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Full text of "Divina commedia di Dante Allighieri corspiegazioni tratte dai migliori commentari e colla vita e ..."

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-l>^£ì.ipi^./0 



HARVARD COLLEGE 
LIBRARY 




From (tic Bequtst of 
MARY P. C. NASH 

IN MEMORY OF HER HU5BAND 

BENNETT HUBBARD NASH 

Irutnictor ud PnlaAHr of Itdun vid SpuiUh 



LA DIVINA COMMEDIA 



In questa edizione si sono seguiti i testi di quelle della Minerva 
(Padova, 1822), di Leonardo Giardettì (Firenze 1830), e dell' 
ultima pubblicata sotto la direzione dei professori G. B. Nico- 
linieG. Bezzuoli (Firenze, 1840). 



TTPOGBAfniE DF. II. FIBMIN DIDOT. — MF.SISI1. (eDRE). 



LA 



DIVINA COMMEDIA 

l DI. 

DANTE ALIGHIERI 

CON SPIEGAZIONI 

TRATTE DAI MIGUORI COMMENTARJ 

K COLLA VITA DIT DANTE 

DA GIOVANNI BOCCACIO 



PARIS 

LIBRAIRIE DE FIRMIN DIDOT FRÈRES , FILS ET C« 

IMPRIMEURS DE l/lNSTITUT , RUB JACOB, 56 

1864 



J)y\xK(,^ji^ 




VITA 



DI 



DANTE ALIGHIERI 



COMPOSTA 

DA GIOVANNI BOCCACIO 

blVKKSA dall' KDITA 

E TRATTA DA UN CODICK DEL M CCCC XWTII 

APPARTENENTI^ AL CAVALIERE CHE FI' 

GIUSEPPE BOSSI 

PITTOKR MILANBSB 
rrSLICATASI PBR LA PRIMA VOLTA in MILANO 

DA Ll'l(;ri MUSSI 

7IRL MDCC<:iX 



VITA 

DI 

DANTE ALIGHIERI , 

POETA FIORENTINO. 



Solone , il cui petto uno tempio umano di divina sapienza 
fu reputato, e le cui sacratìssime leggi sono ancora testi- 
monianza della antica giustizia e della sua gravità, era, se- 
condo che dicono alcuni , spesse volte usalo di dire , ogni 
repubblica , siccome noi , andare e stare sopra due piedi , 
de* quali con matura autorità affermava , easerc il destro 
il non lasciare alcun difetto commesso impunito , e il sinis- 
tro ogni ben fatto remunerare ; aggiugnendo, che qualun- 
que delle due cose mancava , senza dubbio da quel pie la 
repubblica zoppicare. Dalla quale lodevole sentenza mossi 
alcuni cosi egregi come antichi popoli, alcuna volta di deità, 
altra di marmorea statua, e sovente di celebre sepoltura, di 
trionfale arco, di laurea corona o d'altra spettabile cosa, 
secondo i meriti onoravano i valorosi, per opposito agris- 
sime pene a colpevoli infligendo. Per li quali meriti l'Assi- 
ria , la Macedonica , e ultimamente la Romana repubblica 
aumentate, con l'opere li fini della terra, e con la fama 
toccarono le stelle. Le vestigie de' quali non solamente da' 
successori presentì, e massimamente da' miei Fiorentini sono 
mal seguite, ma intanto s'è disviato da esse, che ogni premio 
di virtù possiede l'ambizione. 11 che , se ogni cosa occul- 
tasse , non lascerà nascondere Tesilio ingiustamente dato ai 
chiarissimo uomo Dante Alighierì , uomo di sangue nobile, 
ragguardevole per iscienzia e per operazione laudevole e 
degno di glorioso onore. Intorno alla quale opera pessima- 
mente fatta non e la presente mia intenzione di voler in- 
sistere con debite riprensioni , ma piuttosto quella parte , 
che le mie forze possano , quella emendare ; perciocché , 

IL DANTE. a 



Il VITA 

quantunque picciol sia , pur di quella città son cittailino, 
e agli onori di essa mi conosco in solido obbligato. Quello 
dunque che la nostra città doveva verso il suo valorose 
cittadino magnilìcamenle operare , acciocché in lutto non 
sia detto noi esorbitare dagli anliclii, iot^odo di fare io. 
non con istatua o con egregia sepoltura , delle quali è ojigi 
dell'una appo noi spenta l'usanza, ne all'altra baslerebbono 
le mie facoltadi , ma con povere lettere a tanta impresa , 
volendo piuttosto di presunzione che d'ingratitudine potere 
essere ripreso. Scriverò adunque inistilc assai umile e leg- 
giero, però che più sublime no '1 rai presia lo ingegno, nel 
nostro fiorentino idioma , acciò che da quello 'Che Dante 
medesimo usò nella maggior parte delle sue opere non dis 
cordi , quelle cose , le quali esso di sé onestamente tacette, 
cioè ia nobiltà della sua origine, la vita, gli studj e costu- 
mi , raccogliendo appresso in «no l'opere da lui £atte , nelle 
quali esso se chiaro ha fenduto a' futuri. Il che acciò che 
compiutamente si possa fare, uraifemeDle priego colui, il 
quale di speziale grazia lui trasse, come leggiamo, per si 
alta scala a contemplarsi , che me al presente ajuti in onore 
e in gloria del suo santissimo nome , e la dehil mano guidi, 
e regga lo ingegno mio. 

Fiorenza , intra l'altre città italiane più nobile, secondo 
la generale opinione de' presenti , eht>e inizio da' Romani , 
e in processo di tempo aumentata di popolo e di chiari uo- 
mini , e già potente parendo , o contrario cielo » o i loro 
meriti , che in se Tira di Dio provocassero , non dopo molti 
secoli da Attila , crudelissimo re de' Vandali e generale 
guastatore quasi di tutta Italia, quella si ridusse iu cenere 
e in ruine. Poi trapassato già il trecentesimo anno , e Carlo 
Magno , clementissimo re de* Franceschi, essendo all' al- 
tezza del Romano imperio elevato , avvcane che , o per 
proprio movimento fosse da Dio a ciò spirato , o per prieghi 
portigli da alcuni , il detto Carlo alla reedificazione della 
detta città l'animo dirizzò, e a color medesimi , li quali 
[N-imi conditori n'erano stati , la fatica commise. Li quali in 
pi«:ciol cerchio riduccndola , quanto poterono , siccome an- 
cora «ippare , a Roma la fer simigliante , seco raccoglien- 



■t 



DI DAIfTE. IH 

(foYÌ dentro quelle poche reliquie che de* disccndeuti d«ili 
antichi scacciati si potè ritrovare. Vennevi , secoodo clie 
testiraooia la fama , tra* novelli reedificatori un ^vaiie per 
origiae de' Frangipani , uocninato Elisio , il quale , clic ca- 
gione se 'Imoresse, di quella diveime perpetuo cittadino; 
del quale rimasi laudevoli discendenti e onorati mollOi 
non Tantico cognome riteenero , ma da colui che quivi 
loro aveva dato principio prendendolo , si chiamar gli Eli- 
sei. De' quali , cK tempo in tempo e d'uno in altro discen- 
dendo . tra gli altri nacque e visse un cavaliere per anue e 
per senno ragguardevole , il cui nome fu Cacciaguida , il 
quale per isposa ebbe una donzella nata degli Aklighieri d': 
Ferrara, della quale forse più fìgliuoli ricevette. Ma, come 
ohe gli altri nominati siffotiscro» in uno , siccome le donno 
sogliono essere vaghe di fare, le piacque di riaoovure il 
nome de' suoi maggiori , e noniinollo Aklighier i , come che 
il vocabolo poi per sottis^ione d'akana lettera rimanesse 
Alighieri. U valor dei quale fu cagione a quelli che disccser 
di hii , di lasciare il titolo degli EUsei, e di cognominar»! 
degli Alighieri . Del quale , come che alquaiili e figliuoli u 
nepoti , ede' nepoti tigliuoli discendessero, regnante Fede- 
rico Secondo imperatore , uno ne nacque, il quale dal suo 
avo/o chiamato fu Alighieri , più per colui di cui fu padre 
che per se chiaro. Questi nella sua donna generò colui, dal 
quale de' essere il futura sermone. Né preterisse il nostro 
Signore Iddio , che alla madre nel sonno non dimostrasse 
cui ella portasse nel ventre. Il che allora poco inteso e non 
curato , in processo di tempo e nella vita e nella morte di co- 
lui che nascere doveva di lei, chiarissimamente si manifestò, 
siccome colla grazia di Dio mostreremo vicino ai fme delia 
presente operetta. Venuto adunque il tempo del parto , par- 
torì la donna questa futura chiarezza della nostra città , e 
di pari consentimenti) il padre e ella , non senza divina 
disposizione , siccome io cinedo , il nominaro Dante , volen- 
done Iddio per colai nome mostrare lui dovere essere di 
raaravigliosa dottrina datore. 

Nacque adunque questo singolare splendore italico nella 
noa'ra città, vacante il Romano imperio per la morte di Fé- 



IV VITA 

derico negli anni della salutifera incarnazione del Re dell' 
universo MCGLXV., sedente Urbano papa IV., ricevuto 
nella patema casa da assai lieta fortuna , lieta, dico, se- 
condo la qualità del mondo che allora s'usava ; e nella sua 
puerizia conoinciò a dare , a chi avesse a ciò riguardato , 
manifesti segni qual dovea la sua matura età divenire. Poi- 
ché lasciate ogni puerile malizie, nella propria patria con 
istudio continuo tutto si diede iille liberali arti, e in quelle 
già divenuto sperto , non alle lucrative facultadi , alle quali 
oggi ciascuno cupido di guadagnare si avventa innanzi tem- 
po, ma da laudevole vaghezza di perpetua fama tirato , alle 
speculative si diede; e perocché a ciò , siccome appare, era 
dal cielo prodotto , a vedere con acuto intelletto , all' artiti- 
cio mirabile de' poeti si mise, e in brieve tempo , non tro- 
vandoli semplicemente favolosi , come si parla , famiglia- 
rissimo divenne di tutti, e massimamente de' più famosi. 
E, come già é detto , conoscendo Impoetiche opere non es- 
sere vane o stolte favole, come molti dicono , ma sotto sì 
dolcissimi frutti di verità istoriografe o filosofiche aver 
nascosti, acciò che piena notizia n'avesse e alle istorie e 
alla filosofia, in tempi debitamente partiti , si diede ; e già 
divenuto di quella e di questa sperto , cresciuta colla dol- 
cezza del conoscere la verità delle cose la vaghezza del più 
sapere , a volere investigare quello che per umano ingegno 
se ne può comprendere delle celestiali intelligenzie e della 
prima causa in picciol tempo si fecero , né senza grandis- 
simi disagi s'esercitarono, né nella patria sola si acquistò 
il frutto di quegli. Egli , siccome a luogo più fertile del cibo 
che '1 suo alto intelletto desiderava, a Bologna andatone , 
non picciol tempo vi spese ; e già vicino alla sua vecchiezza, 
non gli parve grave lo andare a Parigi dove non dopo molla 
dimora con tanta gloria di sé disputando più volte , mos- 
trò l'altezza del suo ingegno , che ancora narrandosi se ne 
maravigliano gli uditori. Di tanti e siffatti studj non ingius- 
tamente meritò il nostro Dante altissimi titoli , perciò che 
alcuni assai chiari uomini in iscienzia il chiamarono sem- 
pre maestro , altri l'appellavano filosofo , e di tali furono 
che teologo il nominarono , e quasi generalmente ognuno 



DI DANTE. T 

iì dicea poeta , siccome ancora è appellato da tutti. Ma per- 
ciò che tanto è la vittoria più gloriosa quanto le forze del 
vinto sono state maggiori , giudico essere convenevole di- 
mostrare di come fortunoso anzi tempestoso mare cx)stui 
ora in qua, ora in là ributtato , con forte petto parimente 
le traverse onde e i contrarj venti vincendo ^ pervenisse al 
salutevole porto de' chiarissimi titoli già narrati. 

Gli studj generalmente sogliono solitudine , e rimozione 
di sollecitudine strana , e tranquillità d'animo desiderare ; 
e massimamente gli speculativi , a' quali , siccome mos- 
trato ho , il nostro Dante , in quanto la possibilità permet- 
teva , s'era donato. In luogo della quale rimozione e quiete, 
quasi dall' inizio della sua puerizia infino allo stremo della 
s\ia vita, Dante ebbe iìerissima e importabile passione 
d'amore. Ebbe oltracciò moglie , le quali chi '1 prova sa 
come capitali nemiche sieno dello studio della filosofia. 
Similemente ebbe ad avere cura della re famigliare , e ol- 
tracciò della pubblica ; e sopra tutto questo lungamente sos- 
tenne esilio e povertà, acciò eh 'io lasci stare l'altre parti- 
colari noie che queste si tirano appresso , le quali , per 
mostrare quanta in se superficialmente di gravezza portas- 
sono, e acciò che per questo parte della promessa fatta 
s'osservi , giudico convenevole sia alquanto più distesa- 
mente spiegarle. 

Era usanza nella nostra città e degli uomini e delle 
donne, come il dolce tempo della primavera ne venia 
nelle lor contrade , ciascuno per distinte compagnie festeg- 
giare. Per la qual cosa fra gli altri Folco Portinari , onore- 
vole cittadino , il primo di maggio aveva i suoi vicini nella 
propria c^sa raccolti a festeggiare , in fra li quali era il so- 
pradetto Alighieri , il quale, siccome far sogliono i piccoli 
figliuoli i lor padri, e massimamente alle feste, seguito 
avea il nostro Dante , la cui età ancor non aggiugneva all' 
anno nono, il quale cogli altri della sua età, che nella 
casa erano, puerilmente si diede a trastullare. Era tra 
gli altri una figliuola del detto Folco, chiamata Bice, la 
quale di tempo non trapassava l'anno ottavo, leggiadretta 
assai , e ne' suoi costumi piacevole e gentilesca , bella nel 

a. 



VI VITA 

viso , e ueile sue parole eoa più gravezza che ia sua piccola 
età non rìchiedera. La quale', ragguardaDdo Dante e ui.a 
ealtraroita, con tanta a£fe2Ìone, con tutto che {auciul 
fosse, piacendogli , la ricevette nello aniino, che mai altro 
soprawegnente piacere la beila imagine di lei spegnere nL' 
potè, uè cacciare. E lasciando stare de* puerili accidenti il 
ragionare , non solamente cooUauandosi , ma crescendo di 
giorno in giorno Tamore, non avendo niooo altro desiderio 
maggiore, né consoIazÌMW , se non divedere costei , gli fu 
in più provetta età di cocentissimi sospiri e d'amare lagrime 
assai spesso decorosa cagione , siccome egli in parte delia 
sua vita nuova dimostra. Ma quello che rade volte suole 
negli altri così fatti amorì intervenire , in questo essendo 
awemito, non è senza dirlo da oltrapassare. Fu questo amore 
di Dante onestissimo , qual che delle parti, o forse ameiidue, 
fosse di ciò cagione ; e quantunque almeno dalla parte di 
Dante ardentissimo fosse , niuna sguardo , niuna parola, 
ninno cenno, niuno sembiante, altro che laudevele, non 
se ne vidde giammai. Che piò? dal viso di questa giovane 
donna, la quale non Bice , na dal soo primitivo sempre 
chiamò Beatrìce, fu priiicipalmente n^ petto suo desto Tin- 
gegno a dovere parole rimate compooere ; delle quali , sic- 
come manifestamente appare , in sonetti , ballate e canzoni, 
e altri stili molti in laude di questa donna eccelkntissiMa- 
mente compose , e tal maestro , sospignendolo amore , ne 
divenne, che tolta di gran lunga la fama a' dicitori trapas- 
sati , mise in opinione , molti , che niuno nel faturo essere 
dovesse , che lui in ciò potesse avanzare. 

Gravi erano stati i sospirì e le lagrime mosse assai so- 
vente dal non poterò aver veduto, quanto il concupiscibile 
appetito desiderava , il grazioso viso deBa sua donna , ma 
troppo più ponderose gliele serbava queMa estrema e ine 
vitabile sorte che , mentre viver dovesse , ne '1 doveva pri- 
vare. Avvenne che , sendo adunque quasi nel fine del suo 
vigesimo quarto anno la bellissima Beatrice , piacque a co- 
lui che tutto pente di trarla delle temporali angosce e chia- 
marla alla sua etema gloria. La partila della quale tanto 
impazientemente sostenne il nostro Dante , che olire sos- 



DI DAKTE. VH 

{)iri e pianti continui , assai de* suoi amici lui quei senz.i 
naorte non dover Oatre stimarono^ Lunghe furono e molte 
!e sue lagrime, e per hmg» spazio ad ogni conforto 
datogli tenne gH orecefai serrali : ma pur poi in processo dì 
tempo maturatasi alqu^io lacerbiià del dolore , e facendo 
■alquanto la passione kwgo alia ragione y. cominciò senxa 
pianto a potersi rìooréare cIm mortai fosse la donna sua , e 
per conseguente* aprà* gli orecehi a* confoffti ; e essendo 
lungaiBente' sst£rfto> rtodiius»^^ incorni oeiò apparire in pub- 
blico tra le gesti. Né fu solo da qki'sto ainare passionato 
il nosiro poeta, an» inchinevole motto a questo accidente, 
pornitrt oggetti in più mattar» età trovian lui sovente aver 
sosptmto , e massimamente dopi» il sw» esilio , dimorando 
in Lucca , per una giovane , la quale egU-aeinina Pargoletta; 
e oltre a ciò , vicino a!!o stremo di sua vita , neli'' alpe di 
Casentino per una Alpigina , la cpuaie , se mentito non m' e, 
quantunque bel viso avesse , era gozzuta ; e per qualunque 
fu runa di queste , compose più e più laudevoli cose in 
rima. Agro e valido nemico degli sta# è anore , come 
veramente testificar può ciascuno efaea tal passione è sog* 
giiacciuto ; perciò che , poiché con lunsingtieyde speranza 
ha tutta la mente occupata, di chi nel principio nonTlia 
con forte resrstenzia scacciato , niun pensicn) , nimia me- 
ditazione , niuno appetito ìw epjtelìa patisce che stìia , se non 
quelle sofe , te quali esso medesimo vi reca; e quanto queste 
sieno , e come contrarie allo speculare iilosofico , o alle 
poetiche invenzioni , sì manifesto^ini pare , che superfluo 
stimo sarebbe il mettervi tempo a pifi etMarirlo^ 

A questo stimolo un altro forse noA minore se ne ag- 
giunse ; perciò che , poi che aHeviatete fogrìme deHa morte 
di Beatrice , diede agli amici suoi* afoun» speranza delia sua 
vita, incontanente Ibro entròtieir animo che dandogli per 
moglie una giovane , colei deP tulto'sene poterne eiicciare, 
che, benché partita del mondo fosse, gli aveieanel petto la 
sua imagine lasciata per pei'petuackmaa: e, lui a ciò incli- 
nato , senza aìcunxx indugio misero ad effetto il lor pen- 
siero. 

Saranno per avventura di quegli che lautlevole dtraam> 



vili VITA 

esser lai consiglio ; e questo avverrà perchè non considere- 
ranno quanto pericol porti lo spegnere il fuoco temporale 
collo eterno. Ed era a Dante l'amore , il quale a Beatrice 
portava , per Io suo troppo focoso desiderio spesse volte 
noioso e grave a sofferire; ma pui* talvolta alcun soave 
pensiero , alcuna dolce speranza , qualche dilettevole ima- 
ginazione ne traeva , dove della compagnia della moglie , 
secondo che coloro affermano che '1 provarono , altro che 
sollecitudine continua e battaglia senza intermissione non 
si trae. Ma lasciamo stare quello che la moglie in qualun- 
que meccanico possa adoperare , e a quel vegniamo che la 
presente materia richiede. Quanto le mogli sieno nemiche 
degli studj assai leggiermente puote apparire a' riguar- 
danti. Rincresce spesse volte a* filosofanti la turba volgare, 
perchè da essa partendosi alcuno, e raccoltosi in alcuna so- 
litaria parte della sua casa , sé sopra sé con la considera- 
zione trasportando , talvolta ragguarda quale spirito muove 
il cielo , onde venga la vita agli animali , quali sieno delle 
cose le prime c-agioni ; e talvolta nello splendido concistoro 
de' filosofi , mischiatosi col pensiero con Aristotile , con 
Socrate e con Platone , disputerà della verità di alcuna 
conclusione acutissimamente , e spesse fiate con sottilissima 
meditazione se ne entrerà sotto la corteccia d'alcuna poe- 
tica finzione , e con grandissimo suo piacere ragguarderà 
quanto sia diverso lo intrinseco dalla crosta. Né fia che 
non avvenga , quando vorrà che gl'imperatori eccelsi e 
potentissimi re e principi gloriosi con lui nella sua solitu- 
dine non siconvegnano, econ lui ragioninode' governamenti 
pubblici, dell' arti delle guerre e dei mutamenti della fortuna. 
Alle quali eccelse e piacevoli cose sopravverrà la donna , e 
cacciata via la contemplazione laudevole , e tanta e tale com- 
pagnia , biasimerà il suo star solitario e '1 suo pensiero , e 
spesse volte sospirando dirà , questo non solergli avvenire 
avanti ch'ella a lui venisse , e però manifestamente apparire 
lui essere di lei pessimamente contento , e postasi quivi a 
sedere, non prima si leverà , che , esaminati gli pensieri 
del marito, lui di piacevolissima considerazione a noiosa 
turbazione avrà recato. Che dirò deli' odio che portano a' 



DI DANTE. n 

libri , qualora alcuno veggonne aprire ? Che delle uottumo 
vigilie, non solamente utili , ma opportune agli studianti , 
tutto a' suoi diletti quel tempo essere tolto confermano. 
Lascio le notturne battaglie , e li lor costumi gravi a sos- 
tenere , e la spesa inestimabile che negli loro ornamenti 
richieggono , tutte cose , quanto esser possono , avverse a* 
contemplativi pensieri. Che dirò se gelosia v*intervieue? 
Che, se cruccio che per lunghezza si converte in odio ? io 
corro troppo questa materia » perciò che bastar dee agli 
intendenti averne superficialmente toccato. Ma quali che 
Taltre si sieno, acciò che quando che sia mi riduca al pro- 
posito, tal fu quella che a Dante fu data, che da lei una 
volta partitosi r né volle mai dov'ella fosse tornare, né 
ch'ella andasse là dove '1 fosse. Né creda alcuno che per le 
sopradette cose voglia conchiudere , gli uomini non dover 
moglie torre ; anzi il lodo , ma non a tutti. I filosofanti , 
che il mio giudizio in questo seguiteranno , lasceranno lo 
sposarsi a' ricchi stolti e a* signori , e similmente a' lavo- 
ratori , e essi colla filosofia si diletteranno , molto più pia- 
cevole e migliore sposa che alcuna altra. 

Tirò appresso di sé lo stimolo della moglie al nostro poeta 
un' altra quasi inevitabii gravezza, e questa fu la solleci- 
tudine d'allevare i figliuoli , perciò che in breve spazio di 
tempo padre di famiglia divenne ; e stringendolo la domes- 
tica cura , quel tempo che alle eccelse meditazioni soluto 
soleva prestare , costretto da necessità , convenia eh' egli 
concedesse a' pensieri donde dovessono i salar] delle nu- 
trici venire, e i vestimenti de' figliuoli, e l'altre cose op- 
portune a chi più secondo l'opinione del volgo che secondo 
ia filosofica verità convien che viva. Il che quanto di pen- 
timento alti suoi studj prestasse , assai leggiermente cono- 
scere side' da ciascuno. 

Da questa per avventura ne gli nacque una cosa maggiore ; 
perciò che l'altiero animo avendo le minor cose in fastidio , 
e per le maggiori stimando quelle potersi cessare della fa- 
migliar cura, transvolò alla pubblica, nella qual tanto e 
subitamente si l'avvilupparono i vani onori, che senza 
guardare d'onde s'era partito e dove andava con abbando- 



\ VfTA 

nate rediflo , messa la fiiosotìa in al)blro , quasi iiilLo della 
repoiybfifa cogli afUrt eithidim \mb soloiwi. 9i goreruO' ù 
iVteée e fugli tarrta ia ciò alcnn tmifiOi la forton» secontia , 
che di tolte le ma^iori cose oce&m%ìAx la «m d^Uberaaion 
s'attendeva. In hi tutta ta [niMoliea fe(k , is Ud tutta la spe- 
ranza pubi»! Ica , in Kiison«iaiiiente le disine cose e FwBaAe 
parevano esser fermate. Glie questa gioria vana» questa 
pompa, questo vento fallace gotiÙ maravigliosaoiente i petti 
de' ffiortali , e gfi atti e i portamenti di coloro che ne' reg- 
gimeott delle città soo maggioii, e il fervente appetito cho 
di quelli hanno generalmetite gli stolli , aissai leggieirmeikte 
agli occhi de'sav] il possono dimostrare. £ come si dee 
credere , che in tra taelo tumuìto , ìxk tra tanto rivolgimento 
dt cose , quanto dee continuaiDeQte essei'e neUe gonfiato 
menti de' presìdenrti , deano potere aver luogo lo coBstde- 
razioni fìl(»soliclie , le quali , come già detto èysonuana pace 
d'animo voglioBO? Io qweste tumuituoskà fu il nostro Daiitc 
inviluppato più ama ^ e tasto più che un altro , quauto il 
suo desiderio tuttoi tarava al ben pubblico , dove quel degli 
altri della maggior parte tirasAescamente al privato bada ; 
perchè , oltre all'altre sollecUiudini , in contiiiua battaglia 
essere gli con venia. Ma la fortuna volgitrice de' nostri cot^ 
sigli e nemica d'ogni umano stato , assai diverso fine poao 
al prìncipio, il quale a voler dimostrare, un pocbetto 
s'amplierà la novella. 

Era nel tempo del borioso stato del nostro Poeta la fio- 
rentina Cittadinanza indtie paiti pecversissimamente divisa, 
le quah parti riducere a unità Dante ìnvaBO s'affaticò molte 
voHe. Di che poi che s'accorse , prima seco propose , posto 
giù ogni pubbHco uffìzio , di viver seco privatamente : ma 
dalla dolcezza della gloria tirato , e dal favor popolesco , e 
ancora dalle persuasion de' maggioii , sperando di potere , 
se tempo gii fosse prestato , molto di ben operare , lasciò 
la disposizione utile , e perseverando seguitò la dannosa. 
Ed accorgendosi che per se medesimo non poteva una terza 
parte tenere , la quale giusta , la ingiustizia delie altre ab- 
battesse , con quella si accostò , celia quale , secondo il suo 
giudizio , era meno di malvagità. Ed aumentandosi per var' 



Di DANTE. Il 

accidenti €onttnuainent« gli od] é^lk |uu*ti , ed il tempo re* 
gnendo che gTi ^ìcculti consigfi della minacciafite forlima si 
dovevano scoprire , nacque tma Toee per tutta la città , la 
parte avversa a quella colla qasS^ Dante teneva , gFsndis- 
siniamoltitadine d'annali in disfacimento de* loro avversai^ 
aver nelle case loro. La qiial cosa creduta spaventò sì % col- 
legati di Dante , che ogni altro consiglio abbandmmto , die 
di fuggire , non cacciati dalla città «"fseireRo , e con loro 
insieme Dante. Né molti dì trapassm<ono , che avendo i k>r 
nemici H reggimento tutto della città , o«wo nemici pub- 
blici, tutti quelli che fuggiti s'erano furono in perpetuo esilio 
dannati , e i lor beni ridotti in pubblico e «moeduti a* vin- 
citori. 

Questo Bne ebbe la gloriosa ma^^ranva dì Dante e de' 
sQoi cittadini , e le sue pietose fatidie qveslo merito ripor- 
tarono. Lasciati adunque la moglie « i picoofi figliuoli 
nelle mani della fortuna , e uscito di queMa<iltà , nella qual 
mai tornare non doveva , sperando in brcrc dovere essere 
la ritornata , più anni per Toscana e per Lombardia , quasi 
da estrema povertà costretto , gravistsimfi sdegni portando 
nel petto, s'andò avvolgendo. Ed egli pràmeramente rifaggì 
a Verona; quivi da? signore 4efla terra ricevuto e onorato 
fu volodtieri e sovvenuto. Quindi in Toscana tornato, se ne 
fu per alcun tempo col conte Satvatioo in Casentino. Di 
quindi fti col marchese Moraello Malaspina di Luntglana ; 
ed ancora per alcimo spazio fu coi Signori della Faggiuola 
ne' monti vicini a Urbino. Quindi n'andò a Bolc^na , e da 
Bologna a Padova , e da Padova ancora si tornò a Verona. 
Ma essendo già dopo la sua partita di Foreaze più anni pas- 
sati , ne apparendo alcana via di potere io ^«lella tornare, 
ingannato trovandosi del suo avviso, e quasi del mai do- 
vervi tornare disperando, si dispose del tutto d'abbandonare 
Italia; e passati gli Alpi, còme potè se n'andò a Parigi, 
acciò che quivi a suo potere stàdtando , alla filosofia il 
tempo che nell'altre soltecttudtni vane tolto le avea, resti- 
tuisse. Udì adunque quivi e filosofia e teologia alcun tempo, 
non senza gran disagio deUeeose «pfortiroe alla vita. Da 
questo il tolse ana speranza presa di potare in casa sua 



XII VITA 

ritornare colla forza d'Arrigo di Luz inborgo imperadore. 
Perchè lasciati gli studj e in Italia tornatosi , e con certi ru 
belli de' Fiorentini congiuntosi, insieme con loro con prie* 
ghi , con lettere e con ambasciate s'impegnò di rimuovere 
U detto Arrigo dallo assedio di Brescia , e di conducerlo in- 
torno alla sua città , estimando quella contro a lui non po- 
tersi tenere. Ma la riuscita contraria gli fece palese il suo 
avviso essere stato vano. Assediò Arrigo 1^ città di Firenze; 
e ultimamente , vana vedendo la stanza , se ne partì , e non 
dopo molto tempo passando di questa vita , ogni speranza 
ruppe del nostro Poeta , il quale in Romagna se ne passò , 
dove l'ultimo suo di il quale alle fatiche sue dovea por 
line , l'aspettava. 

Era in quel tempo signor di Ravenna , antichissima città 
di Romagna, un nobile cavaliere, il cui nome era Guido 
Novel di Polenta , nelli liberali studj ammaestrato , ed ama- 
tore degli scienziati uomini ; il quale udendo Dante , cui 
per fama lungamente avanti avea conosciuto , come dispe- 
rato essersene venuto in Romagna , conoscendo la vergo- 
gna de' valorosi nel domandare , con liberale animo sì fece 
incontro al suo bisogno, e lui di ciò volonteroso onorevol- 
mente ricevette , e tenne infino all' ultimo dì di lui. 

Assai credo che manifesto sia da quanti e quali accidenti 
contrarj agli studj fosse infestato il nostro Poeta, il quale 
ne gli amorosi desiri , né le dolenti lagrime , ne gli stimoli 
della moglie, ne la sollecitudine casalinga, né la lusinghe- 
vole gloria de' pubblici uffizj , né il subito ed impetuoso 
mutamento della fortuna , né le faticose circuizioni , né il 
lungo e misero esilio , né la intollerabile povertà , tutte iu- 
volatricì di tempo agli studianli , noi poterono colle lor forze 
vincere, né dal principale intendimento rimuovere, cioè 
da' sacri studj della filosofia , siccome assai chiaramente 
dimostrano l'opere che da lui composte leggiamo. Che di- 
ranno qui coloro , agli studj dei quali non bastando della 
lor casa, cercano le solidituni delle selve? che coloro, a 
quali è riposo continuo, ed a' quali l'ampie facultà senza 
alcun lor pensiero ogni cosa opportuna ministrano? che co- 
loro che, soluti da moglie e da figliuoli, liberi possono 



Di DAME. xiii 

vacare a* lor piaceri? de' quali assai sono , che , se ad agio 
non sedessero, o udissero uno mormorio, non potrebbono, 
non che meditare , ma leggere , né scrivere , se non fosse 
il gomito riposato. Certo ninna altra cosa potranno dire , 
se non che il nostro Poeta , e per gli impeti superati e per 
Tacquistata scienzia , sia di doppia corona da onorare. Ma 
da ritornare è alla intralasciata materia. 

Abitò dunque Dante in Ravenna più anni nella grazia di 
quel Signore , e quivi a molti dimostrò la ragione del dire 
in rima, la quale maravigliosamente esaltò. Essendo già al 
quinquagesimo sesto anno della sua età , e pervenuto in- 
fermo, e come vero cristiano riconciliatosi, per vera con- 
trizione e confessione delle sue colpe commesse , a Dio , 
del mese di settembre, correnti gli anni di Cristo MCCCXXF. , 
il di che la esaltazion della Santa Croce si celebra , passò 
dalla presente vita. La cui anima creder possiamo essere 
stata nelle braccia della sua nobile Beatrice ricevuta e pre- 
sentata nel cospetto di Dio , acciò che quivi in riposo per- 
petuo prenda merito delle fatiche passate. 

Fu la morte del nostro Poeta al magnifico cavaliere assai 
gravosa ; il quale , fatto il corpo del defunto ornare d'orna- 
menti poetici , e quello porre sopra un funebre letto , sopra 
gli omeri di più eccellenti Ravignani il fece nella chiesa de' 
frati Minori , con quello onore che a tanto uomo si conve- 
niva, portare, e quivi in una arca lapidea seppellire, con 
animo di fargli una egregia e notabile sepoltura. Quindi 
nella casa , nella quale Dante era prima abitato , tornandosi , 
secondo il Ravignano costume , esso medesimo , a com- 
mendazione del trapassato Poeta ed a consolazione de* 
figliuoli e degli amici che dopo lui rimanieno , fece uno es- 
quisito e lungo sermone. Ma poi in fra brieve spazio essen- 
dogli tolto lo stato , cessò il proponimento della magnifica 
sepoltura ; per la quale cosa ancora in quel!' arca dove fu 
posto , le venerabili ossa dimorano. 

Furono in que' tempi più uomini nell* arte metrica am- 
maestrati, li quali, sentendo che far si dovea al corpo di 
Dante una mirabil sepoltura , fecer versi , per porre in 
quella , testificanti e la scienzia ed alcuni de' più memorar 

b 



wv VllA 

ÌHÌi casi di DftBte , de' quali niooo ri si p«se |)er jo sopra- 
detto accidente. Nmi di laeno , più teoipo poi , me ne fu* 
roQO mostrati alquanti , dei quali aicoutt fattine da Maestro 
GioTaiìiii dei Virato, sicoone più iaudevok al «io giudizio., 
ne elessi ; e stimando questa operetta quello testificare che 
in parte arebbe fatto la sepoHura, di poriici deliberai come 
segue : 

Thcologus Dantes nuUius doginatis exi^efs 

Quod foveat darò Philosophia sinu : 
Gloria musarum vulgo grattsshfras anctor 

Hic jacet y et fama pulsai otmnqpie polnra. 
Qui loca defiinctis glad&is reguuoMiiie gemelUs (^c) 

Distribuii laicis rethoricisque modis. 
Pascua Pieriis demuni resonabat avenis; 

Atropos ben ! Ixtam livida nipft opus. 
Huic ingrata tulit trìstem Fleventia fractum 

Exiliani vati patria cruda suo. 
Quein pia Guidonis gremio Ravenna Novelli 

Gandet honorati contìnuisse diicis. 
Mille trccentenis ter septem numerus annis , 

Ad sua scptembrìs idibus astra redit. 

Sogliono gli odj nella morte degli odiati finirsi , il che 
nel Irapassamento di Dante non si trovò avvenire. L'osti- 
nata malivolenzade' suoi cittadini nella sua rigidezza stette 
ferma; ninna compassione ne mostrò alcuno ; niuna pub- 
blica lagrima gli fu conceduta , uè alcuno uffizio funebre 
fatto. Nella qual pertinacia assai manifestamente si dimos> 
trò , i Fiorentini tanto essere dal conoscimento della scienzia 
rimoti , che fra loro ninna distinzion fosse da un vilistiimo 
odzolaÀo ad uno solenne poeta. Ma essi colla loro superbia 
rimangansi, e noi, avendo gli affanni dimostrati di Dante 
ed il suo fine , all'altre cose che di lui , oltre alle dette , dire 
si fMMSsooo , et volgiamo. 

Fu il nostro Poeta di mediocre statura , ed ebbe il volto 
lungo ed il naso aqui!iìK>, le mascelle grandi , e '1 labbro di 
sotto proteso tanto, die alquanto quel di sopra avanzava ; 
nelle spalle alquanto curv«, e gli occhi anzi grossi che pic- 
coli , e il colore bruno . ed i capelli e la barba spessi , crespi 
e neri , e sempre nel viso maliocouico e pensoso. I^r la 



DI DAyjE. Xf 

fuol cosa avveone un giorno ia Verona » essendo già divol- 
gaift per tuUo la fama delie sua opere , ed esso conosciuto 
da moltÀ ttoniiìi e donne , che passando egli davanti ad una 
porta dov^e piÀ donne sedevano , una di quelle pianamente , 
Don però ianfeo «he bene da lui e da cUi con lui eia non fosse 
udita» disse atte altre donne : vedete colui che va in inferno 
tonaa qoaadii gli piace» e qua su reca novelle di coloro 
che là giù sono. Alla quale semplicemente una dell' altre 
rispose : in verità egli dee così essere ; non vedi tu comV 
gli ha la barba crespa ed il colore bruno per lo caldo e per 
lo fummo che è là giù? Di che DaoiB , perchè da pura cre- 
denza venir ciò sentia , sorridendo passò avanti. I suoi ves- 
tifloenii sempre onestissimi furono, e Tabilo conveniente 
aUa maturità » e '1 suo andar grave e mansueto , e ne' domes- 
tici coslomi e ne' pubblici mirabilmente fu composto e ci- 
vile. Nel cibo e nel poto fu modestissimo ; uè fu alcuno più 
vi^^lante di ku e negli stud] ed in qualunque altra sollecitu- 
dine il pugnesse. Rade volte» se non domandato, parlava, 
€|oantunq\ie eloquentissimo fosse. Sommamente si dilettò 
in suoni ed in cmUì nella sua giovinezza ^ e per vaghezza di 
quegli di quasi tutti i cantatori e suonatoli Carnosi suoi 
contemporanei fu domestico. Quanto ferventemente fosse 
d-amor passionalo, assai è dimostralo di so^ca. Solitario 
fu molto e di pochi domestico,, e negli stu^i, quel tempo 
che lor potevi concedere, fu assiduo molto. Fu ancora 
Dante di marav^liosa cajpactlà ò di memoria fermissima, 
come più volte nelle disputazioni in Parigi ed altrove mos- 
trò. Fu simibnente d'intelletto perspicacissimo e di sublime 
ingegno, e secondo che le sue opere dimostrano, furono lo 
sue iovetiziÓBi mirabili e pellegrine assai. 

Vaghissimo fu e d'onore e di pompa per avventura più 
che non si appartiene a savio uomo. Ma qual vita è tanto 
umile , che dalla vaghezza della gloria non sia tocca? Questa 
vaghezza credo che cagione gli fòsse d'amare sovra ogni 
altro studio quello deHa poesia , acciò che per lei al pom< 
poso e inusitato onore della coronazione pervenisse ; il qual 
senza fallo, siccome degno n'era, avrebbe ricevuto, se 
fermato nell'animo non avesse di quello non prendere in al* 



XVI VITA 

tra parte , che nella sua patria e sopra il fonte nel quale il 
battesimo avea ricevuto : ma d'alPesilio impedito e dalla 
morte prevenuto , noi fece. Ma per ciò che spesso quistione 
si fa tra le genti , e che cosa sia la poesia e che è il poeta , 
e d'onde questo nome è venuto , e perchè di lauro sieno 
coronati i poeti, e. da pochi pare essere stato mostrato, 
mi piace qui di fare alcuna trasgressione , nella quale questo 
alquanto dichiari , e quindi prestamente tornare al propo- 
sito. 

La prima gente ne* primi secoli , come che rozzissima ed 
inculta fosse , ardentissima fu di conoscere il vero con is- 
tudio, siccome noi veggìamo ancora naturalmente deside- 
rare a ciascuno. La quale veggendo il ciel moversi con or^ 
dinata legge continuo , e le cose terrene aver certo ordine 
e diverse operazioni in diversi tempi , pensarono di neces- 
sità dovere essere alcuna cosa , dalla quale tutte queste cose 
procedessero, e che tutte Taltre ordinasse , siccome supe- 
rior potenzia da niuna altra potenziala. E questa investiga- 
zione seco diligentemente avuta , s'imaginarono quella , la 
quale Divinità o Deità appellarono, con ogni coltivazione , 
con ogni onore e con più che umano servigio essere da ve- 
nerare. E perciò ordinaro a reverenza di questa suprema 
potenzia ampissime ed egregie case , le quali ancora estima- 
rono fossero da separare cosi di nome , come dì forma se- 
parate erano da quelle che generalmente per gli uomini si 
abitano , e nominarle templi. Esimilemente avvisarono do- 
versi ordinar ministri , li quali fossero sacri , e da ogni altra 
mondana sollecitudine rimoti , solamente a' divini servigj 
vacassero ; e per maturità,per età e per lo abito , più che 
gli altri uomini, reverendi, li quali appellarono sacerdoti : ed 
oltre a questo , in rappresentamento della imaginata essenza 
divina , fecero in varie forme magnifiche statue , ed a' ser- 
vigj di quella vasellamenti d'oro e mense marmoree e pur- 
purei vestimenti ed altri assai apparati partenenti a' sacrifici 
stabili per loro. Ed acciocché a questa cotal potenza tanto 
onore e quasi mutolo non si facesse , parve loro che con pa- 
role d'alto suono essa deità fusse da umiliare ed alle lor ne- 
cessità render propizia ; e così come essi stimavano questa 



DI DANTE. XYU 

ascender ciascuna altra cosa di nobiltà , così vollero che» 
di lungi a ogni altro plebeo o pubblico stile di parlare , si 
trovassono parole degne di ragionare dinanzi alla divinità, 
nelle quali , oltre le sue lode , le si porgessono sacrate lu- 
singhe. Ed oltre a questo , ac^iò che queste parole paressero 
di avere più d'efficacia , vollero che fussero sotto legge di 
certi numeri corrispondenti per brevità e per lunghezza a 
certi tempi ordinati composte , per li quali d'alcuna dol- 
cezza si sentisse , e cacciassesi il rincrescimento e la noia ; 
e questo non in vulgar forma o usitata , come dicemmo , 
ma con artificiosa e squisita di modi e di vocaboli convenne 
che si facesse. La qual forma cioè di parlare esquisito li 
Greci appellan Poetes; laonde nacque > che quello parlare, 
che in cotal modo fosse fatto , paesi s'appellasse ; e quelli 
che ciò facessero, cioè tal modo di parlare usassino, si 
chiamassero poeti* Questa adunque fu la prima origine della 
poesia e del suo nome , e per conseguenti de* poeti , come 
che altrrvi assegnino altre ragioni forse buone, ma questa 
mi piace più. Adunque questa buona e laudevole intenzione 
della rozza età mosse molti a diverse invenzioni nel mondo 
moltiplicate per apparere ; e dove i primi una deità adora- 
vano , stoltamente mostrarono a* seguenti esseme molte, 
come che quella una dicessero , oltre ad ogni altra , ottenere 
il principato. Fra le quali molte mostrarono essere il Sole , 
la Luna , Saturno , Giove e qualunque altro pianeta , la loro 
erronea dimostrazione roborando da' loro effetti. E da questi 
vennero a mostrare , ogni cosa utile agli uomini , quantun- 
que terrena fosse, in sé occulta deità conservare, alle quali 
tutte e versi e onori e sacrifizj divini si ordinarono. E poi 
susseguentemente avendo già comminciato diversi luoghi , 
chi con uno ingegno , chi con un altro , a farsi sopra la 
moltitudine della sua contrada maggiori e a chiamarsi Re , 
e mostrarsi alla plebe con servi e con ornamenti , ed a farsi 
ubbidire, e talvolta a farsi come Dio adorare; e questi, 
non fidandosi tanto delle lor forze , cominciarono ad aumen- 
tare le religioni, e nella fede di quelle ad imi>aurire i sog- 
getti ed a stringer con sacramenti alla loro ubbidienza que- 
gli , li quali non vi si sarebbero colle lor forze recati. 

b. 



Ed oltre a questo , diedero opera a deificare li ior |>adri » 
li loro avoli , li loro uag^ori , ed a mostrar sé lìgliuali degli 
Iddìi , acciò che più fossero temuti ed avuti in reverenza 
dal vulgo. Le quali cose bchì si poterono comodaiBenie fare 
senza l'ufficio de' poeti , li quali » ^ per ampliar la ]or faoia , 
sì per compiacere a' principi» sì per dilettare i sudditi , e 
sì ancora per persuadere agl'iftkeodenti il virtuosamente 
operare , quello cbe con aperto parìare saria suto della loro 
intenzione contrario , con fizion varie e madstoovoli , Kiale 
da'grossi oggi» non che a q«ri tempo, intese» facevano 
credere quello che 1 principi v<^evau si credesse» servando 
negli nuovi Iddìi e negli uomini che degli Iddii nati finge- 
vano » quel medesimo stile che in quello che v^ro Iddio pri- 
mieramente credettero » usavano. Da questo>8ftv«noe ad ade- 
guare i fatti dei fòrti noabni a quelli degli Iddìi , d'onde 
nacque il cantare con eccelso verso k battaglie e gli altri 
notabili fatti degli uceoiini mescolataaieate con quelli degli 
Iddii. Perchè si può delle predette cose eompreodere , uffi- 
aio essere del poeta alcuna verità sotto favolosa fizioa nas- 
condere eoa ornate e squisite parole. E perciò che mok* 
ignoranti credono la poesiai oiuna aUra cosa essere » che 
semplicemeiite un favoloso eé ornato parlare ; oltre al pro- 
messo » mi piace brevemente Hiostrare la poesia essere teolo- 
gia , o , più propriamente porhndo » quanto più fuò sten- 
gfiantc di quella , prima ch'io vegna a dichiarare perchè di 
lauro si coronino i poeti. 

Se noi vorremo por già gli animi o con ragione riguardare, 
K> mi credo che assai leggermente potrem vedeve » gH anti- 
chi poeti avere imitate , tanto quanto all'untano iogegoo è 
possibile » le pedate dello Spirito Santo» il quale » siccome 
noi nella Divina Scrittura leggiamo » per la bocca di molti i 
suol altissimi segreti rivelò a* futuri , facendo loro sottave- 
lame parlare ciò che a debito tempo per epera » senza alcun 
velo , intendeva di dimostrare. Impercioeehè essi , se net ri- 
guarderemo' bene le loro opere » acciò che lo imitatore non 
paresse diverso dallo imijktto » sottocoperta d'alcune fizioni , 
che stalo era » o che fosse al Ior tempo presente » o che 
desideravano , o che prosumevano che nel futuro dovesse 



DI DANTE. &1X 

avveuire y dcserissono ; perchè , come cbe ad un One Tuna 
scrUtui'A e l'altra uoo riguardasse . ma solo ai; modo del 
trattare, (j^ieilo del poetico stile dire si potrebbe càie della 
sacca scrittura dice Gregfono ^ doè die essa in un medesimo 
sermone , narrando , apre il testa ed il nùsterio a quei sot- 
toposto ; e così ad una ora eoa Tuno gli sa^rj esercita , e con 
Tailro gli semplici riconforta » e dà in pubblico onde gli par- 
goletti nutrichi » ed in occulto serva quello onde le menti dei 
sublimi inteoditoci con ammirazione tenga sospese ; perciò 
ebe pare essere un fiume piano e profondo , nel quale ii 
piccioleiio agnello colli piedi vada., ed il grande citante 
amptsaùaamente nuoti. Ma da verificare sono le cose pre- 
dette con alcune dimostrazioni. 

Intende la Divina Scrittura , Fesplicazion della, quale in- 
sieme con essa noi tedogia appelliamoci quando con figura 
d'alcuna storia , quando eoi senso d^alcuna visione , quan- 
do coir intendimento d'alcuna lamentazione, ed in altre 
iBaaì«re assai, mostrarci molti. secoli avanti essere dallo 
Spiato Santo ai futuri nunziato Tatto misterio della incar- 
nazione del Verbo Divioo,. la vita4i quello , le cose occorse 
nella sua morte ,' eia resurrezione* vittoriosa , e la mirabile 
Ofieensione^^ ed ogni altro suo alto» per lo quale noi am- 
maestrati, possiamo a quella gloria pervenire,, la quale egli 
mon^o e risorgendo ci aperse, lungamente stala serrata 
per la colpa del (urimiero uomo.. Go^ li poeti nelle loro in- 
venzioni,, qMaodo con fizioni' di varj Iddii» quando con 
trasmutazioni di «omini in varie, forme , e quando cxhi leg- 
giadre, pejrsuasiofli ne mosftrano sotto Scorteccia de quelle 
le cagioni delle cose, gli effetti delie virtù e de* vizj , e che 
fuggir dobbiamo e die seguire» acciò cbeyervenirepossiamo, 
virtuosamente operando,. ^ famoso fine ; il quale essi, che 
it vejo Iddio debilameate non conoscevano , somma salute 
ccedcvano.. Volle: lo Spicito Sanlo mosArarenel rubo verdis- 
siiwa, nd quale Moisè vide ; quasi come una fiamma ar< 
diHitfò» Iddio j) la vecginiià di colei che più che altra crea- 
tura Cu pura, e che. dovea essere, abitajùooe e ricctttyid 
iStigOOre ddla natura, non doversi per la concezione, né 
pffi; lo par^ dd. Verbo del Padire io alcuna parte diminuire. 



• 



Kl. 



XX ^ VITA 

V^ìic per la visione di Nabucodoitasor, nella statua di più 
metalK at^attuta da una pietra , convertita poi in un monte, 
mostrare tutte le religioni , leggi e dottrine delle preterite 
etadi dalla dottrina di Cristo , il qual fu ed è viva pietra , 
dovere essere sommerse; e la Cristiana Religione, nata di 
questa pietra , divenire una cosa grande , immobile e per- 
petua , siccome li monti veggiamo. Volle nelle lamentazioni 
di Jeremia l'eccidio Mturo di Jerusalem dichiarare, e quello 
per la sua ingratitudine e crudeltà in Cristo avvenire. Simi- 
lemente li nostri poeti , fingendo Saturno aver molti figliuoli, 
e quelli , fuor che quattro , divorar tutti , niuna altra cosa 
per tal tizione voUono farci sentire , se non per Saturno il 
tempo , nel quale ogni cosa si produce ; e come ella in es^o 
è prodotta , cosi in esso , corrompitore di tutte , viene al 
niente. I quattro figliuoli dal tempo non divorati , sono i 
quattro elementi, li quali niuna diminuzione per lunghezza 
avere di tempo veggiamo , similemente fìngono li nostri 
poeti Ercole d*uomo essere in Dio trasformato , e Licaone 
re d'Arcadia trasmutato in lupo ; nulla altro volendo mos- 
trarci, se non che, virtuosamente operando, come fece 
Ercole , l'uomo diventa Iddio per particìpazione in cielo ; e 
viziosamente operando, come Licaon fece, cade in infamia; 
e quantunque al primo aspetto paia uomo , quella bestia è 
denominato , i vizj della quale sono a* suoi simiglianti. Li- 
caone , perchè rapace e avaro e ingiurioso fu , vizj famiglia- 
rissimi al lupo, in lupo trasformato si disse. Li nostri poeti 
descrissono ancora mirabile la bellezza de' campi elisj , ed 
in quelli dissono dopo la morte le anime de' pietosi uomini 
e valenti abitare ; per le quali il cristiano uomo merita- 
mente potrà intendere , la dolcezza del paradiso solamente 
alle pietose anime conceduta. Ed oltre ciò , oscura ed orrida 
e nel centro della terra finsero la città di Dite , e quivi sotto 
varj tormenti le anime de* crudeli e malvagi uomini tor- 
mentarsi. Per la quale chi sarà che non prenda Tamaritu- 
dine deir inferno e i supplizj de' dannati tanto quanto più 
esser possono rimoti da Dio? Nelle quali fizioni assai chiaro 
mostrano d'ingegnarsi colla bellezza dell' uno di trarre gli 
uomini a virtuosamente operare per acquistarlo ; e colla 



DI DANTE. xu 

scurità dell ' altro spaveutargli, acciò che per paura di quello 
si ritraggaDo da' vi2j e seguitino la virtù. Io lascio il trat- 
tare con più particolari esposizioni queste cose, per non 
lasciarmi più oltre nella transgressiorte trasportare che la 
principale materia patisca , fidandomi ancora che gF inten- 
denti , per quello che è detto , conoscerannoiquanta forza 
più trite al mio argomento aggiugnerieno. Assai adunque 
per le cose dette credo ehe è chiaro , la Teologia e la Poesia 
nel modo del nascondere i suoi concetti con simile passo 
procedere , e perciò potersi dire simiglianti. É il vero , che 
il subietto della sacra teologia e quello dei poeti gentili è 
molto diverso , perciò che quella nulla altra cosa nasconde- 
che vera , ove questa assai erronee e contrarie alla cristiana 
religione ne descrive : né è di ciò da maravigliarsi molto , 
perciò che quella fu detta dallo Spirito , il quale è tutto ve- 
rità , e questa fu trovata dagli ingegni degli uomini , li 
quali di quello Spirito non ebbero alcuna conoscenza, o 
non l'ebbero tanto piena. 

Io poteva per avventura procedere ad altro , se alcuni di- 
sensati ancora un pochetto intomo a questo ragionamento 
non m'avessero ritirato. Sono adunque alcuni , li quali , 
senza aver mai veduto o.voluto vedere poeta, o se veduto 
n'hanno alcuno, non l'hanno inteso o non l'hanno voluto in- 
tendere, e di ciò stimandosi molti reputati migliori , con 
ampia bocca dannano quello che ancora conosciuto non 
hanno, cioè l'opere de' poeti e i poeti medesimi, dicendo, 
le lor favole essere opere puerili e a ninna verità consonanti ; 
ed oltre ciò, se essi erano uomini d'altissimo sentimento , 
in altra maniera , che favoleggiando , dovevano la lor dot- 
trina prestare. Grande presunzione è quella di molti , volere 
delle quistioni giudicare prima eh ' eglino abbiano conosciuti 
i meriti delle parti : ma poi che soff^rire si conviene, a questi 
cotali senza martorio confesso, le fizioni poetiche nella 
pi*ima faccia avere ninna consonanza col vero. Ma se per 
questo elle sono da dannare , che diranno questi cotali delle 
visioni di Daniello , che di quelle di Ezechiel ? che dell ' altre 
del vecchio Testamento , scritte con divina penna ? Che di 
quelle di Giovanni evangelista? Diremo, perciò che somi- 



XXII VITA 

glianza di vero in assai cose nella cortecm siod bornie, 
skno , come stoltamente dette , da rifiutare ? Noi consctt- 
tira mai clù fìccJierà gli occhi deir inlcHetto netta midotla. 
E questo voglio anciicur che basti per risposta alla seoooda 
opposiziooe a questi giudici senxa legge ; cioè , cbe te k> 
Spinto Santo è da commendare d'avere i suoi sa/ati mis- 
ter] dati sotto coverta» acciò che te gran cose poste con 
troppa chiarezza oel cospetto di ogni ioteiletto non venis- 
sero in vilipeosione , e che la verità , eoo fatica e perspi- 
oaeità d'ingegno tratt* (M sotto le scrupolose ma ponderose 
parole, fosse più l'ara e più con più ditetto entrasse nella 
memoria del trovatore» perchè saranno da biasimare i poeti, 
se sotto favolosi parlari avranno nascosti gli alti effetti deia 
natura, le moralità ed i gloriosi fatti de^i uomini, mossi 
<ialle sopradette cagioni? Certo io nor conosco. Perchè 
sotto così fatta forma i poeti dessero la loro dottrina , oltre 
a ciò ohe e detto nelle ragioot , possono essere queste , o 
per imitare più nobile autore , o perchè forse in aHra forma 
non erano ammaestrati» Ma di questo^ non mi par&da dorere 
ht troppo agra quistione; oeociosiacosachè ciascuno in 
oosk fatte olieflioni piuttosto il suo giudizio seguiti chei'ai- 
trut.E però piuttosto si potea domandare , se colai tradi- 
zione utile tosse o disutile : alla quale mi pare che rispon- 
der si possa , questa utilo essere staAa , dove i nostri gtodìcà 
nel gridare Li dimostrano disutile ; e la ragione puote essere 
questa. Certissima cosa è, che come gli ingegni degli uc- 
raini son diversi, così esser convengon le inafitere dei dar 
la dottrina. Assai se ne sono già veduti, a' quali niima 
sillogistica dimostrazione ha potuto far compretidere il vero 
d*alcuna cooohisione ; la qual poi per ragioni persuasive 
hanno subitamente compresa. Che dunque con questi cotali 
varrà il sillogizzar d'^ristolik.' Cerio nienie : co^ al 
contrario alcuni vUipensori taato le suasioni, che nulla 
crederanno esser vero , se sillogizzando non soq convinti. 
Sono altri, li quali soio il nome d^k filosotia, non chela 
dottrina , spaventa, ohe con sommo diletto alle lezioni delle 
favole correranno, non stimando sotto quelle alcuna parti- 
cella di filosofia potersi nascoedere; che se 'i credessero, 



DI DXKTE, x\m 

nm le vorrebbero uéìre. Di tfoesti f»taYi, non è dubbio , 
già assai dalla novità delle favole mossi , «Uvennero inves- 
tigatori della verità e domestici deHa Hlosefia , del coi nome 
alerà vdk^ avevano avuto paura. In questi colali adunffoe 
non fnron damiosT i poeti , ne disutile il modo del lor trat- 
tare , fi qual per certo , a chi non lo intende , non può dare 
altro piiacere,the foccia il suono defla celerà all' asino ; e 
questo a presenti basti , e vegniamo a mostrare perchè i 
poeti si coronin d'alloro. 

Fra f aStre genti , alle quali più aprì la filosofia i suoi te- 
sori , i Greci si crede che fosser tpiegli , K fuali d*essi tras» 
sero la dottrina militare e la vita poìitica , oltre aHa notizia 
delle cose superiori ; e tra le altre cose, la santissima seo 
tenzia di Solone nel principio delta presente operetta detn 
critta , la quale ottimamente e lungo tempo servarono fio- 
rendo la loro repubblica. Alla quale osservare , considerati 
con gran diligenzia i meriti degli oomiin , con pubblico 
consentimento ordinaro , che per più degno guidardona 
che alcuno altro , siccome a più utile e più onorevole fatica 
alla repubblica, li poeti dopo la vittoria dette ter fatiche , 
cioè dopo la perfezione degli lor poemi, ed oltre gh impera- 
dori la dopo vittoria avuta de* nemici della repubblica , fos* 
sero coronati di corona d'alloro ; estimando cfovene d'un me- 
desimo onore esser degno colui per la cui virlù le cose pub- 
bliche erano e servate ed aumentate , e colui per li cui versi 
le ben fatte cose erav perpetuate , e vituperate le avverse. 
La quale remunerazione pm parimente ooUa gloria dcHT 
arme trapassò alli Latini, e ancora, evMSstiDattente nelle 
coronazioni de' poeti come che rarisÀmanento avvengano , 
vi dimora. Ma perchè a tal coronazione più l'aNoro, di^ 
fronda d'alfro albero, eletto sia, non dovrà parevo a 
udire rincrescevole. 

Sono alcuni , Fi quali credono , peroiò che Dafne amala 
da FcIk) ed in lauro convertito , fu da lai elefta a coronar le 
sue vittorie,e i poeti sono a lui consacrati, quindi tale coro- 
unzione avere origine avuta : la qualle opinione non mi 
spiaco, ne nego rosi poter essene stato; ma tultarvia mi oMiove 
altra ragione. Secondo che vogliono eoloro, li quali le virtù e 



xxnr VITA 

le nature delle piante hanno investigate, il lauro, siccome 
noi veggiamo, giammai verdezza non perde : perlaquale 
perpetua verdità vollero i Greci intendere la perpetuità della 
fama di coloro che di coronarsi d*esso si fanno degni. Ap- 
presso affermano li predetti investigatori , non trovarsi il 
lauro essere stato mai fulminato , il che d'alcuno altro al- 
bero non si crede : e per questo vollero gli antichi mostrare, 
l'opere dì coloro che di quel si coronano, essere di tanta 
potenzia dotate da Dio, che ne '1 fuoco dell' invidia , né 
la folgore della lunghezza del tempo , la quale ogni altra 
cosa consuma, quelle debba potere offuscare, rodere o di- 
minuire. Dicono oltre ciò i predetti quello che noi tutto i 
giorno sentiamo , cioè il lauro essere odorifero molto : per 
quello vogliono intendere i passati , l'opere di colui che de- 
gnamente se ne corona , sempre dovere essere piacevoli e 
graziose ed odorìfere di laudevole fama. Similemente una 
quarta proprietà, e maravigliosa, gli aggiungono; e questa 
è, che dicono essere una specie di lauro, la cui pianta non 
fa mai che tre radici , delle f rondi del quale qualunque per- 
sona n'avesse alla testa legate e dormisse, vederebbe vera- 
cissimi sogni delle cose future mostranti. Per la quale pro- 
prietà intesero i nostri maggiori una dimostrarsene, la quale 
esser nei poeti sì vede ; perciò che i poeti descrivendo l'o- 
perazioni d'alcuno, delle quali solamente gli effetti nudi 
avrà uditi , cosi le particolari incidenzie mai non vedute 
ne udite descrìverà, come se all' operazione fosse stato 
presente : e perciò che veridìchi in ciò assai volte sono 
stati trovati , parendo quella essere stata specie di divina- 
zione , furono chiamati Vati, cioè profeti , e stimarono gli 
uomini loro di lauro coronare , a mostrare la proprietà della 
divinazione, nella quale paiono al lauro simiglianti. E perciò 
non senza cagione era il nostro Dante , siccome emerito 
poeta, di questa laurea disioso : della quale perciò che as- 
sai avem parlato, estimo sia onesto di tornare al proposito. 
Fu adunque il nostro Poeta , oltre alle cose di sopra dette, 
d'animo altiero e disdegnoso molto , tanto che cercandosi 
per alcuno amico come egli potesse in Firenze tornare , né 
altro modo trovandosi, se non che per alcuno spazio di 



DI DANTE. x\f 

tempo slato in prigione , fosse misericordievolmente offerto 
a S. Giovanni , fu per lui a ciò , ogni fervente desio del 
ritornare calcato, risposto, che Iddio^ togliesse via, che 
alcuno nel seno della filosofia allevato e cresciuto, divenisse 
candelotto del suo comune. Oltre questo , di sé stesso pre- 
sunse maravigliosamente tanto, che essendo egli glorioso 
nel colmo del reggimento della repubblica , e ragionandosi 
tra* maggiori cittadini di mandare, per alcuna gran biso- 
gna, ambasciata a Bonifazio papa Vili, e che principe della 
imbasciata fosse Dante , ed egli a ciò in presenzia di tutti 
quegli che ciò consigliavano richiesto, avvenne, che sopra- 
stando egli alla risposta , alcun disse : che pensi ? alle quali 
parole egli rispose : penso , se io vo , chi rimane ; e s'io 
rimango , chi va : quasi esso solo fosse colui che tra tutti 
valesse e per cui tutti gli altri valessero. Appresso , come 
che il nostro Poeta nelle sue avversità paziente o no si fosse, 
in una fu impazientissimo ; ed egli infino al cominciamento 
del suo esilio stato guelfissimo , non essendogli aperta la 
via del ritornare in casa sua, sì fuor di modo diventò 
ghibellino, che ogni femminella, ogni picciol fanciullo, e 
quante volte avesse voluto, ragionando di parte, e la 
guelfa preponendo alla ghibellina , l'avrebbe non solamente 
fatto turbare, ma a tanta insania commosso, che se taciuto 
non fosse , a gittar le pietre l'avrebbe condotto. Certo io 
mi vergogno di dovere con alcuno difetto maculare la chiara 
fama di tanto uomo ; ma il cominciato ordine delle cose in 
alcuna parte il richiede, perciò che se nelle cose meno 
Jandevoti mi tacerò , io torrò molta fede alle laudevoli già 
mostrate. A lui medesimo dunque mi scuso , il quale per 
avventura me scrivente con isdegnoso occhio d'alta parte 
del eie) mi riguarda. Tra cotanta virtù , tra cotanta scien- 
zia , quanta dimo^rata ho di sopra essere stata in questo 
mirifico Poeta , trovò ampissimo luogo la lussuria , e non 
solamente ne' giovani anni , ma ancor ne'maturi : e questo 
basti al presente de' suoi costumi più notabili aver contato, 
e alle opere da lui composte vegniamo. 

Compose questo glorioso Poeta più opere ne' suoi giorni ; 
tra le quali si crede la prima un libretto eh' egli intitola Yit^ 

e 



XXVI VITA 

^tiova, nel quale egli e m prose ed in sonetti e in canzoni 
gli accidenti dimostra dello amore, il quale porlo a Beatrice. 
Appresso più anni guaCktlaudo egli della sommità dei go- 
verno della SUA cit(a, e veggendo ia gran parte qual fosse 
la vita degli «tomini , quanti e quali gli errori del volgo » e 
i c»dimenti ancora de' luoghi sublimi come fossero inopi- 
nati, gli venne nett* ■mìboo quello laudevole pensiero che a 
comporre lo indasae la Commedia ; e lunganaente avendo 
premeditato quello che in essa volesse descriveie, in fìo- 
rcntino idioma ed io rima la cominciò : ma non avvenne H 
poterne cosi tosto vedere il fine , come esso per avventura 
immaginò ; perciò che mentre egli era più attento al glorioso 
lavoro , avendo già di quello sette canti composito , di cento 
che deiiberaio avea di farne , sopravvenne Ù gravoso acci- 
dente della sua cacciata, ovterfuga, perlaquale egli, 
quella ed ogni altra cosa abbandonata , incerto di se mede- 
simo, più anni con diversi amici e signori andò vagando 
Ma non potè la nimica fortuna ai piacer di Dio contrastare. 
Avvenne adunque che alcun parente di lui , cercando per 
alcuna scrittura ne' forzieri , che in luoghi sacii erano stati 
friggiti nel tempo che tumultuosamente la ingrata e disor- 
dinata plebe gli era , più vaga di preda che di giusta ven- 
detta , corsa alla casa , trovò un quadernuccio , nel quale 
scritti erano li predetti sette canti , li quali con ammira- 
zione leggendo né sappiendo clie fossero , del luogo dove 
erano sottrattigli, gli portò a uno nostro cittadino ^ il cui 
nome fii Dino di messer Lambertuccio , in quegli teoipi 
famosissimo dicitcve in rima, e glieli mostrò. Li quali 
avendo veduto Dino , e maravigliatosi sì pei bello e pulito 
stile , sì per la|ntifondità del senso , il quale sotto la ornala 
corteccia ckile parole gli pareva sentire, senza Callo quegli 
essere opera di Daats immaginò ; e dolendosi quella essere 
rimasa imperfetta, e dopo alcuna investigazione avendo 
trovato Dnnte in quel tempo essere appresso il marchese 
Moniello Malaspina, non a lui, ma al marchese e Tacci- 
dente e '1 desiderio suo aperse, e mandogli i sette canti. Li 
quali poiché il marchese , uomo assai intendente , ebbe 
veduti , e molto seco lodatigli , gli mostrò a Dante , domali- 



DI OANIE. xwu 

dando lo 6^. esso sa{xea ciù opera $taU fossero. Li quali Dante 
licoQosciutigli, subito rispose che sua. Allora il pregò il 
aaarcbese che g)ì piacesse di ooa lasciare seuxa debito Une 
81 alto priucipio^ Certo, disao Daate, io mi credea nella 
mina delle nùe cose questi con molti altri miei libri aver 
perduti ; e per ciò sì per questa credenza » e sì per la mol- 
titudiue deMe latictio sopravvenute per lo mio esilio , del 
tutto avea la laaiasia , sopra questa opera persa, abbando- 
nata. Ma poickkè ùiopèoatameute innanzi mi sono ripinti , e 
a voi aggrada , io oercberò di rivQcar nella mia mente la 
imagtnazioQe di eòo prima avuta, e secondo che graàa pres- 
tala mi iia, così avaiiibti procederò. Creder si dee lui senza 
fatica aver la intralasciata Xantasia ritrovata ; la quale segui- 
tando , cosìoomiociò : /«dico seg^tando, cb' assmprììwi ; 
dove assai manifestamente , chi ben riguarda , può la ri- 
congiunzìone dell'opera intermessa riconosere« 

Rieoipinciito adunqwe da Dante il magnifico lavorio non 
forse , secoiuk) dm molti stimano » senza più interromperlo, 
quello perdusse a tube ; anzi più volte » seoondo che la gra- 
vità de' casi soprovvegueati richiedea» quando mesi e 
quando anni , senza potervi adoperare alcuna cosa, ìnter- 
ponea; intanto Che, più avacciar non potendosi , avanti 
ehe tutto il pubUieasfie U sopraggiunse la morie. Egli era 
sua usanza , come dei o ott» canii iaLti n'avea, quegli , 
pnma ohe almio gii vedesse , mandare a messere Cane deUd 
Scala , il quale egli oltre agogni altro uomo in reverenza 
avea : e poiché da lui eran veduti^ ne faceva copia a chi li 
vblea. Ed io così fatta oianier a avendoglieli tutti , fuori che 
gli ultimi XIII canti , mandati , ancora che questi XIII fatti 
avesse , avvenne , che senza farne alcuna memoria si mori ; 
ne , più volte cercati da' figliuoli , mai furono potuti trovare ; 
perche Jacopo e Piero suol lìgUuoli e ciascun dicitore , dagli 
«amici pregati che l'opera terminassero del padre , a ciò, 
eome sapean , s'eran messi. Ma una mirabile visione a Ja- 
copo , che in ciò era più fervente , apparita , lui e'I fratello 
non solamente della stolta presunzione levò , ma mostrò 
dove fossero li Xlil canti tanto da lor cercati. 

Raccontava un valentuomo Ravignu&ia» il cui nome fu 



xxviii VITA 

Piero Giardino, lungamente stato discepolo di Dante, grave 
di costumi e degno di fede , che dopo l'ottavo mese dal dì 
della morte del suo maestro venne unja notte , vicino all'ora 
che noi chiamiamo mattutino , alla casa sua Jacopo di 
Dante , e disscgli se quella notte poco avanti a quell'ora 
avere veduto nel sonno Dante suo padre, vestito di candidis- 
simi vestimenti , e d'una luce uon usata risplendente nel 
viso, venire a lui; il quale gli pareva domandare se 'I 
vivea, e udire da lui per risposta , di sì , ma delia vera vita, 
non della nostra : perchè , oltre a questo , gli pareva ancora 
dimandare se egli avea compiuta la sua opera avanti al suo 
passare alla vera vita; e se compiuta l'avea, dove fosse 
quello vi mancava , da lor giammai non potuto trovare. A 
questo gli pareva similemente udire per risposta : si , io la 
compiei : e quinci gli parca che '1 prendesse per mano, e 
menasselo in quella camera dove era uso di dormire 
quando in questa vita vivea, e toccando una parete di 
quella, dicea : egli è qui quello che voi tanto avete cercato ; 
e questa parola detta , ad un'ora il sonno e Dante gli parve 
si partissero. Per la qual cosa affermava , sé non esser 
potuto stare senza venire a significare ciò che veduto avea, 
acciò che insieme andassero a cercare nei luogo mostrato a 
lui , il quale egli ottimamente avea nella memoria segnato, 
a vedere se vero spirito o falsa delusione questo gli avesse 
disegnato. Per la qual cosa , come che ancora assai fosse 
di notte , mossisi insieme , vennero alla casa , nella quale 
Dante quando mori dimorava ; e chiamato colui che allora 
io essa dimorava , e dentro da lui ricevuti , al mostrato 
luogo n'andarono , e quivi trovarono una stuoia al muro 
confitta, siccome per lo passato continuamente veduto 
v'aveano ; la quale leggiermente in alto levata , videro nei 
muro una finestretta , da ninno hi loro mai più veduta , né 
saputo ch'ella vi fosse , ed in quella trovarono più scritte , 
tutte per l'umidità del muro muffate , e vicine al corrom- 
persi se guari più state vi fossero ; e quelle pianamente 
dalla muffa purgate , vider segnate a numeri , e continua- 
tele , insieme li XIII canti , che alla commedia mancavano , 
ritrovar tutti. Perla qual cosa lietissimi quegli rescrissono, 



DI DANTE. \Jd\ 

e secondo la usanza dell^aulore, prima gli mauJarono a 
messere Cane , e poi alla imperfetta opera gli ricongiun- 
sono , come si conveniva ; ed in cotal maniera l'opera in 
molti anni compilata si vide finita. 

Muovono molti , ed in tra essi alcuni savj uomini , una 
quistion cosi fatta , che , conciofossecosaché Dante fosse 
in iscienzia solennissimo uomo, perche a comporre così 
grande opera e dì alla maniera , come la sua commedia 
appare , si mosse piuttosto a scrivere in ritmi ed in fioren- 
tino idioma , che in versi , come gli altri poeti già fecero. 
Alla quale si può così rispondere. Avea Dante la sua opera 
cominciata per versi in questa guisa .* 

Uitiina regna canam fluido contermina mundo 
Spiritibus quae lata patent, qux premia solvant 
Pro meritis cuique suis dats legc tonanlis 

Ma veggendo egli li liberali studj del tutto essere abban- 
donati , e massimamente da' principi , a' quali si solcano le 
poetiche opere intitolare , e che solcano essere promotori 
di quelle ; ed oltre ciò, veggendo le divine opere di Virgilio 
e quelle degli altri solenni poeti venute in iwn calere e 
quasi rifiutate da tutti, estimando meglio non dover av- 
venirne della sua , mutò consiglio e prese partito di farla 
corrispondente , quanto alla prima apparenza , agrìngegni 
de' principi odierni ; e lasciati stare i versi, ne' ritmi la fece 
che noi veggiamo. Di che seguì un bene , che de' versi non 
sarebbe seguito , che senza tor via lo esercitare degli in- 
gegni, a' letterati alcuna cagione di studiare, e a se acquistò 
in brevissimo tempo grandissima fama, e maravigliosa- 
mente onorò il fiorentino idioma. 

Questo libro della commedia , secondo che ragionano al- 
cuni, intitolò egli a Ire solennissimi Italiani. La prima parte di 
quello , cioè l'Inferno, a Uguccion della Faggiuola, il quale 
allora in Toscana era signor di Pisa. La seconda , cioè il 
Purgatorio, al Marchese Moruello Malaspina. La terza, 
cioè il Paradiso, a Federigo III, re di Sicilia. Alcuni voglioa 
dire, lui averlo intitolato tutto a messere Gaot-della Scala; 
ed io il credo piuttosto , per la manicfa che tenne di man- 

e. 



Kxx VITA 

dar |>riraa a lui quello che oomfKxsto avea , che ad alcwio 
altro. ' 

Compose ancora questo egregio autore nella venuta d» 
Arrigo VII imperadore un Hbro in latina )»POsa , Mei quale » 
in tre Hbri distinto, prova al bene esser del naondo dovere 
essere imperadore , e che Roma di ragione il titolo dello 
imperio possiede; ed ultimamente, che l'aulorità delle im* 
perio procede da Dio senza alcun mezzo. Gli argoaienli del 
quale, perciò che usati furono in favore di Lodovico duca di 
Baviera, contro la chiesa di Roma, fu il detto libro, se- 
dente Giovanni papa XXII, da messere Beltrando, cardi- 
nale del Poggetlo , allora per la chiesa di Roma legato io 
Lombardia, dannato siccome contenente cose eretiche , e 
per lui proibito fu che studiare alcun non dovesse, E se un 
valoroso cavaliere fioi'entino , chiamato Pino della Tosa , 
e messere Ostagio da Polenta, li quali amenduni appresso, 
del I/ìgato eran grandi , non avessero al furor del Legato 
ol>viato, egli arebbe nella città di Bologna insieme col libro 
fatto aiiler Tossa di Dante : se giustao^ente o no Iddio U 
sa. Oltre a questi compose il nostro Dante egloghe assai 
belle, le quali furono mtitalatc e mandate da lui, pei'*ris- 
[)osta di certi versi nvuulatigU , a iiìaesiro Giovanni del 
Yirgtbo. Compose ancora molte canzoni distese , e sonetti 
«i baHato» oltre a quelle che nella sua Vita liiiova si leggono. 
E sopra a (l'è delle dette canzoni, come che intendimenti 
avesse sopra tutte di Carlo , compose un commento in 
ftorentio v<%ar«, il quale nominò Convivio» assai bella e 
laudevole operetta. Appresso , già vicino alla sua morte , 
liompose un libretto in prosa, latina, il quale egli intitolò 
de Vulgari Eloquenlia, e comò clie per lo detto libretto 
4ppari»ca lui avere in animo di disiting^erlo e terminarlo 
U qvMtMro libri, o che ^ù i^a nefa^s^c,, dalla morte 
sopr appreso ,u a die perduti ^lo gU altri, più n«ft ne 
appariscono cbe i due primi. 

in COSI fatte OQ»e, quali di sopra narrate sono ^ consumò 
Schiarissimo upi^a quella parte del suo tempo > l^i qu^l^ 
e^i agli am^osi sospiri, alle pietosa tagi'iw^. aJ^e solleci- 
Uidini prival<c.^ p^.\)Uclip, e a' yar^ fl.uUu^raenli della 



DI PAMK. NNM 

iniqua CoriuiBa po»tè involare; opere troppo più a Dio eU 
agli uomiai aoeeit«voli , obe ^i ii^aiMM , le fraudi^ le loe»- 
sogne, le rapioe e i trodiotenU > U quali la flaaggior parie 
degli vouùai usa oggi , ccroaodo per quaUiaqu» via uo 
medesiuo fine, cioè divenir ricelH , quasi nelk rtcobezM 
ogni bene» ogm oaore, o^ beatiiudiiM stia. aeati 
scioodiie ! uiBka briev« partieola d'una ora sepaierà dal 
caduco corpo \ù spirito, e tutte queste vituperevxtU faticlie 
annullerà ; ed il tempo nel quale ogni cosa si sook eoBSunar e, 
senza indugio a niente recherà la meinoria del ricca, o 
q«eUa per alcuno spazio con gran vergoigoa di Iti serverà. 
U che del nostro Poeta noo avverrà eerto ; ajozt , cooif mi 
vediamo degli strumeiiti beiiei avvenire , che usandoli 
più chiari diveatano ogw ora , coist il suo uooQe , quanto 
più sana stropicciato dal teoapo , tanto j^ ehÀMPo e più 
lucente diventerà. 

Mostrato è soDHBarian»ente qua! fosse l'origiiie e gli stw^' 
e la vita e i costunai , e quah sieno If'opere slate detto splen- 
dido udmo Dante ÀLioHieiii, peeta chiarissimo, e con esse 
alcuna altra cosa , facendo trasgvessioBe , woowk» che cec^ 
ceduto m' ha coHii che di ogni grazia è donalore : ma la 
mia fatica non è ancora tà suo fine venuta , raoMBemoran- 
domi una particella nel processo promessa restare a dichia- 
rare , cioè il sogn<> della madre del nostro Poeta , quanck) 
gravida era di lui , e il significato di quello ; nel quale se un 
pochetto Btt distendessi , priego paiienteinente ù so^feriiio 
t lettori. 

Dico adtanqtte , che la madre del nostro Poeta essendo 
gravida di quella gravldezza , deKa quala esso pai al defitto 
tempo nacque, dormendo le perve nel sonno vedere se es- 
sere appiè d'uno altissimo alloro a lato a ena chiara f«^ 
tana , e quivi partoiire un ligliiiolo , il qua&ale patea il più 
pascersi delle bacche che détto alforo cadeano , e bere diesi" 
derosamente dell' acqua di quella fontana ; e da questo cibo 
Hodriio » le parea ohe in piodcl tempo cresosasa e divenisse 
padope ; e nella viata grandissima vagjbiMKi; mostrasse, d'a- 
ver dette frondi di queUQ a2l<9ca», le euÀ haiDche l'aveaA nu- 
lrieat»;f stoasindosi 4'^Vier di quella avanti che ad esse 



XXXI! VITA 

giunto fosse , le parea eh' egli cadesse ; ed aspettando ella 
di vederlo levare , non lui , ma in luogo di lui le parea ve- 
dere un bellissimo paone esser levato ; dalla qual maravi- 
glia la gentil donna commossa , senza più avanti vedere , 
ruppe il dolce sonno. Ne tenne quello , che veduto avea , 
nascoso , comechè niun fosse , che quello per quel com- 
prendesse che seguire ne dovea. Il che , poiché avvenuto è , 
più leggiermente conoscer si puote ; siccome in appresso 
mi credo mostrare. 

Opinione è degli astrolaghi e di molti filosofi naturali » 
per la virtù e influenza de' corpi superiori , gì' inferiori , 
quali che essi si sieno , e producersi e nutricarsi , e cias- 
cuno , secondo la qualità della virtù infusa , essere più utile 
ad alcuna o alcune cose , che altrimente dell' altre : il che 
assai appare negli uomini , se le loro attitudini guarderemo. 
Perciò che noi tra molti ne vedremo alcuno che senza dot- 
trina, senza maestro, senza alcuna dimostrazione, sospinto 
solamente da uno istinto naturale, divenire ottimo canta- 
tore ; e se quanti fabbri furon mai gli fosser d'intorno , non 
gli potrebbero insegnare tenere un martello in mano , non 
die formare una spada , e se è pure costretto , e per molta 
consuetudine dell* arte fabbrile alcuna cosa apparasse o fa- 
cesse , come in suo arbitrio sarà, al naturai suo intento, 
cioè al canto , si tornerà , sé da sé , già per la forza della 
sua libertà , non lasciasse il canto , e al martel si attenesse. 
Così alcuno altro nascerà a disegnare e ad intagliare si dis- 
posto f che ogni piccola dimostrazione il farà in ciò in bre- 
vissimo tempo sommo maestro dove in qualunque altra 
leggiere arte fia durissima cosa ad introdurlo. Che dirò della 
varietà delle singolari disposizioni degli uomini^ se non 
quello che il nostro Poeta medesimo ne dice ; 

Un d nasce Solone, ed altro Serse; 
. Altri Melchiiedech, ed altri quello 
■' Che , volando per l'aere , il figlio perse. 

Appare adunque varie costellazioni a varie cose disporre gli 
ingegni degli uomini ; e per ciò considerato chi fu Dante e 
quale la sua principale affezione, assai bene si conoscerà , 
il ciclo nella sua natività esser disposto a dover producere 



DI DANTE. ixxin 

un poeta. E per ciò che Io alloro , come davanti avem 
mostrato, è quello albero, le cui fronde testimoniano nella 
coronazione la facoltà del poeta ; meritamente dir possiamo, 
l'alloro dalla donna veduto significare la disposizione del 
cielo neUa natività futura di Dante , e la precipua affezione 
e studio di colui che nascer dovea , siccome chiaramente 
n' ha dimostrato quello che appresso la natività di Dante è 
seguito. L'essersi colui che nato era, delle bacche, che 
deir alloro cadevan , nutrito , assai chiaramente dioiostra 
quali doveano essere gli studj di Dante ; perciò che siccome 
il corpo si nutrica e cresce del cibo , cosi gì' ingegni degK 
uomini si nutricano ed aumentano degli studj ; e le bac- 
che , che i frutti sono dello alloro , non vogliono altro signi- 
ficare , che i frutti della poesia nati , li quali sono i libri da' 
poeti composti , e de' quali Dante senza dubbio ha nutrito 
ed aumentato il suo ingegno. Il chiarissimo fonte, del 
quale pareva alla donna che il suo figliuolo bevesse , niuna 
altra cosa credo che voglia significare , scnon il copioso e 
^bondantissimo seno della filosofia, del quale ciò che com- 
porre si vuole è di necessità che si prenda ; e siccome il 
poto è ordinatore e disponitore nello stomaco del cibo 
preso, cosi la filosofia d'ogni cosa buona maestra veris- 
sima , colla sua dottrina è ottima componitrice di ogm 
cosa a debito fine. Nelle cui scuole , come di sopra mos- 
trammo , acciò che sé e le sue invenzioni ordinar sapesse , 
ed intender compiutamente l'altrui , il nostro Poeta bevve 
più tempo digestivo e salutevole beveraggio. Appresso il 
parere pastor divenuto , la sublimità del suo ingegno ne 
mostra , per la quale in brieve tempo divenne tanto e tale , 
che non solamente bastevole fu a governar se , ma eziandio 
a mostrare agli altri ingegni la sua dottrina. Sono , a mio 
giudizio , di pastori . due maniere , corporali e spirituali. 
Li corporali similemente sono di due qualità , l'una delle 
quali sono quelli che per le selve e per gli prati le pecore , 
gli buoi e gli altri armenti pascendo menano ; l'altra sonò 
gl'Imperadori , iRe, i Padri delle famìglie, li quali con 
giustizia e pace hanno a conservare i popoli a lor commessi, 
ed a trovare onde vengano nei tempi opportuni i dbi a' 



xsxnr VITA 

■uikktKMla' GgUooli. Gli spirituali pastori simileiBeaie iUj^ 
si poasono di due iBABÌere , delle qìèsJà è Tuna quella cb co* 
loro, li quali paaoono l'aaiiDa de* viventi di cibo spirituale, 
cioè della parola di i>io ; e questi sono i p«*e|ati > i pr«dÌDa<^ 
tori e i saeerdoti , nella cui o«ifitodia aon commesse Ta- 
viso» labili di qualunque satto il governo a ciascuno ordì* 
nato dimora. L'altra è quella di coloro , li quali in «leun» 
icieaBÌa ammaestrati prima., poi ammaestrano altrui leg- 
feodo Q componeado; e di questa maniera di pasiori vide 
W madre ià suo tìgUuolo divenuto. Lo sforsarsi 9À avev delle 
AH>nde assai manifesto ne mostra essere il de&idef io della 
laureasionej perciò che ogni fatica aspetta premio, e il 
premio dallo avere alcuna cosa pMtiea composta è l'onoro 
ohe per la corona dello alloro si riceve. Ma seguita , che 
cadere il vide, quando pur a tìa si sforzava ; il quale cadere 
niuna altra cosa fu, ss non quel cadimento che tutti facciamo 
«snia levarci , cioè il morive : il che a itti avvefine quando- 
già dYsa finito quello, perchè meritamente la laureaiion 
gli seguiva. Seguentemenie dice, che in luogo di lui vide^ 
levarsi un paone ; ove intender si dee, che dopis la morie di 
ciascuno a itervare il nome suo appo i futuii surgouo 1'^ 
pere sue. E perciò m luogo d'Alessandro Macedonico, di. 
luda Maccabeo , di Scipione AffrioMKx , abbiamo le lor vit- 
torie e l'altre magnifiche opere. In luogo d'Aristotile , di 
Solone e di Virgilio , abbiamo i lor libri, le loro compo* 
sisioni , eteme conservatrici de' nomi e della preseniia loro- 
nel cospetto di que' che vivono. E così in luogo di Dante 
abbiamo la sua Commedia, la quale oitimameute si può 
conformare ad un paone. Il paone, secondo che compreadei 
si può , ba queste proprietà che la sua carne è odorifera e 
incorruttibile ; la sua penna è angelica , e in cpsella ha cento 
occhi ; li suoi piedi son sozsi , e tacita l'audatura ; ed oltre a 
ciò , ha sonora e orribile voce : le quali cose coUa Comme- 
dia del nostro Poeta ottimamente si convengono. Dico 
adunque primieramente , che cercando in assai parti lo in- 
trinseco senso della Commedia , e in assai lo intrinseco e lo 
estrinseco , si troverà esser semplice e immutabile verità ». 
Qon di geutiliiio puzzo spiacevole , ma sidorifera di cris* 



DI DAME. MIT 

liana soavità, ed ìb tiiimn cofa Miài rcNgione di qiraUa i«or- 
donte. DÌMÌ appresso , il paone avere angelica p^ntus , e iti 
queUa ce&to occhi. Certo io non vidi mei alcuii<»'aHgélo ; ma 
udendo che voli ^ estimo che penne aver debba \ 6 iM/nsap- 
piendoiealeuDa fra questi nostri augelli ptù Mia » uè così 
l)eregriiia , considerata la nobitttà di lore , immiigtiMr effe 
COSÀ la debbano aver fotta , e però iwn da qiwste loro , «iq 
queste da- ^aeUe denomiti»; e intendo per quelle » dcNé 
quali questa paone si cuopre , la Mlezza deUa pellegrina 
«toria cbe appare nella lettura deUa Cominedia; e il oaut- 
biare del colore di quella , secondo i varj nmtanienti di 
questo occellO) oiuna altra cosa esser sento, se noala va- 
rietà de' sensi che a quella , in una maniera ed in altra , leg- 
gendola , sì posson dare. E in cento occhi chi non inten- 
derà li cento canti dà quella , ne* quali ella così è ordinata e 
distinta edomata» come uè' lor luoghi distinti mibabii- 
mente si veggono gli occhi del paone? Sono e al paonei piò 
sozzi e randatuva queia : le quali cose otlimacnente alia 
Commejia del nostro autore si confanno ; |)erciò che sic- 
come sopra i piedi pare che tutto il corpo si sostenga, cosi 
prima fade pare che sopra il modo del parlare ogni opera 
in iscriitura cotaposta si sostenga; e U parlare volgare, 
nel quale e sopra il quale ogni giuntura della Commedia 
si sostiene , a rispetto dell* alto e maestrevole stile letterale 
che usa ciascuno altro poeta , e senza dubbio sozzo. L'an- 
dare quieto e tacito significa l'umiltà dello stile , il quale 
nelle commedie di necessità si richiede , come color sanno 
che intendon che vuol dir Commedia. Ultimamente dico , 
che la voce del paone è sonora e orribile ; la quale , come 
che la soavità delle parole del nostro Poeta paia e sìa molta, 
nondimeno chi bene in alcune parli riguarderà , ottima- 
mente conoscerà confarsi alla voce della Commedia , e 
massimamente dove con acerbissime invenzioni grida ne' 
vizj d' alcuni , oppur, distesamente procedendo, d'alcuni 
altri morde le colpe e gastiga i miseri peccatori. E ninna 
è più orrida voce di quella del castigante , e massimamente 
a colui che ha commesso , o a colui che a mandare i suoi 
appetiti ad effetto schiva l'ostacolo del riprensore. Per la 



XXXVI VITA DI DANTE. 

qual cosa e per l*aUre di sopra mostrale assai appare , co* 
lui che fu y vivendo , pastore , dopo la morte esser divenuta 
paone y siccome creder si puotc esser stato per divina spi- 
razione nel sonno mostrato alla cara madre. 

Questa esposizione del sonno della madre del nostro- 
Poeta conosco essere assai superficialment e per me fatta ; e 
questo per più cagioni. Primieramente , perchè per avven- 
tura la sofficienzia , che a tanta cosa si richiederebbe , non 
e* era : appresso , posto che stata ci fosse , piuttosto altro 
luogo per sé richiedeva che questo , ad altra materia con- 
giunta. Ultimamente, quando la sofficienzia ci fosse stata ,. 
e la materia l'avesse patito , è ben fatto , più che detto sia,, 
non esser detto da me , acciocché ad altri più di me soffi* 
ciente e più vago di ciò alcun luogo si lasciasse di dire. 

La mia piccioletta barca é pervenuta al porto , al quale 
ella dirizzò la proda partendosi dali* opposito lito ; e come 
che il pileggio sia stato piccolo , e il mare basso e tran- 
quillo, non di meno di ciò , che senza impedimento è ve- 
nuta, ne son da render grazie a colui che felice vento ha 
prestato alle sue vele. AI quale con quella umiltà e di- 
vozione che io posso maggiore , non così grandi come si 
converrieno , ma quelle che io posso , rendo , benedicendo 
in eterno il nome suo« 



Finiiù adì 22 d'Ottobre 1437. 



DELL' INFERNO. 



CAINTO I. 

ARGOMENTO. 

Mostra il poeta che essendo smarrito in una oscuriasima sel- 
va , ed impedito da alcune fiere di salire ad un colle, fu 
sopraggiunto da Virgilio ; il quale gli promette di fargli 
vedere le pene dell* Inferno, dipoi il Purgatorio; e che 
in ultimo sarebbe da Beatrice condotto nel Paradiso. Ed 
egli seguitò Virgilio. 

Nel mezzo del cammin di nostra vita 

Mi ritrovai per una selva oscura , 
' Che la diritta via-era smarrita. ^ 
Ahi quanto a dir qnar era è cosa dura 

Questa selva selvaggia ed aspra e forte , 

Che nel pensier rinnuova la paura ! 
Tanto è amara , che poco è più morte : 

Ma per trattar del ben , eh* i* vi trovai , 

Dirò dell* altre cose , eh* i* v* ho • scorte. 
r non so ben ridir com* i* v* mitrai , 

Tant* era pien di sonno in su quel punto. 

Che la verace via abbandonai. 
Ma po' eh' i' fui appiè d' un colle giunto, 

Là ove terminava qudla valle. 

Che m' avea di paura il cor compunto; 
Guardai in alto, e vidi le sue spalle 

Vestite già de'raggi * del pianeta. 

Che mena dritto alti^ui per ogni calle. , 

Allor fu la paura au poco queta , 

Che[nel lago del cor m' era durata 

La notte , eh' i' passai con tanta pi^. 
E come quei , che con ^ lena affannata 

Uscito fuor del pelago alla riva. 

Si volge all' acqua perigliosa , e ^ guata ; 
Così 1* animo mio, che ancor fuggiva, 

Si vdse 'ndietro a rimirar lo passo , 

» Vedute. —» Del sole. — 3 Respiro affannoso. — * Guarda. 

IL DANTE. I ^ 



2 DELL' INFERNO. 

Che non lasciò giammai persona vii^ 
Poi eh* ebbi riposato «l eorpo lasso , 

Ripresi yia per la piaggia diserta , 

Si che '1 pie fermo sempre era '1 più basso : 
£d ecco, quasi al cominciar dell'erta , 

Una ' lonza leggiera e presta molto; 

Che di pel maculato era coperta. 
E non mi si partia ^Knanzi SS volto : 

Anzi 'mpedlva tanto '1 juio «ammiiM, 

Ch'i* fili perri(toni0r più volte viritau 
Tiomp' «ca4al frind^ ^d mattìso ; 

£ 1 Stl OBontava in su con quelle stelle^ 

Ch' «aa «om kn , <inando 1* Amor dìVinD 
Mosse ' da prima quelle cose belle; 

Sì ch* a bene sperar m* era cagione 

Di quella fera la^ gaietta pelle, 
L' ora del tempo , e la dolce atagÌMie : 

Ma non sì , che paura non mi desse 

La vista , che m' apparve d* un leone. 
Questi parca, che contra me ^ venesse 

Con la test' alta , e con rabbiosa fame. 

Sì che parea , che l' aer ne temesse ; 
Ed una ^ lupa, che di tutte brame 

Sembiava ^ carca nella sua magrezza, 

E molte genti fé' già viver grame. 
Questa mi porse tanto di 7 gravezza 

Con la paura eh' uscia di sua vista, 

Ch' ^ V perdei la speranza dell' altezza. 
E quale è 9 quei , <^ volentieri acquista , 

E giunge '1 tempo , che perder lo face , 

Che *n lutt' i suoi pensier piange , e s' aitrislb; 
Tal mi fece la bestia seaza pace, 

Che venendomi 'ncontro a poco a f>oco 

Mi ripingeva là , dove *1 Sol tace. 
Mentre eh' i' rovinava in hdss» loco , 

Dinanzi agli occhi mi ai fa irfTerio 




CikNTO I. 

Chi i)er Itngo sifeimo pare» ' fioco 

Quando vidi costui atl gran diserte ; 
Miserere di me , gridili » lui , 
Qual che tu sii , od mabnL, od nomo e«ri9. 

Risposemi : Non noni; nomo 9^ fM, 
E li parenti miei furon htmàtmdk, 
£ Mantovani per patria' amcBdar. 

Nacqui sub JuHOf ancorché: fesse tardi, 
E vissi a Roma sotto 'i baoaa Aaguito^ , 
Al tempo degli Dei fidai e bvgiardiw 

Poeta fui , e cantai di quel posto 
Figliuol d' Anchise , ebe Tenne dft Troj», 
Poiché '1 superbo flieir ftr eorabnsto. 

Ma tu perchè ritomi atantia noia? 
Perchè non sali il dilettoso monte ; 
Ch' è principio e cagion di tutta gioia ? 

Oh ! sé' tu quel Yhrgttio , e quella fonte , 
Che spande di parlar sìiargo^fiame? 
Risposi ' lui eoa fwgognom fimite. 

O deglialtri poeti OBorec Isne, 
Vagliami '1 lungo studio e 'I grandte amore. 
Che m* han fatto cercar 1» tao volume. 

Tu se* lo mio maestro<, e '1 nano autore : 
Tu se' solo coluly^^ dia> ev' io tolsi 
Lo bello stile ,. dur mf ha ftitto onore. 

Yedi la bestia» per e»^ io mi» volsi ; 
Aiutami da lei, fiynoso^ saiggio , 
Ch' ella mi fa iMnar ft»' vene e i polsi. 

A te convien tenere altro i^aggio , 
Rispose , poi che lagrììmr mi vide , 
Se vuoi campwdTestO' loco selvaggio 7 

Che questa bci^, por la< quid tu gride , 
Kon lascia altrui passar per la sua via , 
Ma tanta la 'mfedisce j, ehe r uccide : 

Ed: b& naturasi» malvagift e da , 
Che maJFBBR onpift kn bramosavoglia , 
E dspcM 1" pasto" ha pi# fhne che pria. 

MbRf'Soii gif. anìBBR , a cnls'^ ammoglia , 



fChihalavoce tame*— ^Laiptrahrik — HAvaiodMr 
awanvia slaiboleggìal» nella Lupa^ sr Mogiange con atCvl> 
vixj. 



X 

* 



4 DELL' JNF£RiNO. 

E più saranno ancora , ìnGn che *1 ■ Veltro 

Verrà , che la farà morir di doglia. 
Questi * non ciberà terra, né peltro. 

Ma sapienza , e amore , e Tirtute , 

E ^ sua nazion sarà tra Feltro e Feltro : . 
Di queir umile Italia fia salute , ^ 

Per cui morì la Tergine Camilla , 

Eurìalo , e Turno , e Niso di ^ ferute : 
Questi la caccerà per ogni villa, 

Finché avrà rimessa nello 'nferno. 

Là onde 'ni^idia prima dipartilla. 
Ond' io per lo tuo me' penso e disc^jrno , 

Che tu mi segui , ed io sarò tua guida , 

E trarrotti di qui per luogo eterno, 
O v'udirai le disperate strida, 

Vedrai gli antichi spiriti dolenti , 

Che la ^ seconda morte ciascun grida : 
E Tederai color, che son contenti 

Nel fuoco , perchè speran di venire , 

Quando che sia , alle beate genti : 
Alle qua' poi se tu vorrai salire , 

Anima fia a ciò di me più degna : 

Con lei ti lascìerò nel mio partire. 
Che quello 'mperador, che lassù regna , 

Perdi' V fui ribellante alla sua legge , 

Non vuol che 'n sua città per me si vegna. 
In tutte parti impera, e quivi regge : 

Quivi è la sua cittade , e l'alto seggio : 

O felice colui , cu* ivi elegge I 
Ed io a lui : Poeta , i' ti ricbieggio 

Per quello Iddio, che tu non conoscesti, 

Acdoccb' io fugga questo male, e peggio , 

' Propriamente can da giungere» o levriere. Ma sotto 
questo nome intende il Poeta Can grande della Scala , Sì- 
gnore di Verona, altri dicono che voglia intendere Ugoc- 
cione della faggiuola robusto e coraggioso Capitano di quei 
tempi. — * Per ogni sorte di metallo prezioso , come oro , ar 
gento, ec. — 3 Pretendono alcuni che voglia qui cirooseri- 
vere Verona patria di Cane posta tra Feltre città della Mar- 
ca Trivigiana, e Monte Feltro Città della Legazione d'Ur- 
bino. — * Femte , per ferite, — ^ Intende il poeta la morte 
dell* anima. 



CANTO I. 

Che tu mi meni là dov' or dicesti, 
Sì eh* io vegga la porta di san Pietro, 
E color, che tu fai cotanto mesti. 

Allor si mosse , ed io li tenni dietro. 



CANTO IL 

ARGOMENTO. 

In questo secondo Canto, dopo la inyocazione, che so 
gliono fare i Poeti ne* principi de' loro Poemi , mostra 
che considerando le sue forze » dubitò , eh* elle non fos- 
sero bastanti al cammino da Virgilio proposto dello In- 
ferno : ma confortato da Virgilio, finalmente prendendo 
animo, lui come duce, e maestro seguita. 

Lo giorno se n' andava , e 1* aer bruno 

Toglieva gli animai, che sono'n terra 

Dalle fatiche loro ; ed io sol* uno 
M' apparecchiava a sostener la guerra 

Sì del cammino , e sì della pietate , 

Che ritrarrà la mente, che non erra : 
O Muse , o alto ingegno , or m* aiutate : 

O mente, che scrivesti ciò, ch'io vidi, 

Qui si parrà la tua nobilitate. 
lo cominciai : Poeta, che mi guidi. 

Guarda la mia virtù , s* eli* è possente , 

Prima eh' ali* alto passo tu mi fidi. 
Tu dici, che di Silvio Io ' parente. 

Corruttibile ' ancora, ad immortale 

Secolo andò , e fu sensibilmente. 
Però se ^ r avversario d* ogni male 

Cortese fu , pensando Y alto effetto , 

Ch* uscir dovea di lui , e '1 chi , ^ '1 quale ^ ; 
Non pare indegno ad uomo d* intelletto r 

Ch' ei fu dell'alma Roma, e di suo'mpero 

Neil' empireo Ciel per padre eletto : 
La quale , e '1 quale , a voler dir lo vero , 

» Enea.— » Vivo andò aU* Inferno. — 3 iddio. — * Il chi 
ì Romani, il piale le virtù loro. 

I. 



6 dellm3iper.no. 

Fur stabiliti per Io Ueosaal», 

U* siede il Suceessor ért maggior Piera. 
Per questa andata , onde gli dal tu yanle; 

Intese cose , che furo» cagi«n« 

Di sua Tiltoria, e del papale ammanto. 
AndoYvi poi Io ' Yas d*eleiioBe, 

Per recarne conforto a quella Fede , 

Ch' è principio alla f ìa SS sahrazione. 
Ma io , perchè venirvi.' o chi M concede? 

Io non Enea , io non Paolo 9oao^ : 

Me degno a ciò né io né altri crede. 
PflcGbè se del ^nlre io m' abband(»iOy 

Tcno, dM li vemU non «ia folle. 

Se' Mfio^, e'atCBdtOM^ cb' k> non ragien»^ 
Equali&èqiKì, che disvuoi eie, dievoUe 

£ per nuovi pensier cangia proposta , 

Sì che del cominciar tutto si lolle. 
Tal mi fec' io in quella oscura costa : 

Perchè , pensando, consumai la ''mpresa » 

Che fu nel cominciar cotanto tosta. 
Se io ho ben la tua parola intesa , 

Rispose del magnanimo queir ombra, 

L* anima tua è da viltate ofTesa : 
La qual molte fiate V uomo ingombra. 

Sì che d' onrata impresa lo rivolve. 

