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Full text of "Delle rivoluzioni d'Italia;"

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Ua/^ ^e/u72an 



D.gi.zedDvGot>gIc 



DELLE 

RIVOLUZIONI 

D- ITALIA 

LIBRI VENTICIHQDE 
DI 

CARLO DENINA 



YOLOME PRIMO 



VENEZIA 

4 »PE»S DEL no^uo DI UBU ILt'lVOUD 

MDCCClTl 

IIEU.JI TIPOCUFU Si àLTfSOrDU 



D.,t,;.d-,:G00^1C 



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AL LETTORE 



GLI EDITORI VENETI 



I j opera presente è una di quelle che la 
Italia e le straniere Nazioni accolsero con 
applauso , e che si merita un posto tra i 
classici nostri lavori. Ne furono qua e 14 
replicate le stampe, e a vero dire chiun- 
que voglia pascersi della fruttuosa lettu- 
ra di un libro in cu! la storica esattezza , 
1» preziosa imparzialità, la sodezza del 
ragionare, e la robustezza della locuzio- 
ne rilucano in grado eminente, della iSto- 
ria delle Rifoluzioni d Italia di Carlo 
Denina fòrmeri sempre la sua delizia . - 

Tra le tante triviali ristampe Venete, 
per lo più per sola venale speculazione 



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eseguite, occorreva che una finalmen- 
te se ne vedesse, la quale se non per 
lusso tipografico, almeno per tipogra- 
fica decenza, e per iscrupolosità di cor- 
rezione meritasse di essere bene accol- 
ta; e tale confidiamo che sarà trova- 
ta la presente, la quale venne fedel- 
mente modellata sulla prima edizione 
Torinese in forma di quarto, conser- 
vata essendosi anche la non ovvia or- 
tografia che piacque all'autore di voler 
in essa adottare. 

Venne qnesta Storia dal Denina trat* 
tata in XXIV Libri, incominciando da' 
piii rimoti tempi, e trascorrendo sino alla 
celebre Pace di Utrecht. A questo punto 
egli levò la mano dal lavoro, ma do- 
po parecchi anni, eccitato essendo a dar- 
ne una Continuazione, pubblicò nn nuo- 
vo libro, intitolato Italia Moderna, il 
quale venne comunemente aggiunto ai 
precedenti, chiamandolo Libro XXV. La 
Storia d'Italia è condotta in quest'Appen- 
dice dall'anno 171 5 sino all'anno 1793, 



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ma convien osservare che gli nomini di 
ottime lettere riconobbero questa tan- 
to al di sotto in pregio all'antecedente, 
che occasionò sin' anche dicerìe poco fa- 
vorevoli alla riputazione letteraria del- 
lo scrittore . In effetto nell' Italia Mo- 
derna, ossia nel Libro XXy, in vano 
si cerca quell' aggiustatezza di pensie- 
ri, quella importanza di osservazioni, 
quella nettezza di dizione che spicca- 
no nelle Rivoluzioni. Siccome però non 
lascia tuttavia di appartenere anche que- 
st' Appendice al nome illustre che com- 
pilò la prima grand' opera , e siccome non 
può negarsi che non dia un Quadro ric- 
co di belle tinte, dicevoli a far conoscere 
lo stato delje Arti, delle Scienze, delle 
Lettere e del Carattere de' nòstri mo- 
derni Italiani, cosi ci parve opportuno 
consiglio di non lasciare in dimentican- 
za quest' ultima parte . Cinque soli lu- 
stri tuttavia mancherebbero onde porta- 
re sino a' nostri giorni la Storia delle Ri- 
voluzioni d Italia , e questi cinque lustri 



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darebbero argomento assai fertile ad una 
penna investigatrice della ragion delle co- 
se. Quest'è quanto noi avreinmq deside- 
rato di poter presentare a' nostri Lettori, 
iqa né avendo creduto ben fatto di pro- 
fittare di chi si offerse spontaneo a dar 
mano a tal' opera , né avendo ottenuto 
cbe la volesse imprendere chi avrebbe 
meritata la. nostra piena fiducia t riserbe- 
remo a migliore occasione si fatta ultio 
ma Appendice, 



ovGo'oglc 



PREFAZIONE 



Jua Storia generale d* Italia * anoorcfaè il Biondo 
e il Sigonio con varie opere ne avessero aperta 
la strada, appena in due secoli dì tanta cultura 
di lettere era stata trattata da un Girolamo Brìa- 
ni (i), e da qualche altro ancor più ignoto scrit- 
tore (2) ; quando verso la metà del presente se- 
colo nuovo lume e più certa guida ne porse il 
celebre Muratori . Ma io non so se di tanto ca- 
pitale siasi fatto finora quell' uso che s* intendeva 
da dii cel lasciò; perciocché egli è manifesto che 

(1) Istoria ^Italia dalla venuta ^ Annibale fiiuf al- 
T anno di Cristo 15^17. Venezia i€34- 

(aj Fra Umberto Locato PiaceDlido dell'Ordine de'Pre- 
dìcalorì , veicovo di Bagoarea , compTese 1' iiloria generale 
d'Italia dalla venuta d'Enea fino al i5^5, «otto Jl titolo 
i' Italia travagliata f in na •volume in 4- Venezia 1776. 



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la Raccolta (i),, le Dissertazioni, e gli AnnaU del 
Muratori sono come foodameotl e materia appa- 
recchiata per altri lavori. 

La felice riuscita del Compendio cronologico 
della storia di Francia fece nascere, come si è 
Veduto succedere in lanti altri generi dì libri, utì 
simile compendio della storia di altre prorincie, 
ed ultimamente dell' Italia . Vero è che il signor 
di Saint-Marc autore di quest'opera usò it titolo 
di compendio in senso più largo (2) . Peroccliè « 
Aove il presidente d' Hainaut comprese in un to- 
mo solo tutta la, storia di Francia, il compendio 
cronologico della, s^rla, d'Italia riuscirà per lo 
meno a dieci o- dodici. volumi d'ugual mole; e' 
jion h niente più brevQ del Sigonìo e c^el Mura- 
.tori, de' quali ti sÌ trovan trasdotti i passi interi, 
e talvolta anche luqgbi (5). Non è .dubito che 
quando il signor di Saint-Marc, non avesse fatto 
altro che tradur Muratori , egli fece opera utile 

(i) Rerum flalìcaram Scrtptores eie. ■ ■ . - 

(a) Il primo volume ili quetlo compendio ( Abregé, 
chronologitfue de thisioire generale À! Italie in 8. } coni- 
ptende dall' anno 476 doll'era Volgare sino all'Hoc- Il qnar- 
t«, bb'è l'nhimo'jdi qaeUi.chctano finoia-usciti in luce« 
CDBaiQcia, dal 1076, e finisce al ki^"}- - ■ : ..- - , 

(3) La méme raison m' a fait iraduire . . . ,des mot' 
eeaux méme un peu- longs de Sigonius, et de Muratori. 
Freface p. xviii. . . . 



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Ili 
alta sua nazione che nòo aveva ancora nella pro- 
pria: lìngua l'equivalente; e voglio credere che 
per qualche riguardo possa anche esser utile agi* I- 
talianì. Ad ògbi modo, se gli annali d'Italia, 
tuttoché pieni di tante cose importanti , e . scritti 
con franchezza e ishtarezza poco ordinaria di sti- 
le , riescono bene spesso molesti e stanchevoU , 
per dover passare di tratto in tratto da Milano a 
Napoli, da Firenze a Venezia, in affari diversi e 
disparati; che sarà d* un compendio cronologico. 
Opera di sua natura più arida e più secca che 
non sono gli annali, e per l'ordinario di poco 
profitto a chi non à preso notizia delle stesse co- 
se dà altra sorta di libri storicif Quindi sarà for- 
se a molti ràduto In pensiero che si potesse trat« 
tare la storia d'Italia beltà maniera che fecero il 
padre Orleans, l'abate Vertot, e~ des Fontaines 
quella d'altre nazioni; e il titolo di Rivoluzioni 
che pòrta in fronte quest'opera, farà credere di 
le^ert, che noi ci siuao. proposti d'imitare que- 
sti autori. 'Ma le rivduziobi, per cagion d'esem- 
pio, d' Iiighilterra , e dì Spagna, e di Polonia, 
da che quelle provincie vennero di molti stati a 
formare un sol reame , non sono altro che la 
storia del governo interno, mostr^n^o conu) J'au.- 
torìtà sovrana s'andasse o restn'gnendo o 'dilatando, 



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e come per la morte d'un re, per l'oppres^ 
sione o l'estensione d'una casa regnante , ne sa- 
lisse un'altra sul trono. Fero la serie stessa degli 
.avvenimenti serve di guida a chi li racconta; o 
l'unità della materia rende meno difficile il darle 
forma. Ma in Italia, poiché per la declinazione 
del secondo imperio occidentale si fu divisa, in 
diverse nazioni, le rivoluzioni del regno di Napo- 
li non ebber che fare col governo Veneto; né le 
.civili discordie de' Fiorentini e de'Sanesi, o le 
sollevazioni de' baroni della Romagna e della Mar- 
•ca fecero cambiar aspetto alle cose di Milano, di 
'Monferrato e di Piemonte , dove i visconti, i 
■marehesi di Monferrato, i conti e i duchi di Sa- 
voia regnavano senza contraddizione e sospetto, 
allorché più bollivano in Toscana le fazioni po- 
polaresche, e il. papa non trovava in tutto lo sta- 
to suo sede sicura. Per. la qual cosa, a fine di 
ridurre a certa unità, e disporre con qualche or- 
dine cose che a primo aspetto parevano à dis- 
punte , fu necessario di seguitare altro metodo 
da quello che si é usato. finora da ohi trattò le 
■rivoluzioni d'altre Provincie. 

Quanto alla notizia . de' fatti che formano, 
■fK cosi dire, la base di questi libri, non è biso- 
,goo eh' io dica di quale aiuto mi sieno state le 



Diqitized ..'Google 



V 

opere del gran Muratori * spezialmente 1* tosigae 
raccolta degli ScriUori delle cose d'Italia: percioc- 
ché il Sigonio , il BaroDÌo , il Rainaldi , il Tille- 
mont ed il Pagi poteaa pure io gran parte sup- 
plire al bisogno, dove ci fossero mancati gli an- 
nali dMtalia ; ma non sarebbesi potuto senza in- 
credibile stento e dispendio aver alle mani tante 
cronache non ancora per innanzi stampate, e tan- 
ti libri divenuti rari ,-.se mediante P industria del 
biliotecario Modenese non gli avessimo ora io à. 
acconcia maniera raccolti insieme. Con tutto que- 
sto , per una parte notabile della presente nòstra 
opera, o ci mancò affatto, o non ci bastò Paiuto 
dì questo ^ celebre e sì commendevole autore ; 
e propriamraite ci siamo preraluti dell'erudite suo 
fatiche per Io spazio di que' mille anni , di cui 
la storia è compresa ne' venticinque o ventotto 
volumi della suddetta raccolta , voglio dire dal 
principio del sesto sino alla fine del decimoquiato 
secolo dell'era Cristiana. Prima e dopo di qoeste 
due epoche, parte ci fu necessario, parte ci parve 
utile di ricorrere ad altri fonti, e cercare altre guide. 
In un sì lungo corso di storia, di nazione 
per tanti rispetti si illustre,' avrei certo potuto 
parlare d'infinite cose, e far menzione d'innume- 
revoli autori die trattarono chi una, chi un'altra 



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'delle maferie che qtù da noi o frattansi dì prcK 
posito, o si toccano di passaggio: e già m'itn- 
magioo di sentir domandaFe passo passo; [lerchè 
■tiott abbia io rilevata questa o quell'alba {Hirti- 
tiotarità , s non abbia citata il tale, o U tal 9ltro 
scrittore. Ma a quale immensa e confusa mole 
'fearèbbesi allora condotta un'opera «b' esser vo- 
leva ' e breve nell' esteasione , e facile e piana 
nell'orditura? Non dissento pertanto* phe s'at- 
tribuisca al caso , o ad ignoranza e prevenzio- 
ntr kntà, «be fta tanti autori che poteanq nomi^ 
narsi e lodarsi , io abbia nominato piuttosto ^i 
Uiiì, ebe gli altri; purchi frattanto sia noto al 
'Ietterei che nelle cose essenziali al mio proposito 
So mi sono -costantemente attenuto a^ scrittori 
piii autorevoli e più ' riputati , e per la.fHÙ parte 
ooVitempotanei (i).' il, carattere e la naUira dì 
quest'opera non richiedeva punto ohe io mi con- 
sumassi a ricercare archivi per produrre nuOvì 
dormienti e diplomi , bastandomi abbondante- 
Itlèt^ quanto i finora aseito alla luce» Nondimp- 
-no io più d'rm luogo mi tornò bene valermi di 
notizie acquistate per altra via, che per quella 
di libri stamimti . In generale però b piuttostq 

(l) Vedi la nou che «egue a pag. IPft 



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vn 

Telata ' prefmre il comodo e T utilità: altrui ad 
ogni proprio vanto Al erudizioae ricercata e rara-. 
Quindi b che per le costì ^e sono state da mol- 

-ti riferite e scritte, non sf^meote ò citato., ia 
nìargine (!)< ^^ taJofa ò lodate nel coBtesto o 
netie note gli autori, da* quali si potrà più faciU 
mente e eoa più profitto prender cogniziqpe (ii 
ciò cbe il mio disegno non permetteva ài tratta- 
re più disfesameote. 

Non ardisco per tutto questo' .di presagir-e 

-sino a qua! segao potranno riuscir utili al pulì' 
hlico questi Hbri ; né TogKo tampoco prescrìverà 

' le disposizioni che io desidero nel leggitore . Dir6 
solo , essere stato. 1^ intento mio <A' essi servissero 

' e d' introduzioDB e di chiosa alla storia generale 
d* Italia , . taotocbè ne jvhdessero lo stadio più 
interessante e più facile premettendovisi » e eoa 
qualche ùtil (ìflesiioiie ne rinaovassero la memo- 
ria legg^doii dopo. 

FcBce me , le per cagione dì questi libri si 
potrà dire che siccome sotto il regno dì Cablo 
En^oAKUELE questo, avventuroso, stato potè vaatace 

(i) Le citazioni ohe ttayano in invgine nelt' eiiiziofie 
in 4- di Torino, ioaoii traiporiate a pie 4i pagina in que- 
Ita ristampa Veneta, cosi comportando la forma della pTe~ 
lente ooatta edirioiie> Nota degii editori f^atuii. 



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vftl 

in fanti generi d* erudizione e di scienza uomìnf 
lodafissimi ìd tutta Europa, così per favore di lui 
(poiché 80 bene di quanto £il suo provvido e be^ 
neBco genio io sia tenuto) riBorisse ancora l'utì-^ 
le amenità della storia, e non s'abbia in questo 
genere ad aspettare ogni cosa da straniere con- 
trade. 



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INDICE 



DB LlKU E CAPI CHE a CONTENGCmO 
IH QULSTO VOLUMK 



LIBRO PRIMO 



L Crrandezza, e decadenza degli 




ànitchi Tosàanij Elmschi^ o 




Tirreni . Pag. 


>: 


n. Qiud mutazione recasse àW Ila- 




Uà r invasione de* Galli circa 




gii anni di Roma trecento cin- 




quanta. 


5 


IH. In quante nazioni restasse diptsa 




V Italia antica , così detta pro- 




priamente >• e quali ne fossero 




le forze . 


II 


IV. Economia, e commerziodegUm- 




tichi Italiani. 


>9 


V. Ricchezze naUtraU deW Italia. 


34 


VL Delle arti eh' erano in uso ap- 




presso gl'Itali aniicJii. 


43 


VU. Sludi, e religione. 


5o 


VUI. Leggi civili: Jorma di governo: 





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idea gettetah ' disSe rivoluzioni 
interne , a euij'uron soggette ìe 

repubbliche (all'antica haìia. Pag. 6( 
|X. mpoluziorti per cause esteme: 
diritto pubblico : cagioni, ^def- 

Jèiti delle guerre : equilibrio éhe 
si mantenne lungo tempo Jrc^ 
popoli Italiani . 74 

LIBRO SECONDO 

Capo. L Riflessioni generali sapra le cau- 
se delUt grandezza Romana . 95 
" II. Della guerra tra i Romani « i 
Sanniti, e di alcune particolarità 
che V accompagnarono . \1Q_ 

III. Progressi de* Romani, e rivolu- 
zione dette cose d' Malia dopo 

la guerra Sannitica. 126 

IV. Staio politico rf' Italia, dopoché 

;fu soggiogata da* Romani. 184 

V. Tiegoziazioni, guerra e vicende, 

per le guati i popoli s'' acquista- 
rono la cittadinanza Romana. i3g 

VI. Conseguenze che nacquero dalPes- 

sersì uniti ih uno stesso corpo 



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2? 

f pon gii stessi di' 
ritti, tutti i popoli e tutte le città 
d'Italia. Pag. iSo 

LIBRO TER Z O 

C^fQ . t. Delgovemo d'Italia sotto i pri- 
mi cesari. 167 
n. Nuovi magispati proposti da A- 
driano a reggere V Italia': lodi 
d'Antonino Pio} e bontà no- 
cefok dì Mar(^ Aurplia. 172 
m. Come il vero dispotismo siasi 
stabiliio a' tempi di Commo- 
. . do* con detrimento grandissimo 

dell'imperio. 179 

IV. Cesdii^ion^diCaraCidladigran- 
. de .pregiudizio aìP Italia : al- 
tra legge non mep. notabile di 
Gallieno-: governo slraordint^ 
rio d Italia sotto Aureliano. 186 
V. Divisione e rivoluzioni deWim- 
perio, e primo sensibile scadi- 
mento dello stato ff Italia a* 
tempi dì Diocleziano. 194 

. Vi. Delle mutazioni che cagionò 



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iti 

ùir Italia 7* imperadot' Costan- 
tino. Pag. 210 
Vii. involuzioni àeWimperìO sotto i 
, successori delTìmperadore Co- 

stantìrtò.' 2i8 

VIU. mfltssioni sopra le cause del~ 

Vinvasiorte àe'barbati. 21^ 

K. Rivoluzioni deW imperio (t Oc- 
cidente^ ed effètti che da. esse 
nacquero per lo stalo d'Italia. a38 
X. Principiì del regno et Orwrio ; 
e primi attentati de^ barbari 
sopra l'Italia. 248 

LIBRO QUARTO. 

Capo I. ttiiraitó delle cose d'Italia ver- 

so la fine del quarto secolo : 
agricoltura^ commerzio, arti, e 
studi. 264 

li. Continuazione delia stessa ma- 
teria: forze militari; polizìa; 
religione. 267 

HI. involuzioni nella corte (T Ono- 
rio.- progressi de* barbari; e 
primo sacco di Roma. ' 279 



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IV. yimiaggi detta sovranUà legìtti- 
ma : successori <f Onorio ; e 
rijlessiord sopra la successio- 
ne ed amministrazione delle 
ìmperadrici Placidia , e Pid- 
cheria. Pag. 288 

V. Guerre civili, ed anarchìa d'I- 

talia dalla morie di talenti- 
niano terzo fino alla deposi- 
zione et Augustolo nel quat- 
trocento settanta sei. 3o3 

VI. Staio d'J^mjpa nella distruzio' 

ne dell'imperio occidentale^ 3i4 



ovGooglc 



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NOTA 



Buona parte delle citazioni stavanadaprincipio nel intt- 
toosciitta per sicurtà e ÌDtliriiio nostro proprio; poi riflet- 
tendo che nel modo in cai si avevano a stampare , non po- 
tevano riuscire d' incomodo alcuno ai leggitori, ma bensì a 
molti di qualche uso , si stimò bene lasciarle , ancorché poi- 
sano in qualche Iuo);0 psi'er meno necessarie . 

Si sono citati gli autori per l'ordinario GoU'indicazionc 
de' libri, e capi o paragrafi, secondo la division ftiìi con- 
sueta e comune . Quelli che il troveranno citali a nameru 
di pagine, sono: Tito Livio stampato da Sebastiano Gri- 
fio i5j8', Strabone dell'edizione fatta dal Casaabouo nel, 1587. 
Di Polibio si citano i capi seconda l'edizione di Lipsia 
Greco-Latina in tre Volumi in 8. ì'}0^, benché in alcuni 
luoghi sieno trascorse le citazioni delle pagine d' un'edizio- 
ne del Grifio. Per gli scrittori della storia augusta ci siamo 
kervitì dell'edizione dello Sciorevelto fattainLeiden nel i68t. 
Della storia di Francia del p. Daniel si cita l'edizione ia 
tre tomi iu foglio, 1713. 

Se d'altri libri aoiìchi e moderni si sono pur talvolta 
citate le pagine, se ne troverà nelle stesse postille margina- 
li [ij indicata l'edizione, salvo di quelli che finora noa 
^ono stati stampali piò che una volta, come la raccolta del 
Muratoti, notata con queste parole R. /., o Ber. Iiaì. Al 
qua) proposito avvertiamo altresì^ che sotto nome dipogt'na 
si debba anche intcodcr colonna per qnc' primi tomi delta 
suddetta raccolta, e per tutti gli altri libri che ànoo le fac 
ciate divise io due colonne- 

Nelle cose precedenti V era volgare o Cristiana, abbiamo 
gìiidicato bastante segnare l'epoche cosi digrosso, Senza te- 
ner conto di due o tre anni che vi possano essere di diva- 
rio fra le diverse cronAiogìe . Dal principio dell' era volgare 
in appresso abbiamo generalmente seguitato la cronologia 
dell'annalista Italiano* 



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DELLE 

RIVOLUZIONI 

DÌ' ITALIA 
LIBRO PRIMO. 



CAPO. PRIMO 

Gnmdezza , e decadenza degU antichi Toscani y 
Etnischi y o Tirreni. 

Xja storia delle nazioni cbe abitarono aiktìca- 
mente questo tratto di paese, ebe dato da due 
mari si stende dalle Alpi sino allo stretto di Si- 
cilia , ed ebbe poi col tempo il nome d* Italia , 
noD può rìpi^iarsi da più fdti prìactpi! , che dal 
tempi Romani ; e quello ancora , che possiamo 
raccogliere dagli aotiali di Roma riguardo allo 
stato universale della provincia, è tuttavìa scar- 
sissimo ' ed oscuro , perciocché ì primi Romani 
tanto furoD lungi dal ricercar curiosamente le 
cose altrui , che pochissimo pensiero si presero di 
tener conto de* fatti loro propri . Né dalle storie 
Greche possiam ricavare maggiori lumi e notizie , 
To^no I. -I 



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2 Delle Rivoluzioni d* Italia 

atteso che gli autori di quelle non iama pasP- 
lato delle cose d'Italia, fuorché di alcuor cit* 
tà marittime vicine alla Sicilia; e i più antichi 
fraessi non precedettero di molti secoli Polibio 
che ancor abbiamo, né Fabio Pittore* primo an- 
nalista di Roma, le cu! mpinon'e furono ne' libri 
dì Dinnigi d' Alicarnasso e di Tito Livio traspor- 
tate. Noi la';ciaiiw ppifrdibuon grado a pili eru- 
diti e più curiosi indagalnri di storie antiche il 
ragionare quali- foiisero'i primi abitatori d'Italia; 
giacché quafurque siasi il più antico autore che 
di lor parlò, visse cèrtamente da nove o dieci 
secoli dopo loro, a ntìO potè lasciarci altro che 
incerte e deboli congetture. Quello che in tanta 
lontananza di tempi , in tanta scarsezza e cofiftt- 
sion di memorie, e io tanta mescolanza di favo- 
le può tuttavia affermarsi sicuramente del più an- 
tico «tato d' Itali«, ai k cW ella fu in grandissir 
Jiia parte occupata e «iguoceggiata dai popoli Tirr 
leni, chiamati con: più noto nome Etruechi o Tot 
scani . £ comech^ non pp^iamo dire duocle que^ 
Iti popoli traessero U prima origine, w da'viò* 
pi lidi della Grecia, 0. iromediataments da* paesi 
(irientali , certo i pur nondimeno , che questa nsi 
»one si stese largamente per tutta Italia, e reih 
de il suo nome famoso per lutto il mond» fintìr 
co, al par de' Gt^f» (i). U tempo detia maggior 

fi) Chiv. Iial. ant — Maff. Os». Iclt t. 4. -r- Maizoc- 
clil Disscrt. liipia l'origine de* Tiireni. •> Saggi di Cor- 
tona t. a. 



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Libro I. Cavo I. : a 

graadfzìEa lena ^ diffidle a deternùnare; Biase 
pùnto merìtuiQ viguwdo le opÌDÌoni de* cronologi 
in tempi così rìmoti^ abbiamo da credere ch'es- 
« passassero io Italia drca direct' anni dopo la 
guerra di; Troia, e pii^ dì dilato avanti la foo- 
dazioae di Roma • Ma assai più certo k che ,i 
Toseaaì , i quali , regoandD in Roma ^i ultimi 
re, già stavaa sull* orlo delta decadenza , aveano 
soumessa al dominio loro la più felice metà dì 
tutto il paese Italiano . Percioediè , oltre l* Eteu- 
ria propria che si estendeva tra V Apeuiitio > il 
mare Timno, il fiume Maci-a, ed il Terere; 
passato r Apeooioo , s^.eraoo allargati fin presso 
«II* Adige nel paetd de' Veneti, ed aveano occu- 
pata |a Campania, ciie fa dagli antichi stimato 
paese felicissimo eopra ogn* altro. Pare cbe ì To- 
aeani , o Tirreni oominoiassero a decadere dal» 
I* antico stato e potere , da che cessando di gO" 
vecAarsi setto un sol otpo, come si reggeran da 
prima, si divitercf in piìi dinastie ^ o repubbliche 
indipendenti T usa dall'altra (i). Dall'altro can- 
to caduti noli' oaia e nel lusso per la fertilità del 
paese , per la prosperila delle prime imprese , 
del commercio, e delle arti eh' eseroitartmo , tro-^ 
varonsi aUa fine esposti a quelle vicende e rovi-r' 
ne , a eui soggiacciono tutte le cose umane . Gran 
cose véramente appresso gli antichi scrittori e La-* 
tini e Greci lediamo del lusso dei Tirreni, e 

COStrab. 1. S, p. >5a. 



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4 Delle RivoLtrzion u* Italia 

de* vizi , che rade volte ne van diagiuati , libìdini, 
golosità^ mollezze d'ogni genere, superstizioni, 
incantesimi , venefìzi . Ma non è però aerto so 
tutte queste cose si debbano rapportare a quel 
tempo ch'esn erano emoora signori di ben mez- 
za' Italiai ovvero a' quello in cui già si trovavan 
respinti dentro ai termini dell'Etrurìa propria i 
percioochè non solo Diodoro ed Ateneo, ma ao- 
oora Platone e Teofrasto, ohe del lusso de' To- 
scani sparlarono assai fortemente , scrìveano io 
tempo che già questi avean ceduto ai Galli 
ed ai Sanniti forse i due terzi idei lor dominio. 
Del resto , non ohe sia per recar maraviglia oh« 
il lusso, la mollezza, il fasto duri tuttavia in.una 
nazione decaduta dall'antica potenza^ e rìputaxio' 
ne, ma egli si vide assai comunemente suocedere 
il somigliante dì molte città e pòpoli , 1 quali in 
vece di scemare accrebbero il fasto dopo estero 
caduti di stato, e passali sotto il dominio tfca^ 
siero. L'ambizione, e tutti quegli umori cho 
qualche volta trovalo sfogo nelle cose dì gov»- 
no, sì rivolgono poi unicamente alle arti de' pìa- 
cerì, e ad ima certa ambizìon privata e (delica- 
tezza . domestìoa , quanto la naturai fecondità del 
paese il può comportai^ . Ma con tutti ì vizi che 
oscurarono le virtìi degli antichi Toscani, pur 
fanno assai chiara testimonianza le memorie de- 
gli antichi tempi , eh' essi furono de*, primi .a di-' 
rozzare la selvatichezza di queste provincie. fj 
già avea l' Italia deposti in gran parte i costumi 



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LiBBo I. Capo I. 5 

lKiii>aTl e ferini de' primi tempi, allorché essa fu 
dalla barbarie di straoierì popoli Duovameate agi- 
tata e sconToIla- 

CAPO n. 

Qaal mutazione recasse ail' Italia V ùwasione 
de^ Galli circa gli anni di Roma trecento cin- 
quMUta. 

ilira usanza delle anticliìssiine genti, che quan- ^-^^ '^"'' 
do troTavau nelle città o ne' borghi loro talmen- 
te accresciuto it numero delle persone , che ' il 
teTntoria non bastasse a nodrirle, allora manda' 
Tasi una parte della g^orentù a procaodarsi ven- 
tura ia qualunque paese si fosse loro parato in- 
nanzi, dove o coli' armi in mano potessero occu- 
par terreno, o dagli antichi abitatori men nume- 
rosi fossero amicfaeTolmente ri^oevutj , e messi a 
parte del territorio capace di sosteoere maggior 
numero di coloni . Si fatta usanza fit per lùolte 
età cagione all' Italia di grandi e quasi continua 
rivoluzioni , fin a tanto che , perfezionatasi la col- 
tivazione, le terre poterono somministrare nuig- 
^r copia dì viveri;, e pel commerzio e le arti 
ette s' introdussero a poco a poco , sj furono mol- 
tiplicati i mezzi di sostentarsi,- e le società civili 
cresciute e stabilite, preso più aflett» al suol 



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6 DEtLE RivomzMKi d'Itaiu 

natio , abbandonarono il costume antico di tramitt 
giare cosi leggermente (i). Nel tempo stesso I« 
guerre , cui niuna civiltà di costumi poli mai le* 
var via del mondo , e cbe piuttosto nascono na- 
turalmente daita frequenza delle ciiià e società 
ordinate, servirono in parte a snemar di tanto. in 
tant'i , ed esaurire la soverchia popolazione ; e 
cesK^ anche per questo io motti lunghi iJ bisogno 
di mandar fuori numerose turbe alla ventura . Ma 
le regioni più occidentali , come ermo . le Gallie 
rJKpetto all' Italia , essendosi più tardi popolate , 
ritennero anche più tardi quella sfessa barbarie 
di cui riJalia sì era io buona parte, purgata: 
laonde durava in quelle nazioni, anche due miU 
le anni dopo il diluvio universale, jl costume di 
egMvar per via d* emigrazione le città della so- 
verchia moltitudine» a cui 1* ignoranza delle arti 
e della politica non potea provvedere oè- tratte- 
nimento , oè cibo . JSarraao adunque le antiche 
«toiie (2), poco discordanti su qurato punto, tìif 
Ambigato re de' Celti, trovando i suoi popoli di 
soverchio moliiplic^ti , pensò di sgrajarne il pae- 
se, niandandone parecchie migl'aìa a procaocian- 
ti altrove istanza e pastura ; ■ e che una parie di 
questa gente sotto la condotta di Belloveso patmò 
-in Italia , e caccio i Toiicam, o quali altri si foa- 
iScro i vecchi abitanti dei paesi do\'e sorsero. poi 
cui temj-o le città di' Milano, Pavik, fiaocnza., 

/t) THoB. Hiiiic. 1. I , e. 3. 

(iJ Liy. 1. 5. -r ^lut ia Camill. 



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Libro I. Capo li. 7 

Qtttaoni. Gfì^sti primi venuti, trovania dnk^e « 
oopioso pascolo in queste contrade', vi traascro aU 
Ui lor paesaói . Racoontast ancora che Amate , 
1X00 de* principalt della nazion Toscana, per sue 
private brighe e gelosie invitasse con doni e prò* 
messe qae* b-irbarì a paiisar io Italia . Se questo 
h, molto antico sarebbe il primo argomento del* 
la fatai condizione d* Italia , di dover per le sue 
intestine discordie essere tante volte oocupata « 
Mgnoreggiata da genti Oltramoataoe . Ma a dir 
vero , una sola cosa è certissima fra tutte queste, 
per Don dir, tradizioni delta venuta dei OalU Cel- 
ti in Italia; ed b cbe circa gli anni trecento cin- 
quanta della fbndazion di Roma, e quattrocento ^ . i^^r 
avanti l'era volgare ( Air, del m. 8600. ) i Galli, ^y» ^ra 
occupata gii una buona parta del paese vicino al ^^ ;-, ,:< 
Po , si avaniarono netl* Etruria o Toscana propHa 
fino alle maremme di Siena, àov' era la famosa 
ao tempo ed or piccola t deserta città di Chìus^ 
e preaero ancora ed abbruciArouo Roma. Ma o 
essi non *i curarono dì nuove oonquistc; da eb*, 
essendosi mossi dal natio nido per fi^re 1* mtv* 
zia e la hit», ebber trovato eiò cbe desiderava- 
no lungo il corso del Po; o Veramente, per di- 
fendere le occupate proviacie * le caso loro dal-* 
Tarmi Venete, dovettero lasciar il pensiero di 
estendersi piìt largamente nella bassa Italia ; In 
qtmltmque modo la toxi» ferocia loro-fii sàpera- 
ta dalla maggior accortezza degl* Italiani, i quali» 
desti e ammaestrati dalle prime perdite ioopioate» 



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B Delle RivM,eziom d'Italia 

provvidero poi bastevolmènte al propria stató 
per I* avveDÌre . Nieatedjmeiio il cambiamento 
che riovasion di que* popoli Transalpini reco al- 
le cose d'Italia, fìi grandissimo fìior dì dubbio., 
S'impadronirono in primo luogo della migliore e 
più felice' parte di questa provincia ; e separan- 
done quasi Finterà metà da' tutto il corpo, le 
fecero totalmente cambiar leggi, e costumi, e 
nome . Gli uni si stabilirono intorno al Po , allaT- 
igandosi nulladimeno per tutto quel paese che for- 
ma il ducato di Milano; e questi ^ prendendo for- 
se il nome da' popoli che so^ogarono , si cbia' 
marono Insubri. Quelli cfae più c^tre s'avanzaro- 
no, doT'e ora sono Bergaimo e Brescia, ritennero 
il patrio lor nome dì Cenomaoi . I Ben s' annida- 
rono più vicini all' Etrurìa, dove or sono Mode- 
na, Reggio, e Bologna che prese Ìl nome da lo- 
ro . Gli ultimi che ci' vennero , che furono ì Se- 
noni, si andarono stendendo verso l'Umbria fio 
presso Rimini'. Coà tutto quest' ampio tratto di . 
paese , che dopo la decadenza del Romano impe- 
rio fu detto Lombardia, e che da' Galli stessi, che 
r occuparcmo ,' prese it nome di Gallia Cisalpina, 
si trovò diviso dal f^to d' Italia ; laddove per' tre 
secoli interi quella che tenne il nome d'Italia, 
terminavasi all'Arno Vicino a Fisa, e al Rubicon 
ne tra 'Rimim e Ravenna. 

Vero: h che tra questi termini e le Alpi re- 
starono' tuttavia alcune nazioni , che o per natia 
ferocia e per T asprezza de' luoghi che abitavano. 



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LiÈRO I. Capo II. 9 

o per la prudenza « l'arte militare die pro&ssa- 
TQDo, o non faroDO assaltate , o non poterono es- 
sens superate dai Galli . Tra queste furono i Lir 
gurì , sotto it qnal ooiDe converrà comprendere 
gli anlicbì abitatori del Piemonte; ì Salassi, «he 
teoevano la valle d'Aosta e qaeUo dui or chia- 
masi Caoavese, dove fu pò! da*- Romani, che a 
grande stento li domaxono, edifisata Ifrea; e fi- 
nalmente i Veneti* posti tra T Adige e il fondo 
dell' Adriatico , paese che fin dalle rimoté età par- 
ve essere destinato ad aver sorte diversa dalle al- 
tre provinde d'Italia e del mondo (i)!. Né fu di 
minor momento alle cose d' Italia ( oltre quello 
d' averne dismembrate le migliori proviacie ) un 
altro efietto che nacque dall* essersi annidate dea* 
tro a' confiiii suoi quelle allor sì ferod ed inquie- 
te, oazioni-di Transalpiai. Impercio<»:hè le repub- 
bliche o i tiranni d* Italia , in cui rade volte 
mancavano i semi di gelosìe e. di disooniic, eb- 
bero la vicinanza de* Galli 1 ogiloi- pronti o per 
denaro o per naturai leggerezza a prender V armi 
e seguitare chi li chiamava , come un' oppoHum- 
tà dì turbar le cose degli emoli e de* vicini. 
Una generazione di Galli eravi spezialmente, chia- 
mati Cesati o diremo noi stipendiar!, i quali, 
per certa ior feroce vaghezza d' acquistar gloria , 
facean proprio mestiere d* andare al soldo di chi 
che si fosse, ed in ogni occasione la facevano da 

(0 Slrab. 1. 4, p. 1^0-41. 



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lo Decls. BivoLOZion d*Itaua 

eaporal! e da brari (i): degna gente d'assomi- 
gliani , non ào s* io deiiba dire a que* paladiai 
che mill'anpi dopo diedero tanta materia ai ro- 
inatiri , ovvero a ffieìh oompagnie d* avrenturie- 
ri che nri decimoquarto e nel deeimoqwnto se* 
eolo dell* era Cristiana pigliavSDo stipendio or qak 
or IJt dagli stati d* Italia . Del resto , tutto qnel 
tratto di paese che rìteonr il pome d* Italia e 
ohe pub ohiamarsi Itale antica « dui-ò tuttavia dì» 
viso io motti ttatì diversi , non allrinif otÌ eh' egU 
sì fosse ' avanti l' mvasione de* Galli . E comerhè 
altro quasi non sappiamo di quegli slati , fìmrufaè 
ei& solamente che riguarda le aolicbità di Boma, 
t che ricaviamo dagli scrìltort delle cose Boma^ 
ne; egli è nóndioieno bm certo ehe cent'anni 
avanti > e poco men che' altri cent* anni dopo 
Alessandro , fiorivano in Italia molte narìosi ed 
infinite repuhMiche indipendenti , le più dello 
quali potean dare più nieteria dì Mnrìe . che per 
avventura noa fece Roma fino al tempo della 
giuerra Oarlaginese : e non h dubbio che molte ne 
sareblìero state assai famose nella memoria de' pò* 
sieri,, se avessero trovato un Tucidide, un Srno> 
foiUe, o UD Pausanìa, che avesse sctitlo di loro. 



fi) Poljb. 1, 3 , e. sa. 



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lAtìHo I. Capo ffl. ut 

C A P O HI 

J/t ^uarOe mizhnì nstaasé £vlsa i' Italia atrtt^- 
ca, eoH detta propiiameìtìe ; e ^mU ne fosatro 
h foni. 



Q™ 



Quantunque todiose nefcano d'onKoarìo le im» 
merazioni e le rasRegoe , non poiao perb pass» 
queito luof^osrnz'additara, aliaeno «osi alla sfiig-' 
gita , le nozioDÌ ItaKaoe cbe fuori della Gallia Gìt- 
aiptna fiorivano a' tempi di Ruma deotio i ter- 
mini, dell'antica ItiJia testé accennati. Rimetterti 
del resto ì L^ìtwi che fosier vaghi 'ài più esat^ 
to ragguaglio, o a Strahone , « a CluTerìo, o « 
qaalohe altro secktore d^aatica • geografia (i^. 

(t) fta ir libri pnbMtmt finan fpoìtM Mp(>nRioeb« 
tiene inedite aaove uxervaùouf tofità (|umu mÉttria^^ ol- 
ire l' Italia attica del Cluverio, o il OoiTfpendio che ne 
fece Giovanni Bunonc, poMono vnlerst i Paralleli geoera- 
fici del'UncEip ^Append- ad t> 3. )i la Gea^afia antivt 
del Cellario al cap» nono del libra aecuudo; il ragiona^ 
mento del' MarTei sopra gl'Itali primitivi,' sUrtipalo' alla fi- 
ne iléll^ >aa Storia d'p'omatica , tao quel di pìb^cbe ui 
lasciò nel quatto, oiiiuto e seil* ismo delle OsservaiioiU 
letterarie; le Ricerche sopra V origine e l'antica istoria 
dei vari popoli dell' Italia , del Freret ( Mémor, de C Aco' 
dem, dei inscrip'. et beli. leti. t. i8. }• Gioverà altresì 
vedere le Origini Italiche di monsignor Maiio Uuaraucci, 
stampate ulti inamente in Lacca in due lonii infogliu , aa- 
coi<;hè le opiiilotw di lui non nieiio per concordar facil- 
mente col parere d'altri eruditi: ma come tu » fatte cose 
è lecito ad ogniiao sentire e cougetluraro a mo tal<nla> 



ovGooglc 



J:» DéXLE RjVOLyzioNl d' ItALlA 

l Toscani, ancorché avessero perduti gli sfa** 
ti che prima tenevano dì qua dell' Apennino « 
erano tuttavia per que' tempi nazione grande e 
potente , possedendo , oltre alle città che ancot 
{onnano.il granducato di Toscana, buona parte 
ancora di ciò che oggi si comprende nel donuBÌó 
Ecclesiastico , come il patrimonio di san Pietro , 
le Provincie d'Orvieto e ài Perugia. K non sola- 
mente tutta insieme la nazione Etnisca suprravd 
di gran lunga Io stato de' Romani , ma poco meo 
che ciascuna delle dodici. dinastie, in cui era divi- 
sa, potea gareggiar con Rmiui . Vei o Veiento, 
allcox^è , dopo quel lungbisnmo e famoso asse' 
dio , fu alla fine espugnata dai Romani , era ri- 
gualcata o(KDe città d' uomini e di forze uguale 
a Roma (i): eppur Veiento noa dovea superare y 
o certo non superava di molto Cortona, Phu^v 
Viktezzo, Volterra, e Chiusi. 

Un altro bucm tratto d' Italia, non mferiore 
alla Toscana propria, era abitato dagK Umbrr, 
nazione che fu per lungo tempo emola de' Tosca- 
ni : e eomechè non contasse allora città cosà' gran- 
di e popolose , quali erano le Toscane , ve ne 
aveà pur tuttavia dì molte ed assai raggnardevo- 
K, come Sanrina, Urbino, Camerino, Gubbio, 
Spoleti, FoligDOf Todi, Terni, Narni , ed Otricoli, 

coli d^bi amo aBlI&dimeao sapet knaa grado a cbi ci pò- 
ne tlavanti, o ajiche ne addila soltanto i niaDuiiieDlì,Gb« 
fanno il loggelto di laii ricerche e coogelture. 
(i) Plut. la Camill. 



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Dbro I. Capo 10. - »3 

slcnne- delle quali rheugono aneora gli antichi 
nomi (i). 

Vicini all' Umbrìa erano i Sabiói , abitatori 
d' un paese meno grande e meoo fertile , ma per 
virtÌL e fone ancora per numero d' uomini noi» 
inferiore; i quali acoome si mantenDero sempre 
liberi dalla dfnntnazion de* Tosoaoi e deg^ Um- 
bri, con federo lungameate ohe iàre a* Romani. 
Peroecbb quella gente sfas si crede ewer v«niitm> 
eoa Tito Tazio adooirsi dopo nxJte battaglie in' 
un sol corpo' eoi piùai Romani, non poteaenie-i 
re più che ima piocdissima parte della oazion 



Di quella proTÌncia oba fa poi tutta coin-^ 
ptesa ool nome di-Laaio, e ohe or chiamasi cam-'. 
pagna di Roma, una piooola porzione tt-a ooen- 
pata dai Romani anche dopo ranno quattroiìen-"^ 
tesimo dxAla. lor fondazione . Csnciotsiadhè , <^tre 
i Latini propri, o Eia gli abilatcni del I^azio an- 
tico, di cui 'Al pasta lo itàto diAoma, sussisteva- 
no qiiBttro potenti e fìnooi popoli. Equi, Volsci, 
Erniei, ed Ausoni.; ciascuno da' qu^i oredevasi 
di andar del pari. e .stai«;a frtwteddla repubbli- 
ca Romana fino' quasi' ai tea^i della guerra dì 
Pirro. . . 

In quel lungo trotto. d'IitaKa ohe or chiama- 
si regno ,di Napoli , molti erano gli stati e liberi, 
e potenti. Vi -erano i Marsi, rVestini, i Peligni, 

(i) Stnb. I. 5, p. i5*. 



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i4- Delle BivotuzioHip* Italia 

i MarrueÌDÌ, i Ferentanij e i Sanniti « oba ft- 
bìtavano quello cbe ora chiamasi Abtu2zo, o 
parte d«IIa Puglia. GlUrpiai , i Oaunit j Mesea- 
^, i Pcììoezi , i SaWntini soggioraavaDo dov*i or« 
k terradlBari, d'Otranto, e la Battiltcata-- <juÌD- 
dì «cendendo verso la moderna Calabria , v'ei^a&o 
i Lucasi, i Bruci, i Fìcentinìt i xjuali tuttt o$-< 
CUfiATaDo altrettanto e più di paese, che:<)ualm« 
^no ù voglia de' quattro popoli dej DomeXatioo; 
Q mohi di loro poscedevand, piìi terreno, «bsDfW- 
vaia tutto insieme, il Lazia adfa sua maggior cstea" 
«otte. I Campani poi, chic teneviui) h miglior 
parte di quella provincia cbe, per 1* eccellente iu& 
fertilità' V ottenne il «locae di terra di Lavoro, 
dov' era ed è tuttavia NapoU,:dov' k U jiuova a 
dpve fu già ta famosa antica Capoa4 foswdevaao 
un molto ragguardevole stato. A^'iu^anni a tut- 
te queste nazioni o repubbliche molte ciUà ma- 
xittiraa le quali ikeerano «tati separati da* popoli 
del continente , come Tare&to , Tulio o Sibari , ' 
fr^lea , leggio , e Crotone ; le quali tutte così 
non erano dì forzq inferiori alle città marittime 
dell'Asia Mincure e della Grecia, nome quelle del 
continente potevano gareggiare con le più ùaao» 
repubbliche del Peloponneso e dell' Acaia. 

la fatti, di quelle ionnmerabUì repubbliche 
qbn rìempievan V Italia . niuna «a di sì poco sta-, 
to, cbe non potesse mandar in campo da dieci 
o quindici mila uomini armati, o almeno col van- 
taggio delle muraglie e del sito difendersi da 



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Loro I. CavoUL i5 

podenin esmàti di Mtalìfoiì" Afolte poi n^'eratio, 
ohe di tre in tre lustri ne-nundafan» foorì qua- 
ranta e oinqnaota iniiat eomr fecero «erameDttt 
più fiate i Volici, i Iiatioi, e i S«oaki>. B w voi 
vogliamo teaer dietra «Ile pvti'iipUrìti chd ei In* 
sdarono gli antielii geografi • ^riei (t)v troTÌ«- 
mtk die ì Crotmiatì annarooo cento e tnnUt nùr 
la uomini / e i Sibariti trecento niUt pbe \ Ta- 
rentini m^adarono f>ttaDta miht fanti coli otto mi- 
la eavaUi d* aiuto ai Sonoit!^ e cbe » Tap^woii» 
per mesco de* loro ambasoiaderì al n Fin» di po- 
ter metter iHHeine sotto al suo comando treoent» 
e veni! mila cavalli e fanti, di Liicànì. Mnsapi» 
« ài qualobe parte del Suinio (2) . Vogliamo «ti 
buon grado supporre ebe in tali racconti o vi sie- 
no scorsi sbagli ed ' esagevaiiioai ftotevoU, vera- 
aienfe cbe cotesti fatti arvenissero in tempo che 
Sibari e Crotone e Tarento, o qualche tiranno^ 
ebe regnasse in qadle città, avessero a lor divo- 
sioDe altre terre o nazioni, e che le truppe arma- 
te da* popoli soggetti: e confederati si denominas- 
sero dalla città prìacipale e dominante. Ma per 
grande ebe si faocia la diffalta , noi non posiamo 
tuttavia, Senza rivocar in dubbio ciò cbe Ì più 
riputati scrittori delle storie antiche, ci anno la* 
sciato , e senza abbandonarci al piii intollerabi- 
le pirronismo , non possiamo , dico , negare che 

(t) $trAb. ]. .6, p. 180-81. — DioH. Sieul. 
(i) PluL ia Pyrrlio. — FrcinsLfcniuiSuppl.Uv.dec.a, 
I. a, e. 12. .'■•,:■ 



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i6 Delle Rivoluzioni o* Italia 

moltissime nazioni Italiane, bmchè ristrette in bre- 
vi confini, pur fossero nientedimeno potentissime e 
di grande stato. Un celebre serittor moderno (r); 
il quale si mostrò tanto incGnato a credere , e si 
^diò di mostrare non essere stato ' il mondo an- 
tico sii pieno idi abitanti , siccome stimasi volgar- 
mente (2) , si ride costretto dì fare in quel suo 
discorso quasi una continua eccezicMie riguardo al- 
V Italia , ìa quale egli consente ohe ne' primi tem-< 
pi della Bomana repubblica ' dovesse ecs««*popo- 
ladssima sopra tutte le antiche provincie . Una 
pniova pivssoohè evidente ( per lasciar da un la- 
to tatti gli'altri indizi ed argomenti partioolarì ") 
possiam trarla dalla rass^na'che fecero i Boma-' 
ni dèlie truppe lor proprie e de' confederati Ita- 
liani, in occasione cbe sì temeva - d' una miova 
irruzione di barbari Transalpini . Leggest quesE» 
rassegna distesamente, in Folibio' (3) * -scrìttoro dì 
queir autorità che tutti sanno; e fti' riferita anco- 
ra da Fabio Pittore , che a' tempi di panile im- 
prese sostenne ndla repubblirà le prime earìefae 

(i) DavM Haute Diiconn sur le nombrt àés lubiuia 
panni qaelques anciennes DatioDs. Disc, polilicj. t. i, 

(3) M. Wallace nel suo Saggio sopra la differenza dc£ 
numero degli abitanti ne* tempi antichi e moderai , «ostie'' 
ne MO più giustezza e più foodamentg l'opiaioQ.e coptra- 
ria a quella del sig. Hunie: dico con più giustezza , per- 
che quaniuuqtie il sig> Hume traiti co» mólta erudieione 
il suo argomealo , e non senza riUeuioai vei'issiine , cnn- 
foade tuttavia i tempi, mal dUtiuguendo, eìempiEiazia , 
il SI colo di Pirro da «jucl di Cetaic . 

(5) Polyb. I. 2, e. 34. . . 



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Libro I. Capo DI. ^ 17" 

eo^ civili* che militari (i). ,Noì troviamo dun» 
que , che , suU' avviso della venuta de' Galli , ; i 
Sabini e i Toscani armarono settanta mila fanti , 
e quattro mila cavalli ; ^i Umbri , e certi popoli 
( Sarcemtea ) abitatori deir^Apennino di quella 
banda, vénti -mila; i Romani venti milA fanti, e 
mille cinquecento cavalli; i Latini trrntadue mila 
tra cavalli e fanti; ì Sanniti, comechè usciti pur 
allora da quella rovinosa guerra Romana » in cui . 
perdettero per Io meno da cento mila uomini , in 
più battaglie , pur mandarono sotto il comando 
de' Bomani settanta mila fanti, e sette mila ca- 
valli; i Ia{Hgi e i Messapi cinquanta mila d* in- 
fanteria , e sedici mila di cavalleria ; i Lucani tren- 
ta mila fanti , e tre mila cavalli ; e tra Marsi , 
Marrucini, Ferentani e Vestini, ventiquattro mila 
tra fanti e cavalli : cosicché nella somma totale sì 
trova che da. una minor parte d'Italia, che noQ 
comprendono ora lo stato del Papa e il regno di 
Napoli, si armarono allora di primo tratto più di 
settecento mila uomini (z); numero senza dubbio 
maggiore di quanto ne possono metter insieme duo 
delle più grandi e più fiorite monarchie d' Euro- 
pa. E se noi riSettiamo che le guerre Galliche e 
Cartaginesi, nelle quali troviamo che si armarono 
tante migliaia d* uomini , avvennero in tempo che 
non solo ì Sanniti , ma tutti gli altri popoli Ita- 
liani erano pei disastri delle guerre eh* ebbero a, 
Tomo I. 2 

(i) Ewtrop. ). 5, C.-5. 

(?J Polyb. 1. cil. 



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i8 Delle Eivolvzioki d'Itaua 

sostenere da Roma, fortemente caduti da qaeì 
cb' erano ceDt'aDoi Addietro; dovremo quindi ar- 
gomentare che a* tempi di Pirro tatti i «uddptti 
popoli potessero annare uo molto maggior nume' 
ro di gmte, che non fecero nel caao. riferitoci da 
Polibio (i). Del resto, egli. è ben certo die que- 
gli stessi popoli, i quali maodarano quella gente 
come per suwidìo e per taglia a* loro alleata • 
avrebbero posto in arme -agevolmente tre o : quat- 
tro v<^te altrettanta moltitudine d* uomini, la qua- 
lunque occasione di guerre e di pecicoti loro pro- 
pri a particolari. Vera cosa È che se nella piiesQD- 
te coodizion de'goverai e secondo i, costun^ no- 
stri, non può ubo stato, senza particolarisatma ec- 
cellenza d* ami&istcaaione o senza propria rori- 
na; sostener maggior numero di soldati» che in 

(i) Tito Livio in parecchi laogìii della tCTEa deca ri- 
feriice espiesumeate , che i ftomani dopo le «confitte di 
Trebbia, e di Tratìmena e Cinne, rimettevano it> campo 
or diciotlo , e or pìin di venti iegioni i summa trium et vi- 
ginii legionum eo anno (558) effectaest. Lìv. I. aS ; cbe 
vaol dire- cento e più imla oominì/ e queiti «celli da una 
piccoliMÌma parte d'Italia, giacché è bea noto che le frap- 
pe ausiliarie, compagne ed amiche del nome Latino, non 
entravano nelle legioni . Tfel tempo »Xtua «i fa menzione di 
trentacinqne milaCampani, dr sedici mila Locresi, di qua- 
, si alirelUoti Lacani , e cojì di Bru^t e di SalentÌDi, i 
quali faceano loro spediKÌoni gli unì contro gli altri indi- 
pendentemente da' Romani.^ da' quali O si erano ribellati, 
o etano stati abbandonati . Dopo la guerra di ADDÌbaic, 
tnttì quegli eserciti cbe conquistarono la Grecia, la Mace- 
donia, e st gran pane dell'Asia, erano pur composti dì 
soli o di quasi soli Italiani ; e se facciam ragione alla qua- 
lità delle potenjEe che ti ebbero a combatterà ^ non poli- 
Vano non essere 'Usai nntner^ti « 



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tiBìlo 1 Capo AL ig 

ragione d*aQo pw eétto; poterànn in quegli ao-' 
tìchì tempi e ìd qua* piccoli stetì arolare senza fa- 
tica otto e dieci per c^ cento. Ma noa h per- 
ciò men niamfestD che una città o un tenitwio, 
per mandar m campo da quindici o venti mila 
armati , dovea contare da dugento mila teste di 
Aio distretto < E poiché tanti erano i popoU e la 
repubUiche in halia , a*' quali le venti migliaia di 
ftritiatì erano piccolo «fono, parta tuttavìa cosa 
ìncredilHle che Tltalia potelee com^endere e no- 
drìre cotanta moltitadine di penone ; Per intende- 
re adunque, donde potesse e prodursi e sostener- 
n co^ numerosa |»opolaiione ^ non ostante le guer* 
^e e gli altri flagelli a cui fo il mondo sempre 
Soggetto* uopo è dimostra» quali fossero i costu- 
ini e le atti che aìW fiotÌTano, e le qualità del 
paese che ai abitava. 

CAPO IV. 
■ Èeemm^t e eommenio^degU antichi JtaSani. 

iNon è credibile che il clima e la naturai qua- 
lità del tarctto Italiano siensi cambiati da quel 
eh* erano anticamente ^ piuttosto potrebbe sppporsi 
che il clima mtglicHrasse ; e che divenisse general- 
tnente più temperato e più mite per le molte fo- 
reste che si SODO disfatte non tanto entro l'Ita- 
lia , quanto ne* paesi vioiiu deUe OaUie • delia 



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&0 Delle VirvotxziGm d* Itaiu: 

<5«rinania , le quali antioamente contrìbirivanp a mi'^ 
dere più fredda l'aria, e però meno fertili le ter- 
re d'Italia. Tutto il peggio che potrebbe esserle 
accaduto, riguarderebbe forse qualche proviacia 
del regno di Napoli , dove V eruzioni del Vesuvio 
avendo più volte coperto di sue ceneri le contrar 
de vicine, poterrao corromperne la pristina fecon- 
dità . Ed in vero , non so se il territorio di Capoa 
e di Napoli corrisponda presentemente a quella 
tanto celebrata dagli antichi scrittori Campania fe- 
lice. Ma generalmente non poliamo supporre che 
la qualità del terreno e del nostro cli^a sia, per 
cagion fìsica o superiore infiuenia, diversa da quel- 
lo che si fòsse una volta. N& tampoco le terre 
Q* Italia possono stimarsi oggidì deserte ed incolte; e 
tuttavia bastando ella appena a sostenere forse la 
Ventesima parte, per non dire la oioquantesiiuA , 
secondo il coniputo che ne fecero alcuni , della 
popolazione che trovavasi due o tre secoli avanti 
r era Cristiana , parrà cosa incredibile com* ella 
potesse contener nel seno e sostentar tante genti . 
Gioverebbe forse a i:enderc) persuasi di questo fat- 
to il ridurci a mente l' antico stato della Palestina 
a* tempi di Saulle e di Davidde (i);o veramente 
il supporre i cantoni più popolati e più colti degli 
Svizzeri, uniti in uno stesso corpo di provincia eoo 
qualche parte della Lombwdia , Perocché , assOf 
flìandosi V industria e il vigor degli unì con Ut 

[i] Vìauj Moenr* de» (itb^Ijks, Cb, \- 



=dDvGooglc 



liBftO ì. Capo IV. ' a« 

feflUìtà dell'altra, ne lisi^terebbe un* immagine dj 
ciò ch'era l'Italia a que' tempi che discorriamo; 
ma immagine anoor tanto mÙDore.del vero, quan- 
to ì <!oslumi degli Svizzeri 'odierni sono nella, sem^ 
plicità di molto inferiori agi* Itali antichi. Non i 
dunque da dubitare che. la aeinplicità. de* costu- 
mi t una vìtK faticherole' e procacciante • e la ro- 
btistekza che' quindi nasce naturalmente, erano 
al tempo stesso cagione della crescente popolazione, 
e solvente delle facoltà necesiarie per sostenwla. 
Che tutti generalmente i popoli d* Italia . fos- 
sero^ qtiasi per propria e indispensabile, professio* 
ne, dati così all' i^rìa(Jtura, come alle .armi, non 
è cosa da porre in dubbio.' Il fnittJ che ne na- 
sceva, tanto era più abbondante., quanto tBa%^ 
jgìore era l*operB che vi s'impilava. Ed è por- 
caio da saptf^ primieramente, che buona; parte 
delle genti Italiane ( estendendo questa diaomioa- 
zione fino ai temiini propri e naturali d'Italia, 
che sono le Alpi) abitavimoi a casali e borghi. 
Tale era l'uso dei Sabini^ de' Latini, dei Vestini, 
e di altri popoli Sanniti; tale quello dei Liguri; 
falé spezialmente' Tuso de' Galli Cisalpini , ì quali 
tuttoché possedessero così felice parte d'Italia^ 
qual'è la Lombardia, non atramente non si pre- 
-der pensiero di fabbricarsi e di abitar, gjcanài cit- 
tà, ma appena si fabbricavano case, albergando 
pure in bassi e vili abituri e strette capanne (i)< 

[i] De Sai. Uy. i. i, p. 197. ^ De £«f. S(rab.l.5, 



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fts ^ Delle RivoL«2iaw t>* Itaua 

la questo modo dod ci. potendo essere alcuna nor 
tabilc disuguaglianza di beni, oga*uomo e daseu-r 
DA famiglia coftivara la sua porzion di tnreiio in 
sul hiogo stesso del suo albergo , e però più age- 
•rolmente e con più frutto. Né per fiàr deÙe strad* 
o fabbricar case si occupava altro ^>azio o dì f^npo 
odi luc^o«diquel che bastasse per capirvi eofro, 
e per condurvi o piccola carretta , o bestiami d* 
■Otta; e da ogni palmo di terreno si traeva profitto, 
Le donne che sono nei nostro vivere cittadinesco o dì 
carico, o di piccolo s nìnn sollievo, siccome quel- 
le che si adoperano per la più parte nelle^^ti dj 
puro lusso e distnittÌTa« orano allora di. miglior 
uso die non sono le stesse femmine villanesche 
'd*c^idì, e dì aiuto alla coltivazione, e di oppor- 
tuno sdilievo per tutti gli uffizi domestÌQÌ; poten- 
dosi in pochi momenti condurre daU'albeigo al 
campo, e dalle pentole o dal telaio al rastrello o 
sdla grigia pascolante. U vero è che nelle prò- 
-^ncié di am[He e futili pianuxs, dove non era 
«eccssaria sì grande industria a. farle fruttare, le 
iòttà grandi si trovavano pia frequenti , perchè gU 
uomini non forzati dalla neeessità a sudar del con- 
tinuo si^e sterili glebe, s'indncevano natiualmea- 
it a congregarsi insieme,. per godervi più agi e 
ffHi loaRerì*. OItnechè i la fertilità del paese esseor 
ite' per se stessa unita ooU'aere più mite, e clima 
•^iù' -tepido e moUe* gli uomini vi sono ancora 

p. i58. •— De Samnit, Idem p. 167. — De Z^gur. Idem 
!>. iSi. — De Gait. Foladi, U 3 ,c 29. . 



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Libro I. Capo IV. »3 

naturalmenfe piii iadioati all'ozio^ ed alla vita 
eifemminata e voluttuosa. Cotali erano i popoli 
Campaai. Ma rEtrurìa e l'Umbria, paesi meuQ 
caldi della Campania, e meno freddi e più ferlir 
li del paese Latìoo , Sabino e Sannitico» ritener 
vano in parte il naturale d^li uni e degli altri. 
E siccome alcuni de' popoli Umbri e- Toscani a? 
bitAvano ancor essi a bollate, co^ vi arcano 
nondimeno grandi e frequenti città. Né già per 
questo celle fertili provìiicie dell'Etrurìa si tra* 
scuvava ragricoltura; ma quella nazione fa ezian- 
dio celebre negli aotiahi tempi por questo riguaiw 
do, è appena pare che ne cedesse il Tanto a' Sa?- 
hìoi , coltivatori seni:* alcun dubbio celebratissì- 
mt (t). Del rimanente, il viver di quelle' che à 
cbìamavan citta, dico ancora delle più popolose 
e principali , non età così opposto alta vita rust^ 
ea, come a' tempi nostri. Elle erano piuttosto si- 
mili a* nostri villaggi ( eccettuata la dÌ0erenza d«l 
numerò degli abitanti ) , dove si confonde il ru- 
Blieo col civile ; e i terrazzani , uscendo a' lor vi- 
cini campi , ne rimenàvano la sera entro al re- 
cinto della casa il lor bestiame, e le biade, e i 
ftutti raccolti . Il che era a que' popoli tanto più 
necessario, perchè essendo quasi del continuo im- 
pacciati in qualche guerra co' vicini, troppo im- - 
portava loto il ritirare dentro alle mura della ter- 
rà e biade « bestiami. Le case essendovi per >> 

Ji] Virg. Georgio. I. a. io. fin. 



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i4 Delle Rivoluzioni d' ItALiA 

più umili ed anguste, e con regolate da aHro dì- 
■^ segno, che dalla sola necessità di albergarvi^ non 
si tralasciava di coltivare ogni piccolo, spano di 
terra cliè - fc^e vacuo . Donde ancor ne oasceva 
che talvolta una città assediata poteva sostentar» 
non pur colle biade già raccoUe , e col frutto 
ìilelle pecore e d* altri animali , ma con quel- 
lo ancor che si raccoglieva dal . seminate che 
ifacevasi entro alle mura ; e durar cosi i luoghi 
toiesi, e gli anni interi (i). Kè di poco rilievo 
era nelle stesse città V opera delle donne , le 
quali facendo domesticamente gran parte di que- 
gli ufBzi che sogliono ora farsi dagli uomini, . 
rendevano ' molto maggiore il numero delle per^- 
sona che potevano attendere alta milizia, ed al- 
le faccende esterne della colUvazione e del com- 
Snerzio . L* arte della lana , che pur dovea allora 
supplire a tre o quattro delle arti che oggidì oc- 
cupano tanto numero d* uomini, come fanno tut- 
ti ì lavori delle sete, dei lini , e de* cotoni, era 
allóra un affar domestico non meno delle femmi- 
ne plebee , che dejle nobili matrone; costume che 
si mantenne in Italia assai tardi, poiché sappia- 
mo che Cesare Augusto usava di non vestir al- 
tre robe, che quelle che gli lavoravano in casa 



[>] Lefg«ti tìtt Annibile, itando all'asKilio di CtiÌ< 
lino bella Campunia, ebbe una volta a maravigliarti dod 
poco, vedendo (;eiile die teminava rape e legumi lungo 
le mura, non diffidando di averieoe a cibare^ dove il ne- 
nico Gootinuaue l' aucdio . Liv. t. iS< 



=dDvGooglc 



tiBRO I. Capo IV» afi 

le isorelle e U mo^ie (i). la Roma medesima- 
meate fino. alPanno cinquecentesimo ottantesimo, dv>.' ~ 
quando già ella era senza controversia la niag- 
gione e la più agiata delle città Italiane* non vi 
era ancor chi iàcease proprio mestìer di fornai^ 
o panattiere ; perocché queste opere si facevano 
dalle donne, come si. usa ancor ne* nostri TÌUa{£) 
oggidì. Non! è difficile a computare quante cen- 
tioaia d* uomini robusti s* impic^bino in somi^ian» 
ti iaccende. nelle càtth capitali dell'età nostra, che 
ctntino tre o quattro cento mila abitanti, com^ 
contarla per lo meno Roma in quel tempo; e se 
d aggiungono e i cuochi » e i tavernieri, mestiere 
popò noto alla più. parte degli auticbi, e tutta 
quella moltitudine d* oziosi, famigli . che occupan 
le sale de' gran signori, questo sol bastei;^bbr 
a fare .unWmata poderosa, o a popolare e~ cpU 
tirare un 'va9to contado . Copiosa materia dì 'Ar 
gionare ci ei farebbe avanti , se prefìdeisipio a 
^mostrare e 1* ioduatria ed infinita fatica con cui 
ù traeva dal seno delle terr^, anche più. ingrate 
e più sterili, notabii cc^ia di vettovaglie; e la 
qualità de* cibi che. si usavano; e la modestia e 
semplicità del trattare, cbe lasciavano adoperare 
la masuma parte delle persone alle utili opere 
dell' agricoltura. Negli abitanti delle pianure, per- 
chè il terreno fosse naturalmente fecondo , non 
«i rallentava la diUgieiiza del ooltivare; oè i 

CO Suet. in Ocgn. .f. .jS. , 



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ss Delle RirOLUzioNi DMtALU 

monttnewhi e gli^pioi-fralasciaTano la colfura dd- 
I«lòcrocchd, per quanto sterili fessero ed ii^atii- 
sìme. I Sibariti, per es«mpio, col vantaggio eh* 
Mppeiti'ti'U» da* dae fiumi Ctatì e Sibarì ch« 
bagnftraBd il lor oontadò , venoero a fasta opib- 
lHù^i «fae poi la vita lur deliziosa passò in jpco* 
Vttbid (i). E quel ohe p^Hrebbe incredibile cosa 
a* iio^i tempi, vollero piuttosto dìviderfe con £>* 
Kfltieti cui chiamarODO a parte 4eIIo stato loto t 
«he laseiafe in abbandono le teire , o et^tirbrl» 
Ms& di groffio cotne si fa ordinariamez^ da obi 
né possiede ^afflpie tenute: talmente t*avea per 
fettatt ìa que* tempi , che la riecfatiEea e la pot- 
tenra d' uoó étSAo consfotessero nel moltb numero 
éegU abitanti. I Liguri dall'altro «aoto non di>- 
Speravano de* fatti loro « né abbandoaarono il suol 
natio per MdHc ti cereare altra statua : ma so^ 
steDt&^abo te vita e la libertà insietne, ai»ndo • 
lappando aspto terreno jO piuttosto tagliando e 
stritolando sassi, per cavarne pur qualche frutto 
ad onta qvan della aatora (a) . Il vero i the per 
ider^ar fiumi, per rendere in qualche modo fer- 
tili I nudi abò^i molt' opera richiedesi: ma la 
|>opolazione numerosa supplisce agevolm<»iEe ad 
<^ni cosa; e l'opera e la fatica devon contarsi 
|ier nulla , dove qualche frutto ne s^ua. La qu8r 
Kfà del govenio pcAitìoo non penaetteva gran Cit- 
iso , bhe gli uomini di quache «£Gu« teneisexo 

(i; Diod. Sicn). I. isv 

W P««id. »f ud Strab. 1. 4. 



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lEBbo I. Capò IV. 27 

graù &B)Ì£^B pet fai io imbasciata per fatto e 
per pompa. La grandetta, e roitore^ e il cre- 
dito oonsirtevano pure mi trovar siUla piazza mol- 
ti cittadini che ti fftoewero cerchio d* intorno, 
negli Mputtim ti dessero le f oe! ,0 ti si ^ racco- ' 
maztdafisero' per averìe esri col tuo favOM. Fieni 
SÒDO i libri di queste voci t che &e' vetusti tempC 
la vita rurale non, toglieva nobiltà e gentilezza , 
e molte pruove abUamo per mostrare ohe fra 
gì* Itali e fì-a' Oreoi il nobile , il grande , il ma- 
gistrato, siccome al par dell* uomo privato e plo- 
beo attendeva alla coltirazìone de' suoi campì-, 
«odi vìveasi assai codtQtlemente di cilù semplici fe 
grossi. GJi ambasciatori che andavano da unare^ 
pubblica air altra f benché pur s'eleggessero de* 
pfibcipdi delle città, non ispendeVano pel viatico 
ioro piik che non ftodano a* nostri di i più id- 
£fflì bo^faesi deputati dal lor comune . Né i ca^- 
pitafii si nodrivsiio negli accampamenti in più 
ddfcata guisa, che gli ultimi fanti . Chi è mai 
là ignorante , che non abbia piìt d*una volta o 
Ietto o sentito che gli ambasciatori d'ub gran re 
fìireno a vintale e offrir doni e tesori, &d tin ge- 
iaerale de* Ronòani , mentre ^ si stava traoquilr 
UmMte cBocendo cenaado rape al suo picciolo 
"focolare? Ma fì-a tanti scrittori e storici e politi- 
ci, che questo fatto o citarono o riicrìroiio, non 
*> «e alcuno abbia mai fatte le più rilevanti o*- 
serrazioai che da questi e somiglianti tratti di 



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antica stona si dovrebboao rìcavqi-e (t) . Ca^ni« 
il vecdbio yenne lodato singolarmente., pnobèet<« 
srado put uomo di tanto affare io una repubt^i* 
ca già signora dell* Africa e dell* Eurc^, a ~,sch 
inigUanza dì Curio e dì Falmzìo si b^vagliaaw 
del pari e mangiassi! , ad. un. mederimo desca .00* 
suoi* servi . Poteva egli veramente recare mafavì* 
glia, a* Romani del tempo di Siila, di Cesare >e 
^^Aagfifito, già altamente immersi .nelle d^lica^ 
tezze e nel lusso; ma Catone, nato ed alle'rato 
in TuscoIq, potè ritener gran ^parte de'.costoim 
eh' erano poco prima comuni a tutti i pc^oli'dd 
La^io e .Sabini:, giacché: è ben cecto.die.il Iubw 
s'introduce prima nella città capitale, ohe. neH* 
Provincie. . . ; :<•■'-'■ ■ 

Or, non è dubbio che così &tti costami n<Hl 
solamente agevolavano ì mezsi d^ susastedea 
alla numerosa popolasione , ma ancora servivano 
ad afscraseerla in ìnEnito; perciocché in. quel tener 

(1) Fra tutte le geaerazioDi d'erbe e di frolli, -Ì« r»- 
|>e, oltre all'ottima salubrità, sono la più facile e più si- 
cura ricolta^ e di più agevole conseTvaìioDe, cotturd e Gon- 
(limento, di tutte le ptoduziooi della' terra; come qtnt- 
' le cbe si seminano sotto gli alberi , e ncgl' intervalli del- 
le viti^ e dentro ogni JiiccOl bnco pieno di terra, cbe sia 
«er le mitraglie e per le rocche. Or^ aiceome è indioibHe 
la quantità di tal cibo, che la diligeq» degli nomini t>n& 
Scavare da' piti sterili e più ineschini paesi, così è leggier 
cosa r argo meo tare quanto agevolmente possa sita iCfn tarsi aa 
gran popolo, dove ancbe i più riguardevoli cittadini tt 
conteotauo di rape e dì legumi, dalla coltura o dall'amor 
de' quali già presero il «opraonoine i Fabi^ i Pitoni, e i 
Lentttli. 



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Mb&o I. CAtO IV. ÌQ 

di vita che si è mostrato qui sopra, non thè 
fosse frequente, ma non era quasi possibile il ce- 
libato ; e la stessa vita dtira e faticante rendeva 
ù le donne, che gli uomini più generatici: tal- 
ché alla fine il numero de* TÌTeoti avrebbe pur 
dovuto in molti luoghi soverchiare la quantità del- 
le v^tovaglie che ciascuna nazione potea ricavare 
dal proprio territorio o contado, non ostante qual- 
sivoglia parsimonia, ed ogni maggior ' industria 
che s'impiegasse nel coltivarlo. Ma egli- è qui da 
osservare che siccome i popoH de* paesi montuo- 
si'mDldplicaao più facilmente, .ed anno tuttavia 
pN la natura del -luògo minor copia delle cose 
Beoei^arie alla vita; così ì paesi feh'ci di- belle 
pianure dove possono di I^^eri i viveri soprab' 
bendare, e le città marittime e mercantili , non 
solamtnte moltiplicano inteniamenfe assai meno# 
ma seeniano e mancano insenùbilmente,' se non 
sono di' DOteHì^ awratorì rìferniti . L* abbondanza 
vi produce subitamente l'ozio, il lusso e là mor> 
i>idezza , cose non manco contrarìe alla mohipli- 
cazion della spezie,, che alla virtù e alla bravura. 
Ma una mente superiore provvide sì , cbe 1* una 
all'altra cosa fosse util compenso, e che un .ap- 
parente disordine rimediasse all' altro, Concioésia- 
che , senza contare qudle traspiantagìooi e quasi 
innestamenti di popoli , che procedono dai vari 
tocoes^ì delle guerre, e dalle vidssitudini de* go* 
verni e de' r^i ; la naturale pove'ttà de' paesi 
alpestri stimola i ^ loro abitanti lempte creweatì 



ovGooglc 



.^ Delle Bivp&va?oHi dMtaìia 

ad aodarn.eoll'iiidMctria « col treitaglio pnJeaC'* 
ciando ventura dove ahbondang I0 rìochejfze. « 
dove la moUezza de* popseditori di quelle non 
pu^ far dì meno die lasciar la strad/a aperta A 
imora fortume. I Volaci pertanto, j Latini* j I*» 
gurì , molti della nasion Sannitica e della 'SosoOf 
na, dove la qualitii del paese DOQ.poteajimgere 
copia proporzionata di viveri al numero degli ^i* 
tanti * col tralHoQ « colla mercatura cemaTano 
tiiatnpo e fortuna nella Campania, onMi'Dtnuia* 
a in al^ felici e doviziose contrade . 

Nelle storia politiche non accade onUaaHflk 
mente che si ragioni di mercatanti^ Nondìmeiw 
«ssai spessi luo^ s'incontrano di anticU «tocùa» 
dove si i^ menzione di mercatenti Italiani ^ «hi 
lontani dalle lor patrie bada?ano « diversi negQ>r 
ti. Né solunento colqro che facevano proptio 
mestier di mercanzie, e i vitaudieri^ « i provvedi^ 
tori delle armate« con» ancw si. usa ; ma i sol- 
dati stessi attendevano a lor trafBci ne* paen do^ 
ve la congiuntura delle bierre li conduceva. Va. 
singoiar luogo di Tito Xivio gioverà rapportare a 
jquesto proposito , La guardia de' Romani, die' r* 
^, che sì trovava in Anjnira ( o Tecraoina, 
città de' Volsci ) , per la negligenza de* widati t 
quali andavano vagando e ricettando generalraen* 
te i mercatanti Volsci , vi capitò male , essendo 
repentinamente tradite le guardie delle porte ^ Ma 
il numero de* soldati che vi perì , non fu pe- 
rb grande, pu^hè, eccettuati, gì' infumi > tutt» 



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: ttBRo h Cam IVi 3t 

fiBdàrano negotiaDdo pel contado e pev le otta vi- 
cùos'a guisa di saceomaniri (i). Ma quello- eh* ^ 
più notabile, i il Veder 'ch& i Romani, i quali 
appena dopo quatfroccnt' anni eonuneiarono a 
possedor Jnoghi marittimi d^ Lazio, fia dall'an- 
no- dugentestmo quatanteumo quarto evesAero por* 
ti aperti e £iiidadit nell' Africa i Peroiocchi, fi« 
dal primo consolato dì Giunto Bruto e Yal^o 
Fubblicda si era 'fatto un teattato eolia repubUi* 
ea di Cartagine a vantaggio dei Romani, e de*lor 
collegati di Ardea , d'Ancio > di Lanrento, di Cìn 
ee i di Temuina , e di altn popoli Latini ; a{6n- 
thò potessero n^oriar nell* Africa inununi da 
jogni gabeUa e dazio ^ toltone la mercede del a»- 
gpetaró e del banditcar' della piaraa (2). Il qual 
trattato, jrìimovato e confermato di poi nel «pib* 
salato di Valerio Corro e Pc^iHo Lenat» , è di 
vero un trt^po rigoaidcTole-monumtnto, sia per 
fks conoscere oorae in ^quei tempi, stimati barba- 
ri e rozzi , il governo steuo si adopnsase pure a 
pvomoTov il commeraio; «a per unatestimonian- 
ca si manifesta , che aacora ì Romani di cui pa* 
reva essere «ola arte la - guexra , erano apfJieatf 
al commerzio Iransmarino (3) . Dal ohe si può 

, . (1) L..5 , p. ,4iS edit. Crjpb. ùxarian in jnodum 
omnes per agros, vicinasque urles negotiabantur . 

■■ (2) Poijb.r: 5, p.194. . ' 

t;.\ (3) pa «pffto. con^^iq^ -dell' Afnf:a. li pai cotBfnn- 
dere come i Romaiii , anche ne' tempi di loro maggiof 
poveriir,' potessero aver sedie d'avorio cotanto nominata 
fin-da' pTùBi -Hc»U dilU iWmani atprtt*. 



ovGooglc 



Sa Delle PivoLifziom d'Italia 

ai^meatare quanto vasto foste il trE^co dellfr 
città che-aTeano nome d* essere mercantili, coni» 
Anao, Cuma, Turìo* Eradea, Tarento, Adria, 
ed Ancona. 

Io so bene* che molti vi saranno * i quali 
soliti d'inoalzar al cielo il secai nosti'o pei som- 
mìssimi comodi eh* essi presumono esserci stati 
arrecati dalla navigazione moderoamente pecfe* 
lionata , si taioveranno a riso al sentir pur solo 
ragionare del commerzio degl'Itali antichi, i qua- 
li non che agguagliassero il trai6co che fassi og* 
gidì dagli Olandesi , dagl' Inglesi , e da altre na* 
noni navigatrici d'Europa, forse non pareggia* 
vano' il commerzio che facevasi nel deeimotetzo- 
e decimoquarto secolo da' Veneziani,' Genavesi, 
e Pisani. Ma da codesti lodatori così solenni del* 
r odierno commerzio cenherei io volentieri, qual 
sia quei cotanto vantaggio ohe da questo immen* 
so commerzio raccolgono le nazioni Europee dei> 
l'età nostraf Non altro, a mio credere,. che. quel- 
Io di aver moltiplicati i nostri bisogni , ed ir* 
ritata la nostra ingordigia ; di levar dall'aratro , 
dai pascoli e dalle nozze, e mettere in balìa de' 
venti' tante migliaia d'uomini, per portarci alla 
line in EurofMi ( tacendo le troppo note e mor- 
tifere infermità che ne nacquero ) alcune merci 
e derrate, senza' le quali non ebbero! nostri mag- 
giori per tanti secoli né meno cara, né meno 
iunga la vita ... 

Ma coinuiu^e su questo particolafie «tltrì 



ovGooglc 



Libro I. Capo IV. 33 

l'ÌDtSDda. cecta cosa è cbe se le nasìoni deirantin 
oa Italia non praticavaao qnel vasto conunerzio, che 
fecero Ìd altri tempi altre genti, fioriva tutbtvi» 
presso loro il commerzio quanto era opportuno 
perchè ogni parte di lei potesse procacciarsi non 
pure il necessario ,' ma T utile e il delizioso, se- 
condo le facoltà di ciascuno^ (i). .Dai porti del 
mar Tirreno , cbe a proporzion delle navi cbe al- 
lora usavansi, erano moltissimi e grandi, traffica- 
vasi' spezialmente nella Sicilia e nella 5ard^;na, 
araendue fertilissime e popolose avanticbè le guer* 
re tra' Cartaginesi e Romani le devastassfiro ; .a 
nelle, piagge deU'Afdca. e dell' Egitto , donde pò- 
teasi ritcarrfnunento agevolmente, ed altri, capi 
di hmkì, qualunque volta o per colpa degli uo- 
mini « o .per naturai, vicissitudine degli elementi 
mancaBsero i viveri «die città^laliane .^.Rispetto a 
quella parte d' Italia eh' è posta sopra V Ad^iati^ 
no, sappiamo particolarmente da Polibio (2),. che 
molto tra6Scavasi 00' bubari dell' Illirico , i quali 
Tomo I. ò 

(1) Non per altra ragione, ored'to, d divenuto il coni- 
memo r oggetto 4^lle opra di chi goyeriu > se nou perchè , 
avvezzati noi alle derrate irnnsmarine, ed essendo assai dif- 
fìcile che chiunque pub farlo noa ne voglia usare o per 
■oddiafare «'suoi Mnei o per grandigia o per Ilaria, e cbje 
i tnercatanii o pae*ani o forestieri non ceicliino per cupi- 
dità di guadagno d' inlroUurlu per qualche via; conviene 
p»r^ , che ogni stato provvegga queste coje ia tal modo, 
fftw questi traf&ci e queste provvisioni si facciano con mag- 
gior piofìtlo e con minore dispendio della nazione ■ 

(a) Polyb. apud Suab. 1.5, p. 148. — Id. Strab. J. 5, 
P' I48-49- ., ; , . ... 



ovGooglc 



34 Delle Bitolu^ioni d'Italia 

ancora a tempo di Augusto graa merca,tQ foceTa.' 
no in Adria, cooducendoTt chi schiavi, beatiatoi 
e pelli, chi vino , cito e merci mariDe. '_ 

C A P V. 

Ricchezze natwaU deW Italia ^ - 



(Ad ogni modo , poco bisogno avea V Italia di 
tX)>mmerzio straniero in quell' età, raccogliendo 
«ntrò il suo proprio seno tutta quello asaol)ltamea^ 
te , che potea rìoercarst non per nodrire i suoi por 
ppa solamente, ma per appag^ure esiandio la mor*- 
'bidezza, e soddisfare al. lusso de'griuadi. Il grano 
'TÌ abbondava si làttamente, che, non ostapte la 
ànoltitudine - degli abitanti incomparabitmeatc «ipet- 
riore a quella de' secoli posteriori , ne sommiólstr^r 
iva nienteditnenD alle straniere nazioni, «iocome 
attesta chiaramente Cornelio Tacito (z)* bi.&tti:, 
poche volte s! legge che ì Romani , comecfaè per 
r ialèUcità del contado ^ e pel grandimmo nume- 
to de' cittadini , e spesso per la oaparbÌCTÌa della 
plebe mancassero di grano , oeabbìano pr:pcaccia-. 
*to fuori d'Italia ; e se si' ebbe rìeono ai Sicilia- 
ni, ciò fu peichè la gelosìa o l'odio di alcun! 
popoli d'Italia verso di Hotna ricusava di permel>- 
terne l'estrazione, come fecero i Sanniti a tempo 

(i) ADnal. 1. la. Oìim ex Ilah'ae regtpnihui Ungiti' 
<juas in provincia* eòmmeatus ponabant . 



=dDvGooglc 



LiBHp I Capp V. 3S 

bke tèaeratw. Cane (i)l Ma il più delle volte st 
traeva iì graao dalle terre della Toicana o del- 
V Umbria , benché esse fosvero don 'meno abbon-' 
daati d* uomtttì , che di biade . Vero è , che non 
essendo alloca in que&te regioai introdotta la me- 
liga, potea mancare un molto opportuno compen- 
so al fallir della prima ricolta. de' ^am. Ma nel- 
le pianure d' Italia , innaoqu^e .allora opporluna- 
mente per la molta industria e per 1* opera che 
v'impiegavano gli ragricoUcwìi il miglio, che ib 
grande copia si raccòglieva in:pììt luoghi (2), sup- 
pKw'Bl difetto delle zdtre biade,, ad era chiama- 
to perciò ,da Strabone prontissimo .riputi alla fa- 
me- (3). U vino e^ft abbondiate per tutte le par- 
tì d'Italia, ancom dopoché T agricoltura vi iu 
scaduta per le spopolamento .dèlie aat;apagBe (4) i 
Sé ad (nwscsre a dismtsmn H popolo di Ronaa aj 
.e«Fcò vino di Coo e:diChiO( non fu giàpervezr 
Mo e per -gola de' ricchi « ma per necessità dell^ 
m<dtitudÌDe e per «omodo del oommerzio . Per- 
ciocché le terre vioiue a Boma più non potendo 
in quel tempo prodùrpe quanto si cercava per ab- 
beverare e le num^erode famiglie de' ricchi che I^ 
teneraoo, e l' immeoia. plebe della città 1 stimar 
vasi pili opportuno e più agevole il condurne per 
man dalle isole dall' ArtìipeJftgo , che £ar!o venirf 

- -/liXiv.,]. 4, p. 7"- 

(a) Polyb. !. a, p. ,,7. 
■ (5) Siràb. l. 5, p. i5i. 

(4; Varrò de Re l'uatica ]. 3. ipraefat. 



ovGooglc 



56 Delle Rivoluzioni d'Italia 

da lontane contrade d* Italia . Egli è però da os-: 
servare che a' tempi di Augusto le tavole de' gran- 
di e dilicati sìgDorìnbn vaataTanoaltri-Tiai, che 
Italiani. Conciossiachè Orazio, quel beviter iaei- 
gne , commensale d'un gran ministro famoso pel 
suo vivere delizioso, non parla giammai^ di tìdì 
forestieri, e ne celebra da dièci o dodici sorte del 
solo Lazio o sia campagna di Roma, e di alcune 
contrade del regno di Napoli , paesi oggidì non 
ponto reigguardevoli per conto di vini. Et^enon 
avrebb' egli potuto dire de' vini Toscani, che fu- 
rono ancor per lunghissimo tempo appresso in gran 
|>regio ; o di quelli della Liguria , o vogUam dire 
del Monferrato, contado d'Asti e di Langhe , cfae 
non cedono sicuramente ai più lodati vini della 
IToscana? A' tempi di Plinio, vale a' dire di Tito 
é di Traiano, oeppur alla corte d^l'imperadorì, 
né per ragione di sanitÀ né per gola , niuno si era 
ancora studiato d' usare e lodare altri vini , che 
quelli d'Italia; comechè niuna parte del mondo 
fosse stretiiiera per loro , e potessero riguardare co-' 
me di proprio' fondo tutto ciò che nasceva in'qua- 
lunque parte dell'Asia, dell'Africa, e delle più 
rimote Provincie d'Europa non meno, che dell'I- 
talia . Lo stesso Plinio suppone come cosaeviden- 
te, che se nell'Assiria fossero stati anticamente 
«oDosciuti i vini d'Italia, sarebbero stati stimati co- 
me i migliori e i piìi nobili alle mense .dei re (i)^. 

(i) Plin. 1. ti, e. 6. 



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/ tiiÌBRD .1. Capo V, ■ ■ €7 

& genèrìdiiieote , qualor ai parlaste di vino stra' 
nnro , la maggior lode che s' usasse dargli , a{ 
era' di ' agguagliarlo ai vlai d* Italia (t) . Era 
però ques^ta insigne lode riservata alla dilicatez^ 
za. d^i ultiau secoli e dell' età nostra , cbe gii, 
eseeodò l'Italia feUa in gran patte tributaria dì 
potenze e più' aocora di artisti straoierì» s'andas* 
seco anche prooacoiaitdo 1 vini di Francia, dì Spaf 
gna , e d' oltremare .• " 

. .^Deir abbondanza degli altri viveri non c*à 
d' uopo di far paròla . La sola catbe de* porta cbe 
pei campi e per le stive pascevansi della Gallia 
Cisalpina , quaudo Elppena tomiuciava a spiegare 
aotto il giogo de* Romani , lai'gameate b»tava a 
sostentare grandissimi eserciti e popolo inqumera« 
Inle , La qual coéa, pbrcbè non facesse dubitar à 
tAluoo , cbe fòsse anzi indiztO; dell' essere questi 
fKResì spopolati ed '{□colti ( contro ciò cbe poco dì 
tópiu abbiam preso a mostrare), ci vien purezi> 
ferita 'dallq stMso Polibio ia "quello stesso luo^ 
dov* egli scrìise cose maravigliose della moltitudi'- 
pe degli abitatori, e -dell* incredibile abbondanza 
di frumepto, d'orzo, di miglio, e di vàio (3). 
Di buoi e di pecore fanno spessissimo menzione le 
storie, di qualunque parte d'Itulia'si tratti :-e fu 
anche opinione presso gli antichi, che daU'aver' 
-molti buoi prendesse l' Italia il suo nome (3) . Ma 

(1) Sirab. 1. 4, et alibi. — Athaen. 1. i , o. a3, a<; 
aS. — ■ Man. J. tff. 

(njyoìyh. lib. 3, p. i6, 17. ^ ' 

(5-) I buoi ' pL^'99» i Greci chìamavansi ••ta-Wi-. Siasi 



=dDvGooglc 



BÒ Delle ^vóLVuom d'Italia ' 

rispetto à* bestiami d' ogni genere , di cui le fta^ 
liche contiade tanto abbondavano , debbonsi Gon- 
fiare specialmente le pelli e le lane , dì cui 1* uso 
era allora di gi-an lunga maggiore che non è og- 
^dì ^i). Perciocché non usandosi né lino uè se* 
ta nel vestire, né tela per le trabacche de' solda- 
ti (2), bisognava cbe le pelH e la lana supplisse- 
ro a tutto questo: talt^bé una stessa cosa non puo- 
fo malagevole, com*è il pascere e guardar le gi^- 
ge , serviva a tutti i principali bisogni del vivere 
tornano ; cioè a fecondar i campi , a provveder sem- 
plici e salubri cibi, come stmo tutti i frutti degli 
animali , a coprir ne' campi le 'armate , e a ' for- 
aire il vestimento di ogn*uomo. Lascerò a* leggi- 
tori più esperti il calcolare quanto di terreno s' im- 
pieghi per le seminagioni de' lini e per la pianta- 
gione ^e'niori, e quanta opera si conmmi perla 
fabbrica delle sete; e quindi determinare quanto 
di vantaggio e di comodo avessero quegli antichi 
sopra il vivere ed il vestire de' nostri tempi . 

' Ma una cosa principalmente debbesi su que- 
sto proposito rilevare, ed é'cbe'in tanto uso di 
lane, di cui si vestiva universalmente, e senta 

fore comunque ti voglia vana e falta l' etimologia : la sola 
opinione cbe la produsse, può farci pruoYa die non solo 
Ib L«mbardia di cui niuno è che dabili, ma ancora la 
biaia Iialta dove i Greci aveano certo maggior commenio , 
dovea essere aaticamente assai copiosa di liaoi , a ptefe* 
^ùota degli aldi paeii conosciuti da' Greci . 

(1} Ani. Gali. 1. 11., e. 1. — Varr. de Re nut. 1. a, 
e. I. >— Colnmel. I. 6. in prooem. 

(a) Pompcui. Fest. apud Cluv. 1. 1 , e. i , p. 3. 



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Ubro I. Capo V. 39 

cKstÌBztcnie di grado, e di «esso tutta- la nazione Ita- 
liana, Don :ii parlava quatioliè punto di lane di 
^gn& e di Larante , né por la morbidezza né 
pri i»lorb , Le fìunose lane' di Mileto ai contarono 
da. Plinio (t) nel terzo grado dì eocelicuia, e pos- 
poste perciò a due generi di lave dMtalia,.fra le 
quali quella dell' Apulia era la più «limata lana e 
la più bdata: e la poipora di Tiro cainiacÌ6 aì 
(empi -di- Cesare per vezzù , o per pompa e sfo^ 
gio di dii amara le cose nuove ed . il ^ran lus- 
so (2); laddove iìoo .allora ,. e tuttavia per lungo 
tsmpo d(^, ia porpora di Tarento fi) in gran- 
dissimo, pregio e calebrità. E non solamente le la-* 
ne dell' Italia meridionale, che sono ancora in-qu(d- 
ebe conto ne' laniGzi moderni, ma di varie sorta 
ne lodano gli antichi scantfoti , di pafsi che or' si 
eomprendono nella Lombardia . Quelle di Pado- 
va , che si contavano di qualità mezzana fra le 
altre più morbide e più. sottili di queste- Provin- 
cie, servivano acche a* tempi di Ài^sto a tene- 
re preziosi ta[^cti,. e a far tabarri, e ^arnacM 
che (3). E siccome le lane de' paesi vicini, al Po 
erauo sopta^ tutte le altre d'Europa pregiate per 
la splendida bianchezza , così famosissime erano 
quelle di PcJcnza vicino al Tanaro per l'eccellen- 
te nero naturale. Né mancherebbono sì fatte lane 

(1) Plin. I. 8, e. 48- 

(a) Quid placet ergo? 

Lana Tarcntino violas imitata venenn . Horat. /. 3 , 
». I. Veggasl anoora Plinio 1. ai , e. 6 t 8- ^ 

(3) Stiab. 1. 5, p. i5o.5i. — P4iii. J. 8, «^ 48. 



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40 Delle RjVolozioni D'ItALU 

ne* tempi nostrì , -se vi si adoperasse fat steaà. 
cura' che praticavasì da quegli antichi : laddovié 
già da molti secoli si è abbandonata un'opera di 
tURto momento alla più rosea parte del genere 
umano . E obi non riderebbe oggidì come dì un* in-^ 
signe stravaganza , all' udire che alcuno mandasse 
a pascolo le sue pecore copèrte e vestite di pelli, 
perchè' non s' innasprisse la morbidezEa o scon- 
(àaràe il naturai color della lana, concie usavasiia 
italia daiTarenttni, e dagli Attici nella Grècia (i)? 
Ben so che quando i Romani ebbero conquistate 
le Spagne; e che incominciarono a usarsi qurile 
lane, esse furono trovate più morbide e molli, e 
perciò anteposte da molti a quelle d* Italia > Ma 
non si cerca or qui da noi di sapere se gritaltS" 
ni avessero per appunto tutte le cose della mede- 
sima qualità che le avevano altre nazioni; ma di 
stabilire'che aveano ad ogni modo l'equivalente. 
Cosi, se la lana Italica era meno molle che la 
Spagnuola , ma più durevole e di miglior uso , 
questo non era altro che un vanta|$io per la uà* 
zione (2) . ' 

In comparazione de' buoi e delle pecore, di 



0) Horat. 1. a, od. 6. — Colam. 1. 7 , e. 4. — Martial. 
Epigr. I. 14.^^ Varr. de Re rustica K 2, e. a. Similiier 
faciendum in ovibus peliilis , tjuae ptopter lanae lonita- 
teht pellihus integuntur , ne lana ìnquineiur. 

;af Notò Varfone , che quantunque fossero in uto ap- 
presso alcuni Romani le lauc Spagouole, gl'intendenti di 
cose dotnesticlie preferivaoo tuttavia, come più durevole, 
la lana PugJiete . Ve Liag. Lat. i. 



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-Dbho I. Capo V. 4t 

molto minore utilità al loatentanieiito degji oo^ 
miorsoDo i 'oavallì ; e forae sono dì tutti ìgli asÌM 
ntaii domestid i più distrattÌTÌ, e^ a- parlar gitt* 
stamente , i meno tuscesBarì . Ma oltre ai comodi 
^le pel trafBco sé ne possono trarre , è' suppotCo 
il ciMtDine, più antico d* ogni mtfnoria* di eeF> 
TÌrsene per le guerre ^ ^lOKono contarsi i candii 
eotoe un notabile avere in ùiut proTÌnciaf penihè 
dov'esn non sono, aopo i pocaoDàsrli om j£»t 
pendio di altri beni . Or , questo dispendi» non 
era necessario alfat aàiione Italiana de' tempi an- 
tìcfaì^i.trovHndoscDe in parecchi luoghi d'Itaha dì 
molto egregi, ed in gran numero ^ l cavalli Vfr* 
Iteti erano appresw i Greci e atte oorti dei re ^ 
Sicilia.' in gran pregiò (i)'; e nt^ Puglia > paese 
nel mto. abbondantissimo d' altri bestieuni , vi era- 
no le razEe de* cavalli immerosÌKsime . Una squa» 
dra di Cavtagìuesì mandati mia volta da Anniba- 
le a far bottino nel pEicni degli Apuli ', ne menb 
via sì gran numero di poledrì , che Annibale, fat- 
tane scelta dì quattro mila^ diedegli a* suoi ca- 
ralierì perchè gli addestrassero (2). ' 

Ma lunga opera e noiósa sarebbe per avven- 
tura r andar così distiolamente annoverando di 
capo in capo tutti i generi deVbeni o reali, o 
per comune estimazione supposti tali, 'che com' 
prendeva l' Italia avantichè coli* apparente gran- 
dezza che acquistò in appresso, divenisse di vero 

(i) Sirab. !. 5, p. 147. 

h) Liv. dee, 3 , !. 4, e. a«. 



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4* Delle RivouJzioni d' Italia 

povera e vile > C&rto h che oltre alle suddetta 
ebse vi eranto ;iii 'ItaHa cave di marmi d' ogni gcM 
sere, e mimere- di quacti metalli à possano. dei 
jiderare per le opportuoità del viver dom«fltico n 
del pabblico -eommerzio . Nob i &cile il cop^t^ 
tarare quanta fòsse la sbtnma dell'oro conialo, 
elle correva per. le citUi kalicfae (i) . E se •vo-' 
gliama supporre' d^i atiri popoli- ciò ohe l^geii 
de^ Romani, 'potmno dire ohe Doa fosso, ia Italia 
fi^quenCe Tubo di batter monete d* oro,. ma ben-r 
^•vi avessero còno qudle d' oltrèmars . Per al- 
tro le ftotie éì spesso parlano d'armi e di arma- 
ture d* oro 'o^ dorate:, e di vasi offerti egU dei, 
éfae non possiam dubitare esservi stata notabil 
copia d' oro presso que' popoli . Sappiamo in fat- 
ti, che molto se ne traeva dalle miniere massi- 
mamente del Vercellese (2),, e tango il corso del- 
la DoT^ Baltea (3) . Ancor non mancano prezio- 
si avanzi di quelle miniere una volta con tanta 
diligenza coltivate , prima* che i Romani , abban- 
donati i beni interni e propri d' Italia , volgessero 
r opera de' loro schiavi alle miniere Galliche ed 
i^tane. Ed oltre alle lor mine proprie, sapevano 



fi) Oupaj Diuerl. am l'etat de la monnoieBomaioQ. 
M«pi- dea .inccrìpt. et beli, lette, t. a4- 

(a) Riferisce Plioio, essersi fatto da\ senato di Roma 
on decreto, per cui si proibiva l'impiegar pi& che cinque 
mila uomiai a lavorar nelle miniere del Vercellese* £.35, 
e. 4- Veggasi il Maffei oell' Epistola dedicatoria dell' /K9* 
ria diplomatica, 

(3) St/«b. \. 4, p. i4oi e 1. 5^,p. i5«., . 



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LiBBO L Capo V. , 4% 

molfò bette gli aocorti JkaKani far eolare in Itali» 
ì' preziosi metalli dàlie montagne de-' barfani vi-* 
croi, come' a,* tempi ài Polibio ai fiece dell* dea 
abbondante che si eru seóperta preno.Aqnileia e 
ael Nbrico (i). Ma egli i piuttosto da vedere 
qua! V90 facessero glMtaliani delle rìcciiezie' dia 
la qualità. del paese porgerà loco. Peraianefaè né 
)* oro né V argento nascosti nel' seno della terrs 
sono di alcuna utilità , se taon sono daWartedm 
gli ìiomitM lavorati e puliti ; aè la tetra* «OMcciiiè 
naturalmente ferace, potrebbe mai tanta oose pro- 
durre « beneficio degli uomini, <e l'opera urna* 
na colla diligente coltura non 1* aintava . 



DeÙe arti ch'erano in usù t^ìpnsso gi' Itali . 
rnitìcìù. 



Xj Oleine stesso della materia ci gnida «ponta- 
ceamente a spiegate quali arti fossero iu uso ap>- 
presw gr Itali antidn , ohre a quelle che appar- 
tenevano al governo familiare « che si sono accen- 
nate. Un notabile ordinamento di Numa Pompi- 
lio, che riferisce JHutarco (a), può darci a cono- 
scere quali fossero le arti più comuni nella sem- 
plicità di qut^ tempi , Perocché quello che si ^ce 

(i) Polyh. apud Sfrab. I. 4, p. i^. 
(9) PUt. in R««>'C' iS. 



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44 Delle. "RivoLÙkiONi Ti*TtAtu 

de' Ramaiù, deesi panmente l'ntMidefo fle' (w- 
' poli Sabini e Latini i dai costumi de' qtialì noD' 
potevaidiscoÈdare iJUaviò legislatore .-Noma dOit- 
que', ìàveédo stimattf utile provveditAento il dÌ7Ì-^ 
dere -le . arti , afììnchè ' T aoimosità nanonalè ah» 
durava tra i -primi Romabi raccolti da vari pòpo- 
li; si'sc»infoiasse io una non inutile garA tra gli 
artrfcL di vario, genere j ridussa tutte ^ te -arti H 
queste novei cioè dì troii^etti , ore6ci', Ikbbri, 
tintori ,: calzolai, cuoiai, metallieri, e vìKelWj'a 
nell* ultima .compreee tutti gli altri artefici di mi*' 
HOT conto :e 'minor num«Yi. Rispetto a ckiep» o 
sa della ^arti suddette , egli h raasifesto eh' .esse 
sono comuDÌ e necessarie in ogni ancorché picco-' ' 
lo. e rozzo popolo v Neppur de' tronibettieri , osuó- 
fcatori di pifferi e flauti mi maraviglio che fosse- 
io allóra in gran nomero',- perciocché, ehre~ al-* 
1* opera che prestavano àx capitani nelle guerre e 
ai magistrati delle città, facendo ufBzio di messi 
e banditori , servivano nelle feste alle danze e a 
simili tripudi, a* quali i popoli, quaal.0 più' sono 
semplid , tanto più' sono inclinati . Ma egli è ben 
notevole cosa Tavec creata un'arte propria e-di- 
stiata degli orafi, cinquecent* anni ftvantichè i 
Romani battessero monete- d' oro'. 'E veramente, 
anche ne' paesi più poveri e di minor lus«o i ]a'-> 
vori in oro erano frequenti , almeno per ornamen- 
to delie donne , per vasi sacri e corone da offeri- 
re agii dei , come la più antica stona Romana ci 
addita in più' luoghi. Mai lavori dell' oco sì 



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Libro I. Capo VI. 45 

usavano ancor dagli uomÌDÌ ,' e da* popoli i più iè" 
i:oci e meno inciviliti , aiccome dimostra manife* 
stamente la storia. E forse anche i Latini, e ì 
JRomani ancor frugali e non rìocìii usavano di am 
le- armature loto e i ferramenti de* lor cavalli , 
fr^iati e carichi d'oro (i). Questo facevasi da- 
gli uni per vezzo e per grandigia, come può cre- 
dersi de' Sanniti; altri, come i Galli { it &ceva- 
no ncHi più per pompa » che per un certo loro 
principio di economia e d' avarizia . Perocché i 
Galli vivendo non solamente vita semplice, ina 
spesso anche non Besi in luogo eerto, riducevano 
tutti gli avanzi e beni loro in bestiami ed in oca 
effettivo, come in cose agevoli a trasportarsi . Pe- 
rò non credevano forse di far migliore e più- si- 
curo impiego dell' oro che ritraevano dalla milizia 
e dai sovrabbondanti frutti delle lor terre, che 
di riporlo nelle arn» e negli amesi che aveana 
indosso (2). E quel Lucio Valerio che persuase 
V abrogazione della !*gge Oppia , per cui si vie- 
tavano alle donne gli ornamenti d* oro e la por? 
pora, osservò giustamente, che l'usar l' OTo ne^ 
gli abbigliamenti era' piuttosto un risparmio e un 
vantaggio del pubblico, che dispendioso costume. 
Erano adunque in que* tempi i lavorìi dell* oro 
fuso Q battuto mollo comuni non solamente neUe 



fi) Liv. 1. 33. Plurìmum ai-gentum erat ia 
e^uorum . 

\2} Poljb. 1. a. — Liv. 1. 34. 



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46 Delle 'ftiv^o^fONi d'Italia 

città rìcchb e fastose e (Ute al' lusso , eocne CeI" 
poa, Turio, TateotOf e molte delle città Etnische ; 
ma atfcora ' io tutte le nazìooi pieno agi&te e id«t 
no colte d* Italia, ' Né era nianco comuBe' V mtjf 
dèll« sottili % dilicate fiate , e de* rìcami , e delle 
iotessiture d*oro di ogni 'geaere . Perocché, udii 
Bolamente si usava la pptpora da tutti ì Aagistra-r 
ti d' Italifi e dalle donne , tad ì Galli e Ì Sanaiti 
usavano anche alla guerra i loro saìoAi screziati 
listati d*oro. Ma non è [ierciò da credere che 
tutte le nazioni Italiche fossero egualmente appUt 
cate a queste sorti dì toanifatture : ed è assai ve-» 
risiniile che i Toscani n' esercitassero la ttiaggior 
parte* ^nche per usa d' altri popoli abitatori d'Ita- 
lia; e che molti fosspi-o gli artefici di quella na- 
tEÌQije qua e là sparsi per vari patìsi, o che vi fos- 
ser chiamati da*capi delle repubbliche e da* gran- 
di * o che v! andassero spontaneamehte a procac- 
ciarsi occaslon di guadagno dalla rozzezza e cu- 
riosità altrui. Certamente scrive Polibio (l), eh» 
gran numero di. Toscani dimorava ùa ì Galli > a 
sia eh' è' vi fossfer rimasti dopo che quelle provin- 
cie furono tolte da que'. barbari alla nazìod To- 
scana , o che Vi atidasgier di poi ; ed e forse da 
credere che que^i esercitassero ira i barbari . Cis- 
alpini diverse arti di ricami e d' intagli , e vi 
' fabbricassero arme , saloni , e collane d' oro , a 
d'oro guemite, che, come si è detto, molto 

(i) Polyb. 1. a. 



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.. Z,iBRO L Gafo VI. , 47. 

»* inaiano- da* . Galli , applicati dì; loc fiofemoao 
BolBniente all^ agricoltura ed alla gnerta. Ma dì 
qual nazioà che si. fossero i pifi eccdJeoti artefi- 
ci d'Italia* certo è che oltre alle ftctic suddette vi 
fiorivano ancora le più nobili, e quelle principale 
na«nte,'clie arti del disegno si appellano. Niùno 
ignora che' tra. gli ordim dell* architettura il più 
antico ritiene -ancora oggidì ,il nocae di. Toscano . 
perocché era in uso . appresso quegli stesiì fitniichi 
« Xoficaoi, che avanti le conquiste di. Roma, era- 
no si famosi . e pfr tutta l'Italia^ e per tutXg 
V antico . mondo.. La semplicità e solidità . dell^ 
fiibbricbe d* ordina Toscftflo furono, e sono ancQC 
t>g£ii la ^aravigliade'canoscitori, dopo il raffina? 
mento che le arti Greche intandussero in Italia 
sotto! Cesari, e dopo tutte le vantate scoperte 
de' moderni artisti. Le mura delcamf^dogUo fabr 
i)ricats da Camillo di pietre quadre per opera 
certamente d' architetti Toscani, stimsTansi c^wra 
di gran pregio anche a* tempi di Augusto in queir 
la magnificenza della città (1) . Le fogne .0 cloa- 
che che un de' Tarquini venuto di Toscana vi co- 
stnitse , sono in que* pochi avanzi^ cfae durano tutr 
tavia dopo più di due mila e dugent' anni . I trat- 
ti della via Appia che ancor, si batte* opera piutr 
tosto , incomprensibile che imitabile , lastricata 
a* tempi della guerra Sanaitica da trecent* anni 
avanti il regno di Augusto; le mura di maravi- 
gliosa sodezza dell' antica Fiesole , che ancor sì 
(i) Liv. 1. 6. iait. 



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'4& D^LLE BiTOLUZIONI D* ItALIA 

vedono; ed altri sì fatti insigni avanzi dsUe anti- 
che fabbriche costrutte prima che il genio Greco 
prevalesse in Italia, fanno cbiarissima pruova del* 
r alto grado dì eccellenza, a cui la loascbùa ar- 
chitettura degli antichi Italiani era pervenuta i 

Della scultura e della pittura, arti ambeifau 
che per lo più camminan del pari coli ''architet- 
tura, non parlerò io, né mi dilungherò punto, a 
citare i preziosi monumenti dì bassi rilievi e di 
pitture, che ancor si veggono in Cortona parti- 
colarmente ed in parecchi luoghi , e di cui si pu2> 
prender cognizione da* famosi antiquari Gori a 
MaHei . Molti degli scrittori che vissero a tempo ' 
di Cesare, parlano di statue e di pittura antiche 
di dueo tre teo^, che in più luoghi d'Italia 
ancor si vedevano . La storia Romana, lasciando- 
ne a parte ì tempi o mescolati o sospetti di &- 
Tole , parla , benché nel vero come di cosa rara t 
di statue equestri innalzate ai due consoli cba 
soggiogarono Ìl Lazio , Ed é cosa assai nota , che 
anche ì più notùli fra i patrizi Romani professa- 
vano la pittura.' Un ramo di casa Fabi ebbe ìl 
soprannome di pittori da un Caio Fabio che di- 
pingeva templi e delubri nell'anno quattrocente- 
simo cinquantesimo, cioè in tempo che i Romani 
non potev£tno essere più colti degli altri popoli 
d* Italia (i). A* tempi di Annibale un Tito Sem- 
pronio Gracco fece dipingere nel tempio deUa 

(i) Liv. I. 8. 



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LiBftò J. Capo VI. ' 49 

Liberia una nuova singolar foggia di convito, che 
ì suoi soldati ebbero da' Beneventani (i) . H qual 
fatto non sarebbesl potuto tentare senza molta in* 
f elligenza del disegno , qaanta almeno ne avessero 
nel risorgimento delle arti ì primi scolari del Ci- 
mabue . Che w nella toscana e nel centro d* Ita- 
lia queste tali arti non eran ■ neglette , ctì può 
dubitare eh* esse fossero di gran lunga in mag- 
gior uso e frequenza nella Campania , e nelle cit- 
tà marittime di tutto quel Iato d' Italia che avea 
ù -strétto commeriio colia Sicilia e colla Grecia ? 
Noi sappiamo particolarmente , che in Tarento vi 
era un comodissimo porto artìBziale e cittadellai 
teatro e ginnasio bellissimi , e capi d* opera di 
eccellenti scultori , e colossi , dopo quello di Ro- 
di , maravigliosi , di cui si vedono stupendi avan- 
zi nel campidoglio di Roma , dove uno di que'co- ~ 
lossi era slato trasportato e- dedicalo da Fabio 
Massimo ; ed anche nsl tempo che più fiorivano 
in Roma le arti del disegno, -servi d'ornamento 
alla curia Giulia quella famosa statua rappresen- 
tante la Vittoria, trasportata pur Èia 'farento anr 
tieamente (2) . ■ - 

Tonio I. 4 - ' 



Ci) Liv. 1. a4, e. i6. ' 

' (3) Dìon. CaM. 1. Si, p. :6'oS., edu. Itavill- Tarento 

olim Romam adoecta. — Liv- i. 37. Ingens argenti vis 

facii , signatique auri LXXXtlI milita pondo , signa , la- 

iulas<fue , prope ut Sj-racusarum ornamenta ^aequM'ent . . 



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5o Delle RivoLtfziONi &' Italia 

e * P O VIJ. 
Siutiif e religione . . 

Oomigliaote vantaggio traevano dncor4 le città 

-Italiche deUa niagos Orecia , rispetto sile lettere 

ed agli studi, dalla ricinanz^ e da^ «omm^zio 

de'Greoi. FotevaDo esse partecipare) come Skce- 

vaoo.èffeftìvanientei di tutto cib die la felicità 

de' Greci ìitg^oi ave^ prodotto, e tuttavia pio- 

. .■ ifi^n:^, jduoeva ia quei medesiaio spazio di tempo che 

'ii----.( noi qui, discomaifto , cioè del quarto e quinto se- 

Vt.C colo di Roma, trecent' ansi t^tca avanti Tera 

Cristiana. In Cuma , in Elea.ip Locri^ iti Cro- 

- 4one, inTurio, io Tairento, e in molte altre cit- 
iìi della Campania . de* Lucaci , de' Snizi , e 
de' Messapi « usandosi nel tempo stessa j dialetti 
d'Italia e la lingua ^Greca* come, si usa a' tempi 
nostri la lingua Tedesca e la Franoese l'n molti 
-paesi degli Svizzeri e dell* Àlemagna ; sicoltÌTa-' 

' rono gli studi non meno che si fapesse nella Si- 
cilia , dov' è certo che a' tempi di Dionisio e di 
Gerone fiorirono famosi poeti , e filosofi , e stori- 
ci , e retori. E T antica Italia non che andasse 

- del pari con la Grecia; per alcuni rispetti la su- 
però. Pitagoi-a^ fondator della ietta Italica che 
porta meritamente sopra le discipline dell'antica 
filosofia il primo pregio, precedette di beo cento 



ovGoogFc 



e pìii anni F età di Socrate, il guade oracolo 
é^a. Greca stqiìeaza; e poche scuole de* Grei^ 
fUcaoR p09flooo andar a fronte dì questa setta, o 
per soHdilà di dottrina, q p&e nobiltà di seguir- 
ci (r) . RìsUonana aocoi; altamente ì nomi di 
OceRo Lucano, di Filolao Crofoniate « di Timeo 
Locresa , di Parmetiidé , di S^one , dì JU>oEiita , 
non nten rìnom&ti da' moderni trattatoi-i di filo- 
sofia; che dallo stesso Fiatone V il quale dalle vo- . 

' ci e dagli scrìtti df q&asti Itab'ani apprese buona 
parte delle sue dottrine (2) ^ Ma né i filosofi dì 
questa ^ettSt né ì(-(m^>o loro Pitagora non furono 
già, coinè il piti de' Greci, ozjosi vagionatorì djl \ 
sottigliezze, ma operatori zelanti d*(^re virtuo- 
se, e promotori del pubblico bene. Pitagora si 
travag^ò grandemente e ndle guerre , e nel cìtìI 

' goretnodi Crotone'; e f suoi discepoli furono an- 
cor essi per la'piJi parte oemipati nelle: più rile- 
Vanti caricfae càascuoo della sua repubblica, e 
molti ne iurooo gli ordinatori , come Carenda le- 
g^slator di Reggio, di Catana, di Turio ; e Za- 
leuco , da cui i I^icresi ricetettero eccellenti leg- 
gi e statuti (3) . Da questa cura ohe si presero 
qne* filosofi di riformare i. costumi e dar Icggì 
agli stati , Tké napque che molte piccole città e 



[1] Aug. de Ordine )■ a, e. ao, a. 53, 54> et Be- 
trtel. e. 5 , II. 3. 

[a] }. Lipg, Praep. ' ad Stoicam pbìloj. 1. i / di». 4- 
Warb. . . 

Pi bfód. Sieiil. l. in. . . 



,; Google 



52 Delle Ritoluzioni d' Iìaua 

di sterile contado, cotiie' Elea patria di Pivinéiii^ 
de e di Zenone, [fel'sróoo di cfai le- resse potea-^ 
tio gareggiare Con' na^iom naturahneote più' rk:- 
che e più grandi. E forse che la grandezza acni 
salì la città di Tarento , procèdette dai prudenti 
ordinamenti- che ■ •vi stabili il Pitagorico Archita' , 
il quale presedette sett'anni a quella città e re- 
pubblica popolare (i) ; mentre che Platone Ate^ 
niese, suo - eguale e suo amico , andava inutilmen- 
te predicando a* principi ed a* tiranni: la sua me- 
iàfisica ■ e Id stia morale . Né , a parer imo , alcu- 
iia delle 'Gréòhe' nazioni ebbe mai tanto dà poter-* 
sì vantare 'de* sXiói savi , come dovette far Tebe ' di 
tisìde TaCentioo (2) , il quale, fooruscito della 
sua -patria, divenne maèstro d'Epaminonda, il più 
commendévole di quanti furono famosi eroi della 
Grecia (3) . E certo che , se la riuscita de' gran- 
di uomini dee attribuirsi alla qualità ■à^V. educa* 
zìone loro , noi possiamo sicuramente anteporre 
questo nostro filosofo Italiano, a Socrate, a- Plato- 
ne, ad' Aristotile, maestri d'Alcibiade, di Dioni- 
sio , e d* Alessandro Magno (4) . 

Non mi farò io già a disputare dì qual pae- 
se fosse nativo ed originario' Pitagora, e se tanta 
sapienza sia direttamente nata in Italia, venuta 



<i) Laert 1. 8. 

(aj JEl. var. HiM. 5,17. 

(3) Cic. de Officiis 1. I., e. 44. 

(4) Quod Platonis discipuU fuerint t^annici . Atfaaen. 
1. II. 



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LfBfto l Capo VII; 53 

àsi più rìmote contrade . Kasi egU - pur di Satuo , 
o di Rupella, o! di. Torio, o di Metaponto^, o di 
t>otoDe , che 'cab. poco -rìleva al nostro preseqte 
ragionamoito . Nfe sarà però meno certo, che^ in 
Italia si amassera e si coltivassero gli studi della 
filosofia' non meno ardeatonente j che nella Cre- 
da; né quel chiaro lume di uipan sapere sareb- 
besi co^ lungamente , com' egli fece , fermato in 
Italia (t), né avrebbe sortito sì fiorita e sì nume- 
rosa scuola di tante nazioni Italiche, . se già -non 
ci fossero stati negli animi Italiani principi! ■ più 
che niediocri , e un affetto doiniotaiité di quello 
stadio. Del resto, appena è^I^ito dubitare cha 
Pitagora' (ancorché. DOD fosse Toscano, com'egli 
età probabilmente) non sìa, stato istrutto deU'Ej' 
tnoca dottrina,- di cui non. vi é antico . scrittiore 
die- non ragioni (a).. E T antica opioio.ne, sebbea 
falsa e rigettata, che.Numa Pompilio Sabino, re 
di' Roma, fosse' stato discepolo di Pitagora;,) non 
ebbe altra' origine , che la confumiità chetrova- 
vantra la dottrina Fìtt^rioa e la filosofia prati- 
ca de* Sebiai . .Perciocché , quantunque gli - studi 
e Je scienze 'fiorissero con più chiara fama nella 
magna Grecia per la vicinanza e pel. commerzio 
degli: altri Greoi , non é però' da credere che fos^ 
ser negletti dagli altri popoli Italici . Noi avrem- 
mo di questo più : chiare pruove- se la lingua 

(i) Laerl. 1. 8, e' i, n. i5. . , .^ : ; 

(a) S^i (li Cortoua t. 6, 'p. di.^- Coccliì, Vitto 
Pitag. — Maffei Osjerv.-fcui t-'^4. 



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84 Delle Rivoluzioot d' ItAijÀ! 

Bomatìa , per la superiorità che ottenne quel pt^laV 
non avesse oscdrato e spento in breve tempo tut^ 
ti i dialetti delle TÌcìoe nazioni, e spezialmente U 
lingua Strusca ch'era come la lingua letteraria di 
tutta Italia , e la quale ancora; nel quinto secolii 
della Bomauà repùbUica s* insegnava in Roma 
ste»» a* fanòiulli (1), come si costumò, poi ne? 
posterióri tempi d* imègnervi la Greca., Net qual 
proposito non è da tacere eHere stata usanza de- 
gli antìcbi Italiani, almeno in parecchie < città j di 
tiver pubblicàe scuòle e luoghi pubblici per istnii* 
ire i fanciulli , assai somiglianti a* nostri ooUegii -. 
In Falen'a n'erano parecchi, ordinati enandio ee- 
condo le diverse eondizios!- de' giovani; e la- per- 
6dia d'uno di que* recenti diede oooaaione agli 
Atenei di farne menzione, siccome per qu^h# 
altro accidente parlò Tito Livio di pubbliche «cuò- 
le d'altre città (3). E quello ch'i non bimo dc- 
gtio di esser notato ne' costumi d* allora, non so- 
lamente a' fanciulli , ma alle figliuole de' citiadi* 
ni di mezeano stato s'insegnavano pur neUe pub- 
bliche scuole le lettere. K inRoriia.cbe per biol- 
ti eecoli ebbe quasi per sDo carattere partieokra 
in disprezzo gli studi , v' erano anche per le fan- 
ciulle scuole pubbliche di lettere (e la faoKsa' Vir- 
ginia fìi quivi rapita (3) per ordine del decemviro 
Appio Claudio), nelle quali, oltre alja lingua 

[1] Liv. 1. 9, p/ 768. ed. Grrpli. 

[a] ìàtM L 6, p. 53i..^ 

\Ji] Dioi)>>. Balie. I. ti , e. &. 



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.. .. Libro 1. Capo VH, S5 

fitmsea, e^ insegnavano probaliUmente i pviacipii 
d^a sMrale -e delU religione , o vogliam die? del- 
ia nàtologia e delta favola . 

' Ma né Ja squisita letteroti^a d^e città Gre- 
che « delle Toscane ^ nh. la -severa edncazion de* 
Sabini e Me' Latini, non andarono esenti da quel- 
la superstìzit^e che £ece una parte deirqntioa 
fiioio^s . I popoH dsQa magna Grecia .poteano asf 
«ai di Iftggerì aver così la loro religione , come gU 
altri: studi i som^lianti e comuni bogli altii Gre- 
ci ; è gli Etrusobi , come nftzìooe .più IqtterEita.e 
{iniJCoUa'^a tutte le altre ItaUcbe (;};J^ sape- 
-ravBtio' ancora jn ogni genere di :44pers|izio(ie * p 
-^udo però riguardati non in Ualift solamente, 
■ma pet tatto aftrore fino a' tempi jdi PUtooe,, 
coiae solenni •I^idatori e xùaeetà iu ^ivJ'^tà^ Mol- 
-fi ;A-ano^ gì' imptvtori di . quella naaione, che .g^- 
TavRUo le città Italiane, facendo mt^tiep propno 
d' insegnar le ptatiofae di rdigione, e spacciaqdp- 
si come indorini ; giaochè. queMù era -Ìl pcÌDoip^l 
vanto de'saoardoti fitruschi, dì presagir 1* avveni- 
re (2>). Ciò non ostante, aoa so)am<(ute.gli.^^- 
cht Italiani non-fniono io questa patte pulito peg- 
giori di quatsiroglia altra na«Ìo<ie,:chp, dalla Qiu- 
daì<A in fuori, fko-isse avanti la r^nuta del difjn 
Maestro; ma ancora ; se noi vogliamo a tniona 
ragion giudicarne, 'poesiam . dire . che T idolatria 
4^' ItaK antichi , o ahusno d' una buona parte 

[i] Maffei Osserv. leti. I. 4, I. i, parL i, num. 17. 
fa] Cic. de Divin. !. 4. , 



ovGooglc 



i6G Delle Rivoluzioni d^^Italja 

■di essi , fu meno irragioneToie^ciM quella.^ mol- 
te altre naziooi dell* più celebri Ita- le.<anticbQ> 
Il ch« non intendo io già di provare eoa ? iQ«t(ei- 
re ,' per esempio , in paragone i priocipii ài teli- 
giope - di Pitagora e di Timeo coli le dti^ttriiie 
d' altre scuole di Greci filosofi , o ' le - cerimonie 
Elrusche con quelle degli Assiri o-^cte'Feaici,-. da 
cui non è opinione improbabile che traessero i'o^ 
rigine . - Queste discussioni/ «ono troppo ardue , e 
di non general conseguenza. L'autorità di un, sol 
'Gireco, ed alcune nozioni generali dell' antica sto- 
ria d'Italia, basteranno al noslró propio«to. Dio- 
nigi d'Alicainasso, benché tutto inteso a mostra- 
re che i Romani aveano tratto l' origine é le in- 
dlituzioni da gente Greoa, quasi che nulla di gran • 
de e di buono non potesse venire d' altre nazio- 
ni; si trovò nondimeno costretto di lasaar in que- 
sta parie tutta la lode all'Italia, mostrando come 
la religion de' Romani , e per più ragione de' po- 
poli del Lazio e de' Sabini , andasse esente dagli 
scandalosi racconti e dalle ridicole cerimonie du 
<>reci (i). E veramente, se Porfirio e Giuliano 
che sì forte sì travagliarono per dar qualche: obe- 
sto significato a tutte quelle «conce ed indegne 
favole di cui fu piena la tet^gia de' gentili , aves- 
sero avuto soltanto a 6f>ìegar l'antica religione de- 
gl'Italiani, non sarebbe stato loro mestieri di tanto 
sottilizzare per dar qualche aspetto dì ragionevolezza 

(tj Dionys. Balie, i. i , e. 3. 



ovGooglc 



' Libro I. Capo VII. S7 

a "titlella sapeRtiiioDe . Perciocché , cfaian^e- vo- 
glia diso^rrere i soli nomi degF iddii ItaliaDÌ,-co^ 
noscerà di leggeri, die altro non erano che vir- 
fù V o cose a virtù somiglianti ed iaducenti a 
virtù; o chiarì effetti, dotiì, o .ùiodificazioiu 
della divinità. 

Trovansi nelle storie Romane vari nomi ag- 
giunti a quello dì Giove che veniva riguardato co- 
me sommo e prìncipal diot edorchiamavasi Gio- 
,ve liberatore, or Giove salvatore* statore, Sut- 
trio, secondo ohe pareva a quelle aoce(ìate mentì 
di aver ricevuto o dì poter ricevere da lui que< 
sto o quel benefizio . E Io stesso fócevasi rispetto 
a Giunone che come dea sovrana ed universale 
itdoravasi' o col sopraanome di Lucina , pronuba , 
sospita 0' salvatrice ; o di Moneta siaconsjgh'e- 
ta . V ahra moltitudine delle divinità cui pur in 
quegli antichi secoli s'ergevano templi, come fé- 
cesi alla pudicizia, alla gioventù, ^la virtù, al- 
la pietà, 'filla mente', all'onore>-^alU concordia, 
alla speranza, alla vittoria, egli è da per sé ma- 
nifesta cosa per qaaL fine fosse preposta-, all'ado-' 
razion delle genti . E se noi , uell' oscurità degli 
antichi dialetti d'Italia, andremo curiosamente ri- 
(^rcando i significati primitivi di molte voci Lati- 
ne , potremo per avventura couosoere la ragione del 
culto che si prestava a parecchie divinila . La 
dea Terra Teliate, la tanto famosa Vesta che 
non dovea nel linguaggio del Lazio antico »guiiìcare 



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66 Delle Bitolu^ion? d' VrJitu 

altro' «he fatrra (i), non- solo si venerava ccnnQ 
lat^ producìtrice di tutte le cose Dcceasarie .^la 
vifA ntturna* ma serviva parimente ad eccitare. gli 
Upntini ; ànahe per motivo di reUgicoe , alla pqf? 
tiraìiòoe de' campi. Celebre è. altresì nella priina 
età , e molto raccoroaDdala a* popoli liatini e Sa,- 
bini , la dea Matula, che niol dice alba o.auro- 
m ; df^iirità non per altro fine immaginata * ch<) 
per afiiftiare i pòpoli atta^ vigilanza , « a mettersi 
alle'opfere di buon mattino. In fatti colevano « 
taón che le altre còse ,- le adunanze del popolo • 
la rassegna de' soldati farsi avanti il ievar del so- 
le; e il 'dittatore , magistrafo. di tanta importanza 
hppresso i Kotnftni , solevasi creare avanti gioi;r 
nò Qz) . Numa Pompilio , quel grande conosciti» 
de' «ostami umftni , e che possiamo riguardare qual 
Èompiuto modello della sapienia Latina e' Sabipa, 
nbn meBO> ohe Romana; proponeva come princi- 
pali Oggetti dell'osservanza de' popoli il dio Ter- 
mino e la dea Fede. Il che tendeva, come com- 
prende agevolmente ciascuno, al fine d'avvezzai 
le genti a non invadere Je terre de* vicini , e a 
mantener la fede in ogni genere di contralti . Per 
, questo, non solamente si adorava quel dio Terr 
mino, ma si erano a certi giorni dell'anno instt- 
tutte alcune iette ohe cbiamavansi perciò terminali , 

[i] Slat vi terra saa; vi stando, Vesu vocatur, Ovid, 
■tast.,1. 6, V. 500. 
- [a] J/iv. 1. 5, p. 775. 



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• tlflftò 1.CAM Vff. % 

nelle qùal! i tÌÈÌnl adulati Ita su* ctm&n • preaM 
4** segni dmsorJi 6é* lòf podéri, vi facevano ofier* 
Ife e sacrifizi; ed amìòbefoImeBte banchettando « 
ciakcxmo nefliV stesso ternpo fiÈOROBCwa i termim 
del carnet K se in tàota lontamiiM di tempa ei 
&sse' lécito portata giudifeìj» belle ewe che appena 
possono trattarsi per congetture, ardirei dire ohe 
gli antichi legislatóri Ilalìaùi [HTATidero ancora wm 
religiose insfituziofai a molte opportunità del rive* 
re timano, dovunque non credettiera che' nfeit-so» 
Io ùtnano rispetto 'oI*ai)etto del comun b«ie,iifr 
^ualavoglia TÌgor di leggi potesse bastare . Certa4 
hienté fu opinione di molti, òhe «piel' saeto fìio> 
co con tanta solennità custodito da vn^'ni a ciò 
destinate, altro non' fosse nella prinùem sue insti* 
tuzione', che un necessario ordinam^to da' legi»* 
latori immaginato affinchè le genti che Tivevann 
o a borgate , b in uìnili casette dispeiw , ave»»* 
ro un luogo pubblibo dffm si guardasse a como^ 
do di tutta la città utt èiemetito sì necessario pet 
tanti bisogni della vita umana , e che io qodle 
rimofe età non età né facile ce comune T uso 
d'estraire, come fàcolaifi noi, dafle pietre (i),. 
Or , per quest* c^>eTa di guardare il fuoco ei nun- 
(enèvano a spese del comune i]uattro o sei femmine 
dì varia età, perchè VaiUtàsswo viceodevolmeatet 

[i] Dionys- Halic. 1. a, e. 8. fresia eroi focus urbis 
puhlicits; unde Cicero in secando da Legibus: Virgines 
F'esiales custodiant {gnem foci puhli'cl sempitemaitt . — 
Findati Scholiaiiet io Rem. vd. x. 



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) 



6ò Delle Rivoluzioni d' Italia 

ed apprendessero le Hne dalt'raltre il modo ,e 1* e-* 
conomia dì manteoetlD continuo , e dispensarlo se^ 
condo' il bist^no (i). E perchè le cuce domesti- 
che e il natui-ale afietto alla prole ed al marito , 
o la coDvei'sazion degli amanti, non le distraesse 
dair opera, furono forse per questo col rispetto 
della religione,. e -con severissime pene stabilite 
contra ogni lor fallo, obbligate ad un* invìolabil 
verginità , finché duravano in quell' uffizio . Ma 
nei tempo stesso con ogni maggior dimostrazione 
d*' onore, secondo la coudizione de* tempi, furono 
in vari modi privilegiate , af6ochè quel si strstto 
ritiro 'fòsse loro più sopportabile. Né i priaoipali ' 
cittadini rìousaxono di sacrificare a un tal genere 
di vita,- ed a perìcolo ancor d* un* infame e cru- 
dél morte; le Ich: figliuole, per contribuire ad uno 
•tabilimeato ù necessario . Ben so che queste so- 
lennità e questi riti passarono poi coll'azular del 
tempo in abusi e in- superstizioni, le quali il vol- 
ga seguitava per usanza e per sciocchezza-, e le 
persone più iliuminate, quando, non se ne faces-- 
aero befte, lodavano e vantxvsaio per un certo ri- 
spetto d* antichità , e . per non discreditare negli 
am'mi volgari gli ordini stabiliti, e le usanze a 
iHione o ree, che sotto titolo di religione serviva- 
no a tener sommessa Ja moltitudine . Ma egU non 
ne segue però, che nel principio loro non fosser 



.[>] Lafilcaa. Moen» <1es Ì9|iavag«s 'Àmeric^iiis ' 
i6o. 



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Iìbro.I.' Capo VII. 6t 

£ sotaraoì^tìvaméato a 'procurare il bencomuna 
dèlia società e^ ciascun particolare > > 



Leg-gi eiv^h' /orma di governo : idea gemrah die*- 
le rivoluzioni interne; a eia jfuron so^tùe-Ja 
' TepubMiche ^f antica Italia. 



A'^ueste taK cose per avrentura "^ non pongono 
meiate coloro, cbe trattan di barbara e poco uma- 
na la legislazione e Xa polìtia degli anUcbi lt&-. 
Baai : Per darci di questo una pniova, ' citano 
per esempio , che le leggi delle dodici tavola , 'i. 
cui frammenti possono servir come saggio del-t»-' 
vii diritto che allor valeva, assegnavano pei: ter-' 
mine di prescrizione due anni- per' i beni- ióaino-- 
bili , ■ e un anno sdo per le cose mobili '. ' Ma quan- 
do i padroni delle terre costamavano di visitare 
in compagnia degli amici e de* vicini i limiti. 
de' lor poderi , è fadl ' cosa comprendere quanto 
sarebbe stato vano e ridicolo V assegnare lo spa- 
no di vent* anni alla prescrizione . % nella me- 
diocrissima quantità delle masserìzie che poteano 
averle genti Latine di queir età, appena era pos- 
sibile che taluno dinrniticasse nelle mani altrui 
le cose sue per un anno intero , Il perchè, quan- 
tunljué io non ■ voglia metter in dubbio che in 
incHEte^cose non .siasi opportunamente anuno^itO' 



=dDvGooglc 



^a YÌELte BlVOLt^IONI^ D* h'ALU 

i' aspvexza dd. gioa antiqd , -noa {tosto pèth ^V&i- 
mulare che ^>e8ao si aoau»«Da dibarbuie( e d'iau-i 
maniik quella grossd semplicità e quella ductezu 
di leggi, che tahx^ aiODor side^i^raad «'gior- 
ni nostri*. Bisognerebbe Don aver mai' amia né 
Ijtr, Etè. conoscenza akuaa di litiganti.,- -pe^ppter 
« buona «quità oelebratie e vaatam quella . preci- 
sione di Uggii che. da' -Romani giùreconsultj do^ 
la decadènza della , repubblica fu introdotta , e 
da* più recenti interpreti e legislatori tuttavia a»- 
•erttigliata e-er^sciuta^ Egli k dunque veco che ie 
wpubbliohe' Italiane di quella, rìmpta, età non eb- 
faem grossi volumi ^ uè luoga sede di ordìoaimea- 
ti ptt limitare i diritti d'ogni particolu^f ma si 
itudiArono d'andar incontra ^le frodi e all'iu- 
ginstii^ia cdil* osservanza di alcuna leggi capitali, 
é tioH* insinuare , mediaste' la religione, r^equJtà! 
•'la buona fede; E ben ili dagli .antichi indaga* 
tori ^ queste cose osserrato,. che le migliori re- 
' pubbliche non fìiron già -quelle ch'ebbero una 
molto abttil precisior^e di -leggi, riguardo inassi- 
tuamdite a' contratti.. Zaleuco> secondo che leg- 
giamo appresso Strabene, ■« nelle leggi che die- 
» de a'Locresi, prescrisse veramente -le pene a 
V ciascun delitto , toglieuda a* giudici la libertà 
a- d' imporle ad arbitrio , come si qsava per' V in- 
>> ' nanzì da quelle genti j ma intorno a^ cootrattis 
>>; rendè le costituzioni 'piii- semplici. Quelli di^ 
B Turìd essendosi poi studiati d* andar dietro e 
« spiegalo molto sottilmeutp ogni punto di ragione^ 



ovòooglc 



'* za, e i* ia^of^à t Dialo stato. IwOl ne ^gn- 
mtìj' feg^otei Berocatò .da huotto^.ie^i s^W 
^ gpTCroad -noia già quelli jobe -nogliiiDQ: jp ietS|9 
V ^enrap la àtradd.'ftd agni oalttsiiia.o .»o^«hjl^ 
*> ria; nul'ipdli chi) insittoDD, soprd leg^ mqi- 
^ ptic^neote otdniirt» perciòidisse Flatooe. icliie 
K dovè abbondali :le ^eggi , si : ttfovana antnr mot' 
» •te'-liti, « i Qoatuqu vi' nml «attiri; 6^94^ 
-»'^ eÓiiM doglioDO «Bser più ipes«B leinalattio-i-4o' 
A ve con molti -óiedici t (i) . Ma dioa« puf «op 
■pace 'e dd Aoatroi get^afa e di Fiatone) ohe: st 
ie mdf d >I(^ iun jreBdono più ohe lie.ppcbfr. jM 
uotnim virtuosi f i nzi degli uonuoi readopa.a 
4aDgo andare le ìnolté. leggi hecesaarìei maanuna^ 
biente nette òaziaai chti otnrasBOfdi fortvOQ^ di 
«tato ; e il progresae medeaìmo delle nctà 4ei^ 
è talvolta cacone di duqvI trava^ a}lA Wnetk. 
Perà Don è tanto da trìasismre la *Qttil predai^' 
ne dctie leggi t perdiè essa « trovi d' ordinario 
congìuntsi con molti vizi; .quanto. è da dolore la 
condizioo delle c(»e umane* per cui rari, eomo 
que' beni cbe non portino seco di iteoettità qual- 
che, incomoda . 

Ma due particolai-i ragioni « a vero dice , rcit* 
devino allora meno necessaria l' ecatta piecifiion 
delle l^gi . h' una o-a , come sì h detto , perchè 
certe pratiche di culto n;ligioso«upplivaDo in gran 

[i] Stiab. 1. fi, p. i7g. 



=dDvGooglc 



64 Deu-k RiTOLOterom nTTAiiÀ 

parte alla le^slanoc* éBcIie per le cose civiti ^ 
r ahra , perchè- oriundo gli s'tali così distìnti, eba 
per rispetto «IIV ammiaistrazion civile non pur 
ogni nanone,. aia quasi ogni boi^o e casate em 
f ndipe^lvnt» , e govemaTEiei da sé stesso, a eh* 
•ptytaaao eervire i loro statuti, se per ogni pìcco- 
la affare dovea&i trafficar concittadini d^altrere* 
pubbliche ; e però soggetti ad altri statuti ? E se 
ji oornuU' diritto delle gentil o sia l'equità na« 
turale e la buona fede, non bastava a r^;oIarD« 
il eommersio , vana- fatica sarebberei perciò pres* 
i principati e i magistrati a volerlo fere con leg^ 
gj 8<»ritte. Seguita vasi pertanto nel più delle eose 
queir equità ingenita negli animi umani, o va* 
gliam dire la ragiou comune ; non già quella de- 
scrìtta in libri , quale intendiamo noi oggi ne' fi-am^ 
meati delle leggi Remane e negli editd di Giu« 
stìoiaoo (i), ma quella ricevuta per rauuentimeI^• 
to dette nazioni , e che perciò fu da' giureconsulti 
chiamata ^5 ^en/iz«n. Appresso i moderni giuristi 
intendesi per tHrùto ekUs gvnti quella sorta di 
leggi , di riguardi, o di r^ole, che, quasi peo 
tacito consenso, osservano, gli stati e le società 
civili , sieno principati o repubbliche , usando q 
contrattando fì-a loro (2), Ma gli antichi, meno 
sottili in ^6nire e distinguere , chiamarono pari- 
mente dmtto t&Ue gerUi così quello che usavano 
ì pftriicolari nella più parte de' lor contratti, 

(r) L. g.-£r. de Jusc. , et Jtire; et Insi. 1. 1 , l. 9. 

(_a) Paifendorf 1. a, e. 3 , §• a5, ^ .... ; ,-.' 



ovGooglc 



, Lreao I. Capo V»!.- ^ 65- 

qome quello ciie si osserraFa tra ima repubblioa 
« r altra ; perocché *:pFDv«iuva dallo stesso princi- 
pio < e posava sopra b 'steso : fbndfimeQto , cioè 
sopra un tacito «onsenso de* popoK . Nói vedre- 
mo qui apptrtssa, ; che 'cotesto- tal diritto' delle 
geotbi o diritto; pubbIÌco>Qhe altri 'VogKa nomi- 
oarló, non solamente non'era- neHa sua sostanza 
seonosoiuto> ia Italia, ma eao'vi emtmmnaeìneh- 
te in gpande oeèfvaiùa . ' 1- ■ 

^sn furono' iir. una -coes^gencEalmenfe difet- 
tMfB' le aotiche. naaioni' nelle i loro coGtituzIoni; e 
questa «A r incoltezza :d^asosi<anità', .e per coa- 
seguenea V instabilità del gDvehio , la quale fu in 
tatte o quasi tutte lis cépubbitche d'Italia perpe- 
tua cagione d' infiniti scompigli .■ Non dico gjà , 
che s' igoorassei^o allora i diritti della sovranità; 
perchè troppi sono gli osempi- che ci possono con- 
vincere che qurile genti c6no«oei'aDo chiaratiieiits 
, qual fos86 e quuito T«KHÓbile la pubblica 'auto- 
rìtà: nut-Ktveiite akrdife cader poteva in dubbio 
chi si. fosse il sovraDO^ In niun luogo? d' Itamar, 
per quanto- appaia, si trovata stabilita la monar- 
chia a^cduta ed ereditaria I cbncios«aobè'per moi-< 
ti -esempi sia manifesto che ì ré :o 'si creavano 
per favor deHa moltitudine, o se ne cercava ai- 
miHH> il consenso ; e -gli stessi' re consul^vano il 
popolo negli sETari {hu rilevanti - & più risohiosi . 
E siccome il goremo de* grandi era piuttosto una 
fraudolenta o violenta usurpazione , che vera e^ 
propria aristocrazia stabilita da leggi , o fermata 
Tomo I. 5 



=d.vGooglc 



66 Deixe Rivoluzioni d'Italia 

. sopra uà luogo e .non conteso poBsesso ; così ^ep^ 
pure il governo popolare dou fìi mai 91 libero, e 
sì durevole, che Uon «trovMse mescolato dall' au- 
torità d* un capo supremo, o d'un senato: tal-* 
che quasi sempre si troTarouo i governi misti . 
Nondimeno è facile Posservare che l'uno de' tre 
generi di governo s' andava 6ull' abbassatneRto 
deli* altro innalzando ; e ctic tutte o pressoché 
tutte ad un tempo le repubbliche Italiane per gli 
Etessi gradi passarono dall'una alt' altra forma di 
reggimeiito, e che ot vi prevaleva il governo mo- 
narchico, ora r autorità de' nobili, crepella del- 
la- moltitudine . 

Ooncordaoo in questo particolare tutte le me- 
morie che ci son rimaste degli antichi popoli 
d'Italia, cioè ch'essi fosscTo'^da. principi^j govee- 
nati dai re: e tale fu certamente Ja.più 'anticci 
forma di governo in tutte. 'le nazioni del mondo « 
da qualunque priticipio se te prenda 1^ origine .~.I , 
Toscani ebbero i re; gli ebbero i Sabìiw, e.ipQ- 
poli del Lazio . E siccome ogni città e dasouU 
hco-go formava un governo separato . ed indipeQ-' 
dente , così non poteana essere questi re di gran- 
de stato . Ma spesso avveniva che molti stati . ob- 
' bedivano a un re medesimo ; perocché colui che 
aveva la signoria di una città o d' ud popc^, 
procurava di farsi eleggere capo del governo, e 
signore d'altri popoli e d'altre città. Cosi fece 
per avventura quel Porsena che la storia ci rap- 
ipresenta coki? se assai potente , e che Dionigi 



=dDvGooglc 



tiSRo I. Capo VIIT. Gf 

etiìàma re de' Toscani , probabilmente perché egU 
era seguitato da molte nazióni Toscane , ' benché 
da principio non fosse altra cbe re di Chiusi . 
Così ire dì Roma si andarono in vari modi gua- 
dagnando il comando di città Latine > \e quali 
Aondtmenp due seòolì appresso si riputarono an- 
cor ìodipeddenti dallo stato di R<Hna. Tolunttio 
ré di Veienta ebbe la signorìa di FJdena, città 
libera ed affatto indipendente 'da' Veientani ; in 
quello stesso mudo die i Visconti signori di Mi- 
lano, Canniccio signor di Lucca i Cane e Mastio 
della Scala signori di Veroba ( e ooù tanti altri 
principi e tiranni de* bassi secoli avanti l'esalta- 
mento di Carlo V ^; si andavano procacciaoda 
la sovranità di molte città o repubbliche che nul- 
la aveanò di, comune né con Milano, né con Luc- 
ca, né con Verona; Questi regni erano o templi-^ 
cernente elettivi , o almeno ricercavasi l' espresso 
consentimento del pubblico , qualunque volta un 
parente succedesse all' altro , Né al popolo gene- 
rdmente dispiaceva il governo regio ; ma i gran- 
di e ì nobili, comtf quelli ch'erano pjii esposti 
alle v<^lie del principe e nelle persone e nelle 
robe loro , cercarono d*' ingenerar nella plebe 
l'odio del nome reale, e di eccitarle il desiderio 
deil^ libertà ; Lmiagavansì i grandi non solamen- 
te di poter vivere- con più sieuFerea ■ e piìi licen- 
za , fna eziandio con più autorità di comando a 
pia potenza, abolito cbe fosse il principato, il 
quale. spesso cadeva in mano d'uomini iiUon ed 



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68 Delle RjvoLuziom d'Ita Lia 

avventurieri, qual fu in Roma Tarquinio, e in 
Cuma Aristodemo . Da qual nazione e da quel 
città nascesse Ìl principio dì queste rivoluzioni , 
non è facile determinarlo. Ma correndo il. terzo 
secolo deir era Romana , V un popolo seguendo 
r esempio dell'altro, quale per un' opportunità ^ 
qual per un* altra, o cacciarono' violeatemeinte., 
o cessarono di eleggere nuovi re; e tutta' l'I ta-i 
Ka, quasi levando segnai comune, si vide mutar 
forma di reggimento . L' odio del nome reale , ed 
un certo entusiasmo di libertà occuparono , così 
universalmente e con tal forza le genti Italiane. ì 
che, se alcuna città voile o continuare o ripigliar 
talvolta r u»o di crearsi un re , essa n' era perciò 
mostrata a dito, e svillaneggiata dalle altre, e 
ne' maggiori bisogni abbandonata. I Veientani, 
o per tedio delle brighe ed ambizioni che nasce- 
vano dal crearsi ogn* anno nuovi magistrati , o 
per meglio provvedersi nella guerra che lor so- 
prastava de' Romani , crearono nuovamente un 
re (i) . Per la qual cosa incorsero talmente Del- 
l' odio e nel disprezzo degli, altri popoli della To- 
scana, che contro ogni regola di politica, ed an^. 
lihe contro l' obbligo e lo stile ordinario di soc- 
corrersi r un l'altro tra' popoli d' una stessa na- 
zione , furono lasciati soli a sostener l' ostinata 
guerra che li condusse a rovina . Eppure -un se- 
eoh) avanti fra quelle stesee nazioni regnava^ 

(I) Uv. I. S. e. I. 



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■timo I. Capo Vili. 6g 

Porseoà cou grande seguito di popoli j e ìd grao- 
de stima . Fu anche notato ' negli annali di Ra- 
ma, che i confederati del nome Latino , i quali 
pure aveano un tempo riconosciuti per loro si.- 
gnori e duci i re di Roma, furono per rinunzia- 
re 'all' amicizia de* Romani aUorcfaè li videro ca* 
duti sotto la tirannide de' decemviri , mostrando 
di Doiì voler essere confederati d' una città che 
non fosse libera. In somma, dal principio del 
quarto secolo della storia Romana poche volte, e 
quasi non mai si fa menzione di ' re in niuno sta- 
to d' Italia. E se appresso qualche nazione soleva 
crearsi il re tu occasione di guerre (i), come 
-facerasi da' Lucani , questo nome importava nul- 
-la di più che quello dì dittature o capitan gener- 
rale che creavasì nelle altre repubbliche. TtUta 
la somma dell'autorità o ammiqistrazìone de'.pub^ 
blici affari passò allora- alla nobiltà o sia al senar 
to; e quello che prima era l'ordine mezzano tra 
i re ed i popoli , diveraie capo sapremo , del go- 
verno . E benché i maggiori magistrati - si eleg- 
gessero dalle voci e dagli-- squittìni dei popolo, 
■nondimanco tutti gli onori e tutta la podestà del 
governo riducavansi a* grandi , siccome quelli che 
aveano facilmente in mano loro la voce' attiva, 
e che soli avevano la -'passiva;, perchè niuno djel- 
la [^be ardiva di pretèndere alle oariohe civili , 
-o Toilitari . Ed è troppo evidente che in qualsivoglia 

<0 Slrtb. I.. 6, p. 1-^5. 



ovGooglc 



•;b DellB RlVOtUZIOKl D' IlTALlA 

genere di comuDÌlà iì rìcco ed il nobile tendom) 
quasi di lor natura a sovercbiare il povero ed-H 
plebeù . SflDzachè , il più degli affari rilevanti deU 
le guerre e delie paci trattandosi per lo più dftl 
corpo del senato, composto esseoiialibeate di pa- 
trìeì e di nobili, anche per questo riguardo U 
costituzione delle repubblicbe inclinava assai pia 
all' aristocrazia , che al governo popolare . Del r«- 
i;to, niuna dtf& era ù meschina e si mal ordinar- 
tà , che non avesse un consiglio pubblico , vaW 
a dire un senato. Parla Tito, Livio del senatq 
non pur di Napoli, di Capoa, e di Cudù; onn 
di Nola; di; Pipemo, di Tuscolo, di Tivoli, di 
Veiento , e d' akrì sì fóttameate , qhe assai ohia- 
•ro apparisce essere stato generalissimo in tutte le 
repubbliche un ordine distinto dalla plebe, che 
riteneva in sua mano la somma dèi gomrao . Ma 
la plebe , ostinatasi una volta a sollecitaiione 
^é* nobili nell'odio della tirannide, non «bbe 
lungo andare ad aprir gli occhi sopra la condi- 
zioa sua propria, e conoscere che non si era fat- 
to altro che cambiar uno in più padioni . Si vol- 
itò pertanto con ogni sforzo^ à procurarsi di fatto 
'St possesso di quella libertà, che fin allora. le sì 
' .era fatta assaporare in parole dati* ordine de' pa- 
'trizi'edal senato. £ poiobè'Ia moltitudine ebbe 
cominciato a far pniova delle sue forze, fu d'uo- 
po' cederle, benché a poco a pòco, F autorità 
sovrana; e toccò la volta anche a* nobili d' esse- 
" re^ malmetaatì e tiranneggiali dalla [debe. Osservò 



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Libro I. Capo VIU. ' 71 

Tito Livio , che circa i <empi delle ^erre Carta>- 
ginesi, per- una quasi eomune malattia eparsa per 
le repubbliche Italiane, la plebe si eia voltata 4 
perseguitare la nobiltà; e pacecchi esempi oe ad- 
duce nella terza .deca delle sue stane, Nondimer 
no l'ordine dei grandi ootiserrò pur sempre mot- 
ta parte della potenza. Peroioccò^ la natura del 
'governo popolate essendo per. sé varia, ed inpo- 
etante , ed aoohe incapace di condursi da per, sé 
stessa ; il senato o la nobiltà , come quella che 
opera, con più maturati consìgli e eoo interessi 
-più uniti , potè quasi sempre contrappesare il par- 
tito della plebe, e ad ora ad oc superarla- Di 
qui nasceva che tutte generalmwte le città era- 
-qo sottoposte a rivoluzioni continue di governo, 
e rue volte; si godeva quella, perfetta .egualità 
eh* è il fine dèglì stati liberi; ^zna g il favor 4el 
Ipopolo, o la necessità del senato rivolgeva lapria- 
dpal autorità a qoalcheduno , il quale , . o fosse 
Don~titolo-o:8Bnza -titolo di magistrato supremo, 
riguardavasi tuttavia come capo del govecuo- Co- 
sì troviamo passo passo un iVIanilio capo de', («a- 
'tioi ; ■ un Accio Tullia principal de' Volspi; .un 
Erennio ' Ponzio de' Sajiniti ; un Calavio capo 
de* Campani ; un Valerio , un Camillo , ut} Fabio 
princqjaii de* Romani. E, a dir vero, non,.8«p- 
eesse mai nulla né di buono né. di rìlevan^te ne- 
gli stati liberi né dentro né fuori., salvo io quel 
tempo che un sol cittadino teneva i voleri del 
pubblico ja -uia balìji , Cot^st» atttp.rità. qua^i 



ovGooglc 



lirÌDcipale e sovrana in una nazione passava assai 
flesso di padre in tìglio , siccome tra^ Sanniti nel- 
la -fòmiglia Fonzia, e ira i Campani io quella 
de' Calavi , che furono capi del governo per mol- 
te generazioni . Ma egli è vero altresì , che spes- 
so il rimedio si convertiva in veleno ; e quello 
stesso credito e potere clie pur un tempo servi- 
vano di vincolo a tenere uniti gli ordini dello sta- 
lo, diventavano poco dopo titolo e bandiera di 
divisioni, di partiti, e di tumulti. Poche volte i 
'figliuoli d*im gran pei^onaggio potevano trovar 
così favorevoli i voti, per continuare col consen- 
timento del comune nell' autorità de* lor padri; 
e , come spesso succedette , ne diventavano per lo 
più indegni, appunto perchè il padre l'avea go- 
duta , cioè perchè la presunzione e 1* orgoglio'» 
che di leggeri s' insinualno ne* figh'uoli de' grandi 
e fortunati, sono un ostacolo a quelle arti che 
seziono conciliare la slima e l'affetto della gen- 
ie . Non pertanto , volendo ì figliuoli d' un gran 
cittadino succedere negli onori de' padri e degli 
avi y é il più delle volte contro 1* ordine delle 
l^gi; siccome per rispetto delle ricchezze e del- 
la potenza già stabilita in casa loro non manca- 
vano i partigiani, così non poteano a meno di 
b'òvar emoli e contraddittori : laonde . riso^evano 
sotto altri nomi le stesse discordie, e più arrab- 
biate di prima ; percioochè Je dissensióni tra po- 
polo e plebe non sono di buona pezza così osti- 
nate e furiose, come quelle che tutta il pubblicp 



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tiBRO I. Capo VIU. <)» 

<:foiitepisee eootro una persona prepotente ,- o ch« 
^ poFt£uio vicendevolmeote tra loro le famiglie e 
ì capi dì fazione, the aspirano alla maggioraaza^ 
E chi non sa di quanto pregiudizio sieno state 
alla repubblica di Cartagine le pretensioDÌ de' ni- 
poti d' Amilcare Barca , e le troppo ostinate op- 
posizioni d* Annone e de' suoi? Tutta la namon 
Toscana fu in tumulto ed in arme , e condotta 
pressoché alla total perdita della liberà, p« ì» 
civili discordie degli Aretini, i quali cominciaro- 
no a voler con l'armi cacciar di città la fami- 
glia Licioia troppo potente , «d avvezza certamen- 
te a goder il primato nella-suà patria; e fu d'uo-_ 
pò che un console Romano vi andasse come mo- 
dìatore, per riconciliare coi Ucini la plebe d'Arèz* 
Ko (i): rimedi per rordioario poco salutari alle 
repubbliche . À questi scompiigli erano soletta 
particolarmente le città ^audi e di fertile terri- 
torio , o quelle che per la vioioanza del mare por 
tevano colla mercatura più fàcilmente arricchire ■ 
Per questa troviamo che molte città della Gam- 
paeia e dell' Etruria , e le città marittime ^ della 
magna Grecia , furono più sottoposte alle tiraiv^ 
nidi e alle -rivoluzioui di govèrno; e passarono 
spesso anche spontaneamente sotto- al dominio de-* 
gli stranieri , mal potendo 'Coavenir fra loro del 
modo di governarsi. L'abuso delle I7ccjie2ze, tì 
V invidia che di là nasceva, erano cagione uirdìnaria 

■ (i) Livi 1. IO. init. ■ja4-a9. ,.;...: .i 



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f4 Dbllb .BITW.UZI01ÌI p'Itaua 

di que^ mali. Laddove per io emitrarìo i Volr 
sci, tutti i popoli Latioì, i Mirai, e generalmen-r 
te i Sanniti. e ì Liguri, per quanto possiamp in* 
teadere d^ poche memorie che ci ^rono coa- 
gorate della, storia loro , fiirocq men soggetti al- 
le- tirannidi e alle risoluzioni di goremo, e mol- 
to più hiDgamente mantenaefo lo stato loro h'be* 
ro ed; indipendente, perchè la qualità del paese 
perluetteva assai meno V ineguaglianza delle for- 
tune f sdito «coglio, - dove vanno a rompere gU 
«lati Uberi , ; ; 

CAPO IX-, 

SwtAizioni per. cause egttme: dirìuo pid>bUcoi 
- cagioni , ed effetti delle guerre ; eqiulìbrio che n 
■- . mantenne iungo Umpo fr^ popoli Italiani. 

