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Full text of "Della vita e delle opere di Silvio Pellico"

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ILARIO RINIERI 



Della Vita 



e delle Opere 



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SILVIO PELLICO 



Da Lettere e Documenti inediti 



Volume Primo. 




UBRBRlfl RoVX DI 

Rea(zo ^ì^eqUo 



Proprietà Letteraria 



GnaÈ — Tip. Renzo Streglio. 



AL LETTORE 



Sono pochi gli uomini, vissuti nella prima ìnetà 
del nostro secolo, i quali abbiano destato nel popolo 
tanto sentimento di affetto e di tenerezza, quanto se 
ne cattivò Silvio Pellico. Quando pieno di gioventù e di 
brio, interpellando la patria antica, gridava per bocca 
di Paolo nella « Francesca da Rlmlni »: 

D'ogni bell'arte non sei madre, Italia ? 
Polve d'eroi non é la polve tua? 

nel popolo correva un fremito tale, che si traduceva 
in un lungo, fragoroso battere di mani in tutto il teatro. 
E quando, perduta la gioventù e il brio in dieci anni 
di carcere duro nello Spielberg, dedicava al popolo ita- 
liano « Le mie Prigioni », il popolo italiano versò la- 
crime di compassione, di sdegno, di patriottismo. Con 
quel libro V Austria aveva peì^duto più che una battaglia 
campale ! 

Alla memoria di Silvio Pellico la patria è, e dev'essere 
riconoscente. 

Ora la vita di questo benemerito Italiano non era 
sufficientemente coìwsciuta. Dopo la sua prigionia, Silvio 
Pellico visse ritirato e guardingo nella casa e nella com- 



fagnia della marchesa di Barolo. Evitò sempre, e per 
deliberato proposito e per prudenza, ogni pubblicità cla- 
morosa, che gli procacciasse una fama che non voleva. 
Quindi non approvò i tumulti e gli eccessi e gli imper- 
donabili errori delle « quarantottate », amando però 
sempre sino all'ultimo respiro il patrio risorgimento. 
Per le quali cose, gli amatori della patria a modo loro 
non perdonarono mai a Silvio Pellico, ch'egli amasse 
la patria a suo modo ! E di ciò egli soffrì allora una 
vera persecuzione da parte de' nuovi Gracchi, improv- 
visati in quasi tutte le città italiane. E inoltre certi let- 
terati dello stampo di un Atto Vannucci, apostata seb- 
bene senatore tardivo, e di uno Sbolenfì (Stecchetti) au- 
tore di luridi « Brandelli », hanno recato offesa crudele 
alla memoria di un uomo e di un letterato, come Silvio 
Pellico. Per fortuna i maledici di cotal risma sono pochis- 
simi; e la storia e il vero popolo italiano li sdegnano. 

Per altra parte le nozioni che si avevano della vita 
del Pellico erano uscite, come da fonte principale, dalla 
penna di Pietro Maroncelli; e quanto fossero inesatte, 
e qua e colà falsissime, se non inventate di pianta, lo 
disse più volte lo stesso Silvio Pellico, e si parrà mani- 
festo dalle molte correzioni che si leggeranno in queste 
pagine. Le biografie, che ne savssero Giorgio Briano, 
Pietro Giuria e qualche altro, riescono del tutto insuf- 
ficienti e anche scarse e manchevoli, atteso che i neces- 
sarii aixiti di documenti né essi né aWH allora potevano 
avere. 

In quanto alle lettere di Silvio Pellico, pubblicate 
sinora, si può dire che si riferiscono quasi tutte alla 
« seconda vita » dell'Autore, ossia a' tempi che segui- 



rono la sua liberazione dal carcere Moravo. Li quelle 
che scrisse in gioventù, salico le poche dirette ad Ugo 
Foscolo, non se ne conosceva si può dire nessuna. 

Era dunque necessario, per presentare intiera e 
veì^ace la figura dell'autore di « Le mie prigioni », sup- 
plire alle lacune e delle biografie e delle lettere pubbli- 
cate: e tale è appunto lo scopo di questi due volumi 
sulla « Vita e opere di Silvio Pellico ». 

Questo prbno volume contiene la storia della vita 
di Silvio Pellico e le lettere della sua « prima vita », 
cioè degli anni più celebri e tempestosi, che egli trascorse 
in Milano dal 1810 al 1821 in compagnia di Ugo Fo- 
scolo e di Vincenzo Monti e degli scrittori del « Con- 
ciliatore )>, alcuni dei quali lasciarono un nome non 
ignobile nella storia letteraria, e altri rimasero celebri 
tra i patriotti cospiratori. 

I ragguagli della vita intigna di Silvio ci sono con* 
servati nella « Autobiografia » della sorella Giuseppina. 
Sono quattro quaderni, scritti dalla propria mano di 
lei, e quindi di un pregio unico per la storia del letterato 
Saluzzese. Mi furono gentilmente imprestati dall'egregio 
sacerdote Carlo Ferrerò, cappellano dell'Ospedale di San 
Giovanni in Torino. Egli avevali avuti in dono, stando 
a Chieri, dalla signora Pellico, la quale a lui ricorreva 
come a Direttore di spirito. A lui dobbiamo pure il ri- 
tratto in « daguerròtipo », forse unico veramente sto- 
rico che si sia conservato di Silvio Pellico. Mi è dolce 
attestare qui pubblicamente al benemerito sacerdote la 
più sincera riconoscenza. Viva gratitudine professo 
pure alle signore baronesse Baviso, alle quali devo varii 
documenti, come apparirà quando mi accadrà di citarli; 



e parhnenfe al cobite Carlo di Pralornìo, per varie let- 
tere comunicatemi di Silvio Pellico al conte di Pralormo, 
ambasciatore piemontese a Vienna nel tempo del processo 
e della prigionia de' condannati allo Spielberg; e infine al 
professot^e Bernardo Mathis di Saluzzo, il quale rac- 
colse le memorie genealogiche della famiglia Pellico, 
che si leggono nel principio di quest'opera. 

Le nuove lettere delVautore delle « Mie Prigioni » 
tutte inedite, erano conservate nelVAìxhivio della « Civiltà 
cattolica ». Il padre Francesco Pellico, fratello di Silvio, 
le aveva regalate egli stesso agli scrittori di questo perio- 
dico, insieme con altri autografi pellichiani, che ivi si 
conset*vano tuttora religiosamente. Ai tempi del padre 
Bresciani si cominciò la pubblicazione di alcuni scritti del 
Pellico, che poi rimase inten^otta "per ragioni letterarie 
che si possono leggere a pag, 226 del voi. V, serie iii*, 
anno 1857. Ivi dicevasi invece che delle lettere di Silvio 
Pellico si « sarebbe procurata una edizione in separato 
volume », al quale disegno si dà ora esecuzione. 

L'importanza di queste lettere parla da sé. La storia 
onassimamente della letteratura se ne vantaggerà non 
poco, trovandovi ragguagli, avvisi, giudizii sulle persone, 
sulle cose e sulle idee di que' tempi, in cui fervevano 
le famose tolte tra i « Romantici » 6 « classici », tra 
la « Biblioteca italiana » e gli uomini del « Concilia- 
tore » / e in tanto dissenso di opinioni letterarie, il Pellico 
dava alle scene con plauro infinito la sua « Francesca da 
Rimini ». Per questo e per ciò che riguarda alcune 
particolarità intorno a Ugo Foscolo, Monti, Confalo- 
nieri, Lodovico de Breme, conte Porro, Giovanni Rasori 
ed altri, questo primo volume ci pare più che opportuno. 



Esso era già sotto stampa, quando usd in luce la 
« Vita di Ugo Foscolo » (3 volumi) di Federico Gilbert de 
Winchells, e « Foscolo, Manzoni, Leopardi » di Arturo 
Graf. Non ho trovato nulla da modificare sulle rela- 
zioni tra Silvio Pellico e il Foscolo, comete ho descritte, 
cavandole dagli epistolaril di entrambi e da tutta la 
bibliografia sinora pubblicata, il primo di questi autoH 
avendo aggiunto poco di nuovo a ciò che già si cono- 
sceva, ed il secondo non presentando al lettore altro che 
un lambiccato di considerazioni aeree, che aveva già 
in parte decla^nato prima nelle solite lezioni di scuola. 

Non è infine da dissimulare che queste lettere della 
sua « prima vita ^'Silvio Pellico scrisse nel bollente fer- 
vore della gioventù; non deve quindi far maraviglia se 
si risentono della educazione irreligiosa, ch'egli aveva 
ricevuto a Lione lontano dalla sua famiglia religiosissima. 
Ve n'ha delle magagnate da' pregiudizii allora sparsi 
un pò per tutto; alcune dettate da un amor proprio 
che allora si stimava virtù, perfino alcune non del tutto 
scevre di proposizioni empie. Ma queste ultime sono per 
verità rare assai; e mi sono perciò recato a dovere di 
onore e di coscienza avvertirne ogni volta il lettore. 

Cosi la lettura di questo primo volume riuscirà 
non solo dilettevole, ma utile eziandio a ogni condizione 
di lettori e di lettrici. 

1. R. 



INDICE DEI CAPITOLI 



Al Lettore. 

Cenni genealogici sulla famiglia Pellico . . 'pag. i 

Stato della famiglia Pellico nell'anno 1825 » xv 



Capitolo I. - I primi anni » 1 

» II. - La famiglia Pellico » 14 

» III. - Lione -Anni giovanili (180G-1810) » 18 

» IV. - Milano -Ugo Foscolo (1810-1813) » 20 
Lettere di Silvio Pellico a Ugo 

Foscolo » 38 

» V. - Juvenilia (1809-1812) » 70 

» VI. - Lettere familiari di Silvio Pellico 

(1813-1821) » 79 

Indice Analitico » i09 



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CENNI GENEALOGICI 



SULLA 



FAMIGLIA PELLICO 



^'^» 



Questa serie genealogica degli antenati di Silvio Pellico 
è stata estratta dagli Archivi parrocchiali delle Chiese di 
Saluzzo. Ci è stata inviata, insieme co' preziosi commenti 
che l'accompagnano, dal chiaro prof. Mathis di quella città; 
glie ne rendiamo le dovute grazie e il giusto merito, mentre 
conserviamo la stessa forma epistolare con cui egli ce 
li ha trasmessi: 



1706 Februarh (Duomo). 

Honoratus Antonius ftlius HonoraU et Antoniae iuga- 
liuni de Pellico Nicienslwn incolaruin hulus dm- 
tatis, natus et baptizatus die 23 huius P,P. fuere 
Honoratus Vigna et Francisca Maria Rihandenga. 

Antonius L. Guratus. 

Renxeri — Pellioo 1 



II DELLA Vita di Silvio Pellico 

È Tatto più antico che si trovi negli Arcliivi delle 
due Parrocchie. Noti quel Nicienslum che conferma l'ori- 
gine provenzale dei Pellico. Al qual proposito mi disse 
quel venerando vecchio del Padre Francesco Pellico 
negli ultimi anni di sua vita, che a Lione gli si era pre- 
sentato un Pellicòty Provenzale, afiermando di essere 
ancora suo pallente, ma senza appoggio di documenti; e 
che anche un vecchio chirurgo di Fayence, dei tempi 
napoleonici, Pellicòt anche lui, gli aveva scritto più d'una 
volta, affermando la stessa cosa, ma alla stessa maniera. 
E veramente in tutti gli atti parrocchiali il cognome è 
sempre scritto alla francese, coU'accento in fine. Solo a 
Milano, sul finire del dominio napoleonico, quando una 
salutare reazione si veniva facendo contro lo spirito ed 
i costumi francesi, non piacque più quel Pellico e allora 
il signor Onorato lo disaccentò, cominciando a sottoscri- 
versi Pellico. Cosi mi disse il Padre Francesco. 

Che questa sia la famiglia da cui provenne Silvio 
me lo fa pensare il nome di Onorato, che la contraddi- 
stingue. Ma quest'Onorato è venuto da solo a Saluzzo, 
fu accompagnato o preceduto da altri Pellico? Poiché 
nel 1807 altri dello stesso cognome erano già a Saluzzo, 
senza esser contraddistinti con quel Nicienslum. Ad ogni 
modo io le copierò fedelissimamente pei^fin negli errori 
gli atti successivi. 



CENNI GENEALOGICI IH 



OcTOBRis 1707 (Duomo). 

l'YanciSCiis Ludomcus fìlms Ludocici et Margaritae 
iugallum de Pellico natus die i5 liums et 17 bapti- 
zatiis falt. P. P. faere Liidovicus Callandra et Maria 
Catharina lucor Ambrosli Gliio Verzolii loci. 

Antonius L. G. 



JuLii ET Augusti 1708 (Duomo). 

Maria Maddalena fUia Antonii et Annae Mariae Jw 
gallum de Pellico nata et baptizata die sexta huius 
(Julii) P. P, faere Joannes Battista Gottifredi et 
Paulo Maria fllia D. Sebastiani Crescii. 

Antonius L. C. 



Martii 1728 (Duomo). 

Ilonoratus Franciscas fllitis Ilonorati Antonii et Mariae 
Magdalenae lagalitun de Pellico natus, et bapti- 
zatus die 3: Sus.^^ fuere B. Joannes Petrinus Mon- 
ghiae, et Anna Francisca Maria Curiana filia D. 
Caesaris Antonii. 

Francisgus Maria Bosgiius, Curatus. 



IV DELLA VITA DI SILVIO PELLICO 

Ianuarii 1731 (Duomo). 

loseph Antonius fìUus Honorati et Annae Marg,^<^^ /^^ 
r/alium de Faraudis natus est die 2^ Ianuarii 1731, 
eodenìque die haptizatas est P,P. fuere Ilonoratus 
Antonius Pellico et Maria Teresia filia Petrini Viglia. 

Copiato unicamente per far vedere quanto fosse 
antica l'amicizia dei Pellico e dei Faraudi: amicizia che 
trovò degna chiusa neirintimità di Silvio col padre Dome- 
nicano di questo nome. 

Noti anche come si comincia passim a lasciare il 
de davanti a Pellico. 



Aprilis 1731 (Duomo). 

loseph Lominicus fìlius Honorati Anionii el Mariae 
Magdalenae lug. de Pellico natus est die 11^ Aprilis 
1731 et seguenti die haptizatus est P.P. fuere loseph 
Franàscus Pellico et Flavia Maria uxor loseph 
AugusUni Stortalionis. 



Die 19 Mensis Februarii 1734 (S. Bernardo). 

Ioannes Tomas fìglius (sic) Honorati et Magdalenae 
lugalium Pelicò natus et haptisatus (sic) sub eodem 
die a me f. carolo matuetto vice curato pp. fuere 
Bartolomei Joseph faraudus et Antonia Margera. 



CENNI GENEALOGICI 



La parrocchia di S. Bernardo era tenuta dai Minori 
Conventuali dal 1585 circa. Com'era ben ferrato di gram- 
matica questo frate Màtuetto! 

Questo Giovanni Tommaso è il nome di Silvio, come 
vedrà più oltre dalla fede di battesimo di Onorato. Egli 
sposò il i6 Agosto i762 in Revello, Domenica Maria Lu- 
batti di Bernardino, come risulta dai registri della Par- 
rocchia collegiata di Revello. Che uomo era costui? È 
curioso che neirepistolario e nelle opere poetiche di 
Silvio, dove si accenna tante volte alla sua famiglia, mai 
non si parli dei nonni. Da giovanetto ho sentito dire ad 
un vegliardo più che ottuagenario, che il nonno di Silvio 
era un appassionato giocatore al lotto, per la qual cosa im- 
pegnò talvolta le stesse masserizie di casa. Ma lasciando 
stare questo difetto, può essere stato un gran brav'uomo, 
forse difettoso di quell'educazione e di quella coltura pro- 
curatasi poi da suo figlio Onorato. Resta anche oscuro 
il motivo pel quale Onorato, che viveva in discreta con- 
dizione sociale ed aveva un impiego nelle Poste di Sa- 
luzzo, abbia abbandonato nel 1793 (quando Silvio era nei 
quattro anni) (1) la sua città natale per trasferirsi a Pine- 
rolo, dove pare avesse pur impiego governativo, intanto 
che tentava Tindustria ooll'impianto d'una filanda. Né si sa 
meglio perchè nel 1801 fosse già a Torino (2) impiegato 



(1) Vedi VEpistolario Silvio Pellico del Le Monnier, lettera 210. 

(2) Ci venne però prima, se conduceva i flgUuoU alle adiinuiize civiche 
(l^ Sanculotti per far loro detestare le violenze demagogiche. 



VI DELLA VITA DI SILVIO PELLICO 

del Governo. A Torino nacque il P. Francesco nel 1:.^ Fel)- 
braio 1801 (1) e la sorella Marietta nel 1803. 1.a Rosina, 
gemella di Silvio, è una fola. I^a Giuseppina, sopravvis- 
suta 17 anni a Silvio, era nata a Pinerolo. 



Die 21 Augusti 1730 (S. Bernardo). 

Joseph Emanuel fìUus Jos^ephl et Mar/flalenae lagaUtim 
Pellico ìiatas die decirna noiui Jnf.'ds hrfudzatas e^it a 
me Frè Ilyacièilio (sic) Banduchitt Curato, J*a trini 
faerimt (Mancano i nomi). 



Die i Aprilis 1738 (S. Bernardo). 

Dominicm Ilonoratus fìlias Josephi Franarci et Magda- 
lenae lagalium Pelicò natus ìieri baptizatus fait a 
me patre Ludovico Ciul Patrini faerant Domiulcas 
Rihotti et Maria Catharina Bertola. 



21 Sett. 17 iO. 



Matrim. tra Onorato Pellico del fa Onorato e Sebastiana 
Laudi del fa Domenico, parrocchiani di S. Ber- 
nardo. Testimonii G. Battista Ber tota e S, Pellico, 
(La Sebastiana mori sotto la Parrocchia del Duomo il 
30 Settembre 1782, vedova, di circa 00 anni). 

(1) Fu sacerdote nel 1823; gesuita nel 1834. 



CENNI GENEALOGICI VII 



Die 20 Ogtobris 1763 (S. Bernardo). 

Honoratus Berncuiinus fìlius Joannis Thomae Pellico 
et Dominicae uxoris eius natus hoc mane baptlzatus 
est a me F. Ignatio Bianchis. Cur. Patrini D. Joannes 
Nicolaus Faraudus etB.na Angelica Christina Donati 
Salutienses, 

Fr. Ignatius BiANCffls, Guratus. 



Die 28 Martii 1769 (S. Bernardo). 

Vincentius fìlius Joannis Pellcò infans uniiis anni cum 
dimidio ohiit et sepultus est in Parr. S, Bernardi. 



Die 1^ Januarii a 1770 (S. Bernardo). 

Silvesier Ignatius fìlius Joannis Pellico et Dominicae 
uxoris eius natus heri vespere haptizatus est a me 
Ignatio Bianchis Carato. Patrini D. Ignatius Sola 
et D.na Maria Lucia Craveria. (È un fratello di 
Onorato, morto due giorni dopo). 



Die 3 Januarii 1770 (S. Bernardo). 



Silvester fìlius Joannis Pellico infans dierum 4 ohiit etc. 



Vra DELLA VITA DI SILVIO PELLICO 



Die 11 Februarh 1773 (S. Bernardo). 

Maddalena Dominica Vìolanta filia Bernardi Pellico et 
Margaritae uxoris eius nata heri vespere horas 
post solis occasum baptizata est a me F. Ignatio 
Bianchis Curato. Patrini lacobus Giordanin et 
Dominica Pellico (la nonna di Silvio). 



Die 20 Februarh 1773 (S. Bernardo). 

Maddalena fi Ha Bernardi Pellico infans dietim il 
oMit etc. 



Die 19 Novembris 1773 (S. Bernardo). 

Ilonoratus Pellico annorum 66 clrciter sacramentis 
Ecclesiae munitus oMit et sepidtus est in Par, 
li. S. Bernardi. 



Dai Registri della Parrocchia del Duomo. 

Da Emanicele Pellico e Barbara Giacquero: 
1^ Anna Cecilia (nata il 1^ Febbraio 1774, morta il 

19 Ottobre). 
2^ Gian Domenico (nato il 19 Aprile 1776, morto 
il 29 Settembre 1778). 



CENNI GENEALOGICI IX 



3° Emanuele Giuseppe (n. il 29 Ottobre 1778, m. il 30). 
4° Emanuele e Gian Domenico, gemelli (nati il 
9 Marzo 1780, morti ni). 
E quest'atto di matrimonio tra: 
Bernardum Pelicò quondam losephi viduum eco Po- 
roccia S. Bernardi et Catharinam Ruffino quon- 
dam Nicolai: i2 ajgr, 1779, 



Stato d'anime per gli anni 1772 - 84. 
(Park, di S. Bernardo) Borgo Esteriore (1). 
Faraud (il padrone di casa: vi si trova ora la fucina 
Glaro) ; 

Giovanni Pellico (il nonno di Silvio); 

Domenica (moglie); 

Onorato figlio, 9 (il padre di Silvio) ; 

Gio. Gosmar - Busca (forse un servo). 
Voltando il foglio, si trova: 
Onorato Pellico (cancellato) (V. sopra ai 19 Nov. 1773) ; 
Sebastiana (moglie); 

Laura (figlia). Gio, Batt^ Melerlo di Viez (cancellato). 
Forse è la famiglia costituitasi il 21 Seti 1740; 
il figlio Giovanni Tommaso sarà uscito di casa in occa- 
sione del suo matrimonio colla Domenica LuLatti il 
16 Agosto 1802; ma non concorda il nome della moglie. 



(i) Questo horyo esteriore è quello detto di S. Martino, air estremità 
della città, verso Revello e Rarjj^e. Invece la casa comprata poi da Onorato, 
dove nacque Silvio, é nell'interno deUa città, un poco in alto. 



DELLA VITA DI SILVIO PELLICO 



Die 13 Januarii 1788 (Duomo). 

Pellico Joannes Aloysms Joseph fìL Honoraii et Do- 
ininae M,ae Margaritae tug^^^^^, nahis et baptizatiis 
die 13 Januarii. P. P. Aloysius Poeti et D. Theresia 
Muletti (I Poeti ed i Muletti [non Muleti] erano due 
case cospicue di Saluzzo. Ne parla anche Silvio). 

Questi è il fratello maggiore di Silvio, morto poi a 
Ghieri; indole fiera e bollente, che da giovane viaggiò 
per qualche tempo in Polonia, non si sa bene per qual 
motivo (1): uomo coltissimo, scrittore di commedie in 
versi, due delle quali furono pubblicate, cioè La crisi 
del matrimonio (preceduta da un erudito ragionamento 
intorno alla convenienza di verseggiar la commedia ita- 
liana) e L'Arricchito Ambizioso (V. Giacinto Trona: 
Discorso sulla letteratura saluzzese, Saluzzo, tip. Lo- 
betti-Bodoni, 1844). A Milano, dove Onorato era capo di 
Divisione al Ministero della Guerra, Luigi era Segretario 
del Grande Scudiere del Regno d'Italia, il Marchese Ga- 
prara di Bologna. Gaduto Napoleone, egli fu Segretario 
intimo del Gonte di Revel, Governatore di Genova. Quando 
Silvio fu condannato allo Spielberg, egli lasciò o fu in- 
vitato a lasciare quell'impiego forse per contraccolpo. 
Il P. Francesco però opinava che Luigi avesse commesso 
qualche imprudenza, per la quale non fosse più possibile 
il restare in quell'impiego, tutto di confidenza; che perciò 



(1) Vedi cap. 11. 



CENNI GENEALOGICI XI 



se ne sia ritirato pur conservando la stima del Gover- 
natore, che gli fece dare una pensione e lo soccorse di 
poi più di una volta nelle sue necessità (1). 



Die 25 Junh 1789 (Duomo). 

Pellico Joseph EUgms Silvms Felix fìlms B, Honorati et 
M,ae Margarltae Tournier iug .'^^^ natus et bapUzatus 
est die 25 Junìi PP. acU^^'^'^' II U^ et ad.^'^'^ RA^^ B. Jo- 
seph Luhati et B. Bomlnica M,a Pellico (La nonna). 
D. Giovanni Lanza publicò questa fede, ma scrivendo 
erroneamente Lobati e Pellico (2). 

Perchè dei quattro nomi sia restato al nostro poeta 
soltanto il terzo, ecco la ragione, secondo il P. Fran- 
cesco. « Era a quei tempi mia certa manìa di novità ; si 
volevano nomi non tanto triti. Anche a me, oltre a quello 
di Francesco furono imposti nel battesimo i nomi di 
Leandro e di Giacinto. Il padre, per amore di erudizione, 
mi chiamava sempre I^eandro ». Io però credo che ci 
fosse un altro motivo. A quei tempi Fahate Silvio Balbis 
godeva in Piemonte, e specialmente a Saluzzo d'una gran 
fama poetica, ed anche TAlgarotti, il Frugoni, il Voltaire 



(1) Vedi i vari capi e le lettere nel testo. — L'imprudenza fu commessa 
molto tempo prima. 

(2) In una nota a un sonetto di Onorato Pellico, che ha questo titolo: 
« Al carissimo Compastore MELLITO EXOMUARISTE nella nascita del 
mio secondo {jenito, Soìictto 78, cstonporanco » si legge: Giuseppe, Eligio, 
Silvio, Felice levato al sacro fonte dal mio zio sig. D. Giuseppe Lubati, e da 
mia madre, 25 Giugno i789. 



Xn DELLA VITA DI SILVIO PELLICO 

ed il Gessner gli furono amici; per tacere del Metastasio, 
al cui posto, alla corte di Vienna, fu invitato a succedere, 
ma inutilmente (1). Ora Onorato, che pizzicava di poeta 
(ne fa cenno anche il Denina nelle Considerations d'un 
Italien sur V Italie, Berlino, 1794) sarà stato ammiratore 
ed amico suo, essendo nato in Caraglio il Balbis, ma di 
famiglia saluzzese ed avendo passato in Saluzzo tutta la 
sua vita, che durò Ano al 25 Luglio 1795. Nessuna ma- 
raviglia quindi che abbia voluto chiamare uno de' proprii 
figliuoli col nome venerato di lui (2). 



Die 11 JuNii 1791 (Duomo). 

Pellico Joseph Spiritus Ilonoraius fllius DD. Honorati 
Bernardini, et Mariae Margaritae Tournier iug.^^ 
natus et baptizatus est die ii Junii P. P, D, D. Ni- 
colaus Faraudi et Anna Cath.^^ Poeti uxor D. Phi- 
lippi. (Morto in fasce). 



Inoltre nei registri della Parrocchia del Duomo si 
trova un atto di matrimonio tra: 

Bernardum Pelicò quondam Joseplii viduum ex 
Paroccia S. Bernardi et Gatharinam Ruffino quondam 
Nicolai. 12 Apr. 1779. 



(1) Vedi G. Trona, Discorso citato. 

(2) A Pinerolo lo prese una malattia di nervi, con eccitamento di fantasia, 
ma fatta una novena a S. Francesco di Sales, guari improvvisamente. Per 
gratitudine la madre volle poi dare il nome di Francesco ad uno dei suoi fi- 
gliuoli. Questo mi accertò il P. Francesco, e vi accenna anche Silvio in 
una lettera. 



CENNI GENEALOGICI XIII 



E questi atti di morte: 

Pellico Gatharina uxor Bernardi annorum triginta, 
obiit 1794; 

Pellico Joannes Baptista infans Josephi obiit 11 Ja- 
nuarii 1797; 

Pellico Vincentius annorum 4 fll. Josephi obiit 
27 Sett. 1800; 

Pellico Margarita yidua quondam Josephi Copi 
obiit 14 Nov. 1800; 

Pellico Dominicus quondam Josephi obiit 11 Junii 1810; 

Pellico Bernardus, quondam Joannis Baptistae vi- 
duus quondum Mariae Margaritae Giusiana (morta il 
4 Die. 1778, in età di 33 anni) obiit 22 Junii 1810; 

Pellico Theresia filia quondam Bernardi annorum 
40, obiit 18 Febbr. 1816; 

Pellico Joseph quondum Emanuelis annorum 50, 
obiit 1824. (Non ho copiato il mese). 



Di Onorato Pellico, padre di Silvio, abbiamo un grosso 
volume manoscritto, contenente moltissime poesie, tutte 
arcadiche, composte e scritte da lui. Ci fu gentilmente 
prestato dalle Signore Baronesse Daviso, eredi di vari 
manoscritti della Giuseppina Pellico. 



XlV DELLA VITA DI SILVIO PELLICO 

Porta questo titolo: 

POESIE VARIE 
di Onorato Pellico Saluzzese 
Infra gli Arcadi di A'o»^«.- Eidamante Eilomenio; 
Fra i Costanti di Camerino: Il Giocondo; 
Tra gli Immobili di Alessandria: Il Sollecito; 
Fra gli Unanimi di Torino: Il Canoro. 
Per saggio citiamo questo Sonetto: 

Nel mio Sposalizio 

CON 

Maria Margherita Totrnier 

DI ClIIAMBERY 

Sonetto 34. 

Dove risèra con sue rapid'acque 

Il Sabaudo terren bagna, e feconda, 

Margarita rarissima vi nacque, 

Cui neirindo non v'ha gemma seconda. 

Ivi nota soltanto all'aure e all'onda, 

Nascosta in sua beltà tre lustri giacque; 
Quando volato Amor su quella sponda 
Appena la mirò, che sen compiacque. 

La prese, e certo, che al fulgor di Lei, 
Molti accender potea, ne ornò la face 
E la fé' balenar sugli occhi miei. 

Arsi tutto in quel punto; in core impressa 
N'ebbi tosto Timagine vivace; 
Onde Amor mi cede la Gemma istessa. 



ÓENNi GENEALOGICI xV 



Stato della Famiglia Pellico nell'anno 1825 



LA CITTÀ DI TORINO 

Contessa di Grogliasco, Signora di Beinasco 

Dichiara e Gertiflca:^*^ 

Che il signor Onorato Pellico, Segretario di Regia 
Segreteria, e Capo di Divisione neir Amministrazione del 
Debito pubblico, di anni 61, nativo della Città di Saluzzo, 
dimorante da più anni in questa Capitale in un con sua 
moglie e famiglia, è una persona di ottimi costumi e di 
una condotta irreprensibile ed intieramente attaccato al- 
l'Augusto Nostro Sovrano, di cui è suddito fedele, ed al 
Regio Governo, come pure alla legittimità delle Monarchie. 

Che il detto signor Onorato Pellico ha la sua fa- 
miglia composta delle seguenti persone: 

1° Sua moglie Maria Margherita nata Tournier, di 
Cìamberì, di anni sessantuno. 



(1) Questo certificato, in carta bollata, era incluso nella Supplica, che 
il padre di Silvio Pellico presentava airimperatore per ottenere la Ubera- 
zione del suo figliuolo. La riferiamo più innanzi. 



XVI DELLA VITA DI SILVIO PELLICO 



2^ Suoi figliuoli: Luigi di anni 30, Segretario di 
Sua Eccellenza il signor conte Revel di Pralungo gover- 
natore di ({uesta città o Divisiono. 

3" Francesco Leandro di anni 23, sacerdote Teo- 
logo, chierico di camera e c'app(dla di Sua Maestà. 

\^ Silclo, iV uniti sr}, a.^^senle. 

5" Giuseppa di anni 21, nel Monastero delle Rosine 
in questa città. 

6*^ Maria Angela di anni 20, novizia nel Monastero 
della Visitazione di questa Città. 

Tale essendo la verità, abbiamo spedito il presente 
certificato al sig. Onorato Pellico per valersene come di 
ragione. 

Torino, dal palazzo di Città, il 30 aprile 1825. 

(Seguoìio le finn e). 



-I^^^r ^ t ' 



ì&SÈms&s&sss&^s^s&ss^s&s^. 



CAPITOLO L 



I PRIMI ANNI 



oli di Saluzzo antiche, e amate mura, 
Oh città, dove a riso apersi io p rima 
Il core.... 

Cantiche^ Saluzzo, p. 346. 



Una buona ventura avendoci messo in mano le me- 
morie, che della propria vita lasciò scritte di sua mano 
Giuseppina Pellico, ce ne serviremo largamente in questo 
lavoro in cui pigliamo a tessere la storia della vita di 
Silvio Pellico. 

« Io, così essa scrive con trasparente candore, son nata 
a Pinerolo il 24 agosto 1798. Mio padre Onorato Pel* 
lieo era nativo di Saluzzo, Aglio unico di Bernardino. 
Mia madre. Maria Margherita Toumier di Sciamberl, 
l'aveva già fatto padre di sette altri Agli tra maschi 
e femmine; cinque dei quali ebbero la ventura di volare 
al cielo. Vivevano i due primi, cioè Luigi nato a Saluzzo 
li 13 gennaio 1788, e Silvio nato parimente a Saluzzo li 

IlKNIERl — Pellico % 



2- deiLa Vita t)i silVio peLlìco 



24 giugno 1789. L'amorosa nostra madre ci nutrì tutti 
col proprio latte » (1). 

Con queste poche linee si devono correggere gli errori 
imperdonabili di molti, i quali per istudi diversi e diverse 
maniere, furono tratti in inganno intorno alla famiglia di 
Silvio Pellico (2), e allo stesso anno della sua nascita (3). 
Ecco come la nostr' Autrice corregge quello marchiano 
di Maroiicelli, che fu la prima fonte d'onde poi hanno 
preso tutti gli altri biografi: 

€ Quando Maroncelli si accinse a scrivere la biografia 
di Silvio, avendo vissuto tanti anni con lui in prigione 
ed avendo udito clii sa quante volte la narrazione di sua 
vita prima dell'arresto, si credette abbastanza informato, 
più non lo consultò, e pubblicò parecchi errori; tra cui 
che egli aveva una sorella gemella chiamata Rosina. Tu 
lo sai, la Rosina son io; non di nome, ma perchè stata 
ricoverata nel ritii'o delle Rosine, cosi chiamato perchè 
la fondatrice chiamavasi Rosa » (1. e). 



(1) Giuseppina Pellico, Autobiografia manoscritt.. quaderno I. È 
composta in forma di lettere ch'essa dirige ad un'amica. 

{2) Tra tutti prime^jria Piero MaronceUi, il quale Un dal principio delle 
sue Addizioni scrive queste sguaiataggini: « Questi, il Padre di Silvio, 
aveva consolato il suo letto con altra prole, — Luigi e Giuseppina, — 
prima che Silvio vedesse la luce: né egli la vide solo; nacque gemello ad 
una infante (sic) che fu chiamata Rosina ». (Ediz. di Parigi, Baudry, 1834). 
Quanti spropositi in tre linee! 

(3) Giorgio Briano assegna Tanno 1788; Silcio Peti. Torino, Unione 
tiiH)gr. Kditr. Pomba, 1861, p. 7. Nloomede Bianchi neiranno 1807 lo 
fa « giovane appena diecinovenne » p. 182. Curiosità e ricerche di Stor. 
Su^aip,^ Tol. I. Booca, Torino, 1874. 



1 PRIMI ANNI 3 



Un bambino, che in una famiglia cresce pargoleg- 
giando, non è altro, si può dire, che uno specchio vivo, 
riflettente in maniera complicatissima, ma infallibile, le 
qualità fisiche e soprattutto morali de' suoi padri. Onde le 
parole, gli atti e tutto quello che agita il piccolo mondo 
familiare, sono come un alimento che nutre, forma e 
sviluppa le qualità di cuore e di mente de' giovanetti, e 
ne compongono quel piccolo patrimonio d'immagini e di 
ricordi, che trasfusi nella vita, non si dimenticano più mai. 

Cosi in maniera speciale si svolsero per Silvio Pel- 
lico i primi anni e le prime memorie familiari. 

I suoi genitori appartenevano a quella classe popo- 
lana, che mediando tra l'opulenza del ricco e la scarsezza 
del povero, partecipa dei vantaggi di tuttedue. Nato in 
questa condizione, come dic'egli stesso nelle Mie Prigioni, 
Silvio incontrò subito ne' primi anni una di quelle infer- 
mità, le quali, mentre colpiscono gli organi della prima 
vita, lasciano poi nello sviluppo un'impronta cosi profonda, 
che protenderà la sua influenza nella formazione del carat- 
tere sino agli anni dell'età decrepita. In queste circo- 
stanze l'immagine cara di una madre, che con atti di 
straordinaria tenerezza e industria materna quasi ti molte- 
plica la vita infermiccia o seriamente minacciata, le cure 
e i riguardi gentili insieme e affettuosi de' fratelli; e come 
per contrasto le condizioni diverse di fanciulli compagni, 
vispi e garruli, innocenti spietati, che ne' loro giuochi 
geniali saltellano vicino a te assiderato e quasi impotente: 



TITi Ikl liLTji ?5L*-tL 



j,trxiiktù, VX ziimi^iits^i ci 'Mani i^irlace. Jtt guiiL :::a- 

^. j. «curirv/ 2<fnQÌ«^ tiri Iut.it'j •Lano.rH ÌL Fr*n'Ci£>^:a ia R^ 
i,prAk: 'f:^'*^ 2:1 icar4*sir:. sor^ in -la mei t^niL»: ai^iTafiiziia 
ìa 5^(ulf> 'H :aLe mauzuxaia. \±i^ otr' ioni icr*tii<± iLe'sauÀ 
;<i;i:i ^ Trftr^mo trasparire 'n^ine izisrrpanmile «itimpa^na 
'1<^.la %iia Tira ^ 7-rtur^. >'>a d ■*!*a;j*trT.>mt. ^iu ^:ìle ^an£o a 
<l^:rwTÌT-rr»; iiir '[*iaiita iDivraii -ii*' iuiÀ ,j*MLni*:n. 'i- •leL'alira 
^<ia i^anLl^ziìa. E ii'>ro ritratto ^ •ieìiiLtrtrra t:hiaranieii:e »ialle 
lor'i òi^'jtìi. coftif^rmi^ le Terrwno it^OTceniio i mano a 
xuario* 

< Silvio, co&tìnaa la senttrice sca i^jreìla. era dì tei»- 
fifrrameBto gracilìssìnìo.^ Parlaikdoti deila soa Éuìchillezza 
rion so {>assar sotto silenzio una sin:zt^Iantà. Egli aveva 
drca on anno, quando una notte in cm i gatti miagolavano 
straordinariamente, il bambino si risvegliò talmente spa- 
ventato, che maman (1). la quale, ci^ne già ti dissi ci 
allatto tatti, dovette alzarsi e fece Timpossibile, ma invano, 
|>er tranquillarìo. Da quel momento egli ammalò, divenne 
pauroso, più non crescevagli il corpo, ma soltanto il 
capo, e, con gran cordoglio di maman e di tutti, divenne 
orrendamente storpio. I medici dicevano alla madre di 
prepararsi al sacrifizio, ch'era impossibile risanarlo: ma 
che cosa non può l'amor di una madre, di una madre 



(1) si paK8Ì questa espressione, invece deUa carissima nostra « mamma >» 
a una faniip^lia di cui la madre era francese, e Tidioma francese era fami- 
liare come ritaliano. 




I PRIMI ANNI 



come la nostra? Essa tanto fece, tanto studiò, provò e 
perseverò a curarlo e a volerlo sano e ritto, che (manco- 
male coir aiuto di Dio , della Vergine e dei Santi a cui 
incessantemente si raccomandava), rìescl a risanarlo al- 
quanto, a rizzargli le gambe e il corpo perfettamente , a 
fame insomma quel Silvio che conoscesti, quantunque i 
medici assicurassero che non poteva vivere. 

« La paura ch'era in lui rimasta, dopo quel miagolio dei 
gatti, era scemata a misura che acquistava cognizione; 
ma semprechè avesse guardato negli angoli oscuri, o sotto 
i mobili, vedeva tante piccole vecchie che gli facevano 
smorfie. Quando era ancor ragazzino, e che gli si doman- 
dasse a chi quelle vecchie somigliavano: A nonna, ri- 
spondeva egli con semplicità. Era pienamente persuaso 
che nulla c'era; mille volte camminando a stento colle 
sue gruccie si avvicinava ad esse senza paura ; sparivano 
da li, ma le vedeva dovunque penetrasse la luce; e cosi 
finché gli durò quella malattia. Quantunque egli amasse la 
buona nonna , aborrivale povere brutte vecchie, in generale. 
Una volta, avendo sentito che la fantasia, la quale era 
giovine (1), se ne andava, disse a maman: Se mai ci 



(i)Non era però più giovane la fantasia di Maroncelli, sebbene patisse 
altri grilli, quando nelle sue Addizioni^ che dispiacquero tanto a Silvio 
Pellico, come vedremo a suo luogo, intarsiando questo fatto a suo modo, 
lo suggellò con questa insinuazione per nulla storica: « In questo fatto 
entrerebbe mai come lontano elemento efficiente la circostanza che la 
signora possedeva il libro misterioso delle sette trombe? e che il fan- 
ciullo, nella disposizione d'esaltamento per le indebolenti malattie e la 



I 



6 DEI.LA VITA DI SILVIO PELLICO 



v^ene ruui cerchia, hj prenderò il basto/ie più (jroi^j che 
U'itrern e la ìiatterò la dovj a lei farà più male. Ciò 
chfj gli recava maggiormente malinconia, si era il ve- 
dere gli altri fanciulli visjn e snelli a correre e diver- 
tirsi. Luigi, che avrebbe fatto qualunque sacrifizio per 
consolarlo e sollevarlo, diceva talvolta di non aver voglia 
di cr)rrero e giuocare con lui, ma il povero storpio si 
fac(»va violenza llnchè poteva, poi ad un tratto scoppiava 
in singulti ch(3 laceravano il cuore a chi Tudiva. 

« Spesso egli era malato, continua la Giuseppina, più 
volte fu moribondo, ma l'amorosa madre gli ridonava la 
vita facendogli trangugiare a stilla il proprio latte. 

« Tosto che egli era alquanto in forze, fasciavagli di 
nuovo lo gambe, e con mille hidustrie che il solo amor 
materno può suggerire, ella voleva assolutamente riz- 
zargliele. 

« 11 progresso era lento, ma pur un miglioramento 
era evidcMite; tuttavia i medici la sconsolavano dicendole 
che ai sette anni sarebbe morto; dicevano quhidi che la 



paura soffcrla. si riscaldasse la testa le^'jr»'ii(l() nel {giorno questo strano 
e scioeco libro? » H. e., p. ix). 

Se si riflette ohe Silvio Pellico aveva allora un anno, o }>r)co più; chei 
nervi sciuililirati per <Iu^'llo spavento j^li sconvolsero la fantasia, o questa 
fu in^onilira di (incile nnniajxini pt»r uno di que' fenomeni tanto comuni 
nejrli annali delle malattie dove (piella ha il massimo «rioco: si rimane 
maravi«rliati cnnie (pii l'iero Mar(»nc«'lli fanlastichi colle sette trombe : 
chi «xli ha detto che la nonna di Silvio P«dlico lejjfiresse quel libro? La 
maravijrlia però cessa, (piando dal su(» processo, che ora vedrà la luce per la 
prima v.>Ila, sapremo chianiiuenle ch'e^'li era settario e capo di settariil 



I PRIMI ANNI 



natura aveva trionfato, che avrebbe vissuto sino ai quattor- 
dici. La sua adolescenza fu anche penosa, talmente che 
egli diceva: Ah! il più bel giorno di mia vita sarà 
quello di mia morte ». 

Fin qui la fedelissima Scrittrice (1). 






Quella lotta di una madre che disperatamente con- 
trasta colla malattia, e a forza di un raro prodigio di cure 
e di stento materno, la dissipa da quelle membra sformate, 
dove coiralito e colla vita delle sue vene infonde il 
vigore e richiama le fonne native, presenta veramente 
un bel quadro. Silvio non se ne scordò mai, e nelle lotte 
altrimenti trepide, che ne' casi miserandi, che tutti sanno, 
lo condussero più volte alla lugubre idea di troncarsi 
la vita travagliata, Timmagine materna e le materne cure 
riapparendo alla sua mente lo distolsero dall'insano 
divisamento, e gli restituirono il conforto e la calma. 

Ma quella madre diede pure a Silvio Pellico un'altra 
vita: gli diede l'educazione religiosa. E que' primi principi!, 
dettati dal labbro materno, discesero in quella mente 
tenera insieme colle prime nozioni, le quali ci portano 
nell'anima semplicetta, che nulla sa, le prime immagini del 



(1) L. e, pp. 3-4. 



< 



DELLA VITA DI SILVIO PELLICO 



mondo esterno che ci circonda. In questa comunicazione 
arcana, che sfugge alla filosofia delle cose e delle persone 
esterne, coll'anima che se ne penetra, consiste propria- 
mente la vita morale. L'anima alla sua maniera diventa 
tutte quelle cose, trasfigurandosi idealmente in esse. 

L'anima di Silvio, insieme colle immagini delle cose 
care, accolse l'idea di Dio Creatore, e di tutte quelle 
credenze che formano il patrimonio della Religione ri- 
velata. L'alilo materno le riscaldò e le crebbe cosillat- 
lamente ch'egli non perdette mai la fede o meglio la 
persuasione dell'esistenza di Dio, neppure in quei tempi 
in cui per l'andazzo della moda e Tinfluenza deirincre- 
dulità che spirava da tutte parti, gli si abbuiarono le 
altre nozioni soprannaturali: Silvio Pellico non fu mai 
ateo, e fu un benefizio ch'egli dovette all'educazione re- 
ligiosa, ricevuta dalla madre. 

Dalla sua madre ricevette le prime lezioni di Cate- 
chismo, e di quella che un tempo i nostri antichi chia- 
mavano Storia Santa. Essa gl'infuse quel primo amore 
per il libro che rivela divinamente agli uomini le opere 
di Dio, per la Bibbia, che gli doveva addolcire le aride 
ore e le noie lunghe della prigione. Essa gl'infuse nella 
mente e nel cuore, ancora tenero, i sentimenti di pietà 
cristiana, i quali spargono nell'anima innocente quelle 
sembianze ingenue, primo fondo di cara gentilezza, di 
cui si profuma l'età bambina. Essa coltivava quella pietà 
insegnandogli le prime preghiere, e conducendolo seco 



I PRIMI ANNI 9 



nella Chiesa, in quella Gasa del Signore ove tutto parla 
di Lui (1). 

• • 

Trasferitasi la famiglia nella vicina città di Pinerolo, 
verso il 1792, Silvio vi fece più tardi la sua prima co- 
munione, ma non nella Chiesa «tra drappelletto di fan- 
ciulli » co' quali ricevette il Sacramento della Conferma- 
zione, di cui « l'adolescenza sua fu di soavi, religiosi 
gaudii confortata ». Quell'infelice fanciullo ricevette la 
prima volta la candida ostia sul suo letticciuolo di morte ; 
non gli sfavillavano attorno le familiari esultanze onde 
quella prima festa dell'adolescente cristiano è ordinaria- 
mente gioCondata: egli invece vide e senti in quell'atto 



(1) Anche vecchio, Silvio Pellico, si ricordava di quelle prime visite, 
mandando un saluto ai gotici begli Archi del Tempio 

Che di Saluzzo é gloria. Archi ove m'ebbi 

Alle mistiche fonti il nome caro 

D'un tra i vati gentili, onde graditi 

Sonaron carrai per le patrie valli. 

Palpiti d'esultanza erano i miei 

Quando me tenerello a quell'augusta 

Chiesa portava a' di festivi il pio 

Braccio materno... 

{Le Chiese^ p. 274., voi. Ili, Pomba, Torino 1852). 
Raccomanderemmo, così di passata, questi versi a un tal Leop. Barboni, 
che con aria seriamente barbona esordisce cosi la sua viterella di Silvio 
Pellico, premessa alle Mie Prigioniy E. Perino, Roma 1892: « Silvio, come poi 
con brevità sdolcinata dovevano chiamarlo sempre i padri Gesuiti, nacque 
il 6 novembre del 1789 (p. 5) ». Il conte Strasoldo in una lettera al cardinale 
Gonsalvi lo chiamò Pellicolo^ come riferiremo. Se il Barboni l'avesse saputo, 
forse l'avrebbe denominato cosi, per non andar di conserva co' gesuiti. 



10 DELLA VITA DI SILVIO PKLLICO 



solenne le lagrim? de' suoi cari. A quanta nnesta poesia 
furono Iniziati i primi ainii di Silvio Pellico! (1). 

Come prima si riel)l)e da quella infermità che cre- 
devano mortale, andò alla (Miiesa quasi a ringraziar il 
Signore della visita fatta alfin fermo giovanetto, che tanto 
gli era riuscita salutare. Ecco com'egli stesso riferisce 
questo tratto: 

Qiiaixio apiMMia sui piò itti n^ssi .'liqiiinito 
ddpo (ju<>l iiiciiinraiKio ntto divino, 
ìiinssi alla (lliiosa. o di d»d<'t'/,/a In» pianto, 
ivi tornando al sovrnniaii (VstirM>: 
i* ini parca rli<» con dolor j)in santo 
io sopportassi rcjrro mio destino, 
e «'Ile tutto il mit) core anlcr dovesse 
in avvenir di «luelle liannnc isless»». 

Intanto in quegli anni travagliati da sì crudele ma- 
lattia, Silvio già dava opera alle prime lettere. Per esse, 
lino dai primi anni, non solo dimostrò propensione, cosa 
rara nei ])aml)ini, ma diedt^ a vedere una vera passione. 
Superato appena i primi riidiinenti nei quali ebbe a 
maestra la mailre, cominciò il corso classico col fratello 
Luigi, sotto la direzione di un sacerdote che attendeva 
a educarli in famiglia. «Negl'intervalli da una malattia 
alfaltra, cosi la f.Mlele Gitiseppina, la sua passione era 



K qiial fu lo splendor d'un altro jriorno! 

11 jjrif)rno in cui di sé nutrininii Iddio! 

Ahi non in tempio «li «iran pompa adorno 

trarre allor mi fu dato al fcslin pio: 

(ìenilori e fralci pian;rcanmi intorno, 

je renne il l*au celeste al letlo mio! (1. e, p. 277). 



I PRIMI Al^NI 11 



studiare.... Silvio era di temperamento gracilissimo, ma 
tant'era la volontà, si potrebbe dire l'ansietà, ch'egli 
aveva d'imparare, e tanta l'assiduità dell'afiettuoso 
maestro, Don Manavella, cKe in casa li istruiva onde pre- 
pararli agli esami delle scuole, che Silvio non fu di meno 
di Luigi, e passarono nella classe di sesta... 

« Siccome mio padre era membro di varie Accademie, 
perchè si dilettava a poetare, Luigi e Silvio erano ancor 
piccini che già li conduceva seco alle adunanze, faceva 
declamare da essi sonetti ed altri componimenti suoi: 
cosi furono iniziali alla poesia e non tardarono a dar 
prova del loro nascente higegno » (1). 

A Pinerolo la famiglia Pellico aveva messo su un 
negozio di drogherie, del cui spaccio viveva abbastanza 
agiatamente. Ma oramai essendo scoppiata furiosa la 
Rivoluzione francese, tutto in Italia ribolliva d'armi e d'ar- 
mati; e il generale Massena, nell'aprile del 1704, invadeva 
la Savoia colle orde rivoluzionarie. « Quando i Tedeschi 
vennero in Piemonte, scrive la (Uuseppina, mio padre 
traslocò il negozio e la famiglia in Torino ». Ciò dovette 
accadere nel 1709, quando, battuti i Francesi a Cassano 
(27 aprile), siilla Trebia (17-10 giugno) e a Novi (15 agosto), 
l'Italia venne in mano degli Austriaci e dei Russi, co- 
mandati dal famoso Souvarov, chiamato Vlnrlnclhìle. 

In mezzo a tanti sconvolgimenti, gli studii e il coni- 



li) Autohiogr., 1. e, pp. 3-4. 



12 DELLA VITA DI SILVIO PELLICO 



mercio erano danneggiati. E cosi Luigi e Silvio Pellico 
«non poterono, continua la nostra scrittrice, continuare 
gli studii a cagione del negozio, ma leggevano il Dante, 
rOssian, e facevano versi; imitavano insomma il padre. 

« Ma ahimè! maman, la quale, come la donna forte 
vigilava su tutto il governo della casa, si avvide che il 
negozio, anziché fiorire, deperiva ; essa pensò a dar reca- 
pito ai figli; ottenne un impiego per laiigi, il (piale allora 
avendo 18 anni partì nel 1800 per Posen, segretario del 
Commissario di Guerra e Marina. Immaginiamoci il dolore 
di una madre cotanto amorosa! L'unico suo sostegno erano 
la religione e l'eccellente carattere del figlio, il quale 
aveva così ben corrisposto aireducazione avuta. 

« Silvio fu accompagnato a Lione da maman, presso 
un suo cugino, il sig. di Rubot; il quale aveva sposato 
la ricchissima D.^^^ di Branges, e non certa Rosina, che 
alcuni biografi dicono fosse sorella gemella di Silvio (1). 



(1) «La gemella di Silvio, Rosina, era angelica beltà (tutta fantasia 
di Maroncelli !), e come dice M. De Latour (che ebbe i ragguagli da Ma- 
roncelli): « dés son enfance, il avait eu pour elle une de ces vives aniitiés 
qui feraient croire parfois que Dieu n'a mis qu'une seule àme en deux 
jumeaux ». Un cugino della signora Pellico Tournier, stabilito a Lione, 
avea chiesto in nozze Rosina. La madre e il gemello l'accompagnarono in 
Francia : la prima, dopo un tempo, fu di ritorno ; egli, restò, per abbeve- 
rarsi al fiume della vita con quella voluttà giovenile... » (e cosi via di castro- 
nerie tutte Maroncelliane ! Addizioni^ p. xvi). Dicasi lo stesso delle goffag- 
gini dette prima {Addiz., p. ix), secondo le quali fa andare VìCOyìUzìì il padre 
di Silvio, e non mai solo, ma co' due figliuoletti Luigi e Silvio, che capivano 
tvtto! Laddove Onorato Pellico non mise mai piede in aule comiziali, sil)- 
bene e solo a' convegni accademici, da buon poeta e letterato ch'egli era. 

Nell'edizione: Mes Pi^isons suiries du discours sìfr ics devoirs drs 
ìioìmnes (Traduction de M. Antoine De Latour... Édilion illustrée par 



i PRIMI ANNI 13 



«Reduce maman da IJone, papà dava il bilancio, 
quindi partiva per la Lombardia in cerca d'un impiego, ed 
essa restò a Torino per dar sesto ai due ragazzi Fran- 
cesco e Marietta, ed a me. Quelli li mise provvisoriamente 
in pensione in casa d'una sua amica; ed io avendo già 
otto anni, essa giudicò essere meglio ch'io fossi ritirata, 
tanto più che non sapeva per quanto tempo ci avrebbe 
lasciati a Torino. Essa mi presentò alla Superiora delle 
Rosine. Fui accettata come pensionarla: entrai il giorno 
della Presentazione di M. V. al Tempio, 1806 » (1). 



Toms Johannot... Paris, H. Lebrun, 1870), il traduttore ha soppresso vari 
arzigogoli poetici, che aveva ricevuti da Maroncelli. Forse ne avea letto 
la falsità nelle Esqulsses Italiennes di Fed. Criiger, il quale avea preso 
informazioni dallo stesso Silvio Pellico. 
(1) Autobiogr., 1. e, p. 5 e 6. 



<»• ar<Ej-s. 




i 



^'^^^^^^^^'^^^^■^^^^-^ 




CAPITOLO If. 



LA FAMIGLIA PELLICO 



Kiì il ninf/^ior mio gaudio era allorquando 
iti una chiesa io stava, i d'i beati 
(li mia credente itil'anzia rammentando : 

«ine' dì pieni di lede, in che insegnati 
dal caro mi venian labbro materno 
i portenti onde al ciel siamo appellati. 

(Ltt mia iiiorculit, voi. :i, p. 20n). 



Prima di far conoscere un'epoca, che per Silvio Pel- 
lico e per la madre sua, fu principio di errori fatali e di 
profondo rammarico, riputiamo far cosa grata e utile 
insieme nel dare un acceimo deireducazione casalinga, 
quale si costumava in qualche famiglia italiana in quei 
tempi di universale sconvolgimento religioso e politico. 
Alcune scene familiari che si svolgevano in casa Pellico, 
come ci vengono descritte dall'ingenua penna della so- 
rella di Silvio, mentre ci tratteggiano questo modello 
parlante di educazione cristiana, ci daranno contezza di 
quelle persone, il cui nome occorre spessissimo nelle let- 
tere del tutto nuove, che riferiremo a suo luogo, e delle 
quali ccmviene qiundi aver qualche conoscenza fin d'ora. 



LA FAMIGLIA PELLICO 15 

Onorato Pellico, capo della famiglia, era di condizione 
mediocre. Padre affettuosissimo, congiungeva pur bene le 
occupazioni del letterato e del poeta, coU'attività e la 
sollecitudine del padre di famiglia. Egli ebbe il primo 
merito d'iniziare Luigi e Silvio alla conoscenza ed al di- 
letto de' nostri poeti classici, e supplì del suo meglio 
alla scarsezza dei mezzi, che lo costrinse a troncar la 
loro educazione letteraria ed a gittarli entrambi, prima 
del tempo, nel turbinìo delle cose pubbliche. Era egli stesso 
poeta, versificatore, di qualche conto; e non ò a dire 
come i trionfi poetici riportati dairAutore della Fra^ìi- 
cesca da Rimlni, che echeggiarono poi in tutta Italia, 
destassero in lui sentimenti di paterna esultanza. 

Della madre di Silvio Pellico, e dello studio straor- 
dinario di quella donna singolare nel crescere la sua fa- 
miglia, cosi ci traccia rinimagine la Giuseppina stessa: 

« ...Era tutto mio desiderio ed impegno di profittare 
delle lezioni della madre. Essa andava a messa per tem- 
pissimo; frattanto Francesco, Manetta ed io ci alzavamo, 
studiavamo, e venuta inyman, si faceva colazione; poi an- 
davamo a messa noi tre. lo alutava anche un poco a dar 
assetto alle camere: un'ora era dedicala allo studio, quindi 
la sorella ed io lavoravamo con maman ; Fraiicei^co era 
scolare di Silvio. Siccome papà e Luigi non venivano 
dairulfizio sino alle cinijue, noi facevamo a mezzodì 
una seconda re/ezione. Era quella i er loì un'ora di sol- 
lievo, un'ora deliziosa, perchè non sedevamo, ma mangia- 



i 



16 DELLA VITA DI SILVIO PELLICO 

vamo giuocando, divertendoci; oh! quant'era breve quel 
tempo ! 

«Maman ci faceva leggere a tutti tre ogni giorno 
un capo della Bibbia (terminata ch'elFera, la principiavamo 
di nuovo), qualche pagina in francese, e cosi in italiano 
d'istoria e d'argomento istruttivo. I discorsi di nostra 
impareggiabile madre erano anche per noi tanti am- 
maestramenti, e guardati dairimmaginarti che potessero 
recarci noia; no mai, né punto né poco; imperrocché era 
donna di senno e madre amorosa: ma non di quelle madri 
tenere, condiscendenti, le quali per non saper far violenza 
a sé stesse guastano i figli, li viziano, secondando le loro 
naturali cattive inclinazioni. Se il suo cuore soffriva, non 
cedeva per questo, né si adirava per dispetto, come ac- 
cade a quelle che battono o puniscono per collera. Maman 
d'altronde principiò a formarci il cuore, ed avvezzarci 
con amorevolezza a piegare la volontà sin dalla culla. 
Generalmente quando si accarezza un bambino che ha tra 
le mani un frutto, gli si dice: dammelo, ed il bambino o 
non vuol darlo, o appena dato porge la manina per ria- 
verlo. E veramente, che cosa impara da ciò il bambino? 
A dare per avere. Molti per quietare un fanciullo che 
sia caduto e pianga, gli danno una lezione d'ira e di ven- 
detta, invitandolo a battere l'oggetto che lo ha ferito: 
cose che maman non poteva soffrire. Non é poi a dire 
quanto Timpareggiabile nostra madre si guardasse anche 
dal darci la minima causa di essere invidiosi tra noi. 



LA FAMIGLIA PELLICO it 

A noi pareva cosa naturale Tessere uno colTaltro amore- 
voli, cortesi e generosi, anziché egoisti; ma tutto era frutto 
dello studio perenne, della fortezza d'animo, e della costanza 
d'una madre tutta dedicata al vero vantaggio de' suoi Agli. 
« Quante volte Luigi e Silvio mi raccontarono le deli- 
ziose soddisfazioni ch'essi provavano allorché veniva loro 
regalata una qualche ghiottornioncella, ad insaputa uno 
dell'altro. Nella maggior parte de' ragazzi, il loro pia- 
cere consiste in tali circostanze, nel potersi esentar dal 
dividere il dono ricevuto, e nell'assaporarlo. Per noi il 
sapore della più squisita dolcezza non sarebbe stato pa- 
ragonabile alla soave ventura di regalare, di fare una 
grata sorpresa, di dai^e una prova d'affetto. Nostra im- 
pareggiabile madre, secondata dal nostro amorevole padre, 
aveva talmente infuso in noi questo vero amor fra- 
temo, scevro, oserei dire, da ogni bassezza, che le sue 
amiche le dicevano, che eravamo di una natura diversa 
dagli altri fanciulli, al che essa sorridendo e guardandoci 
con inenarrabile affetto e soddisfazione rispondeva: « Son 
fortunata d'aver ottenuto simile maraviglia (cosi esprime- 
vasi), ma posso assicurare di non aver risparmiato né studio, 
né fatiche, né violenze al mio naturale. Ah! generalmente le 
madri credono di amare i figli ed amano troppo sé stesse » (1). 



(1) Autobiogr.^ 1. e, pagg. 12-13. Di questa donna più singolare che rara, 
Silvio Pellico ha lasciato il ritratto nelle Mie Prigioni (cap. V degli Inediti) 
e la riferisce il Briano, 1. e, p. 9. Vedremo ciò che ne pensava negli sfoghi 
intimi e sincerissimi, nelle lettere al fratello Luigi, che per la prima volta 
facciamo di ragione pubblica in questo volume. 

HfiNiERi — Pellico 8 



CAPITOLO III. 



LIONE - ANNI GIOVANILI (I806-I&ld> 



D'inferno nna smania 
tormenta quel tristo 
che indef^no consacra 
la coppa di Cristo, 
che insefifna il Vangelo 
col labbro infedel... 

Ei spera involando 
credenti al Signore, 
estinguere il verme 
che rodegli il core 
e dirsi: « Per gli empii 
castigo non v'é ». 

(Le Chiete, I. e, pag. ZIS). 



Contava non più che 17 anni Silvio Pellico, quando 
si trovò nella seconda capitale di Francia, non più vigi- 
lato dalla sua madre, non ancora robusto di cuore e di 
mente per fare fronte a' pericoli che nuovi per lui e forse 
inaspettati, gli si attraversarono nella nuova vita. 

Le cose di Francia erano tornate a miglior sesto, 
mercè la forte mano e la politica dell'astuto Bonaparte, 
il quale avea restituito gli altari alle chiese e il cidto 
pubblico alla nazione. 

Tuttavia ne pubblici stabilimenti ed anche in molte 



LIONE - ANNI GIOVANILI (1806-1810) 19 



case private, oltre lo spirito prettamente libertino (1) che 
informava tutte le nuove istituzioni, si trovavano molti di 
quelli apostati che per aver giurato la costituzione empia 
e sanguinaria del '93, erano detti preti giurati (2) [asser- 
mentés]. Uno di questi, un monaco, come lo dice lo stesso 
Silvio Pellico (3), gli si attaccò a' passi, e mise in gioco 
il corredo infernale de'laccioli di cui aveva gran dovizia, 
per corrompere quell'anima ancora innocente. 



(1) Era Io spirito degli Autori deìV Eìiciclopedia, sparso in maniera 
strabocchevole nella colluvie de' libri a' quali allora si educava la gio- 
ventù. A questo proposito stralciamo qui un brano di una memoria pre- 
ziosissima, che pubblichiamo intiera nel secondo volume di quest'opera, 
del P. Bresciani, il quale ebbe letto la vita manoscritta, che Silvio scrisse 
di sé stesso, e che andò perduta, anzi distrutta, come vedremo: «...Silvio 
però ci fa conoscere in quanti pericoli versi un giovine, che non ha guida, 
e si lasci condurre alla prima foga de' suoi gagliardi affetti eziandio nelle 
cose per sé stesse innocenti e buone; perocché discorre ingenuamente 
della sua smania di leggere senza scelta. Quest'anima, cosi candida e schietta, 
ma che aveva mente acuta e severa, cadde per isventura sopra autori 
miscredenti, i quali svolgeano le loro dottrine sopra principii fallaci; né 
Silvio era giovane da accogliere nell'intelletto un principio senza trarne 
tutte le conseguenze che derivano da quello. Indi cominciò in lui quel 
dubbio spaventoso, che a mano a mano il condusse a uno scetticismo pro- 
fondo sopra gli augusti misteri della santa nostra religione... » (1. e). 

(2) E la Gallica terra, infra sue pesti 

di sacerdoti, rinnegato avanzo 
chiudea Velenosissimo... 

(3) Sommessa voce ripetea d'orecchio 

in orecchio : « Ei fu monaco !» E la macchia 
sciagurata d'apostata sembrava 
sedergli orrenda sulla calva fronte, 
e dir : « Nessun più sulla terra l'ami ! ». 
E nessun più l'amava, e nondimeno 
ascondean tutti l'intimo ribrezzo, 
e cortesi accoglieanlo, e davan plauso 
alla dolce arte della sua favella. 

{Le Chiese, 1. e, pag. 280). 



20 DELLA VITA DI SILVIO PELLICO 



Aveva costui eletti modi, pronto ingegno, facile pa- 
rola, d'infiniti libri conoscimento, e, cosa che riesce 
formidabile per la gioventù inesperta, il foco de' sottili 
motteggi scoppiettanti. Quella canìzie al disonor de- 
vota destò imprima nel povero Silvio, orrore misto a 
pietà. Più giorni si ritenne: ma dinnanzi alle premiale di 
gentile amicizia e di stima che quello scaltro gli prodigava 
fini per porgergli ascolto come a stupeìulo rettile (1). 
Stridente coincidenza di quei tristi tempi! Quasi con- 
temporaneamente, due de' più squisiti ingegni, che sfavil- 
lassero in quel cielo allora turbinoso d'Italia, fm*ono 
offuscati in sul nascere per opera di quella genia, che 
già devota all'altare « invidia de' laici la veste e la 
chioma ». Mentre Silvio sotto i grandiosi archi vetusti 
della Lugdunense Basilica piangeva, per inganno di un 
apostata, le sue tenebre, i dubbi, le passioni ed il perduto 
Iddio: l'infelice Autore della Ginestra impalcava, nell'avito 
castello di Recanati, a maledire Iddio e l'opera sua per 
istudiata cura di un apostata italiano, non meno abile 
e colto del galeotto francese. Silvio però si riscosse ai 
colpi della sventura, laddove Giacomo Leopardi mori sic- 
come visse insoddisfatto e fremente. 



(1) Avess^io a queirapostata strappata 

rindegna larvai L'avess'io al cospetto 
de* giusti vilipeso ! Io stoltamente 
tacqui, e volsi nel cor le rie parole 
dell'incarnato Satana... (1. e, pag. 279). 



LIONE - ANNI GIOVANILI (1806-1810) 21 

■ 

In questa circostanza, come in qualche altra per 
diverso rispetto più rilevata, Silvio mostrò una tempera 
di carattere alquanto cedevole; era la sua indole na- 
tiva. L'immaginazione viva, una sensibilità che gli fervea 
facilmente da un indebolito temperamento e delicata 
costituzione nervosa, appannarono in lui più di una volta 
la luce serena del bellissimo ingegno. La riflessione però 
sopravvenendo alle prime impressioni; maturato poi dalla 
sventura e dalla sperienza degli uomini e delle cose, 
Silvio Pellico seppe riscuotere dalla sua anima, sempre 
gentile, tanta gagliardla e tenacità di propositi, tanto 
vigore di forza virile che non piegò pur mai quella nobile 
fronte né all'invito insidioso di chi Tavea tanto lodato, 
né alle acerbe offese di certi schiamazzatori di amor 
patrio, che gli sciupavano la fama. 

Intanto mal dissimulava la vergogna che sentiva di 
sé stesso, e cercava maniera di rompere quella catena. 
Comecché ehhro di studi e di speranza nelle forze in- 
nate delValtero intelletto, pure non sapeva sottrarsi al 
faccino secreto che la vista d'una chiesa e la tacita 
maestà, che spianeggia tra le gotiche arcate, esercitavano 
in lui. Laonde spesso gittando i libri baldanzosi, e fug- 
gendo le argute, empie congreghe, accoglievasi solitario 
nella cattedrale di Lione; e colà soccorrendolo il pensiero 
de « le natie abbandonate itale sponde », il ricordo della 
madre e il tacito rimprovero... Silvio si scosse, e flnl 
tra breve ogni pratica con « quel parlante serpe », 



4 



2Z DELLA VITA DI SILVIO PELLICO 






Ci siamo alquanto esagerati intorno a questo episodio 
della vita di Silvio Pellico, sia perchè pochissimo cono- 
sciuto e tocco appena alla sfuggita da qualche biografo, 
sia perchè fu d'influenza capitale nella vita che menò poi 
agitatissima sino al suo imprigionamento nell'ottobre 
del 1820. La lotta che sconvolse quell'animo privilegiato, 
le relazioni dorate col fiore della nobiltà milanese, i pe- 
ricolosi e altrettanto insensati progetti ne' quali ebbe 
mano e consiglio non piccolo, le speranze, le gioie e i 
fieri disinganni, e quindi le ire e quasi disperati propositi, 
— cose tutte che vedremo rispecchiate nelle intime lettere 
al fratello Luigi, — hanno in questo episodio della sua vita 
il loro primo fondamento, e vi trovano spiegazione. Anche 
vecchio si lamentò amaramente, mentre chiudeva questi 
ricordi della sua dimora in Lione: 

Lunghe non far tra noi le avvicendate 
confidenze ed indagini, e m'invase 
giusto corruccio e da colui mi svelsi: 
Ma le illudenti sue dottrine, a guisa 
di succhiante invisibile vampiro, 
stavan su me, riedean cacciate, e furmi 
a tutti i giovanili anni tormento (1). 

Ne' quattro anni, o poco meno, che passò in Lione, 
Silvio Pellico attese a terminare il corso letterario e 
scientifico, conforme esigevano i programmi di allora. Da 



(1) Le Chiese, 1. e. pag. 280. 



LIONE - ANNI GIOVANILI (1806-1810) 23 

quel monaco apostata imparò assai, e colla direzione e 
consiglio di lui cominciò lo studio delle lingue forestiere 
inglese e tedesca, che riuscì poi a possedere quasi bene, 
come ne fanno prova le varie lettere scritte in queste 
lingue al fratello Francesco, di cui fu maestro per alcuni 
anni in Milano. Si perfezionò nel latino e nel greco, tanto 
da intendere o intei'pretare da sé stesso gli autori ori- 
ginali di quelle lingue maestre. Su queste la sua forma- 
zione classica fu cosi profonda, che divenuto poi uno dei 
paladini che corsero varie lance nei campi della nuova 
letteratura tra le famose giostre dei Romantici e dei 
Classicisti^ mentre per intendimenti tutt'altro che letterarii 
si ascrivea nelle Ijle dei Romantici, pure egli pensò, 
scrisse e riuscì mediocremente classico, non ritenendo 
del liberalismi romantico, per ciò che riguarda lo stile 
italiano, che una certa noncuranza di lingua e quasi tra- 
scuratezza, la quale però non si trova nelle sue prime 
lettere. Se, invece di studiare soverchio la letteratura 
straniera, egli nei suoi anni gloriosi di Milano si fosse 
meglio assimilato la pasta, cioè dire, l'indole geniale e 
tutta proprìa della lingua di que' classici come di un 
Ariosto (cui, come vedremo, disprezzò tanto sotto un 
qualche rispetto), sarebbe riuscito uno scrittore perfet- 
tissimo e con tutti i numeri. Con quella sua tempera 
nativa di concepire e sentire affettuosissimo, e quindi 
col talento caratteristico di diffondere e far trapassar 
nell'anima de' lettori quel sentimento di cui era piena 



i 



»4 DELLA VITA DI SILVIO PELLICO 

l'anima di Silvio Pellico, nel che non conosciamo un 
autore che TaiTivi, non gli sarebbe scemata altrimenti 
quella sua facilità popolare, e invece avrebbe dato ai suoi 
scritti quella italianità, che non manca a un Leopardi 
e a un Giusti, ma che in lui e in qualche altro autore 
milanese è pm» troppo desiderata. 

Un'altra lacuna nell'ultima educazione di Silvio Pel- 
lico fli la mancanza di una buona filosofia, la quale non 
solo gl'insegnasse le regole del ragionamento, ma gli 
piantasse nella mente que' crìterii saldi di discernimento 
e quelle discipline morali, che illuminano e fermano per 
sempre il carattere dell'uomo. Questa mancanza si ri- 
vela soprattutto nelle sue lettere, che pubblichiamo, dove 
mostra un animo spesso vacillante. Nella sua prigionia, 
nello studio della Bibbia, e in altre profonde riflessioni, 
riparò, sebbene tardamente, a quel difetto della sua for- 
mazione giovanile. 

Vero è che negli anni che passò a Lione, attese 
oltremodo allo studio della letteratura italiana, soprat- 
tutto moderna. Giovane allora sulla ventina avea seguito 
i grandi atti dell'epopea Napoleonica, di cui pur dovea 
vedere la catastrofe; avea per le mani e studiava appas- 
sionatamente le opere di quel fiero Allobrogo, la cui 
anima intollerante di dominio, massimamente straniero, 
avea nelle tragedie, tutte liberissime, destato in Italia 
spiriti e speranze arditissime pei tempi che correvano. 
D'altra parte non rammentava senza raccapriccio l'ir- 



LIONE ANNI GIOVANILI (1806-1810) 25 

rompere delle orde rivoluzionarie in Piemonte, la fuga 
de' suoi padri, lui tuttavia fanciullo, per le balze alpestri, 
lasciando Pinerolo per trafugarsi a Torino, donde dopo 
inutile combattimento il Re Carlo Emanuele s'era rifug- 
gito in Sardegna. Egli, in terra non italiana, sentiva so- 
vranamente l'amore all'Italia, e questo amore, cogli anni 
e colla religione meglio appurato, fu l'anima di tutte le 
opere, di tutte le sciagure, di tutta la vita di Silvio 
Pellico. 

Fervente di queste idee e di questo amore ricevette 
esultando nell'autunno del 1809 lettera di suo padre, che 
avendo trovato impiego a Milano fin dal 1806, vi aveva 
adunata tutta la famiglia, e invitava lui pure in quella 
città, anche perchè si avvicinava il tempo della sua ascri- 
zione militare. «Nel 1810 (1), scrive la Giuseppina, ebbi 
pure l'inaspettata consolazione di veder Silvio, il quale 
reduce da Lione andava a raggiungere la famiglia a Mi- 
lano. Egli aveva letto un carme di Ugo Foscolo; / Se- 
polcri, il quale aveva talmente ridestato in lui l'ardore 
poetico, Tamore all'Italia ed il bisogno di vivere in patria, 
che dovette partire... ». 



(1) Da otto giorni sono a Milano, scrivea Silvio Pellico a Marchisio, il 
21 di ottobre 1810 (corrige 1809) nelle Curiosità e Ricerche.. ."Sio, Biancìiìf 
pag. 1S4. La Giuseppina Pellico si sbaglia dunque di tre mesi nella data 
della partenza di Silvio da Lione, e del suo passaggio per Torino. 




CAPITOLO IV. 



MILANO - UGO FOSCOLO (I8I0-I8I2) 



Ugo conobbi e qual fratel Tamai, 

che Talma avea per me piena d*amore... 

{Cantiche^ voi. Ili, pag. 335). 



La conoscenza di Silvio con Ugo Foscolo era già 
fatta da un pezzo. La lettura del canne / Sepolcri aveva 
svelato al saluzzese che per qualche lato Fanima di 
quell'Autore era simile alla sua. È un linguaggio speciale 
quello delle intelligenze e soprattutto quello dei cuori. 
Siamo convinti che un Alighieri non avrebbe mai amato 
l'anima mingherlina di un Gola di Rienzi, come im Torquato 
Tasso si sarebbe distolto disdegnosamente da' raggiri 
avviluppati di un Macchiavelli. 

Pellico e Foscolo avevano in comune l'amore esaltato 
pel tragico Astigiano, il culto per le lettere, l'entusiasmo 
per la patria italiana, e quella baldanza giovanile che 
fa credere seriamente come per una composizione poetica 
il mondo debba sospendere il fiato. 



MILANO - UGO FOSCOLO (1810-12) 27 

Ma per altra parte . le loro anime non concordavano : 
Ugo avventato, indomito, d'aspetto bizzaiTO come il grande 
ingegno che aveva luminosamente a scatti, di costumi per- 
dutissimi (1), e di religione pagano o paganeggiante. Silvio 
più riflessivo e assennato, più maneggevole e di più ver- 
satile ingegno, d'aspetto gentile, di costume non guasto 
se non intemerato; il fondo aveva religioso, sebbene 
il dubbio vi affacciasse poi le fosche sembianze, e 
nuove relazioni v'inducessero come una patina di colore 
oscuro. 

Con queste simpatie e divergenze, come prima 11 
fratello Luigi ebbe presentato Silvio a Ugo Foscolo, si 
stabili tra essi due un' amicizia di stima e di afletto come 
jfratema, la quale non si appannò quasi mai e durò sino 
alla morte, sebbene la tarda e matura riflessione fece 
che Silvio Pellico sbattesse sulla sua giovanile esaltazione, 
per l'Autore de' Sepolcri, gli oscuri di tenebre parecchie. 

Mentre Ugo Foscolo si moriva in Londra a' 10 di 
Settembre del 1827, Silvio Pellico deperiva nel castello 



(1) E anche scellerati più di una volta, se debbasi dar fede alle Me- 
morie di Guido Sorelli da Firenze ne Le Mie concessioni a Silvio Pellico, 
Londra 1836; libro oramai rarissimo, ma purtroppo sostanzialmente vero. 
Ivi si rimove molto fango del quale si bruttava Ugo Foscolo. Trattandone 
il Chiarini in un articolo intitolato: /{ secondo delitto di Ugo Foscolo 
(Nuov. Antolog., Marzo 1885), dà dell' imbecille al Sorelli, ma neUa con- 
clusione lo confessa in sostanza veridico. — « Si narra di lui che dalle 
più profonde meditazioni sui greci e sui latini esemplari, di repente ed 
agevolmente trapassava alle più matte e alle più rotte dissipazioni 
della vita ». Carlo Gemelli, Della Vita e delle Opere di Ugo Foscolo, 
Firenze 1849, pag. 58. 



28 DELLA VITA DI SILVIO PELUCO 

di Spielberg; e forse ne ignorò l'acerbo caso sino alla 
sua uscita. Pure, anche vecchio, nel riandare alle tragiche 
vicende della sua vita sfavillante qua e là di affettuosi 
ricordi, richiama volentieri la memoria degli anni passati 
in Milano in compagnia di Ugo Foscolo; e la tratteggia 
con amore mal dissimulato in alcuni versi, i quaU, se non 
risplendono per poetiche fonne, riescono sempre cari per 
semplicità e candore. 

Egli rammenta come nelle grandiose navate del Duomo 
milanese, Ugo spesse volte lo accompagnasse, mescendosi 
nel luogo santo all'alme di cordoglio lasse, che per la lor 
fede pregavano l'Imperatrice del cieli. E talora egli 
stesso traeva Silvio in mezzo a quegli archi, dove susur- 
vacano insieme detti pacati sul benefìcio d'idee che si 
sollevano dalla terra, sulla filosofia che campeggia in ogni 
rito della Chiesa: 

E mi dicea che que' silenzi santi 
della casa di Dio nella tard'ora 
quando qua e là da pochi meditanti 
sovra i propri dolor si «xeme ed óra, 
ovvero i dolci vesix'rtini canti 
sacri alla Verj^nn ch'è del ci<»l Si{?nora, 
nell'alma j^rinfondean pa(;e profonda, 
o d'alta poesia la fean ffioconda (1). 

E sebbene quell'anima sdegnosa non fosse ancora 
consolata della fede, Silvio ci fa sapere che nelFuscire e 
rincasare, Ugo Foscolo si ^en[\\^ commosso e pensieroso. 



(1) Voi. Ili, 1. e, Ugo Foscolo, pag. 33(5. 



MILANO - UGO b'osgolo (1810-1812) 29 

Se crediamo a Silvio Pellico, quel balzano uomo che. 
fu Ugo Foscolo ci porge un esempio ancora più singolare 
che raro nella gente della sua risma. Egli, se per ima paiate 
invidiava con un senso di mestizia la soi^e del pio a cui 
la luce dell'Evangelo è raggio divino che illumina e scalda, 
dall'altra abborriva l'inverecondo zelo di que'superbi, ì 
quali, distoltisi alie avite credenze, fremono che altri, 
innalzino voti al cielo. Il segreto, o la causa occulta 
di un tal procedimento, a tacere di quel rubesto carattere 
schivo di ogni bassezza che sapesse di meschinità o di 
grettezza di animo, stava in ciò che il Foscolo non solo 
non si assoggettò mai (1) a nessuna setta, ma le malediceva 
tutte come ruggendo. Ne abbiamo a testimone lo stesso 



(1) che poi più tardi in Inghilterra egli abbia dato il nome a qualche 
società segreta, per quanto abbiam cercato non abbiamo potuto trovar 
nessun documento certo. Una relazione del Dirett. Gener. della polizia al 
Governatore di Milano, Ct. Strassoldo, 17 febbr. 1823, descrive Ugo Foscolo 
come scrittore di giornali d'ogni colore, e «visitato da tutti gli Italiani 
di riguardo che passano in Inghilterra, i quali ben presto se ne disgu- 
stano. Trecchi, Gonfalonieri... furono i più costanti nella convivenza con 
lui » (Cos. Cantù, Il Conciliatore e / Carbonari, p. 208). Ivi Gonfalonieri 
a frequentò la casa HoUand (del partito dell'opposizione), e fu introdotto 
in quelle loggie massoniche, senza (com'egli asserisce) esservi aggre- 
gato » (1. e, p. 184). Ora in quel tempo Ugo Foscolo scriveva al carissimo 
Conte:.... « Stavo aspettando d'ora in ora ch'ella tornasse. — Lascerei le 
carte qui, se aUnine non fossero di tal sorta da non essere fidate in wm 
loca/nda... * (1. e, pag. 135). Questo solo accenno essendo indeterminato, 
l'amicizia con quel capo settario, che fu Gonfalonieri, non basta per poter 
asserire come aggregato a sètte Ugo Foscolo. Un segno contrario sarebbe 
che Atto Vannucci non fa memoria di lui ne' suoi famosi Martiri^ Fi- 
renze, 1860.11 d'Ancona {Nuov. Antolog., Maggio 1890), fa aggregare Gon- 
falonieri nella sètta degli Adelfi da Filippo Buonarroti in Parigi nel 1814, 
(pag. 225). Gf. F. Gonfalonieri, ill<?morie.. Voi. I, pag. 97 segg. - Ulr. Hoepli, Mi- 
lano, 1890. Ivi il Gonfalonieri discorre a lungo delle sue relazioni settarie. 



30 DELLA VITA DI SILVIO PELLICO 

Pellico che lo riferiva in quella sua Autobiografia andata 
lamentevolmente perduta. Cosi ne fa cenno il P. Bresciani 
che la lesse manoscritta: 

« La cosa ch'è più da considerare, si è, come Silvio 
ascrive il suo abborrimento alle società seci'ete, ai conforti 
e alle prediche d'Ugo Foscolo. Ci narra i lunghi ragiona- 
menti ch'ebbe con lui intomo a questo argomento: dice 
che gridava come im leone: — Cotesti che si legano ai 
giuramenti delle società secrete sono animali, bestie da 
capestro, che si lasciano trascinare alla cavezza d'un 
superiore, a' cui cenni e capricci si legano senza cono- 
scerlo: degni invero della sorte dell'asino che si tira a zonzo 
dal più vii mascalzone. Codardi che non conoscono la 
libertà! Senti, Silvio, s'io mi dovessi obbligare a un'obbe- 
dienza (non rider veh !) non m'obbligherei mai a quella d'un 
venerabile di Framassoni, ma a quella del Papa. Il Papa 
almeno è retto da Cristo, che poi alla fine è un buon 
Dio; ma il venerabile delle sètte è retto da Satanasso, che 
alla fine è poi egli altro che il diavolo ? Alla malora il dia- 
volo : son nato libero, e non vendo la mia libertà a nessuno. 

« Egli è qui dove Silvio recita quel racconto dello 
studente di Padova, il quale prima d'uccidersi voleva 
baciare la mano d'Ugo Foscolo che avea scritto le lettere 
di Jacopo Ortis: ed Ugo essendo scamiciato sopra una 
sedia a piantare un chiodo nel mui*o, lo studente prese 
Silvio per Foscolo, e qui ne nacque la bella scena ch'io 
senza nominare Silvio, introdussi nel Tionide... » (loc. cit.). 



MILANO - tao FOSCOLO (1810-1812) 31 



Essendo breve questa scena, la rifeiiwno colle parole 
delP. Bresciani: «Ed ecco a un tratto entrare tm iianciùl- 
lone lungo lungo, il quale con occhi tralimati, con pallido 
viso, con lunghissima capellatura, s'avventa alla mano 
dell'amico d'Ugo (che era S. Pellico), credendolo il Foscolo 
stesso, e strettagliela, e scoppiatovi sopra due sonori 
baci: — Oh Foscolo! esclama, lascia che pria d'uccidermi, 
io baci la mano di quel sommo che ha vergato le lettere 
di Jacopo, le quali indussero l'animo mio a finire con una 
pistola le sue orrende sventui*e. Oh Foscolo! Oh santo 
petto! — Oh pazzo! Oh bestia! gridò il Foscolo dall'alto 
della sedia sghignazzando, senza volgersi nò anco a 
guardarlo: Oh bestia da catena! Io scrissi quant'è dolce 
l'uccidersi per amore, ma vedi ch'io vivo, né ho la mi- 
nima voglia di bruciarmi le cervella. 

« Il fanciullone, stimando lui essere un servitore del 
Foscolo, arrabbia contro di lui e comincia a dirgli: « asi- 
naccio, poltrone, scherza co' pari tuoi, o ch'io... ». Allora 
l'amico letterato (Silvio Pellico) disse placidamente a 
quel fiu'ioso : — Non son io il Foscolo, vedi è desso. — Il 
pazzo rimase prima attonito, poi vergognoso. Ugo scese 
dalla sedia, e, continuando a befiai»si di lui gli levò aflGatto 
il ruzzo di volersi ammazzare. E cosi fini quella com- 
media... ». (Bresciani, Ammonimenti di Tionide, Milano, 
1855^ pagg. 66-67). 



32 DELLA VITA DI SILVIO PELLICO 

Ricorda pure le relazioni amichevoli ed affettuose colle 
quali Ugo Foscolo fra ipiù cari a)) nel rese sempre ono- 
ranza al canuto Giovlo (1) venerando; descrive gli 
avvisi paterni che questi gli dava, le esortazioni e le pre- 
mui'e a fai'gli leggere opere religiose e ripigliar quella fede 
che lo aveva educato ne' giorni felici della prima adole- 
scenza: e il rispetto di Ugo, le promesse e i propositi, e in 
fine la speranza che il Giovio gli esprimeva di vederlo quan- 
docchessia arrendersi alViìwpero della grazia, colle cui 
eccitazioni Iddio lo chiaìnava e non gli dava la pace. 
E il Foscolo veramente si mise a leggere e ad ammi- 
rare la Bibbia, Tanto che un giorno Silvio Pellico col padre 
di Pietro Borsier avendolo incontrato nel bosco subur- 



(1) Il conte Giambattista Giovio, di Como, mori, non vecchio, di dolore 
per la perdita del suo primogenito. 

Foscolo ebbe il conte Benedetto Giovio fra i suoi più cari. Benedetto 
suo figlio primogenito militava, ed era valente, pieno d'onore. Fu una 
delle vittime della guerra di Russia : aveva superato le battaglie, ma nella 
ritirata gli estremi sforzi non erano adeguati al ferito, e cadde non so 
dove (a GunMngen, Prussia. Secondo l'Avoli, Lettere ined.t p. 31, morì al 
passaggio della Beresina). Ugo lo pianse dirottamente, e lo pianse tra le 
braccia del vecchio conte Giambattista Giovio, uomo venerando di sapere, 
di gentilezza e di cristiane virtù. Il vecchio era come Alessandro Volta, 
uno di quei piissimi sapienti, che contro l'uso di quei giorni, si misura- 
vano volentieri colla non credente filosofia, e ponevano in luce il Vangelo. 
Dottori dolci per affetto, ma forti di zelo, ispiravano rispetto anche agli 
spiriti più scettici. Il vecchio Giovio godeva che tanta fosse l'amicizia 
d'Ugo e di Benedetto, che quando l'abbracciavano congedandosi da lui li 
benediceva con religiosa tenerezza. Epistolar. di SUlv. Pellico, Torino, 1873, 
pag. 319. Il Conte G. Giovio (n. 1758, m. 1814) fu ciambellano di Maria Teresa 
nel 1773; insieme con Volta fu incaricato degli elogi pubblici al Bonaparte, 1796. 
Colla publflìcazione delle lettere a* Francesi, 1799, incorse lo sdegno della 
Rapubblica, e fu messo in carcere, 1800. Scrisse varie opere pregiate di reli- 
gione, di morale, di Storia patria. 



MILANO - UGO FOSCOLO (1810-1812) 33 

bano, egli lattosi loro incontro gridava di lontano (è Silvio 
che poetando parla col suo Ugo): 

Ecco il volume degli eterni veri. 
Corsi, e il volume presi io da tua mano, 
Lessi : Evangelio ! E, bacialo, dicesti. 
Gl'insegnamenti d'un Iddio son questi. 

Ma erano solamente scatti di passeggere ammirazioni, 
erano languide e morenti reliquie de' primi insegnamenti 
versatigli dalla madre nella mente ancor giovanetta; i 
quali oramai si andavano spegnendo in quell'anima im- 
bevuta di paganesimo, e aperta da più tempo a tutte 
le influenze che possano versare ne' sensi le più strane 
commozioni (1). Infatti Ugo Foscolo leggeva la Bibbia, e 
la citava soventi volte nelle sue lettere ad amici e ad 



(1) Per non parlare delle lettere di J. Ortis, che compose a 22 anni, 
e di cui ebbe qualche rimorso tardivo per avere ivi propinato alla gio- 
ventù avvelenato sorso d'ira selvaggia contro i fati umani (1. e, p. 338), 
nel carme : / Sepolcri, che compose a Milano nel 1806, e pubblicò in 
Brescia nel 1807 (Fr. Trevisani, Dei Sepolcri, con discorso critico e com- 
mento^ Verona, 1881), si rivela la nessuna religione cristiana che gii occu- 
passe qualche posticciuolo del suo cuore. Ivi tutto é suono di urne, di 
eroi, di venticelli, di mirti: Maratona, sepolcro d'Ilo, troiane donne colla 
vergine Cassandra, ombra di Omero, preghiere alle palme e a' cipressi, 
e Iddii e Iddie, e muse e spettri vagolanti.... E in mezzo all'armonia di 
quei versi lugubremente stupendi di nuova poesia splendida per la forma, 
non un accenno di pace pei nostri cari, non un conforto ai travagli dei 
vivi colla speranza che si rinfranca della parola di Gesù Cristo: anzi per 
quella fosca anima, anche la sjjeine ultima dea fugge i sepolcri! 

Indi poi paganeggiava a tutto spiano idoleggiando nella sua mente 
nuovi carmi: alle Grazie, a Eponia dea, all'Oceano, alla Dea sventura, ecc., 
con quella facilità colla quale qualche Enotrio moderno inneggia a Satana, 
e qualche altro canta Lucifero in epopea. 

Hrxikiii — Pellico 4 



34 DELLA VITA DI SILVIO PELLICO 



amiche (1) per un certo sfoj2:gio o quasi a scherno, e 
così come leggeva ed ammirava il Corano. 