Come falso veder bestia , quaiuf ombra. 
Da questa tema acciocché tu li solve , 

Dirotti , perch' io veanl , e qu< i che *ntesi 

Nel primo punto , che di te mi dolve. 
Io era tra color, che son ' sospesi ; 

E Donna mi chiamò beata e bella , 

Tal che di comandare io la richiesi. 
Lucevan gli occhi suoi più che la ^ Stella : 

£ cominciDami a dir soave e piana , 

Con angelica voce , in sua favella : 
O anima cortese Mantovana , 

Di cui la fama ancor nel mondo dura, 

£ durerà 4 quanto 'l moto lontana : 
L' amico mio , e non ' della ventura , 

I S. Paolo Apostolo. — > Sospesi nel Limbo , né salvi , né 
dannaU. — ' Chi intende la stella Venere, chi fi SH)!e. — 
* Quanto il mondo. — ' L'amico mio sfortunato. 



tjimo ir. 7 

Nella diserta piaggia è inopedito 

Si nel camaiìn , che vcAt» è per paorsT 
E temo , che non sia già si smarrito , 

Ch' io mi sia tardi al soccorso levate , 

Per quel , eh' io ho dì Ini nel CMo udito. 
Or ' muovi , e oonr la tua parola ornata , 

£ con ciò , che ba mestierf al suo campare, 

L' aiuta sì , eh* lo ne sia consolata, 
r son Beatrice, che tf fòccio andare : 

Yegno ' dì loco, ove tornar disio : 

Amor mi mosse, che mi fa parlare. 
Quando sarò dinanzi al signor mio. 

Di te mi loderò sorente a lui : 

Tacette allora , e poi comincia' io : 
O Donna di virtù , sola , per cai 

L' umana spezie eccede ^ ogni contento 

Da quel elei , eh' ha minor li cerchi sui : 
Tanto m' aggrada 1 tuo comandamento , 

Che r ubbidir, se gfò fosse , m^ è tardf; 

Più non t' è uopo apnnni-'T too talento. 
Ma dimmi la cagion, che non ti guardi' 

Dello scender quaggraso", in questo eenlro, 

Dair ampio loco , ove tornar ^ tu ardf. 
Da che tu vuoi saper eotanto-ad^leirtre'. 

Dirotti brevemcsite^, mi rispose, 

Perch' io non temo éR' vi>ni^ qua entro. 
Temer si dee di sole quelle cose, 

Ch' hanno potenza et Are aftmf mi^e ; 

Dell'altre no; che non so»^ paurose, 
lo son fatta da Dia, sua mercè , tale , 

Che la vostra miseria iuf nri ttm^, 

Me fiamma d' esto 'ncencKo non m* aseale. 
Donna è gentil nd Ciel , dhe si compiange 

Di questo 'mpedlmeirta, oV lo ti marni», 

Sì che duro giudicio lassù frange. 
Questa ^ chiese Lucia in sua» amando , 

£ disse : ora abbisogna il tao fMele 

> Muoviti al suo soccorso. — 'Dal cielo. — ^ Avanza in 
perfezione ogni cosa contenuta sotto H cielo lunare.— * Ar- 
dentemente desideri. — » Da far paura.— * Cioè la. Dima 
cfemenza dl3ese Lncfii. Pier Loda intèndila Girazla iDoim- 
nante. 



8 DELL' INFERNO. 

Di te, ed io a te Io raccomando. 
Lucìa , nimica di dascnn crudele , 

Si mosse , e venne al loco dov' io era , 

Che mi sedea con 1* antica Rachele : 
Disse : Beatrice y loda di Dio vera. 

Che non soccorri quei, che t' amò tanto 

Ch* uscio per te della volgare schiera? 
Non odi tu la ' pietà del suo pianto, 

Non vedi tu la morte , che'l combatte 

Su ' la fiumana, ove'l mar non ha vanto? 
Al mondo non far mai persone ratte 

A far lor prò , ed a fuggir lor danno, 

Com* io, dopo cotai parole fatte. 
Venni quaggiù dal mìo beato scanno , 

Fidandomi nel tuo parlare onesto , 

Ch' onora te , e quei , eh' udito V hanno. 
Poscia che m' ebbe ragionato questo , 

Gli occhi lucenti , lagrimando , volse ; 

Perchè mi fece del venir più presto : 
E venni a te cosi , com' ella volse : 

Dinanzi a quella fiera ti levai , 

Che del bel monte il corto andar ti tolse. 
Dunque che è? perchè, perchè ristai? 

Perchè tanta viltà nel cuore ^ allette? 

Percliè ardire e franchezza non hai? 
Poscia che lai tre donne benedette 

Curan di te nella corte del Cielo, 

£ '1 mio parlar tanto ben t' impromette. 
Quale i fioretti , dal notturno gielo 

Chmati e chiusi , poi che/1 Sol gì' imbianca. 

Si drizzan tutti aperti in 16r#^teIo, 
Tal mi fec'io di mia virtute stanca : 

E tanto buono ardire al cuor mi corse, 

Ch' io cominciai , come persona franca : 
pietosa colei , che mi soccorse , 

E tu cortese, ch'ubbidisti tosto 

Alle vere parole , che ti porse ! 
Tu m' hai con desiderio il cuor disposto 

Sì al venir, con le parole tue, 

' L'angoscia. — * Che vince l'ira dell'oceano» — * Al» 
bergbi. 



CANTO n. 



Ch' io son tornato nel primo proposto. 

Or va, eh' un sol volere è d' amendae : 
Tu Duca, tu Signore , e tu Maestro : 
Così gli dissi : e poiché dmsso f uè , 

Entrai per lo campaino alto e silTestro. 



CANTO III. 

ARGOMENTO. 

Dante, seguendo Virgilio, perviene alla porta dell* Inferno^ 
dove dopo aver lette le parole spaventose, che v* erano 
scritte, entrano ambidue dentro. Quivi intende da Vir- 
gilio eh' erano puniti i poltroni : e seguitando il loro 
cammino, arrivano al fiume detto Acheronte, nel quale 
trovano Caronte die tragetta le anime ali* altra riva. Ma 
come Dante vi fu giunto , su la sponda del detto fiume s* 
addormentò. 

Per me si va nella città dolente : 

Per me si va neir eterno dolore : 

Per me si va tra la perduta gente. 
Giustizia mosse '1 mio alto Fattore : 

Fecemi la divina Potestate, 

La somma Sapienzia , e '1 primo Amore. 
Dinanzi a me non fur cose create , 

Se * non eterne, ed io eterno duro : 

Lasciate ogni speranza voi, che 'nitrate. 
Queste parole di colore oscuro 

Vid' io scritte al sommo d' una porta; 

Perch' io, Maestro, il senso lor m' è duro. 
Ed egli a me , come persona accorta ; 

Qui si convien lasciare ogni sospetto : 

Ogni viltà convien, che qui sia morta. 
Noi sem > venuti al luogo, ov* io t* ho detto. 

Che vederai le genti dolorose , 

Qi' hanno perduto M ben dello 'ntelletto ^. 
E poiché la sua mano alla mia pose , 

Con lieto volto , ond* io mi confortai , 

' Cioè gli Angeli immortali. — > Siamo — ' Cioè Dio, 
nd conoscere il quale sveltamente la beatitudine consiste. 



IO DELL* niFIMO. 

Mi mise dento» iMf ■cflwtfrae». 
Quivi sospiri , piialiyftàalti guai 

Risona van, pef V «se Mon sIcHe, 

Perch' io al comiariat mtt- lAgi ■ni . 
Diverse lingue, «riibilà fwdle. 

Parole di dolore , accenti d' ira , 

Voci alte e fioche, e snon di man con elle 
Facevano un tumulto » il cgaaX s* aggira 

Sempre 'n queir aria ' senza tempo tinta, 

Come la rena, quand a turbo spira. 
Ed io, eh* avea d* error la testa cinta, 

Susi Maestro, efae è ifuei, eh* f ode ? 

£ che geot* è, che par wrì #bo) aà vinta? 
Eìi eglls me r questo misero modo 

TeBgoD r annne triste ìR coloro , 

Che vsser senza infamia » e senza lodo. 
Mischiale sona a qp«i eattivo eoe» 

Degli Angeli, che non furon ribelli. 

Né fur fedeli a Dio , ma per sé foro. 
Cacciarli i Giel , per non esser men belli : 

Né lo profondo inferno gì! riceve , 

Ch* alcuna ' gloria i rei avrebher d'^elfi. 
Ed io ; Maestro , che é tanto greve 

A lor, che lamentar li fii si forte? 

Rispose : dffceroTti mollo breve , 
Questi non hanno speranza di morte : 

E la lor cieca vita è tanto bassa , 

Che 'uvidiosi son d* ogni altra sorte. 
Fama di loro il mondo esser non lassa; 

Misericordia e giustizia gli sdegna. 

Non ragionar di Ibr, ma guarda, e passa. 
Ed io , che riguardai , vfcfi una insegna , 

Che girando correva tanto ratta « 

Che d' ogni posa mi pareva indegna ^ : 
E dietro le venia si lunga tratta 

Di gente y ch* io non averci creduto , 

Che Morte tanta n'avesse disfatta. 
Poscia eh' io V* ebbi alcun riconosciuto, 

Guardai , e vidi V ombra di colui , 

' Eternamente fosca. — * Nnun. --'Sdegnosa éT ogni di- 

IffMRF. 



curro m. ti 



Che feoe per vittate, il ^m lifialo K 
Incontanente intesi , « certo In , 
Clìe quest* era la ietta de' caMìvi 
A Dio spiacenti , ed a* ttemid stri. 
Questi sciaurati , dke mai aon Air idvi , 
Erano ignudi , e atinolati aotto 
Da mosconi , e da Tcspe, eh' eraa iiL 
Elle rìgaYan lor di sangoe il ^olto , 
Che mischiato di lagiàie, a' kr 



Da fasUdiott Temi era rioolto. i 

E poi, eh' a riguardare oltre mi diedi. 

Vidi gente alla riva d' un graa iume : 

Perch* io dissi : Maestro , or mi concedi^ 
Ch' io sappia, quali sono, e qual eostuBK, 

Le fa parer di tn^iaasar si pronte, 

Com' io discemo per lo ftooo lume. 
Ed egli a me ! le cose ti fien conte 

Quando noi fermeremo i nostri passi 

Su la trista rivieni d' Acheronte. 
Allor con gli occhi yergognosi e bassi'. 

Temendo no 1 mio Àr gli fusse grave, 

In fino al fiume di parlar mi trassL 
Ed ecco verso noi venir per nave 

Un vecchio bianco per antico pelo, 

Gridando : guai a voi, anime pcave t 
Non isperate mai veder lo delo : 

r vegnOy per menarvi ali altea riva 

Nelle tenebre eteme in ealdo, e 'a gielo : 
E tu , che se' costi , aatoia viva , 

Partiti da cotesti , che son morti : 

Ma poi eh' e' vide, eh' io non mi partiva. 
Disse : per altre vie , per altri porti * 

Verrai a piaggia, bod qui , per passare : 

Più lieve legno oonvieB che ti portL 
£ '1 Duca a lui : Caron, non ti cniociare : 

Vuoisi così colà , dove si puote 

Ciò che si vuole : e più non dùnandaee. 
Quinci fur quete le lanose gote 

Al nocchier della livida palude , 

'^ Celestino T che rinunziò al papato. — ^ Passim ^zle 
di barche. 



ff DELL' INFEBNO. 

Che 'ntorao agli ocehì area di fiamme mole. 
Ma quell* anime , eh' eran lasse e nude , 

Cangiar colore, e dibatterò i denti. 

Ratto ' che inteser le parole crude. 
Bestenmilavano Iddio , e i lor parenti , 

L* umana spezie, il luogo , il tempo , e 'i seme 

Di lor semenza, e di lor nascimenti. 
Poi si ritrasser tutte quante insieme , 

Forte piangendo, alla riva malvagia, 

Ch' attende ciascun* uom, che Dio non teme. 
Caron dimonio con occhi di bragia , 

Loro accennando, tutte le raccoglie : 

Batte col remo, qualunque ' s' adagia. 
Come d' Autunno si levan le foglie , 

L' una appresso dell* altra , infin che '1 ramo 

Rende alia terra tutte le sue spoglie; 
Similemente il mal seme d' Adamo : 

Gittansi di quel lìto ad una ad una , 

Per cenni , com' augcl per suo richiamo ^ 
Così sen vanno su per 1* onda bruna, 

£ avanti che sien di là discese , 

Anche di qua nuova schiera s* aduna. 
Figliuol mio , disse il Maestro cortese , 

Quelli, che muoion nell' ira di Dìo, 

Tutti convengon qui d' ogni paese : 
£ pronti sono al trapassar del rio , 

Che la divina giustìzia gli sprona , 

Si che la tema si volge in disio. 
Quinci non passa mai anima buona : 

£ però se Caron di te si lagna , 

Ben puoi saper omai , che '1 suo dir suona. 
Finito questo, la buia campagna 

Tremò si forte, cbe dello spavento 

La mente di sudore ancor mi bagna. 
La terra lagrimosa diede vento , 

Che balenò una luce vermiglia , 

La qual mi vinse ciascim sentimento : 
£ caddi , come V uom, cui sonno piglia. 

> Tosto. — * Va adagio. — ^ Qualunque cenno usato dal 
cacciatore per allettar gli uccelli. 



CANTO IV. 13 



CANTO IV. 

ARGOMENTO. 

Destato il Poeta' da un tuono, e seguendo oltre con la sua 
guida , discende nel Limbo , che è il primo cercMo dell* 
Inferno , dove trova V anime di coloro , che eranooollag- 
giù pel solo originale peccato. Indi è condotto da Virgi- 
lio , per discendere al secondo cerchio. 

Ruppemi r alto ' sonno nella testa 

Un greve tuono, si eh* io mi riscossi , 

Come persona , che per forza è desta : 
E r occhio riposato intomo mossi , 

Dritto levato , e fiso riguardai , 

Per conoscer Io loco dov' io fossi. 
Vero è, che 'n su la proda mi trovai 

Della valle d* abisso dolorosa , 

Che tuono accoglie d' infiniti guai. 
Oscura , profond* era , e nebulosa 

Tanto> che per ficcar lo viso al fondo 

lo non vi discernea verona cosa. 
Or discendiam quaggìi^ nel cieco mondo , 
i Incominciò '1 Poeta tutto smorto : 

Io sarò primo , e tu sarai secondo. 
Ed io , che del color ' mi fui accorto , 

Dissi : come verrò , se tu paventi, 

Che suoli al mio dubbiare esser conforto ? 
Ed egli a me : r angoscia delle genti, 

Che son quaggiù, nel viso mi dipinge 

Quella pietà che tu per tema senti. 
Andiam, che la via lunga ne sospinge : 

Così si mise, e cosi mi fé' 'ntrare 

Nel primo cerchio , che 1' abisso cinge. 
Quivi , secondo che per ascoltare ^ , 

Non avea pianto , ma che ^ di sospiri , 

Che r aura etema facevan tremare. 
E ciò awenia di duol senza martiri, 

• « Profondo. — » Della pallidezza di Virilio. — ì Per 
quanto si può ascoltare. — • Se non che. 



14 DGLLMNFERNO. 

Ch' aYean le turbe, eh' eran molte., e grandi , 

E d* infanti , e di femmiBe , e di viri. 
Lo buon Maestro a me : tu non dimandi , 

Che spiriti son questi, che tu Tedi ? 

Or TO* che sappi , innanzi che più ' andi 
Ch' ei non pecean» t « •'egli hanòo 'nietveéK 

Non ÌM6ta,perch'«'AMieM>erbatteBiB0, 

Ch'è porta delia Fede, die tn credi; 
£ se fiiron dfaianzi al Crìstianesmo, 

Non adorar debitamente Dio : 

£ di questi cotai son io raedefimo. 
Per tai difetti , e lon per altro ^ rio 

Semo 4 perduti , e sol di tanto offesi , 

Che senza speme viTemo in disio. 
Gran dQoI mi prese al cor, quando lo 'ntesi : 

Perocché gente di molto yaiore 

Conobbi , che *n quel Limbo eran sosped. 
Dhnmi , Maestro mio , dimmi. Signore, 

Comincia* io , per volere esser certo 

Di quella Fede , che vince ogni errore : 
Uscinne mai alcuno o per suo merto, 

per altrui , che poi fosse beato ? 

£ quei , che' 'stese '1 mio parlar eoverto. 
Rispose : io era nuovo incesto staio ; 

Quando ci vidi venire m Possente ^ 

Con segno di vittoria iaoiroaate. 
Trasseci i* ombra del PrioK) Parente, 

D' Abel suo figUo , e quella di Noè , 

Di Moisè legista ; e l' ubbidiente 
Abraam Patriarca, e Diavid Re; 

Israele col Padre , e oo' suoi nati , 

E con Rachele per coi tanto iè': ■ 
Ed altri molti, e fecegli beati; 

£ vo', che sappi, cbe ^dmanzi ad essi , 

Spiriti umani non eran salvati. 
Non lascia vam d' andar, f erch' ei dicessi , 

Ma passavam la selva tuttavia. 

La selva dico di spiriti spessi. 

» Vada. — * Se hanno Tatto opere Imone. — * Ikìfit. 
4 Siamo. — ^ Gesù Cristo trionfante. 



CAIfTO IV. 15 



Non era lungi aMwr k 

Di qua dal sonun», fBandT la ¥ifii un foca» 

Ch' emisperìo ék teactet tìBci» ' 
Di lungi t' eravai» mf ra «d poco. 

Ma non sì, ch* ioMftdiB€tfnnBÌin|pwrte, 

Ch' orreToI * grate ptMgctea quel toc», 
O tu, eh' onori 00» 8<ieB]»y ai arte ? 

Questi chi um, eh' ìmmmoUmiSimnmn*, 

Che dal mode degli altri gii diparte? 
E quegli a me : f oatala nomlMuaa» 

Che di lor suona s» ftdla tea Yita, 

Grazia acquista nel GìeI,, citt si (^ avanoa \ 
Intanto voce fu, par aie , Bdìta : 

Onorate l' altlsaìnD Fotta : 

L' ombra sua tonui^ ck* era dipartita. 
Poiché la Toce fu rotata, e qoeta. 

Vidi quattro gfandTonbfè a Mi Tenire : 

Sembianza aYCTasaè trista, aè lieta. 
Lo buon Maestr» coniiieianmi » dire^ : 

Mira colui con qsella apada in mano , 

Che Yien dinanzi a' tre, ^ eoine Sire. 
Quegli è Omero poetìi acfvraae : 

V altro è Orazi» satira ^, the "fìme, 

Ovidio è '1 tera», e r aKima è LiKaa». * 
Perocché ciasewr Meea si em^fteme- 

Nel nome ^, che sondala Toce sala, 

Fannomi onore, e di ci6 fioiaabeie. 
Così vidi adunar la b^a icii<^ 

Di 7 quel Signor deir Muéa» casta 

Che sovra gli altrì, com- aqoifo , vela. 
Da eh' ebber ragjoaafe 'nsieioe idcpunlo , 

Yolsersl a BK, con sidiitcfval ceaoa : 

£ *1 mio Maestro sorrise di taalo : 
E più d' onore ancora assai n^ Inoa, 

Ch' essi mi lecer d^a loro sdbìera. 

Sì eh' io fui sesto , tra eolanfia aenaa. 
Così n' andamno insiao alta lumiera, 

' Circondava. — > Onorevole. —^ Onorcvolezza. — * Gli 
fa superiori ì^ sOtrì di qaeslo luogo.— » Satirico. ^ * Di 
Foeta. -— ' Omero. 



16 DELL' INFERNO. 

Parlando cose , che '1 tacere è bello , 

Si com' era *ì parlar colà dov* era. 
VeDìmmo al pie d* uo nobile castello, 

Sette volte cerchiato d' alte mura , 

Difeso 'ntomo d* un bel fiumicello. 
Questo passammo, come terra dura : 

Per sette porte intrai con questi savi : 

Giugnemmo in prato di fresca verdura. 
Genti v' eran , con occhi tardi e gravi , 

Di grande autorità ne' lor sembianti : 

Parlavan rado con voci soavi. 
Traemmoci così dair un de' canti, 

In luogo aperto , luminoso, ed alto, 

Sì che veder si potean tutti quanti. 
Colà diritto, sopra '1 verde smalto , 

Mi fur mostrati gli spiriti magni , 

Che di vederli in me stesso n' esalto. 
Io vidi Elettra con molti compagni , 

Tra' quai conobbi ed Ettore , ed Enea , 

Cesare armato con gli occhi grifagni '. 
Vidi Cammina , e la Pentesilca , 

Dall' altra parte, e vidi '1 Re Latino, 

Che con Lavinia sua liglia sedea. 
Yidi quel Bruto, che cacciò Tarqumo , 

Lucrezia, Julia , Marzia, e Corniglia , 

£ solo in parte vidi '1 Saladino. 
Poiché innalzai un poco più le ciglia , 

Vidi '1 Maestro di color che sanno * , 

Seder tra filosofica lamiglia. 
Tutti 1' ammiran, tutti onor gli fanno. 

Quivi vid' io e Socrate, e Platone , 

Che 'nnanzi agli altri più presso gli stanno. 
Democrito , che '1 mondo a caso pone, 

Diogenes, Anassagora, e Tale ^ , 

Empedocles , Eraclito , e Zenone : 
E vidi '1 buon accoglitor del quale ^ , 

Dioscoride dico : e vidi Orfeo , 

Tullio, e Livio, e Seneca morale i 

* Neri e lucidi come quelli dello sparviere. •*' Aristotile. 
— 3 Talete milesio. — * Per della qualità , cio% , proprietà , 
e virtù dell* erbe , piante , pietre* 



CANTO IV. 17 

Euclide geometra, e Tolommeo, 
Ippocrate , Avicenna, e Galieno ; 
Averrois , che '1 gran comento feo' . * 

Io non posso ritrar di tolti appieno , 
Perocché sì mi caccia *1 lirago tema , 
Che molte volte al fatto il dir vien meno. 

La sesta * compagnia in duo si scema ^ : 
Per altra via mi mena '1 savio Duca , 
Fuor della queta neir aura che trema : 

E vengo in parte , ove non è che luca 4. 



CANTO V. 

ARGOMENTO. 

Pei*\iene Dante nel secondo cerchio dello Inferno, ali' 
entrar nel quale trova Minos, Giodice di esso Inferno, da 
cui è ammonito, eh* egli debba guardare nella guisa eh' 
ei v'entri. QiUvi vede, che sono puniti i lussuriosi, la 
pena de' quali è l* essere tormentati di contìnuo da cru- 
delissimi ventì sotto oscuro e tenebroso aere. Fra questi 
tormentati riconosce Francesca da Rimino, per la. pietà 
della quale, e insieme di Paolo cognato di lei , cadde in 
terra tramortito. 

Cosi discesi del cerchio primaio 
Giù nel secondo, che men luogo cinghia ^, 
E tanto più dolor, che pugne a guaio ^. 

Stavvi Minos orribilmente , e ringhia 7 : 
Esamina le colpe neir entrala : 
Giudica, e ihanda, secondo eh* avvinghia. 

Dico , che quando Y anima mal nata 
Gli vien dinanzi, tutta si confessa : 
E quel conoscitor delle peccata, 

Vede qual luogo d' Inferno è da * essa : 
Ciguesi con la coda tante volte. 
Quantunque gradi vuol che giù sia messa. 

* Averroe Arabo , per avere interpretate le opere di Aris- 
totile, detto il gran Commentatore.— ' Senaria , di sei. — 
^ In due parti dividendosi. •— * Ove non è luce. -^ ^ Cinge. 
^ * Da far guaire. -7- ' Digrigna i denti. — * È dovuto 
ad essa. 

3. 



18 DELL* INFERNO. 

Sempre dinanzi a lui ne bUimm» molte : 

Vanno, a vicenda ciaacmiaal pudiiio : 

Dicono , e odbno » e |Mi mb giù volle. 
O tu , che vieni al doloroflo •epiziO'., 

Disse Minos a me» quaedo nù vide. 

Lasciando V atte di eetante u&ào , 
Guarda com' eotfi , edi cui tu ti fide;, 

Non t' inganni V ampiezza dell* eetrare» 

E'I Ducanùoekn tpereliè pur gride? 
Non impedir Io sua fatale andare : 

Vuoisi così colà, dove si puote 

Ciò che si vuole , e pia non dimandare. 
Ora incomincian le dolenti note 

A farmisi sentire : or sea venuto, 

Là , dove molto pianto mi percuote. 
Io venni in luogo d' ogni luce muto 

Che meggbiay come ia mar, per tempeata, 

Se da cemlrari venti è comUittiite. 
La iMifera raferael, ehe mai niA resta,. 

Binar ^ spirti eoo la sua Fapiiia > ; 

ToTtandio, e percotendo gii molèsta. 
Quando g^'ungon davanti alla mina ; 

Quivi le strida , il compiaetOy e *l lamento : 

Bestemmian quivi la virtù divina. 
Intesi, eh' a così fatto tormento 

Sono dannati i peccator carnali , 

Che la ragion sommettono al trenta'. 
E come gli stomeine portan 1* ali 

Nel freddo tempo a selìiera larga e piena , 

Così quel flato gli spiriti mali 
Di qua , di là ,£ giù , di sii gli mena : 

Nulla speranza gif conforta mai ; 

Non che di posa, ma di minor pena. 
E come i gru van cantando lor lai , 

Facendo in aer di sé lunga riga , 

Così vid' io venir, traendo guai , 
Ombre portate dalfa detta briga. 

Vemk* io diasi : Maestra, cn> son quella 

Gentf, ehe r aer nero al gMtiga? 

' Col turbinoso suo vortice. — * Genio, inctinazipee. 



CAUTO V. n 

La prima <fi ccior» ^ cm aoTeHe 

Tu tuo' saper, midisse que|^ àSkàU < 

Fu Imperatrice ài nolle faTeBe. 
A vizio diluMBiìft in ^ rotU» 

Che libito > fi»' lidio io nm legge, 

Per torre il biasoke , io che ere coedeite. 
Eir è Semiramìs, di cui si kgge. 

Che succedette a Nino , e fa toa spesa : 

Teune la terra, dw'l Solden corregge» 
L' altra è colei , che s' aaeìseeaiorott ^^ 

E ruppe fedeal eeoer di Skifaa»: 

Poi è Cleopatràs lusserìoeau 
Elena Yidiy per evi tantorree 

Tempo si Ydte : e vidi t graede Achille, 

che con Amore al tìnt oonbetfeo 4. 
Vidi Paria, Tristano ; e pie de ÉùMe 

Ombre mostrommi , e neniiiofle a dite, 

Ch' amor di nostra ntadipartille. 
Poscia eh' i' ebbi il mio Dottore edito 

Nomar le donne antiche e i cavalieri , 

Pietà mi vinse , e ftd quasi smarrito. 
Io cominciai : PeeI», voìentieri 

Parlerei a que' due, che 'asieme vanno, 

E paion si al veote esser leggieriw 
Ed egli a me : vedrai, quando saranno 

Più presso a noi ; e to «dlor gfi prega , 

Per queir anwr che i mena; e quei verranno. > 
Sì tosto, come *1 venie a m^gk piega, 

Muovo la voce : O' amane alfiuiinte. 

Venite a noi parlar, s^ altri noi m^a. 
Quali colombe , dal disia* cMamate , 

Con r ali aperte e ftrme al dolce i^o , 

Vengon per Y aere da Toler portale : 
Cotali uscir delhi schiera , ev* è Dtde , 

A noi venendo per Y aere amHgDO , 

Sì forte fu V affettuose grido. 
O ^ animai graziose, ebeaigeo. 

Che visitando vai, per Y aer perso; ^ 

* AUora» — > Fece ficito tutto tìò dbe piace. — ^ Dl« 
done. — 4 Capitò male. — * Corpo animato. — ' Oacoro. 



20 DELL* I9IF£RN0. 

Noi , che tignemmo *1 mondo di sanguigno *. 
Se fosse amico il Re dell' universo, 

Noi pregheremmo hii per la tua pace. 

Da eh* hai pietà del nostro mal perverso. 
Di quel, eh' udire , e che parlar vi piace : 

Noi udiremo, e parleremo a vui, 

Mentrechè '1 vento, come fa, si tace. 
Siede la terra , dove nata fui , 

Su la marina , dove '1 Po discende, 

Per aver pace co* seguaci sui * 
Amor, che al cor gentil ratto s* apprende; 

Prese costui della bella persona , 

Che mi fu tolta , e '1 modo ancor m* offende. 
Amor, 3 che a nullo amato amar perdona, 

Mi prese, del costui piacer s\ forte. 

Che , come vedi, ancor non m' abbandona : 
Amor condusse noi ad una morte ; 

Caina ^ attende chi vita ci spense : 

Queste parole da lor ci fur porte. 
Da eh' io 'ntesi queir anime offense , 

Chinai '1 viso, e tanto '1 tenni basso. 

Fin che 1 Poeta mi disse : che pense? 
Quando risposi , cominciai : o lasso : 

Quanti dolci pensier, quanto disio 

Menò costoro al doloroso passo ! 
Poi mi rivolsi a loro , e parlai io , 

E cominciai ! Francesca , i tuoi martiri 

A lagrimar mi fanno tristo e pio. 
Ma dimmi : al tempo de' dolci sospiri , 

A che, e come concedette Amore, 

Che conosceste i dubbiosi desiri? 
Ed ella a me : nessun maggior dolore , 

Che ricordarsi del tempo felice 

Nella miseria, e ciò sa '1 tuo dottore. 
Ma se a conoscer la prima radice 

Del nostro amor tu hai cotanto affetto , 

Farò come colui , che piange , e dice. 

* Morimmo MNsaz^atl. — > Per riposare le sue acque 6 
dei molti fitfn|i3elo sieguono al mare. — ^ Che vuole die 
ogni ai0||Ì0iiauii. — * Luogo deputato nelT Inferno per 
qucltf4leiiQpi4oiw. 



,*"■ 



CANTO V. ti 

Noi IcggcTamo un giorno, per diletto. 

Di Landlotto , come Amor lo strinse : 

Soli eravamo , e senza alcun sospetto. 
Per più fiate gli ocdù ci sospinse 

Quella lettura , e scolorocci '1 viso : 

Ma solo un punto fu quel , clie ci vinse. 
Quando Ingemmo il disiato rìso 

Esser baciato da cotanto amante. 

Questi che mai da me non fia diviso. 
La bocca mi baciò tutto tremante : 

Galeotto ' f u il libro , e chi lo scrisse : 

Quel giorno più non vi leggemmo avanta 
Mentre che V uno spirto questo dis^ 

L' altro piangeva sì, che di pietade 

r venni meno, come s' io morisse, 
E caddi , come corpo morto cade. 



CANTO VI. 

ARGOMENTO. 

Trovasi il Poeta , poiché hi so stesso fu ritornato , nel terzo 
cerchio, ove sono puniti i golosi, la cui pena è i' esser 
fitti nel fango, e parimente tormentati da grandissima 
pioggia con grandine mescolata, in guardia di Cerbero; 
il quale latrando con tre bocche, di continuo gli offende 
ed affligge. Tra cod fatti golosi trovando Ciacco, seco 
delle discordie di Fiorenza ragiona. Finalmente si parte 
per discendere nel quarto cerchio. 

Al tornar delia mente , che si chiuse , 

Dinanzi alla pietà de' due cognati , 

Che di tristizia tutto mi confuse. 
Nuovi tormenti, e nuovi tormentati 

Mi v^Sgio intomo, come chMo mi muova, 

E come eh' i' mi volga , e eh' io mi guati. 
Io sono al terzo cerchio della piova 

Etema , maledetta , fredda , e greve : 

Regola , e qualità mai non l' è nuova. 

' Il libro e l'autore che lo scrisse fecero.tra noi la parto 
die fece Galeotto tra Landlotto e Gfaievra. 



3(2 DELL' ISIFERNO 

G randiue grossa» tàwftqvm tiute i e sete , 
Per r aer teoelMM» si mena : 
Pute la terrai, cke «fuetto riceve. 

Cerbero , fiera crudele, e divert». 
Con tre gole casmneBle iati» 
Sovra la gente , che quWi è an«aenn 

Gli occhi ha vermigli , e la burba uDta^ ed atra, 
£ '1 ventre largo , e rnighiatr le aiaai : 
Graffia gli spirti, ^i scnoia , ed IsqMtni 

Urlar gli fa la pioggia oenie cani : 
Deir un de* lati Cmmo ali* altro sebemio : 
y olgonsi spease i aiken prefiuii. 

Quando ci scorse (!erbero fl gra» verno , 
Le bocche aperse , e mostroccl le saaae : 
Non avea membro, che tenesse feoM». 

E '1 Duca mio distese le sue spaiiB» 
Prese la terra , e con piene le pugna , 
La gìttò dentro alle bramose canne. 

Qual* è quel cane, ctaf abbaiaode agugna , 
£ si racqueta poiché '1 pasto morde, 
Che solo a divorarlo ioteade , e pugna ; 

Colai si fecer quelle facce lord^ 
DrMo demonio Cerbero, cbe 'ntrona ' 
L* aoliBe fli, cb* esser vorrebber sorde 

!Voi pessavara sit per r ombre , eh' adone * 
La greve piogge , e poiievam le piante. 
Sopra for vaaità ^ » cbe par persona. 

EQe giacean per terra tutte quante, 
Fuor eh' una , eh' a seder si levò ratto 
Ch' ella ci vide passarsi davante. 

O tu , che se' per qitesto Inferno tratto. 
Mi disse , rìconoadini , se sm : 
Tu fosti prima , cb* io disfatto , (atto. 

Ed io a lei : Y angoscia, dw to bei, 
Forse ti tira fiaor della mia neota 
Sì , che non par, cb' io ti vedessi atti. 

Ma dimmi chi tu se*, cbe 'n si dolente 
Luogo se' messa, ed a ^ fiitta pean. 
Che s* altra ènnggior, nuUa è al spitcenle. 

' Stordisce. — ' Aibassa» doma. — ' Ombre. 



CANTO vr. t$ 

Ed egli a me : la tua Città, eh' è pieaa 

D* invidia sì , cbe ^à traboect il ncoo. 

Seco mi tenne in la vita aeraaa. 
Voi cittadini, mi cbianaste Ciacco : 

Per la dannosa cdpa della i^. 

Come tu Yei^i , alla pioggia ori fiacco : 
Ed io anima trista «m aoa sola , 

Che tutte queste, a simil pena stanno , 

Per simil ooipa : e più non (é* parola. 
Io gli risposi : Ciacco , il tuo aiianoo 

Mi pesa sì , eh' a lagrtmar ai' invita I 

Ma dimmi, se tu sai, a che Terraano 
Li cittadin della Città partiU < : 

S' alcun y* è giusto : e dimmi la cagione , 

Perchè l' ha tanta discordia assalita. 
Ed egli a me : dopo lunga temone. 

Verranno al sangue, e la parte aelTaggìa * 

Caccerà Y altra, ^ con molta offensiooe. 
Poi appresso conTÌen che questa caggva 

Infra tre Soli e che V altra sormonti. 

Con la forza di tal, che testé piaggia ^. 
Alto terrà lungo tempo le fronti , 

Tenendo 1* altra, sotto gravi pesi , 

Come che di ciò pianga, e che n* adonti. 
Giusti son due , e non vi sono intesi : 

Superbia, invidia, ed avarìzia sono 

Le tre faville , eh' hanno i cori accesi. 
Qui pose fine al lacrimabil suono. 

Ed io a lui : ancor vo' che m' insegai , 

E che di più pariar mi facci dono. 
Farinata e '1 Tegghiaio, ohe for sì degni, 

Jacopo Rusticucci , Arrigo , e '1 Mosca , 

Eg^i^trì, eh' a ben far poser gì' ingegni. 
Dimmi ore sono , e fo eh' k) g|Ii conosca , 

Che gran di^ mi strìnge di sapere. 

Se '1 Ciel gli addolcia , o lo 'nfemo gli attosca. 

* Firenze partita nelle due fazioni de* Neri e de' Bian- 
chi. 3 La fazione de* Bianchi. — > L'altra opposta de* Neri. 
— * Carlo di Valpis, che ora usa lustaghevoli parole co* 
Fiorentini, o secondo altri ; verrà tra poco hi qualità di pa- 
ciere. 



24 DELL' INFERNO. 

E quegli : cison tra T anime più nere : 

Diversa colpa giù gli aggrava al fondo. 

Se tanto scendi , gli potrai vedere. 
Ma quando tu sarai nel dolce mondo. 

Pregoti, eh' alla mente altrui mi rechi : 

Più non ti dico, e più non ti rispondo. 
Gli diritti occhi torse allora in biechi : 

Guardomm* un poco, e poi chinò la testa : 

Cadde con essa, a par degli altri ciechi '. 
£ '1 Duca disse a me : più non si desta , 

Di qua dal suon dell' angelica tromba ; 

Quando verrà lor nimica podestà * : 
Ciascun ritroverà la trista tomba, 

Ripiglicrà sua carne , e sua figura , 

Udirà quel che in eterno rimbomba. 
Sì trapassammo per sozza mistura 

Deir ombre , e della pioggia , a passi lenti , 
' Toccando ^ un poco la vita futura : 
Pcrch' io dissi : Maestro , esti tormenti 

Cresceranno ei dopo la gran sentenza , 

O fien minori , o saran sì cocenti ? 
Ed egli a me : ritorna a tua scienza, 

Che vuol quanto la cosa è più perfetta , 

Più senta 'l bene , e così la doglìenza. 
Tuttoché questa gente maladctta 

In vera perfezion giammai non vada, 

Di là, più che di qua, essere aspetta ^. 
Noi aggirammo a tondo quella strada , 

Parlando più assai , eh' io non ridico : 

Venimmo al punto , dove si digrada ^ : 
Quivi trovammo Pluto il gran nemico. 

* Per non avere veduta la via delie virtù. -^ ' L'Eterno 
Giudice. — ' Ragionando un poco della vita futiura. ^ 
* Sarà più tormentata che adesso. — & Si scende. 



» 



CANTO VII. 15 



CANTO VII. 

ARGOMENTO. 

Pervenuto Dante nel quarto cerchio, trova nell* entrata 
Pluto come guardiano e signore di esso cerchio. Quindi , 
per le parole di Virgilio avendo ottenuto di passare avan- 
ti, vede i prodighi , e gli avari puniti col volger 1* uno 
contra V altro gravissimi pesi. E di là passando nel quinto 
cerchio, trova nella palude Stige gli iracondi, e gli ac- 
cidiosi, quelli percuotendosi, e molestandosi in varie 
guise, questi stando sommersi in essa palude, la quale 
avendo girata d'intorno, trovasi ultimamente appiè di 
un* alta torre. 

Pape Satan , pape Satan aleppe * , 

Cominciò Pluto, con la voc« chioccia * : 

E quel Savio gentil , che tutto seppe, 
Disse, per confortarmi : non ti noccia 

La tua paura , che poder, eh' egli abbia , 

Non ti terrà lo scender questa roccia. 
Poi si rivolse a quella enfiata labbia, 

E disse : taci , maladetto lupo : 

Consuma dentro te con la tua rabbia, 
r^on è senza cagìon V andare al cupo : 

Vuoisi nell'alto là ove Michele 

Fé' la vendetta del superbo strupo ^. 
Quali dal vento le gonfiate vele 

Caggiono avvolte , poiché l' alber fiacca , 

Tal cadde a terra la fiera crudele. 
Così scendemmo nella quarta lacca 4, 

Prendendo più della dolente ripa, 

Che 1 mal dell* universo tutto 'nsacca. 
Ahi giustizia di Dio! tante chi stipa ^ 

Nuove travaglie e pene, quante io viddi ? 

E perchè nostra colpa ^ sì ne scìpa? 
Come fa l' onda là sovra Carìddi, 

Che si frange con quella, in cui s' intoppa, 

' Qui Satanasso è Imperatore. — * Rauca. — ' Turma , 
degli Angeli ribelli. — * Ripa. — & Accumula , o secondo 
altri , può ristringere nella mente. ~ • Strazia. 

3 



2t DELL' INF£nifO. 

Così convien che qui la gente ' riddi. 
Qui vid' io gente , più di* altroTe, troppa , 

E d' una parte , e d' altra, con grand* urli, 

Voltando pesi, per forza dijpopfM : 
Percotevansi incontro, e poscia pur li 

Si rfrolgei dascun , voltando a retro , 

Gridando : * perdiè tieiii , e peicfaè teli? 
Cod tomavan» per lo cerchio tetro. 

Da ogni mano airopfposito pintoy 

Gridandoli anche loro ontoso metro : 
Poi d ipnlgea da«oan , quand'era gionto. 

Per lo 800 BMzxo cerdiio , alf altra giostra. 

Ed io, di' aTea lo cor quasi compunto, 
Dissi : Maestro mio , or mi dimostra. 

Che gente è questa , e se tutti Tur oheid ^, 

Questi chercuti alla sinistra nostra. 
Ed egli a me : tutti quanti Air guerd 

Si della mente, in la vita primaia , 

Che , con misura, nullo spendio fierd. 
Assai la voce lor chiaro Y abbaia , 

Quando vengono ai duo punti del cerdiio, 

Ove colpa contraria gli dispaia. 
Questi fur eherci , che non han coperchio 

Filoso al capo, e Papi , e Cardinali, 

In cui usò avarizia il suo soperchio. 
Ed io : Maestro , tra questi cotali 

Dovrei io ben riconoscere alcuni , 

Che furo immondi di cotesti mali. 
Ed egli a me : vano pensiero aduni : 

La sconoscente vit&, che i fé' sozzi. 

Ad ogni conoscenza or gli fa bruni. 
In etemo verranno agli due cozzi : 

Questi risurgeranno dd sepulcro, 

Col pugno chiuso , e questi coi ciin mozzi. 
Mal dare, e mal tener lo mondo pulcro 

Ha tolto loro , e posti a questa zuffa : 

Qual' ella sia , parole non ci appulcro. 
Or puoi, fìgliuol , veder la corta buffa 

" ' Giri a tondo, come nel ballo chiamato la Hidda. * 
* I^srdiè non spendi? perchè getti via? — 3 Chierid, Sa* 
eenioti. 



CAi«TO vn^ 



Fece ;,• eie edu, *'*«WHte.^^ 



J7 



Che è occiiii.?^^ * «Oi^ei ^'**» 

. Angeli. - 2 «,;,„» , *"'^« nva, ^ 



28 DELL* INFERNO. 

Sott' una fonte, che bolle, e riversa , 

Per un fossato , che da lei diriva. 
L' acqua era buia molto più » che persa : 

£ noi in compagnia dell* onde bige ' 

Entrammo giù per una via diversa *. 
Una palude fa, eh' ha nome Stige, 

Questo tristo rusoel , quaud' è disceso 

AI pie delle maligne piagge grige. 
Ed io , che di mirar mi stava inteso , 

Vidi genti fangose in quel pantano, 

Ignude tutte, e con sembiante offeso. 
Queste si percotean , non pur con mano , 

Ma con la testa, e col petto , e co' piedi. 

Troncandosi co' denti a brano a brano. 
Lo buon Maestro disse : figlio , or vedi 

V anime di color, cui vinse l' ira : 

E andie vo' , che tu per certo credi , 
Che sotto r acqua ha gente, che sospira , 

E fanno pullular quest' acqua al summo , 

Come r occhio ti dice , u' che s' aggira. 
Fitti nel limo dicon : tristi fummo 

Neil' aere dolce , che dal Sol s' allegra , 

Portando dentro accidioso fummo ^ : 
Or ci attristiam nella belletta negra. 

Quest' inno si gorgoglian nella strozza. 

Che dir noi posson con parola integra. 
Così girammo della lorda pozza , 

Grand' arco tra la ripa secca, e '1 mezzo < , 

Con gli occhi volti a chi del fango ingozza : 
Vemmmo appiè d* una tof re al dassezzo ^. 

* Lungo il fiume. — > Orrida. — * Ira lenta. — * Fradi- 
cio , molle. — 5 Finalmente. 



CANTO VUf. 19 



CANTO Vili. 

4R60M[£NT0. 

Trovandosi ancora Dante nel quinto cerchio, come fa giunto 
al pie della torre , per certo segno di doe fiamme» levato 
da Flegiàs » tragettatore di quel luogo , in una iNurchetta » 
e giù per la palude navigando , incontra Filippo Argenti 
di cui veduto lo strazio, seguitano oltre insino a tanto» 
elle pervengono alla città di Dite, nella quale entrar vo- 
lendo , da alcuni demonj è loro serrata la porta. 

lo dico seguitando y eh* assai prima, 
Che noi fussimo al pie dell' alta torre. 
Gli occhi nostri n' andar suso alla cima. 

Per due fiammette, die vedemmo porre , 
E un' altra da lungi render cenno , 
Tanto, eh' a pena '1 potea Y occhio torre. 

Ed io rivolto al mar di tutto '1 senno, 
Dissi : questo che dice? e che risponde 
Queir altro fuoco : e chi son que*, che i fenno F 

Ed egli a me : su per le sucide onde 
Già puoi scorgere quello, che s' aspetta', 
Se '1 fummo del pantan noi ti nasconde. 

Corda non pinse mai da sé saetta , 
Che sì corresse via per V aere snella , 
Com' V vidi una nave piccioletta 

Venir per 1* acqua verso noi in quella ', 
Sotto 1 governo d' un sol galcoto , .; 

Che gridava : or se' giunta , anima fella ? 

Flegìàs , Flegiès , tu gridi a voto , 
Disse lo mio Signore, a questa volta : 
Più non ci avrai, se non passando il loto *. 

Quale colui , che grande inganno ascolta , 
Che gli sia fatto , e poi se ne rammarca , 
Tal si fc' Flegiàs neir ira accolla. '*?.' 

Lo Duca mio discese nella barca , 
E poi mi fece entrare appresso lui ; 

' In quel mentre. — t Non ci avrai teco , se non mentre 
passeremo il fango. 

8. 



36 DELL' INFKICiO. 

£ sol» quand' la fui deotro, parve carca. 
Tosto che *1 Daca, ed io nel legno Tui, 

Segando se ne va f antica pr«ra 

Dell' acqua , più che non suol con altrui. 
Mentre noi correvam ki OMrta gmra ' , 

Dinanzi mi si fece un pien di fango » 

C disse : obi ae' ti» » che Tieni ansi ora ? 
£di««|iii: a'iay^Epo.ioniìmaBgo; 

Ma ttt «M air, clM aà se' teUo bnitw ? 

Riapoae 2 vedi , ehe imi ma che piaags. 
Ed io a Idi : ee^piaogereecen kitfe», 

Spirito imdadetto^, ti riiiuiBi 7 

Ch* io ti conosco , ancor sie lordo totto^ 
>llora stese al legno anibe le mani : 

Perchè '1 Maestro accorto lo sospinse » 

Dicendo : vìa costà, con gU altcl caw. 
Lo collo poi con le braccia mi cinse : 

Baciommì 1 Tolto,, e disse : alma sdegnosa, 

Benedetta colei , die 'n te s' incinse. 
Quei fu al mondo persona orgogliosa : 

Bontà non è, che sua memoria fregi ; 

Cosi è 1* ombra sua qui hirìosa. 
Quanti si tengon or lassù gran Regi , 

Che qui staranno , come porci In bragp , 

Di sé lasciando orribili dispregi! 
Ed io : Maestro, molto sarei Tago 

Di vederlo attiiffare in questa broda , 

Prima che noi uscissimo del lago. 
£d egli a me : aTanti che la proda 

Ti si lasci veder, tu sarai sazio : 

Di tal disio converrà, che tu goda. 
Dopo ciò poco ' vidi quello strazio 

Far di costui alle fangose genti. 

Che Dio ancor ne lodo , e ne ringrazio. 
.Tutti gridavano, a Filippo Argenti ' : 

Quel fiorentino spirito bizzarro 4, 

In sé medesmo si volgea co' denti. 
Quivi '1 lasciammo , che più non ne narro : 

> La stagnante palud^. — ' Poca dopo ciq* -7 ^ Sot)||i^ 
tende dton* addosso. — * Stizzoso. 



ià entro «i»«;iSw «S! "**»»» * 
Vermigli c^eT-i^ **«» 

Come tu T^ . "7' * <Kmasfi, „-..' 
Che raii^^^^tn ««"«Ite »«- 









•^«psa, lettóre «^r^. *"'« «ootauk. 

o «aro Dnca mio ^.i ™""''' "»''• 
^ aito Dt-rZ- ^^ fenduta . e f„.. 

«i»«.viamro.^"*'"'*»e».r 

"» avea menato, 
""""Pa edipea,., 

"««ciiee, torri. 



3 



32 DELL* INFERNO. 

Mi disse : non temer, che '1 nostro passo 

Non ci può torre alcun, da Tal * n' è dato. 
Ma qui m' attendi, e lo spirito lasso 

Conforta, e cilia di speranza buona : ■ 

Ch' io non ti lascerò nel mondo basso. 
Così sen va, e quivi m* abbandona 

Lo dolce Padre , ed io rimango in forse : 

Che '1 nò, e *1 sì nel capo mi tenzona. 
Udir non potè* quello , ch* a lor porse : 

Ma ei non stette là con essi guari. 

Che ciascun dentro a pruova si ricorse * 
Chiuser le porte quei nostri avversari 

Nel petto al mio Signor, che fuor rimaie, 

E rivolsesi a me con passi rari ^. 
Gli occhi alla terra , e le ciglia avea rase ^ 

D* ogni baldanza, e dicea ne* sospiri > 

Chi m' ha negate le dolenti case? 
Ed a me disse : tu , perch* io m' adiri. 

Non sbigottir, ch* io vincerò la pruova » 

Qual ch* alla difension dentro s' aggiri. 
Questa lor tracotanza non è nuova , 

Che già l' usaro a men segreta porta , 

La qual senza serrame ancor si truova. 
Sovr*essa vedestù la scritta morta : 

E già di qua da lei discende 1* erta, 

Passando , per li cerchi , senza scorta , 
Tal ^ che per lui ne fia la terra ^ aperta. 

» Da Dio. ->' Ritornò a gara. — » Lenti. — * Prive. «^ 
* Un Angelo mandato da Dio. — « La città di Dite. 



CAirroix. 33 



CANTO IX. 

ARGOMENTO. 

Dopo alcuni impedimenti e lo aver Teduto le Infenuli Fu- 
rie ed altri mostri, con lo aduto d'wi Angelo entra il Poeta 
nella città di Dite , dentro la qnale trova esser puniti gli 
eretici dentro alcune tombe attentissime ; ed egli insieme 
con Virgilio passa oltre tra le sepolture e le mura deUa 
città. 

Quel color, che viltà di fuor mi pinse , 
Yeggendo 1 Duca mio tornare in volta , 
Più tosto dentro il suo nuovo ristrinse '. 

Attento si fermò , com* uom , eh* ascolta : 
Cbè r occhio noi potea menare a lunga 
Per r aer nero , e per la nébbia folta. 

Pure a noi converrà vincer la punga, 
Cominciò ei : se non... tal ne s' offerse. 
Oh quanto tarda a me, eh* altri qui giunga! 

Io vidi ben , sì com' d ricoperse 
Lo cominciar con V altro, che poi venne» 
Che fur parole alle prime diverse. 

Ma nondimen paura il suo dir dienne, 
Perch' io traeva la parola tronca. 
Forse a peggior sentenza, eh' e* non tenne. 

In questo fondo della trista conca 
Discende mai alcun del primo grado 
Che sol per pena ha la speranza cionca? 

Questa question fec* io ; e qod : di rado 
Incontra, mi rispose, che di nui 
Faccia *1 cammino alcun, per quale io vado. 

Ver èy eh* altra fiata quaggiù fui. 
Congiurato da quella Eriton cruda, 
Che richiamava 1* ombre a* corpi sui. 

Di poco ' era di me la carne nuda 
Ch* ella mi fece 'ntrar dentro a quel muro. 
Per trame un spirto del cerchio di Giuda. 

* Fece che Virgilio ricomponene più presto il volto «Mb 
— * Cioè : tempo. 



34 DELL' INPERNO. 

Queir è '1 più bassa luogo, e 'l pie oecttr», 

E '1 più lontan dal del , che tutto gira : 

Ben so '1 cammio : pjerè ti fa sicuro. 
Questa palude, che gran puzzo spira. 

Cinge d' intorno la cUlà dolente, 

U' non potemo entrare ornai seoz* ira ; 
Ed altro disse ma non r ho a menu ; 

Peroccliè r occhio m* avea lutlo tratto » 

Ver r alta torre alla cioia roteate» 
Ove ia UB punto vidi dritte ratto 

Tre furie iufernal , di sangue tinte , 

Che menobra femminili avean ed atto» 
E con idre yerdissime eran cinte : 

Serpentelli , e ceraste ayean per crine» 

Onde le fiere tempie eran av?inte. 
E quei , che ben conobbe le meschine ' 

Della Regina dell* etemo pianto , 

Guarda, mi disse, le feroci Crine. 
Quest* è Megera dal sinistro canto ; 

Quella, che piange dal destro , è Aletlo. : 

Tesifone è nei mezzo : e tac<yie ' a tanto 
Con r unghie si fendea ciascuna il petU^ : 

Batteansi a palme » e {gridavan s^ a]U>^ 

Ch* i' mi strinsi al poeta» per sospetto "^ 
Venga Medusa : sì '1 £Bj:eai di smalto » 

Gridavan tutte, rigMaidaivUi in gjuisn : 

Mal non Tengiammo ^ in Teseo 1^ assalito. 
Volgiti *ndietro , e tien lo Yisa chiuso» 

Che se '1 Gorgon si mostra, e tu 'l vedessi» 

Nulla sarebbe del tornar mai suao. 
Così disse '1 Maestro ; ed egli stessi 

Mi Tolse I e non si tenne alle mie mani» 

Che con le sue ancor non mi chiudessi. 
O voi , eh* avete gì* intelletti sani» 

Mirate la dottrina» che a' asconde 

Sotto *1 velame degji versi strani. 
E già venia su per le torbid' onde 

Un fracasso d' un suon pien di spavento y 

Per cui tremavan amendue le sponde, 

> Serrt^ aMeHt. r-> ' Httanto. — ' Tema. — * Tendi- 
cammo. 



Non altrimenti fatto , cli« d* un vento 

Impetuoso per gH aTTerei arrfori , 

Che fier la selva, « tem» ftlcnn rathinto 
Li rami schianta , abbatte , e iNMta fori ; 

Dinanzi polveroso va Biiperbn , 

£ fa fuggir le fiere , e g^ pastori. 
Gli occhi mi sciolse, e dine : or drizza 1 nerbo 
<>^ Del viso ' su per qiH>Ha sdiioina antica 

Per indi , ove quel ftintmo è pib acerbo. 
Come le rane innanzi alla nimica 

Biscia per V acqua si dileguan tette , 

Fin eh' alla terra ciascuna s' abbica *, 
Vid* io più di mille anime distrutte 

Fuggir cosi dinanzi ad un, ch'ai passo ^ 

Passava Stige con le piante addtiUe. 
Dal volto rimovea queir aere grasso , 

Menando la sinistra innanzi spesso , 

£ sol di quell' angoscia parea lasso. 
Ben m' accorsi eh' egK era del Ciel Messo , 

£ Yolsimi al Maestro ; e quei fé' segno , 
- Ch' io stessi cheto , ed inchinassi ad esso. 
Ahi quanto mi parea pien di disd^no ! 

Giunse alla porta, e con una Terglietta 

L'aperse, che non v* ebbe alcun ritegno. 
O cacciati del Ciel, gente dispetta, 

Cominciò egli in su 1* orribiì soglia , 

Ond' està oltracotanza in voi s' alletta? 
Perchè ricalcitrate a qu> Ila TOglia, 

A cui non puote '1 fin mai esser mozzo, 

£ che più volte v' ha cresciuta doglia ? 
Che giotft nette (kta * dar di cozzo? 

Cerbero vostro, se ben vi ricorda, 

Ne porta ancor pelato il mento , e M gozzo. 
Poi sì rivolse per la strada lorda , 

£ non fé' motto a noi : ma fé' sembiante 

D' uomo , cui altra cura stringa e morda , 
Che quella di colui , che gli è davante : 

£ noi movemmo i piedi inver la terra , 

' Il vigore della vista. — > S'ammucchia.- ^ Al passo del 
fiume, o secondo altri col proprio passo e non da nave por- 
tato. — < Destini. 



36 D£LL' INFERNO. 

Sicuri appresso le parole sante. 
Dentro t' entrammo , senza alcuna guerra : 

Ed io , eh* avea di riguardar disio 

La condizion , che tal fortezza serra. 
Come fui dentro, rocchio intorno invio. 

E Tcggio ad ogni man grande campagna, 

Piena di duolo, e di tormento rio. 
Sì come ad Arti, ove '1 Rodano stagna, 

Si com'a Pola presso del Quarnaro , 

Che Italia chiude , e i suoi termini bagna , 
Fanno i sepolcri tutto '1 loco varo ' 

Così facevan quivi d' ogni parte, 

Salvo che '1 modo v' era più amaro : 
Che tra gli avelli fiamme erano sparte. 

Per le quali eran sì del tutto accesi. 

Che ferro più non chiede verun* arte *. 
Tutti gli lor coperchi eran sospesi, 

E fuor n* usdvan sì duri lamenti, 

Che bea parean di miseri , e d* offesi. 
Ed io": Maestro, quai son quelle genti , 

Che seppellite dentro da queir arche 

Si fan sentir coi sospir dolenti : 
Ed egli a me : Qui son gli eresiarche 

Co' lor seguaci d' ogni setta ; e molto 

Più , che non credi , son le tombe cardie. 
Simile qui con simile è sepolto ^,: 

E i monimenti son più e men caldi : 

E poi eh' alla man destra si fu volto , 
Passammo tra i martiri, e gli alti spaldi^^. 

* Diseguale. — * Verun* arte di fabbro richiede ferro 
più acceso. — ^ Cioè gli Arriani con Arno, i Pelagiam eoo 
Pelagio. — < Tra le tombe e le mura della città. 



•■» 



CANTO X 37 



CANTO X. 

ARGOMENTO 

Bramando Dante di Tedere alcuni di qad dannati ne viene 
daTirgilio condotto a Farinata de^'lJbertt e a Caval- 
cante de* Cavalcanti. Farinata gli predice il suo esilio , e 
gli dimostra cbe i dannati possono aver notisia delle cose 
avvenire , ma non già delle presenti , se dalle anime cbe 
ivi vengono, lor non sono raccontate* 

Ora san va , per uno stretto calle , 

Tra 'I muro della terra, e gli martiri. 

Lo mio Maestro, ed io dopo le spalle. 
O virtù somma, che per gli empj giri 

Mi volvi , cominciai , come a te piace , 

Partami , e soddisfammi a* miei desiri. 
La gente, che per li sepolcri giace, 

Potrebbesi veder ? già son levati 

Tutu i coperchi, e nessun guardia face. 
£d egli a me : tutti saran serrati. 

Quando di Josaphat qui torneranno. 

Coi corpi , che lassù hanno lasciati. 
Suo cimitero da questa parte hanno 

Con Epicuro tutti i suoi seguaci , 

Che r anima col corpo morta fanno. 
Però alla dhnanda , che mi faci , 

Quinc* entro soddisfatto sarai tosto , 

Ed al dino ftncor, che tu mi taci. 
Ed io : buon Duca, non tesno nascosto 

A te mio cor se non per dicer poco , 

E tu m' hai non pur ora a ciò disposto. 
O Tosco, che per la città del foco 

Vivo ten vai così parlando onesto , 

Piacciati di restare ' in questo loco. 
La tua loquela ti fa manifesto 

Di quella nobil patria natio , 

Alla qual forse Àii troppo molesto. 
Subitamente questo suono usdo ~ ^.. 

< Trattenerti alquanto. '? * 

IL DANTE. * 4 



39 DELL' HIFUmO. 

D* mia d«U' arehe : però m* accostai , 

Temendo , un poco più al Duca mio. 
Ed ei mi disse : volgiti , ciie fai ? 

Vedi là Farinata , che s' è dritta : 

Dalla cintola in su tutto 1 vedrai, 
lo avea già '1 mio viso nel m% tìiìo i 

Ed ei s' ergea ool*pwtlo , e eoa la (rmit^^ 

Cane aveise k> iaferao in gran disfallo K 
E V aniiBOM man del Duea e pronte 

MI piaier tra le sepolture a hit , 

Dicendo : le parole tue sìen conte *. 
Tusto eh' al pie della sua tomba fui , 

Guardommi un poco ; e poi qua;>i sd^BOlo 

Mi dimandò : Chi Tur gli maggior tui? 
lo , eh' era d' ubbidir disideroso , 

Non gliel celai , ma tutto glielo apersi : 

Ond* ei levò le ciglia un poco in suso : 
Poi disse : fieramente furo avversi 

A me, e a' miei primi ^ ed a mia parte ^; 

Sì che per due fiate gli disp<'rsi. 
S' ei Tur cacciati « ei tornar d' ogni parte , 

Risposi io lui , r una , e V altra fiata : 

Ma i vostri non appreser ben queir arte ^. 
Allor surse alla vista scoperchiata 

Un' ombra lungo questa infino al mento : 

Credo che s' era inginocchion levata. 
D* intorno mi guardò ; come talento 

Avesse di veder, s' altri era meco : 

Ma , poi che U suspicar fu lutto s[>ento^ 
Piangendo disse : se per questo cieco 

Carcere vai per altezza d' ingegno ; 

Mio figlio ov' è, e perchè non è teco? 
i^d io a lui : da me stesso nou vegno : 

Colui , eh' attende là, per qui mi mena. 

Forse cui Guido vostro ebbe a disdegno.. 
Le sue parole , e '1 modo della pena 

M' ave vau di costui già letto il nome : 

Però fu la risposta così piena. 

* Disprezzo. — ^ Manifeste e chiare. — ^ Antenati» — 
• Il partito gliibellino. -^ * Ctoè di tornare^ 



CAJUTO X. a» 

Di subito érìzzate grnlò : come 

Dicesti :egU ebbe? non liv* «gli ancora* 

Non fiere gli oochi nioì lo dolce Jorae? 
Quando s* accorse d' aleuna dimora» 

Ch* io faceva dinaiià alla ritpoftta, 

Supin ricadde , e più non parve fìiora. 
Ma queir altro magnaiiinio, a cui peata * 

Restato m'era , non mute aspetto. 

Né mosse collo, nèpiegò A«a «oata : 
£ se , contisnaBde al primo detto, 

S' ellì han queir arte, di6se>male appresa « 

Ciò mi tormenta pia , che questo letto. 
Ma non ci^quaiita voHe Zia raòueaa 

La faccia deUa Donna, cbe qui regge' 

Che tu saprai qoanto queir arte pesa : 
£ se tu mai nel doloe«ioiido regge ; 

Dimmi , percbè qnel pop(do è si empio 

Incontr" a* miei in ciascuAa sua legge ? 
Ond* io a lui : lo straiùo, e 'i grande seenpio» 

Che fece l' Arbia ^ colorata in rosso , 

Tale orazlon fa fiu* nd nostre t6m|)io ^ 
Poi oh* ebbe sospirando il capo scosso , 

A ciò non fu* io sol, disse, né eerto 

Senza cagion sarei con gli altri mosso : 
Ma fu' io sol oolà, dove sofferto 

Fu per ciascune! torre via Fiorenza , 

Colui , che la difese a viso aperto. 
Deh se riposi mai vostra semenza. 

Prega' io lui , solvetemi qael nodo , 

Che qui ha ìnvttoppata mia sentenza. 
£' par, ohe voi veggìale , se ben odo , 

Dinanzi quel cbe *1 tempo seco adduce , 

£ nel presente tenete altro modo. 
Noi veggiam come quei ch'ha mala luce, 

Le cose, disse che ne son lontano ; 

Cotanto ancor ne splende '1 sommo Duce ^ : 
Quando s* appressano, o son, tutto è vano 

' Richiesta. — ' La luna. — ^ piume vicino a Monte 
Aperto , dove segui la strage suddetta. — * I consigli si ra- 
dunavano nelle chiese. -- ^ Di tanto continua Iddio a darci 
tutne. • ^' 



40 DELL* INlPERNa 

Nostro 'ntelletto, e s' altri non ci apporta. 

Nulla sapem di vostro stato umano. 
Però comprender puoi, che tutta morta 

Fia nostra conoscenza da quel punto , 

Che del futuro fia cliiusa la porta. 
Allor, come di mia colpa compunto. 

Dissi io : direte ora a quel caduto, 

Che *1 suo nato è coi vivi ancor congiunto. • 
£ s' io fu' dianzi alla risposta muto , 

Fat' ei saper, che '1 fei , perchè pensava 

Già neir error, che m' avete soluto. 
£ già 1 Maestro mio mi richiamava : 

Perch' io pregai lo spirto più avaccio '; 

Che mi dicesse, chi con lui si stava. 
Dissemi : qui con più di mille giaccio : 

Qua entro è lo secondo Federico * , 

£ '1 Cardmale ^ , e degli altri mi taccio : 
Indi s' ascose : ed io inver l' antico 

Poeta volsi i passi , ripensando 

A quel parlar, che mi parea nemico. 
Egli si mosse : e poi cos) in andando , 

Mi disse : perchè se* tu sì smarrito ? 

£d io li soddisfeci al suo dimando. 
La mente tua conservi quel eh* udito 

Hai contra te , mi comandò quel Saggio , 

Ed ora attendi qui ; e drizzò M dito. 
Quando sarai dinanzi al dolce raggio 

Di quella ^ , il cui beli* occhio tutto vede, 

Da lei saprai di tua vita il viaggio. 
Appresso volse a man sinistra il piede : 

Lasciammo *l muro , e gimmo inver lo mezzo , 

Per un sentier, eh* ad una valle fiede. 
Che 'n fin lassù facea spiacer suo lezzo. 

» Più in fretta. — » Federigo II.—» Ottaviano Ubaldinl, 
— * Beatrice. 



CANTO XI. 41 



CANTO XI. 

ARGOMENTO. 

Arriva il Poeta sopra l' estremità d* un* alta ripa del lettimo 
cerchio, ove offeso molto dalla pozza che ne osciTa, Tede 
la sepoltura di Papa Anastagio eretico. ÌB quivi fermatosi 
alquanto intende da Virgilio che ne* seguenti tre cerdii 
che hanno a vedere , è punito il peccato della violenza , 
della frauie, e della usura. Indi gli dimanda la cagtone, 
per la quale dentro la città, di Dite non sono poniti i los- 
suriosi, i golosi, gli avari, i prodighi, e 0* hracondi. Ap- 
presso gli chiede come la usura offendi Dio. Ne vanno 
alla fin^i due Poeti verso il luogo, onde fai esso settimo 
cerchio si discende. 

fu so restremità d' un' alta ripa, 

Che facevan gran pietre rotte in cerchio , 

Venimmo sopra più crudele stipa : 
E quivi per V orribile soperchio 

Del puzzo , ehe '1 profondo abbisso gitta 

Ci raccostammo dietro ad un coperchio 
D*an grand' * avello, oy' io vidi una scrìtta, 

Che diceva : Anastasio Papa * guardo, 

Lo qdal trasse Fotin della via dritta. 
Lo nostro scender conviene esser tardo, 

S) , che 8* ausi in prima nn poco il senso 

Al tristo fiato, e poi non fia riguardo : 
Così '1 Maestro : ed io , alcun compenso , 

Dissi lui , trova, che 'I tempo non passi 

Perduto : ed egli : vedi eh' a ciò penso. 
Figliuol mio , dentro da cotesti sassi , 

Commciò pof a dhr, son tre cerchietti 

Di grado in grado , come quei , che lassi. 
Tutti son pien di spirti maladetti : 

Ma perchè poi ti basti pur la vista. 

Intendi come, e perchè son costretti. 
D'ogni malizia, eh* odio in Cielo acquista , 

Ingiuria è il finef ed ogni fin cotale 

^ Sq[>olcro. -* * Equivoco fra Anastasio Papa e Anastasio 
Imperatore che fo reatanente sedotto da Potino. 

4. 



^ 



4ft DELL' niFERNO. 

O con forza , o con frode aKrui contrista. 
Ma perchè frode è dell' uoia proprio male , 

Più spiace a Dio : e però stan di sutto 

Gli frodolenti , e più dolor gli assale. 
De' violenti il primo cerchio è tutto : 

Ma pfefchè si fit fina a tre persone. 

In tre gironi è distinto, e oostnitto'. 
A IKo, a sé, al prossimo si paone 

I''ar forza ; dico in loro , ed in lor cose, 

Come udirai con aperta ragione. 
Morte per forza, e fierute dogliose 

N^l proflsinra si danno , è nel suo averli 

Buine, iaeeBdi, e toHette dannose: 
Onde ofHidéi , e ciascan , che mal fiere ' ; - 

Guastatori , e predon tutti tormenta 

Lo giron primo, per diverse schiere. 
Puote uomo avere in se man violenta, 

£ ne* suoi beni : e però nel secondo 

Giron convien , che senza prò si penta. 
Qualunque priva sedei vostro mondo. 

Biscazza , e fonde la sua facultade ' , 

£ piange là , dove esser dee giocondo K 
Puossi far forza nella Deitade, 

Col cuor ^ Aegando, e bestemmiando quella , 

£ spregiando Natura , e sua boutade : 
E però lo minor giron Suggella 

Del segno suo e Soddoma, e Caorsa ', 

£ chi, spregiando Dio, col cuor favelTa. .■ .' ^ 

La frode , ond' ógni coscienza è morsa , 

Può r uomo usare in colui , che si fida, 

£ in quello , che fidanza non imborsa. ^ 

Questo modo di. retro ^ par, eh' uccida 

Pur lo vincol cf amor, che fa Natura : 

Onde net cerchiò secondo s* annida 
Ipociisia , lusinghe , k chi affattura 7, 

Falsità , ladroneccio , e simonia , 

' IngiustamoBtsffBfiiee tUtmà. — > Gkiooi • iktàfM U 
proprio avere. — ^ Ifel modo dove {M» Il Mai wmAéd' 
vrebbe essere lieto. — * Dentro di sé simulando al di fuori 
ptetàeveligloiie. ^*Gritors.— « QMStoatthnornMi». ^\ 
^ Fa malie. . * '. ; .j . v . • 



CIAHTO XI. 43 

Ruffìan, baratti 9 « simile lordura. 
Per r altro modo cpieU' amor s' obblia, 

Che fa Natura , e qael , cb* è poi aggimloV 

Di che la fede speàal ti cria : 
Onde nel cerchio minore , ov' è *1 franto 

Deir universo., ia sh die Dite sledp. 

Qualunque trada , ia etera» è c ow a uiUio . 
Ed io : Maestro , assai chiaro procede 

La tua ragione, a assai ben «listiiigiie 

Questo baratro, e H popoi» ebe *1 psasiade. 
Ma dinmii : quei della faiade piagae, 

Che mena '1 y^ato , e ohe baile la piaggia , 

£ che 8* inoantraii eoa si aspre lingoe » 
Perchè non dentro deUa città roggia '■ 

Son ei puniti , se Dio gli ha io ira? 

£ se non gli ha, perchè sono a tal faggia. 
Ed egli a me : peluche taato éekira , 

Disse, lo 'ngegno tuo da quel, eh' e* suole ; 

Ovver la mente dove altrove mira? 
Non ti rimembra di quelle parole , 

Con le quai la tua Etica pertratia 

Le tre disposizion , che '1 Ciel non vuole; 
Incontinenza, malizia, e la maftta 

Bestialitade? e come iacontinenza 

Mes Dio offende, e mea biasùgao accatta? 
Se tu ngaardì boi posala searteaaa ^ . 
vBoam anaanHie^ sai 8oa ^saHi^ 

v>Ba aa wk toar aBavengcMi pcHHaBHa'^ 
Tu Yednd ben fMefcfeiè 6à questi ftlK 

"Ska ^p^tiM ; é perchè meù cntcdatà 

La divmà GSoslizia gli martelli. 
1^^ cbéilaaiogni TisU turbata, 

ItearicaatertaiÉ^ qa aad o taaatrl, 

eaiaaaa <iaay<fcaatcff, éMin mt s gglirtbk 
' AaMta va ^^eww Tinstvo ti rt^él*?! , 

Diss* io , là dove di* eh' usura ofTende 

La divina Boutade , e ^ groppa svokri. 
Filosofia , mi dissa ^ a «U r attond», 

Nota non pure te «fla aala patta, 

* Ikéuày e tntuoeaftaHli Dite. -^ ' 9iM>r tleKa Gktl #0ita. 



44 DELL* INFERNO. 

Come Natura Io suo corso prende 
Dal divino 'ntelletto, e da sua arte : 

E se tu ben la tua Fisica note; 

Tu troverai non dopo molte carte. 
Che r arte vostra quella, quanto puote. 

Segue , come 1 Maestro fa il discente ; u^ 

Si che Tostr* arte a Dio quasi è nipote. '* ' i. 

Da queste due ', se tu ti rechi a mente 

Lo Genesi,dal principio convene ^ ' 

Prender sua vita , ed avanzar la gente. 
E perchè V usuriere altra via tiene. 

Per sé Natura , e per la sua seguace ' , 

Dispregia , poiché in altro pon la spene. 
Ma seguimi oramai , che *1 gir mi piace : 

Che i Pesci guizzan su per V orizzonta, 

E '1 Carro tutto sovra '1 Coro giace , 
E '1 balzo via là oltre si dismonta ^. 



CANTO XII. 

ARGOMENTO. 

Discendendo il Poeta con Virgilio nel settimo cerchio, dove 
sono puniti i violenti, per un luogo rovinoso ed aspro, 
trovò che v* era a guardia il Minotauro, il quale da Vir- 
gilio placato, si calano per quella rovina ed awidnandosi 
al fóndo, veggono una riviera di sangue, nella quale sono 
puniti i violenti contro il prossimo, i quali volòido uscir 
del sangue più di quello che per giudicio non è lor con- 
ceduto, sono saettati da una schiera di Centauri che van- 
no lungo essa riviera. E tre di questi si oppongono dal 
pie della rovina a i Poeti t Virgilio ottiene da uno di 
quelli di essere ambedue portati su la groppa oltra la ri- 
viera. E passandovi , Dante è informato deUa condizione 
di dett^ riviera ^ e d^ 11^ 9nime ohe dentro vi son punil^ 

ÉraÌoloco,ovea scender la riva 
Venimmo , alpestro , e per quel eh* iv* et' anco , 
Tal, eh' ogni vista ne sarebbe schiva. 

* Dalla natura e daU* arte. — » L'arte. — » L'àlU ripa 
lontano di qui sì discende. 



CANTO Xil. 45 

Qual' è quella mina, che nel fianco 

Di qua da Trento V Adice percosse, 

O per tremuoto , o per sostegno manco : 
Che da cima del monte, onde si mosse, 

Al piano è sì la roccia discosoesa, 

Clì' alcuna ' Tia darebbe a chi su fosse : 
Cotal di quel burrato era la scesa : 

E 'n su la pmita della erotta lacca 

L'infamia di Creti ' era distesa. 
Che fu concetta nella falsa vacca : 

£ quando vide noi , sé stessa morse , 

Si come quei , cui 1* ira dentro fiacca. 
liO Savio mio in ver lui gridò : forse. 

Tu credi , che qui sia '1 Duca d* Atene , 

Che su nel mondo la morte ti porse ? 
Partiti, bestia, che questi non viene 

Ammaestrato dalla tua sorella , 

Ma viensi per veder le vostre pene. 
Qual* è quel toro, che si slaccia ^ in quella 

Ch' ha ricevuto già '1 colpo mortale. 

Che gir non sa , ma qua e là saltella; 
Vid* io lo Minotauro far cotale : 

E quegli accorto gridò; corri al varco : 

Menila eh' è 'n furiale buon che tu ti cale. 
Così prendemmo via giù per lo scarco 

Dì quelle pietre, che spesso moviensi. 

Sotto i mie' piedi per lo nuovo carco. 
Io già pensando : e quei disse : tu pensi 

Forse a questa rovina, eh' è guardata 

Da quell' ira bestiai , eh' io ora spensi. 
Or vo*che sappi, che l' altra fiata, 

Ch' io discesi quaggiù nel basso 'nferno. 

Questa roccia ncm era ancor cascata. 
Ma certo poco pria se ben discemo 

Che venisse Colui, che la gran preda 

Levò a Dite del cerchio superno. 
Da tutte parti l' alta valle feda 

Tremò sì , di' io pensai , che l' universo 

Sentisse amor, per lo quale è chi creda 
Più volte 1 mondo in caos converso : 

' Ninna. ~ * Il Minotauro. — ' In quel ponto. 



46 DELL' INFERNO. 

Ed.ia quel punto questa veochk feecia ^ 

Qui , ed altrove più fece rlveno ■. 
Ma ficca gli occhi a valle : che s' apfMNieeia 

La rìviera del smgae , in la qtnl boHe , 

Qual , che per violenza m aitivi aeocia. 
O cieca cupidigia , o ira folle , 

Che si ci sproni nella vita corta , 

E neir etema poi ti mal e' knmoUei 
lo vidi un* ampia fossa in arco torta. 

Come quella , che tutto *1 piano abbraccia , 

Secondo eh' avea detto la mia loarta : 
E tra *1 pie della ripa, ed essa in tracàa * 

Correan Centauri armati di saette, 

Come solean nel moMlo andare a caccia. 
Vedendoci calar ciascun ristette , 

E della schiera tre si dipartirà 

Con archi, ed astiodoole prima elette s 
E r un gridò da lungi : a qual martira 

Venite voi , che scendete la costa? 

Ditel costinci ^, se non, T arco tiro» 
Lo mio Maestro disse : la risposta ^ ' 

Farem noi a Chiron costà di presso : 

Mal fu la voglia tua sempre si tosta. 
Poi mi tentò 4, e disse : quegli è Nesso, 

Che mori per la bella Eteianira , 

E fé' di sé la vendetta egli stesso : 
E quel di mezzo, eh' al petto si mira, 

È il gran Chirone , cftie nndrìo Achille : 

Queir altr* è Polo , che fu sa pien d' ira. 
Dintorno al fosso vanno a mille a mille, 

Saettando quale anima si sveile 

Del sangue più che sua colpa sortHle. 
Noi ci appressanuno a qneHe fiere snelle : 

Chiron prese uno strale, e con la coeea 

Fece la barba indietro alle mascelle ^. 
Quando s'ebbe scoperta la gran bocca, 

Disse a' compagni : siete voi accorti , 

» Precipizio. — ' Uno dopo l'altro. — 3 dI eestì. — 
* Toccò leggermente. — ^ Fece indietro i peli della ftirba 
che coprivano la bocca. 



eANTO Xlf. 47 

Chequeldiretapo iMWveetò che fooet^ 
Così non soglìon fere i pie de' morti. 

E *1 mio buon Duca , die già ^ era at peti», 

Ove le due oAUm son oMutortiy 
Rispose : ben è vivo , e si saletlo 

Mostrarli mi convien la valle boia : 

Necessità '1 e* induce, e km dékitot. 
Tal ' si partì da cantare aHehna, 

Che ne commise quest* nfieiamMnro; 
' Non è ladron , né io anùna Alia ^ 
Ma per quella virtù , per eii^ io bmioy» 

Li passi miei per ^selvaggia straia. 

Danne un de' tuoi, a cui noi siam^apraofo ^, 
Che ne dimostri , là ove si guada, 

E che porli costui in su la groppa , 

Che non è spirto , che per l' aer vada. 
Chiron si volse in «i la destra poppa, 

E disse a Nesso : torna , e sì gli giuda, 

E fa causar, s' altra schiera t' mtopfia. 
Or ci movemmo con la scoria fida 

Lungo la proda del boUor Termigtio^ 

Ove i bolliti facean alte strida : 
lo vidi gesta aolto ìaiìno al ciglio : 

£ i gran Centauro disse : ei son tiranni , 

Che dier nel sangue , e neM' aver di piglio. 
Quivi si piangon gli spietati danni : 

Quiv' è Alessandro , ^ , e Dionisio fero, 

Che fé' Cicilia ^ aver dolorosi anni : 
E quella fronte, eh* ha *l pel così nero , 

È Azzolino ; e queir altro, eh' è biondo, 

È Obizzo da Esti , il qual per vero 
Fu spento dal figliastro su nel mondo. 

Allor mi volsi al Poeta : e quei disse ; 

Questi ti sia or primo , ed fo secondo. 
Poco più oltre *1 Centauro s* affisse 

Sovr* una genie , che 'n (ino alla gola 

Parca che di quel bulicame uscisse. 
Mostrocci un* ombra dall' un canto sola , 

* Beatrice. — * Furace, ladra. — * Appresso. — ♦ Alee- 
!9anUro Fereo tiranno della Tessaglia. — ^ Sicilia. 



kS DELL' INFERMO. 

Dicendo : colui * fesse in grembo a Dio 

Lo cuor, che 'n sa Tamigi ancor si coli *• 
Poi Tidi genti, che di fuor del rio 

Tenean la testa , e ancor tutto 'I casso '. 

E di costoro assai riconobb' io. 
Così a piii a più si facea basso 

Quel sangue sì , che copria pur li piedi : 

£ quivi fu del fosso il nostro passo. 
Siccome tu da questa parte vedi 

Lo bulicame , che sempre si scema , 

Disse '1 Centauro , voglio che tu credi , 
Che da quest* altra più e più giù prema 

Lo fondo suo , infin eh' ei si raggiunge , 

Ove là tirannia convien che gema. 
La divina Giustizia di qua punge 

Quell' Attila, che fu flagello in terra, 

E Pirro , e Sesto , ed in eterno munge 
Le lagrime, che col bollor disserra ^ 

A Rinier da Corneto, a Rinier Pazzo , 

Che fecero alle strade tanta guerra : 
Poi si rivolse, e ripassossi '1 guazzo. 

1 Guido conte di Monforte, in chiesa ammana Arrigo, 
nipote d'Arrigo III re d'Inghilterra. — ' Onora. — ^ Ton 
la cassa del petto. — * Spreme le lagrime alle quali col bol- 
lore apre la porta. 



9 



■'\ 



CANTO xnt 



CANTO Xlll. 

ARGOMEin:0. ' 

Entra Dante nel secondo girone, oye sono puniti quegli 
che sono stati violenti contra loro stessi; e quegli altri 
che hanno usata la violenza in mina de' lor propri beni. 
1 primi trova trasformati in nodosi ed aspri tronchi, 
sopra i quali le Arpie fanno nido. I secondi vengono se- 
guitati da nere e bramose cagne ; tra* quali conosce Lano 
sanese e Jacopo padovano. Ma prima ragiona con Pietro 
dalle Vigne , da cui intende la cagione della sua morte , e 
come le anime si trasformano in quei tronchi s ed ulti- 
mamente da un Fiorentino alcuni calamitosi avvenimenti 
de* Fiorentini , e perchè egli nella propria casa avesse se 

' medesimo appiccato. 

Non era ancor di là Nesso arrivato , 

Quando noi ci mettemmo per un bosco , 

Che da nessun sentiero era segnato. 
Non frondi verdi , ma di color fosco ; 

Non rami schietti , ma nodosi e 'nvolti ; 
' Non pomi y* eran , ma stecchi con tosco. 
Nonhan A aspri sterpi , né sì folti 

QnèUe fiere selvagge , che 'n odio hanno 

Tra Cecina e Cometo i luoghi colti. 
Quivi le brutte Arpie lor nido fanno. 

Che cacciar delle Strofade ' i Troiani , 

Con tristo annunzio di futuro danno. 
Ali hanno late , e colli , e visi umani , 
. Pie con artigli , e pennuto '1 gran ventre : 

Fanno lamenti in su gli alberi strani. 
£ '1 buon Maestro : prima che più entre , 

Sappi , che se' nel secondo girone , 

Mi cominciò a dire , e sarai , mentre 
Che tu verrai neU' orrìbil sabione. 

Però riguarda bene se vederai 

Cose, che daran fede al mio sermone. 
Io senlia da ogni parte tragger guai, 

E non vedca persona, che *] facesse : 

» bok del mare Ionio. 



Pereti* io tatto nnarrito m* arrestai . 
lo credo , eh* ci eredette , eh' io credesse , 

Che tante voci uscisser tra que' bronchi 

Da gente, che per noi si nascondesse : 
i^erò , disse M Maestro , se tu tronchi 

Qualche fraschelfca d' ima d* este (Mante , 

Li pensier, eh' hai , si feran tutti moDchi. 
Allor porsi la mano un poco avante, 

E colsi un ramuscel da un gran prano, 

£ 'I tronco suo gridò , perchè mi schiuite ? 
Da che fatto fu poi di sangue bruno , 

Ricominciò a gridar, ^lercbè mi sceq^? 

Non hai ta spirto di pietate akunolp 
Uomhri fummo , ed or seni fotti sterpi ; 

Ben doyrebb* esser la tua man più pia, 

Se state fossim* anime di serpi. 
Come d' un stizzo verde, che arso sia 

Dair un de* capi , che dall' altro geme , 

E cigola per vento che va via; 
Così di quella scheggia usciva insieme 

Parole , e sangue : ond* io lasciai la cima . 

Cadere , e stetti , come V uom , che teme. 
S' egli avesse potu to creder pri ma , 

Rispose *1 Savio mio , anima lesa , 

Ciò eh* ha veduto pur con la mia rima,. 
Non averebbe in te la man distesa : 

Ma la cosa incredibile mi fece 

Indurlo ad ovra , eh' a me stesso pesa. 
Ma dilli , chi tu fosti , si , che 'n vece 

D' alcuna ammenda , tua fama rinfreschi , 

Nel mondo su, dove tornar gli lece. 
E '1 tronco; sì col dolce dir m* adeschi y 

Ch' i* non posso tacere : e voi nóu gravi \ 

Perdi* io un poco a ragionar m' inveschi, 
lo son colui, che tenni ambo le chiavi . 

Del cuor di Federigo, e. che le volsi, 

Serrando, e disserando, sì soavi. 
Che dal segreto * suo quasi ogni uom tolsi : 

Fede portai ^ al glorióso nfizìo 

* Non vi sia grave. — ' Confidenza. — ' Serbai, manten* 
ni. <- Fu questi Pier delle Vigne canoeRiere di MMwlL 



Càirro xm. si 

Tanto , eh' io ne piYdei lo soaao e' poln. 
La meretrice ^ , che mai dall' ospizi» 

Di Cesare non tene gii ooeiit putti *« 

Morte comune, e Mie corti vizio, 
Infiammò contra me gli ammi talli , 

E gì' infiamniati infiammar si Augnato, 

Che i lieti onor tomaro in tristi lutti. 
L' animo mio per disd<'gnoso gusto 

Credendo, col morir, fuggir disdq^no, 

Ingiusto fece me «onira me gioslo ^. 
Per le nuove radici d' esto l^no 

Vi giuro, die giammai «ofl ruppi felle 

Al mio Signor, che fu d' onor si degno : 
E se di voi alean nel nxmdo riede, 

Conforti la mem o r ia mia , che giace 

Ancor del colpo, che 'nVidia le diede. 
Un poco attese, e poi : da eh' ei si tace, 

Disse '1 Poeta a me, bob pérAM' 1* ora , 

Ma parla , e diiedi a lui se piii ti piace. 
Ond' io a lui : dimandai tu ancora 

Dì quel che credi eh' a me soddisfecda : 

eh* io non potrei , tanta pietà m' accora. 
Però ricominciò : se V uom ^ ti faccia 

Liberamente dò, ehe '1 tuo dir prega, 

Spirito 'ncarcerato ; ancor ti piaccia 
Di dirne, come l'anima si lega 

In questi nocchi ^ : e dinne, se tu puoi, 

S' alcuna mai da tai membra si spiega *. 
AUor sofQò lo tronco fbrte , e poi 

Si convertì quel vento in cotal voce ; 

Brevemente sarà risposto a voi. 
Quando si parte f anima feroce 

Dal corpo, ond* ella stessa s'è disvelta ^ 

Minos la manda alla settima foce. 
Cade in la selva, e non Y è parte scelta 7 ; 

Ma là , dove fortuna la balestra : 

Quivi germo^a, come gran di sp^ta. 

' L'invidia. — « Puttaneschi, maligni. — > Fui ingiusto 
verso di me che era hmocente. — * Così Tuom ( Dante) ti 
faccia, ec. ~ & Tronchi nodosi.—^ Si sprigiona. •' 11 de- 
litto essendo in tutti eguale . eguale per tutti 6 la pena. 



&2 DELL' INFERNO. 

Surge io Yennena, ed in pianta siWestni : 

L' Arpie pascendo poi delle sue fogtie 

Fanno dolore, ed al dolor finestOL 
Come r altre ' , verrem per nostre spoglie , 

Ma non però eh' alcuna sen rivesta : 

Che non è giusto aver dò eh' uom si toglie. 
Qui le strascineremo , e per la mesta 

Selva saranno i nostri corpi appesi, 

Ciascuno al prun dell'ombra sua molesta. 
Noi eravamo ancora al tronco attesi. 

Credendo eh' altro ne volesse dire, 

Quando noi fummo d' un romor sorpresi , 
Similemente a colui, che venire 

Sente 1 porco , e la caccia alla sua posta ' , 

eh' ode le bestie , e le frasche stormire. 
Ed ecco due dalla sinistra costa 

Nudi , e grafOati, fuggendo si forte, 

Che della selva rompieno ogni rosta ^. 
Quel dinanzi : ora accorri , accorri , Morte ; 

E r altro , a cui pareva tardar troppo , 

Gridava, Lano , si non furo accorte 
Le gambe tue alle giostre del Toppo. 

E poiché forse gli fallia la lena , 

Di sé e d* un cespuglio fece groppo. ^ 

Dirietro a loro era la selva piena 

Di nere cagne bramose , e correnti , ^ 

Come veltri, eh' usdsser di catena. 
In quel , che s* appiattò , miser li denti, 

E quel dilaceraro a brano a brano, 

Poi sen portar quelle membra dolenti. 
Presemi allor la mia Scorta per mano, 

E menommi al cespuglio, che piangea. 

Per le rotture sanguinenti , invano. 
O Iacopo, dicea, dasant' Andrea, 

Che t' è giovato di me fare schermo ^ ? 

Che colpa ho io della tua vita rea ? 
Quando 1 Maestro fa sovr'esso fermo. 

Disse : chi fusti, che per tante punte, 

> Anime. — ' Al sito in cui si sta. — ^ i rami in cui sin- 
coutravano. — < Far tua difesa. 



CANTO XIII. 6i 

Sotti col sangue doloroso senno ? 
E quegli a noi : anime, che giunte 

Siete a veder lo strazio disonesto, 

Ch' ha le mie frondi sì da me disgiunte; 
Raccoglietele al pie del tristo cesto ; 

Io fui della città ■ , che nel Battista 

Cangiò '1 primo padrone : ond' ei per questo 
Sempre con l'arte sua la farà trista. 

E se non fosse, che 'n sul passo d' Amo 

Rimane ancor di lui alcuna vista , 
Quei dttadin , che poi la rifondamo , 

Sovra '1 cener, che d' Attila rimase, 

Avrebber fatto lavorare indarno; 
lo fei giubbetto * a me delle mie case. 



CANTO XIV. 

ARGOMENTO. 

Giungono i due Poeti al principio del terzo girone, Il quale 
è una campagna di cocente arena, o^e sono punite tre 
condizioni e qualità di violenti, cioè contra Iddio , con- 
tra la natura e contra l'arte. La lor pena è 1* esaer tormen- 
tati da fiamme ardentissime che loro eternamente piovo- 
no addosso. Quivi tra' violenti contra Iddio vede Capa- 
neo. Poi trova un fiumicello di sangue, ed indi una 
statua, dalle cui lagrime nasce il detto fiumicello insieme 
con gli altri tre infernali fiumi. Infine attraversano il 
campo dell' arena. 

Poiché la carità del natio loco 

fili strinse, raunai le fronde sparte , 

E rendellé a colui, eh' era già fioco : 
Indi venimmo al fine , onde si parte 

Lo secondo giron dal terzo, e dove 

Si vede di Giustizia orribil' arte. 

ben manifestar le cose nuove 

Dico che arrivammo ad una landa , 

Che dal suo letto ogni pianta rimuove. 

Firenze . che prese a protettore San Giovanni Battista 
luogo di Marte. — ' Forca. 

5. 



54 D£LL' UiFERNO. 

La dolorosa selva Y è gbirLuMla 
Intorno , come '1 fosso tristo ad essa : 
Quivi fermammo i piedi a randa a land» ' 

Lo spazzo era una rena arida e spessa , 
Non d' altra foggia fiuta , che colei * , 
Che fu da* piò di Caton g^ soppressa. 

O vendetta di I>io , quanto tu dei 
Esser temuta da ciascun, clie 1^^ 
Ciò che fu manifesto agli ocelli miei! 

D* anime nude vidi molte gregge, 
Che piangean tutte assai miserameirte, 
£ parea posta lor diversa legge. 

Supin giaceva in terra alcuna gente ; 
Alcuna si sedea tutta raccolta. 
Ed altra andava continuamente. 

Quella, che giva intorno , era più molta, 
E quella men , che giaceva al tormento , 
Ma più al duolo avea la lingua sciolta. 

Sovra tutto '1 sabbipn d* un cader lento 
Piovean di fuoco dilatate falde , 
Come di neve in alpe seuza vent*. 

Quali Alessandro in quelle parti eaidc 
D* India vide sovra lo soo stuoia 
Fiamme cadere infino a terra salde , 

Perdf ci provride a scalpitar Io suolo 
Con le sue schiere , perciocché '1 vapore 
Me' si stingueva , mentre eh' era solo : 

Tale scendeva V eternale ardore : 
Onde la rena s' accendea , com* esca 
Sotto '1 focile a doppiar lo dolore. 

Senza riposo mai era la tresca 
Delle misere mani , or quindi, or quinci, 
Tscotendo da se V arsura fresca. 

lo cominciai : Maestro , tu , che vinci 
Tutte le cose, fuor che i Dimon duri, 
Ch* air entrar della porta incontro uscinci 

Chi è quel grande^ che non par che curi 
Lo 'ncendio , e giace dispettoso e torto 
Sì , che la pioggia non par che '1 maturi? 

> Aasente alla selva. — ^ L'arena della Libia. 



-.4' 



CANTO X(V. i5 

K quel medesmo, che si Tue accorto, 

Ch' io dimandava '1 mio Duca di I11I9 

Gridò, quale i* fu' vivo, lai sou morie. 
Se Giove stanchi il suo fabbro, da cui 

Crucciato prese la folgore acuta,: 

Onde r ultimo dì ' percosso Cui, 
O s' egli stanchi gli altri a niuta a muta» 

In Mongibello alla fucina negra, 

Gridando : buon Vulcano, aiuta aiuta; 
Sì com* el fece alla pugna di Flegra , 

E me saetti di tutta sua forza 1 

Non ne potrebbe aver vendetta allegra. 
Allora '] Duca mio parlò di forza 

Tanto , eh' io non V avea sì forte udito , 

O Capaneò,in ciò che non s* ammorza 
La tua superbia , se' tu più punito : 

Nullo martirio, fuor che la tua rabl»a. 

Sarebbe al tuo furor dolor compito. 
Poi si rivolse a me con miglior labbia» 

Dicendo : quel fu Tuo de* sette Regi, 

Ch' assiser Tebe ; ed ebbe , e par eh* egM. abbia 
Dio in disdegno , e poco par che '1 pregi ; 

Ma , com* io dissi lui , ^i suoi dispetti 

Sono al suo petto assai debiti fregi. 
Or mi vien dietro, e guarda che non metti 

Ancor lì piedi nella rena arsiccia : 

Ma sempre al bosco gli ritieni stretti.^ . 
Tacendo divenimmo, là 've spiccia» 

Fuor della selva un pìcciol fiumicello, 

Lo cui rossore ancor mi raccapriccia. 
Quale del Bulicame * esce 'l rusc^lo» 

Che parton poi tra lor le peecatrid '; ' 

Tal per la réna gih sea giva quello. 
Lo fondo suo, ed ambo le pendici 

Fatt* eran pietra , e i mancini da lajUl : 

Perch* io m* accorsi^ che ^ passo era lid ^. 
Tra tutto V altro , cb' k) £* ho dimostrato » 

Posciachè noi entrammo per la pòrta , 

Lo cui sogliare ^ nessuno ^ negato , 

i Qi9èr#«a vila^ ^ » m vHtaAa^ - i HMlricL ^■. 

4 Lì. . .;; •; ;■ • '• '•■» •'. " ■ • ■;'••"• 



66 DELL' INFERNO. 

Cosa non fn dagli tuoi occhi scorta 

Notabile , com' è 'I presente rio , 

Che sopra se tutte fiammelle ammorta '. 
Queste parole fur del Duca mio : 

Perch* io 1 pregai , che mi largisse 1 pasto » 

Di cui largito m' aveva '1 disio. 
In mezzo '1 mar siede un paese guasto , 

Diss' egli allora , che s' appella Creta, 

Sotto '1 cui Rege fn già '1 mondo casto * 
Una montagna v' è, che già fu lieta 

D* acqua , e di frondi , che si chiama Ida , 

Ora è diserta , come cosa vieta ^. 
Rea la scelse già per cuna fida 

Del suo figliuolo , e, per celarlo meglio, 

Quando piangea , vi facea far le grida. 
Dentro dal monte sta dritto un gran veglio *, 

Che tien.volte le spalle inver Damiata, 

E Roma guarda sì, come suo speglio. 
La sua testa è di fin' oro formata, 

£ puro argento son le braccia , e 1 petto , 

Poi è di rame infino alla forcata : 
Da indi in giuso è tutto ferro eletto , 

Salvo che'l destro piede è terra cotta , 

E sta 'n su quel , più che 'n sull' altro eretto. 
Ciascuna parte, fuor che Y oro, è rotta 

D' una fessura, che lagrime goccia. 

Le quali accolte foran quella grotta. 
Lor corso in questa valle si diroccia : 

Fanno Acheronte, Stige, eFlegetonta : 

Poi sen va giù per questa stretta doccia 
Infin là, ove più non si dìsmonta ^ : 

Fanno Cocìto : e qual sia quello stagno. 

Tu '1 vederai : però qui non si conta. 
Ed io a lui : se '1 presente rigagno 

Si deriva così dal nostro mondo. 

Perchè d appar pure a questo vivagno .' 
Ed egli a me : tu sai, che '1 luogo è tondo , 

* Smorza e spegne. ^ * Sotto il cui Re Saturno fu il 
mondo pudico. — ^ Vecchia. — * Un gran vecchione» il 
Tèmpo. — ^ Al fondo dell' Inferno. 



CANTO XY. 5? 



E tutto che tu sii venuto molto , 
Pur a sinistra giù calando al fondo , 

Non se' ancor per tutto '1 cerchio volto '. 
Perchè se cosa n' apparisce nuova, 
Non dee addur maraviglia al tuo volto. 

Ed io ancor : Maestro , ove si truova 
Flegetonte, e Lete, che dell' un taci, 
E r altro di', che si fa d' està piova? 

In tutte tue question certo mi piaci , 
Rispose : ma'l boUor dell' acqua rossa * 
Dovea ben solver l' una, che tu faci. 

Lete vedrai , ma fuor di questa fossa , 
Là dove vanno l' anime a lavarsi , 
Quando la colpa pentuta è rimossa. 

Poi disse : omai è tempo da scostarsi 
Dal bosco : fa che diretro a me vegne : 
Li margini fan via, che non son arsi , 

E sopra loro ogni vapor si spegne. 



CANTO XV. 

ARGOMENTO. 

Seguitando il cammino pel medesinio girone , in modo che 
più non si poteva vedere , e allontanatisi dal bosco , in* 
contrano una schiera di tormentate anime ; e queste sono 
i violenti contro natura, tra* quali conobbe Dante» Bru- 
netto Latini suo maestro, a cui fa predire.il suo esUio. , 

Ora cen porta l' un de' duri margini , 
E *1 Aunmo del ruscel di sopra aduggia ^ 
Sì , che dal fuoco salva 1* acqua, e gli argini. 

Quale i Fiamminghi tra Guzzante , e Bruggia 
Temendo '1 fiotto ^ , che in ver lor s' avventa, 
Fanno lo schermo, perchè '1 mar si fuggia. 

E quale i Padovan lungo la Brenta, 
Per difender lor ville , e lor castelli , 

' Non sei ancora giunto al punto sotto quello, onde in- 
cominciasti la discesa. — * Fliegetonte in greco suona bru- 
ciante. — 3 Adombra, soprasta. -» * Flutto. 



M DELL' IIIIFERNO. 

Anzi che Chiarentana ■ il caldo senta; 
A tale imagine eran fotti quelli , 

Tutto che né ^ alti , nò tà grossi , 

Qual che si fosse, lo maestro felli. 
Già eravam dalla selva rìnnossi 

Tanto , eh' io non avrei visto àw* «ft , 

Perdi' io 'ndietro rivolto mi fossi , 
Q uando incontrammo d' anime una sctiiem f 

Che venia lungo l' argine, e ciasona 

Ci riguardava, eome suol da sera 
Guardar V un l' altro sotto uno va Lmw; 

E si ver noi aguzzavan le à^ , 

Come vecchio sartor fa nella enina. 
Cosi adocchiato da colai fonnglia. 

Fui conosciuto da un, che nù prese, 

Per lo lembo *, e gridò : qual maraviglia? 
Ed io, quando 'I suo braccio a me dis^oc 

Ficcai gli occhi per lo cotto aspeito , 

Sì che '1 viso abbruciato non difese 
La conoscenza sua al mio 'ntelletto : 

£ chinando la mano alla sua faccia , 

Risposi : siete voi qui, ser Brunetto? 
E quegli : o figliuol mio, non ti dispiaccia 

Se Brunetto Latini un poco teco 

Ritoraa in dietro, e lascia 'ndar la traoda. 
Io dissi kù : quanto posso , ven' preeo. 

E se volete , che con voi m' anseggia , 

Faròl , se place a costui , citò vo seco. 
O figliuol , disse , qu^ di questa greggia 

S' arresta punto , giace poi cent' anni 

Senza arrostarsi ^ , quando *1 fuoco il feggia^. 
Però va oltre : i' ti verrò a' pauni , 

E poi rigiugnerò la mia masnada , 

Che va piangendo i suoi etemi danni. 
Io non osava scender della strada , 

Per andar par di lui : ma 1 capo chmo 

Tenea, com' uom, che riverente vada. 
£i cominciò : qual fortuna, o destino 

* Quella parte delT Alpi dove nasce la Brenta» e d'onde 
le nevi riscaldate dal sole «cendono in torrenti. — * L' «»• 
tremità della veste. — ' Sventolani. — * Ferisca. 



CAWTO XV. m 

Anzi ]' uftimo^l <fnagg)à ti mena? 

E chi è questi , die mostra *1 cammsDO ? 
Lassii di sopva ìa ta vita serena, 

Rispos* io kri y mi smarrì* in «na yalle , 

Avanti che Y età mia fosse flena <. 
Pur ier mattina le Tolsi le spalle : 

Questi m'apparve, ritornane' io , in quella > , 

£ riducemi a ca ^ per questo calle. 
Ed egli a me : so te segni tua stella. 

Non puoi faliirR a glorioso porto ; 

Se ben m' accorsi nella Tìla bella : 
£ s' io non fossi si per tempo morto, 

Veggeudo '1 Cielo a te cosi l»enigno , 

Dato t* avrei air epera conforto. 
Ma quello ingrato popolo maligno , 

Che discese di Fiesole ab antico, 

£ tiene ancor del monte e del macigno , 
Ti si farà per tuo ben for nimico : 

Ed è ragion : ehè tra gli lazzi ^ sorln 

Si disconvien fruttare al dolce ftco. 
Vecchia fama nel mondo li cliiama orbi ^; 

Gente avara, invidiosa, e superba : 

Da* lor costumi fa', che tu ti forbì ^, 
La tua fortuna tanto onor ti serba , 

Che r una parte, e 1* altra 7 avranno- fame 

Di te : ma lungi ^a dal becco 1* erba. 
Faccian le bestie Fiesolane strame 

Di lor medesme, e non tocchin la pianta^ 

S* alcuna surge ancor nel lor letame. 
In cui rivìvala sementa santa 

Di quei Roman , che vi rìmaser quando 

Fu fatto '1 nidio di malizia tanta. 
So fosse pieno tutto 'I mio dimando ^ 

Risposi lui , voi non sareste ancora 

Dell* umana' natura posto in bando . 
Che in la mente m* è fitta , ed or m' acquerà 

la cai;a e buona imagine paterna ,. 