J.VJU non, sempre le rìroluzioni di quelle. vepUh- 
bliche iiascerano dagt* interni umori di esse ; e 
fpeeso altresì procedevano da forza esterna , ' e dal- 
le, vicissitudini delle giierre. Per le .quali cose in 
più modi potea succedere mutaziop .di governo » 
ed esaltazione o abbassamento di questo o di quel- 
lo stato. II. che in breve da quanto ora diremo 
li farà chiaro . 

La distinzione di repubbliche belligeranti « e 
di quelle che chìamansi commerzìaoti, non fu Eli- 
trimentì in uso fca gì' Italiani antichi. Il commerziq 



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tiiuto I. Capo IX, ^5 

e 'le arti Borivano beasi io qua! più-, io qual 
taèno dèlie città d' Italia; ma tutte aveaoo U 
guerra per mestier necessario . Q vero è ebe Id 
eittà più TÌccbe e più meroantili* siccome qudUe 
ch'erano più dedite alla delicatézza* o alle arti 
ed al negozio ^ e che aveano maggioc &à^ d' a»< 
soldare uomini stranieri, armaTaDo meno ebe Jion 
facevan le altre', di propria' gioventù. Ma non ne 
trovo alcuna i neppur la deliziosa Capoa, né 3 
ricco Tùrio , né il pecunioso e mercantil TsXen- 
to , che facesse guerra con soli soldati stranie- 
ri (i). Poche volte parimente si trova che le na- 
zioni Italiane dessero il comando dell' armi loro a 
capitani stranieri, eccettuandone in questa parte 
i soli Tare'ntini con grande biasimo di ehi o sta- 
bili per legge , o introdusse i^ primo ootest* usan- 
za . Perciocché , noh eh' essi ingrandissero- per 
questa via lo stato loro, ma non poterono nep- 
pur conservare né più lunga né più illesa la pro- 
pria libertà: Ìl che purè era il solo fine, per esi 
s'erano indotti ad eleggere un capitano straniero, 
non si fidando de' propri 'cittadini. Prima di Pir- 
ro , già avèano in due diverse occasioDi chiamato 
al loro servizio Gleonimo Spartano, e Alessandro 
re d*Epiro. Quest* ultimo spezialmente, assai più 
inteso a' £ir grande sé stesso , che a secondar i 
disegni de* Tarentioi , non lasciò per altro di por- 
tare grandissimo cambiamento, come poi fece 

[1] Strab 1. 5. 



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^6 Delle Ritoluìiòni d' IÌ'alu 

Krfo ,■ in uba gran parte d' Italia . E non ir in 
questo propasito da tacerai che tutte le rivolurio- 
nì degli stati dì quella parte d'Italia che ora à 
n reame di Napoli, procedevano bene spesso da- 
gli avvenimepti dèlia Grertia e della Sicilia. Ditì- 
nigi. tiranno di Siracusa s* immaginò una volta di 
farsi uno stato in Italia j il qual pensiero 'come-' 
che gli andasse fallito , gli. riuscì nondimeno in 
ini principio di porre in' (discordia e in disordine 
molte repubbliche, e più dì tutte i Briizì e i Lu> 
cani , che. da quél tempo in poi furono divisi in 
due nazioni , laddove prima ne formavano uria 
sola (i)' Del resto, il più delle nazioni abitatrì^ 
ci d' Italia talmente erano armigere' di loro insti- 
tuzione,'che le maggiori cure deMegialatorì pare- 
vano rivolte agli ordini della milizia . Né sola- 
mente ogni comunità in' particolare-avevasuoi or-» 
dini e statuti per imprendere e sostener gueiTB 
con armi proprie , ' ma esse erano ancora con per- 
petua lega unite insieme le une colle, altre della 
stessa nazione, a> comune difesa e vantaggio. Già 
abbiamo accennato. altrove, che ogni nazione era 
divisa in più popoli o comunità , le quali si reg" 
gevano cdn proprie leggi e senza dipendere Tana 
dall' altra.. In cento luoghi delle antichità Italiane 
si fa menzione delle dodici dinastie de' Tosca- 
ni (z) . I Bruzi erano ancor essi divisi in dodici 



[i] Strab. I. 6, p. 76. — Diod. Sical. I..i4-. 
[1] Liv. 1. a5/ iait. 



ovGooglc 



Dbro I. Capo ÌX. 77 

o pìit repubbliche, e così a Lucani e i Saonir 
ti (j). I Volsà e gli altri popoli del Lazio si go- 
veraavano ciaficuno nella ima città e nel suo can- 
tone, senza riconoscere per 1' amministrazìon cÌ^ 
vile alcun supremo e general magistrato o parla-r 
mento . Nondimeno per gli atlari di maggior rir 
lievo sì congregavano i deputati di ciascun popo- 
lo , per consigliànn in comune sopra cib che - uti- 
le fosse della nazione. Teoevaosi queste, diete ge- 
nerali o regolamenti, a certi tempi o secóndo cbe 
ebiedeva il bisogno, in alcuni d^ più comodi. e 
più, illustri templi che fossero nel paese. Rinoma- 
tissimi spezialmente, sono il tempio della deaVoJt; 
torna per! le diete della naziòn Toscana (z.) , e la 
sacra selva Ferentina, dove. parimente. »'adun&var 
no a general conoilio i popoli .Latini (3) '. . Termi-r 
navansi in queste assemblee le contése e le.-difie- 
reoze che potevano sorgere tra l' uno e T altro po- 
-polo, e si cercava di levar le cagioni delle guer- 
re intestine , e regcdavansi forae le cose necessarie 
pel mubio'commerzio:d' una città o d'un popolo 
coli* altro . Ma vi à trattava sopra tutto della guer- 
ra e della pace, e. di tutto ciò cfae riguardava le 
potenze straniere. I deputati di ciascuna contradit 
pigliavano quél miglior partito che loro pareva » 
iatoroo die riolueste che si facevano., o di man- 
dar socoorsi alle Eepubblicfae estranee* ó dì prendei; 

[1] Liv. 1. loj p. 157; et 1. 2, p, 60. 

["j] DioDjs. Halle. — Liv. passim in 'dee. i- 

l^J Ur,. 1. 7 , p. 6m. ~ Cluvoc. ì. i, p. 9i4>. 



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^8 Delle Eivoluzioniìd' Italia 

l*atmì per k difes delle città loro namoBi-' 
li. Se le guerre sHmavansì di minor momento, tf 
rìgaardantr solamente il vantaiggiD di qu^dobe cit« 
tao' cantone, s'univano solo gì* interessati ; é 
speesq lasciavasi il pensier della guerra '.a chi' la 
voleva: perocché non era disdetto; ad alcunit co? 
munita il far guerra di proprio parere; ed U prg'* 
gio che le avvenisse a. non dotlsigliargi prima cori 
le idtre, era l'andarne priva degli altrui «oooorsi.- 
Mai «e l'intereraé o il pericolo era comune di tut-* 
ta'Ia' nazione, dì comune eònséntinténto altresì la 
guerra si. risolveva, e le amicizie e' confedérazào^ 
ai straniere si catic|iindeVano . Un* immagine df 
tal govHnO' vedesi a' nostri tempi ne' circoli de^ 
TAlemagita, nelle, pravincie unite d'Olanda,' 6> 
negli Svizzeri i Ed io non so come alcuni moder* 
ni Ipolitici abbiano potuto scrkere che fossero an-' 
tièamente sconosciute le repubbliche ./«Jlma&wj 
Dalla detenninazioni di questn diete nazionali « e 
dalla scelta che pur facevasi del capitano da tut-J 
ti-, o da quella sola parte de* popoli che av«I ri-» 
soluta la guerra, nasceva il prìooipìo delle muta^ 
zioni di stato . Frìtnieraiiiente , 1' autorità ^rinci-' 
pale di tutte le città o' borgata di quella na«ÌoDe 
riducendosì appresso colui oh' era dichiacaito capo - 
dell'impresa, anche la patria' di lui, o veramen- 
te quella città che contavasi come cagìod' della^ 
guerra, diventava quasi capitale della nazione; e 
la riputazione e. l' autorità di quella si andavano 
aocreseando f secondo che procedeva l'iaoontiodata 



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LtBHO L.Capo XKr. .7(1 

f;uerra . E pei: poco ohe il oapitano avanzasse 
molle , prime sue imprese, egli aodava poi tìo pi4 
liagliardamente aumentando 1* autmtà sua e AA- 
la sua città > I Or, gli eiTetti della riputazione; eh» 
nelle operazioni acquistàvasi , erand questi , ehe 
■gli stati o neutri o indecisi o anche neraioi^ 6 
£* ioducevano spontaneamente i o eraa costretti a 
far lega col vindtore capo deJla guerra, e però a 
concorrere colle forze. loro a nuove imprese» « a 
farlo tuttavia più potente e più grande^ Questo st 
osserva spezialmente nella storia dei re di Roma:. 
Tarquinia pTÌmo* per -cagion d' esempio « fatto re 
é duce di Homa.e quindi de* popoli Latini , moar 
te guerra a' Toscani » i quali battuti n^le prìm« 
^olmate 1 dcconsentìrong d'unirsi a lui e seguif&r- 
ìo conie ioi' capo ■. Con. 1* aggiunta degli aiuti To* 
scani assaltò i Sabini , e li oosttinse ad entrtr neU 
la stessa . lega : tanto che quel re che pur ent in 
tUiifìa nn aì'veDturiere, per questo modo venne ad 
aver di grandissima lunga ma^iore state, ohe non 
ne ebbe la repubblica Romana trecentVanni dopo 
lui . Ciò lioa ostante la 'geandezza e lasupwiorì* 
tà. che una repubblica acquistava so|mi le altre 
per, la w'rfù e prudenza del suo re o capitano, 
erant) piuttosto transitorie , che at^U. E se par- 
liamo de'goQerali Greci che ci venderò chiamati 
daVT^reotioì, benché avessero seguito dì molti 
popoli» tutta l'autorità loro era posta, per così 
dire, npUa riputazione giornaliera dell'armi. NÀ 
la grandsnut de' duci ojuioDali dion. s'avanzava né 



ovGooglc 



8o , Delle Rivoluzióni d* h'ALiA 

lì QonfennaTa giammai imito , che potesse durar 
iungamente; come quella cbe non essendo di pro- 
pria rapane aè ereditarìa nk successila, passava 
ad un'ahra perscma e ad un^altra città.' L'am- 
-binone^ de'partieolarì, e la gdosia che nodrìvano 
ie «ittà' d- una stewa nazione le une verso le al- 
tre, nòD consentivano che i principati e gì* impe- 
ri si perpetuassero ne in una stessa ' fami^ia , nh 
in una medesima città. Quindi nasceva che fra i 
popoli d* una stessa nazione, come leggicimo' spe- 
zifdmeote de' Toscani , or uno , or altro avea la 
riputazione di principale; e védevansi or abbassa- 
re , or crescere vicendevolmente. Ne in tatita vi- 
cinanza e piociolezza di stati differenti , m^sima- 
mente reggendosi a popolo , era possibile che man* 
cassero a qualunque ora motivi di turbamenti e 
di gueire. 'Oltre a quelle più consuete cagioni eb« 
anno gli «tati confinanti dì venir in discordia , co- 
me predar i conGni gli uni degli altri, ricoverar 

. banditi, e gl'infiniti rimproveri di violate giuris- 
dizioni; moke altre ne nascevano dal continuo 
commNzio' cbe aveao fra loro per le fiere e le 
feste che talvolta erano comuni non' pur tra* po- 
poli dello stesso nome, come Toscani o Umbri q 
Sanniti, ma ancora fra le nazioni divèrse. I La- 
tini e i Sabini, per cagion d' esempio, aveanoco- 

- mune fra loro il tempio della dea Feronia^ fre- 
quentato dalle due narioni non meno per motivo 
di-reb'gione, che di oommerzìo : A questi, 'per 
eon dire » santuari d' idolatria accbrreyABO ia gran 



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LifiRo I. Capo IX. . «t 

numera e le femmÌDe per certo lor divoto cosfu» 
me , o per curiosità ; e gK uomini per loro traf- 
fici, o per far mostra d'armi e di arnesi (r). 
tf gelosie e le gar« de* giovani , le villanie , gì* ra- 
anlti ed i contrasti, che appena sì poseono im- 
pedire in cnKÌ fatti concorsi. di persone che vanno 
a prender sollazzo , e ad innebbriarsi alle feste eti 
alle solennità, levano spesso il rumore in una ter- 
ra , ed interessando i patrìotti dell* una parte è 
dell'altra, mettevano le repubbliche- ìa isoompi- 
glio ed in armi. E talvolta i magistrati ambizio^ 
si Q i particolari maloontenti, che bramavano no- 
vità , davano le mosse a -simili tumulti , spargen- 
do sospetti e gelosie per le adunanze del mobrl 
volgo (2) . A leggere nelle storie- di que' tempi; 
come -tante Dazioni e città distanti tra loro lo spa- 
zio di poche miglia , erano tutte con l' armi in 
mano le une contra le altre « potrebbe alcuno dar- 
si a credere che iH>n potesse esser altro che info-* 
Ucissima la ctwdizioa di tjue' tempi . Né voglian» 
dire che tutl» le person» d* età militare prendes- 
sero di buon pado le armi alle chiamate de* ma^ 
gislrati ;- e che peir ispiccar dalle case e dai eam- 
pi loro gH uomini anche bene affetti alla' pa- 
trìa, noti Insognassero talvolta ordini efficacissimi-. 
Tomo 1, 6 



[i]*»Ìonys._HaIÌc. I. 3,C. 8. . 

[a] Tal' origine ebbe la famosa guerra de' Volici > di 
coi fa capo Moriio Corialano« fuoruscito di ftoma. Liv. 
i. a But. in CùrioL , . 



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$9 DE14£ RlV{S.UZIOHIDMTALri 

awalcrrati accora da rì^>eHo di rdigiòne . E aof 
troviamo farsi penàb menzione di ìeg^ sacrate di 
jpopoli Toscani , Catioi* e Sanniti ia oooasinne di 
gravi guerre e perJcoloae (i) . Ma per intende» 
fino a qual segno ed in qual senio le guerre stra* 
liiere* « le tiene dvifi dtieordie, e le rivoluzione 
|3f^ Atati alle quali foggiacevan que'popoK* ab^' 
biano da confarn fra i mali; basogoa coasigliam 
con la 6IoMfia esploratrìce dell* animo e degli af* 
fetti Hi9JV>i • Presentemente le molte arti, e ì» 
soiente , 9 ii commerzio dÌTeouta n fadle e si 
tegol«e Sea. tutte le nazioni del mcmdo, e tante 
altre oagtopi s'uniscono msieme a iomird di mez' 
fi QfijMrttim per fiiggir l' inerzia e k noia , dv' 
par quasi nna mscavigUa come vi sien. persone al 
moDcU) , le quali non ttovÌDCh trattemmmta'. £ «e 
pon altro, quello spirito di tranquillità e di som- 
missione 4 di pane , che la religioa nostra ci deb- . 
be inspirare ; e jlU eserdzi di pietà « e le occupa- 
noni iifteUcttuali ch'ala propone, possono xendinr* 
ci non che tollerabili * ma anche preziosi ■ tutti 
que^' intervallr di tempo cbe rimangono vacm 
dalle funzioni vcBSsarie della vita omana e gìtì-' 
•le. Ciò non oifairie molta parte de^uonnni po-> 
trebbe con miglior animo sopportare ogni trava« 
.glio e correre ogni perioolo, che sostener il tedio 
"d'una Tifa soverchiamente ^anquilla ed unifor- 
me. E donde procede quel gènio dì inal^cenzar 



[1] Liv. 1. 4, p. 348i et 1. 9. p. 774/ 



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'LifiEo I. Gapo'DL £3 

cosi comaae anche ira le persone meno viziose; 
e quel costume si antico ed universale d' interro»- 
garsi l'un l'altro: che e* è ^nnoito? se non che 
da una certa morale necessità di trovar materia 
di trattenimento, t dar qualche pascolo ai nostri 
pensieri , a cui aiuna umana filosofia pul> tnetter 
freno P Bisognava pur dunque , cfae quelle onticfatf 
|)opolazioBÌ qualche via trovassero di fuggir Tin»- 
zione e la noia. II naturale instinto dell' uomo so 
ciate invitava gli uomini della stessa contrada a 
ragunarsi fi:a loro ; e la pisrte cfae ognuno aveva 
o pretendeva d* af» nel governo i gliene dava il 
pretesto e V ocoasione . Per questo riguardo tro- 
viamo cfae nelle ciuà Italiane cosi de* primi tenN 
pi di Boma^ come ne' mezEùii secoli, abitando 
pur ^ UDmiui stréttÌBHftiàmente ed a mal agio in 
^'valo , amavano le pìanze e le logge e i pub- 
blici edifizi per far raguaate • Or , chi può mai 
limmagìaarsi oome coteate adunan» di persone fé- 
nMìi e baldanaote e Jibere per la natura del go- 
verno» potessero passarsi sen» far il sindacato 
de* comandanti « senza sparlar de* popoli vicini , 
senza un desiderio òóntinuo di novità, e senza 
progetti infittiti di riforma dì stato odi guerre (i)? 

[i] L* not» per te tlorib d'ogni tempv, Ae tuu! co- 
loro cbe ^DDo voluto introdaire nelle città libere o prin- 
cipato .o tiraniiide, anno procurato di divertire la plebe 
con gli tpeitacelif e la nofiiltb cab le Heiie « con le'cott* 
parM e col fatto , e tnlti generalmenie « colla miieria o 
col lusso; affiatile i trangli e le occopaiioDi domeslicbe 
poco spazio laniaiHTO d' ÌBip«cÌKrsi delle ce«e pubbliche . 



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84 Delle RivoluzÌoni d' Italia 

La gelniiia D.tturale , e quel genio feroce di liber* 
tà , e la cupidità drlfa preda animaTano del con* 
tiuuo alle imprese Tua popolo contra T altro; e 
gli uomini s' erau talmente assuefatti alle fatiche 
ed ai pericoli della guerra , che lo stimolo della 
gloria e la cupidità del bottiiio superavano ogn' al- 
tra considerazione: non •■altrimenti che si faccia- 
no i giuocalori , i quali trovano sempre un vìtq 
jMac^re nel giuoco ( tuttoché rovinoso di sua na- 
tura ) perrbè o vi sono allettati dalle passate vin- 
cile, o animali e caldi dalla speranza dì rifarsi 
un tratto . Tanto minor maraviglia ci dee 'parere, 
che fossero date alla guerra , come a mezzo ne- 
cessario per sostenersi i quelle nazioni le quali o 
abitavano sterile ed infelice terreno, come una 
parte de'Volsci, e de* Latini, e de* Liguri ; ® 
ohe pel sciverchio numero delle persone mal pò- 
teano nelle angustie del proprio cfHtfado campar ■ 
la vita. Famosa e veramente moho notabile i la 
nsposlB che fece Brenno agli amb^ciatori di Rov 
ma , i quali domandavangll qual torto avesse là 
nazioD de' Galli ricevuto da* Cbiusiài , perchè egK 
si fosse mosso a molestarli con aspra guerra . 
it Questa ingiuria, ditseBrenno, oi fanno i Chiiir 
» sinì, che putendo eglino abitare ogni poco di 
« territorìu di paese, t'animo loro idi volerai 

Ed è non mtao evidenle che la itaiu condìuone- de' teoa* 
pi e ile'cotlum! Maticbi , lanUDi egaaloente dal iauo e 
dalla luiuria, reodeva via più ineviubili k pubbliche di* - 
sirazioui, e'k agitaiioni di stato. 



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• ItBso I. Capo K. ' 85 

» o(!cupar pure ansai; ed a noi fores«eri . : che 

• siamo molli più e poverissimi , dod ne vogliono 
» ftp parte alcuna. Io quello medesimo modo, 
» o Romani , fecero anche ingiuria a voi prima 
» gli Albani, i Fideoati , e gli Ardeati; ed ora 
« la città di Veiento, i Capenali, e molli popoli 
. de' Falisci e de' Volsci , contro i quali voi mo- 
» vele le TOslie genti : e s' eglino non vi fanno 
» parie delle cose loro, ve li fate servi , li. ro- 

• vinate, e spianate le città loro; e ciò non vi 
» pare che sia cosa ingiusta né fitor di ragione , 
» ma imitate U legge amica, la qual vuole ohe 
» le cose de' minori sempre si dieno a' maggio- 
s ri, incominciaodo da Dio, e finendo sino alle 
» bestie le quali anno ancor esse questo inetìnto 
n di natura, che i possenti abbiano molto più 
» che i deboli • (■) . Se queste partioolariH che 
ni vengono da Livio e più distintamente da Plu- 
tarco riferite, aveano «mdamenfo nelle antiche 
memorie o di Roma, o della Toscana; bastetefr- 
he por questo a darci argomento che il diritto 
pubblico degli antichi Italiani sentisse del barba- 
ro e del ferino . Ma dove mai furono al mondo 
le nazioni si incivilite e sì moderate, fra le qoaK 
la più potente d'uomini, d'armi, o di denari 
non presumesse di dar legge agii stati più piccoli 
e Dien potenti? Que' nostri antidiì operavano con 
più sempliciti , e quindi ancora con più feroci 

. [ii.r'u. io.Cwiilv. . 



ovGooglc 



86 Delle Rivca-uziONi d* Italia 

manieré e più sohietta baldanza. E come non ti 
Tei^ogaavano di far tiuuiifpstq !a cagione che 
griddnccTa alle armi, cosi noq «i astenevano dal-' 
le bravate, e dal vantar la forza e il valore. E 
eh) potrebbe, a parlare «eoondo i primitivi det- 
tami della natura, condannar un popolo pìea dr 
coraggio « di fcn^e, che voglia, anziché morìrsì 
di fame, costringere ^tre dìizìobì a fargli parte 
del soverchio cit' esse ^nno? non essendo ciò altra 
cosa, che ricorrere a quell'equità naturale, l2| 
qnal consente che si reputi (^ni cosa comuno 
nell'evidente ed assoluta necessità. Ma, a vero 
dire, troppo è difficile ^he gli uomini stieno con- 
tenti a giusti teimini ; e per^ te liti , e le guerre^ 
e ogni genere di dispute 9 à\ contese, di rado 
vanno esenti dalle ing;iurie e dai torti . 

Per tutto questo non abbiamo da credere ohe 
senta riguardo alenino a quella comune l^ge 
ch'essi ancom, al par di noi, ohiamftvaio ra^ 
gion delle genti, ad ogni caprìccio di comaDdan* 
te , o impeto di popolo sì venisse <x)sì subitamen- 
te ali* arini ed alle offese ; né che si IrìdasraaST 
ser d'usare gli opportuni tneszì per levar via le 
cagioQÌ delle guerre. Quegli stessi Galli, a' quali 
la storia mette- in boo(:ci ooei fiere massime e sì 
pòco civili y Don per altra ragione sì mossero 
•' danni di Roma, se non per Io sd^no cbepre* 
tero al veder gì' inviati di Braia , contro il di- 
ritto delle ambascerìe , vestir armi , ed entrare in 
ballaglla nell'esercito de* lor' nemiiiij a tuttavia 



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uno 1. uipo IX. 07 

don veniMR) alle ostilità prima d* aver fatte ìatan- 
M alla repubblica di Roma, perchfe i violai 
della rafpnn delle genti fosaer puniti . E que* tali 
ordini feeialt che si praticavano io ocoasione dì 
minaonare e d'intimar la guerra^ o di stipatar 
paci , cnnFederazioni-o (I(>dÌxÌonì , donde hitta la 
posterità prew motivo d' innalzu« al ciftlo I* equi- 
tà de' Romani, erano certamente cx)mum ad al* 
tri stati Italiani (i); e i Romani furono forsv 
i]uelli che gli usavano men francamente. Onde 
fij detto in più d*ua lut^ dagli scrittori mede- 
simi delle cose di Roma , che se i Romani aves- 
sero dal cantn loro mantenuta queUa fede che 
pur dagli altri esigevano, la ^gnoria d*[talà non 
sarebbe toccata a loro. 

GÌ* instrumenti a atti pubbh'ci di paci , d'al- 
leanze e dì vanteggi , dob si compcmevano ve- 
ramente con espressioni rìoeneate e troppo sottil- 
mente pesate, ma con semplid e sdiiette parole; 
e in luogo di pergamene e d' archiri , s* iotaglià- 
Ttmo in tavole, in ban e in oolcmne di l^oo, 
di pietra o di metallo ; cbe restavano dposte alla 
vista d*'ogmino in loogbi pubUiei, e per la più 
parte be' tenìpU (a). E a dir vero, appéna, ti 
trova esempio che per sofistiche interpretazioni dì 
patti stabiliti una vdta, si rompesse ' l' accordo 
ira due nazioni . Né «wtumsvasi in quell'età di 

{i} Dion^i. Balie. I. i, e. 8. t- Ut. K 8 in fin. 
lì] Dioo;i. HaUc 1. a, 3, et 4. — Poljt). 1. 5, 
e. 36. 



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88 Delle RivolMioni D'ItALiA 

mandar le ambasciate con. tanta solennità, e oon- 
queir apparato che s* usa di fare oggidì; ma an* 
davano per le oo^rrenze emettenti gli ambascia-r 
tori da un popolo air altro in poco più spazìO: di 
tempo ,' cbe non sì madderebbe ora un corriere .- 
Per altra parte, le corrispondenze cbe s'intratte-- 
nevano fra i parenti di nazioni diflerenti, o i 
mercanti che per loro interessi soggiornavano qua 
e là in diversi stati (i), servivano alle volte^in 
que' governi liberi e per lo più popolari , a far 
quegli ufììzi cbe oggi fanno i ministri stranieri 
residenti alle corti de' princìpi. 

Ma finalmente, siccome non v'h dubbio che 
bene spesso riuscissero vani , o ancora .si trasea- 
rassero gli spedienti opportuni che il genio allor 
domioànle potea suggerire , per mantener la pace 
e gli accordi; non dobbiamo credere che le guer- 
re , ad ogni modo assai frequenti tra i popoli 
dell* Italia, fossero anticamente ( voglio dire men- 
tre duraron fra loro una certa eguaglianza di sta- 
to,, e quegli antichi costumi che già si- sonoia 
parte spiegati altrove ) si rovinose e crudeli , co- 
me poi diventarono quando Taquila Romana- si 
diede ad insanguinare più aspramente 1* artiglio, 
e a volersi divorar ogni cosa. Dionigi d'Alicar- 
nasso, guida principalissima di chiunque tratti 
delle antichità -Italiane , può darci materia d' ar- 
gomentare quali fossero le guerre che soleau farsi 

[i] Liv. a , 4/ «' C- 



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Libro I. Capo K. 89 

in Italia . » La gue^'a , die* egli , che nacque 
» ira que' popoli (Latiifl), durò cint^ue aoDi.in- 
M teFÌ,.e fu come una guerra civile -e,^ fatt4 al- 
s i* usanza antica ; perciocché niuna delle loro 
V città fu espugnata ,. né ajbbattuta, né ridotta, ia 
D aervitùf ne oppressa da .alcun* altra intpllera- 
» bile calamità, ma saltando gli uni sul territo^. 
» rio degli altri in ani maturarsi, del grano, e 
« saccbeggÌBudo il paese, rìducevano. le ge«t!. a 
» casa, e scambiavano i prigioni « (i). lofìoiti 
luoghi dello stesso Dionigi , e di Livio , e di Plu- 
tarco, presso i quali, nel raccontar che fecero' le 
guerre de* prìmi Romani , - leggesì passo passo , 
chi; la gu»-ra sì ridusse a modo di -latrocinio; ci 
possono conFermare ia questo pensiero, cioè, che 
le guerre si facessero bensì tra Pus popolo e l'al- 
tro con ferocia e cou certa rustica e villaoa bra- 
vura , ma senza crudeltà e però senza, molta di- 
4truzion dì persone. Un general de* Romaoi, esor- 
tando i suoi soldati a menar le spade addosso ai 
Galli , riguardati come nemici strani e barbari 
rispetto alle altre nazioni Italtaoe , andava d(cen< 
do; « che state voi, o soldati, a fare? Qui non 
» M combatte con i, Latini o Sabìm* i quali, do- 
ti pò la vittoria, da inimici voi ve gU abbiate a 
R far compagni. Noi abbiamo prese le armi con- 
» tro fiere selvatiche: qui bisogiia avere del san- 
* gue loro , o darne del vostro » : (a) - Parol?,, a 

[I] Dionys. Halic. I. 3 , e. 8. 
■ [3] Liv. 1. 7. p. 599. 



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90 Delle Riydìv^oni s* Italia 

mio credere , tfoppo notaMlE per ' farei argomen- 
tare che dovp pur fòssero fra gì' Italiani ostìoàto 
le guerre e sanguinose, gli fletti distruttivi di 
quelle si termioavaso ne' fatti d'armi, e nel prì-> 
mo^ furor ddla pugna ; e 1* intentò de* combat' 
tenti era di vincere, « non di>litigg«e ì lor nc' 
mici ■ 

Se la condizione degli scbiavi fosse sfata ne^ 
più antichi tempi qoal fa dappoi sotto gl'impe- 
radori Eomaui e poco avanti , e qual* è ancora 
o^idì ne* governi dispotici dell* Oriente e del" 
r Africa , troppo pW/e e depkvahile sarebbe sta- 
ta il destino delle genti Italiane , ciascuna delle: 
quali avendo il nemico: pressoché alle porte d( 
casa, e trovandosi così spessd alla schermaglia Itf 
nne colle altre, ognuno era oootinuaDiente in pe- 
rìcolo d* essere fatto schiavo da' nemici delta suaì 
patria. Ma, oltreché sarebbe diffioit cosa a per-' 
suadersi che potessero essere in gran numero i 
servi in mezzo a nazioni per la pìik parte labo- 
riose e frugali , « lontane dal làsto e dal lusso ; 
non oi mancano ragioni di credere ohe i più de* ' 
servi fossero di nazioni straniere e barbare, o al- 
meno che il lor numero s'accrescesse piuttosto 
per r intema moltiplicazione da' maritaggi degli 
schiavi stessi , che per le catture di nuovi uomi- 
ni* che si facessero n^e guene tra vicini e vi- 
dni. Dall'altro canto, è cosa assai maojfesta che 
la schiavitù domestica era allora troppo diversa 
da quella che s' ebbe dipoi a patire ^1 superbo 



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Libro I. Capo IX. 91 

fastidio degli ultimi Romani , i quali dopo che « 
vìder giuDtt a .qtìell' alta seguo di potebza, cheli 
fece riguardar còme nati al ccnnando del mon- 
do, s'avvezzarono sin dall'inezia a trattare gli 
schiavi eh» loro veoiano da straBÌere cazìoai , non 
altrimeotì che si farebbe drj^i auinaU di sperì* 
inferiore all' umana ; e con ogai genere di cm^ 
deità gli stradavano veramenta a guisa dì pecore 
e di giumniti. Ma gli antichi usavano co* serri 
poco meco che con gli uontioi loro eguaU (i),' 
in tptel modo che ancor feono og^àì le persona 
Tur^i co* loro (:^)eraì, o le buone e cacìtatevoH 
gentìldonoe con )e fiintesche. Se cib non fosse sta- 
to,, chi potrebbe non biasimar altamente Tiira* 
manità de^' primi legiìdaton Bomaai, j quali pern 
mettevano a' padri di vendere i loro 6glìuoIÌ una 
alla terza volta? O che bisogno vi poteva esser» 
di far leggi cosi, precìse ni questo particolare , se 
rare vdte fosso avvenuto il caso pbe i padri si 
recasero a questo termine di dare altrui in ser- 
vitù la lue prc^e? Conviene però credere che fra 
gU antichi Italiani la so^ìtìi pon fosse altrimenti 



[i] a Inquel tempo s'uiav* grande umanìU verso i 
■ «ivi pe' «ervigi che facivaooj vivemìo ioiieme co' lor 
padroni , £ la maggior |)cfM ch« ai dava « uà servo cUs 
peccasse , era ([oeita , che se gli attaccava al collo quel 
legno de) carro, dove i* bppicca il timone, ed era n>e- 
' naia aitoilw coa>eu«, aiscbi luuo il vicinalo lo vede- 
va ; e poi fatto ciò , etfeiido egli riputato infedele da 
quei di casa e da' viciai , era chiamalo forcifero , ' per- 
> ci«Mtiò 4|««1 Wgao 4i cfaiaaw forca a . /Vm.- ir Coriol. 



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92 Delle. Rivoluzioni d'Italia 

un pregiudizio reale e fisico deìrumanhà.noDpiiìi' 
ébe siasi a' tempi nostri l'uso di tener famigli j 
e che per questo solo verso si riputasse uotajbjle 
incomodo V esser serro , perchè il naturai senti- 
mento dell' uomo preferisce la libertà e l'indìpen- 
denza domestica a qualunque. sì voglia più do)ce 
e. mansueta servitù . 

■ Sìmil ragione Eacciam degli altri danni che 
potcan nascere dal genio guerriero di quegli an- 
tichi . Siccome il menar preda era il più ordina-' 
no e ii più ■ prossimo fine che-.aspettavasi dalle 
|[uerre , ognuno de* popoli belligeranti avea in- 
teresse ^di non devastare di troppo le campagne 
de'vtcini, e non disturbarne, la coltura, perchè 
spei-ava di prpQttar egli stesso della ricolta . Che- 
se le vittorie erano segnalate, e i vinti costretti 
a ricever la pace a condizioni gravose, il popolo' 
vincitore migliorava Io stato suo privato e dome- 
stico d'una porzion del contado, ohe si fa^liera 
a* vinti . A dir vero, questo costume di castigar 
i vinti togliendo loro una parte del contado, do-*- 
vea cagionare tali turbamenti e ecompiglt, che 
io duro fatica a comprendere con qual modo si 
procedesse nelle città che »i trovavano cosi puni- 
te, per render eguale con proporzion. geometrìe^ 
a tutto il corpo della r^nbUica la perdita che" 
*ì leceva d'una parte del territorio (i). Mai for- 
se ohe a que' tempi che que^o ooslume durava/ 

. (0 Di radv acodeva ràe. tra .le.dn repuldilkhtf » 



ovGpógle 



Libro I. Capo IX. gS 

la frequenza del male vi fece ritrovar gli oppor- 
tuni compeiui ; o veramente dobbiamo dire che 
a queste condizioni di perd«% il contado si veDÌs- 
se di rado, e che assai piìi leggeri fossero ordì- 
nariamente gli effeUi di quelle guerre. Bastava ìl 
più delle volte al vincitore di . far accorto con 
qualche 'spezie di -vinania il vinto nemico delta sua 
maggioranza . La più usitata vet^gna che i vinti 
avessero a sopportare ,' era d' esser fatti passar sot* 
to il giogo mezzi nudi , e così scornati e vftu- 
perati tornarsi senz* armi e senza bagaglio a ca- 
sa loro . Erano le Italiane nazioni così vaghe 
ed appaflsionate dì ' fòr ' quest* onta dascuna alle 
sue- rivali, che si trascuravano per questo i più 
essenziali vantaggi delle vittorie. £ noi vedremo 
nel seguente libro , come r Sanniti rovinarono sé 
stessi e ritah'a, per non aver voluto privarsi di 
questo così vano, ma, seconda TuDwr di' que' 
tempii fa gioioso spettacolo. 

Io vo tanto p4Ù volentieri rilevando così fat- 
te particolarità,! per quanto la scarsità delle an-t 
. tiche memorie e ìl metodo propostomi pcuAono 



che ai movean guerra, dod {otte pawalo per l' in- 
nanzi <)ua]che accordo, o qualche iraitato di pace o ài 
Ic^sr. PeFcìi i neoiici iu gnerra chìamavangi defectores , 
cioè mancatori o ribelli nel aeDt*> che Jeggiama ia Flora 
1. 1 . rebellavere saepe Sardi. Ora, di questa presuQ£ÌoiiQ 
d'infedeltà e ài ribellione sempra i' vincitori davaa carico 
a' viali; s £<mI; wd pWea non avYeniia che gli itewi vintr 
qon facessero tornar lui capa a, coloro ch« si (Upponeva- 
no gli autori della ribelfiona, i Iridi elTctti dell'infelice 
Sagrr». , . 



D.q,t,zed.vG00glc 



§4 Delle RitoLoaaom d'Italia 

comporCarlo , perché nel firogmuo della prrseii- 
te opera ci accàdèrà d* osservare ud^ immagin* 
còmiglraDtissinia di qUnte stesse! cose , allorché « 
dopo il Itingo giro dì quiodici secoli da' teni' 
pi che or discorriaffiOt per mttto d' tofioìte livo* 
luzioni d* imperi « e iovflsioiii di geoti straniere , 
e stràgli e saccheggiameiitì, e rovine indicìbi- 
li, ritornò in Italia quello stesso tenor dì costu- 
mi che già vi regnata prima che la fortuna 
de* ^Romani facesse mutar Ciccia a sì gran par- 
te del mondo'* Ora,' questa tal ferocità di costu- ' 
mi, la rozza e vilkoa bravura che anitnava cia^ 
scun de' poix)Ii Italiani a voler soprastare , p al-* 
meno non cedere a^ sboi vicini, fu forse la pri- 
ma e più general cagione dell^ uguaglianza efao 
di fatto pur m ntantenno fra lora. Verameate 
niun tiranno* né alcuna nariooe vi era alquanto^ 
più riputata e più potente, che non presumesse 
e non si provasse d'asac^iettare le circostanti' 
|!taziani, e non s* augurasse l'imperio d' Italia. 
Ma niuna pàrhnenti ve n'era sì trascurata e mi- 
sera, che non attendesse a fare che i troppo po- 
tenti vicini non s' aggrandissero di vantaggio . E 
qualunque volta non vi sìa differenza grandissi- 
|na di forze, la stessa ostinata voglia di non ce-i 
dere è fortissimo scudo per la dilèsa , siccome 
r ardente e ferma voglia di vincere è validissima 
iDes2o per ingrandire, E quegli «tati che con6- 
nando con più potenti non si tenean sicuri colle 
forze proprie , cercavano con alleanze di geoti 



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LtBBO t Capo IX. g5 

pili lontane e monoo sospette;, di fan! forti. Cosi 
i Tiburtini che Tolevano sostener la riputazione 
dello stato loro fra le altre irepttbblicbe del La- 
aie, erano in lega perpetua eoa le Dfinetiìd) qua 
dell* Apennino, o Togliun dire co* Galli. C04Ì 
gli Arpinatì inai potendo aoQordani co* SapniU 
Ticini , e temendo la soverdiìt potepza dì questi, 
^* accostarono ai Romani ; e lo stesso fecero alca- 
Ili popoli BfUzi , per far dispetto a* Salentini lor 
confinanti . Trovasi <^ ì tiranni della ^ilìa quasi 
sempre furono iàvorevoli a* Romani 1 allorcbi il 
dominio di questi non 8*erB ancor esteso fiiorì 
de*, confini ^1 Ilario ; tornando ia accooióo cosi 
d^i .uni coma degli altri aver pronta la via di 
divertir le fone de* Campani , de' Lucani , de* 
Bruzif de' TarentÌDÌi e .dello repubUlche della 
magna Grecia, t^qt qwtl volta accadene d'ftvec 
guerra con loro . Vera cosa è ohe assai spesso il 
sovercbio odio cbe I*un vicino all'altro portava « 
li condusse a partiti vie peggiori , che ih» sarebr 
be stato un tristo accordo fra loro. Ad (^ni mo^ 
do, pria che giugnesse quell'ultima spinta cbe 
rovesciò totalmente gli, antichi stati d'Italia, Ja 
bilancia o per un v«w o per l'altro si tenne 
pare assai lungo tempo in tospeso; conciofosse' 
cosacfaè s'andassero di quiuido in quando rag-* 
gpai^iaqdo le partite, a misura cbe da una par- 
te o dall' altra cresceva il peso . E benché non 
tutte le repubbliche potessero pareggiarsi fra loro. 



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96 Delle ^iyM-ozioni d'Italu 

e sempre ve ne -fiuse qualoutla 'predomiozwfè 
( giacché era pressoché impnssibile cbetufte stes- 
sero io egual ^rado di forae co' loro Tìcitai ì^. 
nondimeno, quando l'unioB delle- forze éi mbifi 
rendeva troppo poteate-uac statof gii altri che 
ne temevano, riroltdVaiio -ancor es»i le forze' e 1« 
riputazione in altra paFte, cf^icohé- HvgiOaKlà chfe 
non potea sostenersi^ jfra- bwlti' se^Jaratamente, i^ 
manlvnfs.se almeno &a ckM aazioni efae fossero 
come le principali di- due partiti. Chfr se iltimot 
di tirarsi addosso -una subita guerra icon forze "tff^ 
uguali., ' riteneva- alwne repubbliohe.xkl pretader* 
apertamente p^rfito.,' non 's' ignoravano uè ertraù 
scuravànch aUH Jtpedirati . Era ^aesHat «m -massi^ 
ma di dirìHo piA^bd>f;oeotrHÌQnaeDtoriceTulftt^fiè 
«ìuelle repubbliche fra ' le ' quàiti' -pMsava ' aecdrdtt 
o di piK%'« if-amislÀ'ì'rMtn màiidaueto^tpei^- pab^ 
blioa aotoritii^geots ÌM'iOiiito di diìanque' >^e^ 
se- gUCTTp òi- aloBj» '4i •etm, ÌÌA-:qv«gti. pabì nbrl- 
vietevapo-,ptìPèy, oh& ■ qjiaiunqoe. paitioofeitf pó^ 
tMSe ,an*iB4 a^^ftìo- 'taljanto.: aii gus^ugaar-'toiàt} l 
o f^fiffm■i»fl\ode"»s^ìpolattDzk aiegtt' eMféill W-aU 
tre ;epu|^liahe ^t)'-^»- h rfamj» :à'| i«d«ffjtoapè 
oberi(^gi^Lgt^fi|«riV)f £olienà(iaMéi (oalA-^gió^ '^ 
nè^ò:,é lV^t^^ra>^a^iat>diq-eiidÌb' )st')pisÀdì»^di-~ 
chitfa^v*>iS(igHer«K4l ^iù-.^tpntwv J* «»t>9tldn& 
di^(^^>tein^v4i>ì:r4d9iaBftiiBeo.tD:y 3lt«> Lifid 
■ .*;: W-^ r;-''.- ^' rlì b ^>yci i!.. . r- ■"■:. 

...in I.- -vv,.r.-ì j ■ -. ::■-. ■■;■ : '.■-^ - - 



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IJBRO I. Capo K. 97 

Bft dà io' pnVoehi luogfii ragguaglio ài processi e 
d* iiH^iiisiziom cbe ai lècfro dai Romani per so- 
migtianti Mspetti, cioè a Edc d* accrrtarsi se Ì 
loldati die avean portate I* armi cootro dì toro , 
FavewHo fatto per pubUioa, o solamente per 
privata autorità. Alle neutralità ed alle mediazio- 
ni rìcorrevaei non di rado : né cib solamente per 
desiderio di goder pace in casa sua, o procurar- 
la altrui ; ma ancora per attendere l' esito de'fat- . 
ti d' altri f e con fresche e nuove fòrze mettere 
osta«)lo al rincitore cbe Tolesse portar più avan- 
ti le sue conquiste. Finalmeote* ninno de* sottili 
avvedimenti che o per ambizione , o per giusto 
riguardo dia propria sicurezza pone in opera la 
moderna polìtica , era ignoto ed inusitato appres- 
so le aaticbe repibbliohe d'Italia. Ma la diffe- 
retua era questa , cfae essendosi negli ultimi se- 
coli piì^ ristretto il governo eziandio nelle re- 
fMibbliebe d» portan nome di democratiche, gli 
affari si trattano con più occulte pratìebe, e per- 
ciò aneora con più lentezza; laddove negli anti- 
chi tempi ohe discorriamo , essendo U govena 
più Ivgo e più aperto , sì operava con maggior 
fBpeto e più iraacbeiza. Or, comunque ci6 sìa, 
le COS0 de^ Italiani procedettno pure sì fatta- 
mmt», cbe U più piute di loro maotennero lo 
stato e ta libertà 1 senza sbe per lo spazio dì 
quasi tre secoli interi » dalla decadenza de' To- 
scant per V tavaùone de' Galli «ino agli anni 
quattrocento cinquanta delli fondazion di Roma, 
Toma J. 7 



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f)5 Delle tlivoLOzioia t>* Itaua 

sccadesse in qu«sfa provincia al<maa rabtaiaiKM 
notabile , o graqde ppo£[uÌ4ta , pbp . alferffsw qnd 
certo equilibrio di potenza, cbe ri si mantenevat 
se non che parca pnre, cfer ìSaDOÌti foseero per 
'alzarsi di troppo 90[hb i popoli circonTÌciiii, e iDiV 
pacàaastro 4i sQtfinmHitein «ui& gmssa ..,|MUA», filr 
meno deiraotìca Italift^ , .,. 



■■ .» ■- '.■ ; :q . 



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LIBRO SECO N D O. '■ 

Roììuàia-. • ■ ' ■■ 

Ualle cose cbe « aon ragi'oaate nel precedeate 
libro, nasce satozalmeate nell'aoimo de* leggito- 
ri 1* ansietà d' iatendcrs le cagioni , perchè fra 
^adle tante repubbiiclic che fiorirono in Italmael 
lempo stesso che fioma, quest* oltima cbe por 
hiDgo spazio non fii certo delle priacipali, «a 
poi tanto cresciate, a segno di «oTerchiare non 
por gli altri stati d'Itali^, ma d'inghiottire nella 
vastità sua tatti i reami del iBoado . Ed in verOf 
BÌaao k degli aittìohi scrittori ddla lU^ana sto* 
ria, al quale in qnald^ Ist^o delle opere sua 
■OQ paresse ^neocssario H riflettere alte cagrom 
de* maravigHosi pnigrensf di quella repuUrfiea. E 
fra ^i autori moderai ckc sulle meoiorie dì qn»* 
^ antichi ritrattarono gli stessi fatti, qunls tm- 
Tsremo noi, di^ non abbia qualche parte rieo^ 
piato di dì) che leggeN in tal proposito iti Poli- 
ino, in Sallustio, m Livio, in Tacito, «dinPla- 
taroo -y o cèe non v* jibbia aggitmta dà proprio «7- 
Tedimc'nts qualche riBesso? Due opere singolar- 
nteals abbiano di due £unoi» scriìtOfi,.^ qiMH 



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I Off Deu-b ' RiTcA^ZKua u* Itaiia 

fu oggetto pfoptio r esaminar queste eauKi'iat 
oè il segcetano Fiorestind , nel libro àe'. snoi'iài^ 
seatà flOf>ra la prima deca di Tito Livio, ni- M 
Moofesquieu aelle sue: coosidnaiiciiì BcpM ie «a*- 
ginn dèlia grandezza e decadenza de* Rtoumì; 
uè 1* UB^ né r Altro, per qwA shà n me f«fe« 
di «luestì autori oda rilevarono la vera origine 
della grandezza Eonuma, ÀI aegretaria Jioreiid- 
no venne bensì fatto dì censurare il modemesot* 
to titola {li lodar lUbtico -j. e come.paalioo alt*6gli 
4M de* gOveriH dell' età sua, jasl'Bob s^appòie 
ia più d*un luogo: ma l'^stoto .esagàce «orittfr> 
M» 9 non ebbe nptuie i>aMaiiiti, namni «i oat^, 
^^Awegtim c^ÌB' tttKv <l&j.ailtà i d'Italia r«ranb 
jpratioak) le Atevw^poM, eke in Ben»; ioads- ri- 
jnane ,4ft«tt«via ìodAciMi poetai ^iuttnto i Bon» 
ai,;cihA i^kmt), elico 4e*4Hipolfìd*haIia, W(m»<vÌB^ 
jiuti a. .<pcJia ^Mi4mB. SrtMoB<«qiDeu! dir-pw- 
se in pieciol tìbni «trive ■Msgi.sot^ m 'nde «iutì>* 
JU e -JBteresSAQti:^ pas«ò tv^ppaAeegtrBiBiité laMo*- 
TÌft de' primi seooti eh pfiniB'ùMiquùte .^ ill»- 
.«!«« « iiKofie. pecl> ikIIo- stsBso idi&Mia drii Fio*- 
-«dat)iii9 :. perche egli oqo> è puiMó diFfial* a ka*- 
4D»gìifbn»b cc4tw i Rqnaam, :£Mtt ipadrfHÙ d'JbiIiav 
■mpetàemto U at<te orioni ;^ ma f>N quali, «io es» 
a wno. diivenutìj pnacipali< dTMIiav-'di qu^« 
■oBQ|i^J>OTÌà^il J(fo«te8qai<^^U , .rivy^io tfocndo^e 
^ftel ;«i;o' tnuuei. ed ambiguo <tàio4ae fé*- ^in- 
no iri^po/ffKiii^taeatér-^^ énocn ùwìosòbò 
jdo^tpnègitfdizìo esGencìaìIe'i conuuis ncói 8oh> al 



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LiBnoJl. Capo Ir loi 

|fI«d)ÌMeUi t&Jfl Mont fl iqoieii ^ ma ad altri an- 
■4liraif icbe de' fatti ài Roma àtmo scritto, si è pui; 
Quésto , di, f«-esupf offe eh* ella sia pervenuta a 
«paeUa t^ta graodezaain vigore de* saw fboda- 
moatalMostittdi V B - pM: tetA aaoi ordiai propii 
e,{nrticcdari; laddove egli À^ assai maoifesto ch'el- 
la , non «bb* aiuta. 'ONgÌMria iatìksiioBeit uè at- 
óm ncdiafr>siia 'pròprio e partieolate,' che )a do- 
Tcssero ododUETs a iupecar gU stati d'Italia. la 
fatti , dì la dinùens' tra il senato e la pletie ; 
-nò l'essersi toovata rautorìtà civile unita a) co- 
manda jBÌlitare;'Boa l'amcìr della patoìa, sé de- 
«idoriàidi ^orìa . Eoelto straordinarie , cias fesse 
a', «apìtau 41 stimolo alte graodi imprese , e 
i*s soldftfi pcar jecondwli; ni rispetto «ngolare o 
«antità alouoadi réU^Be^ obe coBteDesse nella 
-dirogóeiie 4b*' magistndi e de' grandi la dit^titu- 
jdiiie, « l'acoendMie d'utile entusiasmo aettebat- 
laglie: ninna, dico, di ^iéste case fit eòa pKM 
prik de' Homani, cbe non sì tròvaase ancora in 
altri popoli d* Italia.' Né tampoeo st debba dii« 
«he fòsse pftipria polillca'de* dbtnajii ìt costume 
.d'abbattete le. città viate, e di mandawi eol^ 
Itie, ed aeco^ere nel ftapncf seno i pop(^ 90g' 
giogati. Cbi i ^he *cà sappia ewers stato à 9m~ 
ticor sì universale e' à ctnaube 3 eoetume ài 
mandar colotùe, che Roma stessa,, secondo l'opi- 
spione più ricevuta-» i^ovtbe a quastD- il suo «a- 
abimento? E quaJ fa mai quel popob eosì inna- 
^« bemga<>, ohe potendo distruggere le-.'cit^ 



ovGooglc 



io± Delle -BtVóUtzìoni d'Italia 

emole, masaìntérhente vicine, noti lo facete-;- ò 
quel pipjpcipe e governatore di sfeto n male ac- 
corto, cbo non procurasse d'aoorescere io iilternS 
eufs forze, invitandovi gli stranieri co* privilegi, eoli 
ié comodità del' tavère ,' e con' le. occasioni di uri» 
gliorar fortuna (i)P Vera cosa ècbeirrìgor^tcUa 
disciplina Valse assaissimo àll'ingràn^oiédto^ di 
qudla i«pubbtica , Ma donde naeque ella Ina] 
questa' dnctplina? £ quando,' e dove rappresero 
i Romeni f Kon s*è già egli veduto -che uod-ì 
sòl) Rumami ma tutti i popoli del Xaziot ht^ ^ 
Sanniti,- i gàbini, i Toscani à^tu :pres96<^bè; gif 
stessi ordìm per le «ose di |;ilerra; chfi tutti erA- 
:$o^|M>poU armigm) e che da p«r ftitta Vl^voà 
vialidis«iini ordinaménti {'èr fiv. Ift -scelta («)? I* 
so béné'che gli 'Scrittoi. BomMif-ttovàodoM «6* 
stretti «, 'bdftr? b milìtw ditn'plùìa di 'aìcuBj> 



[r].'!^' ritrosia e la boria dì oon accomsdate la ciu 
Ufllàaòia òfi' Moderi clié Veii^oùo'a '«Tibilirsf ÌD daii n<M 
Hì9f noù è.texìfiitiiHo ehorn ca^iv Mir^ùao-mcnireCbtf 
tiarao io hMio nato e df jpQcp ponift, ma. bensì, dopo clis 
la gloria Tì^cqainàia ci k tkaifiM'm 'pTe^vAxìooe' t di 
fRad: «quMtQi^ncor non accade -ffturcbe'DQllé re^tabBli-^ 
cbe detAocralkbe jjCpuie, Atfii»^ perche n^ pfiiocigalo ^ e^ 
nef f;overd6 de' nobili giova niaj' sem'pie cte il nntèero' 
d«' tudditi' liberi 'si vol^iSlicbi-^^ 1 ieiw^ 'nti}ihn<r i^ 
«nliWio fii^5x>ll",ajnlff^dpi ^earp» 'l»^W>^n«..di ^i|f ^ 
«rAteott. Ora, egli è da avvè^lire c^e i più Databili ac* 
crt-Kimeotì che ti fecero in Som» coD aggregarci ì vinti 
erAt*.MWWWÌ»'*»cM*l^'fl w"* i* goY«|io -fegjii, f de' 

M./VLiJit i. Ur p. 34èv'-r- V'id* wp. J.. i, e. S. 



ovGoOgIc 



^po4iitir vioioÌB loro emolì, Anno cercatq fli ri- 
«dtar^ xjnella i^« a'tVimain« quasiché gli 'altri 
popcdi- ntflle g»eFM cb' ebbero, k sQs(eD«re .o oo-- 
ibe Ji«iibid-'i>''CDme'.cc^écleratt de*''KomaDÌ, ap» 
pn<DtìeSB«C''da questi le^' leggi della milìzia. Ma 
«^i>è<'fàcile 'jl rieoneecere là vaoità e ftlsità di 
tale ' OMUantnia. K siccome non sì può in ,iiiua 
modi} prcten<}eK chb'i'Latitù ponto 'ìmperaiBera 
ia!' Romani i cosìèooia ipanifìriaariiente dicbia- 
t&ta- perhsBtìnjomaDia degli' stessi Romanii^- eh' es-^ 
fi iàt>I>roMiw. dfil Saimiti partiodiarniente , e dà al-< 
ttì^ p«^i. t'erte tletlàgaerra (i.).. Del resto, è 
éb'^aài genfe* si ,pab J^ger peggio-, p&e iun iwr-. 
6Ì«« ti tasei'batteF^ « 9baragliar«ìpce"far ijiota'e 
dfepefto) si -SCIO ^neralq ;> ebe.le gaernigitinirsr 
Rveltitib a mahoiiiettav osdlÉaeaté -je^- b'trà' ami- 
d»f.«'pa^Bcbe^. alla evj'^ré'a etano {lostè; -fr 
tanli altri ammutinamenti d'eserciti, e ribellioDi 
dì colonie, di cui sono pieni |^Ì annali di. Roma? 
Elftàe-TQJte.ebbMOrl.lVàBwnì'ftisir.gwWra .iq Jt»-. 
Iia-,''thfe'iKftJ^'|tn>'«<«sWoa !fronfe';(*.etcÌtf * ca-' 
pitapia?. ^órò' ibfqHo):^ i. 'Che >e',nBg^' ylij7^i>'ecór^ 
Kv • allDrchè là reftubblica ■portfc le anni ^facfé 
dje''"CQnfiol d* It'ali^,',!., *;l>,!]er9 la ^aat^^fésca,. meglio,' 
iiscipliriata ebe-i .re dair.^fli»^ Ot le: altre p(»teli>t- 
ze d*'BuròJ)a é detf Afncal ■qàgtop •tie' furbnb ^ 

Samnitiius sumpserunt ; et-...qiu)d ubiìjua apud ióeftifi 
ani 'llosufs itìoittlarh pi^f^irtn»-,' ittnt' sup»mà inutiV'domt 
exetjitebanltir . Caciar ap. Sallult. in Catil. ->. '' 



ovGooglc 



1^4 Delle RivoLVZHn^i d* frAUA 

T:irì"e mtìkì disastri '^'ebbero -Ilfi^hieofé '« m- 
sfraer' tifile guerre ItaKcbe, Helle -qnati feeeto, e^ 
dir vero, un (uiign« ma atlUssitao tiroeittie .' Cef 
tstnente , tutto quello-, cbe t/ttmatì aver foivisi»- 
ìt più fbrte viDcoto è la baiae dd militar eomaB- 
do appre!«ò i- Romani, oaoqufr nioD'^tit' dal étto 
' e' dalle oboasioDÌ che moHi »éb(Aì d<^ la food»': 
ziofle di Roma si pr68éntarbtid(i), ma -quasi dal- 
hi -bestialità e dall* am&izknw di alconi capitani i 
talchi tam abbiamo piuttosto a m&rsvjf^inci éfa« 
appresso quel popolo ei'fermas»tre così tardi leleigr 
gi del comBEtdo'O della subordinafeioa milìlaTe, eh* 
à^buirgli xxime singotar lode d'aver ps^ Voiut» 
thè I toldafl e gli uffizicdi inferiori òbb^iesero 
ia' comandatiti (>) . Noi sappiamo iBfdtosiinaqrae»- 
1e, che quelte Ytiassiena fiuta, fkà «aonbrai alta.- 
toente non manco -da' poeti c6iè da' politici (3)> 
CH non riseattar i Mudati prìgictm , -«omiacib a ri- 
ceversi e |H-atÌc«nÌ coMe re^la fijDdaiHental di 
gbverno; aUorobi ^a era dpcisa la ét^rtorità 
de'Romaoi sopra ^ altri r.'ptTpoli d'Ifialie^ Cfie 
'se rìgtiaHiamtJ le'eos» citili e i costumi interni ^ 
XH^iTediamo la- plebe eìi ooòtumace- e ri belle v cho 
per &r dispetto ai grandi « mette a pericolo di 
norie di faiuei abbaudoifando la coltura de'campij 

CO Vide inK e. a. 

i;i) Livio nel ]. 5, oarrand» lagnem JiVeiento-^ di" 
-^-f ttitif edictum, ns.quiì miussti ntgnaret ; . chi; fu dopo 
gli «Doi trecento cinquanta 4r<Ua Ipiiaatione di Ilo^ft. 
■ ■[5> Iloral. I. 3 , -od. '5, —, J^v. J. a , «. 60. 



ovGooglc 



tifino Q. Cak) I. io5 

la. nobiltà dìriegoo», prepotente» e crudelmen- 
te usuriera,; T onesta e , la . pudicizia , cbe che 
sì . decjlOti , tk mal osserratc dall' mio e dall' altro, 
«esso,, cbe ppcbi aI^^ si contano, poche ne' mi- 
gliori secoli, io cui ài quattro o, sei sacerdptessr 
Vestali, non ostante I4 sevefitì proposta, del. ca* 
stiga, alcuna non ne fosse convìnta di stupro;, 
le jn^trone sì mal soddis^tte de' lor- mariti » site 
gli s<a-ittoH .Rpmani non taciterò aver esse un» 
yblta epiBpirato insieme d' aweleurli tatti qnan* 
ti; le I«ggi aipobe.iHii gravi e più utili non. pri- 
laa. p(^e,. nfkft -vii^l^te o. delusa; e i riap^ti e 
§l' interest privati pervertile e sturbare I9. i;ose 
dctl-d^bblicor i^ fQ^HH! * . oomecbè ip non negibi 
iQoUe. cose essem slate d&.co>ViaeDd<uw afipreew 
gli antichi Romtini, ardilo tùentrdÌQi«fW!. aHì»' 
mn boifie ctf» oert^, ^be >e , ^MMJfOi^pt dall' un 
deMati.Ie i^ge i^ a'iwbevMi^ ^^f/fSf^rìascifntt 
dagli sludi acolaatiei e gi^yaiUIi, ««Jroi^rrfnw 
le storie loro con _^|}elje di altri popbli e d*jJfre 
attà,jsapemo appieno ccnvifiti .^ 4ì% ^.Biom^ 
ni, dì<%i ancora de* p^tai secoli, w» £Lu«no. né 
più.vittù né msBO, difstti t ^b® neBevatltfp,r»iail^ 
blicbe o Grecbe,Efl Italicbe; antjcbe 4 Q in, ^ueUe 
cbe ricorsero in. Italia^ dopQ. Gwle M^ai^Ot, p n^ 
gli Svizzeri, o in altre nazioni d* Europa cbe 
M tessero un tempo o si tcggo^ - i^p|Oca ^ eo- 
-tnun*. ..; . " c.-.r ■ ,1 .. :,,: 

Converrà pertanto rJpìtóiiire rfà afM pl*r te!?Ì 
e più particolari prjncipiiV.oingìne 4^1a,gi^B}lezza 



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to6 Delle .ftrvJùtezidirtiy'JTAiJA , 

Rooiana^ e ^-rìoetcfflr 'J^.^agròin' pei' età 
refnibiUìea, ;ÌVb, tento ^pià atoticfae » '^pHi 'pofeiAt 
é fxìtt ffle^id Mdi&ate 'nanòaì d'fìalìa; lAtéties^ 
se sola 'prìocìpato,- e quiddi"' ^ancora st^Sesse' 
n 8U(>:d6mÌDÌo st^rd tàfila' parte dftl ìnotiilo / %o-' 
fila à*.'tempi ^ Rohiolo ( o ibase Rinvia' é'fffr- 
fiomiiTata da luì , o egli stesso prèndere il D&mé 
deUania patfirf, come è 'più probabile) ^tìon'po-^, 
ti: esser altro ohe nn ignobile borgo del àdiUaèo 
di Alba. Ma RomcJo d'aoinio grande-, o per ìa^- 
dola .natia* per aver veduta e "prèso ep^hiiìohé' 
Òii moItflpaeHì leoe"p<ÌDnem 'di forfìlMirst vìÀb «Ìf^' 
fetp^eBsiero' cBe àncfaè aè'VtìJon' pìùt:*ezrf'U*Pri#> 
faoiliriente Dell' atììmo :a'dhiu'dQT.ie supera fsì/'affrr 
di ferada-e di spiritffj ÌÌMéna a''^'"hrSf^'^ 
spedito rpaiTe. natiiraltùente ^ftìfr quésto 'di'dfcfcia* 
l<ai8Ì "ckptT de'-. làorpscitì't' de' faÌHfÌ,:''<ftì^*f&a|i- 
contenti delle terre vicine; il irtim^ró 'tìg' 'ijuatìt' 
d^le repubbliebe e nei ^oWrni -ìiiistì () '^flilVéltà 
grtrtdisMttio. sporse "^' t-gfi' prese 'la' cooè^eitirìl- 
di qufik^e'guéiTft «tumùltò' òMl*' dFgìi ASàoii' 
e the it partito inferiore tt iìhtóXmfTckiWkUati^ 
dblo i Tlncitor'i ) si ritirafiSe èOftd la condotta di' 
Bómotonèl borgo cte'o già tìbiaiiiavasf, 'ti dopy- 
sl'òfa^uQÒ Roma . Cottlunqbe m , ' nitlflb neppiiré' 
degli -serittori Bomaaf testìò mai in dùbbio" ihè'i" 
princfpii di qtielti' r^tibblifih sìeno' starti 'tìttlerftr; 
igniìbiti, e, se debbo dìHò, ignominiosi '.-'K'dòvé-'- 
a noi fossero pervenute le storie delle cose di Ro- 
ma , già scritte dagli esteri ne*^ -paesi ' non- itkov 



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;i 'tlBR0B.:C**0fr.. '■ 'l 107 

•PfSfMi *' ^mapi (i), noi.- troreretamo flS8«9 
pqggioti cote «u (}fit^ste pioposho. Ma quello .clnf 
dM<i' A B.oói(Ho e é* suoi mccésiorì 'V-ttftpottuni*' 
t&cK eresoere efiahdib «enra tDadiinghi^ e^^iow 
lenti , ifì] pf>r avventerà la sìtnarioBè dd" peese.' 
^f^a^asi EoDia in mezzo a" Ibscarii, a^Sàbiufi' 
(fd,;iV£atìà)f gli uni Hcrhfj magnifici^, «'già "in' 
grati parte -éorTOttì- dal lasso; e ^i albi o powri- 
per-qatura* OTillani e rigidi per 'instìlÌtto."l ró* 
dì< p9ma pceWR) tanto' deBe arti è &Ì aoìàiara- 
de' ^^imaBì<f ^oaata pòtea permettere la quatità' 
dello «tafoJg.roj e quanto, iiastara da'" allettar la 
tWfwità p«p0larq d^'.SafaÌDÌ e..4;*d[j*im j'^erifeiiH. 
Ww^'-dèl^atvMt^sritè^ qtieati ultimi ^anto tteoat^ 
p«BÌv:« per ^a,AlÌ«parpe,j |)rtiol:. ia quella guirv- 
sa 4Ì|hi MAomatto' itaati -tet^U '<dDfiK>,'<e' iai £«> 
lecH» U p^agtiiu., oopipQsè.quel sUo nuovo «o-. 
dicft:^! ftUì&awrja dìlpplttÀe^j dai-Tarìe. dotlriae- 
di Qr^'aai ierètwi', «lì /Giudei , é Ai ^agatd é 
fatifiTm^ia^j cbfi .^tpsse- trp^jar . seguaci ia< iutr 
tf.i^t^j^ ^i^fiTse" astte;.' Per; qifedto- fin da' pri- 
n^i./^W* :«ì (wfebijaT'MP. ifl rRomst .giuocbi e. «prt-.. 
ta^olkcbe qMei ts inrìtarooo' da' TtneaBÌ; eàé- 
Osservàzionp divulgata,;^! tutti gli > scritfon dat*': 
l9.£OM>^oinatw>^he le iosfgne de* magutafitti^ 
e le;i«er^6iite dèUa, rMigioDe, e gfì edjfìzi pub- 
blipì; nqq Bfepiza <Ki9gpì|icanga fHbhrìcatì,.!.eonrat 
nella .roKzezvs: di qse* ;e<api, «i'ftceEo cotì àttfr; 



(ij^ Dii^)t BiHiq. in pro«e«i« ÀvItsiÉtt. 



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(0& DbLLE .{tlvciurziiiNt '&* tlAUA 

de'TosRWii. Fé* qóali Hiezzi verse! te fwrsfieà* 
vulgBir ncdto lefìfìanàv • gi»ii ^iiuBkf«oj4*«<»aIdf # 
di ^«le-trtnwvc-altottiMi dalle borgata! <d(i'<[jB^ 
tinì-étde' Sabiri» dovè i^^ imyficqìaìtxM ^^ 
eitti , i? per ~U «aveiilà' ' dc^ ''b(MtBiiÀ'<- wkyaas^ 
^^De'.'ccae ^j;^ dr mdo-e-)^ nitM:fcJne.(K)i^ A* 
gufiti «*AggiugiierMO: txAtì: ooiatù^ Ai -.otn h -«gti 
qtk.'ied io ;ogiiÌ;pjicseDp?^rè!:.ina»> pÌReicJa^. H A»» ^ 
meOa-i i if^vaìiìD. xata taaixni^'O ■eve&eenfé dttàr. 
eoncerKiDa a cercar veatur». -Anf^' l«^ ^tti^lrè^ 
KCcbec! [>o<t|»ilàdi&* paesi 'vicòaiy o d»l Lt^'i}) 



ti' tf 4tliMi«tà Ir» i ^msoi e t La6»i i:'->i'.«BMdVTuer^ aw 
bando per etti si la»iava Ja j^r|iì(rio .^c^'lp '^«^^c ,^'i9"l4 
itacione accassCq' péj\' altn ti ritornaraen'b qlla jniKa., -o> 
atttni.bi^ le*- nflriti,- « «là 4«tle'<lo«°t^'ZibtftÌc tctie in paw 
nuj««r^.si Ifoy^aniy ^«Hl^la »(> 8f!W»»-.P "»«*.. »9; ^ *!?•* 
ntuna ch'eleggesse di topnare alla patria, e tuUcr, fuorché' 
ètte iòle' ddh' RnnaDe accasate DelK éttA Latìiie ^ ktd^n^ 
do i .làficttF, m ne tbrAatoRo a -RotDÌi« U «he'di€^ « «^ 
dera, dipe to storico, quacio il soggiorno dì fiomft ^erai. 
^a(o aile donne. Eraoo'in Roma per àVv^titura più tn^ 
ifatai^'^ìe testai e /piìi^*ptuaÉiaii j.e gli .«ernia» .♦»■ eratt»- 
forse piii galaDtì ,. e pei'ciJt aile femmine più' graditi ^- Or,, 
Ouellif stésse cause cBe r«nde»arto- H sù^iorno dì Roma' 
rato^'^V ^«laM , dcsveano' iovitam gif' «dmM d-''aila- cn''' 
ta- età e A' tin certo geiM«, ed essere «orgepli di^p^al^ 
EÌcne . . fy accorilo « di comiiae; tpe^ tra i Rimani e i La' 
tiif^'*ra:'cauvMimo d*" Miln^càrfe' na -feiMpiu- 'ìh'6ìaD»^ 
Sfivì^ T^iHio»' secondo;, ch^ .|»n;s Titq Wì(V t-ft k '^''^-t* 
eia arlL' e C911 iaaaDitD fece à clie questo tempio^ f 9 tse' 
fibbrldàto piòrtòsio' in- U'dtnà , che ifi àlcdlf attl-o^'in'o^o'' 
iW'Lai^' ll'.y^lg*»' s(ij)eTsti»cmj-pi'«B(JeT>'^WÌi vani pror- 
nostici del t4ituro j ma quello ch'era ceito e preseole van- 
eggio per B«ma , rra' la frcq.uGnaa di vati* gentj. flhe ^c 
Iti iamoN UBtuar) vi ticatanò. , ■>-■■< 



ovGooglo 



V r. tAso II) Cavo.!. :' - ! t«9 

4#i. To3«tiiMi.a de*'Sabinìij<.^><jtedi ai fetOTSMé»* 
9 (qten^tlitef selle cin^ dtsdMidm:ila''jii(rtiC'edii- 

Wttf9 • del «^gìarnf) , « fra^fintfabo' fioMte* 
aF^»«o%ff»olieMl aeH«-nlaeva.viHà, dov*mip 
a9 wcme,d^«aMm àéoolte di Uioa gradir» eAw» 
tf» agK 'onori . mtma igoaira ci» t TarqiiItH i 90- 
i«i d6 gctwdiMimt jrftotaggt alla stata dt'BomA, 
«Biftietoàft^ai'arquiiifoxnttà della ToAjsoa; «ttno. 
ttifcU^ri^itt che l'orgi^iota nofaìltii del puae is» 
«eT»'£ loro. £ là iàniif^ CSsiidìa per f/sn (^ 
vili latoiè il paese de' Sabiai , e vease a stabilir- 
à a Roma ^ «eguitatii (a <]uel che si racpqtda ") 
^ pi^'dii^ciiiqaevBla tra parenti , ramià* «elienf* 
M-^^iJt. Tiwte 'qtìtelie tdàfc , e thoho (riù-fe itfeérìe, 
g.' Tq^ti^ Je seoiiKiie «opra i TÌcioi.. dalle, quali 
iMi''pcipola«cto>f act«IlÀ 'di tétitarìeri « di ribaldi 
e.^^^^iti mal' «i potèa. eoufenefé, non pot^ooQ 
S» «L^moàoa.irììé «BoìMrff eootrcP'i Rooiain l'^odkf 
rf hi]ÌHÌ(^jli( 'di oghi'pan^';i,'S(a queslfe IniiftuuT 
ai» pi'ii^oatD .^4»v ad aeeie^ien! quello statio, olia 
ad afcbattét-lo ; perpccÈè 'là ftiòftaiidibefin da-pritì- 
dpioctowU^ ativec^ani all'ansi, e «tar allaguar-, 
dWp-tì>sèt; ;■' V- -■ ' •■ .■- ■■- ; ■ ■ ■■■■;-■ ■ -^ 
JSc^i ,v' è dìibfeio^ -e^ se aleuoo ài)' popoli con- 
fisanti f o ^escBbi o tjattùlo S^mi; sì fatte moa-" 
sò<;BiiJpii, Hom» eon ,tutie 1é forze unite 4^113 «a- 
zifloe ^ qu«il«i 4^ttètai*bbe È Wa ia< Inemsf tao ^ 

\t) IiJT. 1. I. — PUt. io 'Suk. ■ 



ovGooglc 



«Uitote e dispensa .Ma: comii aì^ncn* d* «db' 
«àrioicke.gG oomiDÌ notfii maitv<Mo j^aiì finti» 
^ei poripoH e iaaài atout, {teticiJ» t« isgìune r^lt 
Ì8fiese«he i Romafli ^évas* Vnoiaiv un nutì* 
leraaoile anni io manO'ad inhriobétf quelli :clw 
I9 àaatÌT&ito;-eirade volte qiiirifar'eìHi'ebfemdBa^ 
SK^giata^i poteva soBevare: due^o tra-^alMei'itb tktì 
piìt.'idJEómte.-quaiitiloqu» della sdtMB Mieìsw;-Ailà 
gU Aretìsi « ì Volatcrraitì., ptìr esempio ,^0»» ai 
pcvaieyaBo f^v^ briga de' Veìot«fÌ> -fiiin^rH^ 
di Piperà»/» d' ADBgB^g'impMciavkio 4mi(^ 
degli Annoti p de' Tiuoab»^ ^qiaààfìi^^md 
fiwNmeatB . per - la vicinata del ' perioslo ^ >r j bevane 
so"f>en'^ fiparo' al terreirtfr.^'cl*«Av»ifaktet»» 
•etato e fncno,- ooQ ìótooo-ii «enppvBdd dwwi«* 
viiartire fffae i primi ppsii rioletUi cba ilèMFo< i- ft*« 
mani, e le prftae g^rre cfa' ebbom aiHHtoiKr^ 
oontro «fu cercava di vendìcnsì) DÌére> itttf aico- 
KEQt- pra»cnte'<^e.Ìa nsoeanfà '(!li'i£»mf& «' mi^ 
cpee^oranD per Io pi6 ntioTO «tion^ a c^4é 
viqlefaza a àuoiEa rapine ^ìtotto spezie dì v^dieàr 
set ttcB» -delle ricemte «Site > Dal tfae^scé^à ùiic 
pngÉessicmd- iofÌBJta di 'pié8JQli-acqutMiV''fieDfaèea» 
« diVeiràsm potenti da pt»Mrbe ifor d»? i&a^Wj 
E-'se tolTOhapartivaita Tf^ da' icetittci' , iresti 
tali dmv BOP ^toeraDo zittio £hS' irfiXsr- la ktré 
feiDdftt^ e stÌBiniaf'gli a maggiori sforzi' [mr^nstò* 
tarai <iCQa. ptii' .feKci jnprcse - delle- -patùtte? 'petéité i 
Io' ftob'C!fedo:|K'ter dare- piò |^iBla> ìdf^ad^^Ià'sOF^ 
le ch'-el^ la città ^^-JB^ijim, 'CÌie iGàr^fatrsgoDè 



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.V. /.. Libko.il Ctf ti ti.,'j Jii 

dti£>^ cbe Tediamo. tutto ^nu> «fEtenire tra j 
iDsgoriaDtì, fm* quali colora che cominciaroiio 4al 
«Smte, àiventiao col, tempo necfaùsimi ftr .qùer 
■|«j stessa ragione', fffirdiè |ioco'.o; uulb .^ueano di 
e^it^e] laddore moltf de*JÌoclrìrìdaeoDiiaLtiiaii>- 
te^a^wi sitesBpi pércioedii i primi -.forzati, ut'lak 
pcipQÌpii :A.cam^an d'àndattiSa. C' éi .Tifpsraùff f • 
4i''JnacijB ÌQ- maan a. mrttei;- «profitto ognipicoo^ 
lo Mxaavì t pw molto «ke .abUano .aoricc^U)^ % 
teag^o tuttavìa. 1! abito defla fcàgalifà di - lisparf 
n^^.^ e di n9D,diiptezÈare:<le oscauomicbe alfa 
JAdustpta; ,Ioro si preseniano di.ikr ^guadagni. Qùr 
iff.» TedopoJe famiglie atrarÌocb)>e.t fina a tan* 
to «bè.Jo.MisADCcbefDli facollà .Doa potendo a 
iqtPti d' impili» ì coatumi e iniuparbire i pòsx 
s«94mH.« ttitìoade a poco a ppoo'e^ii petùo» nd- 
]a.]DÌiHtBa. . ■ e ■■ ■■■' *'■ ' ' ' ■■ 

-.... Jtver(t.feclici^nè ì RomAoi laadaroaiD. di {>n>>> 
Vig»r» gli aiuti, altrui, oè i toc TÌciai , pii; quan* 
^ 'm^i^ pml/BBCto fl„Roin^ , patcrona '«dimeni 
4{tUa«oc4t»itivd^ oollegar» con esso lot». I/pb* 
j^ deJ.nQfoelLftt^iio divisi ,. come $Ì-i din»Mra>> 
tp.> ìA. i^'ti^t]^ pcincipalì càzioaì, Vol«à, £gtii| 
£f Aki^ a t^i.do j-itcìMef)» oDiDR propri» iil^o* 
In»,^ X4Uni I guerreggiando» peTpetaàménte isà 
1^ , '^*asdftvàDo,;di^inftiio in- ipaaov se iioii dì- 
•te^en^o e corauni^do, ^r^amcote dbbattaodd 
ÌD tnpdPr choniuno di loro potè mai acquistara 
«ta^LipjtptA^tfto flo^gtoraotsa sop^a .dfglìr-akri-. 
^(%^arji che ;ipootaiwaineQte o, titati pier'tivrzi 



ovGooglc 



ria Deujì RrFouraiom d'Italia 

doreano avH parte io quelle guerre, due vui- 
taggi vi troraroao eoneiderabilì , nascenti dalle e»- 
gtoni medesime che pareano a prìma vista recar 
loro dei pregiudfzib . Occupando etsi una parte del 
Lazb, avrebbero dovuto, ptx ragion del hingo, 
euere guardati come membri e consorti della na- 
none e dello stato geoerale de' Latini ; no. o per 
la novità e r ignomìnia dell' origin lo», o per lo 
VK^enze che usarono ne' loro prìn<npii,' assai chia- 
ro risulta dai loro annali, cfa* egK erano odiali; 
disprezzati , e rifiutati dal comune consorzio d^H 
alfH popoli. Talché, sebbene in processo di tem* 
pò, per le pruove ohe fecero con felice 8Ucoe»> 
ao , per orgoglio e per interesse ricusassero d' u- 
guagltarsi cogli altri; iu sul principio noadimMo« 
piattosto per- necessità che per voglia cbe ne aves- 
sero , dovettero Jar capo e corpo da tè soli . t«ad- 
dova gli altri popoli eomponeifti una gronde e nu* 
Sierosa Dazìoue, potevano far Causa comune di 
tutti, o almeno di molti ioiìeme. Vera cosa è cbb 
fia queste vtirìe rei>ubblicbe d* noa cola nazione 
«ano inevitabili le ji^osìe; e due' impedimenti 
^Ddì nascevano ali* ingrandimento, ed aile cm^ 
quiste: l'uno, per la difficoltà^ d' intraprendere di 
eoDuiQc ccwsentimento e co» eguali sfbrzf le guer- 
re, e d* eleggere fra tante' distinte oiimuoità. un 
«d capo cfae le amminiitrasse ; l' altro , per non 
eatw pottìbile di spwtire g!i acqubtt cfae m fa«er 
vane^ la modo da soddisfare proporstoBatameote 
a -tut^ i . membri della^ eon&dH^zione '. Dal, cbe 



ovGooglc 



' Libro U. Gap* 1. ii3 

WR^e oascera ehe pooo stìfftolo i più de' cbllfr- 
ptì pofeaoo svere aefitnar selle fazioni di qkftl- 
triie rìh'evo. In fatti, poco pHea importare allo 
ìtatd gAHtale'tle'TcMeàiH' o degK UmbH V acqlii- 
•to'd'ud boi^ o di un «astrito; ^owDdòsi pafTir 
fra 4ie>ci o dodici Tepnbb^be, a daictioa d«^ 
^jotkU' piccala parte ne pote^ toccar in sorte, e 
f^r^ pìecefisdma'pQtwne tt^partiliolari', fiFa*<]uà' 
ti 'dovw<Rtu-MiddivIdeM'. fé ecco 'dood* ^berò 1 
Bomatti*<«fngDlar' TàiTtaggio Sopra tutte h repub- 
bfislie'OdfifitKUiti'^'Vfeiae. Frimieraineiite, ven- 
ae-^uaii «empMi Ittr fstto d'aver il gorèmo- delle 
gmm ch*~esn fkeevano te compagHi» d* altri -pò»- 
poli e ptmiifèì quanttiiKpie i Latìar avénèto' ìoeMo^ 
» fooigbi'maggiw wufaero'^di' persdotf , che- rida 
anno iteHa citt^' e tnd tèFTÌtorio i£ Efoma-, a che 
p««afb foMe'pìà fittile » levar ibldatì i»A Ì lAìS* 
BJ p efato #a'ìtomanI ; era nondnAesd più agerdìé 
a qit«Bti uMdil '1* aftfnae' ifeomAiido, peKhè Rich 
Ma" era:wr»ff dubbJo'^'ebffianftà'niaggforè <Air non 
tbMé oiesoMo de* pòpoli o- tacili o'EAiìcff^ dalla 
patta ' de' ^nftli'tennlirooRKnàriainébte MUo iftam ; 
Qaàii altro Moto'; ogni <pìofe^(r idlàrgatAento di tei> 
i4totTO -ar«>4ì '^ailde'vitfevo : e to nelia- òonC^a' 
ziiMe>«:«Kti9fcn! dBtI#'feTfe''éfae' ù' tD^ievaoa si 
Tàiti ^ iHHi'tMti i oftiadin «nvano uà dgude e'-pn» 
pbnsoBato '^uada^ò ì'tn- prcnttavaiio adògni tao^' 
dn t gMiri^, eì nobili» tf qatfli -che areanó fò 
tttXo ftfr umim; fi éte bastava per atiimai^U, 
e stitoc^ai^i alle imprese . -Vkt nixt ' perdei!^ il 
Tomo I. 8 



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ii4 Delle Rivoluzioot it* Italia 

vantaggio che nasceva da questo interesw ooù con» 
centrato ed unito , e perohè il ■ popolo Romano 
non si diramasse in piti stati , come le più dello 
nazioni Italiane aveano fatto ; sì trovò semfsv fìa' 
capi del governo chi bastò ad impedire che n 
mandassero colonie sì numerose e ra^^rderolì, 
che avessero pereto da partecipar del comanda '< 
Questo punto di politica fu spezialmente e con 
sommo calore discusso nel senato e appresso il 
popolo, allorché, prelo Veiento dopo quei lungo 
e memorabile assedio , proponevano alcuni , che 
si dovesse colà mandare una parte del senato: e 
del popolo, che vi rapfveseatasse parte della re^ 
pubblica ([); la qaal cosa quando fosse aweni»* 
ta , sarebbe stata, se. non la rovina di Roma, cer- 
to UB impedimento insuperabile alla futura grao^ 
dezza. 

A questo vant^^^ un' altra cosa s'aggiu»t 
se, la quale, bencbè pur sembrasse render Iaconi 
dizioDe di Roma mollo inferiore' a {vessocfaè tutr 
te le altre città d'Italia, in forse la veta ed uni^ 
eà cagione della sua immensa fortima. 11 ntocha 
i' primi Rcmiaoi presero ad aiàtare, fu, a dir ve* 
ro , il meno atto che potesse eleggersi per ^bbri^* 
carvi* una grande e ben (ffdinata e fotte città; 
pociocchè non era né un piano da cingenì di 
fòssi e di mura, ne un peggio elevato e monito 
dalla natura , talché potesse da poca gente guardai» 



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tiDRO li. Capo I. \ili 

ir.àtféaéertà . Erano sette od otto uraìU colli uno- 
vi(SQD all' altro ia juodd , che ciascuno di essi iioa 
era ne di bastante spazio per una popojazion au- 
taaoaa.^ nh fatale a -difeddere da coloro massima-i 
ineote , che -ne occupaitsero un altro . Miioirgli e 
viagerli tutti di prìmo' tratto sarebbe stata opera 
piuttosto matta t che praticabile, mentre che ap- 
pena milioni. di persone poteano occupare così am- 
pia sito. E benché si tacesse: del moute Capito- 
lino , o sia del campidoglio , una .specie dì castsl-< 
lo o cittadella,: con tatto questo fu cosa subita- 
tneote manifesta non .meno al popolo cbe al se^ 
aato, ohe ;non poteva esser difeso dagli assalti 
de* finnici da> muraglie e rìpari , ma dai petti 
de* dltadini; e però ad -ogni moviinento di guer^ 
ra si mandavano tosto eserciti in campo v e siau- 
dava ad incontrare il nemico prima cbe s' avvi-* 
einaasealle porte. La plebe . codarda era per que- 
sto sempre stiou^ta a lasciare quella città , e oc- 
aipame qualche altra. piìi sicura e munita. Né vi 
volean meno ohe il credito e ^autorità del' gran- 
de ed. immortai Camillo- per .ritenerla da;qaella 
furia, dopo cbe:Rodia era stata presa e- poi a 
gran pena- riscossa dalle mani de' Galli ., M^ i 
principi 'dello stato, -conosciuto il. vero interesse, 
e riflolutì di non abbandonare la primìeca . sedq 
della repubblica, si applicartmo a tener il nemico 
kmtano.il più ehe si potsa dalla città « ed- aliar- 
garne per questo i confini (i) * 
{!> Liv. 1. 5, e. 5i, 



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tiS Dellk RivoLtrziONi D*>rAwA 

Manifesta cosa è che un'armata (spezìalmen* 
fé quali erano quelle delle piccole nazioni , 'coa» 
poste dalla moltitudine de' cittadini ) qualmiqiM 
volta sa d'avertile spalle un ricovero sicuro odi 
scoscesa montagna, o di dttà ben munita , al pri- 
mo tuHs'amento cbe nasea nelle battaglie, si ^à 
più di leggeri alla fuga; ma al contrario la ne- 
cessità costringe ad una ferma ed ostinata i«8t> 
utenza quegli eserdti che o piccolo o DÌunrifugio 
anno a -sperare , cedendo il campo al nemico . V-e- 
ramentej per qud che io etimo, fu questa la più 
giusta o&wi'vaEÌoae ohe. il famóso . commentatore 
della prima deca di Tito Livio abbia fatto in lo- 
de della politica de* Romani; oioè l'arer essi [xro- 
curafa) che le truppe loto fossero spezialmaatr ec- 
cellenti Bel combattere a campo aperto: pnvbè le 
-b^aglie campali scmo a preferenza d'-ogn' altra 
operazione di guerra, le più decisive '.'Dobbiamo 
avvertir nondimeaó , che nello «tcssot oaso erano 
.. le armate Romane, e generalmeoCe ' tutti *ipapdi 
che abitavano a borgate, come i.lLàtimxs i-San- 
niti , i -quali forse per questa furono - getieralmen- 
te n^oiori in guerra agii alta"! Itàliam . Betidiò 
essendo ■ così gli uni cbe gli attri Aurati « fer trìu-f 

■ cea n faaloavdi del petto loro, o almeno colta fa-? 

■ tfea continua e coli' industria , furoóo nella liafta.* 
.glie campali più dèstri e valenti '(>); e- Forse a 
• pcefeceoza degli altri invalse 'fra lci« il' costumo 

{i).Qua pugnandi arta (in aciem) Bomanus excel- 
lat . Liv. 1. 5. - ' . -Il 



=dDvGooglc 



tJBRO ìli Capo I. * '7 . 

Si ^rtf^csre, ogni volta che 9^ accampavano , gli 
^lo^iameDti , eh' erano , per coù dire , quasi mo- 
bili cittadelle nelle frontiere . Ma i Romani , co* 
ffie quelli il cui Btato era P ultimo ed il più nuo- 
vo,, ebbero l'opportunità di profittare dell* csem- 
fso altrui 1 e fermar presso loro eoa più vigore le 
atili pratiche che apprendevan dagli altri. Perciò 
avvalorarono ancora coi pi^egiudizì della volgare 
tUperstisione ciò che la necessità dovea natural- 
mente prescrivere cerne legge prioelpal del gover- 
no , L' opinione che a bello studia si sparse n^ 
jnpcio , che il dio Termino di Rotta non s'arre- 
trava mai , giovò ancora maravigliosamente ad in- 
wra^axt ■ soldati ni^ disastri delle guerre y per 
non essere ridotti a qualche paee disonorata e 
«vantaggiosa . Bra facile il prevedere ehe uaacit- 
itk makmento munita, e in niim modo atta a sostc' 
'ntxe assedio ancbe per difetto di acqua v era iena' al- 
■ '^aao Kampa perdita per ogni pìecolo segno che 
ri desse' A debolena;^ £d' ecco la vera orìgine del 
genio conqtàatailore de* .Roncai, e della fiirxnezm 
loro nelle sciagure . Non v' h dubbio che il Buon 
'««to'- delle prime '-ìmpnise dovea gonfiar df sua na^ 
tafa il cuor de' Romani , popolo rorzo ed idiota ; 
e rendJerlo ostinato e fermo neffe guerre seguenti . 
Cessando poi la necessità di eonqnistarr ed alkri- 
■gare ì confini' per mofivoi di propria sicureiiar 
succedette l'am&izioae de' grandi e de*^ nagistca- 
. li , i qnaK o per cupidità d* arricchirsi di spoglie 
nem>!che^ o ^er eguagliatagli uni la.gloda- degH 



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1 1 8 Delle Rivoluzioni d* Italia 

altri , indussero il comune a nuove imprese ; e Us 
sostennero gagliardamente o per una certa ferocia'' 
divenuta abituale ne' petti umani per lungo uso , 
o per vergogna di non mostram inferiori agli al- 
tri. Questa fu dunque in poche parole là storia 
de' Romani, e non altra (i). Essi fiirono da pria-, 
tipio guerrieri e conquistatori per necessità; poi 
maOtennero quello stesso genio e non so qual' fé-' 
roc6 virtù per abito, e qufisi per forza della pri-t 
ma impressione. Finalmente i vizi de' particolìai , 
ì* ambizione , l' avarizia e l' invidia , fecero negli 
ultimi tempi lo stesso effetto che le virtù do' pri- 
mi; finattantocbè , per necessaria rivoluzione del-' 
le cose umane, (o stato dì Roma rovinò per H 
peso della sua stessa grandezza. 

Ad ogni modo, prima cbe i Romani ginignes^ 
sero a dar il tracollo, non dico alle potenze del- 
l'Africa e della Macedonia e delPAsia, il che, 
conquistata l'Italia, non fu malagevole, ma sola- 
mente appiccolì stati Italiani; cinque interi secoli 
durarono dì fatica e di stento . E quantilnque gran 

(i;^ db che dice Montesquieu nel e. 18 delle Coasi' 
derazioni sopra la grandessa e decadenza de' Romaiii, è 
Ì>er ;ivTent|ira più vago e (pecioso, che giusto e sodUisfa- 
tente . * Ecco, die' egli, in breye la storia de' Romani ; es- 
« ^ vinMro tulli j popoli médianie le Uro massime, tD» 
■ quando furono giunti a: questo segno, la repubblica do^ 
4 potè suasisiere, e fu fona mutar le massime j e le uovel- 
« le massime contrarie alle pritne fecero rovinar la tara 
* grandezza))-. Ma quali fossero queste massime, e quando 
e dmt le avessero i Romani , non mi parve abbastanza 
spiegìito dal celebre presidente. 



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Libro II. Capo I. jig 

parte de* progressi di Roma s' attribuisca o alla 
oondizion del paese, od alla necessità, madre del- 
l' iodustria e del valore ; convienci. tuttavia con- 
fessare che moltissima ancor vi cootrìbuì la for- 
tuna , o per dir meglio la disposizione d^lla su- 
perna provvidenza , a cui piace , secondo gli arca-* 
ni suoi fìni , d' abbassare le maggiori altezze , e 
d'innalzare ciò che alla terrena vista sembra il 
più vile ed abbietto. Cèrtamente già erano passa» 
ti più di quattrocent* anni dalla fondazione di Bo- 
ma, o, diciamo,' dal tempo io cui comunemente 
■i stìnra ch'ella avesse il suo principio, quando i 
Romani non che aspirassero all'imperio del raoD-> 
do o dell'Italia , ma non poteano ancor presumer- 
si i principali della nazion Latina ; e il proprio 
domìnio loro non «'estendeva per avventura fino 
a Marino, né dal canto della Toscana fino a Vi-. 
terbct ('!)■ Ma un avvenimento che di sua natu^ 
ra potea. parer troppo alieno dalle cose di-Roma.,. 
cominciò fuor d'ogniespet^azione ad aprire a! Ro- 
mani la strada a più vasti e più ragguardevoli 
acquisti . 

(i> Qacstq si raccoglie manifestamente dal 7 j 3 e g 
libro (li Tito, Livio, dove fra gli altri fatti aacor sì. rao- 
coQta che ilopo l'aDDo quattroceotesìmo Ai Roma i Latini 
tencvao I^r -diete deaerali aell% sacca seiTaFercnciDa, dov'è 
ora , per 4juel cbe sk, crede 4. M^ìno. . CLuver. p. giS. £ j 
Toscani parimeote continuavaao i lor parlamenti al tem- 
pia di Volturaa, che certamente non poteva essere assai 
(liicosto dal luogo dov'è ora Viteibo; giaecHè Voltoroa lì 
trovava di mezzo tra Botsena , Cere ^ Tarcjuinioy Falcria, 
8 Veiento , fdem p. 564- 



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lizo Delle Rivoluziomi d* Italia 

e A P O II. 

Vèlia 'guerra tra t Romani e i Samtìdi e diaUnme 
•partìcalarùà che V accompe^narono , 

X SidicÌDÌ , pìcciola Dazioae del paese Ausonio 
posta di mezzo tra il Lazio , il Sannio e la GaiU' 
pania , furono , per non si sa qual cagione , a»> 
sputati da* Sanniti; è non si credendo sufficienti a 
fat difesa , richièseco il favor de* Campani , e 
rottennero. 1 Sanniti, usati per altro ^ come mcnw 
taoesclii e- alle fatiche iodiiriti, a disprezzare i 
pianigiani; e sdegnati novellamente a veder cfae 
ì Campani prendessero contro loro le partàde'Si^- 
diciDÌ , abbracciarono di buona voglia que^a con- 
giuntura ( AH. AV. <S. G. 340, DI ROMA 41O ) per 
Tolgeni dirittamente nel fertile e ricco paese d^ 
la Campania , i cui pc^i molli ed effeminati (i), 
e quasi per proprio e particolH fato destinati a 
vivere sotto dominio straniero, non ebbero eorag- 
^0 di far fronte alla feroce e bellicosa nazione , 
ma subitamente si rivolsero per aiuto alle repub- 
bliclie dét Lazio vicino, dalle quali sole poteano 
aspettare d' esser di&si . In quel tempo' i popoli 
"flel tairio abbattuti per varie sfconfitte date lor 
da' Romani, mal poteano intrafK'endere ADvell» 

'' [1] ftraB. ■ ' , * - ■'. " ^ . 



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I Iabbo il. Capo 8. 121 

guerra contro ì SaoDÌti: però i Campani matr- 
dacono ambaseiatorì a Roma per ofteaer socxarso 
sotto titolo d'alleanza, ma con segreta facoltà dì 
fare maf!;gi(»-ì offerte , dove le prime domanda 
fossero rigettate . Erano i Romani allora . in lega 
e in amìeizia co' Sanniti ; laonde o per affetto dì 
giustizia e di fede, o perche aressero avuto al- 
ata indìzio delle segrete eommissionì degl' inviati 
di Capoa t o che , per soL'to vezzo dì chi si senta 
ricercare d' alcnna cosa , volessero mostraiM rì- 
bosi e restii pee ottenerne maggiori vantaggi; 
negarono di potersi collegare contro i Sanniti, 
«tante la lega e l'amiaizia contratte con questi. 
AUora gli ambasciatori » sKoodo la facoità che 
pur aveano dal lor comnner misero il popolo 
Campano in balia e sotto il dominio di Romaj 
4Ìcfodo che se non voleano di&ndere i Campani 
come amia ed alleati, li difendessero per 1* av- 
venir come sudditi e cosa propria : rìtuedio , a 
dir vero, assai violento, e d&ttato piuttosto da 
tfjieUa. labbia e da t^eU' odio che ordioariavìente/ 
nodriscoa fra ìoro .due' vicine e rivali nazioni rcbe 
.da saggia .e- «cons^Uat^ poHtf'cav Peroeehè; i|t qu»I 
modo. i. Campani aqaà liberavamo d^la; viotei^- 
:za de* Sanniti, e ù tiravano addosso- daUVahFB 
parte up pa4'^one .ebeaon era p«T,[tfotpggerl|i gra- 
tuitamente; éoftiocfaè (})^lvnqufl pìùcf^vo ^OR- 
do ea* Sanniti noq ^arettbe. «tato, ^,' C?tq>p^f)i Pf$- 
gior partito T ohe' il fWsi così spaeeiatamente sog- 
getti d'un* altra nazione. Ma boi)i,„^u,, quello 



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i23 Delle Rivoluzioni d'. Italia 

l'oHimo, né per avventura il primo esempio di pre- 
eipitosi e dannosi consigli , a -cui ]e città libere 
si conducoDÒ allorché sono in^prìte dalie ostili^ 
tà , ed actxcate. dall' odio fanatico contro i Tici- 
ni. Ma i Romani, osserTantìssìmi della fede quan- 
do niuno o piocol vantaggio v'entrava di mezzo', 
non erano per farsi coscienza di romper la pat^ 
tuita lega co' Sanniti per acquìatare sì bella con- 
trada, che per poco valeva quanto essi aveaii 
potuto rodere dalla Toscana e dal Lazio in quat* 
tfQ secoli interi . Ed ecco venir -fieramente all'ar* 
mi due popoli bellicosi, e forse . ambiziosi del pa- 
ri. Non era dubito che qualunque di essi fosse 
uscito -vincitore di quella guerra, dovesse poi da- 
re il tracollo a tutti gli altri stati d* Italia. Dur& là 
guerra ben settautre anni continui con brevissimi 
ìuterv^i di tregua, e con sucoessi sì vari da una 
parte e dall' altra , che quantunque alla (ine ì 
Sanniti neno rimasti vinti e distrutti , fiirono pu- 
re assai vicini ad abbattere per lungo tempo la 
potenza di Boma. Ma quel certo partilo di mez-' 
zo che mattamente elessero alle forche di Gau- 
dio, di rimandar a casa libere e salve, ma pie' 
ne di sdégno' e d'ignominia le Romane- legioni, 
in vece o di farle passare a fil di spada , o dì 
lasciarle andar senza far loro né danno ne ver- 
gogna alcuna , come il savio Erennio Ponzio coa-^ 
sigliava di fare': questo fii un fàfal colpo che » 
Sanniti menarono non meno al rimataente' de- 
gli itati Italiani , che -allo stato topo proprio ^ e 



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• . Libro ÌL Capo li. i23 

diedero campo a'.Bomani dì rderarsi esaIirea'so-> 
vrana potenza fra tutte le uazioni d*italia, quando 
erano suIP òrto dell* eetrema rovina . U peso della 
guerra Samiitioa, gravissimo per sé stesso e sa-^ 
periore- per avventura alle forze di Roma, -anda-' 
va accompagnato da altri travagli dì non mioor 
carico . Molti de* popoli confederati , percbb fe- 
mevano d* essere avviluppati nella rovina dì Bo- 
ma , dove i Sanniti , come sembrava probabile , 
fossero vincitori; o perchè temessero cfae i Roma- 
ni , vincendo cogli altrui aiuti quetU im[H%9a , 
acquistassero troppa riputazione fra gì' Italiani , 
s'aliontanaroDo dall' amicizia e lega cìie av^no 
con essi . I Latini spezialmente , cbe ' già coQ oc- 
chio invidioso riguardavano Roma, divenuta qua- 
si città principale e poco raen obe aignora as- 
soluta del loF pane, credettero esser questa op- 
portunissima congiuntura o d'umiliare i Romani, 
D d'esser fatti partecipi degli onori di quella re- 
pubblica t e però rauidaròno a Roma i lor depu- 
tati a domandar al senato , che in avvenire uno 
de* oonsdi e* eleggesse dalla nazione latina . Ma 
gli accorti padri- già erano pienamente persuasi 
del vantaggio ohe risultava dall* indivisibilità dello 
stato; e le fresche vittorie' riportate sopra gli Er- 
oici aveanò ingenerato negli animi Romani tanttf 
di presunzione, eh* essi non erano per lasciar- 
si porre in mano la le^e da quelli cui s' erano 
avvezzi a guardare come inferiori . Fu dunque 
eoa indignazione e eoa dispeUo udita la^domanda 



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f J4 Delle RivoLuzitoni d' h-AtiA 

dft' LatÌBÌ (0 ; e Roma ebbe o il coraggio * 
l'audacia di subir «la ad un temp*? «tesso dop- 
pia guerra eonffo ^ue popoH, fimo di forze laag^ 
giori alle sue , e V altro senza dubbio Ai Soft» 
eguali . Ma chi no» sa di quaota iBdiutria e di 
^uabti [Mt>digiosi effetti sieno cagione le difficoW 
là , le stretteziee , i più ardui perieolr , e oa fe- 
roce orgoglio irritato ed offeso? Due o tre aoci- 
^eoti. diedero il maggior rilievo nel prtnei^. di 
qur»t^ guerra al partito de' Etomam . .Toecb il 
cqmafido delle, armi Romase oostro t Lefttni a 
1j)SatKx> MbdIio (2) f i] qoale con dispietAto figonr 
fee^. battere e denollai-e vb suo figlitiokt virtuoso- 
« dabbene, cbe ticato da forza e necessita qua» 
incolpabile , avea , oentpo gli ordini del padre r 
combattuto e vinto hd caposquadra de' nemik» 
(,AN. DI RC»HA 430( )« Foebi anjù depoveasrado' 
dittator contro i Sanciti Papirio- Cursoie,' iK)iDe> 
fìero ed imperioso , ^ >^a nene -ara&szisM» «fa» 
ioesMabile , a ^n peea . scampò- daMe Te^ie «■ 
, dalla raansaia il valoroso Qiuniio Fabio sao mae- 
stro della oavalWìa o sia luQgoteBent« gcBoaFey 
.perchè in asseasa d'esso Papirio cvinbatti fuor 
,deir ordine vicevuto^ e riportò non dispregerei 
.vittoria sopra i bcrucì ^ Non è eredibife qiuuiti» 
opportunamente questi due esempi piuttosto con^ 
mendevoli per le coBseguease t ohe lodevoli pes 



[i] LIw. T. 7, pi mg. 
[3] tdenit {• ^r P- *'3' 



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Libro n. Capo li. laS 

-^ ifteeaì', servissero ar^f^fiAare la militar dìsoi'' 
pliiia in orcaeìoM'ilì gilwre^ aziardcMe e sì de- 
amv* per le eos« -di Roifta-. Nel tem^ fite»sQ 
i^ltcfezva iudomita e la smisurata ambizione d'uà 
Appio Clmdto j^ AN. DI ROMA 440. ), ebe puv 
parava volesse seoBvolgere tutd gli on^ai delltf 
Atta, ae aecs^ih&o le forze iateroe mcJto apro- 
-pDBÌto i aìlaTcàA le-^ueire suddette , sebben pn^ 
^HtTe -e vittorìcwe, l'esaurìvatio largamente . Co- 
ntai , fatto vecchio e poc» atto alle cose di' guer- 
ci ^ uè per tutto questo volendo cedere agK altri 
'4i finoBiaiiza e <di cretto', si diede eoa tatita 
tapacbierìa a Tcder esercitare le cariche civili e 
nferm»è ogni cesa , clie non curando I* ìavidia 
« l'odio-de^ suoi eguali, della, nobiltà « del" s»- 
nàtof riempiè la curia d'uomini' di vii nazione; 
il che dando speranza a'foFestìerì ed alla plebe ài 
'potnrn nobilitare, e a* serri 'd' entrare una volta 
a parte ancor ddgoveriio, rendè opportunamente 
k «fttadinanza più nmuMroia e più anknata ed 
attiva' (t) . 11 vanti^gìo' che ci trasse da questa 
gFande ed in casa Claudia inaudita popolarità 
td'-Appio censore, fu il compimento di dae ata- 
fenéi dbegu che diedero come principio alla 
l^andezza ÈBctHQparabil^ ddta città di RtJma ; 

£1] Appìus Cfau4iv >a ceitsura Uieni;efis .^mi^.,in 
senatum fegit : Herculis sacerdote! pretto còrrupit , ut sa* 
era Herculea aervos piAUcos edocerent > • . • viam usquo 
Brundusiupt lapide sirmif . . . Anienfm atfuam-ia urlent 
indaxit , Censaram solus omni ouina»eniùo oiliaaitt Sext. 
&ur. de Vir. illustr. e 34- V. « Liv. I. 9, e. ag. 



ovGooglc 



f.2fi Delle ^RIVOLUZIONI' D*lTALrA 

voglio dire un acquedotto maravìglìbso, e là famc^ 
^ sfradlache ancor porta il ttome del suo auto- 
re. Le quali opere, siccome nella memoria de* 
posteri rèiidettew) chiaro il nome d* Appio Clau- 
dio' 9opT$. tutti i capitani che a quel tempo' sos- 
tenoerci le guerre del Lazio e dei Saunio, cosi 
Boii è- dubbio che furono di gran vanfaggio at 
quella città nella sua prima, possiaimo dire ,- ado- 
lescenza', rendendovi il ' commerzio più -agevole , 
ed il vivere men penoso. ' • 

GAP» III. 

■Progróisi de* Romani; & rivoluzione delle cast' 
■d'- Italia dopo la guerra -S»ninlicà, 



ijli acquisti o piuttosto la riputazione che sf 
guadagnarono i Romani nelle pfU-ti onestali d1ta-> 
Ka, e l'arte militare che guerreggiando co* Sai>' 
Biti s'acquiataroB molto ma^iore che per Vaà- 
diètro, lì rendettero vie più potenti a' resistere, 
e quindi ancova a porre ìl giogo agli Umbri, 
a* Toscani, ed a' Galli Cisalpini. E tal èra l'ar-' 
TÌamento preso , che i Romani , pochi anni dopa 
d'aver-eomiftciato a portar le armi fuori del La- 
zio, parevano assai vicmi a rendersi tutta l'Italia 
obbediente è. soggetta; quando un nuovo movi<u 
mento 'nato oell' e»trerartà della magna Grecia ,' 
li ricondusse, ìii gravissimo rischio miGlie della 



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, LntLO n. Capo HI. ■ : la? 

atiticò loro stato. ^enpgueiT*e9ollevazìomde^Qi 

nitii e poi de' Lucani e d* altri popoli di quelle 
contrade coatro i Romaai, que* di Tarento, città, 
rìocbissirQa io queU*8tà e di gran nome , non 
s'erano dichiarati per 'alcuna delle due parti; e 
benché fossero stati per avventura de* principali 
motori di qudle conspiraziooi , aveano tut^ivia 
mostrato di mantener pace e neutralità verso le 
due Dazioni belligeraoti, standosi oziosi ad A^et- 
lare in mezzo alle feste ed ai piaceri da qual 
parte piegasse la sorte . Ma quando essi pe' pro- 
gressi delle armi Romane sopra i Sanniti comin- 
ciarono a temere dello stato lor proprio, e di do- 
ver poi essere alla diserezione de* vincitori, allora 
mandarono ambasciatori all'uno e all'altro popo- 
lo, per vedere di rimenargli alla pace; né s' a»* 
tennero dal minacciare i Romani di nuova guer- 
ra , qu^do essi nop voleasem ritirarsi dal . paese 
altrui. Ma i Romapi. che. già cominciavaDu ad 
abbzusare fortemente e a sottomettersi i valorosi 
e feroci Sanniti, si fecero per poco beffe de' Ta* - 
leotini più doviziosi che prodi ; Frattanto, ecci- 
tatosi in Tarento per opera d* uà yit Fi|ocore un 
popolar tumulto, furono prima prese e a£fqadatQ 
certe navi, Romane,; che in Rofua si sospettasse os- 
tilità alcuoa di quelUii parte* Di poi gì* iwultj cbq 
sfacciatamente e a furor di popolo si fecero. a* le? 
gati Romani ,. mandati per domandar ragione deir 
le cose successe . to|«^o -via. ogni pecsiero dì riu- 
nione e di pace.; Per condottiero, di qijirsta guerra 



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isS Dei^le Riv(h.uzioni d* Italia 

fu da* Tarentinì , aeboDdo V usanza loro id* as- 
soldar cEqiitani stranieri, fetto venir il re. Pirro^ 
il quale , signore di poco stato, già «a «otito ^ 
cercar pascolo ali* ambizione sua « all' avido suo 
genio di far imprese , negli affari e ui^i stajd 
altrui . Non si era forse veduta in Italia più chia- 
ra pruova di quanto possa 1' autorità e la riputa- 
zione d* un solo capo nelle cose spezialmente di 
guerra, e quanto abbia di vantaggio il governo 
monarcfaico sopra d*ognÌ altra forma di reggia 
mento. Perciocché, quantunque Pirro senz'alena, 
diritto di vera sovranità si travagliasse in quella, 
guerra , von essendo altro cbe un solcato di for* 
tuna e mereenarìo capitano d'una repubblica^ 
diventò in pòco di temj>o terribile e peri<><^os» 
nemico d'uno stato già fatto asaat grande, e per 
antichità e pw fresche vittorie egrègìaamte, a»* 
sodato. Sotto il comando di quel re s^ unirono^. 
oltre ì Tarentinì, i Lucani, i Bruzie 1 Sanniti « 
i quali comechè abbattuti e scemi per tante scon- 
fìtte, furono di piìl terrore a' Romani sotto il 
comando di Pirro, che int^i e liberi non eraiija 
stati negli anni addietro . Ma sleeome i Sanniti e 
quegli altri popoli mostrarono tanta prcnilezza a. 
sollevarsi , e odio sì pertinace- contro dì Roma ; 
noù i Romàni, insuperbiti naturalmente dalle pas*. 
sate vittorie, non furono meo costanti e f»mi a 
volersene consfervare il frutto, E peucbè coDosce»- 
vano troppo bene quanto facilmente un tale av-. 
versano , qual era Finro y sarebbe . f revaUo a. 



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"■ Litoo li. Capo' ni. 129 

eònqaistare in lor vece l'Itaìfa per ogni poco che 
gli sì fosse eeduto , s* ostlDarono fortemente a □od 
TDler'attetvl«re*ad alcùiD Accordo, se Pirro oon 
{sgombrava affatto d'Italia, o noti ripassava oltre 
mare.' 

Vkce che la divina pfb'i^'deD^a,' la quale pec 
fimté e sì varie ed incomprensibili vie coodace 
ogni cosa a* suoi fini, concèdesse a Roma 'due 
grandi uomini ,' quaii in così scabrose congiun<^ 
ture si richiedevano , perché l' astuzia di Pirro 
non acquistasse coli' oro e co* doni ' quello che 
non V otteneva col ferro e colle alrmi. Certo è 
^e la rigida e fi'ugale * onestà di Fabrizio' e di 
Olino Dentato fu la salute di Roma , e scampò 
ritidia, che non cadesse sotto il giogo d^un re 
straniera. Ma quello che non h meoo degno di 
maravigKaE , à è pure òhe l'esempio loro abbia 
avuto sì pochi imitatori., e la frugalità Romana 
abbia avuto fine giustamente a 'quel tèmpo; e 
che r antico abitn di modestia per cinquecent*an- 
ni contratto, non potesse lungamente ritardar 
Y abuso dalle ricchezze^ da. che esse per la presa 
di-Tarento, coinìneiarono ad entrare incorna. Non 
erano peròanoorà i Roman! usciti d'Italia» né 
avean fatta prùova alcuna nelle cose di' mu-e, 
salvo che corseggiando a guisa di 'pirati , come fa-:. 
ceono 'in que' tempi tante ' altre repubbliche e 
Itjrfiaiie B Greche'. Ma ùnà 'congiiintura di po- 
co diversa ndla sua sostanza . dal caso poco . so- 
pra riferito de' Càpoani', aperse à Romani nuovo 

Tomo 1. g- 



=dDvGooglc 



i3o Delle RivoixjiioNt d'Italia 

cammino a divenir grandi, e valse a ralfennaeeltf 
pta^o d' Italia con forze di mare, e- eoa V agptm- 
ta di. quasi nuovi granai ad assicuraile- l*«bboa- 
danza de' viveri'.- 

Certi soldati Campam', famosf nelle storie St< 
ciliane e di Boma aotto^ nom? di Mamertini , era^ 
no stati mandati di presidio in Messtwa oiroff 
que*' medesimi tempi che si diede'' fine in Italia 
alla guerra di Pirro. Costoro- y sedotti" dalla cupi- 
dità df, godersi a guisa di tiranni le rìcc6ezze er 
le donne' e la gioventù di Messala, coospirarono' 
msieme tutti d'accordo, e' ammazzati' f capf del 
governo ier r principali della' catta,', sr diedero* a* 
manometterlo' come per forza' d' anni' espugnaU,- 
' pigliaiidoEr.Ie facoltà r e parte* d^' persone ucci- 
dendo ,- e- parte abusandone comunque loro' venis- 
se a grado (i).. Ma- stretti' d' assedio' daf re ale- 
rone,, principe potentissimo fra- tutti gli stati del- 
la Sicilia . èia' erancr vicini a portarla' pena- d* litr 
tradimento' veramente atrodsiimov allorehi dopo* 
varie- deliberazioni se più convenisse, xieonere al- 
la merpedc (b:''CarlagiiiesÌ ,. o deV Romasìv per 
sottrarsi alla vendétta di Geroney eFesEero'idtìma- 
menfe- di' mandare- ambasciatoti a' Bòmk'* loffe-r 
rendo- di dare in poter de'' Romani la md occa*^ 
pata M(9»sana ,, dov' essr volessero :,averK per rac-.- 
comandati'. I. Bomani eheaveanopochi- anni bvsdw- 
ti severamente' pusiti i lor' propri; »Idati: per* 



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■' Libro E Capo IIL ' i3i 

Akmfgliànte attentato cóntro i cit&idùii di R^gio , 
parti tìou tsdegaaronor per- quella volta' dì farsi 
protettori d*'uD braoeo' di masnadieri iaiqui , es^ 
sendo' loro' proposta- sì' liarga mercede , qual' era 
di nDe^r. piede neHa Sicilia, e d'impedir i mag- 
giori pn^reBsi della potenza! Cartaginese . Costò 
Teramente qnesùr fatto< dì molto sangue a* Roma- 
ili ;: perclocdii di là ebbe origine Pinimiazia ir- 
teconciliabile' che' si presero contro i Cartaginesi . 
La- prima- guerra Panica fu' i* immediata conse- 
garaza dell'aver i B'omani presoparte' nella cau- 
sa de' Mamertini;: ma il frutto che dopo molti 
anni ne ricolsetò r Romani', fu l' essersi fatti po- 
tenti, e' poco'- meir cbe signori di ^ue rieche -e 
liertìli isole :, Sicilia r Sardegna,' le quali allora 
^er Fa. prima: voIt% comineiàrono' a' riguardinosi co- 
eoe memlin -dell* Itdià . 

" ; ''Ciò' non pertanto' gran' parte' delle' contrade' 
Italiane' or erano- ancora affatto esenti dal domini» 
ftoBiaoo,' o' Tcnmienfe- setta nòme'di soci ed ami- 
ci vi stavano- pur dfsposfe, a 'sollevarsi e' scuotere 
41' gii^o^ y quando si pinzasse loro &vorevole con- 
^antura.. Ma la: riputazione che' s' acqufstarono i 
Romani nelle guiérre lontane e pnvissitne' che 
contro' ^i Africani: avéano' sostenuto- e portato a 
&e -oocr ^anta^io , itenne ior tTmore' ed in sog- 
geziime i popoli- vicini , i .quali peTciÒ' dovettero 
i^uardan ì Romani y so nbn come loro' padrom' , 
almeno' come amici superiori , e seguitargli e' se- 
condali nelle' loro spedizioni coma prittcipali . Uu 



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i3z Delle Rivolcziióot d'Ptalia 

nuovo movnnento di Galli TraBsdpixii e di la- 
guri, cbe uDJfi inaeme B*appareodiiavauo d'in- 
vadere l'Italia, determinò vie maggiormente eo- 
testa autorità che i Romaui già ei eratio in {lat- 
te guadagnata sopra . g^i altri popoli d' Italia ■; sot- 
to il quat nome dMtalia non ci esca di meofe 
che tntèndevasl dlora la metà appena dtiìe pro- 
vibcie ' che vi si comprèndono adesso . Essenda 
adunque i pòpoli Italici la più parte usati dì ri- 
guardare i Galli come nemici comuni delta ' na- 
zione , essi ebbero minor ritegno -^ a «uire le loro 
forze cori quelle de' Romàni ■ e seguitarne le in- 
segne, e con questo quasi pubblico' itto' dichia- 
rarsi seguaci e dipèndenti di-Roma. In pochi an- 
ni la guerra Oalliea che pur nelle prime' mosse 
parve terribile è perigliosa , fa condotta felicemeo.- 
te a fine; L'accrescimento di stato' che Roma ce 
acquisii, non fu ne grande, né importante; e 
l'oro èhe dalle spoglie ostili sì trasse', g^à. si sa^ 
pea per pruova, che non era quello che <doTe$9e 
Vender lo stato sua maggiore degH adtrì. Ma' fìi 
bensì circostanza -assai notabile di quella spedi- 
zione la rassegna che si'fece d^le genti che s* air 
maroao, e la cognizione che di là presero i Ro- 
mani dello stato e delle ibrze loro: perciocché 
quella tu T occasione, in cui gli stati d* Italia col* 
legati o sudditi di Roma arrotarono que' secento 
e più mila uomini di cui si è parlato nel primo 
libro . E nondimeno contro forze sì maravigliose 
ne più udite in Italia da quel tempo' in pòi, osò 



ovGooglc 



tiBRO a Capo la. iSS 

Annibale portar la guerra, con avendo seco (dì- 
damo almeno dof^) la^ discesa delle Alpi ) non 
più dì ventimila armati . Vero è che )a venuta 
d'Ànnibak fece, ribellar qnasi tuKÌ i Galli (i), 
de' qu$Ii non solo ,i Tratualpi&i, ma quelli d' Ita- 
lia ancora, e gì* Insubri spezialmente si congiun- 
sero alle truppe Cartaginesi ; e dopo i famosi fòt> 
ti di Trebbia e ài Trasimeno e dì Canne, per 
cui parve che. Eoma dovesse, da subita tovina es- 
sere .oppressa, i Sanniti, i Campimi, i Lucani, 
ì Bruci,,- e, in una parola, grandissima pcale 
jde' confederati o sui^ditì de* Komani , si yollaro- 
110 ^la divozione de' Cartaginesi. E i Capoani 
xpezìaltnente pà aveana eonce{Hto gerenza di dor 
.ver DOS pwe agguagliarev ma superare i Roma- 
M , e polb jfor» delle armi Aincane rimuwr si- 
giion d' Italia, partito cfae si fosse Annibale- Ma 
cessalo . il primo iavcur di fortuna , che fece bilan- 
«tar qualche tempo tuttA Italia tra Annibale e 
fioma, k .fermezza ,o . il destino de* Romani non 
K^ameide U Hber^ da , quel nemico ebc fu co- 
stretta a ritornarsene- ia Africa, ma. li rendè più 
«he non fossero stati per ^i anni addwtio, pa^ 
drom «usoluti d' Ualìa . 



(i) Polyhi I. ar, p. w;. 



D.q,t,zed.vG00glc 



-3 34 Delle ' Rivoujzìòm d' Italia 



Stato ppUiiòp j^ italiat dopo ahe fix Jo^ie^gaU 
ida' Romani. 



iVlanoD tutte le naEltaii Italiane passate wtta 
il dominid di Homa , vi stavano in «guai grado 
di dipendenza . Alcune govemavansi secoodo le 
proprie e anticbe lor le^ (i) . Altre , «onte lè 
(.■olonie, gsavano leggi miste ^ oawrvando in pac' 
te le l^gi « 1 privilegi ^ cioè il gius privato y 
de' Romaai; « parte ritenendo ^lle le^ 'è dei 
costumi propri , con qu^H stessi -ordiiii che si te^ 
nevano ineotre ancor erano aflalto libere ^2) : e 
queste chiamav^ansi po' lo più municipi, da che 
le città che afeano titolo Ai <xAome:, «rano m 
fotti' composte d* .antichi' abitatori , e di nuovi co- 
loni coiu^tti da Roma. Ma così i municipi <^ 
le colonie .erano governati , quanto alla civile Am- 
ministrazione , da' propri magistrati eletti da loto 
stessi , jo da ^ pubblico .consiglio «he senato •owf ■ 
vero collegio di decurioni- «hiansfavasi . D* una 
terza .e peggior ^condizione erano alcune città « o 
perchè, ^sse medesime non potendo per le gare 
e invidie ^omestìufae governarsi da loro , aveano 

(i) A. Geli. 1. 16, e- i3. 

(3) SigoD. de Jure Ita). 1. 3 , e. 7. — Croche de Co- - 
mit. fiom. |. a. — Maffei Veroia: ilttiur; I. 5. - 



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;: EiBRO U. Capo IV, . i3S 

^ontaDeamente domandato a Roma leggi e ma- 
gistrati che le reggessero,' come fece Capoa la 
prima di tutte; o veramente perchè furono dalle 
CMidizìoni ddla pace che dopo le ribelliooi rìo& 
Tetterò da' Romani , costrette a perdere ogni lo- 
ro diritto , e ridotte , in gm'sa di provincia sog- 
getta , sotto il governo d' un magistrato che lor 
ù mandava da Roma.* e queste si chiamavano 
^efetture ;. IVIa o poca o molta che fosse la dif^ 
ferenza ita il gius civile -o privato de' jraunicipì ;■ 
«felle colonie, * delle prefetture; in questo però 
la condizione loro «ra jjonforme , che doveaao co-t 
Ù ■ nel «omune ^che ii«l particolare dipendere 
da* Romani' per infiniti rigtiardi . t-Asdo da' partd 
■eh* essi dovessero «ommìiustrare alle armate Bo^ 
mane ;òerto mimerò di soldati a piedi e a «araU 
ìa'; sfornirle isecoadoje «ccasiboi di vivtn r'e^i 
denari, !« d'altre cose bisc^eroK perule guerre j 
^wsendo., questo il minor carico {qiiaodo con «'ecv 
toeda adU proponzione)' che ogbi sovrano poasa 
imporre .&* ivatsatli. Xasoerò ancor di ceroarese' 
<obre a :quesite si fossero imposte'J^ra altra gaEiel- 
]e, e. pubbliche gravezze di qualsivoglia genere i 
Dah btàìsìi «he in jnille -maDÌerè doMeattm oasi 
Ift cpQulnità^ tdtane cissQuniUaliaao < jn^p^rfeicokc- 
m.staniì sQfgelfitra'-icitUttìci Boi)ltam,'i quatisor; 
li.easefldo. ai .pantei delia /tevvaùìtitj' f>{)teaQÒ'-in.- 
niille modi intei«ssare e travagliare i soggetti , 
proteggendo e favoreggiando ^li i«ii , ' fraVaglflat^ 
do e perseguitando gli alft-i -» >CotaÌ -dip^idenaa 



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i36 DELit fiivdLuzioia d* Italia 

d&Tea^' ritHcirctimlò .piò.: rìncveecevoìe e più; gnt' 
ve agV'tialiaai, quanto, che il govehao'di Rom» 
(liventaBdo ogni giorbo più popolare > ogni vii 
plebeo avea giusta ragioBe di stimarsi dà più' cfae 
^atsivaglia più riputalo patrizio delle altre città « 
sia perete* avendo voce attiva e defioidra ne^ 
V elezione e nella l.egÌ6la2Ìone , concorreva aloiO'. 
no jndirettatnente a tutte le (tepoaizioin rìlevaiit» 
e della pace e della guerra; sta perchè essCBdoet 
a poco a-póco accomunate alla plebe tutte le d^. 
gnità della repubblica, ogn' uomo della £eeoia del 
popolo, un pòco ardito e brigante ,:.petea per 
gualcite coDgiuDtura usmr fuori tribuno ,: pretore^ 
ceoKolo e generale di armi, e aree in mano fà- 
coltà di far bene e male al par d' mi gran re. Per 
la ^al cosa è facile a compreodwr quanto fosse 
grande il desiderio cke aveano gì' Italiani- dì parte- 
''eipare d'unrvantaggiecosiragguardevole, quaJertt 
d'essere aegual diritto aggregati a quella città. 
Di passo iq passo che I-' imperio s' andava aUar» 
gaodo, il desiderio della cittadinanza si faeero 
maggiore; e, per dir vero, cresceva ancor la- ra^ 
'^ne che aveano ì popoli Italiani di domandarla 
e prettoderla (-»). Tutte le conquiste ohe fece 
Roma fuori d' l^ia * le fece in gran^parte col brac- 
cio de- collegati ItaKani , gli aiuti de' quali faceva- 
no più che la metà delle armate Romane. Ma 

(i) Pefehant cttim eam eìvitaiem , cujus impevimu 
'armt's' iiiebamar ctc. Dtiplfci munere se mititum , equitunt' 
que fungi eie. Veli. Patere. I. a. 



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Libro H. Capo IV. 187 

dall'altro canto j più 8*a^raDdÌva lo ifato Si Ro- 
ma, e più dÌTentarano qae* cittadini dìsdegooM 
ed altari , .e però. meno facili ad associani al co- 
mando coloro <che riguardaraDO come serri e mg-* 
getti. E perdiè non erano igeati né il desiderio 
uh le ragi(Hii che aveano gH alleati Italiani, i 
grandi di Roma, a* quali maggiorm«ite pmaea- 
di non s' accrescere i competitori alle dignità , e 
ài non dare alla tribanizia prepotenza mag^òr pe- 
so coli' a^'unta di nuova tm'ba nel foro , - anda^ 
Tono con ogni studio procacciando di tener loi»- 
tane le catta Ualiche eziandio dal pen«ero e dal- 
la speranza di poter essere agguagliate a* Roma- 
ni (i). Vero b cbe in -rari modi poteva otlenei^ 
ù o a buon diritto « o per inganno la cittadinan- 
za. H^lolte persone-, per-cagioo d'esràipio, si da- 
vano Tolontarìamoite io servitìi d*un cittadina 
fiomano, per cni, secondo la promessa che sèv 
n* esigeva s' ottenesse di poi insieme colla libertà 
anche la cittadinanza; .da che. i servi <af&ancfaiti 
divenivano issofatto oittaditd. Altri stando aìcua 
tempo in Roma, col mentir nascita e nome, o 
con altre frodi sì' foeeano mettere a-registro nel- 
le rassegne che.&cevàoM^* censori .E perchè ì 
cittadini d' alcune dttà più privilegiate, com*eran 
quelle del Lazio' (2) , potetmo passar facilmente 

[i] Liv. I. a3, e. 3». 

[aj II gius Latino si famosD nel scUÌmo e ottavo seco- 
lo di Koma, erji , pec dirlo in. breve , uu . dtrillo di f^iUa- 
diuanza di secondo giada, ^ (j^uasi mcMBao. tr» i .sudditi iJi 



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][38 Delle .SivoLiiKioNi c'iItalu 

alla eìttadltDEwza dj Roma , molta gente d* altre 
città Italiche por tpeato £ee vi trasbiigraiono . l 
quali lutti ragpri, oltreché ximipievstBo i tribu- 
nali -di Roma d'infiniti proceasi, per vedete .se 
questo .tale.oquell' altre Asse cittadino di Roma 
.( eraesdo talvolta addìvoiuto «he si condanaò 
d' amistà cittadìoania chi pk aveva frttenuto 
non òhe la «ivilità Romana, ma 11 conaolato, co- 
me Perpenoa ) , mettevano gran coofusioiie « dU 
sordine -per tutta Italia « « riduoevano a più inco- 
moda e peggior condizione i municipi . Percioc- 
ché , oltre al disttirbo «he . nasceva per l' ammi- 
nistrazione della giustizia , dagli ordini della qua- 
le mcdti .ffi sottraevano eoa allegare privilegi di c^-. 
vilità fiomana * m ^^opolavano generalmente io 
terre per la dipartita di coloro che s' avviavano 
altrove a fine di farsi ascrivere passo passo nel nu- 
mero de* eittadìoi Romani; e diveniva- perciò al- 
le comunità municipali vie più malagevole ti sos-^ 
tenere i pubblici .carichi. I Sanniti *■ i Teligni 
mandarono una volta ambasmatorì a querelarsi 
appresso il Senato della foga di loro gente, mo- 
strando particolarmente , come n^la sòia Fregel- 
le, città Ijatina, pe'cut privilegi, come s'è det- 
to , sì poteva più agevolmeitte jsaìire alla cittadì-' 
ttànza di Jtoma , erano andate a |ar soggiorno bea 
quattromila famiglie del 3fuuiio. Uè il senato, 
benché continuamente stimolato» travagliato per 

Baal» «d {. cittadini . Vegguì il S^n. de Jwe Italica-, e 
Gruch. de Comit. Roman. 1. i. 



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/ laflio B. €apo tv. ■ iBg 

'questo disordqiè .dalle querele de' municipi , -e cha 
{wr altra parte mal potea -comportare che il di- 
ntto di cittadinanza. 'diventasse ccwì .comune pec 
Cali abusi ^ imki potè peto farvi. riparo che fossa 
buono . Uttiauunente la 'distnardia etema tra ìa, 
plebe , -o per om^Iìo dire tra i tribuni e il senato 
Romano, cbe già tante rivoluzioni area -cauBato 
nelle viscere della repubblica « diede aoohe Voti- 
gine ad una general rivoluzione ja tutto io stato 
,d' Italia , 



If^oziazionì , guerre ,- « vicende^ per Je -quali i 
popoli s' .aetfuistarono Ja cittadinanza Jtomana. 

Viaio Gracco fra le altre nuove <cose che ad imi-, 
taziop di Tiberio ■ suo fratello tentò .di fare mei 
suo sedizioso ;tribuDato,.UDa fu di dare alle Ita- 
liche nazioni, «d estendere quasi £no alle Alpi la 
cittadinanza Bomans .(ij. JVIa oppresso dalla fa- . 
zione de' patria, «ome j;ran parte de' ^uoi disc-, 
gai , così .ancor questo and^ vuoto per .quella vol- 
ta . JVUreo pruso ^ fattosi «leggere tribuaQ della 
plebe per «pstegno <e difesa à^ grandi ^ contro, 
de* quali il coospie FÌJj^0. ^tutto popolare .Eera- 
mente javeiv^ ., pensò di .Ibi-f ifio^^ |1 suo partito » 

' [■] Dahat civitatem omnlhus ìtalicis; extendèbat eam 
pene usque ad Atpes. Véli. li'a.- 



ovG.ooglc 



i4o Delle -feiVotiffiiewr»*ttALiA 

enipietido ìa piazza di noova turba ; ed- ofl&rw 
perciò a*^ popoli -del Lazro e di tutta' haiia il gìiw 
àe* Quiriti , cdii la facoltà di -dar le voci negli 
iquittitii comizi . Virerà allora un potente ff»- 
Kario del paese de' Marsi, chiamato Popedio Si- 
loncCi)» il quale dr' principale com' egli erar drf- 
la sua Daziotie, divtsntie in breve aorbe- capiy di 
tutti gli altri popoK cbe pretendevaBo la eiWHt^' 
Romana. Costui, porlandori a Roma eoa gran» 
Seguito d'uomini occultamente armati, fu da vo» 
nobile Romano , Gneo Domizìo , incentrato per 
Tracio, e domandato dov« s' at^tiasse eoo tant» 
gente? Ne andiamo a Roma, rispose Popedio, 
ctóawiati da* tribuni, a prende» la cittadinanra:, 
lAHora Domiiìo con amieberoli persuasÌMip pre«p 
a mostrargli cóme fosse migliop partito ■ aspettar» 
- dalla liberalità e indulgenza del senato quello cha 
per modi' sedìiTosi e violenti il tribunt) gli' prof- 
feriva , e cheo forse sàrebbesi tentatb ' invano, o' 
nort sarebbe possedtrto con 'sicurezza. Mosso "Pìt-' 
pedio dà queste parole , con fultà la sua brigata 
se ne' tdmò a casa', lasìogaadosi cbeìl senato fb«^ 
«e veramente per darà pensieror di «oddisfòre aX 
toc desiderio. Morì; frattanto il tinbuno Marco- 
Druso per le insidie de' suoi nemibi j e gl'Italiani 
s'avvidero bea presta, come' toroavan fàWaci'tnt-- 
te le speranze onde s' erano fin allora pasciatf , 
Perciocché', non solamente non sr veniva ali* effetto' 

(0 FrelieBj. L yr, e. 3o, 3i. 



=dDvGooglc 



Imap fi.. Caco V. - i4j 

dwderatQ , :ina tutto ki . tpcboleoze «nd* epst in 
4|uel tempo pHi che mai.pel . passato agitata la 
città di Roma, . tutte tiravano a. £tr «oneicere 
qu«oto i,IÌom&ai. fossero alksi. dal Toler cDncede> 
re aUe. g«Bti Italiclu; le loTO'4<HnaDde. Un Quid» 
ti» V«r)o., vomo del lìmaneate da jiuUa* ma. éi- 
tàttx- wa attivo * propose e vìnse una logge, a 
teotH- della quaJe doveese farsi processo addosso a 
coloro ehe avean promesso la civilità a* popoli 
ooUeg«ti (i) . lastigatori e pcomotorì di quella leg^ 
gè furono i cAT^lìeri Romwi, a fioe di travi^ac 
i patrizi e i prìncipaU delta c>^, quasiché pec 
Ii»o .codseatimento . Dniso avesse cocirnowi i po^ 
f^i a. ctrcAE la cittadinanza . Tanto era hingi dal 
«ec9 sì £atto earìeo V ohe anzi . Drufio era Tenuto 
a sdegno ediu difgrazia de* ^andi per questo 
«Vito, per arer dado speranza agritaUaQi.d'essec 
&MÌ cittadim . NuUadiioeito la. le^e di Vario ( es- 
tendasi pur alk>ra ]' autorità -^dinaria ridotta in 
mano de* cavalieri ) portò secso T esigilo e T- e^ei> 
minio de' più riputati e più onesti cittadini, ^a 
cui 6i «onta il <taDto «noraio MelelloPio; eriem- 
pie .Roma di scompirgli e d'afTumi -(a) . Alla fi- 
lie iu condannato aaebe T autore stewo -di -quella 

(0 Freheos. I, 3i, 07, 3S- 

(3) Cicerone ne' suoi tre libri de Oratore ci. fairipilt 
looghj mfeniione ài ^u«9t« cmc; e pa& boMrù in iijpezisi 
cb* ,il cpitiitg 4;at»re yi»Kt> Cumìo ^ di cui lo ^1«md Cìce,- 
rone fece uel teizo de' (addetti libri l' oraKion funebre, 
mori quasi violeniemente in quel toibido codkUio di Mar- 
cio Filippo . .,.,.. 



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X4> Delle ItivoiiuziONi: d^Italia 

leg^e^t in our nim maficavano^ ài^menii per' far»- 
lo' giudioare itr qualche- modo* apTrJuppato' nelle- 
farigbe' occorreDii ^ 'e promotore occulto- delle' pt&i- 
tffBSÌìmr ^e*'pQpoIì>.. 'Ma -gì- Italiani V inferociti vJe^ 
mà^ormeaté al- vedere come' ì iU^maiir,. pi>en- 
dandotà: quasi 'ai giuoco- ler loro- incbieste ,■ ile'- fà> 
wsser materifC di oontese' cittadniescfi'e ^ pers^iv 
iando e- traragfieindo coir le proscrizioni: 9' kogli 
esigli chiunque' fosse- pur' solamente- sospette di fa-- 
*tìrirli ;■ deliberarono? di far' prub^a se^ per' minaci 
ce' .e a Jòr2a' aperta- jpofessero piegar ralteretea' A' 
rorgc^lib de* lor padi-oni' (i): Fecero'idanqiie' le- 
gai:f[ra loro-,, e fissando in Corfinìo Ta '.sede- dtllb- 
«tato comune de^'confedìitati,- diedero^ X- efoellà- 
dUÀ! nuova nome- d' Italica',' come: m dire' capi^le- 
de* popoli Italici . Crezu-Ona ad emulazione' di R'o^ 
ma' due- consoli",^ elessero- fra^ i fàit notàbili di! It^. 
ro cinquecento- senatori,' e fecero^ parecchi prèf^ 
ri ,, i quali' futono' parte- mandali al goremo- di' 
{rane- ciltàv parte- feritati in Cbrfinìo» a- render rat- 
fpone nelle occorrenze' de'' pafetìcolari-i. Fwncipìo 
-della guerra- fu la: strage chC' si fece' in Ascoli di^ 
'tutti quanti; vi si trovarono- cittadini Homam-,. e- 
del proamsDle' Quinto' Sentilio^,.' il quale',, senia 
rifletfcbs- che- le- minacce er le bravate' contiii^qnd^ 
K. che- già anno' da- sé' cacciato- ogni t^^mtire e ijì- 
spetto- verso' 1 comandanti,, «ano- vane,, o nucevolì 
I a chi le- usa;: in' ■vece' di calmarK. cott' 



(1) FrelienK. e. ^S-, i4,-4^. 



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Lima H., Ciro V. . «43 

aiodi doléì-e mansueti, ioaipii ed aeÒMe gli ammi 
àe* sonerati con a^re' TÌpTeiuioni ei strapazzi . .Al- 
lora si vide riUdidr diTiea.tutta' in due repubBli- 
che, Tenire- ali* anni ed aUeoffesenoniler la pos^ 
(essFqne ài un contad» a d'una .piccola, pravm* 
eia, ma. per. r intera dòmiota di TÉnà grandissima 
parte del moDdiT^ Perocché mmii dabfcao- che a» 
h: confederaziòncdegl' Italici fosiev preraluta tH» 
forz^ de'^ Honiaiù.r:queglrDO- rtcaùi aTrebbero ;->pre* 
tesa di irifaraare lo- stato a- lar modo , comff si far 
Bolle cìtìL' guerre ;: edavrebbanrceroato o ^i tra» 
lerir la sedei in Corfiaio , o cacciando via. gK an^- 
fichi cfttadÌMy alraoDO i prìndpali». in4}adroniisi. 
di Roma e- di tutto V imperio- di: quella . Né caM 
téhhff stata opera: malagevole if oosùÌDgerer. eollk 
forza le Provincie' straniere* soggette! ar Bopiàm 
S pas^r ~soft6- 1^ '6%Doria de*, Matsi. e- de-'^Sane 
xitif capii della: fazibae Qalioa ;' conciOBsiacbè' le 
.tfessc forze con' le. quali- essf avi^booo' superati' i 
Komanf ,, acoresciute- ancora dàlia: mag^gK»» «epe» 
4ietuHì, '.e dalla' ripu^zkine' che di' «la^n'àtarx pcnr- 
feiseocril rinuiiPer- superìtwe' di un- {XitentissìRio 
patito e^.d'iina' osliiiata- ed' aspra gneiTa-, sarblv- 
hcrtr. state' più che bastanti a~ tener 'gli'aitk'j popei- 
Ir D^'iobbecHenza,' Mot seblitene JeTorts' della .te- 
ga^ pansisero da' principio' Maggiont che 'non'<'(|fuel^ 
U dr Boma, pei numero; e- per la ferocia di '*}«*' 
popoli non ancor antmsllitì. dalie- ricchezze e dàl»^ 
la potènza, come i' Romani ; egli avvenne pure in 
qu^ta orribil guerra cjÀ che succ^ij^t^^n-itiitte le 



=dDvGooglc 



/ 

i44 Delle Ritoi^zioni o'Ìtallì 

rìfaellionì e guerre cmli , pelle quali a luogo a»- 
dare . prevale quel partito che à la presunzion dei 
diritto ia Taror suo, e che sì trova ia- ptxstaiBo, 
della pubblica e sovrana autorità ; potendo per in-* 
fiditi accidenti e ia mille maniere ristorare te hw 
fcrae, e dividere e mdebolire quelle de^casgiuiSi 
ti. 1 Latini e i Toscaui ebbero in questa rivolun 
■ioae la miglior sorte. I primi, siccome quelli cfa« 
. già avevano particolari privilegi, « godevaBOipec 
eoù dire, a metà la cittadioaoza Romana, noa- 
credettero utìl coniiglio d'avventuru* il certo cbe 
areano, per 1* incerto che si cercava; e i Tosca- 
ni , oltre air esser più molli e pacìBct di lor tta-^ 
tura, tcovavami ancora lontani dal grosso e dal 
forte della lega, da cui erano separati da tutto il. 
Lazio che vi era di mezzo. Frattanto né a* Lati- 
ni, oè a^ Toscani, né agli Umbri, quantunque 
esternamente si restassero a divozion di Roma, o, 
almeno in. neutralità, opn dispiacque però la ac4-. 
lepaziooe degli altri popoli ; perchè la causa che 
ì coll^ati trattavano con pericolo praprio, era 
tuttavia cotpune a tutte le altre nozioai .Italiche . 
Era facile il prevedere che per poco che i Roma- 
ni fossero stati travagliati e stretti da quella guer- 
ra , essi avrebbero dovuto allargar la mano verso 
coloro cbe ancor non avessero prese le armi. Co- 
sì andò il fatto per appunto. Lucio Cesare, con-, 
solo Bomano, rotto in battaglia, e vedmdo come 
d'ogni parte i ribelli prendevan vantaggio, diede 
una legge, p«t cui si concedevano alle città non 



=dDvGooglc 



' CiBHo n. Capo V. 145 

illKlIatè ì diritti detta civiltà Kbmaiia. Questa 
te^e» t^trecfeè rinforzò di molto il partito de' Ro- 
mani per raggiunta che vi si fece di molte gen- 
ti le qudi abbracciarono poi còpie proprio il par- 
tito di qatAìa repubblica, fu pncora un valido sper . 
diente' per adescar uàa* parte' de', apllevati ad af- 
frettarsi di trattare privatamente di pace coi Bo- 
mani , con la speranza d' essere ricevuti nelK* stes- 
Eò grado de' Latini e de' Toscani, E nel vero, da 
quel tempo in poi la lega' Italica si andò scepa^n- 
do' di giorno fn giorno; perchè ciascuno de' popo- 
li manicò a parte suoi ambasciatori per trattare 
delle condÌEioui della resa . Agli amatori dell* an- 
tioa storia d'halia, di pocbì altri libri debbe rin- 
crescer 'la perdita, quanto dell' ottava decaddi Ti- 
to Livio, in cui narratidosi partitamente tutte If 
gaenv e le n^oziazitmi de' popbti Italiani , non v! 
potevano non essere espressi disti uUimente i costu- 
mi , le forze , e la forma del governo di que'. po- 
poli ■ ' 

Oi-, beQcbè Rama* dopo tanti danni e tac|te 
sconfitte ricevute , sia scampata dal pericoli^ ài} 
qaella guerra , dovette - essa . nientedimeno ^ conce- 
dere a'-malcontedti tutto ciò che domandavano 
avanti il principio della ribellione (i) : e finaV 
mente -, ■ V anno secentesimo sessantesimo quinto do- 
po la sua fondazione,, per decreta del senato ^ 
■■■ Totno f. 'IO 

O; Veli, Patere. 1. a , p. 'iS, 



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14& Delle Rivoluzioni d'Italia 

concedette la cittadinanza Romana a tutti i fM» 
pdi d' Italia , che avessero posate le armi . Ma 
d* altro canto , il danno che tutta Italia ebbe a 
patire da quella ribellione, fu oltre ogni. credere 
grande ed irreparabile, avendo la guerra consu- 
mato il fior della gioventìi Italiana , di coi si tien 
per certo che trecento mila teste perissero. E le 
drcostanze de' tempi in cui seguirono te negozia^ 
sioni Ira i popoli Italiei e Roma , rendettero vie 
più funeste quelle rivoluzioni ; avendo, per così 
dire, raddoppiato il prezzo che costò alle città 
c(Jlegate il privilegio d' essere-' aggregate alla car 
pitale. Nello stesso frangmte della guerra Italtoa 
covavasi dentro alle vìscere di Roma un peggior 
male . Mario e Siila , il partito del popolo e del 
senato-, tiravano dirittamente a sconvolgere adat- 
to quella repubblica , in ctìi fino a quel tempo i 
cattivi umori erano stati da* pcnsieò-i di nemioì 
estemi ritenuti in qualche calma ancor dopo -le 
sedizioni de' Gracchi . Vennesi finalmente à guer- 
ra manifesta; e le forze della repubblica divise 
in due parti si consumavano fniseramente . Ne* van- 
taggi ' eh* ebbe in sulle prime il ièi-oce Mario » fa- 
moso capo del partito plebeo , il senato fu costret- 
to, per rinforzar la sua parte, d'trfferire, come 
testé dicemmo , la cittadinanza ad una parte al- 
meno de' sudditi e compagni Italiani , ed attende- 
re tuttavia a disarmare i più audaei ed ostinati 
con qualche tollerabile condizione. ^ Siila che in 
quel tempo si trovava in Oriente a fax k gaeira 



ovGoo^lc 



Libro H. Capo V* x^y. 

di re Mi^date, avea^ prima di lasciar 1* Italia* 
talmeDte abbattuti i suoi awarsari , ebe appena 
restava uo mediocre esercito a Cinaa ; e Mario ao- 
davateae tQÌsero e tapino , ceroaodo pure dove 
ascondere e scampar la vjta , finché gli renne fat- 
to d'essere ricevuto da Cisna, e messo' a putc 
delle Mie forze. In questo meZRo, intendendo Ma* 
rio, (^e i popoli Sanniti ( oompreodiamo sotto 
^esto nome tutti que'popcJi che si trovavano in 
quella' sollevazione, e di cui i Sanniti siriguurda- 
vSDó tsome principali) eriuio poco paghi delle oon* 
dizioni phe il senato loro ofTerìva ; per ridui^U 
air obbedienaa ed alla pace, mandò a soUeoitar? 
gli- e mostrar loro , che quando si fossero uniti 
sMo , essi avrebbero per mezso suo ottenuto oom* 
pinfamento' quanto bramavano.. Venueii- con poca 
difficoltà alla oondusione ; e Mario , fattosi fort4 
6olI*'aiUto de* malcontenti Italiani-, non. ebbe a 
penar molto per entrare iaRonia, e -manoaietter« 
h a vt^ia eoa. Ebbero senza dubbio ad avpp par- 
te -nella cnudeltà di Mario tiitte le altre oittàlta^ 
K<^ che s'erano mo8tcste->ben afiètte alla fazlo-r 
Qe d^ti ottiqiati,* ma i Sanniti non aiularonolun'- 
ganKfite lieti sotto la «gnorìa e la protecione df 
Mario da loro assistita e servito . Tornato SiUa vinr 
citor dell* Oriente con numeroso e ben affezionar 
to eséréito , abbatta facHmeate ed esterminò afo 
fatto il partita -di IS^o, ed in mezso alleviolen* 
^ ch'esercitò sopra i Bomani propri, non trdla- 
kcSb di 'ftue aspra e cradel v«delta de' {wpoU 



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148 Delle Ritoluzicwi d' Italia 

Halicì che avevano dato aiuto a* suoi emoli per 
risalire. Udo de' più roemorabili. esempi di crudel- 
tà cbe si raccontino di quella tirannica dittatura* 
fu Tessersi per comando di Siila in una mattina 
trucidati in sulla piaraa d< Roma ottomila tra 
Marzi e Sanniti ; non altrimenti che ee per ordì'^ 
naria esecuzion di giustizia fossero mandati a mor- 
te sette od otto assassini . Cosi , qual più e qual 
meoe , ma pressoché tutti i municipi d* Italia e 
le colonie ebbero per le vicende di quella civil 
guerra a portar danni ^aviesìim . Ma aUa fine* 
Bini ostante i £en ordini cbe diede Salla per pri'- 
Tiar i Sanniti ddla cìttadinania , tutte le nazióni 
Italiane, poste -alcune leggwieslme dìitinrioni, iìi» 
roBO messe inposseaso de'medesinàprivìlegi, per^ 
ehè gli ordini di Siila non teonera in qaasta pas- 
1e neppur quanto durò la sua dittatura. 