In una lettera al Giovio del 21 aprile 1820 così scriveva 
da Pavia: « E quando sto nella mia stanza leggo TAlcorano. 
« Ella ride, sig. Conte », eppure io leggo TAlcorano con 
certo rispetto e con certa consolazione. Anche quel libro 
viene dall'Arabia, e quella religione è germoglio della 
religione di Abramo, lo stesso stile, la stessa morale, e 
lo stesso dogma dell'unità ed incomprensibilità dell'Eterno 
punitore delle colpe, e rimuneratore delle virtù... » (2), 

E dal Corano, probabilmente, e insieme dalla Ioga 
delle passioni, alle quali violentissime rilasciava le briglie, 
apprese quel fatalismo, che gli fu lilosofìa e regola nel go- 
verno della vita, come credeva che fosse il principio motore 
« delle perpetue ed inapplicabili leggi della natura. Tutto 
quello che è dev'essere, e se non dovesse essere non sa- 
rebbe. Io mi acquieto in questo assioma del senso co- 
mune » (cioè musulmano!) (3). Quindi il negare che 
fece il libero arbitrio, pretestando la forza impotente 
delle sue passioni: « È sì prepotente quest'indole, scriveva, 
che nemmeno Tanno trentesimo terzo che mi sovrasta 



(1) Per es. ueìV Epistolario, voi. I, p. 2i2; in varie lettere alla Pestalozzi, 
riferite dal Chiarini, 1. e; in quelle al conte Giovio, 1. e; nella lettera 
al Direttore della Polizia Generale del Cantone di Zurigo, citata da 
Giuseppe Manzini, Opere^ voi.. IV, p. 56, ecc., ecc. 

(8) Carlo Gemelli, Della vita e delle opere di Ugo Foscolo^ pag. 176. 

3) Lettera al Conte Giovio, Pavia, 8 maggrio 4809; 1. e, p. 188. 



MILANO - UGO FOSCOLO (1810-1812) 35 



i 

può farmi conoscere ch'io ho il libero arbitrio: ho bensì 
la conoscenza del bene e del male... » (1). 



Anche questa però dovette rimanere molto affievo- 
lita, non avendo egli altra norma di discernimento del 
bene e del male, che la stregua del proprio talento, 
norma soggettiva e mutabile a seconda delle impressioni, 
come quella che piglia la mossa dall' ingenita o acquisita 
propensione che accarezza la sensibilità, l'invita e la 
trascina. Per lui « le distinzioni di diritto e di fatto, di na- 
tura e di società, di ragione e di passione, guastano ogni 
verità » (2). E d'altra parte, all'esercizio di ogni vera virtù, 
e quindi al sostentamento prossimo di tutte le virtù mo- 
rali qual è la discrezione del bene e del male, egli sembra 
aver tolto la prima base, cioè dire, l'immortalità dell'a- 
nima. Aveva scritto in gioventù nelle lettere di Jacopo 
Ortiz, che colla morte l'uomo in corpo e in anima si 
riconfonde nella materia... (3); e fatto più adulto non 
si peritava di scrivere all'amorevole Giovio, che nella 
vita « giuochiamo a dadi, finché venga il giorno del 
nulla » (4). Con ciò, lasciando « alle donne di querelarsi dei 
destini dell'Universo », egli era logico nel pigliare a « con- 



(1) Lettera al Conte Giovio, Milano, 20 Dicembre 1810; 1. e, p. 210. 

(2) Lettera al Conte Giovio, Pavia, 8 maggio 1809; 1. e, p. 189. 

(3) Tomaseo. Diz, estet., p. 170, citato da Mazzini, 1. e, p. 46. 

(4) Lettera al Conte Giovio, Milano, 20 Dicembre 1810, 1. e, p. 210» 



é 



36 DELLA VITA Di SILVIO PELLICO 



fortarsi con gli altri compensi, che la natura ha conce- 
duto a noi, che ad ogni modo siamo suoi figliuoli primo- 
geniti tra gli animali camminanti, nuotanti, serpeggianti 
e volanti sulla superfìcie del globo... » (1), e per tanto 
« Ah! pur troppo, esclamava, tutta la forza della nostra 
filosofìa, tutta la forza dell'anima nostra risiede nelle forze 
dei nostri muscoli, del nostro cuore di carne, e del nostro 
cervello, tal quale le dita della madre natura Thanno 
impastato » (2). 

AlFavvenante di cosilìatti principii religiosi e mo- 
rali (3), Ugo Foscolo condusse la sua vita, che poi non 
fu altro che un tessuto e un intrecciamento e una per- 
petua vicenda di colpevoli amoreggiamenti, di avven- 
ture e di duelli, di odii e di amori, di persecuzioni e 
calunnie e di nobiii amorevoiezze e sacrifizi di parenti 
e di amici, di folle dissipazione e di sibaritica mollezza 
ne' pochi intervalli di fortuna favorevole, e d'incredibile 
ardimento nelle varie e limghe strettezze, alle quali si 
ridusse negli ultimi anni quella vita travagliata e sempre 
laboriosa. 



(1) Lettera al Conte Giovio, Pavia, 8 maggio 1809, 1. e, pp. 188-9. 

(2) Lettera al conte Giovio, Pavia, 1 maggio 1809, 1. e, p. 177. 

(3) Non deve quindi recar maraviglia se nel marzo del 1816, esule in 
Svizzera, e traditore de' diritti sacri dell'ospitalità, disturbatore della pace 
e dell'onore di una famiglia, egli potea scrivere con franchezza alla Qui- 
rina Magiotti: « Io mi sono fatto, strascinato dalle altrui {sic) colpe e 
follie, colpevole! e deUa seconda vera colpa in mia vita... ». {Epistolario^ 
voi. Ili, pag. 183). Cf. Il secondo delitto di Ugo Foscolo, O. ClitArini, loco 
citato. 



MILANO - UGO FOSCOLO (1810-1812) 37 



• • 



Tale si era ruomo che Silvio Pellico venerò imprima 
siccome il più grande degli uomini e de' letterati di quel 
tempo, e amò siccome amico dal quale fu sinceramente 
riamato. Ne fanno fede pienamente le lettere che per 
lunga stagione si ricambiarono (1). 

Di quelle di Silvio crediamo di pubblicare una se- 
conda edizione, avendo noi quella stessa copia, che dall' Or- 
landini fu fatta fai»e e spedita a Silvio Pellico, come ve- 
desi dalla lettera del 15 sett. 1853, in cui Silvio la dice 
esatta; e non concede la licenza di stamparle se non colle 
modificazioni, che aggiungiamo in capo ad ognuna. 

Vedi la lettera di Silvio Pellico, più innanzi. 

Sostituiamo con puntini ( ) le cose di nessuna 

importanza. 



(1) Si conservano, come tutti sanno, nella Biblioteca deU' Accademia 
Labronica di Livorno. Furono trovate in un baule di scartafacci foscoliani, 
raccolti e conservati dal canonico Riego « unico che vegliasse, nell'ultima 
malattia, al letto dell'esule, acquistati poi da Enrico Mayer e altri 
amici in Livorno... (G. Mazzini, Opere^ voi. VI, pag. 15). Vedi Archivio 
Lombardo: Paralipomeni, l'go Foscolo, artic. di Ges. Cantù (1876), pag. 87 
e seguenti. 

Quelle di Ugo Foscolo a Silvio, i cui originali abbiamo alla mano, 
furono pul)blirat dal Prof. Avoli (Roma, Tipografia Befani, 1880): gli fu- 
rono prestate dal 1». Oreglia di Santo Stefano. 



i 



38 DELLA VITA DI SILVIO PELLICO 



I. 



7 Maggio 1815 (Milano). 



Caro Ugo, 



Giulio (1), di cui la scuola è stata abolita, è 

tornato in questi giorni a Milano, e t'ha scritto. È stato 
dal maresciallo (Bellegarde), il quale gli parlò di te, 
dicendo che spiacevagli il partito da te preso tanto più che 
egli ti aveva ottenuto un collocamento. Addio, Silvio tuo. 

Parecchi giorni dopo la tua partenza ho rimesso 
la tua lettera alla Belgioioso, e prima di ciò alla Nava 
(P'uivia, sorella del Trecchi, una delle /76^>?//// Foscoliane). 

II. 

17 Ottobre 1815 (Milano). 
Caro Ugo, 

È gran tempo che non ho lettere di te. Trecchi mi 
disse ultimamente che la tua salute è ristabilita. Hai 



(i) Uno de' fratelli di Upo: « militava nelle truppe italiane, e fu dappoi 
ajrpre^jrato a quelle di S. M. : nell'anno 1817 faceva parte del re^^iniento 
Reali Drajroni... Il secondo si rese suicida per sottrarsi all'infamia, della 
quale erasi coperto derubando in Boloj?na un conmiissario di jruerra ». 
Uelaz. del Torresani al conte Strassoldo, 17 febbraio 182:i. citata da Cesare 
Cantù, Il Conciliatore e I Carbonari, pag. 2()6. Lo stesso Ugo, scrivendo 
alla sorella una di quelle lettere che strappano le lagrime, dice parlando 
di lui... « fini prestf) la vita con infelicissima morte » (Lettere inedite di 
Ugo Foscolo, Torino, 1873), Londra, i ottol)re iS23. Era primo tenente nel- 
l'esercito italiano ed avea nomo Giovanni (n. 1781, m. 180h. 



MILANO - UGO FOSCOLO (1810-1812) 39 

tu pace in coteste montagne? Dimentichi tu, conversando 
colle Grazie, le nostre sciagure? Ti mando una let* 
tera che mio fratello mi ha spedito da Genova. Scri- 
vimi ed amami. Io ti amo di cuore, di vero cuore. 

Il tuo Silvio. 



m. 



8 Gennaio 1816 (Milano). 
Mìo Lorenzo, 

Dopo parlato della vendita de' suoi libri.... 

Darei il mio sangue per te: mi sono informato se tu 
non potresti ritomara a Milano, dove mi pare che avresti 
più risorse, e mi dissero che tu non saresti molestato. 
Ti scrissi, consigliandoti di venire qui, dove se sarai 
infelice, avrai pur qualche amico che mescerà qualche 
stilla di pianto col tuo. Ti credei quasi offeso di questo 
consiglio, più non vedendo tue lettere. Ora, perchè una 
signora Magiotti di Firenze mi scrive che tu ti lagni a lei 
di non aver più amici a Milano , nemmeno il tuo Silvio ? 
Che posso io fare per te? Non ho mai sentito come 
ora la mia povertà: essa mi toglie di dimostrarti in 
qualche modo il sommo amore che ho per te ; amore che 
prima di conoscerti io già ti portava pel tuo ingegno e 
pel tuo cuore, e che non solo non è mai cessato un istante, 
ma che è più grande da che tu sei sventurato. 



40 DELLA VITA DI SILVIO PELLICO 



L'ingiustizia della fortuna e la malignità dei più rende 
talvolta ingiusto l'uomo oppresso, lo capisco e ti com- 
piango. Ma perchè non distinguere dalla moltitudine? 
Ricrediti. S'io ti scrissi di rado fu perchè tu pure mi 
scrivesti di rado; e spesso qui si sparse che eri in Francia, 
in Inghilterra, o in Russia. Foss'io vilissimo, non potrei 
temer di nulla corrispondendo con te. 

Ognuno sa che sei a Hottingen: se ne parla senza 
mistero, né qui ora si arresta o si bandisce nessuno per 
essere amico dei generosi. S'io fossi vile o stupido, non 
avrei a Mantova sudato per ottenere di vedere Rasori 
e Brunetti, i quali, te lo dissi, molto mi parlarono 
di te. Che ho da temere o da sperare? Nulla. Sono po- 
vero, né ho lusinghe d'impieghi o di lavori d'alcuna 
specie. 

Ma tu già ti rimproveri d'aveniii sprezzato; e forse 
non fu disprezzo il tuo. Tu nella mia indole silenziosa 
hai spesso distinto la sincerità delle mie opinioni e 
dei miei affetti: ancha senza ch'io possa provartelo, tu 
devi credere ch'io t'amo immensamente, che ti stimo vit- 
tima della tua schietta onestà, e che piango e m'adiro 
del tuo destino. 

Che fai? scrivimi liberamente; dimmi qual vita vivi: 
se in qualche cosa posso giovarti, né passi, né voce, 
uniche mie sostanze, nulla risparmierò. T'abbraccio fre- 
mendo di pietà e di dolore; e sono 

il tuo Silvio. 



MILANO - UGO FOSCOLO (1810-1812) 41 



IV. 



25 Gennaio 1816 (Milano). 

Di questa cosi parla Silvio Pellico air Orlandini (1. e). 

« Nella mia 4^ lettera^ la lode ch'io dava al nostro 
Ugo è così oltre spinta e puerile, che la disapprovo. Vi 
si sostituiscano puntini. Mi spiego. Dicasi: Ho invi- 
diato un tempo il tuo ingegno,,, ora piango di rabbia ecCy 
continuando il resto della lettera al modo che sta ». 
(Epistolar, cit., pag. 354). 

Sono più giorni che dal mio letto vedo cader giù la 
neve a gran fiocchi e penso con amore e compassione a 
te, povero Ugo, ed al triste paese che abiti, ove l'intem- 
perie sarà tanto maggiore che qua. Come vivi? Vi è 
egli più ospitalità, più virtù in coteste montagne ? Sanno 
essi amarti ed apprezzarti cotesti Svizzeri, o vivi tu soli- 
tario, afflitto e mal conosciuto? 

Ho invidiato un tempo il tuo ingegno: io scorgeva in te 
l'uomo di cui l'Italia doveva maggiormente vantarsi in 
questo secolo. — Io lo giuro, io già prima di conoscerti 
da vicino ti giudicava tale, e non ho mai cangiato 
im istante d' opinione a tuo riguardo. Ora piango di 
rabbia vedendoti cosi misero, cosi ingratamente ricom- 
pensato dalla fortuna. Beato Tuomo volgare, che non 
lottando mai contro alcun vento, dovunque si trova spinto 



i 



42 DELLA VITA DI SILVIO PELLICO 

mangia e dorme e ringrazia Dio delFaria che respira! 
Spesso mi viene in dubbio se questa alla fin dei conti 
non sia la vera filosofia, e aspiro con tutta Tanlma 
a possedesla. Ma una forza maggiore di me, non so 
se di natura o d'abitudine, mi muove a sdegno ogni 
volta che incontro uno di quegli egoisti o automati, o 
scellerati che sieno. Credo virtù il reprimere a tempo le 
proprie passioni, ma stupidità ed infamia il ridere quando 
altri vi flagella e vi sputa in faccia. Eppm^e di costoro che 
ridono sulle proprie sventure, e su quelle dei loro fratelli, 
oggi in Milano ne vedresti molti. È vero che fra i cri- 
stiani che sono fatti schiavi dagli Algerini quelli che 
fanno i buffoni e che si lascerebbero non solo uccidere 
ma scorticare, sono poi trattati meglio degli altri. 

Non prosieguo, perchè sono di mal umore, e non ho 
una stilla di dolcezza nel cuore da condire questa lettera. 
E tu, amico infelice, invece di consolazioni, non odi che 
lamenti da ogni parte. Addio. Aspetto dunque ciò che mi 
verrà scritto per la via di Firenze. 

Ti abbraccio strettamente. 



V. 



20 Marzo 1816. 



Di questa cosi si esprime: « Eoci una espressione 
esagerata che disapprovo: era cioè neW annunziare 
ad Ugo V impegno da /ne preso a que' dì: impegno 



MILANO - UGO FOSCOLO (1810-1812) 43 



del quale io gemeva a torto prima ch'io conoscessi l'ot- 
tima indole del conte Porro. 

« Quindi dopo le parole : « di divider pene e piaceri 
coU'amico del mio cuore » si mettano puntini, poi di- 
casi: « il conte Luigi Porro mi ha offerto di diven- 
tare » ecc,, proseguendo sino alle parole « mi sopravvi- 
vono essi » si passi a dire; « tu, mio buon fratello, ecc. » 
(Epistolar.y pag. 354). 

Qualche giorno prima, e io forse non sapeva resistere 
all'idea di fuggire questa terra infelice per respirare una 
volta Taria d'un popolo libero: all'idea soprattutto di far 
vita con te, di divider pene e piaceri coll'amico del mio cuore. 
Han venduto i miei giorni, e l'ho riputata gran fortuna. 
Il conte Luigi Porro m'ha offerto di diventare suo segre- 
tario, coll'obbligo di educare due suoi figliuoli, mediante 
tavola, alloggio e mille lire italiane annue per tutta la 
vita, il tutto convenuto con una solenne scrittura in fonna, 
e coll'obbligo suo, di più, di continuare a' miei genitori 
la stessa pensione in caso che dopo essere io stato dieci 
anni in casa di lui, mi sopravvivano essi. La mia fa- 
miglia è povera: quasi le intere mille lire potrò darle a 
questa ogni anno; e così mi parrà d'aver un motivo di 
sopportare questa esistenza, che, te lo giuro, mi pesa. 

Tu, mio buon fratello, amami sempre e sii felice. La 
cieca sorte che ci disgiunge ci riunirà forse per vivere 
insieme gli ultimi giorni, e lasciare, come tu dici, le 



é 



44 DELLA VITA DI SILVIO PELLICO 



nostre ossa nel medesimo suolo. Amiamoci frattanto, che 
i nostri cuori, certo, si somigliano. 

Solleciterò il pagamento delle lire 1892 milanesi a cui 
monta il valore de' tuoi libri, e le ftirò tenere al Big. Giu- 
seppe Porta e figli. Vi aggiungerò il prezzo del tuo tavo- 
lino verde, che procurerò di vendere. Vorrei che tu mi 
avessi suggerito qualche mezzo onde mandarti i tuoi 
manoscritti; ma m'informerò, e prenderò la via più 
pronta e più sicura. Nella stessa cassa porrò VOdmea 
postillata da Alfieri, la cassetta di noce, che è nel tavo- 
lino, e insomma tutto. 

Parlo spesso di te colFabate di Breme, col quale ho 
stretta amicizia, egli ama purissimamente il vero e te. 
Niun altro a Milano m'è caro, toltane per altro casa 
Eriche, e soprattutto il nostro Odoardo (1), in cui vedo 
svilupparsi le più degne facoltà umane. 

Mio fratello è a Genova segretario del Governo con 
lire 1200 di Piemonte. Sempre ti nominiamo scrivendoci. 

Addio, dammi le tue nuove. Addio. S. P. 



Amico, 



VI. 

Aprile 1816. 



Due righe sole per informarti che Taltr^ieri ho ri- 
scosso lire 14G2 italiane j)i'v la vendita dei tuoi libri, le 



(1) Era questi l'allievo di Silvio IVlIico, cho lini cosi tra«,ncainente. Di 
lui discorriamo a lungo nelle lettere mwvc che pubblichiamo in seguito. 



MILANO - UGO FOSCOLO (1810-181:2) 45 

quali ho subito passate al signor Porta aggiungendovi 1 
tre zecchini avuti dal Trecchi pel tuo tavolino; in tutto 
lire 1497,67 italiane. 

Un negoziante s'incarica di portare la cassa conte- 
nente le tue carte sino a Lugano, donde la spedirà a Zu- 
rigo. Ho posto per maggior sicurezza il tuo indirizzo col 
recapito ai sigg. Orell, Fùssli e C, a ogni pacchetto : il loro 
ninnerò ascende a 13, colla cassettina di noce che fa 14. 
In uno di essi vi è V Odissea commentata dalU Alfieri, una 
tabacchiera, un collare d'argento col nome di Quirina M., 
una copia del tuo esperimento di traduzione d'Omero 
stampato, ma non quello postillato da te, che io non Tho, 
né l'ho trovato da Trecchi. 

Questi è partito per Parigi e Londra. Ti vedrà e ti 
abbraccierà per me, che piango di non poterti seguire. 

Addio. Sono malato di una infiammazione di petto, 
della quale, sper<), mi guariranno la dieta e il riposo. 



Mio Amico, 



vn. 

6 Aprile 1816. 



Ho mandato or ora un'altra lettera alla posta, nella 
quale ti diceva che le tue carte sarebbero state portate 
a Lugano e di là spedite a Zurigo. Ricevo adesso la tua 
(in data dell'anniversario della tua fuga), nella quale mi dici 
che m'indicherai il modo di mandarti quelle carte, e quali 



40 DELLA VITA DI SILVIO PELLICO 



io debbo solamente mandarli. La cassa che le contiene 
non essendo ancor partita, la ritiro, e asi»etto questa tua 
lettera. Se poi vorrai ch'io, poiché ho il mezzo, te le 
mandi tutte, sarò sempre in tempo. 

Circa gli altri mobili che tu avevi oltre al tavolino, 
non ho ritirato che la biblioteca di noce; ma il compra- 
tore dei libri ha pattuito che qu(*sta sarebbe stata com- 
presa nelle 1402 lire dei libri. Abbi dunque pazienza e 
credi che i libri sono eccellentissimamente venduti. L'im- 
magine di Galileo, e il ritratto di Giulio, credo ch'egli 
stesso li abbia ritirati. 

Addio, addio, quando partirai? Ricordati di me; ri- 
cordati che di tutti gli amici tuoi, io sono forse quello 
che più sinceramente darebbe per te Tanima sua. Addio. 

VIIL 

10 Aprile 1810. 

Dopo aver detto: «Non parlarmi della tua morie, 
tu mi trapassi l* anima », si mettano puntini, e se- 
guasi: « Insomma, poiché hai steso lo sguardo fino al 
tao sepolcro, ti parlerò del mio », continuando il rima- 
nenie. (Epistolar., pag. 354). 

Amico mio, 

Farò dunque la scelta de' manoscritti, che tu mi ac- 
cenni, e te li manderò: brucerò o conserverò fedelmente 



MILANO - UGO FOSCOLO (1810-1812) 47 



gli altri, secondo il tuo ordine. Non parlarmi della tua 
morte: tu mi trapassi l'anima. È gran tempo che io ti 
considero come l'unico vero, sommo italiano, e quindi 
persona sacra e serbata dal destino a mostrare che Al- 
fieri fu pianta naturale di questa terra e non uno sterile 
prodotto del caso. Se io conoscessi quali Dei accettano 
il sacrificio dei viventi, voterei loro, te lo giuro, i miei 
giorni, perchè conservassero i tuoi. 

E chi sa... talvolta sono anch'io, come tutti gli altri 
uomini, superstizioso... chi sa che il mio voto non sia 
vano. — Insomma, poiché hai steso lo sguardo sino al 
tuo sepolcro, ti parlerò del mio. Ordinerò le tue cose 
in modo che s'io muoio sieno fatte consegnare dall'abate 
di Breme alla signora Magiotti di Firenze, ch'io credo, 
dal modo con cui mi scrisse, la tua migliore ed immuta- 
bile amica. — Ho spedito la lettera alla contessa Lucilla 
a Mantova. Conosco questa ottima donna. — Il calice 
da te pianto non restò fra le mie mani: Dio sa dov'è 
andato! Bensì avrai la tabacchiera del tuo amico. — 
Ieri tre volte mi recai da Dova; non trovai che i gar- 
zoni; rinvenni alla terza il figlio, al quale rimisi il tuo 
viglietto intimandogli che suo padre avesse a rispon- 
dermi subito. Anch'oggi ripassai due volte, e non trovai 
né colui, né risposta in iscritto. Prima di porre questo 
foglio alla posta vi ritornerò, e spero di parlargli. Mio 
fratello di Genova ti saluta, qui Breme fa lo stesso. 

Addio, amico del mio cuore, mio Ugo, mio fratello. 



é 



48 DELLA VITA DI SILVIO PELLICO 



T'amo più che non potrò dimostrartelo mai. Sono mala- 
ticcio; ma la dieta mi va risanando. Stai bene. Addio. 

Silvio tuo. 



IX. 



2() Aprile 1810. 



Amico, 



Sono sempre malato: questi polmoni sembrano stanchi 
di respirare. Vivi queto per le tue carte che mi restano. 
S'io morrò, passeranno nelle mani di Lodovico di Breme 
in deposito, da cui la Quirina tua potrà ritirarle. — Da 
più giorni non ho potuto muovermi. Oggi ho cercato le 
lettere di Cesarotti e Bettinelli da te accennatemi. A te 
premono ; scusami. Ti preme pure la cassetta contenente 
i tuoi manoscritti: oggi senz'altro te la mando. Ho par- 
lato stamane a Banfi, che ti saluta. Rimetterò la cassetta 
a Sorese — diretta a Zurigo ai sigg. Orell, Fùssli et G. — 
Dova promise di venire da me, e mancò di parola. 

Il tempo è bello; escirò a bere un po' d'aria, e ve- 
dere questo libraio. 

Addio, addio. Scrivi al tuo Silvio. 

Ho parlato a Dova: si mostrò lietissimo d'aver le 
tue nuove: mi disse che farebbe un miglio per abbrac- 
ciarti, quantunque una gamba gli dolga moltissimo nel 



MILANO - UGO FOSCOLO (1810-1812) 49 



camminare. Mi rimise due copie della tua Prolusione (1), 
che unisco alle altre carte nella cassetta. 

Lunedi mi rimetterà tutte le copie che ti si devono. 



X. 

8 Maggio 181G. 



Amico mio, 



Non dirmi mai una parola, né dei danari che ho 
consegnato alla posta per te, né ora della spedizione che 
t'ho fatto, da venti giorni, dei manoscritti! Ti sgi'iderei, 
se non sapessi che anche a Firenze non giunsero per 
molti conneri lettere tue. La signora Quirina mi scrive 
alfine che ne ha ricevute due in una volta : incolpo dunque 
la posta, e non te. Prima di partire, non vorrai tu dire 
addio airalnico tuo che ti segue coiranima e col desi- 
derio, e che ti ama come il più caro dei tuoi fratelli? 
So che il giovine greco che avevi a Firenze ti raggiun- 
gerà: beato lui, beato assai s'egli ha un cuore simile al mio! 
Lo vedrò, lo abbraccierò, e lo amerò, benché invidiandolo ! 

Breme non ha ancora ricevuto le carte che tu gli 
hai dirette. Appena le avremo, le spedirò subito alla si- 
gnora Quirina, unendovi, com'ella mi dice, una copia del 



(!) Intendi la Prolusione letta da Ug^o Foscolo in Pavia, dove si recò 
nel 1808, quando già la cattedra di eloquenza era stala soppressa da 
Napoleone. Vedi L. Carrer, Prose, IT, 344. 

IlixiERi — Pellico 5 



50 DELLA VITA DI SILVIO PELLICO 



discorso Pavese (1); nella cassetta cheti mandai, ve ne 
posi due copie, datomi dal signor Dova. Dopo d'allora non 
ho ancora potuto cavargli di mano le altre: mi assicura 
però che sono dal legatoiv. 

Addio, scrivimi, te ne prozio, eri amami. 

Il tuo Silvio. 

XI. 

27 Maggio 1810. 

« Dopo (fcer detto: « Arre) roìiito essere principe 
per festeggiarìo », si passi a dire: « Dio mito fatto la 
grazia di volermi pitocco », ecc^ sino alla fme ». 

{Epistolar,, pag. 35 i). 
Ugo mio, 

Nella tua lettera del 18 mi accerti che pnma di par- 
tire mi scriverai. Fallo, te ne scongiuro: i tuoi carat- 
teri mi sono sempre stati cari; or che ti allontani vieppiù 
dall'Italia per ritornare - pi*esto forse, e lo spero - ma 
pur chi sa quando? ogni linea da te scritta mi è sacra. 
E sacra m'è da questi tre giorni di conoscenza la com- 
pagnia d'Andrea Galbo, a cui invidio di poterti rivedere, e 
poi veder sempre, e dividere tutta la sua fortuna. Oltre 
ch'ei mi è caro per te, egli mi è carissimo per sé stesso, 
per il suo ingegno e per Tanimo suo. Avrei voluto es- 



(i) Intendi sempre la Pvo1vsio7ie suddetta. 



MILANO - 1:G0 FOSCOLO (1810-1812) 51 

sere principe per festeggiarlo; ma siccome i principi 
non sentono l'amicizia, Dio m*ha fatto la grazia di volermi 
pitocco, perch'io fossi buono amico. Bisogna ringra- 
ziarlo delle gioie e delle tribolazioni ch'egli ci manda, 
dice la Chiesa; ed io lo ringrazio ad ogni modo d'avermi 
dato dagli amici, benché negandomi la facoltà di attestar 
loro la cordialità del mio affetto. 

Per Andrea ripassai ieri dal Dova, che di giorno in 
giorno trova scusa per ritardare la consegna che deve 
farmi delle copie della tua orazione. Or mi disse che a 
varie copie mancavano alcuni fogli, che si sono dovuti cer- 
care, che gli ha finalmente raccolti, e che il legatore ha 
presso di sé ogni cosa. 

Avendo udito da Andrea che ti rincresceva di non 
aver teco il Pstrarchino, edizione di Lione, io Tho recu- 
perato dai libri venduti, e glielo consegno per te. 

Addio. T'abbraccio caldamente, teneramente. Addio, 
mio Ugo, mio caro. 

Nulla di nuovo dei prigionieri di Mantova. Si assi- 
cura che un tribunale a Vienna sta rivedendo quest'a- 
fare; ma io temo che sieno voci false per lasciare la 
speranza in loro e nei loro amici, e che sia mente del 
Governo il non torli più da quelle mura. Ne piango e ne 
fremo dalle viscere del cuore. 

Il Dova maravigliato della tua lettera si è immagi- 
nato che tu possa fra non molto ricomparire a Milano; 
n'avemmo questo suo dubbio, ed io, perchè mi dess? le 



52 DELLA VITA DI SILVIO PELLICO 

dovute copie, e temesse la tua presenza, gli dissi che 
nulla era più probabile. Da lui, credo, è quindi uscita 
la voce che il (loverno t'ha richiamato, che sarai qui 
fra poco; e chi no ghibila, o chi ne ha paura. — Addio. 

XIL 

Milano, T) Novembre 1810. 

Eccoti una lettera del tuo Silvio, il quale non passa 
mai un giorno senza pensare molto a te; e lar voti perchè 
gli uomini e la fortuna ti arrìdano una volta. — E non di- 
menticarmi te ne prego. Dopo Giulio tuo fratello, nes- 
suno qui può vantarsi d'amarti quanto me. — Ma no, di un 
altro amico ti devo parlare, che però non vuol essere no- 
minato. Questi comperava i tuoi libri per aver una ra- 
gione di mandarti qualche denaro che non ti obbligasse 
a ringraziamenti. Or, tolto il suo nome, sono costretto 
di confidarti il segreto, che tu non devi mostrare di sa- 
pere giammai; e riposo in ciò nella tua delicatezza. — lo 
sono incaricato da quell'amico di spedirti a Londra tutti i 
tuoi libri senza che tu sappia donde vengano : ho voluto 
eseguire religiosamente la commissione, ma ho visto che 
invece di darti un gran regalo, ti farei spendere una 
gi*ave somma per il porto, la quale ti amareggierebbe 
certamente siffatto piacere. Mi sono allora consigliato 
con Giulio, da cui venni pure convinto che tu non po- 
tivsti essermi grato, s'io seguissi alla cieca il desiderio 



MILANO - UGO FOSCOLO (1810-1812) 53 

deiranoiiimo amico. S'io dunque rispondo a quest'amico 
che la spedizione dei libri non ti è un benefizio, io tolgo 
ad esso il piacere di giovarti e a te ogni utile di siflatta 
amicizia. Perciò nell'intimo del cuor nostro credo di 
non peccare dimandando a te ciò che brami che io faccia 
di quei libri. Sappi che vi sarebbe forse il mezzo di 
realizzarli in denaro: Tamico anonimo crederebbe d'aver- 
teli restituiti e tu, senza una grave spesa, come sai'ebbe 
quella del porto, godresti col denaro acquistato del gio- 
vamento desideratoti da quell'amico. — Ma bada che se 
accetti questo partito, l'anonimo, qualora mai tu lo cono- 
scessi, dovrà esser sempre persuaso che tu abbia riavuti 
quasi per incanto i tuoi libri. Il farti questa confidenza mi 
costa, perch'io non credo che vi sia maggior delitto del wra- 
inente tradire un segreto; ma l'intenzione mìa è san- 
tissima, né la coscienza mi rimorde. Opero come mi 
detta l'amor mio immenso per te. 

Tu devi intendermi. 

Rispondi subito. Se preferisci i libri, te li spedirò; 
se il denaro, tratteremo Giulio ed io col compratore. 

Addio, salutami caramente Andrea. — Saprai il de- 
stmo di Ugo B. e di R. (1). Dopo 18 mesi (ma la data è 



(1) Il cavalier3 Ugo Brunetti e il celebre medico Rasori, del quale le 
nuove lettere di Silvio Pellico ci daranno preziosi ragguagli, aveano preso 
parte aUa congiura militare del 1815 e scontavano la pena nelle carceri 
di Mantova. 



é 



54 DELLA VITA DI SILVIO PELLICO 



di due mesi la), saranno liberi. Ho dato loro nuove di te 
per mezzo della contessa Lucilla. — Amami sempre come 
m'amavi, e come t'ama il tuo Silvio. 



XIII. 

Milano, \) Agosto 1818. 
Foscolo mìo. 

Vi ò persona che parie per liondra, ed io dal calle 
del Teatro ti scrivo in Iretla queste due righe: conviene 
che io le rimetta nel momento alla Trivulzia che mi lia 
cliiesto s'io nulla voleva per costà. — Oh mio Ugo! 
quante volte io penso a te con amore, e col desiderio 
di essere vivo tuttora nel tuo cuore I Perchè non posso 
io scriverti sovente ? Ma so quanto le poste sieno gravose 
in Inghilterra; e questa è potente ragione perch'io taccia 
e cliiuda in me l'inutile brama che ho sempre di ridirti 
ch'io non dimenticherò le tue virtù, e che sempre ti terrò 
per l'uomo che più onora l'Italia. 

Rasori, Breme ed altri, la più parte amici tuoi caldissimi 
(e vi son io), faremo un giornale che uscirà il 3 set- 
tembre prossimo. Corrò qualche occasione per mandarti 
il nostro manifesto. Ora il tempo mi manca. Addio. Amami. 
Giulio è a Lodi. Sta bene. Addio con tutto il cuore. Cre- 
dimi tutto tuo Silvio Pellico. 



MILANO - UGO FOSCOLO (1810-181:2) 55 



XIV. 

Milano, 9 Settembre 1818. 

« Laddove qui io i^fogaca il mio sdegno sopra le 'pa- 
role di Vincenzo Monti, vi sono espressioni ingiuriose 
che io disapprovo. Si sopprimano; ì^lspettiamo nella 
sua tomhaV illustre poela. Pertanto dopo le parole: « fra 
i quali Slsmondi di Ginevra, » si mettano puntini, 
polsi continui così: « ti mando i due primi numeri », 
ecc, ecc.j sino alla fine ». (Epistolar., pag. 355). 

Mio Ugo, 

Ti scrissi un mese fa due righe in tanta fretta, clie 
non so che cosa io t'abbia detto. Un inglese che stava 
per partire mi si offerse per messaggiero. È egli giunto^ 
t'ha rimessa la mia lettera? — Or ti rimiovo le mie 
congratulazioni per lo stato comodo del quale so che 
finalmente godi. E meco si congratula mi' altra per- 
sona, che non vuol essere nominata, e da cui mi viene 
imposto di mandarti i libri tuoi, ch'ella comprò per 
serbarteli. Questa persona sapendo grimpegni tuoi lette- 
rari, è certa che ti abbisogneranno libri, ed è l'elice di 
poterti oflrire quei medesimi, che dopo averti senito tanti 
anni, ti devono essere più cari. Te li spedirei dunque subito 
se i negozianti non mi assicurassero qui che la spesa 
di porto e dogane, ecc., verrebbe a costarti immensa. 

Perciò ti prego di tosto scrivermi se dirigendoli a 



56 DELLA VITA DI SILVIO PELLICO 

qualche ambasciatore costà, o alto personaggio qualsiasi, 
i libri ti giungano senza o con poca spesa. Dammi tuo 
indirizzo, ed io eseguirò sollecitamente gli ordini tuoi 
e quelli dell'incognita pei'sona. 

Ti dissi, mi pare, nell'altra mia, che si stampa un 
nuovo giornale letterario a Milano — hnpresa non me- 
morabile, ma d'animi sinceri ed anelanti la diffusione del 
vero. I soci sono Rasori, Breme, Barbieri, Berchet, io ed 
altri, fra i quali Sismondi di Ginevra. — Avevano invitato 
quel vigliacco di Monti, il quale da vigliacco accettò per 
la speranza di dividere gli utili, se ve ne erano; ma 
quando intese gli ultra mormorare, cominciò a vociferare 
che egli non era così pazzo da mischiarsi con noi; e noi 
risapendo queste bellezze lo pregammo di non simu- 
larcisi alleato, daccli'egli ne aiTossisce. — Ti mando i 
due primi numeri del nostro giornale. Vedrai che il 
nostro supplizio si è quello di ottenere dalla censm^a il 
permesso di dire qualche verità. — Siamo associati 
diWEdlnÌJurg Remew. Spero che talvolta ci troveremo 
articoli tuoi, e che potremo riportarli nel nostro Con- 
cUlators. Quando la tua mente esce d'Inghilterra e torna 
a scorrere la tua cara Italia, e vai facendo la rassegna 
dei cuori che qui ti amano e che tu amasti, pensa, te ne 
prego, a me, e pensaci lungamente. — T'abbraccio con 
tutta l'anima. 

Contrada del Monte di pietf, N^ 1579. 

Silvio Pellico. 



MILANO - UGO FOSCOLO (1810-1812) 57 



XV. 

Milano, 17 Ottobre 1818. 

« Dopo aver detto : « Ti mando te copie finora uscite 
del « Conciliatore », si mettano nuovamente puntini 
a ^ G. R. è Rasori, G. B. R. Romagnosi », ecc., ecc. 
Dopo aver detto : « iS. S.è Sismondi di Ginevra », si sop- 
prima non solo ciò che è ingiurioso alla memoria di 
Vincenzo Monti, cioè tutta la menzione che vi è di lui, 
ma si sopprima anche il cenno relativo al « Concilia- 
tore ». È meglio takere di cose ora inutili ed irritanti. 
Si mettano dunque puntini, poi si ripigli dicendo: <!^ Se tu ci 
mandassi qualche articolo », ecc., continuando. - Quando 
mi volgo a terminare la lettera, desidero che dopo le 
parole: «Io sono sempre segretario del conte Porro », 
si mettano puntini, poi si segua: « Un solo tratto ti 
parli in suo favore: Quando Rasori », ecc. — Non resta 
che un'inezia a soggiungere: si sopprima la parola esa- 
gerata ed irritante: «schiavi:^, e semplicemente dicasi: 
« e tu pure non dimenticarti del tuoi compatriotti ». 

(Epistolar., pag. 355). 

Mio amico, 

La tua lettera portatami da Everett era si piena 
d'afletto che m'ha vivamente commosso. Il nostro Ame- 
lùcano mi piacque assai: l'ho presentato a Breme ed a 



58 DELLA VITA DI SILVIO PELLICO 

qualche altro, ed ho vissuto, nei pochi giorni che stette 
a Milano il più che ho potuto con lui, e col suo com- 
pagno M. L}Tnan. Intesi da Everett il tuo stato appck- 
rente, che tu però mi dici non essere cosi felice come 
altri giudica. Questo signilica che niun uomo ò senza 
afflizioni segrete; ma quella prosperità che si può spe- 
rare sulla terra par che tu l'abbia. Onorato nel paesa 
d'Europa, dove la dignità umana è più rispettata, abba- 
stanza ricco per avere casa in città ed in campagna, 
un giardino delizioso, un cocchio, cavalli..., padrone di 
stampare quel che ti aggrada, sicuro che ne il governo, 
nò i librai ti strozzeranno, ma anzi premieranno secondo 
il loro valore le opere del tuo ingegno. — La trista 
Italia non t'avrebbe mai offerto tanta fortuna, e m'addo- 
lora il pensare che questa ragione ti terrà forse per 
tutta la vita lontano da noi. — Ora ascolta un consiglio 
deiramico tuo. Non essere così dimentico, come sei sempre 
stato, della tua pace avvenire: aduna un tesoretto per 
la vecchiaia, affinchè tu possa negli ultimi anni, se 
sentirai il bisogno di rivedere la Patria, venirvi indipen- 
dente, senza necessità di nulla chiedere a questa avara 

cenciosa. Sai tu come viviamo noi? 

Ti mando le copie finora uscite del Conciliatore. 
Vedrai che qualche pensiero procuravamo di porvelo; 
ma che? il Governo ha strapazzato i censori perchè 
erano troppo liberali, e poi vedendo che malgrado Tam- 
monizione han lasciato stampare il dialogo fra il Chhiese 



MILANO - L'GO FOSCOLO (1810-1812) 59 

e l'Europeo, i tedeschi dissero: il Chinese slamo noi, ci 
acete offesi; e il conte Strassoldo stesso chiamò a sé la 
revisione del foglio. Onde già una volta non si è potuto 
far uscire il giornale al di stabilito, e figurati quante 
volte questa cosa avverrà. — G. R. è Rasori - G. D. R. 
Romagnosi - L. D. B. Breme - B. Borsieri - Grisostomo 
è Berret - G. P. è Giuseppe Pecchio - Cristoforo Co- 
lombo II è il fratello di Pecchio, vi sono io, v'è il pro- 
fessore Ressi — S. S. è Sismondi di Ginevra, ecc. 

Monti era stato da noi invitato a collaborare, ma 
prevalse in lui la paura di piacere al governo ; e il giorno 
stesso in cui assisteva alle nostre adunanze, e ci chia- 
mava Soci, giurava ad altri ch'egli non sapeva nulla del 
Conciliatore. — Perchè, domanderai, un siflatto titolo al 
vostro giornale? Perchè noi ci proponiamo di conciliare 
e conciliamo infatti, non i leali coi falsi, ma tutti i sm- 
ceri amatori del vero. Già il pubblico si accorge che 
questa non è impresa di mercenari, ma di letterati, se 
non tutti di grido, tutti collegati per sostenere, finché è 
possibile, la dignità del nome Italiano. Il maggior dei 
pericoli che sovrasta a questo paese si è il torpore, 
l'abitudine di non pensare. Perciò, se possiamo in qua- 
lunque modo agitare le opinioni, far discutere or dicendo 
verità, or paradossi, e sovra tutto impedendo che i P... e 
i B... dettino senza contraddizione le loro vili sentenze 
al volgo, noi avremo fatto qualche cosa. 

Se tu ci mandassi qualche articolo, sarebbe da noi 



60 DELLA VITA DI SILVIO PELLICO 

accolto con grande entusiasmo. Sia pui* di soggetto me- 
ramente letterario; la tua firma Ugo Foscolo farebbe 
un gran chiasso per tutta l'Italia. Misura le tue parole 
al compagno della nostra governativa censura. 

Com'è che quell'infame spia dell'A... (1) ha avuto 
frammenti del tuo carme sulle Graz lei Non da te sicura- 
mente gli lia avuti 

Aspetto una risposta da te all'altra mia lettera, 
nella quale ti pregava, in nome della persona che ha 
acquistato i tuoi libri, di dinni com'io possa farteli avere 
senza che vengano a costarti immensamente di poiiio 

Che cosa scrivi? Fai la Storia del Regno d'Italia. 
Quel periodo fu brillante. Mi sembra che ti darebbe ma- 
teria a dir cose grandi. 

Il tuo fratello Giulio, ancora in ritiro, cerca di rien- 
trare al servizio. Egli è venuto a Milano ne' giorni scorsi, 
da Lodi ove abita. 

Addio, mio carissimo. Io sono sempre segretario 
del conte Porro. Quest'uomo di facilissima impressione 
ha bisogno di esser circondato da gente onesta. Dacché 
egli ha preso vivamente parte nell'impresa del Concilia- 
lore, alcuni bricconi si sono allontanati da lui per non 
diventare invisi al Governo, e lo denigrano. Io ti assi- 
curo che di tutti i nobili milanesi è il più scliietto e il 



(1) Giuseppe Acerbi, redattore della Biblioteca Italiana ; Silvio Pellico 
gli era molto avverso, come vedremo nelle lettere inedite. Cf. Cesare 
Cantù, Il Conciliatore e i Carbonari ^y p. 96 e 64. 



MILANO - UGO FOSCOLO (1810-1812) 61 



più liberale ; certamente il più coraggioso. Un solo tratto 
ti parli in suo favore. Quando Rasori usci di prigione, 
senza pane e senza appoggio, Porro consenti ch'io lo 
introducessi in casa sua; lo assistè, e gli fissò un pic- 
colo stipendio onde scrivesse nel Conciliatoì^e. 

Mio fratello è sempre segretario del Governo di Ge- 
nova. Mi scrive sempre di te. Credi che ti amiamo con 
tutto il nostro cuore. E tu pure non dimenticarti de* 
tuoi compatriotti schiavi. 

Amami: questo sarà un conforto dolcissimo nella 
nostra sciagura. 

Il tuo Silvio. 






Ora, per dare un cenno delle supreme fortune di 
Ugo Foscolo, ci rimane a investigare come abbia corri- 
sposto alle premure che gli usarono Silvio Pellico e il conte 
Giovio per richiamarlo a' sentimenti della fede cristiana, 
quasi del tutto smarrita nel loro infelice amico. Non si può 
negare che i loro discorsi destarono in lui qualche rime- 
scollo religioso. Non pare che fosse ateo. Al Giovio, che gli 
avea mandato il Maniuils Cì^istìano composto da quel nobile 
uomo, Ugo rispondeva : « Ho abbandonato Sallustio, ch'io 
rileggeva, per accettare l'invito di lei e meditare sulla reli- 
gione de' miei padri... Ella sa, signor conte, ch'io amo 
ed adoro Iddio, ma che non ardisco pregarlo, e deside- 



{ 



02 DELLA VITA DI SILVIO PELLICO 

rando che altri lo preghi a suo modo, desidero ad un 
tempo di poterlo adorare siccome a me piace » (1).E a una 
cosiffatta libera adorazione rispondeva nella pratica un'al- 
trettale libera maniera di professione religiosa; in ciò 
confinava col protestantesimo. Non credendo « di fede 
quel dovei*si confessare ad un altro mortale », suggellava 
cosi la sua bizzarra opinione di sgabellare le sue colpe : 
« Onde io non credendo, né volendo che si cancellino 
le partite delle mie colpe, vado tentando che sieno con- 
trobbilanciate dalle partite delle opere buone, e su questo 
libro (la Bibbia) voglio essere giudicato od assolto o pu- 
nito. Con quel dare ed avere delle colpe e de' meriti 
andrò anch'io arguere dominum, senza comprometteraii 
nelle altrui orazioni, e nell'assoluzione del primo prete 
che mi capita innanzi. Amen » (2). 

Eppure al sopraggiungergli di qualche improvvisa 
disdetta, e n'ebbe tante in quella sua vita piena d'avven- 
ture! anche a lui come a' marinai si affacciava nella 
mente l'idea di Dio; ed egli colla guancia aspersa di 
lagrime folte: 

Percuotemi, sclamavi, un Dio tremendo, 
Che offender non vorrei, ma certo offendo (3). 

Ma le successive vicende e la nuova odissea de' suoi 
miserabili casi, che lo trabalzarono lontano da que' sin- 



(1) Lettera al Conte Giovio, Milano, 8 novembre 1811, 1. e, p. 213. 

(2) Lettera al Conte Giovio, Milano, 11 aprile 1811, I. e, p. 211. 

(3) Oper. di Silvio Pellico (voi. HI, Ugo Foscolo, pag. 337). 



MILANO - UGO FOSCOLO (1810-1812) 03 

ceri amici, lo distolsero affatto da ogni ritorno a' prin- 
cipii di fede cristiana. Dopo la recita del suo Ajace in 
Milano (11 dicembre 1811), la quale ne' non italiani della 
Corte del Bauharnais avea destato sospetti e allusioni 
politiche, fu costretto per amichevole consiglio del Mi- 
nistro Vaccari, che gliene avea permesso la recita, di 
allontanarsi da Milano. Rifuggiatosi in Firenze per qualche 
tempo, alla caduta del colosso Napoleonico, ritornava in 
Milano verso la fine del 1813. Prese parte all'infame con- 
giura che si terminò colla morte crudelissima del Mi- 
nistro Prina, e mercè il suo ardimento riuscì a salvare la 
vita al Generale Pino. Ricusatosi a scrivere in favore della 
restaurazione austriaca, e a prestarle giuramento, si tra- 
ftigò in Svizzera (30 marzo 1815). E quindi per irrequie- 
tezza sua e persecuzioni di molti nemici, nel settembre 
del 1816 esulava per sempre in Inghilterra ove teiminò 
colla morte gl'infiniti travagli della vita nella sera del 
10 settembre 1827 (1). 

La vita di quest'uomo fu veramente singolare. Si di- 
rebbe che negli anni del suo lungo esilio in Inghilterra 
Ugo Foscolo fosse impazzito (2), tanta era la stravaganza 



(1) e. Gemelli, Della vita e delle oliere di Vyo Foscolo^ 1. 2, ^passim. 

{ì) Aveva la mania à.e\Valta vita; quindi la sua « prima cura, lunga 
e faticosissima, fu di mantenere le apparenze, e vivere, come gl'inglesi si 
esprimono, Ati gentiluomo ». Lettera alla sorella Rubina, Londra, 4 ot- 
tobre 1823, (Lettere familiari inedite, i)ag. 82). Perciò contrasse debiti 
.sovei chianti, e pure trovandosi al verde comandava dal gioielliere Wells 
un servizio da tavola in argento, L. 1600, una tavola e tre sedie, L. .550, una 



i 



64 DELLA VITA DI SILVIO PELLICO 



del SUO modo di vivere, se le ultime opere del suo in*^ 
gegno non ce ne attestassero il vigore intellettuale tut- 
tora potente. In quanto a costumatezza (1) e a' principii 
religiosi andò peggiorando a mano a mano che discendeva 
l'arco de' suoi anni. Nel suo soggiorno di Svizzera non 
che pentirsi di un'opera tanto dannosa alla società, (che 
poi non era altro che uno specchio in cui traspari- 
vano le sue prime avventure giovanili), rimaneggiò e rese 
più pulita la lingua delle lettere di Jacopo d" Ortis, e la 
nuova edizione volle dedicata alla Donna gentile (Qui- 
rina Magiotti) (2). In Inghilterra attese lungo tempo a 
preparare una nuova edizione con commenti della Dicina 
Commedia^ pigliando per la composizione dell'opera le 
nonne di criteri novissimi. Intese di distruggere « la cieca 
fiducia ne' codici tutti posteriori di molti anni ».alla morte 



sedia di viaggio, L. 500! Poi disegna egli stesso e fa edificare una palaz- 
zina con in fronte il dlgama^ sparnazzando V eredità della sua figliuola 
naturale (la Floriana), e vettura e cavalli e rimessa (Chiarini, Nuova Anto- 
logia, febbr. 1884, pag. 595, COI ; G. Pecchlo, Vita di Ugo Foscolo, pag. 230; 
C. Gemelli» pag. 144). Per guisa che, vedendo tali spese ad uno che 
non abbia mai letto i Sepolcri, il Chiarini metterebbe naturalmente in 
bocca ... « che razza d'imbecille era costui », l.c. Crediamo che la lettura dei 
Sepolcriy non che alleggerirle, caricherebbe le tinte a una tale immagine. 

(1) « Egli dovette abbandonare la sua casa in Soutk-Banck, i suoi llori, 
le tre grazie ed ogni cosa più cara », scrive il Pecohlo...; C, Gemelli, 
l. e. pag. 144; per una di quelle grazie arrischiò la vita in un duello alla 
pistola (Ibid., pag. 131-35). 

(2) In una lettera a Francesco Pellico (1 magg. 1821, inedita) cosi Silvio: 
« Au reste, diceva, depuis que Foscolo a quitte l'Italie, il a fait deux 
nouvelles e'ditions de VOì^tis, une en Suisse et Vautre en Angleterre, dans 
lesquelles on trouve quelques lettres de plus, une notice historique sur ce 
livre, et un fragraent de la traduction de Sterne par le méme Foscolo... ». 



MILANO - UGO FOSCOLO (1810-1812) 65 

^-^■^ ' ' 1 1 II ». I I . I , 

del Gran Poeta, e di restituirli « colla conoscenza della 
vita e della mente di Dante », rendendo cosi il divino 
poema « espressione poetica del concetto politico della 
monarchia » (1). Cosi Ugo Foscolo in sul finire della vita 
travisava quel divino monumento innalzato alla Religione 
cattolica dairimmortale Fiorentino (2); cosi falsava di 
pianta il concetto cristiano del poema sacro, volendolo 
informato di quei concetti, posteriori in gran parte e 
alieni all'opera sublime, cui l'ignoranza incredibile della 
storia e l'indomata ira ghibellina dettarono al divino 
Poeta in quel libro apparso solamente nel 1559 a Lipsia (3), 
e condannato dalla Chiesa. Non tenninò che la prima 
cantica, le altre due deiredizione londinese (4) sono 



(1) Mazzini, Opere^ voi. 4, pag. 37 e segg. 

{2) L'esito del commento foscoliano non rispose all'aspettazione, ed é 
assai malmenata dai critici severi. « Le ragioni che guidarono il Foscolo 
sono quasi sempre dedotte da argomenti secondari, come l'armonia del 
verso, l'eufonia e cose simili ; ma invano si cerca qualche stabile principio 
di critica, che escludendo l'arbitrario, potesse dar certa legge alla scelta 
da farsi tra le lezioni », Carlo Witte, Dante-Forsch.^ voi. I, pag. 245. 
Cf. Soartazzini, Pì'olegomeniy pag. 518-Ì9. 

(3) Ivi Dante pianta questo principio ferreo... a priori: Ci dev'essere 
una monarchia universale ^ l'impero romano fondato da Dio. La Chiesa 
nulla poteva ricevere da Costantino; Papa Adriano nulla poteva dare a 
Carlo Magno... a priori, È l'apologia a priori di Barbarossa, di Lodovico 
Bavaro e di altri paladini della forza contro il diritto almeno... storico 
E qui si diguazza la critica soggettiva di Ugo Foscolo, Mazzini, Giuliani, 
Gioberti e altri. Cf. Soartazzini, Prolegomeni della Divina Commedia^ 
Leipzig, 1890. 

(4) La Commedia di Dante Alighieri illustrata da Ugo Foscolo. Londra, 
P. Rolandi, 1842 (4 volumi). 

RiNiERi — Pellico 6 



66 DELLA VITA DI SILVIO PELLICO 

manifattura di Giuseppe Mazzini (1), ma dettò il Di- 
scorso (2) sul testo, nel quale a nostro giudizio diso- 
norò so stesso e diede un terribile crollo alla sua in- 
crollabile costanza di carattere. In quella « sua ipotesi, 
meglio sogno », alla quale il Foscolo sperava dar Zw?>?e 
e sostanza di verità, scrisse che « il principal fine, anzi 
sommo, se non unico della Divina Commedia, sia di ri- 
formare tutta la disciplina, e parte anche dei riti e dei 
dogmi della Chiesa papale » (3). Perciò Dante Alighieri 
fu l'antesignano di Martin Lutero, e de' Riformati an- 
glicani dei quali Fin felice Ugo era costretto allora di 
mendicare il pane (4), e forse credeva che sapesse meno 



(1) « Oggi (1803), credo mio debito dir tutto il vero e separare il mio 
lavoro da quello di Foscolo ». Mazzini, Ojjere, voi. VI, pag. 17. Giuseppe 
Mazzini fu de' primi, se non il primo, a rintracciare una buona parte de«?li 
scritti Foscoliani che si trovavano « laceri e condannati visibilmente a perire 
in un angolo d'una stanzuccia del libraio Pickering ». Questi non li volle 
cedere se non a patto di comprare insieme il testo dantesco, per quattro- 
cento lire sterline. Quirina Magiotti, e il libraio italiano Rolandi fornirono 
il denaro, e quest'ultimo fece l'edizione a sue spese, die incontrò poi 
pochissimo spaccio. Gli altri scritti di Ugo Foscolo (vedi sopra, p. 38, n. 1) 
acquistati da Enrico Mayer e da altri servirono all'edizione degli scritti po- 
litici pubblicati a Lugano da G. Mazzini, e all'edizione fiorentina delle opere 
di Ugo Foscolo (1. e, pag. 15). 

(2) Fu pubblicato dal Pickering nel 1825 con molti errori : dal Ruggia 
nel 1827, ed infine dal Rolandi corretto ed accresciuto nel 1842. 

(3) C. Gemelli, 1. e, p. 148, il quale sebbene panegirista del Foscolo 
lo biasima di santa ragione. Il conte Giuseppe Pecchio giudicò quel di- 
scorso pieno di logica e di molta critica ! (Ibid., pag. 147). 

(4) ... « Tu vedrai il tuo celebre fratello divenuto maestro di lingua, e 
andare a dar lezioni per le case, come un pedagogo ». Lettera alla sorella 
Rubina ; Londra, 4 ottobre 1823, n. 131 delle Familiari inedite, pag. 184. 
E si avverò quando i creditori gli diedero bando di arresto nel 1824 ; per- 
duta ogni cosa, errava di quartiere in quartiere, dando lezioni d'italiano 
e vendendo i suoi libri a uno a uno. Da una lettera, 12 agosto 1829, pub- 
blicata dal Chiarini, 1. e, pag. 006 e segg. 



MILANO - UGO FOSCOLO (1810-1812) 67 

di sale, se ne afforzava le opinioni religiose, impiccio- 
lendo la memoria dell' Alighieri e tagliandogli Tabito alla 
Elisabetta. 

Ad assisterlo in morte si trovava un cattivo prete 
spagnuolo, intimo di G, Mazzini, il canonico Riego, ft^atello 
del generale di questo nome, famoso rivoluzionario che fu 
giustiziato a Madrid nel novembre del 1823. Ebbe egli, 
Ugo Foscolo, gli ultimi conforti de' morenti cristiani? 
Non ne sappiamo nulla. 

Mori, dice il Tommaseo {pizlon, esteL, pag. 170)... 
d'uggia, di disinganno, di debiti. Severi del pari alla sua 
memoria furono i suoi biografi conte Giuseppe Pecchio, 
il quale, secondo il Gemelli « volle secretamente calun- 
niarlo » (1. e, p. 162), e secondo G. Mazzini fece « ma- 
nifesta irriverenza alFamico » (voi. IV, p. 47); e Luigi 
Garrer che, a giudizio del primo « scrisse sotto le tor- 
ture deiraustriaca censura » (1. e), ed era, per il Maz- 
zini « tenero della fama di Foscolo e giudice abbastanza 
savio deìVuomo e del letterato, ma incapace... d'inten- 
dere il cittadino » (l. e). Il Gemelli, ultimo de' suoi bio- 
grafi, nel lungo giudizio che ne porta non fa se non 
esagerare il detto da Foscolo di sé stesso: di vlzii ricco 
e di vlrtà (1. e, pag. 156 e segg.). Se per virtù s'intendesse 
una certa manifestazione di sentimenti e di forza d'a- 
nimo, ingeniti da natura e dall'educazione umana colti- 
vati, come praticarono nel mondo pagano un Alcibiade 
e un Giulio Cesare, non negheremmo virtù a Ugo Foscolo ; 



68 DELLA VITA DI SILVIO PELLICO 

ma se airesercizio vero di quelle e se alla loro stessa 
esistenza si ricerca lo spirito cristiano, non ne sapremmo 
riconosc3re quasi nulla (1). 

Ora non possiamo astenerci dal riferire il giudicio 
flnale di Silvio Pellico intorno a Ugo Foscolo ; lo abbiamo 
in una lettera all'Orlandini del 15 sett. 1853, nella quale 
il Pellico, pochi mesi prima della sua morte, fa una vera 
palingenesi della sua esaltazione per Ugo Foscolo, ed 
esige le cautele, che abbiamo visto, per la pubblicazione 
di quelle sue lettere: 

Mio caro signor Orlandini gentilissimo, 

Mentre la ringrazio della prova ch'ella mi porge di 
benevolenza e di delicatezza con quanto mi scrive in 
data del giorno 8 corrente, le rendo pur gi*azie dell'a- 
venni trasmesso copia esatta di quelle lettere mie a 
Ugo Foscolo. Eccole il mio schietto parere su queste. 
Le trovo di poco interesse, e quindi non degne di stampa. 



(1) Crediamo esagerata la relazione del Torresani {Conciliatore e Cav- 
bonarif pag. 207), dov'è detto che queìV energumeno « non militò mai in 
guerra » ; essendo provato che si trovò all'assedio di Genova con Masseua, 
e combatté alla battaglia di Marengo. Glovita Soalvini « che fu sempre 
parziale di Foscolo », lo descrive come un mostro novissimo (Ibid., p. 209). 
Gervinus lo dice « cinico di sua natura, disprezzatore di leggi sociali... che 
passò sua vita tra i libri, il gioco e le donne ». Storia del secolo decimo- 
nonOy versione dal tedesco, Parigi, 1864, voi. II, pag. 175. Secondo questo 
autore, Carlo Alberto avrebbe scritto a Ugo Foscolo invitandolo a venire 
in Piemonte (voi. Vili, pag. 276). Gf. Manno, Informazioni, pag. 33. 



MILANO - UaO FOSCOLO (1810-1812) OQ 



Piacemi la calda amicizia che esprimevano per Tinfelice 
Foscolo; ma io portava, in quel bollore giovanile, tutti i 
miei S3ntimenti ad un eccesso stolto. Onoro ed amo 
sempre la memoria di quell'alto ingegno, ma ora vedo 
ch'io era un discepolo fanatico sino all'idolatria. In gio- 
vinezza, io era vissuto più coi libri e coi sogni della 
fantasia, che fra gli uomini: l'esagerazione di certi miei 
giudizii mi pareva gran senno: oggidì non può farmi più 
che pietà. Non contento di onorare Foscolo io aveva 
d'uopo di magnificarlo oltre misura, e d'immaginarmi 
ch'egli fosse l'uomo più grande dei tempi. Simili opi- 
nioni esagerate sono ognora cosi storte, che chi le ha 
avute e le riesamina in anni di maggior esperienza, ne 
arrossisce. Rettissime erano le mie intenzioni, ma niun 
giovine era più di me dominato da cieca energia di 
cuore, e da immaginazione. Qual pregio possono mai 
dunque avere quelle lettere mie, tutte impeto e smania 
e lagnanze eccessive? Pertanto, mio stimatissimo e caro 
signor Orlandini, io confesso che il meglio mi sembra 
che non si stampino punto. 

(Epistolario di Silvio Pellico, 2* edizione, Torino, Ti- 
pografia di S. Francesco di Sales, 1873, pag. 353). 



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CAPITOLO V. 



JUVENILIA (Ì809-I8I3) 



Io mi volgeva a Dio, ma come Piero 
interrogato, ahi! rinnegava il vero. 
{Opere, voi. Ili, Chiese, pag. 2S2}. 



« Anche Luigi era a casa (in Milano), scrive la Giu- 
seppina, segretario del grande Scudiere. Più non vi man- 
cava adunque che Giuseppina, ed in ottobre del medesimo 
anno (1809) maman venne a propormi s'io voleva andare 
con loro. Era naturale ch'io accettassi con gioia... 

« Per andare da Torino in Milano, ci volevano allora 
tre giorni, i quali, soffrendo io la vettura, mi parvero 
eterni... 

« Maman mi faceva recitare ogni giorno una preghiera 
a San Giuseppe, per ottenere di conoscere mia vocazione. 
Con ciò io ero più che tranquilla e felicissima di essere 
cogli amati parenti finché Iddio mi vi avrebbe lasciata. 
Maman era contenta di me; ma ahimè! io non lo meri- 



JUVENILIA (1809-1813) 71 



tava. Era uno de' miei doveri lo spolverare ogni mattina 
tutti i mobili di casa; con quell'opportunità io non 
mancava di dare un'occhiata ai libri dei fratelli. Io 
aveva capito che certi autori erano proibiti, e da questi 
seppi, grazie a Dio, astenermi: ma per leggere i romanzi 
ch'io credeva non proibiti, e le opere teatrali, io non 
risparmiava industrie. Nessuno si accorse di questa 
mia passione. 

« Avendo cessato il governo francese, nel mese di 
maggio 1814, la famiglia si restituì a Torino, meno Luigi 
e Silvio. Il primo fu nominato non molto dopo segretario 
del Governo a Genova, e Silvio per sua sventura non 
abbandonò Milano. Papà fu impiegato nel Ministero delle 
Finanze a Torino. Francesco studiava, e non mi sov- 
vengo se nel 1816 prese l'abito chericale. 

« Nel 1817 Silvio ci scrisse che se papà e maman 
lo approvavano e s'io lo desiderava, egli poteva collo- 
carmi in una famiglia di signori dabbene in qualità di edu- 
catrice di due fanciulle. Mi si diede tempo a rifletterci, ma 
rifiutai di presente. Per grazia speciale di Dio, per 
le preghiere sicuramente della piissima mia madre, il Si- 
gnore mi fece una grazia ch'io non meritava. La lettura 
dei romanzi anziché corrompermi lo spirito come ac- 
cade a molti, mi rese avvertita; altro non vidi che i pe- 
ricoli che s'incontrano nel mondo, e scorgeva che, se 
per sorte io avessi poi incontrato un soggetto simpatico, 
il mio cuore si sarebbe lasciato vincolare facilmente. 



i 



72 DELLA VITA DI SILVIO PELLICO 



Lo stato deirumile Rosina che ha il cuore puro e che 
gode perciò una pace, una contentezza impagabile, era 
ai miei occhi sempre preferibile allo stato di chi appa- 
rentemente pai-e felice, ma è esposto. Io mi sentivo tutta 
la buona volontà di essere saggia, ma io temevo molto 
di me » (1). 

Questo piccolo cenno alla memoria della sorella 
di Silvio Pellico, ci verrà perdonato. Il suo manoscritto 
oramai ci darà poca luce per tutti gli anni ch'egli passò 
in Milano. Avendo essa scritto la biografia di sé stessa, 
parla di sé, della sua entrata nell'Istituto delle Rosine di To- 
rino, e della vita che colà menava. Ma a nan*arci questa 
parte ch'é meno conosciuta della sua vita, sottentrano le 
lettere che dal 1813 al 1821 scrisse alla sua famiglia, e 
soprattutto al fratello Luigi. 

Luigi non aveva ricevuto l'educazione di Silvio (2) , e 
troppo per tempo si era visto lanciato in mezzo a un mondo 
libertino e dissipatissimo, lontano dalla madre e dalla 



(1) AUtoòiogr.^ quaderno I, pagg. 14-15. 

(S) In una lettera, scritta in momento in cui Luigi soffriva delle solite 
paturne, egli ebbe a lamentarsi di ciò colla stessa madre. Ma fattone 
accorto le scriveva poi una lunga lettera di scusa, dalla quale stralciamo 
quanto segue: « Cependant, ma tendre mère, ne sera-t-il pas permis de 
observer, qu*une partie de mes fautes peut-étre attribuée aux circon- 
stances qui ont inlluées {sic) sur ma jeunesse, plutòt qu'à mon caractére? 
Je n'ai pas voulu dire autre chose. Il n'y a pas trop d'audace de ma part 
à supposer, que si, au lieu de laisser mes études à onze ou douze ans, je 
les avais continuées jusqu'à vingt, je serais quelque chose de mieux que 
Je ne suis... ». Da una lettera inedita, senza data. 



.TUVENILIA (1809-1813) 73 

patria. A Posen, dov'era impiegato, non trovò né pace, né 
libertà, né quasi maniera di vivere. Tornato a Milano in 
famiglia si lasciò tirare a cattive abitudini da com- 
pagnie di giovani scapestrati, e alla caduta del regno Italico 
avendo perduto T impiego, contrasse forti debiti, ed ebbe 
compromesso il suo onore e quello della famiglia. Fu 
costretto a fuggire da Milano, e dopo errato qualche 
tempo, avendo potuto ottenere uii impiego a Genova, visse 
in questa città onoratissimamente e con fama di bell'in- 
gegno. Goirincarcerazione di Silvio perdette l'impiego e si 
ridusse a Torino colla famiglia. 

Silvio Pellico fu il suo angelo preservatore. Fino 
da Lione inviava conforto e consigli, e in una sua lettera 
a Stanislao Marchisio si adoperava per impedire al fratello 
la lettura delle Ultime lettere di Jacopo Ortis. « L'infelice! 
scrivea Silvio, l'aspetto solo degFinfelici suoi pari sembra 
commoverlo, e lusingarlo. Io adempio la sua domanda... 
ma starò molto esitando pria di mandargliele... il sol- 
lievo di quelle lettere è straziante, crudele, e periglioso al 
sommo per un'anima accasciata cosi dalla disavventura, 
ed aperta alle streme disposizioni. Io temo gli eccessi del 
suo dolore, né l'Ortis potrebbe che duplicai*e le sue perio- 
diche smanie, e forse, ahi! trascinarlo a rovina » (1). 

Come Silvio lo sostenesse poi colle industrie di 



(1) Lione, 7 maggio 1807, riferita da Nlo. Bianchi, Curiosità e ricerche, 
voi. I., pag. 182. 



i 



74 DELLA VITA DI SILVIO PELLICO 



un amore Iraterno e squisitamente amichevole, vedremo 
nelle moltissime lettere che gli scriveva ne' tempi massi- 
mamente di maggiore sconforto. 



Come prima Pellico fu giunto a Milano, suo speciale 
pensiero fu di conoscere da vicino que' grandi, la cui fama 
letteraria e soprattutto poetica avea destato e svolto in 
lui quel vago desiderio di nobile ambizione, di cui è 
conscio a sé stesso il vero merito degFingegni anche 
incipienti. « A Ugo Foscolo, scrivea egli subito all'a- 
mico Marchisio, sono stato presentato da Luigi. Ho fatto 
il di dopo la conoscenza di Vincenzo Monti: questi ha 
una cera veramente oraziana. Nell'aspetto d'entrambi 
si legge renonne disparità degli animi loro » (1). 

Sono note le relazioni di amicizia che legavano im- 
prima que' due poeti e poi le ire reciproche con cui 
si bezzicarono spietatamente. Mentre questa rivalità in- 
fieriva tra i due e s'inaspriva con frizzi ed epigrammi 
pungenti e triviali, Silvio Pellico s'intrametteva come 
paciere, amico d'entrambi; e con quell'aperta fronte 
che gli attirava facilmente simpatia, e colla piacevolezza 
del suo tratto e il maturo giudizio del suo spirito, più 
di una volta gli riuscì di attutirne i risentimenti o al- 
meno d'impedir che si lacerassero a detrimento della 



(1) Lettera del 21 ottobre 1809. Nlo. Bianchi, 1. e, pag. 184. 



.TUVENILIA (1809-1813) 75 



loro fama. Serbando sempre la sua indipendenza, di cui 
era sommamente geloso, e senza mai disistimare il va- 
lore letterario del Monti, pure la sua propensione lo in- 
clinava di preferenza verso Ugo Foscolo, col quale si 
legò di quell'amicizia che abbiamo visto. Non ci indu- 
giamo più che tanto sui ragguagli di questa relazione; 
sono descritti in largo da Cesare Gantii nella Cronistoria, 
voi. I, e nella Storia di Milano del Gusani, voi. VII. 
Come poi i futuri avvenimenti lo dilungassero assai da 
Vincenzo Monti, per la conosciuta volubilità delle opi- 
nioni politiche di quel cantore universale, avremo largo 
campo a scorgerlo nelle lettere di Silvio al fratello Luigi. 
Silvio Pellico si sentiva nato per quel genere di 
poesia, nel quale la forza dell'affetto domina e trionfa. 
La sua anima era piena e traboccava di sentimento, ed 
egli provava come una necessità di espanderlo: la tra- 
gedia era la sua via. Tutto ve lo portava: l'amor di 
patria, quasi furente in quegli suoi anni giovanili, che gli 
sfavillava nelle intime latebre del cuore, commossoli agi- 
tatamente dalla lettura del tragico Astigiano; i ricordi 
classici di cui bollivano le poesie ed i discorsi Foscoliani; 
lo spettacolo supremamente tragico degli sconvolgimenti 
mossi da quel Grande, che fiammeggiò e disparve colla 
rapidità e gli elletti della folgore... lo attiravano forte a 
quella commovente poesia. E con tutta verità si può dire 
che per lo spazio di dodici anni, quanti glie ne scorsero 
nella sua dimora in Milano, Silvio Pellico ordiva sempre 



i 



'6 DELLA VITA DI SILVIO PELLICO 



e tramava soggetti tragici ; qualora la lunga prigionia non 
glie ne avesse troncato le fila, e in parte scematogli la 
vigorìa delie forze, la tragedia italiana conterebbe più 
capi nella sua letteratura. Quali si l'ossero oltre i cono- 
sciuti, vedremo nalle le!;tere familiari, che si aggirano 
in gran parta sopra questo tema prediletto. 

Frattanto Silvio Pellico, che dovea sembrar tagliato 
a forme di tragica coi'poratura, cosi scrivea di sé a Mar- 
chisio, il quale dopo acquistatosi mercanteggiando un buon 
capitale di fortuna, datosi ora al riposo letterario, vestiva 
anch'egli il coturno: 

« Non so s'io Le abbia detto che mercè la mia gi- 
gantesca statura sono riprovato interamente da Marte. 
Ho passato Tesame di lingua francese, ed ottenuto in se- 
guito la lettera del Ministro, che mi nomina professore 
di essa lingua nel Collegio deirOrfanotrofio. Questa mia 
umile cattedra mi punge di vergogna, e mi richiama quali 
siano quelle cui si possono assumere con orgoglio » (1). 

Ma colla caduta del regno Italico, il povero Silvio 
perdette anche Yumlls cattedra, e si vide costretto per 
vivere, a dar lezioni di lingue a varii forestieri. Poi at- 
tese inoltre ad educare nelle lettere i fanciulli di casa 
Eriche, vivendo egli stesso in questa famiglia. E già varie 
circostanze di famiglia lo aveano messo in intimità con 
quelle pedone, quando la fama delle sue prime produ- 



(1) Lettera del 22 novembre, 1809. Nlo. Bianohi, 1. e, pag. 185. 



JUVENILIA (1809-1813) 77 



zìonl letterarie e delle sue relazioni co' letterati di grido 
gli ebbe dato nome di letterato di qualche valore, mentre 
Tonestissimo tenore della vita gli accattava stima di 
educatore sicuro. 

Ma oramai lascieremo a Silvio Pellico J'incaiùco di 
descriverci egli stesso e le persone, e le cose, e le occu- 
pazioni, le speranze e gli sconforti, i grandi consigli e 
le funeste conseguenze, delle quali cose tutte fu tanto 
agitata la sua vita nel decorso di quegli anni che passò 
in Milano. Tralasciamo quindi altri ragguagli intorno alle 
sue relazioni con altre famiglie deiraristocrazia mila- 
nese e co' vari personaggi che allora fiorivano in Mi- 
lano. Li vedremo accennati e tratteggiati da lui mede- 
simo nelle molte lettere inedite di questo tempo, di cui 
cominciamo la pubblicazione. 

Una buona parte di esse non portano data, in al- 
cune mancando Tanno e in altre il giorno o il mese: 
quella che sta tra parentesi, tanto del mese come del- 
l'anno, è solamente nostra ipotesi. Di molte abbiamo tra- 
lasciato qualche linea inutile, e ciò indichiamo con pun- 
tini. A tutte abbiamo premesso il titolo, che ne accenna 
il contenuto. Silvio Pellico distrusse molte delle sue let- 
tere scritte appunto in questo periodo di tempo; non ne 
abbiamo trovato nessuna che faccia cenno della morte 
del conte Prina; delle sue relazioni carhonarie una sola 
letterhia ci dà qualche contezza abbastanza chiara, e questa 
gli dev'essere sfuggita. Diverse espressioni e spesso in- 



i 



78 DELLA VITA DI SILVIO PELLICO 



tere proposizioni, che gli sembrarono alquanto ardite in 
fatto di religion3 sono cancellate addirittura, e n3 ab- 
biamo rispettato l'intenzione religiosamente. 

Le dividiamo in tre periodi; il primo va dal 1813 
al 1818, anno in cui il giovanetto Edoardo Eriche, da 
lui educato con affetto di padre, si troncava la vita cosi 
tragicamente; il secondo comprende lo spazio che passò 
da queiranno sino al suo imprigionamento ; il terzo giunge 
sino al fine della sua vita. 




-^I^-^l^-^I^-^lf^-^ll^-^lp--»^ 



CAPITOLO VI. 



LETTERE FAMILIARI DI SILVIO PELLICO 

(1813-1821) 



I. 

Da Forlì, 10 Aprile 1813. 

(Al Padre in Milano). 

Letterina In dialetto, esprimente l'affetto in così lepida 
e allegra maniera, che sembra imo specchio del- 
l'anima di Silvio Pellico in quel tempo. 

Car et me paparin, 

Sont a Forlì da mercordi sira ai vot òr, pensand 
semper a lu, a la mamina, ai fradei e ai sorelle, a clii 
veni tut el me ben. Di coss neuC da digh ghe ne minga: 
stem tucc (1) a maraveja, lavorem, mangem, bevem e 
vedem di pais... 



(1) Era in viaggio insieme co' suoi scolari Edoai'do e Enrico Briche. 



80 DELLA VITA DI SILVIO PELLICO 



Insoma quand tornerò u a Miran gh'avrou gùst perchè 

el me par pu se d'un secol che non vedi el me paparin 

e tuccia la fameja, specialmeent la mamma, e special- 

meent quei tosan e quel tos che m'han pagaa la foesta 

prima del tempo, e specialmeeeeent el sur Segretari (1), e 

specialmeeeeeeent tucci, l'è mei. — Preghi la mamina de 

salutar tant... Vaia been? Stia ben: nèee? Gh'el me veuja 

ben: nèee? Sont el so fieu 

el Silvi Pellec. 



n. 
Ancona, 20 Aprile 1813. 
(Al Signor Leandro Pellico). 
Leandro^ o Francesco, era suo scolare-fratello. In questa 
gli dice parole affettuose, e gli dà consigli e dire- 
zione per lo studio. 

Mio caro e buon amico, 

Avrei rimorso se non rispondessi alla gentile premura 
che tu hai avuto di scrivenni, perchè so che le dimo- 
strazioni d'amore devono essere contraccambiate per me- 
ritarle. E io che voglio essere amato da te, ora e per 
tutti gli anni che avrò vita, non devo trascurare le occa- 
sioni di dirti che mi sei caro. E me lo sei molto, moltis- 
simo, come fratello e come ragazzo buono e studioso. 



(1) Il fratello Luigi, segretario, come dice la Giuseppina, del grande 
scudiere. 



LETTERE FAMILIARI DI SILVIO PELLICO (1813-1821) 81 

Guarda bene, Leandro mio, che qualche verso diffi- 
cile di Virgilio non ti persuada a coltivarlo m3no arden- 
temente di prima. Tu sai che questa è una delle tradu- 
zioni che m'importa più che tu mi faccia. Ogni qualvolta 
durerai fatica ad intenderlo, ricorri piuttosto alle versioni 
del Caro o deirAlfleri, ma non piantarlo lì. 

Cosi ringlese non devi trascurarlo per qualche diffi- 
coltà. I dizionarj t'ajuteranno, quando anche tu dovessi 
di tratto in tratto lasciare qualche frase in bianco. 

Ma ti conosco, e so che tu sei sollecito ai tuoi doveri, 
senza ch'io ti faccia tante raccomandazioni. Di' a papà che 
ti mandi in una lettera (sic) qui in Ancona, che vedrai 
una b3lla città. Vi si giunge per la via Flaminia, che 
partendo da Rimini diventa montuosa, e termina qui con 
una gran discesa. Ancona è fabbricata intorno al mare, 
sul pendìo della montagna. Che bella vista per te, che 
sei pittore! se questa mattina tu fossi venuto con me 
in una barca sin fuori del porto, ad ammirare la situa- 
zione di questa città e delle sue spiaggiel II mare era 
tranquillo e il sole indorava i suoi flutti. Io m'era prima 
recato a San Ciriaco, ch'è il Duomo, posto sopra un'al- 
tura; e da questa vidi il sole sorgere dalle acque; spet- 
tacolo magnifico e degno del tuo pennello o di qualche 
altro simile. Ho proprio pensato a te e air impres- 
sione che riceverebbe la tua giovane fantasia. Ma i pia- 
ceri della fantasia non equivalgono a quelli del cuore, 
e il mio cuore non potrà provare maggior piacere che 

RiNiERi — Pellico 7 



82 



DELLA VITA DI SILVIO PELLICO 



rivedendoti. Dopo domani partiamo per Macerata, e poi 
a Fermo, e quindi in Ascoli, e finalmente ci rivolgeremo 
verso Milano. 

Abbracciami forte Torte e voglimi bene. 

Il tuo Silvio. 



in. 



Aprile 181i, 



(Al fratello Leandro). 



cV tepori prlm aver ili sciogliendo itnsalato, quando mala- 
Uccio isi riaveva nella bella stagione^ Sllclo rivolge il 
XJensiero al fratello Leandro^ e gli dà consigli di bene 
adoprar il tempo. Come egli sia occupato a dar le- 
zioni Esorta fortemente Leandì^o a non trasandare 
V inglese. Sue sollecitudini per Luigi e la cattiva 
fortuna che da un anno ha gravato sulla famiglia. 



Mon cher Léandre, 

Ritorna la beUa 
Stapfioiie di Flora. 
Più gaia l'aurora 
Sorride nel ciel. 
Nell'aura ella sparp^e 
Un nembo di rose, 
Si veston le cose 
D'aspeUo novel. 



Ognora il mio canto 
Avrà Primavera, 
Immagin isincera 
D'età giovanil. 
Ma quella ritorna 
Ogn'anno fiorita, 
E ahimé ! della vita 
Non torna l'aprii. 



Ce matin, mon enfant, j'ai pensé à toi bien des heures, 
car je ne pouvais pas dormir, et Taurore ne parait qu'à 
six heures. G'est en sommeillant et en pensant aux années 



LETTERE FAMILIARI DI SILVIO PELLICO (1813-1821) 83 



■ ■ *■ ■ 



d3 ma jeunesse que j'ai fait ces vers. Si mon cher Léandre, 
dlsais-je, savait comment le temps s'écoule vite, il con> 
prendrait combien il est essentiel à son àge de s'orner 
l'esprit et le coeur. Oui, tu le comprends, petit ami, car 
papa me dit que tu étudies avec honneur et avec passion. 
Gela fait un grand plaisir à ton frère Sylve qui t'aime du 
fond de son coeur. J'ai presque peur que tu ne sois fàchó 
de C3 que je suis reste long-temps sans t'écrire. Pardonne- 
moi. J'ai passe un trista hiver: il me fallait les journées 
charmantes de pur soleil pour me rendre ma vigueur. 

Je ne voulais pas vous dire que j'avais étè malade, 
mais je l'ai fait pour rendre compte du temps que j'ai 
paru perdre... 

Avant-liier j 'aliai chez M.^* le Gh. Bonamici qui me 
regut avec la plus grande cordialité, et me promit de 
remettre la pótition que je lui donnai pour le Feld Ma- 
réchal. G'est un de ces hommes qui inspirent de la con- 
fiance et de Testime au premier abord. 

Mes promenades de tous les jours aboutissent chez 
M.*^ Bourgeon, oii je donne ma legon; cala est depuis onze 
heures jusqu'à midi. De là je m'en vais, tout doucement, 
chez Teccellente madame Boinod, où je donne aussi ma 
legon à son petit. Je n'ai pas encore été payé par cette 
dernière, et je ne sais pas ce qu'elle me donnera; mais 
quand méme elle me donnerait peu, je soignerai toujours 
avec plaisir le flls d'un homme qui nous a été utile, puis- 
qu il a protégé papa et Louis. Gè qui m'a console dans 



84 DELLA VITA DI SILVIO PELLICO 

ma maladie c'est qu'eJle n'a pas été la cause que j'ai 
perdu des heures de mes anglais; car ils étaient déjà 
pai*tis, excepté un qui avait déjà cesse d'apprendre Titalien.., 
je suis toujoui's au Ut lo soir à hult heures et demie cu 
neuf heures, une lampe à còte de mei, des livres sur mon 
chevet, et la tète presque toujours à Turin, auprès de ce 
ben pére et de cette benne mère que tu vois tous les 
joure, et qui parlent souvent avec toi de leurs deux enfants 
éloignés. 

J'attends des lettres de Louis. Quand je serai tran- 
quille sur son destin, mon coeur sera fort soulagé, 11 
espérait un emploit à Génes; Dieu le vernile! 

Je te laisse, mon ami... Sois sage et bon, et prends 
garde de t'affectionner à des camarades méchants, et vul- 
gaires; dis-mois aussi une chose, mais sérieusement . 
Travailles-tu toujours à Tanglais? Ne te négliges-tu jamais? 
Quels livres traduis-tu? 11 m'est à coeur que tu ne Toublies 
pas. Ce serait dommage. 

Adieu. Un baiser à papa, etc... Que je voudrais vous 
savoir tous heureux, mes chers! et cependant vous ne 
rètes pas. Le malheur nous a bien pesés (sic) depuis 
un an! Jò le sens, mais j'espère que l'avenir peu à peu 
s'éclaircira, et nous fera voir des jours serems. Adieu 
tous. Aimez votre fils, votre frère, votre Sylve. Adieu, 
Léandre (1). 



(1) Lnndirizzo di questa: « Onorato Pellico, segi'etario neU'Uflìcio della 
R. Finanza, Torino ». 



LETTERE FAMILIARI DI SILVIO PELLICO (1813-1821) 85 



IV. 

(Maggio-giugno?) 1814. 

(Silvio a Leandro). 

Fa (lue pagine dì correzioni sopra una traduzione in 
inglei^e da Virgilio, minuziose, attente, amorevo- 
lissime, poi gli soggiunge questo P, S. che volgiamo 
dal francese. 

« Ti proibisco di leggere quanto ti ho scritto, salvo 
se con animo riposato, al tavolino, con in mano la tua tra- 
duzione di Virgilio, la grammatica inglese da una parte e 
il dizionario dall'altra. Hai voluto da me un severo esame; 
vedi che te Tho fatto ragguagliatamente. Quando, amico 
mio, si tratta d'imparare, è necessario avere pazienza; 
quindi non ti avere a male, se io ti condanno a ripassar 
la mia lettera con tutte le nonne di una lezione. Anche 
•4 per una sola frase al giorno leggi spesso la grammatica 
qualche libro inglese. Ad apprendere una lingua per 
bene non ci sono che due mezzi, andar ne' paesi dove 
si parla, esercitarsi senza requie a leggerla e scriverla ». 
Dopo questa lezione per iscritto, gli dà esempio di lingua 
inglese, scrivendogli tutta una pagnia in quella lingua (1) : 



(i) How many times I steal rayself to the crowd to wander in a lovely 
grove with two dear little childreti ; and there in seeinj? them to run 
upon the gras», I rave to onr infancy, to our famely, to the adversilies 
that we have endured, and to the helpful liand wich has ever saved us 
from the precipices, where we where near to fall ! Those thoughts comr 
without ceasing lo my niind, and have an inexpressible swoetness: the 



86 DELLA VITA DI SILVIO PELLICO 



« Quante volte, gli dice, mi allontano dalla moltitudine 
e corro alla campagna co' miei due cari ragazzi; e quivi, 
mentr'essi si divertono sull'erba, io penso al tempo della 
nostra infanzia, alla nostra famiglia, ai rovesci che abbiamo 
sofferto, e alla mano benefica che ci ha salvati da' pre- 
cipizii dov'eravamo per cadere ! Questi pensieri mi si pre- 
sentano sempre alla mente, e mi procurano un'infinita 
dolcezza; i pregiudizii della ragione si dileguano, ed io 

veggo no, non veggo, ma sento nella mia coscienza 

l'esistenza di un Dio benefico, di cui la nostra debole in- 
telligenza non si può formare un'idea... ». 

Parla quindi della miseria del povero che lavora la 
terra, e finisce: « Il fatto è che la miseria è grande 
Perchè sono io felice in mezzo a tanta gente infelice? 
Non è forse Dio il Padre di tutti i mortali? Per qual de- 
creto ha egli condannato a soffrire gli uni più che gli 
altri? Tu che sei teologo, spiegami questo mistero, che 
spesso mi travaglia la mente ». 



phantasms of reason go away, and I see... no, I don' t see, but I feel in 
my consciousness the existence of a beneficiai God, of whom our weak 
inteilect cannot malve to itself an idea... 

The fact is that misery is j?reat. Why am I happy amidst so many 
unhappy men ? Is not God the fatlier of ali the mortals ? By what decree 
has he condemnod the ones to sufler more thdn the others? You who 
are theologian explain to me thys mystery wich afflici ollen my mind 

Yours Silvius. 



LETTERE FAMILIARI DI SILVIO PELLICO (1813-1821) 87 



V. 

miano, 20 Giugno 1814. 

(A Francesco). 

SI congratula con Francesco^ e intanto gli dà aurei con- 
sìgli per lo stile epistolare. Descrive la inquietudine 
in cui stanno i parenti per i dissesti unicersali ca- 
gionati dalla guerra. Quindi passa a considerazioni 
circa, lo studio delle lingue. 

Caro amico e fratello, 

Ti devo una risposta alla tua lettera del dì 8, che mi 
fece molto piacere, perchè è tua, e perchè è scritta come 
vanno scritte le lettere, cioè semplicemente col linguaggio 
del cuore. Scrivimene qualchevolta delle simili, e metti 
sempre giù il tuo pensiero nudo, senza artifizio, senza 
affettazione, che allora mi par proprio di vederti con 
quella tua huona faccia ingenua, ch'io amo tanto. 

L'ultima lettera di papà, che approva ch'io rimanga 
ora a Milano, ha colmato di gioia la casa Eriche ed attri- 
stato me, per l'idea di restare lontano da voi. Ma seguiamo 
il nostro destino, e speriamo che finirà per esserci favo-' 
revole. Sento, come s'io fossi presente, tutti i fastidj che 
devono avere i nostri genitori nell'attuale stato di cose 
a Torino, e nella perplessità in cui li tiene il commercio 
ancora languente ed indeciso. Un esercito straniero (1) 



(1) L'esercito austriaco ch'era ancora a Torino. 



88 DELLA VITA DI SILVIO PELLICO 



che divora le sostanze è una grande calamità, e la Lom- 
bardia è in questa medesima condizione. Le imposte non 
diminuiscono, chi ha danaro non lo può far valere e tutti 
si lamentano. GFimpiegati che passeggiano oziosi e mesti 
sono molti; si aspetta hi breve Tabolizione dei Ministeri, 
e allora non più i soli ibrestieri, ma centinaja di Milanesi 
si troveranno disoccupati. Il pubblico non è contento, e 
piange come sicuro il deperimento di questa città. Fino 
alla conclusione del Congresso di Vienna sembra per altro 
che Milano continuerà ad essere governata provisional- 
mente. Allora continuerebbero per questi due o tre mesi 
i Ministeri. Questo è il parere di madama Mosso che sono 
andato a visitare e che sta sempre lo stesso. Ella giorni 
fa ha ricevuto una lettera di Paolucci a suo marito, nella 
quale dice che viste le infelici circostanze in cui si trova 
il signor Mosso, e il bisogno che si ha di lui all'uffizio, 
la Reggenza gli conferma provvisoriamente l'impiego... 

Caro fratello, io spero qualche cosa da M. Eriche. 
Egli e tutti in casa sua mi vogliono veramente bene. Egli 
conosce tanta gente, che mi potrà sicuramente essere 
giovevole. Quanto gli sarei riconoscente, se un giorno, in 
grazia sua, io mi trovassi nel caso di sostenere la famiglia ! 
Dirai intanto a papà e maman, ch'io, fuorché pel neces- 
sario non ispendo nulla, che cerco se potessi avere lezioni 
e che intanto studio. E tu pure, mio caro amico, studia e 
segui i buoni consigli del sig. Perona. Che se andrai alle 
Scuole pubbliche coil'intento di volgerti alla cliirurgia, non 



LETTERE FAMILIARI DI SILVIO PELLICO (1813-1821) 89 

tralasciare però gli studi che avevamo intrapreso insieme. 
Tienti in esercizio nelle cose che già sai, come l'italiano 
ed il francese, facendo delle piccole, anche piccolissime 
traduzioni, ma ogni giorno. E in quelle che ancora non 
sai, come l'inglese ed il tedesco, continua con vigore ; fa 
delle buone e lunghette traduzioni, e leggi e studia frasi 
e vocaboli. Ma principalmente l'inglese in cui sei più avan- 
zato. Anzi il tedesco lo puoi tralasciare per ora, se ti 
manca il tempo. Troppe cose in una volta non s'impa- 
rano bene. Quando sarai più grande riprenderai il tedesco, 
Gradirò molto, se quando mi scriverai, lo farai in inglese. 
Saluta ed abbraccia per parte mia... Addio, vivi lieto e 
costante nella tua amicizia per Silvio. 



VI. 

Milan, 29 Julv 1814. 

(A Leandro). 

SìilV amicizia di Edoardo con Leandro; bellezza del- 
V amicizia. Aurei consigli che dà a suo fratello in- 
torno alle amicizie vili e basse; divisa che gli de- 
scrive e impone: « Rispetta te stesso ! » (1). 