}. Cb'iQ compi8si|glianm ti^entacinque.—^ Valle —^ <^a6». 

- ♦ jMfri» :-^ Ciechi, - « Ti mondi. — 7lNeri e i BìmkjIm- 

— * Se il cielo avesse esaudite le mie preghiere. •■■'■..,, ti. 



«# DELL' INFERNO. 

Di voi, quando nel mondo ad ora ad ont 
Bili 'bsegnavate , come V uom s' eterna : 

E ([iiant* io r abbia in grado ; mentr^ io Tifo 

Convien, cbe nella mia lingua sisoeraa. 
Ciò cbe narrate di mio corso, scrÌT<^, 

E serbolo a cbiosar con altro testo 

A Donna ' , cbe '1 saprà, s' a là arrivo. 
Tanto vogl' io , cbe vi sia manifesto » 

Pur cbe mia coscienza non mi garra * 

Cb* alla Fortuna , come vuol , son presto. 
Non è nuova agli oreccbi miei tale arra : 

Però gin Fortuna la sua ruota, 

Come le piace , e '1 villan la sua marra. 
Lo mio Maestro allora in su la gota 

Destra si volse 'ndietro, e riguardommi : 

Poi disse : ben ascolta , cbi la nota ^ ; 
Né per tanto di men parlando vommi 

Con ser Brunetto , e dimando, cbi sono 

Li suoi compagni più noti e più sommi. 
Ed egli a me : saper d* alcuno è buono : 

Degli altri fia laudabile il tacerci, 

Cbè *1 tempo saria corto a ^ tanto suono. 
In somma sappi , cbe tutti fur cherci, 

E letterati grandi , e di gran fama , 

D*un medesmo peccato al mondo lerci ^. 
Priscian sen va con quella turba grama, 

E Francesco d* Accorso anco ; e vedervi, 

S' avessi avuto di tal tigna ^ brama. 
Colui potei', cbe dal Servo de' servi 7 

Fu trasmutato d' Arno in Baccbiglione ^ , 

Ove lasciò li mal protesi nervi. 
Di più direi : ma '1 venir, e '1 sermone 

Più lungo esser non può , però cb* io veggio 

Là surger nuovo fummo dal sabbione. 
Gente vien, con la quale esser non deggio : 

' Beatrice. — ' Rimproveri. — 3 utilmente ascolta colui 
cbe ben nota la sentenza de* savi , cioè t superando otmUs 
fortuna ferendo est. — * A sì lunga narrazione. — ^ Lordi 
di un medesimo peccato di Sodomia. — * Noia.-»' li papa. 
— * FU trasferito dal vescovado di Firenze al vescovado 
di» Vicenza. 



CANTO XVI. 61 

Siati raccomandato 1 mio Tesoro ' 

Nel quale io tìvo ancora; e più non clieggio. 
Poi si rivolse, e panre di coloro. 

Che corrono a Verona '1 drappo verde. 

Per la campagna ; e parve di costoro 
Quegli che vince, e non colui , che perde. 



CANTO XVI. 

ARGOMENTO. 

Pervenuto Dante quasi al fine del terzo ed ultimo girone 
intanto che egli udiva il rimbombo del fiume. che cadeva 
neli* ottavo cerchio, s* incontra in alcune anime di sol- 
dati che erano stati infettati dal vizio detto di sopra. Indi 
giunti ad una profondissima cavità, Virgilio vi trasse den- 
tro mia corda, di che Dante era cinto, e videro venir 
nuotando per l'aria una mostruosa ed orribile figura. 

Già era in loco, ove s* udia '1 rimbombo 

Dell* acqua , che cadea neir altro giro , 

Simile a quel, che Y arnie ' fanno rombo. 
Quando tre ombre insieme si partirò. 

Correndo d' una torma, che passava) 

Sotto la pioggia dell'aspro marUro. 
Venian ver noi : e ciascuna gridava, 
, Sostati ^ tu , die all' abito ne sembri 

Essere alcun di nostra terra prava ^. 
Aimè , che piaghe vidi ne* lor membri 

Recenti e vecchie dalle fiamme incese ! 

Ancor men'duol , pur eh' io me ne rimembri. 
Alle lor grida il mio Dottor s' attese , 

Volse '1 viso ver me ; e, ora aspetta. 

Disse : a costor si vuole esser cortese : 
£ se non fosse il fuoco, che saetta 

La natura del luogo , i* dicerd , 

Che meglio stesse a te , eh' a lor la fretta ^ 

' libro cosi intitolato. — > Le cassette da pecchie. ^ 
» Fermati. — * Firenze. - » Toccherebbe a te, TaffretUrti 
ad incontrarìe. 



6S DELL' INFERMO. 

Bicomìnciar , come noi risleiniiio, « 
L' antico verso, e quando a boi ftir siwttt» 
Fenno una ruota di aè Ixiiti e ieei. 

Qual solcano i campioniar midicdanlì» 
Avvisando lor presa, e lor vanlaggpo» 
Prima che sieo tra lor battuti e punti : 

Cosi rotando ciascuna il visaggio , 
Drizzava a me, si che 'n contrario il coUo 
Faceva ai pie continuo viaggio, 

E , se miseria d' esto k>oo sotto *■ 
Bende in dispetto ' noi, e nostri preghi, 
Cominciò V uno, e '1 tinto aspetto e broUo '; 

La fama nostra il tuo animo pieglii 
A dime , chi tu se*, che i vivi piedi 
Co^ sicuro per lo 'nferno, freghi. 

Questi , r orme di cui pestar mi vedi. 
Tutto che nudo , e dipelato vada , 
Fu di grado maggior, che tu non credi : 

Nepote fu della huona Gualdrada : 
Guidoguerra ebbe nome, ed in sua vita . 
Fece col senno assai, e con la spada. 

L' altro , eh' appresso me la rena trita , 
È Tegghiaio Aldobrandi , la cui voce 
Nel mondo su dovrebbe esser gradita : 

Ed io , che posto son con loro in croce ^, 
Jacopo Rusticucci fui ; e certo 
La fiera moglie , più eh* altro , mi nuoce., 

S' i* fussi stato dal fuoco coverto ^, 
Gittate mi sarei Ira lor disotto , 
E credo , che '1 Dottor 1* avria sofferto ; 

Ma perch* i* mi sarei J)niciato e cotto. 
Vinse paura la mia buona voglia , 
Che di loro abbracciar mi facea ghiotto. 

Poi cominciai : non dis|>etto , ma doglia - • 
La vostra condi/ion (lentro mi fisse 
Tanto, che tardi tutta si dispoglia ^ ; 

Tosto che questo mio Signor mi disse 



'•1' ■ 



' Non assodato. — * Rende spreglevoU. — ' Nero -e i , 
ticato. — * Air istesso tormen^). — * Difeso, t- 6 Ck» J^i^^i: 
ini partirà tutta dall' animo. 



CANTO XYI. 

Parole , per le quali io mi pensai , 

Che,qual voi siete ^ tal gente venisse. 
Di vostra terra sono : e sempre mai 

L* ovra di voi , e gli onorali bubiì 

Con affezion ritrassi ed ascoltai . 
Lascio lo felc ' , e to pei dolci poaii , 

Promessi a me per io verace Dnca : 

Ma fino al centro pria oonvieu die tomi '• 
Se lungamente V anima conduca ^ 

Le membra tue , rispose <|negU aikira, 

E se la fama tnadopo te Inoa, 
Cortesia e valor, di\ se dioMMPa 

Nella nostra città , sì come svoie » 

O se del tutto se n' è gito fooca ? 
Che Guglielmo Borsiere , il qnal ti dooie 

Con noi per poco^, e va là coi oompa^n , 

Assai ne crucia con le sue parole. 
La gente nuova, e i sobiti guadagpù 

Orgoglio , e dismisura han generata , 

Fiorenza, in te, s\ che io ^à tea 
Cosi gridai colla faccia levata : 

£ i tre, che ciò inteser per fispesta. 

Guatar V un T altro , come al ver si 
Se r altre volte sa poco ti eoòta , 

Risposer tutti , il soddisfiire attrai , 

Felice te , che si parli a tua postai 
Però se campi d'esti luoghi boi , > 

£ torni a riveder le beUe stelie. 

Quando ti gioverà dicere : f foi , 
Fa che di noi aUa gente favelle : 

Indi rupper la ruota, ed a fuggirsi 

Ale sembiaron le lor gamàie sneHe. 
Un ammen non sana potuto dirsi 

Tosto cosi , com* ei furo spariti : 

Perchè al Maestro parve di partirsi. 
Io lo seguiva, e pooo eravam iti. 

Che *1 suon dell' acqua n' era sì vicino , 

Che per parlar saremmo appena uditi. 

> U vizio. — > Scenda. — 3 cosila viva Itmgamente. — 
^ Da .poca ttnq^ in qua e»endo egli morto testò. 



M DELL' INFERNO. 

Come quel fiume , cir ha proprio cammino , 

Prima da Moote Veso in Ter le^aiìte , 

Dalla sinistra costa d'Apennino ; 
Che si chiama Acqnacheta susoavante, 

Che si divalli giù nel basso letto , 

E a Forlì di quel nome è vacante,' 
Rùubomba là sovra San Benedetto 

Dair alpe, per cadere ad una scesa, 

Dove dovria per mille esser ricetto * ; 
Cosi giù d* una riva disooscesa 

Trovammo risonar queir acqua tinta, 

Si che 'n poc' ora avria 1* orecchia offesa : 
Io aveva una corda intomo cinta , 

E con essa pensai alcuna volta 

Prender la lonza alla pelle dipinta. 
Poscia che 1* ebbi tutta da me sciolta, 

Si come '1 Duca m' avea comandato , 

Porsila a lui aggroppata e ravvolta. 
Ond* ei si volse inver lo destro lato, 

E alquanto di lungi dalla sponda , 

La gittò giuso in quelF alto burnito. 
E pur convien , che novità risponda, 

Dicea fra me medesmo , al nuovo cenno, 

Che *1 Maestro con Y occhio sì seconda. 
Ahi quanto cauti gli uomini esser denno 

Presso a color, che non veggon pur V opra. 

Ma per entro i peusier miran col senno ! 
Ei disse a me : tosto verrà di sopra 

Ciò eh' io attendo , e che '1 tuo pensier sogna ', 

Tosto convien eh' al tuo viso si scuopra. 
Sempre a quel ver, eh' ha faccia di menzogna 

De' r uom chiuder le labbra quant' ei puote; 

Però che senza colpa fa vei^ogna : 
Ma qui tacer noi posso : e per le note 

Di questa commedia. Lettor, ti giuro, 

S' elle non sien di lunga grazia vote ^, 

• chiamandosi non più Acqnacheta , ma il Montone. — 
' EssendolaBadia di San Benedetto per la sua ricchezza capace 
di moltissimi monaci. — ^ Vede quasi per sogno. -* * God 
elle ottengano lungamente stima e laude fra gli nomiiiL • 



CANTO XVn. fi6 

Ch* io Tidi per queir aere f^rosso e scuro 

Venir, notando , una figura in suso» 

Meravigliosa ad offà cuor sicuro ', 
Sì come toma colui , che va giuso 

Talora a soWer 1' ancora , ch* aggrapi» 

O scoglio , od altro , che nel mare è chiuso , 
Che 'n su si stende , e da pie si rattrappa. 



CANTO XVIJ. 

ARGOMENTO. 

Descrive il Poeta la forma di Cenone. Poi segue, che di- 
scesi ambedue su la riva che divide il settimo cerchio dall* 
ottavo, e giunti ad esso Gerione, Virgilio rimanendo con 
esso lui , Dante seguita alquanto più oltre per aver con" 
tezza della terza maniera de* violenti, di* erano quegli 
che usano la violenza contra l'arte. Infine tornandosi a 
Virgilio, discendono per aria nell* ottavo cerchio sul 
dosso di Cenone. 

Ecco la fiera con la coda aguzza , 

Che passa i monti, e rompe muri ed armi : 

Ecco colei , che tutto il mondo appuzza ' : 
Sì cominciò lo mio Duca a parlarmi , 

Ed accennolle, che venisse a proda , 

Vicino al fin de' passeggiati marmi : 
E quella sozza imagine di froda 

Sen venne , ed arrivò la testa e '1 busto : 

Ma in su la riva non trasse la coda. 
La faccia sua era faccia d* uom giusto , 

Tanto benigna avea di fuor la pelle , 

E d' un serpente lutto Y altro fusto. 
Duo branche avea pilose infin l' ascelle : 

Lo dosso , e 'ì petto , ed ambedue le coste 

Dipinte avea di nodi e di rotelle , 
Con più color sommesse e soprapposte 

Non fer ma* in drappo Tartari , né Turchi , 

r 

* Da far maraviglia a qual sia core più imperturbabile* -« 
* Ammorba e corrompe. 

fl. 



C6 DELL' 1NF£U.\0 

^è fur lai tele per Aragne imposte * 
Come tal volta stamio a rìva i burchi *, 

Che parte sono io acqua, e parte in terra, 

E come là tra li tedesclii lurchi ^, 
Lo bevero ^ s* assetta a far sua goena ^ ; 

Cosi la fiera pessima si staya 

Su Torlo , «he di pietra il sabbion serra. 
Mei vano ^ tutta sua coda guizzava, 

Torcendo in su la venenosa forca , 

Ch* a guisa di scorpion la punta armava. 
Lo Duca disse : or convien che si torca 

La nostra via un poco , infino a quella 

Bestia malva<;ia, che oolà si cerca. 
Però scendemmo alla destra mammella, 

E dieci passi fenuno in su lo stremo , 

Per ben cessar 7 la rena e la fiammella •. 
E quando noi a lei venuti semo , 

Poco pia oltre veggio in sa la reaa 

Gente seder propinqua al luogo sceme * ; > 

Quivi 1 Maestro : acciocché tutta piena 

Esperienza d' esto giron porti , 

Mi disse , or va , e vedi la lor mena 9. 
Li tuoi ragionamenti sien là cocti : 

Mentreche torni, parlerò con questa y . 

Che ne conceda i suoi omeri forti. 

Così ancor su per la strema testa . 

Di quel settimo cerchio, tutto solo 
Andai , ove sedea la gente mesta. 

Per gli occhi fuori scoppiava lor duolo : 

Di qua , di là spccorrien con le mani , 

Quando a' vapori , e quando al csldo sooÌo. 
Plon altrimenti fan di state i cani 

Or col ceffo , òr col pie , quando son moni ' 

O da pulci , da mosche , o da tafani. 
Poi che nel viso a certi gli òcchi porsi , 

Nei quali il doloroso fuoco casca, ^ 

Non ne conobbi alcun : ma io m* accórd. 

) 

> Postene! telaio. — > Spezie di navilj. — * Colon, bevi- 
tori e gran mangiatori. — * li castoro. — * Cioè , ai pesci 
di che si ciba. — • Neil' acre. ^ ' Evitare. - • Wfwt nra il 
precipizio. — • Condizione. -.'*-■.- 



CMTa xvu. 

Che dal collo a cksofa pendeaM laHm, 
Ch' avea cerf» colore, e eerto fltgno, 
£ quindi par che 'l loro ooefaio^bi pasca. 

E com* io riguardando- tia lor ▼egaa. 
In una bona^^afla vidi azzam. 
Che di nòne avea CKCta, e cantegno. 

Poi procedendo di mio sgoardo il CDmi« 
Yidine un' altea ^ pia càesaague, iosn » 
Mostrare un' oca bimca , più che borra. 

Ed un , che d' una soofo azzofca e grassa ' 
Segnato avea ia «na saocbetto laanca r 
Mi disse : die fin tu m qoesta fotta? 

Or te ne va : e perchè se* viv' àaco. 
Sappi, che Uinio vie» Vitaiiaiio 
Sederà cpn dal mìo sinistro fianca. 

Con questi Fiorentin son Patfa^raaia^ : 
Spesse fiate m' introna» f^ ereociii. 
Gridando : yfeffOA il cavaìier sovrano « 

Che recherà latasea con tre becchi : 
Quindi storse ia bocca , e di fuor trasse 
La lingua , come bue , die '1 aas» leeehi. 

Ed io temendo , noi piti star crucciasse 
Lui , che di poco star n' avea ammoBito ; 
Tomai indietro dair^anme lasse. . 

Trovai il Duca ant^, eh' eea aaiita^ 
Già su la groppa del fiero animale, 
E disse a ase; or àie Code ed ardito. 

Omai si scende per si Mh^ scale: 
Monta diaàBB, eh' i^vogHc^ esser Mczaa, 
Sì che la coda non possa far naie. 

Qual' è colai , ch* basi presso 'Iripreseae ' 
Della quartana, dÉ* lia^à l^ «mghie smartey 
E trema tutto , par gnsvdaada il resa» * : 

Tal divenn* io alle parate |)ortè : 
Ma vergogna mi fer le sue nrinaoee. 
Che 'nnanzi a buon sigaor fo serve lorte. 

Y m' assettai in s» qneUe spalUcee ; 
. Sì voUf dirama U. voce non venne 

. Geni* io credetti : faf ch» ti> m* aiibracoe. 



' Ribcan«kr->fiealfanand0a«Cn«dl* 



M DELL' INFERNO. ^\ 

Ma esso , eh' altni Tolta mi sovvenne "^ 

Ad alto ' forte , tosto eh' io montai , 

Con le braceia m' avvinse e mi sostenne : 
E disse ! Gerìon , muoviti ornai : ' 

Le mote larghe *, e Io scender sia poco ; 

Pensa la nuova soma , che tu hai. 
CkMne la navicella esce di loco 

In dietro in dietro , sì quindi si tolse : 

E poi eh' al tutto si sentì a giuoco , 
Là 'v' era 1 petto , la coda rivolse , 

E quella tesa, com' anguilla , mosse, 

E con le branche V aere a se raccolse. 
Maggior paura non credo che fosse » 

Quando Fetonte abbandonò gli freni. 

Perchè 1 del come pare ancor ^, si cosse : 
Né quando Icaro misero le reni 

Sentì spennar per la scaldata cera , 

Gridando il padre a lui ; mala via tieni , 
Che fu la mia ^ , quando vidi f eh' io era 

Neir aere d' ogni parte , e vidi spenta 

Ogni veduta fuor che della fiera. 
Ella sen va notando lenta lenta : ' 

Ruota , e discende , ma non me n' accorgo » 

Se no eh' al viso e disotto mi venta. 
Io sentia già dalla man destra il gorgo 

Far sotto noi un orrìbile stroscio; 

Perchè con gli occhi in giù la testa sporgo. 
Allor fu' io più timido allo scoscio ^ : 

Peroceh' lo vidi fuochi , e senti' pianti; 

Ond' io tremando tutto mi raccoscio. 
E vidi poi , che no '1 vedea davanti, 

Lo scendere , e '1 girar per li gran maK , 

Che s' appressavan da diversi canti . 
Come 'l falcon, eh' è stato assai su 1* ali , 

Che senza veder logoro ^ , o uccello , 

Fa dire al falconiere ; oimè tu cali : 
Discende lasso , onde si muove snello 

» Luogo più alto , nelle cerdiia superiori. ^ * Cioè 1 giri 
sieno larghi. — * Intende della via lattea. — * Pattn.' — 
^ Più timoroso del precipizio. — ® Pezzo di cuoio con penne 
fatto a modo di ala , con che si richiama il falcone» 



CANTO XVTII. ©9 



Per cento ruote, e da langi si pone 
Dal suo maestro , disdegnoso e fello : 

Così ne pose al fondo Gerìone, 
A piede a pie della stagliata rocca, 
E, discarcate le nostre persone. 

Si dUeguò, come da corda cocca. 



CANTO XVIII. 

ARGOMENTO. 

Descrive il Poeta il sito e la forma dell* ottavo cerchio, il 
coi fondo divide in dieci bolge , nelle quali sì puniscono 
dieci maniere di fraudolenti. Ed in questo canto ne tratta 
solamente di due : 1* una è di coloro che hanno ingannato 
alcuna femmina inducendola a soddisfare o a sé medesi- 
mi , o ad altrui ; e pongli nella prima bolgia , nella quale 
per pena sono sferzati da* Demonj : 1* altra è degli adu- 
latori ; e questi sono costretti a starsi dentro a un puzzo* 
lente sterco. 

Luogo è in Inferno detto Malebolge 

Tutto di pietra e di color ferrigno'. 

Come la cerchia , che d' intorno '1 Tolge. 
Nel dritto mezzo ' del campo maligno 

Van^^a un pozzo assai largo e profondo. 

Di cui suo luogo conterà l' ordigno. 
Quel cinghio, che rimane, adunque è tondo, 

Trai pozzo e'I pie dell' altra ripa dura 

E ha distinto in dieci valli * il fondo. 
Quale, dove per guardia delle mura 

Più e pid fossi cingon li castelli , 

La parte doT' ei son rende fìgura : 
Tale immagine quivi facean quelli : 

E come a tai fortezze da' ìor sogli , 

Alla ripa di fuor son ponticelli, 
Co^ da imo della roccia scogli 

Movien , che ricidean gli argini e i fossi 

lutino al pozzo , che i tronca e raccogli. 

* Nel mezzo appunto. -- > Bastioni, dal latino vallunK\ 



70 . DELL* INFER'XO. 

In questo luogo dalla sdiiena scossi 

Di Gerìon troTammoci : e '1 Poeta 

Tenne a sinistra, ed io dietro mi momk. 
Alla man destra yidi DHOva pietà , 

Nuotì tormenti, e nuovi frastatorì, 

DI che la prima bolgia eia replela. 
Nel fondo erano ignudi i peccatori : 

Dal mezzo in qua ci venian verso *1 volto. 

Di là con noi , ma con passi maggiori : 
Come i Roman , per l' eserdto molto , 

V anno dei giuhbilco, su per lo ponte , 

Hanno a passar la gente modo tolto ' : 
Clie dairun lato tutti hanno la fronte 

Verso '1 casteUo, e vanno a santo Pietro : 

Dan' altra sponda vanno verso '1 iMMite. 
Diqiia,diià, n per io sasso tetro 

Yfdi énnoii cormiti eoa gran ferae, 

Cheli battean crudelmente dì retro . 
Ah <x>me facean lor levar le bense ' 

Alle prime percosse! e già nessuno 

Le seconde aspettava né le terze, 
Mentr' io andava, gli occhi mìei in «mo 

Furo scontrati : ed io si tosto dissà : 

Già di veder costui non son digioiio \ 
Perciò a figurarlo gli occhi affissi : 

E M dolce Duca meco si ristette. 

Ed assentì . eh' alquanto indietro io gissi : 
E quel frustato celar si credette, 

lassando '1 viso , ma poco gli valse : 

Ch* io dissi : tu , che V occhio a terra gette; 
Se le fazion che porti non son ialse, 

Yenedico se'tu Cacdanimico; 

Ma che ti mena a sa pungenti salse ? 
J-:d egli a me : mal volentier lo dico : 

Ma sforzami la tua chiara avella, 
; Che mi fa sovvenir del mondo antico, 
fui colui, che la Ghisola bella 

I Hanno preso provvedimento. — ' Alzarle gambee cocv 
rer presto. — ^ Non è la prima volta che lo vedo. — * Fat- 
tezze." 



Càorroxwin. ^71 

Condussi a far la voglia del Matchue, ' 

Come che swMil la seiMKia wmtHtu - 

11 non pur* io qui piango Bolognesa : 

Anzi n* è questo luogo tanto |»CBO ^ 

Che tante lingueiMn son ora appme 
A (licer sipa * tra Savena a 1 Reno : 

E se di ciò Tuoi fede, o teatimoiiio, 

Becati a mente il nostro avaro «eoo. 
Così parlando il percosse im demonio 

Della sua scoriàda , e disse via 

Kuffìan , qui non ìson femmine da conio ^ 
Io mi raggiunsi oen la Scorta mìa : 

Poscia con poehf passi divenimmo. 

Dove uno scoglio de la ripa «scia. 
Assai leggermente quel sali DEimo, 

£ , volti a destra sopra la sna scheggia. 

Da quelle cerchie eteme ei parfhnmo. 
Quando noi fumK9j là dovrei vaneggia^ 

Di sotto , per dar pasf»» agli sferzati , 

Lo Duca disse : attienti , e fa «lìe fegg^ ^ ' '. 

Lo viso in te di quesf altri mal nati 

Ai quali ancor non vedesti la taccia. 

Perocché sob con noi insieme andati. 
Dal vecchio ponte goardavam la traccia , 

Che venia verso noi dall' altra banda , 

E che la ferza similmente schiaccia. 
E '1 buon Maestro , senza mia dimanda , 

Mi disse : guarda quel grande,, die vieac^ 

E per dolor ^ non par lagrima spanda, ' 

Quanto aspetto reale ancor ritiene ! . 

Quelli è Jason ,. clie per cuore e per senno. 

Li Colchi del aionton privati fene. 
Elio passò per l' isola di Leuno, 

Poi che l'^aidìtefenoBiiae spietate, o 

Tutti li manciù foro a morie dienuo. . 
Ivi con segni , & eoo inrole ornate i 

' i • ' * 

. ■ t • : . ■ . .' 

- » 

• Tanti uomini non sono ora in Bologna , che sappian'^ 
airé «fpav l Bstogne» dicono sipa in vece di aia. — f Ve- 
ttalR.^^^iK^otoy feisrisoi e ponte. — «Fepsok; rr ,f,Per 
qTtàMO'senta<^toloirer .ti». •• ■? .i. • .(-rf->.i • ^ .oj.. : 



72 DELL' INFERNO. 

Isilìle ingannò , la gioYinette , 

Che prima tutte l' altre avea ingannale. 
Lasciolla quivi gravida, e soletta; 

Tal colpa a tal martiro luì condanna : 

E anche di Medea si fa vendetta. 
Con lui sen va, olii da tal parte * inganna : 

E questo basti della prima valle 

Sapere, e di color, che 'n sé assanna *. 
Già eravam , là 've lo stretto calle 

Con r argine secondo s' incrocicchia, 

E fa di quello ad un altr'arco spalle. 
Quindi sentimmo gente , che si nicchia ^ 

Neil* altra bolgia, e che col muso sbufTa, 

E sé medesma con le palme picchia. 
Le ripe eran grommate d'una muffa, 

Per r alito di giti, che vi s' appasta « 

Che con gli occhf , e col naso focea euffa 4. 
Lo fondo é cupo si, che non ci batta 

Luogo a veder, senza montare al dosso 

Dell* arco , ove lo scoglio piìi sovrasta. 
Quivi venimmo, e quindi giti nel fosso 

Vidi gente attutata in uno sterco. 

Che dagli uman privati ^ parea mosso : 
E mentre eh* io laggiù con 1* occhio cerco. 

Vidi un col capo si di merda lordo. 

Che non parea , s' era laico , o cherco. 
Quei mi sgridò : perché se* tu si *ngordo 

Di riguardar più me, che gli altri brutti : 

Ed io a lui : perché se ben ricordo 
Già t' ho veduto , coi capelli asciutti, 

E se* Alessio Interminei da Lucca : 

Però l' adocchio più , che gli altri tutti. 
Ed egli allor, battendosi la zucca ^ : 

Quaggiù m' hanno sommerso le lusinghe, 

Ond* io non ebbi mai la lingua stucca 7 : 
Appresso ciò lo Duca : fa' che pinglie. 

Mi disse, un poco '1 viso più avante , 

« Con promesse di nozze. — * Serra e tormenta. — • Con 
lommeBsa voce si lamenta. — 4 Offendeva la vista e l'odo- 
rato. -«>'> Cessi, pozzi neri, comodi. — • Capo. — » Sana. 



CANTO XIX. 73 

Sì che la faccia ben con gli occhi altinghe 
Di quella sozza scapigliata fante, 

Che là si graffia con V unghie merdose , 

Ed or s' accoscia, ed ora è in piede stante : 
Taida è la puttana, che rispose 

Al drudo suo , quando disse : ho io grazie 

Grandi appo te ? anzi maravigliose : 
E quinci sien le nostre viste sazie. 



CANTO XIX. 

ARGOMENTO. 

Vengono i Poeti alla terza bolgia , dove sono puniti i simo- 
niaci. La pena de* quali è Y esser fìtti con' la testa in giù 
in certi fori, né altro vi appar di fuori che le gambe» le 
cui piante sono accese di fiamme ardenti. Poi al fondo 
della bolgia trova Dante Papa Nicolò in, e di lui e di al- 
tri Pontefici biasima le cattive opere, (^ench^ altri acri- 
vano, che Niccolò III, di casa Orsini, fosse, un degno Pon- 
tefice.) In fine , per la stessa via onde era disceso , è por- 
tato da Virgilio dalla bolgia sopra 1* arcotChe risponde al 
fondo della quarta bolgia. 

0*-Simon mago , o miseri seguaci ', 

Che le cose di Dio , che di bontate 

Déono essere spose , e voi rapaci , 
Per oro e per argento adulterate : 

Or convien che per voi suoni la tromba, 

Perocché nella terza bolgia state. 
Già eravamo alla seguente tomba 

Montati dello scoglio in quella parte , 

Oh' appunto sovra '1 mezzo fosso piomba. 
O somma Sapienza , quant' èl* arte , 

Che mostri in Cielo , in terra , e nel mal mondo , 

E quanto giusto tua virtù comparte I 
r vidi per le coste , e per lo foQdo , 

Piena la pietra livida di fori 

D' un largo tutti ', e ciascuno era tondo , 
Non mi parien meno ampi , né ma^iorì ^ 

1 Di lui , simoniaci. — > Tutti di unamedesima largliezza. 

II DANTE. ' 



7i DELL* INFERNO. 

Che quei , die son nel mio bel san Giovanni 

Fatti per luogo de* battezzatori '. 
L* uno degli quali, ancor non è molt* anni , 

Rupp* io per un , che dentro y* annegava; 

£ questo fìa suggel, eh' ogni uomo sganni. . 
Fuor della bocca a ciascun soperchiava 

D* un peccatore li piedi , e delle gambe 

In fino al grosso , 1* altro dentro stava. 
Le piante erano accese a tutti intrambe * : 

Perchè sì forte guizzavan le giunte, 

Che spezzate averian ritorte e strambe. 
Qual suole il fiammeggiar delle cose unte 

Muoversi pur su per t* estrema buccia» 

Tal* era li da* calcagni alle punte ^. 
Chi è colai, Maestro, che si cmccia, 

Guizzando, piti che gli altri suoi consorti , 

Dm* io, e cui più rossa fiamma succia? 
Ed egli a me : se tu vuoi , eh* i* tiporti 

LaggUi per quella ripa , che più giace ^ , 

Da lai saprai di sé, e de* suoi torli. 
Ed io : tanto m' è bei, qoanto a te piace : 

Ta sé* Signore, e sai , eh' io non mi parto 

Dal tuo volere , e sai quel che si tace. 
Allor venimmo in su 1* argine quarto : 

Volgemmo , e discendemmo a mano stanca ^ 

Laggiù nel fondo foracchiato ed arto. 
E '1 buon Maestro ancor dalla sua anca 

Non mi dipose , sin mi giunse al rotto 

Di quei,, che sì piangeva con la zanca ^. 
O qual che se', che *1 di su tien di sotto 

Anima trista , come pai commessa , 

Comincia' io a dir, se puoi , €i* motto. 
Io stava, come '1 frate, che confessa 

Lo perfido assassin , che poi ^ eh* è fitto ?, 

* Battisteri. — > Ambedue le piante. — 3 in tutta b mola 
del piede. — * Che è più profonda , o che per etwr meo ri- 
pida permette più agevole la scesa. — ^ Sinistra. — * Dava 
segni di estremo dolore col guizaaniento deBe gambe» — 
■ Secondo 1* antico costume di sotterrare gli assassini vivi 
col capo air in giù , che lo dicevano propaghiare. 



CANIO XIX. 7ft 

Richiama lui perchè la morte cessa '. 
Ed ci gridò : se' tu già costk ritto , 

Se* tu già costà ritto, Bonifazio? 

Di parecchi anni mi mentì lo «critlo. 
Se' tu sì tosto di queil* aver sazio , 

Per lo qual non temesti torre a infgànoo 

La bella Donna ', e di poi farne strazio ? 
Tal mi fec' io , quai son color, che stanno 

Per non intender ciò , eh' è lor risposto. 

Quasi scornati, e risponder non sanno. 
Allor Virgilio disse : dÙli tosto. 

Non son colui, non son^ui, che cnedi. 

Ed io risposi , come a me fu imposto : 
Perchè lo spirto tutti storse i piedi : 

Poi sospirando, e con Toce di pianto 

Mi disse : dunque che a me richiedi? 
Se di saper eh' io sia , ti cai ^ cotanto , 

Che tu abbi però la ripa scorsa, 

Sapgi, eh' io fui vestito del gran manto : 
E veramente fui fìgliool dell' Orsa ^, 

Cupido sì ) per avanzar gli Orsatti , 

Che su r avere, e qui me misi in borsa. 
Di sotto al capo mio son gli altri tratti. 

Che precedetter me simon^giaudo. 

Per la fessura della pietra piatti. 
Laggiù cascherò io altresì quando 

Verrà colui , eh' Io credea , che tu fossi, 

Allor eh' io feci '1 subito dimando. 
Ma più è '1 tempo già , che i pie mi cossi , 

E eh' io son stato così sottosopra , 

eh* ei non starà piantato coi pie rossi ^ : 
Che dopo lui verrà di più laid' opra. 

Di ver ponente un pastor senza leggo ^ 

Tal che convien , db/ò lui e me rìcuopra. 
Nuovo lason sarà, di cui si legge 

Ne* Maccabei : e come a quel fu molle? 

^ Sia sospesa. — ' Per via di frodi sposarti alla soprema 
digniU della Chiesa. — ^ Ti preme. - * Niccolò III, della f^ 
miglia Orsini di Roma. — ^ Starà q^i minor tempo ch'io 
non vi stetti. — ^ Dalla Guascogna, verrà un pastore non 
legittimo. Clemente V. — ^ Favorevole. 



76 DELL' INF£RNO. 

Suo Re , così fia a lui chi Francia regge. 

Io non so s' i' mi fui qui troppo folle : 
Ch' io pur risposi lui, a questo metro * : 
Deh or mi di' quanto tesoro ToUe 

Nostro Signore in prima da san Pietro , 
Che ponesse le chiari in sua balìa ? 
Certo non chiese , se non : viemmi dietro. 

Né Pier, né gli altri chiesero a Mattia 
Oro , o argento, quando fu sortito 
Nel luogo , che perde 1* anima ria *. 

Però ti sta, che tu se* ben punito, 
E guarda ben la mal tolta moneta, 
Ch' esser ti fece contra Carlo ardito : 

E se non fosse , eh' ancor lo mi Tieta 
La riverenzia delle somme chiavi , 
Che tu tenesti nella vita h'eta , 

Io userei parole ancor più gravi; 
Che la vostra avarizia il mondo attrista , 
Calcando i buoni, e sollevando i pravi. 

Di voi Pastor s' accorse il Vangelista , 
Quando colei , che siede sovra l' acque 
Puttaneggiar co' Regi a lui fu vista : 

Quella, che con le sette teste nacque, 
E dalle diece coma ebbe argomento , 
Fin che virtute al suo marito piacque. 

Fatto v' avete Dio d' oro , e d' argento : 
E che altro é da voi all' idolatre , 
Se non eh' egli uno, e voi n' orate cento? 

Ahi Costantin , di quanto mal fu matre , 
Non la tua conversion , ma quella dote, 
Che da te prese il prmio ricco Patre I 

E mentre io gli cantava cotai note, 
O ira, coscienzia, che '1 mordesse. 
Forte spingava con ambo le piote ^. 

Io credo ben , eh' al mio Duca piacesse , 
Con sì contenta labbia sempre attese 
Lo suon delle parole vere espresse. 

Però con ambo le braccia mi prese , 
E poi che tutto su mi s' ebbe al petto, 

• ' Modo. - ' Giuda. — ' Gambe. 



CANTO XX. 77 

Rimontò per la \ia , onde discese : 
Né si stancò d' ayermi a sé ristretto , 

Sin men' portò so?ra 1 colmo dell* arco. 

Che dal quarto al quinto argine è tragetto. 
Quivi soavemente spose il carco 

Soave ' per lo scoglio sconcio ed erto. 

Che sarebbe alle capre duro varco. 
Indi un altro vallon mi fu scoverto. 



CANTO XX. 

ARGOiMENTO. 

In questo canto tratta il divino Poeta della pena di coloro, 
che presero, vivendo, presunzione di predire le cose av- 
veniì^ ; laqual pena è V avere il viso e la gola volti al con- 
trario verso le reni; ed in questa guisa, perchè è tolto 
loro il poter vedere innanzi , camminano ali* indietro. 
Tra questi trova Manto Tebana , da cui narra avere avuto 
origine la celebre città di Bfantova. E sono questi cod 
fatti indovini posti nella quarta bolgia. 

Di nuova pena mi convien far versi, 

£ dar materia al ventesimo canto 

Della prima canzon, eh' è de' sommersi, 
lo era già disposto tutto quanto 

A risgnardar nello scoverto fondo , 

Che si bagnava d* angoscioso pianto : 
E vidi gente per lo vallon tondo 

Venir tacendo, e lagrimando al passo , 

Che fanno le letane in questo mondo *. 
Come '1 viso mi scese in lor più basso , 

Mirabilmente apparve esser travolto 

Ciascun dal mento al principio del casso 
Che dalle reni era tornato '1 volto , 

£ indietro venir li convenla. 

Perchè '1 veder dinanzi era lor tolto. 
Forse per forza già di parlasla ^ 

* Caro. — * A quel passo lento e posato che fanno le nos- 
tre processioni > in cui si cantano le Litanie. — > Paralisia. 

7. 



78 DELL' mFERNO. 

Si travolse così alcun del tutto : 
Ma io noi vidi , nò credo che sia. 

Se Dio ti lasci , Lettor, prender (hitta 

Di tua icEÌODe, or pensa per te stea», 

Com' io potea tener lo viso asciutto, . 
Quando la nostra immagine da presso 

Yidi sì torta , che 'I pianto degli occM 

Le natiche bagnava per lo fesso : 
Certo io piangea , poggiato a un de' rocchi 

Del duro scoglio , sì che la mia Scorta 

Mi disse : ancor se' tu degli altri sciocchi ! 
Qui vive la pietà quand' è ben morta '. 

Chi è più scellerato di cohii , 

eh* al giudicio divin passion porta a ? 
Drizza la testa , drizza , e vedi a cui 

S' aperse agii occhi de' Tcban la terra. 

Perchè gridavan tutti : dove rui ^ , 
Aniiarao ? perchè lasci la guerra r 

£ Doo restò di minare a valle, 

Fino a Minos, che ciaschedouo afferra^. 
Mira, di' ha fatto petto delle spaHe: 

Perchè volle veder troppo davante , 

Dirietro guarda , e fa ritroso calle. 
Vedi Xiresia, che mutò sembiante 

Quando di maschio femmina divenne. 

Cangiandosi le membra tutte quanle : 
E prima poi ribatter le conveime 

Li duo serpenti avvolti, con la verg» , 

Che riavesse le maschili penne ^. 
Aronta è quei , eh' al ventre gli s' atterga ^ 

Che ne' monti di Luni , dove ronca 7 

Lo Carrarese , che di sotto alberga , 
Ebbe tra bianchi marmi la spelonca 

Per sua dimora : onde a guardar te stdle, 

» Qui , ò pietà il non aver pietà. — ' Che soffre patimento 
nel mirare gli effetti della divina giustìzia; ma piuttosto, 
chi è più scellerato dell* faidovino che mole penetrare- 1 de- 
creti di Dio. — 3 Precipiti. — * Dalla cn potestà mcamom 
fugge. — ^ Le membra maschili. — <» Accosta il tergo al 
venire di luL — ? Coltiva la terra ; propriamente è ncUart i 
campì dall' erbe inutili. 



e AMO XX. 7» 

E 1 mar non gli era la velluta tronca. 
E quella , che ricuopre le mammelle , 

Che tti non vetli, con le treccie sciolte^ 

Ed'iia dì là ogni pilosa pelle , 
Manto Tu , che cercò per terre molte , 

Poscia si pose là , dove nacQu' io ; 

Onde un poco mi piace , che m'ascoHe. 
Poscia che *t padre suo di vita uscio , 

E venne serva la città di Baco % 

Questa gran tqiiipo per lo mondo gio. 
Suso in Italia bella giace un laco 

Appiè deir alpe , che serra Lamagna , 

Sovra Tiralli ' , ed ha nome Benaco; 
Per mille fonti credo , e più si bagna. 

Tra Garda , e vai Camonica , Penaino 

Deli' acqua , clie nel detto lago stagna. 
Luogo è nel mezzo là , dove '1 Trentine 

Pastore, e quel di Brescia , e'i Veronese 

Segnar poria , se fesse quel camimno ^. 
Siede Peschiera , bello e forte arnese , 

Da fronteggiar Bresciani e Bergamaschi , 

Onde la riva intorno più discese. 
Ivi convien, che tutto quanto caschi 

Ciò, che 'n grembo a Benaco star non può, 

E fassi fiume giù pe^ verdi paschi. 
Tosto che r acqua a correr mette co ^ 

Non più Benaco , ma Mincio si chiama 

Fino a Goveiiio , dove cade in Pò. 
Non molto ha corso, che truova onakma^» 

Nella qual si distende, e la 'mpakida » 

E suol di state talora esser ^ama^. 
Quindi passando la vergine cruda 

Vide terra nel mcszo del pantano, 

Senza cultura , e d* abitanti nuda. 

* Tebe dove nacque Bacco. •— * Dividendola daH* Italia 
sopra '1 Tirolo contado d'Alemagna. — ^ il punto comune, 
ove 1 tre Vescovi possono benedire stando làascnno nella 
sna diocesi , è qnello ove le acque del fiume Tignalga shoc* 
cane nel lago di Garda. — * Capo, cioè sbocca a correre- 
— * Bassezza , cavità di terreno, - « Mal sana. 



80 DELL' INFERNO. 

Lì , per fuggire ogni consorzio umano , 

Ristette co' suoi servi a far sue arti *, 

E Yisse , e vi lasciò suo corpo vano. 
Gli uomini poi , che 'ntorno erano sparti , 

S' accolsero a quel luogo , eh' era forte 

Per lo pantan , ch'avea da tutte parti. 
Feria città sovra queir ossa morte; 

E per colei, che '1 luogo primo desse, 

Mantova l' appellar senz* altra sorte \ 
Già fur le genti sue dentro più spesse. 

Prima che la mattìa da Casalodi , 

Da Pinamonte inganno ricevesse. 
Però t' assenno ^, che se tu mai odi 

Originar la mia terra altrimenti , 

La verità nulla menzogna frodi. 
Ed io : Maestro , i tuoi ragionamenti 

Mi son sì certi, e prendon sì mia fede , 

Che gli altri mi sarien carboni spenti. 
Ma dimmi della gente , che procede , 

Se tu ne vedi alcun degno di nota : 

Che solo a ciò la mia mente rifiede ^. 
Allor mi disse : quel , che dalla gota 

Porge la barba in su le spalle brune. 

Fu , quando Grecia fu di maschi vota 
Sì , eh' appena rimaser per le cune , 

Augure , e diede '1 punto con Calcainta 

In Aulide a tagliar la prima fune s. 
Euripilo ebbe nome , e così '1 canta 

L' alta mia Tragedia in alcun loco. 

Ben lo sai tu , che la sai tutta quanta. 
Queir altro , che ne' fianchi è così poco ^, 

Michele Scotto fu , che veramente 

Delle magiche frode seppe il giuoco. 
Vedi Guido Bonatti : vedi Asdente, 

Ch' avere .atteso al cuoio e allo spago 

Ora vorrebbe , ma tardi si pente. 

' Cioè magiche. — ^ Augurio , o altra superstiziosa 
vanza, quali furono praticate nella fondazione di altre città. 
— a Ti avverto. — * Mira. — * Cioè alle navi e far vela. — 
^ Smilzo. 



CANTO XXI. SI 

Vedi le triste , che lasdaron 1* ago , 
La spaola e '1 fuso , e fecersi indoYìne * 
Fecer malìe con erbe e con immagno. 

Ma vieni ornai : che già tiene '1 confiiie 
D' amendue gli emisperi , e tocca 1* onda , 
Sotto Sibilla ^, Caino e le spine *. 

E già iernotte fu la Luna tonda ^ : 
Ben ti dee ricordar, che non ti nooque 
Alcuna volta per la selva fonda. 

Sì mi parlava ed andavamo inlrocque. 



CANTO XXL 

ARGOMENTO. 

In questo canto descrivesi la quinta bolgia, nella quale si 
puniscono i barattieri , che è il tuffarsi costoro in uu lago 
di bollente pece. E sono guardati da* demonj , ai quali, 
lasciando d&costo Dante , s* appresenta Virgilio, ed otte- 
nuta licenza di passare oltre i ambi nel fine si mettono in 
cammino. 

Così di ponte in ponte altro parlando , 

Che la mia commedia cantar non cura, 

Venimmo, e tenevamo '1 colmo, quando 
Ristemmo , per veder V altra fessura 

Di Malebolge , e gli altri pianti vani : 

E vidila mirabihnente oscura. 
Quale neir Arzanà ^ de' Veneziani 

Bolle r inverno la tenace pece , 

A rimpalmar li legni lor non sani. 
Che navicar non ponno ; e 'n quella vece 

Chi fa suo legno nuovo , e chi ristoppa 

Le coste a quel , che più viaggi fece : ^ 

Chi ribatte da proda , e chi da poppa : 

Altri fa remi, ed altri volge sarte. 

Chi terzeruolo , ed artimon rintoppa : 

* Siviglia. — ^ n volgo credeva le macchie della luna es- 
sere Caino con una forcata di ^ine, perciò intendi s-4a luna 
sta per tramontare. — ^ Piena. — * Frattanto. — * Arse- 
nale. 



Bt D£LL* INFERMO. 

Tal , non per fuoco , aia per divina arte» 

Boliìa laggiufio ma pegola spessa , 

Che 'nvisca^a la ripa d' ogni parte. 
1* vedealei , ma umi vedeva in esRa 

Ma che < le bolle, cbe'l boUor levava» 

E gonfiar tutta , e riseder compressa. 
Mentr' io laggiù fisamente oiirava, 

Lo Duca mio, dicendo : guarda, guarda» 

Mi trasse a sé del luogo, do?* io stava. 
Allor mi volsi come 1* uom , cui tarda 

Di veder quel, che gli convien fuggire, 

£ cui paura subita sgagliarda, 
Chè,per veder, non indugia 'I partire : 

E vidi dietro a noi un diavol nero, 

Correndo , su per lo scoglio venire. 
Ahi quant' egli era nell' aspetto fiero ! 

£ quanto mi parea ndl' atto acerbo. 

Con r ali aperte, e sovra i pie legpefo! 
L* omero suo, eh' era aceto e superbo ^ 

Carcava un peccator con ambo l' anche. 

Ed ei tenea de' pie ' ghermito il nerbo. 
Del nostro ponte disse : o Malebranche, 

Ecco un degli anzian di santa Zita ^ 

Mettetel sotto, eh* i* tomo per anche ^ 
A quella terra , che n' h ben fornita : 

Ogni uom v' è barattiere Hior che Boonturo : 

Del no per li donar vi si fa iia.^ 
Laggiù il buttò , e per k) scoglio duro 

Si volse , e mai non fa mastino sciolto. 

Con tanta fretta a seguitar lo furo ^ : 
Quei s* attuffò , e tornò su convolto : 

Ma i demon , che del ponte avean coverchio 

Gridar : qui non ha luogo il santo Volto 7 : 
Qui si nuota altrimenti , che nel Serchio ^ : 

Però se tu non vuoi de' nostri graffi , 

Non far sovra la pegola soverchio. 

» Se non che. — * Teneva afferrati i piedi. — ^ uno de* 
Uagistrati deUa città divota di S. Zita, cioè di Locca. — 
4 Altri. — ^ ito , 8i. — * Ladro. — ^ Del Redentore die il 
conserva e venera in Lucca. — ' Fiume presso Lucca. 



CAMTO XXI. 83 

i'oi 1* addentar con più di cento raffi : 

Disser : coverto conTÌen, che qui balli» 

Sì che , se puoi , nascosamente ' accalfi. 
Non altrimenti i cuoclù a' lor vassalli 

Fanno attuffarein mezzo la caldaia 

La carne con gli uncini , perchè non galli *. 
Lo buon Maestro : acciocché non si paia» 

Che tu ci sii , mi disse , giù t' acquatta 

Dopo uno ficheggiOy che alcun schermo t* baia '. 
E per nulla ofTension, che mi sia fatta» 

Non temer tu » eh' i' ho le cose conte * 

Perchè altra volta fui a tal baratta. 
Poscia passò di là dal co del ponte» 

£ com' ei giunse in su la ripa sesta» 

Mestier gli fu d* av^ sicura fronte. 
Con quel furore , e con quella tempesta » 

Ch' escono i cani addosso al poverello , 

Che di subito chiede , ove s* arresta; 
Usciron quei di sotto '1 ponticello » 

E volser contra lui tutti i roncigli; 

Ma ei gridò nessun di voi sia fello. 
Innanzi che V undn vostro mi pigli» 

Traggasi avanti V un di voi , che m* oda » 

E poi di roncigllarmi si consigli. 
Tutti gridaron : vada Malacoda : 

Perdi' un si mosse, e gli altri stetter fermi, 

E venne a lui dicendo , che t' approda ^? 
Credi tu, Malacoda» qui vedermi 

Esser venuto , disse '1 mio Maestro» 

Sicuro già da tutti i vostri schermi 
Senza voler divino, e fato ^ destro? 

Lasciami andar» che nel Cielo è voluto» 

Ch' io mostri altrui questo cammin Silvestro. 
Allor gli fu r orgoglio sì caduto» 

Che si lasdò cascar l' undno ai piedi» 

E disse agli altri : ornai non sia feruto. 
E '1 Duca mio a me : o tu , che siedi 

Tra gli scheggion del ponte quatto quatto» 

.< Bapifca l'altrui. -'Galleggi. ~ s Abbia.- «Cognite, 
-r * Che ti giova eh' io venga qwa ? — « Propizio • 



■f 



84 DELL* INFERNO. 

Sicuramente ornai a me ti rìedi. 
Pereti' io mi mossi» ed a lui vemii ratto : 

E i diavoli sì fecer tutti avanti , 

Sì eh' io temei cbe non tenesser patto. 
E così vid' io già temer li fanti , 

Ch' uscivan patteggiati dì Caprona ^ 

Yeggendo sé tra nemici cotanti. 
Io m' accostai con tutta la persona, 

Lungo '1 mio Duca, e non torceva gli occhi 

Dalla sembianza lor, eh' era non buona. 
£i chinavan gli raffi, e : vuoi ch'i' '1 tocchici 

Diceva V un con V altro , in sul groppone? 

E rispondean : sì , fa che gliele accocchi. 
Ma quel demonio , che tenea sermone 

Col Duca mio, si volse tutto presto, 

E disse : posa, posa. Scarmiglione. 
Poi disse a noi : più oltre andar per questo 

Scoglio non si potrà ; perocché giace 

Tutto spezzato al fondo l' arco sesto : 
E se r andare avanti pur vi piace. 

Andatevene su per questa grotta : 

Presso è un* altro scoglio , che via face. 
Icr, più oltre cinqu' ore , che quest' otta, 

Mille dugento con sessanta sei 

Anni compier, ' che qui fa via fu rotta. 
Io mando verso là di questi miei , 

A riguardar s* alcun se ne sciolina * ; 

Gite con lor, eh' é' non saranno rei ^. 
Tratti avanti, Aliehlno, e Calcabrìna, 

Cominciò egli a dire, e tu, Cagnazzo, 

E Barbarìccia guidi la decina. 
Libicocco vegna oltre, e Draghignazzo, 

Ciriatto sannuto 4, e Graffiacane , 

E Farfarello, e Rubicante pazzo : 
Cercate intomo le bollenti pane ^ : 

Costor sien salvi insìno ali* altro scheggio , 

Che tutto intero va sovra le tane. 
O me ! Maestro , che è quel , eh* io veggio , 

* Dalla morte di Cristo. — > Esce fuori, r^? IIoIqMÌI — 
« Con zanne. — * Panie.. 



CANTO XXir. 8S 

Diss' io? deh senza scorta andìamci soli. 

Se tu sa' ir, eh' i' per me non la cheggio. 
Se tu se' sì accorto, come suoli, 

Non vedi tu , eh' ei digrignan li denti, 

E con le ciglia ne minaccian duoli ? 
Ed egli a me : non yo* che tu paventi : 

Lasciali digrignar pure a lor senno, 

Ch' ei fanno ciò per li lesi dolenti. 
Per r argine sinistro volta dienno : 

Ma prima avea ciaócnn la lìngua stretta 

Co' denti verso lor duca , per cenno, 
Ed egli avea del cui fatto trombetta. 



CANTO XXII. 

ARGOMENTO. 

Avendo nel canto di sopra Dante trattato di coloro che 
venderono la lor repid>bUca, in questo segue , di quegli 
che trovandosi in onorato grado appresso il loro signore 
f eaderono la sua grazia. Descrìvendo adunque la forma 
della pena, fa particolar menzione di uno» il quale gli dà 
contezza degli altri; ed. inline racconta r astuzia usata 
da quello spinto nell* ingannar tutti i demonj. 

Io vidi già cavalier muover campo, 

E cominciare stormo, e far lor mostra, 

E tal volta ^ partir per loro scampo; 
Corridor vidi per la terra vostra , 

O Aretini, e vidi gir ' gualdane. 

Ferir tomeamenti, e correr giostra, 
Quando con trombe , e quando con campane , 

Con tamburi , e con cenni di castella ^, 

E con cose nostrali , e con istrane : 
Né già con sì diversa cennamella ^ 

Cavalier vidi muover, né pedoni, 

Né nave a segno di terra , o di stella. 
Noi andavam con li dieci dimoni : 

Ahi fiera compagnia ! ma nella chiesa 

• » Far la ritirata. — a Fare scorrerie. — ^ Fumate di gior- 
no, fuochi di notte» -** Istromento da fiato. 

9 



84 DtlLL* INFERNO. 

Co' sauti , ed io taYema oo* ghiottont 
Pure alla pegola era la mia intesa, ' 

Per veder della bolgia ogni cont^oo*, 

£ della gente , di* eatco ▼* era incesa. 
Come i delfini , quando fanno segno 

A' marinar con P ano ddla schiena. 

Che s' argomentin ^di campar lor legno \ 
Talor così ad alleggiar la pena 

Mostrava alcun de' peccatori 1 dosso , 

K nascondeva in men cbe non hèlena. 
E com' air orlo deli'aoqoa d* en fosso 

Stanno i ranocchi pur eoi muso fuorfi , 

Sì che celano i piedi e l' altro grosso. 
Sì stavan d* ogni parte i peccatori : 

Ma come s* appressava Barbariccia, 

Cosisi ritraean sotto i bollori, 
lo vidi , ed anche 'i cuor mi s' accaprìccia , 

Uno aspettar così , com' egi' incontra », 

Ch' mia rana rimane , e l' altra spiccia. 
E Graflfiacan , che gli era più di contra. 

Gli arronciitUÒ le 'mpegolate chiome , 

K trassel sa, che mi parve una lontra, 
losapeagiàditutti quanti'! nome, 

Sì li notai, quando fiirono eletti, 

E poi che si chiamaro, attesi come^, 
' O Rubicante , fa' che tu gli metti 

Gli unghioni addosso sì, che tu lo scuoi, 

Gridavan tutti insieme i maladetti. 
Ed io : Maestro mio, fa', se tu puoi. 

Che tu sappi chi è lo sdagurato 

Venuto a man degli avversari suoi. 
Lo Duca mio gli s' accostò allato ; 

DomandoUo ond* ei fosse : e quei rispose , 

Io fui del regno di Navarranato. 
Mia madre a servo d' un signor mi pose , 

Che m' avea generato d' un ribaldo , 

Distruggilor di sé , e di sue cose. 
Poi fui famiglio dd buon re Tebaldo : 

Quivi mi misi a far baratterìa , 

' Attenzione. —> condizione.— ' Dispongano. -> « Mita 
tempesta. — » Àocadte. --* Tra di sé si chianiivanOk 



CANTO XXU. «7 

Di che rendo rigioue in questo caldo. 
E Cirìatto, acttidi bocca BScUy 

D' ogni parte ana aaniia, come a porco. 

Gli fé' sentir come Y una admda. 
Tra male gatte era Tenuto 1 sorco : 

Ma Barbarìcda il chiuse eoo le braccia » 

E disse : state in là, mentr'iolo 'nforco ' :* 
Ed al Maestro mio votee ia faccia : 

Dimanda , disse, ancor, se più disii 

Saper da lui, prima cb' altri 'I disfaccia. 
Lo Duca : dunque or di' degli altri rìi : 

Conosci tu alcm che sia Latino 

Sotto la pece? e quegli : io mi partii 
Poco è, da un che fu di là Ticino : 

Così foss' io ancor con lui coverto , 

eh' io non temerei unghia , né uncino. 
E Libicocco : troppo avem sofferto. 

Disse : e presegli '1 braccio col runciglio. 

Sì che, stracciando, ne portò un lacerto. 
Draghìgnazxo anch' ei volle dar di piglio 

Giù dalle gambe: onde 'IDecurìoloro 

Si volse intomo intomo con mal piglio '. 
Quand' elli un poco rappaciati foro, 

A lui, eh' ancor mirava sua ferita, 

Digaandò 'l Duca mio , senza dimoro , 
Chi fu colui, da cui mala partita 

Di' che facesti , per venire a proda? 

Ed ei rispose : fu frate Gomita, 
Quel di Gallura, vasel d' ogni froda, 

Ch' ebbe i nemici di suo donno ^ in mano, 

E fé' lor sì, die ciascun se ne loda : 
Deuar si tolse , e lascioUi di piano , 

Sì com' e' dice : e negU altri ufici anche 

Barattier fu non picdol, ma sovrano. 
Usa con esso donno Michel Zanche 

Di Logodoro : ed a dir di Sardigna 

Le lingue lor non si sentono stanche ^. 
O me ! vedete V altro, che digrigna : 

> Tengo. "«> Tiso. — 3 Signova. ^ * Non i4 ttattcano 
mai di parlale della Sardegna* 



ss DELL* INFERNO. 

Io direi anche ; ma V temo , eh' elio ^ 

Non s' apparecchi a grattarmi la tigna. { 

E '1 gran proposto * volto a Farfarello, ' 

^ Che stralunava gli occhi per ferire, 
* Disse ! fatti 'n costà , malvagio ncoello. 
Se voi volete o vedere , o udire , 

Ricominciò lo spaurato appresso, 

Toschi f Lombardi , io ne farò venire. 
Ma stien le male branche un poco in cesso , 

Sì che non teman delle lor vendette : * 

Ed io seggendo in questo luogo stesso, 
Per no , eh' io son , ne farò venir sette , 

Quando sufolerò ' , com' è nostr' uso 

Di fare allor che fuori alcun si mette. 
Cagnazzo a cotal motto levò '1 muso , 

Crollando '1 capo, e disse : odi malizia, 

Ch' egli ha pensato , per gittarsi giuso. 
Ond' ei, eh' avea lacciuoli ^ a gran divizia. 

Rispose : malizioso son io troppo , 

Quaud' io procuro a miei maggior tristizia. 
Alichin non si tenne , e di rmtoppo ^ 

Agli altri, disse a lui : se tu ti cali, 

Io non ti verrò dietro di galoppo, 
Ma batterò sovra la pece Y ali : 

Lascisi '1 collo & , e sia la ripa scudo 

A veder se tu sol più di noi vali. 
O tu che leggi , udirai nuovo ludo. 

Ciascun dall' altra costa gli occhi volse; 

Quel primo, eh' a ciò fare era più crudo. 
LoNavarrese ben suo tempo colse, 

Fermò le piante a terra, e in un punto 

Saltò, e dal proposto lor si sciolse : 
Di che ciascun di colpo ^ fu compunto , 

Ma quei più, che cagion fu del difetto. 

Però si mosse, e gridò : tu se' giunto. 
Ma poco i valse, che l' ali al sospetto 7 

Non poterò avanzar : quegli andò sotto , 

E quei drizzò, volando, suso il petto : 

* Barbariccia capo della decina. — * Fischierò. — ^ Ri- 
pieghi d* astuzia e di frode. — * Di rincontro. — * La som- 
mità. — < Di botto , immantinente. — ^ Paura. 



CANTO XXII. «t 

Non altrimenti l' anitra di botto , 

Quando '1 falcon s* appressa , giù s* atluffa , 

Ed ei ritorna su crucciato e rotto ^ 
Irato Calcabrina della buffa , 
, Volando dietro gli tenne, invaghito , 

Che quei * campasse, per aver la zuffa : 
£ come '1 barattier fu disparito , 

Così volse gli artigli al suo compagno, 

£ fu con lui sovra '1 fosso ghemito. 
Ma 1* altro fu bene sparvier ^ grifagno 

Ad artigliar ben lui, ed amendue 

Cadder nel mezzo del bollente stagno. 
Lo caldo sghermitor ^ subito ftie : 

Ma però di levarsi era niente ^ , 

Sì aveano inviscate V ali sue. 
Barbariccia con gli altri suoi dolente, 

-Quattro ne fé' volar dall' altra costa. 

Con tutti i raffi , e assai prestamente 
Di qua di là discesero alla posta : 

Porser gli uncini verso gì' impaniati , 

Ch' eran ^à cotti dentro dalia crosta , 
£ noi lasciammo lor così 'mpacciati. 

' Stanco. — 2 Ciampolo. — ' Valoroso e ardito. — * Fu 
cagione che si sciogliessero. — ^ Nìssun modo* 



so DELL' INFKENO. 



CANTO XXIII. 

ARGOMEinrO. 

In questo canto tntta il nostro Poeta ddU 
nella quale pone gì* ipocriti i la pem dr* qpaKé V 
vestiti di gravissime cappe ecai^^uoeidip&oiiibo doratidi 
fuori , e di gir sempre d* intomo h bo^s&L E tn questi 
trova Catalano e Loderingo ftatl iK^ognoL Uk frima 
poeticamente descrive la persecuziMkeke esimie èst f 
demonj , e come fu salvato da VirgBo» 

Taciti , soli , e senza compaguia 

y andavam Y un dinanzi» e F altro dopo. 

Come i frati Minor yanuo per via. 
Volto era in su la favoU d* Isopo 

Lo mio pensier per la presente rissa , 

Dov' ei parlò della rana, e del topo : 
Che più non si pareggia mo ed issa ^» 

Che r un con i' altro ' Ca» se ben s* accoppia 

Principio e fine » con la. meikte fìssa : 
£ come 1 un pensier dall' altro scoppia. 

Così nacque di quello un altro poi , 

Che la prima paura mi fé* doppia, 
r pensava cqsI : questi per noi 

Sono scherniti^ e con danno e con beffa 

Sì fatta , eli' assai credo , che lor noi. 
Se V ira sovra 'I mal voler s' aggueffa ' , 

Ei ne verranno dietro più crudeli , 

Che cane a quella levre , eh' egli acceffa ^. 
Già mi sentia tutto arricciar li peli 

Della paura, e stava indietro intento ; 

Quando i' dissi : Maestro , se non celi 
Tu e me tostamente, io pavento 

Di Malebranche : noi gli avem già dietro : 

Jogl' immagino sì , che già gli sento. 
K quei : s' io fossi d' impiombato vetro , 

L* immagine di fuor tua non trarrei 

' Mo, ed issa, due particelle del medesimo significato, ora, 
— 2 La favola d'Esopo col caso dei due demonj. — ^ S'ag- 
giunge* — * Prende col ceffo. 



CA5TO XXIII. ^ 

Più tosto a me, che qaella deatroinipetro \ 
Pur mo YenieBD i tuoi pensier trai i miei 

Con siniil alto, e ood simile feccia. 

Sì che d' entrambi un sol consiglio fet. 
S' egli è che é U destra ooafta giaccia , 

Che noi posàam mU* aHta bolgia scendete , 

Noi fuggirem V immaginata caccia. 
Già non compio di tal ooosigBo rendete , 

Ch' io gli vidi ^enir con i* ali tese , 

Non molto lungi» per Tolerae prendere. 
Lo Duca DUO di sukiito mi prese. 

Come la madre, ck' al tomore è desta , 

E vede presso a sé le fiamme accese : 
Che prende '1 figlio , e fugge, e non s' arresta » 

ATendo più di lai, die di sé cura , 

Tanto che solo ima camicia vesta : 
£ giù dal collo deUa rq» dora 

Supin ' si diede aUa pendente rocda» 

Che r un de' lati air altra bolgia tura. 
Non corse mai si tosto acqua per doccia ' , 

A volger ruota di muli» terragno ^ , 

Quand ella più verso le pake approccia» 
Come '1 Maestro mio per qnal vivano , 

Portandosene me sovra 'I suo petto, 

Come suo figlio e non come compa^noi. 
Appena furo i pie suoi ginati al letto 

Del fondo giù , cb* et giiuìfiefo in stil eolks 

Sovresso noi : ma no» gH era sottpetto ; 
Che r alta Provvidenza, che lor voUe 

Porre ministri. della fossa cfvinta , ^ 

Poder di partirs' indi a tstli tolle. 
Laggiù trovammo nna gente dipìnta,. 

Che giva ijutomo aauù con knitl pani. 

Piangendo , e n^ sanhiaiile stanca e vinla. 
ICgli avean cappe con cappoeci basa 

Dinanzi agli oeddy fatte dtifar taglia^» 

Che perii monaci il 



■ Se- lo foaa i f vmo s pecchio non rtceveregffanmagfne dcIPes- 
tCRie fine forme pm presilo df tpieiEo cb* io rieero nmtnagioe 
Uèff animo tao, — ^ CWlii persona volta alT insò. "^ Cana- 
le. — ' Fatto in terra. — ' Di aucl taglio , \S qnellc faggia. 



92 DELL' INFERNO. 

Di fuor dorate sod , sì di' egli abbaglia : 

Ma dentro tutte piombo , e gravi tanto , 

Che Federigo le mettea di paglia '• 
O in etemo faticoso manto! 

Noi ci volgemmo ancor pure a man manca 

Con loro insieme , intenti al tristo pianto : 
Ma per lo peso quella gente stanca 

Venia si pian, che noi eravam nuovi 

Di compagnia ad ogni muover d' anca. 
Perch' io al Duca mio : fa' che tu trovi 

Alcun , eh' al fatto , o al nome sì conosca. 

E gli occhi, sì andando, intorno muovi : 
Ed un , che 'ntese la parola Tosca, 

Dirìetro a noi gridò : tenete i piedi. 

Voi , che cerrete sì per l' aura fosca : 
Forse eh' avrai da me quel che tu chiedi : 

Onde'l Duca si volse, e disse : aspetta, 

E poi secondo il suo passo procedi. 
Ristetti, e vidi due mostrar gran fretta 

Dell' animo col viso d' esser meco : 

Ma tardavagli '1 carco , e la via stretta . 
Quando fur giunti , assai con l' occhio bieco 

Mi rimiraron senza far parola : 

Poi si volsero 'n sé * , e dicean seco : 
Costui par vivo all' atto della gola : 

E s' ei son morti , per qual privil^io 

Vanno scoverti della ^rave stola? 
Poi dissermi : o Tosco, ch'ai collegio 

Degl' ipocriti tristi se' venuto , 

Dir chi tu se' non avere in dispregio. 
Ed io a loro : io fui nato e cresciuto 

Sovra U bel tiume d' Amo alla gran villa ^ , 

E son col corpo, eh' i' ho sempre avuto. 
Ma voi chi siete, a cui tanto distilla, 

Quant' io veggio dolor, giù per le guance, 

E che pena è in voi , che sì sfavilla ? 
E r un rispose a me : Le cape rance4 

* Quelle che Federigo II metteva agli incolpati di lesa 
maestà sarebbero parate di paglia in paragone di queste. — 
3 L'uno verso l'altro. — 3 Nella città di Firenze. - * Color 
d'arancio, dorate. 



CANTO XXIII. 113 

Son di piombo sì grosse , che li pesi 

Fan così cigolar le lor bilance. 
Frati Godenti fummo, e Bolognesi, 

Io Catalano, e costui Loderingo 

Nomati , e da tua terra insieme presi » 
Come suole esser tolto un uom solingo ' 

Per conservar sua pace , e fummo tali , 

Ch' ancor si pare intomo dal Gardingo *• 
Io cominciai : o frati , i vostri mali... 

Ma più non dissi : eh' agli occhi mi corse 

Un crocifisso in terra con tre pali. 
Quando mi vide, tutto si distorse. 

Soffiando nella barba co^sospirì : 

£ '1 frate Catalan , eh' a ciò s' accorse , 
Mi disse : quel confitto , che tu miri , 

Consigliò ^ i Farisei , che con venia 

Porre un uom per lo popolo a' martiri. 
Attraversato, e nudo è per la via, 

Come tu vedi ; ed è mestier, ch'el senta 

Qualunque passa , com' ei pesa pnà : 
Ed a tal modo il suocero < si stenta 

In questa fossa , e gli altri dal concilio, 

Che fu per li Giudei mala sementa. 
Allor vid' io maravigliar Virgilio 

Sovra colui, eh' era disteso in croce 

Tanto vilmente nell* etemo esilio. 
Poscia drizzò al frate cotal voce : 

Non vi dispiaccia , se vi lece , dirci , 

S* alla man destra giace alcuna foce , 
Onde noi ambedue possiamo uscirci 

Senza costringer degli angeli neri , 

Che vegnan d' esto fondo a dipartirci &. 
Rispose adunque : più che tu non speri , 

S' appressa un sasso, che dalla gran cerchia 

Si muove, e varca tutti i vallon feri; 
Salvo eh' a questo è rotto , e noi coperchia : 

Montar potrete su per la ruina , 

Che giace in costa, e nel fondo soperchia. 

* Lontano da ogni amore di parte. — ' Le case de* Ghi- 
bellini arse nel Gardingo. — ^ Caifasso. — < Anp» suocero 
di Caifasso. - ^ Ad agevolarci la partenza. 



94 1>Iì:LL' LSF£RK0. 

Lo Duca stette «a poco a testa clima» 
Poi òìsse : mal oonta?a la bisogna ' 
Colui , che i peccator di là uncina. 

E '1 frate : io odi' già dire a Bologna 
De] diaToI vixii assai , tra i cpiali odT , 
Ch' egli è bugiardo, e padre di 

Appresso'] Docaa gran passo sen gjL 
Turbato on poco d' ira nel sembianU» : 
Ond' lo dagl* incarcati ' mi partT , 

Dietro alle poste delle care piante. 



CANTO XXIV. 

ARGOMENTO. 

Con molta difficoltà esce Dante con la fida scorta dd tuo 
Maestro Virgilio dalla sesta bolgia. Vede, poi» cbe netta 
settima sono puniti i ladri da velenose e pestffei^ aerpL E 
tra (piesti ladri trora Gianni Pucci da Pistoia , fl qnale 
predice alcuni maU àtìH» città di Pistoia» e de* snol fio-* 
rentini. 

In ((uella parte del giovinetto anno. 
Che '1 Sole i crìo sotto V Aquario tempra , 
E già le notti al mezzo dì ^ sen vanno : 

Quando la brina in su la terra assempra ^ 
L' immagine di sua sorella bianca ^ 
Ma poco dura alla sua penna tempra ^, 

Lo vtllanelìo , a cui la roba manca 7, 
Sì leva , e guarda « e vede la campagna 
Biancheggiar tutta, ond' ei si balte f anca : 

Ritorna a casa , e qua e là si lagna , 
Come *1 tapin , che non sa che si faccia : 
Poi rìede, e la speranza rìngavagna ' 

Veggendo H mondo aver cangiata faccia 
In poco d* ora , e prende suo vincastro 9, 

• Malamente l'insegnava 11 canunino. — * Cnridil drtc 
cappe di piombo. «— ^ Verso Tequinoiio. «i— * Bjuom nielli. 
— ^ La neve. — " Presto si strugge e sparisce. — ' Onde 
pascere le pecorelle sue. — * Ripiglia. — • Verga , tac- 
chetta. 



CANTO XX4V. il 

E fuor le peooreflea p te c er caceta. 
Così mi fece slNgottir k> Mtstra, 

Qiiand' io gli vidi il tnrtetr it frante , 

£ così tosto al mal gpiinse lo ' m pii atr o % 
Che come noi vctaimiiio al guaste ponte» 

Lo Duca a me si volse con ^«el piglio ' 

Dolce , eh* io vidi in prima appiè del monte. 
Le braccia aperse ; dopo alemi eonsiglto 

Eletto seco, riguardando prima 

Ben la ruina , e ^Bedemi di pìglio. 
E come quei , che adopera ed istlmay 

Cile sempre par, che 'nnanzi ai praveggla , 

Così , levando me so wr la cima 
D* un roncbione , avvisava nn' altra Mlbeg^a) 

Dicendo : sovra quella poi t' i^grappa : 

Ma tenta pria , s' è tal, eh' ella ti reggia. 
Non era via da vestito di cappa, 

Che noi a pena , ei Tieve , ed io sospinto *, 

Potevam su montar di chiappa in chiappa. 
E se non fosse , che da qoel precinto , 

Più che dair altro , era la costa corta , 

Non so di lui : ma io sarà t>en vinto. 
Ma perchè Malebolge inTer la porta 

Del bassissimo poeeo tutta pende ; 

Lo sito di ciaflcnna valle porta ; 
Che r una costa sorge, e Y dtra scende : 

Noi pur venimmo infine in sa la punta , 

Onde i* ultima pietra si scoscende. 
La lena m' era del polmon si manta 

Quando fui su , eh' io non potea più oRrOi 

Anzi m' assisi nella prima giunta. 
Ornai convien , ehe tu cosi ti spoltre ^ : 

Disse '1 Maestro : die seggendoin piama. 

In fama non si vien , né sotto eoltre t 
Senza la qnal , chi sua vita eonsuna , 

Cotal vestigio in terra &L sé lascia, 

Qual fummo la aere ed io aeqoa la schisma : 
E però leva su , vinci V ambascia 

« Aspetto. --« Dato main di Tirgilo. —^ Gaod II pàitio- 
neria 



96 DELL' INFERNO. 

Con r animo , che vince ogni battaglia , 

Se col suo grave corpo non s' accascia '. 
Più lunga scala convien che si sagUa : 

Non basta da costoro esser [>artito : 

Se ta^m' intendi); or fa' sì che ti vaglia *. 
Levammi allor, mostrandomi fornito 

Meglio di lena, eh' io non mi sentia; 

E dissi : va', eh' i' son forte ed ardito. 
Su per lo scogUo prendenmio la via , 

Ch' era ronchioso , stretto , e malagevole , 

Ed erto più assai , che quel di pria. 
Parlando andava per non parer fievole : 

Onde una voce uscio , dall' altro fosso , 

A parole formar disconvenevole ^. 
Non so che disse , ancor che sovra '1 dosso 

Fossi dell' arco già che varca quivi : 

Ma chi parlava ad ira parca mosso. 
Io era volto*in giù : ma gli occhi vivi 

Non potean ire al fondo per l' oscuro : 

Perch* io : Maestro, fa' che tu arrivi 
Dall' altro cinghio, e dismontiam lo muro : 

Che com' i' odo quinci e non intendo , 

Cosi giù veggio , e niente afifiguro. 
Altra risposta, disse, non ti rendo. 

Se non lo far : che la dimanda onesta 

Si dee seguir con l' opera , tacendo. 
Noi discendemmo '1 ponte dalla testa. 

Ove s' aggiunge con V ottava ripa;, 

£ poi mi fu la bolgia manifesta : 
E vidivi entro terribile stipa 

Di serpenti , e di sì diversa mena, 

Che la memoria il sangue ancor mi sdpa ^. 
Più non si vanti Libia con sua rena : 

Chersi, chelidri, iaculi, e faree 

Produce, e ceneri con anfesibena, 
Né tante pestilenzie, nò sì ree 
, Mostrò giammai con tutta l' Etiopia, 

Nò con ciò , 5 che di sopra '1 mar Rosso ee ^. 

« S'abbandona. — * Supplisci : il mio consijsUo. — ' No« 
atta. — * Guasta e sciupa. — *» L'Egitto. — • E. .. . i 



CANTO XXIV. »? 

Tra questa cruda, e tristissima copia 

CorreYan genti nude , e spareutate , 

Senza sperar pertugio, o eutropia '• 
Con serpi le man dietro avean legate. 

Quelle ficcayan perii ren la coda, 

E '1 capo, ed eran dinanzi aggroppate. 
Ed ecco ad un, eh' era da nostra proda, 

S* avrentò un serpente , che '1 trafisse 

Là doTC '1 collo alle spalle s' annoda. 
Né O sì tosto mai, né I si scrisse , 

Com* ei s' accese, ed arse, e cener tutto 

Convenne, che cascando, divenisse : 
E poi che fu a terra sì distrutto. 

La cener si raccolse , e per sé stessa 

In quel medesmo ritornò di butto ' : 
Così per li gran savj si confessa , 

Che la fenice muore , e poi rinasce , 

Quando al cinquecentesimo anno appressa. 
Erba , né biada in sua vita non pasce : 

Ma sol d' incenso lagrime , e d' amomo , 

E nardo, e mirra son V ultime fasce. 
E quale é quelli che cade, e non sa comò ^, 

Per forza di demon , eh' a terra il tira , 

O d' altra oppilazion ^ che lega Y uomo. 
Quando si leva, ch'intorno si mira. 

Tutto smarrito dalla grande angoscia , 

Ch' egli ha sofferta , e guardando sospira : ^ 
Tal' era '1 peccator levato poscia. 

O giustizia di Dio quanto é severa 1 

Che cotai colpi per vendetta croscia ^. 
Lo Duca il dimandò poi, chi efjd era : 

Perch'ei rispose : Io piovvi di Toscana , 

Poco tempo é, in questa gola fera. 
Vita bestiai mi piacque', 6 non umana , 

Sì come a mul ^ , eh' io fui : son Vanni Pucci 

Bestia, e Pistoia mi fu degna tana. 
Ed io al Duca : dilli , che non mocci 7, 

» Pertugio da nascondervisl, o eutropia per farsi invisi- 
bUe. — » Subito, di botto. ^^ Come. — * Serramento de- 
gU spiriti vitaU. — * Scarica. — e Bastardo. — ' BurU. 



9S DELL* IRPERNO. 

E dimanda , qual «olpà ^Itn^gHi *l piflM ; 

Ch' io '1 Yidi uom già df «ngue e di oaifVMl'. 
E M peccator, che inleee , non s' tnÉMe » 

Ma drizzò verso n« P mfno , e *l Tdttè, 

E di trista vergogna si dipinse : 
Poi disse : più mi doni, che tn mutati eolto 

Nella miseria , éovt tu mi vedi , 

Che quand' io fbi dell* altra Tlta tetto : 
To non posso negar quel che tu diledi : 

In giù son messo tanto , perdi' io fot 

Ladro alla sagrestia deT beffi arredi : 
E falsamente giàlfa apposto ^tml. 

Ma perchè di tal vista tu non godi. 

Se mai sarai di ftior de' luoghi bui , 
Apri gli orecclii al mio annunzio, ed odi : 

Pistoia in pria di Neri si dhnagra *, 

Poi Firenze rinnuova genti e modi '. 
Tragge Marte vapor di vai di Magra» 

Ch* è di torbidi nuvoli involuto ; 

E con tempesta impetuosa ed agra 
Sopra campo Picen i!a combattuto : 

Ond' ei repente spezzerà la nebbia, 

Sì eli* ogni Bianco ne sarà feruto : 
E detlo r ho, perchè doler ten' debbia. 

> Iracondo e sanguinario. >- ' SeaodondOM fa grai 
numero. — ^ Ammettendo i Neri priom esuli in HngD et 

Bianchi. 



I 



CAirroionr. ^ 



CANTO XXY. 

ARGOMENTO. 

Uopo essersi il Piieei sdegnato contn^'lMl^, se ne fugge. 
Appresso Dante vede Gaoo iu farmi él CtnltKmfyimtk intir 
niU copia di Insoc mU groHMi» eé vo dragoM alle ^>al- 
le. Nel fine inoootra tres|iÌnU fioraBlìM» é«e de* qwU 
innanzi a lui maraTìglioianicnttt «ì UasfonniWk 

AI fine delle sue parole 3 ladro 
Le mfini alzò con ambedue le fiche. 
Gridando : tog^ Dio» di* a te te squadro '• 

Da indi in qua m! Air le serpi anùcbe» 
Perch' una ^ s' arrolse allora ài ooUo, 
Come dicesse : nóa to% che pia dielift ; 

£d un' altra alle braccia » e rììegollo 
Ribadendo sé stessa^ ^Knanzi, 
Che non potea con esse dareuB crollo *. 

Ahi Pistoia, PisIfRa , che bod stand ^ 
D' incenerarti, al éhe pìb non dari» 
Poi che 'n mriftr losemetoo ^ xnm$^ 

Per tutti i eercbl deBo 'elènio oscuri. 
Spirto non vidi te Dio tanto soperbo, 
Non quel , che caddea Tebe già deTnnirì. 

El si fuggì , die MNi parlò pi^ terbio : 
Ed io vidi un Centauro pie» di laibbia 
Venir gridando , o v' è , of* è f acerilw ì 

Maremma non cred' io, ebe taflle n* abbia» 
Quante bisce egli ave» sa per bi gr^po» 
Infino , oTe cominciÉ nostra labbia. ^ 

Sopra le spallo dietro dalla eopim ^ 
Con r aU aperte g)i pacofa un draeo» 
£ quello affuoca qnahHK|vo i^ l iÉ oppa 

Lo mio Mneslmdìaie : yn jj ft è Omo» 
Che sotto '1 sasso di Monto . 
Di sangue fece spesso toHo beo. 

Non ya co* snol firntei per na 



* Fac^o.— ' Faie alena movimento. -^ ^ RiaolvL 
* ì tuoi antenati. — * Nostra umana forma. — « Nuca. 



100 



DELL'INFERNO. 



Per lo furar frodoleote eh' ei fece 

Del grande armeuto, eh' egli ebbe aTkiiio : 
Onde eessar le sue opere biece 

Sotto la mazza d' Ereole, che forse 

Gliene die' cento, e non sentì le diece. 
Mentre che sì parlava , ed ei trascorse , 

E tre spiriti venner sotto noi , 

De' qoai né io , né 1 Duca mio s' accorse. 
Se non , quando gridar : ehi siete voi ? 

Perchè nostra novella si ristette, 

E intendemmo pure ad essi poi. 
Io nolli conoscea : ma ei seguette, 

Come suol seguitar per alcun caso , 

Che r un nomare all' altro convenette ' 
Dicendo : Cianfa dove fia rimaso ? 

Perch' io , acciocché '1 Duca stesse attento, 

Mi posi '1 dito su dal mento al naso. 
Se tu se' or, Lettore , a creder lento 

Ciò , eh' io dirò , non sarà maraviglia : 

Che io, che '1 vidi, appena il mi consento ' 
Com' io tenea levate iu lor le ciglia; 
, Ed un serpente con sei pie si lancia. 

Dinanzi all' uno, e tutto a lui s' appiglia. 
Coi pie di mezzo ^ avvinse la pancia, 

E con gli anlerior le braccia prese : 

Poi gli addentò e V una e Y altra guancia. 
Gli diretani alle cosce distese, 

E miseli la coda tr* amendue, 

E dietro per le ren su la ritese. 
Ellera abbarbicata mai non fue 

Ad alber sì , come Y orribil fiera 

Per r altrui membra avviticcliiò le sue : 
Poi s' appiccar come di calda cera 

Fossero stati , e mischiar lor colore : 

Né r un , né Y altro già parca quel eh' era. 
Come procede innanzi dall'ardore, 

Per lo papiro suso un color bruno. 

Che non è nero ancora, e '1 bianco muore. 

* Accadde come suol talora accadere, che un di costoro 
ebbe occorrenza di dover nominare 1* altro. — ' Me lo 
credo. 



CANTO XXV. 101 

Gli altri due riguardavano , e ciascuno 

Gridava : o me , Agnel , come ti muti ! 

Vedi , che già non se' né duo , né uno. 
Già eran li duo capi un divenuti, 

Quando n' apparver due figure miste , 

In una faccia , ov* eran due perduti. 
Persi le braccia due di quattro liste ' : 

Le cosce con le gambe, il ventre, e '1 casso 

Divenner membra, che non fur mai viste. 
Ogni prìmaio aspetto ivi era casso * : 

Due, e nessun l' immagine perversa 

Parca , e tal sen già con lento passo. 
Ck>me '1 ramarro sotto la gran fersa ^ 

Ne' dì canicular cangiando siepe , 

Folgore par, se la via attraversa : 
Così parca, venendo, verso V epe ^ 

Degli altri due un serpentello acceso. 

Livido e nero, come grandi pepe. 
E quella parte ^ donde prima é preso 

Nostro alimento , all' un di lor trafisse 

Poi cadde giuso innanzi lui disteso. 
Lo trafitto il mirò : ma nulla disse : 

Anzi co' pie fermati sbadigliava , 

Pur come sonno, o febbre l' assalisse. 
Egli^ il serpente, e quei lui riguardava : 

L' un per la piaga , e l' altro per la bocca 

Fummavan forte , e '1 fummo s' incontrava. 
Taccia Lucano omai , là dove tocca 

Del misero Sabello, e di Nassidio, 

Ed attenda ad udir quel eh* or si scocca 7. 
Taccia di Cadmo , e d' Aretusa Ovidio ; 

Che se quello in serpente, e quella in fonte 

Converte, poetando, i' non lo 'nvidio : 
Che duo nature mai a fronte a fronte 

Non trasmutò , si cheamendue le forme 

A cambiar lor materie fosser pronte. 

* Perchè alle due braccia dell' uomo si erano unite le due 
gambe del serpente. — » Cancellato — » ia ferza del sole. 
— * Pancie. — * U bellico. — « II serpentello. — ' Si mani- 
festa. 

f). 



102 DELL' iNF£ft»a 

lusieme si rispos6c<> « UÀ uoroM»» 

Che '1 serpente U coda io (orca fesse» 

E '1 feruto li&tiMMse iusiMne l' onxM ^. 
Le gambe con le cosce s^ca stesso 

S* appiccar sì , cbe in poco la giualim 

Non facea segno akun cbe si paresse. 
Togliea la coda fessa la figura , 

Che si perdeva là ', e la sua pelte 

Si facea moUe , e queUa di là duro. 
Io vidi entrar le braccia per V ascelk, 

E i duo pie della Uiera^cW eraAcorli» 

Tanto allungar, quanto accorciavaa cpieUt. 
Poscia li pie dirietro insieme attorti 

Diventaron lo membroc, che V uom cela^ 

E 'I misero del suo n* avea due fCMti ^* 
Mentre che 'l fummo V una e i' altro icda 

Di color nuovo ^ e geneia '1 pel suso 

Per r una parte , e dall' altra il dipela , 
V un si levò , e V altro cadde giuso, 

Non torcendo perù le lucerne ^ empie,, 

Sotto le quai ciascun cambiava ouiso. 
Quel eh* era dritto , il trasse 'n ver le teoipic , 

E di troppa materia , che 'n là venne i^ 

Uscir gli orecchi delle gote scempie : 
Ciò che non corse indietro e si ritenne , 

Di quel sovercbjk) fe' naso alla faccia ^ 

E le labbra ingrossò quanto convenne i 
Quel , che giaceva, ifmuso innanzi caccia^ 

E gli orecchi ritira, per la testa , 

Come face le coma la lumaccia : 
E la lingua, che aveva unita e presta, 

Prima a parlar,, si fende , e la forcuta 

Neir altro si richiude , e *! fiuumo resta. 
L' anima , eh* era fiera divenuta. 

Si fugge sufolando per la valle 

E r altro dietro a lui parlando sputa ^. 

' I piedi. — 2 La coda prendeva la figura dei piedi 
ni , ta quale si perdeva là cioè nell* uomo. — • Sporti dnt 
per formare le gambe serpentine deretane— * GQLQCfibl 
-> ^ Paria con ira e con la bava alla bocca. 



CANTO XXTt tm 

Poscia gli Tolse le iMVfdì» iftHa» 
£ disse 4ff «HfOi : f 1»', «à^lMMeom» 
Coni* bo fatt' J6» MrpMi per ^M$t» eillt. 

Così vid' io la settima ' zai «trai 
Mutare y • toMimiliit, eqn ma mnsk 
Lanosità, se fior JipjMifc ifch<itff> *, 

Kd avTegQachè gli occfed viit etotei 
Fossero alqBfwlo , e V MÓem 
Non potct qiMi fiiggàrsi laat» eliii«i» . 

CU' io non scopgtsstbmPiicciaSciMMato; 
Ed era quei» dbd aol 4ft' tre nainicii» 
Che venn» prima» bo» era molai» : 

L' altro era qaà> elie. tu» Cìavile » pìafii 



CAOTO XX?K 

AJkG<NÌSIITO. 

Vengono i Poeti all' ottava bo^jEa, nella «loate; Teggoua i«- 
finite tiammedì ftooco : ed intende Dante da VicgiGo , cbc 
in quelle erano pomt! i fraudolenti consi^Reri, e che 
ciascuna conteneva tm p ec eato ce , fuor ehe ma, che fe* 
cendo di se due corna, ve ae coaleaefa due : e ffaebtì 
erano Diomede eé Oiinew 

Godi , Firenze , pòi che se* sii graiide » 

Che per mare , e per terra hatti T aS, 

£ per lo 'nferno il tuo. oonae si spande. 
Tra gli ladron trovai dnqne cotalf 

Tuoi cittadini : onde mf Tiea Tergog^, 

E tu in grande onranza bod ne saK. 
Ma se presso al matlSa del Ter si sogna , 

Tu sentirai di qua dà j^cciot tempo » 

Di quel * , che Prato , con eh" altri V agogna : 
£ se già fosse, nousaria per tempo' :. 

Così foss' ei da de pnre esser dèe : 

Che più mf graTerà, com' piti' m" attempo ^. 

* Bolgia, o la gente posta in fondo della settima bolgia. 
-^ ^ Aki»pooi s'illonami dtatt* ttsaUbvevitiu—a Smarrì- 
tCK ^ ^flaèk daBHaifc quale imb che # altri popoa, ma 
Prato stesso ti desidera. — » Tropfapcestcì. — * laTeccbia. 



tó4 DELL' INFERNO. 

Noi ci partimmo , e su per le scalee, 

Che n' avean fatte i borni ' a scender pria , 

Rimontò '1 Duca mio, e trasse mee'. 
E proseguendo la solinga via 

Tra le schegge , e tra' roccchi dello scoglio , 

Lo pie senza la man non si spedia. 
Alk>r mi dolsìy edora mi ridoglio, 

Quando drizzo la mente a ciò eh' io vidi, 

£ più lo 'ngegno affreno, eh* io non soglio; 
Perchè non corra, che ^ virtù noi guidi : 

Sì che se stella buona , o miglior cosa 

M* ha dato '1 ben, eh' io stesso noi m' invidi. 
Quante ^ il villan, eh' al poggio si riposa , 

Nel tempo , che colui , che '1 mondo schiara. 

La faccia sua a noi tien meno ascosa, 
Come la mosca cede alla zanzara. 

Vede lucciole giù per la vallea, 

Forse colà, dove vendemmia ed ara; 
Di tante fiamme tutta risplendea 

V ottava bolgia , sì com' io m'accorsi. 

Tosto che fui là 've '1 fondo parca ^ . 
E qual colui , che si vengiò con gli orsi. 

Vide '1 carro d' Elia al dipartire , 

Quando i cavalli al cielo erti levorsi, 
Che noi potea sì con gli occhi seguire, 

Che vedesse altro , che la fiamma sola , 

Sì come nuvoletta, in su salire : 
Tal si movea ciascuna per la gola 

Del fosso , che nessuna mostra il furto ^. 

Ed ogni fiamma un peccatore invola. 
Io stava sovra '1 ponte a veder surto , 

Sì che s' io non avessi un ronchion preso , 

Caduto sarei giù senza esser urto. 
E '1 Duca , che mi vide tanto atteso , 

Disse : dentro dai fuochi son gli spirti : 

Ciascun si fascia di quel eh' egli è inceso. 
Maestro mio , risposi , per udirti 

» I rocchi che sporgevano dall' argine. —' Me— *Ov%. — 
* Quante si riferisce a lucciole. — * Si potea oiscemere. — 
' Ciò che ticn dentro celato. 



CANTO XXVI. 105 

Son io più certo : ma già m' era avTiso , 

Che cosi fusse : e già Toleva dirti , 
Chi è 'n quel fuoco , che vien sì dÌTÌso 

Di sopra , che par surger della pira , 

Ot* Eteòcle col fratel fu miso ? 
Risposemi : là entro si martìra 

Ulisse , e Diomede , e così insieme 

Alla vendetta corron^ com' all' ira : 
£ dentro dalla lor fiamma si geme 

L' aguato. del cavai , che fé' la porta , 

Ond' uscì de' Romani 1 gentil seme. 
Piangevisi entro V arte ' , perchè morta 

Deidamia ancor si duol d* Achille, 

E del Palladio pena vi si porta. 
S'd posson dentro da quelle faville 

Parlar, diss' io , Maestro , assai ten priego , 

£ rìpriego, che 'l priego vaglia mille, 
Che non mi facci deli' attender niego * 

Fin che la fiamma cornuta qua vegna : 

Vedi , che del desìo ver lei mi piego. 
Ed egli a me : la tua preghiera è degna 

Di molta lode : ed io però l' -accetto : 

Ma fa', che la tua lingua si sostegna ^. 
Lascia parlare a me : eh' io ho concetto 

Ciò che tu vuoi : eh' e' sarebbero schivi ^ 

Perch' ei ftir Greci , forse del tuo detto. 
Poiché la fiamma fu venuta quivi, 

Ove^rve al mio Duca tempo e loco , . 

In questa forma lui parlare audivi. 
O voi , che siete due dentro ad un fuoco , 

S' io meritai di voi , mentre eh' io vissi , 

S' io meritai di voi assai o poco, 
Quando nel mondo gli alti versi scrissi , 

Non vi movete : ma l' un di voi dica, 

Dove per lui perduto a morir gissi ^. 
Lo maggior corno della fiamma antica 

Cominciò a crollarsi , mormorando , - 

V Adoperata da Ulisse, per indurre Achilie ad abbando- 
nare Deidamia. — * Non mi nieghi d'aspettare. — ^ SI as- 
tenga dal parlare. — * Dove smarrito se ne andò a morire» 



i 



106 DELL' IXFEAXO. 

Pur come quelU » €uì ^eiito afitUoi* 
Indi la cima qua e là meoando» • 

Come fosse la UagMa» cb« pftrtass» » 

Gittò Yoce di Tuori , e disfi» : quandi 
Mi dipartì* da Circe, cb« sollrMS* 

Me più d' un amio là presso a GMa» 

Prima che sì Enea U aonàittasse : 
Né dolcezza di figlio, né la piéU 

Del vecchio padr« » né '1 d^lo «nwm > 

Lo qual dovea Penelope far Uetn » 
Vincer poterodentrodamel* ardore» 

Cir io ebbi a divenir del mondo es|ie(l4» 

E degli vizj umani» e del ^akure: 
Ma misimi per V alto mare aperto » 

Sol con un legno , e con qiieUa conpugM ^ 

Picciola » dalla qual non fin deserto. 
L* un lito , e V altro ' vidi ioTia la Spa^^na» 

Fin nel Marroeco » e V isola de* Sardit 

E r altre , che quel mare intorno bagni, 
lo e i compagni eravam vecohi e tardi» 

Quando venimmo a queUa foce strette » 

Ov' Ercole segnò li suoi riguardi ^ ; 
Acciocché r uona più oltre non si metta; 

Dalla man destra mi lasciai Sibilia» 

Dall' altra già m' avea lasciata Sett^. 
O frati ^ , dissi» che per cento milia ^ 

Perigli siete giunti all' occidente , 

A questa tanto picciola vigilia 
De' vostri sensi , eh' é dd rimanente) \ 

Non vogliate negar l' esperienza, 

Diretro al Sol, del mondo senza gente* 
Considerate la vostra semenza : 

Fatti non foste a viver come bmti » 

Ma per seguir virtute, e conoscenza. 
Li miei compagni fec' io si acuti 7 

Con quest' orazioB picciola» al cwunino, 

Ch' appena poscia gU avrei tenuti : 

> Comiiagnia. — > DeiV Europa e delT Affirtea.— 'le wm 
co4oiuke. — « Fratelli. — ^ Mille. -^ ^ Atta vostra eorta vilau 
— 7 pronlL 



CàUTOXXVU. tiri 

£ volta nostra poppa mi imttlÉ»^ 

De* remi facemmo ali al felle volo » 

Sempre acquistando «M tote miMlM. 
Tutte le stelle già dell' altro polo 

Yedea la notte, e 'I nostro tanto iMittO , 

Che non surgeva fuor éti maria suolo. 
Cinque volte racceso , a tanta omo 

Lo lume era di sotto dalla Lana ■« 

Poi eh* entrati eravam nelF alto passo > 
Quando n* apparve osa montagna braaa , 

Per la distanza, o parvami alta tanto, 

Quanto veduta non n'avova alcuna. 
Noi ci allegrammo , e tosto tornò In pianto 

Che dalla nuova terra un turlM nacque, 

£ percosse del legno il prioM oanto *. 
Tre volte il fé' girar con tutte 1' acqua. 

Alla quarta levar la poppa Insana, 

£ la prora ire in giù , com' altrui piacque, 
Infìu che *1 m» fu sopra noi richiuso. 



CANTO XXVII. 

ARliOMENTO. 

Trattando il Poeta nel presente canto deUs maAésitns pena, 
segue, che si volse a un' altra fiamma, nella qosie era il 
conte Guido da MonteCeltro , il quale gU racoonta cbin^ii 
è , e perchè a quella penaè cooàannato. 

Già era dritta in su la ffamma , e qUeia , 

Per non dir pih , e già dA noi èengia 

Con la licenza del dolce Poeto. 
Quando un* altra , clié dietro a lei vfenla , 

Ne fece volger gli oeehi alto suA cima , 

Per un confuso suon^ che IWor n' «sda. 
Come*l bue Cicilian ^, che mugghiò prima 

Col pianto di colui » e eie fu dritto « » 

Gbe r àTca tanperato nati sua Urna : 

' Erano soarsl oinque metti «^ ' La parte anteriofS* r- 
3 II toro di Falaride. — * Giusto, 



108 DELL' INFERNO. 

MugghiaTa con la yogo dell' afflitto , *? 

Si che con tutto , eh' ei fosse di rame. 

Pure el pareva dal dolor trafitto : 
Così , per non aver vìa , né forame , 

Dal principio nel fuoco, in suo tingoaggio 

Si convertìvan le parole grame '. 
Ma poscia eh' ebber colto lor viaggio. 

Su per la punta, dandole quel guizzo, 

Che dato avea la lingua in lor passaggio, • 
Udimmo dire : o tu , a cui io drizzo 

La Toce, e che pariavi mo Lombardo, 

Dicendo issa ten ya, più non f aizzo :J 
Perch' io sia giunto forse alquanto tardo , 

Non t' incresca restare a parlar meco : 

Vedi , che non incresce a me , ed ardo. 
Se tu pur mo in questo mondo ceco 

Caduto se' di qudla dolce terra 

Latina , onde mia colpa tutta reco ; 
Dimmi, se i Romagnuoli faan pace o guerra t 

Ch'io fui de' monti là intra Urbino 

E '1 giogo , di che Tever si disserra; 
Io era ingiuso ancora attento, e chino. 

Quando 'l mio Duca mi tentò di costa ' 

Dicendo : parla tu, questi è Latino. 
Ed io, eh' avea già pronta la risposta , 

Senza 'ndugio a parlare incominciai : 

O anima , che se' laggiù nascosta , 
Romagna tua non è , e non fu mai , 

Senza guerra ne' cuor de' suoi tiranni ^ ,* 

Ma palese nessuna or yen lasciai. 
Rayenna sta, come stata è molti anni : 

L' aquila da Polenta la si cova , 

Sì che Cervia rìcuopre co' suoi yannu '^ 

La terra , che fé' già la lunga prova * , 

E di Franceschi sanguinoso muccUo, 

« te parole dell* afflitto non trovando prima nella fiamma, 
forame onde uscirne, si convertivano nel momioriò<*e fi 
la fiamma mossa dal vento. — « Mi urtò nel fianco. — » Che 
slan sempre macchinando guerra. — * Forlì che sostarne 
il lungo assedio. 



CANTO XXVtt. l«l 

Sdfto le brancHe yerdi si ritroTa. 
£ 'I Mastin Tecchio , e '1 nuoYO da Yemichio * , 

Che fecer dì Montagna il mal governo * , 

Là doTe soglion y fan de' denti succbio. 
La città di Lamone , e di Santemo 

Conduce il leoncel dal nido bianco , 

Che muta parte dalla state al Temo ' : 
E quella , a cui il Savio bagna il fianco , m 

Così com' ella sie' tra '1 piano , e *1 monte , 

Tra tirannia si rive e stato franco. 
Ora chi se* ti priego, che ne conte : 

Non esser duro più eh' altri sìa stato , 

Se il nome tuo nel mondo tegna fronte * . 
Poscia che'I fuoco alquanto ebbe rugghiato 

Al modo suo , r aguta punta mosse 

Di qua , di là ^ « poi die' cotal fiato : 
S' io credessi , che mia risposta fosse 

A persona , che mai tornasse al mondo ; 

Questa fiamma starla senza più scosse. 
Ma perciocché giammai di questo fondo « 

Non ritornò alcun , s' i' odo il vero , M 

Senza tema d' infamia ti rispondo. 
l' fui uom d' arme , e po' fui coTdi^iero ^ , 

Credendomi , sì cinto , fare ammenda : 

E cèrto il creder mìo yenìTa intero. 
Se non fosse '1 Gran prete ^, a cui mal prenda , 

Che mi rimise nelle prime colpe : 

E come e quare voglio, che m' intenda. 
Mentre eh' io forma fui d* ossa e di polpe , 

Che la madre mi die' , l' opere mie 

Non furon leonine , ma di volpe. 
Gli accorgimenti, e le coperte vie 

Io seppi tutte , e sì menai lor arte , 

Ch' al fine della terra il suono ^ uscie. 
Quando mi vidi giunto in quella parte 

' Malatesta padre, e Malatestino suo figliuolo di Rìminl, 
chiamato Mastini, perchè tiranneggiavano quella città. — 
2 Che fecer crudelmente morire Montagna. — - ' Facilmente 
muta fazione in breve tempo. — * Così il tuo nome rimanga 
lungamente in riputazione. — ^ Francescano. — ^ Papa 
Bonifazio TIII. — ' La fama della mia astuzia. 

IL DANTE. 10 



i 



140 D£LL' LN^BfllSa. 

Di mia età , dove eia^cun davri^li)^ 

Calar ì% y«ie , e racQoglier le ^fiei 
Ciò che prian^ pwi^Ya, jUl^r m* 

E pentuto , ^ popfe^ao m reiJM 9 

Ahi miser lasso! e gifQ¥)(tQ 84rebt|e, 
Lo principe de' nppYÌ Fanali » 

Avendo guerta presed a LalarHAO ^ » 

E non co' Sara«»a , qà oon Oindieìt 
Che ciascun fwoi piniico era QrMian^ » 

E nessuno era stato ^ ^wo&e^ Am« , 

Me mercatante in terra di SoktaiHk : 
Me sommo uficio , né ordini aacn 

Guardò in so, uè in me quei capestro ^, 

Che solea far i auoi dnti più wacri. 
Ma come Costantin chiese SyUveatve 

Dentro Siratti a guarir della lebbre , 

Così mi chiese questi {M^ maeatro 
A guarir della s^a superba febbre ^ ; 

DomandomuM cvwaigfio, ed io taioem» 

Perctiè le sue parole paryer ebbre ; 
E poi mi disse : tuo cuor non aospeltl : 

Fin' or t' assolvo , e tu m' insegivi lare» 

Sì come Penestrìno ìb terra setti. 
J.o Ciel poss' io serrare , e disserfare» 

Come tu sai : però som due le doavi» 

Che '1 OQÙQ autecessor non ebbe care *. 
Allor mi pinser gli argomenti gravi , 

Là 've '1 tacer mi fu avviso il peggio * : 

E dissi : Padre, da clie tu mi la^i 
Di quel peccato , ove oto cader deggio ; 

Lunga promessa axa Y attender corta 

Ti farà trionfar nell' alto seggio. 
Francesco venne poi, com'io fui morto , 

Per me : ma un de' neri Cherubini 

Gli disse : noi portar , non mi far Iorio. 
Venir se ne dee giù tra' miei meschini , 

Perchè diede *1 consiglio frodolente , ^ 

> Co* iColcmie» GbibelUni, — > L'abito di a. 
— 3 Dell* odio che egli portava ai Colonneù generato éi 
superbia. — * San Celentino che le rinunciò. — ^ Che tOMi 
peggio il tacere cbe non il parlare. 