Vero è che non comprendendosi allora sotto 
il nome d' Italia quelle provinde che ora ehiamià'- ' 
zno col- nome generale di Lombardia, la. migliar 
parte di questa provincia era tuttavia csdiitta dai 
diritti della. capitale; comechi non troppftisi <)0n- 
Tengano fra loro gì* indagatali di qqe^e oose a 
determinare in che condizioni stessero allrav que- 
sti paesi sotto il . dominio . di Roma.. Ma. circa 
vent'anni dopo Siila, trovandosi al governo delle 
Gallie di qua e di là dell' A^ = Giulio Cesare , 
questi andò lusingando i Cisalpini , ed animando* 
gli a chiedere la cittadinanza al par degli altri 
Italiani . Cesare tendeva in questo moda per do[^ÌQ 



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titìfeO W. Capo V. 149 

e&mtnino al suo interesse particolare ; prima , per- 
chè eoo' le novella pretansìoni de* Galli accresce- 
Ta in Roma le sedizioni e i disordini , in mezzo 
a'quali voleva «ali» alla sovrana potenza; quindi 
ancora, moBt\-ando3Ì protettore e bmevolo a que- 
sti popoli , sì andava procacciando maggiori forze 
per rovinare i suoi emoli . Possiamo credere di 
leggeri, che sotto Cesare abbiano molti in pztrti- 
colftre, e molte comunità coù della Gatlia, come 
della Venezia coaseguìti i privilegi Romani ; ma 
la brevità dei suo dominio non lascifa forse dar 
perfezione alla cosa . Pochi anni dopo , allorché 
per la morte di quest* ultimo dittatore V autorità 
sovrana passò in mano de* trìtunnri , -o,. per die 
meglio t d* Ottaviano Cesare e di Aforc* Atitoiuo , 
tutti i popoli posti di qua dell'Alpi di buon gra- 
do de* comandanti ottennero pienamente. illoro de- 
siderio . I trìumvirì , per 1' evidenza del pencolo , 
e per la fresca ricordanza di colui: che aveva lo- 
ro fatta la strada ali* imperio , «on vollero avere 
in tanta vicinanza dì Roma un governatore o vi- 
ceconsalo con mìhtar comando , come usavdsi nel- 
le Provincie; e stimarono vantaggioso partito d! ag- 
gregare all'antico corpo d'Italia cib che lasnatum 
avea ordinato come nido d'una stessa nazione, 

» Quando dell'Alpi schermo 

» Pose fra noi, e gli Alemanni, e i Galli. 



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i5o Delle' RrvotuziOKi d*Itàlia 



C A P VI. 

'Conseguente che nacquero ^^ essersi it^ti in 
uno stesse corpo di juizione, e con gii atessi 
dirìttiy iutd ì papoU e tutte le città tinàia. 



JN el vantaggio che ottennero le città ItaUche » 
essendo messe à parte dei diritti e de* privilegi 
che seco portava la cittadinanza di Roma, essa 
dovettero naturalmente tenersi per coatanlitnme; 
ed è verisimile che dovesse paro- cosa assai ^a- 
ve a' vecchi cnttadini 1' essere stali eòslrettà a di- 
ividere in tanti con^fiagnì quello che a loro soli *. 
come cosa propria \ s* apparteneva .' Certp è che 
il passai dallo stato di sudditi a quello di con- 
sorti del comando per 1* una parte , e per 1^ altra 
accomunar con dodici d* aggiunta ciò eh* (ira pri- 
ma di soli quattro o sei , non può farsi seasa es- 
cessivo gaudio degli uni,' e grava Tammarieo. de- 
gli altri. Gò non ostante, qualorasi- ptmga-ognì 
cosa in considerazione , troverasai sicuramente , 
che siccome 1' esser aperte in Boraa le vie d^Ii 
onori agl'Italiani giovò incredibilmente' prima ad 
ampliar quello stato, e a ritenerlo' poi nella de- 
cadenza; coù la rovina d*Italia ebbe cominda- 
menfo da quel tempo stesso , in cui parve eh* el- 
la dovesse ascendere al più alto segno di gloria 
e di potenza. Né già questo si à da intendere 



ovGoòglc 



/ luIBBO II. Capo VI, i5i 

per la roviaa che meDarono per taote contrade 
d'Italia prima le guerre sociali , poi quella di Mo- 
dena e di Perugia : perocché coteste calamità, an- 
corché 'grandissime , avixbbero avuto riparo; e in. 
due generazioni di pace sarebb^sì largamente am- 
pliata ie raddoppiata la popolazione , e in pochi 
anni restituito in fiore le campagne ed i borghi . 
Ma la rovina d' Jtah'a procedette da un male in- 
temo e contiauo, tutto che più lento che non 
soDo.i mali della guerra, non però meu perni- 
EÙxo ; e cij> fu il cambiajneato de' costumi e del- 
1.' esset- pcditico delle città Itidiche . Ma perchè il 
dir cÌk sotto Cesare e «otto i primi imperadorì 
1* Italia ,. indipendentemente dalle guerre eh', ebbe 
a patire , andasse in covina , potrebbe per avven- 
tura semlvar a molti un solenne paradosso; fìa 
necessario ripigliare il discorso da più aito prin- 
cipio . 

' Ncìn sì tosto le vittorie drìle guerre Sanniti- 
che e Cartaginesi ebbero assicurato a Roma pri* 
nm il'principata d'Italiat e poi, una maggioranza 
- non dabbia sopra tutte le potenze del mondo , 
. aoche i cìUadini pi^ticolar) , .qual per un modo 
e qual per ud altro , ebbero opportunità d' arric- 
chire.- Le ricchezze dovettero di necessità sbandir 
'da -Boma quelle virtù che 1', antica povertà vi 
aveva introdotte e mautenute alpun ternpo . Fra 
-gli altri vizi che seco.menarono le ricchezze, uno 
•sì fu la dilicatezna , l'amor dell'ozio e de' pìa- 
^ceri, il rallwtaptento delta militar disciplina, la 



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i§i Dille Rivoluzioni d' Itaua 

quale ancóra i più Dobili e riputati cìttadt'nì par^ 
vero abbandonare . Al riparo d'un disordine ooù 
rilevante, il quale avrebbe fora» ancor potuto ri*' 
menar al basso la potenza Romana (prima ch'es- 
sa diventasse tale , che per vizi grauctiseimì e per- 
niziosissimi non potette , salvDchè in lunghissimo 
tempo ,■ essere' dietrotta ) , vennero opportunamen- 
te nuovi uomini da* municipi e dalle colonie no-' 
Tcllamente ascritte alla cittadinanza, ai qualr, per 
poter salire in credito ed agli onori, & neceasa^- 
TÌB quella stessa industria, quel travaglio che avea. 
ne* passati tempi accresciuto lo sfato de* Rfima- 
ui. Falso ed incredibile sarebbe il dire che dopO' 
essersi introdotte in Roma le ricchezze, e con> 
queste il lusso é la morbidézza, niumi delle an- 
tiche famiglie Romane avesse &tte opere illustri 
ed oDoratei e giovato coli' ingegno e coli* arte al- 
la repubblica ed all'imperio. Ma verissimo è al* 
tresì, che i forestieri, cioè gl'Italiani (mentre 
che fuor d'Italia di rado e difBcilmente si con- 
cedette la cittadinanza ) i quali o avanti la guer- 
ra sociale , o dopo furono reódutì capaci delle di- 
gnità e degli uffizi di Roma, valsero grandini- 
niamentè a ravvivare le virtù de'- Romani , e li 
ritennero da quella più rapida e più , grave deca- 
denza , in cui sarebbero rovinati senza lo stimolo 
di nuovi' emoli . Scipione Africano , nome sì ce- 
lebre nella stoiria Roifìana, avea coli' indulgenza 
e mollezza talmente lasciato indebolir )' eserci- 
to che comandava nelle Spagne , che i Romani 



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Libro- II; CaSo VI. i53 

{snebberò di le^erì potuto petdereU vantiig^ cha 
avevano acquistato sopnà ì Cartaginesi , e però 
aneora l' imperio del moifdo . Ma la gelosìa che 
tisreglìò opportunamente nell'aoimo di qud caf 
pitaao il credito che il primo Catone ^i andava 
acquistando colla aeverìtà de* suoi costami i iìi 
Tfdidissnno stimolo per muoverlo al rittabilimento 
della disciplina . Senzacbè , troppo è noto per tut- 
te le metnorie delle cose Romane , quanto di b»* 
ne facesse a quella repubUioa che g^ avea co- 
minciato a piegar fortemente alla corruttela» la 
sefvera virtù di questo stesso Catone , gran ca> 
pitano, grande oratore e gran filosofo, ed ag- 
giugniamoci ancora gran politico e grand* eco- 
nomo . Di queste tante 6 sì varie, doti unite 
insieme in un medesimo soggetto già pac«ra 
obe r indole Romana fosse c^^wiAÌ incapace : ma 
Catone nato e cresciuto in Tuscolo , lontano dàl- 
ia dilicatezza della capitale, venne in Roma for- 
nito di maschia virtù , e con quel naturai deai- 
derio che seco porta chiunque escb dal patrio ni- 
do per entrare in più gran .mondo . I IU>oam non 
aveano ancora tanto dimenticato i loro. primi oo- 
stumi , cb' essi potessero disapprovare qtielU virtù 
che una volta pareva essere slata lor propria . Per 
la qual cosa Catone non tardò guari ad aprirsi la 
strada alle cariche ed ai primi onori , e con prò-' 
fittevde emulazione eccitare gli altri a seguitar- 
lo . Che se il concorso de* provinciali d* Italia fu 
solamente utile in sul primo nascere del luaio di 



ovGooglc 



454 DELLB^RirtjfcOzioin p' Itaua 

Roma, eOB-^fiitono t^ più necessari coU* onto 
del tempo-, allorchit oltre ai vin de* prìacipali» 
anche la plelifc rs* era incattivita nell* o2Ìo * . nella 
brìgho; del foro, e neg^ spettaeoU e n^e feste e 
sa' pi^blici banchetti, ebe i grandi solevan da- 
r^ in varie occasioni . Per la qual cosa , . tutta U 
soldatesca ohe si potea scegliere da quell* immen- 
sa moltitudine di plebe urbana, fu poca cosa e 
di 'poco:rìIieTo. Quindi il nerbò ddle legioni che 
prima componevansi dalla eittà e^ dal contado 
lUttnano, fu. formato di soldati Mar», Apuli, 
Vestini , Lucani , i quali tutti tanto erano dì 
fatto migliori soldati, quanto una volta erano 
stati più' ferooi «tenibili nemia di Roma. À* 
cittadini ricebi e di^ sangue illusi^, o fossero p»- 
triri o plebei {poiché ancora l'ordine plebeo non 
Moludera nobiltà, essendo sì frequenti n^Ii ulti- 
mi tempi della repubblica le distinzioni di nobili 
pabixi, e nobili plebei ) , non fu difScile il man- 
tenersi in possesso della maggior parte delie di- 
gnità così militari, che civili; e molti, vi si acqui- 
fltaron gcaa nome . Siila , Pompeo , e Cesare era- 
no pur nativi, ed originari di Roma; ma. nel t^tn- 
po stesso fiorirono altri capitani dì non . Romane 
famiglie, i quali dagli ultimi gradi della milizia 
ergendosi a* primi uf6zi ed al comando generale, 
sostennero per difesa e ÌDgrandimento di quella 
repubblica gravissime guerre., e furono ancor ca- 
gione del progresso che fecero nella mili^fi e Sil- 
■la, e- Cesare, .e tutti i grandi capitani .di quella 



ovGooglc 



età. 'Mario e Ssrtorio, dae cfaiarisstini geoerali, 
«d utilisaiin! finebi 1* ambizione loro pro^a e la 
gek»ìa altniìnoD gli ebber «ospinti alla ribeOio- 
ne ed alle anni civili , anaendoe furono nati di 
^lictM^ città Italiche, le quali aveano di poco 
lempo ottenuti i privilegi della- cittadinaflza . ■ Or 
A V tuo ■ die r altro dovettero allft maschia eda- 
cazìone eh* ebbe» nelle lor terre , qnella fero- 
tia, quel rigore <^* dÌMiplina che U rcildfe cortei- 
tori ddla Romana milizia, e maestri de* più no- 
bili e più gentili ufBziali , che sotto il comando 
ài loro appresero a diVenfat prodi e sagaci . AI 
tempo di Cicerone già sf contarano parecchi al- 
tri iaiigoi' generali delle armi Romane-, verniti 
eoù di TÌle come d'illustre nazioni» di' municipi 
e dalle colonie: E Cicerone egli stesso puh ■ darei 
col suo iSMmpio nobile praova che non solo ne}' 
le cose di guerra, ma in tutte h altre arti della 
pace noTolli- cittadini 'lùrono di grandissimo' van- 
taggio a quella repubblica . E se , per ìion ritor- 
laie tm* altra volta in queste riflessioni, noi dis- 
erriamo cdl pensilo gli annali di' Roma dòpo 
ohe in lei ebbe fine' il governo repubbKcano, tal- 
mente troveremo gli uomini nuovi,' usciti da ogni 
eittà e borgo d'Itab'a, ttavagliarsi utilmente nel- 
le eose dell* imperio , cb* èssi sostennero qtiasi eo- 
li la disciplina mìKtare, la dignità del senato, lo 
•plendore e la coltura delle lettere; rinnovarono 
e restituirono, per quanto fu possibile, l'antica 
modwtìa e gravità di costumi: mentre i discendenti 



ovGooglc 



iB& DèLLB RlVOLtlKlOill D'ItAUA 

delle antidhe e più nobili famiglie di Ron!» 
njaicivapo neghittosi nell'Odio, ai coDqpffiaTaiMr 
nelte- dissolutcitze; e e' avvilivano, bcuttameaté ncl'^ 
le più sordide adulaziooi verso de' cesari. Mece^ 
nate Toscano, Marcello Eprìo di Capoa, Vibior 
Grispo di Vercelli, Ti-asea Peto Padovaao, Caa-> 
8Ì0 Severo e PMnponio secondo Veronesi, :CcéÌilft 
di Vicenza , ebbero nel primo secolo dei Rotoano 
imperio pochi eguati nel senato e. Degli, swroìti 
jra. le più cospicue e numerose famìglie di Ro^ 
ma. Ed oltre questi e parecchi altrì de* quali 
diffìcil opera sarebbe di riotraceiare 1* erigine ^ 
Vespasiano che fa poi sì utile prìncipe a rìfw' 
mare e nstabilir l' imperiò, dai vizi de' primi fie^ 
sarìi e d^e guerre d'Ottone e di Vitellio ai gua- 
tto ed afflitto, era nato in un piceol villaggio 
presso a Rieti (i). JE'ra tanti scrittoci Latini, per 
oui Roma, e il secolo di Cesare e di Traiano 
vanno gloriosi, appena due o tre nacquero ia 
Homa. Ne alcuno è mezzcmameate' venato nella 
letteratura Latina , il quale non sappia che En- 
nio, Virgilio, Orazio, Catullo, Ovidio, Tito Li- 
vio, Cornelio Nipote, Velleìo Patercolo, e i due 
Plini, comechè tutti nati in Italia, non hirooo 
perb Romani d'origine o di naraone. Vera cosa 
è che r opera e 1* industria loro era assai lardar 
mente ricompensata dagli onori e dalle rtcch^ezc 
ch'essi ne ricevevano.- però oon dovea riguarda» 

[i] Saei. in V«ip. e. a. 



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IJBRO IL Capo VI. iB^, 

pn pìccol vantaggio queUo Aéle cìttk Italiche» 
ohe- i suoi figli avessero il òammiiiQ aperto alle 
oarìche di Roma , le quali raper^vano dì poten- 
sa e di grado i più gran prìncipi .delle altre oa* 
zioDÌ . Ma per un pooo di boria; e di fvaao -ohe 
le città esempigrazia deirStruna, i< borghi àé. 
Lazio:, del Sannio, o de' Bruzì potevi godersi, 
d'avere un de' lor terraEzanì pretore, consolo io 
Roma* governatore d'.una provincia* ominiaCro 
d' un impéDadore ; essi n' ebbero ben tosto a pa- 
tire la «elitudine e la distruzione totale dì loro 
steasr.' QueUa fadtità che g^' &afoDÌ> d'ogni cotv- 
trada avevano d'avanzarsi e trovar, fbrhuiia iaRo- 
ma*. vi tirava ogni uomo; il rict», perohè col 
mec^ dflUe rìcclieize «ì lusingava . d* aprirsi pili 
fiicilmeiite la strada a miglior farfuna; il pevere 
e popolare, per la- speranza di far i guadagno, « 
di trovar più .facile e più oopiosa. pescagione in 
un gran mare, qual era RiiDia,'dQW i soli rifiuti 
e lo acialaequamentD de' faeolioii -potevan fare 
lo scaflDpo.«idar pascolo a molta gente. Ne di 
tante perspne óix lasciando il patrio nido se ne 
veoivaDo.a Roma, erano però incute quelle ohe 
dopp d'aver minorato destino ae ne ritornassero 
tliV antica pailria, e vi portassero iloro averi , .e 
ristorassero in questo modo quel paese o d' abir 
latm , di beni . . Noi vediuoo per; la contìnua 
«specienza, quanto cari sieno :que' prorindalì , ■ i 
quali dopo d' essersi avanzati nelle cariche , nelle 
^rti e nel commerzio, e d'caserù perciò arriccbiU 



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i5& IDelle RiVoiuzioKi V Walia 

nella capitale, s'iaducauo poi di duoto a risia-» 
bilir k famigb'a nella primiaa ì<x patria: oh». 
anzi vediamo regnare un pregiudìzio molto strano. 
e: pernizioso , ohe, quando alcun signore -o citta-i 
aino borghese abbia certe entrate alquanto su-*' 
periorì a cUb che basta ' per vivere agiatamente' 
nelle città pt?ovinciali o in contado, diSBcnlmeiite' 
xesiste alia tentazione d'andarsene a vivere nella- 
città- prìncipai dello stato. Il meglio cbe si cre- 
deano di poter fare per la loro terra ' natia , : à 
era di tirar pure dia capitale i compatriotti ; 
proteggergli ed avanzargli amigUov fortuna!; « 
&taltnente d'acquistarvi nuove campagne,' « <d*es* 
teiìdére, qlianto più potevano, i lor poded. La 
quAli cose non che giovine al comune di qQsl 
pae^e,' ma :tendono del pari a rovinarlo, sia per 
gliabitantt ch6 se ne tolgono a dkittura, qualar 
ra colla speranza di nuova protezione soOo allet^ 
tati e tirati alle grandi città ; sia perche Tacqui-^ 
sto delle terre che le famiglie traspiantate altrove 
vi vanno facendo , non può non tc^liere a pooo 
a poOo il mezzo di sussistere ai restanti bcH'ghesiì 
i quali o per fòrza o di buon grado sr spogliane 
de' loro campi , e quindi sì volgono altrove a «jet»* 
car ventura con le arti spesso ' poco ofaeste ^ é 
quasi sempre inutili del lusso cittadinesco. 

Il vero è che' i gran poderi già aveàno dato 
incominciamento alla rovina d* Italia , avanti che 
i mumcipi e le colonie italiche vedessero i lorcit* 
tadini , mtialzati alle grandi cariche, ed arricdliiti 



ovGoogJc 



Limo H. Capo VL 1^5 

begli uffizi di Eonia e nella córte Segl* imp(^• 
radon, allargare nel paese natio ì campi eredita-' 
ri, ed acquistar nuove ville. Cosi, tosto come^ 
fi orna andò dilatando i- ccHifini sopra le rovine 
delle altre repubblicbe deH' Italia , non cessarono; 
mai t potenti eittadiai, né lor mancaroiio i modi 
d* occupare le terre de* popoli o Vinti, o per ali- 
ixo titolo venuti sotto il dominio Romano. La 
legge Licinia^ e quant* altre ne furono pubblica- 
te e stabilite per lirattare la quantità de* poderi 
che ciascun cittadino potea possedere , deluse con' 
arti e con raggiri da principio , iurono posda col 
tempo disprezzate e violate apertamente. E tutti 
gli- apparati , e tanti rumori tribuneschi per dirif 
der le terre alla plebe, riuscirono a nulla da bel 
[Hincipio, o r effetto non fa dicevole. Caio Grao^ 
co lasciò scritto che lo stimolo più forte che mos* 
se Tiberio suo fratello a fare la l^e agraria t 
fu questo , che uell* andare a Numanaia , passan- 
do per la Toscana , vide il paese privo d' uomini 
liberi, e io questo cambio pieno. di schiavi, cioè 
di servi lavoratori dhe a profitto de* patrizi e de- 
gli altri ticchi coltivavano bene o male qu^ 
terre (i). Ora, se attempi di Gracco, allorcbi 
si suppone la città di Roma essersi trovata nel 
vigor deirinstiluzione, e ancor 'non oofrotta, già 
s* erano tanto negletti gK ordini cke regolavaB9 

fi] Plm; in Giacchii.' 



ovGooglc 



i6a DellH: RiVQLtizce^ D* Italia 

le pouessiÒDt de' c^^aMnì; eht crediunsfìi, cha 
si &cesse, poiché rhuù a' ricòbi di superar g}i 
sfòrzi gr'andiuinu chef fecMO 1. Gracchi per mp- 
dKara la kno cu[»dità , e pcrichè la tìriMMude di 
SiUfc aìÀisSiè totalmeote Je ragioni de' porerì , e 
iovese» per sempre quella poc4 e^a^avza di 
fìtto e di diritto, che avéa potuto durar fio al- 
lora? Comiociarono i favoriti di questo dittatm» 
tiranno a invader con vari artifizi e con aperte 
violenze le possessioni che lòr vennero a grado» 
cacciandone i lor proprietari qua e là per ì rau- 
nioipì e le colonie d' Italia . Chiunque è passato 
p«I solito corso de' collegi , può ricordarsi c^ 
rdtDoca caso d« due Bosci, V uno assassinafo, e 
r altro accusato di parricìdio, non d' altronidA 
nacque , ohe dalla sc^entta cupidità d* un fa- 
vorito, di Siila, che vc^va occupare i poderi d'un 
hor^ejK d' Amena . Di mano in mono ogni cit- 
tadino potente) Q le «eature de' triumviri e poi 
d'Augusto e quindi de' seguenti cesari, non fu- 
rono in questa -pwto più modesti che fossero sta- 
ti i Sillani. Cosiocfaè,. tra per quelli che sponta- 
neamente si venivano a. Roma a vivere de' dona- 
tivi e . nell* oaio , - o a. brigare par ottener cariche; 
e quelli che pier prepoteflza « violeoza: altrui eran 
cacciati , grandissima parte di que' paesi che ^ii- 
gent'aoni addietro sostenevano si numerose pò- 
pùlazioni , e mettevano in campo potenti esèrciti , 
erano divenuti, secondo l'espressione del geografo, 



ovGóogle 



LiBBO li. Capo Vr. i6i 

poderi dì particolari (i) . Celebre ir dì vero tropi- 
po rimardiéròle è un r^sto dì Tito Livio , il qua- 
le parlando del paese de' Volsoi, donde uscivano 
sì Dumerose armate ■, argomento indubitato detla 
popolazione grandissima di quelle contrade, ci fa 
sapere che a suo -tempo, tolti ^li schiavi de' Ro- 
mani, e pochi soldati che vi si tenevano, era ri- 
dotto a solitudine (2) . Quello che del paese 
de* Volse! e degli .E)qui disse per incidente, era 
parimente awenuro alta più parte del Sannio^ 
della, Lucania, e de* Bruzi, come sì può leggere 
espressamente presso Strabene contemporaneo di 
Tito Livio (3) . Io so bene che al sentir ragiona- 
re di tante colonie che Siila,' e Augusto speziai"' 
niente vi mandarono , orederanAo alcuni , che tan- 
to gran numero di soldati , a cui furono assegna-' 
ti terreni e dato stabilimento tn diverse regioaf 
d* Italia , dovesse ripopolare il paese che pe* mo- 
tivi suddetti si era andato diswtando. Ma se noi 
riguardiamo e al modo che usavasi nel ' condui; 
le colonie, e il fine a cui esse riuscivano per' la 
più parte , noi ' troveremo che tutti que* nomi di 
colonie , di cui fu piena l' Italia nell* ottavo se- 
Golo di Roma, valsero in fatti assai meno che 
Hon si crede comunemente » a ristorare lo stato 
Tomo ì. it 

(1) Té-a fii» •*a\/x»M, *Ì> ^ ni(t»i, %rit*ti fiMrC* • SUah, 
1. 5,p. iSg. 

(») Liv: 1. 6, p. 507. 

{3^ Sirab. 1. 5, et 6. passìtn. 



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,i6a Delle RrvotuzioNi d'Italia 

à* Italia . Egli è però in primo luogo da avverti- 
re, coree spesso si dava titolo e diritto di coto' 
sie a molte città , dove però non sì mandavano 
uh soldati licenziati , ne altro genere di nuovi 
abitatori (i). Perocché molte città municipali» 
per adulazione verso i principi , o per vaghezza 
di meglio assomigliarsi alla capitale, brigavano 
d' esser fatte colonie , ancorcbè da principio si 
stimasse molto migliore la condizione de* munitù- 
pi (2). Quanto poi alle colonie di plebe Boma- 
iia, egli è noto che anche ne' tempi della repub- 
blica, benché il basso popolo mostrasse si caldo 
desiderio per le leggi agrarie , pochi tuttavia era- 
no quelli che, vinto il partito, volessero dar il 
nome nelle colonie, e lasciar i tumulti del foro 
e i piaceri delia città, per sequestrarsi ne' con- 
tadi a lavorare; e se pur v* addavano , non indu- 
giavano un pezzo a ritornarsene' a Roma, ceden- 
do per ogai vii prezzo la lor porzione: di maniei- 
ra che coteste divisioni dì terre, promosse con 
tanto calore da' magistrati popolari , tendevano 
non a rimenare l'eguaglianza, ma ad accrescere 
r ineguaglianza de* beni, e a levarne da uu ric- 
co cittadino per farne un altro ancor più ricco . 
Peggio ancora ne avveniva deQe colonie milit£uriy 
le quali furono condotte veramente in gran nu- 
mero nel secolo di Siila e di Cesare per tutta 

CU A. GelT. !. 16. e. iS. 

(a) Tacit. Add. 1. ij. e. 37. — Uaffei Verona illnstr. 
1. 5. 



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• XiMo n. Capo VI. i63 

Italia. PrimieraÓKiite » per fare gli assegnamenti 
a', vecchi soldati che si coaducevaDo in colonia > 
toglieTansi le terre non già ai ricchi patrìzi di 
Roma, come sì pretendeva di fare con le. leg- 
^ agrarie ; ma ai proprietari de* municipi , cb« 
vi abitavano, e le coltivavano coir opera, pro- 
pria : il che non poteva farsi s^za grave detri* 
mento delle comunità ItaHcfae, né senza infinita 
desolazione de* particolarì , come testìmoqia quel 
Melibeo Virgiliano . Poi, i soldati che v'eranman^ 
dati, dopo d' aver ttranueggiati e manomessi i pae- 
laai , e col viver largo e licenzioso dato fóndo a 
quanto aveano di mobili e di contanti , non tar- 
davano guari a. scialacquarsi il prezzo delle los 
porzioni di terreno , per ritornare a nuova milizia 
e a nuove armi civili , come nuova sQrgente di for- 
tuna . Così la iecero per la più parte ì coloni di 
Siila, da cui prese animo iCatilina a formar que' 
suoi vasti disegni che son sì conti (i)< Né sotto 
i cesari s' accrebbe gran &tto negli animi della 
soldatesca la vo^ia di passar dall' armi . alta yan- 
ga, e d# quel vivsr libero e dissoluto che dal 
principio delle guerre Astaticbe. e civili. »' era in- 
trodotto ne* soldati , rìiurnare alla semplicità e, al- 
la dnrezza dplla TÌta . rustica . Però: è credibile 
eh' essi cereaisevo di convertire in cfintantì il più 

f'i) Pleri^ue Sjilani milites. Utrgius suo uri, rapina- 
iian et viaoriae veieris memof-es , iellum civile exopta- 
htmC... Ex Sjdianis jx/oofs f^ ijuitts libiAo aiijtte luxuiia 
nìkil reliqiù fettrat . SalllitL io Gatil. i 



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i64 Delle Bivoloziom d'Italia 

che potevano delle terre loro assegnate per ricooi- 
pensa . Véggatiì da 4^uesto lungo dì Tacito , cbe 
cosa fossero fé cotoDÌe sotto gì' irapeiadori del pri- 
mo secolo, (c-ln Italia F'zzurlo, terra antica, fu 
» fatta colonia, e prese da Nerone il nome. A 
i> Taranto e Anzio furono assegnati ,vecchi solda- 
» ti; ma non però le popolarono;. torBandosimol» 
» ti nelle provinole dove avevano-milit^tn . Altri 
t> non usati a* maritaggi né ad alle?ar figliuoli , 
» taitciavano senza posteri le case orbe . Perchè non. 
» si eonducevano, come una volta, legioni intere 
» ooD tribuni e centurioni, e co'soldati di ciascun 
^ tardine, affìnchè coir unione e coli' amore faces- 
» sero còme una pepubblica; ma andandovi a pÌo- 
» cole truppe senza conoscersi e .senz'. amarsi., e 
■ » quasi d'un altro mondo raccolti, facevano piut- 
»: tosto numero, ohe coloni^ » (i). Ora-, se i 
soldati- licenziati non si contentavano di starsi in 
Taranto -ed in Anzio, ch'erano a quel-tempo del- 
Je più fiorite e delizióse città d' Italia (z) , com' era 
mai possitule che le colonie pigliassero radice ne' 
borghi desolati 6-deserti , e nelle campagne più 
bisognevoli d'essere ripopolate? Per la qua|. co- 
sa le terre che. dou rimasero, del tutto daserte , 
«i riuDijroDO in .vastissime tenute di poderi, che i 
xÌC(ìM acquistavzmo di .mano ia mano-, e che fa- 
cevano, secondo il solito costume, coltivare dagli 
sfcbiavi ; disordine oltre ogni cr^sdere di^ruUivoi per 

' '{i^ Xacil. Ano. 1. 14, «..37, 

ij; Strafa. I. 6, p. 175 j et J. 5, p. i«i. 



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LrBRO U. Capo Vt. i65 

due effetti ioevitabiU: uno, la diminuzioue nota- 
bile del frutto della terra, la quale spartita ìd 
piccole porzioni, e coltivata da' proprietari e da' 
borghesi , rende senza controversia maggior copia 
di frutti ; V altro , la disper«one della più utile 
spetie del genere .umano , quali sqbo i rustici H- 
berì f « i boi^esi d' nmil fortuna . Quindi osser' 
Tò Plinio, correndo ancora il primo secolo dell' im- 
perio Romano, che i vasti poderi avevano rovina- 
ta l'Itaca. Ma noi siamo talmente usati dì riguar- 
dai:' come fortunata e fiorita ogni nazione cbe di 
molte Provincie formi un sol regno, massimanien- 
te se per nabirfil situazione e per le fòrze sns pro- 
prie possa riputarsi sicura dalle incursioni di ;geii-« 
ti straniere, e abbia dentro il suo ^éno e per la 
fatalità del conunerzio possa procacciarsi ogni co- 
sa necessaria al vivere amano; che quanto ablna-* 
mo fin qui detto non varrebbe giammai a persua- 
dere la più parte de* leggitori , che sotto Ce!>are e 
sotto Angusto l'Italia fosse ÌD misero stato e in 
decadenza. Veramente la fecondità dell' Kgitfo e 
di tante provincie dell' Afn'ca vicine al mare , del- 
le isole ^ Sicilia e Sardegna , poteva supplire al 
^fetto delle campagne dMtalia o abbandonate, o 
mal coltivate, ti cambiate a bello studio itt par^ 
ehi , in foreste , in deliziosi e dispendiosi giardi- 
ni. Le scelte di soldati, che si facevano per tut- 
te te Provincie y adfempìeraifo la mancanza de* sol- 
dati Italiani , di cui ^ fuori deBe coorti prefonri 
.coannciò ad essere scarsissimo Ìl numero . ancbe 



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i66 Delle Rivoluzioni d* Italia 

sotto i primi imperadorì . E gli scfaiavi che in gran 
numero si fìonducevano da' paesi barbati , e che , . 
o si riteoesdero io Roma o sì mandassero alla cu- 
ra delle campagne, ottenevano la libertà, com- 
pensavano in qualche parte lo scemamento gran- 
dissimo della popolazione, che 1* abuso inesplica- 
bile del celibato vi cagionava, abbiasi dunque a 
queste cose , e al volgar pregiudizio qualche ri- 
guardo ;- e differendo ad altro tempo il rappresen- 
tare come in un solo quadro git effetti che , poi 
divennero sensìbili, e le conseguenze perajzìose 
de* vizi morali e politici che abbiamo accennato , 
chiamisi frattanto fortunata I* Italia, mentre ch'el- 
la fì] la sede ed il centro di quel vastissimo im- 
perio, il quale, sebbene a tempo d'Augusto già 
si Vedeva rovinar per il peso della sua stessa mo- 
le , fìi pure per la medesima sua grandezza luti^ 
gamente sicuro. 



ovGooglc 



167 

LIBRO TERZO. 

CAPO PRIMO 
Del governo et Italia sotto i primi cesari . 

Vjhiunque è persuaso di questa massima, cbe le 
i-epubblicIìÈ democratiche con possono sussistere 
se non che fra brevi Utntti di dotiunio, ed in un 
num»o non troppo grande di cittadioi, potrà fa- 
cilmente icnmagihare qual esser dovesse lo stato 
politico d' Italia , e V amministrazione delle cose 
di Roma, allorehè tutte le città e tutti t borghi 
divennero quasi membri à* una sola città , e cbe. 
molti railiom di persone avean diritto di trovarsi 
agli squittinì per creare magistrati * ordinar leg- 
gi. Ma poco spazio ebbero a durare Jn quello sla- 
to le cose di Roma ; e certo non potean durar 
lungamente . La guerra servile sotto la condotta 
di Spartaco, che succedette quasi immediatamen- 
te alla signoria di Siila , e cbe travagliò 1' Italia 
con più terribile sbattimento, cbe non potea fare 
l'irregolarità e la confusione del governo (i), non 
lasciò badare alla riforma dello stato. Poco dopo, 
la coDspirazione che fecero tra di loro Crasso, 
Cesare e Pompeo , pose in mano a tre soli tutta 

(1) Pene non levius hellunt in ea ^Italiajf tjuam An- 
nibal moverai. Eatr. 1. 6, e. 7. 



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t68 Delle Rivoluzioni d' Itaìia 

}a "podifi^tà che dovea e$sev divisa in iafinifo gH- 
mero di cittadini. Né pnma sì ruppe per la mor- 
te di Craiiso quel triumvirato, che la gelosàa nata 
ira Cesare e Pompeo , e poi la guerra aperta che 
si frcero , rendette necessariamente il governo ir- 
regolare e coDiligo; e la brevità della dittatura di 
Giufio Cesare non lasciò compierei disegni ch'egli 
forse aveva , d' ordinar la repùbblica in qualche 
forma^ehe stesse bene.. La morte di luì rimen& 
le amii civili , e lo scompìglio getm'ale dì tutta 
Italia per le guerre dì A'Iodeaa, di Perugia e di 
Sicilia, senza cootarvi quelle, che si fecero coutro - 
Bruto e Cassio da Marc' Antonio e Cesare Otta- 
viano . Ma restato , quest' ultimo arbitro d'ogni co- 
sa, se non ebbe ingegno ik Ièliee, e mente gran» 
de ed attività pari a quella di Giulio Cesare suo 
■zìo m&tenio e padre per adozione , 1* esempio dì 
lui che sì recò quasi a coscienza e religione dì 
seguitare , la cognizione che forse ebbe de* suoi 
disegni, e finalmente la lunghezza del suo prin- 
cipato , gli diedero comodo ed opportunità di ri- 
iormare lo stato in quella maniera che la vastità 
Atà dt^ninio ricbie{kva, e che la fresca memoria 
dellaliberlà potea sopportare. Seocbè dall' un 
capito il governo d' Augusto e de' successori potesse 
chiamarsi dispotico, -giacché avendosi riservato il 
comando ddi' armi per tutto T imperio e nella ca- 
pitale,- potevano sempre violentare a lor grado tut-i 
ti gli ordini dello stalo j, nondimeno (piescincten- 
do ora dall'abuso che ieceroi cesari dell* aatorità ■ 



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LìBRO in. Capo h 169 

imperatoria, e da* duetti che sogliono trascorrere 
netr esecuzione di qualsivoglia meglio ordinato sistC' 
lAa) certa cosa h che dt sua natura il governo ordina- 
te da Augusto fu di forma mista ^ o vogliam dire mo- 
narchia temperata coli' autorità d'un senato, 
colla libertà e podestà ' popolare . Però gritaliani, ' 
non solamente pe' diritti acquistati stante ancor 
la repubblica in piedi , poteano al pari de' Ro- 
man! propri e naturali ottener qualsivoglia uffizio 
e dignità; ma per un bello e memorabif ripiego 
che immaginò Augusto, potevano dì casa joro 
dar le voci per l'elezioni de' magistrati, che si 
facevano in Roma . Il ritrovamento fu questo, ch^ 
circa quel giorno determinato in cui si dovfeano 
ten(^ nella capitale t comizi , si <»)ngregas3a-o ì 
decurioni delle altre città , e raccolte le voci , si 
mandassero a Roma suggellale, per ccmferiHe co'suf- 
fragi del popolo Romano (i).U qaaì ordinamen- 
to, l'unico veramente, a parer mio « chs si, po- 
tesse inventare per lasciar senza confusione e scu- 
sa tumulto qualche ombra di sovranità alle -città 
Italiche, non ebbe però durevole effetto,, o-. fu 
abolito probabilmente nella stessa cong^untutfi bh* 
abotiti furono i comizi di Roma . Ben è mar4ri- 
gtia die d' una cosa che pur ci dee parere pi ri- 
levante , appena si trovi ricordo in due sole righe 

[ij Excogitato genere suffragiorum , <juap de magi- 
Stratibu! urbicis Aecurìones colonici in sua auisque colonia 
ferie nt , et sub d-em corti itioium oitsignata liomàtn -mii- 
terent. Suet. Ui Octav. e. ^ù. 



=dDvGooglc 



170 Delle IUvoi.wzioni d* Italia 

d^Svetonlo ; e che Tacilo , Del raccmilare conia 
Tiberio traE^rì dal campo Marzio al senato ' l' e- 
lezione de' consoli (i), iioii faccia menzione al- 
cuna di cotesti squittinì municipali . Né più du- 
revole effètto ebbe un' altra opCTazione dello sles- 
so Augusto riguardante Tltalia, percoiegli di- 
vise tutto il paese io undici regioni . Plinio che 
TÌfNisce sì distintamente questa divisione; credei-' 
te anch' egli, che piuttosto la facesse per tomo-* 
do suo proprio e singolare, che per regola' stabi-: 
le di governo (2). 

Tutto ciò dunque, che possiamo dire del 
governo d'Italia in quel che riguarda Io stato 
particolare di ciascuna città e terra ( percloechè 
nella somma delle cose essa dipendeva senza dub-^ 
bio, come tutto il rimanente dell* imperio , dalla 
volontà degl' imperadori ), si è che tutte aveand 
1* interna funministrazione e il governo di se sles- 
se, creandosi ognuna dal corpo suo -i magistrati 
per giudicar le cause , e per regolare la polizia ,~ 
e per levar qualunque sorte di contribuzioni o di 
carichi che o per bisogno del paese, o per servi- 
zio del prìncipe potessero occorrere . II vero è che 
dalle sentenze e dagli ordini de' giudici ed altri ' 
magistrati municipali eravi spesso ricorso a' con- 
soli , a' pretori , ed ai prefetti della città di Ro- 
ma j e certi processi più segnalati solevano anche 



[1} Tacit. Anna!, t. 
[a] Flin. i. 3. e. 5. 



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Libro III. Capo V 171 

(U priina iastaoia tratEarsì nel senato Romano 6no 
da* tempi della repubblica (i). Ma l'andar dal- 
l' oscurità de* moaumenti ricavando minutamente 
à fatto case, lunga opera sarebbe e poco 'confe- 
rente al nostro instituto: 

Le guerre civili ( era volo. ah. 68. ) che 
eeguìroao in Italia tra i pretendenti all'imperio 
dopo la deposizione e la morte di Nerone, ulti-- 
mo idtperadore del sangue Cesareo , non poterono 
fat a meno di turbar grandemeate ogni ordine 
di governo, mentre che devastarono tante fertili' 
campagne , e rovinarono tante grandi e nobili cit- 
tà. Ma riuscito alla Sae superiore Ìl partito di' 
Vespasiano, fra ì molti beni che recò questo 
prìncipe all' imperio afflitto , uno fu sicuramente 
£ ristabilir anche ne* municipi T antico gover- 
no ; e non ai trova che né i suoi figliuoli , né 
alcun altro de' sudeessori 6ao dopo la morte del 
gran Traiancf, alcuna cosa di rilievo vi rinno- 
vassero.. 



[1] Haffei Verona iUostr. 1. 5. 



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i7a Delle Rìvoluzioni d'Italia 

CAPO II. 

jifuovì magistrati preposti da Adriano a Ttggere. 
V tii^a: lodi d* ^intonino Pio, e botUà noot' 
vaie di Mòre' Aurtlìo . '■ - 

Jrofrebbesi forse credere che l'jHnbiaione dì A-. 
driano, e la vagbezza eh' egli ebbe di eensuiare' 
gli. aodaioetiti, de' suoi pFedeoessovt , .e speziaV 
meate di Traiano, Io stimolassero a eunve rìfbc-. 
me; ma per «juanto grandi fc)S6epo i difetti cher 
oscurarono le molte viitù di questo pnncipe, tut-r 
to.n complesso delle sue am'oni ci fa stcuri cbtr 
non gli mancara né scienza, dì gOTecoo, né abioe. 
di giustizia . In q.ue' suoi lunghi e quasi continui 
viaggi cbe fece per le provincia dell'imperio, ri- 
formò Adriano vari -abusi introdotti nel go^i^erno 
di esse, e nuovi ordini vi pose, Benché per di^ 
fetta di- storie Aon ci «eno note le . particolarità' 
di tali riformazioni. Né fìarono più esatti gli sto» 
rici a daitn ragguaglio di ciò che fece Adrl^to' 
rispetto all'Italia.. Solamente sappiamo cb*^ egR» 
già fatto imperadore, esercitò' in parecchie città 
Italiane ufHzi e cariche particotfuri . Fu capo del 
goverjH) in Napoli, pretore rielFEtruriav dittato- 
re, consolo, edile in motte città del Lazio. Da 
questa sua o vanità, o popolarità che si fosse, 
l'effetto nacque tuttavotta buonissimo. Egti -ebbe 



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UbRo UI. Capo IL 1^3 

eoa maggior opportunità d' essere informato dello 
etato di qua' paesi; e di ià s'itidusse a destinare 
nuovi magistrati pel governo loro. Creò dunque 
Adriano ( an. i35. ), cerne giudici supmni per 
PkaKa, quattro senatori slati consoli , stabilimeii- 
to a prima vista per ih stésso notabile, cheSpar- 
ziano accenna tuttavia assai leggermente , e quasi 
di passaggio (i). Ben è da «upporsi che 1* auto- 
rità di questi giudici o eorreltori- d'Italia' abbia 
diminuita la, libf^rtà del proprio governo, -cfae ave- 
vamo goduto te città per Io passato; ma Adriano, 
g-raodé coooicitor delle cose, avea forse osservato 
ohe la pia pai'te de' papolr, MJtto questo spezio- 
soaome-.di lìbero governo, erano coatiauament9 
travagliati dalle ' discordie, e tiranne^iati datlal 
prepotenza di. pochi grandi . Per questo 'cercò egJi 
di fargli in apparenza meno liberi, ma più tran- 
quilli e liguri. La. qualità delle persone alle qua- 
li Adriano affidò questa novella carica , dee farci 
credere eh' egli cercò io fatti il vantaggio della 
Dazione. Uno de' giudici 6uddettì fu Tito 'Anto- 
nino , cbe fu poi suo successore nell' imperio , e 
meritò per la bontà sua singolare il- soprancoma 
dr Pio . £d appunto la scelta che Adriano fece 
c]e' successori, bastò a dimostrare quanto selo egli 
avesse del pubblico bene, » dovette- cancellare 
dall'animo degt' Italiani ogn' impressione oattìva 
alle- vi avesse fatta il misto carattere di' «piasto 
[■] Spart. ÌB kdr. e. ai. — Salm. <t Casaub. ia 

lUltiiB. -, • ■ ■■■' - ■" ■ 



=dDvGooglc 



174 Delle Rivoluzioni d'Italia 

ùnperadore. Morto Elio Vero ( an. i38. ), ctó 
aveva Adriano poco. prima adottato e creato oé- 
sare (titolo ette cominciò pur allora a significare 
it successoT pnsantivo dfll' imperio ), adottò e 
dichiarò sao snocessore AnfooinO', e volle cfacr 
(Questi sì adottasse nel tempo stesso Marc' Aure^ 
Mo e Lucio Vero figliuolo di Elio cesare soprad- 
detto.. Per tutte le Provincie deirimperio cammi-' 
aavano sotto Antoniao le cose con tanto ordine* 
e tanta calma, obe mancò fino agli scrittori ma-' 
teria di scrivere: pruova singolarissima di un go- 
verno moderato ed uniforme (i). Ma-ntalia-eb-' 
be a godere: tanto maggiore eliciti ^ qnaafa elkr 
era più vicina al suo .principe^ il quale appena 
Vscì di Roma, non cbe si partisse d'Italia in tut- 
to il corso del suo. regno , a fine di rl^armiare af- 
fi] Giallo Capitolino che ci lasciS la vita éì questo 
impera dorè , benché parli Inngamente Mìe sue tìnìl, noit 
racconU alcun fallo particolsre , d«l ano regno . Sifilino i 
abbreviatore della «loria di Dione Casno^ lospelli» che ia 
qóesia parie fosse tronco o mancante il suo antore > per- 
diè vi trova gì leggermente loccao il i«gD« di AntotijnO' 
Pio. I motlerni 'com[Hiatorì della storia augusta replicwo- 
lib la stessa querela, che il regiio d'Autooino si degvo di 
noria aia stata si scarsamente' illirslrato dagli anikbi «crii* 
tori . KU io non trovo ragione di credere che maacniero 
gli storici al régno di Aoiopiao', o che siensi smarrite più 
ohe degR: altri le mentorie del suo regno. Il vero è bene; 
a, parer mio, che .non avendo Avnio gnerre,. come Tito^, 
né fatto stravagante u ingiustizie, come Nerone e Car^cal^ 
la ed Eliogabalo ; né essendo segirìle mntationi di gover-" 
no, o tivoluiiooi , » pubblici disastri , tntlo ciò che si 
ebbe a dire del regno d'un sì buon nriuctpe, si rìdmM 
ad un semplice elogio, o- sia ragguaglio delle ine virtù, 
e delle mamme che tenne nell' amminisiraiion dello Maio. 



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. :. tiBRQ fll Capo n. .; : . 175 

salditi le spes» iDevitabfli é sempre grondi , eh» 
cagionano i viaggi del priocipe « per quanto mo-r 
(Jesto egli sia. La prosperità dell' «tmi di' Traia-' . 
DO, e l'altività d'Adriano nel reg^menta ioterno- 
pareva cbe avessero, disposte « preparate le icosc' 
percbè si godesse il frutto compiHto «otto Aato-^ 
nioo; perocché qod ebbe né guem di -iìiori da 
«osteqere, né mutazioni da fare 'deatro allo stato^ 
Ebbe egli a vegliar solamente per mantenere gir 
ordini stabitilì, e vr ' riuscì certo rairab'lmcnte j 
Kel provvedere a* bisogni dello slato , e render 
cagione a chiunque la domandasse, fu< à: esalto 
e si attento, die ne Su proverbialo da' cortigia- 
ni C')* '- quali, per vantaggiarsi, colf: oppressione 
degrinfei^iori, avrebbero voluto nel principe mx-- 
nor diligeoea nel governare:. Del resto ,- fu cle- 
mentissimo (2) . Impedì le ribellioni allora sì fre- 
quenti; e spense le congiure senza versar. sanga&i 
La religion Cristiana si professò e praticò' sicura^ 
mente (3); pbrchè il savio principe « ancorché 
gentile, conobbe e Id ra^onevolezza del Cristiane^ 
simo, e la necessità che vi era di lasciar ad 
ognuna libera la scelta della religione. Protesse: 
le lettere 3»iza fasto e senza gelosìa ; e fiorirono 
al ^o. tempo le scienze più utili alla società, la 
SIosoBa e la giurisprudenza . Promosse anche mol- 
to r agrioiltura , arte sópra tutte le altre nobile 

[ij TSf f«xf «Xej'/af ■ JuUaii. in Caes. 
' [a] JdI. Capìiol. io AuioD. e. 6. 
., [5] Orsi Sior. Ecd. t. a, 1. .3 , e. 5i- ci «q. 



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176 Delle Rivoluzioni d'Italia 

«d importante, cui egli amava stDgolarmente,es- 
aendovisi esercitato io tutta la vita sua, e nel 
tempo massimameate ohe fu de* quattro giudici 
d'Italia. Né sì sa che fatto imperadore egli uscis- 
se di Roma per altro motivo , che di visitare le 
9Ue campagne . Con questi e simili modi impedì 
la peggior corruzione de* ooolumi pubblici che il 
lusso» figlio deir abbondanza . aveva intrr.dotti : 
al ohe giovò ancora non poco quel!* amor di S(4ii- 
plioita, chf avea mostrato Atlrìano, In E<nnma , 
per quanto si scorrano le memorie de* tempi , 
non si può trovare che l'Italia, da ohe fu' uni^ 
in un solo imperio , godesse' giammai più quie- 
to e felice stato , che sotto il regno di Aatonino 
Pio . 

Marc* Aurelio ebbe tutte q in gran parte le 
virtù di Antonino, ed alcuna ne - aggiunse , che 
rendè lui più glorioso , e il suo regno più cele- 
bre. Alla bontà, alla giustizia, ali* amor de* 
sudditi UDÌ il valore e Tette della guerra, che 
dimostrò .nelle sconfitte che diede a* Mareomanl 
che già parevano minacciare l*Ita]Ìa, e. nella spe- 
dizione contro i Quadi, particolarmente celebrata 
dagli scrittori cosi cristiani , come gentili , per la 
miracolosa pioggia che ottenne dal .cielo . Nondi- 
meno da questo imperadore , filosofo sì giusto, sì 
umano e sì virtuoso, modello poco meo che per- 
fetto di buon governo, nacque il principio delia 
rovina d'Italia, né senza colpa di lui: tanto è dif- 
fìcile a litrovarsi l'uomo, e molto più il principe 



ovGooglc 



Libro HI. Capo H. 177 

pòfettissìmo (i). Ud atto d* indiscreta bontà' 
portolk) ad associarsi neÌI' imperio con eguale air- 
torìtà Lucio EUo Vero, suo fratello adottivo; a 
acDza. essere richiesto o stimolato ( per quanta 
appare ) dal fratello stesso o da altri, diede il 
primo esempio alla dìtrisione della dignità impe-. 
mie , esempio dì funesta conseguenza a* succes- 
sori . Quindi , per levare dall' occhio de* Roipa- 
m lo scandalo che dajva loro il vìvere dissoluta 
del fratello, pensò- di mandarla alla guerra de* 
Baiti : altro fallo peggior del primo . Non sola- 
mente la persona di- Lucio Vero fu inutile a quel- 
rirapresa, ma. vi fu di ritardo e d'impedimen- 
to; ed il suo ritorno in Italia calamitoso. Menò, 
seco dal}* Oriente ( an, iti6. ) una pestilenza or- 
ribile, che tolse dal mondo grandissima parte 
de* cittadini Romani e degli agricc^tori Italiani : 
disastro che safdbbcSji evitai* certamente , se la 
lentezza della sua naaroia che ad ogai passo ' vo- 
leva spettacoli e sollazzi., e la sua dimora sover- 
chia in Onéoto non avessero ritardato la spedizione 
«d il ritorno. £ senza quell* imitile moltitudine dì 
Tomo' 2. 12 



[i] GiulÌBDO neHa sua ingegnota « mordace satira so- 
pra i cesari, onorsado sopra lutti Marc' Aarelu filosofo, 
a coi Giuliano stesso prelendeva probabilmeiite di essete 
àtsomigliato, cercò con le pìii plausibili ragioni di scusar- 
ne le' azioni cbe aveaao iocontralo maggior biasima, come 
£u^'av|ir tollerati ì disordini dellu moglie > « d'aversi la- 
scialo Bucceuore un così mal avvialo uomo^ qua! e^a<:olK- 
nl«d«• 



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178 Delle Rivoluzioni d'Italia 

gente cbe si trasse dietro , il contajgiosa moriia 
avrebbe fatto meno stcage. Per tutti i aeooli|!)r»f 
cedenti , e per dodici secoli appi'esso non 91 trm.^ 
va. memoria dì mortalità alcuna che abbia à^ 
strutto così gran numero di gente in Italia, ooms 
questa fece. Ma un'altra peste ancor più noce» 
vole all'imperio accompagnò Vero augusto dal- 
l' Oriente ^ Ne' ciitque anni che ti ti. trattenne'', 
aveva egli fatta ku^a dimora spezialmente^ ia 
Antiochia capitale- dell' Asia , e seggki pidncipa- 
Itssimo del lusso e della mollezza Asiema. Antio- 
chia si rendè famosa per questo riguardo in tut- 
ta- la Storta antica fin dal tenipo' de'fwiBti suc- 
-cesscffì di AleMandrcr Magno. Il oarattere^di qua' 
^èittadini che ci ritrasse Giuliana, augosto du- 
geat'anni dopo, quando già la zel^ion CrìstiaBa 
vi avea faui progiussi grandissimi r può darci «d 
inteoders qua! fosse quella dtlà al tempo di Lui- 
eio Vero. Or, questa prìncipff penato ftxteniienCe 
di sux natura ai piaceri ed ai vizi, s'abbandonb 
eoa la sua Aorte in Antiochia ad ogni geserv d» 
corruttèle» e tovuò a Roma- peg^'ore che maìcan 
■infinito corteggio di commedianti, -di buCRim» 
■d* eunuchi* di fémmine lascive, di .ragazii iofa- 
nif, e di.ogm-SQTtff d'artefici di piaceri,. U. buon 
AJaroòn dolente di veder costumi cosi defórmi 
da' .sugi,, ebbe di'tapto la; forfutu^ p^opina^r cbe 
rimafle lìbero da 4ui collega -oh» ù aveva per trop- 
ijrt.igf^pdp impru^aozij a?s(Mu>ta nel trpflp^. ;3^V 
;«è' Id, 'mocte dì Verot nèla diligenza 4^ : 



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Ijbro lU. Cai^o il 179 

itoti tolse- già ebe il' mal Mine, «paiM una voltai 
B ^ larga inaDo , non g«nogliauB col tempo , t 
tmtì crescesse fino « spegnere $utto ciò che restai 
tw di 4»t]0D0 nel teiTèoo It^aoo. > 

■K. . Q j^ p IH. 

■Come (t -vem éiìspófism& stasi slàbiUto a* ietìtfx 
' di Vómmodà, tón Seùìmenìa grandissimo 4et- 
~- Pìinpcrìó. '■ :■■■■■.. 

■vjommodo fi^liaolo* siitìcessoró di Marc'Aùrc- 
Ho'portò sul trono tutti i vizi del rio , « nruna 
■Affettò ddlè paterne virtù ; La vita di questo \ta- 
liperadérè, cbe non sembtà jireifentariiltro c6e un 
^liipìesaa dt crtìdelfà' e 3i libidini móstfUos*, 4 
«nóito fltìtabilepef le thuta^ioni impòrtaoiissime 
i4f gévernò « ffi ciu Al cagione' . Niuno ignora quan- 
•to^ gtandé fosse in Roma bncbe sotto i prknì ee- 
*iri^la^'poféni& dfe*' ttoldatl pretoriani , àob' deUe 
-gtiardù del cdfpò dell'imperadortì, mas^amfs- 
to dà-cheEtio-SeiaDa, fèrorito di - Tiberio , ave- 
va ÌUnìfe-ifl un sot qu&rtiere d alIoggiameotO' tut- 
ti^ te -cMfipàgBÌe -che prima sfataistt itì quartieit 
•^tiuff . H «afiilatm di' questa guardie t chiamato 
pftfétfó del pretella, antwrcliè fosse il primo luo- 
"gétetieotiJ 'dell' ìiApiftadore- quando qaésfo andava 
alla guerra ^ non area per&- ^anda in Roma altra 
•autoiì'tàrv ftwréhi qu^Itr-che g& vmft'a^U'eSMr 



=dDvGooglc 



i8o Delle Rtvqluzioni d'Ptalia 

capo d* un corpo di jnilizie molto potente , e daf- 
r accesso frequente appresso al priiiQ|pé . Cornino* 
do accrebbe fuor -di- misura il pevere di -questa 
carica, aggiugnendo al militar comando un'auto*. 
rità civile poco dissìmile da quella che sogUona 
avere nelle modeiiue muuarcbàe i gran cancelKffli 
o i ministri di slato . Perenne , uno de' due pre- 
fetti sotto -Commodo \( ah- i85. ), Accortosi per 
tempo quiuato il suo signore fosse alieno dall'ap- 
plicazione al governo , e inclinato a* piaceri del- 
le femmine , ed agli esercizi corporali : di lottare 
e combattere con gladiatori e con fiere, trasse a 
sé solo tutta intera l'autorità sovrana; e caccia- 
to via il collega Paterno con segrete calunnie, « 
sotto «pezie d' «aorarlo della dignità senatoria, à 
studiò vìe maggiormente d'invischiar Caounodo 
nelle sue lascivie , e nella vita scioperata e hsìx- 
taIe...Egli frattanto a none del prin&ipe rioeyeva 
le Appellazioni „ depideva le,titi , segnava i ie>7 
scritti , e conferiva le 'carìebe d* ogni .qualità (i)'« 
Allora la prefettura pretoriana comiociò a coox- 
|»-endere, come di propria ragione* tutta l'ajnr 
minìstrazioAe dell' imperio così civile che milita- 
re, come il gfan visUato appresso gì' imperadori 
Ottomani . Vero è ohe in capo a tre anni Peren- 
ne fu deposto led estinto, e tuttbil favore del 
principe ili rivòlto a Oleandro suo canjetiere, ne» 
mico ocQUIto ed etQcJo ài Penezine. Pavye «iw 

[i]'A£l. iimapTÌi: in Comtitodo e. 5^ et iéì[> 



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Ijbro ni. C&po m. r6i 

pier qiialche tempo restasse sospesa 1* autorità del 
ppefetto-del pretorio. Era Gleatidro di vile origi- 
ae,' e schiavo affraot^ito.,' che col secondare e 
Iimngàre vilmente le passioni del prìncipe , sa ne 
avea guadagnato- il favore. La prefetiur» del pre- 
torio era uffizio, troppo' onorevole, e il tentar 
d' accularlo di primo trfltto non pareva sicuro. 
Fensb- {jertanto- di affidarlo a persone vili e dap 
poca, Q per diminuire la dignità e lo splendore- 
^..quel posto , b per BÌdnrre il principe sella ne-- 
oessità dì nonùnr Jui , come uaìca pet^on» fede* 
le edabile^o; tanto impiego. In fatti oon queste 
arti' vi salì', .dopo< ìurervi. ìnnalzàtii parecchi ohe 
ferooo lasciati p«F:.poclii gionli, e talvòlta per 
poclicoce.. Neppur. Cleandro- stesso lopganteote 
vi stette; ptroeohirGoramod», impaurito da* tu<r 
multi popdari, fitieostrétto di foito lu^ìdereit e 
BÌ«no ^ffirrìvj> sotto lui a possedere la (irefettura 
per tre ■ anni . Ma- non per questo à moderò il 
potere di quciP uffizio ; peroccbc^ gPin^igfai' e le 
cabale' del paJaxzo ( o\ diremo bene del ^miglio 
di Commodo, dov'egli se tìt stava nnoliiuso' 
efr'suoi eunuchi, e con* teeoento concubioe },- -le- 
farìgbevdico, degli euauehi- e- de-' famrltì ,>)cli0 
ad9peravQn9Ì -per deporre o ammsaxaf» i\ 9iainistro , 
sol iàcéano- per'xiftmn^ iì gpvtraQ, ^a-per in- 
nalzare- qualche novella creatura: hh Coramodo 
.ebbe mai t&dtò di' ^rfea di ripigliasi la -mar af- 
fidata autorità,- e badare a^i affarì..' 

NDti.è f$iQÌle lo spiegare a qpal tfeeetiiy di^ 



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ifia Delle BivottjzioNi D* Italia 

dispotismo questo novello magistrato ( eh' ebbe l'u 
sul principio qualche utilità per la virtù di' Papi- 
uiano e di Giulio Paolo, che rotlenner de' pri- 
mi) riducesse il governo, J prefetti del pretorio, 
divenuti soli e sovrani mìnistrì . dell* autivifà im- 
peratoria , cercarono d' estenderla oltre . misura , 
ed impiegarono per questo tutte le spttìgUe^ze delr 
la giurisprudenza f ph« da' tempi. di.CQranctcìdo q 
almen di Severo fii posta io lor;: manq.(^)^' Io 
non sarei lontano dal credere eh* «fói . .ceroassero 
di stabilirvi questa masuma* TÌc8.TUla f.aQeh9t ^r 
gidì presso'i-Tdrchi, cbe ilprìncipa »a.,j]oni.pur 
capo delta repubblica, ma dispòlo assoluto .dell» 
fortune de' particolari (2).. Questa .era: una.^vi^ 
molto compendiosa perchè i ' favoriti . disila coirtei 
gli amici e le creature del 'ministro.,, e parttcolas- 
mente gli uffizioli pretoriani occupauero ogp.i,cQ- 
f& che loro venisse a greulo , senz* andar pec citf 
cuito , e intentar delitti di lesa maostà. solito 
mezzo in quella tirannìa d* invadere.! bspìde^ ric- 
chi, « d) spogliare i nemici < Talmeqtfi si avvez- 
zarono essi a queste massime, -che anche gliuo^ 
mini riputati più santi e più dabbene non si tro- 
varono alieni da queste tali usurpaóonc. Claudio, 
secondo di qnesto nome, che fu annoverato con- 
cordemente fra' buoni imperadorì, si godeva il 

[i] y. Goltofcej, Qp^rìi minora (^ L^gd. Batav,,i755 J, 
jisfert. 1. ■■■■:-.• 

[a] Vlpianns, lea de majéstate prìiici|tii KomànPIt^i- 
bat solata ■ ■ . . 1 <- 



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■ IJBRO in Capo HL i83 

«fetaggib d^ana. femmitia meischÌDelIa , che, essea- 
4o ancora nfBziale di Gallieno, aveva occupato; 
e fìi stimata azione ^i singolar bontà , che , sali^ 
tò Eul froDo. \ó abbia restituito all'anlica e le* 
g^ttima posseditrice (i). Se questi abusi si estet>- 
devaòb per tutte le proviucie dell'imperio-, non 
v' à dubbio 'che non inquietassero particolarmente 
i paesi più espostf air ingordigia de* pretoriani « 
degli' uffiziaii di corte. . . 

* tHè qui Rtette solamente il danno -che recìi 
all' IblTià il governo dì Commodb » e la prepoten- ' 
za de' suoi- favoriti e de* capitani delle goardié.. 
Oleandro, ammalò dal vile e malvagio genio del- 
la sua origine , si diede a tutto pevere ad -arvilic 
il senato che aveva fino allor eostcnutp il decora 
del nome RomàEio (2) . Perseguitò, spense a di- 
spèrse i più gravi e più oDoratì ornatori ; aatEiisse 
per denaro e per capriccio oonuni viKssimi -e di 
stirpe servile nm solamente nel sciato, ma aa«' 
cfce neirordìne delle case patrieie, contaminando 
con nuovi -ed inauditi mo^ 'la^ nobiltà (3)» So- 
migliante maneggio SieeTO d' ogni altra cosa:: 

■ [1] fonar.^i^t. Till^m.! - ; 
[:*] Lampr. e. 6. 

(3] • HqH er» cosa nuerfa e di arupirsene; iJìcé €a- 
»' MubftQQ, ^0 al TLCQveuero ir lenalo pertone ^i botsa.fl 
> vii oondìzione > ma bensì una novità inaudita fu che 
» colati persone s'annoverassero fra' patrizi, poiché erasi 
■ fin d' allora costumato ài scegliere il fiore dells nobilià 
« per .p^ppltmentp delle famiglie patrìiie che t'itliagaf 

Ctuaui. not. im Lamprld. p. a-]4- 



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i84 DEtLB Rivoluzioni n' Italia 

Tendeva ì decreti e le sentenze anomedel pritict'-' 
fie, i governi delle provincie , e tutte le ma^o*- 
ri cariche dello stato;- e fu il primo, e forse il 
solo che in un anno creasse ventìcinque consoli'. 
Questo avviUmeote delfe dignità civili, e delibo»- 
dine senatorio e patririo accrebbe vie più V ardi- 
re e la licenza della soldatesca , e fu cagione im 
-gran parte delle rivoluzioni che seguitarono ^ 

Elvio Pertinace , primo successore di Qjib- 
modo, che mostrava di voler ristabilire l'onor 
del senato e di Roma, fu ammazzato da* soldar- 
ti, r quali per piti' vei^t^a- del nome Romano 
Tendettero F imperio a Didio GiuKano, e glielo 
-tolsero 'dopo due taiesi'. Settimio Severo-, tutto- 
ché principe- nel ' rÌBÉtanente di molta virtù-, fìi 
nandimeoo tutto intento ad- umiliare il senato-, 
» fosse per mostrar gratitudine verso Commodo', 
o per qualche -suo sdegno e dispetto particolare-. 
Macrìno ed EHegabalo non imitarono' d^le quali- 
tà-di Severo altro ohe l'odio contro it senato. 
Succedendo Alessandro Severo , Ottino imperado- 
rc-^ a epe' tve vili tiranni, rìmenò all'imperio 
tranquillità e calma* . Ma. mentre eh* egli pensò di 
tisforare la dignità e l' antico splendor del senatOy 
gli. nocque per imprudenza . l^er legge d^Augusto 
e- per uso inveterato r prefetti del -pretoria si eleg- 
gevano non più clie dall'ordine de' cavalieri. Au- 
gusto avea stimato oosa riscbiosci che- ad un> uf« 
fìzio di tanl^ riUevo si aggiugnesse l'autorità se^ 
natoria . Ma Alessandro Sevwo trovasda o^ legge 



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LiBRa m. Capo Vi. iS5 

o uiaaza noreDameDte stabilita , che i pn^tti del 
pECtorio decidessero sovran^unente d' ogni genere 
di causa , stimb sconvenevole che i patrìzi fossero- 
gnidicati da persone d* ocdine inferiore , è diede 
legge perchè in avvenire i prefetti fossero senato- 
ri (i).' Migliore spediente sarebbe statO' T esenta- 
re i senatori dalla giurìsdizion pretoriana, e lar 
sciar solo il senato giudice de' suoi membri ; lad- 
dove dando nuovo lus^ e peso al potere già esu- 
berante de* prefetti del pretorio, due egualmente 
perniziosi e^tti ne nacquero. Quegli uifiiìali a 
prefetti guanto più partecipavano dell'autorità so- 
vrana 4 tante più in quegl* iniqui tempi erano ten- 
tati di salire al primo grado, coli* a^rettar la mor- 
te dell'imperadore. Dall'altro canto, Ìl senato già 
tante volte afflitto ed esteniiato dalle brutalità di 
alcuni cesarì',. trovoeà dovellamente abbandonato 
alla' dÌKresiene d' un solo ministro che mille sti- 
moli e mille pretesti potta av^rc dt- malmeBar lo . 
Vero è che non si mutò per questo io stato uni- 
versale delle cose , nà. il guvMoot deUei provincia 
Italiane.. Ma 1' essere in. tanti modi' perorata la 
cohdiaone del senato conferme ed accrebbe taj- 
nente l'audacia de'itorpi Bulitari,'cbe l'elezione 
degt' Jmper»tdori divenne, loro propna, e l'appro- 
vazión del senato twnlù per poeo o.per nulla; -il 
«he fu colpo iàtale all'^iijiperio , e rovina d'Ita- 
lia.. Quindi nacquetog^rreoivìli.senza fine. IHiuno 

(1} Tillein. ari. 13. . . ... 



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i86 Delle EliTOLDZiONi d* Italia 

degli CKicìti non volle essere inferiore agli ali 
tri; e (qualunque volta manob l'imperadore prìnja 
d'aver fatto prestar > giuramento al successore, 
ciascun' armata eleggeva un augusto. L'abuso an- 
dò taat' oltre , ebe- in meno d* un secolo, tra Set- 
timio Severo e Gallieno, ittfcmo creati da venti 
imperadori . 

C A P G IV. 

ConstUuziòne di Caracolla M grande pre^u^ia 
aiV Italia : altra legge non pien natala^ di Gal* 
- lUnò:- goì>errt& straordinaria ^ Xlàlìa soiio Au^ 
-•Teiiaii», -. . 1 . 



ijipca que^i stesiti tempi che V autorità esube- 
rStòtfrdei prefetti del pretorio fece -quasi cambiac 
natQFtt al governo Romano, fu ancora per no aU 
tro veMoi peggiorata in generale la condizione 
d*Italia^. Da un fratiunento d' Ulpiaoo , riferito 
nel digesto, si fa palese obe -per légge d* Antoni- 
no tutti i sodditr del dominio Romano furono faC* 
ti oittadini di Boma^i]). Non mancano scrìttm 
ohe attrìbuisoono questa constituzione ad Antoni- 
no Fio; ed altri con più fondamento ne fanno 
autore Marc* Aurelio il 61osofo . Ma oggimal non 
si dubita essere uscita quella legge sotto il regno 

(i) In orbe Romano qui sunt , cives Romani facli suiti, 
Digeit. 1 l'i, ff. de (tatù nomÌD. 



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.Libro HI. Capo TV. 1:87. 

d*Antomao Caracalla. Già si è da do! notato ài 
sopra , come e par quali n'ietti dopo Jà morte dìi 
Cesare siasi data a tutta la Gallia Cisalpine* o 
w^liam dir Lombardia , la cittsdìnaoza Romana :■■ 
D* allora in poi Augusto ^i mostrò sempre assai 
pareo o jteatìo a pfivilegiare i pronot^Ei (ì); né 
oppiamo che i niocessori suoi per lungo tempo- 
abbiano usato in questo sorercliia larghezza , ec- 
cettuatone Claudio t principe d' insigne indolenza 
e dabbenaggine (z) . Adriano , nel visitar in per- 
soti^ .ogc^ pai^ dell* imperio, ebbe senza dubbio) 
ooeasÌD0e'0.stiiiiaIo di. Concedere la cittadinanza 
di. Roma a molti particolari e a mi^ città fuo- 
ri d* Italia : e Maro* Aurelio suo nipote per ado- 
zione lo imitò forse in questa parte ne'viaggi cbe 
fece per visitar paesi , o per motivo di guer- 
re (3), Ma Caracalla o per accattarsi T affetto- 
delie province, da che ri avea colle sue crudeltà^ 
guadatalo 1' odio di Roma ; O' per .rifar ì* erario. 
ewmto con l' ereà'ti e xsoi legati che da.* soli cit- 
tadini poteaa venire si. principe, estese a tutto 
r lÉiperio indistintamente il diritto della cittadi- 
nanza , Or cbi <ibe si fosse e 1* autore dì quella- 
Ugge, e il motivo ohe lo indusse a daHa, ^H è-. 
tuttavia certissimo obe il vantaggio cbe far ess» 

. (j) CMtalem . Bon^maitt parcitstma dedit-, -Susi, in 
Ocuv. e. 4»- 
■ U) V. Dion. Ca». i. 5.Ì. ' ^ ' 

(V Sext Anrel. de CMurib. e. i^.. 



ovGooglc • 



r8S' Delle: Rivoluzioni d' Italia 

ottennero le provincie , scemò notabilmeaté le pre^ 
rogative d' Italia , la quale non formando che pic- 
cola parte di lutto lo stato Romafio ,> dovea con-.' 
seguentemente non' restare agrit&liaai più ohe ima' 
piccola parte nelle cariche e nel governo _(An. azSv) 
Id' 'fatti , si potrà osservare nel seguito della sto- 
ria augusta, che, dagli Antonini in poi .ira tut- 
ti quelli' che salirono al trono , appeaAt se ne cob^ 
taoo due o- tre naturali d'Italia. Vero-è che- 1? ef- 
fetto perniziosmimo della consititiizicnie di €aia'< 
cfdla ùì accelerato da un colpo' non men fatale' 
che vi menò Gallieno ( àn. 261 , b seg.) . Co^ 
jiteii famoso per viltà e dapix>cagg)ne sopra quàn-' 
ti portarono corona impraialè , di poco fallH che 
non recasse al nulla^ I* Imperio Romano . ' 
gifwno s' udKt' r avviso della perdita di qualche 
protincia : ora una xibellion^ dell*'E^tto;v era' 
KAsia. e la Dacia- devastate dagli Sciti; ora ud' 
nuovo augusto xegnante nelle GalHe . A queste 
novelle replicava Gallieno: e ehei* ISoB- si potrà-, 
viv-ere e non si potrà regnacie senza i nitrì del*- 
l*'Asia, senea i lini' d' !EgÌtto , e senza le saie d' Ar- 
ras ? Sentimenti lodevoli senza-dubbio,quahdo fos- 
sero procedati dalla severità d'un Ve^>asiano , o- 
dalla saviezea di -im Maro* Aurelio:^ .' Se Gallieno 
avesse operato conformemente a cotesta modera- 
zione' ohe ìntendeTa mostrare , si 'avrebbe fhtta' al- 
lora una- divisione d'imperio più utile e' più dli- 
^volo di (^lla ohe fecero, dipoi Diocleziano' e 



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Tabro hi. Capo IV. 189 

'Costeatino (i ) . Ma Iddio cbe dispooeva le cose 
àlL*" esaltazione della religion Cristiana; avea ordi- 
nato altramente. Gallieno cfae -per l'autorìtà sua 
più legittima e principafe doveva dar iegge agK 
altrì, «ra il più disprezzevole di tatti; « fra* tan- 
ti ttraani che ei levarono satto il suo regno, non 
ne fu uno . se la storia Ài Trebelk'o non mente .* 
fìhe> non saporasBé Gallieno ijell' abilità di regna- 
re . In fatti , XjalUeno di tante proviode che com- 
ponevano r insperio , non potè aemtDe&o «ostener 
r Italia , cui laseiò prima esposta alle inoorsiom 
de' barbari , poi occupace in gran parte ^a Au-. 
■eolo governator dell' Illirico, il quale» pceso, co^. 
me {ti ahri , titolo d' augusto , passò le Alpi , 4 
pose fiua sede impOTÌale io Milano . Il mezzo con- 
cui s'avvisò Gallieno di repriBaere queste 'solleva^ 
zioni , non val»e punto ad assicurargli il. tiiono, e 
fu cagione aUMtalia di Volgimenti . più rovinosi . 
Egli è da notare che la più parte di questi 
capitam era^o senatori Boi^ni. Questo sistema dì 



XO 'OJenato e^MUimto, il prima aell'Orieoie « l' al- 
tro nelle Gallie cìceruù come . e<>vraDÌ ed aiigiuti, -poievMOQ 
coi tao temente difendere le ptovincie Romane^ 1' udo da* 
Oeiiuani j l' altra da' Parli; ed allargarne ancora ì coofini . 
Amendue »veaiio fìgliiieli.da luciar sue e esso ci , i t[uati, 
uccpme poteasì sperare c^e avrebbono sostenuta la lo£o jiar- 
tè delf Imperio , cosi non era da temere eh* essi fossero per 
turbar .l' Ilalu. Percioocbè non aveado l' iiutotitù d'Odeitti- 
to e. di Posiumio, avuto prìuclpio iu Roma « i><è per con- 
uaio del senato, GatHeno e il s^o figliuol Satonino avreb- 
bero eòa ti cu rezza ritenute quelle provìncie nMdeiime, che 
poi furono assegnate a Costante - 



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I9<3 Delle BivolbzjOni.p' Italia 

dare U icQDiaado a penoae d'ordiae ^«bdtoria erA 
divenuto tanto più óecassario, da clw le I^Ìqdì 
s'eraao riempite di soldati stranieri e b&fban ,-. ff 
da obe i nativi Rpmani ed i Latini, antico D«r|jq^ 
di quelle ansate eooquistatrìci . » erano iticodar-i 
diti qeir abbondcto» e nei' mìo. Fer maateawet 
^att^otu ^negli éteiratì l'autorità del Bom«. l^om&^^. 
no, ^vanat le.' cariche principali a' eeoatori a'a^ 
yatrixi. Vd>Q è cbe fino dal tempo -di Giuli» Ce-f 
9am «i asimettevanD alle d^nità e'.nercetMftf ì 
fb^ieetieri al futri de'ntiuri^ cittadini e de' mihih 
ìi. Ma gli jtrapiéri ricévuti in qaell* prcUoe codce* 
pivati(> f! BQ^rlvapo poi per la sede coarone di 
tao^ statovi» stHBOf affetto de'<primi. Per -tema 
che questa affettQ si raffreddasse' col tempo ^ Tro^ 
ìaoa e Msxtì AukUo avisamr ordinato cbeciascuo 
senatore dovesse , avere sue possestroni denteo al* 
UIUiIÌfi(: (»dinatnsiito , conKcliè:'per quf^Iie altro 
xispetto non troppo lodevole r utitis^mo ooodim»' 
PQ ,per . questa-' rj^tone, cioè 'per ritenere dalle cop>- 
giura e dalle rìvofte i senatori che andavano al 
comando d^e provincie e.de^ tiierciti, i; per- 
ebè'CMendo aleuti dì kro- per qMalàvogItacaSo' 
innalzata alla dignità imperiate, avesse quasi un 
Biqtiyof;d',int^6S5B.(Jomestìce( ,d''aBiace' e.difende- 
re 'ritalia., e risedem . * Iqtontò M perìzia dèl-« 
Ift.fioàcjii.; guerra, che m tenea viva neirordinef 
[>9erìzlo, rìniedìava' in parte^ al difètto della ple- 
be in/ìngardita ndl^.ozio della città. Fina.a,tanv 
to. che ,t , senalori si mantennero jnellecarichai 



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. Ijbro HI. Cjuv IV. ■ 191 

della milizia, si potevano ai biiogna preoder Io 
arftif; perchè d'ogni sorte ^'uòmini si possono 
ftv- buoni eseroìtiv- dove non manchino > i capita^ 
ni. N«* primi anni di Q&Ilieuo^ alltwchb questo 
iA]pei^oPe s'era portato nedie Gi^'e a repriòiere 
qUE^die ribdlidne-, graà molb'ftidiae di barbar» 
s'ardozb ««reo Jtalta per la vìa. d' Àqulleia . Al 
primo terrore oli*ecoitò in :Roma questo^ avviso,- 
it «aator non [R)tendo altrimenti fomirn , armò 
gli sc)»av«^>e min» in piedi un eserdflo da far 
fronte a^ nemici v qualora si fossero innoItratÌT^- 
sola città. Ma Ift «ciocca polifiba di G^lieno 
tolstt anche questa via di scampò a* Rtimdni.'Vie^ 
tò egli pdr h^ge' espressa* die -in avVenìve^ biub 
seoatorr potesse aver comando di esèròiti. i se- 
natori, bencfaè ricevesMro questo come sfregio ed 
jo^QTÌa, 9 se D« ' ranmgrìcBSsei'a da- principio f 
pure TÌ's'aocODCÌaa*ono assai di leggieri in ap- 
preiso; e contentandosi deUe carìcb* 'civili, faa* 
darono a goderti quietamente le smisurate loro 
ribòbezze , colle quali, tolti vìa gli stimoli' della 
^oria e dell'ambizione," potevano agevtJnìente 
sbddisiara ogni altra passione (1). Crebbe pcù col 

I. : ■ i . ■ ' ■ 

(1] E cosa incetta/ éìce Aurelio Villore> se il aenalo 
p^ pigrizia, o ptr tim^orp, a per ^fsiderla di fuggir bri> 
ghe e diiicofdie^ s'abbia lanciato andar di maDo t' aoton" 
Af che ripigliar polca sotto Tacito, di crear il principe, 
e di coptaudare gli eKrcilt. EefOcchè. dim^titicata la leg- 
ge di Gallieno, poteyanii (ipao'rpre gli ordini , della i?i'lì- 
lia , con rèsiituit le cariche militari a' Knatori. Le. legioni 
lo avrebbero allora accODieqtito, e l'ita peri o in quel modo 



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102 DELt.E BlVOLUZlONT D* Il'ALlA 

tempo r ìnfiogardaggine de' seoafòrì;~e daUa non 
curimza delle milHarì Tennero essi a trascurare 
anche le cariche civili, « per esentarsene, molti 
dì loro uscivano d'Italia, e s'andavano nascon- 
• deodo nelle campagne -della Dalmazia, della Ma- 
cedom'a, e della Tracia (i), Coà finì d'eatin-. 
guersi ne* petti Italiani ogni valcve, tii si tro\'& 
neUe seguenti congiunture chi potesse far resisten- 
za a qualsivc^ia anche leggero assalto de* nemi- 
ci; e gli ufBziali e ì «onumdanti delle armate 
Romane, stranieri e barbari, come si è detto, 
innalzati poi all' imperio , poco curando e dì &o-< 
ma e 'd'Italia di cui non «raoo £gli, cominciaro- 
no a travagliarla e draoneggiarla aspranteate* e 
fiir dimora in altre provineie. Non fu perb laca* 
data d'Italia sì subita; perchè alcuni 4e' vecchi 
ufGziali che si ritcovarono nelle armate di Gallie- 
no, e'che gli succedettero nel]' imperio , ripMao- 
de^ quanto fu possibile, a* passati mali, sosten- 
nrao lo «tato di {loma , benché vacillante : ed era 
forse da specar molto , se la vita loro &sse stata 
più lunga. Ma Aureliano e Probo regnarono por 
chi anni, Tacito e Claudio pochi mesi. Vero è 
che Aureliano fu di genio rigido e feroce; ma 

iKiD farebbe venuto in nane Si solcati idi fortuna . Ma 
mentre che i grandi ài Roma ti compiaceano ndl'oKìo, e 
temevano di tnelteie in pericolo le ricchezze che antcpe- 
Devaue a tult' altri rispetti, spianarono la. strada ad uomi- 
ni militari e quasi barbari di dominafe sopra Inio e i loro 
poiterì. Aurei, Vici, de Caesaribus ».-«5g. ' 
(0 God. Theodos. I. 6, i. 4, J. *i. 



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Libro HI. Capo IV. 198 

ài meiio non ci volea in quello sfato ài cose: é 
per iofìaiti esempi si può dimostrare cheoves*eb- 
be a dar negli estremi, più giovò al comune la 
soverchia durezza, che la' troppa clemeuza e fa- 
cilità. Ad ogni modo il régno d'Aiu^Iiano, co- 
mechè di cinque soli anni , fu de* più gloriosi e 
fortunati , non già, perchè abbia allargato gli' an- 
tichi confini deir imperio, come Tito e' Traiano, 
ma perchè egli colla sua virtù ed attività distrus- 
se tutte le reliquie de* tiranni che si erano solle- 
vati sotto Gallieno, e rìcompose la repubblica la- 
cera e dissipata ; e ' 

» Se gli altri l'aiutar giovane e forte, 
» Questi in vecchiezza la scampò, da morte. 
Ampliò la città di Roma, la fortificò di nuove 
mura di cui ancora oggidì si vedono avanzi ma- 
ravigliosi , e ristorò la popolazióne per mólte par- 
ti d* Italia con la moltitudine . di persone anche 
ragguardevoli , che dalle ' Gallie e dall' Oriente 
condusse in trionfo, fì'a le quali si conia la fa- 
miglia dì Zenobia celebre regina de' Palmiréni , e 
vedova d'Odenato augusto. Il vivido zelo eh* eb- 
be Aureliano di riformare i corrotti costunù, e 
ristabilire il governo e la giustizia, lo indusse a 
creare un nuovo magistrato straordinario con am- 
plissima giurisdizione sopra tutta Italia (an. 274.). 
Eleue persoaa attissima a tale uffìiio . Queeti fu 
Tetrico, seoator Romano,' il quale creato imp»- 
radore nelle Gallie contro sua voglia, avea. go- 
vernato alcuni anni con grande prudenza e virtù 
Tomo l i3 . 



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194 Delle Rivoluzioni n' Italia 

le Provincie che V obbedivano , (ìncbè vìato pef 
forza , o lasciatosi vincere da Aureliano , fìi da 
lui menato in trionfo. Ma cessato quello stimolo 
di boria o di collera, Aureliano che conosceva la 
virtù di Tetrico, lo ebbe poi sempre per fami- 
liare e molto caro (i). A costui dunque cranini- 
se il governo d' Italia col titolo di correttore , 
riunendo in lui solo , e forse con qualche ag^'un- 
fa» quella stessa autorità cbe in quattro partì di- 
stinte aveano i giudici consolari stabiliti da Adria- 
no (2). Questo nuovo magistrato, il quale, se sì 
riguarda la qualità della persona cbe prima 1! ot- 
tenne, e di quella che Io instituì, dee credersi 
cbe fosse utile a questa provincia, durb fino 
a' tempi di Costantino or eoa maggiore , or con 
minore autorità e potere, secondo le circostanza 
e il vario favore de' principi . 

CAPO V. 

'Dwistone e rivoluzioni dell' imperiai « prono itrt- 
sibUe scadimento dello staio d'Italia a' tempi di 
ZHodeziimo . 

JVla le cose d'Itab'a erano condotte a tale che 
io- niuna maniera potcano ricomporsi durevolmen- 
te. Quegli stessi ordini, che pur da un cantti 

[1] Treb. Poìì. in (riginta Tyrano. 

[3] y. Paacicol, in Dotit. ùap. oceidwU. e 49. 



ovGoaglc 



, Libro III Capo V. . it,5 

jiàPeano i più Decessari a sostener la grati Mole ma- 
□ifejtameate cascante « dall' altro Iato né rendera- 
no la rovina più vastA è^ irreparabile < Morto 
Caro che tornava vittorioso ' dedla Persia* ed uc- 
ciso poco dopo Numeriano cesate suo Bgliuolo , 
prese 1* imperio DiocleziaQo ( an. ^84. ) * uomo 
dì vilissìma prìgide, ma d^ accortezza e capaciti 
incomparabile a governarci L* essersi «gli avanza- 
to alle dignità per la via dell' armi ^ ci dee per-, 
suadere che la bravura militare non gli mancò . 
Nondiinetici Lattanzio * scrittore infoi'matiBsimo di 
queste cose (t), ci assieurà eh* egli era di natu- 
ra timidissimo. Ora, da queste contrarietà ap- 
parenti convìen raccogliere che ì* ambizione sua, 
e la necessità di farsi per aè medesimo la sua 
fbrtilha « lo rendevano coraggiosd e bi'avo in tem- 
po che militò sotto il comaOdo altrui. Ma ap- 
pena ottenne il titolo di augusto « che o nacque « 
o ritornò in luì la naturale timidità. Se rimase 
solo jmperadore dei tre o quattro suoi coDCorren<' 
ti, fii effetto dell'astuzia e della fortuna sua» noa 

[1] iiMtinvo iDiegnara pubblicatficnle rettorie* In Ni* 
GOmtidia nel tempo appunto, che vi riwdia Diocletìaba 
COD la sua corte. Noa v' i dùbbio eh' egli e come uotna 
di lettere, e come Cristiabo potè aver molti amici fra j 
minìairi e familiari dell'imperadore ^ e malti più ve ne pOli 
conoicere dopo 1' abdicasioae e la morte di Ini, allorché, 
regSatido Costantino, si potè Senza rischia professare lare- 
ligiod Ctiiliana^ Nel libt-o da m«rtihas Persecutorutn tro- 
viamo motte particolarità del regno e del Carattere di Dio»' 
desiano ) <t ignorate > scatnbiate^ o taciute .dagli altri 
scrittori. Perì) tnlti coloro che cciaipilarono la storia di 

? netti tempi prima die ìl ^alttiia pubblicasre. .iJ ' suddetto 
ibro di Lattanzio , lona dilèttosi e mancanti - 



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ty6 Delle RiTOLuzioiH D*rTALU , 

del valore . Perocché pglì lasciò battere e coi]su-> 
niarsi fra loro Valente, e Carino; e spento il 
primo, fece per segreto trattato, cioè per ttadi- 
meoto, levar di vita il secondo. A^ssìcuratasi in 
questo modo la corona imperiale, certo è che 
Diocleziano difese poi sempre I* imperio da* ne- 
mici esteri, e represse i vassalli ribelli col hrao 
cio altrui , né più espose la sua persona ai peri- 
coli delle battaglie. Passò egli bene spesso d*uaa in 
altra provincia, secondo che giudicava esser bisogno; 
ma lasciò menar la spada a* suoi 6di, e comandò 
gli eserciti dal gabinetto. A considerare il carattere 
e le azioni di questo imperadore, non i faci! co- 
sa il giudicare gè la nuòva divisione eh* egli fece 
'delle Provincie Romane, dalla quale procedettero 
le rìvoluziooi delP imperio, e la declinazione é la 
caduta d' Italia , debba attribuirsi alla timidità sua 
natia, alla necessità dello stato* o ad un taro e 
singolare efretto di amicizia. 11 più verisimile, à 
parer mio, si è che queste tre cagioni sìensi uni- 
te insieme, e lo abbiano unitamente inclinato al 
partito memorabile ed inaudito che prese , d* as- 
sociarsi un compagno nella dignità sovrana • • H 
bisogno di custodire j con6ni dell'imperio da' 
Persi , da' Germani , e da* Sciti , che non oessa- 
.vano mai di assalirlo j le tante ribellioni de' ca- 
pitani, che si eran vedute ne* tempi addietro, fe- 
cero conoscere a Diocleziano , che ormai era una 
presunzione folle il' credere che un imperadore 
potesse viver sicuro, non potendo uè regnar senza 



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Libro IH. Capo V; 197 

eserciti, oh comandarli tutti in persona < Dall'al- 
tra parte , posto ciò che s* è. detto del suo natu- 
rai pauroso , voleva evitar a tutto potere le im- 
prese, pericolose; e l'esempio di Valerìano augu- 
sto, fatto prigione da* Persi, e ridotto da loro ad 
una servitù vilissima e tormentosa, gì! dava spa- 
vento. Pensò egli dunque, che miglior consiglio 
fosse cercarsi un collega, con cui potesse divider 
sicuramente 1* onore dell* imperio , ed a cui ad- 
dossare il carico di sostenerlo* In tal pensiero, la 
stretta amicizia eh* egli areva con .Massimiano , 
e la pratica della sua br4vura non lo lasciaro- 
no esitar nella scelta. Lo creò dunque cesare 
( AH. 286. ) , e poco stante Io dichiarò augusto 
e suo compagno nell' imperio . Ngn era questa già 
cosa nuova, ohe un imperadore si assumesse un 
collega: Nerva, e Marc' Aurelio lo avevano fatt9 
molto prima. Ma fu cosa ben^ nuova il divider 
re, come fece Diocleziano, le proviooie. dell'im- 
perio,' assegnando l'It^ia, l'Atrioa, le Spagne, le 
Gallio, e tutta la parte occidentale dall'imperio, 
a Massimiano Ercuh'o; e ritenendo per sé' l'Orien- 
te, cioè l'Egitto, tutta l'Asia Bomana, e riUirioo 
che comprendeva le Pannonie, la, Macedonia, ta 
Grecia, e la Tracia, Trovossi allora per la prima 
volta l'Italia separata dal corpo intero , dì, quel 
vasto imperio, e per conseguenza oonunoiJ? a. ri- 
maner priva delle ricchezze; che soleanp venirle 
dall' Egitto e dall' Asia . Diocleziano, intento ad in- 
grandire eoa nuovi edilìzi Nicomedia ed Antiochia, 



=dDvGooglc 



198 Delle Rivoluzioni d'Italia 

non si prendeva pensiero ne d'Italia, uè di Ro- 
nia; e Massimiano, Decapato a gueiT^;giar con- 
tro i Germani, fatta area Treviri quasi sede del 
suo dominio. Del resto, l'Italia, tuttoché lontana 
dall' occhio de* principi, non aveva cambiato fór- 
ma di governo da quello ch'era stato introdotto 
da Adriano, salvocbè,' all'esempio d'Aureliano, 
vi restò un giudice generale con titolo di corret- 
tore , 

Stettero le pow d'Italia e dell'imperio in 
questo sfato, fino a tanto che Diocleziano potè 
manleuer la pace ed Parti , Degli affari delle 
Gallie dove insorgevano euove guerre ogni ài , 
'non si dava pensiero, sicuro delP attività àeì fe- 
-del Massimiano , Ma turbatesi le cose d' Oriente, 
'Piocleziauo ohe s* era fermo nell' animo eli r^na- 
<^rie alla Persiana , lontanQ dalle battaglie , in me^ 
"zo alte adorazioni de* cortigiaqi e de* popoli ; ed 
-occuparsi a beli' agio in f^'e- e rifar terme , par* 
lazzf ^ teatri, deliberò di rifornirsi dì novelli cam- 
pioni per resistere a' nemipi dj fuori e tener sem- 
pre ìu fr^QO gì* interni, Egli venne ìn Italia, 'e 
'fattovi v^nir da Treviri Massimiano, si concertb 
ftà loro in ^Milano di crear cesari due de* più 
riputati capitani, giacché l' uno oon aveva fig^uo- 
li, e l'altro ne £^vea un soto cattivo e da po- 
%o . Si costrip^eto ì nuovi cesari , ohe furono Oh 
jrt^zq Cloro e Galerio, a ripudiare le loro mo- 
gli, e menarsi uno la figliuola di Diocleziano, 
V altro dì MKBsimieBo , pwchè iòsecto con doppiq 



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Libro HL Capo V. agg 

-■rìiieolo di gratitudiae e di parentela obbligati ai 
due auguiti ; Si divise con questo l' imperio in 
quattro parti ( an. 293. ) . Diocleziano ebbe per 
sé la Siria , e l' Egitto ; Galeno , tutto l' Ulirìco ; 
Costanzo, le Gallio, le Spagne, la gran Breta- 
gna ; e Massimiano ritenne V Italia cun le Ìsole 
adiacenti , e 1* Africa . Da questo punto cominciò 
Tìe maggionoente a declinare lo stato d*llalia, 
la quale , dopo aver per molti secoli inghiottito 
le ricchezze di tante provinrae , e goduto intema- 
ménte nna pace lunga e appena talvolta interrot- 
'ta da qualche breve moto d'armi civili, fu per 
-più secoli avvenire spogliata e smunta dagli stea- ' 
'si cesari, e da lunghe e varie guerre travagliata 
'é deserta-. In vece d* una aorte essendone ora 
quattiro , e volendo ciascuno de' cesari agguagli»' 
Te gli altri nel iàtto , uopo era che ogni quarta 
parte del dominio Rconano somministrasse al man- 
'tenimento loto quanto soleva per 1* addietro con- 
'tribuir tutto insieme . AI che si à da aggtugnere 
che pur allora era cresciuta il fasto de' cesari per 
i' esempio massimamente di Diocleziano , il qu^de 
superò tutti i principi precedenti nella vanità de- 
gli abiti, del corti^gio, e àel trono. Massimiano 
che b' era piuttosto aweiao a seguitar le vanità 
e le sciocchezze di Diocleiiano , che le virtù dì 
lui (t),: cominciò «imporre nuovi tributi agl'Ita- 
liani, i quali non aveano fin allora avuto altro 

[i] Atir. Ticioc d« OaMfrib. e. Sp, p. 411, 



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'200 Delle Rivoluzioni ù*Italia 

carico, clie il sostentammto Atile guardie.' Qqc' 
ste- gravezze diventarono tanto più iatoHerabilt 
■agritàliani, perocché, ohre all' esser privati nel 
tempo stesso delle solite contribuzioni che vi ve- 
nivano di fuori, erano pit>babilniente dalla nuova 
moltitudine di milìzie molestati , e & disturbata 
più che mai la coltivazione delle ' campagne . E 
siccome l'Italia, perdute le sue prerogative, in- 
corse nel destino comune delle altre provincie ; 
così Roma nel tempo stesso parve che cessasse 
d'essere la capitale non che dell' imperio, ma 
■anche dell'Italia stessa, perchè Massimiano tenne 
la sua sede in Milano. Non ostante questa diri- 
sion dell'imperio e la pluralità de' prìncipi, le 
cose in generale procedettero alcun tempo felice- 
mente, finché riusci a Diocleziano di mantenersi 
come anima e capo di tutti . Penàocchè egli col- 
la sua accortezza, e coU'autoHtà che avea sapu- 
to rìteiìere sopra i tre colleghi, aveva con esem- 
pio inaudito tenuto fermo ed unito' un vastissimo 
sfatò governato da quattro capi . Ma o fosse vo- 
ler di Dio castigar l'empietà e l'Orgoglio dì Dio- 
cleziano persecutor acerbissimo della religione Cri- 
stiana, o che, secondo il corso ordinario ddlle 
cose del mondo , rarissimo sia od impossibile che 
r umana prudenza , siasi pur provata e grande 
quantunque si voglia , non venga meno ; 1' astu- 
zia e la fermezza di Diocleziano non potè evita- 
re la sorte tròppo comune nel mondo e nelle cor- 
ti , di vederlo spiantato da una delle sue creature . 



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Libro UT. Capì) V. 201 

Galerio cetàn mandato contro i Persiani , se 
- ne tornò dalla prims spedizione vinto' e disfatto 
• con grande perdita. Venntò a sousarn con Dio- 
cleziano, fìi da costai accolto con gk-andiissimo 
disprezzo; perchè T o^glibso impefìidore se k> 
lasciò correre a piedi uolla porpora ìndosto un 
tratto di parecchie migUa diètro al carro. Era 
Galerio feroce , intollerante , e di smisurata am- 
bizione i ned è però da diilutare eh* egU msditat- 
se 6n da quel punto di liberarsi da quella umi- 
Jiante soggezione, e che ì suoi amici e cortigia- 
oi , per lusmgarlo e mitigare h sua amarezza , 
non ve lo stimojassero in m(Jti.modi. Ma prìna 
di tei^tar novità, convepiva cancellar la macchia 
ricevuta con qualche opeA gloriosa ■ Dissimulò 
dunque Galerio il suo sdegno , e datosi tqsto. a 
rifar 1' eeeroito, marciò da capo oontro i Persia- 
ni, e tornò vittorioso da quell'impresa. Xio rice- 
vette allor Diocleziano con grandi dimos^ttziwi 
dì affezione e d'onore; ma i &vori anche grao- 
dissinù difficilmente fanno. dimenticar I9 ingiurie, 
quando una volta s'ostinò l'animo alla vendet- 
ta . Gonfio per le sue .vittorie Galerio cesare * e 
piti dalle adulazioni de* suoi cortigiani , coipinraÒ 
a trattar Diocleziano da vecchiardo impoftente ed 
astuto , che voleva solo godere il frutto de' peri- 
coli altrui , 'aeoz* arrischiarvi la «i)a persona . Con 
tali stimoli e lusinghe Galerio andava formando 
nuovi disegni, ch'erano per Io meno d'essere 



ovGooglc 



■joa Delm RiToLuzioM »* Italia 

solo ìlpacb-one di bitto T imperio (i). TojtbegH 
da priaa. con si^eHmentì aimehevoli in appa- 
miza di muoTcre^ DiodeaaDO a rìnundargli la 
corona . Dalle penuasìoiiì passe alle mioaoae ; e 
pereiiè e^i area sotto il suo comando un* arma- 
la nM^to maggtoTs che non avessero i due vecchi 
>imp«rad(»i, o i capitani a loro fedeli, d*uopo fa 
-ehe I^ooleztano cedesse al più forte. Frogettossi 
-«Hora par la prima vtJta di crear (}uattro io^w- 
-radorì assohiti . P^reioccbè Diocleziano , se^Ando 
-Galeno stanco ed infastidito del titolo di cesare^ 
•fl detta o poca o molta d^endenza che questo 
ililolo importava, propose ohe si creassero quat- 
tro imperadori , cioè a dire che si dichiarassMV 
'augusti i due cesari Galen'o e Costanzo. Ma Gfr- 
4erio , risoluto di non volere uè superiori né ooI«- 
l«ghi i due vecchi , rigetth il partito , e Dioder 
-aiano fìi forzato a deporre la porpora , Notidimer 
«o per coprire in qualche modo 1* enorme ingra* 
"tìtudine dell* uno , e la debolezza dell' altro , fu 
preso accordo dì fingere «he I^ocleziano volesse 
di proprio movimento lasciar le cure del trono a 
«agione dell' età avanzata , e di tue infermità . 
fa questo tenore si pariò in pubblico neU' attp 
dell'abdicazione; cosi si scrisse negli editti e nelr 
le pubbliche lettere d' avviso , che si ihandarono 
llttorno . Dal ^ nacque V opinione' del yolgo , 

l"] liaotatil. ubi sui»-». ■ ' 



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HOBO JH Capò Y, .m3 

'possafa per via della storia aocbe a* posteri, c^e 
Diooleliaao spoiitaaeanietite laecib l'imperio, per 
JudarseiH! a coltivar i suoi orti in Salona . Muii- 
miano Eroulio che regaara ìd Italia, uomo più 
fHoce e meno disBÌmnlaate , diede facilmente a 
conoscere cl^e non deponeva dì buon • gr:^ H 
ooroDa : ma la fama si sparse, che vi era neon- 
-sitato da Piookteiaoo , il quale, come padre e be- 
neiàttore comune di tutti , si premmeva tuttavia 
arbitro de' lor voleri . Nel tempo stesso obe riaun- 
«iavano Diocleziano e Màssfmiaao, e dichiaravao- 
'«i' ati^iosti Galerio ^ Costumo Cloro, doveansi 
«reare due novelli pesar], per seguitar l'usato stile. 
Crearonsi questi ad arbitrio di Galeno (an, 3o&.). 
£)iocIeziano , costretto a- cedergli nelle prime 
dommde, dovette acconsentire poi a tutto &b 
the piacque all' ingrato genere > l^on s' ebbe duiù- 
que riguardo ni a Costantino , né ad' alcuno 
eie' parenti o deg$ amici e servitoti de* vecchi 
principi, Furono tratti fuori con grbnde itupor 
deHa gente due scadati di fertona , bevitcni e- bru- 
cali j Severo « Massimino, l'autorità e il braccio 
de' quali conSdavasi Galerio d' impiegar senza.so- 
spetto ad ogni suo volere. Massimioo fu lasciato 
alla cura dell'Oriente-; a Severo fii dato il go- 
Temb^ deir Itdia e dell' Africa , con le ìsole dd 
Mediterraneo , Se ^tto a im cesare sì stolido ed 
inumano ebbe V Italia per tre anni a sostener ca- 
richi ed ingiustizie più gravi che non s* erano 
provati sotto Massimiana * possiamo fone dire cho 



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ifto4 Dell^ RiTOLczTom d'Italia 

Iti modérazioDe ed il buon aaimo di Costadm na 
fnron cagione (t). Conteato egli oramai di pof« 
goverDare a suo senno le Gallie e le altre provn>< 
eie dell* Occidente ì che con autontà subordinata; 
« con titolo di cesare avea governate negli andì 
addietEo , naunzib al dominio d* Italia e dell* Afri- 
ca t lasciando che .Severo le nggéiae a sua vogfia , 
e se la intendesse con Galeno , dal odi favore ri- 
DODOsceva la sua dignità. 

Cose maravigfiose rìferisòe la storia del i^egno 
^Costanzo, e. della felicità che godettero a sua 
tempo le proVincie a lui obbedienti . La fama cha 
«e ne sparae di qua dell'Alpi, e la tirannide di 
Severo cesare, mossero molti degli Italiani a ri* 
fuggiarsi nelle Qallie . Però l' Italia a cu! veniva 
già da qualche tempo tnanoando Ìl concorso ed 
il sussidio delle Provincie straniere, cominciò ora 
a decadwe in peggiòr. guisa , perchè gli antichi 
aiutatori l'abbandonavano, e ne trasportavano il 
più che potevano de* beni loro . 

I Romani oppressi. dalle instJite gravezze ohe 
imponeva Severo, e i soldati o Italiani di nazio- 
ne, o stati lungamente in ItaUa comedi presidio. 



[t] Secondo l'ordine introdotto da DìacleiìsDO di dì^ 
vidcre l'imperio in dae parti principali» Occideote ed 
Oriente, l'Italia apparteneva all' imperio occidentale, a do- 
vea dipendete da CostanKo; e Severo ereato cesare, o vo- 
gHam dire dichiarato figliuolo e anccMSore dell' imperaJot 
d'Occidente, dovea nel governo della provìncia aiKgiHU* 
gli obbedire a Cottanzo , siccome MauimÌDO cesare nel- 
r Oriente dipendeva da Galerìo angnito ■ 



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Libro IlL Capo V. io5 

mal fioddisfatt! di lui, perchè dairozio e dalle 
delizie di Roma, a cui ai ^anoavveizi, gli stra- 
scbava nell' Africa ; iovitarono alla porpora Mag- 
seodo, figliuolo di Massimiano, che scioperato sfo- 
gava ignobilmente isuoi vizi ìa una villa loDta- 
sa da Roma sei miglia. Quasiché <]uesto nuovo 
mostro non bastasse ad aoeresceire la miseria d' Ita- 
lia, vi s'aggiunse il vecchio MasBimiano , il qua* 
}e essendo a gran dispetto di.sceso dal trono , non 
aspettava fdtro dal suo ritiro di Lucania , che oc- 
oasifAie favorevole per risalirvi . Invitatovi adun- 
que dal novello aiigusto suo figliuolo , volò a Ro- 
ana subitamente . Si vide allora 1* imperio Romano 
occupata da sei imperadori ( AV. 3i3. ),' non già 
usurpatori manifesti , quali erano ì tiranni a* tem- 
pi di Gallieno, ma tutti^ sei- avendo o certo, o 
probaisile diritto alla dignità che occupavano (i)e 
insegne pruova di «spanto vaglia un solo esempio a 
produrre rivoluzioDÌ grandissime ne* govertat. Appe^ 
sa efanoscorsi vent'anai, da che Diocleziano avea 
dato il f^imo esempio di divisione nell' assumersi 

(i] Galerio k isnera per rìanntia dìDiaclcuMt». Se- 
vero e Massìmino, eiiendo stati in quella medesima abdi- 
casioD di Diocleziano creati cesari , presero poi, l'uno per 
drdltM dì Galerio , l'altro ipottUneameate a titolo di sua 
Waianit^ I il nome d' augusto • Costaniiop fu da) padr« 
morendo, e da' soldati di lui dicbiarato e ricoaosciuto per 
tutto l'Occidente Transalpino. Massenzio fu eletto in Ro- 
Wk da' pretoriani , riguardati quasiché Ugitlimi.. elettori del 
-principe; e Massioaiaup , «Itrc agli antichi, ditìlti a' quali 
KUfi^ ripiiiisiato |wr fona, v' ola assunto come collega del 
fuo figliuolo . 



ovGooglc 



ibé Delle BivoLuzionì d* ItauA 

per éompagno Mdssiibiaoo ; ed ora d^cuoò de* prhi->-' 
dpi si stimava in ragione ^, drearai coUegbi A- 
sua 'atielta , ed ogai capitano Vii qualclie riputa^' 
zioDe òredeva di meritar dal Sud signore Ja por-' 
pera imperiale t Ma iquello che dee parere aium^ 
ra pia strano , ta è che di gaestì sei imperadorì< 
non ve n era pur uno ch^ fosse né Ramano, nh 
Italiano; è sì poco si facea contò ó d'Italia o di 
bomà^ cbé Galeno, il ina^'ore ed il prindipal^ 
di tutti gli augusti già detti « aveà fatto fjensis* 
i-o, sbrigato che si fosK de* concònvnti ^ di fras- 
})ortare la sedti dell^ irtipèrio nella I)a<»'a dond' ^U> 
era natird « e df chiamarlo ioipèrio Dacto ih vece- 
di Booiano' (i) ; Né in trent* àniii di {>rìno)pato 
Entrò inai in Roma ^ ed una sola volta si avvici- 
nò per assediai^a , 6 fotse per distrùggèrià i Dei' 
testd,.^ facile ririìmaginarie quali movimetìti ca- 
giariassé all' imfierio questa meltiplidtà di sovra- 
ni. Ma r Italia fu teatro priitcìpale delle guerre 
che né seguirotìo, è sentì più' particolarmente le 
cakiBità che la tirannide e la discordia prodi»-" 
8e ; Severo ^ iritesa l' esaltazione di Massenzio , si " 
Aiossé ad assediarlo itì Roma . I soldati eh* «gli 
condusse dall' Africa, predarono lutto 11 pàésé dó- 
ve passarono - Questi stessi soldati , allettati dalle 
«peram»' che Massenzio lor diede di tenerli nelle 

(0 Galeriuij ut aotnen imperaioris accepentt , hotimf 
se Romani uominis erat pro^isus j cu/us titulum immutai; 
ri volebat , ut non Bomanunt itnperium , led Daciaan co- 
gnonunaretur , Ltct. e 97. 



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LiSBo in. Capo V. ao^ 

delixìe di Bosna* abbaDdoDarono Severo i il <]uaIo. 
loaÌDgato e tradito d« Mas^aiiano , mori poco 
dopo ia Bavenaa* Galeno creò augusto in luogo 
di lui Caio LìcioiOt 6 Venne incontanente egli 
stesso. daU*IItirico. per effettuare 1* impresa mal 
prìndinata àal suo collega ; e fa quella la prima 
volta e U sola che ai avvicina alla capitale del- 
l' ìmpierio t ìàa vedendosi CorTer riachio d* essere ; 
ancor esso « abbandonato da* suoi come Severo,, 
costretto a ritirare, lasciò dare a qpel che gli ri' 
maoeva delle sue truppe, orrendo guasto a^ un 
lungo tratto di paese Italiano . Cosi « tiranneggia- 
ta. Boma da Massenzio) l'Italia p^edat% prima 
d^la paHe del Medìterra^ da Severo , e poi ver- 
, so V Adriatico dA Galerio , «m nd tetnpo stessa : 
smuQtd dall* esazioni dì lyUu^iaaìano « spezialmeor 
te neir Insubria t dov* egli «ve^ tenuto la sede pan-: 
cìpale del suo domtiùo avanti l' abdicàiìone-,- O: 
dove egli era più facilmente obbedito e temuto. 
Il vero è che poco dopo ti mori Galraio bdi' ì]r. 
lirico; e Ucinia «fatto da. Itlì augusto ^ Ìas<;iato, 
come successore,^ distratto e molestato dalla parte. 
d'Oriente da Massimì^o suo emtJo, bulla potè, 
intraprendere riguacdo all' Italia; e Massimiano 
Erculio sì parti , per andar -qua e là . cercando 
stromenti alla sua ambizione ^ Ma l'Italia rimasta, 
sotto il domìnio del solo Massenzio , non ebbe 
per questo miglior destino. Com* egli non avea né 
talento per governare, né l'amore nel' obbediti-. 
BL de' popoli f pose tutta la fiducia .neU'afiezioMr 



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3jo8 Delle Rivoldzioni d'Italia 

e nel Dumero d«' soldati , per sottmere i quali 
impoverì coir esazioni i tuoi sudditi , ed atfatòò 
le città e le proTÌncie , per assicurare a* medemni 
r abbondanza de' TÌverì . Oltn alle gravezi». iu- 
sopportabili che pose a Boma ed in Italia , la li- 
cenza sfrenata che lasciava alla soldatesca per rì- 
tenersela benevola , l' esempio die ognuno -pren- 
deva degli andamenti del [wiiieàpe, mottiplieava- 
mf i tiranni, quanti eran gli uffizialì o pMsiaiB 
dire i soldati . 

In questo tempo regnava Costantino con som- 
ma rìputazioDe e gloria nelle Oallie , e io tutte le 
(ftovincia che aveano obbedito a Costanzo suo pa- 
dre, morto pooo innanzi ^he Massenzio preodess» 
la porpora in Roma . Costanfa'no o {nù ambizioso 
del padre, o più {«etoso afle calamità d'Italia, 
rassettate le cose (teli* imperio co' Franchi, evita-* 
te ed alla fine vendicate' le malvage trame del 
suocero Massimiano , dùcese in It^ia per- liberar- - 
la dalla tirannide di Massenzio; e presa Susa , 
chiave dell' Italia , poi Torino e Vercelli , si avan- 
aiì piuttosto trionfando , che combattendo , verso 
Roma : spedizione celebre io tutte le storie per 
gli aiuti miraixilosi eh* ebbe da Dio la pietà di 
Costantino, e per essere stata l'epoca insigne del- 
l' esaltazione del Cristianesimo . Massenzio , perse- 
cutor de' Cristiani , vinto più volte dalla virtù de' 
nemici fatti anche più forti dal favor del cielo, 
ebbe fine degno del viver suo. Allora cominciò a 
rasfurare Tafiitta Italia , perchè le vìttqrìe di 



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Libro flJ. Capo V. - seg 

OottaaEìao, non che *bco arrecEusero'i soliti frutti 
dclU guerre civili , menarono anzi perfetta calma ; 
e con ce»ar dell'armi ogni cura fu volta alla cle- 
menza t ed all' (ndìaamento di utili leggi è del 
buon governo . La guerra che poco dopo s* acce- 
se tra Licinio e Meusimìno , non alienò Costanti- 
no àaì pacifico governo degli stati suoi; e le dis- 
sensioni che poi nacquero tra Costantino stesso e 
Licinio , rimasti soli imperadorì di tutte le pro- 
vinme Romane, dissensioni che poi liuscirooo in 
guerra aperta e in rovina total di Licinio, non 
disturbarono lo stato d* Italia. Tanto maggiore fò- 
Iteità si aveva da aspettare ia questa provincia, 
j^loRhi , debellati in vari modi cinque o sei coo- 
ooiTmti , Costantino fu rioonosotuto da tutto il 
mondo unioo imperadore; se la superstizion gen- 
tilesca che regnava tuttfvvia in gRjtn |>arte della 
nobiltà e del .pi^b Romano, o qual altro sìfosi- 
se il motivo, non avene rivolti altrove i disegni 
di quel oionarca. 



Tom. 2, 



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vto Delik RivoLuzioKi e* Ita UÀ 

e A P o VI. 

DtUe mutazioni che cagionò aJT ItaUa 
l' Imperador Costantino . 

juoàmo scrìttor pagano, e GiuHatio apostata , a 
dopo loro Montesquieu « Voltaire (i), intenti a 
copiar degli anticbi tutto db che pub screditare 
la religion Cristiana, anno fatto TestmiaD^ ìor 
potere per dipingere con neri colori V imperador 
Costantino , che dalla miglior parta de^ altri sto- 
rioi Tien . ceIebra;(o con tante lodi , -e por comenso 
di tanti secoli cognominato il grtuide. In due co- 
se principalmente portò biasimo questo tmpwado- 
re : runa , d'aver abbandonato Roma* antica la- 
de di sì gloriosa repubblica; l'atra, d*aveT inde- 
bolito i* imperio colla division che ne fece . Stra- 
aa cosa parrebbe e poco credibile a vtAgc dire- .che 
questi fatti con sieno stati di pregiudizio all^ co- 
se d* Italia . Ma dove si riguardi e k. condizion 
di que* tempi , e le vere o ahneno le probabili 
cause onde procedettero questi avvenimenti nella 
storia famosi , troveremo forse , ohe né Costantino 
V* ebbe colpa, né Tltalia ne pati quel grave dan- 
no che comunemente si stima : o diremo veramen- 
te, che Roma potea aver ragione di dolersi che 

[■] Zo(. HÌ5t. 1. — Jul. de Csesar. — Monteiq. Consid. 
lur la granileur «t decad. det Rom. e. 17 , 16. — Voltaire 
OEuvr. t. 5. 



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liBRO ni. Capo VI. xit 

Costantino non le facesse tutto quel maggior be- 
ne che potea sperare dal suo valore, non già 
d* inglu^ieia , o torto manifesto cfa' ella liceresso 
da lui. 

Da t>en cinqnant* anni e più s' erano avvezzi 
gì' imperadorì a non guardar Roma come sede ne- 
dessarìa del lor dontinio- (i), L* opinione che i i 
primi cesari tennero sì ostinatamente, ohb, fer- 
mandosi in 'Soma , -H ritenesse in stcìiro la digni' 
tà im^ei<ìale, qualunque si fosse lo soompigUo del-* 
le ptovinme, »'era talmente abbandonata, oIib di 
dieci-ó quindici degli ultimi -imperadorì' o tiran- 
ftf che regnarono - avanti Costantino, ecsettuàto 
Massenzio, ttìunof^ce uè lungo, né oidÌDarìo sog* 
giorno in Roma . 'Stranieri e barbari dì ' naiàone « 
non guardavabo né Roma nfe Ibdia con oochio par- 
Halé e'colla tetisréKza degH'antichi; '>e se pure i 
bfeògnt' dello stato cercavano la~ presenza de^i'au-^ 
gusti iti ItÉlIia, fu facile che agli occhi non pre^ 
Venuti dall'^àmoF della patria ' la Lombandia sem- 
brasse -irtigliot paese ,'<4e la Romagna . Pia: «Itra 
^àrtè , non cb« fosse cosa in Roma, che smollo 
potesse allettare i prìncipi a risedervi, anaiàLfa- 
'Sbx iàtòlleranté della oolnltà , Ift lìcusa dèlta ^bp- 
tiéi, là eattmtà degli uni e dógH altri; erano ^tì- 
moIì^ftMiteittii ad abbsnddoftvla . Le pemfae di 
nà^ità è Qualità ragguardevole ( quisUe almeno i; 

fi) Abbiaiiio da Erodian» t. 4 e. 3, che Gela volea 
iialiilire io ■AIeM»[idrìa'd"Egilt(i UaWo reggilo/ kiJciando ■ 
Caracalla U domicilio di Roma. 



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212 Delle Rivoluzioni d' Italia 

eh' erano avvezzate alle crudeltò ed al sospettoso 
aoimo dì taoti tiranni ) hod poteaoo far a nteoa. 
di sprezzare cotesti imperadorì tratti dalla vanga. 
e dall'ovile, e venuti dalla Dalmazia, dalla, Da- 
aia, e dalle ultime Brelagoe . Amtniano Maroel- 
lioo che vivea in Roma ne* primi anni dì Teodo- 
sio, ci rende autwevole^ testimonianza ohe «weh» 
al suo tempo, cioè un intero secolo dopo eh' èli' «-a 
stata abbandonata da'priooipi, gli orgoglìpsi Ro« 
mani disprezzavano 6eramente- tutto ciò eh* era 
nato fuor delle mu» (i). Pensi Ìl lettore , qua- 
le dovette^ essere la superbia e presunzione, loro , 
prima che la lontananza de* prìncipi * e T esalta- 
mento d^ una rivale avessero umiliata e depressa 
l'antica. Roma. Il popolo e la plebe avvezzi a 
{tascersi e a sollazzarsi delle grandeize e degli spet- 
tacoli degrìroperadori precedenti, mal sof^xirtava.- 
Bo la meschinità' ed il risparmio dì questi ultimi , 
i quali , oltre al ritirar la mano dal donale , avea- 
no già jocominciato a imporre cavezze alla cita- 
ta , esente per 1- addietro da ogni tributo, . Dio- 
cleaìano, principe rispettato e temuto, pestatosi a 
Rmna neir anno trecentesimo terzo, dopo felice- 
tnente terminata la guerra Persiana,, fu talmente- 
crfifeso dalle satire e da* OKttteggi de'Romani , che 
dispettosamente se ne partì sulla fin di dicembre , 
MDza vder puc aspettare le caliende di gennaio, 
giorno in «uì doveva entrar cpnsolo la nona 

(i) Kile esse qtud^ui4 «wm pomoerium nascitur , «<■• 
'ftimtint .. Marceli! !• 1^4* 



ovCioo^lc. 



' LiBfto in. CArt) VL 2i3 

Wtà (t). Ma k cattività de'Romaiii si mostrò Ter- 
so Cdstaoti'no tanto più acre e maligaa 4 quanto 
che egli pressando il primo fra* cesarìlaràìgioo 
Cristiana, era più coatrarìo alle voglie e dèi se- 
nato e del popolo, itnmersi ancora in gran parta 
nella superstìzion gentilesca. Venuto ^ii a Roma 
nell'anno ventesimo del suo r^gao (an. 326.")ì 
per celebrarvi secando il costume le feste che per 
^esto chiamavansi vicennali « fu don modi atraor-' 
didari villaneggiato da' Romani . Non maDcavana 
a questo t quantunque gran priodpe , difetti no^ 
tabili, cbe potevano dar nrateria^ di motteggi e di 
satire all'ardito volgo. £ in chi non troverebbe. un 
-popoJD di natura beffardo e maligno da motteggiBcet. 
Ma hi sua professione di Gristì^o « e l' aver egli 
abolite le profane cerimonie che sì. fecevano nella 
tolennità videmialì, irritava più che mai la taià* 
vagita della plebe , e lo eeio superstizioso de* se* 
ilatorì . Indispettitosi Costantino per questa ingra- 
tituditte , fede pensiero d' abbandonar Róma pec 
sempre . S' aggiunse a questo un altro stimolo p«s 
awedtura non meno potente ; Era l' imperadoto 
avido smisaratameste di gloria { affetto ohe saxé 
vblte si bi£isima ne' prìncipi , ancorché spesso de:< 
generi in viziosa ambitione . Quest' avidità di glo- 
ria, unita al genio inclinato a fabi^ware, deter* 
dtinb Costantino a edificare una nuova oittà che 
potesse di grandezza' gareggiare con Roma. Hrito 

(tj Cum libercaiem popult Romani ferre non. pòlo rat , 
impatìens et aeger animi prorapit ex urie . Laot. e. ij.' 



oJ Google 



3i4 Delle, fov<n.tTzican jd'Italu 

oppoctnnisuinò di Bisanzio , un atfetto pattièor 
lare a quel luogo dov'egli avea superato il suo 
flmolo Lieinio , non ne lasciò dubbiosa la scelta * 
Costantino trasse alla nuova città Qon favorì 
e pnrìlegi quanto piìi potè maggior numero d'uo- 
mini . Le frandiigie cbe diede a'. mercatanti «tIÌt 
Tolaero la niaggìor patte del commozio da quel-* 
la parte. Statue, colonne, oeo e metalli furono 
in gr&n copia toUi da Roma, e portati a Costane 
tinopdi ; e tutti quanti si poteroi» trovare pec 
1* imperio artefici , tutti colà si condussero.. Dir» 
che qnnti tali ordini non scemassero la popdla- 
sàotie'.e le. ricchezze d' Italia , parrebbe, uno «tra-r 
Do àbsUDto. od im paradosso. Ma per qualche mi- 
gliaio d* uomini che per seguitare le veglie del 
prineipe , e per Ja speranza di più comodo stato 
passb in Tracia , Costantino non potea dìiertar« 
né Italia ne -Roma più che s' avesse :^atto Diocle- 
nano quando volle aggrandir Antiochia e . Nicp: 
media . La perdita d* una parte dì tanti : marmi 
ond' era. Bop» sì piem , potea in quel teppo sti- 
marsi assai Ie|;geE cosa. Maggior danno perBoma 
in questo cambiamento della sede imperiale fu ptf 
aweatora. la diminuqone del denaro, il quale s«r 
{luto sempre la persona del principe . Ma e^i « 
da'riflettwe che lungo tempo avanti la corte im- 
periale era divenuta ambulante { il che doye%, es- 
sere di maggior pregiudizio a" Romani , che non 
sia r edificar nuova sede e nuova capital^ . E 
'd^ altra parte, le ricchezze dè'.particolan erano 



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Libro HI. Capo VI 



anoor A copiose in Roma, ed il fasto alamegtli- 
ficenza del senato e de* magistrati , e le spese che 
il fitco la camera contiatiava dì farvi « erano 
tuttavia li grandi, che la residenza della corte 
non era punto neoessarìa per sostenerri la circo* 
lazion del denaro, e il sostentamento del popolo 
minuto . Vero è che un danno per «è stesso gran- 
itissima recb a Roma la passione eh' ebbe Costan- 
tino di far grande e fiorita e abbcmdante la sua 
metropoli. Si è da noi accennato di sopra, ch« 
la città di Roma s' alimentava - quasi in tutto di 
grano che conduceraii dalP Africa e dall' Egitto fino 
da^ ultimi tempi della repubblica (i), vale a 
dire dopo che si fu introdotto fra* Romani V uso 
de' parchi e de' giardini . Costantino ordinò cKe 
tà fornisse Róma del granò dall'Africa, e desti* 
nb alla nuova città quél dell* Egitto, Così dì due 
granai un solo ne rimase a' Romani^ e diventa 
maggiore il pencolo d' es8«-é traTagliati dalla fa- 
ine . Ma questo che parea sì pregiudiziale idi* I- 
talia, potea riuscirle utilissimo,, se il maggior pe<- 
ricolo della mancanza del grano avesse stimolato 
i Romani :a cercarlo dai campi Vicini^ e se fosse 
stato possibile di spingere l'-ozioaa plebe dì' Roma 
à popolar le oàmpagne dMfalià già fatte scarsis- 
sime d' agrìcoltOFÌ . Veramente Costantino^ diede 
alcune leggi per favorire la coltivazione (2);'mfc 

! . CO Tftcit. J, la. 

\flj L. ^i et ì , e. de ^grìcolis; 1. 3, e. de "Ferfisj 
!< if e. de '«miti Agr6' deteno ... 



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2i6 DellS BivòLUziÒMi D* Italia 

cbi non sa «juanto più agevole sia tirar in poclìì 
mesi le migliaia d* uomini a viver nelle ^an^i 
'cìtth, che ridurne in molti anni un picdol ntime- 
To alla campagna? Tuttavia se questo prìncipe 
avesse impiegato a rìformare e migliorar l'Italia 
queir attività ,' quella diligenBa, e qiiel denaro» 
cbe profuse nelP edificar Bisanzio , grondi cose era*- 
no da sperare . Ma il genio troppo morbido di 
Costantino, poco atto a promorere la TÌta rustica 
è laboriosa , 'Cd 'avidisumo com* egli era di ^oria 
è di rìnomanea , stimava essere più spedito mez*- 
so , per acquistala , erger dalle fondamedta una 
'gran metropoli ,~ cbe render quetlebe tratto di cam^ 
f>agna più fertile) e ristorare « -ripopolare qual* 
che città desolata dalle guerre passate . E il di»- 
)>etto concepito cóntro i Romani (o infìcunmava à 
Òeprimetli : nel che sùebbe forse da dire cbe in 
i^uesta parte mancassero al gran Costantino le mas- 
sime della morale Cristiana t Ma finalmente « po« 
■tao la volontà o la neoessità che avesse egli' di 
dividere 1* imperio , non solamente la -novella me- 
tropoli oetta sulle rovine di Bisanzio non dovea 
racor danno all' Italia , ma comodo .* pércioccbè 
per mutuo sostegno de* due imperi in niun* altra 
città deH* Egitto , deir Asia , o della Grecia pote- 
va cbn> più opportunità dell'Italia posarsi la «ede 
it^' imperio d' Oriente . 

Già era per moltissime pruove manifesto cbe 
un sol oopo non bastava a reggete À vasta e mal 
composta moiiarcbia . Gli esempi dell* iafedeltà 



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tiMLo in. Capo VI. fii? 

de^gèiieràli e de' gov«natoTÌ delle (tfovincìe s'è* 
taao veduti co^ frequenti , che . Diocleziaiio , 
come si è detto dì sopra , avea stimato neoes- 
sdrio divider 1* imperio fra quattro prìncipi * 
V attività di Costantino » la rìpuitazione dbie in 
tante guerre si area acquistata, potè Ifiner fer« 
tfio tid Unito l' impwio ne* poòfai anni di* ebbe a 
regnar solo dopo la rovina di Licinio . .Sarebbe 
stata cedtà in lui f iù che patema il crederà ch« 
eUcnno de' suoi quattro figliuoli fosse atto a so- 
«tener tanto peso > . E quando pura questo fosse 
stato possibile , in 'ohe modo provvedere di stato 
gli altri fratelli, quando ad un salo si lasciasse 
r imperio ? Se il prìmogenìto , il quale certamen- 
te doveasi in questo caso preferire, fótte stata 
superiore agH albi di mdti «unì, o di valore , a 
d' esperienza e di riputazione , .ottimo consìglio 
poteva rinscire il fame un solo imperadore, a 
tener gli altri bel grado di cesaxi dipendenti daj 
primo: ma la debolezza del primogeorto dava * 
pensare U contrario . Oltreditihè, qualunque de*frif 
telU fosse sQprawivùto al tnaggiore il quale avés-i 
sfl tjuciato prole t le guerre òivili corì frequenti 
nelle mioorì età, eakadio celle monarobìe eredi^ 
tane le meglio ordinate , erano asscdutaoìènte ine- 
vitabili in quel tempo, quando le suceeuioni po^ 
tean dirsi arbitrarie e casuali . Che te i fratelfi 
arano ^pcx viver ooneordi fra lorO' e (ton^ sincera 
ftateUanza, inolio ^il- e per ciatcun. di lora • 



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^ 1 6 DELUt RnroLtJzictfii d* ItAim 

per tutti r arere i governi dUtiad; e Tind^iev' 
deau dovea renderli più fentoquilli' ti siouri. S« 
poi ^loda e diacordie e cupidità di regnare do^ 
v«ni; nascer fra loro , mioor male era che ritro- 
pàssero gli stati divisi dal padre, che venir sqbi-; 
to alle ribelb'oni ed all' armi, allorché oiasctHia 
pretendesse 'parte ( com* era verisimile -)' del re|^ 
paterno. Queste furono KDza dubbio le ragioni 
ehe mossero Costantiao alla dirìsion ddl' ioape^ 
rio; e forse aon si poteva in miglior «redo prov- 
vedere alla sicurezza dette provincie RiMQUuie «. ' 



< ' Rimbtzwm delT m^erio sotto i successori ^ 
deW imperadore Costantàib .. - 

JVLs i Sf^iaak di CostaotÌDo e^editaytmo egual- 
mfmte IVunbmonQ e la mollezza del padre, e 
tiiinio di loro ne imìtb il valore : Cosa in vera 
degna dì riflessione, che fra* tanti priooipi ohe 
tennero 1* imperio Romano,' pochissimi abbiano 
avuti figliuoli da lasciar successori, e niuno ne 
abbia lasciati simili nelle virtù e nella capacità 
di regnare. Solo Tito si mostrò degno di succe- 
i^re. ad tnnio. Ma oltre ch'egli non ebbe forse 
tempo da spiegar pienamente il suo carattere, si 
À da por mente che Tito nacque e cret^ essendo 



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■ LifiRo DL Capo VIL aig 

il padre in minor icn-funa , e pcri> neUa con*- 
dizione cC «operarsi egli stesso per 1' avaiizanieD- 
to àèiìz- femi^'a . Ma DomiziàDo fravatoal gtora>- 
ne satto il padre regntmte, i' aasomigliò- mcdto 
bene a Caligdb ed a Nerone, audrki ambidueìu 
case regoatriei,. benché saliti ali* imperio per odo» 
ùove. G0mmodo Bgliuolo del biion Marc^Aure» 
lio, e Caracallai del Tsloroso Settimio Severo , fti" 
rono crudeli ed . in3ensati tiranni . Sa i fi^aoli di 
Gontantino, di Valentiniano, e di Teodosio, de* qua- 
li ci -accfiderà di' ragionare in apf^esso, ihmi si 
rendettero famosi per crudeltà e per libidini , co- 
me i sopraddetti k. fu questo T effetto della reli- 
l^one Cristiana cbe professarono . Ma egli è boi 
certo cbe non ebbero aeppur essi le anitra qualità 
reali de* genitori: il cui esempio, siceome smentì 
altamente t* assioma Jbrtes creantw fordbus (i), 
eosì ièce vedere non essersi detto fuor dì ragio- 
ne, ebe non 49 ben ^mandareclu Don^eppcob- 
bedire- Perocché futtil cc^ro cbe sostennero e^sel* 
leraiTQiDO )Oen quakjbe riputaisone l'imperio, tutti 
«ebbero fi^a. dipen^nza , e si-devarono aà trek 
119 pef :V£tri. gradj.. M4 comecbè degenerasse mol* 
to ne* figliuoli diCostantìn» le Tirtìl del padre., 



(1) Sentimento d'Oraiio e di Pinda»,, diyenato •!(- 
ftetm i' poeti luogo -comHDe da piaggiare ì nobili. Pid 
^iri^moente' P*i»ò D»ptf;,:doirc «riiie).' ■ 

B Kare volte risorge per li lami ' , i 

» li' mnana probìtate: e questo vuole 

• Quei che la dà, perchi da lui ù chiami. 



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44» Ì)EtLk tllVOLtlZIONI b*lÌALtA 

non k però vero ciò che suol dirsi' coiiiutteAelit^f 
che te discordie di costoro abbiano rotinato 1* im* 
peno, o che IMtafa'à abbia avuto a sófteilc mol-* 
ta da questa dÌTàsbne; Il vero è bece^ che poca 
stante dalla mbrte del padre ^ Costantino primo- 
geoito rimase estinto o dalla forza superiMe^ o 
dalle inndie d^ fratello Costante > Ma appena la 
discordia loro potè aver tìome di guerra crvite r 
perocché Costante si trovò signore di tutto 1* im- 
perio occidentale e dell* Illirico , prima che si sa^ 
pe^ pure» che fosse per nascer guerra tra ì due 
fratelli . Ccèì stette l'Italia da quattordici anni 
sotto Costante senz* alcun movimento né di guer- 
re straniere, né di tumulto interno} efìi mirabii 
cosa ^ che tra luì s Costanzo che renava in Orien-^ 
te , massime non essendo d%n* istessa credenza ,' 
metitre ruOoeta buon cattolico i l*àUty) Ariano 
dtchiaràtissimo , tuttavia ncm sìa itìsotta contesa 
alcuna per dividere gli stati del motto fratello; 
La qual cosa avrebbe turbato specialmente le ce^ 
se d' Italia i come quella che si trovava di me»Ed^ 
a due imperi ; Le guerre eh* ebbeto a fare o so-' 
stenere i due imperadori , si contennero néll* estra^ 
mità delle Gallie, o ne^eolifioi del regbo dì Perù 
sia ; né gU evenimenti di quelle poteano gran fat- 
to ioquietar gl'Italiani. A questo partito ben po- 
teasì tollerare la lontananza del prìncipe, giac- 
ché Costante in quattordici anni che tenne l'im- 
perio d'Italia, passò appena alcuni mesi di qua 
dell'Alpi. Ma que* midi che poteansì temere dalle 



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LiSRO III; Capo VIL tu 

<^scQi'die de* due fratelli , furono p(» cagionati ' 
daUa perfidia d^ uà ufBziale . : ; 
- , MagpcfiKio , capitaqo d* una o due compa» 
gtùe DfUe guardie di Costante, preval 
V ioawerteoza dì lui, e dell'affetto che s'aver 
guadagnato di molti ufBziali jqfetiorì , prese ndU ^ 
Gallie la porpora imperiale , e tolse la vita ni suo -, ■*>i^^^ ^^' ^U 
signore. La ribellione, di costui, e qudla di Ve- - '^''^^«•n 
tranione che nel tempo stesso si feoe da* suoisoU 
dati chiamare augusto nell* Illirico., cagionò per 
farere tempo in Italia piuttosto anarchìa od inter- 
regno,' che rivoluzione o «ntntanone di stato . Era 
troppo manifesta r usijrpazìone de' due tiranni,, i. , 

« troppo chiaro il diritto di Costanzo alla suocesr J»»-?-- "^^ ' 
ai(H)e del fratello morto senza prole: ma il tetto- *- *'"***''^ 
re dell'armi di Magnenzìo vicino non Ia£cit) .lun- 
gamente esitar gì' Italiani ; e , il senato dì Rohm 
ricevette ben tosto le immagini sue, e Io rìco*. 
npbfae sovrano. Ma non tanto nocque all'Italia 
la tirannide. di costui ^ quanto la ribellione cU lui 
nocf]ue a tutto l' imperia, per le forze «he si 
consumarono internamente nelle guerre civili, e 
pel vantaggio che ne trassero i nemici esterm* 
Magnénzio non tenne lungamente il dominio d'Ita- 
lia ^ e non yl fu in persona fuorché di pass^^o, 
allorché andò coli' esercito contro Costanzo nella 
Faiinoni^ , e quando battuto e,disfattQ .se ,ne tor* 
nò precipitosamente, nelle Gallie. Ma Costanzo» 
ispogliatp prima con arie e pon fi-ode Vetranio- 
ne; vinto, indebolito ed alla fine evinto Mageensio, \ 



ovGoogle 



2sa ÌDelLg HiVoLuzioift d* Italia 

b dopo lui Silvalito che ìndarilò avèar' telato . 
di succedergli Deirusurpkzìode' tf nella tiratiDÌdé ^ 
rniDÌ sotto di'sètuttr^ stati paterni. Così l'Ita- 
lia,' tornata novellaatente ad esser centto' di tà va« 
eto dominio ,' èra per godere sicura , tranquilla* 
td anche abbonderole e felice pace; se non chs 
]a debolezza di Costanzo tolse ria in buoéa par^ 
te ì vantaggi che si potevano aspétfor d&l suo 
KgDo, e dalle massime dì govèrno obe sì statuiti 
»ódo sótto lui. Era la poìitica di'Costaiizo effetto 
probabitmehte dèli* educazione cfa* egH aveva avu-^ 
to dal padre, a cm fb caro ed afférfonato sopra 
ttÌKi i fi-atelli (r) . Lodevole fu siogolvmeate ni^ 
la regola ch'egli teaoe di separare le cariche <^ 
vili dalle militari. Notabile ordinamento ■fu «o- 
ptattutto r essersi allora iadeb(^ita 1* autorità 
de* prefetti del- pretorio (z) , i qùalt «pt^iatl 

: (1} Àmm. MiieelL 1. ai. ciré. -Sil 
(3} . 11 padiglione del generale appiesso i Romani c^ta- 
ibaVasi (in da' primi tempi della repubblica il pcetofio j 
ptroeàbè anobe i conioli naui, quando erano ine anaiy 
cbiamavan^i pretori i colui cbe avea l' iaspe^ooe sn questo 
padiglione generalitio o pretorio, ch'era come ua mag- 
giordomo o mastro di Casa del capitano generale f chiniu* 
va»' {itefétto del pretorio. Ognuti sa come ed in che mo- 
do ai Èoitumasse dare a' generali il titoìo d' imperatiori . 
Hegli ultimi tempi della repubblice^'qaaado i vapitMii-Bo* 
mani s'agguagliataDo ai più gran re, il j>adiglióDa l*t* 
era cuitodit<> e frequentato come sarebbe ora un palano 
reale. La guardia e la direziotie di quella' divenne n^zi* 
non dispregevole . Angusto che si fé' capo della repnbhli* 
cacol titolo d'imperadore o capitan .generale) tenne an- 
che in ftoma parte delle distinzioai da generala , e speùal- 
ùeale bUhm eompagnle'di loldali che faccMo la gnardu 



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Ìjbro io. Capo Vlt - »23 

bigatto d'ogni podestà mHttare, riteonero splamon* 
fo gtumdìzion civifó, ed upa certa autontà eco* 
qomìca. Cosi, quella caiìca la quale era stata da 
[«ima putameote militare, e poi per luogo tei% 
pò militare e civile, alla fine rìmase purament* 
chile^ e dove pHma il nuaiero de'ptefet^ età, 
JadeGtiitQ, -O; ciascun di loro, quando eraita più» 
AVea 1* autorità in solido sopra tutti ^ stati de^ 
suo priocip^f invalse e' si stabili sotto Costanzo 
V uso di crearne quattro con giurìsdinone tetrito» 
fiale sopra le pretincie assonale loro. Uno ejbbo 
r Egitto con l'Asia Roman»; il secondo Ia-Tra« 
da, la Greeia, e tutto rillirieo; ii terzo ob* 
be l'IftJia eon le isole adiacenti, e l'Aftic»| 
il quarto tutte le provhioie Transalpine,- eioà 
ìe Gallio )' la Spagna ^ la. Bretagna . Tutti i g&i 
Te^atori , presidenti , giodioi , maglstiati - dell* 
proviocìe) obbedivano al prefetto del pretorio, 
secondo lo spartìmenlo suddetta -(j). Aveva es- 
so ancora l*ammÌnistrajnon ^premtt di tutti ì 
tributi, e di tutte P entrate ^el piùcipe. SoIjh 
metite 'ÌI cablando de41e tnlppe non dipendeva 



aìt*(M> palsBio. e alla lUft ■penofa, e cl^U 
ni, e tt capitana toro prefeUa del pretorio. Seiana ch'eb- 
be queita Cilici sotlo Tiberio, e che macchinava graodi 
eoie, par aver luue ([aeate cotnpa^ie a ccitiiti più.pt9D* 
ta ad ogni ino cenno , persicate all' imperadore di fabbri* 
car loro un alloggiamento, dove poteuero alloggiare tutta 
ialieme . QoMto mi parve neceaiario avvertire per naaggios 
cbiweaza. delle coK che si ioa dette dell'autorità e polen* 
%i. de' prefetti, del pretorio . 

• {O'V. Cad-.Juttin. i. I, lit. a6, 37,} 1. la, ti^4•■• 



ovGoOgIc 



224 Dei4£ Bivoi.vz!ONi dMtalia 

da lui ; e questo sìAq poteva impedirlo dalle ri- 
volte y e dall' usurpare V autorità sovrana . £d i - 
generali tauto della oavalleria che della fanterìa 
goveraavano le loco legioni, senza rìcevere co- 
mandameato da* prefetti pretorìani. Dovean bon- 
à dipendere da' prefetti riguardo agli stipendi ; 
il clia era un gran freno a' generali, per^Jià non 
potessero macchinar novità e sollevare le truppe ; 
perdpcchè , tolti loro di mano Y entrata e gli era-* 
ri delle provincia, non aveano sì facile il t^eszQ 
ài guadagnarsi i soldati ; e ad altri che a' soldati 
non aveano autorità di comandare. L'esempio dj 
tutte le monarchie Eiu'ppee, nelle quali si sono 
ricevuti costantemente gli st^i ordini di governa 
ohe tenne Costanzo , e che introdusse fprs'.^ il 
primo nel Romano imperio , oi dee convincerà 
dell'utilità di un .tal sistema. E non è mpno. cer- 
to che 4él Costanzo in pQi la vita degl'imperio^ 
ri fa più sicura . Che se queati nuovi ordin^nei^ 
ti non trattennero, Qepp.ur. vivendo Cost^zo, la 
declinazioD dell'imperio, la debolezza propna del 
suo governo., o la disgrafìa di non aver figliuoli, 
ne luron cagione. Nato egli d'ingegno' mediocre» 
ed imbeyuto per tempo de* costumi orientali , -'iti 
schiavo perpetuamente de' suoi eunuchi «, Le prì^ 
me azioni del suo regno iurono uu saggio . dell» 
sue, massime di dispotismo, se pur è vero che df 
suo ordine particolarmente furono ammazzati, tpt- 
ti ì parenti da' quali temeva o disturbo , o sce^a- 
m^nto. ^ dopiinio . Gli eiiiuic¥ .« . fili ^tri vìU 



=dDvGoogtc 



tiSRO lU. Capo VII. àzi 

aioj cortìgiao! Io preaccuparono in favor degli 
Ariani , o sìa che fossero dall' astuzia e da* doai 
de' vescovi, capi del partito, sedotti; o sia che 
credessero d* assicurar meglio l'autontà propria, 
imbarazzando il principe nelle dispute della reli- 
gione , .e disti^eodolo dagli .aflarì^ del governo . 
Così doppio danno rieevè la repubblica dal vio- 
lento favore ebe Costanzo' prestò a quella setta. 
Le violeiize che si fecero a- vescovi congregati in 
Milano, in Bimim , in $Ìrm^*o; T esilio di papa 
Liberio e di tant'altrr santi vescovi , mesoolarono 
dì molto amaro la dolcezza dì quella pace ohe 
ioti» il regno dì Gistanzo avrebber goduto l'Ita- 
Ua e le altre pruvìncie che sì trovavano lontane 
dai n^ovimeoti delle guerre straniere. Ma l'altro 
forse' ancor più notabile danno che il furor del- 
l' Ariafia eresia recò allo stato politico dell'impC' 
rio sotto Costanzo, 'fìi questo, ohe 1' i,mperadore 
intricatosi sempre più nelle controversie ecclesia- 
stiche, nelle quali ambiva di farla da arbitrio, 
lasciava alla discrezione d'indegni ministri le cU- 
re'del principato. Costoro poco solleciti de'.pro- 
gFfssi dfllfe aì-mi Romane , e de' casi futuri , purr 
cbè cbnsArvassero l' autorità presente eh' essi raet- 
de^'nti «ercitavano , tutti erano ' intenti a spaura^ 
re il loro signore sopta ogni menomisaima ombra 
ili ribellióne . Pa queste sue gelosìe e sospetti 
continui procedetterp non mmio lè ingiustizie e ié 
orudebà e le misure maJamente preae per reprì- 
mere gli ammutinamenti , che la pooa fortuna 
Tomo I. i5 



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226 Delle Rivoluzioni d' Italia 

eh' egli ebbe a provare nelle guerre straniere. So- 
stenne l'imperio orientale debolmente; e il più 
delle volte tornò vinto dalle imprese contro de* 
Persi, massimamente allorché v'abdava in perso- 
na. Quindi con più vergogna eziandìo, e con peg- 
gior conseguenza: per gli affari d'Italia venne a 
mostrare la su^' debolezza a' Franchi, ed a' Ger- 
mani : perciocché non volendo^ lasciar a Magoen- 
zio, come costui chiedeva per grazia,- il governa 
pacifico delle Gallie ,' e noir soffreodoglr 1* animo 
«no timido e sospettoso o dt marciar egli stessa 
a combatterlo' r o di mandarvi un generale con 
forze ed autorità sufBcienti a compire l'impresa} 
s'avvisò di muovere i re (erbari ooirinviti e con 
doni a far guerra al* suo' rivale, e portar Tarmi 
Delle Provincie Romane.' Politica' veramente' degna 
di que* codardi ed invidiosi eunuchi che to' ood-i 
«igliavana, e lo reggevano' a' lor talento^ 

Estinta Magnenrio,^ continnarontf i Franchi <r 
i Germani ad infestar le Gallie per quella stessa 
vìa che Costanzo* avea loro- spianata . Costretto ì 
dopo* molti anni, di mandarvi Giuliano ,. quell'u* 
nico de'^suoi parenti che avea lasciato in vita» 
diede a que*" popoli novelle' pruove delK iofingjur- 
dsggine «uà, e delle infermità dell'imperio^ Non 
solamente noir diede a Giuliano cesare,: pe*" 
«uoi sospetti^ esercito e soccorsi bastevoli -x rista- 
bilir r onore del ttome Romano appressa quella 
nazioni, ma aggiunsegli ministri ed uffiziali e conir 
pagnì che lo traversassero , e ritardassero ì sun 



=dDvGoo^lc 



Libro HI. Capo VII. '227 

progressi ; e volle sotto fiofo pretesto rìtorgli an- 
cora que' pochi soldati che gli avea dati . Quan>- 
tacque a ragione sia restata infame appresso i 
Cristiani la memoria di Giuliano pcF la sacrilega 
sua apostasia , pure , se la storia non fu in quel- 
ita patte di troppo alterata dogli scrittori gentili^ 
si dee credere ch'egli avrebbe bravamente reprcE* 
si i neiiiici deH*imperio nell'Occidente e nel Nord, 
se' Costanzo, dopo averlo innalzato alla dignità di 
cesare , non Io avesse ofFeso co* suoi raggiri . Ad 
^nj modo convien pur dire che GÌDÌtano, con 
ttitto che vantasse tanto dr probità e di filosofìa^ 
non ebbe virtìi eguale a quella di- Germanico , H 
quale frovandosì appresso Tiberio in simil grado 
di parentela e dignità, e -travagliato per simil ge- 
losìa dalla corte r pure st mantenne) cosCante nel- 
1* obbedienra e nella fedeltà verso un principe 
meno legittimo^' meno f^solutOr e da cui era sta- 
to molto meiio ■beiirfoato . Tanto è vero che d' un 
apei^-idolftfra è peggiore un CristìaDo ipocrita, 
qual §a Giuliano.^ Sollevossi dunque costui; «Co-. 
stahzo'non ttovb' altro mezzo d* opporsi alcugino 
sao'«mdIo; i;lie indur nuovamente con- denari i 
re Franchia Muovergli guerra. Intanto Giuliano 
istesso che -gli avea alcun tempo -tenuti in freno, 
dv là'St mosse^ per portar l*armi contro il sud si- 
gnore e ^uo' ctfgiob. Così s'addava agevolando ' la 
▼itt'^qu^^polid* occupare le pibvìncie Rotuar, 
ne , e d' avvignarsi àlP Italia . i. '■ ' ■■ 



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■228 Delle RivoLuzrom d^WaiiA 

Giuliano rendè il suo breve regno memorabile 
pel genio pedantesco che pprtò sul trono , attor- 
niandolo di sozzi e pri^untuosi sofisti , per V apo- 
stasia della religion Cristiana, e per T entusiasmo 
ridicolo oltre i^ni credere nella professione che 
fece d* idolatrìa . Ma la superstizione sua iii più 
funesta a lui stesso ed al Rcanano imperio, che al 
Cristianesimo , La persecuzione che mosse contro 
i Cristiani , ultimo sforzo del furore pagano , non 
che distru^esse la fede 1(m*o, 1* accrebbe e la raf- 
fermò , Ma la temerità con cui portola guerra con- 
tro de' Persi, stimolato più dalla vanità de* suoi 
fallaci auguri!, che da motivi di ragipnevole pOf 
litica , cagionò gran perdita di provincìe ali* im- 
perio ; perchè , morto egli nell* intrapresa spedi- 
zione , dovette il suo snccessore con ignominiosa, 
ma necessaria pace riscattar 1' eserotto Roniano 
dair estremo perìcolo di perire; cosicché cotesto 
sì celebrato spirito dì Giuliano, attivo ed intra- 
prendente , altro effetto non produsse allo stato 
de' Romani , che indebolirlo dai due lati-privci^ 
pali , prima coli* abbandonar le Gallie , esposte 
già alle incursioni degli Alemanni, per portar le 
armi ribelli contro Costanzo ; poi colla ■ gufìra 
sconsigliata e irovinosa che Diosse a' Persi . Alt' l- 
talia 'si può dir che Giuliano non facesse di pre- 
sente' né ben, né male: privò venunrate del go* 
verno di ess^ Tauro prefetto dsl "pretorio, wfio 
giusto e discreto; e vi pose in sua vpce M^mertloo, 



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Liuto DI.' Gafo vii. 229 

più celebra del primo nella repubblica delle l«t> 
tere-, e nelle qualità politiche probabilmente non 
ìafefì'ore . 

Il buon animo di Oioviniano che successe a 
Oiuliano , non ebbe spazio di far gran bene . Ma 
lè cose che sotto il regno de' due fratelli Valen- 
tiaiano e Valente s^uirooo tanto nelle provìncie 
delP imperio d'Occidente, quanto in qQelle d'O- 
riente , beQcbfe non offendessero né motestaasero 
immediatamente I* Italia j sono pur nondimeno da 
osservarsi come cause assai' prossime de' grandi rì- 
Tolgìmedtì cbe poco dopo ne veoDwo ; però 6a 
necessapìo ripigliarle dal locoprìncìpio, e spieg»'- 
le' alquanto distesamente. 

CAPO VJII, 

• Rimessioni soprtt le cause deWimuMsiortff 
ék* barbari. 

V7raa ragione abbiamo di maravignard» per^e 
ì Itomani cbe cinque secoli ormai contarano di 
latita grandezza » non abbiano mai potuto aasieu- 
rarsi dal canto de' Germani ; anzi che alla 6ae 
F Italia stessa, centro e sede di sì vasto imperio, 
abbia doTUto esser [H«da di quelle nazioni , eia- 
«cuna delle quali, non facendo esse né wi regao 
solo , né una repubblica sok , era di sì poco sta- 
to , cbe ogni, angt^ della Gallia n' era più largo 



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23o Dell» Rivoluzioni d'Italia 

e più ricco. Se l'imperio Romano avea da temer 
di guerre funeste e di rovina , pareva che i soU 
' Persiani Tossero nemici formidabili : e nondimeno 
r imperio d'Orientie si sostenne ancor per molti 
secoli a fronte della Persia, monardiìa i^astissima , 
stabile ed agguerrita ; quando già avea l* Occ)^ 
dente subito il gipgo de' popoli Settentrionali , 
usciti come da anguste tane, uomini vili, e sen- 
za ordipe di pilizie e senza disciplina. Ma i Ro- 
mani si erano molto ben assuefatti a rispettare e 
temere ì Persiau! ; e questo timore fu per molti 
secoli lo scampo dell' imperio d* Orienlp . S* im- 
prendevano centra i Persiani speSse guerre con 
grandi' apparecchi , e si trattava di pace e di tre*- 
gua con non minore apparato e diligenza , perche 
non is^egoavann di mandare e ricevere ambasce- 
rìe , e di venire ^a trattati pom^ tra eguali , Non 
si ammetteva tàmpoca pibche la ragic»i- di sta-^ 
to , o r Usanza inveterata , o il diritto delle genti 
chiede o permette , cioè di jnantenersì con doni e 
con promesse e con lusinghe potenti partigiani ap- 
presso l'emofe potenze; e riuscì talvolta a* Roma- 
ni di tirar dalla loro alìpuni principi dèi san^e 
Tersjano: tio^ quali mezzi si pianteqnero le dije po^ 
tenze' óra in pace v ora in guerra , ^enza distnig- 
gersì, come fanno oggidì {e potenze emole del^- 
r Europa. Ma i Ronjani non- seppero tenere gli 
stessi modi con le nazioni settentrionali. )e quali 
essi diaprezzavano come povere ed ignobili , e per 
le strettezze del paese che abitavano, le stimavano 



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Libro DI. Capo VIH. 23 i 

S |>ocheTorze. Io somma* i Bomani già una voU 
ta sì astuti negoziatori e politici, quasi avesser*^ 
ultimamente scordato i piìi perìgliósi avversari es- 
wr quelli che non anno che perdere , sì . poo9 
conto faceaoo di que* popoli , che ofTeodendoglì 
jpesso fìior di proposito, non degnavano di venir 
con loro a que^ maneggi di pace , d* amicizia * « 
di lega, che riescono pei; l' ordinario vantaggiosi 
ili più potente . 