(i) Sebbene non sia guari di dimoile intelligenza l'inglese in cui scri- 
veva Silvio Pellico, pure reputiamo utile di voltarlo in volgare : 

« Edoardo ti ringrazia, il mio piccolo Leandro, della tua lettera, e mi 
incarica di dirti che la sua amicizia per te non la cede a quella che tu 
hai per lui. Conservate, miei cari fanciulli, questa mutua amicizia, e 
lasciate che la sua damma mantenga puri i vostri cuori e li accenda 
vicmmaggiormente alla virtù. Dopo le affezioni di famiglia, le quali sono 



90 DELLA VITA DI SILVIO PELLICO 



My dear brother, 

Edward thank you, my little Leander, of your letter, 
and Charles me to say io you, that the friendship he has 
towards you is no less than yours. Conserve each other, 
lovely boys, thats friendship, and let her (sic) flame keep 
pure your heai't, and raiseit more and more to virtue. After 
the affections of family, wich are the holiest, come that 
of friendship. This affection introduce itself early in the 
children, who have a sensible soul. It gives a new life to 
the mind, to the imagination, and to the heart... 



tulte cosa santa, vengono quelle deiramicizia. Quest'aflfezione s'insinua di 
buon'ora ne' fanciulli che hanno un'anima sensibile ; e arreca una vita 
novella alla mente, all'immaginazione ed al cuore... 

4< Ma appunto per essere l'amicizia un'affezione quasi divina, bisogna 
badare di non profanarla e di non concederla a chicchessia. S'ha da 
compassionare tutta la gente ; ma se tra voi compagni, mio caro fanciullo, 
si trovasse alcuno che sia menzognero, pigraccio, crudele, scostumato, 
tu guardati di essergli amico. Soffrilo, usagli maniere civili, ma trattaci 
poco. Anzi che conversare colla vile plebe, é meglio starsene soli. Sii 
prudente e di poche parole. li tempo che si spende in ciancie, torna più 
conto d'impiegarlo a studiare e a pensare. Tieni a mente questo precetto 
che già ti ho dato altra volta, e che ti darò per tutto il tempo che avrai 
bisogno di precetti : « Rispetta te stesso ». L'uomo che rispetta sé stesso, 
l'uomo che crede di poter riuscir qualche cosa al di sopra del volgo, non 
si lascia sedurre l'anima dall'esempio degli uomini viziosi : egli tiene 
l'occhio dignitosamente rivolto a tutte le azioni che fa, e fa solamente 
cose buone: egli piega la fronte solo dinanzi a Dio, alle leggi, a' parenti- 

« Ti scriverò quasi sempre in inglese ; e tu trascriverai le mie lettere 
nel tuo libretto di note, e mi saprai dire se commetto molti errori. 

« Ti mando un bacio, ecc. 

« TI vostro Silvio di tutti ». 



LETTERE FAMILIARI DI SILVIO PELLICO (1813-1821) 91 

But precisely because friendship is an almost divine 
affection, it must keep from profaning it by granting 
it to whomever. It must pity ali the people. If between 
your fellows, my dear child, you bave any of them 
who be a liar, slothrul, cruel, lewd fellow, be not bis 
friend: pity him, treat him with civility, but treat him 
very little. Rather than to converse with bad people, 
it is better to remain alone. Be prudent, and of few 
words. The time that one spends in boasting, it is 
better to employ it in learning and thinking. And re- 
member of this precept, wich I gave you formerly, 
and wich I will give you always, as far as you shall 
need of precept s : « Respect yourself ». The man who 
respects himself, the man who believes he can become 
any thing more than the vulgar, leaves no.t seduce bis 
soul by the example of the vicious men: he looks with 
dignity upon ali the action he can make, and make but 
the good: he bends bis fore-head but before God, laws, 
and parents. 

ni write you almost ever in english : translate my 
letters in a Stitched-book, and say me li' I make many 
faults. 

I kiss j'ou; etc. 

AH vours Silvius. 



93 DELLA VITA DI SILVIO PELLICO 



VII. 

Milan, 12 Septembre 1814. 

(Alle sorelle Giuseppina e Marietta). 

È ima delle più soavi e care lettere che sieno uscite da 
quell'anima gentile che animava il petto di Silvio 
Pellico. C'è un profumo di amore per i suoi cari, 
così soavemente e direi qicasl mestamente esalato, che 
ti porta necessariamente ad ammirar quella simpa- 
tica figura di Silvio, e a volergli bene, 

J'ai écrit plusleui's fois à Francois, et je ne vous ai 
jamais écrit. Gela n'est pas juste, et ce qui n'est pas juste 
n'est pas bien. Je n'ai pourtant pas cesse de vous aimer 
de tout mon coeur, mes bonnes soeui^s, et j 'espère que vous 
n'en douterez point. Vous m'avez écrit toutes deux de 
fopt jolies choses, dont je vous remercie, et qui m'ont fait 
beaucoup de plaisir. Quand une famille n'est pas heiu'euse, 
quand elle n'est pas réunie, quand des afflictions inouies 
Taccablent, que lui reste-t-il si ce n'est ce tendre atta- 
chement mutuel qu'on se sent plus que jamais au fond 
de l'àme? J'ai eu bien de la peine en abandonnant la 
maison que nous avons habitée ensemble: vous n'y étiez 
plus, mais il me semblait encore vous y voir. Le matin, 
quand je vais chez M.® Bourgeon, je regarde ces balcons, 
et je me rappelle combien de fois je vous y ai vues, et 



LETTERE FAMILIARI DI SILVIO PELLICO (1813-1821) 93 

ce changement me parait un songe, mais un songe bien 
triste. Je suis mieux logé, je suis parfaitement, et néa- 
moins il me manque plus qu'il ne me manquait; c'est la 
présence de mes parents, la vótre et celle de mes frères, 
qui me manque. Je me résigne, mais je pense toujoui's 
a vous, j 'espère dans Tavenir, mais je sens tout ce que 
le présent a de fàcheux. Je voudrais avoir comme vous, 
mes chères petites, cet esprit simple de religion, qui vous 
tient dans Thumilité. Ce n'est pas que je sois très or- 
gueilleux, mais j e voudrais étre plus fortune pour que vous 
le fussiez. Un habit sans éclat, de la soupe et du bouilli 
me sufflraient pour tonte ma vie, mais je voudrais vous voir 
tous tranquilles, jouir d'une médiocrité sùre, et pouvoir 
dire: mon travail contribue au soutien de la famille. Gela 
viendra, ne désespèrons point. C'est toujoui'S un bonheur 
que d'avoir des soeurs sans ambition, et une mère telle que 
la nótre, avec le meilleur des hommes pour pére; ces biens 
valent mieux que les richesses, et je ne vous changerais 
pas pour elles. Je vous recommande à toutes deux de 
vous aimer, et de soulager maman dans tout ce que vous 
pouvez; ne lui donnez point de chagrin, elle en a dèjà assez. 
Faites-moi le plaisir de vous tenir en exercice pour l'écri- 
ture; quand vous ne feriez qu'une ligne par jour, c'est 
toujoui^s bon; beaucoup d'autres ornements peuvent étre 
inutiles à des pauvres filles; mais l'écriture est si facile à 
la savoir, que vous devez absolument la cultiver, et si on 
se neglige, si on écrit rarement, on désapprend, on perd 



94 DELLA VITA DI SILVIO PELLICO 

Tenvie et on a toujours plus de peine quand on s y 
ramet. Groyez-moi; un exercice continuel est néces- 
saire. Ce que je vous dis-là n'esb qu'un avertissement; 
vous n'en avez peut-étre pas besoin, mais cela servirà 
pour vous encourager davantage, Vous direz à papa 
que j'ai regu sa chère lettre du 7 courant avec tous les 
dètails que je lui avais demandés, et qui me donnent 
bien à penser. Pourtant la Providence ne nous a jamais 
abandonnés. 

Au milieu de tout cela, j'ai goùté un vrai plaisir en 
lisant et relisant la lettre de notre cher Francois, que j'ai 
lue et relue ensuite à chacun de la maison Eriche. Tout 
le monde m'a fait des compliments d'avoir un frère sage 
et si bien élevé. Je suis bien reconnaissant aux soins de 
M.^ l'abbé Belli; je prie Francois de le lui témoigner. Qui 
est ce qui a fait le sonnet? il est joli. Pauvre Francois! 
pauvre Léandre! pauvre ami! embrassez-le bien ten- 
drement de ma part. Toi, ma bonne Josephine, embrasse-le 
sur la joue droite, et toi, ma bonne Mariette, sur la 
gauche. Adieu, mes chères soeui's, que j'aime sincérement, 
adieu. Embrassez de mème le cher papa et la chère 
maman. Adieu. 

Sylve. 



LETTERE FAMILIARI DI SILVIO PELLICO (1813-1821) 95 



VIIL 

(A Leandro o Francesco). 

27 Settembre 1814. 

Carissima letterina in cai, colla lode degli esami e del 
^plauso riportato^ gli aggiunge animo a lavorare 
dell'altro. Espressioni tenerissime di Silvio per la sua 
famiglia. 

(Dall'inglese). 

Mio caro fratello, 

Sei un bravo figliuolo, ed io ti ringrazio che tu 
faccia onore al tuo amico Silvio. Ho letto con vero piacere 
i ragguagli che mi hai dati intorno al tuo esame, la tua 
felice riuscita, e i gentili tratti che ti hanno usato. Un' anima 
nobile è sensibile agli applausi che si ricevono pel bene 
fatto. Vedi quello che s'incontra, quando si ama lo studio; 
il neghittoso non otterrà mai nulla. Non è vero, figliuolo 
mio, che si sente una soave gioia nel vedersi applaudito 
da quella gente che uno stima ed ama ? Non è superbia, 
sibbene è cara ventura il vedere che procuriamo la feli- 
cità de' nostri parenti. È proprio vero; se sarai sempre 
bravo, se studierai sempre per bene, potrai far felice il 
tuo buon papà, la cara mamma, che ti amano con tanta 
tenerezza; come pure i tuoi fratelli e sorelle; e potrà ve- 
nire quel giorno in cui, abbracciando il mio Leandro, che 



96 DELLA VITA DI SILVIO PELLICO 

sarà la consolazione della famiglia, io avrò il piacere di 
ricordarmi che sono siato il tuo primo maestro, e potrò 
dire: Fortunati quei giorni ne' quali lavorai alla tua 
formazione; benedetta quella cura che il fratello ha pel 
fratello. Io t'assicuro che nelle mie tribolazioni spesso questo 
pensiero mi riconforta: Io ho parenti intemerati, fratelli 
e sorelle che mi amarono sempre! Addio, il mio caro; ti 
raccomando ringlese, e di continuare a notare i miei 
sbagli. Abbraccia i pallenti, ecc. 



IX. 

3 Dicembre 1814. 

(Al Padre). 

Lo ragguaglkt de' tentatici presso la Reggenza per essere 
risarcito ne' danni sofferti col cambiamento di Go- 
verno. Informa di Luigi che dei lezioni d'italiano a 
inglesi in Firenze, il qicale si dice pentito a' parenti 
della scappata giovanile fatta in Milano, che costò 
dispiaceri fortissimi ai parenti e inoltre un debito 
solo tardi saldato da Silvio. 

Carissimo Padre, 

L'altro ieri venne a domandarmi un portiere della 
Reggenza in nome del protocollista generale. Questo 
brav'uomo mi fece leggere la lettera scritta da lei alla 



LETTERE FAMILIARI DI SILVIO PELLICO (1813- 1821) 97 

Reggenza, dicendomi che s'io voleva darle corso bisognava 
ch'io la Tacessi bollare. L'ho fatta bollare e riportata, e 
fra qualche giórno andrò a sollecitare. 

Mi sono raccomandato a quel protocollista di esporre 
o far esporre i miei bisogni, ma egli già non può niente. 
Nondimeno mi ha detto che farà sentire le istanze ch'io 
ho fatte. Ha pensato benissimo a spedire questa domanda, 
e chissà che non si persuadano a dare, non dico i decimi 
interi, ma qualche a conto. I francesi che sono partiti 
gli hanno pagati par intero, e non so perchè noi egual- 
mente forestieri non dobbiamo essere trattati nello stesso 
modo. 

Luigi m'ha scritto in data del 24 scorso. L'ambascia- 
tore inglese non era ancor giunto a Firenze, e Luigi mi dice 
che se quello tardasse ancora, era tentato di partir per 
Torino; ma a quest'ora il detto ambasciatore dev'essere 
giunto. Una signora inglese, stata mia scolara, prende le- 
zione a Firenze da Luigi, unitamente al marito e alla loro 
figlia. Gol danaro riavuto da Livorno s'è fatto fare una mar- 
Sina, perchè la sua era logorissima. Mi dice di ringraziare 
i cari genitori, e tutte le volte che loro scrivo, pregarli 
di perdonargli. La sua salute è ristabilita perfettamente. 
È vero ch3 il giorno 12, Genova passerà sotto il 
Governo di S. M. S. ? Cosi si assicura, e lo desidero di 
buon cuore. 

E anche molto caro il vivere in Piemonte? A Milano 
è caldissimo, e le pioggie non cessano. 

RiNiERi — Pellico 8 



08 DELLA VITA 1)1 SILVIO PELLICO 

Continuano le doppie pattuglie notturne, ma per sem- 
plice cautela; tutti sono tranquilli, e non si capisce che 
cosa abbia potuto dar dei sospetti. Tutti i forestieri sono 
obbligati a prendere una carta di sicurezza, e domani vi 
andrò con Caleppio. 

I soliti saluti eJ amplessi, principalmente alla cara 
madre. 



X. 

2 Marzo 1815. 

(A Luigi, a (Jenova). 

SI rallef/rcf che Laìyl speri la nonthia di i^eu retarlo (jocer- 
nativo Ut Genova e carezza la fortuna. Descrive 
quindi la sua vita giornaliera. Nobll cuore di Silvio, 
che, capitata una (/rossa disgrazia a nna famiglia 
ridotta al verde, laddove gli amici V hanno abbando- 
nata, egli vi passa tutte le biotti di dicembre, Im- 
XJresta danaro; e pigila una malattia. Sua prima 
aììiiclzla con Lodovico Bretne, cui ha prestato la 
« Francesca y>. 

Caro fratello, 

Dalla tua del 25 ho inteso la speranza che hai d'esser 
nominato S.(egretario) di(T.(overno) e prego... (1) che ciò 



(i) Parola cancellata. 



LETTERE FAMILIARI DI SILVIO PELLICO (1813-1821) 99 

sia. È molto tempo che abbiam bisogno di riposo, e la 
sij^nora Fortuna farebbe una gi^azia segnalata se si ver- 
gognasse di lottare con noi miserabili insetti che viviamo 
quattro giorni, senza occhi, senza mente, e senza corna 
per difenderci. Possibile che neirimmensità deir universo 
non trovi oggetti più degni dell'uomo, d'esercitare la sua 
collera? Ma non parliamone male; potrebbe vendicarsene. 
Ella sarà la più amabile creatura di Dio, se ti darà il posto 
che aspetti, mi lusingo, e tremo e... (1). 

Sono guarito, e dacché veggo il sole, guaritissimo. 
Sul finir di febbraio è venuta una primavera divina. Alle 
quattro mi sveglio, e dal mio letto guardo gli ultimi raggi 
della luna; non accendo più il lume per istudiare, perchè 
ho la mente stanca dalla recente malattia; ma rimango as- 
sorto in mille cari pensieri, e compiango il fratello lontano 
e i parenti e tutta la mesta famiglia dei mortali. Intanto 
vien Talba, e sullo spazio della piazzetta vedo il cielo 
dipingersi tutto di rose, e poi farsi più lucido, e poi sorgere 
il sole e visitarmi nel letto. Allora scrivo qualche verso, 
leggo; ed oggi ti scrivo. Alle 9 mi alzo, vo a salutare 
la signora, che si rimette pure dalla malattia; poi scendo 
in cucina, prendo il mio latte, ed esco a dar lezione in 
casa Bourgeon a Boinod. Esco alle 10, o 10 e mezza, e 
a un'ora ho finito. Torno quindi a casa, dò lezione a 
Odoardo, e poi mi riposo. Alle 5 o alle 6 si pranza. 

(i) Parola cancellata. 



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100 DELLA VITA DI SILVIO PELLICO 

m .....1 I., , ..ii.i ._ 

L'affezione che tutti hanno in questa famiglia per me, 
mi compensa di molti mali; io pure li amo, e lo sanno. 
Dopo pranzo vo' a confortare con una sterile, ma schietta 
amicizia una famiglia infelicissima, ove sovente parlo di 
te. Molti amici Thanno abbandonata dacché il soffio della 
sventura l'ha attinta (sic); io me le sono presentato il giorno 
stesso della disperazione; ho custodito tutte le notti di 
dicembre la loro casa, finche essendomi ammalato ho do- 
vuto tornar a doraiir nel mio letto; ho prestato loro alcuni 
pochi danari, perchè s'erano trovati con 3 lire di sostanza; 
e ho disprezzato i vili consigli della prudenza. Or ti paleso 
queste mie cure, perchè tutto va bene e mostra di voler 
tenninare fra poco. Non dirlo a Torino. 

Ho dato, giorni sono, la mia Francesca a M.** de 
Breme. Andrò domani a riprenderla. Non mi ricordo se 
t'ho già detto che quest'uomo mi piace assai; è di sensi 
alti e gentili. Ma mi sono talmente dissueflatto dal veder 
gente, che fo sempre uno sforzo quando vado e visito 
qualcheduno. Starei sempre solo. T'abbraccio teneramente. 

Silvio tuo. 



(Glriovan.n.i Rasori). 

La famiglia, di cui Silvio Pellico parla in questa let- 
tera e nella seguente, è quella del Rasori, famosissimo 
come medico e letterato. Nacque in Parma (1766) e mori in 
Milano (1837), studiò in Firenze, a Pavia, a Londra; insegnò 






\> te 



LETTERE FAMILIARI DI SILVIO PELLICO (1813-1821) 101 

e scrisse di varie materie; le sue op3re in medicina sono 
classiche. Fu uno de' primi che abbiano applicato alla me- 
dicina Tuso scientifico della chimica, e Tesperienza, che è la 
madre sicura della scienza moderna. Goll'ingresso in Lom- 
bardia della potenza austriaca perdette l'impiego di prin- 
cipale nell'Ospedale maggiore, e fu costretto a esercitar 
la sua arte di medico, come privato. Prese parte alla Con- 
giura militare, che si tramava verso la fine del 1814, 
e che fu scoperta per opera del Visconte di S. Aignan, pa- 
rente, dicevasi, e spia del Maresciallo governatore di Milano, 
Bellegarde. Cosi raccontano la Principessa Belgioioso nel- 
Topieretta Studi intorno alla Lombardia pag. 109 e segg. 
Parigi, 1847; Gusani, Storia di Milano^ voi. 7, pag. 204; 
Gualterio, Ultim. Avc3n., voi. I, pag. 408. La scoperta 
di questa congiura, com'è raccontata da questi autori di 
poco conto (eccetto però il Gusani, che è uno de' più 
sinceri e sicuri storici moderni) ha molto del dramma- 
tico ; onde Gesare Gantù la mette nel novero delle solite in- 
venie del March. Gualterio, Cronist., voi. 2, pag. 37, n. 28). 
A ogni maniera il Rasori fu condannato a tre anni di 
carcere nelle prigioni di Mantova. I costumi di que- 
st'uomo e le sue relazioni diedero molto argomento alla 
cronaca scandalosa, come appare da un cenno della se- 
guente lettera di Silvio Pellico. Ci\ Il Concilìatot^e e i 
Carbonari di Ges. Gantìi, pag. 43, 91; e per la vita del 
Rasori, Tipaldo, nella Biografìa degli itaUan'^ illustri, 
voi. V., pag. 279 e segg. 



I 



102 DELLA VITA DI SILVIO PELLICO 



XL 

17 Marzo 1815. 

(A Luigi). 

tn questa lettera^ Silvio dà la stura a' sentimenti forti 
e strani che gli tenevano come ingombra Vanioììa, 
Contro a Napoleone furoreggia, e contro a' fran- 
cesi. Poi parla in largo di quella famiglia da lui 
soccorsa nella sciagura, di cui nella lettera anteriore 
avea toccato. Si tratta di Rasori, della figliuola e 
della MarchionnL. tutta robaccia. È certo che Silrio, 
sotto il velo di generosità spregiudicata, lascia vedere 
per quella famiglia qualche cosa di più: quindi 
una « tirata » ditirambica contro la cittadinanza mi- 
lanese. Poi alcunché di Monti e Foscolo e della sua 
« Francesca ». 

Carissimo fratello, 

Tu saprai quanta gioja m'abbia recata la tua nomina; 
ella è eguale all'ansietà in cui sono vissuto finora per 
te. Solo mi turba l'esistenza malefica di Napoleone : perchè 
non rhanno strozzato quando l'avevano nell'ugne? Ver- 
rebbe ancora ad agitare tutta l'Europa ? E quella nazione 
burattinesca de' francesi tornerebbe ad adorarlo ? Ho 
una rabbia dal diavolo contro quell'eroe buffone, e contro 
tutti i suoi entusiastici co-buffoni. Qualunque egli sia, di- 



LETTERE FAMILIARI DI SILVIO PELLICO (1813-1821) 103 



cono taluni, è superiore a tutti, atterrisce tutti, e bisogna 
ammirarlo. Ma se una tigre ha più prezzo d'un coniglio 
o d'un asino, ne risulta forse che la tigre sia meno tigre 
e maligna, ed esecranda? Altri dicono: avrà conosciuto 
i suoi errori, e li riparerà. Ragionamento da fanciulli! 
L'uomo ch'è stato, non inesperto soltanto, ma scellerato 
per più di dieci anni, non si pente; e scellerato quando, 
poteva non esserlo, e quando anzi poteva essere magna- 
nimo ! Non perchè ci fa paura, ma perchè mi suona som- 
mamente tiranno, Tabborro con tutto il mio cuore; 
e mi rodo dei suoi successi. Or qui vogliono che sia già 
a Parigi; ma non mi par possibile. Il giorno 14 era ancora 
a Lione. 

Quel che tu mi dici della riputazione di quelle donne 
m'era noto. Io non le stimava prima di conoscerle; non 
le disistimo ora. Il padre fu accusato di ingratitudine verso 
il duca di Parma, suo primo benefattore, fu accusato di 
aver fatto morire la prima moglie sotto il bastone, s'è 
infamato sposando la seconda, s'è tratto in casa due 
donne di cui si sono detti cento vituperj, e da taluni fu 
anche detto corruttore della propria figlia. So tutto ciò, 
perchè paiate l'aveva udito altre volte, e perchè dopo la 
sua disgrazia (1), tutte queste infamie si sono ripetute, 
con gioia per tutta Milano. Non l'ho mai amato, non l'ho 
mai conosciuto molto, ma dacché m'avvidi del suo ingegno. 



(1) Fu condannato a tre anni di carcere. 



4 



104 DELLA VITA DI SILVIO PELLICO 



dubitai delle imputazioni fattegli. Ne ho dubitato di più 
quando ho veduto che sua figlia era educata distintamente 
e senza scandalo, e che era l'idolo di lui, e che inoltre la 
stessa figlia era legata di tenero affetto alle sue educa- 
trici, ben lungi dall'essere maltrattata da loro, come spesso 
m'avea detto Pantoli, e dairodiarle. Non discolpo le 
educatrici dei loro torti. La vecchia non doveva per 
nessuna ragione venire in casa d'un uomo screditato 
dalla scellerata sua moglie. La giovane ha perduto l'onore, 
se è stata la vittima; ma non credo che d'animo delibe- 
rato la vecchia fosse una mezzana, né egli uno scostu- 
mato, né la giovane una... Oso compiangere un uomo, 
che libero di pensiero, e di poco giudizio, s'innamora e 
sacrifica una povera fanciulla allevata da lui e secondo 
il suo cuore; oso compiangere questa se per debolezza 
si perde, e oso anche compiangere una vecchia che non 
potendo riparare l'onore della figliastra si rassegna a 
vivere colla sola coscienza delle proprie doti, senza ri- 
spetto ai pregiudizi degli uomini. Il vero è che se quelle 
donne non sono in concetto presso il' pubblico, lo sono 
bensì presso la Sabina (1), che certo non crede a queste 
infamie, e che da loro è allevata saviamente. Tanto basta. 
Questa bambina ha l'animo altero come suo padre, ha 
ingegno, e non sembra pedantesca, se non perchè il suo 
ingegno inclinato alla riflessione non ha ancora quella 



(1) La figliuola di Rasori. 



LETTERE FAMILIARI DI SILVIO PELLICO (1813^1821) 105 



franchezza ne' suoi giudizi che deriva dall'abitudine della 
società. In quanto alla Carlotta m'è venuto qualche volta 
il sospetto che sia stata sedotta non da R. ma da qualche 
giovane amante, e che R. avendola fatta partorire segre- 
tamente sia stato creduto il reo. T'assicuro che non posso 
soffrire l'infamia, quando la vedo nel carattere; ma quando 
la vedo nella sola riputazione, non ho bastante stima del 
pubblico per far più caso della voce del pubblico che 
della mia opinione. Perchè tante madri di famiglia che 
puttaneggiano con tutto l'universo, senza che nemmeno 
il pensiero delle loro figlie le distragga un momento, go- 
dono pur riputazione, se non di caste, d'amabili e gentili 
donne, e ciascuno s'affretta d'inchinarle, e si fa pregio 
di vivere con loro, mentre una povera ragazza per meno 
impudenza è dichiarata infame? Per me ho più orrore 
delle mogli adultere che delle ragazze sedotte. 

Del resto se le ho soccorse, quando tutti le abbandona- 
vano, non l'ho fatto né per amore, né per orgoglio, ma 
per impeto di compassione verso le donne, e di sdegno 
contro la malevolenza del volgo verso un ingegno come 
quello di R. Non chieggo e non desidero la loro gratitudine. 
Quando non abbiano più bisogno di me, cesserò di vederle. 
R. non dimostra i suoi affetti come il suo ingegno, ma 
non credo che sia senza cuore. Nel fine di novembre mi 
parlò di te, mi disse che sapeva le tue disgrazie, e che 
ti manderebbe una commendatizia d'un negoziante sviz- 
zero per Livorno. 



100 DELLA VITA DI SILVIO PELLICO 



La commendatizia era fatta, ma disse cli'io passassi 
a casa sua a prenderla; tardai qualche giorno, non fui 
più a tempo. La commendatizia fu sequestrata colle sue 
carte. Ora scrive alla figlia ogni corriere; è trattato con 
molto riguardo, ha una huona camera, lihri, carta, ecc., 
e per compagno Ugo Brunetti. 

È qualche tempo che non vedo Monti, gli darò no- 
tizia del tuo impiego. È inutile farne mistero. Tutto 
si sa... Vedo qualche volta Foscolo; non fa nulla. Mon- 
signore ha trovato più che bella la mia Francesca; non 
ho ancora potuto passare una mattina con lui per sen- 
tirne poi minutamente le critiche. Borsieri mi ha fatto 
leggere la lettera che gli hai scritto. Credo alla tua opi- 
nione sui Toscani; ma sieno pure ignoranti, hanno al- 
meno Tanima, che anche coU'ignoranza i Lombardi non 
hanno. Tutta gente piccola, e indegna di fama dalle 
Alpi al Faro, insomma (1). — Sto bene, e sono pieno di 
velleità tragiche. Ma le perenni inquietudini mi rubano 
i giorni. 



(1) Sono vari gli svarioni di Silvio Pellico in questa lettera. La fan- 
tasia, impressionevole in tutti i poeti, gli detta quello che é frutto di 
passione, il giudizio restandone velato. Egli sembra interessato nella 
faccenda scandalosa di Rasori e della Carlotta, di cui la cronaca doveva 
in Milano tenere le bocche assai risciacquate. Ma a noi sembra che il 
pubblico milanese avesse ragiono, e Pellico il torto ne' suoi giudizi intorno 
alla colta e gentilissima Milano. 



LETTERE FAMILIARI DI SILVIO PELLICO (1813-1821) 107 



XIL 

11 Aprile 1815. 

(A Luigi). 

Ricela l'anima sua irrequieta e ribelle, coinè quella che 
ignora o almeno non pratica le verità cristiane, 
che sole mettono la mente in 'pace e in saldezza. 
Preziosa confessione e ingenua che fa in fine, in cui 
accenna un rimorso di non essere in armonia coi 
sentimenti de' suoi padri, che lai e loro farebbero 
felici! Partenza di Ugo Foscolo. 

Carissimo Luigi, 

... Lavori sempre nell'ufficio del capo dello Stato Mag- 
giore? Si fa l'organizzazione di cotesto governo, o queste 
maledette guerre sospendono tutto? .... Qui intanto non si 
paga nessun decimo, come ti puoi bene immaginare. 

Le cure di famiglia, il timore della povertà, e non 
della mia, ma di quella più orudele de' parenti, mi gover- 
nano infelicemente l'animo, e mi rendono amara sempre 
più la vita. Che cosa sono la società e la patria 
e tutte le loro belle passioni per chi giace umiliato 
dalla fortuna, e bisognoso di pane? Datemi onde nutrire 
i miei vecchi genitori, e rimunerarli degli affanni che ho 
loro costati ed io rinunzio a tutte le idee più favorite 
della mia opinione. V'è una classe d'uomini forse, alla 



é 



108 DELLA VITA DI SILVIO PELLICO 

cui gloria io possa interessanni, se questa gloria non si 
diffonde fin su di me, e non mi trae dalle vili angoscie 
della sventura? Se nell'ordine delle cose fosse stabilito 
che la nostra avversità avesse ad essere necessaria per 
il bene dei più, forse questa persuasione ci farebbe soffrire 
con eroismo; in tal guisa i primi che danno la scalata a 
una fortezza muojono coraggiosamente per l'esempio che 
danno ai seguaci (sic) a cui lasciano la vittoria, ma quando 
le nostre pene non sono legate coll'utile altrui, quando 
nessuno ci può essere grato d'avere avuto il dolore in 
retaggio, si può egli far voti per gli altri i Ecco come il 
povero, ristringendo la sfera de' suoi affetti diventa illi- 
berale e spesso malvagio. Né in fondo ha altra colpa se non 
quella di non essere pazzo. La filosofia non può essere una 
per tutti, pur troppo! L'uomo che ha poteri, e favore, e qua- 
lità d'emuli e di dipendenti, deve tendere le sue passioni al 
miglioramento della società ; chi è sprovvisto di tutto non 
deve che obbedire come il cristiano, e rassegnarsi al- 
l'umiltà. Foiose il ricco inoperoso e il povero ambizioso sono 
egualmente colpevoli, egualmente tradiscono le intenzioni 
della natura. Talora ho quasi rimorso d'aver fomentata l'al- 
terezza d3l mio ingegno, e d'aver ardito misurare come 
un Dio l'universo coi miei occhi; e sospiro la pace del- 
l'ignoranza come il cerco assetato sospira te fontane. 

Non sarei figlio migliore, se ignaro di tutte le cose del 
mondo fuorché delle merci d'una bottega traessi da questa 
un tenue lucro, e vivendo colla massima economia lo 



LETTERE FAMILIARI DI SILVIO PELLICO (1813-1821) 109 

versassi nella famiglia, e cooperassi a mantenerla ? e per 
unica erudizione mentovassi la parabola del Vangelo, e 
fossi tenuto da' miei buoni genitori in concetto di santo, e 
una totale analogia di pensieri mettesse in perfetta rela- 
zione le loro anime colla mia ? Di quanta consolazione non 
sarei a' loro cadenti giorni! Quanto non crederebbero com- 
pensate le pene da essi avute nella mia infanzia! E come 
io stesso sarei felice, e avrei la coscienza tranquilla, e 
benedirei il Creatore d'avermi dato una vita si utile! 

Addio. Foscolo non ha voluto dai*e il giuramento 
ed è sparito. Amami e scrivimi. 



Xlll. 

2ò Aprile 1815. 
(A Luigi). 

Motivi della fuga di Ugo Foscolo. Leila guerra europea 
contro Napoleone. Considerazioni originali di Silvio 
Pellico sul progresso delle Nazioni e le guerre. Ra- 
sorl in carcere. 

Luigi carissimo, 

Io ti diceva che Foscolo era sparito da Milano 

per non dare il gim^amento, ed alcuni aggiungono perchè 
credeva che sarebbe arrestato. È andato in Svizzera. Ha 
fatto bene di non andare da Murat, in cui ha sempre 
avuto poca fiducia e con ragione, a quanto pare. 11 



i 



110 DELLA VITA DI SILVIO PELLICO 

fiasco che ha fatto questo re ha calmato le teste dei mila- 
nesi (1). Ora si vede che Murat senza Tajuto dei francesi non 
può far nulla, e pare che questi ultimi faranno la guerra 
difensiva nel loro paese, invece di attaccare. Che guerra 
terribile sarà questa! Tutta TEuropa è veramente in armi 
e con più accanimento, credo, che Tanno passato. Potremo 
noi nella nostra mediocrità stare spettatori del nau- 
fragio e non perire? Chi sa? La sorte della famiglia mi 
spaventa; se fossimo noi due soli poco c'importerebbe. Un 
credente alla perfettibilità della specie umana, si conso- 
lerebbe almeno col persuadersi che, coU'ajuto di tante 
passioni politiche, l'Europa acquisterà un giorno un più 
perfetto equilibrio in tutte le sue parti politiche e morali; 
cosi l'Inghilterra, in guerre sanguinose, perpetue per secoli 
e secoli, ha trovato alfine uno stato di forza e di riposo, 
che la mette al di sopra delle altre nazioni. Ma se i 
colossi delle nazioni prima di trovarsi solidi sopra una 
base, devono a forza di tentennare schiacciare milioni 
di uomini, che importa del riposo avvenire dei colossi 
a chi intanto deve essere schiacciato da loro? Questo 
linguaggio non è filosofico, ma è naturale. Vi sono uomini 
che non devono che benefizj alla società; questi possono 
essere filosofi: ma e quelli che non le devono nulla, 



(1) In quella campagna Murat mostrò infatti poco senno guerresco. Nel 
solo mese di aprile indietreggiava da Rimini sino ad Ancona per mosse 
dissennate e senza grandi battaglie. Alla fine di maggio, perduto ogni 
cosa, lasciava la corona e l'Italia! 



LETTERE FAMILIARI DI SILVIO PELLICO (1813-1821) IH 

fuorché malanni? no, non possono amarla di cuore. In- 
tanto la guerra tiene sempre in prigione Rasori e i suoi 
compagni. Sono stati giudicati, ma non si sa come. Si 
vuole che sieno assolti; ma già non usciranno, credo, fino 
alla pace. Povera gente! Non ti dico nulla del regno 
Lomhardo-Veneto ; la Reggenza governa sempre. Addio. 
Amami, ed abbi, se puoi, meno amarezza di me nel cuore. 



XIV. 

Maggio 1815. 
(A Luigi). 

Scherza intorno alla partenza del niarcheì^e Giberto 
Arricabene alla volta di Genova. 

Carissimo fratello, 

Il nostro amico marchese Giberto Arrivabene, fatto 
forse crudele come Enea, per ordine di qualche arcana 
divinità, abbandona cento belle ninfe innamorate di lui, 
e ridotte per la sua partenza... chi sa?... alla disperazione! 
Se la fama precorre i suoi passi, possano tutte le più 
vaghe Nereidi adunarsi sui lidi ameni di Liguria, e invitarlo 
a bere con esse l'ambrosia degl'immortali! Le Najadi 
dell'Olona non gli presentavano che panerà, e la pingue 
bevanda nauseò il cavaliere di troppo fino palato. 

Fra gli animi' gent 'li a cui duole molto la di lui lonta- 
nanza, perchè tutti discernono, ed ammirano, edamano le 



112 DELLA VITA DI SILVIO PELLICO 

sue doti, si annoverano Borsierl e un certo Silvio Pellico che 
tu conosci. Ambi vorrebbero seguirlo a Genova, e così 
avere anche il piacere di rivederti e d'abbracciarti... 



XV. 

Milano, 5 Maggio (1815). 

(A Luigi). 

A proposito di negozi da aggiustarsi col Governo rela- 
tivamente addecimi, accenna alcun che sull'Italia 
da farsi. Trattandosi di stabilire a Torino un Mini- 
stero della Marina, il padre gli propone se accette- 
rebbeci un impiego. Silvio trovandosi bene in casa 
Eriche, ma non essendo di utile alla famiglia, di- 
scorre intimamente del suo stato... 

Ho ricevuto la tua lettera del 29 aprile. Dici d'aver*- 
mene scritta una precedente, che forse è stata fennata 
dalla posta, perchè parlava di notizie. Vi può infatti es- 
sere stato un momento di rigore, quando i Napoletani ci 
minacciavano. Ora essi hanno provato che a loro non è 
destinato il mutar forma all'Italia, e che l'Italia tutta 
non è suscettibile di fanatismo nazionale. Se l'Italia può 
essere considerata come una nazione, non può aver altro 
legame che il federativo. 

Negozi: Si spera che organizzato il regno 

Lombai*do- Veneto si pagheranno i decimi. 



LETTERE FAMILIARI DI SILVIO PELLICO (1813-1821) 113 

Papà mi scrisse che forse si stabiliva a Tomo un 
Mnistero della Marina, e s'io non ricuserei che doman- 
dasse un impiego per me. Gli ho risposto che, stando io 
benissimo in casa Eriche, e potendoci staile tutta la mia 
vita forse, senza che nulla mi manchi, ma d'altro canto 
non potendo essere d'alcun utile alla famiglia , ricuserei 
un impiego che mi desse appena da vivere, e l'accetterei 
se mi desse tanto dà potere, o subito o con molta pro- 
babilità nell'avvenire, giovare alla famiglia. Ho però la- 
sciato all'arbitrio del padre il pesare se la stabilità 
di quel govei'no sia sicura, ecc. Comunque egli decida 
sono l'assegnato. Aggiungi che essendosi rotta la catena 
degl'inglesi che dall'uno all'altro mi facevano aver lezioni; 
aggiungi che il dar lezioni ai milanesi non è possibile 
perchè pochi imparano, e poco pagano; aggimigi che 
Eriche, benché m'ami assai, molestato dalle gravi impo- 
sizioni che paga e quindi fatto renitente a pagare i suoi 
veri creditori, non paga questi... e si dimentica anche 
delle mie 50 lire mensuali da dicembre in qua. Non oso, 
e non voglio, e non debbo domandargliele, tanto più che 
nulla spendendo, non ne ho espresso bisogno. Che se gli 
domandassi qualche cosa, sono certissimo che subito me 
la darebbe. Ma aggiungi, dico, tutto questo, e considera 
che non avendo danari da contribuire per nulla al bene 
domestico, preferirei uno stato meno felice per me e più 
utile a voi. Gol tempo, o Eriche mi farà avere qualche 
impiego a Milano, o mi darà per segretario a qualche 

RjxipiU — Pellico 9 



Hi ' ■ ^ì DELLA VITA DI SILVIO PELLICO 

SUO amicò*., tutto" ciò piiò essere e sarebbe,' spero. Ma 
qUàndò penso' ch'io solo vivo in pace e senza inquietu- 
dine per il mio avveilire, ho quasi rimorso e desidero 
di soffrirete tremare come voi. 

^ Dove avrjf mai più gli agi che ho qui e il tempo da 
studiai^, • compenso grande ai mali della vita? Ma dond'è 
che per ciò non sono felice? che distaccato fino all'ec--- 
cesso da tutti gli all'etti umani sono predominato dalla 
pietà domestica? Certo non vorrei, infruttuosamente per 
lbra,''pèggiora*pe di fortuna, e per questo mi sono spie- 
gato con papà, e ho lasciato al suo parere il chiedere 
no un impiego. Del resto lo stabilimento di quel Mini- 

stei*ò mi -pape ancora un sogno... 

... , . 

L". ;..•:. ^< ' V ■ ■ .• .... « ■ ' ■ 

^ - 

- ' r .3 ^^ Maggio 1815. 

- •- - ' (A Leandro). 

Scherzi sulla rosolìa; consigli di studio. Bel duca del- 
V Asinara, che era in trattative per mezzo di Ludo- 
vico Breme, per^aver Silvio a segretario. 



. i.n 



, Adieu, mon cher ami. Ce n^est pas joli d'avoii* la 
fièvre,',de garder le lit, et de devenir rouge comme la, 
barbe d'un coq. Je te gronde de tout mon coeur, et si tu 
veUx que je t'aiitìe il faut que tu te portes bien, que tu 
sjoìs gai, et que tu continues à Taire des vers latins bien 



LETTERE FAMILIARI DI SILVIO PELLICO (1813-1821) 115 

geiitils, comme ceux que tu as fait pour la fètedenotre 
cher papa, et de temps en temps quelques jolies petites 
lettres en ànglais à ton joli petit frère Sylve, comme 
celle que tu m'écrivis le 7 de mars. Tu m'y donnais les 
détails de tes occupations et de plus un morceau de 
Télémaque bien analisé... Presque tous les enfants ap- 
prennent boaucoup de choses; mais il n'y en a qu'un 
petit nòmbre qui retiennent ce qulls ont appris. Sois du 
petit nombré, je t'en prie. 

Tu diras à papa que la réponse peut très-bien venir de 
Cagliari dans ce mois; que j'ai pai'lé à Monseigneur de 
Brème de ce Due; quii m'a dit le connaiti'e beaucoup : que 
c!est le plus riclie propriétaire de la Sardaigne, homme 
d'esprit, et.en grande faveur de leurs Majestés le Roi et la 
Reine. TU es cliargé d'embrasser tendrement papa, etc. 



XVII. 

9 Giugno 1815. 
(A Luigi). 

Di mtow tratta del suo negozio col duca dell'Asinara. 
Il perchè del suo odio per Bonaparte; considera- 
zioni politico- morali Ugo Foscolo a Parigi (?). 

Ricevo la tua... Ti ripeterò dunque il tenore della 
proposizione che ho avuta. 

Pellegrini e poi anche Petracchi vennero un giorno 
a chiedermi in segreto se accetterei un impiego per paese 



116 DELLA VITA DI SILVIO PELLICO 



estero: io dissi loro clie non aveva con Eriche altri vincoli 
che d'amicizia e di gratitudine, e ch'era pronto ad andare 
dovunque un buon destino mi chiamasse. E mi narrarono 
che il conte Porro aveva ricevuto lettera d'un Duca si- 
ciliano sardo, che bramava un segretario da potergli 
servire per seguirlo in ambasciata, e clie gli darebbe un 
soldo dalle 1000 alle 2000, trattamento, alloggio, ecc., ecc. 
Dissi di sì. E la domenica vegnente fui da Pellegrini 
presentato al detto conte Porro, che mi spiegò essere quel 
Duca un sardo, gran proprietario a Cagliari, in gran favore 
presso il Re, giovine, destinato alla camera diplomatica, 
e della famìglia dell'Asinara. Comunque le cose vadano, 
egli, volendo che questo segretario sorvegli anche Tam- 
ministrazione de' suoi beni, non se ne staccherebbe mai 
più. Diedi per mallevadore dell'esser mio Mgr. de Breme 
e Monti. Il conte Porro scrisse in Sardegna, e m'avverti 
che ci vorrebbe circa un mese prima d'aver risposta. 
Ora aspetto, e non ho ancor detto nulla a casa Eriche. 

Rido perchè tu credi ch'io mi appassioni per la poli- 
tica. No. Chiamo Eonaparte tiranno, non perchè strugge la 
Francia per riporsi sul trono, né scellerato perchè viola 
i trattati e l'abdicazione, ecc. Qual è quell'uomo che irato 
dal vitupero e dalla schiavitù, non sia pronto per esimer- 
sene e vendicarsi a calpestar l'Universo? Lo cliiamo 
tiranno e scellerato perchè ha scosso a terra i frutti 
della Rivoluzione prima che fossero maturi, e affinchè 
nessmio li potesse gustare impunemente, li ha avvelenati; 



LETTERE FAMILIARI DI SILVIO PELLICO (1813-1821) 117 



non poteva sradicare la pianta, ma Tha curvata nel fango, 
e quei rami che aspiravano al Cielo, servono ora di cibo 
agli animali più immondi. Invano vorrebbe rialzarli per 
acquistar premio: non hanno più bellezza, non danno più 
fragranza (1): Tuomo accorre con amore per mirarli, 
poi rivolge gli occhi da essi con disgusto e pietà. Ma 
volesse anche rieccitare le somme virtù, Tinfamia che 
«'è attaccata al loro nome svanirebbe col tempo; esse un 
giorno rinascerebbero mercè di lui. È vero. Ma non è vero 
•ch'egli ciò voglia. La storia ci mostra molti re che per 
indole o per pudore buoni a principio, divennero pessimi; 
nessuno che da pessimo, neanche per utilità propria, buono. 
Ben ci è decantato Augusto: ma da chi? Anche i libri che 
soli si lasciavano stampare sotto Bonaparte ripetevano 
le vigliaccherie di Virgilio e d'Orazio: e mentivano! — 
I gi'andi uomini che lo circondano (se tali) sono quattro, 
e misti ai primi, moltissimi e ricchi scellerati. Perchè le 
parole dei quattro sono ridiventate nuove, forse la turba li 
applaude, ma fa sottentrare a quelle palmole, quelle meno 
astratte di vittoria e di 'potenza nazionale: la turba ripe- 
terà queste ultime che solo Bonaparte può render valide, 
e si dimenticherà dei quattro filosofi, che verranno posti in 
un Senato barbogio, o accusati di congiura e soffocati. 



(i) Tutto ciò, secondo noi, é poesia. Non potevano guardare il cielo 
quei rami, perché il sanjcue e le lordure ond'erano intrisi Ji facevano j?ra- 
vitare e pendere verso terra. Napoleone fu il ])raccio potonte della Rivo- 
luzione: senza di lui forse non si sarebbe sfan<?ata. 




120 DELLA VITA DI SILVIO PELLICO 



Godo che tu abbia poi avuta la Cantata di Monti (i). 
Non crederesti quanti l'abbiano biasimato d'aver fatto questi 
versi. Egli si scolpa dicendo, che Bonaparte stesso con- 
fessa d'essersi regolato stortamente e quindi che altri può 
ben ripeterlo. La ragione non è cattiva (2). 

Il conte Porro già sapeva Tan^ivo del duca dell'Asi- 
nara a Torino, e gli ha scritto. Ora aspettiamo il riscontro. 
Mi sono da molti giomi esercitato con ardore nella 
lingua inglese, per essere pronto a tutto, in caso che 
l'impiego venga. Fo come chi compra il vestito da gala 
per andare a una festa dove forse non sarà invitato. 
Ma intanto il vestito gli resterà. — E intanto, intanto... 
questo aspettare mi disturba, il mio pensiero vola sempre 
nei giorni avvenire, s'affanna, calcola, sogna, e m'airabbio 
di questa sciocca inquietudine. Quando mai ci persua- 
deremo che ogni nostra brama è ridicola, e che la sola 
fortuna dispone di noi a modo suo? — Ho nondimeno 
fantasticato nel mondo ideale, il solo che possiamo ci^eare 
e modificare senza che la fortuna ci ficchi il naso; ho 
riscontrato le mie opinioni sulla drammatica : 1^ ch'essa 
debba servire a celebrare gli eroi della patria ; 2^ ch'essa 



(1) « Il 4 gennaio (1816) fa cantata alla Scala II ritomo di Astrea, 
azione drammatica di Monti, che inneggiò a Francesco cinto del pacifico 
olivo, come aveva inneggiato a Napoleone cinto del beUico alloro, prima a 
Pio VI, a Luigi XVI, perfino a' suoi uccisori... Lo musicò (l'inno) il M. Veigl: 
cantarono la Correa e la Marcolini, il tenore Bonoldi e il basso De-Beguis >». 
GHMml, oper. 1. e, voi. 7, pag. 269; Gf. Cantù, CronisU^ voi. ii, pag. 103. 
Vedi più sotto dove Silvio dice che la Cantata riuscì poco bene. 

(2) Meglio sarebbe stato il dire che tutlo é lecito a' poeti. 



LETTERE FAMILIARI DI SILVIO PELLICO (1813-1821) 121 



debba essere sciolta da ogni vincolo che le impedisca di ri- 
trance la natura; e ho tentato un disegno di tragedia nuova. 
L'argomento è Dante: la sua influenza nella Repubblica di 
Firenze ; i palatiti de' Bianchi e de' Neri; l'am vo di Carlo di 
Valois in Firenze ; e Tesilio del poeta: ecco Targomento. — 
Oltre a ciò ho finalmente corretta la mia Francesca ria 
Rlminì^ incoraggiato da Mgr. diBreme che m'ha assicurato 
che dopo le tragedie d'Alfieri, questa è la prima che gli paja 
degna di fama. Ti ripeto il suo elogio senza modestia. Egli 
vorrebbe a tutti i costi che si recitasse ai Filodrammatici. 
— Addio. Lettere di Ginevra e di Basilea smentiscono la no- 
tizia data, che vi fosse stata in Fiandra una gran battaglia 
<;olla peggio degli alleati. Addio. Amami. L'amarsi è il solo 
precetto della filosofia, il quale mi sembra di ben capire. 

XIX. 

Luglio 1815. 
(A Luigi). 
Gentilezze verso LiùgL Spera impiego di segretario. Gì- 
berta Arrioabene. Francia e Bonaparte. Stupenda 
sentenza sulV Inghilterra. 

Caro Luigi, 
Se avessi zecchini da comprar cannocchiali e ti volessi 
fare un regalo, ti regalerei gli zecchini, e non un cannoc- 
chiale; credimi almeno savio sino a questo segno. Il vero 
si è che avendo questo cannocchiale più bello, cioè più 
nuovo del tuo, di cui non mi sono mai servito, disegnai 



122 DELLA VITA DI SILVIO PELLICO 



di mandartelo," fin da quando mi chiedesti da Firenze il 
tuo, e ciò perchè, supponendo che in caso di bisognò 
l'avresti venduto, mi pare che ne avresti tirato qualche 
soldo di più del meno usato. Ora poi ho anche preferito 
di mandarti quello, perchè se te ne servi è meglio che 
tu abbia il più bello; che già per me, non vedendo più 
punto punto teatri, questi sono strumenti inùtilissiini. 
Aggiungerei anche un'altra ragione, se forse non fosse 
fanciullesca. Dovendo di due cannochiali tenermene uno, mi 
tengo con più piacere quello che t'appartiene. Egli sta vicino 
^1 tuo antico ritratto ed altri oggetti che m'hai lasciato. 

Hai ricevuto la Cantata di Monti che t'ho mandata 
raccomandata al càv. Bonamico ? Ivi una mia lettera ti par?- 
tecipava la speranza che ho d'un impiego di segretario; 
presso S. E. il duca dell'Asinara di Cagliari. Che ne dici? 
Prega Dio che riesca, e ch'io possa in quel posto essere 
giovévole alla famiglia. Mi dorrà pure lasciar Milano; ma 
meno dacché ci vivo solo ed afflitto. Se vo in Sardegna 
passerò a Genova, e t'abbraccierò. 

Fa quel che puoi e quel che vuoi pel marchese 
Giberto. Gli ho data una lettera per te perchè me la chiese 
ma so che non è uomo da essere molto sopportato, benché 
non sia* malvagio. In società è meno colpa avere 41 cuore 
guasto che il cervello (1). 



(1) Il lettore si ricordi di questo giudizio, quando, nel capitolo del 
processa di Silvio Pellico, leggerà di questo marchese divenuto senatore 
considerazioni poco assennate, nelle quali accuserà il Pellico di averlo 
quasi tradito. ' 



LETTERE FAMILIARI DI SILVIO PELLICO (1813-1821) 123 

Papà mi scrisse, sotto il 20, tutto lieto delle sante 
benedizioni del Papa (1). Leandro era inalato della 
rosolia. 

È vero che a Genova avete notizie regolai^mente di 
Francia? È vero che la Francia è malcontenta di Bona- 
parte perchè ha proposto un'addizione costituzionale, in- 
vece di far fare la Costituzione intera della nazione? Io 
credo che vi sono degli uomini formidabili quando sono 
assoluti, ma che vincolati dalla volontà degli altri perdono 
l'elasticità del loro ingegno. Se non danno la dittatura a 
Bonaparte, i Francesi faranno fiasco. Strana contrad- 
dizione! che l'abbiano sofferto tiranno quando giovava 
atterrarlo, e che lo vogliono depresso quando han bisogno 
della tirannide. Peggio per loro. Sono spiritelli arro- 
ganti e senza critèrio. Kòn ci sarebbe gi^an male che 
fossero ben bene umiliati dalla sapiente Inghilterra, che 
volge e svolge e sconvolge le Nazioni come l'uomo la 
de' suoi vestiti. 

Addio. 



(1) Pio VII, lasciando Genova per ritornare a Roma, fu invitato da 
Re Vittoriosa visitar Torino, dove giunse nella notte del 19 maggio (1815). 
« Nei tre giorni die dimorò in Torino, vi fu sempre uno straordinario 
concorso di persone per baciargli i piedi, e riceverne la benedizione. Ili 
uno di quei giorni si aprì la custodia che contiene la sacra Sindone ... » 
Card. Paooa. Memorie storielle. III. 327 (Orvieto, 1843). 



124 DELLA VITA DI SILVIO PELLICO 



XX. 

18 Luglio 1815. 

(A Luigi). 

I decimi per pll antichi impiegati si pagano. Varie 
proposizioni d'impiego per Silvio, parte arenate e 
parte in isperanza. Alcune notiziuole su Foscolo, Bor- 
sieri, Breme. Concetti di nuove tragedie: « Nerone », 
« Davide », « Sforza », « Barite ». La sua « Fran- 
cesca » sarà recitata. Pregi della Marchionni attrice. 
Accenni di filosofia storica. 

Amico mio, 

Anche ieri mi sono riportato dal consigliere Saiiner, 
per vedere se avesse riscossa la prima quota de' tuoi 
decimi. La Reggenza non ha ancora spianate alcune 
difficoltà di massima nella questione: se gli ex-impie- 
gati della Corona abbiano diritto piuttosto a decimi che 
a pensione. Ma poco può tardare. 

Or passiamo ad altre miserie. Quel maledetto im- 
piego da me sperato si fa aspettare come il Messia: ma 
non sono israelita, e non credo più in lui. Per mia di- 
sgrazia il conte Porro è ito in campagna, ecc. 

Intanto ecco un'altra qualsiasi proposizione. Il conte 
Strassoldo, Direttore generale di Polizìa, ha detto con un 
suo impiegato che avrebbe bisogno d'un altro impiegato 



LETTERE FAMILIARI DI SILVIO PELLICO (1813-1821) 125 

per tradurre lettere, ordini, ecc., dal tedesco. Questo Tlia 
detto a Fresia, e Fresia dopo avermene parlato ha fatto 
proporre me. Sarei stato subito accettato, ma la qualità 
di forestiere ha ritardata la decisione. Galeppio (1) s'è poi 
incaricato di parlare in mio favore al conte Strassoldo, 
e domani saprò la mia ammissione o esclusione. Tu 
vedi le cui'e del tuo fratello Silvio: cercai'e, domandare, 
sperare, e come tante altre migliaia di mortali non ot- 
tener nulla. 

Taluno pretende sapere che Ugo non sia sortito (sic) 
di Svizzera. Borsieri anche più di me, si fa presentare 
a questo e a quel grande, e finora invano. Anche la sua 
famiglia è in angustie: ei me Tha confidato, e m'affliggo 
per loro. 

Per un mezzo offertomi dal cav. Bonamico t'ho man- 
dato, giorni sono, V Elogio del Caluso fatto da Mgr. de 
Breme; l'avrai ricevuto; se mai ritardasse, scrivi, ecc. 

Questo egregio abate pensatore generoso, ed amico 
benevolo s'è impegnato di far recitare al Filodram- 
matico la mia Francesca e mi stimola a scrivere. 
Venerdì ei m'ha condotto al Leutasio, teatro divenuto 
di bon ton, dacché non v'è più opera alla Scala, e dacché 
in esso Leutasio recita la Gomp. Marcliionni. Tu avrai 
inteso altre volte la Marcliionni, donna che già si lodava 



(1) n colile Trussardo Galeppio, commissario di Polizia, era uno dei 
redattori AeW Accattab righe ^ giornaletto messo su per tenere in iscacco il 
Conciliatore. Cf. C. Cantù, Il ConolUalore e i Carbonari, pag. 57. 



i2ff DELLA VITA W SILTIO PELLia> 



anni sono, e die ora attrae la gente coita ad ammirarla. 

I diletti die ha nella dedamazione sono podii e pigliati 
per contagio; ma i pregi saol sono molti e tatti saoi 
per natura, n primo è ona decenza nel gesto e nella 
modulazione della voce, che la distingue a prima vista 
dalla torba comica italiana, e la pare^;ia alle attrici tran- 
cesi; il secondo è un'attenzione continua ed unica alla 
parte che Ca, per cui non dimentica nulla di quei peiiis 
rlens che danno all'imitazione la fisionomia della realità* 

II terzo è il non servirsi di suggeritore. De Breme 
vorrebbe che dopo aver provata la mia Francesca al 
Filodrammatico, la dessi alla Marchlonni; la quale il 
prossimo inverno reciterà alte Cannobiana. Io dico si, sì, 
pregando il Cielo che mi venga il riscontro favorevole del 
duca sardo, che mi faccia abbandonare Milano, e i suoi 
teati*i, e la gloria o le fischiate che mi vi aspettano. 

Oltre le cure di famigUa, amico mio, lo studio delle 
lingue tedesca e inglese, le lezioni date agl'inglesi Tln- 
vemo scorso, la mia lunga malattia, le sollecitudini che mi 
sono date per la casa di Rasori, m'hanno impedito di com- 
pire nessun lavoro letterario. Dico compire, perchè varie 
cose le ho incominciate, e più cose incominciate possono 
forse valerne una compita. Tre atti del Nerone sono in 
ordine, mi sono interrotto per desiderio di far una tragedia 
non politica e recitabile, ed ho scritto un atto d'un Davide. 

Un argomento trovato nel Slsmondi, tutto italiano, 
m'ha Catto disertare dal povero re giudeo. Ma questo nuovo 



LETTERE FAMILIARI DI SILVIO PELLICO (1813-1821) 127^ 

argomento era polìtico e di più un maligno lo ha creduto 
allusivo all'impresa del re di Napoli. Ne feci due atti e lo. 
lasciai. Un'idea che da lungo tempo mi passeggia per la 
testa mi fece cominciare un romanzo. Qualche pagina è 
stata scritta con buon volere, ma lessi un cenno col Mura- 
tori sulla morte della moglie di Lodovico Sforza, ne ordii 
una tragedia, e ora la sto componendo. Non biasimarmi 
d'incostanza. Ciò che è preparato non è perduto. Di più 
obbliava di parlarti d'un Dante, tragedia di genere nuovo, 
tutta tessuta (1), e cominciata a verseggiare. Ma ora ante- 
pongo la moglie di Sforza, Beatrice da Este, tragedia che 
farò secondo le solite regole. Verrà pure un giorno, dico, 
che Francesca da Rimini sarà recitata. Se sarò applaudito, 
mia sola non basta però a captivarmi il suffragio della 
moltitudine. GonveiTà essere noto per tre o quattro pro- 
duzioni ortodosse, prima d'aver suff^ragi abbastanza per 
osar tentare iimovazioni, violazioni di regole, ecc. Tanto 
quelle foggiate alla Schiller, come le essenzialmente po- 
litiche, devono essere modeste, e lasciare la primogeni- 
tura alle altre. Tale è il mio giudizio; l'approvi? 

Uno scopo ideale alla mia esistenza è dunque stabilito. 
Se vivo, bene o male l'adempirò. Se la lucerna si spegne, 
sarà olio risparmiato. Sento l'ambizione e molte altre forti 
passioni, ma sento anche la loro vanità e il bisogno di 
frenarle. Poiché siamo per natura il ludibrio della fortuna, 

(1) Xe avea delineato il disegno in una lettera antecedente. 



128 DELLA VITA DI SILVIO PELLICO 



a che sempre dolerci de' suoi capricci? Il piloto che è bale- 
strato dai quattro venti, suda a spiegare e voltare in mille 
modi le vele, ma alfine le abbassa, e incrocicchiando le 
mani, ride dell'impotenza dell'uomo, ed aspetta a quale sco- 
glio la nave approderà o sarà infranta: quel piloto è il filo- 
sofo (i). Viviamo cauti, ma non curanti di ciò che non 
dipende da noi. Del resto se l'amor di famiglia e la compas- 
sione sono sentimenti dolorosi, anche il dolore è necessario 
a sublimarci la mente. Addio, caro, il più caro de'miei cari. 

XXI. 

12 Agosto 1815. 

(A Luigi). 
In questa lettera e nella seguente Silvio descrlce la recita 
della sua « Francesca »; le ripetizioni, gli applausi, 
le lodi degli amici, e quasi nessun susur^ro di critica. 
Apparve dunque sulla scena per la prima volta 
al teatro Re il i8 luglio 1815. Silvio scrivendo il 
i2 agosto e dandone a suo fratello la prima nuova, 
non si può quella data rlfeì*lre al 18 agosto. 

Caro Fratello, 
Tu m'ami, e sempre m'auguri ogni bene. Rallegrati 
adunque. Non ti dissi ch'io faceva, ad istanza di Mgr. de 



(1) Avrebbe fatto meglio a dire che quel lilosofo è il poetai Si vede 
che Silvio Pellico conosceva poco i veri piloti di mare : se no, mai non 
avrebbe detto che il piloto, salvo un fatalista musulmano, nella furia della 
tempesta s'incrocicchi le mani! Anche moralmente, il proverbio O'/^tta^io 
dice : « aiutati, e Dio t'aiuterà ». 



LETTERE FAMILIARI DI SILVIO PELLICO (1813-1821) 129 

Breme, recitare la mia Francesca. Andò sulle scene ve- 
nerdì 18 al teatro Re, dinanzi ad un uditorio formidabilis- 
simo di tutti i più distinti signori e signore e letterati 
e pretesi letterati di Milano. Immaginati una piena senza 
pari, e vedimi là nel palco di de Breme, tacito, pieno di 
speranza, e pur alquanto palpitante; un susurro generale: 
di clii è? — è di Mgr. de Breme; egli assistè alle prove 
con un altro ; chi è queiraltro ? Pellico. Chi è quel Pellico ? 
egli è... — S'alza il sipario. Guido e Lanciotto: ed eccoti che 
Lanciotto atterrito da quell'udienza stroppia tutti i versi 
della prima scena; ma viene Francesca. Applausi prima 
all'attrice. Ella parla: applausi all'autore. Scena 4*: Paolo. 
Ti ricordi della parlata sopra l'Italia? Con una leggera 
correzione la polizia me la passò : l'entusiasmo che questa 
parlata mosse è indicibile (1). Il sig. Domeniconi riminese. 



(1) lu tutti i teatri, uè' quali allora da Milano a Napoli e Palermo fu 
recitata la Francesca da lamini, questa parlata di Paolo era accolla e 
soffocata addirittura come in un'onda continuata di plausi fragorosi. E la 
ragione é facile a indovinare, mentre la polizia austriaca ne fremeva. 
Cf. C. Cantii, Il Conciliatore e i Carbonari pag. 7", I versi più acclamati 
erano i seguenti : 

Per chi di stragi si macchiò il mio brando! 

Per lo straniero. E non ha patria forse 

cui sacro sia de' cittadini il sangue? 

Per te, per te che cittadini hai prodi 

Italia mia, combatterò se oltraggio 

ti moverà la invidia. E il più gentile 

terren non sei di quanti scalda il sole ? 

D'ogni bell'arte non sei madre, Italia ? 

Polve d'eroi non é la polve tua? 

RiNiERi — Pellico 10 



130 DELLA VITA DI SILVIO PELLICO 

faceva da Paolo, e faceva con molto impegno perchè il 
soggetto è riminese, e perchè egli ha sentimento molto. 
Bruttino di persona, io temeva che mi rovinasse la tra- 
gedia; rha anzi esaltata alle stelle. Nessuno prima lo 
gradiva. Da quella sera in poi non viene sulla scena, 
senza che il pubblico non gli batta le mani. Varie belle 
signore sono state ammaliate a segno di credere ora 
ch'egli sia un bel giovine. Terminato il primo atto fui 
sicuro dell'esito. Più sicuro dopo il secondo, e più sempre 
dopo sino alla fine. De Breme aveva fatto porre il mio 
nome all'entrata del teatro, perchè non fosse più egli 
creduto Fautore. 

Il giorno seguent3 il nome fu stampato negli affissi; 
il teatro fu pieno ancora, e gli applausi maggiori che 
la prima sera. Anche i più severi, e conosciuti per ma- 
ligni, hanno detto che dopo Alfieri non s'è veduto una 
tragedia cosi, meno i tali e tali difetti, ecc. Raccoglierò 
le critiche, non risponderò alle sciocche, obbedirò alle 
giuste, e spero di ridurre la mia Francesca al segno ch'io 
mi sono proposto. Molti dicono che nessuna tragedia d' Al- 
fieri fa piangere come questa; ti ripeto queste lodi senza 
vanagloria, ma par dirti tutto. 

Or tu vorresti udirmi a parlar di lucro. Una com- 
pagnia povera venuta al Leutasio, e passata per caso al 
teatro Re, e tuttora recitante alla luce del sole nella 
Stadera non può darmi quel che vale la tragedia. Io dunque 
non gliene cedo la proprietà. Gliela lascierò recitare per 



LETTERE FAMILIARI DI SILVIO PELLICO (1813-1821) 131 

qualche tempo, poiché^ sul dubbio anche della riuscita, 
hanno fatto delle spese per un vestiario apposta, e magni- 
fico; e poi da qui a qualche settimana parlerò di farla stani- 
pare, e se brameranno averne la privativa, dirò di si, me- 
diante... Va bene? Tal è non solo il mio parere, ma quello 
di Mgr. de Breme. Acquistatami qualche gloria colla prima 
tragedia, potrò per le altre pretendere il loro valore. 

La Marchionni, caro amico, è un angelo. È impossi- 
bile vederla recitare e non sentirsi voglia di scrivere. 
Questo venerdì si darà la Mirra, ti dirò come riescii'à. 

Addio. Amami, e vivi con senno, con rassegnazione 
e con tenerezza per le muse, che non ci abbandoneranno. 



XXIL 

30 Affoslo 1815. 



'O' 



(Allo slesso). 
Caro fratello, 

Ti ringrazio del piacere che m'attesti per l'esito della 
mia Francesca e rispondo alle tue questioni. — 1^: Borsieri 
non solamente voleva, ma aveva già fatto un bell'arti- 
colo da far mettere nel Corriere Milanese, ma Pezzi a 
cui Galepio avrà parlato, ha fatto sentire che non amava 
inserire articoli non suoi ; che però..., ecc. Io stesso pregai 
Borsieri di non insistere, perchè sarebbe sembrato ch'io 
fossi quello che cercassi le lodi. Sempre ho creduto che 
i giornalisti non dannò fama; se la mia tragedia è 



132 PELLA VITA DI SILVIO PELLICO 

buona resterà airitalla ; se fosse cattiva nessun giornale 
la salverebbe dalla morte. Bertolotti pure voleva, mi 
disse, fare un articolo; perchè non l'abbia fatto, non lo 
so, né mi curo di saperlo. — 2* : Monti è in Romagna. — 
3*: Se ebbi in teatro tutte le persone che desiderava, e 
se il mio trionfo fu pieno? Immaginati un venerdì, che 
non c'è teatro alla Scala, con una tragedia nuova annun- 
ziata, di cui gli uni sapevano autore me, gli altri sospet- 
tavano de Breme, gli altri credevano di Galuso, perchè 
de Breme ne parlava con entusiasmo a tutti. Platea e 
loggione zeppissimi non contano: ma zeppissimi tutti i 
palchi, e delle persone piii ragguardevoli per fortuna e 
per pretensione al sapere. Applausi generali. Maggiori 
applausi il giorno dopo. Nessuna critica che atterrasse 
la cosa in sé stessa, riconosciuta buona da tutti. Non 
si diede la terza volta che fu chiamata, e non si diede 
perchè la Comica Compagnia ha un tanto di paga dall'im- 
presario Re per sera, dimodoché tutta la prima sera 
ch'era a benefizio della Marchionni, il guadagno sarebbe an- 
dato all'impresario. Di questa ragione sono contentissimo, 
perchè ho il piacere di sentirmi, ogni giorno, gente che 
brama di vederla a replicare. — 4*: Quando avrò occasione 
ti manderò la tragedia. — 5^: In questo mese la Compagnia 
lascia il teatro Re, e va all'orrido Leutasio per tutto set- 
tembre; poi farà l'autunno a Mantova, e il carnevale a 
Torino. La mia Francesca ha eccitato, in molti signori 
della città, il nobile pensiero di fare una società per 



LETTERE FAMILIARI DI SILVIO PELLICO (1813-18:21) Ì33 



tener fissa a Milano una Comica Compagnia. Porro, Gonfa- 
lonieri, Trivulzi, de Breme e varj altri sembrano occuparsi 
seriamente di questo progetto. Sarebbe onorifico all'Italia 
il veder lo zelo de' buoni cittadini supplire all'incuranza 
de' governi. — 6*: La Carlotta Marchionni coiTispose 
perfettamente alle mie speranze: io la stimo attrice ca- 
pace d'ogni eccellenza. — 7* : Come Borsieri si contenne ? 
da buon amico. E subito ideò una tragedia, la quale Dio 
voglia ch'el faccia. — 8*: Se la città parli della Francesca 
e di me? assai. Il carattere generoso di Paolo, e le sue poche 
righe sull'Italia m'hanno reso benevola molta gioventù. Egli 
piace per lo meno quanto Francesca; e tal era il mio intento. 
— I barbassori dicono che mi formerò ; tali un Rosmini, 
un Poggiolini, ecc. — Il primo atto della mia Beatrice da 
Este piace a de Breme. Ora che la Francesca non mi deve 
più disturbare, mi rimetterò a quella. Addio, ecc. 

XXII L 

25 Settembre (1815). 
(A Luigi). 

Lo stato malaticcio in cui è ridotto per febbrette au- 
tunnali lo mette in seria malinconia, ed esprime al 
fratello desidera di morire. Parla di nuovo delle 
trattative di andar da segretario in casa del duca 
delt Asinara, ma non si sollecita più che tanto. È 
contento in casa Eriche dell'amore di Edoardo. 
Foscolo in Svizzera^ ^presso Zurigo. Lo avvisa di 
una corrimondo cortigiana sbarcata dall'Elba. 



134 DELLA VITA DI SILVIO PELLICO 



Amico mio, 

Tardi rispondo alla tua lettera del 13. L'autunno 
viene abbattendo la mia salute; alcune febbrette, e un pò 
di malinconia si sono impossessate tirannicamente di me. 

Passo dei giorni interi muto a pensare o non pensare 
nella mia camera, solo, e con nessun altro baleno di con- 
solazione che a quel mio solito riflesso: Prima di cento 
anni questo cuore avrà cessato di palpitare, oh si ! prima 
di cent'anni. E gli anni davvero che volano. 

Se il Duca mi vuole mi faccia le sue proposizioni, 
e sentirò se mi convenga d'accettare; del resto non me 
ne curo; son io più potente della fortuna? Io vorrei che 
la mia vita, prima di finire fosse utile a' miei parenti, 
ma la fortuna può sola esaudirmi, ed io sono stanco di 
pregarla. A me qui... tolto i denari, che poi seriamente 
non mi abbisognano... nulla manca. Mi amano, il mio 
Edoardo più di tutti mi ama, e niuno comprende quanto 
sia dolce per me Tessere amato da un cuore, che io forse 
ho abbellito. 

Se il Duca pensa a me, scriverà a de Breme, il quale 
non è molto mi ha a lui ricordato; ma torno a dire, non 
me ne cruccio. 

Ho nuove positive di Ugo. Vive con tutta economia 
in un villaggio vicino a Zurigo, donde scrive che ha tro- 
vato per la prima volta quella pace d'animo, che non 
sperava mai di gustare, dice che ha proposizioni vantag- 



LETTERE FAMILIARI DI SILVIO PELLICO (1813-1821) 135 



giose di paesi esteri, ma che nulla si risolve per ora 
d'accettare. 

Scrivimi pure e spesso e lagnati meno delle tue affli- 
zioni, che io vedi, non ho più l'anima inaridita per gli 
altri, come l'ho per me. Pe' miei mali solo sono rasse- 
gnato, non per gli altrui ; e se ho qualche lagrima da 
versare, è pe' miei amici. 

Dimenticava di dirti che una tal sedicente contessa 
di Miniac Rohan, venuta dall'Elba quando Napoleone ne 
usci, e rimasta finora in Milano, è stata l'altro di scac- 
ciata. S'è recata a Genova. Se a caso vi si fermasse, e 
ti conoscesse, non t'intrigare con lei. 



XXIV. 

Milano, 20 Ottobre 1815. 

Bella "pensione di Ltiìgi, come antico impiegato. Bel mo 
amore per la Sofìa, figliuola della baronessa N„. 
Amore idealizzato da Silvio. (Il matrimonio con 
quella giovine non si potè fare, per ragioni di fa- 
miglia). 

Amico mio, 
Ho ricevuto quattro giorni sono la tua lettera del 14 
e m'è stato grato il vederti deporre in me il segreto de' 
tuoi nuovi affanni. Ma se l'uomo deve pur sempre essere 
dominato da qualche passione, credi che la meno colpevole 
(quando sia vero amore) è l'amore. 



136 DELLA VITA DI SILVIO PELLICO 



Ma prima di parlarti col cuore che è il linguaggio che 
più mi piace, parliamo d'un altro affare, che pur mi inte- 
ressa. T'ho scritto che t'era stata fissata una pensione di 
450 lire italiane, che per pagarla s'esige che tu abiti la Lom- 
bardia; che il consigliere Sauner ti suggeriva di fare due 
volte all'anno un viaggio a Milano, ove potresti provare 
d'essere domiciliato con me, che altrimenti potevi doman- 
dare i tuoi decimi, ecc. Papà mi scrive, e già me l'immagi- 
nava, che i viaggi a Milano non li potresti fai^e, e soggiunge 
che il chiedere i decimi non ti conviene perchè verresti ad 
avere assai meno che la pensione; onde ingegnisi il detto 
consigliere a riscuotere la pensione in qualche modo. Tal'è 
l'avviso di papà; aspetto il tuo, e andrò a far la risposta. 

Or tornando alle passioni, ti ripeto che quella ch'io 
vedo più volentieri negli uomini è l'amore; perchè sebbene 
pericolosa anche quella, pur mi pare che possa, molto 
più che le altre, allearsi colla virtù. Alla nostra età non 
è più permesso di fare I-apologia dell'amore romanzesco; 
la moda vuole che si abbandoni con disprezzo ai giovani 
imberbi. Ma noi due chiusi e sigillati nelle nostre lettere, 
dove il ridicolo non ci può attingere, parliamone pure 
secondo il nostro intimo sentimento. Se tu hai il cuore 
buono devi al pari di me disprezzare quel donnajuolismo 
galante, che solo è ammesso dal buon tono, e la di cui 
vera essenza non è già un culto che si presti alle donne ma 
bensì una mascherata continua intenzione di disistimarle, 
di deriderle, benché quando tu pure pratichi in questo 



LETTERE FAMILIARI DI SILVIO PELLICO (1813-1821) 137 



la moda, sono certo che. non applaudi a te stesso; e s'io 
potessi guidare le tue azioni come Minerva faceva con 
Ulisse, oh! allora sì che ti sgriderei, e ti farei vergognare 
di perdere si vilmente un tempo che dovresti impiegare 
neiromarti Tingegno, perchè alla fin de' conti poi il solo 
sapere nobilita sodamente l'uomo agli occhi altrui e quel 
che più importa agli occhi di sé stesso. Ma giacché ti vedo 
reduce all'amor vero e all'amore ófuna fanciulla.,, che 
questo infatti, a dispetto di tutti i Moqiieurs della ten*a, mi 
sembra l'angelico... odi quel che sa dirti la tua Minella. 
Quella bella fanciulla, educata con tutta la perfezione 
ideale, con tutto quel magico morale, che sappiamo im- 
maginare, e di cui la nostra presuntuosa ed ignorantissima 
Italia avrà bisogno di prendere i modelli dalle nazioni 
che chiama barbare... vedi... amala immensamente, adorala, 
divinizzala, e la sua immagine cosi supremamente abbel- 
lita divenga la norma di tutte le tue azioni, di tutti i tuoi 
pensiei'i... allora la sete delle ricchezze, degli onori, ogni 
mondana ambizione ti si parranno come sotto i tuoi piedi 
ed esulterai d'essere più grande di tutti i re dell'universo... 
Le lettere, l'entusiasmo patrio, l'umanità, l'amor filiale 
e fraterno parleranno con più incanto all'anima tua; tu 
scoprirai in loro tutto quel che hanno di sublime, di emi- 
nentemente poetico. La vita stessa, quella carriera spinosa, 
ardua, ove tanti oggetti cospirano contro il nostro bene, 
ti si spianerà dinanzi, si coprirà di qualche fiore, la 
scorrerai più leggiero, più coraggioso. Il dolore stesso, 



138 DELLA VITA DI SILVIO PELLICO 



misterioso e indivisibile compagno del mortale, il dolore 
che ti farà spargere dirotte lagrime, ti sarà caro, più caro 
delle profane contentezze che ravviserai sugli altrui volti. 

Questo stato d'esaltazione sarà delirio; ma non delira 
chi ordisce cabale per accumular oro, cld palpita di 
timore o di speranza a fianco d'un principe? quell'oro 
e quel principe e tu medesimo domani non' sarete più; 
tutto è vanità. E perchè dunque si arrogheranno di bestem- 
miare come unica vanità i voti celesti dell'entusiasmo ? 
Lo stesso esattissimo matematico che crede egli di fare? 
s'illude anch'egli se non coll'aspetto della fugace bellezza 
con punti, e numeri, e linee che non esistono se non 
astrattamente in natura. L'entusiasmo ha creato i fanatici. 
Si, ma anche gli eroi. La fredda ragione ha creato i fi- 
losofi e i freddi assassini. A chi più gloria? A nessun dei 
due; tacciano dunque le due sette; un mm'o le divida; gli 
uni abitino un giardino incantato popolato di spiriti, e 
gli altri una ben livellata arida pianura, ove possano 
bearsi di regolarità. I più numerosi per quanti apostoli 
abbia la ragione saranno sempre i primi. 

La fantasia è una facoltà dataci dalla natura, come 
la volontà, la riflessione, ecc. Tanto è plausibile il dire 
s'ammorzi la fantasia] come il dire: s'ammorzila vo- 
lontà. Cosi è della facoltà amante. La fantasia e l'amore 
generarono le religioni, i premi e le arti. Tristo a chi 
non vede in loro che la parte imperfetta. 

Silvio. 



LETTERE FAMILIARI DI SILVIO PELLICO (1813-1821) 139 



XXV. 

Mantova, 11 Novembre 1815. 
(Allo stesso). 
SI trova con Breme a Mantova, per rappresentarvìsl 
V « Ida » di questi dalla Cmnpagnia Marchlonni. 

Ecco perchè son qui. De Breme ha fatto due 

drammi intitolati Ida, Parte prima e Parte seconda, soggetti 

d'invenzione, trattati con incredibile piena d'affetto. Bor- 

sieri, di cui tu stimi il criterio, è rimasto colpito al sentire 

una lettura di quei drammi. Finiscono ambidue con morte; 

in Inghilterra o in Germania, benché i personaggi non sieno 

principeschi, queste produzioni si chiamerebbero tragedie: 

qui verran dette spurie dai pedanti. Quali pur sieno, spero 

che riesciranno. Kgli ha voluto ch'io l'accompagnassi a 

Mantova, dov'è la Compagnia Maixhionni per metterli 

in iscena. Siamo qui da otto giorni; le recite saranno 

martedì e mercoledì; sabato ripartiamo per Milano. 
De Breme ti saluta; ti prega di scusarlo se non t'ha 

presentato con una lettera a mad. de Staél (1). Ora s'im- 



(1) spesso SUvio PeUico ci parlerà di questa donna. Anna Luigia (1766-1817), 
figliuola di Vecker protestante, banchiere, ministro di Luigi xvi, sposò 
nel 1785 un tale che si disse barone di Staèl-IIolstein. Separatasene presto 
visse libera e facile in quanto a pensieri e costumi. Sebbene poco gentile 
di forme, sorti grande ingegno virile più che donnesco. Mortole il marito 
nel 1802, sposò secretamente il De Rocca (1810) soldato e scrittore. Sprez- 
zatrice del Buonaparte perché sprezzata da lui esulò in Germania, di cui 
studiò la Ungua e Tindole in compagnia di Goethe, Wieland, Schiller. La 
sua casa in Parigi durante il Direttorio, poi in Coppet sua terra in Sviz- 
zera, era il ritrovo de' letterati e degli uomini celebri. Viaggiò quindi in 
Italia, dove la calda fantasia le dettò il romanzo, cui diede il titolo di 



140 DELLA VITA DI SILVIO PELLICO 



magina ch'ella sarà partita di costà, o per Lione, dove si 

dovea recare, o per Mantova, dove avea detto che forse 

verrebbe a veder Vida. 

Addio, caro; tollera le tue passioni e la tua fortuna 

e sii un pochino forte, tanto da poterne anche ridere 

qualche volta fra te stesso. 

Silvio. 



XXVI. 

Milano, li Dicembre 1815. 
(A Luigi). 
Dopo recitata la « Francesca », Sllclo s'Incammina per 
una pendenza leggiera in principio, e a poco a poco 
scoscesa, sino a metter capo vicinissimo alla Carbo- 
neria. Dopo espressioni affettuose a Luigi e alla fa- 
miglia, parla della disdetta toccata alla « Ida » di 
Breme. Quindi del nuovo giornale: « La Biblioteca 
Italiana », degli scrittori, e delle poco prospere for- 
tune. Ragionamento sui classici e romantici a lungo 
per finire più riposatamente in affezioni alle persone 
care di famiglia e di amicizia, tra queste Edoardo. 



Corinna, pseudonimo che nascondeva il suo ritratto, come Jacopo Ortis 
quello di Ugo Foscolo (1807). Stampò quindi tre volumi su l'Alleìnagne (1810), 
e concorse a divulgarne i meriti ietterarii in Francia e in Italia ; il perché, 
non ebbe piccola parte nel movimento romantico, che allora agitava le 
menti de' letterati italiani. Nel 1816 viaggiò di nuovo in Italia, e mori 
Tanno seguente a Parigi. Una giusta pittura di questa celebre e strana 
donna si trova negli : Estratti delle memorie del principe di TaUeijrand, 
Milano, 1838, voi. I, pag. 260. 



LETTERE FAMILIARI DI SILVIO PELLICO (1813-1821) 141 



Caro il mio Luigia 

Bisogna pur ch'io ti risponda, ch'io ciai'li a lungo 

col mio caro Luigi, che sarà forse un po' in collera del 
mio silenzio. Mi ricordo che quando vivevamo sotto lo 
stesso tetto, stavamo delle settimane senza dirci quattro 
parole veramente di cuore; eppure ci amavamo assai, 
io ti giuro che anche tacendo t'amava assai. Cosi ora, 
sebbene tardo a comunicarti qualche mio pensiero, non 
gemo mai sulle segrete afflizioni della vita e non passa 
giorno senza questi gemiti ch'io non mi sovvenga tene- 
ramente di te, dell'anima tua generosa, della tua amicizia 
per me, e soprattutto dei mali crudeli che hai sofferto. 
L'esperienza si compra da taluni a caro prezzo ; or papà 
mi scrive che sei per entrare nelle tue vere funzioni che 
miglioi'eranno la tua sorte. Me ne rallegro più che s'io 
stesso migliorassi. Abbi soltanto in mente il passato per 
non essere ingrato alla fortuna; non vi sono, credo, go- 
dimenti che meritino d'essere acquistati col rischio di 
poscia pentirsene; parlo d'un certo pentimento che nes- 
suna forza può soffocare, quello che le lagrime d'un padre 
o d'una madre dettano nel cuore d'un figlio. Ecco placati 
i nembi che atterrirono la nostra povera famiglia; par 
ch'ella tornerà a seguire il suo corso, se non felice, 
almeno tranquilla; cooperiamo ambidue pietosamente ad 
evitatale ogni nuovo affanno. 

Stemmo quindici giorni a Mantova, dove vedemmo 



1Ì2 DELLA VITA DI SILVIO PELLICO 



V Oreste d'Alfieri, recitato con molta abilità e poco meno 
che fischiato; l'arieccliino è Teroe prediletto di quelle 
scene; i drammi più patetici di Kotzebue non vi si pos- 
sono soffrire. Breme con ragione non volea più dare i 
suoi; ma s'era impegnato in certo modo coi mantovani 
e non se ne seppe sciogliere. Per più sfortuna la sera 
della recita era giunta la Duchessa di Modena; vi fu il- 
luminazione a teatro: quelle dame impazzavano dalla 
consolazione di brillare una volta, dopo tanti anni, nei 
palclii con tutto lo splendore delle loro gioie; le guardie 
nobili strascinavano con eroico Tasto le loro sciabole ; 
la più sozza plebe avea già empiuto a buon'ora la platea, 
ma il sentimentalissimo dramma chi Tha ascoltato? Chi l'ha 
capito ? Giù potea darsi pace che in si solenne occasione 
non si rappresentasse nulla di spettacoloso? In alcuni 
palclii di gente colta sorgevano i plausi, ma non faceano 
che marcare di più l'altrui dissentimento. Io stava in 
platea con Gonfalonieri, fremendo, e giurando che non 
lascierei fiscliiare la mia Francesca. Proibii infatti ai 
comici di recitarla in quella città. 11 secondo dramma 
ieWIcla dovea esporsi il giorno dopo: l'autore noi volle 
più, sebbene certo che fosse fatto per piacere più del 
primo. Se vuoi sentirne il mio parere, è questo : il sog- 
getto è bello, ma quei due drammi formando un tutto, 
il maggior interesse era veramente nel secondo ; le azioni 
erano due; ma la prima non si sviluppava con bastante 
movimento, le narrazioni tenevano troppo luogo. Di questi 



LETTERE FAMILIARI DI SILVIO PELLICO (1813-1821) 143 

difetti non m'accorsi che alla recita. Ma la immensa pas- 
sione che c'è, li riscatta alla lettura, e sostengo che ad 
un pubblico meno stolido non poteva a meno di cavar 
molte lagi'Ime. L'autore sostenne colla dovuta disinvoltura 
il dispiacere ricevuto, ed ora dopo nuove riflessioni sta 
facendo alcune mutazioni per le quali il nostro critico 
Borsieri assicura che siffatti drammi avranno questa pri^ 
mavera a Milano un esito felicissimo. E lo credo. 

Bopsieri, Breme ed io siamo stretti dalla più intima 
amicizia. Tutti e tre abbiamo avuto l'invito d'essere col- 
laboratori d'un nuovo giornale letterario intitolato Biblio- 
teca Italiana (1), il quale comincierà a sortire al principio 
del 1816. Il governo (per lo scopo politico certamente di 
awincolarsi i letterati) ha fomentato e protegge questo 
giornale, I proprietari ne sono Monti, Breyslac, Acerbi, 
ed altri. Quest'ultimo n'è il direttore. Borsieri è stato 
incaricato di scrivere per il primo numero un prospetto 



(1) Famoso giornale, politico forse più che letterario, al quale il conte 
Saurau, governatore di Milano, dava l'intonazione secreta. Vi lavorarono 
per un qualche tempo il Monti e anche il Giordani, sebbene a giudizio 
del primo « il carattere morale di questo ex-frate sia tristo ». Lo Schlegel 
« indivisibile » compagno della Staél che allora trovavasi a Pisa, questa 
famosa Corinna^ e Tabbate de Breme suo ammiratore e « paladino » ecc., vi 
scrissero varii articoli. Lo stesso Pellico cosi scriveva all'Acerbi, che n'era 
direttore, (2 novembre 1815) : Mi è onorevole e caro l'invito da lei f attorni 
di essere fra i collaboratori del nuovo ffiornale. Lo scopo di sempre pia 
di/fondere in Italia il culto degli studi è impresa nobilissima : sento tutto 
il pregio di venir chiamato a far parte di essa. K l'S marzo iSi7 gl'in- 
viava la nota seguente : Ho ricevuto dal signor Acerbi Giuseppe L. 27^50 
per un articolo comunicatogli sopra l'opuscolo del conte Porro del metodo 
di trar la seta dai bozzoli col vapore. Alessandro Luzio nella Nuova 
Antologia^ 16 agosto 1896, pag. 585. 



é 



144 DELLA VITA DI SILVIO PELLICO 

della Letteratura Italiana, che servirà d'introduzione. 
Ha eseguito con molta maestria questo lavoro, non ripe- 
tendo le lodi già dateci tante volte da' nostri pedanti, e male; 
ma piuttosto mostrando quanta carriera ci rimanga ancora 
a percórrere, e qual animo a ciò fare ci sarà dato dallo 
studio, non solo dei classici nostri, ma delle varie lette- 
rature d'Europa, pensiero anche accennato, ma in altro 
modo e con meno corredo d'idee, da mad. de Staèl in un 
articolo ch'ella pure comunica al Giornale. Ma che vuoi? 
Borsieri mise in ischemo il Poligrafo e la fu Ditta- 
tura (senza però nominarlo) di Paradisi. Chi gli fece 
castrare un periodo, chi un altro, chi porre delle note 
che non ci volevano : se l'articolo si conserva pur bello, 
sarà prova del gran pregio intrinseco. Non si vorrebbe 
offendere questa setta né quella ; un milione di dotti già 
manda da tutte le parti diluvj di soporiferi articoli; non 
si oserà mortificare l'amor proprio di nessuno : tutti 1 
fogli saranno zeppi d'erudizione, e la. Biblioteca Britannica 
riderà della sorella che gli è nata in Italia. — Sbaglierò: 
Dio lo voglia: non divulgare questa mia profezia. 

Di nuovo letterario non c'è in questi giorni a AOlano 
che la cantata di Monti, bellissima cantata, ma cantata 
per l'annvo d'un imperatore (1). Tal è l'abuso con cui 



(i) Il ritorno d*Astrea^ messa in musica dal maestro Weigl; la canta- 
rono nel teatro della Scala, il 6 gennaio 1816 la Correo e la Marcolini 
col tenore Bonoldi e il basso De Beguis. Cusani, Storia di Milano,, vii, 269. 
Silvio Pellico ne parla in altre lettere. 



LETTERE FAMILIARI DI SILVIO PELLICO (1813-1821) 145 

pretèndiamo essere entusiasti del bello, che il ritratto di 
una mosca ci fa far le maraviglie come un quadro del 
Correggio. Dico anch'io bello, bello, ma non posso repri- 
mere in me un certo moto di disprezzo quando vedo il 
genio dell'uomo, capace di creare un nuovo mondo, im- 
meschinirsi a tornire un misero atomo. Leggeva un giorno 
il vantato Ghiabrera. S'è pur affaticato a gonfiar la fama 
de' suoi principotti : quel ch*è finto svanisce. 

Ti ricordi l'effetto che produsse in noi la lettura di 
Shakspeare e di Schiller, come l'orizzonte si facea più 
vasto davanti a noi ? La fredda riflessione, il rimbombo 
della voce de' pedanti mi ha spesso fatto dire: « questo 
mio fervore sarà egli un delirio d'inesperta gioventù » ? 
Verrà il tempo mai in cui arrossirò delle mie sfrenate 
teorie, e discernerò quanto inerente al vero bello sia la 
saviezza delle regole cosi dette aristoteliche? La coscienza 
rispondeva no. Quando lessi la Letteratura del Mezzo- 
giorno di Sismondi, e il Corso drammatico di Schlegel, mi 
riaccesi dello stesso foco che Shakspeare e Schiller m'ave- 
vano messo nel cuore. Lessi tutte le critiche francesi 
contro Schlegel e Sismondi, e ne scopersi con isdegno i 
sofismi. Giorni sono Breme comprò una raccolta di opere 
drammatiche tedesche tradotte in francese: V Emilia 
Galotti di Lessing, Goetz di Betlicìiing di Goethe sono 
cose che sforzano l'ammirazione. 

Non è l'osservanza o la violazione dell'unità di tempo 

RiNiERi — Pellico 11 



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146 . DELLA VITA DI SILVIO PELLICO 

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é di luogo che costituisce i gèneri chiamati Classico e 
Romantico. Al primo appartengono tutte le idee derivate 
ò modificate secondo l'antica civilizzazione greca, adot- 
tate poi come modello poetico : al secondo quelle che por- 
•tano l'impronta della civilizzazione moderna ; di maniera 
che a chi stabilisce i giusti limiti appartengano ài genere 
romantico appunto i capi d'opera della letteratura ita- 
liana, Dante, Petrarca, e (malgrado le osservate regole 
e qualche imitazione) il Tasso, e senza contesa l'Ariosto. 
Or mi par chiaro che il mondo non potendo più tornare 
indietro per seguire le traccie della civilizzazione greca, 
e dovendo per necessità progredire nella moderna, tutte 
le idee che sono modificate dietro questa sono più atte 
a colpir l'animo, ad influire sugringegni e sulle passioni 
che non le altre. Dante che da filosofo imitava Virgilio 
e non da pedante, capi che riproducendo mi Laocoonte 
darebbe meno terrore e pietà, che non aveva fatto agli 
antichi quel di Virgilio; agli antichi che ancor crede- 
vano si ricordavano d'aver creduto ai miracoli degli 
Dei. Che fece Dante? L'Ugolino, tradito dall'Arcivescovo 
Ruggieri, e morto di fame in una torre. 