CAUTO XXVHI. Ili 

Dal quale in qua stato gli tono a' oiM; 
Ch' assolver non> si fmò ehi bah ai peiit^ '. 

Né pentere e volere imieiiie puoflii 

Per la contraddizion che noi canfleaie. 
O me dolente ! come mi riseofifii , 

Quando mi preae , éieendoml; Ibna 

Tu non peoiari , eh* io VAoo CHti. 
A Mìnos mi portò : e quegH atiorfa' 

Otto Tolte la coda al iaaca ^«ra , 

£ , poiché per gran rabbia la «f naoria , 
Disse : questi è de* fd dai ftioeo fora e 

Perdi' io là dorè vedi , aoa parduta , 

£ sì vestito andando aù raneavo. 
Quand' egli ebbe 'i suo dir eaal aa i ap i a ta, 

La fiamma dolaMBdo m ftaii». 

Torcendo , e <ffii«tteada*l eorae agata. 
Noi passammo oltre ed ia , a '4 Daea toh. 

Su per lo scoglio ìiiifiAa in mi F altr' area, 

Che cuopre 1 fNaa , la che ai yafa fl fio 
A quei , che sccwaiftteado aByiiitaB ioanoo ', 



CANTO XXVIIf. 

Arrivano i Poeti alla nosa bolgii , é^w^mmo -pugili faeafi^ 
natorì degli scandiii , 4eUe seisaifia daMe ereslt a ia i^ana 
de' quali è lo aver divitt le «endN». £ èra iVM|^ arava 
Macometto BeiÈmm <4al Somio (4 M&am alUiu 

Chi porla mai pur oaa papcle aoiidta 
Dicer del sangae , a delle piaghe a p fi ica a, 
Ch' i' ora vidi ,' per narrar pi^ isaMe? 

Ogni lingua per certo verna mciio 
Per lo nostro sermane , e per 4a «leflle , ' 

Ch' hanno a taala ««mpreHder paca «ano ^. 

Se s' adunasse aneertHata la gente, 
Che già in su la fe rtm i ata ^ aerra 

' Seminando discordie jtra parenti o amici caricano la 
cofinenza di jgrave cdipa. — * TfarranfldteinjnroBa e andie 
più volte. — 8 Capacità. — * Soggetta a i*«Aaiino#l di for- 
tuna. 



Il) DELL' INFERNO. 

Di Paglia fu del suo sangue dolente. 
Per li Romani e per la lunga guerra» 

Che dell* anella fé' si alte spoglie. 

Come Livio scriYe, che non erra : 
Con quella, che sentio di colpi doglie i 

Per contrastare a Ruberto Guiscardo i 

£ r altra , il cui ossame ancor s* accoglie 
A Ceperan , là dove fu bugiardo 

Ciascun Pugliese , e là da Tagliacozzo, 

Ove senz' arme Tinse il Tecchio Alardo : 
£ qual forato suo membro, e qual mozzo 

Mostrasse ^, d' agguagliar sarebbe nulla 

Il modo della nona bolgia sozzo. 
Già Teggia * per mezznl perdere , o lulla , 

Com' io Tidi un , così non si pertugia. 

Rotto dal mento in sin doTC si trulla ^ : 
Tra le gambe pendevan le minugia * : 

La corata pareva , e '1 tristo sacco , 

Che merda fa di quel che si trangugia. 
Mentre che tutto in lui veder m' attacco, 

Guardommi , e con le man s' aperse il petto , 

Dicendo ; or vedi , come io mi dilacco : 
Vedi come storpiato è Maometto : 

Dinanzi a me sen va piangendo Ali 

Fesso nel volto dal mento al duffetto : 
£ tutti gli altri, die tu vedi qui, 

Seminator di scandalo, e di scisma 

Fur vivi : e però son fessi così. 
Un diavolo è qua dietro , che n' acdsma^ 

Sì crudelmente al taglio della spada 

Rimettendo ciascun di questa risma. 
Quando avem volta la dolente strada ; 

Perocché le ferite son richiuse, 

Prima eh' altri dinanzi li rivada. 
Ma tu chi se', che 'n su lo scoglio muse. 

Forse , per indugiar d' ire alla pena , 

Ch' è giudicata in su le tue accuse? 

' Qualunque degli uomini che furono in quelle batta^ie^ 
mostrasse suoi membri forati e mozzi. — > Botte. — ' Dal 
mento all' ano. — < Budella. — * Fende. 



CANTO XXVIII. 113 

Né morte 1 giunse ancor, né colpa '1 mena , 

Rispose 1 mio Maestro, a tormentarlo : 

Ma per dar Ini esperienza piena, 
A me , che morto son , conyien menarlo 

Per Io 'nfemo quaggiù di giro in giro : 

E quesl' é Ter così , com' io ti parlo. 
Più fur di cento , che quando V udirò , 

S* arrestaron nel fosso a riguardarmi , 

Per maraTÌglia obliando 1 martiro. 
Or di' a fra I>olcin dunque, che s' armi ', 

Tu , che forse vedrai il Sole in breye , 

S* egli non vuol qui tosto seguitarmi. 
Sì di Tivanda , che stretta * di neve 

Non rechi la Tittoria al Noarese , 

Ch' altrimenti acquistar non saria leve. 
Poiché r un pie , per girsene , sospese , 

Maometto mi disse està parola , 

Indi a partirsi in terra lo distese. 
Un altro, che forata avea la gola, 

£ tronco 1 naso infin sotto le ciglia , 

E non avea ^ ma eh' un' orecchia sola ; 
Restato a riguardar per maraviglia 

Con gli altri , innanzi agli altri aprì la canna , 

Ch' era di fuor d' ogni parte yermìglia, 
£ disse : tu cui colpa non condanna, 

E cui già ridi su in terra Latina , 

Se troppa simiglianza non m' inganna : 
Rùnembrìti di Pier da Medicina , 

Se mai tomi a veder lo dolce piano, 

Che da YerceUi a Marcabò dichina. 
E fa' sapere a' due miglior dì Fano, 

A messer Guido, ed anche ad Angiolello, 

Che , se V antiveder qui non é vano , 
Gittati saran fuor di lor vasdlo , 

E mazzerati presso alla Cattolica, 

Per tradimento d' un tiranno fello. 
Tra l' Isola di Cipri e di Maiolica 

Non vide mai sì gran fallo Nettuno, 

I S* armi di vivanda , si provegga di viveri. — > Cerchia- 
mento , serramento. — ' Fuorché. 

IO 



f|4 DEUi' USFfigKO. 

Non da pirati» «un 4a ieate aifloiin. 
Quel traditor, càie * «fide jpur cw» 1* Mto^ 

E ticn la terra ', che lai' ^ ^ i»£iu>« 

Vorrebbe di vaitfia «Mer 4ij|g;iiii)0 \ 
Farà venir a parlMBento jwc9 : 

Poi rara si , eh* al ¥£oto 4i FflOUY» 

Non * sarà lor meelier vqU» iiè iwkd. 
Ed io a lui : dimofitr«iM« £ 4iiJu«ra, 

Se vuoi , eh* io porM «u 4i ie fM»HiU»|, 

Chi è eolui dalia v«^U amaca 
AUor pose la ma^oaliamaKìelli 

D' un suo comiMioM, «ia teHKa|;|i 4J^er«0^ 

Gridando ; questi è 4fifyB0« e am» ^1(^ ; 
Questi, scacciato, il dubitar no/tmueis^ 

In Cesare , affenoaattdo^ die '4 i6MvaÌt# 

Sempre , con danno V aUeadcr MCfiorse-^,. 
O quanto mi pareva sbi§«ttito 

Con la Imgua tagliata mM& .aUQua 

Curio, eh' adicer fu ciiai arditoti 
Ed un , eh* avea 1' »aa £ l^ 9Uf* wau moauà. 

Levando i moocbanw '^ipArr-aMcal'oM» 

Sì che'l sangue facea JU ftcfiia jwyza^ 
Gridò : ricoimteratti^kuwcbe'del Mesca, 

Che dissi , lassai Cdy[M> hACOUfytià'^, 

Che fu 'l mal seme iter la fieutc Xosoa ; 
Ed io V* aggiunsi ; e nm^ éi ima sdùaliai: 

Perch* egli acoii»iMtendo 4uo>> jom 4MrtP 

Sen gìo , come persona 4àflU « iKta^tilu 
Ma io rimasi a rigiiw4ar ip'Citufiéo* 

E vidi cosa, eh' io avrei j^WA 

Senza più pruova <iiottii^ìa iplio^ 
Se non che coBfiàQitf»a«f»'ai«ÀQjura) 

La buona eompagpia ^dlm f miWA iw >i w l t < ^ i 

Sotto r osbcrgo del sQuIiwai jMiOf . 

' li prenominato Malatestino cicco d* ui> ocdUio. — ■IM- 
inini. — 3 Non vorrebbe mai aver ^gcduto. — * Poiché »• 
ranno sommersi dal traditore. — * Ouri# -ésA» éa Boni 
tolse a Cesare ogni dtd)bto Ai pa99ai>e4litabkMna dioisda : 
uocuil sempcr differre paratis. — ''Le braccia mozze. — 

Cosa fatta lia poi tVne . «'ag^ifiata «mù, «W 91^ «ìiDC8 
•i p aro- 



CASTO «Vili. m. 

Io vidi certo , ed ancor par eh* io '1 v^jgia^ 

Un busto senza capo andar, sì come 

Andavan gli altri 4eUa trisl#(gi:eggia. 
E 'I capo tronco tenea per le chiome, 

Pesol con mano , a^gnisa 4^ JMyeirna, 

£ quei mirava noi , e dicea : o me! 
Di «è fa«»v» A sè «|e«i»ÌMo«ra»$ 

Com'«Mer9«è, <qMìi •«, <Im é fMenuL 
Q«aiìdo éirfflo «ppièdd ponte Aie, 
Ler/^ 1 fara^o 0(0 , cott tiittala testa^ 

Per appressarne le paratie 6ue« 

Clic furo : or Tedi la pena molesta 
Tu , che spirando vaj vedendo | inprti : 
Vedi s' alenila è grande^ cgme ^iiesi^ : 

E perchè tu di me novella porti. 
Sappi, eh* f soB Bertram dsA Bornio^ quegli. 
Che diedi al Re Giovaci ma' conforti ''. 

lo feci '1 padre e *1 figlio in sé rìl)elt! ; 
Achitòfel non fé* più ^ ^hs^^om^^ 
£ di Da^id co* malvagli pi^ij^li '. 

Perch* io partii così ^untè persone , 
Partito porto il mìo cerebro, lasspl 
Dal suo principio ^, cb' è*n questo troncone. 

Così s'osserva faine lo con^rajpjmssp ^. 

' Consigli. — 2 Istiga«ioBi«j||9Ìecero iflsellare MjKAoae 
contro il suo pa4De Éwià, -r ^ Butta «riMoUa «pinate. — 
^ La legge del .ta#BW& 



^umK • •■ ! ..•..'-■ 



tia 



DELL' INFERNO. 



CANTO XXIX. 

ARGOMENTO. 

Giunto il poeta nostro sopra il ponte cbe Mo p ra ato f» alla 
decima bolgia, sente diversi lamenti de' tristi e hàaarj al- 
cfaimisti che in quella erano puniti ; ma per lo bolo deO* 
aere non avendo potuto vedere sdcuno^disoeso di là 
dal ponte lo scoglio, vide che essi erano emodati da In- 
finite pestilenze e morbi. Tra questi introduce a parlar 
GrìfTolino d* Arezzo e Capocchio da Siena. 



La molta gente , e le diverse piaghe 
Avean le luci mie sì inebriate. 
Che dello stare a piangere eran vaghe : 

Ma Virgilio mi disse : che pur guate? 
Perchè la vista tua pur si soflblge * 
Laggiù tra l' ombre triste smozzicate? 

Tu non hai fatto sì all' altre bolge : 
Pensa y se tu annoverar le credi. 
Che miglia ventidue la valle volge : 

E già la Luna è sotto i nostri piedi : 
Lo tempo poco omai, che n' è concesso» 
Ed altro è da veder, che tu non vedi. 

Se tu avessi , rispos' lo appresso , 
Atteso alla ca^on perch' io guardava. 
Forse m' avresti ancor lo star dimesso *• 

Parte ^ sen già : ed io retro gli andava , 
Lo Duca già faccendo la risposta, 
E soggiungendo : dentro a quella cava, 

Dov* io teneva gli occhi sì a posta , 
Credo eh' un spirto del mio sangue pianga 

, La colpa ^, che laggiù cotanto costa* 

AUor disse *\ Maestro : non si franga ' 
Lo tuo pensier da qui innanzi sovr* elio ; 
Attendi ad altro : ed eì là si rimanga; 

(}V to ^i4i luì appiè del ponticello 

• * Si affissa e qoasi si appoggia. — » Permesso, 
to. — * Di seminar discordie. ' 



■m^ 



— sintiB- 



CANTO l^XIX. W 

Mostrarti , e minacdar forte col dito ^ 

£ udii nominar Geri del Bello. 
Tu eri allor si del tutto impedito 

Sovra €olui , che già tenne Altaforte, 

Che non guardasti in là, ^ fu partito. 
O Duca mio , la Tiolenta morte , 

Che non gli è vendicata ancor, diss' io i 

Per alcun , che dell' onta sìa consorte ', 
Fece luì disdegnoso : onde sen ^o 

Senza parUrmi , sì com' io stimo : 

Ed in ciò m' ha ei fatto a sé più pio >. 
Così parlammo insino al luogo primo. 

Che dello scoglio ^ Y altra valle mostra , 

Se più lume vi fosse, tutto ad imo. 
Quando noi fummo in su V ultima diiostra 4 

Di Malebolge, sì che i suoi conversi ^ 

Potean parere alla veduta nostra. 
Lamenti saettaron me diversi , 

Che di pietà ferrati avean gli strali : 

Ond' io gli orecchi con le man copersi. ; 

Qual dolor fora ^, se degli spedali 

Di Yaldichiana tra '1 lugfio e'I settembre, 

E dì Maremma , e di Sardìgna i mali t 

Fossero in una fossa tutti insemhre 7 : 

Tal' era quivi : e tal puzzo n' usciva , 

Qual suole uscir dalle marcite membro. 
Noi discendemmo in su l' ultima riva 

Del lungo scoglio, pur da man sinistra, 

Ed allor fu la mia vista più viva , 
Giù ver lo fondo dove la ministra 

Dell' alto Sire , mfallibil giustizia , 

Punisce i falsator, che qui registra; 
Non credo, eh' a veder maggior tristizia 

Fosse in Egina il popol tutto infermo , 

Quando fu l' aere sì pien di malizia , 
Che gli animali infino ài pìcciol vermo 

Cascaron tutti ;.e poi le genti antiche, 

' Alcuno della nostra famiglia. — >Miha mosso più a 
pietà. — ' Dallo scoglio. — * V ultima chiusa valle. — 
^ Abitanti , o 8econdo.aUri ; termini. — « Sarebbe. ^ ^ In- 
(deme. -- 



Itt DELL* dPSUO. 



Secondo che i pMti Imum p&t 
Sì ristorar di seme di foraiidM; 

eli' era a veder per qnclfai 

Languir gli spirù per divene bkfceJi 
Qiial sovra M veotra, e qiial levni lei 

L' un dell* altro giacea, e qtial 

Si trasmutava * per lo trnloeallB. 
Passo passo andavam icniA 

Guardando , ed asoottando 

Che non potean levar le ler 
Io vidi duo sedere a lè pogg^tit 

Come a scaldar f'app^gyi (eggbi 

Dal capo ai pie di ecUasEe ^ Bacaliti : 
E non vidi giammai meBare etreggMi * 

Da ragazao aqirttalo dai dgwMio , 

Né da colui , die ani valaitier veuM^t 
Come ciascun menata apesio il 

Dell* unghie sovra sé per la 

Del pizzicor, che boa ha pia 
E si traevan giù r oaglue la 

Come coltel di scardava le 

O d* altra peeoe, che fik ftarghef 
tu , che con le diU fi dleoM^e , 

Cominciò *1 Duca e^o a «a di fera, 

£ che fai d' esae talvoUa foui^, 
Dimmi , s* alomi Lafliae è tra eaetoro , 

Che son quiuc^ enCro , ae ^ 1* oagjhb li fumi 

Etemahnente a coitesto lavora. 
Latin Sem noi, che tu wtfSL ik gvaili 

Quiameudue, rispose f «a piaageadot. 

Ma tu chi se*, che di noi démaadaali ? 
E '1 Duca disse : io aon an , «ftie diseeada 

Con questo vive giù di haiao ia tnteo, 

£ di mostrar f loliBmo a lai latedo. 
Allor si ruppe lo comna rincalBO , 

E tremando ciaseimo a eoe ti volse 

Con altri , che T wfiren di rfcaiialzo. 
Lo baott lfaefl|j*oa me tatto s* accolse 

> MucchL — 3 Di giacente faoevaii CKipone. — > Gr«|i 

boUn pà soccate. — * Sti-edia. — ' Co?;. 



CAMltl XXIX. tra 

Dicendo ; di' « kv «io, el» In wali ? 

Ed io incominciai» pMCÌa«b*4il vcAm ! 
Se la vostra memoria non s' imboli ' 

Nel primo mondo dalf umane menti , 

Ma s' ella viva soUo W)>ltt MI» 
Ditemi chi voi siete', e di che genti : 

La Tostra sconcia » <l»t»4M»l»fm>a 

Di palesarvi a me non vi spaventi. 
l^fm^ Ajmxm, MiAÌItoredaSlena, 

MfMMfim, ni fe^ meHére al fVKMX? ; 

Kbk q«el », per^h* io m%rr« ((ul iuma mi w^M. 
Yi^' è ch'aio dts92 s^ N |t«rlM4o^4 giii9«(^» 

lo ««^saprei Wt^t p«r r ai9r0«ir«lo ; 

f, quei,, eh' avea vagbeua ^^ • teM» poeo , 
yoU(^» ^b' i^Sti nostrassi r arie, e Mie , 

Pef^^ lot noi ieei Dedale, mi fece 

Ardere a tal , che V avea per figJliuQla : 
Ma neir ultima bolgia delle diece 

Me per alchimia, clie ne^ mondQ usai j^ 

Dannò Minos , a cui fallir i^Qn lece^ 
Ed io dissi al Poeta : or fu (^awoaai 

Gente sì vana *, come la sanesa ? 

Certo non la franeesca sì d* assaì^ 
Onde r altro lebbroso, che m* intes». 

Rispose al detto mia : traaae lo SlriPQi^ 

Che seppe far le temperate spese, 
E Niccolò, che la costuma ricca 

Del garofano prima discoperse 

Neir orto , dove tal seme s* appicca ' ; 
E tranne la brigata, in che disperse 

Caccia d' Ascian la vigna ^ e la gran (KQI9^^ 

£ l'Abbagliato suo senno profer^^ 
Ma perchè sappi, chi sì ti seconda 

Centra i Sanesi , aguzza ver me Y QCd^lÙQ, 

Sì che la faccia mia ben ti risposa ; 
Sì vedrai , eh' io son 1* ombra di Capoc;^^ ,, 

Che falsai li metalli qoq a^higpis^, 

1 Così la vostra memoria non s' involi , non si perda. -> 
* Motivo. — 3 Curiosftà. — * Di poco senno. — 5 inventò a 
Siena l'usanza di met^ garofani ne* fagimif. 



l 



120 D£LL' INFERNO. 

E ten dee ricordar, se ben t* adoccliio, 
Com' io fui di natura buona scimìa '. 



CANTO XXX. 

ARGOMENTO. 

Tratta il Poeta in questo trenteamo canto di tre altn iMh 
niere di falsificatori. Di quegli cb* banno finto iè e— i 
altri ; la cui pena è di correre e di morder coloroche 
banno falsificate le monete , che sono della seconda ma- 
niera; ed hanno per pena 1* essere idropici e semiire sti- 
molati da sete. L* ultima è di coloro die banno faUficato 
il parlare : e questi giacendo 1' uno sopra r altro, Wio 
offesi d* ardentissima febbre. Infine introduce a conten* 
dere insieme uno maestro Adamo , e Sinone da Troia. 

Nel tempo , che Giunone era crucciata 

Per Semelè centra '1 sangue tebano. 

Come mostrò già una ed altra fiata; 
Atamante divenne tanto insano , 

Che Teggendo la moglie con due figli 

Andar carcata da ciascuna mano , 
Gridò : tendiam le reti , sì eh' io pigli 

La lionessa, e i lioncini al varco ; 

E poi distese i dispictati artigli, 
Prendendo Y un , eh' avea nome Learco , 

E rotollo , e percosselo ad un sasso , 

E quella s' annegò con l' altro incarco : 
E quando la fortuna volse in basso 

L' altezza de' Troian , che tutto ardiva , 

Si che 'nsieme col regno il Re fu casso, 
Ecuba trista , misera e cattiva , 

Poscia che vide Polisena morta, 

E del suo Polidoro in su la riva 
Del mar si fu la dolorosa accorta , 

Forsennata latrò , sì come cane ; 

Tanto dolor le fé' la mente torta. 
Ma né di Tebe furie, né Troiane 

* Buono imitatore. , ' 



CANTO XXX. llt 

Si vider mai in alcun tanto crude, 

Non punger bestie, non clie membra mnane, 

Quant' io Yidi in due ombre smorte e nude , 
Che mordendo correyan di qud modo, 
Che '1 porco, quando del pordl si schiude. 

L' una giunse a Capocchio , ed in sul nodo 
Del collo ' r assannò, sì che tirando 
'Grattar gli fece il Tentre al fondo sodo. 
'E r Aretin, che rimase tremando , 

Mi disse : quel folletto è Gianni Schicchi , 
E Ta rabbioso altrui così conciando. 

Oh , diss' io lui , se 1* altro non U ficchi 
Li denti addosso , non ti sia fatica 
A dir chi è, pria che di qui si spicchi. 

Ed egli a me : queir è Y anima antica 
Di Mirra scellerata, che divenne 
Al padre, fuor del dritto amore, amica. 

Questa a peccar con esso cosft Tenne , 
Falsificando sé in altrui forma , ^i' 
Come r altro, che 'n là sen ya, sostenne ', 

Per guadagnar la donna della torma ^ , 
Falsificare in sé Buoso Donati, 
Testando , e dando al testamento norma. 

E poi chei due rabbiosi fur passati, 
Sovra i quali io avea l' occhio tenuto, 
Rivolsilo a guardar gli altri mal nati. 

r vidi un fatto a guisa di liuto , 
Pur eh* egli avesse avuta Y anguinaia 
Tronca dal lato , che l' nomo ha forcuto-^. 

La grave idropisia, che sì dispaia 
Le membra con Tumor, che mal converte ^,' 
Che *1 viso non risponde alla ventraia , 

Faceva lui tener le labbra aperte, 
Come r etico fa, che per la sete 
L' un verso *1 mento , e l' altro in su riverte. 

' Quell* osso cartilagine che il vo^o chiama il pomo di 
Adamo, ma piuttosto : « là ove il cervd s'aggiunge colla 
nuca. > — * Tolse rimpegnd di contraffare Buoso Donati. 
«- 3 Nomeadella cavaU^ promessa da Simon Donati. — < Se 
Il suo corpo fosse séiAo.limMo presso Tinforcatura delle 
wscie. — ^ In cattiva njiNttn converte. 

U 



192 



ocurianiso. 



O Toi , che senza 

E IK)lkf*MI|NRÌlèyMÌ 

Di>s' egli a Mi 
Alla miseria ààk 

JoebbiYif«aMatéic|iiel tWi^mSi,, 

Ed ora , lasa»l ui gftCcWl # 
Li ruscelletti, cbe é^ midi coMÉ 

Del Casentiii cUarwidtit ginin in , 

Facendo i lor canali e IMil e i 
Sempre mi ntiMn jfiMfri, • 

Che rìmmagtnetor vift 

Che '1 male, OBETit mA 
La rigida giustizia ^jehe aii irog^ ' ; 

Tragge cagion del laofo» oV if» ] 

A metter più gli mm taspiri * in 
Ivi è Romena, là dov' io fidsai 

La lega suggellata del Batial» ^ , 

Perch' io il corpo suso ano Ufidai. 
Ma s' i' vedessi qui V asina triata 

Di Guido, o d' Alessandro, o di lar firaÉa \ 

Per fonte. Branda & non darei la ^isla. 
Dentro ci è l'una già , se T arrabbiata 

Ombre , che vanno intorno dicon veto : 

Ma che mi vai , cb' ho le membra kguta? 
S' io fossi pur di tanto ancor leggiero» 

Ch' io potessi in cent' anni andare uà.' <»cia^. 

Io sarei messo già per lo senliero. 
Cercando lui tra questa gente sconciai» 

Con tutto eh' eUa volge undici miglia, 

E men d'un mezzo di traverso non d ha. 
Io son per lor tra sì fatta famiglia : 

Ei m' indussero a battere i fiorini, 

eh' avevan tre carati di mondiglia. 
Ed 10 a lui : chi son li due tapini. 

Che fuman, come man bagnata il verno. 

Giacendo stretti a' tuoi destri confini? 

> Bii punge, mi tormenta. — > Farmi sospirar pi&apoM. 
>- 3 II fiorino d'oro che aveva da una parto S. Giovsinl 
Battista, e dall' altra un fiore di gigOo. — * FnfijBa — 
^ Limpida fonte del Casentino. — < Ita duodecima parta 
del braccio. 



CiHTO X13L ^ ^ ilS 

Qui li trovai, e poi volli aos ékam '; 

Rispose, 

E non credo , 
L* una è la falsa , 

L'altro è 'Ifals». 

Per febbre acuta ^fciM 
ETundilor, dbematoèM 

Forse d' esser nomate «I i 

Col pugna gli i^amtòVtti^'apmA ^ z 
Quella sonò , come foi8e 

£ mastro Adamo 

Col braccio suo , cìmi mm yarwr «mb 4mf^ 
Dicendo a lui : ancor dbei 

Lo muover, forie 

Ho io il braccio a Uà 
Ond' ei rispose : ^ìmi^i 

Al fuoco *, nm r«m ta 

Masìepiùr«iMf«i 
ET idropico : tu di' var« 

Ma tu non fosti sì ver testimonio , 

Là *ve del ver fosti a Troia richiesto. 
S' io dissi falso , e tu ialsasti 'J 4001110, 

Disse Sinone , e son qiii per \m fafio ; 

E tu per più , eh' alcun altro dimonio ^ 
Ricorditi , spergiuro , dd cavallo, 

Biliose ^lùei^ cb' amiva infiala T «^pa ; .. 

£ siett «00 ^ che Mit# liMWMtoMlha. / V 

IlissellCrfeQe, k tif^giia, € f «CifiA «arda, 
Clw 'lifnAreìnnauà^wctà ìAf assk^ 7. 

Allora il nRvnetier : 00^ si squarda 
La bocca tua a parlar jaaal, joamesuaiti 
Che s' io ho fi6te,«dttiiMMr ma cki£Mcia« 

Tu hai r arsura , e '1 capo che ti daakj 
E per leccar lo specchio di Narci&Miy 
Non vorresti a invitar molte parate. 

> Non si mosMoa. — ' fftaio puraolmta. — ■!« fnieia 
dura , e inferma seoondeaUri. — ^ Al flu|ipii^ie dd < « o — . 
— ^ Dannato. — ® Amaro, cruccioso. — ' Ti fa impedimento 
innanzi ji^ occhi 8à«iie«an fiuii*irodiv le oltre tue mem- 
bra. 



124 DELL' INFERNO. 

Ad ascollarli er' io del tutto fisso. 
Quando '1 Maestro mi disse ; or pur min , 
Che per poco è, che teco non mi risso. 

Quand' io 'i senti' a me parlar con ira , 
Volsimi Terso lui con tal Tergogna » 
Ch' ancor per la memoria mi si gira. 

E quale è quei che suo dannaggio sogna , 
Che sognando desidera sognare, 
Sì che quei eh' è, tome non fosse , agogna , 

Tal mi fec' io non potendo parlare , 
Che disiava scusarmi , e scasava 
Me tuttavia, e noi mi credea fiire. 

Maggior difetto men vergogna lava , 
Disse '1 Maestro , che 1 tuo non è stato : 
Però d' ogni tristizia ti disgrava : 

E (a' ragion ', eh' io ti sia sempre allato. 
Se più awien , che fortuna t' accogUa , 
Dove sten genti in simi^iante piato * : 

Che voler dò udire è bassa voglia* 



CANTO XXXI. 

ARGOMENTO. 

Discendono i Poeti nel nono cerchio, distinto in quattro 
giri , dove si puniscono quattro specie di traditori t ma 
in questo canto Dante dimostra solamente che trovò din- 
tomo al cerchio alcuni giganti; tra quali ebbe con- 
tezza di Nembrot, di Fialte e di Anteo; da cui furono 
ambi calati e posti giù nel fondo di esso cerchio. 

Una medesma lingua pria mi morse , 
Si che mi tinse V una e 1' altra guancia , 
E poi la medicina mi riporse : 

Così od' io che soleva la lancia 
D' Achille e del suo padre esser cagione 
Prima di trista, e poi di buona mancia^. 

Noi demmo '1 dosso' al misero vallone 

* Conto. — ' Litigio : qui chiassata. — ^ Di ferita e di ri- 
medio. 



CANTO XXXI. 125 

Sa per la ripa, che *] cinge dintorno , 

Attraversando sènza alcun sermone. 
Quivi era men che notte, e men che giomo » 

Sì che 1 viso ' m' andava innanzi poco : 

Ma io senti' sonare un alto corno , 
Tanto eh' avrebbe ogni tuon fatto fioco , 

Che contra sé la sua via seguitando 

IMrizzò gli occhi miei tutti ad un loco ' : 
Dopo la dolorosa rotta , quando 

Carlo Magno perde la santa gesta ^, 

Non sonò A terrìbUmente Orlando. 
Poco portai in là volta la testa , • 

Che mi parve veder molle alte torri : 

Ond' io ; Maestro, di', che terra è questa ? 
Ed egli a me : però che tu trascorri 

Per le tenebre troppo dalla lungi , 

Avvien che poi nel maginare aborri 4. 
Tu vedrai ben , se tu là ti congiungi, 

Quanto '1 senso s' inganna di lontano : 

Però alquanto più te stesso pungi ^. 
Poi caramente mi prese per mano, 

£ disse : pria che noi siampiù avanti. 

Acciocché '1 fatto men ti paia strano. 
Sappi che non son torri, ma giganti, 

E son nel pozzo intorno dalla ripa 

Dall' ombelico in giuso tutti quanti. 
Come quando la nebbia si dissipa , 

Lo sguardo a poco a poco raffigura 

Ciò , che cela 1 vapor, che 1' aere stipa : 
Così forando l' aura grossa e scura. 

Più e più appressando inver la sponda, 

Fuggimmi errore, e crescemmi paura : 
Perocché come in su la cerchia tonda 

Montereggion di torri si corona ; 
. Così la proda, che '1 pozzo circonda , 
Torreggiavan di mezza la persona 

Gli orribOi giganti , cui nunaccia 

> La tista. — * Drizzò tutti ad un luogo gli occhi mici 
I quali tacevano la stessa via dd suono ma contro di lui. — 

* L'impresa di cacciare i Morì dalla Spagna. — ^ Eni. — 

* Affretta il passo. 

II. 



Ite DELL' ilfPERNO. 

GioTe del cielo aaoera, <|««ad*tu<Hyt. 
Ed io scorgeva già d* aìouM k laooift « 

Le spalle, e'I petto, e<del ventile 

E per le coste già mah^ te èmocia. 
Natura certo , quando iasoiò i* m^ 

Di sì fatti anÌBMiliv -Msai fe* Imm , 

Per tor cotali «sooatorì m Jtute 2 
E s'ella d' eleianU e dt k»knt 

Non si pente , chi guarda 1 

Più giusta e più disoreta ia ne 
Che dove l' argomento della nente < 

S' aggiunge al mal- Tokxe« ed atta {tossa, 

Nessun riparo yì può farla geale. 
La faccia sua mi parea kinga e ^oasa. 

Come la pina di saa Pieire a fiena; 

Ed a sua proporzÌMie ermkì* aUr'oflea; 
Sì che la ripa , eh* era perisoma * 

Dal mezzo in giù, «e flMStraFat>ea tanla 

Di sopra, che digiui^eoealla dhieaia 
Tre Frison s*aYeria& dato «lal i»iii» : 

Peroccli* io ne vedea treaiagnua patari 

Dal luogo in giù, dov' «au «* affiUiia *ì mvÈÈ/L 
Rafel mai amech zabiiOùm \ 

Cominciò a gridar la fiera itooca. 

Cui non si conTeaieii più dAkà^aian. 
E *1 Duca mio ver Jmì : aDÌaa acMoca^ 

Tienti col corno , e con^tiel 

Quand' ira , od lààm passias H 
Cercati al collo , e toavetai la aa|$a *, 

Che '1 tien legato, anima «miaM, 

E vedi lui cbe 'J gran petto (i daga ^• 
Poi disse a me : egH fiÉeea»«' accusa -: 

Questi è NembrotI», per ia lOtii nai 

Pure un linguaggio «ei:Bioa<laaDa«'i 
Lasciamlo stare , e boh ^arliaaia a vi» i 

Che così è a lui ciasciia liqgBaggia^ 

' La forza dell' ingegno. — ^11 colU» ad i)0Z2i»«hcfi;r- 
viva ai Giganti coinè di calzonu — ^ Guaezoltuglip 4i4ia« 
gìiaggi fatto ad artc> e senza si^iificato. — ^Cocce^gia. ^ 
^ 11 Fascia. — ^ Malvagio pensiero. 



CAKTO KXXE. m 



Come *I suo ad altrui^ -cAi' a 
Facemmo adunque )iià 

Volli a siiìi6tn,«4 aAtiHT'ir 

Trovammo 1* a^ cassai firn ^re « i 
A cinger lui (piai cfae €Mse M 

Non so io dir : ma ei 

Dinanzi 1* altro *, e 
D' una cateM^ <ifae '1 tonesa airvwto 

Dal collo in già, ai oIm ^«n 

Si ravvolgeva iute 
Questo superbo vtttt* 

Di sua poleagaoontoa % ■nini ìGèmt^ 

Disse '1 mio Oaea, mt9^ ^ èa mM «lieiU 
Fialte ha nome : « feoek ^ean fHWve 

Quando i giganti fior famm^lilfi :: 

Le braccia , eh' ei ineiiè^ giaaMma «kai 
Ed io a lai : «'.easer puofte, ioiiarfei. 

Che dello smÉBiirati» Briafre» 

Esperienza avesser ^ ««dii mìei : 
Ond' ei rispoae : itii ^Fadrai kwkm 

Presso di )f«, «be fMla, «A è 4iseiotfti» , 

Che ne porrà ad imtùoJBt agni «eo^. 
Quel, che tu vuoi veder fiii 4à«è smM», 

Ed è legato , e ità^-ùBam tfot^ , 

Salvo die più ferooe'par sd wéÈm, 
Non fu tremuoto già tanta fubesle. 

Che scotesse una torre«iMl iaiie^ 

Come Falle a scuotersi fti ^^losla. 
Allor temetti più che mai, la morie, 

E non V era mesiOer più che la dotta * 

S* io non avessi viste le ritorte. 
Noi procedemmo più avanti allotta, 

E venimmo ad Anteo , che ben cinqu* alle ^ 

Senza la testa uscia fuor della grotta. 
O tu , che nella fortunata valle , 

Che fece Scipion di gloria reda^, 

Quand' Annibai co* suoi diede le spalle » 

• Maggiore. — ' Il braccio sinistro. — ' D'ogni male , 
dell' inferno. — * Paura. — * Misura che equivale ad un 
metro e 19 centimetri. — ^ Lo mise in possesso di gloria. 



m- D£IX' INFUMO. 



Secondo che i poeti Imoiio per 
Si ristorar dì seme dì fomùeùe; 

Ch' era a veder per quella nacwm TaHt^ 

Languir gli spijii per di vene bkèeJi 
Qual sovra M ventre, e qua! lOTia lei 

L' un dell* altro giacea, e qual 

Si trasmutava ' per Io 
Passo passo andavam : 

Guardando , ed asoottamio fjà^mmà^. 

Che non potean levar le lar persene. ^ 
Io vidi duo sedere a sé poggiati. 

Come a scaldar a* appese^ tegghia a teggMa , 

Dal capo ai pie di achiasae ^ aiacalati : 
E non vidi giammai meaare elreggbia ^ 

Da ragazaoatqpcttato dal rigooFeo , 

Né da colai, dio Mal valntier ie||gl4a« 
Come ciascun menava efesio il 

Dell' unghie sovra sé per te 

Del pizzicor, die «mi ha péà 
E si traevan giù f mt^jlM te aeililrf» , 

Come coltel di scardola le tca^fNe, 

O d* altro peaoe, che pifr lar^ f ddria. 
tu , che con le dita II dtimag^e , 

Cominciò '1 Duca mio a «m df lort , 

£ che fai d' esse taKoHa t a aag f U o, 
Dimmi , s* alesa Lalioo è (ra «oatoio , 

Che son quinc* enAro , «e ^ T vaglia tf hutì 

£ Iemalmente a «olesCo Irroro. 
Latin Sem noi, che tu wt&L A gaasfi 

Quiamendue, rispose f «a piaageadot. 

Ma tu chi se*, che di noi ^HoMidaili ? 
E *1 Duca disse : io eoa an , die diacea do 

Con questo vivo giù di hateo ia tjalao, 

E di mostrar K loferao a lai laleado. 
Allor si ruppe lo eoiaaa rincalBO, 

E tremando ciasemio a me ci vdae 

Con altri , che f a^yron di rìiabalio. 
Lo baoa Maeslvoa Bke tatto 6* accolso 

' Mucdà. -- 2 Di giacente facciali ea{!poDe. — 'C!roilt 

bolle pà srneate. — * Stredia. — * Co?:. 



Oàmo xKiX. tra 

Dicendo; di' «)^r^, elMla vii«ii : 

Ed io incominciai, pMcia iih*4il vcAm ! 
Se la vostra menoorìa non s' imboli ' 

Nel primo mondo dalP umane menti , 

Ma s' ella viva soUa hk^H MI, 
Ditemi chi voi siete', e di che genti : 

La vostra sconda f fciiMiém^yMìi 

Di palesarvi a me non vi spaventi, 
la fui di^ Ajmu^f Mi ABtor» da Siena, 

MapaMÌTiiB, nlle^meHérea} AiaeQ ; 

Mi q«el », pc«^* io «mrT^ ((ul 1100 oit W^M. 

lo Itti saprei levdr p«r r adra « iruto ; 

£ qtiei,. eh' avea vagbeuA \ • seM» poeo , 
YoUf^A ^h' iasti nostrassi V arie, e solo , 

Pwàk*' i0k mh ied Dedala, mi fece 

Ardere a tal , che 1* avea per fig^UiXOlQ : 
Ma neir ultima bolgia delle diece 

Me per alchimia , che ne^ mòndQ usai j^ 

Dannò Minos , a cui fallir imo lece^ 
Ed io dissi al Poeta : or fu giawQMÀ 

Gente sì vana *, come la sanesA ? 

Certo non la Francesca si d* assale 
Onde y altro lebbroso, che m' ìntes»^ 

Rispose al detto mio : traane lo SlriPCii» 

Che seppe far le temperate spese, 
E Niccolò , che la costuma ricca 

Del garofano prima discoperse 

Neil* orto , dove tal seme s* ap(^cc% ' ; 
E tranne la brigata, in che disperse 

Caccia d* Ascian la vigna ^ e la gran fronda ^ 

£ l'Abbagliato suo senno proferiie^ 
Ma perchè sappi , chi si ti seconda 

Contra i Sanesi, aguzza ver meT QCi;hÌQf 

Si che la faccia mia ben ti risponda ; 
Si vedrai , eh' io son 1* ombra di Capocchio, tt 

Che falsai li metalli cona^chum, 

1 Così la vostra memoria non s' involi , non si perda. — 

* Motivo. — 3 Curiosità. — * Di poco senno. — 5 Inventò a 

Siena l'usanza di mettgr garofani ne* fagiani. 

• ♦ 



120 DELL' INFERNO. 

E ten dee ricordar, se ben t' adoccliio, 
Com' io fui di natara buona scimia '. 



CANTO XXX. 

ARGOMENTO. 

Tratta il Poeta in questo trentesimo canto di tre altre ma« 
niere di falsiticatorì. Di quegli cb* hanno finto so enera 
altri; la cui pena è di correre e di mordw colorocfae 
hanno falsificate le monete , che sono della seconda ma- 
niera; ed hanno per pena 1* essere idropici e sempre sti- 
molai da sete. L* ultima è di coloro che hanno falsificato 
il parlare : e questi giacendo V uno sopra 1* altro, Wo 
offesi d* ardentissima febbre. Infine introduce a conten- 
dere insieme uno maestro Adamo , e Sinooe da Troia* 

Nel tempo, che Giunone era crucciata 

Per Semelè contra '1 sangue tebano. 

Come mostrò già una ed altra fiata; 
Atamante divenne tanto insano , 

Che Teggendo la moglie con due figli 

Andar carcata da ciascuna mano , 
Gridò : tendiam le reti , sì eh' io pigli 

La lionessa, e i lioncini al varco ; 

E poi distese i dispictati artigli, 
Prendendo 1* un , eh* avea nome Learco, 

E roteilo , e percosselo ad un sasso , 

E quella s' annegò con 1* altro incarco : 
E quando la fortuna volse in basso 

L' altezza de' Troian, che tutto ardiva, 

Si che 'nsieme col regno il Re fu casso, 
Ecuba trista , misera e cattiva , 

Poscia che vide Polisena morta, 

E del suo Polidoro in su la riva 
Del mar si fu la dolorosa accorta , 

Forsennata latrò , sì come cane ; 

Tanto dolor le fé* la mente torta. 
Ma né di Tebe furie, né Troiane 

* Buono imitatore. ; ' 



CANTO XXX. llt 

Sì vider mai in alcun tanto crude, 

Non punger bestie, non che membra mnane, 

Quaùt' io Tidi in due ombre smorte e nude , 
Che mordendo correyan di qud modo. 
Che '1 porco, quando del porcil si schiude. 

L' una giunse a Capocchio , ed in sul nodo 
Del collo ' r assannò, sì che tirando 
'Grattar gli fece il Tentre al fondo sodo. 

E r Aretin, che rimase tremando , 
Mi disse : quél folletto è Gianni Schicchi , 
E Ya rabbioso altnii così conciando. 

Oh , diss' io lui , se 1* altro non U ficchi 
Li denti addosso , non ti sia fatica 
A dir chi è, pria che di qui si spicchi. 

Ed egli a me : queir è Y anima antica 
Di Mirra scellerata, che diTenne 
Al padre, fuor del dritto amore, amica. 

Questa a peccar con esso così Tenne, 
Falsificando sé in altrui forma , ^>' 
Come r altro, che 'n là seuTa , sostenne *, 

Per guadagnar la donna della torma ^ , 
Falsificare in sé Buoso Donati, 
Testando , e dando al testamento norma. 

E poi chei due rabbiosi fur passati, 
Sovra i quali io avea Y occhio tenuto , 
RiTolsilo a guardar gli altri mal nati. 

r vidi un fatto a guisa di liuto , 
Pur eh' egli avesse avuta l' anguinaia 
Tronca dal lato , che l' nomo ha forcuto-^. 

La grave idropisia , che n dispaia 
Le membra con l'umor, che mal converte ^,* 
Che i viso non risponde alla ventraia , 

Faceva lui tener le labbra aperte. 
Come r etico fa , che per la sete 
L' un verso '1 mento , e l' altro in su riverte. 

' Quell* 0960 cartilagine che 11 volgo chiama il pomo di 
Adamo f ma piuttosto : « là ove il cervd s'aggiunge colla 
Quca. > — * Tolse l'impegno di contraffare Buoso DonatL 
«- ' Nomeadella cav^ promessa da Simon Donati. — < Se 
S suo corpo fosse sàia. Ìrkioo presso Tinforcatura delle 
«osde. — ^ In cattiva njiNttn converte. 

U 



m dell: iBruso. 



O Toi , che senza 

E Iiaikf*MI|NRÌlè,MÌ 

Diss' egli a MI 
Alla miseria ààk 

lo ebbi yi^^ Moti ékqpÈiBà chTIT lilfi,^ 

Ed ora , lasa»l Ui gftCcM # 
Li ruscelletti, cbe é^ midi coMÉ 

Del Casentiii cUarwidtit ginin in , 

Facendo i lor canali e IMilei 
Sempre mi ntiMn inoMcn, • 

Chèrimmaginetor vift piai 

Che M male, ewl'it M& lelÉ» vi 
La rigida giustizia » jehe aii irog^ ' ; 

Tragge cagion d«t laofo» «y i» peccai , 

A metter più gli mki lospiri * Ui f«0i. 
Ivi è Romena, là dov'io tiàsak 

ha lega suggellata del Batial» ^ , 

Perch* io il corpo suso ano Useiai. 
Ma s* V vedessi qui l' asina triata 

Di Guido» o d' Alessandro» o di lar firaèa \ 

Per fonte. Braada & non tedi la ^isla. 
Dentro ci è Tuna già , se l' arrahbiakA 

Ombre , che iranno intorno dico» TeiQ : 

Ma che mi Tal , eh' lio le memlurakgiite? 
S' io fossi pur di tanto ancor leggiera» 

eh' io potessi in cent' anni andare ub.' oicia^» 

Io sarei messo già per lo senÉlero, 
Cercando lui tra questa gente sconcia» 

Con tutto eh' elk Ywige undid migMa, 

£ men d'un mezzo di traverso non àha. 
lo son per lor tra sì fatta famiglia : 

Ei m' indussero a battere i fiorini» 

eh' avevan tre carati di mondi^. 
Ed IO a lui : chi son li due tapini» 

Che fuman, come man bagnata il Temo, 

Giacendo stretti a* tuoi destri confini? 



> Bii punge, mi tormenta. ^ ' Farmi sospirar 
— 3 II fiorino d'oro che a^eva da una parte S. Giovanfll 
Battista , e dall' altra un fiore di gigOo. — * Fratote. — 
^ Limpida fonte del Casentino. — « Ita duodecima parte 
del braccio. 



CiUflO XUL ilS 



Qui li trovai, e poi volili 

RisiKxse, 

£ non credo , 
L* una è la falsa. 

L'altro è'] fals» 

Per febbre acuta ^itte 
ETundilor, dbematoèM 

Forse d' esser nomate «I i 

Col pugna gli feroiMer<«|p«^Dniia^ 
Quella sonò , come foi8e 

£ mastro Adamo 

Col braccio suo , cìmi «mi ytrwr «mb 4wf^ 
Dicendo a lui : ancor dbe«MÌft Èsito 

Lo muover, peti» mamàn^^bt^ soni 

Ho lo il braccio a Uà 
Ond* ei rispose i^fmmàt 

Al fuoco *, mm r«t«i ta 

Ma sì e più r«iMf« 
E r idropico : tu di' var« 

Ma tu non fosti sì ver testimonio , 

Là 've del ver fosti a Troia richiesto. 
S' io dissi falso , e tu ialsasti 'J tmo^ 

Disse Sinone , e son qui periin fatto ; 

£ tu per più , eh' alcun altro dimenio ^ 
Ricorditi , spergiuro , dd cavadk», 

fii^lKMe quei« cb* amva infiata T «^pa i . 

IMsaelIGfei», la lUf^giia, € f «eifiA «arda, 

Clw'lifnAreinmB^aoetài&f ass^c^ 7. 
Allora il noMftier : oo^ si squarcia 

La bocca tua a pariar mal, 4)oine4Hiolf ; 

Che s' io ho aete^^dunMur «ù cki£Mcia« 
Tu hai r arsura , e '1 capo che ti àaakj 

E per leccar lo specchio di Narci&Miy 

Non vorresti a invitar malte parale. 

> Non si moMBD». — ' Wmmo paraolmta. — 'laf wci a 
dura, e inferma secaodoaUri. — * Alwippiirie ddiaaaa. 
— * Dannato. — « Amaro, cruccioso. — ' Ti fa impedimento 
ìanamEÌ^ ocèki tt€ha«an fmolCwtìàitt letaltre tue mem- 
bra. 



124 



DELL' INFERNO. 



Ad ascollarli er* io del tutto fisso. 
Quando '1 Maestro mi disse; or pur miray 
Che per poco è, che teco non mi risso. 

Quand' io '1 senti' a me parlar con ira , 
Yolsimi verso lui con tal vergogna , 
Ch' ancor per la memoria mi si gira. 

E quale è quei che suo dannaggio sogna , 
Che sognando desidera sognare, 
Sì che quel eh' è, «ome non fosse , agogna , 

Tal mi fec' io non potendo parlare , 
Che disiava scusarmi , e scusava 
Me tuttavia, e noi mi credea fare. 

Maggior difetto men Yei|;ogna lava , 
Disse 1 Maestro , che 1 tuo non è stato : 
Però d' ogni tristizia ti disgrava ; 

E fa' ragion % eh' io ti sia sempre alialo. 
Se più awien , che fortuna t* accoglia , 
Dove sten genti in simi^ianfe piato * : 

Che voler ciò udire è bassa voglia. 



CANTO XXXI. 



ARGOMENTO. 

Discendono 1 Poeti nel nono cerchio, distinto in quattro 
giri , dove si puniscono quattro specie di traditori t ma 
in questo canto Dante dimostra solamente che trovò din- 
tomo al cerchio alcuni giganti; tra quali ebbe con- 
tezza di Nembrot, di Pialle e di Anteo; da cui ftarono 
ambi calati e posti giù nel fondo di esso cerchio. 

Una medesma lingua pria mi morse , 
Sì che mi tinse l' una e 1' altra guancia, 
E poi la medicina mi riporse : 

Cosi od' io che soleva la lancia 
D' Achille e del suo padre esser cagione 
Prima di trista, e poi di buona mancia '. 

Noi demmo '1 dosso' al misero vallone 

> Conto. — > Litigio : qui chiassata. — ^ Di ferita e di ri- 
medio. 



CANTO XXXI. 115 

Sa per la ripa , che *] cinge dintorno , 

Attraversando sènza alcan sermone. 
Quivi era men che notte, e men che giorno , 

Sì che 1 viso * m' andava innanzi poco : 

Ma io senti' sonare un alto corno , 
Tanto eh' avrebbe ogni tuon fatto fioco , 

Che contra sé la sua via seguitando 

Dirizzò gli occhi miei tutti ad un loco * : 
Dopo la dolorosa rotta , quando 

Carlo Magno perde la santa gesta ^^ 

Non sonò A terribilmente Orlando. 
Poco portai in là volta la testa , - 

Che mi parve veder molle alte torri : 

Ond' io ; Maestro , di', che terra è questa ? 
Ed egli a me : però che tu trascorri 

Per le tenebre troppo dalla lungi , 

Avvien che poi nel maginare aborri 4. 
Tu vedrai ben , se tu là ti congiungi , 

Quanto '1 senso s' inganna di lontano : 

Però alquanto più te stesso pungi ^. 
Poi caramente mi prese per mano, 

£ disse : pria che noi slam più avanti , 

Acciocché '1 fatto men ti paia strano , 
Sappi che non son torri, ma giganti, 

E son nel pozzo intomo dalla ripa 

Dall' ombelico in giuso tutti quanti. 
Come quando la nebbia si dissipa , 

Lo sguardo a poco a poco raffigura 

Ciò , che cela '1 vapor, che 1' aere stipa : 
Così forando 1' aura grossa e scura. 

Più e più appressando inver la sponda, 

Fuggimmi errore , e crescemmi paura : 
Perocché come in su la cerchia tonda 

Montereggion di torri si corona ; 
. Così la proda , che 'I pozzo circonda , 
Torreggiavan di mezza la persona 

Gli orribili giganti , cui minaccia 

* La vista. — * Driizò tutti ad un luogo gli occhi mici 
I quali facevano la stessa via dd suono ma contro di lui. — 
' L'impresa di cacciare i Mori dalla Spagna. — * Erri. — 
^ Affretta il passo. 

II. 



1S6 DELL' llfF£nNO. 

Giove del cielo aooera « <|Miidi tuoMu 
Ed io scorgeva già d' aksua k laooiA, 

Le spalle, e 1 petto, eidel voatiie 9«a yJB^ 

E per le coste gik «abo te inaocou 
ISatura certo , quando lascia l' Mie 

Di sì fatti anuUnali, -«Kai fe* ÌMae , 

Per tor cotali ecooa to c ia Macie j 
E s'ella d' elefanti e di kaleae 

Non si pente, chi guarda «otiiiHMsiitev 
Più giusta e pia disoroU Ut ne tìam : 

Che dove Y argomento deiU meais * 
S' aggiunge al mal* to}om« té atUpttn, 
Nessun riparo vi paò iut fat gealCL 

La faccia sua mi parea kinga e ^'osaa^ 
Come la pina di saa Pieiro a fiooM; 
Ed a sua proporziaae enair idk'afita; 

Sì che la ripa , eh' era perizoma ' 
Dal mezzo in giù, ae «iostraratoi taaèa 
Di sopra, che di^ungweayadliioaHt 

Tre Frison s*averìaa dato aMl «auto : 
Perocch' io ne vedea treate^raa pataii 
Dal luogo m giù, dov' iMim «* affiùbia '1 maalii. 

liofel mài amech zabi4iùm \ 
Cominciò a gridar la fiera jaooca. 
Cui non si convefiiea più *deki salasi. 

E *1 Duca mio ver tad : anima 
Ticnti col corno, e coii'qtifil 
Quand* ira , od altea passÌMi ti tocca. 

Cercati al collo, e tnoverai la aa^a \ 
Che '1 tien legato, o anima «eniiasa, 
E vedi lui che '1 graa petto ti daga K 

Poi disse a me : egK fiteaia«* accusa : 
Questi è Nembrotla, per ia -oiii nutl 
Pure un linguaggio ad moadaaoafi' ai 

Lasciamlo stare, e non pariiama a vai» i 
Che così è a lui ciascim 



' La forza dell' ingegno. — ^11 colli» dol i)Ozio«kc«:r- 
Yiva ai Giganti come di caUonL — ^ GuuxolmgUi» éiiìa'* 
gìiaggi fatto ad arte, e senza sì^ificato. — ^Cot^c^gia. «^ 
^ Ti Fas::ia. — ^ Malvagio pensiero. 



cjjrn KXXL m 




Come '] suo ad altrui^ •dh' a 
Facemmo adimqueipìà 

Volti a sifiistrm , «é ad tvm*^ «n \ 

Trovammo V a^ 
A cinger lui quiltcte ìmw M 

Non so io dir : ma ei ' 

Dinanzi V altro *, e 
D' una catoM^ «be 1 

Dal collo in già,4l<riK %«« ìmmsmpemm 

Si ravvolgeva iai 
Questo superb» i>all*«8S6«'^perft« 

Di sua poleMEa<ioiitn H 

Disse '1 mio Baca, «iii'^i^ In 
Fialte ha nome : « feoeée gran ifnm\^ 

Quando i giganti lèr famtjùfilrì s 

Le braccia , eh* ei jneàè, psmtmaBLmammmmty 
Ed io a lai : «' •esser puclte, io ntnci. 

Che dello smistinto Sriaros 

Esperienza avesser #i ««dii «lei -: 
Ond' ei rispose : ita sverai Aalo» 

Presso di ^, <cbe q^«At, «i è 4i8aiPE>lle , 

Che ne porrà wA ifendo^ egei «eo^. 
Quel, che tu Tuoi veder fiU ià«è «Nllto, 

Ed è legato , e M^^mmun fyefio» 

Salvo che più feroce «pw «el velie. 
Non fu tremuoto già tanto cnbesie. 

Che scotesse una torre«Ml isiÉe^ • > 

Come Falte a scuotersi lii peesle. 
Allor temetti più che mai , la morte , 

E non T* era me!(fier più che la dotta * 

S' io non avessi viste le ritorte. 
Noi procedemmo più avanti allotta, 

E venimmo ad Anteo , che ben cinqu' alle» 

Senza la testa uscia fuor della grotta. 
O tu , che nella fortunata valle , 

Che fece Scipion di gloria reda^, 

Quand' Annìbal co* suoi diede le spalle, 

• Maggiore. — 'libraccio sinistro.— ^ D*ogni male, 
dell' inferno. — * Paura. — * Misura che equivale ad un 
metro e 19 centimetri. — ® Lo mise in possesso di gloria. 



t2S DELL' INFERNO. 

Recasti già miUe lìmi per preda, 

E che se fossi stato air alta guerra 

De' taoi fratelli , ancor par eh' e' si creda , 
Ch' aTrebber Yinto i figli della Terra; 

Mettine giuso , e non ten venga schifo , 

DoTe Oocito la freddura serra. 
Non ci far ire a Tizio, nèaTifo i 

Questi può dar di quel che qui si brama ■ ; 

Però ti china, e non torcer lo grifo. 
Ancor ti può nel mondo render fama : 

Ch' eiTive, e lunga vita ancor aspetta, 

Se innanà tempo grazia a sé noi chiama. 
Co^ disse 1 Maestro : e quegli in fretta 

Le man distese , e prese il Duca mio , 

Ond* Ercole sentì già grande stretta. 
Virgilio quando prender si sentio , 

Disse a me : fatti 'n qua A , eh' io ti prenda : 

Poi fece sì, eh' un fascio er' egli ed io. 
Qual pare a riguardarla Carisenda * 

Sotto 1 chinato , quand' un nuYol vada 

Sovr' essa sì, eh' ella in contrario penda : 
Tal parve Anteo a me che stava a bada 

Di vederlo chinare, e fu talora, 

Clì' i' avrei volut' ir per altra strada. 
Ma lievemente al fondo che divora 

Lucifero con Giuda, ci posò : 

Né sì chinato lì fece dimora , 
E come albero in nave si levò. 

* Cioè notizia de* viventi. — > Torre pendente in Bo* 
logna. 



CANTO XXXIL 129 



CANTO XXXII. 

ARGOMENTO. 



* 



Fratta il Poeta nostro in qaesto canto dèlia prima ed in 
parte della seconda delle quattro sfere, ndte qnatt divide 
questo nono ed ultimo cerchio. E nella prima , detta 
Caina , troTa Messer Alberto Camicion de' Pazzi, U quale 
gli dà contezza d* altri peccatori die nella medesima 
erano puniti. Nella seconda, chiamata Antenora, trora 
M. Bocca Abati, il quale gli mostra alcuni altri. 

S' io HTessi le rime ed aspre e chiocce % 

Ck)ine si conTerrebbe al tristo buco, 

Sovra '1 qua! pontan * tutte l' altre rocce, . 
Io premerei di mio concetto il suco 

Più pienamente : ma perch' io non V abbo , 

Non senza tema a dicer mi conduco : 
Che non è 'mpresa da pigliare a gabbo 

Descrìver fondo a tutto Y universo , 

Né da lingua, che chiami mamma e babbo. 
Ma quelle Donne * aiutin il mio verso, 

Ch' aiutaro Anfionea chiuder Tebe, 

Sì che dal fatto il dir non sia diverso. 
Oh sovra tutte mal creata plebe. 

Che stai nel loco , onde parlare è duro , 

Me* foste state qui pecore o zebe!^ 
Come noi fummo giù nel pozzo scuro 

Sotto i pie del Gigante , assai più bassi , 

Ed io mirava ancora ali* alto muro. 
Dicere udimmi ; guarda come passi : 

Fa' si , die tu non calchi con le piante 

Le teste de' frate! miseri lassi. 
Perch' io mi volsi , e vidimi davante, , 

£ sotto! piedi un lago, che per gielo 

Avea di vetro , e non d' acqua sembiante. 
Non fece al corso suo sì grosso Telo 

Di verno la Danoìa !n Ostericchi, 

» Raudìe. — » S'appoggiano. — ^ Gioco. — * Le Muse. — 
* Capre. 



130 DELL* U«F£BliO. 

Ne 4 Tsnai là «otto 'i freddo deh» , 
Com* era quivi : che se Tabernicchi 

Vi fosse su caduto, oPietrapana, 

Non avria pur dall' ork> fatto cricchi <. 
£ come a gracidar si sta la raua 

Col DUMO fiMT dIeU' 4MX|ua , quuké^i 

Di flpìgoUrtoveiile la TitUM *, 
Livide, infili là , doTe appar vergogna *, 

Erao 1* ombre dolent! nella gMaoda, 

Mettendo i denti in nota di cicogna 4. 
Ognuna in gpù tenea volta la Caccia : 

Da bocca il freddo , e da gli occhi '1 cuor tristo 

Tra lor tcstimonianai st procaccia. 
Quand* io ebbi d' intorno «i^uanto 

Yolsimi a* piedi, e vidi ém si 

Che '1 pel del capo aveano 
Ditemi voi, die sì stringevi petti, 

Diss* io , chi siete; e qnd yiegnn» i 

E poi eli* ebber li via a me eratti. 
Gli occhi lor, eh* eran pria par dentro 

Gocciar sa per le labbra^ e *t giela 

Le lagrime tra essi , e risetrolii 
Con legno legno spranga ^ mai non i 

Forte cosi : ond' d , eome étto beochi, 
• Cozzaro insieme , tant* ira gU vinse. 
Ed un , eh* avea perduti «nbo gli oreedà 

Per la freddura, pur eoi viso in 

Disse , perchè cotanto in noi ti 
Se vuoi saper dii son cotesti dne. 

La valle , onde Bisenzio si dichina. 

Del padre loro Alberto e di lor <ne. 
D* un corpo uscirò : e tutta iaCnina. 

Potrai cercare , e non troverai 

Degna più d* esser fitta in gelatina : 
Non quelli, a cui fu rotto 9 petto, e *1 

' Suono che fa il ghiaccio quando si spezza. — ' V oila- 
tc, che nella mietitura si raccoglie la spiga dtitaeentaftlna 
che poi se la sogna. — ^ La faccia. Altri spiega le parti ver- 
Rognose. — * Battendo i denti. — * Degli occhi, doèlefial- 
licbrc. — • Fascia di ferro. 



CANTO xxxu» ni 

Con esso uo colpo, per la mas d^ Arte ' r 

Non Focaccia : boi questi , che n* ìngondMl 
Col capo sì , eh' io boì greggio «Ure |Nè, 

E fu nomato SasMè Masckefwn : 

Se Tosco se', ben »' onai, dàfti. 
E perchè dob mi netti m pie sermoiii , 

Sappi eh' io SODO il GMnicìoii dfi' Paal, 

Ed aspetto CarlÌB, die ni scagie»i K 
Poscia Tid' io mìMe ^n» cagAani 

Fatti per fredda : o»de mi Tien npnam, 

E Terrà sempre dt^ gelati gaan. 
E mentre eh' andavamo ìm ver lo mezio. 

Al quale ogni grifvesza si raima , 

Ed io tremava n^ eterno rtiao : 
Se voler fa, odestiaoi, afortom, 

Non so : ma passeggiando tra le teste. 

Forte percossi '1 pie nd viso ad una. 
Piangendo mi sgridò : perchè mi peste? 

Se tu non vieni a crescer la vendetta 

Di Mont' Aperti , perchè mi moleste ? 
Ed io : Maestro mio , or qiii m' aspetta» 

Sì eh' io esca d' un di^bto per costai : 

Poi mi farai, quantmqfie vorrai , fretta. 
Lo Duca stette : ed iodìssi a cohù. 

Che bestemmiava duramente anoora. 

Qua! se' tu , che cosi rampe^ aMmi? 
Or tu ehi se' , che vai per P AateBon 

Pereotendo, rispose, tàttm lo gota» 

Sì che se vivo fossi, troppa foni? 
Vivo son io ; e caro esser ti pmte» 

Fu mia risposta , se domane tana, 

Ch' io metta '1 none: tuo tia V altre MCe. 
Ed egli a me : M coiÉvaria he> io brama : 

Levati quinci , e nn ni dar più hn^iA : 

Che mal sai lusingar per qaesyta bmai \ 
Àllor lo presi per la cuticagna, 

E dissi : e' converrà che tu tilMni,. 

O che capei qùs« dob ti rimagm : 

* Fu rotta dal solar raggio quell* ombra che il petto fa- 
ceva sopra il suolo^ — * Scusf , avendo egli colpe pià-invi 
delle mie. — ^ Paonazzi. — * In questa volle. 



133 DELL' INFERNO. H 

Ond' egli a me : perchè tu mi dischiomi , '\ 

Né ti dirò eh* io sia , né mostrerolti « 

Se mille fiate in sul capo mi tomi '• 
Io ayea già i capelli in mano avvolti , 

E tratti glien avea più d* una ciocca, 

Latrando lui con gli occhi in giù raccolti , 
Quando un altro gridò , Che hai tu Bocca? 

Non ti basta sonar con le mascelle , 

Se tu non latri ? qual Diavol ti tocca? 
Ornai , diss' io , non to' , che tu favelle. 

Malvagio tradìtor : eh* alla tua onta 

Io porterò di te vere novelle. 
Ya via, rispose : e ciò che tu vuoi , conta : 

Ma non tacer, se tu di qua entr* eschi , 

Di quel , eh' ebbe or cosi la Ungua pronta : 
£ì piange qui 1* argento de' Franceschi * : 

Io vidi, potrai dir, quel da Duera, 

Là dove ì peccatori stanno freschi. 
Se fossi dimandato , altri chi v* era , 

Tu hai dallato quel di Beccaria, 

Di cui segò Fiorenza la gorgiera ^. 
Gianni del Soldanier credo che sia 

Più là con Ganellone , e Tebaldelk), 

Ch' aprì Faenza , quando si dormia. 
Noi eravam partiti già da elio , 

eh' io vidi due ghiacciati in una buca , 

Sì che r un capo air altro era cappello : 
E come '1 pan per fame si manduca , 

Così '1 sovran li denti all' altro pose , 

Là 've '1 cervel s' aggiunge con la nuca. 
Non altrimenti Tideo sì rose 

Le tempie a Menalippo per disdegno , 

Che quei faceva '1 teschio e l' altre cose. 
O tu , che mostri per sì bestiai segno 

Odio sovra colui , che tu ti mangi , 

Dimmi 1 perchè , diss' io, per tal convegno 4, 
Che se tu a ragion di lui ti piangi , 

Sappiendo chi voi siete , e la sua pecca, 

* Caschi. — 2 Dei Francesi. — 3 La gola. - * Con tal 
patto. 



CANTO XXXIU. 133 



Nd mondo suso ancor io té ne cangi ', 
Se quella, con eh' id parlo , non si secca. 



CANTO XXXIU. 

ARGOMENTO. 

In questo canto racconta il Poeta la crudel morte del con- 
te Ugolino e de* figliuoli. Tratta poi della terza sfera, detta 
Tolommea , nella quale si puniscono colorotdie hanno 
tradito loro benefattori ; etra questi trOTa frate Alberigo. 

La bocca sollevò dal fiero pasto 

Quel peccator, forbendola a' capelli 

Del capo, eli' egli avea diretro guasto : 
Poi cominciò : tu vuoi eh' io rinnoyelli 

Disperato dolor, che '1 cuor mi preme, 

Già pur pensando, pria eh' io ne favelli. 
Ma se le mie parole esser den * seme, 

Che frutti infamia al traditor, eh' io rodo. 

Parlare e lagrimar vedrai insieme. 
Io non so chi tu sie , né per che modo 

Venuto se' quaggiù : ma Fiorentino 

Mi sembri veramente, quand' io t' odo. 
Tu dei saper, eh' io fui '1 Conte Ugolino', 

E questi l' Arcivescovo Ruggieri : | 

Or ti dirò , perch' i ^ son tal vicino. 
Che per Y effetto de' suo' ma* pensieri. 

Fidandomi di lui io fossi preso , 

E poscia morto , dir non è mestieri. 
Però quel che non puoi avere inteso. 

Cioè, come la morte mia fu cruda , 

Udirai , e saprai se m* ha oftRso. 
Breve pertugio dentro dalla muda^ • 

La qual per me ha '1 titol della fame, 

£ 'n che conviene ancor eh' altri si chiuda , 
M' avea mostrato per lo suo forame 

* Tene contraccambi e rimuneri, lodando te ed infa* 
manda il traditore. — ^ Debbono. — ^ Gli , a lui. — * Luo- 
go chiuso ove si tendono gli uccelli a mudare, o il nome 
proprio della torre. 

13 



Idi 0ELL' INFEIUIO. 

Più lune già; ifosod* io feci '1 HMltoiine, 

Che del futuro mi squarciò il Teline. 
Questi pareva a me maestro e donno ', 

Cacciando il lupo e i lupicini ai monte y 

Perchè i Pìsan Yeder Lucca noo ponno. 
Con cagne magre, studiose, e conte ' 

Gualandi con Sismondi, e con Lanfranchi 

S' avea messi dinanzi dalla fronte. 
In picciol corso mi pareano stanchi 

Lo padre e i figU, e con r agute sane 

Mi parea lor Todcr fender li fianchL 
Quando fui desto innanzi la dimane. 

Pianger senti' fra 1 sonno i miei f^HnoB , 

Oh' erano meco, e dimandar del pane. 
Ben se' crudel , se in già non fi duofi , 

Pensando ciò, eh' al mio cuor s' amranziaT» : 

E se non piangi, di che pianger sooH? 
Già eran desti , e T ora s' appressava , 

Che '1 cibo ne soleva essere addotto, 

£ per suo sogno ciascun dubitava ' 
Ed io senti' chiavar ^ Y uscio di sotto 

All' orribile torre : ond* io guardai 

Nel viso a' mìe* fìgliuoi senza far motto : 
Io non piangeva , sì dentro impietrai : 

Piangevan elli : ed Anselmuccio mio 

Disse; tu guardi si, padre : che hai? 
Però non lagrimai , né rispos' io 

Tutto quel giorno, né la notte appresso, 

Infin che l' altro Sol nel mondo usdo. 
Com' un poco di raggio si fu messo 

Nel doloroso carcere , ed io scorsi 

Per quattro visi il mio aspetto stesso; 
Ambo le mani per dolor mi morsi : 

E quei pensando', eh' io 1 fessi per Toglia 

Di manicar, dì subito levorsi , 
E disser : padre : assai ci fia men doglia , 

Se tu mangi di noi : tu ne vestisti 

* Costui che io rodo mi pareva che fosse capo e sigBare 
di una turba di gente. — ^ Sollecite e ammaestrate a sà m ùt 
caccia. — 3 Avendo ancora i tì^i presagito sognando li' 
disgrazia. — * Serrar con chiave o inchiodare. 



CANTO XXXm. IH 

Queste misere cani , e fu le spo^. 
Quetaìmì allor, per non fargli pie-tristi : 

Quel di , e r altro stemiiio tutti muti : 

Ahi dura terra, perette wm f apristi? 
Posciaccliè fommo ti qinarto A Temiti , 

Gaddo mi si gittò disteso a* piedi , 

Dicendo , Padre mio, che non m'aìoU? 
Quivi morì : e come tu mi redi , 

Yid' io cascar li tre ad uno ad uno 

Tra '1 quinto dì . e *ì sesto : on^ io mi dieéS 
Già cieco a brancolar sovra ciascmo , 

E tre dì gli chiamai , poiché fur morti : 

Poscia più che '1 dolor potè 1 di^no '. 
Ocaud* ^be detto dò , con gli occhi torti 

Ripresel tescMo misero co' denti » 

Che furb all' osso , come d* un can , fòrti. 
Ahi Pisa , vituperio delle genti 

Del bel paese là, dove '1 sì suona; 

Poiché i vicini a te punir son lenti , 
Muovansi la Capraia e la Gorgogna', 

E faccian siepe ad Amo in su la foce , 

Sì eh' egli annieghi in te ogni persona : 
Che se '1 Conte Ugolino aveva Toce * 

D' aver tradita te delie castella, 

Non dovei tu i figlhioi porre a tal croce. 
Innocenti facea 1* età noTelIa , 

Novella TebeJUgncdone, e T Brigata , 

E gli altri due , che '1 canto suso appdla^ 
Noi passamm' oltre, dove la gelata 

Ruvidamente un' altra gente fascia , 

Non volta in giù , noa tutta riversala. 
Lo pianto stesso B pianger non lascia , 

£ '1 duol , che truova 'n su gK occhi rintóppo *, 

Si volve in entro a far crescer r ambasda ; 
Che le lagrime prime fònno groppo , 

E , sì come visiere di cristallo , 

Riempion sotto 1 dglio tutlo H coppo. 

* Sottintendi : afarmi morire. — * Due iboictte nd mar 
Tirreno vicine aHa foce di Arno. —* Fama. — ^ Ansdnmc- 
cìoe Oaddo, v. 50 e 08. — » La lagrima che trova sugli oc- 
chi intoppo d* oiT altra Imprima. 



iZ$ DELL'INFERNO. 

Ed avvegna che , sì come d' un callo , 

Per la freddura dascua sentimento' 

Cessato avesse del mio tìso stallo ' ; 
Già mi parca sentire alquanto vento : 

Perch' io. Maestro mio , questo chi muove? 

Non è qnagginso ogni vapore spento? 
Ond' egli a me : avaccio ' sarai, dove 

Di ciò ti farà V occhio la risposta ; 

Veggendo la cagion, che '1 fiato piove ^. 
Edunde* tristi della fredda crosta 

Gridò a noi : anime crudeli 

Tanto, che data v' è V ultima posta S 
Levatemi dal viso i duri veli , 

Si eh* io sfoghi *1 dolor, che *1 cuor m' impregna , 

Un poco pria , che '1 pianto si raggdL 
Perch' io a lui; se vuoi ch'i' ti sowegna, . 

Dinunl chi se' ; e s' io non ti disbrigo. 

Al fondo della ghiaccia ir mi convegna. 
Rispose adunque : io son frate Alberigo : 

Io son quel dalle fruita del mal orto. 

Che qui riprendo dattero per figo *. 
O , dissi lui , or se' tu ancor morto ? 

Ed eg^ a me : come *ì mio corpo stea 

Nel mondo su , nulla scienza porto. 
Cotal vantaggio ha questa Tolonunea , 

Che spesse volte V anima ci cade 

Innanzi , eh' Atropos mossa le dea *. 
E perchè tu più volentier mi rade 

Le 'nvetriate lagrime dal volto, 

Sappi che tosto che l' anima trade. 
Come fec' io , il corpo suo l' è tolto 

Da un dimonio , che poscia il governa. 

Mentre che '1 tempo suo tutto sia volta 
Ella ruina m sì fatta cisterna : 

£ forse pare ancor lo corpo suso 

Dell' ombra , che di qua dietro mi verna 7 : 
Tu '1 dei saper, se tu vien pur mo giuso : 

* Tolto si fosse dal mio viso. — > Or ora. — ' Manda* — 
* Il posto più cupo dell* abisso. — * Pel male da me fatto 
nel mondo ricevo male maggiore quaggiù. — * le dia mosn» 
la spinga in questo abisso. — ? Sta nel (^liaccio. 



^ 



CANTO XXXIV. i37 

Egli è ser Branca d'Oria, e son più anni 

Poscia passati , eh' d fu si racchiuso. 
r credo , diss' io lui , che tu m' inganni : 

Che Branca d* Oria non morì unquanche , 

E mangia » e bee , è dorme , e Teste panni. 
Nel fosso su , diss' ei , di Malebranche , 

Là doTe bolle la tenace pece , 

Non era giunto ancora Michel Zanche, 
Che questi lasciò un diaTol in sua Teca 

Nel corpo suo, e d' un suo prossimano ', 

Che '1 tradimento insieme con lui fece. 
Ma distendi oramai in qua la mano. 

Aprimi gli occhi : ed io non gliele apersi , 

E cortesia fu lui esser Tillano. 
Ahi Genovesi, uomini diversi *- 

D' ogni costume , e pien d' ogni magagna. 

Perchè non siete voi del mondo spersi ? 
Che col pecore spirto di Romagna 

Trovsd un tal di voi , che per sua opra 

In anima in Cocito già si bagna , 
Ed in corpo par vivo ancor di sopra. 



CANTO XXXIV. 

ARGOMENTO. 

In questo ultimo canto si tratta della quarta ed nitima stera 
del nono ed ultimo cerchio , dove si puniscono pur tutti 
coloro che hanno fatto tradimento a* loro benefatton; 
e sono tutti coperti dal ghiaccio; e nel mezzo di essa vi è 
posto Lucifero i per lo dosso dd quale descrive come 
salirono a riveda le stelle. 

YexHla Regia prodeunt Inferni 

Vèrso di noi : però dinanzi mira, 

Disse '1 Maestro mio , se tu '1 discemi. 
Come quando una grossa nebbia spira , 

O quando l'emisperio nostro annotta. 

Par da lungi un mulin che 1 vento gira, 

' Congiunto^ 

il. 



f 38 DELL' IlfFEMrd. 

Veder mi panre m tal dificio ' allottir 

Poi per lo vento mi riatrinti retro 

Al Duca mìo , cbè non v* era alt» grotte'* 
Già era , e con paura il metto in metro, 

Là dove Y ombre tatte era» eorerte, 

E trasparean come festiiea in vetro. 
Altre stanno a giacere , altre stanno erte. 

Quella col capo , e qoelfei con le punte ; 

Altra , com' arco , il volto a* piedi inveite 
Quando noi fummo fitti tanto avante » 

Ch* al mio Maestro piacene dr mostraraii 

La creatura , eh* ebbe il bel sembiante , 
Dinanzi mi si tolse , e fé* restarmr , 

Ecco Dite , dicendo , ed eeco il loco. 

Ove convien , che di fortezza t* armi. 
Com' io divenni idlor gelato e ioeo , 

Noi dimandar, Lettor, eh* i' non kyacrìv». 

Però eh* ogni parlar sarebbe poco. 
Io non mori' , e non rimasi vìvo : 

Pensa oramai per te, s' liai fior ^ d* ingeipit, 

Qual* io divenni , d* uno e d' altro privo ^. 
Lo 'mpcrador del doloroso regno 

Da mezzo *1 petto uscia fuor della ghiaccia : 

E più con un gigante i' mi convegno. 
Che i giganti non fan con le sue braccia : 

Vedi oggimai , quant* esser dee quel tutto , 

Ch' a così fatta parte si confaccia. 
S* ei fu sì bei , com* egli è ora brutto , 

£ contra 1 suo fattore alzò le ciglia : 
*B<9i d£e da lui procedere ogni lutto. 
O quanto pacve a me gran meravigUft.,. 

Qoandavidi tre facee alla sua testai 

L' una dinanzi , e quella era vermiglia : 
L* altre eran due , che s* aggiungien a questa, 

Sovr* esso 'l mezzo di ciascuna spalla, 

E si giungieno al luogo della cresta : 
E la destra parca tra bianca e gialla : 

La sinistra a vedere era tal , quali 

Vengon di là ove *l Nilo s* avvalla ^. * 

» Edificio. — 2 Da riparaiini. — » Un tantino. - » IM 
morte e di vita. — * Gli Etiopi. 



Sotto ciasoHMt«ciVMid»«9iwr Idi, 

Quanto si conyeiiif» « ttM* «MÌO ) 

Vele di mar immi vM* fo «mì «M»li« 
Non avean penne , ma 4i Ti^iti«l!% 

Era lor modo : « 9gBi^ «VOÌUMMi , 

Si che tre venti si MMi^rMR Atllo, 
Quindi Cocito tutto •' «OfeiiVIi : 

Con sei occhi piange?», i&perlns RMtt 

Gocciava *1 pianto e Mii|iitllOèa bftlf». 
Da ogni bocca erompe» co* dfintl 

Un i)eccatore a ftifta di maduKa * 

Sì che tre ne facea eoal àoì&M 
A quel dinanii fi mordere era fiuHa 

Verso '1 graffiar, che tal Tolta la aoMeM 

Rimanea della pelle tutta brulla *« 
Queir anima lassù eh' ha maggior pona) 

Disse '1 Maestro, è Ghida Ikariotto, 

Che '1 capo ha dentro, e fuor te gamba m^fla* 
Degli altri dna , di' hanno '1 capo di «otto , 

Quel che pende dal nero oefTo « è Brtitò ! 

Vedi come si storce , e non fa motto i 
£ r altro è Cassio, che par sì merabrata 

Ma la notte risnige , ed oramai 

È da partir, che tutto avem redolo^' 
Com' a lui piacque , Il eotto gli artiflglrial i 

Ed ei prese di iumpo e d»kiog9 petto i 

E quando Tali furo aperte assali 
Appigliò sé alle Teliate OMle : 

Di vello in Telle giti éisce^ fasci» 

Tra *1 folto pelo , e legritte desM»; 
Quando noi fiMMSo là ^éoTtel» coscia) < 

Si volge apfnaSo i» wà grosse MV aftcba ^ • 

Lo Duca ce» foiiea' eco» aiigoseiay 
Volse la testa, ov* ef^aTC* le aaiiebe,! - 

E aggrappossì A peli, eome «eao^^Saley. ' t 

Sì che in Inferno ieeredeatorasf atche; 
Attienti ben , che per cotalì scale , 

' Qodir ardiga»d>d» tegrt congegaHI yani a foggied^ 
nuaeella^ c(À jj^aJ^aflstfrangiBOi tlini e lefHm#e« -r*» ^SpO" 
gliata , scorticata. — ^ Abbracciai. 



140 DELL' mFERNO. / 



Disse *l Maestro ansando » eom' 

ConTiensi dipartir da tanto male. 
Poi nsd fuor, per lo foro d' on sasao, 

E pose me in su l' orto a sedere : 

Appresso porse a mei' accorto ptaao. ^ - 

Io lerai gli occhi , e credetti Tedm 

Lucifero, com' io r avea lasciato, 

E iridigli le gambe in su tenere. 
E s' iodiTenni allora travesto , 

La gente grossa il pensi, che non Tede, 

Qual' era il punto , eh' io area passato. 
LeTati su , disse *1 Maestro , in piede : ^ 

La Tìa è lunga , e 1 cammino è malvagio, 

E già il Sole a mezza terza riede. 
Non era camminata di palagio ' 

Là 'f eravam , ma naturai burella % 

Ch' avea mal suolo , e di lume disagio K 
Prima , ch* io dell* abisso mi dìTella , 

Maestro mio , diss* io , quando fui dritto, C 

A trarmi d' errò un poco mi favella : 
Ot' è la ghiaccia? e questi com* è fitto 

SI sottosopra ? e come 'n sì poc^ ora , i 

Da sera a mane , ha fatto il Sol tragitto? 
Ed egli a me : tu inmiagini ancora 

D* esser di là dal centro , ov* io mi presi > 

Al pel del Termo reo , die '1 mondo ibra S 
Di là fosti cotanto , quanf io scesi : 

Quando mi Tolsi , tu passasti il punto, « 

Al qual si traggon d' ogni parte i pesi ^ : 
E se' or sotto V emisperio giunto , 

Ch' è opposito a qud , che la gran secca 

Coverchia e sotto '1 cui colmo consunto 
Ful'uom che nacque e Tisse senza pecca ^: 

Tu bai lì piedi in su pìcciola spera. 

Che r altra faccia fa della Giudecca. 
Qui è da man 7, quando di là è sera : 

' Luminosa e piana. — ^ Luogo scuro, come di prìgioa 
segreta. — ^ Scarsezza. — * Traversa e trafora il centro. — 
^ 11 centro de* gravi. — < Crocifisso il Redentore. — ' Hat- ^ 
Una. 



CANTO XXXIT. HI 

£ questi , che ne fé' seala col pelo , 

Fitto è aDCora, sì come prìm' era. 
Da questa parte cadde giù dal cielo : 

£ la terra , che pria di qua si sporse , 

Per paura di lui fé* del mar Telo , 
£ venne all' emisperìo nostro : e forse 

Per fuggir lui , lasciò qui il luogo Toto 

Quella , eh' appar di qua , e so ricorse. 
Luogo è laggiù da Belzebù rimoto 

Tanto , quanto la tomba si distende , 

Che non per vista , ma per suono è noto 
D' un ruscelletto , che quivi discende 

Per la buca d' un sasso , eh' egli ha roso , 

Col corso , eh' egli avvolge , e poco pende '. 
Lo Duca ed io per quel cammino ascoso 

Entrammo a ritornar nel chiaro mondo : 

£ senza cura aver d' alcun riposo 
Salimmo su, ei primo ed io secondo. 

Tanto , eh' io vidi delle cose belle, 

Che porta '1 ciel , per un pertugio tondo : 
E quindi uscimmo a riveder le stelle. 

* Il qnal sasso va girando in tomo con le sue acque eoa 
agevole discesa. 



DEL PURGATORIO. 



CANTO I. 

ARGOMENTO. 

Racconta il Poeta in questo primo canto, comees^ trorò 
l'ombra di Catone Utìcense ; dal quale iuto f imto di 
quanto aveva da fare , prese con Tirgiiio la irfa veno fa 
marina ; e lavato che Tirgilio gS ebbe 9 tìso di mglodi, 
e giunti al lito àA mare, lo reciiiBe é* mo whiiÉtii giaB» 
co, come gli era stato imposto 4a fiatone. 

Per correr miglior acqua alza le vele 

Ornai la navicella delmio ingegno ^ 

Che lascia dietro a sé mar si crudele : 
K canterò di quel secondo regno , 

Ove y umano spìrito si purga, 

£ di salire al Ciel divrata degno. 
Ma qui la morta poesia rìsurga, 

O sante Muse, poi che vostro sono, 

E qui Calliopea alquanto surga. 
Seguitando '1 mio canto con quel suono 

Di cui le Piche misere sentirò 

Lo colpo tal , che disperar perdono '. 
Dolce color d* orientai zaffiro, 

Che s' accoglieva nel sereno aspetto 

Deir aer puro infìno al primo giro, 
Agli occhi miei ricominciò diletto. 

Tosto ch'io usci' fuor dell* aura morta, 

Che m' avea contristati gli occhi e'i petto. 
Lo bel pianeta , eh' ad amar conforta * , 

Faceva tutto rider Torieute, 

Velando i Pesci , eh' erano in sua scorta. 
Io mi volsi a man destra, e posi mente 

All'altro polo, e vidi quattro stelle 

* Le nove figliuole di Pierio provocarono le muse a can- 
tare à prova con loro, e vinte cangiate furono in gazze. — 
' La stella di Venere. 



CAiXTa I. 143 

Non Tìste mai , ftior eh' alla prima iedte > . 
Goder pareva '1 QM di lor fiammeUftr 

O setteotiioiialYedovo aiU^, 

Poi che privato se* di mifar cfudlel 
Com' io da loro'SguaMo' (ui< pOTttCo i 

Un poco me volgendo aH' aitranpoio^ 

Là onde '1 Cam> già et» sparito^ 
Vidi presso di me un ye^^ solo, 

Degno di tanta RrferdRca iATista, 

Che più non dee a padre alcun figMaolo. 
Lunga la barba, e di pel biano» mista 

Portava a* suoi capegli simigliante. 

De' quai cadeva al petto doppia list» 
Li raggi delle quattm luci sante 

Fr^iavan si la sua faccia dì lame, 

Ch' io '1 ved6a>'0ome '1 Solibsse daTentd *. 
Chi siete voi,.chev contro 'l deoo fiume, 

Fuggito avete lapHgione eterna? 

Diss' ei, moveifdo queir oneste piame;- 
Chi v* ha guidati P o chi vi Ai' lacartia ^ 

Uscendo l\ior della profonda noti» ,» 

Che sempre nera fa la Tallo infema? 
Son le leggi d' abisso co^ rotte? 

O è mutato in Ciel nuovo consiglio , 

Che dannati voiite aHe mie grotteP 
Lo Duca miO'ailor mi die* di piglio , 

E con parole, eoon^aaani, e con oenuiv* 

Reverenti mi fó* le gambe , e 1 ciglio : 
Poscia rispoae Ini : Dame non venni : 

Donna scese dal Ciei, per li coi pregili 

Della mia compagnia costui sovvenni. 
Ma da eh* è tao voler, che più si spieghi 

Di nostra con^Hslon, com' ella è vera^ 

Esser non poote 1 mio ^, eh* a te si niegfai. 
Questi non vide mal 1* nltima sera^. 

Ma per lasualbDla leftisl presso, 

Che molto poeo tempo a volger era. 

* Adamo ed Eva nd Paradiso Terrestre. — ^ Gli battesse 
In faccia» o piuttosto, quasi come un soie dùianzi a* miel^ 
occhi. — 3 Volere. — * La morte. 



..'' 



144 DEL PURGATORIO. 

Sì codi' io dissi , fui mandato ad esso 

Per lui campare e non t' era altra via 

Che questa , per la quale io mi son meato. 
Mostraf ho lui tutta la gente ria, 

Ed ora intendo moistrar quegli spirti , 

Che purgan sé sotto la tua balìa. 
Com* io r ho tratto, saria lungo a dirti. 

Deir alto scende virtù che m' aiuta 

Conducerlo a vederti, e ad udlrtL 
Or ti piaccia gradir la sua venuta : 

Libertà va cercando , eh' è sì cara , 

Come sa chi per lei vita rifiuta. .^ 

Tu '1 sai : che non ti fu per lei amara 

In Utica la morte , ove lasciasti 

La veste, eh' al gran dì sarà sì chiara. 
Non son gli editti etemi per noi guasti : 

Che questi vìve , e Minos me non lega : 

Ma son del cerchio , ove son gli occhi casti 
Di Marzia taa , che 'n vista ancor ti pr^a ', 

O santo petto, che per tua la tegni : 

Per lo 800 amore adunque a noi ti piega. 
Lasciaiie andar per li tuo' sette regni : 

Grazie riporterò di te a lei, 

Se d' esser mentovato laggiù degni. 
Marzia piacque tanto agli occhi miei , 

Mentre eh' io fui di là , dìss' egli allofa , 

Che quante grazie volle da me fei. 
Or, che di là dal mal fiume * dimora , 

Più muover non mi può per quella legge , 

Che fatta fu , quand' io me n' usci' fuora. 
Ma se Donna del Ciel ti muove e regge, 

Come tu di^ : non e' è mestier lusinga : 

Bastiti ben che per lei mi rìchegge. 
Va dunque , e fa' che tu costui ricìnga 

D' un giunco schietto *, e che gli lavi '1 viso , 

Sì eh' ogni sucìdume quindi stinga : 
Che non si converrìa l' occhio sorpriso 

* Che sta in queir aria supplichevole, colla quale ti piegò 
a riprendertela per moglie. — ^ Acheronte. — ^ Pref^iieFa 
accompagnata da lodi. — * Cinga di un giunco sema 
luglio. 



CANTO I. US 

D* alcuna nebbia andar davanti al primo 

Ministro , eh* è di quei di Paradiso. 
Questa isoletta intorno ad imo ad imo ' 

Laggiù colà dove la batte V onda , 

Porta de' giunchi sovra '1 molle limo. 
Nuir altra pianta, che facesse fronda, 

O che 'ndurasse, vi puote aver vita; 

Però eh' alle percosse non seconda '. 
Poscia non sìa di qua vostra reddita ^ : 

Lo Sol vi mostrerà, che surge ornai; 

Prendete '1 monte a più lieve salita : 
Cosi sparì ; ed io su mi levai. 

Senza parlare, e tutto mi ritrassi 

Al Duca mio, e gli occhi a lui drizzai. 
Ei cominciò : Figli uol , segui i miei passi : 

Volgianci indietro , che di qua dichina 

Questa pianura a' suoi termini bassi. 
V alba vincea già Torà mattutina , 

Che fuggia 'nnanzi , s\ che di lontano , 

Conobbi il tremolar della marina. 
Noi andavam per lo sollngo piano, 

Com' uom che torna alla smarrita strada, 

Che 'nfino ad essa li pare ire invano. 
Quando noi fununo, dove la rugiada 

Pugna col Sole, e, per essere in parte 

Ove adorezza ^ , poco si dirada^ : 
Ambo le mani in su l' erbetta sparte 

Soavemente '1 mio Maestro pose : 

Ond' io , che fui accorto di su* arte , 
Porsi ver lui le guance iagrìmose : 

Quivi mi fece tutto discoverto 

Quel color, che 1* Inferno mi nascose. 
Venimmo poi in sul lito diserto. 

Che mai non vide navigar sue acque 

Uomo, che di tornar sia poscia sporto, 
Quivi mi cinse, sì com' altrui^ piacque : 

O maravigliai chèqual egli scelse 

' Nel più basso luògo. — ^ Non cede e si piega, come il 
giunco alle percosse dell* onda. — ^ Ritomo. — * Dov* è 
rezzo , ombra. — * Si dilegua , ù strugge. — « A Catene: . 

IL nAMF. JÈf^' '^ 



14« DEL PURGATORIO 

L* umile pianta, cotal si rinacque 
Subitamente là onde la STdse. 



CANTO IL 

ARGOMlilNTO. 

Trattasi che i due Poeti videro Tenire al Hto un iiimBii &i 
anime, condotte da nn Angelo a purgarsi : tra le tpaM fa 
riconosciuto da Casella sao amioo, ch e t rat teneaA» Baste 
col suo canto , sopraggiunge Y aaàm di Oébaaae, i qmk 
riprende 1' anime di negligenza. 

Già era il Sole ali* orizzonte giunto, 

Lo cui meridian cerchio covercliia 

Gerusalem col suo più alto punto : 
E la Notte, eh' opposita a lui cerchia» 

Uscìa di Gange fuor con le bilance, 

Che le caggìon di man , quando soTercbia * : 
Sì chele bianche, e le vermiglie guance. 

Là doT' io era , della bella Aurora 

Per troppa etate divenivan rance '. 
Noi eravam lunghesso 1 mare ancora , 

Come gente, che pensa suo cammino. 

Che va col cuore , e col corpo dimora : 
Ed ecco , qual suol presso ^ del mattino ^ 

Per li grossi vapor Marte rosseggia 

Giù nel ponente sovra '1 suol marino : 
Cotal m' apparve , s' io ancor lo veggia 4, 

Un lume per lo mar venir s\ ratto, 

Che '1 muover suo nessun volar pareggia : 
Dal qual com' io un poco ebbi ritratto 

L* occhio , per dimandar lo Duca mio, 

Rividil più lucente, e maggior fatto. 
Poi d' ogni parte ad esso m' apparìo 

Un non sapea che, bianco, e disotto 

A poco a poco un altro a lui n' uscio. 

' Si fa più lunga del giorno. — ' Di colore rancio. — 
* Suir appressare. — * Così possa io vederlo ancora un* ad- 
tra volta. 

ih. 



CANTO n. |i7 

Lo mio Maestro ancor non feee motto » 

Mentre che i primi bianchi aperser I* ali : 

Allor, che ben conobbe '1 galeotto ', 
Gridò : Fa* , fa' , che le ginocchia cali : 

Ecco r Angel di Dio : piega le mani : 

Orna' vedrai di si fatti uficiali. 
Vedi, che sdegnagli argomenti * umani; 

Sì che remo non yuoI , né altro velo. 

Che r ali sue tra h'ti si lontani. 
Vedi , come l' ha dritte verso '1 delo. 

Trattando 1' aere con l' eteree penne. 

Che non si mutan , come mortai pelo. 
Poi come più e più verso noi venne 

L' uccel divino , più chiaro appariva : 

Perchè V occhio da presso noi sostenne * 
Machina"! giuso : e quei sen venne a riva 

Con un vasello ^ snelletto e leggiero , 

Tanto che Y acqua nulla ne 'nghiottìva. 
Da poppa stava il celestial nocchiero. 

Tal che parca beato per iscrìtto ; 

E più di cento spirti entro scdiero : 
In exitu Israel de Egitto 

Canta van tutti 'nsieme ad una voce. 

Con quanto di quel salmo è poi scrìtto. 
Poi fece il segno lor di santa Croce : 

Ond' eì si gittar tutti in su la piaggia, 

Ed el sen 0, come venne, veloce. 
La turba , che rimase lì , selvaggia 4 

Parca del loco, rimirando intomo; 

Come colui , che nuove cose assaggia. 
Da tutte parti saettava il giorno 

Lo Sol , eh' avea con le saette conte ^ 

Di mezzo '1 del cacciato '1 Capricorno : 
Quando la nuova gente alzò la fronte 

Ver noi , dicendo a noi ; Se vo' sapete. 

Mostratene la via di gùre al monte 
E Virgilio rispose : voi credete 

Forse che siamo sperti d' esto loco : 

Ma noi sem peregrin , come voi siete : 

> Nocchiero. — > Mezzi, istruaenti. — ^ VaioeikL « 

* Inesperta. ~ ^ Chiare, riluccatl^itf- 



ns DEL PURGATORIO. 

Dianzi veuìmmo innanzi a toì nn poco 

Per altra via , die fu sì aspra e forte » 

Che lo salire ornai ne parrà giuoco. 
L* anime , che si Tur di me accorte 

Per Io spirare, eh* io era ancora tìto, 

Maravigliando diventaro smorte : 
£ come a messaggier, che porta olivo » 

Tragge la gente » per udir Jiovelle , 

E di calcar nessun si mostra schivo : 
Così al viso mio s* affissar quelle 

Anime fortunate tutte quante , 

Quasi obbliando d* {l'è a farsi belle, 
lo vidi una di loro trarsi avante , 

Per abbracciarmi , con sì grande affetto , 

Che mosse me a far il simigliante. 
Ci ombre vane , fuor che nell' aspetto ! 

Tre volte dietro a lei le mani avvinsi , 

E tante mi tornai con esse al petto* 
Di maraviglia , credo , mi dipinsi : 

Perchè V ombra sorrise, e si ritrasse. 

Ed io , seguendo lei , oltre mi pinsi. 
Soavemente disse, eh* io posasse : 

Allor conobbi chi era , e pregai , 

Che, per parlarmi , un poco s* arrestasse. 
Kisposemi : Così , com' io t* amai 

Nel mortai corpo , così t' amo sciolta : 

Però m* arresto : ma tu perchè vai? 
Casella mio , per tornare altra volta 

Là dove io son ', fo io questo viaggio : 

Diss* io, ma a te com' era tanta terra tolta * ? 
Ed egli a me : Nessun m' è fatto oltraggio , 

Se quei , che leva e quando , e cui gli piace , 

Più volte m* ha negato esto passaggio; 
Che di giusto voler lo suo si face. 

Veramente da tre mesi ^ egli ha tolto. 

Chi ha voluto entrar con tutta pace. 
Ond' io eh* er'ora alla marina volto , 

* Nel mondo che attualmente è mia stanza. — > Come 
t'era negata regione tanto desiderabile. — ^ S'allude alle 
preghiere fatte nel giubbileo, che tre mesi prima era stato 
pubblicato da Bonifacio Vili. 



CANTO II. r»9 

Dove r acqua di Tevere s* insala. 

Benignamente fu* da lui ricolto. 
A quella foce ha egli or dritta 1* ala > : 

Perocché sempre quivi si ricoglie, 

Quale verso Acheronte non si cala. 
Ed io : Se nuova legge non ti toglie 

Memoria o uso all' amoroso canto , 

Che mi solca quietar tutte mie vo^ie. 
Di ciò ti piaccia consolare alquanto 

L* anima mia, che con la sua persona, 

Venendo qui , è aflannata tanto. 
Amor^ che nella niente mi ragiona, 

Cominciò egliallor sì dolcemente. 

Che la dolcezza ancor dentro mi suona. 
Lo mio Maestro, ed io, e quella gente , 

Ch' eran con lui , parevan sì contenti , 

Com' a nessun toccase altro la mente. 
Noi eravam tutti fissi ed attenti 

Alle sue note : ed ecco il veglio onesto , 

Gridando, Che è ciò , spiriti lenti? 
Qual negligenzia, quale stare è questo? 

Correte al monte , a spogliarvi lo scoglio ', 

Ch* esser non lascia a voi Dio manifesto. 
Come quando , cogliendo biada o loglio , 

Gli colotìabi adunati alla pastura, 

Queli senza mostrar 1* usato orgoglio , 
Se cosa appare, ond' elli abbian paura. 

Subitamente lasciano star l' esca. 

Perchè assaliti son da maggior cura : 
Così vid* io quella masnada fresca ^ 

Lasciare '1 canto, e gire 'nver la costa, 

Com* uom, che va, né sa dove riesca : 
Né la nostra partita fu men tosta. 

* Ha sempre rivolto il suo cammino alla foce del Tevere. 
- - 2 La scorza. — ^ Compagnia giunta di fresco. 



IS. 



150 DEL PUKGATORIO. 



CANTO ili. 

AnGOMEMTO. 

PaiOitisi i due Poeti, il Tolgono per Mlire il monte, il 
«lualr vcggendo roalagerole oltre modo da potere aso» 
(lervi, stando fra sé tte»i dubbiosi, da akameanìBei 
lor detto, che tornando a ^Detro troveranno pi& Bere 
salita. 11 chetasi fanno; epo4 Dante ragiana eon Ha- 
fredi. 

Avvegnaché la suhitaua fuga 

Dispergesse co'or per la campagna. 

Rivolti al monte, ove ragion ne fraga ' : 
lo mi ristrinsi alla fida compagna * : 

E come sare' io senza lai corso? 

Chi m' avria tratto su per la moofasna? 
Ei mi parea da sé stesso rimorso ^ : 

O dignitosa coscienza e netta , 

Come t' é picciol fallo amaro mocso ! 
Quando li piedi suoi lasciar la fretta , 

Che r onestade ad ogni atto dismaga 4» 

La mente mia , che prima era ristretta» 
Lo 'ntento rallargò, sì come vaga ^ ; 

E diedi '1 viso mio incontro al poggio. 

Che 'nverso '1 ciel più alto si dìslaga ^. 
Lo Sol , che dietro fiammeg^va roggio , 

Rotto m* era dinanzi alla figora. 

Che aveva in me de* suoi raggi 1* appoggio 7. ^ 
Io mi volsi dallato con paura 

D' esser abbandonato ; quand* io vidi 

Solo dinanzi a me la terra oscura : 
E 'l mio conforto : Perchè pur diifdi , 

A dir mi cominciò tutto rivolto , 

Mon credi tn me teco, e eh' io ti guidi? 

« La Giustizia divina ne castiga. — ' Compagnia.— » Pen- 
tito. — * Disconviene alla maestà della persona. — * Si 
volse a riguardare molte altre cose di che era desiderosa. — 
« Più in alto si leva. - '' Il raggio del sole che dietro fiam- 
meggiava rosso , era dinanzi rotto dall' ombra fatto alla 
figura del corpo mio, nel qinlc feriva. 



CATITO III. !5t 

Yespero è già colà , éove sepolto 

È *1 corpo , dentro al qìiiAe io facea ombra : 

Napoli r ha , e da Bramfizio è tolto : 
Ornai , se innanzi a me nulla s' adomlMii, 

Non ti maravigliar, {xà die de* cieH , 

Che r uno hW altro raggio wm ingombn •. 
A sofferir tormenti , e caldi , e gièR 

Simili corpi la virile dispone , 

Che cometa, non Tuoi, eh* a noi si sveli. 
Matto è chi spera , che nostra ragione 

Possa trascorrer la'nfinita via, 

Che tiene una Sostanzia in tre Persone 
State contenti , umana genie, al quia ' : 

Che se potuto aveste veder tutto, 

Mestier non era partorir Maiia : 
£ disiar vedeste senza frutto 

Tai , che sareMié lor di^o quctato, 

Ch' etemalinente è dato lor per lotto : 
r dico d* Aristotile , e di Plato, 

E di molti altri : e qai cIhbò la fronte-; 

E più non disse, e rimase turbato. 
Noi divenimmo in tanto appiè del monte : 

Quivi trovammo la roccia a) erta , 

Che 'ndamo vi aarien le gambe pronte. 
Tra Lerici e Turbìa, la più diserta. 