Chiara pruova di questo ci porge la storì^ 
delle ultime azioni, dì Valentiniano il vecchio (i). 
Intento questo imperadore a munir con castelli e 
ibrtezze i limiti settentrionali dell* imperio , uno 
de'.suoi ufGzìaU avea intrapreso a fabbricarne di 
là del Danubio nel territorio de* Quadi , Questi 
ne fecero doglianze appresso V imperadore, il qua* 
le i^i^dicando . non meo nece^sarìo di non disgu- 
stare i vicini f che fortificar le frontiere, cornan- 
do che sì cessasse dall* opera , Ma il suo ufGzial^ 
Marcelliano , fatto rivocar il decreta , continuava 
pure ad innalzar la foi^ezz^ a dispetto 4«' Quadi. 
Andò Gabinio re loro, 14 persona, a trattar ppji 
Marcelliano di questo fatto; ma rutlìziale Boma- 
^o Vagendo d' arrendersi alle preghiere d^l r« bar- 
baro , lo ritenne la sera seco con diqiostrazioni di 
amicizia-, e l'^pcise. Un cpsi pero tradimento fece 
prender rar(ni a^Quadi, i qiiali pljiam£^ti i Sarmf^tì ia 
aiuto, eotcaroDD nelle provincie BenMUie deirillirÌQ?! 

Ci),imm. Marce". I, 5o. , _;, 



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a3a Delle ^ivoLvzsom d'Italia 

e \i menaioDo grande . rovina . Accorse Valenti* 
vìiaho il più presto che potè sbrigarsi dalfé altre 
guerre della Gallìa ; e dopo qaakhe fatto d'ar* 
me faronevole a'Romanl , i Qaadi gli mandarono 
ambascialorì per acquietarlo , mostrando coma 
*|ueMa guèrra noe s'era mossa per oousentimento 
della nazione. Cominciò Valentiniauo con fiera 
collera a gridar contro .costoro , e rìmproTeroiiì 
d'ingratitudine. Narrano le stori?, che Valenti* 
BÌano Tedendogi davanti quegli arnhasciatorì bar- 
bari d'abito, di statura asai umili é mescbiiif, 
à lamentava pure, che sì viti uomini gli foeset 
inàbdati ambasciatori (i). Essendogli risposfo che 
costoro erano de' più nobili e de' più cbspicuì d^-* 
la natone,' indispettito allora Vie lAaggiormente', 
proruppe co' suoi m dolor(He querele, percbè un 
ìnpecador 'Romàno avesse a trattare con sì fatta 
gente : e- fu tanto il suo corrnccró iir questa co 
cbsione, che uscitogli il sangue dai petto, perde 
jn poche ore la Vita; e' mancò in lui un gran ri' 
paro- air insolenza degli Alemanni, che già forte- 
mente cominciato afeàna a minacciare le G^Ke. 
Ma comechè' tatti ì popob boreali abbiane 
avuta parte nella generale invasione dell* imperio 
Romano « che segui net quinto secolo , conTfend 
osservar sondimene, che la prima e Is pù grave 
rovina da cui fu sobbissata l'Itedia, mosse benà 
dì verso il Settentrione, ma dalte regioni orientali, 

(i) Ann). Al«rceU. loc. eh, — Zoi. 1. 4; e* >7• 



ovGoOglc 



Libro ID. Ca»o VI0. ~ a38 

e , cosa dd non intendersi senza maraviglia , da- 
gti ultilÀi confìoi dell* imperio Persiano , e dalla 
China . Quella parte d' £uropa , cfae giace tra 1 
due grandi e famosi fiumi , Danubio e Tanai , cfaa 
or comprende una parte della Russia, della Polo« 
uia, dell'Ungheria, e della Turchìa Europea, e» 
miocìd ad esser tentata dalle armi Romane, quan- 
do già era venuto il termine della loro grandez- 
za. I popoli che abitavano' quelle contrade, divi* , 
fl'ft-a loro sotto varie denominazióni, erano con 
nomi più generali conosciuti , e diiamati Sciti Ea^ 
ropei, l'artari , Sarinati. Dico Sciti Europei , per- 
ire la Seizia, eome oggi£ la Russia e la Turw 
cfaìa, s* estendeva egualmente neirAsia, che nel- 
1* Europa . Fra qtiesti popoli quelli soli ohe si tro- 
Tarqno piìi vicini al Danubio , o sia ì Dacì , fn- 
fono soggiogati e ridotti in provincia da Traiano , 
sotto il quale si può dire che abbiano avuto ter- 
nufle le conqirìste de' Romani (i). Gli altri pia 
lontani dal Danubio e piìi vicini al Tanai, come 
gli Alani, ebbero' bensì sotto gli Antonini qual- 
che sconfìtta , e furono-^ rispinti dai confini del- 
1* imperio : ma tutte le più felici ^edizioni che si 
poterono fare da quella parte , si terminarono in 
trattati o di tregua, o di pace e d'amierzia; né 
mai que* popoli si contarono come sudditi del do- 
minio Rumano. Quando poi le Jbrze dell'imperio 

Tillem. HUt. do emper. (om. a.- Domiiiea ari. ai; 
Trajaa art. i6 et j^. 



sv Google 



à34 Deu£ fiivoLuaioNi s^ Italia 

comÌDCi'aTano a decimare , tutto il maggiore sfor- 
so che si fece rispetto a quelle naziom, fu di rì- 
tenerle di là del Danubio, e con castelli e presi* 
di impedire che uon ^^avanzassero nell* Illirico • 
nella Tracia . Aureliano , prìocipe non mica àsap' 
poco uè trascurato delle cose dell' impii^rìo, tras* 
portb di cjuà dal Danubio tutti ì sudditi Romani 
della provincia Dacia ; e facendo termine dell' it»- 
perìo quel fiume , laacìò V antica Dacia io poter 
d'altri popoli di que'cootorai, obe- si' cfajamaroa 
Goti, o sia cb'ieBsi fossero gli stessi obe dagli an- 
tichi chiamaronsi Geti e da' Romani anch' essi tal- 
volta Dact, o cbe vi fossero venuti da più occi-^ 
dentali e boreali regioni della Germania. A' t«iH 
pi dì Valentiniaoo primo e di Valente tenera' Il 
governo di questi Goti Atanarioo , il quale , lascia- 
tosi allettar nel partito di que} Procopio che si sollevò 
sotto Valente e cercò di levargli V imperio, si tirò aà- 
dosso le armi imperiali, vinto ? distrutto che- fu Pro- 
eopio. Perciopch^ Vateote che volle pr^uder vendetta 
de' Goti che aveano dato aiuto a* suoi nemici < 
fece per tre anni continui ostinata guerra a queU 
la n&zione * e li ridusse 6nalmente a chieder pie« 
tà e pace (i). Quand'ecco, mentre cbe i Goti 
si stavan pacifici ne* prescritti termipi. e che 
r imperlo si credeva sicuro da quella parie , com* 
p^rir come da un nuovo ed ignoto mondo . una 
strana nazione , per cui e i Goti e i Romani 

(i) Àmm. Morteli. 1. aj. 



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riBRO m. Capo VOt. . sSS 

dovettero peoeare ad altri spedienti e a duotÌ trat- 
tati. Gli Uaat ohe potrebbonn egualmente chiar 
mare Sciti o Tartari, p che. abìtavatio Ja prima 
regione dell'Asia, dov^essa per < via del Tanai t 
divisa dair Europa , fumao, più ancora che gli 
Sciti Europei , sconosciuti a* Romani » . FicoìoUi 
p parte del Tanaì;, dioe Strahonct ci è nota, a 
» cagione del freddo e degl' incomodi dì quel 
» pae«e , che i naturali virenti di eami « di ÌAt* 
31 le possono sopportare , e i forestieri non powx ^ 
u no . Del Ji-esto. onesti Tartari , lontani 4al iraf- 
».ficare fiou altre nazioni, per numero e per ro* 
» bustezza potenti, chiusero ogni strada dì terra 
» praticabili , e ogoi parte navigabile idei fiu-? 
9- me» (i). Tolomeo un secolo dopo Strabono 
scrisse parimente, tch« gran paMe della Scizia era 
sconosciuta. Ed è cosa veramente d^a dì nHH 
ravigUa come Flioio il giovane, uomo dì tanta 
sapere e sii curioso di cose nuove, allor ch'era 
governatore della Bitinia «opra il mar Nero, e 
eh* ebbe porrispondenza col re del Bosforo «onfi-» 
naote con gli Unni , non «ìasi iogegoato dì pren-t 
dere cognizione dì quelle genti (2). Ora> questi 



(-1) Strab, 1. Il , p. 340. 

(a) Per quel cbe ti conobbe io ptoc«Mb di laiii|io t 
cotesti Dudì divenuti (V famosi per la detolanone che 
recarono all'ltatìa e a tante provincic dell'imperio, occu- 
pavano quflU parte delta Buisie Aaiaticha , cbe cbiamait 
Aitracan, tra il fiume ^^'k** il tnonte Caucuo, e il Don, 
dello Tanai anttcanienle. jE perii trovandoli vicÌDÌallo da- 
to de' Pcrtiani, urebbonii potate procacciar- diTtttioni 



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-/■ 



liX Delle Rivoluzigm n* Italia 

UsDÌ , nazione 'incolta e barbara , osata a viver 
«SDza ^bili'albeT^bi in campagna aperta , scor- 
tetido epredabdo e combattendo per tutto, pira» 
saifODo , Bon si sa. pei- qnal caso ut copie , ia pa- 
lude^^^ifeotìde , e il Hum^Tinuii obe ib es«a sboc- 
«& (i) . TroTarODiti di < priina gtunfìì nel paese 
4egK Alani; ma o questi gaf^liaidt e fercMì Tr- 
^MMaoglr aMalitcwi , o Vepam«i^'il pwse'Ioro 
■toàtuoso esedvaggìo non presentò' cosa-oh^ .at- 
iettale. 4a cupwàità degli Dnoi., -i qiidti ikrsìò 
spingendosi oltre, Tennero addosso a qiie* Goti 
«beabitaToiK) verso il Danubio. I Goti spare»- 
laitt 'dalla Bubha-^teursiohe dì co» stratta gente e 
^ stra«n)kMna ■%ura, se vero è ciò cfad ne xtu> 
cantano gir anttefai storrci (a)* si gettaron fag- 
gcndo alte'ÌTvo del^ Datnubio, supplicando d'esse^ 
j«: accolti nelle terre de' Romani, per non restar 
predai e vittima de' nnovì assalitori . Portato V avi- 
viso di sì gran novità all' imperador Valente , le 
dispute e le consultazioni furono molte e vbrìe > 
per ile^erminare guai fosse il partito da prende^ 
ré'.rìipetto a questi Goti. Intraprender guerra con 
kvo era, edsa -pericolosa, di nrun frutto, ed infi- 
nita ; perchè vinta una nazione , per esempio dì 
Sciti, s' incontravan quegli Unni stessi. jjjte- gli 
avean cacciati : perocché quelle stt-afcrocchevoU 

d'.armi di gran rilievo per la difew e per maggioie it>- 
grau^ineato ancora dell' imperio Bomaa* . , 

(i) Amtn. Marceli. 1. 3i. 

(a> Zoa. 1. 4; .e- 30. — Amm. Marcel^ aJ>^ top. . 



£iBRO:nL GasòTIU/ ;k37 

IMfidezióDi dì barberi settcQtrìonali rovinarano per 
lo jDv^ricItio ecflvcere le une aopra le. altte . Àc- 
co^ìu^ e cooteaerìi^nel seoo delle provùicie, • 
destòiar: uno terr« da coUivar^ « >a guUa dì coIch 
aie, «ra .ìau>resa dod meno malégevole, speciale 
-mante {)er iVitifBcoltà fSi trovfur : ministri: e go» 
-Tcrnfttori abili 'fs non avarì , che li eonteneBSsra 
-ne* t«*mini prescritti. It meno rischioso partilo 
era senza dubbio spai^ere i novèlli avrantorì in 
più luoghi, e fì-anunischiaHi nelle armate , e cwp- 
care di renderna una parte quasi 8ud<Uti i)atur<iU 
dell' imi^no; alleMar gli altri ocJJa ^leraua;;^ 
videi^li e indebolirli con susàtar gdoùs tra lo- 
ro, e armar quelle nazioni le une contm la al- 
tre , Uo tale spediente veniva anche sòftenuto da 
un* altra necessità : perocché icarse^iando le ap- 
mate Romane di soldati , e crescendo: le guer»; 
poteìuo questi, barbari parere i benvenuti, da 
che s' offerivano di militare a mo^co ^'pendio . 
Qualunque di questi o d* altri risguàrdi movetie 
i' imperador Valente , u coocUiue nel aao £qiu»> 
:glÌo dì ricevere ì Goti con eerti patti ecoodizio- 
BÌ (i). Ma i ministri ed uffìzidi suoi esogUiroDO 
ù mais dal cauto loso le condiaioni aoiHtrdale-, 
cbe'si.^Mi dall'avarizia de*. Romani spogliati e 
ridotd a solmna- miseria» e quasiché a* termini di 
morirsi di fame, di amici ch'erano, divennero 
in breve nemici* e nemici tanto più ^da temersi, 

rO V, Jisinan^. derdiM Gelici* e. 36. 

/ 



DiqitizeaovGoOglc 



s38 Delle BrvoLuzìoNr d* Italia 

quanto oh* esri si trovaianu armati nelle nscerfr 
dell* impcTÌty. Valente cbé sulla fidada di: queftd 
lòrettierì avea trascurate r smitniite e scoofeutate 
le mih'zia Remane , venuto, a gaerra con questi 
Goti , Ti perde 1* ecercito e la Tita ; e lasciòf l' im- 
periu d* Oriènte n^ peggiore scxanfiglio' che ìòsm 



Rholmipni deir Imperia éTOtxiden^^ éS- tffetli^ 
che da esse neequera per lo statò ^ ItaUa , 

VTodera; eì6- nwr pertantff rifalla piena e" perfet- 
ta pace sotto il nome dì Valentinidno'secondoi' 
faDBHiIIov ma per autorità ed arbitnc di Grazia- 
no angusto, suo maggior fratello. QUest'alfimo 
già enr stato parecchi ami avanti creato^ ttugusttf' 
e oollegft del padre ; e alla morte di qùtsto , di" 
fatto. 'c di ragione a lui «ricadera l'imperio d'Ita- 
lia e di-tutto rOccideofe, Ma gli ufBzialt dì Va- 
leutimano', e pift di tutti Merobaude, trovatido6i 
coù:'!*' esercito in Sabaris', assai lontaoi da Tne- 
veri dove s'era f^fiiiato ' Graziano augusto, tc- 
mettcfo che quaTenbo non voleste ocoupat l'im- 
perio j e perciò s' affrettarono di ■ prodamare im-J 
peradore il fanciullo Flavio Valenlitiiano , secon- 
do di questo nome, il quale aveva insieme' a sua 
madre seguitato il padre fino ad Acinco nella 



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Ijbro SL Capo.EC 339 

Phnnoaia . Omnaiio che fu il f/tìma tra gì* impe- 
radoTÌ, in cui la relìgìon CrÌEtiana conservaiDe'so- 
<|i e visibili gli effetti suol« approvò senza trop-^ 
pò indugio 1* elezione , aacorché fatta lenza suo 
consenso'; eà ebbe sempre in luogo di caro £glia 
il giovinetto fratello',' col qude inoontanenta 
dopo che V ebbe rìcotfosciuta per collega , o qual-^ 
che atrao appresso divise fé proviocie occidentali : 
per la qual divisione restb' a -Valentiniano 1* im- 
perio d* Italia^ In questo mezzo vacò I*iiAp«ÌD 
d* Oriente per ìtt morte infelice dì Valènte ,dis- 
fatto T come abbiamo accennato « e «w vivo' pres- 
so Andrìnopoli da* Goti , i quali di poi , senza 
trovare ostacolo , scorsero e predarono insieme 
con altre nazioni barbare là ^acia, Ila Macedo- 
nia, la Grecia, con tutta quella parte del domi- 
nio Romàntf (an. 375. )jk Graziano in cut rìo»^ 
deva il dirìtttf e Fobbl^ di provvedere alto sta- 
to d^l* imperio y dove Valente non avea lascilo 
alcun successore y non credette poter me!g|tó lì- 
ccHuporre le cose d' Oriente , che coH* asscmiersi - 
per collega Teodono di virtù conosciuta, e d'età 
fresca e vigorosa. NonZosimo stdamente. nìa'Si' 
neno ancora Dti bellissimo trattato di pol&ica che 
Ktìtse e indirizzò all'imperadore Arcadie, ripre- 
se non oscuramente la condotta dì Teodosio in 
questo particolare, d'aver col troppo fiivorire e 
stipendiar barbari tolte di mano all' imperio l'ar- 
mi e le forzo proprie. Parrà strana cosa ad alcuno, 



=dDvGoo^lc 



240 De[.le RiYouraoM d*^ Italia 

cbe in un. punto ù poco dui^Hiso-di politica 
potesse il grao Teodosio commettere errore ài 
rilevante , di disarmar quasi af&tto gH antiolii , • 
afEdare a' erbari le forze e la difesa dell* impe- 
rio ,- fbrmaodo gli eserciti di loro soli , e dando- 
Oe a persone della «lessa oazione . il comando . 
A9a da che Valente area dato ricetto nelle terre 
^elP impecio a quelle nazioni, non restava né a 
Teodosio , né a Graziano altro partito, cbe cer- 
care di conciliarle ed affesionarle , all' imperio -. 
Per discacciarle o distruggerle sarebbe stato biso- 
gno d' altri buoni eserciti di mih'zie Romane . Ma 
non che &sse possibile di m«tt«r insieme troppe 
Romane bastanti a rispignere tante migliaia 4' uo* 
mini gagliardi ed agguerriti, massimamente quai»* 
do sì fosser ridotti alla disperaoza , era anche dif- 
ficile per, ^i altri bisogni dell' imperio di trove^ 
nelle provincie Romane mediocri eserciti; e q^e-' 
gli che vi si potevan raccogliere, non avrebbero 
servito np più fedelmente n<è per minore stipen- 
dio, che. i barbati: sa!vo che convenne ridurr* 
in tributo reale V obbligo efae aveano le comumV 
tk di somministrare e mantener certo numero 
. d' iiomioi negli eserciti. D'altra parte, è bea 
certo: che i Goti, e gli Alani, e tutti quegli o 
Alemanni o Sciti cbe vennero allo stipendio de- 
gVìmperadori, er9no migUorì soldati, ohe imo 
pofeano tessere i Romani a quel tempo general- 
mente ammolliti e corrotti ; e per T aspetto esteriore 



ovGooglc 



' Lima ni. Capo IX. T t4t 

delle persone poteano trovar parzialità d'affet- 
to De' priacipi (i)> Vera cosa è che per noa 
dar troppo potere a cotesti straDieri*; sarebbe con- 
venuto ò frammesoalarli con nazionali -, o lasciar- 
ne il prioGÌpal comando a* Romani . Il che sareb- 
be stato conn'gKo utilissimo, ■dovaci prìncipi non 
avessero avuto a diffidar maggiormente de* gene- 
rali Romaai , che de* barbari. Questi aitimi, sup-< 
ponendosi sempre- incapaci d* oocupar in penona 
propria la dignità imperiai*; aveano »n motivo 
di meno a rivoltaci e tradir S principe. E chi 
pub gcordarsi che tutte le rivoluzioni dell' impe^ 
rio per ^ù di tre secoli addietro j- erano per la 
più parte procedute dall' infedeltà ' de* capiUmi 
^e pur non erano stranieri P In. sonàma , il tem- 
po fatale della cadutaci sì vasto' imperio s'av' 
vicinava; e oontro-le disposizioni di AiftA'iorprov- 
videnza niun riparo valea . Un loFo spedtente tiel>^ 
P ordine delle cose poteva essere -A ritardar la ro- 
vina, ed è quello sti^o che -fece, che 'sostenne 
e che aggrandì gl'imperi in qualsivoglia età e 
nazione;' ed era quèrto, che il principe banian-< 
dasse Parmi in persona'. Percib' Téodosio'che in 
lotte le guerre ohe nacquen») amante il auo im- 
perio, e seppe e v(dle govéraarle per sé stesso* 
non solo potè -meglio' <^:iriua altt*o scegliersi va- 
liti capitani , nta fi raairteone ancora fedeli e 
Tomo i. . ' , i6: ' 

(■) kmm. Harcell. I. 27. et Si. 



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242 Delle Rivoluzioni d* Italia 

divoti. Egli ebbe noodimnio a wperare difRcòl-t 
là grandUsime, e tutta la. sua destrrnra gli fè*^ 
bisogno per contentare e tener io freno quella 
Bioltitudtae di straDi'eri; e per aoddisfare a que- 
sti , e noa isconteotare i Romani * 0Ì fa d'nc^ 
moltiplicar le cariche militari , ed aggravar per 
questo con nuove imposizioni le sue provincie (i}. 
Graziano attese ancor egli a' guadagnarsi V animo 
degli Alani che in gran numero doveaoo cwero 
al uio servino, e gli adoperò utilmente nelle 
guerre che fece contro i Germani . Ma o e^ 
non £eppe cori bene , come il eoll^ , c<HvIursi 
Terso gli antichi sudditi ; o veramente ia malva-i 
gita d* alcuni pochi o d* un «olo rendè funesta « 
rovinosa quella gelosia contro de* forestieri r CUi 
vedevano ri bene eecohi dall* imperadore . 

Bfogno Màssimo trovavasi, non si sa bene* 
sé esule o ufBziale nella Bretagna,: allorché Gra- 
ziano per la mtnle di Valente e U necessità àgh 
lo stato elesse per suo collega Teodorio , di cui ' 
Massimo sì vantava d* essere paesano, e di me^ 
rito non inferiore . Invìdia .ed ambizione lo sti- 
molarono alla ribellione ed alla vendetta ; e col 
finneotare i cattivi umori ohe scoperse ne' sold»* 
ti Roman», li fece scoppiare in aperta ribellione, 
IFcciso in questo amiiintinameoto il buon Grazi»* 
Bo, Massimo ottenne ( ah. 383. ) molto agevola 
nlen^ il titolo di augusto, e l'imperio delle 

(i) y. Zo*. 1. 4 , e. Se. et Mq. 



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Ubso IH. Capo IX. t43 

Oallifl , e coDs^uentemente delle Spagne e d«IIft 
!&«tagua, le quali provincie soleraao senza «on- 
irasto obbedire a coloro che iinperarano nellf 
GaUie. Valentioiano , debole fanciullo» non ob^ 
potesse vendicar l' ucciso fratello , e rìtorre air 
r usurpatore le mal occupate provinoie, ebbe per 
gran mercè di rìconoicerlo per collega (i); « 
Teodosio f:he aveva troppo che fare io Oriente , 
approvò, o ne fece almeno le viste* l' esaltamene 
to di Massimo: e benché le tre corti di questi 
priocipi fossero piene di sospetti , perchè Valen- 
liniaoo e Teodosio temevano del continuo qual- 
che nuovo attentato del tiranno , e quesU non 
poteva mai lUsiogacai che ì due |HÌmi Io nguap- 
dassero dì buon animò com' egOale; pur nondi- 
meno si passarono alcuni aDui in mandarsi am>- 
bavperìe reci[HX)che ora uffiziose,. ora mioaoeero- 
li , secosdonbè si temeva, o si' prendeva tigor» 
4à una parte e dall' altra; Fu saot* Amtwogio ve- 
scovo di Mtiano più volte adoperato in' queste le* 
galloni ; primo esempio della _parte che poì eb- 
bero i vescovi a* tempi seguenti ^nel Aianeggìo del- 
le cose politiche , massime nelL' Occidente . Giifr* 
stioa augusta^ .madre del giovane Valei^nUnio-, 
governò a nome del figUuolOi tr«nqu!ll«naènte 
Vkdia, non ostante che inibevuta degli Àriam 
errori abbia dato qualche travaglio a* v^kovì catk 
talici . Ma alla fine una donna iofuperta « e uà 

fi) Tillent. Mem. de rempereorTalentioien IL — Ma- 
rat. Du. 383 et Kq[. ' ' ' .' 



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244 Delue Rivoluzioni d'ItalU 

debole fanciullo piccol riparo poteaao fòre. ad un 
astuto ed agguerrito tiranno . Giustina augusta 
vedendo la superiorità del Demioo, si fuggì ed 
figliuolo; e r Italia rimase soggetta a Magno Mas- 
simo. Ma egli non ebbe a godersi lungamente di 
tal oonciuista , perchè Teodosio gli venne Con- 
tro; e TÌnlo ed ucciso l'usurpatore, ritornò Tltar 
lia sotto il governo del giovane Valentiniano . .Ma 
nondimeno due pernlziosissimi efTetti procedettera 
dalla ribellione di Massimo . Uno fu V essersi per 
cagion sua o mantenuto , o ravrivatp nelle Gal- 
H« un certo genio d'indipendenza per un'usan- 
za inveterata da più secoli di crearvi degli au- 
gusti: drcostanza singolarmente notevole per ri- 
guardo alle rivoluzioni dell* imperio occidentale e 
dell' Italia , la quale dovette da questo tempo ser- 
vir di frontiera a sé stessa , ed abbandonata qua- 
si a sé sola difendersi colle proprie fbr2e che cer- 
to non eran grandi , e però prender legge da 
<^unque l' approssimava . Àbbiam notato altro- 
ve (i) , che regnando Gallieno , Fostumio si era- 
£itto ittiperador delle Gallio , e che le governò 
saviamente. Successegli Saturnino suo figlio» e 
poi Tetrico. Questi fu vinto da Aureliano, il 
quale col' terror del suo nome contenne, le Gallip 
soggette a sé solo . Ma , pochi anni dopo , Caro 
diede il governo delle Gallio a Carino cesare suo 
figliuola. IM questo in poi non paesacono. mai 

(t) Y. mp. 1.3,c. 4. ," . 



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Libro IH. Capo EX. 245 

iiioUi anni seoz* aver quella provincia ud impera- 
dpre proprio ; e Treviri divenne sede e capitale 
d* imperio, più che non fosse Roma in quel tem- 
po. Diocleziano vì mandò il suo collega Erculio 
nella prima divisione. Poi v'andòGwtanzo Cloro, 
a. cui succedette Costantino il grande, il quale, 
beocfiè per alcuni anni tenesse l'imperio riunito, 
lasciò tuttavia il ooRtando delle Gallie a Crispo 
suo primogenito, mentre Io ebbe in grazia. Mor- 
to il gran Costfuttino, le Gallie tornarono sotto un 
imperadore proprio, che fu Costantino il giovane. 
Costante che ucciso il fratello, rinoì le Gallie al- 
la sua parte d' imperio , non durò a lungo ; pe- 
rocché Magnenzio si rivoltò , e si sostenne impera- 
<lor delle Gallie contro Costanzo angusto . Estinto 
Magnenzio, si sollevò Silvano; ed appenii TimpCr 
rador Costanzo ebbe debellato questo tiranno , che 
Giuliano , andatovi come luogotenente di Costan- 
zo, fu in captf a non molti mesi ureato augusto 
per via d' anunutìnamento . Questa continua suc- 
cessione di principi e di tiranni nelle Gallie para- 
va che si fosse terminata sotto Valentìniano , i! 
^ale eoi vigore del suo governo impedì non mt^ 
ao le ribellicmi de* sudditi, che TinrctsioD de* ne- 
mici ì n'ccbè lasciò molto ben fermo 1* imperio a* 
•noi %liuoli . Ma la sollevazione di Massimo su- 
scitò ndle Gallie gli spiriti assopiti dell* indipen- 
denza ; e le circostanze de* tempi che seguitarono 
l'usurpazione di lui, diedero per avventura la pri- 
ma otigine alla mooarcEìa Frances* , e -alla 



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34^ DELtE BlVOLlTZIOMF D* ItALM 

separaKione totale dellMtaKa dalle altre parti già 
compotieoti rimprtio occidmtale; In fattidaqu»- 
8tò tempo in poi appena bÌ trova che le GalJie^ief 
nò state anche per breve spazio obbedienti agl'iniì- 
peradorì regnanti in Itaiia^ Ma T altro non m»* 
no grave danno che cagionò allo stato d'Italia 
1* usurpazione di Massimo, fu eh* egli espose più 
che non erano state per I* addietro , le provincrè 
Romane agli assalti degli Alemanni . Massimo', 
ancorché desse principio alla sub M^tevazione con 
mostrar di proteggere e favorire i spldati Romani 
, vale a dire i nati sudditi dell' imperio; fermata 
eh' ebbe coli* assenso o ferrato o grazioso de' idue 
legittitaii imperadori Tuturpata- signoria, badò an^ 
cor egli a cercarsi nuovi sostegni, comprando Ta- 
micizia e l'alleanza degli Alemanni. Con la fidu- 
cia di tale aiuto trattò egli sempre superbamente 
e come inferiore ValentinianOf mipacciandogli ad 
bgn'ora di mandatali addosso in Italia un'armata 
di barbari (i), de* quali area sicuramente un gran 
enumero anche belle sue legioni. Queste cose crel>- 
bero animo e baldanza a quelle nazioDÌj le qua- 
li, conosciuti i disordini che travaglìavan l*im>- 
perìo, poterono ai^omentar fàcilmeote che lasoi^ 
te de* cesari stava a loro discrezione. Intanto ì 
Goti, gli Alani, i Franohi, e gli altri barbari ri» 
ceVuti ài soldo non meno degl' ìmpuradorc , che 



^i) Quum rraHsrhenaaot milhai minìteris Itàliàe', 



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' ' LiBBo UI. Capo IX, ^7 

Ab* tiranni , formavano la maggior parte delle for- 
ze loro; e fra gli ufBziali di Teodosio » come già 
abbiamo detto, e del giovane Valentinìano ì pia 
riputati erano barbari. Né il credito 6 il poter lo- 
to si contemie solamente nelle armate , ma passò 
prestò nelle città e nella stessa Roma dov'erano d 
eorfeggiati e rispettati e temuti . Costoro , coma 
ognuno può Immaginar di leggeri, favorivano* io- 
vitavano, protèggevano; e conosciate Ift forze pro- 
prie e là debolezza de'Romaoi, si fecero dispoti* 
ei dell* imperio * poco si curando del titolo d* iiA" 
peradorì. ÀrbogAste, Franco, di nazione, generale 
cU Valentinìaoo , teneva questo principe come suo 
pupillo, per non dir come schiavo; e in fìne .lo 
fece uccidere, perchè vqleva oomaòdare. Arboga- 
ate che tutto' poteva in Occidente , diede il titolo 
e la corona iniperìale ad Eugenio, uomo di let- 
tere e suo- raccomandato, ma ritenne tutto il ci- 
mando e tutta I* autorità del governo in sua ma>- 
no. Non so se nella storia aatioa ù tròn più a- 
perto vestigio del governo dei re di Francia! del* 
la prima scbiatta, e de* oalifB Saradnì, a' quali 
t iqaggtordomi e ì sóldani lasciavano le insegao .è 
"il titolo di sovranità , esercitandone' essi èffettivct- 
mente. tutti gli uffìid. E noi vedremo per un té- 
■colo quasi intero troppo bene «egintato un tal e- 
«empio. Vero à che Arbogaste ed ^ngenn fUrO^ 
-no vinti e spenti dalle armi di Teodosio, il qua- 
le V aacorcliè avesu gli eseccitì> « la corte pieni di 
barbari , potè col suo senno e «oUa np}itWO(i Aél 



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246 Delle Rivoluzioni d* Italu 

tao nome manteDersi obbediente - ed ossequiósa 
ogDuno, e tutto l'imperlo sottoHiesso ed unito.. 
Ma Onorio che per diritto delle concfuiste del pa-. 
'dre soccedette a Valenttniano secondo nell'irape- 
rìo d* Occidente * e parttcolarmeote dell' Italia 
(mentre Arcadìo, Taltro mi^gior fratello, nma* 
se alla morte di Teodosio imperador dell* Orien- 
te ) , non eredita delle virtù paterne altro cbe 
r amore alla religione ; e quanto fu pio e zelan- 
te cattolico , altrettanto fu debde ed inetto- p«i>- 
cipe. 

CAPO X. 

Prìncipu del regno if Onorio ; e primi attertìatà 
àe* barbari sopra l'Italia. 



C^uando Tediamo cdd guai ièrmezza si adoperas- 
se Onorio a distruggere in Roma gli ultimi avan- 
zi dell'idolatrìa, e reprìmere per tutto il suo do- . 
minio l'insolenza degli eretici e de' pagani, appe- 
na possiamo credere eh* egli avesse tratto dalla oft> 
tura quel eavattere d'imbecillità, che fu il carat- 
tere proprio del suo governo . Vtt questo sarebbe 
• forse da presupporre che saot* Ambrogio , e ^\ 
altri i quali ebbero cura d* instruire il giovane ìra- 
peradore nella reHgion Cristiana, il fecero con 
piiro zek) ed affetto; e cbe, avendo trovate bu»- 
ne disposiziom e buon terreno , il frutto vi cor- 
rispose |)ienamente . liiddove coloro che futono 



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tiBBO ni. Capo X 949 

lasciati da Teodosio alla cura del pn'ocipe negli 
affari di stato , credettero d* assicurartii meglio per 
l' avveoire 1* autorità che godevano , e quella mag- 
^ore a cui aspiravano, audrendo nel debde aui- 
rno del }or signore la timidità e TÌDdoIenza. Per 
altra parte , egli è assai probabile che i maestri e 
i consiglieri d' Onorio , coaoKÌuta la »oa ioclioa- 
zione alla pietà, per mantenersi la grazia del loc 
«igaore, sì mostrassero anch'essi molto affezionar 
ti alla religione; e per questo la più parte degli 
editti o rescrìtti che sotto Onorio uscirono contro 
i pagani e gli eretici, procedessero, come tutti 
gli altri ordiaameati politici , dall' attività e dal- 
Va,cGqptezm de' ministri, anziché da vigor partico- 
lare del prìncipe nelle cose di retinone . Comun- 
que ciò fosse , non è però meDo certo che Onorio 
fu perpetuamente giuoco e ludìbrio de'suoi servi- 
tori ; ma noa metro debole in lasciarsi governar 
da loro , Sflcbè si mantenevano nel favore , che 
sconsigliato e precipitoso a rovinargli , aUorohi 
uoa vdlia avea cominciato aprir le orecchie alle 
accuse o calunnie degl* invidiosi . Alle quali cose 
qualora io rivolgo il pensiero « stimo esser vanìd- 
sima e fuor dì proposito quella questione che so- 
gliono muovere certi scrittori delle cose politici^, 
4e più giovi alio statQ 1* avere il principe buono, 
■o il ministro . Perocché non è possibile che sotto un 
debole o un cattivo principe «a o si. manlepga in 
■«r^ito un buon ministro . L' esempio del ij^rdìual 
{Ucbelieu che seppe conservarsi Tautorìtà., eser^'ì 



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&5o Delle Bi^olùzion/ d'Itaua 

utilmente il suo re qxutoi a suo dwptftto, h fonie l'unico 
io tutta la stona del mondo. Stìllcoofr troravasi ap* 
presso d* Onorio nellostesso grado dìBichelieu appFe;tJ- 
<o di Lodorico XIII ; ed è certb, ch'egli resse l' im- 
perio d'Occidente non da Diinistro, ma da sovranot 
Fosse virtù sincera, fosse nobile affetto di gloriai 
che lo animasse, o un ambitioso desiderio di «a- 
perare nell'amor de* sudditi e nell'estimazione del' 
le due corti l' emolo Ruffrno, creatura ancor esso 
di Teodosio , e ministro di stato appresso Aircadio 
io Oriente ; StiUcone govemb con tanta destrezza 
e con tal vigore gU affari di guerra e di pace , 
che dee- eccitarsi fra i grand' uomini dell' atitichì» 
tà. NTuno de* più famosi monarchi» o de* più ce- 
lebri favoriti ricevette mai da' sudditi o da'clien*- 
ti tante Iodi, quante n' ebbe Stilitnse da Claudia^ 
no che visse a suo tempo; e ciò che più impor- 
ta , ninno forse n' ebbe mai né di più sode , nh 
di più ragionevoli e più meritate. Impei-occhèt 
quantunque le cose si trovino magniScate ed esa- 
gerate dalla copiosa e felicissima vena del poeta; 
pure non sono lodi comuni o iperboli di oaprio»- 
ciò, ma appoggiate sopra azioni vere e notorie 
dell' eroe . Una sola cosa rimane dubbiosa intorno 
al carattere di Stiticoaei oioÀ la sincerità delle sua 
intenzioni, e la sua'fedeltà. Rimase questo comA 
{»roblema nella memoria' de' posteri ; e non ci ab- I 
biamo molto più dì ragione a credere ch'egli ab- 
bia volpto usurpare la corona al suo principe, o 
eh' egli sia stato sacrificato ingiustamente alla 



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Libro IH. Capo X. -aSk 

-geloiiìa ed alle (ìalunnie d* Olìmpio suo eio^lo « e 
lioi 'suo succnsore nel mtBÌsteco e nel favore d* O- 
-nono. Ad ogni modd, il meno equìvoco si fu for- 
se, ch'ali abbia tentato di stabilir il suo figliuo- 
lo Eucberid sul trono di Gjstanlinopoli aliti mor^ 
te d'Arcadio. Ma finalmente egli era Vandalo, 6 
per ogni piccola ombra cfae dessero i suoi anda- 
menti ed i stKti trattati con gli altri barbari, non 
fo difBeile a' suoi rivali il persuadere ad Onorio i 
eh*^K maocbinasse di tradirlo. Fu dunque ucci^ 
so quei gran ministro e grim eaprtauo; enfila suft 
caduta diede l'ultimo crollo Pimperio d'Occiden* 
te. Ma se nella morte diStilicone* Onorio e TI' 
talia perdettero il solo braccio cbe ancor restava 
■ ritardarne la rovina, egli non è meno certo che 
alcuni anni prìmaStiticonemedesimoavea perdu- 
to DeHa morte di sant'Ambrogio runico sostegno 
d^a sua virtù, e il più sicuro compagno nel con- 
•Iglio e nella conBdeoza dèli* imperador'e. Era pas^ 
iato da principio qualche disparere tra Stilicone, 
ed Ambrogio ; ma Stilicone , conosciuta V onestà 
e l' abilità del santo vescovo nelle cose di gover*- 
no, ne concepì gr«idissiffla stima e venerarione: 
Dal che nacque probabilmente, che i primi aUnS 
del suo ministero iìirono meno' soggetti a rimjuo' 
Veri, e a sinistre interpretazioni (ì). 

Ma che cbe si debba credere alla fine delle 
buone o delle ree iotenàÒDÌ di Stilìcone , Il tatto 

(i) V. Tauli». io Ambtoiit viu e. ^4 et 45. - 



=dDvGooglc 



262 Delle RivotoztONi J>' Jtalis 

è pur certissimo, che meotre egli ebbe "il coman- 
do delle armi Romane, T Italia scampò due Tolte 
dai pericolo gratidiusimo in cni si trovava; di' ca- 
der sotto i barbari . Le storie di questi tempi so- 
no sì mancanti e couftise , che appena dì grosso 
si può trar contezza de* fatti più principali . Ciò 
non ostante tutti gli scrittori e prolasi e sacri ci 
fanno unanime testimonianza di du« memorande 
sconfitte cbe Stilicene diede ad Alarico e a B»- 
dagasio, il primo general de' Goti, l'altro dfcgli 
Unni o sieno Sciti. Questi due capitani assaltaro- 
no d'accordo l'Italia verso l'anno quattFocentesi- 
^mo; e di tanto spavento riempierono l'atiìmo de^ 
grita^asi, che Onorio già si era partito di Ba> 
Tcnna , risoluto di passare le Alpi , e ricoveràra 
nelle Gallie : se non che , scongiurato e persuaso 
da Stìlicone, si fermò in Asti con animo ancora 
' di lasciarsi assediar da' nemici io quella città na- 
turalmente copiosa di viveri, ed in quel tempo 
fuor di dubbio assai bene fortificala dall'arte. Ma 
la famosa vittoria ch'ebbero i Romani salte rive 
del Tanaro presso a Foenza , liberò Onorio di 
quella paura; perchè Alarico, usdto d'Italia, dod 
vi pose più i piedi fino alta morte di Stilicene . 

Radagasio cbe due anni dopo, rifattosi pro- 
babilmente di nuòve genti « mosse» verso Roma 
con potentissima armata, fu ancor egli vinto sot- 
to Firenze: poi rifuggitosi sopra il vicino monte 
di Fiesole > perde miseramente sé stesso con tutti 
i suoi . Il vantaggio che da questa vittoria trassero 



=dDvGoo§lc 



Libro ID. Capo X. i53 

! RoDiani , parea che potesse ristorare in parte; 
r Italia del danno tuttavia notabile che queste ul- 
time guerre le cagionarono, benché abbiano avu- 
to favorevole il fine . Si fecero a Fiesole i prigio- 
ni in tanta copia , ebe si vendevano via a guisa 
di pecore per pochi danari ; Ìl che non era pio- 
ciot comodo ndla scarsità così di sèrvi, cfae d*uo- 
mini liberi , ìn cui si trovava T Italia . Ma in bre- 
ve tempo videsi tornar vano sì fatto vantaggio ^ 
perocché una fierisaima epidemia, provenuta per 
avventura dalla fame patita dai barbari m«itee 
fìirono assediati sul monte, ritolse a' compratori 
quel nuovo acquisto di servi: e l'ora estrema cfae 
Dio avea prefisso alla grandezza Eomana, già era 
neina. 



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254 



LIBRO QUARTO.. . 
CAPO PRIMO, 

SìtraUo delle cose d'Italia verso ìajìne del quar- 
to secolo : agricoliura , commercio, arti^ e 
. sludi . 

JNoi .abtoamo da dieci o dodici ':sttdC>U qq^ bene 
assuefatto ranimo a queita idea* <^é ì Coti, gli 
Eruli« i Vandali, i Longobardi abbiano rovinata 
ed ioselvaticbita' r Itala ,~ obe senza pur rifletterà 
essere noi stessi discesi per avventura da qu^^le tOLf 
zioni, appena possiamo immaginarsi cb* esse ab" 
bìano potuto recar ombra di bene a' paesi cbe 
conquistarono . Né già può negarsi obe in quel 
primo sconvolgimento di cose , quando fu distrut- 
to e affitto spento 1* imperio d' Occidente Io; 
scompiglio e la desolazione non eieno stati gran« 
' dissimi . Ma se daremo uno sguardo allo sfat- 
to in cui era l'Italia quando i Goti ci ven- 
nero e presero Roma la. prima volta* Terremo. 
forse a conoscere cbe le genti cbe sono vivute iir 
Italia dopocbè i barbari v'ebbero stabilito il lo--^ 
ro domìnio , non aveano grande ragione di deplo- 
rare le passate rivoluzioni. 

L' Italia ne' due primi secoli del Romano im- 
perio , divenuta giardino di Roma, s* andava 



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Libro IV. Capo t 265. 

consumando nelle sue delizie. Il primo e più note* 
Tole danno , e quello da cui tutti gli altri deriva- 
rono, hi l'esser ristretta e poco meno che spenta 
la sorgente della popolazione. La più parte s'era- 
no avvezzi a riguardare come grave giogo il ma- 
trimonio; e per quante leggi ai fossero fatte con- 
ti^p ^i scapoli o iO' favor de* mariti, non s'era 
potuto levar via it molto maggiore allettamento 
d' un licenzioso celibato : ed era divenuta tanta la 
scarsezza di prol« , die a' tempi di Costantino. 
L* Aver un- figliuolo solo portava seco grandi privir 
1^* (i). S'introdusse questo abuso da prima ne*, 
^ndi e nel popol grasso , e finalmente passò in 
tatti gli ordini di persone non pur di Boma, ma. 
$; tutte te contrade Italiane. Le più vicine a Ro- 
ma , frequentate per. camion di diporto dai citta- 
dini deliziosi, come quelle della Campania, furo- 
no più presto infeste dallb oorruzìon de* costumi , 
che i-egnava nella capitale . Le altre più discoste , 
oome sono queste postre della LombariUa , riten- 
nero .per alcun tempo e conservarono l'antica mo- 
destia, e parsimonia, e semplicità (2); ma alla 
fiiie corsero la sorte delle altre , massimamente 
da che la residenza d^l* imperadori in Milano , in 
Pavia, in Verona, in Ravenna condusse. m questi 
paesi gli stessi disordini, che in Roma e nelle vi- 
cinanze di essa (3). Gli spettacoli, le feste, l 

-. [i]- V..HeÌaecc. idi. Pap. P«pp. .■ 

[a] Win. l. I. ep. i4. 

15J V. Olyoipiod. sp. Phot. cttd. 80. . 



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256 Delle Rivolvzioki d* Italia 

sollazzi che seguitavano la residenza della corte ; 
i donativi , le larghezze che facevano i grandi ia 
occasione spezialmente di prender possesso di qual- 
che dignità, quando ia pòchi giorni si gettavano 
molti milioni ; le vettovaglie che non meno da* 
buoni , che da* cattivi imperadorì faeeansi distrì- 
buìre o gratuitamente , o per vilissimo danaro al- 
la plebe (i) ; tutto questo nudrira maravigliosa-. 
mente gli abusi , e diremo quqsi le malattìe po- 
litiche dello stato, che il trassero lentamente al- 
l' ultimo distruggimento . Pochi erano coloro che 
volessero prendere il carico della moglie e de' fi- 
gliuoli, potendo an~darsene a Roma, e camparvi. 
senza briga e travaglio fra i piaceri de* teatri e 
del circo . Mancata poi o dimiouita in Roma la 
larghezza de' principi , dopoch' essi ebbero ferma- 
to altrove il loro soggiorno, la pietà Cristiana so- 
stenne, benché con miglior fine, l'ozio medesi- 
mo . La Chiesa , arricchita per le donazioni di 
molti cittadini divenuti Cristiani, sòccorrea con 
larghe limosine ali* indigenza de'meschinelti. Ma 
questa pietà verso ì poveri , e spezialmente versò 
gt' iofermì, fu oagione che molti ribaldi e sciope- 
rati corressero in Roma per abusare di questa pia 
liberalità , e fuggir fatica (2) . Così per vari mo- 
di 3' andava ritraendo la gente dalle opere ni- 
stiohe (3) , e s' abbandonavano i borghi , ì villaggi 

[1] V. Cod. Thèod. I. 14, tu. i4, »5, 17, 19 etc 
[3] V. Cod. Theod. de Meodìc. aoa iuvalidU. 
[3} Ambr. de Oilfic. 1. a / e. i6- 



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Libro IV. Capò t 267 

f U'piccbls città, cbe woo ordiaariamente la di- 
fesa e il sosterò delle città graadi e degt' impe- 
ri . Le cotoaie Doa volta sc^te. di riatorar la popOf 
ladope delle terre dat guénesco furor desolate , 
gii abbiamo veduto che anche nel primo secalo 
dell'imperio riuscivaao^ P°co. profitto a ripopo- 
lar la campagne die il ìatso e Parti cittadioescfatt 
pnk ancor delle guerre distroggeraDo del continuo; 
t bel ^fzo'e qiiarto secolo n'era passetta io disu- 
so fi^o l'ombra e l'idea. Siccome pochissimi à 
eoataraóo ì soMati nativi Italiani , cosi pochi si 
curavano d'avere per ricompensa campagne in I- 
(alia, fatta ultimaDitnte, come le altre provincie, 
■oggetta ai tributi ed alle gunre , ed esposta da 
iDDgbissimo tempo alta cupidità de* favoriti e de* 
nifàistfi, le osàrpazioaì de* quali aveaao renduta 
troppa incerta mutabile la propn'età de* beni. 
Cosìcchi, sé manc& a* terràzsaoì ed a' rustici na- 
turali 1* animo la fibertà di ooUìvare i prc^ri 
eampi , niolto minore allettaibeoto àveauo a ciò 
fare i scadati invecchiati ndla licenza e nelle ra- 
pine (i). Tutto il terreno coltivabile dovette a- 
dunque essere posseduto da pochi ricchi , e spe- 
zialmente (^'senatori Romani, massimamente da 
che sì era stabilito una volta, che ciascun di la- 
ro dovere a^er beni stabili in Italia. Costoro fa- 
ceano lavorar le terra dai loro lofaiavi . Ma ancor 
Tomo L 17 

<i) V. Colt I. I. de AgcQ (luerlo.' 



=dDvGooglc 



z6B DeiìB RivQLuziòiii dMtalu 

questa forte di lavoratori vnine manfìando, dopot 
che le proTÌacie orìentalr e le GaUie comÌDcianH- 
tio a ctesxe a ncoBoscers i loro impcradori o ti-r 
ranni paFffoolari . Quet poco numero di F»%iosÌ 
die fóciCTan nelle guerre di Persia e di Gflrnuh 
nia , poche volt? passava in Italia, Oltncbi, nua 
tanto si cercanano' da. lootaiiff provimtte' serri rux- 
itici ed uoiDÌoi indurati alla gleba ed al travaglio » 
na di qaellì c&r servivano ai piaceri ddla lits 
0or{Hda r al Iqsw ^ ^^ ^f'' ^^ °<*°^ ^'^ punb» 
dimómito in Romar snoorcbi' qu^la. eiitji ttvMse 
•oeasato d*'euer sc^^omo ordinario' degl'imperador 
ri e della corte. C^ni damxr ' oi«acuDode''gin»4' 
dì generalmente arria creduto di'saeqrar la nascite 
e ir grado r ae, uaenado in pubblica , aoK aiAraeA 
dietro una ivsg^ ed ìnoomoda Mbiem dì cputtra 
ty cinque cento paggi e «erviftwf (i). ; 

A misura cb« si &rona dìl^oatìi a aptioti i 
iTOtieì naturali, v cbe mancò' o ratfenrione o E» 
possibilità de* ricchi altadint a hr ooltivur le tenr 
rr» alcuni; de' più;. savi tmpeiadorf '»i preaero eail 
medramt la cara i£ fisforarìff di nuovi cultori *^ 
AureHano avee fatte pensiero di mandar «obiai» 
di seUavi barbara in certe ter»' defU Toaaan» • 
della Liguria ^ o sia delle Langber ma ìa. brevifi 
ad suo regna r o il cnimgjio de" sisot mimsfrr ^ 
ioikeKo l'esecTHione di un^ tal disegno. Kè.sapfàa»^ 
mo che per più d'un weoIodt^Aurdiano alcun 

(ìj Amm. MarceH. 1. i4< . 



ovGoo^lc 



Libro IV. Capo-' L sSg 

altro de' CMarì teotasia d*efFètfiiarfOf &)dhè Va- 
lentioiaDo primo - nel trecenti settanta imadi' • 
poppare e coItiTare i paesi vitn'oi al Po alemn 
barturi fatti prì^oai nefla guerra della Gennaniai 
Bachi anni dopo Q Ah. 377. y , Fiigerìdo general 
Ai Grauaoo lece passar dall' IHirìoo nel contado 
eh* è tra Parma , Modena e R^gio, qualche nu^ 
nero dì prìgiomen Goti , Vani , AlanDÌ , e- Tat'« 
fili . Ma oltre che <|ueBto non potè essere' gran 
eoDipeaso a fanfff contrade aUiandoiiate^ gli stet* 
ti dìmràiai dì pcìma poterono iacilmeiite' ed in 
breve tempo render inutili questi stabtlimeittr. Cer* 
fo è pure , che* verso la fine del rs^oo di Teodo- 
sio tutta quella parte di Lombardia , eh' è tra Mi- 
lano e Bologna T paese ù: grasso e si fertire, gìa^- 
eea quasi- deserta ed incolta. Eia Campania^ det- 
ta come per eccelfema ferra di lavoro net regno 
di NapoH, che, dalla LomErar^M in fuorir h sen- 
za dubito de'piir felici terreni A^ltiàitir era cói> 
dotta a tale, che Onorio' dovette in un sol privi* 
1^*0 esentar dalle assiso o faglio piic di cinque^ 
cento mila giornate di terreno divenuto inutile ed 
infecondo ^r). Alcnne altre feggi detltf stesso im- 
peradore ci possono far eonrpren^re che le altre 
«ontradff d'altana gi& eran mofto bene praRtrate, 
e qtiasi deserte r prima che l'esito del &ftenK 
^ODtf le tenyertwse (2}^ 






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x6o Delle Rstoluzioni d* Italia 

" ' I.à popolazioae della città oonispondeà c«r- 
tamcBte alb stato ddle vioine icampa^e. Sappia- 
tao ÌQ fatti éa. sant* Ambrogio (i), che Piacen- 
za, Parma, Modena , Reggio, Bologna, città per 
1* addietro sì nobili e ei fiorite, eistno miseri avan- 
ri ai eoo tempo, e cadaveri cU catta. Se Milano 
eiBaveuia, ultimamente divenute sedi degl* impé- 
radori ^ d! Occidente , . crebbero in questi tempi 
d* abitatori, eom'è da crcdefe; égli è altresì .cér- 
tHwimo che' vi s' indussero in buona parte gli stes- 
si', abusi che già erano luEoma, e che. di lorsjt: 
fura, non che potessero fctr riparo , acoelerarono Ja 
T&*ÌRi. à* Italia ■ Roma f'erameDte si mantenne tut- 
tavia popolosa e grande , anche dti che gì* impe- 
radorf V ebbero abbandonata . Ma che potea ser- 
vire^ a «Quella tìittà, e alla diFesa dMtalia un mi. 
serabile avanzo di uolultà neghittosa e eattiva ; 
una- vile moltitu^ne dì s4rvi iuibelli e' viziosi, 
d^tìoati a far vano e ridicolo corteggio a* padro- 
ni , di buffoni , di commedianti , di . baUerinì , 
d' eunuchi ,* e finalmente una turba di villani co- 
dardi , che venivano a mangiarsi il pane del fisco, 
a passar le giornate oziose , a dormir anche le 

(i) De Bononiensi venìens urbe a tergo Gatemam , 
iosdtn Sononiam , Mutinam , Rhegiom dereliiufueias i in 
aexiera erat Brixillums a fronte occurréhat Placentta , ve' 
lèrem nobilitatem ipso adkuc nomine stfnans: ad laevam 
Apsnnini inculta miseratus , et fionetttinimeram ^uemdar» 
fVpulonim castella considerabas ^ aOfue »Jfèctu relegehas 
dolenti . Tot igiiur semirutarutn urbium cadavera , terra- 
rumqoB sub eodem .canspecta exposita funera ... >. ih per- 
petutiat proUmia ac diruta.. Amb.'tp. >3i)} i^ìÌr 6t i c, 3. 



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XiBio IV. Capo L a6( 

notti su p«* teatri e sei circo (i) ? Per altra parte , 
la sorercbia popolazione di Roma, che fu la' prì- 

' ma cagione per coi a' abbandonarono le altre con- 
trade d* Italia , nocqne |io( particolarmente alla cit- 
tà «tessa, per il perEcolo continuo d'essere trava* 
gliata dalla fame . Perciocché non raccoglieodori 
dalle TÌcine campf^iK il neoesaario grano- pernu- 
drire quel popdo immenso, conr^rnva condurlo 
da rimole provincie con ìn&oito impaccio, e tti6- 
tavia con gravissimo rtscbio ohe mancasse a tem-< 
po^ Nel trecento e normrtasette avendo GildtHie^ 
tiranno dell* Africa, mipedito ti tiS^cnto del sO' 
lito grano di quella provincia , fu d* w^ , per 
isfamar fioma ,^ cercar grano dalle GaiUe ; o ^Itf 
^M^ne (2). Ed ogn* altro ministro, che &ti4ioo~ 
ne , appena avrebbe in tal contingente scatztpato 
Roma da quella calamità. Quindi è £unl cosa il 

' conoscere che tutto il commerzio d* Halia èra me- 
ramente passivo è rovinoso ;. pereiocchè dov«ansi 
eerear di fuori m>ti meno le cose più necessarie ak 
soateatameofo della vita , ohe quelle che servivano 
atta morbidom. ed «1 lusso ^3): a noa appacisce 



(i) Amm. Marc. 1. t(. 

(a) V. CUad. in Eulrop. I. i, f. 4oi : et de I^ndìb. 
Sliiic. 1. »f ▼. ^4 et teq.; et 1: 5 , T. 91. 
1. (3) Le pelli, i tknppi piìi finir gli aromi di cui ùfk- 
«era grancfiwo , »■ marmi per le fabbriche, le pietre pre- 
■ioie', ed ianmiiaerevoli altre cose portavansi a Romk noa 
•olMiieiiBe dAll'e . piì» rkaote prevìAoie delt'iiftperi» « "ma 
•BModÌB da' paeri, bob M^eM» a' ftowaoi y com' erano le 
Peri» e le Indie . Le bestie' feroci che dovMn jerrit« tgti 



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262 Delia RrvoLufion o'itaua 

pOatOy che 9*e&ttaeaae d*ltaIia«IcUngeBeredi.iiuK 
DÌfatlure> che pateese fare il compenso di ciò che 
mancava, Cmicchè, mettendo ioiNsne andie k 
eontribuziopi (die già da buon tsmpo m palavano 
a' barbari t per le quali bì accano Btraordioarùf 
esazioni in Boom etesu , «1* Italia, avrebbe dovuto 
in breve tenapo essere esaiist» di denaro ; te non 
che per aweatHra 1* entrate che nnilti de* grandi 
di Roma godevano in altre provìncie , poterono 
supplire io parte al difetto delle, ooaei d'Italia. Ma 
qae<tt sopventmenti remwro nenoanehfc in que- 
sti ultimi teiqpi' che precedettero Tinrasione de* 
Goti ; perchè già essendo caduta in poter de* baiy 
bari' Ja nuiggior parte delle abnrfiroyiiioie dell* imt 
perio ooddeotale* prima, che fo^e affatto spento 
H nome Romano in Italia , uoa potevano i citton 
dini di Roma rioerere i frutti delle- posaefleiW 
m già fatte alttiji. 

Del retto * le arti che avrebbero pettuto tica- 
re a Roma Toro forestiero, vi erano affatto trar 
•Mirafe, e leadate . &t è maraviglia ohe in qnd- 
Feccetsiro hisso che in Roma noit ^itcemò pui^ 
nel diminuir dì potenza, le stesse arti. 6glie io- 
simile e nutrici del lusso , non sieusi mantenute , 
Nife la passione incredibile, per gli spettacoli e p^ 
teatri potè sostenere l' architettura p- la aoultunt» 
ebene costituiscono la partf. pincipalissìma^ Q 

mttMftli, ri tncvH dall' Africa o«ii inar«dibìl di^eaiiìa. 
Vegga*! il codica Tea^MÌano, Ckadiano^td altri •critlari 
ài filai t^po. 



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Lifito IV. Cawo I. ' 1^ 

genio n*eia n fattamente perito, che ti faceaper 
tutta r Italia grand' eatermiaio dette opsre più pre« 
genAi degU. antichi maestri. Per ogni vano ca- 
priccio, o per qnaluoque hinagao di materiale da. 
Uibrìoare , « rovcseiaraao possa passo i mauto- 
kit e s'abbatteraoo archi e colonne {i). Io Ro- 
ma stessa, volendo il «nato innalza» a GostaDti<4 
■D un arco trioftfalc, nA ai trovando artefici nepn 
pm mediacR , «l disfeee> uno degli archi di Tiaìa*) 
aof e 4Ì pniato que* marmi scolpiti , i quali pec 
una -tal quale specie di parodìa si fecero «ervire ad 
onorar Costantino. Que* pochi -che furono «colpiti 
di fHvsMite, tanto son g(^', ■oha bea ci fanno ve^ 
dere come la barjbvie amea preceduta di luog« 
Biant) r i&nsioae -die poi seguì da' Goti « de' Vaa- 
4aK. £ M'gtÀ «raoo quelle arti a «ì fatti tecmi-i 
ni totfo CotfMBtiaor t &oils arfoventaiv tn t^a- 
le peggioramento doreano esser «adute nel prìnd- 
pio d»l quinto Moolo, La poesìa eziandio dram- 
Mattea , prinetpio ed anima d^li spettacoli tea- 
Indi, già crfe assai prima della sculturae dell' ar- 
éfaitUttura , decaduta in Bona , Fencioeohii fin da- 
tempi d'Augusto il comun genio 8*em oomiooia- 
to 8 mostrar pòco sensibile alle bellezze e all'ar- 
tifizio di^ eompoeizioni poetiche; • s'andò sem- 
pre maggiormente ìocllaando alle pompe e allo 
etrepili) dell' apparato , a* giuochi de^ accoltellanti 



(i) V. Cai. JnRìD. I. «3 et mq. de Sipul. violato; et 
Cod. Tbflod. I. 0, tit. 17, ). 3. 



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S64- DeLIX RlTfÀ^UONI S*ItALU 

e de' loftatorì, a Rcmibattimeiiti dì &ete, e «or- 
se di cavalli (i) . 

- Né si oolHvaTaao in ItaUa ■con migKctr genia 
altri generi di letteratuia ; ed a|^fi«n& per tatto il 
quarto secolo » trorerà lucano autore più chff 
mediocre. Gli astrologhi e i diuiHulori, che soìt- 
to nome di filosofi e matemàtici spaceJavaiio b- 
maraviglie fra gì' ignorand , eraso Yteraneote m 
gran nomerò. Ma quando aant* postino, nato od 
allevato in Africa , venne ad insegnar in Itali» 
V eloquenza latina , e si cosdtuse un Bacato dal- 
le Gallie per reaitare a Teodosio un pan^rico 
Dtl senato di Roma , certo non vì doreano esBere> 
troppo frequenti i letterati . Le «omoie lodr onde gli 
stesM scrittori Cristiani esaltarono l'doquema dÌ>SiW< 
maco (z) orator pagano , e ohe in naigUòrì tempi iiob 
potrebbe stimarsi più che mediocre, danno a coftoaciò- 
rè quali dissero gli altri retcm in Rome . E tuttavìa 
la tanta antorità e lor rmomiuiza d'-nn' ùrìptilato 
senatore Don bastaruio a fare che le orazÌQBÌ'da 
lui pubUìcate fossero lette e gradite (^) : talmieii- 
te a V eloqunua sua sì tcaib debc^ , a il gusto 

(i) .... media intef carmina poieunl 

4^ut arnaHfOut pngihs; hit nam plahéàila,gaUdbt ^ 
feram eguitis quoque jam migravit ab aure volupta% 
Omnis ad incefeas ocul»s et gaudfa vana ,' 

Horat. t, 3', ep. I, V. iBSr 
(v) Quo nane nemo disertior exuliat , fremir, intonai, 
vMismm eloqtat tuntet. V. Prndenl. ip Sytttn. 1.» prmefM. 
&\. Posi Mttarcis calia «FotioauiH moatùm . Sjmafc. 
ep. ag, 1. 4^ et ep. 68, 1. 8. 



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I - Lano IV. <:«0b 1 s€$ 

•n K^nrio iM*k^&>rì' CUandiano elMaCrebio,, 
tra ^i s<;rìttor! p^ani ^ qaéii' età, nacquerd uqo 
ifl Greeia, 1* altro itf Egitto ; e di poco furono 
delatori ali* Italia ée' lor progreaai. Icberio che 
a qu«' iteibpi medeiiini faoea ù grandfi lo itr^pi- 
to ftet la Hia eloqueazb e dottrina « era eato net- 
la Siria, ed area poi studiato ItiDgaineate in 6r«r 
da. pritna di veoire a Bomat dove tuttavìa ebbe 
ira*, retori e letterati il pijoio vanto (s) . E 
fi-a* tanti sorìttmii aocleaiasticì che finrìrooo io 
quel secolo, a{q>cM potè V Italia ouonursi del no- 
me d*" Ambrogio 4 il quale, benefaè nato Delle 
Gallie, venne assai' giovane in Roma, e. vÌ;SO> 
stenne preseocbi solo non meno il dectwo dell* w- 
oleaiastioB, cbe della oìvil ger^-ehk,'e della httr- 
twaria repubblica .- Lo stu^ che ' mantennest in 
BooA eoa quakhe lustro, fu quello della giurie- 
prudenza , per riatto, del quale, e per un cer- 
ta non irragionevole pregiu^zio cbe la Usgua la- 
tìaa, quando non fdsse obe per k pranvnna» 
s'apprendesse nibbio in Roma cfap {dttove, du- 
rava anche sei fine del quarto soeoto il cosbiaw 
di mandarvi a studiare da lontane provincie ì 
giotaai. Ma i piìt dt loro sotto pretesto -di stodi 
renvano a perderu nelle dìuoluteiie; e fu d'uo- 
po talvolta di porre ordini severìsrimi , per 



ft) Stapnttfs ^Hod ex Ìomine-fyro daaù ptii^Graa- 
eoe facuiidiae , post in Latina etiam dector mirabilis ex- 
titisset. Augusi. Conf. 1. 4, e. .j4> 



ovGooglc 



a6S DelU BivoLuzion n* Italia 

rìmandari^i ai lor paesi (i). Dd resto^ non à ti»» 
va che gì' impenulorì favorìssero gli studi pi4 ia 
Bon», ohe in altre città deU*i»pori«. I notali e 
i ricchi, i quali non abbisognavano d* aiuti estrin* 
6eci , ni d* eAlrì stimoli ofa« della gloria > erana 
tanto alieni dagli studi, che appena cbi più si 
pregiava di vago ed ornato spiri^ leggeva qual- 
che Hbrìeoiuolo galante, o qualche satira (>)• E 
nccorae non prendevan diletto di dottrine , né dt 
letterari esercizi, ooà non era da spiare che I 
letterati trovassero appo loro protezione e favore. 
£ sarebbe forse quell' età rimasta priva del su- 
biime ed ingegnoso poeta Claudiano, senza un 
semibu-baro Mecenate . I grandi e i potenti Ro- 
mani , « gli ' stessi magistrati della città troppo 
•ran lontani dal)* imitare neppur in questa parte 
la grandezza e la muiiificenut di Sttlicone '-. Rao- 
conta Ammian Marcellino , testimonio in questa 
cote senta ecceaione autorevoliseimo , ch'essendo- 
si a* suoi giorni per tema di carestìa scacciati da 
Roma i foresti»},' furono precipitati via senza 
respiro alouni pochi uomini ^ lettere , e vi ri^ 
nasero, senza pur essere interpellate, tre mila 
ballerine , altrettante o più cantatrìcì co* loro 
maestri , ed un grandissimo numei-o <d* altre per- 
MJK eh* erano o finsero a tempo d* essere al 



[i] T. Cod. Theod. de Stadiit nfi'iuiq. Ilomie I: ti, 
ti. 

[a] Amm. UarcelL 1. a8. ' 



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taso IV. Capo L; . ' 067 

MgDÌto delle commedijuiti (:). FarticiJarità iav»- 
ro botrrolissima , e Ae sola {wtrsbbe farci argo 
neotare quali eoatomi pulsici ngnaHero ìnRóì- 
ma vergo il quattrocento ^ se lo. stesso seritton 
Doo ce U vappresentassa molto apertamelite ifl 
|HÙ pagkte del deoimoquarto e TantotteNmo libro » 



CùKtìnmziem dtUa stesta materia: ^fiìttemOBàrti 
poiixÈai i^ione. 

lo taota solitadins doli* camp«|;iae e délfe ctttè 
priocqiaUi ed ia eoa! ertrema mt^zta- della c»^ 
pitale, noa è da ocrcwe quali fbswro in Italia le 
forze nilitan. Appena da lutto l'Hc(>mo poteri 
natteni imieme qualche «rmata mèdiixnre ; è già 
da cinquant* aittu si ficea la guerra eòa soldati 
stHOiierì e barbari ^ Fino dal tempo- di Tirodono; 
il quale puj> qua» coDtairi \* uHìh» de* capitani 
Rcmaait gì* imperad(»i o non trovavano itt fatti ,- 
vfifmx noa credevano di poter 'trovare £rft' lorci 



- ' {■] fottréntò ad td intti'gnitatis èst ventian , ut qaum 
jreregrint ab formidatam haud ita (Utdian aUma/uomm 
inopiam pellereniur ai urbe praecipites, sectatoribus di- 
sciptinMvm Uberalium impendio paucìs sine respiranon» 
ujla extrusis , tenerentwr mimarum aneclae veri , tfuivé- 
id iimultWuttt ad tempus; et triamiUia saltatricwn , ne 
interpellata quidem , cum choris totidemque remanserunl 
magìttris. Amm. Marceli, i. \\.- 



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. a68 DeUiè B]V0Lu2ic»ri un'Italia 

uidditi, persone abili a condurre eserciti f e q«» 
Iwque volta Su d' uopo resistere a* nemici àtà^ 
r. imperio, o frenare le ammutinate provioeie, à 
cominettea 1* impresa a eapitaor Vaildali,^ Got», 
. o Franchi . Ma se inriaaio F halia in particoUr 
re r fino daiki metà del terzo seeolo don sslamen- 
te non sì trova menzione di generali Italiani ,' ma 
non so nemmen.o se nelle; memorie di bea .due 
secoli si parli di qualche uf6ziale subalterno di 
quanta nazHtiBe t o aasora di sen^lic» soIdMi : H 
popofo minuto delle grandi e WQche città ( ^li 
erano Roma, e Milano, e Verona ne' tempi clt* 
disc<HTÌamo "X iu sempre riputato ùtetfo alla: guer- 
ra ..La' nobiltà , nata natti»lmentB aUe euiche 
i&i^ri, s* era perduta nella morbidezza e nel-< 
Tozio, spezialmente d^io ti regao di' Gtrilieno* 
L' iudo^za o piuttosto P iaiensalezza dé^ aenato^ 
rì era giunta a tal segno , iclie non solamela Boa 
peosavanfr .a trattar V tmm essi stes» ìa difesa 
dello stato» m* sopfxwtavany assai di mal animo» 
che si an9lBSisero> r servi loror e lappìama da 
£(imma«) (j)^ coma la euria e la dtlà furra» 
pienedi qu^ele e. di scotapigli, allorehi Oo«»i^» 
pel vicino pericolo di ved« l'Italia e Roma a»* 
saltate ed, invase- dai barbari. . cerei» di rinforzare 
orai nuovo ruolo di servi le armate Romane . I 
senatori vennero à questo partito, dì esibire aU 
r imperadore certa quantità d* oa> , perchè egli- 

(i) Symm. I. 8, ep. 65. . - ■ 



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Libro IV. Cai»o H.- 169. 

nvoejtsse qndl' ordmej quasiché dovesse ]oro gio- 
Tsre assai d' aver grande e fastosa funiglìa , qoan- 
'do la patria e le case loro fossero preda de' ne- 
mle! . i villaggi, ^-i Itorghi alpestri, e i nistiei ca- 
sali, 4^de (Procedono non meno ì comodi del 
vìver ctirile , ci» il vigore ed il nervo della oai-^ 
liztB, erano, come abfaìaiR detto, spogliati d' abi- 
tatori'. Appena da qualche angolo delle Alpi sf 
traevano alcasi soldati; e non era piceòla hriga' 
P impedirne la diserzione (f ) . Una oottle iofin- 
gardia , dinnota abituale , avea ingombrato l' aci- 
no a tutti gli wdinì di persone : o* fu allora sin** 
golttnnmte notata n^l' Italiani questa vile ed in-' 
««Kirta poltroneria , di tconcarsi le dita per Ì8fug>> 
gir la miUria (2). E "molti soelsoro anzi dì vive- 
le inutili ed oziosi, « perir forse anooì- della fil- 
ine , che pruder V arvii in- difesa dello stato xo- 
mune e del priitcipe . Se uoDlim si tiova^ano tat-- 
tavia abili all'armi, impiegavasi le lor ferocia 
axm in opere di guerra, ma ad infestar nella pie^' 
sa pace il paese; ad i meno violenti erano vitti-' 
me delle violenze altrui . Assattavansi moki nètle' 
eHtii di nottetempo, e di giorno i vìag^atòrìe i 
TflfciDiper te stfade'e per 4e campagne, non tffl»>i 
to'per 'Ucoidet|;U spogliarli d'oro ohe non aveà-' 
no, ma ^r serrarli vìvi ne* sotterranei od ini 

[1] Cod'.Theod. et Juttio.,de Pewrtoribns, 

[a] iVec eorum [Galiorutn ] aliquando tfuisauam , ut 

in Italia, munus JUartium pertimescens , poliicem sibi 

praescidit . Amm. Marceli. 1. i5. 



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270 Delle Rivoluzióni bMtalu 

altio luogo duoài e ganrdafi, onde adopi^K ni» 
girar mutiDÌ, ed in aftri sMmgliaiiti etwcm f»»- 
non e. servili, a guisa di' schiaTi ed ia nteztó. 
a* giumenti . Vecobio disordine era pur questo ,; 
cbe oonùnoiò sentirsi fioo da' tempi di-Augiuto 

9 <S Tiberio. CHtre alle pubbliche prìgiom oistm-' 
•ervatftrìi, aveano anche ì ricebi loro «gaittoE o 
carceri particolari , dove »Ì cintodivano f^ scUa^ 
vi oocopati in Tari laronr-qmvi dentro VandO" 
vaso spont{uieani0ii(e a nas co nd ere ntoltt Ai qmì- 
U dio f enieraniv d* e«ere ariDlati nelle' nrilTzic ; « 
bene spcua ancora vi si nacc bi odgi a no persone 
libere, eh? ì psdrimi rapivano qua e là por tnev' 
xo- de' Imkt nomini ^vi , ed a qneato> fwe ewr- 
ckatF . Per corriere qasrii abou Adnanc» avHC 
posto divieto cfao nma p«rtèx>Iare- potesse aver 
di eoCtste caiueri (i) ; ma , aboliti gli erj^ofi ^ 
non maneaniDo all'astute pnpofenia le via di 
oootìnuare Io ttteiso dnordine adaDOtr degi' inaia* 
ti viUani e d'altra nunntic gentef. cbe per Imo 
traffici aodavam attm». La cearskà degli mAìih- 
•n Sa VBÌ quarto- fteicolo di mt^'ore rtiraoio a ca^ 
teste WoTenze ^ percioccbè n>fc«ansi ad «gai mo- 
do dnttner gli edifixi ed r laboratoriì, «eavar ìv 
minìeiv, e sorcbiar i paxdSm , A qcRsto cbe per* 

10 più eoDD TÌoIniza de' grandi e de'rioebir e< 
ihs non itirona fra le* ultime cauae cbe ditmanì- 
rpno la popotazione d' Italia , s'aggiug u w K - im 

{1] V. Salatala ti Cuaiib. in Spati, de vita HatTrìan. 



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• tiBRO nr. Capo E ' 474 

«hro gtmw d' asHmioamenli , dw , <pMi pn^ 
rapfresaglia, prMìca.'nln da* fovert coatro de* rio- 
clii . Tra t fereitifrì e i aiendìeì ohe ne* perìcoU 
di carestìa ià caccinran di Romaf i più debdì e 
più onesti. TI pannilo b««v sposaff, e i |H& «dìt 
ti «più. ^validi, dandott alrnbarD ed awunDare 
le gmti. per la strade , iofestavano le TÌcsaanao 
di Hqow, unìao rifugio alkm della mauaatepo- 
p^tMote « dd coRfBicrzÌ9 d'Italia. Non manca- 
Tana a:,i|ueMt predatarì nccmri nette case de* ono- 
tadi« che ae la l Ute B d eran con loco, 0^ ecam- 
pamno daib pone«»iam del ^ìseo. Fara che » 
pastori .. il eia aumeiO' è per la aatun del paew 
aisai più grande ^e cfuello degli agricoltori, sca 
idaneote dessero ricetto ai ladrom , ma fcauro 
essi medesimi i più fcrod e più «ionri a &r la- 
draaeen (0* (">ne qnoUi ohe pia agewbaeattt 
tfovarano tiascoad^Ii, e dbe lenxa distrarsi gtu» 
fttto dal preprioi mestiere di goardar le gregge, 
potofoso sraligiar per le ttnàa i paoaf^eri . Gip* 
to.è obe questa serto di peraoae ofae pk solerla 
no e at^ionsi tnftsna a* nostri temf» ettaro 00^ 
BM la più ioaocienfo e k più quieta parte del 
gMKro.nmainr, eraaa in qud surola setagtotato i 
pi^'ori dJttbfffaalori della quieto altrai . Ned i 
mend oerto che la mclfifadine e 1* anfiee di co* 
testi ladri, quali. cfa* essi si fossero, recava tale 
ifaiVfirto..cl)Bia^P«te i ^ripotati inùpofratì 

(0 y. Gvtk. inCoiL Tbtod. 1. 3o4 3i. . 



=dDvGooglc 



>73' Deus Rivgluzìoih ft' Italta 

KiiBtorì oravano uxnr di Roma |^F>ettdaMfine:at> 
le lor ville (i) . Vera eosa h , che coatto a u/ae» 
sti e !!pmigliaiitì disordiai non taccrvaii lel^ì^),^ 
Ma e ohi uqd sa ^asto à«Do diiScàli -cèa- tutto 
le buone le^ a aradicani gli abMi Dna vdta &h> 
hudotti e radicati; e molto più in cpu^a- Mita 
mutabilità di governo , ohe la deboleqia de'fMÌB«x 
dpi e le oabale eterne di quella ood» intrattMaa^ 
vane? Poe». giovava che la vita d«' -ptiod^tt' fes- 
se direnata più nóttta, & perbi stffA più- iMln» 
li e più durevoli; po-cioot^ h'vobbiKtà^idel fa-' 
vo» Imv rendeva tuttavìa incostaafte l'^anunbmttVì 
zioa dello «tato. Per moHo ebe à finse moéna- 
ta e quaii anniclnlata Pautontàditpotica delpw* 
fette del pt-etorìo, ti dispotismo del goverito, Mm*' 
pte aane^so di sua natura al favor del principe^ 
si manteond sMto altri D0ti)i d'uffizi;, e ciascuno' 
de* favoriti lasdava oorrvreri vecchi abusi j e sa 
afitotisxava de* naovi , Kocmdo die gkidieava e^, 
s^ÌMite a* sUoi> interessi. Possiam diriiftaacar 
metifei éhe tutto -qoei ^nde volume di nacrittl 
e'd*edKti, c^ dirimane diqùe'tempi ttrtto it 
tìtolo di codice Teodosiano, servi pii^ttotto aflia- 
slruire i posteri de' vizi d'allora, che a ooctvg. 
gerii di presente. E forte ohe buona parte di tali 
leggi furono date fuori dati* ipocrisìa di ^ue^'-iM^ 
nìitri , per imporre al principe ed ai popoli , pet 
tender lacci agi' incauti ,1 e'^r ogn* altro fine elte 

<») C^mm. ep. m, 1. x^ap. Gotb. 

(t) Cod. Tbeod. 1. g, tii. ag, I, »} et L 7, lift. 18. 



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• trsHo IV. Capo B, 273 

il pu^yk» bene (i). Gli andamenti della corte 
troppo erano- contrari al tener delle leggi che sì 
vedeMP tralto tratto. uecir. fuori. Chi crederebbe 
mai , che Costantino il grande fosse stato cosi in<- 
dulgente. a tollerar le vessazioni e soperchierì» 
de* luoi ministri e' governatori delle provinde., 
I^gendo quella -stia sì magaifica legge de officio 
Twdoris prqvmoiae , dov' egli minaccia si rigorosa 
e spedita, ^ustizia contro i cattivi magistrati , ■ 
prcHOstta si facile udieoa:^ alle querele de' suddi' 
ti t Sotto nome d' Àrcadio uscì una legge gravis- 
sime contro coloro che cercassero le cariche per 
,via di doni , ael tempo stesso oh' E^utropio primo 
mioistro di quella corte , autore probabilmente 
della detta legge , vendeva poco mea che all' ior 
caato i governi delle provinoie , gli ufBai dell» 
corte, e le grazie del princiji^. I^o» pier- questo 
ni^berò io , che parecchie deile- con^itunonl che 
si pubblicarono a! tempi clie 01^ trattiamo, non. 
nitmo nate da vero zelo e da buona affezione ; 
ma quella stessa dabbeiiaggioe c^e lasciava txea- 
gredire le veoehie leggi , facea-spre^ar nello fttes3f> 
Tomo 1. 18 



(1} Pfitco iilorico'di quelli tempi riferiica uà ragia- 
pwqento fhe k/io ìul teone uà uomo , il quale eisen4a 
Italo pr«8o dagli Unni, s'era accostumato a vìver fra loro, 
autepoiiendo' la società de! barbari a quelh dei. Romani j 
t 4ìce^ iu lOD^ma, che Is leggi Komaac qrfiDo ecccUpoti,~ 
ma quelli clte le dòvcano far osservate, facean tutt' altro 
che il lor dovere . TUiem. t. 6 , art. i de l' emp. 3%^* 
.(fof.://, ,...■■ .:■■.■' 



=dDvGooglc 



S74 Dellb finroLiTzioMiD* Italia 

biodo aocbe le tmove. E giàftì éMò asuj -Tot* 
te , cbe la moltitodne di- DAove I^gi è - inanif»' 
ito segno ^ govMUD ilebt^e; Ne fa chiara pnu>^ 
va il rrgno d'Onorio, ^ cui si trova ua'slugt^ 
ornerò di c^afitituzioni tiél oodiee sopraddetto. 
<Chi non 'diìvbbe obè lin con -diiig»<e legatone 
'dovesse render' sfouri e- felibi -i suoi pafK^if Chi 
^on gindieberebbe fdrtuoatà 1* It^a dondt^ti'wm 
'^rtì mai , ^uaiito fìi luogo il suo r^nof Ma U 
storiaf hgrìtne^cic del quinto secolo tropjf» alto 
•ci grida itì contrario. . , . , 

Non dobbiam però credere cbe le eose^rOk 
'cedessnv n^lle ^tre prorinoìe d^'<imperio cotf 
'pift órdine e più yigord. II ritratto' due ci feett 
'Salriànò delle cose' d(dl*'AfHca>e delle Spagne- « 
'delle Gatlie', le onuitHii di Ubanìo e le c^ere di 
'Sineslo, le omdTi» dì Grìaostemo ed ^tri ragguan 
'gli dell* imperio d' Create f ci [Versuadona bastaxv- 
'tementè, che i vm regnavano fierementc! perti^- 
fo. Maritatia era fuor di dubbio di tanto peg- 
gior condizione d'ogai altra ptoTìncia, quanto 
'che essft era qiielld sola che, non potea sussistere 
pei- sè stessa, noo-aveddo ne uomirri che -la di- 
feddessero , né vettovaglie sufficienti , a nudrirla i 
e la comizione generale de* costumi era ^tanto 
'maggiore , quanto che tutti i vizi che accompa- 
gnano il luKOy. erano più aJtiuq^n^. -radicati, e 
più sparsi nella città e nella provincia capitale 
deli' imperio , die altrove,, . 

iSftana ooia dovrà parere a taluno, come Ja 



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' fiiMlo IV. Capo'B. J75 

Migion Gristfaha ohe ri largamente «'i'» ptopa^ 
jita nel tjiiàrl» secolo dell'imperio, non »ale>M 
s «orreggere (fie' disòrdini, o "ImeDO non impe- 
disée il peggiotanleirto ili uno «tato già cod flo- 
rido e così robusto. Veramml» non tralasciarono 
I pagani qhestd^ pretesto della rovina di Roma , 
per inTeiré contro del Cri»tian««imo ; qoasicb» 
l'ablandwio degli antichi liti no fcsw cagione. 
Aassi è noto ohe la grtiri' opera AUa alla, # 
Blofi Siritla da «ani' Agostino per ribattere qup- 
rte accuse. E che aon ai i- detto • scritto nelr 
Peti' nostra inlorm) agK iBetti ohe opera la re- 
ligione bella Tcpubblioaf Ma noi • Ijon abbiaBi? 
tiiaggiòr molìVb di dire che le massima e ,Io .spi- 
Tito della reKgion Cristian* abbiano indeboUU jo- 
(ieramente la pdténla Romana i di quel.che avesr 
Sè*o' quegPidolalri Si querelarsi ohe l'^abbaodono 
delle antibbe cerimonie avesse :pri«ato Roma del 
favor degK dei. E poiché Gesii Cristo oi a di- 
chiarato cosi esptksmmente ,• nO" essere;il suo re- 
gno di quésto mondo i-s! pub dir sicuramente, 
■cheitt riguafdò allo: Italo politioo, la religion 
Criirtiaiià' non dovea d! su» natura, (tórtarvi ttnj- 
teiibde' veruna; e cIm, non dovendosi oonfonde- 
fé'le Vinir Oristian» con i« politiche,, non dee 
■iiÌ!'iaTfJ!he paret maravigli» che neUo storie, del 
'moMo s' iicontrino principi deboli • poBo atti al 
góverio) e tnttiivia'rdigiosisiimi.Cho te si àda 
ricorrere alla religione a fine di . render ragip- 
iie aaia Totìna' « RooM , • haslenk . dite con 



ovGoogIc 



i'j6 Delle Rivoluzioni D'ItALU 

sant' A{;ostmo /che siccome i primi Romani ect^ 
no merilato da Dìo la. prosperità delle > ariiri e-I^ 
tanta gi-aadezza per }e virtù maiali icfaé 'pi^esAb 
loro sì praticavano ,' -CPU 1ó stesso .ordine 'di'^FOt^^ 
videnza io querà aitimi .seoòU dovwsse ifblicita? ti 
imprese de* barbari , fra -i -qualf sivradeano o più 
Tirtù o meno vi^iy ^ilie fca;^ ioRottiairì . fAà: uÓQ 
è qui iuogo d' iorestigare p» quati aioaoi ■ giflrit* 
^t Idi^io abbia peUQCsao PestàroliAio dì RolUa , 
U desolazione di ,cq4 Ta^i.imperìb^/^^ortìb&'il 
j^iimero.de'(jiwi, fedeli ^mai tasto nidf^)>tieato 
Bel moptlR ,(!),•. Consien piatto^ : al <:^og$*^"^ 
iqjj^tì; lif?" -V ooeffDtax brevemente» qaJd' fotte '«fc 
iora I9 statq^ell^ religione- i» Italia ^ affiochì 
S* jnte^d^. apche jpef i questa parta , iqoal ■■ t&aWAf*^ 
flfi vi recassero^Ie invasioni de' i)»ri)«rì. ■ '-' 
|n Bonaa buona .part» della iinoitiltà ei^*rf^-poi 
polo durava o&tinataiQente, nsll' idolatrìa. LaàìòU 
titudioe de' ricchi templi; la fi^qùrtiza éJa pr*' 
iBi^ione d^Ii spettacoli, ohe faceano ona ^^6 
della rdJgion pagana; il {«giudizio ftltamente ni^ 
djcata, «he.Jbi proftszioneide'suoi d«i aveisé'p«*<^ 
tmnttp a Roina i'ipipeuo del nMMrcb^ f^odfo'etì 
^ dispKZ^o cijie da luogo tempo nOdrìVAbài ^Vèrdo 
i;^ud^,^i^'Tqt^alj| av«a.iawrttt prindip^ la- ^relP- 
jBÌpR.rCristìajaaj in, fioe/la santità del ^aJ^éìd-trtìp^ 
pò, cQntra.^ .all'oscenità ;edi 9M '^Màr d*-Bti 
popo^^. coy^ottis^mq dàlia ipoteiiia', "^iir. orib'i 

(1) y. S4IV. de gitbcmatioae.'péi ti; &.<i>7 ^iéì 



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> ■ lasttoiiV.' Capo U. 277 

SeìV aUbobdaoza , datl^eKinpio de* passati princi- 
pi : tatto qatsio mantttiKTa néll* antica rrligiotae 
la ffiaggror 'piatte de'' Romani , e spezialmente 
dfe'gràhdi^i). Hella Toscana si trovavano ancor 
ift ■gc6n nuBonro 6 in molta npatazictae gli ani- 
iprci> « 'durava pec consegamka ìu buona parte 
di'';qM'' popbti'l' antica snperstRdane. hi 'Milano 
e''BélIe vicme città di XoiAbardìa,'' oltre ^li avan- 
u tuttana ' notàbili' del 'geìB^'Iesimo , 1' eresìa 
d* A^iq-radicafafit altameDfe sottoCofitankove so- 
«tènuta' aaohc a* tempìdi sant'Ambrogio dall' im- 
péradnc« Gittstitta; ' apm forse' non hieno òeguaci^ 
obe la dottrina cottela. Né mànbavadO' iii It»^ 
Ha altre sorti 'd* ei<esìe ; e l'astrologia , arte non 
mfeno otìntraria aHa: buttna filt^fia , che alla Te'' 
rà fede, regioava assai -comunemente pèt ! tutto 
r imfiede / ' Anoiie queglinb iteikì elie facevano 
professione di cattolici, non ne praticavano p!fi> 
come ce* primi. due secoli , gl'insegBamenti.Che 
se nella pace che godè la Chièsa sotto i due Pi- 
li^ , 1 Cristiani s' erano tanto rimessi dal pri- 
jniero fervt^re; e l'avarizia, la frode, Finconti- 
n^zai , 1$ vif^enza già tanto di forza aveano gua- 
dagnato nel WBo d^la Chiesa : quanto più sparsi 
e più coiautai doveano essere i viri tra | fedeli ; 
alloncfaè la seligione Cristiana era evenuta la re- 
ligiiH] dominante , é non puro con sicurtà, ma 
con isperanza dì temporali vantaggi si professava 

fO V. Oypt. de lapsii. ''■■-.' ■ ' "' ''' 



ovGòoglc 



178 Delle RivoiuzTom d'Italia 

la fede dì Cristo P Allora rimescolatasi la 4atitttàii 
della religione con le paMicmi ÙMparabiU dal* 
V umanità , e a cui soggiace per V ordinario il: 
più gran numero de' TÌvédti , ti venne asni >fre- 
quentementrf a professare Ia'f«de di Cristo, .q 
praticar costumi pagani . Ma pochi eremo per av- 
ventura quelli che non conoscessero il vants^ìa 
della religione Cristiaaat e die fowero alieni da{ 
seguitarae Ja dottrina così ^pectilativainente « pélr 
le pratiche esteriorì. jE pocfci eranD «albvsì 'C0>^ 
loro che abbracciando la rcKgione , -. ya}fs|ser 
ro 'distaccarsi dalla vita voluttuosa e fp(^4Mi 
a cui quasi tutto Titapfrid <s^«ra ffà da 1>^QI| 
. tempo abbaadopato , e rStalia- 9 Homa ««gfr 
lamiente, dove' la ^espa chiesa . di s^a. !Pietn9 
«l-a fatta piuttosto pala di festini, f^ie «aia d'^or^ 
ttione (i): afe lo jelo de- poittfSoi arot StD^t^ 
A«l trecento novaBtawujw! potuta 1)0tte^^&^ A 

^BQ.diSOEdJDe. 



(i)Ang. pp. U^ ci. ». 



=dDvGoogIc 



pBRO ly, Capo II. 279 



: C -fi., p o in. 



Jiùfobaiiw neUa, cctrl^ à* Oifar^t: progressi 
■ ■■d^- barlumi e fùriff fOCCQ, di Roma. 



••X'^ «ea dunque |p,»^to d'Italia yecfp,i|,,pnticl- 
T^' dsl quinto < 3a^c4o doir ,pra Cristifiqa, fiiraa 
^o^t cbe j , barbici vi .comiqciasqero a f^rmu 
^^ie^, e ( devasCaria . Ma dalU^, nie^ d^l rfgao 
^OAorio^qa. alili depaij^nf di Ai^ustolo, al- 
Jotphè » speut» affatto il B9nje;4e^'inipericj ocà- 
d^HCloi ^be>pinii0ipic} il regno I^fbanco,'Ie ,c(|- 
«g;4*Itfd#a kapitasmo t>epe assai, d'av^vanta^o, 
ITceiio 'Sttlicone , ^CHijiipio governò, p l' imperadQ' 
rt', « le miserabiir rpUqwiei dell* impecip , pccidea- 
ìr1b;i 9o fqaae fierlo^ cpni'è (wMaviadubbjpsp^^l^e 
Stilicone avesse macchinato in fatti coq^ l^^ita 
del suo signor^ e contro lo stato, appena trove' 
]>emmo noi che i-iprendere nel carattere e nella 
condotta d' Olimpio . Egli diede pruove molto se- 
gnalate della sua religione; né si può addur cosa 
eh' egli facesse contro 1* onestà e contro il dove* 
re . Ma per quanto sieno e lodabili , e necessarie 
la. probità e la iRioaa intenzione dì uà ministro , 
non bastano però sole alla sicurezza né di lui stes- 
so, ne del prìncipe, né dello stato. L'abilità e 
la bontà sua , ed il -suo credito , per grande che 
8Ìa , pon possono mai conciliarci nella corte Ifi 



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aStf Delle RivotuziòNi D*'lTALrA 

slima si uDÌversale, die non trovi embli e eonttact* 
ditorì. E quando <iuia volta s'è fìttilo pniova chs 
le persone più caxe-e più sollevate' nel favtir dei 
pt^ncipe possono cadere e perderai, allora 'si priH 
cfpita ' assolutamiBiJte nella confìisioBe e neU'anatf 
chìa . Se Stilioone clie per tanti titoli dovèa pre^ 
sumersi etereo nel sno posto , era stato abbattuto 
* spento; uè Olimpio, ne Gìotìo obe lo s^àntiye 
gli «ùccedette , vi potean durar lungameófe.' CHiai^ 
pio, senza perdere per avrentura il-ikTor dd^ilnC'* 
t>eradore, perde DÌentedimeno la dignità e l^«iio4 
te \ e io processo dì tempo anc^ela'vitft.>~l fattii* 
gliari della corte e spesiftlmente ■ gli - eunacbi t i 
^uati forse odiavano più le virtù- cbe i diftitfi 
d'Olimpio, fecero «1 gran romóre appresso d*0* 
norio per le sventure dello stato ^ attribuite aecoa* 
^o il solito al mài govouo del favorito , - tibe O- 
korio , debole e sbalordito , - fìi coc^retto di man* 
darlo in «sllio, eìonalzàr' Giovk> al ìcuoi Jtaogoi 
Or, ineet» oostdto l'an dopo 1* alti» nell* oH^ 
3^ giiaìi oiattibeHaiio diqMHieTano oon 'poter aasot- 
lotti' dtdleocae'd' Onorio', Alu-ìco, entrato iàll» 
lia!V;&oea-tremàre il sezató:di Boma etacoete di 
{ttaffioD^,'^ con autorità quasi aisdcta' e sovrana 
pcitffai dar fcgge all'imperio . ■ -y ■ 

■■■■■■ 'r/Xrovav»si ^Alarico saHe' coite d«Aa "DalpMuiB 
^<ÀK^r49ii.)^ aìlófcbg intese Ja caduta ài StiHon- 
se,; e' C03i09(^ido.b&n«, c|te, "mancabioostdi, pie- 
..ciQlo'bstBOolo 'puteVa'-'incontrare ai- feib'a, si avso- 
Itò.yfjrso JRoBuiv^la tjvaSei strétta di ;^nie anedio'. 



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tiBflb IV, Capo in. iài 

ìà forzata d'accettare le otodiaùoDÌ che- piacque 
«1 general barbaro d* imporre , le quali non fìiro- 
Àtj perà troppo ìntollarab^ì per quella prima voi-' 
ta . Ma Onorio che non potea né fare né patire 
ebe aftri facesse quello chb lo stato ddle cose chis<« 
deva, addò frapponendo dubbi e dilazioni a con-, 
ferbiar la pace* per cui il secato di Roma avea 
ibàndàti ambasciatori a Ravenna . Alarico offeso 
da qùest* inopportuni ritardi dell^ imperadoce « ei 
voltò £ nuovo contro Roma , e per «cmdietoQe dtìl- 
h, paée che lece comperar la seconda volta 9ls^ - 
nato , volle che si eleggesse un ^tro augusto ia 
Idogo d'Onorio. Fu pertanto creato iibperadore 
Attalo , prefetto della città . U pritadpal capo di 
quell'accordo si fu che Alarico dovesse essere gch 
nterale del nuovo augusto. Questo «-a, dopo U-oa- 
go d' Arbogàsto e d^ Eugenio , ÌI secondi^ ntft U 
]più singolare esempio del vet^c^noso scberto cb« 
i barbari si facevano deHa dignità ìmpetìatei Ifét 
ièmpì segufmti 8Ì videro fìvquentcHnmté uffina}i-'ffi~-~ 
eatte e generali d* srniate di^iocre adi iiiEbÌtria> ÌH* 
' m della' fortana e'ijena vita del ^rineipé^Mttqae' 
sta itt allora cosa atsai nuova-, - dke- iinr oxpitaoi 
«tranieco si dicesse ministrò e stipendidriit 'd*o9i 
imperadore ch'egli slesso area' posttrifutipoflo,"» 
otafr-pofea dqjorro ad ogo*orai" coinB'rJijcie vera- 
^oentis più Tolte-, {^.'{tatn fràttarate s( ttovavK'iìk 
^rau'tutbarione s rivofginrento , boBtretfta di -pfei*- 
der partito, e Schiararsi per 1' uno d' per l'àttTO 

de* ditt jmperadorì dm teneva n^ «eilo.' JMEa 11 



D.q,t,zed.vG00glc 



a^; Delle: Rivoloziowi ;»' Italia 

tètrore delle armi de* Goti . non. permise lungo 9pa5 ' 
zip ài le^po a deliberare , Peroqphè AUrìco, fecp^ 
n'ooDosceFe ed obbedir jl «uo ^Àttalo Ba -qu^ì ^xf^ 
U pwte di {l(|reiuia , dove stara tcemaate I^ co^<^ 
t9.d* Onorio; ed appena Bologna fra ie-cjttj^.T^^, 
gV4rd«rolj potè maitt^oersi fedele al legittimo ini' 
pcradqre. In tutti questi frangenti il gettai Gi>t 
t» ipQsU'ìr ^Bora tapto rispetto al npme iUimano.» 
«he., «pi «upistfi 4' Onorio fossero stati meno ùut 
prudeetif • Attalo più awe^Mto p.più.coi^p^eA? 
te ,.BarebM> fone. p^uto sottq il nome d'uno di 
Wo listabili^e alquanto le coie d' Italia e deir Oc? 
«idente..lVla,&ÌQVÌp icompigliò tutte le gufine disr 
posiaeni cbe avea , Al^tìoo di lemre Qaorìp , ,9 
lidnsat il fiuo.pviocipe quasi a ,unj|li,^e[ato parti- 
to p di. fuggir d'Italia), 9, d'esser relegato e mu- 
^tO'da Àtbtlo sQO a^v^rs^f io ,, Questi dall'alte^ 
«auto f. die dorea rìciOQoscere' e. speraj; tqt^ ^da 
Alarico e4a*Goti, .pre^ «osik a.spropo^to. a ifio- 
«bar loro la «uà diffidenza,, che ,roTJAb affatto Ip 
noscaie. U Italia aellp stato 19 cu^ era cidpt^ 
flonpotea sussistere senza J' Africa;,, ed qgni an- 
-«nrol^ pìccolo. DFoIgiioepto di quella proyi^cj^ i^- 
-naociava Eoma di fame. Era. però cec^^^o die 
Aitalo ed Alarìcq « &tti, padrt^ di f{(;ana e d'I- 
^'t^ia.,, si- ^i^jojg^ssero ipconfapQnte . a oQ^gpistar 
J^:Africa,.<HÙ goKa'oava allora Eracli^qo cmtp a 
ztomei-d* Onorio, Ma Attalo, ostinatosi mattamj^- 
teia :non,Vol)er affidare quell' impri^ a' qapitani Gp- 
'ti *. esiiw^ «onsigUava AlfiùciO} vi oiandb Costantino j, 



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' ■ •im.o-w-.Cfi.vo m,' jiBL 

tt queìé ' ^sf^to .r e preso da Éracliatio , làscij^ 
Roma travagliata dalla &me . Queste bestia- 
lità d^^^ttalo fu la salute d'paorior perucchè A' 
Uirìbo,- «donatosi del suo iiovello imperadore , Ja 
3{iìjglib' della porpora, prese da CBpo a trattar di 
pace B tT alleanza cqo la «orte di RaTeona. Mat 
I* énormie itnpradeDaa de'mioistrì d'Ooorìo, e 1<( 
Tiiano invisibile di supetior provvidema rìspinsera 
Ancora vuorameptb'qq^vIeMe imperadorein nao* 
vè'Atoordfè con Alarico j e non poti rioÓTtare 41 
iflonrioio d'Italia, fioche non fa tutta calpesta e 
vantata* « il ctipo ^i'eua 'non ebbe sofferta quri- 
1*'ombil saécó; e'dlspierao inBuito namero di cit* 
fa^'ói -per tutte te piii rìraote provÌBci&delinciiido^ 
AlarìcQ, rotta og^ii 'pratica d'ftooordo cx«0<: 
iiorìò ('AN:'409.)t tiè si ciArando pùpte di quel» 
S'efiìmetìco impenidore cb^. a guisa di persona^- 
^o da scena, mostrava fuori e- poiouideTa a-'«n 
talento , tornò peie h tpr^ voltn ad as»diar--H(i" 
ma ; ed entrato «dentro TÌncitore « le -lasciò dat* 
un orrido ncco alle su'p genti * 1? quali, canclis 
d'immenso bot^ó) >e- ne ptrtiinoo -deipe ^iciat- 
tb |[toni!i 9 jMrtattmo orretido guaito ;aile «ootni- 
)3e dHntòmo. Xa piìt patt» di cokHTQ «tba ccrioB- 
ro dì questi awenimeqtit i^au» taostrafto dtitia- 
tsvi^sm iCfae- Alarico,' dopo esser» ÌR)|>aiGb-apiita-4ti 
ÌEtòma , non vi sia' fumato , ina^uMunet^ aibék- 
éa fotze bastanti da po(ervi«i mantenete oonlaa^ 
sfòrzi di qualunque de* due ìmperadorl, Occaio'e 
CTeodosicr, avesse tentato^ ri[^liflEla^-fi oMdatscJi) 



ovGoo^lc 



zèjjr Delm RfVottraioKi 6' fi-AtlÀ 

^a .'Ma' ì^cHi-àHtìt» jrtn^ettito "h ràgioòe 'i»^; 
altro maiHfesfà , oh' ebbe Atft^i^oo ^ wnt adgguir-, 
dar luDganieófe idBsma ; La't^ttà era;''glài tratiii-^ 
^'afa dalla penuria Òt^vv^éti, ptmtt'clie i'Gtitj; 
V* éntrBiàséio . he vitine cOtapiipst, M tfaedit^ 60*-% 
fa di TettoTàg^ié pate&aO'Sotenmistesre in i^iudla 
^tatò cfae i Goti le rittbvarM»), «mo'.irtatadJhlo^ 
to^ durante l*àss^Q e prima, trappo ìdiligeaten 
ihétité spogliate è -rase . li^'AFrica tottarìa .fedoh) 
dd Onorio non era per ùiaodare Is :niite ipnìTvi^ 
sìoDi, dove Alaii&ò fòsse il padronsi* ^ffisogiia?» 
dùriqùe dt necessità ,bh* egli se n'^fodiisé/d/pit'^ 
scere le sue geiA) ne* campi detla^cBia a. ideUft 
Sardegna; atribedue isole abbondaDtì.di igraQO';;Q 
di là -gassasse -alla 'cónq'iUGta dell' Afìiioa».. che si 
rìputh^^ in qùé* tèmpi la più ricea pron'aóia.di^ 
tutto 1* imperio. T^f eraaò'sanEadabbiokftHteti^ 
2ÌoDÌ del bàrbaro; Aia lédidche «i era serrìto.^ 
hii a' castigare ì Roma^ìi Io féftnb MpentitfflBteB*' 
te ih ttie^zo al còrso , cbtaniafldòlo a fenkc: rari 
grono ddte opere sue (■t)\ ' i ■. . " ' .' 

H sacco che i Gbf! diédo^oa EkRiia, fecsper 
^Tretitura nel materiale a quella città minor ddn^ 
tìò'^di queHo ch'ella ebbe a soffrire a' limpidi 
Cesare' e di Nerone, una volta per fuoco' casuale'* 
l'altra per capriccio t*ufeile del priiicìpe . iifcBr*- 
I^t che v'entrarono con Alarico, ■ intenti »: fi» 
bottinò e saziare le lor voglie presenti , non ebbero 

■'rO'SaÌT.d« g«b. Dei I; 7- . . . i . i : . . 



ovGooglc 



tpaficK: K.ùe degli' edìGu '^laad^ cotìo^ in udi^ 
cit& bIk .ofBUjìava .forse cibquapta miglia di .«jiv 
cdko', ed. in cui ogni casa poteva ccuitarsi aomif. 
iiiì*^tietm- città: (i:).. Ma-'tfì}n è > però meno ycro 
<^ Iff slarto d.' JtaKa aMia da quell'ioyasioiiq. pa^ 
tita-duuio -gcandisaimQ.ed iojB^mabìle. Siperdetr 
te 'altbra gran .quaotitÀ: d* qfO; « d* amento j e di 
eùàe 'piìaiiòn c^ o si .«marrironct in quelb.ecom^ 
loglio. j.o'fìtroiicH da' 6({tì yinottori o, f}a',,^qffi^ 
^S8*^^> portato iuon. d'Italia, a parte ancor aep- 
p^i^o^ 89cando iI::P0s(Cime;baTbaf9» nella tOD^ 
■d( Ataiioo^ '£'tuMQcllè:I*oco Vasgenlq, a paj;- 
IttP giuitamenie , non bknft t .beta, .e le; ai^taax^ 
i«ali d'tm p£idse,^a^Q9 peiìi in qi^l tenfpamezr- 
» Bccessc^ agì' ItaliaDf ppr procacgiaj^ù, i ,beai efj- 
fótivi , che sqio ì vti!ei'i« dì «ui essi m^ncai^^^. 
Ei-nebtfe si^tojse.alla<;)it(àca)>itaIe-it;f^^zzp,,,{^ 
■tim direv del bÌsagQe7<de , !« «^f^pag^e .Ticjn^^ 
devastate 'iit^ HcfS9 tteiiq» > dlivei^^^a : vieppiù' 
jiirpoteDtÉ a «oqiHiiniìitrarlo- H9- Min ,a ^i^tv» 
perde r Italia un infinito ^nnpf^ d' .Honùq pji^a 
aocìsi, parte ^mqo^tt^ TÌ(t da'^iemipì., ,e p^r^ ao-- 
dàtò'qoà; e ìk tapinaqdQ ù Iwlfme r^PPtra^ :, ^q. 
•fibt i>ae»'ir.cIie,;Aopn4o (ibiCoiKU^na^&.iq rus(i,d^ 
■gli aatiohi tempi » fapejui^^^oa pi^cvjl^.pafte; de^l-' 
■le :£Lceltà!;d»' paitic^laiì e ideila: {^QJL^z^nep con» 
iviói diiìe ohe una mpUitudine. .graoflissìaui^ ^ AQ 

■->'';:■ \;" ■ ■■ . :■■■'. -i. ..1 .-...c'o-;: ., . '■■ ,* 
(1) £« uròs unadomu}-. mille ùrbes coniiìiet una ui-ts . 
Olympiodor, apud Fhotium. V. VopUc. ìn Aureliana, et 
^a^tolom. Madia nii)fi <1« ai&biu Vr^iìA ^l-;;;C•..4<t(tBq• 



=dDvGoOglc 



i8S- DELLE'IUVOLtJaiONi D'fTALa 

Sìèno andati ài iegbitb àé' barbari j giaicetèi int4 
Vìaino che fcett qtìBraiirtaimla fbggìrooo' da' le« 
flàdrònj^ e c(»3érd'alÌe'baBdiérd d'Ahu-icd'mtìbtf 
prima' delU ^resà ^'di"Boma-^ E Donditnpaoi mtat-t 
fio' ó òinqa* anni dopò i! «bcd patitb, t^utHà g:ratt<f 
de città si troTb iidil scJamfiBttf ridtorata dì' fab^ 
Ittjclteì' ma florida e ripópidata pHtehe fissista* 
tà pél- gli dtibì àd^etrd; ntccliè Ib d'''tKipcf rad^ 
éoppfan la i^aÉifità del grano, <ée à nome d^' 
I*imp«addré st distrifciiivtf ài popòlt* (t) t Vero 5 
el^e Se noi 'ngtiàrdiàmo aUà càgioàé che TmeaU 
ìa VióinÀ' toimiA popoUtióné ^ ii^ troveremo '«sMr 
te statò (]Ueitoi ìiod gtà Vantaggio, Ina nliova ca^ 
famitft d' Italia .' pèròtdcchè trovatìdosi d^i bbt^d 
di lei è le campagnd titne spogliato o' divenuti* 
sterili per le passate iticursioni j e scarso più di# 
prima il numera de' laVc^Mort , tutta làvgeiite i!Ìk 
correa d Roma pef* satollarsi delU ifettcxt^lie-efav 
. la cMdieittt imperiala vi faoefi cofidurre ddll* Afn- 
òa e dalle 'ìsofe dd MeditnraDèO'v Dalla ràSsegnìi 
ctielil prefetltf della città faceat fare eli codesti 
nuovi concorrenti « si trovò che fino à quattordiei- 
tnila al giorno ri capitavano (2) . Cod per tin cip- 
cuito di mali inevitabili per ogni ferso si peggii>' 
rava lo stato d* Italia : p«roccbè le campagne de- 
vastate sforzarono gli abitatori di cercar lor avan- 
za nell* ozio di Botna ; e la desertione de* coloni 
tendeva sempre più sterili le campagne , Due o 
(0 0$. 1. 7 , e. 4o. 



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tiBRO IV. Capo Uf. afif; 

kté leggìCO cbQ-diedéOooritfrptf. etentar dai tn^ 
t»utt 'la Toscana ,: I3 Campania, il Ficeao, cioè 
Inàroat dVAocooa « il Ssonto , la Puglia , là Cala-* 
bria , 1* Abruzzo , é la Eiucania , fanno testimo^ 
fiiaoHt'froppp autorévole dello stato miaerabìlé a, 
cui eriifiO ridotte, quelle pronacie. 

: U eoÌQ.'hents (^w potè trar .l' Italia, e Koqu, 
XfleclàlmeittO^ dalle ricevute qalaaiità sotto Alar^ 
c6 ; fu per ^'gual'do 4ÌIa tcIigioBe. Il liipctto, ciui 
i; Goti' Qiostrar&ao pdC' la «antità dellft cibi^nri» 
ÌÀ- màggìfit fuHadel s«xMf dovette hlgeoerare in 
tnelte penQBe tnàggioFe afiletto, che primatioit 
wrfVBiK»! al Crietiattesiimrf- e l^ossem.da'b^rban 
preddtdrì abbattuti e spogliati de'ricclii nmttwntì 
lin- budti tium^rd dì simulacri che pei pubblici Ino»- 
gbj della citià seittfaoo ad; iotraùecete làsupaB».. 
«licione del: vo^ idiota* nmacb d^indi a.iftA 
lnoIt<>ogn'dTaB2t>. ch'idolatrìa' e di . |»giàn«rimo * 
€^ì U Violenaa e knpscttà de'baibarìiecequeb- 
to -ohe gli ordini di tanti imper^dorì non «Teano 
^tuto ottenne pei' il co^ d* uil Mcolo inteeoi , 



(i) Cod. theotl. i. it, tit. a8, Ì..^M i» 



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s86 Delle ^ivoLifzteea n* ItaUì( 

CAPO IV. (0 . 

yaniaggi della sovmmtà legittima: succMtorid'O-* 
noria ; « riftessioai sopra la auccessionfi xd aam 
«miistrazwne ^Ue imperadrìci Plaoìdia » e Pid^ 
cheria . 

i/arrà oosa sfrana per una parte a r^ettMb olis 
un prìndpe c&e iòne non poisedeva ud palmo dì 
ferra , potesse ridurre in oosi fatte angustie i figlhio- 
li e succeasori di Teodosio : ma consideraQdo daU 
1* altro canto , che Alarico , quel ohe » fosse na* 
suoi prineipu, era pure in forza d*armi iocon^>a- 
rabiloienté supeHore ad' Onorio, da che Je Gallio 
e le Spagne parte «ansi ribellate per opera-diCo- 
atantino e Gerunno tiranni, parte andora occupa- 
te da* barbarì ; è maggior mat-aviglia come-Oooriq 
con tante nazioni, e con l'imp^dmaa' e perfidia 
de* suoi ministri', abbia potato scampa» da quel- 
l'immenso naufra^, e morir dopo ^oltì ancrii eoa 
la ooroha ferma sul capo, Ria uno stato bene star 
bilito ed antico è appunto' come un vecchio edi- 
6zio , a distruggere ÌI quale tanto d' opera si ri- 
chiede a proporzione, quanto se ne pose ad innal- 
zarlo ; e quantunque sia sdrucito e fesso e lottu , 

[i] Tatto cii elle in qnetto capo ed «Itrov* diciniMi 
del governo delle donne > non dee pregindicare atta stima 
che meritarono le vtrtìi morali e politiche di molte illnstri 
principesse , di cui aqcora nella ntoderna storia li veggono 
esempi. 



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A . . Ubao- IV. Oupo IV- : 189 

e minacd rovioa da tatte -patti ,- noadimeiio , per 
ridurlo al niente, raderlo al suolo, e fabbricarvi 
di sopra un* altra mole , vi vuole ancora assai .di 
tempo e di fatica. Però l' imperio Italiano che da 
DiooleKÌaDo in poi s'andò dd oonUiiuo visibilinen- 
te distn^eodo e rovinando, prima che fooc^ dal- 
la forza de* barbari del tutto anoieDlato, passò al- 
teetiaqto quasi di tempo, che. ne corse da A"^' 
sto &10 aU' elezioiw dì Diocleziatio . Ma l'Italia non, 
ebbe altro frutto daUft lentezza' della sua rovina^ 
di ^el che. abbia un robusto malato da una lun- 
ga agonra . Berciocchè , dove le Spagne , per eson* 
pio, cadute quasi di primo tratto sotto il dommio 
de* barbavi , ocHBÌQciarona pitUtosto a goder quie- 
te e ristotR>.3<4to i nuovi signori; T Italia, dalla 
pi-ima invasione di Radagasio eA'^'^ì'^* ebbe pei; 
«ttaat-ianpi a patir mali- itiiìoiti, prima che dopo 
«arie- vicende; sì fosse stabilito-, il regno de* Goti . _ . 

: Frattanto .dopo ia<iQOEte di Alarico ritomò in 
l»Mre tutta 1^ Italia sotto il dominio. 4* Oaorìoj 
beachi egli corse.- peiicob d* esserne ^Kigliatu da 
, queJIo stesso , per cui - qpera L^^avea ricuperata daj^ 
le mani d*.Àttalo e d'Alane» . Appena era mor- 
to -Alarico, che il.conte-^acliaoa che ayea dife- 
«q l'Africa -con tanta lode dt fedeltà, e che per 
ricompensa era stato creato console da. Onorio, 
djadò voce di yder venirsene qpu^ magnifico ap- 
parato a. prender ii possessr» delie sue cariche in 
Koraa,<avea alleato i^FU'.gcan floUa'almeno di 
ceicento navi, e facea vela verso Italia con afiimo 
Tomo L 19. 



ovGooglc 



290 Delle Rivoluziomi d' Italia 

d* ìasignorìrai di Roma. Questo atlenteto diede A 
conoscere ch^Eracliano nel difender l'Africa era 
statò meno animato da zelo di fedellà verso il 
suo priocipe , che dall' ambizione e dall' invidia « 
cioè per non dover riconoscer Aitalo già suo egua- 
le o un suo emolo per superiore . Per un somi- 
gliante effetto Eracliano fu' rispinto dalla spiaggia 
id' Italia per opera di Macrìno prefetto della città ; 
il quale, secondo che la storia cel rappresenta, 
non era molto migliore ni più fedel suddito d* E- 
racljano , ma aveva almeno tanto d'ambizione., 
che bastava perchè egli non volesse essere persona 
dipendente da lui . Cosi ciò che non faceva per 
sostegno d* Onorio la virtù de' suoi uffiziali , T ot- 
tenne egli dagli stessi loro cattivi umori . E certo 
non apparì mai più visibilmente nella serie delle 
eutiche storie, quanto di forza abbia per sh stes- 
sa l'autorità legittima e indubitata a sostenersi 
contro gli sforzi delle ribellioni, ed eziandìo con- 
tro gli assalti de' nemici stranieri : perdoccfaè O- 
norio , dopo tanti sollevamenti e tante «porse d' iu- 
numerabili truppe di barbari , morì pacificamente 
sul trono ; e se non potè conservarsi tutto intero 
r imperio ricevuto dal padre', il che era. quasi cfae 
-impossibile in quelle circostanze di tempi, ne rì- 
lenne però buona parte, la quale ancora dopo lui 
passò in mano de' suoi congiunti, e di chi egli 
stesso s^avea riconosciuto per successore. 

Flacidia , sorella d' Onorio , contribuì moltisi- 
Simo alla salvezza del fratello . Costei venuta , non 



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LiBfto IV. Cak> IV. agf 

Si sa ben «ionie', ià mani d' Alarico , rimase do- 
t>o la morte di questo barbaro ia potestà d' Àtaul- 
Fo.suo cegnato e successore del camaodo de' Go- 
ti . CrèdesI che Alarico gliet* avesse desinata per 
moglie; e certameote Ataulfo se ne nxostrò sem- 
pre vagfaiasitno, e la sposò pijr alla fiae. È fàci- 
le iDunaginare che questa principessa trattata mol- 
lo oiiorevolmenfe ed amata dà Ataulfo, abbia pò* 
tute ìmiùaargH seutìmeott di pace e d* amidzia 
verso d* Onorio ; e che a persuasìoae di lei s* iu- 
ducesse 3 bàrbaro a sgombrar d'Italia, com'egli 
fece veramente . Perciocché, avanti che molti me- 
si passassero dalla morta dì Alarico , Ataulfo si 
frbvb nelle Gatlle coti seco Placidìa ed Aitalo a 
(Ùsputàr il comaódd di quelle ' provincìe con Giu- 
stino, ed alfrì tiranni e rt; bÉu:bari che vi domi- 
naVano. Il flirore dell'armi allora passb tutM di 
là delle Alpi ; e Onorio ebbe a godersi tranquil- 
lamente l'Italia af&'tta per altro, e sommamente 
estenuata dalle passate invasioni. 11 vero h che M 
Onorio ritenne fuori d* Italia e dell' Afuca qual- 
che Ombra dMmperìo, e se dopo essersene dipar- 
titi ì Goti con Àtaiilfd , nluno né ribrile né bar* 
bà^pbie piede in Ralla UvendoegU, dovette sa- 
perne grado alla virtù di Costanzo suo capitano» 
4iudrftD nélta sua giovinoza n^ti eseroiti dì Teo- 
dosio, e salito pet vari gradi al generalato r N«^ 
podiì anni tìh'èglì Ct^iuindò te armi Romane , e 
nel brevissimo spazio che stette sul trono , si fé* 
manifesto che' 1* imperio , benché stuttiito e lac^o^ 



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agi Delix Rivoluzioni d* ItAuA 

potea pur trattener lungamente Ja sua rorioa^. 
se gì' imperadorì noo aveseero' abbandonato il. go- 
Terno delle armi loro a uffìzlali stranieri , e più 
encora se all'esempio di Traiano; Aureliano, Co- 
stantino e Teodosio , le avessero trattate eetì me- 
desimi /Il desiderio grandissimo che aveano così 
Aiaulfo come il general Costanzo ,di sposare Pia-, 
oidia , sia per le doti' personali di lei* sia p^ va- 
lersi delle ragioni ch'ella aveva air imperio come 
sorella ' uoioa d* Onorio , il quale ooq era [wr la- 
sciar figliuoli successori , valse . per avventura di 
maggiore stimolo a Costanzo di servir valorosa- 
mente e con fede il suo principe, e ad Àtaulfo. 
di .non. danneggiare, anzi pure d'àdoprarsi ancor 
esso alla. difesa dell* imperadore . Fu scritto (i) 
che Ataulfo, avendo da prima fatto disegno da 
barbaro e nemico,' com'egli era, di voler distrug- 
gere afFalto l'imperio Romano, s stabilire sulle 
*ue rovine quello de' Goti ; e - conoscendo di poi 
per pruova, che i suoi barbari erano intoUeraoti 
di freno, e iocapad di sostenere ogni buon ordi- 
ne di governo e per la natia loro ferocia , e per 
la gelosìa e i differenti umori che agitavano ì ca- 
pi, d'eoti: avea seco deliberato di farsi protettor 
|le'.Rom4ni., e probabilmeote di por la corona 
imperiale wl capo ^lla prole eh' qgli sperava dal 
Buv piatrimoolo con Flacidia . la. f^tti , .poco ri- 
guardando alle, voglie. di Costanzo, ed alle istanze 

. ^,. :p) JiUfia. Ueu. de l'ciDf. Honor. un. 53. 



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LiBfto' IV; Capo IV. ' 293 

tl*'OtìùTfo che non'MBsata di aolkratarb a ri- 
màndargU ìa. sorella ^ egli la sposò , e n* ebbe fi^ 
glìaoli. Ma la motte immstura di lui (ak. 421.) 
fèndè Tao! questi disegni; e Placidia riraarìtataai 
òMo stesso Costanzo , tutte le Ibrce dell' imperiai 
insieme^ eoi diritto idla sueceswone ti trovarono 
unite nella persona ^ lui.Non mancb chi scri- 
vesse che (htorìo non ricolmò di buon* grado il 
suo generale e suo cognato-Costanzo ^ di tabtì ono* 
ri e di tanta autorità, ^ ma ch'egli irfeoepeF.ne^ 
cessità e per tema . Certo che Onprio non aveva 
allóra hbiglìor braccio per sostenére 'la vacillante 
corona', né avrebbe avuto nemico pKt formidabi* 
le di' Costanzo quando l'avesse aHe&afo da sé con 
riousargli qualunque eosa . Comunque si fosse-» 
{Costanzo oltre d'aver per moglie ;là sordlIe> e in 
iWano l*<anhi e Pautorìtàd^'ìmperadore, ottetK 
ne ancora il titolo d'augusto: e già pareva che 
dovesse in hri e; ne* suoi posteri fermarsi e rìst»- 
bilirsi l'imperto se no'a di tutto l'Ocddento , al- 
meno d'Italia, non optante che Teodosio ricusas- 
se ^approvare la siìà esal^ioae . Già ^li avea 
dMt Pkididia avuto una -figlia che si chiamò Ooo- 
na , e un figliuol masdhio chtf fii Valentinìaim 
tertò';. Ma egli morì un anno dopo il' suo innal- 
canieiifo alla dignità imperiale; e i dissapcnri «he 
vact^no tra Plàcidia ed Onorio , disturbaroiio 
non poco codesti buoni ìncominciamenti'. 

Dopo la morte di Costanzo , Plàcidia vedova 
di questo secondo maritò rimase in tanto favore 



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S94 Delle .RrrotoziOHi . d* Italia 

appresso Onorio , e m tanta iamigliarìtà -qodG- 
dfoza, ebe diede alla maligaità de' ci»tìgìani q^alr 
che materia dì maldiceanà . Le disseosicKii utoet- 
biuime cbe seguitaroao tra lor diie , diedero poi 
qualche ragione di sospettare che V afTezioDe d* O- 
. norio verso Plaoidias'asBom^lia«epiutto8to4d 004 
mal ofldioata patsiooe, che a pura 9 fratellevvlfl 
aniìcizia (i).'Perciocofaè un amore onosto e ìoVt 
preDsibile nao sarebbe« 'mai eambiato ìq tant* o^ 
ed aperta atmieicia tra due A «fretti congiunti di 
eangue , Qurate discordie passaroBOta^fc* oltre'* ohei 
Pkeidia non sotamente abbandonò k conte « l'I* 
talia (ah. 423. ), ma si ritirò approsso Teodosio 
nio ntpdte col suo figliuolo. Ilche^ fuori di i)jEi*er 
{pìdeote. necessità ( sarebbe parso un proceder con- 
teario ad ogni, ragion politica ; perocché ell^ ao- 
davaia. metter sé . alessa e il .%liu(^ in ipano 
d'un ftio concorrente all'imperio. E già Teodpr 
•io , ' rWutaodo d'apfHovare l'elerione dì CpstaiiT 
sot^avea dato a vedere eh* ^li pretendeva dì suo^ 
oedere' ad Onorio negli stati d' Occidente . ,Wratr 
lantoils laatananEa di Flacidia e d^gjovaaeVar 
jtotinìano dall*' Italia non era meno pericolosa eo 
«B t-'di. quel cbe fosse il trovarsi le loro p^naav 
VX balìa d' uo' competitore , V esito il fece tantor 
otoi vedere^ Fe^comecbè ti oaao riparasse in parte 
•al-^diaordinato, itoto d'Italia, n*ebhe tuttora a p^p 
:tir gra/wdABiio.. 



ovGooglc 



lifiRo IV. Capo IV. 'agS 

Appena si era partita- d'Italia e ritirata aGo* 
staótinopoli Placìdia co'sum figliuoli, che Ooorìa 
ihaDCÒ' di vita . O la dignità imperiale era già tan- 
to ÌD dis{»>egio appreso i «apitanì , che più non 
si eurarono d* ottenerla ; 9 veramente dìudo era 
fra i generali d'Oocndeote, che alla morte d' O- 
norio avesse tanta riputazione appresso il senato e 
gli 'altri ordini doltd stato , che osasse cercarla , 
tutfocliè la lontananza de* leghtimì successori d'O-t 
nono, e le travagliose circostanze dell' imperìo 
d* Oriente^ ne porgessero 1* occasione assai txnnoda . 
Ma nn uffizJale di toga , un curif^e fece quella 
die' non si «iuraron di fare,' o -noà ardirono gli 
i^ziati della milizia. Giovaani, capo de'segreta- 
rì, o gran «aaeelliere ma^iordomo che fosse, 
assicuratosi sepza dubbio dèli* animo de' capitani 
e ài Giustino ch'era il principale, prese in Roma 
la 'porpora e si fece riconoscere ìmperadore. , o 
s'avventurò eziandio di mandare ambasciatoti' a 
Teodosio seòpndo, perchè volesse approvare la sua 
elezione , e ricoooseerlo per coUega. Ma Teodosi» 
òhe ^imavasi arbitro ddl* imperio il* Occidènte , 
sia per la consnetudine già da più d' un secolo 
ricevuta , che quando uno degV ioaperadori mcrb- 
va prima 'd' essersi dichiarata o ' fatto] riconoscere 
il successóre!, l' inrperio si -presuni^^ oonsoUdato 
in tì&pò a'qudlor cb& si trovava regnante;; siaiper- 
chè, come nipote de'- fratelli e pnxaogttàtxt ,.i^ 
riguardava per vero erede e successore d* Onorio , 
riprovò 1* elezióne , e spedì . subito in II6U& due 



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igiS DelU RtYotvzìom d'Iialia 

subì generaU, Ardabnro ed. Aspare, padre e' fi-" 
g^uotb, pef condurci con buone truppe Ilacìdia 
eVa!entÌDÌario, a cui egli area dato il titolo <fi 
Cesare , riserraodogli ad altro tempo A tìtolo e 
r autorità sovrana d' imperàdore : Ebbero i^ due 
generali assai diversa fortuna in qudla spedizione; 
ma I' esito fu qoesto nientedimeno , cbe Oiovann! 
fti sopraffetto in Ravenna (an. 426.), e tutte lé 
oìmire' che' avea prese in Ravenna per sua sicu^ 
rezza, furono -vane, coMcchè egli'fù spento dopo 
tm anno o poco più di signorìa. Ma comechè pic" 
ciol tempo durane l'iisurpazione di Giovanni,- le 
con^gueoK cbe di là nacquero per lo stato d* Ita- 
lia, friròno tuttavìa irreparabili. Se -Flacìdia alla 
tnorte d'Onorio sì fosse trovala, come prima, 
dispotica della corte , Valentiniaoo suo figliuolo sa- 
rebbe stato senza contrasto alcuno, eziandìo dalla 
corte di Teodosio, ricevuto ìnconfonente per sue- 
cessore dello zio sotto la reggenza di Flacidia stes- 
sa. Ma essendosi ìn quel frangente di cose trova- 
.tà 'lontana' da Ravenna e da Roma, metropoli del- 
l*'ItaHà in quel tempo,' non solamente sfornita af- 
"fatto d' eserciti , ma avendo ancora la persona sua 
e de'jìgUuoIi in poter di colui che avea per Io 
meno' egual diritto alta successione d'Onorio, fu 
primieramente necessario venir a trattati svantag- 
giosi con Teodosio, per ottenere da lui il titolo 
' cesaréb , e forze bastanti da entrar in Italia con- 
tro ih macchine dell'usurpatore. L'esito però del- 
l' accordo che fece Placidia con Teodosio , fu questo, 



ovCioogIc 



Libro IV. Ca^o IV. 397 

Èlle ValentinìaDo,' giimio a' ibatura età» spov 
serebbe Eudossia figlia di Teodosio, e cinlerebbe 
al luO' cugino e. suocero tutto riHirìco occideata-. 
le, cfae faceva Aon piccola parte dello stato di O- 
norìo . Questo promise Plaoidia a nome del figlìuou 
lo, il quale atempo debito effettua la promessa, 
Cosi Teodmio prese per si una parte deUMmperio 
d'Occidente, e l'altra diede a Valeatiniano qua- 
si per dote d' Eudouia . Lo smembramento del* 
r Illirico ch'era per sé stesso perdita molto nguar' 
derole, era in quello stato di cose, danno di gran 
lunga gravissimo: perocché, noti restando all'im- 
perador d* Occidente che piccola parte delle Gal' 
lie e- delle Spagne, ed essendo vicina a perder» 
la provìncia dell' Africa , riducevasi quest' imperio 
all'Italia sola in quel tnis^ro stato ^ veduto abr 
bìónna disopra; . . ^ 

Ed oltre a questo, rusurpaTÌon di 6ìcFvaa> 
zti , cagionata senza dubbio dalla ' loidananza d«' 
principi , diede principio., alla potenza d'Aezio che 
dovea riuscire più funesta ali* imperio d* Italia , ed 
.accrebbe l' ardire degli Unni . gik tròppo cresciuti 
di forze e dì baldanza . Giovanni , inteso ' il rifiu- 
to che gli fece Teodosio di riconoscerlo come .col- 
lega , oh trovandosi forze bastanti da resistergli 
quando esso mandasse annate in Italia a spogHac- 
lo della dignità imperiale , .inviò^ubittimeate..Àe- 
zio a cercar 1* alleanza e i' aiuto degli Unni ch'era- 
no nella Pannoniat i quali subito si nios^rovv^cso 
Italia COR animo di sostener T'UsucpalOT^ . co^t^. ^i 



ovGooglc 



39& Delle Rivoutzk»» i>*Italu 

ifoni dell' irapeiador d'Ocicitfe. Ma ptrtmcfaég^ 
Cimi ^ugaessero io Aquileù, s*eUia arnsoi^e Gio* 
. vanni era preso e morto . Aseìo Toltosi agerofaneDCa 
al partito del nuovo oeeare VnhntinaanQ e diPla4 
ctdia, periìHue gUUmii a rìtomarsiaditietro. .Era 
Ac»o di grande ed elevato aniioo* e già noia 
«* ftomaoi per la destrezza e il vslor ano ; e Gio' 
vanni die aiibisogoara di viziali e ifiìmttiì pee 
swfeegBo deir usurpata ugnala « favea creato ma 
laaggiovdfHno . Il doppiò successo eh' egli ebba 
nelk sua ambasciata appresso gU Uani* prima 
oott* avergli indotti nel partito del tinomo, e: poi 
o^^amrU rìjnaodsti via quando già stavano per 
metter piede in- Italia, gli accrebbe riputaziona 
ed autorità . . Gnadagnossi egli ntA tempa stessa 
1* affetto e la stima dcf^l Unni ; né Placidia po^ 
tea lare a meno d* onorarlo con le principali ca« 
ricbe dell'imperio. Così divenne per doppio ri- 
spetto noB solo 41 oampione e il prot^ttor princt' 
psJe del giovan» iH:in<lipe e della r^geote, iaft 
arbitro dello «tato . Quando Aezio non avesse dor* 
lito daU» nascita un naturate ambÌKÌoeo, cbe ntt. 
ffàmente va disgiunto 4k qfaeir intimo swso de) 
^uroprìo v^ore , i uioQessi paissati e il grado a cui 
»*n-a elevato, gli avrebber tuttaràt ripleoo Tani- 
•aso d'ambizione « d'orgoglio, Però no« contenr 
'tordi mere il -primo .nel favor della corte, voUe 
•esaerrf. s^lot o esserne piuttosto il padrone. Cor 
ittita i Aua .gdosìft fu il' ultima rovina della: già 
itropp» AfOitta ed abbattuta Italia , óon -tanta per 



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le aeM^iridne «Iie m menti Attila false tìknoìata 
ed aiutato da Aezio, quanto per I» perdita dia 
ci fece dell' Africa,- sema la quale ' non poteva 
lUtaliasuasisiere in alcun modo; Era goveraat<( 
m quel tempo l'Africa dal'fàraoto oohte BfHÌfft- 
BÌo, uemo ài valor miStart non pUnta iaferiov» 
«d Aenoi e di ptobità e^ fìsde '«éma dublno A 
hit superiore p c^ quale , non meno che da 
egn* idtni penena , Aovai rìconoseer FlaoidÌA U . 
oadutai di Giovastrì) x 1* esaltamentcr «uo a ddt 
^liaolò', avendo Ìo» «nnservaCa qu^*^ importaa- 
Usima pnovÌKiav mal^db le v&etie e le tnU 
IMoce -del< tiraiino. Aezio eolla ma^'or pinfi^ 
.dd- monda costrinse Booì&eio a rìbellarst « 'i& 
okàmar nell' Africa i Vandali per saa difesa , < 
quali i postovi dentro una <^olta' ¥ artigliò, voA 
■fidò a loDgo vite se ne fecero it^rainnité pà- 
clnioi .' -" 

- Ne^orribilr danni ch'ebbe a patir ritali* 
Bel qtmto tecolo,, non fu leggera óagiotie la'fi«^ 
tmial moUeiBa, e ramlùnone le la rafefaift àea- 
aeeca . Da > qnattftp secoti e più ,' dia iRemaaiiS 
eontffrano da die Augusto avea abilito in Roma 
la monarcfaìa, e ndU sutJeedeione di tanti imp^ 
T«dori satiti pei tanti diversi modi ani trono , non 
-s* era ancor veduto ì' imperio ctadetf - atiolutame»- 
te e manìfintamente in mano ^ .femoMne» «otte 
dalla morte di Teodosio in poi. Q^iKo-ciò die 
Livia ed Agrippina ebbero ad ÌBfitùr dì ootdvcfe 
neUftnioceMioD dell' impanò t i% r-adi»i<»}p di 



=dDvGooglc 



8o« Dell^ Rirai.feidKi 0* Ii^uA 

TibeHò e di Nerone ^ ì quali- voameate nofi Si^^ 
déro felice [prflBagia di ' db 'cbe pctfeva 'aspettanti 
dalla succewidD proccurata per doaaeachi' rdggirif 
Ma* ad ogni modo^ co8Ì~ allora come taapprea'-r 
sò-futta l'autorità . dhe le imperadrìci poterono 
«fFogarsi ne)l*'ammÌDÌ9tra^on ddlo' stato, fu ìih 
diretta quasi domeitioa : laddove Eodosna , mo- 
glie d* Aroadio, cotnincib a &rla da ngina oal^ 
niello da reggente; poiFulcherìa con éBcti^iio in-* 
solito , come quella che non era moglie , tak so- 
rella dell* ìmperadore , fu ricooostàuta da tutto 
1* Oriente per imp««drìce, e cominoibt cosne.^ 
{iroprìa ragione e di fatto, ftgoinxnar' ogni cosa^ 
findiè EudoHÌai d^ta prima Afenaide , che Pul- 
cheria stessa area scelta per moglie al giovana 
Teodosio » s' ifnpaeciò ancor essa nel goremo . Sa 
Fuloberia, rt^Iatrioe dell'imperio ne' primi a 
iiegli Intimi anni del fratello, e poi erede aneot 
deU*ittiperìo di Uii, fu ca^ne all'Orìedie dt 
«tolti rantaggi, come donaa dVinoomparabile « 
rara virtù; non è maraviglia : ma T imperio d'ita^ 
Ita sentì effetti totalmente contrari, dalle .donne 
f^ pretesero d* aver diritto alla corona imperi^* 
le ed al governo. Tuttoché a Fhtcidia non man- 
casse né' ingegno né ' esperienza,: massimamente 
appresso le vicende oh' ella <»>rse ■ dopo il. primo 
saeeb di Roma , non potè per tutto questo cao- 
ciar'via il naturale di donna e di madre , IeHE)Ua- 
-)i. per r ordinano sono molto ben soddisfatte dat 
1^ educazione' ohe .d^no a' fanciulli, quando lì 



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' Lib'kdIV. Capo IVi ! 3oi 

wdóno viri e stfni «'gagliardi . ^a io. fatti wllif 
sue care fftnmiaili >e xxMa. tenera edveaùone gn»- 
ath- là fattamento l'animo di . Valeatimaiio suo &-, 
gtìo , cfa* egli .ehbo pnrttosto la vihà e i via d* uil 
servifov di palano, 'cfae Ja virtù e la magoam- 
mità d'.un prinoipe. L* efiemmÌDatesia m^, » 
F incontìneoza' ohe n^ & -figlia', fu r.orìgine di M&< 
ti i mali ofas ^Btì l' Italia :e sotto il suo regno, 
e dofK> Im. . i ' 

- D? altra ' parte i P esempio- di Falcberìay di 
Pladdia , ed ancor -d* Eudossia risvegliò assai pre* 
sCo:iietì* animo .d*ODorìa/ sorella di Valentinìano) 
ia To^ia di partecipare' ancfa^essa deU'iinipario. 
E perchè V^entinlano e Pladdia, lungi dal con- 
discendere ails; sfie voglie ÌQ.qoestB cosa, cerca- 
rooo di farla oonsiecrar 'vergine; - oostei innlb At- 
tila re degli Unni alle sue nozze', e diede a quel- 
1* amb^ìoso barbaro un nuovo pr«t«sia 'M- oaktce 
ìa Italia (an. 462.}. Io fatti 'egli- soleva addur 
per ragione della guerra che' moveva all' imperio 
d'Occidente, i diritti neevuti dalle promesscc 
dalle ricbiéste d* OnOria . Ninno ■■ ignora eoBie e 
per qual motivo il iìiror d' Attila , ohe avea me- 
nato orribil rovina<-per tante provinoiev e distrut- 
te tante città d^* uno e dell' altro imperio , ri»- 
pàrniiò nientedimeno la città di Roma-, che pur 
era V oggetto primario delle sue biamiBJMa JMfc- 
-toéhè Roma scampasse ■ al bra daB*eocidÌ0 che 
quel rabbioso re minacoiava', l' Italia 'patì -litftji- 
vìa graudissimo danno da quell' invasione.. .QttiUi 



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Su' ■ Delle RivoLUzioin d* itìiUÀ 

iùtM ia CADÌbardìa. fb crndeliiietite inésia a tet^ 
ra « fuoco; e gK abitatori* quali ticcUi, quali 
iattì prigiotii, quali datisi ià f^ga, HetcMàùo ti- 
fa^ dove la fbcfanà to p^-etèatavH ^ tia sttlp^uda 
ed iataortal Venezia ebbe iti questo fràdgfedfe il 
fuo frÌDoifnd dà alcuùti genti dì quf»Hd ieontfade» 
ebe seampahmò dalle spade degfi Uanìi '« scel- 
«SFo fet' loro' rìcdrehi dciinè deserte « quasi inàc'^ 
«Mnbili isòlette nel fondo dell* Adriatico < Se ri- 
cètto si dì^i^oso 0^ infecondo parve alle ìibigot- 
tite genti Italiane asilo ben avventuroso, àaisca' 
no pub itutaaginar facitmetate « quanto gnia nu- 
mero d* Italiani aninuo provveduto alla salvezza 
loto ìli quel generale spavento, fuggebdosi in, 
Grechi, e pef tutto I* Oriènte, e per molto isole 
Aét MediMrratwo. Cosi dì p«^o in pèggio s'an- 
davano spopolando le città,- e inselvatichivano le 
campagne d* halia . Né la morte che s^nì poca 
dopo* d'Attila, e le discordie de' suoi iìgliucrft 
ohe aamèntarono tantosto la potenza formidabile 
d^i Unni , giovarono puntò a recar sdlievo àI-> 
K ftalìat 'ma cKedero piuttosto principio ad altri 
niali; Valetitiniana *, come si vide libero dàlia 
paitfa d«gU Unni, non potè più sostenere la gp- 
loMa già da lungo spano concepita verso d'Aezio; 
e eoUa più detesfabife azione che mai cadesse in 
meato d*un monarca legittimo, 1* uccìse di pro- 
pàa irixnOf e tolse a sé il miglior braccio.' Uili 
così indegno attentato rendè 1* imperadore sì odio* 
so , eh* «gli ne dovette pender fra non motti me« 



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LiBao IV. Cabo IV. 3dS- 

)a Tita . Uassuno , capo degli ucd»rì , «poib^ 
Eudossia TedoTadi Valentìiiiaiio ; credendosi d' ai-' 
sicursrsi in questo modo. la coronai Ma £adaB8Ì« 
corauposo molto tnale ali* affetto cbe volle mo^ 
atrarle il nuovo Inarìto; e non potando xxpfnmet* 
Io ahxamentor dùamb dall*A(rica^Genscrieo io 
de* Vandali^ il quale venuto sabHamcnte io Ita-- 
lia, « presa e saccfa^gìata Boma onibftMcter 
fornì d' abbattere t desolare quelle 'coitnida 
eh* erano scampate dalla &ri» e ^d«|k rapaoMi 
degli Unni. ■ i 

"Guerre cw2ij ed attorci^ àP JUaUa AUla motìsM 
f^alentùmno teràìjmo aUa ^ponzìOM dP ^/^t* 
gustalo nel qiuàlfocentò Htlanta^, 



Cjrli effetti pesami della debolezza d* ODorio« 
della r^genza Cemminile* e della viltà ignomi^ 
siosB di Valentiniaiia, non si - provarono ie- non 
in parte durando il lor regno. H cambiamento 
più notabile che D* ebbe a sentite k> staito d'I' 
taliàt si manifestò dopo la morte di V<ileatìnia« 
nò (t). Non sqlameBte l'impnio «ra lacero • 
dismembrato, ma V s^tar^k imperiale^ si tiovi 
talménte avvilita nell'Occidente, ohe quantunque 



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3o4 DeII,E RlTOLUZICWI D' iTAtlA 

■M t n i i : inttalzati sul trono calorosi personali l*iia 
d(^ . l' altro, niuno di Iona potè ricuperarne Y ono- 
re e la forza. I generali che per la più parto 
«mno barbari ,. tali^&te 8* erano avvezzi a voler 
domiome , che per hìuo conto potevaoo tenerù 
io dovere da^li augusti, poiché essi sedi sosfeene- 
vano col bracdo e oo' maneggi loco P impeciò. 
La naturai presunzione dì chi si trova ^vato al- 
le gcandi cariche, dovea facilmente stimolargli a 
- goderne le più reali prerogative . Due cose fuf'O-i 
no però degne d'osservazione nella condotta <^e 
tennero in qae&tì. tempi sì i Romani , come i 
barbari. -Una, che^ i Romani :( intendiamo per 
Romaoi tutti quelli ch'erano nati sudditi e rìco- 
noscevago l'autorità dell'imperio, e spezialmente 
gì' Italiani, mentEechè da Valentinìano in poi 
r in^ìerio fa. ridotto quasi alla sc^ Italia ^) ve- 
dendo che non sì poteva far senza ì capitani bar- 
bari, non siensi ridotti a riceverli per sovrani: 
r altra, che cotesti capitani con tanto seguito 
de' suoi, e con tanti Romani che faoean .loro 
corte, non abbiano immaginato qualche spedien- 
te, cioè qualche spezioso titolo ( da che ai è tan- 
te volte provato che U moltitudine si ferma ài 
nomi), per cui potisseiV' ritenere in loro nome 
r autorità sovrana indipendente, senza dover in- 
BRlzare e dèpoEte ogni giórno nuovi ' fantasmi 
dMmperadori. Or, mentre i Romani. non potea* 
Ao'ceggersi da loro, negli stranieri ottenere T^as- 
solnto dominio né «Ifu*. so^tUit lo siftto .d'Atalia 



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' Libro IV. Capo V. ' .3o5 

eomitióìtia dedinare in vera an^vchìai o ioterre- 
-goo o ^speilH(Hi di goveroo, che vogliamo cbia^ 
.maelo. 

Massimo cfae ucciso Vateatinìaoo, gli'succe^ 
dette ( AN. 455. ), non regnò se non pochi tne^ 
-«1% e fa toUo di vita sedi^osamente tre giorni 
.-prima die Genserico, chiamatovi daEudossia sua 
«p^sa, entrasse in. Roma a aaccheggiarla. Avito 
già uffiziale di Massimo e non inabile capitano-, 
prese la porpora dopo lui a sollioitazione dì Teo- 
dorico, re de' Goti , e non senza suo aiuto . Ma 
un imperadore che dovea riconoscere le sue di- 
gnità diiHa protezione d' un re straniero > non èra 
per inconlirare appresso i suoi moHo grande ripu- 
tazione; e non andò a Imigo che .un capitano gli 
tolse lo scettro, per- fargli prendere il pastorale. 
Questi fa Bicimero.Svevo o Goto o di (juàraltr£L 
si fosse genarazione di barbari « uomo ài nobile: 
parentado, e df valore e d* aocortezziEt non infe- 
riore alla nascita . Tottavìa non sì sa eh* egli dès- 
te praovB della sua virtù avanti l'impresa di Car- 
sica i dove mandato general dell'armata imperia- 
la da Avito , ne discacciò f Vandali che se n* era- 
v> fatti, padroni. L'esito della prima impresa gli 
accrebbe talmente 1* orgoglio, cui già i vai!itaggt 
della sua origine e la presunzione deDa propria 
capacità. gP inspiravano', che non potè piò rico- 
uoscere alcun superiore; e come la f>er6dra e I4 
frode agguagliavano in lui le altre sue doti * - s! 
, died« tantosto a {procacciar la rovina del imo 
Tomo I, 20 



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So6 Delle Rivoluzioni d'Italia 

benefattore e suo priacipe. Cacciato 3al trono Avi» 
to ( AN. 467.), Ricimero vi fece salire MaggioK 
rane, il quale non meritò forse altro biaumo, 
che quello d' aver conspirato con xjaesto barbaro; 
del resto ,~^ egli era fornito di tante virtùeditcM»' 
to senno nelle cose di stato, che pareva deitÌD»' 
to da Dio a ristorar 1* impeno d'Occideuts gA. 
quasi ridotta al nulla, e rimenar Roma alla pri- 
miera grandezza. Ma il ralòr taor e Iarìnoinaa»> 
za che s'^acquistò in due o tre anni di goveniov 
accelerarono- il suo €ne. Ricimero- scorgendo. che 
sotto un tal imperadore l'opera sua non era per 
contarsi moltissiinoy prese consiglio- di deporlo^: « 
portò sul trona un Severo, il quale tì stette quan»- 
fo tempo piacque al barbara di ksoiarlo^ UJti^ 
mamente Bicimno' Tolle far pruoTtt se potesse 
goTernarl* Italia a suo modo, senza crearn. pì^ 
avanti xm imperadore. Malgrado- tao^ nÌuao:ar# 
diva in Bom^ ptgliaìivi il titolo d^augosto; uè 
tampoco* era da aspieftare cbe veoisur vis o da 
qualche contrada delle Gallie che ancor restasie 
a* Romani « a da: qualunque ahra parte Ad moo* 
da un nuovo fmpcKtdòrd a: prender il', ctmiand» 
d* Italia r mentre! Rìcimera la teneKquuf l'a sua 
mana. I/imperadortieoace^Tonerìco Tede'Vaiu- 
dair neir Àfrica aveano- amendue Sxzer su£6oruiti 
da occupre e dar legge airitalia, ae non che r^ 
guardi più rHevanti gli strìgnevana da altre par- 
ti. Così TÌdest dopa moltissimi secoli qn 'mio<' 
TO interregno in Italia, qua» JBiit ^a» dt 



ovGoogIc 



tfaflo ly. Capo V. Soy 

«epobblioa, dì cui ai fag^a come capo eprotettor 
Bieimero. NoD 8o se fosse questa un'affettazione 
del generale, o se veramMte c'ih fece egli natu- 
ralmente, perchè T balia si riguardasse in quel 
fieriodo (U .tempo come uno stato indipendente.; 
aia egli è .pur ceKo che ne' trattati che si fece- 
to. allora con i prìacipi e generali forestieri, ai 
parlava a nume non de* Romani o dell'imperio, 
ma: sì à uomedegl' Italiani (i). Pare che Rìci- 
meriB , , ftni^e regcaudo Severo, abbia cominciato 
a trattar le cose sotto questo nome degl* Italiani , 
Probabilmente voleva egli .aqdar avvezzando gli 
animi ad uh nuovo genere di dominazione , dellìf 
quale foswegli stesso il disposiCore < Ma Ricitoero 
non potè^ sosfecer lungamente .quella forma, di do^ 
minio, e s'avvide in meo dì duei anni * che gli 
(R-a più sgevoi cosa disporre, a svta. voglia d'uq 
«mpentdore, che «feir«nperio^ Costretto adunque 
di creatae. uno, ricorse a.hextbfi aaga^tif in Orienr 
te, perchè^i o*eJieggwses una de* 9UoÌ (a). Io 
questo modo .fion si privava di qffeUa ticoooMeii- 
ea che sperava dal nuovo eletto, il quaje almeno 
iodirettamente dovea ripatarsegli teiiuto: per la di- 
gmtà; è si conciliava l'amidzia deir iipperador 
Greco f. a cui cornowlteva un n&io ^ onorevola 
" è sì<gnuÌQ60' 

.. (ij Priic. «ia tegat. in Corp. Hiil^ Bywntinic; et «p. 
Tìttem.i: 6, p. 33i. ' ,. 

(9] y. TiUeinr, iitt.ntpra,, .. ■/ 



D.q,t,zqfiOvGOOglC 



3o8 Delle Rrvotuziom d'Italia 

' Fu dunque creato- imperador d' It^ia 'Ante^ 
mio ( AN. 467. ), H quale, olfre i diritti che pò* 
teva avere alla dignità imperiale come il più stret- 
to congiunto di MareiaBo antecessor di Leone, 
«vea tutte le altre più insigni, qnatità, le quali 
possono rendere un uomo degnissimo d* imperio . 
Unirà egli al valor militare somma pnideozae 
cognizione del governo civile e delle cose di pa*- 
ce, ed era graodlesimo amatore ddla giustizia, 
e pieno di sìncero' affetto del comun bene. Cmi- 
dnsse ancor seco dall'Oriente uomini virtuosi in 
gran numero; il cbe io Roma, donde -per tanCe 
calamità s' era partito il fior della nobiltà e. tut- 
to il meglio delle £imigtie popolane, non era <xh 
sa df picciol conto. Nuovo e ^<hoso spettacolo 
fu agi* Italiani l'arrivo, d' un tanto principe con 
una fiorita armata ed una oorte sceltissima . £ 
s' avea grande speranza eh* egli fosse, per restituir 
re l'antico lustro all'imperio d' Occidente. Qucr 
/sta speranea era ancor forti6cata dalle nozze che 
in Italia celebrò il novello- augusto colla figliaci 
del patrizio Bìcimero: perocché questo. parentado 
diede motivo di credere che il nuovo imperado* 
re e il troppo potente patrizio avrebbero gover- 
.inato ogni cosa concord«meate, -S'aggruose, .anco- 
ra f)]i' esaltamento d'Antemia una càrcostaoza.di 
grande utilità allo stato d'Italia. Marcellino « -già 
general de' Romani , dopo yarie guerre e vicende 
-ribellatosi da chi imperava in Italia, s'era ioar 
padronito della Dalmazia, dove r^oei&do a sxa. 



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tiÈBa IV. Capo V. Sog 

*o^iay non dava leggere inquieti^ioi alla vicina 
It^ia . Leone - augusto , ■ nel destinare Anteniio 
air imperio d* Italia , . persuase BlarceltÌDO a sog- 
{^ttarsegli, ed accomp&gfiarlo eziandio nella sua 
TCTiuta, e assisterlo con le sue ibrze. Così Tinir 
perio d'Italia appoggiato a tre capi della tempra 
cfa' erano Antemio , Ricimero e Marcellino , e 
protetto dair imperador Greco, pareva cAk dod 
avesse a temer molto del re Genserìca, tnttoebè 
re dell* AfHca e poco meno che signor, del Me- 
dtterraneo, mentre i Romani .erano malamenta 
forniti nella marina. 

