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Full text of "Cronica di Buonaccorso Pitti"

^7. 



COIvIvKZIONH 

DI 

OPERE INEDITE O RARE 

DEI PRIMI TRE SECOLI DELLA LINGUA 

PUBBLICATA PER CURA 

DELLA R, COMMISSIONE PE' TESTI DI LINGUA 

NELLE PROVINCIE DELL' EMILIA 
^-»**-f 



CRONICA 



DI 



BllONACCORSO PITTI 



CON ANNOTAZIONI 



RISTAMPATA 



DA 



ALBERTO BACCHI DELLA LEGA 



^-^^^ 



BOLOGNA 

PRESSO ROPvlÀGNOIvI UAI^Iv' ACQUA 

1905 




.^^AR> 




Illllllllll 



Il Prof. Carducci, dal quale riconosco 
tutto quel poco di buono che posso aver 
fatto intorno ai testi di lingua, mi affidò 
r incarico di ristampare la Cronica di Buo- 
naccorso Pitti, non perchè credesse che 
molto di nuovo vi fosse da fare intorno ad 
essa, ed egli lo sapeva molto bene; ma 
perchè, rendendosi ogni giorno più rara la 
sola autorevole edizione fiorentina del 1720, 
non venisse in ultimo a mancare alla con- 
sultazione e allo studio degli Italiani, diven- 
tando una costosa rarità bibliografica. Ed 
io, accintomi all' opera sul codice autografo 
ed unico, già Rinucciniano, ora della Bi- 
blioteca Nazionale Centrale di Firenze, ho 
trovato che salvo pochi periodi offensivi 
al papa e ai preti, e qualche bestemmia 
parola men che decente, l'antico editore, 



VI 

aveva scrupolosamente trascritto e stam- 
pato tal quale il testo e mi aveva lasciato 
poco nulla da fare, eccetto che intorno 
alla grafia e all' interpunzione. 

Ecco intanto la descrizione dell' auto- 
grafo sul quale fu condotta la presente 
ristampa. 

E un manoscritto membranaceo in fol. 
picc, legato in assicelle e dorso di pelle, 
con borchie di ottone sui piani e fermaglio 
di cuoio nel mezzo. Porta la segnatura: 
Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze^ 
II. III. 245. E composto in tutto di carte 49 
di membrana e 14 di carta, con numera- 
zione tra arabica e romana sul retto di 
ciascuna carta^ delle membranacee però 
soltanto. Delle prime tre carte senza nu- 
meri la prima è bianca, la seconda bianca 
nel retto^ porta nel verso V albero genea- 
logico della famiglia Pitti, la terza (con 
un J in testa) ha nel retto e nel verso le 
notizie della discendenza di Buonaccorso, 
scrittore di questa Cronica. Dal retto della 
quarta carta al retto della trentesima terza, 
con numeraz. i-xxviiij (e col nuni. 8 dupli- 



VII 

cato così: 8 ]) segue il testo della Cronica, 
scritto in un bel carattere, che dicono di 
Buonaccorso istesso, serrato, uguale, nitido 
e Piccolino, che verso la fine diventa più 
grande, pili affrettato e a due colonne, 
mentre fin oltre la metà è a lunga linea 
e facciata intera. Nel verso della carta 
trentesimaterza è un altro albero genealo- 
gico dei Pitti. Sul retto della carta trente- 
simaquarta (num. xxx) comincia, del Pitti 
medesimo, la Relazione della Sacra Cin- 
tola di M. V. che si conserva in Prato^ 
scritta a due colonne, in carattere regolare 
grande, e va fino al verso della carta tren- 
tesimanona (num. xxxv). Altre dieci carte 
num. xlviiij-lviij vengono appresso: le prime 
sette contengono un calendario, due sono 
bianche, una contiene due ricette, la prima 
per il male del fianco e della renella, la 
seconda per il mal d' occhi : e di ricette 
ve n' è una che le precede entrambe, tra- 
scritta subito nella prima guardia interna 
del codice, contro il male dei pondi. Finisce 
il codice istesso con il quaderno sopra 
accennato delle quattordici carte non mem- 



Viti 

branacee, tutte immuni di scrittura, meno 
la prima che porta in principio le due 
dichiarazioni seguenti : 

« Alla fine di questo codice eravi di 
» mano di Buonaccorso Pitti la Relazione 
» del Cingolo di Maria Vergine da esso 
» compilata quando era potestà di Prato 
» nel 16 dicembre 1427. Ciò si rileva dalla 
» nota 7/ a pag. 137 (0 della Cronica del 
» Pitti stampata in Firenze nel 1720. Questa 
» Relazione venne distratta dal codice da 
» quello che la vendè al sig. Marchese Pier 
y> Francesco Rinuccini, il quale lo confessò 
» al sottoscritto. 

» 2 giugno 183 9. 

» G. AiAzzi Bibl. Rin. 

» La suddetta Relazione essendo stata 
» dal possessore del cod. mandata a Parigi 
» per esservi venduta, fu fortunatamente 
» riacquistata e riposta a suo luogo. 

» 5 settembre 1842. 

» G. AiAzzi Bibl. Rin. » 



(•) Nella nostz-a edizione a pag. 263. 



IX 

Sono stato un pezzo in forse se dovevo 
no stampare codesta Belazione del Cingolo 
in seguito alla Cronica. Certo Buonaccorso 
Pitti aveva molti peccati da scontare, ma 
non mi parve che fosse il caso di aiutarlo 
neir espiazione, non mi parve che la sua 
scrittura cosi spirituale e fervorosa si tro- 
vasse bene a posto dopo questa così spigliata 
e mondana : e T ho lasciata fuori per qual- 
che raccolta ascetica dell' avvenire. 

A. B. 



CRONICA 



DI 



BUONACCORSO PITTI 

CON ANNOTAZIONI. 
ALL' ILLUSTRISS. E CLARISS. 

SIG. SENATORE 

RAIMONDINO PITTI 

COMMISSARIO DI PISA. 






IN FIRENZE. 

M.DCC.XX 



Nella Stamperia di Giuseppe Manni. 

CON LICENZA DE' SUPERIORI. 



ILLUSTRI8S. 
E CLARIS 8. SIG. 

BIG. PAD. COLENDISS. 



Quello che il buono architetto fa, allora 
che dovendo ridurre in miglior forma una fab- 
brica o d' antica struttura o imperfetta eh' ella 
si sia, egli ricompie forf^e neglir/enzia p 'ndtu/io 
con un suo studiato proprissimo finimento ; 
quello ax^punto adempio io, ponendo il nome 
di Y. 8. Illustriss. e Clariss. in fronte all' antica 
Istoria di Buonaccorso Pitti, avanti che io la 
scuopra, diciam cosi, non più veduta, alla luce. 
Né molto in lungo andar potea tanta restaura- 
zione di quest' opera ; conciossiacosaché, siccome 
m' invogliò a metterla sotto il torchio 1' avere 
io ottenuto da' primi nostri letterati un numero 
d' annotazioni loro, che, quali gioie in bel me- 
tallo legate, all' opera stessa grande aumento 
di luce danno e di ricchezza; cosi a perfezio- 



XIV 

narla, a V. S. Illustriss, dedicandola, mi con- 
fortava un ben consigliato riflesso, d' essere io 
l^er farle, anzi che un' offerta, una restituzione 
dovuta. Vostro è 1' autore, fratello di quel Piero, 
da cui per nobile diritta linea avete 1' origine. 
Vostra è l' Istoria, i)oiché in essa si parla non 
solo di tanti avvenimenti di questa città, inclita 
patria vostra, e di cotesta nobilissima al vostro 
governo commessa, oggetto proporzionato delle 
vostre sollecitudini, ove Buonaccorso co' suoi, 
più volte trasferitosi, per lungo tempo dimorò; 
ma degli affari eziandio si ragiona della vostra 
famiglia. In quest' Istoria, per vero dire, cliiun- 
que rimira le gesta dell' autore, ben ravvisa 
quei semi di grandezza d' animo, di prudenza 
e di valore, i quali, siccome egli traeva da' suoi 
progenitori, cosi trasfondendosi di padre in 
figliuolo, hanno fatto fiorire in ogni tempo, 
nello spazio di sopra a cinque secoli, un nu- 
mero d' uomini nella pietà, nelle lettere, nel 
dominio, nel governo e nella milizia eccellenti. 
Non è luogo opportuno questo, né è impresa 
da pigliare a gahho, né da uno d' eloquenza 
talmente sfornito qual io mi sono, il ridire ad 
una ad una le molte singolari glorie della 
famiglia vostra nobilissima. Per altro non mi 
lascerebbero mentire i magnifici monimenti, che 
nella patria e fuori alzati si ammirano, fra' quali 



XV 

il superbo edifìcio, albergo di regi; oltre il testi- 
monio di tanti scrittori, i quali della orrevole 
fama che di sé lasciarono i Fitti or dove nasce, 
or dove muore il sole, si odono con grand' elogio 
parlare. Quello che io non debbo in modo alcuno 
tacere si è, che i pregi e le prerogative più sin- 
golari de' gloriosi avoli vostri, per comune con- 
sentimento degli uomini, sono in V. S. Illustriss., 
quasi ereditarie possessioni, pervenuti. E qui 
è senza dubbio, dove io ho un altro non men 
forte motivo di dedicare a Voi Ja presente 
opera; imperciocché come potrei io, ciò non 
facendo, addurre ignoranza, senza mostrarmi 
stupido ed insensato, quando non vi ha pur 
uno tra noi, cui non sia noto il vostro alto 
merito, e di altra riconoscenza, che non è 
questa, ben degno? Lo sa Firenze tutta, che a 
buona equità si pregia di vedervi nell' amplis- 
simo senatorio grado costituito, non meno in 
premio della virti'i vostra, che de' lunghi impor- 
tanti servigi da Voi con tanto applauso prestati 
all' Altezza Reverendissima del Frincipe Cardi- 
nale Francesco Maria di Toscana di glor. mem., 
da cui altresì a più onorevolissime cariche della 
sua corte ne foste innalzato, e indi a non molto 
dichiarato de' suoi feudi nel Regno di Napoli 
e negli Stati d' Urbino soprantendente gene- 
rale. Lo s])erimenta cotesta insigne antichissima 



XVI 

città, che dell' intero possesso di Voi ci tien 
privi, avvengaché non ci siate coli' attenzione 
disgiunto: di Pisa io favello, alla cui pretura 
(sostenuta già dal nostro Buonaccorso e quindi 
da più altri della casa vostra) foste Voi dal- 
l' Altezza Reale del Granduca fra tanti pre- 
scelto; la qual cosa con quanto savio provve- 
dimento fosse fatta, coloro solamente lo pos- 
sono appieno comprendere, i quali per lunga 
pratica il gran capitale del virtuosissimo animo 
vostro han conosciuto. Manifesto nondimeno è 
a chi che sia e come scintilla d' immenso ascoso 
fuoco apparisce, quella aggiustatezza, per cosi 
dire e quel temperamento di seria gravità con 
dolce piacevolezza, per cui e timore ed amore 
e rispetto, e benevolenza al più alto segno jjresso 
d' ognuno vi conciliate. Ma dove tento io d' inol- 
trarmi? quasi non mi sovvenga della naturale 
insuf&cienza mia, per raggiugnere le vostre 
laudi, e di quello sdegno che potrebbe giusta- 
mente sorprendervi nell' udir porre, come è in 
proverbio, la bocca in cielo uno qual mi son 
io. Taccio adunque per non saper dire, con 
supplicarvi solamente, che nel modo, che acco- 
glierete, come io spero, quest' opera, che a Voi 
per più cagioni si dee, e alla quale certamente 
per lo fregio del chiarissimo nome di V. S. 
Illustriss. non mediocre avvantaggio ha da 



XYIl 



seguire; cosi riceviate nella vostra protezione 
me, che godo ora 1' onore di potermi dire col 
più profondo rispetto 

Di Y. S. Illustriss. e Clariss. 

Firenze, 15 giugno 1720. 



Utniliss. Servitore 
GIÙ SEPPE MANNI. 



II 



Cosimo Isidoi'o 

Pierantonio Lorenzo Giuseppe 



Anton Maria Ruberto 



Sen. Raimondino Cosimo Piero Ruberto Leone Ruberto Cosimo Niccola Cav. Lorenzo 



I I I I I I I I 

Pierantonio Sinibaldo Ruberto Gio. Ruberto Anton Maria Ruberto Ottavio 

Sen. Cosimo Sen. Canimillo Gaddi Sen. Andrea Ruberto Cosimo Calandro Lorenzo 

I - I 'Ili ' ' 

Sen. Iacopo Luca Ruberto Luigi 



Francesco 

Piero 
Francesco 

Neri 

Piero 



Andrea 

Luca 

Iacopo 

Cav. Luca 



Cosimo 

Luigi 

Tommaso 

Neri 



Luigi 

Giovanni 

Neri 

I 
Pierantonio 

Luigi 

I 



Buonaccorso scrittore di questa cronica 

I 



Neri 

Buonaccorso 

Maffeo 

Bonsignoro 

Bonsignore 

1190. 

PITTI 






LO STAMPATORE 
AL CORTESK LE^TTORK. 



Esce alla pubblica luce da' miei torchi 
la presente Cronica^ arricchita di non poche 
dotte ed erudite annotazioni da' signori 
conte Giovambatista Casotti canonico pra- 
tese^ abate Antoni Maria Salvini e abate 
Salvino suo fratello^ che in ogni congiun- 
tura mi hanno sempre favorito e protetto ; 
e che io qui nomino volentieri^ per non 
defraudare il j^ubblico di questa notizia^ e 
per dar maggior credito e lustro co' loro 
nomi a questo libro. Anzi V ultimo di essi, 
non contento cV aver contribuito insieme con 
gli altri alle annotazioni della Cronica, 
U ha voluta mettere in istato di fare una 
più bella comparsa coli' annessa prefazione, 
che egli si è degnato farvi. Se benigna- 
mente sarà da te accolta questa mia fatica, 
mi darai animo, cortese lettore, a dar fuori 
una simigliante opera, cioè le Memorie del 
cav. mess. Iacopo Salviati, che ancora egli 
scrisse ne' tempi di Buonaccorso Pitti e 
in quello stile che a' buon tempi fioriva. 
Vivi felice. 




Cognoscat etiam rerum gestarum, 

& memorise veteris ordinem, 
maxime scilicet nostrae Civitatis. 

eie. in Oratore. 




PREFAZIONE. 



Conciossiaché naturalmente ciascheduno de- 
sideri di saper quelle cose che pivi da vicino 
ci toccano e che a noi in qualche maniera 
appartengono; di qui è che infiniti, per cosi 
dire, sono stati coloro, che portati da questo 
lodevolissimo desiderio, hanno, non che della 
lor patria, ma della loro famiglia e di sé me- 
desimi eziandio, distese memorie. E piacesse a 
Dio, che molti con tutto ciò non avessero tra- 
sandato questo innato desiderio, ma pensato a 
scrivere negli antichi tempi anche i loro fatti 
e interessi particolari; che moltissime cose toc- 
canti la storia generale, non sarebbero rimase 
infelicemente sepolte; poiché con quella occa- 
sione tra le memorie private si mescolano le 
guerre e le cose delle città e de' regni, alle 
quali si sono trovati e vi hanno talora contri- 
buito i cittadini: e se non altro, servirebbero 
per le genealogie delle famiglie, né si darebbe 
tanto luogo alle favole, che pur troppe se ne 



inventano alla giornata, o dalla adulazione, 
dalla sciocca ambizione di chi, non contentan- 
dosi di quella sorte che Dio gli ha dato, vuole, 
a dispetto della verità, trasfigurarsi. Che se, 
per cagion d' esempio, in vestirsi dell' altrui 
benché spento casato, a niuno, per sentimento 
di molti, si progiudica, si fa torto sempre alla 
verità, la quale dee essere una, incontrastabile 
e pura. Non intendo io però di dar tanto alle 
private memorie, che tutte indistintamente fac- 
ciano una compiuta autorità ; sebbene ne' tempi 
assai remoti un cenno ancor fa prova, lo parlo 
solamente di quelle fatte da uomini d' antica 
semplicità e d' antichi costumi, come aperta- 
mente si vede in quegli autori di croniche che 
più sotto si citeranno, i quali, ragionando di 
lor discendenza, ne parlano secondo quella ve- 
rità, che anche per altri riscontri molte volte 
si manifesta; e favellando in quegli antichi 
tempi, il fanno di cose, che allora non erano 
cosi remote dalla memoria degli uomini, da 
non poterne essere fin d' allora riconvenuti, 
quando si fossero allontanati dal vero. I primi 
storici vecchi latini più annalisti e cronisti 
erano che storici formati, perché la verità è 
semplice e bisogno non ha d'ornamenti; e come 
disse Plinio il giovane: histoi'ia quoque modo 
scripta delectaf. Certamente chi scrive per sé e 
di sé, non per disegno di pubblicare il suo 



scritto, ma che di memoria serva e d' incita- 
mento, a quei di casa, scriverà cose vere e 
sapute in quei tempi, non per boria, né per 
far pompa di stile, ma per la semplice verità. 
Poscia venuti gli storici, quella hanno con 
troppi fregi alterata, e caricatala soverchiamente 
con ornamenti e concioni. Non si può mai 
adunque spiegare a bastanza, quanto i ricordi 
particolari contribuiscono all' universale. Ivi la 
storia dell' educazione di quei tempi si legge, e 
mille utili cose che per isfuggir lunghezza tra- 
lascio. Cicerone scrisse del suo consolato in 
greco; Cesare stese da sé le sue memorie. Cosi 
un uomo passato in vari generi di vita, giusto 
è che non se ne vada con silenzio, ma ci lasci 
le cose fatte da lui, per ammaestramento e 
governo nostro. Fabio Pittore fu uno de' primi 
che fece croniche, delle quali se ne veggono 
frammenti, che le cose narrano puramente. Fino 
tra i sacri chiostri penetrò 1' uso delle croniche, 
pigliando quei buoni religiosi i ricordi delle 
cose de' loro monasteri, e con quella occasione 
alcuna cosa toccando di quei luoghi e di quei 
governi ove essi erano. Testimonio ancor ne 
fanno quelle, che alla luce delle stampe si veg- 
giono, dalle quali hanno poi tratto gli storici 
più celebri i più saldi fondamenti delle loro 
distese memorie; perciocché ogni cosa che ri- 
guardi r antichità, benché fatta per privato 



XXIV 

studio, stimata è nuUadimeno e apporta gran 
luce alla storia, ed è fornimento e provvisione 
di essa. Saremmo certamente allo scuro di molte 
cose, seguite di là da' monti particolarmente, 
se alcuni monaci ne' loro ricordi e nelle cro- 
niche de' loro monasteri non ce ne avessero 
lasciata sicura e certa ricordanza. Per non par- 
tirmi però dalla nostra Firenze, qual gloria 
non hanno all' Italia, anzi all' Europa arrecata 
i nostri buoni cronisti, da' quali, come da' più 
antichi, hanno attinto tutti coloro, che delle 
storie d' Italia hanno voluto con fondamento 
parlare? Io non istarò qui a rammentare i 
Malespini e i Villani e tanti altri che pur 
troppo son noti, lumi risplendentissimi della 
storia e a' quali infinito obbligo professiamo. 
Dirò solo e credo non ingannarmi, che non vi 
ha città in Italia che pili di Firenze abbia 
avuto genio di conservare in iscritto le sue 
memorie e di tener conto eziandio delle mi- 
nime cose; siccome ne fanno fede, oltre alle 
storie che son cognite, i tanti diari e ricordi 
particolari, che ci hanno lasciati per proprio 
esercizio i nostri cittadini, e per instruzione di 
quei che vengono, e per mostrare ancora di 
non aver passata la vita in silenzio, come tanti 
giornalieri spettatori e non osservatori e con- 
servatori dei fatti a' lor tempi avvenuti. Né 
solamente, come io diceva, dei fatti della patria 



xxv 

furono essi diligenti scrittori, ma de' propri 
eziandio delle loro famiglie. Lo che è indizio 
manifesto, quanto pregevole sia la nobiltà fio- 
rentina, poiché i posseditori della medesima, 
col metterla altrui ne' loro scritti in veduta, 
ne additavano apertamente la stima; non isce- 
mata punto né avvilita dalla mercatura, da 
tutte le nobili famiglie esercitata, non solo nella 
città nostra, ma in altre principali di Toscana 
e d' Italia. Perciocché non meno le cose neces- 
sarie, che la comodità e la delizia introdotte 
sono dalla mercatura ; e i Romani antichi nostri 
progenitori, ovunque colle vincitrici armi pas- 
savano, è credibile che il commercio ne' paesi 
soggiogati introducessero, come utile e neces- 
sario alla pubblica conservazione e grandezza; 
per poter supplire coli' onorata industria alla 
scarsezza delle cose, concedute parcamente tal- 
volta dalla natura. Servivano anche si fatte 
croniche e memorie a incoraggiare gli animi 
de' cittadini occupati negli onorati impieghi 
ed esercizi in servigio della repubblica e della 
casa propria, e in accrescimento di gloria e di 
avere. Troppo lungo sarei, se io volessi qui 
distendere il catalogo di coloro che nella sola 
patria nostra hanno avuto si bello ed utile 
pensiero di lasciar memoria ne' loro scritti 
de' propri fatti e delle loro famiglie ; quibìis 
lihris (come di quelli di Pomponio Attico in- 



XxVl 

torno alle nobili famiglie romane parlò Cornelio 
Nipote nella vita di lui) nihil potest esse dulcius 
iis, qui aliquam cupiditatem hahent notitiae cla- 
rorum virorum. E certamente non d'altronde si 
traggono le memorie degli uomini illustri, che 
da quelle che ci hanno lasciate i loro contem- 
poranei e compatriotti, i quali con amore e 
verità le hanno dipinte. I minuti fatti, le par- 
ticolarissime cose degli uomini anche di qualche 
fama, non dalle grandi storie si cavano, ma 
dalle private scritture, memorie, diari, cronache 
e ricordi fedelmente scritti, o ne' tempi in che 
vissero coloro de' quali si parla, o ne' più vicini 
a' medesimi. Se si fossero conservati e si potes- 
sero vedere i libri lintei de' pontefici e le lettere 
pubbliche e i registri e atti, donde ha cavato 
Tito Livio, e i cronisti e annalisti che si sono 
perduti, più soddisfazione sarebbe per gli ama- 
tori del vero ; e la storia ne verrebbe, credo, in 
molte parti o corretta o illustrata. Ma per 
non uscire dalla città nostra, la più antica cro- 
nica di famiglia fiorentina che io abbia veduta, 
è degli Strinati Alfieri, appresso l' abate Pie- 
randrea Andreini, gentiluomo affezionatissimo 
ad ogni sorta d' antichità. Fu ella scritta nel 
1312. da uno di quella casa, che cosi principia: 
Io Neri Alfieri dello Strinato Raminghi a per- 
petua rei memoria qui appresso scriverò de' fatti 
di mia casa realmente e personalmente passati 



XXVII 

adrieto, cominciando irasorctinartantente negli 
anni 1312. ah Incarnazione il di della festa del 
beato Santo Pietro apostolo. Narra, come in quel- 
r anno egli era a Padova sbandito di Firenze, 
e narra tutto ciò che con diligenza da scrit- 
ture vecchie e da più antichi uomini avea rica- 
vato, principiando li suoi ascendenti da Alfieri 
suo padre, figliuolo di Strinato di Ramingo di 
Ciamberonto di Ramingo di Strinato di Ra- 
mingo vocato Manso di Ciabero. Copiata è la 
detta cronica dal suo originale in principio 
d' un codice, ove tra 1' altre è la storia ms. di 
Goro Dati, da Belfradello Strinati, quel che fu 
de' Priori del 1475. Da essa si comprende la 
potenza di questa casa, che fu ghibellina e 
de' Grandi del primo cerchio di Firenze, tra- 
piantata poi in Cesena, della quale ora vive 
Malatesta celebre letterato; e ancora conser- 
vano il loro antico ius nel padronato di S. Maria 
in Campidoglio della città nostra. Altra simi- 
gliante cronica, a maniera di ricordanze, della 
famiglia de' Corsini, mi è stata cortesemente 
comunicata dal marchese Bartolomeo di questa 
casa, guardaroba maggiore di S. A. R. e maestro 
di camera dell' A. E. della Sereniss. Anna Maria 
Luisa Elettrice Palatina del Reno e nata Prin- 
cipessa di Toscana. Fu ella scritta nel 1361. da 
Matteo Corsini, fratello del glorioso S. Andrea 
vescovo di Fiesole, di cui anche molto ragiona. 



Sua discendenza pone da chastet vecchio di Poggi- 
honsi de' Corsini, del quale essi erano signori. 
Afferma aver cavato molte cose da un libro 
scritto da Corsino vecchio nel 1250., e poi da' suoi 
figliuoli, e pianta per istipite della sua casa Buo- 
naccolto di Neri, che poteva vivere nel 1180.; e 
la detta cronica è copiata fedelmente dall' ori- 
ginale nel 1475. Nella celebre libreria di Carlo 
Tommaso Strozzi, cavaliere amantissimo delle 
buone lettere, si conserva un libro originale di 
ricordanze e di memorie domestiche, segnato 
num. 51, cominciato nel 1379. da Lapo Nicco- 
lini, che fu Gonfaloniere di Giustizia, da cui per 
diritta linea discende tutta questa nobilissima 
prosapia; il qual libro è citato dal p. abate don 
Eugenio Gamurrini nella genealogia de' Nicco- 
lini, senza dir mai appresso chi si conserva e 
senza piantar giustamente gli ascendenti diritti, 
registrati da esso Lapo, che, come ivi si legge, 
figliuolo fu di Giovanni di Lapo di Niccolino 
di Ruza d' Arrigo di Lucchese di Buonavia di 
Lucchese de' Sirigatti, originari da Passignano 
di Valdipesa, con molte altre belle notizie che 
vi si leggono. Noi siamo stati allo scuro fino 
a questo tempo intorno allo stipite o pedale, 
che dir vogliamo, della nobilissima casa de' Ma- 
chiavelli, perciocché tutti i più celebri anti- 
quari ci danno per mezzo di pubbliche scritture 
un Buoninsegna di Machiavello, che ne è lo 



XXIX 

stipite e poteva vivere intorno al 1200. Quando 
impensatamente io mi sono abbattuto a vedere 
un libro di affari domestici, che ora si conserva 
nella Strozziana, scritto . da Ristoro Machiavelli 
e poi da Lorenzo suo figliuolo che fioriva nel 
1560., il quale vi registra un ricordo, levato da 
un libro di m. Bernardo Machiavelli padre dello 
storico, scritto 1' anno 1460., il sunto del quale 
è che Buoninsegna, avolo paterno di detto Ber- 
nardo, lasciò per ricordo, essere la sua famiglia 
del medesimo ceppo, e come noi diciamo, con- 
sorteria, de' Castellani da Montespertoli, grande 
e possente famiglia in contado ; e che detto 
Buoninsegna, per far nota la sua genealogia, si 
chiamò in quel ricordo figliuolo di Filippo di 
Giovanni di Buoninsegna d' Agnolo di Buonin- 
segna d' un altro Buoninsegna di Dono di Buo- 
ninsegna, il quale ultimo nominato viveva nel 
1100. e fu padre di Castellano, da cui presero 
il cognome i signori di Montespertoli. Manca- 
rono questi intorno al 1393., lasciando il loro 
castello, moltissime possessioni e padronati di 
chiese ai Machiavelli, come si legge nel testa- 
mento di Clango d' Agnolo d' Arrigo de' detti 
Castellani, alla Gabella de' Contratti nel lib. A 44. 
a e. 128. ; il quale Arrigo fu figliuolo di m. Ma- 
nente, come si vede in un processo di lite del 
1303. tra quelli di questa casa nella Strozziana. 
Più chiaramente apparisce questa consorteria 



XXX 

nel suddetto Archiv. della Gabella lib. C 21. a 
car. 61., ove è un lodo fatto nel 1369. per conto 
de' sopraddetti benefizi e padronati, tra '1 sud- 
detto Clango e altri da Montespertoli ed i 
Machiavelli, tutti, come ivi si legge, tra di loro 
consorti. Chiarissimo perciò appare, quel Buo- 
ninsegna di Machiavello esser figliuolo d' un 
altro' Buoninsegna che ebbe quel soprannome. 
E con questi libri si emendano ottimamente gli 
alberi genealogici delle mentovate quattro no- 
bilissime famiglie, distesi e stampati dal pre- 
detto Gamurrini, che non corrispondono alle 
memorie suddette, né egli colle sue giustamente 
gli prova. Galeotto Cei, che mori nel 1579. 
d' anni 66., ebbe un simil pensiero di compilare 
la storia de' suoi, la qual si legge ms. originale 
nel cod. 321. in fol. della medesima Strozziana. 
Dai contratti di casa sua egli provò sua discen- 
denza da Montisoni, villaggio del Piviere del- 
l' Antella : fu nipote di quel Francesco Cei 
poeta, che a suo tempo (come Galeotto dice) era 
unico e niaxhne d' improviso ; e questo titolo dà 
alla sua cronica: Comincia la memoria del prin- 
cipio e successo delle persone di casa nostra, é 
di dove principiò, raccolta da me Galeotto di 
Giovamhatista di Galeotto di Francesco di Fi- 
lippo di Salvestro di Francesco di Ceo di Geo 
di Buonaccorso di Bernardino di Aliotto di Tron- 
capane de' Cei ciptadini Fiorentini. Gli autori 



XXXI 

delle Annotazioni al Decamerone citano la cro- 
nica, clie di sua famiglia distese mess. Luca da 
Panzano nobilissimo & honoratissimo cavaliere, & 
non poco nelle bisogne publiche adoperato, le cui 
'parole, & maniere del parlare, sono le medesime, 
che queste del Boccaccio appunto: lo stile come 
non fatto per esser letto da altri, non si vede 
da ornamenti, o cura alcuna straordinaria abbel- 
lito: ma vestito alla domestica semplicemente. E 
per darne un saggio vi registrano quel passo 
colle sue proprie parole, che narra, quando egli 
fu fatto nel 1361. con gran solennità cavalier 
bagnato; il che è riferito ancora da Francesco 
Redi nelle dotte annotazioni al suo bellissimo 
ditirambo. Per tornare al fatto di nostra fa- 
vella, poco sopra affermano que' valentuomini, 
essere simiglianti antichi scrittori nella purità, 
& proprietà della lingua utilissimi. Et questi 
son molti; che poche buone case ci ha, che non 
habbiano i suoi; & dire particularmente di tutti 
sarebbe cosa lunga, & poco necessaria. Non voglio 
però qui tacere in ultimo, al proposito nostro, 
e per onoranza, se non altro, del mio ragiona- 
mento, che quantunque della insigne famiglia 
de' Medici tanto si sappia per li più celebri 
scrittori, molto nulladimeno si dee all' eo:reo:io 
cavaliere mess. Fuligno di questa prosapia, che 
r anno 1373. ne distese le domestiche memorie 
e ricordanze, citate da Ferdinando Leopoldo 



XXXII 

del Migliore nella Firenze Illustrata ; nelle quali 
si ravvisa anche ne' più remoti secoli la po- 
tenza di questa famiglia e le distinte preroga- 
tive, con che era fin d' allora riguardata ; pre- 
ludio della futura real grandezza. Ma per non 
allungarmi di soverchio nella narrazione di 
simili scoperte, che si trovano nei domestici 
ricordi e nelle croniche delle famiglie, leggansi 
quelle de' nostri m. Lapo da Castiglionchio, 
m. Donato Yelluti, e quella di Giovanni Morelli, 
la quale è uscita ora alle stampe; e leggasi 
nella dotta prefazione a quest' ultima, che egli 
non tralasciò né pure di ragionare degli affari 
della repubblica e di ciò che di lieto o di tristo 
ne' suo' .tempi fosse avvemcto, onde ad ora ad ora 
fra i racconti delle private bisogne, mescola ancora 
quelli, che allo stato pubblico in qualche guisa 
s' appartenevano. Per tutto in somma ci trove- 
remo uno erudito jìascolo per gii amatori non 
meno delle cose nostre che de' fatti stranieri, 
ivi talvolta seminati fedelmente, come abbiam 
. detto: de' quali autori di particolari croniche 
molto si è valuto tra gli altri Scipione Ammi- 
rato nella sua storia universale della città di 
Firenze, citando talora, per darle maggior cre- 
dito, i nomi loro. Iacopo Gaddi ne' suoi elogi 
cita le memorie manoscritte di mess. Iacopo 
Salvi ati cavaliere, degnissime della pubblica 
luce; le quali ho io vedute nella Strozziana, 



XXXIII 

tratte dall' originale di casa Salviati dal cele- 
bratissimo antiquario sen. Carlo Strozzi, ove 
dall' anno 1398. al 1411. egli parla a lungo delle 
sue dignità e ambascerie e de' suoi magistrati 
e governi, alcuna cosa frammischiandovi de' suoi 
all'ari domestici con purità e bontà di lingua 
e di stile. In somma i diari o giornali o atti 
diurni o efemeridi, come gli chiamavano gli 
antichi, o comentari domestici e ricordi e me- 
morie, carte, diplomi e simili particolari pezzi 
di cose, sono il seminario dell' istoria ; poiché 
lo storico, benché abbia tutte le virtù a lui 
appartenenti e brevità e chiarezza e forza e 
diligenza e giudizio e discernimento, pure talora 
con trasandare alcuna circostanza, che in questi 
speciali scritti si trova e da' quali essi attin- 
gono, fanno non poche volte variare i fatti e 
mutar faccia ai negozi; e di qui si ripescano i 
veri fini e le cagioni di quelli, e si trae, come 
dal pozzo, la verità, che è 1' anima della storia. 
Anche per la toscana favella utilissime sono, 
come ho accennato, si fatte scritture e croniche, 
le due ultime delle quali qui mentovate, citate 
sono per testo di lingua dal Vocabolario della 
Crusca. Cicerone, che intendeva bene questa biso- 
gna (come riferiscono gli autori delle Annota- 
zioni al Decamerone) noti solo lodò, ma dette per 
precetto ancora il leggere i libri domestici, S 
familiari, S de' lor vecchi specialmente. E per 

m 



XXXIV 

vero dire, trattandosi d' affari e di faccende 
domestiche e di civili maneggi, maggior pro- 
prietà e semplicità di lingua pare che si ri- 
chieda, che nelle scritture d' altro genere più 
grande e sublime; essendo certo ciò che nota 
il cavalier Salviati negli Avvertimenti della 
Lingua, che tra gli scrittori di quel tempo (cioè 
del buon secolo) piil purità e' insegnano i inu 
volgari, come negli altri allo incontro, che pili 
intendenti furono e piti scienziati, pili s' apprende 
di sentimento, e di quel lume che pertiene a reto- 
rica. Fino gli stessi antichi libri di soli conti 
e di ricordanze appartenenti alla casa, contri- 
buiscono non poco al fatto della lingua toscana, 
onde non senza ragione nel Vocabolario si citano. 
Di questi tali libri (dicono i poc' anzi mento- 
vati autori delle Annotazioni) si trovano nelle 
famiglie nobili di buone coìiserve, & di questi 
tutti si potrà sempre cavare assai utile per la 
lingua, & a questo particular proposito nostro 
non piccolo aiuto. Molti di si fatti libri di conti 
e di ricordanze si conservano originali nella 
Strozziana, infra i quali alcuni frammenti in 
cartapecora del 1264. di casa Guicciardini, ove 
si vede la purità della favella ancor di quel 
secolo. Altro libro di conti vi ha del 1277. come 
ivi si legge, di Sassetto Azzi, cioè di Azzo (che 
cosi cominciavano i casati ) ed è 1' autore della 
famiglia Sassetti. Altro in cartapecora vi si 



XXXV 

trova di messer Filippo Cavalcanti del 1296. 
Quattro libri ancora vi sono di cartapecora in 
foglio reale appartenenti alla casa Peruzzi e il 
primo comincia nel 1308. Avvene ancora [per 
lasciarne molti altri di questi e dei tempi 
susseguenti] di ser Niccolò di ser Ventura Mo- 
nachi, che fu segretario della nostra Repub., 
scritto nel 1348., e del nominato mess, Lapo da 
Castiglionchio del 1363., ove per tutto si scuo- 
prono e si ravvisano, non solo parentadi, ono- 
ranze, antichi edilìzi e luoghi della città nostra, 
ma proprietà infinite di pari-are e frasi e ter- 
mini e parole di maraviglioso fondo e bellezza. 
Nel numero di questi ottimi cronisti della patria 
nostra, è senz' alcun fallo Buonaccorso Pitti, che 
ora per la prima volta si fa vedere alle stampe, 
tratto dall' originale, che egli scrisse di proprio 
suo pugno in cartapecora e che si conserva 
appresso gli eredi del senatore Andrea Pitti, 
descendente per linea diritta dal suddetto Buo- 
naccorso. 

Ma prima di parlare di questa Cronica, 
ragion vuole che io dia qualche notizia del suo 
autore, quantunque egli di se medesimo abbia 
a lungo parlato nel disteso di quella, essendo 
stato propriamente il suo fine di trattare del- 
l' origine della sua famiglia e de' fatti di alcuni 
di essa, e di ciò che a lui occorse fino all' anno 
1430. nel quale il di 8. di gennaio fu tratto per 



XXXVI 

la terza volta de' 16. (xonfalonieri delle Com- 
pagnie del Popolo. Appare egli ancora 1' anno 
dopo ne' libri delle Decime ; né avendolo io 
trovato vivente in alcuna altra scrittura poste- 
riore, mi fa credere che nel suddetto anno o 
poco appresso mancasse di vivere. Prima però 
di ragionar di lui, convenevole mi pare, col 
suo esempio, di dire alcuna cosa di sua famiglia, 
non toccata da lui, e clie m' è venuto fatto di 
rintracciare in autentiche scritture, le quali a 
tempo di Buonaccorso non era forse cosi facile 
il ritrovare. 

Dall' antico e nobil castello di Semifonte, 
detto da Tolomeo da Lucca Siimmus Fons, trasse 
r origine, come afferma Buonaccorso, la sua 
famiglia ; il che si riscontra nel lib. 26. di Capi- 
toli a e. 70. neir Archiv. delle Rifornì agioni, ove 
nella resa di Semifonte, seguita nel 1202., si 
leggono fra gli altri che giurarono fedeltà alla 
Rep. Fiorentina Accursiis Picti e Amiratus filiiis 
Magni, da cui per avventura si staccano gli 
Ammirati consorti de' Pitti, che dal 1292. al 
1417. hanno otto Priori nella repubblica. Questi 
medesimi nomi, con tutta la serie di quei di 
Semifonte, che si renderono e che si trovano 
alle Riformagioni, sono riportati nella Storia 
della guerra di Semifonte, fatta per mess. Pace 
di mess. Iacopo da Certaldo l' anno 1332., la 
quale storia, che va attorno ms., presa occa- 



xxxvii 

sione dalla verità del fatto e di questi nomi, è 
assolutamente apocrifa per molti riscontri che 
si sono diligentemente esaminati e che qui 
si tralasciano per isfuggir lunghezza. Anche 
m. Donato Velluti nella sua cronica afferma aver 
sentito dire, poter discendere la sua famiglia 
originalmente da Simifonte di Valdelsa, la qìiale 
fu terra molto grossa, ed ebbevi di grandi fa- 
miglie e schiatte, e orrevoli, e di molti kavalieri 
a sprone d' oro, e la quale fece gran guerra alla 
città di Firenze, ultimamente fu disfatta dalla 
città di Firenze insino a' fondamenti. 11 che 
apertamente ci mostra la chiara origine de' Pitti, 
che da luogo cosi nobile e rinomato riconoscono 
la lor discendenza ; intorno al quale e per tutto 
quel tratto che Valdelsa si chiama, ebbero essi 
negli antichissimi tempi larghe tenute, rocche 
e possessioni e padronaggi di chiese, alcune 
delle quali ancora posseggono. Il sopraccitato 
passo del Velluti è riportato dal celebre anti- 
quario senat. Carlo Strozzi nella storia della 
famiglia Barberina, anch' essa di colà discesa, 
indirizzata da lui a D. Taddeo Barberini pre- 
fetto di Roma e generale di Santa Chiesa, a 
cui egli dice parlando di Semifonte: Da questo 
e da altri luoghi, dove i Semifontesi s' erano 
ritirati, molti in vari tempi de' migliori n'anda- 
rono ad abitare a Fiorenza; oltre a quella di 
V. E. molte altre nobili e principali famiglie, 



come Pitti, Serragli, Ammirati, Velluti e del 
Benino. Da più alta sorgente, cioè da Roma, la 
fa venire Ugolino Verini, se non volessimo dire 
che essendo Firenze e il suo territorio colonia 
de' Romani, anche Semifonte sia compreso sotto 
quel nome. Ecco i versi del Verino, alludenti 
ancora al dominio tenuto in Grecia dai Pitti, 
e al magnificentissimo palazzo edificato da Luca 
figliuolo del nostro cronista: 

Eomuleis proavis exidtat Pythia proles^ 
Primaque Dalmaticae tenuit cunabula sedis: 
Haec olim Thebas, & priscam Palladis urhem 
Eexit, é a Samio dediixit nomina vate: 
Magnanimique extant excelsa Palatia Liicae 
In clivo., totam quae spectant desuper urhem. 

Ma se fuori della poetica finzione si volesse 
rintracciare la derivazione del cognome de' Pitti, 
io non sarei lontano da credere procedere egli 
da uno Iacopo o Lapo, nomi frequentati in 
questa casa, fattisi lacopetto e Lapetto e da 
essi per più vezzo e leggiadria Pitto, per la 
parentela e similitudine, che passa tra l' ^ e 
r J, come s' è accennato nelle note di questa 
Cronica alla voce siconda, scambiandosi queste 
due lettere facilmente ; il che, trall' altre, ho 
osservato nella Strozziana in un manoscritto ori- 
ginale di Capitoli della Compagnia di S. Agnesa 



del Carmine di Firenze, fatti 1' anno 1280., ove 
sempre, in vece di licenza, è scritto lecenza; 
siccome ancora noi oggi in molti altri fac- 
ciamo; e negli antichi tempi si trova nelle 
famiglie de' Sacchetti e de' Vecchietti il nome 
di Sachittus e Vechitus. La nobile famiglia 
de' Dei del quartiere di S. Spirito, per darne 
un altro esempio simile al nostro, che spesso 
ha il nome di Iacopo, riconosce per suo stipite 
un Fittolo d' Arrigo degli Ormanni da Gedda, 
luogo presso a Poggibonsi. 11 nostro Buonac- 
corso nella sua Cronica dice, d' aver ricavato 
dalla tradizione de' suoi, e molto più da vecchie 
scritture, quanto egli narra del principio di 
sua famiglia e de' suoi parentadi. Ma egli non 
potè tutto vedere e sapere, particolarmente per 
le ragioni addotte da lui; onde alcuna cosa 
registrerò qui, non toccata nella sua Cronica. 
Leggesi nell'Archivio del Proconsolo in un atto 
civile del 1340. a carte 41. il parentado seguito 
r anno 1295. infra Upizina sorella di quel Corso 
di Maffeo Pitti del Popolo di S. Felicita, che 
fu uno de' mallevadori a' Guelfi nella pace del 
Cardinal Latino del 1280. e Ricco di Filippo 
de' Bardi. All' Archivio Generale per rogo di 
ser Salvi Dini si trova nel 1346. Bartola del 
già Bartolo Pitti, moglie di Lapaccio di Bindo 
del Bene della famiglia de' Benizi del Popolo 
di S>. Felicita. Alla Glabella de' Contratti nel 



lib. D 7. a cai\ 16. si legge nel 1355. il testa- 
mento di Guatana di Maruccio Cavalcanti, ve- 
dova di Bindello Beccanugi, che lasciando eredi 
Bindello e Francesca di Clone di Corso Pitti, 
nati di Francesca sna figliuola, fa un legato ad 
Agnolo e Contro di Tommaso di Contro da 
Luiano, nati di Venna altra sua figliuola, 
de' quali sedè de' Priori nel 1472. pel quartiere 
di S. Croce Giachi di Tommaso del detto 
Agnolo, che potrebbero essere peravventura i 
Luiesi, chiamati dal nostro Buonaccorso suoi 
consorti. All' Archivio Generale, per rogito di 
ser Giovanni di Gino da Prato si trova nel 
1392. Niccolosa di Ciore di Lapo di Ciore Pitti, 
moglie di Bindo di Federigo Folchi. Quivi in 
altro strumento di ser Giovanni Gaddelli da 
Pulicciano, si legge pure nel 1392. Antonia di 
Lapo di Ciore Pitti essere stata moglie di ser 
Albizo di messer Filippo da Barberino, nipote 
del famoso poeta mess. Francesco. Nella Cronica 
nostra si fa onorevole menzione di Ciore di 
Maffeo Pitti, e nelle postille si enuncia Fia 
de' Ferrucci sua moglie. Di questo parentado 
ne parla messer Donato Velluti nella citata 
sua storia con queste parole: Seguita di Ma- 
donna Fia, figliuola che fu del detto Piccio e 
sirocchia carnale di padre e di madre della detta 
Madonna Giovanna mia madre e moglie di Ciore 
Pitti, la quale fu grande e impersonata donna, 



Molto targa e cortese, e avea da poterlo fare, 
essendo il detto Ciore grande, ricco hiiomo di 
possessioni e contanti; ebbe bella e grande fami- 
glia, e fi, orrevole huomo, e casa sua parca nn 
mare, ma poco durò dopo la morte del detto Ciore 
fbontà di leij e' figliuoli nacquono di loro, Piero, 
Karlo, Lapo e Maffeo, madonna Tessa^ madonna 
Lapa e madonna Ghinga e la Margherita; mori 
il detto Ciore innanzi alla sconfitta d' Altopascio, 
e la detta madonna Fia innanzi alla mortalità 
del 1348., avendo consumata già la dota sua 
ebontà del detto Piero J de' quali figliuoli e fem- 
mine scriveremo qui appresso. E cosi in parlando 
di loro dice che il detto Lapo ebbe per moglie 
Gostanza di Renzo Soderini, della quale ebbe 
più figliuoli. Il mentovato Ciore di Maffeo Pitti 
sedè tre volte de' Signori: siccome sederono 
de' Signori innanzi al nostro Buonaccorso cro- 
nista, Geppo di Rucco e Lionardo suo figliuolo, 
il quale ancora fu potestà della città d' Ascoli 
nel 1379. Buonaccorso, fratello di Geppo, quattro 
volte fu de' Signori; per non dire del suddetto 
Rucco, che fu del Consiglio de' Novanta nel 
1284.; e di tutto questo non se ne fa nella Cro- 
nica menzione. Si fa ben ricordo in essa d' una 
pace tra i Pitti e i Machiavelli, la quale segui 
r anno 1342. al tempo del Duca di Atene, come 
apparisce alle Riformagioni nel libro intitolato 
Paces a car. 200., ove sono nominati tutti quelli 



XLII 

della famiglia de* Pitti, clie allora vivevano, tra 
i quali Neri di Buonaccorso padre del nostro 
cronista. Anche della edificazione del monastero 
di S. Anna, di cui parla la Cronica, se ne ha 
il riscontro nella bolla del vescovo Antonio 
d' Orso, diretta al fondatore, che originale si 
conserva appresso i figliuoli e nipoti del sena- 
tore Andrea Pitti, la quale è questa, comuni- 
catami cortesemente con altre scritture di 
quella casa dall' abate Bernardo del detto senat. 
Andrea, delle memorie di nostra patria aman- 
tissimo. 

Antonius Dei & Apostolice Sedis gratia Epi- 
scopus Florentimis. Dilecto filio Bonaccorso Pitti 
civi floren. saliitem in Domino, histis petentiicm 
desideriis dignìim est nos facile prehere consen- 
sum & vota que a rationis tramite non discor- 
dant effectu prosequente compiere. Sane porretta 
nobis prò parte tua devota supplicatio contiìiebat 
quod ciim tu prò anime tue remedio & salute ad 
tandem divini Niiminis cupias domum guandam 
cum orto dormii coniuncto ex parte posteriori 
lìositam in populo & burgo de Verzaria per te 
noviter titillo emptionis quesitum ad usum eccle- 
siasticnm concedere ac etiam deputare, ita videlicet 
quod ibidem monasterium construatur & erigatur 
sub vocabulo Sancte Anne^ in quo quidem mona- 
sterio erigendo recipiantur moniales que ibidem 
voluerint virtutum Domino deservire, Ubi super 



XLIII 

hoc UcentiaM concedere dignateniiiì'. Kos igitiir 
huiusrnodi votum tiium pium & laudabile merito 
reputantes é volentes quantum cum Deo possumus 
te in ilio fovere salubriter & iiivare, ac ad am- 
pliandum divinnm cultum operam debite sollici- 
tudinis adhibere, cum super omnibus infrascriptis 
dilettus filius presbiter Beliottus Rettor Ecclesie 
Sancte Marie de Verzaria predicta nomine suo 
& diete Ecclesie ac successorum suorum expresse 
consenserit coram nobis tuis stipplicationibtis fa- 
vorabiliter inclinati, libi domum tuam predictam 
cum omnibus iuribus & pertinentiis suis ad usum 
& cidtum ecclesiasticum deputandi & constrnendi 
& erigendi ibidem monasterium sub vocabulo an- 
teditto in quo ut prescribitur moniales recipi 
valeant secundum beneplacitum abbatisse ac con- 
ventus que prò tempore fuerint in eodem; in 
quo quidem monasterio construendo erigi possint 
altaria quot esse commode poterunt in eodem & 
appendi & esse campana; quodque per ydoneum 
cappellanum divina inibi possint offitia celebrari 
licentiam plenariam concedimus & liberam facul- 
tatem. Ita tamen quod vestrum monasterium 
constrtiendum diete Ecclesie de Verzaria unum 
cereum dnar. librarum annuatim in festo Assum- 
ptionis Gloriose Beate Marie Virginis solvere 
teneatur. In cuiiis rei testimonium presentes 
litteras fieri iussimus sigilli nostri appensione 
munitas. Dat. Fior, die xiiii. sept. prime Ind. 



XLIV 

anno ah incciì'n. Domini mlltesimo trecentesimo 
ottavodecimo. 

Altre moltissime cose di non poco lustro e 
chiarezza si potrebbero qui registrare, che nella 
famiglia de' Pitti si trovano e de' loro con- 
sorti, o lasciate da Buonaccorso nostro, o leg- 
germente toccate, infra le quali si legge ne' pro- 
tocolli di ser Domenico Mucini all' Archivio 
Cren, che nel 1419. avevano i Pitti una fortezza 
coi muri castellani e fossi steccati a Sorbi- 
gliano in Valdipesa, passata in quell' anno, per 
vendita, ne' Machiavelli; la qual fortezza Bar- 
tolommeo fratello del nostro cronista promesse 
guardare ad onore ed obbedienza della Repub- 
blica Fiorentina, come si legge in una delibera- 
zione degli Otto di Guardia e Balia de' 12. 
aprile 1409. in Camera Fiscale. Aveano i Pitti 
in Firenze la loro loggia dal Pozzo Toscanelli, 
contrada, che ancor oggi mantiene il nome, 
dietro all' antiche case de' Pitti, come si legge 
ne' suddetti protocolli. 

Essendosi a bastanza ragionato della fa- 
miglia de' Pitti innanzi al nostro Buonaccorso, 
tornami opportunamente in acconcio il toccare 
qualche cosa anco de' suoi successori e discen- 
denti, che formata hanno una delle più nume- 
rose e principali famiglie della città di Firenze, 
imparentata sempre non solo con quasi tutte 
le prime case della medesima, ma con molte 



XLV 

ancora della Toscana e d' Italia. Tra i molti 
fratelli di Buonaccorso, chiarissimo certamente 
fu Piero, stato tre volte podestà di Città di 
Castello, quarto avolo del senatore Iacopo let- 
terato di chiaro nome, di cui, come di Consolo 
dell'Accademia Fiorentina, si fa onorevol men- 
zione ne' Fasti Consolari di quella illustre adu- 
nanza. Ebbe egli due figliuoli senatori anch' essi, 
Cammillo e Cosimo; dal primo quel ramo che 
si dice de' Caddi proviene, dal secondo il vi- 
vente degnissimo senatore Raimondino commis- 
sario di Pisa per 1' A. R. del Granduca nostro 
Signore. Da tre figliuoli del nostro Buonac- 
corso, cioè Luca cavaliere, Luigi e Neri, sei 
altre famiglie viventi in Firenze discendono. 
Ma troppo lungo sarebbe il volere ad uno ad 
uno contare i pregi di si nobil famiglia ; dirò 
solo alla sfuggita, che 13. volte ella ha goduto 
il supremo onore di Gonfaloniere di Giustizia, e 
47. quello del priorato, ed ha sotto il dominio 
de' Granduchi otto senatori. Io non conto gli 
ambasciatori, i commissari, i cavalieri di più 
ordini ed altri insigni uomini, de' quali parlano 
abbondevolmente le nostre storie. Accennerò 
solo che in dottrina e in santità di vita fiori 
mess. Prospero di Neri del nostro Buonaccorso, 
canonico fiorentino di cui parlano con gran 
lode gli scrittori della vita di F. Girolamo 



XLVI 

Savonarola. Fiori ancora nelle filosofie e nelle 
matematiche discipline don Miniato Pitti mo- 
naco e abate Olivetano. Giulio Pitti nel 1639. 
diede alla luce in versi toscani l' Iride tragi- 
commedia pastorale. Del senatore Vincenzio 
l)adre di Alessandro, amendue letterati e con- 
soli della suddetta Accademia, si parla pure 
ne' mentovati Fasti, siccome d' un altro Vin- 
cenzio di Buonaccorso, che in un grosso volume 
stampò nel 1630. la sua traduzione dal franzese 
in toscano de' commentari di Biagio di Monluc 
maresciallo di Francia; e dal medesimo idioma 
trasportò in verso toscano sciolto la Creazione 
del Mondo del signore di Bartas, il cui ms. 
originale venne, non ha molto, in potere dello 
scrittore di questa prefazione. Tommaso di 
Buonaccorso di Benedetto Pitti descrisse in un 
buon volume nel volgar nostro, ad imitazione 
del cronista di sua famiglia, i suoi lunghi e 
curiosi viaggi per molte parti del mondo l' anno 
1558., e de' suoi civili impieghi non tacque; 
ms. originale appresso il sopraddetto senatore 
Raimondino di questa casa. Ma sopra tutti 
fiori nel passato secolo nelle lettere Iacopo 
figliuolo del senator Cammillo, che dalla madre 
sua, ultima della casa Gaddi, prese quel co- 
gnome; di cui a bastanza parlano le molte 
opere sue che sono alle stampe, dalle quali si 



XLVII 

comprende essere egli stato versatissimo in ogni 
sorta di letteratura e particolarmente nella cri- 
tica, siccome affermano moltissimi scrittori e 
particolarmente oltramontani, che di lui e 
delle sue fatiche danno giudizio. E veramente 
egli ebbe grande occasione di far profitto nella 
propria sua casa, per lo ricco tesoro di libri, 
particolarmente manoscritti, e per la copiosa 
raccolta delle più singolari antiche rarità a lui 
lasciate dagli antenati materni, e da lui con 
amore ed indefesso studio accresciute. Famosi 
sono stati ancora i Pitti nelle armi e ne' civili 
maneggi, e nella grandezza e nobiltà dell' animo 
loro. I soli figliuoli del nostro Buonaccorso 
possono servir d' esempio di tutto ciò alla po- 
sterità. Ruberto uno d' essi fu de' Priori nel 
1433. e sedè Gonfaloniere di Giustizia nel 1446, 
Luigi non solamente fu in patria Gonfaloniere 
di Giustizia, ma ambasciatore a Genova, podestà 
di Cremona e di Città di Castello ; e ambascia- 
tore a Milano, la qual città da lui parimente 
fu retta con titolo di podestà ben due volte; 
onde dalla gratitudine di quel popolo fu creato 
cittadino milanese, ed erettagli pubblica ono- 
revol memoria nella muraglia delle carceri di 
Milano nella piazza de' Mercanti, ove è una 
pittura di Nostra Donna, e a' piedi ,una Pietà 
con due armi di casa Pitti, e con questi versi 



XLVIII 

in pietra, riportati dal p. abate d. Placido Puc- 
cinelli nelle Memorie antiche di Milano: 

DIVAE MARIAE VIRG. 

PITTUS ALOYSIUS BONACURSI SEMINE NATUS 

QUEM FLORENTINUM PATRIA CLARA DEDIT 

BIS MEDIOLANI PRAETOR FUIT INDE CREATU8 

GB MERITUM CIVI8 HANC DEDIT EFFIGIEM. 

PRAETURAM GESSIT ANN. M.CCCC.LV. LVI. LX. 

Ma elle diremo noi di mess. Luca cotanto 
illustre cavaliere e famoso per le storie d' Italia, 
che superò certamente il nostro Buonaccorso 
suo padre ? Troppo s' estenderebbe il mio ragio- 
namento, se io volessi di tutte le sue grandezze 
e di tutti i suoi pregi j)arlare; della sua po- 
tenza, colla quale potè far fronte ai più pos- 
senti cittadini, delle sue grandi ricchezze e del 
suo magnanimo cuore, onde potè alzare tra gli 
altri nella città nostra quello insigne palazzo, 
con tanta grandezza e magnificenza (al dir del 
Vasari) che (V opera toscana non si è anco veduto 
il più raro né il pili magnifico; che benché ora 
sia albergo di regi, jjur della famiglia del fon- 
datore ritiene il gloriosissimo nome. Benedetto 
Dei nella cronica scritta da lui intorno al 1470. 
de' fatti di Firenze e d' altrove e particolar- 
mente, ad imitazione del Pitti, de' suoi grandi 
e lunghi viaggi (manoscritto originale appresso 



XLIX 

r eruditissimo dottore Niccolò Bargiacchi) par- 
lando delle principali fabbriche di Firenze, dopo 
la cupola del Duomo, mette la famosa muraglia 
che anno fatto la gran casa de' Pitti in Firenze, 
e nel 1465. parla lungamente, come di capo di 
fazione di m. Luca della gran casa de' Pitti. 
Perciò il medesimo autore in un capitolo in 
terza rima ivi disteso, potè cosi principiare con 
fondamento il registro d' un consiglio de' i)iù 
chiari cittadini per l' assedio di Volterra, benché 
effli altrove si dichiari d' esser nemico de' Pitti : 



■'D-' 



Questi si furo e' ina degni e' pia cari, 
Medici e Pitti e Pazzi e Frescohaldi, 
E Tornahuoìii e Bardi e Adimari. 

Tanti sono gli scrittori che parlano di Luca, 
che il numerarne i soli nomi troppo lungo sa- 
rebbe. Iacopo Gaddi di questa illustre pi^osapia, 
ne distese 1' elogio, e con quella occasione molte 
testimonianze d' autori riporta, che tutti fan 
fede della grandezza di questo cittadino, oltre- 
passante la civile condizione. Perciò la Repub- 
blica Fiorentina solennemente il creò cavaliere 
neir insigne tempio di S. Giovanni protettore 
della città nostra, siccome il detto Gaddi a 
lungo ragiona. Ivi radunatasi a questo *fine la 
Signoria, fu celebrata la solenne messa dall' ar- 
cidiacono Francesco Minerbetti, che fu poi arci- 

IV 



L 

vescovo Turritano, dopo la quale egli fu armato 
cavaliere per mano del cavaliere Bernardo 
Giugni, sindaco a ciò deputato dalla Repubblica, 
con tutte quelle cerimonie e solennità, pregne 
di regole e costumanze cavalleresche, descritte 
nello strumento di tal funzione e che si con- 
serva alle Riformagioni, riportato in parte dal 
medesimo Gaddi. Giace egli sepolto nella chiesa 
di S. Spirito e nel cassone di marmo, che sotto 
terra nella sua tomba è racchiuso, si leggono 
queste degne parole: 

LUCAE PIOTO GIVI IN SUA CIVITATE MAGNA AUCTORITATE 
INSIGNI DEQUE REP. OPTIME MERITO AC DECRETO PUBLICO 
EQUESTRI DIGNITATE DONATO. FILII PARENTI OPTIMO POS. 
VIX. ANN. LXXVII. MENS. VIII. 

DI. X. OBIIT ANNO SALUTIS M.CCCCLXXII. 

Seguita il medesimo Gaddi a scrivere altri elogi 
storici de' Pitti nella toga insigni, come di Buo- 
naccorso nostro, di cui più sotto si parlerà; di 
Giannozzo cavaliere prudentissimo e cittadino 
principale della Repubblica ; di Nerozzo signore 
di Sucamina vicino a Negroponte e di Panala 
ne' contorni di Tebe ; di Luigi podestà di Mi- 
lano, del canonico messer Prospero e dell' abate 
don Miniato sopraddetti; e finalmente di Buo- 
naccorso figliuolo del cav. Luca, non meno nel 
nome che in molte delle principali onoranze 



LI 

della Repubblica da lui godute, all' avolo suo 
somigliante. 

Ma egli è tempo omai di dire alcuna cosa 
di Buonaccorso nostro e della sua Cronica. 
L' anno 1354. il di 25. d' aprile sorti egli in 
Firenze i suoi natali da' chiarissimi genitori 
Neri di Buonaccorso Pitti, seduto due volte 
de' Priori, e Curradina figliuola di Giovanni 
Strozzi, che fu Gonfaloniere di Giustizia e po- 
destà di Fuligno. Prese moglie nel 1391. Fran- 
cesca di Luca degli Albizzi, il cui avolo Piero 
fu ne' suoi tempi il maggior cittadino di Fi- 
renze; e n' ebbe numerosa figliolanza. Ma egli 
medesimo di sé stesso e de' suoi avvenimenti 
lungamente ragiona, delle molte cariche da lui 
sostenute e in Firenze e fuori, onde da quelle 
potrà agevolmente il benigno lettore argumen- 
tare qual personaggio egli si fosse e di che 
stima. Né io starò a ripeter qui ciò che egli 
dice, tanto più che il mentovato Iacopo Gaddi 
tra i suoi elogi istorici stampati in Firenze 
nel 1637. e di copiose note arricchiti, quello 
ancora distende di Buonaccorso, che cosi finisce : 
Tantus vero civis magnorum principitm amicitia 
& inimicitia, dexteritate provida in peragendis 
negociis maximi momenti, totqne honorihus, ac 
rebus gestis insignis, vixit inops auri, argumen- 
tum non leve, in puhlicis muneribiis obeundis 
manns rapaces non habnisse; <pii dives filiornìn, 



LI! 

Lucae vex. ac equitis clariss. luce illustratur ; 
nimiriim in patrem, veliiti fontem splendo?' filii 
reflectitur. Scripsit Bonaccursus lihrum, in quo 
familiae affinitates, honores & facta, sua prae- 
sertim, narrai magna cnm diligentia ac simqM- 
citate, more veterum Florentinortim, hoc est suo. 
Propensionem. hahuit ingenii ad etnisca carmina 
fimdenda, riidia illa quidem, ut ipsemet testatur, 
dum refert rhythmum de regio dono, compositum 
inter equAtandum. Nelle note del Gaddi, che 
illustrano questo elogio, non solo gì' interi docu- 
menti si riportano cavati da' nostri archivi, ma 
molti pezzi ancora della Cronica di Buonaccorso, 
senza citare appresso di chi ella si ritrovava 
originalmente, o almeno alcuna copia fedele, 
come pare, che sia necessario nel riferire i ma- 
noscritti. 11 medesimo elogio si legge con tutti 
gli altri del Gaddi, volgarizzati dagli Accade- 
mici Svogliati e stampati in Firenze nel 1639., 
ai quali sono aggiunte altre note, e particolar- 
mente al nostro, ove altri lunghi pezzi della 
Cronica del Pitti si leggono. Ora io andrò qui 
aggiugnendo alcuna cosa, che mi è data alle 
mani intorno al nostro cronista, non toccata^ 
dal Gaddi; sperando, che all'erudito lettore 
non sia discara. Nella mentovata celebre libreria 
Strozziana vi è il cod. 1035. in fogl. contenente 
la storia di ser Nofri di ser Piero delle Ri f or- 
magioni della sollevazione de' Ciompi, del suo 



LUI 

esilio, e di quanto in esso operò, ove all' anno 
1379. si legge il riscontro dell' essere stato Buo- 
naccorso (come egli medesimo afferma) con gli 
altri sbanditi di Firenze a Siena, in tali parole : 
Nel detto anno molte volte del detto mese di no- 
vembre e poi del mese di diciemhre ser No fri fu 
ehon Pieì'o Canigimii, con Donato di lachopo 
Strada, chon Bonaccorso Pitti, con Bese Magha- 
lotti, chon Nicchola d'Andrea di Lippozzo Man- 
gioni, chon Giovanni dello Scielto Tinghi, Tomma- 
sino da Panzano, IJgholino e Toccio Gherardini 
e più altri insieme nella chasa dove abitava il 
detto ser Nofri apresso a Siena e quivi si prese 
partito che el detto ser Nofri singiegnasse di 
pigliare qualche buono chastello. In congiuntura, 
che i detti fuorusciti fiorentini uccisono in 
Arezzo 1' ambasciatore di Firenze, come il Pitti 
racconta, non sarà fuor di proposito registrar 
qui una lettera, che nell' Archivio delle Tratte 
si conserva, scritta dalla nostra Repubblica, per 
mano del celebre m. Coluccio Salutati suo can- 
celliere, ad Arezzo a Carlo d' Angiò, che a 
maraviglia esprime il pietoso sentimento della 
patria verso 1' ucciso suo caro cittadino : 

Decrevimus , clarissime princeps, qnod cada- 
ver & ossa nobilis militis d. Ioannis Monis, qui 
non odio suo, sed patriae ftlit extinctus, in urbem, 
prò qua crudeliter obiit, reportetur, ut locum na~ 
tivitatis suae, cui ritam, quam naturae debebat, 



LlV 

exolvit, possideat moHuiis, qiiem non poiuit repe- 
tere vivus, ut maiorum suorum ossihus & cine- 
rihus coniungatur, quos suae mortis gloria reddet 
ciinctis temporibus clariores. Dignetìir igitur vo- 
stra clementia piae & officiosae patriae benigne 
concedere excellentiae vestrae salvum condiictmn 
in tali forma, quod UH, qiios ad afferendum hoc 
fimus lacrimabile transmittimiis, venire, stare, 
atque redire valeant incolumes & illaesi. Dat. 
Florentiae die 17. sept. 3. Ind. 1380. 
Tra le paci, che si fecero in Firenze fra molte 
famiglie nel 1399. in tempo che sedeva de' Priori 
il nostro Buonaccorso, quella fu, siccome egli 
accenna, tra la sua e la famiglia de' Corbizzi, 
riportata dal Salvi nelle storie di Pistoia, ove 
per isbaglio si legge Corbinelli, in vece di Cor- 
bizzi. E qui mi sia lecito in passaggio di con- 
siderare la condizione di que' tempi* in questa 
parte poveri ed infelici ; che le paci e le tregue, 
nomi pubblici e dedicati a guerre pubbliche, 
fatte con autorità pubblica, s' avessero a udir 
celebrare tra guerre private, di casa a casa; 
ma seguitiamo il ragionamento. Fecesi questa 
pace, non ostante che si fosse fermata tregua 
tra loro per 30. anni, come narra il mede- 
simo Pitti e come dalla Repubblica si era 
stabilito; del che ella ne diede conto a Luigi 
Duca d' Orleans, fratello del Re di Francia, che 
si era adoperato per questa pace, colla presente 



tv 
lettera, clie nel suddetto Arcliivio delle Tratte 
si leofo-e, scritta dal mentovato cancelliere. 

Illustrissime cC- Clarissiìne Princeps, ac Do- 
mine metuende. Recepimus suhlimitatis vestrae 
litteras, quarum serie nos vestra henignitas re- 
qiiirehat qiiatemis familiam de Corhizis capitales 
inimicos nohilis viri Bonaccursi de Pictis dilectis- 
simi nostri civis, qiiem granosissime vestila cle- 
mentia ad honorem sciitiferatus ascivit, cum 
eodem d- suis ad pacem d concordiam reducere 
conaremur. Quod quidem si paterentur cu nostri 
mores é leges, qiiihus noster suhiacet magistratus, 
plusquam nientissime faceremus, tum quia res est 
in se, é sicut expolitissime scrihitis, iiixta sacro- 
rum Evangeliorum oracula, guibus dimittere debi- 
toribus nostris & bona prò malis reddere, quasi 
qui reddat bona prò bonis, d- sancte d- salubriter 
adìnonemur ; tum qìiia tollere scandala, nostrosque 
cives unire debitum nostrum est, tum ex eo ma- 
xime, quod tam affectuose rem islam vestra petit 
humanitas, cui summa c/ratia nobis foret posse, 
non solum in hoc, sed etiam in quibuscunqne, 
licei arduis, compiacere. Sed obstat vestris atque 
nostris affectibus generalis per totam Italiani 
consuetudo, qua vetustissimum atque receptum, 
imo quasi 7iaturaliter Italicorum mentibus insi- 
tum est, ut sine relatione vindictae nunquam tales 
iniuriae dimittantur. Quod quidem non feritale 
morum, praeter Evangelicum institutum, intro- 



LVI 

ductum est, secl ne perversa malignitas, si petita 
venia, satisfactaqiie sicut posset lenitate Gallica, 
paeem haheri contingeret, ad caedes, <(' scelera 
propensiiis crassaretur. Fecimiis attamen super 
hoc tale decretimi, quod dicti de Corbizis, solemni- 
biis caiitionibus praestitis, compellenticr de non 
offendendo promittere Bonaccursnm, d'- suos hinc 
ad annos trigintcì proxime secuturos. Quae qui- 
dem induciae, sive tregiiae, longitudine temporis 
jwrpetiia pacis instar sunt, easque fore videmus 
quasi quoddam complendae pacis initium, (f' ingens 
ad illud, qnod suhlimitas vestra desiderai, fun- 
damentutn. Quod reliquiim est^ eiindem Bonac- 
cursnm, (C- omnes Florentinos Cives, <£' totam no- 
strani Rempuh. emiìientiae vestrae, quam cum 
felicihus incrementis augeat, conservetque divi- 
nitas, totis affectihus commendamus. Nullis enim 
populis concedimus, licei ex subietione vestri sint, 
quod nos devotione possent in quibuscunque vestrae 
magnitudinis beneplacitis superare. Datum Flo- 
rentiae die 29. decembris 2. Ind. 1393. 
Né solo fu caro il nostro Buonaccorso al Duca 
d' Orleans, ma ancora a Ruberto di Baviera Impe- 
radore, il quale di moto proprio a lui e a tutti 
i suoi fratelli e discendenti concedè amplissimo 
privilegio, siccome egli narra nella sua Storia; 
r originale del quale si conserva ancora appresso 
gli eredi del senatore Andrea Pitti, ed è questo, 
eh' io qui trascrivo opportunamente, non isti- 



LVII 

mando superflui per gli amatori dell' antichità 
cosi fatti monumenti. 

Rupertus Dei gratia Romanoriim Rex semper 
Augiistus. Nobilibus viris Bonacìirsio de Pictis, 
Petro, Fraìicisco, Bartholomeo, (f* Loysio fratri- 
hus eiusdem Bonacitrsii, filiis quondam Neri de 
Pictis, nostris é Imperii Sacri fidelibus dilectis 
gratiam regiam, é omne honum. Quamquam re- 
galis miinificentia erga iiniversos Imperii Sacri 
Jideles de innata sihi clementia quadam genera- 
litate multo liheralis existat, ad illos tamen iihe- 
rius sue liberalitatis debet dona extendere, quos 
'pro ipsiiis Sacri Imperli honoribiis fama solepnis 
ferventioribus testatur studiis laborasse. Hinc est 
quod habito respectu ad fidei constantiam, d- utilia 
sincere fidelitatis obsequia, que tu Bonacurse no- 
bis, é Sacro Imperio fideliter exhibuisti, tuque (£" 
fratres tui j^'^^^scripti nobis de ceteró exhibere 
debetis ; idcirco vos, S vestrum quemlibet in fami- 
liares nostros gratanter assumimus, ceterorumque 
familiariiim ìiostrorum collegio de certa scientia 
aggregamus ; decernentes ut imiversis, é singulis 
privilegiis, prerogativis, gratiis, d- libertatibus 
ubilibet fruamini, é gaicdeatis, quibus ceteri 
nostri familiares qiiomodolibet potiuntiir, necnon 
in omnibus, d singulis vestris agendis, & vobis 
inciimbentibus regale culmen sub piena fiducia 
imploretis. Insuper etiam de regie nostre maie- 
statis munificentia vobis, d vestrum cuilibet, nec- 



non a vohis legittime descendentihiis hanc gratiam 
specialem facinms auctoritate regia per presentes, 
ut vos, d' quilibet vestrum arma, sive clenodia in 
presentihus depicta, proni in suis ymaginibus, 
speciehiis, jiguris, ciìxumferentiis, (& colorihns 
pictoris artificio, sicut hic, distincta, d- depicta 
prò actiomim militarium exercitio in hellis, tor- 
neamentis, d aliis militaribits actihus quihnsciim- 
qiie iibique locoriim deferre, <£• gestare libere de- 
beatis, impedimentis quorumlibet |;ewi^w5 procid 
mofis, armis tamen alioriim quorumlibet semper 
salvis. Quorum quidem armorum, atque signorum 
ejfigies, d figura in se continet imdas nigras, 
pariter atque albas, d per longitudinem clipei 
leonem aureiun rapientem cum dyademate rubeo, 
d unguibus et.iam riibeis, ut iti ipsa forma picture 
inferius pictum est. Huius rei testes sunt venera- 
biles Fridericus Archiepiscopus Coloniensis Sacri 
Romani Imperli per Italiam Archicancellarius, 
Rabanus Eplscopus Spirensis, Conradus de Soltkaw 
Episcopus Verdensis, nobiles viri Enricho Comes 
de Linigen Regalis Curie Magister, Guntherus 
Comes de Sicarzburg, Fridericus senior de Morse, 
d Comes in Sanwerd, honorabilis Henricus Pre- 
positus Ecclesie S. Severini Coloniensis, Albertus 
Coler, d Kalbo de Buchart milites, Nicolaus 
Buman Regalis Curie Prothonotarius, lohannes de 
Stammensdorfi] d lohannes de Empache Canonici 
Ecclesie Tridentine, Bertholdus de Nova Domo, 



tiahanus ì)ehetmstad d- Dietlericiis Èeitendiirffer. 
Harum sub nostre regie maiestatis sigilli appetì- 
sione testimonio licterariim. Datiim Tridenti quin- 
tadecima die mensis octohris anno Domini mille- 
simo quadringentesimo primo JRegni vero nostri 
anno secundo. 

B. Bertholdns Dìirlach. 

a tergo 

Ad mandatum Domini regis 

lohannes Wnchemins. 