Non si fa guerra ai Glassici : si ammira il Laocoonte; 
ma l'Ugolino è più de' nostri tempi. Il capo d'opera di 
Racine, V Andromaca, non farà mai spargere tante lagrime 
come Misantropia e Pentimento] la differenza di merito è 
pur enorme. Dunque il genere ilelle idee che ora nominiamo 
classiche non è più quello col quale dobbiamo comuni- 



LETTERE FAMILIARI DI SILVIO PELLICO (1813-18:31) 147 



care, atterrire, sedun'e gli uomini (1). Venissero dai quattro 
capi dell'universo falangi di Aristotelici a inibimi il teinpìo 
dell'immortalità, non li credo. Non essi, la piii indipen- 
dente delle potenze, l'ingegno solo ne apre le porte.- Lui 
solo invoclierò, se tal vaghezza mi prenderà. 

Ma sovente mirando agli ostacoli che tutto pone àgli 
èlanci dello ingegno, m'adiro, e sospiro la vita oscura, 
vicino a' miei vecchi parenti, a cui mi sembrerebbe assai 
più giusto ch'io consacrassi i miei affetti e tutta la mia poco 
pregevole esistenza, anziché alle chimere di filantropia 
o di gloria. Possa nostro padre giungere robusto alla 
più tarda vecchiezza; ma se una malattia ce lo rapisce? 
Glii consola gli ultimi giorni di nostra madre? Chi ha un 
tozzo di pane a dividere con due sorelle e un fratello 
inadulto ? Perciò quando mio padre mi propone un impie- 
guccio a Torino sono disposto ad accettarlo. Sacrificare 
la propria ambizione ai doveri di figlio non è debolezza. 
Del resto senza credere materialmente al libro di ferro 
del destino, credo a modo mio al destino. Io tendo 



(1) Da queste considerazioni di Silvio Pellico, uomo competente, si vede 
che tutta quella contesa che iniìeriva allora, e rincrudì poi colla pubbli- 
cazione del Conciliatore^ si riduceva in parte a una logomachia. Chi ha 
mai sostenuto che s'abbia a scrivere oggigiorno col yeneve delle idee di 
Omero, di Virgilio ? Ma la regola, la norma, direttrice e disciplinatrice 
delle idee, come quella che é di tutti i tempi e di tutte le cose, é pur 
una; perché non si scompagna da una proprietà dello spirito umano. 
Quindi le regole, per es., tracciate da Orazio nell'arte poetica saranno e 
dovranno essere sempre seguite, se non si vuol dare nel goffo, epiteto 
che converrebbe certamente al romanticismo, se non fosse inteso nella 
latitudine e nella maniera in cui Silvio PeUico lo tratteggia. 



{ 



148 PELLA VITA DI SILVIO PELLICO 

sempre a sviluppare e migliorare le mie facoltà; quali 
si sieno poi le utili e le inutili, mi rassegno. Sarà di me 
quel che dev'essere. Se le lettere diverranno qualche 
cosa in Italia, convengo con quello che tu dicesti : Milano 
sola ne può essere il centro; e tolte le ragioni di famiglia, 
qui preferisco di stare, qui dove ho poi anche il mio 
Odoardo che non è la minor parte dell'anima mia; qui 
dove in Lodovico Breme ho acquistato quasi un fratello. 
Non sospettare ch'io viva dissipato : studio e fantastico. 
Immagino tragedie e romanzi; qualche cosa può essere 
che m'uscirà dal cervello. Non ho ancora fatto una copia 
della Francesca per mandartela: abbi pazienza. Addio, 
amami, amami quanto più sai, e vivi felice quanto più 
puoi (1). 

Il tuo S. 



(1) {Nella piegatura della lettera). Albasini, dopo molte istanze e 
pazienza, ha scritto una lettera al Sgr. L(uigi) contenente queste sole 
parole : « Le mie circostanze mi obbligano a prevenirvi che se non pensate 
a pagarmi, vi farò fare una deUe peggiori figure che si possa far sulla 
terra ». Non te la compiego per non far volume. Avverti soltanto che il 
S. L. scriva a colui qualche cosa che lo plachi e mandi la lettera a me: 
io gliela rimetterò. Gii é noto che il S. L. ha trovato posto in un negozio 
costà. Io gli ho detto che finché v'erano gl'Inglesi, quel negozio non pro- 
sperava, e ch'egli non aveva ancor salario. 

(Questo é gergo e significa il debito da Luigi Pellico contratto per 
iscappate giovanili, come abbiamo accennato a pag. 73. Vedremo più in 
là come questo debito fu poi saldato da Silvio Pellico). 



LETTERE FAMILIARI DI SILVIO PELLICO (1813-1821) 149 



xxvn. 

Milano, 10 Marzo (1815-16). 
(A Luigi). 

Lo rimprovera con amore di una 'proposizione scrit- 
tagli da- Luigi, la quale lo impedì di dormire. 

Carissimo mio amico, 

(Chiede associazione a Gazzetta Genovese 3 o 6 mesi). 

Or la tua lettera, non lo crederai, m'ha impedito di 
dormire questa notte, e ciò per quattro parole prover- 
biali, a cui certo tu non hai dato verun senso. Appena 
mi farai risposta, io, se sarò in vita, ti scriverò, ecc. 

Ti prego di non adoperar mai siffatte clausule; quel 
se sarò in vita, m'ha fatto immaginare che tu fossi ma- 
lato quando m'hai scritto, o per lo meno straordinaria- 
mente addolorato. È certo una debolezza quel non sapersi 
avvezzare all'idea di morte relativamente alle persone 
care; è lo stesso come il temere che sfugga di gabbia 
un uccello a cui si è affezionati. Ma vi sono alcune stor- 
ture nella mente umana, senza le quali la società non 
esisterebbe; la natura le ha volute e non si possono cor- 
reggere. Scrivimi come stai, come vivi, se ami, se studi, 
se hai fatto pace colla Provvidenza. Io non ti voglio più 
parlare de' miei lavori, finché non abbia qualche buona 
tragedia a mostrarti. Addio. Lodovico ti saluta... 

Sono il tuo S. 



\ 



150 DELLA VITA DI SILVIO PELLICO 



XXVIII. 

Milano, 9 Gennaio 1816. 

(A Luigi). 

Si pensa a dare a Sllcio un impiego a Torino; gli piange 
il cuoì^e sulla possibile sventura della famiglia. Il 
conte Porro gli propone impiego in casa, condi- 
zioni, ecc. Consigli a Luigi. Povertà di Foscolo. 

Amico carissimo. 

Papà ti avrà significato clie il Ministro ha già quasi 
risposto favorevolmente alla domanda fatta d'un impiego 
per me. Non intima mia volontà, ma la sola ragione m'in- 
duce ad aderire; la ragione che mi ripete, ch'io qui sono 
inutile ai miei parenti, e che di più la vita non merita 
d'esser comprata con un perpetuo tributo di riconoscenza. 
Questa primavera avrò bisogno indispensabile di vestirmi;, 
denari non ne ho; sai*ei certo, domandandone a Eriche, 
di averne, ma non glie ne ho ancor mai domandato, e 
il provocar benefici con -umiliazioni mi costa assai più 
che il vendere altrove la mia vita, dove mi sarà debita- 
mente pagata. 

La libertà che perdo? è inganno. Studio la mattina, 
ecc. (l'ipete cose già dette sopra). Se fossi a Torino sarei 
vincolato dalle nove in giù e la differenza è poca. Se 
penso inoltre che nostro padre può morire, e la famiglia 
restar derelitta d'ogni ajuto, tremo pensando che di due 



LETTERE FAMILIARI DI SILVIO PELLICO (1813-1821) 151 

figli adulti nessuno potrebbe sostenere nostra madre col 
dividere seco, non solo il poco pane guadagnato, ma le 
cure dovute agli altri figli, e il pianto e la povertà. Il non 
apprezzar l'esistenza è molto, ma io fo più, ne sono sazio 
è gran tempo; e allora che più sono i vantaggi, agi, è 
la possibilità di stampar quattro pagine ? Nondimeno 
Milano mi è cara; separarmi da Odoardo è tonni una gran 
dolcezza dal cuore; ho un tenero amico in Breme, tutta 
casa Eriche mi è affezionata. 

Se una proposizione che ho qui dal conte Porro, 
sarà creduta più vantaggiosa dell'impiego destinatomi a 
Torino, il poter restar a Milano sarà da me reputato una 
fortuna, lo confesso. Ei mi propone l'educazione di due 
suoi flgliuolini, tavola, alloggio, amicizia, e cento lire al 
mese per tutta la mia vita. Non so far calcoli, ma direi 
che il partito è migliore di qualunque impiego. Mio padre 
deciderà; tu dimmene il tuo parere. 

Addio. Monti mi rimetterà ima copia della sua can- 
tata per te; ha ricevuto la tua lettera, e m'incarica di 
salutarti e di dirti di far giudizio e di coltivare il tuo 
ingegno^ che ne hai molto. La cantata riuscì poco bene. 

Addio, caro. Fa dunque giudizio, il che vuol dire tem- 
pera l'ardore delle tue passioni, e uniformati quanto puoi 
ai voleri inesorabili della fortuna. 

Sai per chi mi piange amarissimamente il cuore? 
Per Ugo, che vive poverissimo a Hottingen in Svizzera, 
poverissimo in tutta l'estensione del detto. 



152 DELLA VITA DI SILVIO PELLICO 



XXIX. 

19 Gennaio 1816. 
(A Luigi). 

Considerazioni su YorlcU (1). 

Amico caro, 

Non è certo Benincasa che ha tradotto le lettere di 
Yorick, ecc. Bertolofcti, ch'è tutto Benincasa, le ha criticate: 
dicono che sieno state tradotte per speculazione da al- 
cuni giovani milanesi. Non Tho trovato l'originale, ma 
Giegler mi disse che gli arriverà. 

Muto la penna per essere più gentile nel dirti qualche 
cosa sulla magia dello stile di Yorick. Qual'è il senti- 
mento che vi predomina? non è amore, non è soltanto 
amicizia, è qualche cosa di mistico che par che sfugga 
all'analisi. Tu sei ardente di passioni; non so Luigi, se 
esse ti hanno mai lasciato scorgere che oltre quello che 
chiami amore, ed oltre l'amicizia, v'è ima terza specie 
d'afletto ch'è anche amore. Vi sono degli animi somma- 
mente inchinati alla pietà e alla malinconia, a cui l'abitu- 
dine di carte idee naturali: vita, morte, bellezza, cadavere, 
virtù, perfìdia, idee che si mischiano senza volerlo ad 



(1) Yorich è il nomignolo, che il famoso Sterne Lawrence (1713-1768) 
prese dal buffone che ha questo nome nell'Amleto. Il suo viaggio senti" 
orientale fu tradotto dal Foscolo ; é pure l'autore deUe Lettere alla signora 
Draper (sotto il nome di Elisa), della quale, sebbene ministro protestante 
e già ammogliato, si era innamorato. 



LETTERE FAMILIARI DI SILVIO PELLICO (1813-1821) 153 

Ogni fantasma deirimmaginazione, toglie molta facoltà 
d'entusiasmo per le cose particolari. Non vedono mai 
separatamente il bene ed il male. Sottoscriverebbero 
forte a un'impresa per la libertà patria: ma senza impeto, 
vedendo le catene e il supplizio che il tiranno appresta 
ai generosi. Una fanciulla, un fiore, un amico, li fa sor- 
ridere, né quel sorriso, né la gioia stessa che talora co- 
mandano a sé stessi, dissipa un istante la loro interna 
mestizia. Stanchi di questa, avidi quindi di sensazioni de- 
liziose, le cercano con più cura degli uomini passionati; 
starebbero in mezzo ai cannibali, e si sforzerebbero an- 
cora di chiamarli fratelli pel piacere di credere che l'uomo 
ha fratelli. Sono siffatti animi, che sentono naturalmente 
quella terza specie d'affetto di cui t'ho parlato. Se essi 
scrivono ad Elisa, quand'anche non fosse un'angelo, ame- 
rebbero di persuadersi ch'ella é tale, e sentono infatti 
tutto l'incanto della sua bontà e della sua grazia, ma non 
possono ingannarsi a segno di farsene realmente un idolo 
distinto dalle altre creature umane. Quindi meno trasporto 
d espressioni che nella pluralità degli amanti, e quindi 
quel fondo di pietà e di rassegnazione piuttosto che 
d'adorazione. La magia del loro stile ha qualche cosa 
di vago; somiglia un po' a quei sogni nei quali si erra 
contenti per campagne sconosciute piene d'oggetti deli- 
ziosi, di cui svegliandosi non si concepiscono più né i 
nomi né le forme. 

Voleva farmi intendere, non so se mi é nuscito. 



154 DELLA VITA DI SILVIO PELLICO 



Addio. Ama la taa Solia polcli'è buona, 6 baciale il letnbo 
della veste per parte mia. Quel che dici intorno a lei è 
ragionevole, e l'approvo; il pensiero che non puoi spo- 
sarla, ti salvi da ogni delirio. 

Per la tua pensione, converrebbe che tu, in grazia 
di qualche altra protezione, potessi far fare un'eccezione 
alla regola, scrivendo tu o il protettore a questo governo, 
mandando la supplica a me, ecc. ecc. Il Sig. Sauner 

non può nulla. 

Silvio. 

XXX. 

Milano, 28 Febbraio 1816. 

(A Luigi). 
Sentendo il vuoto nel cuore e il continuo interno ram-, 
marico che come V ombra segue chi vive « vita natu- 
rale », esce in un intimo sfogo, in cui dà un saggio 
di ^piccola filosofia epicurea, die consiste insomma 
nel godersi quel poco bene che si può. « Tancredi » 
ossia V « Italiano »; tutta la tela spartita di un. 
romanzo nazionale, ehe darebbe Videale dell'Ita- 
Viano, precorrendo nello scopo letterario a Massimo 
d'Azeglio. 

Mio amico, 

Beato l'uomo che in cose, le quali pajono bagattelle 
trova una fonte vera di piacere ! Sarebbe pur pazzo se 
per uniformarsi ai gravi dettami della filosofia, rinunziasse 



LETTERE FAMILIARI DI SILVIO PELLICO (1813-1821) 155 



a quella sicura felicità per sospirarne un'altra che forse 
ùon attingerebbe mai! Questo è vero, ogni volta che per 
gustare il bene presente non si affrontino troppi pericoli 
d'aversi a pentire nell'avvenire. Ma ho spesso osservato 
che gli Uomini superiori al volgo trovano pòchi piaceri 
nella vita; fra quel gregge di stolti che va ogni giorno 
al Corso, lieto di veder la moltitudine, e le carrozze, e 
l'imperatore e i ministri, Tuomo pensante s'annoia, s'adira 
o se mostra allegria, la finge, e non può introdurne una 
stilla di vera nel cuore. Cosi è del teatro, dei balli, ecc.; 
a un minuto di rapimento succedono cinquantanove di 
riflessione o di desiderio o di spossatezza di spirito. Questi 
esperimenti ripetuti mi fanno credere che chi ama sé 
stesso è obbligato in coscienza di fare una scelta dei suoi 
cosi detti passatempi, e rigettare tutti quelli che Tabitudine 
Sola a nessuna vera voluttà fa adottare. Se alcuno mi 
dicesse che inselvatisco perchè ristringo ogni giorno la 
sfera de'miei divertimenti, mi riderei di lui; egli non sa 
che quando si rinunzia volontariamente a qualche appa- 
x'ente dolcezza, non se rie escludono che le menzognere 
le minori, per dare una maggiore intensità alle più 
reali. Ho fatto anche i dì scorsi questa osservazione; fui 
malato d'un po' d'infiammazione al petto; per guarirmi 
mi sottoposi, dopo una forte purga, a una rigorosissima 
dièta. Risanai; mi tornò l'appetito; ma per precauzione 
continuai a mangiar poco, e soprattutto pochissimo o niente 
di carne. Quell'astinenza che m'impongo mi fa trovare 



156 DELLA VITA DI SILVIO PELLICO 



squisitissimi 1 piatti che gusto ; dopo pranzo ho lo stomaco 
un po' leggiero, ma questa leggerezza non è fame ; è bensì 
uno stato di salute, durante il quale il cervello è meno 
pesante che quando è influito da una penosa digestione. 
Anche il mio sonno riesce più leggiero, ma se mi sveglio 
ho la mente lucida, meno bile nel petto, e un reale rad- 
doppiamento d'esistenza. Sono convinto che Tarte della 
cucina fa mangiare i cittadini assai più dei contadini, a 
proporzione della fatica che fanno; quindi maggiori ma- 
lattie e morti fra i primi. E vedo qual porzione di cibo 
la natura mi abbia destinato necessario. È ridicolo frat- 
tanto, mentre io mi sento migliorato con questo metodo, 
di udire che altri mi compiange perchè non bevo vino, 
e non m'empio come una fogna. Tutti i raffinamenti sociali 
sono come l'aiate della cucina; stuzzicano il palato ai 
golosi e fanno mangiare fino all'indigestione. Oh falsi 
epicurei! 

Farò forse stampare la mia Francesca. Se i miei cari 
compatriotti la criticano più del dovere, farò come tu 
dici, non me ne curerò. Ho altri argomenti in capo, fra 
i quali un romanzo che tosto o tardi farò, e sarà una 
delle occupazioni più care della mia vita. Il titolo sarà 
Vitaliano, SI chiamerà Tancredi. Sarà un giovane pìemon- 
tese, dotato dalla natura di tutta la forza di mente e di 
cuore che può infondere il nostro Sole. Un vecchio in- 
glese se ne innamora, lo piglia con sé come se fosse suo 
figlio. Passano per alcune città d'Italia. Sentimento squisito 



LETTERE FAMILIARI DI SILVIO PELLICO (1813-1821) 157 

di Tancredi per le belle arti. Passione pel bello, ma igno- 
ranza totale della scienza politica. In Inghilterra perde i 
pregiudizi della religione; gli s'apre l'orizzonte politico 
dinanzi agli occhi. Fervore con cui si slancia a conside- 
rarlo. Delira di vergogna e di speranza pensando a ciò cli'è 
l'Italia e a ciò che può divenire. Ama la figlia d'un lord, 
tutto il bello e il sublime dell'amore. Impossibilità di spo- 
sare quella fanciulla per la differenza di condizione. Un'idea 
luminosa, gigantesca gli sorge nella mente; rendersi degno 
di quella sposa con una grande azione. Entra nelle truppe 
anglo-itale (che nobiliterò. E che non può nobilitare 
lo scrittore ?) colla romanzesca risoluzione di morire per 
la patria o di acquistare tal gloria da meritare gli applausi 
dell'Inghilterra. Qualche somma prodezza. Cattivo successo. 
Sacrifizio dell'Italia. Tancredi disperato. Sono indeciso 
se lo farò morire, o se farò che il lord informato dalla 
propria figlia delle intenzioni eroiche di Tancredi, e ve- 
dute le sue lettere, consenta al matrimonio. Tancredi va a 
Londra per vedere ancora una volta l'amata, e poi morire. 
Trova tutto spianato ed è felice. 

Se esamini bene, vedrai che una parte della storia 
dei tempi cospira a ingrandire questo lavoro. Lo scopo 
ò di presentare l'ideale del carattere italiano. Addio, caro, 
dolce, sincero amico. Amami. 



158 DELLA VITA DI SILVIO PELLICO 



XXXI. 

Milano, 3 Aprile 1816. 
(A Luigi). 

CoWentrare in casa Porro, entra "pure mila speranza 
di 'poter giovare alla famiglia ch'è tanta parte del 
SUO cuore; salderà quindi quella ferita, ossia quel 
debito contratto da Luigi per sue pazzie giovanili. 
Gli porge consigli di vacillante filosofia, rammen- 
tandogli di soffrire la croce con cuor magnanimo. 
Notizie intorno alla ^Biblioteca Italiana^», che sanno 
assai di reo. Importantissimo segreto sul nuovo gior- 
nale : « Il Bersagliente », che sta ancora nel caldo della 
concezione de* cervelli di Lodovico de Breme, Bor- 
sieri, Silvio Pellico. Ragguagli preziosi su Foscolo, 
e 'l caldo dell'amore che lo stringeva a Silvio. 

Amico mio, 

(Cose -d'interessi familiari). 

Oggi pranzo dal conte Porro, e spero di sentire che 
la contessa Gaffarelli si accinga a partire. Vìa costei, 
entrerò subito nel mio impiego, al quale anelo per aver 
lo spirito tranquillo e per cominciare a veder qualche 
quattrino. Gol mio modo attuale di vivere, che certo non 
cangierò più, potrò (tolto il necessario per vestirmi) man- 
dare quasi tutto il denaro a casa. Siccome questo sarà 
un sovrappiù nella casa paterna, se ne potrà, spero, 



LETTERE FAMILIARI DI SILVIO PELLICO (1813-1821) 159 

disporre a gradi a gradi ónde saldare il debito col signor 
Lampo. Poiché è stato discreto fin ora, sono certo che 
vorrà esserlo anche per Tavvenire; o la tua pensione ci 
libererà da queste angustie, o fra tutti finiremo per gua- 
rire quella piaga. Frattanto pensa, te ne pregò, alla tua 
promessa con Albasini, che incontro spesso, e che la 
miseria ha reso acerbo. Il disperarsi per queste necessità 
è inutile, la vita è un male (1); siamo d'accordo, bene- 
detta l'idea ch'è venuta all'altissimo, di renderla mortale! 
si può rinunziare a lei, o conviene soffrirla coraggiosa- 
mente: il primo abbiamo deciso tu ed io che non possiamo 
farlo (cinque parole cancellate e illeggibili). Il secondo par- 
tito, a chi non ha più velo dinanzi agli occhi, a chi sente che 
siamo tutti veramente condannati dal peccato originale a 
portar la croce, esige molta torza d'animo sia che la croce 
sia più meno pesante. Considerati dunque tutti i mali 
politici, domestici, fisici e morali che ci circondano, sa- 
rebbe follia di fissare gli occhi sovra uno di essi, e inor- 
ridirne, giacché orribili sono tutti. Vi sono per altro 
delle nazioni, delle famiglie, delle persone più felici: sl^ 
come delle più infelici. Qual rapporto fra un oggetto e gli 
estranei ? Ogni creatura non ha d'irrefragabilmente reale 



(1) Questo é uno degli spropositi non piccoli né pochi ne' quali diede 
Silvio Pellico nella sua gioventù, dimenticandosi degli insegnamenti ma- 
terni de' doveri cristiani anche elementari, com'è quello di riconoscere la 
vita come un dono ricevuto da Dio, e di appartenenza stretta di lui, per 
servircene secondo i dettami naturali e secondo quelli della fede, a fine 
di ottenere l'ultima felicità: qui sta tutto il cristianesimo, e non c'è nel 
mondo altra sapienza. 



160 DELLA VITA DI SILVIO PELLICO 



che sè stessa. Ella si trova esistente con quelle tali mo- 
dificazioni, e non altrimenti. Cerchi dunque, se Dio Tha posta 
sulle spine, di adagiarvisi il meglio possibile, e di fare il 
callo alle punture. Credi che vi si perviene quanto basta. 
Sappi che Ugo non era mai partito da Hottinger vi- 
cino a Zurigo, che viveva in campagna poveramente, 
che passò un inverno angustioso, senza amici, e quasi 
senza pane. Ti giuro che il cuore mi piange amaramente 
sul destino di quel grand'uomo, perch'io Tho conosciuto 
e riconosciuto tale sempre. Sono finalmente riuscito a 
vendere i suoi libri, a prezzo direi quasi d'oro, e gli ho 
mandato li97 lire italiane colle quali potrà fare il viaggio 
a Londra, dove stampando le sue opere edite e qualche 
cosa d'inedito, avrà subito da vivere. Egli da due corrieri 
mi supplica colle più calde preghiere di raggiungerlo, di 
unire il mio destino al suo, di dare al mondo l'esempio 
d'una amicizia senza fine; che a Londra è certo che vi- 
vremo ambidue meglio ch'io non vivrò mai a Milano. Se 
quest'offerta m'era fatta prima del mio impiego con Porro, 
l'amore che ho per Ugo, e la disperazione di migliorai* 
qui di fortuna, m'avrebbero fatto accettare. Accetterei 
ancora, se non fossi certo di lacerare il cuore de' miei 
parenti; perchè insomma, beato chi non lascia le sue 
ossa in Italia (1). Ma anche in ciò, fiat voluntas Domini. 



(l) Queste parole, se non fossero dettate da un troppo amor patrio 
forse non inteso bene, noi non sapremmo approvarle in nessuna maniera. 
l*ure sonavano nella bocca de' patriotti d'allora, in modo poi iroso e pe- 
tulante in un Gioberti, come vedremo a suo tempo e luogo. 



LETTERE FAMILIARI DI SILVIO PELLICO (1813-1821) 161 

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A Genova avrai forse veduti i due numeri usciti della 
Biblioteca Italiana, e avrai aggrinzato il naso alla solita 
puzza pedantesca che suole distinguere i giornali letterarj 
italiani. Freddure, stento, amplificazioni ; le parole Italia, 
italiano, nazionalità, cacciate dappertutto, ottima cosa in 
se, ma qui fatte senza garbo, e quindi di niun efletto. 
Il povero Monti è già disgustato, e d'Acerbi, cli'è, dicono, 
un intrigante, e di Giordani, che col suo preteso saper 
la lingua ha ottenuto gran voce in questo giornale. Il 
pubblico di Milano sbadiglia; e gli oracoli predicono che 
un altro giornale nascerà per seppellir quello, e gigan- 
teggiare sulle sue rovine. Esso si sta concependo in 
gran segreto, in tre cervelli che si radunano ogni sera 
per preparare tutto ciò che occorre alla felicità del parto. 
Il nome di battesimo sarà questo : Il Bersagliere, giornale 
drammatico, ^inorale. Quattro finti personaggi compile- 
ranno questo foglio: un pedante per nome Alfeslbeo, un 
cinico per nome Aplclo, un sentimentalone per nome Era- 
clito, e un uomo di buon senso per nome Emilio, I 
personaggi saranno ben sostenuti; ciascuno di essi dirà 
sempre tutto ciò che si può di meglio nel suo carattere; 
dimodoché nessun critico possa mai contraddirci nelle 
nostre teorie, con buone ragioni che noi stessi non al> 
biamo già sviluppate, e quindi atterrate. Lo scopo prin- 
cipale apparente sarà la drammatica, profondi commenti 
suirAlfieri, paragone di esso con Schiller, Shakspeare, 
Calderone della Barca : rettificazione del giudizio da por- 

RiNiERi — Pellico 12 



102 DELLA VITA DI SILVIO PELLICO 



tarsi sopra Goldoni, Molière, ecc. TragediahillUt di sog- 
getti, CommecUahilità, ecc, varietà di costumi nelle varie 
nazioni, nei varj tempi, quindi i poemi e le storie come 
Tonti del tragico, i romanzi, le novello, gli aneddoti, 
come attenenti al comico. Lo scopo vero sarà la dillu- 
sione dei lumi, almeno in teorie letterarie, che pur tanto 
sono legate colla lilosofia, e col propagamento delle virtù 
sociali. 

I tre cervelli gravidi sono Lodovico Breme, Boi^sieri, 
e Pellico; avremo per fautori nell'estero la Stael, Schlegel, 
Sismondi, e Ginguenè. Per tener gli spiriti più tesi il Ber- 
scigliere^ invece d'ogni mese, uscirà ogni domenica. Se 
riesce mediocremente, abbiamo fatto i conti (senza Toste) 
e ci pare di poter guadagnare per uno 200 lire al mese; 
fosse anche meno, pazienza; ma può anche essere di più. 
Bada di non farne motto con nessunissimo, neppure colla 
tua ombra. Non uscirà così presto, perchè vogliamo pre- 
parare dei materiali, e ordir tutto bene. Ti invitiamo a fare 
degli articoli. Ugo ce ne manderà da Londra. Vedrai, 
vedrai. 

Addio, fratello dell'anima mia. Amami, sopporta le 
tue afflizioni. Benché non paja, ne ha molte anche il tuo 
Silvio. 



LETTERE FAMILIARI DI SILVIO PELLICO (1813-1821) 103 



XXXII. 

Milano, Aprile 1816, 
(A Léandre Pellico). 
Avml assennati e gmstl intorno alla 'poesia. Quello che 
era una volta, e quello che è adesso, Vuso che se ne 
'piw farej e come Silvio annunzia un 'prossimo miglio- 
ramento di stato. Certamente dev'essere un'intesa 
con casa Porro, e la sua andata in questa casa. 
Arrabbiato confronto del Nobile colVuomo di vaglia. 

Mon cher frère, 
Tu es bien aimable de m'écrire de si jolies clioses 
en anglais et en latin. Malgré le style poétique que tu as 
employé, j'y vois la na'ive véri té de tes vifs sentiments 
d'ami tió, car tu sauras, mon ami, qu'il y a toujours eu 
deux espèces de poètes: les uns ne clierchent qu'à en- 
tasser des mots éclatants, et les autres épanclient leur 
àme tendre ou fortement agitée par les passions. La poesie 
n'est qu'un délassement, auquel le sage ne consacre 
jamais le temps qu'il peut mieux employer; carnousne 
sommes plus dans les siòcles (1) oii une ode martiale con- 



(1) Si presenta subito al lettore la riilessione : E perchè poi egli, Silvio 
Pellico, maneggiò tanto la lira, e ne tolse una vera celebrità? Non si può 
dire che il solo ricreamento ne fosse il motivo. Per salvarla della contrad- 
dizione del suo operare coirinsegnaniento scritto al fratello, e non tenendo 
ronto della persona morale di maestro, veramente la poesia era per lui 
strumento efficace di patriottismo; non entriamo nelle qualità morali di 
questo. Insieme con lui e prima e dopo sorse una vera pleiade di poeti, 
tutti armonicamente concordi a eccitare gli animi a nazionalità, ed a 
scuotere il giogo dello straniero. 



164 DELLA VITA DI SILVIO PELLICO 

duisait les armées à la victoire. Aìors la poesie était 
toute la littérature et la philosophie. Maintenant il faut 
avant tout étre penseurs, et connaisseurs par consèquent 
de rhistoire des anciens temps et des modernes, c'est à dire 
profonds connaisseurs du coeur humain; étude beaucoup 
plus étendue dans les sociétés actuelles, qui sont très com- 
pliquées, que dans les temps héroiques oii la vie était 
extrèmement simple. Toì, qui seras sage, mon ami, tu 
t'appliqueras, sans doute, à acquérir des connaissances 
bien exactes; mais cela n'empéchera pas que tu n'exerces 
quelque fois ton esprit dans les champs magiques et char- 
mants de Timagination. Alors, mon cher petit poète, ne 
va jamais puisser tes idées dans le vague, mais tire-les 
toujours de ta bonne et belle àme, comme tu as fait en 
célébrant la fète de ton Sylve. 

Dans huit jours, Saint Sylve commencera par exaiicer 
les voeux que tu fais pour mon bonheur. Il me donnera 
un palais oii rlen ne manquera à mon contentement, ex- 
cepté ce qui est impossible que la fortune m'accorde, mais 
dont je sens pourtant vivement la privation, la présence 
de nos bons parents, de mes bonnes soeurs, de mes frères 
chéris ! 

Oui, Léandre, au premier de mai je serai un grand, 
très-grand seigneur, car j'étendrai mes regards dans l'a- 
venir, et je n'apercevrai (i^lus) la pauvreté (1). Dans trois 



(1) Il ph(s è canceUato, e sopra c'è scritto pas. 



LETTERE FAMILIARI DI SILVIO PELLICO (1813-1821) 105 



mois je recevrai méme une quote de mes rentes, et alors... 
c'est bien tard, n'est ce pas ?... alors je t'acheterai un 
joujou pour te payer ma fèfce. Tu ris en songeant que je 
m'estlme un grand seigneur; tu as tort, rien n'est plus 
vral. Ce n'est pas un imbécile titré, qui ne croit du sang 
des dieux, parce que ses ancètres ont abandonné la charme 
il y a 400 ans, et parce qu'un bel habit brode couvre 
son corps de terre aniinée et corruptible comme la nòtre: 
ce n'est pas, dis-je, celul-là seulement qui est un gi'and 
seigneur. Le patre savoyard qui bénit tous les soirs la 
Providence de ce qu'il lui a donne un troupeau, une chau- 
mière et la paix de l'àme est au niveau du plus heureux 
des princes. Les hommes Ibnt des distinctions dans les 
conditions humaines; la nature en fait de bien diflerentes. 
Moque-toi toujours de celles que les hommes font, mo- 
quet'en aree prudence, c'est-à-dire dans le fond de ton 
ca»ur, et n'en reconnais aucune autre que celles que la 
nature a tracées. 

XXXIIL 

(Al fratello Francesco). 
Lo ìHngrazla de' csrsl latini per S. Silvio. Ragguagli 
sulla sua « Francesca », Luigi, Marchisio, Nota. 

Mio caro fratello, 
Ma sai, abate mio dilettissimo, che quella elegietta 
latina è graziosa quanto mai! ti sono veramente obbli- 
gato. Vj la traduzione inglese rende benissimo il testo. 



166 DELLA VITA DI SILVIO PELLICO 

Peccato, ch'io non merito tanta tua gentilezza! ma non- 
dimeno ella mi fa gran piacere, sia perch'ella dimostra 
l'amor tuo per me, sia perchè frattanto ti sei occupato 
di far bei versi latini e d'esprimerti in inglese, cose che 
esercitano utilmente il tuo buon ingegno. Grazie dunque, 
grazie e poi ancora grazie. E grazie pure a tutta la 
famiglia che per mezzo della lettera piemontese di papà 
mi ha fatto i suoi auguri per S. Silvio. Mi rincresce 
molto di sentire che regni in casa vostra una tormentosa 
tosse, da cui principalmente le sorelline sono attaccate. 
Io non avendo mai raffreddori non posso soffrire che 
i miei cari ne prendano. Il gran rimedio per prevenire 
quel malanno si è d'andar sempre molto vestito; lana! 
lana! e senza lana non c'è scampo, e non star mai fra 
due arie, massime in una corrente d'aria esterna che 
comunichi col cammino acceso. Questa comunicazione 
al dir di Galeno e di Mgr. Eriche, produce l'atmosfera la 
più infiammatoria che si possa e la più fatale ai poveri 
polmoni; pericolo tanto più grande per maman e le so- 
relline in quanto che i loro polmoni già sono in continuo 
stato di stimolo per la fatica dell'insegnare che fanno. 

Sono grato ai giudizi favorevoli di mad. Anselmi 
e Marchisio, e lo sarò pure a quest'ultimo di volermi 
mettere a parte d'uno scritto suo. Io li stimo somma- 
mente, benché non abbia più voluto tener carteggio con 
Marchisio dopo alcune frasi poco ritenute che gli scap- 
parono tempo fa sui traviamenti di Luigi; ma compatisco 



LETTERE FAMILIARI DI SILVIO PELLICO (1813-1821) 167 



che ha avuto a dolersi di quella disgraziata circostanza. 
A proposito, il nostro Luigi mi scrive di avvertire il con- 
sigliere Sauner che un nuovo pagamento di franchi 252 
ha avuto luogo. A chi? Da Luigi stesso al suo creditore? 
io non ne so niente, ma son contento di sentire che si 
saldino quelle tristi memorie. Sono stato consolatissimo 
quando era qua il conte di Saluzzo, d'intendere che questi 
ha fatto in casa Breme il più onorevole elogio di Luigi, 
lodandone e la giudiziosa abilità sull'impiego e la dignità 
della condotta. Dio sia ringraziato. 

Con mia sorpresa, nello Spettatore che mando oggi 
a papà ho trovato la Francesca trattata indulgentemente 
da Bertolotti. A Grassi non ne mandai copia io, ma gliene 
fece avere Mgr. I consigli che lo Spettatore dà all'av- 
vocato Nota per emendare la Lusinghiera mi sem- 
brano giusti. Non iscrivo a quest'ultimo, perchè le lodi 
smaccate e non sincere non so farle, e siamo troppo poco 
familiari perch'io ardisca avventurare qualche critica; 
e poi quel ch'io temo di più si è ch'egli s'immaginasse ch'io 
voglia mettermi in relazione con lui per cortigianeria. 
Se papà lo vede, lo saluti per parte mia, e gli dica che 
non gli ho scritto della Lusinghiera per non seccarlo colle 
ripetute congratulazioni che tanti altri gli hanno fatto. 

Addio, mio caro Francesco, t'abbraccio e sono il tuo 

aff.mo Silvio. 

J'embrasse sur mon coeur maman et ses deux chères 
compagnes de peine, de patience, de bonté. 



108 DELLA VITA DI SILVIO PELLICO 



XXX IV. 

Milano, 1 maggio 1810. 
(A Luigi). 
Lettera ciinomshua: inoliando a 'parlare della lettura 
che Luigi faceva di Chesterfìeld, nomo inglese, ciò 
è dire di senso pratico e che tira all'Epicureo am- 
modernato; Sii ciò parla di sé, della sua esperienza 
delle cose e delle persone, con molta fdosofia natu- 
rate, la quale è di difficilissima applicazione e d'im- 
portanza capitale, e si risolve insomma: al buon 
senso! Ma il nostro Silvio condisce queste conside- 
razioni di tante allusioni proprie ed altrui, mezzo 
tra seìve e lepide, che ti rende la lettura di questa 
lettet^a ghiotta assai, e profìcua, massima mente per 
la gioventù, di nobili aspirazioni. 

Caro Luigi, 
Sta di buon animò. I tuoi debiti si pagheranno; verrà 
giorno in cui non ci penseremo più, né tu, amico, flagellato 
dall'esperienza, ti esporrai mai più a siffatte disgrazie. 
Ho piacere che tu legga Chesterfìeld. È uno di quei 
libri, che sebbene palesino nudamente il mondo qual è, 
non introducono però l'afflizione nel cuore; ei la dissipa 
anzi, e sembra dire a ogni tratto: 11 bene è misto al 
male, eccoti questo e quello; tu, conoscendoli bene, puoi 
scegliere. Ed ha ragione. 11 principale agente di quella 
poca felicità che si può godere sulla terra è insomma 
la destrezza. Non Tinganno, non il raggiro, ma quella 



LETTERE FAMILIARI DI SILVIO PELLICO (1813-1821) 1G9 



destrezza 'purà^ che consiste a non tentar mai cosa che 
ecceda le nostre forze, a non tralasciarne mai alcuna 
utile lodevole quando siamo conscii di aver quelle, a 
scernere finalmente nel presente e nell'avvenire. Mi spiego. 
Nap[oleone] per esempio, fu felice finché operò secondo le 
forze fisiche e morali della Francia, cessò d'esserlo quando 
non conobbe più il vero stato di queste. Un bello ed elo- 
quente "giovane innamorato sa di far colpo nel cuore 
d'una donna, e si può fare innanzi; il buon Rousseau, 
timido e ridicolo nel cospetto delle donne, dovea preferire 
i suoi passeggi solitari alla galanteria. 

Se ciascuno prima di accingersi a un edifizio consi- 
derasse bene tutti i materiali e gli stromenti di cui può 
disporre, non vi sarebbe forse uomo, per quanto imbecille 
fosse, che non potesse edificare qualche cosa di buono, 
se non agli altri, di buono a sé. Ma vedo sempre lo storpio 
che dice; ecco una palestra, chi vuol correre con me?... 
la femminella del volgo, che indossando mia veste del 
ghetto, crede di comparir gran signora, i vecchi che met- 
tono parrucche bionde... i caratteristici che vogliono reci- 
tare da tiranni e i tiranni da caratteristici. 

Ho eiTato io pure qualche volta, ed ho ancor mille 
strade ove smarrinni, ma mille le ho già evitate e segnate 
onde non incapparvi più. Persino chi guida l'aratro può 
professare un po' di filosofià'^pratica; le teorie che cosa 
fanno? che s'è acquistato quando si è scoperto che l'amor 
di se è l'unica sorgente di tutte le passioni, o che esse 



ITO DELLA MTA DI SILVIO PELLICO 



derivano dairassistenza dell'angelo custode e dalle sug- 
gestioni del diavolo? Ho avuto la vanità di darmi per 
un uomo importante, e ho riso trovando ch'io non era 
che Silvio; ho creduto d'ispirare a ({ualche ragazza un 
amore etemo, e mi sono accorto di queste 4 cose: i* ch'io 
sono piccolo di statura, e che al dissotto della statura 
dei soldati non c'è mai grazia bastante per innamorare 
fuorché qualche disgraziata che non abbia da scegliere; 
2^ che sono infacondo e più amante della mia libertà 
che non conviene; 3^ che anche un giovane compito non 
può trovare amore eterno che in una fanciulla formata 
di quelle tali migliaja di gradazioni di tempre, mancando 
una delle quali tutto è perduto; 4* che a meno di trovare 
una fanciulla simile (cosa per me impossibile) né anch'io 
non sono capace di lungo amore. Ho fatto qualche caso 
dì quel libertinaggio che si chiama galanteria, e mi sono 
convinto che con tale specie di donne galanti chiunque 
sia temerario riesce, ma che queste riuscite vi obbligano 
a troppe servitù; ho avuto la sciocca idea che vi fosse 
qualche pregio a esser robusto, e a farne l'esperienza 
col proprio danaro, e ho sentito rovinarsi e la salute e 
la finanza; ho troppo sprezzata l'opinione degli uomini, 
e ho veduto ch'essi formano una moltitudine ch'io non 
posso sfidare senza essere sconfitto; l'ho per altra parte 
stimata troppo, e ho conosciuto dei pazzi assetati di gloria 
senza poterla conseguir mai, vilipesi, derisi, perseguitati. 
Di tutte queste cose mi sembra propriamente d'essere 



LETTERE FAMILIARI DI SILVIO PELLICO (1813-1821) 171 

disingannato. Ho deposta la maschera, e ho lasciato che cia- 
scuno mi vedesse in volto Silvio Pellico, omicciuolo povero, 
senza pretensione, e ciascuno m'ha perdonata la mia figura, 
il mio stato, la mia ignoranza, la mia nessuna facondia, e per- 
fino la mia alterezza. Senza punto muovermi, unicamente 
lasciando andare le cose del mondo, ho trovato in quest'o- 
ceano di oggetti ondeggianti, che molti di essi eccellenti mi 
venivano intorno, e che non dipendeva che da me il tratte- 
nerli. Tali Airono l'amicizia di Eriche e or quella di Porro. 

S'io desiderassi campagne e schiavi sarei infelice, 
ma s'io non desidero che quello che si compete all'uomo 
della mia tempra, cioè pace e libertà, le trovo qui in 
dose sufl^ciente. Il mio dominio nella sfera de' piaceri 
par ristrettissimo, ma è ristretto anche il dominio dei 
mali sopra di me. Provveduto così a ciò che concerne 
me solo, ho già l'atto molto. In quanto al riverbero poi 
dei mali altrui sopra di me, confesso che non posso nulla, 
e qui bisogna rallegrarsi. La mia famiglia m'è cagione ogni 
giorno di sospiri, e quanto più mi costate affanni, tanto più vi 
amo. Questo è decreto inevitabile del fato, come alla testug- 
gine di portare il suo caro ma pesante guscio. Avrei assai 
da chiacchierare ancor per meglio spiegarmi circa la 
destrezza, di cui tutti abbiam d'uopo per non fabbricarci 
delle pene, e per superare le superabili; ella insomma si 
suol chiamare giustamente col sinonimo triviale di buon 
senso, facoltà non innata, ma prodotta dalla riflessione. 

Lasciamo per ora quest'argomento. La mia Francesca 



172 DELLA VITA DI SILVIO PELLICO 



è pronta a venirti a vedere, e a narrare le sue sventure 
a Sofia; la pietà di questa fanciulla le sarà certamente 
di molto conforto. 

Il Bersagliere si farà, ma finora Boi*sieri è troppo 
occupato nel suo Tribunale (1). Breme scrive una com- 
media, ed io sono presso a far S. Michele. Ma non dubi- 
tare, si farà. Oggi dovrei già essere in casa Porro; la data 
del mio impiego comincia dal i'^ maggio, ma Porro è in 
campagna per quattro o cinque giorni. L'aspetto per 
installarmi. 

Addio. Amami, e bacia per me un ditino della signora 
Solia. 

XXXV. 

Milano, 27 Maggio 1816. 

(A Luigi). 
Verso la metà di maggio, Silvio s'era stabilito in casa 
Porro. E quindi descrive la casa Porro, o meglio 
la sua abitazione in quella. Presenta del conte 
Porro un curioso ritratto^ certamente cavato dal 
vero; Silvio Pellico non eì^a adulatore, e non c'era 
campo ad adulazioni nelle lettere intime che scriveva 
al fratello. Il ritratto e fisico e morale di quel suo 
amico verrà ritocco soventi volte nelle lettere seguenti, 
e finito davvero. 



(1) « Il Borsieri era allora protocollista di consiglio al Tribunale ». 
C. Cantii, // Conciliatore e i Carbonari, pag. 42. 



LETTERE FAMILIARI DI SILVIO PELLICO (1813-1821) 173 



Di casa Porro, contrada de'Piatti, N^... 

Ecco, amico, l'alloggio pulito, indipendente, e tranquillo 
dove il tuo Silvio trarrà d'or innanzi i suoi giorni e dove 
probabilmente li terminerà. La sala ha un poggiolo e una 
finestra non sulla contrada de' Piatti, ma sulla Corsìa 
della Palla. La campana di S. Giorgio in Palazzo qui 
vicino, segna le mie ore. Perchè tu meglio riconosca la 
mia abitazione ti rammenterò che la contrada de' Piatti 
ha un elmetto sopra una piazzuola, che da un lato conduce 
verso Porta Ticinese per vie oblique, da un altro verso 
S. Gelso, e da un terzo a S. Alessandro, assai vicino di qua. 
Breme è già stato a vedenni da otto giorni che sono qui 
stabilito, ma non ha trovato il conte Porro. Lo troverà 
domani infallibilmente al pranzo letterario, e gli farà fir- 
mare la scrittura (1). 

Il conte Porro è un uomo molto attivo, che quan- 
tunque dissipato, veglia sui proprii affari con giudizio. 
Ha una grande e splendida casa, splendidi cocclii, splendide 
ville, accoglie tutti i forestieri di distinzione, protegge la 
ciurma dei letterati, e conosce la vanità delle distinzioni 
sociali, di cui si burla con disinvoltura. Nemico di Napo- 
leone, non crede alle virtù brinanti dei principi, né alla 
liberalità dei popoli. Disprezza gli uomini, e li reputa 
nati alla schiavitù. Ghiama saviezza le debolezze de' gover- 



(1) Scrittura stipulante il patto tra Silvio e il conte Porro, e le obbli- 
gazioni di entrambi. Vedi le lettere seguenti. 



é 



174 DELLA VITA DI SILVIO PELLICO 



nauti che non cercano d'innovare, e quella a viceversa 
de' goveraati che si rassegnano ai mali presenti per non 
arrischiare d'incontrarne dei peggiori. Dice che Tideale 
della filosofia e de' romanzi stravolge le idee senza miglio- 
rare il cuore {due linee cancellate nel manoscritto origi- 
nale). Desidera il perfezionamento delle scienze positive 
perchè più utili della letteratura in paesi dove la letteratura 
non può esistere se non servile. Fa esperienze di fisica, ha 
stabilito il primo in Lombardia una filanda a vapore, fa venir 
libri di chimica da Londra, me ne fa ora tradurre uno. Ama 
molto i suoi figliuoli, si rimette interissimamente a me 
per la loro educazione ; tutti i suoi servitori sono anticlii 
di casa. Or puoi farti un'idea di lui. Cervello vivace, 
disordinato, ma più in apparenza che in fondo. Quest'uomo 
mi conviene, perch'io sto bene con chi non è seccatore 
nò dissimulato. Ne' pochi momenti in cui ci vediamo la 
mattina, cioè alle 7 in giardino per un quarto d'ora, e 
alle nove a colazione, egli ha sempre qualche cosa da 
dire; io ho poco fiato da spendere. Ciò mi garba mol- 
tissimo, e non abbiamo mai tempo di trovarci nojosi. 
Esce poi di casa, pranza per lo più fuori, io pranzo solo 
coi ragazzi, come se fossi il padrone, e non lo vedo più 
sino al dì dopo. Se poi c'è gente invitata, egli sta in casa, 
è di buon umore, aizza le varie opinioni, i disputanti 
credono ch'egli stia per pronunciare un giudizio, ei pensa 
a tutt'altro, parla di tutt'altro e con tutt'altri. Ha una 
ricca biblioteca tutta in disordine, e m'ha commesso di 



LETTERE FAMILIARI DI SILVIO PELLICO (1813-1821) 175 

aggiustarla. Fra pochi giorni andremo in campagna. Ma 
basti di ciò. 

Dominato dall'abitudine ho lasciato con dispiacere 
casa Eriche, e il mio Odoardo. Mi sarei per altro aspet- 
tato che Eriche non mi lasciasse uscire di casa sua senza 
danni una piccola somma di denaro, che s'io a lui devo 
gratitudine, ciò non lo assolverebbe dall'obbligo di tenere 
la sua parola. Ma nel cuore dell'uomo tutte le qualità 
più contraddittorie si amalgamano; bontà e sordidezza.... 
pazienza! Addio... 



XXXVI. 

Milano, 31 Maggio .1816, 

(A Luigi). 

Lo ringrazia di un dono di frutta primaticce. Alcune 
notizie su Ugo Foscolo^ sulle dicerie vili disdegnate da 
Silvio. Sulla Marchionni e sulla rigida censura che 
non gli ha passato V « Eufemio » per la recita. 

Carissimo mio, 

Ieri mi vedo arrivare un cesto da Genova... oh! che bel 
regalo! Ni una lettera tua l'accompagnava. Ma l'indirizzo 
era di tua mano. Ti sieno dunque mille grazie. Se non 
che è peccato che tu non abbia piuttosto fatto questa 
gentilezza a qualche amabile signora (alla Amalietta per 
esempio). Ma dico uno sproposito. Ciò che hai mandato a 



170 DELLA VITA DI SILVIO PELLICO 



villano diventa prezioso, costà lo ò assai meno. Tu m'hai 
fatto un gran piacere. Oggi abbiamo giusto pranzo, e. a 
tavola farò la sorpresa di far trovare quelFottima r/our- 
mandise. Cosi si menzionerà il mio caro fratello, si berrà 
alla tua salute, ed io sarò felicissimo. Oggi è giorno di con- 
tentezza perchè si sa che alfine il bastimento è arrivato sano 
e salvo a Venezia (1). Ho aiiclie buone nuove di Lodovico: 
vadano dunque al diavolo la malinconia e le scellerate com- 
binazioni che mi hanno tormantato ne' di passati. Sono 
stato colto una mattina da uno svenimento che ha fatto 
molta paura in casa, e che mi lasciò per varj giorni un 
po' di malaise. Ora torna il tempo sereno e la mia salute. 
Quali sono codeste voci sul conto di Ugo? Io nulla 
so. Son forse le solite chiaccliiere per iscreditarlo? ch'egli 
ò spia ? ch'ò un traditore del suo paese ? Mi vergognerei 
se lo credessi un istante. I vili di cui il mondo abbonda 
non perdoneranno mai a Foscolo d'avere tutti i difetti 
umani fuorché la viltà. Saluta tanto la gentile signora 
Violantina, e il marchese Balestrino. Questo graziosissimo 
tuo amico venne il giorno prima della sua partenza ad 
avvisarmene. Quanto mi dispiacque di non potergli rimet- 
tere la mia farsa con 'pezzi cantabili (cosi chiamo il 
vaudeville!) Io non ne ho ancora copia. La sola che esiste 
l'ho rimessa alla cara fanciulla per cui l'ho scritta, e 



(1) Quel bastimento apparteneva al conte Porro e a Gonfalonieri. 



LETTERE FAMILIARI DI SILVIO PELLICO (1813-1821) 177 

della quale, come già ti scrissi, tuttoché bruttina, Bor- 
sieri e io e gli amici nostri siamo tutti innamorati, tanta 
è la grazia di quella voce, di quei modi, di quelle forme 
giovanili, ecc. (1). 

Io voleva anche far recitare VEufemio, ma la Censura 
riia escluso: ne capisci tu la ragione? quella non è tra- 
gedia politica; perchè dunque proibirla? Ne fui tanto 
arrabbiato che reclamai al Governo, lagnandomi della 
ingiustizia del Censore: e spero che il Governo non avrà 
difficoltà di nominare un'altra apposita revisione onde 
decidere. Se non sarò esaudito stamperemo VEufemio a 
Genova. 

Addio, grazie, grazie. 



XXXVII. 

Milano, 8 Giugno 1816, 

(A Luigi). 
Lamentandosi Liùg'i di saper poco, Silvio lo consola col 
fargli vedere che nessuno può veramente conoscere 
V essenza delle cose, e che lo scibile umano si riduce 
alla conoscenza de' soli fenomeni. Saggio dell'idea 
primitiva che si ama delV illuminazione a gaz; descri- 
zione che ne fa Silvio, da uomo che si mostra 
nelle scienze novizio, ma però esatlo. 



(1) Era questa la Teresa Marchionni, cugina della celebre Carlotta. 
RiNiERi — Pellico 13 



4 



178 DELLA VITA DI SILVIO PELLICO 

t < 

L'incontentabilità dell'animo tuo ne indica l'eccellenza 
come Tinquietudine del leone in catene. A che accusarsi? 
a che arrossirne ? Io non ostento cogli altri; ma con me 
stesso sfuggo egualmente d'essere superbo che modesto. 
Mi sono biasimato anch'io più d'una volta del disprezzo 
che sento delle cose e degli uomini, ma ho ponderato 
esattamente il loro valore e il mio, e ho sempre apprez- 
zato me qualche cosa più di prima. Tu adirato per alcuni 
tuoi trascorsi hai esteso quel disprazzo anche su di te, 
e ti sei creduto in dovere di reprimere i tuoi frequenti 
movimenti di fierezza; ti calumili a' tuoi proprii occhi, 
credimi, e fai ingiuria alla natura che nel crearti ha scelto 
il limo meno vile. Nello stesso tempo che applaudisco 
alla censura che tu eserciti sovra di te, m'affligge il vedere 
che tu ecceda nella severità. 

L'ignoranza pesa a me pure, ma non l'ignoranza sola 
dello scibile, io sono appena ai penetrali di questo, ma 
vedo ch'egli è un edifizio ristrettissimo. Che ha fatto 
l'uomo quando ha scoperto le leggi d'un sistema solare, 
s'egli è certo che vi sono altri innumerevoli soli di cui 
ilessun uomo non potrà mai concepire le leggi? Che 
ha fatto Locke quando ha detto che tutte le nostre idee 
erano prodotte dalle sensazioni, se non ha palesato come 
si producessero le sensazioni ? Avete battezzato ogni fibra 
del corpo umano, ma nulla sapete dei motivi della sua 
esistenza, nulla conoscete dell'io di ciascun individuo, 
del perchè cominci, del perchè cessi, del perchè e se e 



LETTERE FAMILIARI DI SILVIO PELLICO (1813-18:21) 179. 

come pensi. E le passioni e la coscienza? E la virtù, 
l'amor generoso per la verità, il sacrificio di sé per la 
salute degli altri uomini, il bello in generale, l'attrazione 
fisica e morale ?... Chi sa qualche cosa ?... Imbecilli ! dov'è 
dunque l'umano sapere? 

Più volo e più mi sfuggono i confini dell'universo. 
Mi ripongo dunque svergognato su questo grano di sabbia 
che chiamiamo mondo, e poiché non ne posso conoscere 
la natura, mi dò a studiarne gli accidenti, i fenomeni. A 
ciò dunque si riduce la grande erudizione dei mortali. 
La scienza dei numeri che portata al suo più alto punto 
(cioè a quello di minore utilità pratica) si chiama mate- 
matica, l'astronomia, la cosmografia, la geografia, la fisica, 
la storia delle cose e degli uomini, e molte altre nomifi- 
cazioni (sic), a cui difficilmente basta la mente d'un uomo 
e che nulla sono in sé medesime. 

Rifletti in quanto alle cognizioni umane (conforto egli 
è vero della vita) che non Alfieri solo, ma Rousseau, e 
tanti altri non fecero studj scolastici d'alcun valore, e 
quando vollero le acquistarono quanto bastò per aver 
nome di sapienti sulla terra. Dimandati quali sono i rami 
di cognizioni in cui t'è più utile istruirti. Scegline uno 
alia volta, e senza distrarti fa un corso completo di quello 
studio. A nulla servono i maestri a clii ha volontà d'im- 
parare. La Francia é, se non altro, benemerita in questo 
dell'Europa, che può provvedere i migliori libri deside- 
rabili per l'acquisto di qualmique sapere, in una lingua 



180 DELLA VITA DI SILVIO PELLICO 

divenuta universale e sommamente filosofica. Leggi dunque, 
m'immagino che in Genova non ti mancheranno libri. 
Se qualcheduno riceve costà una Biblioteca britannica, 
ti consiglierei di leggerla, non come un giornale, ma con 
assidua volontà di tutto capire. Da essa si possono de- 
sumere molte cognizioni, e conoscere i libri a cui è duopo 
ricorrere. Io le devo di essere im po' meno nuovo nella 
chimica, ora che mi conviene tradurre pel signor conte 
Porro un'opera di Accum sul modo di sostituire alla 
cera, al sego e all'olio una sostanza che abbia facoltà 
di illuminai*e (1). 

Questa sostanza è il gaz, tratto dal cai^bon fossile. 
La cera, il sego, e l'olio non fanno lume, se non appunto 
perchè, messi in istato di fusione dallo stoppino acceso, 
emettono gaz idrogeno, cioè gaz infiammabile. Dunque 
l'insegnare il modo di provvedere e adoperare un gaz 
idrogeno che non costi quasi nulla, e che dia una fiamma 
più bella di quelle prodotte dai tre suddetti combustibili 
è uno dei maggiori benefizj che si possano fare alla società. 
Non v'è povera famiglia, che con meno di ciò che spende 
per una sola lampada a olio, non possa procurarsi in 



(1) Accum Federigo nacque a Bùckeburg (principato di Schaumburg- 
Lippa) nel 1769 e morì a Berlino nel 1838. Recatosi in Inghilterra in cerca 
di fortuna e di scienza, vi si rese celebre per l'insegnamento, per l'illu- 
minazione a gaz delle strade e degli stabilimenti di Londra, e per l'o- 
pera già prima stampata : A lìvactical treatise on gas-light (1815), la quale 
fu presto tradotta in tedesco e in francese. Nessuno fin qui sospettava 
che Silvio Pellico ne avesse fatto una versione italiana, Che cosa sia di- 
venuta non sappiamo. 



LETTERE FAMILIARI DI SILVIO PELLICO (1813-1821) I8l 

ciascuna delle sue camere un lume brillantissimo, se adotta 
il gaz di carbone. Il metodo di procurarselo è facile, 
né la macchina opportuna costa gran somma; chiunque 
non ha la macchina può andare a comprare il gaz a tenuis- 
simo prezzo. Questa macchina consiste in un fornello, 
dove c'è il vaso distillatorio cliiamato storta, nel quale si 
mette il carbone. Questo bruciando manda il suo gaz in un 
secondo apparato chiamato purificatore; il gaz vi passa per 
varii piccoli tubi su e giù attraversando un recipiente 
d'acqua pura e una di calce smaltata; i vapori da cui si 
libera si dividono in olio ammoniacale e in pece liquida 
come il catrame, e rimangono in vasi diversi. Il gaz pu- 
rificato è poi condotto da un altro tubo nel gazometro, 
ossia serbatoio destinato a contenere il gaz puro. Altri 
tubi, in quella quantità che si vuole, trasportano poi dal 
gazometro il detto gaz alle lampade. Supponi una lampada 
appesa in mezzo a una stanza; il tubo conduttore del gaz 
è passato in una parete, o accosto a una parete, poi nel 
plafond, e da 11 discende in forma di corda di ferro 
nella lampada. Questa lampada ha tanti rami quanti si 
bramano, ciascuno dei quali ha in punta uno o molti 
piccoli buchi da cui esce con molta economia uno o più 
fili di gaz. Vi si appicca il fuoco, e senza lucignolo, senza 
noja di dover mai smoccolare, senza pericolo che una 
favilla caduta incendii la casa, senza tono, senza odore 
si ha un lume più vivo e più caldo di qualunque altro. 
Con una sola macchina si provvede per mezzo dei tubi 



182 DELLA VITA DI SILVIO PELLICO 



il gaz alla più grande casa o manifattura, e se sì vuole 
a un'intera città. Le lampade possono aver forma di can- 
delabri, e allora il gaz viene per dissotto, possono essere 
attaccate alle pareti, ecc., ecc., qualunque forma insomma 
può loro essere adattata. In una stanza dove ardano pa- 
recchi di questi lumi, non c'è più bisogno di stufa o camino 
per aver caldo. Già molti quartieri di Londra illuminano 
le strade alla luce di gaz, gaz-llght^ che i francesi hanno 
tradotti thermolampe. In Istna v'è carbon fossile che a 
farlo venire costa poco; ve né nel Tirolo; si crede anche 
di poterne estrarre dalle Romagne. Il conte Poito ha il 
progetto d'introdurre l'applicazione di questa scoperta 
in Italia. Quest'idea è finora un segreto ; quindi ti prego 
di non parlarne a nessuno. Addio. 



xxxvin. 

Milano, 1 Febbraio (181...). 

(A Luigi). 

Contiene alcune considerazioni belle assai e sensate, 
colle quali consola il fratello. Luigi delle conoscenze 
che questi si lamentava di non avere. Alcuni segni 
di chi sa, distintivi dal vero ignorante. 

Caro Luigia 
Hai letto a GagliufH le mie contro riflessioni? Ben 
avea capito, mio caro, che sue erano tutte le critiche 
alle quali opposi qualche vista che a parer mio le com- 



LETTERE FAMILIARI DI SILVIO PELLICO (1813-1821) 183 

batte ; tu me l'avevi detto ; ma io nel risponderti, mostrai 
di confutar te qualche volta, affine che Gagliuffl non 
s'avesse a male s'io osava contraddirlo pressoché in 
tutto. 

Ben io altra cosa vorrei confutarti, se tu fossi ragio- 
nevole. Vorrei provarti che non è vero che tu sii un igno- 
rante, un inetto. Che chiami tu non aver ricco il capo 
di qualche dottrinai Certo non abbiamo coltivato le 
scienze fisiche, e gioverebbero assai all'ornamento dell'in- 
telletto. Lagniamocene pure, ma non disprezziamo quella 
parte nobilissima della filosofia in cui la nostra mente s'è 
nutrita, la filosofia morale, la cognizione d'alcune verità 
politiche che splendono alla vista di pochi, la scoperta dei 
legami che hanno tra loro il bello letterario e la virtù. 
Sicuramente nella regione che ci è stata data in retaggio, 
non tutto è palpabile, non tutto è consolante, non tutto frutta 
encomj dal mondo, ma le indagini del vero morale sono 
elle da meno delle indagini del vero fisico? 

Ma mi dirai tu: Né anche nella semplice analisi del 
pensiero non sono dotto: il mio ingegno tituba sovente 
fra il si e il no? 

Oh che gran male di non essere una testa sistema- 
tica, ostinata, pronta sempre a giurare sull'infallibilità dei 
suoi sistemi! Io credeva anzi che questo dubitare fosse 
il contrario della ignoranza e un indizio di maggior forza 
d'analisi. 

Che se poi mi conti che rumini, ma che non sai a 



4 



184 DELLA VITA DI SILVIO PELLICO 



mente niun filosofo da Platone a Tràcy che t'esalti pel 
bene letterario, ma che non hai la memoria piena di versi, 
anche questo mi fa ridere. Essere pappagallo non vuol 
poi dire essere un grand'uomo. 

Vuoi sapere che cosa ti manca per essere buono 
scrittore in qualche ramo della letteratura filosofica? 
Nulla fuorché il volere, nulla fuorché la costanza, il per- 
sistere neirimpazientante fatica di fare, disfare, e rifare, 
lavoro improbo e a cui veramente è difilcile di abituare 
la schiena. 

Ma già sei im bestemmiatore e giacché non ho più 
carta, non ti voglio più predicare. — Sta sano. 



XXXIX. 

Milano, Luglio 1816. 
(A Luigi). 

Lo informa delle sue occupazioni^ studi, lavori inco- 
minciati: « Matilde », « Plsone », « Beatrice d'Este », 
« Pia de' Tolomei ». Suo amore al fratello. 

Qui svolazziamo come farfalle da Cascina Lamber- 
tengo a Balbianino, altra villeggiatura del conte Porro 
sul lago, e poi da Balbianino a Como, e poi a tutte le 
ville degli amici e de' parenti, e ho poco agio. Aggiungi 
che ho ripulita, ricopiata, ecc., la mia traduzione dell'ope- 
retta sulla luce di gaz, che ho letti quattro volumi della 



LETTERE FAMILIARI DI SILVIO PELLICO (1813-1821) 185 

"- I ■ H ■■ ■ I ■ I ■ . I ,1 , ■ , I, 

Fisica di Moratelli, parte dell'opera di Davy, famoso chi- 
mico inglese, e altre bagattelle cosi, di cui due terzi 
almeno li ho capiti, e un po' più d'un terzo m'è restato 
nel cervello. Ho anche pedanteggiato un po' con quei 
brutti (1) nojosi del Villani, del Varchi e del Guicciardini, 
e ne ho tratte due ossature di tragedie. Quella che mi 
sono meglio preparata è una Matilde, signora di gran 
parte d'Italia ai tempi d'Arrigo IV, e che molto contribuì 
a sconfiggere questo imperatore. Era una calda difendi- 
trice della Chiesa, il che io posso interpretare difenditrice 
dell'Italia. Me ne son fatto un bel caratterone, e la pongo 
già con sicurezza nelle mie tragedie future, le quali sono 
finora: un Pisane, di cui tre atti son fatti ch'è un pezzo; 
ima Beatrice d'Estepuve incominciata; una Pia de'Tolomel 
idem; e qualche altra di cui però dovrò riesaminare il 
valore prima di porvi mano. Il conte mi dice di scrivere 
con tutta la libertà dell'anima, ch'egli farà sempre stam- 
l)are quel ch'io crederò, a Londra. Il desiderio di gloria 
non mi punge né anche leggermente, bensì spesso l'amor 
del vero e del giusto, ho una forte compassione de' mor- 
tali sciagurati. 

Addio, mio solo immensamente caro amico. Veglimi 
bene, e confortati per amor mio. Ogni volta ch'io leggo 



(1) Fu sventura a Silvio PeUico il non avere amato e studiato più e 
meglio questi brutti noiosi^ che insomma sono classici famosi e modelli 
di lingua italiana, che gli avrebbero corretto e ingentilito il linguaggio, 
e messolo in armonia colle ottime cose che pensò e scrisse. 




186 DELLA VITA DI SILVIO PELLICO 

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lina tua lettera, ai*dente sempre di sentimento, mi confeimo 
ognor più che un giorno verrà, in cui non potrai a meno 
di versare tutta la piena del tuo cuore in qualche genere 
di letteratura. Fa un romanzo. Scrivi la tua vita, velando, 
aggiungendo, modificando, ed ecco un romanzo! 



XL. 

Cascina Lambertengo, a 4 miglia da Como. 

20 Agosto 1816. 

(A Luigi). 
Sfoghi sulla sua vita intima, sua felicità e insieme pro- 
fondo sconforto e eterna malinconia che gli rende 
appetibile la morte. Belle passioni^ frutto degli errori 
di Luigi Degli amori di costui colla Sofia poetessa. 
Gli parla di Leandro (Francesco Pellico), e gli 
espone le ragioni per dissuader quel loro giovanetto 
fratello dall' abbracciar la carriera ecclesiastica. 
Mezza incredulità di Silvio Pellico. 

Mio caro Luigi, 
SI, sono felice, ma ecco il segreto della mia felicità. 
Questo carattere più contemplativo che esercente m'ha 
gettato fin da fanciullo nella regione dei fantasmi, ove 
tutti mi son io affaticato prestamente a conoscerli, a scom- 
porli e ricomporli, parendomi di poter fare di quel caos 
il più bello dei mondi. Nessuno può immaginarsi il disor- 
dine del mio cervello nella mia infanzia. QuelFattività 



LETTERE FAMILIARI DI SILVIO PELLICO (1813-1821) 187 

■ ■■■ ■■- ■■--■-— ...l.. !■ ■■■■■■■■M .■l,^■,,^■■^ ■- — ,,■-■ — --.1 ■■■■ , „ ■,,■■ ^- ^ 

intèrna m'ha famìgliarizzato precocemente con tutte le 
idee combinate di virtù e di delitto, e a 18 anni quando 
comincia l'esistenza morale degli altri uomini, la mia era 
per cosi dire al tramonto. Stanco e sdegnato di tutte le 
cose ho desiderato fin d'allora la morte, e quando una 
volta questo desiderio s'è fermato anche nel riposo delle 
passioni in un cuore, egli è un veleno insanabile che se 
non accorcia ferocemente la vita, la sparge d'una per- 
petua malinconia (1). Questa malinconia è lo stato abituale 
del tuo Silvio. Io non potrei meglio paragonarmi che ad 
un uomo, il quale dopo aver udita la sua sentenza mangia 
e dorme ancora e vede sorgere il sole, e odora con vo- 
luttà comandata una rosa. L'ultimo punto della sua esi- 
stenza è il pensiero che lo domina, ma ei si sforza con 
amore di abbellire quest'intervallo, per non soccombere 
alla sua mestizia e per non lacerare col suo aspetto 
abbattuto l'anima afflitta di chi gli è caro. 

Fuorché la miseria o la morte di voi pochi della mia 
famiglia, io non temo più nulla; e in ciò sta gran parte 



(1) Questa contezza che Silvio dà di sé stesso riempie veramente l'anima 
di malinconia : Ecco lo stato a cui una persona, di serii propositi, gentilis- 
sima nel sentimento, ne' pensieri, neUa coltura..., si viene a ridurre, quando 
al suo spirito travagliato non rifulge l'idea di Dio padre e Creatore : 
quando a ricreare e a i infrancar l'anima abbattuta non occorrono le 
uniche consolazioni che ci s'infondono coli 'intima comunicazione con 
Dio, che ci ha insegnato a dirgli : « O padre nostro che ne' cieli stai ! » Po- 
vero Silvio, quanta mestizia di solitudine di sconforto non esala questa 
lettera veramente desolatrice : 



188 DELLA VITA DI SILVIO PELLICO 

.*' ■ ■' -■■■—■-■ I — -- . ■ - --■- — - ■ ■ ■ -■ — .. -^ 

della mia felicità (1), benché quelle condizioni sieno tre- 
mende, tutto il resto che parrebbe ad altri il piùncipale 
non è per me che il secondaiìo. Piuttosto che esser po- 
vero, spregiato ed abborrito mi trovo con servitori, laute 
mense, villeggiature, can*ozze ov'io seggo da padrone 
e un conte Porro da condottiere, amato e stimato da tutti; 
ed io che non farei un passo per mio conto per procu- 
rarmi siffatti beni, rido dei capricci della fortuna che li 
manda incontro a me, che sono appunto fra gli uomini 
il meno capace di molto apprezzarli. Non degg'io lasciar 
credere che sono felice? e non lo sono io realmente? 
non posseggo io più su questa terra di quello che per 
mio conto mi importerebbe di possedere? Por qual caso 
nei bambini che ho ad educare si trova egli bontà, intel- 
ligenza, e persino bellezza, tutto a un grado ideale? 
Nel cuore di tutti gli uomini v'è un germe di amor 
paterno; perfino questa parte del mio cuore ha da es- 
sére soddisfatta con perfezione. Davvero che s'io avessi 
fatto qualche grande azione in vita mia, crederei che 
Dio avesse ordinati tutti questi accidenti per rimeritar- 



(1) Miserabile felicità questa che sa di filosofia stoica, ma non cri- 
stiana ; per questo non é stabile, un nulla la smaga o la sconvolge : non 
è forte, siccome queUa che desidera dissipare o sciogliere la vita da' suoi 
doveri; non é simpatica, anzi presenta alcun che di fosco e di torbido, e 
non riscuote quel senso cordiale, che l'infelicità ventura di Silvio ricer- 
cherà nelle intime fibre d'ogni anima gentile, quando cioè quellasua infe- 
licità la vedremo serena e rassegnata, quasi devota e pietosa come la 
esalerà la sua anima ravveduta e intimamente piena di religione. 



LETTERE FAMILIARI DI SILVIO PELLICO (1813-1821) 189 

mene (1). Capriccio della fortuna, o checché tu sia, non 
1)0SS0 a meno di ringraziarti! 

Tu, mio Luigi, hai maggior vita nelle tue passioni, 
e lotti più a lungo contro la verità che pur va soggio- 
gandoti e mostrandoti il nulla de' fantasmi che ti seducono. 
Passeranno pochi anni che vivrai com'io nella quiete, 
non invocando dolorosamente la morte, ma guardandola 
con gioja nell'avvenire, e divertendoti indifferentemente 
degli oggetti vicini a te, come balocchi da passare il tempo. 
Né tu, se ben giudichi, puoi negare che un'aura prospera 
spiri anche sopra di te. Le tue ultime disgrazie non fm^ono 
opera della sorte, ma de' tuoi errori; ella (2) t'ha anzi rial- 
zato ove poco potevi lusingarti di salire. Il cuore tuo aveva 
bisogno d'occuparsi; l'amore Tha riempito di vaghezza 
pel bello morale. Amo Sofia non solo perchè tu m'hai 
detto d'amarla, ma perch'io la considero come il tuo 
angelo tutelare; non credo che un vero amante possa 
essere vile giammai. Nondimeno penso anch'io che per 
tuo bene giova ch'ella sia partita. Se questa fosse l'ultima 
tua fiamma (ma non è verisimile) e se tu ne conservassi 
lungamente il calore nell'anima, credo che le tue passioni 



(1) Silvio non riconosceva per anco che avea una madre, due sorelle, 
un angelico giovanetto, che pregavano Dio per lui con amore e con per- 
severanza. E per placare il Signore e renderlo propizio a lui che correva 
tanto pericolo, una sua sorella prese il velo di vergine consacrata nella 
"Visitazione, e il suo Leandro, più tardi P. Francesco Pellico Gesuita, già 
s'avviava alla carriera sacerdotale. 

(2) Ella, la sorte \ Cioè un bel nulla. 



4 



190 DELLA VITA DI SILVIO PELLICO 

si metterebbero più presto in equilibrio, e che saresti 
felice quanto me. Perchè hai indugiato a mandanni il 
poemetto di quella cara fanciulla? lo leggerò e baderò 
con trasporto. Mandamelo subito, subito, e dimmi se le 
puoi scrivere, s'ella può scriverti, e ove tu abbia d'uopo 
di piangere per sollievo, piangi nel seno dell'amico tuo, 
scrivimi tutte le tue pene; il sentimento della pietà è il 
solo in me che non può inaridire. 

Il nostro Leandro (che potremmo chiamar Francesco, 
giacché così si firma e cosi lo chiamano in casa) non 
vivrà giorni più allegn dei nostri (1). La sua bontà lo 
fa ligio della religione. Ei m'ha palesato in una lettera 
tutta santa il suo desiderio di farsi prete, desiderio com- 
battuto da' suoi parenti per la mancanza di patrimonio, ma 
vivissimo, dic'egli, nelV anima sua oppressa dal peso della 
riconoscenza, che [/l'Ispirano le tante (/razze profuse da 
Dio sulla nostra famiglia, dopo aver minacciato dHna- 
blssarla (2). Queste parole indicano un entusiasmo di 
virtù, che mi piace, e mi commuove, mentre fremo delle 
sue illusioni. Gli ho scritta una lunga lunghissima lettera 
tutta amore e dissuasione, con un misto di linguaggio 
evangelico e filosofico che gli ha fatto colpo, ma non 



(1) Silvio non é stato profeta; Leandro, o Francesco (come fu sempre 
chiamato) fu veramente felice di quella unica felicità, che possa acconten- 
tare l'uomo sopra la terra. Divenne sacerdote, poi entrò nella Compagnia 
di Gesù. Di lui stiamo preparando la storia della vita. 

(2) Parole di Francesco, che contava allora 16 anni ! E il Silvio di al- 
loì'n trattava di pazzia tanta sapienza cristiana, che già occupava quel- 
l'anima innocente. 



LETTERE FAMILIARI DI SILVIO PELLICO (1813-1821) 191 

l'ha, com'è naturale, disingannato. Il combattere di fronte 
siffatte pazzie, non fa che irritarle ed accrescerle. Mi 
sono proposto di vincere a poco a poco, e spero che vi 
riuscirò. Coi genitori batto sulla mancanza di patrimonio, 
osservando che se il ragazzo perdesse il tempo in istudj 
teologici senza esito, verrebbe distolto da altre carriere, 
e a Leandro procuro con arte di aprir gli occhi richia- 
mandolo sempre al Vangelo, e rilevando le contraddizioni 
della Chiesa attuale colla primitiva. Mischio tutta questa 
critica colla critica letteraria, gli scredito la pedanteria 
de' retorici, lo animo allo studio della fisica, della logica 
e delle matematiche. Ei mi crede, e mi ama molto ; molte 
opinioni le adotterà sulla parola mia, altre gli risulteranno 
dalle analoghe meditazioni, e un giorno, spero, si terrà i 
fianchi dal riso, pensando al triangolo che si volea mettere 
sul capo (1). Siccome vi sono ancora due anni di filosofia 
da farsi, può in quel frattempo illuminarsi. Non è già 
per zelo anticattolico ch'io non approvo ch'ei si faccia 
prete; l'uomo che {ha la semplicità di credersi un) mi- 
nistro del Dio di misericordia e che opera tutta la sua 
vita in conseguenza, è un fenomeno rispettabile anche 
agli occhi dell'incredulo. Ma questo fenomeno è raro. Le 
passioni, i libri, i progressi iiTepressibili della ragione 
sociale lo rendono attualmente quasi impossibile. Di 100 



(1) Non dimentichi il lettore che Silvio Pellico avea ricevuto l'educa- 
zione letteraria a Lione o volteriana o cosi, come del resto davasiin 
Francia a que' giorni. 



192 DELLA VITA DI SILVIO PELLICO 

che aspirano a diventar buoni musici, 99 non riescono, 
e han la vergogna d'esser castrati. Leandro prete sarebbe 
probabilmente fra i 99, ed infelicissimo. Ciò mi fa fremere. 
Comunque succeda, io lo compiango tanto più che quest'at- 
tuale follia annunzia una tinta malinconica che gli resterà 
sempre (1). Tu, se non te ne ha parlato, non fargliene 
motto; con me suo antico maestro ha più confidenza e deve 
averla, perciò suppongo che non si sia ancora confessato 
a te. Se te ne ha scritto, dimmi che gli hai rispostò. 

Cascina Lambertengo è un villaggio di 500 anime, 
appartenente al conte Porro. La villa è deliziosa, e vi 
starei tutto l'anno. Addio, addio. 



XLI. 

Cascina Lambertengo, 21 Agosto 1816. 
(A Luigi). 
Fantastica poeticamente sul ritratto delV impromessa di 
Luigi. Quindi s'innalza a ragionare dell'uomo, supe- 
riore al volgo, che aspira all'eterna bellezza che è 
Dio. Varie notizie, Breme, Borsieri; la sua « Matilde », 



(1) È la tinta malinconica di chi non trovando in terra cosa che ap- 
paghi o riempia le brame di un'anima, che pure si sente di continuo 
fruvi^ata dallo stimolo della felicità alla quale tutti siamo nati, disdegna 
il sorriso delle cose terrene, e aspira a una felicità suprema. Quindi la 
vita di distaccamento, e di necessaria lotta e di sacridcio ; quindi una certa 
mestizia, ma placida come il volto di un esule confortato dalla speranza: 
quindi quello che Bossuet denominava, « l'incomprèhensible sérieux de la 
vie chrétienne ! » Ma quanta differenza tra questa e la mestizia fremente e 
fosca in cui strideva Tanima al povero Silvio, quasi smaniante di colmar colla 
morte il vuoto del cuore, in mezzo alla felicità stessa ch'egli ci ha descritta l 



LETTERE FAMILIARI DI SILVIO PELLICO (1813-1821) 193 

ilféo Luigia 
Eccomi con te qui solo, sotto un'augusta rotonda d'al- 
beretti ombrosi; i ragazzi corrono al solito su pel giardino; 
il conte Porro è a IVIilano , non abbiamo ospiti. Oh beata 
la solitudine campestre! Questa mattina io siedo qui con 
te e con Sofia. Io ti ringrazio della più gran prova d'ami- 
cizia che tu potessi danni, quella di privarti per qualche 
tempo del ritratto di Sofia, perch'io la conoscessi. Tu 
mi rispondi abbracciandomi, ed ella arrossisce leggendo 
nel mio pensiero Tintenzione di lodare la sua bellezza. 
Ma quando l'intenzione è palese, io risparmio le parole 
e serbo queste pel gentile poemetto della morte di 
Leandro (1). È cosa lieve il migliorar qualche verso, ma 
non è lieve lo scrivere con tanta spontaneità di espressione. 
V'ò una morbidezza che mi avrebbe fatto indovinare 
essere questo un lavoro di donna. L'uomo segna passi 
più forti, con maestà qualche volta, ma diffìcilmente con 
grazia, se questa non è studiata, e lo studio non si cela 
mai abbastanza, onde la grazia innamori davvero; una 
bella donna invece non par quasi che tocchi il terreno, 
piega la testa de' fiori, e ne sparge il profumo senza 
calpestarne pur uno. Mi pare, o Sofia, che vi sia nel tuo 
poemetto quell'aria malinconica di semplicità e di buona 
fede, con cui in certe antiche Romances provenzali si 



(1) Era composizione della Sofia, colla quale Luigi Pellico avea speranza 
di matrimonio. 

RlNiERi — Pellico 14 



19 i DELLA VITA DI SILVIO PELLICO 

raccontano i casi funesti di qualche amante; alcune trascu- 
ranze di stile, non fanno che accrescere in certo modo 
rinteresse, per la tinta di verità che diffondono. In questo 
Troubadour, dice Tascoltante, non si riconosce Tarte dei 
classici, ma si riconosce l'ispirazione del cuore. Le sacre 
divinità della poesia versino i loro tesori sul tuo maestro 
in ricompensa dell'averti insegnato il loro culto, e fecon- 
dino di gioje intellettuali la sua mesta esistenza (1). 

Povero Luigi, né tu siedi con me, né Sofia é al tuo 
fianco ! Le due persone che ami forse di più sulla terra, chi 
sa se una volta in vita loro ti sereneranno mai più la mente 
col suono della loro voce? Se non che l'esperienza del 
tuo cuore avrà mostrato anche a te, che se v'ha felicità 
nella vicinanza delle persone amate, ella é molto più 
illusoria che vera; da lontano spariscono i difetti del- 
l'amico e risplendono maggiormente le sue virtù, e in pochi 
anni né si vede perire la bellezza d' un'amante, né pro- 
strarsi il divino entusiasmo dell'animo suo giovanile fra 
le picciole cure dell'ambizione femminea e delle volgari 
passioni. Non solo la vita é fugace, ma prima della vita 
pur troppo! sono fugaci nella più parte dei mortali le 
più belle loro doti. Beato chi non se n'accorge ! Ad alcuni, 
ma pochissimi, é dato di lavorare indefessamente alla 
propria perfezione morale; cadono talora nel fango colla 



(1) Con tant'odio al classicismo, fanno spicco qua e colà alcune spam- 
panate fantastiche come questa, tutte penetrate di classica votagginel 



LETTERE FAmUARI DI SILVIO PELLICO (1813-1821) 195 



turba, ma si rialzano sdegnosi, si mondano, e tornano 
con più vigore al cammino erto ma nitido; toccano onorati 
la vecchiaja, e meritano d'esser pianti nella tomba. La 
moltitudine degli uomini non ha che un lampo d'amabilità; 
dopo quella, sono feccia spregievole che ammorba chi 
le sta vicino. Ciò mi fa trovare infiniti vantaggi nella 
solitudine. 

Ma a che vo' ora parlando del volgo? Il solo pen- 
sarvi mi funesta lo spirito. Noi, Luigi, con tutte le nostre 
imperfezioni, abbiamo sortito dalla natura il senso squisito 
del bello eterno, e non viviamo che per vagheggiarlo. 
Che è però questo bello, che è la morale, l'amor patrio, 
il sacrificio di se medesimo, e tutti quegli idoli che l'uomo 
onesto venera e non conosce? Armonia di rapporti, attra- 
zione degli esseri pensanti verso un sole intellettuale 
creatore del Tutto. La ragione vola d'ipotesi in ipotesi, 
ride de' suoi sogni, ricade nelle tenebre, raddoppia le sue 
ricerche, e non trova che contraddizioni e mistero. L'igno- 
rante solo, con un vecchio libro in mano che non capisce, 
pronuncia arrogantemente sugli arcani della creazione, 
e muore contento d'averli conosciuti (1). Funesto albero 



(I) Non sappiamo che cosa intenda per questo vecchio libro. Se mai 
fosse la Bibbia, Silvio darà a sé stesso una famosa mentita ; quando, ritor- 
nato a miglior senno, e aperta l'anima alle verità cristiane, e insieme 
rimessosi al senso comune, non troverà libro migliore e più acconcio 
a serenare lo spirito e il cuore delle dubbiezze che sconfortano l'incre- 
dulo, fuorché la Bibbia. 



é 



196 DELLA VITA DI SILVIO PELLICO 



della scienza, quanto inganna il dolce sapore de' tuoi 
pomi ! Ma poiché se n'è mangiato una volta, non v'è più 
altra dolcezza che nel gustare il più che si può di quel 
sapore ! 

Ho scritto a Leandro sull'esistenza del Male, e Tho 
pregato a volermi dire, come teologo, se questa s'accorda 
coirinfinita bontà di Dio. Questa proposizione è stemprata 
in modo che non par empia, e tale da imbarazzarlo. Vorrei 
eccitarlo alla critica, cioè a pensare, a combinare le idee 
opposte; la luce parte dallo stropicciamento. Ma quei 
benedetti dogmatici nspondono a tutto con un serpente 
qualche altra bestia (1) non coetanea ma eterna come 
Dio, e poco meno che possente come lui, e in fatto di 
bestie ne sanno certo più di noi. 

Non so se il signor De Mari abbia rimesso il tuo 
plico e la lettera al cav. Bonamico: io ho ricevuto ogni 
cosa e basta. Borsieri stampa qualche cosa sui rumori 
che ha destati l'opuscolo di de Breme, che avrai rice- 
vuto. Sono curioso di veder quello scritto; ne avrai una 
copia. 

Io scrivo in silenzio la mia Matilde^ tragedia. 

Addio. 



(1) Forse Francesco (Leandro) parlò della caduta di Adamo, e quindi 
del primo male umano, accaduto per opera del serpente. E in ciò vera- 
mente non sarebbe il caso di scrivere quella celia di gusto poco grazioso, 
e che rivela in Silvio poca dottrina religiosa o la nasconde malamente, 



LETTERE FAMILIARI DI SILVIO PELLICO (1813-1821) 107 



XLII. 

Balbianino, 15 Settembre (1816). 

(A Luigi). 

Svaghi a Balbianino e inseparabile noia. Risponde al 
fratello, consolandolo delle mal soddisfatte passioni 
antiche; gli dimostra inoltre che la felicità non con- 
siste nella molta dottrina, ma nello studio dell'onesto, 
della virtù. Varii filosofemi di Silvio Pellico, poco 
sicuri, perchè non fondati, nella sola vera base, 
la Religione. 

Mio caro amico, 

Sospiro per un po' di riposo sicut cervi a^ fontes 
aquarum. Eravamo appena tornati da un giro fatto sulle 
sponde del lago, io rivedeva con tenerezza la mia cara 
stanza, i miei libri, i miei scartafacci, quand'ecco una 
nuova partita si concerta; si ritorna sul Lago, e si ri- 
passano alcuni giorni a Balbianino. Benedetto Balbianino! 
Vi passerei volentieri la mia vita, tanto è romanzesco, 
poetico, magico questo seggiolino ; ma avrei bisogno, per 
goderlo, di solitudine e di libertà. Non ch'io smanii come 
altre volte, per insocievolezza e abborrimento d'ogni vin- 
colo ; gli anni fanno il callo alla schiavitù ; e il prigioniero 
finisce per cantare in prigione, accompagnandosi col suono 
delle sue catene. Gettato in una turba che mi è straniera, 
strascinato con essa, provocato a ridere, a sragionare, 



198 DELLA VITA DI SILVIO PELLICO 



a occuparmi di nullità, mi piego colla miglior grazia possi- 
bile a questo forzato destino, e la sera ponendo una mano 
sulla mia coscienza (1), dico : « ho perduto una giornata, 
ma la colpa non è mia »; e m'addormento tranquillo. 

Tu dici il vero, mio povero Luigi; Dio non ci chie- 
derà conto di ciò che abbiamo operato od ommesso, quando 
ci dominava una potenza maggiore della nostra ragione 
o della nostra volontà (2). Perchè ti affliggi ancora degli 
errori della tua gioventù ? Il bambino che ha battuto sua 
madre è egli lo stesso che ora prolunga con religiose 
cure la vecchiaja di essa? Gli uomini, in mezzo al lezzo 
delle loro iniquità, esclamano facilmente, come se tutti 
fossero spartani: « il tale è un perverso »; e si rallegrano 
quando uno dei pretesi perversi subisce il castigo de'suoi 
falli. Non badare a siffatti giudizj, né temerne giammai 
de' simili per te stesso. Fa che tutti quelli, che ti conoscono 
ora, possa nodire: « egli è uomo d'onore », e ciò basti per la 
tua pace. L'innocente spesse volte non è che un imbecille; 
e non è privo di filosofia quel pietoso detto di Cristo: 
« Il cielo accoglie con più amore un colpevole ravveduto 



(1) Silvio Pellico presenta una vita che spicca per varietà di contrasti. 
Quando era umanamente felice, quando gli uomini e gli spassi gli si por- 
gevano sorridenti... egli provava un vuoto nell'anima e una noia che non 
lo lasciava mai ; quando invece si vide dagli uomini abbandonato e deriso, 
egli trovavasi felicissimo, perché la religione, prima disconosciuta, entrava 
allora ad iUuminare tutti i suoi pensieri, e le singole azioni della sua vita. 
Silvio aveva finalmente ritrovato il balsamo e la forza della preghiera 1 

(2) Teoria che negherebbe il libero arbitrio, conseguenza dello" studio 
della filosofia di Kant ! 



LETTERE FAMILIARI DI SILVIO PELLICO (1813-1821) 199 



che novantanove spiriti perfetti » (1). Due terzi dei mortali 
sono automati, la di cui regolarità nelle azioni non è punto 
più virtù che quella dei pendoli d'un orologio (2). Avresti 
tu la follia d'invidiarla? Gommo viti sui mali che ti fanno 
soffrire le tue passioni, ma non figurarti conseguenze 
deplorabili quando non ve ne sono. Qual è la vera con- 
seguenza delle tue vive passioni? Una tarda sì, ma valida 
esperienza delle cose del mondo; un disinganno forse 
prematuro ma utile d'ogni vanità; un desiderio tormentoso, 
ma permanente, ma santo del vero e del buono (3); molta 
indulgenza pei falli altrui, molta severità nel giudicar 
te stesso; poca gioja della vita e poco timor della morte; 
il coraggio di soppoi1;are Tuna e l'altra. Pera chi non 
si sente maggior simpatia per quest'uno pervenuto alla 
saviezza a forza di stenti e di lagrime che pei novanta- 
nove innocenti ! Pera chi non onora più il guerriero ferito 
che il poltrone salvo! E te lo ripeto, se il mondo ti pa- 
resse ingiusto, sprezzalo e compiangilo, ma rendi giustizia 
a te stesso, stimandoti. 

Un'altra pazzia leggo nella tua lettera. Tu chiami 
perduti gli anni di Milano. E perchè perduti ? Perchè non 



(i) Veramente non é del tutto cosi la famosa sentenza evangelica. 

(2) Altro sproposito madornale di filosofia. Il povero Silvio, che aveva 
sfiorato la filosofia di Kant negante il libero arbitrio, privo com'era della 
divina filosofia del Catechismo, giunge a tali errori logicamente 1 

(3) Tutta filosofia umana ! Tanto lui che il suo fratello trovarono la 
pace nella conoscenza e nella pratica de' doveri cristiani, fuori de' quali 
è desolazione ! 