La più romita via è ima scala 

Verso di quella, agevole ed aperta. 
Or ehi sa da qual maa la «osta cala. 

Disse 'i Maeslat) mio , fermando '1 paM*» 

Sì che possa safo chi va senz* ala? 
E mentre che , tenendo 'I viso basso , 

Esaminava dd cammin la mente. 

Ed io mirava anso intorno 'al sasso , 
Da man sinistra m* appaii nna gente 

D* anime , càe ttovièao i ^ ver ncH, 

E non pareva , si venivan lente. 
Leva diss' io al Maestro , # occhi tuoi : 

Ecco di quàdM ne daia oonsigUo , 

Se tu da temedesmo aver noi puoi. 

* Ifon inpedtsoe adi* Misto raggio di gassar oltre. — ^ State 
rìnetuti al cerpare il perchè delle cose. 



152 DEL PURGATORIO. 

Guardommi allora, e con libero piglio ' 
Rispose : Andiamo in là , eh' ei vengoD piano ^ 
K tu ferma la speme', dolce figlio. 

Ancora era qiìel popol di lontano , 
r dico dopo i nostri mille passi 
Quant* un buon gittator trarria con mano 

Quando si strinser tutti ai duri massi 
Deli* alta ripa, e stetter fermi e stretti : 
Com* a guardar, chi va dubbiando, Btaasi. 

O ben fìnili , o già spiriti eletti , 
Virgilio incominciò, per quella pace, 
Ch* io credo , che per voi tutti s' aspetti , 

Ditene dove la montagna giace , 
Sì che possibìl sia 1* andare in suso : 
Che *1 perder tempo a chi più sa, più spiace. 

Come le pecorelle escon del chiuso 
Ad una , a due , a tre , e 1* altre stanno 
Timidette atterrando l' occhio, e *\ muso, 

£ ciò che fa la prima Y altre fanno , 
Addossandosi a lei , s' ella s* arresta, 
Semplici e quete , e lo *m perchè non sanno : 

Sì vid' io muovere, a venir, la testa 
Di quella mandria fortunata allotta , 
Pudica in faccia , e nell* andare onesta. 

Come color dinanzi vider rotta 
La luce in terra , dal mio destro canto , 
Sì che r ombf era da me alla grotta, 

Ristaro, e trasser sé indietro alquanto, 
E tutti gli altri» che venieno appresso. 
Non sappiendo '1 perchè , fero altrettanto. 

Senza vostra dimanda io vi confesso , 
Che quest' è corpo uman , che voi vedete, 
Perchè '1 lume del Sole in terra è fesso : 

Non vi maravigliate; ma credeto. 
Che non senza virtù , che dal Giel vegna , 
Cerca di soverchiar questa parete ^. 

Così '1 Maestro : e quella gente degna. 
Tornate, disse : intrate innanzi 4 dunque, 

' Aspetto. — ^ Conferma la speranza. — 'Di soitnontar 
questa costa. — * Entrate in nostra compagnia e andate 
innanzi. 



CANTO m. 158 

Coi dossi delle man facendo insegna * 
Et • un di loro incominciò : Chiunque 

Tu se', così andando volgi '1 viso : 

Pon mente, se di là mi vedesti unque. 
Io mi volsi ver lui , e guardai '1 fiso : 

Biondo era , e bello , e di gentile aspetto : 

Ma r un de' cigli un colpo avea diviso. 
Quando mi fui umilmente disdetto 

D* averlo visto mai , ei disse : Or vedi ; 

£ mostrommi una piaga a sommo '1 petto : 
Poi disse sorridendo : Io son Manfredi 

Nipote di Gostanza Imperadrice : 

Ond' io ti prego, che quando tu rìedi , 
Yadi a mia bella figlia, genitrice 

Deli' onor di Cicilia , e d' Aragona , 

E dichi a lei il ver, s' altro si dice. 
Poscia eh' i' ebbi rotta la persona 

Di duo punte mortali io mi rendei 

Piangendo a quei che volentier perdona. 
Orribil furon li peccati miei : 

Ma la Bontà infinita ha sì gran braccia , 

Che prende ciò che si rivolve a lei. 
Se '1 Pastor di Cosenza , eh' alla caccia 

Di me fu messo per Clemente , allora 

Avesse in Dio ben letta questa faccia ', 
L' ossa del corpo mio sarieno ancora 

In co' del ponte , presso a Benevento', 

Sotto la guardia della grave mora ^. 
Or le bagna la pioggia ; e muove '1 vento 

Di fuor del regno , quasi lungo '1 Verde , 

Ove le trasmutò a lume spento ^. 
Per lor maladizion ^ sì non si perde, 

Che non possa tornar l' etemo amore, 

Mentre , che la speranza ha fior del verde. 
Ver' è, che quale in contumacia muore 

Di Santa Chiesa , ancor eh* al fin si penta , 

' Segno.— > Avesse ben letta nelle divine scritture questa 
pagina in cui sta scritto : Dio è sempre pronto a perdonare 
al peccatore che a lui si converte. — ^ Mucchio di sassi. — 
* Senza onoranza di lumi. — ^ La scomuiiica de* papi. 



154 DLL PCRGATOBIO. 

Star li convien da questa ripa in «iMm 
Per ogni tempo , ch'^i è stato, treofa. 

In sua presunzion ', ae tal decreto 

Più corto per buon prieghi non diventa. 
Vedi oramai se tu mi puoi Atr fielo. 

Rivelando alla bvoaa Gostanza , . 

Come m' hai nsto , ed anca e^ divieto ' 
Cile qui per quei di là molto s' avaaia '. 



CANTO iV. 

ARGOMENTO. 

Narra Dante in questo canto come dala nnariirfiii d*j 
nella quale era lo •oomunicato Mmlredi, CMcadagli 
mostrato uno stretiMÙno caUe , pel m^Ar^^nf^ ^f^ oon 
Virgilio salì al balzo , dove tratteoevana «pielM che in 
▼ita negligenti furono ad abbracciare la peniCensa: e 
come tra costoro trovò Sciacqua. 

Quando per dilettanze , ovver per iloglie. 

Che alcuna virtù nostra comprenda , 

L* anima bene ad essa si raocogUe, 
Par, eh' a nulla potenzia più intenda ^ : 

E questo è contra quella error cbe crede 

Ch' un' anima sopr' altra in noi s' accenda. 
E però , quando s' ode cosa o vede » 

Che tenga forte a sé l'anima volta , 

Yassene'l tempo, e V tiom non se n'avvede : 
Ch' altra potenzia è quella, che V ascolta ^ ; 

Ed altra è quella, di' ba l' auiaia intera t 

Questa è quasi legata, « queUa è sciolta. 
Di ciò ebb* io esperìenzia vera, 

Udendo quello spirto, ed ammirando ; 

Che ben cinquanta gradi salit' era 
Lo Sole . ed io non m' era accorto , qnaado 

> star gli conviene fuori dd purgatorio «no apaxio di 
tempo trenta volte maggiore di quello nel quale visse in 
contomacta di S. diiesa. — > Per le preg^iiere de* vivi ibo1> 
to si guadagna. — ^ Qoando l'anima si coacemltn. in alcuna 
sua virtù o potenza, preoccupata da diletto o da dolore, 
pare che non intenda più a nessun'oitra virtùo itotenza sua. 
— * Ascolta la cosa che tenga forte a sé rivolta l'anima. 



CAKTO IV. 16» 

Venimmo dove queir aoùm a4 oa» 

Gridaro a noi : qoi è YOiitù dimuida '. 
Maggiore aperta ' «Mite Yoite ti 

Con una forcatella di mi 

L' uom delia viHfty ^MMto T i 
Clie non era lo calle , oade salkie. 

Lo Duca mio ed wa^j^ffesBOtsoli, 

Come da noi la scbierat si parUnar 
Vassi in Sanleo , e ^seeaéefti ìa Noli : 

Montasi su BismaatoTa in cacone ^ 

Con esso i pie : ina 40 Goovieft, c|»' bodi roli^ 
Dico con l' ali snelle e co» te piarne 

Del gran disio diretro a quel coBfdfOtta , 

Che speranza mi dava, e fiusea linne»^ 
Noi salevam per eniro 'l sasso roilo, 

£ d* ogni lato ne slriagea lo stteBie , 

E piedi e man voleva *1 suoi di sotto ^. 
Quando noi fummo io su V orlo supreiBO 

Dell' alta ripa alla scoperta piaggia, 

Maestro mio , diss' io che via faremo? 
Ed egli a me : iiess«) tao passo caggia? • 

Pur suso al monte dietro a me ac^pùstay 

Fin die n* appaia alcuna scorta saggia. 
Lo sommo ec^c^lto, che vìncea la vista, 

Eia costa superba più assai, • 

Che da mezzo quadrante al caitro Usta *• 
Io era lasso ; quando cominciai : Ì 

O dolce padre, Yolgiii , e rimira, 

Com' io rimango sol, se non ristai 
Figliuol mio , disse , infili quivi tira , 

Additandomi un balzo poco in sue , 

Che da quel lato il poggio tutto gira. 
SI mi spronaron le parole sue, 

Ch' io mi sforzai , carpando appresso lui , 

Tanto che *1 cinghio sotto i pie ni Aie; 

* Il pano, più agiato da salire, che ci domandaste* — 
9 irpertnra. — ^ Chiude con pruni. •— * Fino su la più alta 
cima. — ^ IHctro a Virgilio che mostravami il canmino. 
— ® Bisognava carnminare colie mani e 00* piedi. — 7 Non 
porre il piede in fallo. — « L'acdività di essa costa rispetto 
al piano orizontale era assai maggiore di 45 gradi. 



156 DEL PURGATORIO. 

A seder ci ponemmo ivi amendui 

Volti a levante , ond' eravam saliti , ^ 

Che suole a riguardar giovare altrui *. 
Gli occhi prima dirizzai a' bassi liti , 

Pcscia gli alzai al Sole, ed ammirava. 

Che da sinistra n' eravam feriti. 
Ben s* avvide *1 Poeta , che io restava 

Stupido tutto al carro della luce, 

Ove tra noi ed Aquilone intrava '. 
Ond' egli a me : se Castore, e Polluce 

Fossero 'u compagnia di quello specchio ^ , 

Che su e giù del suo lume conduce, 
Tu vedresti '1 Zodiaco rubecchio ^ 

Ancora alf Orse più stretto rotare, 

Se non uscisse fuor del cammin vecchio. 
Come dò sia, se! vuoi poter p^Mare, 

Dentro raccolto ^ immagina Sion 

Con questo monte in su la terra stare, 
Sì eh' amendue hann* un sol orizon , 

E diversi emisperi ^ : onde è la strada , 

Che , mal , non seppe carreggiar Feton. 
Vedrai com* a costui convien che vada 

Dali* un , quando a colui dall* altro fianco , 

Se lo 'ntelletto tuo ben chiaro bada. 
Certo, Maestro mio, dìss* io , unquanco 

Non vid* io chiaro , sì com' io discemo , 

Là dove mio 'ngegno parea manco : 
Che'l mezzo cerchio del moto superno, 

Che si chiama Equatore in alcun' arte 7 , 

E che sempre riman tra *I Sole e'I verno, 
Per la ragion , che di' , quinci si parte 

Verso settentrion , quando gli Ebrei 

' Suol dilettare per la consolazione di vedere la diffi- 
coltà superata. — ' Stupendosi Dante , che il sole stesM 
tra quel luogo , dov* era con Virgilio e la tramontana, o 
aquilone : perocché in Europa gli era sempre aocadato di 
vedere il contrario , cioè se stesso tra *1 Sole e a<(uiloiie. 
— =* Il Sole. — < Rosseggiante. Altri spiega : somigliante 
ad una rota dentata. — * Tutto raccolto in te stesso. — 
^ Talmente che uno è diametralmente opposto ali* altro. >- 
' Astronomia. 



CANTO IV. I&7 

YedeTan lui verso la calda parte. 
Ma , s' a te piace , Tolentier saprei , 

Quanto avemo ad andar, c^èì poggio sale 

Più che salir non posson f^ occhi miei. 
Ed egli a me : Questa montagna è tale , 

Che sempre al cominciar di sotto è grave, 

E quanto uom più va su , e men fa male. 
Pero quaud* ella ti parrà soave 

Tanto, che *1 su andar ti fia leggiero, 

Come a seconda iu giuso andar per nave : 
Allor sarai al fin d' esto sentiero : 

Quivi di riposar V affanno aspetta : 

Più non rispondo, e questo so per vero. 
E , com' egli ebbe sua parola detta. 

Una voce di presso sonò . Forse 

Che di sedere in prima avrai distretta '• 
Al suon di lei ciascun di noi si torse, 

£ vedemmo a mancina un gran petrone, 

Del qual né io, ned ei prima s* accorse- 
Là ci traemmo : ed ivi eran persone. 

Che si stavano ali* ombra dietro al sasso. 

Come r uom per negligenza a star si pone. 
Ed un di lor, che mi sembrava lasso , 

Sedeva, eMltbracciava le ginocchia. 

Tenendo '1 viso giù tra esse basso. 
O dolce Signor mio, diss' io, adocchia 

Colui, che mostra se più negligente. 

Che se pigrizia fosse sua sirocchia '. 
Allor si volse a noi , e pose mente , • 

Movendo 1 viso pur su per la coscia; 

E disse : or va tu su che se* valente. 
Conobbi allor chi era : e quell' angoscia, - 

Che m* avacciava un poco ancor la lena ^^ 

Non m' impedì V andare a lui : e poscia , 
Ch*a lui fui giunto, alzò la testa appesta 

Dicendo , hai ben veduto , come '1 Sole 

Dall' omero sinistro il carro mena. 
Gli atti suoi pigri , e le corte parole 

Mosson le labbra mìe un poco a riso : 

> Necessità. — > sorella. — ^ Mi accelerava il respiro. 

ri 



t58 DEL PURGATORIO. 



Poi cominciai : Belacqaa, & me ■» àmà& 

Dì te ornai : ma dimmi, perchè aniso 
QuiritU ' se' : attendi to ùcarU , 
O pur Io modonutG Vha'ripriM? 

Ed ei : Frate , f andar so che porla*? 
Che non rei lascerebbe ire if martiri 
L' angel di Dio , che sieiie *b so la porta. 

Pnma convien , che tanto '1 Ciel n' aggìci 
Di fuor da essa , qoanl' io feci in Tita, 
Perch' io 'ndiigtai al fio H buon sospiri ^ , 

Se orazionenn prima non m'aita, 
Che surga su di ciior,€he*B grazia nva : 
L' altra che Tal , che 'n Giei non è «dita? 

E già '1 Poeta innanzi mi saHva , 
E dicea : Vienne omai : vedi eh' è toeeo 
Merìdian dal Sole, ed alla rim 

Cuopre la notte già col pie Marrocco. 



CANTO V. 

ARGOMENTO. 

Tratta pur de* negligenti, ma di coloro, dietardando il 
pentimento, sopraggiunti da mortft YÌolBta, si penti- 
rono e furono salvi. E tra questi trova alcuni, di'eglf dis- 
tintamente nomina. 

Io era già da queir ombre partito, 
E seguitava F orme del mio Duca, 
Quando diretro a me, drizzando '1 dito. 

Una gridò : Ve', che non par che luca 
Lo raggio da sinistra a quel di sotto % 
E come vìto par che si conduca. 

Gli occhi rivolsi al suon di questo motto , ' 

E vidile guardar per maraviglia 
Pur me, pur me , e '1 lume, eh* era rotto. 

* Qui. — * Giova. — 3 Convien che la giustizia divina mi 
faccia girare fuori d' essa porta tanto tempo, quanto m'ag- 
girai invita, poiché indugiai il pentimento de* miei peccati 
fin presso alla morte. — * Non pare che il raggio del sole 
risplenda alla sinistra di quello che è netta piuboma patte. 



CAUTO V. uo 

Perchè V animo tao tanto s' impi^ia. 

Disse '1 Maestro , die 1' «ndare alleiiti f- 

Che ti fa dò, die cpùfi si |Nspig|ia? 
Yien dietro a me» e bsda dir ledenti : 

Sta come torre Ìen»o , die noa crolla 

Giammai la cima per soffiar de* irenti : 
Che sempre f uomo ^ in eui peosier rampolla 

Sovra pensier, da sé dil^pga 11 a^ao , 

Perchè la foga V mi dell' altro insolia '. 
Che potev' io ridir, se non io vegao ? 

Dissilo alquanto dd eoior oonsperso, 

Che fa r uom di perdon tal Tolta de^no : 
£ 'ntanto per la costa da traverso 

Venivan genti imianzi a noi oa pooo , 

Cantando Miterere a verso a verso. 
Quando s' accorser di' io non dava loco 

Per lo mio corpo al trapassar de* raggi , 

Mutar lor canto In un O lungo e roco : 
£ due di loro , in forma di messaggi , 

Corsero 'nconlra noi , e dìmandanie ; 

Di vostra condizion foteoe sa^ *. 
E *\ mio Maestro •. Voi potete andarne, 

£ ritrarre a eolor che vi mandaro , 

Che '1 corpo di costai è vera carne. 
Se per veder la sua ombra rcstaro, 

Com* io avviso ; assd è lor risposto : 

Faccianli onore; ed esser può lor caro. 
Vapori accesi non vid'io si tosto 
Di prima notte mai fender sereno , 
Né, Sol calando , nuvole d' Agosto ^, 
Che color non tornasser suso in meno : 
£ giunti là con gli altri a noi dier voHa , 

Come schiera, che corre senza freno. 
Questa gente , che preme a noi 4, è molta, 
£ vengonti a pregar, disse 1 Poeta : 

' Perchè la forza di un pensiero Infievolisce quclb dell' 
altro. — ' Ck)nsapevoli. — • Non vidi ma vapori accesi, 
chiamati dal volgo ttelle cadenti, fender si tosto di prima 
•otte il ddo, nò, calando il sole vidi mai altri vapori, 
létwtj^ fender ù tosto le nuvole nd mese d'Agosto. — * Si 
affolla per venire verso noi. 



160 DEL PURGATORIO. 

Però pur va , ed in andando ascolta. 
O anima , die yai , per. esser lieta , 

Con quelle membra , con le qoai nascesti , 

Yenian gridando , un poco '1 passo qaeta. 
Guarda s' alcun di noi unque vedesti , 

Sì die di lui di là novdle porti : 

Deh perchè vai? deh percliè non t'arresti? 
Noi fummo già tutti per forza morti , * 

E peccatori inlino air nllun' ora : 

Quivi lume del Ciel ne fece accorti 
Sì , che pentcndo e perdonando, fuora 

Di vita uscimmo a Dio padficati , 

Che del disio di sé veder n* accuora. 
Ed io : Perchè ' ne* vostri visi guati , 

Non riconosco alcun : ma s* a voi piace 

Cosa eh* io possa, spiriti ben nati, 
Voi dite ; ed io farò per quella pace. 

Che dietro a* piedi di si fatta guida , 

Di mondo in mondo cercar mi si face. 
Ed uno incominciò : Ciascun si fida 

Dd beneficio tuo senza giurarlo , 

Pur che '1 voler nonpossa ' non ridda : 
Ond' io , che solo innanzi agli altri parlo, 

Ti prego se mai vedi qud paese. 

Che siede tra Romagna e qud di CarTo, 
Che tu mi sie de* tuoi prieghi cortese 

In Fano sì , che ben per me s* adori ^, 

Perch' io possa purgar le gravi offese* 
Quindi fu' io : ma gli profondi fori, 

Ond' uscì *1 sangue , in sul quale io sedea , 

Fatti mi furo in grembo agli Antenori 4, 
Là dov' io più sicuro esser credea : 

Quel da Esti 'I fé' far, che m' avea in ira 

Assai più là, che dritto non volea. 
Ma s* io fossi fuggito inver la Mira , . 

Quand* io fui sovraggiunto ad Orìàco, 

Ancor sarei di là , dove si spira. 
Corsi al palude , e le cannucce e '1 braco ^ 

' Quantunque miri fisso. — » Impotenza. — * Si ori, 4 
preghi. — * Nel territorio de* Padovani discendenti di An- 
tenore fondatore di quella dttà. — ^ Fango. 



CANTO V. 161 

M* impigliar sì , eh* io caddi , e lì vid* io. 

Delle mie vene farsi in terra laco '. 
Poi disse un' altro : Deh se * quel disio 

Si compia , che ti Iragge ali* alto monte, 

Con buona pietate aiuta 1 mio. 
Io fui di Montefeltro : i' son Buonconte : 

Giovanna o altri non ha di me cura, 

Perch* io to tra costor con bassa fronte. 
Ed io a lui : Qual forza , o qual ventura 

Ti traviò sì fuor di Campaldino, 

Che non si seppe mai tua sepoltura? 
Oh , rispos' egli , appiè del Casentino 

Traversa un* acqua, eh' ha nome l' Archiàno, 

Che sovra l' Ermo ^ nasce in Apennino. 
Là 've'l vocabol suo diventa vano^. 

Arriva* io forato nella^ola, 

Fuggendo a piede, e sanguinando '1 piano. 
Quivi perdei la vista, e la parola 

Nel nome di Maria finì ; e quivi 

Caddi , e rimase la mia carne sola, 
lo dirò 'l vero , e tu *1 ridi'tra i vivi : 

L* Angel di Dio mi prese, e quel d' Inferno 

Gridava O tu dal Ciel , perchè mi privi ? 
Tu te ne porli di costui Y eterno ^, 

Per una lagrimetta, che '1 mi toglie : 

Ma io farò dell' altro ^ altro governo. 
Ben sai come nel!' aer si raccoglie 

Queir umido vapor, che iu acqua ricde, 

Tosto che sale dove '1 freddo il coglie. 
Giunse? quel malvoler, che pur mal chiede , 

Con lo 'ntelletto , e mosse '1 fumo e '1 vento 

Per la virtù , che sua natura diede. 
Indi la valle , come '1 dì fu spento , 

Da Pratomagno , al gran giogo coperse 

Di nebbia, e '1 Gieì di sopra fece intento ^, 
Sì, che 'I pregno aere in acqua si converse : 

La pioggia cadde, e ai fossati veime 




163 DEL PURGATORIO. 

Di lei ciò , che la terra non sofTene : 

£ come ai rivi grandi ai conTeime, 
Ver lo fiume real tanto veloce 
Si minò , che nulla la ritenne. 

Lo corpo mio gelato m so la foce 
Trovò r Archian rubesto '; e quel loepime 
Neir Arno , e sciolse al mio petto la croce 

eh' io fei di me ' quando *ì d<Àai mi vinse : 
Yoltommi per le ripe , e per lo ioado. 
Poi di sua preda mi coperse e cinse. 

Deh quando tu sarai tornato al mondo, 
E riposato della lunga via, 
Seguitò *1 terzo spirito al seconda, 

Ricorditi di me y che son la Pia : 
Siena mi fé' : disfecemi Maremma 
Salsi colui, che 'nnanellata pria» 

Disposando m' avea con la sua gemma ^. 



CANTO VI. 

ARGOMENTO. 

Continua il Poeta in trattar dei medesiai iieglise&ti , f 
quali avevano indugiato il pentimento insino alla loro 
violenta morte. Infine trova Sordello Mantovano, e parla 
universalmente contra tutta Italia, e particoIarmentB 
contra Fiorenza. 

Quando si parte 1 giuoco della zara ^ 

Colui, che perde, si riman dolente. 

Ripetendo le volte ^, e tristo Impara : 
Con r altro ^ se ne va tutta la gente : 

Qual va dinanzi, e qual dirìetro il prende, 

E qual da iato gH si reca a mente : 
Ei non s' arresta , e questo e quello 'ntende : 

' Impetuoso , gonfio. — ' Sciolse le mie Israocia dalle 
quali morendo, io aveva fatto croce sopra il petto. — ' Lo 
sa colui che sposandomi, avevami posto in dito il suo 
anello. — * Giuoco die si la con tre dadi. — ^ Il rivolgi- 
mento de* dadi. — '^ Il vincitore. 



• CANTO VI. m 

A cui porge la man pki non <k pressa ■ : 

E così dalia calca si difiaide. 
Tal* era io in quella turba spessa, 

Volgendo a loro, e qua e là la hedà , 

£ promettendo mi sctogjKea da essa. 
Quivi era l' Aretm , die daMe braccia 

Fiere di Gbin di Tacco ebbe la morie , 

E r altro cb' annega cai r ead o li caeda *. 
Quivi pregava con le naai sporte 

Federigo Novello, « qud da Pisa^ 

Che fé' parer lo boon Marzocoolsrte. 
Vidi Conf Orso , e l' ankoa divisa 

Dal corpo suo per astio e per ia^eg^ ^, 

Come dicea , non per colpa oommùa : 
Pier dalla Broccia dico : e qui provvcggia, 

Mentr' è di qua, la doana di Brabante , 

Sì che però non sia di peggior greggia . 
Come libero fui da tutte ^fuaate 

Quell* ombre , cbe pr^ar pur eh* altri pre^ , 

Sì che s* avacci * llgr diTcoir ante , 
lo cominciai : E' par cbe tu ni uieghi , 

O luce mia. espresso in ak» testo ^, 

Che decreto del Cielo orazlon pirghi : 
£ questa gente prega por di questo. 

Sarebbe dunque loro speaK Tana? 

O non m* è '1 dette iao ben 
Ed egli a me : La mia scrittura è 

E la speranza di costor ùom làiUa, 

Se ben si guarda con la mente sana : 
Che cima di giiudido non s' avfaila. 

Perchè fuoco d' aiaor compia ia «b pimlo 

Ciò , che dee soddisiar ehi fui s* astaiia ^ : 
£ là , doY' io iennaà. cotesto punto, 

Non s' Miwnfwdava, per pregu*, difetto, 

' Quello a cui porge del denaro die ha vinto pUi non 
lo incalza. — ^ ^el dar la caccia a* sud nemicL — * In- 
vidia. — * S'affretti. — * Desine fata ^um flecti sperare 
precando, En. VI. — « Non s*al>bassa V alto giudicio divino, 
perdiè bi carità di coloro che pregano per le anime pur- 
ganti coBpia in nn punto eie che dee MdéKsfinre chi qri 
ha stdtev o albera. 



164 DEL PURGATORIO. 

Perchè *1 prego da Dio era disgiunto. 
Veramente a così alto sospetto ^ 
Non ti fermar, se quella noi ti dice, 
Che lume fìa tra *1 vero e lo 'ntelletto : 
Non so se 'ntendi : io dioo di Beatrice : 
Tu la vedrai di sopra in su la vetla 
Di questo monte ridente e felice. 
Ed io : Buon Duca, andiamo a maggior fretta, - 
Che già non m' affatico come dianzi : 
E vedi omai , che '1 poggio V ombra getta *• 
Noi anderem con questo giorno innanà, 
Rispose, quanto più potremo omai : 
Ma '\ fatto è d* altra forma che non stanzi ^. 
Prima che sii lassù , tornar vedrai 
Colui * , che già si cuopre della costa, 
Sì che i suo' raggi tu romper non fai. 
Ma vedi là un* anima , che posta , 
Sola soletta verso noi riguarda : 
Quella ne 'nsegnerà la via più tosta. 
Venimmo a lei : o anima Lombarda , 
Come ti stavi altera e disdegnosa, 
E nel muover degli occhi onesta e tarda ! 
Ella non ci diceva alcuna cosa : 
Ma lasciavane gir, solo guardando 
A guisa di leon quando si posa. 
Pur Virgilio si trasse a lei , pregando , 
Che ne mostrasse la miglior salita : 
E quella non rispose al suo dimando : 
Ma di nostro paese e della vita 
Ci chiese : e *l dolce Duca incominciava. 
'Mantova... e V ombra tutta in sé romita, 
Surse ver lui del luogo , ove pria stava. 
Dicendo , O Mantovano, io son Sorddlo ' 

Della tua terra : e l' un V altro abbracciava. 
Ahi serva Italia , di dolore ostello ^, 
Nave senza nocchiero in gran tempesta , 
Non donna ^ di provincie , ma bordello ; 

' Dubbio, questione profonda. — ' Intendi, sopra dif 
noi, e vuole significare che il sole dato aveva volta vefw 
ponente. — ^ Pensi. — < Il sole. — * Albergo. ~ * Signora» 



CANTO VI. 1^ 

Queir anima gentil fu cosi presta , 
Sol per lo dolce suon della sua terra , 
Di fare al ciitadin suo quivi festa : 
Ed ora in te non stanno senza guerra 
Li vìtì tuoi , e r un V altro si rode 
Di que', eh* un murocd una fossa serra. 
Cerca , misera , intomo dalle prode 
Le tue marine , e poi ti guarda in seno , 
S* alcuna parte in te di pac« gode. 
Cile Tal , perchè ti racconciasse '1 freno 
Giustiniano , se lascila è vota '.' 
Senz' esso ' fora la vergogna meno. 
Alil gente , che dovresti esser devota, 
E lasciar seder Cesar in la sella, 
Se bene intendi ciò che Dio ti nota ^. 
Guarda com' està fiera è fatta fella , 
Per non esser corretta dagli sproni, 
Poi che ponesti mano alia predella *, 
O Alberto Tedesco, eh' abbandoni 
Costei eh* è fatta indomita e selvaggia, 
E dovresti inforcar li suoi arcioni : ' 
Giusto giudido dalle stelle caggia 
Sovra *1 tuo sangue , e sia nuovo, ed aperto , 
Tal che *I tuo successor temenza n' aggia : 
Ch* avete lu e '1 tuo padre sofferto. 
Per cupidigia di costà distretti ^, 
Che '1 giardin dello 'mperio sia diserto. 
Vieni a veder Montecchi, e Cappelletti , 
Monaldi, e Filippeschi, uom s^iza cura. 
Color già tristi , e costor con sospetti ^. 
Vien , crudel , vieni, e vedi la pressura 
De' tuoi gentili , e cura lor magagne , 
E vedrai Santaiior, com' è sicura. 
Vieni a veder la tua Roma che piagne. 
Vedova , sola , e dì e notte chiama , 

< Se non ti siede sopra chi ti guidi. — > Senza esso frencv 
senza esse leggi. ~ ^ Cioè : date a Cesare ciò che è di Ce- 
sare. — * La parte estrema della brìglia, che va alla guan- 
cia del cavallo. — ^ Per cupidigia di regnare di là dalle 
alpi. — « I primi già tristi perchè oppressi dai Guelfi, i se- 
condi , con sospetti di esserlo. 



liC DEL PURGATORIO. 

Cesare mio , perchè noa n* aceompftgM? 
Vieni a veder la gente , quanto s* um : 

E se nulla di noi pietà ti waaoife, 

A vergognar ti vien della tua tan. 
E se licito m* è, o soamio Giove, 

Che fosti 'n terra per noi crodififlio , 

Son li giusti occhi tuoi rivolti attrave? 
O, è preparazioa , che neU' «Usta 

Del tuo consiglio fiù per alcun boM; 

In tutto dair accorger B&stro aaciiso?* 
Che le terre d* Italia tatto piene 

Son di tiranni ; ed «n Marcel divella 

Ogni villan , che parteggLando viene? 
Fiorenza mia , ben pud eater contenta 

Di questa digression che non ti tocca 

Mercè del popol tuo , che si argoBKBta '. 
Motti han giustizia in cuor, Bia tardi sooeca , 

Per non venir senza consiglio aH' aroo : 

Ma '1 popol tuo r ha in floouno delia iiooea. 
Molti liGutan lo comune incaroo : 

Ma '1 popol tuo sollecito risponde 

Senza chiamare , e grida : io mi aobban» \ 
Or ti fa' lieta, che tu hai ben onde : 

Tu ricca; tu con pace'; in con senno. 

S* io dico ver, V effetto noi nasconde. 
Atene e Lacedemona, che fenno 

Le antiche leggi , e iuron sa civili , 

Fecero al viver bene un picciol cenno. 
Verso di te , che (ai tanto sottili 

Provvedimenti, eh' a mezzo Novembre 

Non giunge quel che tu d' Ottobre fiiL 
Quante volte del tempo, che rimembre. 

Legge , moneta , uficj , e costume 

Hai tu mutato, e rinnovato membre? 
E se ben ti ricorda , e vedi lume , 

Vedrai to simigliante a quella 'nferma , 

I Ai tutto separato, lontano dal nostro intendere. « 
^ Si ingenia , si studia di farti essere di condizione divena 
da quella di tutti i popc^ d'Italia. — ^ Mi sottopongo al 
carco, cioè delle magistrature. 



CAUTO VII. 167 

Cbe non può ti-orar posa in sa le piume. 
Ma con dar Tolta tuo More scherma '. 



CANTO VII. 

ARGOMENTO. ' 

Tratta di coloro che hanno differito U pentirsi» per arere 
occupato r animo in signorie e stati ; i «piali purgano 
il lor peccato hi nn yerde e Borito prato : e quiiri trova 
Carlo, e molti altri. 

Poscìaclìè r accogUenze oneste e liete 
Furo iterate tre e quattro volle , 
Sordel si trasse , e disse : Voi chi siete ? 

Prima eh' a questo monte fosscr volte 
L' anime degne di salire a Dio, 
Fur r ossa mie per Ottavian sepolte : 

lo son Virgilio : e per nuli' altro rio * 
Lo Giel perdei, che per non aver le - 
Così rispose allora il Duca mio , 

Quar è colui , che cosa innanzi a sé 
Subita vede, onde si maraviglia. 
Che crede, e no, dicendo: EU' è, none» 

Tal parve quegli : e poi chinò le ciglia. 
Ed umilmente ritornò ver lui. 
Ed abbracciono ove '1 minor s* appigMa ^. 

O gloria de' Latin, disse, per cui 
Mostrò ciò, che potea la lingua nostra : 
O pregio eterno del luogo , ond* io fui : 

Qua! merito, o qual grazia mi ti mostra? 
S' i' son d* udir le tue parole degno. 
Dimmi se vien' d' Inferno, e di qual chiostra? 

Per tutti i cerchi del dolente regno. 
Rispose lui, son io di qua venuto t 
Virtù del Ciel mi mosse , e eoa lei vegno. 

P^on per far, ma per non lare < ho perduto 

' Cerca di evitare il suo dolore voltandosi. — > Reità. 
— •'* Alle ginocchia. — * Non per misEatti, ma per non 
avere operato secondo le tre virtii cristiane^ 



IC8 DEL PURGATORIO. 

Di veder Y alto Sol , che tu diàri , 

E che fu tardi per me conosciuto. 
Luogo è laggiù non tristo da martiri. 

Ma di tenebre solo, ove i lamenti 

Non suonan come guai , ma son sospiri. 
Quivi sto io co* parvoli innocenti , 

Dai denti morsi della morte, avante 

Che fosser dell' umana colpa esenti '. 
Quivi sto io con quei , che le tre sante 

Virtù non si vestirò, e senza vizio 

Conobber l'altre, e seguir tutte quante. 
Ma se tu sai , e puoi , alcun indizio 

Da' noi , perchè venir possiam più tosto 

Là, dove'l Purgatorio ha dritto inizio. 
Rispose : Luogo certo non e* è posto ' : 

Licito m' è andar suso ed intorno : 

Per quanto ir posso , a guida mi t' accosto : 
Ma vedi già , come dichina '1 giorno , * 

Ed andar su di notte non si puote : 

Però è buon pensar di bel soggiorno. 
Anime sono a destra qua rimote : 

Se mi consenti, i' ti merrò ad esse, 

E non senza diletto ti fien note. 
Com' è ciò ! fu risposto : chi volesse 

Salir di notte fora egli impedito 

D' altrui? ovver saria, che non potesse? 
E '1 buon Sordello in terra fregò 'I dito , 

Dicendo : Vedi , sola questa riga 

Non varcheresti dopo 'I Sol partito : 
Non però , eh' altra cosa desse briga , 

Che la notturna tenebra , ad ir suso : 

Quella col non poter la voglia intriga ^. 
Ben si porla con lei tornare in giuso , 

E passeggiar la costa intorno errando , 

Mentre che V orizzonte il dì tien chiuso. 
\llora '1 mio Signor, quasi ammirando , 

Menane , disse , dunque là 've dici , 

Cir aver si può diletto dimorando. 

' Purgati dal peccato originale. - > Imposto, assegnato. 
— 3 L'oscurità, coli* impotenza di cui è cagione, rende 
senza effetto anche la volontà. 



CANTO VII. 169 

Poco allungati e' eravam di liei % 

Quando m' accorsi , che '1 monte era scemo 

A guisa, che i valloni sceman quici '. 
Colà , disse queir ombra, n* anderemo , 

DoTe la costa face di sé grembo , 

E quivi '1 nuovo giorno attenderemo. 
Tra erto e piano er* un sentiere sghembo ^, 

Che ne condusse in fianco della lacca ^, 

Là ove più eh' a mezzo muore ^ il lembo 
Oro , ed argento fino , e cocco , e biacca , 

Indico legno lucido , e sereno , 

Fresco smeraldo , in V ora che si fiacca , 
Dair erba e dalli fior dentro a quel seno 

iPosti , ciascun saria di color vinto , 

Come dal suo maggiore è vinto il meno. 
Non avea pur natura ivi dipinto, 

Ma di soavità di mille odori 

Vi facea un incognito indistinto. 
Salve, regina, in sul verde, e 'n su* fiori 

Quindi seder, cantando, anime vidi, 

Che per la valle non parean di fuori .^ : 
Prima che '1 poco Sole omaì s* annidi, 

Cominciò '1 Mantovan , che ci avea volti , 

Tra color non vogliate , eh' io vi guidi. 
Da questo balzo meglio gli atti e i volti 

Conoscerete voi di tutti quanti. 

Che «nella lama 7 giù tra essi accolti, 
tiolui, che più sied' alto, ed ha sembianti 

D' aver negletto ciò , che far dovea , 

E che non muove bocca agli altrui canti , 
Ridolfo Imperador fu , che potea 

Sanar le piaghe, eh' hanno Italia morta , 

Sì che tardi per altri si ricrea. 
h* altro , che nella vista lui conforta , 

Resse la terra ^, dove V acqua nasce. 

Che Molta in Albia , e Albia in mar ne porta. 

» Lì. — 2 Qui, nell* eniisferio da noi abitato. - » Obli» 
ijuo. — * Cavità. — * Dechina più che la metà in con- 
fronto degli altri punti , sicché ivi la scesa é dolcissima. 
— ^ Per esser dentro nel fondo della valle non si vedevano 
di fuori. — ' Valle. — » La Boemia. ' 

15 



f70 DEL PURGATORIO. 

Ottachero ebbe nome, e nelle (ksce ' 

Fu meglio assai , die Vincislao suo figlio 

Barbuto , cui Inssnrìa ed ozio pasce. 
E quel nasetto *, che stretto a conslg^ 

Par con colui, eh' ha si benlgiio aspetto , 

Morì fuggendo e disfiorando 1 gij^ : 
Guardate là , come si batte 1 petto. ^ 

L' altro ^ vedete , eh' ha fatto aUa gnanda 

Della sua palma, sospirando, ietto. 
Padre , e suocero son del mal di Francia ^ : 

Sanno la vita sua viziata e lorda, 

E quindi viene 1 dnol, clie si gì landa. 
Quel , che par sì membruto ^, e che s* aceords 

Cantando con colui dal maschio naso ^, 

D* ogni valor portò dnfa la corda : ' 
£ se Re dopo lui fosse rimaso 

Lo giovinetto 7, che retro a lui siede, 

Bene andava il valor di vaso invaso : 
Che non si puote dir dell* altre rede ^ : 

Giacopo , e Federigo hanno i reami : 

Del retaggio miglior 9 nessun possiede. 
Rade volte risurge per li rami 

L' umana probitate : e questo vuole 

Quei , che la dà, perchè da lui si chiami. 
Anco al nasuto " vanno mie parole 

Non men , eh' air altro , Pier , che con lui eaata : 

Onde Puglia e Provenza già sì duole. 
Tant' è del seme sho miglior la pianta. 

Quanto più che Beatrice, e Margherita, 

Gostanza di marito ancor si vanta ^'. 
Vedete il Re della semplice vita 

Seder là solo , Arrigo d' Inghilterra. 

Questi ha nei rami suoi minore uscita. 
Quel che più basso tra costor s' atterra, 

■ Da giovinetto. — > Di naso piccolo, Filif^HI, redi 
Francia, padre di Filippo il bello. — ' Arrigo III, re di 
Navarra. — < Filippo il bello. — * Pietro IH, re d'Aragona. 
— «^ Carlo I, re dì Sicilia. — ' Pietro che non ebbe alcnn- 
de* reami paterni. — " Eredi. — ' La virtù del padre. — 
'" Dal maschio naso, cioè Carlo L — " Tanto sono de^ 
loro genitori meno virtuosi i fì^uoli , quanto Gostanza 
si vanta di marito più che Beatrice e Margherita. 



CJ^TO V41I. 171 

Guardando 'nsuso, è Guglieiiiio Marcliefle» 
Per cui Alessandria e la sua guerra 
Fa pianger Monferrato e '1 Canavese. 



CANTO Vili. 

ARGOMENTO. 

Trattai che videro due AB^eii leeiider €00 émB affocate 
e spuntate spade a^iardia della Tjdles ore 4i8eesi« co- 
nobbero r ombra di Nino. £ poi Tidero lina iNiCia » eon- 
tra la quale si calarono i due An^elL In fine favella il 
Poeta con Currado BIalaq>ina, il quale ^ predice Ujbuo 
futuro esilio. 

Era già Y ora ' , che ifokg^ 'i disio 

A* naviganti , « 'afteaerfece '1 cuore 

Lo dì eli' han detto a' doiei amici addio : 
E che lo iiuovo peregrio d' amore 

Punge * , se ode aquilla di loataso , 

Che paia '1 giorno pianger, ohe si muore, 
Quaud' io 'ncomiuciat a render Taao 

V udire ^, e a mirare una dell'alMO 

Surta , che V ascoltar cfaiedea eoo mano. 
Ella giunse , e levò aaiòo le palme , 

Ficcando gli oeeU Yerso V orieote, 

Conie dicesse a Oto : D* altro ìm» caime^. 
Te lucis ante sì divoUmente 

Le uscì di bocca, ecoB si dolci note. 

Che fece me a me uacir éi aMate : 
E r altre poi dolcemente e ^vote 

Seguitar lei per tutto V inno ifitero , 

Avendo gli occhi alle snperae ruote K 
Aguzza qui , Lettor, bea f|U occhi al vero ; 

Che M Telo è ora ben tanto sottfle ,. 

Certo , che M trapassar dentro è leggiero ^« 

> Era già sera. — ' Che punge 4*amore il pellegrino di 
fresco partitosi dalla sua terra. — ^ A non più udire , né i 
canti dette aahne, né le parole di Sordetto.*- ^Von mi 
curo. — * Sfere celeili. -^ « E facilepiMar ^ nriéetta 
yeìo senza k 



f72 DEL PURGATORIO. 

Io Yidì quello esercito gentile 

Tacito poscia riguardare in sue, 

Quasi aspettando , pallido ed ornile : 
E Yidi uscir dell* alto, e scender giue 

Du* Angeli eoo due spade aflbcate, 

Tronche e private delle punte sue. 
Venli come fogliette pur mo nate 

Erano in veste, che da veiedi penne 

Percosse traean dietro e veuUlate. 
L' un poco sovra noi a star si venne, 

E r altro scese nell* opposta sponda , 

Sì che la gente in mezzo si contenne. 
Ben disccmeva in lor la lesta bionda : 

Ma nelle facce 1* occhio si smania , 

Come virtjl, eh' a troppo si confonda '. 
Ambo vegnon del grembo di Maria, 

Disse Sordello, a guardia delia yalle. 

Per lo serpente , che verrà via via ■. 
Ond' io, che non sapeva per qual calle. 

Mi vois' intorno, e stretto m'accostai 

Tutto gelato allo fidate spalle* 
E Sordello anche : Ora avvalliamo ornai 

Tra le grandi ombre , e parleremo ad esse : 

Grazioso fia lor vedervi assai. 
Solo tre passi credo, ch'io scendesse, 

E fui di sotto , e vidi un che mirava 

Pur me, come conoscer mi volesse. 
Temp' era già , che Y aer s' annerava , 

Ma non sì che tra gli occhi suoi e' miei 

Non dichiarasse ciò che pria serrava ^. 
Ver me si fece , ed io ver lui mi fei : 

Giudice Nin gentil, quanto mi piacque , 

Quando ti vidi non esser tra' reil 
Nullo bel salutar tra noi si tacque : 

Poi dimandò : Quanf è , che tu venisti 

Appiè del monte per le lontan' acque? 
O, diss' io lui , per entro i luoghi tristi 

Venni stamane, e sono in prima vita, 

' Ck)me qualunque altro senso che per troppo forte il 
pressione venga meno. — ' Subito subito» incontanentAv 
' Non mi lasciava vedere prima ch'io discendeasL 



CANTO Vra. 17S 

Ancor che 1* altra sì, andando, acquisti '• 
E come fu la mia risposta udita , 

Sordello ed egli indietro si raccolse, 

Come gente di subito smarrita. 
L' uno a Virgilio , e 1* altro a me si Tòlse , 

Che sedea lì , gridando : Su Currado , 

Vieni a veder che Dio per grazia volse : 
Poi volto a me : per quel singular grado. 

Che tu dèi a colui , che si nasconde 

Lo suo primo perchè che non gli è guado» 
Quando sarai di là dalle larghe onde * , 

Di* a Giovanna mia, che per me chiami 

Là dove agi' innocenti si risponde. 
Non credo , che la sua madre più m' ami , 

Poscia che trasmutò le bianche bende ^ , 

Le quai convien, che misera ancor brami. 
Per lei assai di lieve si comprende 

Quanto in femmina fuoco d* amor dura. 

Se r occhio , o 'l tatto spesso noi raccende. 
Non le farà sì bella sepoltnra 

La vipera , che i Melanesi accampa , 

Com' avrìan fatto il gallo di Gallura 4. 
Così dlcea , segnato della stampa 

Nel suo aspetto di quel dritto zelo , 

Che misuratamente in cuore avvampa. 
Gli occhi miei ghiotti andavan pure al cielo, 

Pur là, dove le stelle son più tarde. 

Sì come ruota più presso allo stelo ^. 
E 'I Duca mio : Figliuol , che lassù guarde.' 

Ed io a lui : A quelle tre facelle, 

Di che '1 polo di qua tutto quanto arde. 
Ed egli a me : Le quattro chiare stelle. 

Che vedevi staman , son di là basse, 

E queste son salite ov* eran qudie. 

1 Sono ancora nella vita mortale, se bene con tal viaggio 
mi abilito ad acquistar 1* immortile. — ^ Di là dal vasto 
mare che circonda il monte del Purgatorio, cioè nel 
mondo. — ' L* abito vedovile « rimaritandosi. — * L'arme 
de* Visconti di Milano era una vipera, e Tarme di Kino 
Giudice di Gallura era un gallo. — ^ Siccome le parti della 
i*uota che sono più presso al perno. 



174 DEL PURGATOBHX 



Com' ei parlava , e Sordetto « sé '1 

Dicendo : Vedi là il nostr* avTi 

E drizzò '1 dito , peidé M là 
Da quella parte , onde non ba ripa» 

La picdola vaUea, er^ wia biscia. 

Forse qaal diede ad £va il cibo > 
Tra r erba e i fior Tenia la mala atiiscia. 

Volgendo ad or ad or la testa, e 1 dossQ 

Leccando , come bestia , obe ù 
lo noi vidi, e però dioer aoi posso. 

Come mosser gli astor oelùtiali * : 

Ma vidi bene el' «no-e V altra 
Sentendo fender V aere alle Tcrdi «II» 

Foggio 1 serpente , e gjU Angeli 4kr ffiHi 

Suso alle poste *, rivolaado igulL 
L' ombra, che s' era al GMioe raoootta. 

Quando chiamò , per tutto queir assalto 

Punto non fu da me guardai» sciolta. 
Se ^ la lucerna, che ti «eaa in alto, 

Truovi nel tuo arbitrio tanta cera, 

Quant' è mestiero insioo al sommo smalto; 
Cominciò ella : se novella vera 

Di Valdimagra, o di parie vidiia 

Sai , dilla a me , cbe già grande là era ^a 
Chiamato fui Currado Malaspina. 

Non son V antico, ma di lui discesi : 

A' miei portai V amor, che qui rafifìoa ^. 
O, dissi lui , per li vostri paesi 

Giammai non fui : ma dove si dimora 

Per tutta Europa, eh' ei non sien palesi? 
La fama , che la vostra casa onora , 

Grida i signori , e grida la contnida. 

Sì che ne sa chi non vi f«i ancora. 
Ed io vi giuro , s' io di sopra vada , 

Che vostra gente corata non si sfregia 

De! pregio della borsa, e della spada ^. 
Uso , e natura sì la privilegia , 

» Gli Angeli suddetti. — ' Al loro posto. — ' Se, 
deprecatoria. — * Signore del luogo. — *8i raffina, si pa* 
rifica. — < Non vien punto perdendo della lode di Ubera- 
Utà e di valore in armi. 



CANTO IX. 17» 

Che perchè '1 capo reo le moado toeea» 
Sola va dritta , e '1 mai canuBÌn «Usprofpa. 

Ed egli : Or va; ctie *k Sol non sì rìcorca 
Sette volte nel letto, cha'l Moetone 
Con tutti e quattro i pie ouopre , «fi ÌDibraa ', 

Che cotesta cortese OfiiaioiiA 
Ti fìa chiavata in mezzo della tesU 
Con maggior chioTi , che d' attmi aeniMae : 

Se corso di giudicio boi s* arresta. 



CANTO IX. 

ARGOMENTO. 

Dimostra Dante in questo canto, sotto la finzione d' un 
sogno, la salita sua infino alla porta del Purgatorio, e 
la via eh* egli tenne per entrarvi. 

La concubina * di TlUme antico', 

Già s* imbiancava al Mzo d* oriente. 

Fuor delle braccia del suo doloe amico : 
Di gemme la sua fronte era lucente , 

Poste 'fi figora-del fìvddo animale S 

Che con la coda perc«rale la gente : 
E la notte de* passi , cmi die sale ^ 

Fatti avea due nel Imgo , tn* eraramo , 

E M terzo già chinaTa 'ngime T aie : 
Quand' io, che meco avea di ifwA d* Adamo «, 

Vinto dal sonno in sa P erto iBehiaai, 

Là *ve già tutt' e cinque sederame. 
Neir ora, che coniinda i tristi lai 

La rondinella presso alla mattina , 

Forse a memoria def suoi primi giiai , 
E che la mente nostra pellegiina 

Più dalla carne , e men da* pender presa , 

Alle sue ?Ì8Ìon quasi è divina, 

^^on passeranno «ette anni. — ^ L'aurora lunine. — 
' U velenoso acoipioQe* " * Le ore. — ^ Il corpo che solo 
si propaga da Adamo. 



176 DEL PURGATORIO. 

Io sogpo mi pare» veder MMipesa 

Un' aquila nel del con peone d* ora. 

Con r ali aperte , ed a calare intesa : 
£d esser mi parea là dove foro 

Abbandonati i suoi da GaninMd<^', 

Quando fu ratto al sommo concistoro. 
Fra me pensava : Forse questa fiede * 

Pur qui per uso, e forse d' altro loco 

Disdegna di portarne suso in piede. 
Poi mi parea, che più rotata un poco» 

Terrìbil come folgor discendesse, 

£ me rapisse suso infino al foco '. 
Ivi pareva , cb' ella ed io ardesse , 

£ sì lo *ncendio immaginato cosse, 

Che convenne , che '1 sonno si rompesse. 
Non altrimenti Achille si riscosse. 

Gli occhi svegliati rivolgendo in giro, 

£ non sapendo là dove si fosse : 
Quando la madre da Chirooe ^ a Scbiro 

Trafugò lui doimendo in le sue braccia. 

Là onde poi gli Greci il dipartirò : 
Che mi scoss' io , sì come dalla faccia 

Mi fuggìo '1 sonno, e diventai ismorto. 

Come fa V uom , che spaventato agghiaccia. 
Da Iato m' era solo il mio conforto ^, 

£ '1 Sole er* alto già, più di due ore, 

£ '1 viso m* era alla marina torto ^ : 
Non aver tema , disse '1 mio Signore : 

Fatti sicur, che noi siamo a buon ponto : 

Non stringer, ma rallarga ogni vigore. 
Tu se* ornai al Purgatorio giunto. 

Vedi là il balzo , che '1 chiude dintorno : ; 

Vedi r entrata là 've par disgiunto. 
Dianzi neir alba che precede al giorno, 

Quando 1* anima tua dentro dormia. 

Sopra li fiori, onde laggiù è adorno 7, 

> II monte Ida. — > Ghermisce con gli artigli. — ^ Alla 
sfera del fuoco sotto il concavo della luna, secondo die 
comunemente si opinava a quei tempi. — * Dalla costo» 
dia di Chirone. — * Virgilio. — « Rivolto. — » È il suolo 
adorno. 



#. 



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CANTO IX. 177 

Venne una donna, e disse : l' son Lada : 

Lasciatemi pigliar costui , che dorme : 

Sì r agevolerò per la sua via. 
Sordel rimase, e l' altre gentil forme ' : 

Ella ti tolse , e come '1 dì fu chiaro , 

Sen venne suso, ed io per le su* orme. 
Qui ti posò : e pria mi dimostraro 

Gli occhi suoi belli queir entrata aperta : 

Poi ella e '1 sonno ad una se n* andaro. 
A guisa d* uom , che tu dubbio si raccerta , 

£ che muti 'n conforto sua paura. 

Poi che la verità gli è discoverta. 
Mi cambia' io : e come senza cura 

Videmi '1 Duca mio, su per lo balzo 

Si mosse , ed io diretro 'nver l' altura. 
Lettor, tu vedi ben , com' io innato 

La mia materia, e però con più arte 

Non ti maravigliar s' io la rincalzo. 
Noi ci appressammo , ed eravamo in parte , 

Che là , dove pareami in prima un rotto , 

Pur come un fesso , che muro diparte , 
Vidi una porta, é tre gradi di sotto 

Per gire ad essa dì color diversi , 

Ed un portier, eh' ancor non facea motto. 
E come l'occhio più e più v' apersi, 

Vidil seder sopra '1 grado soprano, 

Tal nella faccia , eh' io non lo soffersi : 
Ed una spada nuda aveva in mano, 

Che riflettea i raggi si ver noi , 

Ch' io dirizzava spesso il viso in vono : 
Ditel costinci ' , che volete voi ? 

Cominciò egli a dire : ov' è la scorta ? 

Guardate, che 1 venir su non vi noi ^. 
Donna del Ciel , di queste cose accorta, 

RisiK>se '1 mio Maestro a lui, pur dianzi 

Ne disse : Andate là, quivi è la porta. 
Ed ella i passi vostri in bene avanzi, ^ 

Ricominciò '1 cortese portinaio : 

< Le altre anime. — > Di costi, dal luogo ore siete. — 
* Vi annoi , v'ìncreftca. 



173 DEL PURGATORIO. 

Venite dunque a* noslrì gradi innanatr 
Là ne Tenimmo : e lo scaglioo prinuio 

Bianco marmo era sì pulito e terso » 

Ch' io mi speccbiaTa in esso qual io 
Era '1 secondo tìnto , più che perso , 

D' una petrina ruvida ed arsiccia. 

Crepata per lo lungo e per traTerso. 
Lo terzo , che di sopra s* ammassiccia ', 

Porfido mi parca sì fiammeggiante. 

Come sangue, che fuor di vena spiccia. 
Sopra questo teneva ambo le piante 

L* Angel di Dio , sedendo in su la soglia » 

Che mi sembiava pietra di diamante. 
Per li tre gradi su di buona voglia 

Mi trasse M Duca mio , dicendo : Chiedi 

Umilemente , che 'l serrarne sciogUa. 
Divoto mi gittai ansanti piedi : 

Misericordia chiesi, che m* aprisse» 

Ma pria nel petto tre fiate mi diedi. 
Sette P ^ nella fronte mi descrisse 

Col punton della spada; e, fa' che lavi, 

Quando se' dentro, queste piaglie, disse. 
Cenere , o terra, che secca si cavi , 

D' un color fora col suo vestimento : 

E di sotto da quel trasse due chiavi. 
V un' era d' oro , e V altra era d* argento : 

Pria con la bianca, e poscia con la gialla 

Fece alla porta sì, ch* io fui contento. 
Quandunque V una d' este chiavi falla , 

Che non si volga dritte per la toppa ^» 

Diss' egli a noi , non s' apre queste calla ^ . 
Più cara è V una, ma 1' altra vuol troppa 

D* arte e d' ingegno, avanti che disserri, 

Perch' eir è quella, che '1 nodo disgroppa , 
Da Pier le tengo : e dissemi, ch* io erri 

Anzi ad aprir, ch* a tenerla serrate; 

Pur che la gente a* piedi mi s' atterri. 
Poi pinse l' uscio alla porte sacrate, 

* E soprapposto. — ' Intendi per questi 7 P significata 
i sette peccati niortali. •- ^ serratura. ~ * Stretta en- 
trata. 



CANTO X. 17t * 



Dicendo : entrate; na faedovi acoortl 
Che di fuor toma , chi *ndÌetro si guata. 

E quando fur ne* cardini distorti 
Gli spigoli di quella regge ' sacra 
Che di metallo son sonanti e forti , 

Non ruggìo sì , né si mostrò si aera 
Tarpeìa, come tolto le fa '1 buono 
Metello, donde poi rimase macra '. 

Io mi rivolsi attento al primo tuono, 
£ Te Deum laudamus > mi parea 
Udire in voce mista al dolce suono. 

Tale immagine appunto mi rendea 
Ciò eh' io udiva, qual prender si suole , 
Quando a cantar con organi si stea : 

Oh' or s) , or no s* intendon le parole , 



CANTO X. 

ARGOMENTO. 

Descrivesi la porta del Purgatorio, e la salita dei Poeti 
insino al primo balzo; nd quale sotto gravissimi pesi si 
purga la superbia. Dipoi videro essi alla sua sponda in» 
tagUati alcuni esempj di umiltà : e in fine che diverse 
anime sotto gravissimi pesi venivano verso loro. 

Poi fummo dentro al soglio della porta, 

Che '1 malo amor dell' anime disusa ^, 

Perchè fa parer dritta la via torta, 
Sonando la senti' esser richiusa : 

E s' io avessi gli occhi volti ad essa , 

Qual fora stata al fallo degna scusa? 
Noi salevam per una pietra fessa , 

Che si moveva d' una, e d' «Itra parte 4, 

Sì come r onda, che fugge, e s' appressa. 

1 L'imposte di quella porta. — ^ Quando Giulio Cesare 
spogliò Terario, repugnante invano Melelk) tribuno. — 
' Che Tappetito disordinato degli nomini rende poco usa- 
ta. - < Che andava su non dritta, ma a onde, o come a 
spire. 



I«0 DEL PURGATORIO. 

Qui si convien usare un poco d' aite. 

Cominciò 'i Duca mio , in aecostani 

Or quinci or quindi al lato che ai parte '• 
E ciò lece i nostri passi scarsi 

Tanto, che pria lo scemo della Luna 

Rigiunse al letto suo, per rìoorcarsi, 
Cile noi fossimo fuor di quella cruna * : 

Ma quando fummo liberi ed aperti 

Su, dove '1 monte indietro si rauna» 
lo stancato, ed ambedue incerti 

Di nostra via , ristemmo su 'n un piaiio 

Solingo più che strade per disertL 
Dalla sua sponda , ove confina il vano , 

Appiè dell' altra ripa, che pur sale , 

Misurrebbe in tre volte un corpo umano : 
E quanto 1* occhio mio potea trar d' ale , 

Or dal sinistro, ed or dal destro fianco , 

Questa cornice mi parea cotale. 
Lassù non cran mossi i pie nostri anco , 

Quand' io conobbi quella ripa intorno, 

die dritto di salita aveva manco ^, 
Esser di marmo candido , ed adomo 

D* intagli sì , che non pur Policleto , 

Ma la natura lì avrebbe scorno. 
L' Angel 4, che venne in terra col decreto 

Della moli' anni'lagrimafa pace, 

Ch' aperse '1 Ciel dal suo lungo divieto , 
Dinanzi a noi pareva sì verace , 

Quivi intagliato in un atto soave, 

Che non sembiava immagine che tace. 
Giurato si saria , eli' el dicesse Ave : 

Perchè quivi era immaginata quella ^, 

Ch' ad aprir V alto amor volse la chiave. 
Ed avea m atto impressa està favella, 

Ecce ancilla Dei sì propriamente , e 

Come figura in cera si suggella. 

I Dà volta. — > Quella strettissima salita fatta a gaisa di 
crana d' ago. — ^ Sorgeva verticalmente. — * L'angel Ga- 
briello, che, recando l'annunzio a Blarìa, portò b pace 
al mondo. — * Maria. 



CANTO X. 181 

Non tener pur ad un luogo la mente', 

Disse 'i dolce Maèstro , che m' avea 

Da quella parte , onde '1 cuore ha la gente : 
Perch' io mi mossi col viso , e vedea 

Diretro da Maria per quella costa, 

Onde m* era colui , che mi movea , 
Un' altra storia nella roccia imì>osta ' : 

Perch* io varcai Virgilio *, e femmi presso/ ' 

Acciocché fosse agli occhi miei disposta. 
Era intagliato lì nel marmo stesso 

Lo carro , e i buoi, traendo l' arca santa; 

Perchè si teme ufcio non commesso ^. 
Dinanzi parca gente ; e tutta quanta 

Partita in sette cori , a duo miei sensi ^ 

Facea dir : V un No , 1* altro S),eanta. 
Similemente al fummo degV incensi, 

Che v' era immaginato , e gli occhi e 1 naso , 

£ al sì ed al no discordi fensi. . w. 

Lì precedeva al benedetto vaso , 

Trescando alzato 1* umile Salmista *, 

E più e nien , che Re era 'li quel caso. 
Di centra effigiata ad una vista ^ • ^ • 

D* un gran palazzo ,' Micol ammirava , 

Siccome donna dispettosa e trista. 
Io mossi i pie del luogo, dov' io stava , 

Per tivvisar da presso un' altra storia. 

Che dlretro a Micol mi biancheggiava. 
Quiv* era storiata V alta gloria 

Del Roman prìnce, lo cui gran valore 

Mosse Gregorio alla sua gran vittoria 7 : 
Io dico di Traiano Iniperadore : *" . 

Ed una vedovèlla gli er al freno . 

Di lagrinie atteggiata è di dolore. . 
Dintorno à lui p'arèà calcato^ e pieno ^ " 

' Sc<|lpita nel masso. — ' Essendo io dalla parte shiistra 
passai alla destra dì Virgilio. - ' Allude àllìTmorte inipro- 
visa del levita Oza, colla quale Diolo pimi per' avere egli 
osato di toccare l'arca nel punto che. stava per cadere. — 
" L'udito e la vista.'—* David /alzato da terra Tnell'. 'atto 
di danzarci — ^ Ringhiera o finestra. — ,.' Liberare ^dall- 
inferno l'anima di quell* imperatore. — * Calca é* folla 'dì. ca-. 
valieri. 

Ji DANTE. 16 



>•• 



'*•' 



m D£L PURGATORIO. 

Di cavalieri , e V aguglie uell* ora 

Sovr' esso ìu Tìsta al vento si moTièoo, 
La miserella infra tutti costoro 

Parea dicer : Signor, fammi yendetta 

Del mio figliuol , eh' è morto , ooà* io m' acoore. 
Ed egli a lei rispondere : Ora aspetta , 

Tanto, eh* io torni : e quella : Signor quo. 

Come persona, in cui dolor s' affretta : 
Se tu non tomi? ed ei : chi fiadov* io. 

La li farà : ed ella : L' altrui bene 

A te che fìa, se '1 tuo metti in obblio * ? 
Ond' elli : Or ti conforta rcheconTÌene» 

eh' io solva il mio dovere, anzi eh' io muova : 

Giustizia vuole , e pietà mi ritiene. 
Colui , che mai non vide cosa nuova , 

Produsse esto visibile parlare» 

Novello a noi, perchè qui ^ non si truova. 
Mentr' io mi dilettava di guardare 

L' immagini di tante umilitadi , 

£ per lo fabbro loro a veder care ; 
Ecco di qua , ma fanno i passi radi , 

Mormorava *1 Poeta , molte genti : 

Questi ne 'uvìeranno agli alti gradi. 
Gli ocelli miei, eh' a mirar erano intenti» 

Per veder novitadi onde son vaghi. 

Volgendosi ver lui non furon lenti. i 

Non vo* però, Lettor, che tu ti smaglii ^ 

Di buoi? proponimento, per udire. 

Come Dio vuol , che *1 debito si paghi. 
Non attender la forma del marlire : 

Pensa la succession : pensa eh' a peggio , 

Oltre la gran sentenzia non può ire ^. 
Io cominciai : Maestro, quel, eh' io veggio 

Muover ver noi , non mi sembran persone , 

* Che gioverà a te la giustizia del tuo successore, se to 
trattanto non curi di far quello a cui sei tenuto? — > Id- 
dio. — ' A noi qui in terra. — * Ti smarisca , ti diparta. 
— * Pensa ciò che al purgarsi succede , 1* etema beatitu- 
dine che vien dopo : e pensa che alla peggio , e al più che 
l)0S3an durare quel tormenti, non passeranno il tempo, 
in CUI pronunzierassi ncll* universal giudizio la gran 
sentenza. 



CANtO X. 183 

K non so che; si nel veder vaneggio. 
Ed egli a me : La grave condizione 

Di lor tormento a terra gli rannicchia , 

Sì, che i mie* ocelli pria n* cbber tenzone. 
Ma guarda fiso là, e disviticchia ' 

Col viso <iuel che vien sotto a quei sassi : 

Già scorger puoi come ciascun si picchia. 
O superbi Cristian , nniseri , lassi , 

Che della vista della mente infermi , 

Fidanza avete ne' ritrosi passi : 
Non v' accorgete voi , che noi siam vermi, 

Nati a formar V angelica farfalla, 

Che vola alla giustizia senza schermir 
Di che r anima vostra in alto galla *? 

Poi siete quasi entomata in difetto ^, 

Sì come verme, hi cui formazion falla. 
Come per sostentar solaio, o tetto. 

Per mensola ^ talvolta una figura 

Si vede giunger le ginocchia al petto. 
La qual fa del non ver vera rancura 

Nascer a chi la Tede; così fatti 

Yid' io color, quando posi ben cura. 
Vero è, che più e meno eran contratti , 

Secondo eh' aVean più e meno addosso : 

E qual più pazienza avea negli atti. 
Piangendo parea dicer : Più non posso. 

> Distingui bene coU* occhio. — * Galleggia, •* insuper- 
bisce. — 3 Insetti difettosi. — * In vece A mensola. 



184 D£L PURGATORIO. 



CANTO XI. 

ARGOxMENTO. 

Dopo 1' oi'azion falta dalle anime a Dio, mostra Dante 
d'aver riconosciuto 1' anima di Oderisi d* Agobbio mi- 
niatore ; col quale ragiona a lungo. 

O Padre ' nostro , che ne* Cieli stai , 

Non circonscritto , ma per più amore , 

Ch' ai primi effetti di lassù tii hai , ' . ^ 
Laudato sia '1 tuo nome j e '1 tuo valore ' 

Da ogni creatura, com' è degno 

Di render grazie al luo alto vapore *. ' ' 

Vegna vernoilapacedel tuoregiiò, ' ' ! 

Che noi ad essa non potem da nói/ 

S' ella non vien , con tutto nostro 'ngegno. 
Come del suo voler gli Angeli tuoi 

Fan sagrificio a te, cantando Osanna, 

Cosi facciano gli uomini de' suoi. 
Dà oggi a noi la cotidiana manna, 

Senza la qual per questo aspro diserto 

A retro va , chi più di gir s* affanna. 
E come noi lo mal , eh' avem sofferto , 

Perdoniamo a ciascuno, e tu perdona 

Benigno , e non guardare al nostro merto. 
Nostra virtù , che di leggier s' adona ^ , 

Non spermentar ^ con V antico avversare , 

Ma libera da lui, che sì la sprona ^ 
Qucst' ultima preghiera. Signor caro. 

Già non si fa per noi , che non bisogna ; 

Ma per color, che dietro a noi restaro ^. 
Cosi a sé e noi buona ramogna 7 

Queir ombre orando , andavan sotto *1 pondo 

Simile a quel , che tal volta si sogna, 
Disparmente ^ angosciate tutte a tondo , 



I Parafrasi del Pater Noster. — * Sapienza. — ' Fadl- 
mente si Cacca, si arrende. — * Non mettere in cimento. 

— * Tenta a peccare. — * Per quei che vivono su la terra. 

— ' Prospero successo. — * Disegualmentc. 



. CANTO XI. f f8ft 

E lasse SII per la prima cornice, 

Purgando la caligine del mondo . < ! 

Se di là sempre ben per noi silice, . 

Di qua che dire , e far per lor si puote ' 

Da quei eh* hanno al voler buona radice * ? 1 

Ben sì de' loro aitar lavarle note. 

Che portar quinci , sì che mondi e lievi 

Possano uscire alle stellate ruote. 
Deh ! se giustizia e pietà vi disgrevi 

Tosto , sì che possiate muover T ala, 

Che secondo 1 disio vostro vi levi ; 
Mostrate , da qual mano inver la scala 

Si va più corto; e se e' è più d* un varco, 

Quel ne 'nsegnate , che men erto cala : ' 

Che questi, die vien meco, per lo 'ncarco 

Della carne d' Adamo , onde si veste , 

Al montar su centra sua voglia è parco '. 
Le ior parole , che renderò a queste , 

Che dette avea colui, cu' io seguiva, 

Non fur da cui venisser manifeste : 
Ma fu detto : A man destra per la riva 

Con noi venite , e troverete *1 passo , 

Possibile a saHr persona viva. . ! 

£ s' io non fossi impedito dal sasso , 

Che la cervice mia superba doma, 

Onde portar conviemmi '1 viso basso : 
Cotesti , eh' ancor vive, e non si noma. 

Guarderò* io , per veder s' io '1 conosco, 

K per farlo pietoso a questa soma. 
Io fui Latino , e nato d' un gran Tosco : 

Guglielmo Aldobrandescbi fu mio padre : K 

Non so , se '1 nome suo giammai fu vosco. "^ 

L' antico sangue , e Y opere leggiadre 

De' miei maggior mi fer sì arrogante , 

Che non pensando alla comune madre ^, 
Ogu' uomo ebbi 'n dispetto tanto avante , , . 

Ch' io ne mòri', cornei Sanesisannì), j 

* Se nel Purgatorio si prega sempre per noi , che si può ' 
fare e dire per loro (quelìl del Purgatorio) , nel mondo, da 
<iuelli che hanno la volontà buona? — * Tardo, lento. — 

* La terra. 

f«. 



186 DEL PURGATORIO. 

E salto in Campagnatioo ogii ftuite '. 
Io sono Omberto : e non pofe a me danao 

Superbia fé', ctie tutti t n^ei conaorti 

Ha ella tratti seco nel malanno : 
E qui convien eh' io questo peso porti 

Per lei , tanto eh' a Dio si sodfùsfaoda , 

Poi eh' i' noi fei tra' yìvì , qui tra' nnorti. 
Ascoltando chinai in giù la faoda : 

K(l un di lor, non questi, che parlava. 

Si torse sotto '1 peso , che lo 'nipiecia : 
E videmi , e conobbemi, e chiamava » 

Tenendo gli occhi con feitica fisi 

A ine , che tutto chin * con loro andava. 
O , diss' io lui f non se' tu Oderisi , 

L' onor d' Agobbio, e V onor di quell' mrte^ 

eh' alluminare ^ è chiamata in Parisi ? 
Frate, diss' egli, più ridon le carte. 

Che pennelleggia Franco Bolognese : 

L' onore è tutto or suo , e mio in parte K 
Ben non sare' io stato sì cortese , 

Mentre eh' io vissi , per Io gran disio 

Dell' eccellenza , ove mio core intese : 
Di tal superbia qui si paga il fio : 

Kd ancor non sarei qui , se non fosse. 

Che , possendo peccar ^, mi volsi a Dio. 
O vanagloria dell* umane posse, 

Com' poco il verde in sa la cima dura , 

Se non è giunta daU' etadi grosse *! 
Credete Cimabue nella pintura 

Tener lo campo : edora ha Giotto il grido , 

Sì che la fama di colui oscura. 
Così ha tolto 1' uno all' altro Guido 

La gloria della lingua : e forse è nato 

Chi r uno e l' altro caccerà di nido. 
^on è il mondan romore altro eh' un fiato 
- Di vento , eh' or vien quinci , ed or vien quindi, 

E muta nome , perchè muta lato. 
Che fama avrai tu più , se vecchia scindi 

' Parlante. — * Chhsato. — ' Enluminer. — * Perchè so* 
no stato suo maestro. — ^ Essendo ancora in vita. — * Se 
non sopraggiungono tempi d'ignoranza. 



CANTO XI. \n 

Da te la carne , cbe se fossi morto 

Innanzi , che lasciassi il pa|ipo e '1 dindi , 
Pria che passio miir anni? eh' è più corto 

Spazio air eterno , eh* un muover di ciglia, 

Al cerchio , che più tardi in cielo è torto '. 
Colui, che del cammin sì poco piglia 

Dinanzi a me , Toscana sonò tutta , 

Ed ora a pena in Siena sen pispiglia; 
Ond' era Sire, quando fa distrutta 

La rabbia Fiorentina ', che superba 

Fu a quel tempo , sì com' ora è putta. 
La vostra nominanza è color d' erba, 

Che viene, e va, e quei ^ la discolora, 

Per cui eir esce della terra acerba. 
Ed io a lui ; lo tuo ver dir m' incuora 

Buona umiltà , e gran tumor m' appiani : 

Ma chi è quei , di cui tu parlavi ora ? 
Que$;li è , rispose , Provenzan Salvani , 

Ed è qui , perchè fu presontuoso 

A recar Siena tutta alle sue mani. 
Ito è così , e va senza riposo , 

Poi che moi") : cotal moneta rende 

A soddisfar, chi è di là ** tropp* oso. 
Ed io : Se quello spirito, eh* attende. 

Pria che si penta, 1* orlo della vita , 

Laggiù dimora, e quassù non ascende, 
Se buona orazion lui non aita, 

Prima che passi tempo , quanto visse, 

Come fu la Venuta a lui largita ? ' 

Quando vivea più glorioso , disse , 

Liberamente nel campo di Siena , 

Ogni vergogna deposta , s' affisse * : 
E lì , per trar V amico suo di pena , 

Che sostenea nella prigion di Carlo, 

' Che fama avrai maggiore se muori vecchio o se muori 
giovine dopo un corso di anni minore di mille, ftpazio di 
tempo rispetto all' eternità plùr eorto, cbe non è un batter 
di ciglio rispetto al moto dd cerdìlo edeste che più lento si 
gira ? — a Nella battagUa di Mont aperti. — »T1 sole. — 
* Nella vita mortale. -- ^ Si Termù neUa plazia disila. 



188 DEL PURGATORIO. 

Si condusse a tremar per ogni yena *. 

Più non dirò , e scaro 80 che parlo : 
Ma poco tempo andrà , che 1 tuoi Ticini 
Faranno sì che tu potrai chiosarlo * : 

Quesf opera gli tolse quei confini ^. 



-• \ 



r 



CANTO xir. 

) 
ARGOMENTO. 

Partonsi i due Poeti da Oderisi e Tengono alla oorniee ; . 
OTC veggono intagliate sa la prima molte immagini , le 
qnali sono tutte esempi di supetina. Poscia descriTe b 
salita sopra il secondo balzo, ore si purga U peccato deQ* 
Invidia. 

Di pari , come buoi , che Tanno a gio^ » . •. 

M' andaTa io con quella anima carca , 

Fin che *1 sofTerse U dolce pedagogo. 
Ma quando disse : Lascia lui , e Tarca , 

Che qui è buon , con la Tcla e co* remi » 

Quantunque può ciascun , pinger sua barca : 
Dritto ; sì com' andar tuoIsì , rifèmi 

Con la persona , avTegna che i pensieri 

Mi rimanessero e chinati e scemi 4. 
lo m'era mosso, e seguia Tolentìerì . , 

Del mio Maestro i passi , ed amendue 

Già mostraTam , com* eraTam leggieri , 
Quando mi disse : Volgi gli occhi in giue : 

Buon ti sarà , per alleggiar la via , 

Veder lo letto delle piante tue^ 
Come , perchè di lor memoria sia , 

Sovr' a' sepolti le tombe terragne 

Portan segnato quel, eh' elli eran pria : 
Onde lì molte Tolte se ne piagne , 

Per la puntura della rimembranza, 

Si condusse a chiedere la limosina tutto angoscioso e 
tremante. — ^ I tuoi concittadini ti obbligheranno a c(m- 
durti a tremar per ogni vena. — ^ Cioè dell' AntipurgatoriOt 
— * Sebbene i pensieri mi rimanessero bassi e umiliati. -» 
^ Il suolo che co i più calpesti. 



CXNTO XII. 189 

Che solo a* pii dà delle calcagne ' : 
Sì Tid* io li , ma di miglior sembianza , . 

Secondo Y artifìcio * , figurato , . . : 

Quanto per via di fuor dal monte arajoza \ . « 

Vedea colui 't, che. fu nobil creato ) 

Più eh' altra creatura, giù dal Cielo 

Folgoreggiando scendere da un lato. / 

Vedeva Briareo fitto dal telo . , 

Celestial giacer dall' altra parte, 

Grave alla terra per lo mortai gielo. , 

Vedea Tirabrèo ^ , vedea Pallade , e Marte 

Armati ancora intorno al padre loro , 

Mirar le membra de* giganti sparte. 
Vedea Nembrotto appiè del gran lavoro , 

Quasi smarrito, e riguardar le genti, 

Che 'n Sennaar, con lui superbi foro. 
O Niobe , con che occhi dolenti 

Vedev' io te , segnata in su la strada , 

Tra sette e sette tuoi figliuoli spenti ! i 

O Saul, come 'n su la propria spada, 

Quivi parevi morto in Gelboè, 

Che poi non sentì pioggia , né rugiada ^ ! j 

O fólle Aragne, sì vedea io te, : , . 

G ià mezza aragna , trista in su gli str;^ , 

Dell'opera, che mal per te si fé'. , ^ 

O Roboan , già non par che minacci / 

Quivi il tuo segno 7 : ma pien di spavento, 

Mei porta un carro prima eh' altii/l cacci. j 

Mostrava ancora il duro pavimento, 

Come Almeone a sua madre fé' caro , 

Parer lo sventurato adornamento ^. , 

Mostrava come i figli si giltaro 

Sovra Sennacherib dentro dal tempi9', 

£ come morto lui quivi laseiaro. , 

I Stimola solo gli uomini pii a pregare pei defunti. — 
3 Secondo le buone regole della scultura. — ^ Tutto quello 
spianato che sporge in fuori dal monte. — * Lucifero. — < 
* Apollo. — • Per la maledizione data perciò ad esso monte 
da Davide. — ' La tua effigie. — » Uccise la propria madre, 
perchò accettò una collana a patto di tradire il di lei ma- 
rito. 



' t 



190 DEL PURGATÒRIO. 

Mostrava la niina , e *! crudo scempio 

Che fé' Tamiri, quando disse a Ciro, 

Sangue sitisti , ed io di sangue f empio. 
Mostrava , come in rotta si ftiggiro 

Gli Assiri , poi che fu morto Oloferne y 

Ed anche le reliquie del martlro '. 
Vedeva Troia in cenere e in caTeme : ^ 

O Ilion, come te basso e vile, 

Mostrava il segno ' , che B si discerné ! 
Qual di pennel fu maestro, e di stile, 

Che ritraesse 1* ombre e i tratti , eh' i?i 

Mirar farieno uno 'ngegno sottile? 
Morti li morti , e i \ivi parean vivi. 

Non vide me' di me , chi vide 1 vero , 

Quant' io calcai , fin' che chinato givi. 
Or superbite , e via col viso altiero. 

Figliuoli d' Eva , e non chinate 'i volto , 

Sì che veggiate 1 vostro mal sentiero. 
Più era già per noi del monte volto, 

£ del cammin del Sole assai più speso , 

Che non stimava Y animo non 8ci<^ ' ; ' 

Quando colui , che sempre innanzi atteso 

Andava , cominciò : Drizza la testa : 

Non è più tempo da gir sì sospeso. 
Vedi cdà un* Angel , che s^ appresta , 

Per venir verso noi : vedi , che toma 

Dal servigio del dì l' ancella sesta *, 
Di riverenza gli atti e'I viso adoma. 

Sì eh' ei diletti lo 'nviard 'n suso : 

Pensa che questo dì mai non raggiorna: 
Io era ben del suo ammonir uso, 

Pur di non perder tempo, sì che 'n qoella 

Materia non potea parlarmi chiuso. 
A noi venia la creatura bella , 

Bianco vestita , e nella faccia , quale 

Par tremolando mattutina stella. 
Le braccia aperse , ed indi aperse l' ale : 

> La gran strage che fu fatta degli Assiri. — * La sdil- 
tura. — 3 Tutto hitento a considerare quelle istorie. — 
^ Cioò la sesta ora, che già era mezzo giorno. — * Non ti 
rinnova, non torna. 



CANTO XII. 191 

Disse : Venite : qui sod presso i gradi, 

Cd agevolemente ouai si saie. 
A questo annunzio ' yengon loolto ndi : 

O gente umana, per volar su nata» 

Perchè a poco vento ooeì cadi? 
Menocci ove la rocda era tagliata : 

Quivi mi battèo T ali per la fronte , 

Poi mi promise sicura Y andata. 
Come a man destra» per salire al monte» 

Dove siede la chiesa , che soggioga 

La ben guidata sopra Rubaconte ', 
Si rompe del montar Y ardila foga , 

Per le scalee, che si fero ad ctade, 

Ch* era sicuro 'I quaderno e la doga ^ : 
Così s'allenta la ripa, che cade 

Quivi ben ratta dall' altro girone : 

Ma quinci , e quindi Y alta pietra rade ^. 
Noi volgend* ivi le nostre persone , 

Beati pauperes spiritu, voci 

Cantaron sì , che noi dirla sermone. 
Ahi quanto son diverse quelle foci 

Dair infernali ! che quivi per canti 

S' entra, e laggiù per lamenti feroci. 
Già montavam su per li scaglion santi » 

Ed esser mi parca troppo più lieve , 

Che per lo pian non mi parca davanti : 
Ond' io : Maestro , df, qual cosa greve 

Levata s' è da me, che nulla quasi 

Per me fatica andando si riceve? 
Rispose : Quando i P, che son rimasi 

Ancor nel volto tuo presso che stinti , 

Saranno , come Y un , del tutto rasi , 
Fìen li tuo' pie dal buon voler sì vinti , 

Che non pnr non fatica sentiranno» 

Ma fia diletto loro esser su pinti ^. 

* A questo invito, perchè molti sono i chiamati e pochi 
gli eletti. — 2 La diiesa di S. Miniato die domina Firenze 
in vicinanza del ponte Rubaconte. ~ ' Si mitiga X ertezza 
della salita le scale fabbricate al tempo antico, che non si 
facevano furfanterìe di falsare libri e misure del pubblico. 
— ^ Toccal'uno e l'altro fianco di colui che sale— * Spinti. 



192 DEL PURGATORia 

Allor fec' k) come color, che vanuo 
Con cosa in capo , non da lor sapaU, 
Se non che i cenni altrai soapiar fanno : 

Perchè la mano ad accertar s'aiuta, 
E cerca , e truova, e quell' uliclò adempie , 
Che non si può fornir per la veduta : 

E con le dita della destra scempie ' 
Trovai pur sei le lettere, che'ndse 
Quel dalle chiavi a me sovra le tempie : 

A che guardando il mio Duca sorrìse. 



CANTO XllL 

ARGOMENTO. 

Giunto Dante sopra il secondo balzo» ove si porga il pee- 
cato dell* invidia, trova alcune anime vestite di dlick). 
le quali avevano cuciti gli occhi da un filo di ferro; e 
vede tra quelle Sapìadonna Sanese. , • , 

Noi eravamo al sommo della scala , 

Ove secondamente si risega • ' ' 

Lo monte, che salendo altrui dismala *. ' • 

Ivi cosi una cornice lega ' ' > * 

Dintorno '1 poggio, come la prìmaia , ' 

Se non che 1' ^co suo più tòsto piega ^. 
Ombra non gli è, uè segno', che si paia : 

Par si la ripa , e par si la via schietta , 

Col livido color della petraia. ' 
Se qui, per dimandar, gente s' aspetta, 

Ragionava '1 Poeta, i* temo forse ' • 

Che troppo avrà d' indugio nostra eletta : 
Poi fisamente al Sole gli occhi porse : * 

Fece del destro lato al muover centro , 

E la sinistra parte di sé torse. • • • - 
O dolce lume, a cui fidanza io entro .«.!•• 
" Per lo nuovo cammin , tu ìie conduci , 

I Separate, allargate. — .^ Purga dal male de*^ peccati. 
— 3 Essendo di più angusto circuito. • * Ivi nbn'é imma- 
gine scultura. . • .'. . _ 



CANTO XIII. 103 

Dicea, come condur sivaol quinc' entro ^ : 
Tu scaldi '1 mondo : tu sovr' esso luci : 

S' altra cagione in contrario non pronta. 

Esser den sempre li tuoi raggi duci. 
Quanto di qua per un migliaio ' si conta , 

Tanto di là eravam noi già iti 

Con poco tempo , per là-Yóglia pronta : 
E verso noi volar fùron sentiti , - 

Non però visti , spiriti ; parlando 

Alla mensa d' amor cortesi inviti. . 
La prima voce, cKe passò volando , ' 

Vimimnon habént'^BitàméntedìBset 

E dietro a noi V andò reiterando. 
E prima , che del tutto non s' udisse , 

Per allungarsi ^, un' altra : l' sono Oreste , 

Passò gridando, ed anche non s* affisse *. 
O, diss' io, che voci son queste? ' 

E com' io dimandai : ' ecco la terza , ' - 

Dicendo : Amate; da cui male aveste. 
Lo buon Maestro V Questo cinghiò' stei^ ' 

La colpa della 'nvidia ^ e però sono ^ '' » ^-^ 

Tratte da amor le corde'della ferza ^. • 
Lo fren ^ vuol esser del contrario suono : 

Credo , che 1* udirai , per mio avviso, 

Prima , che giunghi al passo del perdono; 
Ma ficca gli occhi per l' aere ben fiso , 

E vedrai gente innanzi a noi sedersi , 

E ciascun è lungo la grotta assiso.'^' " ' ' 
Allora più che prima gli òcchi apersi; 

Guardami innanzi, e vidi ombre 'con man li 
■ Al color della piètra lìón diversi.' ' " • '; "• *• 
E poi che fummo un poco più avanti , • ' ''- '' 

Udi* gridar, Maria /ora per noi; • ' ' ** 

Gridar, Michele, e Pietro, e tutti 1 Santi. 
Non. credo , che per terra vada àivéiA 5 ' ^ 

Uomo sì duro, che non fosse punto • ' 

Per còmpassion di quel eh* io "vidi poi : 

' Per entro a questo luogo. — ^ Mìglio. — ^ Alloiitannr- 
si. — * Non si fermò. — * I detti per eccitare gli invidiusi 
a l>ene operare, sono di amore e di carità. ^ ^ I detti iier 
rattencre gli invidiosi. — ^Oggi. • 

17 



194 DEL PURGATORIO. 

Che quando fui sì presso di lor giunto , 

Che gli atti loro a me venivan certi 

Per gli occhi, fui di grave dolor munto '. 
Di vii ciliccio mi parean coperti , 

E 1' un soiTeria ' V altro con la spalla , 

£ tu Iti dalla ripa eran sofferti. 
Così li ciechi , a cui la roba falla, 

Stanno a' perdoni ^ a cliieder lor bisogna» 

£ r uno 'I capo sovra l' altro avvalla , 
Perchè in altrui pietà tosto si pogna ^ , 

Non pur per lo sonar delle parole , 

Ma per la vista , che non meno agogna : 
e come agli orbi non approda '1 Sole , 

Così air ombre, di eh* io parlava ora, 

Luce del Ciel di sé largir non vuole : 
Ch* a tutte un fil di ferro il ciglio fora, 

E cuce, sì com' a sparvier selvaggio 

Si fa, però che queto non dimora. 
A me pareva andando fare oltraggio , 

Vedendo altrui , non essendo veduto : 

Perch* io mi volsi al mio coniglio saggio. 
Ben sapev' ei, clie volea dir lo muto : 

E però non attese mia dimanda : 

Ma disse : Parla, e sii breve ed arguto. 
Virgilio mi venia da quella banda 

Della cornice , onde cader si puote , 

Perchè da nulla sponda s' ingliirlanda : 
Dair altra parte m' eran le devote 

Ombre, che per V orribile costura 

Premevan sì ^, che bagnavan le gote. 
Volsimi a loro , ed : O gente sicura , 

Incominciai , di veder V alto lume , 

Che '1 disio vostro solo ha in sua cura : 
Se tosto grazia risolva le schiume 

Di vostra coscienzia, sì che chiaro 

Per essa scenda della mente il fìume, 
Ditemi , che mi fìa grazioso e caro , 

S' anima è qui tra voi , che sìa Latina : 

* Furonmi spremute le lagnine. — ' Reggeva, sosteneva* 
— ? Alle chiese, dov* è 11 perdono — ♦ Ponga. — * Spinge- 
vano con tanta forza le lagrime. 



CANTO Xllf. 195 

E forse a lei sarà buon , s' io F appaio *• 
O frate mio, ciascuna èdttadina 

D* una vera città * : ma tn Tuoi dire, 

Che viTCSse in Italia peregrina. 
Questo mi parve per risposta udire 

Più innanzi alquanto , che là do¥* io stava : 

Ond* io mi feci ancor più là sentire. 
Tra r altre vidi un* ombra, eh' aspettava 

In vista ; e Se volesse alcun dir : Come ? 

Lo mento a guisa d' orbo in su levava. 
Spirto , diss* io, che per salir ti dome ^, 

Se tu se* quelli , che mi rispondesti, 

Fammiti conto o per luogo, o per nomc^. 
Io fui Senese, rispose , e con qnesti 

Altri rimondo qui la vita ria , 

Lagrimando a colui, che sé ne presti.^. 
Savia non fui, avvegna che Sapla 

Fossi chiamata , e fui degli altrui danni 

Più lieta assai, che dì ventura mia. 
£ perchè tu non credi , eh* io t* inganni. 

Odi se fui, com' io ti dico , folle : 

Già discendendo Tarco de' mie' anni, 
Erano i cittadin miei presso a Colle 

In campo giunti co' loro avversari ^ : 

Ed io pregava Dio di quel eh* e* volle. 
Rotti fur quivi, e volti negli amari 

Passi di fuga , e veggendo la caccia , 

Letizia presi ad ogni altra dispari : 
Tanto , eh' io levai in su l' ardita faccia , 

Gridando a Dio ; Ornai più non ti temo 7 : 

Come fé il merlo per poca bonaccia. 
Pace volli eoa Dio in su lo stremo 

Della mia vita : ed ancor non sarebbe 

Lo mio dover per penitetazla scemo , 
Se ciò non fosse eh* a memoria m' ebbe 

Pier Pettinagno in sue sante orazioni, 

* La imparo, la conosco. — ^ La vera patria delle anime 
è la città di Dio. — ^ Ti purghi e peni. — * Ck)gQito, ma- 
nifestandomi il tuo paese o il tuo nome. — ^ A Dio , ac- 
ciocché conceda a me sé stesso a godere. — * I Fioren- 
tini. — ^ Non ho più che temere, né ho che sperar di più. 



196 DEL PURGATORIO. 

A cui di me per caritade increbbe. 
Ma tu chi se' che nostre condizioni 

Vai dimandando , e porti gli ocdii sciolti , 

Si com* io credo , e spirando ragioni ? 
Gli occhi , diss* io, mi fieno ancor qui tolti % , 

Ma picciol tempo : cliè poca è l' offesa 

Fatta per esser con invidia volti. 
Troppa è più la paura , ond* è sospesa , , . . 

V anima mia, dal tormento di sotto : 

Cile già lo *ncarco di laggiù mi pesa. 
Ed ella a me : Chi f ha dunque condotto 

Quassù tra noi , se giù ritornar credi ? 

Ed io : Costui , eh' è meco , e non fa motto : 
E vivo sono : e però mi richiedi , . ^ 

Spirito eletto , se tu vuoi eh' io muova 

Di là [)er te ancor li mortai piedi *i . . 
O questa è a udir sì cosa nuova, 

Rispose , che gran segno è che Dio f ami : 

Però col prego tuo talor mi giova : ; 
E cheggioti per quel che tu più brami, j 

Semai calchi la terra di Toscana, , 

eh' a* miei propinqui tu ben mi rinfami ^. 
Tu gli vedrai tra quella gente vana , < 

Che spera in T diamone ^, e perderagli 

Più di speranza, eh' a trovar la Diana ^ : 
Ma più vi perderanno gli ammiragli ^. 

' Ancor io sarò a suo tempo qui punito con le palpebre 
cucite. — 2 che nel mondo de* vivi , io porti di te novella 
a' tuoi. — 3 Mi renda la buona fama.'— ^ I Sanesi die spe- 
rano per avere acquistato il porto di Telamone, di acquis- 
tare gran potenza sul mare. - ^ Dicesi che Ì Sanesi aves- 
sero falsa opinione che sotto la città loro passsóse una ri- 
viera nominata la Diana, e che per ritrovarla facessero 
grandi spese. — ^ I capitani della sognata marina vi per- 
deranno di più, cioè la vita, per la malignità dell* acre. 



CANTO XIV. 197 



CANTO XIV. 

ARGOMENl'O. 

Continua il Poeta il purgamento del peccato della InTÌdia : 
e mostra di trovare sul medesimo balzo li. Guido del 
Duca da Brettinoro, e M. Rinieri de* Galboli di Ro- 
magna. 

Clii è costui , che '1 nostro monte cerchia 

Prima che morte gli abbia dato il volò , ' ' 

Ed apre gli occhi a sua Toglia, e coperchia? 
Non so , chi sia ; ma so , eh' eì non è solo : 

Dimandai tu, che più gii t' avvicini, 

E dolcemente , sì che parli , accolo ' : 
Così due spirti , V uno ali* altro chini , 

Ragionavan dì me ivi a mandritta : 

Poi ferii visi, per dirmi, supini : ^ 
E disse r uno : O anima , che fitta ^ 

Nel corpo ancora , inver lo Ciel ten vài , 

Per carità ne consola , e ne ditta *, 
Onde vieni, e chi se' : che tii ne fai ' 

Tanto maraviglia^ della tua grazia. 

Quanto vuol cosa , che non fu più mai. 
Ed io : Per mezza Toscana si spazia 

Un fiumioel , che nasce in Falterona , 

E cento mi^'a di corso noi sazia : 
Di sovr' esso rech' io qusta persona. 

Dirvi eh' io sia saria parlare indarno : 

Che '1 nome mio ancor molto non suona. 
Se ben lo' 'ntendimento tuo accamo ^ 

Con lo 'ntelletto , allora mi rispose 

Quei , che prima dicea , tu parli d* Arno. 
E r altro disse a lui . Perchè nascose 

Questi s'I vocabol di quella riviera, 

Pur com' uom fa dell' orribili cose ? 
E r ombra , che di ciò dimandata era , 

Si sdebitò così : Non so ; ma degno 

Ben' è, che '1 nome di tal valle pera : 

• Accoglilo. — « Di'. — * Penetro. 



198 DEL PURGATORIO. 

Che dal principio sao, doY* è si pregno 

L' alpestre monte, ond* è tronco Peloro, 

Cile 'n pochi luoghi passa oltra quel segno ' : 
Infin là 've si rende per ristoro 

Di quel che '1 del della marina asciuga, 

Ond* hanno i fiumi ciò, che va con loro % 
Virtù così per nimica si fuga 

Da tutti , come bisda , per sventura 

Del luogo , per mal' uso che gli fraga ^: 
Ond' hanno sì mutata lor natura 

Gli abitator della misera valle. 

Che par che Circe gli avesse in pastura 4. 
Tra brutti pord ^ più degni di galle , 

Che d' altro cibo fatto in umano uso, 

Dirizza prima il suo povero calle. 
Botoli truovapoi venendo gioso 

Ringhiosi più che non chiede lor possa ^, 
( Ed a lor disdegnosa torce '1 muso : 
Vassi caggendo , e quanto ella più 'ngrossa. 

Tanto più truova di can farsi lupi 7 

La maladetta e sventurata fossa. 
Discesa poi per più pdaghi cupi , 

Trnova le volpi ^ sì piene di froda. 

Che non temono ingegno , che le occupi 9. 
Né lascerò di dir perch* altri m* oda : 

E buon sarà costui, s* ancor s* ammenta 

Di ciò , che vero spirto mi disnoda. 
Io veggio tuo nipote , che diventa 

Cacciator di quei lupi in su la riva 

Del fiero fiume , e lutti gli sgomenta. 
Vende la carne loro essendo viva : 

Poscia gli ancide come antica belva *° : 

Molti di vita , e sé di pregio priva. 
Sanguinoso esce della trista selva '-. 

■ L'Apennìno, dal quale è ora staccata la Sicilia, è sì 
pregno di sorgenti, che in pochi luoghi passa oltre quel 
segno di pregnezza. — ^ InGn là dove l' Amo ai scarica 
nel mare. — ^ Spìnga a mal operare. — * In custodia. — 
^ I popoli del Casentino. — ^ Cani piccoli, vili e stizzosi, 
cioè gli Aretini. — ' I Fiorentini. — » I Pisani. — ' Le pi- 
gli alia trappola. — <<> Come bue vecchio ingrassato. — 
" Firenze. 



CANTO XIV. 199 

Lasciala tal , che di qai a mill* anni 

Nello stato primaio non si rìnsel?a ^ 
Com' air annunzio de' futuri danni 

Si turba '1 tìso di colui , eh' ascolta 

Da qualche parte il perìglio V assanni * : 
Così vid' io r altr* anima, che volta 

Stava ad udir, turbarsi , e farsi trista , 

Poi eh* ebbe la parola a sé raccolta. 
Lo dir deir una , e dell' altra la vista 

Mi fé' voglioso di saper lor nomi , 

£ dimanda ne fei con prieglii mista. 
Perchè Io spirto , che di pria parlami, 

Ricominciò : Tu vuoi eh' io mi deduca 

Nel fare a te ciò, che tu far non vu<)mi. 
Ma da che Dio in te vnol che traluca 

Tanta sua grazia, non ti sarò scarso : 

Però sappi eh' io son Guido del Duca : 
Fu '1 sangue mio d'invidia si riarso, 

Che, se veduto avessi uom farsi lieto, 

Visto m* avresti di livore sparso. 
Di mia semenza cotal paglia mieto. 

O gente umana , perchè poni 1 cuoru , 

Là 'v' è mestier di consorto divieto ^ ? 
Questi è Rinier : questi è'I pregio , e l' onore 

Della casa da Calboli, ove nullo 

Fatto s' è reda poi del suo valore. 
£ non pur lo sno sangue è fatto bniRo 

Tra 1 Pò , e '1 monte , e la marina , e 'I Reno 

Del ben richiesto al vero ed al trastullo;^ 
Che dentro a questi termini ^ è ripieno 

Di venenosi sterpi , sì che tardi 

Per coltivare ornai verrebber meno. 
Ov' è '1 buon Lizio, ed Arrigo Manardi, 

Pier Traversaro , e Guido di Carptgna ? 

O Romagnuoli tornati in bastardi! 

• Non si rifa. — ^ Da qualunque parte l'assalga il peri- 
glio. — 3 Nelle cose terrene, a ben posseder le quali è ne- 
cessario divieto di consorte, cioè esclusone di compagno. 
-- ♦ La discendenza di.Rinieri non è spogliata di scienza 
e di c.r.tiunatczza. — * Nella Romagna. 



MO DEL PURGATORIO^ 

Quando in Bologna un fabbro si ralligna ' : 
Quando 'n Faenza un Bernardin di Fosco, 
Verga gentil di picciola gramigna. . > '> 

Non ti maravigliar, s* io piango; Tosco, :.'»... 
Quando rimembro con Guido da Prata . :• ;. i 
Ugolin d* Azzo , che vivette nosco : ,• : . ) 

Federigo Tignoso , e sua brigata : . .. .../.i-i 

La casaTravèrsara , e gli Anastat;!^ :/. . : ! ) % » ": J 
E r una gente , e V altra. è diretata.: .i. m . ; . v .\I ^ 

Le donne, e i cavalier, gli alTanni , e gli agi , • : i >' 
Che ne 'nvogliava amore e cortesia , ^ 
Là dove i cuor son fatti sì malvagi ^ . 1 - 

O Brettinoro, che non fuggi via, ,1 

Poiché gita se n* è la tua famiglia , 
E molta gente, per non esser ria? '. 

Ben fa Bagnacaval , che non rifiglia; 
E mal fa Castrocaro, e peggio Conio, 
Che di figliar tai Conti più s* impiglia. 

Ben faranno i Pagan , da che '1 Demonio 
Lor sen gira > : ma non però che puro 
Giammai rimanga d' essi testimonio. 

O Ugolin de* Fantoli , sicuro 
È il nome tuo , da che più non s' aspetta , 
Chi far lo possa, tralignando, oscuro. . . > 

Ma va* via , Tos<ìo , omai , eh* or mi diletta 
Troppo di pianger più che di parlare , 
Sì m' ha nostra region la mente stretta. 

Noi sapevam, che queir anime care 
Ci sentivano andar : però tacendo, 
Facevan noi del cammin confidare ^. , 

Poi fummo fatti soli , procedendo , ^ . 

Folgore parve, quando l* aere fende, : ' ;; -, 
Voce, che giunse di contra, dicendo : , . < ^ ., 

Anciderammi qualunque mi prende, 
E foggio come tuon che si dilegua. 
Se subito la nuvola scoscende. 

' Di vile si fa gentile. — ' Ben reggeranno la città d'I- 
mola^quando il padre loro soprannominato il diavolo sarà 
moi*to. — 3 Dal loro tacere argomentavamo di non esserci 
messi per cattiva strada. — * Squarcia. 



, CANTO XV. 1 

Come da lei Y udir nostro ebbe tregua; 
£d ecco r altra con sì gran fracasso. 
Che somigliò tonar, che tosto segua : 

Io sono Àglauro, che divenni sasso ; 
Ed alior, per istriogermi al ppet^ , 
Indietro feci , e non innanzi '1 passo. 

Già era Y aura d* ogni parte queta : 
Ed ei mi disse : Quel fu il duìro caino 
Che dovria 1* uom tener dentro a sua meta. 

Ma voi prendete 1* esca , sì che V amo 
Deir antico Avversario a sé vi tira ; 
E però poco vai freno, o richiamo. 

Chiamavi '1 Cielo , e *ntorno vi si gira, 
Mostrandovi le sue bellezze eterne , 
E rocchio vostro pure a terra mira : 

Onde vi batte chi tutto discerne. 



y 



z 



CANTO XV. I 

ARGOMENTO. 

In questo canto dimostra Dante che da un Angelo furono 
indirizzati per le scale» che sagliono sul terzo balzo, 
dove si punisce 1* ira; e che furono oppressi da nn gran 
fumo, U quale fece che più oltre non poterono vedere. 