Accenna Buonaccorso Pitti nella sua Cro- 
nica, d' essere stato mandato dalla Repubblica 
commissario e ambasciatore a Fuligno ; 1' Ammi- 
rato nella parte ii. delle Famiglie Nobili Napo- 
litane, a quella de' Trinci, ne registra il motivo 
a car. 289. con queste parole: Il 1416. Ugolino 
(Trinci) dovea esser morto, essendo signor di Fu- 
ligno il suddetto Niccolò suo figliuolo, il quale, 
conforme che usavano alcune volte simili signori, 
domandò al Comune di Firenze tin suo cittadino, 
per poter con queW ombra, cu consiglio mcmtenersi 
pili facilmente nella signoria; é la carica veggo 
che ne fu data a' 30. d^ aprile a Buonaccorso 
Pitti cittadino di molta sperienza e valore, che 
stato da quel signore fin' a parte del mese di 
settembre, a' 24. fa il suo referto in Signoria 
d' havere eseguito. Simile referto, o rapporto che 
dir vogliamo, fatto da Buonaccorso nel suo 



ritorno a Firenze dall' ambasceria di Venezia 
del 1421., si legge distesamente, tratto dalle 
Riformagioni, nelle note del Gaddi all' elogio 
del Pitti nostro, ove si esprimono le cagioni 
della sua spedizione, taciute da lui nella Cronica. 
Con si fatte onoranze e con tanti conside- 
rabili impieghi e maneggi, e spessi e lunghi 
viaggi, rendutosi il Pitti nella patria e fuori 
assai celebre e rinomato, pensò con savio avve- 
dimento di far memoria delle cose occorsegli, 
non solo per giusto suo compiacimento, ma per 
bel ricordo ed instruzione alla sua famiglia 
ed a' suoi cittadini, che vedendo non aver lui 
passata in ozio vile la vita, ma essersi sempre 
per la patria e per la famiglia impiegato, pren- 
dessero esempio a bene e virtuosamente ope- 
rare, non lasciando perire inutilmente quei 
talenti che Dio a ciascheduno ha dati, secondo 
la lor condizione, per benefizio proprio e del 
prossimo. Mosso per avventura anche fu il nostro 
Buonaccorso dall' esempio di mess. Donato Yel- 
luti suo contemporaneo e parente, che innanzi 
a lui una simigliante cronica, come s' è detto, 
distese, con questi motivi principiandola: Con- 
ciossia che V uomo desideri di sapere di sua na- 
zione e de' suoi passati, e come i parentadi sono 
stati, e' beni acquistati, e molte volte perciò si 
schifino di molti danni e fiiggansi di molti errori. 
Di questa innata lodevole curiosità di sapere 



LXI 

de' suoi maggiori, contentar volle mess. Lapo 
da Castiglioncliio Bernardo suo figliuolo cano- 
nico fiorentino, a cui scrive la cronica, credendo, 
come penso (gli dice egli trall' altre) questo essere 
utile a te, per disporre la tua vita e' tuoi costumi, 
secondo la tua condizione; per non dire, che anche 
il nostro Dante fece narrare nel Paradiso a Cac- 
ciaguida suo bisavolo 1' origin sua. Con quella 
candida maniera adunque, colla quale i primi 
nostri vecchi cronisti scrissero nel volgar nostro 
le cose della patria e dell' Italia, egli nell' età 
sua d' anni 58. prese a distendere a maniera di 
commentari ciò che avvenuto era a' suoi giorni, 
e particolarmente nel tempo de' suoi viaggi e 
delle sue incumbenze. E perciocché natural- 
mente delle cose, che più da vicino ci toccano, 
ragioniamo, egli prese a parlare dell' origine di 
sua famiglia e de' fatti di quella; imitando in 
parte il nostro primo cronista Ricordano Ma- 
lespini; che non solo in principio della sua 
storia parlò delle nobili schiatte fiorentine, ma 
della sua eziandio, benché succintamente, narrò 
r origine, siccome per antiche scritture avea 
trovato. Quantunque il nostro Pitti non fosse, 
per quanto da' suoi scritti apparisce, molto ver- 
sato nelle lettere, era uomo di molto spirito e 
intelligenza e pratica delle cose ; onde non sola- 
mente in prosa, ma in rima, benché non troppo 
in questa felicemente, egli compose. Oltre al 



LXII 

piacevol sonetto, e materiale da lui chiamato, 
che egli inseri nella Cronica, si trova una sua 
canzone satirica fatta da lui per isfogo di non 
so quale sdegno, siccome afferma l' eruditissimo 
conte Griovambatista Casotti canonico pratese 
nella sua dotta prefazione alle Prose e Rime 
de' due Buonaccorsi da Montemagno, ove fece 
ancora sperare la pubblicazione di questa Cro- 
nica. Esce ella adunque alla luce delle stampe, 
tratta dal suo originale, e come appunto la 
scrisse il suo autore, amator della brevità all' uso 
mercantile, e in quel modo che si pronunzia- 
vano le voci dalla bocca del popolo. Né si ma- 
ravigli il cortese lettore che ella si esponga 
colla medesima antica ortografia; perciocché 
essendo questa scrittura originale, e sapendosi 
con quanta religiosità si dee trattare questa 
sorta di manoscritti, si è creduto far cosa utile 
al pubblico, di mantenerla nella sua primigenia 
forma, perché uno abbia campo di potervi filo- 
sofar sopra, e quindi trarne salutari avvisi per 
intendere somiglianti scritture, e agevolarsi la 
via alle correzioni e emendazioni di quelle. 
Cosi appunto fece, tra gli altri, Federigo Ubal- 
dini, dando in luce i Documenti d' Amore di 
m. Francesco da Barberino, perché, ottenuto 
r istesso originale di m. Francesco, ho stimato 
convenevole (dice egli nella j^refazione) seguire 
la mente dell' autore, pubblicandogli come da lui 



LXIII 

proprio furono scritti. Confessa pure egli l' in- 
costanza dell' ortografia, ma [soggiugne poi] la 
sola applicazione di chi legge agevola V intelli- 
genza de' sentimenti. Cosi fece ancora Carlo 
Dufresne pubblicando colle stampe la Vita di 
S. Luigi re di Francia colla medesima antica 
ortografìa franzese, colla quale fu scritta dal 
signore di Gioinville contemporaneo di quel 
santo. E il simile si vede nella Storia franzese 
di Bertrando di Guesclin scritta nel 1387., stam- 
pata in Parigi nel 1618., e in altri molti autori, 
eh' io tralascio. Di questa antica ortografia 
toscana ne distende molti utilissimi capitoli il 
cavaliere Lionardo Salviati, grande ornamento 
della città nostra, negli Avvertimenti della 
Lingua ; e a' nostri tempi V incomparabile arci- 
prete (xio. Mario Crescinibeni lungamente ne ha 
parlato nel volume primo de' Commentari alla 
Storia della Volgar Poesia, ove anche riporta 
ciò che ne hanno detto gli scrittori di nostra 
lingua. Ma tornando a noi, servir puote eziandio 
nel caso nostro, come per una i)arte di storia 
dell' ortografia di quei tempi, la quale, benché 
discordante in buona guisa da' nostri, pure non 
manca delle proprie ragioni di cosi scrivere e 
di dare un esempio, per ammaestrare e impra- 
tichire i leggitori degli antichi manoscritti; 
che dal non avere contezza e pratica nel leg- 
gerli, danno talora in istrabocchevoli sbagli ed 



LXIV 

errori; de' quali errori una delle maggiori sor- 
genti è la mancanza degli apostrofi e degli 
accenti, che il lettore di questi manoscritti, 
avvezzandosi a mettervegli di suo, si fa più 
franco e più valoroso nei leggerli, e insieme 
esercita il giudizio e il discernimento critico. 
Alcune lettere per vezzo o mendo di scrittura 
si trovano scempie o doppie, contra la testi- 
monianza della vegliante pronunzia, per mo- 
strare quanto poco fondamento si possa fare 
delle antiche scritture in ordine al profferire 
toscano, per lo quale si dee anzi seguire 1' auto- 
rità viva delle nostre bocche, che la morta delle 
penne degli antichi, pigliando da questi, dirò 
cosi, il getto delle parole, per pulirle, se talor 
sia di mestieri. I Latini antichi non raddoppia- 
vano alcuna lettera in parlando, per testimonio 
di Quintiliano, e in iscrivendo si la raddoppia- 
vano, lo che fanno i Franzesi. E vero, che la 
sapientissima Accademia della Crusca, per un 
solido e principale fondamento di corretto scri- 
vere, ha posto per uno innanzi la stessa pro- 
nunzia, volendo, che la scrittura sia quanto 
meglio si può rappresentativa di quella; ma 
in tutti i metodi che si prendano in questo 
particolare, sarà sempre 1' ortografia a contro- 
versie soggetta, e difficile impresa sarà lo stabi- 
lirne, come alcuni vorrebbero, perfetta e sicura 
norma; che in questo caso è bene deferire 



LXV 

all' uso corrente de' buoni ed approvati scrit- 
tori e regolatori di lingua. Si dà fuori pertanto 
la presente Cronica non alterata in niun conto 
dall' originale, acciò quelli, che o intesi princi- 
j)almente ad altri studi o che essendo lontani, 
non hanno campo o non possono visitare agia- 
tamente ed esaminare e saggiare i manoscritti 
di simil sorta, possano trovare in questo libro 
con che pascere la loro erudita curiosità e 
averne sotto gli occhi un fedele esemplare, che 
faccia loro vedere come nell' opera dell' orto- 
grafia si comportavano i nostri vecchi scrittori. 
Sì fatta ortografia, rappresentata in questa 
stampa, si è lasciata correre espressamente 
ancora, per dare una chiave agli amadori di 
nostra lingua, che serva ad aprire quel gran 
tesoro che si mantiene negli scritti purissimi 
de' nostri vecchi; e servir puote in gran parte 
per le origini delle voci primitive, che non 
avevano ancora patito alterazione. Nato era il 
Pitti nostro nel buon secolo della lingua, ma 
quando egli incominciò a scrivere, avea ella 
già la sua declinazione, sebbene nell' ortografia 
tutti in quel tempo erano uniformi; anzi due 
secoli prima io cosi la trovo in un marmo del 
1243. che si legge in Pisa in lingua toscana, 
dichiarante una impresa militare di quella già 
possente repubblica. Un esempio d' ortografia 
del tempo di Buonaccorso ci porta lo stesso 



LXVI 

Iacopo Gaddi ; il quale subito dopo 1' elogio di 
quello, nelle note del medesimo registra una 
lunga scrittura volgare d' un contemporaneo 
di Buonaccorso, che tratta de' magistrati e del 
governo della città nostra, distesa appunto come 
egli la trovò, cioè colla medesima ortografìa 
della Cronica del Pitti. Ma non cosi adoperò 
egli nel riportare quivi molti lunghi passi di 
essa Cronica, appartenenti alla vita di Buonac- 
corso, forse da lui non veduta nell' originale o 
male intesa o servitosi di alcuna copia in buona 
parte alterata. Perciocché egli, che s' impegna 
di riferirgli colle puntuali 'parole di Buonaccorso, 
e dice d' aver voluto puntualmente copiare questi 
pezzi de' comentarj o ricordi, non è stato inte- 
ramente fedele, confondendo in parte, tramu- 
tando e alterando le parole, i periodi e 1' orto- 
grafia e per fino i nomi proprj, come agevol- 
mente se ne può fare dall' accorto lettore il 
riscontro. 11 simigliante fece lo stesso celebre 
autore nella prima parte degli Scrittori a carte 
195., ove parlando del compendio istorico delle 
cose di Francia di Ruberto Gaguino, dice : Con- 
tuli ego nuperrime particulam comp. Gag. cum 
particula ms. monumentorum Bonac. Pitij fhuius 
elogium historicum Fona & ego edidimusj qui 
plerumque consentii, sed in titroque nonnulla va- 
rietas est in narratione quorumdam bellorum 
Galli regis, cui milita vii Bonac. qui casum hunc 



LXVII 

refert ìiorrihilem & ciiriosum in oppido, ubi 
oppidani & Angli multi perierant (& ignis Hiatus 
saeviebat; e vi pone il testo volgare del Pitti, 
ma non come è nell' originale, riportato in 
questa impressione a carte 34 ('). Il che tutto è 
stato uno de' forti motivi di pubblicar la Cro- 
nica, come ella sta per appunto nell' originale. 
Ad alcune voci perciò e maniere di dire di 
quei tempi si è stimato opportuno di fare 
alcune piccole annotazioni; siccome ad altre 
cose istoriclie, che si sono incontrate per entro 
a quella, per maggiore intelligenza, utilità e 
schiarimento; essendosi in ciò adoperati con 
diligenza e accuratezza alcuni amatori e con- 
servatori, quant' altri mai, delle cose nostre. Né 
essendo il Pitti uomo addottrinato, né franco 
posseditore delle lingue, nel distender poi e 
nominare quei luoghi, per dove egli passò, gli 
venne fatto di storpiarli quasi tutti, onde è 
bisognato farne avvertito il lettore nelle anno- 
tazioni, correggendo e illustrando tutto quello, 
che è paruto necessario; siccome si avverta in 
dette annotazioni a car. 113. (^), essere totalmente 
diverso il paese detto il Frignano dalla Garfa- 
gnana. Avrebbe finalmente desiderato più d' uno 
affezionato alle memorie di nostra patria, di 



(1) In questa nostra ristampa alle pagg. 69-70. 
(^) In questa a pag. 210. 



LXVIII 

vedere in fronte di questa Cronica l' albero 
tutto genealogico della chiarissima famiglia 
de' Pitti; ma per lo numero delle persone, che 
lo compongono, riuscendo straordinariamente 
grande e spazioso, si è piantato qui solamente 
lo stipite e il nostro ottimo cronista, e, toltone 
gli spenti e i laterali, ciascun ramo vivente, 
che da lui o dal suo fratello 

Vie7i, come ogn' arhor vien da sue radici. 



oi?.oisriO-A. 



BUONACCORSO PITTI 



Di MANO DI BUONACORSO DI NeRI DI BuONACORSO DI 

Maffeo di Buonsigniore di un altro Buonsi- 
GNioRE de' Pitti. 






bonsignore 

bonsignore 

Maffeo 

de' Priori nel 1283 

BON ACCORSO 

fondò il Monastero di S. Anna in Verzaia nel 1318 

come in q." 27 faccia 2." (•) 

Neri 

morto a' 25 Aprile 1374 

BONACCORSO 
nato a' 25 Aprile 1354 



2° 3° 



40 



III I I 

Luca Camilla Einieri Euberto Curadina 

n. 1395 n. 1398 n. 1400 n. 1401 n. 140B 



50 70 go go 

I \ \ i 

Curadina seconda Neri Cipriano Maddalena Francesco 

n. 1404 n. 1406 n. 1407 u. 140S 

moglie di 

Rosso di Gio. de' Medici 

nel 1423 - q.» 27 

10^ n» 12» 

I I I 

Primavera Piero vettori© Cammilla Ghaia 

n. 1409 n. 1410 n. 1413 

13» 



Luigi gimignano 

n. 1417 

Questa è la figliolanza di Bonaccorso Pitti. 



(>) Qui e pia sotto s' intende la ntimeraz. del codice. 



BUONSIGNORE 



BUONSIGNORE 



Maffeo 

Fu de' Priori. 1283. 
Dua figl.' 

BONACCORSO 
Nove lìgliuoli 



Neri 

xi figl.' 



BoNACCORSO 
vii figliuoli 

I ~ 

Ms. Luca 



BONACCORSO 

iij figl.' 



Lorenzo 

i figl. 



BONACCOR-iO 
Dua figl.' 



Lorenzo 



NEGLI ANNI DOMINI MCCCCXIJ. 

lo Bonacorso di Neri di Bonacorso di Maffeo 
di Bonsignore d' un altro Bonsignore de' Pitti 
nel detto anno di sopra cominciai a scrivere in 
su questo libro per fare memoria di quello eh' io 
ò potuto trovare e sentire di nostra anticha pro- 
gienia e de' parentadi nostri antichi e moderni 
e che a' miei di sono fatti o faranno ; e ancora 
ci farò su alquanti ricordi della vita e modi 
d' alcuni de' detti nostri progienitori e per ispe- 
ziale di quelli eh' io ò veduti. E se io non ri- 
truovo né scrivo il fondamento nostro antico, 
la cagione è stata che le scritture nostre antiche 
essendo di grado in grado pervenute nelle mani 
d' uno eh' ebbe nome Giore (') di Lapo di Ciore 
di Maffeo di Bonsignore d' un altro Bonsignore, 
e sendo il detto Ciore molto vizioso di dire 



(') Ciore; da Siore, per Signore: accorciato di Bonsi- 
gnore, nome gentilizio della famiglia de' Pitti. Questo Ciore 
ebbe per moglie nel 1369 Simona di Francesco di messer 
Ugolino de' Figbineldi, come in Gab. B. 21. a 215. (M.) 



8 

male d' altrui e ripieno d' invidia, occorse che 
per detto vizio esso non era aciettato nel nostro 
reggimento. E vedendo egli che noi figliuoli 
del sopra detto Neri eravamo tutti aciettati 
negli ufici in qualunche de' più honorevoli, 
avendo esso di ciò grandissima invidia, diciea 
che noi eravamo coloro che a lui togliavamo lo 
stato, e di noi a grande torto si tenea gravato; 
e per modo che quando venne a morte fecie 
testamento e lasciò tutto il suo a una sua fi- 
gliuola, che al di d' oggi è in munistero delle 
donne dal Portico. E morto che esso fu, andamo 
alla detta sua figliuola che ancora era nella sua 
chasa, e domandamola che volavamo avere i 
libri e le charte e scritture che Ciore avea di 
nostre antichità. Risj)0se che ninna ne sapea, 
ma che avea veduto più e più volte che Ciore 
avea venduti libri e gran quantità ; e che poco 
dinnanzi a la sua morte avea veduto eh' egli 
avea arse assai carte e scritture. Comprendemo 
assai chiaro che diciesse il vero, però che tutta 
la chasa cierchamo e ninno libro né scrittura 
vi trovamo, né anticha né moderna. Andunche 
aparve chiaro che il detto Ciore fosse di mal- 
vagia condizione a non volere che di lui né 
de' suoi antenati rimanesse alcuna scrittura 
eh' egli avesse nelle mani. Per la quale perdita 
di scritture io sono andato riciercando libri e 
scritture di Bonacorso mio avolo, i quali libri 
molto stracciati e male scritti e male tenuti, 
pure di quelli ò ritratte alcune cose che apresso 
ne farò ricordo, e ancora farò ricordo di quello 
che da Neri nostro padre mi ricordo avergli 
udito dire, parlando di nostre antichità. 



9 
E principalmente ti'uovo che noi Pitti fnmo 
chaciati di Simifonti per Ghuelfi da i Ghibelini 
che lo singnoregiorono ; e pare che della nostra 
famiglia si faciesse tre parti. La prima si pose 
a stare a mio Inogho che si chiama Luia (') e 
ogi di di loro disciendenti vi sono grande fa- 
miglie e honorevoli di contado, e anno di ricche 
e buone possessioni e il nome loro, ciò è di tutta 
la famiglia, ogi di si chiamano i Luiesi, però 
che pare che in quello luocho che si cliiama 
Luia non apare che abia a fare altro che la 
detta progienia, e per lo sengno della loro arme 
aparisce che noi fumo consorti, però che l' arme 
come noi portano sanza alcuna differenzia; e 
ò sentito da cierti antichi de' detti, et anche 
da' nostri passati, che conversazione e amicizia 
come parenti insieme ci siamo ritenuti. 

La^ siconda parte se ne venne di punta a 
Firenze i quali si chiamarono Amirati (^) e ogi 
di ancora ne sono di loro, i quali si sono ridotti 
a stare in contado assai vicini al pogio del detto 
Simifonte, il quale fo disfatto per lo comune 
di Firenze (^) negl' anni mccii; la quale famiglia 
fu già a Firenze molto honorata, e portano 



(•) Qui di contro nel margine del codice è scritto: oggi 
liiiano e s-i chiamano i luiesi. — (ibis) Luia. Luiano, luogo 
del piviere dell' Impruneta, ov' è anche oggi l' oratorio di 
san Biagio, di patronato de' Pitti. (M.) 

(^) All' Archivio Gen. per rogo di ser Gio. di Gino da 
Prato si trova nel 1380: D. Simona filia g. Chelis lunte 
Bonsignoris de Amiratis Pop. S. Felicis in Piazza. (M.) 

(^) Qui anche in margine è scritto: nel 1202 fu di- 
strutta Simifonte. 



10 

propio V arme come noi portiamo, ciò è uno 

scudo a onde bianche e nere. 

La terza parte, ciò è noi chiamati Pitti, ci 
ponemmo a Chastelvechio in vai di Pesa dove 
comperarono di belle e buone possessioni e per 
ispeziale uno luogho che si chiamava alle Torri, 
perchè v' erano due chasamenti da signori e 
ongni chasa avea una torre con colombaia, la 
quale posesione ancora ogi di è nostra, e non 
v' è altro che una torre, però che a' di miei la 
faciemo abattere per più sigurtà, però che fa- 
cieva vista di volere chadere ('). 

E dipoi i detti nostri antichi pochi anni 
apresso veneno ad abitare a Firenze, e le loro 
prime case furono quelle che ogi di sono 
de' Machiavelli nel popolo di santa Felicita, 
le quali case vendè loro Ciore e Bonacorso di 
Maffeo de' Pitti. 

Io udi' dire a Neri nostro padre che uno 
nostro antico ebbe nome Bonsignore, il quale 
andò al santo Sepolcro in Jerusalem e a santa 
Caterina al monte Senai, il quale non tornò 
né sepesi dove si morisse; e che alla partita 
che fecie da Firenze lasciò la sua donna gra- 
vida, partorì uno figliuolo, il quale per lo nome 
del padre fu chiamato Bonsignore. Del detto 
Bonsignore nacque Maffeo ('), il quale Maffeo 



(') Qui finisce la prima pagina del testo, e sotto, nel 
margine bianco, è scritto, forse continuando il discorso pre- 
cedente: Per che si diceva in Firenze V anno 1202: Firenze, 
fatti in Ih, Simifonte si fa citth. 

(-) Di contro in margine è scritto: Maffeo di Boiisigje 
Pitti de' Priori nel 1283. — (^ bis) i259. Corsus & Maffeus 
fila Bonsegnoris Picti Pop. S. Felicitatis per ser Attaviano 
di Chiaro d'Accorso all' Archiv. Gen. (M.) 



11 

fu grande e possente et honorato cittadino; et 
apariscie nel libro dove si fa memoria di tutti 
quelli che sono stati de' priori, che il detto 
Mafteo fu de' priori nel Mcclxxxiii. 

Maffeo ebbe in fra gì' altri due figliuoli, il 
primo ebbe nome Ciore ('), il secondo Bonac- 
corso. Ciore fu grande e honorato cittadino, e 
per sua grandeza e si perché avea più tempo 
apariscie eh' egli sopra stette molto a Bonac- 
corso. Nacque di lui Lapo e altri figliuoli. Di 
Lapo nacque un altro Ciore e altri figliuoli; 
del quale Ciore ò fatta menzione tanto che 
basta alla sua infamia. 

Bonaccorso di Maffeo fu, sicondo che si 
truova per carte autentiche, buono huomo e 
chattolica persona. Apariscie per charta come 
egli comperò terreno e casa nel popolo di santa 
Maria a Yerzaia, dove fondò uno munistero di 
donne, e di ciò trovai fatto ricordo in su uno 
suo libro in questa forma, ciò è : « Ricordo che 
» io Bonacorso Pitti comperai una casa con 
» terra in fino ad Arno nel popolo di santa 
» Maria a Verzaia da ser Andrea Masi notaio 
» del popolo di san Brocolo per prezo di fior. 
» novanta tre d' oro per fare una chiesa con 
» munistero di donne di santa Anna, e il ve- 
» scovo ci diede la parola e feciela sagrare e 
» diede la lettera del acatto e fecie ogn' altra 
» cosa che a ciò bisognava e aconciocci con 
» santa Maria a Verzaia, e dee avere ogn' anno 



(') Trovasi essere stata moglie di Ciore Sofia, chiamata 
Fia, di Spinello, chiamato Piccio, di Lottieri Ferrucci nel 1337 ; 
per ser Francesco di Bengo all' Archiv. Gen. ( M. ) 



12 

» uno ciero da santa Anna ; fecie la carta della 
» compera ser Stefano Fighini; fecila dire in 
» Neri per più mia sigurtà per l' una metà, ma 
» io Bonaccorso paghai fior. Ixxxxiii d' oro, come 
» la costò, in mano del detto ser Andrea Masi 
» adi xxviiii di giugno 1' anno Mcccxviij » ('). 
Il detto Bonacorso ebbe per moglie monna 
Griovanna di .... (^) degl' Infanghati. Ebene sei 
figliuoli e tre figliuole, ciò furono Maffeo, Tomaso, 
Cilia, Cione, Agostino, Neri, Tessa, Bartolo e 
Grhaia. Ebbe monna Giovanna una sirocchia 
che ebbe nome monna Nente (^), fu maritata 



e) Il Sen. Carlo Strozzi, Raccolta di memorie, fondaz. 
ecc. di chiese di Firenze e fuori, Cod. 179 in f. della Strozz., 
a e. 12 dice, che detto Buonaccorso 1' anno 1318 comprò dal 
sopradd. ser Andrea Masi una casa con terre sino ad Arno 
nel Pop. di S. Maria a Verzaia, fuori di Porta a S. Fri- 
diano, ove fu fondato il monastero di S. Anna, e quivi si 
mantenne fino adì 20 di settembre 1529 che se n'uscirono le 
monache, e il giorno seguente, per ordine della Repubblica 
Fiorentina, fu sino a' fondamenti rovinato, a cagione dell' im- 
minente assedio di Firenze, durante il quale abitarono nel 
principio le monache in casa di mess. Marco del Favilla loi'o 
confessore e governatore, accanto al monast. di S. Fridiano 
di Firenze; dipoi in casa di Matteo Botti, e in ultimo in 
quella di Gio. Batista Antinori in via de' Serragli. Levato 
r assedio, il di 13 di dicembre 1530, fu loro conceduto lo 
spedale di S. Lucia vicino alla porta di S. Friano, di padro- 
nato de' capitani del Bigallo, ma per l' angustia del luogo, 
dall' Arte de' Mercatanti l' an. 1534 fu dato loro lo spedale 
di S. Eusebio, sul prato d' Ognissanti, ove è al presente il 
suddetto monastero di S. Anna. (M.) 

(2) Cione supplisce in corsivo la stampa. — (^ bis) Cione 
nome abbreviato da Uguccione; cosi Cilia da Cecilia, Tessa 
da Contessa, Bice da Beatrice, Tile da Gentile. (M.) 

(^) Fu maritata anche a Francesco di m. Ciampolo 
de' Cavalcanti nel 1865. (M.) 



13 

a Petriboni, che ne naque Ubaldino e Piero 

e altri figlinoli. 

Neri tolse per moglie monna Cnrradina fi- 
gliuola di Giovanni di messer Ubertino degli 
Strozi; ebono undici figliuoli, ciò furono Piero, 
Giovanni, Franciescho, Niccolosa, Giovanna, Bo- 
nacorso, Franciescho, Clone, Bartolomeo, Ame- 
righo e Luigi. 

Clone fratello di Neri ebbe per moglie 

mona (') de' Sacchetti; ebene figliuoli che 

os^i di n' è viva monna Franciescha e monacha 
in santa Felicita (^). Ebbe un' altra donna ciò 
è mona Margherita la quale è viva; ebene 
figliuoli ciò fu Lisabetta, Nicolò, Clone e 1' An- 
gnola. Lisabetta fu maritata al Migliore (^) di 
Giunta; sonne figliuoli, ciò è Margherita, la 
quale fu maritata a Antonio di Carlo Ruciellai, 
Giunta, Angnola la quale è maritata al maestro 
Antonio dalla Scharperia (^), Clone, Filippo e 
Niccolò. L' Angnola figliuola di Clone e di 
monna Margherita fu maritata a Franciescho 
del Gietta; ebe una figliuola che à nome Lisa, 
fu maritata a Franciescho di Lionardo Peruzi, 
ebene quatro figliuoli, e poi si rimaritò a Filippo 
di Giovanni Carducci e anne asai figliuoli. 

Monna Tessa sirochia di Neri fu maritata 
a Cambio Cambi, ebe tre figliuoli, ciò furono 



(') Maria supplisce in corsivo la stampa. 

('^) Lapa altra sua figliuola nel 1330 si trova moglie di 
Fornaio di m. Lotteringo de' Eossi per rogo di ser Lapo 
Dandi all' Archiv. Gen. (M.) 

(^) Sono quei del Migliore. (M.) 

(*) Lettore di medicina nello Studio di Firenze, e medico 
di papa Giovanni xxiii, (M.) 



14 

Piero, Giovanna e Franciescho. Monna Giovanna 
fu maritata al Morello de' Rossi; Franciescho 
ebe per moglie monna Chaterina di Giovanni 
Alfani e di monna Bicie figliuola di Niccolò 
Maleghonelle ; ebono molti figliuoli de' quali 
non n' è vivo se none uno, che à nome Chambio. 
Il detto Franciescho fu tenuto per molti che 
fosse de' Pitti, perché portò 1' arme con nostro 
padre (') per una briglia che avemo co' Ma- 
chiavelli. 

Monna Curadina ebe uno fratello eh' ebe 
nome Luigi, ebe tre sirochie, ciò fu monna Tile, 
fu maritata a Schiatta Mangioni che ne naque 
Jacopo e altri figliuoli assai; di Jacopo sono 

ancora vivi (^) e altri figliuoli. Mona {^) 

fu maritata a Colino {") Grandoni; naque di 
loro Andrea e altri figliuoli assai ; d' Andrea 
naque monna Lionarda, la quale fu maritata a 
Mainardo Adimari e anne assai figliuoli. Monna 
Lena fu maritata a Niccolò Maleghonelle, ebono 
insieme xxiiij figliuoli, de' quali io ricordo 
Piero, monna Bicie, monna Caterina, Tomaso e 
Marco. Di Piero è uno bastardo eh' à nome 
Giovacchino, il quale è valente e buono gio- 
vane. Monna Bicie fu maritata a Giovanni 
Alfani, naquene la Chaterina la quale fu moglie 
di Franciescho di Chambio, come ò fatto men- 



(') Era una legge in Firenze contra i grandi, che ren- 
deva comuni a tutti i consorti le niniicizie, e le brighe: e a 
somiglianza de' grandi anche le famiglie di popolo tenevano 
a briga insieme. (M.) 

(') Giovanili supplisce in corsivo la stampa. 

(•'') Bianca supplisce e. s. la stampa. 

(^) Diminutivo di Niccolò. ( M. ) 



15 

zione. Tomaso ebe per moglie monna Francie- 
scha figliuola di Giovanni di Niccolò de' Me- 
dici; ene uno figliuolo che à nome Niccolò. Di 
Luigi naque Giovanni, ebe per moglie mona 

Contessina di (') de' Girolami: sonne vivi 

otto figliuoli, ciò è Lorenzo, Luigi, Filippo, 
Franciesclio, Lisa, Salvaggia, Ghostanza e Lena. 
La Lisa è moglie di Tomaso di Lionardo Fresco- 
baldi. La Selvaggia è moglie di Franciescho 

di C). 

Piero di Neri Pitti tolse per moglie monna 
Antonia di Bartolomeo di Ricchardo Giovanni 

e di monna Loba {^) di de' Bardi ; ebbe «sei 

figliuoli, ciò è r Angnola, Niccolosa, Neri, Cha- 
terina, Giovanni e Loba. L' Angnola è maritata 
a Niccolò d' Andrea del Benino, e anne molti 
figliuoli. Niccolosa è maritata a Matteo di mes- 
ser Giovanni Panciatichi, e anne molti figliuoli. 
Neri à per moglie Lisabetta di Matteo di ser 
Michele, e la madre sirocchia di Piero Bon- 
ciani; anne due figliuoli, ciò è Bartolomeo e 
Piero. La Chaterina è maritata a Niccolò di 
Zanobi Ginori e anne figliuoli. Piero e l' Antonia 
morirono vechi innuno anno. Ebbe Piero di 
tutti gì' onorevoli ufici di dentro e di fuori, fu 
de' priori due volte e una ghonfaloniere di 
giustizia; fu uomo piccolo, grosso e nerbuto, 



(') Filippo di Lippo, supplisce la stampa. 

('^) La stampa supplisce e corregge cosi : « moglie di 
Antonio di Franciescho di Niccolò Seri'agli. » 

(^) f. Lupa, che anche dicesi Lova, e Loba, per 1' amistà 
e quasi parentela eh' è tra 1' V consonante e il B, onde 
voce, hoce, ec. se non è Labe da Orrabile. (M. ) 



16 

nero e sano huomo, e lieto e benigno e amore- 
vole; visse Ixvij anni. 

Neri di Bonacorso nostro padre fecie grande 
ricchezza d' arte di lana, e truovasi che fecie 
fare per anno xi centinaia di panni, de' qnali 
la magior parte mandava in Puglia, e nella 
detta arte fu molto industrioso. Ordinò e fecie 
che nelle nostre chase entrava la lana fran- 
ciescha e uscivane i panni compiuti, e 1' ultimo 
edificio che fecie fu il tiratoio (') che costò 
circha fior, tremilia cinqueciento. Aparve eh' egli 
non si curava degl' ufici del comune, però che 
rifiutava tutti quelli che si possono rifiutare, e 
anche lo ricordo rifiutare per li consigli opor- 
tuni il ghonfalone di compagnia. Fu de' priori 
due volte. Fu bello huomo alto tre braccia, 
non grasso ma di buone ossa e nerbi e di pelo 
sanghuigno, sano e forzevole, e visse anni Ixviij ; 
che Idio gli faccia veracie perdono. 

Monna Curradina fu bella e valente donna, 
fu di meza statura e di pelo ulivingno; vivette 
Ixvi anni. 

Io Bonacorso tolsi per moglie la Francie- 
scha di Lucha di Piero di Filip2)o degl' Albizi 
e di monna Dianora di Piero di Neri dal Pa- 
lagio. Ebbe una sirocchia eh' ebe nome Mada- 
lena, fu moglie di Franciescho di Jacopo Pecori, 
che ne sono due figliuoli, ciò è Jacopo e Lucha. 
La detta P^ranciescha à due fratelli, ciò è Piero 
e Niccolò. Niccolò à per moglie la Lottiera 
figliuola di Cardinale Ruciellai e di monna 



(') Il tiratoio è un grande edifizio per tirare, disten- 
dere, e perfezionare panni lani. (M.) 



17 
Lapa di Stefano Chastellaiii, e ane uno figliuolo 
che à nome Ludi a Antonio. 

lo e la Franciesclia abiamo auto per insino 
questo di xi figliuoli, che ne sono vivi sette, 
ciò è Lucha, Ruberto, Curradina, Madalena, 
Franciescho, Primavera e Neri. La Primavera 
ebbe nome per la madre di monna Dianora che 
fu sirocchia di Charlo e di Smeraldo degli Strozi. 

Franciescho mio fratello à per moglie la 
Franciescha di Giovanozo Biliotti e di monna 
Bartolomea di Cola Nerini. A tre fratelli e una 
sirocchia, ciò è Betto, Rinieri, Mccolaio e la 
Margherita. Betto à per moglie la Giovanna 
di Tomaso Amidei. La Margherita è moglie 
d' Andrea Belincioni. Anno auti Franciescho e 
la Franciescha insino questo di xiij figliuoli, 
de' quali ne sono vivi xij, ciò è Clone, Piero, 
Antonio, Curradina, Chaterina, Bartolomea, 
Margherita, Dianora, Nera, Lisabetta, Simonetta 
e Giovanozzo. La Curradina è maritata a Andrea 
di Giusto Coverelli, la Margherita è nel mu- 
nistero di santa Felicita, la Chaterina è mari- 
tata al conte Ghuido del conte Franciescho da 
Battifolle conte di Moncione ('). A Franciescho 



(') Ora contea de' padri di Camaldoli, detta volgarmente 
la Moggioìia. Di questo conte Guido v. l' Ammirato il gio- 
vane nelle giunte alla storia della famiglia de' conti Guidi 
del vecchio Ammirato a e. 38. Egli si chiamò Guido Guerra 
del conte Francesco del conte Bernardo, affermando 1' Ammi- 
rato essere egli stato ucciso da' propri villani per rissa 
avuta colla famiglia de' Ricasoli. Non lasciò figliuoli, leggen- 
dosi nella suddetta storia, che i fedeli dei conte Guido 
Guerra da Battifolle conte di Moncione adi 8 di aprile 1419 
sodarono la dote della contessa Caterina, che fu figliuola 

2 



18 

auto per insino questo di due de' magiori ufici 
di fuori, ciò è vicario di Yaldarno e podestà 
di Pistoia. 

Franciescho è stato per insino questo di 
due volte de' signori priori e più volte di co- 
legio; e degl' altri ufici dentro e di fuori auti 
assai e de' maggiori. 

Bartolomeo di Riccardo Giovanni ebe una 
sirochia, ciò fu monna Antonina che fu moglie 
d' Uberto di Schiatta Ridolfi della quale è ogi 
di vivo Schiatta. Il detto Bartolomeo fu padre 
di monna Antonia moglie di Piero come a 
dietro ò fatto ricordo. 

Paolo e Filippo degl' Albizi e monna Nera 
e monna Tancia furono fratelli e sirochie di 
Luca padre della Franciescha mia donna. Paolo 
ebe per moglie monna Ghita di Stefano di 
Vanni Castelani; ane più figliuoli maschi e 
femine; ane maritata una che à nome Marghe- 
rita a Inghilese Baroncielli. 

Filippo ebe per moglie monna Niccolosa di 
Salamone di Torello (^). Enne uno figliuolo che 
à nome Piero il quale à per moglie 1' Angnola 
d' Angnolo di Laudo degl' Albizi. 

Monna Tancia fu moglie di Lorenzo Alto- 
viti. Enne la Lorenza chiamata la picchina, la 



di Francesco di Neri Pitti, e la dote fu fiorini seicento 
d' oro. Questa contessa morì di febbraio V anno 1421 non 
si essendo mai rallegrata dopo la morte del marito. Vedesi 
dal di lei testamento, fatto in Firenze il di 4 febbraio di 
detto anno, die ella lascia erede universale la Francesca 
Biliotti saa madre. (M). 

(•) Sono quei del Garbo, (M.) 



19 
quale è moglie di Neri d' Angnolo Vettori, e 
anno molti figliuoli. 

Monna Nera fu moglie di messer Niccolò 
di Pagnozo Tornaquinci; ebe tre figliuole, ciò 
è Andrea, Margherita e Nicolosa. L' Andrea fu 
moglie di Giovanni d' Andrea di messer Ugho 
da la Stufa; enne uno figliuolo che à nome 
Niccolò. 

Margherita è moglie di Piero di messer 
Zanobi da Mezola e ano figliuoli. 

Niccolosa è moglie di Niccolò di Corso da 
la Rena; non anno ancora figliuoli. 

Monna Bartolomea madre della Franciescha 
donna di Franciescho Pitti, ne sono due siro- 
chie ; ciò è monna Piera che fu donna di Fran- 
ciescho Federighi, e anne figliuoli; e monna 
Tessa è donna di Stefano Corsini e anne molti 
figliuoli. 

Bartolomeo di Neri Pitti à per moglie la 
Lisa figliuola che fu di Luigi di Bonacorso 
Pitti e di monna Lisa figliuola che fu di messer 
Cipriano degl' Alberti. La detta Lisa donna di 
Bartolomeo fu donna di Bernardo di Lippo di 
Clone del Cane ('), ed enne due figliuole, ciò è 
la Sismonda e la Bernarda. E sendo rimasa la 
detta Lisa vedova e reda del detto Luigi di 
Bonacorso Pitti, la tolse per moglie Bartolomeo, 
a fine che quella eredità non uscisse di casa 
nostra. Luigi padre della detta Lisa, la sua 

madre ebbe nome monna Lisa di degli 

Scodellai; e monna Filicie fu sirochia della 
detta, fu donna di Matteo di Dono Bogognuoli ; 



(') Si dissero ancora della Ghiera. (M.) 



20 

e sono di loro figliuoli Domenico e Gherardo, 
e anno molti figliuoli raaschi e femine. È stato 
Bartolomeo gonfaloniere di compagnia; non è 
ancora stato de' priori. 

Bartolomeo detto à auti tre figliuole e uno 
figliuolo, ciò è la Curradina, la Lena, la Luisa 
e Neri, il quale Neri si morì e sono vive le 
femine. Bartolomeo è bello liuomo e di meza 
statura. 

Luigi di Neri Pitti ebe per moglie la Bin- 
della di Doff'o Arnolfi e di monna Filicie di 
Bartolomeo del Tosetto; e della detta Bindella 
è suo fratello Batista; la quale fu in prima 
moglie di Cristofano di Bonacorso, ed enne una 
figliuola che à nome Sandra. Ebene Luigi due 
figliuoli, ciò è Nerozo e Doff"o; e dipoi tolse 
per moglie la Lapa figliuola d' Alderotto Bru- 

neleschi e di monna Chaterina di Alamanni; 

sono vivi otto fratelli e una sirocchia della 
Lapa, ciò è Bernardo, Ghabriello, Giovanni, 
Brunelescho, la Lisa, Antonio, Salvestro, Fran- 
ciescho e Piero. La Lisa è moglie di Filippo 
della Trita degl' Adimari, e anne assai figliuoli. 
La detta Lapa fu moglie di Ghuido del Pera 
Baldovinetti, ed enne una figliuola che ha nome 
Ghostanza. A Luigi per insino a questo di auti 
della detta Lapa sei figliuoli, ciò è Bindella, 
Tomaso, Curradina, Caterina, la quale si mori 
e dipoi ebe un' altra Caterina, e il sesto à nome 
Mafteo, il quale nome ebbe il nostro bisavolo. 
È stato il detto Luigi de 1' uficio de' xii di col- 
legio e poi fu de' priori nel Mccccx del mese 
di novembre e di diciembre, e trovossi adope- 
ratore col aiuto di Gabriello Bruneleschi suo 



21 
congnato di lare la pacie tra lo nostro co- 
mune e lo re Lanzelao (') della quale pacie il 
nostro comune avea grandissimo bisogno (^), e 
funne contento tutto il popolo e per ispeziale 
i buoni e veri Ghuelfi; e anche il detto re 
della nostra pacie avea grandissimo bisogno e 
funne molto contento; e bene apariscie per 
insino a questo di eh' egli à molto caro di stare 
col nostro comune in buona pacie. Fu mandato 
il detto Luigi dopo la pacie fatta ambasciadore 
al detto re in compagnia di messer Cristofano 
degli Spini e di messer Giovanni di ser Ristoro ; 
furono da lui lietamente e honorevolmente ri- 
cieuti e da lui ebono tutto quello che per lo 
nostro comune gì' adomandarono; e tornati a 
Firenze, Luigi fu mandato un' altra volta amba- 
sciadore al detto re, dal quale fu lietamente 
ricieuto, e faciendoli detto re a la sua spezia- 
lità, oltre a quelle del comune proferte gra- 
ziose etc, esso Luigi gli domandò di grazia che 
io Bonacorso andassi capitano dell' Aquila, la 
quale grazia (^) lietamente gli conciedette; e 
tornato che fu a Firenze, diliberamo per alcune 
chagioni che esso Luigi andasse egli capitano 
del detto luogho de l' Aquila, e cosi andò e 
entrò là in ufìcio adi xx di settembre 1' anno 
Mccccxii. ; e poco stato là andò a vicitare la 



(•) Altrimenti Ladislao. V. Domen. Buoninseg. Stor. 
a 7 e l'Animir. 1. 18. (M.) 

(^) Sì vede, che lo scrittore era del partito contrario a 
quello del governo, che non voleva questa pace benché il 
re la chiedesse. (M.) 

(^) A questo punto è scritto in margine: Lìiigi e Bo- 
naccorso capitano a l' Aqtiila. 



22 ^ 

maiestà del re dal quale lietamente fu ricieuto, 
e poco stato con lui gli domandò di grazia che 
finito r anno del suo uficio egli lo conciedesse 
a me Bonacorso per uno anno; e che a lui 
faciesse di grazia che a 1' Aquila potesse tenere 
in suo luogho uno de' suoi fratelli e che gli 
desse licienzia di venire a Firenze ed altre 
grazie assai, e tutte lietamente gli conciedette, 
e qui tornò ed è ancora per insino questo di 
xxiiij. di giennaio anno disopra detto, e a 
r Aquila è Franciescho nostro fratello suo 
luoghotenente ; e il detto Luigi è huomo di 
meza statura e magro e asciutto, come siamo 
tutti noi fratelli, e di ciò nostro padre ne raso- 
migliamo. 

Luigi di Bonacorso (') di Rucco (') Pitti 
ebe una sirocchia che ebbe nome monna Nicco- 
losa, la quale fu moglie di Pinaccio degli 8trozi ; 
enne vivo uno. figliuolo che à nome Bonacorso, 
à moglie {^) e figliuoli. 

In Santo Ambruogio (^) si vede ogi di uno 



(') Geppus, & Bonacursus filii q. Rucchi pop. S. Feli- 
citatis fuerunt confessi recepisse fior. 427 prò dote D. Fran- 
cis'cae fil. q. lacobi vocali Bergamini q. Manfredi Oderigi 
de Manfredis de Florentia, da scritture del moiiast. degli 
Angeli de' PP. Camald. 1333. Geppus q. Rucchi Pitti dal 
Chiasso alla Cava [luogo, presso al quale fu poi fabbricato 
il real palazzo de' Pitti ] pop. S. Felicitatis, per ser Fran- 
cesco di ser Buonaccorso Ghei-ardi all' Archivio Gen. (M.) 

(-) Rucco, accorciato di Rustico, donde anche venne 
Rustichello. (M.) 

(^) Pagola di Manetto degli Spini. (M.) 

{*) Una delle antiche chiese -parrocchiali di Firenze, 
della quale si trova fatta memoria nel Capitolo Fiorentino 
in una scrittura dell'anno 1001. Monastero di monache del- 
l' ord. di S. Benedetto. (M.) 



23 

lampanaro grande e bello dinanzi a l' altare 
magiore; evi dentro dipinta l'arme nostra; est 
detto per donne antiche di quello munistero 
che in quello luogho fu badessa una de' Pitti 
che ebbe nome monna Chaterina, e in su uno 
libro di Bonacorso di Mafeo Pitti (') ò trovato 
aciesa una partita scritta adi xiij. di giugno 
nel 1309, dove dicie: Madonna di santo Ambruo- 
gio de' dare etc. 

ISfonna Bartolomea di Cola di Nerino madre 
della Franciescha donna di Franciescho mio 
fratello ebbe uno fratello che ebbe nome Giu- 
liano del quale sono più figliuoli. 

Ghostanza figliuola di Giovanni di Luigi 
degli Strozi si maritò a Antonio di messer 
Niccolò da Rabatta l' anno 1413 del mese di 
novembre (^). 

La Sandra figliastra di Luigi si maritò a 
Lorenzo di Luigi degli Strozi nostro nipote 
cugino r anno 1415, del mese di settembre 
n' andò a marito. 

Chambio di Franciescho di Chambio nostro 
nipote cugino tolse per moglie la Tadea figliuola 
di Tieri da Marcialla (^), e ciò fecie senza far- 
ciene asapere nulla. 

La Contessa Caterina figliuola di Fran- 
ciescho n' andò a marito del mese di luglio 



(') Questo Buonaccorso si trova alcuna volta chiamato 
anche Corsellino. (M.) 

(^) Ne nacque mess. Giovanni canonico fiorentino, priore 
di San Fridiano, abate di S. Eeparata di Marradi, vicario 
gener. di Firenze e di Fiesole, e segretario de' memoriali 
del Papa. (M.) 

(^) È l'autore della famiglia Calcagni. (M.) 



24 

r anno 1415, essendo io vicario di Valdarno di 

sopra. 

Piero di Lucha degli Albizi tolse per moglie 
la Bindella figliuola che fu di Bindo dalla Tosa 
e di monna Franciescha figliuola che fu di 
messer Simone Tornabuoni e fecie le nozze 
adi X di febraio nel 1415. 

Niccolò di Tomaso Malegonelle nostro ni- 
pote à per moglie la Maria figliuola di Niccolò 

di Franco Sacchetti ; fecie le nozze insino adi 

di r anno 1414. 

La Sismonda figliastra di Bartolomeo Pitti 

si maritò a Giuliano di Giovanni Biagi (*) adi 

di diciembre e poi adi di gienaio l' anno 

Mccccxvj. le die l' anello. Fecie la carta ser 
Lapo Pieri da Ciertaldo; fecie le nozze qui in 
chasa nostra. 

Lucila mio figliuolo (^) diede 1' anello alla 
Fioretta figliuola di Filippo Machiavelli e di 



(') Giuliano Torrigiani ebbe per moglie Grismonda 
figliuola di Bernardo di Lippo del Cane, e figliastra di Bar- 
tolomeo Pitti. Gab. A 68. 1416. a 182. (M.) 

(•) Ebbe dipoi per moglie Maria figliuola d' Andi-ea di 
Lippaccio de' Bardi, dal quale uscirono i Larioni [Gab. A 99. 
1447. a 61.] e finalmente Caterina figliuola di quel celebre 
maestro Lorenza d' Agnolo Sassoli di Prato [Gab. A 104. 
1453. a 136.] al quale ed alla sua famiglia, che pur oggi 
vive, fu fatto quel magnifico sepolcro, eh' è nel mezzo della 
chiesa di S. Maria Novella di Firenze. Fu Luca vestito 
cavaliere dal popolo fiorentino, come altrove si vedrà. Fu 
gonfaloniere di giustizia tre volte. Questi fece edificare, col 
disegno di Filippo di ser Brunellesco, il maestoso palazzo 
de' Pitti, la cui veduta, tal quale ella era avanti che dal 
G. Duca Cosimo I. col disegno di Bartolomeo Ammannati 
fusse accresciuto, si vede delineata in più luoghi di questa 
città. (M.) 



25 

lllonna Bionda tìgliuola di Giuliano di Bartolo 
Gini adi xx. d' ottobre ; e nienolla adi detto, 
l'anno Mccccxviij. Ebbene di dota fior, mille- 
ciento d' oro ('). 

Bernarda figliastra di Bartolomeo mio fra- 
tello fu maritata adi di a Michele di 

Lorenzo setaiuolo, e andonne a marito adi 
XV. di maggio l' anno Mccccxviiij ; ebbe di dota 
f. treciento cinquanta, fecie la carta ser Chri- 
stofano di sodò la dota 

Curadina figliuola di Bartolomeo si maritò 

adi di maggio 1419. Andonne a marito 

adi di 1419. Ebbe di dota f. ecce, d' oro ; 

sodò la dota 

Dionora, figliuola che fu di Franciescho, si 
maritò adi x. d' Agosto 1419 a Piero Antonio 
di Yenanzo da Camerino, e detto di ebbe 
r anello ; ebbe di dota f. cccl. d' oro. Feciene 
carta ser Domenico d' Arrigo di ser Piero Mu- 
cini ; sodò la dota Andonne a marito adi 

di....o. 

Apresso farò memoria del nascimento de' fi- 
gliuoli di me Bonacorso di Neri di Bonacorso 
de' Pitti e di monna Franciescha di Luca di 
Piero degl' Albizi mia donna. 

1395. Adi primo di giugno nel Mccclxxxxv. 
nacque uno figliuolo al quale ponemo nome 



(') In margine è ripetuto: M. Luca Pitti p.a moglie 
nel 1418. 

(^) Questi tre periodi ultimi furono qui trasportati da 
quasi la fine del testo (sotto l'anno 1419) e riuniti a tutta 
la genealogia dei Pitti dal primo editore ; mi è parso ragio- 
nevole e ve li ho mantenuti. 



26 

Ludi a per lo nome del padre di monna Pran- 
ciescha. Fecielo cristiano (') Niccolò di messer 
Luigi Guicciardini e Matteo d'Antonio Tanaglia. 

~\~ Chamilla nacque adi xxiiij. di diciembre 
nel Mccclxxxxviij . Feciela cristiana Banco da 
Yarazano, Chimento di Stefano e Antonio di 
Coccho Donati. 

-f- Rinieri nacque adi di settembre nel 

Mcccc. al palagio de' Bianchi in quello di Bo- 
logna, che là eravamo fugiti la mortalità. Com- 
pari furono ser Antonio di ser Bandino da 
Romena, Ugholino da Lino, Bartolo e Richino 

di ser Cicchino, Bartolomeo di e Giovanino 

mungnaio. 

140L Ruberto nacque adi xxv. d'aprile nel 
Mcccci., il di di santo Marche, che in tale di 
nacqui io nel Mcccliij. Posili nome Ruberto 
per lo duca Ruberto di Baviera ("), che fu 
eletto re de' Romani e nuovo imperadore, il 
quale anobili (') me e miei fratelli e nostri 
disciendenti, come in questo più innanzi fa- 
remo ricordo. Furono miei compari Rosso di 
Piero e Fantone di Naldo (''). 

-f 1403. Curadina nacque adi xxviiij. d'ot- 
tobre nel Mcccciij. Feciela cristiana Bartolo di 
Berto da Marcialla e monna Paola del Maciante 
Guicciardini. 



(') Frase di quei tempi, che significa tennelo al batte- 
simo. V. Gio. Morelli Cron. (M.) 

(-) Fu eletto re de' Romani, e imperad. nel 1400. V. 
sotto nella Cron. all' an. 1400. (M.) 

(^) Cioè onorommi, e fecemi più cospicuo, e segnalato. (M.) 

(^) Sono i Fantoni del quartiere di S. Spirito, che sono 
oggi in Ispagna. (M.) 



27 
4- 1404. La Curadina siconda iiaCqllé adi xxi. 
di settembre l'anno Mcccciiij. Furono miei com- 
pari il Comune di Pescia, e ser Stefano Martini 
fu loro sindaco a battezzarla, e Guasparre di 
Bartolomeo. 

1406. Neri Cipriano nacque adi iiii. di no- 
vembre r anno Mccccv. Furono compari Ru- 
berto di Franciesco de' Rossi, maestro Dome- 
nico di medico ('), e ser Lapo Pieri da 

Ciertaldo. 

1407. Maddalena (^) nacque adi xv. d' agosto 
r anno Mccccvii., compari il Comune di Monte 
Spertoli, e venela a battezare Lupo del Giudicie, 
e Lapo di Bicchiello. 

-\- 1408. Franciescho nacque adi xx. d' otto- 
bre r anno Mccccviii. a ore tre di notte, com- 
pari monna Chostanza di Bocchaccio Velluti, 
monna Mea del Minna e la Giovanna nostra 
pigionale. 

1409. La Primavera (=*) nacque adi xxii. d'ot- 
tobre r anno Mccccviiii., batezolla Piero del 
Ciuccilo, monna Caterina di Nicolò Malegho- 



(') F. maestro Domenico di Francesco di Piero de' Cam- 
bioni di Prato, celebre medico di quei tempi, che aveva la 
sua abitazione presso alle case de' Pitti ; ed è per avventura 
queir istesso, che col nome di maestro Domenico di Piero si 
trova enunciato nel testamento di Piero Bartolommeo Ridolfi, 
che nel 1385 gli lascia fior. 10. quia eum fidelUer, & sollì- 
cite curaverit. Gab. A 37. a e. 58. (M.) 

(2) Fu maritata nel 1428 a Eosso di Giovanni di Nic- 
colò de' Medici. Gab. T a 106. ; poi a Bernardo d' Uguccione 
di Francesco Uguccioni. (M.) 

(2) Fu maritata nel 1427 a Stefano di Nello di ser Bar- 
tolommeo Nelli, a cui indii-izza un sonetto il Burchiello. 
Gab. T a 26. (M.) 



2^ 

neiiè é rhoilna Bandecclia siroccliia di Ruberto 
de' Rossi. 

4- 1410. Piero Vettorio nacque adi xxviii. di 
luglio (') r anno Mccccx. Furono compari don 
Simone Mattei priore di san Filicie in piaza ("') 
e ser Giuliano da la Cicongna prete in san Lo- 
renzo. 

1413. Chamilla Ghaia nacque adi xvi. d' a- 
ghosto r anno Mccccxiii. a ore iiii. di notte ; 
furono compari Franciescho di Rustici) o chia- 
mato Grasso e monna Chostanza di Marco di 

Filippo e la Giovanna di per l' amore di 

Dio, ponemole nome Ghaia per una sirocchia 
che fu di nostro padre, che quando rimase ve- 
dova si commisse colla sua dota nello spedale 
della Schala (3). 



e) Giorno, in cui ricori-e la festa di S. Vittore papa e 
mart. solennemente celebrata ogni anno in Firenze, in me- 
moria della famosa vittoria, ottenuta dai Fiorentini centra 
i Pisani in detto di 1' anno 1364. (M.) 

(') Una delle antiche parrocchie della città di Firenze, 
posseduta già da' monaci Silvestrini, poi da' Camaldolensi, ed 
ora da monache dell' ord. di S. Domenico, sotto il titolo di 
S. Piero mart. (M.) 

(^) Questo spedale fu eretto poco dopo al 1300 da Cione 
di Lapo Pollini per ricetto degl' infanti innocenti. Fu chia- 
mato lo spedale della Scala, per essere stato dal fondatore 
raccomandato allo spedale della Scala di Siena: dal che 
nacque il cognome alla contrada, ov' egli era posto. Presen- 
temente è monastero di monache dell' ordine Agostiniano, 
ti'asportatevi dal inonast. di S. Martino a Mugnone presso 
al'a città. [Stefan, Rossell. Sepoltuar.] Quivi è ancora nella 
parete una lastra di macigno con gli appresso versi intagliati 
cosi: Anne di Cione di Lapo de' Polirti Desto pietoso loco 
fondatori E dotator per li pover meschini. An. D. MCCCXIII. 
die XXVI. luniy. (M.) 



29 

-f 1417. Luigi Gimignano (') adi xxii. di 
novembre la mattina a ore nove nacque ; feciollo 
cristiano ser Giovanni di Becci e ser Ambruogio 
di Franciescho in nome di tutto il Comune di 
san Gimignano, e donarono alla comare di 
molti confetti e ciera e sei taze d' ariento di 
valuta in tutto di fior, cinquanta d' oro. Avea 
la luna ore xv., e punti e di xii. 

Ricordanza che io Bonaccorso nacqui adi 
XXV. d' aprile l' anno Mccccliiii., e adi xxv. d' a- 
prile 1' anno Mcccclxxiiii. mori Neri mio padre. 
Ebbi uno figliuolo che à nome Ruberto che 
nacque adi xxv. d' aprile, come disopra è fatto 
ricordo (■). 

Adi xxiiii. di marzo a ore tre di notte 
r anno Mccccxviiii., avea la luna tre di e 1053 
punti, la Fioretta moglie di Lucha mio figliuolo 
partorì uno figliuolo al quale si pose nome 
Buonsoccorso (^) e Lionardo. Furono compari 
Nero di Filippo del Nero, Talento di Filippo 
di Bono, Antonio Fantoui, Antonio d' Antonio 
del Chaccia, Iacopo d' Aghostino Coppini, Gio- 



(•) Fu potestà di Cremona nel 1444. (M.) 
(■) Qui appresso ha scritto: figùinoli di Ruberto | Sal- 
vestro I Franco; di Salvestro narra la nascita in fine di 
questa parte. 

( ') Buonsoccorso, altrove si trova chiamato Buonaccorso. 
Questi due nomi però sono uno stesso ; poiché accorrere 
dicevano i nostri antichi, siccome ancora in oggi si dice, il 
correre ad aiutare, dal lat accurrere, e corrisponde al greco 
poti^eiv, che è correre al gridare di chi chiede aiuto, il 
qual verbo greco sta per .soccorrere. V. il Giorn. de' letter, 
d' Italia T. xxvi. a 389. Ebbe questi per moglie Francesca 
di m. Matteo degli Scolari, cavaliei'e e despoto della Rascia, 
Gab. D 97, 1445. a 114. (M.) 



30 

vanni di chomandatore in palagio, chia- 
mato Lancresino, ser Festino da Visso. 

Dionora nacque adi primo di settembre 
r anno 1421. Furono compari Niccolò dello Stre- 
nato e Jacopo Ghuidotti e 

Piero Americho nacque adi xv. di novem- 
bre r anno Mccccxxii. a ore sette e mezo di 
notte vegnendo. Adi xvi. ponemogli i detti 
nomi per due de' figliuoli che furono di Fran- 
cescho di Neri. Furono compari ser Antonio 
Malegonelle, Jacopo di Ghuidetti ('), Ales- 
sandro di Jacopo di Niccolò di Nome. 

4- Filippo nacque adi di giennaio l' anno 

Mccccxxiii. e nacque al Corno di Valdipesa (^). 
Ponemoli nome Filippo per lo padre della madre 
sua. Furono compari 

Spinetto nacque adi 26. di marzo l' anno 
Mccccxxv. Nacque a Verucola in Lunigiana, 
essendo Lucha commessario per lo nostro co- 
mune nelle terre del marchese Spinetta. Furono 
compari Antonio Alberigho marchese, Bernabò 
marchese (^), e Bernardo Nardi e don Giovanni 
da Yincha, Bardino di e più altri. 

L' Agnola nacque adi xiii. di luglio 1' anno 
1426., e fu compare Giovanni chiamato il Fistore 
e monna Franciescha di Piero Scianchato. 

Lisa Chaterina {*) nacque adi iiii." d'aprile 
1429., compari Gherardo Baroncielli e Papi 
Ghalli. 



(') La stampa supplisce : di f. Guidetto. 
( ) Ora villa degli Strozzi. (M.) 
(•') Tutti tre de' marchesi Malaspina. (M.) 
('') Fu maritata ad Alessandro d'Andrea di Lippaccio 
de' Bardi. (M.) 



31 
Di Ruberto di Bonacorso Pitti e della Gio- 
vanna di Salvestro Gondi nacque, adi v. di 
giugno 1428., Salvestro. Compari Foresta di 
Giovanni, don Giovanni da Vincha di Luni- 
giana ('). 



o— * 



t 



(') Questa parte ultima della discendenza di Bonaccorso 
Pitti dalle parole : Apresso farò memoria al fine, è scritta 
dall' autore nella terza membrana del codice, metà nel retto, 
metà nel verso, prima del testo della Cronica. Il primo edi- 
tore 1' ha messa di seguito a tutta la genealogia de' Pitti ed 
a me è parso doverne seguire 1' esempio. 



iiniiiliMiiMiiniiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiMiiii ■■■■■■■■■■■ iiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiMiiiiiiiiiiiiiii 



Io Bonaccorso di Neri farò qui apresso 
ricordo de l' andare per lo mondo eh' io ò fatto 
dipoi che io rimasi sanza padre, che fu 1' anno 
Mccclxxiiii. adi xxv. d' aprile che nostro padre 
morì, a chui Iddio perdoni. Esendo egli morto, 
noi suoi figliuoli che ci trovamo otto insieme 
colla nostra madre, per cagione che la morta- 
lità era a Firenze ('), ci riduciemo a uno nostro 
luocho in Valdipesa che si chiama il Corno, 
dove occorse che Giovanni nostro fratello si 
morì, che era d' età di xxvii. anni, e anche si 
morì in casa nostra in quelli pochi di Nicolò 
di Clone nostro cugino, e morti del segno della 
pistolenza. Esendo ristata la mortalità a Fi- 
renze, ci ritornamo ; e trovando che monna Mar- 
gherita madre del detto Niccolò avea vota la 
casa dove stavano, e portata tutta loro masse- 
rizie e roba da vantaggio in chasa una sua 
sirocchia, madre di Niccolò e di Ghuido del 
Grasso Mannelli, la quale cosa non ci parca 



(') In margine è scritto: Mortalità a Firenze de l'an- 
no 1374. — e bis) Mortalità in Firenze l'anno 1374. V. Gio. 
Morelli Cren, e 1' Aramir. lib. 13. (M.) 

3 



34 

che fosse bene fatta, considerando che ancora 
era vivo Cione fratello di Niccolò e suo figliuolo, 
il quale era a Yinegia, diliberarono i miei 
fratelli eh' io andassi a Vinegia, e eh' io ne 
menassi il detto Cione che era d' età di xviii. 
anni, a fine eh' egli vedesse i fatti suoi. Andai 
a Vinegia ; e tornando in qua insieme col detto 
Cione, adivenne che il di di santo Andrea noi 
partimo da Pietramala; e sendo di qua dalle 
valli, per lo freddo scendemo da chavallo, e 
avendo Cione messosi innanzi il suo ronzino e 
dandogli d' uno scudiscio, il ronzino gli diede 
un chalcio nella testa tale che chadde tramor- 
tito. Fecilo mettere innuna bara che quivi era 
presso la chiesa e fecilo portare a Firenzuola, 
e subito scrissi a Firenze a' miei fratelli il caso. 
Dissonlo alla madre e subito ebono il maestro 
Franciescho medico e menarollo a Firenzuola, 
e trovarono Cione per modo che ninno credette 
ne potesse champare. Champò per la bella cura 
che '1 detto medico ne fecie, e stette là fermo 
più d' uno mese e poi ne fu rechato a Firenze 
e interamente fu ghuarito. Di questo caso ò 
voluto fare menzione, perché oltre al dolore 
eh' io ebbi in su quelle alpi di parermi morto 
il mio fratello cugino nel mio grembo, col suo 
capo disteso in terra e io a sedere, e che poi 
la madre o per malizia o per pazia e per met- 
tere scandalo tra noi, disse ad alte boci a Piero 
mio fratello: « voi mandaste Bonacorso per lo 
mio figliuolo per farlo ucidere, come voi avete 
fatto, e anche 1' altro mio figliuolo avelenaste 
in casa vostra in Valdipesa ». Ancora più do- 
lore e dispiacere m' avenne, che quando io lo 



35 
feci mettere in quella bara come morto, gli 
levai da lato uno charnaiuolo dov' elli avea più 
lettere aperte, le quali egli avea ricieute a 
Vinegia da' suoi cugini de' Manelli, per le quali 
gli scrissono che noi, quando la sua madre era 
voluta tornare nella casa dov' ella e suo fratello 
stava, che noi la chaciamo fuori e demole delle 
busse ; le quali lettere io non volendole rendere 
a Clone, dipoi eh' egli fu ghuarito, diciendoli 
che una volta io le volea mostrare a' nostri 
parenti, aciò che vedessono la falsità de' Ma- 
nelli, egli venne a richiedere le dette lettere, 
diciendo: se tu non me le dai, io mi dorrò di 
te di quello che tu m' ai fatto, che sai che tu 
mi desti in su la testa d' una spada, e io me 
lo ò taciuto e tacierò, se tu mi rendi le lettere. 
Di che udendo tali parole, considerai che la 
madre e i detti Manelli gli faciessono così dire, 
o per ispaventarmi a fine eh' io gli rendessi le 
lettere, o perch' io me ne crucciassi per modo 
eh' io gli faciessi villania. Piacque a Dio eh' io 
non feci né l' uno né l' altro. Dissili : tu mi 
di' queste false parole non da te ; conoscho chi 
te le fa dire e per che chagione, né già per tuo 
dire non ti renderò le lettere, né con cruccio 
farò verso di te quello che tu come chattivo 
meriti; or vattene e duolti e va diciendo ciò 
che ti piacie, eh' io non me ne curo, però che 
la verità ara suo luocho. Andai subito in casa 
Bonacorso di Kuccho de' Pitti e portai le dette 
lettere; e quivi furono tutti i miei fratelli e 
Luigi suo figliuolo e Lionardo di Gieppo Pitti 
suo nipote e il tristo Ciore di Lapo Pitti; e 
dissi loro quello che Clone m' avea detto, e 



36 

mostrai loro quelle lettere, e in efetto, dopo 
molte parole dette, vollono le lettere e comanda- 
rommi che io non faciessi alcuna cosa sopra 
ciò, e eh' io lasciassi fare a loro. E da quello 
di a circha uno mese apresso mandarono per 
me, e nella loro j)resenzia era Clone, e dopo 
molte parole dette per iscusa di Clone, esso 
Clone mi chiese perdonanza, giurando che del 
colpo della testa non si ricordava donde fosse 
venuto, e che però egli avea, come poco savio, 
seghuitato di dirmi quello che gì' era stato in- 
segnato da chi avea voluto mettere schandalo; 
ma che Iddio gì' avea renduto il conosciere la 
verità, la quale egli tenea a cierto esser quella 
del calcio, com' io avea detto. Perdonali (') 
liberamente e dipoi molti anni egli a gran pre- 
ghiere mi condusse a perdonare a la madre, e 
volle eh' io perdonassi a' Mannelli suoi cugini, 
la qual cosa non volli fare per alora, ma pas- 
sati bene circha di xxx. anni, uno venerdì 
santo in Santo Spirito, per acquistare grazia da 
Dio, sanza altro mezano che Dio, nel chapitolo 
gli feci chiamare e rende' loro pacie, la quale 
aciettarono aumiliandosi &c. 

Nel Mccclxxv. essendo io giovane e sanza 
aviamento e desiderando d' andare per lo mondo 
a cierchare la ventura, m' acompagnai con 
Matteo de lo Scielto Tinghi (^), il quale era 
merchatante e grande giuchatore. Andamo a 



(') Cioè gli perdonai. (M.) 

( ) Fu uno de' capi d' un trattato contra il governo nel 
1381, sebbene poi fu adoprato dalla Rep. in diverse amba- 
scerie, e sedè de' Priori negli anni 1396 e 1402. (M.) 



37 

Gienova e poi a Pavia, e ritornamo a Gienova, 
e poi andamo a Niza e a Yignone ; e sendo là per 
le feste di natale, fumo presi e messi nella pri- 
gione del malischalco del papa, e stati otto dì, 
fumo esaminati, diciendo che noi eravamo spie 
del Comune di Firenze, e fu mostrata una let- 
tera a Matteo che uno suo fratello da Firenze 
gì' avea scritto, per la quale gli significhava come 
Bologna s' era ribellata (') dal papa a petizione 
e aiuto de' Fiorentini; e dopo molte domande 
e nostre risposte, conosciendo chiaro la corte 
che noi di ciò eravamo innocienti, nondimanco 
vollono sodamento da noi di fior, tremila, che 
noi non ci partiremo di Vignone senza la li- 
cienzia del maliscalco del papa. Matteo trovò 
chi per noi sodò; e usciti di prigione, Matteo 
come savio considerò che noi portavamo grande 
pericolo a starvi per chagione della gran 
ghuerra che il nostro Comune faciea (^) di qua 
alle terre della Chiesa, diliberò di partirsi e 
con animo di sodisfare i merchatanti che per 
noi aveano sodato, se costretti fossono a quello 
paghq,mento. Partimoci e tornamo quanto il 
più tosto potemo a Firenze, e poco stati qui, 
ci furono lettere da Yignone, come il papa avea 
fatti mettere in prigione tutti i Fiorentini e 
fattili rubare e tolto loro i libri e tutte le loro 
merchantie; e simile per tutte le parti di po- 
nente furono presi e disfatti per lo prociesso e 



(') V. Ammirato Stor. Fior. lib. 13. (M.) 
(2) Guerra acerbissima, celebre per gli Otto di Balia, 
detti comunemente gli Otto Santi. (M.) 



sentenzia che papa (jhirigoro (') diede contro 
a tutti i Fiorentini; né già perciò il nostro 
Comune si ritrasse di non fare più la ghuerra 
a' malvagi cherici eh' erano per quello tempo, 
i quali mai né prima né poi vidi buoni ("'). 

L' anno seghuente (*) il detto Matteo diliberò 
d'andare in Prussia e ch'io andassi con lui; 
mandomi innanzi e imposemi eh' io 1' aspettassi 
a Padova o a Yinegia e che verrebbe a tro- 
varmi da la mia partita a uno mese. Andai a 
Padova e a Yicienza e a Verona per vedere, e 
poi tornai a Padova, e di là andai a Vinegia. 
Venne Matteo e comperò zaferano per mille 
ducati. Andamone per mare insino a Signa ('') 
in Ischiavonia (''), e poi per terra a Isagha- 
bria (") e a Buda, e vendè il detto zafferano e 
ghuadagnone mille ducati; e perchè io ero 
forte malato di febre e di due anghuinaie 
grosse, Matteo mi lasciò a Buda solo in casa 
Michele Marucci e lasciò a Michele xii. du- 
cati ('), i quali mi desse s' io campassi, per tornar- 
mene a Firenze ; e che quello spendesse per mia 



(') Gregorio XI. che alle persuasioni massimamente di 
S. Caterina da Siena ristabili in Roma la sede pontificia 
l'anno 1377. (M.) 

(') Questo sfogo di Buonaccorso fu soppresso dalla 
stampa. 

(3) 1376, supplisce la stampa. 

(■*) Segna scoglio famoso per gli Uscocchi: nota publi- 
carum cladium nomina. Tac. Hist. I. (M.j 

(•') piuttosto di Croazia. (M.) 

(") Lat. Zagabria : Zagrab : Agram : città episcopale 
della Schiavonia ne' confini della Croazia. (M.) 

(') F. ducati d' oro, e pure scarso viatico. (M.) 



39 
malattia, gli renderebbe a la tornata. Andò a 
suo camino e io rimasi e feci grande stento per 
r essere male ghovernato. Il mio letto era uno 
saccone di paglia in una stufa secca, e mai 
medico non mi vicitò, e in quella casa non era 
femina ; solo uno fante v' era che cociea e 
servia il detto Michele e due suoi osti (') mer- 
chatanti. Stetti in fine di morte; e stato ben 
sei settimane in quella stufa, avenne che la 
notte di san Martino (^) per fare festa una bri- 
ghata di tedeschi venono con pifferi a danzare 
innuna grande sala dinnanzi a quella stufa 
dov' io ero in sul saccone con una bandinella (^) 
da panni in iscambio di lenzuolo, e adosso una 
carpita {*) e una mia unta piliccia. Alcuni 
de' detti misono il capo dentro e vedendomi 
entrarono e a forza mi missono la pillicela e tira- 
rommi nella ditta sala diciendomi: o tu ghua- 
rirai o tu morrai e non farai più stento; e 



(') Oste per Ospite diciamo noi, come i Latini, non solo 
all' albergatore, ma all' albergato. (M.) 

{"^^ Per san Martino si spilla il hotticino. 1 gentili 
aveano una festa, la quale domandavano pithoegia, che vale 
in greco V apertura delle botti. Il Burcliiello a Stefano Nelli : 
Voi dovete aver fatto un gran godere, Stefano Nelli, in 
questo san Martino. (M.) 

(•*) Un largo sciugatoio da potersene servire per invol- 
tare, o coprir panni; ed è diminutivo di banda. Banda noi 
chiamiamo quel drappo, o altro, col quale i regolari per lo 
più coprono quell' asta, sopra la quale è collocata la croce, 
che portano nelle processioni. Gr. barb. PavS'ov. (M.) 

(^) Lat. pannus villostis. Bern. Eim. Una carpita di 
lana di porco. I Tranzesi chiamano charpie quelle faldelle 
di fila, sfilate dal pannolino, sopra la quale i cerusici sten- 
dono gli unguenti per le ferite. (M.) 



