca lingua e proensal labore 20 

più de Tartina è bene in te, che chiara 
la parlasti e trovasti in modi totti. 
Tu sonatore e cantor gradivo, 

sentitor bono e parlador piacente, 24 

dittator chiaro e avenente, eretto 
adorno e bello 'spetto, 
corteze lingua e costumi avenenti, 

piacenteri e piacenti; 28 

dato fu te tutto ciò solamente. 

Non dich' alcun donque troppo io t'onori, 
acciò che non tu hom di gran nassione; 

che quanto più è vii, più de car prizo 32 

Omo quello, li cui anticessori 
fuor di valente e nobel condissione. 
se valor segue honor, poco li è avizo; 

Se figlio de distrier distrieri vale, 36 

no è gran cosa, e se non, lausor magno ; 
ma magna è unta, se ronsin somiglia ; 
ma che è meraviglia 

e cosa magna se di ronsin vene 40 

che destreri vai bene, 
e tale da orrar sovra destrero 
bass' omo, che altero 

à core e senno, e or se fa de stagno; 44 

und' è ver degno d' aver pregio tale. 

Non ver lignaggio fa sangue, ma core; 
ni vero pregio poder, ma vertute; 

e si grasia ed amor è appo sciente, . 48 

di cui sol pregio è giente , 
nullo o parvo è pregio in ben de fore, 
ma ne le interiore ; 

che, don move lui che pregio o onta 52 

le più fiate desmonta, 
à valere, à pregio e à salute, 
be alta domo, lignaggio e riccore. 

17. ms, ver 29. ms, date * 



44- — Canzoni anonime P^g- 95 

45. — Lo splanamento dei proverbi per maestro Patecchio da Cremona . » lor 

46. — Contrasto di Cielo dal Camo .0 d'Alcamo > 106 

47. — Il libro di Uguccione da Lodi > iiO 

4S. — Poemetto didattico » 115 

49. — Lettera senese del 1253 » 117 

50. — Liber Ystoriarum Romanorum, Storie de Troja et de Roma . . » iiS 

51. — Volgarizzamenti dei distici di Catone » 133 

52. — Parafrasi verseggiata del Paternoster » 137 

53. — Proverbia que dicuntur super natura feminarum » 139 

54. — Il Panfilo in antico veneziano ^ 144 

55. — Il Sermone di Pietro da Bascapè » 149 

56. — Ricordi domestici del 1255 » 153 

57. — Il fiore di retorica di fra Guidotto da Bologna » 154 

58. — Documento pistojese del 1259 » 160 

59. — Lettera senese del 1260 >> 161 

60. — Trattato di pace fra i Pisani e l'Emiro di Tunisi, 1264 .... » 166 

61. — Rime e prose di Guittone d'Arezzo » 16S 



Prezzo del presente fascicolo L, 5 




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Crestomazili italiana dei 
primi secoli 



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