Ma Riermero voleva por essere il priacipa> 
le; e per quelle stesse ragioni ch'ebbe Tttaliadì 
chiamarsi contenta del nnovo. prineipe , V ambir 
sioso e inttdlerante patrizio si pentì molto presto 
-d* averne promossa 1* elezione . E già à noto, quan* 
to sieno ' deboti ì legami del * sangue a contener 
}' ambizione d^ grandi . Ricimero^ vedendo eor 
me scemasse il suo credrto sotto un principe eh* 
-poteva Tegnat da sé solo^ e non potendo soppor- 
tare d'essere né terzo ne secondo in une stato 
4ov*egIi già da lungo tempo pretendeva d'esera 
il primo, diedesi per a^o e per ìnvi<^*aa turbe» 
le cose d'accordo eo» Ganserìco nenuco eapìtalff 
del nome RoBiano . La r^utazion« dell' iniperap- 
]^,.^tenaio^ superiore di gran lunga . aeU* auto- 
crìtica buffli.- nufnero di quelli ohe k> aveano pce^ 
ceduto , fu in questo frangente di maggior dai>- 
tfa> che di vantaggio alJl'Iti^avPerciocohè^ dove 



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3io Delle Rivoluzioni d'Italia 

i passati imperatori o deboli o screditati O: iuig;tv 
sitati dalla potepza di Bicìmero , erano stati dei- 
'posti senza ostacolo né dìfHcoItà , e si inutp fó 
lutato senza travaglio de* sudditi; -fli contrario, fij 
d' uopo venire a guprra aperta per detronizzare 
Antemio , il quale avea suoi partigiani e suoi di- 
fensori contro gli attentati del generale , 

'Rióimero, jabbandopata Homa e [Ravenna, 4 
ritirò in Milano, forse perchè in «jUelle coo^a- 
de, e generalmente in tntt? In I^mbardìa egli 
aveva rnaggtor numero di seguaci : e già er^ 
apertamente divisa V Italia non pure in due par- 
liti, ma quasi in due imperi distinti . Alcuni 
fle' più ragguardevoli signori della I^igeris , ve- 
dendo imminente alla rnisera Italia una crude) 
guerra , portatisi a trovar Bicimero in MiUoo , a 
mani giunte e jgipoccbionì il suppHoarqno cb? vo* 
lesse pacificarsi coIP imperadore .' I^ioirnero sì la- 
sciò piegare alle inchieste loro a fòsse sinceramene 
'te, à per fiùzione; e fu cercato subitamente U 
(nodo d* indurre Antemio a restituirgli sua gra-' 
ria . Era vescovo di Pavia' Epifanio , uomq per 
saviezza è santità in quel tempo assai famoso (i) ^ 
Gii stessi deputali dejla Uguria si portarono dal 
iaoto vescovo pef questo fatto, il quale preson 
di buon anitno queir incarioo , ed andato a tfti- 
var r infperàdore, brevemente ìt riconciliò eoa 
fticiméro. Ma o la pace non fu sincera , o se fu 

[r] Eoaod.'ìn vita Epipb. 



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tiBRO IV. Capo V. 3m 

tale, noD Auto a. lungo. La stona non ci porge 
alcun foDdameoto d* accusare Anfpmio né di per- 
fidia, oè d'animo simulato o cattivo; laddove si 
pUDir^iooeroImmte sospeitiii-e della fede di Ri- 
cimeco. 'Tuttavìa conviea pur dire ch'essi avea- 
oo amendue gravùsÌDii inotìt'i di prender guardia 
di sé; e certa non era possibile che in quelle 
circostanze di tempi passasse tra lor due verace 
amicizia . Gli esempi di Srilicone e d' Aeaio , sta- 
ti 1' UDO e l'altro nello stesso grado di potenza e 
di credito appreno d'Onorio e Valentiniano, s 
che finirono amendue di mala morte , Tudo per 
debolezza , V altro per la perfìdia del suo signore; 
«rano ancora assai retxnti e famosi. Ed oltre a 
questi, un altro esempio succeduto a que*dì me* 
desimi in Oriente nella rovina d* Àspare patrizia 
A g^eraldi Ceone, eome Ricimero era d'Ante' 
mio, non potea non riempire di paura e di so- 
spetto gli animi dt àasoano . VéQaesi pertanto, 
dopo varie o brevi o fallaci ricoociliaiioo) , a 
guen-a maoista,- nella Eguale non solamente 1« 
Provincie d* Italia si trovaroa divise le une dal 
partito di Rioimero, le altre dell' imperadore, n^a 
Roma stessa fu il teatro di quella oìvil guerra. 
Ricimero v^ assediò' dentro l' imperadore; e dppo 
averla espugnata colla fame e col fctrp, dovette 
tìncor combattere contro il partito coirtrapio, fin* 
chef, vinto ed annegato nel Tevere Antemio, ad 
abbattuti i suoi seguaci, Ricimero vi fece pro- 
clamare augusto Olibiio ( M. 472. ). t^e già 



=dDvGooglc 



3ia» Delle Rivoluzióni c'Itaua 

pretendeva a quella dignità allorchi vi fh dera-f 
to Antemio. Olibrio, oltreché egli «a della ^ìs 
illustre e più ricca famigHa che fosse in Roma 
da più secoli ( cioè di casa Anìcia "), era con- 
giunto ancora d' affinità con l' impertiddr Vaien» 
tiniano tevzo di cui area sposato la figUnda , « , 
cognato d*l''lnerìco figliuolo del re Genserìoo; ed 
epa altamente proietto da questo re (i) . Con 
lutto questo alla morte di Severo fu posposto ad 
Antemio per V inimicizia che passava tra U: cor- 
te di Costantinopoli, e Genserico. Vi salì nondi- 
meno senza contrasto dopo la rovina d' Antèmìò, 
ma per restarci cbsìf pochi mesi, come H fH'ede'' 
ceasore v' era jstato pochi anni . Ricimcpo essendo 
morto poco dopo Antemio, e poco aranti cho 
merìsse Olibrio, questo- inperadoM' ebbe campo 
di creare uà nuovo generale e patrìzio, cioè un 
nuovo padrone a sé ed all' Italia. Questi fii Gòn- 
debaldo prìncipe de' Sorgognoni* nipote di Rioi- 
mero . Il nuovo generale fece prender la porpora 
ad un Glicerìo , uomo vile non meso per nascita, 
che per costami.. Ma T imperadovd* Oriente, ^s* 
approvando 1* elezioin di Glieerio , mandò- coli ti- 
tolo d'augusto Giulio Nipote, il quale non ebbe 
a penar molto per superar V emolo , cui fotto to- 
sare, è conseerar vescovo , mandò, come in ban- 
do-, a reggenr la chiesa di Salona nella Dalmazia. 
Giiulio Nipote ( se diamo credenza a quanto ne 

(i) Tinem. p. 5781 



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Libro IV. Capo V. 3i3- 

Knve SidoDio (i) che il doTea;coiioseere, e dmi 
era d> carattere a voler mentire, comechi sover- 
ofaiamente £tc!)e ed abbondaste negli elogi de* saoi 
amici) fu delle migliori teste che meritassero di 
portar corona , ma di quelli veramente , ohe giiuir 
sero ,troppo tardi all' imperio , quando agi* impe- 
radori più. non restava altro che il nome e la in- 
segne, e queste ancora stavano io mano de' caf* 
pitoni. 

Giulio Nipote creò suo generale Oreste ; e se 
si avea riguardo. alle passate azioni di costai, an- 
che in questa parte l' imperadore diede pruova 
ddr eccellati doti eh* egli avea per regnare . 'Ma 
Oreste , divenuto pel favor di Nipote la seconda 
persona dello stalo, fu anch* egli , come tant* al- 
tri , precipitato dair ambizione e della voglia im- 
portuna di voler essere il primo . Voltò dunque 
contro r imperadore quelle armi e quell* autorità 
che aveva da luì ricevuto, e diede 'la porporae 
il titolo imperiale al figliuolo Romolo, che per 
la tenera età» o per ludibrio fu poi chiamato 
Augustolo t Cotesti procedimenti non poteano pia- 
cere allcf corte di Costantinopoli, di ci4i era crea* 
tura Giulio Nipote : ma prima die alcuna cosa si 
moTesse da quella parte' contro l'usurpatore, i 
Goti e gli altri barbari, de' quali era grande il 
. numero in Italia , si sollevarono ad tostigazìon 
d' Odoacre , che colla deposizione d-' Augustolo , 

(i) ApoJI- Sidon. 1. B, ep. 7. 



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3i4 Delle RiVolotioni O'Italu 

è cùllà morte d* Oreste (an. 476. ) levò via final- 
TOcnte quell'ombra che ancor reslava dell' fmpe- 
rio Romano' nell' Occidente, e rece dell* Italia 
qnello che delle altre provincie avean- fatto altri 
barbari . La qual cosà gioverà ^mostrare sùcctD'^ 
tameDte , afBnchè meglio comprendasi ' per qtiali 
Almòli e con qual (tdocja Odoacre, e dopo luì 
Teodoiico abbiano impreso a stabilire» io ' Ita^Bi 
un nuovo regno , - ■ 

CAPO vr. 

Sfato (f europa neSa riistmzìon àélP impeiio 
pcciàentalg, 



XJi tutte le partì che componevano laveàta mo- 
le della Romàna grandezza , ■ quelle che' nella 
divisione de' due imperi formarono l'orientale, 
restavano ancora pella fine del quinto secolo' uni- 
te in un corpo solo , tuttoché malamente go* 
vernate e debolmente difese per le ribellioni in- 
testine che agitarono del continuò la corte di 
Gostantinopoli . E quantunque gli Ostrogoti' Ver- 
so 1* Illirico, e dal canto dell'Africa i Vandali 
non cessassero d* infestar colle scorrerìe le pro- 
vincia del Greco imperio , ebber tuttavìa nel tem- - 
pò stesso lungo riposo e sicuro dal canto de* Per- 
siani , i quali se lo avessero assaltato gagliar- 
damente in questi tempi , come tentarono di 



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Libro IV. Capo VI. BiS 

fare altre volte , sarebbesi di leggeri distrutto 
td estinto àfiàtto il nonie Romaao in Levante , 
ccttne si fece Jn Ponete, Ma egli h da credere 
che la stessa debolezza lassai visibile dell'impe- 
rio Romano gli fosse, riguardo a* Pei'S(Jinif dì 
difesa e di sicupezza. Percioccfaè questi, allor 
che conobbero di -non avere più cbe temep 
da* Romani, noQ « presero più tìitre pensiero 
d* infestare 1* inìperio , come quelli che avevano 
di che vivere e regnare nelP abbondanza nel pro- 
prio stato. Ma al tutto diversa iij la sorte del- 
ie altre provipcie Romane verso V Occidente; 
perocché le nazioni confinanti con esse, di nut- 
P altro abbondanti che di persone, erano stimola- 
te piuttosto dalla fame, e dal naturale vigoroso, 
faticante e inquieto, anuchè dall'ambizione o da 
altri motivi politici, alle conquiste, Però. le Gal- 
lio che comprendevano allora una parte della Ger- 
maìiia (r) , trovandosi esposte alle iticursioni de' 
barbari , furono ai»:he le prime a mutar signorìa ; 
e forse che avvezzate da lungo tetppo a' suoi pro- 
pri o imperadori o tiranni , non passarono di mal 
grado sotto il domìnio de* principi stranieri. [Bor- 
gognoni occviparono con la Savoia molte città del- 
la Gallia Celtica, che poi da loro* fu detta Bor- 
gogna . } Goti che per essersi fermati nelle parti 
occidentali, cfaiamaronsi Visigoti, ridussero all'ob- 
bedienza loro le Provincie della GaltiaNarbonese, 

[i] V. Tillem. I. 6 tiL de Valeutinien EU, de MajoK^ 
*t de S^VQi«< 



^dov.Googlc 



3i6 Delire RivotozrONi d'Italm 

poste versò il Mediterraneo ed i. PireHei; «già af 
tempo che Augustolo fu depost», centavano dus 
e tFe successioni di principi , vabrosi ed acooFti , ■■ 
ehe aveano arzi dato terrore , che prestata ol^- 
dienza, agli uhìm! iraperadori. Un'altra parte del- 
le Gallie uè difesa dai Romani, né invasa ascora 
dà maggior forza cU stranieri, fii opportuno- rice- 
verò d'alcune migliaia di fuggitivi Bretoni < i qaa* 
li lasciando la patria loro preda degli Aggio- Sas- 
soni , passato lo stretto , si rivolsero a cercare tA- 
tre sedi di- qua del mare ^ Così, affìncliè' niuna' 
parte dell'imperio andasse esente da quel genera- 
le scompìglio e sconvolgimento di sazìoni e di re- 
gni , mentre la Bretagna che già era stata abbair- 
doaata da Onorio e da Valentiniane terzo ^ rice- 
veva il giogo de'Sassoui e degli Angli, parte del- 
le^ sue genti veoiiero a stabilire un dUov» princi- 
pato, e dare il nome di Bretagna alle caritrad* 
marittime della GalUa Lionese. Le Spagne furoD« 
nel tempo stesso o poeo prima eceapate da varie 
generazioni di barbari Svevi, Alani « Vandali, » 
spezialmente dai Goti o vogliam dire Visigoti r i 
quali sotto il governo d* Evarùjo formavano- nb 
vasto regno , avenda unite in un corpo sole vari» 
provineie delle GalIie e deUe Spagne^ Nelle qua- 
li Provincie se qualche città, ,o- guatehé potente 
v'gpoEe riteneva .ancora il nome Rontano, piutto* 
sto il taceano per aver questo pretesto di non ob' 
bedir ad alcuno, che per vero desiderio d'esser 
l^ttavìa sudditi dell*^ imperio . Ma le conquiste che 



ovGooglc 



Libro IV. Capo VI.' ■ 817 

eoatmnaroDo di'faif^ i re Goti aeUe Spagne , e ì 
rapidi progressi del re Clodoveo , spensero poco 
dopo ancor questi nomi . {legnava nell'Africa si- 
©uraraente Genserico re de' Vandali , il quale en- 
trato?! a' tempi de! famoso conte Bonifazio e di 
Flaeìdia augusta, vi sì era talmente stabilito, che 
piuttosto dava a temere a due impeiì , eh' egli 
temesse d' essere disturbato da loro; e già regnan- 
do aoeota' Maggiorano ed Antemìo, niuno dubi- 
tava -■ eh' ^li fòsse per lasciai^e paci6eo successore 
del regdo-^^suo figliuolo Uonerìeo .X* Italia Eola 
di tutte le piovintue dell' imperio occidentale rite- 
neva ancora un'ombra d'imperio e nome Roma- 
no . Né deesi tacere che la cònservalzione -dì que- 
sta provincia costò agi' imperadori d' Occidente là 
|!«rdita d* una buona parte dell* altre . Feroioccbè 
vedeodo calar d' ogni parte armate di barbari , 
alle qnaii le forze present» dello stato non basta- 
▼ano A far resistenza y credettero utile partito per 
Irào stessi d'allontanare in qualunque modo po- 
tessero dal centro dell'imperio quell'inondazione 
di gente s^pbniera, e rivolgerla e divertirla nelle 
terre 'delle Gallie, della Spagna e dell* Illirico « 
dove non tardarono guarì a stabilirsi principati as- 
soluti , tiscendo ancora, di que'Iimiti cbe si erano 
loro, assegnati da prima . Ad ogni modo riusci pu- 
re per alcuni anni agi' imperadori di conservarsi 
con sì tatti spetUenti la sovranità di tiTtta V Italia , 
Bella quide, comechè vi si trovassero numerose" 
geoerazioni dì barbari ohe già da un intero secolo 



ovGooglc 



3i8 . Deixe Rivoluzioni dMtalJA 

si .erano sparsi per lutto, noQ vi aveaao per&, 
come altrove, dominii stabiliti», ma vi stawaoo co- 
me valsili ed aUeati deil' imperio. Ma l'ewrapint 
di -qve'tanti nnovi ? barbari principati stabiliti 
neir Africa , nelle. Spa:gne, oelle Gallie, e ia va- 
rie provìpcie ancora dell' Illirico , doveMio pata- 
ralpienf e. muovere qlcuno. de' capitani barbaj-ì a 
tentar (o sfesEo sopra l' Italia , in .cui spia si era 
ancor inaotenuto if nome. ed un'immagine ed poi* 
bra vana dell'imperio Romano, da; cfae .lutto il 
[imaiTeate era stato smembrato e fatta. preda di 
prìncipi sb^DÌeri ^ Né solamente il c^o delle altrcr 
pruvincig dovea . essere d' iqcitamento ad alcun ,bart 
baro d'aiSBoggettar l'Italia, dai cbe l'autorità tfe-i 
gli augusti già ^ra scaduta ia sommo disprezzo; 
ma gli era anche facile rargOTnentareobe a cbinn-t 
qtie de' capitani fosse veoutu fatto d'occuparne^ la 
signorìa, non area da temer molto d'esserne di- 
scacciato dagli altri poteotafì che allora regnava-» 
no , perocché ciascuno .di essi dovea badare a con* . 
servarsi e stabiliisi i suoi stati . . Del resto , aoa 
era per& nrìgHore la. condizione d'Kalia, che deW 
le altre proviu^ie anuoverate: qui sopra.; anzii'stt 
Salviano non esa^rb- di soverchio le cose, -«'■pe^ 
pattivo animo non menti (_ cosa da noa.enppnc^ 
in così religioso scrittore), p^^or era la condi-! 
zioo de* paesi ancxtr soggetti all' iu^erio, che de^ 
gli altri.;. ecploro che viveano^ sotto il domioia 
de' Goti , dì non altro temeaoo maggiocmeote ^ 
che di ritornare in potestà ^a'RoQiaiu* ft vedendo; 



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tiBRo IV. Capo VI. 3ig 

» piuttosto sotto dome di st^iàtitìi TÌvere U>- 
B beri fra^ barharì , cbr sotto falsa apparenza e 
9 nome vano di libertà vivere schiavi in effef» 
n to » (i). Or, ee Fltalia a frovavd nel regno 
d'Oaorìo condotta id qnèUo stata che abbiamo 
spiegato dì sopra r 'gli ^ £tcìle argomentare in 
quanto peggior coDCdinoDe ella tósse cadnta dr' 
óinquant^ anni che pas5^ii6 'dalla motto dì Stili* 
cono finora quella del generaTeC&Vsfe, e alla de* 
poÓKóne dì Romolo Angustia sao figliucJo . 

Le rivoluzioni delta corte e la debolezza ad 
mimsfero^ còsi frequenti dnpo la metà def regno 
d'ODotio, già' aveano cominciato a rovesciar for- 
temente l'amtarinisIrazioDe della gìuatHia e tutti 
gli ordini'dì governo» dìmodoché'Doneradaaspetp- 
tctrsì da' qùé* suoi favoriti di pocBÌ mesi alcuncr 
stabile provvedi'meiata ìo vantaggjcr del pubUico;; 

[ij SfalunI emnt su6 specie captivìtaiU vivera liSeri^ 
tjuam sub specft liberi^is esse captivi. Salv< ). 5. 

I fibn' dì Salviano de gubernaiionè Dei ilalc^uartsiìnò 
all' ottavo sono pieni «li umili tratti che diDTdilranoi elMr« 
Unta peggiore Ja conditone de^Eomant [soito il qaal no- 
ne iuleiideT^si fotti i sadditi dell' inrperio ] r che de' po- 
poli già panali sotto il dominio dè'b3rb»ri. Nihil korum 
est.f^ud Vpadfdos , nihil Jtùrum apud Gothos . Tarn ^on* 
se enìm esi , tU Saec inter Gothos bartari loUerem , ut ne 
Romani ifuidem , qui inKr eos vivant , isia patianiar.Iia- 
fae unvm ilUaBamt^qffupi òmmym votun èst , neuftq^ant 
eos necesse sii in jus transire Bomanorum . Una et con- 
semiens illic Romanne plebis oraiio f ut liceat eis vitam 
ifuam agujit, agere ctim barharis.... Iiaipie non Solum 
tranffyger^ a^ eis ad noi frairfìi npstri, Qi^nino nplunt , 
sed ut oH eos confugiant , nos relinquunt. L'. 5. Et I- & 
quid simile apud baiharos etc.7 



=dDvGodglc 



3ao Delle Rivoluzioni d' Itaua 

ma gli scellerati e ì prepotenti trovarono sempiie 
iti quello scompiglio di cose l' impunità delle loro 
ngiustizie e violenze . Crebbero questi disordini 
assai di vantaggio sotto la debole reggenza di Fla- 
ddia , e sotto Valentiniano : peroccliè cosi l' una, 
come l'altro, non che fossero sufficienti a frena- 
re la prepotenza de' ministri e degli ufHzìali , gli 
aizzavano eziandìo a farsi guerra e ad usar vio- 
lenze , perchè si distru^essero e si consumassero 
tra loro (i) . I^a qual cosa comechè forse potes- 
se giovare alla sicurezza de' prìncipi , non si potea 
però fare senza rovina de'popoli e distru^imento 
delle Provincie, Ma se questi disordini furon4> gra- 
vissimi nel regno dell' effemminato e debole Va- 
lentiniano , furono fuor di dubbio assai più incom- 
portabili dopo la morte di lui, allorché la brevi- 
tà de' regni, e l'incertezza dì chi si fosse il vero 
imperadore, rendevano ì presidenti delle Provin- 
cie , e tutti coloro che si trovavano in possesso di 
qualche carica o militare o civile, altrettanti pic- 
coli tiranni ciascuno nel suo distretto; i quali non 
solamente non aveano cura veruna ' tjelle leggi , 
ma incoraggiavano i ribaldi ad ogni sorla di cat* 
tività e violenza, purché ne dividessero il frutto 
cop.esso loro (2). E come se Tavarizia, la perfi- 
dia (9 V insolenza de' mioistvi e de* capitani fossero 



(t) Hirc<y'l; cbron. ap.Tillem.M^fla.'de )'«mp,V(rfffat: 

HI Ht. IO. 

ra) Cod. Theod. noTell. til. 7. 



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' ■ " Libro IV. Capo VI. Sa r 

ài poc& forza a raviisare le contraile d' Italia , la 
natura sfessa e le condizioni dell'imperio doveva- 
no necessariamente desolare i sudditi , e la mise- 
ria de' sudditi costringeTa nuovamente a più rodi- 
nosi andamenti gì' imperadori ; cosicché dalla per- 
dita delle facoltà si cadeva , eziandìo sotto i mi- 
gliori imperadori , quali furono per esempio Mag- 
giorano ed Antemio, in una spezie di cìvìl se^^'i- 
tù. ; ciò che sarebbe il peggior effetto d'ogni in- 
tollerabfle tirannìa. 

Imponevansi le gravezze al corpo della città j 
ed'éra uffizio e carico de' decurioni ( che forma- 
vano la curia o sia il corpo d'essa città, e. chia- 
mavansi corporati) di distribuire i pubblici pesi 
ripartitamente ^pra tutti i particolari . Per que- 
sto rispetto i decyriom o corporati potevano, rac- 
coglier qualche vantaggio dall' uffizio loro . Ma 
siccome tutta la somma dell* imposizione s' esige- 
va per parte del fisoo dal corpo della città , per- 
ciò la scarsità del denaro, la miseria e l'impo- 
tenza de' particolari di soddisfai*^ agrimposti,, cu- 
strignevano i corporati a pagare del proprio; il 
che tornava ìn danno e rovina ciò che prima era 
utile privilegio . E/) epediente che solo restava e 
ù comuni, cioè ai corpi dena_città, per soddisfa- 
re alle imposte de' principi , e ai particolari pec 
pagar ciascuno la lor porzione, era di ricorrere 
aU« pr^^taoze d^glt usurai ; spediente ohe siccome 
è sempre indizio de* passati danni, così è cagione 

Tomo I. 21 



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321 Deixp Rivw-usiONi d'Ita lu 

di peggior miseria per l' avrenire (i). Dunque 
air estorsioni de' magisirati e de' grandi s'aggiun- 
sero noipellamente quelle degli usurai, la potenza 
de' quali fu tale e tanta in questo secolo, cbe Si- 
donio Apollinare ebbe a chiamarci i soli padro- 
ni del Bomano imperio. Per un così fatto alletta>- 
menfo t cherici cbe avevano qualche capital di 
denaro , si diedero ancor essi al mestiero di pre- 
statori . Ed allora per la prima volta il pontefice 
san Leone Magno fu costretto di vietare a* cheri- 
ci Italiani le usure; divieto nvovo in Italia, per- 
chè nuovo era almeno in questa provincia l' abu- 
so (?). Le necrasi^, le angustie del}*«rarip, e la 
gravezza delle imposizioni da cui nascevaso que- 
ste miserie de* particolari , furono cagione d' albi 

[i] Da lomigliante cagiono, cioè d[ pielUr denaro a~ 
preetanea per lottenere i pubblici carichi , §ih erano proce- 
dute ne' tempi della gran decza Roma Da le calamità di mol- 
le Provincie. Nelle lettere di Cicerone le ne trova un esem- 
pio veramente poco onorevole alla moderazion de* Romani, 
e alJs morale pratica degli atorici . L' Italia fu per due p 
tre iecnli in giao parte esente da questo male , mentre cbe 
l'oro straniero colava in Roma copiosamente, e le derrate 
che li traevano dalle prnvincie, uscivano dal fondo pro- 
prio o de' senatori, o del 6sco . Ma qaando, cessali i Ifi- 
bati delle provincie , si fu ancora coniumato il denaro 
d'Italia a stipendiare i re barbari, la scarsità del denaro , 
e la necessità ogni volta maggiore ch'ebbero gì' imperadori 
d'impor iribnti , ebbero al line ridotti gf Italiani a tallì 
quegli estremi, a coi riduconsi d'ordinario gì' indebitati e 
i mal avviati mercanti, d'accelerarsi li rovina con vie pie 
svantaggiosi contralti. 

[3j S. Leon. Mago. ep. 5, e. 4 et 5. — V. Qnesn. 
not. in eand. n. 7. 



ovGooglc 



tiÈRo IV. Capo VI. SaS 

-IniTaglt , e poco meno ebe della perdita della ci- 
Tjl libertà. E^a più parte de' corporati avrebbno 
duaqoe desiderato di sottrarsi ad un carico dive- 
nuto Doa nwno odioso « che ^speadioso ì ma le 
leggi sempre atteoti&aime in ciò che riguardava 
1* utilità deSa camera imperiale , obbligayano mal- 
grado loro fattele persone uà poco agiate a ri- 
manere Baite al corpo della- lor città ; e si pose- 
ro ordini strettissimi (i), perchè niuno potesse o 
eoi cambiare stanza r o coli* entrar nel clero e 
ne'. monasteri y liberarsi da quell' odioso impegno 
di corporati o dì oirìali . Ad ogni modo » la con- 
ditone degli a)tri non era punto migliore. I graih- 
i& o per I(H« KetiH-a , o per av^u-izia indispettiti 
delle TÌolenze ebo ricevevano dagli uffiziati del 
fisco , si riToItavano poi a travagliare e ttraoneg- 
giare gì* inferiori ; ond' è che buona parte di qver 
sti cercarono di rinuiizìare ai coraot^ del viver ci- 
vile , e ritirarsi a menar vita selvaggia in qualche 
angolo della campagna (a). L* ìmperador Maggio^ 
ranO', per impedire T abbandono delle città, or- 
dioò ebe ia ciascuna di esse g' eleggesse qualcbs 
persona ragguardev«ile ,. che difendesse il popolo 
minuto dalle ingiurie de'più potenti . ìi pici sicu- 
ro effetto che dovette operar quella novella carica, 
si fu di chiudere alle persona travagliale e ves- 
sato ¥ unifco scampo che lor rinamva,, dì &ggip 

Cu €oJ. Tlieod. novdt. ì. 4. «t. t. 
(là.) Ibiàam vit. g; 



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324 Delle Rivoluzioni d' ItALiA 

nelle solitadiiii e ne' deserti . Le quali cose a 
ciii ben le riguarda fanno indubitata ptuova che 
i sudditi dell'imperio cosi in Italia, come inquè* 
pocbi avanzi di pTovincie che ancor restavano ob- 
bedienti , erano ridottila schiavitù peggior di quA- 
la che » avesse a temere dalla dominazione de* 
barbari; ed ogn* altro stato poteva parere scampo 
e salute agli affitti e desolati popoli di questa prò- 
vit)GÌa . Vera cosa % che a quest'ióterni disordini 
dello stato d'Italia, che l'aDdavano più che len- 
tamente struggendo e ' consumando , già s'erano 
aggiunti gli esterni e crudeli colpi' menati da for- 
sa sfaraniera , che finirono d' eiaunme il sangue , 
è' dì prostrarla senza riparo . Le invasioni de* Go- 
ti; il sacce di Roma sotto Alarico; T irruzione 
ancor più violenta degli Unni sotto Attila; il «e< 
eoiido sacco che diedero aRoma, e lediseeseche 
ì Vandali faceano continuamente a> guisa dì cor- 
sari per tutte le spiagge d'Italia ; le ocorrerìe de* 
Borgognoni e degli Alani, stabiliti nella Savoia e 
Bella Gallia Viennese ; quelle dei barbari della 
Dalmazia , e delle genti del conte MarceUino (i) 
che vi si avea formato uno stato od una tiranni- 
de : tutte queste cose aveaao spogliato d* oro , e 
d'argento, e di eib ohe vi sì trovava di prezio- 
so, e di bestiame, e di biade le contrade d'Italia. 
Ala quello che fu forse maggior danno , tolsero ' 
un numero infinito d'uomini d'ogni condizione, 

(i> Phot. e. a^a* 



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Libro IV, Capo VI- SaS 

parte uccisi * parte menati schiavi ; molti codsu- 
laati dalla miseria per essere state loro predate le 
case e le città, e molti cindatì raminghi a cercar 
nido e ricovero ia altre provincie , fra ì quali ì 
più pripcipali ed agiati , come la famiglia d* OU- 
Ih'Ìo , 8* andarODO a stanziare in Costantinopoli. La 
rabbia degli elementi , tutta la natura parve che 
ancor essa coospirasse in questo tempo colle cau- 
se morati e. politiche alla distruztou dell'Italia: 
perocché , le ioondazìoni de' fiami a cui la pover- 
tà de' comuni non potea far riparo, T eruzione del 
Vesuvio che per incredibile spazio versò le arden- 
ti sue ceneri , e la pestilenza che a* tempi d'An- 
temio tolse e spense una moltitudine infinita d! 
persone; per tutte queste cose unite insieme è dif- 
ficile rimmaginare in che modo, e in qual' altra 
peggiore e più universale calamità potessero mai 
cadere le provincie d' Italia . 



Fine del Prìma polume. 



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ovGoo^lc 



DELLE 

RIVOLUZIONI 

D' ITALIA 

LIBRI TENTICINQÙG 
DI 

C A R L O D E N I N A 
VOLUME SECONDO 



VENEZIA 

TlFOeKAFlA DI ALTISOPOLI 
MDCCCXVI 



ovGoògle 



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tu 
INDICE 

t)fe* Libri e Capi che si coNTBweoHO 
In quésto secondo volume ì 

LIBRO QUINTO. 



Capo h Elevailom di Odoacre, pròno 

/ondaùjre del regnò Italico. Pag. ti 
n. Di alcune tivoluzioni del borico 

riguardane lo stato d'Italia. m 

in. Principii di Tecdorico il Grandi : 
sua mossa contro d' Odoacre t 
vicenda e fine di quella guerra. j5 
tv. Origine deUa podestà e del domi- 
nio temporale degli eodesiastici . s5 
Vi Stalo d* Italia sotto Teodorico t 

grandezza di questo re 3ri 

VIj Comparazione di Teodarìco Cogli 

altri potentati del tempo suo. 43 

Vn. Principio delia decadenza del re- 
gno de* Goti. 47 
Via< Di Atatarico, e di Teodato. 6a 



D.q,t,z«i.vGooglc 



Capo L Cogitimi d' Orkrtte e dsìh. carte 

àì.Cosiajttihopoìi nel tempo che 

V It^Ju riunita a giutl* impe- 

rÌ0ip ■ • ì ■ • 1 58 

U. Cagioni e princìpii 4bllà guerra 

contro . i . Goti . „ 65 

BL prima §pedixiose di Bdisario in 
Italia: sue qualità ed imprese j e 
. ìratlati co* Gt>ti -e oo' FrmcM . 68 
- IVj Creazione di Totiia iate\de'^Go- 
. . 'ti: viaiKde- <&' BelfAuio afta cor- 
te di CostantìnopoU^.. e sua secon- 
da '^editione in Italia: 79 
[V. Sìpe^iUane delV eunuco N^sete;e 

fa» della guerra Gotica . 88 

yi. Eletti che questa guerra recò al- 
l' Italia . 100 

LIBRO SETTIMO. 

Capo - U Pi/te di Nars«^: 07%n« db'Zon- 
gohardì che a quel tempo assalto- 
fon r Italia . 107 
II. Venuta de' JJongobarM in It^ia : 
Jàiti ^ Alboino , e di Clefi : va- 
riazion di governo dopo loro. iiS 
in. Di Autori terzo re ìjongobardo , 
e suoi succtesori fmo a Rotori. 222 



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IV. Dèi K de* Langéhardi e re d'I- 
talia, (£ stirpe JBavara . j25 

V. B^ IldibmnÀi ; e dogli idtrì r« 
Ziongobardifiho a Desiderio 148 

■ \l.*D9l gwemo poUtico dc^ Longo^ 

bt^rdi ; e deW origme de* feudi in 

Italia. ' ^ 1S2 

VII. Staio d' Italia setto i LongoboT' 

di: l^gi e-poUzia ^tfneUa na- 

Vni. Dei pTVgnssi delta rèUghne fra 

■ i Ikmgohardi ; € di akitni avanzi 

deUa ittro mtìca barbarie e super- 

. \ ■ ttbisriè . ■• ^ 177 

IX. Stato ikUe pfovincie f Italia y ri- 

':'■' meste- soggètte' tdPòtrperiò Greco- 

BoTTum& in letttpò ée* Longobùr- 

di. V . ^ ^ ■ 188 

LIBRO OTTAVO. 

Capo I. Considerazioni generali intomo al- 
■' ' fonSne A' sudcessioiK néWimpe- 
■ ■ '■ rio di Boma, t ne' regni- barba- 

rici^ ■" '* igS 

fi. USiioluziani della carie db Fran- 
ca, per cut U fam^Uà de^ Car- 
■ • ti' sM^std trono . ao4 

iU. Stdtevazòmt in Italia ^c&dtit l* ^ 
peraddré ^Ofiente. ito 



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P'twieia.: sfonfifJAe Hi» di De- 
t ; ■.: :' .Jìiderio re xle' ijaii^t^rfH. ': T »14 
V* JRegW rff Vaeh..M^m in /te- 
iia , e di Pipino sn^\<fyf8à : va- 
ni sfora rfe' Longobardijier ricu- 
perare lo stato . S2fl 

VI. Rinnovellamenlo deìVimperio d'Oc- 

cidente : ragione di questo fatto; 
e quali mutaiionì cagionasse al- 
lo stato d' Italia . s33 

VII. DegU ultimi anni di Cariò Ma- 
gno ; ptincipii di decadenza del rt- 
gno Francese in Italia sotto il 
gavóne JBemardò HI. m, e sot- 
to Lodovico il Pio ùnperadore . 14% 

Vili. t?Ì Lottarlo I. iinperadore e re 
^Italia: fari successi delia sua 
ribellione contro il padre: vicen- 
de del monaco f^alà princìpat 
ministro di stato per le dose d*/- 
taliat t4^ 

IX. Di Lodovico II. imperadore é re 
<f 'Italia : rit'olgimenti che ai suo 
tempo avvennew in alcune Pro- 
vincie . 

X. Interessi e negoziati di vari prin- 
cipi per la successione di Lodo- 
vico IL 371 

XI. Di Carlo il Calvo t CaHomannot 



ovGooglc, 



^57 



*ll 



'»^'Carh il' grffssà uHkno ré d'I- 
• -'i' talìa S gUet iegtisggfo . 278 

Xn. Cagioni della Heeadénzà de'Carlo- 
^ fingi i smó'd'tuUHi aòtio-U hr 



=dDvGooglc 



ovGooglc 



DELLE 

RIVOLUZIONI 

D' ITALIA 

LIBRO QUINTO. 



CAPO PRIMO 

Bìevazione di Odoacre, primo fondatore 
del regno Ifaiico. 



-Cjn eMebre ed ingegnoso scrìltore osservb giu- 
stamente * che i barbari, dopo arer dato il gua- 
sto a tutte le provincie dell' imperìo Romano , al> 
loTchè ^iù non vi trovaron di che far preda, vi 
presero stanza e si diedero a coltivarle; il che 
arverosei alla fine anche riguardo air K^ia . Glt 
Grilli , i Rugi , i TurcilÌDgi , ed altri barbari dì 
varie generazioni , che quivi erano al soldo de^ 
gì* ìmperadori , vedendo che non solamente man- 
cava l' oro e 1* argento da soddisfarli , ma si tro- 
TAvano spesso ridotti a grave disagio di vettova- 
glie' divenute scarse e care per lo scadimento della 
Tomo II. I 



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2 Delle Rivoluzioni n' Italia 

• I coIlivazioHe , furono costretti df prenda* •ter» 
' partito , che doó s*'era fatto per l'iniiaDzi > Pai- 
'i sato era il tempo di scorrere le provÌDcie , come 
I aveatio fatto i VaodaK e gU Uqdì e molte schie- 
, re di Gbtlt è.d'hcdare dal^iino àiraltro cauto 
ì cogliendo ir fiore d** ogni, uosa- che vi si trovasse». 
Tutte le altre provincìe o'ccideìifali già rase e de- 
*^^ «(^astate dalle iutaiionl precedènti » erano anche 
signoreggiate e possedute da altri rè e dazioni 
barbare e belKcose ^ contro' le quali -avrebbe do- 
vuto, fare aspra e difBciI guerra chi fosse stato 
desideroso di stabilirsi 'm q_u^'' pqesi .. Per la qual 
cosa ledenti straniere che mìlifavano in Italia» 
stimavano più: agevole e più; aicoro conug.Ko' I*' in- 
gegnarsi di conseguire- q^iivi ciò- che non, poteva- 
no , senza incorrere in> maggiori rìschi e travagli, 
cercar altrove; cioà copia di viveri ^ e terre sta- 
bili, donde cavarne . Eatrarcmo in pensieiU'di pròv- 
ivedere al proprio sostenfamento<» eoa pigUarsi i& 
proprietà delle terre d*' Italia qudla- pasto che si 
credesse bastevole ^ \c00xautnt9 per lorb ^ e'' fe- 
cero di queota; cosa forté^ istaDza> aA Oneat» pa> 
Crizio,, che. a nome del %UuoJo Romolo Augusto* 
lo reggeva V Italia ^ ultimo avanza dell* jmpem 
occidentale^. 

Er^no in. gran parte i teixenr^Italìp» sieco- 
me si è mostrata nel libro pseae^eUti ^ lascìEiti io- 
oolti o leggpruunte coltivaci ^a.** ppseessorì . Nien- 
tediinena eX per riavidia.; eh^ i ^outoii, cioÒ 



=d.vGooglc 



Dbro V, Capo I. 3 

I^Mtaliaoi, portavano agli straDierl già di sover- 
chio iDsolenti pel credito che aveano nella milizia , 
sì per non privarsi al tutto di quel poco frutto - 
che dalle campagoe aache neglette e deserte po- 
nevano ricavare « non erano per indursi agevol- 
mente a cederq: ai bachaci ìk porzion delle terre 
che- preteaderapo. Oreste cbe^ non voleva o non 
ardiva di levar per forza, i poderi ggU antichi - 
sudditi . e- che- nelle- strettezze in cui s* era rìdotf 
fé r erarip ifiipaiale',, Don' poteva entrar? ezian- 
dia nella spesa- gicandusima di pagarne it prezzo , 
ìson credeva né taropoca utìi consiglio d'accre- 
scerft ancora:. eoa T' assegnamento di beni stabili 
[a potenza già troppfr grande ài quelle- g,eDti . Nel 
calda di questa- q,ueEele Odoacre^ diede voce . che 
i^ualbra' toccasse- a lui la stesso', potere- e- grado 
d' autorità ^ ohe teneva Oreste ,. avrebbe soddìs- 
£alj^ alla domanda^4eIle soldatesefae* ^ Non è pos- 
sibile nelle varie ed ambìgue' memorie-che ci fu- 
vono tfEunandlate dagli antichi ». V affevmare' asso- 
(utamente né- dì qual nazione ib«se Odoacre, né 
in qual ^ado si trovasse di dignità . e d* ufBzio 
ayanti questo, franante-,, ire cui fattosi capo di 
* barbari ammu^nati ^ mosse le armi contro di 
Oreste e d' Augustolo - Adriano" Vàlwio ,, TiHe- 
ipont f e Muratori « tre insigni ctutipT della storia 
di questi- tempi ,. non: seppia che- conchiuder di 
certo intorno- alle varie- cose , e non perii copio- 
se , che- di hit scrissepo- Ennodio , 1%oEÓBe , Gior- 
dano, Procopio-,, tidbro ,. Gregorio Turonese » e 



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4 De«.b Ritoluzioot b^ Italia 

ISlalco storico (i^. Pare nondimeDo H più pro{>v 
bile ch'egli fosse capitano, e de* primari ufHziap 
li delle guardie d'AugustoIo. Ma quali che sEg 
fossero la sua patria , la sua origine , ed i primi 
impieghi , certo k heoe , che Odoacre era uomo 
di gran valore e dì grande aoipio, quantunque 
gli acrittori che poi fiorirono sotto il re Teodori- 
co suo emc^o e capital aemieò^ abbiano mostra- 
to di credere diversamente . Del resto ', o sia che 
Odoacre abbia mosso guerra contro Oreste ed Au- 
gustolo con le sole mifizie barbare che sotto nor 
me d{ ausiliarie eraao in It^a , ^o eh* egli eondu- 
ce&se dalia Germania e d'altronde nuove fbrz^, 
come pure scrìvono alcuni ; Oreste , non creden- 
do di potergli resistere in campo ^erto, sì chiu- 
se in Pavia, cìtlà assai forte e che d* ora innan- 
zi si troverà spesso noDun&ta come ca|ritale de| 
regno Italico . Odoacre 1' assedb , la prese per ^r- 
za , la diede al sacco, e al fuoco; ed avuto nelle 
mani Oreste , gli tolse la vMa . Quindi s' inviò a 
Bavenna dove Augustolo era stato fasciato dal 
Jiadre , ed entratovi senza fatica, spoglib fi' gio* 
vane imperadore de^e insegne imperiali ; ed aven- 
do rispetto aU' età sua , il mandò nel castelto det- 
to di Liiculano presso Napoli (2), dove il la* 
sciò vivere in larga e4 onorata prigione 004 



ilìiYalet. Rerum Fnncicar. lab. 4- **^ Tillem.. lom. 
lÌt,.d'OiloacTc, '^^■Jlt P*g- 4^4- ~~ Murat. vt. ^JG. 
(3) Ex Tilleai. de Taleat. III. art. i4, p>g. 217. 



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Libro V. Capo I. 5 

assegnattieato di seimila soldi o- ììhhve d'oro (i). 
Odoacre rimase seoza contrasto padrcoe d'Italia; 
.rd animato' daH' esempio d' altri -suei pari che 
s' erano stabiliti con titolo di reneU* Àfrica » nelle 
Gallie^ neUa Spagpa, non si curò né di prendere 

(t) Ù S^alatoTÌ' qui e in in6iiili laog&r de'jnoi jtn- 
Hali spiega la voce solidos, Kriveodo soldi d scuti £ orni 
« neHa' Oìssertatione vigeiim a ottava delle sne Anficiiià 
d'Italia mutira eoo bnone ragÌQDÌ , che il toldo aureo 
d«' tempi Gotici e Loagobandici-dovesie valere una mezza 
d'abbia di Fraacia dì quelle dì Luigi XrV: ed' ia credo 
asMÌ probabile un lai ragguagKo- ik egli è certo nienie- 
diiueno^ che MHo g|v ultimi imperadori d' Occidente, cor- 
l'eVa Rn soldo d' oto di molto maggior Valuta, e dhe era 
una peiaa effettiva d' oro' coniato ,' e non nonela- ideale, 
teggeai in na editto di Maggiorano', &henÌuD esattore deb- 
ita ricusare, sotto pretesto di non esser legittimo, il soldo 
ài giilsto peso, eccettaato il soldo Gallico, 1' dro del' qua-» 
le è lassato a minM> pretino !■ praet^erea judlas solidam- in- 
tegri pondexis calumnioso adprùbailonis obterttu reeuset 
pxrabloì" , excepto' eO (^,4llicO , cujus aarùm minarti aesti- 
tttatione taxaiur . Cod. Tìfcodos. Leg. novell, Majorahi 
lib. \, tit. I. Poco piiran di questa legge Valsntiniana 
èia avea ordinato cbe i soldi aurei lisciti dalle zeccUe dì 
Teodosio H. 8 d' altri- augusti suoi pfarenti , itoti' potnscro 
ne u sarsi , e che ninno dovesse' valatarsi a mUior pretto^ 
elle dì settemila nuriim;: ne antfuam .infra seplem miUia 
mimmOium solidus- di'sirakaTar . Pfoveit.. lib. r , ift. «5. E 
in nn'altM legge {.Uh. cod., (iV. ^4 > volendo Io slesso 
ìmperador Valentiniano III fissar il pre'zao de' Viveri che, si 
potesse esigere' da' soldati rielle' loro marbie', onjlnfe che 
^i: ogni soldo (!■' Italia ( ad- singulot solidos halicos ) A 
dovessero dare ^arania moggia di graao , oduecento se- 
Stari di vino, o du^centoseltanta libbre di carne. I^o» tro- 
ir6 elle né Buddeo , né Montesqmea, né tariti altri ch« 
tuilavia o; di pcaposilo o incidcutcroentc parlarono delie 
Valute, de*^ pesi e delle misure Roinatte, abbiano fatto quel- 
V-Mtb afte si poteYa- dì- testi- cosi- specifici per tpattwc' di 
Queste Biatsfi*.' 



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6 Delle Rivoluzioni d* Italia 

né di dare ad nitrì il titolo d* imperadore , tai 
tenne il nome di re^ solito darsi a' barbari . Non 
si può tuttavia accertare se Odoacre si facesse' 
chiamar ro d' Italia e di Roma . Pare piuttosto , 
.die per non offendere con nomi inutili gli animi 
degl'Italiani, e mantenersi se non benevoli, al- 
meno indifferenti i Greci augusti , si contentasse 
del titolo di patrizio, che tanto montava come a 
dir vicario e luogotenente dell* imperadore . Que- 
sto titolo di patrizio 1' ebbe Di^oacre per due ina- 
niere , cioè da Giulio Nipote prìnuerameate , poi 
da Zegone imperador d'Oriente. Ma egli è qui 
da sapere, acciocché meglio s'intenda per quai 
maneggi s' andò Odoacre confermando nel domi- 
nio sovrano d' Italia dopo la deposizione d* Augu-: 
stolo , che pirca quel tempo slesso che avvcnno 
questa mutazione di stato in Italia, I* ìniperadoc 
Zenons sopraffatto <da una congiura dì suoi pa- 
renti che pisiicarono di dar V imperb h Basilisco ì 
avea dovuto fuggir di Costantinopoli , e ritirarsi 
neirisauria; poi coli* aiuto de' barbari* di alcu- 
ni sudditi che gli restaron fedeli, avea ricupera- 
to lo stato. In questo mezzo, quel GÌùHo Nipote 
che £Ìà vedemmo cacciato di Roma e d* Italia 
per opera d'Oreste patrizio, riteneva tuttavia le 
insegne e il titolo d' imperadore, e qualche reli- 
quia di dominio, spezialmente nella Dalmazia t 
dove ritiraìtosi stava aspettando se via alcuna 
s'aprisse da rimontare sul trono.- Pereto,. udi> 
ta la rovina dì Oreste e le vittòrie d* Odoacre, 



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Libro V. Capo [. 7 

autn^ ■ racetHuatidarst a costui, ofFerendogU U 
dignità ài patrizio f e pr^aodolo a voler 'impìc' 
gare le anni «uè vincitrici per riporlo nello stato 
di prima ■. Nel tempo stesso o poco dopo avendo 
inteso il ritornò di Zenone in Costantinopoli , man- 
dò anche a lui ambasciadori sotto «pezie di con- 
gratulazione, ma in effetto per tentare «e per la 
somiglianza di lor fortuna potesse indurlo a dar- 
gli gagliardo aiuto per nmettersì ancor egli 'nel- 
P imperio d^It^'a. Odoacre informato à témptì 
delP oggetto di queir ambasciata , prese il partito 
che meglio n 'Conveniva a^ suoi afTari presenti , 
per non aver a contrastare contro le forze d* Orien- 
te, mentre -cbe appena avea potuto pigliar pos- 
sessione del conquistalo regno . ObbKgò dunque 
il senato di Roma a' mandare anch^e^o amba- 
seiadori a Costantinopoli per rappresentare a quej<« 
r imperadore , come non era bisogno oggiraai ; 
che si cFeassnro due angusti , potendosi reggere 
Sotto nome dt Zenone le [»ovincìe che ancor re- 
stavano dell' impeno occidentale; che Odoacre 
avrebbe potuto con soddisfanonA de' Romani so- 
stenere il governo ; « che perciò pregayano Zéné- 
m a volérlo onorare della dignità di patrìzio ; 
l?nitunente a questi legati che andavano a nome 
del Mnato Bomano , Odoacre ne maodb altri A 
iiorae suo, che doveano portar comUMSMom e «tei- 
mando non differenti dà quelle de' Romani (i)-. 

. [i] Jlalcli. io Excerp. de Legak Hìitor. ByEant. pB{. 



ovGooglc 



9 DeXLE BlVOlUZlOMl D*lTALrA 

ZenOneV o, qualuBqua si fosse il muistra ìAe- n 
noma di Ini diede rieepìte « qudle attibaseiaté', 
soddisfa agK un, •enu troppo 8C9Btentat« , gli 
oltri ;- né perà »i prese realmente impaccio delle 
coae d*Ualia, perchè egli areva assai che iàra 
per sb stesse sopra uà bullo ancor Taeilla&te pet 
le scosse della passata oeadpiratiQiie . -Furon» n- 
mandati .BOB- busse pan^, sectmdocbe s'usa- di 
&re agli sventurati, gU ambaMìadorì di Nipote» 
promessagli largamente beuevol^exa e pretezioiik'. 
I Romani ebbero p«r' nspesta' pim[H«vePÌ e rìcbiar 
mi, perche avessero cacciàite quell* imperadore 
che dalla corte di Costantniopeli era stato loro 
destinato , ciò) Giulio Nipote; e furono però^esoB- 
tati di ritornare all' ebbediesia^ lui r énoevet^ 

10 di ni^ovo'per pr-uicipe. Ma Odoacre che pifc 
dì CUpote e del senato BeinaDO dovea per la sua 
potenxa trovar eorfesia e riguardi presso Zenoae', 
ottenne ìb fettt quelli» ehe desiderava .' Fu a . lui 
neposto che dov*egU non avesse già' rìocyata da 
Nipote suo legittimo sovrana il pafiiiiato ,. ^i sì 
concederebbe di buon grado da Zenone; « frab- 
tanto gli fìi> quasi riconfsrmatoy perebi nell* indi- 
IWH) della lettera- fu cUamato Odoaece patrìzio . 
mk si trdaseiè d* esortalo pen^à vdesse ìb; con^ 
I(tfmi4à dell' uffizio «della d%ni^ ricevuta tv 
jnetter» Giulia Nipote nell'itnptì'io-'di Bomav « 
^dot>e^are in setvùiio di Uu T ^mù suo e la sue 
genti.. Odoaera, contento di non: aver per allora 
da kiBtiener goeira; nh spetta, ounicisia dal canto 



=dDvGooglc 



/-. Ubro V. , Capo L .<- ^ 

'^ .Zenone frADàb^ come .po8«Ì4ro-i«unagJMai:e, pa- 
st^eado-di ^wlche speranza 1' «tib^ndonato Nipo- 
te^ ma n^D furona appena .partati' {te anni ^ cfae 
Sjipote fu mortp in Dalmazia, dagli emissari di 
qwl .Glicf!rio ch'egli stesso avea cacciato. dal tFo» 
|u> imperiale, e fatto coneecrar vescovo di SaTo- 
na^.^lora |a> cotte dà Cqgt^ntioc^oli sgravata .<C 
qVQ' j:i^¥ii;di che o .1* equità- o. k.. ciwMiieaBa 
V obbligava d' avere .almeno in parole, ed'. in. f^- 
xpi^ità aU^ persona di quell* imperadore suo erea- 
tQ.» '■ e parente . di Venoa augusta , confermò di 
numo il patriziato, ad Odoacre> « cuosentì anco- 
Ka., ulte fosse ticeoosciulo padrone nella Proven- 
za , la quale pare es3ei;3l mantenuta fino , a . qnel 
lampo neUVobbedienxa di Nipote. Vero i che 
.Qdoacre fcQo dooo dì queDa proviiicia al re 
do' Vìsigpti Evarìoo 4 SuqcQ,. eli» regnava sopra 
aitile Gallicbe pcovincie, e che .importava al.ro 
id* Italia r aver amico . Foco prima già aveva 
Cdpacrb contratta lega ed amistà con Gen»tfÌQp 
.Vandalo r potentisHmo le dell' iLfrica, dal <]ua)e 
avea coi carico di qjialche tributo .e dì lasciar 
jWmìdio.di' Vandali in qnalche forte^a», ottenuto 
il dominio della Sicilia. Così parei^a che il nuo- 
vo re .d* balia fosse pressoché sicuro dagli assalti 
fU £iie^, pprchè , tolti.! potente . suddetti , Ze- 
jBone , Eurico e Genserico , m/m. v^era altro prin- 
ipipe^ che po^sse con fòrze eguali muovergli guer-: 
ra . Frattanto egli attendeva ad ordinar le co- 
se di dentro. Scrive Frocopìo , che Odo^cre , 



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lo Delle RivoLUzrONr d'Italia 

secondo le'prornesse latfe ìn sul principio delfa 
ribellione, distribuì a^ barbiari cbe Io avean segui- 
to, il terzo delie terre d* ItaHa (i). La "qual co- 
sa gli acquietb senza fallo l'odio degli antichi pa- 
droni, a* quali 'non par punto che Odoacre pa« 
gasse il prezzo di ciò che lor sì toglieva, M» 
gP Italiani già troppo deboli a resistere alla fero- 
cia de' barbari agguerriti , mollo meno fnrono in 
istato d'impedire il dispotismo del viocitore, da 
che egli s'ebbe più fermamente che mai conoii 
liato r affetto de* suol coli* assegnamento di beni 
stabili, per la conservazione de' quali diventarono 
ancora interessati «dia difesa del prìncipe . Del re* 
sto, tuttoché dolesse non poco di presente afpar- 
ticolarì il vedersi spogliare de' lor poderi , era non- 
dimeno per 1* universalità della provincia utilissi- 
mo e necessario partito quel che prese il re bar- 
baro. Nell'essere incollo ed ozioso in che giace- 
vano ■ tanti ten-eni , comecbè rincrescer ne doves- 
se l'abbandonargli affatto a chi gli aveva, biso- 
gnava sicuramente un provvedimento vigoroso e 
gagUardo, senza il quale non sarebbe potuta ri* 
sorgere la' coltura e la popolazione . Ne era diver- 
so, né meno incomodo V. a^avar di nuovi impo- 
sti i padroni, per fornir l'erario pubblico della 
somma necessaria a fine di pagar il prezKo di 
quelle terre . Perocché , come avrebbe potute 
Odoacre pigliare altronde il danaro per si immensa 

(0 Procop. d« Bell» Goth. lib. i, cap. l. 



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Ltbro V. Capo 1. 1 1 

compra? Al solo Licurgo, se fe vero ciò che si 
l'acconta , -questa sìr^olarlode fu riserbata , d' arer 
fndotto gli Spartani a ricevere di buon grado ùntf 
riforma generale dello stalo , e ia riduzione de' be- 
ni ad una generale uguaglianza . Da ijuesto esem- 
pio in fuori, 'non so dove si traverà nelle «Iorio, 
che sìa riuscito ad alcun riordinatore o fondator 
di nuovo «tato il poter senza modi aspri e vio- 
lenti arrivare al ■ suo fine . Tanto meno sembra 
da riprendere , a parlare secondo l'umana politi- 
ca, Odoacre, che poteva trattar da conquistatore 
gì* Italiani . E coihechè sotto il regno di Teodori- 
co affettassero ì suoi d'oscurare più che potevasi 
le azioni ed il carattere di Odòacre , possìam tut- 
tavia tener per fermo che Teodorico trasse dal- 
l' ordinamento e dalle azioni di Odoacre lo stes- 
so vantaggio e forse maggióre che non ebbe Ol- 
faviano dalla dittatura di Giulio Cesare, che gU 
spianò la strada alla monarchia. 

e A P o n. . 

Di alcune rìvoluziom del Nerico r^aràantt 
Io stato (Tltalia. 



dtabilite lé cose di dentro all'Italia (dove, ec- 
cettuata la novità dì veder capo del governo e 
signor sovrano un re, ogni cosa fu per altro o 
lasciata o rimessa sééondo il tenore delle stesse 



=dD;Googlc 



13 DèU£' B1VOLU2IOKI. V^^ltAÉiX 

leggi Romane,» cogli stessi nomi de* mi^trati w 
a colto steesor uffizio dU pcima), Odoacrtf & Sa, 
cercato^ o si mosse spontaoeaaieBte a^ igUar pav- 
te nelle cose del Norica e de' fìugi. Cotesta im- 
presa di Odoacre per le cose del NofÌco, donde 
ì prosperi successi doveuio p^r altro afisicurar vie: 
DUgMo lo stato d'Italia-, ed- aociwseere la graa- 
dezza , la riputaKÌone e le forae del re, non se-, 
lamente fu l' ultima' ,- ma forse fit quella ohe ae- 
celerò grandeiaeDle la sua. oaduta e Ia' desolazio- 
ne del suo regDo . Perì) è necessano di fótroe men" 
zione, aneoTchè assai difettose e scane notizie- «e 
ne aieao state, trasmesse, sparse, pia ttotto incideor 
temeote nella ^ìta di qualche santo ntonaii^o- (^)>t 
che riferite dì proposita da^i scvitton di oose n- 
vili o, di guerre-.' 

Era re de'Rugi.,. nazioa Oermaoica, ab Fé- 
bfm V detto altrimenti' anche Ì'»va, e Fetètteó. Co- 
stui o per voglia ed ambizione sua propria ^ 
tì-attovt dal genio della nazione 6era «d intimi- 
tà , travf^liò con, guerre e con iscorrerìÌB lunga- 
mente i popoH del Norieo ^ ì qmdi per mettere 
qualche riparo ai ler mali,, chiamarono in aiuto 
il re' d* Atalia. Vi andò Odoacre kt prima voka in 
persona , e sconffsse i Bugi , accise Fava lor re , 
ed obbligò Federico di Iui figliuolo a- saFvar»' «^ 
la fuga* Ma, tornato il vincitcwe in- UaUa ^ Fede- 
rico tornò nel suo paese a ngnoceggiare- come il 

(1^ Eogip- io Tita ■. Severi i^ad Bollanti. 8. jtn. 



=dDvGooglc 



Libro V. Capo H. «3 

paSre, Cift* inteso da Oiteacre , tnandb con buoJ 
ewrcìto an sud fratello Aonutfo , il quale utr"*!- 
tra vojta eòstrfàse Federico a lasciar il pae^, o 
ritSparsi a tioTa deHa ■ Mèsia presso il gran Teo- 
dorico, a cui «ra coDgiairto in qilalche grado di' 
panenWla (i). Per questa vittoria benché potesse' 
credersi che le cOstf dolessero essere in tutto quìe- 
tftte da quella parte, Odoaere, piir non aver d! 
Qaovo a pfgtiarst pensiero deHe cose de' Rugi ,' 
prese questo partito di trasportar io Italia gli an- 
tichi abrtatori del Noricd , e lasciar quel paese 
vuoto jiHa piena disposizione de* Bugi . Que* del 
Nórièo furono Ketissimt di to^iers! nnà volta alla 
viclnqnka di' gente GOii raoTesta, e da cu! noh {spe- 
ravano mai d'essere lasèlat! in pace, per molte 
volte che U battesse il re d* Italia lor pròteftOFe, 
I Bugi che daHa «conStta rìceruta ebbero quasE 
Io stesso frutto .ehQ avrebbero avuto dalla vittoria; 
cioè d'occupare le terre altrui', doveanò averne 
anzi obbligo , "che malevogKénza verso Odoaere ; 
e l'Italia n'ebbe vantaggio' non mltiore,' per una 
grandissima moltitudine di persie che vennero 
con loro robe e bestiamt ad abitarla: la qual mol- 
titudine a^unta ad pn numero ioEnito di schia- 
vi che ntrasse Odoaere daHa «sa prteià spedizio- 
ne io quel paese, e che tradusse ìn Italia, era il 
più opportuno sollievo ohe queste nostre oontrade 
tanto sfornite d* abitatori potessero desiderare . 

fi) V. Ennod. io lib. dìcto Theodorici reg. pag: agS- 



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14 .Selle. Bivolijziom b* Italia 

Odoacre con autnent^c ùf .tal'modailouatemde* 
sudditi V pcìmo e costante prinpi^a di grandézza 
per t regnanti» pareva che^ fosse- per gpdecsl più 
sicuro e più quieta cUa mai >l.«K?rcgpo,- JVIa gli 
effetti che segtiicoDo, furona tro,ppo diversi ,da 
(]uelli che si potevana r^ònevotinente' appettare, 
GL' Ifaliaol già pieni di mal upioie verso O- 
doacre pec la puma: diviBÌone. de*be;iì^ e' pel suo 
goveroo- certamente più. v^vast^diqueUo.cfae con 
eran» soliti dt.pcovare: dagr^iupci^^^FJ^i riceyetle- 
to per avventura» nuova $dnii?lo' a. . desiderar mu-: 
fazione di stat(^ per qu.^ta seo^ivìa: distrì^imoiie 
di tenieni ohe ecmveiuie: fare, a . qve* del Horico, 
i quali ù vtfut^to ad aggregare agli altii barbari 
che- occupavano- e ^pote^a.yaao' PltaUa- Pen:i{> 
non è- dubbio^ eh' eapi sojlpqit^ero' paj:^colann^D7 
(te rìinperador Zeoooc;, cW li temesse;. ^all'op- 
pressione di qufiSti barbjyril. )S?1, tejflpo- -ste^o. Fe^ 
dorico- ed. altri Rugi> igalcoiri^ti so}IécitavaDq Teo- 
dorico a far di loro wadettacofiCeaOdofi^BK;, chf 
gli avea: mal conci nel; Norica XO* ■ ... 



- ( 1 ) DaUfr po«far «4w e confuM' «bir di . questa - gaem 
iti Horico e de'Ragi ci fnron lasciate .. sembra potersi rac- 
cogliere che fosse ira' Bugi stessi guerra civile, e che Odoa- 
cre, il quilo forte ei«. «iella medeiìiba Mnaoe , Matimbst» 
|)c^ sastanera una tieijt fi|ZÌ(»DÌ caDlrasUpU, e che io gra- 
»a de' suoi proteitt si nvviBnue anche di evactrare il Cion- 
co. Eugip, ap. BoUand, 8 Jan. pag.^g^ — TiUemont art. j 

« »;•■ ..■.■.-.. 



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Libro V, Capo IIL «$ 

C A P O m. 

frìtHsìpit liì TtodoHc» il Grande : 9Na mossa 
^ntro d* Odpaat : . vicende e fine di quella 

guerra* . . - .. 



jyia; 9 dir veFOr itlfri magg^wi ìnleressi e;motÌ> 
vi più efBcaù c&e non e^ano o le dogUanze de- 
^rjlalfaiii b la vendetta de*KugÌ, condussero alla 
vol^ d'Iialia il gcftoTeodovico- Ripigliamone pei'h 
tanto bcerenwQte r.origine, la vita ^ e le nazioni 
da* loro principii , gjaccliè non è dubbia efae le 
prime sue ini|»ese servirono a far^i strada al con- 
quisto d'Italia» dove pochi re , pochi iniperadori 
fccer comparsa egoale a lui. Discenda» Teodpri-» 
co per lunga serie' di ben dieci generazioni da Axìr 
gis f, cogpominato AmaJo y che fu una di que' fa- 
mosi eroi de^Goti, chiamati dalla nazione o/ui 
o semidei» e da. cui prese il soprannoine d^Amt^ 
]a la famiglia di Teodonco, il quale era altresì 
^chiamato V Amalo per distiogoerlo da altri pria- 
i^pi Goti del suo tempo, che pur aveano Io stes- 
so nome di TeodorJco (i). Suo padre Teodemi- 
ro, re o giudice di una parte de' Goti che s'era- 
tH> stabiliti' nella Fannonia , lo mandò in età assai 
tenera' a Costantinopoli appresso a Leone , come 

[i] Jornandes, sive Jordau. de Rcbui Gct. cap. 14. 



D.q,t,zed.vG00glc 



1 6 Deuìè Rìtòluztohi i»' Itaua 

statico della pace allora fennafa tra* Romani e i Go> 
ti (i). Così ai vantaggi ddla' nasbita , edalle do- 
ti DÉUuralt potè il giovane Teodorìco ag|;iugiiere 
altre qualità che non avrebbe forse pcrtutovacquii- 
«tare restaDdo fra* suoi (i) .■ La necessità in eui 
ii trovava dì procedere con rispetto e eoa |fuàcdia 
per essere in casa « nelle force Strili « gli fece 
prender conoscenza delle persone e dcjgli affetti 
umani , e lo avvezzb per tempo à moderar Is na- 
tia fierezza, lo «dégno e l'impazienza. Rimanda- 
to poi Ubero a casa dopo dieci anai ( an. 47 1 } 
dallo stesso Leone aagiisto , che cercava di farsi 
vie più benevolo tanto il figlio* che il padre, dath- 
do all' ubo la libertà, all'altro la consolazione di 
Heuperare un à: caro pegno'; se ne venne Teodo^ 
rlco nella Pannonia , dove Teodemira era pur al- 
lora ritornato vittorioso degli Svevi e degli Ale- 
manni. Né stette molto a dar pruovo del suo va- 
lore nelle opere di gaerra j perchè in assenza o 
Senza saputa del padre mise insieme buona mano 
d* amici e di vasìtalli di casa sua , e eoo tale èser- 
feiEo marciò eoofro Bebedo re de'Sarmati, méntre 

[i] JorDande), sive Jordan, de Bebm GeU cip. 5a. 

[a] Diodoro Siciliano e Gìumìdo haao oucttMo che 
fra le cvgiont della grandetu di Filippo fendaiure della 
monarchia de' Macedoni, fu Teucre egli stato in gioventù 
lungo tempo come ostaggio in Tebe, dove per la cono- 
•ceoza d' Dpaoiiuonda e di Pelopida e d' altri Greci capi* 
tant e politici apprese l'arte di governare, con cui inoalii 
là piccola per l' avanti ed igaobii nazione de' Macedoni so* 
pra lutti gli stati della Grecia e dell' Alia • Justin. lib. 6 in 
jine ; et lib. 7, cap, 5. — Diodor. liè. 16, pag, ^«7 <V' 
Boti. lom. 6, pag. 'i5. 



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Ijbxo V. Cupo UL r. 17 

costui n*E(iidaTa fcfo e' niperbo per .una nttoria 
riportetft sqpra un mercito di Romani -(i). Così 
GWMuuto di forze , d' esperìeaza , di riputazione, 
sUooedette al padre nel' prlacipato , e rendi egual- 
mmte ue(ì«ss«ria ohe cara l'amicizia sua a Zeoo- 
ne* il quale aotto nome e colle ragiooi del figHuo-» 
lo era, succeduto BeH'imperìo d'Oriente a Leone, 
detto ÌL Grande , l' anno spesso che morì Teode- 
miro (ak. 475)'. Questo nuovo imperadore^coQ- 
fermb troppo volentieri col figliuolo la confedera'^ 
ziooe cbe s*era poco prima rinnovata col padre; 
e non and6 molto cfae ne provò con sommo van- 
taggio gli. efietti : il che fu nella ribellione di Sa- 
siHsco.. Zenone ,- scampato anche per l'aiuto di 
TeodoricD da quella burrasca , Io accrebbe graor 
demente di ricchezze e d- onori , lo creò patrìzio 
generale dell* armi , e lo adottò per figliuolo, se- 
condo>.iI rito di que' tempi (2).. Ma Zenone, in- 
co^qtùsimo e sospettoso ¥«"80 tutti coloro cha 
aveva ingranditi, e sempre agitalo da pensiinri di 
ribellioni o^vere o temute, non tardò lungamen- 
te ad inimicarsi l' Amalo , cui ' perfidcuneote atM 
baqdonò senza soccorso e con false g&ide alla mer- 
cede d'un altro re Goto, cioè Teodorico il Losco ,; 
che in quel tempo facen ^erra all' imperio •. 
L'Amalo uscito felicemente da quel; pericolo per 
Tomo II va 

[i] Jorn. cap. 55. 

{.a] Ualcb. de Legat. pag. BÌ et Kq. ip. Tillem. tom. 5 , 
tit, de Zgdod , «Tt.-i3-i3> 



ovGooglc 



i . ■ 

iB DeiìÉ flrtétowqjrt ^'Italia 

!a geiwrbsftà dd tao oakiODftl*, •'pri«^f6 «rfla 
càrica dì generale', ebbe |*r «léutìi aBrf! aipefta 
nimicizia colf' imperadort , é andò èsIìtméDie {■* 
fesfancio or fa Tracia ^ tir' la Ma«dbiiit ; fiftcM 
dopo vari fatti d'armi e vttti trattati fìifléMÒ boI* 
ia dignità di prima, e fatto %éatnAe delle'mitìi 
^le di corte» e éreàto consólo nel 4^;' *eni tì 
nuovo ' àtiimente rìmperadorc ofell4 guewa ci^, 
vile contro dMllo. Ma offeso lin' alfra +oltÀ dati 
la doppiezza e perfidia lolita dì Zenone, raBtìio 
quella corte e si ritirò a Nova, capitale dell* ter- 
re che possèdea nella Ména: qiliodi nel 486 av«n^ 
do rionovata la guerra contro Zenone , ' torob n 
saccbeggiar la Tracia fino alle' poi^e di Costanti-' 
nopoli, dove Zenone quasi stretto d*àssedro e pìen 
di paura fece propOTre a Teodorico qu^ló che al- 
tre volte gli avea negato, essendone da luirit^tfr* 
sto . Sette anni" prlriia , che fu nel 4^5 • Tebdo^ 
rico s'offerse a ZenoBe dì venir lo Italia, e,;caoJ 
eiandone Oddaere , di riporre sul trono Giulio Ni'' 
potè che ancor vived: alla quale offerta non volJ 
le corrispondere I* imperadòre , o perchè non VO- 
IwBé lasciar Teodorieo il Losco senza rivale o^a 
«putazione che godeva allóra m Orienta, o per 
altra ragione ch'egli avesse (0- Ma' ultimamen-' 
te vedendo Zenone, che, abbattuti gli altri capi-: 
tani, di ninno più gU restava a temere, che di 
questo stesso Teodorico , s* avvisò dì levarsel 

[ì] Malch. pag; 84 ap. TiIIeiB. vt- iS, 34- 



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., Libro . V. Capo UL rg 

d'afìonio ooa rlyplgf r^o.alle cose d'Italia , dov« qua- 
loDfjue fosse l* «cito della guerra tra* Goti ed U 
pe Odoaore , altro clie vantalo e stcureua noa 
era per riaverne 1* imperio Greco - Imperciopchè 
se Teodorieo era U perdente »,gU si toglievano co- 
si le 'ktm e la nputazione di nuocere io : altre 
porti; e se tiusctra vittorioso colla roTÌna d'Oi- 
doacre^ dovea mdto jttene cbiamani contento del 
dAmiiHo- d^ balia , fi degli acquisti che verso Oc- 
cidente e^i potea &re *: s,eDW turbar le cose d* P- 
rtente. ^Eradorico < benché non ignorasse Tiatenr 
zione di anione , pure accettò animosamente il 
partito, e s'accinse all' impresa . Non si può trop- 
po aoeqrtare se 1* accordo che sì fece allora tra 
Zenone e Teodorìco , portasse .che 'questi * con- 
qatstando 1* Italia, la ritenesse e lasciassela a'sutu 
À'aecndeati come stato proprio, dd ereditario , o ed 
più aoa qualche dipendenza dagl* imperacbori ; o 
meramente con patto espresso * che dopo la mor- 
te-di Teodorìco. doress^ riunirai all' imperio , co* 
«e, di poi pretesero i Gceci (i) . Certa cosa è che 
i Goti si valsero in questa implosa del nome Ro- 
mano , :e che Teodorico si comportò da princìpio 
come capitano e luogotenente di Zenone, il qua-* 
le {Basendo solo riconosciuto imperadore in tutto il 
dominio Romano ,,^i presumeva tuttavia aver di- 
ritto sopra ritalia. Ma non à latao certo dall'altro 
canto, qual che si. fosse l'intenzione o espressa o 

[j] ProB> df 9eU. Goth. |ib. s. cap. 0. 



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%o Djslle RiTOLuzioin d* Italia 

tacita della Corte Bisaotiiia ,' ohe . Tcodocico kcé. 
fermo disegbo di ftMinaru delle provinete . Itatiam 
ODO Slato proprio ed indipendente, e .d'assìeurar- 
ne a* suoi la MiocessiotK . Una moltitudine ìoqu^ 
merabile, fatto di diverse gcpti un sol popolo, ù 
mise ÌB cammino a seguitar la fortuna drl prinoi- 
pe Goto cfae la invitò . Né solanieDte traevaoo.iii 
Italia uomini atti alle armi > e quelle persone che 
potevano servire alP esercito ; ma à veuiKff te ^Ur 
ne co* bambini in collo, e grandittimo muBMo.di 
fanciulli e di femmine d' ogni. età, Icoi loro be- 
stiami ed arnesi e tutto quanto aveano' di. mol»^ 
le al mondo. Furono per questo effetto' fabbrìott- 
ti carri a guisa di case; e si adattarono sopra ruo- 
te mulini, e tutti gli altri instrumenti e. maccbi- 
ne che per la necessità della vita potevuio abbì- 
-aogaare. La qual dosa tuttoché dovesse cagtonare 
inBoito disagio e notabile rìtardanza allaigueiva, 
nutasimamente essendosi ùtrapreso sì lungo viag- 
gio nel cuor dell* inverno , era senz* alcun . fallo 
mezzo utilissimo' a Teodonco d' asnourani in pi»- 
cesso dì tempo il fermo possesso delle sue óon' 
quìste . Superata- dunque l'asprezza .de* monti -Ira 
il rigore del gelo e l'impaccio d'attissime -noTÌ> 
-varcati Burnì difGcilissimi, noti e fugati ì Gepidi 
«he si levarono in armi per xxiatrutar' 1' aodi^ 
'de'Ootì, già tutta 1* immeiua- torba s'.ffmcinBva 
>^allMtalifl. NèOdoacie si aUva- neghittoso a Kotìt 
le novelle di lor venuta ; ma armatosi gagliarda- 
mente alla éiitast^ si 'few iocMh» -a Sepdorìco'' 



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tiBRo V. Capo DL ar 

&o alle ultime -spiagge deH* Adriatico (i) . Fu 
detto, ancorché con esagerazione da panegirista « 
eh*-egU avea 'più re nel suo esercito , cbe non so- 
glia aver soldati un genei;a]e; e che, quati sctio- 
titor del mondo , avea mosso cootro di Téodorico 
le ùaiverse nazioni. Certo par bene, cheOdoacre 
dovesse aver maggiori forze di quelle cbeoimdus- 
se r assalitore ; pur nondimeno , o perchè Teodo- 
ric& fesse meglio obbedito da* suoi che non era 
Odoeere p« la.oonfìisione ebe cagitma la tsolti- 
tudine' massimamente de* comandanti , o perchè i 
Goti '(imbattessero con [hù bravura , Odoacre fu 
disfatto nel primo incontro al fiume Zonzo presso 
Àquileia . Raccolte e' riordinate, le sue genti prea* 
so a Verona dove s' accampò , ebbe quivi a toc- 
care una seconda sconfìtta; e tra per queste rot- 
tef ,e ia diaerzione dì Tdà, uno de* suoi più vec- 
chi generaH, pareva già ridotto airestcemo: oor 
de non potendo più fìir fronte in campf^oa aper- 
ta , 8* era ristretto in Ravenna . Ma la gueri« non 
ebbe sk^ presto 6ne > come mostrarono le prime 
^oni; e la parte di Teoderico non fu esente da 
travagli e da pericolose vicende. U general. Tufa 
ch'era passato nel partito de' Goti, non trovtuido 
il suo servigio bastevolmente rimunerato da Teo- 
dotieo ,' come fu. sempre difficile di^ conteiUa v, e 
■&iù cotesti capitani dà veirtura,< passò di nuovo 
lAf «bbedienn d' Odoane » e menò sepo nofabìl 

:4i>finiiod._» Jib. di«l0 I^odprv wgc, pag. 5oi-a- . 



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22 Delle RivoIuzIoni d* Itaua 

baada dì gente, dì cui TeodOTÌco gli '(iv«& dato; 
il comando. Nello stesso tempo quel Federico,, 
principe Rogo , eh' «a stato sì caldo -a . sollecitAi 
ì Goti a portar la guwra in Italia, poco soddisfat- 
to di Teodorìco , o allettato da . piìt motangfosB 
condiziooi che gli offerisse, il oeniico, passò'aBcor 
egli dalla parte di Odoacre , dove por .^tro' bob 
istette molto a romperla cogli altri- jcapi - di quei 
partito. Ma intanto il re Goto phe ^'à era« fat< 
to padrone di quasi tutta l'Italia .'ftcenato ed al^< 
battuto per queste rivolte^ fu costretto aclùud^- 
si in Pavia, bitta particolarmente inoliofita'a lui 
per la -memoria de* mali sofiecti da Odoacw neUa 
disfatta d'Oreste. Era quella città , heijohi auai 
forte io quel teippo^ poq perjl) mo|to^i«|ule ; on- 
de fu d' uopo fabbricar 'nuove ' c^e ed innalzar le 
antiche, perchè vi potesse capir ^ófa genti: e i 
vecchi abitanti coi barbari vi stettero ' eosìt stivati 
41 meglio che fu possibile, Uà tal partito doveva 
.parer- azu-dfso a priina vista , pel peri<s>lo ragt- 
-ni restissimo di ptirir della fame ^alora vi- foiae- 
To ««sediatì , com^ era ragiònevglnMsotf^ 44 aspi^t- 
-t&m . Ma Tecfdorico q. per sentin>eat(> d'mnaiutà 
'non voHe abbandonare al furoV de*- nemici quella 
genie inerlue che s'era fìdàtajn lui, é pierder:CO- 
cù''l'affetto;e la-confìdanM'ide' popeH.chs troppo 
gì' importava di.coocilim-si; o véramiilttv^fglJoòo- 
fuìò moltissimo nel. aocQorso de* Viùgoti * spoi an- 
tichi nazionali , che dalle Gallìe aspettava ^ che 
ia-'fdttl gioDsero 'wcoi^' peE.teoipo. Tra pWqueato 



ovGoo^lc 



' Libro V. Capo ^. i3 

aiuto de* Visigoti, e per lo scompiglio e lacoufu- 
siòDè -eh* entrò improrTÌsamente neli* esèrcito d'O- 
doBore,' 7eodorioo riprese assai tosto il vantaggio 
di prima, e non' solamente si fu liberato dall'as- 
sedio, ma rispinti ì nemici e 'divenuto quasi im'- 
màntinente assedìatore , bloccò Qdoaere nella cit* 
tà di Ravenna . Il vero è 'che Odoaere potea star 
ehiuso in qtiella città a fiiiglior condizione , che 
non avrebbe potuto far kingamonte in Pavia Teo- 
dorico; perchè <di Ravenna restava ad ogni even- 
to- sicuro scampo per mare, ed era per la stessa 
via 'molto facile il rifornirsi d'uomini e di vetto- 
vaglie, per aspettar le nuove vicwide di quella 
guerra . Con tutto questo , mancata forse agli as- 
sediati la sperane d' aiuti stranieri , e della pro- 
tezic»ie che Odoaere non tralasciò di' cercare in 
questo frangente dall' imperador Zenone ; riè cre- 
•d^bdo di trovar fuòri "di' Ravenna e d'Italia sede 
«itìif*, sì venàe a trattar d'accordo cogli aKedian- 
ti . l^ accordo si fece veramente , ma le coadmo- 
ni particolari di qud trattato ci sono ignote . Se 
'non che la storiarne accenna confnsam'ente ^ ohe 
Teodorico acconsentì cH conservar la vita, ài suo 
emolò , e di lasciargli qualche parte ancor dello 
'&tato d' Italia . Ma troppo è raro che tali promes- 
4e sienb sincere, e che le paci che si fanno dòpo 
odio inveterato e nimìcizia esercitata oon grati fu- 
ro je , sieo dtfrevoli e sicore. Ora, qualunque ios- 
'se il p'riiAo dei 'due'recbe 4ent6 d'andar ^ebntro 
ij- patti, l'esito fu pur tale, che in .capo alpochi 



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3j4 Dejxe RiyOLuziONi ij" Itaua 

.giorni dalla tesÉi di Raveooa Teodoi't£& ' toke di 
4)'ropria tnaao la yila ad Odoacre,. nella 'Sui mor- 
,te ebbe fine ua'avpra e rabbiosa guerra' di quat- 
.tro a^D) coDtiDàt, iS che fu. oagioBe alltltalis 
d* iafiahi; ma]! ; pereti le città', « i borghi, e le 
joampagqe^ oocupatealternatÌTanHHite orai^l* uno, 
ora dall'atro partito, erano egHalmeote sposile 
e devastate da amendue. E come se i danoi-di 
questa intestina e. possiam &'re civile, guerra fos- 
sero leggier cosa air afflitta Italia, vi s' giunte 
un terzo nemico a desolarla con più furore . I 
Borgognoni o Burgundi; ohe sotto il re Gonde- 
baldo tenevano la Savoia e la moderna Boi^ogoa 
con- altre provinole delle Gallie, vedendo J due 
re pretendenti del regno d'Italia forte oòcupati a 
combatter fra loro, passate le Alpi, vennero non 
solo a dare il guasto alla Liguria, ma. predando 
tohe e bestiatm quanto poterono trovare , ne me- 
])aronD anche schiavi molte migliaia d* uomini ; 
talché le campagne 1 che per gli ordinamenti di 
C^lc^aere aveano cominciato a rifiorire , ancora p«c 
queste incursioni' de? Burgundi ricaddero nella pri- 
mieta solitudine ed ìncoltura , e minacciarono a 
cjoloro che scampavano dalle mani de* predatori, 
gran caro dì viveri e gran famer. A tutti questi 
mali un sol conforto ^iveano d* ordinario i miseri 
jho^G ,. ed era la carità ed il sc^ecìto zelode* re- 
«covi e de*" sacerdoti . E certo, «.mai i ministri 
della ^ligione giovaroqb agH uomini anche per 
le . cose . temporali , io. que»ti tempi furtmo e| , 



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. treno V. Capo IH. aS 

Iraragliafo mondo ^'ovevòlì&simi . Stimo io qui 
pertanto soD. disconveoirsi a questo luògo il dìmo- 
èttare succintameote , come in cotesti tempi che 
ora discorriamo y aresttr prìad|Ho quelle signorie 
ecclesiasticlie, le .quali poi ebbero grandissima par- 
te nelle rÌToluzioni cbe avvnmero in Italia eà al- 
tri regni dell* Occidente ne' sectJj suss^uetrtì. La 
quel c^sa o non intesa , o fìi per malignità, dis- 
simulata dalla più parte degli autori die di qne» 
atì domini temporali della Chiesa anno scritto . 

C A P IV. 

t- Orbate tklta podestà e ad dominh tcmporaU 
degii ecclesiattici. 



xje calaraiìà grandissime che totte le provìncia 
occidentali sostennero dalla malvagità^ de' ministri. 
imperiali, e dalla forza de' barbari i quali si soor- 
gevano manifestamente guidati dal voler sopecio- 
re del. cielo f ayean rivolti molti mortali al pen* 
siero di religione, ^i uni per trovar, come ri 
suole , coosolaztone nelle - miserie presenti ^ e g^ 
altri per riconoscimento delle prosperità. I Goti» 
i -Vandali o gli altri barbari , ancorché o cooveiv 
.titj -di poco, tempo al Cristianesimo, o infetti del-' 
jjliiiaoa eresia, e, molti di: loro tuttavia immer- 
si nella superstizion pagana, riconoscevano la fe- 
lipità dell'armi loro dal iàvoce de! ciel<p. £8Ìccoine 



=aovGooglc 



«6 Delle Rivoluzioni d'Itali^ 

pio volle ool braccio di queste nazioni flagellare] 
Romani (i), così non è faos di ragione il crede^ 
xé che rìnuiniirar Tolegse la religicmé loto t tutto- 
ché diCettos9 ed erronea, con temporali vantaggi: 
La virtù, e la santità de* vescovi , che in q«wto se- 
tolo fu in molte provinde singolare e maFavì^io^ 
«a; (regolando Iddio ogni cosa con modi vari ed 
incomprensibili), giovò anche assaissimo ad in- 
generate negli uomini barbari rìverenEa' e vmera- 
zìaoB al nome Cristiano ed alla legge evangelica. 
G)sì il primo visibile effetto che produsse in Ita- 
lia r invasione e poi la signoria de' barbari, fu 
r estìnguimento totale dell'idolatria. E dove sotto 
i Romani augusti, eziandio fatti Cristiani, appena 
si ardiva nel senato professar il vangelo , sotto un 
re barbaro divenne nel senato medesimo delitto 
. capitale il solo sospetto d* idolatria (2) . Ma i tra- 
vagKftti sudditi dell' imperio trovarono vantaggio 
temporale nel rispetto che i loro vincitori ebbero 
alla religione : perciocché nel sommo disprezzo che 
fecevano i w barbari degl' imperadori e .de^bro 
ufEziali , dovette la carità de' sacri ministri , a fine 
di provvedere a' bisc^ temporali de' loro popoli, 
. impacciarsi grandemente nelle cose dì stato . 

Anche sotto Enrico, re Goto, che tenea par- 
te delle Spagne e delle Gallie, i vescovi non so- 
lamente furono spesso impiegati in varie amba- 
-, «cècie per trattar paci e legfaetÈa'Goti^i Romani, 

(0 Salv. Je Gnber. — Àugust. d« Civ. Dfii. 
(3) Boeth.' Itb. òo CoDiol. Thiloi. 



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' - Libro Vi Capo IV. ay 

ma Inailo ònKaariàmente èfaiamatì in fufte le aa-> 
sem%lee<c^ ìli tenevano i& ^eAe 'proTÌDciie per 
regolare i pubblici affari (r) . Ma Tltalia 'eb- 
be speBÌalmeote à seiìtìFe i salutévoli effetlt del- 
la parte, cbe si «dovettero pigliare i vescovi dbU 
le tnnpoFali -fauceodèl Nófo è per tutta la stCM 
rk ', come t' ìtitet^HMizioDé. del muto poatefite 
Leotìe I; scampzfssft la eitf à di Boiba dalle ^dé 
Tovfnatricì degli Unni . Qoesftj stesso pontefice ali- 
teone dal' Vafidak» Kyehserìco , che nel setìofldft 
»aceo di Rbtnà fes^rò éoìiséiH'afé le pel^otìe e -le 
case de* <iÌtt»tÌDÌ ; it cbe A àderàpi in quanto fu 
potìibile in cosi fatti casi'. "^E partitt cbe si fiJtó- 
ho i nemici , bob altri tneglib thb -san Leone si 
fidóperb a ristorare ì danni del patite sacdfa^gid, 
Bfel tempo stesso '^k dn *ltrò santo Téscovo Éi 
Cartagine v?sa indicìbile' canta 'èÓDfin>lai^ -è %oiMe- 
iiev^ grandissimo numero di Romaài cràdotti' pirf- 
■gitìbi ià Cartagine, parte de' quali riscattai ■ poi 
in appresso ritornarono ad àbftare la perduta? pA- 
■trìa (2). Fdofai aurni dopo pqfecdhi vescovi dJBa 
l^mbardia, comesant'Epìfòmo di PanV, Lb- 
, renzo' dì Milnò,- Vittor di Torino, fecero ift vaft- 
fag^ìo£ queste Provincie tutta quanto^ pótvebbe 



tìoncique. portantur . jipol. L 6. ep. Ù ad Basii- . ..• • per 
■■ VOI legatione* meaiit . v obi» prinium , quimqaam prìncipe 
abMDle, non lolnm traciaia rKScrautnr.. verum ;tiain tran 
fclanda commlcitiiitur . Ihid. episC. 6 aà Graecunt,. 
(3) V. Orsi, et Tili. Biili'eccWi.' ' ' ■ 



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%ó Delle ^watvzvssi n' ItalU 

TreTÌrì (i) . E nella stòria della chiesa dì Reinu 
si trova frequente menziotie ài colali fortezze che 
i vescovi del quinto e sesto secolo edificaroiio a 
difesa de* lor diodbsani . Òr, come questa è a 
mio credere la prima e più antica origine de* do- 
mini territoriali degli ecclesiastici , così 1 àUtorì* 
tà che la condizione de' tempi ed il pi'oprio lo- 
ro zelo diede a' vescovi nel pubblico codsiglio del- 
le città e nelle corti de* rei diede principio a 
quella possanza ch'essi ottennero poi grandissinia 
in tutti ì regni dell' Occidenfe, particolarmente 
dell'ItaHa^ E bel seguente capitolo si farà inen- 
zinne «une i vescovi di Pavia* dì Milano é di 
Torino ebbero moltd parte a rimettere in ìstato 
le cose d'Italia dopo la rovinA d*Odoaare e la 
vittoria de' Goti , 



fi) BaeC vtr apostolicui Nicatiol arva |>«ragraw« 
Condidit optatum pastor ovile gregi ■ 
Tnrribai indtixit terdeais undique collant; 
PraebBÌt liìc iabricaoi) quo ncmut ante f(rìt> 

yenant, Fortunat. da Cast, leali Ifìcet. Uh. 5 carm. io- 

Vid. Crinofh. Browtr in notis pag. 8i. 



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' ■ ' tJBRo V. Capo V^ ' 3r 

■' ■ ' C i f ò ■■ .'V.^ ■ - .' ■ ■ 
'Staio ^ fialùi sot/e\Tko(ÌoTÌcó: grandezza 

JVlóI^'MTitniri di quelli cbe fraltdrdno la storia 
éi 'CeOd<irifìo, intaal^drond' 6fao' al cnélo la mode' 
raiìone'di'rui in'cib.'cbfe potendo per ragion di 
con<!iuista reggere secondo le l^gf di sua nazione 
le pròTÌflcìe Italiane, volle anzi assoggettarsi alle 
leggi .romane , lasciando' i Vioti nello statò diprì- 
Dia ; laddove ' t re EVabcbi ridussero ' quasi alla 
condizion di servi i popoli deKe GalHe. Ma sen- 
za panto s«jeniar della lode di questo re che so- 
lamente da* barbari ingAgni potè meritarsi il no- 
me di barbaro, non è però dà tacere cbe ì mo- 
di cb* ei tenne nel suo governo ^ furono efletfi 
non tanto della naturai sua clemenza, quanto 
della sua politica e della sua accortezza* o forse 
ancbe della necessità cbe ve lo astrinse . Cbe i 
Franchi trattassero alquanto più aspramente le 
Provincie cbe conquistarono nelle Galb'e , che to- 
gliessera a' vinti i due terzi de' beni , ohe in ve- 
ce delio leggi Rottane il re Clodoveo pubblicasse 
un «uo codice di leggi. divenuto famoeo ne* poste- 
riori tMDpi per un soia brevissimo articola fra 
più di settanta che ne comprendeva, non ci dovrà 
parere strano , se noi riflettiamo che Qodoveo 



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3s Delle RiTolvziqni. o* Italu 

assaltb le GaUie come nemico dichiarato del nomo 
Romano , e rìsohito di iDvcaciar lo- stato delle 
Provincie dov* egli portava l' armi , e dì signoreg- 
giarle a MIO arbitrio (t) . Ma Teodorìco. vt>on 
elisegli entrasse armato in Italia, per distruggere 
gli ordini dell* imperio * ci venne al contrario cO' 
me liberator de*Bomam, autorizzando 1* impresa 
col nome d'nn imperadore d< cui ri dichiarava 
vassallo. U perabè non sarebbe stato prudente 
conyi^io , eh* egli contro la data^ fede togliesse 
agi* Italiani quelle I^ggi e quella fordia. di gover- 
no, a cui erano- per tanti secoli, assuefatti* e che 
Odoaore «tesso non avea abolite '■ . Ned era si 
grande il. numera de* suoi Goti, 'almeno dopo i 
disastri della passata gueiTa,..che per; ricetto to- 
ro portasse il pregio di sciinvólgere tutto il siste-t 
ma d'un paese grandissimo .' ]?er idtra sparto aóa. 
erano. i Goti, di lor natura né inumani ed. incivi- 
li , né avversi alle massime del governo iKonutnc^^ 



(i) n Mopteaqaieti n«( ÌA. i9, cap^ 3 ,* e> 'piii spnìaT- 
mente nel Uh. ìQ,cap. a3, i{ tf^lp Spirilodellé Itssii^ 
rìgelU aaimosainfole come ckinREv^o il .liiteiDa dell'abate. 
DuboB, il quale in un'opera volaniinaia sopra lo stabili- 
menta della nqnart^ia Fnncéic pretentle mùiintt blie i 
primi te CraDcbi foueio noa loltnienit ÌKvUaiii d*^ pepali 
(Ielle Gallte a lor difesa,, ma autoriszali esisudia dagllim-, 
pcradori Romani , da cui lappone leuza il fondamento bii- 
tlemle» che i principi Franchi foMero creati loro Ja«go> 
renenli or con titolo di consoli , ur di proconsoli, e sem- 
pre con grado di lor capitani. Veggasi ancbra su questo 
punto d' istoria Francese nn opuscitfo di i^ilpniua A. 
Orig.Franf or. .Daniel f^rèface, à V llist. de France,.. 



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Libro V. Capo V. 33 

aaxi egK è ofàmone di Grozio (i) e d'altri, che 
il nome di Goti fosse dato a questa nazione ncm 
per ra^oni del paese, ma per riguardo alla ci- 
vilità de* lor costumi. £ si Teodorioo, che gli 
altri Goti eh' erano vivuti ne' paesi Romani, po- 
teano veromenie aver concepiito odio e sdegno 
contro la malvagità de' Greci mioistri ed ufììzia- 
li degl' imperadorì , ma non già disprezzo delle 
leggi né degli oidini dì. governo . Il miglior par- 
tito che potesse dunque prendere il nuovo padro- 
ne , era quello di obbligare i vinti a osservare le 
proprie leggi , ed avvezzare gli stranieri ad assog- 
gettarvisi. In fatti Teodorico dimostrò sempre di 
voler governare l' Italia non da. straniero ne da 
conquistatave, ma come capo della repubblica in 
quella guisa che avea fatto Augusto nel dar prin- 
cipio alla sua' 'monarchia . Ed eccettuati alouui 
statuti particolari per le controversie emergenti tra 
Goti e Goti, còsi i vinti che i vincitori goderono 
«otto di lui egual (dritto. Vera cosa è che te co- 
me barbaro e come conquistatore Taodorico non 
roreseiò Io stato generale d' Italia e la condizione 
àia* vinti , ^li fu molto vicino a rovinarne una 
porto come vincitore di guerra civile , appunto in 
quel modo che lo «tesso Augusto avea fatto do- 
po U floonfitta de' oongiurati e la rovina di An- 
tonio. . 
Tono U. 3 

'* 
[i] OtMii Pr«k^ Biit. Groihor. 



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34 Dellx. BnroLunoHi i>*ìItaua 

Buona parie 'de' Lngorì arean^ segEtitftto:.jt 
fiartito dì 'Odoaore « o pttr^^ si cred«sse|K) -objblì- 
-gati a sostener qoellQ cbe avcfrano- iica|KiS|cài|i|o 
sovrano oon promessa d* obbediensa- e diiede^o 
-perchè pendeote ,1* esita della guerra avasasro rstf* 
canato. Odoaore il più ùxte, e -perb.più'naiFo par- 
tito da seguitare .Per Io cfae Teodorico^ rimasto 
vincitore, fu., per ;veiidicani de* leguaià .della: ^ 
uon >oontraria , .con Sa^ di. loro, ^ua^ .una gen^ 
ral pTotcrizione , ipogli^ndaU di: imn-r j;iinoiiex^ 
ii perpetuamente da ogn^. sorta d'uOSzi, ^w .cer- 
to modo privandoli deUa libertà .ci^ile^, ta cpial 
jjosa >^ando jì fosse eseguita, inen potea<Jaf:di 
.meno c^a. mettere, in grandissimo scompiglio -tool- 
te città. Coloro che ne temevano,' mpeaen iliiuqn 
vetoovo . di . Favia, Epifanio a portarci . .al^ ..cRrt^ , 
a fine .di. placar Teodorico e nuuacerla .da, c^ 
.{tensierq. .V* and&flpifanio. , e.^enaodoa pBii;com- 
'paguo di quella .cantatevda ^basciata aan-Lo- 
refuco di 3Mlilano, seppe, così bemj.fait «an«ici9Ce 
i disordini che sarebbcra.nati da. i|aeI]a.:.>pi)08aEÌ- 
2Ìone, -cbe ìlre,. perdonando; all!.univerÀIe, li 
contentò per sua sicurezza di dar ban^odalkt ^ 
tfiff a. quelli solamente, ahi;, sbafino mostrati più 
«aldi e più-.ostÌDati .a.&xgU eontroj ■ : ■•.^ 

-Né qui ^ stette; il T^ta^p db» 1* qpeca.^i 
- qijèl valoroso pastoce fruttò allota » :quesfat :pa3- 
Ttnd(^..ll recbe conosceva 1* abilità, di': ^lifi^HO , 
fi il ^re^to ,(jie la svitità ,fj^. captyliaE^, ì^ yolle 
impiagare ip un* aìtU'.«Dibasce9a,^,lli<ouicQitt «ca 



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tr^o y. Capo- V. 85 

tji niqesar a* patri tetti quegli si^Bnturali Liguri 

efae i Scyrgognooì aveacò fatti ptigiopi e condotti 

oTtre 1* Alpi nell^ ìdQurBÌone che fecero diirandoi 

la guerra . Accetti? Epifapìo questo itfcarìco' assai 

Velf!fltierì/sra per obbedire al re, sia perchè ^ra 

Ut) nsgpzio convsoeTolissima al suo carattere ; ^ 

per riuscire vie meglio ia quelP joipresai toHo 

aver p6r compagaO'Vìttor dì Torino, uno de*pi£| 

t^^^ardévoli prelati di qqeir età . H successo dd- 

Taaibastììata dtlqùetti do?' vescovi fu ch'eu) ot- 

téùùtfra gratujtamepte la liberti di seimila pTjgio- 

ni Italiani , oltre il gran numero dì; quelli cui 

tise$tl^ronÉ> ool danaro c&e loro diede il re Tep- 

"fltìridOf cché àteiioe nedie e pie persoqe della 

'Ste^ OàUiA v*a|^uil^rD per istimolo di carità, 

e ^p^ dare ài dna vescovi Italiani tjlttrto segno 

déllaf «tìrtJa 6 dell' apttjr loro. Bfe E[iift(nÌ'* dopo 

'^'wj^r-fìmttaixf iootì gran moltitudine di penoio 

-afte'lot pattié, ftr poi è^i 8*é^ il tìstoratore 

aÉBH'** fòrtiUia. etìrme'era stató mftdiat»rè defl^ 

;H^^arata Hbe^; à^operftndilisf'coti: Ietterà prrt- 

i90<éBti«, perdio fossero ataeora reUituiti ne- ló- 

-TÓ -flveri'-. ■■ . ■ ' ; \-^ .-. > 

1 Questa premura oV ebbe TeodoflcòidìJ rwetrl- 

tar i pr||ionf, *f la fatóKtà con Otti sMndUsa^tan. 

ìoi^a. Tes'titillìfK ni&r lóto l«bH qaatitó^ 9 rimetter» 

seilai'pritBwte'fwtBttft qaeRi cy*raiio^ rfàti nioi 

' fttMnkv fétìe condscfcrjf éht ^à principàl- cunt d«l 

Ttf/ dà rfie sr fii stabilito sul tròno, era di tipó- 

polate*e <Mltivar P ttalia^ Nan Bcottleota» i/Vecoiu 



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36 Delle Rivoluzioni d* Italia 

abitatori , e destinar a' suoi Goti competente 
porzione delle terre ch'egli aveva conquistate col 
braccio loro , non era cosa di leggièr momeato . 
Ma Teodorico conoscendo ottimamente, (ìhetióB 
^'à le immense tenute di poderi', ma la ooltiva- 
zione di quelli arricchiscono le provfAcie*e i par- 
ticolari ,' e li mettono in istatodiftrhir l'tìario 
del principe; venne perciò al t^ìo oecessal'ioi, 
ch'era di togliere a^Mtaliam' un -terao' deHe ktfr 
terre per darle ai Goti. Questa c^Trsioiie di ^l>«5 
'dolse senza dubbio ai padroni i a' quali' nbn ' p>fr 
punto cbe fosse pagato dal tie^'o''fi9co>il pr^o 
de' beni che si toglievano. lUb. oltreobi' dosea- 
no darsi pace, pensando 'ch^éssì'-eitiaò'''tuttavia 
trattati più umaDainente' assai, che ^aon-haaao 
dai Franchi t popoli delle Gatlie, a^ quali s*>ént 
lasciato solamente ii terzo delie terre', e «he» do; 
vettef essere io gran' numero ridotti ìiellà ne'ce»* 
sita di diventar come schiavi di' gleba èm nhó» 
fori ; .^ti è da ci^ere che Teodortoo si 'Stadiasc 
se di far la distribuzione m tal -modo >- eh'éHa 
fiisse ool mh»»' disturbo possibii» de' proprietari-, 
e che la dìsciezioue nelP eseguire rendesse 'meno 
grave il -pulito, arduo per sé' stesso è ptaksolo*- 
SO,f'di lerat aigli uai per dareag)! altri (i)-- £rioir 
arò'in qtusta-oesft moItissimo.Ja eiiuidiuoBe>titessà 
'deHe guMTe cb' e^Ì avea .TÌotb . - Già; fo '■ pór<nM 
«tostralo più sopra, ohe' Odoacite^ -idistatto? ci] 

(0 V. Groiii Pfolegom. ad Hitt. Gothor. — E»prit de» 
lioiiUb. a8, cap.'S ,e( i«qf ■■' ... '-*.i . 



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. . LiDRO Y. Capo V. S7 

)i6mw On:ste , e deposto Àugustolo , avea distri'- 
buito ai 'Rugi, Eruli' ed altri suoi seguaci il terzo 
delle terre dMtalia. Sicurameate il più di cote-^ 
sti barbari da lui , beaeBcati preser le armi in fa- 
vor 8UD contro Teodorico; ed è assai verisimile 
ehq molti di loro o periti uella guerra, o puoiti 
e banditi dal viocitOFe, lasciassero vacanti le ter- 
re, ofae ptMsedeyano . Tracotestc poi'ziaDÌ e quel- 
Ift cke Teodorico stimò bene levare ad alcuni Ita- 
liani deVpiù fni'vidi partigiani del suoavversariot 
jp^i .«bbe per avventura poco meno che il baste- 
Tol« -da «ootentare i suoi Goti, senza dover per 
questo 'stnliOTer molti pacifici proprietari dalle lo* 
xo T^o^fesàoDÌ per là destinata distribuzione. Co-^ 
;unM^e> sia ,rabbiamo; argomento .di. giudicare che 
gl^.Ha]iaxu7«f tennero, ben jn-estD-per contenti del- 
le ionov^ifmi o:graadi o piccole chefece in sul 
pw^cckr .delle terre. il jguovo re; e che 1' effler 
éveÌM età Qdtì.Ieican^agne- non, solamente non 
£ti' ifOpove né di rammarico ' ^è di 'disturbo : agU 
atldchi' f^ùtatori, ma fu, direi quasi , un: vìi^c» 
J« ^'Opncordia tré le due nazioni per F aiuto vi- 
o«devgl».':'qhe.riseyBvano g^* nni dagli altri tanto 
rigsondo, alla, eoltivteioof , quanto al commereic^, 
aniókatùr/ prlndtjiajissima 4ell' ■ agpcoltura (i.)« 
L'aototC' d^'^vesti -oidjiii vanta^iosl- noi} mena 
aifiiincipe (^' aifBoggetlàr cr^'anpesset^ stato 
j^itwffiov 'bba Jb'^ib' primo precetto 4el foretorìo 

IO Caiiiod. Vdrior. lib. ajitpìtfc ■igji .. t 



ovGooglc 



36 Delle ^Rivoluzioni d'Italia 

d* Italia sotto T'eodorlt» . Degno h A* dsèer^ «[tif 
rapportato uc tratto di lettera che a qae^6 ÌJi* 
berio scrisse Etinodlb diacono e poi teseòTO di 
Pana, uomo di somniil credito in (]uesti tèmpli 
H Appena con V enormi spese del pubblico iH pft>- 
n cacciàra per T addiètro dì ^hè pascer l"ftatla'i 
» allorcbè. tiìttó ad lin batto le de^ - spUfVbA 
» d' essere ristorata , e la ponesti ih istàte & ^fc* 
» gar tributi. Noi per la- tua' dthmiiìisti'&iéSDiié 
n cominciamo dì btion grado a inandaM àlT'Artf- 
» rio ab che òon ijostrb ramlnai^cd' «rapite '-'sf^ 
M liti di riceverle , ÌV tiió ministèro' fit fcfcrtpi* 
» cagione dell* abbondanza'. Il bielo sfeèòt^^ ì ttìiÀ 
» venerabili disegni; perciocché' fu ìp«r p&bMIcb 
» bene fosti o autore ò' diigfibràtote aélTedttale 
» del principe. TU stt^eriote ad bgnf altetea, fti 
» " fosti il primo a far iti modo (ihelè (hi^é dfel 
» re, senza spogliare' é'i'oviDat i ^articoldri-, -iS- 
w vesserò Bell'abbondanza. Vaie, ttòpo'Dlo,* si 
n dee riconoscere che sotto un potj^^mò ift fla 
A o|^i parte vittorioso principe; senza pffrib^ 
;» ni ansietà confessìam d* esse* ricéM . Ghe flW) 
»■ dell' aver tu arricchito con lal-gtt fflatribuS*»» 
» di pòde'ri quelle inniimerabili Schière 'dì'Grftì, 
» senza cfae se ne accorgessero i Romani? Peroc* 
» cAè f vincitori noo' cercarotio daTa^taggib, né 
» danno' altìono sentirono i tintt (!)-.■ ■ ■■'> ^ 
Vagliamo pur credere eh* Eiùtodit),, 11 "^^^o 



[i] Ennod. lib. 9^ cpìft x3. 



ovGoo^lc 



timo V; Capo -V. 3® 

mostca di aver avuto ubbligo particolare een Lf- 
bqna e col re steseo', o per moTimeoto dì grad- 
tudio», o. per voglia di lusingare an potente siasi 
lasciato :fraspoi;tare oltre i precisi termini della 
.ve^tà. Ma confrontando ciò eh.' egli qui scrìve, 
fqQe altre memorie «he fibbiamo de* fatti dì Teo^ 
4onoo,. par«-cfae' poco se ne abbia a detrarre (i). 
AIa;Ja «omnift deUe Ipd^ cbe per mi^ riguardi 
jà meritò r Teodorico, : consisteva certamente eel- 
if gorgia, «qelt^. che «olea far de* ministri. Era 
jq^esta sua, lodo effettq lìigran parte dell* ingegno 
suo^nvo.t 9 .probabìlmeata dì quella cognìzioiie 
{4éi^ cose del moni:^, cVegK [vese alla corte £ 
Oasf;aptjnopoli ^ dQpe r come forestiero, ed Smpar-' 
,sÌ4W, potè sentir pev molti anni ciò. cbe il pe- 
rita 5; ia- qpbiHa così in pubtjico come in priva- 
'.to dio^a de* nvlnìstrì e degli ufIiziaU di t^m. gè- 
.nere-c d*ogpì;cpnd»ioiìe. £' ^ostinata guerìra 
;jcfa*^i JeoB e sostane ne* primi , anni deKa stia 
r.se^uta ià- Italia, .diedri! ancora opportunità di 
.t)oatostxxs i caratteri- Q gli umori di molte perso- 
'ae tan^djel suo^ dhe del contrario 'partito;. Ma 
-epmo'-paco giova i).. conoscere le cose dove non ^ 
^ |& 'finsie^za « il mgor dell' esecuzione , Teódpric» 



' i'\ QuelFa che a uome deHa iietso.n »criv«C^odo- 

to i certe coraaiik^ d'alalia, si conforma per a[^uiilo 

,.;euljnigai^c<> ,earaflRre che ci (lipÌDie"£anDdÌt> di «jiiet 

' ga^iùò :' sensimus auctas illati^net ì • tos ad4iif tributa 

neteitis .... atet Jtscus crescerei , et privata utHitas damnA 



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4^ DeLL£ tWoLtlZfom d' h-ALIA 

^'o per praoTa'c fer senao .iatitiìo i 'per così Idìrth 
^ cOQOBcava superiore a tuttf «obn» cui «gli pò*- 
feste Jttipisgam! al su^mio suo e- dello ^stMo^ 'è 
che' sapeva comatidar Je armi in persoaa (i4cti« 
fa sempre ì& potémA pia solida di qtiàUivogUa 
monarca) ,. non temea putlfo oè H sorerebio^re» 
dito, nò 1* firtùdp^suoi -ufBzìall e lainistrij e 
Bimfr potè Bttuoverkt .da!vale*»i-'di queUi ciie-co>^ 
sosceva aMi alle -faccende eos^ civili «Ite ' luilìtarì . 
Or, tra' per il valore' ed II «éaao. proprìeV 'e per 
H mioMferó di ben scelte persone v TeodorìcoBOd 
solamente cóonocìb a ristorar l'Italia da' gran 
danni obe e la gnérra ultima di Odóecre, e le 
panate rivoluzìoBT, e i sacclieggi-TÌ !ateailo por-^ 
tato,, ma rìalsò • eziandio a tjnita grandezza e 
splendore il suo r^oo, oh' egli aèguagliìv se forse 
non superò la • gloria . de* primi ■ cesari e de*' più" 
lodati'. Gli ordini del ^ovetno non p«r .riafabHtti 
e rinnovati , malmessi furono ( tàb- che ptu^fm^ 
porta ) ki esecueione . Non solamente Korbai e 
Ravenna , ma 'graodissima parte delle altre 'città 
Ifalicbe si fiderò ristorate e d* edifìzi,-edi.murBi 
£ «perchè nulla mancasse del primiero Justro, an> 
ehe gli ai-redi imperiali stati' trasportati e Cosfan- 
tinopoli gli furono con nuova giunta di gloria e 
di splendore rimandati dall' ìmperador Zenone. 
Risorsero sotto kii con nuova magnificenza gli ^let- 
tacdi' anfìteatrali- e del circo; il che, -McoDde la 
pregiudicata opinione 'del volgo , contavasi fra i 
precipui segni della felicità' e della grandma del 



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Lìtìao V. Capo V. 4t 

(lÓbbUco stato . Ma quelle cosf che ne . fermano 
sicuFameote la gran^zza e la forza, fìirooo.aotto 
il grande Teodorìco rimeaate in Italia, ega^ar- 
.(damente esercitate: 1' agricoltura « U coiur^rno ,> 
e le arti ^ La prima spezialmente diede ben tosto 
lepruove del suo risolvimento. Fercioccbè dove , 
^tte le città sce^e d* abitatori , solevasi negli 
anni addietro sostener disagio di, viveri , con pro- 
cacciar d' anno, ùa anso di là de* man e de' incui- 
tì, il oeoeesarip gr^no; regnando Teodorìco, non 
Bo1aiuente..non fu bisogno di. cercar biade' strs^ 
niere , ma l gr^oai dell* Italia bastarono ancora a 
piKscer ^li; farciti del re, cbe guerreggiavano nel- 
le proyiopie.loittaae. II che avvenne speKÌ£dmen- 
te nel 5o8.>a tempo cbe ardeva nelle Gallie la, 
guerra tra. i Franchi .a gli Ostrogoti padropi de^ 
ls-pnHfen(Ea,^{.) , I^a Sicilia, riunita ancM 9o^< 
OdoQfffe al r^qo d'Italia;, e «he .fu. sempccitiK 
[ui(^ta.,coinp aia. propria i e -granaio, d^lla. pa^f e 
meridionale dì :;questa prov'ocia.^ flpmministrava 
pr.obabUipi5pte,i viveri A Roma, e.aUei città disi- 
la Campania, è, delle altre Provincie ohe foi^ana 
oggidì il regno;.di Napoli,, dovunque, i .propri lor 
t9rrit<}FÌ noti . ne. «omministrassero a ^ufficùenza i 
!IUIfi;^qpeste , parti più fertili della Lìgurja, oo-. 
melolonte, Monferrato e Milanese», e. pari-, 
mtaio ^]Ia..Vene)ita, e del Piceno, oggidì • mar-, 
ca^. d* Apc«°9 « fifcoup |:^i, Qi-diiii .e .dettinati 

(0 Ca^ador, lil». 3, «pi»l.,44. ,■■... 



ovGooglc 



4* Delle Bir^MztoHt- tà^ ÌAàua 

pabUioi .grabaì- io fboUe oittty OMÌoflii' ttumoiBd^ 
f)ei' quilsmif^ ftcdideute ^ grtQo* in utia .|»r()^ 
vìncia V li- -triducexè dall*alira il bisogocrola-t 
OissiodcAfo 4' [ìMfeflto dftt pretorile etmo de*-prì»- 
à'pkH'iiiiDÌstiì dd i'egooi éhe tanta «nrtf. i^bb« 
péróbè ^00» avesse fziuDdio abbtHideTOte : it -.vir 
♦ere, ttotr-dh» -ii neCes«i-iò ('per .la i)i2al rftttf 
don ttt)Vo ttii , quanto fa longii JI régoà .dìTecK 
doriiìb, òhe si cercassero gnloi dàll* Africa-^ come 
iT (afa tSòstuaiàtd (t) pei? tasti tfefiqli ) , 'kce^ par- 
riittente Gl'air Milano eie provincie' deUa Vtfw»> 
'iia de' liranai che opportunàrneate V er^io. stft- 
fcìGtt ita 7orioQa e in Pavia . Né «olameoto ù nù- 
'^tò alIoKA lo stato d* Italia per le forze ititene 
-<fhe la sayiexza de' goverdatiti T*acci!efibe; (a^]^ 
-dia~in due Ib^o^ avrantaggib la fua condizions .* 
■{leif r «ggÌQ«ta. che «i tfece al suo «tato di ^cuùc- 
;n^MxmÌDoìe; b perchè la rìputazìot^ d^suo ce 
..nótk solamét^ impedì la ^ipazìofle delle'proprie 
-riocèeaze, AiA n» potè attnmre etian^o da', fore- 
stieri, e! verkmeate da due o tre secoli addif^ 
Aina regnante d'Italia avea goduto maggior pò- 
tettzà e dominib. Pettioocltì^i quantunque dt^ 
Diocleziano che, come abbiamo a suo Inogo no' 
dbldtcr,- eòkniscib a divider T imperio ^ trasfus^r 
sua sede luori d* Italia * 1* imperio Romano sia 
stato tre quattro volte riunito di nuovo sotto 
un sol principe ; questi r^ni furoa brefissinii t 
* ■ ■ ^i)-Ca8floic(or.V'arÌ6r. lib. 1, ipht. b H Si"' i- ' " ■• 



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^■■- tiBRò V. Capo V. 48 

$ma fi* fa I*lttkliar la sede ed 9- ceutto . Costane 
fkfd , CàtìBtixo-, Giulltti» , Teodosio o non si fer^ 
fiiatljaè, ce^mieBtie dòn feneto lango aoggioiv 
i^aèMdidffiriò' Hi Itaffà; e ttibhti degl'imperaJ^ 
Ètri' d^Occtdgbte, eccetto' Valentiaiana I. ( 2 
tjliale aal'O^ "sttrtM -quasi sempre udì' estremiti 
ddte Gt3Ue }, «bb« ^ ttintijo' stato i come Te» 
lidt^è^. F^rteioeck^ egli , divenuto 6hd fii sovrana 
acMttfotd d^^ialià 6 di MdiKa dopala morte d* Ock»)^ 
<Itf«,'^ìiì-ÌD'i'ft^e ó66àsÌoid ed ì» vari mòdi- la 
D&lma2ia i il Ndrìct> « biiona parte,' u pure eoa 
4blibt&Hìò) dir ftitta la moderna Ungheria , tutta 
Éècóta 6 gi-àfl parte- della SVetia &m le due Bé^ 
^6;-hi Provenza e altre cbnfrftde della Pallia èop 
Ib migliorì' e maggiori provìncid delle Spagne. Né 
ptt tatto quésto trasportò mai fi>w1 d* ItiAa lÀ 
^& del sUtf ' regm ; anzi &pp«na , da i^% 'si f^ 
^stièurafo'sUl'tt'tTtió'V'si distòlse dal governo* tidlé 
tìnse eiviii put 'guéi1»0ggÌBF6 in atee (rttìvincte, 
«atto' tie' imijeltJe àtìimoso «a anrfgftro' flatarài- 
iOJéhtè: ■•■-'*■ ' ■' "■ ■ ■• -—■ .-■ ■■ .;-■■'; 

< j i.-.-:- I ...ji ,ji'., p. .-© n yj[,.; . .,.. 

..! -.;-.. ;..i "'■ 'del tempo sìUf. ' ■ •' •' '■ 

iVia per mc^lÀo idtQndtire qual. fosse lapplitica 
4iTeodDfioo-, céfivwflà dattf Ano iigttaKdoaHb stato 



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44 t)ÉLiM hev&Lmom dTItaìu 

ìfl eui ìs! troT^cra Pfiiuo(Kk «I"suD^i<tAnp<9irSerp 
oiooolièi aitci D^aneggi) ultià'ìootttigU fac^ano tià* 
nE)g99,a lini 1, che noo occornesaM-agl'ìnipaBiidaifi 
Romani, ri quali. etmano un, a scornar; le. ooébco» 
me padi'oai- del ìbod^oj.o ^nattar, k ffiiù périé 
de* nemiei come ri&elU. Laddove aVteiopi.'d£ 
tTeodonco .r Eucopai e >Uttto l%iKdicio-.Cc»t1ÙMBtb 
pta divùo ia va» Ji^anii indipeodeéti e pòdertHiit 
e biaogoa^a tmt^r la guerra e la,. pace<i s-ptm^ 
der. c»scanQ per, la sioarez^a del prolMéib .staio, 
poco dÌTt)i»e vie da quelle-cbe t^engotio i po^iH 
tati deV nostri leiqpi.. Kagg«va,rÌB]pciÌaor»Dtala 
Anastasio, augusto , .pHp<^^ in vero non Iroppif 
animoso uè giwtriero , «aa, signore nondìmened-uq 
id(nnÌDÌo va«ti«eimo (i); 9 qualuqquit wita aimsd 
trovato un, nticiistro fedde, cheìo aeprive.n^'Sim 
iiDprese>{< avrebbe dAjc^ ass^ì che fare a* suoi »? 
chn'. 'Ma in fatti non. cbe- potesse recar, gray^dt-e 
storbo agli aHarì d* Italia , ^ì, ebte .«ziandio it 
più del tfmpo in gran mercede ctie Taodoiifid 
non s* impacciasse ne' fatti suoi; e oomecbi io» 
Volta mandasse contro all'Italia, tutto il fruttò 
della spedizione fM d'a^rer, pnedfito Taranto e i 
lidi vicini piuttosto a modo di corsari , ohe di 
giiMrieri. I4ell' Africa regnavano; i Vaodali *vH^ 
iì re Trasamondo , già terzo sucoessor del famoso 
Genserico foodatoro dt quello stato . Oltre alli^ 
tofAte ed ampie e feconde provineie d«EQ' Africa ^ 

. [i] ììOfm- lom. 5 de Anau. Ub.iek >'33. — Ditafel pi(h'4^ 



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poisedera ' anoop IWsambtidó lat Sardegna ' « là 
Corsica, dì riiodo'tìfce niun àltw pfòdihii'avveb-' 
be aviitO'b{^rtuoitàd^!Bquietarntalm; mapas- 
sò'anooira' fìtti questi due ré ibftmt e sincera atni^ 
cizia, percbfc, 'comfe aa?ì ch'erano amendue, re' 
devaDo- guanto* importasse loro di' teD^ti uniti ,- 
doretido > tutti ctoe' «gualmentè' &tar in guardia 
contro Fampeno GmcO bhé'mitava di mal occhio 
»on"tneDOÌ 'Vandali ■ielt^'Afritìa, che i Goti in 
Italia. ]^t(e''Spa^)i9V'ebe-anite alla Ftovenza e 
fc qualche idtEfk^kwnoD- delle GalHe formavano un 
«ólo rtaW Mttd i ^^ti , 6n' a tanto che ri re-» 
gab Alarico ,bod taavéb 'savio i;bm|uÌ8tat«'e che 
prode capitano, Téodoricò fti riguardato come 
PamicO' ed alleato prinéip^e' e necessario' di quel 
»-oohtw>. i' pr^re*ì' dì Glodoveo. Poi' quando i 
per un fervor -mal' cbncetlo de' nioì^ 'siedati 'Ala^ 
rieo costretto di vehine a una" battàglia sVantag*^ 
Ijios»,' fu morto ÌQ-<]UelIa, Téòdorico si godfeiael-' 
te' «tato de' VtsÌgoti''Una *era sovranità , sotto noJ 
me però di tutore e protettoi' del fanciullo "Ama-^ 
fan-icd che successe ad Alarico. In un' altra parte 
delle Osdlie ^egoafanù iSoi^ognoni, i quali aven- 
do nnito -abusile 'Provincie che poi ebbero nomò 
di Borgogna e Del6tf«to, anche la Savoia e- par^r 
te ancor dell'Elvezia , tenevano stafo di troppo 
grande ' ìinpottaBza alla miglior parte àtA regnò 
Qot^. Qoadebaldo re loro, che vìsse he? tèmpi 
■di Teodorico , non cedeva gran fatto uh per va- 
lose, , tè' pei: «ooattcaaa )■ BÒ pec antbizSone' ad 



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|6 Dms Kivottntiom DMtAtiA 

Ciktno de* principi sUoi coetanei ; e oon 1^ perdo- 
nò panto a queste proviocie,. allorché .vide > 4u9 
tx)iicoiTentì al re^o, d'Italia ,(xciipat! a gnerr^g* 
giar fra di ,loro , Ma quando sì ifovaxono. da. una 
parte le forze d* Italia fertUamente rìordiaate , 4 
cbe dall'altro cacto le rapide conquiste, de* ^ntn,4 
clii daVaqo assai che) temere agli stati circou^cj.T 
ni , Goqdeijaldq ebbe per nepessario j^tiitp 4! 
procacciarsi 1* alleanza de) ce.dUtalia^ ,0 alpieno 
di non mupver le afilli di questa parte . Ma só- 
pra 'tutti i principi che fiorirono durando il regno 
di Teodoqcp , il piti .celeljre e glorioso jiella me-' 
morìa de' posteri, ed i! piv terribile mentre cl^a 
TÌs^e * fu CIodoveQ fondatore^ 4«Ua monàrcllia 
É'ranccse. Questo pHncipe, scoDGfto Sìagrio gè-; 
aerale den^nnperjo , e spenti affatto gl^. pltimf 
ivanzi del nome domano nelle GalUe , .dipdie » 
^ovat» ancor di vent'amii, alti principìi ad 'uq' 
CmoTO regno t di -cui fece, allora città capitale et. 
ffde Sòissons. Quindi con nuove vittorie'. allarg?! 
(ion rapidità degna d* ifii Alessandro e d* Un Céf 
lare il suo domìnio' e pel cuor delle Gallfe, 4' 
Òsi canto della G^rmoni^ fin oltre ì\ Reqo . Vir- 
tuoso e lodevole per molti riguardi >. nodrira.jion-t 
dimeno , un* avidità indicibile d* ingrandirsi , , .per 
cui non ebbe rispetto pè atte divine ;i)èLal^e urna-, 
né leggi , né , 8* astenne d4 bruttane crudamente 
le m^ d&l 'sangue de* più congiunti per arric- 
cbirai di Ioro_ spoglie vcd.assìfjur^rsi uQr^qo, più 
libero e piti assoluto . Pagano » qual egli er4 



ovGoo^lc 



He-* ^prif^ , aBDÌ del ,9110 r^gjtjp , ;9 t^ttfX.^'^ 
(avesse ctatp firiac^io alla sit% poteo^a ,d^,,ii^FPÙ^ 
dichiàratissimo de' Romani. (1)^ (jpi^.tiilto .gpestq 
ebbe tanto o di fortuna. o di ^np,.cl^9 1^ «fes^ 
{a" Òistiapa. religione e r^iutori^ del. Ao;q;i«i^ 
impepD-seryifoiib non poco ^a sua ,gnitide7iEaf 
P^Eciocchè divjsmito Cristiano per.opefp. .^i. (J^- 

^^^, ' i^.^ '^P?^ .44 ' 

QpP§ u fpi^ il a<Jp j^ 

cosa ( ! de* veacpvi j 

de^ P potavano tfopp<| 

sostfiD t Aff B.o^ogn^ 

tiiy A à valse, non po= 

C9.,ad agevolargli Tacquistp di iQoJte città.' ^^ 
^mpo stesso ,1* astuto e debole Àn^^io Ìiiif>er^-^ 
dor d' Oriente», per divertir h forze jiel i;^ d*^^ 
Ka., ^ui.iglì odiava grandemente, e l5(!n»fT^;K;iRBRt, 
^ c^. ^ai?i aipico il ™ Franpeg? , e gli.fl?^^^ ^ 
insegoe o 4* consolo o di j)atrÌRÌQ,jaggiqgnp|jd(^ 
apGpra il titolo d* augusto. In questo jBjp^o .C^. 
^ove?:, ,rÌcoBos<;|uto e qu^Ì,a40t^^to, conte ^faff^ 
pò e collega ^ell' imperatore , si potè.g^adagpaj^ 
vie meglio la stima de* Galli cbe ancot si yB^af^ 
van Romani, Ma l'accortezza dì Teoderico seppe 
proGttar troppo bene dell* ambizione e delle felici, 
imprese di Clodoveo. Perciocché ardendo questi 
a un gran desiderio di occupare il i<egno de* 

[i]'^. E»init Att Loii Jib. Jo, Cip. 93, a4. 



=dDvGooglc 



'4^ DsUiB Rivoluzioni dMtaua 

Borgoga<Uii, cerc&perquesfefiettoedottenneT'at'' 
leanza degli Ostrogoti. Teodorico, che per altro 
era lontano dal voler aiutare un potentissimo re 
ad accrescere verso Italia '.1 suo dominio , seppe 
sì ben Tare* che t^n una mediocre somma sì 
colse il prìncipal frutto delle vittorie eh* ebbe Clo- 
doreo nella Borgogna, unendo allo stato d'Italia 
buon tratto de* paesi transalpini che le armi Fran- 
che aveano' occupato . Di poi con una sola scon- 
fitta che diede a Clodovep presso Arles, sotto ti- 
tolo di vendicar le ofiese fatte a* Visigoti e la 
morte del re Àlvico , s* impadronì effettivamente 
di tutti gli stati del morto. re. Con tutto questo, 
avvicinandosi Teodorico già molto bene alla vec- 
chlezza, laddove Clodoveo passava appena lame- 
tà del corso umano , non potea non concepire 
grandissima gelosia e paura di questo re, giovane 
belllcoto e savio e riputato , -se la morto immata- 
n di oostui non Io avesse liberato da un vicino 
così formidabile,; eoaicohè per un rispetto o per 
r altro. Teodorìco ritenne finché viste una iserta 
mag^oranza di credito e di potenza eopra tutti i 
prìncipi, quantunque grandi e potenti, dell'età 



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làBBo. V. Capo VII. . 49 

CAPO VII. , . 
Priao^io della- decadenza del regno (k' Goti. . 

Or, ijorremo noi dire pef tutto qupsfo, che il 
caràtteri! dì Teodoricp fosse perfetto; che un bar- 
baro , un Ariano fòsse senzji .difetti ; che il gor 
verno d* tn. ùc^sor di Simmacp e di Boezio an- 
dasse eeeBte.di.'biaKJmo ^ d'ogni macchia; che 
un re stranieto soddisfacesse appieno aVRomani, 
lisati per tanto tèmpo di riguardarsi ^oipe signo- 
ri del mondo ? Siauramente quel gran r^ non po- 
tè' sfuggire ila disavventura che toccò a tanti «''''^* 
grandi. prjncipi, d'a^ver talvolta mafTàgi comiglie- 
rt'e tristi cortìglfitiid* attorno,, è secondare, più 
che dòn sarebheglì bifp^natd , ^ fìUrpi suggeri- 
menti. Ma, a voler, dire, 11 verói qu^lo che ca- 
gionb, sebbeq '&rsé . non^ inrmedrààiniténtc , la ro- 
vinft d'una monarcHl^. fdic^9kentQ,foiiddta« ed 
oscuri) forte, la gloria- 9, la rinomanza del r« Teo- 
dorico, fu il ilon aver egli avuto figliuoli ma- 
wfai, e la pn'dita immatura del genero che s' ave- 
va eletto da lasdar successore. 

La .vecohi^zz» poco ineiio cba wba di Teo- 
9orìco, da, che non gUreitava ohe una figliuola 
cop nipoti ancor bambini , suscitò , cosi ia Boma 
come per tutto, il mcoido i soliti pensieri s discor- 
si intorno ai successori ed alle rivt^uaioDi ohcf la 

Temo II. 4 



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5© Dells Rrrotuziò^i d' Italu 

mancanza d'uà re poteotiMÌmo di nuovo potea 
cagionare. Non può dtibìUrgi che fra i grandi di 
Roma qualche susurro non si movesse adi rimet- 
tersi in libertà, o almeno di crear come prima un 
imperadore * e sottrarsi dalla signoria de' b£u:barì . 
Governava già allora le cose di Oriente T accorto 
ed ambizioso Giustiniano sotto- il-nomeddTficchio 
Giustino , a cui non era dubbio eh* egli voleK* 
succedere . 11 qual Giustiniano già -lÌTol^ndo va- 
sti progetti neir animo i potè di leggeri esser ecK 
tralo in occulti trattati con qualche Bomatio\ di 
TÌanire sotto al 'suo imperio anche Tltalia aUt' mo» 
te di' Teodorieo , dopo cui era focile il prevedeiè 
che la minorità d* un euovo rC) é la legg/stam 
d*una femmina avrebbono lasciato adito A uac^ 
chinatioBÌ . Ora , eome queste cose doreano toast 
idi latto verisNtne,- così t servitoci -di TTeadimè* 
non èessaroBo di rappresentarle magg^oci^ db pcm 
che il timer prefirio' faceva- j^be- nsi^giori - se I» 
immaginassero essi più di queHo che era» ^1P™* 
Ghè..voleweK>'^«'Wsi -di-questo^ pfttosto'per rovi- 
nare i più ac(9>ei£tati senatori , Id rip«taaotte èif 
quali oscurava il loro nome , e s'oppo&eva sfies» 
«e alle loro voglie avare ediniqoe. D* qsetta aa» 
«a ebbe origbe la caduta di Boerie, » K«dÌ6 
^* eccitò e(»iti!t] di si Teoihtiào &a ì'ROmani, 
« il desjderio-che di là nacque di sottiarai al d» 
mitfio GoHt»}. Boezio ehe id fùù riaeòntri,. a spct>- 
rialoMnte per la proteiìone e la difesa che prese 
d'Albino, uoffli> ^^mde e dabbene » perseguitato , 



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Limo V. Capo Vir. fik 

com'egli sfemo racconta (i); dai cagnotti dei- 
la corte', s*aTea. tirato addosso Io sdegno e l'odio 
dt'COttoro, fa per loro operaeione accusato egli 
Messo f che avvsse scritto lettere contro il-gorer- 
so ; » pensato a ritornai Roma >Q libertà. In una 
eltusa sì lubrica >e delicata ì 'più de* senatori , per 
BOB ne comparir coÉt>plici, voltarono le' spalle a! 
loro ocRega'; talché Su prima bandito, por carce- 
nlo » ' e ttltiraBineate^ toftò di Vita qiiel ebiaro lu- 
me de^Ia sspieiitea' RemaoB. L' ingiusta 'morte dt 
BoeBÌO'in Tece' ^i 'calmare |jt erndeltà e i sospietti 
del re, la fette, come il più' d^lle volle snecede » 
iatperversar naggiormeote ; e sparso otta ioitii Ai 
■at^ue innocente ; fu come da furie vendicata 
ipirasatoa mioris- scellentà,' cpasi per rìparaf ìe 
p»nte. Ber toma' efte Shninaco , suocero i^ Bue- 
aÌD-«sebatei« ■Dciif' e^ dfgraifde' affare e di 
nraamo cre«£tQ'fra ÌBinnam., aoficei«ftssei3i veti- 
dicar la^ irftx^ del genero-, utfdse poeo appresso 
TOcfae< liM . ■ - ■ 

Permiimoiaté dbvettgro queste tÌMamieber opw* 
raiaifMii al)e1l!a^ dà Teodorico T ammo di tutti i 
buoni , S' a^'obstf a reoderhy Ti» pift-odioso ap- 
fVMBO i cfitfoIìoT, cfuali erano a quel tèmpo- gene»- 
ralmentfr gFItaliani , cn motir» di relìgioB» . A- 
vèva - rimperàdor '^'Otieate pubMicate'gag^iar- 
*e leggi cétìtrt) gli Ariani - l'itodòrictì^; 0" perchè 
it-mcfVeie& sua pròpviò aieló 'fti faxav-d^ìÌA v^ì^oOff 



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5a Delle Rivotuziow p' Italia 

che professava « o die ne fosse. soUeoitattf.fja* 
suoi Goti tutti Arìaui , s* Adpperò prima eoa -Vari 
modi a fìae d' indurre. Giustino augusto e Giusti- 
Diano a non molestare gli Ariani Ìoc sudditi ^ meor 
tre i cattolici godeapo perfetta libertà e pace ia 
tutto il dominio de* Qoti . Qr , non avendo il iv 
ottenuto su questo particolare la soddisfazione cb« 
desiderava dalla corte di Costtaotinop^li, jsi rivolse 
alla fine ancor egli a usar crudeltà contro i catt 
tolioi. Veramente era troppa n^tMral insa ohe^n 
re qual Teodorico non pptesse djstifBular t'ingi^ 
ria che gli pareva di, ricevere dall' ìmpenadore, e 
che. si movesse. a usar. verso. i cattpUci suoi sog'; 
getti, quel trattamene raedesimp che rice,iHivanQ 
da Giiistl^ coloro phe professavamo i;eligioiie ^ 
.versa dalla don^ìnantè. Ma nqn- per, qiutstp jk^jtfh 
Y9 imp^irsi che in Italia o in ..Eom^ ,gli . zdaittì 
QE^toliof piendesseni gcauijifiavr^sioBe qp^tro Xeck. - 

dorico e i suoi GoIÌt .■:-■:. . i : ]: 

. .., .e-, A ? o ' yia,:, ....,.: . 

jyiprì in questo .mezzo il v?c£;!tio 'rp^ a, yui ,for^ 
se il rincorso 4' aver^ uccisi c^ue _ if i^liU^si sen^i^ri j 
e ^.s^jèfe A'essw^v^uto, in^piiiii, i^e^.jgyi^R,,^: 
^qonf',,vàtbréyiò la,, vita. ,1^ savl^z^.,^ Aipa^ 
li(suiitìi'..che. gpwrjiò i|„r^np a noi^ ^^jM'^ 



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t'iBRÓ V. Capo Vili. 53 

Àlataricó, ritenne pet alcuni anni Ogni cosa in buon 
oKtìne' e lo statò in riputazione* mentre ella s*in- 
gegnara d* allevar il fanciullo non da barbaro ; 
ma da Romano,, facendolo diligentemente instrui' 
re nelle lettere Latine e Greche.' Ma al genio 
de* Goti, di cui era piena la corte del re, non si 
confàceva punto 1* educazion letteraria ". Non era- 
no al certo dimentichi quanto la loro stessa na- 
zione senz' alcuno ' studio di belle lettere avesse su- 
perato nelle opere dì goerra e di governo i Gre- 
ci ed ì Romani ifi queireta. Teodorico, ■ ancor- 
ché avesse mostrato assai stima e riguardo verso 
le 'persone letterate ne* paesi conquistati i avea nbn- 
dimeiTo proibito a' suoi Goti lo studio. Ben è fa- 
etìc il pOTsuaderir che quel gran re stimasse prfa 
siouro mezzo, per mantenere la grandezza deMa' 
sòa nazione, roccupargfi'Dnicamenté negli raerci- 
zi militari, pèrcbè la'dofcezza de^fi studi leHeta-' 
ri non ne ammollisse il valore*. Ma forse che so* 
pra tutt' altre ragioni prevalse nell'animo de' Go- 
ti ad ingenerar loro odio agli ^di' V esempio che 
avean presente di Teodato figliuolo' d* una sorella 
di Teodorico; esempio certamente 'attissimo ad ab-* 
bassar la superbia <K chiunque si credesse miglio- 
re dfegll altri per aver fmpregati i giorni e gli air-' 
et iregK sludi d*'ilmane lettere e delia più nobile 
ffló^bfia;- Teódato, ' cui' là storia tì rappresenta' 
istmtto ntìilè 'belle let'fere , ' e nella filosofia df l'b- 
fcmte Versatisiima , cii> non ostante' era si' drfppocd 
e cat^o, ebc tion eh'' ?gK àvessa-'pùf'Vòhibrà 



ovGooglc 



54 Delle Rivoluzioni d* Italia 

delle virtù dello zio, ma avrebbe niperatb tn^ 
viltà, neiravarìzia e perfidia <^ peggior rìbAldo 
di feccia plebea. Per queste e gomigliftoti ra|^c«Ì 
i principati della nazione o iifertuaeero o cforzaro- 
no Amaiasunfa a levar d'intorno al gioViaetto re 
que* suoi precettori ; e scegliere per gli eserciti 
dell'armi e del comando compagDÌA più «onve- 
niente. U pessimo «ucce»8o ch'ebbe il coitM'gKo 
de' Goti ti voler rimuovere da|^t studi Atjdàrtco i 
paragonato eòi cattìf E frutti cfae produsse l' era- 
dizioDe di Teodato, e colle grandi cose chfi fecii 
il non dotto Teodorìco, basterebbe solo » indiAre 
nell'animo nostro un vero pirronismo fatt^oe tU4 
l'Btib'tà«d inutilità delle seienu i qoalora sì tnt^ 
lasciasse una considerazioiie che mi p$r Aeeei* 
saria. 

Iti una narioae o povera o razzar, dóve sono 
più fiwquenti le guerre e le occasìom di darar fa- 
tiche e darsi agU esereid del co^o, e più rurì'i 
perìcoli di corrompersi ne* piaceri. e aal^'^b'zie,- 
pub ben essere che acche i fij^iooU de'graDdi 
passano passare la giovìnezzft e fiuscir uomini di 
qualche conto senza lettere e team «tudi, coni-* 
pensandosi il difetto delle n'ozioni che s' ae^istarl 
no dalla lettura, oon quelle che la pratica delle 
cose c'insegna* fida nelle città grandi e doviaiose 
un giovane ^ gtìm assenta e di grande' stato eòt* 
re «nnifesto perìcolo d* immergeni nelle semiafi* 
tà e ne* disordini , allorché^,' passate aleune ore 
d'esisrctzio co^ortde di schenoa, di giostra è di 



ovGooglc 



. Eifiao, V. Ca»o VOt 65 

danM/t non cerca dì fissarsi ia «uj libri ^ o dj ri- 
volgere aliaeao una parte .del suo pensiero iq co- 
H soientiSche; ed arti liberali. Pi fatta Àtalanco » 
lasciato libero, e tciolto io cQmpagaia de' suoi et 
guali , iu 'bsDì pceato dirotto ai disordioi della go- 
la e dell^ lascim : iielle quali cose trovò tanto più 
iàcile la rovina, percbò esaeodo re ebbe mepo o<i 
itffooli a11« sfogo d^Ue «ue.giovaDÌli passioni q 
dt^tuoi capriooi. Se, i' avo di lui. avea potuto sen- 
sa. studio di Iettai:» p^riieiiirB a sì alto 'grado di 
saaaa.e.di vìrtit> cagiqa. ne fu TavAr e»ao pa^sa-i 
ti i fwimi aopi in dura e pericolon milizia, « 
Wavet fiittp ia età perde luogo soggiorniA in Cq-> 
staatinopoU t dopa potè^ s^vùrgliin luogo di Ist-. 
tura e dì libri il ulo vedere. ed udirà, ciò cke «i 
faceva e di(ìcvja io quelle taute cabale di corte e 
moluziom di governo-. Era-ben altra co» lo sta- 
tt.oAaggn «ooD. Tanirao .ÌDt«sQ. a .pno4curJff4 
pretUto* e «tudiar io cau. d! akd' U via di salire 
ia- fÙEtuiHi:, che i^ovair in cqi^pFQpBÌa.l4gni&dez->. 
M ^ì "«tabilila , iQorpe, la. trovò: At^ioo . Ora^ 
il - c3ttivt*3ÌiiiQ awiaiQWto 'cliB> prese.quetto.regio- 
vÌQntto.,';ft il nallentawi. cbe. fecei» per. necessita 
gli ordia^ de\ ■govetnq , non sodamente ipdebotivA 
JMteVD^niepte lc'&t«e d^l regno, ma. d«vitaiK(»4 
taAggiofie .«tÌDKhli^ a M^HiAtiuiano augusto.» fìir Ì*iu-> 
pce«ai*-«. cui l' u39J)i4op@ .aua ^- da. per .xè ìa 
ohtMUsajia^ éì i^per^r «jf imperio fioòxana Via 
Miia .. E4:ioli«e -a «io,, ^atalasuatai vcdlepdpsi d«» 



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S6 DeUB •RwOLÒ'ZiONI bMtalia 

anni di sua' reggenza ,' e scorgendo aliewrtD',' da 
sfe ir favore de* Goti ', oomlnciò - a "trattar éi raiv 
rìspohdenza colla c^te d* Oriente j' mosbttodò'spo- 
ranzaa'Gìus^iaae, gìk succeduto nd.tconoa 
Giustino, di Voler essergli devota fid 'ot^ligata-. 
.Teodato dall'altro canto, dhe perla diqieróttr's»- 
Itite d* Atalarico si fedea vÌcÌBÒ>Adeiserecbiatnar 
to al rc^no come solo mascliio del sangue degli 
Amali , non ommetteva di farsi benevolo INmpe- 
radore ; e trattò eziandio , prima di salire al tro- 
no , di dargli in mano per tradimento la Tosca- 
na, dov'eglt era per sue ricchezze assai potente. 
Così andavano le cose de' Goti vie più dedioan- 
do di giorno in giorno , allorché , morto Atàlari- 
co dopo otto anni di regno , Amalasaota o da in- 
giusto consiglio indotta , o costretta da necessità , 
non essendo costume appresso j Goti , che 1* au- 
torità e il nome sovrano ripassasse in capo d'una 
femmina, assodò àt trono il saddetto' Teodato; 
esigendo però co' maggiori giuramenti del mondo 
promis^one espressa', cb'ei dovesse contentarsi del 
titolo e. dell' onor del diadema, e Iitsciare a lei 
1* eserdzio libero della sovranità , di cui alla moiv 
te del f^uolo sì trovava in possesso . Ma tanto 
fu langi Teodato di mantener la promessa alla sua 
benefattrice, ohe , lasciatasi dietro alle spalle ogm 
san^ di r^gicoie e dì fede, non solo tìrossì Tas- 
solnto comando, ma tolse «Ila regina con la eo- 
rena la vita: perchè in lui, come por troppo sucw 
cede io alcuni, ebbe più fcwza l'abito di perfidia 



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LifiBo V. Capo VIIL 67 

ft d*aTaTÌ2Ìa longameots contratto, e la memo- 
ria ddle offese una volta ricevute , che il ri-. 
guardo iti fìnscet' b<9Qefi2io , L* infamia d! così ma- 
nifesto spettoro e d* icgratitudine coù detestabile 
rendè 'Teodato odioso a tutti i sudditi, e diede a 
GiastìDÌiuio l'ultiim) invito ^d* invader l'Italia, col 
pretesto di vendicar la morte della r^'oa. 



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u 



' LI B RO SÉ^TO. ' 



CAPO ?RiMo: ■ ■ ' 

Costumi ^Oriejtìe e della certe di Cóstan&topo^ 
li nel tempo che P Italia Jìt riunita a gapW im^ 
perio. 

ir et le cos^ cbe ci £uemo ora a:tr^buv« bea si 
renderà manifesto che la famosa impresa cui £toe 
Giustioiano per la ricupo-azione d* Italia, porti « 
questo nobile paese maggior detnm£ato,.(^:noa 
fecero nel precedoote secob quegli stessi berbarTf 
dalla dominazione de' quali, ctmie da lusopportaM 
bile ed esecranda tiranaide , pretesero :Ì Otvoì di 
liberarla. Non sarà però opera inutile, prima c^ 
Tenghiamo a raccontar le vicende e l' esito di ijuel^ 
la guerra, premettere quasi un breve ritràtto deU 
W case d* Oriente e de* costumi di quella nazio-i 
]», sotto la quale tornò l'Italia colla distmzioi» 
del regno Gotico. 

L'imperio d'Oriente non contava più didne 
secoli al tempo che lo reggeva Giustiniano: e 
s'egli avesse avuto somigliante principio a quello 
dell'antica Roma, avrebbe dovuto trovarsi ^Iora.> 
nel suo vigore. Ma quell'imperio nato net fasto, 



D.q,t,zed.vG00glc 



■ . ■ LiBBO VI. Capo I. $g 

nella moUezza; sótto il reggimento d'eunuchi, di 
femmiue , di bacbarì venturieri ; e In mezzo a na- 
zioni per doppiezza e. r^ìa, fede . passate in pro- 
verbio (i), non fece altro per duecent* anni , che 
crescete in corruzione . La ' mollezza , P infiogac- 
daggioe , e lo epjcito , sedizioso « fazionarìo - che 
Dell' autica Roma andò crescendo grado a grado a 
misura <^elU potenza e del lusso pbe s*. introduce- 
va,) ebbe nel|a nuova Bomp «lUo principio nel oaL-* 
score, della città; e tutti i vìzi morali' e {wlitiià 
che abbiamo osservato in Italia ed in Roma alIor-< 
che r imperio d* Occidente era presso alla sua fine * 
tutti si trovarono nello ^tesco grado io Costantinon 
poli fia d^ suo principio, perchitrovanwo le stes- 
te xause. Circo e. teatro, distribuzioni di denari d 
di Fiveri V tutte cose ohe invitano e favoriscono 
Ycaiae to spìrito dì fazione nella, plebe* furond 
iotco^oitte in Costantinopoli dallo stesso fondatot 
Costantino'; e il popolo dr qudla città ebbe tuttd 
ad un. tratto non blamente la.pcJtroneria della fde- 
be Bomana^ inacquasi ancora io ìspicito .aedì^oso 
e dispotico de' pretoriani . E se l' ippodromo dove 
1 tuimilti erano così frequenti, e dove l'autorità 
imperatoria j^mtamente sì disprezzava, fu luogot 
più funesto che non gli ìdloggìamecili' nùlìtaii di 
Boma ; ìs nobiltà , il senato i e la. coite nata e 



(lì Graéca CJes, rifrlf ÈWds «-*. t'olir- idest: Gr«- 
d« nequaqnam novit fìdem. Eurip. in tpigh. Tour. — Hòc 
Hue nomiuc ea nati» ptitìnic audiit.olijn . 2IJ(mut..Jdag. 



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6o Delle Rivolohoni d'-Italia 

crespiuta sotto un governo dispotico* "ed orìenble, 
ebbe per prima impressione e per carattero origina- 
no- grìQtriehi, la cabala e radulazìone: e itgran 
numero de' capitani barbari, Unni, Goti , laaari , 
che ^ncgl'imperadori Greci cominciaronp sì p^r fem- 
po a tenere a lor 9oldo , rendè nel ■ minisfero e 
nelta corte di Costantinopoli I» doj^iezza , la men- 
zogna -e la perfidia quasi necessarie per i fwspet- 
ti continni che ora i principi e i lor miaistrì 
aveano de' generali, ora ì gelieralf de' loro pa- 
dron-i .' E il sittema militare di quell' imperio' non 
sotamente influirà di molto nel carattere della 
corte , ma generalmente sopra gì* interessi d' ogni 
particolBre; perchfe essendo invatso V uso nef- 
l'Orienfce fra » TÌUani di- regalar largamente fc»- 
pitani pep essere protetti da- loro, oftre cbe i «if- 
lani diventaTano fosolenthsimi contro i padroni 
delle terre, s' accresceva la pi-epotenzaì la vio- 
lenza e ringiuatìm de' militari. Ma- due coso 
fanno, per così dire, ri carattere distintivo- del- 
l' imperio Bìzairtinoj' cbe sono fa poteora sorrana 
cbe sempre v' esercitarono le imperadricf , el* en- 
tusiasmo deKa -religiqne , o sia lo spirito dell'" ere- 
sia, ein vi à sparse &a dal principio della sua 
fondazione (i). - . 

Per non so quale fatai capriccio gPimpera- 
dori d'Oriente s'iovogliarono quasi tutti di farla 
da teologi ed arbitri nefle controversie di religione j 

(i) \. Sines. de Regno — Libati. Orat. i. 



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^tiBBo 'VI. CawdI. ' 61 

c0»lcilfè la storia ieccleriasticff dal quarto 'seò<j- 
ìa in poi^ è talmente iotrecaafa con. la storia 
politica -di Coìctantìitopoli , che per essefre' ìafor- 
mato delie PÌeende di quella corte basta aver let- 
Ib la storiia de* condii e delle . ereeie . E senza 
Snàar più oltre ricercando di queste case, una 
sola riàefsione fotrà , a mio credei» , dafc! a co- 
noscere qua!, divario passasse tra lo spirito del 
Cristi&besTino de' Greci, « quello d'Italia e d'Oc- 
c^deate;,Cd è citò tutti -jr .veecori e pontefici di 
merito singolare, cbe vissero in ffalia p nelle Cal- 
ile, furono non solamente venerati come padri e 
inaestri delle cose: di religione, ma riguardati co* 
me oracoli eziandio neHe bisogne e ìiegli affari 
dì stato cori da* Bomani, che da* barbari beo- 
chè erelfei , E se alcuno di qile* vescovi pcciden7 
tj^'di .graa nojtne, come Eusebio di Vercelli, 
Ilario di Fottìers; e talvolta lo stesso Ambrogio, 
ebbero e patire trav^^U e guai,* cÌ6 avvenne ap« 
plinto pa- malvagità de* Greci augusti '■ che m 
quel tempo domìnavan l' Italia e, le GalUe; Ma 
in Oriente tutti i più dòtti e^ più zelanti paistori, 
Atanagio, Gregorio Nazianzeno, Giovanni Griso- 
atomo, CirHIo, passarono amaramente ì loro aor 
ni in tristi vicende, deposti dalle ler- sedi,' perse- 
gurtatr,' esiliati-, e-in varie mam'^re trayagliati da 
persone-'cbe tutte profe'ssayan . per altro; nome 
fede Cristiana . 