40 

innefetto essi mi tirarono per quella sala per 
ispazio d' una ora, e prieglii o lamento eh' io 
faciessi non mi voleano lasciare, se non che 
per istracheza chaddi; alora mi rimissono in 
sul saccone, e misommi tutte loro cioppe (') 
foderate adosso e tornarono a danzare; e tutta 
quella notte stettono a danzare e a bere. Io 
termenai e sudai forte sotto quelli panni. La 
mattina entrarono tutti nella stufa e rivesti- 
ronsi e anche a forza mi rivestirono e feciommi 
bere con esso loro, il quale bere feci volentieri. 
Partironsi, e io mi riposai forse una ora, e poi 
andai fuori a chasa Bartolomeo di Ghuido 
Baldi da Firenze, il quale, era maestro della 
moneta (^) di Buda per lo re. Videmi volen- 
tieri e ritenemi a desinare e dopo desinare 
cominciamo a giuchare a tavole; vinsili fior, 
quatro con Iv. soldini viniziani che in tutto 
m' erano restati ; e in quello stante giunsono 
parechi giudei e altri tedeschi, che erano usati 
di venire spesse volte a giuchare col detto Bar- 
tolomeo. Cominciarono a giuchare e io con 
loro, e in fine per quello di io ne riportai a 



(') F. dal Franz. chajJe. Cioppa si dice comunemente 
della veste da donna ; ma cioppa è anche ogni mantello. Lat. 
palla, donde pallium qui è sopravvesta da uomo, lat. palla 
manicata. (M.) 

(^) Noi diciamo della zecca. I Franzesi chiamano mon- 
noye, e la moneta e il luogo ove la moneta si batte. I Ro- 
mani gli appellavano triumviri monetali : e nelle medaglie, 
e nelle inscrizioni; ///. VIRI A. A. A. F. F. cioè Triumviri 
Auro Argento Aere Flando Feriundo. Cosi leggesi in una 
insigne inscrizione traile molte nella villa di Montui del 
sign. Carlo Tommaso Strozzi. (M.) 



41 
chasa fior. xx. d' oro di vincita. L' altro di vi 
ritornai e vinsi circha a fior. xl. d' oro, e cosi 
seglmitò ogni di bene xv. dì, che io mi ritrovai 
avere vinto co' detti 55. soldini fior, mille ce. 
o circha. E avendo il detto Michele Marucci 
continovo agi' orecchi a pregharmi eh' io non 
giuchassi più, diciendo: compera parecchi cha- 
valli e vattene a Firenze e io ti farò compagnia 
insino a Signa, che mi partirò di questi pochi 
di per andare là ; e innefetto io m' attenni al 
suo consiglio e comperai sei buoni chavalli e 
tolsi uno paggietto e 4. famigli. Giugnemo a 
Signa, dove il detto Michele mi vendè cinque 
de' suoi chavalli. Nolegiai una barcha marsi- 
liana e charichai i detti chavalli; penai a giu- 
gnere a Yinegia per fortuna e venti contrarli 
xxiiii. di ; e scharichando i chavalli se ne 
spallò uno de' migliori. Andamene ( ') a Padova, 
donane uno a Giorgio Bagnesi che avea per 
moglie monna Catherina di Nicolò Maleghonelle 
nostra sirocchia cugina, che stavano a Padova. 
Partimi e venendo a Firenze feci la via da 
Modena per chagione della ghuerra che aveano 
i Bolongnesi (^); e nelle montagne di Modona 
mi si ghuastò uno buono chavallo; lascialo a 
Pontriemoli. Condussimi qui con viii. chavalli, 
de' quali vende' sei, e tutti i danaii eh' io 
n' ebbi giuchai e perde'. E innefetto in circha 
sei mesi tra perdite e spese di vestire e altre 



(') Anelamene, anda'mene; donane, dona''ne. Cosi poco 
dopo partimi, per parti'mi; lascialo, per lascia' lo; menagli, 
per mena' gli, ec. (M.) 

(■2) Collegati co' Fiorentini. (M.) 



42 

spese a me non rimase oltre a circha di fìoi*. 
dento e due chavalli. E sendo in quello stato e 
innamorato di vedere e d' udire una donna che 
ebbe nome monna Griemma, moglie che fu di 
Jacopo di messer Rinieri Chavicciuli e figliuola 
di Griovanni Tedaldini, adivenne che sendo ella 
a uno munistero fuori della porta a Pinti, io 
pasando fu' invitato da' suoi parenti a merenda ; 
aciettai. Achadde eh' io ebbi destro di parlarle 
da parte pure nella presenzia di molte, e one- 
stamente le dissi: io sono del tutto vostro e a 
voi mi racomando. E se tu se' mio, ubidirestimi 
s' io ti comandassi ? mi rispose ridendo. Dissi : 
provatelo e comandate. Rispose e disse ('): or 
va per mio amore a Roma (^). Tornai a chasa 
e il secondo dì montai a chavallo e partimi io 
e uno famiglio, sanza dire a chasa dov' io 
m' andassi. E andai a Siena e di là a Perugia, 
a Todi, a Spuleto, a Terni, a Narni, a Orti, 
dov' era la giente della legha de' Fiorentini che 
facieano ghuerra a Roma. E inneffetto messer 
Bindo Bondelmonti con sua brighata a mia 
preghiera mi condusse a Roma una notte e 
mandomi in chasa d' uno romano suo amico 



(') Ripiego di quei tempi, per levarsi modestamente 
d' addosso la seccaggine d' un amante prosontuoso. Cosi 
m. Francesca de' Lazzari da Pistoia tentò di levarsi d' at- 
torno Einuccio Palermini e Alessandro Chiarmontesi, facendo 
entrar uno in una sepoltura per morto, e 1' altro per quello 
trarne. Bocc. G. 9, Nov. I. Cosi m. Dianora chiese a m. An- 
saldo un giardino di gennaio bello come di maggio. Giorn. 
10, Nov. 5. (M.) 

('^) Cosi m, Ansaldo risolvè di voler tentare quantunque 
fare sene potesse; e si gliele diede. (M.) 



43 

segreto, dove stetti più di e quello cotale ro- 
mano che avea nome Cola Ciencio (') mi fecie 
avere salvo condotto per otto di, e stato eh' io 
fui sei di, il detto Cola mi fecie acompagnare 
insino a uno chastello degl' Orsini, e tornami a 
Orti, e di là per la via che andai mi tornai 
a Firenze, e nello andare e tornare e stare 
a Roma, stetti uno mese. E tornato eh' io 
fu', mandai una femina a dire alla detta donna 
eh' io r ave' ubidita &c. Rispose (^) eh' ella non 
pensava eh' io fossi si folle che per lo dire che 
mi fecie mottegiando, io mi fossi messo a tale 
pericolo &c. (•'). E questo fu nel 1377. 

L' anno 1378 (*) fatta la pacie con papa 
Ghirighoro (^), a Firenze si mossone romori di 
popolo (^), e andarono ardendo e rubando molte 
chase il popolo minuto; e chaciarono di pa- 
lagio i priori, che era ghonfaloniere di giustizia 
messer Luigi Ghuicciardini ('); presono la Si- 
gnoria e feciono loro ghonfaloniere di giustizia 
uno Michele di Landò il quale ivi a pochi di 



Q) F. de' Cenci nobili romani. (M.) 

(*) E meglio adoperò, che Madonna Dianora. (M.) 

(■*) Quasi ogni cosa diviene agli' amanti possibile. (M.) 

(*) L' anno 1378 è ripetuto in margine. 

(•") Anzi con Urbano VI. se non fu piuttosto un tacito 
consentimento delle parti, costrette a depor l' armi, per le 
turbolenze insorte, a cagione dell' elezione di due papi, Urbano 
sesto, e Clemente sesto. V. Léonard. Aret. nel fin. del 
lib. 8. (M.) 

(^) Parla della sollevazione de' Ciompi, ricordata da 
tutti gli scrittori delle cose di Firenze, e descritta diffusa- 
mente nel suo diario da Neri di Gino Capponi. (M.) 

(') In margine è scritto: scacciato m. Luigi Guicciar- 
dini gonf. e fatto gonfal. Michele di Landò. 



44 

s' acostò cogl' artefici e con amuniti (') e Ghi- 
belini, e chacciò di Singnoria il detto popolo 
minuto. Io armato sotto il glionfalone del 
Nicchio (^) in su la piaza, e tornando grande 
popolo d' artefici e altri che aveano chaciato 
il jDopolo minuto, uno scarpelatore di pietre 
che gridava come arabiato di fare sanghue, 
diciendo: muoia, muoia; e ninno altro più gri- 
dava ; esendoli io allato gli dissi che stesse 
cheto come gli altri; la risposta fu eh' egli mi 
diede d' una spada di punta nel petto. Io fui 
presto e feri' lui d' uno spiedo (^) per lo petto 
e passagli il coietto (^) e chadde morto; dove 
molti che aveano veduto il cominciamento 
essere stato del morto, dissono che bene gli 
stava e eh' io avea fatto per mia difesa, e più 
non se ne fé' parola per alora. 

Io mi tornai a chasa; e vedendo essere 
chaciati e sbanditi e confinati molti cittadini 
Ghuelfi e de' migliori, diliberai nonnistarci. 
Andamene a Pisa e tornami in casa Matteo de 



(') Ammoniti, lit. castigati, cioè ripresi, corretti. Evang. 
emendatum dimittam illum, ammonito, corretto. Virg. Discite 
iustitiam moniti, & non temnere Divos. Noi amvionire dice- 
vamo il privare altrui dell' onore de' magistrati ; quasi con 
quella privazione volendogli far rientrare in loi'o, e conoscere 
il lor dovere, per rimettergli nella buona via. (M.) 

(') Uno de' gonfaloni del popolo, secondo 1.' ordine rin- 
novato dal card. Niccolò da Prato, paciario apostolico in 
Toscana, l'an. 1303. V. Gio. Vili. Cron. (M.) 

(•') Spiede, arme in asta nota, che si usa particolar- 
mente nella caccia de' cinghiali, e di altre fiere salvatiche, 
che hanno la pelle dura. Lat. veru. (M.) 

{*) Giubbone da soldato di pelle di dante, che si dice 
altramente la gran bestia. (M.) 



45 
lo Scielto che era confinato ; e stato là alquanti 
mesi, occorse che noi sentimo che a Firenze 
molti cittadini Ghuelfì doveano romoregiare la 
terra coli' aiuto di molti sbanditi che veniano 
da Siena, de' quali era capo messer Lucha di 
Totto da Panzano ('). Il perché da Pisa si 
mosse circha di ce. tra sbanditi e confinati e 
altri loro amici, che Giovanni de lo Scielto e 
Bernardo di Lippo (^), che furono de' eh api, 
richiesono. Colla quale brighata io venni e ari- 
vamo la notte innanzi di a la porta a San Piero 
Ghattolino, come era stato ordinato; e messer 
Lucha colla sua compagnia dovea quella notte 
in sul di essere a Santo Miniato a Monte, e 
schiarato il di, dovea fare sonare le champane 
di San Miniato a stormo (*), e alora il trattato 
che era ordine in Firenze si dovea scoprire e 
pigliare l' arme e venirci aprire la porta di 
San Giorgio. La detta nostra brigata manda- 
rono a sapere se a San Miniato era messer Lucha. 
Non v' era, perché il trattato dentro s' era sco- 
perto, ed era già preso messer Ghirigoro Tor- 
naquinei (^) e più altri, da' quali sentirono 



Q) Fatto cavaliere nella sollevazione de' Ciompi adi 
28. d'agosto, e poi sbandito il di 20. settembre 1378. [Mo- 
naldi Diar, I Fu mess. Luca scrittore anch' esso d' una piccola 
cronica, o diario, citato e lodato da' deputati sopra il Deca- 
merone del Boccaccio. (M.) E stampatine i frammenti rimasti 
dal Bonaini nel Giornale degli Archivi Toscani, tomi v. 

(-) Bernardo di Lippo del Cane, fratello di mess. Coppo 
canonico fiorentino, a' quali furono arse le case da' Ciompi. 
Neri Capp. Diar. (M.) 

(•') Sonare a stormo, sonare a rannata, particolar- 
mente d' uomini d' arme. Stormo dal lat. turma. (M.) 

(^) Uno de' cavalieri fatti nella sollevazione de' Ciompi. 
Monald. Diar. (M.) 



46 

come da Santa Maria in Pianeta (^) doveano 
venire m esser Lucha e altri. 11 perché manda- 
rono il Difensore con molti fanti a pie e ben 
Ix. a chavallo, e trovato messer Lucha colla 
sua brighata e misongli in fugha e presonne 
sette. La nostra brigata non sapiendo niente 
di ciò, né perché messer Lucha non fosse ve- 
nuto dove dovea, pensamo esser venuti più 
tosto uno di, che non fosse 1' ordine. Dilungha- 
moci da Firenze verso Pazolatico (^) e faciemo 
di noi molte parti, ritraendoci a chase di nostri 
amici. Griovanni de lo Scielto e Bernardo di 
Lippo con circha di sei a chavallo e xii. a pie 
e io con loro entramo in chasa Giovanni Cor- 
bizi a Pazolatico, dove fumo rielettati ; e in su 
r ora della nona v' arivarono parechi cittadini 
che s' erano fagiti da Firenze per non essere 
presi, e dissonci come messer Ghirigoro e più 
altri erano stati presi, e che la città era tutta 
sotto r arme. Noi ancora fermi nel pensiero 
nostro de 1' essere arrivati più tosto una notte, 
sperando che la notte vegnente messer Lucha 
con sua compagnia venisse, cosi tosto come fu 
sera io montai a chavallo con due compagni a 
pie e andai verso Santa Maria in Pianeta, per 
sentire novelle di messer Lucha; e andando a 
una ora di notte trovai il Difensore, che ne 



e) Oggi si dice dell' Impruneta ; luogo famoso per lo 
tabernacolo della immagine di S. Maria, la cui istoria tessè 
con molta accuratezza 1' eruditissimo sig. abate Gio. Batista 
Casotti, che della corruzione dell'antico nome di S. Marta 
in Pineta parla a lungo a e. 6 e segg. (M.) 

(2) Luogo presso all' Impruneta. (M.) 



47 
menava presi i sopradetti sette. Io, credendo 
che fossino della brighata di messer Lucha, con 
alegreza mi missi tra loro, ma subito ne fumo 
intorniati e voltoci le punte delle lancie di- 
ciendo : chi siete ? Alora conobbi eh' io era a 
mal partito ; risposi con ardire, diciendo : siamo 
amici. Trassesi innanzi uno maziere che era a 
chavallo e domandomi : chi se' ? Dissi : sono 
Bonacorso. Alora disse a quelli fanti : lasciatelo 
andare, eh' egli è amico. E perch' io era molto 
entrato fra loro e la via era stretta e chattiva, 
non vidi da potermi tirare indietro. Andai 
innanzi e giunto dov' era il Difensore colla 
giente da chavallo, esso si fermò e domandomi : 
chi se' tu? Risposi ardito: sono Bonacorso Pitti ; 
il maziere che è dinanzi m' à ben conosciuto. 
Domandomi: che va' tu faciendo a questa otta 
e cosi armato? Però eh' io era in coraza e con 
uno spiedo in mano, e' miei compagni colle 
lancie in collo (^). Risposi: io ò brigha (^) e 
partimi da Firenze al serrare della porta e 
vonne a san Chasciano, e tengho questa via 
per non essere apostato ; e anche ci sono venuto 
volentieri, perch' io sapea che voi eravate a 
Santa Maria in Pianeta. Rispose e disse : io ti 
credo, ma nondimanco io, per più sigurtà che 
tu non sia di quelli eh' io vo chaendo, voglio 
che tu torni con meco a Firenze. Dissi : io ne 
sono molto contento; e volsi il mio chavallo; 
e alora anche mi domandò di mio nome; dis- 



(') Sulla spalla. Vit. di Crisi. Lo venerabile legno ec. 
gli fu posto in collo. (M.) 

Q) Briga, qui nimicizia. (M.) 



48 

silo, e di nuovo m' esaminò. Io gli dissi quello 
medesimo e sanza palpare ('). Alora mi disse: 
e' mi pare fare male a farti tornare adietro, e 
lasciarti andare dubito di non avere verghogna. 
Risposi ardito diciendo: messer lo Difensore, 
non vi curate di mio disagio, eh' io torno molto 
volentieri. Allotta disse: vatti con Dio. Partimi 
da lui e andai innanzi, e uscito eh' io fu' della 
sua brighata, mi volsi per altra via, e tornai 
a' compagni eh' io avea lasciati e dissi loro 
quello eh' io avea incontrato. Diliberamo d'aspet- 
tare il di e poi partimo. Menagli a Sorbigliano 
per vie traverse; e arivamo prima a Mezola, 
dove da messer Zanobi (^) fumo ritenuti a desi- 
nare. Condussili a salvamento in su quello di 
8iena, e poi gli lasciai e tornai a Pisa, e con 
gran jjsricolo di non essere preso, però che 
tutte le strade erano ghuardate. E nota eh' io 
non ebi mai paura se non quando fui in luogho 
sichuro, ciò è in su quello di Pisa, e trovami 
si lasso tra di paura che mi venne e la faticha 
eh' io avea durata e sanza dormire punto tre 
dì e tre notte, eh' io mi stetti al Ponte a Era 
due di a riposarmi, e poi senti' in Pisa che a 
messer Ghirigoro e a quelli sette che il Difen- 
sore ne menò presi fu tagliata la testa, e io 
inquesito con molti altri, che poi riceverono 
bando della testa. 



(') Arditamente, tolta la metafora dal palpare, eh' è 
toccare con timore di offendere; donde palpare per adulare, 
che si dice anche lisciare. (M.) 

(-) M. Zanobi da Mezzola cavaliere. (M.) 



49 

L' anno 1379. andai a Gienova con Matteo 
de lo Scielto, e tornati che fumo a Pisa, messer 
Piero Gliambacorta (^) fecie acomiatare di Pisa 
me e molti altri sbanditi. Andamene a Siena e 
stato là alquanti mesi ritornai a Pisa e tornami 
con Giusto del Citerna (^) che avea bando da 
Firenze; e stato là alquanti mesi, achadde 

r anno 1380, adi d' aprile che Matteo del 

Ricco Corbizi da San Piero magiore (^), essendo 
egli a Pisa per suoi fatti di mercliantia, e 
perdi' egli era de' confidenti a coloro che per 
alora regievano a Firenze, a la scoperta con 
disoneste parole parlava a viso a viso, a cierchio, 
a logia {) e su per le piaze a la 'ncontra di 
tutti e di ciaschuno cittadino sbandito o con- 
finato, con dire vilane parole; e seghuitando 



(') M. Piero d'Andrea Gambacorti cavaliere, padre della 
B. Chiara Gambacorti, fa signore di Pisa. Da Lionardo Aret. 
è chiamato uomo moderato, e molto amico de' Fiorentini, 
da' quali era stato condotto al soldo nel 1365. come alle 
Riibrmagioni ; onde ivi nelle Provvisioni del 1387. a 82. si 
trova ascritto alla cittadinanza fiorent. Gherardo suo fratello. 
Al detto Piero scrive lettere S. Caterina da Siena, siccome 
a Niera moglie del sopradd. Gherardo, esortandola, trall' altre, 
a fare ottima scelta in dar moglie al suo figliuolo Giovanni, 
pur signore di Pisa; che fu poi Giovanna di Bartolomeo 
Gaetani, da' quali nacque Gherardo signore di Val di Bagno, 
che di Margherita di Einaldo degli Albizzi generò Piero 
signore di Caporchiano, ammogliato con Selvaggia di ni. 
Marcello Strozzi. (M.) 

C^) Uno degli sbanditi adi 13. di gennaio 1378. Monald. 
Diar. (M.) 

(') Cosi chiamati per avere le loro case, e torre sulla 
piazza di d. chiesa. (M.) 

(■•) Intende le logge delle famiglie nobili, dove si radu- 
navano parenti, e loro aderenti ed amici. (M ) 

4 



50 

ciò con isfrenata baldanza, achadde die uno di 
egli disse a me villania &c. Di che gli risposi 
e dissili che s' egli seghuitasse a dire villania 
e dare noia a' cittadini usciti o vero cacciati 
da Firenze che a lui sarebe un di insanghui- 
nata la sua chamicia; montò in superbia e 
radoppiò il dirmi villania. Partimi da lui e 
mandai Giusto del Citerna a dirgli che io non 
andrei più dov' elli fosse, né gli parlerei, a ciò 
eh' egli non mi diciesse più vilania, e che s' egli 
venisse dov' io fossi, me n' andrei, e che se 
pure egli seghuitasse di dire cosa che tocchasse 
al mio honore, eh' io gli dimostrerei con efetto 
che mi dispiacesse. Andò e tornò; raportomi 
eh' egli gli disse : va, di' a Bonacorso eh' io 
non curo le sue parole né minaci, ma che io 
non ristarò eh' egli e tu e gì' altri sbanditi che 
ci sono non potranno stare a Pisa. Seghuitò 
che ivi a pochi di avendo io cienato con Matteo 
de lo Scielto e usciti fuori in su le 24. ore, e 
trovando noi il detto Matteo del Riccho, Matteo 
de lo Scielto s' acozò con lui, perché aveano 
alcuno trafico insieme di merchantia. Lasciali 
e trovai Niccolò di Betto Bardi (^), e aspetando 
che Matteo lasciasse 1' altro Matteo, poco istante 
Matteo del Ricco lasciò 1' altro Matteo e aco- 
zossi con Charoccio Charocci (^), e parlando 



(•) Padre del celebre scultore Donatello. (M.) 
(-) Questi si trova nel 1374. ammogliato con mona Dea 
del già Francesco d'Allotto de' Visdomini [per ser Bartol. 
di Maso Nelli all' Arch. Gen.]. Sedè in Firenze de' Signori 
tre volte. Per suo testam. del 1383. lasciò erede lo Spedale 
di S. Maria Nuova [da scritt, del d. Sped.J. Fu sepolto in 



51 
con Ini di loro fatti di inercliantia, si fermò 
presso dov' io ero, e disse forte perch' io 
l'udissi: Ciiaroccio, io me ne vo domattina a 
Firenze, e farò de' fatti contro a chi m' à di 
parole minacciato. Di clie intendendo io che 
per me le diciesse e contro a' miei fratelli 
eh' erano a Firenze, gli missi la mano al petto, 
e scotendolo con dire: che ò io a fare con 
teco? ('), Nicolò sanza mio volere gli diede 
d* uno bergamaschio in su la testa, tale che a 
piedi mi chadde. Levossi romore e io come 
stupefatto non partendomi, vi sopragiunsono 
provisionati (^), i quali m' arebono preso, se 
non fosse Vanni J3onconti (^) eh' entrò tra loro 
e me, e dissemi: vattene. Andomene a chasa 
messer Grhualterotto Lanfranchi (*) e Nicolò con 



S. Maria Novella con questa inscrizione: Sepidcrum prii- 
dentis viri Caroccii Garoccii qui ohiit anno Domini 
MCCCLXXXIH. die xxi. Julii. (M.) 

(') Coìi teco: e poco più abbasso: con meco, pleonasmo 
usato in oggi per lo più dal popolo minuto. L' usarono il 
Boccaccio e il Petrarca. Spagn. comigo, con tiyo. (M.) 

(H Qui per famigli. (M.) 

(•') Fratello di Tommaso, Gherat-do, e Francesco nobili 
Pisani, tutti e quattro devotissimi discepoli di S. Caterina 
da Siena, della quale è una lettera a Vanni ed a Fran- 
cesco figliuoli di Niccolo de' Buonconti da Pisa. Vedi le 
annotaz. del P. Federigo Burlamacchi a d. lett. (M.) 

(^) M. Gualterotto cav. di m. Iacopo cav. de' Lanfranchi 
di Pisa, essendo al soldo del Comune di Firenze, fu fatto 
cittadino fior, nel 1362 [Riformag. Provv. a 37.]. Fu nipote di 
m. Guelfo potestà di Fir. nel 1357. di cui nel campo santo 
di Pisa si legge: ^e^. Nohilis & egregii viilitis D. Guelfi 
Gualterotti q. D. lacobi de Lanfrancis & suorum hereduni. 
qui ohiit A. D, MCCCLXXXV, de mense augusti. (M.) 



52 

meco; dissili il cliaso; confortomi diciendo: 
non temere eh' io ti metterò in luogho salvo 
e sicuro. La notte il detto ferito si mori ('). 
Stetti tre di in chasa m esser Ghualterotto e 
uno di in chasa uno suo nipote dove ci misse, 
perché messer Piero gì' avea detto che sapea 
dove noi eravamo e che l' efetto era eh' egli 
volea che noi fossimo presi; e dipoi il quinto 
di esendo il detto Charoccio a desinare con 
messer Piero, il quale messer Piero amava 
molto, e dolendosi messer Piero del caso, di- 
ciendo : se io non fo convenire (^) chi 1' à fatto, 
i Signori da Firenze crederanno eh' io ne sia 
consentiente che i loro merchatanti siano morti 
a Pisa; Charoccio gli rispose e disse: messer 
Piero, abiate di cierto che il chaso fu sprove- 
duto, e che il morto se 1' andò chaendo ; però 
che parlando io con lui di nostri fatti, e 
andando per la via, Matteo si fermò dinnanzi 
a Bonacorso e lasciò il nostro ragionamento e 
disse le tali parole; Bonaccorso fecie il tale 
atto, e Niccolò il tale; ò sentito poi che Bo- 
naccorso avea auto con lui più di fa le tali 
parole; e poi mandatoli il tale a dire le tali 
parole, e Matteo fecie la tale risposta; e ò sen- 
tito dipoi che Matteo avea tanto villanegiato 
di questi cittadini chaciati da Firenze, che 
s' egli non se ne fosse andato presto e non 



(') E fu sepolto nel chiostro della chiesa di S. Niccola 
di Pisa con questa inscriz. Sep. Venerabilis Mercatori^ 
Matthei Ricchi de Corbizis de FLorentia qui ohiit A. D. 
MCCCLXXX. die x. aprilis. (M.) 

Q) Qui chiamare in giudizio. (M.) 



53 

fosse stato morto quando fu, che da altri gli 
sarebbe stato fatto dispiacere assai; e a queste 
parole si ritrovò messer Ghualterotto, perché 
v' era a desinare. Messer Piero rispose, diciendo : 
Charoccio, tu m' ài tutto confortato e non vorrei 
avere auti presi i due, e arò charo se ne va- 
dano se ci sono, che credo di si; e messer 
Ghualterotto sa ben se ci sono o no. Chiamò 
uno de' suoi famigli e disse : va e fa che le 
ghuardie eh' erano messe alle porti per pi- 
gliare &c. che le si lievino. Messer Ghualterotto 
se ne venne dove ci avea messi e disse: voi 
siete sicuri, però che le tali parole sono state; 
e la sera tornamo in chasa sua, e l' altro di 
montamo a chavallo e egli con noi, e menocci 
a desinare a Santa Maria in Chastello; e poi 
mi diede una lettera, la quale scrisse a Buccino 
d' Armo a Luccha, racomandandomi a lui &c., 
la quale lettera mi fu molto, però che sendo 
noi stati a Luccha alcuni di, uno fratello di 
quello scharpellatore eh' io feri' in su la piaza 
per mia difesa andò a Duccino come a suo 
signore che lo tenea, e richieselo che gli desse 
compagnia soficiente a fare una sua vendetta 
che volea fare, e nominommi, diciendo: egli 
va ongni di a solazo al tale abergho fuori 
della porta; di che avendo auto da me la let- 
tera di messer Ghualterotto e profertomisi &c., 
disse a quello tale che avea nome Michele: 
tornerai da me domane e darotti compagnia. 
Yenemi a trovare la sera e tutto mi disse, 
diciendo: non uscire fuori di Luccha &c. Stet- 
tivi tre di dipoi, e partimi e andamone a Gie- 
nova; e stati là alcuno di, cominciai a giù- 



54 

caro, e con circha a fior, cinquanta eh' io avea 
vinsi per lo spazio d' uno mese circha a fior, 
mille cinqueciento ; e questo fu l'anno 1380. 
del mese di giugno. Occorse che a Gienova 
venne Giovanni di Bindo della Vitella man- 
dato da molti de' magiori chaciati di Firenze, 
e per loro parte ci disse come messer Carlo 
della Pacie &c. (') sarebe subito a Yerona, e 
che i detti chaciati andavano tutti a Verona, 
per fare quello buono che potessono. 11 perché 
esend' io obrighato d' andare, per una scritta 
che io insieme con molti de' detti chacciati 
faciemo a Siena, subito comperai cinque buoni 
chavalli e assai armadura, e prestai a Nicolò 
fior. ce. nuovi; comperò tre chavalli e armosei 
bene, e andamone e Verona, dove erano già 
arivati molti de' nostri magiori chacciati, e 
rapresentatici tutti al detto messer Carlo, es^o 
con grande essercito d' Ungheri, Tedeschi e 
Taliani si parti e venene in Romagna (^) e noi 
con lui. E sendoci acompagnati con Bernardo 
di Lippo e con Giovanni di Ghuerieri de' Rossi, 
andamo ne' borghi di Chastello Sampiero bo- 
longnese per essere meglio alogiati, dove avendo 
cienato, fuoco s' aprese a la stalla per modo 



(') M. Carlo di Durazzo re dì Napoli, della stirpe An- 
gioina, detto della Pace per la famosa pace conclusa per 
opera sua fra i Veneziani e i Genovesi collegati co' Pado- 
vani, col patriarca d' Aquileia e col re Luigi d' Ungheria, 
delle cui truppe Carlo era generalissimo. A lui scrive una 
lettera S. Caterina da Siena, animandolo a venire in aiuto 
della Chiesa. (M.) 

(') Andando a conquistare il regno di Napoli, investi- 
tone da Urbano VI. (M.) 



55 

che a me tocchò a lasciarvi arsi 4. de' migliori 
chavalli eh' io avessi. Trassono i vilani del 
chastello per uciderci e venia loro fatto, se 
non fosse uno da Firenzuola, che prima ciene 
venne avisare che ci giugnessono sproveduti. 
Armamoci, e chi a pie e chi a chavallo con 
grande faticha ci partirne in su la meza notte, 
e tiramo verso il chamj)o che era presso di 
quivi a 4. miglia. Andamo a Furlì e quivi 
comperai tre chavalli, e poi a Rimino ne com- 
perai un altro. Arivamo a Arezo e per mezo 
de' detti nostri magiori, i Bostoli e Alberghotti 
dierono la città a messer Carlo ; e nello entrare 
che fecie nella città, Tomasino da Panzano, 
messer Bartolomeo da Prato (') che non era 
ancora cavaliere, e il Moscone de' Beccanugi (') 
ucisono messer Giovanni di Mone (^), che era 
a Arezo ambasciadore per confortare gì' Are- 
tini che non dessono la città a messer Carlo; 
della quale morte messer Carlo se ne turbò 
molto, e fecie dire a' detti che l' ncisono che 
non gli venissono dinnanzi. 

Partimo da Arezo e andamo in su quello 



(1) M. Bartolomeo di Gherardaccio di m. Geri, detto 
per soprannome Boccanera, i cui discendenti mutarono perciò 
il casato di Gherar dacci in quello di Bocchinerì , che ancora 
ritengono; fu uno de' più famosi condottieri d'eserciti del 
suo tempo: ed essendo stato rimesso in Firenze l'anno 1382., 
fu poi generalissimo dell' armi della Eep. Fior. (M.) 

(5) Luigi, detto il Moscone, de' Beccanugi. (M.) 

(2) Uno degli Otto della Guerra, che furono detti gli 
Otto Santi ; fatto cavaliere nella sollevazione de' Ciompi. 
V. Monald. Diar. (M.) 



56 

di Siena presso a Stagia ('), e quivi stati al- 
quanti di e non potendo più venire innanzi per 
mancamento di danari, perché le sue brighate 
d' Ungheri e d' altri negharono di venire più 
innanzi se non avessono danari, e voleansi 
partire e abandonare messer Carlo; il perché 
esso s' acordò con quelli (') che regieano Fi- 
renze, e ricievé fior. xxv. mila d' oro, e partissi 
e tornossi a Arezo. E sendo là tutti noi usciti 
di Firenze, a chui egli avea promesso di caval- 
chare insino presso a le mura di Firenze, ci 
dolemo cordialmente {^) con lui, e fu il dicitore 



(') Già forte castello su i confini dello stato di Siena, 
posseduto dalla nobile e possente famiglia de' Franzesi della 
Foresta. Biccio di messer Guido di questa casa nel 1297. 
compra da Niccolò di Sinibaldo di messer Einieri da Staggia, 
bona, tura, & res positas infra Castrum, Casserum, villam, 
territormm, & locum de Staggia. Cartapecora 665. della 
Strozziana. L' anno 1361. fu da' medesimi Franzesi venduto 
alla Repubblica Fiorentina. Riformag. capit. 31. (M.) 

(^) Queste convenzioni furono tra '1 suddetto messer 
Carlo della Pace, e la Repubblica Fiorentina,- per mezzo 
de' nostri ambasciadori, che furono messer Rosso di Ricciardo 
de' Ricci, e messer Bettino di messer Covone Covoni cava- 
lieri, Iacopo di Michele del Rosso, e Salvestro di Giovanni 
Coi-tenuova. Traile quali convenzioni una fu, che il detto 
Carlo non potesse raccettare in Arezzo e in Gubbio i ribelli 
della nostra Repubblica, che gli sarebbero stati dati in nota, 
come afferma l'Ammirato; i nomi de' quali, in numero di 56., 
la maggior parte delle più qualificate famiglie, si leggono 
all' Archiv. Gen, nel Protoc. di ser Ristoro da Figline al- 
l' anno 1380. (M.) 

(•') Di cuore. Trovasi negli antichi nemico cordiale, per 
nemico capitale. De corde enim exeunt cogitationes malae, 
homicidia, &c. Matth. 15. 19. (M.) 



57 
méésef Lapo da Chastiglioncliio ('). Risposeci 
col viso basso lagrimando, che quello avea 
fatto per nicistà, promettendoci che s' egli 
acquistasse il reame, che non ristarebbe mai 
che ci rimetterebbe in chasa nostra; e poclii 
di apresso si partì e andonne verso Roma. An- 
donne con lui alquanti di noi usciti, ma la 
magior parte presono commiato da lui, perché 
non aveano di che da poterlo seghuire. E io 
fu' uno di quelli che mi parti' da lui, però che 
di fior. 1500. d' oro eh' io trassi di Gienova tra 
contanti e chavalli e arnesi, mi ritrovai con 
due cavagli e sanza danari, però che tutti 
gT avevo spesi e prestati a molti de' detti usciti. 
Diliberamo Bernardo di Lippo e io andar- 
ciene in Francia e andamone a Rimino e là 
achattamo cinquanta ducati da Giovanni di 
Masino da 1' Antella che stava là, e andamone 
di punta ('^) sanza sogiornare insino a Vignone, 
e andamo a Terrascone (^) a vicitare messer 
Stoldo Alto viti e messer Tomaso Soderini che 
erano de' confinati. Partimo da loro e andamone 
a Parigi, dove faciemo poco sogiorno, che Ber- 
nardo di Gino (^) mi mandò a giuchare col 



(1) Famoso giureconsulto de' suoi tempi, e scrittore della 
cronica della sua famiglia, originale nella Mediceo-Lauren- 
ziana. (M.) 

('■) Addirittura e in fretta, senza ristare, né uscir di 
strada; andar come una freccia. (M.) 

(^) Franz. Tarascon, gi-ossa terra della Provenza tra 
Avignone e Arli. (M.) 

('') Bernardo di Gino di Bartolino de' Benvenuti, che 
per privilegio ottenuto dal re Carlo V. di Francia l'anno 1379. 
si disse egli ed i suoi fratelli e discendenti de' Nobili, 
figgiiigiiendo all' arme gentilizia la banda gigliata, conceduta 
a tutti loro dal sopraddetto re. (M.) 



58 

ducha di Brabante eh' era a Borsella (') con 
molti grandi signori che facieano grandi feste 
di giostre e torniamenti, di danze e di giuochi, 
e infine in pochi di io vi perde' fra. 2000. d' oro 
eh' io v' avea portati di quelli di Bernardo di 
Gino, il quale misse in compagnia il danaio e 
io il mio poco senno, che perde' per fare poste 
di 300. fior, o di più al tratto al davanti con 
due dadi (^). Assicurami per lo gran vantagio 
a fare le gran poste, la quale cosa la ragione 
non vuole. E adivenemi che l' ultima notte 
eh' io perde', avendo io achattati fra. 500. dal 
duca, lasciai il giuoco, perché più non avevo 
a chasa che circha a fra. 550. d' oro. Il ducha 
e altri signori si levarono e entrarono innuna 
sala dov' era molti signori e donne a danzare, 
e stando io a vedere lietamente, una giovane 
bellissima d' età di xiiii. anni, non maritata, 
figliuola d' uno gran barone, venne a me e 
disse: vieni a danzare. Lombardo (^), non ti 
ehaglia perché tu abia perduto, che Idio t' aiu- 
terà bene; e presemi per la mano. Seghuitala, 
e ristato eh' io fu', il ducha mi chiamò e dis- 
semi : che ài tu perduto questa notte ? Risposi : 



(1) Bnissel, Bruxelles, lat. Bruxella ; metropoli del Bra- 
bante. (M.) 

("^) A chi faceva più in un tiro. (M.) 

(3) Lombardi erano chiamati da' Franzesi tutti gì' Ita- 
liani. V. Bocc. n. 1. Benché Lombardi sieno propriamente gli 
abitatori della Gallia Cisalpina, da che questa provincia fu 
occupata da quei popoli della Germania, che vi fondarono il 
noto reame detto de' Longobardi, nome derivato dal ted. 
langer-bart, lunga barba, donde il lat. Langohardi e Lon- 
gobardi. (M.) 



59 

io ò perduto lo resto di fra. 2000. eh' io are- 
chai a Borsella. Disse: io lo credo bene, e s'io 
avessi buonamente altrettanto perduto, io non 
potrei né saprei fare buona ciera come tu fai ; 
va e seghuita di fare festa, che altro che bene 
non te ne dee seghuire. La mattina seghuente 
io missi in una borsa fra. 500. d' oro, e porta- 
gliele diciendoli : datemi licienzia, eh' io voglio 
andare a cierchare altrove migliore ventura. 
Risposemi : se tu vuogli rimanere e provare con 
cotesti 500. se la ventura ti tornasse a risquo- 
terti ('); e se pure tu gli perdi, darameli 
un' altra volta, quando tu ne sarai ben agiato. 
Ringratialo, diciendo eh' io avea gran bisogno 
d' andare innlnghilterra, e che per alora io 
non volea più giuchare. Alora disse: portane 
con techo cotesti 500. fra., e renderameli un 
altro anno se ci torni e tu ti risquota di quelli 
che ài perduti. E chiamò uno suo chancielliere 
e disse : fa una lettera a Bonacorso com' io lo 
ritengho per mio speziale servitor della mia 
persona &c. Partimi da Borsella e andane in- 
nlnghilterra, e stato là circha d' uno mese per 
trattare la renzione (^) di Gian di Brettagnia, 
che cosi avevo in comessione da Bernardo di 



(') Eiscuotersi, rivincere il perduto, Bocc. G. 9. n. 4. 
Onde egli disideroso di riscuotersi.. Risc&tt&Ysì, ricattarsi; 
qui detto anche più propriamente, trattandosi, oltre la per- 
dita, di esser rimaso indebitato: che il debitore ha obbligata 
e ipotecata al creditore, secondo le leggi, oltre le sostanze, 
anche la persona. (M.) 

(*) Quasi reenzione, ricompraraento. Lat. redemptio. Fr. 
ranqon, eh' è propriamente il prezzo per lo riscatto d' un 
prigioniero. (M.) 



60 

Cino, saputa eh' io ebi la 'ritenzione del duca 
di Lanchastro che lo tenea, mi tornai a Parigi 
e referi' a Bernardo di Cino tutto quello eli e 
io avea fatto a Borsella e innlnghilterra. 

L' anno 1381., tornato eh' io fu' a Parigi, 
avendo fatta la perdita a Borsella, stetti a Parigi 
molto debole a danari, però che de' fra. 2000. 
perduti, a me ne tocchava a rendere il quarto 
a Bernardo di Cino; diedili quelli 500. franchi 
che '1 duca di Brabante mi donò con nome di 
prestanza ; e 1' anno detto del mese di febraio 
tornai a Borsella con circha a fra. ce. d' oro 
eh' io achattai da più persone, e là achattai 
fra. ecc. da Bernardo da Yarazano; e sendo a 
giuoco col duca e con altri signori, mi vene 
lettere da Firenze come gì' usciti v' erano tor- 
nati. Stettivi tutta la quaresima e avanzavi 
circha a fra. 600. d' oro. Tornami a Parigi e 
comperai di belli chavalli, e tornai a Firenze 
nel 1382. del mese di maggio. L' anno detto 
del mese di settembre andai a Parigi e di no- 
vembre il di di santa Caterina mi trovai in 
una battaglia presso a Ipro in Fiandra ('), che 
lo re di Francia diede a' Fiaminghi, ciò fu a 
quelli di Ghuanto, che n' era capitano de' Fiam- 



(') Parla della celebre battaglia di Eosebech tra 1' eser- 
cito del i-e di Francia Carlo VI. armatosi a difesa di Luigi 
co: di Fiandra suo zio; e l'esercito de' ribelli Gantesi, con- 
dotto da Filippo Artavilla figliuolo del famoso Iacopo, che 
di semplice mercante di birra divenuto capo di fazione, 
messe sossopra tutta la Fiandra. Nella data di questa batta- 
glia non si accordano gli storici franzesi; ma non pare, che 
si possa negar fede a Buonaccorso Pitti, che vi si trovò 
presente. (M.) 



61 
mingili Filippo d' Artavella. Erano i Fiam- 
minghi xl. milia huomeni armati, e dalla parte 
del re eravamo x. milia; e diessi la battaglia 
a pie in sul levare del sole. Apparve miracolo, 
che esendo una si grande nebia che poco si 
vedea lume, e sendo fatte tre schiere di noi, 
lo re fecie spieghare una bandiera che la chia- 
mano olifiama (^), la quale dicono ebono anti- 
camente per miracolo divino (^), e spieghata 



(') Orifiamma. Franz, ortflamme, oHflambe, e in rima 
ori fior. Lat. aurea fiamma, flammula, Dant. Farad, e. 31. 
cliiamò Maria Verg. Oriafiamma. Cosi quella pacifica Oria- 
fiamma; quasi fiamma aurea; e forse potè alludere all' Ori- 
fiamma segno di vittoria, e di calma; che fiamme si chia- 
mano quelle banderuole lunghe, biforcute e appuntate, che 
si mettono sulle antenne e sulle gabbie delle navi talora 
per segnale di comando, quando si naviga senza bandiere 
agli alberi, e per lo più per ornamento, specialmente quando 
si ha buona navigazione e si entra in porto. Di questa specie 
di banderuole era 1' Orifiamma, che fu prima di tre, indi di 
due sole code, o punte di colore vermiglio o rosso di fuoco, 
con nappe verdi, e serve ora, coli' aggiunta d' un sole e di 
alcuni gigli d' oro, per cimiero all' arme reale di Francia. (M.) 

(') Una di quelle opinioni, e voci popolari, che in caso 
di bisogno fanno ottimi effetti. Dicevano essere stata l' Ori- 
fiamma portata da un angelo insieme colla santa ampolla 
nell' atto del battesimo, o della consacrazione di Clodoveo, 
o sia Luigi I. re di Fi-ancia, e sotto l' Orifiamma i Franzesi 
si tenevano sicuri della vittoria. Era questa l' insegna mili- 
tare dell' abazia reale di S. Dionigi presso a Parigi, e la 
portava, quando occorresse uscire in campagna a difesa del- 
l' abazia, e del suo dominio, il conte di Pontoise, detto 
altramente del Paese Vessino, come primo vassallo di quella 
abazia. Ma questa contea essendo stata riunita alla corona 
di Francia, il re, ricevutala dall' abate, la consegnava di 
pi'opria mano, con gran solennità, ad uno de' primi capitani 
dell' esercito, e successivamente fu cx-eata la dignità di Por- 
torifiamme. (M.) 



62 

che la fu, quella nebbia cadde tutta a terra 
subito, e col sole vedemo 1' una battaglia 
r altra. E cominciata la battaglia per lo Cone- 
stabole di Francia (') colla prima schiera contra 
a' detti Fiamminghi, eh' erano tutti innuna 
schiera, durò la battaglia per ispazio di due 
ore, e infine i detti Fiamminghi furono scon- 
fìtti dalla detta schiera del Conestabole, e met- 
tendo a morte sanza volere alcuno prigione, vi 
si trovarono morti de' Fiamminghi, anoverati 
finita la battaglia, ventisette migliaia e 500. 
huomeni; e vinta quella battaglia, sanza ristare 
n' andamo a Coltrai (") eh' era grossa terra 
come Prato, e quella si prese e rubossi et arsesi 
per vendetta di gran tempo adietro d' una 
battaglia che i Fiannninglii (^) vinsono a' Fran- 
cieschi ivi presso a Coltrai, come ne fanno 
menzione le croniche di Filippo Villani ('), 
dove furono morti grande quantità di chava- 
lieri francieschi. E fatto questo, lo re se ne 
venne a Parigi colla sua giente vittoriosa. 

E inanzi eh' io scriva de 1' entrata che lo 
re fecie a Parigi, farò ricordo della chagione 



(') Ulivìeri di Clisson succeduto al famoso Bertrando 
di Guesclin. (M.) 

("^) Fiamm. Cortrick. Franz. Courtray. Lat. Cortracum, 
Corteriacum. Città ragguardevole della Fiandra. (M.) 

(f) Parla della battaglia fatale perduta 1' an. 1302, per 
troppa fretta e troppo dispregio dell' inimico da' Franzesi, 
che vi perderono il fiore della lor nobiltà e un numero incre- 
dibile di soldati; della qual vittoria si celebrava ogni anno 
in Courtray una solenne ricordanza. (M.) 

('') Qui contro in margine è scritto : la battaglia di 
i^iaìidra \ 1383. 



63 

il perché la 'mpresa della detta battaglia si 
fecie. Jj' anno 1381. quelli di Ghuanto si rubel- 
larono al conte di Fiandra loro signore, il 
quale era padre della duchessa di Borghongna. 
Andarono a oste a Bruggia e presonla e chac- 
ciaronne il detto conte e rubarono e uccisono 
tutti suoi uficiali, e il simile feciono di molte 
altre buone terre che presono in Fiandra, ed 
era loro capitano il sopra detto Filippo d'Arta- 
vella; e multiprichando i detti Fiamminghi 
rubelati dal loro signore, mandarono segrete 
ambasciate a' popoli di Ruano e di Parigi, con- 
fortandoli che faciessono il simile de' loro si- 
gnori, proferendo loro aiuto e soccorso; il per- 
ché le dette due città si rubelarono al re di 
Francia, e cominciarono a Parigi il popolo 
minuto, il quale romore cominciò una trec- 
cha (') della piaza, perché uno isattore la volea 
pegnorare (^) per la ghabella di frutte e d' erbe 
che vendea, la quale cominciò a gridare: muo- 
iano le 'mposizioni, ciò è la ghabella. Il perché 
tutto il popolo si levò e corsono a le chase 
de' ghabelieri e rubarongli e ucisongli. E sendo 
il detto popolo minuto sanza arme, uno di loro 
gli ghuidò al nuovo Chastelletto (^) dove messer 



(') Trecca, rivendugliola, e treccone rivendugliolo, quasi 
ingannatore. Franz, tricheur. Lat. trico triconi.s, da tricae 
tricarum, e tricor tricaris ; quasi uno imbroglione, che fa 
degl' intrighi, che fa travedere, per guadagnare. (M.) 

(-) Torre il pegno per via di giustizia al debitore, che 
noi diciamo comunemente gravare. Lat. pignora capere. (K.) 

(^) Franz, le Chastellet. Residenza d' un magistrato, che 
giudica in prima istanza le cause civili e criminali di Pa- 
rigi. (M.) 



64 

Beltran di Chrichin ('), Conestabole i)er adietro 
di Francia, ave' fatte mettere 3000. mazze im- 
piombate, le quali avea fatte fare per una bat- 
taglia si credette dare agi' Inghilesi. Koppono 
colle scuri la porta della torre dov' erano le 
dette mazze, le quali si chiamavano di là ma- 
glietti ('), e presi eh' ebono i detti maglietti, 
andarono per tutta la terra rubando le chase 
degl' uiiciali del re, e ucisonne molti. Il popolo 
grasso, cioè i buoni cittadini che si chiamano 
borgiesi (^\ dubitando che '1 detto minuto po- 
polo che si chiamarono i Maglietti, eh' erano 
giente tali quali furono i Ciompi (^) che cor- 
sono Firenze, non rubassono anche loro, s' ar- 
marono e furono tanto forti che i detti Maglietti 
s' acordarono d' ubidirgli. Il perché presono 
ordine per regiersi a popolo, e seghuitarono la 
ribelione contra i reali signori. Il perchè lo re 
e i suoi reali si ritrassono al bosco di Yin- 



(') M. Bertrando di Guesclin gran contestabile di Francia, 
uomo famoso, che per li rilevanti servigi rendati alla Francia 
sotto il regno di Carlo V. il Savio, meritò di essere d' ordine 
regio sepolto a pie della tomba dello stesso re Carlo V. 
De' fatti di questo valoroso capitano parla l' istoria stampata 
in vecchia lingua franzese, e un romanzo in versi citato ms. 
dal Du Fresne. (M.) 

(') Maillets, maglietti, piccoli magli. Martelli di legno 
a due capi, impiombati; arme usata anticamente in Francia. 
Quindi furono detti questi sollevati les maiUotins. (M.) 

(3) Franz, bourgeois, che corrisponde al nostro citta- 
dino e terrazzano. Les bourgeois formano 1' ultimo de' tre 
stati della Francia. Gli altri due sono gli ecclesiastici e i 
nobili. (M.) 

(^) Intorno al significato di detta voce v. l' Ammirato 
Stor. lib. 14. (M.) 



65 

cienna (') e là fecie consiglio. E in efetto per 
rimedio che tutto il reame non si ribellasse, 
presono partito che lo re mandasse per tutti i 
baroni, chavalieri e scudieri (^) di quello reame, 
che venissono con tutte le loro forze a lui e 
seghuitarlo dov' egli volea andare; e avendo 
fatto per più volte la richesta e comandamenti 
tanto stretti quanto il più avea potuto, non ve 
ne venono più che quelli che di sopra dico che 
furo a la battaglia. E bene si verificò 1' anno 
seghuente, ciò è nel 1383., il motto che si dicie 
per molti tristi che dicono: viva chi vincie(3); 
però che avendo lo re vinta la detta battaglia, 
r anno seghuente fecie suo mandamento (*) per 
andare incontro agli Inghilesi eh' erano venuti 
in Fiandra, come innanzi farò menzione; al 
quale mandamento venono circa x. milia cava- 
lieri e più di xvi. milia scudieri che furono 
stimati in quello essercito ce. milia chavalli o 
più ; ma ben è vero che vi venono assai Tedeschi 
signori per amicizia. 

Torniamo a la tornata che lo re fecie al 
suo Parigi rubelato. Egli se ne venne a San 
Dionigi (^) una sera, e la mattina con tre 



(') Il bosco, detto di Vinceutie-s dal nome d'un castello 
situato in distanza di due miglia da Parigi. (M.) 

(^) Che i Franzesi dicono convoquer le ban, et V arrie- 
rehan. Il che si fa ne' bisogni estremi. (M.) 

("*) Bindo Bonichi da Siena : Cosa eh' avenga non vi 
muti volto; Viva chi vince, e folleggi lo stolto. (M.) 

(^) Cioè ordine, comando. Franz, maìidement. (M.) 

{•') Abazia reale presso a Parigi, celebre pel tanto fa- 
moso tesoro, e per esser ivi le tombe de' regi e de' reali di 
Francia. (M.) 

5 



66 

schiere al modo che fu a la sopradetta batta- 
glia; la quale cosa sentendo i borgiesi di Pa- 
rigi, diliberarono di venire dinnanzi al re a 
chiedere perdono. Venono ben 500. de' magiori, 
e arivati a la sua presenzia si gittarono in terra 
chegiendo perdono. Lo re disse: tornate a Pa- 
rigi, e quand' io sarò a sedere in luogho di 
giustizia, venite e domanderete e parte trove- 
rete. E quando lo re fu presso a Parigi a mezzo 
miglio, tutti chavalieri e scudieri e huomini 
d' arme smontarono a pie in tre schiere, eccetto 
lo re e' suoi reali che nella sua schiera eh' era 
la siconda entrarono a cavallo, e tutti gV altri 
entramo a pie, co' bacinetti (') in testa, dubi- 
tando di tradimento. Andamone al palagio ma- 
giore, e smontato lo re mandò il bando che 
ciascuno cittadino o vero borgiese portasse 
innanzi il corichare del sole tutte sue arme da 
ofendere e da difendere a una grande e bella 
forteza e abitazione reale che è in Parigi, alla 
pena della forcha; il quale bando fu a pieno e 
tosto ubidito. E comandò che tutte le chatene 
della città fossono tolte e levate via, e cosi fu 
fatto. E vidi uno scudiero del re che gli do- 
mandò e chieseli in dono tutte le dette cha- 
tene. Lo re che mai non disse di no (^) di cosa 
che gli fosse chiesta, disse che volea che fos- 
sono sue; non parve alora che il dono fosse 
molto di valuta, ma dipoi fu veduto e saputo 



(') Franz, hassinet, cappello o berretta di ferro a foggia 
di piccolo bacino. (M.) 

Q) E perciò fu chiamato dai Franzesi Louis le bienaimé, 
il benamato, il benvoluto. (M.) 



67 
che il detto scudiere trasse di quelle diatene 
circba di fra. x. milia d' oro. Furono presi 
circlia a xl. citadini e Magiietti di quelli che 
erano stati de' capi a ribelarsi da la Corona, 
fu loro tagliata la testa alla piaza d' Alle ('), 
e fatta quella giustizia, perdonò la morte a 
tutti gì' altri che 1' avessono offeso ; ma fecie 
mandare per tutti i borgiesi e mercatanti richi 
e a tutti fecie porre la taglia a paghare da- 
nari sicondo la loro possibilità. Ebevi posta (') 
di fra. X. milia e molte e gran quantità da 
2. milia in su; e diegli per creditori a tutti i 
signori e baroni che con lui erano stati a la 
battaglia. E vidi che il duca di Borbon (^) a 
cui lo re n' avea assegnati e donati tanti che 
montavano circha a fra. xl. milia, accettò il 
dono e poi il seghuente di mandò per tutti 
quelli che gi' erano stati asegnati e liberogli 
di quello debito e feciene loro la fine. Tutti 
gì' altri signori si feciono pagliare, che mon- 
taro la soma di quelle taglie circha a f. 500. 
migliaia. E fatto ciò, del mese di gienaio 
r anno 1382. subito si posò la terra, e comin- 
ciarono a fare gran feste di giostre, di danze 
e di giuoco. . 



(') Aux Halles. Piazza in Parigi coperta, dove si fa 
fiera fredda e mercato; e corrisponde al nostro Mercato 
Vecchio ; le langage des Halles è a Parigi quel eh' è la 
lingua di Mercato Vecchio in Firenze. (M.) 

(^) Posta, imposta. Pagar la sua posta. (M.) 
(f) Gio. duca di Borbone cugino del re per la madre 
Giovanna regina di Francia, figliuola di Pietro duca di Bor- 
bone, pronipote di S. Luigi. (M.) 



68 

E del mese di febraio Bernardo di Gino 
diede a Gino suo nipote fra. ce, d' oro e tante 
perle e gioielli che valeano circha a fra. iii. 
milia d' oro e volle che '1 detto Gino e io 
andassimo innOlanda a vendere o a giuchare 
le dette perle e gioielli col duca Alberto di 
Baviera (0. Andamo insino a l' Aia (^) in- 
nOlanda, trovamo il detto ducha il quale non 
volle né comperare, né giuchare le dette perle 
e gioie. Gonsumamo, tra innispesa e giuchati, 
i detti franchi ce. d'oro, e tornamoci a Parigi, 
e rendemo le sue perle e gioie a Bernardo del 
mese d' aprile 1' anno 1383. 

In quello anno gì' Inghilesi passarono in 
Francia, ciò è a' confini della Piccardia, toc- 
chando la Fiandra, e furono circha di x. milia 
combattenti tra arcieri e huomeni d' arme, i 
quali avendo già prese molte buone terre di 
Fiandra, e sentendolo lo re di Francia, fecie 
suo mandamento a signori, a baroni, a chava- 
lieri e a scudieri del reame di Francia, e innef- 
fetto del mese d' aghosto si trovò in champo 
con circha a ce. milia cha valli, ne' quali erano 
X. milia cavalieri a spron d' oro, come a dietro 
ò fatto menzione. Io disideroso di ritrovarmi 
a quelle gran cose, feci compagnia con uno 
Luchese e con uno Sanese, e a nostre spese con 
xxxvi. chavalli e bene armati andamo nel detto 



(') Figliuolo di Lodovico imperatore, detto il Bavaro, 
conte d' Olanda. (M.) 

(2) Lat. Haga Comitis. Villaggio delizioso, rinomato per 
l' adunanza de' deputati degli stati delle provincie unite 
de' Paesi Bassi. (M.) 



69 

essercito sotto il segno e condotta del duca di 
Borgliogna, che fumo xx. milia chavalli. E ari- 
vato il detto essercito dinnanzi a una buona 
terra che si chiamava Berg ('), dove parte 
degl' Inghilesi erano dentro, lo re fecie, subito 
che fu arivato, spianare intorno a la terra, per 
dare battaglia il di seghuente alla detta terra. 
La notte in su la méza gì' Inghilesi volendo- 
sene fugire e i terazani non volendo, comin- 
ciarono zuffa tra loro, con grande ucisione tra 
loro, e in fine tutti Inghilesi e terazani che 
poterò, innanzi il di se ne fugirono. E fatto il 
di, ci strignemo a la terra, e tagliate le porti, 
sanza essere contrastati entramo dentro, dove 
trovamo che nella magior parte delle case era 
stato chaciato il fuoco, e morti grande quan- 
tità d' Inghilesi e di terrazani. Vidi una cosa 
spaventevole e crudele, ciò è che una donna' 
la quale pareva donna dabene, sicondo il vesti- 
mento, la quale avea in braccio uno fanciullo 
d' età di ii. anni e uno apicato a le spalle 
d' età di iii, anni e uno a mano d' età di v. anni, 
la quale sedea apresso d' una porta d' una casa 
che forte ardea, esser fatta levare da sedere e 
tiratala alquanto dilungi da la casa, a fine 
eh' ella e quelli fanciulli non si faciessono male; 
e lasciata eh' ella fu, subito ella con quelli tre 
fanciulli al modo che la fu levata, corse e entrò 
per la porta di quella casa, della quale usci- 
vano gran fiamme di fuoco; e infine si vidde 



Q) Comunemente Mons., in oggi piazza fortissima del- 
l'Annonia. Berg in ted. significa monte. (M.) 



70 

eh' ella e quelli fanciulli v' arsono dentro ; e 
infine quella terra fu tutta arsa e distrutta. 

Tutto quello di stemo quivi a campo, e il 
di seghuente andamo più avanti per trovare i 
nemici, i quali di luogho in luogho s' andavano 
dinanzi dannoi fugiendo. Arivamo in su 1' ora 
di vespro a una grossa terra dove s' erano ri- 
dotti gì' Inghilesi ; la terra si chiamò lo 'Iber- 
gho, alla quale subito si diede battaglia da più 
parti, e con rochette di fuoco (') gittate dentro; 
e ardendo la terra, i detti Inghilesi francha- 
mente si dif esono con ghuastare e ferire di 
freccie gran quantità di nostra giente. Durò 
la battaglia insino a una ora di notte, e questo 
fu in sabato. Ritraemoci con grande danno e 
poco honore, e nella ritratta faciemo ("), io mi 
smarrì' da uno de' miei compagni e da parechi 
di nostri famigli che venono a quello asalto, e 
in tutta la notte non li trovai; bene che io 
poco gli potè' cierchare, ma come stracco in- 
nuna fossa mi stetti insino al di chiaro. 

La domenicha mattina il duca di Brettagna 
che v' era con xx. milia chavalli al servigio 
del re, trattò accordo con gì' Inghilesi con 
licenzia del re e innefetto s' acordarono a par- 



(*) In alcuni luoghi d' Italia racchette e rocchetti si 
dicono quegli, che noi chiamiamo razzi, forse dalla loro 
figura simile a quella de' rocchetti da incannare. L' armi da 
fuoco erano state poco prima inventate, benché già da gran 
temjx) fusse trovata 1' invenzione di fare la polvere da 
archibuso. (M.) 

(^) Ritratta disse Gio. Vili, per ritirata. Franz, re- 
traite. (M.) 



71 
tirsi con ciò che portare ne poterono, e pro- 
missono di tornarsene innlngliilterra per quella 
volta; e partironsi il di seghuente e votarono 
il paese di Fiandra. Il perché lo re si ritornò 
in Francia e a Parigi, e diede commiato alle 
brighate de' signori, e i signori ritenne a Pa- 
rigi a fare feste &c. 

1383. E il detto anno 1383. del mese di 
febraio andai a Borsella e poi innOlanda a 
vicitare il duca Alberto; e tornato a Parigi 
trovavi Franciescho mio fratello che da Fi- 
renze era venuto; e tutta quella state stetti 
fermo a Parigi, e poi il verno de l'anno 1384.; 
e del mese di magio nel 1385. tornai a Firenze, 
e poi del mese d' ottobre tornai a Parigi e 
menai con meco Berto da la Fonte (^); e poi 
r anno 1386. tornai a Firenze del mese di mag- 
gio, e poi di settembre ritornai a Parigi, e trovai 
che lo re di Francia era andato in Fiandra con 
grande sforzo e fatto aparechio di navili a le 
Schiuse (*) per passare innlngliilterra. Andamo 
Franciescho e Berto e io a trovare lo re, e 
andamo ben armati e ben montati con animo 
di passare co '1 re. E ari vati a Bruggia trovai 



(') Qui è una linea cancellata: e giunti a Parigi trovai 
che Franciescho era andato a Bruggia, con animo di pas- 
sare col re di Francia. 

(^) Le Schiuse, V Esclusa. Dal franz. V Escluse. Piazza 
di mare presso a Ostenda, ma alquanto più dentro a terra, 
sulla riva d' un gran canale, che forma un ricetto opportu- 
nissimo per ogni vascello; e questo canale gli dà il nome, 
lat. slusa, clausulae. Gli abitanti la chiamano sluys, che 
corrisponde al ted. schlitz, lat. fissura, da schlitzen, fin- 
dere. (M.) 



72 

quello Lucchese che fu mio compagno nella 
grande armata, e con lui e con uno altro Luc- 
chese faciemo compagnia e nolegiamo una 
buona nave. Fumo alle Schiuse dove era lo re 
con tutta la sua armata per passare innLighil- 
terra; e nota che in quello porto vidi xii. cen- 
tinaia di navi che le de. erano navi di ghabia. 
E stati con tutta l' armata circha di xv. di 
nelle Schiuse, aspettando che '1 mare e il vento 
fosse buono, lo re chiamò a consiglio tutti i 
padroni e nochieri intendenti, e domandò loro 
quello parea loro da fare; e innefetto, perchè 
già era a l' uscita di novembre, non parve a 
loro che '1 passare si potesse fare con cosi 
grande numero di navili, diciendo ; se noi siamo 
trovati in sul mare con grosso mare e vento 
contrario, per forza le navi scontreranno nel 
voltegiare 1' una 1' altra, e molte ne periranno. 
Il perché lo re e i signori del suo Consiglio 
s' atenono al consiglio de' padroni e nochieri, e 
tornamociene in Francia. 

E ne lo stare che noi faciemo a le Schiuse, 
prestai al conte di Savoia circha fra. 500. 
d' oro a giuocho, e di poi a Brugia glie ne 
prestai ce. fuori di giuoco, e dipoi a Arazo (') 
glie ne prestai fra. 400. d' oro per paghare sue 
spese, e cosi per tutto il camino insino a Parigi, 
lo servi' in più volte di tanti, che quando 



(') Arazo. Arras, lat. Atrebatum e Nemetocerna, vesco- 
vado suffragane© dell'arcivescovado di Cambrai, piazza forte, 
capitale del paese degli Atrebati nella Gallia Belgica, detto 
la Contea d' Artesia. Dal nome di questa Città son detti gli 
Arazzi, altramente panni d'Arazzo. (M.) 



73 

giugnemo a Parigi mi dovea dare circha di 
fra. mm. d'oro; e stato ch'egli fu a Parigi 
tutto quello verno, quando se n' andò, gli prestai 
franchi md. d' oro, si che in tutto fra. 3500. 
gli prestai. Mandai con lui uno in Savoia, come 
disse eh' io faciessi, e che per lui me gli man- 
derebbe; non me li mandò, prese uno termine 
da sé, al termine io v' andai e stetivi più d' uno 
mese, e in fine di nuovo prese un altro termine 
di sei mesi. Tornai a Parigi e stevi tutto il 
verno, e poi a la quaresima andai innOlanda 
a vicitare il duca Alberto, e poi tornai a Parigi, 
e di là ne venni a Firenze del mese di magio 
r anno 1388., e poi l' anno detto del mese di 
settembre n' andai a Parigi e menai con meco 
Franciescho Chanigiani, il quale avea venduto 
uno suo podere f. 400. d' oro, i quali mi diede 
in diposito, e io gli promissi di dargli le spese 
e f. ciento 1' anno per tre anni. Anche menai 
con meco il massaio (') e a lui anche j^romissi 
di darli f. ciento l' anno e sue spese. Stetti 
quello verno a Parigi e vinsi circha a fra. mm. 
d' oro. Comperai una chasa f. 600. d' oro, e a la 
quaresima n' andai innOlanda e in Silanda C) a 
trovare il duca Alberto, e a lui e a altri signori 
vinsi circha a fra. 1500. d'oro. Tornai a Parigi e 



(') F. un suo agente, o maestro di casa: che massaio, 
cioè uomo da far roba non era egli già, come in breve diede 
a divedere. (M.) 

(*) Zelanda, lat. Selandia. Zelandia, dal ted. see, lago, 
laguna, mar basso, e land, paese. Qui parla di quella Ze- 
landa, eh' è una delle provincie unite de' Paesi Bassi. (M.) 



74 

di là mi parti' per andare co '1 re (') a Yignone 
e a Tolosa. E andando dietro a lui alcuno giorno, 
trovai in su '1 chamino messer Antonio Porro (*) 
il quale seghuiva lo re come commessario del 
ducha di Melano, al quale in su '1 chamino, 
innanzi che giungnessimo lo re, gli vinsi fra. 
mcc. d' oro. E dipoi fumo a Tolosa dove lo 
re fecie le feste di Natale. Yidi in San Sor- 
nino la testa di san Iacopo che è innuna cap- 
pella sotto terra, nella quale si dicie essere sei 
corpi d' appostoli ; vidi le sepolture, i corpi non 
vidi. Diciesi che Carlo Mangno quando andò per 
lo mondo come imperadore, tutti i santi corpi 
che potea avere gì' amandava a Tolosa ; e però 
si dà fede che quello si dicie de' detti corpi 
sia vero. E fatte le feste del Natale, ci tornamo 
a Parigi. Trovai messer Filippo de' Corsini e 
messer Cristofano degli Spini che veniano am- 
basciadori (^) al re, e a Lione in su '1 Rodano 



(1) Carlo VI. re di Francia nel mese d' ottobre del- 
l' anno 1389. andò a Avignone a visitare Clemente VI. il 
quale il giorno di Tutti i Santi celebrando solennemente la 
messa, alla quale il re gli diede l' acqua alle mani, coronò 
Luigi II. suo cugino re di Sicilia e di Gerusalemme. (M.) 

(-) Mess. Antonio Porro conte di Polenza, grande e 
possente cittadino di Milano, che poi nel 1399. prese il pos- 
sesso di Pisa per lo duca di Milano Giovan Galeazzo, cedu- 
tagli da Gherardo d' Appiano. Poggio Histor. lib. 4, Cor. Stor. 
di Milano p. IV., Ammirato Stor. Fior. lib. 16., e Paolo Morigia 
Stor. di Milano lib. i. A lui in una sollevazione in Milano 
fu mozzo il capo. V. Morell. Cron. (M.) 

(^) Quattro furono gli ambasciadori spediti da' Fioren- 
tini al re; ma questi due soli giunsero in Francia; gli altri 
due, che furono Filippo Adimari e Matteo Arrighi, da Gio. 
Galeazzo Sforza, poi duca di Milano, fatti arrestare contra 



75 

s' apresentarono a lui e sposono la loro amba- 
sciata. Rispose loro che venissono a Parigi per 
Ja risposta. Fumo a Parigi e di là mi parti' su- 
bito e andane innOlanda, e là ancora vinsi 
assai danari. Tornai a Parigi e poco stato mi 
parti' e andane innlngliilterra in compagnia 
del conte di Sampolo con molti cavalieri che 
andarono a una gran festa che di giostre vi si 
fecie. Là non giuchai, ma diedi a Mariotto Fe- 
rantini e a Giovanni di Ghuerrieri de' Rossi 
fra. mmd. d' oro, e imposi loro che me li 
investissono in lane e che a Firenze me le 
mandassono. Tornai a Parigi e stetti tutto il 
verno. Trovami avere avanzati franchi x. milia 
d' oro che erano in lane, e nella casa e masse- 
rizie e cavalli e arnesi e contanti, non con- 
tando danai assai eh' io dovea avere, ne quelli 
dal conte di Savoia, né d' altri assai in più 
persone ; tanti, eh' erano la somma di circha a 
franchi v. migliaia. 

E sendo io nel detto stato, Franciescho mio 
fratello e simile Franciescho Chanigiani mi 
consigliarono e strinsono che io me ne tornassi 
a Firenze e eh' io lasciassi loro a risquotere e 
ritrarsi &c. Diliberai tornare. A Franciescho 



lo ius delle genti furono carcerati. V. Poggio Hist. lib. 3. e 
le annot. del sig. Gio. Batista Eecanati n. veneto sopra 
questo luogo. D. Luca dalla Scarperia, Cron. ms. appresso i 
sigg. Salvini, scritta intorno al 1450., aggiugne, che il Cavic- 
ciuli (il quale è lo stesso, che l'Adimari) e l'Arrighi andati 
per terra, furono arrestati al Finale dal march. Lazzero, a 
petizione del sopradd. Co. di Virtù ; e gli altri due, che anda- 
rono per mare, arrivarono in Francia. (M.) 



70 

lasciai là casa e tante masserizie e gioielli a 
vendere e danari contanti per la valuta di 
circha fra. tre milia d' oro. Partimi e me- 
nane con meco lo 'ngrato villano del massaio 
e feci la via dal conte di Savoia e niente 
potè' ritrarre da lui, se non promesse e ter- 
mini. Giunsi a Firenze e diliberai di torre 
moglie. E sendo Guido di messer Tomaso di 
Neri dal Palagio (') il magiore e il più creduto 
huomo di Firenze, diliberai di torla per le sue 
mani e qualunche a lui piaciesse, pure eh' ella 



(') Prese il cognome questa famiglia o da un loro antico 
palagio nel Pop. di S. Michele Visdomini, o da una loro più 
antica torre a guisa di palagio o di fortezza, alle falde del 
monte di Fiesole, donde è fama, che ella discenda. Antiqua 
est soholes, Fesulisque oriunda putatur, Cui celsae moles 
tribuere palatia nomen, cantò Ugol. Verin. In cima a detto 
monte avendo questo Guido restaurato l' antico convento, 
che fu già delle monache, oggi dette di Lapo, lo donò 
a' Minori Osserv. di S. Francesco. Ivi e alla loro cappella 
di S. Niccolò nella Nunziata di Firenze resta memoria di lui 
in due inscrizioni. Fu due volte gonfal. di giustizia, e amba- 
sciadore in molti luoghi. Fu magnanimo e di illibati costumi. 
A lui scrivono lettere il b. Gio. delle Celle, e f. Luigi Mar- 
sili. Da alcuni scrittori è chiamato de' Guidi e de' Neri. Dal 
Poggio nel 3. lib. della Storia Fiorentina è appellato col patro- 
nimico Gtiido Thomasius vir optimus ex primoribus civi- 
tatis, restituito però al suo vero casato dal sig. Gio. Batista 
Recanati nelle predette erudite annotaz. al d. isterico. Fu 
figliuolo di Tommaso cavaliere di Neri di Lippo di Guido di 
Benincasa; il qual Lippo, insieme con Tura suo fratello, 
vendè nel 1285. un pezzo di terra nel Pop. di S. Maria in 
Campo a Folco Portinari, edificatore ivi presso dello Spedale 
di S. Maria Nuova, ove se ne conserva la scrittura. Ebbe 
Guido per moglie Niccolosa di Bartolomeo di Niccolò degli 
Albizi. (M.) 



77 
fosse sua parente. Mandai a lui Bartolo della 
Contessa sensale che gli diciesse della mia in- 
tenzione, e ciò feci per aquistare la sua beni- 
volenzia e parentado, a ciò eh' egli fosse obri- 
ghato d' adoperarsi a farmi avere la pacie 
da' Corbizi (•). Tornò a me il detto sensale e 
dissemi eh' egli mi volea aciettare per suo pa- 
rente, che sapenserebbe &c. ('). E ivi a pochi 
ffiorni mandò a me il detto Bartolo a dirmi 
s' io volea la figliuola di Luca di Piero degl' Al- 
bizi, che me la darebbe, la quale era figliuola 
d' una sua cugina charnale. Mandalo indietro 
a rispondere che ciò mi piaciea &c., e in fine 
del mese di luglio l'anno 1391. la giurai {^) 
e poi la menai adi xii. di novembre il detto 
anno (^). Occorsemi, innanzi eh' io la menassi, 



(') L' Ammir. Stoi'. Fior. lib. 16. trall' altre molte utili 
provvisioni fatte nel 1393. da' Fiorentini, dice, che grava- 
rono il Gabbrielli [Potestà di Firenze] a far fare tregua 
per SO. anni tra Pitti e Corbizi, per essere stato da quelli 
morto Matteo Corbizi. Riformag. capit. 38. a 123. Questa 
tregua fu conclusa in Firenze il di 20. gennaio 1393. tra i 
Pitti, Corbizi, e Niccolò di Betto Bardi uccisore, per rog. di 
ser Gregorio di ser Francesco di ser Baldo, all' Archiv. gen. 
La medesima fu ratificata in Parigi dal nostro Buonaccoi'so, 
e da Pitti di Gio. di Neri Pitti, per instrum. rog. in d. città 
nel 1394. Cartap. 224 della Strozz. (M.) 

(^) Che sapenserebbe, si appenserebbe. Franz, qti' on y 
penseroit. (M.) 