20Ó DELLA VITA DI SILVIO PELLICO 



ti sei empita la testa di libri! E che saresti, quando oltre 
i libri che hai meditati, avresti anche commentato tutti 
i filosofi da Platone in giù? Hai tu veduto i sapienti esser 
più onesti, più giudiziosi, più avveduti contro le proprie 
passioni, più stimabili, e più felici degli altri mortali? 
Noi abbiamo conosciuto degli uomini distinti nelle let- 
tere e nutriti, come si dice, a tutti i fonti del sapere 
antico e moderno, e li abbiamo trovati imprudenti, vili, 
nemici di tutti e adulatori di tutti, tormentati da puerili 
ambizioni, incapaci di correzione, volgari in somma da 
mille lati, mentre per un solo eran grandi. Io ti dico il 
vero, onoro le produzioni dell'ingegno umano, e credo 
che impoiii molto alla società il possedere una cinquan- 
tina forse di libri i quali tu ed io abbiamo letto, e nei 
quali si trovano tutti gli elementi del retto pensare e 
sentire, ma non credo che letti questi rimanga ancor 
molto ad imparare di utile davvero nelle biblioteche. Hai 
tu perduto perchè non improvvisi versi latini come un 
Gagliuffi, perchè non hai cantato con versi divini tutte 
le sgualdrine che regnarono o che regnano ? E che altro 
può fare il letterato dei nostri tempi e paesi? Combattere 
i pregiudizj, illuminare gli acciecati suoi concittadini, ac- 
celerare i progressi deirincivilimento... No: e vi, fosse 
pure l'abilità, il potere mancherebbe. Chi salva dalle per- 
secuzioni il povero che si arroga di governare la terra ? 
Senza i denari d'una Stael, o almeno d'Alfieri, il letterato 
non può che infamarsi per vivere; e s'egli è obbligato 



LETTERE FAMILIARI DI SILVIO PELLICO (Ì813-1821) 201 



di vivere con altre arti, non ha più tempo né libertà di 
comporre. Datti l'ingegno di Locke o di qual altro filo- 
sofo più ti piace: a che gioverebbe ad un segret(ario) 
di G(overno) di Genova? Non sarei qua; la terra è grande, 
e chi sa dominarla colFingegno trova onori dappertutto. 
Che questo è falso me lo dimostra (per non citare Rous- 
seau, e tanti altri più assai miseri raminghi grand'uomini) 
il nostro Ugo (Foscolo), che non trova appoggio da nes- 
suna parte d'Europa, malgrado l'ardire del suo carattere, 
e le molte relazioni che ha per ogni dove. 

saresti dunque una vittima di più dell'ingratitudine 
degli uomini, o saresti un poeta Cesareo : non c'è via di 
mezzo per un letterato italiano del secolo 19^. Ad ogni 
modo l'affare più importante non è d'essere letterato, ma 
d'esser uomo forte d'animo, retto di cuore e sano di giu- 
dizio. Costui non ha perduto nulla, trascurando più i libri 
che il mondo; le sue passate follie sono state il germe 
della sua presente saviezza: non è onesto, perché Cice- 
rone glie l'ha prescritto, ma perch'egli non ha trovato la 
felicità nell'errore; non è religioso, perchè gli hanno inse- 
gnato le pratiche d'un culto, ma perch'egli s'è creato (1) un 
modello di perfezione che (parola cancellata) Dio (linea 
cancellata), E costui, se verrà tempo, scriverà, non foss'al- 
tro, un adombramento della sua vita, in cui vi saranno più 



(1) Qui si vede che il povero Silvio aggiungeva all'insania filosofica 
qualche cosa che rasenta Tempieth. Tant'é ; ecco dove si giunge, quando 
non si conosce il solo catechismo l 







202 DELLA VITA DI SILVIO PELLICO 



maschi propositi e sentimenti più nobili che non ne ha mai 
ricavato dai libri. E se tacerà e morrà oscuro, non morrà 
afflitto di questa sorte; la sua dignitosa coscienza gli 
mostrerà quanto la fama tra gli uomini è infinitamente 
al disotto della vera virtù. E che altro è questa (per chi 
non può operare) che la ricognizione de' suoi torti, il 
pentimento, e Tamore interno del bello eterno? 



XLUI. 

(Arluno, a 12 miglia da Milano fuori di Porta Vercellina). 

22 Novembre 1816. 

(A Luigi). 

Comiderazione su i nobili, e loro fusione col popolo non 
ancora completa. Stoltezza de' governi reazionari}; 
la rivoluzione non si distrugge più! Accenni sto- 
rico-morali sul progresso. Lord Byron traduce 
la sua « Francesca », per presentarla al Teatro in- 
glese. Notizie su Foscolo a cui il non essere pia- 
ciuta la sua <(i Francesca », dispiace a Silvio, 

Caro fratello, 

Sono in una graziosa villa del conte Porro, co' miei 
due figliuoli, a godere gli ultimi giorni del sole autunnale.. 
A un miglio di qua vi sono i Borromei parenti di questi 
ragazzi, e ogni giorno si fa questa gita a Gedriano o da G?- 
driano vengono quei Signori a visitar noi. Vita monotona. 




LETTERE FAMILIARI DI SILVIO PELLICO (1813-1821) 203 



scioperata, ma quieta; non un uomo d'altissima tempra, ma 
nessuno di maligna. Considero attentamente questi nobili, 
e la mia sinistra prevenzione si va scemando; sono uomini 
anch'essi; i secoli hanno già molto scancellato delle di- 
sthizioni sociali. La verità è più ignorata che abborrita, 
ma è ignorata egualmente in tutte le classi ; traluce quasi 
a ciascuno indistinta, al nobile, al plebeo, al prete: chi 
erra di qua chi erra di là, eppure il circolo degli errori 
è forse meno grande che non si giudica. Ancora un seco'o 
e quel circolo sarà si stretto che tutte le menti finiranno 
per incontrarsi e fissarsi stabilmente sui cardini della 
verità. 

Tu dici che i letterati non sono altro che l'insegna 
delle nazioni a cui appartengono. È giusto, ed io farei 
una definizione simile d'ogni uomo nei rapporti di citta- 
dino; insegna della nazione dell'età a cui appartiene. 
Noi viviamo in un'età in cui molti elementi discordi si 
sono confusi, molte tinte diversissime si sono frammi- 
schiate, benché nessuna sia ancora stata abbastanza agitata 
insieme all'altra per identificarsi in un colore. Invece 
d'una tavola dipinta a quadi'ati regolari, abbiamo sott'occhio 
un infonne marmoreggiato. Credo che da questo miscuglio 
nessuna congiura umana potrà mai raccozzare le parti- 
celle primitive dei differenti colori, per ricomporre i qua- 
drati. Un tale assunto è chimera che mostra la nullità 
delle teste che l'hanno ideata. Ogni sforzo che si fa per 
distinguere le varie tinte, le rimesta sempre più; l'inten- 




204 DELLA VITA DI SILVIO PELLICO 



zione è diametralmente opposta airefietto che ne avverrà; 
non ne ho il minimo dubbio. Ma questa generazione!... 
È un gradino per salire all'altra. Talora anche si discende. 
In un dato luogo si, ma nella totalità del mondo morale 
non mai. Se i tempi e Alessandro non faceano retrocedere 
la Grecia, Roma avrebbe trovato una confederazione 
nemica che, colla prepotenza della virtù, Tavrebbe im- 
pedita di violare tutte le nazioni del mondo e suscitarle 
cosi dall'inerzia della segregata barbarie; e come Roma 
allora non dovea perire, cosi i barbari dovettero poi in 
altr' epoca vincere, perchè tutti insieme operavano più 
pel dirozzamento sociale che l'inquieta membratura ele- 
fantesca di Roma. Questo destino dell'umanità è anche 
un mistero, ma è incontestabile. L'orizzonte dell'incivili- 
mento si va sempre ampliando. Dunque è vano che si 
gema? No; ogni lamento dell'uomo probo, ogni buon libro, 
ogni azione luminosa, sono tanti più o meno efficaci mo- 
tori al progresso morale dei secoli: e cosi ogni mal'opera 
fatta detta o stampata è un impedimento più o meno 
grande all'efifettuazione della legge suddetta. Ecco come 
le azioni oscure d'un individuo possono essere importanti 
agli occhi del Creatore. Altre qualità nei genitori o negli 
amici di Washington e di Bonaparte faceano forse di quei 
due uomini l'opposto di quel che sono stati, e altra con- . 
dotta di quei due mutava certo grandi cose nel mondo. 

Lord Byron non è autore della Bella penitente; 

non ha ancor fatto tragedie, ma l'Inghilterra ne aspetta 



LETTERE FAMILIARI DI SILVIO PELLICO (1813-1821) 205 

da lui. Senti le obbligazioni che gli ho: non gli bastò di 
lodar molto la mia Francesca ; si pose a tradurre un atto 
e poi un altro, e poi si fermò nella risoluzione di farla 
conoscere al suo paese. Egli è Direttore del Teatro di 
Druiy-Lane a Londra; l'ha dunque tradotta tutta (fra lui 
e Lord Hobhouse suo amico indivisibile) e la manderà 
quanto prima sulle scene di Shackspeare. Egli assicura 
che sebbene avvezzi a produzioni più complicate, i suoi 
compatriotti saranno colpiti dalla hella semplicità (come 
la chiama egli) di quella tragedia. Sarà preceduta da un 
prologo, in cui Lord Byron informerà gli spettatori di 
quanto è uopo che sappiano, cioè dell'essere produzione 
italiana, ecc., e com'è uso su quei teatri, la chiuderà con 
un epilogo. Questa lusinga al mio amor proprio dovrebbe 
larmi scrivere altre cose, eppure il tempo vola, e non 
fo' niente; leggo, poltrisco e non termino la Matilde. Ma 
non perdo coraggio ; bisogna aspettare che i semi che si 
hanno nel cervello sìeno maturi. Ho volontà perseverante, 
immutabile, ma inferma capacità. Quando fo' l'esame della 
mia coscienza (linea cancellata) divido sempre i miei do- 
veri cosi: Famiglia mia, famiglia Porro. Prossima lette- 
ratura. In quest'ultimo ramo mi trovo ancora essere zero, 
ma non mai né pusillanime né apostata. 

Ma tornando a Londra, ti dirò che mi rincresce che 
ad Ugo non piaccia la mia tragedia. Egli che mi avea con- 
sigliato di bruciarla, non perdonerà mai al cattivo gusto 
di Lord Byron. Non ho ancora nuove di lui, né io, né 



jp 



206 DELLA VITA DI SILVIO PELLICO 



Giulio SUO fratello, fuorché per poche sue righe ad un 
terzo, dalle quali abbiamo sentito Tottima accoglienza 
ricevuta. Spero che stampando qualche cosa si farà tosto 
danari, e che troverà conforti ed amici. La miseria av- 
vilisce, e quell'uomo ha bisogno d'esser libero e felice 
per essere grande quanto può essere. Ha ristampato in 
Isvizzera V Ortis, pubblicato quel suo scritto latino di cui 
ti ricorderai, contro la Società di Paradisi, nello stile della 
Bibbia; sono poche pagine che si vendono qui 30 franchi, 
ma pochi sono i compratori (1). 

Sai che il nuovo impiego di papà mi allarga vera- 
mente il cuore? 

Addio, caro infelice, ma caro e buono. Addio, vogU 
bene al tuo Silvio. 

(LordL Byron). 

Questo famosissimo poeta e bizzarro uomo, della tem- 
pra pazzesca di Ugo Foscolo, nacque in Londra ai 22 di gen- 
naio 1788, pochi mesi prima di Silvio Pellico. Dopo studialo 
in Scozia e poi airUniversità di Cambridge, si fece cono- 



(1) È la satira: Didimi clerici JIi/percali/2)seos, pubblicata in Zurigo 
colla data di Pisa (1815). Con quella data Ugo Foscolo intese di vendicarsi 
contro le accuse, che gli furono mosse da' nemici nel Poligrafo^ di cui 
erano presidenti Luigi Lamberti e il conte Paradisi. Se ne stamparono 
poche copie: in dodici esemplari si trova la Clavis Hypercalupseos^ che 
svela i nomi de' satireggiati di Foscolo. Quest'opera fece poco onore a 
Ugo Foscolo: é tutta un ingombro della solita oscuritàjdi quell'autore. Il 
Peoohio la dice un'apocalissi senza il mistero e l'interesse della religione. 
Il Gemelli la giudica indegna « dell'ingegno e degli studi del Foscolo »• 
Della vita e delle opere di Ugo Foscolo, pag. 127. 



LETTERE FAMILIARI DI SILVIO PELLICO (1813-1821) 207 

scere e ammirare per Tardltezza del suo ingegno, e nella 
Camera dei Lord prese posto nei banchi dell'opposizione. 
Nel 1809 imprese viaggi in Portogallo, Spagna, Grecia 
e Costantinopoli; tentò di varcare a nuoto lo stretto dei 
Dardanelli, imitando Leandro amoroso, ed era portato via 
dalla corrente, se non fosse stato soccorso. Tornato in 
Inghilterra nel 1812 compose il CMid Harold (Pellegri- 
naggio del giovine Eroldo) che lo fece divenire l'uomo 
alla moda. Nel 1814 prese a moglie Miss Milbranke, cui 
disgustò ben presto per i suoi debiti e dissipazioni di 
famoso libertino. Onde nel 1815 ritiratasi l'offesa donna 
colla fìgliuoletta in casa del padre, lo lasciava alle sue 
folli avventure. NelFaprile dal 181G egli viaggiò in Gi- 
nevra, e di là passando il lago visitava spesso la Staél a 
Coppet, dove fece conoscenza e amicizia con Mgr. Ludo- 
vico de Breme, uno de' grandi amici di Silvio Pellico. 
Quindi nell'ottobre del 1818 venne in Italia, e dimorò 
in Venezia più di tre anni. Di lui il Principe Colonna 
di Sciarra, Direttore della Polizia di Bologna, scriveva 
a quello di Venezia nell'ottobre 1819: « Codest'uomo appar- 
tiene alla società segreta Roma antica... Le opinioni 
libertine predominano oltre modo nel suo animo... » {Carte 
segrete e Atti ufficiali della 'polizia di Venezia, Capolago 
1851, voi. 1. p. 205). La polizia austriaca lo tenne d'occhio 
e si accorse che più che di cospirazioni s'impacciava di 
avventure galanti, massime colla Guiccioli, moglie del 
conte Guiccioli di Ravenna, ardente perturbatore della 



208 DELLA VITA DI SILVIO PELLICO 



pubblica tranquillità (1. e). «In Ravenna (dove prese stanza 
nel 1820) si vuole che uno dei segreti capi di Cacciatori 
Americani fosse il rinomato lord Byron, ora passato in 
Toscana per seguire le traccie della notoria sua amica 
la contessa Guiccioli, uno dei fratelli della quale è stato 
colpito d'esilio, come settario (1) », (Ibid. doc. 157. Venez. 
16 genn. 1822). Lord Byron vi è detto stravagante, miscre- 
dente, immorale, nemico del buon governo, ecc. Recatosi 
a Pisa, e quindi a Genova (1822), nel luglio del 1823 fece 
vela per la Grecia, dove combattè contro i Tui*chi. Morì 
a Missolungi, di malattia, 19 aprile 1824. 



XLIV. 

(A Luigi). 

Milano, Dicembre 1816. 

Sfoghi, pensieri filosofici poco religiosi Lord Byron a 
Milano, la costui prosopo grafia delineata da Silvio 
Pellico. Improvvisatore. Nuovo giudizio e terribile 
dell'autore di ^Frahcesca da Rimini » sulV^ Orlando 
Furioso ». 



(1) Cf. Relazione fatta al Card. Consalvl. « Questo Byron venne a Bo- 
logna per impiantarvi tale setta {società detta romantica^ ossia del Con- 
ciliatore)^ prese un appartamento in casa Merendoni, e la frequentano 
molte signore, fra cui la contessa Guiccioli : vi si aspettano lady Morgan 
e lord Kinnaird ». Il Conciliatore e i Carbonari (pag. 89). Ma Cesare Cantù 
non cita né data né fonte di questo documento, conforme usa sovente I 



LETTERE FAMILIARI DI SILVIO PELLICO (1813-1821) 200 

Mio caro amico, 

Le tue lettere sole mi producono questo effetto; mi 
sollevano, per così dire, dalla società umana per pormi 
con te non saprei dove, ma donde tutto l'universo è ai 
nostri piedi. Le nostre due anime hanno molto orgoglio, 
e bisogna che quando son messe in contatto, quella pas- 
sione si agiti per mettersi in equilibrio, come il fluido 
elettrico quando comunica fra due corpi. Forse anche, 
non conosco nessun cuore quanto il tuo, e gli altrui affetti 
mi muovono poco perchè ne ignoro il grado di verità. 
A -Ogni risposta che ho a farti, vorrei poter inserire (1) 
qualche capo cVopera d'ingegno, che desti tale stima di 
me che tu non dubitassi essere la mia natura superiore a 
quella della pluralità! La mia ambizione non è ridicola che 
in questo singoiar punto di vista. La stima del pubblico 
mi eccita presso che nulla affatto; e ciò viene certo dal 
disprezzo che pur meritano e che, mal mio grado, professo 
a tutti gli altri miei fratelli mortali, fuorché a ben pochi. 

Ma lasciamo di noi. Aggiungerò soltanto che non 
giudico di nessuna importanza il non poter credere ad 
alcuno dei bei sogni aerei della metafisica; e meno io 
che altri (benché il desideri) potrò mai dire: Credo. Bensì 
vagheggio parecchi fantasmi. E tu leggi Kant, che ti man- 
derò alla prima occasione, e salirai a gran voli con lui. 
Circa al fine evidente deiruomo, non lo cercare, é pazzia; 

(1) Le parole in corsivo erano cancellale. 

RiNiEUl — Pellico io 



210 DELLA VITA DI SIL^^O PELLICO 



com'è pazzia il chiedere d'essere falm'mato, d'impazzire, 
e d'essere felice. Considera l'uomo come un bambino, a cui 
un ente più forte e più sapiente concede di poter giuocare 
coi pochi oggetti che lo circondano, mentre questo stesso 
ente lo trae qua e là colle legacele alle spalle, non senza 
scopo, e forse con uno scopo benefico, ma del quale il bam- 
bino non può aver idea. 11 libero arbitrio esiste, ma in un 
circolo strettissimo d'operazioni. Voler conoscere al di là è 
in noi un effetto della religione che abbiamo imparato... (1). 
Lord Byron, che si pronunzia Bairon, è un poeta che 
tutta l'Inghilterra acclama come il genio più originale, più 
creatore che sia comparso da Shiikspeare in qua. Ha stam- 
pato vari racconti poetici di genere romanzesco e tragico, 
che fanno l'impressione dei drammi i più strazianti. La 
terribile potenza delle sue idee lo distingue da tutti gli 
scrittori moderni inglesi. È stato in Grecia, in Africa, e 
puoi immaginarli quanto si sia giovato ne' suoi scritti 
d'aver conosciuto quei paesi. Ha 28 anni, l'aspetto e i modi 
più modesti ed amabili, mi sapere prodigioso, e con questo 
(dicono) una malignità d'animo infernale. Ma credo che 
il volgo non conosca gli uomini sommi e che mal ragioni 
delle loro doti morali. I suoi delitti sono di galanteria. 
Ha resa hifelice una moglie adorata in Inghilterra per la 



(1) Qui sono cancellature, le quali ci avvisano come Silvio Pellico 
disdisse poi le vere pazzie, che qui aveva scritto da giovine poeta e niente 
fllosofo cristiano. Il conversar con Ugo Foscolo e con altri liberali di fede 
perduta gli aveva arreciito molto danno. 




LETTERE FAMILIARI DI SILVIO PELLICO (1813-1821) 211 



sua virtù: questa donna ha dovuto domandare il divorzio. 
La cosa è stata si scandalosa per lord Byron, che nessuna 
donna di quel paese vuol più restare in una società dal 
momento che vi comparisce quel preteso mostro. Per cal- 
mare lo sdegno pubblico e rapire alla moglie l'interesse 
universale ch*era a favore di lei, che ha egli fatto? Una 
epistola in versi divini, ove e' si dipinge come Tuomo più 
innamorato della terra, confessandosi colpevole, ma pieno 
di rimorsi, infelice per tutta la vita, non respirando che per 
riveder la sua cara sposa, ottenere il suo perdono, e morire 
a' suoi piedi. Molte sono le iniquità da D. Giovanni che gli 
vengono imputate. Forse lo denigrano. Una freddissima 
scelleratezza è qualità troppo eminente, perch'io non esili 
molto a crederla nella natura umana. Ma data anche la 
realità di questo orribile carattere poetico in lord Byron, 
egli mi piace al sommo. Lo vedo da de Breme con cui 
ha legato conoscenza a Goppet, in casa di mad. di Stael. 
Lord Byron ha voluto leggere la mia Francesca e me n3 
ha fatto elogi grandi. Egli conosce molto Titaliano, ha la 
massima stima di Monti, con cui passa volentieri delle ore. 
Ora vuol tornare in Grecia. L'altro giorno a pranzo in 
casa de ....» con Byron ho sentito a parlarmi con lode di 
te dal marchese Negri di Genova. Egli ti porterà a nome 
di Lodovico Breme rinvolto che li ho diretto contenente 
lo Sterne e Y Orazione pavese (1). 



(1) Di r^'O Foscolo. 



212 DELLA VITA DI SILVIO PELLICO 

V'è a Milano un Apollo improvvisatore (1) venuto da 
Roma con una riputazione colossale. Improvvisa tragedie 
(cantando); e darà venerdì un'accademia alla Scala. T m- 
fonnerò di quanto ne è. — Addio, abbi pazienza, Matilde 
giungerà. Ma invece di finire, ora ho a parlarti d'Ariosto. 
Me lo nomini or che appunto lo sto rileggendo per postil- 
larlo e rettificare il mio giudizio sopra il suo Orlando. 
Gli uomini volgari devono adorarlo; non intendo gli igno- 
ranti, ma tutti quelli anche dotti, la di cui anima non è 
fortemente dominata dal sentimento del vero sublhne 
(questo sia detto circa Tinteresse del poema, che il pregio 
della lingua è tutt'altra cosa). Gli esordj dei canti sono, a 
mio gusto, tutto ciò che si può dir di \}ì{\ triviale. I carat- 
teri degli eroi non sono rialzati da nessuna intenzione 
filosofica dell'autore ; invece di confortar l'uomo col dargli 
dei modelli maestosi nella sua specie, mi sembra ch'ei non 
pigli dei personaggi che per abbassarli dalla loro altezza 
e riavvicinarli alla volgarità. Il quest'indole buffonesca è 
incongrua, perch'egli non annunzia né di voler far salire, 
né di schernire il sublime. Rimarrebbe a lodarlo per l'in- 
venzione : non ce n'è! Tutte le novelle di quel poema le 
ha tolte dai romanzi di cavalleria. Ha copiato, ha tradotto, 



(1) È il famoso Tommaso Sgricci, nato in Castiglioii Fiorentino, nel 1788. 
lUcevelte istruzione classica, ed ebbe tanta facilità poetica, che in leggendo 
Virgilio lo traduceva nel medesimo tempo in versi italiani. Non solo im- 
provvisava piccole poesie, ma intiere tragedie. Fu applaudito in tutta Italia 
e in Francia. Mori in Firenze, 25 luglio 1836. Vedi Biografìa degli Italiani 
illustri^ del D.Tlpaiao, voi. in, pag. 101. 



LfìttÉRÉ FAMlLlAttl m SILVIO PELLICO (l8l3-1821) 213 



ha amplificato, ha verseggiato, non ha inventato niente. 
Questo niente sarà troppo, perchè mi si citerà l'episodio 
della discordia alloggiata dai Frati, e che so io, ma io 
parlo del poema in totale e non dei piccoli particolari di 
esso. Non nego che Ariosto fosse poeta, e anche gran 
poeta, ma il suo Orlando è una buffoneria di poco sale. 
I suoi pretesi scherzi sono sguajati; niente d'arguto come 
in Voltaire, niente di veramente bello per il pensiero. E 
per il cuore? Sia pur patetica Olimpia; non vedo perchè 
se n'abbia a fare un miracolo. Confesso che molti squarci 
di romanzi m'hanno commosso più di quello. E chi è 
quello scrittore che, date alcune situazioni, non sappia 
ispirare compassione? Lo fa egli da maestro? Mi par di 
no. Descrive più la persona che l'animo, è l'animo che 
bisogna dipingere per far piangere sulle sventure d'alcuno. 
E così fa il Tasso, uomo veramente appassionato. Ariosto 
era un bel esprit in un secolo in cui il bel esprit era 
grossolanetto; le sue descrizioni della natura fiorita sono 
bellissime perchè minutissime. 

È religione ricevuta in Italia di ammii»ar molto le de- 
scrizioni minute di una campagna, d'una zu.la di cani, e 
simili. Ignoro se ci voglia un gran le ingegno per ciò. 
So che dopo Omero, Virgilio e tanti altri resta poco in 
tal ganere da inventare. Per me non v'è poesia grande 
senza invenzione di fatti grandi, di personaggi grandi, 
e senza scopo grande; né poesia gentile senza genti- 
lezza d'idee, arguzie, ecc; né poesia patetica senza filo- 



214 DELLA VITA DI SILVIO PELLICO 



sofia, senza analisi sapientissima e profonda del cuore 
umano. 

Ti giuro che nessuno saprà mai finché vivo questo 
giudizio, perchè basterebbe a Tarmi voler male e forsa 
sprezzare da mezzo mondo. Ma tant*òl 

XLV. 

(A Luigi). 

Milano. 

Considerazioni metafisiche che, dal dolore, comune re- 
taggio di tutti conducono Silclo a cercar la caicsa 
delle dirersità ddle condizioni temane. Ammesso 
Dio, s'intende Vordine del mondo, e le pratiche delle 
virtù. Silvio Pellico, crede nel Creatore, ed esorta 
a 'praticar la virtù. Lodovico De Breme, Sgricci. 

Mio Luigi, 
Per rapporto alla società, la metafisica è effettiva- 
mente, come il volgo la chiama, una scienza vana; ma 
per Tuomo passivo nella società, per l'uomo solitario, 
per l'uomo che non ha altra facoltà sulle cose che quella 
di considerarle, tutte le scienze sono vane, fuorché la 
metafisica. E non credere che a noi tocchi un retaggio 
spregievole, perché la nessuna nostra azione sull'anda- 
mento delle cose umane ci disgusta di queste, ce le fa 
parere d'un'importanza molto secondaria, e ci chiama 
alla contemplazione di ciò che é puramente mistero e 
tenebroso e forse impenetrabile, ma solo eterno, e quindi 



LETTERE FAMILIARI DI SILVIO PELLICO (I8l3-l821) 2l5 



solo. vero. Se un principe non si sente altro che principe, 
se un agricoltore non si sente altro che agricoltore, i 
loro doveri sono assegnati sulla terra ; a quello il Macchia- 
velli, a questo le Georgiche. E la pluralità degli uomini 
corre appunto per quell'una fra le varie carriere sociali, 
nella quale si trova nato o spinto, con nessun'altra mira 
che di superare o eguagliare o ingannare o servire scal- 
tramente i competitori. I pochi sono coloro che, o supe- 
rino eguaglino o servano o ingannino, si sdegnano pur 
sempre internamente e de' loro trionfi e delle loro pelate, 
perchè vedono imminente Tinstancabile falce della morte, 
che appena innalzati abbatte tutti gli edifizj umani, non 
che il debole individuo che li eresse. Chi si trova in 
questo minor numero è in un certo modo il solo infelice; 
gli altri esercitano i loro intenti sovra cose palpabili, e le 
conseguano o no, si vedono sempre distintamente nella 
possibilità di possederle, o almeno le eccezioni sono più 
apparenti che reali. Il conquistatore che non si sente altro 
che conquistatore è felice, perchè vedrà sempre troni da 
usurpare, e se anche prende tutto, s'illuderà tutta la vita 
sognando di riacquistare. Ma se il conquistatore sente 
anche d'esser uomo, non crederlo beato nelle sue cosidette 
prosperità per quanto sieno abbaglianti. Se Mosè, Licurgo, 
Cesare, Bonaparte, Agerman e Muschietti erano qualche 
cosa di più che gli oi*digni destinati dalla macchina sociale, 
disingannati; sotto quello splendore di gloria, sotto quelle 
porpore, in mezzo a quell'oro tanto invidiato, v'era un 



216 DELLA Vita di silVio pélliCó 



essere infermo che non capiva perchè il mondo chiamasse 
beni ì fenomeni che li circondavano. E un tal essere in- 
fermo, decaduto da un trono o condotto dall'aratro allo 
spedale, non sente per avventura accrescersi d'una dramma 
il peso della sua infelicità. No, non sono paradossi ; ogni 
uomo ha dei periodi di maggiore o minor dolore, è vero ; 
ma nessuna condizione sociale può salvarlo dal dolore. 
11 milionario come il pitocco sono figli, padri, mariti, 
amanti, virtuosi o colpevoli, e tutti molatali, e quindi ha 
origine il dolore o il piacere. 

Si sorride come a ragionamento assai tristo, qua- 
lora s'oda ripetere il confronto delle gravi cure de' gi^andi 
e della pace d'animo de' poveri. Ma dacché vi ho pen- 
sato, mi sono meravigliato com'ei fosse trito, e come 
anzi fosse mai stato d'uopo di farlo. Non convien egli 
esser cieco per non veder da ogni lato succedersi la gioja 
e l'afflizione si ne' palazzi che ne' tugurj? Dappertutto 
un'allegria nuziale, una solennità per la nascita, angustie 
domestiche e im mortorio. Tolga il cielo che si lodi la 
sorte del padre desolato d'una famiglia senza pane; un 
po' d'oro quante lagrime non asciuga ! E perchè non ha 
egli quell'oro, mentre ad altri è soverchio? Il perchè è 
evidente; la legge eterna della creazione è la varietà 
illimitata, A Tito è data per dolore la fame, a Gajo l'am- 
bizione, a Sempronio il mal della pietra (1). 



(1) Sembra che autore di questi doni^ nella mente di Silvio Pellico, 
sia Dio ; il che é falsissimo. In legge generale Dio non fa il male fisico 



LÈTTERE FAMILIARI Dt SILVIO PELLICO (1813-1821) 217 



Tanto è giusto che il famelico trovi empia la Provvi- 
d3nza che ha prodigato le vivanie alla tavola del ricco, 
quanto è giusto che un Pascià obeso s'adiri per la florida 
snellezza delle sue schiave, e che lo storpio bestemmj il 
ballerino, o che un nobile pianga di non esser nato plebeo 
per potersi sposare una plebea; sono tutti casi particolari; 
ognuno ha ragione di dolersi de' suoi mali, ma è follia il 
dolersene perchè altri ne va privo. 

Gonvien guardare la destinazione generale della razza 
umana, e allora spariranno le disuguaglianze della for- 
tuna : correre in traccia del piacere per una breve 
via di dolore che mette capo alla morte. Il pesce non 
ha il libero arbitrio di volare per aria, ma s'è dotato 
d'intelletto, avrà quello di fuggire quando ha veduto i 
suoi compagni incappar nella rete; io educato a modo 
altrui, traviato quando mi mancava l'esperienza del 
bene e del male, non posso non essere imperfetto qual 
ini trovo, e macchiato d'errori, e inclinato dall'abitudine 
giù pel declive delle passioni che condanno; ma posso 
in quello stato, qualunque io mi sia, (se non tornar 
su da quel declive), o fermarmivi aggrappato a qualche 
pianta salutare, o allentare la mia totale caduta con si 



per male delle creature, e molto meno il movale; ma o lo permette, o 
vi concorre : le leggi fisiche e le libere disposizioni e le svariai issime cir- 
costanze di luoghi, di tempi, di persone, ci danno le cause di tutti gli 
eventi e di tutte le diversità di condizioni, sempre s'intende, col concorso 
e la direzione altissima del Creatore. Inoltre la teologia insegna, che Dio, 
cogl'inflniti modi della sua sapienza, ricava sempre un qualche bene da 
mali che accadono. 



218 DELLA Vita di silVio Pellico 



magnanimi sforzi da edificare lo stesso Dio. Nessuno ha 
Tarbitrio di sortire dal suo elemento, ma bensì quello di 
aggirarvisi degnamente. 

Per capir quest'idea, è d'uopo non dimenticar mai 
che la legge della creazione è la varietà : ogni ente pen- 
sante ha in questo mondo fenomenale una sfera sua par- 
ticolare, e il paragonarla alle altre è la fonte di tutte le 
assurdità. 

Or che rimarrebbe dunque se non a ricadere nella 
stolta esclamazione: slamo dunque tutti Infelici, e perchè 
fummo creati? E certo qui gioverà meditare se la eterna 
causa dell'ordine dell'universo possa essere d'altra natura 
fuorché benefica. Né alcuno meditandovi potrà conchìudere 
a disonore di quella causa. Il sentimento della virtii e il 
sentimento d'un Dio sono in me la stessa cosa, credo alla 
virtii finché credo in Dio, e dacché dubito dell'esistenza 
di questo, mi sento la forza di fissare intrepidamente lo 
sguardo sui più neri delitti (parola cancellata). Amo, tei 
giuro, il credere in lui; ciò stabilito, l'animo mio è tranquillo 
su tutto il resto. Ammesso quell'Ente misterioso, cardine 
d'ogni idea, non vedo più incoerenza nelFuniverso. La 
materia é nome: Dio l'ha creata, non composta d'atomi, 
non divisa in solidi, in fluidi, in tenebre, in luce, ma una ; 
ella é il soggetto dell'azione di esso. Creato quel soggetto 
estraneo, cioè creata la possibilità de' fenomeni, Dio ne 
ha inviluppato gli spiriti pensanti con fini diversi e tutti 
ottimi. Solido, fluido, tenebra, luce, non sono inerenti a 



LETTERE FAMILIARI Di SILVIO PELLICO (1813-18S1) 219 



nessun corpo veramente esistente da sé, ma dipendono 
dal modo di sensazioni (1), che è stato dato agli spiriti 
della nostra natm^a. Ed è in questo senso ch'io sono più 
convinto dell'esistenza del mio pensiero che di quella del 
mio corpo. 

Ma l'argomento è tanto vasto, che m'accorgo che 
tre pagine di carta non bastano ad esaurire i concetti 
che mi andrebbe suggerendo, e che mi farebbero deviare 
dallo scopo propostomi; quello cioè di persuadersi che 
nella infinita varietà delle sorti umane, non ve n'è alcuna 
in cui l'esercizio del libero arbitrio non abbia a nobilitare 
il mortale virtuoso. 

Lodovico ha la mia tragedia; quando me la resti- 
tuirà, ti copierò i due atti. Egli scrive ora un opuscolo 
in francese che pubblicherà a Ginevra, il quale sarà come 
una protesta delle sue opinioni passate e presenti, per 
ismentire il calunniatore Gulllon, che in un Dizionario 
biografico lo ha dipinto come cortigiano, adulatore, ambi- 
zioso, ecc. 

Quando avrai tempo vorrei che tu mi mandassi per lui 



(1) È errore grosso in filosofia il credere che, oltre le nostre sensazioni, 
non esistano, e indipendentemente da esse, le cose che di queste sensa- 
zioni sono le prime cause. Certo però che il calcio e il freddo ecc., non 
sono qualità esistenti fuori degli organi in cui si formano ; certo pure 
nella scienza moderna che talune diversità sono solamente soggettive, come 
quelle de' colori e de' suòni... ma che all'infuori non ci sieno oggetti veri 
e reali, ma solamente fenomeni^ è un regalo filosofico del Settentrione, 
e non nuovo nella storia degli errori filosofici a cui Silvio Pellico s'era 
forse lasciato pigliare. 



220 DELLA VITA DI SILVIO PELLICO 



una lettera, nella quale tu gli dicessi che t'ho lodato questo 
suo opuscolo, e gli consigliassi nondimeno di non frap- 
porre troppo indugio al componimento deWIcla. Mi rin- 
crescerebbe ch'ei si mettesse a guerreggiare contro ca- 
naglia come i Guillon; per un opuscolo glie lo passo, e 
non ho potuto dissuadernelo ; ma vorrei che si fermasse li. 
Ho udito una volta sola lo Sgricci, di cui ho ammi- 
rato la facilità, benché non fosse quella per lui una sera 
di vena molto singolare. Lodovico e Borsieri l'hanno preso 
in ira, perchè non l'hanno trovato corrispondente alla 
fama che lo ha preceduto a Milano. 



XLVI. 



Milano. 



(A Luigi). 

/ comici dello Scorclatojo. Gludlzii di Silvio Pellico su 
Sismondi, che era persona brutta e di poca levatura 
fìsica^ modesta e garbata. Giudìzìi intorno a Sgricci, 
famoso improvvisatore, e dispareri di varii letterati. 

Fratello carissimo e gentilissimo, 

Ti ringrazio del ragguaglio che ti sei procurato da 
Livorno circa quella sciocchezza dello Scorciatoie; non 
capisco come dei comici che hanno interesse ad essere 
ben veduti dappertutto commettano siffatte imprudenze. 
Mi si dice che avranno lo sfratto dal Piemonte. 

Sismondi, che pranzò con noi quindici giorni sono, ci 



LETTERE FAMILIARI DI SILVIO PELLICO (1813-1821) 221 

promise di pubblicare quest'inverno il compimento della 
sua Storia, e mi pare che abbia detto che verrà più 
d'un volume. Che m'è parso di lui? L'ho veduto con quel 
rispetto e con quella contentezza, che ho sempre provato 
nelle poche volte in cui mi sono imbattuto in ingegni 
distinti. Egli mi ha quindi lasciato un'impressione favo- 
revole. Il suo esteriore è b rutto ed umile ; le sue maniere 
civilissime, ma che nulla indicano di particolare; nel par- 
lare è modestissimo e quindi pochissimo brillante: bensì 
palesa ad ogni discorso, e senza riguardo ai pregiudizi 
altrui, le idee ch'egli ha sui disordini politici degli altri 
secoli e di questo, e manifesta animo generoso e mente, 
erudita non di parole, ma di cose. Quando è contraddetto, 
si contenta di ripetere con garbo la sua asserzione senza 
dilettarsi di discutere. Questa poca loquacità unita a 
tanta abilità di carattere e ad una figura cosi meschina, 
mi fanno pensare al suo concittadino Rousseau. Ha letto 
lo scritto francese di Breme, e lo ha lodato con trasporto, 
rallegrandosi coll'Italia che abbia chi osi una volta dù^e 
certe verità che finora, iìss'egiì, possono partorire niente 
altro che persecuzioni, ma che un giorno rigenereranno 
la specie umana. Ha stretto grande amicizia con esso, 
e si è incaricato di assistere alla stampa di quello scritto 
a Ginevra. 

Oggi a pranzo abbiamo lo Sgiùcci, il quale ha il per- 
messo di fennarsi a Milano. L'ordine che gli era stato 
dato di partire non derivava da torti suoi, ma da una 



' i 



22:? DELLA VITA DI SILVIO PELLICO 



misura di polizia, che non permette di soggiornare più 
di 24 ore nelle nostre città, a tutti i viaggiatori che vivono 
della loro industria e che non sono nazionali. Ma egli ha 
ottenuto di non essere confuso coi saltimbanchi. Monti, 
Giordani, Labus, Breislak, Primo, Paggiolini ecc., che sono 
i letterati ordiaarj della tavola del conte Porro, sono stati 
favorevoli a Sgricci: Breme, Borsieri e quasi tutto il partito 
Milanese gli grida contro, lo tratta d'impostore, di parolajo, 
d'intrigante, di poetastro... Io, caro amico, non oso aprir 
bocca. Il miglior partito mio è certo quello di tenermi piut- 
tosto dalla parte dei lodatori, che da quella dei biasimatori; 
ma in fondo ch'io sia del parere di Monti, che valga pia 
uno Sgricci che un Alfieri, perchè fo un maggior numero 
di tragedie le quali son tutte belle (1) ; ma sento che s'io 
avessi l'aria di apprezzare questo improvvisatore molto 
meno di quanto apprezzo un buon scrittore, non si manche- 
rebbe di credermi invidioso. Spero che oggi Sgricci improv- 
viserà fra noi, e che inoltre darà poi qualche altra Acca- 
demia pubblica. Frattanto dimmi se costà, dove Gianni ebbe 
tanto credito. Sgricci sia sembrato agli intelligenti un poeta 
distinto, e che cosa paja a te medesimo. I suoi nemici dicono 
che Monti lo protegge per rancore contro Gianni, e contro 
Alfieri, e che dal suffragio di Monti e dagl'intrighi masso- 
nici risulta la riputazione attuale di questo improvvisatore, 
per nulla differente dalla turba degli altri improvvisatori. 

(1) Il lettore >si accorgerà di leggieri, che qui il senso non iscorre. Si 
deve supplire con queste parole : ciò io non dico, o non x>enso. 



LETTERE FAMILIARI DI SILVIO PELLICO (1813-18:^1) 223 

Aspettiamo la contessa di Masino, cugina del conte 
Porro, la quale verrà probabilmente ad alloggiare qui in 
casa. Quando ella sarà ripartita, andremo in villeggiatura, 
dove non vedo Torà di essere: Tarla della campagna mi 
gioverà forse allo stomaco, che è sempre sconvoltissimo. 

Non sei tu stato mai per avventura nel bel giardino 
di casa Lerchi nel Monte di Pietà, quartiere di Porta 
Nuova? Ebbene quel delizioso giardino, quell'elegante casa 
ci appartengono. Il conte Porro Tha comprata in questi 
giorni, e a S. Michele vi ci trasporteremo. Addio, caris- 
simo. Breme e Borsieri ti salutano. 



xLvn. 

Milano, 30 Ottobre 1816. 

(A Luigi). 

Irrequietezza dell'uomo che porta seco in ogni dove la 
« sete sempre dolorosa di non conseguibili piaceri ». 
Silvio è cosi, e folleggiando da poeta poco religioso 
vagheggerebbe la morte. Sua amicizia con Breme, 
qualità di costui, sue opere, sua disdetta nella dram- 
matica, un Romanzo che compone aW insaputa del- 
l'inesorabile Borsieri. 

Luigi mio, 
M'hai fatto piacere di scrivere all'amico mio Breme, 
ma siccome tra lui e me abbiamo bandito ogni cerimonia, 
egli vorrebbe che tu pure gli scrivessi, meno come a un 



224 DELLA VITA DI SILVIO PELLICO 



monsignore pel capo d'anno, che in famigliarità di amico. 
Il bene ch'io voglio a te aggiunge alla stima che già gli 
avevi ispirata, e si rammarica spesso meco di vederti 
confinato in un bel soggiorno sì, ma arido per la fantasia 
e pel cuore. Se non che Tuomo che ha fantasia e cuore 
porta con sé dovunque egli sia, una sete sempre dolorosa 
di non conseguibili piaceri: nella solitudine sospira la 
società, e nella società agogna la solitudine, e non ha 
mai né solitudine nò società qual se Tera augurata. In 
alcuni eccessi di questa malattia ho persino desiderato 
di scavare, come il Trappista, in silenzio e quotidiana- 
mente la mia fossa, per godere a sorso a sorso la voluttà 
della morte e della misantropia. È sempre così, dalla 
cella deireremita all'impero del mondo, dalle virtù di Li- 
curgo ai delitti di Gatilina, nulla vi è che l'insana mente 
dell'uomo non invidii; nulla, se rimbecillita, o l'abitudine del- 
l'obbedienza, la ragione non tarpano le ali al desiderio. 
Io mi son detto: Finché il mio corpo non patisce atroci 
dolori e nessuno de' miei cari soffre la fame o altre somme 
angustie della vita, devo trovar tutto bene nel mondo. 
Ma torniamo airamicizia, genere d'affetto per cui 
sono più temprato che per ogn'altra passione del cuore. 
S'io fossi più giovane, quando l'esistenza mi si presen- 
tava ancora sotto qualche incanto, quando la voce di 
Vitale dissipava tutte le mie cure, l'amicizia mi rende- 
rebbe ora felice. Quella che Lodovico ha concepita per 

me è la più calda e la più illimitata che si possa: né io 



LETTERE FAMILIARI DI SILVIO PELLICO (1813-1821) 225 

SO perchè abbia preso ad amarmi, parco di parole, ina- 
mabile, schivo dèlia società come io sono. Ma egli è un 
di quelli che hanno bisogno quasi d'uno specchio morale 
per raddoppiare la propria esistenza: egli è di più par- 
latore, non tanto per verbosità quanto per abbondanza 
d'idee, e Tessere ascoltato e poco contraddetto è per lui un 
bisogno (1). Mi gli sono affezionato, non a modo suo per 
impeto d'animo, ma a poco a poco per assuefazione, per 
stima, e perchè « Proverbio ama chi t'ama è fatto antico ». 
Tu ed io abbiamo altre volte parlato de' suoi scritti, 
e trovato di che ridirvi per lo stile: nondimeno è cerio 
che ha molto ingegno, e che i suoi scritti furono pochi 
e non tali da far conoscere clil egli sia. I suoi drammi 
sono forse la prima cosa in cui egli abbia per così dire 
cominciato a tradurre sé stesso; a Mantova non s'è re- 
citato che il primo e fece fiasco, ma il primo appunto 
era il meno teatrale, e il pubblico di Mantova non venera 
che il Goldoni, e più ancora che il Goldoni TArlecchino. 
Il sentimento dell'ingiustizia fattagli da quel pubblico l'ha 
punto nel vivo, ma non discoraggiato. Il suffragio di ma- 
dama di Staél pe' suoi drammi e soprattutto pel suo in- 
gegno che traspare anche al solo discorrere, lo ha in- 
fervorato più che mai nell'amore della vera letteratura, 
che è la filosofia. Egli ha ripigliato l'argomento dei suoi 
drammi, e lo sviluppa in un Romanzo, dove passione 



(1) In questo stato di cose, credo che avrà trovato pochi amici temprali 
alia Silvio Pellico, cioè che avessero la virtù di ascoltare e parlar poco: 

RixiERi — Pellico 16 



226 DELLA VITA DI SILVIO PELLICO 

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politica, storia degli ultimi tempi contribuiranno, se non 
erro, a imprimere grandi bellezze. Questo suo lavoro per 
altro è un segreto, fuorché per me: è un segreto per lo 
stesso Borsieri, perchè Borsieri come già tu sai è un 
tal sofistico, che bestemmiando sempre i pedanti, è più 
desolante di loro: e non torna a conto di fargli vedere 
le cose se non quando sono finite, altrimenti te le lacera 
senza misericordia. Per amor mio, Lodovico sarebbe am- 
bizioso del tuo suffragio, e ti farebbe volentieri confidente 
d'una introduzione da lui già scritta pel suddetto Romanzo 
ed anzi parte del Romanzo medesimo. L'aii;e del racconto, 
la flessibilità dell'ingegno, la varietà delle tinte, i pen- 
sieri, lo stile corrente, già mi sembrano singolarmente 
sensibili in quella Introduzione ; e credo perciò che la leg- 
geresti con gusto. Scrivi su ciò a Breme, ecc. 

Addio. Ama il tuo Silvio. 

xLvur. 

4 Febbraio 1817. 
(A Luigi). 
Filosofìa sulla sua rassegnazione alVadem^pi mento del 
suo ufficio di educatore e stravolte considerazioni 
che lo conducono a credere in Lio, Si consola meschi- 
namente con piaceruzzi che procura di coglieì^e 
nel suo passaggio, in mancanza di altri a' quali 
non può giungere. Notizie letterarie: « Biblioteca 
Italiana ». Monti, Lord Byron, 



LETTERE FAMILIARI DI SILVIO PELLICO (1813-1821) 227 

Amico mio, 

S'io nulla compio de' miei lavori poetici, certo ne 
hanno qualche colpa le mie occupazioni, che sebbene 
diverse dalle tue non sono meno distoglienti dalla coltura 
dell'ingegno; ma, o Luigi, che vale, ti torno a dire, il 
dolerci che l'inevitabile legge della gravitazione tenga 
attaccate al suolo le nostre piante? Io ho ricavato dagli 
anni che ho vissuti e dai pensieri che ho meditati questo 
frutto: di non più maledire ciò che è fuori dell'arbitrio 
de' mortali, e ho sentito nell'anima mia la verità di quel 
detto antico che i conflitti dell'uomo giusto contro la 
fortuna sono uno spettacolo degno della Divinità (1). 
Chi si confessa vinto e piange la sua disfatta perde la 
stima di sé medesimo e raddoppia la sua sventura. La 
fllosofia d'Epitteto non è un delirio dell'orgoglio umano; 
è un sentimento sublime dell'esatto valore delle cose. 
Non dubiterò mai che lo schiavo, che strascina l'aratro 
non possa essere più grande di tutti i re della terra. Sotto 
qualunque involucro sia nascosto, non solo di una con- 
dizione bassa, ma anche di pregiudizi e d'ignoranza, non 
credi tu che un essere morale, come per esempio nostra 
madre, la quale fa per tutto il corso de' suoi anni un 



(1) Con tanta filosofia pagana Silvio non giungeva a togliersi dal fondo 
dell'anima un intimo disgusto che appalesa ad ogni poco. Il semplice 
cristiano, che vive di fede, basandosi su questo fondo di nuova fllosofla : 
yon cade foglia che Dio non voglia^ vive contento, e porta in pace le tra- 
versie: chi la pensa meglio? 



228 DELLA VITA DI SILVIO PELLICO 

costante sacrificio di sé medesima al rigido adempimento 
dei suoi pesanti doveri, pronta a soffrire ogni martirio 
piuttosto che deviare un istante dal sentiero della virtù, 
credi tu che un tal essere, per quanto sia ignorato dal 
mondo, non occupi un luogo eminente nell'ordine delle 
creature (1)? Perchè dunque io mi sdegnerei divedermi 
condannato a porre ogni giorno lungamente il mio inge- 
gno a livello di quello di due bambini ? Perchè mi dorrei 
di perdere un tempo prezioso, che se io fossi libero 
impiegherei a che cosa finalmente? ad acquistare in un 
angolo dell'universo una momentanea gloria? E sia nobi- 
lissima la passione della gloria! E non sarà nobile pure 
il consacrarmi con generosità ed amore ad una educa- 
zione di due individui, che possono diventare ottimi o 
pessimi, secondo che io prenderò più o meno cura di 
loro? 

Esagerate sono molte opinioni sopra il destino, ma è 
certo che ognuno di noi è lanciato in un'orbita, fuori della 
quale non può uscire. Se nel corso prescrittomi vi saranno 
allori da cogliere, sarà, è però in mio arbitrio lo spiccarne 
qualche ramo passando; ma se ogni apparenza di tal pianta 
fosse bandita dal mio cammino, a che adirarmi e spregiarmi 
per ciò ? Gemo spesso di non aver patria e mezzi d'innal- 



(1) Quanta fatica e sforzo d'ingegno per giungere alla pratica di questo 
famoso effato : « Mangierai il pane col sudore della tua fronte » ; cosa che 
ogni semplice cristiano eseguisce tuttodì, colla speranza di un futuro 
premio nel Cielo ! 



LETTERE FAMILIARI Di SILVIO PELLICO (1813-1821) 229 



zare efflcaceménte, se non tutta, almeno una parte della 
razza umana dal fango in cui la veggo giacere, ma questo 
stesso desiderio mi conforta nella persuasione, che io 
possa esser degno d'una esistenza più vasta e più felice 
dell'attuale. Ignoro fin dove sieno illusorj i fenomeni 
della vita, ma so bene che questa carta su cui scrivo e 
questa penna, e questa mano e questo mio corpo saranno 
fra breve in polvere, e che quella polvere si scomporrà 
in atomi infinitesimi o nulli; e desumo che illusoria sia 
del pari tutta questa macchina dell'universo, quale la 
concepiscono i sensi, mentre di due sole cose nondi- 
meno ho certezza: di esistere, e di essere soggetto ad 
ima legge invisibile, ed infinitamente superiore alla mia 
volontà. 

Kant mi convince, perchè è il più semplice dei me- 
tafisici; egli ha indovinato il segreto della natura, o 
ciò non è dato al mortale. Ad ogni modo, dacché non 
impazzisco più nelle distinzioni di materia e di spirito, 
di tempo e d'eternitcì, Iddio mi è meno incomprensibile (1), 
« sento che d'or innanzi non vivrò più senza di lui. Tutte 



(1) A noi riesce veramente incomprensibile come si possa intender 
meglio Dio confondendo ìnateria e spirito^ teìnpo e eternità. Avrebbe do- 
vuto Silvio Pellico studiare resistenza di Dio ne' trattati classici di Bossuet 
e di Fénélon, e non già nel maraviglioso Kant ; e allora senza confondere 
insieme cose elementarmente distinte, avrebbe pure conosciuto Dio, la 
verità pura e prima. Cosa per altro strana, questi proclamatori di nazio- 
nalità lasciano i filosofi nazionali S. Tommaso, Dante, Galileo, chiarì, 
profondi e famosi, per abbeverarsi nelle fonti forestiere clie stanno sotto 
il settcntrlonal vedovo sito ! 




230 DELLA VITA DI SILVIO PELLICO 



le religioni positive sono raggi dolcissimi di quella luce, 
che il filosolo solo può lusingarsi di scoprire. Bisogna 
considerarle più con pietà che con ira: e non v'ha dubbio 
che molto giovino per legare la società degl'ignoranti (1). 
Comuni a tutti sono certi precetti di una giustezza in- 
contestabile; e posto che mi tocca di fare con te da Mis- 
sionario, non cesserò mai di ripeterti che il più bel sacri- 
ficio, che si possa offrire air Onnipotente, si è quello d'una 
coraggiosa rassegnazione al suo volere. Del resto non 
immaginarti che un Segretario del Governo sia Tuomo il 
più da compiangersi su questa terra. Mi dirai che l'aspetto 
dell'altrui miseria non aggiunge alla propria felicità; anche 
quello è un tuo errore. Io confesso che ogni volta che 
mi vedo padrone di un pranzo signorile, qual è quello 
di cui godo, penso alla povertà di tante famiglie e fra 
le altre della nostra, e in mezzo alla malinconia di queste 
idee non posso a meno d'essere grato alla fortuna che mi 
dà più del necessario. Se prodigo la legna alla mia stufa, 
penso al freddo che fa per le strade, e assaporo voluttuosa- 
mente il calore che mi cii^conda. E la scarsezza de' miei pia- 
ceri mi ha talmente avvezzato a cercare in tutte le più mi- 
nute circostanze, che ne ho scoperti senza fine, e di continuo 
ne trovo che uguagliano i più squisiti che sappia inventarsi 
un epicureo. Guai se non s'impara a reputare in bene 



(1) Povero Silvio Pellico, quanto poca luce c'è in cosifatte proposizioni ! 
Notisi che quando Silvio scriveva cosi, era quasi forviato. Più tardi se 
ne penti, e tornò aUa fede de' suoi parenti. 



LETTERE FAMILIARI DI SILVIO PELLICO (1813-1821) 231 

anche l'assenza dei mali! Questa teoria addormenta gli 
stessi mali, ed è quella che poi ci consola nel letto della 
morte, e fa parer la tomba più deliziosa d'un trono (1). 

Le notizie letterarie di Milano sono queste : Un'opera 
di Anelli, al teatro, scandalosissima per la satira che vi 
fa di Monti e di mad. Staèl. 11 Governo Tha finalmente 
proibita. Una scissura fra i redattori della Biblioteca Ha- 
liana. Acerbi, ch'è un intrigante, ha ottenuto dal Governo 
di esser solo a compilare quel tristo giornale, che pur 
produce da 20 a 25 mila lire annue. Monti che si trova 
escluso, senza volerlo, è furibondo e vuol fare un altro 
giornale in società con Breislak, Giordani, ecc., tutta 
gente che non larà mai nulla di buono in questo genere, 
compreso lo stesso Monti, che diventa ogni giorno più 
cruscante come tutti i letterati vecchi, e che è altret- 
tanto sommo verseggiatore, quanto ignorante d'ogni altro 
umano sapere. Il nostro progetto sarebbe di fare una 
specie di Spettatore morale e letterario, che uscisse 
a fogli come una gazzetta, due volte per settimana. 
Addio. 

Non ho notizie di lord Byron, è in Toscana. Tu mi 
chiedevi che penso di lui. Non conosco le sue poesie che 
per qualche squarcio. Il suo genere è il patetico e il ter- 



(1) Fortuna che Silvio PeUico ebbe, come vedremo a suo luogo, altri 
pensieri che lo confortarono nell'ora della morte. Le cose qui accennate 
gli sarebbero riuscite di tortura all'anima, che non è nata e soprattutto 
non si accontenta a queste gioie fugaci e vuote. 




232 DELLA VITA DI SILVIO PELLICO 



ribile. Il suo ingegno è sommo, le sue maniere sono mo- 
deste e gentili; Taspetto buono e quasi fanciullesco. S'è 
vero ch'egli sia malvagio, il suo sorriso sembra annun- 
ziarlo : egli stesso in un suo poema dice che ha il sorriso 
di Leviathan. Addio. 



IL. 

Milano. 
(A Luigi). 

Nuova tragedia « Attilio Regolo lombardo ». Sismondi 
a Milano. Rifiata offerta del conte de Mercy. Affe- 
zione pe' suoi discepoli. La farsa « Squarciatojo ». 

Ho ricevuto la tua lettera per Lodovico, glie l'ho 
rimessa... Egli tiene ancora la mia tragedia; un di questi 
giorni la ritirerò, e ti manderò i due ultimi atti. Ne sto 
componendo un'altra; argomento già meditato altre volte, 
ma ora aggiustato a mia soddisfazione; è im Attilio Regolo 
lombardo; l'ho trovato nelle Repubbliche di Sismondi. 
Questo benemerito ginevrino è a Milano di ritorno dalla 
bassa Italia. Oggi l'abbiamo a pranzo con noi. Benché 
non vicino come tu ai grandi della terra, sono anch'io 
più occupato che non vorrebbero le Muse; ma se non 
posso prestar loro un gran culto, non perciò oserò dolermi 
del mio stato. 

Tutto in questa casa è secondo il mio cuore : ho ri- 



LETTERE FAMILIARI DI SILVIO PELLICO (1813-1821) 233 



cusato una proposizione di migliorar fortuna, andando ad 
educare il figlio d'un M/ de Mercy alla Corte del Paesi 
Bassi: anche siffatta offerta la deggio airoitimo Breme 
e quantunque io non ne profìtti, pur l'apprezzo assai. Il 
conte Porro, che ha saputo (non da me) la protesta che 
ho fatto di non mai volerlo abbandonare, me ne sa buon 
grado. Te l'ho detto più volte, io ho ricevuto dalla na- 
tura ima di quelle tempre comuni, a cui bastano per 
alimento gli affetti i piii semplici: l'uomo è creato per 
essere marito e padre ed amico; ma di queste destina- 
zioni quella d'esser padre è la massima, la finale, l'indi- 
spensabilmente necessaria all'ordine della natura. Ho più 
bisogno di figli che di moglie, e giacché ne- ho trovati 
due buoni e belli come angioli, tutto ciò che v'è di te- 
nerezza paterna nell'anima mia è pienamente appagato 
nell'amarli. 

Ti prego d'un piacere. Se hai carteggio con Livorno, 
cerca di sapere chi sia l'autore d'una farsa colà recitata 
qualche tempo fa, sotto il titolo di Scorciatojo o Squar- 
ciatojo, farsa piena d'allusioni contro la Corte Piemon- 
tese. Fu recitata dalla Compagnia Marchionni. Questa è 
ora in Alessandria, ma non voglio scriverle, perchè è 
notizia che mi è domandata in segreto. 



é 



234 DELLA VITA DI SILVIO PELLICO 



L. 

Milano, (1817). 
(A Leandro). 

Dall'inglese. 

Una pagina nel dirgli die gli vuol teneramente bene, 
e che nella distanza e col tempo la sua affezione va 
sempre crescendo; e la vivacità di quest'affezione 
per la sua famiglia gli dà quell'aria di malinconia 
die non si può togliere di dosso. Quindi lo informa 
in italiano che non ebbe il Vice-consolato. Non ac- 
cetta di essere educatore e segretario del conte di 
Mercy. 

My dear Brother, 
Ma ora mi faccio a rispondere alla tua prima do- 
manda : se io vivo sempre contento. Si, mio caro. Io sono 
felice, e per quello che mi riguarda, non chieggo altra 
cosa. Il cavalier Bonamico parlando di me, giorni sono 
colla marchesa Trivulzio (cognata del conte Porro, sister^ 
in lacv)y le disse aver egli avuto l'intenzione di procu* 
rarmi il Vice-consolato, ora concesso al signor Dean- 
geli, mentre seppe ch'io aveva stabilito di andare in 
casa Porro. Ciò venne riferito al signor conte da quella 
Signora; ed egli mi chiese s'io lamentava la perdita di 
quella dignità, di contro all'umile impiego di segretario 
in casa sua. Ti assicuro, amico mio, che non istetti 
guari in forse nel dirgli ch'io preferiva la mia presente 



LETTERE FAMILIARI DI SILVIO PELLICO (1813-1821) 235 



condizione a tutti gl'impieglii del mondo. Forse un Vice- 
console ha più danaro, che io; forse si trova in una via, 
che può condurre a miglior fortuna; ma non sarei io 
un dappoco, se (non mancandomi nulla, vivendo in una 
casa rispettabilissima, amato e slimato da tutti che mi 
circondano) io rimpiangessi qualsiasi splendido stato? Che 
cosa può uno sperare di più che essere felice! Ed io sono 
così; e mi è grato il sapermi debitore di questa felicità 
al migliore degli amici, Lodovico de Breme, a cui sarò 
tenuto finché avrò vita. 

Quest'ultimo ebbe incombenza testé di cercare un 
precettore di qualsivoglia nazione, che avesse voglia di 
andare in Germania in casa di un certo conte di Mercy, 
gran Pari nella Corte del Belgio, per educarvi un suo 
figliuolo. «Qualora, mi disse, non siate soddisfatto del conte 
Porro, ditemelo sinceramente; il conte Merc}^ è un signore 
ricchissimo, è disposto a fare le più vantaggiose condi- 
zioni a chi da me gli sarà presentato per l'educazione 
del suo figliuolo. Io non conosco altri, fuori di voi, delle 
cui qualità io possa rispondere. Pensateci dell'altro, e 
non vi intrattenga nessuna considerazione per parte del 
conte Porro, io m'incarico pel vostro meglio del suo con- 
sentimento ». Io senza stare in forse gli risposi subito: 
« se io nel conte Porro avessi incontrato una persona poco 
onesta, non mi sarei creduto obbligato a star con lui. 
Ma avendo in lui trovato un uomo degnissimo e per 
l'amicizia ch'egli mi ha avuto, e per le qualità di cuore di 



4 



236 DELLA VITA DI SILVIO PELLICO 



cui è ornato, io non posso per nessuna ragione d'inte- 
resse lasciar la sua casa ». 

La mia risposta pronta e recisa piacque assai a Luigi, 
e mi disse poi che non si aspettava altra cosa dal mio 
disinteressamento. Informerai di tutto ciò i nostri parenti, 
dicendo loro che mi perdonino se non li ho consultati 
prima di ricusarmi a quella proposizione. Io conosco la 
nobiltà de' loro sentimenti, e son sicuro che mi avranno 
approvato. 

Addio, mio caro fratello. Abbraccia ecc. 

Silvio. 



LI. 

Milano, (1817). 
(A Luigi). 

Gli dà notizia del contratto passato col conte Porro. 
Descrive il suo stato felice. Bramoso di libertà. Su 
Lodovico Breme. Il suo « Eufeìuio ». Comjpagnia 
Marchionni discara a Silvio. Cause che indugiano 
il nuovo giornale. Ugo Foscolo. Sgricci. 

Rispondo qualche volta alle tue lettere senz'averle 
sott'occhio, e dimentico talora qualche punto su cui sono 
stato interrogato. Rileggendone oggi alcune tue, trovo che 
ti premeva di sapere se la mia carta, relativa al conte 
Porro, fosse stata firmata; ti dirò dunque (se non l'ho 
fatto prima) che. tutto è in regola. La carta fu fatta sten- 



LETTERE FAMILIARI DI SILVIO PELLICO (1813-1821) 237 

dere in brutta copia da Eriche sotto la dettata (1) del suo 
avvocato, affinchè nessun articolo, importante per la va- 
lidità, venisse ommesso. Sotto quelle stesse forinole fu 
proposta da Lodovico al conte Porro, ed accettata e fir- 
mata fin dal momento ch'entrai in casa sua, cioè in data 
del 1^ maggio 1817, fissando con quello scritto il mio sti- 
pendio a L. 1000 annue italiane, indipendenti da tavola, 
alloggio, servizio, ecc., per la qualificazione di segretario 
di esso conte, coll'obbligo di educare i due figliuoli Gia- 
como e Giulio, e ritenendosi le dette L. 1000 annue (qua- 
lora dopo essere io stato 15 anni in casa Porro, morissi 
lasciando superstiti i genitori o Tun di questi) riversibili 
per vita durante ai detti parenti. Sebbene il termine di 
15 amii sia lungo per chi è famigliarizzato da lungo tempo 
col pensiero della morte, nulladimeno non è assurdo ch'io 
possa campare fino ai ì2 o 43 anni, lasciando vivi il padre 
la madre; e la certezza che allora potrò cliiudere gli 
ocelli, senza privare d'ogni soccorso quei miseri vecclii, 
mi raddolcisce infinitamente la vita. 

Più mi avvezzo inoltre ad apprezzare la mediocrità 
della mia fortuna, e più mi sento pago del mio destino: 
nò, ti giuro, vi fu la minima virtù nella rinuncia che ho 
fatto al posto di precettore in mia casa estera, offertomi, 



(1) Soìis la dicte'e. Noterà pure il leUore altri o francesismi o neolo- 
gismi qua e là usciti dalla penna di Silvio Pellico. Sono però perdonabili 
a chi ebbe Teducazione in Francia, e che si piccava di liberalismo ! « Cosi 
pare pure a me che non ho opinioni strette circa lingua e stile », come 
diceva egli stesso in una lettera al Santarosa, nelle Curiosità e ricerche 
di Storia Subalpina^ voi. I, pag. 521. 



é 



2i0 DELLA VITA DI SILVIO PELLICO 

metà non ha che fare con Gaillon, e versa tutta su cose 
d'un interesse generale. Siffatto libro lo considero come 
una dichiarazione arditissima di gueiTa all'errore; entrato 
nell'arringo, non potrà più tornare indietro. Io Tho con- 
sigliato di pensare prima seriamente alle persecuzioni 
letterarie e sociali che s'attirerà; ma egli è inconcusso 
e preparato alle inevitabili conseguenze, che porta con sé 
il predicare la verità ai mortali. Dopo questo scritto verrà 
Vida, la quale, se non erro, rinchiuderà un nuovo tesoro 
di quelle idee generose che in Italia più che altrove sono 
cosa quasi nuova, e che tanto è necessario di farvi ger- 
mogliare. Non so S3 l'amicizia mi fa travedere, ma mi pare 
che nella storia della filosofia italiana a Lodovico sia ser- 
bato uno dei posti più eminenti. 

Or parliamo di me, e d'EufemlOr Lodovico giudica col 
massimo favore questa tragedia; non gliel'ho ancora ritolta 
dalle mani, perch'egli ha promesso di fannene una critica 
accurata in iscritto, promessa che non adempì subitamente 
per la premura che lo incalzava di finire il suo libro fran- 
cese. Or che questo è finito, vi porrà mente; e tu frat- 
tanto aspetta. Non iscrivo ai comici Marclilonni per quella 
farsa, perchè sebbene in parole mi abbiano dimostrato 
una gratitudine senza limiti pel dono che ho loro fatto, 
il loro trattare con me non mi garba. Dovunque recitino 
la Francesca, io non ne so mai nulla da essi; questa vil- 
lania proverrà più da ineducazione che da qualità perso- 
nali biasimevoli, ma coirineducazione non simpatizzo mai, 



LETTERE FAMILIARI DI SILVIO PELLICO (1813-1821) 241 

se non quando ella è compatibile colla delicatezza del 
sentire. Certo è che se d'ora innanzi avrò tragedie reci- 
tabili, i comici non le avranno mai da me in titolo d'ami- 
cizia; che, Anch'essi non sono che vili istrioni, niun uomo 
di pregio deve affratellarsi con loro. 

Berchet capita qualche volta da Lodovico, e ci dimo- 
striamo stima reciproca, ma non ci frequentiamo abba- 
stanza per conoscerci bene. Il nostro giornale tanto meditato 
unirebbe la Società di Berchet e la nostra, ma le volontà 
non sono ancora sufficientemente concordi; a chi manca 
il tempo, a chi la fiducia nell'impresa, a chi la tolleranza 
per le opinioni dei soci, e tutto è sospeso. 

Ugo ha perduto la madre. Non iscrive, perchè non ha 
danari da buttare in poste, a Londra quella spesa è enorme. 
Ebbe una infiammazione ad una gamba per cui un chi- 
rurgo voleva tagliargliela; ma quel chirurgo era un boja, 
ed un altro più umano lo guarì perrettamente non amputan- 
dogli che la borsa. Vidi una lettera recente d'Ugo in cui 
narra questo, ed esclama contro il caro vivere d'Inghilterra. 

Sgricci, qua giunto giorni sono, ebbe ordine di par- 
tire immediatamente. Non si sa perchè. Egli ha richiamato 
al Direttore della Polizia, ma poco sperasi. Mi rincresce: 
l'avrei sentito volentieri una seconda volta per formarmi 
una giusta idea del suo merito, sul quale contrarj sono 
i pareri. Ha portato i tuoi saluti a Monti, e ha detto che 
in Genova non v'ha intelletto gentile se non te. Questo 
me gli fa voler bene. 

RlNiERl — Pellico 17 




242 DELLA VITA DI SILVIO PELLICO 

LIL 

Cascina Lambertengo, 24 Luglio 1817. 

(A Luigi). 

Gli promette il secondo atto dei « Bresciani », sua nuova 
tragedia. Legge la « Francesca » alla contessa di 
Masino. Vuol sapere se la sua musa superi la me- 
diocrità* Letteratura e suo scopo. 

Ho quasi finito il second'atto, e te lo manderò quanto 
prima. Credo d'aveii;i detto neirultima mia che abbiamo 
avuto la contessa di Masino a Milano, donna che in patria 
passa per un'affettata perchè non è sciocca né insensibile. 
Quell'accusa d'affettazione io Taveva tanto sentita a ripe- 
tere che sono rimasto stordito, vedendo invece una 
donna semplicissima nel vestire, nelle parole e nel con- 
tegno; sprezzante sì dei pregiudizj, ma tollerante e bene- 
vola con tutti. Breme ha voluto un dopo pranzo leggerle 
la mia Francesca, che le ha fatto versare molte lagrime. 
Essa pretende ch'io devo stamparla; anche il conte Porro 
lo desidera; e forse mi vi deciderò al mio ritorno dalla 
campagna. 

Ciò ch'io bramo di sapere sul conto mio, si è se la 
mia musa sorga al di sopra delle volgari, o s'ella vi 
rimanga confusa. I fabbricatori di tragedie sono ora in 
Italia, come nel 500 i poeti epici; di tutti costoro due 
soli sono conosciuti ad ognuno; la turba degli altri è me- 
ritamente dimenticata. Non già che mi seduca molto l'idea 



LETTERE FAMILIARI DI SILVIO PELLICO (1813-1821) 243 



d'essere nominato da chi verrà dopo di me; ma trovo 
che è pur ridicolo quell'agitarsi dei letterati mediocri per 
dei versi, che nessuno leggerà mai da 11 a pochi anni. 
Io considero sempre la letteratura come importante sotto 
un solo punto di vista, quello cioè della sua influenza 

^ ■ 

sopra l'educazione degli uomini. Hanno un bel dire, ma 
è certo che quando per parecchie generazioni, uno dei 
libri cari della gioventù è stato TAlfleri, o il Schiller, il 
Racine o la Nouvelle Èlotse e VEmile, non è più possibile 
che un popolo sia di cuore generalmente vile, d'immagi- 
nazione generalmente triviale, di costumi rozzi, d'opinioni 
timide e sistematiche. I libri non sono che l'espressione 
del secolo che gli ha prodotti, è vero; ma essi agiscono 
sul secolo seguente, e gli danno ima tinta non sempre 
molto percettibile, ma sempre diversa da quella del tempo 
precedente. Di questo non ne ho il minimo dubbio, e per 
convincersene, basta osservare che in tutto l'Oriente dove 
poco nulla si legge, tranne baje religiose o galanti, 
Tincivilimento non progredisce mai, se non quando il ri- 
verbero dei lumi europei manda qualche debole chiarore. 
Or se uno scrittore ha alcun pregio, egli è dunque quando 
le sue opere sono un mezzo benché piccolo, di cui si 
serve la Provvidenza per l'andamento arcano ma sublime 
della macchina sociale : fuori di 11 i poeti sono vere cicale. 
Dal che Iddio preservi me e te. Cosi sia. 




244 DELLA VITA DI SILVIO PELLICO 

LUI. 

miano, (1816-17). 
(A Luigi). 

Disegno di giornale. La sua « Matilde ». Nuove di Ugo 
Foscolo arrivato a Londra. 

Caro amico, 
Fai bene di non attirarti addosso le frecce avvelenate 
dei giornalisti e dei pedanti collo scrivere ai^ticoli. Il 
bel progetto nostro di fare un giornale strepitoso è per ora 
svanito; né mi lascierò più illudere. Mi sono accorto che 
ciò che manca di più agli uomini è il tempo. Breme dopo 
il suo viaggio a Coppet è martire delle sue infinite co- 
noscenze d'inglesi, che l'assediano o colla loro presenza 
col carteggio. Borsieri bestemmia del suo tribunale, lo 
non bestemmio, ma ho due figliuoli, ho commissioni, ho 
lettere da scrivere, ho mille affari da nulla, e gli affari 
da nulla rubano il tempo ad oncia ad oncia ed empiono il 
capo di miserie anti-poetiche, anti-classiche, anti-roman- 
tiche ed anti-filosofiche. Se in mezzo a questi ostacoli 
ciascuno di noi può lasciare scritta qualche pagina ai 
posteri, non sia un giornale, dove passioni del momento 
soffocano troppo facilmente lo studio della verità e lo 
sviluppo del genio. La mia Matilde è sempre più grande 
ai miei occhi, ma non Tè sulla carta ove non occupa an- 
cora molti fogli. Quando sarà terminata una certa stampa 
d'un manoscritto del conte Porro sul filar la seta col 



LETTERE FAMILIARI DI SILVIO PELLICO (1813-1821) 245 



metodo del vapore... e sempre dei quando!.,, allora la mia 
Matilde crescerà. 

TI manderò V Orazione Pavese e lo Sterne di Ugo; 
di Ugo a cui pare che la fortuna voglia alfine arridere. 
È giunto come in trionfo a Londra, ben accolto, festeg- 
giato dagli ingegni più ragguardevoli. Falso è ch'egli sia 
nominato professore a Greta né a Oxford. Ma spero che 
se scrive venderà a Londra le sue opere a peso d'oro, 
e che oltre Toro potrà alfine godere d'una gloria meno 
insidiata e calunniata. 



LIV. 

Orditura della tragedia: « Matilde ». 
Luigi mio, 

A due tue lettere sono debitore di risposta; l'ultima 
mi fu recata da Odescalchi, e abbracciai quel buon uomo 
con trasporto, perchè l'averti veduto e parlato gli dava 
gran pregio. 

Or voglio dirti chi sia Matilde. Mille impedimenti 
mi tolgono di lavorare a questa tragedia, ma ella mi sta 
fitta nella mente, e se Dio vorrà, un giorno la vedrai. 
Frattanto appagherò in parte la tua curiosità, narrandoti 
il soggetto di cui si tratta. 

Un gentiluomo italiano trovandosi alla Corte di Co- 
stantinopoli s'invaghì della figliuola dell'Imperatore, e la 
rapi. Il padre della fanciulla inseguì i due amanti, li rag- 




2Ì6 DELLA VITA DI SILVIO PELLICO 



giunse, le loro lagrime lo commossero, loro perdonò, e 
per innalzare lo stato del suo genero gli diede in signoria 
molta parte d'Italia. Da questa imione romanzesca, ma 
storica e riferita dal Villani, nacque com'era ben naturale 
una creatura tutto amore, tutta fantasia e tutto spirito 
cavalleresco. Questa è Matilde. Giovanetta rimase orfana, 
e assunse il governo de' suoi vasti dominj in Toscana e 
in Lombardia. Si maritò, ma poco visse il suo sposo. 
Quell'anima ardentissima era troppo elevata al disopra 
del suo secolo, per contentarsi d'avere un nome fra i 
piccoli regnanti d'Italia o per porre il suo cuore in uno 
di loro. Dio e la gloria divennero la sua passione. Nella 
mano destra una spada e nella sinistra una croce, inebbriò 
d'entusiasmo e d'amore tutta la valorosa gioventù italiana, 
e proclamò, come voluta dal cielo, l'indipendenza dei 
popoli italiani, i quali allora venivano assaliti da Amgo IV, 
re di Gennania. Questi scendeva le Alpi per punire il 
superbo monaco Ildebrando (Papa Gregorio VII) il quale 
vestito il manto pontificale si credè al disopra di tutti 
i re, e scomunicò Arrigo perchè ribelle ai suoi cenni (1). 
Niente di più poetico, di più augusto, di più sacro agli 
occhi dell'esaltata Matilde, di quel vecchio Pastore dei 
fedeli che prima osava dire : Tirannica è Vautorità che 
si arrogano sopra l'Italia quei pretesi successori di Ce- 



(1) Non si scordi il lettore, che tutto questo é orditura di romando, 
È però vero peccato, che chiesta tragedia di Silvio Pellico non abbia visto 
la luce. 



LETTERE li^AMlLlARI DI SILVIO PELLICO (1813-1821) 2i7 



^are^ che abitano la contrada oltremonti. Lio non ha 
posta nessuna nazione sotto il giogo d'un' altra; bensì 
tutte devono piegare la fronte dinanzi al trono di 
Cristo eh' è in Roma. Checché ne dica la fredda filosofia, 
se v'ha una causa nobile, tal era, certo, in Italia quella 
d'Ildebrando; e Matilde fatta primo campione d'un Pon- 
tefice perseguitato e nello stesso tempo d'una nazione 
oppressa, è un carattere singolarmente luminoso. Arrigo 
spaventato, non tanto dall'anatema quanto dalla ribellione 
de' popoli di Germania, si sottomise al Papa, il quale 
prima di dargli l'assoluzione gli fece provare le più umi- 
lianti mortificazioni, come avrai letto in Sismondi. Ap- 
pena fu assolto, andò a combattere Rodolfo suo rivale 
al trono, e avendolo vinto, tornò audacemente in Italia 
a chieder ragione al Papa delle onte fattegli soflVire. 
Questa seconda invasione d'Arrigo è l'epoca in cui mi 
colloco. Famosissimo nome era quello di Roberto Guiscardo 
avventuriere normando, che insieme a Ruggiero suo 
fratello, aveva atterrita tutta l'Italia ed erettosi in bre- 
vissimo tempo un regno sovra l'Apulia, le Calabrie e la 
Sicilia. Roberto è contemporaneo di Matilde, ma un'altra 
impresa lo ha chiamato fuori d'Italia, un usurpatore avea 
cacciato Michele imperatore d'Oriente dal soglio, e il 
Cavalier normando è andato a combattere a prò del- 
l'imperatore suo amico, rimettendo a Ruggiero la cura 
del regno e della guerra italiana. Or Matilde nelle prime 
battaglie fu vincitrice, ma messasi ben presto la discordia 




248 DELLA VITA Di SILVIO PELLICO 



fra ì collegati italiani, alcuno di loro tradì, gli eserciti si divi- 
sero, Matilde dovette concentrare le forze in Toscana, Rug- 
giero fu respinto ne' suoi stati, e l'anatema prese Roma. 
Il Pontefice non minore mai di sé stesso, protestò 
che, se gli altri avevano la dappocaggine di fuggire, egli 
non abbandonerebbe in alcun modo la città santa, e si 
chiuse nella torre di Crescenzio oggi Castel S. Angelo, 
disposto a morire di fame in quella rocca prima che ar- 
rendersi allontanarsi dalla sua sede. Arrigo frattanto 
si fece incoronare da un Antipapa e si reputò possessore 
incontestabile di tutta Tltalia. Ruggiero accampato a qualche 
distanza di Roma non osava più fare alcun movimento, 
e il suo esercito scoraggiato voleva la pace. Arrigo lo 
sapeva e si lusingava che non fossero lontani dal sotto- 
mettersi, epperciò invece d'inseguirli credeva più pinidente 
di adoperare tutte le sue forze a contenere la popolazione 
di Roma ribellante e degli altri paesi usurpati. Matilde 
pareva disperare al pari di Ruggiero, evitava ogni oc- 
casione di dar battaglia, e quasi l'intiera Toscana veniva 
ingombrata dai tedeshi. La gran donna in quell'appa- 
rente rovina edificava segretamente un vasto sepolcro 
agli eserciti nemici : ima potente congiura s'estese da lei 
fino alle ultime città di Lombardia, e a' giorni fissi tutta 
l'Italia settentrionale fu in armi e fece orribile, strage dei 
barbari. Roberto che in Oriente faceva prodigi di valore, 
aveva inteso con dolore la ritirata di suo fratello e i 
trionfi di Arrigo; temè pel suo regno e venne in Italia 



LETTERE FAMILIARI DI SILVIO PELLICO (I8l3-l82l) 249 



poco prima che la congiura di Matilde scoppiasse. Uso 
a tutto piegare sotto la sua volontà, Roberto insulta come 
codardi e Ruggiero e il suo esercito, e vuol guidarli su- 
bito a nuove pugne. Questi modi tirannici irritarono le 
schiere; esse cliiamano stolta la guerra, bugiardi i vati- 
cinii del Papa, e vogliono la pace. Ruggiero sostiene 
questo partito contro il fratello; gli armati si dividono 
in due fazioni. Arrigo che è informato di tutto ciò esulta; 
una sola spina gli sta sul cuore: fin dal principio della 
guerra, suo figlio Corrado è stato fatto prigioniero da 
Matilde; ha voluto riscattarlo, ma l'orgogliosa donna non 
ha mai risposto a verun messaggio. Dìo e l'Italia erano 
la passione eroica di Matilde, ma un eroina è anche donna 
e la donna ha un cuore proclive alla pietà e all'amore. 
Intrepida in mezzo ai pericoli della morte, ella pm' tre- 
mava nascostamente al cospetto del suo giovine prigio- 
niero. Lo trattò sempre con generose maniere; ma due 
ragioni le vietavano di porlo in libertà; la più plausibile 
era una ragione politica: Corrado era un guerriero for- 
midabile. L'altra ragione, Matilde non se la sarebbe con- 
fessata a sé medesima. Immutabile ne' suoi proponimenti 
ella ha giurato la perdita de' tedeschi e la liberazione 
dell'Italia; la sublime trama scoppia; il furore universale 
non risparmierebbe Corrado; ella vorrebbe sacrificarlo 
al suo dovere, ma non può risolversi a lasciar versare 
quel sangue; cela Corrado in un convento, vola alla strage. 
E quando non è più dufibia la vittoria, lascia ad altri il 




250 DELLA VITA DI SILVIO PELLICO 



proseguirla e parte per andare a suscitare neiresercito 
di Roberto l'ardore che ha fatto idonfare gritaliani set- 
tentrionali. Prende Corrado con sé, slmbarca (a Pisa) 
sull'Arno, solca il mar Tirreno, pone a terra Corrado 
alla foce del Tevere, rimandandolo al padre, ed ella s'avvia 
al campo di Roberto. Eccoci alla tragedia. 

Atto 1. - Sala nel Vaticano. - Scena 1*. Arrigo dà 
udienza a un inviato del vicino campo nemico, che office dei 
tesori all'usurpatore affinchè tolga l'assedio al Castel S. An- 
gelo. I fedeli vorrebbero salvare il Pontefice. Arrigo rigetta 
con disprezzo Toflerta, e dice: « Quei tesori, fra pochi 
giorni li prenderò io stesso nelle vostre città; or più d'ogni 
altra cosa mi preme di aver nelle mani vivo o morto Tarro- 
gante, feroce Ildebrando ». L'inviato fa sentire il ritorno di 
Roberto dall'Oriente, ma Arrigo dice che sa questo e di 
più la discordia de' due fratelli, e quindi non temerli. Lo 
spettatore resta cosi istrutto del luogo della scena e delle 
circostanze necessarie.-&ena 2*. Arrigo dice a' suoi baroni 
che gl'indugi lo stancano, e che vuole che si dia l'assalto; 
preparino dunque le schiere. ->Sc6na 3^. Monologo d'Arrigo. 
-Scena 4^ Si annunzia l'arrivo di Corrado. Arrigo non può 
crederlo. Lo abbraccia con trasporto e sorpresa e sente da 
lui l'orribile notizia della sconfitta dell'esercito imperiale in 
Toscana, la pietà che Matilde ha avuta di Contado, ecc. 
Arrigo si vede perduto : un unico mezzo gli resta da ten- 
tare per salvarsi... Non dubita che Matilde sia innamorata. 

Atto IL - Il campo italiano.* - Scena l^ Matilde che 



LETTERE FAMILIARI DI SILVIO PELLICO (1813-1821) 251 



ha già narrate le sue vittorie, sente la scandalosa dissen- 
sione dei due fratelli e delle schiere, rimprovera, anima, 
commove, Roberto e Ruggiero si riconciliano, tutto il campo 
manda grida di guevr bl," Scena 2*. Un messo d'Arrigo chiede 
di parlare a Matilde. Ella si turba vedendo ch'è Corrado. 
Questi riferisce che suo padre non vede nella sconfitta 
dell'esercito di Toscana, che una disgi^azia passeggiera, 
giacché altre forze numerose stanno per calare dalle 
Alpi, ecc., ma che si chiama vinto dalla generosità di 
Matilde, che gli ha salvato e restituito un figlio, e che 
perciò brama di stringere pace con lei. Si stabilisca un 
sito, ov'ella voglia convenire ad un abboccamento con esso. 
Matilde dice : « Nessun abboccamento può aver luogo fra i 
difensori della Chiesa e un anatema; questo ci è vietato 
dal Pontefice. Se Arrigo vuol sottrarsi da un inevitabile 
sterminio si ritiri da Roma ». Corrado, che adora Matilde, 
non può comprendere com'ella già con lui si pietosa or 
si mostri si terribile. Ella dice che gli ha reso la libertà 
per disprezzo, per avvilire non meno colla generosità 
che coU'armi il di lui padre. Corrado parte desolato. 

Atto IIL - Tenda di Matilde. - Scena i^ Matilde sola 
aspettando che albeggi per guidare le schiere alla bat- 
taglia. Non può più dissimularsi ch'ella ama Corrado. 
Prega ardentemente Iddio di scacciare dal suo cuore 
questa colpevole passione, lo prega di salvare Corrado... 
- Scena 2*. Matilde sente che Corrado è tornato per par- 
larle, e che le porta uno scritto del Pontefice. Ondeggia 




252 DELLA VITA DI SILVIO PELLICO 



prima di consentire a ricevere Corrado, poi dice che 
s'introduca, ma presenti Roberto e Ruggiero. - Scena 5*. 
Presenti dunque Roberto e Ruggiero, viene introdotto 
Corrado, il quale dice che, ottenuto da Gregorio VII 
un colloquio, è stato incaricato di portare a Matilde questo 
foglio. Matilde lo legge con venerazione. Gregorio pei^ 
mette a Matilde di abboccarsi con Arrigo e trattai'e una 
pace, ma le ordina di recarsi prima da lui a sentire le 
sue volontà. Corrado si offre di restare per ostaggio 
mentre Matilde va in Roma; la proposizione è accettata, 
Corrado quindi soggiunge che il Pontefice gli ha imposto, 
dopo di aver scritto quel foglio, di dire alcune cose a 
Matilde che non vogliono i^^Mmom.- Scena 4*. Rimasto solo 
con lei, le narra eh! egli gettatosi a' piedi di Gregorio gli è 
sembrato veramente d'essere dinanzi a Dio, e che gli ha pa- 
lesati tutti i segreti deiranima sua, cioè l'amore immenso 
che Matilde ha acceso in esso... Alla parola d'amore, Ma- 
tilde non crede a sé medesima, vuol respingere Corrado, 
questi prosiegue la dichiarazione più passionata, dice che 
ha giurato a Gregorio di far ogni sforzo per convertire suo 
padre, Matilde lacerata da mille opposti sentimenti, lo allon- 
tana finalmente da sé, lasciando trasparire il suo amore. 
Atto IV. - Il Vaticano. - Scena i\ Arrigo aspetta Ma- 
tilde che é nella ton^e col Papa. - Scena 2^. Viene Matilde. 
Il colloquio ch'ella ha avuto col santo vecchio ha confer- 
mata la sua virtù. AiTigo comincia per rendere omaggio 
alle sue eroiche doti, poi dispiega tutte le ragioni che 



LETTERE FAMILIARI DI SILVIO PELLICO (1813-18:^1) 253 

lo hanno costretto a muovere guerra a Ildebrando, di- 
pinge questi come un impostore, fa un quadro dei mali 
che risulteranno se i principi riconoscono il potere spiri- 
tuale dei Pontefici, e cerca di persuadere a Matilde che 
più assai degna di lei sarebbe la causa della dignità dei 
troni, e quella della distruzione dei pregiudizi propagati 
dalla Chiesa... Matilde invece rialza il carattere d'Ilde- 
brando, e la necessità di non separare la causa di Dio da 
quella dei popoli, parla da donna ispirata e sicura dell'assi- 
stenza del cielo, e intima ad Arrigo di partire da Roma o di 
accingersi a una battaglia che per lui sarà l'ultima. Egli con- 
tinua scaltramente a mostrarsi ammiratore dei suoi alti sen- 
timenti, e le propone Corrado per isposo. « Io son pronto, 
soggiunge egli, a rinunziare ai miei diritti all'impero di 
Roma ; purché questo titolo sia d'ora innanzi abolito ; del- 
l'Italia si laccia un regno ; si distruggano i tanti disprezze- 
voli scettri che la governano; e Corrado sia teco incoro- 
nato Re indipendente di tutta la penisola. Alle tue unii'ò le 
mie forze, e facile ne sarà la conquista ». Matilde inorri- 
disce airidea d'un si grande tradimento. Resiste alla sedu- 
zione del partito che le vien fatto. Arrigo le parla del 
matrimonio con Corrado, servendosi di tutta l'arte per 
indebolire il di lei cuore. Invano. Ella è deteiminata a com- 
battere, a morire, a perdere Corrado, ma non la fama. 

Atto V. - Campo di battaglia presso Roma. - Scena i*. 
Roberto e Ruggiero sconcertati rimproverano a Matilde 
di non aver latto perire Corrado, quando era suo prigio- 



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254 DELLA VITA DI SILVIO PELLICO 

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niero. La pugna avea cominciato favorevolmente. Già 
Arrigo fuggiva, ma l'invisibile Corrado ha fatto mutar la 
sorte della giornata; Tesercito italiano è sconfitto; non 
resta che il morire colle armi alla mano. - Scena 2^. Ma- 
tilde sola, agitata dai rimorsi, si accusa d'aver tradito la 
causa di Dio per un amore empio, sente rinascere il suo 
coraggio, e vola ad espiare il suo delitto. - Scena 3\ Ar- 
rigo, sostenuto da alcuni suoi, si duole delle ferite che gli 
vietano di continuare la pugna. Ebbro d'orgoglio insulta 
alla divinità. Un grido di Corrado è morto ! mette in rotta 
Tesercito imperiale, Arrigo fugge disperato. - Scena 4^. 
Matilde, colla spada fumante di sangue, erra fuori di sé, 
sottraendosi alle acclamazioni de' suoi, e sottraendosi per 
cos'i dire a sé stessa. Interrogata, non può rispondere 
altro se non che Vho ucciso; il mio ufficio è compiuto; 
Iddio ha trionfato.,. Le cade la spada di mano. Domanda 
con angoscia d'essere ricoverata in un monastero, dove 
piangere fino all'ultimo dei suoi giorni gli errori della 
sua vita. Sorpresa e pietà universale. E giù il sipario. 

LV. 

Cascina, 20 Settembre 1817. 
(A Luigi). 
Ammira nel fratello il tratto gentile, e la competenza 
nelle opere drammatiche. Conversa volentieri coi Pal- 
lavicini. La slg.^ Violantina (Spinola) non gli torna 
del tutto. Rivelazioni intime su Lodovico Breme. 



LETTERE FAMILIARI DI SILVIO PELLICO (1813-1821) 255 

Amico, 

Perdona il lungo silenzio... Corvetti, nelle poche volte 
che ci siamo veduti, m'è piaciuto come uomo di senno e 
nemico de' ciarlatani; egli, come gli altri genovesi che 
sono qui, parla di te con molta stima; tutti dicono che 
esser piemontese ed essere amato a Genova è un pro- 
digio che tu solo potevi operare; questo mi fa sommo 
piacere. 