Veramente la più parte di quest» brigte 
provenivano, dall' ambjzìon - deJIe '. donne ài corte.^ 



ov Google 



sì . Delle Rivoluzioni d* Italia 

e delle auguste prìncipalmeate.'ie quali pìh a¥p^ 
de del eomaddo per questa régiòDC appunto , per- 
ctè noù ignoraoD che la pfOTTÌdenzà e la ragio- 
ne della natuira e delle genti Te' voglJòn soggette^ 
facili a sedurre dalle in*mere Itlsiiigh^olr j edàl- 
r aria e dall' apparenza dipiéti, faróBó per 1* ordi- 
nario lo strumento di cu» si valsero i novatori pe* 
rinforzare > dar rilicTo agli crròn fc alle br fano- 
ni. Le storie del regno diCostanzo,' d'Artiadió, è 
dì Teodosio n. faoDÒ chiara 'testimonianza delle 
parte ch'ebbero iù tutti gli affart dello statò & 
della Cliìesa'Ie imperadrìci di GastMttoopd)! -. Ma 
il Vero carattere di (Mrepofenza donnesca ■ spìecS' 
fn partìéolàr iDantera ' nel regno di GitisfiniaiioL 
Perocché le due donne che regolarono sole ogni 
cosa, non ebbero la potente Iona-- stabilita né so- 
pra' alcun "ditìtto di nascita ( come Plactdia ^ 
Puloberìa), né sopra la stupidità de* mariti; ma 
sopra tutto cr^ eie costituisce il primo' esferr éì 
molte femmine : bellezza , lusiade, menzogne* 
gdkmteritf; 'E'perb tanto -fu più rovinosa la kor 
potenza, quanto pie di raggiri e di fròdi e d*"!»- 
giastiaie doveltero nsaee per- rìtunfe ne^ k>r ài^ 
segni. ' 

Vivendo aneora Giustino ai^usto ed Eafe*- 
nta-^ua moglie, chiamata pimaXupicìna, Giu- 
stiniano di Ira nipote, che come paceùte favorito 
e successor presuntivo amministrava V imperio," 
s wa invaghito d* una cort^iana insigne , chia- 
mata <T«}dotst, la quale ■ uscita di vii nazioney 



=dDvGooglc 



liaftO Vt CAPal. - • 63 

corrte quella che fii figlhidft d'uaAeaeiognar^- 
no. degli otsì ohe serrivano ag)Ì spettacoli deV* 
l'anGteab'ò per la fazion Prasiaat era prima sta- 
ta serrente- d* una ma. maggior sorella * e poi 
tioBunediapte t>uJ9a e donna di mondo nel tempo 
ste^:, Pare nondimeoo, .eh* ella abbandonasse 
non solameatQ il teatro^ ma. ogni altra galante^ 
Ha, da ciie s'ebbe assicurato l'amore di GÌ«iti- 
niano. Morta la vecchia iniperadrioe Eufemia, la 
quale Bachi vi»e avea costantemente impeéito 
le nozze de' due Amante, . Teodora fioelmente* 
dichiarata sposa dell' imperadore ed augusta , .fu 
padrona . deir animo del marito, e dell'' impC" 
rio (i>. Dalla storia segreta di Procopio risulta 

(i) Conié-IJc leggi dello (Uio Tietatan» a' jMiirUi il 
pigliar per moglie ^o^ eoHÌRÌana, Giustinimo «w« inti- 
cipataiuente rivocato quella leBge per potere sposar la sua 
amica ( ^necàoi .' pag, 4*-)- L'autor che citiaino, c'iiif«>r« 
iaa anche altroTC (jMt- 65 ),: che GiB»U«lajio leges Jixit 
et refixit ad ogni variar dì capriccio od ialerefie, di Ini 
o di Teodora o de! ino' famoso conriglìere Triboniano } 
cosa che molti «ilici gÌur<ci>DiuU> nofc ia»clfcr<ni6 di. rile- 
vare. floB vogliamo diwiraiilare peii^ cbe la storia stgiTe- 
ta da cui )i ricavati te cose suddeite e il ritratto cbe qni 
abbiaoaa aUMniato della corte di-GìnstioidDO , ti cxed* d4 
aleani apocrifa e falsamente attribuita a Procopio ■ Ma 
chiunque siasi 1' autore di quella storia descritta veramen- 
te con istile alquanto avvelenato e satirico, Boa è p«ri> 
posiibite di rivocarla in dubbio nella sna toilanza • Giovafi-. 
ni Eicheiio, per rigettare i'aulorili di questa storia segre- 
tk, mise insieme nna farragine di lestìmoDi' d' autwi tìvU' 
ti tolto Gibstiniano a poco dopo, e cbe- icf isserò il cqn- 
tfarió dlcii che si legge nella storia segreta. Ma e facii 
cosa il comprendere che quegli scrittori credessero oltret- 
UiBta tttil partito lodar Teodora e GìuiuoiMlor -^uao'A 



=dDvGooglc 



$4 Delle Bitoluziow D*h'AUA 

ineDte^iueDo , che Giustiidaiio e (teodora aveaiio 
ingegno ed accòrtexza fiqiuiiiia , e che mao^g^- 
rotu> 'Con soinpia concerìa tra lofo - tutti ,gli . e£- 
fari ^11* impedo ; con questo divario,, che Teo- 
dora ci poteva più del manto , Or , ocnne esn 
erano aneodue da inopinata fortuna poirfatj . a « 
alto AtatPi do^e «od eia passibile disfìig^ riot 
ridia e Io sconteptainento d' ÌQ&pjite gexioiw che 
sì pputaTaqo.-aisai più nerìterqli .^ ^^Ua.scanr 
deifSBt.i soipetd,* I? ^f^^fitae, e la p^^otfif^ 
ne de' grandi e .de' .potenti, «Ffiiio, inevitabili. 
Sen^acfaèjri disegpi e le .voglie di, Git^stiniano 
erano amqoi lupenorì alla. gcapi^ezj^r del suo-s^* 
to, e^ il fastp.di !!I^e()doira ., maggiore q»^ì, divari- 
lo che si convenisse a gran reioa. Qin;idi naicfr- 
va r.avai^zia d^Hl^uoo.e. dell* altra, ,.p^ supplirà 
alle spfse ohe i. yast^ edaiabìzig8Ì.-d^agiiiipgbÌ9t- 
tis90.ao necessariamebte ; ed infiniti raggiri, frodi 
e ingiustizie si p^p^Tj^/jp .opera,,, pef..tf;%sr&-9i ca- 
sa loro il den^ e la soetania .de' su^ditì^ (j). 
OjT, questi, dunqqg^ fiironq l prjiKjipi, ^t^p ,gV SS' 
diai de* i}uali s- intrapeese: di eapoiar. i-Goti d'Ita^ 
lia^.c jriynirl^ ^U*Ìp)p?rio, :'i . , . ., , ... .; 



tarebhè stato pericoloso llSirnétìiaìe/'aiicprchè veroJ*iixeit 
Uftlvivèépo «Mi e i-IpTo parerli. ' ' i- ..'■-' "^ 



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tiBRO Vf. Capo H. '■ iSS 

C A P O «. 

Ca^m e prìncipU déBa guèrra contro i Goti^ 

Oe alla storia segreta prediamo fède, il primo 
ed aache ragionevol pretesto eh' ebbe Giustinia- 
no dì muover guerra in Italia, nacque pure dal- 
ia maTragia gelosia dell* imperadrice Teodora . 
Amalaìiuata, da die ■rìde che l'autorità sua era 
caduta, è che Teodato' chiamato da lei a parte 
del regno , in luogo di cooteptareì degli onori e 
del tìtolo, voleva' piir comandare ìneffetto, avea 
fatto pensiero di ritirarsi a Costantinopoli per vU- 
TfeWf; benché in privata fortuna ^ con quegli ono- 
ri e *iue' comodi' che per "mezzo d'occulti trat- 
tati l'impefadoreie dava a sperare .' Ma" Teodo- 
tSi fatta di questi disegni consapevole,' temiindù 
che' lina regina' di sangue chiarissimo, di bellez- ' 
n e d'iog^no'e di senno egrrfgìàitìerife fornifa, 
gl'unta che foMe aHa corte, potesse senza troppa 
difficoltà guadagnarsi o l'affètto o*la; sliiha del- 
l' imperadore , ed alienario da' sé ( oom6 queHa 
che non potea lusingarst d'andar per nascita e 
per virtù del pari colla regina de' Goti); sì stu- 
diò di romper colla sua perfìdia un di«^ao, H 
quale per poco avrebbe diminuiti i mali che poi 
«bbe a patir l'Italia nel cambiar signoria. loque-. 
sti frangenti adunque Teodora persuade Giusti- 
iffano, che si dovesse mandare alla regina come 
Tomo IL 5 



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.66 Delle Bivolisioni d'ItalU 

ambascBadore un uomo, quasr. per onorarla e- traf-' 
lar con lei e con Teodato delle cose va-tenti , A 
qnesta imbasceria ft. per suggerimento d'aurata 
destinato Pietro (i), al quale ella diede in spra^ 
ma questa commissione dì stimolar Teodato a- le- 
Tar via del mondo AtnafuUBta., pHma ph' ella 
partisse d^ Italia .ppr.Teaìre- a.'Co»taQtÌAoppli. Goa 
quali ragioni, il ministra di Teodora abbia indot- 
to il r^ Goto a quel parricidio , serìtae Fropppip 
di non sapere (t) ; ma l' effetto eegiH .pijre _6fr 
■condo il desiderio dell' imperadrice ►: Of ìfi ^CPH^ 
di Co3tcUitincy)òli« preso', argomento dalla .nioptje 
d'AmalosuDtlE* com^iciò subito, ft imqAaùar i]Ì 
T^n(let<a il re TeodAto., il quale al s<rfQ nome di 
guerra tremava tutto . Colla speranza ,di librar» 
éa questQ pericolo^ dicliiarò ali* ambc^seìador Gre- 
co,, che p^ compiacere all' ittfperadoRe av^b^si 
icoDtentato di rìtcnerttfl regno d'Italia Qomfi s^9 
vassallo _^ Temendo .tuttavia , «he a questi patti 
Giustiniano noa s'acquetasse,, ritornò, indict*^ 
ramba$ciadore,. annaso dMatendere da l^i^ ee.^- 
U corte i^p^riale .crebbero state' Acoett^.ìeL sue* 
proferte.- Piacevole .cpUoquia $i h quello, c&c in 
^qesi' iwopito tsi rapporta ProcQpie.tJa^.'Iìwditf* 
e Pietro. ^Perciopc^è ;staiido pura il re Goto « 
jnqsirAre-cIio: dopo-Ie «^oodiziptii di pBcv\ ahe gU 
!90'ei4va,, rini|)eraàone not^ arreljbe 'avuto ragj»> 
jo^ di muovergli ^«rra ^ r^^plicò. PÌet«> ) ». Tu cb« 

ft) Procop. Hìstor. are. pag. 78 et teq;.- 
(3) De BeJl. Goth. lib. j , c«p. 5, A. 



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Dbro vi. Capo H. 67 

« Bei fiibsoFo hS ài studiato Platone , ben fai di 
» tkcaxtì a coscienza e avere scrupolo d* ammaz- 
» zar coliti goecre gli uomini, bèncliè tanti ne 
» sien nel raoddo; ma Giustiniano che vuol far- 
ri la da magnaoiffio impcràdor'e, non à cosa che 
» .lo ritenga dal ripigliarsi coli* armi le provincie 
» che per' antfcii ragione ali*' imperio' appartengo- 
Ji riti » . ^qnt* é : fl titnido é vii "feodato fece 
pFomessa, giurata' a Piètra,- cte', dove le proposta 
non* soSdiifadessero , " egli avrebbe, mediarité un 
certo assegnamento , lasciato il regno . S' obbligò 
Pietro cori giuramento di non manifestare ali* im- 
peradore questa" seconda inteùriftrié , salvo che 
r Ostinato rifiato del prìnla patto vél Costringesse ; 
ed in quel caso' portava àncbe ' séco' ima lettera 
dl'Teodàfo' medésimo' dirètta é£ Giustiniano in 
confermazlgne di qùantd egfì àverf Aà pTofefire . 
ri Se ncm si' pu& aver regno, scriveva 'il re Gbtò, 
■* senza gueh'ày lo rinunzio 'ài bUori gf^do .irt- 
» l'uno ed all'altra. Non feggti' per' qual ragì^- 
» ne' IO debba pèrdere là dófciizza della qinef« 
rf per la' gloria peiieòldsa; e" penosi ;dì régriaffe. 
n Rlrchè io' abbia tanti poderi , cfce itìi : fruttili* 
jtf iiiilledùbcelùto libbre^ d* oro , ftiàndai Jiur siltìtto 
« (iereòne ftelte cui mani icf riponga " i* impalo 
* dfe' Goti e dell'Italia » (i)- Créderà." chi vpo- 
le* èbe quid ' Pietro' sollécftator <fi parricidio ab- 
bia- mahfenùto là promessa giurata ait^sòdatodi 

(i) Procop.iifc; ( «p; «.- ■ — 



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68 Delle Rivoluzioni d'Italia 

non Sscoprire le seconde proposìzioBÌ , salvo "dopo 
rifiutata la prima . Fatto «ta. che a Giustiniano 
fu rimessa la lettera di Teodato, e offertagli ÌA 
cessione eh* egli prometteva fare del regno d' Ita-* 
lia. Ma Teodato unì alla viltà sua la solita -fiep- 
fidià e l' impiudenza . Alta nuova che poco dopo 
ricevette , d* una leggiere sconfitta che 1' esercitò 
imperiale avea toceo óèllàiDalmizSa, levatosi -ia 
' superbia, ai fece brffe .de' ttiinistri che già -l'ìnw 
pgraddre avea mandato in 4ta)Ìft perchè ii à^k 
coropimento a> trattato, -^ - . - 



Prima spe^zìone £ BeKsarh in hàUa: sue qualbà 
'- ed imprtsé; e trattati co' GoH e co^'-Ihineki; | 



Ma già era in Sicilia ìì famoso duce ■ BeHsari(>, 
il quale passando io Itafia, se non riceveva', se- 
tòindò l'ordine datogli da Giustiniano 'che 'il co^ 
stituiva suo general luogotenente, la cessione ' pn> 
tnessa del regno , era per occuparlo con' ìa forza 
tìeiP armi ; Il carattere di Belisario è ' quello cfeb 
Viacon^a M spesso nelle vite degK uomini iltó- 
stri; vòglfo dire un compósto dì grandi Virtù * 
tì^'gtandì" vizi, come colui cfre fa nn grflndrefrtife 
Th^feccla'al liondoi e dentro alle nhirà dèlia prS- 
"pria casa nn uomìcciuolo iriescfainissimo e ridico- 
Ì6i Gran capìtaào;^ di' mente sopta ogirf dttìlerÈ 



=dDvGoo^lc 



Libro VI. Capo Ut 69 

feconda dì partiti e di spedìenti fu e^li certamen* 
te:' fcd ancorché piacesse ad alcuno diffólcaro 
gualche cosa da ciò che delle sue spedizioni scii- 
ve Procopio ia tre distinte storie della guerra 
Persiana , della Vandalica, e della Gotica, essen- 
do per altro state scritte in tempo da non poter 
variare la sostanza de*, fatti t forza è credere 
eli* eg)i superasse ne4I'.arfe militare tutti i capii^ 
ni che avesse avuta i'imperìo per molti secoli. 
JMa questa gran duce , soggìogator de* Vairdali e 
de* Goti, e vincitor de* Fersiaiv, fu perpetua- 
mente vile schiavo d* una sua moglie avara e li- 
oenzìosa, la quale, per più ignomima di quel- 
r imperio , non solamente con sue donnesche lu- 
singhe -e malizie gOTcroi -dispoticamente tutto 
V ipterno e il domestico dì Belisario , ma per 
r amicizia che' Aatomna ( che tale era il nome 
di quella donna ^ seppe mantenersi con l'irape'^ 
FadriGC, esempio Tarissimo e stupendo d' amicizia 
.ferma e durevole, e di somma cenBdenza tra dw 
Aonne, potè «sei l' arbitra deUft fortuna di suo 
ynarito .. 

Belisario tornato era di fresi^ dall' impresa 
.^cll* Africa felicemente mandata a. fiofr, a.v«ido 
eopqmstato ed unito ^ dominio del^ ^0 «gnpre 
fi gran provincia , forche . Gisstuiiano lo destt* 
-BÌi a^i affari d* Kalca ,. lisolutp di riunire al soo 
iiupcEio aocQi; quesCa regno o per.trattato., a per 
fopza.^a{>e[ta. imtonina sua mt^ie» che coleva 
leguìJiailo ia tuttl.ì suoÌ.,vÌE^gr o ,pei:. ttmat cho 



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70 Deixb Rivoluzioni d' Italia 

lungi dalle V)plustpg;h|e jl'appassioiiato marito 004-. 
aprisse gli pcchf e le iweiase'dì nianp, o ptì» i- 
strarriccbir th e il sua male am^to Teo^oeio; i( 
quale' teputo io età giovamleal sagrq fon<« da 
lei e da Belisario,' era cresciuto ip'vasa kiro« fe 
divenuto col tempo' «rrastànte di «gm «««a» 
drudo della padronar; ^fu poi- ci^ne fji. tutti i 
falli di B^issfio^ e4 ebbe non 'poca pàtte<-ì)El 
peggìpràriecose- d'Italia,' '" ■ • ■ -■ . . , 

Focbi' hiesi dofio la morte d'-AtealaÀmti 
("AN. 535) già !S'* tfóTavà in Sicilia Bélisariov 
doT*e^H diede principio- al còosijàf» coóTerlfoglì 
d? Gf^stìpfanq senza cajlega. Passattf'iD' Ra^ ìt( 
quel fìangepte medesimo cbe Teodato pe* la tbt* 
ta dell* eseirito Greco nella Dalmazia- >avea rrtraiw 
tati i patti già còDcbiust colla do^ di Gostatit]« 
napoli j'preée' Napoli non sepka' ' stento ; la< qittdjl 
presa in rendè memorabile pere^sHe glic^sediaiH 
ti~ eiitrati nella: città -per -qtiella' stèssi) aequ^dóttot 
per^ cOì ■mille'- anirt dopp- eptràropo. i Soldati del 
re^Àffcmo. '<5u«ta- prima 'injpreea- ebe fece iu 
Italia Belì^rìp', 'come iu cagtppe -ini^«4iiata della 
depósiziprip e' dpllà morte di -Tpijdato, .tdla cui 
trascui^g^ «ttribufvìmo- i Goti la perdita df 
Kapòli; pósi 'fu ancor principiò della caduta ^ 
iJÈnJé di gudfii pàzltìné, - ' "'^- ■' ■■■■- ;'- "jj 
'■"^ 'Non^ pwè-leggère^ seirea-'affappreJi bomax^ 
to o dieci mila uopiioi , cbe appena tanti ne 
aj«a.SteIia»rie Bot*0oih%iQv.cfti9aBdp»..,fls«*ed|p8e' 
ro e mettessero guerm'gìoni in 'tante «j>ttàr'\<* 



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1 XmBo. VL Capo IIL 71 

«eorrssftiD con^ padcooi e trioDfanti quasi tutt^i 
Itdlkt , dove una volta qn^nque si fosse piìi me- 
cKocre cantone n^ett^va' i^ campo venti o trenta 
mila aratati . Venamcnte non maocavaDo qua e 
ìà. per i tutte le . citÈà. - ^^liane molte persone .mal 
■oddiafatte de* Goti oonj9odan.tJ-* c^e ^ credeva- 
Qo scigcQROieBtfl di, ricorgere a migUore stato mn-' 
tbodo. ngaorìq. , e ,perb ùclìniiTaDa a ritoroai; sot- 
to il dominio di chi portara H. oome d'impera- 
^ritetiiiliU)<.-^^ottrechè sÌ8a:p^pr}ioi;a, quan-' 
tfti bìfi dipopO" rilievo il fa.voF dell» raoltitudiaa 
ditaroHlfa-vi cpi&para^ioDe degli- ^ercitf ordinati,- 
gì* Uadiani uwi et}beTa -lungo andaj-e ad accpi^er-, 
si' quanto foBSQ p^^oce iir dominio de' Greci,, 
che qusUo.d^i Goti,;; e che -Je .ganti le quaJt por-,. 
taTaEi.0 rai^mì' B no nie- dell' impeiradoret {eraqo-di 
più barbari Btrani .paesi-, che-, Jspjj .fipssero.ia 
origìoe glj stMw Goti.^ Per Ia..quaÌ .-cosa' dórette. 
Qsud pr»to «^s^Sire e falle^|tarsi:-queU*j[|cIii}azii>r 
■e e' favore che |Bost;racoaa :da • principio agU 
ftvasjiainwti de}l^-armi imperiali.. -Ciò non.ostaQ-: 
te -noq dir^.gjà , -pfas wj piccolo -,esef\:ìtq di Giu^ 
stisiano^ jsa quasi cti& il «eguito. q la potenza 
à'' una fa»ii^a'bast6 solo a, royesoiare. lo. ,atàta 
àgjt giaft Teptìppcol; (i.),, Certs» è-ic^". le;, trup- 
pe che mandò Giusttniaiio ip Italia» npq.njontj^- 
ftiVKMan ^Vmtwit^' uomini., 'e ';per ^ .fHi del 






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7» Delle Rivox-uzioni n'Ir ali a 

tempo che darò la guerra , non passarono i dt'fr- 
cimtta , raccolti di sì diverse genti, Orecr, Triu 
ci , hauri , Abini , Uoni , iMaurì , « pertìo de' Per- 
Mani ; comandati da capitani di nazione, di lin- 
gua, e più ancora d'interesse diversi. e diseordi ' 
^ loro, e ^asi sempre dìsobbedienti « restii 
agli ordini del duce supronor laddove i Gol*, 
nazione flior dì dubbio valorosa e guerriera» che 
da ben iSo anni avea dato tanto terrore ai Re- 
taani * e acquistatasi nelte triippe nuperiali ripu- 
tazione sì singdaie , contavano ancora sul pria-i 
cipio di questa guerra fino a cinquantamila ar- 
mati di loro gente. - Convien dire che qiialche 
inusitato o terrore od avvilimento per oceaka ea- 
gioBe avesse occupato allora gli animi 'de' 6oti , 
£ Ppocopio spettatore e scrittOTB di questa guer- 
ra , brache' non troppo solito a dftfsi vanto di 
. veligiesità , ^e questo- pensiero , ebe le imprese 
non procedono e non si cooduetHio a fine iièpeK 
generosità o moltitudine d' uomini , aè per fcraa 
d'ammo-; ma essere un nume (^e piega e guida 
a' suoi destinati £m h mesti loro (i). Non era 
per altro jsh di bravura, ne dipradenaa Sbraito 
Vìttge eh' era stat« eletto re de' Goti alla depo* 
«izioue di tFeodatò , e che per m^lio asMcurarsi 
.^ello Ec()ttro avea costretta- la nipote del gran. 
Tcodorica a sposarlo. Cercb Vitige suhitsuneote 
di liberarsi da ogni cura d'altre guerre} e^ di 

(ij Procoji. Kb. a, «ap..3E^ 



ovGooglc 



. lAso VI. Capo IH- 7* 

«luinrsi ODCwa d' aiuti esteroi còl cedere «i re 
f l'anchi * per farsegli amici , le pronncie cfae gli 
Ostrogoti poseedevano nelle Gallie ; il che già 
area deliberato e preso a trattare Teodato suo 
antecessore (i). Ma né Vitìge ebbe T aiuto che 
sperava da' Fraachi , uè; con le forse cfae area 
in Italia, potè ÌDipe(Sre j pfogreasi deglWmpeóa- 
K. Belisario entrato in fìotna vi « forti6cè, e si 
difese dagli assalti che gli diedero i aeaioi per 
ricuperar -^lella caf»tale. Quindi aTanzatosi versa 
l'oEmilia e la Liguria , prese , beochè poi per cst- 
ttvjtà de* suoi luogoteoentì sì perdesse di nuovo , 
la città di Milano; e costrettoli re Vitìge achiiv- 
dersi in Ravenna , ve lo assediò , e l' indulse , a 
peosaM alla resa. 

Ma mentee il gsaieral Greco a di^tto d*ÌQ- 
fìntti ostacoli e dell' indolenza dell' imperadore 
suo paò-one avanzava sua impresa coptco j Oo- 
ti, poca mancò che «n fenio .potentato ooa. ne 
cogliesse o tutto, o la massima' parte dfel frutto. 
iVolgendo il quarto anno da che JBeltsario av^ft 
jtpprodafo alla Tiriera dÌI4apioIÌi l'Italia, pel cui 
r^no si guerreggiava tra' Greci e ìGoti» fu vjpi- 
ua a divenir la poeda de' Fwachr^ Teodeborto 
le dell' Austrawa in quel tempo v..jigeMati gì' in- 
viti tanto di Gìustiniaiio creile' Goti* da.aui'Ael 
prindpio della guerra era state icbiadiiató io .cou- 
federanooe, avea in oi»ic&jì»ian« /atto. p(0iw«s4 

(1) Casiìod. lib. io^(epiil..^5S .■ ■' .. - .'. '^:. 



ovGooglc 



^- Delle RiTOtUzrMi ip' ktkUA 

di atani .neutrale . Nondimeno , tedttti ^i avaiN^ 
zameàti de' cesariAoi , o. tetnendo; per vejitHra, 
òhe Giustiniano, debellati j Goti e'^'nacqqistàiA 
rit^ia, aon g' inrojgUafse dì cercar ts&od^ . df^i 
stati delle GalHe; o , perchè roleese . meqtiìe ^U 
altri 8Ì consumaroóo , .^t^Iorarlle cose. d'Italia « 
oomìacib a masdar : sotto nome de' Borgognoni 
dieoiniila de' suoi ipr aiqto de* Goti i « la v0Qut«t 
di questa ^ente fu io fatU di ooa piccob impw-^ 
eie aU'ìmfnvsa de' Grecia Cin»; uà «iiaoi dopo^' 
vedendo te fòrze degU uni e d^ altvi graiide^ 
ment0< esaiisfe c(| indébdJte, Teodeberto .«i rìsc^- 
Tè, aoQ ottante la giorala neutralità., di itasajtarj 
Vilaiàa t scdtomettferla al auq . dominio . Credette-. 
ro i Goti io sul principio , che t francbi .cÌ'T»t<. 
lÙRsero come amici, in.- loro aiuto; ^e perdntfache. 
gì' impedissero .nel passaggio, ma gli sioei^fittart)! 
lietamente, finclù .comint^'arono essi- ì primi, -tìk. 
provar la loro ne|nica: bacbari», albrcbè iuràno. 
penetrati nel cuore dcUa Liguria. fin presso Mila- ^ 
no • Payi^. Cosà i fraiicbi diedn^t;^ dua'SDonHtfe 
a' Goitì ed ai Greó), prìqift che .ai (.sapesse bene, 
a- che fine fossero «alati in Italia. Ma il reFran* 
cese non ebbe altro frutto di ^uell* ìmpeesa , che . 
P'Onta d' uqif temeraria ed ingiusta ìny^ionei a. 
della perdita .dei due.leczi. delia sua' osta nume-»: 
Toaa.; Pe^CiQcobè non trorando- altro. .da' sodeoEar. 
te st^e genti, chebuoi ed acqua .(talmente, «raij 
acche la miglior contrada d'Italia ridotta a soli- 
tudine); e per le acque che -beyeaaott.non&yefido 



ovGooglc 



. -L^BRO VI. Capo HI, ^ 

fpnea ^ ' digerir fé qualità del cibo, uDa'aì 6e-i 
f& dUsi&Ateàa. atéapob V annata de' Fraacbi , inde» 
beliti é;£&Cclii per alte?) parte dalla qualità della' 
stagiono e dèi clima ptù eaildo de} loro p»se ì 
phé vi perivano nùier^tnente , perchè ìi caldo: a 
il difetto 'ds* t^ireri, :o£^!on del nua'boi, -ne toi- 
l^evaìXi aDcora: il rimediti ('i) . Partito cogli at^an* 
fi del sud afflitto esercito- Teoàiehetìii , p^co stetw 
tero i Otiti « per vari fo^nosi accidenti , e pep 
ÌBdustria di B«^99no a mancar di viveri aoch^ es< 
^t ; : sicché 'P<3op pareva che potesser durare ; con- 
Itro i Ro^P^i fli^: qualcosa iotend«pdo i-re FraD-* 
ettsi-, cioè Teodeberto si^ddetto e i suoi fratelli i 
maodaroBo ambasciadori a Vitige per, «firirgli 
proQtd socoorso, dove i-Goti voles^r ' dÌTÌ(]ére> ii 
dwi^ino d' Italia :coii esSQ loro . Bel»ario che fù- 
di questa cosa! avviato', mandò altresì snoi atu 
nx&tàkì T& Vitvge a 6tie di limuoveFlo da ogni. 
peoÀeit) di &r: leghe eòa altra gente ^ e Sat ' in* 
teodniea 'In! ed. a'-ca{n de* Goti; ; che qualora 
deUberasieK^-dì cedere parte de- paesi Italiani ebo 
aveao tenuto iqaaozi., fi più sicord partito , per 
loto exa.di trattai-e accordi con Gii»tinianp . Pre- 
Tab» pel connglip de* Goti la propoerta- di BeU* 
ario , js: licenziati i l'rancbi, fu cpnchiaso di' 
mandar incontanente amba^iadori - a Co^st^tino- • 
poli per trattar, della pace. CoBCiniiavasì in. que^ 
sto ms9Eo r astemia di Batenna dove' i Goti &- erano 

(i) Ptowp, lil». a^^oap.- »A '. ■-: ' f « ■< 



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7& Delle BivoLDziosi d'Itilm 

ridotti col meglio delle lor foi'ze,,Buperiori tetf- 
xa Gomparazioae a. quelle de' Greci * aspettane 
dcf te determinazioni della corte di Costantinopo» 
U . (funsero in fatti gP iaviati dell* impefadore; 
OQn lettere, per cui egli lasciava Tarbitrìe a;' suoi 
capitani ed agenti di part^ il demÌDra d' Italia 
co* Gotr, e di por 6ne alla guerra.' Belisario cui 
forse i porffuneDti d'Antoaina sua moglie ebe 
»* impattava sovranamente to tutto- il goterso 
della guerra, rendevano sempre più-odioso, iróvìn 
tutti i capitani inferiori incHnatìssimi al. partiU» 
della pace , ì quali , obbligati % ciò da Belisasia 
medesimo y diedero il parer loro per iscritto , in 
eui anche dicbiararono cbe l'annata eesariani^ 
BOB bastava, assolutameiite a.£ar fronte a' Goti (.i) , 
Ciò' Boa ostante vinse la fermezza ed il maneggio, 
di Belisario , il quale avepdo per segrete pràticb« 
|à.tta appiccar fuoco a' magazzini di Raveanà , 
stimolò maggiormente i Goti alla resa ^ E &i allo-^ 
ra, che le donne de' Goti^ vedendo sì scarsa e 
si misera V aroiata de* Greci f dissero gran vil-> 
lADÌa a' loro uomini ehe s* erano dati per vieti* 
XJfi fatto si rilevante d'entrar niocitore nella- ca- 
pitale del. regno d' Italia , é di ricever prigione il 
tfl Vitige epH forze. si disuguali, giovò pmttosta:^ 
iBelisario pf r coDciliargli la stima de' nemici , che 
pcc quietar i sospetti, la gelosia, V odia de' suoi» 
Non . potevano: i suoi malaroU inetta wpetto 

(i) Pc«co|i. iil>. a, <|ap. 7 ; «t puiin alibi/ . , 



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Libro VJ. Capo Ilt 7? 

«elf* annoio dell' imperatore ,éhe Belisario ée la ]'□•' 
-tèndesse co* Goti e vendesse loro gl'interessi dei 
«uò signofe , esseado manifesto che fuor dell* al- 
trui espettazioné egli avanzava fortemente l' ifti- 
presa . Cetcai'ono perciò dì far credere a Giusti- 
alaflo , che l' iutraprendente capitano macchinasse 
dì rivoltare all'esaltamento suo proprio gli acqui' 
sti , ed oecupàre per «è ÌI regno d'Italia. Cotesto 
spspetto potè tanto ' più facilmente annidarsi neì- 
r animo delj* impemdore , perchè egli stesso ebbe 
di questo qualche timore avanti la spedizione del- 
la^ "sua armata in Italia; e perì) Belisario era sta- 
tò nel frangente di sua partenza obbligato a giu-i 
l'are che egli , vivendo Giustiniano , non avrebbe' 
tóai preso titolo né d* imperadore * né di re d' I- 
talia . Se non vogliamo negar fede a Prooopio , 
dobbiamo credere che il suo eroe sia stato fedeltà 
(die fatte promesse, e che quantunque soUecitaló 
fòrtemente' a volersi prendere la corona e la por- 
pora dai Gioti medesimi che si offerivano dì rico- 
noscerlo ed obbedirlo cbme laro sovrano , obbe- 
disse francamente agli ordini della corte che 16 
richiamava in Oriente. Il motivo che addusse la 
éorte per rimuovere Belisario dagli affari d' Italia^ 
fu il bisogno che v'era dell'opera sua per la 
guerra Persiana , al governo delta quale egli fu 
di fatto mandato incontanente • Non dobbiam ta- 
cere che là guerra allor mossa dal re di Persia 
contro r imperio era stata cagionata per opera e 
per raggira de* 'Goti, t quali ftierò in questa 



ovCooglc 



(!onghintùra quello appunto che cento e dtì^« 
Cent' aDDÌ prima avfebbono' dovuto far i fiomaDÌ 
per sicurezza dèlio etato loro, se dicessero avuto « 
come ahbìà.aio' osservato altrove ,' sufficiente co" 
gbizìDue della Scizia ò Tiu-taria ^ìatica''. Aveva^ 
no i Goti, mentre che" correvano' slla^'agliati * bat- 
tuti dall'armi cesaree, riltìvato ne' loro consigli» 
che gì' impfera'dorì Romani d' Oriràte non s'erano 
lAai mossi a: disturbare gli stati de* barbari tik in 
Italia, né' in altra parte deH*OiccIdeilttfj salvocfe* 
quandtf essi erano in pace' coi re' tji Persia (i)', 
Mossi d^ questo^ riflesso V i fine di ^avars^a^S'at-' 
to o di flCeàiar il peso che orattiai stava .^* op4 
)>rjmerli , della guèrra , mandarono .sfgi'efAÙènM 
dtatì ecelesiastìci , probabtfm^tè Ariani , unirete 
b un Vescovo ,'con lettere al re Perd^^b- a -^ni 
d' iiida]>Io ' a rompere la p^oe con ì Ito^tiibiì % 14% 
in fòtti rìuiscì: lor vano* iT di^gnffr pa%faèv tjuaa* 
do meno se nff temeva, le pvòvfticie -Rcmahefiti 
ronq ostilmente invase « cfevastate- dall' arali 'feirr 
sian0'. ■-.;.: '■■. 



(■i) Procop. libi a, oap. ^a. 



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liBAo. vi GafO W. 79 



Vreazime M Totìla in te df^Gctii vieemkdiSfi 
. i&^TZQ aìla corte <à' C^tai^ap<Mi è suasecon^ 
■da spe^zùm in Italia, . 



j\l«ot¥« hf oM» ae^Orecì'dopo la pattenxi Ai 
BtMfeado {Uidaf £Mio ricadendo pei U dappocaggioa 
od; avadraà d«' miflastri che fecero vie jnaggioiw 
meDt« <ioaascet^,aigyiiàS&D.if com'essiv per uscìt 
rè d'uH le^QF lactfìo, sperano messi tra ceppi e 
jU-a -catena coll^.aver toIuW riniavare il nomg 
d'ImperÌQj'i Goti che già peC qaesta stessa mala 
condotta dn* loro avversari aveaco comidciato s 
riacquisfór credito e favore, WcJto più gagliarda? 
taente rkots^o qaaiiào, pec U pn^'ooia di Viti-r 
gcr e per la morte violenta d' Idebaldo , il qual^ 
al rifiuto di Belisario gli cta succeduto per .opeca 
male di poi ricompensata del generale Uraìa , fu 
innalzato al regno il gran Totila . Lo storico Pro- 
copia partigiano de' Greci , che scrisse dopo Ut 
morte dì lui o dopo la distrazione de* Goti, e 
che peonò non potea avere stimolo alcuno di lo- 
darlo più del giusto e del vero, parla in più luo- 
ghi della sua storia delle aziorti di questo re bar- 
baro in tal maniera, che appena fra gli antichi 
eroi che ci presenta l^.jitoria.Greca e la Etofimna , 



=dDvGooglc 



$4 Delle Rivoluzioni d'Italia 

troveremo alcuno da anteporgli (i). Egli s^pr 
pe si bene accoppiare il vigore e la fermezza del 
governo con 1* umanità e la clemenza, la destrez- 
za e l'attività d'un ministro, e t'affetto d'un 
prìaape amorevole, che « difficile non arder di 
sdegno quando à ledono certi scrittori Ì4veire 
contro quella nazione, e chiamar Totila un bar- 
baro ed un tiranno . La cura che in tanta agita- 
zione di guerra e «coavolgimento di governo egli 
ebbe di animar gli agricoltori alle opere i:u^. 
cbe .(z) ; 1* ordine poeto loro - per i tributi da pa- 
gar al principe , e per dare la dof uta parte jje? 
frutti a' padroni delle tene; h lettere cbcseritse 
a' Romani prima di slritig^re . d' assedio , la . città , 
ci fanno vedere eh' egli intendeva egregiamente U 
ragion di stato e il diritto delle, genti. La cariT 
tatevtde economia che dopo la pr^sa ^i Napoli 
lìsb a quegli affamati ed indeboliti cittadini, per- 
che non .6* afTogas^ro. nell'abbondanza d.^' cibi; 
e la modestia che mostrò nella sua persona e fe^ 
ee osservare a' suoi' in (^tii.occaaio^ dì città- 
espugnate e d'acquietate vittorie, messe io conr 
fronto della crudeltà p delle estpriiioni insopporr 
tabili praticate dai Greci . yerso quelle città ch^ 
sos^enaan luoghi assedi pec aqaor. dell' imp^rìg, 
dimostrarono assai, chiarameote, che se il destip^ 
d' Italia fosse statp We * cfaq TotìIa succodes*? 
immediatameutp. .a T^odori^ca. o aU^ reggenza 

[i] Procop. lib. 5, cap. a et se^. 

£aj Idem lìb. 5, cap. i3k ■ . . t 



ovGooglc 



Libro VI. CAlki IV. : 8| 

i^ Àinalasuiifa ^ egli ^vi^bbe fèrtnato a s^oo lo stato 
di quesHa provintna , clie B gran tòrto sì sarebbero 
gì* Itelraoi ìdvògliati di- niutar si^oria. Ma t' Ìm> 
perscrutabile voler del delo portò al regno d'Ita- 
lia un fai uomo perchè la virtù sua non ad altra 
xrviiae che a ma^or rovina di quéste contrade, 
pe' nuovi sforzi che ebbero a Btre i suoi nemici 
a ricuperar le oontjuiste già' fatte una volta . Or 
Totila tra per suo valore ,- e per trascuraggìne de- 
gli uffiziali di cesare andò sì fattamente rilevando 
la p^te de* Goti , che alla fine la oorte di Co- 
«tantÌDopob* si rìsolvette di' rimandar a questa guer- 
ra BeHsarìo, il quale, rìòhìaniato circa questi tem- 
pi dalla guerra Persiana', e caduto in disgrazia 
degli augusti, li marciva in no vile e disonorato 
ozio, méntre 1* Italia, con tanta stia lode riunita 
all' ìcapeno, cadeva di bel nuovo in man de'ne-^ 
mici. L'istorìa acereta ne fa fede che gli sbagli 
in cui cadde Belisario nella seconda guerra Per- 
siana , non avantaodo sua impresa un dove pa- 
reva che le circostanze presenti Ib invitassero , 
procedettero dal turbaménto e dalle vàrie a^'ia- 
siòoi in cui r animo di lui fii gettato per l' arri-r- 
vo improvviso d* Aotoaina sua moglie . fa quale 
easendo pet altro sc^ta di svitar . il marito ia 
tutte le SUOI spedisìoai, se n'era questa Volta 
litnasta in' Costairtinopoti per* n'acquistar forse 
un suo pfffdtito amatite; poi per notizia ch'ella 
ebbe di ciò che il mftri^ e figliuol soo m^cfìhi- 
naranp ooqtro di. lei assente , volò al òatnp» ìb 
Tarn. IL 6 



D.q«,zeaovGOOglC 



8b Delue RiTDLOZiOOT d' Italia 

diligenza nel teOipo appunta clu Bditario ù .ti' 
trovava nel più arduo fraogei^ di quella ^otìt- 
ra . Certa cosa è ch^ egK cadde allora ;dB oiu^ 
sovrana riputazione in cui era stata prima ap-, 
presso la gente , e che - o per sospetti. <^e n« 
concepisse 1* imperadore , o per neta volcutà di 
Teodora augusta che' prèndesse a far. veedetta 
di Antonina, fu riofaiamaba a Costantinopoli, pri- 
mato dei generalato, spigato di bnDDa,:parte.<Lei 
suoi tesori, e rìdMto a menar, con» già abbìam 
Idetto, una vita umile e difooorila:, Mi ti feroce 
d* augusta ohe tutto poterà, e die profinsavaiK»»- 
tee oBbliganoDÌ'ad Antoiiioa{>erDUÌd<^trezKt ■•'«Ka 
vendibata d*un <uo- Remico «diatèsimo,^ sollevò di 
nuovo al pristino gvado i'afffitta ed abbottato 3er 
liaarìd, allorché' {dti che^raai dìq>erava deUe cose 
sue' e de^ sua vjta. U che avvenne nel modoise^ 
giiente- Erasl egli portjtfo noa mattiad, secondo il 
isuo costume, a visitar cesare e ^'imptradric* ,.c 
non solamente non ebbe argomento alcQnO: di:b^ 
^èVoleUza e' di stima , ma egU ebbe ancora a sof- 
i^rìr' qualche affronto 'da' seiTÌtiiri.TÌIissiial « xìba^ 
Idi ; n che fu da lui prèso per indizio cseirtissimp 
.deàa sai. disgtana estrama, i&cui caca a{:^rnso i 
padroni . Eltlroa» a casa verscv sera piono db ^^ 
to sbigottimento , ^le-. tratto! tctito .$»> riw^tc^vji in- 
dietro e qua e là Tiguaédbva!, ebisd»- sf «Viewer ajU 
le spalle i ministri- dells'tccxte inandati^ ad '^ocj- 
derlo . Così entrato io camera ed abbandonatosi 
•opra il letto, passò 'In^'ittezzo .^';trì6tì- pei^«ieri la 



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Libro VI. Capo IV. 63 

tK^e'con dlìoottrazìoDi di paura e di viltà ind^- 
gilianiui d' ud tanto gnerfiero . ÀatoiuBa io qj^el 
inezao, nome tgoara, a&tto di quello ch'era per. 
«cf^in , mdava presso alla caniberft àxi manto 
«pUMggiaddo , e dava ad intendere che per effet- 
to d'iddìgestioDe non potesse quella: notte fiposa- 
i<è. Quand'ecoo vmic di palazzo i^i iQessaggio, 
il quale, traversato L' atrio e. le. sal^, ,^ì. fé* 8E;ntir 
w ali* uscio stesso 'della lOMXtera di Belisario, e dis- 
se cb» veaìne mandato .dall' imperadcicei . Come 
questo udì Bdiurio» qua» dfi un upovo pacossìs^9 
dì> paum sopcaffatto , rìoadde boopoti» sul letto,, 
còme còsa destinataa stoaire. Q^ia^L-a^, ebe t^^ 
le era irnome der messaggero , gli pr&aentò la Jet^ 
tera di augusta^ che diceva, in: sopinja queste par 
téiè: «Tu s», amico^ cii> che ci #i,f§tto; xp^ 
•» io-'Cbb MAIO alla tua mogUci 80BjtpMt9<eQt« tenu- 
'■» ta, 'Vàglio pt» cagioQ.sua'iper^^tii ,pgai>cnsa» 
^ ^e faU a ilei. & grazia deHarUta vìt^. In lei fl*ora 
V iiinaniA fonderai: le spu^L^e; e delja.tviia ^l^ez- 
•* ta-, 4 'detta- tua ifbrtuaft;, ma sappjL G)ftt qon,i 
•n SsAti kà da-daimi a eoDpsa«^« ijiial. tii ^.vie^ 
» "di' fei-«' (i). Come Bdisairip eblm lc% jf»?ste 
còse, nenipot^pec la subita. 3ili*^reMa **]^*''^°'" 
trai di «è, :i|ia prostratosi ÌfflmaQtia<i*f^ ayanti di 
AtftoAiii&i o le. gmoochia afofetacp^Oflole» ^l'"°o 
e- l'aki* la'ede baoiandole, it*«1tr«i ancor erapre- 
«éiite ìt mcBio d' angusta.^ per ^,., pressamente 

■• (tyPioscrp^lUK. aie. posi tnjLj _. ^ .,^. ,; ^^ . 



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B4 DsLLfi Rivoluzioni b* ItALiA 

pruova della sua obbedienza e cobrerstoaet etóa.» 
maya, la moglie autrice della sua salute, e prole* 
stava di volerle essere per V avvenire dob |hv a- 
mico, ma serro fedele (i). QuÌAdì rìebbQ'-uoa 
parte de* suoi tesori cbe deUe apogììe dì. Gìlimore- 
e di Vitfge avea anim«»atì , e che forse' erano 
stati la cagioQ pHncipale della sua caduta t perja 
cupidìtà che ne avevano GiustioiaDO e Teodora. 
Conferitagli poi nuovamente la dignità' C'iil.gia^ 
di generale, si venne in delibeiaiiotie/ £ -.rfinafi- 
darlo alla guerra Persiana . Ma Aatoiuna prete- 
stando altamente di non voler più ri«)ddp qu^'pae- 
9Ì doT*elbi'era stata sl''ÌDÌ<]uanieQte oltragglfita, 
si dichiarò Belisario grande scudiere dejl* iiQpera- 
dore (forse <^e Ìl titolo di patiizit», oheavea 
prima, s*erft dato ad un altro )'^ e fu la. secon- 
da vdta- mandato io Italia (a) . Gotto. vocS', e 
Bon-senn ragione, che l'imperadore es^^sse per 
patto dèlli riconotliasione ' di Betisarìo ,. «1»;.^ egli 
doiresae 'a! .epesd sue proprie fav- la guerra contro i 
-Goti. Certo è bene, eh* ^i vi.v<xioe nudisuma- 
^□te fornito d' armi e di geute; il che si attii- 
^"^ éRneràlmeóte da tutti ali* avariiìa di Giusti- 
niano^tiJè; -spese ohe portava seco la guerra P^r 
siaaa chp pì^.^ premeva, ed al farneti0o«b'egli 
ebbe, di fabbriuré e di spendere ae'toatfi e mlr 
le i^usichq, ed i^^^i|i. passatempi. .1» scrittof? 
che. gni seguitiamo , o., sug^Isoe u&a rìBessìou» 

(iyProcop. Hitt. «re. (loit ìWi. ' . . * 

' in) Hom ptfi 6 ti ^, : - ■ ■• . ! f 1 1 



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Libro VI. Capo IV. 85 

otte Dm Vàolù trasandare. « La forfuDa; disse, 
»' talmeote abbàddonb Beliìtario in questa seconda 
■» spedJzMne Italica, che, sebbene egli per la mag- 
»■ gktr cognieioDe del paese govei-oasse ogni cosa 
» con più seDUo, che notr avea fatto la prima 
«^ vol6i i ogni cosa gli andava a rovescio ; laddo- 
■v-vt per l'ìanftozì i partiti più temerari gli era- 
»' Ào- sempre' riusciti felicemente o . Se , prescin- 
-dttfldo ptireddle superiori cagioni della prowiden- 
iì(t"c^e il Tttlgo^f^oradte ed aoche gli scrittori si 
SOrio: ab antico aTrezzatì a chiamar fortuna , to- 
)esiiteq> Hoerear una morale ed iosieme naturai 
èàgtolie perchè' le òperazioBÌ anche più maturate 
tucoedesJsefo meno prospere . al oapitano imperiale 
-in questo rinBorellatnento delta- guerra Ottica; 
iSHymtemato essei.e' stata questa, oiofe che T avvi- 
limento e il'dìscFedito io'Cuiera caduto nt^' in teiv 
"Palle 'Còrso tra Tuaa e I* altra spedizione, aveoi- 
Hti lAtaralmente renduto - tìmido e dubbioso 'Ki^- 
>nkiKi di quelPePoe. Or, uiutiO' che abbia cogoi- 
"none^'delte toaé mondane , dubiterà cite gli azx^ 
liosi ©'fervidi quelli «iene per lo più; che effeÉ- 
tùaito le- grandi c^e ; laddove gì' indugìatorv ed i 
freddP {tppfena vagfioao a guardar il',già fatto . E 
da ■ nfìnice ' praove che si sono .di "ci6 vedute, 
liteqdfc'Jl'iBnlo io ogiiì:patìe-di«olgftto p^crt^efbio, 
%h« 'la foMuna atluta gli. aùdaei. 1Ì vew è cbe^Be^ 
tittSt^ò fil dal'suo'.prfeeipe'^esaimamente seaondii* 
to in questa impresa ; e tutti i s^issidi eh' ^U po- 
tè impetrare da Costantioopoli ^ sant^bero: af^ena 



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8^ Delle Rivolitzicmii &*1taua 

di qualche rilievo per guardare ifaa {òrteEraj, jiln 
'che J'Itafìa intera « 1* tsòlie' che le appàrtamgctiai. 
Chi potrebbe leggere soizasti^reo difetto, -rie 
per assediar tanti luoghi fbrti eh» ancor eran* io 
Itah'a in poter de* Goti, e per soweBÌrne -tanti al- 
tri che si tenevano pef 'F imperio ; ci speitìma uà 
rinforzo or di trecento', om di ottanta soMatt; « 
che quasi per un sommo sforzo pur sì mawìasse 
una volta' un esercito di mille 'atitnati^i)P Berciò 
Belisario tra per quella sua o lentezza o< disgrana 
6bé portò seco nel sno ritomo alla guerre baKcs, 
éT indolenza e la meschinità incredibile, contali 
.'fii fornito da besarè d'uomini' e di denari., |iogd 
più altro 'potè fare , che ora andarsi or feggìvecdi 
lido In' lido, "é guardar le contieni ddmareJraiio 
e Siciliano . Dae cose ftce egli nulla^meio rèhe 
linìte insieme furono forse cagione ohe la'patena 
de* Goti non si raffermasse, e U' fegno J<Ho.^neu 
risorgesse itìteramfente in ItaKa'*' ■ :■^• ':r 

Benché Belisario non giungesse' a iempa-di 
soccorrer Ronia, cooperò for^ pfà ohe »e«una ad 
frapèdiì-e che Totìlaì preia eh* e&be queHa' città. 
non la 'smantellasse e disertasse' affiato, oom*^egli 
crasi protestato di voler fare, àlkiitifaò veiin^ il 
diacono Pelagio a trattar con lui, prfma dw la 
■prendesse' (2). Belisario adunque, liiaddatìgti am- 
"■bàscfa'doVi e lettere t>er quèst'efletlo, glffèeenm- 
fàr pensiero . SJéssagfi sotto gU occhi Mdi^ifttà 

(1) Proc<jp,..i^e,Bell..Gotb. lib. 5, wp.aj., . , 
(a) Idem Jib. 3,'cap. 16, aaV ■ • ■ '• 



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Libro VI. Capo IV. 87 

venenibile di quell* antica città , la cui rovina ca- 
-gioDerefobe eterna infamia al suo. distruggitore, 
conchiude ocm questo argomento . a Se tu sarai 
a Tinottore di questa guerra, col distrugger Roma 
» [MvteTtti la perdita d'una città non d'altri, ma 
» taaa ;- laddove ,- craservaadola t decrescerai il prez- 
■w:n) deUa tna TÌEtoria col possesso della prindpal - 
v portai delle ;tue conquistB. Cbe se poi la fortu- 
>'n:sà tis^ii: oontracia. nestando Koma in [uedi 
:»-|«r<lua mercè < potcu obbligo e grazia incon- 
.»;ÌKtti]e:dall*imperador&; dpve iche ise t^ lasfua- 
»^ nani , itoii ti rinwmbb^ luogoi da speirav ele- 
vi amenza 'r. 'n^tper queste ragiam cb'^li,^ssa 
fiotè: penare f 6 per la n^turalfl siiEt uioaiaità- sf 
rtaolvè. l^otila di non fttteriare le mura:dt.,RDaia. 
XSa il segidto- di quella. guerra diede ipne & lui 
.ntotÌTO .41 tftontìxfi di sua clemeava^ e occaisiope 
«'suoi. Goti ad altri Jucbari confederati di. bia- 
simarlo ; poiché pooo dopo ..veutje fat^. a Belis4- 
«o- di: ripigliar Ia<;ittà, e di forbificarnsi di buo- 
'namaoKia. Oc.ia questo frattempo che ì Qreci 
l'itènoefo R(»da , Totila mandò ambocciadoti ai fc 
'de'Kfaachi.pw tcattare di-.sttiqgere parentado e 
piìt ferma l^a pon essi; I9 qua) cosa. quando si 
Josae- conchiusa, pos ogni: piocol soccorso che il 
~«eid»*6eti ne avesse ricevuto, poco gli restava. a 
TtoBiere dell' armi Romane . Ma. i 'Ffanchi rispose- 
■tO fieramente., che non eca, degno d^ unirsi col 
sangue loro chi avendo ìn poter suo la capital 
dell' imperio , non seppe conserVurspla . 



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8ft Delle RiV(0tw:5iow d? Italia 

Q A P O ; V., i/!- ;:■ ■■■ •!■ , 

Spéàhionc dell' eunuco Nam^^ *>^J^ ' ' 
. dotia gdcrrtf Gotica-.' ■■■.:• 

JPartì frattanto Bc^mhq 4*J^a; e bencbèla 
parte de* Bomani ¥Ì restasse assai idebole, -i Goti 
vi erano aatior essi t^uenté abbattuti: s. scemati 
di oumero,' cfae poeo arcano da: fasafidare dtile 
cose 1<^ . Giiutiniano , . bendtè' più ' volte J&ccMfe 
ti ri&cesse' disegni per. omd'uc pace aìi'soo fine 
l'impivsa d'Italia, ed «ra vi destinase< un geni- 
tale , ed oca un altro ; itt maggior parte de' aixai 
penùerì era tuttavia distratta daile'ótràdelfetgijè^'- 
va F^siana:» e più ancova.dalle dittpetetsologinhe 
allora vertenti. Finalmeota i un ciambiBrlaDOt:^ (m 
uffisiat di palazzo, luì eunuco 'diede a vedere abe 
siooome le più gloriosa «aoni de' priocipii.^pioóe- 
dono talvolfai dalia passione, o- dall' ^fistio jipacii- 
oolare a qualche lor fevodto , òon-.è-gran to^h- 
ca del pubblico quando ewi ànnod' iiilontQi:a -$è 
pei servigi -domestici persone di gtan' onorere d^al* 
tà- pensieri Narsete, entrato c<^U altri ètmoBhsiiBel 
«wvigio -della «orte , diveond in bnlrv teéapo oa- 
mtriefe <i Aolto domestico di -Giustiniano. QaÌBdi 
~ n&* familiari e quotidiaoi ragionàmeiHi -. cAbs fditao 
i padroni non di rado i alla preÈeoDai de*. loc'TSNr- 
vUpri ifitonio 9^i>'ftSafi aoooixanti > .diede .per 



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I 



. Libro VI. Capo IV. 89 

avventura alcun saggio del talento che avea per le 
cose di guerra e di gùverao^ e fii perciò manda- 
to in Italia con qualche reggimento di soldati bar- 
bari. Le maniere ofa'ei tenne verso Belisario cO' 
mandante supremo di' qu^la spedizione, possono 
farci sospettare o eh* egli javesse segreta facoltà di 
operar a suo modo e di contrariare ancora gli an- 
dtitoAiti del generale , o vèraitaente che il favore 
toh*. egli .sapead'^ aver alla corte, Io £tcesse ardi- 
rlo « iicuro.ne)<disobbiadir«. Certo è che per gli 
«btacoli. che |>OBe alle imprese dì Belisario , Nar'- 
«ete.-noQ p«rdè punto :ìL favore di Oìdstiuiano . 
.',n RtcbìamatoiBeliGario daHe oc^ d* Italia pet la 
«acfisnda; voba, e disturbati o svaniti i progetti' di 
..mandarn Gennapo nipote dell'ìmperadore j e poi 
-Giovanni figltudo di' Vitaliano, Tin^radore 
.^^Rtàneamcs^ o tinatovì dalle solite atti 'èor%Ìa- 
'«escbe^eoteaociò, massimamente dopo la lìidtte 
->dt ^EWdora, a -entvam' in deUberazioDe dì' thaadfù'- 
<rì.>reua>KO Naraete; comfe quegli ' che st pfCMi- 
imeBa- già pratico degli aSsn d'Italia per' etmérì 
-stato gik innatm, e che-doveite dalle sue '^nme 
pEDOTB'iarsi vie maggÌM-meate ; conoscfeos; d'ingé- 
gnb non ordù^rio. Ma Narsete 0' per ^naturale 
'snà^andeiEza d* animo ,' o per la ccA'ttizttct - raie 
avea dell' affetto del suo àgaore, protestò aniriio- 
BamcDte di non voler» addossar qutfir impresa, se 
mon CTS' cónirenienti^metite fornito ^i truppef e> di 
denari, e d-'ogni cosa- i^poituna a bondurk a'fine 
qin ^cnria<tua e 4slsuo p»naJ[ie. ORenù^pèttaato 



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9© bELLE RiTOtùzioNr tf Italia 

da Giustiniano tutto cì& eh' egl^ volle ; e «celi 
to il fiore delle milìzie itnperìàK, collo peawu 
noni che credette opportune , egli si trasse a! suo 
seguito buon numero di persone làié voleatiert 
vennero a ftir corte ad un favorito ■ dd ppinripe , 
e apprendere sotto lui l'arte di 'gneifregglaftvi ■■ 
H ragguaglio òhe ci lasciarono cfi qiidla ape* 
dizione due scrittori contemporanei , Pn>oopÌtt ed 
Àgatia, pah farci deddère" fraftèametite; ohe'Éopi 
«e da molti secoli niuna guèrrat ita ftaHa em iMàtft 
governata con più armonia, né Etlcuiì generai pifi 
sliiiiato, più riverito ed obbedito'; argomtoto ini 
dubitabile ti deir abilità singòlarissiaia & C(MieiIiar- 
si PaSetto e la stima de' subalterni , o delsoiiHdd 
credito ch'egli aveva alla corte, sicché non' soia* 
mente niunto osasse dì contrappors^Ii , mH tattì 
facessero a gara per secondarlo . Se qualche 1t»> 
liano motteggiatore si ritrovata ancora tanto jtó' 
dioso delle passate cose, che ripetesse ad onta 3& 
Narsete i tratti piccanti e^àtirici che contro d* Eu- 
tropio àvéà lanciati Caudianò , fb fn pochi mesi 
costretto, cangiando stile, di portare a! cielo con 
somme Iodi la' saviezza, làdesterità, larirtùgrAn- 
dissiraa dì quest* eunuco . 1 nemici stessi, ìtjualf 
dia principio appena sì poteSn tenere^l farsi bef- 
fe d'un eunuco guerriero, come • d*tin niiòVo mo- 
stro, "ne fecero subitamente pnlova àlor- danno." 
Perocché vìnto e disfatto Totìta, eypotìo appresi» 
anche Teia che gli era succeduto, non restava al- 
*ro duce fra loro da: fìtrne coato-, tolto- Aligèrno 



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-% tJBRO VI. Capò V. ' gt 

c1i6 area ridotte e tutte le ricdiezze, e tutte qua^ 
il le forze de* Ooti nella forte città di Cuma i , 

Ma beo d f u da travagliare astai per sottrar 
le protincie ttaliabe dallfl servitù d* una geqera- 
tnotie barban'cai'cbe dì poco fòlli a non impa- 
droiiirsene interamente , alloraliè il regno de* Go^ 
li fu ndotto air estremo .- Converrà peto rì^gb'at 
queste co80|daMor pri/icipìo, e mostrare in qua- 
le itato, fossero allora le cose de' Franchi, e comme- 
ntino entranero nn* altra volta ia grande spenuza 
d* impadronirsi d' Italia . Il Muratori , i cui rao- 
t^bti ci studiamo di non ripetere ma 'd'accennar- 
gli; essendo gli annali dì questo inììgne lume 4el- 
ì» 9k>t<ia d' Italia oggi sì divolgati , toccò assai leg- 
germente l' orìgine di questa guerra , e dovendo 
l^uitar rordìnede'tempi.ci diede troppo disgiun- 
ta e -dispensa notizia de* grandi progressi e de* di* 
segni. assai maggiori de*, re Francesi che vìssero 
»* tempi 'di Giustiniano. 

TeodeberEo , figliuol , di quel Teodorioo o Tien- 
ri primogenito bencbè illegittimo di Godoveo , che 
«Tea con altri tre figliuoli di questo famoso re di- 
viso ilmiovo stato de* Franchi fondato sulle rovi- 
ne delle Galiie, non solamente succedette alla por- 
zione del regno posseduta dal padre ctmtro gli at-; 
dentati de' duo zii patemi dotano e Childeberto , 
ohe ancor viveano (i); ma fu per l'autorità e il 
vcdor suo.il più rìputato e fik potente tra i re 

■ ■ - (■») DunW Hitc de Frange tom.; i , p»t,. 88. 



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gx BELtB RiTOLUzioKi D^ ItaliA 

Fraoctti : Oltre la ^pat'te obe gli toccè del' Fegtf^ 
dì Bologna, che-fu dall'armi loro oofte iosienn. 
interaineate distrutto, avea ancor 'fatto segoalate 
conquiste nella Germania . L' ìmperador- Giusti- 
fiiaoo e i re Goti cercavano a gara l'amicìzia di 
Teodeberto, il qu^e lusÌDgando oc Vimo or t'al- 
4ro oolb parole, cercava io fatti 'd'iagrabdir- sii 
stesso sulk depressione degli uni e degli altri. GiJi; 
abbiamo veduto eh* egli mandò «na volta nn kìb- 
fono di diecimila uomini a'.Goti al)b»RutÌ', ,dàtv 
do voce, per inganaar la cotte "di Cosfanlinapoli',. 
che questi erano Borgognoni Volontari o Teoturi&- 
rì ^ e che ci tornò un' altra volta egli stesso cOa 
«tmata numerosi^stma, cbepee cattiva influenza 
del climai e- per disagio di cibi vì péri in gran-.pàN 
te. Non per questo depose I' animo sBoatnbtziot 
«d efwoce, ma attese ad accrescere «idi nno'™ 
poesìa e di nuove prerogative il suo regno; e fu 
il prìma tra, tutte le potenze che si elÈrrawraowv 
pra le jorine di Roma, che battesse eotto it prò- , 
pfìo jxnne monete d' oro o per c(ntiessi<aie gra* 
tui(a.>o per connivenza e diseimulaaoae d^'iin- 
peradore, 4a cui' ancora ottenne espressa- conlèr' 
mazione e diremo f|uasi investitura delle - pf^vlzK 
de cb*e930£ isuoi maggiori areano usurpateci 
r In^criò (i) , ... ; 

' Né contento a questi termini , p^ioc«faè Gw^ 
stioiano metteva fra' suoi titnli quelle» dì Fr&netÒo:Ì 

(i) ftoftifi Iil;.'3.,«»p,.a5.-'D«t)idul».H4yp*ig4i7i> 



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^^uaafcoj Uingobaidico' (i) , mense una. gran- 
de ao)IevaKÌQtw ihc i bafrbarì cfae si erano sta- 
^jlUi Dell' lUirróo't e fu pKs»Q a portmc la gnecra 
«ontCò {Ul^imperadorefìn wtto lemora diCostan- 
tinofiòUv Nel primo fervore di questo. audace. d^ 
.4eg&0' Taedeberto finì là vita , e. lasciò .p^;.suc- 
<t!e9sWfi un suo figliuolo Teòdebaldo, giovaae. di 
,cù^a sfrdioi aD«i>'di:graeile temperatura, ed'iib- 
gegQP i(pti piiii «he jaftcdiocre . Vero b che la aa^ 
^ia pr0i'rideD;ea del padre colla scelta dì ministra 
^.uflìiiali 'abilisaimi avea opportunamente. nmedia<- 
-to .allavdetoleiEa e idi' imesperieoza del giovam 
l!e-(i). , . 

r A questo Teodebaldo , siccome a colui eh* 
£"9 gli .dtd t» de' Fratachi aveva i stioi stati più 
propinqui all'Italia, riconwffo i Goti, per «iuta, 
{tUorchè per la morte dì Totila e di IL^eia. à> vi-*- 
déro animati a mal fCmlo de* iatti loro. Vmi* 
basciata: tuttavia non andò a: nome^ofe^ per.delii- 
berazione ^ tutta la nazioua, ma solameiile di 
questi ohe aiutavano tra le Alpi «d. il- Po. .Gli 
alici che si trovavano più lut^i dall' Al[Hf. aania*' 
rooo, meglio d* attendere qual avviamento |vei^ 
desser le oose de' Greci, e qual esito avesse l'as'^ 
stdio di Cuma; o veramente temettel» »- coli' invìi» 
tare i Franchi, di tirarsi in casaun ngmicod'ag^ 
giunta ai Greci-Rod9anÌ. Furono intanto ncevutì 
e sentiti gli- aOtbasóiadori. mandati a ^Eeodebaldo, 

tO Agiih. lib. 5. 



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94. DeìM &VOLiri^iM «Atalia 

i qiufli'rìa somme oeròftraao:di :peiniade|^.arfj^l^ 
re ed al suo consiglio, che quando ìGpti.^ossat)- 
iaterameota debdUti e distratti, aoche.kh ^tato 
de* FiaDclu.'tuMi «arebbe lìcuro dalle .^ratep^nì. 
deliMmpeiadore ; cbe pvtò egU era coaa dicc^x^^ 
ne utilità < dell' una e dell'altra nazione,, oiie i 
Franchi maiàattaco in Italia in difesa de' Q^^t 
Fu tispo^ « nome del reTeode^do., cheì'Atà 
e la.feDoe sua sanità, e lo stati» del regno nq^ 
{gli pennetteràno' di entrar per sUoxa a pdft^àfì*. 
perìcoli altrui (i) , Ma Leutarì e ButselliDo^ Alor^ 
aianni di nezione>e duci peimarì delle -^uf^e. di 
Teodebaldo, nel dar commiato agli amba&piadtHÌi 
li coniovtarQiio.iai non perdersi d'animoi, ,pQrchèf 
non «tante il dissentimento del re, eseisartUi^o 
ah propria- autorità venuti :colt .potuit«:. Metoito^^ 
soceorrere i Goti. Con molta . probabili^ ' ctA«(!^ 
un ó^bre «oriStore delle stwie Fifancesi: (2),i|ch9 
TOtèsta discoidasxa. tua la 'risalta, dei rfe .«de'duf 
fratelli capitani, non fu akrache un arti&ào <h>o- 
^oertalo; e serpe pei: appanta.a.coi^erQiai;. ciòiclfc 
scuse Frooòplo, ix^ chi in tuttó le w&tni cpn- 
farse che ièoem i Fcandii in: questa giXerEa« mai 
.non ebbero po' imira di prestar sertìgio nèt^'OiO- 
•mani uè aV Goti, ma lo scopo, loro era, ^^oipiee 
«tato d'i impadronirsi d'Italia, e di laseì^i: penùò 
indebolire i due partiti:, .affinchè, abbattuto 4U>p, 
fatuàcas poi imuovcr guerea ali* abto; dfi toro tleesì » 

fi) Agath. lib. I. 

(3) Daaì«|l.But>:d« Fcufi* too». i., fig..i»5.'. 



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j > Dbro vi. Capo V. " ^$. 

e seni già come amici fr colEegatì de* Ronumiro 
de* Goti (r). ■ 

Certamente senza procedere, ad una dìserzi(H- 
ne e rìbellioae manifesta, del che dod apparisce 
pur il minimo sospetto per tatto il tenore di que* 
sto racconto, Leulari è Eucéllioo non pbteano 
menar io Italia, senza il consentimento del lorsì- 
gnore, un'armata sì numerosa;, com* esà fecero 
sùbitamente dopo la partita' degli «nbasoiadori 
Goti. Vennero ifanque vàxte fratelli in Italia se- 
guitati da eettantamila: combattenti. Colla laeiKtà 
che frovàroDo dalla parte de* Goti , non ebbero 
a -penar molto per oocniKU'e quante. [»a2Mi credet- 
tero es^re di lor convemenza aelk Venezia e 
betta Liguna, dall'alpi Retìohe ^no-al mar To' 
scaiJo '. Restava perciò V- Italia quasi divisa fra tre 
tiazioni che aveano domini y e tenevano forterae 
in diirecse provincia t Goti, Greci-Romani, «Frati>- 
cfai . Ma i Goti vi cano dopo la Confitta i£ Teia 
Uoik più in istato di reggersi da loro soli ( èaenEa 
4i Vantaggiò del posto i<wti«imo , <piai ara Coma, 
'dóve s'èrano ritirati 'cot m^lio de' loro stmisn!, 
-già sa'i^bbero in breve rimasi affatto^ ttpeoti. 11 re- 
sto della naKiosie disperso in -vari luoghi d'Italia-, 
xon tema' nerameno il partito comune ; ma '-o sin- 
lùMAnetife o À'mulatamente £tltvi ^ aocostàrouo a* 
'Rdtnanri' altri se la ititendevan co' Franchi. Qua- 
esti ùlrimi-, benehà^noù avesKro per av&entura maggioc 



=dDvGooglc 



^ DELib Rnr<n.unoia d*Ìtalia 

numero di fortezie , die qnrila tibe li trae» 
VADO a nome dell'imperio, pare perdià aveano 
maggior moltitudine di gente ormata, ofae non ne 
avesse Naieete, MumTano pni arditamente pet 
tutto. 

Frattanto T esito deBa guMm pareva ^Kpendò- 
re dalla retistenza ddle due dttà Coma eEiuecn; 
r una tenuta dai Goti, Paltra da' Fraocbi; ed 
ambedue assediate e combiriCutB op ìta an mcn lt c dm 
Nanete . L* asse^ e la prem di Looca eDocìH»- 
rona al geoeral Greco riputaiioae grandminia non 
meno d' umanità e dì denwDxa, che di vafore e 
di senno; e fu principio della «uperìorìtà ch'^^ 
acquistò in appresso sopra la parte de' Frsndii , 
e dell* intera ricuperazione d' Italia. Non . era oi^ 
mai ad alcuno cosa dubbia edoscora, cbaiFran- 
cbì , od tentar cbe facevano di cacciar d* Italia ì 
Romeni « avessero in animo di sottomettMsi um 
pure gli antichi Italiani, ma i &>ti medesimi, 
in cui favore e soccorso Bngevano.eàsei- venuti (i). 
Però Àligemo che tuttavia si. teneva forte m Co- 
ma, pensò di volersi liberare a lin tratto e dai 
disastri d'un lungo assedio, e dai perìcoli, con 
dar sé e i suoi e le iosepie reali e tutte le cose 
àg' Goti a Narsete, e farsi come suddito Vero e 
naturale del Romano imperio . Frese dunque a 
mostrare agli aitai oapi del suo partito , che s' egli 
era destino che andasse a terra il regno degli 

li] kgtOi. Tih. i^pig. 587. 



=dDvGooglc 



l,iBlK) Vi Capo Vi ' , §f 

Ostrogoti, liptù «aorevok era ebe-ritaKii tornasse 
«' «Hoi antìcJiì' patlroni * «be io pét»' di' ohra geo* 
tot Iptbmtat) e- pnsuen -i pi-incipali Goti del suo 
dia^nOv -ÀjiseHio fece inteBdere' agfi aHèdianti ,' 
cii'egli vedeva conferir cou Narsete; e prese mo- 
de e Mmpo epportao» dì portarsi a 'Classe, for- 
teiza TJeiiut e quasi oìttaddla - di . flbveima , ' do- 
i^«ra il Greco duce: al quaie 'cÓBIe AlJgtrno fu 
avanti, cD^ gli pw9«nl!ò eufaitainetrte ' le chyin 
dL'Ciuna, « « proteslb- pronto ad-'Ogni suo' co- 
maqKUaieato . lDooiifati«it« fa introdotto , presìdio 
Bdoiuio ili Guraa, e cooségaate àNoMete le spo- 
gHfr reali con tutto il fesoro che i'Goti aveano 
riédveralo ia -quelki rorea ; e Nonetc io couirac-' 
cambio proDiise e manteoDe ogai più- 'favorevole 
tuttameato ad Aligemo e'aT Goti «h& passarono 
s»tto.idlft3ua«bbedfeDiia. N<ui molto dòpo iFran- 
efai saUa Hduoift di rìmnorer daJI* 'assedio di Ctinta 
i Kotaaoi , ed occiipare-, sótto ' ptretesto di soccor- 
rMe i Goti ,> quelle città fatta quasi sede del re- 
gno , s* «rado inaohrati iper qiìella parte . Ma in-; 
t«60 il camtnamente che d* era siegufto , dissero le 
nnggiori villanie del mondo ad'Allgerno, ctiia- 
maodolo disertore e traditore della nazìooe . 

Era -piaciuto a Narsete, che Aligerno ,~ tor- 
Daodo iD Cuma e manifestando l'accordo fatttj 
eo* Romani, dall' alto della rocca si facesse vede^ 
dft <3«loro ohe di là soUo passavano', e si levasse 
così ogni pensiero a' nemicH di creare un nuovo' 
re, essendo ogni ornamento della dignità velluto 

Tomo il. 7 



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c,8 Delle Rivoluzioni d' Italia 

in man de' Romani . Stettero i Fran«h[ noodf- 
meno ancor fermi nella deliberazioite di coatiouar 
l'impresa guerra contro Narsete; ma parte vìpti 
e disfatti , sebben in numero assai maggiore ; pai^ 
te consumati dalle malattie in pena , come ere* 
dette Agatta, iiella sacrilega rapacità ed empietti 
loro y per cui spogliarono e profanarono tanti luo- 
ghi sacri per tutto dove passarono , furono aJla 
£ne forzati di lasciar a' Romani intero e libera, 
per quanto era in Ich'o, il dominio d'Itali?' O)- 
Solo restava nua fazione di settemila. Goti* i qua- 
li essendo prima stati uniti co' Franchi , e ve' 
deodosi ora abbandonati alla mercede de' vioci- 
tori« per tema di non dover trovar grazia* n get- 
tarono in ConsB sotto la guida di Ragaart, Utii.- 
turg^ od Unno ch'egli fosse. Quest' uoiro aadae« 
^ di spiriti superiori alla nascita , benché di . na^ 
zione assai vile , sperava forse di salire a qualche 
stato; e se il colpo che perfidamente macchinò 
( AN. ^95 ) , non gli andava fallito , poteva oa- 
gionare nuovi rivolgimenti nelle cose d^lfaUa . 
Ben conoscendo quel barbato» quanto gU fosse 
difficile di sostenersi a forza aperta contrt» la p<i>- 
tenza e la riputazione già nfolto cresciuta di Nar- 
sete, volle provar sua sorte* se potesse od ottene- 
re da lui qmlche utile ed onorata oondizioae 
quando si arreodesse , o vanificarsi per via di 
tradimento (a). Chiedette perciò di abboccarsi eoo 

[1] igétfa. )ib. 1 de Bel). Golh. 
]i] Idem. tit|. a io £d. 



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tiBRo Vi. Capo V. 99 

Narsete* ,e fu rìceTUto. il luc^o destinato al ccd- 
loquio dovette , per quanto appausce , troTacsi ia 
campo aperto. Quivi poiché ebbero alquanto ra- 
gionato insieme , vedendo Narsete V alterezza e la 
presunzione con cui Ragnar! parlava della resa* 
lo licenziò ; e probabilmente il barbaro non si cu- 
rava della concIilsioDe , e disd^oava ogni partito 
men che largo ed onorato , Partissi Bagnari da 
Narsete, come s^ egli andasse al suocaminino alla 
volta di Consa.- ed ecco che repentinamente vol- 
tatosi addietro ( come avean per costume di far 
nelle battaglie gli Senti, e gli antichi Parti che 
da loro discesero ) , lanciò un darda per. colpire 
Narsete ; ma il colpo andò a vuoto . Le guardie 
di Narsete , veduta la perfidia di Ragnari , e il pc 
ricalo che corse H lor capitano , non ìstettero a 
badar più avanti ; e dirizi»te te loro armi verso 
del barbaro ^ lo stesero a terra . Morto ctMtuì , 
Taudada ed il coraggio del quale avea solo so- 
ttenuto la resistenza di quella fazione, i Goti trat- 
tarono subitamente la resa ; e Narsete concedette 
loro senza difHcoItà alcuna la vita . Bensì per i- 
«pegoere aOatto (^ni semenza di guerra volle che 
que' settemila Goti tutti passassero a Costaotmo- 
poli, non s'assicurando abbastansa, ohe tanti uo- 
mini lesati alle armi potessero stare in un paese 
signoreggiato per tanti anni dalla loro- nazione-, 
senza pericolo d'essere stimolati un'altra volta a 
sollevarsi. Con ebbe fine il famoso .regno de' Go- 
ti , che essendo fiorito molti anni , andò- . poi per 



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ìoo Delle EIivoluzioni d' Italia 

noD miudre spazio di tempo ora crolUado , ora 
rialEaDdosi , fincbè fii dalla rirtù di Cfanete atti- 
rato affatto fd estinto. 



JSiffeiU che questa gmrra recò all' Italia . 

JNon mi farò io a rìfletlcFe quello cfae il gtdit- 
de annalista Italiano in molti luoghi del terzo to- 
no onervò intorno al carattere di questo regno 
barbaraco, vituperato soTerobiameote da molti per 
un volgar pregiudizio nato dall^ ignoranza delle 
buone storie, da altri per un ootal aifetto al no- 
me Romano « e da altri mossi Snalmente da nn 
lodevole rigpetto di nligìone, per essere stati i 
Goti generalmente eretici Ariani. Ma qualunque 
cosa debbasi dire degli Oatrogoti che dominarono 
r Italia nella, prima metà del sesto secolo , certo 
i che peggio ne avvenne a questa provincia pel 
riacquisto cfae ne impresero e che ne fecero i 
Greci . E posiiam air fermamente, che niuna in* 
vasìone di gante straniem , eccettuati ibrse gli Un» 
ni, non Ssce mai maggior danno, che questa 
piccda banda di truppe imperiali^ le quali ci ven- 
nero col nome di liberatrici > I Goti e i Longobar- 
di, come vedremo fra poco, esswido venuti in 
Italia con animo di occuparla e stabilirvi dimo- 
ra , condussero seco mogli ^ figliuoli , servì ^ ed 



=dDvGooglc 



Libro VI. Capo VI. loi 

ttnbeirfi e roba quanta essi avevano; per le qua- 
h cose compensaruDo m parte il guasto e la re- 
vina. che meoarono' a) primo arrivo. I Cimbri 
stessi, che di tanto terrore empierono> T antica 
Roma , vinti alla fine e disfatti da Caio Mario , 
cogli avanzi che rimasero dalle soonfiMe ricevu- 
te! ristorarODO pur tuttavia iu qualcbe parte la 
stragi die avevano fatto- da prima . Alcum- bor- 
^in ancor sono tra i coniìat del Veronese , . tiel 
Vicentiuo e Trentino , dove ai parla il proprio ed 
antioo idioma Teutonico-, e , che più è , il dia.' 
, tetto Sasmnico in corrotto (t) : pruova assai ehia- 
ra, cbe cotesto generanoni discesero da certe co- 
lonie di Ted'esobi , chiamati Cimbri , che dopo la 
•addetta memorabile sconfìtta ottennero di i»m- 
par la vita sa quelle montagne-^ 

Ma la spedinone de' Greci contro de*^ Goti 
mivma. sperie d* utilità potè cagionare ali* Italia , 
e fece tutti r dannr cbe può fare uà' invasic» di 
■etnici. Sr sturbarono primieramente i Goti-, le 
famiglie de' quali stabilite pec varie contrade 
avrebbon- potuto ripopohir l'Italia, e feria per 
avventura risorgere aM' antico valore'. Né i &re^ 
•i, ve^ti in piccol munero a guisa di passeg- 
gierì e Mccomaani , erano per lasciare né figliuo- 
li v n&. facmglie in oompeaso di qoelle generano* 
■i che . dis^iiggevano . Per ^ra parte lo scarsa 
delle truppa imperiali non tolse già> 



i;t> .MUTai Venwr ilttuM. Ulk S io^ fin;- 



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loi Delle RiroLuzioNi d'Italia 

eh' esse non devastassero l'ItaKacome avretibe 
fatto un* armata grandissima d* ioTasorì . Le uc* 
cisioni che seguirono nelle battaglie, non erano 
al certo di gran conseguenza; ma come quella 
guerra si fece per via d' asso^ oontinui che ora 
i Greci , e tantosto i Goti , e poi di nuovo i pri-* 
mi ponevano alle città ed ai castelli occupati dal* 
le parti contrarie, malagevole cosa sarebbe a nu- 
merare le migliaia di persone che perirono di fa-> 
me e di disagio e di pestilenza per innesta cagio* 
ne. La guemigione che trovarari nelle piazze as- 
sediate, intesa solo a proccnrare per-si gli ali» 
menti onde fare il più che n potesse lunga dìfe* 
sa , laaciava tutta la moltitudine n^a miseria; • 
il san^e e ia vita d^P Italiemi così d^l* una par- 
te che dtUl* altra oontavasi per nulla. Nfegli abìt 
taf òri delle campagne erano però esenti da que- 
ste calamità, e liberi dal pericolo di morir della 
fame. Greci e- Goti scorrendo a piccoli batta*- 
l^ioni tutta r Italia , s' ingegnavano per lo più di 
raccogliere quanto poteaw) di viveri, per esserne 
provveduti selle città dove «i acquartieravano, o 
dove aspettavano d'essere assediati; e perchè i 
Bemici, venendo appresso» non trovassero donde 
sodrirsi. Nel letnpo stesso distocbavan fòrtemen- 
te la coltivazipne; e tm per le biade ohe si con- 
suiaavano a bdlo studio, e. quelle che^ s'impedi- 
va di seminare , spesso ed in più luoghi nasceva 
orribii fame, la quale passando il più delle volte 
in malore epidemico ed in pestilenza, cagioiiava 



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Dbro vi. Capo VI. io3 

fierìssine mortalità (i) • Ned era punto mino- 
ro il- guasto obe aveva a patir l' Italia rispetto 
air aro e. a tutti -gli altri generi di ricchezze, che 
dopo le passate rovine vi rimanevano . Appena 
le scorrerie rovinòee degli Unni e de* Vandali 
set quinto secolo possono paragooarn colle indi- 
chili "ruberie ch'ebbe 1' Italia a soffrire sotta 
l'imperio di Giustiniano da* capitani Greci, i 
^uali 'in diciatto armi che durò quella guerra, 
con insaziabil cupidità e con inesprimibile dili- 
genza andarono ammassando ori , argenti , pietre^ 
Tasi , statue , e quanto di spiccio e di prezioso si 
ritrovava . E coUiechè al servizio de* loro principi 
Cd al successo dell' impresa fossero poco attenti è 
molto discordanti fra loro, par nondimeno, che 
io vna cosà fteessero molto bene a gara , a cfaì 
ftìù è più tosto arricchisse delle spoglie della mi- 
sera Italia; né più gli amici, che gl'Inimici era- 
no risparmiati . Il numero de* condottieri che fu^ 
rQDo mandati con Belisario nella sua primiera 
spedirioilé, ià grande fuor d' dgni propbr2ione 
rigu»do alla poca quantità de* soldati ; ed ésd 
per In più si diportavano come generali indipén- 
éetti da Belisario, appunto per poter far quella 
Ébè spéràvàùo dover loro apportare maggior preJ 
da e guadagno . Belisario, come ricchissimo è 
gtaàdè eh' egli èra di casa sùà, e per Hsfietti) 



(i) V. Procop. de Bell. Goth. lib. 
ilibr.- ■ . 



ovGooglc 



ic4 Delm BivoLuzroNi s'Itauji 

delia sua dignità, doveva iii|;oiarsi «tnbocdlkeToI^ 
ineDte e a dinoisQra più degli aUri , e lasciafe 
ancora , cbe Antonina sua oieglie , Teodosio ainan*. 
te di lei e suo maggiordomo, e Udigere genera 
d' Antonina , con tutte Je altre creature di quel- 
la famiglia, pigliassero e diTorastere a tutta for- 
za; e perà mal poteva impedire le raberie degU 
altri uffiziati . Frocopio che pur.dovea , scrìvendo 
questa storia, aver riguardo » -molti cbe aneoE 
vireano e si trovavano in poeti, mal potè pallia- 
le e mascherare la loro cupidità d' aFriecbire, la 
^uale più d^ una £ata fa cagione ebe le opera- 
zioni della guerra andaasero^alla peggio per l' im- 
pevadore , ma però sempre con maggia rovina 
delle città e de' popoli Italiani abbandonati sca- 
sa soccorso r e caduti e ricaduti o in mano de* ne* 
mici, o nella fame (i). Or questa fu la famosa 
liberarione d'Italia, la quale c^ebrando i poeti, 
portarono in cieJo il nome di Belisario e di Gio- 
stiniaDO. 

Vera cosa è ebe. sotto Natsete, il (^lale sen- 
X* alcun titolo particolare né di proconsolo uè 
a* esarcò uè di presidente rimase al governo d-'Itar* 
Jb'a» questa provincia hi alquanto ristorata dalle 
passate rovi^e» non solamrate per Iftcuxach' eg^ 
n prese di rìnnovac d*cdifizì le ciUà state distrut- 
te ,, e peE i| buoa ordine. (^ gì etndib di mante* 
nervi ; ma ancora perchè' essendo totdmeotB 

' (i) Procop. lib. a , cap. 6, io, ij , 181, *q^ »l^ 



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Libro Vi. Cavo Vf. loS 

cenate le gqerre, poti' non meno ne'villa^ cbe> 
tuMe grandi città rifarsi pur na poco d'abitatori^ 
per tft : moHipKcazione che vi recu-ono eoa ^ 
anticht TÌUam scampati da t^mte etragt, come ^ 
av^RÌ aneora della nazion de* Goti» di evi non> 
k da dubitare ohe gran numero rimanesse tatt£t- 
ria in Italia dopofl fine di qtteHa ganra. Per- 
ciocché , quantunque meltissimr fbssèrtr penti in 
varie &2!odì, e Narsete «vose mandato prigione 
a Costantioepoti l' uhimo squadrone che »*^arrete 
a Consa, e molti finalmente debba snpporsr cho 
densi ritH-ati ne* pae» de' Franehi e degH Ale- 
manni ed altrore ^ per tema di n(Hi pcpfer viver 
«curi sotto il donuDÌo de' vincitori; eerto- è non^ 
dimeno» «he kifitnte famiglie disperse qua e là 
per varie contrade d'ItaTia, vi rimasero tuttavia 
jdopo il fine detta guarà, e molti passarono alla 
.divozione e all'obbedienza de* Romani fiso -dal 
tempo della prima spedizione di Belisarìa (i). E 
da tatto ìk racconto d'Agatia risalta manifesta- 
noente, che da quegli m fuori, che persisterono 
armati fino all' estremo, tutta ti resto deHa na- 
aione non fu più oltre inquietato da Narsete, ma 
lasciato a modo degli altri naturali d'Italia viver- 
si paci6cament« . E sebbene, come Ibrse è da 
credere, o per Irgittime vie o per prepotenza 
ile' ministri cesarei fossero privati di parte di que- 
gli averi che sotto i re Goti aveatio o usurpati 

(i). ProGop. vlib. i, «p. a8. 



=dDvGooglc 



io6 Deus RìroLVttotti d* Italia 

od acquistati * ciò' non togKeva il vantaggio dte 
tìcetea. Tltalia dalle persone loro ; aarì quantcf 
più vi restavano poveri, tanto maggiore stimola 
aveano dì starsene nelle campagne a meoar vita 
«empìiee e laborìdsa, e però piii utile in genera- 
le ^la popolazione. Né e»i eraiio alieni da un 
simil genwe di vita, giaoohfe mdti ve n* ebbero 
nel mag^or lustro e nel Bore del régno loro, cbs 
non itdegoarono d* aodanette ad abitare nclP AIj 
pi . Ma questo paoìfioo e tranquillo stato In òuì 
si mantenne 1' I^i& sotto il reggimento di Nar- 
sete, non durb più che sedici anni, dopo i qaaK 
questa lempn trav^liata provìncia ricadde id 
peggiori mali * che prima » 



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I07 



LIBRO SETTIMO, 



CAPO PRIMO. 

jF¥w di Naeete: orione de* Longobai^ che a 
qutt tempo assi^aron t Italia, 

Jf iaobè TÌsBe GlnttÌDÌafio, per molte pmotré eh* egU 
i^bia dato ne' eaoì ultimi aooi di debole e vacU- 
knte cervello, luciò tuttavia al governo d'Italia 
quello stesso cbe t* aveva col suo valor conquista- 
ta , Morto queir ìmperadore ' quattordici anni dopo 
il famoso conquisto , Narsete , qual che si fossa 
il motivo, perdette o fu viciao a perdere col fa- 
vor della corte ancor la sua digaità e il suo co- 
mando. Sofia augusta e moglie dì Giustino IL che 
si lasciava da lei a guisa di fanciullo governare e 
guidare , non avea V istessa affezione verso un 
vecchio eunuco , che Giustiniano avea, verso un 
antico suo ed amorevole familiare . Questa diffe- 
renza bastava sola perchè alcuno degt' inimici di 
Narsete» che non gli poteano mancare fira gli 
stessi Italiani, e spezialmente fra i grandi che mal 
soffrivano d* esser, tenuti a freno, tentasse di sop- 
piatto, o con occulte calunnie o lettere anonime 



ovGooglc 



■%oS Delie Rivoluzioni d'Itau» 

di mettere neUa disgrazia della tmoTa eorte wè 
antico favorrto. Seazacliè rimperadrice , poTOoe,. 
smibiziosa «d avida di signoreggiare , dove» di 
per sé stessa l'oolinar molfo a^ innalzue ai pria» 
cipali ufBzi e go>^erm L suoi amici e ì suoi divo- 
ti ;. percliè l* essere stato nel favore e nella Gonfia 
deoza d'un principe è talvoftar un potente Kotìro> 
d'essere escluso dalla grazia del successore, come 
un cdebre e valeste mìaiAttò del presente' secolo: 
à confessato (r):. Ma s» 1-' «ubuoq Narstte f<»8e » 
no- richiamato dal suo governo in seguito a tutto 
questo , e se egli irritato per questa novità del suo- 
OBOI" vilipeso- invitasse i Loz^obardì m Ftatia per 
fcH- sue vendette contro l'oragliela Sofia, nimu» 
è' finora , che abbia fu^inent» sufficiente per ao-. 
ccrtarlo (2),. Fatto-, sta che- circa due aom da eba 
CiustiniaBo: finì di vivere , mori aocora- Narsete 
^Av^S&jy^ £ some la vir(ì> e- la- riputazione' di 
lui era il sola pEppugoacolo ebe' guardasse- PkaJìa 
daUa cupidità de' barbari efa& l'adoechiaveuio, co- 
si 1^ sua morte cisvegliò^ in questy qaeHo stessa 
pensiero di. occuparla , qual nuova, e osai difésa 
predai siccome già la morte di Te»derica avta> 



(i)-n marchew di Torty- 

(3) Io aoa trovo miggiore probabijilìi Beir«pÌAÌqus 
de* iuaderni storici che tratlan di favola e à' ioipoitora 
l'àDlica tradìziaue d' an molto piccante uscito di bacca 
air inperadrict cootro Narfete^ e dell« Uappo bene tce«'. 
modale voglie dell'eunuco; che uella relaziosc più comu- 
ne e più volgala di coloro che ricopiarono leoz altra di-' 
Mmioa le parole di Paolo diicouo. 



ovGboglc 



LiB&o yfl. Capo I. log 

•cagiooaUi agi' impecadori fiomant la -voglia di na- 
9Ìrta all' imperio . Ma dove che' ^* imperiali an-- 
daróno per iBoIti anni «correndo e uggendo per 
l'Italia, e «olamente dopo lunga guerra riuecì lo- 
co di ri|Mgliame il domìaio che poi appena rìtea- 
nero f)oehi sani ; i Longobardi non naoiti inesì do- 
po morto JSarsete , gettatisi ìu questa bella parte 
d'Italia^ che da loro prese poi it nome di Lom- 
bat-dia, la ritolseró prestatfieDte all' imperio; e - 
non elle ne ttìiseio soaceiati dai Greeì, che anzt 
tanto s' allargarono ia proeewo di temira dopo le- 
pritne «oiiquiste , che appena laGciarono agl'ìnipe- 
radori iiMccolissima parte della bassa Italia. 

I Longobardi , nazion senea dubbio Germaai- 
ca, useiroao aaeor essi, se crediamo ad alcuni 
autori , dalla SeandinaTia , come i Vandali e i Go- 
ti- V è aocor chi pretende che fossero una stes- 
sa sazioDe coi Goti, e che non per altro prendes- 
sero nome diverso dal resto della nazicne, se non' 
per cagione dèlia barba ohe per calche lor nuo- 
vo caprìocio s' invaghirono di portar lunga , dove' 
che gli altri la si tagliavano . E forse molte furo- 
no nella Germania quelle nazioni che per uno stes- 
so motivo ebbero lo stesso nome. Comunque sia, 
quelle genti di cui noi qui prendiaiuo a parlare , 
già erano ne* primi anni dell' imperio di Gìusti- 
i^iano state nella Panoonia ( ak. 517 )« dove le 
avea poco prima condotte ( non sì sa d* onde ) 
Audoino, che fu il nono o il decimo re di quella 



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I IO Delle Rivouixiom d* Italia 

nazione (i). Prima & Tenue nella Patmonia, 
esse aveano avuto hutganunte a contendere co^i 
Bruii probabilmente nella. Moravia ; e non furono 
senza rivali uella nuova stanza che si certaro' 
Bo (2) . Perocché venute in dissensione coi &«[»• 
di , tutti popoli della stessa orìgine de* Longobar- 
di* cercarono le une e gli altri o d'accreMcre le 
proprie forze cogli aiuti dell' imperadore, o alme- 
no di dar peso e riputaziime al loro partito col 
vantarne TamiciEia e la lega . Mandarono per que- 
sto ambasciadorì a Costantinopoli ; ma Giustinia- 
no che non potea avere in ciò altro interesse, 
che di umiliare amendue le nazioni , e invìsehiar- 
lé ed accenderle ancor davvantaggio nelle lor ge- 
losie , or si mostrava inchinevole egli uni , or man- 
dava aiuto agli ahrì . In coleste guerre de' Gepi-' 
di cominciò il famoso Alboino a dar pniove del 
suo valore. "E perehi quello che di lui raccooUt 
lo storico Longobardo (3) , serve a far conoscere 
non solamente il propno - carattere di questo re , 
Boa il costume della nazione in generale , credo 
qui opportuno di nferirlo . 

In una delle prime battaglie che diedero' r 
liongohardi a'GejHdi, come nemici, la quale du- 
rò bène a lungo prima che sì vedesse vantaggio 

[1] Paul. diac. lih. a, cap. a», a5. — Procop. !ib. 5/ 
cap, 55 — Rer. Ital. tom. », pag. 4i8. 
[3] Ber. lui. iib. 1 , cap. i^. 
[3] Paul. diac. Iib. 1 ^ cap. a^- 



D.q,t,ZBaovGOOglC 



{jBBa VH. C*H> I. ut 

4]enD0 uè dall*uaa uè dall'altra parte* s'ineo»-. 
UsaXQD.0 per ranUira ì GgL'uoli dei due re* Alboi* 
DO Bgtiuol d'AudoìDo, e Torismoado di TorÌ-<- 
aendo re de'Gepìdi. Venoaro ì due giovani guer- 
rieri a fiingolar pugna tra laro, e Tan»nioiido vi 
tiraaBe morto. Per la (]iial cosa afflitti e 8ooiicei> 
tati .i Gepidi voltaron le spalle, lasciando la viti 
tdda a' Longobardi. Questi, ritornati così vioeito- 
ri e trionfanti alle lor sedi y dooiaiidaroDo al pa- 
dra t obe in premio di sì beUa vittoria riccTessQ 
per r arvenire alla sua mensa il figliqolo » afSnr 
cbìs egli fosse suo compagno ne* conviti , coma 
ne' pericoli egli era. «Voi sapete, rispose Audoi- 
n no , che io non potrei far questo senza violare 
M. i costumi della nostra nazione, secondo i quali 
u , non è permesso ohe ij £gIiuolo del re pranzi 
3* col padre , s' egli prima non prende le armi di 
». un re d* altra nazione «. Udita questa rispo«ta 
del padre , Alboino pr^e seco quaranta giovani 
•olamente , e se ne andò a trovare il re de* Ge- 
pidi Torisendo , al quale manifestò immantinente 
la cagione della sua venuta . Torisendo lo accolse 
cortesemente, ed invitatolo a mangiar seco sei 
fé' sedere a destra nel luogo stesso che scJea sede- 
re r ucciso Torismondo . Or mentre così mangia- 
vano , il buon Torisendo , rivolgendo seco chi fos- 
se prima solito di sedergli accanto, e chi ora vi 
sedesse in sua vece , cioè in vece del figlio 1* uc- 
cisore di lui, cominciò a mandar fuori atti sospi- 
ri , uè più potendosi ratteoere proruppe in questo , 



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fxa Delle Ritoluzioni s*Italu 

teaero lamento . « Questo Iu(^ mi è caro ed^anutfo, 
» ma colui che ora vi siede, mi è troppo doloroso 

■ oggetto a vedere a. Ki queste parole di Toritendo 
«timolato OH altro suo Bglio, che [wobabilmeote fu 
Cuuemondo , comÌDciò con motti piccanti a cercar 
ocoanoHe di veoir alle mani co* Longobardi. Usa- 
vano questi di cìnger la parte iaferìor delle gam- 
be con certi hoiracchini o fascette biaoclie . Dì 
qui prese a farai beSe de*Longobardi l' ardito Cu- 
Betnondo, e disse; «Con quelle vostre gaoibo fo- 
» sciate voi mi parete certe cavalle che oi sono ; 
» ma ben vi dico io, che le c^aUe a cui con 
» coleste gambe somigliate , le soa cavalle da po- 
li co « . Allora un Longobardo brevemente rispo- 
ae: « Vieni in campo, e colà dove sono sparse 
» le ossa del tuo fratello, come d' un vii giumen- 
w to in mezzo ai prati, tu potrai certo provaro 
» come queste che Ui chiami cavalle, sappian me- 

■ aar di calci « . Non poterono i G^idi soctener 
l'onta a sentirsi rinfacciar le passate sconfitte , e 
presi da fiera collera passarono alle vitlaote ed al- 
le iDgiurie scoperte. Così gli uni e gli altri dispo- 
sti a combattere, tutti mettono mano alle spade < 
Ma il ce alzandosi frettolosamente dalla tavola , e 
gettandosi di mezzo , con. preghi e con minacce 
contenne gli animi agitati , mostrando cbe non po- 
teva essere grata a Dio la vittoria quando altri 
decideva il nemico jn casa sua. Così dalle ingiu- 
rie e da* contrasti tornarono alla tavola, e lieta- 
mente fioirono il convito. Quindi To^isendo tolse 



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Libro VII. Capo I. ii3 

le armi del morto figliuolo e le diede ad' Alboi- 
no, il quale, preso commiato e tornato al padre, 
fu di poi ammésso alla sua tavola . Ma non per 
quMto ebbero fine le guerre tra quelle genti; per- 
ciocché, morto Toriseodo , Cunemondo che gli suc- 
cèdette nel regno , tornò alle armi . Frattanto la 
fama che del valor d* Alboino , il quale quasi Aà 
UD tempo stesso che Cunemondo, mortogli il pa- 
dre , fu eletto re , à sparse per tutto , avea mos- 
so Clotario re de' Franchi a dargli la sua figlia 
Clotsuiuda per móglie . Né contento di questo pa- 
rentado, il re Alboino strinse lega perpetua con 
certi Unni che dal nome d'un loro re presero^ 
quello di Avari , i quali ' doveano abitar qual- 
che paese non molto lontano da quello de* Gepi- 
di . Mediante questa nuova lega Alboino non tar- 
dò molto a debellare affatto i Gepidi ; ed uccito 
il suo emolo Cunemondo, fece incassar in argen- 
to il cranio di lui^ e per certo costume comune 
a quelP età se ne servì poi come di coppa ne' suoi 
banchetti . La preda che dalle spoglie de' Gepidi 
ritrassero, fu grandissima; e lo storico dice che i 
Longobardi per lo bottino diventaron ricchissimi. 
Il paese per altro , che abitavano , non era trop- 
po felice; e però ci convien supporre che le rie 
chesze de' Gepidi fossero loro provenute dai sac- 
cheggi che diedero alle terre dell' imperio , e cTài 
regali che tuttavia ricevevano tante nazlool bar- 
bare dall' iraperadore . Fra le spoglie de' Gepidi 
non di picco! moménto erano i prigioni dell' uno 
Tomo n, 8 



ovGooglc 



j 1 4 Delle Rivoluzioni d' Italia 

e dell'altro sesso , che fecero . i^ viocitori , Tra ì 
quali prigioni fu ancora la : figliuola dello stesso 
re , per nome Rosmonda . V averle ucciso il pa- 
dre e distrutta la famiglia ed il regno non inpe- 
di Alboino dal. cercar le nozze di questa princi- 
.pessa prigioniera, da clie -egli- er^ rimasto vedo- 
vo della prima moglie Clotsuinda (i). Se .motivo 
politico 4 o stimolo d'amore l'abbia indotto a que- 
sto matrimonio,- non ai può afierinare ; maqua- 
Junque: si fbsse de* due, egli dopo avere sposato 
Rosmonda, dovea. averle più rispetto ^hs non -fe- 
ce , o non dimenticarsi quale donna ella si fosse , 

.icbe quel famoso re avrebbe avuto un fine. più coa- 
■facme a' suoi felici prìncipit . Io tanta agli Unni o 
Avari ch'erano slati cooperatori delle sue vittorie , 

.Alboino cedette^ come per porzione delle spoglie ne- 
miche ,. una parte della Faononia; e se la passarooo 
assai concordemente, insieme le. due nazioni, tut- 
toché in un paese poco atto a somministrare ai 
due popoli dì che vivere agiatamente . Riaccende- 
vasi in questo mezzo la guerra d' Italia tra* Greci 

,eÌ<9o(i. Ciustiniaao augusto iion indegno di cfaia- 

. mar io £uuto le armi de' Longobardi , che risuo- 
navano allora con tanto grido per tutto (2)^. Al- 
boino mandò pertanto ai comandamenti di Nai- 
Bete buon numero di cotnbattenti < Narsete, come 
$ì fu serv.ito di loro nel maggior biso^poo, chic fa 

.h disfatta <di Totila , Ji riijiandò «atidn di dpni 

[ij Paul. dine. lik. i, ca'p. ì-j. ' ■ • ' ' "^ 
. [a} V.Moiat. si»..fi5a. ,' - " 1!-- 



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' ■ Ubro VII. apol. nS 

ài lor paese il più presto die potè , perchè dì 
troppo seaDdalo e di tròppa briga eran cagione 

■ a' fatti suol . Costoro che avean provàrto quanto 
" i' Italia isupwasse m bellezza ed in bontà la Fan- 

■nonìa che abitavano, con loro racconti, e eoa 
'Sfarne anche maggióri del vero le ' maraviglie ac- 
' ceserò facilmente fra i naijonali un vivo desiderio 

t(i possedére qiiésto paese, Ma o l' altissima stima 

■ è il timore che avevano -dì Narsete, o- un giusto 
'rispetto deH' alleanza- contratta coti Giustiniano li 

"Titebne da £ir novità. Ma intesa appena che eb- 

■ béro » là taorte n tó disgrazia di STdrsete, ch*es- 
«'presefle Tfjosse per passare- iit Italia ; e forse 

' dbe- già anticipatamente s* erano a[JpatecchÌati ■ a 

■ -quésto, riguardando o àft* età'-avaniafa del valen- 
fe eonuéo,' b- à- quella di^Giustìniano, alla morte 

"■■derqualè- era facile il presentire chb sarebbesi mu- 
tato goyetiio per tìittol* imperio". 

-■■■■■ " ■ ■ - '0 A- ■!• 'O- SU - 

■ Tenuta' d^ Èmgobàràiin Itaiia: fatti à^ Alboi- 

no \ e ^ ■ Clé/i : ^ vanazion di '■gofèYna dojya 
"' -^ /ot»/. ■ ■•■ ■' ■■"■ - ■■■ ■ ' ■■• 



■\jH\ tJnni'-o Avariche tma pale soltanto teij«- 
•vano deìfa Panntìma f occupata da lóro; pet r«([- 
leanza fatta co' Longobardi;, furopo alla ; partenza 
di questi ultimi fatti padroni -del rimaucnte . 



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ii6 DsLtÈ RiVoLUKioNi D* Italia 

Fromisero beoo di render questa nuova porzione a* 
Longobardi , dove che fallisse ai loro amici il con- 
quÌDto deM' Italia; ma il caso sarebbe stato nofa- 
faite e raro , e sovranamente onorifico alla ragion 
delle genti che regnava fra que' barbari , se fosse 
accaduto che i Longobardi n'spinti o rìmuidati 
per qualunque modo dairitalia , lavessero ricerca- 
to di nuovo le primiere lor sedi, e gli Unni si 
fossero senza contrasto ristretti negli antichi ter- 
mini delle lor possessioni o del loro dominio. Ad 
ogni modo i Longobardi si partirono di là con 
animo e con fermissima fidanza di stabilire lor 
soggiorno in Italia ; e però trassero seco e mogli 
« figliuoli e -bestiami, e quanto di mobile aveano 
al mondo (i). E il re Alboino non contento delle 
sue genti , o non s*^ assicurando abbastanza di 
poter con quelle abbattere ogni ostacolo che potesse 
nascere al suo disegno , raccolse d* altre nazioni 
Germaniche il maggior numero che gli fu possi- 
bile; e. con questa innumerevole e mista moltìtu- 
dioe di genti passò le Alpi ^ e si gettò di primo 
tratto nella Venezia, laqual provincia fìl tutta, 
da Padova e Monselice in fuori , con poco osta- 
colo occupata dai nuovi assalitori . E perchè ella 
sì potpsse più agevolmente conservare contro gli 
sforzi de' Greci, piacque ad Alboino di lasciarvi 
Un duca con una parte delle famiglie nobili e 
dell* armata . Alboino diede quel governo ad un 

(i) Paul. diac. lib. -a , ftp.- -j. 



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liBHO VII. Capo H. 117 

suo nipote chiamato Gisolfo (i) : e questo fu il 
primo slato di natura quasi feudale, che i I^U' 
gobardi ordinaBsero in Italia . Io m' indurrei facil' 
mente a credere che Alboino non meno per for- 
za e per necessità, che per utilità della guerra 
abbia lasciato Gisolfo nella Venezia con titolo e 
autorità quasi prìnapale . Ma Gisolfo che essendo 
forse stato' in Italia a militar con Narsete , era 
mformàto delle cose di questa provincia, e del 
governo che vi si era introdotto, volle, senza a- 
spettar più oltre i dubbi successi di quella spedi* 
zione , cominciare ad assicurarsene il prima frut» 
to . Perciocché , comunque fossero poi proceduto 
le cose della sua nazione, egli facendosi fotta 
nelle terre che benché con titolo subordinato oc- 
cupava , non sarebbe.stftto così di leggeri discacciata 
da ^i che n tosse . Frattanto Alboino continuò 
sue imprese felicemente, e preso Milano , fu con 
le cerimonie militari usate da' barbari Creato re 
d'Italia nel 569, benché egli non fosse anoor pOf 
drone oè di Roma né di Ravenna né di Pavia , 
eh' erano le tre capitali del regno Italico . Pavia 
costò al nuovo re tre anni d'assedio, nel quaj 
tempo, per non occupare tutte le sue forze per 
una sola città, mandò di qua e di là parte dell» 
sue genti ad impossessarsi di altre terre , dovun* 
que ostacolo non s'incontrasse. L'acquisto di 
Pavia, che Alboino pare che abbia riguardato 

[i] P«iil. diac. lib. a, cap. 9. . 



=dDvGooglc 



ii8 Delle Rivoluzioni D*ItALiA 

come r epoca ed il priiicipiu della sua monarcliia ^ ' 
fu altresì il fìae delle sue .coaquisfè e de* suoi 
giorni. Conciossiachè nel solenne .convito eh* egli 
fece in Verona , quasi, per solennizzare vittoria 
così rilevante , avendo per quella sua famosa cop- 
pa formata del cranio di Cunemondo altamente 
offeso l'animo di Bosmonda 'sua móglie, fti per 
coDspirazione di lei. pochi mesi dopo ammazzato* 
Elmechilde che ne fu V uccisore , e la regina ve- 
dova che Juì prese per suo nuovo marito , tenta? 
roDO in vano di occupare il regno; e conosciuto 
Tumore e l'odio che I Exingobardi' avean conce- 
pito contro di loro per la morte d' un re carissimo 
alla nazione^ si fuggirono a Ravenna, Quivi, se- 
. pondo che leggesi in tante storie,, V ésarco Longi*- 
no eh? di- buon grado gli accolse , fece tosto pen- 
, siero dj prendersi per moglie Ja- stéssa Ròsmonda; 
. t tra per le ragioni 9 le aderenze che con tal 
maritaggio acquistava, e l'autorità che per T uf- 
fizio suo già aveva nelle terre ancor soggette' al- 
l' imperio , grandemente si confidava di farsi pa- 
drone di tutta balia . Ma mentre Bosmonda sol- 
lecitata dall' esarco volle levar di vita Elmèchild^, 
.fti. ancor essa sforzata a bersi dello stesso velerio, 
.-con cui djede la- morte a lui. In quésto mezzo i 
Longobac<3i nella dieta generale che per quest* af- 
fetto tennero 'in Pavia , elessero a re Clefi o vo- 
,, gliam Clirlo Qefoue, il quale in tro.alini cfce du- 
rò il suo regno , si fece conoscere non meno su- 
perbo e crudèle verso i suoi , che valoroso é feroce 



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. LiBBo VU. Capo II. 119 

contro i BomaDÌ , a danno de' ., quali ampliò aa- 
ocra il domiDÌo de' Longobardi . Uccìso costui per 
,oagÌQa della sua libìdine, oè avendo. lasciati fi- 
gliuoli- atti per 1' età ancoc tenera a succedergli 
nel governo, i grandi dèlia nazione credettero la 
congiuntura troppo favorevole per dare maggior 
rilievo all'autorità ed alla potenza lor propria, é 
cambiar il governa monarchico nell' aristocratico , 
ó almeno nel misto /.Egli è posa affal'to incerta 
se. quando i nob'ili Longobardi s'accordaron fra 
loro di non eleggere un successore a Clefi, aves- 
sero in animo di non crearne più alcuno' in av- 
venire , o solamente di continuar 1* interregno fin* 
che .i figliuoli di Clefi fosser' cresciuti in età, 
che i voti degli elettóri si trovassero più concor- 
di nella scelta di-qudlclié personaggio capace di 
governar la nazione con soddisfazion de* soggetti. 
■Ma comunque si fosse. Io stesso interregno ed Ìl 
-solo indugio dell*' elezione ci può mostrare che la 
successione al regno non era ereditaria, ma il 
dipendente dai suffragi de' principali. 

Or se i capi prìmm della nazione , come é- 
rfuio i duchi, già stabiliti m Friuli e Spoleto , ' e 
in alcune altre delle principali città , avessero po- 
tuto dividersi lo stato fra loro soli , ben e da cre- 
dere che non avrebbero ceri::ati altri consorti nel- 
la signoria: ma non [potendo per avventura' ciò 
ottenere per le pretensioni dì molti altri grandi, 
^|u forza di divìdere in maggior ' numero di co- 
^mandantì il donjiniaj e fu preio partito ffi (^éate , 



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I20 DELtB RVOLUZIOMI D'ITaLiA 

obf e a quelli che già erano stati ordinati , trent* al> 
tri duchi in varie teire : cosicché se ne orearona 
in tutto trentasei , fra i quali fu dìriso il comao' 
do che prima era stato in un solo (i) . I popoli 
d'Italia già soggic^ti e ridotti in «ervitù, non 
poteau far motto a qw»ta novità che piaceva 
d'introdurre alla nazion dominante; « la gente 
minuta o vogliam dire la plebe Longobarda , par^ 
le sconcertata ancot essa pei tinumid andamenti- 
di Clefi , parte delusa dalle parche de* grandi che- 
davan voce di voler solamente farla da reggenti 
del regno, (girante la minorità del- figliuolo del 
morto re , non sappiamo che abbia fatto rumor» 
al nuovo governo de' trentasei duchi. Intendimen- 
to di questi novelli signori fu senza dubbio d' am- 
ministrar la repubblica de' Longobardi di comu- 
ne aocotdo, e di difenderla da qualunque assalto 
stranilo con la union delle forze dì tutti i du- 
cali . Ma poscia, siccome suole naturalmente av'- 
yenire in somiglianti casi, ciascuno badò iu fatti 
ad ingrandire il suo distretto proprio , ed arric- 
chire la sua casa, col muover guerre particolari 
D ciascuno da sé, o talvolta unendosi insieme due 
o tre di que* duchi che aveano interesse comune 
in. qualche impresa: e però si rivolsero gli uni ad 
infestar le terre e i sudditi de* Romani dal canto 
di Ravenpa , gli altri verso le Alpi a far la guerra 
a' Francesi .Giteste spedizioni particolari ebbero in 

(1} Paul, dite, lib. 3, cap. Sa. 



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ti&Bo VU. Capo U. tzt 

Vàrie oc6asiom vati successi; ma nella somma dello. 
cose questa di?Ì3Ìone di sovraoità fu non meno pre^ 
giudiziale alla grandezza de' Longobardi , che allo 
stato universale delle proviocie Italiane , almeno 
di quelle che non ierano soggette alla nazion Lon- 
gobarda (i) . I dudii non avendo forze bastanti 
a conquistar nuovi e graudi domini, &cevaaa< 
piuttosto la guerra a guisa di pirati, assassinando. 
Ù più cbe poteano de* sudditi in^eiiiali, ucciden- 
do spezialmente o togliendo ì ricchi, e predando 
le campagne , e «aceheg^audo le case . GÌ* impe-^ 
r-adori Greci e gli esarchi , tuttoché non soliti ad- 
tssere molto- teneri e sensitivi alle calamità d* Ita-r 
Uà , sopportavano tuttavia queste ruberie e queste^ 
uccisioni che commettevano i Longobardi, assai 
malamente ; perchè alla £ne tanto meno restara 
loro a pigliare, se già i sudditi erano spogliati e 
tosati da*.lor nemici. Con tutto questo tale era 
la debolezza dell' imperio, che né potea difender 
le terre che ancor restavano ali* obbedienza di lui , . 
né molto meno ricuperare le già perdute. L'uni- 
co spediente che ponessero in opera gì' imperadò- 
ri, era di metter discordie fra i ducei, e tirac 
alcuno dalla lor parte (2) ; d* invitare e sollecitar 
con ambasciate e eoa regali i princìpi Franchi , la ' 
potenza de* quali era allora in grande ' estìmazio. 
ne , e far eh' essi movessero guerra a* Longobardi , 

(1) V. P«al. diac. lib. a, cap. 3a,- «t lib. 3, cap. 
(a) Idtm lib. 5, cap. jy. 



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1-22 Delle Rivoluzioni d' Italu 

e li discaccìasser d'Italia (i^. E verameote Chil- 
deberto re de* Franchi, mosso dal denaro e dalle 
promesse di Maurizio, e non diffidando d*UQÌr 
frattanto una parte d'Italia al suo domioìò , s'ap- 
parecchiò di passare le Alpi .'0 timore di "questa 
guerra , e gì' interni lamenti del popolo Longo- 
bardo e de' sudditi Italiani a' quali il governo d? 
tanti piccoli e sempre avidi tiranni riusciva grave 
, e molesto , e finalmente il sospetto che all' esèm- 
pio di Drottulfo, uno de' loro duchi che avea 
tradito la nazione ed era passato - alla' divoziod 
dell' imperadòre (2) , altri facessero il somiglian- 
te ; obbligarono a [>rocedere , dopo un'interregno 
di dieci anni, £ill* elezione d' un nuora re. 



Di autori terzo re ' Ijongobardo, à suoi successati 

fino a Roiarì. ' '' 

'■ ■ • I - .. ' . .s 

Il vantaggiò della nascita , e gì' indizi che da- 
va di sennò e di valore, inclinarono fàcilmente 
le voci degli elettori io favor d*AàtaH figliuofo 
di Clefi ( AN. 584. ) Questi rfie fu il terrò re 
d' Italia della stirpe de' Longobardi , per Jfr tìe- 
sé phè fece nel breve spazio di sei anni, mer^ò 
bene d'entrar nel numero de' re più gloriosi. 

(1) Greg. Tur. ap.Dan. Hj'sl, deFrancetom. l,pag.a5o. 
(3} Wul. diac. lib. 3, cap. .16., .igb: .,.1 \ > ' 



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tÌBHo Vn. Capo m: ' i'25 

Primieramente rialzò II decoro e la maestà' det 
teoDO , che dall' usurpazione de* duchi pareva 
dover ridursi a puro nome o al mero uffizio 
di capitan generale ; e mentre che coh somma' 
fermezza perseguitò i duchi ribelli, è tenne in' 
obbedienza tutti quelli che n* erano - vacillanti ," 
s' oppose gagliardamente agli assalti replicati che 
ì re de' Franchi , sollecitati dall' imperador Mau- 
rizio, diedero al suo regno: e confermate le co- 
se da quella parte or con trattati, ora eòo le 
sconBtte che diede agli assalitori , ampliò dal can- 
to opposto il dominio de' Longobardi con notabi; 
li acquisti. Perchè penetrato "destramente ne* pae- 
si inediterranei , con leisciarsi addietro Havennai 
Koma, e le terre che o per naturai sito o per 
grosso presidio che vi fosse a guardarle , poteva- 
•no trattenerlo , 9' avanzò lino alle spiagge del 
mar Ionio , aperse la ' strada a* suoi successori 
d'ampliar quegli acquisti con 1*^ espugnazione del- 
le terre dell' esarcato di Ravenna e ducato di Ro- 
ma , e diede o il primo principio , o veramente 
con nuovi ordini raffermò ed incorporò agli altri 
stati della sua nazione il. ducato di Benevento , 
che divenne ne' tempi seguenli così famoso , e 
fu cagione di tante contese (i). Teodelìndà fi- 
gliuola di Garibaldo duca ài Baviera, che Aufa- 
ri si avea presa per moglie in un modo che tién 



[1] Giann. Stor. cW. .del BegDO il) Nap. lib. 4« cap. 
a, *— Cam. Peltegr, Hìslor. piiucip. LoDgobard. 



ovGooglc 



ja4 Delle Rivoluzioni d*Italu 

àtA galante e del romanzesco, s'acquistò talmett-'' 
te l'afTetto e la Btima de' Loógobardi, che essi, 
morto il marito, la riconobbero come reggente e 
arbitra del regno, e lasciarono all'arbitrio suo la 
scelta d'un nuovo re e di un secondo marito (i). 
Ella che fin dal tempo in cui si trattava delle 
sue prime nozze con Àutarì , aveva conosciut» 
Agilulfo mandato dal suo re ambaiciadore io Ba- 
viera , uomo in cui alle qualità dell' animo si uni- 
vano quelle del corpo ( non mai' di poco rilievo 
nel determinar il giudizio delle donne ), ed era 
allora duca di Torino, a lui subitamente rivolse 
l'animo; e fattolo venir a Lumello, residenza 
allora della corte reale, il dichiarò re de' Longo- 
bardi, e ne fu , alcuni mesi dopo ( an. 589 ) , 
dalla dieta generale degli altri duchi confermata 
F elezione. Agilulfo oltre alla novella sua dignità 
doTOtte riconoscere dalla sua bene&ttrice e sua 
donna ì sentimenti eh' egli ebbe ^ più che niun 
altro de* suoi predecessori, in materia di religio- 
ne: e dalle favorevoli indioazioni che i due re- 
gnanti mostrarono verso la religione cattolica^ 
nacque all' Italia questo vantaggio , che di quindi 
in poi si cominciò ad . iotrodun-e in questa pro- 
vincia- l' uniformità e la purità ancora della reli-. 
gione . La santità e la dottrina di Gregoria Ma-^ 
gno, che reggeva con infinita lode la chiesa di 
Roma a' tempi del re Agilulfo , fu in gran parte 

[1] Paul. <li«c, lib. 3 , cap. ^. 



ido^Googlc 



LifiRO VII. Capo HI. laS 

cagione della pietà di Teodelinda e della conv«r-> 
ubne del stio manto.' Foche sono le contrade sel- 
la LAmbacdia . dove o non si mostrino ancora , 
o non ai' sentano citar momimenti della pietà d^ 
l'uno e dell' altro di questi due. Ma AgHulfo 
con' troppo utile e memorabile esempio fece an- 
cor vedere che la pietà de* sovrani non indebo- 
lisce e non isnerra il vigor del goveNio ; peroc- 
cbè in mezzo ai discorsi e alle pratiche di rrii- 
gione, che occupavano non poca parte de* gior- 
ni suoi , represse 1* ardir de* Franchi che tuttavia 
di tempo in tempo scendevano ad infestare 1* Ita- 
lia (i) . Stabilì pace onorata e ferma con buone 
ed onorevoli condizioni cogli Avari che molesta- 
vano l'Istria pel mal governo del duca di Friu- 
li ; accrebbe il suo reame con 1* espugnazione di 
Padova e d'altre terre che ancor si tenevano -per 
r imperio; e col timor che diede dell'armi eae 
agli esarofai de' Rtmiani, gì* indusse a pagargli , 
sotto spezie e titolo di regalo, un tributo di do- 
dioimila libbre o scudi d* oro (a) . Tenne a fre- 
no i suoi duchi, ì quali per V autorità eh' eser- 
citavano ne' lor governi , assai facilmente ricusa- 
vano di vivere obbedienti e subordinati, al capo 
eovranò della nazione (3) ; e per gì' intervalli, pa- 
ifflfici che procurò al «uo regno, diede comodo e 



[i] V. Murat. an. £i3. 

[a] Paul, diac. lib. 4t cap. 33et 43— Fret}e£. cap. 69. 

(3) Apud. Marat. aa.'635. . . 



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iké t)Et£E Rivoluzioni ©''Italia 

tiggiuose stimolo a*^ao! nidditt' di à6<kÈst '8pà-> 
gliaodo la oatia-barbafie, e d' imberrai. ' di . co- 
£tumi''p!ù dolci e ciVih'; Alla qual cosa gk>TÌ»as- 
saxttiino la cdtifideasachegrìtaliaai prqsetodeMQ^ 
«igaòrì, dacbeii videro o abbrSÉciBx<e -od awi- 
«ÌDarBi ad ima stessa credenza. Ma per 4eetitu) 
«ssai frequente delle còse umane,- il figliud' di Agi- 
lulfo, betichè cattolico, iton- ebbe virtù simite al 
padre* o ebbe il vdler del cielo mea* favòtevole 
alIesUé imprese. ìu dieci aoni di regno noti la- 
nciò Adaloaldo monuniento almioo che gli acqui- 
stasse apptesso i ' postela' rìoomaozat Solamente 
■sappiamo- che o per suggestioni -maligne d' alcuni 
emiasarì déH^ésarco RaTCnnafe, da.cuiimprudei> 
^emècfe si lasciò sedurre , o per 6sica ed iocci- 
fabile frenesia dhe gli sconvdse l'uso della ra- 
'gitaoi ^ce uccider parecchi nobili' lUii^obardi 
«be non avevan delitto; e che aJ fine, rfbellatiai 
gli altri pia potenh*, fìi ammazeato (AN, 62» ), 
« datogli siideessore un altro ihica di Torino per 
tiome Arioàldo; capo pròbabilmeule 'de* thalcon- 
ttnti per motivo ài paterne inimicirie, essendo 
«tato il'patfre d' Arioàldo da quello di Adaloaldo 
punito dì mwte. Gontuttociò, tìts lasaa^aKta ad 
trono fu poco legittima,. fi sì tenne tuttavìa non 
•eifta lode dì moderazione.'' Ma là potenza troj>- 
po grande e le cabale eterne de* due frMetli du- 
chi -del Friuli intorbidarono non leggérriiente il 
suo regno,' -ed i sospetti maìizfdsaniéàte insinua- 
tigli r che Guadeberga sua- moglie ' mantenessi? 



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Ciecutti r&fUeggi' ci^ques^iiif^eUed Inquieti' va«T 
'Aftllìiigli nNQ&^rp'i^iuiOi^fL 'A :tarba.>:« T interno idei- 
la fìuàfglia e 1^ quicitfi domestica • Era Gundeber- 
'[gEt( per-qitaittf) narrar istoriai in!io(;eiite -(ji quel- 
le,. piiRticbe; ma per. altro assai prof^ia a dar 
ijS()8p^o^Ì ^,, colpe sDrelIaidel re Àdalpaldo, q 
4)erò di : :{Wnigh'a inemicA da lungo ten^ ^Ut 
'pae^ di luj I Ma c^la fine .1* inqoeenza. della regi- 
xta-si.fsee maniieAfa, e xitora^ta daioartore al trio- 
do .furìferrata: a provar d^ chi meoo dovfa raag- 
■giofi ttaFagli . Zntftnto Arìoaldo , non vjdJendQ uè 
^omproi^ttere.iiè .consumar le Bue forze per ^b- 
'hftttefea .duchi rd^ Friuli, gupd^nò uà ministro 
-«esaceo che- gli uc&idess^ a .tradimento;. Costi!» 
j|uestaiqos^ 9Ì\Té de' Longobardi; la:ces»one d*.ua 
Jnbuto che, gli. si .pagava,, eome^ ^bbiam ^ft^» 
tdagli «satìchi di , Rafienoa \ TuttaypUa Àfioi^d^ 
jimn ant^ò Jungò tempp lieto :daU*9»térmiqio:4^ 
que' Suojn^ntici:,,- essendo; morto , ^(«tff- (gli nm 
■9niiQ,dQpo. AUpra.si TÌ4e di bel pw<>vo arbitra 
xlel regnd I^oqgobardo una ^.Tedoya. Ida ^nde* 
.belga. fu mf;no feh'ce nella scetlta del apcont^o.m^ 
Rito, di ìquel ph' er^, stata XeocJeKnda; o el|a non 
ebbe eguale arvenenza. «d: accortezza, per. cposeir- 
varsi .l'affetto di Botari, ^ .f::ui. diede : oolla sufi 
XnAoo anche. lo sgettrq. Rotari ebbe i vizi e 1« 
virtù che sVinootitEanO' bene 'spesso in quelH che 
k Sitoria del mpndo chiama. gran leste e. gran 
principi. Poco ecrupoIoGO.in fotlo. di femmine, n 
tolse per sue .concubine quante, ne gli piacquérojw 



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J28 Delle Rivoluzioni d* Ìtalu 

Ristìlut» e fiero a reprttinere la prepotenza e Ta 
inaccbinazioni de' grandi , ne uccìse un gran nu- 
mero con più biasimo'di crudeltà i cbe lòde ài 
giustizia . Ma nel tempo stesso prode e intrapren- 
dente neHe cose di guerra, assaltò più volte i 
Romani , e tolse loro molte terre nella Liguria 
spezialmente . E desideroso di mantenere 1* egua- 
lità e la giustizia ne' popoli, fii il primo fra i 
principi Longobardi , che desse leggi scritte a* suoi 
popoli, i quali 'fin aìhrk s'èrano gorertidti se- 
guendo semplicemente le manze de* loro maggio- 
ri. Il qual sistema di governo, poco poco che la 
nazione inclini alla conuzione , porta seco gravis- 
«mi inetwvenienti'. Pwtìocchèj dòveapptfiia con 
leggi chiare e -fisse e dimostrabilf si 'possono gl'ina 
ferìori difeud«re>ed- asneurare {IslleWolenze de^po- 
fenti e de* riccbf, come si itc^bìsè'^fiir ragtené 
agP inferiori dóve non vi «Àendo altra regola 
che 1* usanza, basterebbe che Un ' gHinde &ceSse 
due' volte la stessa ingiustizia, 'p*r prtìendere-dS 
farìa senza ciHitroversia nell* avvenire? Questo jèr^ 
adunque fl'disoi^'ne a ciu il re- Rotati cercò di 
portar rimedio , dichiarando egli stesso n^' esoi^ 
dio^del suo editto o~ sia nuova compilazione di- 
leggi, c4i* egli s*«ar mosso a Tat^a pei continm 
travasi' de* poveri, e per le soverchie 'gravezze 
che s! ponevano da* più potenti contro i più de- 
boli. 'E'perb questo nuovo ordinamento 'di leg^' 
forma senza dubbiò nel!' interiore e cfvil govemft 
del regnv d' Italia uu' epoca notabHe. ' ' 



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Ubko Vii. Capo IU. i 29 

Rotati «bbè per successore il suo figliuola 
ciie tegiA brevissimo tempo ; né aUra notizia a 
Bei perrarae delle sue azioni ,%, non eh' egli per 
la sua ÌDContinenza si fec:e ucddere da un.mar.t- 
to Mll'onor deHa Aua doofia oficso e vituperato 
dalui..^ 



^M n da' LMtffthoT^ ed' Italia ^M stirpe 



\joDyimx <màm ofa« 1* ioetHttiixiiza e la nuctd-. 
là <fi RodoaJdo a di Kotari avessero altrettanto . 
seoBteatata la Buion Loi^obarda, quanto Vaae- 
stk « la pietà .di IReodelinda se ne ave& guada- 
gnato r animo. Morto pertanto Bodoaldo» ì oo- 
bìK Lo&gobaidi che forse Aon si .poteano aeoor- 
dore DcU* elezione d' alcun di loro« si eonvenae- 
ro { AN. 653 ) d* eleggersi a ze AritMrto nipote. 
della zegina Teedelìoda , il cui padre. Guadebat- 
éo Bavaro di nascita ara già stato pel Jwor del- 
la soreUa o da Autaci o da Agibilfo fatto duca 
dì Asti. Ni Ariberto smeatì T aspettaiione degli 
elettori; e goverab eoa njoderasioaB * e tenie -m 
catena il sup cegoo per molti anni. Ma Bertui^ 
do suo~6gUw}lo, cui Arìbtfrto laenò in compa- 
gnia di Godeberto. ««^e del r^gno , ebbe a sop- 
portar varie e strana vicende,, di fortuna», oenie 
^ Timo II. 9 



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i3o Delle Rivoluzioni d' Italia 

<]ue]Io che poco staote dalla morte del padre fa' 
caacialo' dal regao, ed andò per Io mondo mUe>. 
ramente tapino , prima, di risalire e' ristabilirsi sujt 
trono . 

La troppo scarsa e- meichiiiay perchè sem- 
plice e «lacera storia che ci lasciò dei fatti dn*, 
Longobardi Paolo Vaniefrido, più conosciuto coT 
nome di Paolo diacono, ci- dà: luoga d'argomen- 
tare che se le- cose di quella nazione ci fossero' 
state descritte con più ditigeqza:.' noi avremmo 
per avventura upo de*" più. eccaUeott tratti di sto- 
ria, che nel giro di tanti secoli e in tanta md- 
tipKcità di nazioni e ,di regni sì possano- ritrova- 
re. PiKciocchè vi' le^gg^ma acoesBate così som*- 
marràmente st carÌQs« vicende e ù diversi ìntti* 
ghi, e azioni di lor Astuta sì; rilevanti v fa -gì»' 
vit che se: noi ne potes^nao< «corgerp il filo- e in- 
tender Ip prime' capponi , appeilK troveremmo' al- 
trove più tUile-e più istruttiva parte di storia tnt 
vile, barrai dunque, il Viorae&ido ,: .che il bum 
Aiiberto , mormda , .divise il sue regna tciBt* satài 
figUupU Sertprido r God^beilo ,. 6tova M credei- 
r» ohe ima Bvverchja tenezean- verso il «eoQndcf 
genito .Godeberto' porfasseil re- padr&v con esem.- 
pio' maudito in tutta' la storia ^d^ re Longobaff* 
4 , A' divisione- del dominÌQ tra' due fì-atelli.^ di- 
.v^fian«: che se non! portò .soeo, la: dissipazione dal 
.r«gn0> come' io^ altri tempi e in altre- ^enti. . s* e 
;veduto più volte, iii ad ogni; modo la' rovina: iH 
•quel figliuolo eh* egli volle contro la ragion di 



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'- Dbbo VH. Capo IV. ' i3i 

^ato vaotaggiaré, e mandò l'altro luogo tempo 
èsule e ramingò fuori del reguo .' 0^ Godeberto ,- 
come aMai spesso i figliuolr più diletti e più fa- 
Torìti dai genitori sono più' ribaldi e più' pr^un- 
taosi f hoD' contento' & uvet ctf tenuto parte del re- 
gno cliewon'gK dorea toctìire , cercò' ancora di 
^oglrare^il ni^^tttr- jratello dell' i^a parte; e 
per -tal- fine' pteratf dt ribortere tf GrimoaWo dtìca 
di' Benerenta, (lerotó tjuesti' cow le forze* del suo . 
educato , che già doreano^ éssw grandi a quel tem- 
poi l' aiutasse' al tacciw di ^to il ftàtdi -indgr 
gìore. Macoli st^lse -à' mà&mfente il tnìtiistro 4 
questo trattato,- (fte'rf ft-asse ii casa in weed'un 
idleato tìn micidiale. L* ambasciadore che' Gode- . 
berto' mandò £f BeDev%nto , fii Garibaldo duca (fi 
Tbririo, la, perfidia iflei quale, «eWogliàm prestar 
pièna fede à' Eaceonto del V-anréfrìdò',- 8Ì«3ome 
non è' da scusarsi' ia' aIci]n"modb , coù non' posr 
siam' sapere quàf motìro' aveise di tanta- malevo" 
giienza verso il suo' re , né quaf vantaggio' potes- 
se egli 'sperare dal cambiar ' aorrano ; ^actbè <b 
Een dertò che niuno,' per malvagio che- sìa,' noù 
^ muove all^ ree opere- senza qaalche' stiihblò di 
sdégno e' dì' Téadeftà," o^ speranza di proprib Ut^ 
Ktà . Orcdtfestar Garibatdo afadato a nome del re 
Godeberto' sr Irattér col duca' dì 'Benevenifo i m 
vece di eseguire i com^danìentitlel^ suo^ signore', 
prése; anri a pfersuaderlo a caxnnardM regno l'uno 
e* l* altro' fratello.-' ne gli potean rnancate ragioni 
apparenti per far credere che una tale impresa 



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i3a Delle Rivoluzioni d'Itama 

potesse preoder aspetto d* onestà e di cotnuae 
vantaggio e de' [xmgobardi e- degli altri .sudditi, 
f quali ' per 1 r ambizione e la discordia de' due 
■ fraCelii pervenuti al tremo de' Longobardi da .stra- 
niera caxiooe , 9Ì vedean .vicini a (tatira i daow. 
sempre gravi ed iorvitabili:d'uiia. guerra civile, 
hi somma Grimoaldo vmne aHa volta di.FavJa; 
• l'astuto Garibaldo con falsi rapporti .taoto isep- 
pe operare, che ripieni di «ospetti l'uà verso 
V altro, Gntaoaldo appena inoootfttto e ueevqfi»- 
dal re Godetwrtn, i' uorase, e feee a^ere^ pQr. 
me forse per le fuggestioni del ^djtwe er^éev^, 
egli Steno, she tìodeber,to Voliessie .ucetder lui^ A 
ebe peroib- foBBe stato ; costretto pei- propna.'S^ai?' 
«èzxa di (V0veBÌrla..Bertarid9, iatesi i movimene, 
ti, lum ebbe animo d'aspettare l'flrrivp, di ;G^ir» 
moddo, dk dì .òr dìfew; ma: lasciata cMcb^ ht 
moglie ril/ffigliiiob,' si,fuggì:.dt:MJWao»..«: mm 
^«ade: dìEpiua si-noaverìt .ndl' Unghena. ^ai,^!? 
Àfnrìi> antiohi: oonfederati «d ^amtci -dd npadroi 
sao. Intuito Grimoaldo i il cpiakiV ffiortoiilirs di 
Fsvia'i lavea ipre» iawQttiDeat*. il: titalo dli i^» 
non ebbe :^a'dii»ii fatica ad impédronif») d^glÀ 
stati de^'duB 'fratsUn^ -e Mntft ostacoto^^fu; da ti)t« 
tr^rioooosduto «djobfaedito qualfo deMjofigobdtr, 
di e d* Italia, Con somma equità e virtù . si . die- 
^:a goPeraaM.ttQ .T^xi.-^ingTustaRieatiK: oeoupa-' 
tov'e l' aecnid)^ anoQc ^rsmderacnte «ipre-.le ro-t 
vine de' Greci. I pericoli e le vicende cjie 
questo re avea passato dai pi'ìmi .aDoi.} ddla^sua 



ovGooglc 



Libro VK. Capo IV. . i33 

^oV&nvzia , T avean fatto' capace di molte cose . 
£ra «tato GrimoaM» ancor faDcìulIo latto schiavo 
dagli Avari mfiieme co'-suol fratelli ^ tutti figlinoli 
di GiauHo duca del Friuli, per V insana libidina 
di Romilda sua madre, cbe moafuoratasi del ca- 
eaoo è sia re' di que*tnrbarr, grande e bello del- 
la pei^ona , gli' diede io potere ( Aw. 6sz y la at- 
ta di PriuK , capitate di quet ducato. Scannpato 
poi tìoD marariglioflo ardimente' da quella scbia- 
Titiìi con ^doaIdo'«uo frateUo', vissero amendue 
alcun fenipa bc^ tpriie già donitnate dil padre i 
e altHnaraente passate- strttn il governo di' Grasol- 
fo Kb paterno (i}.Ma i grattdt edaniraod gìo» 
vani non' potendo sosteBsre di vÌTtre- qiiaB' sud* 
dici' ìb un paese dove TnsEt volta arem tegù3tt9-ìk 
padre i ooctiftamenl» quiadf partiti , » o?>aiidaro^ 
a» da Aredii' duca ^ fìeitevento, chteia st&t» 
laro' aio, e che probabilmente' pel favor dì Oir 
salfe aveva ottenuto' quel^ ducato- erediti ^ ac- 
colse e li tenne come fìgliaotì', e^gfi ebbe dk pa» 
Pun dopo V altro per succcssotì.- perckè^ merto' 
kztr & creato duca'RodDaldo» e mancato- anetv 
questo- dopo' sei anni, gli succedette' HmioopfraH 
ielJo- GtimoaMo dì cui parHamo. Or», cotftùi nef 
gsAire al regna cede al soa i^'u<^ il ducato Be^ 
■eveotano. 

In questoTOezzD £o»taitté imptra(kr:d'Ocietati^ 
apaE soddìt^tq del^ x^giorno di GostjuitinopoU y 

li) Paul, àìac- libi {.', eap. fjv-' 



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i34 Delle RivoiunoNi d' ItALiA 

dove parerà che ì luoghi istem gli riniàeaias>et« 
le crudeltà e i siiot parricìdi; e bramerò per av* 
ventura d* aggiungere qualclie nuovo fionquisto si 
tuo regno, naVigb oon.grande appORrecchìo e'gcan- 
de seguito in Italia O)- Q^i^i 'iii>m&gtDaQdo9Ì 
che per le fresche liyoluribni le fotte de* Longoc 
bardi si trovassero secnnpoBte ied vinfèrnae, e Ber 
nevento spezialmenfì), per «Kem va giovane du^ 
ca, iiaD'tToppo'ftH'nito di gente' d'A'tnì, pensè 
di coraincia)* dàtraisei^o di questa fuazza più $ 
iiiun*^altra importante per la sicurexza 4elle lem 
che in quella parte ancor si tceMv^no per l'inw 
perio, come Napoli» Amalfi, Otranto, GaHìpoIi , 
Gaeta , Bari , Brindi» , Taranto, e tutto dò eh* 
terra d* Quanto ed ulterior Calabria jiel regno di 
Napoli dg^ si chiama. Certasieste fonerà il du- 
ca Romoaldo gran fatto {nwvedttlo per resistete 
alle forze dì tasto ^ffiaHtote, perchè una .parte 
de* m^Itòri' soida^ di quel ducato, ' ch6 aveirao 
servito Grìmualdo ' nella spedisioB. di Paria, s'eran 
colà fennati a gèdeici gli Kmari e- gli a^ in eiii 
a nuovo Te gli area posti • Sostenne bondihienò 
il megKó che potè '1* assedb della sua città, « 
frattanto nmadò- un suo fedol balìe, per nome 
lesualdo, a sollecita il padre >di pMsto socc(»so, 
il quale con somma diligetna Tnoveado tvetr 
SD Benevento, ritnamlb il messo-dei £glitioIo a 
vébame i* avviso, perchè ^teiM saldo tadUa d^oa (i). 

[<1 V. Muratoti an. 66a-63. ' 

[a] Paul. diac. Itb. 5 , <»p. j'ei-SL- 



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. LiSRo VII. Capo IV. i35 

FooQ tnabot^ clie la sventura del buon lesuaMo , 
caduto' in- man de* nomici, non rendesse troppo 
tardo'ed JaoipfKirtuna il soccorso .clie si avvicina- 
va-. Ma la fortezza ìnoonxparahUe del fedel servo 
.che con certilsiibo perieoTo della sua vita trovò 
inodeld' informar gli assediati dell' .arrido del ra, 
fece' scioglieif l'assedio; e Costante non solamen- 
te) non ricuperò all'imperio le città occupate da' 
Jiiongobardi, ma diede' lord oocasione e. stimolo 
'd'nceuparné ancor molte altre; .tanto -.die in bre- 
ve Dog rioKtte a- Greci altra parte d'Italia, che 
il ducato di Napoli, il quale si sostenne piuttosto 
pee la gelosia e 1' odio che i Napolitani -concepi- 
Xtao ooBtro quelli di Benevento , che 'per suffi- 
^cnfe^ gtiernigione che vi mandassero gì' impe- 
radort^ 

•-•< 1^ Mentre tfiv^^ «ose faceva iik Itafia ìl valo^ 
•voso, ffia'tuifarJa usurpAtor GrimoaMo , JBertari- 
lào 'Lqgittitno .re se' ne stava trcfid^a ed incerto' air 
■kEEtercè- degli Unìn» apprèsso i ^juali fi'er^ ri- 
jfuggiatò.'Oone Questa ^rtonne >a notizia diGri- 
mpstilov'il qualb iUon petea £u! a-sueoo «t^e atitr 
•solléoito sopra gH andamenti d* iw <così iktto pne- 
itendeoto jal .regbc^, mandò suoi amhasciadou con 
.(^rte grandissinie di regaìi-ali-cacu^ degli Ua- 
-ni, sei gli'^avanelie' tnani ;qttd re £ig^Ì;?o> Mt^ 
.>^lr cadano, anconAò barbai 4d idolatra, ebt^ 
.iaùto^ì rispetto alla santità del ^tamento, che 
ricusò un .pieno moggio di scudi d'oro^ ( sicoo- 
me Bertarìdo stesso 'dicliia'ò.poi moM antu'dopo 



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ì?6 DelÌiE Rivoluzioni d'Itaux 

al celebre ereiTeseovo di lorcsan ViUrìào), potr. 
tosto che mancare aUà promessa fatta al- buq 
Ospite di non darlo inpelc^ dei sua tùraimo^i)^ 
Tuttavia perchè gli Uddì non volean brì^e co:* 
Longobardi , fu ^ta licenza a Bcrtaride d' aodas 
d<0Te gJi piacesse , parcfaè usci«Be dal lor. paese , 
i^llore BMTtarido terese un partito geiMrcso;. e dft 
ìaiagnaoino venato destro i coi^oi .d* Italia «in» 
a Lodi, feee sapere per un suo fbéel fìttwUai» a 
€n'inea)do , cfae egU , cosfidatosi nella- fama cIm 
per tutto córreva della boutà sua^ avea j^Bsato 
di venirsi porre nelle sue maiii, e aspettare dal- 
\a discrezioBe di Ini stesso il suo 'destioo . Udì 
Grisioaldo eon itusvdibil piacere ^|itest' imbaiotar 
te, e fece rispondere a Berta^ido , eh' agii' era 
non solammte per lasdarlo viver ùcuro, ma.ibf- 
BH-lo ancor largfOiteBte da menar vita convenien- 
te alta' sua nas^nta. Né fìuvoo i ^tti diyeisi dal* 
le ppomesse;: pnoiocckè assolandogli alb^o ^ 
gDorile e famiglia e provvisioni d' ogni sMrte.^pB- 
«eva ebe Sertarido ^ dallo scetfro in himi , u<m 
avesse cbe desideiaìr di vantaggio . Mat le troppe 
Uete accoglieoze' cbe molti de' Longobasd» fecive 
al priocipe restituito alla patria, ìe- gelosie ^ 
statOr acutissimi sproni a chi regna mwsìmameDr 
te con noa giusto titolo, rìsoselo in nuovi ib- 
«^b e io nuovi travaglt BertaEÌdo..ffer6.GcBBoa]r 
dO', lasciate dal!' un de' lati le su» psomesM^ 

■ do Eddios Sleph. in Vita »: Witfr. ap. Wafiill.' AnnaL 
BeD«d» tom. if. par. v, pag, fisi» 



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' XiBRo VH. CtìtolV- i»7 

TÌsokè di tor^i la vitali e già awea ordjaato ij 
eome ed il quando', e sarebbesi la oosa effettua- 
ta , se Moo era la pietosa artuwa dì un suo gyar-r 
daroWere che sotto abito d'un vii servo, e cj^ri^ 
co di grosie robe lo condusse fuori del palazzo" 
*)Ve>già erain» poste k guardie, e qm'ndi cala-r 
telo coti: Hoa-fime giit daHq.iaura della citlày Io 
Mi«b:as8e alle . insidie idell* usuepalore. Bertarido 
con akjniH femigli ebe, nelkì stesso modo idi li^ 
eraao idiìceei per via -di funi da Pavia, tforatì 
alcwQ caraHi oW per, le cajnpagpe-.peacavituiù 
ncm hjDgi dalle Biwra , fuggi Ju Asti ,dpy« fu rjr 
cerato ed aiutata da' sutìiaipibi e partigJ4pi, p 
di là pwsaadQ a Tqtìdo, in pochi gioiti «kìò» 
}B Fxancia senza trovare QS^acolo; (an^6(j4. )^. 
Grimoaldct', àntesa la sua &iga ed ìl-BiDdo;con eur 
l'aveva cttgvil^r non solapaeate dgj» s' a£tìrò.QOn- 
teo colfwo che r avevano, idutato, ^. SuggfKe-^ m^ 
èi premiò, li «ereò nl suo .servàio^..^ gM ebbe 
poi 00100 servì fedeli e vatieati;f; «ra^ku^ dì. Ipni 
cbe nmtii^ desiderio d'awdar (poi s^p, pn^w p»- 
Aooe, fu da Grimoalda stesso jnsodato, s &i>- 
mto di quante abbisognava ai. su» viiiggiof. Tan. 
ta viilii fina eotesta, chiamata da» alcuni bafbfl- 
nr , nefaniìa Dazione , si . tl>pvava attcw» i? un 
lirwmo, Frattanto Bertarìd» poetatosi ad- iiQpIp- 
xw fassisteoz^'.di Clotarìo 111. re di Parigi e del- 
la BoiigogJKi, lo in^se^ a yeiuc inU^ia^em 
buon eseecilo oontFO il re Grimoaldo , il quale , 
beocbè di forze d'ai'"!» ^A. supec^or^ al ,re 



ovGooglc 



l3B Delu Bxvowxicaa^tì'trtìJA 

Ftaaco, «upertore d' astuzia, « d'esperìeDza, ì», 

sconfisse e sbaragliò presso ìk città 4' Asti, e il, 
rimandò .a casa con pochi- avanzi della sua wn^ar 
fa . Ma noo -cessò tuttavia Grimoaldo dì guardarbi; 
bene da altre sorprese die ipotessero ca|;ioaargU 
le cabale e i moTimeoti di Bertarido ; e quasi 
ehe per tener le sue fctt*^ proote d^la parte* 
de' Francesi , «orse rischio di lasciar ìa preda de-i 
g^i Unni una parte almeno del suo reame, « 
mettere io fluoro divisioni e nuovi «sompigU Tlta" 
lia. Perchè non volendo mapciar in persona a. 
reprimere la soUevazion di Lupo duca di-i^^Iù 
ohe lasciato da lui suo luogotenente in Pavia nel 
tempo della guerra di Benevento, area teutaio 
d* usurpargli Ja corona , avea invitati gli Haai a 
&r la guerra a iquel ribdle « torbido 4uca« M^ 
vinto « punito Lupo , gli Unni trovaado. ami 
buona pastura io Italia, mostravano di jaoa - va- 
lersi tornare pella Panqouia ; se tum obfs' Au-qoo 
in^Wffiti da UB ^tìBzio militare di Gniooaldtf 
che fiol riveatire tn varie gtuse gli stesti Mldati:* 
e farli oomparir più volte davanti agJi stessi am- 
basoiadori del jiacano , gp Indusse a partii»! p» 
timore di non esserne ■& forza disoaceìatt , In-^ue- 
sto mezzo Clofario HI. iti de'* Franchi^ 'quel pro> 
tettpre che abbiamo detto, di Bertaridoi-mantiòi 
Dagoì>erto II. che gli succedete , cacei^b dal 
regno dal -suo maggiordomo (^rimocddo cfaero^r 
mincip dei primi in iqutU'ufHzio a fatai so^^tti 
i re stessi e governar ogni cosa a suo seancf» 



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- laMo "Vn. Capò IV. iBg 

(Vtveva esule in In^Uerra. Ristàlnlito dopo alcuni 
addì sul trono , il rb de' Loti^i^ardf mandò a 
CDi^atularsi; e come intentissimo elie egli età 
«d «spiccar gli andamenti di Bertarido , diede foN 
se .segnate commissioni a' «uoi inviati su questo 
f>artiéoIare..'Bertarìdo che ne temerà; «egretamen-' 
te «' avviò verso r Inglriiterra ,' dove «redeva di 
trovare pni ùeurtà . In questo- fi-angente venne a 
morte il re Grimoaldo; e si credè cbe Iddio, il 
quale voleva dopo otto o nove anni di tcavaglioso 
esilio {«stituire a' jLoogc^rd{ il legittfmo e pio 
principe, gUene ^uiésse per mirac^osa ed ignota 
voce giunger l'avviso, quando ^K «lava in sul 
partire dalle costiet^ di Francia . Tornato perà 
indietro alla volta d'Ifalìa-, e mandati i »ioì ad 
esplorare la verità delle cose, e come gli animi 
fossero disposti* si trovò in fatti , che Grimftaldo 
era motto, e che quantunque ^li avesse lasciato 
due figliuoli, de' quali il primo renava tuttavia 
in BefwvtiQto, ed il secondo era stato dichiarato 
da' suoi favorevoli, alla morte del padre, succes- 
sore ne! regno; nulladpmeno i voti comuni sima- 
nifèslavano inclinati a ricewr?Bertarido., il quale 
perciò venivo a Pavia, « deposto dopo due mesi 
di regno il giovane Garibaldo, in breve rimontò 
sul trono; e ricuperata la moglie e il figliuob* 
ebe durante il tempo del suo esilio erano stati dal 
duca Romoiddo tenuti come privai io- Beneven- 
to, 'ijovernò con somma lode di pietà e di giusti- 
zia e di bontà il suo reame. Otto anni dopo' il 



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I<44 DelC£ RiyOlUZlONI D^ [tACIA 

SUO pistabitimeBto- ( xs. 678 ) , pet a^curar vftr 
meglio al suo figtìuoT Cimiberta, già d'aBniniff 
iarp , la suceessioae, i\ fece dichiarar naocJIegiii 
net regno; gioysae d'^iodole 80a meo generosa^ 
«be pia . ^Nè poro fii affatto- immune da* turauht 
dyiU H regno di Bertnidof perchè Aladn o .é:k<^ 
ebisov duca dì Trenti, gonGo di presuaztone per 
qualche vittoria ripepteta de' Baràri confinaotii 
col aito ducato-, si- ribellò:^' eoo- »e , Vinìo ede^ 
saato dal Talore di Bertvido,' £0^ BDodimaio per 
r affetto «he Ctìniberta^ po'rtaìra', i«stitaito al' 
ano ducato ;- ma- non meoe iogtato amico, che 
ttiddito infìnlete, abusò- empiamente deU'amon- 
di Cuaiborto', U pnehi restato solo al governo 
d»po la morjte di fitrtarido', appesa scamp^dallé' 
imidie e- si- difese' .dalla forila aperta deHo sper^ 
gh»o^^acbi.r che si àoatence fdriatame>te- in 
dotere meatffe visse Bertaiido, dalla cui. eaperten» 
za m virtù guerriera eglv aveva dt che tem^e ;: 
watt quando per la* merle del padre e^i- ebfie a 
far: oej %1ìiu]}ot.s» riseaidb' più che mai nd de* 
sidario di salire; ed trooo r e ài aacoiarat chi-I' oo- 
Gupwa- . Melfi a- {»rte del sua diserò alcuai 
Longobardi-, e. &a gli> ajtci' prineipftlDieBfe dae 
potenti di Brescia, Aldon* e Grausone fìatdlr, 
prese .oadip* co» loro d? eótrare io Pavia io tempo 
clief il re fosse Haafh per^^ofae occor>eiiR& d pas« 
saterapp , ao&ipar il pakxo reale , aBsicurarsldoI- 
h parte, della dttà ,. e fac, gridane lui: atessa-iw 
per la ter*», , Nodi era 3; popoIo'Moamenle^ ioidìnato 



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liBBo Vn. ■Capo IV; 141 

a qiKHtta ' ddvUà , ' perbliè Jìi pietà e la bc*.fk 
di'Cantbefto, » k meifforia del padre lo Teti^t«i^ 
t9»o a tutti 'Card, é a'' oheriei spezialoiente . Ma- 
domiHitie ndettr aUa forza armata, e AÌÌ& eaga- 
^^i)/ de* coAgimatì ; cosicobè essendo il tireano' 
temuto ed obbedito , il buoo Cuniberto ebbe a«- 
ffii «Ik fitre a aalvaraì . Fa jaf sedute del re una' 
piceola isola dai lago di CoBio , <!fae veauta a' 
gran fatica in potere de' Lbngcabardi -b^I regna' 
■di Àutarì , si teneva- &a le migliori fortene del- 
ti CcfOfi^rdia; perciocché avanti i^invenzioDe del ^' 
Fartiglferia, « dopo che si fu' -perduto irt- gi^n- 
porbe l'usa deHeaniiche maoehiBe' militari dar 
eaecrarlootano sassi e saettoni,: un castello. ciotisc 
dall' aóqua, coinè i' isola d'C^la e di Ciomo, era* 
pkaza importante. Uà tal F«tacÌiHiè che cornati-' 
dava nella detta isola di Como atlorchè ìk Lam- 
bat^ fn occupata da' JLoagobacdi , noa sdlamea^ 
te vi « maateuQe per '«enti aoni^vieuro , 'malgra- 
do tdntc forze de' barbaci «he.. d(»inT«£Waa' per 
tutto i^ nà' vi av&va-aduB:^ intniensff' ricchezze* 
le quali vennero iiUa fine con l'isola stessa In po- 
tei» de* Longobardi .: e fu «ssa eotto il lor 3regrf»> 
nido famoso di' tnusatori , : i quali nelle 'léggi Cion^ 
góbarde' sono, chiamati maèiitri ^eti'' isola -Cornaci-^ 
□a. Or in- quest'isola si rifiuggiò Cuniberto, e di 
lyàvi aspett&va Resito -dell* usurpazion d'Àlachi». 
so . Costui V .detosi incoataneate a mar' di sua fer-^ 
za, e far tesori dell'oro altrui, non tardò guari 
a voltar 1* avido sguardo aite ricchezze- de' suoi 



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r4a: Dellb Hivcav^ioni n'ItAtiA' 

principali parti^'auf ^Idotitfe Gnk«s«De. (bfa-<e9«- 
me e difficile ebe iì buon «enntf » laj cautela nou 
abbondooinO' qualche' «dita* i -tirasuf ,--'pA" alean<; 
parole flette di boiBca:> ad ÀWcbi ' in freWDZ» 
d'un suo paggio' figliuolo d' AldoBe''(i) r -i due 
fratelli ^ inteeo il pericold bho lor ispmst&v», ' r 
ravveduti dell* eitore- comniflsso tal voler' ' dinlbr 
^ngnovia,. s' aj^pareeclMaKilio a' cdrfeggrfla^ silbiia- 
mente ^Scaatouttisi i! pi^ desMinscfts: efab' per 
Idr si potè, dal ti^aqoa, otifconsiglM^Oiioadinri^ 
re a diporto fuor di Pavja, n p€>ttaefyhfi< Aavecti- 
fi a trovare' ndr isola di Gota» il M-Caubttto,. 
acuì <^iesto prima, pendono delie oDse:~i!oi]^ip'lui 
£^6' p«]r Io {«Bsato:, gli moBftiHKiO' Aa- «egiato-v 
com'esu erano risolati di riparami- freso -perr 
tanto seco' lui aceordo intomo- a ci«icfaé ÌMtoode- 
van- di fAre, om istetIero> guarì «fasi ia^ «wnta 
del tiranno il' rìctntduMerd-iii FànJtt, dova- dal po- 
polo con- somn»' allegnuBta fti ricevuto^ Alacri 
Gom'egU ebbe: di aio nov^^a r sdegnato fiarameuj- 
te cuitfrir Àldone e Grauso&e ,vandò <}uà e lÀper 
le città Lombarde a eoHevift- le gen<à>, e fi»-tifìcar 
te il più che poteva il stio- partito (; ai*. 690 )'. 
Molti' dalla saa presene r dalle- sue' promesfee-se^ 
dotti Io segaitarMo, altri stettero' saldi- nell'ob- 
bedienza' di Cuniberto;'.' ed <aUa' fine còirvemre cbe 
un aspro combattinHWtò io em' Alaohr restò per- 
dente, termimsse qudlà dvìl guerra. E sptDto'A 



[1] Paul. diK. lib. S, cap. 39» 



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ImRo Vlt Capo IV^ 145 

tìrauiio ,■ &)rì per alcuni anni la ^Aev ed il buon 
ordine , spezialmente ì& religione che* Cuniberto' 
■ promosse' sempre don' gcaaàe télo . La xobrte di 
quetto re diede principio a nuove^goerre dviJj per 
la successone al l'egiio ^ perchè avendo lasciato 
on solo 0gliuol gioTanetto pen nome I»iutberto^ 
Kagimberto duca di Torino ,■ cugino di Cuniber- 
to, si levò , e vinto ia uà fatto d'^arme il tutore' 
del giovanetto re, occupò^ il régno' cbé di là se 
pochi me»! Iitscì&r ntorendo ,. 4d^ sua figliuolo' Ari- 
Berto II. {i) , Non era iperb ancora né- prigione 
né mwfo il re legittimo , n^ disperato' il suo' par* 
ti6>; perocché molti duchi di vùie oittà lo s^v^- 
tarónv, e he presero la difesa: ms venate le due 
parti ad una seconda giornata y Àribertone ripor- 
tò la vittoria , ed ebbe nelle mani il suo' conborf 
rente r e ruccise. Sé la morte di £itutberto> non 
fosse stata opera d*'Àriberto,. e se la fellonia oil 
delitto- della rìbefìlone non lo avesseprivato d'ogni 
diritto , Àrìberto stiesso diventava il Vfqro> ed uni- 
00 Mede' del regno per ragfone del sangue. Eea 
egli nipóte- di quel Godeberto^ lasciato ereded' una 
parte det regno da' Àrìberto T. ; e però r stando la 
division fatta dal bisavolo, t^H avrebbe avuto lo 
«tesso diritto al regno ' di Pavia ,. come Uutberto 
«r quetb di Milano ; e' morendo costui senza] pro- 
le, riuniva tutto il disitto della sucoesBÌone nella 
«uà persona. Vero è ohe la legge salica non 

(1) Paul. diac. lib. 6,. cap. iS et ttq. 



ovGooglc 



i44 Delle BiWM.uzioin d' Itaua 

»* osservaTa, fuorché peracoidra'tp; eson pareva cfae 
la corona, riacquistata con tanto 'stento da Berta- 
rido, doveste dividersi .«^p^i- «cedi, di Godeberto 
sito minor fratello, iatlo. ce quasi coatro Je le^4^ 
« tieiineo' dicluarato éxA primogenito. Comunque 
aia, se Ariberto non avea vagioa «ufficiente -a 
succeder nel vegno, egli ^ìfctuie t0a/rifi re dì 
fMto. Rimaso^ti «ncom due cottooFrept^, daab- 
batEere. Uno fa Botart dwa, di Bergamo, <^e 
avendo seguite le fatti di Liittl^erto , morto co- 
stui , ooDtiouò nrik guerra , « pr^e il titolo di 
re. Vista e fàUo prìgiooo da Àriberto IL, fini 
per ardine del vinci^re 1^ TÌta. L'alta che aa- 
eor Ptst&Ta , era Ànsprando , . aio , ministro , e ge- 
nerale di Liutbeito . Costui , vinto in quel secon- 
do fatto d' arme, fveso e ferito il gloTane re, si 
ritivò nell' isola di Como ( xs. SjS ) . Ma poco 
dopo temendo boq. potérsi difendere dalle forze 
del re-Arìberto che con grande amianiento s* ap- 
parecchiava ad espugnar queir isola, ebbe éiscot 
"mexzo di fuggir in Baviera, lasciandd )a fan^lia 
alla disoreziooB del. moi nemico ohe . cojla morta 
de* iìgUuoli^ivce. aspra e ccudel veadetia del pa- 
dre . Un solo, di questi figlii^oH o per conniveivza 
o per Doncairanza del .vincitore scanipb da mor- 
te, e si condusse ancor esso in Baviera: conforto 
non ^iceolo all'afllitto padre, e restauratore de- 
stillato dal eido della sua gran famiglia e delie- 
gnu de' Longobardi . Sette anni stettero in Bavie- 
ra Ansprando e il suo flg]iu(^ ad aspettar che 



ovGooglc 



Limo vn. Capo IV. 14S 

sì offerisse loro congiuntura favorevole dì rientrar 
ia Italia e discacciar dal regno Arìberto li. , o al- 
meno di succedergli se per qualche accidente n« 
fosse da altri scacciato , o morisse . Finalmente 
arendo "ottenuto competente esercito di Bavaresi , 
8e ne vennero alla testa dì essi per a«altarlo; « 
benché vinti in una formai battaglia, o ^meno 
uscitine con successo eguale , ottennero tuttavia da 
un notabile fallo del re tutto il vant^g-io che 
avrebber potuto aspettare dalla vittoria, ed anche 
maggiore . Perchè essendosi Aribèrto dopo la pri- 
ma battaglia ritiralo a Pavia , diede motivo a* Ba- 
varesi dì vantarsi come superiori ; e pel dispetto 
che di ciò ebbero i suoi E^ogobardi , oad^e egli 
io tanto disprezzo appo loro , che tutti concor- 
demente risdlvettero d' abbandonarlo , e di portare 
Ansprando sòl trono. Sbigottito a questo avviso 
Aribèrto, non ebbe animo dì aspettare il suo ri- 
vale ; ma preso il più che potè de* suoi, tesori , 
»' avviò subitamente e di soppiatto fuor di Pavia-, 
■per cicoverarai in Francia: ma nel passare il Te- 
eino vi rimase annegato, imbarazzato ( dice lo 
storico ) ed oppresso dall'oro che aveva seco (i). 
il che , se è vero , può darci ad intendere quan- 
to egli mancasse d' eimici e di servitori nella sua 
caduta , o quanto egli fòsse difBdeote ed avaro se 
non volle commettere alla cura altrui il trasporto 
Tomo II. IO 

(1) Paul. dine. lib. 6, up. 35. 