(•') Giurar la sposa, giurar la donna, promettere di 
prendere alcuna per moglie, lat, despondere, desponsare, 
novae nuptae iuncta dextera fidem obligare, donde è fatto 
il nostro impalmare la sposa. Franz, fiancer, dall' antica 
voce fiance, eh' è l' istesso, che asseurance, esperance cer^ 
taine. Liv. m. fidanzare. (M.) 

(■*) In margine qui è scritto: tolsi moglie, 



78 

esendo io degl' Otto della Ghuardia, e sendo 
nel palagio nel luogho con parte de' miei com- 
i:>agni, chadde una saetta in su la torre del 
palagio e disciese dove io ero a sedere a lato 
a la torre, dove i suoi raggi mi toccharono le 
polpe delle ghambe; e volendomi levare, caddi 
in terra, atratto da le ginochia in giù ; pareami 
che le ghambe fossono nel fuoco. Trassonmi le 
chalze, le quali putiano forte di zolfo e nonnera 
mancato pelo. Le polpe delle mie ghambe erano 
tutte verghegiate, e venuto il sanghue in pelle, 
e tutti i peli delle ghambe arsi. Stropiciavanmi 
le ghambe, le quale erano fredde come d' uomo 
morto ; e io, pensandomi subito morire, doman- 
dai il prete. E stato circha di una meza ora, 
io distesi le ghambe e richalzami altre chalze 
e venimene a chasa a' miei piedi. E innanzi 
eh' io menassi moglie, venono le mie lane d' In- 
ghilterra in su due navi, che in su 1' una che 
scaricò a Grienova pagai di sigurtà (*) f. 9. 
per ciento, e in su 1' altra che scaricò a Pisa 
pagliai f. 14. per ciento di sigurtà; e con tutto 
ciò, vendute le lane e ritratto il danaio, in xvi. 
mesi ne ghuadagnai f. mille d' oro, i quali 
danari tutti feci venire nelle mani di Luigi e 
Gherardo Canigiani; e quand' io arivai a Fi- 
renze, gli missi nelle mani per lettere di paglia- 
mento circha a f. iiii. milia d' oro, per li quali 
danari i detti Chanigiani n' acquistarono molto 
migliore credito che in prima nonnaveano. 
E in prima che io menassi la donna spesi in 



(') Cioè fV assicurazione. (M.) 



79 
murare e in masserizie circha a f. mm. d' oro, 
e di poi insino a questo di di tempo in tempo 
ò murato e aconcio questo luogho tanto, che 
più di f. 2500. d' oro ò spesi solo in murare e 
innacconcime di vigne e posticci ('). 

E innanzi eh' io menassi la donna, per fare 
bene allo 'ngrato massaio gli diedi f. ecc. d' oro, 
che non ne restava avere da me oltre a circha 
f. ce. d' oro ; e oltre a f. 300., glie ne missi nelle 
mani f. dee. d' oro, e fui contento a sua pre- 
ghiera eh' egli andasse a Parigi a trafficare in 
tutte le cose vedesse da potere ghuadagniare, e 
eh' io ero contento che 1' avanzo del ghuadagno 
suo fosse la metà e 1' altra metà mia per tempo 
di tre anni; e che se tutta la quantità di 
f. mille si perdessono, che io gli renderei i suoi 
f. 300 eh' io gF avea donati. Andò a Parigi, dove 
Franciescho mio fratello 1' acompangnò con 
Luigi di Bartolomeo Giovanni nostro parente, 
il quale io avendolo tenuto con meco in chasa 
e afatichatolo a risquotere miei debitori, e per 
ispeziale mandatolo più volte in Savoia, e tanto 
che in due volte riscosse dal conte fra. mille, 
donagli alla partita feci da Parigi fra. 300. 
d' oro ; e fatta la detta mala compagnia, gli 
lasciò a Parigi e venne a Firenze del mese 
d' aprile. Diedili moglie e menolla del mese di 
luglio, e poi del mese di settembre se n' andò 
a Parigi, e menone con secho Bartolomeo nostro 
fratello ; e dipoi del mese di diciembre io andai 
a Melano, e menai con meco Antonio Chani- 



(') Altramente poste o piantate, e anche postimi. (M.) 



80 

giani, e poi andai a Pavia e a Gienova. Par- 
ti' adi 2. di febraio e giunsi a Firenze adi 5. a 
ora di nona, e venni per terra. E dipoi del mese 
di marzo Franciescho tornò a Firenze e lasciò 
Bartolomeo a Parigi, e dissemi come il massaio 
aveano tutto perduto, e che di là non rimanea 
del nostro altro che la chasa e le masserizie 
che valeano in tutto fra. mille ; sicché de' 3000. 
eh' io gì' avea lasciati tra nella casa e masse- 
rizie e contanti, f. 2000. erano perduti. Montai 
a chavallo del mese di magio per andarne a 
Yignone e a Parigi; e sendo io a Pavia in 
capo d' una schala in uno albergo, e sendo 
io apogiato a uno bracciuolo della schala, uno 
grosso chavallo eh' era leghato a un altro 
bracciuolo di quella schala ebe paura d' uno 
famiglio che sciendea correndo la schala; il 
perché tirò si forte, che sconfisse il bracciuolo 
dov' era leghato e quello dov' io ero apogiato ; 
il perché io chaddi giù nella corte e diedi del 
capo in su una cassa di biada, e fu si grande 
la percossa eh' io tramorti' e non mi ruppi né 
osso, né non m' usci sanghue ; e stetti tramortito 
in su uno letto più di due ore. Risentimi; la 
prima cosa apersi gì' occhi, la siconda favellai 
e domandai s' io avea rotta ghamba o braccio, 
poi mi risenti' tutto doglioso del capo e del 
costato (') in sul quale ero caduto in terra. 
Domandai: che è stato questo? chi m' à per- 
cosso ? non ricordandomi, né mai ricordai 
com' io mi fossi chaduto, ma ben mi ricordai 



(1) Costato, Franz, coste, lato. (M.) 



81 
de r atto del chavallo che avea auto paura del 
famiglio. Mandò a me il duca di Melano tutti 
i suoi medici. Fecionmi trarre molto sanghue 
e di più vene, e fecionmi stare al buio, cioè 
ganza vedere aria 9. di, dandomi medicine e 
unzioni con impiastri a tutto il capo. Il de- 
cimo di usci' fuori e andai a ringraziare il 
detto duca e presi commiato da lui, e andane 
a Yignone e di là a Parigi; e trovai Barto- 
lomeo amalato, il quale avea dopo la partita 
di Franciescho fatto debito circha a fra. 600. 
d'oro, i quali avea tra giuchati e spesi. Trovai 
i detti due non buoni compagni che a ghara 
aveano fatto male, e come eh' ella si fosse, 
o vera o non vera, mi dissono avere tutto per- 
duto e speso. Feci sanza cruccio, e rimisimi 
innordine ; e infine in quello verno de 1' anno 
1393. io paghai i seciento che erano debito 
per Bartolomeo e diedi fra. 300 al massaio 
com' io gì' avea promesso, e anche Luigi feci 
contento, e avanzai circha fra. 500 d' oro. 
Tornai a Firenze del mese di magio l' anno 
1394., e a Parigi lasciai Bartolomeo, il massaio 
e Luigi in chasa mia, imponendo loro che non 
giucassono tanto eh' io vi tornassi ; e arivato a 
Firenze mi parti' poi d' ottobre l' anno detto, 
e menai con meco Luigi mio fratello insino 
innAsti (^), dove andai con comessione de' nostri 



(') Asti. Lat. Anta, e Asta Pompeia, capo di provincia 
nella Liguria, soggetta al duca di Savoia, quasi dal gr. aaxu. 
Oppidum, civitas. (M.) 

6 



82 

Signori (') a parlare al siri di Gusci (') che era 
là ; e di là auta la risposta, la mandai per Luigi 
a Firenze, che a quello fine l' avevo menato 
con meco. Il detto siri mi ritenne innAsti 
insino adi xxii. di novembre, aspettando di 
farmi una segreta commessione d' ambasciata 
al duca d' Orliens fratello del re, del quale io 
ero scudiere di scuderia (•''), e il detto di 22. 



(') V. Eiformag. an. 1395. a 35. armad. E. (M.) 
(2) Tr. Le sire de Coucy. Sire, antico titolo di dominio, 
dismesso, se non che si usa nel vocativo parlando, o scri- 
vendo al re. Il Bocc nov. 60. disse il siri di Castiglioni. 
Fr. le sire de Chastillon. Questo siri di Gusci, luogo della 
Piccardia, era Enguerrano, o Inghiramo VII. co. di Soissons 
e di Marie, ecc. gran bottigliere di Francia. [En Guerrano 
in antico nella Provenza e nella Linguadoca vale don Guer- 
rano.^ Fu uomo, quanto valoroso, e prudente, altrettanto mo- 
desto, avendo ricusata la dignità di conestabile, offertagli da 
Carlo VI. Sposò in prime nozze Isabella figliuola d' Odoardo III. 
re d' Inghilterra, e dipoi Isabella figliuola di Gio. I. duca di 
Lorena. Da Lionard. Aret. nel lib. 9. 1384. è chiamato: 
Enghiramus quidam Gallus vir domi potens, & militia 
clarus. L' Ammir. St. Fior. 1, 15. dice che nelle scritture 
pubbliche e chiamato di Conciaco, barone franz. di 
grand' autorità tra per lo stato, e per la perizia dell' arte 
militare; e aggiugne, che egli prese Arezzo, e lo vende 
a' Fiorent. per 40000. fior. Ser Naddo di Ser Nepo Diar. ms. 
dice fior. 45000. Coucy, 1. Conciacìim, come Clugny, Clu- 
niacum, ecc. e non è cosa insolita il mutare il con lat. nel 
cou franz. Constantia castra, Coutances ; consuetudine, la 
coustume. (M.) 

(f) Fr. escuyer d' escurie, per ispecificare la dignità di 
scudiere appartenente alla stalla o cavallerizza di quel prin- 
cipe. Da scutum, scudo dal gr. ax'JT0<5, lat. corium, pellis, 
per essere per lo più gli antichi scudi coperti di pelle, fu 
detto lo scudiere, franz. escuyer, lat. scuti fer e armiger ; 
il cui impiego era portar lo scudo innanzi ai cavalieri e 



83 

mi diede la commessione e la lettera della cre- 
denza ('); e perché la cosa importava molto a 
r onore del duca, e ben otto di dinnanzi s' era 
partita ambasciata di Saona che andava a 
Parigi al detto duca, che andavano per 1' oppo- 
sito di quello che per lo honore del duca si 
faciea, e se vi fossono ari vati imprima di me, 
s' arebono auto dal duca quello domandavano. 
Il perché io parti' d' Asti il detto di 22. di 
novembre d' Asti e arivai la notte di santo 
Andrea a Parigi, che sono circha a miglia 450., 
che i due ultimi di chavalchai da Ciansello (^) 
a Trois (^) in Champagna innuno di, che sono 
leghe xxiiii. che sono circha a 3. miglia la 
legha, e da Trois a Parigi innuno di, che sono 



a' principi. Dicesi dal ministero escuyer de main al brao- 
ciere. Lo escuyer d' escurie, è secondo alcuni, una corru- 
zione dell' antico equier, dal lat. equus, donde è fatto escu- 
rie, stalla. Escuyer cavalcadour , eh' è il ctistode de' cavalli, 
che servono alla persona del principe: siccome forse dalla 
corruzione dell' antico nome escayer, lat. escarius, n' è ve- 
nuto il nome d' escuyer a molti ministri della mensa ; 
escuyer trenchant, trinciante, lat. sector escarius, secturae 
escariae praefectus. Escuyer de bouche, credenziere. Escuyer 
de cuisine, il cuoco maggiore. Scudiere si dicea domicellus, 
donzello, cioè ministro, llaìi^, fante. (M.) 

(') Franz. Lettre de creance, noi diciamo la creden- 
ziale, che serve a fare, che sia creduto ciò, che alcuno dirà 
a nome di chi lo manda. 

(■^) Chanceaux, propriamente Cancelli, borgo presso alla 
sorgente della Senna, ma non tanto lontano da Troyes quanto 
parve a Buonaccorso, che aveva fretta. Cancelli ancora luogo 
nella Toscana. (M.) 

(•') Franz. Troyes. Lat. Trecasses, Trecae e Augusto- 
bona, Metropoli della Sciampagna. (M.) 



84 

leghe xxxiiii., che sono circha a miglia 2 Va- la 
legha; ghuastai in sul camino molti chavalli, 
de' quali dal ducha fui ristorato &c. 

1395. E del mese d' aprile l' anno 1395. il 
detto duca e quello di Birri e quello di Bor- 
gogna e quello di Borbone con molti altri 
signori (') andarono a Yignone per trattare col 
papa Benedetto C) l'unione. Andai col mio si- 
gnore duca d' Orliens, e il mese dinanzi eh' io 
partissi, avendo io avere fra. 600. d' oro dal 
duca di Borghogna per tre chavalli eh' ebe da 
me, i quali a Firenze m' erano costati f. 260. 
d' oro, trovai uno merchatante di vini di Bor- 
ghogna, dal quale io comperai ex. botti di vino 
d' uno congno (^) l' una, che si chiamano là 
cove ('), per fra. mille, che glie ne diedi 400. 
contanti, e diegli le lettere del duca di Bor- 



(•) Fu questa la più solenne ambasceria, di cui si trovi 
fatta menzione nell' istorie, essendo composta di 13. o 14. 
de' più qualificati soggetti del consiglio del re e dei deputati 
dell' Università, de' quali erano i capi Luigi duca d' Orliens 
fratello del re, Giovanni duca di Berri e Filippo di Borgogna 
zìi del re. (M.) 

(2) Pietro di Luna, detto il cardinale d' Aragona, eletto 
papa in tempo della scisma, dopo la moi-te dell' antipapa 
detto Clemente VII., da' cardinali, che si trovavano a Avi- 
gnone, che prese il nome di Benedetto XIII. (M.) 

(*) Lat. congius. Vocab. misura di dieci barili. Di qui 
bigoncia, detta da altri hicongia, quasi hicongius. (M.) 

{*) Ctive, propriamente tino, o tinello, dal lat. cupa, 
qui forse vuol dire, che il cogno, di cui parla, tenesse tanto 
vino, quanto n' esce da un tinello ordinario. La misura più 
ordinaria del vino, che si vende in digrosso in Parigi, è un 
caratello, che chiamano muid, ma molto minore del cogno; 
e forse di questa intese di parlare il Pitti in questo luogo. (M.) 



85 

ghogna de' fra. 600. Feci mettere il detto 
vino in due cielieri ('). Non ne trovavo più 
che fra. 500. Lasciali stare e dissi al mas- 
saio che non gli desse per meno di fra. mille. 
Partimi col detto d' Orliens, e quando fumo 
in Borghongna, a V uscita d' aprile, una notte 
tutte le vingne di quello paese gielarono; il 
perché mandai subito al massaio, e scrissi che 
non vendesse punto di quello vino s' io non 
vi fossi ; e adivenne che tornato eh' io fu' a 
Parigi ne vende' a danari contanti ciento botti 
fra. xiiii. la botte. Ghuadagnane franchi {^) 
400. d' oro, e x. botti che me le loghorai in 
chasa. Sicché di due le più pericolose mercha- 
tantie che si faciano io n' arivai bene (^), ciò è 
di chavalli e di vini. E tornando a 1' andata 
d' Avignone, io vidi e udi' i detti duchi richie- 
dere in publico conciestoro papa Benedetto che 
atenesse di fare quello eh' egli avea giurato e 
sugielato di suo sugiello e soscritto (^); ciò fu 
che per venire a fare unione in Santa Chiesa, 



(') Celliere, che si dice anche cella. Lat. cella vinaria, 
voce usata anche in oggi in vari luoghi, (M.) 

(*) Due sorte di franchi correvano anticamente nella 
Francia, ridotti in oggi a moneta immaginaria per facilità 
del conteggio. Uno d' argento, che si valuta 20. soldi ; e 
1' altro d' oro, che si valuta uno di quegli scudi, che i fran- 
zesi chiamano escu sol, noi diciamo scudi del sole, forse, 
come alcuni hanno scritto, perché vi fosse improntato un 
sole sopra l'arme di Francia. Questo scudo ridotto a moneta 
nostrale, è d' ordinario circa a 6. lire fiorentine, o 9. paoli. (M.) 

(^) Cioè io ebbi fortuna, nel franz. bien arrivé, for- 
tunato. (M.) 

(<) V. Eainaldi Annal. Eccl. tom. 17, an. 1394, n. 6. (M.) 



86 

promisse, innanzi che entrasse in conciestoro 
cogl' altri cardinali, overo conclavio, che se 
esso fosse eletto papa, che ogni volta che i 
cardinali volessono eh' egli rinunziasse per ve- 
nire a r unione, che egli renunzierebbe ; e il 
simile promisse ciascuno* cardinale, innanzi che 
entrassono in conclavio. Rispose che volea 
tempo a pensarsi e che farebbe loro risposta. 
Tenegli a parole e in pratiche ben tre mesi (') 
e tenne strani modi per non dare loro precisa 
risposta ; e in fra gì' altri modi una notte che 
tutti i detti duchi erano a Vilanuova dirim- 
petto a Vignone, fecie ardere a giente segreta 
uno arco del ponte del Rodano eh' era di 
legname, aciò che detti duchi avessono più 
faticha a venire ogni di a Vignone a solecitarlo 
della risposta. Né già per disagio o pericolo di 
passare lo Rodano per nave i detti duchi non 
lasciarono il venire a Yignone, e strignendolo 
e richegiendolo della risposta, infine nolla fecie 
di sua boccha, ma feci eia fare loro in publico 
in efetto (^), eh' egli si tenea essere vero papa 
e che quello avea giurato innanzi che fosse 
papa egli se n' asolvea e potealo fare, e che 
per altro modo che a farlo renunziare (=*) era 



(') Trattati, negoziati, consulte. Franz, pratiqiier, ta- 
cher d' attirer h soìi parti. E nelle cose manuali, e mecca- 
niche. Pratiquer, trovar modo di condurre un'' opera diffi- 
cile. Il a pratiqué tm escalier, ìin cabinet. (M.) 
C^) E ne spedi e consegnò loro la bolla. (M.) 
(3) Né mai volle rinunziare; anzi ritiratosi l'anno 1415. 
a Paniscola, luogo forte, appartenente alla sua famiglia di 
Luna, in una penisola presso a Toitosa, quivi stette rin- 
chiuso fino air an. 1423. che mori in età di 90. anni, non 



87 

disposto a cierchare V unione. 11 i:)erchè i detti 
duchi e signori si ritornarono a Parigi. E poi 
del mese di settembre lo re andò in pelegri- 
nagio al Monte Santo Michele in Normandia (') 
di lungi da Parigi circha 150. miglia; andovi il 
duca d' Orliens e io con lui. Fumo al detto 
monte, eh' è nel mare in su uno scoglio una 
grande badia (^), e vavisi per terra quando la 
marea è ritratta ben 5. miglia. Al tornare che 
lo re faciea a Parigi, uno cavaliere normando 
che si chiamava il signor d' Ambia ('^) ritenne 
tutto un di lo re e la notte, e per fargli ma- 
giore festa vi furono molte donne belle e 
grandi baronesse. Avea lo re con seco il duca 
di Berrì, il duca di Borbon e quello d' Orliens 
e molti altri grandi signori e chavalieri. fatto 
ricordo di questo signore d' Ambia, perché 
s' istimò per tutti che più di fra. 4000. d' oro 
spese quella giornata per honorare lo re, e 
disesi eh' egli nonnavea più d' entrata per anno. 
Menonelo lo re con secho a Parigi e fedeli di 



senza sospetto di veleno; e per continovare la scisma, ordinò 
a due suoi cai-dinali, che gli eleggessero il successore, che 
fu Egidio di Mugnos, che prese il nome di Clemente Vili. (M.) 

(') Promontorio in faccia alla Città di Avranches nel 
confine della Brettagna minore, detto Promontorium Ocrhim, 
e più comunemente Mons. S. Michaelis in periculo maris, 
luogo celebre per esser l' unico di tutta la Neustria, che 
resistè sempre agi' Inglesi. (M.) 

(^) Badia di Benedettine, dove prima era un eremo di 
gran devozione per una chiesa edificatavi 1' an. 708. (M.) 

(f) Ambia. Franz. Ambie e Hambie, terra della Nor- 
mandia tra Avx'anches e Coutances, in quella parte ove 
furono una volta i popoli detti Ambibarii. (M.) 



88 

ricchi doni di gioelli e di chavalli e di danari 
contanti per la valuta di circlia a fra. x. milia 
d' oro, sicché pagò bene e larghamente il suo 
scotto che gli diede ('), che cierto fu mirabile 
e magna cosa a vedere quella festa. 

Il di seghuente, avendo cienato il detto 
duca d' Orliens, andamo a chasa d' uno scudiere 
del re che si chiama Siferval, dove aveano cie- 
nato molti signori. Trovamo che giucavano; il 
duca si misse al giuoco, e feciemi porre su la 
tavola da 400. franchi eh' io avea portati per 
lui e per me. Adivenne che tocchando il dado 
a me, io m' adirizai a tenere al visconte (-) di 
Monlev {^), il quale era uno largho giuchatore, 
ed era gran signore e ricco di rendita ogn' anno 
di più di XXX. milia franchi. Occorse per gie- 
nerare schandolo eh' io ne vinsi circha a xii. 
volte di mia mano e pure allui; il perché, 
esendo egli caldo di vino e riscaldato del 
giuoco, mi cominciò a dire: ah Lombardo vi- 
lano traditore, che farai ? vincierai tutta notte, 
bulghero, sodomito {*)? Risposi e dissi: messere, 



(1) Spagn. escote. Franz, escot, payer Vescot; pagare 
la sua parte del mangiare, voce derivata dal lat. pars 
quota, quasi exquota; pagar la sua quota nel viangiare. (M.) 

Q) Franz, vicomte. Lat. vicecomes, luogotenente di un 
conte, poi titolo di signoria, che il Du Gange crede venuto 
modernamente d' Inghilterra. In alcuni luoghi della Francia 
vicomte è tuttavia titolo di giudice subalterno, e subordinato 
a quello, che chiamano le bai Ili f. (M.) 

(■'') Forse Monleri, altram. Montleheri, che fu un ramo 
della gran casa di Montmorency. (M.) 

(^) La stampa sopprime le due ultime parole ingiuriose 
e sostituisce: e altre disoneste parole. 



89 
parlate honestamente per amore di messer lo 
duca. E misse un' altra posta. Yinsila. Il perché 
con rabbia un' altra volta disse le disoneste 
parole, diciendo in fine: io non mento punto ('). 
Risposi presto: su fate, sire. Allora distese la 
mano e presemi la beretta eh' io avea in chapo 
e volemi dare. Tirami indietro e dissi: io non 
sono huomo eh' io mi lasci battere quando ò 
la mia arme; e missi la mano in su uno stocco 
ch'io avea a lato (^). Egli gridando disse: io 
non fu' mai smentito (^), e conviene eh' io ti 
faccia morire. Alora il ducha mi disse piana- 
mente eh' io n' andassi e aspettassilo alla sua 
camera, e ch'io lasciassi fare a lui. Partimi, e 
sendomi dilunghato da quella casa circha a e. 
braccia, e sentendomi correre dietro, mi volsi, 
e perché da ventura alcuni cortigiani con tor- 
chi passava, vidi e conobi che era uno bastardo 
del detto visconte di Monlev, il quale avea una 



(') Franz. Je ne ments point. Point e pas, avverbi 
negativi, che è per lo più un vezzo della lingua, non andando 
quasi mai separati da una particella negativa; né anche un 
punto, un passo. Franz, ant. ni mie, noi né mica. Casa: Da 
me né mica un varco s' alloniana. (M.) 

Q) Franz, estoc, quadrello appuntato senza taglio, onde 
stoccata, e in franz. cV estoc & de taille, di punta e di 
fendente. Dal germanico stock, legno, siccome brandt, tiz- 
zone, prime armi. Verg. 7. En. sudibusque praeustis. Di qui 
stocco e brando e brandistocco. (M.) 

(3) Qui vale quel che il franz. dice jamais je n' ay eu 
le dementi, ec. e significa: mai non mi sono impegnato a 
far cosa, che non sia stato vero che io l'abbia eseguita; 
e il fatto lo spiega da sé, se pure Buonaccorso la racconta 
giusta; non vedendosi qui né anche ombra di mentita, come 
si usa oggi in termine di cavalleria. (M.) 



00 

dagha (') ingnuda in mano. Trassi fuori il mio 
stocco e dissili : bastardo, rimetti la dagha nella 
ghuaina e torna indietro e di' a tuo padre che 
tu non m' abi trovato. Ghuardossi indietro e 
non vedendo che altri de' suoi venissono, 
s' atenne per lo suo meglio al mio dire, rimise 
la dagha e tornossi indietro. E il detto atto 
fu detto a molti signori da' detti cortigiani che 
lo vidono, de la quale cosa io ne fui molto 
commendato, però che '1 detto bastardo era 
d' età di xviii. anni e fiebole di persona (*), per 
modo eh' io ero atto a fargli male. 

Andane alla chamera del duca, e poco 
stante egli venne molto turbato e sanza dirmi 
niente; e poco stante disse a uno suo scudiere: 
va a la casa del visconte e digli da mia parte 
eh' io voglio sapere, innanzi eh' io dorma, s' egli 
vuole fare quello di che 1' ò preghato. Andò lo 
scudiere e tornò e disse eh' egli era disposto 
come dinanzi. Allora il duca mi disse: non 
uscire di questa casa sanza me, che a suo mal- 
grado io ti ghuarderò e farogli poco honore. 
E la mattina montamo a cavallo e andamo 
dietro al re che s' era partito. Giugnemolo a 
una badia dov' era smontato per desinare ; ove 
il duca parlò a lui e disseli tutto il caso della 
notte, preghandolo che gli desse licienzia d' aiu- 
tare li suoi servidori de' quali io ero. Lo re 



Q) Dal ted. dagen, arme corta e grave da un sol fen- 
dente, che si porta per lo più appesa al fianco. Spagn. e ital 
daga. Franz, dagiie, forse dal gr. daizKV, dividere. (M.) 

(2) Dal franz. foible. Provenz. fehle. Noi diciamo fie- 
bole e fievole dal lat. flehilis. (M.) 



91 

gli rispose, diciendo: il visconte disse e fecie 
male, e Bonacorso non potè fare di meno per 
suo honore clie risponderli; ma io non voglio 
che la quistione vada più innanzi; e chiamò 
asse il duca di Berri e quello di Borbon e 
parechi altri signori, e disse loro con viso tur- 
bato : mandate per lo visconte e diteli che io 
voglio che innanzi eh' egli si parta di questa 
sala egli faccia ciò che mio fratello vuole, 
della quistione eh' ebbe stanotte con Bonacorso. 
Venne il visconte, dove il duca di Berri gli 
parlò alla presenzia del re e di tutti, e disse 
quello che lo re avea comandato. Di che il 
visconte si volse al duca d' Orliens, diciendo : 
messere, io mi dolgho forte che voi abiate 
presa la parte d' uno Lombardo contro a me 
che sono vostro parente e vostro servidore, e 
non bisognava che voi ne parlaste al re, però 
che da' vostri comandamenti non mi voglio 
partire; e s'io vi neghai questa notte quello 
mi domandasti, io lo feci pensando che voi non 
diciessi a cierto ('), ma ora ch'io vegio dite a 
cierto, io sono contento di dimettere lo smen- 
tire che Bonacorso mi fecie questa notte a la 
vostra presenzia. Il duca rispose e disse: voi 
prencipiasti e diciesti tali parole a la mia pre- 
senzia a Bonacorso, che s' egli si fosse taciuto, 
io r arei tenuto meno che buono (^). Alora al 



(•) Da vero. (M.) 

(^) Cosi senza concedere, che Baonaccorso avesse smen- 
tito il visconte, lo difende, affermando, lui aver soddisfatto 
all' obbligazione d' ogni uomo d' onore. Meno che buono, non 
buono, non dabbene. Bonum ex integra causa : malum ex 
quocumque defechi. (M.) 



92 

duca di Berri, che ero quivi presso e tutte le 
parole del re e di tutti, che per ciò s' erano 
dette, avevo udite e 'ntese, feci la debita reve- 
renzia. Il detto di Berri parlò diciendo: mon- 
signore lo re à sentito le parole che voi avesti 
questa notte col visconte, la quale cosa gV è 
dispiaciuta molto; e cierto, Bonacorso, voi 
avesti troppo grande baldanza a smentire uno 
si fatto signore, però eh' egli è parente nostro, 
ed è tale che non è signore ne reame si grande, 
ecietto i fior d' alis (') che al visconte non fu- 
gisse la via d' avere ghuerra con lui (^). Ma 
perché messer lo re è beningno (*) e non vuole 



(') Vocab. gigli, per l' insegna reale di Francia, che sono 
tre gigli d' oro in campo azzurro. Dant, Purg. 20. Veggio iìi 
Alagna entrar lo fior d' aliso. Gio. Vili. Ms. lib. 4. rub. 4. 
Sempre portarono il champo azurro. e fiore daliso doro. E 
truovasi che Charlo Mangno portò mezza tarme dellompero, 
cioè il champo ad oro ellaghuglia nera, ellaltra meth fiori 
daliso. (M.) 

(^) Che al visconte non fuggisse la via, cioè non fusse 
facile: non fusse la via corta, e spedita. Da i Greci la 
facoltà, l'agevolezza, la possibilità è detta ewopi'a, quasi 
buona via, buon camino. Al contrario dnopia, mala via, 
difficoltò,. Non trovare né via, né modo; confusione. Nel 
poem. di Geta e Birria, parte di Ghigo Brunelleschi, parte 
di ser Domenico del maest. Andrea da Prato, attribuito fal- 
samente a Gio. Boccacci : La brutta via non par, che venga 
manco; Cosila vii materia all' uom, che scrive. Ora, sic- 
come la cattiva strada non pare, che venga mai a fine ; cosi la 
facile piana e buona fugge, e par corta a chi la camina. (M.) 

(^) Messere. Franz. Messire, titolo, che si dava allora, 
non solo a' principi, ma a Dio e a' santi, e corx'isponde al 
Dominus meus. Cosi Dominus Papa. Messer lo Papa. Do- 
minus Deus. Messer Domeneddio. (M.) 



93 

che più scandalo ne seghua, e vuole che il 
visconte vi perdoni e che voi siate amici come 
davanti; adunche voi, Bonacorso, domandate 
perdono al visconte. Risposi e volsimi al vi- 
sconte, dicieildo : messere, perdonatemi s' io ò 
detto o fatto cosa che vi dispiaccia. Risjjosemi 
e disse: dipoi che piacie al re e a messer suo 
fratello, settù m' avessi tagliato il viso io ti 
perdonerei; e cosi ti perdono ('), e più, che 
atte domando perdono e voglio essere tuo buono 
amico. 

E tornati che fumo a Parigi, io convitai a 
ciena a chasa mia il duca d' Orliens e '1 duca 
di Borbon ; venonvi e menarono con loro il siri 
di Gusci e '1 detto visconte e molti altri baroni 
e chavalieri. Furono si bene serviti di vivande 
e d' intramessi (^), che dinanzi al re e agi' altri 
signori se ne fecie bello parlare a mia com- 
mendazione. Costommi quella ciena fra. du- 
giento, e solo d' una cosa si dolsono di me, e 
ciò fu perché quella notte io non volli giucare, 
che giucarono grande e bello giuocho, ma io 
vi feci essere Bernardo di Clone de' Nobili, 
che era il più cortese e il più largho giucatore 
che mai si vidde. 

1396. E dipoi fatto il verno, diliberai tor- 
narmi a Firenze con animo di non tornare i)iù 



(') Et insuper. (M.) 

(2) Franz. Entremets. Mets in franz. son tutte le vivande, 
che si mettono in tavola avanti le frutte. Entremets i piatti 
di mezzo tra le vivande e le frutte, e son per lo più sapo- 
retti e tornagusti. Vocab. Tramessi. Com. Purg. 20. Le vi- 
vande di Erancia, i tramessi di Cicilia. (M.) 



94 

a Parigi e di non giuchare mai più, e la casa 
mia vende' a Bernardo di Gino (') fra. mille, 
che m' era costata de, le masserizie diedi al 
massaio a gran derata (^); e volendomi partire, 
andai a prendere commiato dal re e dalla 
reina {^). La reina mi commandò eh' io non 
partissi s' io non parlassi altra volta allei, e 
che manderebbe per me quando fosse tempo; 
mandò dipoi a pochi giorni per me. Era con 
lei il duca Lodovico suo fratello (^), e dopo 
molti belli parlari ella mi commisse che io 
aoperassi che il Comune di Firenze mandasse 
suoi ambasciadori al re a domandarli legha a 
la 'ncontra del duca di Melano (^), diciendo 
eh' ella si faciea sicura che lo re la farebbe 
volentieri &c. Diedemi lettere di credenza 
a' nostri Signori da Firenze. Partimi e giunsi 
a Firenze a 1' uscita di magio nel 1396 e innanzi 
eh' io m' apresentassi a' nostri Signori avisai 
alcuni savi e valenti de' loro colegi di quello 
eh' io avea in comesione, e poi m' apresentai e 



(') Ferd. Leop. del Migl. nella Firenze illust. dice, che 
di questa famiglia de' Nobili furono in Francia i signori di 
Moretel. (M.) 

(-) Franz. Denrée. Mercanzia, che si vende per nutri- 
mento degli uomini o degli animali. Lat. barb. Denariata. 
V. Eg. Menag., Orig. della ling. Ital. Proverbio: E più la 
giunta, che la derrata. (M.) 

(3) Isabella figliuola di Stefano duca di Baviera, e pro- 
nipote di Lodovico il Bavaro, moglie di Carlo VI. (M.) 

(^) Lodovico o Luigi duca di Baviera. (M.) 

(^) Gio. Galeazzo suo zio cugino, contra '1 quale ella 
era fieramente irritata per li mali trattamenti fatti da lui a 
Bernabò suo avolo. (M.) 



95 

referi' la mia ambasciata. Tennonsene di molti 
consigli e pratiche; e perché messer Maso de- 
gV Albizi era andato ambasciadore al re di 
Francia, innanzi che io arivassi a Firenze, a 
richiedere lo re che a nostre spese ci desse, 
quando bisogno ci fosse, giente d' arme e cha- 
pitano &c., diliberarono eh' io tornassi a Parigi 
e dierommi commessione e pieno mandato a 
messer Maso e a me (') a potere fare e con- 
chindere legha &c. ; e partimi di qui adi xx. di 
luglio r anno detto, con salaro di f. iiii il di. 

E innanzi eh' io partissi comperai dal Mi- 
gliore di Gionta (') due poderi posti a Mon- 
tughi (3) nello populo della badia di Fiesole. 
Diedili f. dee. d' oro e paghai tutta la ghabella. 
E fo ricordo che nel 1391 comperai uno podere 
da Luigi di Bonacorso di Ruccho de' Pitti per 
f. dee. d' oro e paghai tutta la ghabella. 11 
podere si chiama a Bossoli {*) ed è sotto Sor- 



(') Il Morelli nella Cronica dice, che l' Albizi andò in 
Francia ambasciadore, senza nominare il Pitti, perciocché 
questi v' andò molti mesi dopo per la stessa causa. Il Pogg. 
Stor. non ne nomina alcuno. L' Ammir. giov. li nomina tutti 
due, avendo forse veduta la Stor. del Pitti. (M.) 

(') Del Migliore. Famiglia venuta in Firenze da Fiesole, 
ove ella ebbe molte tenute e i)ossessioni, traile quali quella 
celebre di Bivigliano, oggi de' Ginori. V. i Fasti Consolari 
dell'Accademia Fiorent., pag. 14. e 167. (M.) 

(•') Ricordano Malesp. parlando della famiglia degli Ughi: 
e per innanzi il poggio, che oggi si chiama Montughi, s' è 
chiamato per loro. Ora però si dice Montili, come Logica 
Laica, Saracini Saraini. (M.) 

(■*) Gli antichi notai fiorentini dissero Bussile. Cosi si 
legge in un contratto del 1093. origin. nell' Arch. di Passi- 
gnano: Sancii Petri sito Bussile, che noi diciamo di S. Piero 
in Bossolo, dal lat, Buxus, (M.) 



96 

bigliano in Valdipesa. E 1' anno detto paghai 
f. ecce, d' oro a Andrea Belincini per una casa 
che Franciescho mio fratello avea impegnata a 
Jsficcolò suo fratello ; e 1' anno medesimo paghai 
a Lisabetta figliuola che fu di Clone di Bona- 
corso de' Pitti f. treciento d' oro. 

Partimi da Firenze (') adi xx. di luglio 
nel 1396 e andai a Parigi per la via di Lom- 
bardia, con gran pericolo per la commesione 
avevo da' nostri Signori, e menai con meco ser 
Yanni Stefani rogato del sindacato (^) il quale 
mi fu una grande faticha a conducierlo a Pa- 
rigi, perché nonnera usato di cavalchare, né 
mai uscito di Firenze. Arivai a Parigi e trovai 
che messer Maso avea otenuto dal re ciò 
eh' egli avea domandato ; e veduto eh' ebe la 
commessione, con grande solicitudine venimo 
agi' efetti, e del mese di settembre fermamo la 



(') In margine è scritto: la leyha con [il] re di 
Francia. 

Q) Che aveva rogato il mandato del sindacato; cioè 
dell'ambasceria, e forse destinato a rogare gli atti tutti e 
le convenzioni da farsi col re di Francia. Bogare attiva- 
mente dicesi dello strumento o contratto, passivamente si 
dice rogato al notaio, quasi pregato di scrivere, e corrisponde 
alla frase notariesca lat. Ego &c. rogatus .soi'ibere, scripsi. 
Di qui rogito d' uno strumento. 

Sindacato, qui vale deputazione con pieno mandato a 
maneggiare aifari pubblici. Sindaco, per procuratore della 
Rep. e plenipotenziario disse G. Vili. 28. 1. e sindaci si tro- 
vano quasi sempre nominati nelle antiche scritture i deputati 
delle rep. e città libere ne' maneggi politici, dal gr. auv5'iX0(5. 
Lat. Syndicus, patronus, defensor. (M.) 



97 
legha col re di Francia ('), per la quale mia 
opera il duca d' Orliens, il quale in prima molto 
m' amava (^), prese ombra verso di me, perché 
il duca di Melano era suo suociero (='), e in- 
nanzi che noi fermassimo la legha mi fecie 
dire per uno suo segreto scudiere, ciò fu Boni- 
fazio del Madruccio, che per amore di lui io 
mi ritraessi di non fare contra al suo padre di 
Melano (■*), e assai honestamente minaciandomi ; 
e già per ciò non lasciai, ma con fervente zelo 
e amore di mia patria seghuitai. Partimoci da 
Parigi e faciemo la via da Vignone, con animo 
di montare in su una nave che dovea andare 
a Porto Pisano ("'); e poi arivati a Vignone, 



(') D. Luca dalla Scarperia, ms. Salvini, dice che a 
di 29. settembre il di di San Michele in presenza di molti 
de' suoi baroni e di reali fece lega e compagnia col Co- 
mune di Firenze con gli ambasciadori del detto Comune, 
con molti patti ec. (M.) 

(-) Insospettì. Ombra, sospetto ; che il sospetto fa 
appunto l' effetto dell' ombra, offuscando gli occhi della ra- 
gione, e velando la luce della verità. Chi sospetta non vede 
chiaro, quindi ombrare. Dant. Inf. 1. Come falso veder bestia 
quand' ombra. (M.) 

(•') Luigi duca d' Orliens ebbe per moglie Valentina 
figliuola di Gio. Galeazzo duca di Milano. (M.) 

(*) Al suo suocero. I gradi dell' affinità corrispondono, 
secondo le leggi, a quelli della consanguinità. Perciò il 
padre della moglie è reputato padre del marito. I Tranzesi 
esprimono benissimo questa forza dell' affinità, aggiugnendo 
al nome esprimente il grado di consanguinità, come per 
vezzo, l' adiettivo beau, e chiamando beaujìere, belle soeur, 
beaufils il suocero, la cognata, il genero, e cosi degli altri. (M.) 

(•'') Phil. Cluv. Ital. antiq. lib. 2. cap. 2. Ad ipsum Arni 
ostium Pisanus fuit Portus, Claudino, Rutilio, Itinerario 
maritimo, Panilo Diacono, atque Aimoino memoratus. Ru- 

7 



98 

come piacque a Dio e per lo consiglio del car- 
dinale de' Corsini (') da Firenze, noi non vi 
montamo suso, ma prendemo la via per terra. 
La detta nave ruppe in mare e anegliarono 
tutti gì' uomeni ; aneghovi parechi fiorentini 
mercatanti, fra' quali fu Giovanni di ser Landò 
Fortini. Partimoci da Yignone il di di san 
Martino, e giunti innAsti (*) mandamo uno 
cavallaro {^) al duca di Melano a chiederli salvo 
condotto {*); e data la bocie per tutta la terra 
della mandata, il terzo di una mattina innanzi 
di partimo d' Asti e pigliamo la via da Gienova 
sanza tocchare terreno del ducha, arivamo a 
Gienova e poi a Porto Veneri (*) e ristemo per 



tilio etiam Emporium Pisarum dictus, iuxta quem in ipso 
Salo ftiit Turrita, seti Triturrita Villa, eid. Rutilio, ac 
Tahulae Itinerariae memorata &c, (M.) 

(•) A tutto ciò, che hanno detto di lui i nostri scrittori, 
s' aggiunga, eh' egli fu pubblico lettore di legge nell' univer- 
sità fiorentina in tempo che vi leggeva tra gli altri il famoso 
Baldo da Perugia, e perciò affezionato il Corsini alla detta 
università, le procurò amplissimi privilegi, come è noto (M.) 

(''^) Luogo sicuro, appartenendo allora alla duchessa Va- 
lentina d' Orliens, per esser parte di sua dote. (M.) 

(') Corriere. Dall' andare a cavallo per giugner piut- 
tosto. (M.) 

(^) Lat. barb. Salvus conductus : da conducere; quasi 
simul ducere, comitari, scortare, accompagnare sano e salvo. 
Oggi pili comunemente passaporto. Lat. barb. Literae passus. 
Il primo capitolo della celebre Bolla d' oro ha questo titolo : 
Qualis debeat esse conductus electorum, & a quihiis, e in 
esso si legge, che qiiilibet &c. conducere teneatur, & eis 
absque dolo praestare condiictum versus civitatem. (M.) 

(•"') Lat. Portus Veneris, piccolo castello in faccia a 
Lerice, e questi due castelli sono la misura dell' ampiezza 
del golfo della Spezia detto da' Latini Portus Lunae. Ferrar. 
Lex. Geogr. (M.) 



99 

fortuna molti giorni ('), e in fine arivamo a 
Firenze il di di Natale, che venimo a stare in 
camino da Vignone a Firenze circa di xlvi. 
giorni. E ari vati che fumo, subito furono eletti 
ambasciadori messer Yanni Chastellani (^), mes- 
ser Filippo Corsini (^) che era doctore a quello 
tempo e io (^), per mandarci in Francia; e a 



(') Qui fortuna per burrasca di mare, temjyesta, onde 
forUinare e fortuneggiare per patir tempesta, e fortunoso 
per tempestoso. (M.) 

Q) M. Vanni di Michele Castellani sedè tre volte gonf. 
di giustizia in patria, dalla quale fu adoprato in importanti 
maneggi. Della sua moglie Francesca di Bettino di m. Bin- 
daccio cav. da Ricasoli ebbe molti figliuoli ; tra' quali m. Mi- 
chele cav. accasato con Bartolomea di Giovanni Gambacorti 
signore di Pisa, e Iacopo seduto de' Priori, che ebbe per 
moglie Candia del marchese cav. mess. Gabrino de' Fondoli 
signore di Cremona, fatto cittadino fiorentino nel 1420. per 
essere stato Guelfo, e molto amico de' Fiorentini, come dice 
l'Ammirato giovane Stor. lib. 18. Riformagioni Lib. G. a 61. (M.) 

(•'') Della sua casa, e di lui cantò il Verino : Est Corsina 
domus non uno interprete iicris Insignis, doctique extant 
responsa Philippi. Fu egli poi da Ruberto re de' Romani 
creato cav. e co. palatino nel 1402. per suo privilegio, inse- 
rito da ser Antonio di Iacopo da S. Paolo ne' suoi protocolli 
all' Arch. Gen. all' an. 1410. Questo Filippo cugino del glo- 
rioso S. Andrea vescovo di Fiesole, fu fratello del cardinal 
Piero, figliuoli amendue di messer Tommaso dottore e cava- 
liere, uno de' fondatori del monast. di S. Gaggio presso a 
Firenze; ove di lui, e di mess. Filippo resta memoria in 
due inscrizioni. Fu sua moglie Tessa di mess. Bertoldo 
Guazzalotri di Pi'ato; e da essi discende tutta la famiglia 
Corsini. (M.) 

(■*) Alle Riformag. traile deliberazioni de' Signori e Col- 
legi dell' anno 1396. a 38. si trova, che il di 23. di novembre 
di d. anno il Pitti fu deputato speciale ambasciadore per la 
sudd. lega. (M.) 



100 

me comandarono i nostri signori che presta- 
mente io andassi innanzi. Partimi adi xv. di 
giennaio, feci la via di Frioli e per Alamagna. 
Stetti in sn '1 camino xxxiiii. di sempre tra le 
nevi, se non quando ero in cliasa. Stetti 5. di 
a pie d' una montagna che si chiama Arle- 
bergh ('); passai poi per forza di spalatori e 
di buoi che ruppono le nevi e feciommi la via. 
Arivai a Costanza (^) e poi a Basola {^) e poi 
a Lengres {*) e poi a Parigi. Trovai che lo re 
era forte malato e trovai che v' erano venute 
le vere novelle della sconfitta de' Francieschi 
anta in Turchia (^), per le quali due chagioni 
io potè' poco adoperare innanzi che messer 
Yanni e messer Filippo Corsini v' arivassono. 



(') Montagna del Tiro lo presso al confine occidentale 
di quella provincia, entrando nella contea di Pludentz e 
Sonneberg, nella Rezia Austriaca. (M.) 

(2) Città della Svevia, rinomata pe '1 suo gran lago, 
per cui passa il Reno. (M.) 

(^) Basilea. Franz. Basle. Lat. Basilea, e secondo il 
Cluv. e altri Arialbinum ; sebbene alcuni giudicano, clie 
Arialbinum sia o Mulhausen, o Pantzheneim. Basilea è la 
capitale d' uno de' 13. Cantoni degli Svizzeri. (M.) 

(■*) Cioè Langres, città nel confine della Borgogna e 
della Sciampagna, famosa per essere il suo vescovo duca 
e uno de' 12. antichi pari di Francia, cioè il terzo fra li 6. 
pari ecclesiastici. (M.) 

(•"') Nella famosa e sanguinosa battaglia di Nicopoli, 
seguita nella vigilia di S. Michele, nella quale comandando 
r armata Ottomanna in persona Baiazet, detto Hildris, cioè 
fulmine, fu disfatta 1' armata fi*anzese, comandata dal duca 
di Nivers, e poi tutto l'esercito cristiano. V. Gio. Sagr. Mem. 
istor. de' Monarc. Ottom. all' an. 1396. In questa battaglia 
fu fatto schiavo Enguerrano sire di Cusci nominato di 
sopra. (M.) 



101 

Venono e con messer Filippo venne Luigi mio 
fratello. Stemo circha di iiii. mesi, che quivi 
non s' atendea se non a fare esequi di gran 
signori reali (') e altri morti in Turchia, e lo 
re malato e rinchiuso come folle (^). Avenne 
la sua ghuarigione per modo che cominciò a 
entrare in consiglio. Fumo subito a la sua pre- 
senzia nel suo consiglio, e per messer Filippo 
s' ispose la nostra ambasciata, la quale fu tanto 
altamente detta, che tutti quelli signori del 
consiglio e degl' altri di fuori assai ne vollono 
la copia di quello che disse ; e demo per iscritto, 
che cosi ci fu chiesto per parte del re. E l' efetto 
fu che noi lo richiedemo sicondo quello ci era 
tenuto per la legha fatta con la sua Maiestà (=*). 
Respose che altra volta ci farebbe risposta &c.. 



(0 Franz. Obseques. Propriamente funerali pomposi e 
magnifici, i quali, oltre il suffragio, che si offerisce per 
l' anima, sono una pubblica testimonianza d' ossequio e di 
stima verso la memoria del defunto Esequio nel med. signi- 
ficato legge il Redi in un ms. appresso di sé del Diario del 
Monald. nelle sue Annotaz. al Ditir. da aggiugnersi all' esempio 
di G. Vili. (M.) 

(2) L' intemperanza di Carlo VI. e la soverchia agita- 
zione d' animo per 1' assassinamento d' Ulivieri di Clisson, 
contestabile di Francia e suo favorito, e altri accidenti rife- 
riti dagli scrittori delle storie di Francia, lo fecero frenetico 
l' an, 1392. e benché apparisse talora qualche segnale di 
sanità, non fu però mai questa se non interrotta e per 
brevi intervalli, onde di rado poteva attendere agli affari 
del regno. (M.) 

(') Dal lat. Maiestas fecero gli Spagn. Maiestad, con- 
vertito poi per ragione della pron. in Magestad : gli ant. 
Tose, dissero Maiesth, che poi tolto di mezzo 1' i, si è mu- 
tato in Maestà. Cosi magistratus dissero maestrato. Il Franz, 
ha sempre detto Maiesté. (M.) 



102 

e dipoi più e più volte solicitamo la risposta 
richegiendo l' efetto, e le risposte erano benigne, 
diciendo che farebe suo dovere ('), e a quelle 
parole ci tenne più di due mesi. Il perché io 
feci uno pensiero, il quale piacque a raesser 
P^ilippo e a messer Yanni, ciò fu che io sapea 
che lo re non intendea punto la gramaticha ('), 
né ancora niuno de' duchi, ecietto quello d' Or- 
liens, il quale tenea la parte del duca di Me- 
lano; e perché messer Filippo ogni volta era 
stato il dicitore per gramatica, e bene e stret- 
tamente fatta la richiesta, e niente d' efetto ne 
seghuia, pensai che il cancieliere {^) e gì' altri 
prelati (^) che bene intendeano, non traslatas- 
sono al re in propria forma quanto per messer 
Filippo s' era detto. Il perché diliberamo che 
la prima volta che noi lo richiedessimo din- 
nanzi al suo consiglio, che io fossi il dicitore 
in linghua franciescha; e cosi seghui eh' io 
parlai e con brievi parole, e l' efetto fu, che 
per parte de' nostri Signori e Comune di Firenze 
suoi devoti &c., che piacesse a la sua Maiestà 



(•) Franz, qu' il feroit son clevoir. (M.) 

(■^) Per gramatica intesero gli antichi la lingua latina, 
non essendovi gramatica, se non di questa. Ma se il Corsini 
parlò sempre latino, grande inavvertenza fu questa d' un 
grand' uomo. (M.) 

(^) Arnaldo di Gorbia, che Scip. Ammir. chiama Ernando 
di Corbeia. Il suo vero nome in franz. è Arnauld de 
Corbie. (M.) 

{*) Che erano del consiglio del re, alcuni de' quali 
furono poi fatti morire dal duca di Borgogna, per non aver 
compagni nel governo, dopo di aver fatto assassinare il 
duca d' Orliens. (M.) 



103 

osservarci la fede che per lui ci fu data e pro- 
messa nella legha &c. E quando io venni alle 
parole di richiederlo della sua fede, lo vidi 
tutto chambiare e turbarsi nel viso. Uscimo di 
quella udienza. 8entimo dipoi, che come noi 
fumo usciti di fuori, lo re domandò: che fede 
è quella di che io sono richesto ? venga la 
scrittura. Furono portate le scritture, e vedendo 
lo re quello che ci avea promesso, riprese molto 
il candeliere e gì' altri che aveano udito e 
inteso messer Filippo, che a lui non 1' aveano 
dato ben a 'ntendere quella parte eh' io gli 
chiari', ciò è della sua fede. Fecieci chiamare 
dentro e il candeliere ci rispose in questo 
efetto (^), in prima scusando lo re del non avere 
più tosto data la risposta e fatto 1' efetto della 
nostra domanda, asegnando con oneste parole 
la chagione della sua malattia e apresso per lo 
caso de' suoi congiunti morti in Turchia (^), 
ma che egli era disposto fare verso di noi il 
suo dovere. E finito il suo dire, lo re parlò 
diciendo: quello che à detto il mio candeliere 
confermo, e non crediate né voi né altri eh' io 
manchi di mia promessa. E volse le parole a 
me, diciendo: e voi, Bonacorso, che m' avete 
tanto strettamente richiesto di mia fede {^\ 
non v' avegna un' altra volta, che nonnera né 
sarà mai di bisogno eh' io sia richesto di mia 



(}) Cioè in questo tenore, questa fu in somma, in con- 
clusione la risposta. In effetto. Vocab. in sostanza ecc. (M.) 

(2) Nella battaglia detta di sopra. (M.) 

(^) Franz, que cela ne vous arrive pas une autre 
fois. (M.) 



104 

fede, pure eh' io sappia eh' io ne sia obrighato ('), 
io nonne mancherò mai; e non credo che mai 
più di mia fede io fossi richesto se non ora 
da voi. Levami in pie, che sedevo, e poi m' in- 
ginochiai, diciendo : Sacra Maiestà, se io ò detto 
cosa che vi dispiaccia, umilmente vi chegio 
perdono: la nostra nicistà (^), vegiendo che voi 
none intendesti più e più volte messer Filippo 
che il simile v' à richiesto, m' à cosi fatto par- 
lare. Rispose alora il ducha di Borghogna e 
disse : messer lo re, i Fiorentini sono tanto 
divoti della vostra Maiestà, che come vostri 
anno preso sigurtà di parlarvi. Alora lo re 
rispose che ne rimanea per contento e sori- 
dendo disse: ma che Bonacorso me ne facia 
r amenda (^). 

Partimoci dalla sua presenzia e dipoi ivi a 
pochi giorni lo re e '1 suo consiglio feciono 
lezione d' uno capitano (^), ciò fu Bernardo 



('!) Ohhrigato per obbligato, idiotismo fiorentino. Cosi 
grolla, semprice, ecc. perchè la l dopo consonante e innanzi 
vocale non è del genio della lingua, mutandosi ancora in i, 
come planctus, pianto, pianta, inanta, e simili. (M.) 

(^) Nicisth, per necessitò, si trova usato da' buoni. (M.) 

(3) L' ammenda. Franz, faire amende, dal lat. emen- 
dare, donde il lat. barb. emenda, di cui v. il Du-Fresne nel 
Glossarium rnediae & infimae latinitatis. Due sorte d' am- 
menda sono ordinate dalle leggi: una pecuniaria ed è rifa- 
cimento di danni ; e 1' altra, che il Franz, chiama honorable, 
eh' è propriamente riparazione d' onore ; e di questo secondo 
genere sono le soddisfazioni, che si danno per le offese fatte 
nella riputazione, o per aver perduto ad alcuno il rispetto. (M.) 

(^) Lezione per elezione dissero anche Gio. Vili, e altri, 
siccome in lat. eligere e legere vale lo stesso. La 'lezione. (M.) 



105 
conte d' Ermignacch (') che dovesse avere mille 
lancie di v. cavalli per lancia e pagliato dal 
re per sei mesi a venire in Lombardia al ser- 
vigio della nostra legha. Il detto conte aciettò. 
And amolo a vicitare e ralegrarci con Ini e a 
pregharlo che non perdesse tempo. Risposeci 
che la 'ntenzione sua era di venire con x. milia 
cavalli per potere mettere campo al più presso 
eh' egli sapesse dove fosse il duca di Melano. 
Confortamonelo ; e fatta la detta lezione, messer 
Yanni ivi a pochi giorni si parti e venene a 
Firenze, e messer Filippo e io rimanemo a soli- 
citare la partita del conte; e perché il duca 
d' Orliens disturbava il suo spaccio quanto il 
più potea (^), penò più d' uno mese a essere 
ordinato il danaio per le sue paghe; e quando 
egli vide ordinato il danaio, mandò per noi e 
disse: io voglio andare in mio paese {^) a met- 
tere in punto X. milia chavalli di buona giente 
d' arme e usi a le frontiere delle ghuerre (^) e 
none alle taverne e pastelli di Parigi (^), i 



(') Franz, d' Armagiiac. Famiglia notissima e famosa 
nelle istox'ie. Questo Bernardo fu Bernardo VII. co. d' Arma- 
gnac, che nel 1415. fu creato contestabile di Francia, e 
1* an. 1418. fu ammazzato in Parigi dal popolo ammuti- 
nato. (M.) 

(2) Disturbare per impedire. Spagn. estorvar. (M.) 

(^) In Guascogna. (M.) 

(^) Avvezzi a stare alle prime file, a fronte del ni- 
mico. (M.) 

(f) Pastelli, pasticcini, piccoli pasticci. Franz, petits 
pastèz, de' quali se ne vende una grandissima quantità in 
Parigi, e sono la delizia degli scolari e il trastullo degli 
sfaccendati. (M.) 



106 

quali io arò condotti a Yignone a mezo aprile, 
ma più avanti tanta brighata non potrei, sanza 
r aiuto del vostro Comune e della vostra leglia ; 
e però uno di voi se ne vada a Firenze a dire 
che se vogliono eh' io passi con la detta bri- 
ghata, a me è di nicistà che la loro legha 
m' aiuti di f. x. milia il mese per tempo di sei 
mesi, stando io in sul terreno del nostro ni- 
mico ; e se s' acordano a questo, io ne verrò 
innAsti con tutta la brighata, e che a la giunta 
eh' io farò là, io truovi presti (^) f. xxv. milia, e 
in caso che ciò non volessono fare, io non verrò 
colla mia persona, ma manderò uno sofìciente (^) 
capitano colla brighata che lo re m' à ordi- 
nato sia pagliata ; e del si e del no fate che per 
tutto aprile io n' abbia la risposta a Yignone. 
Diliberamo che io venissi. Presi il camino per 
la Borgogna e per Alamagna e sciesi in Frioli, 
e arivato a Trevigi senti' eh' e' nostri ambascia- 
dori da Firenze {^) erano a Vinegia col signore 
di Padova {") e cogl' altri ambasciadori della 



(') Franz, prèts, pronti, preparati. (M.) 

(■-) Franz, un suffisant. (M.) 

(3) I Fiorentini nel 1397. di dicembre mandarono a Ve- 
nezia ambasciadori m. Filippo Magalotti cavaliere, Guido del 
Palagio, e m. Lodovico Albergotti dottor di legge, che non 
poterono, dopo lungo tempo, che concluder tregua per 10. 
anni il di 11. maggio 1398. D. Luca dalla Scarperia M><. 
Ammirato lib. 16. (M.J 

. (■*) Francesco Novello, figliuolo di quel m. Francesco di 
m. Iacopo da Carrara parimente signore di Padova, che 
insieme co' suoi figliuoli e discendenti fu fatto cittadino 
fiorent. nel 1370. Eiformag. Provv. a 173. (M.) 



107 

legha ('). Tolsi due chavalli a vettura e tutti 
miei chavalli e famigli, ecietto uno famiglio 
ne mandai a Padova; e io n' andai a Vinegia, 
e fatta relazione a' nostri ambasciadori, subito 
s' acozaro con tutti i colegliati, e dissono loro 
quello eh' io raportava. Acordaronsi tutti a 
contrebuire alla spesa de' x. milia f. 11 perché 
i nostri ambasciadori m' inposono eh' io ve- 
nissi presto a Firenze e eh' io referissi tutto ; e 
anche scrissono. Partimi da Yinegia adi 22, di 
marzo alle 21. ore e posi a Mestri (^), e alle 
2. ore di notte entrai in Padova, e la mattina 
adi xxiii. tolsi due buoni chavalli di quelli del 
Signore, e sanza mangiare e bere arivai a Fe- 
rara alle xx. ore, e quivi tolsi due chavalli di 
quelli del Marchese (^) e venine a san Giorgio 
a dormire, presso a Bologna a x. miglia. La 
mattina seguente arivai a Bolongna innanzi lo 
levare del sole; tolsi due ronzini (^) a vetura, 
e venine a la Scharperia a dormire, e a Fi- 
renze la mattina a terza adi xxv. di marzo, 
sicché in due di e uno terzo venni da Padova 



Q) De' Bolognesi, del marchese di Ferrara, del marchese 
di Mantova, e del signore di Eimini. Note all' Ist. di m. Poggio 
all'an. 1398. (M.) 

(') Luogo di terra, ove si approda uscendo di Venezia 
e andando verso ponente. (M.) 

(^) Niccolò III. da Este capitano gen. de' Tiorent. nel 
1426. e cittad. fior, co' suoi discendenti maschi nel 1432. 
Eiform. Provv. a 69. Ammir. Stor. (M.) 

(•*) Vocab. Specie di cavallo di poca graìidezza. Ron- 
zino, voce spagn. Rosse chiamano i Franz, un cavallo di 
poco prezzo, che noi diremmo tma carogna, una rozza 
coli' o aperto. (M.) 



108 

a Firenze, avendo in prima cliavalchato da Pa- 
rigi a Padova in xvi. di. Referi' tutto a' nostri 
Singnori e a' X. della Balia, i quali prestamente 
diliberarono di mandare Berto Chastellani a 
Yignone (') a dire al conte d' Ermignach che 
venisse e che innAsti troverebe presti xxv. 
milia f., e che tutto quello eh' egli avea chesto 
si farebbe &c. E partito Berto, pochi di apresso, 
circha agi' otto di d' aprile, io ebi una lettera 
dal detto conte che m' avisava che le xxv. mi- 
gliaia di fior, gli bisognavano in Yignone. 
Mostrai la lettera a' X. per la quale del tutto 
si ruppono, e mandarono a' nostri ambasciadori 
a Yinegia che conchiudessono la legha co' Yini- 
ziani, per la quale ci obrighamo a fare ghuerra 
e pacie col duca di Melano come e quando a 
loro paresse, che fu con poco honore del nostro 
Comune, e seghuinne subito la trieghua (^) e 
poi la finta e mala pacie {^) col duca di Me- 



(') Scip. Ammir. il giov. dice, che indi a non molto i 
Fiorentini mandarono ser Piero di ser Piero da S. Miniato, 
per sollecitarlo colla memoria della morte di Gio. III. conte 
d' Armagnac suo fratello, morto delle sue ferite l' an. 1391. 
ma non senza sospetto di veleno in un assalto dato ad 
Alessandria della Paglia. V. Ammir. giov. all' an. 1391, (M.) 

(■-) La tregua fu conclusa agli 11. di maggio 1398. a 
Pavia per 10. anni per li Viniziani, senza esservi con loi'o 
niuno per lo Comune dì Firenze, o per niuno altro della 
Lega. V. quel che ne dice diffusamente Iacopo d' Alam. Sal- 
viati Mem. mss. dal 1398. al 1410. nella Strozz. D. Y. 994. 
a 4. Per hunc modum tunc ah armis cessatum est ... . nec 
tamen quietae fuerunt induciae, sed plenae suspitionis & 
insidiarum. Leon. Aret. Histor. lib. xi. ad an. 1398. (M.) 

(3) Sotto la pace si fece il duca di Milano padrone di 
Pisa, e fu cagione che i Pepoli occupassero Bologna, onde 
tosto ricominciò la guerra. (M.) 



109 

lano, che poco tempo durò. E tornando al conte 
d' Ermignaccha che era arivato a Vignone con 
X. milia chavalli, e aspettava fra. e. milia da 
Parigi, o vero 90. milia scvidi d' oro, i quali 
già erano arivati al Ponte a Santo Spirito ('), 
e il duca d' Orliens, che gì' avea disturbati il 
più che avea potuto, aleghando nel consiglio 
del re eh' egli sapea di cierto che la legha 
nostra arebbe subito pacie col duca di Melano, 
ebe lettere da Pavia a Parigi in sette di dal 
duca di Melano, com' egli avea fatta trieghua 
e che tosto arebe pacie. Mostrò le lettere al re 
e al consiglio, il perché mandarono subito dietro 
a chi portava 90. milia scudi, che non gli pa- 
ghasse, e giunselo al Ponte a Santo Spirito. Il 
perchè il conte d' Ermignacch {^) si tornò in 
suo paese malcontento di noi e de' Signori di 
Francia, e ricievettene grandissimo danno e 
grande spesa. E ancora lo re di Francia di noi 
si tenne malcontento, perché per la pacie che 
faciemo sanza richiedernelo. E noi ci tenemo 
malcontenti di lui per le loro lungheze, per 
le quali lungheze portamo gran pericoli e gran- 
dissime spese e danni, con poco honore. 



(1) Nella Linguadoca. (M.) 

(2) L' Ammir. giov. a e, 868. dice, che i Fiorentini man- 
dato in Guascogna Berto Castellani a sollecitar la velluta 
in Italia del Co: Bernardo d' Armignac ecc. [questi era 
fratello del Co: Gio: condotto già dal medesimo Berto, & 
che nel 91. restò morto, & disfatte le sue genti in Lom- 
bardia] la Signoria co' Dieci revocarono ogni commessione, 
e così in luogo del Co: venne in Firenze col Castellani un 
suo ambasciad. a pretender ristoro delle spese fatte in 
mettersi all' ordine. (M.) 



no 

1398. Adi XV. di settembre entrai a 1' uficio 
de' dodici del Collegio per la borsa del 1381 ('). 
E di poi adi xxx. d' ottobre faciemo squit- 
tino e borsa della podesteria di Pistoia, alla 
quale cosa io contradissi quanto il più seppi e 
potè' colla linghua e colla fava che ciò non si 
faciesse, perché mi parve che a' Pistoiesi si 
faciesse torto, perché di ciò (^) si ruppe loro 
le promesse di loro franchigie. E adi ii. di 
diciembre cominciamo lo squittino gienerale e 
adi xi. del detto si compiè, e fune acopiatori {^) 
Lorenzo d' Agnolo malischalcho, Nastagio Bu- 
cielli, Franciescho di Neri Ardinghelli e Andrea 
di messer Ugho da la Stufa. Furono miei aroti {*) 
Gherardo Chanigiani e Gherardo Bovongniuoli. 

1399. E adi primo di luglio ne' mille ecc. 
Ixxxxviiii. entrai de' Signori Priori. Furono 
miei compagni Giovanni di messer Donato Bar- 
badoro, Stefano Rafacani, Deo Bentacordi, Mi- 
chele Altoviti, Antonio di Durante, Simone 
Biffoli e Attaviano di ser Tino dalla Casa; e 



(') Nel 1381. si fece lo squittino generale della Rep. 
Fiorentina, dopo il governo de' Ciompi. Scip. Ammir. lib. 14. 
all' an. 1381. dice : Erasi nello spazio di questi pochi di la 
Citta acquetata: haveano quelli della Balia, insieme con 
alcuni Arroti, che facevano il numero di 184. Cittadini, 
atteso a fare lo Squittino de' Priori & Collegi, & arso già 
il primo ecc. (M.) 

(') Con ciò. Del di in vece di con, v. il Vocabol. (M.) 

(■') Accoppiatori, o segretari dello squittino, e poi cu- 
stodi delle borse degli ufizi. V. lac. Nardi Stor. Fior. lib. i. 
ove spiega, che cosa fosse questo squittino. (M.) 

{*) Arroti, cioè aggiunti, dal verbo arrogere. V. il Gior- 
nale de' Lett. d' Italia, t. xxvi. a 390. 



Ili 

ghonfaloniere di giustizia Giovanni di Giovanni 
Aldobrandini ('). 

E nel detto tempo, eh' io ero de' Signori, 
venne la novella (^) come lo re Lanzelao avea 
preso Napoli, e riconquistato tutto lo reame, 
e che lo re Luigi se n' era andato in Francia; 
per la quale tutto il popolo fu mosso a farne 
grande festa; la quale io sostenni più di xv. di 
che festa palese non se ne faciesse, per rispetto 
che ancora non era finito il tempo della legha 
col re di Francia: ma bene consigliavo, che si 
mandasse ambasciata a confortarlo e donargli 
segretamente per infino x. niilia f., i quali egli 
dovea avere più a grado, che vi. milia f. eh' io 
stimai che quella festa costasse; e in fine la 
festa si fecie di grandi giostre e armegiamenti (^) 
e di fare fuochi tre notti a suoni delle cam- 
pane del Palagio. 

1399. E nel detto nostro tempo adivenne 
la grande novità, che fu per tutta Italia, che 
tutti i popoli grandi e piccolini si vestirono 



(') In margine da una parte è scritto: de' Priori. Dal- 
l'altra: Bonaccorso de' Priori V anno 1399. 

(J) Fu questa novella portata a Firenze da Giovanni 
Orsini ambasciad. di Ladislao. Scip. Ammir. Stor. Fior. lib. 16, 
an. 1399. D. Luca dalla Scarperia dice, che il di 18. agosto 1399. 
giunse in Firenze un ambasciadore del re Ladislao, che per 
parte del suo re die nuova a' Priori e a' Capitani di parte 
Guelfa, avere egli ripreso tutto il regno di Puglia, di che si 
fece in Firenze gran festa, tanto nello spirituale che nel 
temporale, come minutamente narra detto autore. (M.) 

(^) Armeggiamento, 1' armeggiare. Lat. Pugnae specta- 
culum. Spettacolo d'arme per allegrezza e intertenimento. (M.) 



112 

di panno lino bianco (^), e andavano a gran bri- 
ghate, coperto il capo e '1 viso, gridando e 
cantando dicieano a Dio misericordia e pacie. 
E sendo tutto questo popolo mosso al detto 
atto, v' ebbe di boci che dissono : andiamo a 
le Stinclie {") a trarne i prigioni. Riparossi per 
la grazia di Dio, che la città nonnandasse a 
romore d' arme, che se ne portò gran pericolo ; 
e terminò bene, però che molte paci se ne 
feciono; e noi Pitti riavemo pacie da Antonio 
e Gieri di Giovanni Corbizi, nipoti di quello 
Matteo del Ricco che fu morto a Pisa (*), e 
da Matteo di Paolo Corbizi; e feciene charta 
ser Antonio di ser Chello {*). 

Adi 22. di settembre l' anno detto entrai 
capitano di Pistoia, e ne lo uficio, infra gì' altri 
casi, m' adivenne che avendo io preso uno pu- 
blico ladro, i nostri Signori mandarono il cava- 
liere del podestà a me, e scrissono eh' io dessi 
quello ladro nelle sue mani, che lo menasse al 
podestà di Firenze. Nollo feci; ma scrissi a' Si- 
gnori, preghandoli che piaciesse loro osservare 
a' Pistoiesi le loro franchigie. Riscrissonmi, che 



(') L' origine di queste compagnie de' Bianchi in Italia 
e i loro progressi sono notissimi per l'istorie. V. Scip. Ammir. 
all' an. 1B99. e don Luca dalla Scarperia Cron. ms. che ne fa 
quattro interi capitoli, con molte particolarità. (M.) 

(''') Le Stinche sono una prigione particolare di Firenze, 
cosi detta dal nome d' un castello in Valdigreve, donde usci- 
rono i primi che ivi fossero imprigionati nella conquista di 
esso 1' an. 1304. Gio. Vili. lib. 8. rubr. 75. (M.) 

(2) Fu morto ; fu ucciso. Gio. Vili. Molti di loro furono 
morti, e presi. (M). V. il fatto a pag. 49 e segg. 

(*) Qui contro in margine è scritto: la pace co' Corbizi. 



118 

se per la loro siconda (') lettera io non dava 
il detto ladro, che mi farebono cosa, che sa- 
rebbe perpetuo esempro a chi non volesse ubi- 
dire la loro signoria. Ancora feci risistenzia, e 
scrissi a' miei fratelli che avessono di nostri 
parenti e amici, e, se paresse loro, andassono a 
preghare i Signori, che a Pistoia mi lasciassono 
fare giustizia e osservare i saramenti (') eh' io 
avea fatti a' Pistoiesi a 1' entrare del mio uficio. 
Andarono mie' fratelli con assai parenti e 
amici a' piedi de' nostri Signori e de' loro Col- 
legi a pregharli, asegnando &c. e usciti fuori 
de r udienzia, Giovanni di Tignosino Bellandi, 
che era proposto, misse a partito eh' io fossi 
mandato a' confini per xx. anni. Ebevi xxin. 
fave nere, che ne bisognava più due. Furono 
chiamati dentro, e detto loro quello aveano 
messo a partito, e che la loro intenzione era, 
che se infra tre di io non avessi dato il detto 
ladro &c. di mettere quello partito tante volte 
che si vinciesse. Avisaronmi i miei fratelli 
diciendo: che tutti nostri parenti e amici con- 
sigliavano eh' io non faciessi più risistenzia. 
Funne co' Priori di Pistoia e con molti loro 
cittadini nella loro presenzia, e narrai loro 
tutto quello eh' era seghuito, e feci legiere tutte 
le lettere eh' io avea ricieute, e poi dissi loro 



(') Siconda, sipolcvo, silice, spiziale, e simili si trovano 
negli antichi manoscritti toscani. (M.) 

(■) Qvii i giuramenti. Sacramento. Saramento. Franz. 
Serment, dal Lat, Sacramentum. lusiuraudum. Afflrmatio 
religiosa. E secondo Fest. e Paol. quidquid iurisiurandi sa- 
cratione interposita geritur, V. i Deputati sopra il Decam. i^M.) 

8 



114 

che diliberassono quello voleano che io faciessi, 
però eh' io ero fermo e costante a soferire con- 
fini e ogni altra passione per osservare le loro 
franchigie; e che sanza loro consentimento per 
me non si romperebono. Ristrinsonsi, e poi mi 
risjjosono con lagrime e con sospiri, diciendo 
che per me se n' era fatto tanto, che sempre 
me n' erano tenuti; ma che veduto la volontà 
de' nostri Singnori, la quale seghuia di torre le 
loro franchigie, e veduto il j)ericolo eh' io cor- 
rerei a farne più resistenzia, e che a loro ma- 
giore danno ne potrebe seghuire &c., che gì' e- 
rano (') contenti, per paura di peggio, eh' io 
mandassi quello ladro a Firenze; e cosi feci ("). 
L' anno 1400. mi parti' per andare in Sa- 
voia per risquotere la maledetta prestanza, 
eh' io feci al Conte; e arivando a Padova e 
detto al Signore dove volevo andare, egli mi 
disse: tu non puoi passare in Savoia, che tu 
non sia preso a pitizione del duca di Melano; 
e questo io so di cierto per 1' ordine eh' egli à 
dato, e égli stato promesso (^) da' Singnori e da 
altri, dove ti conviene arrivare &c. 11 perché 
diliberai tornarmi indietro e volentieri, perché 
malvolentieri anzi con gran dispiacere avevo 



(•) GV erano, per egli, o eglino erano. La in vece di 
ella, e gli in vece d' egli è licenza o fretta segretariesca. 
G. B. Stroz. de' Pron. (M.) 