La signora Violantina (Spinola) è amabilissima, ma 
ho più simpatia pei Pallavicini; non so né anch'io dirtene 
il perchè: forse perchè con questi le mie opinioni poli- 
tiche si trovano à leur aise. Ieri ho letto alla signora 
Maiinetta e a suo marito YEufemio (era lo stesso giorno 
in cui tu lo leggevi costà alla loro signora madre). Sembra 
essere loro piaciuto molto. 

Il tuo parere snW Antigone era saviissimo, avrei bi- 
sogno d'averti vicino a me per rettificare i miei piani: tu, 
benché pigro ora, hai tanto studiato fin dall'infanzia sul- 
l'arte drammatica, che pochi possono meglio di te dare 
un sano giudizio sulle opere teatrali. 

La pioggia ci ha cacciato dai laghi e mi rimetterei 
ora a tragediare, ma eccoti che mi torna, da varj giorni 
in qua, la mia debolezza di stomaco, la quale m'impe- 
disce di poter mangiare, e mi rende quindi d'un languore 
e d'una stupidità incredibile. 

Presto torniamo a Milano e di là ti spedirò il libro 
francese di Breme. Sento che vi si trova generalmente 



256 DELLA VITA DI SILVIO PELLICO 



molto di buono, e avrei piacere che avesse scritto di soli 
oggetti filosofici, senza attaccare questi all'apologia di se 
stesso; io Tavea preveduto, e glielo dissi (ma invano) a 
principio : nessuno si contenta di questa ragione. Del resto 
mi rincresce di vedermivi anche lodato. Gli elogi, che in 
letteratura un amico fa all'altro, hanno sempre qualche 
cosa di burlesco. Questo sia fra noi: tu conosci Breme; 
col miglior cuore del mondo egli si offende della minima 
disapprovazione altrui. 



LVI. 

Mlano, 15 Ottobre 1817. 
(A suo Padre). 

Dell^opera di Lodovico Breme. 

Il Grand Commentalre fa un rumore terribile. Tutti 
i giornalisti (e fra gli altri il Bertolotti, che fu cosi benefi- 
cato da casa Breme) gareggiano neirassalire villanamente 
l'autore di quel libro. È molto che non caschino anche 
addosso a me, come quasi quasi faceva Pezzi che mi chiama 
derisoriamente il Pilade di esso autore, designandomi però 
colla sola lettera P... Ma io voglio vivere in pace e qua- 
lunque cosa la canaglia letteratesca (sic) dicesse di me, 
non risponderò mai una sillaba, e me ne riderò. Breme 
voleva tornar a rispondere a' suoi nemici, ma io ho otte- 
nuto che più non si abbassi a tanto. Ella riceverà a giorai 
il Grand Commentalre. 



LETTERE FAMILIARI DI SILVIO PELLICO (1813-1821) 257 



LVII. 

(Da' laghi)? Data incerta. 

(A Luigi). 

Salute mal fenna. Sua maniera di vivere. 

Amico mio, 
Sto meglio, ma duolmi che tu soffra incomodi. Non tra- 
scurarti; quando ogni altro bene della vita diventa alla 
stanca fantasia una chimera, la salute per chi dee vivere ò 
ancora un bene reale da serbarsi con istudio. Io mi mara* 
viglio paragonando la mia inferma costituzione alla robu- 
stezza del servitore sessagenario ed allegro, e mangiatore 
e bevitore che mi serve : e non ho trentanni. Certo alcuni 
anni di libertinaggio logorano la macchina umana: ma da 
tempo non breve ho rinunziato per sistema e con forza ai 
delirj giovanili; e non credo poi d'aver io più cercato i pia- 
ceri di quel che abbiano fatto in generale questi tori che 
campano con tanta salute, com'è per esempio il mio ser- 
vitor Carlo, che ha avuto 14 figli e che non ha un dolor di 
testa né una indigestione. Conchiudo che veramente è prò- 
pizia all'umano vegetare queirenergia di cervello da cui 
non esce quasi mai Tuomo meccanico. Spaventosa sarebbe, 
amico mio, se potessimo fare l'enumerazione delle vio- 
lenze, che ha sofferto l'anima nostra in perpetuo conflitto 
co' desideri e coll'impotenza di soddisfarli. Que' riurti 
morali debbono avere fieramente usato Tequilibrio dei 
nervi, ed è pur disgrazia il conoscerlo irreparabilmente. 

lUNieRi — Pellico i8 



258 DELLA VITA DI SILVIO PELLICO 

Se non che Cicerone per consolarsi d'esser vecchio 
facea Telogio della vecchiaja, ed io che sono infenniccio 
mi vado avvezzando a scoprire i vantaggi (ben pochi) 
della mala salute. 

Eccone per mio conto: 1° s'io ridondassi di vigore, 
accetterei più spesso che non fo' certe partite di diverti- 
mento, che rovinerebbero la mia povera borsa; 2^ l'esempio 
altrui e la bellezza e più la mia fragilità mi terrebbero 
da quella decenza irreprensibile di condotta ch'è di asso- 
luta necessità a chi educa fanciulli; 3° i miei errori mi 
costerebbero rimorsi e vergogna da cui vo' libero; e fo' un 
acquisto vero, quello della propria stima, e d'un amore 
più intenso per la filosofia. So che il giovinetto felice si 
burla del savio, che si stima di non soggiacere alle passioni 
che non lo assalgono più; è come il povero che dice: 

Nessuno ruba i denari che non ha. 

Checché ne sia, chi anela al riposo della tomba non 
mente a sé stesso. S'ingannerà generalizzando, ma certo è 
che per lui il riposo é il sinonimo della felicità, e che se 
potesse retrocedere, l'attività delle passioni gli parrebbe 
la somma sventura. Con questo animo, io benedico quei 
momenti d'ogni giorno ne' quali mi ritraggo tutto in me, 
dimentico delle faccende sociali; e assaporo la solitu- 
dine come altre volte i baci d'una fanciulla. Bramo anch'io 
il libro che tu chiedi; tutti ne sono ghiotti ma in Milano 
finora non c'è, 



LETTERE FAMILIARI DI SILVIO PELLICO (1813-1821) 259 



LVIII. 

Milano, (?) 
(A Luigi). 
// generale Gifflenga e la marchesa Trivulzio Pallavi- 
cino, Bell'attività del conte Porro. Di un poema 
ideato su Cola di Rìenzi. 
Caro amico, 

A Gifflenga sarà scritto. Mi è amicissima la marchesa 
Trivulzio che fu amata da Gifflenga quand'egli era qui, 
e che spesso gli scrive. Dopo dimani vo ad Ornale ove 
villeggia la Trivulzio, e sono certo ch'ella aderirà alla 
mia preghiera e ti raccomanderà caldamente. 

Dacché son tornato dal Lago di Como non ho più 
avuto requie dagli affari infiniti, eterni, che mi circondano. 
Questo buon conte Porro è uno di quegli uomini la cui 
attività è inesauribile. Egli mette in moto tutto e tutti. 
Io invece sono mezzo esausto di vita, starei sempre a un 
tavolino. Mi paragono a quei dannati di Dante, di cui dice 

La bufera infernal, che mai non resta, 
Mena gli spirti con la sua rapina, 
Voltando e percotendo li molesta. 

E il mio bisogno di pace cresce quanto più cresce il 
tormento contrario. Pur che farei quando l'uomo irre- 
quieto con cui si vive è un galantuomo, un uomo che 
per molte egregie doti non ha il secondo? 

Lo stato di noja in cui vivo da un mese ti spieghi 
perchè sono restio a scriver lettere. Nei momenti che ho 



260 DELLA VITA DI SILVIO PELLICO 

posa, starei sempre sdrajato, e in una perfetta immobilità, 
tanto è il mio abborrimento ad ogni azione o al moto. 
Tu pure, mio caro, con quel bastimento sei ancora orri- 
bilmente seccato. Ti compiango. 

Addio. Spero nel mese venturo di ricopiare il primo 
libro d'un mio poema su Gola di Rienzi, e di potertelo man- 
dare. È un poema che fingo scritto da un Trobadore in 
quel latinaccio del secolo 15^. Tu sai che molti infatti sono 
i poemi storici in latino che abbiamo di quelFetà; la più 
parte sono cronacaccia. Per accidente il mio sarà di 
qualche valore. E io, non figurarti che lo componga in 
latino, ne do una traduzione in prosa italiana. Chi non 
lo gradirà come poema, gli dia pure il titolo di romanzo. 
Borsieri e Lodovico sono contentissimi del mio primo 
libro, e del piano di tutta la composizione. Addio. 

Ama il tuo Silvio. 



LIX. 

Milano, (?) 
(A Luigi). 

Si congratula della lode data al Manzoni per il « Carma- 
gnola ». Giudizio di Silvio su questa tragedia» « Cola 
di Rienzi ». Nuova tragedia. Aìnore alla solitudine. 

Caro Luigi, 
Oh, prima di tutto lascia ch'io ti faccia sincerissimo 
complimento dell'articolo spiritoso che la Gazzetta di Gen. 
ha portato sopra il Carmagnola. Ha fatto piacere a tutta 



LETTERE FAMILIARI DI SILVIO PELLICO (1813-1821) '261 



la nostra società, è non io ma Borsìerì sì è messo a scla- 
mare: Questo è il nostro Luigi, lo riconosco, è il far suo 
piccante e sdegnoso. Il crocchio Visconti e Berchet, che 
è tutto Manzoni, ha fatto girare in ogni casa di Milano 
il foglio di Genova, e tu, senza credere di produrne tanto 
effetto, hai dato a Pezzi un colpo potentissimo. Bravo! 
Soltanto devo farti un rimprovero a nome di tutto il Con- 
ciliatore; esso è dolentissimo che tu non abbia mai scossa 
la tua pigrizia per arricchire il suo magazzino. Ci avresti 
potuto favorire articoletti graziosissimi. Il tuo giudizio 
intimo sul Carmagnola, qual poi me lo esprimi nella tua 
lettera, s'accorda affatto col mio. Non è lettura che stra- 
scini, perchè gli eroi sono lasciati troppo simili al vero. 
La poesia è un mondo più bello del reale; bisogna che 
gli abitanti di quel mondo sieno a un grado più in su di 
noi, nell'amore, nell'ira, nelle virtù politiche, ecc. Ma tienti 
occulto questo mio parere, perchè nulla mi doiTebbe quanto 
Tessere creduto da alcuni, invidioso del merito del Manzoni. 
E questo è il motivo per cui non mi permetto una critica 
su quella tragedia. 

Ch'io sia il primo o il secondo a uscire in campo con 
tragedie romantiche, amico mio, non importa. Mi vi pro- 
verò anch'io, ed ho spesso la testa che mi bolle; è anzi 
fin dalla state scorsa che mi sono preparato una tela sulla 
quale lavorerei con piacere; ma il tempo! il tempo! per 
Dio ! mi manca, e troppi sono gli studj per cui mi appas- 
siono. Ora però ho stabilito di semplificare 1 miei studj, 



262 DELLA VITA DI SILVIO PELUCO 

e dì limitarmi a due o tre cose al piiu Gli anni volano, 
la salate scema, e prima di morire convien ch*io pensi a 
compiere qualche opera. Non interromperò più il Cola^ se 
non quando la mente stanca si ricusa al creare. Disgrazia 
che mi capita anche troppo spesso pei grandi mali di testa 
che patisco, e per lo stato spoetico in cui mi pongono le 
faccende giornaliere. 

In questa settimana, per esempio, ho più disfatto che 
fatto del 29 libro di Cola^ e non mi è mai avvenuto d'essere 
contento d'una rìga. Oh I quanto volentieri mi farei frate 
in un convento dove non si cantassero salmi, ma dove 
io fossi condannato alla più perfetta solitudine! sono as- 
setato di solitudine, e muojo idrofobo. E pur la gran noja 
quella di dover dare altrui un tempo che vorreste impie- 
gare a modo vostro ! Se non che penso che il lamentarsi 
è inutile : Tuomo è dove le circostanze lo pongono, ruota 
della macchina sociale, macchina bizzarramente composta, 
non ne so perchè. E in tanta ignoranza di cose come mal 
potete dare qualche importanza alle vostre passioni? Sod- 
disfatte no, i secoli si succedono, il vostro nome o pe^ 
lisce vive per pochissimi intelletti: e che prezzo attac- 
cate a questa parola immortalità ? Oh nullità delle nostre 
cognizioni ! 

Tuttavia, non pensiamo ai secoli che passano e alle 
lingue che muojono e airincomprensibile mistero, che ci 
ravvolge come gitani di polvere nell'oceano d'una immensa 
atmosfera. Ristringiamoci nell'angusto circolo della nostra 



LETTERE FAMILIARI DI SILVIO PELLICO (1813-1821) 203 

intelligenza, e torniamo all'Italia e alla sua letteratura. 
Torniamo al Cola. E discolpiamoci dell'accusa S! anacro- 
nismo di costumi. 

I conviti al tramonto del sole non erano niente strani 
ne' secoli 12^ 13° ,1^*^- Nelle Antichità italiane del Mura-, 
tori troverai molti passi che ti provano essersi sempre 
cenato in quei tempi. Ti citerò fra altri un passo che 
il Muratori riporta... 

(Accumula citazioni, ecc. per una lunga pagina). 

Eccoti la 1* lettera in cui ho la pazienza di citarti 
passi d'erudizione. Ammirami 

Sento con piacere che il progi'amma del De Filippi 
sia stato annunziato sulla vostra Gazzetta, e che Grassi 
mi faccia lo stesso favore. 

Addio. Marchisio m'ha scritto delle lettere gentilis- 
sime e tutte amicizia. Godo di aver rotto quel ghiaccio. 

Lodovico, Borsieri, tutti ti abbracciamo. 

Il tuo S. 

LX. 

Milano, 17 Gennaio (1818). 
(A Luigi). 
Significa la sua affezione non interrotta dal silenzio. Gli 
descrive la sua felicità di stato e insieme il malincuore 
che prova. Sua vita in casa Pon^o. Affari di fa- 
miglia. Notizie di Brenie. Monti. 



264 DELLA VITA Di SILVIO PELLICO 



Mio caro Luigi, 

Tu sai che non potendovi essere mai cessazione di 
amicizia fra noi, il nostro silenzio nulla significa fuorcliè 
monotonia d'esistenza e un certo sdegnoso malcontento 
delle cose, il quale si teme d'accrescere in altri e in sé, 
esprimendolo incessantemente. Pur mi manca troppo ogni 
volta che ti sento da lungo tempo mancarmi, e conviene 
alfine ch'io ti cerchi per dirti che sono al pari di te stra- 
niero in questo secolo, in questa società, o per meglio 
dire in questo universo: straniero a tutti fuorché a te solo, 
con cui nondimeno pochissime sono le passioni ch'io 
divido. 

Non ho mai fatto una vita dissipata come ora: allog- 
giato voluttuosamente, pranzi, visite, passeggi, conversa- 
zioni, dimostranze amicali da ogni parte, e tutte le sere 
l'animo roso dallo stesso dispregio della commedia che ho 
rappresentato. Che cosa mi vorrei, non lo so: bensì m'è 
incurabile la pazzia di considerare la vita come degna di 
scopo più serio. E qual sarebbe il mio scopo? Togliere 
il mio tempo alle chiacchere e darlo ai libri ? ignorare il 
libro vivente del mondo ed impararne dei fantastici? Anche 
il sussiego del letterato, e il gran caso che fa delle sue 
rime o de' suoi sofismi mi si presentano come ridicoli; 
e ciò tanto più in un paese dove nulla quasi si legge, 
dove nulla si può stampare fuorché d'inutile o di triviale; 
è chiamo imitile più d'un capo d'opera di poesia, e triviale 
tutto ciò ch'è ristretto nel cerchio delle dottrine già ap- 



LETTERE FAMILIARI Di SILVIO PELLICO (1813-1821) $65 

provate e bevute dal volgo. Ma Teducazione o le abitudini 
del pensiero hanno dato ad ogni uomo una qualche ten- 
denza, verso cui anela anche senza un ragionato perchè: 
ed io non vedo destinazione per me più lusinghiera che 
quella delle lettere, e vi anelerò inutilmente finché respiro 
invece d'apprezzare gli altri beni che la fortuna sparge 
sul mio cammino. 

Il conte Porro è uomo attivo e d'umor lieto, che ama 
starsene tutta la mattina in casa a ciarlare con me de' 
suoi affari o delle notizie correnti, e che crede non poter 
meglio dimostrare a me ed a' suoi figli l'affetto suo, che fa- 
cendoci quel che si chiama divertire. Egli suppone in me 
molto ingegno, ma si persuade che sia farne uso suffi- 
ciente il recarlo giornalmente in società: quando tutta 
la casa sia in ordine studieremo, andremo in campagna 
e non saremo cosi divagati^ torneremo in città e faremo 
meno corse. Nelle sere d'inverno ci sarà tempo maggiore. 
Bisogna lasciar finire il carnevale, ora sarebbe ridicolo 
di non fare come gli altri: tali sono le risposte che mi 
dà, ogni volta che gli lascio trasparire il mio desiderio di 
studiare. Aggiungi ch3 le ore mie di studio dovrebbero 
essere la mattina, non conservando in fino a sera la ne- 
cessaria elasticità della mente, e che per fatale incontro, 
mentre tutti i Signori milanesi intorpidiscono sotto le 
coltri fino a mezzodì, il conte Porro è quell'unico che si 
alza coU'alba e anche prima per correre subito da me a 
scaldarsi al mio cammino, a prendere il caffè con me, e 



^ 



260 DELLA VITA DI SILVIO PELLICO 

tranni con lui in giardino per bel tempo, per pioggia e 
per neve, e non abbandonami fino a mezza giornata. 
Allora col corpo e coiranima stanco, piglio i miei ragazzi, 
li fo leggere e scrivere; indi bisogna in fretta vestirsi 
per questa o quella tal visita. E poi il pranzo, e poi nuove 
visite. Eccoti come vivo. Mai uno sgarbo: continue gen- 
tilezze; nessun giusto motivo di lagnarmi, ed intanto 
quest'inseparabile rammarico che porto entro di me, e 
che m'affatico per vincere. 

Or parliamo di casa nostra. Non t'è egli rincresciuto 
che quella povera Giuseppina abbia avuto a staccarsi dalla 
famiglia, per cominciare la dura prova del vivere nella di- 
pendenza d'altri (1)? Fosse almeno felice per questa via? 
ma temo che non possa uniformarsi a gente nuova (linea 
cancellata), L'abatone fai*à la sua strada; ma in questa età 
di rivoluzioni v'è anche dell'incertezza per i preti: il l(>ro 
mestiere può cessare d'esser buono da un giorno all'altro 
(altra linea cancellata). Tu non avrai quiete finché il tuo 
affare della pensione non è assicurato: e frattanto come te 
la passi in codesto impiego ? Non hai ancora acquistata la 
virtù dell'avainzia? Con questa è facile di campare decen- 
temente con meno di quello che tu hai: te l'auguro sempre 
e di cuore. 

Il buon Lodovico è tutto ai'dente nella guerra del 
romanticismo e del classicismo. Tu prima che questi nomi 



(1) Allude alla sorella Giuseppina, che s'era ritirata nel monastero 
delle Rosine in Torino. (Vedi sopra p. 2). 



LETTERE FAMILIARI DI SILVIO PELLICO (1813-1821) 267 

fossero nati, eri già romantico, nel senso buono, come 
lo sono tutti coloro che giudicano della letteratura coll'in- 
tlmo sentimento piuttosto che col criterio artificiale delle 
scuole: ma ora le due sètte non s'intendono, e si calun- 
niano spesso a vicenda. 

Monti stampa l'opera sua sulla lingua, lavoro meno 
pedantesco certamente che non appare dalla materia; 
perchè Monti senza osarlo confessare ai pedanti, si sente 
tal merito da calpestarli: ma pur temo che non adeguata 
a lui sia la gloria che gli procaccieranno quelle cruscherle. 

Addio. 



LXI. 

Milano, 28 Gennaio (1818). 

(A Luigi). 

Dopo un'allusione di cattivo gusto ed errato, passa a 
raccontare la maniera con cui fu stampata la sua 
« Francesca ». La qual cosa fu cagione di dispia- 
ceri a Silvio, e d'intorbidata amicizia tra il conte 
Porro e Lodovico Breme. Notizia di alcuni lavori 
di Luigi Pellico lodati da Silvio. 

Amicissimo mio. 

Il tuo pai^agone del giardiniere e dei cavoli m'ha fatto 

ridere, e lo credo pur giusto : senza accorgertene, tu parli 

come lo Spirito Santo, il quale avea già detto per la bocca 

di S. Paolo, che il vasajo destina diverse specie di vasi 




268 BELLA VITA DI SILVIO PELLICO 



a varj usi, niuno dei quali vasi lia diritto di lagnarsi della 
destinazione avuta dal suo fattore; ma tu ne traggi una 
conseguenza ragionevole di cui l'Apostolo non fece parola, 
ed è che il vasajo non ha diritto di maltrattare il vaso, se 
questo invece di fiori, che dovea portare, fu fatto servire 
ad usi che non gli convenivano. 

Or poiché al solito siamo a querelarci della nostra 
vita, ti narrerò un dispiacere cagionatomi per ignoranza 
e per inconsideratezza da una persona che mi è affezio- 
natissima; questi è il conte Porro. Tu devi sapere che 
Tanno scorso Breme mi pregò d'una grazia, senza speci- 
ficarmi quale, ed io alla cieca mi sentii in obbligo di pro- 
mettergliela. « Tu indugi, disse, a stampare Ì3i~ Francesca, 
ed io vuo' che si conosca; dammi il manoscritto, e lascia 
ch'io la pubblichi a modo mio, cioè con una prefazione 
che analizzi il merito di quella tragedia, e con un cenno 
sulla traduzione in inglese, che Byron fa recitare a Londra ». 
Fui grato a Lodovico, né avrei potuto ritirare la mia 
parola. Sollecitato poscia dal conte Porro perch'io stam- 
passi la medesima Francesca, gli pai^tecipai l'impegno 
mio con Lodovico; soggiungendogli che la pubblicherebbe 
quando ciò gli sarebbe a grado. Lodovico tardò, perchè 
ebbe a fare un viaggio a Ginevra, e più perchè aspettava 
notizie da Londra circa la rappresentazione di quella 
tragedia (notizie che or presto finalmente avremo, doven- 
dosi colà recitare in questo mese o nel principio del 
prossimo). Il conte Porro, uomo buono ma volgare, e 



LETTERE FAMILIARI DI SILVIO PELLICO (1813-1821) 269 

- - - - - ■-- ■ — ■ ■-■■ - ■_■■-_■■_- ^^ ^ - 

quindi facile a sospettar bassi sentimenti in altrui (1), 
s'immaginò che Breme, invidioso del mio merito, si fosse 
fatto dare quella parola da me, per tenersi la mia tragedia 
e impedirmi di stamparla. Io non avea dissimulato che 
con qualche rincrescimento mi rassegnava al vedermi 
accompagnato dinanzi al pubblico con una prefazione com-» 
menda tizia, abborrendo io tutto quello che sa di ajuto in 
letteratura; e Breme stesso conosceva questo mio senti- 
mento, ma lo combatteva. Che fa Porro ? si fa imprestar 
da me una copia di quel manoscritto per farla leggere 
a mad. Bubna, e poi lo ritira, mi dice ch'è imprestato 
ad altri, ed insomma Io fa stampare non so dove, facendo 
di tutto ciò la confidenza alla Gonfalonieri. Questa ne 
avverte amichevolmente Breme, palesandogli soltanto l'in- 
tenzione di Porro, senza dii'gll o forse né anche sapere 
che già la stampa si eseguisse. Lodovico mi narra tutto 
questo, furibondo contro il conte Porro : io cliiedo subito 
a quest'ultimo il manoscritto: ei me lo dà; non ci vedo 
alcuna zampa di revisore; mi lusingo di aver riparato in 
tempo alla sciocchezza tramata. Lodovico si occupa im- 
mediatamente di quella stampa, omettendo la prefazione 
divisata. Quando l'altra mattina il conte Porro, credendo 
aver fatto un capo d'opera di destrezza, mi dice che quanto 



(1) lì giudizio di S. Pellico ci sembra esagerato, e non conforme all'inten- 
zione amichevole del conte Porro: si sa che tra letterati le dissimulate 
invidie sono abbastanza ordinarie, quindi il precedimenlo del conte Porro 
avea buon fondamento. 



# 



270 DELLA VITA DI SILVIO PELLICO 

prima giungerà con data di Londra la mia Francesca^ 
da lui fatta stampare. Accortosi nondimeno che Lodovico 
da qualche tempo gli fa il muso, s'è insospettito che la 
Gonfalonieri lo ha tradito, e mi ha promesso che appena 
arrivate le copie della tragedia stampata, le manderà tutte 
a Lodovico, autorizzandolo a distruggerle o a pubblicarle 
come più gli piace. 

Lodovico perdona in parte la leggerezza del G. P., 
perchè gli conosce in compenso molte eccellenti qualità; 
ma non lo tratta più con quell'amicizia di prima ; e capirai 
quanto ciò mi faccia pena. Siffatte noje m'hanno resa 
odiosa quella disgraziata tragedia, e non ho nemmeno 
potuto rallegrarmi del buon esito, che ha avuto nuova- 
mente in Torino. 

Ti parlerò un'altra volta del Manfredo di Byron, che 
ho tradotto; del Glauro di esso, tradotto da Rossi; del- 
l'articolo di Lodovico su questo Glauro; della gran lite 
inestinguibile del classico e del romantico; dei miei futuiù 
poemi, romanzi, tragedie in aria etc. etc... 

Nel cambiamento di casa ho scorse tutte le nostre 
carte: / due gelosi burlati (1) non ci sono; ti voglio 
(mandandoti altre cose) trasmettere la tua carissima pro- 
duzione d'Amore e Dooere, che ho riletto in questi giorni 
con tutta quella religiosa e mesta dolcezza che la tua 



(1) Farsa composta da Luigi Pellico, e perduta, come anche Taltr'opera 
accennata. 



LETTERE FAMILIARI DI SILVIO PELLICO (1813-1821) 271 

memoria m'ispira: sprezza, te ne scongiuro, il giudizio 
degli animi freddi, ed abbi alta stima delle cose scritte 
da chi sente davvero. 
Addio. 



LXIL 

Milano, 28 Febbraio 1818. 

(A Luigi). 

Il primo volume del Monti e del Perticarl « Proposta di 
correzioniy eco, », dì cui tesse un elogio splendido. 
Riparla del malinteso tra Porro e Breme intorno 
alla stampa della « Francesca »; e quindi del suo 
« Taddeo Barometro ». 

Il desiderato volume dì Monti è finalmente stato pub- 
blicato mercoledì, e subito presi la tua copia e te la spedii. 
Tutto ciò che v'ha di Monti in quel volume è divino; 
io ne sono rapito. Compiango bensì il paese in cui fa 
d'uopo di un tal lavoro, per persuadere che la lingua sta 
nei grandi scrittori e non nella plebe d'una sola città; 
ma giacché si danno di siffatti paesi, è sempre opera 
grande l'illuminarli: e non si possono (mi sembra) in 
cosi arido soggetto illuminare con maggior arte e grazia 
e poetico ingegno di quel che Monti si mostra capace 
di fare. Il trattato di Perticari che forma quasi l'intiero 
volume, sebbene per lo stile sfiguri allato a quello disin- 
ToUissimo del suocero, è un tesoro di evidenza contro 



272 DELLA VITA DI SILVIO PELLICO 



le pedanterie degli accademici della crusca. Insomma la 
mia aspettazione è stata soi^ìassata: non so se il calore 
della prima lettura mi trasporta, ma ti dico che esulto 
di veder professare da Monti (che per la celebrità del 
suo nome influisce più di cento altri scrittori sulFopinione 
volgare) un amore generoso della lingua nobile e filoso- 
fica, che in parte ò già formata in Italia, e che abbiamo 

« 

il diritto e la necessità di contribuire a perfezionare. 
Che se tante altre verità dobbiamo o vogliamo per viltà 
tacere, almeno quest'una gagliardamente si sostenga: 
aversi a far progredire del paro lo stromento delle idee 
col raffinamento di esse, operato, malgrado tutti gli osta- 
coli, dal progredire dei lumi delFintelletto umano. E 
poi, siccome tutte le verità si danno la mano, ciò che 
moltissimo rileva nella torpida e pedante Italia, si è di 
promuovere lo spirito di discussione in qualche ramo 
della filosofia: cominciate a ridere d'una superstizione 
e riderete ben presto di tutte: abbiate uno solo dei sen- 
timenti dell'onore nazionale, e ben presto li proverete 
tutti, e v'agiteranno ; vogliate pareggiare la vostra gloria 
a quella delle altre nazioni e il voler forte vi farà voler 
molto. T'ho io detto o no che Breme e Porro si pacifi- 
carono? Questi promise al primo di consegnare a lui la 
Francesca che ha fatto stampare, tosto che giungerà a 
JVIilano. Breme la terrà sepolta qualche anno, e frattanto 
si pubblica l'edizione di Breme, cui si unisce il Manfredo, 
La stampa non è ancora finita. 



LETTERE FAMILIARI DI SILVIO PELLICO (1813-1821) 273 

Sono alla cinquantesima pagina d'un'operetta (1) per 
cui ho il suffragio di Breme, di Boi*sieri e di qualche 
altro. È il racconto delle cose osservate in Milano nel 
breve soggiorno che ivi fece nell'anno scorso un Pro- 
vinciale, venuto nella Capitale per istabilirvisi, ma indotto 
a ritornare nel suo paese, dalla incompatibilità de' suoi 
costumi semplici con quelli arfcifiziati d'una gran città. 
Non è una satira maligna di Milano, ma bensì un quadro 
delle stravaganze di varj costumi sociali, opinioni, dot- 
trine, ecc. È scritto con bonarietà d'uomo rozzo ma do- 
tato dalla natura, d'un certo grosso criterio che ninna 
perniciosa autorità, niun errore applaudito può far scrol- 
lare. Il mio eroe, Taddeo Barometro^ ha tutta quell'ap- 
1 arenza volgare che deve aver l'uomo per piacere al volgo 
e per contrasto una tempra d'animo elevato. Da siffatto 
contrasto desumo un colorito, che non è senza effetto, a 
quel che mi pare, e traggo il vantaggio di poter intro- 
durre anche la turba nelle regioni della filosofia, senza 
che se ne accorga, e se ne spaventi. 

Or che t'ho destato un po' di curiosità a questo og- 
getto, ti lascio ma non mai col cuore. 

Silvio tuo. 



(i) Usci nel Conciliatore nn. 87, 100, 105 (1 Luglio, 13 Agosto, 2 Set- 
tembre 1819). È pubblicata nelle Opere (Pomba 1852, voi. I, pag. 396). 

RiNiEW — Pellico 19 




274 DELLA VITA DI SILVIO PELLICO 

- — - - — - -_ — -— ■■ — ■ ^ 

Lxnr. 

Milano, 1 Aprile 1818. 

(A Luigi). 

Notizie sulla « Francesca », riuscita oramai in tutte le 
recite» Fiasco del « Manfredo », traduzione dall'in- 
glese, A questo proposito fa sulla poesia de' tempi 
moderni delle considerazioni giustissime, che mo- 
strano V acume dell'ingegno di Silvio Pellico. Varie 
notizie sul Manzoni e il conte Porro. 

Altre notizie curiose in una lettera a Francesco: dò che 
quella famosa tragedia ha fruttato all'autore. 

Amico carissimo, 

Tutto quello che desideri sarà sempre mia premura 
di farlo, e ciò che desideri relativamente dWdi Francesca 
da Rimini lusinga tanto il mio amor proprio, che non mi 
ci vorrà gran fatica ad essere cortese. Farò trarre dal 
quadro d'Alarlo i figurini, e anzi Lodovico s'è assunto questa 
commissione; spero di presto averteli a mandare. Quanto 
volentieri assisterei invisibile alla recita, che costà si vuol 
fare della mia tragedia, e dove il mio caro fratello si com- 
piace d'assumere una parte ! Gei^o il favore che in codeste 
società genovesi mi si concede, deriva molto dalla bene- 
volenza ch'è portata al mio Luigi. Di questa sono stato 
assicurato dal signor conte di Saluzzo, che parlando a 
Lodovico ti lodò infinitamente come uomo degno di molto 
miglior sorte e prezioso per il Governo e il paese che 



LETTERE FAMILIARI DI SILVIO PELLICO (1813-1821)275 

ti posseggono. Questo elogio m'ha ridato dieci anni di 
gioventù. Fa, mìo caro, che sempre vada unito l'altrui 
buon concetto del tuo ingegno a quello della tua condotta. 
Io pongo, tu lo sai, la mia felicità nell'essere amato, ma 
non mi pai'e d'essere amato interamente se non quando 
sento che tu pure lo sei. Ho visitato, ma senza trovarlo, 
il conte di Saluzzo... S'egli tornerà a Genova, tu gli espri- 
merai quanto mi dolse di non avergli potuto spiegare la 
mia gratitudine per l'interesse ch'egli prese a te. 

Non fai più in tempo in questa settimana, ma lunedi 
ti spedirò per la diligenza 24 copie della Francesca con 
le postille di Lodovico allo scritto di Londonio. Sai che 
Pezzi aggiunge al suo giornale un Feuilleton] niente di 
più probabile, ch'egli se ne serva per oltraggiare chi non 
lo accarezza; ma qui mi par cosi generale l'applauso che 
si fa alla Francesca, che non temo più veruna malignità 
di giornalista. Quello che sarà svillaneggiato sarà il Man- 
fredo, il quale, come a Genova, non trova chi lo gusti. 
E sia pure. Io nulla ci perdo; perchè ben si vede che 
non ho l'intenzione di formare la mia gloria su d'una 
traduzione letterale d'un poema altrui. 

Il mio giudizio su quel poema è differente da quello 
che vedo manifestarsi in altrui; ma sono persuaso che 
ci vogliono dieci anni, perchè gl'Italiani si avvezzino a 
gustare una poesia, la cui pittura non è delle cose estenie 
ma delle più interne fra le passioni. E or te lo ridico 
passando. Abbi per fermo, che le poesie delle descrizioni 




276 DELLA VITA DI SILVIO PELLICO 

e siffatte leggerezze perdono di pregio ad ogni cinquantina 
d'anni, e che i popoli inciviliti o cesseranno d'aver poesia 
non gusteranno se non quella ch'è più profonda, più 
filosofica, più ristretta in poche parole, più gi^avida di 
sentimenti. Dal secolo d'Augusto in qua gli uomini hanno 
mutato strada nell'incivilimento, or degradando or ritor- 
nando a un di presso a quello stato di società e di let- 
teratura; e quindi la letteratura serbò impreteribili mo- 
delli. Ma da non ha guari, (dìie linee cancellate), cioè 
dalla scoperta d'una scienza nuova qual'è Fanalisi, il 
mondo ha preso uno slancio verso un incivilimento pro- 
gressivo, che lascierà indietro d'assai le norme stabilite 
dai nostri vecchi. L'Inghilterra ha già fatto grandi pàssi; 
noi nessuno, ma vi siamo strascinati dalla prepotenza 
delle relazioni, che tutte le cose europee tengono fra 
loro. Le parole perdono ogni giorno più d'importanza, e 
le sole idee ne acquistano una grandissima. 

La tua lettera a Lodovico gli fece molto piacere ; che 
diav<)lo di timore hai tu sempre di non brillare abbastanza ? 
Superbo! tu ti disprezzi per orgoglio: ma noi ridiamo 
della tua ingiustizia verso te medesimo, e ti amiamo e ti 
stimiamo altamente. 

Il buon giorno a So/la, se tu le scrivi. Addio. Cercherò 
deW Ifigenia di Manzoni: non so niente, ma son certo che 
egli non può aver fatto cosa mediocre (1). 



(1) Più ijotto vedremo che non j^iudica cosi. 



LETTERE FAMILIARI DI SILVIO PELLICO (1813-1821)277 ' 



Il G. P.(orró) ha, nitide come Toro, 80 mila lire di ren- 
dita, e la fama di fallito gli viene dalla moltiplicità delle 
spese ch'egli imprende, le quali stordiscono gli stupidi 
milanesi, che non hanno come lui il talento del negoziare 
e di accrescere la loro fortuna. 

LXIV. 

Milan, 8 Avril 1818. 
(A Francesco). 
My dear Abbé, 
How do you do? Moi, je me porte à merveille, malgré 
les petits coups de fouet que le Jounial de Milan a la 
bonté de me donner pour la pénitence de mes péchès. 
Si tous les maux de ce monde étaient là, ils seraient bien 
légers. Ce qui fait beaucoup de tort à mes Aristarques c'est 
quils ont mis en ridicule Monti peu de jours avant de 
m'y mettre. Geux qui ont ri du plus grand de nos poetes 
vivans peuvent bien rire tant qu'ils veulent de moi. Il n'y 
a plus rien de nuisible; au contraire cela fait honneur. 
Du reste toutes ces critiques ne sont que des personna- 
lités, moins contre moi (car je ne me suis jamais abaissé 
jusqu'à taire attention à des insectes comme Pezzi) que 
contre Mgr. de Breme, qui a irrite beaucoup de petits 
amours propres. Il me vient toutefois l'envie de me dire 
que je suis un grand imbecille d'avoir ainsi jeté ma peine 
à faire une tragedie, qui ne m'a pas rendu un sou et dont 
tout le prix ce sont des injures des journalistes. 



é 



:278 DELLA VITA DI SILVIO PELLICO 

La donner pour rien à des commédiens qui ne m'en 
ont aucune obligatìon !... la laisser imprimer, non pas 
pour étre vendue à mon profit, mais pour étre distribuée 
gratis, comme si j'étais un grand Seigneur!... Et puis 
voir que quelqu'un de ceux qui en ont eu un exemplaire 
gratis, s'est fait un plaisir de la déchirer sur un Journal!... 
Gela est vraiment (non pas tragique) mais comique. Et 
pourtant, mon cher Francois, pouvais-je après les obli- 
gations que j'avais envers Mgr. de Breme, lui refuser 
le don qu'il me demanda? Quand je lui accordai de disposer 
à son gre de ma tragèdie, je prévoyais qu'à cause de 
lui je rencontrerais beaucoup d'ennemis, mais il était 
de mon devoir de préférer son amitié à celle de qui que 
ce soit, Voilà pourquoi je suis indififérent aux désagré- 
ments que je trouve sur mon chemin littéraire; c'est 
que j'ai agi selon ma conscience. 

Mais ne nous occupons pas davantage de ces niai- 
series... Tu diras à papa... 

LXV. 

Milano, 8 Maggio 1818. 
(yV Luigi). 
La « Francesca » si rappresenta a Genova in casa Palla- 
vicini. Descrive gli abiti. 

Mio caro Luigi, 
Ho inteso con gran piacere notizie di te dai conti 
Gonfalonieri e Pahelen, che t'hanno trovato compito ed 



LETTERE FAMILIARI DI SILVIO PELLICO (1813-1821) 279 



amabilissimo. Essi mi hanno confidato che Ekerlin non 
t'ha invano raccomandata la sua figlia, e che sei invidiato 
da molti. Bravo! infiora questi tristi giorni di vita; la 
filosofia sta in gran parte nel saper godere. 

Non t'ho ancor detto che la tua ultima piacque molto a 
Lodovico pel modo con cui hai parlato delle sue postille 
e di Lodovico. Egli ti saluta, e mi ha incaricato di dirti 
che s'aspetta ad una lunga risposta alla lunga sua lettera. 

Gonfalonieri m'ha assicurato che malgrado la partenza 
del conte di Revel, tu rimani al tuo posto,; sarei stato 
dolente che tu avessi dovuto recarti in quell'isola selvaggia, 
lontano da noi e da tutte le creature gentili. 

Riceverai per la diligenza una copia della Fi^ancesca 
in forma grande, simile a quella che mandai alla contessa 
Lilla. (Pochissime ne furono tratte in quella forma e più 
non me ne resta). Ma questo libro non serve che d'in- 
volucro. Ciò che ti mando in esso è il disegno del quadro 
della Francesca da Rimini che è in casa Alarlo. Lodovico 
l'ha fatto fare dal pittor Iesi. Non è che un abbozzo, ma 
riuscito cosi pieno di vita, che sicuramente ti piacerà. E 
anzi Lodovico ti pregherebbe di fare in guisa, che punto 
non si guasti affine di poi rimandarglielo, quando abbia 
costà servito pei figurini che desiderate, pensando egli 
fame un quadretto. 

Ti spedisco qui unita la descrizione degli aÌ3Ìti. 

I nostri viaggiatori mi hanno lodato moltissimo ìél 
società teatrale di casa Pallavicini, e l'abilità degli attori 



580 DELLA \1TA Di SILVIO 1>ELL1C0 



e delle attrici. E una gran soddisfazione per il mio amor 
proprio, se pongono nelle loro scene la mia tragedia. 

Addio, mio carissimo, io studio, scrivo, imprendo varj 
lavori, li lascio, li ripiglio, la volontà è sempre intensa; 
mi affida una specie di fede che ho nella destinazione 
di ciascun uomo e mi pare che non passerò da q[uesta terra 
senza aver colto qualche alloro. Eppur quante distrazioni 
rapiscono lo studioso dalle sue occupazioni predilette 
quando egli vive in dipendenza aitimi! 

Addio, caro fratello ed amico. 

L'estremo affare della liquidazione promette di cessare 
di essere etemo. Cosi da gran tempo mi si dice dal cav. 
Bonamico. Spero che in qualità di Gongi'esso, se questo 
è lungo, sarà poi almeno ammirabile per la sua giustizia 
e saviezza. 

Borsieri che ti saluta ne ha parlato con Eckerlin, ma 
non sanno cosa si possa fare. 

Ugo non è punto a Corfii e anzi scrive da Londra 
a Firejt^, che probrtilmente non si risolverà ad abban- 
doj^ nij ringhilterra, dove vive piuttosto ristrettamente, 
apm ^ve gli s'allarga il cuore per la libertà che vi respira 
e che è comparativamente infinita. 

11 tuo Silvio. 

Francesca è vestita di raso bianco dalla cintura in 
giù e le majiiche. Il busto e le scarpe sono di color cene- 
rino scuro. Paolo ha il vestito sino alla cintura di 
velluto cremisino, i calzoni di pelle gialli. Il berretto è 



LETTERE FAMILIARI DI SILVIO PELLICO (1813-1821) 281 

cremisino e le piume sono parte bianche e parte turchino 
chiaro. Lanciotto è vestito tutto di color verde scuro, 
eccettuando gli accessori che sono gialli. 



LXVI. 

Milano, (Maggio-Giugno 1818). 
(A Luigi). 

Seconda tragedia a cui sta lavorando: sulle regole della 
tragedia classica. Sfratto dalla « Biblioteca Ita- 
liana » de* giornalisti compagnoni. Ire del Monti. 
Idea e genesi del « Conciliatore ». Sulla 'passione 
amorosa di Liàgi. 

TeiTÒ nota di tutte le critiche che mi veiTai facendo, 
prima d'atto in atto, e poi di quelle che mi farai quando 
riesaminerai il tutto. Ti mando ora solamente il terz'atto, 
perchè 11 appunto sono stato fermato da occupazioni 
che m'hanno rubato il tempo. Ora mi son rimesso al la- 
voro e spero in due o tre giorni d'aver terminato. L'ar- 
gomento m'è suggerito da poche parole storiche nel Sis- 
mondi e nel Muratori. La tessitura m'è venuta facile e 
semplicissima, e se l'esecuzione non sarà infelice, mi pare 
che (attenendomi ancora alle regole) avrò data una tra- 
gedia ricca per sé stessa di più effetto teatrale che non 
sembrano promettere tre soli personaggi. Non già ch'io 
metta qualche gloria nell'adoperare pochi personaggi 



j? 



282 DELLA VITA DI SILVIO PELLICO 



che se rargomento lo richiedesse ve ne caccerei senza 
rimorso cinquanta ; ma pui* amo di entrare per la seconda 
volta in carriera con eguale speranza, e di commuovere 
il pubblico, e di appagare i freddi legislatori delle forme 
tragiche. 

Ti sarà giunto all'orecchio (e a chi non è giunto !) 
che i nostri letterati, giornalisti della Biblioteca Italiana, 
sono stati cacciati astutamente da Acerbi, direttore di 
quella speculazione. Il conte Porro, profittando dell'ira 
poetica di Monti e compagni, li ha impegnati a star uniti 
per compilare un altro Gionaale che si procm^erà di far 
migliore del primo, aggregandovi per compilatori tutti 
gl'ingegni possibili, ed ammettendo per soggetto d'analisi 
non solo i libri italiani, ma tutti i libri moderni. Non si ha 
ancora il permesso del Governo, ma si spera d'averlo. Io in 
questi giorni ho preparato pel futuro Giornale un estratto 
d'una valente opera di Mgr. de Pradt che conoscerai: 
Sulle Colonie, e nell'attuale rivoluzione cT America. 

Dimmi un po', se a caso si potrebbe stampare questo 
Giornale a Genova, con una certa liberalità di censura. 

Addio, sta sano, e forte d'animo contro le noje di 
questo mondo, che sono molte per tutti. 

Breme suppone che tu sia offeso contro di lui, perchè 
si è preso l*ardire di scriverti sulla passione d'amore, 
di cui gli ho detto che sei vittima continua. Io non credo 
che questo tratto d'amicizia ti sia spiaciuto, ma ignoro 
perchè tu non gli risponda. 



LETTERE FAMILIARI DI SILVIO PELLICO (1813-1821) 283 



LXVII. 

Milano, 27 Giugno (1818). 

(A Luigi). 

Disgrazia di Alberto Nota: parole e procedimenti verso 

di lui del Principe di Carignano. Sul libro: « Con- 

sidérations » della signora di StaèL Considerazioni 

politico-sociali di Silvio Pellico, 
». - 

Amico mio, 

(Tratta di negozio col cav. Bonamico...) 
Ho ricevuto da Pahelen il rotolino. Ti ringrazio. T'ha 
raccontata la bricconeria che gli hanno fatto qui? 

Ma veniamo alla disgrazia di Nota. Io la seppi qua 
subito al passaggio del Principe. Egli era in teatro; fece 
chiamare il conte di Sartirana, e gli disse fra altre cose 
che aveva fatto un'opera buona, quella di cacciar via il 
suo segretario ch'era un birbante, e dal qual era stanco 
di sentii' sempre a parlar male di tutti i letterati d'Italia 
e delle persone che in Piemonte potevano essere più utili. 
(Tu sai, per es:, che Nota s'era fatto torto presentando 
al Principe una confutazione di non so chi (quale) degli 
ottimi Opuscoli del cav. Dalpozzo, e che il Principe glie l'a- 
veva stracciata in faccia; ma questo fin dall'anno scorso). 
Craignant de commettre une injustice, soggiunse il Prin- 
cipe al conte di Sartii'ana, fai fait bavarder cet homme et 
pendant deux mois, lui accordant la plus grande liberto; 



é 



28 i DELLA VITA DI SILVIO PELLICO 



il est tombe dans le pièffe, et il s'est montrè en plein 
jour; c'est un coquln. Il conte gli domandò s'egli aveva 
già scelto un altro segretario. Pour quelque temps Je 
n'en veux plus, rispose; a quoi bon (1)? 

E il mio primo pensiero era stato appunto che l'amico 
Giulio potesse esser proposto. Né mi dimetto già da questa 
idea. Appena sentirò che il Principe ripartirà da]Dresdn, 
parlerò e farò parlare. 

L'opera di Mad. di Staél, che ti è si giustamente pia- 
ciuta, farà un gran bene in Europa per la riputazione 
europea che ha quella donna. Essa gioverà in due impor- 
tantissime guise, pel trionfo delle idee costituzionali e 
per lo smascheramento del napoleonismo. Molte ingiurie 
erano già state dette al leone caduto; ma nessun libro 
conteneva ancora svelato maestrevolmente il carattere 



(1) Con questa lettera crediamo essere sciolto l'enigma, sul quale il 
Bersezlo cosi discorreva : « Per cause che i contemporanei non seppero 
appurare, e che quindi assai probabilmente rimarranno sempre un mistero, 
un bel giorno l'autor comico fu tolto dal fianco del Principe e mandato 
come Intendente in quella che il Nota chiamava alpestre e solitaria resi- 
denza di Bobbio ». (Il Regno di Vittorio Etnanuele 11^ (voi. I, pag. 192). 
E il Manno: « da parecchi ben si sa siccome in questa faccenda non v'en- 
trassero affatto affatto né ragioni di Stato né segretumi di sette ». (Tnfor- 
inazioni^ ecc., pag. 33). 

Nelle Deposizioni inedite^ che sono in nostra mano (vedi cap. Carbo- 
neria) cosi si riferisce: «Poiché si vogliono da me conoscere tutte le trame 
dei Carbonari... (dirò): Il senator Gt.^q Alberto JVbta tanto amato dal Re.* 
son dignitari in Carboneria: ed io stesso mi son trovato nel negozio Doria. 
col Gr. e col Nota e quindi posso di scienza propria accertare le loro qua- 
lità ». (Esame, n. XVIII, 24 Ottobre 1832). 

Cf. Prologue d*un règne,.. par le M.is Costa de Beaureg^ard, 2 ediz. 
(1892), p. 74, dove l'avvocato N. é facile a indovinare chi fosse. 



LETTERE FAMILIARI DI SILVIO PELLICO (1813-1821) 2SÒ 

di quel sublime tiranno e del suo infame sistema di corru- 
zione. I napoleonisti, cioè i falsi liberali, fremono quanto gli 
ultra delle Considératlons. Ma i veri liberali dilucidano le 
loro idee e si rinforzano. Il pubblico smercio, che ha quel- 
l'opera in certi paesi, non so se derivi dalla cagione che tu 
accenni: i parrucconi strascinati dalla corrente. Crederei 
piuttosto che per ignoranza dei parrucconi il buono non 
sia cacciato via. Intanto questo non si semina invano ; io 
credo fermamente ai frutti che deve produrre. Le istitu- 
zioni bai'bare sono le sole che più non generano. Quelle che 
rimangono crollano più o meno presto, ma per sempre. 
Chi crede di ritenerle resta schiacciato sotto di esse. 
Ti saluto con tutto il cuore. 



Lxvni. 

Milano, 2 Giugno (1818). 
(A Luigi). 

Jl « Conciliatore ». Sua genesi Fornitori e scrittori. 
Antagonismo nascente. Notlziuola sull'Abate Lo- 
varia di casa Breme. Prime guerricciuole. Lega col 
Marchisio, 

Amico mio, 

Tu dunque hai inteso da Borsieri la trasformazione 

dell'ideato giornale di Ginevra in uno stampato a Milano; 

sai che uscirà due volte alla settimana; sai che si chiama 

il Conciliatore) sai che i soci sono i conti Porro e Con- 



286 DELLA VITA DI SILVIO PELLICO 

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falonieri, Monti, il nostro Lodovico, Borsleri, Berchet ed 
io; sai che i primi due mettono danaro e s'incaricano di 
far lavorar Gioja ed altri economisti, agrarj, ecc., mentre 
gli altri tratteranno le parti letterarie e filosofiche; tu sai 
tutto questo, ma dubiti ancora se avremo ciò ch'è indispen- 
sabile, il permesso del Governo. Or sappi che c'è anche 
quello, sappi che un bel manifesto fatto da Borsieri si sta 
già stampando, sappi che il Conciliatore uscirà in settem- 
bre e sappi che (trapelato il nostro segreto) già il signor 
conte Truzzardo Caleppio ha domandato il permesso di fare 
un giornale antagonista, cosa già più che ottenuta, giacché 
anzi credesi che sia mossa dalla volontà di chi regge. 

Riusciremo ? Abbiamo fervore, gran proponimento di 
moderazione, di rinunzia alle divisioni settarie, di fratel- 
lanza in tutto il buono. Dio voglia che si sappia tener 
parola. Proveremo. Se i compilatori sono savj, se il gior- 
nale sarà buono, esso continuerà senza bisogno di cal- 
colarne i guadagni. Vi fosse anche da perdervi, i fondi non 
mancheranno mai; e questo è già ottimo in un paese dove il 
buono è cosi poco proficuo. Tu mi manderai qualche volta 
lettere, scherzi, riflessioni sul teatro, sui costumi, ecc., e per 
questo ti spedirò il Gozzi; ti suggerirà talora qualche idea. 

(Vengo dalla chiesa di S. Marco ove Tabatissimo (sic) 
Levarla ha celebrato oggi la prima messa, assistito al- 
l'altare dal conte di Sartirana, ed onorato dalla presenza 
di tutta casa Breme, e da grandissima folla attirata cer- 
tamente dalla divozione, ma anche un pochino dal piacere 



LETTERE FAMILIARI DI SILVIO PELLICO (1813-1821) 287 

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di sentire varj pezzi di musica eseguiti da tutta l'orchestra 
della Scala. Invidio il fanatismo del nuovo celebrante, 
come invidio i trasporti d'un nuovo sposo {linea cancel- 
lata, poi foglio mancante) ! 

LXIX. 

Milano, 15 Luglio 1818. 
(A Luigi). 
Lo invita a procurar chi si ascriva al « Conciliatore ». 
La sorella Giuseppina entra nell'Istituto delle Rosine, 
Ira di Silvio Pellico contro la società. 

Il ritardo del Gozzi era tutta mia colpa. Io voleva unire 
a quei libri alcune copie del Programma del Conciliatore. 
Hai ricevuto ogni cosa ? Avrai veduto sul giornale di Pezzi 
l'articolo contro noi. Che sarà quando il Conciliatore com- 
parirà? Assalti d'ogni parte, ma noi insensibili sempre! 
Questo è partito irrevocabile, e siffatto solo disprezzo ci 
dichiarerà alla lunga vincitori agli occhi del pubblico. 

Procura di farci costà qualche associato, se è possi- 
bile, ma credo che è follia il presumere che i genovesi 
leggano giornali letterarj. Tu intanto fruga ne' tuoi scar- 
tafacci; aduna i tuoi pensieri, mandaci articoli (anonimi se 
vuoi) sulle passioni umane, sul teatro, sulle donne, sulle 
illusioni della gioventù, sulle città mercantili, sul Pie- 
monte; qui godiamo d'una tal quale semi-libertà di stampa 
per molte cose. Un giornale non frutta gloria, ma consi- 
dera che è uno strumento efficacissimo per diffondere 



288 DELLA VITA DI SILVIO PELLICO 



le verità, quelle almeno che si possono dire, e per quanto 
poche sieno desse, elle tutte sono da dirsi al nostro paese. 
Una parola su Giuseppina (1). Non rammento mai 
senza dolore quelle cinque esistenze là infelicissime 
(forse (2) l'abate non è tale). La povera Giuseppina si 
sottrae al pericolo d'essere un giorno senza appoggio, 
l^apà si è separato da lei piangendo. La mamma l'ha ac- 
compagnata al suo ritiro, certamente dolentissima di stac- 
carsi .quella figliuola, ma confortata dall'idea di maggiori 
lagrime evitate. Per me solo non abborrirei mai gli uomini, 
ma quando vedo tanta fatica da ogni parte, per runico 
oggetto di premunitasi contro la fame sempre imminente 
sui 9 [10 delle famiglie, mentre una minima parte de' vi- 
venti gode tutti i beni della terra, allora capisco che si 
possa abborrire chiunque osa ridere in mezzo a tanto 
pianto. Società scellerata (3)! Ci siamo, stiamoci, e dis- 
simuliamo l'ira nostra. 



(1) Era entrata allora nelle Rosine di Torino, Congregazione di viventi 
in comune religiosamente. Si occupano al lavoro, alla scuola, alla ritira- 
tezza e all'edificazione pubblica. La Giuseppina, teneramente amata da 
Silvio Pellico, stette vari anni in Torino; indi passò a Gliieri come supe- 
riora o direttrice della casa che le Rosine hanno in questa città ; poi, tor- 
nato già da qualche anno Silvio dallo Spielberg, ne usci, e visse vita seco- 
lare, amata e ammirata da quanti la conobbero, e mori a Chieri nel 1871. 

(2) Francesco Pellico, che già avea vestito l'abito talare, che poi entrò 
nella Compagnia di Gesù. Attaccata questa da Gioberti, la difese rispon- 
dendo al tribuno Abbate con una dolcezza degna di S. Francesco di Sales. 

(3) Qualora non entri nell'anima il pensiero di una felicità futura, il 
regnum coelorum promesso da Gesù Cristo, non c'è altro ragionamento 
che questo di Silvio Pellico dinanzi alla disuguaglianza d elle umane con- 
dizioni! 




LETTERE FAMILIARI DI SILVIO PELLICO (1813-1821) 289 



LXX. 

Milano, 24 Luglio (1818). 
(A Luigi). 
Allestimento della materia pel « Conciliatore ». Articoli 
sulV educazione; estratti del « Child Haroldy^ di Byron; 
Batiistino Barometro. Notizie su persone e cose rife- 
rentisi al Giornale. 

Mio caro amico, 

Lascio, per volgermi a te, il libro del sig. Marre 
sulla Tragedia d'Alfieri. Oltre parecchie ottime cose che 
quell'opera contiene, essa mi serve d'occasione per dire 
alcuni miei pensieri e sul nostro gran tragico e sull'arte. 
Ho finito in questo momento il primo articolo e mi ripo- 
serò scrivendoti (1). 

Per materiali al Conciliatore ho già preparato in 
varj articoli un estratto del trattato di Gioja sul merito 
e le ricompense; un estratto del Child Harold, poema 
inglese di lord Byron, cioè del solo 4*" canto di questo 
poema, il quale deve interessare perchè è tutto sopra 
l'Italia; è una spece di continuo inno o lamento sui pregi 



(i) Sul tema proposto dall' Accademia di Lucca : asseg^iare lo stile e le 
novità utili e pericolose, che Vittorio Al/Ieri ha introdotto nella tragedia e 
ìielVarte drammatica, Tavvocato GloTanni Carmlgnani areva, con una 
dissertazione di maniera classica,, detratto assai de' meriti AlAeriani. A lui 
rispose con due grossi volumi l'avvocato Gaetano Marre. Silvio Pellico, 
discorrendo di questa polemica nel Conciliatore, mostra esagerati questi 
due autori, e ragiona egli stesso dell'argomento, con un giudìzio e sicu- 
rezza veramente rari. 

RiNUERi — Pellico SO 



/ 



J290 DELLA VITA DI SILVIO PELLICO 

e le sciagure della nostra nazione; peccato che molti 
sublimi pensieri politici dovranno essere taciuti ! Ho fatto 
alcune lettere sopra V educazione, che andrò pubblicando 
a poco a poco, proponendomi di fare con quel mezzo 
un vero trattato filosofico su questo rìlevante soggetto, 
addattandolo alla completa ignoranza de' nostri tempi (1) 
e del nostro paese, o piuttosto non curanza di esaminare 
se ciò ch'è in uso è buono o cattivo. Al che aggiungi il 
breve soggiorno in Milano di Battistino Barofnetro. 

Quando vidi annunziato il Viaggio di Contarino e il 
Blbì di Compagnoni, credetti un momento d'essere stato 
prevenuto da altri nell'idea di fare una satii'a dei nostri 
costumi collo stile della bonarietà. Ma quelle due opere sono 
tanto sciocche, che spero il mio Barometro valga qualche 
cosa in confronto di esse. Dopo tante altre distrazioni ecco 
certamente nel Conciliatore un nuovo allontanamento dalla 
tragedia; ma almeno il conte Porro, che prima non mi 
lasciava mai libertà, ora essendo egli impegnato in questa 
impresa, mi lascia qualche ora di ozio tutti ì giorni. 

Penso che avviato il Conciliatore, avremo sempre 
molti articoli di corrispondenti straordinarj, e che allora 
io non avrò da faticar molto. Intanto continuerò a esi- 
gere le stesse ore di studio che ora mi sono concedute, 



(1) Per la categoria di persone Uderali a cui apparteneva Silvio Pellico, 
e tra le quali più tardi leverà il capo l'Abb. Vinc. Gioberti, tutta la gente 
non liberale^ avessero pure la dottrina e la sapienza d'un Taparelli e d'un 
Angelo Secchi..., é denominata ignorante ! Cosi comportava, anzi esigeva 
l'andazzo de' tempi. 



LETTERE FAMILIARI DI SILVIO PELLICO (1813-1821) 291 

e ne profitterò per compiere o pulire le mie tragedie, 
e tentare quella camera. Or mi consolo su di ciò, giacché 
Tambizione che più mi divora, non è di cogliere applausi, 
ma di lavorare anche senza gloria al dirozzamento degli 
intelletti italiani e più degli animi loro, appassionati si, 
ma ignobilmente. Davvero che non so come, malgrado 
ogni cautela, potremo dire quotidianamente qualche verità 
e non far presto sopprimere il nostro Giornale. È falso 

che il V (1) possa proteggere le buone lettere; non 

è ignaro di qualche scienza, e principalmente della bota- 
nica ; ma ha il cuore e la mente di ghiaccio per la filo- 
sofia. Berchet con cui trattiamo da pochissimo tempo 
è amatore sincero del perfezionamento sociale; ecco già 
molto. Egli poi è lavoratore paziente e capace di esame. 
Non abbiamo regolatore; il Presidente, il quale è il conte 
Porro, non ha fuorché il titolo d'onore, ed un voto in 
parlamento come tutti i socj per le decisioni da prendersi 
per l'ammissione e la proscrizione degli ai*ticoli ed altri 
oggetti di società. Settimanalmente poi uno di noi sarà 
compilatore, cioè quello che tratterà collo stampatore 
baderà alla stampa, ecc. Salutami il conte Arrivabene; 
egli é ottima persona; é fratello di quel povero Giberto 
che hai conosciuto e che è diventato pazzo. Addio... Hai rice- 



(1) Forse intende di parlare del conte Saurau, governatore di Milano, 

che aveva una certa coltura di spirito e non era digiuno delle scienze ; 

oppure del Breislak, che si occupava di scienze naturali nella Biblioteca 
italiana. 




292 DELLA VITA DI SILVIO PELLICO 

vuto I versi di Torti? e il libretto sulla Vestale? In questo 
la prosa non vai molto ; è di Bettoni, ma i versi sono di 
Breme, l'ode ti piacerà. Scrivigli, ne sarò molto contento. 

LXXI. 

Milano, 27 LugUo 1818. 
(Alla sorella Giuseppina). 
Congratulazioni e consigli a coltivare lo spirito. 
Ma chère soeur, 

Je te remercie de m'avoir écrit, et je suis charme 
d'apprendre que tu es contente dans ton nouvel état. 
Mais j'ai un peu envie de te gronder de ce que tu dls 
que tu n'oses plus m'écrire à présent que tu es Rosine : 
ne dirait-on pas que je suis bien fler et que j« dédaigne 
tout ce qui n'annonce que de Thumilité? Tu te trompes, 
ma chère amie; oui, je suis fier, mais je ne place pas 
ma fierté dans la considération des vanités sociales. Un 
roi n'est pour moi qu'un homme comme tous les autres, 
et je suis plus fier d'avoir pour soeur une Rosine pauvre, 
mais honnéte et sensible, que si tu étais une grande dame 
de mauvaise conduite. Je ne désire qu'une chose pour toi, 
ma Josephine, c'est que tu sois hem^euse; n'importe dans 
quel état. Le meilleur des Législateurs n'a-t-il pas voulu 
naìtre et vivre dans la conditìon la moins relevée? 

Ce dont je te prie, c'est de ne pas negliger ton 
esprit. Meme dans la retraite la plus salutaire l'esprit 
est toujoui*s bon à quelque chose. Tu as xme écriture 



LETTERE ^AMJLIAtll Di SILVIO PELLICO (l8l3-l82Ì) ^93 



charmante; il faut la cultiver; tu t'exprìmes avec aisance, 
tu connais l'orthographe; si tu ne te tiens pas en exercice, 
tu perdras de ton habilité. Aussi je te recomande, quand 
tu auras le temps, de faìre toujours un peu de lecture 
et d'écrìre quelque lettre à ton fl'ère le Milanais qui 
t'aime de tout son coeur. 

Engagé Maman et Mariette à aller te voir souvent; cette 
promenade devenant frequente fera du bien à leur sante. 

Adleu, ma soeur. La première fois que tu aui^as le loisir 
de m'écrire une lettre un peu longue, je verrais avec plaisir 
le détail de tes occupations jouraalières. Y a-t-il encore les 
mémes supérieures qu'il y avait lors de ta première entrée? 
les amies les plus chères que tu avais y son^elles encore? 
Tu diras que je suis bien curieux; mais ce n'est pas la 
curiosité qui me diete ces questions, c'est Tintérét que je 
prends à tout ce qui regarde ma chère amie. Adieu. 

Ton Silvio. 

Lxxn. 

Milano, 11 Settembre 1818. 
(A Luigi). 
SiU « Conciliatore ». 

Caro Luigi, 

Ho ricevuto a Balbianino la tua bellissima lettera per 
Lodovico. Gli è piaciuta moltissimo. 

Hai a quest'ora i due numeri del Conciliatoreì Qui 
abbiam finora più lodi che biasimi. 






• • 






294 DELLA VITA DI SILVIO PELLICO 

* ■ ■ 111 .1 1^»» I ■ .l■■-^-■ I . ■ ■ ■ «^ ■ ^ — ^..■■--i. .1 ■■-■--- ■i-- ■■■ ■ ■ ■■■ ■ ■■■P- — ■ ^i».! ■ ■--■■ — ^ 

Se costà iosse il contrario, non lasciarti inquietare 
dai Gagliuffi. Per giudicare di un giornale bisogna aspet- 
tare almeno cinque o sei numeri. 

Ieri m'è giunta la seconda tua. Il conte Porro ti rin- 
grazia della commissione fatta. Ho associato al conte 1 
signori Cavalieri Corvetti di costà, e Mella di Vercelli. 
Bravo, bravo signor fautore. Amami sempre. 



(Incerta data). 
Abilità de' Fì^ancesi nel volgarizzare la scienza. 

Tienti pure il volume di Villers (1), e se capiterà non 
mancherò di comprarti i libri che tu desideri; per ora 
non conosco nulla di soddisfacente. Ma non hai mai letto 
Vaveugle de la montagneì È un volumetto di metajQsica 
pressoché trascendentale, ch'io lessi con molta simpatia. 
Io spero che siamo abbastanza giovani per vedersi esau- 
rire in Francia la predilezione della filosofia puramente 
sperimentale, e sono persuaso che quando sarà ivi di moda 
il Kantismo, ne verranno lucri dei libri deliziosi. Confes- 
siamolo pure: se i francesi sono talora renitenti dall'am- 
mettere una dottrina estera, quando poi se ne impadro- 
niscono, nessuno la sviluppa più amabilmente di loro. Vedi 



(1) Carlo ViUers, autore, della: Philosophie de Kant ou PìHndpes 
fondamentale de la philosophie transcendantale. Questo letterato atten- 
deva, insieme colla Staèl, a regalare aUa Francia le metafisicherie tedesche. 
. (n. 1767, jn* 1815). 



• te 

1 • 



LETTERE FAMILIARI DI SILVIO PELLICO (1813-1821) 295 



come Condlllac e recèntemente Destutt Tràcy hanno per 
cosi dire anatomizzato fino alla più occulta fibrilla, e senza 
pedanteria, la teoria di Locke. 

Le ragazze Borsieri sono ancora nubili; quella famiglia 
ha degl'imbrogli pecuniarj che l'aflliggono. Pierino mi con- 
fida talvolta le loro cose domestiche, e queste smorzano 
anche purtroppo l'intelletto di quel giovane, degno di 
miglior destino. Ma ecco lettere di Torino. 

Papà mi scrive del suo aumento di soldo. Salto di gioja. 



Lxxni. 

Milano, (Ottobre-Novembre) 1818. 

(A Luigi). 

Col « Conciliatore » si sono accostati i diversi uomini e 
postisi in armonia. Rivelazione smozzicata. 

Aortico mio, 

Ho gusto che il Conciliatore non ti spiaccia. Il non 
concordar pienamente dei varj soci nelle dottrine lette- 
rarie non nuoce a parer mio, giacché dall'esporre varie 
opinioni nasce il trionfo di quelle che più sono vere. L'in- 
giuriarsi è dannoso, come accade se non v'è. una società 
nella quale concorrano i diversi opinanti; ma quando si 
porgono la mano per discutere ciascuno il suo pensiero 
nello stesso, ecco la vera conciliazione. . 

Gonfalonieri e Porro, come nobili, erano senza conr 




S66 DELLA VITA DI SILVIO PELLICO 



tatto con certi ultra-UberalL Si sono avvicinati^ e ogni 
disarmonia è sparita. Romagnosi teneva ad un crocchio 
di gente, clie guai'dava in cagnesco il crocchio di Rasori. 
Si sono avvicinati e ogni disannonia è sparita. Berchet, 
Decristoforis, Ermes Visconti, Torti formavano un'altra 
brigata che guardava in cagnesco Boi*sieri e me. Ci siamo 
riconosciuti, giustificati e stimati. Ci apponevamo orgoglio, 
pedanteria, ecc., apponevano a Breme malignità, invidia^ 
religionismo, ecc.. 

Ci siamo trovati tutti quasi della stessa natui^a e della 
stessa credenza. Le piccole diversità saranno sostenute da 
ciascuno senza accanimento, e il pubblico tacitamente giudi- 
cando s'illuminerà e darà la palma al vero. Grisosiomo è 
Berchet... (poi è tagliata la carta del manoscritto ori- 
ginale). 

LXXIV. 

Novembre 1818. 
(A Luigi). 
Il « Conciliatore ». Marchisio, La Gazzetta di Milano. 

Amico mio, 
I commessi nostri spediscono materialmente tutti i 
numeri a codesti associati, servendosi della Posta, ma 
codesta Posta se li ingoja. Non so se non ti dispiaccia di 
esseme tu il distributore ; in questo caso ti manderò tutti i 
numeri di cui mancano la M.sa De Mari, Castelbarco e Di 
Negro. Per oggi non lo fo, perchè non voiTei che tu ve- 



LfiTTÈRfi ]?AMILIARI Di SILVIO PELLICO (1813-1821) 297 



nissi ad essere compromesso, empiendo Genova di Con' 
ciliatorl 

Ti ringrazio dell'amichevole lode tua pe' miei arti- 
coli. L'autore delle lettere sulla grecità del Aquilone è il 
piemontese Peyron, professore neirUniversità di Torino. 

Stanislao è in collera col Conciliatore perchè non 
fa menzione del Mileto. Anche volendolo io, la Società 
non vi consentirebbe ; e guai s'io permettessi che Borsieri 
altri ne parlasse! trovano pessima quella tragedia. 
Invano ho perorato per Marchisio. Il mio zelo è stato 
condannato da tutto il Conciliatore in corpo. 

Bisogna vedere con che abilissima stima di sé mi 
scrive l'amico tragico. M'accorgo che è gran fortuna 
ch'io abbia dato un giudizio favorevole dell'opera sua; 
s'io era più severo, ei mi disprezzava come il più pazzo 
degli uomini. 

Hai riso, spero, dell'ira manifestata dalle spie nella 
Gazzetta di Milano contro quella mia frase: il torpore 
è la più fatale delle abitudini che degradano una na- 
zione. Hanno l'impudenza di dire che gli uomini sono 
tanto migliori quanto più intorpidiscono. 

Addio... sono frettolosissimamente. 




298 DELLA VITA DI SILVIO PELLICO 



). 

« P.S. Raccomandi ancora che si 
badi a non perdermi i capelli del mio 
povero Odoardo ». Da una lettera di 
Silvio Pellico scritta a suo padre dalle 
prigioni di Venezia, 20 Agosto 1821. 

La memoria di questo giovanetto non si cancellò mai 
dall'animo di Silvio Pellico, e molto meno dal suo cuore. 
Lo avea educato nelle lettere, lo avea cresciuto alle spe- 
ranze sue e della famiglia di cui era Tidolo, con amore 
di padre e con affetto di amico. E la rai'a riuscita di quel 
fanciullo, la buona sua indole, e insieme le sue nobili qua- 
lità di mente e di cuore congiunte colla grazia di belle 
forme generarono tra maestro e scolare una di quelle 
amicizie, che mentre giocondano il tratto scambievole della 
vita e ne appianano le disuguaglianze, si rendono come a 
dire necessarie. 

E una vita cosi ornata quello sconsigliato giovane 
troncò sul primo verde delle speranze; e trafisse colla 
sua tragica morte le vite de' suoi cari d'insanabile ferita. 
Ecco come Silvio Pellico ne dava notizie a suo padre in 
ima lettera del 20 Ottobre 1818, di cui abbiamo l'autografo 
sott'occhio (1): 

« Il povero Odoardo Eriche è morto per l'accidente 
più disgraziato. Egli veniva spesso a vedermi. La setti- 
mana scorsa venne ancora una mattina a passeggiare 
lungamente in giardino con me, si fece imprestare un 



(1) PubbUcata con altre dal prof. Alessandro Avoli, p. 70. Roma, 1886. 



LETTERE FAMILIARI DI SILVIO PELLICO (1813-1821) 299 

libro, mi disse che fra due giorni andava a caccia a Lo- 
rentecchio... Sabato mattina, 17, il povero Odoardo stava 
ancora in letto e prima d'alzarsi domanda a un servi- 
tore il suo schioppo per nettarlo e caricarlo. Il servitore 
glielo dà e se ne va. Il ragazzo era di buonissimo umore, 
avea sul suo letto il libro da me imprestatogli. Pochi 
minuti dopo si sente uno sparo; accorrono tutti. Il colpo 
avea trapassato l'infelice alla bocca dello stomaco. È spi- 
rato sul momento. 

Suo padre... arrivato là trova tutta la gente di servizio 
alla porta. Non volevano lasciarlo entrare. Egli entra per 
forza, e trova suo figlio in letto, morto! 

È stato tre ore abbracciato al cadavere, e alla sera 
ne l'hanno distaccato più morto che vivo. 

Io... sono corso in casa Eriche, credendo di sentire che 
Odoardo respirasse ancora, e intendo la fatai verità ! Non 
le dico qual sono rimasto... Abbiamo assistito alla sepol- 
tura. Che scena! Non la dimenticherò mai. Aveva 17 anni.. 
S'era fatto grande. Era bello, buono, amato da tutti ». 

Le medesime cose Silvio Pellico scriveva al fratello 
Luigi in una lettera dello stesso giorno, già pure pub- 
blicata. Ed al povero Silvio inconsolabile riscrivevano 
lettere tenerissime il padre, il fratello e i vari! amici (1). 



(1) Vedile nel bell'opuscolo dell'Avoli, pp. 71. e segg. Tra le inedite si 
trova questa della marchesa Tri vulz io (Belgioioso) che pubblichiamo, conser- 
vandone l'ortografia originale; é dettata in fretta, senza data e senza titolo : 
« J'apris au moment méme l'horrible et irreparable malheur arrivé au 
pauvre Brice quoique je le conùaisse très peu je l'ai senti vivement il est 




300 DELLA VITA DI SILVIO PELLICO 



Ma la ferita era troppo profonda, né Silvio sapeva allora 
ricercare il lenimento a' suoi dolori dalla Religione, disco- 
noscendone infelicemente la forza santissima. Anzi scriven* 
done al Marchisio nel Dicembre di quell'anno, sfogava così 
umanamente il suo dolore: 

« Questa eccellente creatura s'era impadronita di 
tutto il mio cuore; ella era necessaria alia mia esistenza. 
Dotato dalla natura d'un animo il più squisito, quel giovi- 
netto s'era fatto tutto ciò che può divenire d'egregio il 
mortale. Io insuperbiva d'averlo educato, e l'amavo come 
può amare un padre. Non si trova due volte un ente cosi 
buono; perciò la vita mi sarà amara, noiosa, senza spe- 
ranze. La filosofia non reca veruna consolazione. Invidio 
chi può illudersi coi sogni religiosi (1) ». 

Dinanzi ad un tal fatto, orrido e pietoso al sommo, 
si presenta naturale il desiderio di conoscere le cagioni, 
che abbiano condotto quello sconsigliato giovanetto a ter- 



d*un genre que toute mère 8ensU)le y aurait pris part, mais ce que je puis 
bien Yous assurer mon cher PeUico c'est que vous m'éte de suite tombe 
dans la pensée et que mon coeur a saigné en pensan a tous ce que vous 
deviez sentir j e l'ai bien partagée mon cher Pellico et il m*est doux de croire 
que vous en étes persuade quoique j'aurais un grand plaisir de vous avoir 
ici je sens mon cher PeUico que vous deviez rester prés de votre ami 
malheureux mais qu'elle pensée horrible déchirante et pour lui et pour 
vous ceUe de ne pouvoir trouver une consolation que dans le temps. Je 
ne puis vous en dire d'avantage je n'ai jamais un moment a moi dea 
rinstan que je m'eveille jusqu'au moment que je me conche je suis tou- 
jour entourée de monde. Ecrivez-moi, donnez-moi de vos nouvelles et ne 
doutez jamais de ma plus parfaite estime et sincère amitié. 

Trivulzi. 
(1) N. BlAnold, Curiosità e Ricerche^ 1. e, p. 193. 



LETTERE FAMILIARI DI SILVIO PELLICO (1813-1821) 30i 

minar tanto prima di sera la sua giornata. S'è detto che 
causa prossima, o almeno occasione, sia stata la lettui'a 
delle lettere di Jacopo Ortis^ che tale sarebbe il libro 
prestatogli da Silvio Pellico. Abbiamo alla mano tutto il 
piccolo corredo di quelle lugubri memorie, da Silvio Pel- 
lico rammentate a suo padre fino dalle prigioni di Venezia, 
da lui conservate per tutta la vita, e dalla sua sorella 
Giuseppina, a lui superstite, venute nelle nostre mani. È 
una busta, portante la scritta « Odoardo. Carte da seppel- 
lirsi con me ». E accanto si legge, ma è scrittura di altra 
mano: « Il libro di cui si parla è Y Ortis ». Sappiamo chi ha 
scritto queste parole; certo è che non sono state scritte da 
Silvio Pellico. Oltre le lettere, di cui abbiamo parlato, si 
trova una bustina con entrovi una ciocca di capelli di 
Odoardo misti co' suoi, di un biondo dorato sbiadito, con 
una poesiola inglese, già pubblicata dall'Avoli (1. e.) (1). 
C'è inoltre un foglio con questo titolo di mano di Silvio: 
4c Versi del mio povero Odoardo scritti nell'anno 1814. 
Aveva 12 anni ». È una visione in cui vede Arnaldo da 
Brescia, che gli dice (scrittura di Odoardo): 

... e sulla Brenta nacqui 

Quando contro il crudel settimo Arrigo 

tutte pugnavan le lombarde rocche: 

e padre fui di quel Tebaldo grande 

che per Brescia esalò Tanima altera, 

a me si cara ed airitalia tutta, 

che tanti e tanti in sé racchiuse eroi. 



(1) Sopra la bustina si legge questa epigrafe: « Ciocca di capelli del 
giovane Odoardo, scolare di Silvio Pellico, suicidatosi. Carboranello (Car- 
bonarello) ». Anche questa é scrittura di quell*altra mano. 




302 DELLA VITA DI SILVIO PELLICO 



Anch'io snudai per la mia patria il brando 
contro quel Sir di libertà nemico. 
Più Aate io lo vinsi, ed ahi me lasso 
non domo dai nemici, ma tradito 
da quelli stessi ch'io credea miei lidi, 
trafitto io caddi del tiranno atroce 
nell'empie mani ancor di sangue lorde 
del mio figliuolo e de' fratelli miei. 
Lungi condotto dal patrio terreno, 
carco di ferri in una tetra torre, 
di morte e di terrore orrido albergo, 
per non veder più il sol, racchiuso io fui. 
Poi traendo un pugnai cosi soggiunse: 
« prendi quel ferro, e giurami sovr'esso 
di vendicar la patria e me ad un tempo ». 

Mille volte baciandolo giurai 
che se alla patria libertà non desse, 
almen dariami gloriosa morte. 
E qui disparve il generoso spettro. 
Ben tre volte il chiamai ma sempre invano: 
e d'ira e di pietà l'alma compresa, 
Io caddi come corpo morte cade. 

Questi versi fanno vedere che già quel ragazzo vagheg- 
giava idee di morie più o meno gloriosa, sino da' i2 
anni. Era efletto della educazione troppo profana, che 
Silvio Pellico forse coltivava soverchio nel suo insegna- 
mento. E tanto in questo, come anche nella vita fami- 
liare (1), non gli si dava sufficiente conoscenza di quei 



(1) Citiamo qui l'avanzo di una lettera di Silvio a Luigi, alla quale manca 
il secondo foglio : « Chi sa se avvezzandoti alle astinenze {linea cancellata)^ 
tu non assapori alla fine la voluttà dell'economia. Eriche [il padre di Odo- 
ardo) diceva un giorno con effusione di cuore, che dopo aver tentati tutti 
gli umani godimenti, non ne ha trovato alcuno che agguagli quello d'am- 
massar danari ; unico godimento (secondo lui) che si possa paragonare alla 
beatitudine dell'Eterno, giacché consiste come questa in un'assidua con- 
templazione del proprio potere. Tu mi confessi che, sebbene ciò non ti 
riesca finora molto, pur lo scopo di diventar avaro, lo hai. Bravo ! Il Cielo 

t'esaudisca. Addio. 

« Il tuo Silvio », 
Inedita, 7 Dicembre, 1816. 



LETTERE FAMILIARI DI SILVIO PELLICO (1813-1821) 303 

m^^m^im^m^'iM ■ ■ ■ ■ i ■ — ■■■ ii ■ ■ i ■ ■■ ■ i ■—»—■■■■ i w .iw — i ■■■ ■ i< ■■ » ^— ■>■ ■ i^.m ^p^. w i» i ■ i ■■ m, i.—^p»^^ ■■ i ^ 

doveri, che insegnati a modo dalla sola Religione cristiana, 
nobilitano Tamor patrio e non lo falsano mai, e insieme 
fanno conoscere quale sia il destino come l'appartenenza 
della vita umana. Queste nozioni mancavano all'educazione 
di Odoardo ; il perchè, già anni prima, egli divisava la fine 
di colui che sé stesso uccide, come Silvio ci fa sapere nelle 
lettere che seguono, soprattutto nella 77*. 

A ogni modo non appare da quanto abbiamo visto, che 
il libro prestatogli da Silvio Pellico fossero quelle Ulti7ne 
lettere. Non se ne vede traccia in nessuna lettera, nep- 
pure in quelle confidentissime, che Silvio scrivea sfogan- 
dosi al fratello Luigi, al quale diceva di manifestare sino 
la propria coscienza. 

Ed ora ascoltiamo Silvio Pellico: 



LXXV. 

Milano, 30 Ottobre 1818. 

(A Luigi). 

Esala la malinconia che gVingomhra V animo: è pen- 
tito di aver cagionato dolore a\ suoi parenti col- 
l'averli informali del triste caso. 

Amico mio. 

Già altre volte ho riflettuto, che ogni disgrazia che 

prova una persona, si rifrange sopra tutti quelli con cui 

è legata d'amicizia, e ho meditato sulla saviezza del 

soffrir solOy nascondendo sempre altrui il proprio dolore. 



304 DELLA VITA DI SILVIO PELLICO 

H I ■ I I ■ I ■■ ■ I I I I. I I ■ _ 

Più volte rho fatto; e mi pento di non aver lasciato 
ignorare a' nostri poveri parenti la perdita del mio 
Odoardo. Doveva io lacerare ancora il cuore di queir ot- 
tima donna dì nostra madre? Farle provare un'angoscia, 
di cui forse non avrebbe più avuto la simile prima di 
morire? Ti giuro che ne ho rimorso. Ho scritto a papà 
una lettera che spargeva un po' di consolazione, fingendo 
di trovarne io medesimo nella religione e nella filosofia. 

Eriche sta meglio. Io sto bene, il dolore non uccide. 
La vita è una specie di furia, che s'attacca agl'infelici, se 
non hanno il coraggio di strapparsela violentemente. Ma 
questo coraggio lo hanno i disumani (?). Io invecchierò 
con pazienza nella mia mortale mestizia. 

Porro sente molto veramente, ma è uomo di tale 
attività, che non può capire come le cure sociali non 
distraggano da qualunque pena. Egli è buono ad ogni modo, 
ed io l'amo. 

È incantato di te, dell'eleganza tua, del tuo ingegno, 
della tua amicizia per me, delle gentilezze che gli hai 
usate. Si rallegra molto d'averti conosciuto. 

Addio, mio carissimo, voglimi bene. B.(orsieri) ha pro- 
messo ciò che gli hanno domandato, ma continuerà senza 
firma per qualche tempo. Egli è risoluto di abbandonare 
quel posto, se può trovare qualche esistenza più indipen- 
dente. Torno a ringraziarti tanto del tuo desiderio d'avermi 
a Genova presso di te. Ci rivedremo in altri giorai, quando 
io avrò meno l'animo ingombro di malinconia. Addio. 



LETTERE FAMILIARI DI SILVIO PELLICO (1813-1821) 305 



LXXVL 

Milano, 4 Novembre 1818. 
(A Luigi). 

Ringrazia a nome del conte Porro per il dono inviato. 
Sollievo ricevuto dalla lettera di Luigi, L'immagine 
di Odoardo sempre gli sta dinanzi. 

Mio amico, 

La tua gentilezza verso il conte Porro gli è infinita- 
mente stata gradita; i datteri di mare sono una squisita 
gourmandise. Egli m'incarica di rlngi^aziartene tanto, e 
ripeterti che sei il più compito uomo del mondo, e che 
si congratula senza fine d'averti conosciuto. Ti chiede 
scusa se non ti scrive egli stesso, ma è certo che tu 
gli sei abbastanza amico per permettergli di lasciar me 
interprete de' suoi sentimenti. Hai fatto ottimamente di 
mandai'mi la ricetta per la cottura dei datteri; il nostro 
cuoco gli avrebbe fatti cuocere in altra guisa meno 
ghiotta. 

Addio, mio Luigi. Non ho tempo di dirti il bene che 
mi ha fatto l'ultima tua lettera; traspira da essa tanta 
pietà che ho tornato a piangere, e lo sfogo delle lagrime 
mi solleva. 

Ho sofferto un grande affanno al petto in questi giorni. 
Io credeva di dover ricorrere a un'emissione di sangue, 

lUNIERI — Pellioo %i 



306 jjeujL mx n 9Lti«3 peluco 

ma il dignmo mi ha goarilo. H corpo sta meglio: la mente 
è prostrata irreparabibneote. Le notti sodo pia orribili 
che Don il giorno. Di notte si è distratti dalla stolida torba 
degli nomini e delle cose. La notte è im fiero e lungo sup- 
plizio per chi piange un figlio com'era per me Odoardo. 
Amami 

Silvio tuo. 



LXXVU. 

Milano, (i7 Novembre 1818). 

(A Luigi), 

Sfoghi al fratello amico: effonde Vanjfna ocaipata da 
malinconia. Eco tristis^ma della morte di Odoardo. 
Immagine di Odoaj^do. Ragguagli importanti su i 
motivi che abbiano potuto condurre l'infelice giovi- 
netto a quella morte di sé stesso. 

Mio Luigi, 

L'uomo a cui più spesse volte è stata in odio la vita, 
quegli è l'amico mio, e credo che tu sei quello. Tu solo 
puoi, senza adirarti per noja, udire i gemiti d'un cuore 
abbattuto sotto il peso doloroso della vita. Chi è felice, 
chi è occupato da molti interessi presenti e futuri vede 
l'uomo afflitto e lo schiva, o gl'impone col sorriso l'ob- 
bligo di nascondere la sua mestizia. Io sono stanco di 



LETTERE FAMILIARI DI SILVIO PELLICO (1813-1821) 307 

rispondere al sorriso altrui, col pianto nell'anima. La vita 
di pressoché tutte le persone mi fa male; appena posso 
tollerare quelle che so essermi sommamente benevoli. Ad 
ogni giornata che finisce, benedico Dio che mi libera della 
presenza d'ognuno per essere con me solo, colla mia ma- 
Unconia, colle mie idee di morte. 

Vedo quel giovinetto là giacente nella tomba, disfatto 
da orribile putrefazione, lui poc'anzi così florido, cosi pieno 
di vita, cosi circondato dagli incanti delle grazie ! Numero 
i giorni e le ore della sua progressiva distruzione, e mi 
chieggo con ansietà, se già è nudo scheletro o pasto ancora 
della morte. Tiene nelle sue mani or disseccate un'am- 
pollina, in cui si conserverà per secoli una carta vergata 
da suo padi^e. Questo desolatissimo uomo ha profuse sulla 
tomba di suo figlio tutte le cure più pie, che il delirio 
dell'amore possa suggerire. Oggi è un mese ! l'allievo del 
mio cuore è sparito! 

Pochi giorni prima udiva suo fratello lagnarsi della 
poca larghezza di suo padre. Qualcheduno consolando 
Enrico (1) gli diceva, che tutti i figli di famiglia sono 
tenuti in una certa ristrettezza; ma che pòi viene il 
tempo in cui si rimane contenti della passata economia 
dei genitori. 

Odoardo troncò il discorso adirandosi e sgridando 
suo fratello. Per me, disse, spero che non avrò il da- 



(1) Era appunto il fratello maggiore di Odoardo, 



M 



308 DELLA VITA DI SILVIO PELLICO 

lore di veder morire né mio padre, né mia madre, né 
alcuno de' miei cari. E allora ti resterà tutto. Non 
so se era presentimento o qualche cosa di più. Sua 
madre gli disse un giorno di farsi fare un vestito nuovo. 
Questo é logoro, egli rispose, ma veramente non ne 
ho bisogno d'altro. Quando maneggiava incautamente 
lo schioppo e ne lo avvertivano, egli poneva l'orecchio 
alla bocca della canna e diceva: Questo vai meglio di 
certe febbri! Eppure non credo che quell'anima avesse 
qualche cosa di segreto per me : o forse la sua pietà per 
me me lo nascose! Se questo fosse, quanto avrà sofferto 
per venire a quella tremenda risoluzione! Ma no, no, non 
posso crederlo. 

(Così termina senza commiato). 



Da qui si vede che le cagioni della morte di quel mi- 
sero giovinetto sono più remote e più arcane che non sia 
stata la sola lettura delle lettere di J. Ortis. Le dobbiamo 
ravvisare di varie maniere : nella educazione poco o nulla 
religiosa, che aveva ricevuto, nella bizza e nel risenti- 
mento di vedersi secondogenito e per tanto inferiore al 
fratello nelle parti del patrimonio. Per le quali cose non 
crediamo vero che il libro datogli da Silvio Pellico fossero 
le lettere di Ortis. 1°: Perchè Silvio Pellico avea negato 
quel libro a suo fi'atello già adulto : possibile che cosi alla 
leggiera lo ammannisse a un giovinetto diciassettenne, suo 



LETTERE B'AMILIARI Di SILVIO PELLICO (I8l8-l821) 300 



scolare, suo carissimo amico! (1); 2^: Perchè le parole 
scritte sul plico : « Questo, ecc. », non sono di Silvio Pellico, 
e di questo siamo certissimi; 3*^: Perchè da nessuna lettera 
a Luigi, col quale era confidentissimo, Silvio non lascia mai 
intravedere né sospettare di aver prestato quel libro. 
Certo, se l'avesse fatto, glie ne doveva fieramente rimor- 
dere la coscienza, e quindi un accenno almeno fuggitivo 
ne' suoi sfoghi col fratello amico gli sarebbe uscito dalla 
penna: ora non lo abbiamo incontrato mai! 



Lxxvm. 

Milano, (Dicembre 1818). 

(A Luigi). 

Sempre malinconico per l'acerbo caso, ricorda la ma 
vita passata. Meste rimembranze. Desidera morire. 
Indi di varie cose. 

Amico miOy 

La mia salute s'è rimessa; l'appetito m'è tornato; 

ecco nuovi anni di vita ma non di quella vita robusta, 

no, di cui vedo pieni i nove decimi degli uomini della 

mia età. Sono però meno da compiangere che tu non 



(1) Della lettui'a di questo libro veramente galeotto Giuseppe Mazzini 
si pasceva, mentre ancora studiava: « L'Ortis che mi capitò allora fra le 
mani mi infanatichì : lo imparai a memoria. La cosa andò tanto oltre che 
la mia povera madre temeva di un suicidio ». Per fortuna non s'ammazzòl 
{Opere, voi. I, p. 16). 