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14S Delle Rivoluzioni d'Ixaua 

di ciò cbe stimò bene di raccogliere per la sua 
fuga . Salito Ansprando sul trono de* Longobardi , 
mercede dovuta -all^ fedeltà da lui servata al pu^ 
pillo suo principe mentre vìsse, non ebbe quasi 
altro spazio di . vita , cbe per assicurare ìL re^o 
a rLiutprando suo figliuolo che pocbi mesi dopo 
gli succedette . Lìutprando che avea sperimentata 
1* mia e V altra fortuna , e cbe compagno . delle 
paterne vicende, aveva in casa altrui imparato a 
^Doscere il mondo , portò sul trono quelle virtù 
fbe mapcano d' ordinario a chiunque abbia pa^ 
eati i verdi anni in- un aono costante di coibodi 
e di prosperità : per la qua! cosa potè non sola-^ 
molte mantenersi fermo nel regno in tempi dif? 
£cili e liurrasposi per lo spazio restante della sua 
vita, cioè di ben trentadue anni; ma. accrebbp 
4o stato con. le conquiste, nobilitollo con nuovi 
litoti , e l' incivilì e V ornò con buone leggi 
oostumi. . . ; 

'._■ •■ . I. duchi di Spoipti e. quelli di Benevento già 
inelto ingranditi per le terre tolte dai loro ante- 
cessori al Greco imperio , echet speiialmente do- 
po., le uUinte vìvoIukìodì e -guerre, civili ^a* co»- 
^rrenti al regno Longobardico, già -erano ..poco. 
Usati di riconoscere- alcun superiore ; avjebbeni 
scorsa per poco ogni dipendenza, e ridotto al 
nienle.l'.autonlà regia, se la €erme«za e diciamo 
.^ncora l' ambizione di Liutprando non -gli avesse 
^^uti'ìn freno. Dall' iiltro canto i Ffani^fai che 
4a lui^o tenjpo av?ano cumtociata a guardar cctit 



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^ liBiio VII; Capo IV. $47 

tìcchio' cupido il- paese ItaliaDo, non avrebbero 
mancato dl'^adagaar terréno ne' paesi sabalpini , 
se i! te distratto verso Spoleti ed oltre il Tevere, 
avesse lasciata mal custodita questa parte del do* 
miniò Longobardo, dove non erano potenti duchi 
a far difesa . S* aggìugnevano alla cupidità de* 
Franchi gli stimoli de'Romam pontefici, i quali, 
per le ragioni che altrove diremo , non cessavano 
d'àtììmat le iìoteniìe'oltranìoQt:uie contro i domi- 
nanti d'Italia. Lo stesso facevano medesimamen* 
te gì' imperadori d* Oriente , i quali inferiori dì 
lunga mano alla forza che sarebbe stata neéeisa* 
rfa pef resistere a* Longobardi che gibrnalmentd 
si andavano- dilatando nelle provlncie the ót for- 
mano ri regno di Nafìofi; e' che furon le ultime 
à dìatnembrarsr dal Greco imperio ,' ricorrevano 
afacor essi all'aiuto de' Francesi pei: fat guerra ia 
halia: quasiché i re'de*' Franchi ci loro mag^ 
giordomì fossero poi per restituire a queU' impeg- 
no ciò ch'essi avessero- con lor* pmctìlo * fatica 
titdto dalle mani de' Longobardi . Contro* tutte 
quéste' ■maceh'inazfonì non . solamente stette' saldd 
r accorto ed animoso Liutprando; ma raddoppiach- 
5o ancata l'attività', ed estendendo i disegni è le 
ìaìtb a ^toporziori degli sfbrzi'che Vedeft fare al- 
i^ altre potènze per traversarlo', ànd^ seix^re ere* 
8'ceiidò 'e dr' riputazione e di «titto; Vera cbsa è 
ch'^ Tà fiitìi^ratd Voglia eh' Egli iiìdsti* d' inSran- 
9ìt' il' suo' r^no ; berichtì, vivendo lui , se le ad- 
créscessé' la ^ettó ; dee cdhta^ tia le (djndlp^ 



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148 Delo: RirotutiONi d' Italia 

cagìoDi della rovina de' suo! siiccesscHÌ ; perehè a 
tempo MIO cominciò a ordirsi tra Roma e Ftaiit 
eia quella gran tela che riuscì poi fatale al re- 
gno de* Longobardi , come appresso faremo men- 



: D* Bdebrando ^ e degli altri re Ltfftgobar^ 
fino a Desiano. 

Lascìb Liutprando un nipote chianiato Ildebran- 
do, il quale enendo stato quatto) anni avanti,aar 
sociato' al trono , gli succedette immediatamente . 
ma non ebbe a durarvi lungo tempo. In capo a 
pochi mesi dalla morte dello zio « Hdebrando fa 
da* Longobardi deposto, «d eletto in suo luogo 
Bachi ( AN. 744 ) . uomo amàntissioio non mieno 
^la giustizia-^ drila pace, che della religione. 
Ques^ carattere lo fece amare così da' suoi, «o^ 
«diti che dagli stranieri , e molto valse a ritardare 
i colpi già imminenti a quella nazioiìe . I papi 
che godevano nelle corti di Francia .e di Costan- 
tinopoli grande autorità io quel tempo, parte per 
desiderio proprio , e parte per compiacere all' im' 
^radot«, ordinarono è madtesnero una tregua di 
vènt' anni 'tua' Loi^obardi , Romani e Greci ; ed 
impedirono che i Franchi non movessero dì qua 
'dei' Alpi. Coà lo cose d'ItaKa in geoMitle « 



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tiéRO Vn. Capo V. 149 

passarono, regnando Bachi , assai quietamente, an- 
corché non senza sospetti . Troriatno che questo 
re , per ovviare alle conspirazioDÌ e alle cabala 
chft gualche suddito torbido C' malcontento potes- 
se ordire o con duchi Longobardi sospetti al re ì 
o con altri prìncipi* vietò per legge espressa, che 
niuDO potesse mandar^ messaggi "a Roma , Raven- 
na., Spoleti e Benevento; né in Francia, in Ba- 
viera, Alemagna, Grecia e Navarra (i): legge 
quanto savia e giusta nella letgion di stato, altret- 
tanto nuova e singolare , a cui non so se mai per 
V avanti fosse uscita la somigliante dalla cancella- 
ria di niun prìncipe né di repubblica. Ma il pio 
entusiasmo che regnava allor nelle cinti -d'abbrac- 
ciare la vita monastica , mosse anche il re Ha* 
chi (come in Francia avean fatto pwe ' di qua' 
tempi Unaldo e Carlomanno) a depor la porpo- 
ra C AK. 749 ) ; e preso per mano del pontefica 
l'abito d! san Benedetto, entrò nel celebre mona* 
stero di Montecasslno , il quale fondato dal mede* 
simo patriarca, e saccheggiato e preasodiè deier- 
fatò dopo la sua morte da' Longobardi , fii poi 
attempi' di Eju^rando da un c^vota e facoltoso 
Bresciano (Petronacio) ristabilito, e ora dal re « 
fatto monaco , grandemente arriot^to e nohifi^ 
tato. . , 

L'ambizioBe e il genio oonquiBtatore^'' Asfol»- 
^£0,: hatello e successore di' Baòbi ael Tegpiòi de* 

. . U) I«9- S^cbi -c*f. 5,' et filUii lih. 5> th/afi, Itf;. ^ 



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iSo Delle Ritoluzioni B*ItALiA 

LoDgobardì , fu aUrettantò proprio ad accelerare 
lo scoppio deJla gran macchina cbe già aVeao 
cominciato a fabbricar contro i Longobardi le vici- 
ne potenze , quanto la modestia di Bachi area 
giovato a calmarne ed assopirne l'invidia. AstoU 
fo ali* autorità regale norellamentc ottenuta unì 
le forze proprie de^ì stati che già prima tenera', 
e fatto capo sovrano defla nazione, e possedèddÀ 
tre diversi stati, in meijo à* quali si trovava H 
ducato Romano , cedette fkcilttiente alla tentazid- 
jie di voler pigliare' nocor quella proviarìa cbe 
troppo quadrava a* suoi fatti; onde^ potea poi sen- 
ta ostacolo impadronirsi di quél pocoche ancor 
restava in Italia al Greco imperìo. Cinse egli pei> 
taóto' Roma di stretto' assedio ; e il papà Stefanc) 
p. che troppo bene sapeva come Astolfo fosire pò- 
co ailetto al cberìcato e alla chiesa, non Sstette a 
badare al successo; ma portatosi in Francia, au- 
'tórizzh' 'quivi con la cerimonia della cotonarfWfe 
là famosa e memorabile traslazione della digailà 
reale dalla- casa Merovingia in quella di Pipino o 
sia de* Carolingbi , e in guiderdone di taiilo^ fil- 
vore 'assicuri» alla sua chiesa uQ potènte protettb- 
rè'che la portò nelle cose temporali^ à quelPàpi- 
'ce' di grandezza, ohe' a suo luogo direnio. Intan- 
to mori in mezzo alle sue ardite ìotrapre«e SI' re 
•Àsblfof An. 756); e la !'nàzion ton|;òbàrd* e 
:ll* Italia fu 'ài nuovo' vicfiia: a dividersi in dò* par-t 
''liti, ed èssere travagliata" da cml guetVa. Perchè 
' essendo stato da una j^arte d»* grandi 'etelto -a» 



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Ijbro VJL Capo V. .. iSi, 

Desi4en'o , Bachi che noa ramava) o che forse 
prevedeva il suo regno dover esser- funesto alla' 
nQEione , fioalmeiite perchè -entrato ne^ chiostri 
pec qualche rispetta non puramente Cristiano , fa 
nuovamente dal genio di comandare stimolato % 
tornar nel secolo; i^ somma, deposta la oocoll^ 
e rivestita la clamide , si feee vedere alla testa dì 
un esercito per contendere col nuovo eletto )a co- 
i-ona reale. Ma. il ponteSce Stefano li., bencfa^ 
avesse da sperare assai dal governo d' un princi^ 
pe quale si era mostrato Bachi pey lo pa^to* 
nientedimeno credè fiù sano, comizio e più coi^- 
veuiente al suo uffizio- esortarlo a rientrare pel'sup 
monastero. » -siccome fece. Desiderio assicurato co- 
^^ul'tronn, parve pagare assai male i servigich^ 
^i fece il pontefice , liberandolo senza suo ne pf^ 
ricolo ne. danno d§ un concorrente • Xa sfocia del 
lungo -e tort)id? «gpo di Desiiìerio , ultimo dell^ ' 
nazion Longobarda, si irova talmente intrecciata 
■«on quella 'de' francesi ©he succedettero a' Longo- 
bardi nel' r^po d* Italia,- e coi maneggi de* papi 
che a ciò li condussero , che io stimo soverchio 
.disfarne qui parole, doven(^Q nel ^^guente Ijbro 
ripigliare da'^suoi prinqipii l'origine di si notabi- 
Ì0< rivoluzione .Ma prima di passare .a questq non 
,5i«ia,ajriJ^9.c^e,IiihrÌQp,p^p ^ s'S^I^ ' ^^^H*^* 
.,a;ncprida mestrue ,qual fosse il governo de'Loa- 
■*fthfrdi.:CÌìe^..dominarono, per'più ^d' u« Secolo, tap- 
r'j(a,|ifrtq..,d-'J^ÌÌftj quali i iorp cflsCumi., iquali.le 
jj-Jcf o .^ ,e ^ là j^i^ncp e, l'*?/®.^'»? .^'^*',^^9?" 



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fi 52 DELtE RlVOLOZIOm D'h-ALtA 

degli antichi Italiani Botto il governo di <jtttt^ 
stranieri : e finalmente, poiché egli è certo oIk i 
Longobardi ncm possedettero mai tutta intera Yh 
talia, bendiè assai piccola parte ne lascìajseTO 
esente dal lor dominio , converrà anche veders 
qual fosse lo 'statò di quelle provincie ohe rima- 
sero obbedienti al Greco imperio.' 

' C A P O VI. 

ThI governo politico de* Longobardi; e deWorigim 
de* Jeudi in Italia . 



Jl governo de* Longobardi fu monarchico ed ari- 
stocratico ; differente percib dalle antiche nazioni 
Greche ed Italiche, fra le quali benché alcun 
tempo durasse il governo misto, era piuttosto ma^ 
"giare il poter del popolo, che non de' nobili. Or 
egli è manifesto che dove il regno sìa elettivo , il 
"governo è necessariamente misto, e però tempe- 
rato da queir ordine in cui potere sta reiezione. 
Ma la differenza , grandissima a parer mio , che 
si potrà osservare tra la qualità del governo de* 
Longobardi, e quello di tutte l'altre nazioni non 
meno moderne che antiche , nacque pwte da* co- 
stumi nativi ed originari della naeione , comuni 
per altro ad altri popoli della Germania; parte 
dalla situazione politica dell'Italia che conquista- 
Toiio. Certo è in primo luogo, che: fra lenasiom 



ovGoóglc 



L tìBHo Vn. Capo Vi. iSa 

iettenttionali la nobiltà del. sangue fa Senlpre ia 
grande istìma : effetto sebza dubbio o del clima , 
e dell* antica barbarie ; perocché d vede che le 
prerogative della nobiltà si andarono di mano in 
mano dimÌDuendo , a misura che le nasioni s'in- 
civilirono. Ora ì Longobardi che vennero in Italia 
eon Alboino « benché Io abbiano rìconosoiuto co- 
me Capo principale e chiamato re, non erano pe- 
rò tutti egualmente soggetti t che i più nobili fra 
di loro non avessero molti plebei «shiavi o quasi 
jBchiavi, che da essi immediatamente dipendeva?- 
no . E siccome le nazioni barbare di que* tempi 
altro mestiere non professavano che quel delle ar- 
mi, ì nobili spezialmente; così dovean distinguer' 
H prindpaimente fra loro dal solo maggiore o mi- 
nor grado che fenevano nella mih'zia^ e dalle pruo- 
ve ohe davano di valore. Questi nobili adunque, 
cobdottieri qual di maggiore > qual di minor nu- 
mero d'uomini armati e d'altra moltitudine, i^- 
lorchè ebbero invaso un buon tratto -di proviocie 
Italiane, pensarono a trovare, ciascuno per sé e 
per le sue genti, una sede stabile dove posarsf. 
Già ,. come abbiane detto , tutti erao venuti con 
animo di stabilirsi in Italia. La necessità dd co^ 
mune era ancor conforme a questa volontà de' par- 
ticolari ; perchè non potendo tutti sussistere nel 
distretto d' una sola città , e bisognando per gli 
acqm'sti già fatti collocar presidi in .vari luoghi 
con un capitano cbe li comandasse , parve miglioi; 
, partito di spartire così tutta- la massa delle nazioni 



ovGooglc 



(% DeLI^ RirOLUZIOKI D* ÌTÀUA 

ìa altrettante quasi colonie , quante erano le pro^ 
viocie coaqulstate . Quel Gisolfo che sì fece r ap' 
penei, entrato in Italia, crear governatore del Friu- 
li,, ed erasi in quella contrada felicemente stabi- 
lito (i) , diede senza fallo esempio e stimolo agli 
altri primati di far lo stesso di mano in mano che 
si acquistava terreno . Il sistema che introdusse 
Eiongioo succeduto a Narsete nel governo d,' Italia 
eOD titolo d' esarco , diede ancor occasione à que- 
sta divisione di governi , che fecero i Longobar^ 
di . Perciocché [«ongino , aboliti i nomi e gli uf- 
£zi di correttori , di consolari e di presidi , clu 
s'erano dagl* imperadori molti secoli prima' stato- 
liti , e continuati ezian^o sotto i re Goti , maa- 
dò in ciascuna città alquanto ragguardevole un 
comandante oin titolo di duce. Nel ohe però egli 
pon introdusse nell' imperio nuovi nomi ; ma , 
com* h la sorte di tutti i tìtoli d' onore d' andar 
sepipre degenerando ,, coltitolp solito darsi ne' tem- 
pi- addietro ai comandanti d' eserciti e ai rettori 
di V4ste Provincie , volle onorare ì governatori 
d* una 9ola città e d' un piocol distretto . Altro 
non ci volea » perchè i nobili Longobardi sì con- 
eigliaesero di sottentrar nelle città conquistate cdi- 
]o. st«so titolo e con pari autorità ai duchi che 
prima stavano, a nome dell' imperlo; e il re vi u 
acconciò di leggeri , parte per non poter tropjìo 
contrapporsi al volere de' grandi, parte perchè 

(i) Paul. diac. lib. 6, ■cap. ir- " ' ! 



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. liiBRD VU: Capo VI, - (55 

drèdeva esser cosa' confacentc al comun vantaggia 
della nazione ed alla sicurezza del nuovo regno. 
Da questo stabilimento de' duchi Longobardi 
sudai ripetere la prima orìgine de' feudi . Certo h 
Botidimeiui presso tutti i più eruditi e atorìci e 
giureconsulti , che lungo tempo dopò Desiderio ^ 
ultimo re Lombardo , ebbe il suo vero e proprio ; 
prÌEKipio il -gius feudale da una legge che diede 
in Roncaglia Corrado il Salico néLio26 (i) . Ma 
perchè anche prima di questa ^egge di Corrado 
erano- in Italia consuetndiili » e si praticavano le 
stiesse' cose -che fhrirao pòi ordinate per leggi scrit- 
te (2); possiamo con buon fondamento ripigliar^» 
dà' pia alti ■ principii l' origine de' governi feudali, 
Lasciando da parte l'erudite ed inutili congettura 
dì coloro che s* ingegnarono di derivare anche 
dà' tempi Romani una Igiusta immagine di questi 
governi ereditari, ci faremo a riflettere come spe- 
tialmente sottd i Longobardi avessero il vero prin- 
cìpio ) cosa , a parer mio , non troppo ben ru0- 
vatà e spiegata dal famoso autore della storia N^- 
politatìa (3), né dall' immortai Muratori (4)- 

' Altro in sii! principio non fupono i duchi 
Longobardi, che governatori, anche amovibili do- 
vè piacesse al 're . Né in ci6 era differente il 
'gòverpo "de' Longobardi da quel de' Franchi , 

(') Sigon. àA ann. lolS. 
(9) De Feud. lib. i , tiL i ^ S- a- 
(3) Lib. 4, cap. »,§■ 3. 
- C4if Di»m. li. ABtìfl[. mefl. aevi. ■...■;■. 



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iStf OELife'RivoLtjziótii d'Italia 

apptesso i quali ebbe quasi la stessa orìgine tjià in' 
Italia il governo feudale ^ e in tempi non difie* 
renti . Ma coloro che ottenneiti que' gov^ni , 
eonducendo'seco la funiglia, gli amici oi clienti^ 
feceto della città che presero a governare, quasi 
proprìa patria { e non solamente proccurarono di 
mantenervisi stabilmente, ma di assicurare anco- 
ra a* figliuoli la stessa óarica , e a* lor seguacH Io 
stesso nido. I!4è il re poteva facilmente negate il 
suo consentimento , perchè alla fine esten^do -la più 
parte de* duchi nello stesso caao , 1-' accordo loro 
avrebbe potuto sforzate il re stesso a consentirvi. 
• Ma r autorità dei duchi, dopo eh' ebbe- appena 
avuto il suo principio dai re nei tre aoni d* AU 
boìno e nei diciotto mesi di Glefi« i'ac(^*ebbe e 
si fece poi forte da per sé stessa nell' intenregno 
Si -dieci anni , che segnitb alla morte di Clefi . 
Nel qual intervallo non è punto da dubitare che 
ciascun 6uca attendesse vie più sicuramente a 
perpetuare' nella sua famiglia il ducato , e che 
vicendevolmente gli unì e gli altri-, e tutti, una- 
nimemente in questo particolare s' adoperasaero . 
All'opposto, allorché furono di nuovo eletti i re, 
'questi fecero continuameate ogni sfbrzo non Wr 
lo per abbassara l'autorità che ì duchi sperane 
arrogata » ma proccurarono ancora d* esfioguerf 
i ducati a misura che si vedevano vacanti, o dì 
trasferire i duehi da un governo alPaltrù, lé di 
scemarne il più che po'ttfvano i privilegi^ e imr 
pedite che non direotasse^ «reditari . Il che 



=dDvGooglc 



Libro VII. Capo VI. tS? 

Venoe lòv ^tto leggermente ìo' mi^tì luoghi della, 
Lombardia propria, perchè i docht si trovama 
più deboli e più vicini ' al oentio del regao , e, 
però più facili a reprimere, qualunque volta ten- 
tassero cow nuove . E forse per questa stessa fa- 
cilità di ritener questi duchi nel!' ohbedieiwa, i 
re furono meno restii a permettere la successione 
di padre in figlio, « d*un fratello ali* altro,, se- 
condo il profffio sistema de* feudi. Ma ne* tre. 
prinéipali ducati di Friuli, di Spoleti, di, Bene- 
vento , che per essere confinanti de' paesi nemici 
poterono per la virtù di chi li possedeva andarsi 
sulle rovine altrui aceresuendo, e formare domi- 
ni considerabili , non solamente mal poterono, es- 
sere dominati dai re, ma essi poteton ; quasi col- 
le proprie forze competere con la potenza àa^ 
stessi re , i quali se talvcdta ebbw que* duchi c^ 
sequiosi e divoti, fu piuttosto per cagioni acci- 
dentali ,' come di parentela e d* amicizia partico" 
lare, o per comune .interesse e: bisogna di re^ste- 
re ad un nemico straniero ; che p«c ordinaria ob^ 
bedìenza che profeseawero ai re. 

Noi Tediamo nelle storie de* passati secoli, 
che qualunque volta Timperadore o pec aggiunr 
ta straordinaria dì potenza e di dato., o per es- 
tere di grande am'mo e intraprendente , volle 
tialKare l'ìititorìtà del' sue g^o, i più de* prin;|- 
«ipi dell* Alemagna . furon costretti di ricever la 
ie^e da lui, » seooodarlo nella sua ambiz^on; 



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i58 Delle RitoluzióHi z>* Italia 

• aellfl SBe imprese ( come sovente aoc^cle &|^' ia* 
fenoli (ti doTBÌe malgrado loro- aver' parte velie 
guerre da' maggiori potentati}; laddove se Tìm- 
peradore sì trovò o debaie natHralménte , oà ab* 
battuto da. estere potenze y i pn<ieipi;dell* imperlò 
appAba mostrarano dì rìoonOBOnv ud superiore . 
Non altrimenti vediamo nella storia de' Longo- 
bardi , cbe ì prodi «d animosi re Liutprando: ed 
Astolfo trattasono i àdeatì di Spoleti e di Bene- 
vento cmne paeti soggetti (i)[ dove che il buon 
ttaohi mostrò di gtiardarli aonu provincie straniè- 
re, e t|uui emole ed initmche. E vediamo pari- 
ramte, cJxs i ducbi di Spoleti e di Benevesto, 
(forche non ebbero che temere dal re Desiderio, 
passarono alla divozione ds* Francesi ^ e si fecet^ 
quasi vasulli d«] n Pipino (ar. ^8') . 

OtegìA k certo ohe Tautorità del re, salvo ■ 
cbé con feraa d* arttù o per spreti - mani^gi vi 
s' impegORsse , poto o niund parte aveva iuH* ele- 
ziont de* tre duchi suddetti, -dopoché que* du- 
cati -sifureno'fàtti grandi; penkiobè, mancato il ' 
dùca', o sùcoedeva colui 4^* era stato destinato e 
promesso dal predecessore,' còme si vede ^uCce-' 
dntQ ordinariamente in Benevento ; o > occopavasi ■ 
da* più potenti à forza aperta e con guerre 

principahatur . Aódieas abba* iu vita*. W«lb«r<-«pi'-Ai»i'<j 



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, X^bftò Va. Capo M.-:. 2 tSg-: 

(stviiii pMne accadde Ufj FciuU idk inDife.deI'dd-* 
c9i Astolfo {ah. 6oi ):;.o m procederà per m.di 
giusta' elezione, non dal re, ma da' baroni e dai 
grandi nella dieta generale del- ducatd medesiiaot 
cfttne, fecero gli SpoJetioi (an^ 7S7). Queste, co- 
se anno dato argomento b qualche <crit(ar« 
dVasserire che ì suddétti ducati di Bumventa e 
di.SpoIeti fossero: allatto indipendenti dal: re^o . 
Ma »iccgme a. troppo debole fondamenta s'^ap* 
poggia tale opinione, così a noi pace altre^ ohe 
ÌL Giaonone siipponga troppo facilmente, cfad il 
dueato di BensvenEo dipendesse assolutamente dal 
f^gno di Lombardia; scrìvendo e^li, senza addur 
pmiòya-o tesfìmonianKa d* antico scrìttore., che Is 
lepidi Eotari . fossetto pubblicate in Seneventoi 
Ben è da credere che per . somiglianza ' di costn* 
mi, e per Pidentilà de* bisogoi civili esse s' in" 
trbduce^eto, o presta o tardi ìq' tutte le proTÌDoie 
signoreggiate' da* Longobardi . Ma non si- pm> pec- - 
ciò dirb né eh* esse leggi fossero pubblicate' im- 
trrtdratamente nel ducato di Benevento, né. che- 
que* duchi fossero chiamati alla dieta ta cui ai 
fecerO' (i) • Né tampoco tpi par da concedersi . 
settEa eccezione quello che Ugone &roEÌò (2) e - 

(0 Legf;esi nei proemi del primo, tecondo e terto 
libro dì Lìutprando, ch'egli tenne consiglio cum judicibus 
noàrir de parttbu? Aastriae « S^ustrla^', necnort et de 
Tascìa^ finihus ; e «oh si f* menzione di Benevento che 
pur nod «ra 'compreso ndl' Austria e NetillTÌa> cioè patte 
orientale ed occideotale dplla Lombardia . 

{%) Grot. iti Prolegom. td iiistor. Gotk: 



ovGooglc 



i6a Delle Rivoluziohi b'Etauà 

dopo lui il suddetto Giannone (i) anno wserrva^ 
io, che la podestà legislatnce foste posta ne^sof-- 
fragi de* duchi e altri baroni del tegoo . PctcÌoo- 
che uè anche in questo particolare camminaron 
le cose d*UQo stesso tenore sotto tutti i re, 
fra* quali alcuni furono più dispotici , ed altri 
meno ; e lasciarono qual più e qual meno d* au- 
torità ai nobili ed a' magistrati, secondo la si- 
tuazione politica degli affari, e i vari rispetti e 
fini che dovettero avere ciascun di loro . Cosi 
Botari non fa menzione nel proemio delle suo 
leggi d' aver cercato né il consiglio ni 1* assisten- 
za, 'e molto meno il coosenso de* duchi. Gri- - 
i&oaldo ali' opposto , chét come usurpatore « avea 
da mfflieggiarsi il favore de* grandi dichiarù sd 
principio del suo breve editto d' averlo fatto per 
cuggerioieDto de* giudici, e di consenso . di tutti. 
Liutproado parlò in diveni de' suoi prologhi 
d'aver cercato il parer de* giudici, e d'aver 
pubblicate le leggi -coli' inteFvmtò loro e di tutto 
il. popolo (2) ; ma non se'ns pub infelice ch*'^U 
vi cercasse il loro voto e ooisentlmento . Kadii 
rmedeeimainente ìndulg«ite e bonario . parla . ndle 
sua l^ggi quasiohè a tfome conMwe; ma AstoUó, 
ttiQorcfaè dica d'aver convooitto dieta o parla- 
mento, e d* aver ricercato 11 pttrtf de* giudici 
pei- aggiugnere alcune nuove I^i alle , gii &tte 



[1] Giana. lib. 4^ cap* 6. 
[3] Ouuto popuh assittentoi 



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Limo W. Capo VI i6t 

da* predecessori, dichUtra tuttavia d'avere stabi- 
lito ciò che a lui pareva bene (i). Donde si pii& 
concbiudere che generalmente ì duchi e gli altri 
signori del regno fossero piuttosto consiglieri del 
re , che partecipi della podestà legislativa. 



'SUUo d^ ludia sotto i Ijongóbardi: leggi e polizìa 
di quella nazione. 

jyLa comunque ciòsia, giacohè le lèggi de' Lon< 
gobardi scamparono sì felicemente dalle iagiurie 
del tempo distruggitore, gioverà trovarne in' que- 
sti nòstri libri alcun* idea; Ìl che servirà nel teni>* 
-pò stesso a fatci argomentare qu&li fossero i co^ 
-stumi di quella nazione^ e lo stato d'Italia sotto 
il suo dominio . Prima di tutto pei'ò ci convec- 
Tebbe saper distinguere qiial divario di condizio- 
ne passasse tra la naEiòn dominante e i popoli 
naturali d'Italia, sudditi usa -volta dell* imperio 
Romano . Certo non sarà difficile il persuaderà 
che la condizione degli ultimi fosse inferiore ai 
nuovi padroni . Né leggier motivo abbiamo di 
■peosare che gl'Italiani abbiano dovuto sostener 
Tomo IL tt 

[i] <^iae excellentiae nostrae fasta comparuerant , 
Aistulf. ia Proleg. — Quod nostra txcelleruia inslilaii, 
Liutpr. lib. 5^ cap- i. ' ' ' 



ovGooglc 



t6a Delle Rivoluzioni d* hAttA 

gravi danni sotto la signorìa de' Longobardi * prì- 
ma dal suppor cosa che appena puote esser dub- 
bia , ciofe che fosse d' uopo cedere ui conquista- 
tori DotabiI porzion di terreni; poi dall' intendere 
ciò cbe r istorìco Valpefrìdo ne attcsta, che i 
sudditi furono obbligati a pagar al prìncipe il 
161*20 delle annue rendite dì ciascbeduno. Ma noi 
abbiamo già altrove avvertito cbe piccol danno o 
fone vantaggio dee riputarsi d* una nazione a cdi 
manca un numera competente di lavoratori , il 
cedere ad altri una parte delle sue terre . Nfe il 
carico che s* in^pose della iena parte dell* entra- 
te ( cessando perb ogni altra gramezza ) , dovrà 
parere- cosa strana ed intollerabile a- chiunque 
sappia per quanti canali vadano i denari de' par- 
ticolari al pubbKco erario , o a chi sì ricorda del- 
ie esazioni acerbissime che a* tempi - e di Lattan- 
zio e di Salviano si facevano in tutte le provio- 
oie dell' imperio dagli agenti del principe . Del 
resto, molte partìoc^arìtà della storìa e delle leg- 
gi Longobarde ci fan palese che fra le massime 
fondamentali di lor polìtica , una si fu d* accre- 
scere il più che poteano la popolazione de* paesi 
che dominavano. Agilulfo , saUto sul trono, die* 
de principio al sua regno dal riscattare ì prigÌo> 
ni che- i Franchi aveaoo fatto in, Italia in varie 
scorrerie sotto il governo de* duchi e sotto il re- 
gno di Autari (i). Accoglievano e con privilegi 

(i) Paul. JUc. lib. 4, csp. i. - 



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' CrsUo Vn. Capo" VF. iG3 

^viterano gli stranieri a vanirsi stabilire» tasctàa^ 
Adii fócìImeiiM vivere àoa quelle leggi che pih 
gradissero, iovtf non piacfesàe loro di vìgere «e- 
botìio la fegge de* Longobardi , la quale per aK 
tro' s' iótendeva esser legge propria degli s^anierf 
cbe Ténivanò ad albergare uel regno: d* Italia (i). 
{Regnando Grimbaldo nel ducafb di Benevento , 
diedero albergo e terreno a buon numero dì Bul- 
gari partiti, noti si sa perchè, dal lor paese vfcì- 
(10' al Danubio sbtfo la gurda dì AUero. Supino, 
fioiano ,' ed Isserbia furono con altre tenre di 
que* contorni ripopolate da quellb gente (2) , sìc- 
cohre nella Lombardia molte teWe furono rifor- 
nite d'abitatori da vairife bande di nazioni Ger- 
mahicbe che Alboino cotodUsse, Gepìdì, Bulga- 
ri ; Sarmati, Pan non?, 'Svavi ò Svevi, e Norici : 
ed anèora sonavi terre che dàll*tine e dall'altre 
di queste genti presero it nome. Non era per^ 
minore la cura che presero i prìncipi Longobafr"- 
di i che le' pèrsone divenute una volKi lóro sud* 
dite non se ne parfissèro ^3) ;' e- siccóme invita^ 
vano con premi le genti a itar fra loro , cosi ftoft 
pene uè iftipedìvàn la diserrioise » .-Se alòùn'uo^ 
» mo libero, disse Rotari , vorrà andare in qual* 
» che luogo, siagli permesso fra i confini del nò»- 
* stro regno di 'passar colla sua famiglia dove 
'«■"vorrà,' 'si "^veràhientfe però, 'ch'egli ne abbia 

[t] Roih. leg. 3go. 

P] Mu„i. ad an. 503. ■ ■ ■ ■ ' t'J 



ovGoogtc 



xG4 Delle BiroLvnom tf Italu 

» prima licenza dal' re. £ se alcun duoa- o sUlrà 
» persooa libera gli avrà dato qualche cosà, ed 
» egli non voglia restar con lui uè col suo nv- 

M de , tornino le cose al donatore o all' erede di 
y> lui (1)0. Altre leggi che troviamo dellb stes- 
so re , ed un' altra poco diversa di Liutpran- 
do (2) , nelle quali s' ordina sì rigidamente a' ma- 
gistrati d* arreslare i lù||;itìvi , ci potrebbero far 
credeie che s* usasse in questa parte rigor sover- 
chio con troppo scapito della civil libertà; se-uon 
ohe dobbiamo ragionevolmente supporre che il 
fuggirsi le persone dal paese dove aveano alber- 
go e famiglia, non fosse mai senza frode, o al- 
meno senza sospetto d* ingiustizia e ribalderìa. 
Ad ogni modo questo vantaggio ebbero pure tut- 
ti i sudditi de'. Longobardi di vivere ciascuno se- 
condo la legge della sua nazione, o abbracciar 
quella de' padroni se lor gradiva . ' E quello che 
in questo genere assai più rileva, si è che le leg- 
gi, qualunque si fossero, si facevano osservar 
multo bene, e s' amministrava con esattezza e eoo 
vigor la giustizia ; nel ohe consiste veramente tut- 
to il fine principale d'ogni civil sooietà. I giudi- 
ci aveano non solamente preciso obbligo' di pu- 

, mre i contravventori delle leggi , ma essi ci avea- 
no - ancora per savia disposizione' de* legislatori 
propria e particolar interesse . di farlo : (ìercioccbè, 

(1) Roth. teg. 269, 70, 73; el in Cod. liCfr LoBgoh. 
)ìb. I , cap. I , lit. a6. 

(3) Ì4utpr. lib. 3, cap. 4. 



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LiBfto VH. Capo VH. ié5 

' tolti alcani delitti più atroci, tutte le pene che 
la legge imponera , consistevano in composizioai 
pecuniarie, dì cui una parte toccava alia perso- 
na lesa dal delinquebte , e V altra talvolta al giu- 
dice stesso , e per T ordinario al re . Non era pe- 
rò facil cosa che il giudice o per pigrizia trascu- 
rasse dì cercare i rei, o per doni e per regali 
chiudesse gli occbi e dissimulasse; perchè né la 
parte interessata l' avrebbe permesso , né impor- 
tava grau fatto a* colpevoli di guadagnarsi eoa 
denari il magistrato , allorché con denaro si ter- 
minava più sicuramente il ^róòesso . Oltreché ia 
molti caà se gli uffiziali dì giustizia non usava-* 
no la dovuta diligenza a render giustizia , dovea- 
no dopo un cwto brevissimo fermine soddisfar del 
suo alle persone interessate (i); stimolo grandis-^ 
/simo a fargli attenti nel loro uffìzio . E pet 
que' casi che convefiìva ragguagliar la corte de* di* 
sordini succeduti, il pagamento della pena che 
dovea per legge toccar al magistrato « cedevasi ài 
particolare che lo avesse prevenuto nel darne av- 
viso (3). Né per tutto questo apparisce che ci 
giudici o gli uffiziali regi costumassero ■ dì trava- 
gliar con iniqui processi le persone o a iìne di 
proprio guadagno, per vantaggiar la regia ca* 
mera; né meno, che pev secondar l'invidia d 
r odio de*'particolari rendessero in^ste sentènze ; 

(0 Lintpr. lib. 6 , csp. 97. - - 

(3j Idem lib. 6, caju. 6./ alibi lib. i., liu 3S> lef *■' 



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i66 Deiab Rivoluzioni d'Italia' 

Don si trovando sopra di ciò legge aldusai éovp 
che questa veoalità o parzialità degli amauoistrat- 
tori della giustizia s'acceunò così spesso nel oo- 
dice delle leggi HnmaDe . Fare bensì , che il pi:Ì^- 
cipe non dissentisse che quando non si trattava 
r interesse o il danno d' una ten» persoiuri glji 
uffìziali della corte e i rettori delle città,, o queV 
li che per qualunque rispetto avessero in corte rir 
putazione e favore, ricevessero qualche regalo d« 
chi sperava col mezzo loro qualche grazia- dallft 
corte , purché si facesse con partecipazione dal 
re, e con buona fede e lealtà (i). Del resto, 
ogni giudice minore o di prìma istanza - ( queUi 
che in lingua Loagobarda chiamavan» - scfildasi^ 
dovea nello, spazio di quattro giorni terminar ogaì 
causa, e { giudici maggiori a cui s' andava ìli 
seconda iitfaoza, non più che in sei gìtvni; e ^se 
il caso fosse anche dal giudice superiore trovato 
idubbio e- scabroso, doveano in capo -a dodici gicn- 
Ili {nandarsi ambe le p«1i innanzi al re (s) .. Tut-^ 
to r indugio che si permetteva, qualar si tratt«|Si 
se di possesso di beni , o di pnsscrìzione «' ^on 
s' estendeva più oltre che al tempo necessario per 
far venire da una ali* altra provinoia* i testimoni 
che sì trovassero assenti;, e questo termine non 
d^* arbitrio dd giudice, ma dalla legge era -pr^ 
scf-it^oj né Diai poteva perà ritardare per molte 

[■} Leg. Longobar. lib. a, til. 17 s 36, 
[a] Liutpr. lib. 4, leg. 6; et aUbi — X-eg. 'Elovgftb. 
lib. », ùui\, 



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Libro VH. Capo VU. 167 

•ettimane la decisione ^i qualunque si fosse più 
{;rave e più intricato processo. Questa così spedi- 
tiva giustizia noD era già eSetto di barbarie e dì 
gòverao dispotico, come quello che aocor dura 
fra t Turchi ; ma conseguenza ragionevolUsima 
degli altri ordini di giustizia . Non usavasi oè era 
leoito appresso ì Eiongobardi servirsi d'avfrocati 9 
di proccuratori ; ed era dalla legge espressajneoto 
punito chiunque si fosse presentato dinanzi al giu- 
dice a trattar cause d' altri , salrocbè facesse cer- 
ta pruora ohe colui del quale si agitava la cau- 
sa, fosse assolutamente Inabile a comparir in giu- 
dìzio, e dir sue ragioni (i). Tale fu ancora nel- 
la sua prima vigorosa iosdtuzione la r^ola del 
famoso areopago d' Atene . Intesero certamente i 
legislatori Longobardi, come già fu dagli antichi 
savi osservato , che ognuAo è abbastanza eloquen- 
te in ciò che sa, e ebe perciò non à bisogao 
deli' altrui aiuto per dir sua ragione (a) . Ohre- 
chè , trattatsdosi per lo più nelle liti o di verìfi- 
care un fatto , o giustìàeuoe 1* intenzione « cre- 
devano essere di gran lunga più iàoile il cavar 
la verità della cosa dalla bocca stessa deMitigan- 
ti , che permettere che la malizia e 1* astuzia d' un 
terzo venisse ad intbrogliarè ed inorpellar le pose 
con ^sottigliezze . Per altra parte ogni ragion vuole 

(1) Leg. Rach. cap. 5; el io ÉJ. Gold.; ètLiodedrog. 
lib. I , lit. 5a , leg. I. 

(3] Omftes in e'o (jiiod' sciunt , sotti tsse élo^uentes i 
■ Èie. de Orai. ' 



ovGooglc 



xSQ DEtiE BiVtauIziONi d'Ptalia 

che ferìficatou il fatto , o chiarita T mteazionó 
del facitore, sia il |^udice boIo interprete detl^ 
legge, e non abbia da aspettare cbe l' avvocato o 
il causidico gliene suggerisca T. applicazione» Per 
questo 6ne le formole dell' intentar le liti erano 
ù semplici e sì spicce e sì chiare, che non ce- 
devano a quella sì giustamente lodata forma del 
IHucedere, che regna tuttavia in alcuni tribunali 
dell* età nostra (i) . Ma in una cosa spezialmen- 
te il sisteoaa de' Longobardi superò, non che al- 
tri « la giurìsprudenza Romana ; ed è questo , 
che siccome gli antichi legislatori e giuristi Ro- 
mani aveano ridetto ogni delitto ed ogni lite a 
certi capì e titoli, fuori de' quali non si dava 
nò accusa né pena , egli potea molto bene awem'r 
re che un* iogiustizia manifestissima non fosse 
.vendicata, né ristorato il danno altrui : e solamen- 
te .dopo lunghissimo tempo fu dato fuori Ìl fàmo-' 
so editto de dola malo, per' cui si potè: poi prò- 
cedere contro ogni genere di &ode .'e d* ingiusti- 
zia. 1 Longobardi fececo tutto il contratio^e sen- 
za dubbio assai meglio : perciocché senza stare ai. 



(') Portiamo questa, per modo d' eiempio, delle 
tiiolte che li trovano inserite fra le leggi di liinrprando. 
«Pietio, ti chiama Hnrtìnaf perchè tu a. tqrio tieoi uà 

> podere posto nel tal luogo . V. Quel podere è mio prò- 
» prio per successione di mio padre . M. Tu noà gli de- 
» vi succedere , perchè sei nato di serva . P> E^ veto , ma 

> la fece lìbera y come porta l'editto; e U prese a ' mo- 

• glie. ProTt che cori è, o perda. tàtUpr. Uh. 6; cap. 

• 53. ' /^ 



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'-; LiBSo VII. Capo VU. - 169 

feomi e alle parole, tiravano dirittamente àìmpe- 
- dir la frode e V ingiustizia nelle cause civili , a 
bastigare più il cattivo animo , che l' azione este- 
riore nelle cose criminali . Il perchè in (^oi gene- 
re di querele, rifatto che fosse, per quanto pote- 
Tasi e la ragion chiedeva, il danno del panticc^-. 
Te, s'obbligava l'accusato a giurare di non aver 
Idrato per odio e per astio (i). Finaltneoto proc- 
curavasì con grande studio di levar via le radk» 
e i semi degli odi e delle nimicìzie tra i pertico-t 
lari, fra' quali fosce corsa offesa o seguito qualun- 
que contrasto. A questo 6ne avean disposto le 
leggi , che in tutti i delitti che si punivano cooi 
pene pecuniarie (e rarissime erano le al tre pene) «^ 
sempre toccasse la metà o più alla persooa off&< 
sa, acciooehè il comodo ohe ricevea nella compo-t 
sizion del delitto , fosse come un compenso del 
danno dell* iogìuria patita ,. e nello atasso tempai 
le si potesse come impor l'obbligo di perdonare:, 
al reo . Quindi è che in più luoghi degli editti . 
Lungobardict leggiamo queste memori^nli piurole: : 
»- La qaal cosa cosi ci parve d' cnrdinare , a fine 
» di levar gli odi , e pacificare le inimicizie o (a). 
Né minor cura si presero i principi Longobardi 
di mantener la pace e- la fratellanza, e di conser- 
var anche il decoro e i patrimoni ddle famiglie : 
e non che le lor leggi s'assomigliassero, jn ciù ^ 



(,\\ Jutvt guod, non ilio animo fparit . 
(a) Roih. lag. y^Z. — Litiipr. lib. i. , càp.7. — XmM. 
lib. ^ , cap. g. jtd toUendam faydam . 



sdovGooglc 



Xjo Delle RivoLuzroNi dMtalu 

che riguarda la patrìa podestà, alla dEire^z^ delle 
dodici tavole, per cui era lecito ai padci idi ven^ 
den e TÌreadere, e ancora uccidere i.l(?rofigltpa- 
Ji ; non permottepaoo che senza evidente motivo 
fosse un fratello sopra T altro vantaggiato nell' e* 
Fedita, affinchè qualche, naturai incKnAzione o par? 
zialità d* affetto paterno verso qualcuno de' figliuo- 
li, o gli artifizi, d' upa seconda moglie natural- 
meate intenta a . migliorare la condizione de' suoi 
sopra quella de'iìgliastrì, non fossero poi dopo la 
morte del padre motivo, di dissapori e d* invidi^ 
tra' iratelli . £ tante cose 'intorno .alle doqaiioni si 
preKtÌTeano così fra congiunti e fra mariti e mo- 
gli , come fra estranei , che appare manifestamen- 
te essere stata intenzione di que' prudenti legisla- 
t«tti d* impedire, tutte, quelle azioni, di cui PqI 
lempo l*uomo potesse faoilmentp pentirsi. Bispet* 
,to.alle donne, delie .-quali si forma una. parte co- 
.à notabile della, società e del virere umano ^ dat 
costumi delle quali spesso dipende il buorK>.o cat- 
tivo essere delle nazioni, parrebbe quasi, . cbe i 
Longobardi avessero ricopiato F antica severità del- 
le leggi Romane.; se non che , per .tutta il fenor 
d' esse leggi,, per le notizie che abbiam da Taci- 
to de* loro primitivi costumi, pel vocabolo barba- 
ro, e non latino, che s'usò da loro perpetuamen- 
te in parlando della tutela e del governo delle 
donne, si vede chiaro , eh' èssi le avevano porta- 
te in Italia , e non apprese sicuramente da* Ro- 
mani giureconsulti, i quali, a tempo massimamente 



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- Libro VD. Cam VII» ! 171 

a 'GiuttìBÌati0 , areana alIargtUa ' di^ HioUo U 
ctmdiztoott -e U libertà doDoesoa (i): Or egU 
è certo che presso i Ixingobardi ile donne erano 
semf»re sotto tutela , cioè del padre ó de! suo più 
Ticino- parente , e finalmente del marito ; né po^ 
te'vano senza il consentimento dol lor curat(»« dis^ 
porre delle cose loro (3). Questa dipendenza delr 
le' dònne , ' usata ~ oertamente anche da' Romeuii 
ne* tempi migliori, era presso i Longobardi' di 
graodissimo momeotó a mantenne la pubblica 
onestà; cosa di non'picool riguardo In ogni bea 
ordinata repubblica. FercioccfaS non solamente', 
tolta lóro la facoltà di poter donare , si toglieva 
à* ribaldi uno atitnolo di corteggiarle é dj Iusìeh 
garle ; ed es^c aveano meno - occasrotii - di capitar 
male e d' abbandonarsi alle lascivie ;' ma per altri 
motivi ohe allevano i lor curatori di vegghìifr so- 
pra le medesime, e di perseguitar giutidicdmenta 
•gn' insulto' e disonore che lor si facesse , si po- 
BeVa un gran frenò alla dissolufezea • fijcpottte ia 
•gai sorte di delitti, come già abbianlo detto, 
una parte della pena ohe s'imponeva, toccava ai 
'particolari Interessati ; così ai curaton delle fem- 
iftine si dovea la soddisfhÉione pecuniaria df qual- 
aròg^ia onta ed insulto o diaobwe òhe lor si fa- 
«esse . Il che rendeva senza dubbio assai guardinghi 



' [1] Heìnecc. Execcit. a5 de Uaiìl. Usar, mi., et curàt 
Uzor. cap. i , 3. 

[3] Both. leg. 305. ' ' 



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t7* DelÌE RlVOLUZK3l>II li'ItAUA- 

Éoloró 'Che si trovassero nell' opportunità d* a-* 
Ver cbe fart con le medesime . E nel vero , pei 
quanto ci sia lecito d'argomentare dalla storia q 
dal codice delle lor I^gi, possiamo dir- franca* 
mente, <jhe in niuna nazione fu mai in fatto di 
femmine meno corruttela, che fra i liOOgobardì ; 
ancoròhè, per necessaria conseguenza di certe lo» 
ro Btrane e singolari usanze , tanto gli'uomini cfae 
Ift' donne Longobarde dovessero avere incitamento 
maggiore die in «Itrì tempi e in altri paesi j ad 
invogliarsi d* altre persone che de' loro consorti . 
Agli occhi delle iemmine certamente poco le^'a« 
- dra %ura dovean presentare que' loro uomini con 
qu&lle barbe lunghe e quelle ciocche di capegU 
avviluppate intorno alia fronte , e colla parte pò- 
stetiot della ^ta pelata e rasa (i); e dall' akro 
lato h stesse donne alle quali * nell* andar a ma- 
rito, si tagliavano i capelli, come ancor oestuma- 
Do le Giudee t dovean parer meno vaghe e mena 
ambili , che le donzelle nubili e le mogli de^' I- 
tàliani o le schiave. Ma finalmente come la cosa 
età reciprpca , ne veniva in conseguenza che taa- 
to gli uomini quanto le donne maritate, essendo 
pooo acconci agl'intrighi ed agl'innamoramenti 
esteriori , e gli uni e le altre ritenuti dal vigor 
della Jegge e del general costume delia nazione y 
che puniva siccome falli gravissimi certi afiti eh» 
a* nostri tempi si guarderebbono come scherzi e 

[i] Paal. di«c 



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ttBRO VII; Capo VH. 173 

Sisofdini inevitabili , e da dissimular»! assoluta- 
mente; V union coniugale diventava più stabile e 
più ferma . e quindi ancor la fecondità de' mari- 
taggi e l' accrescimento ' della popolazione inoom- 
parabilmente maggiore che non suol essere nelle 
nazioni più colte e più incivilite, dov'egli è noto 
che la galanteria de' coniugati è non piccolo osta- 
colo alla moltiplicazione . In fiitti non solamente 
non apparisce nelle memorie del regno Longobardo 
vestìgio alcuno di queL vituperevole celibato ohs 
durò in tutte le grandi città dell' imperio Roma- 
no almeno per quattro secoli; ma egli vi si par- 
la così spesso di molti fratelli, di figliuoli , nipo- 
ti e cugini, che non possiamo a meno di credei 
re che i Longobardi anche in Italia sieno stati 
molto generativi ; come sono le nazioni settentrio- 
nali per r ordinario . Né solamente colla frequen-> 
za e colla stabilità de' loro matrimoni la nazioa 
dominante accrebbe in Italia la popolazione , ma 
vi rimènb, a dir 'vero, l'antfca' semplicità e roz- 
zezza dì costumi , la quale sebben parta aeco suoi 
gravi difetti, è tuttavia utilissima per molti ri- 
guardi p e segnatamente per l' accrescimento della 
popolazione . Perciocché tra per le passate rovina 
e per 4a nuova signoria di gente straniera perdu- 
ti o posti in disuso gli strumenti del lusso e de-. 
glt'aDtiehi vizi^' anche gl'Italiani incominciarono, 
a menar vita semibarbara ; e datisi alle arti ru- 
stiche e grossolane, divennero ancoc essi più uti- 
li al mantenimento della stirpe umana . j 



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ti74 t)EtLÉ RivÓLOziòm d'Italia 

De' servi il numero para cBe fosse 'sotto ì 
Iióngóbardl assai graode ; non già eh* esa né fa-» 
cessero grandi accatti da' paesi stranieri , ^oihe 
tuttavia si faceva in alcune città Italiane apoot 
soggette ai Greco imperio (i); né meaoj chq 
dalle guerre che atlòr facevano , potessero ritrarns 
copia : ma piuttòsto perchè essendo ì servì tratta- 
ti da*^lor padroni assai umanamente, é lion sólo 
lasciati , tea anche fatti maritare , molti pìicavano 
per sé stessi . ta. metà o pocq meno delle leggi dì 
Rolari riguardano gli schiavi; 6 si parla per tut^ 
to il modo da non lasciarci luogo dì dubitare cbtf 
fossero ammogliati comuneitienté , e che avessero 
lor pécblio particolare . Una di queste leggi , peC 
eiii' s* obbliga a indennizzar con tre soldi d'oro il 
padrone chi con percosse avrà fatto Elhortire una 
serva (2), può darci ad intenderò' qual fosse il 
prezzo' comune d' un servo alla siia nascita, e mo- 
strarci, riejlo stesso tempo, che i padroni guarda* 
vano come proprio Vantàggio la fecondità dellfl 
serve , del pati iehe quefla degli animali doméstì- 
ci . Perciocché' m altra legge s* impcmé !a mede- 
sima pena a chi avesse fatto abortire xinà giUr 
menta. Strano ed ingiurioso alT umanità potr^Jr 
be parer questo paratelto, vedendosi agguagliar il 
parto umano a quelfo d'Un cavatlò . ' Ma ' s$ nói 
osserviamo come spesso ancora a* nòstri tempi st 



[1] Tn vita s. Greg. Mago!,, . 

[a] Leg. 339; alibi Itb. 1 , cBp. 9o', leg. tS. 



ovGooglc 



LiBHtì Vn. Capo VIL 17!» 

prelerisea la cura 4* un animai domestico o dilet- 
tevole ad lio famiglio e talora ad uà congiunto, 
non avremo da maravigliarci che in quelP età « 
In quella nazione, appresso la quale il diritto delle 
genti e la ragion civile con tanta ingiuria déiru- 
manità permettevano la sobiantù , si trattasèero i 
servi nel computo degli altri animali, destinati al- 
la comodità del vivere umrào,^ e che eostì^sco- 
uo il patritnonio e la ricchezza d* ogni partieor 
lare. 

In altra parte di qtiesti libri ci tornerà forw 
in pi;opòsito d'esaminare qual comodo o quandi'* 
vagio maggiore di noi avessero gli ' antichi nella 
vita civile' , mentre, la schiavitù domestica ffx in 
uso. Basterà qui frattzinto osservate che la poli- 
zia de* Longobardi fu anche in questa parte, co- 
me in parecchie altre , as^i più umana t:he non 
fu quella de' Romani., fra' quali é la legge* per- 
metteva ai padroni, e Fuso quotidiano oònfcrnia- 
va la facoltà di stratiàr 'coti ogni genere di tor- 
menti , e d' uccidere anche per .puro capriccio i 
lor servi . Costume SÌ* inumano ed empio non pa- 
re che regnasse mai fra ì Longobardi, tra* quali 
appena apparisce che s'usasse cU uccidere i servi 
fuggiaschi e ladri, usando verso dì questi quell'u- 
manità che praticàvasi ancora riguardo alle per- 
sone libere cadute in colpa. Conciossìachè quan- 
to erano i Longobardi feroci e precipitosi a spar- 
ger sangue nette risse , altrettanto eran lontani dal 
IHinir con morte, e tanto meno dal tormentar^ i 



ovGooglc 



iy9 Dellc Vivtjsjtmom d*Itjuja 

delinquenti . E nei casi di delitti pìk gevrì eltii 
fossero stimati degni di morte > consegnavaosi ia 
balìa di colui ch'era stato ofieso, o de* suoi p»> 
retiti ed «redi , affinchè ne faceaserò il. voler lof 
ro . Né trovo ai^omcDto di credere che da* parti- 
colari s' usassero in tali casi Stattameati tn^p^ 
ìnumaDi ed atroci. 

Queste cose qualora io va odi' ^imo rivol- 
gendo , e ricordomi dall' altro lato , quanta igno- 
ranza di lettere regnasse fra ì Longobardi in Itar 
lia, non so se sia piuttosto da faisi b^ de* Gre- 
ci soBsti che con tanto £isto portarono al <»eIo 
TutiUtà degli studi letteràri per riformar I costu- 
mi e sostenere gli stati , o sdegnarsi altamente oon- 
tro quegli scrittori che con tanfo dispreizo. ^pQtfa- 
vtmcK de'.LoBgobardi , quasiché per aver b:aaairav 
io .di lag^e Omero, Virgilio, Cicermefl VlatO' 
ne, avessero rimenato in Italia l'antico caos. La- 
scio però giudicare a chi à cognizione d' antiche 
storie» se. i popoli della Siria, per esempio, del- 
l' Egitto , o della Grecia sotto i successori del gran- 
de. Alessandro, io tanta cultura e splendore di 
studi e di .belle arti, ueno. stati ^ù felici che non 
fii l'Italia sotto i Longobardi ; e se que' Tolomei » 
que'Seleuoi furono miglipri o capitani o pplitid 
d'Agilulfo, -di Liutpraiido, e direi -quasi di quid' 
eivogtia altro dei. re Longobardi . Io per me.sicco 
me tengo per co^ '.certissima che gli studi paesa- 
no recare ed. abbiano in vari tempi, e per vari 
rispetti ceciati grftndissifpi vantaci aj gemere umant^ 



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Dbro vii. Capo VE 177 

00^ bon sono meno persuaso che il naturai in- 
gegoo dell'uomo posta per sua propria perspi- 
«toia , e coli' aiuto della sola pratica delle cose , 
e coli' etainina del cuore umano giungere a quel 
grado dì senno e d'accortezza, a cui altri appena 
■rrira con lunga lettura di libri (1) . 

CAPO VHI, 

Dà progressi tìelU reU^one fra i Longobardi ; « 
éi akuni avanzi della loro antiea barbarie e su- 
perstktone . 

Aà ogni modo^dobbiamo ancfae avvertire che il 
«dina temperato d' Italia , e. quel resto dì civiltà 
che malgrado tanti replicati - disastri vi sì era ancor 
Tomo 12, 12 . . 



(t) E che altro lotio nella loro orrgioe gli icn'tli de* 
Wfiuntl , se Don k il fratto- di ciò cbe (i pHJ> fate cogU 
sforai del. naturale ingegno e della ragione? Verità tanto 
piL incontrattabilc , quanto è certissima che il mondo ri 
nunttnae gthn terupa moki libri, o che le migliori ope^ 
re c^e ancor leggiamo, furono compgite o senta aiuto di 
libri, o con pochissimi. Quauio poi alla regola delle azÌo- 
ni e alla scienza morale, per cui solo riguardo sono dft 
■coa)(BeDdare grandemente gli studi, dove que&li ci condu- 
cauo a dirigerla e migliorarla nella pratica; noi troviamo 
ne' costumi de' Longobardi, espressi prima da Tacito nel 
ritratto che fece in cornane delle genti Germanictie, e poi 
nelle leggi scritte da seicento anni dopo Tacito, tanta ret- 
tiiudiae e giustizia, che ogni più esalto studio d' nmiD« 
.filMofia di poco potrd>be ridargli a migUpr aegoo . 



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176 Delle HivoLi^oni D'itALiA 

conservato, e xpezialmente la religicui Cristiatm 
-che i Longobardi abbracóarono, abbiano avuto 
.non poca parte a moderare la natia loro ferocità. 
Quando Alboino. si mosee al conquisto d* Italia, i 
Longobardi erano parts imbevuti dell'Ariana ece- 
«ia ^ come i Goti ; parte avviluppati ancottk nefle 
tenebre dell* idolatria ; e non so come Frocopio si 
curioso e sì dotto storico facesse dire a certi io' 
Tìati' Longobardi alla presenza dì Giustiniano-, 
eh* essi waa cattolici. AI più al più potrebbe sufv- 
porsi che alcuui de' principali della, nasione. già 
avessero nti tempo che st mandò quel!' imbasda- 
ta, abbracdato il cattolicismo . Ma beocbèi Lon- 
gobardi nel venite in Italia fossero, o «retici o pa- 
gani f essi coir andar del tempo aprìron gli occfai 
al lume.della vecità; e eoa la liberalità loro n- 
peurarono largamente così i danni e In rovina tibe 
ne' primi anni del lor dominio pra-G^rono alle diie- 
se ed a' monasteri , come la rapacità' e la arudd- 
-tà ohe. otmtro tanti cattolici , sudditi ancor deirimr 
perio» esercitarono» per cui ncMi senza qualche ra-: 
gione furono chiamati gente nefandissima dai pon- 
tefice san Gregorio. La dotb'ioa ^ e ,la riputauo- 
ne di santità e di virtù singolare, che questo in- 
Gomparatule pontefice: s* aveva acquistato, pec T u- 
niverso mondo , e- particolarmente in Italia , febbe 
per avventura la principal parte nella conversion 
di quella' nazione < Quindi la. confidenKa cui pose 
nel santo pontefice, la regina Teodelinda, che dal 
patEÌo- paese av^ea portai buoni e.rettì. aentimeati 



=d.vGooglc 



• Dtóo VE Capò VI0. 179 

di religioae, valse a cooferoiarla ina^E;Ìonnente 
nella fede cattolica ; e V aseendeate cb'ella ebbe 
sopra i suoi due mariti , e spezialmente Agilulfo , 
vaiie sommamente ad impirar uell* animo di quei 
re la purità della ates^ia fede ; ed all' esempio de* 
Ee|;aanti tennero laeilineate dietro la nobiltà e la 
moltitadine . Sotto Adaloaldo Ggltiiolo di Agilul- 
fo , battezzato nel seno della chiesa caCtolica» 
crebbero vie più i semi della buona dottrina. A- 
rioaldo e Rotar!,- amendiie Ariani ^ che gli -suo 
cedettero,, condussero nnoTamente sul trono d'I- 
talia l*Arisneniiip<: ma ntono di loro perseguitò 
né traragliò i seguaci del miglior partito; aaai vo- 
lendo essi aver vescovi di-lor setta, permettevano 
che i cattolici avessero parimente un vescovo catt- 
tiJico f sicché per alcun tempo quasi in- ogni cit» 
tà sedeano due vescovi . Finalmente essendosi da^ 
f^i ultimi dodici o quindici re pr^ìfessata costante* 
mente la religion cattolica , tutta . la nazione fu 
convertita e unita fermamente nella stessa fedo 
eon la chiesa Romana; l Longobardi di Beneren>4 
to più 'Ostinati de^i altri nelle pratiche gentilescha 
che ritenevano tuttavia dopo aver ricetuto il bat* 
tcsimo, e che per essere più lontani e meno ri-^ 
conosveeti dell'autorità dei re, profittavano me^* 
no del loro esempio me' progressi delk religione, 
ebbero par dfv&ia mercè un'occauone pniprìa e. 
particolare d'Usare' dalle lor ^ tenebre ; ed il ve. 
scovo san Barbato fu quegli cbe li condusse tut- 
ti unanimemente alla 'fede Cristiana, regnando in 



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]8o De^le Rivoluzioni d'Italu 

Lombardia Gritnoaldo, e nel ducato di Beneven- 
to Homoaldo'suo figliuolo. Ciò fu allorcbè P im- 
perador Costantino, detto Costante, assediò Bene- 
vento ; ed il vescoTO san Barbato predisse a* Lon- 
gobardi , che Iddio gli avrebbe liberati dal pen-> 
colo di quella guerra , dove eh' essi ai risoIvess.e- 
ro d'abbracciare la religion cattolica (i). Or tra 
per una via e per P altra talmente la religion cat- 
tolica divenne appresso i Longobardi la dominan- 
te, che i successori loro se ne fecero quasi prin^ 
cipal vanto, e il re Liutprando e Ariulfo fa-a i 
loro tìtoli mettevano quello di cattolico^ e bmcbè 
Y uno e l'altro sieno stati nelle cose temporali ia 
gravi discordie co' papi, mostrarono tuttavia tanto 
rispetto alla cbiesa Romana in tutte le loro co- 
stituzioni , che Liutprando non dissimulò di aver 
fatte alcune cose a persuasione «del papa di Ro- 
» ma capo dell; chiesa universale di tutto il mon- 
» do u (2). Dagli stesH libri delle costituzioni del 
suddetto Liutprando, e da alcuni fatti ohe ci à- 
conservato la scarsa storia di que* tempi , possiam 
rilevare che i re Longobardi in tempi così sterili 
d'ogni sorta di studi sapeano assai giostemente 
conciliare le parti della civile autorità con i do- 
veri della religione . I molti esèmpi di generosa e 
sincera pietà, che diedero uomini e donne Lon- 
. gobarde d' ogni età e d' ogni comBzione , ei : fipe- 
zialmente di stirpe reale, esempi maggiori di quelli 

' (i) Mnrat. «n. 668. — Giani), liii. 4, cap. 8, ' ' ' 

-<3) L(ui. Leg. lib. 5; cap. 4. 



ovGodglc 



Libro VU. Capo Vin. i8t 

cbe tutta la storia augusta e Bizantina può ofie'- 
. rirci in tre interi secoli nella successione di tanti 
imperadori dal gran Costantino fino a Giustino 11. , 
sotto del quale occuparono i Longobardi l' Italia) 
poti-ebbono darci luogo d' esaminare se più facil- 
mente germoglino e miglior' frutto producano i 
setni della dottrina evangelica negli animi natu- 
ralmente idioti , feroci e franchi '; o nelle genti 
più colte, incivilite e raFBnate dalle arti liberali 
e dagli studi d'umana letteratiu-a (i). 

' Non si vuoi però dissimulare che in compen- 
so dì quella semplicità e fi-anchezza , e di quel 
maschio vigore che introdussero ne' costumi d' !■» 
talia , essi vi trassero alcuni abusi e pregiudizi lop 
propri, de* quali dopo tanti sècoli non potè ancor 
questa provincia essere affatto' libera ,' siccome non 
ne sono neppure ancor liberi fanti altri paesi 
d'Europa» dove" le stesse barbare usanze furono 
introdotte da altre nazioni uscite, come i Lo&go- 
bardi, dalla Germania. Ma sopra tutt* altre cose 
ciò che ne' posterioià secoli più illuminati oscurò 
grandemente la memoria e il nome de'Longobardi , 
fu quella ferocia precipitosa che tratto tratto li 
portata a risse sanguinose, e la strana supersti- 
zione che li faceva cercare i giudizi di Dio net 

- . {t}.Si poi oìtcrvare dal conrremo della leggi di' So'i 
tiri e diXiutpraiido, come dall' iacivilirche fecero iLon* 
gobardi dopo luogo soggiorno in Italia> insieme alla bar-^ 
barie che depotertf, nacquero 'C crebbero apprejso loro al- 
enai altri vÌM che prima non coooseqvanoj e a cui ftl 
d'uopo metter ireao eoa auovc leggi. 



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iSi Delle Rivoluzióni d'Italia 

sangue umann; dico I* uso così frequente appresso 
loro, e si furmalaieole o ' a|ìprovato o tollerato 
dall'autorità delle leggi, di teraiiaar ogni più leg- 
gera crmlroTersia per via di duelli . Del qual co- 
stume gioverà qui additar brevemente la' prima 
origine, e le cagióni per cui fi ostinatamente si 
mantenne fra i Longobardi (i). Tutte le antrche 
naziuni settentrionali clie non coltivando altro me- 
stiero che quél della guerra , altra occupazione 
non aveano che la pastura de* bestiami e un sem- 
plicissimo apparecofaio, di còse domestiche, l'uno 
C r altro de* quali Impieghi lasciavasi alle dmue 
e alla parte più vile della nazione ; dovean passa* 
te gran parte del tempo nell* oziò, ne* conviti 
ne* Scalamenti . E siccome non riponevano in al- 
tro cbe nell' esertàzio dell'armi, e nella rpbustèz- 
la e destrezza del corpo la superiorità del merito 
per ogni leggier eoótrasto che nel mutuo conver- 
sar loro insorgesse ( e nasceano certamente assai 
spesso ) , davasi incontanente di mano all' armi 
che perpetuamente si portavano a Iato, e col 



(i) Intamo all'origme de'duellif < alle iCa^iqni cheli 
wanteonero,' noi toccfaiamo loltaoto quella patte che pab 
servire (ler reiicler ragione del goveroo e de'' costami hon- 
gobafdict in {Mtticolare . £ quiti)<lq:il dt*eg|M della, pie* 
M'Ite opera ci peripeltetstj di ragioDarpe più laDgameotej 
non potremmo o aggiugnervi, o dipaitTrci da cib cbt no 
ccrjue il padre Oerdit Dell'eccellente e in auo geneie com^ 
pifo libro cbe i per titolo Traile des CoB^ats lingw 
liers. 



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Libro VU. Capo Vlfl. 1^3 

sangue o colla morte dell* avversario si facevan 
ragione . Laddove è ben certo che se avessero avur 
to più arti da coltivare , avrebbero avuto meno 
ozio; conoiossiacbè per le cognizioni cbe dal veder 
varie cose e dalla lettura s'acquistano , s'apre alla 
vanità ed all' oi^ogliu umano cammino di mostrar- 
si superior 1* uno all' altro , senza correre all' ar- 
dì . Or da questa ferocia , e dall' orgoglio , e dal 
non saper come soddisfarlo altrimenti , nacque da 
prìqcàpio 1* usanza noti ancor abolita de' combatti'- 
menti singolari . L* idea difettosa e falsa che avea<' 
no della religione , contribuì grandemente a man- 
tenere ed accrescere quest* abuso. Certo è, pec 
quante memorie abbiamo de' passati tempi* che 
niuna nazione iu mai, che in un modo o in un 
altro non s'immaginasse potersi indovinar "l'avve- 
nire. I Germani, di cui erano connazionali i Lon- 
gobardi , siccome non avean oognìzione di stelle 
e di segni celesti» eh' è tra tutti i generi d'indo- 
vipamenti (quantunque vano e fallace) 'il più. 
antico e si può dir il più nobile ; cosi non cono- 
scevaa neppure quegli altri sanguinolenti augurìi, 
e la pazza superstizione d' altre più di loro inci- 
vilite nazioni , di voler leggere nelle vìscere de* 
morti animali i decreti del cielo. Iloro iodovina^ 
-menti non erano né arcani , nh diffìcili a inten- 
dere; gettar sopti, iar .correr cavalli scelli, .è pir 
gliar presagio delle cose che s'avean da intrapren- 
dere * dall' osservai-efiei questo o quello gìupgesse 



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^84 DbU,E JEUVOLpZiONI d' ItALU 

il primo al to-mine .che prefiggevasi (i);- Ma fra 
le -altre maniere di presagire usarano questa par- 
tieol^rmetite , allorché nell* incominciar qualche 
;gi)erra dejidNavano.s^re.qual esito dovesse avere. 
f rendeaco qualche servo o 'prigione di quella na- 
zione copi cui dovevano gueri'eggiare , e scelto ud 
altro guerriero della lor propria nazione , li face- 
,van combattere a singoiar battaglia tra loro due, 
e pensavano d'aver certo argomento della fufum 
attoria, qualora vincesse il combattitore lor pae- 
sano , credendo' che Dio dichiarasse nel successo 
di quella pugna , qnal delle due genti avesse -la 
Tsgion della sua. Questo costume che già rqgna* 
va in bro a* tempi di Traiano , allorché Tarato 
fece il famoso ritratto . che ancor abbiamo delle 
cose di Germania, potè passar facilmente dalle 
cause pubbliche a quelle de^ particolari , qualora 
accadeva contesa fra loro, in cui non si potesse 
subito e chiaramente mostr£u:e per niuna delle 
parti la verità e la ragione . Portarono i Longo- 
bardi questa usanza in Italia , e la mantennero 
per lungo tempo à fattamente , che ' in ogni ge- 
nere di lite pili spesH) si passava alla deciMooB 
per via di campioni , che oggi non si farebbe per 
via di giuramento . Quindi è che tratto tratto tro- 
viamo nelle leggi dì Rotari queste o simili, esprec- 
sioni : « E se potrà provar ciò che vncAe, dovrà 

(i) Tacìc. de Mar. Getmao. pag. 6q5. 



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-ttBRo VD. Capò VUI. i8!Ì 

'* potrà .puigam e difendere «ùa causa per pu- 
M gnam, per ceriamen^ per campiotiem «. Il po- 
polo era 'sì ostinato in questa superstizione di cre- 
dere che Iddio manifestesse da quat delle parti 
stesse il vero ed ÌI giusto, mediante il successo di 
questi duelli, che i più ripiltati e i più potenti 
l<»o principi mm ebbero animo - di proibirli, né 
speranza d' essere in questo obbediti . Una delle 
cagioni che a mio credere ritenne sì fortemente f 
Longobardi in questi barbari costumi , fu quella 
stessa che maQtenne fra i Romani e fra' Greci U 
)>a9sioae de' ginoclfi anfiteatràli e - ciccensi . L* in- 
cUiUEÌone; ingenita, e forse un vero e proprio b!-^ 
sogno o morale o fisico che anno gli uomini d*es< 
sere internamente commossi ed agitati da qualche 
gagliarda affezione (i), area prodotta in tutte le 
grandi città del Romano imperio e ultimamnite 
in Costantinopoli quella passione furiosa ora per 
le battaglie degli accoltellatóri o quella delle be- 
stie feroci, or per le corse de* cavalli e de* carri; 
la quale ultima sp^ie di spettacolo, percbè fór---' 
se non era di sua nat^a così atta a commuorerA 
ed agitar le viscere degli spettatori, come gli 
altri giuochi «aagtlìnari de* gladiatori , degli orsi 
e de' leoni, vi s' aggiunse lo spirito dì fazione', 
che s'jntrodusM nei circo, impegnandosi la mol- 
titudine parte pei corridori della livrea 'vérde, 
parte per que' della rossa ( fazioni (2) che tanto 

(O'V.Dnbo* RéfleiioQ» tur la Poei. et la Peint. tom. t. 
(j) Veneli e Priuini . 



D.(it,zeaovGoOglc 



186 D£t£E Risoluzioni d* Italia 

•trrpito fecero io CoBlaatinopoli ^ .* il- che serviva 
«d aoimare e interessara «d agitare in mai3Ìere 
ìndìcibiU il pnpnk) spettatore . I Longobardi che 
per V ignoranza delle belle arti non aveano tea- 
tri, e efae non aveano cognizione né prendevaa 
diletto delle opere d'arehitettura, non s'applica- 
lioBi .nemmeno ne* primi tempi del lor soggiorno 
in Italia ai giuochi del circo e dell' anfiteatro . 
Questo sollazzo aveano solo di veder le pugne 
de' campioni, ì quali davano appunto a' riguar- 
danti io stesso ed anobe maggior diletto , che fa- 
cevano anticamente i gladiatori . Dico diletto an- 
che maggiore , perchè dove il piacere e il passa- 
tempo che aveano i Rcunani e i Gred da' com- 
battimenti de' gladiatori, si terminava colla vit- 
toria dell' UBO e la aiorte dell* altro ; le pugne 
de' campioni , oltre al diletto d' una certa ansie- 
tà presente nell' attendere quol dei due riusasse 
saperior», davano poi ancora aUa gente assai be- 
ne di che ' parlare - intomo alla causa dì coloro , 
a nome de' quali a' era fatta' la pugna, cioè a 
dire della ragione e del torta dall''una parte e 
dall'altra : e questo piacere tanto era più vìvo e 
potente , quanto 1' affare di cui si trattava , era 
di fiii momeoto ; come fu il duello famoso tra il 
campione eletto dalla regina Cundeberga , e il suo 
calunniatore Adalolfo . Dal tenore di molte leggi, 
e dalla storia Longobarda si può argomentare che 
ù^tre alle persone libere. e nobili che spesso nelle 
loro controversia venivano a- duello fra loro stesse. 



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i' 'LWroi VH, Capo VBb ' S87 

^I 'fbf6evo molti ohe 'iàcemno àrtd e' mestiere 
dJ'qbMto'; e cba t grandi né avesero^-fi-a* lovm 
fteiri e lifcefti , sicconie gli aatjcbi aTeàno gU:acr 
tokfltect) gladiatori di cbndìzioii Bcrvilé. Eoo» 
"pertanto donde nasceva V ogtinazione della pih 
putte 'in questa superstizione, e in cotesto' gfQÌ» 
empio e barbarico . La passione, ti piacene e Viior 
teresse proprio faceva cbtuder gli orecchi e gli oc- 
chi alla verìtà:"'^ il popolo kixè- trovava diletto 
Beli* uso stabilito ab antico, non volea farsi capa- 
be deìla ragione per cui doveva abolire questo ùiir 
lituthe, tuttoché' per Inoltissimi esem(» si Tosse 
chiarito che molti erano stati convinti per colpe- 
'voli, i quali per il giudizio delle pugne singolari 
s*eran provati innocenti; 'e così molti scoperti iq- 
hòcenti, che in vlrtb chil duello erano stati giu- 
dicati rei, siccome in un suo editto ci attesta il 
gran ' Liutprando (i). 

l' grandi e potenti potevano ttdvolta per iinar 
liiolto diversa malizia mostrarsi impanati in &-< 
vòr dell^antico abuso; perciocché avendoetà ilct-' 
le loro famiglie di cotesti sohermitori o tìampio-' 
ni', avevano così un facile ' spediente di sostener 
cause inìque, quando essi col pericolo d'ui* dis-^ 
graziato famiglio pofeaiio riuscire ne* lor disegni. 



(i^ Quid incerti ìumus de judiclo Dei, et niuttos au-i 
mvlnms p^r pugiiam ring injuflA causut suam causiim peri 
dere . Sed propter consuetudìnem genus nostrae I^ngo- 
bardicae legem impiam vetare non possumus. Lib. 6, leg. 
6S,' et Ub.' j.. Gap. jo, ìeg.a.l'. .") -/ 



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FinalmentB è d> notare che Tubo de' cauf^imi 
non fu né più crudele m sé. stesso, n& più dà* 
Stxuttìvo della s|nzie timana di 'quel ohs- fosM 
presto i Greci e gì* Italiani antichi V taaum 
ée* gladiatori che così per tnutùllo s*ueeideTaD0 
non pera negfi an6teatrì , ras. ne' quotidiani t^n^ 
viti ^0* ricclii pactìeolari ^i) , 



Q A. T O IX. 



Sfato 



to .dUfe ffroi)me^ if /is/ù; rimaste sogge&p idf 
imperio .Gre&h'iRomtn» in tattpo d£ La^xH 
irdi à- ■ . ■ ... ... 



X^ ptvvincifl cbe rìmaRer «^^ette aU'impnm- 
Gceea» aDaoEcH-.esenti probatbillpenta dal super- 
stùioso furor de* duelli, e d'aloune aHre ba^* 
riohe usanze che ì popoli settentrionali «i pocta- 
TotiQ, xiffn erano per tutto questo i«i più feHc» 
stato flbe.la.IiombatcKa , né pei vantai e como- 
di del virer civile, uè per cuhuca d'arti e di 
latore , , né per bootà di goveroo e rispetta di rcr, 
ligjon?. L'idea che Paolo diacono in quel fawp~.~ 
8o.,te^o del terzo libro ci à voluto lasóar della, 
sicurezza e tranquilUtà che godevano in que' se- 
coli gl'Itah'ani sudditi de* Longobardi, bastereb- 
be a farcì credere che giamniai niun^ , prp^viiicia 

(i) V. LIpj. Satur. lib. i. 



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' LiBBO VH. Capo IX. dfig 

ta pù felio6 e tranquilla , non c^e avessero ad 
invidiale le proviocie rimaste' Middìte dell' impe^ 
lia Greco 6 vt^liam dirlo Romano s . Questa ert 
» certo cosa maraTÌgliosa , die' egli , sotto il re>- 
» gno de* Longobardi; cbé non si usava riolen' 
» za, non sì tetidevano ìnsidiB. Nìoao era, che 
» angariasse , né spogliasse altrì ÌDgiustamente • 
» .Non v' erano furti, non ladronecci .- ognuno an- 
V dava doTiinque piacéragli sicuro e senza tlmo- 
» re » (i). Il cardinal Baronie, mosso spezial- 
mente dall' autorità dì san Gregorio Magnò , eoa' 
traddice a questo magni6co elogio che fa Vame- 
frido de' suoi Longobardi : e come ad autore par- 
ziale, acconsentiamo di leggeri, che qualche co- 
sa se ne detragga. Ma ad ogni modo abbiamo a 
tener per certo cbe le terre de' Longobardi era- 
no pili ricche e di denaro e d'ogni altra cosa al 
vivere umano appartenente . I Longobardi nstt 
pagando né tributo né regalo aloaoo a potenze' 
straniere , eccettuato un mediocre donativo die 
per pochissimi anni fecero a* Franchi, neltempo 
spezialmente cbe fa il regno d* Italia vacante , 
consumavano in casa propria tutte le pubblìcbe 
e le private rendite delle loro terre : dove che 
gK esatchi e g1i altri uffiziali Greci pagarono 



(i) Erat sane hoc mirabile in regno Longohardorum -. 
nulla erat violentia , ' miUaè struehanlur in'sidtae . Nemù 
alitjuem injuste an^ariabat, nemo spoliahat . Aon eraiu 
funa, non latrocinia. Unusquisijue , Quo libebat » , securus 
sine timore pergebat . ■ '':''" 



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1^0 Db^vb RivOLutTOiai)* Italia 

quasi contmuahiente no tributo a' Longobardi per 
aver [iace con loro; e dì tutto quello che' «otto 
Dome dì pubblici imposti esigevano da popoli, a 
fwr privata piffepotetóia succhiavano o rapivano al- 
la Chiesa, aUe comunità od a* particolari ; doveaq 
ntóndarnc parttf ajla camera imperiale, parte alls 
lor proprie case , ài parenti , agli amici , ed 
a' protettori . La qua! cosa non poteva far sitvsf 
ahe'impoverir sempre di vantaggiò le terre sog*' 
getle a quell* imperio . ' , 

Né possiam già supporfeche per TÌa di qual- 
che commeraio éì agguagliassero le ricchewé del- 
l' une e' deH' altre province , e òhe le arti che ii 
ooltivavàtt da' Greci e fittile terre de' Roraam 
C giacché Greci e Bomani fignificavano lo stesso 
ÌB que' tempi ) , traessero il denaro àa* paesi 
de'- Lotìgòbardi , dóve le arti erano cótatJto cadu- 
te . Ma i Longobanii occupando le più fertili par- 
ti dell'Italia, non aveao bisogno di procacciar al-' - 
•tronde le cose necessarie alla -vita; e la rozzézza 
«che aippoDÌamo né* lor costumi, toglieva anche 
Joro il bisogno' dì procacciar da straniere èonlrà- 
dé derrate o manifatture di puro lusso. Per la 
qua! cosa, potendo consunlare in lor uso lutti gli 
abbtmdanti- prodotti delle lor terre e i frutti de' lo- 
ro bestiami, dovea in tutta l'estensione di lot' 
dominio esservi facile il mezzo dì sussistere e dì 
inolliplicare ; nei che consiste la principal cagio- 
ne efficiente della naturale e civile felicità. E re* ■ 
stava tfncor di vantaggio il denaro e l' oru elettivo - 



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. tiBRo Vii. Capo IX : iQt 

che proTeoiva da alcuae spesie sovrabbondaDtì « 
e dalle coqtribuziopi che spesso traevano da* lo- 
ro vicini . . . . 
Del jeepto^ ancorché non sia da negarsi cha 
nei suddetti paesi soggetti air imperio sì conser- 
vasse qualche maggior vestigio della letteratura » 
e in Koma spezialmente, dove lo studio cosi del- 
le leggi Romane come della sacra scrìttur;a f 
de* santi padri per le. diligenze de* soroipi ponteo 
fìci durò io qualche vigore anche per tutto il se- 
colo settimo; abbiamo non pertanto fprti argomen- 
ti di credere cfae in po<^iissimo numero «i con- 
tassero le persone erudite, e che chiunque, sapes- 
se di grammatica latina , di s^ra scrittura * ed 
avesse qualche cognizione di santi padri, poteva 
passare per un valente. e bravissimo l^^terato, pnit 
lettera che scrisse papa Agatone a* tio fìiatelli au- 
gusti in occasione che s* apriva in Costantinopolji 
il sestp concih'o ecumenico, ne pub far fede cha 
pochi erano anche nelle chiese vicin? a Bon^a ed 
in Ropa stessa gli ecclesiastici di qualche sapere. 
Ma la miglior pruova che abbiamo dello scadi- 
mento delie lettere nelle città Italiane del domi- 
nio Greco, si è .la meraviglia che fece T esarco 
di Ravenna per avervi trovato un uomo, che sapeva 
tradurre dal Greco in Latino i dispacci che gli ve- 
nivano dalla corte, e servirgli di segretario (i)> 

[i] Agpell. io Vita pentif. Baven. par. a in Viu •. 
.Xheod. cap. a. — Rer. It. lom. ii. 

Fiueni di. ^ui npporUrs colle parok OrigÌHli d«ll* 



D.q,t,zed.vG00glc 



tg» Delle Bivoluzioni s* Italia 

Frofessavasi p«r altro generalmeote in ^HJf» 
pcovincie la relìgion CristianB e cattolica, aneor- 
cbè partecipas&ero moltissimo dello spinto acAi^ 
co ed inquieto cshe reguara nella carte dì Costao-' 
tioopoli , da cui dipeoderaao . E beachè nella 
^ottrìoa e nelle pratiche esterìorì di retigione d 
, conformessero assai' bene alla cfaitsa Bobkum* 
malgrado le spesse eresie che infettarono la c^> 
tale dell* inipsrio ; mentedimeDo i oo8tumi<li qudb 

storico Bavennale qnesta particolaiità , che Krv« a faroi 
couoscere che anche in Grècia non erano frequenti i let- 
terali e le penone di qmlche talento. Contifit eo tempo^ 
re , quod notarius praedicti exarchi ( Tkeodori J divinm 
JMsu morluus est : prò tjuo lamentahatur patriciut non so- 
iuin prò morte Jeut , sed plus ^wd non kàbehat titMìem 
yirum sapiemissimum , qui potuisset epislolas imperialMM 
componere , vel ceteras scrìpiuras chartuUs quas necesse 
vrat in palatio perfccere . £bm autem Me suis iritfitia*H 
^Mfrn ìndicasset , dixerunt ad illum : muUmm ékiJdtttt^em 
dominus noster ex hoc habeat causa , Est bic adolesctns 
unus Johimnicius nomine, scriba peritissimas ..'. ^o SO» 
dito oerho quod. dicthaiar , exhilaratus praet3gpit tuM tt* 
nire. Et stetit ante eum , despexitque eum'im corda suo ^ 
eo quod brevis erat forma et indecorus aspectu .... jus- 
tttque deforriepisMàmm ifiMte ad se da imptrat9r* vtHm 
rat Graece scripta, dixi\que ei ,patnciuse legej <lbf. ÀUf 
prostratus ante pe.des ejus , stirrexit , explicuitque , et alt : 
jìiies , domitìe mU , m Graece l^am iti eximittt Mt , ' ià* 
per Latina verba? Quia Gr/ieo^. et Latine pubatur ». 4C 
Lalinam ut Graecam tenehat . Tunc admiratus patricius 
^a cum maioriius et coeiu popoli , jussii deferri praec^ 
ptum Latinis litterìs examium , et prae^piear «Ti dixitt 
tolte hoc praeceptum in mona tua , et tege idem Graecit 
varbis : accipiens vero ille , iegit Grasce per totum .... Post 
tertiam vero aanitm imperator Gonstanttnopt^taiius jussii 
axardri episioiam ad hunc pairicUim , «>rtrtn*»(iim IhM 
mhta ad me vinim ilium qui latés eompbittTOitef aOat ìli 
mf misifti , et carmina _firigit , AfiftH;'W)i'»ii3f. -'* 



=dDvGooglc 



. Lrsao VIL Cabo IX. i 1,9% 

otat^de EÌsifMHidavasa malamente' aUa. fède che 
pcofe»6avasr . 1 vescovi di Kaveaaa, .cfa« dell'ìm- 
p«radore ValentiiuaDO lU. etano stati onor^ e di-* 
Wmti con-molt) privilegi, si levarono, ad 'mutar' 
tiooe de' pEUnarchì di Costantinopoli a contrasta-^ 
N il prioiato al poateSce Romano, da cui dovètUt 
dipeodece pur tanti titoli (i); e. le raalvage bri- 
1^ , e gli scismi di quegli arcivescovi noB fanna 
jMCOola parte nella storia ecolesiasti'ca di que* k^ 
coli . II clero inferiore imitò facilmente l'auibi- 
zion de' prelati e la loro alterezza; e il popolo 
cogli ammutinamenti e eoa sanguinoù tumulti 
diede a conoscere chiaramente, che le città sggx 
gette al dominio Grò» non «raoo più saviamWf^ 
te. ne più dolcemente governate che i paei>i sii 
gnoreg^'ati da' Longobaf^ , né aveano a prefe* 
rensa dt questi quelb spirito di docilità e di sont-* 
missione , che la religion Cristiana ci raccoman* 
da « c'impone. Gli attentati saerileghi dell' esar- 
co che col consenso d'Eraclio augusto spogliò de' 
sacri arredi la basìlica Edtexaneme ( ah. 665 ) ; la 
tiranniche ruberie dell' ìmperador Costante , pec 
sui molti Pugliesi , Calabresi e Siciliani elessero 
d' andarsene ad abitare fra* Saraceni , anziché 
soggiacere a uu tal principe; lestr^ enormi ch« 
Tomo U. i3 



[li De Rub. liistor, Kav«pai li!>. a> cap- 97 * 98 ia 
collccua. Biuuaa. toni. 7^. peu*. i, pjg- ^, qj- ffinc du- 
!fit srtum iniolent altertatift , • ■ ttìm^OMt poiuìjìct a^u^- 
ri temere pastutmtiuift . 



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.194 Delle RivoiAmoni b*b-ALtA 

fecero ì Greci in Ravenoa ( an. 709 ) , sbperand 
ogni aspro trattamento che da* dircbi e re Loc- 
gobardi abbiano mai patita o i sudditi o le cbìe- 
se poste nel loro dominio t tìJchè non fu mara- 
viglia se stanchi alla fine i pontefici Bomani del- 
Timpotente governo de' Greci augusti * si ^oìseta 
altrove a cercar, prottaione . ■ 



D.q,t,zeaovGqOglc 



ilBRÒ OTTAVO, 



dAPÓ PRIMO.- 

Considgrazìoni generali intorno ali* ordine dì sucr 
tesaùmè nelV inipenà di Ramai e ne' regni baf^- 
harìcii 



Xjubrico passò e malagevole di storia ci presentei 
la 6ae del secolo ottavo i che sarà là pcibcipal 
materia di questo libro io cui abbiamo a tratta- 
ré d^ una famosa rivoluzione là tutto lo stato d' Oc- 
ideate i che traslazione dell' iolperio Romano si 
suoi chiamare . Prima però d* entrare nelle parti- 
colarità di questo liotabite avvenimento j e dell'e- 
levazione di Pipino e di Carlo Magnò al regnò di 
Fràaciìl e $ quello de^ Longobardi , clie il rinno* 
tellamentd dell'Imperiò occidentale precedette i sa- 
rai necessario dì farci mdietro pei' alquanto di spa-^ 
zio a considerare ne* suoi prìncipi! la natura tan- 
ta deiriniperiò Romano ^ quanto degli stati chò 
dalla rovina di quello si sod formati ; 6 distingue- 
re diligentemente gli Ordini oggidì stabiliti ifelld 
successione de' regni j da quelli che s' osservarono 
per iiloItÌ9sÌDli secoli in tutta l'£ucòpa lido d quel 



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»g6 Delle Rivoluzioni dMtAi.ia' 

tempo che pei progressi delle seieaze e della ra- 
gione umana, anche la ragion degli stati divenoa 
più chiara , più stabile e più sicura , Vincenzo 
Gravina , non meno celebre letterato -che dotto 
giureconsulto (i), e T erudito marchese Maffei per 
iofìnìti luoghi della storia augusta e degli scritto- 
ri che vissero sotto, i.cesarr (s)^ aSermano co- 
stanleoienfe , che lo stato di Roma non cessò oè 
sotto Augusto né dopo di lui d'essere in fatti ve- 
ra e propria repubblica, come nell'uso del favel- 
lar si chiamava, talché repubblica e iiQperioilo- 
mano significassero la stessa cosa, né altro fosse 
r imperadore ehe il .principal dello stato . N'>n è 
Seppur Dwjessario al mio intento I* attenerci si 
strettamente alt' opinione, quantunque si voglia; 
ben fondata , di questi due 8cri<tDri e d* Ugone 
Gl'ozio che in tal sentenza li precedette (3) . Va- 
glio supporre soiMnenle ciò ohe niuno mediocre-- 
mepte istrutto nella Romana storia può ignorare, 
essft:e stato 1* imperio de' Romani, da Cesare in 
pois, un mjsta di monarchia, di dispotismo milir 
tare f e (ìi repubblica ; e che la dignità imperatori 
ria sì riguardasse or come elettiva e rilevante dal-' 
r autoplà àsl comune , or come eroditaria e' 
dipendente dalla disposizione del possessore a |gui- 
e^d:'(ui bene. d'un -patrimonio privato. Perciocché^ 

(i) Pe Iflip- Rom-lib. •iogul. .. ' . 

(a) Verona illustr. lib.'g, pag.470 elteq.', edit. Ver«lt7 
in 6. 

(3) De Jwe.)>«JU ac pa«it Ub. a, c^p.; 11.^ OQin: .9<- ; 



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/ tlBItoVinvCAPOl. X^f 

tjUalilbq'ue ìmperadóre ebbe figliuoli o- fratelli, o 
se per difetto di questi volle eleggersi per sucoes* 
snre un altro parente od un estraDeo,- egli il fé-* 
ce ptessochè senza difBcoItà né ostacolò, eome fa-, 
^rfebbe qualsivoglia uomo del volgo a disporre del-. 
le robe sue (i) .' Ma egli è da notar bene , che, 
qualunque associazione e dichiarazione di socces- 
sore si facesse dall' imperadore , pretodea fòrza e 
stabilità dal consentimento del senato , e spezial- 
mente delle miUzie. Quando poi per improvvisa 
o violenta morte vacava l' imperio , ben è mani- 
festo dal seguito di tre secoli interi di storia au- 
gusta, che per Io più colui t-iosciva di fatto im- 
peradore, che piaceva alle guardie chiamate pfe*' 
toriane , il cui conselitimento stimatasi ancor più- 
necessario d' ogni altra ' cosa nella dcstirfàzioae che 
gì' imperadori regnanti facevano d'un successóre. 
Essendo questo il corpo armato dì truppe più proB« 
siiho alla persona dell* imperadore , e peri^ il pri-* 
mo consapevole della sua morte , non è maravi-' 
glia che s* arrogasse sopra gli altri fl diritto del- 
Prelezione: perchè , còme corpo unite ed armato ,~ 
era più forte' della moltitudine del popolò disar-" 
mata , e del senato } e come 'residente ordinaria-^ 
mente nella città capitale, pìtreva avere maggio»- 
dìritto che g!i' altri 'corpi dì soldatésche' sparsi p6i<- 
le Provincie , e per lo più ai confini dell' impe- 
cio., Oltpéfliclijè,,.. essendo i pretoriani natiti qUasì 

(i) V. Tàcit. AÌiOal,'lit.'6,-cdp. -iS in fio., ' '' 



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jgR Delle Rivotxrarów p* Itaha 

tutti d* Italia , ed aventi' perciò in ispézial gKid<»'< 
il diritto di cittadioaaza, laddove gli eserciti pm* 
TÌocìali erano in gran parte di straniere pToviiicie- 
e di barbari ; pareva che io particolar liiodo a 1<>- 
To ancora s* appartenesse l' elezione degl* impèri 
dori. Quelle memorande paròle (i)cbe disse Trafa' 
no nell' atto di dar la spada a SUburano , cre^-j 
(o da lui prefetto del pretonti, pòtrebboho anco» 
^a citarsi come autentica dichiarazione dhe ì pfe-. 
toriani fossero non . solamente gli elettori del prin^ 
^ipe, ma giùdici della sua condotta ed arbitri 
della sua sorte, 

Ma poD h già da dire per tutto quésto , cho 
,ìl senato ed il popolo niuna parte avessero nelF e-> 
lezione de' princìpi , Il vero ^ bene , che il popo-^ 
loi l^encbè, cessate da Tiberio in poi le' pubbhV 
.phe. adunanze , pifi non av^se itnmedtata in^etì- 
^a nel govev'no, non potea perb dirsi spogliato af- 
. fatto d'^ogni sovranità, S^noi riguardiamo bene 
,^ queir ysanza phe tutti i principi mantennero e 
, che passò ancora tu Costantinopoli , di diatfibuire 
gratuitamente vettovagli? alla plebe a spese del 
fisco, altro pon era in efletto, che quella porzio- 
ne d' entrate pubbHohd che pagavano le serv? pror 
''vincie', dì cui Sembra quasi, <cbe' il popola sìopi 
'-■l^iantènuto -in possesso ^ J^.se'talvoltat ^i trovò'jier 

'' ' ' t>l 7^'^' *!tw»:già4iuw* od mtf/ìime'ìtum mei étìnwiit' 
tOf ti.recte tigami sinaiifer , in me magh', Sext- Aiir. 
Victor de Caesaribug cap. i3, pagi 3aQ. — V. etiaiq I^tÌK* 
JA Paaeg. nnin. 67) et ìììoa, Casi. lib. '6S. ' ; 



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Libro vni. Capo I. 199 

accidente pe* {«atri di Et^qma o nel cfrco fii Co- 
stantioppoli coijgregato, ia occasione che qualche 
ajlare.fo9se pendente, non lasciava di richiamare 
ed esercitai: tuttavia il suo diritto (i). Della qual 
cQsa, a dir v«ro., assai più rari si vedono gli e- 
sempt Dell' antica Boma , che in Costantinopoli dò-< 
Te. il popolo , non m^no che gli eserciti , avea 
parte nell* elevazioni e nelle deposizioni degli aù-^ 
gusti. Ma in Roma si può dire che il popolo eser- 
citasse r autorità: per mezza de* suoi magistrati d 
rappceseqtaoti (2), I tribuni phe.contjnuarono an- 
cor lungo tempo sotto gt' iniperadori , benché non 
avessero ne[^ur un' ombra di quell* autorità che 
ebbero avanti Augusto, avendo tuttavia voce nel 
senato^ formarono unitamente, agli, altri membri 
di queir assemblea quasiché il gran consigliò del- 
lo stato, e della, repubblica. Or: come ilsenatoera' 
in certo modo compagno e consorte degl* impera-; 
dopi, cosi ftvea. anche gran .parte nell'eleziotii 3e* 
medesimi . Gronovio per avventura più graròrùa- 
tÌ9o. e oritjco , che giurista o polìtico , per ribat- 
tfire.. r opinione dì Grazio, e dimostrare che le so- 
le milizie avessero diritto all'elezione del prìncipe, 

(1) Multa tìt plufes per àiés in ihealro l^auliit e/(^d- 

■ f^tti au^tn i^litum , adverofs ^impfr^offim ^ TacJl. |ib.6, 

. cap.,j3, ■,,.... ''■■■■. 

' ' (3} E che altra ragibné morbra i 'primi tamii a.-vWer 

eMcre investiti dell' ai) tori tk tribualzia die riguardavano qua- 

, fijjba^ .di lor potenza, ed associarvi i lìf^tiaoli che sì de- 

,^tiaavaiip aucc^ssofi^ 4è non |)èlr^hiè ttin^TAiMi in ^Irtù di 

'.g^el titolò ^i iratportare delle lor penotle la podiuà >:|0- 

Traoa del "popolo? . ., ' , " " ' > - 



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a«0 Deus ■■Br?oLuzio»i;.t>'j3TfALiA 

preteodk che 'i decr^ è le conFerme ddl W' 
nato, ed jl coAseottmento clie testknamaTa ilpo' 
pdo -col -ricevere le imniBgiiri, fossero ibrmalttà 
.Taoe e di niun rìliero ; e che dì ftitto rara, volte 
«dod mai s'amsoliiò il senato di rifiutar ud pria-' 
cipe- eletto da* pretoriani o dalle iegiooi -: e sccr-- 
reodo-ad uno ad uno gli esempi che paiooo sbt- 
i>itire rAutotità del senato e del popolo, ci vuol 
mostrare che anche inque'casi le miline ti èb- 
-Iwro la priccipal parte. Ma sia egli pur vero cbe^ 
il' senato ed il popolo soverchiati il più delle vc^- 
*e, e sempre tetnendo d* essere mahomiessì da* sol- 
idali e dalle forze presenti di un usurpatore, non 
ardissero d' opporsi alle voglie loro ; ' le dicìhìarà- 
«IÓdì e le proteste che fecero specialmente Albino: , 
Jifàcrioo, TiKito, Probo, e fra gli aitimi Mag- 
giorano, bastano tuttavia a provare che. gli stessi 
ìtbperadòri riconoGcevano anche dal senato e dal 
popolo la loro dignità, e che il senato ed il po- 
polo non »* era mài . dispogliato del suo diritto nel- 
U dreauqt» degli augusti (i). Però aetiza andar 
dietro a tutte te particolarità che si potrebbbno 
«lavate BU questo proposito , mi basterà il con- 
chiudere quello eh* è difficile di porre in dubbio 

' [i] Capilol. In Albin. tap. i5, p»g. jJÒS- — Wem in 
Mflcp. cip. 6, pag. 435. — VopiK. in ^oÌo cap." /)., 
j;ag. 939. r- Idem in Probo cap, 11 , pag, g34- ~^ Sup- 
plem. CoJi Tbeoflos. lib. 4, lit. 3 edil. Lug. Balav. Oh 
peut tòujòurt inferir de là , ijae Iti empet^itrs eux mé^*is 
reconnoissenc tpte le jienple liomain ne s' èiolt /joiitt d»- 
pónillé du droit de se donner un maitre . Barbejrac* in 
Not. ad Grot. pag. j{4' Joco cit. 



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..:: tiÈBo VID. Capò I. aw 

-« :iiegarev'cioc.che la legittimità de'pribcìpi coif 
sittera ueH'a^iettazioiie' del puèblico, il quale di- 
dbiarava il suo. consentìmenlo col ricevere le sta* 
tue o i ritratti che del nuoro eletto si mandava- 
na in -diverse parti dd dominio Rorbanò, e spe- 
zialmente io Roma' se V el^iotte si faceva altro- 
ve ; - e cbe per queste coa'sentimeDto a aocettazio^ 
cedei pubbHcO'diveiirva' Tero imptradore colui 
che' da pnma era-murpatore e tnanno . •' 

•\. ' Fra le nazicHi' barbare cfae j;ràa parte o pioA- 
' tosto pre^ócbè tutto l'imperio occidentale occòì- 
parono ^ U diritto de' principi' non era di natura 
ìGtiverea da quello degrìmperadorì, ancorcbi -tuia 
i Galli, non gì* Italiani , noe gli ^gnuoli ^ ma 
i Goti, i Longobardi , i trancili, per quello ote 
diritto:dì conquista si chiama, . e',-per dirinegfòtV 
pear' ragion dell^ esser più Jbrti, fosMro-quettiiobp 
facevano e disfacevano i re.. Del- resto, cbe^jcfaè 
s* ìmniagini il volgo della legge salica cbc i E^^Uf' 
«hi introdussero nelle. Gallie, le cotona. di qu^ 
sii, -sicconK quella ^de* Goti' e ^' Loi^abardi M 
Italia, •■BOD fu- punto più ^«ditarja dia quelfet 
deli' imperio fiomano . Quanto a'Ooti,£ Loi^o^ 
bardi ^ la cosa è da^i aBneti' di quellp gntti .«* 
sai manifesta. E se noi dalla storia di qup^te due 
■Inazioni f o da ciò cbe Tacito ci lasciò' so^bto:<dtjf 
costumi della Gerihania donde r Francesi ì^rtiVo»- 
.na , vogliamo argomentare qual >fosse ìLfieotimea^ 
"to ^enèràl?"deilà narionè, e le fàggi ' lóro inlotnò 



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3P2 Delle BiroLuzioifi d* Italu: 

alla siiccessioDe e aU'.auti;ijntàre|^,at)cW appresa 
so i Fraocbi.; vero ^ legittimo prìncipe diveniva; 
oqIul ch'era capace di goTernarli, e che, c^ma 
tale era riconosciuto dalla nazione , e d^ consetu 
timento di lei o portato o confermato sul fcono , 
Né pf r altra ragione diventò, il reguo de^. Franchi 
quasi che ereditario nella prima stltpe de' Mero^ 
\ringl, se non perchè i primi, re di quella sohiat-i 
ta lasciarono figliuoli non degeneranti e- per lort» 
btiona ventura in età ili poter governarle , q assÌ7 
atiti da persone potenti e accorte che avcano prò* 
prio interesse a lasciar .quasi crescere. questa sup- 
posBione* che il regno del padre toccasse al fi- 
gh'uolp. Né mai accadde fì-a.loro congiuntura ia 
eui si dovesse, dare esempio, contrario, come fra 
i Longobardi' e fra i Goti: perciocché ad .uo 
prinoipe riputato, e, temuto non.riesce difficile Tin- 
stallar nel governo de^suoi stati . o figliuoli o altri 
eongiunti. o chìuaque gti.sia a gradone fomirli.di 
tali fòrz«:, -che alla sua morte pomnò i destina- 
ti, da. lui ponservarsi il. regno, f eco. non. dobbiam 
già apporre che tra i Franchi spezialmente ( giac- 
che di questi ci conduce a trattare la fu-eeente ma- 
teria), sì osservasse una i^rta regola -nella succes- 
sicele dei. re , .ancorché fossero della. .stessa, faipi- 
glia. I ftadri dividevano, come lor piaceva,, tra ì 
.figliuoli la monarchia. I fratelli, 8em|u:e. con Var- 
mi in.mano .gli .uni cnntco gji altri, si.toglìevcu^o 
gli stati ; e lo stesso facevasì tra zii e nipoti , cugini 



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v* tìs^o Vnr. Capo Ì. *S» 

(f'cugitìì (i). E' fiochi non riuscì à'tfiaggtordwnt 
d* occupare V autorità sovranéi cb* esercitavano di' 
ftftì, non ebbero altro ' riguardò né di primogfe- 
Arfura ; bè di maggioranza e di i^rcAsihiifà nel 
IrieHer «ùl trono qn vano fantasma di re , ' sot 
di* egli fosse del sangue diniidovco, per adattar-' 
si', Rnchè non riuscì loro di spiccar il ■peiiso 'pìU 
avaati, all'idea altatfiente impressa ocglf animi 
della nazione, di non doversi riconoscere altri re 
che i discesi da' CIodoTeo ; in qtfella maniera che 
i Turchi anche a qUestì ultimi tempi, purché veg- 
gaU sul tiS>aò qualcuno della fòmigUa Ottomana, 
non sood poi troppo sciilpòTost nella scelta d* un 
gran sìgoore ." Ma se i proliipóti di Clodoveo , al- 
lorché' degenerati dalla vrrlù de'maggiori si rìdus-. 
séro a vivere neghittosi hell'oscurità e bella mor- 
bidézza del lor palazzo , e riauueiaronn ad ogflt 
(iura di leggere ì popoli, avesscfo Io stesso diritto 
al regito, che' aveano avuto gh* avi fbro, stante 
"ii costume e' la legge benché "fton iscritta dì qtìel- 
'la nazione; egli i argomento d'altre penne j cbe 
della mia. A- rtié però basterà avfer 'queite catta 
toccate leggermeBte, a fine d'avvertire i nostri 
leggitori t eh* eisi 'non debbòn'? misurare le ' rivo^ 
Itiziorii' degli antichi regni 'colle tnassime- del nld- 
detnd jus pubblico, e che ci conviene «onmettA'e 
che gli antìc&ì ebbero idee diverse dalle boìtr^'m 
■questo getìere, o U massima parte de* prìncipi 

- ^(1 Vie. Daiiel HUt. de Frsnce pag. 55, 55, 58, 



=d.vGooglc 



to4 Del^e RivonratoNi d'Italia 

furono usarpatorì. FeroiocchèMi«)la;<eried! moHk*, 
siini secoli non «blamente in Europa da Cenare. 
fino a Carlo Magno, ma per tntte le oacioni de(->^ 
l'uflirerso e in tutti i tempi appena si trovereb- 
bero tre o quattro AUccesHoni continue, le quatì,- 
secondo le regole di successione tifae ora si c^ser- 
Tano, non fossero iri-egolari e pet conseguenza il-*- 
I^iltime, ingiuste e tiranniche. 



involuzioni della corte di Francia t ver' cui 
'-■'' la famiglia d^ Cadi sali sid trono. 

JN el principio deirottdvo secolo la carica di ma^. 
giordomo già era in tal considerazione ' e di tale' 
autorità , elle i figliuoli de' più potenti del regno. 
Vennero a guèrre tìlvilì per occuparla, non altri- 
menti òhe se si trattasse dèlia corona stessa e del 
possesso del regno . E dove che queU'uflìzjo si 
conferiva per T innanzi a nominasione de' siguo- 
rii confermata poi dal re, Pipino il Grosso', bi- 
savolo di Carlo Magno, tentò., a .for^a^ aperta, di, 
renderla ereditaria nella sua famiglia';' tanto 'fcbtfi 
TÌ^o a morte si destinò per sucqessQre un D.ij)0-,i 
tìito, chiamato Teodaldo , «icor -fanoiulliK E Gar^,- 
lo Martello dovette in quella congiunJt,ura.so.ccpmr,, 
bere all« fc^ze mj^giori di Flettmda. sua mairi* t 
gna , avola e tutrice di ; ^eod^dd ,. ^Etll» ..ftOaFe ' 



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■ : EiBRO: VHI. Capo il ■■: ; >a& 

'ancora fti fatto. prigione (i). Ma fuggitosi poco 
'dopo i' e rilevato il'suo partito, si rafferhiò ai {àt>-. 
tamente io quel poeto , otte per Tertticioqué anù 
*coatÌDi)ì fu non solamente io Francia, ma dalle 
nazioni straniere riguardato come signore sorrano. 
'di quella moDarcbia, beocbè non ne portasse il' 
nome . Le sue vittorie g|i acquistarono p« tutta 
Europa tanta riputazione, che i- più potenti prin^ 
cipi ambirono la sua amicizia . E il re Liutpran- 
do particolarmeote, per farselo vie più benevolo ii 
«' adottò , secondo il costume di que* tempi , un 
dì hai figliuolo che fu Pipino (a). MA nel tempo 
stesso i Romani pontefici Gregorio il. e UI. che 
temevano e detestavano i Longobardi , ed erano 
molto ben lassi dall'impotente governo de' Greci» 
si rivolsero ancor essi a cercai 1* amicim e la 
prolezione di Carlo, il quale per una segnalata 
sconfitta che diede nel ySi tC Saraceni ,- pareva, 
meritarsi spezialmente il. vanto: di difensore^ delia- 
religione. Nel 741 Gregorio Ul.; di cotiseatimet^to: 

[1] Anna). Metens. ad ann- 714 ^^ leq. ap. Daniel BisU 
de FraDce pag. 349- 

- r[a] La cerimoDu di queste onorarie adozioDÌ «n tH" 
le, che l'adoitante tagliava al figliuolo adollivo i capegfi 
in somigliante guisa a quella che ancor usano 1 chetìcì , e 
p«r un effetto a«a InoKo dtversot peichs non altro impor- 
tava questa nlo d'adozione) se tiou che 1' adoLttalo. s'ici-. 
tèndeva professare particolar divozione e riverenza ai paSre 
novello'. Da. questa tonsata che il gioTaòe Pipine ticcvefu- 
dal re Longobardo-, credopo alcuni che passasse poi in cq- 
«turne ile' re CarolìugLi il portar la capiglialuru, tagliata ia 
fMUia' rotonda, .qnatf si' 'voggobo ubile antiche immagini 
cfa,s. li -.co^Lierv^rona di' qn^iie . . . . j ' .,.■-. f ;i 



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iio6 t)ti£E RivofitBttJN^VJrAtU 

<ijc* prìocipaU cittadiqi t mafidb io FnaefaiQna nicJtiJ 
.««lenne ambascerìa diretta noti pk 4 iCbildenoc' 
ine ad alcuno de\dUoeodeiiti diGlodoireò.,chieipah 
tava il flOfné di n. ma bemìa Carlo i ohe legger' 
.Va ^i fatto la moDarcbiar; e4 Cfiii i^^ioiic tik^ 
■che si creda-, benché noi, dicA àperiameote la ste- 
lla , cbe lo' scopò di quell* imbasciata 6iil,4at0 
d'impegnare il reggente 6. frenar. ]#i pi0)teiwà.d9* 
t«agobardi. pénchè non oecupasser» Ramali, P^Hc' 
.^eodoai idj rioonoaoere lui per signare qooìMoIq.^i 
,D«o$c4o «dì patrizio « in v«cò deU' ÌQipt;radp^ ^ 
jCo9taDtinopoÌi i Ma la mòrte dt Carid» «. dpl;(ii^ 
-pa Gregwia^ e di teone jMniricO iràpur^s^^-f 
<)M re tiiutprando cfa« rjegsò. quasi nel.tempp «t4%- 
À> o coti pooo . ivte«TsU0 dall' iui<ìiaU*^trQij' db- 
sturbò e sospesa 1* «Beenz^ne , di &ly ptid «9a. Itf 
tKciprpciie, legìuinnì ' dbe si mandaMutf daÀjnngjtf 
Francia, é di Fcwcis io RomA^ erlper dwfftr 
éura concert^ e oonoìuuBo v GaiIoaiaaacJL ft l^U 
■H^ t siiccsdntt A Calia Martellò nel gov^nò di>r 
gli «tati Francesi ebbero, beiicbà unaainiì fraJfut' 
dué, alqiianto che fare fi ca^ bro pet'as^óiiraT- 
ù'Iapoten^ già fatta eriedilaria nella. Ififoiiàmìr' 
glia 4 la qual potenza si tiunì fra pochi «loaJ iielf 
^,iP«rsQna del solo Pipino, per.la rtovnzi'adiCafìr 
loiaatino ckt si fé' monaco^ il-ponteGcs Zaccark 
(l>O)':aItr0 eaatov vedendo salito .sul ..frona. det 
Longobardi Raobi , priocipt» anat ^jeUgiosp o inr 
clijti^tÌ96ÌiD0 alla pace ; é intero 4 iàpeire qualip 
avviamanfc! preddesse il gioTana Costentiwoj* atti» 



ovGooglc 



. tfjjfto vai. Capo tì. ' ' W; 

i^t sopreDDOBoe' il Cofuroaìmo , non rtnacivara 
«krihieiiti 'ie fVenlure per tirar Jl*bn»i Fraotxst 
jn ItaHa. M« scarne ù iii ititéso <^(t: CkisiaotiiK) 
-OoBtkoaTa atXM^Bxnente ad imperversare ' coatto 
.1» «acre iittnagioi , è abé bti rimanentti età a»- 
'saì fieggior principe ì che Ben fosse efiftto Leòiie 
4uo padre ,* C' in Italia al ^pio^ e paoifioo Bachi 
cke taacvt egli siireadè tnonacd, 'era ^ttooeduto 
il fratèllo Aatolfo i gaerric»] arido di sraofii 
..jKjqtfistì, e pHi ambizioso ed ìoquteto diLìùtpraxf- 
'<lo : dotnÌQcib papa Stefoio II, luooetluto a Zac- 
caria i a rinnovare i man^gi ■nfrodotfi da' suoi 
>^redee<Msori «olJa corte di i'ran^av -oìoè «oa i^ 
-pino ckò n'era 1*' anima .6 il bracao, é«he avtk, 
sboi fini propri 6 partìcolari a* venderà 4ieoeVafe 
it sommo poateBce . Ma perctó 1* ambizione mai 
fioiì pub à vaniti tornine' stu^ eoóteiita , Piplnd 
Aotà pago di> possedere in efifetto tutta 1* autoritlh! 
sovrana t volte otteo^m ànobe tì tìtolo di ré i H 
legare alld posterità -ii ClodoveO^ ^ubU' ornila dì 
toiaestÀ ch« ancora godeva « Non etd' però £osa 
tlKito inutile é vana Pinsmnere va tìtolo che già 
pareva «pogliate d' ogni 'so^nzar percioocbè M 
ttlcono si fosse Giovato di ^ue* priilciid Merovingi 
eke solo per motitra «raa ' sotiti di porsi sul trono, 
M'qoale o per vigcR-e d* animo proprioi o per 
iguggerimenti de* malevoli ed invidiosi del mag- 
gioi-doRMj- avesse à ardito dì depoire il ministro, 
.«'tentato di ripigliarsi il governo, 9 almeno pre- 
^ italo U no WHiie 4 i]Uàlch« partito Confrwio al 



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io8 Deixe Rivoluzioni d' Italfa 

reggente; avrebbon Pipreo. e i «noi disoewietrtf 
incoBtrate gravi contrarietà alla grandezza loro, 
perchè il nome d* un re (ascendente dalla schiat- 
ta di Clodoveo avrebbe - aenza dubbio sollevata 
iwa pai-te ^troeno de'popoti. Per li qua! cosa , 
oltre al maggior lustro della dignità che, Pipino 
lafggmgaeva alla sua persona ed alla faetigtia-col 
precidere la corena reale , aggiugneva ancora 
maggior sicurezza all' autorità, che di fatti' già 
possedeva. Ma con tutte le forae dello stato', 
ehe Pipino avea nelle mani , e coBa riputazione 
acquistata da Cario Martello alta sua famiglia , 
non era fero ù leggiere impresa d'occupar qu^- 
ÌQ che parca sì vano ed inutile oraatueato d*uB 
diadema e d*un nome. Non ostante il disòrdine 
• le ingiustizie che s'erano da tanto tempo pra- 
ticate meii» sucoessinne de* re Fraoeesi , restava 
tuttavia fissa nelt* animo della nazione questa 
massÌDia, che ì soli discendenti ; del fondatwe di 
questa monarohia fossero capaci di seder sui tro- 
'bo , e portar la- corona e il nome di rè . Conve- 
niva 'pertanto a Pipino trovar efficace spediente 
per levar via quest' opinione , e preparare gii 
animi della nazione al cambianento . Una con- 
suetudine osservata quasi religiosamente per tan- 
to spazio di tempo pareva che con autorità, ao^ 
cara dei ministri deUa religione si dovesse to- 
gliere ; né mai altrimenti il nuovo re ai sarebho 
creduto fermo sul trono cbc yoleva occupar». 
Vivea a quel tempo il sooto vernava di MagMaa 



ovGoò^lc 



. , Libro Vili. CaJk) II. . aog 

BoQÌfano. Voltossi dunque Pipino, a cotiduE 
quesV uomo appostolico ne' suoi disegni , si^cura 
che, persuaso una volta il vescovo Sonifazio, 
avrebbe agetrolmente ti-ovata l'approvazione del 
Romano . pontefice , che k Franoia riguardava 
oostantemeote come capo supremo della religione. 
Le opere leligiose e pie e cui Pipino sì moetrava 
icdinato , la libeealità die o usò di buon animo 
o affetlò d'usare verso- la, Chiesa, Io zelo che 
mostrò per la riforma della disciplina ecolesiastì- 
ca, riparando aacora ai disordini seguiti sotto 
Carlo Martelk» che avea dati molti benefizi a* suoi 
soldati; tutte queste cose lo facevano molto rao* 
-comandato alla pietà dell'appostolo della Germa- 
ma. Ne lasciò. aerta T accorto principe di esage- 
rare la viltà e la dappocaggine 'della stirpe allora 
regnante , e di lar comprendale a tutti colora 
che doveano aver parte- nella disegnata rivoluzio- 
ne , .ohb .qualunque nolane avessero al trono x 
posteri di Clodoveo, il bena dèlia' adizione dovea 
tuttavia prepoudeiare, e cbe niun popolo potea 
mai pre^uiliersi d' aver -rinunziato al suo diritto 
prinoi pai istmo e si^riore ad - ogn^ altro , eh* è 
quello d' essere: governato , e difeso ; che perciò 
un principe che Jiou .reggeva e non era. atto a 
ECggere il suo stato , s' intendeva issoBktto soadu-r 
to dal wio -diritto, e il popolo libero dall' obbli-, 
gazitìoe d'obbKlJrlo i e dal giuramento dato. di 
fedeltà. Un partioobr ,riguajdu poteva valer mol- 
to n«iranimo.d*Ufl. santo ecKleaiastico, ed era la 
Tomo 11. 14 



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210 Delle Rivoluzioni d'Italia 

Ticinaoza de* Saraceni già padroni di quasi tutta 
la Spagna ; i quali , quando la Francia non fosse 
stata governata da prìncipi prodi ed attivi, avreb- 
bero con grandissimo danno della religione po- 
tuto invadere le Gallie . In somma il vescovo 
san Sonifazio, persuaso fortemente, che fosse 
.vantaggio dello stato e della Chiesa U trasferì^ 
nella famiglia di Pipino . la corona ,. ne persuase 
ancora con sue lettere il pontefice Zaccaria , il 
quale essendo consultato intorno all' equità e le- 
gittimità del fatto , diede tanto più facilmente 
risposta conforme al desiderio di chi la -chiedeva, 
quanto maggior bisogno avea ddì^ protezione di 
quel: principe valoroso e potente per gli afiari 
della chiesa di Roma, e d'Italia. 



SoUevazìoni in Italia contro V imp/avtdore 
d* Oriente . 



XJe pMsperìtà le conquiste de* Lopgobardi ,. 
sotto il regno spezialmente di Liutpondo e di 
Astolfo , diedero a temere che quidla nazione 
fo^ per diventar fra poco dominatrìce assoluta 
di> tutta Italia. Quindi comiaciarono gt* Italiani a 
cercar modo non solo di por convenienti termini 
al domìm'o de* Longobardi , ma di spegnerne af- 
làtto, se si potesse, la sigaoria. Autori principali 



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tfijao VAI. Capo IH- an 

di tanta rivoluzione furoaoi per consèatimea- 
tD di tutti gli scrittori, i Bomaoi pontefici: e 
non già , per quanto i successi mostrarono , a 
fine di restituire agl'imperadori di CostaDtinopolI 
il dominio d* Italia, come s' era fatto a* tempi di 
Giustiniano colla rovina de* Goti ; ma per darlo 
a nuovi signori, e parte per ingrandire con tem- 
porali domini la stessa chièsa Romana . , Maravi- 
gUa dovrà recare a* lettori , che il popolo Roma- 
no e i ponteGci, che già doveano esser avvezzi ed 
indurati al governo di barbari e d' eretici ^ quali 
erano i Goti , e con inGnita pazienza aveano 
sopportato i mali trattamenti e la dominazione 
sempre ' vaii&bile e sempre umiliant& della corte 
di Costantinopoli , abbiano poi mostrata tanta 
avversione a* ILongobardi già fatti cattolici, e che 
pel soggiorno di quasi duecent'anui poteano ri- 
putarsi naturali di Italia, più che stranieri. Ma 
le cose del mondo e Io slato ddt'imptìrio Roma- 
no avean bene mutato faccia e natura . Da Giu- 
stiniano in poi , e , in' una parola , da che ogni 
cosa andava a ruba ed in rovina , parve a' Ro-, 
mani di ricuperare, quanto la condizjon de'tem-' 
pi e Ih debolezza loro il comportava, le antiohe 
ragioni, e se non di signoreggiare il mondo, dì- 
provvederé almeno allo stato proprio, alla prò-* 
pria libertà e sicurezza.' Certo è dhe i Longotrar^' 
di don'avèano diritto di sorte alcnna sopra Roma;' 
e gl'impecadòri Greci ofaé v'erano stali finalloraf 
riconoscìnti come signori , tanto erano' Idntani dal 



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2i3 Delle Rivoluzioni d'Italia 

poter difeadere e guardare quella città dagli as-^ 
salti de' Longobardi , che i luogotenenti od esar- 
cbi imperiali più qod aveano potuto sostener 
Ravenna,. loro residenza ordinaria, e città natu- 
ralmente forte e poco accessìbile. Restava dun- 
que uno di questi due partiti da elefggersi da'Ro- 
roani : o di passar sotto il giogo d' invasori in- 
giusti, o usando del naturai diritto che così ogni 
società, come ogni uomo in particolare tiene daU 
la natura ne' casi estremi , ripigliarsi il dominio 
di sé medisimi . Già da ben tre secoli i cittadini 
o gli abitatori di Roma erano usati di riguardare 
il lor vescovo non solo come pastore nelle cose 
spirituali, ma padre e protettore nel temporale, 
e fiero principale della città,- massimamente da 
che l'autorità degli esarchi era caduta. Vera 
cosa è, e ninno degli storici la mette in dubbio , 
che i papi si mantennero fedeli alla corte di Co- 
stantinopoli , e fattisi quasi di lei ministri, s'ado- 
perarono in più maniere per conservar Roma a 
queir imperio ; ma Baalmente nacque anche ad 
es^i il pensiero di tirare a se il vero e reale do- 
minio di quella città e d'altre terre ciroonvicine: 
e r empietà tirannica di Leone Isaurìco e di Co- 
Jtaiitino suo figliuolo ne porse loro spezioso titolo 
,C favorevole congiuntura (i). Non fu Leone fra 
■gì' imperadori d' Oriente il primo fautore e prò- 
luotor d^ei^esia ; anzi appeba alcuni, da Costantino 
(i) V.FIeuryHiit.eccl.lib.35, num. la.fet 35; ellib.^i. 



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LisHo Vm. Capo HI." 2f3 

in poi, se ne contano, che non sieno slati infet- 
ti di qualche errore : ma ì predecessori di Leone, 
benché ora involti nell' Arlanismo , or sedotti 
da' Nestorìani , dagli Eutichiatli , da* Monotelifi , 
dagl'Incorruttibili, incontrarono piuttosto la dìs- 
approvationé de' vescovi e de' dottori e de' mo- 
naci seguaci' della dottrina cattolica, che l'odid 
e l'indignazione della moltitudine, la quale, 
trattandosi di materie pilramente speculative ed 
astruse, appena poteva penetrare' che il principe 
avesse opinioni diverse dai' pastori j e nelle città 
d'altana lontane dalle sedizioni di Costantinopoli 
e da' conciliaboli dell'Oriente, e poco informate 
delle opinioni che regnavano in quella corte in* 
torno alta religione, si obbediva collo stesso ani» 
mo'un imperador moootelita, the un cattolico > 
Ma Leone che per un falso zelo di voler purga- 
re la religione da quelle che a lui parevano reli'* 
quie d'idolatria, fece pubblicar nelle òìttà d'Ita- 
lia, soggette al suo imperio, un fulminante editto, 
a' tenor del quale si ddtevàno abbattere , cancel- 
lare ed abolire tutte le immagini scolpite o di- 
pinte del'salvatore , della vergine sua madre, e 
di tutti i' cittadini del cielo; oifese io còsa troppo 
sensibile la pietà del popolo Cristiano che di là. 
cominciò a riguardarlo come 'sacrilego tiranno, ta 
cercar di sottrarsi al suo dominio. ì pastori delle 
éhitesè d' Italia e il pontéfice Romano , avendo 
dovuto per proprio uffizio mostrare contro l'edit- 
to imperiale, che la Tenerarione delle immagini 



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ii4 Delle Rivoluzioni d'Italu 

Don era uè contraria alla religione né ioutile a 
sodrìre la pietà de' fedeli , non poterono far di 
menò che favorire iodirettamente cotesta solleva- 
zinoe de' popoli . Per altra parte togliendosi dal- 
l' obbedienza deir impèrio Greco, eravi da teme 
re la potenza de' Longobardi , verso de' quali du' 
rara tuttavìa nel ducato Romano , neli' esarcato 
dì Ravenna, e nella Pentapoli, oggi marca d'ÀH'^ 
bona , un odio divenuto abituale per te coutinue 
scorrerie e saccbeggiamentì ed insulti <^e aveano 
per più d*uQ secolo sofferti da loro, ie per l'av- 
. versione e antipatia cbe naturalmente si nutre e 
cova tra due nazioni b vicine é soggette a domi- 
pi diversi. G>aveniva pertanto ricorrere ad uaA 
tèrza persona che proteggesse ed a^icuraase la 
libertà e l' indipendenza a cui i Romani aspira- 
vano , e che potesse frenare da un canto i Lon- 
gobardi , e imporre dall' altro agi' imperadori di 
.Costantinopoli. 

c A P o, IV. 

'iTràitad ira U papa e i re ài Frtmcia : scotifijta 
e Jiné di Desiderio re <fc' Longobardi . 

■Jf regno de' Franchi o Francesi , come d' or in- 
HÀibzi li chiameremo, ofieriva per appunto ciò 
'tibe-abbisc^nava alle bovità-cbe io Uatia ni nsac- 
ébinavano. La religione cattolica, la quale con 



ovGoo^lc 



Vin. Capo IV. 2i5 

title le dissolutezze della morale , cbe pur trop- 
po grandi regaavarto quasi generalmente in tutte 
le Provincie della Francia , «rasi fin dai primi 
anni della monarchia costantemente professata 
sotto ì successori di Clodoveo, darà onesto titolo 
ai pontefici Bomaoi , già dichiarati capi anche 
del civil governo di quella città , di portar le 
loro querele al trono di Francia; e ì popoli del- 
la Romagna , che non aveano , per quanto fu 
lungo il regno de'Lungobardi , ricevuto uè danno 
uè □tua né insulto alcuno da' Francesi, non po- 
teano aver ripugnanza oè di far l^a » né dì 
passare eziandio sotto il Ice dominio . Vero è 
cbe i Francesi erano a questi tempi degenerati 
grandemente dalle virtù de* primi fondatori di u 
nobile monarchia . Perciocché Clotario 1I< e IH.., 
Dagoberto I. e IL, e gli ultimi Tierrì e^Childe- 
ncbi non aveanq di regio altro che; il nome, s 
le private delizie che si godeano • da neghittosi 
ne* loro palazzi . Ma in vece de' pronipoti di 
Clodoveo, già frasi » grande stalo elevata una 
famiglia che emulava assai bene il valore e la 
politica dei-- primi fondateri di quella monarchia; 
la qual ^miglia , <^po aTe,re sotto ^Ib'o titolo , 
ma con assduto arbitrio governato ogni cosa per 
molti anni , avea novellamente , come s* h mo- 
strato di sopra, colla totcde • deposizione degli an- 
tichi reali occupato Ìl trono, e preso nome dire. 
Pipino , .autore di. co^ famosa rivoluzione, era 
non solamelite jaella Francia divenuto, principe 



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Ìtf6 DfittE RlVÒLUlfòNI^B'ErAUA 

soprano, e come taìe obbedito- e' tettiwfaJ; ma 
per la TÌhomai»a ddU ma vìrtìi era . salito in 
'taofa riputazione appresso g^i esteri , che sf^lsci- 
talo nei -tempo stisso^^ con lettere e- coti amba- 
sciate -dal pontefice! Rortwrao.i daU'imperactojtp di 
,Go5fanlÌDopotì, e dal re de' Loogc>bardt« era Tat- 
to arbitro delle tre màcoli, potenze dellei . Cri- 
stianilè, che si coDta«sero allora dppo.. la FraDoia. 
'Narrano gli annali d'Italia e le. storie di Franc»^ 
assai distesamente, come questo noTeUo ^ ^'e . de* ' 
Fraocesi a petizione di papa. Stefano IH. soeQdes- 
se due volte in Italia con potente eSKcìto , e 
irioti i Longobardi , rìtogliesse loro e donasse al- 
la chiesa Romana ciò cbe questi - ascdn tolto 
all'imperio (r). Ma la morte di Pipino, e. la di- 
jcision che si fece del regno tra' due fratelli Car- 
lo e Cariomanno, diede qualche ocoa$iooe. al.re 
Longobardo di ristorac alquanto : lo stata iudebo- 
lito e ' cadente, e diede altrettanto timore a 
Paolo I. pontefice di vedersi togliere i frutti di 
fonti . man^gi e di tante cure de' suoi antecesso- 
ri. Feroiòcchè non avendo ancora i Francesi por 
lutò stabilir l'autorità loro negli stati appena 
acquistati, per (^ni poco di vantaggio e di rip»* 
fazione che il re Desiderio ricuperasse , si sarebbe 
facilménte rimesso in possesso . di.^ quanto avea 
ceduto negli ultimi frangenti. 

(i) Muratori tn. 754 e Mg.— V. Daniel Hittoir» de Fno- 
ce A SD. ^Sa. id an. ;68. 



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.■.. LiBKo VIU. Ciro IV. 117 

^- : O :tlbn erano i due novelU re per anco am- 
fenogliatì , © piuttosto rper un abuso che appresso 
i reoli di Francia delle due prime schiatte fa 
•trojipo frequente , non si slimava arduo aSare il 
ripudiar una moglie per menarne un'altra. Larer 
gina Berta, desiderosa di maritare col re Adelgi- 
«o, figliuolo e collega di Desiderio, Gisila sua .fi- 
glinola , passando per qualche o motivo o prete- 
sto in Italia, s'abboccò con Desiderio ; e per ft- 
dlitare le nozze della figliuola, ed assicurare al 
genero l' amiciiia ddla casa di. Francia , propore 
ad vn tempo stesso il matritnonio di Gialla con 
Addgiso, e quello di Carlo e di Cadomanno con 
due figliuole del re Desiderio .Come il pOBtefi^ 
Stefano ni. adi questi trattati. che per la vogliji 
grandissima che aveeno i re Longobardi dì tal 
parentado, e per l'autorità che la regioa, Bc?lB 
" potea avere appresso :ìj suoi figli, noa cPani.psF 
trovar • gtande> ostacolo : aH' adempiraeiitoi cosi ceiv 
co con -ogni suo sforzo di disturbargli, e scrisse 
a' due re una lettera gagliardissima da non. pntprr 
si leggere senza stupore, per le strane cose .eh' egli 
dice in Wasimo de' Longobardi (i). Ma non ostaur 
«e i confrari avvisi del fervido ed animo*) papa, 
il je Cado che poi chiameremo Carlo Magno , «por 
«ò la figliuola di Desiderio; e so le cose ajesseto 
potuto durare dentro al torminedi quegli accorr 
di che si fecero allora, né il papa né gli altri 

(0 Cod. Caro), ep; 45) alibi 49. 



DotizedovGooglc 



iiQ; Dei.1^. BivoLuzioifi d' Itaua 

potentati à* Italia aveaa da pelarsi dell' all«saza cito 
si »tFÌosfl tra i re .Franchi edi Loagobardi; conr 
«ossiachè la regina promotriqe di quel parentado, 
iodusse anche Desiderio a soddisfare al pontefice, 
con cedergli alcune terre che si pretendevano ap- 
partenere alla Chiesa , Ma Carlo non .andò . moN 
to , ohe notato della sua moglie Lombarda, o 
pentito di averla menata ilIegittimìuneDte» s* egli 
è pur vero che V abbia presa , vivente ancora 
uni altra sua moglie, si risolvè di rimandarTa^ 
Frattanto la morte subila e repentina del fratello 
gli diede comodo d* impadronirsi di tutta la mo- 
nàrcbia Francese .* perciocché , com' è il costume 
de' conquistatori , poco scrupolosi osservatori della 
ragion delle genti e della giustizia, Carlo senza 
riguardo alcuno al diritto che aveano i figliuoli 
del mort» fratello di succedergli nello stato , ri- 
dusse ogni cosa sotto di sé,; e la vedova Gilbep- 
ga , già ' moglie - di Carlomanno , si riputò a scia- 
fila ventura di ritirarsi co* suoi figliuoh'ni appresso 
il re de' Longobardi suo padre, per tema che 
qualche peggìor infortunio non accadesse a* due 
pupilli . Desiderio tuttavia diede ricetto di buon 
grado agli esuli principi , ■. sperando di poter a no- 
me di costoro' sdlevar un forte partito contro.il 
loro zio , e dargli almeno tanto che fare a ca» 
sua * che lasciasse in pace i Longobardi . Feqe 
anche cercar papa Adriano che succedette in quel- 
lo stesso tempo a Stefano, perchè consecrasse i 
due reali fanciulli jn te de' Franchi ; già ben 



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i . "tìÉho VIA. Capò IV.- ^' a*tf 

pel^tìàsó aoéor égli , quanto valesse appresso i popò-* 
U' H saperti ohe il Romano pontéfice nconoscesstt 
«colle cèriihonìe della sacra unzione dichiarasse tìt 
questo ò quello legittimò té . Ma Adriano notf 
età per triun modo disposto ad ÌDÌmicàrai il re Cara 
io per cóinpiacere al re Longobardo, e prendere 
flior di tempo il- parÉilo più debole. Tra perqaft- 
stì' dispareri, e la brama che per altro aveva na- 
tìiralmente d* ingrafftìre il su» regno. Desidèrio 
non Solamente non restituì le terre già pn'mà oc-^ 
eupaic alla Chiesa, per cui dolevasi Adriano per-' 
petuamente nelle sue lèttere al rediT'ranci& (i);' 
ma vie più itìfellomito contro del papa , s' avanzò 
con forte esercito fin presso Roma, empiendo 
d' incendi e di rovine Sinigaglia , Urbino , Gub- 
bio , con altro terre della Marca e dell' EtruriS 
Romàna. Il' re Carlo, scòrgesdo inutile ogni altro 
spediente che da lui e dal papa' s' tìdoperasse per 
vìncere 1* ostinazione del re ILongobardo , finalmed'- 
te messo insieme un esercito poderoso , s* avviò 
iverso ItiUia per costritìgerlo colla forza a soddisfe- 
re al papa, e certo non senza ' speranza di occu- 
pargli il regno, se la sorte dell'armi 16 fa^òrìs^e. 
Ma Desiderio non era né meno ardente, né me- 
no accorto di Carlo ; e se tión che mal si puote 
contrastar col destino , egli fa quella volta vicino 
& cavar U voglia a' Francesi di fargli guerra'. 

■ " (0 Cod. Carolin. ep. 46 e( seq. 



ovGooglc 



Certo fe, né gli scrittori' SVaacesi lo cotifraddìco* 
no (i), che Carlo Magno avendo trovato aHe Al- 
la^ per dove si lusingava di calar in Italia, i'àac 
xe Longobardi id igtato di contrastargli il passo 
6' respingerlo , andava meditando di tornar indie- 
tro dÌ8onoi(atamente,o di venire a qualche ragio- 
nevole accordo co' nemici; il' che sarebbe bastato 
a rilevar grandemente la riputazione di questi prin- 
cipi* e levar, forse senea riparo, al re Carlo Ìl 
titola di Magno, che poi ottenne . Ma il Bne fa- 
tate della dominazione Longobardica era venuto. 
Ecco una notte Tarmata di Desiderio soprappresa 
da inopinato spavento, dì cui mai più' non » po-^ 
ih acoprir l'origine o la cagione, se pur non fa 
tradimento ordito prima' da' capitani stessi Longo- 
bardi: e senza' ascoltare né i rimprovei'i nfe le pre- 
ghiere de' comandanti , tutti si diedero precipito- 
samente a fuggire ; e i due rè , tirati come per 
forza dalle loro truppe , mài non ristettero , fin- 
ché ai fiiron racchiusi nelle due più forti città del 
ixgBD , Verona e Pavia . I Francesi , trovatisi col-' 
la vittoria in mano senza tirar pure la spada, 'se- 
guitarono animosamente il nemico che fuggiva . e 
vennero ad assediare i due re, Adelgiso in Vero- 
na, e Desiderio in Pavia. Non ci dice la storia,' 
come né quando si arrendesse Adelgiso', se prima 
del^padre, o nel tempo stesso; bensì sappiamo 

(■} V. Daniel Hi», de France pag. 44^' 



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Dbro Vni. Capo IV. " ass 

che Desiderio tenne fermo io Pavia per molti 
mesi, e che il re Carlo per non istare indarno 
sotto a Pavia consumando il tempo eoo le sue 
forze , andò impadronetidosi delle altre città cht 
non- poteano far difesa , e si portò iosino a Roma 
per adorare i santi appostoli , ed abboccarsi col 
papa . Se non fu per allora coronato re d' Italia, 
fu almeno riconosciuto dalla massima parte della 
città e ptorincie ; e, come già arbitro del regno, 
dispose d'alcuni ducati dipendenti daUa corona, 
e rinnovò le donazioni già fatte alla Chiesa da Pi- 
pino suo padre: ciò fu dell* esarcato di Ravenna: 
principalmente , e di alcune altre terre che non 
è facile il determinare . Tornato poi verso Pavia ; 
ebbe senza troppo indugio a sua discrezione il re 
e. la città, e terminò così pienamente la sua spe- 
dizione , e pose fine al regno Longobardico che 
avea durato poco meno che duecent' anni . Dew- 
derio condotto prigione in Francia , finì, per quel 
che fu scrìtto, santamente 1 suoi giorni in un hkm 
nastero. Adelgiso, trovato il modo di salvarsi a 
Costantinopoli , servi per alcun tempo di stimolo 
ad alcuni signori Italiani di tentar novità , come 
■ vedreiiio , - 



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Db^j! RnAoUtTZtomi/'lTAtiA 



Bagno di Cario Magno iu HaUa, e fU-Pipivo. am 
-jigUo: vani sforzi de' Longotxffdi perrùu^Kranti 
lo stato. 



JNìusa mutazion di stato costò mai ^iritalia ma- 
no di laiigue e meao travagli di questa che seguì 
sotto Carlo Magno, ne mai in minoF tempo pas- 
sò- il dominio di lei da una ad altra nazione . Il 
Muratori (an. 744 ) andò argomentando da cert» 
sue carte» e spezialmente da un luogo ootevelv; 
dell' anonimo Salernitano , le cagioni d' una. si so^ 
bita rovina del re Desiderio, le quali si riduaoBo.' 
in lunnma a queate , eh' egli fosse abbandonato e 
tradito da moHi deVsuoi , e che cotesta diviùona 
d*.aninii fra* sudditi del re Ibsse nata da' maneggi 
di papa Adriano, e dall' abate Anselmo di Nonan- 
tola* tiORibardo accreditato fra* suoi, e nemico di - 
Desiderio fìn dal tempo che Bachi aspìiÀ a rimon- 
tai sul trono. Comunque sia, il.re Cario vineito- 
re» senza punto alterare il sistema del governo nìf 
abolirvi le l^gi stabilite ,> prese egli il titolo di-re 
de' Longobardi , che aggiunse a quello che già por- 
tava t di re de* Franchi ; cosicché le cose d' Italia 
procedettero da quinci avanti non altrimenti che 
se , morto Desiderio , si fosse portato sul trono un - 
successore della stessa nazione. Meg^ di offii^ altra 



=dDvGooglc 



ir rtìBRo VIU. CAfro.y. a*a 

brìncìpe Italiano o Lombardo profittò dì qu^ 
sto TÌTolgimeato il' papa a U'-' Chiesa , largamente 
edi in più modi beneficata dal vincitore. Ma né 
per ftrttoii qaesto .twMie il re Carlo il éqobo doniir 
rf&'seDWi (jnalche soletto ^ uè H papa potè go- 
der tranquilIamcQte de'favori da lui ottenuti. Per 
Una parte non mancava materia di credere che 
molti de' duchi d' Italia ( o fossero di quelli che 
aveima'CODspitato pef' la rovnUi' di DeridenDj e 
non 9Ì trovaran perb , come sempre succede id ta- 
li- contiagesze , t^istevolmente riconoecititi ed'iil>!- 
granditi dsà Francese ; o di quelli t^e non parte* 
cìpi de' passati concenti , si .eoggettarono per ne* 
cessità al vincitore) tenessero pratiche con Adel* - 
giso , aspettando che questo re sbandito eon qual- 
che aiuto deirimperador di Gostaatinc^li , e ccA- 
le:- inteHigenze de* sodi antichi fedeli facesse qual- 
che azzardosa discesa in Italia. U che per aftrd 
non ebbe mai effetto alcuno; e Adelgiso dovette 
finir i suoi giorni in Grecia coL vano tìtolo di pa- 
trìzio, che gli diede per consolarlo l'impetadore. 
Quanto al papa, egli trovò forti contradditori al 
possesso -delle città donate alla Chiesa , dal canto 
degli «xàvescovi di Ravenna, i quali, ptx tutto 
quel tempo che Tltaha si governò a nome de* re 
Francesi', vi fecero assai notabile e singdar com- 
parsa ... 