Q) E forse allora fu, che egli, per isfogo di sua pas- 
sione, fece quella canzone, che si legge tra le rime de' due 
Buonaccorsi da Montemagno, e comincia: O giudice viaggiar, 
vieni alla banca. V. la lettera, che serve di prefazione alla 
raccolta delle sudd. rime stamp. in Fir. 1718. a e. lvii. (M.) 

(2) E egli stato promesso : cioè gli è stato promesso. (M.) 



115 
lasciati i miei fratelli e nostre famiglie a Sor- 
bigliano, per chagione della mortalità che era 
a Firenze ('). Tornai a Bolongna, e scrissi 
a' miei fratelli chenne venissono con tutte le 
nostre famiglie a Bolongna, e mandai loro cha- 
valli e mulattieri. Yenono in Bolongna, e stati 
circha d' otto di, tolsi a fitto il palagio e giar- 
dino de' Bianchi, di fuori di Bolongna circha 
2. miglia, e quivi stemo tutti noi fratelli e 
nostre famiglie, ecietto Piero e sua famiglia, 
che si rimasono a Montughi. Per la grazia di 
Dio ci salvamo tutti, ecietto che d' uno figliuolo 
che mi nacque là, il quale si morì. Trovamoci 
tra di noi e nostre famiglie e di nostri parenti 
che là tornarono con noi a nostre spese, conti- 
novo circha a xxv. persone. iStenio là circha 
quatro mesi, e trovamoci avere spesi riposti a 
Firenze f. cccclxxx. nuovi. E nel detto anno 
esendo molti Fiorentini fugiti a Bolongna, 
gì' usciti di Firenze somossono molti giovani a 
trattare contro al nostro regimento (^); e fune 
chapo Salvestro di mess. Rosso de' Ricci (^). 
Scopersesi il trattato a Firenze, perché lo rivelò 
Salvestro di messer Filippo Chavicciuli (^); e 



(') Di questa peste cominciata nella primavera v. Scip. 
Ammir. lib. 16. Gio. Morelli Cron. all' an. 14D0. dice: Fu in 
Firenze quest'anno mortalitcì ; morì pili dì ventimila bocche 
dentro nella Terra, a pili. (M.) 

(J) Di questa pericolosa congiura parla diffusamente 
Scip. Ammir. 1. d. (M.) 

(■) M. Rosso di Ricciardo de' Ricci cav. e senat. ro- 
mano nel 1362. (M.) 

(*) E n' ebbe in premio l' esser fatto cavaliere e po- 
destà di Prato per un anno. Ammir. 1. d. (M.) 



116 

fu preso Saratniniato d' Ugucciozo de' Ricci (') 
e fagli tagliata la testa e a uno de' Davizi, e 
dato bando a molti e a molti perdonato, e 
chetossi la città. 

E (^) nel detto anno io fui eletto per 
ambasciadore, e mandato in Alamagna al nuovo 
eletto Imperadore (^); ciò fu il duca liuberto 
di Baviera Conte Palatino {*); e la commes- 
sione, eh' io ebbi fu inneffetto, ciò è : in prima, 
ralegrarci della sua lezione &c. ; siconda, pre- 
gharlo che venisse a prendere a Roma la 
corona; terza, a ricoverare le ragioni dellom- 
perio e per ispeziale quelle che tenea il duca 
di Melano come tiranno; quarta, che se ciò 
volesse fare in quello anno, ciò fu nel 1401., 
che il nostro Comune gli donerebbe f. e. milia 
d' oro ; quinta, che riconfermasse in vicariato 
quello che per privilegi da l' imperio tenavamo, 
e più che ci conciedesse in simile modo Arezzo, 
Montepulciano e tutte 1' antre terre d' imperio 
che alora tenavamo &c. (^). Partimi di Firenze, 
e menai con meco ser Pero di ser Pero da 



(') Fi-atello e zio de' due arcivescovi di Pisa di questa 
casa (M.) 

(') In margine è scritto: per lo 'mperadore 1400. 

(■') Iacopo Gaddi nell' elogio del nostro Buonaccorso 
accenna questa ambasceria e ne porta i documenti. (M.) 

(^) Fu egli eletto il di 10. di settembre 1400. in luogo 
di Federigo duca di Brunswic e Luneburgo, fatto morire 
dal Co. di "Waldec mentre andava a Francfort per esser 
coronato Imperatore dopo la deposizione di Venceslao seguita 
il di 20. d' agosto dello stesso anno. (M.) 

(=) Il quinto paragrafo è ommesso nella prima stampa. 



117 
Bamminiato ('), roghato del mio sindacato a 
potere fare &c. e partimi adi xv. di marzo, 
Faciemo il camino da Padova, e singnificai al 
Signore di Padova la mia andata, perché cosi 
ebbi in comessione. Mandò con esso noi uno 
per suo ambasciadore che avea nome Dorde. 
Andamone per lo Frioli e poi innAlamagna 
per la via di Salzsperc (■) e poi /i Monaco (^) 
e a Englestat (') e poi a Ambergh ('), dove 
trovamo il detto eletto; e fatto a lui le debite 
reverenzie e raccomandazioni del nostro Co- 
mune, dissi, che quando piaciesse a la sua 
Maiestà, io gli sporrei in segreto e in palese, 
come a lui piaciesse, la mia ambasciata. Videci 
volentieri, diciendo che ci farebbe assapere 
quando ci volesse udire. Fecieci mettere in bel- 
lissima casa, nella quale ci fecie le spese e 
honoratamente servire da sue gienti. Il sicondo 
di mandò per noi, e nella presenzia di circha 
a otto di suo consiglio volle eh' io sponessi la 
mia ambasciata. Sposila, ma non dissi la quan- 



(') Ser Piero di ser Piero da S. Miniato fu molte volte 
ambasciadore per la Repub. Fiorent. a diversi principi e 
signori. Ebbe per moglie Paola de' Mangiadori de' Grandi di 
S. Miniato. Gab. C. 41. a 84. C. 42. a IG. Da ser Filippo di 
Cinello d' Antelminello zio paterno di detto ser Piero discende 
la nobil famiglia Roffia. (M.) 

C) Anzi Salzhnrg. Lat. Juvavia e Salishurgum, città 
capitale dell' arcivescovado e sede del vescovo di questo 
nome che n' è libero signore, situata sul fiume Salza. (M.) 

(•'') Città notissima capitale della Baviera. (M.) 

(^) Comunemente lagolstat. Lat. Ingolstadiuvi, piazza 
forte della Baviera. (M.) 

(•'"') Lat. Amberga, città capitale del Palatinato supe- 
riore. (M.) 



118 

tità de' danai, ma dissi che quello fosse possi- 
bile si farebbe. Rispose che ci darebbe prati- 
catori, e cosi fecie ; e praticando i detti con 
noi, ci domandarono quale era la quantità 
che '1 nostro Comune volea donare &c. Rispuosi 
che domandassono quello che parea a loro con- 
venevole. Risposono che gì' era di nicistà, a 
volere eh' egli passasse quello anno, che il 
nostro Comune l' aiutasse di f. 500. migliaia. 
Dissi che a quella parte io volea rispondere a 
la sua presenzia. Fumo dinanzi da lui, e dissi: 
Sagra &c. i vostri comessari m' anno doman- 
dato tale quantità, della quale noi abbiamo 
maraviglia ; e parci che questo sia uno honesto 
neghare la vostra passata ; però che voi dovete 
bene stimare, che tanta quantità sarebbe impos- 
sibile al nostro Comune, &c. Disse eh' io diciea 
vero, che per quello anno non volea passare, 
perché non avea danaio ; però che circha a 
ecc. milia di f. eh' egli avea innanzi eh' egli 
fosse eletto, tutti gì' aveva spesi in due volte 
eh' egli avea tenuto campo (') dipoi la sua 
lezione; ma che se noi lo lasciassimo stare 
quello anno, che un altro anno arebbe danaio 
e darebeci meno graveza ; ma che se pure vola- 
vamo (^) che quello anno passasse, che a noi 



(') Campo. Dieta imperiale; che si teneva allora per 
lo più, non come oggi nelle città murate, ma alla campagna, 
in luogo aperto, come si vede dalle soscrizioni di molte costi- 
tuzioni imperiali di Feder. I, di Lotar., di Feder. II, e d'altri 
imperatori. (M.) 

Q-) Volavamo per volevamo, cambiamento frequente per 
la parentela tra V a e Ve. Senza, sanza ; povero, povaro, ec. 
Leggiavamo, disse Dante. Sapavamcelo: disser quei da Ca- 
praia. Prov. noto. (M.) 



119 
convenia portare il forte della spesa; e in fine 
dopo molte parole per inducierlo al passare, 
gli dissi quello che io avea in coniessione. 
Risposemi, che s' io non avea di più in comes- 
sione, eh' io scrivessi a Firenze tutto quello 
eh' egli m' avea detto, e che l' efetto era eh' egli 
non avea danaio ; e cosi scrissi per lettere dupli- 
cate e per messi propii. Ebbi risposta; e com- 
misonmi che io lo strignessi al passare quel- 
r anno, asegnando delle ragioni, che le cose 
erano ben disposte per lui e che se s' indu- 
giasse si potrebono cambiare, &c. e che j)*'i' 
suo aiuto io gli proferessi per insino a f. ce. 
milia d'oro; e anche dandogli speranza, che 
quando fosse di qua, noi ci sforzeremo innogni 
cosa possibile d' aiutarlo, &c, Andamo alla sua 
Maiestà, e dopo molti dire e per lui (') e per noi, 
e in più volte in più di, innanzi che conchiu- 
dessimo, salendo (■) a parte a parte la proferta 
della quantità, in fine gli dissi la siconda com- 
messione e che di più io non passerei la com- 
messione. Rispose che manderebbe per gì' elet- 
tori e per altri gran baroni, che venissono a 
lui a Norinbergh, presso di quivi a due gior- 
nate, e che con loro piglierebe partito e poi 
ci risponderebbe. Occorse nello aspettare che 
noi faciemo la risposta da Firenze, avendo noi 
cienato con lui a uno suo giardino, e avendo 
veduto eh' egli non faciea alcuna ghuardia di 



(') F. Viotti diri e per tui ec. e fu raddoppiata 1' e per 
troppa fretta dello scrittore. Diri, come parlari. Dante disse 
aoffriri, Bocc. baciari. (M.) 

(2) Attivo per crescendo. (M.) 



120 

veleno, gli dissi : Sacra &c. e' non pare che voi 
siate avisato della malvagità del duca di Me- 
lano; però che se voi ne foste avisato, voi fa- 
resti altra ghuardia della vostra persona che 
voi non fate; che siate cierto, che quand' egli 
sentirà che voi siate di liberato di passare di 
là, egli s' ingiegnerà di farvi morire di veleno 
o di coltello. Rispuose tutto cambiato e segnan- 
dosi , diciendo : sarebbe egli tanto malvagio 
eh' egli cierchasse la mia morte, non avendolo 
io sfidato ('), né egli me ? forte (') mi pare a 
credere; ma non di manco io m' aterò al tuo 
consiglio di fare buona ghuardia. E cosi ordinò 
e faciea ; e fra 1' altre cose, per lo sospetto eh' io 
gì' aveva messo, quand' egli vedea alcuno eh' egli 
non conosciesse, subito volea sapere quello che 
quello tale andava faciendo. Occorse, che sendo 
egli, e noi continovo con lui, andato a uno suo 
bello chastello presso da Ambergh a una piccola 
giornata per cacciare, e usciendo una mattina 
d' un suo palazo per andare a udire messa, vide 
uno a ghuisa di corriere: fecielo venire a sé 
e domandollo. Rispose che andava a Vinegia, 
e che era venuto quivi solo per vedere la sua 
persona, per saperne dire novelle a Vinegia. 
Disse a uno suo cavaliere che lo menasse a la 



(') Non essendo fra noi dichiarazione di guerra. Diffl- 
dare, onde diffidamentum, lat. barb. per dichiarare guerra 
o inimicizia. Ted. hefehden, formato dall' antico fehd, ini- 
micìtia, donde il nostro disfidare e disfida, e il Franz. 
defier, de fi. (M.) 

(^) Qui per arduo, difficile, ^aÀe:rO'j. Forte a veder disse 
Dant. Par. 6. Sicch' è forte a veder guai pili si falli. (M.) 



121 
sua camera e ghuardasselo tanto eh' egli fosse 
tornato dalla messa. E quando fu tornato, il 
coriere gli confessò che venia da Pavia e che 
portava uno brieve (') al suo medico da parte 
del maestro Piero da Tosignano (^) medico del 
duca di Melano, e che altre volte glie n' avea 
23ortati. Vide il brieve, e fecie pigliare il suo 
medico che avea nome maestro Ermanno, il 
quale era stato scolaro di maestro Piero da 
Tosignano. E brieve (^), egli confessò come lo 
dovea avelenare innuno cristeo, e che ne dovea 
avere ducati xv. milia, i v. milia a Maghanzia {'') 
e X. milia a Vinegia. Partimoci e tornamo a 
Amberg, e il medico e '1 coriere ben ghuar- 
dato, e chavalcando egli mi chiamò e disse: 
voi m' avete campato la vita per lo sospetto 
che mi metesti; e dissemi quello che avea tro- 



(') Una lelteri. Lat. ant. Brevis, breve. Compendiata 
scriptnra. Brevi oggi diciamo alle lettere apostoliche sigil- 
late con quel sigillo, che chiamano l' anello del pescatore. 
Gr. barb. Bp?^iOV. (M.) 

Q) Medico celebre per li suoi consulti contra la peste, 
e per un ricettario stampato in vari luoghi. V. Pasquale 
Gallo nella Biblioteca Medica. Neil' archivio delle Tratte, in 
una lettera della Rep. Fior, scritta per mano di Coluccio 
Salutati segretar. tra '1 settembre e l' ottobre del 1385. a' Bo- 
lognesi, si pregano a dar licenza agli egregi dottori messer 
Iacopo da Saliceto e maestro Piero da Tosignano, il primo 
lettor di legge, 1' altro di medicina in Bologna, che possano 
venire a leggere nell' Università di Firenze. (M.) 

(^) Brevemente, in poche parole. Franz. Bref. (M.) 

(*) Dal Franz. Mayence. Noi diciamo Magonza. Sede 
dell' arcivesc. elettore di questo nome, Maganza è più alla 
Sassonica; (M.) 



122 

vato. Andamo dipoi a Noriiibergho ('), e là 
venne l' arcivescovo di Colongna e quello di 
Maghanza, che sono degl' elettori, e altri baroni 
assai, a' quali di prima giunta disse loro la 
ventura eh' egli avea trovata, e mandò per gli 
signori che regieano quella città, e disse loro 
quello che avea trovato, e che egli non ne 
volea èsser giudicie, perdi' egli era parte, e 
che piacesse loro torre il medico e esaminarlo 
e giudicarlo, sicondo che paresse a la loro giu- 
stizia. Mandarono il medico a loro palagio, e 
dopo alquanti di avendolo esaminato e veduto 
la verità essere che avelenare dovea lompera- 
dore, lo giudicarono che fosse strascinato sanza 
asse insino al luogo della giustizia, e là gli 
tossono rotte le ghambe e le braccia e le reni, 
e poi tessuto in su una ruota di charro e posto 
in su uno stelo (^), e tanto stesse a quel modo 
eh' egli si morisse ; e cosi fu fatto. E dipoi lom- 
peradore tenne più di consiglio ; e in fine, perchè 
ivi nonnera tutti quelli che doveano essere a 
la diliberazione del passare suo a pigliare la 
corona a Roma, diliberarono d' andare a Ma- 
ghanza e là trovarsi con tutti coloro a cui 
s' apartenea la detta diliberazione ; e cosi fecie. 
E là, dopo molti consigli e pratiche tenute, 
rimanemo con lui d' acordo in questo effetto (^), 



(') Ted. Nurnherg, dal Lat. Noricorum Mons. Città 
libera notissima della Germania. Noi: Norimberga. (M.) 

{^) Stelo, per palo, da stile. Cosi stollo lo stile del 
pagliaio, (M.) 

(^) Eius |Bonac. Pittii] oratione, quae accurata & 
piena gravitatis fuit, motus Robertus, foedere icto, cum 



123 

ciò è, che s' egli con le sue forze fosse in Lom- 
bardia per tutto il mese di settembre prossimo, 
che a suo comessario sarebono dati in Vinegia 
ducati cinquantamilia e poi ci. milia in tre 
paghe di tempo in tempo. Partimoci con lui 
di quello luogho e venimone a Adilbergh ('), 
pili qua X. miglia tedesche, dove fecie venire 
cierti gran mercatanti, i quali gì' aveano pro- 
messo di prestargli a Usperc (■), dove faciea 
sua giente venire, due. cinquanta milia, ma 
che noi promettesimo a loro che quand' egli 
fosse entrato in Lombardia, che noi pagheremo 
a loro in Vinegia la detta somma. E venuti i 
detti mercanti, dissono che nogli poteano ate- 
nere la promessa fatta, però che gì' altri mer- 
chatanti, da chui speravano d' avere i contanti 
essere da loro creduti, del tutto neghavano loro 
il danaio, dipoi che aveano sentito quello perché 
gli voleano. E in fine, dopo molte preghiere 
mischiate con minacci, non potendo avere da 
detti mercatanti quello gT aveano promesso, 
mandò per noi e disseci tutto; e quasi con 
lagrime ci disse: io sono per essere vituperato 
per difetto di questi merchatanti, però che per 

vigiliti equitum millihus [che l'Ammirato dice 15, mila] 
ut Mediolanensi bellum inferret, in Italiani se descensu- 
rum, fide interposita, poUicitiis est. Pogg. Hist. lib. iir. ad 
an. 1401. (M.) 

(') Heidelberg. Città capitale del Palatinato inferiore 
o del Eeno, già sede dell' Elettor Palatino del Eeno. (M ) 

(-) Augusta, Franz. Augshourg. Lat. Augusta Vindeli- 
corum.. Nella Svevia, donde ha preso il nome la Confessione 
d' Augusta, presentata in questa città a Carlo Quinto da' lu- 
terani l'an. 1630. (M.) 



124 

la promessa che a Maghanza m' aveano fatta 
di servirmi &c. io ó fatto mio mandamento 
a' signori e baroni e giente d' arme, che siano 
per tutto aghosto a Usperco, a farmi comj)agnia 
a passare in Lombardia; e ora udite come me 
ne mancano. Il perché vi priegho, che tu Bo- 
nacorso vada prestamente a quelli miei divoti 
figliuoli Signori Fiorentini a narrare loro il caso, 
e pregharli che supliscano al mio honore e loro 
bisongno, se vogliono eh' io sia in Lombardia 
al termine dato ; e che, a partirmi da Uspercho, 
per lo meno mi bisogna che mi mandino due. 
XXV. m. d' oro, sbattendo della soma &c. Feci 
assai risistenzia di non venire, aleghando essere 
più sicuro e più presto fare con duplicate let- 
tere &c.; e innelfetto egli non si volle consen- 
tire a ragione (') eh' io n' assegnassi del non 
venire io ; il perchè diliberai venire, dubitando, 
che s' io non venissi, la sua passata per quello 
anno non mancasse. Partimi da Adilbergh adi 
xvni. di luglio, e giunsi a Padova in xii. di, 
che sono più di miglia v. ciento; e grande ami- 
razione n' ebbe il Signore, che cosi presto io 
fossi potuto venire; e nollo arebbe creduto, se 
non fosse (^) per una lettera gli portai de lom- 
peradore. Partimi di Padova colla febre, che 
ben quattro di innanzi m' era cominciata, e 
arrivando a Ruico (^) vi stetti uno di nel letto 



(') Franz, on ne voulut pas consentir. (M.) 
(-) Se non fosse, in vece di se non fosse stato; idio- 
tismo usato dal Bocc. e dal Vili, e da altri. (M.) 

(^) Ruico, Rovigo. Lat. Rhodigium; grossa terra del 
dominio veneto tra Padova e Ferrara, sede del vescovo 
d' Adria, luogo celebre per Celio Rodigino. (M.) 



125 

con si gran febre, eh' io non potè' cavalcare. 
Il sicondo di entrai innuna barca, e per cierti 
canali arivai in Pò e poi a Francolino, e ivi 
rimontai a cavallo e venine a dormire al Pogio 
di messer Egliano, e di là venni qui in due di 
e mezo, tuttavia colla febre ; e re ferito eh' io 
ebbi a' nostri Signori e a' loro Collegi e a 
uno consiglio di richesti ('), mi tornai a casa 
e in pochi di fu' libero da la febre; e ritornato 
sano e frescho, diliberarono i Signori e Dieci 
della Balia, che Andrea di Neri Vettori (^), che 
poi fu cavaliere, e io, andassimo a Usperco e 
diciessimo a lomperadore, che fatto eh' egli ci 
avesse carta pubblica de' cajntoli e patti che 
noi faciemo con lui, che mandasse a Vinegia 
per ducati 50. mila, che là erano nelle mani 
di Giovanni di Bicci de' Medici loro commes- 
sario (^). Partimo di Firenze adi xv. d'Aghosto 



(') I Veneziani hanno il Consiglio de' Pregati, che essi 
dicono de' Pregai^ al quale col Collegio e col Doge appar- 
tiene il trattare i negozi più rilevanti della Repubblica. (M.) 

Q) Andrea Vettori cavaliere mori in Piombino uel 1409. 
Governatore di quello stato per la Repub. Fiorentina, tutrice 
testamentaria di Iacopo d' Appiano signore di Piombino. 
Ebbe detto Andrea per figliuolo Neri senatore romano nel 
1429. bisavolo del letteratissimo senatore cav. e conte Piero, 
da cui discendono i sigg. Vettori che sono in Roma. V. la 
prefaz. del sig. dott. Giuseppe Bianchini al Trattato delle 
lodi e della coltivaz. degli ulivi di Piero Vettori, stamp. in 
Tir. 1718. (M.) 

(') Giovanni d' Averardo, detto Bicci, de' Medici, padre 
di Cosimo Padre della Patria, fu non meno chiaro per la 
nobiltà della famiglia, per la prudenza, per le ricchezze e 
per tutti gli onori da lui sostenuti in patria, che per la sua 
gloriosa e reale discendenza. (M.) 



126 

e venne con noi il detto Giovanni de' Medici 
insino a Vinegia e là lo lasciamo; e andamo 
al nostro viaggio e a gran giornate arivamo 
a Usperc, dov' era il nuovo eletto con circha 
XV. milia cavalli di bella giente. Sponemo la 
nostra ambasciata, alla quale prestamente ri- 
spose con grande dolore, vegiendo che non 
portamo alcuno danaio, diciendo: a me con- 
viene lasciare il fiore della nostra brighata, che 
sono circha chavalli v. milia di giente usa 
innarme, e non anno da loro danaio. Tenne 
tutto di consiglio, praticando, se era da venire 
più innanzi o tornarsi a dietro. E in fine dili- 
berò lasciare i detti 5000. cavalli per lo man- 
camento del danaio, e cogl' altri tirarsi innanzi 
a piccole giornate, atertdendo poi a Trento 
eh' io fossi tornato co' fior, o vero ducati 50. 
milia. Diedemi le carte e capitoli con suoi 
sugielli, e volle eh' io tornassi a Vinegia con 
uno suo cavaliere e con suo tesoriere; e cosi 
feci; e arivati a Yinegia, subito gli feci dare i 
detti 50. milia ducati, e andamone con essi a 
Trento, dove lo trovamo forte sbighottito per 
tempo che avea perduto innaspettarci, il quale 
tempo perduto fu circha di xxn. di, che più 
tosto sarebe entrato in Lombardia, se a Usperc 
gli fossono stati mandati xxv. milia due. come 
ci richiese, e menata tutta la sua giente; che 
gliene adivenne dipoi quello eh' egli dubitava, 
ciò è, che nel penare (^) a entrare, il duca di 
Melano avesse più agio a provedersi e farsi 



(') Qui indugiare, tardare; secondo la proprietà fioren- 
tina. (M.) 



127 
forte a la 'ncontra di lui ; e cosi fecie ; il perché 
gran danno e verghogna ne seghui a la sua 
Maiestà e al nostro Comune, come innanzi farò 
menzione. E rapresentati i detti due. 1. migliaia, 
egli subito gli distrebui, e me preghò e strinse 
eh' io tornassi a Vinegia a fare presta la siconda 
paglia, la quale volea verso Yerona. P^'eci risi- 
stenzia di non partire da lui, diciendo non 
essere di bisogno la mia andata, e che ne 1' an- 
dare portavo gran pericolo di morte o di pri- 
gionia &c. e che io sarei più contento morire 
innarme al suo servigio, che morire come man- 
dato per danari &c. però che molto migliore 
fama ne rimarrebbe di me et onore a quelli 
di casa mia. E in fine esso mi strinse a quella 
andata diciendo: tu mi farai più servigio a 
r andare, che tu non faresti servendomi con 
ciento lancie, diciendo: domanda a me quello 
che vuogli, eh' io possa, et sarà fatto. Risposi 
diciendo: Sagra &c. dipoi che cosi vi piacie, 
sono contento d' andare ; ma se io ne sono morto 
o preso, che segno rimarrà a' miei, che possano 
mostrare eh' io sia morto al vostro servigio ? 
Alora disse : voglioti donare segno di mia arme, 
il quale sia lo lione d' oro (') in su le tue anti- 
che armi; e anobilischo te (") e tuoi fratelli e 



(') Il lione palatino è un lione rampante d' oio, colla 
coi'ona, la lingua e l' unghie rosse, volto verso l' angolo 
sinistro dello scudo. (M.) 

(^) V. il diploma nella prefazione, e le note in questo 
a e. 12. * Si consideri però 1' accennata onoranza, come una, 
per COSI dire, cavalleria, sebbene non interamente, come fu 
qviella di messer Luca figliuolo del nostro Buonaccorso. (M.) 

* E nella presente edizione a pag. 26. 



128 

vostri disciendenti. E cosi comandò al suo can- 
cieliere che in su lo suo lio^istro ne faciesse 
ricordo, diciendo : va lietamente, Bonacorso, 
però che Iddio t' acompagnerà per l' opere e 
efetti che di me debono uscire: e se Iddio ne 
conciede eh' io ghastighi il gran tiranno di 
Melano, questo segno che io ti do sia l' arra 
di grandissimo honore e profitto che per a 
tempo da me ricieverai. E innefetto io lo vidi 
partire di Trento innanzi eh' io mi volessi par- 
tire, e acompangnalo alquanto fuori della città, 
e lasciai con lui Andrea Vettori e ser Pero da 
Samminiato, a' quali acomandai due de' miei 
chavalli e il più di mie armadure, coietto che 
le panziere ('), che con meco contino vo le vo- 
levo. Partimi e ripresi il camino per Alaman- 
gna e arivai a Venzone (^); e su per lo camino 



(') Panziera. Vocabol. Armadura della pancia. Noi 
comunemente j^ettabbotta^ dal difendere che fa questa arma- 
dura dalle botte il petto. Ital. corazza dal Lat. lorica a loro. 
Fr. durasse dal Lat. corium; nam antiquitus pecioraUa ex 
crudo corto fiebant. Varron. Tra li primi autori di lingua, 
che scrissero nel secolo decimoterzo, uno è frate Ugo Pan- 
ziera da Prato dell' ord. de' Frati Minori, che in latino si 
direbbe Ugo loricatus, i cui singolari trattati di teologia 
mistica Iper tacere delle sue poesie] due volte furono stam- 
pati in Firenze 1' an. 1492, la prima volta da Antonio Mischo- 
mini, e la seconda da ser Lorenzo de' Morgiani e Gio- 
vanni da Maganza; e servirono al p. Paolo Segneri per 
combattere gli errori de' falsi mistici de' nostri tempi nella 
sua grand' opera della Concordia tra la fatica e la quiete 
dell' orazione. (M.) 

(^) Monte di Venzone. Lat. Pius mons. Monte della 
Carniola presso al fiume Venzone nel Friuli. (M.) 



129 

feci uno de' miei materiali sonetti, il quale ora 
scrivo : 

CCCCI. e mille V an corani, 

Nella città di Trento re Riipert 
Volle lo scudo mio esser copert 
De r arme suo lion d' oro rampant. 

E volle e comandò in quello stani 

Nel suo ligistro fosse scritto apert 
Il nome di noi cinque, sicché ciert 
Ciascun V avesse nello scudo ondant. 

Donocci brivilegio (') e fecci dengìii 
Di nobiltà co' nostri disciendenti, 
Possian portare innarme nostri sengni, 

Co r altre preminenzie concorrenti, 

Ch' anno gientil, che son per tutt' i rengni, 
Possian tenere il fio (^) da' re possenti. 

Adunche, diligienti 
Fratelli e figli, fate e dite bene. 
Con quel eh' a gientileza si conviene. 

E arivato eh' io fu' a Venzone in Frioli, la 
sera venne a me uno sanese, col quale io avea 
auto, nel passare eh' io avea fatto più volte, 



(') Brivilegio in vece di privilegio, per la parentela, 
accennata dal Salviati, tra '1 6 e '1 p; per essere tutte due 
lettere labiali, sicché una sdrucciola nell' altra. Cosi Bran- 
cazio per Pancrazio; brobbio dal lat. opprobrium. Privi- 
legio. Lex ad singulos pertinens. Lex singulorum. Quia 
veteres priva dixerunt quae nos singula dicimus. Agell. 
lib. I. e. 10. (M.) 

(^) Fio per feudo. Franz, fief. Ingl. fee, che colla pro- 
nunzia s'accosta al nostro fio. Di qui pagare il fio; da' feu- 
datarj, che danno qualche recognizione al padrone diretto. 
V. il Vocabol, alla parola fio. (M.) 

9 



130 

dimesticheza alla sua bottegha di spezieria clie 
faciea ; il quale mi disse, com' egli avea veduto 
et inteso uno trattato ordinato per farmi pi- 
gliare in sul camino eh' io dovea arivare il di 
seghuente; e il trattato era stato menato e 
conchiuso per uno segreto commessario del duca 
di Melano, che avea nome fra Giovanni Dechani, 
il quale avea promesso al Signore di Pranpergh, 
che s' egli mi desse nelle sue mani, che gli da- 
rebbe ducati 4. milia d' oro, e che il detto di 
Pranpergh l' avea promesso di fare, e che lo 
farebbe sotto colore d' una ripresaglia eh' egli 
avea sopra i Fiorentini. Domandalo s' io mi 
potevo fidare del mio oste; disse di si largha- 
mente; e inneffetto la notte insù le mi. ore 
montai a chavallo, e menai con meco 1' oste et 
uno suo famiglio per none (') errare il camino, 
che fuori del diritto chamino tenni, il quale 
fu diritto a Porto Grhruaro (^), che sanza man- 
giare o bere là arivai, che sono miglia xl. ; e 
quivi montai in mare e andane a Vinegia e i 
miei chavalli mandai a Padova ; e dipoi che '1 
duca di Melano fu morto, trovai il detto fra Gio- 
vanni a Bolongna, il quale mi confessò essere 
stato vero, &c. 



(0 None per non, come cone per con, e simili, per na- 
turale inclinazione della nostra lingua a finire le sue voci 
anzi in vocali che in consonanti; siccome quando ne segue 
consonante, si aggiugne un i, con (speranza. In S. Cater. 
da Siena Dial. e. 149. si legge cone speranza, o conesperanza, 
forse anche dal Franz, esperance. (M.) 

(-) Terra della Carniola in riva al fiume Limino, presso 
alle rovine dell' antica città di Concordia. Lat. Portiis Ro- 
matinus. (M.) 



131 

Arivato eh' io fu' a Vinegia e stato circha 
a tre di, venne la novella che lomperadore (') 
era stato sconfitto dinanzi a Brescia e che la 
sua persona s' era tornata a Trento ; e di là, chia- 
mato e confortato dal nostro Comune e da' Vi- 
niziani e dal Signore di Padova, ne venne a 
Padova per la via da Tenzone ; e arivato a Pa- 
dova (2) vi venne nuova ambasciata da Firenze, 
ciò fu messer Filippo de' Corsini (^), messer Ri- 
naldo Gianfigliazi, messer Maso degli Albizi (^), 
e m. Tomaso de' Sacchetti ('*); e i detti cava- 
lieri e Andrea de' Vettori et io tenemo molte 



(') Sed cum incauthis, negli yentiusque impetu quo- 
darn, superbiaque elati Germani absque ordine, aut militari 
disciplina vagarentur, pluren equitum aloe a Mediolanensis 
ducibus missae, Germanos invaserunt, a quibus vieti, siipe- 
ratique, multis amissis, in castra compulsi sunt, dee. Pogg. 
Hist. lib. III. pag. 141. (M.) 

(') Dove arrivò il di 18. di novembre 1401. V. le Annot. 
al Pogg. 1. d. (M.) 

(•*) Fu fatto conte palatino nel 1402. da Ruberto impe- 
ratore, per suo privil. inserito da ser Iacopo da Lutiano 
ne' suoi protoc. all' Arch. Gen. (M.) 

(*) Mess. Maso degli Albizi detto il Generoso, è sepolto in 
S. Pier Maggiore con questa inscrizione: Clarissimi Viri Masti 
Equitis Fiorentini de Albizis. Natus anno MCCCXLIIL 
obiit An. MCCCCXVII. die IL octobris. (M.) 

(•^) Anche questi fu fatto conte palatino nel 1402. dal 
medesimo imperatore, per suo privilegio ne' protocolli di ser 
Pierozzo Cerbini all' Ai-chivio Generale. Di lui lungamente e 
con molta lode ne parla Iacopo Gaddi ne' suoi Elogi istorici. 
Nella chiesa di Santa Croce di Firenze al suo sepolcro si 
leggono queste parole appunto: Eximie virtutis preclarus 
Miles Dominus Tommas filius egregii Militis Domini lacobi 
de Sachettis hoc iacet in tumulo. Migravit ad Dominum 
Anno Domini MCCCCV. die XII, Mensis Aprilis. (M.) 



132 

pratiche e ragionamenti collo imperadore e 
col Signore di Padova, e non sendo bene d' ac- 
cordo con lui, deliberò d' esser a Vinegia e che 
noi v' andasimo per adoperare la Signoria di 
Yinegia alla nostra concordia; e questo fu in 
calende di diciembre 1' anno detto. Andamo a 
Vinegia e là dopo molte pratiche e consigli 
tenuti nella presenzia del duca (') di Vinegia, 
noi non fumo d' acordo. Il perché lomperadore 
montò in mare con ghalee che i Viniziani gli 
prestarono per andare a Porto Gruaro; e par- 
tito che fu, subito il duca mandò per noi, do- 
lendosi per lo bene di noi e di tutta Italia 
della partita dello imperadore, diciendo : se voi 
lo lasciate tornare innAlamangna, sanza dubio 
il duca di Melano si farà signore di tutta Italia, 
&c. E inneffetto egli ci confortò e preghò che 
noi gì' andassimo dietro uno o due di noi e 
eh' egli ancora vi manderebbe a pregharlo che 
tornasse a Vinegia, in caso che noi acordassimo 
di dargli la quantità che ci avea domandata. 
Rispondemo di farlo e tornamo a chasa; e in- 
nefetto ninno di loro si volle mettere al peri- 
colo d' andargli dietro. Andavi io con come- 
sione di tutti a pregharlo che tornasse e che 
noi gli daremo quello ci avea domandato. Giun- 
silo il di seghuente a uno porto {^) presso a 
Vinegia a miglia 1. Fecili la mia ambasciata; 
il perché si ristrinse a consiglio co' suoi, e 
perch' io gli dissi che il duca ci mandava a 



(') Del duca, del doge, che fu Michele Steno. (M.) 
(2) Cravolam enim i)rofectus fuerat, ut in Germaniam 
se coiiferret. S, Antonin. p. III. tit. 22. (M.) 



133 

lui per detta cagione, stette nel consiglio da 
la mattina a levare del sole infino a mezo di, 
aspettando il mandato del duca, i quali arri- 
varono in su la terza e entrarono in quello 
consiglio; e poco stati, io fui chiamato, dove 
lomperadore mi disse, che volea tornare in 
quanto io gli promettessi la fede per me e per 
gli altri miei compagni, che arivato eh' egli 
fosse a Yinegia noi gli daremo due. Ix. milia, 
i quali egli ci avea domandati per rimettersi 
in punto &c. e cosi gli promissi. Rimenalo a 
Yinegia, e fugli atenuta la mia promessa ; e poi 
ne venimo a Padova, e ivi lo lasciai in pratiche 
cogl' altri ambasciadori, e venine a Firenze a 
referire quello, che per insino a la partita fé' di 
là s' era fatto (^) ; e dipoi tornarono gì' altri 
ambasciadori, e veneci il duca Lodovico (^) di 
Baviera nipote dello imperadore, a cierchare 



(') In un libro de' Dieci di Balia in Camera Fiscale si 
legge come il di 5. aprile 1402. fu stanziato Bonaccursio 
Nerii de Pictis Civi Fiorentino, Amhaxiatori ol. electo & 
misso prò Communi Florentiae ad Regem Romanorum & 
ad alios DD. & Principes, prò salario dieruvi odo sui su- 
prastalli, initiatorum die primo Fehruarii proxime prae- 
teriti, ad rationem floren. S. cum dimidio prò quolibet die 
fior. 28. siccome Bonaccursio praedicto prò satisfactione 
plurium suorum equorum mortuorum & devastatorum in 
dieta Amhaxiata, & prò expensis in naulis & in scortis 
fior. 157. I. 18. (M.) 

(-) D. Luca dalla Scarperia all' anno 1401. falla fior. | 
dice, che Al principio del mese di Marzo venne a Firenze 
il duca Lodovico di Baviera nipote del nuovo eletto impe- 
radore insieme col veschovo di Spira ambasciadori dello 
imperadore, e furono ricevuti gratiosamente e fatto loro 
grande honore e grandi doni ec. (M.) 



134 

altre nuove convegne e patti per aiuto del pas- 
sare a Roma, o dello stare in Lombardia a fare 
ghuerra al duca di Melano; e dopo molti con- 
sigli e pratiche tenute qui, non s' ottenne fare 
più alcuna spesa a mantenere di qua il detto 
imperadore; che fu quella diliberazione che ci 
arebbe fatto perdere la nostra libertà, se non 
fosse la morte che sopragiunse il duca di Me- 
lano poco tempo apresso eh' egli avea presa 
Bolongna, che la prese a 1' uscita di giugno (^) 
nel detto anno, e poi si mori del mese di set- 
tembre (^). E cierto egli si sarebbe fatto signore 
d' Italia in piccolo tempo apresso, pure eh' egli 
ci avesse vinti. Ed era innordine da vincierci, 
però eh' egli era singnore di Pisa, di Siena, di 
Perugia, di Sciesi e di Bolongna e di tutte loro 
chastella, e il signore di Luccha l' ubidia, e 
simile i Malatesti e quello d' Urbino, e tutta 
la Lombardia sogioghava (3), ecietto Yinegia. 
Adunche la sua morte ci à fatti salvi e cre- 
sciere di singnoria per insino al dì d' oggi, 
come si vede, più per ventura o grazia di Dio, 
che per vertù o senno di chi ci à ghovernati; 
e parmi vedere che noi ne siamo montati in 
grande superbia e siamo trascorsi in tanto di- 



{') Il giorno de' 28. di giugno. Ghirard. Stor. di Bolog. 
lib. 28. (M.) 

(2) Mori il d. duca di peste in Marignano il di 3. di 
settembre di età d'anni 65. non compiti. Gio. Morell. Cron. 
V. Stor. Fior, del Poggio, e 1' annot. ove si corregge l' errore 
del Bos. Stor. di Milano, che afferma ch'egli morisse il di 
3. di Maggio; ma forse fu errore di stampa. (M.) 

(3) Teneva sotto il giogo. (M.) 



135 

sordine, che se forza cV imperadore o d' altro 
possente signore ci sopragiungie nel disordine 
che noi siamo, e sendo ancora in tanta divi- 
sione, quanto mi pare che sieno i possenti e 
magiori del regimento; i quali per loro spezia- 
lità e per 1' odio segreto, mi pare che abando- 
nino il bene e honore del nostro Comune; e 
veggio essere entrati nel nostro regimento, per 
difetto de' detti magiori, due condizioni di cit- 
tadini, ciò è giente nuova (') e molti giovani, 
i quali anno preso tanto di baldanza, per la 
divisione che vegiono ne' detti magiori, che 
cierto mi pare vedere che poco tempo possa 
passare, che questo stato non abia grande mu- 
tazione; se già Iddio non provede, che i detti 
magiori di buono cuore si pacifichino e tirino 
a una corda per lo bene comune e nonnimpe- 
dischano la giustizia, come a questi tempi tutto 
di fanno per le loro spezieltadi (*) ; e più sopra 
ciò non voglio scrivere al presente. 

Adi xxvni. di giungno 1' anno Mccccii. (^) 
entrai capitano di Bargha, e quello di senti' la 
novella della sconfitta, che a Chasalecchio in 
su quello di Bolongna aveano ricieuta la 
nostra giente d' arme, la quale fu mandata 
innaiuto di Giovanni Bentivogli signore di Bo- 



(•) La gente nuova e' subiti guadagni Orgoglio e 
dismisura han generata, Fiorenza, in te, si che tu già ten 
piagni. Dant. Inf. 16. (M.) 

(2) Particolaritadi. (M.) 

(3) Qui contro in margine del codice è scritto: Bar- 
gha 1402. 



136 

logna Q) capitanata da Bernarclone da Serra (^) ; 
per la quale rotta ne seghui la morte del 
detto singnore in Bolongna, e il conte Albe- 
righo da Barbiano (^) con sua giente d' arme 
entrò in Bolongna per lo duca di Melano (^); 
e due nostri ambasciadori che erano là, ciò fu 
Bardo Rittafé e Niccolò da Uzano, Bardo fu 
morto e Niccolò preso, il quale dipoi più mesi, 
pagliata la renzione, fu lasciato; e tornato a 
Firenze, mi disse eh' egli era stato tormentato 
di molta colla (^), e che in fine gli fu insegnato 
dire quello che voleano che diciesse e eh' egli 
lo disse e dipoi di sua mano lo scrisse per 
paura di non esser più tormentato; e che dipoi 
a Marignano fu menato dinanzi al duca di Me- 
lano e a molti di suo consiglio, dove fu letto 
quello che avea confessato e scritto; ciò fu, 
com' egli s' era trovato a ordinare la commes- 



("^) Egli fu di Guascogna. Bernardonus Bexnardi de 
Serris Capitaneus Gentis Armorum Comunis E'iorentiae, 
cosi nominato coli' occasione che egli dona 1' ^nno 1401. 
fior, 200. ai PP. Domenicani di S. Maria Novella di Firenze, 
perché ogni giorno in perpetuo celebrino una pessa per 
1' anima sua e di Antonio suo fratello. Protoc. di ser Paolo 
di Piero Banderai Arch. Gener. (M.) 

(^) A lui S. Caterina da Siena scrive una delle sue 
lettere. V. le copiose note alla medesima del P. Federigo 
Burlamacchi. In un libro di provvisioni del 1404. in Cam. 
Fise, egli è chiamato: Magnifico sig. M. Alberigo Conte di 
Cunio e Grande Conestahile del Reame di Sicilia, capi- 
tano di guerra ec. del Connine di Firenze. (M.) 

(^) Ammirato Stor. lib. 16. (M.) 

(•'') Colla, per corda, e collare, dar la corda ; collare 
dicono i marinari il tirar su la vela: collar la vela. (M.) 



137 

sione che mi fu data quando io andai amba- 
sciadore innAlamangna per fare passare il 
nuovo eletto imperadore, narando assai de' ca- 
pitoli veri, e oltre a quelli uno non vero, ciò 
fu, che a me fosse commesso che connogni (') 
spendio io operassi con alcuna cosa finta, che 
aparisse che il duca di Melano volesse fare ave- 
lenare il detto imperadore per innanimarlo, &c. 
(*) e che per quella comessione io avea trovato 
quello modo, per lo quale era stato morto il 
medico de lomperadore; e letta quella scritta, 
io la confermai a parole nelle dette presenzie, 
e poi fu' rimenato in prigione. Andunche, Bo- 
naccorso, ghuardati, che tu non capiti nelle 
forze del duca di Melano, e me debbi avere per 
iscusato, &c. Per le quali cose pensai che detto 
duca si volesse falsamente scusare, e per ispe- 
ziale a' signori di Francia. 11 perché io scrissi 
una lettera al duca d' Orliens, e avisalo di tutte 
le predette cose, conchiudendo nonnesser vero 
che della morte del maestro Ermanno medico 
de lomperadore io ne fossi stato in alcuno 
modo operatore, come falsamente e per mar- 



(') A qualunque costo. Franz, quoyqu^ il en deiist 
couster. (M.) 

(2) D. Luca dalla Scarperia nella sua Cronaca ms. re- 
gistra uno intero capitolo all'anno 1401. con questo titolo: 
Chome il nuovo eletto imperadore iscripse a' Fiorentini 
come il ducha di Melano V avea voluto fare avelenare al 
medico suo; e vi si narra la storia tutta del tradimento e 
il sevei-o gastigo che ne riportò il traditore. Confidenza usata 
dall' imperatore co' i Fiorentini, a riguardo per avventura del 
beneficio ricevuto in questo fatto da Buonaccorso Pitti, come 
alti'ove s' è detto. (M.) 



138 

torio fu fatto dire da le gienti del duca di 
Melano &c. e che se, per mantenerne la mia 
verità e honore, gli paresse eh' io andassi alla 
sua presenzia e del re e degl' altri signori, che 
gli piaciesse farmene avisare, e che io sarei 
subito alla sua presenzia e chiarirei (') lui e 
ciascuno della verità di ciò e di mia inno- 
cienzia, &c, 

Esendo io nel detto uficio di Bargha, ricevei 
lettere da' X. della Balia, per le quali mi 
comandarono che io rompessi le strade che 
andavano da Pisa a Melano, per lo quale co- 
mandamento io feci pigliare undici muli che 
portavano xxii. balle di lana d' Inghilterra a 
Bolongna, comperate a Pisa da Franciescho 
Bonconti in nome di Lippo di Muccierello da 
Bolongna, e fecile pigliare in su quello d' Al- 
berguccio da Monte Cuccoli, che era acoman- 
dato (*) del duca di Melano ; e ridotto la preda 
a Bargha, subito il Signore di Luccha (^) mandò 
a Firenze a dolersi, diciendo che le lane erano 
di suoi merchatanti lucchesi, domandando che 
gli fossono rendute e con parole quasi di mi- 
nacele. Il perché i nostri Signori dubitando 
che '1 detto Signore di Luccha non si scoprisse 
del tutto nimico del nostro Comune, mi scris- 
sono eh' io faciessi rendere quelle lane nelle 
mani d' uno commesario del Singnore di Luccha, 
e che de' muli io ne faciessi ragione a chi 
gì' aveva presi, però che erano d' uomeni sotto- 



(') Franz, Esclaircir ; chiarire, far chiaro. (M.) 

(2) Da accomandare. Accomandita, e a Dio V acco- 
mando, che dìceano gli antichi, (M.) 

(3) Paolo Guinigi. (M.) 



139 
posti al duca di Melano. A la quale lettera io 
none ubidi', ma prestamente scrissi a' Signori e 
mandai loro le lettere trovate a uno de' vettu- 
rali, le quali chiarivano come di sopra dico, 
preghandoli che piaciesse loro di non fare 
torto a coloro che per comandamento ragione- 
vole r aveano tolte e predate. Il quale mio 
scrivere poco giovò ; ma i Signori, per dotta (^) 
di quello che di sopra dico, e anche sendone 
solicitati da Bartolomeo Corbinelli, che era 
de' X. della Balia, il quale era ed è singhulare 
amico del detto di Luccha, mi risposono e co- 
mandarono eh' io dessi le dette lane nelle mani 
d' uno de' loro mazieri, per chui mi mandarono 
le lettere, espressamente minacciandomi che 
s' io nolle rendessi, eh' io non aspettassi più 
loro lettere, ma eh' egli mi farebono tale sen- 
gno di punizione, che sarebbe essempro &c. Il 
perché, vedute dette lettere, consegnai le dette 
lane nelle mani del loro maziere, e i muli di- 
strebui' a coloro che gì' aveano presi ; e il ma- 
ziere consengnò le lane a uno commessario del 
detto di Luccha. E innanzi eh' io uscissi di 
quello uficio, occorse che '1 detto di Luccha 
serrò le strade sue che veniano a Firenze (^) ; il 



Q) Dotta. Dubbio, tema. Franz. Doute. (M.) 
(^) M. Iacopo d' Alamanno Salviati Diar. Ms. dall' an. 
1398. al 1410. racconta d' essere stato mandato il di 27. set- 
tembre 1402, ambasciadore a Pagolo Guinigi Sig. di Lucca, 
in apparenza per ottenere che la mercanzia di Fiorentini, 
venuta da Genova e fermata a Pietra Santa, fosse lasciata 
andare a Firenze, e per alti-e cose appartenenti alla libertà 
del commercio; ma in verità per parlargli segretamente, 
come egli fece, sopra certa materia che assai importava 
circa il dominio di Pisa. (M.) 



140 

perché di nuovo i X. della Balia mi scrissono 
eh' io faciessi di nuovo rompere, come per le 
prime mi comandarono. Mandai loro uno mio 
notaio a dire che io non nera disposto a stra- 
ziare gì' uomeni di Bargha e i soldati che 
v' erano, e che poi a petizione del Singnore di 
Luccha fosse fatto loro torto; ma che se vo- 
leano che il Signore di Luccha non tenesse i 
modi contro al nostro Comune che tenea, che 
a me dava il cuore di farli ribellare tutta la 
Garfagnana di sopra e di torli assai chastella, 
dove di già ni' era stato dato intendimento ( *) ; 
e che se a ciò fare il nostro Comune non si 
volesse scoprire, che lasciassono fare a me con 
questo modo, ciò è, che essi mi dessono segre- 
tamente le paghe per 1. cavalli e ce. tra fanti 
e balestrieri, e che io rubellerei Bargha e So- 
mocolognole (') e bandirei la barateria (^) a fare 
ghuerra e dare ricietto (^) &c. E che per 
più loro coverta, io era contento che essi mi 
sbandissono e mettessono in prigione la mia 
donna e i miei figliuoli. Tenono di ciò praticha, 
e innefetto risposono che non era tempo da 
fare quello &c. e che quando fosse tempo, che 
m' arebono a mente. E dipoi, poco innanzi che 



(') Fatto intendere, che erano d' accordo ; dal verb. 
intendersi, Inter aliquos convenire. Oggi più comunemente 
diciamo intelligenza. Franz. Intelligence. (M.) 

O Oggi Sommocologna. Rocca antica sopra Barga. (M.) 

(^) Qui per rappresaglia. Franz. Bepresailles. E 1' una 
parola e l' altra esprimono quel danneggiarsi scambievol- 
mente o per forza e per inganno, eh' è la prima massima 
della guerra. (M.) 

(*) E ricevere e assicurare i ribelli e i desertori. (M.) 



141 

io uscissi d' ufìcio, maestro Andrea da l' Ancisa, 
che stava a Luccha, segretamente per uno suo 
confidato (^), come il Signore di Luccha avea 
presentito da uno de' X. della Balia quello che 
io avea loro oferto di fare contro allui, per la 
quale cosa egli avea ordinato che cierti soldati 
del duca di Melano mi pigliassono a l' uscita 
che io faciessi di quello uficio, e che per tutte 
le strade avea proveduto che io non passassi, 
se non per la strada diritta che viene da Bar- 
gha a Luccha. Per lo quale aviso, il di che io 
usci' dello uficio, non mi parti' di Bargha. Stetti 
mi. di; e poi una notte; adi vi. di gienaio, alle 
tre ore, mi parti' con questo modo, ciò è, che io 
feci montare a cavallo il mio cavaliere (^) ve- 
stito di miei panni e' miei famigli; e io a pie 
con una rotella in braccio e con una chiave- 
rina (•^), in compagnia di xx. ghagliardi fanti 
Barghigiani e di xiiii. balestrieri soldati ; e quella 
notte venni innanzi di insino al ponte a Mo- 
riano, e poi montai a cavallo e venine da San 
Gienaio e poi a Pescia. E la detta notte tro- 
vamo ghuardie al ponte a Calavorlo, i quali 
vegiendoci cosi forti, e perché di richeto {*) 
già parte di noi erano in sul ponte, per lo loro 
meglio ci lasciarono passare. E dipoi al ponte 



(') Oggi diciamo, per un suo fidato o confidente; sup- 
plisci: mi disse. (M.) 

(-) In latino de' notai, socius miles. (M.) 

(^) Quasi piccola clava. Franz, iavelot. Giavellotto, Gip. 
Vili. (M.) 

(*) Di cheto, chetamente. (M.) 



142 

a Chifenti (') trovamo anche ghuardie, le quali 
aveano preso il ponte, per modo che quello non 
potemo passare; il perché a quello di Moriano 
venimo a passare, e quivi non trovamo ghuardie. 
E nel detto tempo eh' io stetti a Bargha, esendo 
io stato informato che uno Cristofano di Bar- 
zuglino segretamente si ritrovava con cierti 
sbanditi di Barga, e per ispeziale con uno suo 

fratello e con uno Nerone di , feci pigliare 

il detto Cristofano; e trovai che avendo io a 
r entrata eh' io feci nello uficio fatto mettere 
dentro in Bargha tutto il grano acovonato ('), 
per la presa che '1 duca avea fatta di Bolon- 
gna, e sendone piene tutte le chase, il detto 
Nerone richiese il detto Cristofano a mettere 
fuoco una notte in molte chase di loro nemici, 
faciendo stima d' avere tutti gli sbanditi di 
Bargha con molti fanti di quello di Luccha di 
loro amistadi, i quali, quando vedessono apreso 
il fuocho, venissono a una porta e tagliassonla 
con r aiuto d' alquanti di loro, che per una 
fogna doveano entrare dentro a mettere il 
fuoco. E subito coni' io 1' ebi preso, Barzuglino 
suo padre se ne fuggi; perché il detto suo 
figliuolo gì' avea detto lo ragionamento che 
Nerone gì' avea fatto, de la qual cosa esso 



(• ) Dal Lat. Confluentes. Da questa voce, Conflaus presso 
a Parigi, dove il fiume Marna sbocca nella Senna; Cohlentz 
in Germania, ove si congiugne la Mosella col Reno ; e molti 
altri luoghi e città. (M.) 

(^) Accovonato; segato e legato in covoni. E covone è 
il lat. inanipulus. Diciamo ancora abbicato, messo in bica, 
cioè i)i apicevi. (M.) 



143 
r avea ripreso, e per tenerezza del suo figliuolo 
a me non l' avea revelato. Feci tagliare la testa 
al detto Christofano, e al padre diedi bando e 
confischai il suo. 

Adi primo di maggio (') l' anno Mcccciii. 
intrai ghonfaloniere di compagnia : furono miei 
compagni Giovanni di Lodovico di Banco, Fan- 
tone di Naldo Fantoni, Neri di ser Frescho, 
Chello di orafo, Fruosino di Franciescho Spi- 
nelli, Lapo di Giovanni Mccolini, Niccolò di 
Marco Benvenuti, Nofri di Giovanni Siminetti, 
Antonio di Iacopo del Yingna, Marco di Ghoro 
degli Strozi, Lionardo di Tomaso da C areggi, 
Vieri di Avieri Ghuadangni, Bartolomeo di laco- 
pone Glierardini, Lorenzo di Tomaso Baronci e 
Andrea Ciofì maestro di murare. 

E nel detto anno per aviso che uno prete 
pisano diede a' X. della Balia, ciò fu, che a 
una porta rimurata antichamente di Pisa, la 
quale era rimurata di mattoni al pari del muro 
di fuori, e cosi da lato dentro di matone sopra 
mattone, e nel mezo era voto; e che a quella 
porta non si faciea alcuna ghuardia. 11 perché 
i detti Dieci lo dissono con uno grande mae- 
stro d' ingiengni ('), che avea nome Domenico (^), 



Q) Qui contro nel margine del codice è scritto : Gonfal. 
di Compagnia pf maggS' 1403. 

Q) Maestro iV ingegni, cioè di macchine, da noi detto 
ingegnere. (M.) 

("') Il Morelli nella Cronica nomina più volte il maestro 
Domenico da Firenze ingegnere del duca di Milano in quel 
tempo sig. di Pisa. Potrebbe per avventura esser quegli, che 
è sepolto in Pisa avanti la maggior porta di S. Niccola, ove 
è un lastrone di marmo coli' arme che pare un leone ram- 



144 

il quale, udito eh' egl' ebbe, andò sconosciuto a 
vedere la detta rimurata; e perché dalla parte 
di fuori erano rimase le buche di ponti quando 
si rimurò, vidde esser vero che dentro ella era 
vota. Tornò a' X. e disse loro come metterebe 
cierta quantità di polvere da bombarda (*) nel 
voto di quella porta per quelle buche e che 
poi le darebbe il fuoco; e che sanza dotta in- 
nuno momento la forza di quel fuoco gitte- 
rebbe quelle mura di mattoni per terra dentro 
e di fuori. Il perché i Dieci elessono due di loro, 
ciò fu messer Rinaldo Gianfigliazi e niesser Fi- 
lippo de' Maghalotti, e elesson quatro cittadini 
per loro compagnia, ciò fu messer Maso de- 
gl' Albizi, Bartolomeo di Bardo Altoviti, Betto 
di Giovanni Rustichi e me. Andamone a Sani- 
miniato, e quivi a Santa Grhonda (^) con tutta 
la nostra giente d' arme da chavallo e da pie, 
e con grande quantità di fanti contadini e del 
distretto, lasciamo messer Rinaldo perché si 
sentia malato, e noi tutti n' andamo alogiare a 
la Badia a Sansovino {^) e per 1' altre stanzie {*) 
ivi presso, e al di seghuente stemo fermi in 



pante, e questa inscrizione : Hoc tumulo Magistri Dominici 
Magistri Mathei de Florentia Architectoris eximii sita sutit 
ossa, qui obiit Anno Domini MCCCCLXVI. die Vii. lulii. 
Quocum claudentur haeredes. (M.) 

(') Fr. Poudre de canon, noi polvere d' archibuso. (M.) 
(2) Cioè S. Gioconda, già monastero di Camaldolesi. (M.) 
(^) S. Savino, insigne antichissima badia de' Benedet- 
tini, poi de' Camaldolesi vicino a Pisa. V. 1' amplissimo stru- 
mento di sua fondazione nel cod. 1249. in fol. della Stroz- 
ziana. (M.) 

(*) Ora abitazioni. Quartieri, Lat. Stationes. (M.) 



145 

quello luogho, perché sentimo clie a quella 
rimurata i Pisani aveano proveduto con tagliate 
fatte dalla parte di fuori, e facieno buona 
ghuardia. Diliberamo andarciene a Livorno e 
quello combattere con molti ingiengni e forze; 
e arivati a Livorno, trovamo 1' aveano fornito 
di molti buoni balestrieri. Demovi una bat- 
taglia, e perdemovi de' nostri, morti di tratto (') 
e di bombarde (^). Partimociene e ritornamo- 
ciene a Firenze con poco lionore. lo v' andai 
con xml. chavalli, ed ebbi il salaro per quattro, 
ciò è f. II. d' oro il di. 

Adi XX di Febraio 1' anno detto entrai vi- 
cario di Valdinievole (3), e adi xxvi. d' aprile nel 
1404. i Signori mandarono per me, e manda- 
ronmi ambasciadore (^) a Buciquald (*) ghover- 
natore di Gienova per cagione di grande quan- 
tità di lane e altre merchatantie, che avea 



e) Di tratto. Di strali che si traevano colle balestre. 
Franz. Trait. (M.) 

(-) Delle bombarde e della loro orìgine v. la par. IL 
de' Discorsi Accad. del sig. abate Anton Maria Salvini, 
disc. Lii. V. il Valturio de re militari, dedicato a Sigismondo 
Malatesta Sig. di Rimini, ms. in S. Lorenzo. (M.) 

("^) In margine del codice è qui scritto: Vicario di 
Valdinievole. 

(■*) Il Morelli nella sua Cronica parla dell' ambasciata 
di Buonaccorso a Genova a Buccicaldo, insieme con gli 
altri. (M.) 

(•') Giovanni le Maingre, detto Boucicaut [che il Poggio 
chiama Ioannem cognomine Buccicaudam ] valorosissimo 
soldato, celebre nelle istorie, creato maresciallo di Francia 
r anno 1391. e governatore di Genova per Carlo VI. 1' anno 
1401. Fu grand' amatore della poesia, e compose ballate e 
altre canzonette secondo 1' uso de' suoi tempi. (M.) 

10 



146 

arestate di nostri Fiorentini, diciendo che quelle 
volea tenere per sua sicurtà, che noi non fa- 
ciessimo ghuerra a mess. Ghabriello Maria Si- 
gnore di Pisa, il quale era acomandato al re 
di Francia, della quale cosa avea avisato qui 
innanzi che arestasse le dette mercantie, e non 
parendogli avere buona risposta, fecie il detto 
aresto; e dipoi che ebbe fatto il detto aresto, 
che valea circha a f. ce. milia d' oro, diciea che 
noi lo dovevamo perdere ; perché dipoi eh' egli 
avea ricievuto messer Ghabriello per racoman- 
dato del re e che ciel' avea singnifichato, la 
nostra giente avea fatta ghuerra a Pisa. Il 
perché i Signori mi mandarono a chiarillo, come, 
dipoi che cielo singnificò, nostra giente non 
avea fatta al detto alcuna ofesa, e pregharlo che 
rendesse le loro mercantie a' nostri mercanti e 
eh' io gli promettessi che alcuna ofesa (^) si 
farebbe al detto, se in prima egli non ne fosse 
avisato ; e eh' io lo preghassi che ci lasciasse 
fare la ghuerra incominciata innanzi eh' egli 
avesse preso per acomandato &c. Andai, e sposta 
la mia ambasciata, esso mi rispuose che la detta 
merchantia non renderebbe, se in prima noi 
non faciessimo pacie o buona trieghua col detto 
di Pisa. Scrissi a Firenze; il perché elessono 
messer Filippo Corsini, messer Rinaldo Gianfi- 
gliazi, messer Tomaso Sacchetti e Bartolomeo 
Corbinelli che venissono a Gienova, e dierono 
a loro e a me commessione di fare sicuro Buc- 
ciquald, che noi non ofenderemo il Signore di 



Q) Suppl. non. (M.) 



147 
Pisa. Arivati a Gienova detti mi., fumo con 
Bucciqualt e dopo molte pratiche tenute, egli 
ci menava (') per parole, credendo che noi 
avessimo commesione di fare con lui una legha, 
la quale altra volta ci avea domandata, e pra- 
ticatone con Angnolo (^) di Filippo di ser Gio- 
vanni, che altra volta v' era andato per amba- 
sciadore ; il quale Angnolo glie n' avea data 
tanta intenzione, che già n' aveano fatto capi- 
toli, e poi non conchiuso, perché detto Angnolo 
non avea la comessione, ma che verebe a Fi- 
renze per essa e tornerebbe a lui, e mai non vi 
tornò ; della quale cosa egli s' era tenuto beffato 
&c.; e queste parole disse a me solo, richegien- 
domi per fede e amor eh' io portava al re, 
eh' io gli diciessi se noi avessimo mandato da 
fare la detta legha. Dissili e giurali che non 
eh' io sapessi, ma che io sarei cogl' altri miei 
magiori, e richiedereli che mi diciessono se di 
ciò aveano alcuna commessione. Andai e dissi 
co' detti miei magiori quello che Buciqualt 
m' avea detto e quello eh' io gì' avea risposto. 
Imposommi eh' io tornassi a lui e eh' io gli 
diciessi che di legha alcuna • commessione 
nonnaveano. Tornai a lui e fecili la risposta. 
Alora disse: andunche non bisognava che ci 
venissono; però che molto più e più tosto arei 



(') Mentiri noctem, promissis ducere amantem. Pro- 
perz. (M.) 

C) E il celebre Agnolo Pandolfìni, autore del Trattato 
del Governo della Famiglia, citato dal Vocabolario. Di lui 
molto parla il sig. abate Salvino Salvini ne' Fasti Consolari 
dell'Accademia Fiorent. a e, 498. (M.) 



148 

fatto e conchiuso con teco solo, che con loro. 
Tornai da loro ; e referito suo dire, diliberamo 
che Bartolomeo e io venissimo a Firenze a re- 
ferire &c.; e venuti e referito a' Signori e Colegi 
e a' X., diliberarono scrivere a' tre chavalieri 
che conchiudessono la trieghua che Bucciqualt 
volea per lo meno per tre anni, e cosi ferma- 
rono e riebonsi le mercatantie con molto più 
spendio che non bisognava, sicondo il dire ne 
fecie Buciqualt, il quale credetti per molte 
buone ragioni &c. 

1404. Adi primo di novembre entrai del 
numero de' Signori Priori (') in compagnia di 
Donato di Michele Yelluti, Luigi Mannini, Sal- 
vadore di Bondi del Chaccia, Paolo di Gino 
de' Nobili Ghonfaloniere di Giustizia, Simone 
di Arrigo Bartoli (^) aghoraio, Lapo Martini, 
Iacopo di Franciescho Ghuasconi, Giraldo di 
Lor.^° Giraldi. 

Adi primo di giennaio entrai Consolo de 
r Arte della Lana in compagnia di Piero d' An- 
gnolo Capponi, messer Forese Salviati, Paolo 
di Piero degl' Albizi, Antonio di Piero di Fronte, 
Bartolo di Nofri Bischeri, Antonio di Lionardo 
degli Strozi e Sandro di Fran.^*' Baroncielli. E 
poi adi XVI. del detto gienaio entrai de 1' uficio 
degl' Otto della Ghuardia in compagnia di mes- 
ser Vanni Castellani, Bertoldo di messer Filippo 
Corsini, Guiglielmo di Bardo Altoviti, Iacopo 
di mess. Rinaldo Gianfìgliazzi, Angnolo di Gio. 



(1) In margine qui contro è scritto nel codice : De' Priori 
1404. 

(2) Questo nome in corsivo è supplito dalla stampa. 



149 

da Pino e Andrea di Berto (') vinattiere e 
Iacopo di Gilio Schiattesi, 

1405. Adi XV. di settembre nel mccccv. entrai 
de' xn. del Collegio in compangnia di Mcolò 
d' un altro Niccolò di Gherardino Gianni, di 
Brunetto di Prese da Yarazano, Iacopo Orlandi, 
Bernardo di Pierozo Peri, Giovanni di ser Ber- 
nardo Carchelli, Marcho di Ghoro delli Strozzi, 
Giovanni d' Andrea Minerbetti, Corso Chanacci, 
Agnolo di Filippo di ser Giovanni, Piero di 
Giovanni d' Andrea dal Palagio, Antonio di 
Giovanni Compagni. 

Nel detto anno adi v. di giennaio andamo 
Bartolomeo mio fratello e le nostre donne al 
Bagno a Petriuolo ('). Era la Lisa donna di 
Bartolomeo stata malata gran tempo, e i medici, 



(*) È della famiglia degli Adriani, ed è il padre di 
mess. Virgilio avvocato, e questi di mess. Marcello, che fu 
celebre letterato, professore di lettei-e greche e latine nello 
Studio di Firenze sua patria, e segretario della Eep. Fioren- 
tina, chiamato altresì col patronimico, Marcello Virgilio; 
figliuolo di questo Marcello fu Gio.- Batista l' istorico e suc- 
cessore del padre nella cattedra. (M.) 

{^) Traile lettere mss. del Poggio ve ne ha una a Gua- 
rino Veronese, che comincia: cum essem in Balneis Petrio- 
lanis reclditae sunt mihi abs te suavissimae literae; dopo 
la quale, altra ne segue scritta a Niccolò Quinto Som. Pont, 
che principia : Redii Florentiam ex Balneis, S. P. spe magìs 
recuperandae pristinae valetudinis, quam fiducia restitutae. 
Videor tamen in diem meliuscule me j^&dibus esse finnio- 
ribus, qui quamvis omni tumore vacent, diutina tamen 
lotione facti sunt nervis teneriores. Di questi bagni posti 
nello stato di Siena eruditamente e a lungo ne parla il sig. 
dott. Flaminio Pinelli da Montalcino, in una Lettera de'' Bagni 
di Petriuolo al nostro sig. dott. Anton Francesco Bertini, 
stampata in Roma nel 1716. (M.) 



150 

non conosciendo la sua malatia, consigliarono 
il bagno. Ghuari, e tornati a Firenze ingrossò 
e poi partorì uno figliuolo maschio, che di nove 
figliuoli avea fatti per lo passato, erano state 
tutte femine. Adunche ci parve che quello 
bangno faciesse bella sperienzia, e però ne fo 
ricordo. 

1406. Adi xvn. di giugno nel mccccvi. entrai 
podestà di Montespertoli, e sendo nello uficio, 
i Signori e Colegi m' elessono per mandarmi 
ambasciadore a lo re Lanzelao e al papa a 
Koma. Rifiutai con tali ragioni, che io fui 
licienziato. 

Adi XVI. di giennaio andai ambasciadore al 
papa eh' era a Marsilia, e poi in Francia al 
re e agi' altri signori per cierchare la libera- 
zione di mess. Bartolomeo Popoleschi (') e di 
Bernardo Ghuadagni ambasciadori del nostro 
Comune, i quali erano presi a posta del duca 
d' Orliens e del duca di Borghogna (^), perchè 
dicieano che noi tenavamo Pisa eh' era loro. 
Arivato eh' io fu' a Parigi, trovai messer Alberto 
di Pepo degli Albizi, il quale era là e avea 
commessione con mecho della detta ambasciata. 
E in brieve il detto d' Orliens, che gli tenea in 
prigione a Blois presso a Parigi a 3. giornate, 
fu contento che detti prigioni venissono a Pa- 
rigi, promettendo eglino e noi che sanza sua 
licienzia non si partirebbono di Parigi. Venono 
a Parigi, e stando in pratiche della loro libe- 



Q) Fu lettore di legge nello Studio fiorentino. (M.) 
(^) Che con assoluta autorità governavano la Francia 
per la nota infermità di Carlo VI. (M.) 



151 

razione, occorse che il duca di Borgliogna con 
grande tradimento adi xxiii. di novembre a 
tre ore di notte nel mccccvii. fecie uccidere il 
duca d' Orile ns ('); e innanzi che questo caso 
occorresse, essendo il detto messer Alberto e 
io andati a Sanlis ("•) dietro al detto d' Orliens 
per solicitare la liberazione de' sopradetti, una 
sera di notte il detto d' Orliens mandò per me 
solo. Andai, trovalo innuna camera che giu- 
chava con altri signori. Dissemi che volea che 
io giucassi con loro. Risposi eh' egl' era più 
d' otto anni che io avea lasciato il giuoco, e 
che non gli dispiacesse, eh' io non giucherei, e 
per ispeziale esendo io ambasciadore ; ma che 
quando ci avesse liberati i prigioni e gli pia- 
cesse eh' io giuchassi, eh' io 1' ubidirei. Rispose 
che la mia scusa dell' essere ambasciadore non- 
nera buona, che tanto più tosto dovevo giu- 
chare a sua richiesta per farli piacere. Risposi 
che io per fargli piacere giucherei, ma che io 
non avea portato da Firenze danari, se non per 
ispese. Alora disse : va, siedi, giuca de' miei ; e 
missemi innanzi gran quantità di scudi d' oro. 
Cominciai a giuchare, e in fine il giuoco fu 



(1) Per rimaner solo nel governo, lo fece uccidere, mentre 
egli ritornava di notte dalla corte a casa, da' suoi sicarj, che 
carico di ferite lo lasciarono morto nella pubblica strada. 
Omicidio che fu cagione alla Francia d' infinite calamità. (M.) 
A questo punto in margine del codice è scritto: Morte del 
duca d' Orliens 1407. 

(■) Senlis. Lat. Auyustomagus e Sylvanectum o Silva- 
nectus, per ragione delle molte selve circonvicine. Città altre 
volte della Gallia detta Belgica, oggi dell'Isola di Francia 
nel ducato di Valois. (M.) 



152 

tale, che io vi perde' quella notte scudi cin- 
queciento d'oro. La mattina per tempo montai 
a cliavallo, e andai a Parigi per acliatare, per 
rendere al duca, e per avere degl' altri per cier- 
care di risquotere la perdita. E giunto a Pa- 
rigi, il primo richiesi lo 'ngrato massaio di 
200. f., disse non potere e neghomeli. Richiesi 
Bartolo di Bernardo di Gino di ciento; presto- 
meli. Richiesi Luigi di Bartolomeo Giovanni 
di ciento ; prestomeli. Richiesi Michele de' Pazi 
di ecc.; disse eh' erano presti. Richiesi Baldo 
di Ghuido Baldi di ecce; disse che erano presti. 
Richiesi Calcidonio degl' Alberti di 500., disse 
non avea de' contanti, ma che s' io volea, gli 
torebbe a cambio per qualunche luogho. Dili- 
berai non provare più amici, aciettai da Calci- 
donio che pigliasse a cambio per Mompulieri (^) 
fr. 500. d' oro ; e con quelli e con quelli ebbi 
da Bartolo e da Luigi, n' andai a ritrovare il 
ducha e posili in mano innuna borsa i suoi 
500. se. d' oro. Feciene festa comendandomi t&c; 
e dopo desinare il giuocho si cominciò, dove 
vinsi circa a se. ce. d' oro, e il di seghuente 
esso duca con tutta sua compagnia se ne venne 
a Parigi; e dopo moltissime volte accozatici a 
giuoco, io rimasi in vincita avanzati di circha a 
scudi 2000. d' oro, innanzi eh' egli fosse morto (^). 
E dopo la sua morte i detti messer Bartolomeo 



(•) Franz. Mompellier, e Montpelier. Lat. Monspessulus, 
Monspessulanus. Città e università celebre della Francia, 
situata nella Linguadoca. (M.) 

(*) Qui vale ammazzato. Petr. Canz. 20. 6. Che questo 
è 'l colpo, di che amor m' ha morto. (M.) 



15B 

e Bernardo furono dalla duchessa e da' suoi 
figliuoli licienziati e liberi, e tornaronsi a Fi- 
renze. Io mi rimasi a Parigi e stetti infino al 
settembre; e poi mi parti' e tornai qui in Fi- 
renze adi XII. d' ottobre nel mccccviii. e trovai 
eh' io ero Consolo dell' Arte della Lana. 

1408. Adi XV. di diciembre entrai de' Maestri 
della Ghabella del vino, compagno di Bel- 
charo Seragli e del maestro Christofano (') di 
Giorgio, Michele Acciainoli, Nofri di Palla degli 
Strozi. 

1409. Adi 6. di luglio nel mccccviiii. entrai 
capitano della Ghuardia di Pisa (^) e il di se- 
ghuente fu coronato papa Alessandro ('^), il quale 
fu asunto papa per lo concilio che a Pisa si tenne 
ne' detti tempi, dove poco tempo apresso lo re 
Luigi venne a Pisa come conleghato del nostro 
Comune, la quale legha io promossi, ciò è, che 
tornando io di Francia, e vicitando lo detto re, 
che era in Provenza, parlando con lui de' fatti 
da Firenze, e come tra i Fiorentini e lo re 
Lanzelao era entrata discordia &c. (^), in fine 



(') In S. Croce di Firenze si legge la seguente inscri- 
zione: Sep. Magistri Christopliani Georgii de Brandaglinis 
Doctoris in Medicina & suonivi. Questa famiglia si disse 
ancora de' Brandolini. Maestro Cristofano sedè tre volte 
de' Priori, e fu lettore nello Studio di Firenze. (M.) 