310 DELLA VITA DI SILVIO PELLICO 



crédi. Quando penso alla miainfanzia sèmpre infermiccia 
e spesso agonizzante, mi persuado che la mia attuale 
cagionevolezza non deve imputarsi né ai pochi eccessi 
della prima gioventù né ai dispiaceri sofiferti; sono con- 
vinto che nacqui con poca dose di vita e quasi nessun 
equilibrio di umori; prova la rachitide degli anni di pue- 
rizia, la statura piccola in cui rimasi, le convulsioni, Tir- 
ritaiilità de' miei nervi, e la debolezza del mio stomaco. 
Avvezzo a frequenti infermità ho fatto il callo a questa 
specie di sciagura, e ne traggo un bene, il poco amore 
a questo terreno pellegrinaggio. Ho sentito nelle mie 
ultime febbrì con qual pace saprò morii'e; io son contento 
d'aver terminato Taffare della tua pensione e l'interesse 
col Lampo (1); rifletteva che i genitori non hanno più 
incertezza di sussistenza, stante il collocamento della 
Giuseppina e la professione di maesti'a di scuola imparata 
da Marietta. Francesco troverà facilmente da campare 
essendo la perla dei preti... (parole cancellate). Io sono 
a voi caro, ma non necessario (dn^ linee cancellate). 
Quando verrà l'ora di partire, non lotterò un istante 
contro i decreti della necessità. Nelle tue ore di malinconia 
non hai tu mai fatto a te stesso la rassegna della tua 
vita, cominciando dalle prime rimembranze? È spaventosa 
o per dir meglio, é ridicola la fretta con cui sono spariti i 
nostri 30 anni. Ancora qualche momento e ne avremo 30 



\i) Uno de* creditori di Luigi. 



LETTERE FAMILIARI Di SILVIO PELLICO (1813-1821) 311 

di più, e poi altri 30, e poi gli uomini ignoreranno che la 
nostra polvere sia mai stata organizzata e parlante e sede 
di sublimi pensieri e di affannose passioni. Sono ansioso, 
a dirti il vero, ansiosissimo di finirla e di vedere che cosa 
succede a questa illusione inconcepibile. Parliamo d'altro. 

Be' romantici, bada sempre alle dottrine, e queste 
non sono contraddette né anche da Foscolo ; che importa 
se alcuni si spaventano del nome? Sono esse dottrine 
incontrastabili. 

Lodovico analizzerebbe i 4 concordati (?), ma è amma- 
lato. Hai ricevuto gli ultimi Conciliatori ? Te li ho dovuti 
mandare per la diligenza ancora, ma d'ora innanzi li avrai 
per mezzo del banchiere Brambilla (e non Negri, come ti 
avevo scritto). Fate pure im gioi'nale in Genova; più si 
legge e meglio è; ma tu, briccone, guai se commetti la infe- 
deltà di dare articoli a codesto giornale piuttosto che a noi. 
Tutti i giorni Lodovico e Pierino mi schiamazzano : Ma e 
quel poltrone di tuo fratello non ci manda mai niente? Su 
via; mano alla penna, e scrivici qualche cosa. La contessa 
Saluzzo Pastoris è una piemontesissima ultra. Quando è 
stata qui, Lodovico ha parlato di te con calore, perchè ella 
s'interessasse, etc, etc. Essa osservò che malgrado i tuoi 
distinti meriti, non essendo tu nobile, ella non aveva... Lodo- 
vico e suo fratello, il conte di Sartirana che è libéralissimo 
si offesero e ruppero affatto con lei. Trovandoti con quella 
donna non mostrarti inteso di niente; falle de'grandi inchini, 
e chi sa che non muti, vedendo la tua bella presenza! 



312 DELLA VITA Di SILVIO PELLICO 



LXXIX. 

Milano, 28 Novembre 1818. 
(A Luigi). 

Difficoltà dello scrivere bene in un giornale, speciale al 
« Conciliatore » per il travaglio della Censura. Noia 
del « Mileto » di Marchisio, Stravagante proposizione 
di Silvio Pellico sulla vocazione al sacerdozio del 
fratello Francesco. 

Amico mio, 
Ciò che mi scrivi della Mimica tradotta da R.(ossi) 
del Conciliatore è vero. Circa quest'ultimo, sento più 
che mai che v'è, per essere giornalista, una specie d'in- 
gegno rarissimo a possedersi; i francesi e gl'inglesi sono 
veri maestri. Non basta aver molte idee in testa; bisogna 
saperle sviluppare con leggiadria, con eleganza, con va- 
rietà. Bisogna saper piacere fin dalla prima riga, altri- 
menti il lettore salta l'ai^ticolo. Ma altro è il dire ci vogliono 
questi pregi, altro è l'acquistarli. E poi credi che per 
acquistare questi pregi, giova moltissimo il non essere 
incatenato dal pensiein) della Censura. Questa s'è fatta fiera 
verso di noi. L'articolo che annunzia il Child Harold è 
scappato per miracolo, e dopo se né fatto \m chiasso incre- 
dibile. Delle nostre opinioni sulla letteratura mi pare che 
Kimes Visconti abbia dato un trattatello soddisfacente. E 
scritto senza pretensione, forse un po' trascurato, ma chia- 
rissimo per le idee, non ti pare! Avendo noi questo lavoro. 



LETTERE FAMILIARI DI SILVIO PELLICO (1813-1821) 313 



ecco perchè in qualche foglio antecedente s'è parlato da 
Berchet della Romanticomachia, senza entrare in questione. 

A Marchisio ho scritto caricando leggermente la dose 
dslla leggierissima lode, che Monti mi diede del Mileto. Mi 
sarebbe spiaciuto mortificarlo, ma il vero si è che Monti (pre- 
messo qualche piccolo elogio sulla semplicità dell'azione 
e su certi pochi tratti di stile) mostrò di fare un caso assai 
mediocre di quella tragedia. La conosci? V'è poco estro. 

Addio, mio caro. Hai fatto bene di tentare ancora di 
rimuovere quel povero pazzo di Francesco dalla sua osti- 
nazione. Sia d'ognuno quaggiù quel che vuole il destino (1) 

• 

A tante pazzie, a tante disgrazie inevitabili che guastano la 
vita, non v'è altro da rispondere senonchè la vita è breve. 
Addio. Amami. 



LXXX. 

Milano, 23 Dicembre 1818. 
(A Luigi). 
Il « Conciliatore » e il Re di Sardegna. 

Amico mio, 
La disgrazia del Conciliatore non viene che dalla 
Corte di Torino. S. M. è stata ingannata da quel pazzo 
arrabbiato del conte Napione. Costui le ha fatto credere che 



(1) Francesco invece diceva co* fatti: « sia di me quello che vuole la 
ragione illuminata dalla fede ». E Silvio PeUico, col seguire sapientemente 
il dettame del destino, dà del pazzo a suo fratello ! Anche gli uomini pur 
grandi per cuore e intelletto pigliano spesso più d'uno scappuccio, contrad 
dicendo sé stessi 1 



314 DELLA VITA Di SILVIO PELLICO 

fosse Ingiuriosa a lei quella frase d'un articolo d'E. V. 
(Ermes Visconti) dove burlandosi delle anticaglie dice les 
ailes de pigeon, il minuetto del Re di Sardegna. Ma sappi 
che qui in Lombardia si dice proverbialmente il minuetto 
del Re di Sardegna, per accennare una cosa vecchia e in 
disuso. È ridicolo che per questo si è scritto da Torino 
domandando soddisfazione a Vienna, e che il giornale 
nostro rischia quindi d'essere proibito. Noi abbiamo però 
reclamato, discolpandoci. Sta a vedere se ascolteranno la 
ragione. Varie lettere di Torino a Breme dicono che tutto 

ciò è mosso dal conte Napione, per vendicarsi delle Beffe 

• 

che ci siamo presi nel Conciliatore del suo discorso, dove 
pretende che i barbari del 5^ secolo erano meno barbari 
dei liberali d'oggidì. Addio, t'abbraccio, e buone feste. 

Il tuo aff'.mo Silvio. 



LXXXL 

Milano, 29 Gennaio 1819. 
(A Luigi). 

GVinvia la nota de' saldati debiti, con alcuni consigli 
e notizie. 

Mio caro amico, 

Ecco scancellata una follia di gioventù. L'avv. Lampo 
è soddisfatto. Ho pagato questa mattina al signor consi- 
jgliere Sauner le 900 lire per saldo, e ho ritirato tutte 



LETTERE IJ'AMILIARI DI SILVIO PELLICO (1813-1821) 3l5 



quelle che erano inutili memorie di quella disgrazia, "con- 
servando il solo conto qultanzato dallo stesso Lampo... (1). 

Nella tua ultima del 23 mi facevi premura perch'io 
riscuotessi l'ultimo semestre: mi pare che tu sia in bol- 
letta (2). Fa giudizio, te ne scongiuro; questa bolletta non 
dovrebbe esistere. Dopo le lezioni avute dall'esperienza, 
non dovresti più sbilanciarti d'un soldo. Io avrei creduta 
si profonda in te l'impressione del passato, che tornato in 
condizione tranquilla saresti savio e sdegnóso di ogni 
vanità. La vita dev'essere più interna che esterna: l'uomo 
ha meno bisogno d'essere onorato dagli altri che di ono- 
rare sé stesso, meritare la propria stima, accrescerla. 
L'altro è un cattivo calcolo, sciocco e d'amarissimi frutti. 

Perdonami questa predica, ed evita quelle afflizioni 
che non sono inevitabili, già di troppe è seminata senza 
sua colpa la vita del mortale, e le tue afflizioni sai che 
sono mie e d'altre persone che t'amano. 

A Firenze Mtr. Lovely inglese fa quello che fa Porro 
a Milano; fornisce cioè alle spese per la pubblicazione 
d'un giornale: questo sarà intitolato il Saggiatore. Si pre- 
tende che i compilatori hanno le nostre mire filosofiche. Il 
manifesto che hanno stampato è disgi'aziatamente orrendo 
e arcirettorico : quei toscani non sanno più parlare, il che 



(1) Il saldo é cosi esposto da Silvio: « Pagato al sig. Sauuer per Tav- 
vocato Lampo in saldo lire 900. Mi restano nelle mani lire 9Sd ». 

(2) Essere o andare in bolletta é un piemontesismo, che significa : essere 
o andare in istrettezze economiche molto gravi e per lo più senza spe> 
ranza di risorsa. 



316 DELLA VITA DI SILVIO PELLICO 



vuol dire che non sanno pensare, esclusa colà una colo- 
nietta di liberali, che sono Serristori, Nesti, ecc. Spero 
che costoro sosten^anno il Saggiatore. 

Addio. La maixhesa Botta ti saluta. Altrettanto il mar- 
chese d'Avalos, e parecchi altri che t'hanno veduto a 
Genova, e ti amano; particolarmente il nostro giovane 
Decapitani. Addio, mio carissimo. Scrivi qualche cosa pel 
Conciliatore* Ma che poltrone! Oggi ho gran volontà di 
sgridarti. Amami e credimi tutto tuo 

Silvio. 



LXXXII. 

Milano, 6 Febbraio 1819. 

(A Luigi). 

Risentitosi Luigi degli avvisi datigli da Silvio nella prece- 
dente lettera, questi se ne umilia col fratello^ accagio- 
nando la sua irritazione morbosa per la disgrazia 
del suo Odoardo. Serangeli. V « Accattabrighe ». 

Am^ico mio^ 
La tua lettera ultima m'ha fatto indispettire contro 
me stesso. Veggo che ciò ch'io t'aveva scritto intomo 
alla previdenza economica, t'è sembrato poco delicato. 
Perdonami; sono ben lungi dal volerti addolorare con 
rimproveri malevoli. Conosco ed amo troppo il tuo povero 
cuore per credere ch'egli sia mai meritevole di venir 
afflitto. Sol perch'io t'amo io sono qualche volta timoroso 



LETTERE FAMILIARI DI SILVIO PELLICO (1813-1821) 317 

sul tuo avvenire, e fo voto che nulla nella tua condotta ti 
sia cagione d'affanno. Forse anche io ti scriveva in un 
momento di mal umore, e le mie espressioni saranno state 
un po' dure; ma perdonami; il mio carattere s'è inasprito, 
dacché ho perduto il mio Odoardo: quest'essere qui solo 
dopo essenni avvezzato per tanto tempo ad esistere in- 
diviso da una creatura adorabile e di si grandi speranze, 
m'irrita contro il destino, e questa irritazione d'animo 
continuata travolge la mia indole. Pur non a segno ch'io 
cessi mai di pensare con rispetto all'altissima tempra 
della tua mente, che s'è sempre manifestata in te fin dal- 
l'infanzia, e che basta agli occhi miei a contrabilanciare 
qualunque difetto tu avessi... 

Vi sono tanti esseri di natura volgare che hanno 
ciò che si chiama della virtù, che hanno anche del sa- 
pere, ma di cui cento palpiti non valgono un palpito d'un 
cuore come il tuo. Mi disprezzerei assai, s'io non conser- 
vassi per tutta la vita una forte predilezione per te sovra 
quanti ora esistono di mia conoscenza. Troppe circostanze 
si sono opposte a un uso migliore delle nostre facoltà, 
ma se la fortuna ci avesse posti sopra una scena più 
elevata, noi abbiamo la consapevolezza di ciò che pote- 
vamo operare di non comune. Non è orgoglio; ma più 
misuro il nostro sentimento col sentire degli altri, e più 
mi confeimo nella necessità di collocare l'universale degli 
uomini al disotto di noi, pochi al disopra. 

...Conosco il sig. Serangeli. È uomo che mostra prin- 



318 DELLA VITA DI SILVIO PELLICO 

cipj liberali. Non so perchè, corrono contuttociò alcuni 
sospetti sulla sincerità delle sue opinioni. Io lo incontro 
qualche volta in una società (in casa Trivulzio). L'ho anche 
veduto qualche volta in casa Breme: ma non sono legato 
con lui intimamente... 

La Gazzetta di Milano ci lascia in pace, probabilmente 
perchè non ci siamo mai degnati di badare a lei. V Accat- 
tabrighe vive, ma oscuro e sprezzato da tutti. Si sa che 
ha dei sussidj dalla Polizia, ma i suoi associati sono po- 
cliissimi. Tolto due articoli ingiuriosi ivi stampati contro 
il conte Porro, non v'è più stato niente d'osservabile. 

Addio, mio caro fratello, amami. 



LXXXIII. 

^niano, 10 Gennaio (1819). 

(A Luigi). 

Articolo sul « ChlUl Harold » tagliatogli dalla Censura. 
Sfoghi sugli associati al « Conciliatore ». Rilevazioni 
politiche. Follie sulla Religione. 

T'accorgerai della barbarie della Censura, vedendo 
un foglio (credo il 30) mezzo vuoto; ciò accadde perchè 
mi 111 tagliato il mio articolo sul Child Harold. Questo 
vuoto fece più efletto in Milano che se vi fosse stat^ 
una Filippica; il nostro pubblico ha aperto gli occhi sul 
nostro conto, e sa ora che cosa intendiamo per romantici. 



LETTERE FAMILIARI DI SILVIO PELLICO (1813-1821) 319 

Il nostro male si è la difficoltà di diffondere ftiori di Milano 
questo giornale; le poste non sono fedeli; (linea cancel- 
lata): appena possiamo ad ogni occasione privata far che 
ne giunga qualche copia a Londra, Parigi, ecc. In Piemonte 
avevamo un numero discreto di associati; nelle città vicine 
a Milano abbiamo anche trovato che v'è chi anela d'im- 
parare. Sai tu qual esperimento abbiamo fatto del paese 
veneto ? Il più vergognoso per quei pantaloni. A Venezia 
nemmeno un associato. Qualcheduno in terra fenna nelle 
città più vicine alla Lombardia. Se v'è un po' di vita poli- 
tica, letteraria, morale nel cuore degl'Italiani, è tutta in 
Milano e nella circonferenza, scemando quanto i raggi 
più s'allontanano. Sempre più vedo il bene che poteva 
fare Napoleone all'Italia, dandole un solo centro. Ora la 
rigenerazione è opera di molti anni, non impossibile ma 
lentissima; e mi maraviglio come i governi attuali sieno 
tanto ciechi da non aver piena tranquillità per l'opera 
italiana presente, e da sgomentarsi del nostro giornale 
come se questo potesse operare con gran forza. Pusilla- 
nimità inconcepibile, se temono per oggidì! Se poi mirano 
all'avvenire, la loro stoltezza è più inconcepibile ancora. 
Il Conciliatore può essere non piccola ruota della mac- 
china, ma il gran motore è la Francia, e questo è irresi- 
stibile; muterà la faccia di tutte le cose in Europa, come 
il Cristianesimo, piantato a Roma e fattosi potenza, mutò 
un giorno i costumi e le leggi e le lingue e gli altari di 
tutta Roma pagana. 



320 DELLA VITA DI SILVIO PELLICO 

Il Cristianesimo era un imperfetto abbozzo della vera 
religione, cioè del vero; del culto che oggi la filosofia 
sparge su tutta la terra, e questo culto non ha altra vita 
che l'analisi, la discussione e l'equità (1). 

L'ultima vicenda di Parigi mi pai*e un colpo di clava 
sull'idra aristocratica, il quale l'ha schiacciata per sempre. 
Ho veduto il n. 47 della Minerva^ eccellente ! ma momen- 
taneamente ci nuoce, perchè il nostro governo se ne 
adombra. 



LXXXIV. 

Milano, Gennaio 1810. 

(A Francois). 

Si congratula che colle occupazioni teologiche e di studio 
dell'ebraico possa scrivere lunghe lettere; gli dà idea 
e consigli sulle qualità del sacerdote a' nostri tempi 
Affetti a sua madre. Ragguagli sul come venne stam- 
pato il « Mileto » del Marchisio, e sul m^erito di 
questa tragedia. 

Mon cher ami, 
Ta lettre a autant plus de valeur, que je ne sais 
comment tu as trouvé le temps de la faire au milieu de 
ta théologie et de ton hèbreux. G'est sans doute là ton 



(1) Il linguaggio usalo qui da Silvio Pellico é di sapore prettameutt? 
carbonaresco : la religione bene intesa non si oppone a nessuna analisi o 
yero scientifico. 



LETTERE FAMILIARI DI SILVIO PELLICO (1813-1821) 321 



premier miracle. Pour moi qui ne fais point de miracle, 
à peine puis-je écrire à la hàte quelques lignes; et encore 
y-a-t-il des personnes à qui je fais toujours attendre un 
siècle mes réponses. J'envie dono ton activité et je te 
remercie de tout ce que tu me dis de charmant. G'est fort 
bien fait de ta part de culti ver toujours un petit peu 
langlais; tu t'exprimes assez bien en cette langue : tàche 
seulement d'éviter les articles... 

Je me réjouis du plaisir que tu prends aux études 
auxquelles tu t'es voué: tout ce qui orne l'esprit est 
toujours bon, et nous ne sommes plus dans les siècles 
oii une robe noire sufflsait pour faire estimer un prétre : 
la verta et le savolr, voilà le seul manteau qui donne 
aujourd'hui du relief. Pas méme les couronnes ne sont 
à Tabri du mépris, quand elles couvrent des tétes vides. 

Mais avant de me rappeler au souvenir de mes bonnes 
soeurs, rappelle-moi au souvenir de nos chers parents. 
Dis à maman que je n'élève jamais ma pensée à TÉternel, 
sans le prier de récompenser ma mère de tout ce qu'elle 
a soufiert pour sa famille. Je demande toujoui*s que mes 
parents vivent tous deux en sante jusqu'à la dernière 
vieillesse, afln que je puisse dans le cours de ma vie 
avoir quelque occasion de leur témoigner ma tendresse 
et ma reconnaissance. 

Adieu, cher ami. Le journal bleu (1) n'a point cesse, 



(1) Il Conservatore si pubblicava su carta azzurra. 
RiNiERi — Pellico 



322 DELLA VITA DI SILVIO PELLICO 

comme papa avait soupQonné. Le libraire fait toujours 
Texpédition accoutumée à M. Ghiolli. 

Quant à la tragèdie de Marchisio, dont papa m'écrit, 
c'est Marchisio lui méme qui m'a chargé secrétement de 
la faire imprimer. Il ne veut pas que cela soit connu, 
car il y a une loi qui dé!end aux piémontais d'imprimer 
en pays étranger. Pour se mettre donc à couvert de lout 
reproche, nous sommes conveuus qu'il fera semblant que 
c'est moi qui lui ai fait une surprise. Monti a loué et 
blamé cette production: j'en ai fait autant, car il y a du 
bon, mais le tout est mediocre. Marchisio fait beaucoup de 
cas de sa pièce. Je n'ai pas osé blesser son amour propre 
par des critiques sèvères : il aurait cru, parceque j'ai fait 
une tragèdie, que je m'estime au-dessus de lui. Adieu, mon 
bon Francois. Aime-moi, car je t'aime de tout mon coeur. 

LXXXV. 

IVIilano, (1819). 
(Al padre). 
Rilesse a suo padre la storia della non piccola vertenza 
che gli corre con Stanislao Marchisio, circa le ap- 
provazioni e poi circa le critiche fatte dal Monti sulla 
tragedia, il « Mileto ». Le prime furono ottenute 
per mezzo di Silvio, le seconde per pì^ocedimenU 
dello stesso Marchisio, Di altre circostanze che aggra- 
varono la faccenda. Di dispiaceri. Di varii giudizii di 
Silvio Pellico, 



LETTERE FAMILIARI DI SILVIO PELLICO (1813-1821) 323 

*'' ■■—-■■■-■■111. iiiMiiiiwiia ■»■ li^— ■^■^w I a m ■■■ ■ ■ — ^— ^i^i,,. ■, ■ - ^ ^—^^^^ , i^ai »■!» i m ^ 

Caro padre^ 

È naturale che, stante il suo grande affetto per me 
ella tema ogni cosa che possa farmi torto; ma circa il 
MUeto, non abbia la minima inquietudine. Ho agito con 
tutta onestà, e nessuno potrà farmi dei rimproveri. Che 
se la mia critica non fu severa, questa è una cosa indiffe- 
rente, e non è della mia che si tratta, ma deiropinione 
di Monti. Né quand'anche io avessi disprezzato quella tra- 
gedia, Marchisio l'avrebbe riputata meno buona, giacché 
Luigi che glie la censurò spietatamente non fece la mi- 
nima impressione sull'autore. Confesso poi che le mie lodi 
non furono unicamente dettate dalla civiltà e dal timore di 
sembrare invidioso del merito di Marchisio, ma anche dalla 
bellezza che mi parve trovare in molte parti del MUeto, 
Ecco per quel che riguarda Monti, come mi condussi. 

Prevenni Monti ch'io era pregato dal sig. Marchisio 
di fargli leggere una tragedia di esso. Egli accolse questa 
proposizione aggrinzando il naso e facendomi capire, ch'egli 
era continuamente tormentato dalla smania, che hanno 
certi autoruzzi, di interpellare il suo giudizio per farsi 
lodare. Gli dissi ch'io non poteva esimermi da questo in- 
carico e gliela portai, lasciandogliela parecchi giorni, onde 
avesse tutto il tempo di esaminarla. Ho insistito onde 
Monti si desse questa seccatura, perchè so come sono 
gli uomini; s'io avessi scritto che Monti non voleva leg- 
gerla, Marchisio avrebbe potuto sopporre ch'io mi fossi 
adoperato senza buona volontà o che forse anche io, 




324 DELLA VITA DI SILVIO PELLICO 

per invidia letteraria, non avessi voluto far conoscere 
a Monti quel capo d'opera. Insomma andai un giorno 
da questo poeta per ritirare il manoscritto e sentii'e il 
suo parere. Egli me lo restituì dicendomene qualche gen- 
tilezza, (uso impreteribile di Monti, quando pure le poesie 
che gli fanno leggere non gli piacessero, perchè di ninna 
cosa tanto ha paura quanto di farsi nuovi nemici) e seb^ 
bene io non vedessi ne' suoi occhi, né rilevassi dalle sue 
espressioni una infinita ammirazione per il Mlleto, non- 
dimeno io non sarei stato in diritto di scrivere a Mar- 
chisio : Monti s'è servito di qualche espressione lusinghiera 
a favore della vostra tragedia, ma in mezzo a questo 
mi sono accorto che quel discorso lo seccava. Per troncare 
la questione, Monti mi disse infine queste precise parole: 
Scrivendo il vostro paret^e aW autore,,. fate pur conto 
che tale sia il mio, giacché il vostro modo di vedere non 
differisce gran fatto dal mio (1). Ebbene ecco quel che ap- 
punto feci. Mi congratulai con Marchisio della sua tra- 
gedia, annoverandogli quelle che mi pai^evano bellezze, 
e gli porsi per parte di Monti gli stessi complimenti. Ma 
l'incontentabile presuntuoso eccolo a domandarmi se si 
potrebbe lusingare d'ottenere mia lettera da Monti sul 
Mileto, Oh! per questa volta perdei quasi la pazienza, e 



(1) La relazione che il Pellico ne fa in una lettera .a Marchisio del 14 
Novembre 1818, sebbene di lode più estesa, non differisce in sostanza da 
quello che Silvio intimamente ne scrive a suo padre. Vedi la lettera citata 
da N. Bianclii nelle Curiosità e Hioerche^ ecc., p. 191. 



LETTERE FAMILIARI DI SILVIO PELLICO (1813-1821) 325 



gli risposi ch3 Monti non amava di corrispondere con 
gente ignota, e ch'io avvedutomi della renitenza che aveva 
esso persino al leggere semplicemente la offertagli tra- 
gedia, or non voleva molestarlo di più per avere una 
mortificante negativa. Per togliere sempre a Marchisio 
ogni sospetto ch'io non volessi riferirgli sinceramente la 
cosa (1) : Se tu vuoi tentare, gli scrissi, di avere da Monti 
il suo parere in iscritto, fa che Grassi gli scriva due 
parole del « Mileto », dicendogli che sa che Pellico glie Vha 
fatto esaminare: e sicuramente Monti (essendo già in 
attiva corrispondenza con Grassi) nel rispondergli di 
altre cose gli dirà tutto ciò che pensa del « Mileto ». 

Indovini, caro padre, che cosa Marchisio mi riscrive! 
« Ch'egli non si stima cosi poco da misurarsi con un 
Grassi domandandogli un favore qualunque, e che se Monti 
sdegna di porsi in relazione con lui, un Marcliisio è anche 
capace di sdegnare di chiedere a Monti un suo giudizio ». 



(1) NeUa lettera a Marchisio (4 Dicembre 1818), riferita da N. Bianchi, 
ibid. p. 192, ecco le parole di Silvio : « Se tu fossi curiosissimo di corri- 
spondenza con Monti, potresti (per non rischiar di non ottener risposta) 
far che Grassi, il quale é in frequente carteggio con lui, gli scriva del 
Mileto. Monti che ha meno famigliarità con Grassi che con me, non ose- 
rebbe forse dirgli quel che già stette quasi per dirmi, che a niun conto 
egli non ama legarsi con amici rniovi ». Silvio scriveva a suo padre di 
memoria, ma il senso é lo stesso. Vedi tutta la lettera ibid. In un'altra 
lettera deh.. Dicembre dello stesso anno, Silvio ripete queste medesime 
cose all'amico e gli promette l'opera sua diligente per fare stampare a 
Milano il Mileto. Il che fatto, Silvio lo informa per lettera deUo spaccio, 
della critica, e delle 12 copie speditegli a Torino, le quali « vorrebbe sapere 
se sieno state benedette o scomunicate da codesta buffonesca Censura ». 
Ibid. pp. 193-194. 



à 



326 DELLA MTA Di SILVIO PELLICO 



Dopo una cosi orgogliosa bravata, chi si sarebbe imma- 
ginato, che colui avrebbe la doppia viltà e di andare a 
pregare Grassi onde lo lodasse nella sua Gazzetta, e di pa- 
voneggiarsi dell'ammirazione di Monti? È un procedere da 
hiricclmio, nò mi maraviglio se Monti sapendo che si osa 
dispon^e del suo nome senza suo permesso, lascia ora da 
banda ogni riguardo e per punire quella stolta insolenza, 
dispiega contro il Mileto tutto lo sprezzo che forse ne aveva. 

Monti ha torto, perchè o bisogna criticare candida- 
mente alla prima, o bisogna sostenere le lodi che si sono 
date una volta; ma Monti è noto da gran tempo per la 
sua nullità di carattere, e agisce qui da par suo. Bensì 
quello che non può dire si è di non aver mai letto il 
Mileto, e ciò per me basta. 

Non avendo tempo di riparlare di queste noje che 
m'indispettiscono, la prego d'informare Luigi del contenuto 
di questa lettera, o anche di mandargliela. Egli saprà 
così regolarsi relativamente a Marchisio, se questo indi- 
screto continua ad importunarlo su tale articolo. 



Questo Mileto procacciò all'anima sensibile di Silvio 
altri dispiaceri. Il Marchisio avrebbe desiderato che gliene 
facesse memoria nel Conciliatore, e il sincero Silvio, 
fedele all'amicizia e grato sempre all'antica memoria, 
ci si sarebbe prestato volentieri; ma la cosa non piacque 
alla società di quel giornale per motivi che Silvio spiega 
in una lettera al Marchisio del 27 aprile 1819, riferita da 



LETTERE FAMILIARI DI SILVIO PELLICO (1813-1821) 327 



NiG. Bianchi (op. cit., p. 199). Il dissapore si accrebbe per 
diversi motivi in entrambi quando parve nel Conciliatore 
un articolo avverso a Serafino Grassi, amico del Marchisio. 
Qui odasi Silvio stesso che cosi si sfoga con candore e 
pari schiettezza (loc. cit.).* 

« Due parole sull'articolo del « Conciliatore » relativo 
al Signor Serafino Grassi. Elle sarebbero inutili se tu, 
stimabile per tante doti, non peccassi di proclività a pensar 
male de' tuoi amici. Mi lagno schiettamente del tuo difetto 
perchè schiettamente onoro i pregi del tuo ingegno e 
del tuo carattere. 

Ma prima di venire,... ecc.... ». 

LXXXVI. 

Milano, 21 Marzo (1819). 
(A Luigi). 
La 7narchesa Spinola. Irose parole contro Pezzi 

Sono andato giorni sono a vedere la marchesa Spinola 
che ho trovato molto amabile. Ella parla di te con grande 
stima. Mi ha detto le cose più gentili possibili sulla Fran- 
cesca. Ho prom3sso di andar sovente a farle la mia corte. 

Sono molto contento del cambiamento di destino di 
papà. Quel nome di Segretario è tanto odioso che anche per 
ciò godo di vedermelo fuori. Egli mi ha scritto che il Re 
consente alla conservazione del titolo ed onori, e la cosa 
è sicura; nulla più manca che la patente. 

Ond'è che non ci si dà più la Gazzetta di Genova? 



A 



.^28 DfiLLA VITA DI SILVIO PELLICO 



È egli vero che in un numero di essa vi era una forte 
staffilata alla spia Acerbi? Non so se tu abbia il giornale 
di Lugano; nell'ultimo numero di esso, quel giornalista 
(provocato dalla spia Pezzi) ha squacquerato cose terribili 
contro il gazzettiere di Milano, svillaneggiandolo in termini 
i più sprezzanti. Vedi il bene che ha fatto qui il Conci- 
liatore. Due anni fa, Pezzi era Tidolo di molti gonzi; oggi 
tutti si copiano l'articolo del giornalista luganese, giubi- 
lando dello strazio che vi si fa di quel birbante di Pezzi. 
Addio. Sono sorpreso di essere senza lettere di Lo- 
dovico. 

Sta bene ed amami. 

Silvio tuo. 



Lxxxvn. 

Milano, 1 Aprile 1819. 
(A Luigi). 
Il € Conciliatore ». Censura. 

Caro Luigi... 
Il Conciliatore è una faccenda che ci occupa tutti 
assai; articoli da comporre, sedute della società, fogli da 
spedire, libri da prendere o dare in imprestito, guai eterni 
colla Censura; aggiungi le altre mie occupazioni come 
segretario del conte, ed ecco le intere giornate correre tutte 
cosi. La Censura cresce di severità, ci hanno escluso in 
questi giorni una quantità d'articoli; fra gli altri uno sull'emi- 
grazione in America, e un altro sul congresso d'Aix-la-Gha- 



LETTERE FAMILIARI Di SlLVlO MLLICO (I8l3-l82l) 329 

pelle. Non sappiamo più che diavolo fare, e pure siamo in- 
cocciati a resistere sino all'estremo. Godo che la mia novel- 
letta ti sia piaciuta. Bastian Contrarlo è di Breme, ma la 
Censura gli ha mutilato tutto ciò che v'era di spiritoso, e 
l'autore ha dovuto empire in fretta i vuoti come ha potuto... 



LXXXVIII. 

6 Aprile 1819. 
(A Luigi). 
Caro amico, 

... Avrai ricevuto il libro di Monti, il Schiller, ed il 
Mileto. Questa settimana torna a uscire il Conciliatore che 
per tre fogli ci fu ritenuto alla Censura, e credevamo che 
venisse sospeso; ti farò la solita espedizione. Addio. 



LXXXIX. 

(A Luigi). 

24 Giugno 1819. 

... Ciò che mi scrivi sul Conciliatore è ottimo; ma tu 
non conosci tutta la tirannia delle nostre Censure. Se tu ve- 
dessi gli articoli che ci hanno proibiti, perderesti il cei*vello. 

Addio carissimo. Pierino ti saluta, e ti fa scuse se 
non ti scrive mai; ma egli dice che lo farà, quantunque, 
se non isbaglia, egli sia ancora in credito di tue lettere. 

T'abbraccio e sono 

il tuo Silvio. 



330 DELLA VITA DI SILVIO PELLICO 

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xc, 

(A Luigi). 

20 Luglio 1819. 

... Dimenticava di dirti che il pezzo di Battistino 
stampato sul Conciliatore è tutto impiastrato di corre- 
zioni ed aggiunte della Censura. Ho quindi provato di 
mandare un altro squai^cio formante quasi un intero gior- 
nale: la seconda Censura, cioè non l'italiana, ma quella 
del Governatore lo ha escluso totalmente. Siamo dispe- 
rati. Il macello che si fa dei nostri pensieri è incredibile. 
Per miracolo qualche volta ci riesce di dir cose un po' 
forti senza che la Censura se ne avveda. Addio. 



xci. 

Milano, 12 Aprile (1819). 
(A Luigi). 
Risponde a Luigi che massoneria e carbonarismo non 
entrano per nulla nel liberalismo. 

Non ho tempo di rispondere in lungo alla tua lettera. 
Le sciocchezze delle Polizie essendo infinite, s'è detto 
qua come si dice a Torino che tutto ciò che è liberale 
in Italia è carbonaro; ma sta tranquillo che non v'è né 
anche la più lontana relazione tra una setta oscura che 
si nasconde e una società schietta che professa pubbli- 
camente e stampa (quando può) le sue opinioni. 

Non v'è cosa più screditata oggidì in Italia che qua- 
lunque specie di massoneria. I bufioni che vi hanno 



LETTERE FAMILIARI DI SILVIO PELLICO (1813-1821) 331 

brillato sono una ragione per cui i galantuomini sdegnino 
d'aggregarsi a siffatte ciarlatanerie. 

Schiettezza e coraggio, ecco la nostra divisa. Non 
ne approviamo altra. 

XCIL 

Milano, (1819). 

(Lettera di molto valore). 

(A Luigi). 
Sulle varie vicende del Monti cogli scrittori del « Concilia^ 
iore ». Sua doppiezza e poco carattere. Fine deW« Ac- 
cattabrighe ». Musorneria di Vincenzo Monti con 
Silvio Pellico. Vero scopo a cui mirava il « Concilia" 
tore ». Preziose confessioni di Silvio Pellico. Dissapori 
tra Silvio e il Marchisio. Varia sul « Conciliatore ». 
Sismondi. Altra importante rivelazione sul « Conci- 
liatore ». Lady Morgan e la fata Morgana. Ugo 
Foscolo sul Sismondi. Sconforto di Silvio Pellico. 

Amico mio (1), 
L'articolo sulla voce Oaribo non è di Biamonti, è 
realmente d'un professore genovese; così mi disse Monti 
medesimo. Monti si va ravvicinando a noi, a misura che 
vede crescere la riputazione del Conciliatore: quel pusil- 
lanime, a cui avevamo reso tutto l'onore offrendogli come 



(1) In cima la lettera porta questo P.S. : « Ringrazia Gagliufli, e non 
incomodarti per mandarmi quell'idillio. Digli pure che Tho trovato bel- 
lissimo, ma noi leggerò neniìneno (sic) ! ». Veramente la sincerità qui non 
ha tutti gli onori salvi del nostro Silvio ! 



3.12 DELLA VITA DI SILVIO I>ELLlGO 



la presidenza della nostra società, dopo aver accettato 
quest'omaggio ed essercisi finto benevolo, appena s'ac- 
corse che il governo pose in opera la sua artiglieria 
giomalesca contro di noi, che subito ci rinnegò prote- 
stando in varj luoghi ch'egli non facea parte di questo 
crocchio e declamando contro i nostri principj. Fummo 
informati di si vigliacco procedere e non gliene femmo 
verun rimprovero, ma cessammo dall'invitarlo alle nostre 
sedute e pubblicammo noi medesimi per Milano, che Monti 
ci rinnegava. Egli continuò sempre a mangiare il merco- 
ledì in casa Porro e a far coro fuori di qua ai nostri 
nemici, ma alfine il niun conto che mostravamo fare della 
sua condotta, e l'obbrobrio in cui cadde V Accattabrighe (1) 
con tutta la bottega governativa, lo fecero vergognare di sé 
stesso, e a poco a poco cominciò a dar a divedere ch'egli 
si ricredeva circa il Conciliatore. Il nostro operare verso 
di lui era irreprensibile; lo veneravamo come l'ombra 
d'un gi'an poeta, e del resto lo consideravamo come un 
bambino; non mai un alterco, non mai una vendetta: 
soltanto ci facevamo legge di parlare sempre dinanzi a 
lui liberamente del romanticismo, del Conciliatore, della 
viltà spregevole de' nostri persecutori e delle miserie che 
i pedanti, i classicisti, i satelliti del potere opponevano ai 



(1) VAccattabrigìie, ossia Classico-romantico-macchia, giornale critico 
letterario, stampossi a Milano, cominciando il novembre 1818, in carta 
azzurra ; e fini dopo 13 numeri ! C. Cantù, /{ Conciliatore e i Carbonari 
p. 57, n. 3. 



LETTERE FAMILIARI DI SILVIO PELLICO (1813-1821) 333 

nostri scritti. Monti sperò un momento di seppellire il Con- 
ciliatore sotto due altri edifizj di cui egli si dichiarava pro- 
pagatore; un giornale che dovea pubblicarsi a Firenze sotto 
la protezione d'un pagante inglese, e il giornale arcadico. 
Del primo avevamo buon concetto anche noi, e postici in 
corrispondenza con alcuni dei più giovani fra letterati 
che doveano comporlo, eravamo certi di farlo procedere 
con mire armoniche alle nostre ; ma vi si ficcò quel ciar- 
latano di Delrosso, e tutto fu sospeso e guasto, né so se 
più ve ne sia questione. Del giornale arcadico poi, tosto 
che ne vedemmo la infilosofica indole, non esitammo a 
riderne dinanzi a Monti medesimo, il quale benché fre- 
mendone, non poteva contradirci, e che alfine fu obbligato 
a dividere il nostro disprezzo, quando quell'infame giornale 
osò stampare con lode il trattato del Guarini Sulla Libertà, 
esaltando col vituperio del nostro secolo ed impudenza 
veramente pretina (1), le massime del dispotismo. 

La polizia irritata dalla nullità deìV Accattabrighe, 
negò i fondi, e quella sudicieria cessò. Lo sdegno del 
pubblico contro quel foglio era all'estremo. Le provoca- 
zioni da noi sofferte, i ritardi posti all'uscita del Conci- 
liatore dalla doppia Censura, la voce continua che fossimo 
per essere soppressi, apersero gli occhi anche ai più 
ciechi, e romantico fu riconosciuto per sinonimo di 
liberale, né più osarono dirsi classicisti, fuorché gli ultra 



(1) Espressione falsa e calunniosa, ma che ritrae Tambiente, quando 
esce della penna d'un Silvio Pellico, anche prima de' Piombi di Venezia. 



33i DELLA VITA DI SILVIO PELLICO 

e le spie. Se il governo pagasse, pur troppo Monti ci 
avrebbe totalmente abbandonati, ma per nostra fortuna, i 
fondi, che sono destinati a corrompere le lettere, sono 
miserabili e non bastano ad assoldare gli scrittori di 
qualche fama. Mal salariato anche Monti, depresso assai 
per innalzare una spia (Giuseppe Acerbi, direttore della 
« Bibl. itaL) », il povero poeta non si senti abbastanza forza 
per affrontare Tindignazione pubblica, dichiarandosi nostro 
nemico. Debole per sé stesso, egli ha bisogno d'una forza 
che lo sostenga, e questa egli non la trova più oggidì che 
nel crocchio scomunicato de' liberali, de' romantici. 

Stetti dei mesi, in cui vedendolo ogni settimana, egli 
non mi rivolgeva mai la parola o appena rispondeva al 
mio saluto. Ora mi parla di nuovo, e mi domanda persino 
di te; io mostro di non accorgermi della sua passata 
freddezza e vigliaccheria, e compatisco la dose immensa 
d'imbecillità che natura pose in un cervello, di cui una pai'te 
fu cosi mirabilmente provvista d'ingegno e di bellezza. 

Ti torno a dire che il Conciliatore, diventato colossale 
in Milano, è da noi gettato nelle nostre città d'Italia con suc- 
cesso per lo più infelice, perchè le Polizie ce ne rubano una 
gran parte. Del resto chi diavolo sa qualche cosa in questa 
penisola, fuorché in Milano ? Non intendo per sapere l'eru- 
dizione, ma il criterio filosofico, e la chiave delle vicende 
umane (1). Nondimeno da alcune città ci vengono proseliti. 



(1) Forse queste parole contengono qualche mistero; soli i settarii più 
ììieno addentro conoscono la chiave delle vicende umane. 



LETTERE FAMILIARI DI SILVIO PELLICO (1813-1821) 335 

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Brescia è una buona colonia, la migliore; tutte le altre città 
lombarde e venete son poco feconde pel bene ; alcune, 
Venezia, la grande Venezia, sono d'una assoluta nullità. 

Nel Piemonte v'è dell'ardore, ma molto sparso, eppure 
ve n'è. Il nazionalizzamento (sic) dell'Italia è opera certa, 
ma lontana di due o tre generazioni ancora. Perciò tu vedi 
che è ridicola stoltezza quella dei governi che sognino peri- 
coli per la loro attuale stabilità. Tutta la loro arte deve 
consistere nell'evitare le guerre, e star collegati contro i 
popoli; perchè guai se le grandi masse si scatenano! 

Ma saltando dall'alto al basso, mi sovviene a propo- 
sito di Monti della modestia del nostro Marchisio. Sai che è 
cosa rara ! Vantarsi dei suffragi di Monti, dal quale ha fatto 
di tutto, inutilmente, per avere due righe di parere sul 
Mileto, e che se ne disse per gentilezza qualche bene a me 
verbalmente, non tacque però certe critiche che distrug- 
gono tutta la lode (1) ! E poi tu dici benissimo, dove andò il 
disprezzo per Grassi? Sai che anche a me scrisse, non ha 
molto, di Grassi come del più abbietto fra gli uomini? Ed 
ora?... Bisognerebbe che tu vedessi con che dispetto Mar- 
chisio mi risponde alla lettera, in cui richiesto da esso d'un 
elogio sul Conciliatore, gli dissi il vero, cioè che la società 
a cui appartengo dava il voto contrario. Tu, amico mio, 
taci, te ne prego, e lascia i palloni gonfiarsi... 

Pierino ha tratto le notizie su Mùller da un'opera 



(1) Periodo assai arruffato, che trova la sua esplicazione con ciò che 
vien dopo. 



336 DELLA VITA DI SILVIO PELLICO 



di esso tradotta dal francese, e della quale darà parecchi 
estratti. Egli e Lodovico ti salutano, come pure il prin- 
cipe della Cisterna nostro buon amico, che si trova qui 
da varj giorni. 

Se alcuni dei tuoi intimi, come forse Corvetti, di 
Negro, ecc., ai quali mancasse da qualche tempo il Con- 
cUlatore, desiderassero completare la loro raccolta e con- 
tinuare ad avere i numeri seguenti, di loro che questi 
sono trattenuti dalle poste, e che pensino a ritirarli 
se loro è possibile, oppure che mandino a Ferrarlo (?) 
nostro stampatore una nota dei numeri mancanti, e che 
tosto a ciascheduno sarà spedito ciò che è loro dovuto, 
servendoci della diligenza. Possono anche dare a te questa 
nota. Nondimeno, piuttosto che comprometterti, sta zitto. 

Giovedì scorso abbiamo avuto a pranzo il buon Sis- 
mondi, che era di passaggio per la Toscana, dove sii'eca 
per abbracciare sua madre e presentarle la sposa da lui 
recentemente presa in Inghilterra. Che eccellente uomo! 
non solo per l'ingegno, ma per la bontà del cuore! Egli 
ha portato mi pacco di Conciliatore in Toscana. Ogni 
volta che abbiamo simili occasioni, non manchiamo di far 
diflondere la nostra merce. Tu vedi che l'impresa è pu- 
ramente patriottica. Lungi dal guadagnar lucro (sic), non 
ci frutta essa che ingiurie, e Porro vi spende assai. Ma 
il voto dei Sismondi, dei Benjamin Constant, dei duca di 
Broglio, e sifiatti animi egregi, ecco il nostro premio. E 
i posteri non taceranno: nella città dove i Beccaria e 



LETTERE FAxMILIARI DI Sa.VIO PELLICO (1813-1821) 337 

i Verri scrissero il Caffè ^ sorsero ingegni imperterriti in 
circostanze ancor più difficili a proseguire la grand'opera 
della dijQFusione del vero (1). 

Lady Morgan (2) che è qui, e che pranzò pure unita- 
mente a suo marito, con Sismondi e con noi l'altro giorno, è 
piena d'entusiasmo pel Conciliatore, La fazione avversa 
freme, e già la letterata è chiamata Fata Morgana^ né i 
giornali mancheranno d'insultarla come fecero a madama 
di Staèl. 

Pierino parlerà dei Pregiudizii, Che divino scrittoi 
adora, adora Sismondi (3). Il nostro Foscolo aveva ancora 
troppo l'educazione greca e latina. Egli non sapeva ap- 
prezzare abbastanza i nostri tempi, e gli uomini educati 
dalle attuali influenze. Mi ricordo che lodando Sismondi 
egli noi poneva però a tutta l'altezza nella quale va con- 
siderato. Il soggiorno a Londra avrà, spero, giovato a quel 
forte ma pregiudicato intelletto. Dopo le ultime disgrazie 
di borsa, non so più nulla di lui. 

Rossi è qua, ma tollerato con diffidenza dal governo 
per le sue vicende passate con Murat. Egli si crede in 



(1) Se nella mania di alzare statue, venissero i Padroni d'Italia a onorar 
di statua il gruppo del Conciliatore ^ ecco la iscrizione ! 

(2) È nota per le sue Lettere sopra V Italia, confutate in parte dal tici- 
nese Luigi Catenazzi. Fu segnalata al Card. Consalvi insieme con lord 
Kinnaird, che tirò la pistolettata a Wellington, con lord Byron e Pellegrino 
Rossi. Vedi II Conoiliatore e i Carbonari, pag. 89. 

(3) Da una tale adorazione, lo scritto sui Pregiudizii di un Pietro Bor- 
sieri dovea essere riuscito molto poco divino. Che strazio di parole e di 
sentimenti, nel povero traviato l Come poi le doveva rimpiangere e can- 
cellare ! 

•RiNiEia — Pellico 23 




338 DELLA VITA DI SILVIO PELLICO 

dovere di non frequentare i romantici, per non dare 
sospetto. Se so che vada a Genova, lo dirìgerò a te. 
Addio, amami. 

Nel margine. Non rispondo alle tue bestemmie sull'in- 
gegno tuo. Anche a me costa fatica di mente lo scrìvere 
qualche cosa; ma il più è scuotere la pigrizia, cercare gli 
affetti della propria anima, le conclusioni della propria 
esperìenza, le riflessioni maturate ecc., ecc., e le parole 
vengono. Anch'io muoio di malinconia, di malcontento di me 
medesimo (1) e di esecrazioni alla società imbecillita di 
questi paesi. Anche in me è spenta ogni ambizione, e ogni 
gentil fantasma. Scrìvo poco, ma per la soddisfazione di me 
stesso, e non una sillaba per avere gli applausi del mondo. 

Addio, addio. 



xcin. 

ISlilano, 15 Marzo 1819. 
(A Luigi). 
La marchesa Spinola, Ugo Foscolo ridotto a povertà. 

Mio caro Luigi, 
Appena ricevuto la tua del giorno 8, credendomi che 
la marchesa Violantina Spinola fosse già arrivata, andai 
per renderle i miei doveri. Mi si disse che era aspettata. 



(1) È spaventosa questa confessione, che rivela il cuore pieno di vuotag- 
gine; eppure é naturalissima: quando l'idea di Dio non entra nelle inten- 
zioni deiranima, questa allora é barcollata fra il freddo egoismo e il mal 
talento irrequieto, che col dar volta suo dolore scherma \ 



LETTERE FAMILIARI DI SILVIO PELLICO (1813-1821) 339 

» • l ■ '■ I ' III I iiili. i.i. ii«Mll »—- ^l»| I } 

Vi andrò di nuovo oggi o domani, e mi sarà gratissimo 
il conoscere una persona amabile che tu stimi. 

Il mio Giulietto, pel quale stetti assai inquieto, guarisce, 
la tosse s'è dissipata, e la rosolia pare intieramente finita. 

Di Foscolo, di cui tu mi domandi notizia, non ho let- 
tera da tre mesi. Egli mi scriveva poche righe malinco- 
niche, lamentando la cara Italia, e deplorando le sciagure 
umane. Ei vive scrivendo per VEdìmburgh Review, ma 
disingannato dalla speranza ch'egli avea di far fortuna. 
Ecco un grandissimo ingegno che la povertà va smor- 
zando. Né egli ha virtù sufiScienti per dispregiare certi 
agi, e consacrarsi tutto ad una gloria futura. Infelice! io 
lo amo teneramente e lo compiango. 

Papà mi scrive d'un gran progetto che lo riguarda, 

e che tu mi parteciperai. Che diamine è ? Vi sarebbe egli 

qualche sorriso della sorte per quel buon vecchio? 

Addio, caro. Amami. 

Silvio tuo. 



xciv. 
Milano, 14 Aprile (1819). 
(A Luigi). 

Ringrazia Luigi per articolo nella Gazzetta di Genova 
intorno alla « Francesca » : e quindi parla delle cri- 
tiche fattele dal conte Trussardo Caleppio, scrittore 
dell' « Accattabrighe » e commissario di polizia. 
Postille di Lodovico de Breme alla « Francesca ». 




340 DELLA VITA DI SILVIO PELLICO 



Mio buon fratello. 

Indovino che per opera tua sta nella Gazzetta di 
Genova una menzione onorevole della Francesca. Ti rin- 
gi^azio e di ciò e più ancora del modo con cui ella è fatta, 
non pigliando a tesserne un passionato panegirico, il che 
ti avrebbe scoperto e fatto gridare più malignamente 
da' nostri avversar), ma notando solamente quello che 
importava, cioè che tanto sai'ebbe giustificata una smac- 
cata lode quanto la sragionevole critica del Sig. Galeppio. 
Ma tu forse non sapevi che il G. dell' Appendice era il 
conte Trussardo, quello stesso magretto che vedevamo 
spesso da Foscolo, e che vive colla Zernazai (1). La tua 
sorpresa non sarà maggiore della mia, perchè io tenni 
sempre i Galeppj per amici, e non diedi mai verna motivo 
di lagnarsi al Sig. Trussardo; né capisco com'ei mi sia 
tanto contrario. Se non che m'immagino che, per amore 
della letterata Zernazai, odiando egli la Staél, e quindi 
Breme, gli sia rimasta qualche goccia di fiele da rove- 
sciare anche su me. Breme e Borsieri ne' loro scritti sul 
Romantico gli diedero qualche puntura, e la mia colpa 
è sicuramente di essere amico a questi due. 

Ebbi un istante la volontà di mandare a Pezzi alcune 
righe da inserire nel suo Giornale, giacché egli si offriva 
a dar luogo a qualunque articolo purché non offensivo; 
né avrei difeso il merito letterario della Francesca, ma 



(1) Vedi p. 120. 



LETTERE FAMILIARI DI SILVIO PELLICO (I8l3-l82l) 341 



avrei scherzando fatta rilevare la mala fede, con cui erano 
certi passi di essa stravolti dal mio critico. Sono per 
altro più contento d'aver taciuto. Cosi la tempesta è ces- 
sata; altrimenti durerebbe in eterno. Vedrai dallo S'pet- 
tatore che oggi mando a Torino, come Eertolotti dia 
ragione alle villanie di Londonio contro Breme. Sono 
sorpreso come parlando del Manfredo egli serbi qualche 
rispetto al traduttore. 

Avrai ricevuto colle copie della Francesca anche le 
Postille di Lodovico; scrivi a lui o a me qualche cosa 
di favorevole su queste Postille; egli m'ha già domandato 
varie volte che cosa tu ne dicessi. (Egli t'ha recentemente 
raccomandato al conte di Saluzzo affinchè procuri, appog- 
giandoti dove occorre, di migliorare il tuo destino. So 
che a varj altri personaggi di Torino ha anche scritto di 
te, onde si interessi a tuo favore il signor conte di San 
Marzano, a cui non si volge direttamente perchè, sebbene 
cugini, c'è fra loro qualche momentaneo dissapore). 

È uscito il 2^ volume di Monti. Te lo mando per la dili- 
genza. Non ne ho ancora letto nulla, ma ho inteso dirne bene. 

Addio, mio caldissimo amico. Salutami la bella Sofia 

quando le scrivi. 

Tutto tuo. 

14 Aprile. 
Dalla marchesa Trivulzio e da parecchie altre dame 
di Milano m'è stato riportato il piacere che hanno fatto 
a Genova le tue letture della Fr.(ancesca). 




342 DELLA VITA DI SILVIO PELLICO 



Ho mandato Taltro giorno, appena ricevuto la tua, 
un esemplare della tragedia alla marchesa Lilla Sgariglìa, 
che m'ha fatto ringraziare gentilmente. 



xcv. 

Milano, 17 Aprile 1819. 
(A Luigi). 

Le cattive notizie intorno a Ugo Foscolo sono confer- 
mate. Poema di Carlo Bossi. Gran pappolata sul 
progresso e sull'amor di patria. Le ciance sxil « Con- 
ciliatore y>. 

La disgrazia di Foscolo è pur troppo vera; quell'in- 
cauto s'era posto a tener carrozza, casa in città e casa 
in villa: or l'edizione dei classici italiani a cui doveva 
presiedere non si fa più, chi dice per colpa di lui e chi 
dice per bizzarria d'altri; e il povero diavolo ha dovuto 
ritrarsi umilmente in due cameruccie, con debiti, vergogna 
e mancanza del necessario. Mi fa somma pietà. Io gli avea 
scritto di pensare all'avvenire e vivere economicamente; 
il cuore mi presagiva ch'egli si lascierebbe abbagliare 
dalla prima fortuna (1). 

A ninno qua è noto il poema di Carlo Bossi. Suppo- 
niamo che fosse un buon libro : vedi in che stato di iso- 
lamento è la misera Italia! Ignara di tutto, appena ella 



(1) Vedi, intorno alle ultime fortune deirautore de' Sepolcri, quanto 
abbiamo narrato a pp. 63 e segg. 



LETTERE FAMILIARI DI SILVIO PELLICO (1813-1821) 343 

si scuote quando dopo molti aìini la fama le oscura ciò 
che ha qualche pregio. Ma a dispetto di tutti questi nuovi 
chinesi che vi sforzate d'innalzare, a dispetto di codesta 
deputazione per gli studj, che ha l'impudenza di biasi- 
mare le scuole di mutuo insegnamento; s\ signori, la 
razza umana trionferà della razza quadrupede: Alfieri 
non avrebbe dette tante bestemmie contro la Francia, se 
avesse veduti i giorni attuali, se avesse letto la Minerva. 
Dopo la Francia vedete sorgere l'Alta Germania, la patria 
dei Schiller e dei Goethe. Noi, e che importa? non ab- 
biamo nessuna prospettiva per questa generazione: ma 
sebbene di riverbero, la luce si diffonderà anche qua. 
Quando la patria è illuminata e santa, bisogna amarla 
sovra ogni cosa, quando è barbara e vile, bisogna disprez- 
zarla (1), e glorificarsi non come cittadino, ma come 
uomo dei progressi delle altre nazioni nella carriera del 
vero. 

Era pazza la vostra idea di fare un giornale a Ge- 
nova, più pazza assai della nostra. La risposta che vi 
hanno fatta è meritata. 

Se tu potessi soffrire il racconto di tutti i pettego- 
lezzi a cui il povero Conciliatore dà origine a Milano, te 
lo farei. Ma ricordati i tempi di Foscolo e Lampredi, e 
indovinerai il resto. La canaglia pagata non è poca, la non 



(1) Teoria veramente nuova^ progresso che non credo abbiaAncontrato 
molti seguaci ; forse in Silvio Pellico é uno sfogo di soverchio amor patrio 
e mal compreso. 



é 



344 DELLA VITA DI SILVIO PELLICO 



pagata è molta. I buoni si consolano, benché in picciolo 
numero; si consolano al conoscersi, e allo scoprire i pro- 
seliti che vanno lentamente facendo. 

V'abbraccio tutti di cuore. Ho ricevuto ecc. 



XCVL 

Milano, 19 Aprile 1819. 

(A Luigi). 

I Pallavicini a Milano. Le scuole di mutuo insegnamento 
furoreggiano. La prossima replica della « Francesca 
da Rimini ». 

Mio Luigi, 

Ho partecipato la tua lettera a Boi*sieri, che ne ha riso 
molto, dicendo che scommette di aver im successore meno 
estetico di lui. Ei ti prega soltanto di non perdere la tua pace. 

Ti scrivo dalla camera del conte Porro ammalato 
gli hanno cavato sangue oggi; ha im po' d'infiammazione, 
malattia di primavera ch'ebbi anch'io, pochi giorni sono, 
ma di cui mi liberai appigliandomi per tempo al digiuno 
e alle bevande controstimulanti. Questo disturbo toglie 
che il conte Porro possa usare quelle gentilezze ai Palla- 
vicini ch'egli avrebbe voluto; me ne rincresce, tanto più 
che Gonfalonieri è ancora a Venezia. Non vorrei che 
Milano li annojasse; ma prevedo che ciò è inevitabile, tanto 
più che sono avvezzi a tener casa in Genova, e che in 
questo momento Milano è più che mai deficiente di società. 



LETTERE I^^AMlLTAnt Di SILVIO PELLICO (I8l3-l82l) 34S 

"^ l*.^... ■■Il» l.^— I.».. ■■■■IIMIII» !■ .1 .^■■■■l ■ ■»■■ ■ ■—— . .-I — -. -!.--■— ■^■11.--- Ili — .^ ■ 

Il caro Andremo m'ha fatto gran piacere, dicendomi 
ch'egli ti conosce e ti ama molto. Vado ogni mattina a 
prendere in can'ozza quel grazioso bambino, e lo conduco 
co' miei allievi alla scuola di mutuo insegnamento. I due 
Porro sono monitori e si fanno dotti del metodo per 
poterlo trasportare in altra scuola, e Andreine è al primo 
banco di sabbia, dove impara a fare le lettere dell'alfabeto. 

I pensanti di Milano non hanno attualmente nessuna 
cosa che li interessi in paese, fuorché Io stabilimento di 
queste scuole. V'è entusiasmo, e particolarmente nelle 
donne. La signora Violantina verrà dopo dimani alla scuola 
con me. È un'amabile persona, ma a dirtela in segi'eto, 
mi sono accorto che le nostre opinioni filosofiche s'assomi- 
gliano assai poco (1). Ella non vede nel progresso della 
ragione umana, altro che abusi, disordini, soverchia dif- 
fusione di lumi... Soverchia? Davvero non capisco questo 
modo di ragionare. Ma io uso prudenza, ed evito i discorsi 
in cui non saremo mai d'accordo. La Francesca da Rimìni 
non s'è ancora ridata. Forse Pezzi aspetta per pubblicare 
allora qualche grosso articolone. Ti ringrazio dell'offerta 
che mi fai; non credo bene di profittarne. Si direbbe che 
l'autore della difesa sei tu, e forse si presumerebbe che 
sarei io. L'edizione della Francesca, che ho posto in ven- 



(1) Questa signora Violantina vedeva chiaro, a cagione deUa sua edu- 
cazione, in quelle arruffate matasse di novità. Però qui Silvio Pellico non 
preferisce il giudizio di una signora nobilissima e squisitamente educata 
a quello « di cento dottori », come egli avea stimato il parere della Sofìa 
amante di suo fratello ! (Ved. pp. 135, 193, e lettera C), 




r^'i6 DELLA VITA DI SILVIO PELLICO 



dita, è quella che Pon*o fece fere, mentre Breme stam- 
pava l'altra. La tenni In vendita sinora, onde smaltire 
redizione gratis di Breme. Quella che ora vendo è assai 
meno bella dell'altra. Te ne manderò, se vuoi, qualche 
copia per te. 

Addio, 19 Aprile 

Andrò dal librajo a sapere perchè non ti mandi il 
Conciliatore, e griderò come un'aquila. 

Avvertirai il signor Brambilla che codesta lampada 
a gaz non appartiene più al conte Porro, gli assicuratori 
di essa a Londra avendone già pagato l'importare al cor- 
rispondente. Se però gl'inglesi a cui resta essa lampada 
guasta vogliono venderla, dicano il prezzo, e il conte 
Porro, se ciò gli converrà, la comprerà. 



XCVII. 

Milano, 13 Maggio 1819. 

(A Luigi). 

Caro fratello, 
Mercoledì s'è ridata al teatro Re la Francesca. Sono 
arrabbiato di non aver supposto che il signor Fabio gi- 
rando per Milano non vedrebbe gli affissi né la Gazzetta, 
né udirebbe da nessuno che si recitava quella sera la mia 
tragedia. La signora Marina è in collera con me, perchè 
non ne l'ho avvertita, e me ne dispiace molto. Io era 



LETTERE FAMILIARI DI SILVIO PELLICO (Ì813-1821) 347 

ammalato, e vedendo il signor Fabio, parlai di tutValtro, 
e non mi ricordai di parlargli del teatro Re. Bensì apposi- 
tamente pregato dalla signora Violantina di avvertirla 
quando si desse la « Francesca », io ne l'aveva il giorno 
prima informata. 

La tragedia fu applauditissima, e massime la nota 
parlata di Paolo. 

Addio, mio caro. Amami,.... t'abbraccio. 



xcvui. 

Cascina, 1819. 

(A Luigi). 

Sofia, la sperata di Luigi. « Il Conciliatore ». La sorella di 
Borsieri. La figliuola di Rasori. 

Carissimo fratello, 
Il paragi'afo di Sofia m'innamora del suo cuore; le 
lodi di una fanciulla sensibile mi fanno più insuperbire 
di quelle di cento dottori. Dille ch'io l'amo come se mi 
fosse sorella, e che le sono girato della indulgenza con cui 
giudica la mia Francesca, Andrò fra pochi giorni a Milano, 
e farò per la baronessa di Hasberg (madre della Sofiaì) 
la commissione che desideri. Dopo tanto pellegrinare sui 
laghi sono alla Cascina solo, restituito alla mia pace e alla 
manifattura di articoli, che il Conciliatore reclama da me. 
Ti scrivo colla mano stanca, perchè tutt'oggi sono stato 
schiccherando roba pel giornale. È un gi*an lavorare il 



:ìi8 DELLA XVT\ DI SILVIO PELLICO 



nostro: non puoi figurarti quanto materiale ci ruoleper 
provvedere di continuo due fogli alla settimana, e rim- 
piazzare tutti gli articoli che la Censura ci proibisce. 
Il resto del Battisiln- Barometro è proibito, tranne forse 
qualche squarcio che proverò di far passare, mitigandolo. 
Me ne rincresce, perchè intanto che si sarebbe stampato 
quello scherzo, io mi sarei riposato, o avi'ei fatto altri studj. 
T'inganni credendo moderata la Gensui'a; essa lascia cor- 
rere qualche volta alcune verità, ma solo nei volumi di 
grande spesa, perchè pochi li leggono, oppure inavverten- 
temente a Lodovico e a Goppet ; Borsierl è angustiato per 
rinfelice stato di languore, in cui trovasi sua sorella 
Marianna; la poveretta ha perduto la sua bellezza, e forse 
non guarirà più. È qui a Como in villeggiatura da suoi 
cugini Fontana. L'ho veduta ieri e m'ha fatto pietà. 

Un'altra disgrazia m'affligge. Rasori è stato accusato 
d'una infamia incredibile, e della quale infatti i suoi calun- 
niatori non possono adduiTe nessuna prova. Sua figlia 
aspramente trattata da lui (termina il foglio) (i). 

xcix. 
Milano, Sabato 14 Marzo 1819. 
(A Luigi). 
... A Ginevra si stamperà il Messaggero delle Alpi, 
di cui Rossi è direttore al di là delle Alpi, e Breme 



(1) Vedi II Conciliatore e i Carbonari^ P- ^i» e quanto sul Kasori é rac- 
contato a pp. 100 e segg. di questo volume. 



LETTERE FAMILIARI DI SILVIO PELLICO (1813-1821) 349 

•■ - ■ ■■ ■ ■ .1 I . . I ■■ ..1 . . — I ,. , . I II, I n^ 

al di qua; ivi porremo un articolo sul libro del signor 
MaiTé. 

Rasori (uscito domenica scorsa dal castello) ti saluta^ 
Egli ha ottenuto provvisoriamente di stare in Milano. 



e. 

Milana, 3 Settembre 1819. 
(A Luigi). 
Grandi notizie sul « Conciliatore ». 

La nostra società è sempre fortemente unita. Ma, 
strana cosa che Lodovico, il quale è uno dei più fervidi, 
è poi anche quello che si lascia più distrarre, e lavora 
meno. Ha fatto un viaggio a Goppet, donde non ci ha 
mandato né anche un articolo. Ora è ritornato, ma si 
ferma a villeggiare sul lago di Como, e perde le sue gior- 
nate coi forestieri. Egli è un uomo sommo nella conver- 
sazione, ma lo scrivere gli pesa, e lo pospone al brillare 
momentaneo: me ne rincresce, perchè i miei colleghi si 
lamentano, e perchè il nostro giornale resta meno variato 
e va privo di molle belle cose, che sono della sfera in 
cui Lodovico primeggia. Cosi è, gli uomini non si mutano; 
bisogna amarli come sono, ogni volta che in essi le qualità 
buone sono molte. La mancanza di attività in uno de' 
nostri migliori fa poi che ciascuno degli altri è preso per 
la gola dall'urgenza del lavoro. Io non ho mai riposo. 




350 DELLA VITA DI SILVIO PELLICO 

* I ■ ■ i ■ I ■ ■ . I . ■ - ■ . ■ . I ■ .. » .1 

Gontuttociò non mi stanco del Conciliatore. Amo quest'im- 
presa, perchè la vedo santa, utile e gloriosa all'Italia. Addio. 

Oggi, tolto Lodovico, tutti i ConcUiatori festeggiano 
in casa Porro l'anniversario dell'istituzione del loro gior- 
nale. Abbiamo per convitati i Morgan, marito e moglie, 
persone egregie e libéralissime. 

... Bisogna convenire che in Lombardia il buon senso fa 
strada. I pregiudizj non sono più abomti né temuti; sono 
disprezzati, e c'è la persuasione del loro crollare. E si sta in 
aspettativa del trionfo della ragione, come di cosa infallibile. 

Il tuo Silvio. 



CI. 

Milano, 25 Luglio 1819. 

(A Luigi). 

Invia il « Galateo » del Gioja, La Censura eV € Eufemio ». 
Notizie di Lodovico Breme infermo. 

Mio caro I/itigi, 

Ripa nel rimpatriare passa per Genova; per mezzo 
suo ti mando il Galateo di Gioja. Questo libro se fosse 
letto in Italia, sarebbe utile assai; ma ciò che avviene 
a Genova, dove il compratore è uno solo, cliissà in quante 
città si ripete! 

V Eufemio m'è stato restituito coll'impudente risposta, 
che sarà approvato quand'io voglia mutarvi i passi segnati. 
Sono le pagine del manoscritto 59, e le correzioni che 



LETTERE FAMILIARI DI SILVIO PELLICO (1813-1821) 351 

« ■ ■ ' ' ' * 

mi si propongono 40, il che vuol dire poco meno di 40 
pagine da rilarsi sopra 59. 

Lo sto ricopiando per provare se me lo lasciano 
stampar qui. La Censura della stampa suol essere meno 
rigorosa di quella pei teatri. Ove non mi si conceda di 
stamparla, v'aggiungerò qualche grado di forza, e la 
manderò a stampare all'estero. 

Il cav. Filiberto m'ha dato negli scorsi giorni notizie 
un po' migliori di Lodovico. 

Addio, carissimo. L'arrivo del bastimento a Pavia, le 
frequenti gite colà, le corse in villa mi tengono in moto. 
Sta sano, ed ama il tuo Silvio. 



cu. 

Milano, 16 Settembre 1819. 

(A Luigi). 

Logomachia tra classici e romantici. Curiose osserva- 
zioni di Silvio Pellico su questa baruffa. Sofia, la 
sperata di Luigi. 

My dear brother, 
Conosci Milano, e sai come tutto vi fa rumore : questa 
lite del romanticismo e del classicismo irrita qualche cen- 
tinaio di teste, che volentieri si sbranerebbero. Io ho pro- 
vato che ciascuno vuole aver ragione la più esclusiva, e 



352 DELLA VITA DI SILVIO PELLICO 



non dico per ora nulla. Bensì sostengo nel cuor mio le 
dottrine cosi dette romantiche, sebbene non mi garbino le 
distinzioni e mi paia che non v'abbia ad essere genere di 
letteratura. Tutto il bello è bello, Omero, Schiller, Dante e 
Virgilio; e nessun dev'esser V altro, se non come Virgilio è 
stato Omero. Giova sempre ad ogni modo che si stampi se 
non opere grandi, opuscoli, se non buone cose, cattive, pur- 
ché si legga e si chiacchieri, che a forza di leggere e chiac-. 
chierare, gli uomini s'intendono fra loro, e cominciano ad 
avvicinarsi per darsi pugna e poi molte volte finiscono 
per unirsi i forti e fiaccare i deboli. Di forza c'è d'uopo 
in Italia, forza morale, nazionale, letteraria, purché sia 
forza e non risulti essa che dall'esercizio buono o tristo 
delle facoltà. Il solo ch'io tema e biasimi è il torpore; 
quegli avversarj che giubilano delle nostre ire letterai'ie 
d'altri partiti, e che le suscitano per indebolirci, s'ingan- 
nano. S'io fossi in loro sarei più oculato: dubiterei d'un 
segreto (1) accordo fra chi giura pel bianco e fra chi 
gim^a pel nero: accordo o no, l'esito è lo stesso; agitazioni, 
indagini, schiarimenti, vita insomma di qualche maniera. 
Per me non sono d'umore di far suonare il mio nome 
in queste gare giornalistiche. Borsieri senza dirmi nulla 



(1) Queste parole di Silvio Pellico, uscitegli dalla penna, nella foga 
dello espandersi intimamente con un fratello, che chiama amico e confi- 
dente... ecc., sono signi Qcantissime ; certo non sono buttate a caso; non 
sono un'insidia di guerra, non possono essere che quello che suonano: 
una verità ! Qui però non pare che c'entri direttamente la Carboneria : 
sebbene questa dovea tenere i capi delle fila agitanti molti di que' letterati 
nei clamori e nelle offese delle, penne. 



LÈTTERE FAMILIARI DI SILVIO PELLICO (1813-1821) 353 

» ■ - f .... I ■ » I . ■ I I » ■ . I 1 1 ■- : 

(poich'io era in villa) ha posto nel suo scritto un Silvio P.; 
ma son contento che non m'ha fatto pigliar gran parte 
neiropera sua. Siete d'opinione che i Greci soli sieno 
dittatori sul Parnaso? non dirlo, ed emulate Pindaro e 
chi volete. Vi piace più l'idolo di Shakspeare? non dirlo, 
e sollevatevi all'altezza di esso. Invano cosi parlerei agli 
altri; ma cosi ragiono segretamente fra me. 

Passiamo ad altro argomento. Agosto è finito. Ricor^ 
dati d'Albasini 

Addio. Che ti scrive Sofia? che vita fai? non t'è venuto 
un accesso d'amore a Talia o a Melpomene, o a quella 
Musa divina che non ebbe culto in Grecia, e che Richai'- 
dson, Goethe, Rousseau hanno si bene celebrato? 

Addio, mio fratello, mio caro fratello. 

Tuo Silvio. 



CHI. 

Milano, 5 Ottobre 1819. 

(A Luigi). 

Descrive a foschi colori e a tratti larghi il dissesto della 
sua salute^ e le vicissitudini delle migliorie e dello 
star peggio. Vandirimeni da un rimedio a un altro,,. 
Lettera scritta assai malinconicamente, SI conforta 
in fine paragonando i suoi a' dolori della madre, e 
prendendo un poco di coraggio nel saper soffrire a 
esemplo di quella donna forte. 

RiNiEW — Pellico 2ì 



354 DELLA VITA DI SILVIO PELLICO 

Carissimo iMìgiy 
Dopo la mia coscienza tu sei il mio migliore amico; 
essa mi diceva già ciò che or mi confenni dei BresdanU 
e la tua schiettezza mi piace. Io non ho bastante salute 
per ora, e finché non mi ritornano le forze, l'ingegno non 
può produiTe. Son due anni ch'io languisco miseramente, 
sebbene con animo tranquillo. Bada bene che a' miei 
parenti nulla traspiri di questo. La cagione né la qualità 
del mio male non la so. S'io provo a mangiare per due 

tre giorni come se stessi bene, quel cibo non mi si 
smaltisce; s'io digiuno per liberar lo stomaco, illanguor 
cresce e deperisco: allora mangio di nuovo a piccole dosi 
ma sempre con indigestione; ricorro finalmente a un pur- 
gante che mi netta i viscen ammalati, ma tosto le indi- 
gestioni ricominciano, e se alcuna volta passo una setti- 
mana in discreta salute, appena me ne congratulo che 
già lo stomaco si disordina. L'aria della campagna a 
principio mi giovò. Or credo che la decadenza della sta- 
gione priva me come le piante di vitalità, e prevedo un 
inverno simile a quello dell'anno scorso, tristissimo per me. 

1 medici non s'accordano fuorché in una cosa, nel non 
sapenni guarire. Ho provato le loro dottrine; ho bevuto 
vino, sono tornato all'acqua, mi son rimesso al vino, tutto 
inutile. Certo é che in questo stato posso campar molti 
anni, ed é pur sempre (sebben malamente) il campare, 
ch'io desidero ; non per me, che non ho altra voluttà che 
quella di vagheggiare la morte, ma, tu lo sai, per i nostri 



LETTERE FAMILIARI DI SILVIO PELLICO (1813-1821) 355 

■ — - I 

genitori, che sono felici credendomi felice, e che mi pian- 
gerebbero tutta la loro vita. Inoltre siccome la speranza 
non abbandona mai il mortale, io mi lusingo che Fattuale 
mio stato sia una crisi che cesserà; so di alcuni che hanno 
patito per anni il mio male e che poi son ridivenuti robusti ; 
io posso fai* numero con loro. Le tue supposizioni, ch'io 
mi rovini studiando sono false. Fo' meno caso degli studj 
che non t'immagini; me ne rido meco stesso molte volte 
come di una delle pessime fra le vanità umane; la scaccio 
dal mio cervello, e cerco di assimilarmi alla moltitudine, 
che nulla studia eppur vive assai contenta di sé e delle 
sue virtù ; ed io co' miei libracci e colle mie indagini sono 
uno stolto che non trova nessun gusto nell'esistenza, e 
nessuna ragione mai per applaudirmi. Del resto ho av- 
vezzato il mio umore a non alterarsi ogni volta che mi 
si altera lo stomaco, altrimenti invece di essere amato 
in casa Porro, nessuno mi potrebbe soffrire. Vedono che 
non posso mangiare, s'inquietano, e li calmo dicendo che 
non ho avuto mai gran salute, e che questo è lo stato 
in cui mi vuol posto la Natura. Mi compiangono, ma non 
si turbano, e tutto è felice intorno a me. 

Domattina vado a Milano per tornare dopodomani in 
villa... Addio, mio buon amico. Dopo aver provato qualche 
poco di compassione pel tuo fratello, consolati subito, e 
non stare ad esagerarti i miei patimenti. Ciò che è è, e 
chi non sa rassegnarvisi è un imbecille. S'io oso parago- 
narmi in qualche cosa a nostra madre, si è nel coraggio. 




350 DELLA VITA DI Sa.VIO PELLICO 



Se ben ti ricordi, sono anni e anni ch'ella soffre non meno 
fisicamente che moralmente, eppur sa vivere e lavorare 
e non dolersi. Che diritto ho io a star bene, io anima 
superba e di ghiaccio, mentre quella creatura, tutta disin- 
teresse e virtù, è invecchiata nel dolore? Una legge arcana 
che condanna l'uomo a soffrire v'è. S'io fossi sano, quella 
legge sarebbe troppo violata, nulla mancherebbe nella 
ottima casa in cui sono, alla mia perfetta felicità. Quando 
guarirò, chi sa, mi morranno forse i genitori... (1). Questo 
è il più orribile dei pensieri, e per allontanarlo ho la 
superstizione di credere che quella disgrazia non accadrà 
fìnch'io sono afflitto da infermità. E allora il mio coraggio 
si accresce. Addio. Amami sempre. 



civ. 
Milano, 29 Ottobre 1819. 

(A Luigi). 

È chiamato dalla Polizia « axl aicdiendum verbwn ». Sop- 
pressione del « Conciliatore ». Verità e conseguenze. 

Lunedi ricevei un gentile invito del conte Villata, 
impiegato alla Polizia, che mi pregava di andargli a par- 
lare il giorno dopo. Martedì mattina vi andai. Fui accolto 
con tutto garbo, ma mi si disse che si doveva comuni- 
carmi una cosa molto dispiacevole. Io non sono che Vor- 



(1) Puntini di Silvio, 



LEl-TÈkÈ FAMtLlAkl 1)1 SlLVlO PELLICO (1 8 1 3-1821) 357 



gano del Governo, disse Villata, e per non porre né 
anche una sillaba del mio, le leggerò la caria stéssa 
che mi ha mandata il signor conte Slraésoldo. 

La carta diceva in termini consimili: 

« Il conte Strassoldo, ecc., ecc., ecc., si lagna altamente 
dell'audacia con cui il signor Silvio Pellico scrive nel 
Conciliatore. Questo scrittore tende a spargere i principj 
più sovvertitori d'ogni giusto e moderatamente liberale 
governo, e siccome v'è una Censura che lo frena, egli 
gode almeno nel mandare sempre ad essa Censura degli 
scritti temerarj, onde far sapere le sue ardite opinioni. 
D'ora innanzi gli è vietato di mandare alla Censura scritti 
che vertano sulla politica. S'egli contravverrà, verrà dato 
ordine al Conciliatore di non accettar più articoli del 
signor Pellico, e si prenderanno sopra il colpevole le 
misure opportune, non escluso il proibirgli, come fore- 
stiere, il soggiomo in questi stati ». 

Tale è quasi ad litteram, perchè mi ha fatto abba- 
stanza impressione, onde io nonne abbia perduto sillaba, 
la dichiarazione del conte Strassoldo. 

« — Che cosa ha da rispondere ? — mi disse Villata* 

« — Niente: è ingiusto, ma questo è inutile ch'io lo 
dica. Per quale oggetto v'è una Censura? In ogni paese 
dove vi è Censura, è assurdo il tenere ancora per rispon- 
sabile di qualche cosa lo scrittore che sottopone i suor 
pensieri a siflfatto tribunale. 

« — Non rivolga a me simile discorso, — risposa 




358 DELLA VITA DI SILVIO PELLICO 



Villata. — Io eseguisco e nlent'altro. S'ella vuol reclamare, 
scriva qui ciò che crede atto a discolparla. 

4c — Oibò: io non voglio scolparmi di nulla; non ho 
colpe. 

« — Ponga dunque il suo nome sotto questa carta. 

« — Subito ». 

E cosi fini il colloquio. Tu sei abbastanza veggente 
per capire che dopo il famoso atto di Francfort, l'Austria 
va generalizzando il suo sistema di rigore contro la libertà 
del pensiero. Le feroci mutilazioni, che hanno sofferto gli 
ultimi Conciliatori, ne sono già una conseguenza. Vedendo 
che la nostra ostinazione a continuare era invincibile, e 
non volendo direttamente proibire quel foglio, il Governo 
prese allora il partito delle minacele segrete, ad uso dell'In- 
quisizione di Venezia. Se proseguivamo il giornale, non 
tardava l'epoca in cui, invece delle minaccio si sarebbe 
venuto ai fatti. La nostra Società, udito ciò che m'era 
accaduto, convenne nel riconoscere che questo era un 
avviso del Governo, onde ci aspettassimo a tutte le pei^ 
secuzioni, se non volevamo darci la morte spontaneamente; 
e ce la siamo data. 

Non essendomi stato comandato il segreto, tutta la 
città fu informata della mia vicenda. Il conte Porro pro- 
testa altamente, che se mi costringessero ad abbandonare 
Milano, egli mi seguirebbe dovunque. L'indignazione contro 
il Governo fu generale. Il Conciliatore è compianto da 
tutti, e se ne sente la perdita. 



LETTERE FAMILIARI Di SILVIO PELLICO (1813-1821) 359 



Forse il Governo andrà adagio a farci del male, egli 
susciterebbe Tira del paese. 

Comunque sia, è bene non perire fuori di tempb, e 
concentrarsi nel più perfetto silenzio. L'Italia non sarà 
forse immemore un giorno dei pochi suoi cittadini che 
tentarono di conservare viva per 13 mesi la scintilla del 
patriottismo e della verità. 

Tu non risponderai a questa lettera, annunziami sol- 
tanto che rhai ricevuta. Sii prudente, e se Tatto di Francfort 
non trionfa, verrà giorno che il Conciliatore rivivrà. 

Non sappiamo nulla di quella poverella venuta da 
Londra. Sono inquieto per la Francia. Quei birbi dlnglesi 
avessero mai liberato Napoleone, per rovinar di nuovo 
la Francia? 



cv. 
Milano, 12 Novembre 1819. 

(A Luigi). 

Gli ultbni « Conciliatori ». Brente lascierà Milano. Let- 
tera elogiosa del marchese Alberto di Napoli sulla 
recita della « Francesca » in questa città. 

Mio caro Luigi, 
Ti mando finalmente gli ultimi Conciliatori. Scusa il ri- 
tardo. La disgrazia della famiglia Breme m'ha talmente occu- 
pato sinora, che non ho più potuto occuparmi d'altro (1). 



(1) Questa lettera ha la sua spiegazione nella lettera seguente. 




.%0 DELLA VITA DI SILVIO 1>ELLIC0 



Il marchese è velluto a Milano per dispon^e tutto, 
onde trasportare la sua casa a Torino. Il nostro povero 
Lodovico, che prima di questo tristo evento aveva deciso 
di voler fissare il suo soggiorno a Parigi, ora non ha 
coraggio di abbandonai*e nel loro dolore un padre, un 
fratello e i nipoti. Anch'egli andrà a stare a Torino. Figu- 
rati che enorme sacrificio è questo per lui. La sua salute 
cominciando a migliorare, e potendo egli ricevere qualche 
distrazione, vedo che gli è caro aver lettere dagli amici 
Scrivigli anche tu, dirigendo la tua lettera qui a Milano; 
la partenza per Torino non ha luogo sino all'anno nuovo. 

La tua condoglianza gli sarà sensibilissima: egli ti ama 
molto, e il tuo modo di scrivere gli piace; massime quando 

gli scrivi senza la minima ombra di complimento e vera- 
mente da intimo amico. Parlagli della stima che tu avevi 
per Sartirana, ecc. 

Dopo ciò che mi dicesti sulla Francesca da Rimini 
a nome della tua gentile Sofia, ho ricevuta la lettera del 
marchese Alberto, al quale ho risposto. Te la compiego; 
in qualche occasione me la rimanderai (1). O, se vuoi, falla 
avere a papà. Il suo amor proprio paterno ne sarà con- 
tento, n pover uomo rallegrandosi di questo mio successo, 
tranquillerà il suo cuore, messo in gi*ande agitazione dal- 
l'ultima vicenda del Conciliatore. 

„. I tre ultimi numeri del Conciliatore non furono 



(1) È una lunga lettera, tutta riboccante di lode e di entusiasmo per 
l'autore deUa Francesca da RinUrU, 



LETTERE FAMlLTAtll Di SILVIO 1>ELLIC0 (I8l3-l821) 361 



più distribuiti agli associati. Perciò non portano il titolo in 
fronte. Vennero via dalla Censura approvati (?) e mutilati, 
dopo che il Conciliatore era morto. Gli abbiamo stampati, 
giacché vi erano. 



evi. 

18-20 Ottobre 1819. 
(A Luigi). 
In questa lettera, scritta in alta notte affannosamente, 
descrive un suo viaggio a Vigevano intrapreso per 
consolare Lodovico Breme afflittissimo per la tra- 
gica morte di suo fratello. Descrive il terribile caso 
de' fratelli Breme, e la morte del conte di Sartirana 
affogato nel Ticino. Malinconia e spavento che nella 
seguente notte assalgono Silvio Pellico, pensando a 
Odoardo che si era ucciso Vanno innanzi. 

Caro amico, 
Nell'ultima lettera per te che mi dettò il conte Porro 
\X dissi ch'io partiva per Sartirana. Io speravo di giun- 
gere nella stessa sera presso il povero Lodovico e tem- 
prargli colla mia presenza il dolore crudele di trovar 
morto un fratello ch'egli adorava. Durante il mio viaggio 
sino al Ticino, diluviò senza posa, e quando giunsi al 
porto di Vigevano non potei passare, perchè il ponte era 
fuori di corda. Fermo di passare il Ticino, feci il giro, 
prendendo la via dei boschi dalle parte di Gassuolo, e 



362 DELLA VITA DI SILVIO PELLICO 



là trovai i due ponti ancora in buono statò. Un inconve- 
niente che non mi pose in alcun pericolo, giacché io era 
disceso dal legno, ma che ritardò alquanto il mio viaggio, 
lu la caduta d'uno de' miei cavalli in Ticino; convenne 
tagliare i fornimenti per salvare la carrozza, e lasciare 
andare il cavallo caduto, che poi fortunatamente ricupe- 
rammo. Quando si potè con funi riattaccare la bestia, 
proseguimmo sino a Vigevano, ove essendo notte mi con- 
venne fermarmi. 

Parlai al medico che aveva tuttodì scoltato (?) facendo 
tutti i possibili tentativi per richiamare a vita il perduto 
povero conte di Sai*tirana. Quest'infelice è perito per 
incuria del portonaro, che invece di adoperare una buona 
corda si servi d'una funicella per regolare il porto: la 
funicella si ruppe ; il (ponte) oscillò, i cavalli si spaventa- 
rono e retrocessero. Il legno si rovesciò. V'era il conte, 
il cav. Filiberto, il chirurgo Branca e im cameriere. Pio« 
veva dirottamente, e perciò non erano scesi dal legno. Il 
marchese (padre) di Breme essendo gi'avemente ammalato, 
que' suoi buoni figli gli conducevano in fretta il chiinu'go. 
Erano le sei della sera; al rovesciarsi indietro la carrozza, 
i postiglioni fecero ogni sforzo per tenerla su, ma il timone 
si ruppe. Fra le colpe del portonaro v'è anche che invece 
di tenere vicina al ponte la solita barca di soccorso, egli 
Taveva lasciata sull'altra riva. Prima che questa barca 
sia venuta con gente, ci volle un quarto d'ora; il fiume 
era nel massimo della sua violenza. Varj uomini si ge^ 



LETTERE FAMILIARI DI SILVIO MLLICO (1813-1821) 363 

tarono subito a pescare, ed estrassero fuori di sentimento 
i due Breme e il cameriere. Branca non s'è ancora tro- 
vato. Filiberto, allor che riprese i suoi sensi, sì trovò in 
barca; anche il cameriere rinvenne. Si condusse il povero 
Sartirana in un'isola, cercando di far fuoco onde riscal- 
darlo, ma non si potè, stante la pioggia dirotta. Di là lo 
trasportarono alla riva. Filiberto, più morto che vivo 
come era, corse a piedi sino a Vigevano per cercare medici 
e far preparare gli opportuni soccorsi al fratello. Intanto 
il cadavere venne portato a Vigevano. Ma già erano passate 
tre ore. Si tentò tutto; non diede più il minimo segno di vita. 
Frattanto il nostro povero Lodovico che, dopo il teatro 
avea ricevuto l'annunzio della disgrazia, parti subito da 
Milano e arrivò a Vigevano, quando i medici già dispe- 
ravano e avean mandato a domandare al marchese padre 
il permesso di tentare l'ultima pericolosa operazione, 
quella della trachea, provando d'inspirare con im taglio 
al collo qualche po' d'aria nei polmoni. Il permesso del 
padre arrivò. Lodovico fu dal Vescovo di Vigevano impe- 
dito di vedere il fratello morto, e lo costrinsero a recarsi 
al castello di Sartirana. 

Io seppi tutte queste circostanze dal medico. Figurati 
che notte ho passata, alloggiato non lungi dalla chiesa 
ove era il cadavere. Alla mattina seguente all'alba m'av- 
viai a Sartirana. Eravamo già quasi a Sartirana, quando 
incontrammo un legno con Lodovico che ritornava a 
Milano. Egli era in uno stato di desolazione, qual te lo 



304 DELLA VITA DI SILVIO PELLICO 



puoi figurare, tanto più che il fratello morto veniva tra- 
sportato allora al castello, e che s'incontrò in questo 
orribile spettacolo. Dopo tante ore di dolore straziante, 
toccava ancora a Lodovico d'essere il nunzio di questa 
disgrazia al figlio e alle figlie dell'estinto. Questa famiglia 
idolatra del padre, sono i migliori cuori che vi sieno al 
mondo ; immaginati che lutto. Non ho ancora visto fuorché 
per un breve quarto d'ora il povero Lodovico a Milano. 
Colla sua salute sempre vacillante temo che questo colpo gli 
sia fatale. Dei fratelli Breme quelli che erano legati colla 
più grande amicizia erano appunto questi tre; tutti tre 

spregiudicati, liberali, pendenti per il bene pubblico 

Quando il conte di Sartirana fosse divenuto padrone del 
suo, essendo uno dei più ricchi signori del Piemonte, egli 
avrebbe potuto fare molto bene al suo paese. Chi non 
lo conobbe da vicino, non sa qual perdita abbiamo fatta 
e come uomini e come concittadini. Ciò che forse ha 
impedito Lodovico di soccombere a tanta angoscia si è 
ch'egli credeva morti ambedue que* suoi fratelli, e che 
ritrovò vivo Filiberto. Quest'altro dice che prima di per- 
dere i sentimenti, uscirono tutti dal legno, e lottarono 
per otto minuti colle onde; quegli otto minuti, soggiunge 
egli, sono un secolo del più crudele martirio non fisico, 
ma morale. Il pensare al padre, ai fratelli, alla famiglia 
tutta, agli amici, alla loro desolazione è im inferno di pene. 
Fisicamente dice che non hanno soflerto niente, 1 senti- 
menti perdendosi senza che l'annegato se n'accorga. 



LETTERE FAMILIARI DI SILVIO PELLICO (1813-1821) 365 

^ 

Io non so come colla febbre che ho avuta nell'altra setti- 
mana, io non sia ora più ammalato che mai. Non ho altro 
male fuorché non posso dormire. Ti scrivo questa lettera 
da letto alle 2 dopo mezzanotte. Intanto verrà il desiderato 
mattino. La solitudine della notte e questi orribili pensieri, 
e anche un anno che mi è morto Odoardo, mi mettono 
uno spavento puerile ma invincibile {i2 linee cancellate). 

Io t'av^eva detto che t'avrei scritto dal Piemonte, per 
parlarti del Conciliatore, giacché da qui non mi fido stante 
la perfidia delle Poste; e chi sa se il mezzo della diligenza 
non é egualmente mal sicuro? A Vigevano mi occupai 
di tutt'altro. Ma un nostro amico va in questi giorni a 
Novara, ed egli imposterà colà questa lettera. 

cvii. 