Quanto tra 1* ultimar dell' ora terza , , 

E '1 principio del dì, par della spera 

Che sempre a guisa di fanciullo scherza; , 

Tanto pareva già in ver la sera , ., • 

Essere al Sol del suo corso rimaso '; 

Vespero là , e qui mezza notte era ^ ; 
E i raggi ne feriap per mezzo '1 naso , ' 

Perchè per noi girato era sì '1 monte , 

Che già dritti andavamo inver V occaso ; 

• Freno. — ' Quanto è Io spàzio del cerchio celeste che 
intercede tra il punto ove il sole compie l'ora terza e 
quello ove ei nasce, tanto pareva che fosse l'altro spazio 
che al sole rimaneva per tramontare. — ''Là, nel purga- 
torio, qui in Italia. 



M2 DEL PURGATORIO. 

Quando io sentì* a me grarar h fhmte ' 
Allo splendore assai più die di prima, 
E stupor ra* eran le cose non conte : 

Ond' io levai le mani in^er la draa 
Delle mie ciglia, e fecimil solecchio * , 
Che del soverchio visibile lima. 

Come quando dall' acqoa , o dallo specdiio 
Salta lo raggio ali* opposlta parte , 
Salendo su per lo modo pareodiio ^ 

A quel che scende, e tanto si Aparte 
Dal cader della pietra * in igual tratta, 
Sì come mostra esperienza e arte : 

Così mi parve da luce rìfratta 
Ivi dinanzi a me esser percosso : 
Perch* a fuggir la mia vista fu ratta. 

Che è quel , dolce Padre, a che non posso 
Schermar Io viso , tanto che mi vaglia , 
Diss* io , e pare in ver noi esser mosso? 

Non ti maravigliar s' ancor V abbaglia 
La famiglia del Cielo, a me rispose : 
Messo è che viene ad invitar eh* uom saglia. 

Tosto sarà eh* a veder queste cose , 
Non ti fia grave , ma fieti diletto , 
Quanto natura a sentir ti dispose. 

Poi giunti fummo ali* Angel benedetto , 
Con lieta voce disse : Intrate quinci 
Ad un scalèo vie men che g^ altri eretto. 

Noi montavamo, già partiti linci ^, 
E Beati misericordes fue 
Cantato retro , e godi tu che vinci. 

Lo mio Maestro, ed io soli amendue 
Suso andavamo, ed io pensava, andando, 
Prode ^ acquistar nelle parole sue : 

E dirizzami a lui sì dimandando , 
Che volle dir lo spirto di Romagna , 
E divieto e conserto menzionando 7 ? 

Perch' egli a me : Di sua maggior magagna 



' Abbagliar gli occhi. — ' Ombrello agli occhi con le 
mani. —3 p^Lvì. — * Dalla perpendicolare. — * Lì. — • Pro, 
giovamento. — ' Vedi il v. 86 e segg. del canto precedente. 



CANTO XV. M3 

Conosce 'I danno : e però non s' ammiri, 

Se ne riprende , perchè men sen piagna •. 
Perchè s* appuntano i vostri desirì , 

Dove per compagnia parte si scema : 

Invidia muove il mantac4> ' a' sospiri. 
Ma se 1* amor della spera suprema 

Torcesse 'n suso '1 desiderio vostro , 
, Non vi sarebbe al petto quella tema : 
Che per quanto si dice più tt nostro , 

Tanto possiede più di ben ciascuno, 

E più di carìtate arde in quel chiostro. 
To son d' esser contento più digiuno, 

Diss' io , che se mi fosse pria taciuto : 

E più di dubbio nella mente aduno : 
Coni' esser puote, eh' un ben distributo 

I più posseditor faccia più riccia 

Di sé , che se da pochi è posseduto ? 
Ed egli a me : Perocché tu rìficchi 

La mente pure alle cose terrene, 

Di vera luce tenebre dispicchi. 
Quello 'nfinito ed inedabil bene. 

Che lassù è , così corre ad amore, 

Com' a lucido corpo raggio viene. 
Tanto si dà, quanto truova d'ardore : 

Sì che quantunque carità si stende, 

Cresce sovr' essa V eterno valore. 
E quanta gente più lassù s' intende , 

Più v' è da bene amare, e più yi s'ama, 

E come specchio l' uno jdl' altro rende. 
E se la mia ragion non ti disfama ^ , 

Vedrai Beatrice : ed ella pienamente 

Ti torrà questa, e dasom 'altra brama. 
Procaccia pur che tosto sieno spenta. 

Come son già le due, le cinque piaghe. 

Che si richiudon per esser dolente * . 
Com' io voleva dicer : Tu m* appaghe ; 

Vidimi giunto in su l'altro girone, 

' Perchè in purgatorio si abbia meno di colpe da satis- 
fare. — » Uantice. — ' Soddisfa. — * Per via di dolore e 
contrizione. 



204 



DEL PURGATORIO. 



- •» 



Sì che tacer mi fer ^Awi yjstgKé ' . ' 
Ivi mi parve in una. visione 

Estatica di subito esser tratto, 

E vedere in un tempio più persone : 
Ed una donna in su l' entrar con atto ' 

Dolce di madre dicer : Figliuol mio, 

Perchè hai tu così verso noi fatto? 
Ecco dolenti Io tuo padre ed io > 

Ti cercavamo; e come qui si tacque, 

Ciò che pareva prima , disparìo : 
Indi m* apparve un* altra con queir acque 

Giù per le gote, che'l dolor distilla, 

Quando per gran dispetto in altrui nacque : 
E dir : Se tu se* sire della villa , 

Del cui nome ne' Dei fu tanta lite , 

Ed onde ogni scienzia disfavilla ' , 
Vendica te di quelle braccia ardite, 

Ch'abbracciar nostra figlia, o Pisistrato : 

E '1 signor mi parca benigno ,' e notite 
Risponder lei con viso temperato. 

Che farem noi a chi mal ne destra. 

Se quei , che d ama , è \ier noi condannato? ^ 

Poi vidi genti accese in fuoco d'ira , 

Con pietre un giovinétto ancider, forte 

Gridando a sé ^ pur, Martira martini : 
E lui vedea chinarsi per la'morte, '• 

Che r aggravava già , in ver la terra , 

Ma degli occhi facea sempre al Ciel porte. 
Orando air alto Sire in tanta guèrra , 

Che perdonasse a* suoi persecutori , ■ 

Con quell'aspetto che pietà disserra*. 
Quando 1* anima mia tornò di fuori : : : : 

Alle cose , che son fuor di lei vere , 

Io riconobbi i miei non falsi errori ^. 
Lo Duca mio : che mi potea vedere 

Far si com* uom, che dal sonno si slega. 

Disse : Che hai , che non ti puoi tenere? 
Ma se* venuto più che mezza lega 

* Gli occhi miei desiderosi di vedere nuove cose. — 
3 Atene. — 3 L'un l'altro. — * I cuori apre alla pietà. — 
» Sogni, ma rispondenti a cose vere. 



.' CANTO XV. 20S 

Velando gli occhi , e con le gambe avvolte ' , 

A guisa di cui vino ,' o sonno.piega ? 
O dolce Padre mio \ sé tur m' ascolte , . 

Io li dirò , diss* ioVciò che m' apparve 

Quando le gambe mi fùi^n &\ tolte. 
Ed ei : Se tu avessi cento iarve : 

Sovra la faccia , non mi sarien chiuse 

Le tue cogitazion , quabtunque parve : 
Ciò che vedesti fu , perchè non scuse ' 

D* aprir lo cuore all' acque della pace , 

Che dair eterno fonte son diffuse. 
P^on dimandai , Che hai , per quel che face 

Chi guarda pur con V occhio che non vede, 

Quando disanjmato.il corpo giace : 
Ma dimandai per darti forzaal piede : . 

Così frugar ^>conviensi i pigri lenti, 

Ad usar lor vigilia , quando riede. 
Noi andavam per lo vespero attenti 

Oltre, quanto potea T occhio allungarsi , 

Contra i raggi serotini e lucenti : 
£d ecco a poco a poco un fumo farsi , 

Verso di noi come la notte oscuro, . 

Né da quello era luogo da causarsi : . 
Questo ne tolse gli occhi, e V aere puro. i 



CANTO xvr. 

ARGOMENTO. 

Mostra Dante in questo canto, che nel fumo erano pur- 
gati gV iracondi : tra* quali trova Marco Lombardo, il 
quale gli dimostra r error di coloro che stimano, che 
ogni nostro operare venga destinato dagl' influssi de* 
cieli. 

Buio d' Inferno , e di notte privala 

D' ogni pianeta sotto pò ver cielo 't, 

Quanf esser può di nuvol tenebrala , 
Non fero al viso mio si grosso velo , 

• In andando incrocicchiate. — ^ Non abbi scusa. - 
Stimolare. — * Cielo scarso di stelle. 

1$ 



)06 DEL PURGATORIO. 

Come quel fumo , di' ivi d òoperM, 

Né a sentir di ood aspro pdo ' : 
Cile r occhio stare apei^to non aofferee : 

Onde la scorta mia saputa e fida 

Mi s* accostò , e 1* omero m' offerse. 
Sì come cieco va dietro a sua guida 

Per non smarrirsi e per non dar di oozxo 

In cosa, che '1 molesti, o forse andda, 
M* andana io per 1* aere amaro e sozzo. 

Ascoltando '1 mìo Duca, che diceva 

Pur : Guarda, che da me tu non sie moizo'*. 
Io sentia vod , e dascuna pareva 

Pregar per pace, e per misericordia, 

L* Agnel di Dio , che le peccata leva. 
Pure Agnus Dei eran le loro esordia : 

Una parola in tutti era, ed un modo. 

Sì che parea tra esse ogni concordia. 
Quei sono spirti , Maestro, eh' io odo? 

Diss' io : Ed e^li a me : Tu yeroaf^reudiy 

E d' iracondia van solvendo '1 nodo. 
Or tu chi se', che '1 nostro fumo fendi, 

E di noi parli pur come se tue 

Partissi ancor lo tempo per calendi? 
Così per una voce detto Aie : 

Onde '1 Maestro mio disse : Rispondi , 

E dimanda se quinci si va sue. 
Ed io : O creatura, che ti mondi , 

Per tornar bella a colui , che ti fece , 

^Maraviglia udirai , se mi secondi ^. 
r ti seguiterò quanto mi lece. 

Rispose : e se veder fumo non lascia, 

L' udir ci terrà giunti in quella vece. 
Allora incominciai : Con quella fascia. 

Che la morte dissolve, men vo suso; 

E venni qui per la 'nfernale ambascia : 
E se Dio m' ha in sua grazia richiuso. 

Tanto eh' e' vuol eh' io veggia la sua corte 

Per modo tutto fuor del modem' uso 

' Acrimonioso. — ^ Disgiunto. — ' Se mi vieni ap- 
presso. 



CAKTO XVI. 107 

Non mi celar chi fosti anzi -la morte. 

Ma diimì , e dimmi s" io vo bene al varco , 

£ tue parole fìen le nostre scorte. 
Lombardo fui , e fui chiamato Marco : 

Del mondo seppi, e quel valore amai, 

AI quale ha or ciascun disteso V arco * : 
Per montar su , dirittamente vai : 

Così rispose ; e soggiunse : Io ti prego, 

Che per me preghi quando su sarai. 
Ed io a lui : Per fede mi ti l^o 

Di far ciò , che mi chiedi : ma io scoppio 

Dentro da un dubbio , s' i* non me ne spiego. 
Prima era scempio , ed ora è fatto 'doppio 

Nella sentenzia tua, che mi fa certo 

Qui ed altrove quello , ov* io 1* accoppio. 
Lo mondo è ben così tutto diserto 

D* ogni virtute come tu mi snone , 

E di malizia {gravido e coverto : 
Ma prego , che m* additi la cagione , 

Si eh* io là vegga, e eh* io la mostri altmi : 

Che nel Ciel uno, ed un quaggiù la pone. 
Alto sospir, che duolo strìnse in hui ', 

Mise fuor prima : e poi comindò : Frate, 

Lo mondo è cieco ; e tu vien ben da lui : 
Voi che vivete, ogni cagion recate 

Pur suso al Ciel così , come se tutto 

Movesse seco di necessitate. 
Se così fosse , in voi fora distrutto 

Libero arbitrio, e non fora giustizia 

Per ben letizia , e per male aver lutto. 
Lo Cielo i vostri nunrimentì inizia , 

Non dico tutti : ma posto eh* io *1 dica , 

Lume V* è dato a berne , ed a malizia : 
E libero voler ; che, se affatica 

Nelle prime battaglie col Cie],dura; 

Poi vince tutto, se ben si notrìca. 
A maggior forza ^, ed a miglior natura 

• La virtù che ora ciascuno ha abbandonato. — ' Inter- 
iezione del più vivo dolore. — ^ A Dio s(^iacete, ma 
senza perder punto defla vostra libertà. 



208 DEL PURGATORIO. 

Liberi soggiacete, e quella erìa ... . 

La niente in voi , che '1 Cicl non ha in soa euri. 
Però se '1 mondo presente disvia, i : 

In Yoi è la cagione , in yoi si cheggia : ' 

£d io le ne sarò or vera spia. : 
clsce di mano a lui, che la vagheggia. 

Prima che sia , a guisa di fanciulla , 

Che piangendo , e ridendo pargoleggia, 
L* anima semplicetta , che sa nplia , 

Salvo, che mossa da lietplMttpre» : . : : 

Volentier torna a ciò che la trastulla. 
Dì pìcciol bene in pria sente sapore; .' . ' 

Quivi s' inganna, e dietro ad esso corre, ■ ; 

Se guida , o fren non torce '1 suo amore. 
Onde convenne leggi per fren porre : 

Convenne rege aver, che discernesse \ 

Della vera cittadealmen la torre'... ' - , • i 
Le leggi son , ma chi pon mano ad esso? . : :!i ' 

Nullo : perocché 'Ipastor, che; prec^,.: . o ■ * 

Ruminar può , ma non ha V unghie fesse *• 
Perchè la gente , che sua guida vede i . 

Pur a quel ben ferire ^, ond* élla è ghiotta. 

Di quel si pasce, e più oltre non chieder 
Ben puoi Yeder che la mala condotta 

È la cagion che '1 mondo ha fatto reo, 

£ non natura che 'n voi sia corrotta. 
Soleva Roma , che '1 buon mondo feo f , . - 

Duo Soli aver, che l* una e 1* altia stra^. •. ' 

Facean vedere , e del mondo , e di Deo. > 

L* un r altro ha spento , ed è giunta la spada 

Col pasturale, e V uno e T altro insieme. 

Per viva forza mal couTÌen che vada : 
Perocché ghinti , 1' un l' altro non teme ^. 

Se non mi credi , pon mente alla spiga : 

Ch* ogni erba si conosce per lo seme. 

> Della vera società almen la parte principale, cioè la 
giustizia. — 2 Che ha rautoriUi spirituale» ma non Taato- 
rilà temporale. — ^ Aver di mira i beni temporali. — 
* Che fece buono e morigerato il mondo. — * Perocché 
essendo così congiunti il pastorale e la spada , non si te- 
mono , e non si rispettano tra sé il Papa e V Inqittniore. 



CANTO XVI. 20» 

In sul paese, cii' Adige e Pò riga , 

Solea valore e cortesia trovarsi , . 

Prima che Federigo avesse briga ' : 
Or può sicuramente indi passarsi , . 

Per qualunque lasciasse, per vergogna ' 

Dì ragionar co' buoni , ad appressarsi *. 
Ben V* en ^ tre vecchi ancora, in cui rampogna 

V antica età la nuova , e par lor tardo , 

Che Dio a miglior vita lì rìpògna ; 
Currado da Palazzo , e '1 buon Gherardo , 

E Guido da Castel, che me* si noma, . ' 

Francescamente il semplice Lombardo. - 
Di* oggimai , che la Chiesa di Roma , 

Per confondere in sé duo reggimenti , 

Cade nel fango , e sé bnitta e la soma. 
O Marco mio, dìss* io, bene argomenti; 

Ed or 'discerno perchè dal retaggio 

Li figli di Levi furono esenti. . 
Ma qual Gherardo è quel che tu per saggio 

Di' eh* è rimaso della gente spenta. 

In rimproverio del secol selvaggio? 
O tuo parlar m* inganna , o el mi tenta , 

Rispose a me , chè,par}audomi Tosco , 

Par che del buon Gherardo nulla senta. 
Per altro soprannome i' noi conosco , 

S* io noi togliessi da sua figlia Gaia ^. 

Dìo sia con voi, che più non vegno vosco. 
Tedi r albòr, che per lo fumo raia , 

Già biancheggiare : e me convien partirmi ; 

L* Angelo è ivi , prima eh* egli paia : 
Così parlò , e piii non volle udirmi. 

* Cioè , colla Chiesa. — ^ Chiunque lasciasse di appres- 
sarsi a quelle Provincie per vergogna d'incontrarsi con uo- 
mini probi, sia certo che là si può passare senza perìcolo 
d'incontrarne pnr uno. — ' Vi sono. — < Se io noi chia- 
massi il padre di Gaia, donna assai chiara per le sue virtù. 



■•■.— 



IS. 



2fO 



DEL PURGATORIO. 



CANTO xvn. 

ARGOMENTO. 

Usciti i (Ine Poeti dal fumo, e ritornati aDa Ime, Doale 
('; astratto nella immaginazione d* ateom esempi d* ira. 
Pei è condotto dall' Angelo per le scale, onde si Ta ai 
({uarto balzo > sopra il quale si porga il peccalo édC ac- 
cidia. 

Ricorditi , Lettor, se mai nell* alpe 

Ti colse nebbia » per la qual Tedesà 

Non altrimenti , che per pelle talpe * : 
Come quando ì vapori umidi e spessi 

A diradar comindansi , la spera 

Del Sol dcbilemente entra per essi : 
E fia la tua immagine leggiera ■ 

In giugncre a veder, com' io rividi 

Lo Sole in pria, che già nel corcare era. 
Sì pareggiando i mìei co* passi fidi * 

Del mio Maestro usci' fuor di tal nube, 

Ai raggi morti già nei bassi lidi. 
O immaginativa , che ne rube 

Tal volta sì di fuor, eh* uom non s'accorge. 

Perchè d' intorno suonin mille tut)e, 
Clii muove te, se '1 senso non ti porge*? 

Miioveti lume , che nel Ciel s* informa. 

Per so per voler che giù lo scorge 4. 
Dell' empiezza ^ di lei, che mutò forma 

Ncir uccel , che a cantar più si diletta', 

Neil' immagine mia apparve l* orma ^ : 
£ qui fu la mia mente sì ristretta 

Dentro da sé, che di fuor non venia 

Cosa , che fosse ancor da lei-recetta. 
Poi piovve dentro all' alta fantasìa 

• Non altrimenti clic vede la talpe a traverso la pelficola, 
onde ha coperti gli ocelli.- — * Camminando di paro. — 
3 Se i sensi non ti recano alcuna impressione d^e cose 
fuori. — ♦ O jìcr legge di natura o per volere divino che 
([uaggiù Io invia. — * Empietà. —<^ Nella mia immaginativa 
apparve la rappresentazione. 



CANTO XVII. 311 

Un crocifisso dispettoso e fiero 

Nella sua vista, e cotal si morìa : 
Intorno ad esso era 'i grande Assuero , 

Ester sua sposa , eM giusto Mardocheo, 

Che fu al dire ed al far cosi 'ntero. 
E come questa immagine rompeo 

Sé per sé stessa, a guisa d' una bulla *, 

Cui manca Y acqua sotto qnal si feo : 
Surse in mia Yisione una fanciulla , 

Piangendo forte, e diceva : O regina ,' 

Perchè per ira hai voluto esser nulla ? 
Ancìsa V hai per non perder Lavina r 

Or m* hai perduta : i' sono essa , che lutto » , 

Madre, alla tua pria eh* air altrui mina. 
Come si frange il sonno, ove di butto ^ 

Nuova luce percuote '1 viso chiuso, 

Che fratto guizza , pria che muoia tutto : 
Così r immaginar nuo cadde giuso 

Tosto che '1 lume il volto mi percosse 

Maggiore assai, die quel ch^è in nosti^ uso. 
l' ini volgea per vedere ov* io fosse, 

Quand* una voce disse : Qui si monta ; 

Che da ogni altro intento mi rimosse 
£ fece la mia voglia tanto pronta 

Di riguardar%hi era, che parlava, 

Che mai non posa, se non si raffronta ^. 
Ma come al Sol , che nostra vista grava , 

E per soverchio sua figura vela , 

Così la mia virtù quivi mancava. 
Questi è divino spirito, che uè la 

Via d* andar su ne drizza senza prego , 

E col suo lume sé medesmo cda. 
Sì fa con noi, come V uom si fo sego ^ : 

Che quale aspetta prego , e r uopo vede , 

Malignamente già si mette al nego ^ : 
Ora accordiamo a tanto invito il piede : 

Procacciam di salir pria che s' abbui : 

^ Rigonfiamento d'aria sotto un vélo d'acqua. — ' Pian* 
go. — 3 Di botto, dì repente. — * Che mai non posa, se 
non s'incontra coli* oggetto che brama. — ^ Seco, che non 
aspetta preghiera per giovare a sé. — ^ Alla negaliva. 



212 



DEL PURGATORIO. 



. • •> 



Che poi non si porla , se '1 dì non rìede : 
Cosi disse *\ mìo Duca : ed io con kii * 

Volgemmo i nostri passi ad una acala : 

E tosto eh' io al primo grado fui , 
Sentimi presso quasi un muover d* ala , 

E ventarmi nel volto, e dir:^ea^i 

Pacifici, che son senza ira inala. 
Già eran sopra noi tanto leya^' tv-- :^ . • f 

Gli ultimi raggiche la notte. segup; ir :\:: 

Che le stelle appari van da più lati. ' ' ^v : ; 
O virtù mia , peréhè sì ti dilegue, , , v.^-- i 

Fra me stesso dicea, che mi sentiva -l'ir 

La possa delle gambe posta in tregue '. .- - y 
Noi eravamo, ove più non saliva * 

La scala su, ed eravamo affissi, . , 

Pur come nave , eh' alla piaggia arrita-: * 
Ed io attesi un poco s' io udissi 

Alcuna cosa nel nuovo girone : 

Poi mi rivolsi al mio Maestro, e dissi : 
Dolce inio Padre, di', quale offensione 

Sì purga qui nel giro, dove semo? 

Se ì pie si stanno , non stea tuo sermoue. 
Ed egli a me : L'amor del bene scemo 

Di suo dover ', quiritta si ristora : 

Qui si ribatte '1 mal tardato remo. ^ 
Ma perchè più aperto intendi ancora, 

Volgi la mente a me, e prenderai 

Alcun buon frutto di nostra dimora. 
Né creator, né creatura mai , 

Cominciò ei, figliuol , fu senza amore, 

O naturale, o d' animo ^ ; e tu '1 sai. 
Lo naturai fu sempre senza errore : 

Ma r altro poote errar per malo obbietto , 

O per troppo , o per poco di vigore. 
Mentre eh' egli è ne' primi ben diretto, 

E ne' secondi sé stesso misura % 

' Mancante. — • » Manchevole del debito fervore. — • iVo- 
luraht quello pel quale appetiamo beni ueceessari alla 
nostra conservazione, d'animo di volontà. — ^ iVe* primi 
beni, cioè spirituali e cdcsti; ne* secondi ^ cioè terreni e 
temporali. 



CANTO XVII. ,, 213 

Esser non può cagion di mal diletto'; 
Ma quando al mal si torce , o con più cura , ^ 

O con mcn , che non dee , corre nel bene , > 

Contrari Fattore adoyra sua fattura. 
Quinci comprender puoi , cU' tsser conviene 

Amor sementa in voi d' ogni virtute , 

E d* ogni operazìon , che merla pene. 
Or perchè mai non può dalla salute 

Amor del suo suggetto volger viso ', 

Dall' odio proprio son le cose tute : 
E perchè intender non si può diviso , ^ 

Né per sé stante , alcuno esser dal primo i . . 

Da quello odiare ogni affettò è deciso ^,' 
Resta , se dividendo bene stimo , 

Che '1 mal , che s' aina, è del prosarne.^; : edesso 

Amor nasce in tre modi in vostro limo. 
È chi per esser suo vicin soppresso , 

Spera eccellenza , e sol per questo brama , ^ '' 
Ch* el sia di sua grandezza in basso messo : 

È chi podere, grazia, onore e fama 
Teme di perder, per eh' altri sormonti , 
Onde s' attrista sì, che '1 contrario ama : 

Ed è chi per ingiuria par eh' adonti ^, 
Sì che si fa della vendetta ghiotto ; . ' 

E tal convien che '1 male' altrùi imprónti.' > ' 

Questo triforme amor quaggiù disotto ^> ' 
Si piange : or vo', che tu dell' altro intende. 
Che corre al ben con ordine corrotto ^, 

Ciascun confusamente un bene apprende. 
Nel qual si quieti l' animo , e desira : 
Per che di giunger lui ciascun contende. 

Se lento amor in lui vedervi tira, .... 
Oa lui acquistar, questa cornice^ t ^ : 
Dopo giusto pentèr ve ne màrtira. ! 

Altro ben è che non fa F uom felice : 
Non è felicità, non è la buona 

* Amando ogni uno sé stesso per natura. — ^ Cioè non 
vi può essere che alcuna creatura porti odio al suo crea- 
tore. — 3 Resta che si desideri male solamente al prossimo. 
— * Si crucci. "7*0 per troppo, o per poco di vigore nel 
correre. —« òiróne. 



114 DEL PURGATORIO. 

Gssenzia d' ogni ben fratto e radice . 
L* amor, eh* ad esso troppo s* abbandona , 

Dì soTraanoi si piange per tre cerchi ; 

Ma , come trii>arlilo, si ragiona, 
racciolo, accioccliè tu per te ne corchi. 



■4 



CA^TO XVIII. 

ARGOMENTO. 

Dimostra Dante in questo canto quei che «a propriamoite 
amore : e dopo alcuni esempj di celerità cantra li pee* 
cato del)' accidia, come da certi suoi pensieri ne me- 
quero più altri , e da quelli il sonno. 

Posto avea fine al suo ragionamento ' 

V alto Dottore, ed attento guardava 

Nella mia vista, s' io parca contento : 
Ed io, cui nuova sete ancor frugava, 

Di fuor taceva , e dentro dicea : Forse 

Lo troppo dimandar, cii' io fo , H grava. 
Ma quel Padre verace, che s' accorse 

Del timido voler, che non s' apriva'. 

Parlando di parlare ardir mi porse, 
Ond* io : Maestro, il mio veder s'avviva 

Sì nel luo lume, ch'io discerno chiaro 

Quanto la tua ragion porti, o descriva. 
Però ti prego , dolce Padre caro. 

Che mi dimostri amore, a cui riduci • 

Ogni buono operare, e '1 suo contraro '. 
Drizza, disse, ver me l' acute luci 

Dello 'ntelletto, e fieti manifesto 

L* error de* ciechi , che si fanno dud. 
L* animo , eh' è creato ad amar presto , 

Ad ogni c^sa è mobile che piace , 

Tosto che dal piacere in atto è desto. 
Vostra apprensiva da esser verace 

» Che m'insegni che cosa è queir amore al quale ridod 
ogni bene e male operare. 



CANTO XVIII. 215 

Tragge intenzione ' , e dentro a voi la spiega , 

Sì che r animo ad essa volger face. 
K se rivolto in ver di lei si piega, 

Quel piegare è amor, quello è natura , 

Che per piacer di nuovo in voi si lega '. 
Poi come '1 fuoco muovesi in altura , 

Per la sua forma , eh' è nata a salire , 

Là dove più in siia materia dura^ : . 
Così r animo preso entra in disire 

Ch' è moto spiritale , e mai non posa , 

Fin che la cosa amata il fa gioire. 
Or li puote apparer, quant' è nascosa 

La verìtade alla gente, eh' avvera ^ 

Ciascuno amore in sé laudabil cosa : 
Perocché forse appar )a sua matera ^ 

Sempr* esser buona : ma non ciascun segno ^ 

È buono, ancor che buona sia la cera. 
Le lue parole, e '1 mio seguace ingegno , 

Bispos' io lui , m' hanno amor discoverto : 

Ma ciò m* ha fatto di dubbiar più pregno ; 
Che s' amore é di fuore a noi offerto , 

£ r anima non va con altro piede , 

Se dritto, o torto va, non é suo merto. 
Ed egli a me : Quanto ragion qui vede. 

Dir ti poss' io : da indi in là t' aspetta 

Pure a Beatrice ; eh' è opra di fede. 
Ogni forma sustanzial , che setta 

È da materia 7, ed é con lei unita , 

Specifica virtude ha in sé colletta ^. 
La qual senza operar non é sentita. 

Né si dimostra ma che per effetto , 

Come per verde fronda in pianta vita : 
Però , là onde vegna lo 'utelletto 

Delle prime notizie, uomo non sape, . 

E de' primi appetibili 1' affetto , 

' Ritrae immagine dall' obbietto reale estrinseco. — 
' Lega sé di nuovo in voi per piacere all' animo. — * Sotto 
il concavo del cielo della luna. — * Ha per vero. — * L'a- 
more in genere, in astratto. — • Sigillo. — ' Ogni sostanza 
spirituale, che divisa é da materia. — " Contiene virtù che 
le ò speciale. 



2 1 ft DEL PURGATÒRIO. 

Che sono in yoì , A come stùdio in ape 

Di rar lo mele : e questa prima voglia 

Mcrto di lode, o di biasmo non cape. 
Or pevcliè a questa ogni altra si raoooglia % 

Innata v* è la virtù, che consiglia, 

E dell' assenso de' tener la soglia. 
Quest' ò '1 principio , là onde si piglia 

Cagion di meritare in voi , secondo 

Che buoni e rei amorì accoglie e vigila *. 
Color, che ragionando andaro al fondo ^, 

S' accorser d' està innata libértate : ' 

Però moralità lasciaro al mondo. ' 
Onde poniam , che di nece;^sitate 

Suiga ogni amor, che dentro a voi s* accende , 

Di ritenerlo è in voi la potestàte. 
La nobile virtù Beatrice intende , 

Per lo libero arbitrio 4, e però guarda , 

Che r abbi a mente, s' a parlar ten preude. 
La Luna quasi a mezza notte tarda 

Facea le stelle a noi parer più rade , 

Fatta coni' un secchion , che tutto arda. 
E correa contra '1 ciel , per quelle strade,. 

Che '1 Sole infiamma allor, che quel da Roma 

Tra' Sardi e Corsi il vede quando cade : 
E queir ombra gentil , per cui si noma 

Pietola più che villa Mantovana ^, 

Del mio carcar diposto avea la soma : 
Perch' io, che la ragione aperta e piana 

Sovra le mie questioni avea ricolta , 

Stava com' uom, che sonnolento vana ^. 
Ma questa sonnolenza mi fu tolta 

Subitamente da gente , che dopo 

Le nostre spalle a noi era già volta. 
E quale Ismeno già vide ed Asopo % 

* La ragione ò in voi Innata , affinchè a questa si miisca 
ogni altra virtù. — ^ Sceglie. — ' I filosofi , che à profon- 
darono in questa materia. — * Beatrice chiama il libero 
arbitrio col nome.di nobile virtù. — ^ Virgilio in rigiianla 
del quale Pietola , piccolo luogo presso Mantova detto d \' 
gli antichi Andes in cui egli nactiuc , è più famosa di ogni 
altro luogo del mantovano. — ^ Vanessia. — ' Due fiumi 
della Beozia. 



CANTO XVIU. 117 

Lungo dì 8è di notte furia e calca , , 

Pur che i Teban di Bacco avessero uopo : 
Tale, per quel giron suo passo falca ', 

Per quel eh' io vidi di color Tenendo , 

Cui buon volere, e giusto amor cavalca. 
Tosto fur sovra noi : perchè correndo 

Si movea tutta quella turba magna : 

£ due dinanzi gridavan piangendo : 
Maria corse con fretta alla montagna : 

E Cesare per soggiogare Ilei da, 

Punse Marsilia , e poi corse in Ispagna. 
Ratto ratto, che il tempo non si perda 

Per poco anM)r> gridavan gli altri appresso , 

Che studio di ben far grazia rinverda. 
O gente, in cui fervore acuto adesso 

Ricompie forse negligenza e *ndugio 

Da voi per tiepidezza in ben far messo : 
Questi, che vive, e certo io non vi bugio *, 

Vuole andar su , purd>è il Sol ne riluca : 

Però ne dite , ond' è presso '1 pertugio : 
Parole furon queste del mìo Duca : 

E un di quegli spirti disse : Vieni 

Dirctro a noi, che troverai la buca. 
Noi Siam di voglia a muoverci A pieni , 

Che ristar non potem : però perdona , 

Se villania nostra giustizia tieni. 
To fui Abate in san Zeno a Verona ; 

Sotto lo 'mpero del buon Barbarossa, 

Di cui dolente ancor Melan^ ragiona : , 

E tale ha già l' un pie dentro la fossa , 

Che tosto piangerà quel monistero, 

E tristo fia d' avervi avuta possa. 
Perchè suo figlio mal del corpo intero', 

E della mente peggio , e che mal nacque. 

Ha posto in luogo di suo pastor vero. 
Io non so, se più disse, o s*ei si tacque, 

Tanf era già di là da noi trascorso : 

Ma questo intesi, e ritener mi piacque. 

Affretta. — ^ Non vi dico bugia. -- ' Milano distrutto 
da Federigo. 

19 

-IL . 



%IS DEL PURGATORIO. 

K quei , che m' era 9à ogni uopo soooorsOy 
Disse : Volgiti in qua t vedine due 
Ali* accidia venir dando di moFBO. 

Diretro a tutti clicean : Prima ftie 
Morta la gente, a coi il mar s^ aperse 
Che vedesse Giordan le rade sne. 

E quella , die i' afiànno non sofferse 
Fino alla fìne coi figtinol d* Ancluse, 
Sé stessa a vita seaza gloria oCferse. 

Poi quando fur da noi tanto divise 
Queir ombre, che veder più non potersi. 
Nuovo pensier dentro da me si mise, 

Dal qual più altri nacquero e diversi : 
E tanto d' uno in altro vaneggiai , 
Che gli occhi per vagheasza ' ricopersi, 

E '1 pensamento in sogno trasinatai. 



CANTO XIX. 

ARGOMENTO. 

Contiensi,dopo certa vision di I)ante,la salita an sopra il 
quinto girone , dove egli trova Papa Adriano V, dal 
quale intende che iri si purga il peccato dell* avarizia. 

Neir ora ', che non può 'i calor diamo 

Intiepidar più *i freddo delia Luna, 

Tinto da Terra, o talor da Saturno : 
Quando i Geomanti lor Maggior Fortuna ^ 

Yeggiono in oriente innanzi ali* alba 

Surger per vìa , che poco le sta bruna ; 
Mi venne in sogno una femmina balba ^, 

Con gli occhi guerci, e sovra i piò distorta. 

Con le man monche, e di colore acìalba K 
Io la mirava : e come il Sol conforta 

* Per cagione del vagamento de* miei pensieri. ^ * L*iéU 
tima ora della notte. — ^ Così chiamavano i geomanti la 
figura somigliante alla disposizione delle stelle che compun- 
gono il fine del segno dell' Acquario e il principio dei Pesd- 
— * ScOinguata. — * Smorta. 



CANIO XIX. 319 

Le fredde membra., che la notte aggcava,, 

Così lo sguardo mio le facea scorta 
La lingua ', e poscia tutta la drizzava ' 

In poco d' ora : e lo smarrito volto. 

Come amor vuol ^, cosi le colorava. 
Poi eh' eir avea *1 parlar così disciolto » 

Cominciava a cantar si , che con pena 

Da lei avrei mio intento rivolto. 
Io son , cantava , io son dolc^ Sirena, 

Che ì marinari in mezzo 'i mar dismagp ^ . 

Tanto son di piacere a sentir piena. 
Io trassi Ulisse del suo cammin vago 

Al canto mio : e qual meco s" ausa ^, 

Rado sen parte , ^ tutto V appago. 
Ancor non era sua bocca richìiisa. 

Quando una donna apparve santa e presta 

Lunghesso me , per far colei confusa. 
O Virgilio , Virgilio , chi è questa ? 

Fieramente dioea : ed ei veniva 

Con gli occhi fitti pure in quella OBesta : 
L' altra prendeva , e dinanzi l' apriva , 

Fendendo i drappi , e moslravami il ventre : 

Quel mi svegliò col puzzo, clie n* usciva. 
Io volsi gli occhi ; e '1 buon A'irgilio : Alraen tre 

Voci t' ho messe ^, dicea : siirgi, e vieni : 

Troviam Y aperto , per lo qual tu entro. 
Su mi levai : e tutti eran già pieni 

Deir alto di i giron del sacro monte , • 

Ed andavam col Sol nuovo alle reni. 
Seguendo lui , portava la mia fronte 

Come colui , che V ha di pensier carca , 

Che fa di sé un mezzo arco di ponte; 
Quando io udì' : Venite, qui si varca ; 

Parlare in modo soave, e benigno, 

Qual non si sente in questa mortai marca 7. 
Con r ali aperte, che parean di cigno, 

' Spedita a parlare. — ^ Lo sguardo mio le toglieva ia 
storpiatura e la faceva stare su betta dritta. — ^ Gooie 
amore richiede per accendere altrui del suo fuoco. — ^^Smar- 
risco. — ^S* addomestica. — *^ Tre volte ti ho dnaniato. 
— ' Regione. 



210 DEL PURGATOmO. 

Volseci in su colui che sk pinrlonae. 

Tra ì due pareti del duro madguo. 
Mossele penne poi, e venlilonne \ 

Qui lugenty affermando esser beati, 

Ch' avran di consolar 1* anime donne *z 
Che hai , che pure in ver la terra guati? 

La Guida mia incominciò a dirmi , 

Poco amendue dall* Angel sormonlati. 
Ed io : Con tanta sospeccion fa irmi 

Novella vision , eh' a sé mi piega , 

Sì eh' io non posso dal pensar partirmi. 
Vedesti , disse , quella antica strega , 

Che sola sovra noi omaì si piagne? 

Vedesti come 1* nom da lei si slega ? 
Bastiti , e batti a terra le calcagne ^ : 

Gli occhi rivolgi al logoro ^ , che gira 

Lo rege eterno con le ruote magne. 
Quale il falcon , che prima a' pie si mira , 

Indi si volge al grido , e si protende » 

Perlo disio del pasto, che là il tira; 
Tal mi fec' io : e tal , quanto si fende 

La roccia , per dar via a chi va suso , 

M' andai infin ove *1 cerchiar sì prende '. 
Com' io nel quinto giro fui dischiuso, 

Vidi gente per esso che piangea. 

Giacendo a terra tutta volta in giuso. 
Adhcesit pavimento anima mea, 

Sentia di lor con si alti sospiri , 

Che la parola appena s' intendea. 
O eletti di Dio , gli cui soffriri 

£ giustizia e speranza fan men duri , 

Drizzate noi verso gli altri salirì. 
Se voi venite dal giacer sicuri ^, 

E volete trovar la via più tosto , 

Le vostre destre sien sempre di furi 7 : 

* Fece vento.— 3 Posseditrici di cdtasolazione. — ' Vien- 
tene speditamente ; o , come altri vuole, scuoti da* tuoi pie» 
di la polvere. — < Al richiamo che ti fa Iddio col girare 
delle sfere celesti. — ^ Ove si comincia a girare il monte 
in cerchio. — ^ Liberi , e non soggetti a tal pena, come noi 
siamo. — ' Di fuori rasente la proda del^rone. 



CANTO XIX. M« 

Così pregò \ poeta , e si risposto 

Poco dinanzi a noi ne fu : perdi' lo 

Nel parlare avvisai l' altro nascosto ' : 
E volsi gli occhi agli occhi al Signor mio : 

Ond' egli in* assentì con lieto cenno 

Ciò che chìedea la vista del disio. 
Poi eh' io potei di me fare a mio senno , 

Trassimi sopra quella creatura , 

Le cui parole pria jiotar mi fenno : 
Dicendo : Spirto, in cui pianger matura 

Quel , senza '1 quale a Dio tornar non puossi * , 

Sosta un poco per me tua maggior cura. 
Chi fosti, e perchè volti avete i dossi 

Al su mi di*, e se vuoi eh' i' t' impetri 

Cosa di là , ond' io vìvendo mossi. 
Ed egli a me : Perchè i nostri diretri 

Rivolga '1 Cielo a sé, saprai : ma prima 

Scias, guod ego fui successor Petri, 
Intra Siestri e Chiaveri s' adima 

Una fiumana bella , e del suo nome 

Lo titol del mio sangue fa sua cima ^. 
Un mese e poco più prova* io come 

Pesa '1 gran manto a chi dai fango '1 guarda ^ : 

Che piuma semhran tutte l' altre some. 
La mia conversioneomè ! fu tarda ; 

Ma come fatto fui Roman Pastore , 

Così scopersi la vita bugiarda. 
Vidi, che lì non s'acquetava '1 cuore. 

Né più salir potiesi in quella vita ; 

Perchè di questa In me s' accese amore. 
Fùio a quel punto misera e partita 

Da Dìo anima fui , del tutto avara : 

Or, come vedi , qui ne son punita. 
Quel , eh' avarìzia fa, qui si dichiara , 

In purgazion dell' anime converse : 

' Mi accorsi che sebbene sapeva che io non era lì per 
purgarmi , non sapeva però altro mistero che io era in 
carne e in ossa. — ' Affretta la purgazione della colpa. — 
3 II titolo della mia famiglia, detto dei conti di Lavagno, 
prende da questo fiume l'origine sua. — * Cioè a chi U 
pontificato non vuote con opere indegne contaminare. 

19. 



277 DEL PURGATORIO. 

£ nulla pena il monte ha più aniara. 
Sì come r occhio nostro non fi' aderse ' 

In alto , fisso alle eose terrene , 

Così giustizia qui a terra fl merse. 
Come avarizia spense a ciascan bene 

Lo nostro amore , onde operar perdèsi , 

Così giustizia qui stretti ne tiene 
Ne' piedi e nelle man legati e presi ; 

E quanto fia piacer del ginsto Sire, 

Tanto staremo immobili e distesi. 
Io m' era inginocchiato , e Toiea dire : 

Ma com' io cominciai, ed ei s* accorse. 

Solo ascoltando ', del mio riverire , 
Qual cagion , disse , in giù cosi ti torse ? 

Ed io a lui : Per vostre dignitate, 

Mia coscienza diitto mi rimorse ^. 
Drizza le gambe , e levati so , frate. 

Rispose : non errar : conservo aoma 

Teco , e con gli altri ad una potestale. 
Se mai quel santo Evangelico suono , 

Che dice Neque nubent, intendesti , 

Ben puoi veder, perch' io cosi ragiono 4. 
Vattene ornai : non vo' , che più t' arresti : 

Che la tua stanza uno pianger disagia. 

Coi qaal maturo ciò che tu dicestL 
nipote ho io di là, eh' ha nome Akigia;; 

Buona da sé, puk- che la nostra casa 

Non faccia lei per esempio malvagia ; 
i: questa soia m' è di là rìmasa. 

* Si rivolst;. — ^ Non vedendo, avendo gli opcfai neni 
in terra. — "^ Mi stimolò debitamente a questa atto di lìfe- 
renza. — * Cioè non sono più sposo della chiesa. 



Canto xx. 



?^3 



CANTO XX. 



ARGOMENTO. 

Dimostra il Poeta che seguitando il cammino, dopo al> 
cuni esempi raccontati da UgoCiapetta, di povertà, di 
liberalità, e d' avarizia, che si porga in questo girone, 
sentì tremare il monte : onde le anime tutte si misero a 
cantar gloria a Dio. 

Contra miglior voler voler mal pugna; 

Onde centra *\ piacer mio per piacerli 

Trassi dell' acqua non saxia la spugna ', 
Mossimi : e '1 Duca mio si mosse per li 

Luoghi spediti ' pur lungo la roccia. 

Come si va per muro stretto ^ a' merli : 
Che la gente , che fonde a goccia a goccia 

Per gli occhi '1 mal , che tutto '1 mondo occupa , 

Dair altra parte in fuor troppo s' approccia , 
Maledetta sie tu , antica Lupa , 

Che più che tutte V altre bestie bai preda. 

Per la tua fame senza fine cupa. 
O ciel , nel cui girar par che si creda 

Le condizìon di quaggiù trasmutarla 4, 

Quando verrà , per cui questa disceda ^ ' 
Noi andavam co* passi lenti e scarsi ; 

Ed io attento all' ombre , eh' ì' seiitia 

Pietosamente piangere e lagnarsi : 
E per ventura adi' : Dolce Maria» ^ 

Dinanzi a noi chiamar, cosà nel piaato, 

Come fa donna , che 'n partorir sia. 
E seguitar -.Povera fosti tanto , 

Quanto veder si può per queir ospizio^ 

Ove sponesti '1 tao portato saoto^. 
Seguentemente intesi : O buon Fabluizio, 

* Per piacere a papa Adriano, mi taecpii mnoà avere 
soddisfatto n mio desiderio. — ' Non oeoipati daU* anime 
che giacevano boccone. - ' Stretto è avverbio e vate ra- 
sente. — * Per le cui rivoluzioni pare die alcuni credano 
trasmutarsi le cose umane. — ^ L'avarizia parta da questa 
terra. — ® Per la capanna di Betlemme dove partoristi. 



22^ DEL PURGATORIO. 

Con povertà volesti anzi virtute , 

Che gran ricchezza posseder con vizio. 
Queste parole m* eran sì piaciute , 

CW io mi trassi oltre , per aver contezza 

Di quello spirto , onde parean venute. 
Esso parlava ancor della larghezza. 

Che fece Niccolao alle pulcelle. 

Per condurre ad onor lor giovinezza '. 
O anima , che tanto ben favelle, 

Dimmi chi Tosti , dissi, e perdio sola 

Tu queste degne lode rinnovelle? 
Non fia senza mercè la tua parola , 

S' io ritorno a compier lo cammin corto 

Di quella vita, eh' ai termine vola. 
Ed egli : io ti dirò , non per conforto, 

eh* io attenda di là ', ma perchè tanta 

Grazia in te luce , prima che sie morto. 
Io fui radice della mala pianta, 

Che la terra cristiana tutta aduggìa ^ 

Sì che buon frutto rado se ne schiantav 
Ma se Doagio, Guanto, Lilla , e Bruggia 

Potesser, tosto ne saria vendétta : 

Ed io la cheggìo a lui , che tutto giuggia. 
Chiamato fui di là Ugo Ciapetta : 

Di me son nati i Filippi e i Luigi , 

Per cui novellamente è Francia retta. 
Figliuol fui d* un beccaio di Parigi, 

Quando li Regi antichi venner meno 

Tutti , fuor eh* un renduto in panni bigi. 
Trovami stretto nelle mani il freno 

Del governo del regno, e tanta possa 

Di nuovo acquisto, è sì d' amici pieno, 
Ch' alla corona vedova promossa 

La testa di mìo figlio fu , dal quale 

Cominciar di costor le sacrate ossa 4. 

' 1 S. Niccolò dotò tre fanciulle che per povertà erano in 
pericolò di menare disonesta vita. — * Cioè che i miei 
descendenti siano per far preghiera in mio prò. — ' F^ 
princìpio delia famiglia de' Capeti re di Francia» che reca 
gravissimo nocumento alla terra cristiana. — * La stirpe 
reale. 



Canto xx. tis 

Mentre che la gran dote Provenzale * 

Al sangue mio non tolse la vergogna , 

Poco valea , ma pur non facea male. 
Li cominciò con forza e con menzogna * 

La sua rapina : e poscia per ammenda 

Ponti, e Normandia prese, e Guascogna. 
Carlo venne in Italia, e per ammenda 

Vittima fé* di Curradino , e poi 

Ripinse al Ciel Tommaso ^ per ammenda. 
Tempo vegg* io non molto dopo ancoi , 

Che tragge un altro Carlo fuor di Francia , 

Per far conoscer meglio e sé e i suoi. 
Senz' arme n' esce , e solo con la lancia , 

Con la qual giostrò Giuda « e quella ponta 

Sì, ch'a Fiorenza fa scoppiar la pancia. 
Quindi non terra , ma peccato ed onta 

Guadagnerà, per sé tanto più grave, 

Quanto più lieve simil danno conta. 
L' altro, che già usd,preso di nave ^, 

Ye^o vender sua fìglia, e patteggiarne , 

Come fan li corsar dell* altre schiave. 
Oi avarizia , che puoi tu più fame , 

Poi eh* bai il sangue mio a te si tratto , 

Che non si cura della propria carne ? 
Perchè men paia il mal futuro , e '1 fatto 

Veggio in Alagna entrarlo fiordaliso ^, 

£ nel vicario suo Cristo esser catto. 
V^giolo un' altra volta esser deriso : 

Veggio rìnnovellar 1' aceto e '1 fele, 

E tra i vivi ladroni essere anciso. 
Veggio '1 nuovo Pilato si crudele. 

Che ciò noi sazia , ma senza decreto , 

Porta nel tempio le cupide vele 7, 
O signor mio , quando sarò io lieto , 

* La Provenza data in dote ad Alfonso fratello di San 
Luigi. — 'Col pretesto di es<ii*pare l'eresia de^ Albigesi. 
— 3 Fece avvelenare S. Tommaso. — * Goiè con tradimenti 
e frodi. — * Tratto prigioniero dalla sua nave. — • I Gi- 
gli d'oro insegna del regno di Francia in Anagni. — 
' Senza legge e per soddisfare alla propria avarizia, abo- 
lisce l'ordine de' Templari. 



220 



DEL PURGATORIO. 



A veder la vendeUt, che nasooift 

Fa dolce 1* ira tua nel tuo segreto *? 
Ciò eh' io dlcea di qiieli' unica spoia 

Dello Spirito Santo , « €he ti feoa 

Verso me volger per akona cbiosa ' ; 
Tant' è disposto a tutte nostre prece. 

Quanto '1 dì dura : naa quando s* annotta , 

Contrario suon prendemo in quella Yeoe. 
Noi ripetiam Pigmalion allotta , 

Cui traditore e ladro e patridda 

Fece la voglia sua dell' oro ghiotta : 
E la miseria dell' avaro Mida, 

Che segui alla sua dimanda ingorda. 

Per la qual sempre convien cbe si rkU. 
Del folle Acàm ciascun poi si ricorda. 

Come furò le spoglie , si che Y ira 

Di Giosuè qui par eh' ancor lo morda. 
Indi accusiam col marito Safira : 

Lodiamo i calci eh' élohe £liiodoio. 

Ed in infamia tutto '1 monte gpra 
Polinestor eh' ancise Polidoro : 

Ultimamente ci si gridao : Crasso, 

Dìlci , chè'l sai, dì che sapore è 1* oro. 
Talor parliam l' un alto, e l' altro basso. 

Secondo V afifezk» , eh' a dir ci sprona 

Ora a maggior , ed ora a minor passo. 
Però al hen, clie '1 dì ci si ragiona ^, 

Dianzi non er' io sol : ma qui da presso 

Non alzava la voce altra persona. 
Noi eravam partiti già da esso, 

£ hrìgavam di soverchiarla strada ^ 

Tanto , quanto al poter n' era permesso ; 
Quand' io senti', come cosa die cada , 

Tremar Io monte : onde mi prese un giek), 

Qual prender suol colui eh' a morte vada. 
Certo non si scotea sì forte Deio, 

* Nascosa ne* tnoi segreti giudizi rende contenta la tua 
giustizia. — ^ Ciò che io diceva di Biaria Vergine e ti Eece 
rivoltare a me, per averne spiegazione. — ^ Ai buoni es^n- 
pi di povertà e di liberalità de' quali si fa moizione il 

giorno. — * Avanzarci nel cammino. 



CAKTO XXI. 317 

Pria che Latona in lei facesse '1 nido, 

A partiirir li due occhi del delo K 
Poi cominciò da tutte parti un grido 

Tal , che M Maestro inver di me si feo, 

Dicendo : non dubbiar mentr* io ti guido. 
Gloria in excelsis tutti Beo 

Dicean , per quel eh* io da vicin compresi. 

Onde 'ntender lo grido si poteo. 
Noi ci restammo immobili e sospesi , 

Come i pastor ', che prima udir qaet canto , 

Fin che *l tremar cessò : ed el compièsi. 
Poi ripigliammo nostro eammin santo , 

Guardando l' ombre, che giacean per terra, 

Tornate già in su V usato pianto. 
Nulla ignoranza mai con tanta guerra 

Mi fé* desideroso di sapere, 

Se la memoria mia in ciò non erra , 
Quanta pareami allor pensando avere ^ : 

Né per la fretta dinoandare er* oso , 

Né per me lì potea cosa redere : 
Così m* andana timido e pensoso. 



CANTO XXI. 

ARGOM£NTO. 

Conliensi nd presente canto, che segoitando Dante il suo 
Yìaggio, incontrò 1* anima di Stazio, la quale essendosi 
purgata, saliva al Paradiso; e da lei intende le cagioni 
delle code da lui sentite. 

La sete naturai % clic mai non sazia, 

Se non coli* acqua , onde la femminetta 

Sammaritana dimandò la gra7ia , 
xMi travagliava, e pungeami la fretta , 

Per la *mpacciata via dietro al mio Duca , 

E condoleami alla giusta vendetta. 

* Apollo e Diana. — > I pastori* di Betiemme^ — ' Nulla 
ignoranza mi fece mai desideroso di sapere, con ansietà 
tanta, qnanta panrenii avere pensando allo scuotimento. 
— < U denderio di saliere. 



2» DEL PURGATORIO. 

Ed ecco, A, come ne scrìve Loca, 
Che Cristo apparve a* duo , eh' erano *n via , 
Già surto fuor della sepolcral buca. 

Ci apparve un' ombra : e dietro a noi venia , 
Dappiè guardando la turba , cbe giace ; 
Né ci addenuno ' di lei , sì parlò pria. 

Dicendo : Frati miei , Dio vi dea pace : 
Noi ci volgemmo subito ; e Virgilio 
Rendè lui '1 cenno , eh' a dò si confaoe : 

Poi cominciò : Nel beato coudlio 
Ti ponga in pace la verace corte > , 
Che me rilega neir etemo esilio. 

Come , diss' egli , e parìe ^ andavam forte , 
Se voi siete ombre, cli& Dio su non degni 
Chi V* lia per la sua scala tanto scorte? 

E 'I Dottor mio : Se tu riguardi ì segni , 
Che questi porta , e che l' Angel profila ^ , 
Ben vedrai, che co* buon oonvien di' ei regpiL 

Ma perchè lei , che dì e notte fila , 
Non gli avea tratta ancora la conocchia , 
Che Cloto impone a ciascuno e compila : 

L' anima sua , eh* è tua e mia sirocchia , 
Venendo su non potea venir sola, 
Perocch* al nostro modo non adocchia ^ : 

Ond' io fui tratto fuor dell' ampia gola 
D' Inremo per mostrarli , e mostrerolli 
Oltre, quanto 'I potrà menar mia scuola. 

Ma dinne , se tu sai , perchè tai crolli 
Die dianzi '1 monte , e perchè tutti ad una 
Parver gridare infino a' suoi pie molli ^? 

Sì mi die dimandando , per la cruna 
Del mìo disio 7, die pur con la speranza 
Si fcee la mia sete men digiuna. 

Quei comindò : Cosa non è , che sanza 
Ordine senta la religione 

' Avvedemmo. — > Neil* adunanza de* beati in paradiso 
ti ponga la corte dd giudice etemo. — ' Intanto. — * I 
P segnati sulla fronte di Dante dall' angdo. — ^ Vede. — 
' Fin alle radid di questo monte isolato e bagnato dal 
mare. — • Colse puntualmente nel mio desiderio.. 



CANTO XXI. 229 

Della montagna, o che sia foor d' usanza '. 
Libero è qui da ogni alterazione : 

Di quel che 4 Ciel in sé da sé riceve *', 

Esserci puote , e non d* altro cagione. 
Perchè non pioggia, non grando, non neve, 

Non rugiada, non brina più su cade. 

Che la scaletta dei tre gradi breve. 
Nuvole spesse non paion, né rade. 

Né corruscar, né figlia di Taumante ^ , 

Che di là cangia sovente contrade. 
Secco vapor non surge più avante, 

Ch' al sommo dei tre gradi , eh' io parìai , 

Ov' ha *\ Vicario di Pietro 4 le piante. 
Trema forse più giù poco od assai : 

Ma per vento , che 'n terra si nasconda , 

Non so come, quassù non tremò mai : 
Tremaci quando alcuna anima monda 

Si sente , sì che surga , o che si muova 

Per salir su , e tal grido seconda. 
Della mondizia il sol voler fa pruova, 

Che tutta libera a mutar convoito 

L'orna sorprende , e di voler le giova ^. 
Prima vuol ben : ma non lascia '1 talento ^ , 

Che divina giustizia contra voglia , 

Come fu al peccar 7, pone al tormento. 
Ed io che son giaciuto a questa doglia 

Cinquecento anni e più , pur mo sentii 

Libera Tolontà di miglior soglia ^. 
Però sentisti '1 tremoto , e li pii 

* Quanto avviene in questa santa montagna, procede da 
immutabil ordine, e nidla è qui fuor di sua usanza. — 
3 Cioè le anime che passano 8al purgatorio al cido. (versi 
68 e segg.) — ' Iride, cioè l'arco celeste. — * L* Angelo 
di cui si è parlato nd canto 9, vv. 117 e seg. — ^ Il libero 
volere di salire al delo, che si desta ndV anima fa prova 
di* ella è purgata e la muove a mutar soggiorno. — * Ha 
anche prima il volere di salire, ma non lascia il desiderio 
di soddisfare alla giustizia divina la quale pone esso desi- 
derio ndle anime purganti contra quiell* inefficace volere. 
— ''Come le anime nd peccare avevano il buon volere di 
salvarsi, na rappetito stava contro qud volere. — ' Abi- 
tazione. 

20 



230 DEL PURGATORIO. 

Spirili per lo monte render lode 
A quel Signor, che tosto n gì* invIL 

Così gli disse : e però ehe si gode 
Tanto del ber, quani* è grande U tele p 
Non saprei dir quanto mi fece prode K 

E '1 savio Duca : Oodaì veggio U itta, 
Clie qui Ti piglia , e come à scalapiMa, 
Perchè ci trema , e di che oongMidete. 

Ora chi fosti , piacciati di' io sapfin; 
E perchè tanti secoli giaciuto 
Qui se* , nelle parole tae mi cappln. 

Nel tempo , che '1 bnon Tito , con 1' a&iito 
Del sommo Rege ', vendicò le fora 
Ond* USCI M sangue per Giuda Tendalo; 

Col nome , che più dura e più onora ^^ 
£r* io di là , rìspoee quello spirto» 
Famoso assai , ma non oon fede aBoara. 

Tanto fu dolce mio vocale spiirto. 
Che Toiosano a sé mitrasse Roma» 
Dove merlai le terapie oraar di mklo. 

Stazio la gente ancor di là mi noma : 
Cantai di Tebe, e poi del grande AohiUe : 
Ma c^ddi 'n via oon la aeotada soma. 

Al mìo ardor far seme le faville, 
Che mi scaldar deHa divina fiamma, 
Onde sono allumati più di mil'.e: 

Dell' Eneida dico, la qaal mamma 
Fummi , e fnmmi nutrice poetamlo : 
Senz* essa non fermai peso di draaMna. 

E per esser vivuto di là quando 
Visse Virgilio, assentirei un sole 
Più , eh' i* non deggio, al mio oscir di bando. 

Volser Virgilio a me queste parole 
Con viso, che tacendo dioea : Tad : 
Ma non può tutto la virtù , che voole - 

Cile riso e pianto sou tanto segnaci 
Alla passion , da che ciascun si spicca 4, 
Cbe men seguou voler ne' più veraci. 

> Mi recò piacere. — '^ Con Taiuto. di iHo vandifi^ ^ 
ferite. — ^ìl nome dì i:oota. — * Procede. 



CANTO XXI. Ut 

Io puF sorrìsi, come 1' uom, cb' ammicca ' 

Perchè V ombra si tacque» e riguardommi 

Negli occhi , OTe '1 sembiante più si ficca. 
E , se tanto lavoro in bene assommi ^, 

Disse : perchè la faccia tua testeso ^ 

Un lampeggiar d* un riso dimostrommi ? 
Or son k) d' una parte e d' altra preso : 

L' una mi fa tacer, 1* altra scongiura, 

Ch' io dica : ond* io sospiro , e sono inteso. 
Di*, il mio Maestro, e non aver paura, 

Mi disse , di parlar, ma parla , e £gli 

Quel eh' e* dunaoda con cotanta eira. 
Ond* io : Forse cbe tn ti BMraTigU, 

Antico spirto , del rìder, <^' io fei : 

Ma più d' ammirazioB to' che tip%U. 
Questi , che guida io alto gli occhi mìei , 

È quel Virgilio , dal qsaù tu togliesti 

Forte a cantar degli uomiiii e de' Det 
Se cagione altra al mio rìder credesti. 

Lasciala per non vera , «d esser credi 

Quelle parole, che di lui dleesti. 
Già si chinava ad abbracdr li piedi 

Al mio Dottor : ma e* gli disse t Frate « 

Non far : che tu se^ ombra , ed ombra "vedi. 
£d ei sorgendo : Or puoi la quantilate 

Comprender jdeir amor, eh' a te mi scalda , 

Quando dismento nostra vanitale. 
Trattando 1* ombre come cosa salda. 

> Accenna la cosa che ha rn animo di rignìficaie con pa- 
role. — 2 Se tu possa condurre a buon ta'mhie fa grande 
opera intrapresa di-visitare vìvo questi hioglii. -» ^ Tes- 
tò, ora. 



233 DEL PURGATORIO. 



CANTO xxir. 

ARGOMENTO. 

Vaono i Poeti al sesto girone, oYe li purga il peccato ddb 
gola; e, trovato un arbore pieno d* odoriferi pomi, so- 
pra il quale si qtaiidefa un* acqua chiara die scendeva 
dalla roccia del monte, a questo arbore accostati, odono 
una voce che da quello uadTa. 

Già era V Angd dietro a noi rimaso , 

L* Angel : che n' avea Tolti al sesto giro. 

Avendomi dal viso un colpo ' raso : 
K quei eh' hanno a giustìiia lor disiro. 

Detto n* avea , beati , e le sue yod, 

Con sitio, e senz' altro ciò fornirò *. 
Ed io piii lieve, che per l' altre foci, 

M* andava sì, che senza alcun labore % 

Seguiva in su gli spiriti veloci : 
Quando Virgilio cominciò : Amore 

Acceso da Tirtù sempre altro accese , 

Pur che la fiamma sua paresse foore K 
Onde dair ora, che tra noi discese 

Nel limbo dello 'nferno GioTenale, 

Che la tua affezion mi fé' palese. 
Mia benvoglienza inverso te fu quale 

Più strinse mai di non vista persona , 

Sì ch'or mi parran corte queste scale. 
Ma dimmi : e , come amico , mi perdona , 

Se' troppa sicurtà m' allarga il freno , 

E come amico omai meco ragiona : 
Come potèo trovar dentro al tuo seno 

Luogo avarizia, tra cotanto senno , 

Di quanto per tua cura fosti pieno ? 
Queste parole Stazio muover fenno 

Un poco a riso pria; poscia rispose : 

I Uno de* P simbolici. — ^ L'angelo aveva detto essere 
beati quei che hanno lor desiro a giustizia, e lo sue parole 
finirono con sitio, — ^ Fatica. — L'amore die nacque in al 
uno per cagione di virtù e che per estemi segni si mani- 
festò , ticcesc sempre il cuore delP amato. 



CAiNTO XXII. 233 

Ogni tuo dir d* amor m* è caro cenno. 
Veramente più volte appaion cose, 

Che danno a du})itar Talsa matera , 

Per le vere cagion, che son nascose. 
La tua dimanda tuo creder m' avvera 

Esser, eh' io fossi avaro in V altra vita. 

Forse per quella cerchia , dov* io era. 
Or sappi , eh* avarizia fu partita 

Troppo da me ' : e questa dismisura 

Migliaia di luuarì hanno punita '. 
£ se non fosse, eh' io drizzai mia cura , 

Quand' io intesi, là dove tu chiame. 

Crucciato quasi air umana natura , 
A che non reggi tu , o sacra fame 

Deir oro, l' appetito de' mortali^ 

Voltando sentirei le giostre grame ^. 
Allor m' accorsi , che troppo aprir Tali 

Potean le mani a spendere , pentèmi 

Così di quel , come degli altri mali. 
Quanti risurgeran coi crini scemi 

Per 1* ignoranza \ che di questa pecca 

Toglie *ì pentèr vivendo , e negli estremi ^ 
£ sappi, che la colpa, che rimbecca. 

Per dritta opposizione alcun peccato , 

Con esso insieme qui suo verde secca ^. 
Però s' io son tra quella gente stato. 

Che piange V avarizia, per purgarmi, 

Per lo contrario suo m' è incontrato. 
Or quando tu cantasti le crude armi 

Della doppia tristizia di Giocasta , 

Disse '1 cantor de' bucolici carmi , 
Per quel , che Clio lì con teco tasta?, 

Non par che ti facesse ancor fedele 

La fè, senza la qual ben far non basta. 
So così è, qual sole, o quai candele 

I Perchè io peccai di prodigalità. — ' E migliaia di mesi 
hanno punito questa eccessiva profusione. — ^ Starei giù 
air Inferno tra i prodighi. — * Per la quale non credono 
ciw la prodigalità sia vizio. — ^ In vita e in morte. — <^ La 
190^ che dirittamente è contraria ad alcun peccato, con 
esso qui si consuma. — 7 Tocca, accenna. 

ao. 



134 DE3. PURGATOKIO. 

Ti »t£DebnrOB d , che ta driuMti 

Poscia dirptro alFeaattrle ¥cle? 
Ed cfli a lai : To pfani m* ìbtìmIì 

Verso Parnaso a ber Belle sue srotte» 

K prima appretto Dìo m* ilInnihìMti 
F«cesU , OMK qan , che ti di Bolle, 

Che porta H hme dietro, e tè bob pmwm 

Ma dopo sé la le persone dotte : 
Quando dicesti : Seool m rÌBonova » 

Torna giastizia , e piBBo tempo 

E progenie diiccBde dal Ciel booti. 
Per te poeta fui, pertecristiaBO, 

Ma perchè veggi me* dò, eh' io 

A colorar distenderò la omo. 
Già era '1 mondo lotto qainlo pregno 

Della Tera crcdena , eemiita 

Per li messaggi deli* eterno regno : 
E la parola tua sopra toccala 

Si coosonaTa a' naovi predicaBli : 

Ond' io a Tisilarli presi osata. 
Venucrmi poi parendo tanto santi , 

Che quando Domizian li persegoette. 

Senza mio lagrìmar non fnr lor pianti : 
E meutre che di là per me si stelle. 

Io gli sovTenni, e lor dritti cesttrasi 

Fer dispregiare a me tolte altre sette 
E pria eh* io coodocessi i Greci a'iomi 

Di Tebe poetando , ebb' io battesuM» : 

Ma per paura cHìbso Cristian fami ; 
Lungamente mostrando paganiWBO : 

E questa tiepidezza il quarto cerchio 

Cercliìar mi fé*, piò che 'I quarto oentesao * 
Tu dunque, che levato bai 1 eoperdóo. 

Che m' ascondeva quanto bene io dico 

Mentre che del salire avem soTerchio* 
Dimmi, do¥' è Terenzio nostro antico, 

( Correr {girando per il quarto cerchio oo^ 
per più di 400 anni. — ' Tn che m* hai levato ilurio 
io aveva dinann agli occhi , mentre che per 
mo più tempo die non abbisogna. 



CANTO XXII. 135 

Cecilio , Plauto , e Varrò ; se Io sai : 

Dimmi , se son dannati , ed in qaal tìco '. 
Costoro , e Persio , ed io, «d «ttrì assai , 

Rispose *1 Duca mio , eian con quel Greco , 

Che le Muse lattar, pie eh' altro rasi, 
Nel primo cinghio del carcere cieco *. 

Spesse fiate ragioniam del monte, 

Ch' ha le nutrici nostre * sempre seco. 
iLuripide y* è nosco, ed Antifonte, 

Simonide, Agatone , e altri piùe 

Greci , che già di laoro ornar la fronte. 
Quivi si Teggion delle genti tuoi 

Antigone, Deifile, ed Argia, 

Ed Ismene sì trista come fue. 
Vedesi quella , che mostrò Langla ^ : 

Ettì la figlia di Tiresia, e Tetì , 

E con le suore amt Deidawla. 
Tacevansi amenduesìà li poeti ^ 

Di nuoTO attenti a riguardare intorno , 

Liberi dal salire e da' pareti : 
E già le quattro ancelle eran del giorno 

Rimase addietro , e la quinta «ra al temo ^ 

Drizzando pure in su 1' ardente corno , 
QmiÈàb *\ mio Dnca : Io credo , th' allo stremo 

Le destre spalle volger ci convenga 7, 

Girando il monte, come farsolemo. 
Così r usanza Tu H nostra insegna : 

£ prendemmo la via con men sospetto. 

Per r assentir di queir «liina ^egna ^. 
Elli givan dinanzi , ed io soletto 

Diretro, ed ascoltava i lor sermoni , 

Ch' a poetar mi davano intelletto. 
Ma tosto ruppe le dolci ragioni 

Un' alber che trovammo , in mezza strada , 

Con pomi ad odorar soavi e buoni. 

» Girone. — * Nel Limbo primo cerchio dell' Inferno. 
— • Muse. — * Da te decantate nella Tebaide. — * Mostrò 
ad Adrasto assetato ed al suo esercito il fonte Langìa. — 
• La quinta ora era al timone del carro del sole. — " che 
dobbiamo camminare tenendo il lato destro volto alla es- 
tremità del monte. — ' Stazio. 



)36 DEL PURGATORIO. 

£ come abete in alto si digrada 

Di ramo in ramo , ooà qadlo in giuso ', 

Cred* io , perchè persona su non Tada. 
Dal lato , onde 1 cammin nostro era chiuso, 

Cadea dall* alta roccia un liquor chiaro, 

£ si spanderà per le foglie suso. 
Li due poeti all' alber s* appressare : 

Ed una Yoce per entro le fronde 

Gridò , Di questo cibo aTrete caro * : 
Poi disse : Più pensala Maria, onde 

Fosser le nozze orreToli ed intere, 

Ch' alla sua bocca, eh* or per voi risponde ' : 
E le Romane antiche per lor bere 

Contente furon d' acqua : e Daniello 

Dispregiò cibo, e acquistò saTere. 
Lo secol primo , quant' oro , fu bdlo : 

Fé' saporose con fame le ghiande, 

E nettare con sete ogni ruscello. 
Mele e locuste furon le viTande , 

Che nudriro '1 Batista nel diserto : 

Perch' egli è glorioso , e tanto grande. 
Quanto per 1' Evangelio v* è aperto. 

' Come l'abete mette i suol rami sempre più sottili aff 
alto che al basso, così quell* albero li metteva più aottBi 
verso il tronco eli veniva ingroasandoa mano amano verso 
la cima. — ^ Carestia, non ardirete toccario. — ' Maria 
che come vostra avvocata risponde e intercede per voi. 
alle nozze di Cana , ebbe più riguardo a fare onorevole e 
oimpito quel convito che al ano gusto. 



CANTO XXIII. 237 



CANTO xxin. 

ARGOMENTO. 

Sono i Poeti sopraggìunti da molte anime; tra le quali 
conobbe Dante quella ^ Forese ; dalla persona del quale, 
con destra maniera, prende occasione di biasimar le 
donne Fiorentine intomo agli abiti poco onesti che elle 
in quel tempo portavano. 

Mentre che gli occhi per la fronda verde 

Ficcava io coeì , come far suole 

Chi dietro ali* uccellia sua vita perde ' . 
Lo più che Padre mi dicea ; Figliole » 

Vieni oramai , che '1 tempo , che e* è 'mposto , 

Più utilmente (dHnpartir si vuole, 
f evolsi '1 viso, e '1 passo non men tosto 

Appresso ai savi , che parlavan sìe , 

Che r andar mi facean di nullo costo : 
Ed ecco piangere, e cantar 8* udìe, 

Labia mea , Domine, per modo 

Tal , che diletto e doglia parturìe. 
O dolce Padre , che è quel eh' io odo ? 
. CoDiincia' io : ed egli : Ombre, che vanno 

Porse di lor dover solvendo '1 nodo. 
Sì come i peregrin pensosi fanno , 

Ginguendo per cammin gente non nota, 

Che si volgono ad essa , e non ristanno r 
Cosi diretro a noi più tosto mota ' 

Venendo , e trapassando , ci ammirava 

D* anime torba tacita e devota, 
negli occhi era ciascuna oscura e cava , 

Pallida nella faccia , e tanto scema, 

Che dair ossa la pelle s* informava. 
lf<m credo, che così a buccia strema 

Erìsiton si fusse fatto secco, 

Per digiunar, quando più n* ebbe tema ^. 

' Perde il suo tempo perseguendo uccellino entro le 
firondi. — > Più spedita nel passo. — ^ Altro non ebbe di 
che cibarsi che le proprie membra. 



138 OKL PURGATORIO. 

Io àken , fra me stesso pensando , Ecco 

La gente, che perde GeronleniiiK, 

Quando Maria nel figlio die di becco ': 
Parean 1* occhiaie aneUa senza gemmei 

Chi nel tìso degli uomini legge omo. 

Rene avria qnri oooosckrto 1* enme *. 
Chi crederebbe, die V odor d' an pomo 

Si governasse , generando brama , 

E qne! d* un' acqua , non sappiendo oomo ^? 
Già era in ammirar, che sì gli afiaroa. 

Per la cagioM ancor non maaifeflla 

Di lor magrezza, e di lor trista squon : 
Ed ecco del profondo della testa 

Volse a me gli ocdii im' ombra, e goiidò ftw^ 

Poi gridò forte : Qual gntzia m' è qmetàf 
Mai non V avrei rioooosciato al viaif : 

Ma nella voce sua mi fu palese 

Ciò , che r aspetto in sé avea oonqùo *. 
Questa favilla tutta mi raccese 

Mia conoscenza alla cambiata labbia , 

E ravvisai la faccia ^ Forese. 
Deh non contendere ^ all' asciotla acaUiia, 

Che mi scolora, pregava, la peila. 

Né a difetto di carne, eh' io abbia. 
Ma dimmi '1 ver di te : e chi son quella 

Due anime. Che là ti fanno scorta : 

Non rimaner che tu non nn favdle ^. 
La faccia tua , eh' io lagrimai ^ morta» 

Mi dà di pianger mo non minor doglia, 

Rispos* io lui, vagendola sk torta 7. 
Però mi di', per Dio, che si vi sfoglia ^ : 

* Maria donna nobile Ebrea die in qodf media tìdU 
da rabbiosissima fame si mangiò un bim> figjUaolìBO. - 
' Legge omo considerando le due tempie e 1* oreccbicv 
come le due gambe laterali delia lettera M, ed il naso cune 
la gamba di mezzo , e i due occhi , come i due O. — 'Chi 
crederebbe, ignorandone la cagione, che Fodor ed un 
pomo e qud di un' acqua , cotanto dimagrasse qudle ani- 
me col generare in esse desiderio ? — * Guasto, Amato. 
— *Non attendere. •— * Non restare di favolarmi. — ' SftT* 
mata. — * Spoglia della carne. 



CANTO XXIIJ. XJ» 

Non ini far dir, mentr' io mi BoaravigUe : 

Che mal può dir chi è pieo d' akra Yogtia. 
Ed egli a me : Dell' eterno consigtio 

Cade virtù nell* acqua, e nella )»anta 

Rimasa addietro , ond' io si mi sottigiio. 
Tutta està gente, che piangendo canta. 

Per seguitar la gola oltre misuni^ 

In fame e in sete qui si ri& santa. 
Di bere e di mangiar n' accende ciiia 

L' odor, eh* esce del pomo o dello sprizno % 

Glie si distende su per la Terdura. 
£ non pure una volta questo spazzo * 

Girando , si rinfresca niostia pena : 

Io dicx) pena , e dovria dir soUazxa : 
Che quella vogUa aU' arbore d mena. 

Che menò Gfifito lieto a dire Eli » 

Quando ne liberò «en la sua vena \ 
Ed io a lui : Forese, da quel dà , 

Nel qual mutasti flMode a miglÀer vita , 

Cìnqu* anni non son volti insino a qui^ 
Se piima fu la possa in te finita 

Di peccar più , che aorvenisse V «ta 

Del buon dolor, di' a Dio ae rittariia \ 
Come se' tu quassù venato? Aneora 

Io li credea trovar lasgtù di sotto ^, 

Dove tempo per tempo ai ristora*. 
Ed egli a ine : SI Insto m* ha condotto 

A ber lo dolce assenzio de* martiri 

La Nella mia 7 éel suo pianger ifirotto. 
Con suoi prieghi develi , e con sospiri 

Tratto m' ba ddta costa, ove s* aspetta, 

E liberato m* ha degli altri giri. 
Tant^ è a Dio f^ù cara e più dilette 

La vedovelUi mia che molto amai, 

» Dello spruzzare delT acqua. — • Suolo. — ^ Col suo 
sangue. -^ * Se prima che sopravenisse U pentimento che a 
Dtone ncoogiunge, ti mancò per cagione ddla malattia U 
potare di peccare» ^ ^ X^cU' atrio del Purgatorio , o Anti- 
purgatorio. — ^ Dove il tempo die indugiarono i pigri a 
pentiai, ai emenda con alti-ettanto tempo di penosa esclu" 
ftione dal purgatorio. — ' NcUa mia moglie. 



240 DEL PURGATORIO. 

Quanto 'n bene operare è più soletta : 
Che la Barbagia di Sardigna assai 

Nelle femmine sue è più pudica. 

Che la Barbagia , doY* io la lasciai '. 
O dolce frate» che Tuoi tu, eh' io dica? 

Temix) futuro m' è già nel cospetto , 

Cui non sarà quest' ora motto antica , 
Nel qual sarà in pergamo interdetto 

Alle sfacciate donne Fiorentine 

V andar mostrando con le poppe il petto. 
Quai Barbare fur mai , quai Saradne , 

Cui bisognasse, per farle ir coverte, 

O spiritali, altre discipline? 
Ma se le svergognate fosser certe 

Dì quel , che '1 Ciel veloce loro ammanna ', 

Già per urlare avrian le bocche aperte. 
Che se r antiveder qui non m' inganna , 

Prima fien triste, che le guance impdi 

Colui, che mo si consola con nanna ^. 
Deh irate , or fa', che più non mi ti celi : 

Vedi che non pur io, ma questa gente 

Tutta rimira , là dove '1 Sol veli *. 
Perch' io a lui : Se ti riduci a mente, 

Qual fosti meco , e quale io teco fui ^ ; 

Ancor fia grave il memorar presente. 
Di quella vita mi volse costui , 

Che ir.i va innanzi , Y altr* ier, quanto tonda 

Vi si mostrò la suora di colui, 
E '1 Sol mostrai. Costui per la profonda 

Notte menato m' ha da* veri morti 

Con questa yera carne , che '1 seconda* 
Indi m' han tratto su li suoi conforti , 

Salendo, e rigirandola montagna. 

Che drizza voi, che '1 mondo fece torti. 
Tanto dice di farmi sua compagna ^, 

■ La Barbagia, paese della Sardegna, dove donne vanno 
quasi nude, è più pudica che Firenze. — ' Prepara. — * Pri- 
ma che il fanciullo che ora si rallegra con nanna, metta 
alcun pelo al mento, cioè anziché passino quindici anni. •— 
* Dove col corpo tuo fai ombra. — ^ Essendo stati ambedue 
insieme viziosi. ~ ® Compagnia. 



CANTO XXIV. 241 

Ch* io sarò là , dove fia Beatrice : 

Quivi convien , che senza lui rimagna. 
Virgilio è questi , che così mi dice : 

£ additano : e quest* altr' è queir ombra, 

Per cui scosse dianzi ogni pendice 
Lo vostro regno, che da sé la sgombra '. 



CANTO XXIV. 

ARGOMENTO. 

Giungono i nobilissimi Poeti al secondo arbore , da cui 
escono voci che ricordano alcuni dannosi esempj della 
gola. Ed in fine trovano 1* Angelo , dal quale sono inviati 
per le scale che portano sopra il settimo ed ultimo balzo, 
dove si purga il peccato della carne. 

r^è '1 dir r audar, né I* andar lui più lento 

Facea : ma ragionando andavam forte, 
. Sì come nave pinta da buon vento. 
E r ombre , che parean cose rimorte *, 

Per le fosse degli occhi ammirazione 

Traean di me , di mio vivere accorte. 
Ed io continuando '1 mio sermone 

Dissi : Ella sen va su forse più tarda, 

Che non farebbe , per Y altrui cagione ^. 
Ma dìnum , se tu sai , dov' é Piccarda ^ • 

Dimmi, s' io veggio da notar persona 

Tra questa gente, che sì mi riguarda. 
La mia sorella ; che tra bella e buona 

Non so qual fosse più ; trionfa lieta 

Neir alto Olimpo già di sua corona : 
Sì disse prima ; e poi : Qui non si vieta 

Di nominar ciascun , da eh' é sì munta 

Nostra sembianza via per la dieta ^. 
Questi 9 e mostrò col dito, é Buonagianta» 

Buonagiunta da Lucca : e quella faccia 

• La diparte da sé. -— * Due volte morte : tanto erano 
emaciate e distrutte ! — ^ per cagione di stare in nostra 
compagnia. — * Fu sorella di Forese.—* Munta via, cioè : 
tolta via, distrutta. 

ti 



24a nix PUBGATORIO. 

Di là da lui , più che V altre trapunta*» 
l-:bbe la santa CbieM in le sae braoda ' : 

Dal Tot* so ^ fu ; e purga per 

L* anguille di Bolféoa* in h 
IMolti aUrf mi mostrò ad uno ad uno : 

Vj nel nomar parean tutti oonteoti , 

Sì cir io però non vidi nn atto bruno. 
Vidi per fame a vuoto usar li denti 

Ubaldin dalla Pila , e Bonifazio , 

die pasturò col rocco molte genti ^. 
Vidi Messer Marchese, eh' ebbe spazio 

Già di bere a Forlì con men seccliezza , 

K A fu tal , die non ri sentì sazio. 
Ma come fe chi guarda, e poi fk prezza ^ 

Più d* un , che d* altro, fé* io a quél da Locca . 

Che più parca di me aver ooatezza: 
Mi mormorava : e non so che Gentucca 

Sentiva io , là ov' «i sentia la pmga 

Della giustizia , che A gli jpitaeea 7. 
O anima , diss* io , ehe par^ si mga 

Di parlar meco , fa' sì , di* lo f intada; 

£ te e me col luo parlare appaga. 
Femmina è nata, e non porta anear benda ', 

Cominciò ei , clic ti farà pìaeere 

La mia città , cooae di' uom la rìpreada. 
Tu te n' andrai eoo questo aaiivrdere 9 ; 

Se nel mio mormorar prendesti errore , 

Dichiareranti ancor le cose vere. 
Ma di' s' io veggio qui colui che fuoi'e 

Trasse le nuove rime, cominciando. 

Donne , eh* avete intelletto (f amore. 
Ed io a lui : Io mi son nn , che , qatada 

Amore spira , noto , ed a qiid modo, 

Ch' ei detta dentro , vo significando. 

' Trafitta, straziata. — * Fu papa. — * Toars. — * Pacava 
morire le anguille nella vernaccia. -- ^ Colle rendite del 
vescovado fece vivere allegramente molte perione. Altri 
spiega : governò molte popolazioni colla dignità d'ardves- 
covo di Ravenna. -— * SUnia , conto. — ' Tra le Cavct e in 
gola , dove Buonagliinta sentiva il tormento datogli dalb 
divina Giustizia. ~ « Ed ò ancor fanciulletta. — » Hibor^ 
nera! al mondo con questa mia prc<l)7.i(me 



CANTO XXIV. «43 

O frate , issa inegg* io, ^ìsg^egli, n nodo. 

Che *ì Notaio , e Gvittone, e me ritmne 

Di qua dal dotoe stH miOYo , eh' kf^ào *. 
Io Yeggio be»y come le Tostrt penne 

Diretro al dittatore sen tmiiio strette , 
' Che delle nostre certo aon arrenne. 
£ qual più a gra^Kre oitne 8i mette. 

Non Tede pie Mrono air adiro stfliD^: 

£ quasi contentato si toeetie. 
Come gli augei ^^ che venNiii "verso i Nilo, 

Alcuna Tolta di lor fiiono scbieni , 

Poi Tolan più in fretto , « fumo in flto ; 
Co^ tutta la gente, che 11 en , 

Volgendo *1 tìso raffrettò mo pMso, 

£ per magre;^, e perToler li^ggieni. 
£ come r noni , che di trottare è laam, 

Lascia andar li oompegni , e si passeggia ^ 

Fin che si sfoghi 1* affollar dei casso ^ ; 
Sì lasciò trapassar la santa greggia 

Forese , e dietro meoo sen Temva 

Dicendo : Quando fia , eh' i* ti rireggia? 
Non so, rìsposiiiii, <yB8nt' io mi vita : 

Ma già non fia 1 tornar mio tanto tosto , 

Ch' io non sia col Toler prima alla rifa ^. 
Perocché 'i luogo , a' fri a yìwet poslo, 

Di giorno in giorno piò di bn si spólpa , 

£ a trista ruina par disposto. 
Or Ta , diss' ei , chèqnfi, ohe piò ■' In eoipa 7, 

Yeg^ io a coda d* iroa bcvtia tratto 

Verso la Talle ^, ore mai wm si scolpa. 
La bestia ad ogni passo ts piò ratto. 

Crescendo sempre , in#n eh' cSla *l iwrcifole , 

E lascia '1 corpo vihnrnite disfatto. 
Non hanno molto a volger qoelle rvole, 

* Veggo ora la cagione che ritenne il Notaio e Guittonc i 
me stesso di poetare sì dolcemente. — ' Amore. — ' E olii 
perpfaoere di pHi tenta di suixrrarc lo stile d'amore , non 
conosce quanta differenza sia dall' artificiato stile at natn- 
rale. — * Le gme. — * L* ansare del petto. — • Clou di 
questo monte di Purgatorio. — " Cioè Corso Donati. - 
^ La Talle d'inferno. 



244 DEL PURGATORIO. 

E drizzò gli ocelli al Cìel, eh' a te tìa cliiato 

Ciò che '1 mio dir più dichiarar non puote. 
Tu ti rimani ornai, clie '1 tempo è caro 

In questo regno si, eh* io perdo troppo, 

Venendo teco sa a paro a paro. 
Qual' esce alcuna volta di galoppo 

Lo caTalier di schiera, che cavalciii , 

E va per farsi onor del primo intoppo ', 
Tal si parti da noi con maggior valcfai * : 

Ed io rimasi in via con essi due. 

Che fur del mondo sì gran maliscalcfai K 
£ quando innanzi a noi sì entrato fue , 

Che gli occhi miei si fero a lui seguaci , 

Come la mente alle parole sue % 
Parvermi i rami gravidi e vivaci 

D' un altro pomo, e non molto lontani , 

Per esser pure allora volto inlàci ^. 
Vidi gente sott* esso alzar le mani, 

E gridar non so che verso te fronde. 

Quasi bramosi fantolini e vani , 
Cile pregano , e '1 pregato non risponde : 

Ma per fare esser ben lor voglia acuta, 

Tien' alto lor disio, e noi nasconde. 
Poi si partì , sì come ricreduta ^ : 

E noi veninmio al grande arbore ad esso, 

Che tanti prìeghi e lagrime rifiuta. 
Trapassate oltre , senza farvi presso : 

Legno è più su , che fu morso da Eva , 

E questa pianta si levò da esso. 
Sì tra le frasche non so chi diceva : 

Per che Virgilio e Stazio ed io ristretti 

Oltre andavam dal lato , che si leva 7. 
Ricordivi , dicea , de' maladetU 

Ne' nuvoli formati, che satolli 

' Del primo incontro coli* inimico. — ■ ' Passi. — ' Uaes- 
tri. — ^ Che i miei occhi lo vedevano poco, come poco la 
mia mente aveva intese le sue parole. — ^ Per avere egli 
per alquanto ^zio proceduto con distrazione. — * Disin* 
gannata per non avere potuto abbrancare alcuno de' fhittL 
— ^ Dove s'innalza il monte. 



CANTO XXIV. 2i5 

Teseo combatter coi doppj petti * : 
K degli £brei , eh' al ber si mostrar molli , 

Perchè no* i volle Gedeon compagni , 

Quando inver Madian discese i colli. 
Sì accostati ali* un de' due vivagni , 

Passammo udendo colpe della gola 

Seguite già da miseri guadagni. « 
Poi rallargati per la strada sola , 

Ben mille passi, e più ci portammo oltre, 

Contemplando ciascun, senza parola. 
Che andate pensando sì voi sol tre , 

Subita Tooe disse : ond' io mi scossi , 

Come fan bestie spaventate e poltre '. 
Drizzai la testa per veder chi fossi : 

E giammai non si videro in fornace 

Vetri, o metalli sì lucenti e rossi , 
Com' io vidi un, che dicea : S' a voi piace 

Montare in su , qui si convien dar volta : 

Quind si va, chi vuole andar per pace ^. 
L' aspetto suo m' avea la vista tolta : 

Perch* io mi volsi indietro a' miei dottori 

Com* uom che va secondo eh' egli ascolta. 
E quale annunziatrice degli albóri 

L' aura di Maggio muovesi , ed olez7ii. 

Tutta impregnata dall* erba e da* fiori , 
Tal mi senti* un vento dar per mezza 

La fronte : e ben senti' muover la piuma 

Che fé' sentir d* ambrosia 1* orezza 4 : 
E sentì' dir : Beati , cui alluma 

Tanto di grazia , che 1* amor del gusto ^ 

Nel petto lor troppo disir non fuma, 
Esuriendo sempre , quanto è giusto. 

■ De' Centauri , che pieni di vino combatterono con Te- 
seo. ~ 3 Poledre o giovenchelle. Altri spiega pigre » son- 
nacchiose. — 3 Per avere pace in Paradiso. — * Lo spirare 
dell* ambrosia. — ^ L'inclinazione al mangiare e al bere. 



21. 



246 DEL PURGATORIO. 



CANTO XXV. 

AR60lfE!nt>. 

Essendo Dante salito sa Y oitinio girone, trOYa che nei 
fuoco si purga il peccato deRa carne. Da Slazio e da 
Virgilio gli sono dichiarati àlcani dnbld : e tf rfeorisBo 
alcuni esempi di castità. 

Ora era onde '1 salir non Tdea 8tor|iio ^ 

Che '1 Sole ayea lo cerchio di iiierìggj& 

Lasciato al Tauro, e la notte allo Sotrpio '. 
Perchè come fa 1' uom, che non &* affigge ^, 

Ma Tassi alla y'm sua , checché gli appaia. 

Se di bisogno stiooolo il trafigge ; 
Così entrammo noi per la caUaia, 

Uno innanzi altro , prendendo la acala , 

Che per artezza i salitor dispaia. 
E quale il cicognin, che leva l' ala 

Per Yoglla di volare , e bod a' attenta 

D' abbandonar lo nido , e giù la eaU; 
Tal era io con voglia accesa e spenta 

Di dimandar venendo infìiio all' atto» 

Che fa colui , di' a dicer s' argomenta i. 
Non lasciò per l' andar, che fosse ratto y 

Lo dolce Padre mio, ma disse : Scocca 

L' arco del dir, che 'nfino al (eiio bai tratto. 
Allor sicuramente aprii la bocca, 

E cominciai : Come si può far magro ^ 

Là dove Y uopo di nutrir non tocca? 
Se t' ammontassi ^ come Melei^o 

Si consumò al consumar d' un tizzo , 

Non fora , disse , questo a te sì agro. 
E se pensasù come al vostro guizzo 

Guizza dentro allo specchio vostra image, 

Ciò che ))ar darò , ti parrebbe viszo ^. 

■ Impedimento , indugio. — * Cioè era passato il me Ao 
giorno di circa due ore. — ^ Si ferma. — * Cioè inoonùn- 
eia a muover le labbra. — ^ Se ti ricordassi. — • Come 
l'immagine del corpo umano si agita ali* agitarsi di osso 
corpo, ciò cheti par duro ad intendere ti sembrerebbe 
facile. 



CANTO XXV. M7 

Ma porcile dentro, a tuo voler Vààaigtf 

Ecco qui Stazio : ed io lui diiamo e prego^ 

Glie sia or sanator delie tue piàge : 
Se la veduta eterna gli distego ', 

Rispose Stazio , là dove to sie. 

Discolpi me , non potert' io far nk^ ^. 
Poi cominciò : Se le parole mie, 

Figlio, la mente tua guarda e riccfvet 

Lume ti fieno al come, che tu die. 
Sangue perfetto, che mai non si beve 

Dair assetate vene , e si rimane , 

Quasi alimento , che di mensa leve , 
Prende nel cuore a tutte membra umane, 

Yirtute informativa, come quello, 

Ch' a farsi quelle per le veue vàtte K 
Ancor digesto scende, cv' è più bello 

Tacer, che dire : e quindi poscia geme 

Sovr* altrui sangue in uatuFal vasello^. 
Ivi s' accoglie ì* uno e 1' altro iasieme , 

L' un disposto a patire, e Y altro a lare, 

Per Io perfetto luogo, onde si preme ^ : 
E giunto lui comincia ad operare , 

Coagulando prima, e poi ravviva 

Ciò che per sua materia fé' gestare^. 
Anima fatta la virtute attiva, 

Qual d* una pianta, in tanto differente. 

Che quest' è *n via, e quella è già a riva 7 ; 
Tanto ovra poi , che già si muove e sente , 

' Sciolgo e dichiaro. — ^ Discolpi me da ogni afroganza 
il non poter io negarti qualunque cosa tn mi richieda. 
— 3 11 sangue puro che non è assorbito daQe vene, e ri- 
mane come la vivanda residua che tu levi dalia mensa, 
prende nel cuore virtode acconcia a riprodurre le mem- 
bra umane, come quello che va per esse vene a trasfor- 
tnani BsBe#ette membra. — * Sopra il sangue ddla fem- 
mina ndl* ttlepo. «^ * Per la perfezioa del cuore da cui ri- 
ceve tey w i iopc . ^ * E congiunto il sangue virile al fem- 
mineo, eomteelaa formare reoibrìone coagulando, poi 
vivifica esso emiirione cui diede forma colle sue particelle 
iMleriall. -^ ' Differente in questo» che l'anima delle 
piante ò giusta tosto alla sua perfeùooe, mentre quella 
dell' aomo vi è soltanto avviata. 



348 DEL PURGATORIO. 

Come fango marmo : ed ivi imprende 

Ad organar le posse , ood* è semente '. 
Or si piega, figliuolo , or si distende 

La virtù , eh* è dal caor del generante , 

Dove natura a tutte membra intende. 
Ma come d' animai divenga fante *, 

Non Tedi tu ancor : quest* è tal punt j , 

Che più savio di te già fece errante , 
Sì che per sua dottrina fé' disgiunto 

Dall' anima il possibile intelletto , 

Perchè da lui non vide organo assunto ^. 
Apri alla yerità, che Tiene, il petto, 

E sappi , che sì tosto, come al feto 

L'articolar del cerebro è perfetto. 
Lo Motor primo a lui si volge lieto , 

SoTra tanta arte di natura, e spira 

Spirito nuovo di Tirtù repleto, 
Che ciò, che truoTa attiTo quivi tira 

In sua sustanzia, e fassi ne' alma sola. 

Che tìtc, esente , e sé in de rigira *. 
E 'perclìè meno ammiri la parola, 

Guarda '1 caler del Sol, che si fa Tino, 

Giunto air umor, che dalla Tite coUu 
E quando Lacliesì non ha più lino , 

Solvesi dalla carne, ed in Tirtute 

Seco ne porta e 1' umano, e '1 divino * : 
V altre potenzie tutte quante mute^. 

Memoria, intelligenzia, e Toluntade, 

In atto moto più che prima acute. 
Senza restarsi, per sé stessa cade 

Mirabihnente all' una delle riTe 7 : 

Quivi conosce prima le sue strade. 
Tosto che luogo là la circonscrive , 

* Imprende a formare gli organi del corpo cqrriapondenù 
alle potenze dell' anima, delle quali è produttrice. — > Par- 
lante, ragionante. — ^ Perchè non vide alcuna parte de- 
terminata del nostro corpo da potersi assumere dall' intel- 
letto , come istnimento della sua operazione. — * Riflette 
sopra le azioni sue. — ^ Le potenze corporee e le poterne 
spirituali. — ^ Siccome incapaci di esercitarsi fuori dd 
corpo. — ^ O a quella di Caronte, oa quella di Ostia. 



CANTO XXV. «9 

La virtù informativa raggia intorno. 

Così eqaanto nelle membra vive. 
E come V aere , quand* è ben piomo 

Per r altrui raggio ', che 'n sé si riflette, 

Di diversi color si mostra adorno. 
Così r aer vicin qnivi si mette 

In quella forma , che in lui suggella 

Virtualmente 1* alma , che riflette. 
E simigliante poi alla fìammella , 

Che s^ue '1 fuoco, là 'vunque si muta ', 

Segue allo spirto suo forma novella. 
Perocché quindi ha poscia sua partita , 

È chiamata ombra : e quindi organa poi 

Ciascun sentire , infiuo alla veduta. 
Quindi parliamo, e quindi ridiam noi : 

Quindi facciam le lagrime e ì sospiri , 

Che per lo monte aver sentiti puoi. 
Secondo che ci affiggono de isiri , 

E gli altri affetti, 1* ombra si figura : 

E questa é,la cagion, di che tu ammiri. 
E già Tenuto all' ultima tortura 

S' era per noi , e volto alla man destra. 

Ed eravamo attenti ad altra cura. 
Qnivi la ripa fiamma in fuor balestra : 

E la cornice spira fiato in suso , 

Che la reflette , e via da lei sequestra : 
Onde ir ne^convenìa dal lato schiuso 

Ad uno ad uno : ed io temeva '1 fuoco 

Quinci , e quindi temeva il cader giuso. 
Lo Duca mio dicea : Per questo loco 

Si vuol tenere agli occhi stretto *i frenò , 

Perooch' errar potrebbesi per poco. 
SummcB Deus clementicB, nel seno 

Del grand' ardore allora udi' cantando , 

Che di volger mi fé' caler nou meno ■^. 
E vidi spirti per la fiamma andando : 

Perch* io guardava a i loro ed a' miei passi , 

Compartendo la Tista a quando a quando. 

» Pieno d'acqua, pel raggio del sole. — ' Si move. — 
iChe non meno m* invogliò di vedere chi fossero* 



làe DEL PURGATOBIO. 



Appresso *\ fine, cb' a qiidl' ìddo 
Grìdavano alto Virum non 
ludi rìcominciavaD X t 

Finitolo anche y gridafano: iU boaoo 
Corse Diana, ed filicscacÓMne, 
die di Venere avea sentilo y totoow 

Indi al cantar tomaTum : indi donne 
Gridavano, e mariti , che fur casti. 
Come virtute e matrìBioBio impowM* 

K questo modo credo, cbelor basti 
Per tulio '1 tempo, che 1 fuoco gii 
Con tal cura conTieaeecen taipMti» 

Clic la piaga dassezio airi 



CANTO XXVI. 

ARGOMENTO. 

Introduce Dante in questo XXYI canto Goldo flnlni<i1l 
ed Arnaldo DanieUo a partir aecou 

Mentre che sì per V orlo , mio innanzi altro , 
Ce n' andavamo , spesso 1 buon Maestra 
Diceva , Guarda, giovi, eh' io ti scaltro *. 

Feriami 4 Sole in sa 1* omero destro. 
Che già raggiando tatto V ocddenfe 
Mutava in bianco aspetto dieilestro ^ : 

Ed io facea con F ombra più rovente < 
Parer la fiamma, e pure a tanto indizio 
Vidi moli' ombre andando poner mente. 

Questa fu la cagion , che diede inizio 
Loro a parlar di me : e cominciarsi 
A dir : Colui non par corpo fittilo. 

Poi verso me quanto potevan farsi. 
Certi ^ si feron sempre con rìgoardo 
Di non uscir, dove non fossero arsi. 

O tu , che vai , non per esser più tardo , 
]Ma forse riverente agli altri dopo , 

I Glie si purghi il peccato punito nell* ultimo luogo. 
— - Ti fo avvertito. — 3 La parte occidentale die prima 
(r.t <!i color cilcstro, si mutava in bianco. — ^ Rossiu^ 
* i^.rtuni. 



LAMO XXVI. ISt 

Rispondi a me , che 'n se4e &] in fuoco ardo. 
rsò solo a me la tua risposta è uo{H) : 

Che tutti questi h* hanno maj^gior sete. 

Che d' acqua fredda indo , o ftilUopo. 
Dinne com* è die fai di te parete 

Al Sol , come «e tn non fossi ancora 

Di morte entrato dentro dalla vele : 
Sì mi parlava un di' essi : ed io mi fora ' 

Già manifesto , s* io wm fossi attesto 

Ad altra novità , cii* appaia aUora ; 
Che per Io mezzo del canmiino «-leeéso. 

Venne gente col viso iaeotitro a questa , 

La qual mi fece a rimiiar sospeso. 
Lì veggio d* ogni parte Sirsi firesta 

Ciascun* ombra , e badarsi wu. een uat 

Senza restar, contente a breve Cèsta. 
Così per entro loro fickirra («una 

S' ammusa * Y ma c(^n V altra f4M«ica, 

Forse a spiar lor via e iar fortima. 
Tosto che partoB V accoglienza amica , 

Prima che '1 ftima passo tt traaeotva 

Sopra gridar ciaficaiia e* alitatiea , 
La nuova gente , SaMmia e Gomotta « 
^ FA* altra, Nella vacca entra Paatfe , 

Perchè '1 torello a sua lussuria eorra. 
Poi come gru , eh' alle niontagrie Sìììq ' 

Volasser parte , e parte i«ver V arene S 

Queste del giel , q nelle dei Sole scbilÌB ; 
L' una gente sen va , V altra sen vieiie, 

£ toman lagrimasMJb a* primi canti , 

Ed al gridar, che pia ^ si conviene : 
E raccostarsi a me. (oome davainti 

Essi medesmi» cbe u* «vew preigaio. 

Attenti ad ascoltar ne* k>r senbianti. 
Io , che due volte avea visto lor grata ^, 

Incominciai : O anitte sicure 

D* aver, quando che sia , di pace stato , 

> Sarei. — 2 Scontrasi muso a muso. — ^ Monti nella 
Tartaria settentrionale. - * Della Libia. — 5 Grado, de- 
siderio. 



s 



152 DEL PURGATORIO. 

Non 8on rimase acerbe , né malore 

Le membra mie di là, ma son qni meco. 

Col sangue suo , e con le sue giimture/ 
Quinci su To , per non esser più cieco : 

Donna è di sopra , che n' acquista grazia , 

Perchè '1 mortai ' pel Tostro noondo reco. 
Ma se * la Tostra maggior TogKa sazia 

Tosto disegna, si che *1 Ciel ▼* alberai »^ 

Ch' è pien d* amore , e più ampio si spazia. 
Ditemi , acciocché ancor carte ne Tei^ , 

Chi siete toì , e chi è quella turba , 

Che se ne va diretro ai Tostri terghi? 
Non altrimenti stupido si turba 

Lo montanaro , e rimirando ammnta, 

Quando rozzo e salvatico s' inurba. 
Che ciascun' ombra fece in sua parola : 

Ma poiché furon di stupore scarcbe , 

Lo qual negli alti cuor tosto s* attuta^ ; 
Beato te, che delle nostre marche, 

Ricominciò colei, che pria ne chiese , 

Per TiTer meglio esperienza imbarche! 
La gente, che non vien con noi, offese 

Di ciò perchè già Cesar trionfando. 

Regina contra sé chiamar s' inlese : 
Però si parton Soddoma gridando , 

Rimproverando a sé, com' hai udito, 

£ aiulan V arsura Tergognando. 
Nostro peccato fu Ermafrodito 4 ; 

Ma perché non servammo umana legge. 