(2) In margine nel Codice : 1409. Capitan di Pisa. 

(2) Alessandro Quinto. (M.) 

(^) Tutta questa istoria è raccontata minutamente nelle 
sue Memorie mss. da mess. Iacopo d' Alam. Salviati, che due 
volte fu spedito ambasciadore al ve Ladislao per questa 
cagione; ed ebbe dipoi gran parte nella guerra che ne 
segui. (M.) 



154 

egli mi commisse, che quando io vedessi tempo, 
che fosse da venire egli a legha col nostro 
Comune, che io gli scrivessi, e che per altri 
che per mia lettera non manderebbe suoi amba- 
sciadori &c. E giunto eh' io fui a Firenze, re- 
feri' co' nostri Signori e co' X. della Balìa, i 
quali X. poco tempo apresso mi feciono scri- 
vere al detto re che mandasse suoi ambascia- 
dori, i quali venono, e dopo molte pratiche la 
legha si conchiuse (') con lui e poi il papa 
entrò nella detta legha (^). 

Esendo io a Pisa capitano, mi fu arechata 
innanzi una maladetta impresa, ciò fu che 
m. Mariano Gasassi (^) maestro dello spedale 



(') La lega si conchiuse in Firenze il di 12. di giugno, 
essendoci il card. Baldassar Coscia venuto da Bologna, per 
andare a Pisa al Concilio, per la creazione del papa. Salviati 
Mem. mss. an. 1409. (M.) 

(-) Alessandro Quinto eletto dal Concilio di Pisa il di 
26. di giugno 1409. entrò nella lega de' Fiorentini col re 
Luigi, col card. Coscia legato e quasi signore di Bologna, e 
co' Sanesi, co' patti riferiti da Scip. Ammir. Stor. Fior, 
lib. 17. (M.) 

(2) Era egli nobile pisano. In un antico priorista a 
famiglie della città di Pisa, Cod. 202. in foglio della Stroz- 
ziana, si trova essere unicamente seduto de' Priori di questa 
casa nel 1408. Andrea di mess. Gherardo Casassi fratello 
di Mariano. Questo cognome è dichiarato dal latino, veden- 
dosi in Pisa nella chiesa di S. Paolo all' Orto il sepolci'o del 
suddetto loro padre, che dice: Hic iaeet Gherardus Nohilis 
Miles de Domo Assorum. qui ohiit Anno MCCCLXXXXV, 
siccome i Casapieri, pur di Pisa, si trovano enunciati in 
antichi monumenti, de Domo Petri. Credo in dialetto pisano 
ca.9' Assi, per casa degli Azzi. (M.) 



155 
d' Altopascio ('), ghuastava e disolava (') quello 
benifìcio, e cosi trovai essere la verità; però 
che avea vendute molte possesioni del detto 
spedale, per le quali cose meritava esser pri- 
vato di quello benifìcio. 11 perché ne diedi una 
suplicazione a papa Alessandro, che lo privasse 
e che quello beneficio investisse a Cione di 
Franciescho mio nipote ; e la detta suplicazione 
diedi per consiglio del cardinale che era leghato 
di Bolongna, ciò è messer Baldassarre Coscia, 
che {^) oggidì è papa per la grazia o disgrazia 



(') Altopascio, nome corrotto da Altopasso. Era questo 
un ordine di frati di S. Agostino, che avevano per loro prin- 
cipale instituto l' alloggiare e servire i pellegrini ; e lo spe- 
dale, del quale qui si parla, è quello dell' Altopascio situato 
nel Dominio Fiorentino, e nella diocesi di Lucca, eh' era il 
convento primario, capo di tutto l' ordine, e residenza del 
maestro generale, al quale tutti gli altri maestri rendevano 
obbedienza. Dal numero de' frati serventi si cavavano alcuni 
nobili, e armavansi cavalieri con obbligo di assistere a' ponti 
eretti dall' ordine per comodo de' pellegrini, e da questi ponti 
ebbe origine il nome di Altopasso. In Tolomeo da Lucca 
Altus Passus. (M.) 

(^) Questa desolazione fu opportunamente riparata da 
mess. Giovanni di Piero Capponi cav. di Malta, creato maestro 
generale dell' Altopascio da Eugenio IIII, con sua bolla del 
di 4. di marzo 1445. origin. appresso il sig. sen. co. cav. 
Ferrante Capponi. Il che mosse per avventura Sisto UH. 
l'anno 1476. a concedere il padronato di questo insigne bene- 
ficio a Bartolomeo e Niccolò fratelli del suddetto m. Gio- 
vanni e a' loro descendenti in perpetuo. Il qual padronato 
fu permutato da' Capponi 1' an. 1585. col Gran Duca di Toscana 
Francesco I. in tre commende della religione militare di 
S. Stefano. (M.) 

(^) Baldassar Coscia fu eletto papa l'anno 1410. e de- 
posto r an. 1415. nel Concilio di Costanza. (M.) 



156 

di Dio ('); il quale mi confortò eh' io la dessi, 
e che s' adopererebbe connogni sua possibilità, 
che io n' arei la mia intenzione ; e dipoi eh' io 
r ebbi data, solicitando io il detto leghato che 
ne parlasse al papa &c. mi rispose diciendo: 
io non ti posso attenere quello, che di questa 
facienda ti promissi, però che a me è stato 
parlato in contrario da tale cittadino, che per 
nulla io farei contro al suo volere; ma per lui 
anche non farei contro atte; sicché va e soli- 
cita con altri e veratti fatto. Dolsimi con lui, 
diciendo che io non arei fatta la 'mpresa, se 
non fosse per lo suo consiglio e conforto me 
n' avea dato e promesso ; ma che dipoi eh' io 
r avea fatta, che io la seghuirei, sperando nella 
giustizia &c. Alora mi disse, e missemelo in 
segreto, che Niccolò da Uzano (^) m' era con- 
trario e eh' io operassi che egli non mi faciesse 
contro &e. Parlai con Niccolò nella presenzia 
di messer Bartolomeo Popoleschi, diciendo: io 
ò sentito &c. Preghalo &e. Rispose, eh' egli era 
tanto obrighato a messer Mariano eh' egli non 
gì' avea dineghato di parlare per lui, e che 
n' aveà di già parlato, non sapiendo eh' io n' a- 



Q-) Parole tralasciate dalla stampa. 

(*) Niccolò da lizzano, disceso da i Cattani da lizzano 
in Valdigreve, fu ne' suoi tempi cittadino di grandissima 
autorità nella Repubblica Fiorentina, siccome è noto per le 
Istorie. E quanto egli fosse amico e confidente del cardinale 
Baldassarre Coscia, poi papa Giovanni XXIII., si raccoglie 
dall' essere egli stato uno degli esecutori testamentari depu- 
tati dal suddetto cardinale, il quale mori, come tutti sanno, 
in Firenze, e fu riposto in un nobile sepolcro nel tempio di 
San Giovaiini. (M.) 



157 
vessi fatta la 'mpresa ; ma che d' alora innanzi 
non parlerebbe ne per lui, né per me; e cosi 
mi promisse nella presenzia del detto messer 
Bartolomeo. E coni' egli me 1' attenne si fu, che 
subito adoperò che tutt' i suoi amici e con- 
giurati ('), e per ispeziale Bartolomeo di Nicolò 
Valori e Gino di Neri Chapponi, alla scoperta 
contro a me si levarono. E già perciò io non 
mi ritrassi dalla mala impresa, perché non mi 
parve potermene ritrarre con mio honore ; e 
pure con isperanza, rifidandomi (^) che a ra- 
gione la privazione del detto Mariano dovesse 
intervenire, seghuitai il prociesso con grandis- 
sime spese. E dipoi eh' io fu' fuori di quello 
uficio, andai a Bologna al detto papa ; e stettivi 
ben due mesi, e niente fé', se none spendere. 
Tornai a Firenze, e poi ancora a Bolongna, e 
anche vi stetti bene uno mese. Tornai a Fi- 
renze. Papa Alessandro si mori (•^). Fu eletto 
papa Giovanni {*). Andalo a vicitare e anche 
vi stetti circha d' uno mese ; e in fine mi fecie 
dire a Luigi da Prato (^), che volea eh' io mi 



(') Congiurati. Qui amici, parziali, di sua parte. (M.) 

(^) Rifidandomi, per fidandomi. Cosi poco sopra disse 
di richeto, in luogo del semplice di cheto. (M.) 

(^) Papa Alessandro Quinto mori in Bologna il di 3. di 
maggio 1' anno 1410. (M.) 

('') Il giorno de' 17 di maggio dello stesso anno fu eletto 
papa in Bologna il card, legato Baldassarre Coscia, che prese 
il nome di Giovanni XXIII. (M.) 

(^) Luigi di Ricovero de' Milanesi di Prato, segretario 
e consigliere di Giovanni XXIII. come si vede in un diurno 
del 1412. e 1413. nell' Archiv. pub. di Prato. Neil' an. 1417. 
trovasi, eh' egli ha per moglie Nanna di mess. Baldo di 
Simone della Tosa. Suo figliuolo fu (juel Baldassarre, la cui 



158 

riconciliassi con Niccolò da Uzano, e che poi 
farebe si, eh' io sarei contento ; e il simile disse 
a messer Bartolomeo Popoleschi, che era là egli 
e Niccolò detto per ambasciadori ; a' quali ri- 
sposi, eh' io era presto a fare quello che '1 
pajìa volea. Messer Bartolomeo parlò a Niccolò, 
il quale rispose che era contento acozarsi a 
Firenze con meco e co' miei fratelli e d' esser 
nostro amico. Tornai a Firenze; e tornati che 
furono i detti, messer Bartolomeo acozò noi 
fratelli con Niccolò in San Piero Scheraggio, 
e dopo molte buone parole esso Niccolò ci pro- 
misse di non fare più contro annoi. E com' egli 
ciel' attenne fu, eh' egli fecie che quello Ma- 
riano Gasassi fecie frate d' Altopascio uno 
figliuolo di Giovanni di Lodovico di Banco (*), 
e diegli (^) in commenda tutto ciò che tenea 



sepoltura si vede in S. Marco di Firenze con questa inscri- 
zione: *S^. di Baldassarre di Luigi di Ricovero del Milanese 
da Prato. Illustrarono viepiù questa nobil famiglia ne' me- 
desimi tempi fr. Giovanni e fr. Branca di Piero Milanesi 
cavalieri di Malta e commendatori 1' uno dopo 1' altro della 
commenda dell' Albarese ; e monsig. Niccolò, detto comune- 
mente Niccolozzo di Neri, che fu proposto di Prato. (M.) 

(') Questi si dissero de' Banchi Sigoli nobil famiglia di 
Firenze. (M.) 

(2) Questo messer Mariano era tuttavia maestro gene- 
rale dell' Altopascio l' anno 1412. come si vede da una solenne 
transazione fatta in suo nome in Parigi nello stesso anno 
dal prudente e nobile uomo Lorenzo Trenta di Lucca suo 
procuratore, con messer Ivo de' Berretani pur di Lucca, 
maestro generale di S. Iacopo delV Altopascio [Franz. Saint 
lacques du Haut pas] presso a Parigi e nel Regno di 
Francia e oltre i monti nelle parti circonvicine. Il qual 
mess. Ivo si obbliga per se e per li suoi successori a pagare 



159 

il detto spedale sotto la giuridizione del Co- 
mune di Firenze, e egli si ritrasse a Luccha. 

Adi xxiiii. di luglio l'anno mccccx. (') andai 
commessario per lo nostro Comune in compagnia 
di messer Iacopo Salviati (^) a Roma insieme 
con lo re Luigi di Francia, per fare ghuerra a 
lo re Lanzelao. Arivamo a Monte Pulciano, e 
là soprastemo bene xxini. di per acordare Sforza 
da Cutigliuola (•^) al suo servigio a nostre spese, 
e con grande faticha lo riduciemo, perché tenea 
trattato d' acordarsi con lo re Lanzelao. E ri- 
dotto che r avemo, e datoli circha xxv. migliaia 
di fior, nuovi (^), cien' andamo a Roma (^), e 



al sudd. m. Mariano, per due anni, 120. scudi d'oro coronati 
di Francia ogni anno; e da indi innanzi se. 100. simili ogni 
anno. Cartap. appresso il sig. sen. co. cav. Ferrante Cap- 
poni, (M.) 

(') In margine del Cod. è scritto: A Roma 1410. 

(^) lac. Salviati Meni. mss. dice d'essere stato mandato 
in compagnia di Buonaccorso Pitti ambasciadore e commis- 
sario del Comune di Firenze al re Luigi, che era a Siena, 
per trattare di cose appartenenti alla guerra e per accom- 
pagnarlo a Roma, e racconta minutamente tutte le circo- 
stanze de' trattati e del viaggio. Di quest' ambasceria ne 
parla l' Ammirato all' an. 1410. (M.) 

(') Il Salviati 1. d. lo chiama Sforza da Ghnisi. I Sa- 
nesi r an. 1410, cederono per accordo a Sforza la città di 
Chiusi ed altre castella, come dote della sua moglie Antonia 
di Cocco de' Salimbeni di Siena, le quali poi dal medesimo 
Sforza r an. 1416, furono vendute a' Sanesi. Malav. Stor. di 
Siena. (M.) 

{*) Il Salviati dice fior. 18300. de' quali n' ebbe alla 
mano solamente 1400. (M.) 

(•'•) Il re Luigi fece la sua entrata in Roma il dì 24. di 
settembre del d. anno 1410. (M,) 



160 

là stati circha d' uno mese, mess. Iacopo (') 
venne a Firenze per referire alcune cose biso- 
gnevoli, e io rimasi col re. E là stette il detto 
re sanza potere fare alcuna buona gliuerra 
per difetto de' tre magiori capitani, ciò fu 
Polo (') Orsini, Sforza da Cutignuola e Braccio 
dal Montone; e ancora per manchamento che 
il Papa non mandò il danaio {^) dovea mandare 
per pagliare Polo Orsini, come avea promesso. 
Il perché il detto re si parti di Roma 1' ultimo 
di di diciembre ; e venendone verso Firenze, tro- 
vamo lettere che la pacie tra 1 nostro comune 
e lo re Lanzelao era conchiusa (^); della quale 
cosa il detto buono re n' ebbe grande turba- 
zione, diciendo : almanco si fossono indugiati a 



(') Venne in compagnia di M. Boiillo ambasciadore del 
re a riferire lo stato deplorabile delle cose della lega, e a 
sollecitare il pagamento di fior. 25000. a conto di paghe al 
sojjradd. Sforza, che altro non aspettava che questo per 
entrare colle sue genti d' arme nel regno di Napoli. Lo che 
non potè ottenere, trattandosi allora la pace col re La- 
dislao. (M.) 

(^) Polo, per Paolo. Alla Franzese, per cagione del 
dittongo au, che si pronunzia per o. Polo dicono anche i 
Veneziani. (M.) 

(•^) Siccome noi mandarono i Fiorentini. (M.) 

(^) Uno de' negoziatori di questa pace fu il celebre giu- 
reconsulto m. Torello della nobil famiglia de' Torelli di Prato 
I Pogg. Stor. lib. 4.] la cui memoria sarà perpetua in Firenze, 
non tanto per aver goduto il Priorato ed altre cospicue ono- 
ranze nella Eep. Fior., quanto per essere stata Agnolina di 
Torello di questa famiglia una delle tre pie donne, che a 
proprie spese fondarono Fan. 1382. il monast. delle Ingesuate, 
dette le Poverine. Le altre due furono Caterina di m. Tom- 
maso Colombini di Siena, e Niccolosa di Nastagio di Neri di 
Firenze. (M.) 



161 

farla, tanto che fosse spirata la nostra legha (^), 
che dura ancora tutto questo mese di gienaio. 
Giugnemo a Prato (^), e di là sen' andò a Bo- 
longna, e io me ne venni a Firenze; e stato 
eh' io ci fu' vni. di, andai a Bolongna a mie 
spese per seghuitare il piato e prociesso d' Al- 
topascio. E in fine, stato che io vi fu' circha xx. 
di, dopo molte volte parlato al papa, pregan- 
dolo &c., esso mi disse che non vedea potere 
fare con suo honore quello eh' io gì' avea do- 
mandato, per cierte promesse eh' egli avea fatte 
ad alcuni, delle quali non volea manchare; ma 
che d' ongn' altra cosa egli era disposto a com- 



(') La pace fu sottoscritta il di 18. di gennaio 1410. ab 
Inc. e i Fiorentini n' ebbero per loro parte la città di Cor- 
tona e i castelli di Pierle e Mercatale per fior. 60000. Fu 
però uno degli articoli della pace, che per essa non s' inten- 
deva di derogare alla lega, e che perciò la pace dovesse inco- 
minciare ad avere il suo effetto il primo giorno di febbraio. 
Pogg. 1. d. (M.) 

(^) Ad Ludovicum Regem [is Prati erat \ oratores missi 
[not. Bartholomaeus Popoleschi, & PaUas Strozzi; lege 
Nofrius Pallae filius] qui causas afferrent fèrmatae neces- 
sario pacis, adderentque nil detracttim societati, quae adhuc 
vigeret Pogg. 1. d. Due altre volte era stato il re Luigi in 
Prato: la prima adi 3. di novembre 1409. con Alessandro 
Quinto, leggendosi ne' Diurni di quella Cancell. che in quel 
giorno ostensum fuit Cingulum Summo Pontifici, & Regi 
Loysio, & Cardinali de Neapoli &c. e la seconda il di 15. di 
luglio dell' anno 1410. come si raccoglie dal reale diploma 
ivi spedito da lui, nel quale concede a Francesco di Marco 
Datini un giglio d' oro della sua arme reale in campo azzurro, 
adducendone per motivo, che egli 1' aveva ricevuto diversis 
vicibus in hospitio suo, cum ornili caritate, & amore, e som- 
ministrato a lui ed a' suoi quidquid purus amor, & ardor 
solidae fidei dare potest. Arch. pub. di Prato. (M.) 

11 



162 

piacermi, se fosse bene uno buono vescovado. 
Risposili dolendomi assai, e che altra cosa non 
gli saprei domandare; e molto male contento 
da' suoi piedi mi partiva. Dolsimene con lo re 
Luigi; e presi commiato da lui e tornamene a 
Firenze. E dipoi del mese di marzo il papa e '1 
detto re se n' andarono a Roma. Andai a Prato 
a vi citare lo re (i), il quale non mi lasciò par- 
tire da lui se none a Siena, e per la via e ivi 
mi richiese strettamente eh' io men' andassi con 
lui a Roma, proferendomi danari e cavalli e 
provedigione (^) ferma. Diliberai di non andare, 
dubitando che da Firenze non mi venisse co- 
mandamento da' Signori, che io me ne tornassi 
a Firenze, acciò che non paresse che per lo 
nostro Comune io vi fossi in alcuno modo an- 
dato. Presi commiato da lui e tornamene a Fi- 
renze e qui stetti insino adi xxv. d' aprile nel 
1411.; e poi, per chagione che la mortalità {^) 
ci cominciava, men' andai con tutta la mia fa- 
miglia a Pisa, e menai con meco Nerozzo e 
Doffo di Luigi e Giovanozo di Franciescho miei 



(') Il re Luigi per la quarta volta in Prato nelle case 
del sopradd. Francesco Datini, uno de' più riputati mercanti 
de' suoi tempi, che sono adesso il Ceppo nuovo di Prato, da 
lui fondato e riccamente dotato a benefizio de' poveri della 
sua patria. (M.) 

(2) Provvedigione. Stipendio o assegnamento. Oggi prov- 
visione. (M.) 

(^) L'Ammirato Stor. all'an. 1411. dice: Tra tanto appa- 
rivano nella citth i semi d' una futura pestilenza; la quale 
in guisa sbigotti gli animi de' cittadini, che più di quat- 
trocento famiglie n' andarono per quelV anno ad abitare a 
Pisa. (M.) 



163 
fratelli (^). Menai due famigli e una fante e 
una balia per uno fanciullo che avea xv. mesi. 

Tolsi in Pisa una casa con assai masserizie 
a pigione da Bindo e Iacopo e Filippo de- 
gl' Astai (^) per pregio di f. xlvni. d' oro, e stato 
insino a la fine di giugno, uno de' miei famigli 
si mori di male di pistole nzia; e dipoi xv. di 
una mia figliuola d' età di xn. anni si mori 
anche di male di pistolenzia. Il perché mi partii 
di quella casa, e andane a abitare fuori di Pisa 
al luogho di Tomeo Grassolini (^), al quale diedi 
f. XX. di pigione, e ivi stetti per insino adi xxiiii. 
di novembre; e tornamociene a Firenze. Tro- 
vaimi avere spesi in vn. mesi ff. 1300. Il luogho 
dove stemmo si chiama Ghezano. 

E adi XXVI. di novembre giunsi in Firenze, 
trovai eh' io ero degl' Uficiali delle Chastella (^) 
in compagnia di Giovanni di Bicci de' Medici, 
Iacopo di Zilio Schiattesi ("), Niccolaio Fagni, 
Masino di Piero de 1' Antella, Iacopo di Fran- 
ciescho di Tura, Soletto del Pera Baldovinetti 



(') Cioè fratelli cugini. (M.) 

(•2) Tutti figliuoli di Gherardo e seduti del supremo 
magist. di quella città. (M.) 

('^) Tomeo di Giovanni Grassolini degli Anziani di Pisa 
nel 1406. Il nome di Tomeo in Pisa vale Tommaso, siccome 
quel di Bartolomeo si trova ivi corrotto in Bacciameo e 
Ciomeo, e in Firenze Baccio dal peggiorativo Bartolom- 
meaccio. All' Archiv. Gen. per rogo di ser Guardino da Linari 
si legge nel 1407. la chiesa *S^. Thomei Pontis Pisarum, che 
è S. Tommaso, di padronato della casa Lanfranchi. (M.) 

(^) In margine è scritto: delli OffM delle Castella 1410. 

(•'') Zilio. Gilio, per la parentela accennata da Lion. 
Salviati fra la ^ e il G. La nobil famiglia Zilioli di Fer- 
rara, divenuta fiorent., si dice Gilioli. (M.) 



164 

e Nicolò di Bardo Rittafé ; e anche trovai eh' io 
ero Consolo de 1' Arte della Lana in compagnia 
di Schiatta Ridolfi e d' Alberto di Zanobi, Berti 
Einieri, Simone Salviati, Michele Riccialbani, 
Marsilio Vecchietti, Lorenzo Cignamochi e Piero 
del Palagio ('). 

Adi primo di diciembre 1' anno mccccxi., 
entrai Capitano di Parte Ghuelfa i^) in compa- 
gnia di messer Maso degl' Albizi, messer Barto- 
lomeo Popoleschi, ser Paolo di messer Arigho, 
Ughuiccione Giandonati, Tribaldo de' Rossi, 
Lorenzo del Toso, e di Corsetto di Iacopo Ari- 
ghetti e Da vizino Amirati. 

Adi di diciembre entrai degl' Oj)erai di 

Santa Maria del Fiore (^) in compagnia di Paolo 
Pillotti, di Niccolò del Buono Busini, Giovanni 
Minerbetti, Lorenzo Baronci e Giraldo Giraldi. 

Adi xvni. d' aghosto 1' anno mccccxii. entrai 
a r uficio de' X. di Pisa {*) in compagnia di 
Cristofano della Malvagia, Antonio da Rabatta, 
Bernardo Vechietti, Lucha di messer Maso de- 
gl' Albizi, Michele di Salvestro, Tomaso di Gia- 
comino di Ghoggio (^), Cristofano Charnesecchi, 
Amideo Peruzi e Marco di Ghoro degli Strozi. 

A' XX. d' agosto 1' anno detto fui eletto a 
tenere il seghreto d' uno squittino (^) fecie 



Q) I nomi in carattere corsivo sono aggiunti dal primo 
editore. 

Q) In margine è scritto: De' Cap.m di Parte 1411. 

(■'') In margine è scritto : Operaio di S. Mar.<^ del Fiore. 

(*) In margine è scritto: De' Dieci di Pisa. 1412. 

{■>) E de' Giacomini derivati da' Tebalducci. (M.) 

(6) Nel marg. di mano dell' autore : Acopiatore. (M-) Ed 
ancora: Squitt.o della Lana, 1412. 



165 

r Arte della Lana, in compagnia di messer Maso 
degl' Albizi, Nofri Bischeri e Tomaso Ruciellai. 
A ciò che voi, figliuoli e disciendenti nostri, 
e qualunche altro che legierà o legiere udirà 
quello che qui apresso scrivo, vegia e prenda 
esempro di quello che interviene a chi contro 
ad alcuno grande e possente più di lui piglia 
alcuna difesa, quantunche ragionevole sia o 
possa essere. Egli occorse 1' anno mcccciiii. che 
essendo Luigi mio fratello potestà del Bucine 
e di Valdambra, 1' abate di Santo Piero a Ruoti 
di Yaldambra (') ricorse al detto Luigi molte 
volte a richiederlo di cose giuste e ragionevoli, 
delle quali sue richieste beningnamente Luigi 
gli diede buono spaccio. 11 perché il detto abate 
pose grandissimo amore a Luigi e bene con 
grande efetto lo dimostrò; ciò fu, che dipoi 
passati ben tre anni, il detto abate essendo 
molto vechio e trovandosi spesso molestato 
da' grandi e possenti, se ne venne a Firenze in 
casa nostra, dove dinanzi più volte era discieso 
e stato, e noi riciettatolo come nostro padre 
spirituale, &c. Disseci eh' egli era diliberato 



(') Altramente S. Piero di Eota, antichissimo monast. 
di Camaldolensi, edificato dalla possente famiglia degli liber- 
tini conti di Chitignano; dal quale dependevano, come ma- 
nuali, il monast. di S. Angelo di Nasciano, la chiesa di 
S. Martino di Celle dioc. di Siena, e il priorato di S. Angelo 
di Branzatorio dioc. d' Arezzo, che l' an. 1523. fu unito al 
monast. di S. Maria degli Angeli di Firenze dello stesso 
ordine. L' an. 1125 Cencio e Ugolino d' Orlando di Guido 
della Suvera donarono a questo monastero tutte le ragioni, 
che avevano sopra il castello di Monteliscaio, fuor solamente 
la torre e la casa di loro abitazione. Stroz, Cod. DDD. (M.) 



166 

rinunziare la sua badia, però che per la sua 
vechieza e debilitate a lui non era possibile 
regiere più quella badia, la quale circha xxxiiii. 
anni avea retta e ghovernata. 11 perché ci ri- 
chiese che noi pigliassimo procura da lui a 
fare la renunzia, con questo, che noi la 'mpe- 
trassimo per uno de' nostri figliuoli. Risponde- 
moli che quello diciea, non ci parca che esso 
dovesse fare, promettendoli il nostro aiuto a 
ongni sua difesa e confortandolo, &c. E in efetto, 
dopo molto suo e nostro dire, noi per conten- 
tarlo aciettamo la detta procura, con animo e 
intenzione di mantenerlo nella sua dengnità e 
di difenderlo e aiutarlo. Tornossi alla sua badia, 
dove poco tempo apresso Albertaccio da Rica- 
soli e' suoi gì' ordinarono adosso uno trattato 
fittizio, e venono a Firenze a dire a' X. della 
Balìa che l' abate tenea trattato di rimettere 
la Valdambra nelle mani degli libertini che 
erano nostri ribelli. Il perché i X. mandarono (^) 
che r abate fosse preso ; e perché ^ abate s' era 
accorto del tradimento, per uno fante fittizio 
che era andato a la badia a dire agi' uomini 
di quello luogho che era venuto per parte 
d' Andreine degl' Ubertini a parlare a 1' abate 
e che venia per la risposta; e avea il detto 
fante colto posta (^) che l' abate non v' era. 
Partissi e quando l' abate fu arrivato, quelli 



Q) Mandare, per comandare, pretto latino. Franz. 
mander: e quindi mandement, trattandosi di comando di 
chi ha autorità assoluta. (M.) 

Q) Posta. Vocabol. luogo e tempo prefisso, determi- 
nato. (M.) 



167 
huomeni gli dissono quello che quello fante 
avea detto alloro. Il perché subito l' abate 
montò a chavallo e venene qui in casa, e nar- 
ratoci tutto, Luigi lo menò a' X., i quali dili- 
gentemente r examinarono, e conosciuta la falsità 
de r accusatore, dissono a l' abate che se ne- 
tornasse alla sua badia e faciesse bene «&.c. Il 
perché intendendo e considerando io la volontà 
e la possa de' detti da Ricasoli, comprendendo 
assai di chiaro, che essi o per forza o per in- 
ghanni none ristarebono, che quella badia sa- 
rebbe nelle loro mani, se noi non faciessimo 
presto la renunzia e la 'mpetrazione ; non parve 
a' miei, dubitando che noi none fossimo biasi- 
mati ; e per ispeziale, perché dipoi che noi ricie- 
vemo la detta procura, l' abate s' era molto 
rifrancato ('), vegiendo che in più cose noi ci 
eravamo scoperti e aoperati nelle sue difese. Il 
perché avendoli detto e fatto dire Luigi de' pe- 
ricoli &c., esso abate avea risposto che rimar- 
rebbe contento a ogni nostra diliberazione, ma 
che ci racomandava suo honore. Per le quali 
sue parole del racomandarci suo honore, non 
parve a Franciescho né a Luigi miei fratelli 
che noi faciessimo la detta renunzia; a Barto- 
lomeo e a me parca di farla per più sua sicurtà 
de r abate. 

Seghuinne, che avendo veduto quelli da 
Ricasoli che noi ci eravamo scoperti alla difesa 
dello abate, pensarono non potere avere la loro 
mala intenzione con falsità col braccio del 
Comune. Il perché trovandosi a Roma mi. di 



Q) Riavuto, Franz, restabli. (M.) 



168 

loro, ciò fu Pandolfo, Bindaccio, Ghaleotto e 
Charlo ('), posono una acusa contro a 1' abate, 
diciendo di lui tutte cose false e non vere, e 
dieronne una suplicazione al papa Giovanni, del 
quale essi erano scudieri e dimestichi servidori. 
Fu citato r abate, e perch' egli era vechio e 
innabile d' andare a Roma, e anche perché du- 
bitò che se vi fosse andato, la posanza de' detti 
nollo faciessono nella persona ofendere, deliberò 
mandarvi suo procuratore. Mandamovi ser Giu- 
liano dalla Cicongna prete in S. Lorenzo e mio 
compare. E dipoi Luigi e io pariamo a Alber- 
taccio, e con dolci parole gli diciemo preghan- 
dolo che per amore di noi non seghuitassono 
il prociesso contro a l'abate, narrandoli quello 
come con lui eravamo &c. il perché tenavamo 
la badia fosse d' uno de' nostri figliuoli. Rispuo- 
seci che non sapea nostra composizione, che se 
r avesse saputo per aventura non arebbe fatto 
contro a 1' abate, nonnistante (^) eh' egli fosse 
loro nimico ; ma che di ciò non si potea ritrarre 
sanza la volontà de' suoi che erano a Roma; e 
che ne scriverebe loro &c. E perché noi sentimo 



(') Questi tre ultimi sono frat:lli, figliuoli di Granello 
del cav. Bindaccio e di Lodovico di mess. Andrea Piccolo- 
mini di Siena e nipoti d' Agnolo vescovo di Firenze. Bin- 
daccio governatore di Perugia ebbe per moglie Niccolosa di 
Bandino Panciatichi di Pistoia. Da Galeotto suddetto e dalla 
contessa Benedetta del conte Piero di Monte Scudaio della 
famiglia de' conti della Gherardesca sua moglie, ne discende 
il ramo de' Eicasoli de' baroni della Trappola, di Eocca 
Guicciarda, ec. oggi viventi. Carlo fu padre di Albertaccio 
canonico fiorentino e abbreviatore apostolico. (M.) 

(*) Non ostante che. (M.) 



169 
che Ridolfo di Bonifazio Peruzi ('), parente 
d' Albertaccio, era in composizione con lui d' im- 
petrare quella badia per Arnoldo suo fratello, 
andamo a parlare a Ridolfo, e a lui a pieno 
dicemo quanto con 1' abate eravamo, preghan- 
dolo che per amore di noi da quella impresa 
si ritraesse. Rispose che non se ne era impac- 
ciato né impacierebbe. Andamo a messer Ri- 
naldo Gianfigliazzi (^) suociero del detto Alber- 
taccio e naramoli tutto preghandolo che ado- 
perasse che Albertaccio si ritraesse &c. Promi- 
seci farne suo potere. E fatto questo, pochi 
di appresso andammo in Palagio e chiedemo 
a' nostri Signori e a' loro Collegi che scrives- 
sono una lettera al papa che piacesse a la sua 
Santità, che d' uno prociesso fatto contro a 
r abate &c. di fare commessione di qua al ve- 
scovo di Firenze o a quello d' Arezo o di Fie- 
sole o a qualunque altro prelato che s' infor- 
masse de la verità dello abate, e che dipoi la 
informazione, la sua Santità ne giudichasse. E 
detta la nostra richiesta, Betto Busini che era 
di colegio, a petizione de' Peruzi, come infor- 
mato da loro, disse a' Signori : udite V altra 
parte. Il perché i Signori ci feciono dire che 
noi vi tornassimo altra volta, perché voleano 
vi fosse r altra parte. Tornamovi 1' altro di ; e 
sendo noi in su la sala, raunandosi i Colegi, vi 
venne messer Michele di messer Yanni Cha- 



(') Questi nasceva per madre di Mandetta di m. Alber- 
taccio Eicasoli. Sedè gonfaloniere di giustizia due volte. Fu 
padre di Antonio canonico fiorentino e cherico di camera. (M.) 

Q) Padre di Margherita moglie di Albertaccio. (M.; 



170 

stellani, Papino di messer Rinaldo ('), Piero di 
Giovanni di Piero Baroncielli e Bindaccio fra- 
tello di Ridolfo Peruzi ; i quali a tutti i Colegii 
parlarono, preghandoli che non consentissono 
la lettera eh' io avea domandata. Fu chiamato 
dentro Bonaccorso Pitti e 1' altra parte. Entrai 
dentro e dietro a me entrò Bindaccio Peruzi. 
Domandai la lettera; Bindaccio la contradisse, 
diciendo molto di male de l' abate, e che quella 
badia cierchavano d' impetrare per uno suo 
fratello. Uscimo fuori e inneffetto la lettera 
non si pati (^), e non 1' ebbi per la preghiera 
de' suddetti possenti e parenti de' Ricasolesi. Il 
procuratore dello abate compari a Roma dinanzi 
al cardinale degl' Orsini (3), al quale il ])'dj)Si 
n' avea fatta la comessione, e non volendo essere 
aciettata la sua comparigione in vecie dello 
abate, egli diede una lettera eh' io scrissi al 
detto cardinale, il quale a Pisa io presi per 
nostro protettore, e donagli una coppa d' ariento 
dorata che mi costò f. xxxii. nuovi. E pre- 
sentata che gì' ebbe la lettera, gli disse altra 
volta : messere, io vi racomando l' abate per 
amore di Bonacorso vostro servidore e del 
Santo Padre. Le quali racomandigie udendole 
Pandolfo de' Ricasoli eh' era presente, rispose e 
disse : messere, egli vi fa ricordo d' uno cordiale 
nimico di Santa Chiesa e di nostro Signore lo 



(1) De' Gianfigliazzi. (M.) 

(2) No7i si patì, non si permise. Non permisero, non 
soffrirono, che la lettera si scrivesse. (M.) 

(3) Questi è Giovanni Orsini cardinale, che intervenne 
nel Concilio di Pisa. (M.) 



171 
Papa. E bene aparve, che Luigi fratello di Bo- 
nacorso, esondo de' Priori ('), fu capo e adope- 
ratore che il Comune di Firenze fecie pacie 
collo re Lanzelao (•), in dispetto di Santa Chiesa 
e di nostro Signore lo Papa. E dopo moltissime 
volte e in più tempo solicitarono tanto col papa, 
che continovo gli erano d'intorno, ricordandoli 
la pacie che Luigi adoperò che si faciesse, che 
fu vero; la quale fu tanto in dispiacere suo, 
che da lui e da' suoi seguaci nostri cittadini 
fiorentini suoi beneficiati dipoi continovo tutti 
noi fratelli siamo stati nemicati in segreto e in 
palese ; e per ispeziale da messer Rinaldo Gian- 
figliazzi, Gino Chapponi, Bartolomeo Yalori, 
Niccolò da Uzano e da tatti loro congiurati e 
seghuaci, E in fine esso ingiusto papa, iniqua- 
mente e contra giustizia (^), privò il detto abate 
del suo beneficio, e condanollo che fosse preso 
e messo in perpetua charciere e diede in com- 
menda quella badia a Arnoldo de' Peruzi; e 
tratte le bolle, Bindaccio suo fratello ne diede 
la petizione a' nostri Signori, domandandone la 
tenuta. Funne fatta la comessione in tre dottori 
in Dicroto, che ne giudicassono a ragione. 

Esondo al detto piato, chiesi uno fante 
a' nostri Signori per sicurtà de 1' abate, e fecilo 
venire a Firenze, perché difendesse le sue ra- 
gioni ; e sendo egli e uno monaco e ser Giuliano 



(') Fu de' Priori ne' mesi di novembre e dicem- 
bre 1410. (M.) 

(2) Parla della pace detta di sopra, dell' anno 1410. (M.) 
(^) ingiusto iniquamente e contra giustizia.... pa- 
role soppresse dal primo editore. (M.) 



172 

suo procuratore e Franciesco suo fratello stati 
qui in chasa circha d' uno mese, e vegiendo io 
assai di chiaro che 1' abate perderebe il piato 
per la chagione delle bolle del papa, che pro- 
ducieano e lettere e bolle, come il papa scomu- 
nichava 1' abate e qualunche gli desse aiuto o 
favore; e ancora per la possanza di coloro che 
contro a lui e a noi facieano, con forza di falsi 
testimoni che producieano ; di che dolendomene 
uno di col detto ser Giuliano suo procuratore, 
diciendoli eh' io non vi vedeva riparo a soste- 
nere contra tanta possanza, quanta era quella 
de' Gianfigliazi, de' Castellani, de' Peruzi e de- 
gl' altri parenti e amici de' Ricasolesi e di loro 
seguaci e congiurati; alle quali mie parole esso 
disse: uno modo ci vegio, ciò è chello abate 
dia a' nostri Signori una petizione contro a Al- 
bertaccio; e se esso gliele dà, Albertaccio, per 
dotta di nonnesser fatto de' grandi ('), ne sarà 
compromesso con lui, per lo quale alcuna con- 
cordia ne dovrà seghuire. Risposili che ciò mi 
piaciea e che l' ordinasse egli con l' abate, e 
che di ciò io non mi volea impacciare. Allora 
disse : di a Santi tuo famiglio che faccia quello 
eh' io gli dirò e lascia fare a me. E innefetto 
quella sera a una ora di notte ser Giuliano 
disse a 1' abate : andiamo a chasa messer Gio- 
vanni di ser Ristoro (^) a racomandarli questi 
vostri fatti; e ordinò che Franciescho suo fra- 



(') Pena molto temuta in quei tempi, perocché per essa 
erano esclusi i cittadini dal godimento de' magistrati e sotto- 
posti al pagamento di maggiori gravezze. (M.) 

(*) Della famiglia Serristori. (M.) 



173 
tello menasse Santi e messer Lapo da Ricasoli, 
il quale è nimico d' Albertaccio e del suo lato 
d' ab antico, il quale la sera si trovò qui in 
casa per cienare con noi; e andassono presso a 
la casa del detto messere Giovanni, e che 
quando egli e l' abate e il monaco tornassono in 
qua, gl'assalissono, e che sanza battere, assalito 
che avessono, se ne fugissono ; e cosi fu fatto, 
e di questo atto 1' abate né '1 monaco né il 
fante de' Signori, che era con esso loro, niente 
sapea dell' ordine dato, ma si credettono fer- 
mamente che Albertaccio o altri a sua posta (^) 
avessono voluto battere 1' abate e farli grande 
male, e che non 1' avessono fatto per righuardo 
del fante de' Signori ; i quali dopo l' assalimento 
subito sen' andarono in Palagio a dolersi co' no- 
stri Signori; per la quale cosa i Signori subito 
la notte mandarono uno bando, che chi sapesse 
chi quello avesse fatto e non lo rivelasse infra 
tre di, chadesse in pena dello avere e della 
persona; e che chi fosse stato, fosse libero e 
assoluto se lo rivelasse; e del detto bando fe- 
ciono legie il di seghuente co' loro Colegii. E 
tornati che furono a chasa nostra i detti assa- 
litori, che tornarono prima che 1' abate, e poi 
r abate e i suoi compagni, senti' come la cosa 
era andata dagl' assalitori che mi dissono la 
verità; e dagl' assaliti lo senti' in parte con 
bugie; perché dicieano essere stati percossi e 
malmenati, diciendo che aveano conosciuto 
Carlo da Richasoli, il quale già era tornato da 
Roma. Il perché il detto seghuente di, esendo 



(') Appostati da lui. (M.) 



174 

richiesto il detto diario dal podestà, compari, 
perché di ciò si sentia netto ('). Fu messo in 
prigione nella cappella : e la sera medesima ser 
Giuliano fu preso dalla famiglia del detto po- 
destà, che lo fecie pigliare Albertaccio e Papino 
di messer Rinaldo, per immaginazione che lo 
sapesse, ma il podestà lo lasciò subito che a 
parole l' ebe esaminato, diciendoli : torna do- 
mattina a me. E tornato ser Giuliano qui a 
casa e inteso 1' atto della sua presura e udita 
la leggie fatta sopra ciò, feci esentare (^) ser 
Giuliano, messer Lapo e Santi e Franciescho, e 
mandaine Brando da Chachiano di Chianti in 
Valdipesa, perdi' egli avea intesa la trista fa- 
cienda, ma non è eh' egli vi fosse stato. E il 
secondo di il podestà fecie richiedere {^) ser 
Giuliano e poi fecie richiedere me. Compari' a 
lui. Dissemi che s' io non faciessi comparire 
ser Giuliano, che prociederebbe sopra me. Dissi 
non sapere dove fosse. Licenziomi; e il terzo 
di mandò ancora per me con animo di rite- 
nermi, sicondo eh' io seppi dipoi. Andai da lui, 
esaminomi e molto mi minaciò, e in fine mi 
licienziò, comandandomi eh' io tornassi 1' altro 
di a lui. Per le quali cose diliberai il quarto 
di d' andare dinanzi a' Signori e revelare tutto 
quello eh' io ne sapea ; dubitando che alcuni di 
quelli che sapeano la verità nollo revelassono, 



(') Si sentia netto. Dante: La bìiona compagnia, che 
V uom francheggia Sotto V usbergo del sentirsi pura. 

Netto: puro, innocente; dal lat. nitidus. Orazio: Inte- 
ger vitae, scelerisque purus. (M.) 

(^) Assentale, allontanare. (M.) 

(^) Citare: chiamare in giudizio. (M.) 



175 

e che per quello eh' io n' avea sentito, sopra di 
me non s' adoperasse quella nuova legie che 
aveano fatta; e cosi feci. Per la quale mia re- 
velazione i Signori co' loro Collegi deliberarono 
uno bulettino (') al podestà, che formasse pro- 
ciesso sopra coloro i quali io avea a loro no- 
minati, ciò fu il primo Santi mio famiglio e 
Franciescho dalla Cicongna fratello di prete 
Giuliano, e di qualunche altro potesse, che a 
quella facienda fosse stato, e che gli condan- 
nasse in avere e in persona ; e che s' io avea 
innalcuna cosa colpato, voleano che fossi libero 
e asoluto. Per lo quale bulettino il podestà 
formò prociesso sopra il detto Santi e sopra 
prete Giuliano e suo fratello e sopra messer 
Lapo da Ricasoli e sopra Brando da Chachiano 
di Chianti e sopra di me. Fecieci tutti richie- 
dere, ninno ne compari per dotta della colla (^), 
se none io. Fui esaminato e lasciato a soda- 
mento (^) di ff. 3000.; e dopo termini asegnati, 
il podestà condannò Santi in ff. 800., messer 
Lapo, Franciescho, il prete e Brando in fP. 500. 
per uno, e stare a' confini fuori di Firenze e 
del contado tre anni; e me liberò. E nota che 



(^) Bullettino. Bulletta, altrove detta bolletta, forse 
perché è bollata, e diminutivo bullettino, dal latino barbaro 
bulla, o da biblion, libellus. (M.) 

(^) Colla. Corda. V. sopra a e. 71 (*). Profezia di Merlino, 
tradotta in toscano da un certo Paulino. Ms. ant. del sig. 
ab. Pier Andrea Andreini pag. 60. Si troverei uno tormento 

che si chiama la colla si comincierct a Messina nel 

tempo dell' incarnazione di Cristo MCCX. anni e d' allora 
innanzi andrh la costuma per tutto il mondo. (M.) 

(^) Con dar sicurtà. Sodare, dal lat. satisdare. (M.) 

(*) Qui a pag. 136. 



176 

pendente il prociesso, raesser Michele Chastel- 
lani, Papino Gianfigliazi e gì' altri di su nomi- 
nati, a la scoperta e alla cielata parlavano e 
aoperavano che io fossi condannato e per modo 
eh' io n' avessi a perdere gì' ufici ; e in segreto 
tutta la setta della mala congiura contro a me 

adoperarono, e per ispeziale e Niccolò Bar- 

badoro; e le loro opere segrete e palesi sentii 
dalla boccha propia del podestà e da messer 
Tomaso suo collaterale. Scopersonsi in mio 
aiuto e favore molti parenti e amici, fra' quali 
fu Giovanni Charducci, Migliore di Giunta 
Migliori, Rinaldo di messer Maso ('), Piero di 
Luca degl' Albizi, messer Cristofano degli Spini, 
messer Franciescho Machiavelli, Nofri Bischeri, 
Sandro di Vieri Altoviti, Currado Panciatichi, 
Ghuidetto Ghuidetti, Franciescho Chanigiani e 
molti altri simili cittadini e il mio buono com- 
pare Ruberto de' Rossi, che mi fu utilissimo a 
fare che il detto collaterale mi fosse favorevole. 
Vollono i nostri Singnori che la condannagione 
fosse agra (^), per rispetto del loro famiglio che 
era collo abate. Messer Lapo paghò la sua con- 
danagione; il simile Santi mio famiglio, e del 
mio proprio; e andarono a' confini; e gì' altri 
quattro rimasi nel bando e a' confini. Ora io ó 
voluto fare ricordo di questo chattivo caso, e 
nominato quelli di chui fui cierto che mi dis- 
servirono (^) e si nominato de' principali che 



(1) Degli Albizi. (M.) 

(2) Dal lat. acrts, cioè aspra, forte, severa. (M.) 

(^) Disservire, contrario di servire. Franz, desservir. 
L' aggiunto di ha forza di azione contraria : fare, disfare ; 
dire, disdire, ec. (M.) 



177 
mi servirono, non perché voi figliuoli e discien- 
denti nostri facciate vendetta sopra chi ci à 
ofPesi, ma perché a coloro che ci anno servito 
voi siate grati e conoscienti, e a' loro discien- 
denti. E come scrissi nel principio di questo 
ricordo, pigliate esempro di questo caso, inter- 
venutoci per volere contastare a' grandi e pos- 
senti, e d' impacciarsi in fatti de' benefici eccle- 
siastici e pratichare o conversare co' preti ; 
ghuardatevi di non vi impaciare di loro fatti, 
[e non] sarete che savi Q). 

L'anno mccccxiii. (') adi xvi, di maggio entrai 
a r uficio degl' Otto della Ghuardia in compa- 
gnia di Simone Salviati, di Marco di Ghoro 
degli Strozi e di Giovanni di Bicci de' Me- 
dici. Trovamo nello uficio Riciardo di Niccolò 
di Nome (•^), Giovanni di Franciescho Chaccini, 
Brando della Badessa e Piero di Giovanni dal 
Palagio, i quali mi. uscirono de lo uficio adi 
primo di giungno ; e in loro scambio entrarono 
Astore di Nicolò di Gherardino Gianni, Antonio 
di Vanni Manucci, Ghuccio da Sommala e 
Banco di Sandro. 

Nel detto malanno per me e per li miei 
fratelli, adi xxmi. di luglio la villa (^) di santo 
Iacopo a ore ii. di notte 1' aseghuitore e cha- 
pitano di Balia mi fecie richiedere eh' io andassi 
a lui, e venne per me uno de' suoi uficiali. 



(') e pratichare che savi. Soppresso dal primo editore. 

(•^) In margine del Codice è scritto: Otto di Guardia. 1418. 

(f) di Mone, la stampa. 

(■*) Vilia. Vigilia, voce comune nel buon secolo, oggi 
rimasa nel contado, ordinario ricetto delle buone voci cac- 
ciate dalle città. (M.) 

12 



178 

Andai e fui messo innuna chamera ; e la mattina 
seguente a l'alba del di il chavaliere (') del 
detto eseghuitore ne menò preso Bartolomeo 
mio fratello, il quale prese in Yaldipesa, e ari- 
vato fu messo in un' altra chamera; e dipoi in su 
r ora di terza il detto eseghuitore venne a la 
chamera, e dissemi che convenia che io e Bar- 
tolomeo stessimo tanto sostenuti (■), che Luigi 
nostro fratello comparisse a lui, il quale egli 
avea fatto richiedere a la sua chasa, e che avea 
sentito eh' egli era andato di più di innanzi a 
Napoli o veramente a l' Aquila ; e che s' egli non 
venisse a fare sue scuse di quello che era in- 
colpato, ciò è eh' egli dovea avere revelato 
agi' ambasciadori de lo re Lanzelao che alora 
erano a Firenze cierti segreti consigli tenuti 
nel Palagio de' Priori ; e che ciò aparia per una 
lettera che detti ambasciadori aveano scritta 
al detto re, la quale era pervenuta nelle mani 
de' X, della Balia ; e che volea eh' io scrivessi 
a Luigi che venisse; e che se non venisse, egli 
farebbe novità a la mia persona e a Bartolo- 
meo, &c. Scrissi e mandai messo propio colla 
mia lettera e colla ciedola della richiesta. E 
dipoi occorse che miei parenti e amici feciono 
richiesta di molti notabili cittadini e trovaronsi 
circha di dugiento in San Piero Scheraggio, 
dove Neri di Piero nostro nipote gli richiese 



Q) Lat. notar. Socius miles. Uno de' ministri de' po- 
destà, rettori, ec. Cavalier, compagno, dice il Salviati Mem. 
mss. Et uccisono uno de' cavaglieri compagni del Podestà. 
Stor. antica di Pistoia. (M.) 

C) Sostenuti. Arrestati, sequestrati, ritenuti. (M.) 



179 
di consiglio e d' aiuto, dove i detti cittadini 
deliberarono andare tatti dinanzi a' nostri Si- 
gnori, a pregharli per la nostra rilasciata e 
liberazione, e cosi feciono ; e quella mattina me- 
desima andarono tutti a 1' eseghuitore, e molto 
clialdamente gli parlarono ; e fu il dicitore mes- 
ser Rinaldo Gianfigliazi, e in Palagio innanzi 
a' nostri Signori avea detto messer Filippo Cor- 
sini. Seghuinne, che adi xxxi. del detto mese 
tutte le nostre donne e' nostri figliuoli, che alora 
si trovarono in Firenze, andarono in Palagio 
dinanzi a' Signori e a' loro Collegi e a' X. della 
Balia, e richiesono la nostra liberazione. 11 
perchè i detti Signori e loro Collegi e X., pa- 
rendo a loro che a noi fosse fatto torto, dili- 
berarono che noi fossimo liberi; e mandarono 
per r eseghuitore e mostrarongli per lo partito 
vinto tra loro che voleano che noi fossimo 
liberi; e cosi gli comandarono e cosi fu fatto. 
E dipoi seghui, che auto Luigi mia lettera a 
Napoli e la poliza della richiesta, subito chiese 
licienza al re e misesi in chamino; e venendo, 
giunto a Perugia, gli fu detto che avea avuto 
bando, e cosi era vero, che della trombetta (') 
avea avuto bando a comparire infra tre di, e 
dipoi lo condannò nello avere e nella persona 
per contumacie, sanza volergli dare alcuno ter- 
mine d' esenzia (^), come noi cierchamo. Usò la 
sua balia e fecieli torto; e fecielo a petizione 



(') A suon di tromba. (M.) 

(^) D' esenza, d' assenza; sopra disse esentare per asses- 
tare; e altrove per lo contrario asseghtntore, in vece di 
esecutore. (M.) 



180 

della congiurata setta nostri aversari, come in 
questo libro abiamo fatto ricordo. Seghuinne, 
che Luigi si ritornò a l' Aquila, dove lo re 
r avea confermato per capitano per uno anno 
a venire e uno anno v' era stato, quantunche 
che Franciescho nostro fratello vi fosse stato 
suo luoghotenente e ancora v' era. Lasciollo 
quivi e andonne a Napoli e rinunziò quello 
uficio, per rispetto della ghuerra che s' apparec- 
chiava tra lo re e questo Comune per lo sedu- 
cimento de' sopradetti della mala congiura, che 
a pitizione del papa vi conducievano questo 
Comune. E rinunziato 1' uficio, ebbe lettere dal 
re, che né egli né altri che per lui fosse stato 
a r Aquila, non vi fosse sostenuto a sindachato. 
Occorse che innanzi che dette lettere giugnes- 
sono a r Aquila tre di, Franciescho era morto, 
a chui Iddio faccia veracie perdono; e qui ne 
faciemo 1' esequio adi 9. d' ottobre del detto mal 
anno. E pèrch' io dicha malo anno, egli è già 
presso a nii. degli anni, che noi abiamo auto 
grandi aversità, ed ecci stato fatto grandi torti 
e villanie da' sopradetti congiurati; i quali 
anno cierco e continovo cierchano di farci 
danno e verghognia, per la chagione della pacie 
che Luigi trattò e solicitò e conchiuse tra lo 
re Lanzelao e il Comune di Firenze nelF anno 
che il detto nostro fratello si trovò del numero 
de' nostri Signori in Palagio, ciò fu del mese di 
diciembre 1' anno 1410. ; della quale cosa i detti 
congiurati, a petizione del papa, per li benifici 
che anno auti e sperano aver da lui, anno con- 
tinovo dimostrato essere stati malcontenti, e con 
grande solicitudine e saghacità anno operato 



181 

che la detta pacie si rompa, e per insino a 
questo di xxx. d' ottobre nel 1413. sono assai di 
presso a farla rompere, perché danno a inten- 
dere a questo popolo, per la presa Q) che il 
detto re à fatto di Roma e di molte altre terre 
della Chiesa ('), che esso re ci voglia torre {'■') 
e occhupare la nostra libertà; e comunemente 
per li nostri cittadini se n' è presa grande gie- 
losia e sospetto. E io sono uno di quelli che 
non ne vivo sicuro eh' egli non apitischa di 
sogiogharci, e che ciò gli sia venuto in pensiero 
per le villanie e modi che anno tenuti i detti 
congiurati contra di lui, dipoi che quella pacie 
si fecie, la quale fu contra la volontà del papa. 
Il quale papa, insieme collo re Luigi, seghuitò 
la ghuerra che aveano col detto re Lanzelao 
tutto r anno apresso, ciò fu l'anno 1411.; e dipoi 
r anno 1412., esendosene andato lo re Luigi in 
Francia, il papa per paura fecie pacie collo re 
Lanzelao, il quale con grande esercito s' avici- 
nava a Roma. E dopo quella pacie, cierchando 
il papa di fare venire lo 'mperadore a Roma, lo 



(') Ladislao s' impadroni di Roma la notte fra il di 
7. e 8. di giugno 1413. (M.) 

(2) Post fugam ponti ficis [il papa si ritirò a Firenze] 
omnia ferme de Romana Ecclesia, praeter Bononiam, a 
Rege occupanttir. Pog. Hist. lib. 4. (M.) 

(^) Pogg. 1. d. parlando della pace fatta da lui co' Fio- 
rentini presso a Assisi il di 22. di giugno 1413. dice, averla 
egli fatta, ut pacis nomine negligentiores Florentinos, impa- 
ratioresque adoriretur ; siquidem paulo ante ohitum [morì 
Ladislao l' anno seguente 1414. il di 16. d' agosto] amenti 
similis, FLorentiam saepius appellans, Florentiam eundum 
esse dicebat, atque ad id caeteros hortabatur. (M.) 



182 

re Lanzelao, avendo sospetto che il papa nollo 
faciesse venire per fare contro a lui, se ne dolse 
co' nostri Signori per suoi ambasciadori solenni 
che ci mandò, e richieseci più volte in diversi 
tempi di lega a difensione degli stati, o che 
questo Comune gli faciesse cierta promessa che 
il papa non farebbe venire a Roma lo 'mpera- 
dore per fare contra di lui; la quale legha fu 
dineghata ed eziandio la promessa. Per la quale 
cosa esso re Lanzelao con suo esercito potente 
venne e prese Roma, e di poco ne mancò che 
non prese il papa (') e suoi cardinali, il quale 
papa co' suoi chardinali si ridusse qui a Fi- 
renze; e qui à trattato che noi facciamo legha 
con lui per fare ghuerra al detto re, la quale 
cosa mi pare che gli verrà fatta per la forza 
di coloro a chui à dati e dà de' benifici, che ci 
possono e sannovici conduciere; che piaccia a 
Dio, che a questa Comunità ne seghua meglio 
eh' io non ispero ; però che dubito che per la 
grande ispesa che eie ne seghuirà, non si possa 
per questo popolo sofferire; il perché grande 
schandalo eie n' abia a incontrare, la quale cosa 
piaccia addio ciessare, e per modo che la nostra 
libertà salva sia. 

1413. Nel detto anno Mccccxni. adi vni. di 
giugno, essendosi fuggito da Roma papa Grio- 
vanni xxni., per la presa che lo re Lanzelao 
avea fatta di Roma, giunse a Santo Antonio 



(') Ladislao entrò per una breccia fatta nella muraglia 
dalla banda di S, Croce in Gerusalemme; e il papa, preso il 
tempo, montò a cavallo e si ritirò a Sutri e di li a Viterbo, 
dove credendosi poco sicuro, venne a Firenze. (M,) 



183 

del Vescliovo ('), e quivi andarono i signori 
Priori (^) a vicitarlo e fargli la debita reve- 
renzia; e quivi stette insino adi di novem- 
bre; e qui in Firenze furono aloggiati i suoi 
chardinali e suoi cortigiani; e nel tempo che 
ci stette, compilò e conchiuse la legha con 
questo Comune. Andonne a Bolognia {^). 

Nel detto anno del mese di novembre tro- 
vandosi de' Chapitani di Parte Ghuelfa Griovanni 
di Gianozo Vettori, Niccolò di Nino Orlandi, 
Inghilese di Simone Baroncielli, Iacopo di Piero 
Glierardini, Piero di Giovanni Anselmi, Lucha 
di Giovanni di Lucha Pezaio, Giraldo di Lo- 
renzo Giraldi, Dingho di Ghuerriante Mari- 
gnolli e Andrea di Ghuiglielmino de' Pazzi, 
providono con maturi consigli di grande nu- 
mero di Ghuelfi richiesti, che per lo Consiglio 
ordinario di ciento, e poi per quello de' Ix., e 
presono balia insieme co' loro Collegi e con 



(') S. Antonio del Vescovo già era un palazzo e una 
villa del nostro arcivescovado, presso a Firenze e fuori della 
porta a S. Gallo, demolito per 1' assedio del 1530. Ivi rendè 
1' anima a Dio S. Antonino arcivescovo, come narra la sua 
vita. (M.) 

(2) I Priori furono: Bartolomeo di Neri di Buonaccorso 
Pitti e Bindaccio d'Antonio Benizi per S. Spirito; Filippo di 
Ghese e Niccolò di Bellaccino Bellacci per S. Croce ; Barto- 
lomeo di Gio. Carducci e Filippo di Domenico Lenzi per 
S. Maria Novella ; Benedetto di Gio. dal Palagio e Baldinaccio 
di Bernardo della Rena per S. Giovanni; Filippo di Niccolò 
Giugni gonfaloniere di giustizia per S. Croce. (M.) 

{^) E quindi a Piacenza, ove abboccatosi coli' imperatore 
Sigismondo, si trasferirono ambidue a Lodi, di dove il papa 
scrisse nel mese di dicembre le lettere dell' intimazione del 
concilio di Costanza. (M.) 



184 

Ixxxxvi. aroti Ghuelfì di riformare gì' uffici di 
quella Chasa con nuovo squittino, e d' anuUare 
e ardere tutti gli squittini per adrieto (•) fatti: 
e cosi feciono. E ciò si mossono a fare perché 
quella Chasa era molto vilipenduta (-) del suo 
usato honore e reputazione; e tanto era man- 
chata, che a grande pena trovavano i chapitani 
cittadini che faciessono loro compagnia per 
andare a 1' oferte ordinate per quella Chasa ; e 
ciò intervenia per isdegnio che i buoni e veri 
Ghuelfì aveano di vedere molti Ghibellini e 
nuove gienti {^) e di vile condizioni entrati 
negl' ufici di quella Ghuelfa e loro Chasa. E i 
Collegi e aroti, che furono a fare la detta rifor- 
mazione e squittino, furono questi, ciò è: 

Messer Lorenzo Ridolfi. Bartolomeo di Tomaso 
Barduccio di Francie- Corbinelli. 

scho Chanigiani. Stefano di Corsine 
Angnolo di Giovanni de' Corsini. 

da Uzano. Iacopo di Lutozzo Nasi. 

Giovanni di Francie- Biagio d' Agnolo bic- 

scho Bucielli. chieraio. 

Binieri di Bardo Ba- Chirico di Pero Torna- 

gnesi. quinci. 

Gherardo d' Ormanno Antonio di mess. Lucha 

Foraboschi. da Panzano. 



(') Adrieto in vece di addietro, dal lat. ad, e retro. (M.) 
(^) Vilipenduta: vilipesa. Cosi tenduto, perduto, con- 

ceputo. (M.) 

(^) Dant. Inf. 16. La gente nuova e' subiti guadagni 

Orgoglio e dismisura han generata, Fiorenza, in te; si che 

tu già ten piagni. (M.) 



Fabbiano d' Antonio 
Martini. ^ 

Spinello di Giovannello 
Chavicciuli. 

Bernardo di Vanni Vec- 
chietti. 

Giovanni di Giovanni 
Aldobrandino 

Giovanni di ser Dato 
malischalcho. 

Mccolaio di Pepo de- 
gV Albizi. 

Bernardo di mess. Bia- 
gio Ghuasconi. 

Giramonte di Ghuido 
Frescobaldi e An- 
drea di Ghuccio ri- 
ghattiere. 

Questi scritti di so- 
pra furono Priori della 
Parte Ghuelfa; e quelli 
scriverrò ne l' altro co- 
lonello furono i segre- 
tarii della detta Parte 
Ghuelfa. 



185 

Simone di Niccolò Sal- 
viate 

Salvestro di Lodovico 
Cieffini. 

Betto di Giovanni Bu- 
sini. 

Giacoppo di Vanozzo 
de' Bardi. 

Salvestro di Tomaso 
Popoleschi. 

Lorenzo di mess. Ghe- 
rardo Bondelmonti(^). 

Benedetto di Charoccio 
degli Strozzi. 

Bartolo di Giovanni 
Chanacci. 

Lodovico di Iacopo 
Giandonati. 

Matteo di Nuccio So- 
losmei. 

Piero di Bernardo della 
Rena. 

Piero di Giovanni di 
Neri dal Palagio. 

Pierozo di Franciescho 
degl' Agli e Puccino 
di ser Andrea ar- 
maiuolo. 



(1) Questo messer Gherardo cavaliere, figliuolo di messer 
Lorenzo pur cavaliere, insieme con Andrea suo fratello, Pepo 
di Marignano e Tegghiaio d'Alessandro di messer Francesco 
cavaliere, tutti de' Buondelmonti, si fecero di popolo Fan. 1393. 
Eiform. Lib. Capit. 38. a e. 219. (M.) 



186 



Quartiere di San Spirito. Aroti. 



Schala 



Nicchio 



Ferza . 



Draghe 



Carro . 



Bernardo di Chastello Quaratesi. 
Niccolò di Benozo Grasso. 
Astore di Niccolò di Gherardino 

Gianni. 
Giovanni di Lodovico di Banco. 
Firenze del Pancia. 
Paolo di Franciescho Biliotti. 
Piero di Bernardo (') Magli. 
Niccolò di messer Donato Barba- 

doro. 
Bartolo di Noffo Ridolfi. 
Eicciardo di Niccolò di Nome. 
Davizino di Chele Aniirati. 
Bonacchorso di Neri Pitti. 
Piero di mess. Zanobi da Mezola. 
Bartolo di Piero Strada. 
Giovanni di Michelozo coregiaio. 
Vannozo di Giovanni Serragli. 
Piero di Francesco del Soldato. 
Giovanni di Niccolò Soderini. 
Filicie di Michele Branchacci. 
Piero Lapini legnaiuolo. 
Giovanni di Nofri Arnolfi. 
Matteo di Michele Chastellani. 
Andrea di Sandro Raghugi. 
Antonio di Piero di Fronte. 
Antonio di Vanni Mannucci. 



(') Questo e i nomi seguenti in corsivo sono tutti sup- 
pliti dalla stampa. 



Lion nero 



Ruote 



187 

Forese d' Antonio Sacchetti. 
Paolo di Bardo Mancini. 

Bue { Gieri di Iacopo Risaliti. 

Maso di Taddeo Borghini. 
Lorenzo di Giovanni coreggiaio. 

S Andrea di Francesco Peruzi vo- 
cato Siepe. 
Giovanni di Francieschino Pepi. 
j Manetto di Tuccio Scambrilla. 
/ Giannozo di Zanohi Chaiferelli. 
\ Corsetto di Iacopo Arighetti. 
/ Andrea di Niccolò Giungni. 
l Antonio di messer Niccolò da Ra- 
) batta. 

j Lapo di Giovanni Niccolini. 
I Franciescho' di Biagio Lioni. 
^ Iacopo di Dino coregiaio. 
/ Adovardo di Lodovico Acciainoli. 
i Bartolomeo di Bardo Altoviti. 
' Lionardo di Marco di Giotto Fan- 

(toni. 
Pera del Pera Baldovinetti. 
Carlo di ser Tomaso Redditi. 
Messer Rinaldo di Gianozo Gianfi- 

gliazi. 
Messer Christofano d' Anfrione 
Unicorno. . { Spini. 

Tommaso di Neri Ardinghelli. 
Bartolomeo di Lionardo Bartolini. 
Betto di Giovanni Rustichi. 
Ugolino di messer Albizo Ruciellai. 
Tommaso d' Andrea Minerbetti. 
Lion rosso . { Mariotto di Piero della Morotta. 
Arrigho di Giovanni Mazinghi. 
Manno di Bonuccio banderaio. 



Vipera 



188 



Lion bianco. 



Lion d' oro. 



Drago San 
Giovanni . 



Chiavi 



Vaio 



Antonio di Cipriano Mangioni. 
Paolo di Bernardo Bordoni. 
Niccolò di Tommaso Malegonelle. 
Gieri del Testa Girolami. 
Iacopo di Monte di Pugio. 
Giovanni di Bicci de' Medici. 
Rinaldo di Filippo Rondinelli. 
Ugo d' Andrea da la Stufa. 
Nerone di Nigi di Nerone. 
Lorenzo d' Andrea becchaio. 
Paolo di Berto Charnesecchi. 
Niccolò di Bernardo Saffi della 

Tosa. 
Tommaso di Iacopo Pecpri. 
Filippo di Arrigo Arighucci. 
Tommaso Ghuidotti lengnaiuolo. 
Bartolomeo di Niccolò di Taldo 

Valori. 
Lucila di Manetto da Filichaia. 
Bernardo di Vieri Ghuadangni. 
Filippo di Salvi di Filippo. 
Paolo di Franciescho Gherucci. 
Nofri di Giovanni Bischeri. 
Bartolo di Ruberto Cortigiani. 
Bartolomeo di Iacopo Gherardini. 
Bartolo di Giovanozo di Bartolo 

Bonafede (^). 
Lionardo di Salvestro brigliaio. 



Q) Nel Priorista: Bartolus Ioannozzi Bartoli Fedis 1401. 
Sono de' Crociani da Montereggi, detti anche de' Cresci e 
de' Tragualzi. In S. Maria Novella : Sep. Bartoli Boni de 
Crocianis de Montereggio, coli' arme de' Cresci, comune 
a' Tragualzi. (M.) 



189 



Grandi. 

Giovanni di Guerrieri 

de' Rossi. 
Ciesare di Giramonte 

de' Bardi. 
Piero d' Aghinolfo 

de' Bardi. 
Amerigo di Giovanni 

Frescobaldi. 
Baldassarre di Barto- 
lomeo Foraboschi. 
Attaviano di Chaccia- 

tino Gherardini. 
Franciescho di Ciecie 

de' Pulci. 
Piero d' Adovardo de- 

gl' Agli. 



Grandi. 

Gherardo di Gherardo 

Bondelmonti. 
Testa di Giovanni Tor- 

naquinci. 
Tieri di Franciescho 

Tornaquinci. 
Bernardo di Bernardo 

Chavalchanti. 
Cipolla d' Alessandro 

degl' Agli. 
Amerigho di Niccolò 

Chavicciuli. 
Apardo d' Apardo Do- 
nati. 
Bindo di Franciescho 

degl' Agli. 



Nel detto anno ('), esendo io stato tratto 
podestà della Pieve a Santo Stefano, diliberai 
d' andarvi, per levarmi dinanzi a la mala con- 
giura che aveano ciercha la morte mia ; e ispi- 
rato il tempo da potere rifiutare, esendosi fatto 
lo squittino della Parte, parendo che la detta 
congiura manchasse della loro forza, perché 
tutti i merchatanti e tutto il popolo vedeano 
eh' essa congiura a petizione del papa ci vo- 
leano rimettere in ghuerra, si teneano malcon- 
tenti di loro; diliberai rifiutare quello uficio 
per li consigli opportuni, e persine la petizione 
a' Signori e a' Colegii, la quale tra loro passò 



(') In margine del codice è scritto: Ì4tS. Potesth della 
Pieve a S. Stefano. 



190 

e larghamente. Occorse, che la detta congiura 
sentendo ciò e sappiendo che s' io nonnandassi 
podestà nel detto luogo ('), convenia per forza 
eh' io fosse in chalendi di luglio prossimo ghon- 
faloniere di giustizia, providono e ordinarono 
che Barduccio di Cherichino (^), che alora era 
ghonfaloniere di giustizia, soprastesse affare il 
Consiglio del Popolo, tanto che 1' ufi ciò de' XIl. 
si mutasse, che erano circa a xv. di a 1' uscita 
loro, e cosi seghui. Esendo entrati nuovi XIL, 
riporsi la petizione, e più volte andò a partito, 
e non si vinse per le preghiere e prochaccio (*) 
in segreto e in palese che contro a me aveano 
fatto la detta congiura, af&ne eh' io avessi 
divieto. E innefetto alla detta podesteria mi 
convenne andare, e là stetti con grande ma- 
latia e dispiaciere. E tornato a Firenze a mezo 
giungno r anno 1414., esendo ghonfaloniere di 
giustizia messer Maso degli Albizi, alla fine del 
mese ('') detto si conchiuse la pacie con lo re 
Lanzelao in dispetto della detta congiura, i quali 



(') Forse perché sapendo quali fossero i soggetti rimasi 
nella borsa del gonfaloniere, e osservando quali fossero abili 
8 quali no, per divieto o per altra cagione, vedeva di dover 
quasi necessariamente esser egli gonfaloniere. (M.) 

(2) Bai'duccio di Chericliino, uomo celebre ne' pubblici 
maneggi, onde i suoi posteri si dissero e diconsi ancora, 
de' Barducci Cherichini e talora de' Eoncognani, come discesi 
da un Eoncognano, che generò Buonaccorso, da, cui nacque 
Iacopo vocato Cherico e da questo Cherichino, padre del 
nostro Barduccio ; come da cartapec. originali appresso questa 
famiglia. (M.) 

(3) Procaccio. Franzese ant. pourchas. (M.) 

(■*) Die XXII. Jun. in Castn's prope Assisium. Recanat. 
Not. ad Pogg. Hyst. ex Ammir. T. 2. lib. 18. (M) 



191 

molto la contradissono. E nel trattato della 
detta pacie volle il detto re per capitolo do- 
mandare che Luigi nostro fratello fosse riban- 
dito (^), aleghando che a torto per lui avea 
ricievuto bando. La quale cosa sentendo io da 
Ghabriello Brunelleschi (') congnato di Luigi, 
il quale era per la parte del re mandato qui a 
trattare detta i3acie, contradissi, e del tutto 
feci che tale capitolo non si domandasse; però 
eh' io non volli, che dove Luigi era netto e 
innociente del bando ricievuto, che per capitolo 
fosse ribandito ; e grande faticha mi fu poterne 
fare contento Ghabriello e molti altri parenti 
nostri e amici che lo sentirono, che consiglia- 
vano che quello capitolo lo re 1' adomandasse, 
dubitando, che per petizione non si vinciesse 
eh' egli fosse ribandito. 

1414. E dipoi del mese di settembre detto 
anno, essendo ghonfaloniere di giustizia messer 
Vanni Chastellani, domandamo ai Signori e ai 
loro Colegi uno bulettiuo per Luigi; avemolo. 
Venne. Demo la petizione che fosse ribandito, 
la quale ottenemo in dispetto de' detti congiu- 
rati, i quali in segreto e in palese feciono 
ciò che poterono in contrario; e fu ribandito 
e restituito negl' onori del Comune il detto 
anno 1414. 



(') Ribandito. Rimesso dal bando. (M.) 

Q) Gabriello d' Alderotto Brunelleschi era cortigiano 
del re Ladislao. Ammirato Stor. Fu sua moglie Lena di 
Lodovico de' Catansanti di Pistoia, nata della contessa Cate- 
rina del conte Ugolino da Panago. Cartap. 402, della Stroz- 
ziana. (M.) 



192 

1414. Nel detto anno adi 5. d' ottobre mi 
parti' da Firenze e andane a Pisa e là montai 
in su una glialea, di tre che v' erano venute di 
Provenza per portare papa Giovanni a Vignone. 
Fecimi mettere in terra a Fregiù ('), e ivi com- 
perai tre ronzini e poi uno a Yignone. Trovai 
lo re Luigi a Terraschone (^). Videmi volentieri. 
Partimi da lui e andane a Parigi per la via 
d' Alpa e per Alvernia. E sendo io a Parigi, 
prochacciando di ritrarre lo resto mi dovea il 
Conte di Savoia, e anche cierchando di trarre 
frutto della redità di Luigi di Bartolomeo Gio- 
vanni, che lasciò suoi eredi Neri e Giovanni 
miei nipoti, ricievei lettere da Firenze, com' io 
era tratto vicario di Valdarno di sopra. Il 
perché mi parti' da Parigi adi xii. di giennaio 
e venine a Vignone. Andai innArli {^) a vicitare 
lo re Luigi, e venni per la Provenza, andai a 
Marsilia per montare in su ghalee, che lo re 
faciea fare preste (^) per mandare a Napoli. 