Note è per la storia ecclesiastica, che i re- 
«covi dì. Ravenna, anche dal tempo cbe.qnella 
città fu resideiua ocdioarìa degli esarchi imperiali i 



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»34 Delle Rivoluzioni dMtaua 

eeroavaao di sottrarsi olla dipeoileBza de* ft>» 
mani pootefici per quello stetao' falso tàolo , 
per cui i patriarchi di CostaotìnopeH CBKwnHM 
più d'usa Toha di far« rioonodcen per prtiiar- 
olii della chiesa uaìversde , per aver la m49 
' della città capitale dell'imperio. SappìaniD;altit«- 
Ui che il principale e pììi; ^dubitata: «dottuai» 
di cui Pipino e Cadki Ma§aó fecero restio alba 
Chiesa, si fu delle, città oanpraa iwjl<«sac(^tft 
di RaTeana . Peroioccbè^^ueya. provincia eMe«i» 
stata per via' di , firtto. tetta a* Greci, e-wAM 
giusto titolo ooBBpatB 'da'Laogoèndi; pctacaia 
aerto modo ntpppwi uè desìi vois joi.ilegUatoir 
fi i Fraadesi -ql» Bo« daran dei:]»iopriDt i"- die-, 
derp dOd meno >TÌtegiw «tìa 'Chinfet ;. perahè non: 
A fatta dootxndBi'i'aeanMiaMno.tnttaraAf'ilir^ga»- 
Italico oh* votevafa fun-sè-^..^ atm ^panévanò -icM* 
tanto di fari «orto W-akmoai obn< -danl* euéroats; 
a dii.lor pìacet^a;^ iÀÌ>battnto':perta«tatilidDiAiBnti 
de' £tot)gobapdK o «toLGau: siiti temp» stteaò^. o^nii 
spauuA agi' imperodori-Giecà: ^ ritmarsi-. ìb> 
ItaUa,' gli-«nBTeK»tÌ!<dt.BaveitBa. Van^anma'in* 
gegnando di 'ae-ooppiafe' Mia sfariCualè 'ine^v autp- 
rjià la aoTruiiià iteviponaìe. di- quelle /teiÙTadciv 
4 farla da ardvncoTÌ inreme « -da Mwwhi.' Se 
nella. storiai' A^DeU»i&asegaanov"»hc jyciifBS«.-U' 
vite di quegH arciTescoTi fino bl >.to»po<<GAi* ei' 
vÌMei dMrfu «rea l'S^o, man maooalsà quasi 
ioief^ntentc' 'quella di:Lstai*^aucBCsscv«> di'Sergù) *. 
aH4vi;«iiutiOipt!9bdniÌDeate.|mi dìM^tB ragguaglia 



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Libro VIU. Capo V. aaS^ 

idi queste brig^. Ad ogni modo inteodiamo dal* 
le ktfere di papa Adrìaco L , che il radd^Uo 
Wnrescovo Leone s* adoperò in tutte tnaniere 
per -vfet parte nelle spoglie de' Greci e de* Lon- 
gobwdi , e N portò anche in Francia dal ré 
Cavlo per questo fine. Troppo è credibile che 
questo sagace ed amjnaoso prelato s' ing^oasM 
di far intendere a Cark>, che avrebbe egualnien- 
te potuto aervire- a onor ^ Bto e de* santi appo* 
stoU la lib^nUtà che fesse piaciuto al re di fare 
aUa obieka di Ravenna, come a qu^a di Roma; 
die già non Dumoavano a* RoDuuii pontefici u- 
bertosi patrimoni in più parti d* Italia e di Si- 
oilia, si per mantenere ool neceraarìo spleudore i 
«ori templi, che per sovvenne a* bisogni de* po^ 
Twi ( fioaimente , che seua profonder tutto ad 
una sola cliieea , svebbe stato basterole dono al 
pontefice qualora i re T^^euaro <cedere Ìl ducbto 
Romano oon qualche parte della Toscana, ovve- 
ro la Fentapoli , cioè la marca d* Ancona , senza 
du ai Gmm smacco a Ravenna , la quale , corto* 
mata per più secoli di riguardarsi come la tede 
degl' ioiperadori e poi da' loro luogotenenti gène- 
re, si vedesse ora dìvestiu provincia soggetta à 
Roma, dove prima si mandavano' da RavNina i 
(bici o governatori subordinati all' etaxco .' Se 
Carlo naa concedette interamente all' arcivtòcovó 
le sue ,dìmande<, non dissentì però v non' d*'op- 
j}Ose come avrebbe potuto fare ^ e come il papa 
desiderava e pcegafu. E forse ohe la po^tiett 
Tomo Ily i5 



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^zG Delle Rivoluzioni d'Italia 

de' fraocesi , per tenere il papa in rispetto , e 
per tema clie col farlo troppo grande di tempo-^ 
ra] domioio potesse col tempo salir sulla cattedra 
qualcuno, il quale scordevole de* passati benefizi 
s'accordasse co' nemici della Francia oon. perìcolo 
dì farle perdere il regno d*Italia; senza ritrattare 
e ripigliar per sé ci& che avea protestato e pro' 
jnesso di dare alla Chiesa, non di^eDtjsse perciò, 
che l'arcivescovo di Ravenna dividesse col pon- 
tefice Romano la giurisdizion .temporale , e la- 
sciasse durar per sua propria sicurezza quella. ge^ 
Ipsia fra gU unì e |;li altri, per. averli .' tutti più 
dipendenti e fedeli. Ma q\ialunqu0. si £d8s^ l'ani- 
mo dì Carlo , certo è almeno, ,che «otto il suo 
jegno e sedendo in. Roma Adciano.L', l'arcive- 
scovo d^ Ravenna, cui il papa sqlea chiamar, ne- 
fandissimo, si tenne soggetta qon pur.Bavennà, 
ma Fàénz^, Forlimpopoli, Forlì, Ce!jena,XQaÌà(> 
chio, Imola, Bologna, con alt^e^terrp; e, cerc^ 
aiicsota di levare al papa, la mafca d!, Anct^g. 
chiamata allora .Pentapoli.(i)V Viera .ijbsi fe Vbf? 
à, lungo andare i' amjiìzionf degli .arcivesc{>vi> Ra-r 
vennati e de' cittadini c\\p la foméqtavajip,; i-estò 
ìbrtemenfe delusa ; ^ tutti gli sforzi che fecprb 
per innalzarsi o. sopra Rpma ó al par ài Ul t j^à 
àl^'Ò non servirono che ad Impoverire ed umiliar 
d'avvantaggio quella chiesa e qi^Lla , città. .-'Cr^ 
parte de. tesori si. profuse in più ocoasiónij afi^e 

(i)'AdrÌ»r. io Cod. Carolìn. cp. 53, 54; et ap. Cenni ÌK 
Mouuin. dominai, pontific 5t,.S3. ... -^ , . 



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' tiBHo Vili. Capo V. ii'J 

tìi 'jgùaJagnarsì TI favor de* Francesi (r). Le cose 
pin" prezióse che 'nella città si trovavano , furono 
jiortate via dai re , allorcbè invitati per boria da- 
'gli arcivéscovi, a passare jieJlà città ^ di, mano in 
mano T andavano, spogliando de' suoi ornamenti, 
per adornarne o' Acqulsgrana > a altro loro luogo 
di Francia o di.Lamagna. 

' ' Òr mentre il re' Carlo ajadava temperando gli 
effetti delta sua lìbéraÙità verso gli ecclesiastici 
con méttere qualche contrappeso a chi poteva 
pigliare troppa superiorità nelle cote d'Italia , Cf 
gir proyvidc'anch'e ■per altiQ modo . afìa conserva- 
zione dì sì beir acquisto , e alla soddisfazione de* 
nuovi sudditi in .tempo di sua lobtEtnanza ; giac- 
che la vaètTtà de* suoi 'domini j e la fer'pcla de' 
confinanti lo chiamava ' ora ' alle rive ctel-^énp 
tonìro ì SasBiitu che gif diedero per irent', anni 
continui 'maféna' di guèrra", br" contri ì Ou'ascp- 
tii, "or contro' i Saracini 'dì ^à de* Pirenei', ^u 
bostume dèi re Francesi' con solamente dì dichia- 
rat colteghl del'regnò^i figliuoli (costunie ancora 
praticato' dàgl'imperadori, che assóaaronsi ' i'fi"- 
gliuoli aiicor bambini. ali* imperio),, ma di asse^ 
gnar ' loro una parte degTi stati , perchè la govèr^ 



dà Wrani anche in vita del paàr^,| 
usanza 'che porlo seco bea pretto la. rovina "de? 
Carolingi ,' benché' in 'sul' principio non paresse 
altro' che utile per avvezzare ' i gloTani prìncipi 

(i) V. Murai* id tu. 7ft5j"elilitn - ' ' '■ 



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^28 Delle Rivoluzioni d' Italia 

all'arte di governare, e i popoli alT obbedienza 
di chi dovea cui tempo succeder nel regno. Però 
Carlo Magno, passati appena sei anni da che 
egli s^era impadronito d'Italia, dovendo da lei 
partirsi per tornare alla guardia d^K''antioM 
stati , e per conquistarne altri nuovi ; dichiarò e 
fece riconoscere per te d* Italia Pipino si»- se- 
condogenito, fanciulletto di non' pUt che quattro 
anni. Sotto un tal re ben è manifesto', che gli 
iafiari dello stato doreano ' pretider regola e movi- 
mento dalle lettere di Carlo ì da' goTematotfv e 
da' balli lasciati o mandati- da lui : Non pertanto 
,)a presenza di un principe proprio, beDchi' fan- 
ciullo,' giovara assaissitno, massimamente ila uh 
nuovo stato, qua! tra pé*FraDceii il r^od d'I- 
talia, a mantenere la moltitudine nella drWzfo- 
>ie; ed erb non debol Htegoo a chiunque fosse 
stato tentato' d'ustìrpare-il titolo di re;- f>atianÌo 
ipoMegno ed organo prindpale delle xdse d^Ita&a 
' p^re .ohe fosse lo stesso pontefice Adriano' Ì.'i di 
'cui leggiamo parecchie iettcrb -sopra diversi aifii- 
rì temporali di provìncia noti comprese ùelte do- 
nazione fatta alla Chiesa (i). Oltre -ai Tipetti 
. delPaottca corrispondènza e dei mirtu! tiffiil ^s- 
'Wti fra loro, il re Carlo Magno aveà a&corft uó'a 
'>;^t]ne particolare di confidarsi Iklpaf^ pet Is 
' coi^e'd' Iiatìa nella lontuiànzA fiia^ e béfift' pueiì- 
litii'^ 'Pipino'; .•..■■' .i ■ 

. ti),V..,Cod. Carelin. ep. ;4 , 88. — Murai! «ciVn-jSif, 
■pag. i4€. — Eginùrt aiind Ùanicì pag>'465 et'»:^, '^'' 



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Libro vili. Cai'ò V; aàg 

^Effitava nel cuor dell' Italia uà potente capo 
falla parte Lombarda, ed era questo Arìgiso duca 
di' Benevento. Costui non solamente nella caduta 
elei re Desiderio non volle sottomettersi al vincì- 
.tnr Francese , ma prese anzi motivo di sottrarsi 
da ogni dipendenza che potessero pretendere i re 
à* Italia sopra Io ^afò Beneventano, e in vece 
del tifolo di duca, che dinotava subordinazione, 
prese .quello di prìncipe, come sovrano ed indir 
pendente; e fattosi dal suo vescovo ungere ed 
ìDcDronare, portò poi scettro e diadema alla rea- 
le.t £ nel vero' poco gli mancava per farsi stimar 
uguale al re di Lombardia , da che egli possedè^ 
va iquaqi .tutte le provincie che or formano il 
reame di Napoli ^ e per conseguente una porzioa 
j^ItaU^ pteo inferiore a. quella che obbediva dì^ 
.Rettamente. ai re de* Lombardi. Or Car1[o llilagny, 
per effJor^vee traversar ^.an^amenti , d*A^]gi'■ 
■td«>a9n poteva;, troTiu* persona più , accioncia die 
tAdrianq, nemico > a spada/tratta de* Longobardi « 
« {ìartlgiano. , dichiaratissima della dominazion 
IVaD0è8e.>..Viei;a.è che Adriano colle poche forza 
ddi^vòidomisio mal poteva resistere ai LongOr- 
.I}dF4Ì 'di Bén«ve^»^nè i duchi vassali dt^ r« 
,4*/t9M& ei-aoQ j^enipre: x>btfedtcnti ;^gU, ordini ^e ^ai 
tuggpriméntii df 1: fervid9..,e .Attento -pontefice { t^- 
.r^bè,. q^ieUo cVe^lì fe^..per l'iorfinario^ eradi 
^Ileoitar' con sue lettere e co^'suoì^mfSSMgg,! C^- 
Ip Magno,' perchè colla forza invincibile delle 

sùfc" S):mì ,* venisse" in 'persona a iloi)iai;'.'ii'fi(!ro 



=dDvGooglc 



;t3e Delìe Rivòli/ziohi D'ItALU 

AHgiso , ddioso anche particolarmeiUs al ^fuuf^fi- 
ce perchè non cessava d'occupar qualche term 
che o era, o si preteodeva appdrtnMataid iut 
Pietro, Né vane furono le istanze. < del .santo. ptk- 
dre ; perocché Carlo Magno, calato inrJtalùj, 
non ebbe a stentar molto per ridane .aHii--«tifi 
obbedienza Arigito, il quale intìmontD att'avvl» 
che Carlo veniva a lui » cercb subito ^ dì' calas*- 
I6, e promessogli un tributo annuo di ìsettcBiilft 
ioidi d'oro, e datici 'ptt istattcfaì ì duo filitiwlj, 
de* quali poi ilaolo primogenito Grimoftld» futile 
■Carlo ritenuto 'e menato viat sqampò il perio>jU> 
dì maggior roTtna ; Non è ben corto »■ -non 
astante 'la fede data e il timore di -ca^outtr il 
malanno al figliuolo che era in poter di-€atiUik, 
il duca Arigisòlasciass* dì : tener cocrispondenfee 
e maneggi bon Adelgìsù già re, v coi -Greidt, ipRr 
alihAttere la potenza ée^'FpaatnA insidiai -e.ve< 
'rfituirpi il regno de' Longobardi (.ly. Cedameato 
li papa ne sfavar fa gran timore, e neiintnttiaya 
cbn sue ' lettere il re cli.&andà (2) , Ma «he 
«he' si fosse ^e* dimgRÌ ' e dalle jnuicdbHia«icMii di 
'ArÌgi»o , ' egli mori a^o 'stesso. anno .in ictii .a^era 
giui'ata obbedienza 'at reXkrlo!;' FuVl^ sua^otor^e 
iàfirrtfata pt^F>bAbilmei)té -dal^^ doioee.^deUQ ' sa» 
'W^tut^; percidcdiè, oitre all')BBeri\d<»mtO'>^- 
' ^ie^arsì va^alfo éopo avèr:f;QBtata.:e, (inuitata 
PÌUdrpendéQzat si^id« aneha pord 4^4Hf) cqri 
(0 Cod. Carolin. ep. 59, et apnd"Cenni $f. ' ' ' '*' '' 



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Libro V//I. Capo V. aSi 

-figliuoli , i' ano mortogli ìa questi frangentì, l*al- 
tro tuttavia rifcouto statico in Francia. Da que- 
'Bt* ultima disgrazia in fuori, era stato An'giso un 
-principe glorioso , e nella storia Napolitaoa ancor 
di gran nome , per avere con buoni ordini , eoa 
'magoifìci « Ticchi odifìzi.: e pon nuovi titoli di 
*sóvpaìi?tà governata ed illustrato una. .sì' nobii 
parte d'Italia. Ma la, disgrazia. d'Arigiso, e la 
^perdita ':che di Uà fecero i B?Df!!veotaDÌ > fii ripa- 
nata in gran parte -d^l ^generoso ^ìino di Carlo 
~ifóagno. Non -ebbe egli per questa' vfilta- riguardo 
aite cpdirairio. persuanooit .d*rA-drìanD papà che 
bobsigliaralo' a ritenersi ptesso di 4c Grimoaldo , 
fìgKuolo riiwasto unico. 4' Af igiso,, ■ e «irbolire od 
•fbdeboHr ODO: dividerei tea' pib tjoQti ;qMel ras^ 
ducato ,i - daUa- vioininizi^^ ei pdtea^ .'del ^uaìe 
avrebbe «empire avuto. Ift'Qfai^sa ^ttfnfuia,; dì-,c^e 
-f emere. ■ Non ostante. queqi^ JcSpugiuii^p dettfi^ia, 
TòHé* Oirfo riitabiiir to^. itaiì^ p^terpi ;JI: gwsaue 
©rìnK«ildoi( AN.'788kì),. -il: quqle.con/^.soHitìta 
venei^azion^ cho-s'iagè^ di nio«t,E^(Q; a( s,uo^.pa- 
^rónei 'ttdn- era, ki dir neroi. i^meirifeTole ; ^i 
'quella' fortuna : Ma qoantupque ilt FsCarlp ablva 
-àvuCb ■»!&' primr aaài. giusta. ..ragione 4i ,chia;[f^m 
•pago di'quMtb rsuo creato,,, il quale, o(trO|l|e;aI- 
'%e Àondtzicori' che fedélmente oe^ers^ , dì. ipitg^r 
't^batOj^di radecsi Ja, bacbA, e di .voittii-e.. ^a 
''F^abo^sé^> fede ; aubora valida.. r^sÌBtenza.a;' (>p(^ 
che minaaci^vaDo, di far una discesa in Italia 
-;C0D^-: buone ■ armate, a: .cUpsq de'. JFr^ntasi : 



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*3a Dbm-e .RrvoufijiqNfjiìMTAUA 

ciò aon pertanto il successo fece poi conoscere 
che Carla Magno sollevò^. nel]a jiersona dì questo 
Grimoaldo duca un potente emolo al suo figlio 
Bipino . £r^p d'ctà^.fjqasi eguali il priodpe .di 
jBeneyepto. ,B jl rj? d'It*ilia, e-p^M"^ iuiciie,4a,:%cre- 
dere che l'uno non cedesse gran .fatto all'altro 
di valore, di magnanimità; e a quel di più che 
avea Pipino, d'autorità, di seguito e di consi- 
glieri , .cqme re e figliuolo di iiQ gran monarca 
che .rì^pieva il mondo del nome suo , siippliii(^ 
Grjinoaldo eoo quell'. accortezza :che le passate 
iVig.ende gli arean fatto;. acquistare: dovechè Fi- 
dino, era fìo dalle fasce allevato n^lla prosperità. 
NAcquft dupque grande gpra fra questi , due gio- 
.K:af:;i^ prodi principi, mentre l'uno non .pQte« 
spfferir^alcur-* egualq, e. .l' altiro notiVQleajrico^ 
noscere alcuo superiore: p^> la qual. co&a ebf^ 
iVIt^lia ^ essere , spettatrice , c^ - guerre- piuttos^^ 
ipteres^nti per l'aspetta^ion . del &ucoe^, che 
rovinose ^i popoli. cke 1? aostennerQ . .U :Vero. ^^ 
cbe.i-suc^cessi dì quc^e guerre nop.ci son. punt^ 
Iloti f9rti<;»9^'mente:.iioi salpiamo soltafdo., , c^e 
Pipino, per. qu^uiti sforzi, abbia fatta .-9. fin^ di: 
i^^lringer» QEy]:\o^do-.a fargli om^ig^^.npp po- 
tè mai yenirne.a capo, Se .noq ifhg vuul ,m,Q^ 
ìjnnjatu^a .tolse a' Longobardi e. a|,;B^eiH^tj^Ì 
^op sppimp loro .rararaàripo un principe, ch^ da,-. 
vgi^.|i-altF.'»peran2e di s^a virtù;, e, qn^l ,,cbc ft.- 
I^g^o^; alla morte di, lui .^venne dÌp\To,-tepz^. 
jli^i^. intervallo I4 ^eeadepza di quella.. stato. ..,-. 



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Libro Vili. Capo VI sSa 

CAPO VI. 

Rùmopellamento AeW imperio tT Occidmte : mgio- 
ne di questo faiio f e quali mutazioni cagionai' 
se aUo staio d'Italia . 

JVl eatre coti* armi ili mano s* ingegdav&no I due 
gióvani eroi o di accrescere lo stato , o di asnou- 
rani I* iodipendeaza, covavasi Ìd altra parte Del- 
le menti d' uomini più di toga e di stola, che di 
spada , ' un piti notabile avvenimento e di maggie» 
rìlievo ; e il papa con mere cerimonie ed' onora- 
te aecoglténke guadagnò per sé e i successòri sàóì 
[HÙ d* aaforità » che non poterono far altri boa. ar- 
mate schiere. ^ Questo arreùimento fit lA cfeazio? 
ne d* un imperador d' Occidente , dignità' òtte d^ 
ben trecent'anni era passata in disuso, e pddd 
meno che in totale obblio . A questa- mfemotablle 
novità diedero in parte moh'vo quegli stesat riguar- 
di che già avean ridotto i pontefici a ribattere agli 
aiuti Francesi per librarsi dalle molestie e dal- 
P't^presstoDe de' Longobardi ." Ma l' ultima .spttifA 
procedette 'da. circostanza particolari ,' che qui lire-' 
VemMtG esporVenJo- Irene; già- moglie àì't^ii^ 
IV.', TresSe alcun; tempo l'imperio d'Oriente coflie' 
futriee e pof come compagna del suo Bglììiól' Co- 
stantino : ultimamente Tenuta con lui a nimicizia- 
tcoperta , Io depose , e gli fece cavar gli occhi^ e" 



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iS4 DeL&G RlVOLUZlbKI D*ÌI!ALU 

morto pel dolore il ciatlivo e maUreitfaìo mipera-' 
dorè, e«sa prese a t^aar da sé sola .' Tbovandei^ 
si perb una femmina sola «ul trono imperiali! ^ òo- 
sa affatto nuova ed inaudita , potea non senza rah 
gione pvesfunefèi l'imperio vacantr. -E se in Co- 
stantinopoli , nuora Roma -, par jk> {imor delle for- 
ze presenti non sì ardiva procedere ell'elesione 
d'un principe non v* era né legge he cwnsuetui^ 
ne che -obbligasse Ruma antica 'a. sfarsene- neghit- 
tósa e ibdolenfe nell* iùiftfchid . Ciò àoi^ pevlant» 
8Ìi a' Romani sarebbe forse caduto mai In pèasie>- 
ro dinaseumere il perduto diritto di crearti Vitti*- 
peiadore',' uè' Cariò Magno , ancorché -pieno 'di 
^rìs sopra' tutti ' gf imperadori che da ■ Teodosio 
in poi fÓ8S«' saliti «ul' trono ide'cèsari", e potente 
di «blti it doppio' più die- non fossero': da buda 
tempo i Greci augusti , non avKbbe ardito- di as- 
sumer quel titolo ^. anziché', ^n ostante la 'viltà'e 
la deb^eiiza degliultimi imperadori di Gostariti- 
sOpólì, rta ancor, jft -dignità -imperatoriaied ii'sor 
me Romano «b'tssi portavanoi tuttavia, in tzde 
velnerazibne', che- Carlo Aesso, benché' dopò la 
acooBtta de' Ijongobàrdi più padrone- di- Rema ohe 
i Greci augusti in Bìaftuzio ,' non isdègcaVà ^ìkó- 
mendarri col solo titolo dr paiano ;> titdu 'ofaei'a 
quel tempo non altro importava che vloa'rio e lui^ 
góteàente imperiale4 Macorme d*^ ordinario raddàr 
viene che le angustie assoUjglìatìo 16 vamA um^ 
làe^ e suggeriscono !spediea]tti'>e disegni'a ciii nò? 
«i «aiiebbotittesoj(lti-imentìj,cDsì varamente in att^e 



ovGooglc 



,1 Libro iViH. Capo VL »3S 

«Tirava^' tei^db (arsecUHooii aal vslètìte pob^ 
^i£ee^ Leon X^j bonéepì i^aìto e nuovo ^BSièr^ 
«U- portare alle cote di Oceideiite buotiì splendo^ 
MDi-.scerescBre alla digmtàpapald Un niurro Siritv 
te, euri ttmpì stesso óiostrfft-si ia 'maravigth^ 
oianiera riconoscente ad' «m stio' beBefdttoFe . Era 
-JLwDe ili. lucceduto a papa 'Adriano (11. ; e le tuo(i- 
*a «ìrtù di lui conosciuto dal clèro « fìat popolo 
ftamano' non lasei'aranó sella sua eleziode mate- 
ria, d* indogio e di kisga* dtliberazioae ; ' Ma neHà 
(■ràtioa idei governo troppo è facile di sconte'ntard 
■fiorai e d'eccitapRi nemici, -cjuailunqufe «istéraà ta 
|MgU.:ai'teguin( . Pasquale e CiUìipoló , L'uno prit- 
imicMiià'e!!' altro sogreslano dt^la chiesa Rotóaóa 
e D^pate:d*Adriallol'I. ,'TiBati anleadue al comanì- 
do < sotto il psatìfìcato pMcedentOj mais! potevoiM 
■«Bconciare soU» il-auvro governo., ed! malvada 
li. vedetti' costretti dì /ar ior copie -ad un nuovo 
frìnoipe e a traòre Qt^ature , dove' pWitm 'erano 
•lati oorteggiatì e vènevai^ c(«iie padroai . Volle^ 
yb.dunque praoder veaàe\t3L del pontefiee^ cl^ all' 
tre ing^rie mon faeea- lorot ohe quella <dt non la*^ 
soiai^ieignòr^giare e ifarse tirannpggiaM a'iortwi 
hmlin G4ìii^f£zi co^icuì che teoeano, il eeguttd 
jdie Qoloró ohe aveano altre'<volte beneficati:, t^ag^ 
giabtai d^«l<niiri malcontenti , di cui kionVè-mat 
tàiao liiMneimoin: nna governo , rendevan facib 
i^adenqiiiiHDto ddP«&)pia moIu2Ìóne'. Con tfO<> 
pvdi irasoQQti'e calunne andarono dvGbmando H 
Mpbr padre» e.pre|MUSMido la gentv M tiàota-ok^ 



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^3(S t)EttÈ RtVÒLtliiiÒNr D'ItALtA 

medifavauo/ Poi in tempo di pubblica plt)ces9nM 
fattolo assaltare da' loto uomini* érmatì; éononrp- 
bllìsìrapatei lo riiiséró prigione nel raoHaster» di 
fianf Erasmo (an, 799). Se di- peggio noft gK 
accadde in quella azione, fu -o miracolo , ore»- 
pebtiiio ribrezzo cbe prese i malfattori ìa ^^)el 
jiunfo, o destrezza iua propria oetreTÌtei?e i eoU 
pi malmeDati . Ma I* intento de* coòf^urati énl pe^ 
cèrto, che gli fossero cavati gli occhi-. Frattaata 
f^a per IMaterposiKiòne d'alcuni mìniìttri di Gaiio 
ò (fi'Pipiao, e pel pronto arrivo di Guinigiso ^diì^ 
éa di Spòleti, cbe accone subito al primo AjaitM 
fé, il pontefice fa tosto liberato' dalle maiù à^ 
siioi nemici , e poco dopo se n* andb in Francia a 
ìàvltatoTi da Carlo Magno , o dopt> àrerhe egU 
stesso ricercato il gradimento e la liceneai Jb eam* 
hia egli vi fa condotto con Bothmo eerteg^O'dalL 
Ib stesso re d'Italia Ftpindi e ricevuto god «guai 
|iòmpa dal re Carlo . Fermosn sAcaa t«»po' in 
quella corte; ni però <n dice la storia , che -coA 
vi si trattasse partieolarm^rte . Quindi fo^on bsH 
la e nobile compagnia di prdati e di eonCt nCDO^ 
dòtto a Roma , e ad onta de* suoi avversari tipcU 
sto sulla santa sede. F'cce Conoscere anche col :8fi^ ' 
esempio ci^ che per infinite altre stòrie è mai^ 
fetta, cioè che le calamita de* grinsdi 'tiomiai bck 
nò d'ordinario compensate da gloriosi- e spl«ftdiéì 
fóccesii.' - '^, 

L'anno seguente al raooontato caso di pa^ 
teonst che. fu l' ottoceittesima ^U' era volare ^ 



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, LiBao VUI. Capo VL. ^Bj 

VvaScAf^ M nGarto anch'esso a Roma, fece buo- 
j^v neereba.de.* congiurati , e- naovo .esame delle 
accuse 4ate:at{iOBtefìce (i) .Fonigli udì, e oonr 
lèrnaò 1* ÌDDocenza dell' altro., noD vi ai essendo 
tcorato obi poteste dar praore de' delitti apposti 
al pontefice'} il .quale al postutto invitato a jen- 
dep eagioDB a s^ stesso , giurò d* esserne innocen- 
te. Or era d' uopo che un sì. segnalato favore che 
Leon Uh avea riceruto da Carlo Magno , non fosr 
ee laEciato seasa qualche uotabìl seguo -di gratitur 
ditiB. oa era il buon pootefioe di tal cacattere, 
ohe volesse con dispogliar ia sue chiesa i-egalfir 
^de* sacri tesori il suo. difensore e il suo patrono;, 
nè'Carlo era di iì vile anino » che potesse gradj- 
t» tal ricompensa. Ad un remagudUimQ e aman? 
tè. di gl(H:ia .si couveniva qualche- attestato d'onor 
iìB straopdipario . .Eld ecco in ,qual' ocoasione, seguì 
la memoranda rìnuQvaiÙQni^ dell* imperiai djignitjf 
in Occidente. Foct?^ stante dal giudizio rcfae si.for 
ee con soleanità grandissima della causa de' «od.t 
furati e del papa, vepnc^Jl ffioroo del santo jiar 
taIe,-ìo Qui. tutta-la «orte del re ipueme>oon in* 
finita moltitudiD»'dìEU)[nayoi interveanero alla «op- 
hmae messa- oh^ caotjp ha ^eiso papa uella basili- 
ca, . VMipapii.; ja qtnl messa; terminata,; iu.qaello. 
ohe ogai.uotpo: fttava per unir di chiesa^ ilpapa 
l«t[)<re4entb ^ re -eoo uaa ^lendidae rìnc^ ooro- 
na, e mettendogliela sul capo, intonò hi-ivot^.^ 



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«^ DEltE RiVÓLtteldOT b' frAlU 

AncM acoIamui<WB .- o 'eario pSiìlliti) ìagtéHìi 
bBotm* à ih» gmnib t pdcifitd in^Kmhm-, 
mia-, ». vtOaia : la. qual' acolatnftrioné' ripètuta con 
«tomo giubilo àa tatto: il clero, dalli : nòbiftii 
•-dil')po{x)lo 'ch^era'in t^iaui ,■ per ■ ctftDpimeiMó' 
dclh funiiìiiie il pouteSoèuDle «<n olia unto il 
Diunrd :elettD^ ed ilsuo'figljo'fìjpino ofae-'si-fro^a» 
va'ipnseote.! ".■ "i- i ■■ , , . r¥-r, 'I 

. fer raolta'ehc i. Greci abhiaflò''(>^eaitnifi<gf 
questa fàUo,'« (|iialtnic}ue sieno sopra' oiè f-pérè^' 
lì de' .moderili' stonci ^ certo è HeodimniO'i «e^ 
guMiama. ogni cosa *)n occhio 'Bioccroy òhe It^ 
pena «Icudo ide' piisati- cesari ^iHi^ctib pife ^gttfr*" 
ato. titola la corona imperiale, se pel- ■artcBIBrii' 
«u Togliam credere ob« mtiggiop dirilb) akesset»' 
creare un prjocipe un braucO' di-soldati'ti' d?'H4' 
baldi( poBu qiKso^tiiccedevai di fetto/' ehé^WiM- 
^ ordini uidti itasiema d'tHt» èittèf èsjtitafe^^ieS" 
* dea' impeijo; mo meao obo 'si fete CteS*-»' 
tì»polf; Ma ilfiitlo «tappar esèljliohl-awe^spà» 
«o.per mia .tumiliaBria Mctóntóiiane dr guMiliV' 
di' .addati, o di :po(iolaiioio, c(4i,odfaed»hi|ifeiaSS'^ 
re, cbe « dar* ,a.<*i fci«*l«ioi lietóilàsii^»' 
rivai òonveni™ poi aHa-ini^ioi'i parte' détlc iftWA ' 
piegar a. collo foraataMeat» «MtoJlavWgW ài eM" 
po<».|>cinM «a àomo IJrjvato e'raddSlb j'Bk'ft-' 
ooroaaaoBC di CnrlolMagM '«ié già» efU'tóori'' 
di^Bonia.* di tolte. fc.;|pro»ioele' ebtf'foHIi&ii''- 
ne' tempi addietro l'imperlo d'Oècidnltl!,-iiiod"il ' 
fece altro che dar U non* .„ ibi g» t«Bà la 



ovGoogIc 



;, ;,. tiBpo Vfltt. C*ro Vii 1 aSg 

st^to ptfieifia 4^- Homa, ,4abe^ C^rlo «ibbmivduta 
prende^ i^ tìtoli^ j^.^lJA mò^. 1% ijualÀ^pcrtiu 
gic^ (liL.C(^Qa)8ta.,^^ebbejpptuit9i ridUcre 'in pio* 
Via«#rSe/poi^Cat,IQ&]{)gaO::a|Hbia <deadeiatolcpi(H 
sto,,|^£Up.tìt^h e tratt^tpneanticìpidanoiiletcdl 
papf^,)^-^ pr^^ti diiBoma^ datovi abnBiia 
r assenso; la Tarìetà de* racconti che ae^.itvoHa 
^iit^ti '<^VlaipÌ4i;Ia.dpbI»fo. Certo fc faene^. oho 
9^-,fatt9 4t9Q n {^piQiMk e che jcpwteb.oAUs opere ^ 
chp4J| n^y/^, tijEpIp.,KW gU Jii dÌ80ftBft.< fiottìi 
e^'aodib di .CQoyfiUd^i; quinta «m di^tà, e adlo 
st^o te^po di iiuAV;l*»niQ.,eiraltilDnBpeiw mai 
le jQf^e ohe rìcOKò^^ella yedoTa<iinpwàdiiot)'Ii«^ 
ta^y. . ]^a,. i jgra^di eli. &)Btaétiaopfdi iafarmcrti di 
qU^to, tr^t^it^^-e ;noO;;V9lflQdoi diitolltltit sudditi «^ 
co^tiglafii d'uniiòrpptìeKj «.d'^Uii fnnaase^ tfJtt* 
to rpbJpiedienza.AC) henei fli pcatàtDDO.stil^hnbii^ 
Niceroro i.. Verone :(}}^ ÌL wiqwf, «ilgiistD., it ip^ 
sospetti. j^terqi di-,£KÌqni contoasié, ; e per la '^e^' 
bolez^a 4e^;«u0:st3ttoii4-,«9niparamaaei della pMH' 
d^zza.^i. (^lo M^iKjj i^be pqr ^ran'iiutb^ di 
stfim, ip pace^on lyi « ,ct4eteriauiatido i^dafÀtì ^' 
r «ap & l'Hltcp impefiÌ9k.:rì«»io9e^r l'eletto inip«^ 
tador d'OcciiJesite ptìc ^Piwilega' Pe» la cpiial «fr 
sa se' alqua dubjii^ -fqsK potuto: EÙgia^eK 'ioCoftu» 
alla legittiiuità dell* elezione di Carlo Magno, que- 
sto dùbbio per la oonf^rmaziojie del Greco impe- 
ra^ofc fu tqlttj via» 
.1 Ma .alta fine qual oolnhiatoùBto teeb ftl 



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%j^ DuLE RivoufZfONi d' Italu 

gomno d'Italia e ddle dtre pioràoie 1* adonta 
d* un mIo titolo al potH* reale die già avea Car- 
la BieutaoMiite ? Meatre dorarono i ra d' Italia 
Mìa. «cbìMft Candina , Teramente |»08uano i£re ■ 
«bet'haKa poco dvrario ebbe a provare, obe vi 
£mm o do r imperiai dtgiriti ; m rm che arendo 
Cario Magno costituita questa corno bmis pémù' 
pale fì-a ^ altri titoli eh* egli avea di ùrraiùtà, 
e die lasrib a* snoi * ot^ui che per d)spe«inoBe d«i 
padre N trovava vestito del titolo d' impemdcxv; 
«t presumeva aver maggioranza d* aotoricà stupra 
gli altri eredi deHa monarchia Franeeae e del re- 
gno d* Italia (i). Ma in processo di tempo, al- 
lorché venne a mancare la successione de* Carli, 

• cbd il regno d'Italia uscì' dì mano a* FraBceri; 

• molto plh da che mancarono affatto { re d"!- 
talia, coloro che furono creati impavdori, per 
pfcooli ohe avessero gli siati propri ed ereditari,' 
pretewro ed eaercntarono , quando poterono , uoft 
certa superiorità Boprà i principati e le repubbli- 
che che si ahdaroa formando daHo smainbnuxien- 
to del r^o de* Longobardi , o dell* imperio Ro- 
majio: cosicché per lo spailo di molti secoli ap- 
presso poche riv^uAcmi avventiero in Italia, a cui 
il nome d'inìperio ncm desse occauìoiìe o prete- 
sto , come a suo luogo faresbo menziode . 



(i) V. Mant. «d aoD. 8i]. 



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LiBBO Vffl. Cap9 vii, s^ 

CAPO VII. . . , . ' 

Ve^ ultìmi armi di Cario Magno: ^prbicìpiì^ 
deMàema <iel rggno Francese in IlaiJa sotto -ti 
giovane Bernardo IH. re, e soUa Hodofico Pi& 

. ]j7ifieraik3re. ■ - , . . . i ■ . 

JL^ prosperità di Carlo M4gao .conunciarono dqV 
suoi, ultimi anni ad essere mescolate ,di moUe ar 
mare^ze. I. progie»8Ì de'Daiusi, chiamati, allorn^ 
comtitiemeDte Noi-maoDÌ, cioè uomipi^del sftt^D- 
trione , non sensa fatica contenuti *t aegOQ dai lui 
8'tesso , gli davano forte tipipre che col .tewipqi 
avtfferp & fe^ar grave., disturbo e ti^av^gUo a'sijoi 
aucpesson. In f»tti ooì.vediretaoi quella oaaio{ie non 
solamente ipfestar la Fi'anoja e, ridurre qupliregovi, 
air estremo » ^i^Venire eziandio dalle ultime spiagrj 
gè delr Oceano occidentale a fondare un nobil r,ea' 
me nei confini d' Italia . A questi timori di maji 
estnngfpi e rimoti ^* a|;giuasero i disgusti presenti 
per. gli scandali di sua famiglia, e. per la perdita 
de' figliuoli primo e secondogenito: sltoile infortu- 
nio avendo angora in questo al primo augusto e 
foodatore del Romano ii^erio. Di queste sv:entU7 
re domestiche ebbe singolarmente a partecipare lo 
stato d^ Italia . Dei tre figliuoli legittimi , e già' 
fatti d'età matura ed abile al governo, morirono 
i due maggiori , Carlo destinato re della . Francia 
Tomo TI. i6 



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342 Delle Bivoluzioni d'Ixaua 

orientale* e Piptao redt Jtalia; e preyenoero Vana 
Si tre, r altro di Quattro Anni la morte del par 
'dre . Era giunto Fìjpìiìp 'vi alK età ^i treotàqvaUro 
Bofii, quando morte iEbportuna Io toUe(AN.6io} 
ini genitore ed al r^oo» ìq tempo appOato', che 
pel vìgpt dégU anni, e per la praticnt già a.c(^t»,4 
«tata e del oìtìI govetoo, e del mestiere dell'armi 
era ftitto capace dì fegoaf con van'ta^o de'sudf 
diti , e laude suft .. Kon solamente in Italia egH 
ftVea avuto a far guert-à pHma coi Benevéntanf ^ 
è pòi co' VeDeriani' (tratto rafooio e nòli Ti^n sn 
> ctiró della stòria Veneta); m& si t^ra anche àdór 
fetAto nelle cose di Gerilaaóìà, dovè abilara col- 
}e foi^e del st]d regno a decoddar le imprese cid 
padre.' Lascib egli im suo figliuolo dì tenera etk 
per flomie Bernardo, cui CarloHagooglidie^per 
toccessoM; e 1* Italia dal governò d^^ùó' prtnoi^ 
'à*irk perfetta ed esercitato al cotuando , ' tassb 
nUovameute 'sotto 1* attutiinùtrazione d*uD faiiciul- 
h ; Questo danno' fu tuttavia per afcùn tèmpo 
menò seiRìbilè per la ftaTÌez2a'e' per' V esperienza 
d'iW tjttìm^o miaiatfo cbè fu Adélarjo jibàte di 
Cort)eìa ,' già' aio é priricTpal corisiglièro del mor^ 
io ~re, persona non isieiiò celebre' tiegH annali^ 
ecclesiastici e mòtiasrici , che nella stona dei re 
^''FràDcia e d'Italia; perché, olire ài merito wó, 
egli era aflehe' nipote di Carlo Martellò, è perii 
cùgitìo di'Cdrlo Magno. ArévaAdelardai per com- 
pagno nel ttiioistero un suo fratello per nome Vaia, 
uomo secolare, ìai di lealtà non meno esperìm^ntata. 



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"' tiBtio Vm. Capò Vlt 448 

KessWQ questi due fratelli it regno d* Italia e la 
fadciullezza dal té Bernardo ■ nt* due o tré aom, 
bh' ebbe MaOot di vita il già vecchio inipecadore; 
Aia mòrto Carlo , è succedutogli t»^ neirimperìct 
tome nel t^gno di {'ràdcìa Lòdovicd coguoniiuato 
il Fio, 6 H fionarìot titilco superstite de* fratelli, 
|)oco, stettero à fatsi sentire gli effetti del nuoro 
goyenu) » e Bernardo ebbe tentostd A óodosoere 
come fbss6 diverso l'affettd d' un àvolo ridotto 
6uàsi air orbita « dd iquel d* uno zio che' ^veya fi' 
gliiiott. t cortigiani i invidiosi forstj del credito de 
due fratelli Adèlardo e.Vala-j insinuarcelo.. al nuor 
Voinlperadore, doti eiser cosà pei^ lui aicura. cl^4 
due uoniTui di nascita si chiara e di tautat IripùtaT 
iióai fossero lasciati amministratori , d^ un ai bei 
regnd', qual ftrà 1* Italia, sotto nome d*.uii, re fan^ 
òjullo . Mo^ CI Volle molto perchè Lodovico -Qata 
(jbtt qualità propne à lasciarsi àggicaré da^ suof 
éortigìani « rìchianiasse d^ Italia e cacciasse, ancha 
iri esilio 1 duci bravi ministri, alla caduta de* .qua- 
li poco stette à. ièoei' dietro la rovina del.re Bei* 
nardo < Ma benché Loddvitid trattassd {juésto xé it^a 
nipóte con poco più dì rigore é^ di dcudeltà 1 ,clm 
non SL sarebbe dovutd aspettar da titt ^rénto ..d 
da un principe cbe pottb ùotxM di Pio; bisogn» 
dodfèssar nondìmend, ch'egli merità>:]'il parte;|cl 
«degno dell' imptiradoi* per tsser-capq à* una rw, 
belllobe , là quale siocoma si trasse dietro incoa" 
tanetite mutà2ion di go^ertiQ id Italia « òost fu for^e 
^ìiì tèmpo ocdaeione delle turbolenze che nacquero 



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a44 Delle Rivoluzioni d'Itàlu 

nella famiglia di Lodovico , e della rOTÌna totaro 
della potenza de* Carolingi . Prendiamo pertanto là 
cosa succintamente dal suo principio . Lodovico au- 
gusto, appena passati tre anni da che ^i era re- 
stato solo sul trono di Francia e dell* ilnperìo , 
l'olle, ad imitazione di quanto avea fatto verso dì 
lui lìles^o Carlo Magno , associarsi uno de' figliuo- 
li nella dignità imperiale, tuttoché avesse non già 
gli stessi motivi ch'ebbe Ìl suo padre, ma piut- 
tosto flirti ragioni a fare il contrario. Aveva egli, 
oltre al nipote Bernardo che rappresentava h per- 
sona di Pipino fratel primogenito di Lodovico, tra 
iìgliunli, già tutti, o almeno i due primi, usciti 
di fanciullezza: di modo che qualunque dì loro 
avesse prescelto per farsene un collega nell'impe- 
rio,, non poteva ciò farsi senza. disgustare gK' al- 
tri due fratelli , e con questi il nipote (i)- Ciò 
non ostante in una dieta di baroni ne ' prese pri- 
ma il parere, « dichiarò augusto il -figliuolo mag- 
giore , chiamato Lottano. Avvegnaché questa mag- 
gioranza di grado d* un de' fratelli poco piacesse 
agli altri due, ella dispiacque forse d' avVàntaggio 
a Bernardo, al quale, come re d'Italia,' pareva 
che più si convenisse il titolo d' imperador Roma- 
410 (2). Avea questo principe fin da' primi anm 
dopo la morte di Carlo dati segni di pocadivo- 
?ioue al re di Francia suo zìo, pretendendo fórse 

" '■ [i] 06 hoc fratret inài^iiatì funf-.<Tegaat affatiti. 817:' 
^3] y. £l«DÌeI Hill, de Frloge pag. Sd^i et «eq, '' !'t . 



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I 



. tifeio vm. CAPd vn. ' £45 

lai voler governare I* Italia da vero sovrano ed in- 
dipendente ; laddove, regnando Carlo, tanto egli 
quanto il suo padrePìpìno la reggeano, non ostan- 
te il titolo di re, quasiché da semplici governa- 
tori. Ma la differenza era. manifesta tra 1* obbe- 
dienza dovuta al padre ed all'avolo, e quella cW 
potoa pretendere uno zio , in tempo- che i regni 
s' usavan dividere tra' fratelli . Or vedendo il re 
d'Italia, che Lodovica destinava ad altri l'impe- 
riai dignità con suo pregiu<ìizio, non si stette a 
covar ■oziosamente nel «eno il suo8dtìgno(i). Sa- 
pjBvasi alla sua corte, che molti de' signori. e de' 
prelati Francesi si' trovavano mal soddisfatti di Loi 
dovico, sotto cui si vedeano scaduti da quella ri- 
putazione che avean goduto sotto Carlo" Magno, 
Si può anche credere che questi malcontenti, fra 
ì quali il prineipafe era Teodolfo vescovo d' Or- 
leans, sollecitassero Bernardo a farsi capo del lóir 
partito-, e muover l'armi contro la Francia. Ma 
Lodovico, e i suoi favoriti che aveano eguale in- 
teresse, al suo in questa congiuntura, non tarda- 
rono guari d* aver notizia della conspirazione ; é 
prima, che. il re d' Italia fosse abbastanza fatto for^ 
te. per resistere alla potenza dello zio, fu cosfret" 
to.tji. darsi per vinto, e di venire ai piedi dell' ibi't 
peradore a chieder mercè . Così la raccontano glì 
storici ì'canceai ; ma la cronaca d':^adrea prete, 
che aliar vivea ,. ci porge argomento di crederà 

.[1] Uemoria del Governo di Milano d«l conte Giorgio 
GiDJiai loui. I, lib. %f pag. to| g. 



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S4Q Delie RivoLuziom B'ItiuA: 

ebe Bernardo fu trailo io Francia dalle false proo 
mente di pace e dì buon accordo, che gli fece 
1* imperadrìce Ertnengarda , la quale eoo insìgno 
perfidia Io trasse al laeck> perpoferé colla rórlott 
'di luì 'pròocurar Riag^ìore slato alla- sua peole . 
Venuto adunque m Fraocta il re Beivarda* ^yri^ 
eevuioTÌ con molta fierezza da' Lodorica che ri 
lasciava guidar dalla moglie , fu subitamente co- 
stretto a nominar tutti coloro che aveano avuto 
parte neNa soa rìbelltooe ; Poi fattogli tlprocesio 
in tìo^ a!!^emblea di baroni^ fa (strana ràcaÌKon 
re ) condannato ^ pèrder 1^ testa come, reo di iel^ 
Iònia.' L^fniperadore,' perfài^K grazia, drdlnb'c^ 
Iti vecÈ di tagltarglt la testa, fosse solgmeate ' «e- 
eecato, ìmitàodi) in ab la'barbara pòl)titta'>jdelfci 
corte dt Costantìpbpolt, dove da più d*'UD'«a<x4o 
èra invàlio il costume ^abbacìn^tfè gt* tmperado* 
ri 'deposti e gli aitri -prìgioniert . Ma 1* or^'oe di 
privar' degli occtiì l'infelice prindpe eTu- eteguiio 
(yn sì poca piacèToIezzav che in ineao di tre 
èìòrqi' nie perde la ritct . Così LodoTÌeo rioiÀ Del- 
la sua persóna il regno dMtalia, e si trafvÀ''s%DO- 
re eli rulli gli stati posseduti 'da Garid Magna suo 
padre '.' FWice fui, gè dopo avere- con ' tantòt sens- 
riià punita là ribellione, non' fbss^ sconaiglièUa- 
meote caduto negli 'èirtrèmi afiattq contrari ,; ^e 
h rendettero. poi dolènte e'tniserQ per tuno^n* 
manente sp&eio (tei river «uo I - •■ ■' * ■> ~ j---: 



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. imn VHL Capo Vili, t 847 

■ , ..,;, e, A. P O. vili. , _ ^ 

iJO/XDtttno i. impenàor»- e ro,'^.IUiUa;vari sucr 
> -43aai tUtiaanafi^eUiiWit conerà il p(i^-: ^-kvrt 
- ' A dsl imnac» ■■ J^aìa pfim^^- miiìiso^ ^U stai» 
f- p€f h coiS<D-£ Jtaliai 

L.p.ooQ'S^nte dalla . aorte di j^raardq, IMmpo- 
/md(»r,.£4^Qvico, .già pùnairiinastpi vedQvo ^ fu 
■jter.OojUfglio de'sucà iadottQ {t menac altra sppsa, 
la qUàI iu GÌMdÌtt« figliuola 4* n^^r Q"&I^ nobilìs- 
-sim» fiaTapeiB..E forse per ieror alla, ouoya veg^ 
«fia lar presenza: d'.UQ %li^9, e; perchè Lottano 
4hhii fq««f ifit^blig^to a fj^r 8M9 ^oirte ad uqa matri- 
.gDa«,'il)^tB«id^~^t.gpTCnio delle. pfovÌQoif! ()Ì ^uà' 
de£i' AJpi, aggiugocDdogU -al. titolo ..cl]e.,gi^ pqr- 
tatya4'iffipe!i;ad(jj"re,, queHo di re. d' I**^'* v Ff^^ 
.'tanto ^eooì de,* partigiani del je. Ser^ardo^ ch'.^ 
MHu». fit^tir f elogiti in varie ist^e 0, ia Qioiiasterì, 
•fatóDe:- piai favore di qualche, ocpulto. congiiirato 
i. sofiapftto «UUfi. rovii^ (»mune , o da .qiivJfuique 
- jd^ ;ù .fìMftft :ÌDYÌd>i;^ della, /a3don4oinÌDaiitfi,.ri^ 
-sUaiB^ti «Ila cprte^i). {nsiijua^ c»Btoco destra- 
rtmeotfl^fttpasle^ di A4^*c^ » - tsinH dbeco.e prp- 
diiJaoi)ipt4»ila;Hi^''m(^eatìa e.s^iiUa^ vita cb^ mf' 
nava nel monaateEQ , ch/^ ,ìl, trpppf) .ntutabite 

[1] Ballibert. ia Viu Walae, — EgiaarL ia Annal.— 
V. Daniel «no. 811 , pag. 579. 



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348 DEttt RivoLtiziONt p'Itàua 

imperadore lo richiamò -flllft corte, eabbaqdOQato 
ph'i che mai a' consigliai lui, restituì I^uiagraa^ 
quasi' a tutti coloro che prima n'^anc) 4?c04Mti^ 
Me qui ei stette la boatà di Lodovico,' m^ ccw? 
va* azjooe più , conTeuieote ad uo novizio rel|gip,- 
•o, che ad un reggitor di popoU » i in aOraerosft 
adunanza di baroni e prelati del. suo reggo,, qqq 
pubblica confessione accusò se stesso di ciò eh* em 
seguito nella causa del re Bernardo , come di up' ior 
giustizia enorme e scandalosa, ancorché eglinoA 
Bvessie fatto altro che eseguire, con dimiffuiinento 
di pena' la sentenza portata da* giudi^ legittima^ 
mente deputati a quel processo. Or unatto.^'ur 
mittà così irregolare dovette screditar- fortemente 
il governo , e levar via dai sudditi quell'apiQÌQDé 
troppo necessaria per la pubblica tranquillità , «he 
il govemp agisca sempre con buon fondamcQtp.- 
Comunque sia, l'itna e l'altra corto di Lodovico 
e di Lottano si trovò governata dall'arbitrio di due 
fratelli monad, Adelardo e Vaia, l'uno divenuto 
ccmsigliere ìntimo e ministro ^i Lodovioo , l'altro 
mandato iquovamente con Lottano inItalia(AN.8a2)^ 
dove già avea sotto Bernardo con grandiesim* au- 
torità amministeato ogni cosa. Noi poesiamo forse. 
attribuire al consiglio di cotesto monaco che sicu- 
ramente fu de' grand' uomini di quel, secolo (an- 
corché non vada esente da rimprovero' ogni: siùt 
azione ) , tutto ciò che si fece di buono tanto nel 
governo civile ed epclesiastico , quanto nel ristora- 
mento degli studi nel regno d' Itali» pei ht spaaio 



ovGooglc 



:... liàlo Vm. CapòVDI • 049 

|8( é^a «ette' «UDÌ d^ feifipo che Lof tario ne pie* 
Sé ir amminfstrHzione fino alte turbazioni grandis-t 
sitiie'cbtfsilfcvaronoper tuttorimperio □eIl'83o(i)t 
Ma U uuoTa regina e iniperadrice Giuditta «nda-^ 
-Ki.,pi«parando materia a novità non più udita-j 
l.a bellezza di lei e Ja^Tivaoìtà del suoiog^oo U 
fendeHefo subìtanrenteatb^'à 'de*' voleri di' iuò 
Biarrto , il quale per le Bt^gesttosf di GKiditEa ikté 
voleva > come donna di gr^ade ' aniBH> , «imAM(ti<^ 
strAr rimperìo, cominciò a peirtirai' d'aver oedut 
to troppo precipitosamente al figiiutdo' l staoi ■■sta*» 
ti . Ma questo rinorescimecto fu assai più fortti ( 
tiUorcbè la novella sposa gli . ebbe partorito uà' 
quarta fì^ìuol mascbio , a cUi fu datoiil noiAe dr€àv« 
io ; e ohe direnne poi- famoso neHa rtoria di Fraiic̣l 
ffitto nome di Carlo il Calvo. Troppo era naturate 
che dcpo la nascita di' questo figlÌDalo UBStiésse ai 
genitori il pensiero di provvederlo dì stàttf';' 'èet 
uopoera per cons^uente di scorèiar le porzìorf 
già' destinate , e quasi già date in mano ai ti-e 
fratelli maggiori f o acquistEtre Un nuovo regno 
al principe Carlo . Questo secondo spédtente tton 
era. né conforme allo spirito dolce e pacifico del- 
l' iniperadore , né facile a- tentarsi- senza l' i'nter-' 
Tento. degli altri figliuoli che già arcano' in raa^ 
no: le forze Tuno d'Italia, 1' altro della Germa- 
nia Foancese , 1' ultimo di bea mézxa In IVanóìa' 
Gallica-cbe portava nome di regno d' Aquitania'. 

[U V. ap. MaMll. taec. 4 Benedici. Vit. ,W«Jae, «v« 
Àt3e»if ab. Coi;Ì)«)eD9. pag. 3^8-9 ed; VeQ, 



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lS« Deixe Bn^uziom p' Italia 

Sì (r»tt^ adunque d^ qn puovo paPteggiivneiitQ <)( 
«ttrti , per dividere in iqoattro ^ttfi la nyfssa, doU 
ifr stato cyeraù da {wima p4itÌto ìr.Up^ I tre 
ììfateHi' «li non potea pÌBo«« (presto proftettq^ 
«ema trofei oontpUmentì feoeso accorto V inpt^ 
néix9 e la sua corte, ck* em non erano per. acr 
««WDtìic à nuQira divisioiie di rrgoi. (l): tavtf 
ohe da una oosa aU' altra n ve^ao a, dis^owine 
apei4ft tra padre e BgliiniU «en inBuìto scandale 
V degli ucmini t^ aUora ¥Ì7e£tiio , e de* posteri 
a cui la storia lasciè xo&tasza delle p«r6die e de^- 
gli spergiuri cba furoB commessi ia quelle o^tì- 
Date contese, e dell'abuso che f«(»ro taoti ve>- 
«GDvi e taoti monaci dell'autorità e. del credito 
lato, per sostenere una manifesta ribellione,.. ^- 
po principale ^i que'ribcHi fa Lotlarìe.rfd' Ata- 
lia, ooffle quE^li cii'cra e più degli .«Itri iote^M* 
iato- tf non lasciarti scemar la paile che a UM 
leccava della suocession patema., e ohe .oelll ain- 
.bizirae e nella, cupidità di oan)andare..fiuperavaii 
fratelli nainori . Ma toccarono anche a Ini i prinù 
cattivi frutti eh* essi ebbero a laoco^liere .^1 lo- 
ro ammutinaménto 1 £ la caduta di totta^iq pro- 
cedette da que'oMsa stein ohe aveva scelti |>er 
fermarsi più sicuramente sul trono. Aveva egli 
■tentato d* indun» il buon Lodovico, a ^ risanar 
totalmente all' imperio, e gli alTe%ma9^t<hd^ at- 
torno due monaci che credere d'aw'^a^agnati» 

(■) Vita liodovici Pii. -> Eginar. in AniuL ap. Daniel 



ovGooglc 



ti- fiìieHK'. pfet^soadcifto a pnndw T abito teU'- 
^róso'. Mft irc/vaàào i monaoi il «ecdii'o te.poooi 
ìdiiposto àd'tibbraec^ fuetto pairUto, 1- un d'est 
«> p«rfionie t^omb^o^ intrapreaet un < maiipggw» 
ìdakb diVeno da quello che Lottano tuptUava, 
Fercfocdièo' mosso Terameiria a oompassiesa d^ 
CìnfelK* re, sperando di riceva da lui magr 
gior ricompensa che bob avrebbe avuto servHulo 
liottario, seppe sì bene adoperare, che neoneilia?- 
fi-fd padre i àaé midon figliuoli, Kpinfi eLodor 
Vièò (tì' Baviera, 'U partito d«l vecchio impe^ador 
ita'tonìfr n forte; che egli j:rùtabi)it(> nel trono, 
poti' floche punire tutti i còlpevdi doUa- ribelUcv 
tie. Pu però Lottarlo privato' del tifala d*im|>era- 
dore', egli fu solamente' lasciato il regno d'Italia, 
a condieiobe QDOòra ^ ébsooo dovesse far cosa di 
moment^ sènza là am» prinui paxteoipe U padr^;, 
tacendo qud Agno ntiovQinehte accetto ^la oa< 
iona F^anoése (i); ondedbè tocnofiaen^ in Loa»- 
bardia più coafinio e woroato del mal successo , 
chéipentito della sua impresa. Come ^tt fisco 
appresso n sollevasse di auevo; comti d* accordo 
eòi diiè lì-atelli, facesse rìbelkc tutto lo stato al 
suo padre; come, fatto prigiotm, il facesse oon- 
'd&oaatt da -un oòncilìabola di vescovi ad una pe- 
^ÉiieoM't^Otìioa per vane imputanooì di delitti, 
6 'il riducesse a viver da penìteate in un nioca- 
'|tè»i di S^issons-j 'fd costreUo dal .» dì Baviera 



(■) NiUi. lib, I ap. Daniel pag', 611. 



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(t5| DEtLE Rivoluzioni o' WAtiA 

SUO' fratello, il traesse di'qudla religiota prigìébef 
e finalmente dopo, varie vicende , [ìrevaleDdò il 
partito del padre; Lottarlo fosse uà' altea volta 
rimaDdato pieno di - coofuàoiie ai ^uo governo 
^'Italia: iitm è cosa che si apparten^ al sog;get-r 
to di questi libri . Se non che gioverà riflettere 
che in que' cinque anni che Lottarlo si trovò oun 
tanto calore invischiato nelle civili guerre di Fran-' 
eia. le cose di queste ptovincie non poteron pfo^ 
cedere altro che male per le mutazioni frequenti 
de' governanti , pei diversi umori ed interessi chn 
avevano i conti e i duchi, e per una specie d'a* 
garOhta che nasceva necessariamente dal sentirsi 
che ora Lodovico .Fio ^ ora Lottarlo preyabvano ; 
ed, ora a nome del primo, oca a nome dell'altro 
u r^geva T imperio, e correvan gli ordini e le 
spediiipni . U celebre monaco Vaia , già nomina'^ 
(o .di t sopra , il quale avrebbe potato fer mena 
male che qualsivoglia altro de'miniatri e .favoriti 
del re, fu egli pure dalle aoHecitazioni der^suo 
signore, o da falsi pregiudizi di zelo tirato a par- 
te negl' ignominiosi maneggi delle gu«;re civili* 
e passò il più del tèmpo in Francia in tutt* altro 
opere che di solitario, finché eueor esso'^ tornata 
in ,Italia, fu da Lottano fatto abate di s. Colom- 
i^ano in Bobbio (i).. Ma né Lottano stette Inn- 
gamenle . quieto al governo del suo r^^no-, ni 
V^Ia nel suo. monastero. L'imperadrìce Giudittài 

(0 MabijI. Anaal. Bebediu. -" t ' 



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/iiIJB^ó Vm. Capo Vili. à58 

«tata par ^addietro nemioa capitaliesima ediEof:- 
tariò e di Vaia, si mosse ultimameote a cercar 
con «omino studio l'aiiiicizia dell'uno e dell'ahjro* 
.Vedendo .ella il marito oggimai vicino alla fine-, 
e temendo tuttavia', che i due figliastri o d' ac- 
cordo uniti, o ancbe separatamente, come: pia 
maturi d'età e perciò con maggior seguito Al 
partigiani, non cacciassero il figliudl suo Catto il 
Cairo (tei regno di Aquifania che gli era stalo 
- assegnato, qiiando; questo giovane principe rima- 
nesse aenia l'aiuto d'uno de'due, s'avvisò savia- 
mente, benché poi l'effetto seguisse contrari, di 
riciroeiliarsi con IjOttario , e cOÌ vantaggi eh* ella 
potea proccurargli vivente il marito , guadagnar» 
sene l' amicizia e la protezione per l' avvenire . Il 
vantaggio essenziale che Giuditta potea portare a 
Lattario, era dì rimeftterlo pienamente fièlla gra- 
zia del paà'e,.e con ciò fargli restituir buòna 
parte ddle provincie e il titolo d'imperadorei 
ond' egli era stato privato per le sue ribellioni . 
Ella avea per questo fare , il maggior destro del 
mondo, perchè Eiodovico non meno tenero del 
priuoìpei Cario ,. ohe ne fosse la madre , già era 
molto bene di ctmcerto con lei in questo negoìiia ; 
anzi egli stesso si fece mediatore per riooDoiliare 
ooU'imperadrice. l'abate Vaia, stimato unico strc 
mento valevole a trattar poi gl'interessi comuni 
di GiudittB,:0 8Ìa.deI i-e Cario e di Lottaria(i). 

(i) Pasch. Bath. ìd Vita Walac ap. Mabill. ubi sup.; et 
panie! paj. Wg. ^ . .-;. . ; ;: j ■[ 



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iè4 tìstu tiFiftfLvtnm h^ìfAUÀ. 

"Mi finma ch« é 'buon termìae -it cftoHwc M B ttt f 
questi trattati) Vaia aloidi tottarJo; «ItiV «ll'inc 
fiacdd ctie g^ di^e tioa tnàUttk ^ràggiilati^x 
in ifiieiti fraogenti,' andata ant^t-a frappottetidtf 
HuOTÌ ostàcoli alla siii Hoo&ctliaitidDei ptt-ìà^o»' 
tenie ch'egli faeerd ia Italia « indarno òuMiima'' 
tbente dtAla Chieiat e iit odio -di tutti (!<rf<Atxchtf 
ATcaDo btìk pasBaté diaootdie dato -qdalcbé iegaa' 
di rispetto b all' jm[>èrador Lodovi()ò sqo-padMt 
a e^a hiatrigaa CiudittAi k ctualfi in tempo fi^ 
H partito de' ribèlli '^rcTaleVa, «ira stata i^^ta 
in uii monastero a Tortona ^ Ma •qdeiHi iiB^afciiM' 
sima impèradricé non toglieva pevh gli ùcefai'<^U 
li mira «be sì ^a prefissa j éoitó it tnafiéggìd' 
d' Una niiovà ainicli«vo]e diviaioBe di séati da Saità 
col re d'Itfdiài ibdii«sa ad ^i biodo il hiaHto 
ad aeerescere, «orae fìscet la- pòritond ài |»in*iù^ 
Carlo i Questa co«a eccitò » fratelli di bet iUMò: 
alla gùetra* Ma Lottarìo- patte àbbattatd dalt^ 

, forze del padre i parte «ddòIciCo dagli >^ì62li^dì - 
Giuditta t acconsi^ ■ ella dìsptmzioiW' fatta in '^ ' 
tor di Cftrloi ed ottenne aoebd !># ià' itotatril» 

^ggtoltta al sud dotbiòioi Né >(«* qiiesto rimase 
quieto il buon todovico i ooàdatmato dal Uùa 
destino a passar la vita con Vami intoatio cofl- 
tre il propria «àngnei todofrico , altro fi^gliùtìfo ' 
deirimperàdore* già fatto re di Baviertìt rìptìtón^ 
do»i pregiudioato da <jueit*uÌtÌtoo epartimento dé^ 
gli stati patemi t mosse nuova guerra a suo padre, 
il quale parte per Vecchieaiza, parta fa 'questa 



=dDvGoogIc 



: tiBso vai. Cam vnt |?ì 

nuova rit»lUo»e d'uà figliauio , e fa t«*agB 
detti ttard» ?■ Mìa guowaj si tarai io un'isola 
ticinp h Magoni*, allorohÌ! già avendo bpitretto 
kHa iiSrala il figliuol ribelle, stav». per dat nu<H 
»i oriiOaBeoti per li sicUteiia del predilettoci, 
lo » dell' impetadribe, « lasolatt morendo, m pa^ 
Da' la «la. famigli». Hncipe per pietà é p«, de^ 
liolBaà egualmente famo») e' pe^ ricopiarne il 
«aeatteré.chetólle Spegare in poobé patol» Un». 
Slotico Francese, fu principe Stlimot pnixé ttopf 
pa bui*o, oattiró pjiticot imperadot medioésist 
«itóo, beucbt Tirtttoso (i).. .: 

. 'Ma: per là morte di Lodovico ìiou céMàionoJ» 
disoonii* della famiglia teale; e anòorchi tutti • 
tre, i fcatelli àvesseto qualità dà tegnaré, miglilirii 
forsèi thB aoU ne: aveste il padre loh)i noti mi", 
fiorii pet inltb questo lo (tata de'FraUoewi .i* 
quel d'Italia cbeavea it ttiettà Union» con jB 
afiarl di BwUoi»; L'Ambinone e a gonio àvidi», 
ed inquieto di tottario, cagiona principale delle 
calanuta accadute sotto Lodovico, riaccese ancOr 
t-à'dopo la sua morte lo stesso fuoco deUe gUetrg: 
civili.. I «noi disegni fcrano.fi Vasti, che tiravano 
per pocp ad occupare tuttì gli stati dell* Uno e 
dell'altro fratello,, mostrando perb sempre ora di 
Volei^ difendere il ,re d' Aquitània dalla cupidità., 
del re di Baviera , ora di far, a qUest' ultimo queU 
la. ragione cbe non gli.aveà fatto il padre troppo 

(0 .pan»! fag.. 646. 



0,'Googlc 



a 56 Delle Rivoluzioni d* Itaua 

iodÌDato alle Toglie della seconda moglie . Ma il 
re Lodovico e il re Cario che d'cw innanzi chiame- 
remo Cario il Calvo, si furono senza lungo indu- 
gio avvedati delle- ree intenzioni del maggior fra* 
fello ; ed unite le forze loro * come uniti etano 
gl'interessi, stancarono gì fattamente il lor nemi- 
co, ohe Lottano, o di buco grado o per forza, do- 
vette dopo tre anni dì civil guerra, ridursi a. 
trattar sinceramente di pace ( an. 844 ) , affinchè 
così gli uni come gli altri potessero rivolgere' le 
forze che ancor avanzavano alle intestioe batta- 
glie contro i nemici esteriori, i Norraanoi da 
uu canto , ì Saraceni dall' altro , che ogni dì fii- 
eevano maggiori danni alle provincìe soggette a* 
Francesi . 

Neil' anno stesso ehé questa pace fu stabilitft 
fra i tre fratelli, Lottario augusto, ancorché md- 
to non gli rimanesse a travagliani nelle cose d'ol- 
tre monti, e potesse di l^geri venir in Italia a 
provvedere alle cose di qua, stimò meglio di 
mandarci il figliuolo ohe portava il nome dell'ava 
e dello zio , <aoh Lodovico, seconda di questo no* 
me fra gl'ìmperadorì. 



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Libro Vili. Capo IX. aS?, 

.CAPO IX. 

J)i X^ovico IL imperadore e le d' ItaUa : rivol- 
. gementi che al suo tempo avvennero in alcune 
Provincie. 

XJeochè dopo aver mandato in Italia e fatto co- 
ronar re Lodovico suo primogenito, EiOttario<ai>- 
-gutto sia vivuto ^cora. undici anni, egli non 
sembra però , che s' impacciasse gran iàtto nelle 
cose Italiane f se non forse quanto gli pareva ne- 
cessario per aiutare con suoi consigli ed avvisi -il 
6gliuoIo. Né alla morte del padre cambiò egli di 
italo e di, fortuna: perchè avendo due altri fra- 
telli , air uno che fu Lottarlo , fu lasciata quella 
parte di Francia, che poi si chiamò dal nome di 
lui Lottaringhia o sia Lorena ; e V altro iti fatto 
re di Provenza . A Lodovico U. rimase il solo re- 
-gno d* Italia col titolo d' imperadore . Ma l'Italia 
a' ebbe almeno questo vantaggio , ohe il suo gOf 
verno fu per allora fatto indipendente da ogn'in*- 
iluenza di dominio estero, talché pei vent'anni 
«he visse Lodovico IL dopo la morte del padre, 
-«gli fii il primo e il vero ai'bitru e di ragione e 
di fatto di. tutte le terre d'Italia. Arbitro, dico; 
perché quantunque egli e per la grandezza del 
suo regno che abbracciava tutta la Lombardia, e 
per l'autorità sovrana che come re ed imperadore 
Tomo IL 17; 



=dDvGooglc 



a58 Deiìe Rivoluzioni b'IjAtiA 

vi aveva sopra i duchi che governavano pa- 
recchie terre, potesse da? legge a tutti gli altri 
principi ; non è già da credere eh' ei fosse sìgno- 
1-e assoluto d'Italia come era stato Teódorico, né 
ancora come furono tra > Longobardi Liutpraodo 
e Astolfo . Ad ogni taodo uon si fece nfe si trat- 
tò cosa in Italia, ch'egli non v'avesse la princi- 
pal parte. 

Conrerrà qui accennare nd più breve modo 
che ci 6a possibile , le cose di Benevento , nelle 
quali ebbe EiOdovico II. ad impacciarsi ora con 
lòde e vantaggio, ora con disonore e con danno < 
Ed ancorché i rivolgimenti che allor avvennero in 
quelle contrade, debbano a molti parer per av- 
ventura poco interessanti , non è per' ciò inùtile 
di volgervi V occhio di quando in quando , per 
osservare per quali gradi e vicende quella sì no- 
tabil parte d'Italia venisse a formare un sol rea- 
me nel modo che viene presentemente . Oltre che 
non si potrebbe dar giusta e compiuta idea del 
regno di Exidovico , senza qualche ritratto delle 
cose di Benevento. Che se alcuno de' nostri' let- 
tori desiderasse più distinto ragguaglio di quelle 
rivolùiioni di Benevento, Salerno e Capòe sotto 
i principi Longobardi, potrà consultare Camillo 
P^egrino (i), insigne rischiaratore di quelle sto- 
rie. N& mancano altri moderni ed atea! nòti au- 
tori, che più copiosamente ne scrissero. 

(i^ Slampato prima io Napoli nel ifij3 , e poi dal Mu* 
ratoti nel tom. tt. Iter. llal. 



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tiBRo vai. Capo IX. ìSg 

ÀI valoroso Adelchi ( di cui abbiam ragionato 
^ol sopra) fondatore del principato Beneveataoo, 
èra succeduto il Bgliuot Grimoaldo, il quale es- 
sendo morto senza lasciar di sé prole maschile, 
ebbe per successore un altro Gritnoaldo, chiama- 
to per soprannome Storesaiz (i) . Spento costtii 
pfer congiura de* suoi conti e castaidi , gli succe- 
dettero nel principato Sicone capo de* congiuratu 
uomo torbido ed ambizioso; e poiSicardo di lui 
figliuolo, assai peggiore del padre ne' vizi, e noa 
■feguale nella bravura; La crudeltà e l'avarizia dì 
Sicardo condussero a tanta disperazione i Bene* 
Ventani, che ti tolsero dal mondo dopo non molti 
abni di principato. Fu eletto in luogo di lui Radel- 
cfaisio gran tesoriere dello sfata, il quale per bon- 
tà, per senno e per valore avrebbe dì leggeri po- 
tuto risforare quel principato. dalla passata tiran* 
side scompigliato ed afflitto. Ma la troppa libei*- 
tà e r indipendenza a cui s'andavano avvezzando 
non meno i conti o governatori , che ì popoli ^ 
rendè il regno di Badelchisio troppo travaglioso. 
ed infelice, e di trista ricordanza a* suoi .posteri . 
Era Capoa , fra le città soggette al dominio de' 
Longobardi Beneventani , quella per avventura * 
che più delle altre aspirava all' indipendenza , 
forse all' esempio di Napoli i d' Amalfi e di Gae- 
ta, le quali, per essere dipendenti da' Greci im- 
peradorì troppo lontani e poco potenti a sostener 

- (i) Storia del Regno di Napoli lìb. 6, cap. 6, 7. 



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s6o DtLLE Rivoluzioni d'Itaua 

le rose d* Italia, rallentavan facilmente il freno 
alle città llaliche ctie si tenf>ano a lor diTOzione, 
e che goffo oome dell' imperio orientale si r^- 
gpvaoo a forma à' imperfetta repubblica . Capo 
del governo era io Capoa il conte Landolfo, il 
quale o per vecchia inimicizia che avesse eoa 
Radetchisio , o perchè avesse ancor egli sperato 
^i salire al principato allorché fu morto Sicardo, 
o finalmente per qualche altro più recente moti- 
vo di sdegno e mutui sospetti , nodriva pessimo 
voglie verso di Radelcbisio . Pertanto , non sola" 
inentp fomentò ne' Capoanì il desiderio dell'indi- 
pendenza , ma fece occultamente sollecitare in 
Benevento, in Salerno, e per molte partì del 
principato tutti coloro che si potean presumere 
mal soddisfatti di Radelohìsio , e strìnse lega coi 
I^apotitani già troppo pieni di rabbia contro quel- 
li di Benevento , da cui spesso avean ricevuti dan- 
ni e molestie , Ma Landolfo o non volle o non 
potè ottenere da' sollevati d'esser creato prinoipe 
di Cappa, essendosi giudicato opportuno, per dar 
più riputazione al partito, d'inàalzar a quel gra- 
do Siconolfo fratello del morto Sicardo , e che 
per ragion di sangue potea presupporsi chiamalo 
alla corona per legge o per costume, e rendere 
per questo solo riguardo l' elezione di Badelchisib 
vacillante e dubbiosa. Era stato Siconolfo, re- 
gnando il fratello, cacciato in prìgione; donde 
trovato modo di scapolarsi , e statosene lungo 
tempo nascosto appresso d' un suff cognato" conte 



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tifeno Vin. Capo IX. ìét 

fli Consa, (juindi finalmente s'era rìdovérafo in 
Taranto, come terra con soggetta al domiaio dò' 
Longobardi . Da Taranto fu per sollecitazioae 
d'un certo Danserio nuovamenle bandito per or- 
dine di Badelcbisio. Ghiaoiato a Salerno, vi fu 
■da'Salernitalii, da'Capoani, e da alcuni Benevep- 
tani partecipi della ribellione, creato prìncipe. 
.U suo partito si fece in poco di tempo sì forte , 
ohe Radeichisio vide levarsi dalla sua obbedienza 
una grandissima parte delle terre soggette al suo 
principato . Quindi , acceso d' indicibile sdegno 
Contro ì ribèlli , né perb vedendosi forte abba- 
■s^oìta da poterli reprimere, venne ultimamente a 
pigliare di <]ue' partiti che solo nel fervor della 
-collera e nel desiderio esuberante di far vendetta 
possono parer buoni. Già erano j alcuni anni ad- 
dietro, pacati dall' Afriòa nella Sicilia i e dalla 
Sidilia ne' littorali d'Italia i Saraceni, conquista- 
tori rapidissimi in quell'età; e s'erano stabiliti in 
Taranto; A questi barbari ebbe dunque ricorso 
Badelcbisio , i quali troppo volentieri , invitati e 
non invitati, mettevano piede ne* paesi altrui; e 
però Cominciarono a far costar caro a Siconolfo 
r aiuto che gli portavano , occupandogli subita- 
mente Bari con altre terre importanti del suo da> 
minio . Il vero è che con T aggiunta dell' armi 
loro Radeichisio divenne superiore di forze a Sf-> 
conólfo. Ma questi non volle cedere per tutta 
questo, anzi all'esempio del suo nemico si, rivol- 
$e -anch' esso con pernioioio consiglio a cprout-^- 



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jt6z Dbixe fliTOLuzioHi d'Italu 

' aiuti de' Saracrsi e de* Mori dalla Spagna e dal- 
'l' Africa. Venne pertanto un nuovo sciame di 
crudeli e rapaci barbari} e i due partiti che con 
pari aiuti di Saraceni si fecero aspra e rabbiosa 
guerra, non altro fruito colsero, che quello di 
vedere i lor paesi saccheggiati e distrutti , e tut- 
.fa Italia, la quale, fuori di queste guerre de!Be- 
neTeniani, godeva pace sicurissima, esposta ed 
aperta alle rapine di crudel gente che non era 
>per lasciarsi ritor di mano s leggermente la pre- 
da a cui era stata invitata . Coovenne .fiualtnente , 
«he il -re Lodovico II. venisse alla volta di Sene- 
Tento per metter argine alle rovine che vi menft- 
vano i Saraceni, e fermar qualche accordo tra ì 
due prineipi contendenti . Vinti e sconfìtti i Sa" 
raceni dal valore di Lodovico, Radelchisio e 8i- 
conolfo ebbero tuttavìa iu luogo di gran favore 
di dividersi fra loro le terre componeoti già il 
dur-ato di Benevento, ritenendo l'upo il titolo di 
principe Beoevenlatto, e l'ahro pigliando il nome 
dalla cHtà di Salerno, città principale tra quella 
di cui SicoQuIfo' erasi impadronito, Coù cadde e 
si ridusse a piceni dominio quel grande e fortissi- 
mo principato di Benevento, ohe per circa due 
«ecoli avea potuto gareggiar quasi di potenza co- 
gli stéssi re di Lombardia: oon solamente, per la 
divisinne che se ne fece, e |>er .«ssere stato, da 
lunghe guerre intestine esausto di genti e dt so- 
stanze , e scemata ' ancora per le terre: (diQ nMta- 
ìopo io potere de'Svaceni; ma Lasche. petiAè ì 



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' Libro VIU. Capo IX. i63 

nuovi priaoipi di Benevento e di Salerno , ìn ve- 
•ee di padroDÌ assoluti che prima erano (ad ecce- 
zione d'un tributo non grave, che s'eroao obbli- 
gati di pagare agi' in:>peradori e re d'Italia sue- 
cessori di Carlo Magno ) , divennero in quello 
scambio meri feudatari di Lodovico , quasi per 
guiderdone dell' averti sottratti dal giogo dè'Sara- 
ceni . ' 

Andossi poi vie maggiormenfa debilitando }o 
stato de' Longobardi Beneveolani , per un nuovo 
smembrunento che vi si fece qualche anno dopo 
la pace e la divisimie stabilitavi da Lodovico . 
Landolfo castaido di Capo», /fighuolo e successo- 
re di quel primo Landolfo che fu autor prio<ù- 
"pale di tante calamità, togliendosi dall'obbedien- 
za del principe di Salerno , nello stato del quale 
si comprendeva Capoa , volle ancor esco fa^si 
prìncipe e signore indipendente, rispetto ' almeno 
a Benevento e Salerno, ergendo dalle rovine del 
ducato Beneventano un -ferro principato che da 
■C^poa {u-ese il nome . S' accrebbe veramente in 
questa congiuntura l'autorità dell' impcradore; .e 
sarebbe forse da dire ohe per questo rispetto Jd 
'stato d' Italia non patisse nell' universalità gran 
detrimento per la caduta del principato Beneven- 
tano , èssendosi que' paesi in certo modo riuniti 
sotto, una sola monarchia. Ma né i Beneventani 
si mantennero lungamente soggetti e fedeli ai re 
Francesi; e coU' essere poco- dopo mancata la fa- 
miglia de* Carolingi , lo smembramento di quel 



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r64 Deue Rivoluzioni d' Italia 

Tosto prìacipato , il quale restando unito Kné^é 
potuto sostenere in qualche riputazioiK le coae 
d'Italia, si trasse ^etro altre calznmtà,- e ridw- 
se in estremo scompiglio quelle provincie. Frat- 
tentoi Saraceni, debellati e rispiiiti più volte 
dalle armi di Lodovico, rìoDovàrano nulladimeuo 
«d ora ad ora la guerra ; tanto più t^e le gelo- 
sie cKe nodrivan fra loro i principi di Benevesto 
e di Saléròo, Ì c&ùtì. o prìncipi di Capoa, e ì 
duchi di Napoli , davano opportunità a que* bar- 
bari di perpetuar lor dimora in ^ue' paesi , e le 
scorrerie che or qua or là facevamo per tutta 
l'Italia orientale: ondechè per avere qualche tre- 
gua da levo , . bisognava col pagamento, d' annui 
tributi contentarne l* avarìzia. Veramente le altre 
contrade d'Italia dal Tevere alle Alpi godevano 
in questo tempo tranquilla pace. Ma gli affari di 
Benevento , e le spedizioni che si fecero contro t 
Saraceni da I^odovìco U. imperadore, non lascia- 
ron però di mettere in gru movimento il re^io 
di L«nbardia ; e gli evenimenti di quello furono 
Ticini a cagionare rivolgimenti grandissìoii per 
tutta Italia. 

Due anni o poco più dopo la pace ohe nell' 648 
erasi conchìusa tra Radelchisio e Siconolfo, e la 
divisione fatta del dominio Beneventano fra loro 
due, morirono ambi qpegti principi, ed ebbero 
per' successori uno Badelgario , , e T altro Sicone . 
Ma né Radelgarìo tenne lungamente il principato 
di Benevento, né Sicone quel di Salerno. Questi 



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■' ' tiBRo Vin, CAta VK. 465 

fedsen^ succeduto al padre ìd età fuciuUesca , 
Sa 'da Àdemarìo, 6gIiuol.d^ suo tutore, tolto col 
velerà dal mondo ; e Radelgario esaendo morto » 
laseib al fratello Adelgi'so il principato di Beoe- 
veato. Era Àdelgiso fornito di quello virtù che 
rendono non meno i princìpi ,' ' che gli uomini 
privati cari alla gente , dolcezza e cortesia . Ma 
^li non ebbe sagacità sufficiente a ravvisare i 
buoni dai cattivi cousiglien e falsi amici. Gli as- 
falti contìnui de* Saraceni, e la necessità in cui 
et trovara di dover dipendere da* Francesi di cui 
era come vassallo , lo condussero spesso a cattl-^ 
vissimi labirinti ed intrigbi . Era ben . certo che 
uè le sue foi^e, né quelle de* Saleraifaai aoa; 
eran bastanti a reprimere i Saraceni . Gli- ^e&A 
imperadori d' Oriente non avean potuto difendert 
dall' armi di qUe* barbarica Calabria 6 laFuglia. 
Furono pertanto gli uni e gli altri costrettt'iS 
«ollecitare con ambastàate e con regedi l' impcm- 
dor Lodovico , che utìendo le forze della Ltìn- 
bardia con quelle de' Longobardi BenevMTtEmi , 
tentasse di cacciar d'Italia qu^l'* infedeli (i); 
Risolutosi l'imperadore di far quell'impresa, pose 
io grande movimento e in non minore aspetta- 
none tutta ritatla^ Né il successo fu contrarìft 
alle speranze , ancorché non' tutti gt' inooatrì' gtt 
toi-naasero favorevoli^ Strìnse di forte assedio-Ja 
città di Bari« divenuta da molti anni città prìndpale 

(i) ADODym. Salato, cap. 87, 6S> ap. Mutat. ton^ 3, 
pag». 2. &«r. I(d.-- 



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^66 Delle Bitolvzioki d* Italia 

e la mèglio munita de* nemid ; ed ancorché Ba- 
silio imperador d* Orìrate rìcbiamasstf imimrtaiia- 
mente 1* armata che io gran numero di Bavi avea 
mandata a qu^a guerra in àìtito de* Francesi , 
venne quell' importante piazza in poter di Lodo- 
vico , ' e con lei il capo della nazione , chiamato 
o per notae proprio o per titolo dì digbilà, sau- 
dano , La guerra pareva quasi che finita ; e por- 
tatoli Lodovibo air assedio di Taranto, sfava per 
discMciare affatto i barbari d* Italia , ed aggiu- 
ignendo al suo regno ed al suo imperio nuove 
Provincie , ridur quasi sotto un sol capo I* Italia 
intera (r). Ma la sciocca perfidia di Adelgìso 
disturbò' sì belt* opera, a cui per altro h credibi- 
le che gli andamenti della moglie , del conte e 
de' soldati di Lodovico, e le suggestioni del Gre- 
co imperadore e del saudano de* Sarnìeni dessero 
incitamento '. 

Avea Lodovico augusto da quel primo tempo 
che fu chiamato a comporre le dissensioni tra 
Ràdelgiso e Siconolfo, e molto' più dopo ch'ebbe 
dichiarata' là guerra a* Saraceni , lungamente At- 
to soggiorno in Benevento ed in altre città di 
quel ducato . Egli avea ancor seco Engelberga 
ìmperadrice sua moglie, donna fuor di misura 
fastosa ed altera , la qual sola bastava co' modi 
suoi a far perder quanto la bontà del marito 
potesse guadagnarsi di benevolenza e di rispetto 

(0 Ercliemp.cap. 53,34. — AnoDyin.S*lera.cap. io8-^ 



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Libro VHI. Capo IX. raGy 

-dàttó'peraoiie a lui soggette. La corfe e Teser- 
iko 'Fiaocese cbe seguitavan gii augusti (i)., 
-pieni di boria e di presumibile , com' h costume 
-della nazioti dominante ne* paesi strauìeri; e gonfi 
-ancora pei prosperi successi deli' armi loro, per 
cui conoscevano o si presumevano d* essere stati 
scampo e salute de' Beneventani, usaTano, com*è 
da Credere , assai largamente e , le donne e gH 
averi de* Beneventani , a' quali pur tutto queste 
«ose erano gravissime a comportare. 

Più drogai altro Adelgiso con pessimo ani- 
tBo sofferiva di far sì cattiva comparsa .in casa 
sua in confronto d' una corte imperiale , e di ve- 
dersi per soprappiù i suoi fedeli malmenati e sprez- 
zati dall' albagia de' Francesi , senza pur poterse- 
He dolere , non cbe rimediarvi . Il saudano Sara- 
ceno a cui Lodovico , richiedendolo Adelgiso , avea 
lasciata la vita, come uomo sagace e capacissimo 
d'ogni intrigo s'adoperò anch' egli a tutto potere 
per metter sospetti e gelosie tra'Francesi e*Bene- 
ventani , stimando questo !* unico mezzo di risto- 
rar Io stato abbattuto della sua gente . A questi 
naturali e spontanei sospetti di Adelgiso» ed aljl) 
malÌKÌose suggestioni del Saraceno altri non meno 
éfìGcaci stimoli v' aggiunse Basilio imperador d'O- 
riente . Non possiamo chiaramente ricavar dalla 
storia t donde, avesse principio l' inijnicizia che sì 
vide scoppiar tra' due imperadori» i quali pec 

(i) ÀDOD^ni. Salem, cap. log,. 



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>68 Delle Rivolu2ioni d'ItalM 

nitro s* erano , come abbiam detto , collegati ìtsiè-^ 
.qie a danno de' Saraceni > Ma forse che la mal- 
vagità degli ufBziali che furono mandati a cotnatir 
dar r armata Greca sotto Bari, corrotti per av- 
ventura da' Saraceni , guastarono con false infor- 
mazioni r tinione de* due augusti , e riempierooo 
di mal talento P animo di Basilio. Certo che qpe- 
sto imperadore, dopo aver richiamata la flotta di 
Bari^ scrisse ancora una lunga - lettera pietia di 
querele a Lodovico * nella quale fra le altre cose 
mostrava particolarmente di non poter soffrir» 
eh* .egli si chiamasse imperador Romano, e porr 
tasse quel titolo ohe i Greci solevan dare, ai lo^ 
re. Però avrebbe voluto con ridicola e vana ag» 
giunta d' un barbarismo accrescere il Gre0o idio* 
ma , per dare all' imperador d' Oriente un titolo 
diverso dal suo (i). Nei supplementi d'una ero* 
naca Salernitana (z) ci fu conservata la lunga ri-* 
sposta che si fece da Lodovico a ciascuno de'ca* 
pi della lettera di Basilio . Ma boq par punto « 



(i) £' manifesto che ta voce (ìreca jSuvtXf'w corrispon' 
ié p«t appunto alla Latina rex . Ma perchè gì imperatori 
a Costautinopoli costamavaiio di cbiamariii fiarfXì't • 

riraxfa'-itfis . ^^ • primi re barbari che «iguoreggiarooo la 
lalia e in Occidente) conte Ìd paese LdliUO, si cbìaniara' 
no con voce Latina reges; Ì Greci pet una ridicola I«t <rà« 
aita non potevano soffrire che scrivendosi in Greco si dea* 
Me a' principi d' Occidenìe il nome di S"Aiv(ì '»> prtUt- 
sera d'aggingilere alla lor lingua queato nnovo TOGabol« 
ftti'vf • ^''^ Anonym. Salemlt. cap. ioa.- 

(a) Id PaialipoiÉu Ànonym. Salcroit. ap. HarM. Ew- 
lial. tom. a. . ■ . ■ ^ 



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tiBRo Vlir. Capo IX. 269 

che questi deponesse l' odio che contro l' impera- 
dor Francese avea concepito; e risoluto di fare 
ogni sforzo per rovinarlo, sollecitava Adelgiso al 
tradimento. O tale fosse in fatti la verità, oppu- 
re inrenzion tnalignà de' Greci , Basilio fece in- 
tendere al duca di Benevento , che Engelberga 
col suo marito avean presa risoluzione di levar- 
gli lo stato, e cacciarlo in perpetuo esilio (i) . 
Adelgiso credette o finse di credere questa no- 
vella, e si dispose a prevenire i disegni de'Fran- 
cesi . Fece prima ribellar gran parte delle cit- 
tà del suo ducato , quelle dell' Abruzzo e della 
provinola che ora chiamasi Basilicata, le quali, 
levato il tumulto, gridarono per sovrano Timpe- 
rador Greco , e si tolsero dalla divozion de' Fran- 
cesi , Adelgiso vedendo che Lodovico s' avviava 
animosamente a reprimere le città ribellate, e che 
mostrava di voler cominciare a trattar come tale 
Benevento , s' in6nse di non aver avuto parte nel- 
la ribellione , e tornò leggermente io grazia del- 
l' imperadore . Entrato poi in un' altra malizia , o 
con aperti ragionamenti o con mezzi indiretti con- 
dusse Lodovico a questo partito di disperdere iti 
diversi luoghi le sue truppe , e parte ancora di li- 
cenziarne. Quindi rimase Lodovico e la sua corto 
con assai poca guardia in Benevento; ed ecbo A- 
delgiso assaltar il palazzo dove V imperadore eoa 



(1) V. Aonal. Bert. cap. 37 et seq. - Daniel' Hist. de 
Franct tom. 1 in fol. , pBg. 785. - Murai, ad aiiw 8^ 1» ' 



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X^O ì)EttE RlVtìLUZIONt ìì*tfAÌlA 

l'augusta e con la figliuola albergava. Fece sub!- 
lo gagliarda difesa il prode Lodovico colla poca 
famiglia che aveva séco; ma vedendo non poter- 
si tenere il palazzo , si rìruggi in una torre di efh 
80, dov'egli potea difendersi per alcun tempo.. 
Passati tré giorni, Adelgiso temendo che ^U'av.- 
viso dì quel pericolo le truppe Francési sparse ^«r 
xaric terre'^ non accorressero a Iiberar,e il lor prin- 
cipe , fatte attorniar le torri di varie materie com,- 
bustjliili, fece intendere all' imperadore , cb*egli 
sarebbe arso vivo quandi} non s'arrendesse. Sì 
Venne alla capitolazione, e il duca si contentò .^ 
tìiandar libero T irapei'adore., purché egli giurasse 
di non mai più in avvenire metter piede in Bene- 
vento, né di far vendetta alcuna di .quello ch'era 
accaduto. Lodovico che pUr voleva uscire di quel- 
rimpaccio, promise* c'oq molti giuramenti quanto 
volle AdeTgiso ; ma fu appena libero ,. che crucr . 
ciaf» fiet-amente e pien di rabbia s'avviò verso 
Roma, e fece precorrere nei tempo stesso suot mes- 
saggi' al papa , pregandolo che gli venisse all' in-* 
contro per assolverlo il piìi presto che fosse, pos- 
«ibile dal giuramento fatto di non vendicarsi * In- 
tanto la novella di quell' accidente sparsasi pe* 
tutto il mondo» ed acóresciuta dall'immaginazio- 
ne altrui; come sempre addiviene .in talt contin- , 
genti , diede assai che dire ad ognuno ; ed i più 
credettero e spacciarono che Lodovico era stato 
morto in Benevento. I Saraceni dall'Africa e da 
Palermo non tardarono a iar nuora ; discese in 



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tiBRo Vài. Capo IX. , zft 

italia; e il re dì Francia Carlo il Calvo, e Lodovi- 
co dì Germania gì misero róno e l'altro con se- 
guito dì truppe in cammino , per entrare in pos- 
sessione del regno d'Italia, giacché Lodovico noa 
avea figliuoli tnaschi. Questi movrmenti de' due re 
dì Francia e di Germania, amendue zii paterni 
di Lodovico, diedero chiaramente à conoscere a 
lui ed a sua mefite, ch'essi si presumevano I'uoq 
e T altro eredi del lor nipote. L* imperadrice En- 
gelberga era certa di render profittevole a sé ed 
al marito questa speranza de* due zii; e venuta ia 
persona ne* confini d' Italia , ed invitati i due r^ 
a venirla a trovare uno inTrento^ l'altro alla bar 
dia di san MoHzio vicino a Genova , trattò sepa^ . 
ratamente con l'uno e con l'altro delta successioa 
del marito , ed io ìscambio della speranza che dier - 
de al re della Germajiia di volersi essa adoperare 
in favor di lui per farlo succedere nell'imperio* 
t)el regno d'Italia, fece cedere al suo marito una , 
parte della Lorena, di cut alla morte di Lottarlo 
i due re di Germania e di Francia nella lonta- 
nanza dell' ìiBperadore s'erano impadroniti con po<- 
ca ragione. Carlo il Calvo o sapendo osospettaa» 
do della promessa fatta al re della Germania « non 
si lasciò dar parola dall' astuta imperadrìce , . ma 
piantandola bruscamente , cercò di provvedersi aU 
trave migliori aiuti per salire all' imperio , quan- 
do la morte di Lodovico il lasciasse vacante. 



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17* Delle Rivoluzioni d' {tallì 

e A F X. 

Interessi e negozùtii di vari prìncipi per bt 
successione ài Lodovico II. 

V eramente la debole sanità di Lodovico augusto 
dava a credere ch'egli, bencliè più giovane, fo»> 
M per finir di vivere avanti i suoi »i; cosicché 
la materia più ordinaria de* consigli e de'ragiooa- 
menti e de* secreti commerzì tra le enti non pùE 
di Francia o di Germania, e de* prìncipi d'Italia 
così secolari ch« eooletiastici , ma dell* imperadoc 
di GostantinopoU , «-a il trattar della successione 
■1 regno d' Italia ed ali' imperio . Ciascuno avea 
intnesse immediato in questi affari : Carlo il Cal- 
vo e Lodovico pel diritto che aveano , e il desi' 
derio non mioorc! di ereditare gli stati ; gì* Italia- 
si per la mira e V intenzione comuni , che aveanp 
di farsi un re che poco gì' incomodasse ne* foro 
governi divenuti oramai veri dominii, se pur non 
riusciva ad alcun di loro d'occupare il regno per 
sé stesso. Basilio imperador d'Oriente avrebbe al 
cerio bramato che la signoria d* Italia fòsse cadur 
ta io mano di chi l' aiutasse a difendersi da' Sa- 
raoeoi e da qualunque altro nemico , e che non 
fosse VQglìoso per avventura d' occupargli le città 
che ^li rimanevano nc*IittoraIi d'Italia. Per que- 
sto egli inchinava fortemente a Lodovico il Ger- 
mapico^ il quale e per la vicinanza degli stfiti, e 



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Libro VIU. Capo X. a?3 

per aver nemici comuni da combattere da quella 
parte , coro' eraco gli SclavoDÌ , poteva essergli un 
utile alleato ed amico ; e per essere riputato dì 
carattere più onesto e più sincero del suo fratel- 
lo Carlo il Calvo , dovea essere amico più stabile 
B più sicuro. L* imperadrice Engelberga che area 
grande interesse e gran potere nella scelta che si 
trattava d'un sucoestore al suo maritò, area puf 
l'occhio rivolto al re di Germania. Dovendo ri- 
maner vedova con una figliuola , avrebbe voluto 
che il nuovo ìmperadore le fosse benevolo , va. 
auohfl obbligai» « ricooosoente , affinchè col favo- 
re di lui potesse vivere oon decoro , senza timor, 
dell'odiò e delle cabale de* nemici eh' ella sapea 
faenissimo d' aver in gran numero ' nella corte ate»- 
sa del suo manto e fra i ^chi d'Italia, ì quaK 
aveano dovuto - dipentter da lei , e> sopportarne 
l'orgoglio e la fierezza, regnando il marito stie'>. 
Perciò la riputazione di lealtà e di bontà, che H 
re di Germania s' era acqm'stata , e la conosceu- 
za particolare ch'ella stessa; donna acQtissima e 
penetrante , ne avea , ' la rendevano rì^olutissìma 
d' adoperarsi con tutto lo studio in favor di lui . 
Ma Adriano ti. che in questo potea assaissimo, 
era tutto impegnato per Carlo il Calvo. Avea 
questo pontefice in una sua lettera secreta (i)pro- 
me^o chiaramente a qud re , che s* egli fosse 
Tomo IL i8 * 

(0 Hadr. .11. ep. 34 ap. Labb. tom. 3 CoocUìor. - 
Horit. aon. 871^ ■ ■■ 



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274 Delle, Rjvoluìsioki, d' Italia 

sopravvÌTUto alt' impqrador Lodovico, per niun teso* 
ro del mondo non avrebbe ne promossa né appro- 
,Tata r elezione di iliua altro , salvo di lui : che 
tale era eziandio 1* intenzione del clero , del popo- 
lo, e della nobiltà di Roma e del moùdo {|i). U 
favore smisurato cbe mostrò ai Francesi Giovadr 
ut VIIL successor d' Adriano II. fece conoscere 
eh' esso npn avea esagerato nel dire, phe il clero 
Romano , nel. quale Giovanni , come arcidiacono , 
era certamente de* principali , desiderava .1* esalta-* 
.mento -dì Carlo il Calvo . Ben è probabile che i 
Romani , per que|r antica venerazione a|Ia discea- 
'.den^ di Pipino e di Qirlo Magno , inclinassero 
maggiormente al re di Francia Carlo ii Calvo, 
che rappreseotaya più direttamente t| successore 
■.di qujp' grandi bepefattofi. della Chicca e dì Ro- 
ma; ma più verisimile h ancora, che Ì suddetti 
pontelìci fossero portati a preferire la persona di 
Carlo il Calvo per questo appunto , perchè vede- 
vano la fazione del re di Baviera moltO:potentp , 
Quando questo re fosse salito al trono imperiale 
e al regno d' Italia ». poco obbligo potea averne al 
ponte6ce, attribuendone piuttosto l'elezione ai ma- 
neggi d'Engelberg^;. laddove ai contrario Carlo il 
Calvo avrebbe quasi interammte ricpnosciula la 
Buov^ sua dignità d^l favore del papa . Otreché 
potava il santo padre sperar? che un re di Fran- 
cia unendo il regno d'Itatiaa* saoi'stati transalpini^ 

(3) Ciobtliias totius urbis et orbis . .-. 



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LtBBO Vili. Capo X. ^yS 

■ l'osse {ler cooteatarEÌ più facHineiite del domi- 
nio di l^opibardia , senza troppo impacciarsi nel 
govehao di Roma e dplie terre cedute al papa 
da' passati mon^rphi . ' ÀU* opposto un' re di Ger- 
mania,* cHe stendeva il suo dominio nella Panno- 
nia e fino ài lidi, dell' Adriatico, avrebbe di leg- 
geri potutp ingelosire il papa per rispetto' all' e- 
sarcato di Ravenna è della Pentapoli, o sia mar- 
ca d' Ancona j sopra le quali prOvincie non gli 
^arebberp mancati pretesti d' esercitar sua giurisdi- 
zione, E ,ld corrispondenza del re Germanico col- 
1* impèrador d' Oriente sempre mai affètto ai pon« 
telici Bojnani ^ recava mi nuovo motivo di timo- 
te e di sospetto ; 

In questi . pensieri sì trapassaronp ben quattro 
anni, durante il ^ual tettipo che fu dall' 871 fi- 
no all' 874, Lodovico augusto i ancorché di sani- 
tà debole e scadente , sostetlnè quasi guerra con- 
tinua contro i Saraceni òhe Senza far grandi con- 
quiste infestavano colle scorrerie tutte le provincié 
che "ora formano il regno di Napoli e la campa- 
gna di Roma . Né gli ^ava minor travaglio il prin- 
cipe di Benevento , Cioè qUelld stesso Adelgiso chd 
lo aVea con sì enornlè insulto ingiuriato , come 
abbiam detto , e a cui fu spesso costretto di petv 
donare e restituire la sua grazia , afHnchè non si 
desse in braccio all' impèrador Greco,' di cui mi- 
nacciava di farsi ' vassallo . 

Per quanto gli davao tregua gli affari di quel- 
la parte , 1* imperaUoc Lodovico venivasene a 



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276 Delle Rivoluzioni d* Italia 

Roma ed in Lombardia per trattare ora co! papa « 
or co* baroni del suo regno , delle cose emergenti * 
e spezialmente dèlia successione de' suoi stati. Va 
solenne abboccamento si fece nelP 874 presso a 
Verona , dove si trovarono insieme col suddetto 
imperador Lodovico U. , il pontefice Giovanai, e 
Lodovico di Germania. Far cosa degna dì mara- 
vigb'a che con tanti maneggi e con tanto potete 
cbe avea Engelberga nella deliberazion del mari'- 
lo , non siasi né concfaiuso né forse ' progettato j 
per quel cbe apparisce , l' adozione d* UB de' fi- 
gliuoli del re di Germania, e il matrimom'o oon 
Ermengarda figb'uola dell' imperadore , d' età no.^ 
bile , a fine d' assicurare uno stato a quella pri»- 
cipessa , e contentar Lodovico , per cui nastrava 
tanto di travagliarsi T imperadrice . Ma coriie è 
costume ancor de' veccbi e d* ogni iùfermiccio' , 
Lodovico non si credea sì vicino alla Morte, eh' e* 
gli dovesse tanto affrettarsi a stabilir ' le cose per 
la successione; e i cortigiani nemioi d'augusta non 
mancavano al certo di lusingarlo con isperanza dì 
lunga' vita , a fine d'impedire ógni determinazio^ 
ile conforme alle voglie e al vantaggio di lei . 
Venne fi^ltanto a' morte P imperadore, e fo tol- 
to all' Italia il miglior principe che l*àvesse fin al- 
lo? governata j da che ella era caduta in mano degli 
stranicH . A|)pena trovarono ^ì stórid cosa da ri- 
prendere nelle sue azioni e ne' su'oi costumi ; 'e 
fceflchè dispiacesse a molti di veder- sotto il suo 
regno tanto sovranamente domipar la sua "moglie. 



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. LitìBo Vin. Capo X. "277 

ttoh àppatlsce per tutto questo, clip l'autorità eh' u- 
sercìib Eagelberga , abbia cagionato né ioglustizijt 
ilei eÌTÌI governo , uè dato occasione a guerre te^ 
merarìe e rovinose ^ Parrebbe piuttosto da crede- 
re che lo spirito alto e i modi imperiosi d* Engel- 
berga fossato ottimo compenso al naturai dolce e 
mansueto del suo marito per sostenere la maestà 
del trono e il vigor del governo . E que' cortigia- 
ni e qué* duchi che le porfaron tant'odio, e che 
cercarono di farla ripudiare, forse che non d'al- 
tronde eran mossi, che dalla voglia di governare 
in cambio di lei- il buon prìncipe. Il che non sa- 
rebbe stato altro che peggio alle cose d' Italia : 
(jozuàossiachè alla fine niim consigliere avrebbe 
avuto gr interessi tanto uniti col sovrano , come 
erano quelli della moglie e del marito non intor- 
bidati da varietà di prole, da che nonaveano che 
una sola figliuola comune k II perchè , dalle cose 
di. Benevento io fuori , nelle quali per altro non 
.si travagliò senza lode questo imperadore, tutto il 
rimanente d'Italia dal Tevere all'Alpi procedette 
assai prosperamente nei venti e più anni del suo 
regno, contandoli dalla morte di Lottarlo suo pa^ 
dre. E certo niuna parte d'Europa godè ìa quel 
tempo maggior quiete. Alla felicità del suo regno 
pare che mancasse prole maschile • per difetto del* 
la quale visse i isuoì ultimi anni in. qualche: agi-* 
tazìone per l'incertezza del successore, e pel pe' 
rìcolo delle guerre intestine assai difficili ad evitarsi 
io tali casi. Ma dagli esempi non solo di U>doTÌcai 



=dDvGooglc 



jyS Delle Rivoluzioni d'Italia 

il Pio, ma dei due re Carlo il Cairo e Lodovica 
il Germaoico , amendire travagliati , come per far 
tal iufeziune di quella famiglia, dalle ribellioni 
cbotinue de* lor figliuoli , possiamo argomentare 
cbe r imperador Lodovico li. re d* Italia sia slato 
anzi avventuroso ,' che infelice nell'iofieooDditàdel 
suo matrimonio: salvo che per favore speciale di 
STiperior provvidenza egli ne Eivesse avuto UD solo 
docile e sommesso, vivente lui,' ed abile al' go* 
Terno al 'tempo della sua morte. 



pi Carlo il Caho, Carlonìatitio , e Carlo il tìnfSStt 
ultimo te d^ Italia dì quél legnaggio, 

\ )l(re alla siòurezzi) del favor pontificio e delU 
fazione de' oemici di Engelbergà , Carlo il Calvo 
si provvide in altra non meno efficace maniera 
per poter occupare il regno Italitio' e l' imperiale 
dignità. Teneva egli ogni cos» io ponto per pas- 
sar l' A'p" al primo avviso óbe ricevesse ddla Mor- 
te di Lodovico 11.; e le corrispondenze che aveva 
alla corte di lui, gli rendevan facile l' aver que- 
sta niivella speditamente. In fatti oom'egli l'.eb- _ 
be, cosi fu subilo entrato in Italia s^[uit&tp da* 
puoi vassalli e da buon numerò di gente, armata. 
Ma nepptìr Lodovico di tieriliania si stavaj su que- 
sti ii-aDgentì dormendoceli suofiglìu^l^MUtleimannQ 



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, LiBHO Vili. Capo XI. 27J 

s'avanzò verso la Lombardia con non minor dili- 
genza- cbe vi discendesse il re Cai'lo, e con forze 
anohe superiori. Non si venne per tutto questo a 
giopoata , perchè 1' accortezza di Carlo scausò Jl 
pericelp del combattere , mettendo in campo trat- 
tati d'accomodamento, nella qual' arte egli era 
senza fallo superiore al giovane Carlomanno. Co- 
me passassero le faccende in questo abboccamen- 
to de' due concorrenti, non è ben chiaro; per- 
ciocché due scrittori di que* tempi, l'uno Tedesco 
r altro Francese , che ce ne lasciaron memoria , 
narrano la cosa a onore e vantaggio ciascuno del- 
la sua nazione. Ma ia somma del fatto fu que- 
sta , che Carlomanno accecato dalle promesse 
che il re Carlo gli fece di farlo diventar solo pa- 
drone della Germania ad esclusion de' fratelli , o 
come sìa ingannato da quel re, se ne tornò ver- 
so casa;' e Carle facendo anche esso serqbiante 
■d'andarsene, diede cosi una volta colle sue trup- 
pe:, e mentre che aspettava di saper dal papa, 
wa quale animo fosse per riceverlo, riprese il cam- 
mino d' Italia ,' e non ristette finché giunto in bo- 
ntà fu di buon grado coronato dal papa Giovan- 
ni Vin. , e proclamato imperadore , titolo che al- 
lora importava la -signoria d'Italia. Nel tornarse- 
' ne da Roma' in Francia convocò in Pavia una 
dieta generale di prelati e d' altri signori del re- 
gno , (k* quali fu nuovamente eletto p riconosciu- 
to <c comeloro protettore, signore e difensore; e 
4> gli fu promessa obbedienza in tutto quello cbe 



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28e Delle Rivoluzioni^ pi IfALU 

V fosse per ordinare a vdotoggù .della. Cbma 
« salute di loro »tes^i « (i): espresueoi troppo 
misurate, e che faaiio chìarameate. vedile chsgìà 
i prelati e i conti che a quella dieta interritatie- 
ro, cominciavano a riguardare )a dignità del}* im- 
peradore più. con parole e c^rimuni^, che con ve* 
race. voglia d' obbedirla in effetto . Certameote 
Tacijuisto che fece Carlo il Calvo e del re^w 
d'Italia e. del diadeina imperiale, servì piattosjto 
idi fregio, e di lustro agli ultimi due anni '^l «u» 
regno, che di notabile, acpreaciii^ento alla sua. po- 
tenza. Lodovico re. di Germania, e . Carlomanoo 
suo figlio ^i voltarono l*arm.i incontro; ed Najao 
per. contrastargli non meno la sovranità d* Italia* 
elle il possesso di quella parte della Lorena cb' en 
{li occupava j se non cl^e la morte, tpl^ lui dal 
mondo. prima che altri gli togliesse gli stali h. Gli 
efietti più reali che il suo esaltajoaento e la gara 
quindi insorta tra lui e Carlomanpo produase , fu- 
rono questi due , cipè di dar nuovo poUo. aUa pò- 
.tenza de' papi , e largo xampo . a qifattro duchi 
d'Italia, di farsi più grandi e più indipendenti che 
mai per r addietro, Lamberto di Spojleti, Beren*^ 
garip del Friuli , Bosone di Provenza e di LovOf 
bardia,.e Àreberto dì Toscana, i quali sotto no- 
me o di Carlo il Calvo o di Carlomanno .«igno- 
reggiarono ciascun di loro un buon ttiatto d'Italia, 
e pochi anni dopo aspirarono ; eglino mede^'oiì 

[i] Tom. S. Condì. Gallic>. ap. Duiel Bitloiro de 
Frwce pag. -j^. . 



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ti^Ro Vlfl. Capò XI. a8t 

tiU*ilnperìo, come' vedremo nel libro segiiente. Il 
f>apa , oltre ali* aver ottenuto dalla rìconosceoza dt 
Carlo il CaWo che gli era molto obbligato per la 
nuova sua dignità, guanto volle per rispetto al 
sito domìnio di Roma così nel civile che nell'ec- 
.clesiastico (i), si valse ancora del favore di quel 
re per abbassare la potenza de* vescovi Francesi, 
divenuti sotto gli ultimi regni non meno irrive- 
renti al pontefice, che ribelli ai loro re. GiovAn- 
nì Vili, mandò al ritorno di Carlo in Francia due 
legati , uno de* quali era suo nipote . Convocato 
«n concilio a PontJgone (2), il re ohe avea pur 
veglia d* umiliare que' vescovi per pili riguardi , 
lasciò operare e dispor d'ogni cosa aì legati con 
tuta maggioranza , che da quel primo tempo in 
poi t p6r quanto a me sembra « i legati pontificii 
e ì cardinali eominciarona di fatto a soverchiar 
l'autorità vescovile . Il mezzo più efficace che fìi 
immaginato per sottomettere i vescovi della Fràn> 
da , parte de* quali avean mostrato favore al par- 
tito del re di Germania nell' ultima concorrenza 
all'imperio, fu d* umiliar sopra tutti il celebre 
Incmaro arcivescovo di Reims , come il più fer- 
mo , il più dotto , e il più riputato di tutti ; e 
qoelto che con più ardore s'era opposto fin allo- 
ra -alle voglie del papa. Sommesso ed umiliato co- 
stui , ' certo ben era cbe niun altro avrebbe levato 
testa . Né bastavano al papa cpiest* importanti 

[1] Eulrop. praesb. Longob. apnd Daniel pag. ^g{, 
[2] Act. Concil.. Pooiig. tttin. 3. Concil. Gill. 



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jBi Delle Rivoluzioni «' Italia ■ 

terrigi eb*^H ebbe daC^o.il Calvo, siiacreatii». 
Maggior peosiero davano a Giovanni nei tempo 
stesso i movimenti de' Saraceni , ì quali , se .non 
èrano oppressi da fòrze' nipetiorl a quelle .del pa- 
pa o de' duchi di Benevento,: di cui anche peral- 
tro poco bi fidavano i papi , avrebbet con troppa 
facilità icfeslatt i contorni dì Soma e la etessa 
città . Sollecitò pertiuito sì . forte 1* imperadoie , 
cbe lo mosse a ripassare io Italia a far guerra .a 
que' barbari. Non. so qual vantaggio recasse .al 
nome Cristiano ed allo stato della cbiess 4i Ro- 
ma questa: spedizione di Carlo il Calvo ; ma . le 
cònsegUHize the poi ne avvenuto, furono affat- 
to nuove- ed inaspettate.- 

' E^a morto due anni avaqti , cioè poco dopa 
l'elezione di Carlo il Calva eiir.im|Ki3o*. Lodovi- 
co re di Germania; e i buch tre figliuoli, divisisi 
pacificamente gli stftti fra loro., stettero., fuori 
dei costume dr quella stirpe, molto bett uuiti : 
unione perb assai necessaria, affinchè non rima- 
nessero' r uno e poi l' altro oppressi e . spogliati 
dallo 2Ìo. Deliberarono eziandio di: levargli il do- 
minio dMtah'a; 'e Carlomanne. cbe aveva, e mag- 
-gior. diritto e^maggior comodo di tentar quest' inn 
presa , come primogenito e re della vicina Bavie- 
ra ,'calb in Italia con buono esmsito, e la sua 
X'enuta s'abbattè a quel tempo. per appunto^ cbe 
Carlo il Calvo avea passate le Alpi, ed invano 
aspettava io Tortona 1' arrivo di quattro suoi 
principali vassalli 4 Quivi ebbe' la. nuova che . 



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'LiBBo Vffi. Capo XLr., j83 

Catlbmanntr s*approg8Ìmava; e nel tempo 'stei^ 
fii rapportato pbt véatura a quest'ultimo , che l' ìiht 
peradòre' trovatasi iu Lombardia aotì forte anna- 
ta . Presero V uno dell' altro tale- epavento , chi9 
iàineDdue volfàron le spalle , e si fuggirono nello 
stesso tempo l'utiò verso Francia , l'altro verso 
Balera . Somigliaote destino ebbero ancora in 
questa congiuntura , che fii : d* aminalarsi grave- 
mente l' uno e r altro ad uà tempo , . Carlo mon 
nel passar il Moocenìsio , benché non per forza 
del male, ma pet veleno datogli da un' suo me- 
dicò Giudeo chiamato Sedeoia . Ed è maraviglia 
che niuDo abbia lasciato scritto per iihe motivo 
ed a sommossa di chi quel medico , ancorché 
Giudeo , volesse levar la vita al suo rigore , a 
icui era carissimo . La Francia e 1* imperio perde 
in lui Un principe che non altro -avéa di grande, 
che r aiubizione ì ed'il suo regaoDÒn è-jlotatHle 
per altit) che ^er la potenza- che s' arrogaFOBo, a 
cagione della sua debolezza, i duchi e i conti, 1 
quali poi rendettero i lor governi ereditari; e per 
aver trasferito net papa gran parte dì quella smi- 
surata autorità che i vescovi della Frància si era- 
no arrogata n^ dominio temporale del regno an- 
che ^ulla persona stessa del principe . Carloman- 
no' migliore dì lui scampò per allora dalla mor- 
te , ma non ricuperò mai più intera sanità . Man- 
cato lo zio , egli fu senza troppa difficollà rico- 
nosciuto re d' Italia . I due anni che tenne il re- 
gno, furono impiegati ad assicurami la sucoeesionQ 



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i,B4 DEcti: .hivtoAmmi:^'' Ivauà 

al fratello Carletfo o;,Carlo il GfqbmI: <ìoiiMp Ut 
pretennoD) ■ di - Lodovk»» il Salbo» «ueQedi^ in. 
ques^ aieixp a G«do il Calvp^ sqo pa^ nel i»- 
goa di >f rancia.- ; 

Cfclp it Orosao iii. dunque nell'^9; ccesAo re 
d'Italia, in luogo di ^ Carlòniaano . Ala il; p^gao 
suo , iìhe .^pareva pur dettinato a consolidare la 
mon<|rctita FraoceSR, e ristabilir nella sua gran-^ 
dezKal- impecio d*Oceid«Dte, valse S0I9 » recar- 
vi 1* ultinta roTida * e , a ridur particolarmente 
,r balia, a totale aaaTi:kia. Paco atto per sé stesso 
al govenQo , lasciò ttltta 1* autorità sua in mano 
di Liiitaj;dQ vescaro di Vercdli , il quale per 
questo ^0. eccepivo favore e potere incorse neU 
i'odijDiDon meno de* principi Lombardi, cbp de' 
Francesi, e Tedeschi . Tuttavia minore sarebbe 
stato. il male, se dopo ^ver elevato a tanta au- 
torità questo vescovo , fps^ stato almeno fermo 
nel sostenerlo . Ma. secondo la- ifatuca de'prìnoipi 
deboli « altrettanto facili ad abbandonare che a - 
sollevai;? l Dunisitri favoriti, Carlo il Grosso si 
lasciò dar a credere che tra la imporadrìce Bic- 
carda sua moglie, e il vescovo di Vercelli pas- 
sasse amicizia e famigliarità poco onesta . Mosso 
da questi rapporti , senza dar luogo a discolpa , 
scapciò dalla, corte e privò d' ogni jifiìzio Untar- 
dp , <e vituperò in pieno consiglio T imperadrìce » 
Ift quale benché facesse solei^ni pn^ove della^ sua 
innocenza , si ritirò nondimeno a vivere in un 
monastero . Per questi scofisigliati trasputi di 



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' Libro Vffli Capo X!.- aÒS 

sciocca gelosia i progressi che lascib fare con 
somma vei^gnà ' a* Normàtmi- sotto Parigi , fiiii^ 
rono di screditar Carlo il Grosso, e lascfaròno 
r imperio io peggior confusione ; perete V autiiri- 
tà che prima a nomie ■di Tni' s' esercitava dàt ve- 
scovo Liutardo e da 'Rìcòarda augusta, !fu s[)arti- 
tàniente , secondo che tSiascunoi potè più', usur- 
pata da molti barotii, -al quàtì' la debole satittà' 
ognor più cagionevole dell' impetadore' accresceva 
r ardire è 1* iridipendénaa . Ridotto a qaesto 'sta- 
to,' cercò d' assicdì-ar la successióde 'aJ' da'"8uo 
figliuòlo^ naturale per nome Bernardo. Ma pèt lo 
disprezzo e 1* avvilimento estremo' in cut' era cftr 
dulo questo imperadore', tanta èra-" lontano ' dà 
poter assicurare la successione Sd uo stìo bastar- 
do, oh' egli stesso fu sbalzato affatto dal trono; 
e ridotto a meudiòarsì il Vitto nel brèVè spailo 
che sopravvisse *1là sua deposizione. '■ 'i "" ' 
Venuto eraTultimtf periodo di grandezza, che 
' Hdio avea prescrìtto al legnaggio dì Carlo- Ma- 
gno ," legnaggio ■ non meQO'illustre per là Virtù 
de' primi , che famoso per la viltà e dappooaggl- 
ne, e per le discordie domestiche degli ultimi'. 
Questa famiglia che Dell^856 contava sei re vi^ 
venti nel tempo stesso, già forniti' di prole 6 hi 
età da spei'arla -aneor natiM'oEa', priuia però'cfae 
finisse 'il nono' secolo, cioè in meno di quaracft'au- 
ni, si vide ridotta a poco meno che' ad un" Solo 
rampollo ( Carlo il Semplice ) che fu dà' baroni 
del regno stimato inetto al' trono y e jaer due vol- 
te escluso dallar successione. 



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S86 DELtB RivcfLUZlosh D* Italia 



Cagioni deBa decadenza de' Carlovingit siaid 
d^ Italia soSò il lor refftìOi 

X ÌBO da* prìtai anni di LodoTÌno era stata qù6- ' 
sta rovina del regno di Car|o Magno presagita , 
benché ìuudo potesse prevedere che ÌA domina? 
zione e il lignaggio de' Carli fosse per maocaFe 
aiiàtto in sì btéve tempo . Là prima e priocipat 
Casose di qiiestd decadenza, che facilmente s'ap* 
presenta ad ogni rateadente lettore , fii senza 
dubbio I^ usanza di dividere gli stijiti tra* fratelli, 
e investire i figliuoli -della sovrana autorità ^ vi- 
vendo il padre. Ma a questo abuso j donde poi 
nacquero tante guerre intestine fra i posteri ^ 
Carlo Magno , appena vi era allora chi àttendes- 
80, come' a cosa stitnata necessaria ed inevitabi- 
Je . Vaia, già tante volte da noi nominato di so^ 
pra i essendogli domandato il parer, suo intorno 
agli emergenti -dello «tato in una dieta cher si 
tenlie per Lodovico augusto nelP 629 * compose 
sabito è presentò a quel reale consiglio uno scrìt- 
to , in òui esponea schiettametlte , quali ' fossero i 
disordini che portavano seco le rovine dell' itnper 
rio' Francese ; e propóse i rimedi che stimava op- 
portuni per farvi riparo (i) ^ Queste eause dello 

(1) Ratbert. ìn Vita Waiae lib. a, capi a, 3, 4. a^. 
MabiìloB nec. 4. Benedict. -. ■' 



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-. Libro VIU. Capo.XIÌ. aSj 

Itcàditilento della moaarcfala si riducono a questi 
due capi; cioè obe i aherìci e ì monaci aveano 
troppa parte tielP amministrazione delle cose po- 
litiche, e ì lai^i troppo s'impacoiaTWo n«Ue cau- 
se ecclesiastiche; che i laici aveano donato trop- 
po alla Chiesa , e gli ecclesiastici non contrìbui- 
vaQO quanto sarebbe stata conveniente ai bisogni 
del principe < L'erudito lettore stimerà epa. ra- 
gione, esser queste le sdite querele già tante 
Volte é in tanti secoli ripetute ; ma attempi di 
Vala:questi abusi veputi ajl* estremo riguardava- 
no, non solapiente la disciplina ecclesiastica., Ima 
direttamente ancora la somma dell'imperio , e la 
|jace de' popoli* 

. I vescovi delle GaUie, cbei come abbiamo- in 
altro luogQ avvertito j anch? sotto i primi re Vir 
sigoti e MerovÌQghi aveano grandis^ma parte nel 
governo politico di quella provincia ( maggione 
autorità di gran lunga si acquistarono sotto i re 
della seconda schiatta. E i vescovi della Lopihar' 
dia che fu soggetta allo stesso domiqioi entraro- 
no anch' fissi nelle pretensioni e ne' privilegi ^* 
V£«CiOvi oltramontani, e divennero sotto Ì re Fran- 
cesi più potenti che prima uelle cose temporali < 
Sebza contar 1' autorità che godevano i vescovi 
nel governo particolare delle loro città* la patte 
eh' essi aveano nell' amministrazion generale de' 
regDi^ d'Italia , Francia e Germania, rendeva per 
riguardo di lor soli il governo de'Carlovingi piut- 
tosto una difettosa e sregolata aristocrazia , che 



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l9è IteLLE BlTOLDZIONI d' 1tAI.IA 

vera e propria mootrehia'. 1 àacìn « gli ahrì ba- 
rooi laici entravano anch'em woza dubbio e net- 
le deliberazioni delle cote dì «tato , e nette e)^ 
noot od anebe nelle iBaugurarioni dei re . Ma 
prevalevano d'ordinario gli eccleiiastiot, parte per 
1* antoi-ità particolare ohe il carattere di miaistri 
di Dio aggiungeva , e per essere uniti in una «tea- 
■a causa col pontefice , e quan partecipanti di 
qu^a pote«là che , qualunque ■■ fosse la Ir^^ 
mità di queir atlo , avea aulorìeeata l' occapaaiob 
ne d<4 Irono ne* Carlovingi , e avea portato in 
casa loro l' imperiai dignità ; parte ancora per le 
ricchezze che possedevano I vescovi e i monaci , 
naggiorì in generale che quelle deMaitii* per le 
«terminate donaeioni ohe andavano sempre faoen- ■ 
do alle chiese ed a' monasteri i re'Fraaeesi . Tut- 
ta l'istoria di qù^ regno basta a oonvinoern* 
'che I* atitorìtà dì que* principi sì trovò perpetua- 
mente affidata alla discrezione di vescovi , i qua- 
li sì credettero d* ess«- in dovere dì deporre e 
rialzare al trono i re di Frauda , non attrioMoti 
(^e facessero de'vesoovi o de*[H«lì i ooocilì pro- 
'vinciali del quinto e sesto «eocrfo . Da questa esor- 
bitante autorità degli ecclesiastìei sopra i lor prin- 
cipi temporali nacquero quasi tutte le scandiilose 
guerre civili de* nipoti di CaHo , la decadenza dì 
quella famiglia , Io smembramento del vasto im- 
perio fondato da Pipino e da Carlo ; e quindi 
poi ebbero origine gì' tnoumerevolt principati e 
■atali libart , fra cui sì trovò divìsa V Europa nel 
secolo susseguente. 



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I . tlBpO Vin. CAPO..XU.. 2% 

. Hon era possibile cjbe « {«rsuasi. una vo^a i 
' vescovi. d'eaaet essi gU .arbitri d^la corona, e 
giudici a nome di Dio della .condotta del re,, una 
parte alméno di loro non trovassero qualche mo- 
tivo di riprenderlo, di punirlo, ed alcuna. volta 
di deporlo o di sostituire uo. altro della fanuglia\ 
giacchi, in generale il diritto della, famiglia, .al 
'trono non pare obe si mettesse in dubbio. Somf' 
gitanti motivi di. scontentamento nascei^no iafiìif 
mente verso del nuoyo pciacìpe; e coD.egaal fa- 
dlità sì deponeva quest'altro per ricbitunare al 
■trono il: primiero, o invitarvi un terzo. j[. principi 
Bte»si della fatniglia r«gfHuite fomentavano ed ac- 
'«reacevano questa aw^ìmento dell* autorità xqale 
• per propria ambizione, per le ^re e le, gelosie 
.n frequenti tra ì congiunti ì sperando sempre 
-d' avanzarsi , e di salire gU uni ^op» le rovine 
.degli altri, ì lìgliuoH colla caduta .del . padre , .e 
r un fratello colla depressione, dell* .altro . Per 
questi atti di giurisdizione, che aodavauo i ve- 
. scovi esercitando , egli è evidente che olt,m un 
certo dirit^ di preacrizìpne e di poise&o, elessi 
acquistavano per fare. altrettanto in avvenire, ot- 
. tenevano sempre da .colui eh,' era eletto re, qual- 
che nuovo e particolar vantaggio in favor loro . 
'Oltreché in tutto il corso dei suo governo. ciascu- 
no de* re preccurava , con altri nuovi privilegi e 
' d(«iazioDÌ:in favor della Chiesa, di conservarsi il 
piii che poteva la benevolenza e la stima delPor- 
dine clericale. Così andava sempre a ^an passo 
Tomo /i, 19 



ovGooglc 



, ìQo Delle Rivoluzioni d' Italia 

peggiorando la coadtzìoD del sovrano: impércioci^ 
-cbè, oltre una tal quale, direm così, amovibili'' 
• tà del suo grado, i redditi e le forze della coro- 
na diminuÌTano ancor fieramente per la sottraziou 
deHributi, cbe oaséeTa dall' immiinitit delle terre 
che si cedevano à* vescovi ed a*monaci , ì giiafi 
' non par punto , che sentissero dì buòna voglia 
richiedersi di sussidi nelle necessità dello stato (i); 
e il parlar d* esigerli forzatamente sarebbe stato 
capital delitto. Frattanto i baroni laici 'che in 
tutte queste rivoluzioni non trascuravano neppnr 
essi d' accrescete ancor di potenza , di riputaz/O' 
ne e di stato, andavano prendendo àrdiire di scqo- 
tersi dall'obbedienza del capo', ed acquistarooo 
■forze bastanti per sostenere rindipeodenza, meott« 
il re divenne vie piili impotente à tenérgli in dovere . 
Ciò non ostantiè prima cbe mancassero ì po- 
steri maschi del legnaggio di Carlo atti a trattar 
lo scettro, gli e0ettì più .essenziali e più gravi dì 
tutte queste vicende della famiglia rejgoanfe fu- 
rono poco Sensibili paissaggeri rispetto all'Italia, 
la quale si pub dtre che sotto il regnò de* Carli 
godesse assai prospero e tranquillo stato in com- 
parazione de* mali che avea sofferto tteglì scorsi 

(i) L'abate Vaia che propAie di eercare qaalchti ape- 
^ieole perchè il clero spontaneainente sì tasiaiK,-e desti- 
Ti««e una parte delle sue enlralc al aeiviiio del ptincipe, 
iu<.orie fieramente netl'adio de' tuoi collcghi : ijuaerendus 
. est modus et orda cum suittma ■ i-erereniia et religitine 
Hkristianiiatit < lUtbert. ]ftC> .di' de Vita Walae fag- 4()^< 
edit. Veuct. -, 



,; Google 



Libro Vin. CIapo XII- 29Ì 

Sècoli , é de* peggiori rÌTolgiineati che s'eguìtàroa 
di poi < -Se noi eccettuiamo le proriocie orientali 
d' èssa , che per la malvagità di alcuni duchi di 
Kaiwiì , di Salerno e di Benevento furono sotto- 
poate a varie travaglióse vicende, tutta quella 
parte che costituiva propriamente il regno d* Ita- 
lia i e ge&eralthente tutto ciò che s* estende dal 
Tevere all' Alpi , dalk caduta di Desiderio fido 
al regno di Carlo il Grosso godè quasi pace per- 
petua è sicura non meno dagli assalti di nemici 
stranieri i che dai movimenti di guerre intestine. 
t regni di Ftancià e di Baviera dà un canto, é 
gli stati medesimi che i Greci e i .Longobardi 
tenevano dovè ora 4 il regno dì Niipoli , serviro- 
no dall' altro lato ài regno Italico di ripari e di 
mura contro lei scorrerìe de' Normandi i degli 
Sclavoni é de' Saràcìeni ^ che infestarono e deva- 
starono nel secolo nono tante contrade Europee * 
tn Italia né Pipino né Lodovico ctie assai lunga- 
tnente vi lagnarono , né txyttAtìó augusto non fu- 
t'onó éobdotti à queliti igdominiose umiliazioni 
th* ebbero a sostenere in Francia parecchi di 
q'ue're . Forse che l'autorità superiore è sovrana 
ch'esercitavano i pontefici Bomàni sopra gli altri 
tescovi italiani 4 è il bisogna del braccio reale, 
ch'ebbero ì papi stessi per eonténere eltrì nemK 
ci della santa sede^ -é pet respitigere i Saraceni 
tante volte minacoianti Roma, li ritenne gli luii 
« gli alfri da quégli eccessi che si videro in Frafl- 
<eia. Me in tante Volte-chc i uifioti di Carlo Piagno 



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igs Delle BivoLuzrom d'ItAlu 

portarono le armi gli uni contro degli altri ,' mai 
non toccò all'Italia d*esser teatro di quelle' guer- 
re . Le vessaEJoni ioterne per la poteuza de* si- 
gnori non pare nemmeno che fossero maggióri di 
quelle che seguono quasi ineritabilmeute nelle 
grandi moaarcbie anche bene ordióate . I duchi 
di Spoleti e del Friuli , i marchesi di -Toscana , 
ohe possedevano come ereditari i lor ducati o 
governi, aveano proprio interesse a farvi osservar 
la giustizia per mantener popolate le loro terre, 
e il più che si poteva agiati e facoltosi i lor sud- 
diti . Le città che ora si comprendono nel ducati 
di Milano, nel dominio Veneto di terra ferma, 
nel Piemonte e Monferrato , essendo immediata- 
mente governate dal re e da* vescovi e da* mona* 
ci , doveano esser meno soggette che gì! altri po- 
poli alle violenze ed alle rapine . Dico eh* erano 
governate in parta da* vescovi , » perchè questi 
aveano nel temporale ciascuno nella stia diocesi, 
e gli abati nelle terre del monastero , ' autorità 
grandissima e signorile; sì ancora' perchè ì re 
della seconda schiatta di Frauda costumavano di 
destinare- in lor vece al governo del regno vésco- 
vi ed abati , di cui si valevano ancora essendo 
presenti . come di principali segretari e consiglie- 
ri . Ebbero gran nome Angitberto abate di Cen- 
tola sotto Cark) Magno; Adalardo abate di Cor- 
beìa , e Vaia suo fratello parimente monaco , già 
sì spesso nominato da noi in questo libro , sotto 
LodoriCQ l. , e ^ot^Q i it Bnnwrdo e Lóttarìo ; 9 



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Libro VUI. Capò M. agS 

tutti e tre furono in vari tempi principali miai** 
stri del i-egno , e ia lontananza de* principi, qua- 
si vicari 1 I visitatori o sindicatori straordinari , 
che con titoli d'inviati o messi regii si mandava- 
no a tener corte qua e là per varie parti d' Ita« 
lia, dove occorreva o qualche lite di maggior ri- 
lievo da terminare, o qualche querela contro la 
negligenza de' giudici ordinari , erano cherici o 
vescovi f>er la più parte. Ne mai il re si move- 
va per andar a tener corte , ed aprire que' pub- 
-blici giudizi che ma//i o placiti si chiamavano < 
senza menar: seco o invitarvi scelto numero, di 
vescovi e d'abati, insieme a* conti e ai duchi e 
marchesi che ìa questi giudizi assistevano . o cor<> 
teggiavano il re . E ne* giudizi solenni e pubtJici 
de' conti ed altti governatori di provincie, che si 
facevano a somiglianza di quelli dei re, interve- 
nivano spessa anche i .vescovi e i prèti della con- 
trada.'(i). Io so bene, iche- quel, tauto' impaccio 
che -si prendeeano i véscovi e le persone ecclesia- 
stiche e religiose nel governo temporale degli-ata-* 
ti,^ portò seco grandi abusi nella disciplina eccle' 
«astica e monacale ; ma considerando- ora sola^' 
mente quello che ne nasceva a benefìzio de-* pò» 
poh, dobbiam confessare che l'autorità che sì 
dava ai vescovi nel civile, fu di grande momen-^ 
to a mantenere la giustìzia , e a frenare le usur-^' 
pazioQÌ e le -violenze de' laici. L'integrità notoria; 

(i) Murat. Aatiq. lui. diswr. 3i. 



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594 Delle Rivoluziont d* Italu 

d' Adalardo e di Vaia , per cagion d' lesemplo , 9 
tutta la storia Italiana e Francese del dodo kcot 
Io ne fa pruora phé i vescovi quasi Epmpre s' a- 
doperarono in' prò della' giustizia e in rantaggi? 
de* poveri^ La colpa fu e il danno parimente de* 
prìncipi , se essi lasciarono tanto crescere in pre* 
giudizio dell* autorìtft reale quella de' veecoTÌ , la 
quale quanto potea esser ptile a pontentre i sud- 
diti e rendergli ancor fortunati , altrettanto fu 
biarimerole e pemidos^ allorché essi pretesero di 
trattare i regnanti come ^i farebbe dVun novizio 
religioso, o d'un pubblico' penitente . Pel reato, 
nemmeno 1^ disciplina clericale monastica noq 
fu in Italia sotto ì re Francesi in quella conjìi- 
sìone e quella decadenza, iq eui A venne ne''se- 
guenti secoli * e che già si vide ntAH Gallift'; e 
appuntò percfaè ì vescovi non ijscivaoQ cotanto 
da* limiti della lor professione , come jècero in 
Francia (i) . Gli scandali pia|^ori e in questo 
particolfu'e , 9 generalmente ìD: tutto il goTemo 
civile , ^ vMero in quelle dttà Italiche , le qeudi 
o dipendevano dai Greci, come Napoli,' d per Ie( 
vicinanza de* Saraceni a ^i si fecero tributarie^ 
9ome Qapoa 9 S^Ierpo, poco faceaq contò dB'pa-; 
pi, e pocQ rispetto mostravano ai re. Ma. o^I^ 
{Romagna, nella Toscaqa,^ in tutta la I^mbar- 
idia , sia che i vescovi s* ele^igessero dal pr<^Q 
clero e popolo » sia che fossero nominati dal nt 

(i) Yid. Mabillon Praefat. in Meca1.4' Bepedìct. ^-Sf 
Bum- 94- 



ovGoogIc 



; UtìBP Vili. Capo 331- i^^- 

(npl chf n"n pare che ȓ osservasse regola ferm* 
ed invariabilfi), ossi erano dal rispetto di Roma 
tenuti, a. sfgnu . £ l'ispezione e la cngpizIoD del- 
la lorO' elezione , cbo i papi o furon costretti o 
stimarono bene di lasciar agi* imperadori e . re 
d'Italia, giovò grandemente ad impedire che non 
fosse la cattedra dì s. Pietro occupata ed invasa 
per cabale e per prepotenze . E di vero , benchS 
non tutte le azioni de* papi del secolo nono sieno 
da canonizzare, tuttavia i più di loro furono uo- 
mini di gran mente e ài buona vita , e per que* 
tempi iornili di lettere e di sapere. 

.1 monaci , benché arrtochiti grandemente daU 
' le pie liberalità de* re I^ongubardt e Francesi, rìr 
tennero noodimenq in cj^ualcbe tollerabii vigore la 
disciplina: e non apparis(;e punto, che gl'Italia- 
ni abbiano avutQ che dire de' costumi moDa^tici; 
anzi P uso che durò sotto \ re Francesi , di pi- 
gliar l'abito' religioso nell'estreme giornate deUn 
TÌta^ , . dimostra bastevolmente , che i monaci non 
avean molto perduto dell'antica x*iputazÌotie di 
santità . L* abuso iniquissimo che già s' era Fen- 
duto tanto comune in Francia, di dare in com- 
menda a persone laiche ed anche ammogliate 
ramotipistrazione de' monasteri , passio in Itdia 
alquanto più t&rdi, e non ebbe, tempo d'introduc 
que* disordini e quella corraftela » ^ quello scon- 
■ volgimento e, disprezzo delle regole del viver mo- 
- Bastico, ghe di sua natura dovea portare la fre- 
quenza della commende. Fare che tottario sopra 



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agì* DiiLtfi RlVOtUglONf D' ITAUA 

ruttigli altri che regoarooo in. Italia dà CaHtf 
AfagDo io poi , abbia abusato d* ogni sorta- dt 
beni ecclesiastici , e ne abbia ptfrticolarmieDte fat* 
to traffico e ]nercataii2ia <;o*- oaoaaci , dai - quali 
si fé* pagare in lìbera elezione che- desiderarvio |- 
de*Ioro abati., Ma noa andò già ,fd tutte esente- 
r Italia da quella mostruosa usanKt- di vedere ve- 
scovi ed abati mooacì vestir corazza , e coudurre 
squadre amiate ne* campi dì battaglia per ràgio*- 
ne di' eerte signorìe temporali annesse ai reddit» 
'de*.lor monasteri. Il celebre bando dì Lodovico U, 
per la spedizione dì Benevento comanda agli aba^ 
ti e alle bades^ di mandar loro • uomini , e m 
.TesoaFÌ non meno cbe agli altri signori d'andar- 
vi in persona (i) . Vero è che- si trattava d' una 
spedizione contro de' Saraceni pagani : del rima- 
jiente , non apparisce che fosse ancor in Italia 
molto distesa né autwizzata cotesta usanza; per- 
ciocché uno scrittore alquanto posteriore a Carlo 
il Grosso , avendo dovuto raccontar dì onti pre^ 
lati che si trovarono iu una battaglia fra le squa- 
dre di Berengario, si ritenne dal dirne il nome 
per non disonorarli (2), ritegno che sarebbe sla- 
to vano e ridicolo, se l'uso di portar l'armi fos- 
se stato comune negli ecclesiastici . Ma come- 
cbè meritassero biasimo i oberici e i moaacì icbe 
con sì manifesta contraddizione alte regole della 

(i) Ber. Iialicur. lom. a , pag. aOy. 

('i) De Laiidib. Hiicugarii apud Muratori Iter. Ita), lo. 3 , 
pag. 593-94. 



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tamo Vin. Capo DC. ' igf 

ptofessìoti loro poitavano spada e vestivagp corazza, 
in vtiO& dì pastorale e di cocolla ; era per altro 
degDÌssiiiid di lode it sistema tenuto dai re d* I-. 
isMa. di far le guerre con fojtze proprie , arman- 
do vassalli e sudditi , ciascun secondo il grado 
die tenera ndlla mocardiiB . Quando altro non 
fòsse stato y almen questo di bene rìecvette 1* Ita- 
lia-dalia signoria de* Longobardi , poi de'Fcaoce- 
si; di riassumere l'uso delle armi, che sotto il 
governo degl' imperadori Romani s* era quasi del 
.tutto abbandonato, da che si cominciaFona ad 
assoldare Goti e Vandali ed Unni. E quantunque 
per ìe necessarie vicende dell* arno , e per fallo 
e trascuraggine manifesta de'eonrandanti non ve- 
nisse sempre fatto agl'Italiani di potnsi schermir 
dagli assalti stranieri , come dagli Ungheri ncm si 
difesero sotto il regnò di Berengario ; pur non^- 
meno vedremo nel processo di questi libri-, ébe 
r Italia si mantenne libera e potente finché durò 
fra gì* Italiani 1* uso di portar ' 1* armi , che sem- 
bra abbiano ripigliato pEurtioolannente sotto i re 
Fraacesi . Non solamente il regno d'Italia' ebbe 
sotto i Francesi a difendersi e ristorarsi con mi' 
lizìe sue proprie, senza condurre eserciti forestìe-- 
ri ([); ma più volte ì re d'ItaUa mandarono di 
loro truppe in guerre lontane e straniere . Percioc- 
ché Carlo Magno condusse reggimenti Lombardi 
contro i Saraceni di Spagna; e nella spedizione 
contro i Sassoni ed Avari a' tempi di Lodovico il 
(0 Murat ad aan. 378 et 785. i 



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99^ Delì^ RrvòLUiEfoNi b^ Italu 

Ffo mardiyrono aacbe i re d' Italia ton buono 
frappe di loro sudditi . Or quali forze poterselo 
quésti re metter ia campo si può ia parte argo- 
metJtare dalla guerra cirile tra Lottarlo augusto 
e suo nipote' Pipino contro .Carlo il Cairo e Lp- 
doTÌco il Germaoico , e particolarimezite dalla fi;- 
mosa battaglia di Fontane * nella quale • secondo 
ebe scrìve affermatÌTamenta uno. storico «ontem- 
^oraàeo , - perrroao dalla parte di Lottano que^- 
^aótàmila uomini' (i) . Due cose, sono qui .da 
Botare : una , che noa tutte le genti di lattario 
perirono in quella giornata , come ognun pM& 
supporre ; 1* altra i~ cbe quell* esercito senza dub- 
bio numéipsisrimo dovea esser composto in gran 
parte d'uòmini Lombardi. La lunga pace, o al- 
meno là lontananza delle guerre che poteano in- 
teressare la Lombardia, diede grande opportiwilà 
all' accrescimento della popcrfazione , alia qgale 
non era di grande impediiiiento il fìomc che fepe 
per questo tempo I* ordine monastico , perciocrJij!} 
r più di coloro eh' entravano iie' monasteri ,. già 
aveano avuto mc^lie e ^iuoli, e s' ayvioinavano 
alla Tcccbiezza. D'altra patte ìt disuso totale in 
cui era allora quel celibato de* laici ù feeque^le 
tra noi e tra i Komani de* tempi corrotti, reodea 
di poco pregiudiziale alla popolazione una medio- 
cre moltitudine dì cheriei e di monaci . Quagto 
alla scelta delle milizie, leguivasi tuttavia lo stile 

(0 Agoeltr ìb' Vita G«org. EpÌRop. &er. lulic. toni, ly 
par. t, pag. i85. 



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/! itiBRo Vltt Cipó SXi, t «59 

risatò' 'da' Longobardi. \Jp e^Uo diXodovicp U., 
iMatidìfto fuori da lui in occa^ìoae delle sqe im- 
|ireSe tibntro j Saraoepi , e uil altro di Carlo il 
Crosso de!r8&4, possono darp a chi il cercii^sp 
assai-distioto ragguaglio degli ordini militari cha 
s*o^^v&vano io Italia a qqel tempo (i). . 

'Ma ben maggior maraviglia ci dovrà parere , 
che 1* Italia non solamente altoni abbia dovuto ri- 
donoscfere da* barbati boreali il rinnovamento del- 
la milizia, ma abbia da loro dovuto apprend^ra 
ht quello stesso tempo te sciente più nec^s^arie; 
che bisogsf^e dagli ultimi confini d' Ocqid^nte 
e' del' Nord far venire in Italia i maestri ad inse-, - 
gnàrci , nwi che altro, la lingua Latina. Carlo 
Magno nel 781 avea preposto alle scuoi© dMtali^ 
è di FraBcia due monaci Irlandesi . Molti gnui 
dopo , essendosi trattato in un concilio Bomano 
sotto Eugenio II. delta rarità' de' maestri che si ve- 
deva in Itah'a, e ordinato di provvedere a questo 
difetto, fu neU'827 fetto venire di Scozia un mo- 
liamo per pome DuQgalo, famoso in quell'età pel 
^o capere . - Ebbe costui a teiere in particolare 
la studio di Pavia, ma fu neUo stesso tempo au- 
tore e quasi fondatore delle altre scuole d' Ivrea , 
di Torino , di -Fermò, di Verona , di Vicenza, di 
6ividal del Friuli; alle quali dovevano concorrer© 
ripartitameoie gli scalari da tutte le altre città^ 
del regno Italico , siccome ordinò Lottano in un 

(t) Ap. GammUl. PcllegtiD. , et Marat, tura. a. Rei- luK 



=d.vGooglc 



ao<* X)BtXÌ BiTdLVaiOlH D' IfALU 

Slip fatno^ capittjarei (i). II crebre patriarca, 
d* Aquileia Paolino , sopranoominato il Grammi' 
tico , «ra stato da) medesimo Carlo fatto venir ia 
ItaKadairÀiutna* paese uscito .pur allora, dalla 
harbarie. In i|o trattato particolare su questa .ma-> 
teria (s) noi crediamo di avw bastantemente pie- 
gato com'egli avvenga molto naturalmeate ,, che 
il genio delle lettere vada così circuendo per va- 
rie' contrade; e come d'ordinario ancor suooeda. 
«^'•fige fioriscano egregiamente ae]Ie provitioief 
allorché già sono comÌQ(»ate a decadere sella ca- 
pitale . NoO- è però maraviglia se gli studi o^ 
dal tempo di^ti Aotopini erano decaduti in Ro- 
ma;, coukindarono a fiorir nell'Africa, poi nella 
Spagne e nelle Qallie, dove, a pocc) a pos» s'era' 
no sparale le lettene daBoma e dall'Italia,, centro, 
allora di quell'immenso imperio. Fioalmente dal- 
la Gallia dove, nel q[uijDto « qel principio dd se- 
sto secolo erano in vigore gli studi non meno prò-, 
fani che saori , si diffusero n aj propagaicono nel*, 
le isole BritanDÌcl»e e nella Germania i dove Bel 
principio dell' ottayo secolo^ allorché a^mma ra-'. 
rità s*eran ridotti gli uamini letterati per tutto 
1* imperio d' Occidente * si renderono chiari, p^r, 
dottrina molti monaci specialmente (3). Con^fo»^ 
sia^hè in quello stesso periodo di tempo ohe sì 
coltivarono gli studi , dominavci anche il genio , 

(i) loter Leg. LoDgab. ap. Murai. Ker. ttàl. tom. 3. 
' '(o) DiKono tofn le Viceoile della Letteratura ; 
(3J Vid. MabilloD Fraefal. in Mecal> 3. B«ae4icl. £, ^ 



ovGoo^lc 



CiBRo Vltt. Capo Xn. dot 

ptwo aratiti rato nell'Occidente, della, vita mo- 
nastica .'■■': 

Ma non è da dii^ per questo , che (ussero 
in Italia passati in totale £suK> gli studi umani 'e 
divini. Certo è ohe- in Roma per lacurade'pon* 
tefici , de* monaci e de* cherici si ritenne qualche 
letteratura, e la liagua Latina nott vi rimase af- 
fatto spenta ,' almeno nelle scritture. Il tenofó del 
decreto sopraccennato d'Eugenio H. o del Consilio 
Romano dell' 826 intorno al difetto d6* maestri 
che' sì osservava in più luoghi, pi\h farcì argo- 
mentare che in quella immortai città non vi ibs' 
se tale inopia di chi fnsegnàsse almeno a' giovani 
cherici la grammatica, sotto il qual vocabolo in*- 
teodevaosì allora le uinaoe lettere , o sia la ÌHtiit- 
ra de' poeti e retori e" d'altri autori antichi, a 
ddta sacra serittura- medesimamente. ' 

Nella stessa ppoporeioné delle lettere essendo 
scadute le arti ,~ fuori dt quelle più' grossolane e 
più necessarie al" vivere uinano, non troviam me- 
moria di aloun arte o manifattura , salvo ohd 
d'un beilo e famoso musaico che ei orede fatto 
fare da Leon HI. in - santa Susanna , e di certe 
campane che OrsoFarticipazio doge di Venezia 
mandè in dono all' imperadore Michele UI. . Gior- 
gio prete VenezUtDo avendo portato di Costanti- 
nopoli r invenzione degli organi , non pare che 
quell'arte si coltivasse con successo in Italia ; giac- 
ché troviamo qbe. Giovanni Vili, jichìòse il yewqvQ 



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Òtìà ì)AiX 'Rivouhtàm o* ItalìA 

di FmiAga d*un organo per la sua chiesa dìAd^ 
ma, e d'uoa persona atta a sonarlo : 

ti commercio parca ged^almente essersi tU 
stretto tra poclie terre vicine d'una stessa ^nntia- 
cìa, ooDcorFenti le une al 'menìato' dell'altrèj'cd- 
Ine fu sempre necessario costume dì tutte le ùa' 
2Ìoni anche pi£i rozze e |)i& incolte . Pochi eratid 
quelli I per quel òhe né parli la storia Italiana , 
che fiieessero allora professione d* un traffibo al'' 
iqttuito più grande e più esteso. I Giudei dispen- 
si per Io motado ^ esclusi dà ogni uf6zi6 civile , e 
tirdioarìansente anche dall* agricoltiirct pe^ doìi a7W 
beni stabili propri j alienissimi per altro canto dal 
tnestier delle armi, furoikt costretti d inipiegar tut- 
ta Tiddilstria o fieli' esercizio della scienza 6sica ^ 
nelk mercatura : pero furono in tutti i secoli 
ed in tutti i paesi del mondo rìgtiardati come ì 
più intraprendenti è t più àvvedutT mercatanti j é 
tali erano essi in Italia anchti sotto il regno de* 
Francesi (i)j Ma fra le nazióni naturali d'ftàb'a 
ì Veneziani furono nod pure i principali i mi. ifia.- 
81 i soli oh* esercitassero fin dal nono seciolb un va- 
sto éommerzio . Venezia £ra 1^ emporio iioQ me^ 
no d'Italia, che deità Grecia è de' paesi confinaa" 
ti con r Adriatico ; Lo scrittor Tedesco « autore 
degli annali chiamati Fuldesi^ ile lasdÒ ^uaH per 

[i] Agaell. in ViU pootit'. Itavènn. aff. Uurat. Iter. 
Itali tomi I « pag. i6> , disi. }« in Anti^. med. «evi • 



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tiBRo vm. mvóf^ 3«3 

incidenza un bel testimonio (i); ft-p^u Spesso si 
parla nelle altre memorie di que* tempi di mMx^- 
tanti Veneziani, òhe d'Italiani genercjtliente. Gli 
Amalfitani posti Begli ultimi confini ^ Italia , e 
soggetti, benché t;on.poca dipendenza « all'impe-" 
rio Greco, esercitarono anch'essi sotto ì re Fran- 
cesi la mercatura .* ma il commerzio loro fiorì spe-r 
zialmente nel seguente secolo decimo . E i Pisani 
e ì Genovesi , che poi tanfo grido ebbero per tut- 
ti i porti del Mèdi terraneo « e gareggiarono dicrer 
dito e dì potenza cogli stessi Veneziani « hon pri- 
bia del S600I0 Tindecimo cominciarono ad acqui-- 
Itar nome. 



i^'ine Het seconda ppluiw. 



(t) Ai aDD. 86e. 



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