Seguendo , come bestie , V appetito. 
In obbrobrio di noi , per noi si legge , 

Quando partiamci , il nome di colei. 

Che s' imbestiò neir imbestìate schegge ^. 
Or sai nostri atti , e di che fummo rei : 

Se forse a nome vuoi saper chi semo, 

Tempo non è da dire , e non saprei. 

^ Corpo mortale, — ^ Cosi. — ^ S* acqueta, s* ammorza. 
— * Peccammo bestialmente contro la natura. — * Paaife 
che operò bestialmente dentro aue* legni lavorati in forma 
di vacca. 



CANTO XXVI. 

Fat'otti ben di me volere scemo ' : 
Son Guido Guiiiicelii , e già mi purgo , 
Per ben dolermi , prima eh' allo stremo *. 

Quali nella tristizia di Licurgo 
Si Ter due figli a riveder la madre, 
Tal mi fec* io , ma non a tanto insurgo ^, 

Quando i' udi' nomar sé stesso, il padre 
Mio, e degli altri miei miglior, che nuli 
Rime d* amore usar dolci e leggiadre : 

E senza udire e dir pensoso andai 
Lunga fiata , rimirando lui , 
Né per lo fuoco in là più m' appressai. 

Poiché di riguardar pasciuto fui , 
Tutto m' offersi pronto al suo servigio , 
Con r affermar, che fa credere altrui 4. 

Ed egli a me : Tu lasci tal vestigio ^ 
Per quel eh' i' odo, in me, e tanto chiaro, 
Che Lete noi può torre, né far bigio. 

Ma se le tue parole or ver giù raro ; 
Dimmi , che é cagion , perché dimostri 
Nel dire, e nel guardar d' avermi caro? 

Ed io a lui : Li dolci detti vostri , 
Che, quanto durerà V uso moderno. 
Faranno cari ancora i loro inchiostri ^. 

O fiate, disse, questi , eh' io ti scemo 
Col dito, e additò uno spirto innanzi , 
Fu miglior fabbro del parlar materno : 

Versi d' amore , e prose di romanzi 
SoTerchiò tutti : e lascia dir gli stolti. 
Che quel di Lemosi 7 credon eh' avanzi : 

A voce.più eh' al ver drizzan li volti , 
E co^ ferman sua opinione , 
Prima eh* arte o ragion per lor s' ascolti. 

Cosi fer molti antichi di Guittone, 
Di grido in grido, pur lui dando pregio. 
Fin che 1* ha vinto '1 ver con più persone. 

Or se tu hai si ampio privilegio , 

* Ti dirò bene il mio nome. — ^ Perchè feei penitenza 
avanti la morte. — ^ Insursi. — ^ Col giuramento. — ^ Se- 
gno d'amore. — « Le rime manuscritte di Guido. - ^ Li- 

IL DAIITE. 22 



m DEL PUKGATQiaO. 

Che licito ti sia V andare al «^Mfftro, 
Nel quale è Ciisto^bateael coHegio ', 
Fagli per meva^ir di pater «ostpo. 
Quanto bisogna a noi4i saette 



» 



9 



Ove poter peccar ■§■ é fìù nMtro 
Poi forse per dar leofo iÌtrài«eofnii 

Che presso a^Ba, <ik|»np&^ lo 

Come per Y «oqua il fesoe aBémite al 
Io mi feci al moStntftoitttiaiijà «n fMco , 

£ dissi eh* al suo n«nie «1 «io teìK 

Apparecchiava grazioso loco : 
Ei cominciò liberamente a4jiiie : 

Tan m* abelis votre «ortes-denian , 

Quieu non paese , m ^wciiH i vw célwìK. 
le sui Aruaut, qBe pldr, « vadftiMlaA 

Con si tost vei la passade fMor; 

E Tei iansoiieioni ,<)iie'eBper,4eiia&. 
Araus prec per aeraéflaTa^, 

Que vos guida al som de la^califiay 

Sovengaus a Icmps de tuadolOT* : 
Poi s* ascose nd -ftioeo , dhe gfi jffimu 

I AI paradiso. — ^ Oeè «enra queir «f me mw ìmìwm tn 
fentationem. — ' fioc» la tradnziane Atgaeitl «nifio- 
venzali. Tanto mi fiiaee la v«^lca c««a»dÌBUiida,iiteiB 
nò posso nò vog^ <odar¥i 11 aio imbm ì io saaAwiliào 
che piango e vo cantando in ^uestoloeaso^aadoJa aia 
passata follìa, e veggo avvicinarsi a me il|;;ionio òhesfiero: 
ora vi prego per quella virtù che vi guida ai sommo àéii 
scala, che in teiapo opportuno ti lìcordiateddnio d(Aort 



CANTO XXVfi. 3&S 



CANTO XXYtt 

A&GOMEJHTO. 

Racconta Dante una sua Tìsione : e come dij^i risvegliato 
salì all' ultimo scaglione. Sopra il quale cornei Poeti si 
trovarono , Virgffio lo mise ir Bbertà di f» per imunzi 
quanto a lui parava, seaca sua smmomà&mi. 

Si come, quando i primi raggi viJbra^ 

Là dove '1 suo £ailtore il sangue sparse» 

Cadendo Ibero soAto 1* alta Libra , 
E r onde in Gange da nona riarse , 

Si stava il Sole ' ; onde '1 giomosea giva, 

Quando 1* Angeldi Dio lieto ci apparsa. 
Fuor della fiamma stava in sii la riva, 

£ cantava : Beati imuida corde , 

In voce assai pia clie la nostra viva : 
Poscia : Più non si va ^ se pria non moirde , 

Anime sante, il fuoco : entrate in esso , 

Ed al cantar di là ' non siate sorde. 
Sì disse, come noi gli fummo presso : 

Perch' io divenni tal , quando lo 'ntesi. 

Quale è colui , cUe nella fossa è messo. 
In su le man commesse^ mi protesi. 

Guardando '1 fuoco,^ e inuuaginando forte 

Umani corpi già veduti accesi. 
Tolsersi verso me le buone scorte : 

E Virgilio mi disse : Figliuol mio , 

Qui puote esser tormento , ma non morte * 
Ricordati, ricordati... e, se io 

Sovr' esso Gerìon ti guidai salvo. 

Che farò or, che son più presso a Du>? 
Credi per certo, che se dentro air alvo 

Di questa fiamma stessi ben miir ann}^ 

* Mentre il sole vibra i primi raggi a Gerusalemme «.vi- 
bra gli ultimi al pqrgatorio, e i medil^doè qnell! def 
mezzo dì, al Gange. —^ Alla voce che di là udirete cantare. 
— ^ Oongiunte insieme , inserendo tra sé" le dita it anrite le 
mani , e stringendoleiii' atto dì sgomentati^ 



25S DEL PURGATOUO. 

Non ti potrebbe far d' dd c^iel cdto. 
E se tu credi forse, eh' io t* inguioi. 

Falli ver lei, e fotti lar credema 

Con le tue mani al lembo de' tuo' 
Pon giù omai, pongiii ogni tememi : 

Volgiti 'n qua, e vieni oltre sicuro. 

Ed io por fermo, e contro a m^u^ienza '. 
Quando mi vide star pur fermo e darò. 

Turbato un poco disse : Or Tedi, ùffio. 

Tra Beatrice e te è questo moro. 
Come al nome di Tisbe aperse 1 dgMo 

Piramo in so la morte , e rìgoardolla , 

Allor che '1 gelso diventò Termlglio; 
Così la mia durezza fatta solla *, 

Mi volsi al savio Duca udendo il nome. 

Che nella mente sempre mi rampolla*. 
Ond' ei crollò la testa, e disse : Come, 

Volemcì star dì qua? indi sorrise. 

Come al fanciul si fa, di' è vinto al pome.* 
Viìì dentro al fuoco innanzi mi si mise. 

Pregando Stazio , che venisse retro. 

Che pria per lunga strada ci divise. 
Cunic fui dentro , in un bogliente vetro 

Gittate mi sarei per rinfrescarmi , 

Tant' era ivi Io 'ncendio senza metro 5. 
Lo dolce Padre mio per confortarmi , 

Pur di Beatrice ragionando andava 

Dicendo : Gli occhi suoi già veder parmi. 
Guidavaci una voce, che cantava 

Di là : e noi attenti pure a lei 

Venimmo fuor, là ove si montava. 
Venite, benedictiPatris mei. 

Sonò dentro ad un lume, che lì era , 

Tal , che mi vinse, e guardar noi potei. 
Lo Sol sen va , soggiunse, e vien la sera : 

Non v' arrestate, ma studiate ^ il passo. 

Mentre clie V occidente non s' annera. 
Dritta salìa la via per entre *1 sasso 

' Che mi stimolava a ubbidire. — > Molle. — ' SorMi 
* Pomo. — * Smisurato. — • Affrettate. 



CANTO XXVII. 157 

Verso tal parte , eh' io toglieva i raggi 

Dinanzi a me del Sol , eh' era già lasso. 
£ di pochi scaglion levammo i saggi -, 

Che '1 Sol corcar per V ombra , che si spense . 

Sentimmo dietro ed io e gli miei saggi. 
E pria che 'n tutte le sue parti immense 

Fosse orizzonte fatto d' un aspetto, 

E notte avesse tutte sue dispense, 
Ciascun di noi d' un grado fece letto ; 

Che la natura del monte ci affranse 

La possa del salir, più che '1 diletto *. 
Quali si fanno ruminando manse 

Le capre, state rapide e proterve. 

Sopra le cime , prima che sien pranse, 
Tacite air ombra , mentre che '1 Sol ferve, 

Guardate dal pastor, 'n su la verga 

Poggiato s* è, e lor poggiato serve ^ : 
E quale il mandrian, che fuori alberga, 

Lungo '1 peculio suo queto pernotta , 

Guardando, perchè Aera non lo sperga; 
Tali eravam tutti e tre allotta , 

Io come capra, ed ei come pastori. 

Fasciati quinci e quindi dalla grotta. 
Poco potea parer li del di fuori : 

Ma per quel poco vedev* io le stelle 

Di lor solere * e più chiare e maggiori. 
Sì ruminando, e si mirando in quelle. 

Mi pre^ '1 sonno ; il sonno, che sovente , 

Anzi che '1 fatto sia , sa le novelle. 
Neil' ora credo , che dell' oriente 

Prima raggiò nel monte Citerea , 

Che di fuoco d' amor par sempre ardente; 
Giovane e bella in sogno mi parca 

Donna vedere andar per una landa , 

Cogliendo fiori , e cantando dicea , 
Sappia qualunque '1 mio nome dimanda , 

eh' io mi son Lia, e vo movendo 'ntorno 

Le belle mani a farmi una ghirlanda. 

' Facemmo prova. — ' Ci tolse più il potere che il desi- 
derio di salire. — ^ Guardandole dai lupi. -^ * Del loro 

solito. 

22. 



2Jt DEL PCRGATOUa 



Per piacermi allo ipeochio ', 

Ma mia suora Kachilmt dob mi 

Dal suo miraglio, *ei 
EU' è ile' 8MÌ be^ oechi ^eto faga, 

Ck)m' io dell* adomaran eoo la 

Lello vedere, e Bser 
E già per gli splendori; 

Che tanto ai peregria «w^»» |««e"M^ 

Quanto tornando albeigaa am» kìntanfcy 
Le tenebre fug^an da tutti i lati. 

K 'I sonno mio eoa i 

Veggendo i gran Maealil|^ 
Quel dolce pome ', clnrpertaDAi 

Cercando va la cura de* mortaliyi 

Oggi porrà in pace le lue haà : 
Viralo iuTerso me qoeata colali 

Parole usò : e mai no» Avo 

Che fosser di piacere a qwale igoall.^ 
Tanto voler sovra voler mi 

Dell' esser sa, cfa* ad 0901 

Al volo mio sentìa crescerle 
Come la scala tutta sotta noi 

Fu corsa, e fummo in mi Ij 

In me ficcò Virgilio gli oadd' soci, 
E disse : Il tempora! Duoco , e F etera» 

Veduto hai , figlio , e sa* venate m parto, 

Ov' io per me piir oMve aoadìieenia. 
Tratto t* ho qui con iBgejmo e oea arie-s 

Lo tuo piacere ornai prendi per doee : 

Fuor se' dell' erte vie, ftwr seT deH* artOr 
Vedi 11 Sole , che 'n fronte ti riiaee: 

Vedi 1' erbetta, i fiori, egU «rtamill. 

Che quella terra sol da sé prodoce. 
Mentre che vegnon lieti gli occb» belli «^ 

Clic lagrimando a tevenir mi fenno, 

Seller ti puoi , e puoi andar tra ellL 

Non aspettar mio dir più , né mio- cenno : 
Libero, dritto esano ètno arbitrio, 

' Per trovaritii- iMìlla allorché mi specchierò in OiOr U 
> Non si toglie inai dallo specchio suo eh* è Iddio» •— ^ U 

ROTorro e vf^vo llcne. 



CANTO XXVIU. 25» 



E fallo fora ' bod fare a suo senno : 
Perch' io te sopra te coronee mitrio. 



CANTO XXVIII. 

ARGOMENTO. 

Essendo Dante asceso al Paradiso terrestre, si pone a ri- 
cercarne la vaga foresta ; il eui cammino gli ò impedito 
dal fìame Lete. Sa la cui riva essendosi fetnato, vede 
Matelda, la quale andava cantando, e cogliendo fiori. 
Questa pregata da Dante, g)& scioglie alcuni dobbj. 

Vago già di cercar dentro e dintorno 

La diTina foresta spessa e Tiva, 

Ch' agli occhi temperava ì\ nuovo giornv, 
Senza più aspettar lasdai la rìra, 

Prendendo la campagna Tento lento 

Su per lo suol , che d' ogni parte oliva *. 
Un' aura dolce, senza mutamento 

ATere in sé , mf feria per la fronte , 

Non di più colpo , clie soaye vento : 
Per cui le n'ondo treme4an<ih> pronte 

Tutte quante piegavano aHìàrparte-^, 

U' la prim' ombra gitta il santo monte; 
Non però dal lor esser dritto sparle'* 

Tanto , che gli augellettr per le cime 

Lasciasser d' operare ogni lor arte : 
Ma con piena letizia l' ore prime ^ 

Cantando riceveano intra le foglie, 

Che teneyan bordone ® aUe sue rìmer, 
Tal , qual di ramo in ramo si raccog^-. 

Per la pineta in sul lito di Chiassi , 

Quand* Eolo Scirocco ihor dlsdogHe*. 
Già m' ayean trasportato ì lenti passi 

Dentro ali* antica selta , tanfo eh* io 

Non potea rivedere ond' io m^entrassi : 
Ed ecco più andar mi tolte on rie", 

^ Sarebbe. — ' Spargofvt da per tatto nn soave odore. -^ 
3 Occidentale. — * Dal vento non si piegavano. — * L'aure 
déTniattthio. — * Facevano il contrabasso. 



2«0 DEL PURGATOmO. 

Che 'nver sinistra con sue picciole onde, 

PiegaTa 1* erba , che 'n sua ripa uscio. 
Tutte r acque, che son di qua più monde, 

Parrieno avere in sé mistura alcuna , 

Verso di quella, che nulla nasconde; 
Avvegna che si muova bruna bruna 

Sotto r ombra perpetua , che mai 

Raggiar non lascia Sole ivi , né Luna. 
Co' pie ristretti , e con gli occhi passai 

Di là dal fiumicel per ammirare 

La gran variazion de' freschi mai ' : 
li; là m' apparve , sì com' egli appare 

Subitamente cosa, che disvia 

Per maraviglia tutt' altro pensare , 
Una donna soletta, che si già 

Cantando ed isciegliendo fior da fiore , 

Ond' era pinta tutta la sua via. 
Dehibella Donna , eh' a raggi d' amore 

Ti scaldi , s' io vo' credere a' sembianti , 

Che soglion esser testimon del cuore, 
Vegnati voglia di trarreti avanti , 

Diss' io a lei, verso questa riviera. 

Tanto eh' io possa intender, che tu canti 
Tu mi fai rimembrar, dove e qual era 

Proserpina nel tempo, che perdette 

La madre lei , ed ella primavera \ 
Come si volge con le piante strette 

A terra, ed intra sé donna che balli, 

£ piede innanzi piede a pena mette , 
Volsesi 'n su' vermigli ed in su' gialli 

Fioretti verso me, non altrimenti , 

Che vergine , che gli occhi onesti avvalli ^ : 
E fece i prieghi miei esser contenti. 

Sì appressando sé, che '1 dolce suono 

Veniva a me co' suoi intendimenti. 
Tosto che fu , là dove 1* erbe sono 

Bagnate già dall' onde del bel fiume. 

Di levar gli occhi suoi mi fece dono. 
Non credo, che splendesse tanto lume 

» Mai qui vale alberi in genere. — '■' L'amena regioot 
onde fu rapita. ^ ' Abbassi. 



CANTO XXVIII. 265 

Sotto le ciglia a Venere trafitta 

Dal figlio, (uor di tutto suo costume ^ 
Ella rìdea dair altra riva dritta , 

Traendo più color ' con le sue mani , 

Che r alta terra senza seme gitta. 
Tre passi ci facea'l fiume lontani : 

Ma Ellesponto , là 've passò Xerse , 

Ancora freno a tutti orgogli umani , 
Più odio da Leandro non sofferse, 

Per mareggiare intra Sesto ed Abido , 

Che quel da me, perchè allor non s' aperse. 
Voi siete nuovi : e forse perch' io rido , 

Cominciò ella , in questo luogo eletto 

All' umana natura per suo nido , 
Maravigliando tienvi alcun sospetto : 

Ma luce rende il salmo Delectasti , 

Che puote disnebbiar vostro intelletto. 
E tu che se' dinanzi , e mi pregasti , 

Dì's'albrp Tuoi udir : eh' io venni presta 

Ad ogni tua question ; tanto che basti. 
L* acqua , diss' io, e'I suon della foresta 

Impugnan dentro a me novella fede 

Di cosa , eh' io udi' contraria a questa ^ 
Ond' ella : io dicerò come procede 

Per sua cagion , dò eh' anunirar ti face, 

£ purgherò la nebbia , che ti fiede. 
Lo soDomo ben , che solo esso a sé piace, 

• Fece r uom buono a bene, e questo loco 
Diede iper arra a lui d' etema pace. 

Per sua diffialta ^ qui dimorò poco : 
Per sua diffalta in pianto, ed in affanno. 
Cambiò onesto riso e dolce giuoco. 

Perchè '1 turbar, che sotto da sé fanno 
L' esalazion dell' acqua e della terra , 
Che quanto posson dietro al calor vanno &. 

All' uomo non facesse alcuna guerra ; 
Questo monte salìo ver lo Ciel tanto, 

» aoè, inconsideratamente. — ^ Più fiori. — » stazio al 
e. 21. avea detto a Daste, che dalla soglia del Porgatorio 
in su non vi eran più nò venti , nò pioggie , nò brine. — 

* Colpa. — ^ Al calor del sole che 1* innalza. 



• • 



'zG2 DEL Plifii&ATOillO. 



E libero è da indi, ove si 
Or perchè in circuito tolto quanto 

L* aer si volge , con la priaui "Milto» 

Se non gli è rotto il cerchio àf àkmm 
In questa altezza» che tiittftè éimkiiàk 

Neir aere vivo , tal OMto^ pMCWÉtty 

£ fa sonar la selva, pereb* et falla : 
E la percossa pianta tanto 

Che della sua virtutoF 

E quella poi giranio li 
E r altra terra ^ secondo df è 

Per sé , o per suo elei , eanoepee figiki 

Di diverse virtù diverse le^K^ 
Non parrebbe di là poi iiraTigito»: 

Udito questo , quaaéo akiiaa- pian!*, 

Senza seme palese ¥i&' 
E saper dei , cbe la 

Ove tu se*, d' ogni 

E frutto ha ÌBsè,.cbe(Ulàiion8Ì 
L' acqua , che vedi ^ noti suge di 

Che ristori vapor, die giiH converta ^ 

Come fiume , eh* acquisto , o pento I 
Ma esce di fontana salda e eerta, 

Che tanto del voler di Dto r^pveecto, 

Quant' ella versa da due parti aperta. 
Da questa parte con virtà discende,. 

Che toglie altrui meiDoria del peccato r 

Dall' altra , d' ogni ben fatto la ? renda 
Quinci Lete , cosi daU* altre late 

Eunoè si chiama : e noe adopra , 

Se quinci e quiiidi pria noe è gustate. 
A tutt' altri sapori esso è di sopra : 

E avvegna eh* assai possa esser sazia 

La sete tua ^ pereb* io più non ti sciiepra,. 
Darotti un corollario ancor per grazia, 

' Dalla porta del Purgatorio in su. — » Col girare del 
primo mobile da levante a ponente. — * Dove s' intoppi 
in venti o vapori contrari e resistenti a quel giramento^ — 
* Del primo mobile. — ^ Diverse piante di diverse virttu — 
^ Nel basso mondo non si coglie. — ^ Cioè la memoria* — 
^ Sebbene tu possa esser conlento del sin i]fìì detto. 



CANTO XXtX. , 2U 



Né credo, che Minio dir ti sia «en oairo 
Se oltre promissioa èeeo sitpaùu 

Quelli, eli' anticamente poeterò 
L' età deir oro , e suo slaAn felice. 
Forse in Parnaso esto iooo sognato. 

Qui fu innocente Y mnaMa «adioe : 
Qui primavera sempre, ed ogni frutto z 
Nettare è questo, dlcbeeiasciiiidice. 

Io mi rivolsi addietro aU(»n if*to 
A' miei poeti , e vidi, -sbe ood riso 
Udito avevan l' ultimo costrutto : 

Poi alla bella donna tonuà '1 viso. 



CANTO XXIX. 

ARGOMICNTO. 

Andando Dante e Matelda &ungo le rive dei fiume, ammo- 
nito egli dalla donna, incominciò a guardare, e ad ascjì- 
tare una ^an novità. 

Cantando come doena iiuMiflaorilìa % 

Continuò col fm di sue parole ^ 

Beati f quorum teciasHiUpecGakL^ 
K come Ninfe , che si givaa soie. 

Per le salvatiche ciiiibre« disiando, 

Qual di fuggir, qual di veder èo Sole : 
Allor si mosse coutr« '1 fiune, aodanio 

Su perkima,edio paridi lei, 

Picciol passo con picciel «eguitenào . 
Non eran cento tra i suoi passi e i a»ei, 

Quando le ripe igualmente dier voUa , 

Per modo, eh* al ìevantemi rendei. 
Né anche fu cosi nostra via molta , 

Quando la donna mia a me si torse p 

Dicendo : Frate mio, guarda, ed ascolta. 
Ed ecco un lustro subito trascorse 

Da tolte parti per ìa gran foresta , 

Ijàl die dilmlenar mi mise in forse ^. 

' Jkoonm idi caiiU. — ' Un chiarore tal che mi fé' dub- 
bio se balenasse. 



364 DEL PURGATORIO. 

Ma perchè '1 balenar, come vìen , resta , 

E que] durando più e più splendeva , 

Nel mio pensar dicea : Che cosa è questa? 
Ed una melodia dolce correva 

Per r aere lumùioso *. onde buon zelo 

Mi fé* riprender V ardimento d' Eva : 
Che là , dove ubbidìa la terra e M Cielo , 

Femmina sola , e pur testé formata , 

Non sofferse di star sotto alcun velo ': 
Sotto '1 qual se di vota fosse stata. 

Avrei quelle inefTabili delizie 

Sentite prima , e poi lunga fiata *. 
Mentr* io m* andava tra tante primizie 

Deir eterno piacer tutto sospeso, 

E disioso ancora a più letizie, 
Dinanzi a noi tal, quale un fuoco acoeso. 

Ci si fé* r aer sotto i verdi rami, 

E *1 dolce suon per canto era già 'nteso : 
O sacrosante Vergini ^ , se fami , 

Freddi, o vigilie mai per voi soffersi, 

Cagion mi sprona , di' io mercè ne chiami. 
Or convien , eh' Elicona per me versi, 

E Urania m* aiuti col suo coro , 

Forti cose a pensar, mettere in versi. 
Poco più oltre sette alberi d* oro 

Falsava nel parere * il lungo tratto 

Del mezzo, eh' era ancor tra noi e loro : 
Ma quando i' fui sì presso di lor fatto , 

Che r obbietto comun ^ che *1 senso inganna, 

Non perdea per distanza alcun suo atto ; 
La virtù , eh' a ragion discorso ammanna ^, 

Sì com' elli eran candelabri apprese , 

E nelle voci del cantare Osanna. 
Di sopra fiammeggiava il bello arnese 

Più chiaro assai , che Luna per sereno 

Di mezza notte nel suo mezzo mese. 

' Cioè d* ignoranza. — > Perchè vi sarei nato, e poi di- 
morato per lungo tempo. — ^ Muse. — * Faceva appaiice 
falsamente. — ^ La somiglianza che una cosa può avere 
con un* altra. — * La estimativa che prepara alla ragtone 
la materia del discorso di lei. 



CANTO XXIX. ^*^s 

Io mi rivolsi d* ammirazion pieno , 

Al buon Virgilio : ed esso mi rispose, 

Con vista carca di stupor non meno. 
Indi rendei V aspetto ali* alte cose , 

Che si movieno, incontro a noi sì tardi , 

Che foran vinte da novelle spose > 
La donna mi sgridò : Perchè pur ardi 

Sì nell' afTetto delle vive luci , 

E ciò che vien diretro a lor non guardi ? 
Genti vid'io allor, com* a lor duci , 

Venire appresso , vestite di bianco : 

E tal candor giammai di qua non fuci >. 
V acqua splendeva dal sinistro fianco , 

E rendea a me la mia sinistra costa , 

S' io riguardava in lei , come specchio anco. 
Quand' io dalla mia riva ebbi tal posta , 

Che solo il fiume mi facea distante, 

Per Teder meglio a* passi diedi sosta ' : 
£ vidi le fiammelle andare avante. 

Lasciando dietro a sèT aere dipinto, 

E di tratti pennelli ^ avea sembiante. 
Sì che di sopra rimanea distinto 

Di sette liste , tutte in quei colori , 

Onde fa 1* arco il Sole , e Delia il cinto. 
Questi stendali dietro eran maggiori , 

Che la mia vista : e quanto a mio avviso 

Dieci passi distavan quei di fuori ^. 
Sotto così bel ciel , com' io diviso , 

Ventiquattro seniori a duca due, 

Coronati venian di fiordaliso. 
Tutti cantavan : Benedetta tue ^ 

Nelle figlie d' Adamo : e benedette 

Sieno in eterno le bellezze tue. 
Poscia che i fiori e V altre fresche erbette , 
A rimpetto di me dall' altra sponda 
Libere fur da quelle genti elette , 
Sì come luce luce in ciel seconda 7, 

■ Non ci fu. — 2 3ii fennai. — ^ Bandiere distese. •'• 
* Cioè Tarcobaleno e Palone. — * I due estremi. — « Tu. 
— ^ Come una stella va appresso ali* altra ad occupare il 
inogo di quella. 

23 



7ÙÙ DEL PUllGàXORlO. 

Vennero appresso lor quattro aaiaMli . 

Coronato ciascuo dì verde froada : 
Ognun era pennuto di «ei ali. 

Le penne piene d' occhi; e^i wxMd* ArffK, 

Se fosser \m , sarebber colali. 
A discriver lor forma più aoD spaigo 

Rime , Lettor , cb* altra sfiesa mi tboffÈe 

Tanto, che 'n questa bob posso esser lago. 
Ma leggi Ezzeocbie] ,cbe li dipigne» 

Come li vide , dalla fredda f>arte ' 

Venir con vento, con nnbe, e con igne : 
t: quai li troverai neUe sue cuie. 

Tali eran quivi , salvo eh* aUe penne 

Giovanni è meco, e da ita si diparte *. 
Lo spazio dentro a lor quattro oontaue 

Un carro in su duo ruote trionfirie^ 

Ch* al collo d' un Grifo» tirato wom : 
Ed esso tendea su l' una , e r akr' ale » 

Tra la mezzana e le tre e tre liste , 

Sì ch* a nulla fendendo £Kea male.' 
Tanto salivan , die dob eian viste : 

Le membra d* oro avea, quasf era uooeUe, 

E bianche V altre, di vermiglio miste. 
Non che Roma di carro co^ bello 

Rallegrasse Affricano, o vero Aiiguslo : 

Ma quel del Sol saria pover oon etto: 
Quel del Sol , che sviando * iu combustd. 

Per r orazion della Terra devota 

Quando fu Giove arcanamente giusto. 
Tre donne in giro dalla destra ruota 

Yenien danzando , Y una tanto rossa , 

Ch* a pena fora dentro ai fuoco nota : 
L* altr' era , come se le carni e V ossa 

Fossero state di smeraldo fatte : 

La terza parea neve testé mossa ^ : 

I Da settentrione. — ' Con questo solo divario» (jw a 
me comparvero con sei ale, come a S. Gioramil , non era 
({uattro sole, cornea Ezzecchiellc. — ^ Passavano le ali tra 
la lista di mezzo e le liste laterali senza punto intersecare 
né quella nò queste. -^ ^ Per cagione dì Fetonte. — ^ Or' 
ora dal oiel caduta. 



CANTO XXIX. M7. 

Ed or parevan dalla bianca tratte , 
Or dalla rossa , e dal canto di questa 
L' altre toglièn V andare e tarde e ratte '. 
Dalla sinistra quattro facean festa, 
in porpora vestite , dietro al modo 
D^ iiD»4Ìt kr, €k* area tre oecbi m taslb». 
Appresao tutta '1 pertraEttatonodo 
Vidi dao Tecchi io abito dispari , 
Ma pari in atto ed onestato, e sodo. 
L' un si mostrava alcun de' famigliari 
Di quel sommo Ippocràte che natura 
Agli animali fé' ch'ellabapià cari ^ : 
Mostrava 1' altro la contraria cura.,. 
Con una spada lucida ed acuta. 
Tal che di qua del rio mi fé' paura. 
Poi vidi quattro in umile paruta^ 
£ diretro da tutti un veglio solo 
Venir dormendo con la faccia arguta. 
E questi sette col primaio stuolo 
Erano abituati ' ; ma di g^ 
Dintorno al ci^ non facevan brolo ^ ; 
Anzi di rose e d* altri fior vermigli : 
Giurato avria poco lontano aspetto , 
Che tutti ardesser di sopra dai cigli. 
£ quando '1 carro a me fu a rimpetto, 
Un tuon s' udi : e quelle genti degne 
Parvero aver V andar più interdetto » 
Fermandos' ivi con le prime insegne ^. 

I Dalla nùsura osservata da questa nei canto prendevano 
le altre il tempo di muoversi nella danza. - ^ Cioè gli uo- 
mini. — * Vestiti come i primi. — * Giardino , qui sta per 
ghirlanda. - - ^ Con i candelabri e loro stendali. 



26S DEL PURGATORIO. 



CANTO XXX. 

ARGOMENTO. 

Contieiiai, come Beatrice discesa dal delo riiMcnde Dante 
delia ignoranza e poca prudenza sua, areodo egU dai» 
ia soa morte tenuta altra via da qad]a,aBa quale di 
per sua salute 1* avea indirizzato. 

Quando 1 settentrìon del primo cielo ', 

Che né occaso mai seppe, né orto» 

Né d* altra nebbia , che di colpa velo ? 
E che laceYa h ciascuno accorto 

Di suo doTer, come '1 più basso face *, 

Qual timon gira per yenire a porto , 
Fermo s* affisse ; la gente yerace 

Venuta prima tra *1 Grifone ed esso , 

Al carro Tolse sé , come a sua pace. 
E un di loro quasi da Ciel messo , 

Veni , sponsa , de Libano , cantaudo , 

Gridò tre Tolte , e tutti sii altri appresso : 
Quali i beati al novissimo bando 

Su rgeran presti , ognun di sua caTema , 

La rìTestita Toce alleluiando >, 
Cotali in su la divina basterna \ . 

Si levar cento ad vocem tanti senis 

Ministri e messaggier di vita etema. 
Tutti dicean : Benedictus , qui venis, 

E fior gittando di sopra e dintorno , 

Manihus o date lilia plenis. 
lo vidi già nel cominciar del giorno 

La parte orientai tutta rosata, 

E r altro ciel di bel sereno adomo : 
E la faccia del Sol nascere ombrata, 

Sì che per temperanza di vapori , 

L* occhio lo sostenea lunga fiata : 

1 1 sette candelabri. — ^ 11 nostro settentrione» delle coi 
stelle si vagliono i piloti a dirigere la navigazione. — ^ Spie- 
gando in canti d'allegrezza la voce che tornerà loro colte 
rivestite membra. — * Carro. 



CANTO XXX. 

Cosi dentro una nuvola dì fiorì, 

Che dalle mani angeliche saliva, 

K ricadeva giù dentro e di fuori, 
Sovra candido ve! , cmta d' oliva , 

Donna m' apparve sotto verde noianto, 

Vestita di color di fiamma viva. 
E lo spirilo mio , che già cotanto 

Tempo era stato con la sua presenza ', 

Non era di stupor tremando affranto K 
Sanza degli occhi aver più conoscenza \ 

Per occulta virtù , che da lei mosse, 

D* antico amor sentì la gran potenza. 
Tosto che nella vista mi percosse 

V alta virtù, che gi^i m' avea trafitto 

Prima eh' io fuor di puerizia fosse ; 
Volsimi alla sinistra col rispitto. 

Col quale il fantolin corre alla mamma, 

Quando ha paura , o quando egli è afflitto , 
Per dioere a Virgilio : Men che dramma 

Di sangue m* è rimasa, che non tremi : 

Conosco^! segni dell' antica fiamma. 
Ma Virgilio n' avea lasciati scenod 

Di sé, Virgilio dolcissimo padre, 

Virgilio, a cui per mia salute diemi : 
Né quantunque perdèo V antica niadre ^, 

Valse alle guance nette di rugiada , 

Che lagrìmando non tornassero adre. 
Dante, perchè Virgilio se ne vada. 

Non pianger anco , non piangere ancora. 

Che pianger ti convien per altra spada : 
Quasi ammiraglio , che 'n poppa ed in prora 

Viene a veder la gente , che ministra 

Per gli altri legni , ed a ben far la 'ncuora , 
In su la sponda del carro sinistra, 

Quando mi volsi al suon del nome mio , 

Che di necessità qui si registra , 
Vidi la donna , che pria m' apparìo , 

Velata sotto V angelica festa , 

• Quand* era viva in terra Beatrice. — * Abbattuto. — 
* Senza ravvisarla con gli occhi per Beatrice. — * Né cfianto 
vi era di belio in quel Paradiso perduto da Eva. 

2S. 



DEL PURGATORIO. 



Drizzar gli occhi , ver me, di qua dal rio. 

Tutto che '1 vei , che lesceiidea di testa , 
Cerchiato dalla fronde di Minerr», 
Non la lasciasse parerottnìfcelB : 

Regalmente neU' aito aseer prc^rva 
Continuò, come cokn, ebedicev 
E '1 più caldo parlar dietmnstnFa' f 

Guardami ben : ben aoBi beniSOD Beairice r 
Come degnasti d' aoeedèr&iri raonlr? 
Non sapeì tu , die^ è F iwm £^ice^ 

Gli occhi mi cadder giù.Meàielaaso.ftiiite r 
Ma Yeggendonri «esso*, ioitfe-assèaH' etba^ 
Tanta vergogna mi grairèkifiranlfe, 

Cosi la madre «LfiglìD par superba,. 
Com* ella parve » bk ; peidiè dT anorai 
Sente il sapor della pktaie aeevbuL 

Ella si tacque,, e ^ Amgii^ caalafO- 
Di subito Al te, Domine-^ ^^ati. 
Ma oltre pedes mea» non passarow. 

Sì come neve tra levvfa tfftvi 
Per lo dosso d' ìtith * aboMigelai, 
Soffiata e stretta dalli TeHàSefaiafìA, 

Poi liquefatta in sé steaaaitrafieiaiv. 
Pur che la terrà., che perde ombi» sparii 
Sì che par fuoco fonder la eandci» : 

Così fui senza lagrime e sospiri 
Anzi M cantar di que' , dì» notan^eoipBer; 
Dietro alle note degK eterni già. 

Ma poictiè 'ntesi nelle dolci tempre - 
Lor compatire a me, più die se detto 
Avesser : Donna, perchè sUo stempae^ 

liO giel , che m' era 'ntoeno al ciier riatretto^ 
Spirito ed aec^na fessi , e conangoscéa^ 
Per la bocca e per gUoGcbÌHfleì.dd pettet^ 

Ella pur ferma in stt la destra €oaoia 
Del carro stando , alleisustanzìn pie* 
Volse le sue parole co^ poscia.: 



* Le maggiori invettive riserva nel fine. — ' Alberi e 
boschi degli Apennini. — ^ DiSchiavonia. — * Ptor cbe TAf- 
frìca mandi vento. 



CANTO XXX. 27f 

Voi vigilate noli* eterno die, 

S) che notte , né sonno a voi non fbrs 

Passo , elle faccia 'I secol per sue TÌe r 
Onde la mia risposta è eoa più cura , 

Ohe m* intenda colui, che di là piagne , 

Perchè sia colpa e duol d' una misura. 
Non pur per ovra delle ruote magne *, 

Che drizzan ciascun seme ad alcun fine , 

Secondo che le stelle son compagne : 
Ma per larghezza di grazie divine , 

Oh» sa alti vapori hanno a k>r piova , 

Che nostre viste là non van vicine : 
Questi ftrtal nella sua Vita Nuova 

Virtualmente eh* ogni abito destro 

Fatto averebbe in lui mirabil pruova. 
Ma tanto più maligno e più Silvestro 

Si fa '1 terren col mal seme e non colto, 

Quant* egli ha più di buon vigpr terrestre. 
Alcan tempo *1 sostenni col mio volto : 

Mostrando g^ occhi giovinetti a lui , 

Meco 1 menava in dritta parte volta 
Sì tosto, come in su la so^ fui 

Di mia seconda etade, e mutai vita ^ 

Questi si tolse a me, e diessi altriu. 
Quando di carne a spirto era salita , 

E^bellezzaevirtù cresciuta m* era. 

Fu' io alni men cara e men gradita : 
E volse i passi suoi per via non vera. 

Immagini di ben seguendo false , 

Che nulla premi ssion rendono intera. 
Né r impetrare spirazion mi valse *, 

Con le quali , ed in sogno ed altrimenti : 

Lo rivocai ; sì poco a lui ne calse. 
Tanto giù cadde , che tutti argomenti 

Alla salute sua eran già corti, 

Fuor che mostrargli le perdute genti. 
Per questo visitai V usdo de' morti, 

£d a colui, che 1* ha quassù condotto , 

Li prieghi miei piangendo furon porti. 

' Per iaflmii bwigni de*ci^ — > Nò mi glovfr T aver 
loi impetrate da Dio santf inspiraiioHl. 



777 DEL PURGATORIO. 

V alto fato di Dìo sarebbe rotto , 
Se Lete si passasse, e tal Tivanda 
Fosse gustata senza alcano scotto* 

Di pentimeoto che lagrime spanda. 



CANTO XXXI. 

ARGOMENTO. 

Beatrice seguitando a riprender Dante, lo indnee a< 
sar di propria bocca il suo errore. Il quale dopo certa 
sua caduta, tuffato da Matelda nel fióme Lete, tene 

delle sue acque. 

O tu , die se' di là dal fiume sacro, 

Volgendo suo parlare a me per punta * , 

Che pur per taglio m' era paruf acro, 
Ricominciò seguendo senza cunta ^ , 

■ Di*, di', se quest' è vero : a tanta accusa 

Tua confession conyiene esser congiunta. 
Era la mia Yirtù tanto confusa , 

Che la voce si mosse, e pria si spense, 

Che dagli organi suoi fosse dischiusa. 
Poco sofferse ^ , poi disse : Che pense? 

Rispondi a me ; che le memorie triste 

In te non sono ancor dall' acqua offense ^. 
Confusione , e paura insieme miste 

Mi pinsero un tal Sì fuor della bocca, 

Al quale intender fur rocstier le Tiste ^. 
Come balestro frange quando scocca , 

Da troppa tesa la sua corda e V arco, 

E con men foga l' asta il segno tocca, 
S) scopia' io sott' esso grave carco , 

Fuori sgorgando lagrime e sospiri, 

E la voce allentò per lo suo varco. 
Ond' eli' a me : Perentro i miei dcsirì , 

Che ti menavano ad amar lo bene , 

» Pagamento. — * Direttamente. — ' Senza indugio. — 
4 Poco aspettò. — ^ Scancellate dalle acque del fiume Lete. 
— • Bisognarono gli occhi. 



CANTO XXXi. J73 

Di là dal qaal non è a che s' aspiri 
Quai fosse attraversate , o quai catene 

Trovasti : perchè del passare innanzi 

Dovessiti così spogliar la spene ? 
E quali agevolezze , o quali avanzi 

Nella fronte degli altri si mostraro, 

Perchè dovessi lor passeggiare anzi ' ? 
Dopo la tratta d' un sospiro amaro , 

Appena ebbi la voce, che rispose, 

E le labbra a fatica la formaro. 
Piangendo dissi : Le presenti cose 

Col falso lor piacer volser mie* passi, 

Tosto chc'l vostro viso si nascose. 
Ed ella : Se tacessi, o se negassi 

Ciò, che confessi, non fora men nota 

La colpa Ina : da tal giudice sassi. 
Ma quando scoppia dalla propria gota 

L' accusa dd peccato, in nostra corte, 

Rivolge sé contra '1 taglio la ruota '. 
Tuttavia perchè me'^ vergogna porte 

Del tuo errore, e perchè altra volta, 

Udendo le Sirene, sie più forte. 
Fon giù '1 seme del piangere , ed ascolta : 

S) udirai , come in contraria parte 

Muover doveati mia carne sepolta. 
Mai non f appresentò natura ed arte 

Placar, quanto le belle membra , in eh* io 

Rincninsa fui , che sono in terra sparte : 
E sei sommo piacer s) ti falDo 

Per la mia morte : quai cosa mortale 

Dovea poi trarre te nel suo disio ? 
Ben ti dovevi per lo primo strale, 

Delle cose fallaci levar suso 

Diretro a me, che non era più tale *. 
Plon ti dovea gravar le penne in gìuso 

Ad aspettar più colpi , o pargoletta ^ , 

O altra vanità con sì breve uso. 

* Andar loro intomo. — ^ Si spuntano le armi in mano 
alla Divina Giustizia. — ^ Meglio. — * Nella schiera delle 
cose fallaci. — ^ Vaga fanciulletta. 



274 VEL PURGATORIO. 



Nuovo augelletto due, o treas|KlU^ : 

Ma dinanzi dagli ocdii de* pamali 

Rete 8i spiega ÌBdamo, osi saetta. 
Quale i fanciulli, Tergognendo» 

Con gli occhi a terra aUea 

V, sé riconoscendo y e ripealalt; 
Tal ini stay* io : ed ella disae 

IV;r udir se' dolente, alza la 

1'. prenderai più doglia, rìgnardando. 
('(MI mcn di resistenza si dibarfae 

Robusto Cerro, o vero a noairai Tento^ 

O vero a quel della terra d* lartia, 
CW io non levai al suo comaDdo il 

I*: quando per la barba il viso i 

Ren conobbi '1 veleo dell' argiMnento. 
K ('4)me la mia faccia si distese, 

Posarsi quelle prime creatore. 

Da loro aspcrsion l' occhio coiapresa : 
E U\ mie luci ancor poco sicwe, 

Yider Reatrìce volta in so La fiera. 

Olì' è sola una persona In duo Datare. 
Sotto suo velo ed oltre la riviera 

Verde , pareami più sé stessa antica * 

\in(;er, che V altro qui, quand' ella c'era. 
1)1 ponter sì mi punse ivi l' ortica. 

Che di tutt' altre cose, qua] mi torse 

Più nel suo amor, più mi si fé' nemica^.. 
Tanta riconoscenza il cuor mi morse, 

('ir io caddi vinto : e quale allora fiemmL,; 

S.-ilsi colei , che la cagion mi porse. 
Poi quando 'I cuor virtù di fuor rendemuù» 

f.a donna , eh' io avea trovata sola, 

Sopra me vidi ; e dicea : Tiemmi, tiemmL 
Tratto m' avea nel (iume infìno a gola, 

I<: tirandosi me dietro, sen giva 

Sovr' esso r acqua lieve come spola *. 
Quando fu' presso alla beata riva, 

• Aspetta due o tre colpi d'insidie. — - Quando tra i 
mortaH viveva. — ^ Mi venne in odio. — * La bandMittiaa 
clic la tessitrice manda qua e là ijcr 1* ordito. 



CANIO XXXI. 27ò 

Asperges me sì doicemeiile «dissi, 

Ch'io noi so rìfBCfnbfar, non ch'io lo-sciiTa. 
La bella donna nelle lmceìaai|R'i6Si , 

Abbracciommì la testa, e iiiì80inin«rse, 

Ove convenne, eh' io i'^oqvaiii^ottissi : 
Indi mi tolse , e bagnato m' oìferse 

Dentro alla danza ddle qnattro befle , 

£ ciascuna col Invoeio mi coperse. 
Noi sera qui Miniè, e nel Oiel seno stette -. 

Pria che Beatrice discendesse al nwndo, 

Fummo ordinate a lei per sue ancelle. 
Menrenti ' agli occhi suoi : ma nel giocondo 

Lume , eh* è dentro , aguzzeranno li tuoi 

Le tre dì là , che miran più profondo. 
Così cantando cominciaro : e poi 

Al petto del Grifon seco menarmi , 

Ofe Beatfioe voHa slava a BoL 
IHsser : Fa' die le viste non rispiarm : 

Posto t* avem dinanzi agli smeraldi^ 

Cnd* Amor già ti trasse le sue armi. 
Mille disiri più che fiamma caldi 

Strìnsermi gli occhi agli occhi rilucenti , 

Che pur sovra *ì Grifon stavan saldi. 
Come in lo specchio il Sol , non altrimenti 

La doppia fiera dentro vi raggiava 

Or «on uni, or con altri reggimenti. 
Pensa y4iettor, s* io mi maravigliava , 

Quando yedea la cosa in sé star queta , 

£ neir idolo suo ' si trasmutava. 
Mentre che piena di stupore e lieta 

L' anima mia gustava di quel cibo , 

Che saziando di sé , di sé asseta : 
Sé dimostrando del più atto trilK) ^ 

Negli atti, r altre ti e si fero avanti : 

Danzando al loro angelico caribo <. 
Volgi, Beatrice, volgigli ocelli santi, 

£ra la sua canzone . al tuo fedele , 

CIm f)er Tederti ha mo^ì passi tanti. 

» Ti meneremo. — * Nella sua immagine impressa negli 
occhi di Beatrice. — ' Tribti. — 4 canto. 



276 DEL PURGATORIO. 

Per grazia fa' noi grazia , che dis^ele 
A lui la bocca tua, sì che dìscema 
La seconda bellezza, che in cele. 

O isplendor di viva luce eterna , 
Chi pallido si fece sotto l' ombra 
Sì di Parnaso, o bevve insua cisterna *, 

Che non paresse aver la mente ingombra, 
Tentando a renderle, qual tu paresti, 
Là dove armonizzando il del t' adombra, 

Quando nelF aere aperto ti solvesti ' ? 



CANTO XXXII. 

ARGOMENTO. 

Contiensi, dopo alcuni accidenti, come il Poeta pervenne 
all' arbore della vita, dove egli subito si addonnentò. 

Tanto eran gli occhi mici fissi ed attenti 

A disbramarsi la decenne sete ^ 

Che gli altri sensi m* eran tutti spenti : 
Ed essi quinci e quindi avèn parete 

Di non caler <, così lo santo rìso 

A sé traèli con V antica rete : 
Quando per forza mi fu volto '1 viso 

Ver la sinistra mia da quelle Dee , 

Perdi' io udia da loro un : Troppo fiso. 
E la disposizion , eh' a veder* ce 

Negli occhi , pur testé dal Sol percossi , 

Sanza la vista alquanto esser mi fee : 
Ma poiché al poco ^ il viso rìformossi , 

Io dico al poco, per rispetto al molto 

Sensibile , onde a forza mi rimossi , 
Vidi in sul braccio destro esser rivolto. 

* Chi tanto studiò di Poesia. — ^ Quando rimosso il velo 
ti nudasti air aria aperta , là dove il cielo col moto suo ar- 
monioso ti rappresenta. — ^ Perchè Beatrice era morta 
da died anni. — * Ed essi occhi avevano da tutte parti 
come un muro , di non si curar d'altro. ~ ^ Al poco ^len- 
dorc degli altri oggetti. 



CANTO XXXII. 277 

Lo glorioso esercito , e tornarsi 

Col Sole e con le sette fiamme al volto. 
Come sotto li scudi, per salvarsi, 

Yolgesi schiera, e sé gira col segno *, 

Prima che possa tutta iu sé mutarsi ; 
Quella milizia del celeste regno , 

Che precedeva , tutta trapassonne , 

Pria che piegasse *1 carro il primo legno 
Indi alle ruote si tornar le donne, 

£ '1 Grìfon mosse li benedetto carco , 

Sì che però nulla penna crollonne ^. 
La bella donna, che mi trasse al varco , 

E Stazio , ed io seguitavàm la ruota'. 

Che fé* r orbita sua con minore arco. 
Sì passeggiando l' alta selva vota , 

Colpa di quella, eh' al serpente crese ^, 

Temprava i passi un* angelica nota. 
Forse in tre voli tanto spazio prese 

Disfrenata saetta, quanto eràmo 

Rimossi, quando Beatrice scese. 
lo senti' mormorare a tutti : Adamo : 

Poi oerchiaro una pianta dispogliata 

Di fiori , e d* altra fronda in ciascun ramo. 
La chioma sua, che tanto si dilata 

Più , quanto più é su , fora ^ dagl* Indi 

Ne' boschi lor per altezza ammirata. 
Beato se'y Grifon , che non discindi 

Col becco d* esto legno dolce al gusto , 

Posciaché mal si torse 'l ventre quindi^ : 
Così d' intomo air arbore robusto 

Grìdaron gli altri : e 1* animai binato? : 

Sì si conserva il seme d* ogni giusto. 
Evolto al temo, eh* egli avea tirato, 

Trassèlo al pie della vedova frasca; 

I Colla bandiera avanti. — ' Prima che il carro voltasse 
il suo timone. — ^ Con tal posatezza che non tremolò 
neppure nna penna delle sue grandi ale. — * Vota di abi- 
tatori per la colpa di Eva che die fede al serpente. — ^ Sa- 
rebbe. — * Posdachè per aver gustato di quella pianta, 
«i volse al male l'umano appetito. - ^ Il Grifone. 

24 



27« DEL PURGATORIO. 

E quel di lei a lei lasciò legato ^. 
Come le nostre piaate , quando casca 

Gì il la gran luce mischiata con qa^ta, 

die raggia dietro alla celeste Lasca ', 
Turgide fansi, e poi si rinnovella 

Di suo color ciascuna, pria che 'i S<^ 

Giunga li suoi corsier, sott* altra stella; 
Men che di rose, e più che di vi(4e, 

Colore aprendo , s' imiOYÒ la pianta , 

Che prima avea le ramora sì sole^. 
Io non Io 'ntesì, né quaggiù si canta 

L' inno f che quella gente allor cantaro , 

Né la nota soffersi tutta quanta. 
S' io potessi ritrar, come assonnare 

Gli occhi spietati , udendo di Siringa , 

Gli occhi , a cui più vegghiar costò si caro; 
Come pintor, che con esemplo pinga , 

Disegnerei , com' io m*addornientai : 

Ma qual vuol sia , che V assonnar ben finga : 
Però trascorro a quando mi svegliai : 

E dico, eh' un splendor mi squarciò 'i t«Io 

Del sonno , ed un chiamar ; Snrgi , «he fri ? 
Quale a veder de* fioretti del melo » , 

Che del suo pomo gli Angeli fa ghiotti , 

E perpetue nozze fa nel Cielo , 
Piero e Giovanni e Iacopo condotti , 

E vinti ritornaro alla parola , 

Dalla qual furon maggior sonni rotti ^, 
E videro scemata loro scuola , 

Così di Moisé come d' Elia, 

Ed al Maestro suo cangiata stila ; 
Tal torna' io : e vidi queHa pia 

Sovra me starsi , che condudtrìce 

I E quel timone e quel carro che era fatto del l^namo 
di essa pianta , lasciò lì legato e raccommandato a lei. — 
' La costellazione dell' Ariele che viene dopo il segno de' 
Pesci. — 3 I rami sì spogliati. — * Gli ocdii d*Argo. — 
^ Cristo , quando si trasfigurò nel monte Tabor. — • Ca- 
duti a terra dallo stupore , si ridestarono ai snono di qaeUn 
voce rhe dissipò maggiori tramortimenti doè vero 
nì:):*li. 



Canto xxxii. 579 

Fu de* mici passi lungo T fiume pria : 
E tutto in dubbio dissi : Ot' ò Beatrice ? 

Ed ella : Vedi lei sotto la frooda 

Nuova sedersi in su la sua radice. 
Vedi la compagnia , che la circonda : 

Gli altri dopo '1 Grifon sen vanno suso, 

Con più dolce canzone , e più profonda. 
U se fu più lo suo parlar difTuso , 

Non so : perocché già negli occhi m* era 

Quella eh* ad altro 'ntender m* avca chiuso. 
Solasedeasi in su la terra vera \ 

Come guardia lasciata lì del plaustro , 

Che legar vidi alla biforme fiera. 
In cerchio le facevan dì sé claustro 

Le sette Ninfe con qne* lumi in mano , 

Che son sicuri d' Aquilone j e d* Austro. 
Qui sarai tu poco tempo silvano *, 

E sarai meco sanza fine cive 

Di quella Roma , onde Cristo é Romano : 
Però in prò del mondo , che mal vive, 

ÀI carro tieni or gli occhi , e quel che vedi j 

Ritornato di là fa* che tu scrive : 
Così Beatrice : ed io, che tutto appiedi 

De suoi comandamenti era devoto , 

La mente e gli occhi , ov' ella volle, diedi. 
Non scese mai con sì veloce moto 

Fuoco di spessa nube , quando piove 

Da quel confine , che più é remoto : 
Com' io vidi calar 1* uccel di Giove 

Per r arbor giù , rompendo della scorza , 

Non che de' fiori e delle foglie nuove 
E ferìo '1 carro di tutta sua forza : 

Ond* ci piegò , come nave in fortuna , 

Vinta dall' onde or da poggia or da orza ^. 
Poscia vidi avventarsi ndla cuna * 

Del trionfai veiculo una volpe, 

Che d* ogni pasto buon parca digiuna. 
Ma riprendendo lei di laide colpe, 

* Nuda. — * Abitatore di questa selva. — ' Or da mano 
fiesfra or da sinistra. — * Nella parte di dentro del carro. 



280 DEL PURGATORIO. 

La donna nìia la volse in tanta fata ' , 
Quanto sofTerson Y ossa senza po^. 

Poscia per indi ond' era prìa venuta, 
L' aquila vidi scender giù neU* arca 
Dei carro , e lasciar lei di sé pennata. 

E qual* esce di cuor, che si rammarca. 
Tal voce uscì del Cielo, e cotal disse : 
O navicella mia, com' mal se* carca! 

Poi parve a me che la terra s' aprisse 
Tra 'mbo le ruote , e vidi uscirne un drago , 
Che per lo carro su la coda fisse : 

E come vespa, che ritragge 1* ago, 
A sé traendo la coda maligna. 
Trasse del fondo, egissen'vagovago. 

Quel che rimase, come di gramigna 
Vivace terra, della piuma, offerta 
Forse con inten7Ìon casta e benigna, 

Si ricoperse , e funne ricoperta 
E r una e V altra ruota, e 1 temo in tanto. 
Che più tiene un sospir la bocca aperta '. 

Trasformato cosi 'I dificio santo 
Mise fuor teste per le parti sue , 
Tre sovra '1 temo, ed una in ciascun canto. 

Le prime eran cornute , come bue , 
Ma le quattro un sol corno avean per fronte : 
Simile mostro in vista mai non fue. 

Sicura , quasi rocca in alto monte. 
Seder sovr* esso una puttana sciolta 
M' apparve con le ciglia intorno pronte. 

E come perchè non li fosse tolta , 
Vidi di costa a lei dritto un gigante . 
E baciavansi insieme alcuna volta. 

Ma perchè T occhio cupido e vagante 
A me rivolse, quel feroce drude 
La flagellò, dal capo insin le piante. 

Poi di sospetto pieno e d' ira crudo 
Disciolse M mostro, e trassel per la selva 
Tanto che sol di lei mi fece scudo 

Alla puttana , ed alla nuova belva. 

• Fuga. — 3 In men d'un sospiro. 



CANTO XXXIII. 2St 



CANTO XXXIII. 

ARGOMENTO. 

Pervenuto Dante con Matdda al fiume Eunoè , gusta delle 
ne acque, la cui dolcezza per la brevità delio spazio 
die ^ resta di questa seconda cantica « dice non potere 
esprimere. 

DetiSf venerunt gentes , alternando , 

Or tre or quattro , dolce salmodìa 

Le donne incominciaro lagrimando. 
E Beatrice sospirosa e pia 

Quelle ascoltava sì fatta , che poco 

Più alla croce si cambiò Maria. 
Ma poiché l'altre vergini dier loco 

A lei di dir : levata dritta in pie , 

Rispose colorata, come fuoco, 
Modicum, et non videbitis me : 

Etiterum, sorelle mie dilette, 

Modicum, etvos videbitis me. 
Poi le si mise innanzi tutte e sette : 

E dopo sé , solo accennando mosse 

Me , e la donna , e '1 savio , che ristette ; 
Così sen giva : e non credo , che fosse 

Lo decimo suo passo in terra posto , 

Quando con gli occhi gli occhi mi percosse, 
E con tranquillo aspetto : Yien più tosto, 

Mi disse , tanto , che s' io parlo teco , 

Ad ascoltarmi tu sie ben disposto. 
Sì com' io fui , com' io doveva , seco , 

Dissemi : Frate, perchè non t* attenti 

A dimandar ornai , venendo meco .' 
Come a color, che troppo reverenti 

Dinanzi a suo maggior parlando sono. 

Che non traggon la voce viva a' denti : 
Avvenne a me, che senza intero suono 

Incominciai : Madonna, mia bisogna 

Voi conoscete , e dò eh' ad essa è buono. "^ 

Ed ella a me : Da tema , e da vergogna 

Voglio che tu omai ti disviluppe, 

a*. 



im DEL PCKGATOBIO. 

Sk die BOB parli più eoo' oom , ciiesogM. 
Sappi , che 1 Taso , che 1 acrpeate fuppe^ 

FOyenoBè: ma chi n'ha colpa, creda. 

Che TCBdrtta di Dio BOA tea» a^pe *. 
non s»n tutto tempo saaiza reda 

L' aqifla , che lasciò le pow al 

Per che diTcnae mostio, e 
eh* io Tcggio uiU m ui ie , e però 1 bvio, 

A darne tempo già stdle propinqoe 

Sicored* ogn' intoppoe^ogaiabano : 
^d qnale on dnqntfgato dieoe e < 

Messo di Dio anddefà la fina \ 

£ qad gigante, che non là i 
C forse che la mia narmioa baia, 

Qual Temi e S6nge, meo ti pennade : 

Perch' a kH- modo lo *BleUetta attaia* : 
Ma tosto fien li fatti le Kaiade^ 

Che solferanno questo enigiBaa forte 

Sanza danno di pecore e di hiidf 
Tu nota : e si come oa me aoa porta 

Queste parole , si le'nseBaa a' vivi 

Del TiTer, eh' è un correre alla morie : 
Ed aggi a mente, qaando tu le scnvì. 

Di non celarqBal hai vistala pianta, 

Ch* è or due yoUe dimbala quivi. 
Qualunque ruba qodla, o quella schianta. 

Con bestemmia di fatto offende Dio, 

Che solo all' uso suo la creò santa. 
Per morder quella , in pena e m disio . 

Cinque mil' anni e più V anima prima 

Bramò colui , che '1 morso in sé punìo ^. 
Dorme lo 'ogegno tuo , se non istima, 

' Allude alla superstizione onde la gente si puwiili n 
che chi in ternùDc di nove giomi mingiaBSft b zappa ■>- 
pra la sepoltura delT ucciso dopo oanmcBO 1* omiGidio, 
non poteva poi per vendetta di quello essere da altii oc* 
ciso. -- 2 Le note numerali del OXV formano la parola 
DDX. ^^Li femmina usurpatrice. ~ * Attura, impedisce. 
— ^ Ma i fatti che avverranno , ti faranno r<rfÌlzio ddk 
Naiadi. — « Per aver mangiato il frutto di qaeHa pla«p 
Adamo bramò 5000 anni e più Cristo che ooHa propn> 
morte soddisfece pel peccato di lai. 



CANTO XXXin. 183 

Per singular cagione essere eccelsa 

Lei tanto , e sì travoKa nefla cin». 
£ se stati non fossero acqaa d^ Elsa 

Li pensier vani intorno alla toamente^', 

£ *1 piacer loro un Pframo alla gelsa ^ 
Per tante circostanze soiemente 

La giustizia di Dio nello 'nierdciln 

Conosceresti ali* alber morahnenfe ^. 
Ma pereti' io veggio te nello 'nteltetto 

Fatto di pietra, ed in peccato tinto. 

Si che t' abbaglia il lume del mie detto ; 
■Voglio anche , e se non scritto , dnen d ipi n ta 

Che '1 te ne porti dentro a te per quello, 

Che si reca il bordon di palma cinto K 
Ed io : Sì come cera da suggello, 

Che la figura impressa non trasmuta, 

Segnato è or da voi lo mio cerreHo. 
Ma perchè tanto sovra mia veduta 

Vostra parola disiata vola , 

Che più la perde , qnanfto più s' aivtaP 
Perchè conoscht, disse, quella seooto» 

Ch* hai seguitata , e veggi sua dottrina 

Come può seguitar la mia parola : 
E veggi vostra via dalla divina 

Distar cotanto , quanto si discorda 

Da terra 1 Ciel , che più alto festiia. 
Ond' io risposi lei : ìfos mi ricorda 

Ch' ip straniassi ne giammai da voi , 

Né honne coscienzia, che rànoida. 
E se tu ricordar non te ne pooi, 

Sorridendo, rispose , or ti rarnmeBla, 

' Se i taoi vani penàerì non f avessero indurita la nienló% 
come racqna d'Elsa indurisce le materie sulla quali si posa. 
— ' Se il reo piacere de* tuoi pensieri non t* avesse mac- 
chiato lo mento, come il sangue di Piramo macchiò la 
gelsa. — ^ Cioè utilmente e con profitto splritoale deli* 
anima tua. — ^ Se non in iscrìttnra espresso , almeno in 
pittura adombrato ten porti teco il mio detto imprimen- 
éMaio>]ieUa memoria per <;piel fine medesimo» per cU 
li foca jda i luoghi santi di Palestina li bordone cinto di 
palma, cioè in segno di esservi stato. 



1 > 



I 



* 



I, 



284 DEL PURGATORIO. 

Come beyesti di Lete anooi : 

£ se dal fummo fuoco s' argomenta; 
Cotesto oblivion chiaro conchiude , 
Colpa nella tua yogUa altrove attenta. 

Veramente ora mai saranno nude 
Le mie parole, quanto converrassi 
Quelle scovrire alla tua vista rude. 

E più corrusco, e con più lenti passi 
Teneva '1 Sole il cerchio di merigge, 
Che qua e là, come gli aspetti, fassi ' ; 

Quando s* affisser, sk come s' affìgge 
Chi va dinanzi a schiera per iscòrta. 
Se truova novitate in sue vestigge , 

Le sette donne al fin d' un' ombra smorto , 
Qual sotto foglie verdi e rami nigri, 
Sovra suoi freddi ri vi Talpe porto. 

Dinanzi ad esse Eufrates e Tigri 
Veder mi parve uscir d' una fontona, 
£ quasi amici dispartirsi pigri. 

O luce , o gloria della gente umana , 
Che acqua è questo, che qui si dispiega 
Da un principio, e sé da sé lontana *? 

Per cotal prego detto mi fu ; Prega 
Matelda , che '1 ti dica : e qui rispose , 
Come fa chi da colpa si dislega. 

La bella donna : Questo, ed altre cose 
Dette li son per me : e son sicura 
Che r acqua di Lete non gliel nascose. 

E Beatrice : Forse maggior cura. 
Che spesse volte la memoria priva. 
Fatto ha la mente sua negli occhi oscura. 

Ma vedi Eunoè , che là deriva : 
Menalo ad esso , e come tu se* usa. 
La tramortito sua virtù ravviva. 

Com* anima gentil, che non fa scusa. 
Ma fa sua voglia della voglia altrui , 
Tosto com'è per segno fuor dischiusa : 



* Essendo diversi i meridiani rispetto a diveni siti 
della terra; ed essendo però mezzo giorno or qua, or h» 
— 2 Divide. 



CANTO XXXIII. 285 

Cos) poi che da essa preso fui , 

La bella donna mossesi , ed a Stazio 

Donnescamente disse : Yien con lui. 
S' io ayessi , Lettor, più lungo spazio 

Da scrivere , io pur cantere* 'n parte 

Lo dolce ber, che mai non m' avria sazio. 
Ma perchè piene son tutte le carte, 

Ordite a questa cantica seconda, 

Non mi lascia più irlo fren dell* arte. 
lo ritomai dalla santissim* onda 

Rifatto si , come piante novelle 

Rinnovellate di novella fronda , 
Puro e disposto a salire alle stelle. 



DEL PARADISO, 



CANTO I. 

ARGOMENTO 

Tratta il nostro Poeta in questo primo canto, oome egli 
ascese verso il primo cielo ; ed esseiido^ nati atami 
dubbj , essi gli furono da Beatrice didiiarati. 

La gloria di colui, che tutto. muoYe» 

Per r universo penetra , e rispleDde 

In una parte, più , e meno altrove. 
Nel Ciel, che più della sua luce prende ', 

Fu* io , e vidi cose , che ridire 

Né sa, né può qual di lassù discende * 
Perché appressarlo sé al suo disire , 

Nostro intelletto si profonda tanto, 

Che retro la memoria non può ire *. 
Veramente ^ quant* io del regno santo 

Nella mia mente potei far tesoro , 

Sarà ora materia del mio canto. 
O buono Apollo , all' ultimo lavoro 

Fammi del tuo valor sì fatto vaso , 

Come dimandi a dar V amato alloro ^. 
Insino a qui V un giogo di Parnaso 

Assai mi fu : ma or con amendue ^ 

M' è uopo entrar nelF aringo rimaso. 
Entra nel petto mio , e spira tue ^, 

Sì come quando Marsia traesti 

Della vagina della membra sue. 
divina virtù , se mi ti presti 

Tanto , che F ombra del beato regno 

Segnata nel mio capo io manifesti. 
Venir vedràmi al tuo diletto legno , 

E coronarmi allor di quelle foglie, 

' Neil* Empireo. — ^ Non può riferire quanto l'intelletto 
vede. — 3 contuttociò. — < Come tu lo richiedi per dar 
corona d'alloro. — * Sin qui gli è bastato il soccoreo delle 
muse ora gli è d* uopo anche quello di Apollo. — * Tu. 



CANTO I. . *I87 

Glie la materia e tu mi farai degno. 
Sì rade volte , Padre , se ne coglie , 

Per trionfare o Cesare o Poeta, 

(Colpa e vergogna dell' ornane vo^e) 
Che partorir letizia in su la lieta 

Delfica Deità dovrìa la fronda 

Peneia, quando alcun di sé asseta '. 
Poca favilla gran fiamma seconda : 

Forse direlro a me con miglior voci 

Si pregherà, perchè Cirra rispoiMa ' . 
Surge a' mortali per diverse foci 

La lucerna del mondo ^ ma da queUa , 

Che quattro cerchi giugno coti' tre «roci^ , 
Con miglior corse , e con migliore McUa * 

Esce congiunta , e la mondana cera 

Più a suo modo tempera e suggella. 
Fatto avea di là mane, e di qua sera 

Tal foce quasi , e tutto era là bianco 

Quello emisperìo , e Y altra parte nera , 
Quando Beatrice in sul sinistro fianco 

Vidi rivolta , e riguardar nel Sole : 

Aquila sì non gli s' affìsse unquanco. 
£ sì come secondo raggio ^ suole 

Uscir del primo , e risalire insuso , 

Pur rx)me peregrin che tornar vuole , 
Così deir atto suo , per gli occhi infuso 

Neir immagine mia, il mio si fece 7, 

£ fissi gli occhi al Sole oltre a nostr' oso. 
Molto è licito là ^, che qui non lece 

Alle nostre virtù , mercè del loco 

Fa Ito per proprio dell' umana spece. 



I Quando il lauro asseta di sé alcuno, ciò dorrebbe ca- 
gionare letizia alla delfica Deità cioè ApoUo. — ' Forse 
avverrà , che dietro l'esempio mio , altri invocherà meglio 
Apollo. — 3 II gQic^ — 4 Da quel punto ove s'incrocic- 
chiano con esso lo zodiaco , l'equatore , e il coluro equi- 
noziale. — * Cioè dell' Ariete, portatrice di primavera. — 
^ Raggio riflesso. — ^ II. in'ìo atto di riguardar nel sole , 
si fece e nacque come di riflesso dall' atto di Beatrice. - 
oxel Paradiso terrestre. 



3SS DEL PARADISO. 

Io noi soffersi molto , né 8\ poco S 

Ch' io noi Yedessi sfaYìllar dintorno, 

Qual ferro, che bollente esce del fuoco. 
E di disubito parve giorno a giorno 

Essere aggiunto , come quei , che poote, 

Avesse '1 del d' un altro sole adomo. 
Beatrice tutta nell' eteme mote 

Fissa con gli occhi stava, ed io in lei 

Le luci fisse, di lassù remote. 
Nel suo aspetto tal dentro mi fei , 

Qual si fé' Glauco nel gustar dell' erba , . 

Che '1 fé' consorto in mar degli altri Dei. 
Trasumanar significar per verba 

Non si porla : però l' esempio basti 

A cui esperìenza grazia serba. 
S' io era sol di me quel che creasti 

Novellamente ', Amor, che 1 del governi , 

Tu '1 sai , che col tuo lume mi levasti. 
Quando la ruota , che tu sempitemi 

Desiderato ^, a sé mi fece atteso 

Con r armonia che temperi e disceroi , 
Parvemi tanto allor del delo acceso 

Dalla fiamma del Sol , che pioggia o fiume 

Lago non fece mai tanto disteso. 
La novità del suono e '1 grande lume 

Di lor cagion ^ m' accesero un disio 

Mai non sentito di cotanto acume. 
Ond' ella , che vedea me sì com' io. 

Ad acquetarmi 1' animo commosso, 

Pria eh' io a dimandar, la bocca aprìo : 
E cominciò : Tu stesso ti fai grosso ^ 

Col falso immaginar, sì che non vedi 

Ciò che vedresti , se l' avessi scosso ^. 
Tu non se' in terra sì come tu credi : 

Ma folgore , fuggendo '1 proprio sito , 

' Quantunque andasse veloce all' insù, pur d volte del 
tempo, atteso la gran distanza del sole dalla terra. — ' Se 
io era solo anima. — ' Il giro de* cieU , che tu come ama- 
to e desiderato , fai sempiterno. — *^Dì sapere lor cagione. 
— » Sciocco. — * Scosso da te questo falso Immaginare» 



■i 



CANTO 1. i89 

Non corse come tu eh' ad esso riedì.< 
S' io fui del prìmo dubbio disvestito , 

Per le sorrise parole! te brevi , 

Deutro ad un nuovo ' più fui irretito : 
£ dissi : Già contento requievi 

Di grande ammirazion : ma ora ammiro 

Com' io trascenda questi corpi lievi. 
Ond' ella , appresa d' un pio sospiro , 

Gli occhi drizzò ver me con quel sembiante , 

Che madre fa sopra fìgliuol deliro : 
E cominciò : le cose tutte quante 

Hann' ordine tra loro ; e questo è forma , 

Che r universo a Dio fa sìmigliante. 
Qui Yeggion V alte creature V orma 

Dell' etemo valore , il quale è fine. 

Al quale è fatta la toccata norma. 
Neir ordine eh' io dico sono accline 

Tutte nature per diverse sorti , 

Più al principio loro e men vicine : 
Onde si muovono a diversi porti 

Perlo gran mar dell' essere, e ciascuna 

Con istinto a lei dato che la porti .^ 
Questi ne porta '1 fuoco inver la Luna : 

Questi ne* cuor mortali ò permotore : 

Questi la terra in sé stringe ed aduna. 
Né pur le creature, che son fuore 

D' intelligenzia , quest' arco saetta 

Ma quelle , eh' hanno intelletto ed amore , 
La proYidenzia , che cotanto assetta ^, • 

Del suo lume fa'l ciel sempre quieto , 

Nel qual si volge quel eh' ha maggior fretta ^ : 
Ed ora li , com' a sito decreto ^ , 

Cen porta la virtù di quella corda , 

' Cioè tu che tieni, relativamente al fulmine, retrogrado 
cammino. — ^ Cioè dubbio. — ^ Ogni creato ha un ultimo 
fine, a cui tende : questo nell* uomo è il cielo; adunque e 
naturale, che dispogliato d'ogni impedimento ei s'alzi al 
ddo, come fa vivo fuoco. — * Ordina e dispone si mira- 
bilmente. — * Fa esser sempre contento del suo splendo- 
re, l'empireo nel quale s'aggira il primo mobile. — ® Des- 
tinato. 

11. D'.XTE. ^ jf^ 



290 DEL PAflADISO. 

Che ciò che soooct, driau ìb «ega» ìiet» <, 
Ver' è che come forma non s* acccmda 

Molte fiate alla 'ntenzioB dcU* arie» 

Percb* a risponder la materia è «orda; 
Così da questo corso si diparie 

Talor la creatura, eh' ha podere 

Di piegar, cosi pinta , io aUra faile^ 
(E si come veder si può <:adei<e 

Fuoco di oobe)y se l'iaipetopriiBo 

A terra è torto da ùàem piacere. 
Non dèi più ammirar, se faòie Bfthno, 

Lo tuo salir, se non come d' nn ri¥0 , 

Se d' alto monte scende gioso ad im». 
Maraviglia sarebbe in le se prÌT«, 

D' impedimento giù ti fowi assiso , 

Com' a terra quieto fuoco vivo. 
Quinci rivolse inver lo cielo il viso. 



CANTO IL 

ARGOMENTO. 

Sale il nostro Poeta nel corpo della Luna ; dove come Ìb- 
giunto, muove a Beatrice un dubbio; e questo è intórno 
alla cagione dell* ombre che dalla terra in essa si vcjg- 
gono : il qual dubbio ella gli risolve pienamente. 

O Voi , che siete in picciolettabafca. 

Desiderosi d* ascoltar, seguati 

Dietro al mio lego* , che cantando varca , 
Tornate a rivederi veatti liti : 

Non vi mettete in pelago, che forse 

Perdendo me , rimarreste saiarrìti *• 
L' acqua eh' io prendo, giammai non si corse : 

Minerva spira, e condnceim Apollo, 

£ nove Muse mi dimostran V Orse. 

> Glie tutto ciò che muove» Y indirtzzaal suo £iie con- 
veniente, in cui goda la sua quiete. — ^ fiitomate a i 
vostri bassi studij » i^ ipropiurzionaCi alla piccolezza del 
vostro sapere, pericolo essendo di perdere la mia traoda. 



CANTO IL 2»! 

Voi altri poclii , che drizzaste *i collo 

Per tempo al pan degli Angeli % del quale 

Yivesi qui , ma non si vieu satollo : 
Metter potete ben per Y alto sale 

Vostro navigio , servando mio solco 

Dinanzi air acqua , che ritorna eguale. 
Qne* gloriosi, che passaro a Coleo, 

Non s' ammirarou^, come voi farete. 

Quando lason vider latto bifolco. 
La concreata e perpetua sete 

Del deiforme regno ^ cen' portava 

Veloci quasi , come '1 ciel vedete ^. 
Beatrice ib suso , od io in lei guardava : 

E forse in tanto , in (pianto un quàdrel posa , 

£ vola , e dalla noce sì dischiava ^, 
Giunto mi vidi, ove mirabil cosa 

>]i torse '1 viso a sé : e però quella , 

Cui non potea mia cura essere ascosa , 
Volta ver me sì lieta , come bella ; 

Drizza la mente in Dio grata , mi disse , 

Che n' ha congiunti con la prima stella. ^ 
Pareva a me, che Kube ne coprisse 

Lucida spessa solida e pulita, 

Quasi adamante che lo Sol ferisse. 
Per entro sé Y eterna margherita 

ISe ricevette, com' ac(iua ricepe 

liaggio di luce, permanendo unita. 
S' io era corpo , e qui non » concepe , 

Com* una dimeosioue altra patio, 

Ch' esser convien se corpo in corpo repe ", 
Accenderne dovria più il disio 

Di veder quella essenzìa , io che si vede , 

Come nostra natura e Dio s' unio. 

* Che applicate la mente alla contemijlazione di Dio. — 
» Non si maravigliarono. — ^ La perpetua brama della ce- 
leste beatitudine. — * Cioò poco meno veloci dì quel che 
apparisce il oda dal moto diurno del sole. — ^ In quanto 
teiniio partendosi lo strale dall' arco, giunge a posarsi 
lìdio scopo. ~ < La lima. — ^ Se io era lassù in anima e 
in corpo, ed è incomprensibile al senno umano come un 
corpo ne riceva in sé un altro. 



292 - DEL PARADISO 

Lì si Tcdrà dò che tenem per fede 

Non dimostrato , ma fia per sé nolo, 

A guisa del ver primo ' che V uom crede. 
lo risposi : Madonna, s) devoto, 

Com' esser posso più , ringrazio Lui , 

Lo qual dai mortai mondo m' ha rirooto : 
Ma ditemi , che sono i segni bui 

Di questo corpo *, che laggiuso in terra 

Fan di Cain favoleggiare altrui ? 
Ella sorrise alquanto; e poi : S' egli erra 

L' opinion , mi disse , de' mortali , 

Dove chiave di senso non disserra ^, 
Certo non ti dovrien punger li strali 

D' ammirazione ornai : poi , dietro a' sensi 

Vedi , che la ragione ha corte l' ali. 
Ma dimmi quel che tu da te ne pensi. 

Ed io : Ciò che n' appar quassù diverso, 

Credo clie '1 fanno i cor])i rari e densi. 
Ed ella : Certo assai vedrai sommerso 

Nel falso il creder tuo , se bene ascolti 

L' argomentar, eh* io gli farò avverso. 
La spera ottava vi dimostra molti 

Lumi , li quali e nel quale e nel quanto 

Notar si posson di diversi volti 4. 
Se raro e denso ciò facesser tanto, 

Una sola virtù sarebbe in tutti 

Più e men distributa, ed altrettanto. 
Virtù diverse esser convengon frutti 

Di prìncipi formali , e quei, fuor eh' uno ^, 

Seguiteriano a tua ragion distrutti. 
Ancor se raro fosse di quel bruno 

Cagion , che tu dimandi , od oltre in parte, 

Fora di sua materia s) digiuno 
Esto Pianeta , o sì come comparte 

Lo grasso e '1 magro un corpo , così questo , 

■ Dei primi assiomi. — ^Le macchie della luna. — ^ Dove 
rcsperìenza del senso non arriva. — ^ Le stelle fìsse, ic 
quali stanno neir ottavo cerchio, si vedono diverse, ris- 
petto alla qualità della luce e alla quantità della mole. — 
"> Quello della rarità e densità. 



CANTO H. 293 

Nel suo volume cangerebbe carie '. 
Se M primo tosse , fora manifesto 

Neil' eclisse del Sol , per trasparere 

Lo lume , come in altro raro ingesto. 
Questo non è : però è da vedere 

Dell* altro : e s' egli avvien , chMo l' altro cassi, 

Falsificato fia lo tuo parere. 
S* egli è che questo raro non trapassi , ' 

Esser conviene un termine , da onde 

Lo suo contrario più passar non lassi ' : 
E ìndi r altrui raggio si rifonde 

Così, come color torna per vetro. 

Lo qual diretro a se piombo nasconde ^. 
Or dirai tu, eh* el si dimostra tetro 

Quivi lo raggio più che in altre parti, 

Per esser lì rifratto più a retro. 
Da questa instanzia può diliberarti 

Esperienza , se giammai la pruovi , 

Ch* esser suol fonte a' rivi di vostre arti. 
Tre specchi prenderai , e due rimuovi 

Da te d* un modo ^ e l' altro più rimosso; 

Tr* ambo li primi gli occhi tuoi ritruovi : 
Rivolto ad essi fa*, che dopo *1 dosso 

Ti stea un lume, che i tre specchi accenda, 

E torni a te da tutti ripercosso : 
Benché nel quanto tanto non si stenda 

La vista più lontana , lì vedrai 

Come conVien, eh' egualmente rìsplenda K 
Or come ai colpi degli caldi rai 

Della neve riman nudo *1 suggetlo, 

E dal colore e dal freddo primai , 
Così rimaso te nello *ntellelto 

Voglio informar di luce sì vivace. 



' O la luna sarebbe digiuna in parte di sua materia o 
ammacliierebbe strati densi e strati rari come un corpo so- 
vrai^ne il grasso al magro. — > Onde il denso non lassi 
più passare la luce. ~ ^ Come i raggi penetrano il vetro 
dello specchio fino al piombo. — ^ In ugual distanza. — 
^ Lì pure in quello specchio più lontano vedrai , come di 
necessità la luce non è meno luce, benché sia minor luce. 

25. 



294 DEL PARADISO. 

Che ti tremolerà nel suo aspetto '. 
Dentro dal del della divina pace 

Si gira un corpo, neHa cui virtute 

L' esser di tutto suo contento giace '. 
Lo cìel seguente , eh* ha tante vedute ', 

Queir esser parte, per diverse essenze 

Da Ini distinte, e da lui contenute. 
Gli altri giron per varie differenze 

Le dìstinzioo , che dentro da sé hanno ^ 

Dispongono a lor fini e lor semeiize. 
Questi organi del mondo cosi vanno. 

Come tu vedi ornai , di grado in graiio. 

Che di su prendono , e di sotto fanno. 
Riguarda hcnc a me ^ com' io vado. 

Per questo lago al ver, che tu disiri , 

Si che poi sappi sol tener Io guado. 
Lo molo e la virtù de' santi giri , 

Come dal fabbro 1* arte del martelfo. 

Da* beati motor convien che spiri. 
£ '1 cici , cui tanti lumi fanno bello, 

Dalla mente profonda che lui volve, 

Prende l' image , e fassene succilo. 
E come V alma dentro a vostra polve , 

Per differenti membra, e conformate 

A diverse potcn/ie, si risolve ^; • 
Così r intelligenzia sua bontate 

Moltiplicata per le stelle spiega, 

Girando sé , sovra sua unitate. 
Virtù diversa fa diversa lega 

Col prezioso corpo , eh* eli* avviva , 

^'el qual , sì come vita in voi , si tega. 
Per la natura lieta ^, onde deriva. 

La virtù mista, per lo corpo luce 

Come letizia , per pupilla viva. 
Da essa vicn ciò , che da luce a luce 

Par dilTerenle ,. non da denso e raro : 

I Voglio informarlo di luce di verità tanto vivace die 
scintHlerà nell* appresentartisi avanti. — ^ Contenuto. — 
* Stelle. - * Si Spiega. — & Per la natura lieta ddi* istestt 
intelligenza motrice. 



CANTO HI. 295 



Essa è formai princìpio , clic produce , 
Couforme a sua bontà , lo turbo e *\ chiaro. 



CANTO ni. 

ARGOMENTO. 

In questo terzo canto pone Dante, die nel cerchio della 
Luna si trovano 1* anime di quelle donne, eh* hanno 
fatto Toto, e professione di verginità e religione : ma 
che violentemente n' erano state tratte fuori. Delle quali 
gli vien dato contezza da Piccarda sorella di Forese. 

Quel Sol , che pria d' amor mi scaldò *1 petto * , 
Di bella verità m* avea scoverto , 
Provando, e riprovando, il dolce aspetto : 

Ed io , per confessar corretto e certo 
Me stesso , tanto , quanto si convenne 
Levai il capo a profTerer pia erto. 

Ma visione apparve, che ritenne 
A sé me tanto stretto , per vedersi. 
Che di mia confession non mi sovenne. 

Quali per vetri trasparenti e tersi , 
O ver per acque nitide e tranquille 
Non sì profonde , che i fondi sien persi , 

Tornan de' nostri visi le postille * 
Debili s) , (. he perla in bianca fronte 
Non vien men tosto alle nostre piipiUe 3 : 

Tali vid* io più facce a parlar pronte : 
Ter eh' io dentro all' error contrario corsi 
A quel , eh* accese amor fra 1* uomo e *i (oule «. 

Subito , sì comm' io di lor m' accorsi , 
Quelle estimando specchiati seminanti , 
Per veder di cui fosser, gli occhi torsi , 

E nulla vidi , e ritorsili avanti 
Dritti nel lume della dolce guida , 
Che sorrìdendo ardea negli occhi santi . 

• Quel sole di bellezza, cioè Beatrice. — * I lineamenti. 
— 3 Che non si giunge a scoprire men tosto una perla 
po»ta in mezzo a candida fhmte. — * L'error contrario a 
(tuedo di Narciso. 



296 DEL PARADISO. 

Non Ci maravigliar, perch' io sorrìda , 

Mi disse , appresso *1 tuo pueril colo ' , 

Poi sopra *1 yero ancor lo pie non (ida. 
Ma le rìvolve, come suole , a voto; 

Vere sustanzie son ciò die tu vedi , ' 

Qui rilegate per manco di voto '. 
Però parla con esse , ed odi e ci'cdi , 

die la verace luce , die le appaga , 

Da sé non lascia lor torcer li piedi ' , 
Kd io all'ombra, che parea più vaga 

Di ragionar, drizzàmmi , e cominciai , 

Quasi com' uom , cui troppa voglia smaga : 
O ben creato spirito , che a' rai 

Di vita eterna la dolcezza senti , 

Che non gustala non s'intende mai; 
Grazioso mi fìa, semi contenti 

Del nome tuo, e della vostra sorte; 

Oiid' ella pronta e con occhi ridenti : 
La nostia carità non serra porte 

A giusta voglia , se non come quella S 

Che vuol simile a sé tutta sua corte. 
Io fui nel mondo vergine sorella ^ : 

E se la mente tua ben si riguarda , 

Non mi ti celerà V esser più bella , 
Ma riconoscerai , eh' io son Piccarda , 

Cile posta qui con questi altri beati , 

Beata son nella spera più tarda ^. 
Li nostri affetti, che solo infiammati 

Son nel piacer dello Spirilo Santo, 

Letizian del suo ordine formati 7 : 
E questa sorte, che par giù cotanto. 

Però n' ò data, perchè fur negletti 

Li nostri voti , e voti ^ in alcun canto. 
Ond' io a lei : Ne' mirabili aspetti 

Vostri risplende non so che divino , 

< Pensiero. — ' Per aver mancato al voto da loro fatto. 
— 3 La somma verità , Iddio che le beatifica, non le lascia 
mai mentire. — * La carità di Dio. — * Monaca. — « Nel 
ciel della luna. — ^ Godono per uniformarsi ai voleri dello 
Spirito Santo. — ' Non adempiti in ogni parte. 



CANTO III. 2»7 

Che Ti trasmuta da' primi concetti ' : 
Però non fui a rimembrar festino * ; 

Ma or m' aiuta ciò , clie tu mi dici , 

Si che, '1 raffigurar m' è più latino ^. 
Ma dimmi : yoi , che siete qui felici , 

Disiderate voi più alto loco , 

Per più vedere , o per più forvi amici ? 
Con queir altr' ombre pria sorrise un poco: 

Da indi mi rispose tanto lieta, 

Ch* arder parca d* amor nel primo foco : 
Frate, la nostra volontà quieta 

Virtù di carità , che fa volerne 

Sol quel eh' avemo, e d' altro non ci asseta. 
Se disiassimo esser più superne, 

Foran discordi gli nostri disiri 

Dal voler di Colui , che qui ne cerne "* : 
Che vedrai non capere in questi giri; 

S' essere in cantate è qui necesse , 

E se la sua natura ben rimiri : 
Anzi è formale ad esso beato esse ^ , 

Tenersi dentro alla divina voglia, 

Per eh' una fansi nostre voglie stesse. 
Sì che come noi siam di soglia in soglia 

Per questo regno , a tutto '1 regno piace, 

Com'allo Re, eh* in suo voler ne'nvoglia : 
K la sua volontade è nostra pace : 

Ella è quel mare , al qual tutto si muove 

Ciò , eh' ella cria , o che natura face. 
Chiaro mi fu allor, com' ogni dove 

In Cielo è Paradiso , e sì la grazia 

Del Sommo Ben d' un modo non vi piove ^. 
Ma sì com' egli avvien , s' un cibo sazia, 

E d' un altro rimane ancor la gola 7 , 

Che quel si chiere ^ , e di quel si ringrazia , 
Così fcc' io con atto e con parola , 

Per apprender da lei qual fu la tela, 

I ball* antica conoscenza , talché non vale a farvi ravvi' 
sare in questo nuovo sembiante. — ' Pronto. ~ ^ Facile. 
— * Ne distingue e separa in varie stanze. — * È cosa es- 
senziale a questo essere beato. — <^ Benché non tutti sono 
ugualmente beati. ^ ^ La brama. — ^ Chiede. 



29» DEL PA&AIMSO. 

Onde non trasse hiiiino ai co la spola ■» 
Perfetta vita ed alto «erto incàsU' 

Donna più su , mi 4ÌMe, alla, cui Dormft 

Nel vostro mondo già ti T€ste^e ^ela*; 
Perchè 'n Ano al morir si T^ggbi, e dorma. 

Con quello sposo, eh* ogni Toto accetta. 

Che caritate , a suo piacer» oonforma. 
Dal mondo, perseguirìar giovinetta. 

Fuggimmi , e nel su* abito mi chiosi » 

E promisi la via della sua setta. 
Uomini poi a mal , più eh' a bene usi, 

Fuor mi rapiron della dolce chiostra i 

Dio lo si sa ^ qual poi mia vita fusi 
E quest'altro splendor, che ti si.mostra 

Dalla mia destra parte , e che s* accende 

Di tutto il lume della spera nostra , 
Ciò eh* io dico di me , di sé intende : 

Sorella fu , e co^ le fu tolta 

Di capo r ombra delle sacre bende. 
Ma poi che pur al mondo fu rivolta 

Contra suo grado , e contra buona usanza. 

Non fu dal yel del cuor giammai disciolta. 
Quest' ò la luce della gran Gostanza, 

Che del secondo vento di Soave 

Generò *1 terzo , e T ultima possanza ^. 
Così parlommi : e poi cominciò AVE, 

MARIA , cantando ; e cantando vank) ^ , 

Come per acqua cupa cosa grave. 
La vista mia, che tanto la seguio. 

Quanto possibii fu, poi che la perse, 

Yolsesi al segno di maggior disio, 
K(1 a Beatrice tutta si converse : 

Ma quella folgorò nello mio sguardo 

Sì , che da prima il viso noi sofferse : 
E ciò mi fece a dimandar più tardo. 

' Qual fu il voto eh* et|a non trasse a compinientD. — 
^ Santa Chiara» del (uii Online fu Piccai^. — ^ La quale 
della seconda gloria , e superbia della casa di Svevia, doò 
d* Arrigo V, generò il terio e 1' ultimo Impentoce di 
quella Camiglia Federigo tt. — * Svani. 



CAlTfO JV. 2fl9 



CATNTO IV. 

ARGOMENTO. 

Stando Dante nel medenmo cielo, da Beatrioe dae verità 
gli si manifestano : r«na del luogo de* BeaU. 1* altra della 
volontà mista e della assoluta. Ei pi;c|)oiie iiaa terza 
questione, la quale è del volo , se per quello si fuò sa- 
tisfare. 

Intra due cibi distanti , e movenfì 

D' un modo , prima si morrhi di fame , 

Che liber* uomo V un recasse a* denti. 
Sì si starebbe un agno intra due1)rame 

Di fieri lupi , ìgnalmente temendo : 

Sì si starebbe un cane intra due dam« ^. 
Per che s' io mi Iacea , me non riprendo , 

Dalli miei dubl.j 6* un modo sospinto, 

Poiclì' era necessario , uè commendo.* 
Io mi tacea : ma M mio disir dipinto 

M' era nel viso , e 'I diremidar con elio 

Più caldo assai , che per parlar distinto. 
Fé' sì Beatrice, qual fé* Daniello, 

Nabucodònosor levando d' ira ,' 

Che r avea fatto ingiustamente fello. 
E disse : io veggio ben come ti tira 

Uno ed altro disio , sì die tua cura 

Sé stessa lega sì che ftjor non spira. 
Tu argomenti : Se *! buon voler ^ dura, 

La violenza altrui per qual ragione 

Di meritar mi scema la misura? 
Ancor di dubitar ti dà cagione , 

«'arer tornarsi I anime alle stdle 4, 

Secondo la sentenza di Platone. 
Qufóte sou le quistion , che nd tuo velie ^ 

Pontano ignalmente : e però pria 

* Damme , daim. — * Né riprendo , né lodo , perdié era 
cosa necessaria. — ' La buona volontà die avevano queste 
monache di osservare i loro voti. — * Onde già s'eran par* 
tite. ~ » jLnimo. 



300 DEL PARADISO. 

Tratterò quella , che più ha di felle '. 
De* Serafin colui , che più s' india ', 

Moisè , Samuello , e quel GioTanni , 

Qua] prender vnogli ^, io dico, non Maria, 
Non hanno in altro cielo i loro scanni , 

Che quegli spirti , die mo t' apparirò, 

Né hanno air esser lor più o meno anni *. 
Ma tutti fanno bello il primo giro ', 

E differentemente han dolce yita , 

Per sentir più e men Y etemo spiro. 
Qui si mostraro , non perchè sortita 

Sia quésta s|)era lor, ma per far segno 

Della celestial , eh* lian meu salita^. 
Così parlar conviensi al vostro ingegno , 

Perocché solo da sensato 7 apprende 

Ciò, che fa poscia d' intelletto degno. 
Per questo la Scrittura condiscende 

A vostra facultate, e piedi e mano 

Attribuisce a Dio , ed altro intende : 
E santa Chiesa con aspetto umano 

Gabbrieir e Michel vi rappresenta, 

E r altro, che Tobbia rifece sano. 
Quel che Timeo dell' anime argomenta , 

Non è simile a ciò , che qui si vede , 

Perocché, come dice, par che senta. 
Dice, che V alma alla sua stella rìede. 

Credendo quella quindi esser decisa ^, 

Quando natura per forma la diede. 
E forse sua sentenzia è d' altra guisa, 

Che la voce non suona 9, ed esser puote 

Con intenzion da non esser derisa. 
S' egli intende tornare a queste mote 

L' onor della 'nfluenza e '1 hiasmo , forse 

In alcun vero suo arco percuote. 
Questo principio male inteso torse, 

Già tutto '1 mondo quasi , sì che Giove, 

» Veleno di falsa dottrina. — » S'unisce a Dio. — 3 o 
sia il Battista , o sia V Evangelista. — ^ E rimarranno tutti 
ivi per sempre. — * L'empireo. — « Per indicare eh' egli- 
no tra' beati sono gli infimi. — ' Da oggetto sensibile. — ' 
' Dipartita. - » Da quel che suonino le parole da lui usate. 



CANTO IV. 301 

Mercurio, e Marte a nominar trascorse *, 
L* altra dubitazion , che ti commuove, 

Ha men velen , però che sua malizia 

Non ti porìa menar da me altrove * 
Parere ingiusta la nostra giustizia 

Negli occhi de' mortali , è argomento 

Di fede , e non d' eretica nequizia ^. 
Ma perchè puote vostro accorgimento 

Ben penetrare a questa ventate , 

Come disili, ti farò contento. 
Se violenza è quando quel che pale, 

Niente conferisce a quel che sforza , 

Non fur qcTest' alme per essa scusate : 
Che volontà, se non vuol non s ammorza, 

Ma fa come natura face in foco , 

Se mille volte violenza il torza : 
Per che s' ella ^ si piega assai o poco , 

Segue la forza : e così queste fero. 

Potendo ritornare al santo loco ^ 
Se fosse stato il lor volere intero, 

Come tenne Lorenzo in su la grada ^, 

£ fece Muzio alla sua man severo , 
Così r avria rìpinte per la strada , 

Ond* eran tratte, come furo sciolte : 

Ma così salda voglia è troppo rada. 
E per queste parole , se ricolte 

L' hai come dèi , è l' argomento casso, 

Che t' avria fatto noia ancor più volte. 
Ma or ti s' attraversa un altro passo 

Dinanzi agli occhi tal , che per te stesso 

Non n* usciresti , pria saresti lasso. 
Io t' ho per certo nella mente messo , 

Ch'alma beata non porìa mentire, 

Però eh* è sempre al Primo Vero appresso : 
E poi potesti da Piccarda udire , 

Che r affezion del vel Gostanza tenne , 

Sì che ella par qui meco contraddire. 

* Cioè torse all' idolatrìa. — > Non ti potrebbe far aber* 
rare da me. — ^ Parere ingiusto ciò che Dio opera , è mo- 
li vo di fede e non di eretica pravità. — * La Fiamma. -« 
* Ai monistero. — ^ Graticola. 

26 



302 1^£L PAfiADlSOj. 

Molte fiale già, fiate, addiveniie^ 
Che per fuggir periglio, contio grato ' 
Si fé* di quel , die far non si coaveone: 

Come Almeone , che di ciò pregato 
Dal padre suo , la propria madre spense^ 
Per non perder pietà si fé* spietato. 

A questo punto voglio., die tu pense , 
Che la forza al voler si mischia , e (anno 
Sì » che scusar non si posson V offense. 

Voglia assoluta non consente al danno : 
Ma consentevì intanto , quanto teme 
Se si ritrae , cadere in pia affanno. 

Però quando Piccarda quello spreme % 
Della voglia assoluta intende, ed io 
Deir altra, sì che ver diciamo insieffle. 

Colai fu r ondeggiar del sani» rio , 
Ch' uscì del fonte , ond* ogni ver deriva : 
Tal pose in pace une ed altro disio. 

O amanza del primo amante,' o diva, 
Diss' io appresso , il cui parlar m* innoAda 
E scalda sì , che più e più m* avviva : 

Non è r affezion mia tanto profonda. 
Che hasti a render voi grazia per grazia : 
Ma quei , che vede , e puote , a ciò riaponda. 

Io veggio hen , che giammai non si sazia 
Nostro intelletto , se 1 ver non io illuatfa. 
Di fuor dal qual nessun vero ai spazia. 

Posasi in esso come fera iu lustra \ 
Tosto che giunto T ha : « giuii^er puollo. 
Se non ciascun disio sarebbe /rt£«^a : 

Nasce per quello a guisa 4i rampollo 
Appiè del vero il dubbio : ed è natura, 
Ch* al sommo piuge noi di collo in jCoUo. 

Questo m* invita, questo m* assicura 
Con riverenza , Donna , a dimandarvi 
D* un* altra verità, che m* è oscura. 

Io vo* saper se 1* uom può soddisfarvi 
A' voti manchi sì con'altti beni , 

^ Grado» incUnaEÌone. — ' Eiprime. -^ ^ Donna alitata 
da Dio. — * Tana , covile. 



CANTO V. ^ 303 



Cli* alla vostra stadera non sien parvi. >. 

Beatrice mi guardò con gli ocdU fàem 
Di fayillc d* amor, con sì divini , 
Ctie, vinta mia virtù», diedi le reni^ 

E quasi mi perdei eoa g}i occhi cluni. 



CàNTO V. 

ARGOMETnrO. 

Solve il dubbio d* intomaa* voti bobro^ nel canto ék sopra 
Poi sale al seconda dei» eh* è qmì dkìÈtnxuio, dove 
U'ova infinite anime;, usa delle qjsali se gli oCferiace a 
jsoddisfare ad ogni sua dimaMla. 

S' io ti fiammeggio ' nei caldo d' amore 

Di là dal moda, che 'h terra si vede, 

Si die degli OGcbi tuoi vinco 1 valore, 
Non ti maravigliar : che ciò procede 

Da perfetto veder, che come apprende , 

Cosi nel bene appreso muove '1 piede, 
lo veggio ben sì come già risplende 

Nello 'utelletto tuo r eterna hice, 

Che vista sola sempre amore accende : 
E s' altra cosa Vostro amor seduce, 

Non è se non di quella alcun vestigia 

Mal conosciuto , che quivi traluce. 
Tu vuoi saper se con altro servigio , 

Per manco voto si può render tanto. 

Che r anima sicuri di litigio ^. 
Sì cominciò Beatrice questo canto r 

E sì com' uom , che suo parlar non spezza. 

Continuò così M processo ^ santo. 
Lo maggior don , che Dio per sua largiiezza 

Fesse creando, e aHa sua bontate 

' Con altre opere pie, che pesate nelle Wlance della di- 
vina giustìzia non siano insufficienti a stabilir reqniiibrio. 
— 2 Io ti apparisco fiammeggiante nel divino amore. — 
3 Uberi da ogni Dtlgio colla divina giustizia. — * L'an- 
damento. 



304 DEL PARADISO. 

Più conformato , e quel eh* ei piti apprezza , 
Fu della volontà la liberiate , 

Di che le creature intelligenti , 

£ tutte e sole furo e son dotate. 
Or ti parrà, se tu quinci argomenti, 

L' alto valor del voto, s* è sì fatto, 

Che Dio consenta, quando tu consenti : 
Che nel fermar tra Dio e Y uomo il patto , 

Vittima fassi di questo tesoro, 

Tal , qual io dico , e fassi col suo atto. 
Dunque, che render puossi per ristoro? 

Se credi bene usar quel eh* hai offerto , 

Di mal tolletto vuoi far buon lavoro '. 
Tu se' omai del maj^or punto certo. 

Ma perchè santa Chiesa in ciò dispensa. 

Che par centra lo ver, eh* io t' ho scoverto; 
Convienti ancor sedere un poco a mensa, 

Perocché '1 cibo rigido, eh* hai preso. 

Richiede ancora aiuto a tua dispensa *. 
Apri la mente a quel eh' io ti paleso, 

E fermai vi entro : che non fa scienza, 

Senza lo ritenere , avere inteso. 
Due cose si convengono ali* essenza 

Di questo sacrificio : 1' una è quella, 

Di che si fa; l' altra è la convenenza ^. 
Quest* ultima giammai non si eancella , 

Se non servate , ed intorno di lei , 

Sì preciso di sopra, si favella : 
Però necessitalo fu agli Ebrei 

Pur r offerire, ancor che alcuna offerta 

Si permutasse , come saper dèi. 
L* altra , che \rer materia t' è aperta, 

Puole bene esser tal, clic non si falla, 

Se con altra materia si converta. 
Ma non trasmuti carco alia sua spalla 

Per suo arbitrio alcun , senza la volta 

£ della chiave bianca, e della gialla ^ ; 
Ed ogni permutanza credi stolta, 

' Vuoi far opera buona di bene ingiustamente tolto. — 
' Digestione. — ^ I/ima ò la materia del voto, Toltra òli 
patto stesso. ~ * Senza l'autorità della chiesa. 



CANTO V. 305 

Se la cosa dimessa in la sorpresa ', 

Come '1 quattro nel sei , non è raccolta '. 
Però qualunque cosa tanto pesa 

Per suo Talor, che tragga ogni bilancia, 

Soddisfar non si può con altra spesa. 
Non prendano i mortali il voto a ciancia : 

Siate fedeli , ed a ciò far non bieci ^ , 

Come fu lepte alla sua prima mancia ^ : 
Cui più si convenga dicer : Mal feci , 

Che servando far peggio : e cosi stolto 

Ritrovar puoi lo gran Duca de' Greci : 
Onde pianse Ifigenia il suo bel volto , 

E fé* pianger di sé e i folli e i savi , 

Clì* udir parlar di così fatto colto ^. 
Siate, Cristiani, a muovervi più gravi : 

Non siate come penna ad ogni vento, 

£ non crediate , eh' ogni acqua vi lavi. 
Avete '1 vecchio e '1 nuovo Testamento , 

E '1 Pastor della Chiesa, che vi guida : 

Questo vi basti a vostro salvamento. 
Se mala cupidigia altro vi grida. 