(') Franz. Frejus. Lat. Forum lulium e lulii. Città 
marittima episcopale della Provenza nel Vicariato di Dra- 
guignano. (M.) 

(-) Franz. Tarascon. Terra della Provenza sul Rodano 
presso ad Avignone, celebre per la fama che corre, che ivi 
sia il corpo di S. Marta. (M.) 

(•^) Franz. Arles. Lat. Arelas e Arelate e Arelatum. 
Città archiepiscopale della Provenza presso ad Arli, già sede 
d' un regno, di cui resta tuttavia la memoria nel titolo che 
porta l' elettore di Treveri, di cancelliere del Sac. Romano 
Impero ne' regni di Francia e d' Arles. (M.) 

(^) Franz. Apprester. Allestire. Bocc. Il mangiare era 
presto; imitato poi dal Casa nel Galat, E sono preste le 
vivande. (M.) 



193 
Trovai non erano per partirsi di quelli xv. di. 
Di che dubitando io che il tempo non mi man- 
chasse a giugnere a jDigliare V uficio, che era 
il primo di di marzo eh' io dovea entrare, mi 
missi per terra con animo di passare da Mza ('), 
e poi per la riviera di Gienova. E sendo presso 
a Niza a due leghe, mandai per salvocondotto. 
Fummi deneghato. Andai a uno chastello che 
si chiama Chagna (^), il quale è di Giorgino e 
d' Onorato de' Grimaldi (^), quali mi vidono vo- 
lentieri e fecionmi grande acoglienzia. Richie- 
sili che mi faciessono armare uno brighantino 
a Antiboli (^), in sul quale io passassi Niza in- 
sino a Monaco (^) o a Mentone; e che quattro 
chavagli eh' io avea, essi faciessono passare Nizza 



(') Nizza. Lat. Nicaea. Dicesi volgarmente Nizza di 
Provenza, benché sia situata nell' Italia, per essere stata 
de' conti di Provenza fino all' anno 1365. o in quel torno, che 
fu ceduta a Lodovico II. duca di Savoia, con tutta la contea 
adiacente. (M.) 

('-) Franz. Cagne. Piccola terra tra Vence e Nizza nel 
Vicariato di S. Polo. (M.) 

(^) Luca dì mess. Antonio e mess. Piero o Perino di 
mass. Agamennone di questa casa furono fatti cittadini fio- 
rentini, il primo nel 1368., Riformag. Z. a 16., il secondo nel 
1370., Riformag. AA. a 129. (M.) 

('') Franz. Antihe, porto noto nel Mediterraneo. Lat. 
Antipolis, e secondo altri Athenopolis. Ma forse Athenox)olis 
è Griniaud, luogo non molto distante da Antibo, onde ha 
preso il nome il vicino golfo. Grimaud. Grimaldi. (M.) 

(•') Qui non la capitale della Baviera; ma quello, che 
da' Latini è chiamato Monoecus Portus, ed Herculis Mo- 
noeci Portus, cioè d' Ercole d' una sola casa o cappella ; i 
Provenz, Mourgues. Porto e luogo forte, metropoli d' un 
principato appartenente alla casa Grimaldi, ove sono i due 
castelli di Mentone e Roccabruna. (M.) 

13 



194 

come loro chavalli. Dissono di farlo volentieri. 
Esendo in sul detto pigliare partito, venne uno 
loro parente da Niza, e sentendo di nostra dili- 
berazione, ci disse come quelli di Niza aveano 
in fiumello una ghaleotta e che non si sapea 
quello se ne volessono fare. Il perchè presi 
sospetto e anche perché senti' che la riviera 
era tutta a 1' arme, e che s'.ucideano e rubavano 
chi passava, diliberai tornare a Marsilia e aspet- 
tare le ghalee, le quali si partirono da Marsilia 
adi 14. di febraio, e io montai in su una gha- 
leotta che era colle dette ghalee. Partimo di là 
e stemo per fortuna in mare xvii. di innanzi 
che potessimo arivare a Porto Pisano, e fumo 
in sul punto di trascorrere in Barberia; e per 
la grande fortuna, la ghaleotta si parti di notte 
dalla vista delle ghalee. Pure per la grazia di 
Dio arivamo a Porto Pisano adi 2 di marzo; e 
s' io ebbi dolore e dispiaciere, oltre al grande 
disagio di stare stivato (^) in su quella gha- 
leotta e avere veduto il padrone lagrimare, 
diciendo : noi cien' andiamo in Barberia a essere 
schiavi ; per lo sospetto eh' io avea eh' e miei 
fratelli non avessono potuto avere termine al 
mio entrare innuficio, dubitando che quella 
congiura mia nemicha mi fossono stati contrari, 
acciò eh' io rimanessi condanato e con divieto 



e) stivato, stretto, calcato, per la picciolezza del legno; 
dal lat. StipatuH. Virg. Magna stipante caterva. Gio. Boc- 
cacc. Introd. In quelle stivasi, come si mettono le merca- 
tanzie nelle navi a suolo a suolo. Stiva nelle navi è pro- 
priamente il carico di fondo, che fa che il legno non bar- 
colli. (M.) 



195 

due anni d' ogni uficio. Giunsi a Pisa e sentii 
da Filippo del Toccio eli' io aveva auto termine 
tutto il mese di marzo. Yenine a Firenze e fui 
a r uficio adi vi. di marzo ; e là stetti con asai 
piaciere e feci bello e buono uficio e tornai 
con onore per la grazia di Dio. 

L' anno 1415. (') adi xv. di diciembre entrai a 
r uficio della gh abella delle porti per due mesi, 
per iscambio d'uno, che fu tratto de" XII. I 
miei compagni: Piero di Sandro Masini, Fi- 
lippo Giungni, Antonio di Franciesco Bartolini, 
Andrea di Rinaldo Rondinelli, Bartolomeo di 
Taldo (*) e Antonio di Durante. 

L' anno 1416. (^) andai comessario e ambascia- 
dorè a Fiilingno ('). Partimi adi v. di magio e 
stetivi insino adi xx. di settembre ; e nel tempo 
eh' io vi stetti, adi x di luglio, nacque Ugholino 
di Currado de' Trinci (^) e di madonna Tancia 



(1) In margine è scritto nel cod.: La gabella 1415. 

(') Bartolomeo di Taldo è de' Valori, dettisi prima 
de' Rustichelli, da' quali ne usci un ramo che si chiamò 
de' Torrigiani e passarono per lo quartiere di S. Croce. (M.) 

(') In margine nel cod.: Fuligno. 1416. 

('') L' Ammirato giovane nel lib. 18. della Stor. Fiorent. 
E a Niccolò de' Trinci signor di Fuligno, che ne faceva 
istanza, fu mandato Buonaccorso Pitti, perché con la sua 
presenza, consiglio (0 valore gli aiutasse a salvare quella 
signoria. (M.) 

(•'') Mess. Trincia cavaliere e Currado di mess. Ugolino 
cavaliere, di Nallo de' Trinci da Fuligno, signori della loro 
patria, furon fatti cittadini fiorentini nel 1370. Riformag. 
Provv. a 27. Trincia sudd. generale di S. Chiesa fu potestà 
dì Firenze nel 1386. Dignità sostenutavi nel 1330. da m. Cur- 
rado cav. figliuolo di detto Nallo. S. Caterina da Siena scrive 
ai due mentovati fratelli e a Giacoma moglie del primo, che 
nelle note ultimamente uscite a dette lettere, si aggiunga 



196 

sua donna sirochia d' Orso da Monte Ritondo 
degli Orsini; il quale Ugolino io battezzai come 
compare propio e come procuratore per messer 
Matteo Chastellani e di messer Palla degli 
Strozzi e d' Agnolo d' Isaii Martellini. Donamole 
una pezza di velluto verde figliurato e tante 
altre gioie che costarono f. ciento nuovi. 

E nel detto tempo eh' io stetti a Fu- 
lingno,* adi xii. di luglio la domenica, essendo 
Braccio dal Montone Q) e '1 Tartaglia da La- 



esser figliuola di Niccolò d' Obizzo da Este signor di Feri-ara, 
secondo Durante Dorio nella storia della famiglia Trinci. 
Questo moderno scrittore non s' accorda con Buonaccorso 
Pitti nella madre di Ugolino di Currado d' Ugolino del sud- 
detto Trincia, battezzato da esso Pitti, dicendo, che egli 
nacque della Tancia di Niccola Orsini conte di Manupello e 
sorella di Sansonetto. Non penso però, che il Pitti s' ingan- 
nasse ; e assicurandoci Tancia sorella d' Orso da Monteritondo 
degli Orsini, veggo nell' albero di questa casa, che il detto 
Orso con Lucrezia d' Aldobrandino de' Conti, signore di Val- 
montone, generò Iacopo, che di Clarice di Carlo Orsini conte 
di Tagliacozzo fece Batista cardinale, Rinaldo arcivescovo di 
Firenze, e Clarice moglie del gran Lorenzo de' Medici e madre 
di Leone X. Questo Ugolino fu nel 1433. creato cavaliere da 
Sigismondo imj^eratore. Ebbe per moglie Ipolita di Malatesta 
Baglioni signore di Spello e sorella di Braccio Baglioni gene- 
rale di S. Chiesa. Nel 1439. ucciso suo padre, ultimo signore 
di Faligno, restò prigione Ugolino e fu poi decapitato il 
di 14. giugno 1441. (M.) 

(1) Fu fatto cittadino fiorentino e senatore romano 
nel 1418. e fu capitano gener. della nostra repub. Nel 
Lib. T. II. 39. in fol. della Stroz. pag. 15. vi è la patente 
origin. di d. Braccio, che nel 1424. elegge m. Palla Strozzi 
cav. potestà di Perugia, che comincia: Braccius de Forte- 
hracciis Priuceps Cajyue, Comes Moìitoni.s, Perusil (f-c. Ma- 
gnus Conestabilis Regni Sicilie, (ù utrìusque Aprutii Guber- 
nator, Magnifico <f' Spectahili Viro D, Palle de Stroszis de 



I9t 

vello (') con loro brighate e cogli usciti di Pe- 
rugia a campo presso a Perugia a mi. miglia, il 
signore Carlo de' Malatesti e Cieccolino de' Mi- 
chelotti con le loro brighate volendo andare 
imPerugia, il detto Braccio e Tartaglia diero 
battaglia al detto Carlo e ruppogli; e fu preso 
il detto Carlo e Ghaleazo de' Malatesti e Ciec- 
colino e Ghuidone de' Michelotti e la magiore 
parte de' migliori huomini d' arme che si aves- 
sono, e morti e ghuasti molti (•). E dipoi adi 
xvini. del detto mese Braccio entrò in Perugia 
d' acordo e fune fatto signore e rimissevi tutti 
gli usciti. 

E dipoi adi v. d' aghosto andando il detto 
Braccio e Tartaglia colle loro brighate nella 
Marcha e sendosi concordiati con Paolo Orsini, 
il quale venne con sua brighata due di dopo 
la sconfitta, e mandatolo innanzi a pigliare 
champo sotto Colle fiorito, e avendo preso Paolo 
alogiamento e sendosi disarmato, sopravenne 



FLorentia Militi. Ebbe Braccio tra gli altri figliuoli tre fem- 
mine, maritate nobilmente in Firenze: Castora a Carlo di 
Niccola de' Medici e poi a messer Domenico di Niccolò Mar- 
telli ; Lodovica a Bertoldo d' Antonio Gianfigliazzi e poi a 
Gio. di Iacopo Venturi ; e Pulisena chiamata Lucrezia a Nic- 
colò di Piero Guicciardini e poi a Bastiano d' Uguccione 
Capponi. (M.) 

(•) Per dritto nome si chiamò Agnolo d' Andrea da La- 
vello, terra di Puglia e fu signore di Toscanella e d' altri 
luoghi della Chiesa. V. le note alla vita del suddetto Braccio, 
di Gio. Antonio Campano, tradotta da Pompeo Pellini. Fu 
preso al soldo de' Fiorentini nel 1405. Lib. di stipendiati di 
d. anno nelP Archivio de' Nove. (M.) 

('^) Per malconci e storpiati. Dante Inf. 29. Latin sem 
noi, che tu vedi si guasti. (M.) 



198 

Tartaglia e trovato Paolo lo fecie uccidere (') 
a uno bastardo de' Colonesi, e poi rubarono tutta 
la compagnia del detto Paolo; e la chagione 
perché Braccio consenti alla morte di Paolo, 
disse, perché gli avea manchato del venire a 
tempo a la giornata che gli avea promesso, e 
che r avea fatto a petizione di Carlo de' Mala- 
testi &c. 

L' anno detto adi primo di giennaio entrai 
de' consoli de 1' Arte della Lana (^) ; furono miei 
compagni Bartolomeo di Niccolò di Taldo Va- 
lori, Marsilio Yechietti, Antonio di Tedicie 
degl' Albizi, Filippo di Cristofano del Bugliaffa, 
Berto di Iacopo Arighi, Donato di Piero Veluti 
e Taddeo di Bartolomeo di Lorino. 

E dipoi adi primo di marzo entrai ghonfa- 
loniere di giustizia (^). Furono miei compagni 
Lucha di Gino (^) da Ghanghalandi, Simone del 
Nero, Maso di Zanobi Borghini (^), Giovanni 
di Cocco Donati, Alberto di mess. Ruberto 
Aldobrandini ('), Domenico di Lionardo Mate- 



(') V. Trancesco Sansovino nella storia di casa Orsini 
lib. V. pag. 70. (M.) 

(2) In margine del codice: Console de l'arte della 
lana. 1416. 

(') In margine del cod. : G.^ di Giustizia. 1416. 

(^) Sono i Cini, che per lo Quartiere di S, Spirito, gon- 
falone Ferza, hanno dodici Priori nella rep. fiorentina, che 
il primo fu il detto Luca e 1' ultimo Eaffaello di Francesco 
nel 1513. (M.) 

(•>) Il Priorista del Segaloni lo chiama Tommaso di Do- 
menico di Borghino Taddei, che è della casa Borghini; ed è 
il bisavolo del virtuosissimo monsig. Vincenzio Borghini. (M.) 

(*') Sono gli Aldobrandini di Lippo, che dal 1307. al 1432. 
hanno 23. Priori e 14. Gonfalonieri di Giustizia; diversi dagli 
Aldobrandini di Clemente viii. (M.) 



199 
l*assa (0, Lucila di Manette da Filichaia, Iacopo 
di Niccolò Manovelli. E nostro notaio ser Fran- 
cesco di ser Tommaso Masi. 

Adi primo di magio nel 1417. entrai de- 
gV Operai della ■ chiesa di Santa Maria del 
Fiore (^), in compagnia di Niccolò di messer 
Donato Barbadoro, Antonio di Piero di Fronte, 
Giovanni di Domenico Giugni, Andrea di Ri- 
naldo Rondinelli, Bernardo di Yanni Vecchietti. 

Adi xvnn. di luglio anno detto parti' di 
Firenze, e adi xxi. giunsi in Pisa con tutti i 
miei figliuoli e con la donna mia grossa di 
V. mesi. 

E poi adi xxviiii. vi venne Luigi mio fra- 
tello colla sua donna e co' loro figliuoli vni. 

E poi adi ini d' aghosto vi venne Neri mio 
nipote colla sua donna e con un, figliuoli. 

E poi adi XIII. del detto mese Neri rendè 
r anima a Dio. 

E poi adi XXVI. di settembre Luigi rende 
l'anima a Dio; e in prima si mori la Bindella 
sua figliuola che era d' età di xii. anni. 

E dipoi sentendo io che a San Gimignano 
era netto di pistolenza, andai là con tutta la 
mia famiglia e colle famiglie e donne de' detti 
due morti; ciò fu la donng. mia con vii. nostri 
figliuoli, la donna che fu di Luigi con vii. 



(') Materassa è un soprannome, essendo il suo vero 
casato de' Buoninsegni. Questi è quel Domenico, che scrisse 
la Storia Fiorentina dal 1410. al 1460. stampata in Firenze 
nel 1637. Egli fu de' Priori anche l' anno 1420. e Gonfaloniere 
di Giustizia tre volte negli anni 1435. 1441. e 1451. (M.) 

(-) In margine del cod. : Operaio 1417. 



200 

figliuoli, e la donna che fu di Keri con mi. 
figliuoli, e con nostre schiave e fantesche tre e 
con tre famigli; sicché in tutto con xxvni. 
bocche e con mi. chavalli tutti a mie spese mi 
ritrovai a Sangimignano. 

E anche ne fu cagione di mia andata a 
Sangimignano, perché adi xvii. di novembre 
avevo a entrarvi per podestà. 

E fo ricordo, che a' figliuoli di Luigi rimase 
debito sopra le persone, chavandone f. mdccc. 
per le dote di due donne eh' egli ebbe. E il 
simile rimasono i figliuoli di Neri con debito, 
chavandone la dota che fu f. mille. Sicché pensa, 
lettore, se ammé rimase gravezza a fare con- 
tente le vedove che non lasciassono i figliuoli, 
e per ispeziale quella di Neri, che era d' età di 
XXV. anni ; che innanzi all' altre spese, che io ne 
pagai in Pisa circlia a f. dugiento d' oro per 
medici e medicine, ciera e panni bruni e veli 
per le donne e per li loro figliuoli. E nota che 
a conduciere le dette tre famiglie insino a San- 
gimignano spesi per ghabelle e vetture e scotti e 
profende (^) f. ventotto d'oro nuovi. Sicché pensa, 
lettore, come a Bonaccorso parve stare, ritrovan- 
dosi colla grande spesa, e non avendo di rendita 
altro che circha a f. ciento cinquanta. Confor- 
tomi colla speranza in Dio e negli ufici da utile. 

Adi 8 di novembre l' anno 1417. si cominciò 
lo squittino (^) di tutti gli ufici di fuori e di 



Q) Dal lat. Praebenda. Parochi, praebitores. (M.) 
(-) In un antico Priorista a tratte con molte copiose 
note, appresso i sigg. Salvini, vi è questo Consiglio con tutti 
i nomi de' cittadini, che v' intervennero, che sono in gran 
numero. (M.) 



M 

tutti quelli di dentro, ecietto che de' Signori 
e dei Collegi; e fu compiuto adi xxni. di di- 
ciembre, al quale io fu' degli aroti, chiamato 
da Andrea di Giusto Coverelli. 

1417. Adi xYii. di novembre l' anno 1417. 
entrai podestà di San Gimignano. 



Come stanno le borse desfli ufici di fuori 



e quelli di dentro, riformate 1' anno 1417. 
mese di novembre e di diciembre. 



del 



borsa 



Capitano di Pisa (') i. borsa i. partito 

Podestà di Pisa i. borsa e i. partito 

Vicario di Valdarno di sopra i. borsa i. partito 

Vicario di Mugiello i. borsa i. partito 

Vicario di Valdelsa i. borsa e i. partito 

Vicario d' Angliiari 

Capitano di Castro caro 

Vicario di Colline i. borsa 

Vicario di Vico i. borsa 

Capitano di Cortona i. borsa 

X. di Pisa I. borsa 

Riformatori di Pisa i. borsa 

D' Arezo Riform. i. borsa 



partito 



Q) Gli appresso luoghi sono tutti del Dominio Fioren- 
tino, de' quali si può dire, come di quei di Grecia fu detto, 
che nullum sine nomine saxum ; non vi essendo luogo tra 
questi nominati, che non sia per alcun conto pregevole, o 
per aver prodotto uomini illustri, o per aver date le sue 
famiglie a Firenze. (M.) 



Pistoia I. boi*sà 

Elezionarii di retoria i. borsa [ i. partito 

Riformatori di tutte altre terre i. borsa 

Podestà di Prato J 

Vicario di Valdinievole >i. borsa 

Vicario di Valdarno di sotto] 

Capitano d' Arezzo 1 \ ±-± 

Capitano di Volterrani, borsa [ '^ 

Capitano di Pistoia ] 

Podestà di Pistoia i. borsa 



XII. Ufici. 

Podestà d' Arezo 

Podestà di Castiglion Aretino) i. borsa 
Podestà di Montepulciano 
Capitano della montagna di 

Pistoia 
Vicario di Firenzuola 

Podestà di Sangimignano ] J* i. partito 

Podestà San Miniato 
Podestà di Colle \ i. borsa 

Podestà di Modigliana 
Podestà di Barella 



borsa 



Vicario del Podere (^) ^ i. borsa 
Capitano di Campiglia' 



(') Cioè Podere Fiorentino, che comprende Marradi e 
Palazzuolo nella Romagna, (M.) 



Podesterie del primo grado. 

Podestà di Mangone 1 

Podestà del Borgo San Lorenzo > i. borsa ' 

Podestà di Terranuova 

Bibiena j 

Yicchio I. borsa 

Ghiacieto ) 

Yaldambra 1 , ,., 

Pieve a San Stefano \ i. borsa ( ' ^ 

Chianti ] 

San Donato in Poggio 

Montagna Fiorentina \ i. borsa 

Barbialla 

Rocche I. borsa 

Otto di Ghuardia 

Regolatori ^ i. borsa i. partito 

Cassieri e Camarlinghi 

Maestri di Porti, e tutti altri ufici dentro i. partito 



Capitano della cittadella di Pisa i. partito 

Podesterie del ii. grado. 

Castelfranco di sotto 

Subiano 

Librafatta \ i. borsa 

Palaia 

Belforte 

Civitella \ , 

Chalci ) ■• P"*^*" 

Montevarchi ^ i. borsa 

Pescia l 

Castelfocognano I 



204 

Monterappoli \ 

Chiusi / 

Cascia \ I. borsa 

S. Maria a Trebio i 

Mon. Sansoviuo ) 

Foiano \ 

Cascina / 

Buggiano ^ i. borsa 

Valdigrieve \ 

Lari j 

Tutte Rocche de' ii. gradi i. borsa 



I. partito 



Podesterie del ni. grado. 



I. borsa 



Castelfranco di sopra 

Feghine 

Marti 

San Casciano a Decimo 

Antella 

Settimo 

Castel S. Giovanni \ 

Calenzano i 

Ciertaldo ^ i. borsa 

Vinci \ 

Montelupo 1 

Laiatico \ 

Brozi J 

Scarperia 

Sesto 

Avena 

Ponte di Sacco 

Fiesole e Tagliaferro i. borsa 

Santa Maria Impruneta i. borsa 



I. borsa 



I. partito 



205 



borsa 



Yico Pisano 

Carmignano 

Empoli 

Caprese 

Campi 

Rasi guano 

Montecatino \ 

Laterina / 

Pecciole \ I. borsa 

Crespina \ 

Ponte a Era ) 

San Piero in Mercato 

Montale 

Tizana 

Pietrappio 

Portico 

Montignoso 

Lardano 

Fuciecchio 

Castelfiorentino 

Yergliereto 

Pogio Bonizi 

Ambra ] 

Castiglion Pescaia 

Cierreto 

Serravalle 

Doadola 

Tutte Rocche i. borsa 



I. borsa 



partito 



I. borsa 



I. borsa 



I. borsa 



Podesterie del nn. grado. 
Lancisa 
Uzano 

Monte Vettolino |) i. borsa i. partito 
Massa 
Montopoli 



206 

Adi 26. d' ottobre 1' anno 1417. io fu' tratto 
gonfaloniere di giustizia della borsa (') del 91. e 
perch' io fu' trovato in su lo specchio per non 
avere pagliato tre prestanze (-) che si posono agli 
asentati che fugirono la mortalità, fui strac- 
ciato (^), e funimi fatto torto, però che secondo 
la legie dello specchio non era ancora passato il 
termine del paghare; ma i Signori e Collegi per 
loro balia ristremarono (^) il termine dieci di e in 
Firenze ne mandarono il bando ; e a me che ero a 
Pisa non fu noto quello bando et ebine il danno. 

1418. Adi xni. di giugno l' anno 1418. io 
fu' eletto ambasciadore per andare a Serezana (*) 
a trovarmi per porre i termini («), insieme col 
fratello del dogie di Gienova (•), tra Sarezana 
e uno nostro castello che si chiama Niccola. 



(1) Cioè dello squittino dell'anno 1391. (M.) 

(^) V. il Vocabolario. Antonio Pucci nel suo capitolo, 
parlando della Eepubbl. Fiorentina, disse: Quando alle spese 
li mancan V entrate, Ed ella accatta da i suoi cittadini, 
E le prestanze assegna meritate. (M.) 

(^) Nel 1421. fu poi ordinato per legge universale, che 
non potessero godere quei che non pagavano le prestanze. 
Ammir. Stor. Lib. 18. (M.) 

(*) lìistremare ; cioè scemare di nuovo; voce da aggiu- 
gnersi al Vocabolario. (M.) 

(^) Serezana, e poco dopo Sarezana e altrove Saiire- 
zana, oggi Sarzana. Serezzana è più vicina all' origine, che 
è forse Villa Sergiana, dall' antica famiglia romana Sergia. 
Proverb. stare alla Serezzana, cioè al seren'o; come andare 
in Piccardia, ec. arguzie tratte dai luoghi. (M.) 

(^) Cioè i confini. (M.) 

C) Era doge Tommaso da Campo Fregoso, creato nel 1416., 
fatto poi cittadino fiorentino nel 1423. [Ammir. Stor. lib. 18.] 
E questo suo fratello è forse quel Batista, che fu nello stesso 
tempo eletto capitano d' amendue le Eiviere e delle cose 
della guerra e della guardia della città, insieme con Teramo 
Adorno suo cognato. Ubert. Foglietta Stor. di Gen. (M.) 



207 

Rinunziai 1' andata, perch' io non potea andare 
per cierto caso che m' accorrea ('), per lo quale 
caso i Signori e Colegi mi licienziarono che me 
ne feciono grazia. 

Adi XXVI. di settembre 1' anno 1418. la Bar- 
tolomea ("') figliuola di Franciescho de' Pitti fu 
isposata et ebbe 1' anello da Bartolomeo di Ghi- 
righoro di Fetto libertini (^), e menolla detto 
di. Ebbe di dota f. treciento cinquanta d' oro ; 
fecie la carta ser Lapo di Piero da Ciertaldo. 
Donale una roba di rosato che costò f. ventotto 
e mezo d' oro. 

Adi xvnii. di novembre 1' anno 1418. Lucha 
mio figliuolo comperò il podere e chasa {*) che 
fu di Ruberto de' Rossi in Firenze, comperollo 
f. quatrociento cinquanta a sua ghabella; com- 
perollo da monna Bandeccha {^), sirochia che 
fu del detto Ruberto. Fecie la carta ser Dome- 
nico d' Arigho di ser Piero Mucini. 

1418. Adi xvn. di febraio (^) i nostri Signori 
e loro Collegi mi mandarono ambasciadore, 
insieme con messer Iacopo Gianfigliazi, con 
messer Palla degli Strozi, con Giovanni di Ri- 
nieri Peruzi, con Andrea di Niccolò Giugni, 



(') Accorrea, per occorrea. (M.) 

(^) In margine del cod. è ripetuto: Bartolomea. 

(■') Gli libertini di Firenze non sono i medesimi degli 
libertini conti di Chitignano, come è stato scritto. (M.; 

(^) Forse ove fece il gran palazzo, vedendosi nel 1260. 
tra i rifacimenti de' danni dati a' Guelfi le case e i terreni 
de' Eossi a confine col Chiasso alla Cava e col luogo chia- 
mato a Bogole, che in oggi è il deliziosissimo giardino del 
reale palazzo, che ancor si chiama de' Pitti. (M.) 

(•'') Bandecca accorciato di Aldohrandesca. (M.) 

{*'•) In margine del cod. è scritto: 1418. Ambasciadore 
a ricevere Papa Martino, 



208 

con Agnolo di Ghezo da la Chasa e con Gio- 
vanni di Niccolò Soderini a ricievere papa 
Martino (') in sui nostri confini di là da Castro- 
caro in Romangnia due miglia. Conduciemolo 
a Firenze, entrò per la porta a San Ghallo 
adi XXVI. di febraio l' anno Mccccxvin. e ismontò 
a S. Maria Novella ('). 

1419. I fedeli del conte Ghuido Ghuerra da 
Battifolle conte di Moncione (^) adi vin. di aprile 
sodarono la dota della contessa Chaterina donna 
del detto conte e figliuola che fu di Franciescho 
di Neri de' Pitti ; e funne roghato ser Domenico 
d' Arrigho di ser Piero Mucini; la dota fu 
f. seicento d' oro. 

1419. Ricordo che questo di xxmi. d'aprile 
anoverai tutti gì' alberi che fanno frutto nel 
nostro giardino e vigne, sanza contare noc- 
ciuoli ; sono in tutto alberi cinqueciento sessanta 
e uno, ciò è : 

Fichi 164 Melaranci .... 6 

Peschi 106 Melagrani .... 7 

Susini 80 Meli, o vero Peri 

Ciriegi 58 Cotongni . , 

Mandorli .... 24 Noci 

Meli 25 Amareni {*) . , 

Peri .16 Ulivi .... 



2 

4 

9 
60 



E molti altri che ancora non fanno frutto, che 
ne faranno se non si secchano. 



(') L* Ammirato Stor. Fior. lib. 18. a questi nominati 
dal Pitti aggiugne Filippo Guasconi. (M.) 

(0 V. 1' Ammir. Stor. lib. 18. (M.) 

(3) In margine del cod. : Moncione, 1419. 

(f) Amareno, f. amarino, spezie di ciriegio. Davanz. 
Coltivaz. Il ciriegio {s' annesta] in sul ciriegio salvatico, 



209 

Qui appresso farò ricordo di tutti i viaggi 
e luoghi eh' io sono stato, de' quali io mi ri- 
cordo ; e cominciai sendo della età d' anni xvm., 
come adietro è fatta menzione. 

A Pisa, a Livorno, e tornai a Firenze. 

A Bologna, a Poggio, a Ferrara, a Franco- 
lino, a Chioggia et a Vinegia; e tornai a Fi- 
renze per la medesima. 

E andane a Pisa, a Pietra Santa e a Sare- 
zana, a Porto Veneri (^), a Lievanto, a Siestri, 
a Porto fino e a Gienova, al Ponte a Diecimo, 
a Buzaglia, a Serra Valle e a Alessandria della 
Paglia, a Tosignano, a Pavia; e tornamene a 
Dartona (■) e poi a Gienova per la medesima; 
e poi montai in mare, andane a Saona, a San 
Romolo tra' melaranci, a Monaco (^), alla Turpia 
a pie ; e poi a Nizza di Provenza ( '), a Grascia, 
al Ponte a Gherone, a Draghignano (^), a Bri- 
gnola (^), a San Balsemino, Axi, San Canata, 
Orgona e a Vignone; e tornamene a Gienova 
e a Firenze per la medesima via. 

. E poi n' andai a Bolongna, a Ferrara, a 
Ruico (■') e a Padova, e poi a Vicienza e poi a 



ma non amarino. V. il Vocabolario della Crusca. Cosi sara- 
ceno, Saracino. Noi aviarasco. (M.) 

(') V. l'annotaz. 7. della pag. 50. (M.) In questo a pag. 98. 

(■') Tortona. Lat. Derton. (M.) 

(^) V. r annotazione 3. della pag. 103. (M.) Qui a pag. 193. 

(^) V. l'annotaz. 5. della pag. 102. (M.) Qui a pag. 193. 

(•^) Lat. Draguinianum, città della Provenza. (M.) 

('■') Brignola, e altrove Brignolle, lat. Brinolium, ca- 
stello della Provenza. (M.) 

(') Rovigo. V. l'annotaz. 2. della pag. 65. (M.) Qui a 
pag. 124. 

14 



210 

Verona ; e tornai a Padova e andane a Vinegia 
e tornai a Padova. Tornai a Vinegia, entrai in 
mare, andai a Grado e poi a Aquilea, e tornai 
a Grado; e poi andai a Parenzo e poi a Puola 
e a Ossero e poi a Signa (') innlscliiavonia, a 
Brigno (^), a Modrnscia e poi a Isaghabria (3), 
a Grigi, a Capronza, a Alba reale e a Buda, 
passai il Danubio alpestro in sul ghiaccio, e 
tornamene a Signa; e poi Porto di Meme e a 
Pirano in Cavo d' Istria, e poi a Vinegia, a Pa- 
dova, a Ferara, a Modona e per lo Frignano (^) 
insino a Pistoia e a Firenze. 

A Siena, Asciano, Torrita, Pasignano, Pe- 
rugia, Ponte a San Gianni, Todi, Acqua Sparta, 
a Spuleto, Santo Giemini, Terni, Narni, Orti, 
Mugnana e poi a Roma; e tornai per la mede- 
sima via insino a Pasignano, e poi a Castiglione 
e poi a Arezzo e poi a Firenze per Valdarno. 

E poi andai a Pisa, tornai a Firenze; e 
tornai a Pisa e ritornai a Firenze. 

Ebbi bando e tornai a Pisa, andai a Gie- 
nova per mare, tornai a Pisa, andai a Casoli 
di Volterra e poi a Siena, a Arezo, tornai a 
Pisa, e poi andai a Luccha, a Sanrezana, a le 
Spezie, al Pignone, Materana, a Siestri, Ghia- 
veri, Rapallo, Recco e Gienova. Tornai per 
mare a Mutrone, a Luccha, a Sanrezana, a Pon- 
triemoli, a Bercieto, a Monte Fiorino, a Forno 



e) Segna. V. le annotazioni 4. e 5. della pag. 17, (M.) 
Qui a pag. 38. 

(2) Lat. Brinnum. (M.) 

(•'*) V. l'annotaz. 6. della pag. 17. (M.) Qui a pag. 38. 

(^) Forse per la Garfagnana. Valle cosi detta, quasi 
Caferoniana, Feroniana^ Lucus Feroniae. (M.) 



211 
nuovo ('), a Modena, a la Mirandola, Ostiglia, 
Verona; e là mi presentai, insieme con molti 
cacciati Ghuelfì da Firenze, a messer Carlo della 
Pacie che poi fu re di Napoli. E poi ne veùimo 
campegiando e passamo al Ponte alla Stellata 
il Po, al Bondeno, e su per quello di Bologna, 
a Castello Sampiero, a Massa del Marchese, a 
Luco, a Imola e poi a Faenza, a Furli, a Cie- 
sena, a Rimino, a Urbino, a Cagli, a Ghobio, a 
la Fratta, Borgo San Sipolcro, Anghiari, a 
Arezo e faciemone signore messer Carlo della 
Pacie. E poi ne venimo campegiando su per 
quello di Siena insino alla Badia a Isola, dove 
messer Carlo ebbe danari dal Comune di Fi- 
renze, e a' detti Ghuelfì usciti di Firenze mancò 
della promessa che ci avea fatta di cavalcare 
insino presso a Firenze, per provare se il popolo 
di Firenze ci volea riconciliare. Tornamociene 
a Arezo, e quivi io presi commiato da lui, 
perdi' io non avevo danari da poterlo più se- 
ghuitare ; però che circlia a f. mille d' oro nuovi 
in tre mesi eh' io lo seghuitai avevo ispesi, e 
in perdita di chavagli. Andamone a Castiglione, 
Cortona, Città di Chastello, a Borgo a San 
Sipolcro, a Rimino, a Bologna, a Modona, a 
Reggio, a Parma, Borgo a San Donnino, Firen- 
zuola, Piagienzia (•), Lodi, Marignano, a Melano, 
'Noara, Yercielli, Chivasse (2), Turino, Avigliana, 
Susa e passai il Mongienovo (^), a Briganzone, 



(•) Fornovo nel Parmigiano. Lat. Forum noviim. (M.) 
(2j Piacenza. (M.) 

C) Chivasco ; dal Franz. Chivas. Lat. Clavasium. (M.) 
(^) Franz. Le Mont Genève. Lat. Geneva, o Mons Ge- 
neva; uno de' più alti monti delle Alpi Cozie. (M.) 



212 

Embruno ('), a Ghabbo (^), a Sesterone {^\ a Vi- 
gnone, a Terrascona (^), e tornai a Yignone, a 
Oringlia (^), Mondragone ("), Montiglio a mare (''), 
Valenza ('), a Sten (^), a Rossiglione (^"), a 
Vienna (^^), Lione in sul Rodano, Villafrancha, 
Mascone ("), TornusC»), Cialone Ó'), Beona (''), 
Fiori ('«) sur Occie, Cianssello (•^), Magni Lam- 
berti, Castiglione ('»), Musei le Vesche ('^), Bar 



(') Franz. Emhrun. Ambrun. Lat. Ebrodunum ; V an- 
tico paese de' popoli detti Ambrones. (M.) 

(2) Franz. Gap. Lat. Vapingum. (M.) 

(^) Franz. Sisteron. Lat. Segesterorum Urbs. (M.) 

(•*) V. r annotaz. 2. alla pag. 28. (M.) Qui a pag. 57. 

(•>) Franz. Orange. Lat. Arausio, città celebre della 
Provenza. (M.) 

(^0 Mondragon, castello sopra 1' Orange. (M.) 

(~) Montelimar. Lat. ^marorum Mons. (M.) 

(**) Valenza. Lat. Valentia, città episcopale del Delfi- 
nato sul Rodano. (M.) 

C*) Franz. Thain. Lat. Tinum, castello del Delfinato. (M.) 

^10) Franz. Roussillon. Lat. Ruscino, castello del Delfi- 
nato. (M.) 

('^) Vienna del Delfinato, città celeberrima e massima- 
mente pel concilio generale decimoquinto, che ivi si celebrò 
l'anno 1311. nel pontificato di Clemente V. (M.) 

(12) Franz. Mascon. Lat. Matisco, città della Borgogna, 
della quale furono vescovi i nostri Batista figliuolo del gran 
poeta Luigi e Luca Alamanni. (M.) 

('^) Castello della detta provincia. (M.) 

Q*) Dal Franz. Chalon. Lat. Cabillonum, città della 
Borgogna sul fiume Saone. (M.) 

('•'') Franz. Beatine, castello della Borgogna. (M.) 

(i«) Franz. Sur Ouche. (M.) 

('") Chanceaiix. V. 1' annotaz. 2. della pag. 42. (M.) Qui 
a pag. 83. 

(18) Franz. Chatillion, sopra la Senna. (M.) 

('^) Franz. Mussy V Evesque. Lat. Mucium Episcopium, 
castello sul confino della Sciampagna colla Provenza. (M.) 



213 
Su Senna ('), Trois in Ciampagna (^), Marigni ('0, 
Tranello, Brai, Rampigiion, Donna Maria, al 
Gran Pozo, a Bria Conte Ruberto (^), a Parigi. 
E poi a Borsella (^) per la via di Lougro («), 
Sanlis (^), Varbria (»), Compigno ('•'), Noione C^X 
dove è il corpo di San Lo ; e poi a Ain in Yer- 
mandois ("), San Quintino ('^) e a Castello in 
Cambrogi ('3), al Canotto (''), Mons, Brenon ('^), 
Alle, Borsella, Villa forte (»«), Mellina {''). Ri- 



(') Franz. Bar sur Seyne. Lat, Barnim ad Sequa- 
nam. (M.) 

(2) Franz. Troyes. V. l' annotaz. 3. della pag. 42. (M.) 
Qui a pag. 83. 

(2) Marigni, Tranello e Brai, castelli della Sciampagna. 
Tranello. Fx-anz. Traisnel. (M.) 

('') Franz. Brye Comte Robert. Latin. Bria Comitis Ro- 
berti, castello. (M.) 

(^) Bruxelles. V. 1' annotaz. 4. della i^ag. 28. (M.) Qui 
a pag. 58. 

(^) Franz. Louvres. Lat. Lupara, piccol luogo dell' Isola 
di Francia. (M.) 

(") Franz. Senlis. V. l' annotaz. 4. della pag. 79. (M.) 
Qui a pag. 151. 

(^) Franz. Verberie. Lat. Verberiae. (M.) 

(■') Compiegne. Lat. Compendium. (M.) 

('") Franz. Noyon. Lat. Noviodtmum, città, della quale 
fu vescovo S. Eligio di Limoges, detto corrottamente S. Lo. (M.) 

(") Harn. Lat. Hamum, nella Piccardia tra i popoli 
Veromandi. (M.) 

(^2) Lat. Quindi nopolis. Fanum Sancii Quinctini, celebre 
per la famosa battaglia di S. Quintino seguita 1' an. 1556. (M. 

(13) Franz. Chasteau Cambresis. ìM.) 

Q*) Franz. Quesnoy. Lat. Quercetum., città forte nelle 
frontiere della Fiandra verso la Francia. (M.) 

('^) Braine le Comte. (M.) 

0«) Vilvorden. (M.) 

('") Franz. Malines. Lat. Mechlinia, città archiepisco- 
pale metropoli della provincia del Brabante. (M.) 



214 

tornai a Borsella, e poi n' andai innlnghilterra 
per la via d' Anghien ('), a Rolieri, a Vorni (■), 
Doncherc (^), Gravelinghe {*) e a Calese (^); 
e passai a Do vero ('■), a Conturbiera (') dove 
è il corpo di San Tommaso (^) di Conturbia, 
a Yinciestri, Londra, e tornamene a Calese, 
Ipro (^), a Lilla ('") in Fiandra, a Arazzo (") in 
Piccardia, Lione ('■) in Santerno e a Sanlis e a 
Parigi. E poi ritornai a Borsella per la via di 
Mons innAnaldo ('^), e ritornai a Parigi })er la 
medesima via. E poi ne venni a Yignone per 
la via di Borgogna e per lo Dalfinato, e dal 
Ponte a Santo Spirito a Carpentasso, e ripassai 



Q) Lat. Augia, città ducale nella provincia d' Anno- 
nia. (M.) 

(2) Forse Varneton. Lat. Varnetonium. (M.) 

(^) Franz. Donquerque, porto famoso che fu demolito 
non ha molti anni. (M.) 

(^) Gravelines. Lat. Gravelina, luogo forte in riva al 
mare, ceduto a' Franzesi per la pace de' Pirenei. (M.) 

Q') Franz. Calais, che dà il nome al celebre passo dalla 
Francia all' Inghilterra. (M.) • 

(^) Franz. Douvre. (M.) 

(') Franz. Caiitothery. Lat. Cantuaria, famosa città 
archiepiscopale dell' Inghilterra. (M.) 

(f) Che da Enrico Vili, con sacrilega temerità fu fatto 
dissotterrare e bruciare e sjiargerne al vento le ceneri, perché 
non ne rimanesse memoria. (M.) 

(9) Ypres. Lat. Hyprae. (M.) 

("') Lille. Lat. Insulae, una delle principali città della 
Fiandra. (M.) 

(") Arras. V. la prima annotaz. della pag. 36. (M.) Qui 
a pag. 72. 

('■-) Franz. Lionn eu Santerre. Lat. Lionum, castello 
della Piccardia. (M.) 

('^) Mons en Haynaut. Lat. Montes. (M.) 



215 
il Mongienovo, e venni a Vigliana ('), a Turino, 
Moncalieri, Chieri, a Asti (^), a Nori, e poi 
inn Alessandria della Paglia, a Dartona dove si 
fa la buona otriaca, a Voghiera (^), a Castello 
San Giovanni, a Piagienza, a Modona, a la Torre 
del Verghato, a Vernia ('') de' Bardi e a Fi- 
renze. 

Ritornai a Parigi per la diritta, a Melano, 
a Caronne (^), Varese, alla Vena in sul lagho 
Magiore, a Palenzo, a Margoza in sul lago, a 
Vogogna, a Domo d' osso ('), Dovedri (^), San- 
pione in su le montagne di Briglia, a Briglia (^), 
Luzera, Ansona, Martigni (^), San Morici, Vi- 



(•) Avigliana. (M.) 

(-) V. r annotaz. i. della pag. 41. (M.) Qui a pag. 81. 

(•'') Voghera. Lat. Vicus Iriae, castello della Lom- 
bardia. (M.) 

(^) L' anno 1332. la «contessa Margherita del conte Ne- 
rone de' conti Alberti e moglie di messer Benuccio de' Salim- 
beni di Siena, possente cavaliere e illustre poeta de' tempi 
suoi, vendè la Contea di Vernio a mess. Piero cav. de' Bardi 
suo genero, figliuolo del cav. mess. Gualterotto del cav. 
messer Iacopo, dal quale i viventi signori Conti di Vernio 
discendono. (M.) 

(••) Cat'ona, Va resto, Laveno, Palanza, Mar gozzo e 
Ugogna, tutti castelli. (M.) 

(") Comunemente Domo d' ossuta, o Domo cV oscela. 
Lat. Oscella. Terra situati alle radici del monte Sempron o 
Sempione, eh' è il passo per l' Alpi Pennine dal Milanese 
nel paese detto di Valais. (M.) 

(") Devedro. (M.) 

(^) Terra appiè del monte Sempione, da non molti anni 
in qua quasi riedificata da' fondamenti. (M.) 

C) Martigny e Saint Morice, due luoghi presso a 
Siom nel paese de' Vallesiani. (M.) 



216 

viers (') in sul lagho di Losanna, a Losanna (% 
Lecles, Giugno (■*), a Salino in Borgogna (^), San 
Gian de Lona (^), Digiuno (•=), Sassegna e a 
Ciansello, e poi a Parigi per la diritta. E da 
Parigi andai a ritrovare lo re di Francia 
eh' era andato innarme in Fiandra. Andai a Pe- 
rona (^), a Cambrai e Yalenzina (^), a Doaii (^), 
a Lilla, e trovai lo re con suo essercito. Diede 
la battaglia il di di santa Caterina a quelli di 
Ghuanto ('") e sconfisseli. Ritornamo a Parigi 
campegiando insino a San Dionigi ("). E ])oi 
ritornai a Borsella in Brabante, e poi ritornai 
a Parigi per la diritta. E poi n' andai col re 
in Fiandra contro agi' Inghilesi ; e andamo a 
Berghe (^^), a Bolborgo (i^); cacciamo gl'Inghi- 
lesi, e tornamo a Parigi per la via da Edin (^^), 



(') Franz. Vevay. (M.) 

(^) Losanna, città presso al Lago di Ginevera. Lat. 
Lausonium. (M,) 

(^) Forse loun. (M.) 

(<) Salins, città della contea di Borgogna. (M.) 

(•'■') Franz. S. lean de Laune. (M.) 

(^) Franz. Dijon. Lat. Divio. Città capitale e sede del 
parlamento del ducato di Borgogna. (M.) 

(') Franz. Peronne. Lat. Perona, città della Piccardia. (M.) 

(^) Valenciennes. (M.) 

C') Lat. Duacum, città della Fiandra. Gio. Boccacc. 
Panno di Doagio. (M.) 

('°) Gand. Lat. Gandavum, città della Fiandra. (M.) 

('') V. pag. 32., annotaz. 7. (M.) Qui a pag. 65. 

(12) Berg, città della Fiandra. (M.) 

(•^) Bourhourg. Lat. Burburgus, castello della Fian- 
dra. (M.) 

('^) Franz. Hesdin. Lat. Hedena, castello. (M.) 



217 
dove è il bello pafco ('), e poi Amiens e da 
Cleramonte (^) e Craelle (^). E poi ritornai a 
Borsella, e andai in Olanda per la via di Mei- 
lina, a Lira (^), a Brida (^), a Santa Gierter- 
vich (*'), Dordaret (') innOlanda, Aretdamo (^), 
Delfi, a r Aia ('*), a Leida, e tornai a Parigi 
per la diritta; e poi tornai a Firenze per la via 
di Borgogna e di Savoia, e passai le montagne 
di Briga e a Melano, e poi per la diritta a 
Firenze. 

E poi ritornai a Melano, e poi a Binasco, 
a Pavia, a Gienova ; e poi per la riviera di Gie- 
nova tornai a Firenze. 

E poi ritornai a Parigi per la via da Fe- 
rara a Revero e poi a Mantova e poi a Clier- 
mona ('*') e a Lodi, a Melano, a Vercielli, e poi 
a Ivrea e passai le montagne di San Bernardo, 
a San Morici, a Losanna, e per la Savoia e per 



Q) Forse dal Franz. Pare il nostro Barco, luogo dove 
si riserrano animali selvaggi d' ogni maniera. Lat. Vivarium. 
Paradisus. (M.) 

(2) Franz. Clermont. Lat. Bratuspantium, castello della 
Piccardia. (M.) 

(^) Franz. Creil. Lat. Creolium, città piccola della 
Francia. (M.) 

(*) Franz. Lieve, Lat. Lyra, castello del Brabante. (M.) 

(•^) Breda, città. (M.) 

(^) S. Gertruydenherg. Lat. Gertrudenherga o S. Ger- 
trudis Mons, città dell'Olanda. (M.) 

(") Dori o Dordrecht. Lat. Dordracuvi. (M.) 

(^) Boterdam. Lat. Roterdamum ; e Delfi, lat. Delphi, 
due città dell'Olanda. (M.) 

(•^) V. l'annotaz. i. della pag. 34. (M.) Qui a pag. 68. 

(1°) Chermona, in luogo di Creviona; e poco dopo Cor- 
morino per Cremolino. Cosi chermisi per cremisi, ec. (M.) 



218 

la Borgogna, e poi a Parigi. E poi in Brabante 
a Borsella, a Loano (') in Brabante, a Diestri (') 
e a Tret in su la Mosa, e ritornai a Parigi e 
poi a Firenze per le monj^agne di Briglia, e da 
Melano, e a Bolongna. 

E ritornai a Parigi per lo camino di Luc- 
cba, Sarezana, le Spezie, Pignone, Materana, 
Siestri, Cliiaveri, Rapallo e Becco, e poi a Gie- 
nova, e poi a Pavia, a Binascho, a Melano, e 
poi dal monte di Brigha e per Savoia e per 
Borghogna. E poi da Parigi a Bruggia (^) in 
Fiandra, e a le Ischiuse (^) per la via di Tor- 
nai (^), Rulieri ('=), Bruggia, e al Damo ('') e a le 
Schiuse. E poi tornai a Parigi, e di là n' andai 
in Savoia per la via di Cialone in Borgongna, 
e da San Giermano e da San Giuliano, Bor- 
gonbrescia (**), Ponte d' Ens (^) in Savoia, San 
Rimberto, Baiai ("*), a lenna ("), e passai il 
monte del Gatto, al Borgietto (^^) e a Ciam- 



(') Lovanio, città e università celebre. Lat. Lova- 

nium. (M.) 

("-) Diiest. Lat. Diesta, castello del Brabante. (M.) 

(^) Bruges. Lat. Brugae, città della Fiandra. (M.) 

(^) V. r annotaz. 3. della pag. 35. (M.) Qui a pag. 71. 

(■') Tournay. Lat. Tornacum, città della Fiandra. (M.) 

(«) Roulers. (M.) 

(') Dam. Lat. Damum, castello della Fiandra. (M.) 

(,^) Franz. Bourg en Bresse. Lat. Tamnum Burgus, 

castello della regione di Bressa in Francia. (M.) 

(-') Pont d' Ain e Saint Bamhert due castelli nella 

medesima regione. (M.) 

C^) Bellay. Lat. Belica, città di Savoia. (M.) 

(") Yenne. Lat. Genabum, castello di Savoia. (M.) 

Q--) Le Bourget, castello di Savoia vicino al lago 

Bourget. (M.) 



219 

beri ('), la Sala, e poi a Gieneva (^), a To- 
lon (^), a San Morici, a Martigni in Savoia. E 
poi me ne tornai a Gienova, e passai il monte 
delle Falciglie, e a San Gladdo (^) in Borgogna, 
e a Orgioletto ('), a Cialone, e poi a Parigi, e 
poi a Borsella, e ritornai a Parigi. E poi tornai 
a Firenze per la via di Cialone, e da Santo 
Antonio di Vienna, e passai il monte delle Scale, 
e venni a Ciamberi in Savoia, a Mombiliardo (''), 
Aglia bella (''), Moriana in Savoia, a la Ciam- 
bra («), al Fornello, a San Michele, al Borgietto, 
a lenna e passai il Monsenisi ('■'), a la Fer- 
riera ('"), a Susa e poi in Asti, Alessandria e a 
Pavia e a Melano e a Lodi, a Chermona, a 
Mantova, a Ferrara, a Bolongna, a Firenze. 

E poi ritornai a Parigi per lo camino da 
Bolongna, a Melano, a Turino, a Susa, e per lo 



(') Franz. Chamhery. Lat. Camheriacum, città nella 
Savoia. (M.) 

(^) Franz. Genève. Lat. Geneva, città sul lago, il quale 
per quella parte prende il nome di Ginevera e per 1' altra è 
detto di Losanna. (M.) 

(^) Thonon. Lat. Thononium , città sul medesimo 
lago. (M.) 

(■*) ^S*. Claude. Lat. S. Claudius, castello della Bor- 
gogna ove è il corpo di S. Claudio. (M.) 

(•>) Orgelet. Lat. Orgeletum, castello della Borgogna. (M.) 

C") Montmelian. Lat. Mommelianum, fortezza di Sa- 
voia. (M.) 

(*) Ayguehelle, castello in Savoia. (M.) 

Q") La Chambre. Lat. Camheriacum, marchesato in 
Savoia. (M.) 

(') Monsenì. Lat. Mons Cinerum, Mons Cinesius. Franz, 
Le grand Mo7it Senis del Piemonte. (M.) 

(1") Fervere. Lat. Ferrariae, castello del Piemonte. (M.) 



^•20 

Monsenisi e per la Savoia e per la Borgogna 
e da Parigi; e poi tornai a Yignone col re di 
Francia; a Nimisi (*) e a Lunello (^), a Mon- 
pulieri (^), a Bisiers (^) in Linghuadoco, a Car- 
cascione (•'), a Castello nuovo d' Arri (s), a To- 
losa (^) la grande, e ritornamo a Parigi per 
la via di Yignone : e poi n' andai a Borsella e 
a Mellina e a Anghnersa (*), e poi a Ramuda (^) 
in Silanda, a Midelborgo (^°), e poi alle Schiuse, 
a Brugia, e ritornai a Parigi. E poi n' andai 
innlnghilterra per lo camino di Belvagio ("), 
a Amiens ('^), a Edin dov' è il bello parco, a 
Albavilla ('='), Imponti ('^), a Bologna ('^) in sul 
mare, a Calese, a Sanducci ('"), e poi a Londra. 



(') Nismes. Lat. Nemausum, città della Lìnguadoca. (M.) 
(2) Lunel. Lat. Lunellum, castello della Lìnguadoca. (M.) 
(^) MompeiUer. V. pag. 80, annotaz. r. (M.) Qui a pag. 152. 
(^) Bisiers o Beziers. Lat. Biterrae. Città, che ha avuti suc- 
cessivamente sei vescovi della famiglia fiorentina de' Bonsi.(M.) 
{■') Carcasson. Lat. Carcassum. (M.) 
(*') Franz. Castel naudary. Lat. Castellum Arianorum, 
celebre per lo combattimento seguito nel 1632. (M.) 
(') Toulouse. Lat. Tolosa. (M.) 

(^) Anversa. Lat. Antuerpia, che da Giusto Lìpsio fu 
chiamata Urhs Urbium. (M.) 

(•') Armuyde. Lat. Arneniuda, porto celebre. (M.) 
("*) Middelbourg. Lat. Motelli Castrum, città della 
Zelanda. (M.) 

(") Beauvais. Lat. Bellovacnm. (M.) 
('•) Lat. Samarobrina, città della Piccardia. (M.) 
C'^) Abbeville. Lat. Abbavilla, città della Francia. (M.) 
('"•) Nempont, castello della Piccardia. (M.) 
('^) Franz. Boulogne. Lat. Bononia, città della Pic- 
cardia. (M.) 

e*') Sandwich. Lat. Sanduicus, castello e porto d' In- 
ghilterra. (M.) 



221 

E i30Ì me ne ritornai a Parigi per la medesima 
via. E venine «a Firenza per la via di Savoia 
e per la valle di Moriana, e passai il monte 
Senisi, e venni innAsti e poi al Mondavit, a 
Nizza della Paglia, a Cormorino ('), a Yotri, 
a Gienova, e per la riviera jjer terra insino a 
Firenze. 

E poi andai a Melano e a Pavia e a Gie- 
nova, e ritornai a Firenze. 

E poi ritornai a Parigi per la via di Pie- 
monte; passai il Mongienovo e andane a Yi- 
gnone e poi a Lion in sul Rodano e poi a 1' Al- 
berella, a Marsigni le Nonen, a' Bagni di Bor- 
bon, a Universa (^), a la Ciarité in su Lera (^), 
a Montargi (^), a Forgiò (^), a Corboglio (^) e 
a Parigi. E poi andai collo re di Francia al 
monte Sammichele {'') per lo camino di San 
Giermano dell' Aia, a Manta (*) in Normandia, 
a Argientan (^) del conte di Lanson C'*) in Nor- 
mandia, a Yarancie ("), e poi al monSammi- 



(') Cremolino, castello del Monferrato. (M.) 

(^) Nevers. Lat. Nivernum, Noviodunum , Augustone- 
metum. (M.) 

(3) Franz. Loire. Lat. Ligeris, fiume della Francia. (M.) 

(^) Montargisi. Lat. Montargium, città. (M.) 

(^) S. Fergeau. (M.) 

(^) Franz. Corhoil. Lat. Gorbolium. (M.) 

(') V. l'annotaz. 2. della pag. 44. (M.) Qui a pag. 87. 

(f) Franz. Mani. Lat. Mante, castello dell' Isola di 
Francia sul fiume Senna. (M.) 

(^) Franz. Argenten. Lat. Argentomagum, castello. (M.) 

(i<^) D' Alengon. (M.) 

(") Franz. Avranches. Lat. Abrinca, città episcopale, 
sotto l' arcivescovo di Roano. (M.) 



222 

chele, a Pontorson, a Ambia ('), a San Lo, 
a Everosa (^), a Tervano, a Ruano {^\ e tor- 
namo a Parigi. E ritornai a Firenze per la via 
di Savoia, e passai il Monsenis, e per lo Pie- 
monte e per Asti e per Bolongna. 

E ritornai a Parigi per la via di Lucclia, e 
da Pontriemoli a Piagienzia e innAsti, e passai 
il Monsanisi ('), e per la Savoia. E nota eh' io 
partii d' Asti adi xxii. di novembre e la notte 
di santo Andrea arivai a Parigi; e fé' il presto 
viaggio per una ambasciata portai per parte 
del Siri di Gusci al duca d' Orliens ; e nota che 
le due ultime giornate furono 1' una da Cian- 
sello a Trois, 1' altra da Trois a Parigi. E poi 
ne venni a Yignone col duca d' Orliens e col 
duca di Borgogna, col duca di Borbon e con 
altri signori reali, che lo re di Francia mandò 
per ambasciadori a papa Benedetto per prove- 
dere a r unione di Santa Chiesa. Toniamone a 
Parigi; e poi ne ritornai a Firenze, pure ])er 
la via di Savoia e per lo Monsenisi. 

E poi ritornai a Parigi per la via di Man- 
tova, a Chermona e a Melano, e per lo monte 
di Brigha e per la Savoia e per Borgongna; e 
a Parigi messer Maso degl' Albizi e io fermamo 
legha collo re di Francia, e poi ne venimo a 



(') V. 1' annotaz. 4. della pag. 44. (M.) Qui a pag. 87. 

(") Franz. Evreux. Lat. Ebroicum, città episcopale sul 
fiume Iton. (M.) 

(^) Roano. Franz. lìonen. Lat. Rhotomagus, città capi- 
tale della Normandia. (M.) 

(^) Monsenì. (M.) 



223 

Yignone, e poi a Romano ('), e poi a Santo An- 
tonio, a Granoli ('), e poi passamo il monte Senis 
e venimo innAsti e a Gienova e tornanio a 
Firenze. 

E poi ritornai ambasciadore a Parigi per 
la via di Padova, a Trevigi, a Colligrano (^), a 
SifiUe (■*) in Frioli, a Santa Avocata (•'^), a Spi- 
nimbergo, a San Daniello, e poi a Avenzone in 
Frioli, a Tonbetti, e passai il monte di Croce (''), 
a Draf borgo ('), a Luonza (*), a Brunicli (^), a 
Mulibach, a Isterzingh, a Materana, a Isporch ('^'), 
a Znrli ("), a Delf ('^), a Umus, a Petnou, e 
passai il monte d'Arie ('3), a Closterlin, a Fel- 



(') Franz, liomans. Lat. Romanum, castello del Delfi- 
nato. (M.) 

(■2) Franz. Grenoble. Lat. Gratianopolis, città capitale 
del Delfinato. (M.) 

(■^) Conegliano, castello della Marca Trevigiana. (M.) 
('•) Sacille. Lat. Sacillum, castello su' confini del Tre- 
vigiano. (M.) 

(') S. Avogia, Spilimhergo e S. Daniele, tre castelli 
del Friuli. (M.) 

(f) Franz. ^S*. Croìx. Lat. *S'. Crux, castello. (M.) 
(') Trahurg o Draljnrg. Lat. Dravoburgum. (M.) 
(*) Lintz. Lat. Lentia, castello della contea del Ti- 
rolo. (M.) 

(") Brunck o Branik, lat. Branichum ; Milbac o Mul- 
bac, lat. Mulbacum ; Sterzinghen, lat. Stiriacum. E Matray, 
lat. Matreitim. Quattro altri castelli della contea del Ti- 
rolo. (M.) 

('") Inspruck. Lat. (Enipons, città del Tirolo. (M.) 
('1) Czerle. Lat. Zerla, borgo del Tirolo. (M.) 

(12) Telfs. Lat. Tullum, borgo del Tirolo. (M.) 

(13) Arlen. (M.) 



224 

chirch (^), a Renicli ('), a Ghostanza (3), a 
Esten (^), a Ciaffusa (^), a Gualzscotto («), a 
Lonfenberg (''), a Renveld (*), a Basola (^), a 
Grrenan, a Mombiliard ('°) in Borgogna, a Villa 
Asse, a Croy, a Lengres ('^), a Bar su Senna, a 
Trois in Ciampagna, e poi a Parigi. E poi ri- 
tornai a Firenze per la via di Savoia, a Bor- 
gonbrescia, a l' Escluse di Gie, a Losanna, a 
Filiborgo ('^), a Berna, e poi a' Bagni, a Ciaf- 
fusa, a Ghostanza, a Tenzone, Trevigi, a Mestri 
e a Yinegia, a Padova, e tornai a Firenze. 

E poi a Padova e ritornai a Firenze. 

E poi andai a lo 'mperadore nella Mangna 
per la via di Padova e per lo Frioli, a Sisille, 
a Valvason, a Udine, a Civitale, e passai le 
montagne di Plez, alla Trevigia (•^), a Arnold 



(') Feldkirk. Lat. Velcurhim, borgo de' Grigioni. (M.) 
(^) Renelle, borgo appresso il lago di Costanza (M.) 
(^) Costanza. Lat. Constantia, città libera, ove fu cele- 
brato il Concilio nel 1414. (M.) 

('*) Stein, borgo presso a Scafusia sul Reno. (M.) 
(^) Franz. Schafouse. Lat. Scafusia, città dell' Elve- 
zia. (M.) 

(^) Waldshutt. Lat. Waldhusta, città della Svevia. (M.) 
(') Lauffembourfjf. Lat. Lauffemburgum, castello sul 
Reno. (M.) 

(^) Rhinfelden. Lat. Rhenofelda, città della Svevia. (M.) 
(■>) Basilea. V. l'annotaz. 6. della pag. 51. [Qui a pag. 100]. 
Città celebre per lo Concilio; gli atti del quale si conser- 
vano in un grosso insigne codice in cartapecora nella Stroz- 
ziana. (M.) 

(") Momheliard. Lat. Mons Belligardus, città della 
Borgogna. (M.) 

(") V. l'annotaz. ult. della pag. 61. (M.) Qui a pag. 100. 
(12) Friburg. Lat. Friburgum, città d'Elvezia. (M.) 
Q^) Travisa, castello della Carintia. (M.) 



225 
Sten, a Yilacch (^), a lo Spedale (^), a Salz- 
sporgh (•''), a Monaco in Baviera, a Eghlestat ('*), 
a Ambergh, dove trovai lo 'mperadore, a Sulz- 
bacli (^), a Norinbergh {^) e Merghtan de' Frieri 
di Prussia, a Yinispergh, a Adilbergh (^), a 
Olmo (») in sul Reno, a Oppenan (=*), a Ma- 
ghanza {^°). Tornai a Adilbergh, e tornai a Fi- 
renze per lo camino di Svezia insino a Us- 
porch (") e Monaco, e poi a Isporc, e ritornai 
a Venzone e poi a Porto Gruaro ('■) e poi a 
Yinegia e a Padova e a Firenze. E nota eh' io 
venni da Adilbergh a Firenze in xvi. di, che 
sono più di sette ciento miglia. 

E ritornai nella Magna, e trovai lo 'mpe- 
radore a Usporch, e ritornai a Vinegia per la 
via di Yenzon e da Trevigi. E poi da Yinegia 
ritornai a lo 'mperadore, passai il monte di 



(1) Villak. Lat. Vtllachum o Vacorium, città della Ca- 
rintia. (M.) 

(2) Spitall o Spiteli. Lat. SpitalUum o Spitellium, ca- 
stello su i confini della Carintia colla Baviera. (M.) 

(■'') Salzburg, città. V. la pag. 61. vers. 6., ove Bvionac- 
corso la chiama Salz Spere. (M.) Qui a pag. 117, Salzsperc. 

(*) Ingolstat e Amberga. V. le annotazioni 3. e 4. della 
pag. 61. (M.) Qui a pag. 117. 

(•"') Lat. Sultzbachium, città del Palatinato superiore. (M.) 

(fi) V. l'annotaz. 5. della pag. 63. (M.) Qui a pag. 122. 

(:) V. r annotaz. 2. della pag. 64. (M.) Qui a pag. 123. 

(«) Lat. Ulma. (M.) 

C^) Oppennein. Lat. Bancona, castello sul Eeno nel 
Palatinato. (M.) 

(1») V. l'annotaz. 4. della pag. 63. (M.) Qui a pag. 121. 

('!) Augusta. V. l'annotaz. 3. della pag. 64. (M.) Qui 
a pag. 123. 

(12) V. 1' annotaz. 2. della pag. 68. (M.) Qui a pag. 130. 

15 



226 

Croce insino a Mulibach e Proscino, a le 
Schiuse ('), a Buzano (*); e poi ritrovai lo 'mpe- 
radore a Trento, e poi lo lasciai; e ritornai 
a Vinegia per la via di Frioli, a Porto Gruaro 
e a Yinegia. Venni a Padova, do' (0 ritrovai 
lo 'mperadore, e tornamo a Vinegia. Lo 'mpe- 
radore si parti per tornarsene a casa sua. An- 
dagli dietro, mandato dagl' ambasciadori di 
Firenze, che erano venuti a Vinegia, dove non 
erano stati d' acordo. Ritrovalo a Latisana. 
Ricondussilo a Vinegia e a Padova; e di là ne 
venni a Ferara, Argienta (^) e a Vetri e poi a 
Bolongna e poi a Firenze. 

E poi a Bargha per capitano, e ritornai a 
Firenze. 

E poi a Pisa e a Livorno, e ritornai a Fi- 
renze. 

E andai vicario di Pescia, e tornai a Firenze. 

Andane a Gienova ambasciadore, e tornai 
a Firenze. 

E poi andai ambasciadore a papa Benedetto 
a Marsilia, e presi la via per terra per la ri- 
viera di Gienova insino a Mza di Provenza, e 
poi insino in Ax ('*), e di là a Marsilia. E di là 



(1) Clausen, castello del Tirolo. (M.) 

(') Bolzano. Lat. Bocenurn o Bozenum, altro castello 
del Tirolo. (M.) 

(•') Do' per dove, siccome o' per ove, F, Guittone Rime; 
poi si disse u\ (M.) ^ 

(■*) Castello sul fiume Primaro presso al lago di Co- 
macchio. (M.) 

(•"') Aix. Lat. Aquae Sextiae, città archiepiscopale e me- 
tropoli della Provenza, della quale sono stati successivamente 
arcivescovi i nostri card. Lorenzo Strozzi, Giuliano de' Me- 
dici e Alessandro Canigiani. (M.) 



227 
andai a Parigi per la via di Vignone, a Ba- 
gnunlo (^), al Ponte a Santo Ispirito, a Borgho 
Santo Andrea, a Villanuova di Bergli, a Bi- 
naselo ("), a Monte Pesatto, e passai il monte ; 
e poi a Munistero (^) e al Puoi (^), dove la 
figura di Nostra Donna fa grande grazie a' pel- 
legrini che vi vanno di molti paesi, E poi 
n' andai per lo camino d' Alvernia a Issora (^), 
a Cleramonte (^), a Monferrante, a Rions ('), a 
Acqua Sparta, a San Porciano (^), a D' un le 
Boy (^), a Burgi {^^) in Berri, a la Cappella (^^), 
al Bingni, a Colons, a Gian su Lera ('■), a Monte 
Argi, a San Martellino, dove si va per molti 
in pellegrinaggio ; e poi n' andai a Parigi per 
trarre di prigione messer Bartolomeo Popoleschi 



(') Lat. Balnea. (M.) 

(^) Franz. Aubenas. Lat. Alhenacum ; Alba Augusta, 
castello della Francia Narbonese. (M ) 

(^) Franz. Ministrol. Lat. Ministrolium. (M.) 

(^) Franz. Le Puy. Lat. Podium, oggi Mons Virgi- 
nis. (M.) 

(•'') Franz. Issoire. Lat. Issodorum o Isidorum, città di 
Francia nella provincia dell' Alvernia. (M.) 

(^) Chiaramonte, lat. Claromontium ; e Monferraìit, lat. 
Monferrantiurn, due città dell' Alvernia. (M.) 

(^) Franz. Biovi. Lat. Rigodunum o Eigomagus. E 
Aiguepers, lat. Aquapersa, due castelli d' Alvernia. (M.) 

(**) Franz. S. Porcain. Lat. Fanum S. Porciani. (M.) 

( ') Lat. Regiodunum, castello nel ducato di Berri. (M.) 

('"ì Franz. Bourges. Lat. Biturix, città metropoli del 
d. ducato. (M.) 

(") Franz. Chapelle d' AngiUon e Aubigny, due castel'i 
nel detto ducato. (M.) 

('2) Franz. Gien. Lat. Genabum, città grande sul fiume 
Loere. (M.) 



228 

e Bernardo Ghuadagni, i quali il duca d' Or- 
liens avea fatti pigliare andando ambasciadori 
al re di Francia; e percli' io era molto servi- 
dore del detto duca, vi fu' mandato per amba- 
sciadore del nostro Comune; e tanto seghuitai 
il detto duca, eh' io riebbi i detti prigioni. E 
poi me ne tornai a Firenze per la via d' Al- 
vernia, e da Vignone, e per la riviera di Gienova, 
e a Yentimiglia (^) e a Gienova e a Firenze. 

E poi andai capitano di Pisa, e tornai a 
Firenze. 

Andai a Bolongna al papa Alessandro, e 
tornai a Firenze. 

E poi andai a Roma collo re Luigi, com- 
messario di nostro Comune, per la via di Siena, 
a Bonconvento, a Monte Pulciano, e tornai a 
Siena, e ritornai a Monte Pulciano ; e poi a Ra- 
dicofani, a Acqua pendente, a San Lorenzo a le 
grotte, a Bolsena, a Monte Fiascone, a Viterbo, 
a Sutri, a Chapranicha e a Roma. Ritornai 
a Nepi e a Civita Castellana, a riconduciere 
Isforza da Cutigniuola al soldo. Tornai a Roma, 
e ritornai a Firenze per la diritta, da San Chi- 
rico e da Siena. 

E poi n' andai a Bolongnia col re Luigi, e 
ritornai a Firenze. 

E poi a Siena, e tornai a Firenze. 

Fuggi' la pistolenzia e andai a Pisa, e ri- 
tornai a Firenze. 

E poi andai a Pisa e tornai. 

Andai a Bolongna al papa. Tornai. 



(•) Vintimiglia. Lat. Intimelium, città della Liguria. (M.) 



E andai podestà a la Pieve a Sauto Ste- 
fano; tornai. 

E poi andai a Pisa, montai in mare in su 
ghalea, e posi a Noli e a l' isole di Santa Mar- 
gherita; e poi andamo a Fregivi e poi a Tolon 
e poi a Brigno per terra, e poi a Yignone e poi 
a Parigi per lo monte del Pesatto e per Al- 
vernia. E poi ritornai a Firenze per lo camino 
di Burgi in Berri, e per Borbon e per Mulin (') 
in Alvernia, e poi a Lion, e poi giii per lo 
Rodano per acqua insino a Yignone; e poi a 
Teraschona a parlare al re Luigi, e ritornai a 
Yignone, e poi n' andai a Ax e poi a Marsilia, 
e di là n' andai per terra insino a Cagna presso 
a Niza. Ritornai a Marsilia, e andai in Arli a 
parlare al re Luigi, e tornai a Marsilia, e montai 
in su una ghaleotta, e stetti con gran fortuna 
XVII. di in mare, innanzi eh' io arivassi a Porto 
Pisano. 

Tornai a Firenze, e andai vicario di Yal- 
darno di sopra; tornai. 

Andai al Bagno a Petriuolo; tornai. 

E poi andai comesario a Fuligno per lo 
camino d' Arezzo, da Ranco, da Città di Ca- 
stello, Aghobio, Ghualdo e a Nociea, e poi a 
Fuligno. E tornai a Firenze per la via da Isciesi 
e da Perugia. E poi n' andai a Pisa per fugire 
la pistolenzia. E poi n' andai a San Gimi- 
gnano (^) per podestà, e tornai a Firenze adi 
XX. di maggio nel 1418. 



(') Franz. Moulins. Lat. Molinum, città del ducato di 
Borbone. (M.) 

(2) V. r avvoc. Gio. Vincenzio Coppi, Annal. di S. Girai- 
gnano, a car. 332. (M.) 



230 

Adi primo d^ agosto l4l9. entrai degl' Ùfì- 
ciali de 1' Onestà. 

Adi del detto anno e mese entrai dei 

Capitani d' Orto (') San Michele. 

Adi primo di settembre entrai degl' Operai 
di Santa Maria del Fiore. 

Adi primo d' ottobre fu' tratto podestà di 
Monte Pulciano. 

Adi detto aloghai le mie case a pigione al 
vescovo di Lichfeld per ducati xxn. il mese. 

Adi primo di novembre entrai de' Priori (■) 
di Parte Ghuelfa. 