Milano, 21 Novembre 1819. 
(A Luigi). 
Bella fissazione che egli ha che lui e Luigi non saranno 
mai felici, deditce per consolazione, che si ameranno 
viemmaggiormente. Sua maniera di vita prima e 
dopo il « Conciliatore ». Il romanticismo; qv^llo che 
è, non in quayito al nome. Quanto rimarrà in casa 
Porro. Scrupolo di Luigi nelle faccende de* conti 
Porro e Gonfalonieri, 

Amico mio. 
L'affetto tenerissimo, con cui nella tua lettera del 15 
mi rimproveri, perchè da lungo tempo le mie ti giungono 



366 DELLA VITA DI SILVIO PELLICO 

rare e poco estese, mi ha vivamente commosso. Non cre- 
dere che la mia amicizia per te si sia intiepidita. Ap- 
prezzo il tuo cuore più che nessuno può apprezzarlo, e le 
ricordanze di ciò che la fortuna ti fece soffrire mi sono 
un maggiore motivo perch'io t*ami. So qual grande sacri- 
ficio tu abbia fatto un tempo nel conservare la vita, e te 
ne son grato, perchè credo che in parte questo sacrificio 
tu l'abbia fatto per me. Quantunque poi da lungo tempo 
l'intima comunicazione reciproca de' nostri pensieri sìa 
stata interrotta, pure ho abbastanza esperienza dell'animo 
tuo per indovinare che un soggiorno tranquillo sulla terra 
ti può ben far rassegnato, ma non felice (tre linee can- 
cellate) (1). Noi noi saremo mai; e questa certezza, mio 
caro Luigi, è quello che ti deve accertare che ci ameremo 
sempre ; la compassione, la simpatia ci terrà sempre uniti. 
Non soffro mai degli uomini e delle cose, ch'io non pensi 
a te e non dica: « eccone là un altro, egualmente assorto 
in meditazioni solitarie ; egli sembra ma non è una ruota 
dell'edificio sociale; è una ruota fuori di posto che nulla 
lega alla gran macchina ». 

Non so perchè io ti scriva di rado. Forse perchè la 
mia mente pigra non sa profittare dei piccoli intervalli, 
e il lungo tempo le manca. Avvezzo a vivere molte ore 



(1) Da quanto abbiamo potuto sbirciare a traverso le fitte cancellature, 
ci pare ch'egli parli del fratello teologo Francesco, che si diceva felice: 
ne dubita Silvio, e aspetta tempi in cui si svolgano le passioni, « egli (sog- 
giunge in maniera visibile) spera di essere felice. Noi... ecc. ». 



LETTERE FAMILIARI DI SILVIO PELLICO (1813-1821) 367 

«»■ !■■■■, 

al tavolino, io una volta scrivendo lettere mi concentrava 
a tutt'agio, non temeva d'esser disturbato, e diffondeva 
con piacere l'anima mia. Tu sai che tolta quell'ora di 
lezione all'Orfanotrofio, io fui padrone del mio tempo du- 
rante quattr'anni. Passando dai Eriche, contrassi qualche 
maggior obbligo, ma non fui totalmente divezzato dal mio 
vivere solitario e libero. Io non aveva idea di che fosse 
ciò che si chiama né il vivet'e in famiglia, cioè essere 
sempre circondato da oggetti che non vi permettono di 
star solo, né il vivere sociale, cioè l'aver da fare o rice- 
vere visite, e passare delle ore col sorriso sulle labbra 
e la noja nello spirito, udendo e vedendo e dicendo cose 
che nulla importano. Tale è ora il mio destino, e credo 
che non devo lagnarmene, perchè m'accorgo che tale è 
il destino di quasi tutti gli uomini, in un paese dove nulla 
si può far di grande, dove nulla s'impara fuorché a starsi 
mio rimpetto all'altro: questa è l'Italia. Certamente vi è 
qualche ora tarda della sera, vi sono le prime del mattino, 
in cui ninno vi molesta: ma l'esprit est dètendu o per 
le impressioni della giornata o per la previdenza delle 
noje imminenti. Si legge, si pensa, si freme, si piange la 
vita che fugge e si brama che fugga. 

CoU'impresa del Conciliatore ho passato un'annata 
d'inferno. Disturbato tutto il giorno, io rubava per cosi dire 
i momenti del mio sonno onde divorar libri e analizzarli ; 
lavoro ingrato, perchè rarissime volte dettato dall'ispi- 
razione; ma lavoro al quale io non potea sottrarmi, perchè 



308 DELLA VITA DI SILVIO PELLICO 

» ■ ■ ■ . I ■ . .- 

l'onore e l'amicizia me ne facevano un obbligo. Or ch'è 
cessato, respiro: mi pare che mi si sia levata una mon- 
tagna d'in sul petto. La mia mente liberata da tanta op- 
pressione si rialza, e riprende la sua elasticità. Abborro 
i vincoli. Per forza non so, non amo far nulla. Abbando- 
nato a me, se avrò salute, ti prometto che prima di mo- 
rire comporrò ancora qualche tragedia. Frattanto il mio 
poema di Cola non sarà interrotto, spero. Avresti già il 
primo libro, se la disgrazia di Sartirana non veniva a 
disanimarmi d'ogni cosa. 

Dal modo con cui mi parli del romanticismo, mi 
sembra che tu t'immagini un partito, in cui io sia stato 
strascinato. T'inganni. La parola di romanticismo fu mal 
scelta; ma quella dottrina è quella di chiunque ha intel- 
letto veggente. E tu sai come Foscolo e Monti sentivano 
di Shakespeare e di Schiller, prima che si usasse la parola 
rofnantico. Or forse saranno i primi a dirsi classicistL 
Ma non vedi tu che lo sbaglio sta tutto nel senso attac- 
cato alla parola? Il tempo dissiperà queste tenebre, e farà 
giustizia al vero. 

... Mi domandi quanti anni io abbia ancora da pas- 
sare in casa Porro. Erano 15, e sono già passati 4. Allora 
sarò libero: ma non trovo verisimile che io mi senta da 
qui a li anni cosi poco affezionato a questa casa, da 
poterla abbandonare. I miei allievi sono anime còsi buone 
che fin d'oggi mi dorrebbe infinitamente il lasciarli. Il loro 
padre ha un cuore eccellente e i principj più magnanimi, 



LETTERE F.UIILURI DI SILVIO PELLICO (1813-1821) 360 



Nello stesso tempo che mi lagno della dipendenza in cui 
la mia condizione mi mette, pur riconosco che molti sono 
i vantaggi ch'io vi godo. S'io non avessi quel disgraziato 
istinto dello studio e della solitudine, istinto impossibile 
da soddisfarsi da chi non può esser ricco e non vuole 
esser frate, io dovrei dirmi beato. L'amore poi che mi si 
porta qui da tutti è tale che mi do quasi dell'ingrato, quando 
sento che esso non basta per rendermi pago. 

Tu mi fai un gran torto, mio caro, parlandomi in due 
tre tuoi fogli della crescente spesa del Bastimento (1). 
Sappi che non mi credo punto autorizzato ad ingiuriosi 
sospetti. Vedo che questo pensiero t'ha inquietato. Diffi- 
derei se le passate sventure non avessero avuto luogo: 
ma so quanto debba essere severo verso di sé chi senza 
quasi avvedersene, è caduto una volta in certi errori. 
Distinguo i tristi d'indole dagli sciagurati per accidente; 
a puoi tu credere, mio caro fratello, ch'io sia così vile 
ed ingiusto dal porti fra i primi? Ti dichiaro che non ho 
avuto il minimo dubbio sulla tua esattezza in tutte le cure 
che ti sei assunte, e che giurerei, in qualunque occasione, 
tanto sulla tua onestà quanto sulla mia. Chi è giunto come 

(1) Silvio Pellico era incaricato, o rappresentante della Società Gonfa- 
lonieri e Porro per i loro affari di commercio a Genova. Il 12 Novembre 1819 
cosi Silvio gli scrivea... « Nulla ti rispondo sulle tue noje pel battello. Il 
conte mi ha dettato Taltro giorno una lettera in cui ti disse tutto ciò che 
s'era da dire. Gonfalonieri mi ha espresso il suo rincrescimento sul dispia- 
cere che pare li avesse fatto la sua relativamente alle misure. Tanto egli 
quanto Porro e Visconti ti sono rieonoscentissimi delle pene che ti prendi 
per compiacerli. Venti volte m'han detto: È una gran fortuna per noi di 
aver là suo fratello (Inedita) ». 

RiNiKRi — Pellico 25 



370 DELLA VITA DI SILVIO PELLICO 



noi a vedere il mondo senza illusioni, e frammezzo a 
tanto dolore, non può più essere sedotto da tentazioni 
indegne e da lusinghe d'acquisti bassi e fallaci. La stima 
di sé stesso è tanto necessaria all'uomo che non ha quasi 
altro bene! 

Addio, mio caro. Amami. Saluta Sofia, quando le scrivi. 
Salutala ogni volta. Dille che una creatura amata da te 
ò un oggetto di grande stima per me, perchè so che tutto 
ti è antipatico ciò ch'è volgare. Vorrei conoscerla. Non 
è egli possibile che lasci Napoli? Addio carissimo. 

Il tuo Silvio. 



CVIII. 

Milano, 27 Novembre 1819. 

(A Luigi). 
Affari della Società del Bastimento, Consigli a Luigi, 
Lodovico de Breme. 

Mio caro, 
Ho ricevuto la tua del 20. Ho fatto sentire alla Società 
del Bastimento il dispiacere che hai provato per le mara- 
viglie, che hanno fatto sull'inesattezza del conto preven- 
tivo del Biga. Essi mi protestano che sono ben lungi 
dall'attribuire a poca diligenza per parte tua ciò che non 
avresti potuto evitare, e che t'inganni assai se supponi 
che non ti si renda tutta la giustizia nel merito che hai 
in quest'impresa. 



LETTERE FMULIARI DI SILVIO PELLICO (1813-1821) 371 

M'ha fatto sorridere ramicizia che ha per te il Bram- 
billa, in grazia delle figliuole. Bada a non lusingarle 
troppo, a meno che un matrimonio di fortuna ti sedu- 
cesse. Ma perdona Tipotesi: so che ami Sofia, e difficil- 
mente col cuore occupato si può tollerare l'idea d'un 
matrimonio di speculazione. 

Porro ti ringrazia tanto delFarticolo che hai fatto 
inserire in codesta gazzetta. Non sapevamo che tu (ossi 
il censore di essa. 

Lodovico è stato gratissimo alla tua bella lettera. 
Egli mi ha ripetuto che quando sarà a Torino, si ado- 
pererà con premura a farti venir vantaggiosamente in 
quella Capitale, ove non ha quasi nessun amico, e ove 
la tua compagnia gli sarebbe di gran sollievo. 

... Ti abbraccio in fretta ma sempre colla più viva 
tenerezza. 

Il tuo Silvio. 



cix. 
Milano, 29 Maggio 1819. 
(A Luigi). 
Del romanticismo e del classicismo. 

Carissimo amico, 
La tua lettera m'è stata rimessa, ed io ho pensato 
di consegnarla a Lodovico, benché tu dubitassi se potes- 
sero piacergli le tue incertezze. Mi sembra che il mostrai^si 



372 DELLA VITA DI SILVIO PELLICO 



qual si è, sia uno dei più bei diritti che dà l'amicizia. 
l\\v troppo si dissimula coi nove decimi degli uomini che 
ci conoscono; almeno si osi essere schietto coi pochi che 
meritano la nostra stima. 

Cria si vede dalla tua lettera che tu non hai seguito 
Il filo che ha condotti noi a dicliiararci romantici. Le 
grida che s'alzano d'ogni intorno contro le nostre pretese 
violazioni di tutte le regole, contro il nostro disprezzo 
del bello antico, ecc., ti hanno assordate le orecchie, e 
l'atto uscire dalla memoria che Breme ha detto doversi 
la letteratura efficace, cioè quella che vien cliiamata roman- 
tica, fondare, non sui sogni della propria fantasia, come 
i detrattori suoi vanno dicendo, e sull'ignoranza delle 
l)roduziom classiche, ma bensì sullo studio profondo (non 
pedantesco) di tutta l'antichità, più sullo studio di tutti 
gli sviluppamenti moderni dello spirito umano. 

Classico e Romantico non sono che nomi. È sufia 
cosa che si disputa. Se per ì^omantico intendete pazzo 
ed ignorante avete ragione voi, come se per classico 
intendiamo pedante abbiamo ragione noi. Or non è un 
oracolo della Sibilla da interpretarsi il decidere quali 
sieno i fautori dell'ignoranza Ira coloro che predicano 
l'adorazione esclusiva dei greci e dei latini, e coloro che 
osano paragonare i varj popoli e i varj tempi, e preten- 
dere che vi sia più da imparare colla cognizione di molte 
letterature di nazioni colte, che sulla cognizione di due 
letterature sole, una delle quali non è che una servile 



LETTERE FAMILIARI Di SILVIO PELLICO (1813-1821) 373 



imitazione delle altre. Non cesserei mai di ripeterlo: 
quando dopo l'irruzione dei barbari in Europa tornò il 
gusto delle lettere, si aveva gran ragione di adorare il 
minimo emisticchio greco e latino, perchè tutto il sapere 
umano per noi stava là. Ma conviene essere singolarmente 
umili per credere che siamo ancor barbari in paragone 
degli antichi, e che da questi abbiamo ancor tutto ad 
imparare. Aristotile e Platone furono ingegni maravigliosi, 
ma perchè né l'uno né Taltro seppero scoprire il segreto 
del governo rappresentativo (scoperta che comincia un 
periodo affatto nuovo (1) di civilizzazione) si dovrà dire 
che sono governi più sensati la turbolenta democrazia, 
la arbitraria aristocrazia e il despotismo, che non è quello 
degli Stati Uniti? 

Idolatria degli antichi! Superstizioni religiose! Rispetto 
alle distinzioni sociali! Vecchie macchine, logore, sostenute 
si da infiniti puntelli, ma degradatisi ad ogni urto. 

Addio, fratello caro. 



(1) Se Silvio Pellico vivesse a' nostri giorni, se avesse visto l'arruffata 
matassa che il costituzionalismo é per i popoli, se avesse potuto vedere il 
«rran mezzo che presenta di corruzione spaventosa di morale e di giustizia: 
l 'arricchirsi de' pochi arruffoni e spadroneggiare da tiranni, e mille lordure 
di cui é contaminato il governo rappresentativo: pel poco bene che pre- 
senta in teoria, non avrebbe lodato tanto cotesta foggia di governo, dinanzi 
agrinflniti mali che porta seco nella sua esecuzione pratica. E d'altra parte 
non gli saprebbe male che que' grandi ingegni di Platone e di Aristotile non 
abbiano cavato da' loro cervelli questa Minerva cosi armata funestamente ! 



874 DELIA VITA DI SILVIO PELLICO 



ex. 

Milano, 1^ Gennaio 1820. 

(A Luigi). 

Augurìì pel nuovo anno. IrnpomhiUià del matrimonio 
con Sofìa. La loì^o madre. 

La prima cosa che mi sono prefisso di fare in questo 
mattino del nuovo anno, si è di scrivere al mio caro 
Luigi. Non ricevesti mie lettere da parecchi giorni, perchè 
tutti passarono senza ch'io nulla facessi; avrei voluto 
dirti che il 2'^ libro del Cola è terminato; svogliatezza 
e disturbi m'impedirono d'inoltrare ecc. 

Addio. Quando scrivi a Sofia, salutala a mio nome. 
Pur troppo le ragioni tue relativamente al matrimonio 
sono vere. La scellerata disuguaglianza, con cui è mon- 
tata la macchina sociale, condanna la più parte degli 
uomini a trascinare nell'infelicità la pei*sona che più 
amano, o a rigettarla dal seno. Tu pure sei stanco della 
vita ? Oh io, questa stanchezza la sento a sommo grado ! 
Perchè nascemmo? Perchè abbiamo noi percorsa un'età 
tutta speranze? A qual fine tanti errori e, in mezzo a 
questi, tanto amore per la virtù, tanti divini slanci di 
fantasia, tanta distanza dalle nostre due anime a quella 
del volgo? Se tutto questo è un sogno, perchè e donde 
tal sogno ? Addio. Buon anno, e buoni anni finché il destino 
te ne darà. Maman mi ha scritto alcune righe che m'hanno 
empiuto di tristezza. Quella irreprensibile donna si sente 



LETTERE t'AMlLtARl J)l SILVIO PELLICO (1813-1821) 375 

avvicinare alla tomba, e si duole perchè io fo' voti onde 
campi ancora. Ella tocca con piacere il suo fine, e non 
si smentisce da quella donna coraggiosa che fu sempre. 
Si dice lieta d'aver figli che la benediranno anche dopo 
morta, e all'amor dei quali ella crede d'aver diritto, 
avendo sempre fatto per essi ciò che meglio ha potuto 
Mi ricordo come ieri di Pinerolo, e della gioventù robusta 
di quella madre di famiglia; eccola vecchia, e fra poco 
sotterra! Il volo del tempo è spaventevole. Addio, caris- 
simo. Amiamoci finché respiriamo. 

Il tuo Silvio. 



CXI. 

Milano, 8 Gennajo 1820. 

(A Luigi). 

Consola il fratello della perduta speranza di sposare 
Sofia. Gli dà contezza della meo va tragedia di Man- 
zonl: il « Carmagnola ». 

Amico mio, 
Il tuo dolore mi affligge sommamente; la natura 
sembra averci dato passioni per renderci cara la vita, 
la società cangia quelle fonti di felicità in veleno. Un 
po' d'eguaglianza nelle condizioni, e quante angoscie di 
meno sulla terra! Tuttavia non bisogna curvarsi come 
schiavi dinanzi alla fortuna ; bisogna superarla ogni volta 
che è possibile. Prima di rinunziare ad un bene sicuro, 



376 DELLA VITA Dt SILVIO PELLICO 



quello di far compagna della tua vita una creatura che 
sei certo d'amar sempre, consulta bene le tue forze, e 
se credi di poter essere felice con essa a dispetto della 
fortuna che vi negherà alcune agiatezze, se Sofia e sua 
madre consentono a partecipare la mediocre tua sorte, 
perchè rigetteresti una tal dolcezza disperatamente? Lo- 
dovico, per cui non ho nulla di segreto, biasima la tua 
ultima lettera. Se Sofia, dic'egli, ha denari che assicurino 
l'esistenza di essa, Luigi abbencliè povero deve sposarla 
senza rimorso, (piando la fanciulla gli venga conceduta. 
Se Sofia non ha gran cosa, minor ritegno devesi avere, 
purché essa e la madre consentano. Luigi, mi soggiun- 
geva egli, è in circostanze ristrette ma migliori di tanti 
altri, che con misero impieguccio mantengono pure una 
cara sposa e più figli; ma certo vi vuol virtù per dire: 
« Io dividerò il poco mio avere con un'altra creatura e 
con quelle di cui mi farà padre ». Ci vuole un giusto sen- 
timento di dignità, che non reputi avvilimento una vita 
felice ma senza splendore. Lodovico pretende che se 
puoi ottenere Sofia, tu devi spogliarti d'un po' di Sibarismo, 
e che sarà degnissimo di te il sacrificare qualche cosa 
della tua eleganza, per abbellire i tuoi giorni colla com- 
pagnia della persona che adori. 

Egli ha voluto ch'io ti scrivessi tutto questo, ed ha 
pienamente ragione. Ma io ben vedo che la baronessa 
non s'indurrà a darti sua figlia, considerato che nulla 
possiedi fuorché il tuo impiego. Tu hai agito onoratamente 



LETTERE FAMlLtARl Di SILVIO PELLtCO (l8l3-l8Sl) 377 



svelando schietto Tessere tuo, e non lasciando che ti 
supponessero ricco. Ti compiango dal fondo del cuore, 
e desidero intendere su ciò qualche cosa di consolante. 

Ti spedisco per la diligenza di lunedi la bellissima 
tragedia di Manzoni: il Carmagnola. A me pare una 
cosa divina. Qui è generalmente lodata, e Monti stesso 
non trova a dire che sullo stile, che a lui sembra trascurato 
e prosaico ; ma Manzoni non ha preso inavvertentemente 
quello stile; egli lo ha scelto come il più proprio ad un 
argomento non antico, e nel quale il discorso deve sco- 
starsi di poco dal discorso comune d'oggidì. Il vantaggio di 
siffatto stile, scliivo dei modi e dei vocaboli non simili alla 
prosa, si è di renderne cara la lettura anche a coloro che 
non sono educati al linguaggio poetico. La più parte delle 
donne per esempio fanno fatica a leggere la poesia italiana 
(meno il Metastasio) e perchè ? Perchè la poesia italiana 
ha una lingua ch'esse non sanno. Datele una lingua già 
nota, e acquisterà molte lettrici e molti più lettori. 

Addio. 



CXII. 

In altra del io Gennaio i820, scrìve sullo stesso argo- 
mento così: 

L'ultima tua mi fa scorgere, con mio sommo ramma- 
rico, che tu non puoi nutrire la benché minima speranza 
di contentare il tuo cuore, facendo partecipe del tuo destino 



.'J78 t)ELLA XITA DI SILVIO PELLICO 



la fanciulla che ami. Io ho voluto pungerti un pochino 
accusandoti di Slbarlsmo, non già per farti una colpa 
della tua eleganza, ma per incoraggiarti a qualche sacri- 
fìcio di piccoli agi, se mai con questo tu ti fossi sentito 
in grado di mantenere Sofia. Pur troppo, da ciò che mi 
dici, vedo che né anche colla maggiore ristrettezza di 
spese personali, non potresti fornire a quelle d'una moglie, 
che per la sua educazione e le sue abitudini, non può 
ridursi a vita semplice e casalinga. E giacché si tratta 
di non rendere infelice una creatura che ti è cara, e di 
non comprarti rimorsi per l'avvenire, é inevitabile che 
tu deponga il pensiero di farla tua. Vedo quanto ciò deve 
costare all'anima tua e ti compiango; ma Sofia e sua 
madre non possono condannarti, e ti debb'essere un con- 
forto Tamicizia loro, che certamente ti rimarrà sempre. 
Povera ragazza! che farà ella se perde la madre? Come 
mai una madre può essere cosi stordita di non pensare 
a lasciare qualche cosa a una figlia, che può im giorno 
trovarsi senza appoggio? La bellezza, il talento e la virtù 
sono doti che invece di rendere cara la vita ad una fan- 
ciulla, gliela rendono più dolorosa, allorché le manca 
un appoggio. La sorte di Sofia mi fa pietà. Ma forse sarebbe 
desiderabile che le morisse la madre. Cosi rimanendo 
intieramente devota a te, potresti sposarla. Il maggiore 
ostacolo attuale vedo che sarebbe per te il dover convi- 
vere colla madre, stantechè la sua vanità ti rovinerebbe. 
Ma non facciamo voti per la morte di nessuno. Forse 



LETTERE FAMILIARI DI SILVIO PELLICO (1813-1821) 379 



questa perdita lacererebbe crudelissimamente il cuore di 
Sofia. 

Ma dimmi. Questa giovane, non potendo per ora dive- 
nire tua sposa, ha ella qualche altro partito ? Se ciò non 
è, tu non devi disperare. Fra un anno, fra due anni, il 
tuo destino potrebbe impensatamente migliorare; la cosa 
non è impossibile; io la considero anzi probabile, ora 
che Lodovico sarà a Torino. Da lontano ei non poteva 
niente, ma essendo sul luogo, non gli sarà difficile dUn- 
lluire sui personaggi che ti possono giovare. Questa spe- 
ranza mi consola. 

Addio, carissimo. Che ti è sembrato il Carmagnola'^ 
Il coro è stupendo. Vorrei piuttosto aver fatto il coro 
che la tragedia, quantunque questa anche abbia molte 
bellezze. Lo stile di essa è molto criticato. Ti abbraccio. 



cxui. 

Milano, 11 Febbraio 1820. 

(A Luigi). 

Che cosa si deve intendere per Romanticismo. Conside- 
razioni sul « Giaurro » di Byron. 

Amico mio dell'anima, 

Ed io ho tenuta celata la tua lettera, perchè qui 

non si scherza quando si proferiscono le parole sacre 

classico romantico. gli uni o gli altri ti scomimicano, 

e nessimo permette né anche di star neutro: conviene 



380 DELLA \1TA Di StLMO PELLICO 



seguire una bandiera. Io non esito dovunque sono inter- 
rogato a dichiararmi romantico, ma spiegando subito il 
romanticismo per l*esclusione d'ogni idolatria di genere 
purché generalmente sentito, sebbene modificato secondo 
non la sola poetica d'Orazio, ma qualunque poetica 
fondata sul criterio umano (1). Né io ti scomum'co 
ancora, mio caro I.uigi, perchè so quanto appassionato 
tu sia di Shakspeare e di Schiller (2) e di Dante, di 
tutti quei grandi insomma che crearono poemi immortali, 
di cui né i Greci né i latini non avean lasciato esatto 
modello; ma ti scongiuro a non scomunicar noi pel solo 
Giaurro, che ti spiace, e che disgraziatamente ci si è 
A enuto a raccomandare come produzione romantica. Dico 
disgraziatamente^ ed infatti ci vuole una persecuzione 
della fortuna per fare che appunto delle poesie di Byron 
si abbia a tradurre per la prima quella che é meno tra- 
ducibile; e che il traduttore sia un amico di Lodovico 
e di tutta la cotterie di madama de Staèl, e che non si 
possa evitare di lodarlo. Ben è vero che molta poesia 
v'è nel Giaurro, e che analizzandone i pregi si possono 



(1) Se ogni definizione dei Romanticismo era fatta in questa maniera, 
noi crediamo che (salvo la moda ch'é sempre pazza), e' dovesse contare 
pochi seguaci schietti, e convinti; perché, felice chi può intendere ciuesto 
gergo ! Ci sembra non più la libertà, ma l'elasticità del pensiero! 

(2) Di questo poeta, cosi parlava in una del 29 Genn. 1820: « È uscito og^i 
il volume della Congiura di Fiesco. Oh divino Schiller! D. Carlos e Fiesco 
sono due tragedie inimitabilmente belle. V'é una forza d'immaginazione 
che spaventa. Perché mai Schiller non é riconosciuto per uno de' più grandi 
ingegni che la repubblica letteraria abbia avuto » ? 



LETTERE FAMILIARI DI SILVIO PELLICO (1813-1821) 381 

far ravvisare per tali da chicchessia; ma i pregi, pai*- 
ziali d'un' opera non bastano a costituirla bella, se non 
v'è nel tutto una sapiente armonia che rapisca. Dirò 
nondimeno a discolpa di Byron, che quando un autore 
ha già per eccellenti cose pubblicate ottenuto i suffragi 
d'una nazione, e che il carattere delle sue idee è già 
conosciuto, egli può avventurare anche una produzione 
un po' stravagante, senza correr rischio di essere fischiato. 
Gl'inglesi sono rimasti sbalorditi alla lettura del Giaurro^ 
ma invece d'immaginarsi come noi, che questo abbia ad 
essere un modello di romantico, e quindi più valutabile di 
tutti i poeti deirantichità, e lagnandosi dello scucimento, 
hanno tuttavia reso onore al bel verseggiare, alla forza 

del colorito, ecc ad ogni passo gridano : è 'proprio egli! 

come vi si riconosce Lord Byron! 

La differenza dunque sta per noi, che, non cono- 
scendo ancora affatto questo scrittore, non abbiamo nes- 
suna anticipata predilezione a certe forme da lui consa- 
crate in altri non frammenti, ma bei poemi. 

Se Monti, o Foscolo, nei loro momenti di maggior 
gloria avessero stampato qualunque imperfetto lavoro, 
la di cui imperfezione risultasse non dairesecuzione ma 
dai vacui dei racconti, sta pur certo che il pubblico avrebbe 
accolto con rispetto quei versi, commentandone le bel- 
lezze e perdonandone i difetti. Odilo a parole chiare e 
rotonde: il Giaurro non è il rappresentante di nessmi 
genere di poesia, ed è stato un errore quello di comin- 



382 DELLA VITA DI SILVIO PELLICO 

ciare da questo poema, per far conoscere Lord Byron 
airitalia. Lo conoscerai un pò meglio, leggendo la mia 
traduzione in prosa del Manfredo (la si sta stampando 
colla Francesca). Non c'ò nessuna biblioteca costà dove 
si trovi il giornale letterario di Ginevra (La Blbliothéque 
Uaiver selle)! Cercala... e cercavi gli estratti del Corsaro 
e di Lara: leggili, e poi negami, se puoi, che Byron 
non sia un terribilissimo ingegno. 

Riceverai da papà Lo Spettatore, dove sono gli arti- 
coli di Breme sul Giaurro, per me li trovo molto ben 
pensati. 

Addio. 



cxiv. 

■Milano, 19 Febbraio 1820. 
(A Luigi), 

Le occupazioni de' componenti la Società (del « Concilia' 
tore » morto). Scrittori, e maestri nelle scuole lanca- 
steriane. In mezzo a quel fervore « il fuoco sacro 
cova inestinguibile ». 

Caro amico, 
Tu mi chiedi quali lavori letterarj si facciano qui. 
Borsieri ha ripreso il suo prediletto argomento del Tasso, 
componendone una trilogia : già l'ossatura dei tre drammi 
è stesa, e maturata; ed è bella. Dice che in quaresima 
assumerà l'esecuzione, 



LETTERE FAMILIARI DI SILVIO PELLICO (1813-1821) 383 

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Breme ha varj lavori incominciati, alcuni dei quali di 
somma importanza. Una storia del perfezionamento razza 
umana, una tragedia politica e fllosoflca, il Costantino^ una 
commedia intitolata L'abdicazione, dove un re onesto e 
credente alla religione capisce che un cristiano non può 
essere monarca (1). 

Berchet fa un poema sulle sciagure di Praga, in istrofe 
liriche. 

Visconti aduna materiali per dare all'Italia una co- 
gnizione esatta della filosofia di Kant. 

Pecchio ha un'opera finanziera da stampare, ma per 
l'impressione della quale non ha ottenuto da Vienna il 
permesso. Ei fa conto di pubblicarla in Francia. 

Manzoni è a Parigi, e lavora ad una tragedia sopra 
Cola di Rienzì, 

Ugoni (il quale è qui a terminare il Carnovale e che 
ti saluta tanto) scrive la vita dei grandi letterati o 
scienzati di questi ultimi tempi, cioè del secolo 18^. 
Già ha pronto un volume da stamparsi, e ne sono molto 
contento. 

C'è vita ed unione nella Società nostra; spero che 
sarà d'alcuna gloria al paese. 

Tutti questi lavori, benché dissimilissimi, sono tutti 
dettati da un solo desiderio, l'istruzione vera dell'Italia, 



(1) si vede che il de Breme, come nobile, come prete e Monsignore, 
aveva delie idee poco confacentisi a tanti bei titoli! 



38 i DELLA VITA DI SILVIO PELLICO 

onde si sottragga una volta allo staffile dei pedanti... 
(Parole cancellate). 

Un santo ardore infiamma parecclii filantropi, non 
scrittori, a dedicarsi al diflondimento delle scuole lanca- 
steriane. Un fratello d'Ugoni a Brescia s'è consacrato a 
questa faticosa e paziente impresa; il marchese Arriva- 
bene a Mantova fa lo stesso. È bello il vedere ricchi 
signori disdegnare i frivoli crocchi e le altre ambizion- 
celle per mutarsi in maestri di scuola dell'infima plebe. 
Un brentano per nome Mompiani è quello che primo nei 
nostri paesi ha dato l'esempio di questo dévoilment. Arri- 
vabene, Filippo Ugoni ed altri sono discepoli di Mompiaiìi. 
Questo brav'uomo è ora a Milano per organizzare le scuole 
di mutuo insegnamento, stabilite da una società di par- 
ticolari. 

Gli oscuranti hanno bel fare: cJiè il fuoco sacro cova 
inestinguibile. Credimi. Il nostro è un gran secolo, e la 
generazione futura se ne rallegrerà. 

Se nella stessa Italia, nella putridissima Italia, v'è 
un principio di risurrezione, come vuoi tu che nelle altre 
parti meno decadute d'Europa quel principio non sia 
potentissimo ? 

Addio. 



LETTERE FAMILIARI DI SILVIO PELLICO (1813-1821) 385 



CXV. 

Torino, 10 Giugno 1820. 
(A Luigi), 

Gentilezze usate a Silvio da' Torinesi. Notizie su Lodovico 
de Breme (1). 

Luigi caro, 
La tua lettera a papà mi trova ancor qui. Mi fermo 
sino alla fine della settimana per far piacere a Lodovico. 
Egli continua a stai' meglio. Tutta Torino, nobili e plebei 
mi ammazzano di gentilezze; non so come fare a trovare 
un momento di quiete per scrivere due righe. 



(1) Di questa gita a Torino, cosi la Giuseppina, interrompendo il rac- 
conto delle sue occupazioni nella casa delle Rosine di Torino: « Silvio 
venne a Torino co' suoi due allievi Giulio e Giacomo, figli del conte Porro 
Lambertengo. Erano venuti per vedere Monsignore Lodovico de Breme 
gravemente malato; venivano tutti i giorni a vedermi. Con licenza della 
Madre {la Superiora) feci loro vedere tutto il Ritiro. Silvio approvò ch'io 
avessi scelto quella casa per ritirarmi, « ma, soggiunse, s'io ti vedessi a 
far certi mestieri faticosi, ne sarei dolente; lode dunque a te die hai stu- 
diato abbastanza per sostener l'impiego che ti fu dato, e che sai farti amare 
da tutti ». « E chi non amerebbe tua sorella, dissero gli amabili giovanetti? » 
Io chiedeva loro ogni volta, che cosa avessero visto di raro in quel giorno, 
e rispondevano: « Il tale stabilimento, la tal Chiesa, il conte A., il marchese 
H., le cuffie alte, alte, alte, poi la cara Giuseppina », e mi abbracciavano. 
Talvolta Francesco era con loro. Da sei anni Silvio non aveva più veduto 
il suo caro scolaro, il quale era allora un bel abatino, chierico di Camera, 
amato e stimato da quanti lo conoscevano. Se il piacere di veder Silvio 
fu consolante per la nostra famiglia, il dolore di sua partenza ci lasciò 
tutti, ma specialmente maman, nell'affiizione; afflizione però che procedeva 
<lal solo affetto, dalla privazione di sua amata presenza, che ci lasciava. 
M.'ì ahimé ! da li a pochi m?si egli fu arrestato a Milano !... ». Autobiografia^ 
«luaderno IT, pag. 13. 

RiNiERi — Pellico 26 




380 DELLA VITA DI SILVIO PELLICO 



Pallavicini ti saluta, e anch'egli mi vuole uno di 
questi giorni a pranzo. Addio dunque in fretta. Papà, 
mamma stanno tutti bene; io non sto benissimo, ma non 
lo dico. Lodovico s'è disgustato con Grassi, perchè questi 
credendo che Lodovico morisse, non si è neanche degnato 
nei giorni di maggior pericolo di andarlo a vedere. Lodo- 
vico dice che Grassi è un uomo senza cuore e tutto fin- 
zione. 



CXVL 

miano, :?i Giugno 1820. 

(A Luigi). 

Notizie SH Lodovico de Brenne, la cui infermità tiene 
in pensiero Silvio Pellico. 

Caro mio Luigi, 

Nella mia precedente dimenticai di dirti che tu facesti 
grande piacere a Lodovico, scrivendogli qualche volta 
durante la sua convalescenza. Estenuato com'è, pur si 
esilara ogni volta che un amico gli scrive cose affettuose. 
Ei non può rispondere per lungo tempo, i medici glie lo 
hanno proibito ; ma può leggere, e questo è il suo conforto. 

Parlandoti del mio breve soggiorno a Torino, non ti 
dissi che ho avuto il bene di vedere il sig. marchese 
Pallavicini e la sua signora, i quali stavano in buona 
salute. Essi mi pi^ocurarono qualche momento dolcissimo 
colla loro amabile compagnia. 



LETTERE FAMILIARI DI SILVIO PELLICO (1813-1821) 387 



Papà mi scrive che dopo la febbre e i due nuovi 
sbocchi avuti da Lodovico, questi si trova un pò meglio. 
Quanto sono però inquieto sulla salute di questo caro 
amico! Tremo sempre di non rivederlo più, e questo 
pensiero mi farebbe rivolare presso di lui. Ma i viaggi 
costano, e la mia borsa è vuota. Trista, orribile cosa la 
mancanza d'indipendenza e di quattrini! 

Il conte Alessandro Saluzzo è qui. Andrò a riverirlo. 
T'abbraccio e sono... 



cxvii. 

Milano, 21 Giugno 1820. 

(A Luigi). 
Rllorna a Torino "per rivedere Vidttma volta Lodo- 
vico Breme Infermo a morte. Sue impressioni caris- 
sime per parte de' Torinesi e di varie nobilissime 
slgnore^ Sue Idee sull'esercito e su i liberali torinesi. 
Impressioni di famiglia e notizie. 

Amico mio, 
Non essere inquieto sulla mia salute; essa era alte- 
rata a Torino in conseguenza del viaggio faticoso fatto 
per i)Osta e di notte, e più in conseguenza del mio afìanno 
anteriore per la disgrazia del nostro Lodovico. Io credeva 
di trovarlo agli estremi, e paventava anzi di non trovarlo 
più in vita. Il vederci giovò ad entrambi. Nei dodici giorni 
ch'io stetti a Torino, ne ebbi uno o due di sommo timore 



i 



388 DELLA VITA DI SILVIO PELLICO 

per la debolezza repentina in cui il malato cadde ; ma i 
medici mi assicurano che quella debolezza non è punto 
pericolosa e ch'è anzi indizio della cessazione dell'orgasmo 
febbrile. Se non avessi fatto quel viaggio, avrei minore 
speranza di quella che ho. La quale è nondimeno assai 
tenue. Per ora non v'è più rischio; ma la difficoltà di 
guarire è grande; i polmoni minacciati di suppurazione; 
e allora a che prò conservare per alcuni mesi una vita 
convalescente e nojosa? Vi sono però dei casi in cui, 
dopo un quasi totale dissanguamento come fu quello di 
Lodovico, la salute è tornata; io voglio sperare. 

La mia importuna tosse mi lasciò godere assai poco 
di Torino e delle influite gentilezze ch'io ricevei. Ognuno 
mi rubava con tenerissima premura, ma io soffriva inter- 
namente e non ero grato a quei buoni cuori. La contessa 
di Masino, la principessina della Cisterna, la contessa 
della Volvera, tutte le donne torinesi ch'io vidi si mostra- 
rono entusiaste della Francesca da Rimlni, e m'espres- 
sero il loro suffragio con termini i più cordiali e i più 
lusinghieri. Il principe della Cisterna è un angelo, tutto 
pietà e sollecitudine per Lodovico. Egli e Filiberto Breme 
non abbandonano mai un istante il nostro malato. Ho 
trovato anche gran cordialità ed amicizia ne' nostri an- 
tichi conoscenti: Costanzo Malacarne, Chiodi, Pagliari 

Fra chi mi ha colmato di sincerissime cortesie devo nomi- 
nare la buona casa Anselmi e Marchisio. Sono animi 
schietti e affettuosi. Quanto si sono cordogliati di non 



% 



LETTERE FAMlLlAtll Di SILVIO PELLICO (l8l3-l8Sl) 380 



averti con me il giorno ch'io pranzai da loro! Grandi 
bevitori, da veri piemontesi che sono, hanno tracannato 
vini d'ogni sorta, mentovandoti sempre e facendo i brindisi. 
Il mio stomaco che mi proibisce il vino non consentiva 
ch'io li imitassi nel bere, ma io ben li imitava nel desi- 
derarti presso noi ed augurarti salute. Quella famiglia 
e i loro pochi amici sono ardenti patriotti, ma sempre 
all'Alfieri; abborrono la tirannide ed amano la libertà, ma 
sempre in astratto, sempre guardando i greci e i romani, 
sempre disprezzando i moderni, sempre credendo che la 
razza umana è degradata. Il loro filosofare è un pò pedan- 
tesco, un pò torinese, gretto. Ma v'è tanta sincerità, che 
non ti senti il coraggio d'affliggerli contraddicendoli. Devo 
scrivere alla signora Camilla il mio parere sulla sua com- 
media; l'ho letta venendo a Milano; è una cosa un pò 
troppo romanzesca, ma il dialogo è spesso bellissimo. 
Quell'egregia donnetta è poco diversa da quel che era 10 
anni sono ; si scorge Tetà, ma è magra, svelta, ed ha lo 
spirito ancora giovane. Anselmi mi sembra un raro galan- 
tomone. 

Torino paragonata a Milano è una misera cittaduccia 
di provincia. Non v'è ricchezza e gusto in nulla (linea 
cancellata) muove rabbia il vedere tanti bei soldati non far 
altro che accompagnare (linea cancellata). Nella truppa 
vi sono bellissime figure, o tali le ho trovate io perchè 
le paragono a queste mummie slave che ammorbano la 
Lombardia. 



/ 



300 DELLA VITA DI SILVIO PELLICO 



Gli ultra e i liberali di Torino s'iniendono in gene- 
rale tutti, quando si parla loro A' italianismo: questo senti- 
mento è forte in molti. Addio. Finisco perchè finisce la 
carta 

Ti amo e sono il tuo S. 

Ripiglio la penna, perchè mi sono accorto che nulla 
quasi t'ho detto della famiglia nostra. È una consolazione 
il veder papà; è ringiovanito; a fa V signor, cioè non ha 
occupazione, e passeggia tutto il giorno, a visitare amici, 
chiese, ecc. Egli sembra felicissimo d'essere passato alla 
Direzione del Debito pubblico: ha ragione. Maman non mi 
è sembrata decaduta, fuorché nel giorno della mia partenza; 
il dolore l'abbatte più che non l'abbatteva anni sono. Povera 
eccellente anima! Quanto hai sofferto dacché sei al mondo! 

Malgrado la mia somma tenerezza per quei cari oggetti, 
la desuetudine del vivere con loro mi rendeva difficile nel 
sopportare le loro gotiche opinioni religiose e politiche: 
essi appartengono al secolo passato, e noi, non al secolo 
presente ma ai futuri: è quasi impossibile intendersi (1). 
Credi che per questa ragione è una provvidenza che non 
viviamo insieme; saremmo meno amati ed ameremmo 
meno: triste verità! 



(1) Fanno pena queste impressioni di Silvio Pellico intorno a' parenti 
che lo adoravano. Si vede qui quanto bene arrechino all'anima e sopra- 
tutto ai cuore le aure liberali, cioè qua>i irreligiose e prive di pietji 
liliale! Fortuna che la sua ai)partenenza a' secoli futuri doveva durare 
per poco più di un anno, e nelle buie prigioni lo vedremo riaversi, e pian- 
gere questi trascorsi giovanili. 



LETTERE FAMILIARI DI SILVIO PELLICO (1813-1821) 391 

Francois ha molto criterio in tutto, fuorché in una cosa; 
egli si farà onore ad onta del pazzo innamoraménto che 
lo trasporta per la Chiesa; è poi pieno d'amore per te e 
per me. È un amorevolissimo ragazzo alla foggia di La- 
vania, ma più elevato, più ambizioso. 

Addio, t'abbraccio 



cxvni. 

Milano, 16 Agosto 1820. 
(A Luigi). 

« Eufeìnio » di S. Pellico. « Ricciarda » di U, Foscolo. Cat- 
tivo stato di Lodovico deBreme. 

Caro amico, 
Avrai veduto D'Avalos da cui ti saranno stati fatti i 
miei saluti. Prima ch'io sapessi la tua partenza, t'avea 
già spedito per la diligenza il Galateo di Gioja. L'hai tu 
ricevuto? Fra pochi giorni ti manderò VEufemio stampato; 
vuoi tu ch'io v'unisca una o più copie della Ricciarda 
di Foscolo, che qui è posta in vendita? Con un pò di 
stento, ma ho ottenuto di stampare VEufemio senza muti- 
lazioni. Qui la Ricciarda trova molti che la dicono indegna 
di Foscolo : io non ne porto un giudizio cosi severo, ma 
chi mi ode (e fra altri Borsieri) m'accusa di stravagante 
parzialità. Gasparinetti stava per pubblicare la storia di 
Venezia di Daru tradotta da lui, ma glie l'hanno proibita, 




392 DELLA VITA DI SILVIO PELLICO 



e non lasciano esitare fuorché la schifosa traduzionaccia di 
Venezia. Nulla so della tragedia di Piovaccari di Pre- 
milcuore, tranne ciò che tu me n'hai detto. L'hai poi letta? 
Se fosse cosa buona gradirei di conoscerla. Ripa è par- 
tito, ma non ha potuto prendere la via di Genova; egli 
ti saluta. 

L'altr'ieri ho ricevuto un biglietto quasi illeggibile di 
Lodovico: egli mi scrive quel saluto in un momento in 
cui gli parea di esser vicino a morire: Filiberto mi sog- 
giunge che da quel punto suo fratello ha ancora miglio- 
rato alquanto, ma non mi dissimula ch'è inutile lo sperare. 

Le frequenti mie gite in campagna, senza che ci fer- 
miamo né qua né là, sono cagione del poco mio scriverti 
e del non proseguire quanto vorrei ne' miei lavori. Ma 
tu che hai più tempo, non mi lasciar privo delle tue buone 
nuove: sai se davvero mi sono care. Borsieri ti saluta 
tanto. Addio. 1 miei doveri a casa Pallavicini: il signor 
Fabio sarà di ritorno, m'immagino : ha egli avuto la lettera 
mia direttagli a Torino? Rammentami pure alla marche- 
sina Spinola. Conosci tu l'amabile famìglia Oxford partita 
da Milano per Genova ? Mi rincresce che prima che par- 
tisse non sono stato a vederla : t'avrei procurato la cono- 
scenza di quelle care persone. Se le incontri in Società 
e fai relazione con loro, salutale tanto per me: me le 
aveva raccomandate Foscolo. Salutami anche il capo bat- 
taglione Grisetti che è con loro. 



LETTERE PAMlLtAHI DI SILVIO PELLICO (1813-1821) 393 



CXIX. 

Milano, 12 Luglio 1820. 

(A Luigi). 

Ringrazia 'pel danaro offertogli» IBeriniy de' quali Anna, 
scrittrice e saputissima nelVarte d'incidere. Relazioni 
riannodate colla famiglia MarcMonni, Miglior giu- 
dizio su Grassi per la costui rottura con Lodovico de 
Brenne. Canata sui revisori che fanno andare in giro 
il SUO « Eufemio », senza ancora restituirglielo. 

Mio caro Luigia 

Questa benedetta salute non è fedele che ai bricconi ; 
essa lo è assai poco con noi. Tu fosti incomodato, io 
non sono ancora ben guarito da' miei malannucci convul- 
sivi; papà ha dovuto porsi in mano del medico. Per...! 
oltre tutti i mali morali che inondano la terra, s'ha anche 
d'aver la noia di sentirsi infermo il corpo! (due linee 
cancellate). Dio buono mi fa da te offrire denaro in un 
momento in cui non ne abbondo: il viaggio a Torino 
m'avea posto all'asciutto assai. V'è un pò d'indiscrezione 
in me nell'accettare un'altra volta siffatto dono; ma mi 
ritroverò al largo in altri giorni, e tu allora disporrai 
della mia borsa colla stessa libertà con cui tu vedi che 
mi prevalgo della tua. Veramente avendo condotto a 
Torino i miei allievi, e non avendo né i nostri genitori 
né io risparmiato nulla per loro, pareva che il loro padre 




394 DELLA Vita di Silvio Pellico 



dovesse in parte risaixirmi di tal viaggio (1); ma ho il 

vantaggio d'essere trattato come un gran signore! 

Non importa. 

Ti ringrazio di quanto m'hai scritto intorno alla 
famiglia Berlni, che tutta ti risaluta. Il sig. Berini è più 
apprezzato che fortunato ; ha poco lavoro e non esce mai 
di bolletta; se non che gli è di un grande aiuto per soste- 
nere la famiglia, il talento d'incidere e di dipingere che 
sua figlia maggiore, Anna, ha acquistato ad un grado 
eminente. Questa ragazza per aver fatto ammirare certe 
sue incisioni ai Principi di Vienna, ha ottenuto dairim- 
peratore una piccola pensione. 

Vedo i Berini, perchè amici della casa Marchionni, 
alla quale in quest'anno mi sono rifatto intimissimo. Quanto 
vorrei che questi comici andassero a passare qualche sta- 
gione a Genova! Gli uomini di questa compagnia non sono 
certamente i migliori attori che abbia il mondo, che 
taluni anzi sono veri cani, ma la Carlotta è un genio 
che sforza all'ammirazione. Che non sarebbe divenuta 
quella fanciulla, se invece di vivere come tutti i nostri 
comici italiani, in una specie di ghetto ambulante, fosse 
stata educata da egregi maestri, da egregio pubblico, da 
egregia società! È un'anima infinitamente poetica ed esal- 
tabile dall'ambizione e dal sentimento del bello. Ciò che 



(ij II non averlo fatto lino a quel tempo non é ragione per credere 
che il muniflco conte Porro non abbia poi occorso a questo dovere più 
tardi, sebbene Silvio non ne faccia menzione. 



LETTERE FAMILIARI DI SILVIO PELtlCO (1813-1821) 395 

ora me le fa rendere poi tutta la mia amicìzia, si è Taf- 
flizione in cui ella vive per Lodovico, del quale, non so 
se tei dissi altre volte, ella fu innamoratissima quattr'anni 
sono. Ella avea ben capito tutto ciò che valeano Tin- 
gegno e il cuore di Lodovico, e serba per lui una specie 
di culto, come le sole anime grandi possono sentire per 
le anime grandi. Mi sono esteso in quest'elogio, a costo 
di farti credere ch'io sia ispirato dall'amore ; ma si vili 
sono le creature umane in cui c'imbattiamo tutti i giorni, 
che quando se ne trova una d'indole nobilissima, bisogna 
pur tributarle le lodi che si merita. 

Tremo sulla sorte di Lodovico. Suo fratello Filiberto 
mi scrive che la suppurazione de' polmoni è manifestata: 
fìnchè questa è superficiale, v'è speranza di guarigione, 
cosi dicono là i medici; ma guai se s'inoltra! E il peggio 
si è che la morte vien lenta e dolorosa. S'egli non può 
risorgere dal letto, almeno fosse breve il languire; è meno 
straziante il pensare: il mio amico è sotterra, che il 
pensare: egli soffre inutilmente un lungo martirio (1). 

Tu mi parlavi di Grassi nella tua penultima. A Torino 
ho discorso a lungo di lui con Marchisio e la società Anselmi, 
persone che non sono punto propense a favor suo. Esse 



(1) Perché inutilmente? I dolori che accompagnano la lotta suprema, 
in cui le due parti del composto umano si separano, non si possono dire 
inìUiV da un cristiano. Gesù Cristo li ha santilicati Egli stesso, e giovano 
cosi airesi)iazione d'una vita che nell'umana burrasca abbia ]>atito nau- 
fragio. Questa proi)Osizione è indegna di Silvio Pellico. Vedremo però 
com'egli nella sua morte vi abbia nobilmente e cristianamente contraddetto. 




300 DELLA VITA DI SILVIO PELLICO 



nondimeno tutte pensano che Grassi non è un uomo cat- 
tivo : bensì concordano nel chiamarlo debole, incerto ne' 
savi principj, e quindi soggetto a farsi ogni giorno inav- 
vertentemente qualche nemico. Me ne rincresce. La rot- 
tura di Grassi con Lodovico non mi pone punto neir ob- 
bligo di far cose spiacevoli al primo; né credo perciò 
ch'egli abbia a diventarmi contrario. Del resto, mio caro, 
non badare s'io avrò o no il favore di questa o di quella 
gazzetta. Credi pure che se farò qualcosa di buono, avrò 
fama a dispetto de' gazzettieri, e che se nulla o male farò, 
non mi daranno fama le lodi di essi. 

Quei birbanti a cui ho trasmesso YEufemio, onde 
fosse di nuovo giudicato, m'hanno fatto dire che non esi- 
gono da me fuorché alcune modificazioni, ma non mi hanno 
ancora restituito il manoscritto ; e io so che si prendono 
la libertà d'imprestarlo a questa e a quella dama: inso- 
lenza che perdonerei, se non temessi che girando per 
tutto Milano, andasse anche in mano dei Pezzi, dei Galepj, 
canaglia che mi preparerà intanto una matui'ata critica 
per assalirmi sanguinosamente. Ma sia pure; questo è un 
paese dove non si ha nessuna delicatezza. 

cxx. 

Pavia, 3 Agosto 1820. 
(A Luigi). 
Questa letterina, se non andiamo errati, è un gergo in 
cui s'invita Luigi alla Società Carbonaresca. 



LETTERE FAMILIARI DI SILVIO PELLICO (1813-1821) 397 

Caro Luigi, 

Ti si presenterà forse in questi giorni il mio amico 
Piero Maroncelli per vedere se si può fai^ costà una 
speculazione mercantile. Non esitare a prestargli intera 
fede, e a rispondergli candidamente: Sì o No. 

Hai tu ricevuto le 12 copie deìVEufonio, e la car- 
tolina à jourì Bada che alle copie che t'ho mandate, 
manca VErrata, eccola, ecc. 

Pavia, dall'Eridano, 3 Agosto 1820, mattino, in pro- 
cinto di partire (1). 

Silvio tuo. 



CXXL 

26 Agosto 1820. 
(A Luigi). 
La morte di Lodovico Breme. Suol meriti a giudizio di 
Silvio Pellico. Emanuele (Breme?). 

Mio caro amico, 

Noi abbiamo perduto un cuore eccellente che ci amava 

molto, e ritalia pure ha perduto. In questo paese gli 

uomini d'ingegno sono quasi tutti arretrati per lo meno 

d'un secolo nella filosofia: Lodovico non avea studiato 



(1) La soprascritta porta questo indirizzo, che Silvio nelle altre scritte 
a Luigi non usa mai: Monsieur Louis Pellico. Génes. 

Come mai Silvio data la sua lettera da Pavia ? Come trovavasi egli al- 
lora in quella città a bordo dell'Eridano in partenza, quando non fece il 
viaggio da Pavia a Venezia, se non il 3 di Settembre ? 



# 



Oi 



98 DELLA VITA DI SILVIO PELLICO 



airitaliana, cioè guardando sempre indietro, e cercando 
soltanto ne' giteci, ne' romani, ecc., il modello di ogni 
giusto sentire e pensare. Egli, dopo aver fatto un corso 
intiero di dotti studj (vantaggio che non abbiamo avuto 
né tu né io) ed avere acquistato una grande erudizione, 
non s'era fermato li ad adorare gli antichi, ma s'era slan- 
ciato vigorosamente nello studio delle letterature moderne 
e del progresso dell'umana ragione; ed era giunto al li- 
vello dei veri pensatori europei, non dei Botta, degli Ange- 
lini, e di simili animi caldi ma pedanteschi e nemici della 
generazione attualo e più delle future: era giunto al li- 
vello di ciò che ha di più illuminato la scuola filosofica 
francese, la inglese, la tedesca, che non aprono tanto la 
bocca guardando con meraviglia il passato, quanto guar- 
dando la grandezza della generale civilizzazione futura. 

Questo vile nostro paese non ha conosciuto Lodovico, 
non lo poteva conoscere: e mi duole che sia esistita una 
pianta cosi egiv^gia in un deserto. Avesse almeno lasciato 
qualche frutto che attestasse ciò che potea produrre ! Lodo- 
vico non ha lasciato nulla di terminato: la sua mente 
feconda preparava molti lavori ; ma tutto ò restato imper- 
fetto. Egli mi disse che mi lascierebbe le sue carte: vedrò 
se vi sarà qualcosa da pubblicai'si che possa fare onore 
alla sua memoria, ma temo di non trovare che abbozzi. 

Le tue lettere, caro Luigi, mi hanno di nuovo fatto 
sentire quanto mi ami, e quanto è buona in ogni circo- 
stanza Taaima tua: ti ringrazio. Sono stato sensibilissimo 



LETTERE BlAMILIARl Di SILVIO PELLICO (1813-1821) 399 

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alla morte del nostro ottimo amico: la ragione vai poco 
quando il cuore parla. Nondimeno sono già anni che tu 
ed io siamo troppo disingannati del mondo per compian- 
gere più che invidiare chi muore (tre linee cancellate), 

Emanuele è un uomo di altissima indole : egli ha un 
modello squisito di bello ideale inorale e politico: abborre 
quindi con tutta forza e schiettezza la ciarlataneria d'ogni 
specie, aurea o cenciosa. Ha pochi amici perchè è sde- 
gnoso: il volgo lo chiama superbo. Le sue mire sono le 
più pm^e: strana cosa che parecchi buoni a Torino m'ab- 
biano sparlato di lui, ma unicamente perchè Tessere no- 
bile di nascita, è taccia vivamente esecrata (e per lo più 
con ragione) da chi non è nobile (1). T'accerto che ti 
parlo di esso senza passione: guadagna infinitamente ad 
essere conosciuto. 

VEufemio si sta stampando: ho tolto molti ahil Farò 
fare il mio ritratto da Garloni. 



CXXIL 

Venezia, 9 Settembre 1820. 

(A Luigi). 

Trista e fiera impressione che fa nell'animo di Silvio Pel- 
lico lo spettacolo di Venezia e de' Veneziani. I Car- 
bonari! 



(1) Intendi che questi ì)uoni e questi non noUU die esecrano i nobili 
non sono altro che settarii. 




400 DELLA VITA DI SILVIO PELLICO 

Carissimo Luigi, 

Il nostro viaggio suWEridano è stato felicissimo. Ci 
siamo imbarcati a Pavia il giorno 3, e siamo qui giunti 
ieri: abbiamo messo quasi il doppio del tempo che si 
metterebbe, se ad ogni passo non vi fosse da fermarsi 
per le dogane parmigiane, modenesi, papali ; inconveniente 
che danneggia assai la speculazione, togliendo ogni pos- 
sibilità di gran commercio. 

Che magnifica città è questa Venezia ! Oltre il rispetto 
ch'ella ispira per la ricordanza della potenza e dell'ener- 
gia che ha avuto, lo spettacolo di un sublime odifizio 
rovesciato è sempre doloroso. I Veneziani mi sembrano 
svaporati: essi non sentono Tumiliazione in cui sono 
caduti; quella loro vita di piazza e di caffè e di cicalecci 
e di apparente festività continua disgusta, pensando alla 
disgrazia dignitosa che loro si converrebbe. Egli è ben 
vero che il loro caduto governo era una oligarcliia di 
superbi patrizj, che più non soddisfarebbe nel secolo pre- 
sente, ma i tempi in cui ella ebbe regno, erano tempi di 
gloria, di forza, di ricchezza: come mai questi stolidi 
pantaloni non diventano un po' serii vedendo scemarsi 
ogni giorno la popolazione, diroccare i loro stupendi 
palazzi, farsi deserto il loro porto? Non ho ancora pas- 
sato fuorché una sera in Venezia, e parte d'una giornata, 
ma in quella sera la piazza di S. Marco e i caffè mi par- 
vero un carnevale: e ciò mi ha indispettito. 

Addio, carissimo. Nel giorno in cui partii da Milano, 



LETTERE FAMILIARI DI SILVIO PELLICO (1813-1821) 401' 

mi si disse che alla Madonna d'Oropa erano state arre- 
state persone di distinzione. È egli vero? Possibile che 
il povero nostro Piemonte abbia anche a temere di quella 
canaglia di carbonari? Qui in tutto il Régno v'è un editto 
contro essi, dichiarando ch'essi hanno per mira di distrug- 
gere gli attuali governi, e che per conseguenza sono rei 
di morte. Dio ci scampi da nuove turbolenze politiche! 
Abbastanza l'Italia ha già sofferto nelle guerre passate. 

Sta sano, ed ama il 

tuo Silvio. 



CXXIII. 

Dal Bastimento VEridano. 

17 Settembre 1820. 
(A Luigi). 
Dello slesso soggetto. 

... Il soggiorno di Venezia non m'è spiaciuto. Ho 
passate le mie giornate visitando arsenali, palazzi, gal- 
lerie di quadri, e gondoleggiando la sera per quella bella 
laguna. I Veneziani sono nulli: la loro magnifica città 
cade da tutte parti in rovina, ed essi motteggiano. 

Siamo sul Po di nuovo, e ci rechiamo a Mantova, 
ove troveremo il fratello maggiore de' miei allievi: quésto 
giovine viene dal collegio di Siena per istare in famiglia. 
Spero che sarà d'indole buona come il resto della casa. 

Ci fermiamo due o tre giorni a Mantova, poi torniama 
a Venezia s\i\VErlda7io. 

RiNiERi — Pellico 27 



402 DELLA VITA DI SILVIO PELLICO 



Questo bastimento, benché abbia il difetto d'essere 
troppo pesante, pure va con successo. La nostra naviga- 
zione è felicissima. 

Addio, caro. Amami, e prega ch'io abbia un pò di 
solitudine. Ho la fantasia piena di tragedie e romanzi: 
ma quando mai poss'io pormi al tavolino, vivendo cosi 
sempre in presenza altrui? Felice l'arabo che viaggia dei 
mesi interi nel deserto con nessun'altra compagnia che 
il suo cammello! 

Addio. 

cxxiv. 

i Ottobre (1820). 
(A Luigi). 
Questa è l'ultima lettera che Silvio ancora libero salisse 
a suo fratello Luigi. Provò fortuna di mare nel siio 
viaggio da Venezia a Chioggia. Silvio avverte ciò, in- 
conscio dell' altra più fiera burrasca die pochi giorni 
dopo lo dovea assalire. 

Amico mio, 
Dopo essere stati quattro giorni a Mantova, siamo 
ritornati a Venezia, con viaggio pure felicissimo. In questa 
città ho trovata la tua affezionatissima lettera del 16. 
Cinque altri giorni passati in Venezia non m'hanno punto 
fatto ricredere sull'opinione ch'io portava de' suoi abi- 
tanti: ho veduto qualche persona di più, ma nessuna ho 
scoperto che mostrasse forza d'ingegno, od animo caldo. 



LETTERE FAMILIARI DI SILVIO PELLICO (1813-1821) 403 



A Milano non è cosi: chìunqpze ha adito alle Società, vi 
trova subito qualche individuo di merito. Or ti dirò ciò 
che panni d'avere dimenticato nell'altra mia, a propo- 
sito di Venezia. Una cosa m'ha singolannente colpito ed 
è il romanticismo professato nelle scuole di pittura vene- 
ziana. Per romanticismo intendo la nessuna predilezione 
pei soggetti cosi detti classici, e l'applicazione d'un'arte 
al celebramento de' fatti patrii moderni (1). La quantità 
de' quadri del Pergolese, del Tintoretto, del Tiziano, del 
lassano, ecc. consacrati a celebrare gli eventi più memo- 
rabili della storia veneta è veramente sorprendente. Vi 
si vede un governo sapiente che sa gettare un discredito 
sopra Fuso inutile degli oggetti di lusso, e volgerli a 
gloria del paese. Tu sai quanto è no j oso il visitare gal- 
lerie ed essere in obbligo de s'extasler dinanzi a tutti i 
quadri, che s'attribuiscono a grandi maestri: forse in 
poche altre città sentiresti meno che in Venezia questo 
genere di noja. Non mi è sembrato di trovar viva l'an- 
tica Venezia, fuorché deliziandomi nell'immenso tesoro 
de' suoi quadri storici. Tutto questo a poco a poco si 
vende, o si porta a Vienna. Se tu tardi dieci anni, non 
troverai più nulla. 



(1) Qui alineiio la dediiiziono <'{ chiara ; e fa vedere come tutta queUa 
romorosa disputa di clasisici e romantici era una vera logomachia. Chi 
mai ha negato che Tapplicazione dell'arte o poetica o scultoria o di pen- 
nello a celebrazione de' fatti patrii sia coi>a classica, anzi flore di classi- 
cismo? Se nonché sbaplierebl)e chi ne' Romantici non scorga la setta di 
allora con tutta la vastilà della Jrua portata l 



404 DELLA VITA DI SILVIO PELUCO 



Ieri siamo partiti con vento poco buono; volevamo 
ostinarci, e raggiungere il Po, ma ci convenne tornare 
indietro ed ancorarci nel porto di Malamocco. Oggi non 
si potè venire che fino a Ghioggia, cittaduccia ben popo- 
lata, ma crollante nel suo piccolo, come in grande è 
crollante Venezia. Vedremo domani di portarci alla foce 
del Po. In questa lunga serata scriverò cinque o sei let- 
tere, e comincio da te : unico genere di occupazione soli- 
taria a cui io possa darmi in una camera, dove sei per- 
sone parlano, e due servitori ronzano preparando punch, 
caffè, i letti, ecc. Che supplizio il vivere in gregge ! S'io 
fossi predicatore, comincierei sempre così il mio esordio. 

A Mantova abbiamo preso con noi il primogenito 
figlio del conte Porro, veniente da un collegio di Siena; 
è un giovanetto di 18 anni, grande, gentile, maniera di- 
stinta, e di cuore affettuoso. Per essere stato educato da 
frati, egli non s'è neanche imbevuto di molti pregiudizi; 
non per merito d'essi frati, ma perchè tanto odiosi essi 
sono, che la gioventù da loro educata crede quasi tutto 
l'opposto di ciò che loro è stato insegnato (1). 

Ti ringrazio del paragrafo che m'hai mandato della 
lettera della sig.^^ Violantina; la mia propensione per la 
Francesca è tale, che godo di vederla divisa da tutte le 
anime gentili. È verissimo che VEufemio piace più agli 
uomini (letterati) ; perciò lo stimo molto meno. Gli eloei 



(1) Non dimentichi il lettore che Silvio Pellico non conosceva di cosii- 
fatti educatori se non l'apostata di Lione. Vedi pp. 19 e segg. 



LETTERE FAMILIARI DI SILVIO PELLICO (1813-1821) 405 



che ne ricevo superano le critiche. Non mi si dovea per 
altro dire che questo genere di soddisfazione potesse per 
nulla confortarmi nella perdita dolorosissima che ho fatto 
d'un amico adorabile. Il tempo, pur troppo, e le cure 
fanno deviare spesso il pensiero dalle persone care che 
si perdono ; ma non è vero che vi sieno tali successi nella 
vita, che Tabbellino ancora quando vanno mancando gli 
oggetti che la faceano preziosa. 

Ti ringrazio d'avere mandato un Eufemìo alla cara 
Sofia. 

Addio, buona notte. T'ho scritto interrottamente ; ora 
è tardi. T'abbraccio. Abbiamo fatto bene di fermarci al 
sicuro nel porto di Chioggia ; v'è una flerissima burrasca 
in mare. 

Dal Bastimento YEridano, 30 Settembre 1820. 

P. S. Ti mando un saluto dalla Zaita, villa d'Arriva- 
bene (presso Mantova) ove siamo giunti ieri sera. Mal- 
grado un po' di cattivo tempo avuto in mare, il nostro 
viaggio fu felicissimo. L'ottimo Arrivabene si ricorda 
sempre della tua gentilezza, e m'incarica di salutarti. 

Addio. 4 Ottobre. 

Nella soprascritta: Monsieur Louis Pellico, secrétaire 
du Gouvernement general du Duché de Génes. 
Mantova, 9 Ottobre. 



Fine del Primo Volume. 



# 



INDICE ANALITICO delle persone 
e delle cose principali contenute 
in questo Volume, 



m 



INDICE ANALITICO 



DELLE PERSONE E DELLE COSE PRINCIPALI 



CONTENUTE IN QUESTO VOLUME 



Accattabrighe, giornale po- 
lemico, 318, 322, 333. 

Accum Federigo, scienziato 
tedesco, ^180. La sua opera 
svLÌV Illuminazione col gaz, 
tradotta da Silvio Pellico 
in italiano, 180-182. 

Acerbi Giuseppe, redattore 
della Biblioteca Italiana, 
60, 143. Si disgusta cogli 
scrittori, 282. È chiamato 
spia da S. Pellico, 328. 

Alarlo, 274, 279. 

Alfesibeo, 161. 

Alfieri, 75, 81, 179, 289. 

« Ambizione e vanità », 127. 

« Amicizia », 89, 90. 

Ancona, descrizione, 81. 

Andromaca, tragedia del Ra- 
cine, 146. 

Anelli, 231. 

Apicio, 161. 

Arnaldo da Brescia, 301, 302. 

Arrivabene (conte), 291. 

Arrivabene, march. Giberto, 
fratello del precedente, 111, 
122; impazzisce, 291. 



Asinara (duca dell') 125, 126, 
131, 133. 

Avoli, 32 ; lettere di Ugo Fo- 
scolo a Silvio Pellico, 37, 
301. 



Balbianino, 184. 

Balestrino, marchese, 176. 

Barometro (Taddeo). Nome 
di una graziosa satira, pub- 
blicata da S. Pellico nel 
Conciliatore, 273, 290, 330. 
È proibita dalla Censura, 
348. 

Battistino, (vedi Barometro) 

Beccaria, 336. 

Berchet, 241, 286, 291. 

Berini, 394. Anna Berini, pit- 
trice, 394, 395. 

Bersagliere (il), giornale let- 
terario, 161, 162, 172. 

Bersezio, 284 (nota). 

Bertolotti, 167, 341. 

Bettoni, 292. 

Biamonti, 331. 



no 



INDICE ANALITICO 



Bianchi (Nicomede), 25, 73. 

Biblioteca Italiana, rivista 
letteraria, 143, 161, 282. 

Bonamici, cavaliere, 83, 122, 
196, 234. 

Borromeo (famiglia), 202. 

Borsieri (Pietro), 59, 131, 143, 
162. Impiegato nel tribunale 
172. Qualità letterarie, 22d, 
244, 285, 286, 344, 348, 352, 
383. 

Bossi (Carlo) poeta, 342. 

Botta, marchesa, 316. 

Brambilla, 346, 371. 

Breislac, scrittore della Bi- 
blioteca Italiana, 143. 

Breme (Lodovico de), 44, 48, 
54, 57, 59, 100, 106. Fiasco 
solenne del suo dramma: 
Ida in Modena, 141-143, 
225. Ammiratore della Staél 
143 (nota), 145, 162, 209, 
221. Amicizia con Silvio 
Pellico, 224, 225, 235, 239, 
240, 2U. Suo libro Grand 
Commentaire, 255, 256. 
Sua educazione, 239; con- 
dizioni economiche, 238. 
Altre notizie, 277-279, 282, 
292, 296, 329, 341. Postilla 
la Francesca da Rimini, 
341, 346. Sue qualità, 349, 
359. Sua infermità 380. 
Morte, 397-399. 

Bresciani (padre). Citazioni 
ieW Autobiografìa (perdu- 
ta) di Silvio Pellico, che egli 
aveva letto, 19, 30. 

Briche, 298, 299, 302 (nota) 
Vedi: Odoardo, 

Brunetti, 40, 106. 

Byron, 204. Traduce in in- 
glese la Francesca da Ri- 
mini, 205. Cenno biogra- 
fico, 206, 207, 208. Come la 



descrive Silvio Pellico, 210, 
211, 231, 232, 280. Vedi 
Giaurro. 



Caleppio, conte Trussardo, 
commissario di polizia e 
scrittore, 125. Critica la 
Francesca da Rimini, 340. 
Suo ritratto, 340. 

Caluso, illustre prete piemon- 
tese, 125, 239. 

Cantù Cesare, 37, 38, 75, 101, 
120, 129, 208 (nota). 

Carboneria, 330, 352, 400, 401. 

Carignano (principe di) li- 
cenzia da suo segretario il 
commediografo avv. Alberto 
Nota, 283, 284. 

Carmagnola, tragedia di A. 
Manzoni; giudizio di Luigi 
PelUco, 260, 261, 377, 379. 

Carmignani (Giovanni), 289. 

Caro (Annibal), 81. 

Cascina Lambertengo, 184, 
192. 

Castelbarco, 296. 

« Cattivi compagni », 90. 

Censui^a al Conciliatore, 312, 
318, 319, 328, 329, 330, 348, 
361. 

Censura alVEufemio, 177. 

Cervetti (di Genova), 294. 

Chesterfleld, autore inglese, 
168, 169. 

Chiabrera, giudicato da Silvio 
Pellico, 145. 

Chiarini. Il secondo delitto 
di Ugo Foscolo, 27 nota, 36, 
63, 64, m. 

Child Harold, 289, 312, 318. 

Cicerone, 241, 258. 

Cisterna (principe della), 336, 
388. 



INDICE ANALITICO 



411 



Classici e Romantici, 144, 145, 
146, 147. Improperii di Sil- 
vio Pellico sugli autori clas- 
sici, 185, 266, 267. Liberali, 
333. Lotte e gare, 351, 352, 
368, 371, 372, 373, 379, 403. 

Cola di Rienzi, poema di Sil- 
vio Pellico, 260, 262, 263. 

Compagnoni, 290. 

Conciliatore. Giornale, detto 
« Il foglio azzurro », 54, 56, 
58. Iniziali degli scrittori 
spiegate, 59. Sua genesi, 282, 
e primi scrittori, 285, 286, 
287. Primi articoli e primi 
combattimenti 289, 290,291, 
293, 294, 295, 296, 297. As- 
sociati, 319, 328. Motivi della 
sua soppressione, 313,314, 
328, 329, 336, 343. È sop- 
presso, 358. 

Condillac, 295. 

Gonfalonieri, 29, 142, 278, 
279, 344, 369. 

Congresso di Vienna, 88. 

Consalvi, cardinale, 208. 

Costant (Benjamin), 336. 

Coppet, terra della Staèl in 
Svizzera, 139, 207, 211, 349. 

« Cristianesimo » 320. 

Cusani Cesare, autore della 
Storia di Milano, 75, 101, 
120. 



D'Avalos, marchese, 316. 

Decapitani, 316. 

Decristoforis, 296. 

De Latour, storiografo di S. 
Pellico, 12. 

.« Dio ». La sua esistenza am- 
messa da Silvio Pellico, 
218, 219. Dio non opera il 



male, 218 (fiota). Non è 
incomprensibile a S. Pellico, 
229. Padre degli uomini, 87. 

Divina Commedia. Edizione 
preparata dal Foscolo 64, 
con criterii niente critici, 
65. 

Domeniconi, artista riminese ; 
rappresentava il personag- 
gio di Paolo nella Fran- 
cesca da Rimini, 129, 130. 

Donna gentile (Quirina Ma- 
giotti), 64. Vedi questo 
nome. 

« Drammatica » (l'arte) se- 
condo S. Pellico, 120, 121, 
144-147. 

Drury-Lane,205, \Qdì\Byron. 



« Educazione » come intesa 
da S. PelUco, 290, 295. 

Ekerlin, 279. 

Epitteto, sua filosofia, 227. 

Ermes Visconti, 296, 312, 314. 

Eufemio, tragedia di S. Pel- 
lico, 350, 351, 391, 396, 399. 



« Fantasia », 138. 

« Filosofia », considerazioni 
di S. Pellico, 108, 128, 169, 
170, 179, 183, 194, 199, 203, 
209, 216, 224, 227-229, 294, 
295, 355, 356. 

Foscolo (Ugo). Sue relazioni 
con S. Pellico, 27, e segg. 
Non fu settario, 29. Scena 
con quel matto giovane, 
che si voleva togliere la 
vita, 30. Relazioni col conte 




'Ai'2 



INDICE ANALITICO 



Giambattista Giovio, 32. / 
Sepolcri, 33. Sue credenze 
religiose, 32, 61, 62. Nega 
il libero arbitrio, 34, e Tim- 
mortalità deiranima, 35; 
scostumatezze, 27, 30; con 
duelli, 64 (nota 1). Lettere 
a Silvio Pellico, 37. Sue 
masserizie vendute dal Pel- 
lico per convertirle in de- 
naro, 44, 45, 52, 55. Sua 
Prolusione per gli studi! 
in Pavia, 49. Sue ultime 
fortune, 61, spese pazze, 
63 (nota). Attende in Inghil- 
terra airedizione della Di- 
vina Commeditty 64, 65. 
È costretto a mendicare il 
pane, Qi^. Sua morte, 67. 
Giudizii portati su di lui 
dal Tommaseo, dal conte 
G. Pecchie, da Luigi Carrer, 
Mazzini, Gemelli, 07. Giu- 
dizio portatone da Silvio 
Pellico, negli ultimi anni 
della sua vita, 68, 69. Il 
Torresani esagerato nella 
sua relazione, 68. Ciò che 
ne pensarono Giovita Scal- 
vini e il Gervinus, storico 
tedesco, 68 (nota). Vlper- 
calissi di Didimo chierico 
e la chiave di questo libello 
p. 206, nota. Ragguagli, 106, 
109, 119, 134, 160, 176, 200- 
205, 2 il, 339, 342. 
Francesca da Eimini, tra- 
gedia di Silvio Pellico, 100 
lodata dal de Breme, 105, 
121, 125, 126. Prima recita 
nel teatro Re in IMilano, 
il 18 luglio 1815: splendida 
riuscita, 128, 129, 130-133, 
167, 196. Come non piacesse 
a Ugo Foscolo, 205. Per 



la sua stampa, vertenza tra 
Lodovico de Breme e il 
conte Porro, 268, 269, 272. 
Che cosa fruttò di guadagno 
a S. Pellico, 240, 241, 277, 
278. Come erano vestiti i 
personaggi, 280. Si rappre- 
senta in Genova, in casa 
Pallavicini, 279, 280. Cri- 
ticata dal Galeppio, 340. Si 
recita di nuovo al Teatro 
Re, 346, 347. 
« Francia e letteratm*a », 179, 
180, 29 'i, 295. 

Gagliufll, sacerdote letterato 
e poeta improvvisatore in 
versi latini, spesso felicis- 
simi. Viveva in Genova, 
dov'era professore e avvo- 
cato, 182, 183, 294, 331. 

Garibo, 331. 

« Gaz » esperimenti d'illumi- 
nazione, 174, 180, 182. 

Gemelli (Carlo), storiografo 
di Ugo Foscolo, 27 (nota), 
63, 64, 66. 

Gervinus (storico tedesco), 68. 

Giaurro (del Byron), 379, 
380, 381, 

Gioberti, 65, 160, 288, 290. 

Giordani (Pietro), 20, 161. 

« Giornale » utilità, 287, 288; 
qualità per iscriverlo, 312. 

Giovanni (Foscolo), fratello 
di Ugo, si tolse la vita, 38. 

Giovio Benedetto, amico del 
Foscolo, sua morte, 32. 

Giovio (Giambattista), cenno 
biografico, 32; Vedi: Foscolo. 

Giovita Scalvini, 68. 

Giuliani, 65. 



INDICE ANALITICO 



413 



Giulio (Foscolo), fratello di 

Ugo. 38, 52, 60. 
Goethe, 139, 145. 
Goldoni, 225. 
Grassi, 325, 326, 327, 335, 380, 

395. 
Guicciardini, 185. 
Guiccioli (contessa), 207, 208 

(nota). 
Guillon, autore francese, 219. 



Ida^ drammi di Ludovico de 
Breme, non riusciti nel tea- 
tro di Modena, 139. Vedi: 
Breme (Lodovico de). 

Iesi, pittore del quadro rap- 
presentante la Francesca 
da Rimini, 279. 

« Ignoranza e ignoranti », 290. 



Kant e la sua filosofia, 199 

(nota 2), 209, 229, 294. 
Kinnaird (lord), 208. 



Lampredi, 343. 

Leopardi Giacomo, 20. 

Lessing, 145. 

Leutasio (teatro), 125, 130. 

« Liberali », 290, 296, 314, 

316, 353, 390. 
« Liberalismo », 330. 
Locke, filosofo tedesco, 178. 
Londonio, 341. 
Lovaria (abate), 286. 
Lovely, 316. 
Luigi XVIII, 118. 
Lusinghiera (commedia del 

Nota), 107. 



IVI 

Magiotti (Quirina), 36, 39, 45, 
48, 49. 

« Male » la sua esistenza e 
il suo perchè, 196. 

« Malinconia », 134, 187, 305, 
308, 309, 310, 338, 366, 367. 

Manavella. Sacerdote educa- 
tore di Silvio e di Luigi 
Pellico, 11. 

Manfredo, dramma tradotto 
dall'inglese, 275, 341, 382. 

Manzoni. (Vedi Carmagno- 
la), 377, 379, 383. 

Marchionni (Carlotta), 103, 
105, 106, 125, 126, 131, 133. 

Marchionni (Compagnia), 125, 
126, 139, 233. Che cosa desse 
a Silvio Pellico per la recita 
della Francesca, 240. 

Marchionni (Teresa), 166, 177. 

Marchisio, amico e benefat- 
tore di Silvio Pellico, dopo 
la mercatura si calza il co- 
turno, 74, 75, 166, 263. Ver- 
tenza con Silvio Pellico 
per la sua tragedia: Il 
Mileto, 297, 213, 322, 323, 
327, 335. 

Mari (marchese de), 196. 

Maroncelli (Pietro). Sue fa- 
vole ed errori intomo alla 
nascita e all'educazione di 
Silvio Pellico, 2, 5, 397. 

Marre (Gaetano), 289, 349. 

Masino (contessa di),223.Suoi 
pregi, 242. 

Massena, generale francese, 
11. 

« Massoneria », 330. Vedi: 
Sette. 

Matilde, tragedia di S. Pel- 
lico, 244. Orditura del dram- 
ma, 245-251. 



# 



il4 



INDICE ANALITICO 



Mazzini. Notizie su i mano- 
scritti di Ugo Foscolo, 37 
(nota), 05. Termina i com- 
mentarii alla Divina Com- 
media di Ugo Foscolo, Od. 
Impressioni della lettm*a 
delle Lettere di Jacopo 
Ortl% 309. 

Mella, 29 i. 

Mercy (conte di), 235. 

Metafisica, 214, 215. 

MiniacRohan, cortigiana, 125. 

Minuetto det Re di Sardegna, 
314. 

Monarchiadì Dante Alighieri, 
condannata dalla Chiesa, 05. 
Strani e falsi criterii di 
questo libro, 05 (nota 3). 

Mompiani, 384. 

Monti (Vincenzo), 50, 59. Pri- 
me relazioni con Silvio Pel- 
lico: lotte e bizze letterarie 
con Ugo Foscolo, 74, 75. 
Il ritorno di Astrea nel 
teatro di Milano, 120, 122, 
144, 151. Scrittore, 143, 211, 
231, 207. La Preposta, 271, 
272. Notizie, 280, 323, 324, 
325, 329. Fieramente giu- 
dicato da S. Pellico, 331, 
332, 333. 

Moratelli, 185. 

Morgan (Lady), 208. 

Mosso (signora), 88, 337, 350. 

Murat, 109, HO. 

« Mutuo insegnamento » 
(scuole di), 343, 345. 

Napione, conte. Parte che 
ebbe, secondo S. Pellico, 
alla soppressione del Con- 
ciliatore, 313, 314. 



Napoleone. Giudizii di Silvio 
Pellico su di lui, 102, 103. 
Sua tirannia, 117, 118, 119, 
123, 173, 359. 

Nota (Alberto), avvocato e 
commediografo, 107. È cac- 
ciato dalla corte del prin- 
cipe di Garignano, 284, 285. 
Carbonaro, 285 (nota). 



Odoardo (Eriche) scolare di 
Silvio Pellico, 44, 78, 79, 
89, 134, 175. Doti d'ingegno 
e di persona di questo gio- 
vanetto. Sua tragica morte 
298-303. Motivi che lo in- 
dussero al suicidio, 307,308, 
309. 

Omero, 213. 

Orazio, 117. 

Orlandini ha licenza di stam- 
pare le lettere di Silvio Pel- 
lico a Ugo Foscolo, ma con 
le dovute correzioni, 37 e 
segg., 08, 09. 

Orlando (Furioso), strano 
giudizio portatone da Silvio 
Pellico, 212, 213. 

Ortis Jacopo (lettere di), 33, 
35. Nuove edizioni, 04 
(nota 2), 200. Silvio Pellico 
non ne consente la lettura 
al fratello Luigi, 73. Se lo 
prestasse a Odoardo Eriche, 
e se fosse l'occasione della 
morte di quell'infelice, 300, 
301, 303, 307, 308, 309. 



Pacca (cardinale), 123. 
Pallavicini (marchese di Ge- 
nova). 255. 



INDICE ANALITICO 



415 



Paolucci, 88. 

Paradisi, 144. 

Pastoris, contessa di Saluzzo, 
311. 

Pecchio (Giuseppe), 59, 64. 

Pellegrini, 115, 116. 

Pellico (Famiglia). Cenni ge- 
nealogici, i-xiii. Stato della 
famiglia Pellico nell'anno 
1825, XV. Si trasferisce a Pi- 
nerolo, 9; a Torino, 11. Co- 
stumi e maniera di vivere, 
15. In Milano, 70: quindi 
ritorna a Torino, 71. 

Pellico (Francesco, Leandro) 
fratello e scolare di Silvio 
Pellico, 15, 64, (nota). Con- 
sigli letterarii, che gli dà 
Silvio, 80, 81, 82-85. Ami- 
cizia con Odoardo Eriche, 
89. Consigli e incoraggia- 
menti 95-96. È dissuaso da 
S. Pellico d'imprendere la 
carriera ecclesiastica, 190, 
191. 

Pellico (Giuseppina) nata a 
Pinerolo nel 1798, p. xvi, 
1. Autobiografia, 1-7; 10-13; 
15 ; 70-72 ; 76 ; In pen- 
sione dalle Rosine di To- 
rino, 13. Va in Milano ; sua 
vocazione religiosa, 70. Con- 
sigli che le dà Silvio Pel- 
lico, 92-94. Entra nelle Ro- 
sine di Torino, 266, 288. 
Cenno biografico ; morta in 
Chieri nel 1871, 288, 292, 
293. 

Pellico Luigi, fratello di Silvio. 
Cenno biografico, x. Primi 
studii, 10, 11. Parte per 
Posen, segretario di guerra 
e marina, a 18 anni, 12. 
Segretario del grande scu- 
diere in Milano, 70, 80. Sua 



vita dissipata, contrae de- 
biti, 73, 148. Dà lezioni di 
lingue in Firenze, 97. Nuovo 
impiego, 107. Contrae ami- 
cizia con una nobile fan- 
ciulla di nome Sofia, 136, 
137, 153, 154. È giudicato 
dal Monti, 241. Autore di 
commedie, 270. Non può 
sposare la Sofia, 374, 375, 
376, 377, 378. 

Pellico (Manetta) nata in 
Torino nel 1803, p. vi, 
92-94. 

Pellico (Onorato), padre di 
Silvio. Nascita, vii, xra. 
Suoi nomi arcadici xiv. 
Sonetto a Margherita Tour- 
nier, xiv. Impiegato gover- 
nativo in Milano e indi in 
Torino, 71. 

Pellico (Silvio) Giuseppe, Eli- 
gio, Silvio, Felice. Nomi 
e nascita a 25 di giugno 
del 1789, XI, 1. Raccoman- 
dato a S. Francesco di Sa- 
les, XII (nota 2). Primi anni, 
1. Errori intorno alla sua 
nascita, 2 (nota 2). Sue 
prime infermità, 3, 186, 187. 
Sua prima comunione sul 
letto di morte, 9. Primi 
studii, 10. Va a Lione, 12. 
Anni giovanili (1806-1810), 

18. Un monaco apostata 
gli è maestro di empietà, 

19. Silvio rompe quella ca- 
tena, 21. Vi termina il corso 
scientifico, 22. Torna in Ita- 
lia e va a Milano, 25. Sua 
conoscenza con Ugo Fo- 
scolo, ^, carattere d'en- 
trambi, 27. Nel Duomo di 
Milano pregano insieme 28. 
Lettere a Ugo Foscolo, e 




U6 



INDICE ANALITICO 



sua grande stima per l'au- 
tore de' Sepolcri, 37 e segg. 
Si ricrede però essendo 
vecchio, e giudica Ugo 
Foscolo in altra maniera, 
08, 09. Conoscenza col 
Monti, '''0. S'interpone come 
paciere tra Ugo Foscolo e 
11 Monti, 74. Sua passione 
per la tragedia, 75, 70. In- 
segna lingua irancese nel 
Collegio deir Orfanotrofio, 
70. Dà lezioni di lingue ai 
forestieri, è educatore nella 
casa Briche, 70. Lettere fa- 
miliari inedite, 79. Vita ca- 
salinga, 99. Trattative per 
andar come segretario appo 
il duca dell'Asinara San 
Marzano, 110. Il conte 
Strassoldo, 125. Dante, ar- 
gomento di tragedia, 121. 
Altri capi di tragedie: Alero- 
ne, Davide, Beatrice d'Este, 
120, 127. Concepisce l'idea 
di un romanzo nazionale: 
Tancredi o Vitaliano, 155- 
157. Entra in casa Porro, 
come educatore de' colui 
figliuoli, 158, 173. Accudisce 
a nuove tragedie: Matilde, 
risone, Pia de' Tolomei, 
185, Attilio Regolo Lom- 
bardo, 232. Rifiuta Timpie- 
go di segretario e di edu- 
catore in casa del conte 
di Mercy nel Belgio, 2:33, 
235; e di vice-console, 2:3 i. 
Suo contratto col conte 
Porro, 230, 2;^7. È addolo- 
rato oltremodo per la morte 
tragica del suo scolare Odo- 
ardo Briche, 298 e segg. 
Non è provato che il Pel- 
lico prestasse a (juel gio- 



vane le Lettere di Jax^opo 
Ortis, 307-309. Come e 
quanto si adoperasse per 
ì\ Conciliatore 282-3 43, 307. 
È chiamato dalla Polizia 
ad aitdiendiim verbum, 
350, 357, 358. Onori rice- 
vuti in Torino, 385-391. 
Viaggio in Venezia col 
Porro, 400, 402. 

Pellico Rosina, gemella di 
Silvio, angelo di beltà, è 
una favola inventata da 
Pietro Maroncelli, 2, 12. 

Peyron, abate professore e. 
scrittore, 297. 

Pezzi, direttore del Corriere 
Milanese, 131, 275. Sue cri- 
tiche a S. Pellico, al Monti 
ed altri, 277. Spia, 328; 
345, 38 i. 

Pino, generale, salvato da 
Ugo Foscolo, 03. 

Pio VII a Torino, 123. 

Piovaccari, 392. 

Platone, 184, 373. 

« Poesie » giudizii di Silvio 
Pellico, 103, 275, 270. 

Polizia, 318, 330. 

Poligrafo 144. 

Porro (conte Luigi di Lam- 
bertengo), 00. Assiste il 
Rasori, 01, 110, 158, 159. 
Sue qualità descritte da 
S. Pellico, 173, 174, 235, 230, 
205, 200. Stato della sua 
fortuna, 277. Sue relazioni 
col Conciliatore 2S2, 289. 

Posen, 73. 

Pradt (Mgr. di), 282. 

« Pregiudizii » 337. 

Premilcuore, 392. 

Prina (conte), ministro delle 
finanze di Eugenio Bau- 
harnais, 03. 



INDICE ANALITICO 



417 



Rasori (Giovanni), 40, 53, 59. 
Esce di prigione 61. Cenno 
biografico, 100, 101, 106. 

Re (teatro), dove la prima 
volta fu recitata la Fran- 
cesca da EiminU 129. 

« Religione », 303, 320. 

Revel (conte di), 279. 

Riego (canonico) conserva 
manoscritti foscoliani, 37 
(nota). Assiste alla morte 
di Ugo Foscolo, 07. 

« Rivoluzione » 117. 

Romagnosi, 296. 

« Romanticismo », 14i, 145, 
146, 311, 318, 333, 368, 379, 
380. 

« Romanzi » 71. 

Rossi (Pellegrino), 337. 

Rousseau, 169. 



Sabina, figliuola di Giovanni 
Rasori, 104, 348. 

Saggiatore, giornale, 315. 

Scartazzini, 03 (note). Giu- 
dizii sul Dante di Ugo 
Foscolo, 65. 

Schiller, 145, 329. 

Schlegel, 145, 162. 

Sartirana (conte di), 286, 311; 
sua morte tragica nelle 
acque del Ticino, 361-365. 

Sauner, 12 i, 126. 

Saurau, governatore di Mi- 
lano, 291. 

Scorciatojo, o Squarciatojo, 
farsa, 220, 233. 

Serangeli. 317, 318. 

Serristori, 316. 

« Sette e settarii » 207, 208, 
330. 

RiNiERi — Pellico 



Sgricci, poeta improvvisatore, 
212. Cenno biografico, 212 
(nota). Giudizi su di lui 
portati dal de Breme e dal 
Borsieri, 220; da Silvio Pel- 
lico, e da altri letterati, 
221, 222. Ragguagli, 241. 

Shakspeare, 145. 

Sismondi, 59, 145. Suo ritratto 
fisico e sue qualità lette- 
rarie e morali secondo S. 
Pellico, 220, 221, 336, 337. 

Sofia. Sue relazioni con Luigi 
Pellico; vedi: Pellico Luigi. 
È autrice d'un poemetto 
intitolato Leandro, 193. 
Notizie, 276, 347, 353, 360, 
370, 374. 

Sorelli (Guido). Le mie con- 
fessioni a Silvio Pellico, 
dove sono tristi verità sulla 
vita di Ugo Foscolo, 27 
(nota). 

Souvarow (generale russo), 

11. 

Spettatore, giornale, 167, 231. 

Spinola (marchesa 'Violan- 
tina), 327, 328, 345. 

Staèl (signora di), Anna Lui- 
gia Necker. Cenno biogra- 
fico, 139, 162, 231. Il suo 
libro postumo; Considera- 
tions, 285. 

Strassoldo, Governatore di 
Milano, 9. Revisore del 
Conciliatore, 59, 124, 357. 



Thermolampe, 182. 

Torresani. Relazione al conte 
Strassoldo intorno al Fo- 
scolo, 38. 

Torti, 292. 



27 



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