L' anno detto occorse, che Antonio di Gio- 
vanni di messer Zanobi da Mezola fu preso a 
Siena, perché n' avea bando per una femina che 
se ne menò ; e sendo per esser impiccato, i suoi 
parenti impetrarono uno ambasciadore da' nostri 
Signori, che per parte della loro Signoria ri- 
chiedesse i Signori e Comune di Siena, che di 
grazia liberassono il detto Antonio; lo quale 
ambasciadore ottenne sua domanda, e menonne 
Antonio a Firenze. E sendo io in quel tempo 
podestà di Monte Pulciano, occorse eh' io con- 
dannai Andrea di Salinbene degli Schotti da 
Siena terrazano di Monte Pulciano in fiorini 
secento, per divieto di grano che avea tratto 
contro agi' ordini e statuti del comune di Monte 
Pulciano. Diedili termine xx. di a pagare, si- 
condo lo statuto, e lascialo a sodamento. Il 



(') Oggi Orsanmichele, dalla chiesa e contrada, che in 
antiche latine carte si scriveva senza l' aspirazione h, Orti 
S. Michaelis, ovvero S. Michaelis in Orto. (M.) 

(J) Priori di Parte Guelfa, in vece di Capitani. (M.) 



231 

detto Andrea se n^ andò a Siena, e impetrò uno 
ambasciadore da' Signori di Siena, il quale 
andò a Firenze a chiedere a' nostri Signori che 
per grazia Andrea fosse libero della condana- 
gione. La quale cosa sentendolo questo comune 
di Monte Pulciano, mandare due ambasciadori 
a Firenze a pregare i Signori e loro Collegi 
che non rompessono i loro statuti. Furono uditi 
r una parte e 1' altra : missono il partito che i 
Priori e Consiglio di Monte Pulciano potesse 
della detta condannagione farne quello che 
piaciesse a loro ; e ciò feciono, perché il comune 
di Monte Pulciano non può fare alcuna grazia 
di condannagione che passi lire 500. di corto- 
nesi, che vagliono lire 400. di moneta fiorentina ; 
e tutte loro condannagioni sono del comune di 
Monte Pulciano; e questo feciono, perché dei 
fatti di Monte Pulciano non possono i Signori 
senza i loro Collegi diliberare alcuna cosa; e 
tale partito contradissono gì' ambasciadori di 
Monte Pulciano, perché dubitavano di quello 
che poi i Signori propii feciono. Missono il 
partito in due di circha di 46. volte, e in fine 
per la importunità di Giovanni Minerbetti ('), 
che alora si ritrovò gonfaloniere di giustizia, 
insieme connAntonio di Piero di Fronte e con 
detto Gfiovanni Luigi Mannini ('), i quali a ri- 
chiesta di quelli da Ricasoli, che preghavano 
per lo detto Andrea, per fargli piacere e a me 



(') Giovanni d' Andrea Minerbetti sedè gonfaloniere di 
giustizia l'anno 1420. (M.) 

('') I Mannini sono ora conti nel Friuli e nobili vene- 
ziani. (M.) 



m 

dispiaciere, come altre volte anno fatto, animo- 
samente procedettono ; e vinto il partito, essi 
Signori scrissono a questo comune che liberas- 
sono Andrea da quella condannagione, coman- 
dando &c. E a me scrissono con aspri coman- 
damenti, eh' io operassi che ciò si facesse, e che 
alcuno danaio detto Andrea non avesse a pa- 
ghare né per mio diritto ('), né allo accusatore, 
né per cancellatura, né per ninna altra cagione. 

Feci raunare il Consiglio, e letta la loro 
lettera e la mia, di liberarono di mandare due 
altri ambasciadori a' nostri Signori e a' loro 
Collegi, a pregarli che almanco a liberare An- 
drea esso paghasse soldi 2. per lira, come di- 
spongono i loro statuti; e che altrimenti non 
lo poteano fare sanza loro grande progiudicio; 
e che pure facciendolo, tale liberazione non 
varrebbe. Andarono con comessione di non par- 
lare a' Signori sanza la presenzia de' Collegi. 

E d' altra parte Andrea andò a Siena, e di 
nuovo ebbe 1' ambasciadore, e andarono a Fi- 
renze. Avenne, che sendo 1' una parte e l' altra 
in sulla sala dinanzi a 1' udienza de' Signori, e 
raunandosi i Collegi, Pandolfo da Ricasoli che 
avea sentito come quelli di Monte Fulciano 
voleano parlare a' Signori presente i Collegi, 
mandò uno suo parente, eh' era di collegio, 
dentro a avisarne i Signori. Segui che subito i 
Signori feciono comandare a quelli di Monte 
Fulciano che andassono da loro. Andarono; 
disson, che aveano in comesione parlare a chi 
diciea la lettera de la credenzia; e quella let- 



(') Diritto, conto, ragione. Lat, ius. (M.) 



233 
tera fu loro ckiesta. E poi comandarono loro 
che sponessono. Sposono per ubidirgli. Fu loro 
risposto e comandato che prestamente se ne 
tornassono a Monte Pulciano, e che rapportas- 
sono che la loro Signoria volea essere ubidita; 
e a me scrissono di nuovo comandando &c. E 
perdi' io ebbi lettere da mio figliuolo e da Fi- 
lippo Machiavelli, i quali molto spaventevole (') 
mi scrissono, diciendo eh' io sarei disfatto e con 
vergogna s' io non ubidissi, &c. diliberai di non 
seghuire il mio parere, che era d' aspettare 
d' esser condannato e confinato, innanzi che ubi- 
dire i non giusti comandamenti. Feci raunare 
il Consiglio, e feci diliberare che Andrea fosse 
liberamente canciellato, sanza averne a pagliare 
alcuna cosa né a me, né a altri. Non parve a 
detto Andrea che a fare detto Consiglio si fa- 
ciesse colle vie ordinarie, per modo che a tempo 
non gli potesse risurgiere impaccio. Andò a 
Firenze, e arecommi una lettera da' Signori, 
della quale qui appresso sarà scritta la copia. 

Priores Artiiim &] ^ i- o ,^ • T-.7 

Vexmifer lAistitie] ^^^^^^^ ^ Com^nurns ilorentie. 

Noi f abbiamo scritto per due altre nostre 
lettere che tu operassi e facessi con effetto che la 
condannagione jjer te fatta d' Andrea Lancianti 
fosse levata via e amdlata liberamente, et sanza 



(') Spaventevole, per spaventevolmente. Cosi è un gra- 
zioso avverbio, dice Gio. Batista Strozzi, Osservaz. intorno 
alla ling., quello del Petr. Son 127., Dolce per Dolcemente. 
Lat. simile: Dulce ridentem. (M.) 



234 

avere egli a pdcjafe alcuna cosa per alcuna ca- 
gione. E pensavamo che tu avessi quella debita 
reverenza a questa Signoria, che si richiede 
a' buoni cittadini; perché se tu V avessi anta, 
egli sarebbe stato spacciato, e sarebbe seguitato 
quanto per noi ti fu imposto, sanza avere di 
questa materia più a scriverti o fare atto alcuno. 
E noi abbiamo al presente sentito come il detto 
Andrea non è ancora stato spacciato né cancel- 
lato dalla detta condannagione , posto che sia 
stato dato autorità a certi cittadini di potere 
provedere intorno a ciò. Delle quali cose ci mara- 
vigliamo, e intendiamo bene quello vogliono dire 
questi atti e a che fine procedono; e non poco di 
te ci dogliamo, che a' comandamenti della Si- 
gnoria nostra non abia dato executione & effetto. 
E però vogliamo, e comandianti, che vedute le 
presenti lettere, tu provegga e faccia con effetto 
con chi V à a fare, che il detto Andrea sia pie- 
namente liberato e cancellato di tutta la detta 
condannagione, si della parte che tocca al Co- 
mune^ si della parte che tocca a te e della parte 
che tocca al notificatore e di qualunque aitila 
pena o proiudicio o altro, che da quella dipen- 
desse innalcuno modo, e sanza avere egli a pagare 
alcuna cosa ; notificandoti che tu non aspetti più, 
che per questa cagione a te scriviamo. E acciò 
che tu veggia che noi vogliamo essere ubiditi, 
Gabbiamo condannato in fior, mille d'oro a 
pagare alla Camera del nostro Comune. Salvo che, 
se per tutto di xv. del presente mese d' aprile il 
detto Andrea per la via ordinaria e sicondo 
gì' ordini di costà è libero e asoluto e cancellato 
liberamente dalla detta condannagione & i suoi 



nlaievadori, $anza pagare alcuna cosà, come di 
sopra si dice, la detta tua condannagione sia 
nulla ; di che si debba stare alla dichiarigione Q) 
della Signoria nostra. E olire a V altre cose, se 
non fosse osservato quanto scriviamo, comanda al 
giìidice, cavaliere e notaio tuoi, che per tutto di 
XVI, del presente mese d' aprile siano alla pre- 
senzia della Signoria nostra. Et allo apportatore 
della presente daremo fede, che questa f abbia 
presentata. Dat. Fior, die vi. mensis aprilis 1420. 

Di sopra scritto 

Nobili Viro Bonaccursio Nerii de Pictis 
Potestati Montis Policiani Givi nostro éc. 

Auta eh' io ebbi la detta lettera, subito feci 
raunare il Consiglio de' 50. e poi il Consiglio 
del Gienerale, e feci liberare il detto Andrea, 
per modo eh' egli scrisse a' Signori a Firenze 
come esso si tenea ben contento di quello che 
s' era fatto. E cosi questi Priori e io, ciascuno 
di per sé, scrivemo a' Signori di quello che 
s' era fatto ; per lo quale scrivere d' Andrea e 
per lo nostro i Signori chiarirono, che la con- 
dannagione de' f. mille fosse di niun valore. 
Pagò Luca mio figliuolo al notaio de' Signori 
per la buletta di mia liberazione, e per la can- 
cellatura alla Camera f. E questo è 1' effetto 

del torto, che detti Signori mi feciono a peti- 
zione di quelli da Ricasoli, con la coverta di 
dimostrare gratitudine a' Sanesi per la libera- 
zione feciono di quello da Mezola. 



(') Da dichiarire, chiarire, schiarire. Fr. eclaircisse- 
ment; schiarimento. (M.) 



286 

L' anno Mccccitx. adi xiiii. di giugno esendo 
ghonfaloniere di giustizia Agnolo di Filippo di 
ser Giovanni Pandolfini, e de' Priori mess. Ru- 
berto Acciaiuoli, Bartolomeo mio fratello, Ri- 
dolfo Peruzi, Ubertino Risaliti, Niccolò di Fran- 
ciescho Falconi, Neri (') di ser Yiviano &c. (*) 
fu diliberato per li Consigli oportuni, eh' io 
fossi rimesso per gonfaloniere di giustizia nella 
borsa {') del 91. 

Adi XV. d' ottobre entrai de' Maestri della 
ghabella del vino in compagnia di Benino (^) 
di Francescho, Giovanni (•') di mess. Forese, 
Antonio di mess. Niccolò da Rabatta, Salimbene 
Bartolini, Niccolò di Bartolomeo Yalori e di 
Giovanni di Franciescho Arrighi. 

Papa Martino q? tinto (^) si parti di Fi- 
renze per andare a Roma adi vnn. di settem- 
bre MCCCCXX. 



(') Neri di sei- Viviano è della famiglia de' Franchi, che 
si dissero poi de' Viviani, di detto Neri fu fratello Giovanni 
co, palatino. All' Archivio Gener. per rogo di ser Einieri di 
Piero da Volterra del di ultimo settembre 1421. vi è la crea- 
zione d' un notaio coram nobili Viro Ioanne ser Viviani 
Nerii de Franchis Cive Fiorentino, & Comite Palatino, 
principe imperiali, habente auctoritatem a serenissimo prin- 
cipe Vinceslao Bomanorum Rege, (M.) 

(?) Qui mancano nell' ultimo luogo i due Priori pel quar- 
tiere S. Giovanni, che vanno per la minore e sono: Paolo di 
Francesco Gherucci e Domenico di Matteo dello Struffa. (M.) 
- (0 Cioè dello squittino del 1391. (M.) 

{*) Sono quQÌ del Benino, che nell' antico si dissero 
de' Eidolfini. (M.) 

(•''} È anch' egli da Eabatta. (M.) 

(^) Supplito dalla stampa. 



237 
Ghonfaloniere del gonfalone del Nicchio (^) 
entrai adi viii. di gienaio 1' anno 1420. in com- 
pagnia d' Arigo di Giovanni Sassolini del gon- 
falone della Schala, del gonfalone della Ferza 
Mccola di Giuliano di Cola di Nerino (°), gon- 
falone del Drago Niccolò di ser Francescho 
Masini, gonfalone del Carro Masino di Fiero di 
Masino dell' Antella, ghonfalone Bue Domenico 
di Fiero Ghuidi, gonfalone Lion nero Niccolò 
di Giovanni del Bellaccio, gonfalone Ruote 
Andrea di Zanobi (^) Borgongnoni, gonfalone 
Vipera Cille di Neri Viviani, Lioncorno Lapo 
di Biagio Vespucci, Lion rosso Giovanni d' An- 
drea Minerbetti, Lion bianco Filippo di Niccolò 
Popoleschi, Dragho in San Giovanni Andrea 
di Noferi lastraiuolo (^), Lione a oro Giuliano di 
ser Francesco Ciai, Chiavi Niccolò di Bardo 
Rittafé, Vaio Giovanni di Nofri Bischeri. 

1421. Faciemo squittino di tutti gì' ufici di 
fuori e di quelli di dentro, coietto de' tre ma- 
giori (''), e poi del mese di marzo e d' aprile 
facemo lo squittino de' Priori (**) e de' Collegi. 



(') In margine del codice è scritto, certo per errore : 
Gojif. del Drago. 1420. 

(^) Furono detti de' Testaneri, cognome a cui allude 
r arme loro. (M.) 

(^) Supplito dalla stampa. 

(^) Sono i Eomoli. (M.) 

(^') Cioè ufizi, che sono i Priori, i dodici Buonuomini e 
i sedici Gonfalonieri delle Compagnie del Popolo; di questi 
ultimi è sopra registrato tutto il seggio. (M.) 

(^) In un Priorista con note appresso i sigg. Salvini: 
Addi — di aprile 1421. si fece uno squittino del Priorato, 
com' è d' usanza di cinqìie anni in cingete anni. (M.) 



238 

Podestà di Tizana entrai adi 26. di giugno 
r anno mccccxxi. 

Nel sopradetto squittino diedi le mie boci 
per arroti a Filippo Machiavelli e a Bartolomeo 
d' Andrea del Benino. Noli' ottenne Filippo, e 
io non nominai altro. 

Il conte Ghuido Ghuerra da Battifolle conte 
di Monciona (') fu morto adi x. di maggio 
r anno mccccxxi. Feciollo uccidere i Fibindacci. 

Livorno (■) si comperò adi di l'anno 

MCCCCXXI. ; costò f. ciento migliaia. 

Gienova {^) venne nelle mani del ducha di 
Melano 1' anno detto del mese di novembre. 

Luca mio figliuolo entrò podestà di Chiusi 
e di Verghereta adi 29. d' ottobre l' anno detto. 

DegF Operai di Santa Maria del Fiore entrai 
in chalendi di gienaio 1' anno 1421. 



(') Sopra alla pag. 7. chiamò il Pitti questa contea di 
Moncione. Monciona è più siinigliante alla moderna deno- 
minazione di Moggìona. (M.) 

(-) Priorista d. Presesi la tenuta (di Livorno) a dì 
primo di luglio (1421) & mandovisi per capitano in. Mar- 
cello Strozzi; una cui lettera origin. scritta di sua mano, di 
Livorno, a' nostri Signori a' 17. dicembre di d. anno, si con- 
serva nel cod. I. 3. 52. in fol. della Strozzìana a e. 58. In 
detto arshivio in uno spoglio d' ufìzìali di Camera Fise, ripor- 
tato dal sen. Carlo Strozzi nel cod. K. 1209. si legge a 279. 
1421. D. Marcelli Strozze de Strozzis capitanei custodie & 
balie Terre Liburni & certa capitula super regimine diete 
Terre. Della compra di Livorno v. l'Ammirato giov, nelle 
giunte al vecchio Ammirato lib. 18. Di questa compra furon 
tenute pratiche da' Fiorentini con Buccicaldo fino l' anno 1407. 
V. mess. Iacopo Salviati Memor. mss. (M.) 

(0 V. Uberto Foglietta Stor. di Gen. lib. 10. (M). 



239 

A Vinegia andai ambasciadore adi mi. di 
febraio. Tornai (') adi xxviii. di febraio 1' anno 
1421. Trovai che la contessa Chaterina, moglie 
che fu del conte da Monciona e mia nipote, 
era morta; la quale dipoi ch'ella vidde ucci- 
dere il conte, mai non si ralegrò, ma continovò 
adolorata, e di dolore credo che si morisse. 

Adi primo di maggio entrai de' Consoli de 
r Arte della Lana in compagnia d' Antonio Vel- 
luti, mess. Rinaldo degl' Albizi, Bernardo di 
Iacopo Arrighi, Agnolo di Bindo Vernaccia, 
Francescho di messer Palla degli Strozi, An- 
tonio di Fiero di Fronte e Piero di Giovanni 
dal Palagio. 

Adi XXV. di giugno 1' anno mccccxxii. Ne- 
rozo (^) mio nipote andò a Atene in Grecia per 
trovarsi col signore Antonio degl' Acciaiuoli, 
per conchiudere il matrimonio giurato e com- 
promesso in Firenze tra '1 detto Nerozo e Lau- 
domina, figliuola che fu di Franco (^) di mess. 
Donato Acciaiuoli. Funne roghato ser Domenico 



(') Forse per lo negozio delle galere fatte dalla nostra 
Eepub. ad esempio de' Veneziani. (M.) 

(2) Di questo Nerozzo ne fa 1' elogio Iacopo Gaddi. Per 
lo parentado fatto con Laudomine Acciaiuoli, sorella di 
Antonio e di Neri duchi d'Atene, divenne signore di Succa- 
niine in Grecia, come dicono il Landino, il Mini e altri nostri 
storici. Il detto parentado del Pitti colla Laudomine è no- 
tato nel lib. A 76. pag. 96. all' an. 1424. nella gab. de' con- 
tratti. Un' altra Laudomine di casa Acciaiuoli, cugina della 
suddetta, fu moglie di Pierfrancesco de' Medici e bisavola 
del G. D. Cosimo I. (M.) 

(^) Franco del cav. m. Donato Acciaiuoli fu anch' egli 
cavaliere. Furono suoi zii Angelo cardinale, Giovanni arci- 



240 

di Ariglio di ser Piero Mucini. Rinaldo di 
Bernardo da Mezola fu procuratore della parte 
della donna; la dota promessa è f. dumilia 
d' oro. 

Adi primo di luglio 1' anno mccccxxii. entrai 
ghonfaloniere di giustizia. I Priori miei com- 
pagni furono Bonaccorso di Paolo Corsellini 
ottonaio, Baldo di Nofri di Baldo coregiaio, 
Bernardo di Bartolomeo Gherardi, Simone di 
Lapo di Francescho Corsi, Domenico di Bartolo 
Ottavanti, Manno (^) di Gio. di Temperano 
Manni, Paolo di Berto Charnesecchi, Antonio 
di Tomaso di Ghuccio Martini. 

E ricordo che al nostro tempo mandamo 
ambasciadore a Roma. Togliemo per raccoman- 
dato messer Tomaso da Campo Fregoso signore 
di Sanrezana. Soldamo il signor Braccio (•) dal 
Montone signore di Perugia &c. con lance 



vescovo di Patrasso e Neri Acciaiuoli primo duca d' Atene. 
Ebbe in fratelli Antonio e Vanni, il primo arcivescovo di 
Cefalonia, l'altro di Tebe; e Neri, da cui i marchesi Acciaiuoli 
discendono. (M.) 

(') Questi fu poi cavaliere e sedè cinque volte gonfa- 
loniere di giustizia; prese per moglie nel 1445. Dianora di 
Luca del nostro Buonaccorso Pitti. Gab. A. 97. a car. 62. Da 
detto Temperano figliuolo di Manno di Chiaro di mess. Car- 
radore di Giraldo, prese il cognome la famiglia de' Tempe- 
rani, consorti de' Carradori. (M.) 

(^) L' Ammir. all' anno 1422. sotto il gonfalonerato di 
Giovanni Altoviti, dice: ^e altra cosa per allora segui di 
nuovo, se non che i Fiorentini tolsero Braccio in aspetto 
con ottocento lance e trecento fanti per due anni dal di 
che fosse richiesto, dandogli duemila fiorini d' oro il mese ; 
de' quali la metà doveatio pagare i Fiorentini, e l' altra 



241 

mille, e fanti trecento innaspetto ('). Facemo 
legiia col Signore di Lucclia per v. anni. Man- 
damo ambasciadori al duca di Melano. Facemo 
lezione d' ambasciadore al duca di Savoia, e 
facemo molte altre cose utili (^) per la nostra 
Replubicha, e mandamo ambasciadore a Yine- 
gia. Fu nostro notaio ser Antonio di ser Michele 
da Ricavo; e mandamo le grosse ghalee (^). 

Adi XX. di settembre 1422. diliberai di per- 
donare tutte le ingiurie mi fossono state fatte, 
e per ispeziale a' Fibindacci da Ricasoli; e in 
Palagio m' accozai con Pandolfo da Ricasoli 
nella presenzia de' nostri Signori, per la meza- 
nità di Ghuidaccio Pecori, dove esso Pandolfo 
mi promisse per sé e per tutti i suoi fratelli, 
figliuoli, nipoti e consorti, di trattare me e mio 
fratello, figliuoli e nipoti, come buoni amici &c. 
E simile promissi io allui in nome di mio fra- 



meta partirsi tra' Seiiefii e il signor di Lucca. Nell'Arcliiv. 
di Camera Fiscale in un libro in cartajj. di condotte di sol- 
dati, si legge, essersi fermato sotto di' 13. di febbraio 1423. 
Illn.strem, <ù Magnifica ìii Frincipem D. Bracciuni de Forte- 
hracciis Comitem Monton. & Ferasii Dominum in Capi- 
taneum 1000. lancear, trium hominum, & equorum prò 
qualibet laucea, tO 300. peditum batistariornm tamqiiam 
Capit. Generalem Guerre cu Exercitus Comunis Florent. 
prò tempore 9. mensium cum stipendio d: provisione, ut 
in pactis & capitulis continetur. (M.) 

(1) Forse in aspetto, per a tempo. (M.) 

(-) L' Ammirato il giovane nel lib. 18. parla delle deli- 
berazioni fatte sotto il gonfalonier Pitti, ma alcune ne ripone 
sotto i susseguenti gonfalonieri. (M.) 

(•') Gio. di Paolo Eucellai, Bicordi mss. Nel 1422. si die 
principio nella nostra città al navicare con galee grosse 
da mercato. (M.) 

16 



242 

tello e dei miei figliuoli e nipoti, trattare lui 
e suoi come amici trattare si deono. E di ciò 
ò fatto ricordo, a fine che voi, fratelli e nipoti, 
seghuitiate la mia volontà; e cosi vi comando 
che facciate. 

Adi primo di settembre 1' anno detto entrai 
a r uficio della Grascia. 

1423. Adi XXX. di magio la Madalena mia 
figliuola ebbe 1' anello da Rosso di Giovanni di 
Niccolò de' Medici. Funne roghato ser Mcco- 
laio (^) di Berto da San Gimignano. Andonne a 
marito adi xxx. di maggio. Dielle di dota 
f. ecce, d' oro contanti e f. ci. di donora stimate 
f. ci. d' oro. Sodò la dota 

Adi vnii. di magio l' anno 1423. Giovanozo (*) 
di Franciescho de' Pitti diede 1' anello a la 
Franciescha figliuola di Bartolomeo di Tomaso 
Corbinelli e menolla detto di. Ebbe di dota 
f. mille d' oro in contanti e in doni f. e. e f. ecc.... 
innuno podere si de' comperare in nome della 
detta Franciescha. Sodò la dota 

Adi di la Lena figliuola di Barto- 
lomeo mio fratello n' andò a marito a Nofri 

d' Antonio di Moccio. Ebbe di dota f. Fe- 

ciene charta ser 

Qui apresso farò copia d' una partita scritta 



(1) Ser Nicolaio di Berto di Martino Gentiluzzi da S. Gi- 
mignano, fu notaio de' Priori 1' an. 1446. Sepoltura in S. Fe- 
lice in Piazza di Fir. con ai-me e parole: Ser Nicolai Berti 
de Gentiluzzifi cu suorum. (M.) 

(-) Fu poi cavaliere e riprese moglie nel 1449., Gostanza 
di Giovanni Davizzi. Gab. C. 101. a 31. Di lui ne fa un lungo 
elogio lac. Gaddi. (M.) 



243 
in su uno libro di Bonaccorso di Maffeo de' Pitti 
r anno mcccxviii. adi xxvnii. di giungno a e. xlv. 

« Ricordanza che io Bonaccorso Pitti com- 
« perai una casa con terra insino ad Arno nel 
« popolo di Santa Maria a Verzaia (') da ser 
« Andrea Masi notaio del popolo di san Brocolo 
« per prezo di novantatrè fior, d' oro, per fare 
« una chiesa con munistero di donne di Santa 
« Anna, e '1 veschovo ci fecie e diede la parola 
« e fecielaci sagrare e diede la lettera dell' a- 
« chato (^), e fecie ogn' altra cosa (•^) che bi- 
« sognò a ciò. E aconcioci con Santa Maria a 
«Verzaia; e dee avere ogn' anno un cero da 
« S. Anna. Fece la carta della detta compera 
« sér Stefano Fighini. Facemola dire in ser 
« Neri per più sicurtà di me Bonaccorso, per 
« r una metà ; ma io Bonaccorso pagliai novan- 
« tatré f. d' oro, com' ella costò, in mano del 
« detto ser Andrea Masi adi xvni. di giugno 
« anno trecento diciotto ». 

1422. La detta copia ò scritta, perché il 



(') Verzaia, dal lat. Viridaria. Cosi verdura, verzura. 
Fronduto, fronzuto. Ardente, arzente, per l' amistà tra la 
Z Q ì\ D, accennata da Lionardo Salviati Avvertim. della 
ling. sopra '1 Decamer. (M.) 

(-) Dell' accatto, cioè della limosina. L' Accatto e l' Accat- 
tone si chiamava in Firenze anche un libro, ove ertino scritti 
i cittadini, che prestavano al Comune; siccome per la mede- 
sima ragione si appellavano si fatti libri. Prestanza e Prestan- 
zone; e i descritti in essi erano i prestanziati. (M.) 

(•') V. nella prefaz. il breve di Antonio dell' Orso vescovo 
di Firenze in data de' 14. di settembre 1318. diretto a Buo-. 
naccorso di MaiFeo Pitti, al quale concede licenza di fondare 
questo monastero. (M.) 



244 

sopradetto libro per vecliiezza è maltenuto e 
molto rotto e stracciato. 

1423. Bartolomea figliuola che fu di Fran- 
cescho mio fratello e moglie che fu di Barto- 
lomeo di Ghirighoro di Fetto libertini, la rima- 
ritamo a Filippo d' Otto Sapiti. Ebbe di dota 

f. 600. d' oro. Sodò la dota Feciene 

charta ser Menolla adi xx. di magio 

r anno mccccxxiii. 

Capitano di Livorno rifiutai adi di 

luglio r anno 1423. per la grande pistolenzia 
che v' era ; e non pagai f. xxv. perché alegai il 
brivilegio. 

Otto di Ghuardia entrai adi xv. di settembre 
r anno 1423. ; miei compagni furono all' entrata 
Giuliano Giuntini, Francescho di Francescho 
della Luna e Francescho d' Antonio Palmieri. 
Trovamo nello uficio Antonio di Tomaso Cor- 
binelli, Nofri di Bondi Q) del diaccia, Betto di 

Giovanni Rustichi e Zanobi di vaialo. E 

dipoi adi primo d' ottobre entrarono nostri 
compagni Gherardo Machiavelli, Giovanni di 
Francescho Biffoli, Carlo di Tommaso Bartoli, 
Iacopo Bucherelli; e i detti 4. che trovammo 
ne r uficio, uscirono detto di primo d' ottobre. 

Procuratore mio gienerale feci Lucha mio 
figliuolo adi xvnii. di novembre l' anno 1423. 
Funne roghato ser Niccolaio di Berto da San 
Gimignano. 

Capitano di Chastelcharo entrai adi xxx. 
di novembre 1' anno mccccxxhi. il di di Santo 
Andrea. 



(') Sondi, forse da Abhundio. (M.) 



245 

E del Illeso di febraio (') ritrovai uno trat- 
tato di sette abitanti in Castro Charo, eh' erano 
da Farli, tutti ghibellini, i quali colle chiavi 
contrafatte j)er uno di loro eh' era fabro, vo- 
leano mettere la notte di carnasciale (^) la giente 
del duca di Melano in Castrocaro; de' quali 
sette ne presi cinque, e due se ne fuggirono. A 
quelli eh' io presi, feci tagliare le teste loro. 
E nota che nel chastello di Castrocaro e nel 
suo contado sono più i ghibellini che i ghuelfi. 
E truovasi, che circha xxxvi. anni fa i ghibel- 
lini di questa terra di Castrocharo uccisono 
tutti i ghuelfi che poterono giugnere, e uccisono 
de' fanciulli e donne ghravide, con grandissimo 
scelero e con grande chrudeltà. 

1424. Nel detto anno essendo io a Castro- 
caro, e sentendo che la pistolenza {^) cominciava 
al Corno di Yaldipesa, scrissi a Lucha mio 
figliuolo che era là co' suoi figliuoli e colla 
Fioretta, che prestamente se ne partisse con 
tutta la sua famiglia, e andassene in qualunche 



(') V. il Poggio in quest' anno al lib. 5. e 1' Ammirato 
al lib. 18. delle loro Storie, ove si leggono i tumulti seguiti 
in Romagna, per li quali fu spedito dalla nostra Republ. 
gente a Castrocaro con ordine a quel capitano d' esser presto 
ad ogni lor cenilo: ma quei di Forlì essendo ghibellini e di 
natura amici del duca di Milano, ribellatisi dalla Chiesa, a 
lui si diedero. (M.) 

(-) Carnasciale, oggi carnovale; onde i Cantici carna- 
scialeschi al tempo del magnifico Lorenzo de' Medici. (M.) 

(^) Domenico Buoninsegni nella Cronaca: Tutto que- 
st' anno duro in Firenze la j)sstilenza cominciata l' anno 
passato, che benché fosse alquanto lenta, p>ure fu lunga di 
due anni e fuggissi per molti a Prato e Pistoia. (M.) 



246 

luogo la mortalità fosse stata e ]wi cessata. 

Ridussesi a Pescia adi di e là tolse una 

chasa con alquante masserizie e per prezo di 
f. quattro d' oro il mese di fitto. E dipoi da 
Castro Charo gli mandai a Pescia parte de' miei 
figliuoli; e dipoi eh' io fu' tornato a Firenze, 
gli mandai lo resto de' nostri figliuoli ; e dipoi 
io e monna Francescha v' andamo e arivamo 
là in Pescia adi ultimo di giugno. E perché la 
chasa ci era piccola alla grande famiglia che 
noi eravamo, che xvi. bocche contino vo era- 
vamo, sanza i forestieri che spesso in chasa ci 
chapitavano, tolsi una camera con un letto a 
lato a la nostra abitazione per prezo di lire 
tre il mese. 

Neil' anno detto (') fu sconfitto e morto il 
signor Braccio dalla giente del papa del mese 
di giugno adi 

Adi XXI. di luglio furono schonfitte le nostre 
gienti d' arme in Romagna dalla giente del 
ducha di Melano. Furono presi il signor Charlo 
de' Malatesti (^) e più altri chaporali ; e molti 



(') Morto il di 2. di giugno 1424. V. la Vita di detto 
Braccio scritta da Gio. Antonio Campano, e tradotta da 
Pompeo Pellini. (M.) 

(■) Il Poggio nel sudd. libro cosi il dipigne: Fuit Ca- 
rolus vir, tum belli, tuni 2}cicis artibus egregins, é j'>r/sc/s 
illis maioribus meo iudicio comparandus ; maxima in eo 
erat auctoritas, tum plurimis virtutibus, tum morum opti- 
morum gravitate contrada: studiis praeterea litterarum 
deditissimus, & disserendi cum viris doctrina, c5 ingenio 
praestantibus, quibus admodum utebatur, cupidus. For- 
tuna tantum in bello, & felicitas pugnandi defuit, quae 
prima in imperatoribus requiruntur. (M.) 



247 

ne furono morti. Favi morto Lodovico de- 
gT Obizi ('), il quale fu sempre fedelissimo al 
nostro Comune. Funne fatto a Firenze solenne 
esequio e grande onoranza al corpo suo. 

1424. Capitano della cittadella di Pisa entrai 
adi XX. d' aghosto nel mille ccccxxini. 

Filippo d' Otto Sapiti mori l' anno mccccxxiii. 
del mese di 

Consolo de l' Arte della Lana entrai adi 
primo di giennaio 1' anno di sopra detto; furono 
miei compagni Bartolomeo di Iacopo Ridolfi, 
Filippo del Bugliaffa, Giovanni di Francescho 
Arighi, Biagio di Iacopo Ghuaschoni, Antonio 
di Luca da Filichaia, Francescho d' Ugolino 
Rucellai, Tomaso d' Andrea Minerbetti. 



(') Domen. Buonins. parlando della rotta di Zagonara: 
e fuvvi morto Lodovico degli Ohizzi da Lucca valente capo- 
rale, & Orso degli Orsini da Monte Ritondo, amenduoi 
guidatori di parte delle genti. Fu sepolto in S. Croce di 
Firenze, ove a mano destra verso l' aitar maggiore si vede 
ancora un lastrone di marmo, intagliatovi sopra detto Jjodo- 
vico armato, e alla parete ivi presso si legge in una cartella 
di marmo qviesta memoria; Nobilissimo & fortissimo viro 
Ltidovico de Opizis Ioannis clarissimi Equitis Lucani filio 
qui ab adolescentia sua ad senectutem usque in equestri 
militia versatus diu fidelissime ac honorificentissime in hac 
civitate meruit & tandem apiid Zagonaram Galline oppi- 
dum in illa infelicissima pìugna. ne veniret in hostium 
potestatem viriliter obcubuit. jEtatis An. Lini. Stefano 
Rosselli nel Sepoltuario Fiorentino afferma, che erano appese 
intorno a questa sep)oltura sei bandiere, che due con V arme 
sua, una con lo stendardo, & xnia quando era a campo 
con più insegne, e popolo e parte gìielfa: tre targhe, uno 
scudo e tre sopravveste da uomo e da cavallo. Il detto 
cav. Giovanni degli Obizzi fu capitano gen. di guerra della 
Rep. Fior, ed era figliuolo del cav. Alamanno, anch' egli capi- 
tano de' Fiorentini. Ammirato Stor. lib. 7. e 15. (M.j 



24S 

Bartolomea, figliuola che fu di Francescho 
mio fratello, inaritamo a Antonio di Scliarlatto 
Scharlatini ('). Ebbe l'anello adi xvii. di gien- 
naio l'anno 1424.; fecie la carta ser Niccolò di 
ser Verdiano. 

Madonna Margherita (■), donna che fu di 
Franco Acciaiuoli, madre della Laudoraine 
donna di Nerozo mio nipote, venne a Firenze 

adi di magio 1' anno Mccccxxmi., e con seco 

menò la detta Laudomine e Neri Donato, 
figliuolo del detto Franco, e Nerozo detto e 
Rinaldo da Mezola, e molti suoi famigli (•^) e 
chameriere; e stette in casa il detto Nerozo 
colla sua sopradetta famiglia insino adi vnii. 
di magio l' anno 1425., e detto di si parti e 
menonne con secho i sopradetti Nerozo, la Lau- 
domine, Neri Donato,' e una figliuola di Nerozo, 
che nel tempo ci stettono, partorì la detta 
Laudomine, alla quale si pose nome Biondella; 
e menonne la Chaterina sirocchia di Nerozo. 
E qui apresso farò la copia d' una scritta delle 
cose che Nerozo ne portò con seco, la quale 



(') Fu questi il suo terzo marito. Gli Scarlattini sono 
consorti degli Scarlatti. (M.) 

(-) Margherita moglie di Franco Acciaiuoli fu figliuola 
di Bardetto di Lapo di Ghino Malpigli nipote del card. Andrea 
di questa casa, e da detto matrimonio nacquero Neri Donato 
suddetto duca d' Atene, padre d' un altro Neri similmente 
duca, e Antonio altro duca, da cui nacque Franco il sesto e 
ultimo duca d' Atene, imparentati con molti principi e par- 
ticolarmente co' Paleologhi del sangue imperiale. (M.) 

(•') Famìgli, servitori, dal lat. Famuli. I famigli, cioè 
birri, sono i servidori del Podestà, detti dal Boccaccio per 
la medesima ragione, sergenti, cioè serventi, da i greù 
TTCY)pì'Tai ; cioè ministri. (M.) 



249 

Kcritta abiamo data in gliuardia a monna Fran- 
ciescha mia donna, a fine die se chaso occor- 
resse che la dota della Laudomine s' avesse a 
rendere, che le dette cose e beni sieno sbat- 
tuti (') e messi a conto nella restituzione di 
detta dota, la quale fu promessa a Nerozo; ciò 
furono f. due milia, de' quali esso Nerozo à 
confessato avere ricevuti f. mcccc. d' oro, i quali 
Doffo suo fratello à promessi e sodati in caso, 
come di sopra è scritto. 

Di Nerozo. Una cioppa di zetani (^) vellutato 

verde e nero, foderata di dossi di 

vaio, stimata f. cento. 

Una cioppa di rosato, fodera di 

" taffettà di grana, stimata f. xlv. 

d' oro. 



(') Sbattere, detrarre. Fi-anz. rahatre: defalcare da una 
somma. (M.) 

(") Zetaiio : sorta di drapj)o di seta; quasi da un latino 
barbaro setonium. Siccome zendado, sendale. Spagn. cendal, 
da seta; e da seta pure il franz. satin. Statuti dell'Arte di 
Por Santa Maria, cioè della Seta, lib. 2. rubr. vili. Zetani 
vellutati con pelo, o a poste, o fondo con oro, o argento; 
tirato, filato, o stiacciato. Nella legge sopra ogni sorte 
di di'apperia, pubblicata in Firenze il di 8 gennaio 1621., 
De' Vellutati, o sia Zetani d' oro. In un antico epitaffio in 
Milano, portato nel Zodiaco della Chiesa Milanese dall'abate 
d. Placido Puccinelli di Pescia, appresso il Dii Fresne nel 
Grlossario, alla voce Zethonium : Ambrosiana diu pluvialia.... 
venustum veliere zethonio (forse zethanio) gemmis, auroque 
superbum ; (cioè veliere serico). Gio. Morelli Cronica a 339.: 
zentaui vellutati, cioè zetani, come Giansone in vece di 
Giasone. lac. Salviati Mem. mss. Ci furono donate per sua 
parte due robe di velluto, cioè una a m. Iacopo di velluto 
piano ec. V altra a me di velluto figurato tinto in cremisi, 
(£" chiamasi zetani vellutato. (M.) 



250 

Di Nerozo. Una cioppa di zetani in cremusi, 
fodera di tafettà verde, stimata 
f. XX. d' oro. 
Una cioppa di rosato doppia, sti- 
mata f. xviii. d' oro. 
Una cioppa di zetani nero velutato, 

stima f. X. 
Una cioppa monachina ('), fodera di 

dossi f. XV. 
Un mantello nero f. vni. d' oro. 
E più cappucci rosati e farsetti di 
zetani, stimati f. xvi. d' oro. 
Della Lau- Una cioppa di zetani picciolato, 
domine. stimata f. Ixxv. d' oro. 

Una cioppa di rosato, fodera di ta- 
fettà, f. Ix. d' oro. 
Tre cinture d' ariento, stimate f. 

XXXI. 

Uno smeraldo, un diamante, e un 
collare d' ariento, un forzerino 
d' osso, in tutto stima f. 1. d' oro. 

1425. Degli Ufìciali de la Tinta entrai adi 
primo di luglio. Compagni messer Rinaldo de- 
gl' Albizi, Griovanni Ricialbani, Giovanni Mi- 
nerbetti, Nerone di Nigi (^), Piero di Lionardo 
degli Strozi. 

Adi primo di novembre 1425. entrai de- 
gl' Operai di Santa Maria del Fiore, in conpa- 



(') Monachino, colore scuro, che pende al rosso, quasi 
tanè. Libro di Sonetti presso il Vocabolar. a questa voce: 
Purché sia nero, o perso, o monachino. (M.) 

(■^) È de' Neroni Dietisalvi, ed è il padre di mons. Gio- 
vanni vescovo di Volterra e poi arcivescovo di Firenze. (M.) 



251 

gnia di Biagio Ghuaschoni. Trovamo ne l' uficio 
Lapo Niccolini, Agnolo di Bindo Yernaccia, 
Tomaso Corbinelli e Agostino di Gino Chapponi. 

1425. Adi xvni. di novembre 1' anno detto 
feci testamento. Funne roghato ser Niccolaio 
di Berto da San Gimignano. Annllai ogn' altro 
testamento eli' io avessi fatto per lo tempo 
passato. 

Adi un. di diciembre 1' anno detto si fermò 
e conchiuse la legha (') co' Yiniziani, e adi 
xxvn. di gienaio fu bandita e publicata in 
Firenze. 

Vicario di Mugiello entrai adi primo di 
marzo 1' anno 1425. 

1426. Ruperto mio figlinolo prese per moglie 
la Giovanna (^), figliuola di Salvestro di Simone 
de' Gondi e di monna Alessandra, figliuola che 
fu di Filippo di Tadeo (^). Menolla adi xxii. 
d' ottobre 1' anno 1426. Ebe di dota f. mc. d' oro. 
Sodò la dota io e Luca mio figliuolo e Giovan- 



(•) Per concluder la detta lega fu mandato a Venezia, 
dice il Poggio nella Storia Fior. Latirentius Eodulphus , omnis 
divini, humanique iuris peritus, ac magnae in rejniblica 
auctoritatis. L' Ammir. lib. 19, Stor. al Eidolfi aggiugne il 
sopraccitato mess. Marcello Strozzi, personaggio anch' egli 
di grande scienza nelle leggi e autorità nella Repubblica. (M.) 

(') V. la Storia Genealogica di casa Gondi, stampata in 
Parigi 1705, tom, I. a 67., ove per is':aglio è scritto che 
Ruberto è nipote del cav. Lvica Pitti, quando egli è fi'a- 
tello. (M,) 

(3) Filippo di Taddeo è della famiglia de' Taddei e ixx 
uno de' 16, Gonfalonieri di Compagnia nel 1380, sotto nome 
di Philippus Taddei Donati. All'Arch, Gen. per rogo di ser 
Rinieri di Clone da Petrognano si legge, aver fatto testa- 
mento l'anno 1385, Philippus Taddei Donati; il qual geni- 



252 

nozo di Franciescho mio nipote. Funne roghato 

ser di Trovasi a' di d' oggi mi. fratelli, 

cioè Simone, Filippo, Carlo e Mariotto, e mi. 
sirochie, 1' una à nome Lena, la quale è moglie 
d' Amerigho di Mateo de lo Scelto ('), l'altre 
non sono maritate. 

Degl' uficiali del Bighallo entrai adi primo 
di novembre V anno detto in compagnia d' An- 
giolino di Ghuiglielmo d' Angiolino, Niccolò 
del Bellacio, Niccolò di Domenico Giugni, An- 
tonio di Fiero di Lapozo (^), Griovanni di ser 
Mgi (3), Alessandro d' Ugho degl' Alessandri e 
Marco di Antonio Palmieri (^). E dipoi usci de 
lo uficio Angiolino e Nicolò Giugni, Giovanni 



tivo latino può averlo fatto credere della casa de' Donati. 
Questo Filippo è padre di quel Taddeo, che portò la prima 
volta nella sua famiglia la suprema dignità del Priorato 
nel 1424. Da' suddetti Ruberto Pitti e Giovanni Gondi nacque 
Marietta, maritata nel 1447. a Dante di Bernardo da Casti- 
glione. Gab. A. 99. a 68. Chiamato Dante del Miracolo, per 
avere della d. sua moglie acquistati figliuoli ad intercessione 
di S. Antonino arcivescovo di Firenze. Faciumqne est non 
multo post (dice Francesco da Castiglione nella vita ms. del 
Santo, scritta del 1461.) ut ea, quae mnltos annos apucl 
virum suum sterilis fuerat, ipso adhuc vivente archiepi- 
scopo, mares, ac feminas, eosque venustos coeptt filios pro- 
creare, continueque in suscipienda nova prole hactenus 
perseverat. V. il Giorn. de' Lett. d' Ital. T. xv. (M.) 

(') S' aggiunga questo parentado alla storia genealogica 
di casa Gondi. (M.) 

Q) Sono i Sernigi, dettisi nell' antico de' Ristori da 
S. Donato in Poggio. (M.) 

(-0 De' Lapozzi e fu de' Priori 1429. (M.) 

{'^) Questi con Tommasa d' Antonio di Marignano Sasso- 
lini generò il celebre letterato Matteo Palmieri ; la cui moglie 
per nome Cosa di Niccolò d' Agnolo Serragli fa testamento 
nel 1479. Gab. C. 130. a 9. (M.) 



253 

di ser Nigi e Alessandro d' Ugo ; e per lo 
schambio v' entrò Gherardo Machiavelli, Filippo 
Fagni, Gianozo Gianfigliazi e Giovanni di Bicci 
de' Medici. 

Lucha mio figliuolo andò padrone d' una 
ghalea. Partissi da Livorno adi xi. di magio 1427. 

Adi XXV. di magio 1427. n' andò a marito 
a Stefano di Nello di ser Bartolomeo Sere- 
nelli (^) la Primavera mia figliuola. 

Podestà di Prato (^) entrai adi xxvn. di 
giugno r anno 1427. 

Nel detto anno adi xii. d' ottobre (=') furono 
schonfitte le giente d' arme del duca di Melano 
da le giente d' arme della nostra lega in Lom- 
bardia. 

Lucha tornò da Bruggia adi xi. di febbraio 
il di di berlinghaccio, e venne per terra. An- 
donne a Pisa adi xvi. detto mese. Aspettò le 



(') Sono i Nelli, detti anco Sinibaldi da Montecuccheri. 
Gab. Notif, T. a 26. (M.) 

(-) Nel quale ufìzio fu compilata la Relazione del Cingolo 
di Maria Verg. che si conserva in Prato, la quale si vede 
unita all' originale di qiiesta Cronica, e vi si legge in fine : 
In Prato 16. dicembre 1427. (M.) Della qual Relazione veg- 
gansi cenni ulteriori nella mia prefazione. 

(^) V. il Poggio Stor. lib. 6. Gio. Cambi Storia ms. A di 
12. dottobre 1427. sapichorono affare fatti d' arme la giente 
della legha chon quelle del ducha di Milano in Lombardia 
presso alli Orci nuovi e vecchi a 6. miglia, e inverso la 
.sera le giente del Ducila furono rotte, effurono perseguitate 
sino a dua hore di notte; di che ne fu presi in detta rotta 
chavagli 3000. e più di 400. uomini darme, e fu tenuta 
afjirenze una gran novella; per la quale furono fatte pro- 
cessioni, e rendute grazie a Dio, dice 1' Ammirato, e fu ordi- 
nata una ricca e bella giostra a Santa Croce, descritta dal 
suddetto Cambi. (M.) 



254 

ghalee, e tornò qui adi xv. di marzo l' anno 
1427. Tornò per terra, perchè era infermo e 
forte malato in su la ghalea; e lasciò Doffo di 
Luigi Pitti malato a Brugia, e lasciogli uno 
buono famiglio die '1 governasse. Tornogli a 
danno la tornata per terra circha f. cinque- 
ciento tra per dare a Iacopo Benizi f. ciento 
cinquanta e uno ronzino, i quali gli diede 
perchè padronegiasse la sua ghalea, e f. ex. 
lasciò a Doifo, e molte altre spese gliene occor- 
sono. Della quale sua tornata, conosciendo il 
pericolo di sua morte, ne rimanei molto con- 
tento; e di tutto lodo e ringrazio Iddio. 

1428. Adi XVI. di magio si bandi la pacie (') 
tra la legha e '1 Ducha di Melano. 

Franciescho mio figliuolo parti adi di 

magio r anno detto per andare a Valenza. 

1429. Bosso di Griovanni de' Medici mori 
adi 31. di luglio nel 1429. 

Mori adi viii. d' aghosto Bartolomeo mio 
fratello {'). 



IL FINE 



(1) Domen. Buonins. Cron. Alla fine del sopraddetto 
anno il papa mando di nuovo il cardinale di S. Croce a 
Ferrara a ripigliare la piratica della pace, la quale il duca 
havea rotto V anno passato: e furonvi gli amhasciadori di 
ciascuna delle parti; e finalmente si conchiuse al principio 
dell' anno 1428. (M.) 

(') Seduto de' Signori, oltre alle due volte accennate in 
questa Cronica, 1' anno 1427. (M.) 



INDICE 

DELLE COSE PIÙ NOTABILI. 



Il carattere tondo dimostra le cose, che si contengono 
nella Cronica, il corsivo quelle delle annotazioni 
e della prefazione, la quale ancora si distingue 
co' numeri latini. 



Acciaiuoli . a pag. 236. 239. 248. 

Adimari . 14. 20. 

Adriani . 149. 

Alamanni. 20. 212. 

Albergotti d' Arezzo . 55. 106. 

Alberti . 19. 215. 

Alberto duca di Borgogna ucciso . 151. 

Albizi . LI. 16 e seg. 24. 77. 95. seg. 131. 144. 150. 

164. seg. 176. 190. 222. 
Aldobrandino di Lippo . 111. 198. 
Alessandro V. Papa . 153. 157. 
Alfani .14. 

Altoviti. 18. 57. 110. 144. 148. 176. 
Ambasciatori de' Fiorentini . lui. 21. 55. 74. 94. 

99. 106. 131. 136. 150. 158. 195. 207. 230. 241. 
Amidei . 17. 
Ammirati . xxxvi. 9. 162. 



25B 

Ancisa (Dall'). 141. 

Anselmi . 183. 

Antella (Dell'). 57. 237. 

Antinori . 12. 

Arezzo dato a mess. Carlo della Pace . 54. 

Arnolfi . 20. 

Arrighetti . 164. 

Assedio di Firenze . 12. 183. 

Assi di Pisa V. Gasassi. 

Astai di Pisa . 163. 

Badessa (Della). 177. 

Badia di Benedettini in Normandia . 87. di S. Sa- 
vino di Pisa . 144. di S. Piero di Rota in 
Valdamhra . 165. 171. 

Paglioni di Perugia . 196. 

Bagnesi . 41. 

Baldi . 40 240. 

Baldovinetti . 20. 

Banchi Sigoli . 143. 158. 

Barbadori. 110. 176. 

Barberini . xxxvii. xl. 

Bardi . xxxix. 15. 24. 215. 

Bardi di Donatello . 50. 

Barducci Cherichini . 190. 

Baroncelli. 18. 170. 183. 

Baronci . 143. 

Bartoli. 148. 244. 

Battaglia data dal Re di Francia a' Fiammin- 
ghi . 60. dai Fiamminghi a' Franzesi . 62. 
da' Franzesi agli Inglesi . 70. da' Turchi 
a' Franzesi. 100. da' Fiorentini a' Livornesi. 
145. da Braccio da Montone a Carlo Mala- 
testi . 196. di S. Quintino . 213. 



257 
Beccamifji . xl. 55. 
Bellacci. 183. 237. 
Bellandi. 113. 
Bellincioni . 17. 

Benedetto XIII. Antipapa, riceve dal Re di 
Francia solenne ambasciata. 84. 222. muore. 86. 
Benino (Del), detti prima de' Ridoljini . 15. 236. 
Benizi . xxxix. 183. 
Bentaccordi. 110. 
Benvenuti . 143. 

Bernardo VII. Conte d' Armagnac ucciso. 105. 
Beri-etani di Lticca . 158. 
Bi£foli. 110. 244. 
Biliotti. 17. 
Bischeri. 176. 237. 
Bocchineri di Prato . 55. 
Bogognuoli, detti poi de' Doni . 19. 
Bologna ribellata dal Papa . 37. 
Bonconti di Pisa . 51. 138. 
Bonsi. 220. 
Borgkini . 198. 
Borgognoni . 237. 
Bostoli d' Arezzo . 55. 
Brandaglini o Brandolini . 153. 
Brunelleschi . 20. seg. e 191. 
Buccicaldo v. Maingre {Le). 
Bucherelli. 244. 
Buondelmonti . 42. 185. 
Buoninsegni . 199. 
Busini . 169. 

Caccia (Del). 148. 244. 
Caccini. 177. 
Calcagni . 23. 

17 



258 

Cambi . 13. 23. 

Campo (Da) Fregoso di Genova . 206. 

Canacci . 149. 

Cane (Del), o della Ghiera. 19. 24. 45. 

Canigiani . 176. 226. 

Capitani, e Condottieri d' eserciti de' Fiorentini : 

Piero Gambacorti sig. di Pisa . 49. 

Bai'tolommeo Bocchineri di Prato . 55. 

Niccolò III. da Este Marchese di Ferrara. 107. 

Betiiardone da Serra . 136. 

Conte Alberigo da Barbiano . 136. 

Sforza da Cntignuola . 159. 228. 

Braccio da Montoìie . 196. 240. 

Agnolo, detto Tartaglia da Lavello . 196. 

Alamanno degli Obizi di Lucca . 247. 

Giovanni degli Obizi . 247. 

Lodovico degli Obizi . 247. 

Orso degli Orsini da Monteritondo . 247. 
Capitoli antichi mss. della Compagnia di S. Agnesa 

di Fir.y XXX vni. 
Capponi. 155. 171. 197. 
Carchelli, o Carcherelli . 149. 
Carducci . 13. 176. 183. 
Cardinale Niccolao da Prato . 44. 
Careggi (Da). 143. 
Carlo della Pace Re di Napoli prende Arezzo . 

54. 211. 
Carlo Magno Imperadore . 74. 92. 
Carlo VI. Re di Francia. Sua visita al Papa . 

74. In pellegrinaggio . 87. Diviene frene- 
tico . 101. 
Carnesecclii . 164. 240. 
Carocci .51. 
Carradori, v. Temperani. 



259 

Casa (Della). 110. 208. 

Casapieri di Pisa . 154. 

Gasassi di Pisa . 154. 158. 

Castellani . 17. e seof. 99. e ses:. 148. 169. e seo". 



91. 196. 



Castellani da Montespertoli . xxix. 

Gastiglionchio {Da) . 57. 

Castiglione (Da) . 252. 

Cataìisanti di Pistoia . 191. 

Cavicciuli . 115. 

Cei . XXX. 

Ceìici romani . 43. 

Ceppo di Prato .162. 

Oliar a (E.) Gambacorti . 49. 

Chiesa di S. Martino di Celle . 165. 

Chiese di padronato de' Pitti . xxxvii. beneficate 

da loro . xlii. 10. 22. 243. 
dai . 237. 

Cingolo di Maria Vergine, e sua istoria . 253. 
Cini da Gancjalandi . 198. 
Ciofi. 143. 

Ciompi, popolo minuto . 43. 64. 
Cocchi Donati . 198. 
Colombini di Siena . 159. 
Coni^jagni . 149. 
Compagnie de' Bianchi . 112. 
Concilio di Pisa . 153. e seg. di Gostanza , 155. 

183. 224. di Vienna del Delfinato . 212. di 

Basilea . 224. 
Conti da Battifolle . 17. 208. 238. 
Conti, signori di Valmontone . 193. 
Convento di S. Francesco di Fiesole . 76. 
Corbinelli . 139. 146. 242. e seg. 
Gorbizi. 11. 112. 



260 

Corpi di sei Apostoli . 74. di S. Lo . 213. di S. Tom- 
maso di Contìirhia . 214. di S. Claudio . 219. 

Corsellini . 240. 

Corsi. 240. 

Corsigli. XXVII. 19. 74. 98. seg. 131. 146. seg. 179. 

Coverelli . 17. 

Creazione del Mondo, poema ms. del Signore di 
Bartas, tradotto da Vincenzio di Biionaccorso 

Pitti . XLVI. 

Crociani da Montereggi, detti de' Cresci . 188. 

Croniche possono servire 'per le genealogie delle 
famiglie . xxi. altre loro utilità . xxv. buone 
per la lingua . xxxiv. Mss. di Neri Strinati 
Alfieri . xxvi. di Matteo Corsini . xxvii. di 
Lapo Niccolini . xxviii. e seg. di Galeotto 
Cei . XXX. di mess. Luca da Patizano . xxxi. 
di mess. Fuligno de' Medici . xxxi. di mess. 
Lapo da Castiglionchio . xxxii. e 57. di mess. 
Donato Velluti . xxxii. xxxvii. lx. di Bene- 
detto Dei . xLviii. di d. Luca dalla Scarperia 
mon. Vallomhrosano . 75. 97. 106. 111. e seg. 
133. 137. 

Cronisti Fiorentitii lodati . xxiv. e seg. 

Datini di Prato . 162. 

Davizi .116. 

Dei . xxxix. xLviii. 

Demolizione di Semifonte . xxxvii. 9. 10. d' alcune 
fabbriche presso a Firenze . 12. 183. 

Diari, Ricordi e Memorie particolari contri- 
buiscono air universale . xxiii. sono il semi- 
nario dell' istoria . xxxiii. utilissime per la 
lingua . xxxiii. xxxv. lodate da Cicerone . 
xxxiii. Mss. di Ristoro Machiavelli . xxix. 



2()1 
di messer Iacopo Salviati . xxxii. 108. 139. 
153. seg. 159. 178. 238. 249. del Monaldi . 45. 
49. di Neri Capponi . 45. di ser Naddo da 
Montecatini . 82. di Gio. Rucellai . 241. 
Durante (Di). 110. 

Edifìci fatti da' Fitti, xlviii. e seg. 11. 22. 24. 

243. e seg. 
Elettore di Treveri . 192. 
Engiierrano VE signore di Cnsci . 82. fatto 

schiavo . 100. 
Enrico Vili. Re d' Inghilterra . 214. 
Esequie . 101. 180. 247. 

Fabio Fittore, de' primi che fecero croniche . xxiii. 

Falconi. 236. 

Fantoni. 143. 

Favilla {Del) . 12. 

Federighi . 19. 

Federigo duca di Brunsudc e Lunehiirgo ucciso. 

116. 
Ferrucci . xl. 11. 
Feste in Firenze. 111. 253. 
Fibindacci da Ricasoli . 131. 
Filicaia (Da) . 199. 
Folchi . XL. 

Fondoli di Cremona . 99. 
Fortehracci. 196. 246. 
Fortezza de' Fitti . xliv. 
Franchi, poi Viviani . 236. 
Franzesi della Foresta .56. 

Gambacorti di Pisa . 49. 99. 
Garbo {Del) . 18. 



262 

Genealogie del Gamiirrlni emeìidate . xxx. 

Gentiluzzi di 8. Giminimio . 242. 

Getta (Del). 12. 

Gherardacci di Prato ora Bocchineri . 55. 

Gherardesca {Della) . 168. 

Gherardi . 240. 

Gherardini. 143. 183. 

Gherucci . 236. 

Ghibellini . 245. 

Ghiera {Della), v. Cane (Del). 

Giacomini Tehalducci . 164. 

Giandonati .164. 

Gianfigliazzi . 131. 144. e seg. 169. e seg. 197. 207. 

Gianni. 149. 177. 

Giardino di Boboli. 111. 

Gilioli V. Zilioli. 

Ginori . 15. 

Giostre in Firenze . 111. 253. 

Giovanni (De'). 14 e seg. 79. 192. 

Giovanni XXIII. Papa . 156. e seg. 161. 168. 
viene a Firenze . 182. 

Giovanni III. conte d' Armagnac morto di fe- 
rite . 109. 

Giraldi. 148. 183. 

Girolami .15. 

Giugni . L. 183. 207. 

Giuntini . 244. 

Gondi . 251 e seg. 

Grandoni .14. 

Grassolini di Pisa . 163. 

Gregorio XI. Papa ristabilisce la Sede Pontijìcia 
in Poma . 38. 

Grimaldi . 193. 

Guadagni . 143. 150. e seg. 



(xuasconi . 148. 208. 

Giiazzalotri di Prato . 99. 

Guelfi . 245. sbanditi da Firenze . 44. 45. 

Guerra de' Fiorentini col Papa . 37. 

Guicciardini . xxxiv. 197. 

Guidetti . 176. 

Guidi . 237. 

Incendio di Firenze . 43. in Berg, terra del- 
l' Annonia . 69. 

Infangati . 1 2. 

Inghiramo signore di Olisci v. Enguerrano. 

Inscrizioni . xLvni. l. 29. 40. 51. 52. 131. 144. 153. 
154. 158. 188. 242. 247. 

Ladislao Re prende Napoli e la Puglia. 111. in 
discordia co' Fiorentini . 153. fa pace con 
essi . 160. prende Roma . 181. muore . 181. 

Landò (Di) . 43. 

Lanf ranchi di Pisa. 51. 163. 

Lapozzi . 252. 

Larioni . 24. 

Lega dei Fiorentini col Re di Francia . 97. col 
Re Luigi di Napoli . 153. col Papa . 183. col 
Signor di Lucca . 241. co' Veneziani . 251. 

Lenzi . 183. 

Leone X Papa . 196. 

Lettere di mess. Colticcio Salutati mss. lih. e seg. 

Livorno comprato dai Fiorentini . 238. 

Loggia de' Pitti . xliv. 

Luiesi, da Luiano . xl. 9. 

Luigi IL Re di Sicilia e di Gerusalemme . 153. 
159. e seg. sua incoronazione . 74. 

Luna (Della). 244. 



2(M 

Machiavelli . xxix. 176. 244. 

Malagotti. 106. 144. 

Maingre {Le) chiamato Buccicaldo, governatore 

di Genova .145. 
Malatesti di Kimini . 197. 246. 
Malegonelle. 14. 24. 41. 
Malpigli. 248. 
Malvagia (Della). 164. 
Matifredi . 22. 

Mangiadori di S. Miniato . 117. 
Mangioni .14. - 

Manni Temperani . 240. 
Mannini, già di Firenze, ora del Fri/di, e Noh. 

Veneziani . 148. 231. 
Mannucci . 177. 
Manovelli . 199. 
Marignolli. 183. 
Martelli. 197. 
Martellini. 196. 
Martini. 148. 240. 
Martino V. Papa viene a Firenze . 208. si parte . 

236. 
Masini . 237. 
Medici . XXXI. 15. 27. 125. 177. 196. seg. 226. 239. 

e seg. 
Mercatura non disdicevole alla Nobiltà d' Italia . 

XXV. e seg. 
Mezola (Da). 19. 48. 248. 
Michelotti di Perugia . 197. 
Migliore (Del) . 13. 95. 176. 
Milanesi di Prato . 157. 
Minerhetti. xlix. 149. 237. 
Monaci antichi scrissero croniche . xxni. 
Mone (Di), lui. 55. 177. 



2()5 

Monastero delle Donne dal Portico . 8. delle 
Domi e di S. Amia, sua fondazione . xlii. e 
seg. 11. e seg. 244. trasferito in più luoghi . 
12. di S. Ambrogio . 22. di 8. Felice in Piazza . 
28. delle Ingesuate dette le Poverine, sua fon- 
dazione . 160. di S. Piero di Rota in Valdam- 
hra . 165. 171. di 8. Angelo di Nasciano . 165. 
di 8. Maria degli Angeli di Firenze, ivi. 

Mortalità in Firenze . 33. 115. 162. 245. 

Nelli . 27. 253. 

Nero (Del) . 198. 

Nerini, o Testaneri . 17. seg. 237. 

Neroni Dietisalvi . 250. 

Niccolini . xxviii. e seg. 143. 

Nizza di Provenza, ceduta al Duca di 8avoia . 193. 

Nobili, già Benvenuti . 57. 94. 148. 

Nobiltà Fiorentina considerata . xxv. 

Orifiamma bandiera .61. 

Orlandi . 149. 183. 

Ormanni, v. Dei. 

Orso {Dell' ). xlii. 243. 

Orsini . 170. 196. e seg. 

Ortografia antica imitata in questa edizione, e 

perchè . lxii. e seg. esempi di essa . ivi. 
Ottavanti . 240. 

Pace de' Fiorentini col Papa . 43. col Duca di 
Milano . 108. 254. col Re Ladislao . 160. seg. 
171. 181. 190. 

Palagio (Dal). 16. 76. 106. 149. 177. 183. 

Palazzo de' Pitti . xlix. seg. 22. 24. 

Palmieri . 244. 252. 



2H6 

PancKjo {Dei) . 191. 

Panciatichi. 15. 168. 176. 

Pandolfini . 147. e seg. 236. 

Panzano {Da) . xxxi. 45. 

Pazzi. 183. 

Pecori . 16. 

Peri. 149. 

Peruzzi . XXXV. 13. 164. 169. e seg. 207. e 236. 

Petriboni . 13. 

Piccolomini di Siena . 168. 

Pistoiesi perdono le loro franchigie . 114. 

Pitti. Notizie intorno alla famiglia . xxxv. seg. 
9. e seg. loro origine . xxxviii. 9. seg. loro 
consorteria . ivi. loì^o possessioni, fortezza, 
e loggia . xliv. ivi. e seg. e 10. Derivamento 
del loro cognome . xxxvin. divisi in molti 
rami . xl. seg. 9. e seg. Fanno pace co' Ma- 
chiavelli . xLi. coi Corhizi . liv. 112, co' Bica- 
soli . 241. Loro dignità . xlv. 
Ciore di Maffeo de' Signori . xli. 
Riicco del Consig. de' Novanta . ivi. 
Geppo di Bucco de' Signori . ivi. 
Bnonaccorso di Bricco de' Sigg., ivi. 
Lionardo di Geppo de' Sigg., ivi. 
Buonaccorso di Maffeo fondatore del mona- 
stero di S. Anna. ivi. seg. 11. seg. 243. e seg. 
Pieì'O di Neri Podestà di Città di Castello, 
Gonfaloniere di Giustizia, e de' Signori . 
XLV. 15. 
Iacopo Senatore e letterato . xlv. 
Cammillo Senatore . ivi. 
Cosimo Senatore . ivi. 
Prospero canonico Fiorentino . ivi. 
D. Miniato filos. e matem. xlvi. 



267 

Giulio Pitti lìoeta . ivi. 

Vincenzio Senatore, letterato . ivi. 

Alessandro letteì^ato . ivi. 

Vincenzio di Biionaccorso . ivi. 

Tommaso di Buonaccorso, scrittore de' suoi 
viaggi . ivi. 

Iacopo Pitti, poi Gaddi, letterato . ivi. 

Ruberto di Buo7iaccorso Gonfal. di Giustizia, 
e de' Sigg., xlvii. e 26. 

Luigi di Buonaccorso Gonfal. di Giustizia, 
Amhasciat. a Genova e a Milano, Podestà 
di Cremoìia, di Città di Castello, e di Mi- 
lano . XLVII, seg. e 29. 

Luca di Buonaccorso, edificatore del Beai 
Palazzo, per pubblico decreto vestito cava- 
liere . xLix. seg. 26. e 238. 

Giovannozzo cavai, l. 242. 

Nerozzo signore di Sucamina e di Panala . 
L. 239. 

Buonaccorso di Luca . l. 

Buonaccorso di Neri. Suo nascimento . ivi. 
Insignito da Ruberto Imperatore . lvi. seg. 
e 127. Ambasciatore al Sig. di Fiiligno . 
Lix. 195. 229. al Sire di Gusci . 82. al Duca 
d' Orleans, di cui è scudiere . ivi. 222. 228. 
al Re di Francia . 95. 99. e 150. all' Impe- 
ratore . 116. 132. al Papa . 150. 208. 226. 
al Re Luigi di Napoli . 159. 229. a Venezia. 
239. Scrive la Cronica . lxi. Rimatore . ivi. 
seg. e 129. Suoi viaggi . 33. e seg. 42. e 
seg. 80 e seg. 114. e seg. 150. e seg. 192. 
e seg. 209. e seg. De' Dodici del Collegio . 
110. 149. De' Signori . 148. e seg. Capitano 
di Pistoia . 112. di Barga. 135. della Guardia 



268 

di Pisa . 153. 228. di Castrocaro . 244. della 
cittadella di Pisa. 247. Gonfal. di Com- 
pagnia . XXXVI. 143. 237. Vicario di Yaldi- 
nievole . 145. di Valdarno di sopra . 192. 
229. di Mugello . 251, De' Consoli dell'Arte 
della Lana. 148. 153. 164. 198. 239. 247. 
Degli Otto di Guardia . 148. 177. 244. Po- 
destà di Montespertoli . 150. della Pieve a 
S. Stefano. 189. 229. di S. Gimignano. 200. 
229. di Montepulciano. 230. di Tizzana . 
238. Degli Ufìziali delle Castella . 163. del- 
l' Onestà. 230. della Tinta. 250. del Bigallo. 
252. De' Capitani di Parte Guelfa. 164. 230. 
d' Orto San Michele . 230. Degli Operai di 
Santa Maria del Fiore . 164. 199. 230. 238. 
250. De' Dieci di Pisa . 164. Accoppiatore 
d' uno Squittino . 164. Della Gabella delle 
Porte . 195. Gonfaloniere di Giustizia . 198. 
240. De' Maestri della Gabella del Vino . 
236. Dell' Ufacio della Grascia . 242. 

Maffeo di Bonsignore, de' Signori . 10. 

Neri di Buonaccorso, de' Signori . 16. 

Francesco di Neri, Vicario di Yaldarno, e 
Podestà di Pistoia, de' Sigg. e de' Col- 
legi. 17. 

Bartolomeo di Neri, Gonfal. di Comjiagnia . 

19. De' Signori . 183. 236. 254. 

Luigi di Neri, de' Xll. di Colleg. e de' Sigg. 

20. 171. Ambasc. 21. Capit. dell'Aquila, 
ivi. 180. 

Popoleschi . 150. seg. 156. 164. 237. 
Porro di Milano . 74. 

Priori di Firenze, cacciati di Palagio . 43. 
Priorista ms. con note . 200. 237. 



269 

Rabatta (Da) . 23. 164. 

Rafacani . 110. 

Rena (Della). 19. 183. 

Bicasoli {Da) . 99. 166. seg. 170. 173. 241. 

Ricci .115. 

Ridolfi. 18. 

Ridolfini, del Benino . 15. 236. 

Risaliti . ivi. 

Ristori da S. Donato in Poggio, poi de' Sernigi . 
252. 

Rittafè . 136. 237. 

Roffia .117. 

Romoli. 237. 

Roneognani, v. Bardiicci. 

Rossi. 13. seg. 75. 164. 176. 207. 

Ruberto Imperatore schiva il veleno prepara- 
togli . 121. 

Rucellai . 13. e seg. 

Rustichelli, poi Valori, e Tor rigiani . 195. 

Rustichi . 144. 244. 

Sacchetti . 13. 24. 131. 146. 
Salimbeni di Siena . 215. 
Salviati . xxxm. 159. 177. 
Sapiti . 244. 247. 
Sassetti . XXXIV. 
S assoli di Prato . 24. 
Sassolini. 237. 252. 
Scarlatti, o Scarlattini . 248. 
Scarperia (Dalla). 13. 
Scelto (Dello), o Tinghi. 36. 45. 49. 252. 
Schiattesi . 149. 

Sconfitta data a' Fiorentini . 135. 246. al Duca 
di Milano . 253. 



270 

Semifonte castello, disfatto dalla Repubblica Fio- 
rentina . XXXVII. 9. e seg. 

Sepoltuario Fiorentino di Stefano Rosselli ms. 
247. 

Sernigi, v. Ristori. 

Serragli. 15. 252. 

Serristori. 21. 172. 

Siminetti .143. 

Sinibaldi da Montecuccheri, v. Nelli. 

Soderini . xli. 57. 208. 

Sollevazioni in Firenze. 43. seg. 115. in Fiandra 
e in Francia . 63. a Barga . 142. a Castro- 
caro . 245. 

Sommaia (Da) . 177. 

Spedale di S. Lucia . 12. di S. Eusebio . ivi. della 
Scala di Firenze, e di Siena . 28. d' Altopascio 
nel Dominio Fiorentino . 155. 158. d^ Alto- 
pascio presso a Parigi . ivi. 

Spinelli. 143. 

Spini . 21. 74. 176. 

Squittino di Pistoia . 110. dell' Arte della Lana. 
165. della Parte Guelfa. 184. di tutti gli 
Uffici di Firenze e di fuori . 200. del 1391 . 
206. 237. de' Priori e Collegi . 237. 

Stlnche prigione in Firenze . 112. 

Storici Latini antichi erano jniittosto annalisti 
e cronisti . xxxviii. 

Storie mss. della Guerra di Semifonte apocrifa. 
xxxvii. della Famiglia Barberini del Senat. 
Carlo Strozzi, ivi. di Ser No fri delle Ri f or- 
magioni . LUI. di Giovanni Cambi . 253. 

Strinati Alfieri . xxvii. 

Strozzi . LI. 12. e seg. 22. e seg. 143. 149. 177. 
196. 207. 226. .238. 



271 

Struffa {Dello) . 236. 
Stufa (Della). 19. 
Suvera {Della) . 165. 

Taddei . 251. 

Temperani, v. Manni. 

Testaneri, o Nerini . 17. seg. 237. 

Tingili, V. Scelto (Dello). 

Torelli di Prato . 160. 

Tom ab noni . 24. 

Tornaquinci . 19. 45. 

Torrigiani . 24. 

Torrigiani Bustichelli . 195. 

Tosa (Della). 24. 157. 

Tragiialzi, detti Cresci, e Crociani da Monte- 

reggi . 188. 
Trattato del Governo della Famiglia ms. d'Agnolo 

Pandolfini . 147. 
Tregua de' Fiorentini col Duca di Milano . 108. 
Trenta di Lucca . 158. 
Trinci Signori di Fuligno. lix. 195. 

Valori. 171. 195. 

libertini conti di Chitignano . 165. e seg. 

libertini di Firenze . 207. 244. 

Vecchietti. 164. 

Velluti. 148. 

Venceslao Imperatore deposto. 116. 

Venturi . 197. 

Verrazzano (Da). 149. 

Vespucci . 237. 

Vettori. 19. 125. e seg. 183. 

Uffizi del Dominio Fiorentino . 201. e seg. 

Ugnccioni . 27. 



272 

Vigna (Del). 143. 

Virtù dello storico . xxxiii. 

Vita di S. Antonino arcivescovo di Firenze di 

Francesco da Castiglione ms. 252. 
Viviani Franchi . 236. 
Urbano VI. Papa . 43. 
Uzano (Da). 136. 156. seg. 171. 

Zilioli di Ferrara . 163. 



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Avvertenza del nuovo editore pag. v 

Dedicatoria della prima edizione » xiii 

Prefazione della stessa » xxr 

Cronica » 7 

Indice delle cose più notabili » 25B 



BDING SE-- ^^ 1979 

DING SECT. FEB 28 1979 



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Pitti, Buonaccorso v.-*^ 

Cronica di Buonaccorso 

Pitti 



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