Uomini slate , e non pecore matte, 

Sì che '1 Giudeo tra voi di voi non rida. 
Non fate come agnel, de lascia il latte 

Della sua madre, e semplice e lascivo 

Seco medesmo a suo piacer combatte. 
Così Beatrice a me com* io scrivo : 

Poi si rivolse tutta disiante 

A quella parte, ove '1 mondo è più vivo ^. 
Lo suo piacer, e '1 tramutar sembiante 

Poser silenzio al mio cupido 'ngegno, 

Che già nuove quistioni avea davante. 
E sì come saetta, che nel segno 

Percuote pria, che sia la corda quela, 

Così corremmo nel secondo regno 7. 
Quivi la donna mia vid* io sì lieta 

' Scelta in seguito, sostituita. — ' Contenuta. — ^ Incon- 
siderati. — * Alla sua prima retribuzione che promise a 
Dio. — ^ Di così fatto culto e sacrilego sacrifìcio. — " Al 
cielo. -^ ' II cielo di Mercurio. 

26. 



306 DEL I^AJIADISO. 

Come nel lume di qnef del si mise , 

Che più lucente sene fi^ il Pineta. 
E se la stella si cambiò e r^, 

Qual mi fec'^fer, ehe pur cR ni» 

Trasmutabile son fer toCteciilge! 
Come in peschfera, elf è tranqiiflfei • poi». 

Traggono i pesci a de , efce Tieit di ftml 

Per modo , che to sfimAi-for paulwa t 
Sì vid' io ben più di mille splendevi 

Trarsi ver nof , ed m eiiascini sT «dte. 

Ecco chi crescerà li nosfrf amori : 
E sì come ciascuno a noi Tenki, 

Vedeasi 1* ombra piene dlVetiiia 

Nel folgor chiaro , che (ff M nsehi. 
Pensa , Lettor, se quel eheqvi s-' inliia:^ 

Non procedesse, come tn arriiestl 

Di più savere stigosdeBa earì«ia ' : 
E per te vedrai , come da cfuesti 

M* era 'n disia éT odfr lor cen4larfeaf , 

Sì come agli ocefti mi ter raenlfesti. 
O bene nato , a cui veder If treni 

Del trionfo eternai concede grama 

Prima che fa milizia * s' abbandoni; 
Del lume ^, che per fatto 'ì del si spani ,. 

Noi semo acoesi : e però se disi! 

Da noi chiarirli^, a tuo piacer ti saràb. 
Così da un di quelli spirti pii 

Detto mi fu ; e da Beatrice s Di* df 

Sicuramente, e credi eemea Dii. 
f veggio ben sì come tn tf annidi 

Nel proprio lume , e che da gli «echi il> haggi r 

Perch' ei corrusca, sieome tv iW'i : 
Ma non so chi tu se', né perchè' aggi y 

Anima degna, il dirado della speKa*, 

Che si vela a' mortai eon giiaUriii raggi ;< 
Questo diss' io diritto alla Imnlera , 

Che pria m' avea parlato : ond' ella fessi 

Lucente pia assai di quel chi* eli' era. 

> Carestia, privazione. — > l^a vita mopl&lc o il 
della chiesa militante. — * Cioè la cavitai. -« « Per lo e 
tanto più rìsplende . quanto-pMv ti al«gr^e giObUi» 



CANTO VI. 307 

Sì come '1 Sol , che si cela egH stessi 

Per troppa luce , quando 1 eMo ha rose 

Le temperanze de' vapori spessi : 
Per più letizia , sì mi si nascose 

Dentro al suo raggio la llgnra santa , 

E 00^ chiusa chiosa mi rispose : 
Nel modo, che 1 segnente canto canta. 



CANTO VI. 

ARGOMENTO. 

V anima offertasi a Dante di soddisfare alle sue dimande , 
dimostra essere Glwtiniaiio Tmperadore, e raccontagli le 
sue azioni, e come egli cotpmk e rìrormò le feggù 

Posdachè Costantin r aquila valse 

Ck)Dtra r corso dA ciel » che la seguie. 

Dietro all' antico , che Lavina tolse * ; 
Cento e cent' anni e piti T ceel di Dio 

Nello stremo d' Europa si ritenne 

Vicino a' monti ', de' quai prìnaa uscio : 
E sotto l' ombra delle «acre penne , 

Governò 1 mondo lì, dì ouhio in mano, 

E s^, cangiando in su la mia pervenne \ 
Cesare fili, e son Giustiuiano, 

Che per voler dd primo Amor eh^* io senta , 

D' entro alle leggi tirassi il troppa e '1 vane ^ : 
£ prima eh' io alF opra fossi attento, 

tJna. natura in Cristo esser, non pine , 

Credeva, e di tal fedle era contento*. 
Ma il benedetto Agabilo, cheftie 

Sommo Pastore, alla Me sincera 

* Fosciachè Costantino mosse raqjnila da occidente in 
oriente , contro il giro die fa il ciela, e che fu tenuto dall' 
aquila stessa quando Enea la trasportò dall' oriente ali* oc- 
cidente. — ' Monti di Troia. — ^ Successivamente dt uno 
in un altro Imperatore passando, pervenne finalmente 
neile mie mani. — * Per ispirazione dello Spirito Santo 
tolsi via dalle leggi il superfluo. 



308 DEL PARADISO. 

Mi dirizzò con le parole sue . 
Io gli credetti : e ciò die suo dir era, 

Veggio ora ciliare , sì come tu vedi 

Ogni contraddizione e fòìsa e vera. 
Tosto che con la Chiesa mossi i piedi, 

A Dio , per grazia piacque d* inspirarmi 

L* alto lavoro * , e tutto in lui mi diedi. 
V. al mio Bellisar commendai V armi , 

Cui la destra del Ciel fu s) congiunta, 

Che segno fu , eh' io dovessi posarmi. 
Or qui alla quistion prima s* appunta 

La mia risposta, ma sua condizione 

Mi stringe a seguitare alcuna giunta : 
Perchè tu veggi con quanta ragione 

Si muove centra '1 sacrosanto segno ' 

E iìhi r appropria, e chi a lui s* oppone^. 
Vedi quanta virtù V ha fatto degno 

Di reverenza ; e cominciò dall' ora, 

Che Pallante mori per darli regno. 
Tu sai eh* e* fece in Alba sua dimora 

Per trecent' anni , ed oltre infino al fine. 

Che i tre ^ pugnar per lui ancora. 
Sai quel , che fé' dal mal delle Sabine 

Al dolor di Lucrezia in sette regi , 

Vincendo 'ntorno le genti vicine. 
Sai quel che fé*, |)ortato dagli egregi 

Romani incontro a Brenne , incontro a Pirro, 

Incx)ntro agli altri principi e collegi ^ : 
Onde Torquato, e Quinlio , che dal cirro ^ 

Negletto fu nomato , e Deci , e Fabi 

Ebber la fama , che volentier mirro 7. 
Esso atterrò V orgoglio degli Arabi , 

Che diretro ad Annibale passare 

L' alpestre rocce , Pò , di che tu labL 
Sott' esso giovanetti trionfare 

Scipione e Pompeo, ed a quel colle ^, 

Sotto '1 qnal tu nascesti , parve amaro. 

» La riformazione delle leggi. — * L'aquila Imperiale.-* 
3 Cioè il Ghibellino e il Guelfo. — * I tre Orazj controj 
tre Curiazj. — * Collegati. — « Capello. — ' Spargo » 
mirra, rendo immortale. — > Fiesole. 



CANTO VI. 309 

Poi presso al tempo , che tutto *ì Clcl volle 

Ridur Io mondo a suo modo sereno ' 

Cesare, per voler di Roma il tolle : 
£ quel che fé* da Varo insino al Reno , 

Isara vide ed Era, e vide Senna, 

Ed ogni valle, onde'l Rodano è pieno. 
Quel che fé' poi eh' egli usci di Ravenna, 

E saltò '1 Rubicon , fu di tal volo. 

Che noi seguiteria lingua né penna, 
in ver la Spagna rivolse lo stuolo : 

Poi ver Durazzo , e Farsaglia percosse 

Sì , che '1 Nil caldo sentissi del duolo. 
Antandro eSimoenta, onde si mosse, 

Rivide, e là dove Ettore si cuba ^ , 

E mal per Tolommeo poi si riscosse. 
Da onde venne folgorando a Giuba : 

Poi si rivolse nel vostro occidente , 

Dove sentìa la Pompeiana tuba. 
Di quel che fé' col baiulo seguente ^ , 

Bruto con Cassio nello 'nfemo latra, 

E Modona e Perugia fu dolente. 
Piangene ancor la trista Cleopatra, 

Che , fuggendogli innanzi , dal colubro 

La morte prese subitana ed atra. 
Con costui * corse insino al lito rubro ; 

Con costui pose '1 mondo in tanta pace , 

Che fu serrato a Giano il suo delubro. 
Ma ciò che'l segno, che parlar mi face, 

Fatto avea prima, e poi era fatturo 

Per lo regno mortai eh' a lui soggiace, 
Diventa in apparenza poco e scuro , 

Se in mano al terzo Cesare ^ si mira 

Con occliio chiaro , e con affetto pu ro : 
Che la viva giustizia, che mi spira, 

Gli concedette in mano a quel eh' io dico ; 

Gloria di far vendetta alla sua ira. 

• Ridurre il mondo tutto in pace- — » Giace sepolto. — 
> Di quel che fé* poi questo segno dell* aquila con chi lo 
portò dopo Giulio Cesare, cioè con Augusto. —* Augusto. 
— * Tiberio, sotto il cui imperio fut dagli Ebrei crocifisso 
il Pigliuol di Dio. 



310 DEL PARADISO. 

Or qui t* anamfra in dò eh' io ti replico. 

Poscia con Tito a far Tendetta corse 

Della vendetta del peccato antico '. 
K quando '1 dente Longobardo inocse 

La santa Chiesa , sotto alle sne àS 

Carlo Magno, vincendo , la soccorse. 
Ornai puoi giudicar di qoe'cotal!, 

eh* io accusai di sopra , e de'Tor fall!, 

Che son cagion di tutti i vostri mali. 
L' uno al pubblico segno i gigli gialli 

Oppone ' , e T altro appropria quello a porte,' 

Sì eh' è forte ^ a veder quat più si felli. 
Faccian gli Ghibellin , faccian lor arte 

Sott' altro segno : die mal segue quello 

Sempre chi la giustizia e lui diparte : 
E non r abbatta esto Carlo novello 

Co* Guelfi suoi , ma tema degR aitigli, 

eli' a più alto leon trasser Io rtìXo. 
Molte fiate già pianser li figli 

Per la colpa del padre : e non si creda , 

Che Dio trasmuti V armi, per suoi giglf. 
Questa picciola stella si correda *• 

De* buoni spirti, che son stati attivi, 

Perchè onore e fama gli succeda^ : 
E quando li desiri poggian quivi , 

Sì disviando, pur convien , che i rag^ 

Del vero amore in su poggin men vivi. 
Ma nel commensurar de' nostri gaggi 7 

Col merto, è parte di nostra letìzia. 

Perchè non li vedèm minor né maggi '. 
Quinci addolcisce la viva giustizia 

in noi r affetto si, die non si puote 

Torcer giammai ad alcuna nequizia. 

' Colla distruzione di Gemsalemine fece vendetta. — 
Della crocifissione di Cripto, la quale fa la. vendetta, cbc 
Dio si prose del peccato d' Adamo. — ^ AH* aquila impe- 
riale i gi^ d* oro di Francia, e questi sono l Gadfi. — 
^ Gli altpi si appropriano, e fanno del suo poctito <|Bei se- 
gno deli* ac|uila che pHbUico e di tutti esser dovrebbe.. -- 
* Bifficile. — ^Lj^ slelfr de Mercoritt si adorna* — * Che 
hanno operato azioni lodevoli, per lasdart. dopa di sé 
onore e fama. — ' Premj. — » Maggiori. 



CANTO VU 311 



Diverse voci fauno dold note : 
Così diversi scanoi * in uofitra viti 
Rendon dolce armonia tia«piefÉe ivate. 

E dentro alla presente aEiar^Uerita 
Luce la luce dà Aomèe , àk cui 
Fu r opra grande e bella Mai jgradita. 

Ma i Provenzali , cbe fer ooBtm lui. 
Non lianno riso : e però mai caAmiiiìa, 
Qual si fa danuo dei ben £w d* aki«i. 

Quattro figlie ebbe , e ciascuna reina 
Bamondo Berlingliieri , e ciò ^ ieoe 
Romèo persona umile e perenna : 

E poi il mosser le parole biece ^ 
A dimandar ragioiie a questo giusto , 
Che gli assegnò sette e cinque fer diece. 

Indi partissi povero e vetusto : 
£ se '1 mondo sapesse *l ct»or, dì* egli 
Mendicando sua vita a frusto a fnislo , 

Assai lo loda , e più lo loderebbe. 



CANTO VII. 

ARGOMENTO. 

Sparito Giustiniano con le altre anime, a Dante nacituera 
alcuni dubbj quanto alla redenzione umana, ed al modo 
dì e&sa redenzione. 1 quali gli sono risolti da Beatrice , 
e da lei provalogH apijresso Y immortalitk dclf anima, e 
la resurrezione de' corpi. 

Osanna Sanctus Deus Sabojoth, 

Superillus trans claritate tua 

Felicesignes horum malahoth^ : 
Cosi volgendosi alla nota sua 

Fn tìso a me cantare essa sustanza , 

Sopra la qual doppio lume s' indua ^ : 

« Gradi di gloria. » Stella di Mercurio. - ^ Bieche, ini- 
quede* suoi cortigiani. — * Sia gloria a te, o Dio degli 
eserciti cbe spargi il lume della chiarezza tua sopra i beati 
spiriti di «luesti rti^i. — ^ S'accoppia la gloria delle 
leggi e qudla delle armi. 



312 DEL PARADISO. 

Ed essa., e l' altro mossero a sua dama» 

£ quasi velocissime faville. 

Mi si velar di subita distanza. 
Io dubitava , e dicea : Dille dille. 

Fra me , dille , diceva , alla mia donna , 

Che mi disseta con le dolci stille : 
Ma quella reverenza, che s* indonna 

Di tutto me, pur per B e per I C E , 

Mi richinava come V udm eh' assonna. 
Poco sofferse me cotal Beatrice , 

£ cominciò , raggiandomi d* un rìso , 

Tal che nel fuoco farìa T uom felice : 
Secondo mio infallibile avviso ', 

Come giusta vendetta giustamente 

Punita fosse, t* hai in pensiermiso : 
Ma io ti solverò tosto la mente. 

E tu ascolta , che le mie parole 

Di gran sentenziati faran presente *. 
Per non soffrire alla virtù , che vuole 

Freno a suo prode , queir uom , che non nacque ' 

Dannando sé, dannò tutta sua prole : 
Onde r umana spezie inferma giacque 

Giù per secoli molti in grande errore , 

Fin eh' al Verbo di Dio di scender piacque. 
U* la natura, che dal suo Fattore 

S' era allungata , unìo a sé in persona. 

Con r alto sol del suo eterno amore. 
Or drizza *ì viso a quel che si ragiona. 

Questa natura al suo Fattore unita, 

Qual fu creata , fu sincera e buona : 
Ma per sé stessa pur fu isbandita 

Di Paradiso, perocché si torse 

Da via di verità e da sua vita. 
La pena dunque, chela croce porse, 

S' alla natura assunta si misura, 

Nulla giammai sì giustamente morse : 
E così nulla fu di tanta ingiura , 

Guardando alla persona , che sofferse, 

■ ' Quant' io certamente conosco. - * Dono, regalo. — 
' Adamo per non soffrire^ a suo prò, freno alla virtù cfce 
vuole , cioè alla volontà. 



CANTO VII. 313 

In che era contratta tal natura. 
Però d' un atto uscir cose diverse : 

Ch* a Dio, ed. a' Giudei piacque una morte : 

Per lei tremò la terra , e *1 Gìel s' aperse. 
Non ti dee oramai parer più forte , 

Quando si dice, che giusta vendetta 

Poscia yengiata fu da giusta corte >. 
Ma io Yeggi' or la tua mente ristretta 

Dì pensiero in pensier dentro ad un nodo , 

Del qual con gran disio solver s' aspetta. 
Tu dici. Ben discemo dò, ch* io odo : 

Ma perchè Dio volesse, m' è occulto, 

A nostra rcdenzion pur questo modo. 
Questo decreto , frate,sta sepulto 

Agli occhi di ciascuno , il cui ingegno 

Nella fiamma d' amor non è adulto. 
Veramente , però eh' a questo segno 

Molto si mira, e poco si discerne, 

Dirò perchè tal modo fu più degno. 
La divina bontà , che da sé speme 

Ogni livore ' , ardendo in sé sfavilla. 

Sì che dispiega le bellezze etern*. 
Ciò che da lei senza mezzo ^ distilla. 

Non ha poi fine , perchè non si muove 

La sua imprenta , quand' ella sigilla. 
Ciò che da essa senza mezzo piove , 

Libero è tutto , perchè non soggiace 

Alla virtute delle cose nuoYe\ 
Più r è conforme, e però più le piace : 

Che r ardor santo , eh' ogni cosa raggia , 

Nella più simigliante è più vivace ^. 
Di tutte queste cose s' avvantaggia 

L' umana creatura, e s' una manca. 

Di sua nobilita convien che caggia. 
Solo il peccato è quel che la disfranca ^, 

£ falla dissimile al Sommo Bene, 

Perchè del lume suo poco s' imbianca : 

* Da giusto giudice. — > Da se rimuove tutti gli effetti 

contrari alla carità. — * Immediatamente. — * Le cause 

•cconde. — * È più vivo neUa cosa che più a Dio rassomi- 

dia. — << La fa serva e schiava. 

27 



31é DELPAEAOiSO. 

K<1 in sua dignità mai DOBrMeae, 
Se non rìempie dove tok^ «rata , 
Contra mtì é Jdtar orni ghKle pmt. 

Vostra natura qaamAo p&ooò tota 
Nel seme suo S da qfMflte4igÉMtfi, 
Come di Paradiso la remote : 

Nò ricovrar poteasi , so ta knéi 
Ben sottilmente , per Éloinn w#a , 
Senza passar per un di «faesiti g«»AÌ : 

O che Dio solo per sua oovtesia 
Dimesso ' avesse, oche f uom per sé Iko 
Avesse soddisfatto a Ma MUa. 

Ficca mo Y occhio peresCro 1* akite* 
Dell' eterno consiglio, quan^paot 
Al mio parlar distretttMente iiiso. 

Non potea l' uomo ne* temiai eooi ^ 
Mai soddisfar, per weii pa te n e ir gittw 
Con umiltate, obliedieiìiia poi. 

Quando disubbidendo intese ir tmm : 
K questa è la ragion , perebè V fioalae 
Da poter soddisfar, per sé, éìmkimto. 

Dunque a Dio convcala cmi lem tue ^ 
Riparar V uomo a sua iutera ivte. 
Dico con r una , o ver cou ambedoe 

Ma perchè Y ovra tattto -è più 9:aéita 
Dcir operante , quanto più appresenia 
Della bontà dei cuore, oad' è aseite; 

La divina bontà, che '1 moudo iBqveala S 
Di proceder per tutte le sue vie 
A rilevarvi suso fu conteata : 

Nò tra r ultima notte, e 1 primo die 
Sì alto e s) magnifico processo , 
O per r uno, o per 1* Aito fne* o £e^. 

Che più largo fu Dìo a dar sé stesso , 



' Quando tutta prevaricò nella prevaricazione del pnut 
progenitore. — ^ Perdonato. — ^ Rimanendo nel suo e- 
sere. — * La via della misericordia, e la via della giosi 
zia. — ^ Unprtme la «uà iiiunasiae nel aondo. — ^ £<^*' 
primo dt delia cveaMkmt' del moado fino aU* ultima noU 
delia §Ha distruzioae, nò fu ne sarà aaai un procedere » 
sublime. 



CAirrO Tff. 3T5 

hr fiiir r uom sufficiente a rilevarsi , 

Che s' egli avesse sol «la sé dioiesso. 
£ tulli gli altri modi erano scarsi 

Alla giustizia , se 1 FiglìiKri £ Dio 

Non fosse umiliato ad incarnarsi. 
Oi pes empkrti bene ogni disio , 

Ritorno a £dùarare ia aiuto U>co, 

Perdiè tu veggi li così y, ooin' io. 
Tu dici : Io Teggio V aere^ io veggio *ì kcQ , 

L* acqua, e la terra , e tutte lor misture 

Venire a corruzione, e durar poco : 
£ queste cose pur fnr creatore : 

Per che se ciò eh' h» detto , è stato vero , 

Esser dovrian da eormzion sfctrre. 
Gli Angeli , frate , e M paese sincero , 

Nel qual tu se% dir si posson creati *, 

Sì come sono in loro essere intero : 
Ma gli elementi , che to hai Bomati , 

£ qpelle rose, che dì ler tà fanno, 

Da creata virtù 90ii9Ìiifonnati. 
Creata fu la materia, cfif^egH hanno : 

Creata ttt Is virtù failòmiante 

In queste stelle , che 'ntomo a lor vanno. 
L* anima d' ogni Intito , e delle piante 

Di complession potenziata tira 

Lo raggio e '1 moto delle luci sante. 
Ma nostra vita senza mezzo * spira 

La somma benlgnanza , e T innamora 

Di sèf sì che poi sempre "h dlsinr. 
£ quinci puoi argomentare ancora 

Vostra resurreziou , se ta ripensi 

Come r umana carne fessi allora , 
Che li primi parenti intramho fensi. 

» Cioè immediaUmente da Dio. — « Di cause seconde. 



316 DEL PARAIMSO. 



CANTO Vili. 

ARGOMENTO. 

Ascende il Poeta dal cielo di Mercurio a quel di Venere, 
nel quale trova Carlo Martello Re d* Ungheria : dal cà 
parlare essendogli nato un dubbio, come di buono, e 
virtuoso padre possa nascer reo e tÌzìoso figliiiolo, 
quello da esso Martello gli è risolto. 

Solea creder lo mondo in suo pendo , 

Glie la bella Ciprigna il folle amore 

Raggiasse , Tolta nel terzo epiciclo ' ; 
Per cbè non pure a lei faceano onore 

Di sagrifìcj , e di votìTO grido 

Le genti antiche neir antico errore : 
Ma Dione onoravano e Cupido , 

Quella per madre sua, questo per figlio, 

K dicean , cir ei sedette in grembo a Dido : 
E da costei , ond' io principio piglio , 

Pigliavano '1 vocabol della stella , 

die '1 Sol vagheggia or da coppa, or da ciglio '. 
lo non m* accorsi del salire in ella : 

Ma d* esserv' entro mi fece assai fede 

La donna mia eh* io vidi far più bella. 
E come in fiamma favilla si vede 

£ come in voce si discerne. 

Quando una è ferma, e V altra va eriede, 
Vid' io in essa luce altre lucerne 

Muoversi in giro più e men corrènti , 

Al modo , credo , di lor viste eterne ^. 
Di fredda nube non disceser venti, 

O visibili o no , tanto festini , 

Che non paressero impediti e lenti, 
A chi avesse quei lumi divini 

Veduto a noi venir, lasciando '1 giro 

' n mondo solea credere , per suo danno . che Venere in- 
spirasse il col|)evole amore nel terzo cielo. — » E da Venere, 
da cui io incomincio questo canto, chiamavano la stella, 
cui vagheggia il sole or di dietro ed ora davanti. — ' Se- 
condo la diversità della loro beata visione. 



CANTO vm. 3iy 

Pria cominciato in gli alti Serafini ' : 
£ dietro a quei, che più *nnanzi apparirò , 

Sonava Osanna, sì che unque poi 

Di riudir non fui senza disiro. 
Indi si fece 1* un più presso a noi , 

E solo incominciò : Tutti sem presti 

Al tuo piacer, perchè di noi ti gioi '. 
Noi ci volgiam co' Principi celesti 

D' nn giro e d' un girare e d* una sete, 

A' quali tn nel mondo già dicesti : 
Voi, che intendendo ^ il terzo ciel movete : 

£ sem à pien d' amor, che per piacerti , 

Non fia men dolce un poco di quiete. 
Poscia che gli occhi miei si furo offerti 

Alla mia donna reverenti, ed essa 

Fatti gli aveadì sé contenti e certi ^, 
Rivolsersi alla luce , che promessa 

Tanto 8* avca, e' di' chi se' tu^fue 

La voce mia di grande affetto impressa. 
O quanta , e quale vid' io lei far piùe 

Per allegrezza nnova, che s' accrebbe, 

Quand' io parlai ali* allegrezze sue : 
€k>8Ì fatta ^ mi disse , il mondo m' ebbe 

Giù poco tempo : e se più fosse stato, 

Molto sarà di mal , che non sarebbe ^. 
La mia letizia mi ti tien celato , 

Che mi raggia dintorno , e mi nasconde. 

Quasi animai di sua seta fasciato. 
Assai m' amasti , ed avesti bene onde : 

Che s' io fossi giù stato , io ti mostrava 

Di mio amor più oltre , che le fronde. 
Quella sinistra riva , che si lava 

Di Rodano , poicli' è misto con Sorga , 

Per suo signore a tempo m' aspettava : 
E quel* corno d' Ausonia , che s' imborga 

* n moto circolare cominciato da' Serafini in più alto 
cido. — ' Gioisca. — ' Con intendimento. — * Contenti 
per il suo consenso e certi di averlo ottenuto per il non 
dubbioso cenno con cui corrispose. — ^ Cioè più lucente 
e vaga a vedersi. — ^ Non avverrebbe molto male che 
avverrà. 

27. 



31S DEL PARADISO. 

Di Bari , di Gaeta, è 4i €rolMft» 

Da onde Tronto^ e Tefdir ki mare sgwg»*. 

Fulgeami già in fronte li 
Di quella terra ', che 'I 
Poi che le ripe TedeaolM» 

E la bella Trinacria^, cbeenng» 
Tra Pachino e Pelora sopra fgoffi^. 
Che riceve da Euro maggior brig», 

Non per Tifeo , nm per maemte soHi»; 
Attesi avrebbe li suoi regf ^ aaeor» 
Nati per me di Càrfc^ e di Itkfoiror, 

Se mala signoria , ^ktr tempre aoeonm 
Li popoli suggett^, MR avMM 
Mosso Palermo ' a gridar : Wortt, nora. 

E se mio frate quest» anti^vedaMO, 
L' avara povertà df CMhgmt 
Già (uggirla , percliè noi» gii offiMasM^ : 

Che veramente proTveder bisogna 
Per lui , peraftmf , sì- eft' a su* ftire» 
Carica più di carco non ti pogn» : 

La sua natura , ehe di terga parea 
Discese', avria mMtier A talmBfaria, 
Che non curasse di metterei» arca**. 

Perocch* io 9 credo, chef alta Mizia, 
Che '1 tuo parlar nf infonde , sftf^orni^ 
OV ogni ben si termina, eV ìoM» , 

Per te si veggia , come la vegg'fO'; 
Grata m' è più , e anche questo ho t9r9't 
Perchè '1 disceml , rìrairander in f>ié^ *<*. 

Fatto m* hai lieto : e così mi fàì driaro-. 
Poiché parlando a dubitar m'^IW» uioìb». 



* Cioè la Provenza e il regno di NapolL — ' LUn||ha- 
ria. ~ 3 La Sicilia. — * La Sicilia non si sarebbe rìbeffiib 
alla nostra casa. — ' Nel celebre Vespro Siciliano. — •rfcn 
trìbolaflM qiiei popoli. — ' Che daUa larga, e liberal natan 
d«' luoL antenati degenerando discese e naeqiut parca, itt- 
clinata all' avarizia. — ' Di tali ministn e nCfiziali die 
non fossero avari. •— '^ Cioè Dante ehe entra a parlarOi.^ 
*<* Ed anco questa cosa mi è cara, che vedi iimirando in 
Dio. come in specchio ciò di che parli. 



CAprro vili. 3(9 

Come uscir può di dbfee seme amarù ^ 
Questo io a lui : ed egU a me : S' io posm 
Mostrarti un vero , a qcK^ die tu dimandi , 
Terrai *1 viso , come tieni 1 dosso *. 
Lo ben , che tutto '1 regno , elle tn scaiMfi, 
Volge e contenta , fa esser virtute 
Sua previdenza in questi corpi grandi ^ : 
E non pur le nature provvedute 
Son nella mente , eh* è da sé periata , 
Ma esse insieme con la lor salute. 
Per che quantunque questo arco saetta , 
Disposto cade a provveduto fine , 
Sì come cocca in suo segno diretta. 
Se ciò non fosse , il eie! , che tn cammfne, 
Producerebbe si li suoi effetti , 
Che non sarebbero arti , ma mine * : 
E ciò esser non può, se gT intelletti , 
Che muovon queste stelle, non son manchi, 
E manco '1 primo, che non gli ha perfetti. 
Vuo' tu che questo ver più ti s'imbianchi ^? 
Ed io : Non già; perchè iinpossibil veggio. 
Che la Natura, in quel ch'^è^uopo , stanchi. 
Ond' egli ancora : Or di^ sarebbe iT peggio 
Per r uomo in. terra , se non fosse cive ^ ? 
SI 9. cispos' io K e qui ragion non cheggio. 
E può egli esser, se giù non si vive 
Diversamente , per diversi ufìci ? 
No 9 se *1 maestro vostro 7 ben vi scrive. 
Si venne deducendo insino a quici : 
Poscia conchiuse : Dunque esser diverse 
Convien , de* vostri effetti , le radici : 
Permeile un nasce Solone , ed altro Serse , 
Altro Melchisedech, ed altro quello 

* Cioè di padre liberale e buono , figliuolo avaro e mal- 
vagio. - 3 Rimarrai illuminato ad intendere ciò che ora 
non intendi , sicché 1* avrai davanti agli occhi , e non più 
dietro alle spalle. — ^ Iddio fa che la> virtù infusa nelle sfere 
edesti tenesse luogo delia sua provvidenza nell* influire so- 
pra le creature. ^ * Cose fatte a disegno, ma a caso e però 
da non potersi lungamente conservare nel suo essere. — 
^ TI si dimostri più chiaro. — ® Vivesse in società. — '' Arìs- 
toUle. 



320 DEL PARADISO. 

Che volando per Y aere , il figlio perse. 
La circular natura, cir è suggello 

Alla cera mortai, fa ben gu' arte. 

Ma non distingue V un dall' altro ostello*. 
Quinci adivien , eh' Esaù si diparte 

Per seme da làcob ; e vien Quirino 

Da si Til padre, che si rende a Marte '. 
Natura generata il suo cammino 

Simil farebbe sempre a' generanti, 

Se non vincesse il provveder divino. 
Or quel , che t' era dietro , t* è davanti. 

Ma perchè sappi , che di te mi giova , 

Un coronano voglio , che V ammanti. 
Sempre natura se fortuna truova 

Discorde a sé , come ogni altra semente, 

Fuor di sua region, fa mala pruova. 
E se '1 mondo laggiù ponesse mente 

Al fondamento, che natura pone, 

Seguendo lui , avria buona la gente. 
Ma voi torC/Cte alla religione 

Tal che fu nato a cingersi la spada , 

E fate Re di tal eh* è da sermone : 
Onde la traccia vostra è fuor di strada. 

' La virtù attiva de* cieli circolanti adempie l'ufficio 
suo, ma non fa distinzione tra le famiglie. — 'Si spaccia 
figlio di Biarte. 



CANTO IX. 311 



CANTO IX. 

ARGOMENTO. 

Introduce Dante in questo canto a parlar Cunizza, sorella 
d' Azzolino da Romano, ed a predirgli alcune calamità 
della IfarcaTrivigiana; e poi Folco da MarsiUa( altri il 
dicono da Genova) , il quale fu Vescovo di Tolosa. 

Dapolchè Carlo tuo , bella Clemenza ^ , 

M' ebbe chiarito , mi narrò gì' inganni , 

Che ricever dovea la sua semenza. 
Ma disse : Taci , e lascia volger gli anni : 

Sì eh' io non posso dir, se non che pianto 

Giusto verrà dirietro a* vostri danni '. 
E già la vita ^ di quel lume santo 

Rivolta s' era al Sol ^ , che la riempie , 

Come a quel ben , eh' a ogni cosa è tanto. 
Alti anime ingannate , fatue ed impie , 

Che da sì fatto ben torcete i cuori, 

Drizzando in vanità le vostre tempie ! 
Ed ecco un' altro di quegli splendori 

Ver me si fece, e '1 suo voler piacermi 

Significava nel chiarir di fuori ^. 
Gli occhi di Beatrice , eh* eran fermi 

Sovra me , come pria , di caro assenso 

Al mio disio certificato fermi : 
Deh metti al mio voler tosto compenso , 

Beato spirto dissi , e fammi pruova , 

Ch' io possa in te refletter quel eh' io penso. 
Onde la luce, che m' era ancor nuova , 

Del suo profondo^, ond'ella pria cantava, 

Seguette, come a cui di ben far giova. 
In quella parte della Terra prava 

Italica, che siede intra Rialto , 

E le fontane di Brenta e di Piava ? , 

' Clemenza figlia di Carlo Martello. .— ^ In seguito dei 
danni recati alla vostra famiglia dai vostri offensori. — 
^ Inanima. — * Iddio. — * Facendosi al di fuori più ris- 
plendente. —''Dal mezzo di quella sfera di Venere. — ^ Tra 
Venezia e le sorgenti della Brenta e della Piava. 



9» DEL RAIAMBO. 

Si leva un colle, e non surge moli* alto. 

Là onde scese già una fudkà. 

Che fece alla contrada grande assalto ; 
D' una radice nacqui eù io etf eiftì : 

Cunizza fui chiamata , e qui refulgo 

Perchè uà vinse il bime d' està stelli ' » 
Ma fietaoMRtc a me medesiMi iaAot^ 

La cagion di nia aorte , e Bou noi Mift I 

Che forse parrìa forte al vostro vulgo. 
Di questa luculenta e chiara gfofo 

Del nostro cielb, che più rn^è proptmiQff^ 

Grande fama rimase , e prfo che muofo , 
Questo centesima amio ancor s' Inciiaqaa * : 

Vedi se far si dtee F uomo eecenénfe, 

Sì ch'altra vita 1^ prima reRnqna' : 
E ciò non {ìensa la turba presente, 

Che Tagliamento , ed Adfce richiude , 

Né per esser hattufa * ancor si pente. 
Ma tosto fia , che Padova al paltrde 

Cangerà V acqua ^, che Thicenza ftagna. 

Per essere al dover Ife genti cmdler. 
E dove Sile , e Cagnan s* accompagna ^, 

Tal signoreggiia , e va con la testa adKsr, 

Che già per lui carpir si fó la ragna T. 
Piangerà Feltro ancora h diffàTta ^ 

Deir empio suo pastor, che sarà sconcia 

Sì , che per siniil non s' entrò in Malta 9;. 
Troppo sarebbe lai^a la bigoncia, 

Che ricevesse *1 sangue- Ferrarese , 

E stanco chi *ì pesasse aif oncia ad oncia , 
Che donerà questo prete cortese, 

Per mostrarsi di parte '* : cotai doni 

< Perchè sono stata dedita a* fdDI araork >-» ^ S ripetere 
cinque volte, cioè passeramKr dette ceaàiaBàm.é'amrL-^ 
3 Sì che la prima vita mortale del corpo^laKÌ ds^e di w b 
vita quasi immortale della fama. — * Afflitta da calamità. 

— ' Fari col suo sangue nomeggiaffe. -* * Gfod » Ifanifi- 

— 7 Si va facendo dai nemici di lui-Ia eonginnrper uat^ 
derto. -^ * Perfidia, deail&. * Erga§t8Ìo dove ft pM 
rinchiudevano h clieriel pUr rch — »•" Gortese* (per fwi*»/ 
per mostrarsi p a r t i gfa iw def Papa. 



CANTO IX. 323 

Conformi fieno al viver del paese. 
Su sono specchi , voi dicete Troni, 

Onde rifulge a mn Dio giudicante. 

Sì che questi parlar ne paiou buoni *. 
Qui si tac«tte, e fecemi sembiante, 

Che fosse ad altro volta , per la mota. 

In che si mise , com' era davaiite. 
L' altra letizia, cìie m* era già nuta , 

Preclara cosa mi si fece in vista, 

Qual fin balascio ' , in cbu lo Sol percuota. 
Per letiziar lassù fulgor s* acquista , 

Sì come riso qui : ma giù s* abbuia 

L'ombra di fuor, come la m<;ntc è trista ^ 
Dio vede tutto , e tuo veder s* inluia * , 

Diss' io , beato spirto , sì che. nulla 

Voglia di sé a te puotc esser fuia \ 
Donque la voce tua . che *1 Ciel trastulla 

Sempre col cauto di qne* fnoclii pii, 

Che di sei ale rannosi cuculia ^ , 
Perchè non soddisfece a' miei disii? 

Già non attendere' io tua dimanda, 

S' io m' intuassi , come tu t' inimii 7. 
La maggior valle *, in che V acqua si spanda, 

Incomiuciaro allor le sue parole , 

Fuor di quel mar, che la terra inghirlanda 9 , 
Tra discordanti liti '® contrai Sole 

Tanto sen va, vbe fa meridiano 

Là dove l' orizzonte pria far suole. 
Dì quella valle fu' io littorano 

Tra Ebro e Macra , che per cammin corto 

Lo Genovese parte dal Toscano. 
Ad nn occaso quasi e ad un orto 

Bnggea siede, e la terra, ond*iofui, 

* Queste predizioni noi le vediam certe. — ' Pietra pra- 
zioM di color bruschino. — ^ Effetto del rallegraisi in 
cifllo è im maggiore splendore, come in terra nn dolce 
riso, e ndl* Interno si fa più tetra a vedersi qualunque 
ombra, secondo che l'anima di lei prova maggior tristezza. 
— * S' intema in lui. — * Oscura. — * Ampia veste. — 
' Se come tu entri in me, entrass* io in te. — ' n mare 
Mediterraneo. — ' L* Oceano. — ** L* Europa e r Affrico. 



324 DEL PARADISO. 

Che fé* del sangue suo già caldo il porto. 
Folco ini disse quella geute, a cui 

Fu noto il nome mio : e questo cielo 

Di me s* imprenta, com* io fé' di lui ' : 
Che più non arsela Gglia di Belo, 

Notando ed a Sicheo ed a Creusa , 

Di me, infin che si convenne al pelo *. 
Nò quella Rodopea, che delusa 

Fu da Demofoonte, né Alcide, 

Quando Iole nel cuore ebbe ricliiusa. 
Non però qui si pente, ma si ride. 

Non della colpa , eh* a mente non torna , 

Ma del valore, eh* ordinò e provvide ^. 
Qui si rimira nell* arte, eh* adorna 

Cotanto effetto, e dlscemesi il bene, 

Per che '1 mondo di su quel «li giù torna 4. 
Ma perchè le tue voglie tutte piene 

Ten porti , che son nate m questa spera , 

Procedere ancor oltre mi conviene. 
Tu vuoi saper chi è *n questa lumiera. 

Che qui appresso me così scintilla 

Come raggio di Sole in acqua mera. 
Or sappi, che là entro si tranquilla 

Raab , ed a nostr* ordine congiunta , 

Di lei nel sommo grado si sigilla. 
Da questo cielo, in cui 1* ombra s' appunta &, 

Che '1 vostro mondo face, pria eh' altr' alma 

Del trionfo di Cristo fu assunta. 
Ben si convenne lei lasciar per palma 

In alcun cielo dell* alta vittoria, 

Che s* acquistò con 1* una e 1* altra palma ^ : 
Perch* ella favorò la prima gloria 

Di Josuè in su la terra santa , 

I S' impronta di me e deUa mia lucei come io in terra 
m* improntai delle sue amorose influenze. — > AH* età mia 
gtovenile. — ^ La virtù d'influire infusa nelle stelle da Dio 
che ciò Qìdinò e provvide. — * Qui si contempla la divina 
sapienza che dispone cotanto effetto , e si disceme il buon 
fìne perchè il cielo torna il mondo terrestre. — ^ Termina* 
-— ^ Con ambe le mani conficcate hi croce. 



CANTO X. 3>: 



Clie poco tocca al Papa la memoria '. 

La tua città, che di colui è pianta. 
Che prìa volse le spalle al suo fattore % 
£ di cui è la 'nvidia tanto pianta , 

Produce e spande il maladelto fìore ^, 
Ch' ha disviate 1^ pecore e gli agni, 
Perocché fatto ha lupo del pastore. 

Per questo 1* Evangelio e i Dottor magni 
Son derelitti, e solo ai Decretali 
Si studiasi, che parca* lor vivagni 4. 

A questo intende *1 Papa' e i Cardinali : 
Non vanno i lor pensieri a Nazzarette , 
Là dove Gabbriello aperse 1* ali. 

Ma Vaticano , e 1' altre parti eMìe 
Di Roma , che son state cimitero 
Alla milizia, che Pietro seguette, 

Tosto libere fien dell' adultero. 



CANTO X. 

ARGOMENTO. 

Tratta dell* ordine, che pose Dio in crear tutte le cose delP 
nniverso. Sale poi al quarto cielo, ehe è quello del Sole, 
dove trova San Tommaso d* Aqmco> 

Guardando nel suo Figlio con V Amore , 

Che r «no e 1* altro etemalmente spira , 

Lo primo ed ineffabUe valore , 
Quanto per mente, o per occhio si gira. 

Con tanto ordine fé* ^, eh* esser non puote, 

Senza gustar di lui, chi ciò rimira. 
Leva dunque, Lettore , ali* alte ruote 

' La memoria della qual Terra Santa tien poco sollecit > 
il Papa, non curandosi egli che sia. in mano de' Saraceni. 
— ' 'Firenze che può direi nata da Lucifero. Vedi Inf. C. 
xnLW. 145 e segg. — * Il fiorino d' oro. — * Dai mar- 
gini di essi libri , ricoperti d*ontume dal sovente applicarvi 
le dita. —* Quanto di visibile e d' invisibile si conosce^ 
fece la SantisEima Trinità con taht* ordine. 

IL DANTE. 

28 



326 Dl!;L PARADISO. 

Meco la vista dritto « qatèÌAgMie^ 
DoTe r un moto aU'4ttro8t|iefcaote' : 

E li comincia a vagheggiar seir arie 
Di quel maestro , cbe destro a aè 1* ama 
Tanto , che mai da lei F ecchio iMttfait& 

Vedi come da indi si dirama 
L' obbliquo cercUlo % obe i pianeti parta 
Per soddibfare al moodo , cbe g|i cÙaaia ^ : 

£ se la strada lor non fiMae tenta» 
Molta Tirlù nel Ciel sarebbe invanoi 
£ quasi ogni potenaa quaggiù morta. i 

£ se dal dritto più o men lontano 
Fosse '1 partire ^, assai sarebbe manoo 
£ giù e su deir ordine mondano. 

Or ti riman , Lettor, sovra '1 tuo baiioo^ 
Dietro pensando a ciò , cbe si preliba, 
S* esser vuoi lieto assai prima , che staaoo. 

Messo t' ho innanzi : omai per te ti ciba : 
Che a sé ritorce tulta la mie cura 
Quella materia , ond* io son fatto scriba. 

Lo ministix) maggior delia natura ^, 
Cile del valor del Cielo il mondo imprenta, 
£ col suo lume il tempo ne misura. 

Con queUaparte, che su si nuumentaS 
Congiunto si girava |ier le e^re , 
In che più tosto ognora s* appresenta 7 ; 

Ed io era con lui : ma del salire 
Non m' accors' io , se non com' nom s* accor^^. 
Anzi '1 primo pensier, del suo venire : 

Oh, Beatrice, qudla, die si scorge 
Di bene in meglio si subitamente. 
Che r atto suo per tempo non si sporge , 

Quant* esser convenìa da sé lucente I 
Quel , eh* era dentro al;So! , dov' io entrami. 
Non per color, ma per lume parvente *, 

' Do\e l'equatore s'incrocicchia coUo lodiaoe» ^ * l' 
zodiaco. — 3 Cioè per particìpare delle loro inflneBM' — 
* Se il piano deli' orbita del sole facesse eoi piane deUT «' 
bita delle stelle fisse un angofeD mag^kire e minore. -* 
^ Il sole. — ^V Ariete. — ' Blentrei giorni tk vanno 
gande. — » Dal sole distinto appariva , non pv eolere 
l)er maggior lume 



CANTO X. 9» 



Perdi' io lo *ngegno, • V arto, »r tiao cMwii, 
Sì noi direi , die mai nC immagiiiatae : 
Ma creder piiossi , e di ve4ar si braini. 
£ se le fanta^ noalre smi batse 
A tanta alteaza non è maraTÌglia : 
Che sovra i Sol no» fu occhio, eh' andaflM^. 
Tal era quivi la quaita fìiniiglia 
Deir alto padre, «he senipK hi lazia. 
Mostrando come spira, e eoma figlia '• 
E Beatrice cominciò : Ringrazia, 
Ringrazia il Sol degK Angeli , cH' a questa 
SensibiI t* ha k^valo per sna grazia», 
Cuor di mortai non tu mai al digpala 
A divozien, ed a rendtp»! a Dio, 
Con tutlo '1 fttio gradir cotanlo preiio, 
Com' a quelle parole mi liac* io : 
£ sì tutto M mio amore in lui si miae , 
Che Beatrice e«li«sò neU* ohhiio. 
Non le dispiacque : ni»sì sène risa, 
Che io splendor degli occhi suoi riderli 
Mia mente unita in più ee«e divisa 3. 
Jo vidi più fulgor vivi e vincenti 
Far di noi centro, e dì sé farcoroot» 
Più dolci in voce , che 'n vi&la lacenti ; 
Così cinger la figlia di Lalona 
Yedèm tal volta , quando V aere è pregno* 
Sì che ritenga il HI ciie fa la zona 4. 
Nella corte del Ciel , oad' io rivegno , 
Si truovan molte gioie care e lieile 
Tanto, che non si posson trar del regno. 
E '1 canto di que* lumi era di quelle : 
Chi non s' impenna sì , che lassù voU, 
Dal muto aspetti quindi le novelle. 
Poi si cantando quegli ardenti Soli 
Si for girati intorno a noi tre volte , 
Come stelle vicine a* fermi poli : 

1 Vo^tMo nostro non vide mai lume maggiore del sole. 
^ ' Spira la terza , e genera la seconda Divina Persona. — 
3 Divise in più pensieri la mia mente unita nel solo pen- 
siere di Dio. - < Si che ritenga i colori che formano Ta- 
Ione. 



398 DEL PARADISO. 

Donne mi parfor non da ballo sciolte « 

Ma che s* arresUn tacite, ascoltando. 

Fin che le nuove note hanno rìcolte : 
E dentro ali* un sentii cominciar: Quando 

Lo raggio della grazia, onde s* accende * 

Verace amore , e che poi cresce , amando , 
Multiplic^to in te tanto risplende. 

Che ti conduce su per quella scala, 

U* senza risalir nessun discende : 
Qual ti negasse '1 vin della sua fiala 

Per la tua sete, in Ubertà non fora. 

Se non com* acqua , eh' al mar non si cala '• 
Tu vuoi saper di quai piante s' infiora 

Questa ghirlanda ' , che 'ntomo vagheggia 

La bella donna , eh' al Ciel t* avvalora : 
Io fui degli agni della santa greggia, 

Cile Domenico mena per cammino , 

U* ben s* impingua, se non si vaneggia. 
Questi, che m' è a destra più vicino, 

Frate, e maestro fummi; ed esso Alberto 

E' di Cologna , ed io Thomas d' Aquino. 
Se tu di tutti gli altri esser vuoi certo. 

Diretro al mio parìar ten vien col viso, 

Girando su per lo beato serto. 
Queir altro fiammeggiare esce del riso ' 

Di Grazian , che \ uno e 1* altro foro 

Aiutò sì , che piace in Paradiso. 
L' altro, eh* appresso adorna il nostro coro, 

Quel Pietro fu , che, con la poverella ^, 

Offerse a santa Chiesa il suo Tesoro. 
La quinta luce, eh' è tranci più bella. 

Spira di tale amor, che tutto '1 mondo 

Laggiù ne gola di saper novella ^, 
Entro v' è T altra luce , u' si profondo 

Saver fu messo , che se '1 vero è vero, 

A veder tanto non surse '1 secondo. 

' Che fosse impedita di correre al mare. — ' Quali sono 
le anime che formano questa corona — ' Come la pove- 
rella vedova di cui è menzione nell' evangelio. — * Dwi* 
dera sapere se sia salvo o dannato. 



CANTO X. 329 

Appressa fedi '1 lume di quel cero , 

die giuso in carne , più addentro vide 

\j* angelica natura, e *\ ministero. 
Neil* altra piodoletta luce ride 

Quel aTvocato de' tempi cristiani , 

Del cui latino Agostin si provvide '. 
Or se tu r occhio della mente trani 

Di luce in luce dietro alle mie lode , 

Già deir ottava con sete rimani ^ : 
Per veder ogni ben dentro vi gode 

L' anima santa, che '1 mondo fallace 

Fa manifesto a chi di lei ben ode : 
Lo corpo y ond* ella fu cacciata , giace 

Giuso in Cieldauro , ed essa da martiro , 

£ da esigilo , venne a questa pace. 
Vedi oltre fiammeggiar 1' ardente spiro 

D' Isidoro, di Beda, e di Riccardo, 

Che a considerar fu più clie viro ^. 
Questi j onde a me ritorna il tuo riguardo , 

£ il lume d' uno spirto , che 'n pensieri 

Gravi a morire gli parve esser tardo. 
£ssa è la luce etema di Sigieri, 

Che leggendo nel vico degli strami \ 

Sillogizzò invidiosi veri ^. 
Indi come orologio, che ne chiami 

Neil- ora , che la sposa di Dio surge 

A mattinar lo sposo , perchè T ami : 
Che 1' una parte e Y altra tira ed urge ^^ 

Tin tin sonando con sì dolce nota , 

Che '1 ben disposto spirto d' amor turge : 
Così vid' io la gloriosa ruota 

Muoversi , e render voce a voce in tempra , 

£d in dolcezza, eh* esser non può nota. 
Se non colà , dove '1 gioii* s* insempra. 

* Delle cui dottrine Agostino si servi. — ^ Ti resta il de 
siderìo d'aver contezza deir ottava luce. — ' Uomo. -- 
* Via di Parigi delta rue du Fouarre. — * Verità odiose ai 
segnaci della lassa morale. — ^ Che una parte di quelle 
rote dell* orologio tira quelle che le vengono dietro e spinge 
quelle che le vanno avanti, fin che il battaglio urti nella ^ 
campana. 

28. 



330 DEL PARADISO. 



CANTO XI. 

ARGOMErCTO. 

In questo canto racconta S. Tomnuio tutta la Tlla di dm 
Francesco; dicendo prima aver veduto iu «va Dio die 
dubbj , che in Dante erano nati. 

O insensata cura de' mortali , 

Quanto son difettivi sillogismi 

Quei , che ti fanno in basso batter !' aK ! 
Chi dietro a' jura , e chi ad aforismi ' 

Sen giva, e chi seguendo sacerdozio » 

E chi regnar per forza , e per sofismi : 
E chi rubare» e chi civil negozio, 

Chi nel diletto della carne involto, 

S* affaticava* e chi si dava air ozio : 
Quand* io da tutte queste cose sciolto. 

Con Beatrice m* era suso in Cielo, 

Cotanto glonosamente accolto. 
Poiché ciascuno fu tornato ne lo 

Punto del cerchio, in ette avanti s' era 

Fermo sì come a candellier candelo. 
Ed io senti' dentro a quella lumiera , 

Che pria ra' avea parlato, sorrìdendo. 

Incominciar , facendosi più mera * : 
Così com* io del suo raggio m* accendo, 

Sì rìgtiardando nella luce eterna 

Li tuo' pensieri , onde cagioni , apprendo ; 
Tu dubbi, ed bai voler, che si ricerna 

in sì aperta, e sì distesa lingua 

Lo dicer mio, eh' al tuo sentir si ttema^ : 
Ove dinanzi dissi : V* ben s* impingua , 

E là , u' dissi : Non surse il secondo : 

£ qui è uopo che ben si distingua. 
La previdenza , che governa il mondo 

CoD quel consiglio, nel qual ogni aspetto 

Creato ^ è vinto , pria che vada al fondo : 

' Chi alla professione di legista e chi di medico. — '^ 
jpura. — 3 Al tuo intendimento si renda piano ed agcvoit» 
— * Ogni perspicacia d' intelletto creato. 



CANTO XL 331 

Perocché andasse Ter lo suo diletto 

La sposa di colui , eh' ad alte grida 

Disposò lei col sangue henedetto , 
In sé sicura , e anche a lui piii fida ' ; 

Due principi ordinò in suo favore , 

Che quinci e quindi le fosser per guida, 
L' un fu tùlio Serafico in ardore , 

L' altro per sapienza in terra Tue 

Di Cherubica luce uno splendore '. 
Dell' un dirò , perocché d' aineodue 

Si dice r un pregiando, qual eh' uom prende ^, 

Perchè ad un fine fur 1* opere sue. 
Intra Tupino e 1* acqua , che dii^cende 

Del colle eletto dal bealo Ubaldo, 

Fertile costa d* alto monte pende, 
Onde Perugia sente freddo e cAido * 

Da Porta Sole, e dirietro le piange 

Per greve giogo Nocera con GtiaUio ^, 
DI quella costa là , dov' ella frange 

Più sua rattezza , nacque al mondo un Sole, 

Come fa questo tal volta di Gange. 
Però chi d' esso loco fa parole , 

Non dica Ascesi , che direbbe oorto ^, 

Ma Oriente , se proprio dir vuole. 
Non era ancor molto loatan dall' orlo 7, 

Che cominciò a far sentir la terra 

Della sua gran virtude alcun conforto ; 
Che per tal donna giovinetto in guerra 

Del padre corse, a cui » eom' alla morte, 

La porta del piacer nessun disserra * : 
£ dinanzi alla sua spiritai corte, 

< Affinchè la chiesa s'accostaiee al «o spoco eon sicu- 
rezza ed anche a lui più fedele. — ' L*un S. Francesco , 
raiiro 8. Domenieo.— ^ Qnalttnqiie de* dae 1* uomo prende 
a eelebrare. — * Freddo per le nevi, caldo per il rifleito 
del iole. — * Per le gravi Irapotizieiii , coHe quali eran 
premali questi luoghi allora soggetti a Perugia. — * Poco. 
— * Dai tuo nascimento, era ancora di tenera età. ~ 
* Contrastò colla contraria voglia di suo padre a conto di 
volere sposarsi eolla poTertà evangelica , che tatti foggono, 
come la morte. 



332 DEL PARADISO. 

Et corampatre le si fece niiito. 

Poscia di dì in dì 1* amò più forte. 
Questa, privata del primo marito', 

Mille e cent* anni , e più di dispetta e scura 

Fino a costui si stette senza invilo : 
Né valse udir, che la trovò sicura 

Con Amiclate, al suon della sua voce, 

Colui eh' a tutto '1 mondo fé* paura ^ : 
Né valse esser costante , né feroce , 

Sì che dove Maria rimase giuso , 

Elia cou Cristo salse in su la croce ^. 
Ma perch' io non proceda troppo chiuso ; 

Francesco e Povertà per questi amanti 

Prendi oramai nel mio parlar diffuso. 
La lor concordia , e i lor lieti sembianti 

Amore e maraviglia, e dolco sguardo 

Faceano esser cagion de' pensier santi : 
Tanto che *1 venerabile Bernardo 

Si scalzò prima , e dietro a tanta pace 

Corse , e correndo gli parv' esser tardo. 
O ignota ricchezza, e ben verace! 

Scalzasi Egidio , e scalzasi Silvestro 

Dietro allo sposo , sì la sposa piace. 
Indi sen va quel padre , e quel maestro 

Con la sua donna, e con quella famiglia. 

Che già legava V umile capestro ^ : 
Né gli gravò di viltà di cuor le ciglia , 

Per esser fi' ^ di Pietro Bernardone , 

Né per parer dispetto a maraviglia ^. 
Ma regalmente sua dura intenzione 

Ad Innocenzio aperse, e da lui ebbe 

Primo sigillo a sua religione. 
Poi che la gente poverella crebbe 

L Cristo. •— ' Che Cesare trovò in mezzo ai tumuiti 
della guerra questa povertà viver lieta , ed in pace con 
Amidate povero pescatore. — - ^ Né valse a questa povertà 
r esser ella stata costante e generosa a tal segno che ella 
salì in croce con Cristo, quando Maria restò a pie delia 
croce. — * Cordone. — * Figlio. — « Né per comparire 
dispregevole nelP estema sembianza da far maravigliare 
le genti. 



CANTO XI. 333 

Dietro a costui, la cui mirabil vita 

Meglio in gloria del Ciel si canterebbe ; . 
Di seconda corona redimita 

Fu , per Onorio , dall' etemo Spiro 

La santa voglia d' esto archimandrita ' : 
E poi che per la sete del martire , 

Nella presenza del Soldan superba 

Predicò Cristo, e gli altri, che'l seguirò : 
£ per trovare a conversione acerba 

Troppo la gente, e per non stare indarno, 

Reddissi al frutto dell' Italica erba. 
Nel crudo sasso intra Tevere ed Arno 

Da Cristo prese l' ultimo sigillo ' , 

Che le sue membra du' aimi portamo. 
Quando a Colui, eh' a tanto ben sortillo, 

Piacque di trarlo suso alla mercede, 

Che meritò nel suo farsi pusillo ^; 
A i frati suoi, sì com' a giuste erede. 

Raccomandò la sua donna più cara, 

E comandò che l' amassero a fede : 
E del suo grembo T anima preclara 

Muover si volle, tornando al sno regno : 

Ed al suo corpo non volle altra bara ^ 
Pensa oramai qual fu colui , che degno 

Collega ^ fu a mantener la barca 

Di Pietro in alto mar per dritto segno : 
E questi fu il nostro Patriarca : 

Per che qual segue lui , com' ei comanda , 

Discerner puoi , che buona merce carca. 
Ma il suo peculio ^ di nuova vi\anda 

É fatto ghiotto sì , eh' esser non puote, 

Che per diversi salti 7 non si spanda : 
E quanto le sue pecore rimote , 

E vagabonde pid da esso vanno. 

Più tornano all' ovil di latte vote. 
Ben son di quelle , che temono '1 danno , 

^ La santa voglia di questo patnarca fu dallo Spirito Santo 
per mezzo di papa Onorio ornata di seconda corona. — 
2 Le Sacre Stimmate. — ^ Piccolo e umile. — * Altra 
pompa di esequie che la povertà. — ^ Collega a S. Fran- 
cesco, cioè S. Domenico. — « Gregge. — ' Pasture. 



334 DEL PA1UJ>IS0. 

£ strìngousi al paslor : ma ion si poclM» 
Cbe le cappe tornisce poco panao ^. 

Or se le mie parole non son fioeba, 
Se la tuaaiidicD/» à stata alteala. 
Se ciò , dì* ho detto alla menta rivoditt» 

In parte lìa la tua voglia oootenta : 
Perchè vedrai la pirata onde si scksggia 
E vedrà il Correggièr, che s* argomeot»» 

U* ben s'impingua , se non si matteggia. 



CANTO XII. 

ARGOMENTO, 

In questo canto San Bonaventura racconta a Dante la vita 
di S. Domenico , e gli dà contezza delT anime , che ^ 
quel cielo si trovano. 

Sì tosto come l' ultima parola 

La benedetta fiamma per dir tolse, 

A rotar cominciò la santa aiolà ^ : 
£ nel suo giro totta non si Tolse 

Prima eh* un* altra d* un cerchio la ebiuse» 

E moto a moto , o canto a canto colse : 
Canto, clie tanto vince nostre Mnse, 

Nostre Sirene in quelle dolci tul>e, 

Quanto primo splendor quel die rifiise^. 
Come si volgon per tenera nube 

Du* archi paraleiii e concolori ^, 

Quando Giunone a sua ancella jiibe^, 
Nascendo di quel d* entro qael di fuori , 

A guisa del parlar di quella vaga 7 , 

Ch' Amor consunse, come Sol vapori : 
E fanno qui la gente esser presaga 

* Che e bisogno di poco panno a far loro Tabito mona- 
cale. — ^ Vedrà il Domenicano che cosa vuol dire. — 'La 
ruota » o coro dove esso Santo era , eomineiò a girare come 
festosamente danzando. — * Quanto la diretta luce vince 
in chiarezza quella che dagli oblrtetti ribatte. >- ^ D«e ar> 
chi baleni tra di sé eqnidistauti. — < *^ Coramanda. -* ^ la 
ninfa Eco. 



CANTO XII. _ 3i» 

Per lo |)atto , cbe Dio con Noè pose 

Del mondo, che gianunaiiiiii aont^^iUiga : 
Così di quelle sempiterne rose 

Yolgeansi circa noi te due gtiirlande, 

E si l' estrema all' intima rispose. 
Poiché 'ì tripudio e V altra festa grande. 

Si del cantare, e si dei fiammeggiarai» 

Luce con luce gaudiose e blande , 
Insieme a punto e a voler quetàrsi; 

Pur come gli occhi , eh' al piacer die i muove ' » 

Conviene insieme chiudere e levarsi; 
Del cuor dell' una delie luci nuove 

Si mosse voce, che Vago alla stella' 

Parer mi fece in volgermi al suo dove : 
E cominciò : L' amor, che mi ia bella. 

Mi tragge a ragionar dell'altro duca^^ 

Per cui del mio * si ben ci si favella. 
Degno è , che dov' è T un , V altro s* induca 

Si , che coni' elli ad una militaro. 

Cosi la gloria loro insieme luca. 
L'esercito di Cristo, die si caro 

Costò a riarmar, dietro alla 'nsegna 

Si movea tardo , sospeccioso e raro ; 
Quando lo'mperador, che sempre regna. 

Provvide alla milizia, eh' era in forse. 

Per sola grazia , non per esser degna : 
E com' è detto , a sua sposa soccorse 

Con duo campioni, al cui fare , al cui dire . 

Lo popol disviato si raccorse. 
In quella parte , ove sorge ad aprire 

Zeffiro dolce le novelle fronde , 

Di che si vede Europa rivestire ; 
Non molto lungi al percuoter dell' onde ^ , 

Dietro a le quali per la lunga foga 

Lo Sol tal volta ftd ogni uom si nasconde » 
SMe la fortunata Callaroga, 

Sotto la protezion del grande scudo , 

« jUlwMtriodell'nomoche ti muove. ->' Ago calami- 
tato, i|An aeRa bossoU, si dritta verso la stella polare. — 
*Safi ìkMHBRìeo. — < Cioè Sa» Francesco. — » L'oceano 
occidentale. 



336 . 



dI!1l paradiso. 



f D che soggiace il Leone , e soggioga K 
Dentro vi nacque !' amoroso drudo *. 

Della fede Cristiana, il santo atleta , 

Benigno a* suoi , ed a' nìmici crudo : 
K come fu creata , fu rcpleta 

Si la sua mente di viva virtute , 

Che nella madre lei fec^ profeta ^. 
Poiché le sponsalizie fur compiute 

Al sacro fonte intra lui e la fede, 

U' si dotar di mutua salute ; 
La donna, che per lui Y assenso diede * , 

Vide nel sonno il mirabile frutto , 

Ch' uscir dovea di lui , e delle rede ^ : 
E perchè fosse quale era in construtto ^ ; 

Quinci si mosse spìrito a nomarlo 7 

Del possessivo , di cui era tutto : 
Domenico fu detto : ed io ne parlo , 

Sì come deir agricola , che cristo 

Elesse all' orto suo , per aiutarlo. 
Ben parve messo e famigliar di cristo , 

Chè'l primo amor, che'n lui fu manifesto , 

Fu al primo consiglio , che die cristo *. 
Spesse fìate fu tacito e desto 

Trovato in terra dalla sua nutrice , 

Come dicesse : Io son venuto a questo 9. 
O padre suo veramente Felice ! 

O madre sua veramente Giovanna '" 

Se 'nlerpretata vai come si dice ! 
Non per lo mondo, per cui mo s' affanna 

Diretro ad Ostiense " ed a Taddeo **, 

' Neil* arme del re di Castiglia, è^una rocca sotto la 
quale sta un leone, e una che ha il leone sopra. — ' Amo- 
roso seguace. — ^ Oh* essendo egli ancora nell* utero della 
madre , feccia profetessa. — * La comare. — * De I frali 
eredi dello spirito dei santo Patriarca. — * E perchè fosse 
in chiaro qual era la virtù del bambino. — ' Domenico 
nome possessivo di Dominus cioè Iddio. — ' Cioè della 
povertà evangelica. — » Cioè per fare orazione e morlifi- 
rarmi. — '« Giovanna in ebraico suona piena di grazia. — 
" Commentatore de* decretali. — '*'' Gran medico fioren- 
tino. 



CANTO xn. 33; 

Ma per amor della verace manna, 
In picciol tempo gran dottor si feo , ' 

Tal che si mise a circuir la ligna , 

Che tosto imbianca ^ , se '1 irignaio è reo : 
Ed alla sedia ^ che fu già benigna 

Più a' poveri giusti , non per lei , 

Ma per colui che siede , e che traligna , 
Non dispensare o due tre per sei , 

Non la fortuna di primo vacante ' , 

Non decimas , qucB sunt pauperum Dei; 
Addimandò , ma contra '1 mondo errante 

Licenzia di combatter per Io seme , 

Del qual ti fascian ventiquattro piante ^. 
Poi con dottrina, e con volere insieme, 

Con r uficio apostolico si mosse. 

Quasi torrente, chiatta vena preme : 
£ negli sterpi eretici percosse 

L' impelo suo più vivamente quivi ■ 

Dove le resistenze eran più grosse. 
Di lui si fecer poi diversi rivi , 

Onde r orto cattolico si riga , 

Sì che i suoi arbuscelli stan più vivi. 
Se tal fu r una ruota della biga , 

In che la santa Chiesa si difese, 

E vinse in campo la sua civil eriga * , 
Ben ti dovrebbe assai esser palese 

L'eccellenza dell'altra, di cui Tommn 

Dinanzi al mio venir fu sì cortese. 
Ma r orbita , che fé' la parte somma 

Di sua circonferenza , è derelitta , 

Sì eh' è la muffa, dov' era la gromma. 
La sua famiglia , che si mosse dritta , 

Co' piedi alle su* orme , è tanto volta , 

* Si secca. — ^ Alla sede apostolica , la quale verso \ \mì- 
veri di lodati costumi fu in altri tempi più benigna che 
non è ora, non per colpa di lei , la qual è sempre Y istessa 
ne* suoi dogmi , ma ben per colpa di colui , che vi siede , 
non chiese , di potersi comporre con dispensare in uso pio 
per il mal acquistato, né il primo benefizio, che vacasse. — 
' Le ventiquattro anime che formano le due ghirlande 
onde era fasciato. — * Gnen-a civile. 

29 



«t 



338 DEL PA£ADISO. 

Che quel dinanzi a ^piel diretio fitta ■ : 
E tosto s' avredrà detta rìcoHa 

Della mala coltura, qiiaad<i1 iagKo 

Si lagnerà , cbe Tarca gli sia tolta, 
fien dico , chi cercasse foglio a foglia » 

Nostro volume ' , ancor tfoverìa catta, 

U' leggerebbe : i* mi son quei , €h' ia ao|(Uo. 
Ma non fia dà Casal , uè d* Aoquas|iirta , 

Là onde vegnon taU alla Scrittura, 

eh' uno la fugge, a l'alfat» la coarta ^. 
Io son la Tita di B«oiiaf«Btiira 

Da Bagnor^io , cke ne* grandi uÉd 

Sempre posposi la siatstra cura K 
HInminato ed AgosUii floa quid. 

Che fur de* primi scalzi poveMUi, 

Che nel capestro a Dio si fero amici. 
Ugo da Sanvittore è qui eoa dU» 

E Pietro Mangiadore, e Pietro Ispano, 

Lo qual giù luce in dodici libelli : 
Natan Profeta , e '1 Metropolitano 

Crisostomo , ed Anselmo , e quel Donato , 

Ch* alla prlm* arte ^ degnò poner mano^ 
Rabano è qui, e lucemi da lato 

Il Calavrese abate Giovacchino 

Di spìrito profetico dotato. 
Ad inveggiar cotanto paladino ^ 

Mi mosse la infiammata cortesia 

Di fra Tommaso , e *l discreto latino , 
E mosse meco questa compagaia. 

» Cammina a rovescio. —'La nostra religione, frate per 
frate. — ^ Uno fugge il rigore della Regola, e raltro lo ac- 
cresce air importabile. — - * La cura delle cose temporali. 
— ' La grammatica. — • S. Domenico. 



CANTO XIII. 339 



CANTO xm. 

ARGOMENTO. 

In questo canto indnce il Poeta San Tommaso a solvergli 
il secondo de* dubbj mossigli di sopra nel decimo eanto. 

Immagini chi bene inteader cupe ' 

Quel , eh' io or vidi , e rite^ V image. 

Mentre eh' io dico, come ferma rupe. 
Quindici stelle , che in diverse plag^ 

Lo cielo awivan di tanto sereno» 

Clie soverchia dell' aere ogni compage * ; 
Immagini quel Carro» a cui il seno 

Basta del nostro cielo, e notte e giorno , 

Si eh' al volger del temo non vìen meno ^; 
Immagini la bocca di quel corno , 

Che sì comincia in punta dello stelo , 

A cui la prima ruota va dintorno , 
Aver fatto di sé duo segni in cielo , 

Qual fece la figliuola di Minoi 

Allora che sentì di morte il gielo ^ : 
£ r un neir altro aver gli raggi suoi , 

£d amcndne girarsi per maniera. 

Che r uno andasse al pria, e 1* altro al poi ^ : 
Ed avrà quasi l' ombra della vera 

Costellazione , e della doppia danza , 

Che cìrculava il punto , dov' io era : 
Polch' è tanto di là da nostra usanza. 

Quanto di là dal muover della Cliiana 7, 

Si muove '1 ciel , clie tutti gli altri avanza. 
L\ si cantò non Bacco, non Peana, 

Ma tre Persone in divina natura, 

Ed in ona persona essa, e Y umana. 
Compiè 'I cantare , e i volger sua misura, 

* Desidera. — * Denàtà. — ^ Non tramonta. •— * Due 
stelle dell' orsa minore. — ^ Immagini dunque quelle quin- 
dici, quelle sette e queste due stelle, cioè 24; tali stelle 
aver formato di sé stesse due costellazioni così configura- 
te, com' è la corona di Arianna. — « L'uno per un verso, 
l'altro per Topposto. — ^ Fiume in Toscana lentissimo. 



% 



* 



340 D£L PARADISO 

E attesersi a noi ■ que' santi lumi , 

Felicitando sé di cura in cura *. 
Ruppe '1 silenzio ne* concordi numi 

Poscia la luce, in che mirabil vita 

Dei povere! di Dio narrata fumi : 
E disse : Quando V una paglia è trita , 

Quando la sua semenza è già riposta, 

A batter T altra ^ dolce amor m* invita. 
Tu credi, che nel petto , onde la costa 

Sì trasse , per formar la bella guancia , 

il cui palato a tutto '1 mondo costa. 
Ed in quel ^, che forato dalla lancia, 

È poscia e prima tanto soddisfece, 

Che d* ogni colpa vinse la bilancia, 
Quantunque alla natura umana lece 

Aver di lume ^, tutto fosse infuso 

Da quel valor, che V uno e l' altro fece : 
E però ammiri ciò , eh' io dissi suso , 

Quando narrai , che non ebbe secondo 

Lo ben , che nella quinta luce è chioso 7. 
Ora apri gli occhi a quel , eh' io ti rispondo , 

E vedrai il tuo credere , e '1 mio dire 

Nel vero farsi , come centro in tondo •. 
Ciò che non muore, e ciò che può morire 9, 

Non è se non splendor di quella idea , 

Che partorisce, amando, il nostro Sire : 
Cile quella viva luce, che sì mea7** 

Dal suo lucente , che non si disona 

Da lui , nò dall' amor, che 'n lor s' intrea ; 
Per sua bontate il suo raggiare aduna , 

Quasi specchiato in nove sussistenze ^', 

Eternalmente rimanendosi una. 
Quindi discende all' ultime potenze 

• S'affissarono in me ed in Beatrice. — » Cioè di passare 
filila cura del canto e del ballo a quella di soddisfare l'al- 
trui desiderio. — ^ Cioè a dichiararti il secondo dubbio. 
— * Di Adamo. — * E nel petto dì Cristo. — • Quanto 
di scienza è conceduto avere alla umana natura. — ' Salo- 
mone. — * Come il centro 6 in mezzo al cerchio. — 
' Cioè tutte le cose create. — '• Deriva. — " CJoè nei nove 
cieli. 



CANTO XHl. 34! 

Giù d* atto iu atto tanto divenendo ', 

Che più non fa , clie brevi contingenze : 
E queste contingenze essere intendo 

Le cose generate , che produce 

Con seoae e senza seme il eie! movaido. 
La cera di costoro ', e chi la duce ; 

Non sta d* un modo, e però sotto '1 segno 

Ideale poi più e men traluce ^ : 
Ond' egli avvien , eh' un medesimo legno , 

Secondo specie , meglio e peggio frutta , 

£ voi nascete con diverso ingegno. 
Se fosse appunto la cera dedutta, 

£ fosse '1 cielo in sua virtù suprema , 

La luce del suggel parrebbe tutta. 
Ma la natura la dà sempre scema , 

Similemente operando all' artista, , 

eh' ha r abito dell' arte e man che trema. 
Però se '1 caldo Amor la chiara vista 

Della prima virtù dispone e segna , 

Tutta la perfezion quivi s' acquista *. 
Cosi fu fatta già la terra degna 

Di tutta r animai perfezione ^ : 

Così fu fatta la Vergine pregna. 
Sì eh' io commendo tua opinione : - 

Che r umana natura mai non fue, 

Né fia, qual fu in quelle due persone. 
Or s'io non procedessi avanti pine, 

Dunque come costui ^ fu senza pare? 

Comincerebber le parole tue. 
Ma perchè paia ben quel che non pare , 

Pensa chi era , e la cagion , che '1 mosse , 

Quando fu detto , Chiedi , a dimandare. 
Non ho parlato sì , che tu non posse 

* Tanto di cielo in cic^o abbassandosi. -' ? La materia 
onde si compongono le cose generate. — ^ Apparisce quella 
cera più e meno ben formata, ed espressiva della bellezza 
dell* idea. — ^ Ma se Iddio stesso mosso dall' ardente suo 
amore, talora prende a disporre la cera di sua propria 
mano, in questa ceras* acquista tutta la perfezione. — 
* La tèrra , di cui da Dio fu formato Adamo. — < Sa- 
lomone. 

29. 



34!2 DEL PARADISO. 

Ben veder, eh' eì fu Be , cbe chieMseimo, 

Acciocché Re snflidente fosse : 
Non per saper Io numero , in ebe emio ' 

Li motor di quassù ,o se necesse 

Con contingente mai neeesse fpwM : 
I\on si est dare prirmtm moltffft esse, 

O se del mezzo cerchio fìir si poote 

Triangol, sì eh* un retto non aresse \ 
Onde se ciò , eli* io dissi , e «{aesto note, 

Regal prudenza e quel vedere hnpari, 

In che lo strai di mia 'nlenzion percuote^. 
E se al Sur se drizzi gli occhi chiarì , 

Vedrai aver solamente rispetto 

Ai regi , che son molti , e i buon son rari. 
Con questa distinzion prendi 'I mio detto : 

£ così puote star con quel che eredi 

Del primo padre , e del nostro diletto 4. 
E questo ti fia sempre piombo a' pieA, 

Per farti muover lesto, eom* nom ìasBO, 

Ed al sì , ed al nò , che tu non vedi : 
Che quegli è tra gli stolli bene abbasso, 

Cile senza distinzion afierma o niega , 

Così neir un , come neli* altro passo ^ : 
Perdi' egl' incontra , che più volte piega 

L' opinion corrente * in falsa parte» 

E poi r affetto lo 'ntelletto lega. 
Vie più che 'ndarno da riva si parte. 

Perchè non toma tal, qual' ei si amove, 

Chi pesca per Io vero , e non ha I* arte : 
E di ciò sono al mondo aperte pmove 

Parmenide, Melisso, e Biisso e molti. 

Li quali andavan , e non sapean dove. 
Sì fe'Sahello , ed Arno, e quegli stolti , 

Che fiiron come spade alle scritture, 

In render torti li diritti volti. 
Non sien le genti ancor troppo sìciire 

' Sono. — 3 €ioè Satomone non chiese a Dio la oogn^ 
zione delle scienze umane. — ' Intenderai che ipel senno 
senza pari, dove intende il mio dire si è fai regal pnideii- 
7..1. — * Cristo. ~ ^ Dove s' atibia o a negMO o aflennaiic. 

— " Corriva, precipitosa. 



CANTO XIV. 3*3 

A gìadicar, sì come quei che stima 

Le biade in campo pria, cbe sìen malore : 
Cli' io bo veduto tutto *1 verno prìma 

II pnin mostrarsi rigido e feroce , 

Poscia por-tar la rosa in su la cima : 
E legno vidi già dritto e veloce 

Correr lo mar per tutto suo cammino. 

Perire al fine all' entrar della foce '. 
Non creda monna Berta , e ser Martino , 

Per vedere un furare, altro offerère , 

Vedergli dentro al consiglio divino : 
Che quel può surger, e quel può cadere. 



CANTO XIV. 

AR(;OMENTO. 

In questo canto Beatrice muove un dubbio, il quale le 
vien risoluto , poi ascendono al quinta cielo , che è qudlo 
di Marte , nel quale vede le anime di quelli, che aveano 
militato per la vera Fede. 

Dal centro al cerchio , e si dal cerchio al centro 

Muovesi r acquali! un ritondo vaso , 

Secondo eh* è percossa fuori o dentro. 
Nella mia mente fé* subito caso * 

Questo, ch'io dico, sì come si tacque 

La gloriosa vita di Tommaso, 
Perla similitudine, che nacque 

Del suo parlare e di quel di Beatrice , 

A cui si cominciar, dopo lui , piacque. 
A costui fa mestieri , e noi vi dice. 

Né colla voce, uè pensando ancora , 

D' un altro vero andare alla radice. 
Diteli se la luce , onde s' infiora 

Vostra sustanzia , rimarrà con Toi 

Eternalmente , sì coni' ella è ora : 
E se rimane : dite come poi , 

Glie sarete TisibiU rifatti ^ , 

' Bocca del porto. — ' Mi eadde in pensiero. ^ > Per 
aver riaisimto fi vostro corpo dopo r universal risur- 
rezione. 



344 DEL PARADISO. 

Esser potrà eh' al veder non ?i noi : 
Come da più letizia pinti e tratti 

Alla fiata quei, die vanno a mota, 

Levan la voce , e rallegrano gii atti : 
Così air orazion pronla e devota 

Li santi cerchi mostrar nuova gioia , 

Nel torneare, e nella mira nota '. 
Qua! si lamenta, perchè qui si muoia. 

Per viver colassù , non vide quive 

Lo refrigèrio dell* eterna ploia *. 
QiìéìV uno e due e tre, che sempre vive, 

£ regna sempre in tre e due ed uno. 

Non circoscritto, e tutto circonscrive. 
Tre volte era cantato da ciascuno 

Dì quelli spirti con tal melodia , 

eh* ad ogni merlo sarìa giusto mono'. 
Ed io udii nella luce più dia 

Del minor cerchio una voce modesta. 

Forse qual fu dell' Angelo a Maria , 
Risponder: quanto fia lunga la festa 

Di Paradiso , tanto il nostro amore 

Sì raggerà dintorno cotal vesta. 
La sua cliiarezza seguita V ardore , 

L' ardor la visione , e quella è tanta , 

Quanta ha di grazia sovra suo valore <. 
Come la carne gloriosa e santa 

Fia rivestita , la nostra persona 

Più grata fia per esser tuttaquanta : 
Perchè s' accrescerà ciò che ne dona 

Di gratuito lume il sommo Bene ; 

Lume , eh' a lui veder ne condiziona. 
Onde la vision crescer conviene , 

Crescer Y ardor, che di quella s' accende. 

Crescer lo raggio , che da esso viene. 
Ma sì come carbon che fianmaa rende , 

E per vivo candor quella soverchia, 

' Canto inaraviglioso. — ^ Pioggia. - » RemunerazioDC. 
— * La chiarezza di questa vesta è a misura della carità, * 
la carità a misura della visione beatifica , la visione è tanto 
più viva quanto è maggiore k grazia che ne avvalora la 
vista. 



CANTO XIV. 345 

Sì che la sua parvenza si difende ', 
Così questo fulgor, clie già ne cerctiia, 
Fia vinto in apparenza dalla carne. 
Che tutto dì la terra ricopercliia : 
Né potrà tanta luce afTaticame, 
Che gii organi del corpo saran forti 
A tutto ciò , che potrà dilettarne. 
Tanto mi parver subiti ed accorti 
E r uno e Y altro coro a dicere Amme ', 
Che ben mostrar disio de' corpi morti : 
Forse non pur per lor, ma per le mamme , 
Per li padri , e per gli altri , che fur caii , 
Anzi che fosser sempiterne fiamme. 
Ed ecco intomo di chiarezza pari 
Nascer un lustro sopra queKthe v' era , 
A guisa d' orizzonte, che rischiari. 
E sì come al salir di prima sera 
Comincian per lo ciel nuove parvenze ^, 
Sì che la cosa pare e non par vera ; 
Parvemi lì novelle sussistenze 
Cominciare a vedere , e fare un giro 
Di fuor dair altre due circonferenze. 
O vero sfavillar del santo spiro *, 
Come si fece subito e candente 
Agli occhi miei , che vinti noi soffrirò ! 
Ma Beatrice sì bella e ridente 
Mi si mostrò , che tra 1' altre vedute 
Si vuol lasciar, che non seguir la mente ^. 
Quindi ripreser gli occhi miei virtute 
A rilevarsi , e vidimi translato 
Sol con mia Donna a più aita salute. 
Ben m' accors'io , eh' i* era più levato , 
Per r affocato rìso della stella. 
Che mi parca più roggio ^ che V usato. 
Con tutto *1 cuore , e con quella favella 7 
Ch* è una in tutti , a Dio feci olocausto , 

' Sicché da'quella circondato, nnlladimeno si fa vedere. 

— * Così sia. — 3 stelle. — * Spirito. — * Che la mia mente 
non potè ritenere. Ch/» retro la memoria non può ire. 

— • Rosso. — ' Cioè dell' animo. 



a4« D£L PARADISO. 

Qua] convcniasi alla graàa noveUa : 
£ DOD er' anco del omo petto esaosto 

L* ardor del sacrificio, cb' io eoAobbi 

Esso litare stato accetto e fiMKto : 
Che con tanto lucore ' , e tast» robbi 

M* apparvero s]pleador dentro a due raggi» 

Ch* io dissi : O EliÒ6, che sì gli addobbi. 
Come distinta da minori e maggi 

Lumi biancheggia tra i poli dei moado 

Galassia ' si , die fo dubbiar ben saggi. 
Sì costellati faceaa nel profondo 

Marte quei raggi il venerahii segno , 

Che fan giunture di qnadranti in food» ^. 
Qui vince la memoria mia lo *ngeg^ : 

Che 'n quella Croce lampeggiava Cristo ; 

Sì eli' io non so trovare esempio degpo. 
Ma chi prende sua croce; ejsegueCaiSTO, 

Ancor mi scuserà di quel cb* io lasso » 

Vedendo in queU* albor balenar Gbisto. 
Di corno in corno, e tra la cima e *1 basso. 

Si movean lumi, scintillando forte 

Nel congiungersi , insieme e nel trapasso : 
Così si v^gìon qui diritte e torte. 

Veloci e tarde, rinuovando vista. 

Le minuzie de* corpi lui^he e corte. 
Muoversi per Io raggio , onde si lista 

Tal volta 1* ombra, che per sua difesa 

La gente con ingegno ed arie acquista <• 
E come giga ed arpa in tempra tesa 

Di molte corde , fan dolce tintinno 

A tal , da cui la nota non è intesa. 
Così da* lumi che U m* appariuno , 

S' accogliea per la Croce una mdòde , 

Che mi rapiva senza intender 1* iuuo. 
Ikin m* accors' io eh' ella era (f alte lode. 

Perocché a me venia . Risurgi , e vinci , 

Com* a colui , che non intende, ed ode. 

* Con tanto splendore e tonto rasn. - * La via lattea» — 
^ La croce cui fanno nel circolo due diametri dus Slnler^ 
secano ad angolo retto. — * Le minuzie rominiiimfntfl 
diverse nel raggio solare penetrante Tonibra delle case. 



CANTO XV. M7 

lo m' fiiuamorava tanto qoÌBei, 

Che *n fino a 11 noo fa aloaM cosa. 

Che mi legasse con sì dolci viad K 
Forse la mia part4a par tro|>p*06a. 

Posponendo '1 piacer degli occhi belli , 

Ne* quai mirando omo diiio ha posa. 
Ma olii s* avvede , che i vivi soggelli 

D' ogni bellezza più fanno più suso , 

E eh' io non m'era h rivolto a quelli ' ; 
E scusar puommi di quel oh' io m' aoceae 

Per iscusarmi , e vedermi dir vero : 

Che M piacer santo non è qui disciiiuBO ^, 
Perchè si fa, montando , più sincero. 



CANTO XV. 

ARGOMENTO. 

In questo canto H. Caceiagnìda tritavo dd Poeta ragiona 
della genealogia della casa loro , e dello «tato e costumi di 
Fiorenza, mostrando come fa morto combattendo per 
la fede di Cristo. 

Benigna volontade, in cui si liqua * 

Sempre V amor, che drittamente spira , 

Game cupidità fa nell* iniqua. 
Silenzio pose a quella dolce lira, 

E fece quietar le sante corde, 

Che la destra del cielo allenta e tira ^. 
Come saranno a' giusti prieghi sorde 

Quelle sustanze, che per darmi voglia 

Ch' io le pregassi, a tacer fur concorde? 
Ben è che senza termine si doglia 

Chi per amor di cosa, che non duri 

Etemahnente, quell*amor si spoglia. 
Quale per li seren tranquilli e puri 

* VlnosH. — ' Che I cieli più oomwiicanp altrui di bel- 
letta spunto pid sono alti, ecbe io non m'era colassù ri- 
volto agli occhi <fi Beatrice, t ^ Il piacer tanto cagionato 
da gli occhi di Beatrice non è qui eschno. — * Si mani- 
festa. — * Cioè accoida* 



348 DEI, PARADISO. 

Discorre ad ora ad or subilo ftioco. 

Movendo gli occhi , che stavan sicuri, 
E Ilare stella , che tramuU loco , 

Se non che dalla parte, onde s* accende. 

Nulla sen perde ed esso darà poco ' ; 
Tale dal corno , che *n destro si stende, 

Al pie di quella Croce corse un astro 

Della costellazion che lì risplende : 
Nò si parti la gemma dal suo nastro : 

Ma per la lista radiai trascorse. 

Che parve fuoco dietro ad alabastro : 
Sì pia r ombra d' Ancliise si porse , 

( Se fede merta nostra maggior Musa ) 

Qu^do In Elisio del figliuol s'accorse. 
sanguis meus, o super infusa 

Gratta Dei; sicut tibi, cui 

Bis umqiiam coeli janua reclusa * ? 
Così quel lume ; ond* io m* attesi a lui : 

Poscia rivolsi alla mia Donna il viso, 

E quinci e quindi stupefatto fui : 
Che dentro agli occhi suoi ardeva un riso 

Tal , eh' io pensai co' miei toccar lo fondo 

Della mia grazia e del mio Paradiso. 
Indi ad udire ed a veder giocondo 

Giunse lo spirito al suo principio cose , 

Ch' io non inlesi, sì parlò profondo : 
Nò per elezion mi si nascose , 

Ma per necessità : che '1 suo concetto 

Al segno del mortai si soprappose. 
E quando l* arco dell' ardente affetto 

Fu sì sfogato , che '1 parlar discese 

Inver Io segno del nostro intelletto ; 
La prima cosa, che per me s' intese. 

Benedetto sleTu, fu , trino ed uno. 

Che nel mio seme ^ se' tanto cortese : 

' Perchè nulla manca dalla parte onde esso fuoeo iTac* 
cende» ed ei ben tosto si spegne. -> ^ O sangue mio, o 
Dante mio discendente, o soprabbondante grazia di iMo, 
e a chi fu mai due volte aperta la |)orta del cielo, come 
lo sarà a te ? — ^ Nella mia stirpe. 



CANTO XV. 349 

E seguitò : Grato e lonfan digiuno 

Tratto , leggendo nel maggior volume , 

U' non si muta mai bianco , né bruno , 
Soluto hai ' , figlio , dentro a questo lume , 

In eh' io ti parlo , mercè di colei , 

Ch* air alto volo ti vestì le piume. 
Tu credi , che a me tuo pensier mei * 

Da quel ch* è primo , così come raia 

Dall' un , se si conosce , il cinque e '1 sei ^. 
K però ch'io mi sia , e perch'io paia 

Più gaudioso a te, non mi dimandi, 

Che alcun altro in questa turba gaia. 
Tu credi 'I vero che i minori e i grandi 

Di questa vita * miran nello speglio ^ , 

In che , prima che pensi , il pensier pandi. 
Ma perchè '1 sacro amore , in che io veglio 

Con perpetua vista , e che m' asseta 

Di dolce disiar, s* adempia meglio ; 
La voce tua sicura balda e lieta 

Suoni la volontà , suoni '1 desio , 

A elle la mia risposta è già decreta. 
V mi volsi a Beatrice : e quella udìo 

Pria eh' io parlassi, e arrisemi un cenno. 

Che fece crescer 1* ali al voler mio : 
E cominciai così : L' affetto e il senno 

Come la prima egualità v* apparse, 

D' un peso per ciascun di voi si fenno* : 
Perocché al Sol , che v' allumò ed arse 

Col caldo e con la luce , en 7 sì iguali , 

Che tutte simiglianze sono scarse. 
Ma voglia ed argomento ^ ne' mortali , 

Per la cagion , eh' a voi è manifesta , 

Diversamente son pennuti in ali. 

' Tu hai fatto cessare un piacevole desiderio attiratomi 
Iqgg^ndo net libro della divina prescienza. — ^ Trapassi. — 
?Coiqfe4al conoscere 1* unità si conosce ogni numero. — 
^li snHtt tanto di maggiore, quanto di minor grado dì 
gloria in liuesta beata vita..- ^ Nello speccliio cioè in Dio. 
-^ < Tosto che Dio vi sì mostrò svelatamentc, divennero in 
voi di un* iatessa misura la conoscenza e 1* amore. — ^ Sono. 
— * L' affetto e il senno , il volere e il sapere. 

30 



a&O DEL PARADISO. 

Ond' io , ehe son moHd, mi Moto in gacrti 

DisagguagUana e però non ringmio. 

Se noD col cuore afli patena festa. 
Ben supplico io a te, tìvo topazio, 

Clie questa gioia preziosa iogeflMni , 

Perchè ini facd del tuo nome sazio. 
O fronda mia , in che io ooniiiaceniiii. 

Pure aspettando, io foi la tna radice : 

Cotal principio, rispondendo , femmi. 
Poscia mi disse : Qmd , da coi si diee 

Tua cognazione ■ , e che oeot' anni e pine 

Girato Ila M monte in la prima cornice * , 
Mio fi^io fu , e tuo bisavo lue : 

Ben si conTien , die la Inng^ fatica 

Tu gli raccorci con 1* opere tue. 
Fiorenza dentro dalla cerchia antica, 

Ond* dia toglie ancora e terza e nona ^, 

Si stava in pace sobria e pudioi 
Non avea catenella , non corona 

Non donne contigìate* , non cintura , 

Che fosse a veder più che la persona. 
Non faceva nascendo ancor paura 

La fìglia al padre, cliel tempo e la dote 

Non fuggiau quinci e quindi la misura. 
Non avea case di famiglia vote ; 

Non v' era giunto ancor Sardaoapalo 

A mostrar ciò che *n camera si puote ^. 
Non era vinto ancora Morttemalo 

Dal vostro Uccellatoio^, checom*è vinto 

Nel montar su , così sarà nei cak». 
fiellincion Berti vid' io andar cinto 

Di cuoio e d' osso , e venir dallo specchio 

La donna sua, senza '1 viso dipinto : 
E vidi quel di Nerli, e quel del Vecchio 

' Dal cui nome prese il suo cognome di Alighieri U b- 
miglia di Dante. — > La prima cornice del P mga tw to . — 
^ Dentro l' antico più angusto recinto di mura, domi è an- 
cora r orìuolo pubblico. — * Ornate di contigie, specie 
di sandali. — ^ In genere dì impudicizie le più mostniose. 
— « Le fabbriche di Firenze non erano più nn^ifidie di 
quelle di Roma. 



CANTO XV. X5f 

Esser contenti alla pelTe scoverta ' , 
E le sue donne al fuso, ed al penneccliio. 
O fortunate ! e ciascuna era certa 
Della sua sepoltura , ed ancor nulla 
Era per Francia nel letto deserta '. 
L' ima veggliìava a studio delia culla , 
E consolando usava V idioma , 
Che pria li padn e le madri trastulla : 
L* altra traendo alla rocca la chioma , 
Favoleggiava con la sua famiglia 
De' Troiani , e di Fiesole, e di Roma. 
Saria tenuta allor tal maraviglia 
Una Cianghella , un Lapo SaHnreDo , 
Qual or sana Cincinnato , e Cornila. 
A così riposato, a così bello 
Viver di cittadini , a cosi fida 
Cittadinanza , a così dolce osteUo, 
Alaria mi die, chiamata in alte grida ^; 
E neir antico vostro Batìsteo 
Insieme fui Cristiano e Cacdaginda. 
Moronto fu mio frate» ed Eliseo : 
Mia donna venne a me di Val di Pado, 
E quindi '1 soprannome tuo si feo 4. 
Poi seguitai lo 'mperador Currado , 
Ed ei mi cinse della sua milizia ^ , 
Tanto per bene oprar gli veiiiii in grado. 
Dietro gli andai incontro alla nequizia 
Di quella legge ^ , il cai popolo usurpa 
Per colpa del Pastor vostra giustisia. 
Quivi fu' io da quella gente tarpa 
Disviluppato dal mondo fallace, 
Il cui amor molte anime detarpa , 
E venni dal martirio a quesla pace. 

* Di semplice pelle senza ornamenti. — > NeasunadMina 
eni abbandonata dal marito che andasse a mercantare in 
FriMia. — * La Vergine Maria invocata da mia madre ne* 
Moti del parto. - < Tutta la famiglia nonùnandori Ali« 
^àai, ohe prima dùamavasi Elisei. — ^ Hi adomò del ti- 
tolo di cavalleria. — ^ Legge Maomettana. 



353 DEL PARADISO. 



CANTO XVI. 

ARGOMENTO. 

Racconta Cacciaguida quai fossero i suoi antichi progeni*. 
tori , in che tempo egli nacque » e quanto fosse ne* suoi 
tempi popolata la Città di Fiorenza ; e delle più nobili 
famigUe di essa. 

O poca nostra nobiltà di sangue, 

Se gloriar di te la gente fai 

Quaggiù , dovei* affetto nostro laogue,' 
Mirabil cosa non mi sarà mai : 

Che là , doTC appetito non si torce ' 

Dico nel Cielo , io me ne gloriai. 
Ben se' tu manto, che tosto raccoroe. 

Sì che se non s' appon di die iu die ^, 

Lo tempo va dintorno con le force *. 
Da l voi , che prima Roma sofTerie ^, 

In che la sua famiglia men persevra ^, 

Rincominciaron le parole mie : 
Onde Beatrice, eh* era un poco scevra 7, 

Ridendo, parve quella, che tossìo 

Al primo fallo scritto di Ginevra. 
Io cominciai : Voi siete *l padre mio : 

Voi mi date a parlar tutta baldezza : 

Voi mi levate si , eh* io son più eh* io : 
Per tanti rivi s* empie d' allegrezza 

Là mente mia , che di sé fa letizia : 

Perciiè può sostener che non si spezza : 
Ditemi dunque, cara mia primizia ^, 

Quai son gli vostri antichi , e quai fur gli anni , 

Che si segnaro in vostra puerizia? 
Ditemi dell* ovil di san Giovanni, 

Quant* era allora , e chi eran le genti 

' £ infermo. — > Sempre alla ragione obbedisce. • • ^ Se 
dai discendenti di tempo in tempo con nuove azipoi ooo* 
rate non si viene aggiungendo nuovo lustro. — * Fortód. 
— ^ Comportò detto. — ^^ Il quai modo di dire non è In 
oggi molto usato da i Romani. — ' Da noi separata e quasi 
in disparte. — " Primo stipite della nostra casa. 



CANTO XYl. 353 

Tra esso degne di più alti scanni ? 
Come s' avviva allo spirar de' venti 

Carbone in fiamma, così vidi quella 

Luce risplendere a' miei blandimenti ' : 
E come agli occhi miei si fé' più beila , 

Così con voce più dolce e soave , 

Ma non con questa moderna favella ^ , 
Dissemì : Da quel dì , che fu detto AVE 

Al parto , in che mia madre , eh' è or santa , 

S' alleviò di me , ond' era grave, 
Al 800 Leon cinquecento cinquanta 

£ trenta fiate venne questo fuoco 

A rinfiammarsi sotto la sua pianta ^. 
Gli antichi miei ed io nacqui nel loco, 

Dove si truova pria l' ultimo sesto ^ 

Da quel , che corre ìWostro annual giuoco ^. 
Basti de' miei maggiori udirne questo : 

Chi ei si furo , ed onde venner quivi , 

Più è il tacer, che 'I ragionare , onesto. 
Tutti color, eh' a quel tempo eran ivi 

Da portar arme tra Maile e '1 Batista ^, 

Erano '1 quinto di quei , che son vivi : 
Ma la cittadinanza , eh' è or mista 

Di Campi , e di Certaldo , e di Figgliine , 

Pura vedeasi neir ultimo artista 7. 
O quanto fora meglio esser vicine 

Quelle genti , eh' io dico , ed al Galluzzo , 

E a Trespiano aver vostro confine , 
Che averle dentro , e sostener lo puzzo 

Del villan d' Aguglion , di quel da Sigha , 

Che già per barattare ha l' occhio aguzzo ! 
Se la gente, eh' al mondo più traligna ^, 

Non fosse stata a Cesare noverca , 

Ma come madre a suo fìgliuol benigna, 

' Parole piacevoli di rispetto e di lode. — ^ Cioè ma in 
lingua latina. — ^ Dal dì dell' incarnazione fin alla mia na- 
scita questa stella infuocata di Marte, venne sotto il segno 
di Leone 535 volte. — - * Quartiere. — ^ Il palio che annual' 
mente si com'è per S. Giovanni. — <> Da ponte vecchio , 
dov* èra la statua di Marte , fino ai Battisterio. — ' Fin ali* 
infimo artigianello. — '^ Parla de' papi. 

30. 



3>4 DEC PARADISO. 



Tal fatto è Fiorentino , e emaàm , « 

Che si sarebbe volto ' a Sunifonti, 

Là , dove andava l' avole atta eerca' 
Sarìesi Montemurlo ancor de* Conti : 

Sariensi i Cerchi nel pivier 4* AcMie, 

E forse in Valdigrieve i BnoadeknoatL 
Sempre la confusion delle persone 

Principio fu del mal della cittade , 

Come corpo il cibo, die s* appone ^. 
E cieco toro più avacdo * cade, 

Che cieco agnello : e molte volte taglia 

Più e meglio una , che le cinque spade. 
Se tu riguardi Luni, od UrUss^lia, 

Come son ite , e ooaa se ne vanno 

Diretro ad esse Cbiusi, e Siaigaglia : 
Udir, come le sehiat&e si dialamio. 

Non ti parrà nuova cosa , né iVrte \ 

Poscia che le dttadi teniwie bauo. 
Le vostre cose tutte hanno lor morte. 

Sì come voi ; ma celasi in alcuna. 

Che dura molto, e le vite son corte. 
K come M volger dd cid della lana 

Cuopre ed iscuopre i liti senza posa ^^ 

Così fa di Fiorenza la Fortuna : 
Perchè non dee parer ralrabil cosa 

Ciò, ch'io dirò degli alti Fiorentini , 

De' quai la fama nel tempo è nascosa. 
Io vidi gli Ughi , e vidi i Catellini, 

Filippi, Greci, Ormaani, e Aibcricbi, 

Già nel calare , illustri dltadini : 
E vidi così grandi , come antichi , 

Con quel della Sanndla qud dell' Arca, 

E Soldanieri, ed Ardinghi , e BosticbL 
Sovra la porta 7, che al presente è carca 

Di nuova fellonìa di tanto pesO; 

Che tosto fra giattura delia Iwfcs , 

' Sarebbe» restituito. ' Campava di liaoiiBe. — 
'S*a$ghinge«eiiza misura. — * Più tosto. — & Diffidkea 
credersi. — < Cagionando il fkisso e riflaaso dd nere. -^ 
* La porta di San Pietro , presso la qnale abitano 09! ì 
Cerchi di parte Neri. 



CANTO XVf. 3i5 

Erano i Ravignani , ond' è disceso 

li Conte Guido , e qualunque del some 

Deir alto Bellincione ha poscia preso. 
Quel de la Pressa sapeva g^ come 

Regger si vuole» ed avea Gatigaio 

Dorata in casa sua già V elsa e '1 pome '. 
Grande era già la colonna del yaio, 

Sacchetti , Giuochi , Sifanii , e Barucd , 

E Galli, e quei, eh* arrossan per lo staio ». 
Lo ceppo , di che nacquero i Calfucci , # 

Era già grande , e già erano tratti 

Alle curule ^ Sizii ed Arrigucci. 
O quali vidi quei , che son disfatti 

Per lor superbia ! e le palle dell' oro 

Fiorìan Fiorenza in tutti suoi graa latti. 
Così facìen i padri di coloro, 

Che, sempre die la vostra chiesa vaca. 

Si fanno grassi , stando a oonsistoro. 
V oltracotata schiatta , che s* indraca * 

Dietro a citi fugge, éda chi mostra '1 dente , 

O ver la bofsa , com' agnel si placa , 
Zìa venia su , ma di piccola gente, 
, Sì che non piacque ad Ubertin Donato, 

Che 'I suocero il facesse lor parente. 
Già eim '1 CapoMAcco nel mercato 

DiaoeBO giù da Fiesole , e già era 

Buen dttadiao Giuda, ed Infongiato. 
Io dirò cosa incredìbite e vera : 

Nel i^cdol cerchio * s* entrava per porla. 

Che à nomava da quei della Pera. 
Ciascun , che della bella insegna porta 

Del gran Barone, il cui nome, e 1 cui pregio 

La festa di Tommaso riconforta , 
Da esso ebbe milizia e privilegio ^ ; 

Avvegna che col popol si rauni 

' L* impugnatura e guardia della spada : e qui vuol dire 
r hìsegna, o divisa di cavaliere. — * Falsato dai loro ante- 
nati. — 3 Alle prime magistrature. — * Diventa drago. — 
' Nel piccolo recinto delle mura di Firenze. — « Fu ornato 
dell' ordine di cavalleria e dì privilegi. 



356 DEL PARADISO. 

Oggi colui , che la fascia col fregu> '. 
Già eran Gualterotti ed importuni : 

£d ancor saria Boi'go più quieto , 

Se dì nuovi Ticin fosser digiuni. 
La casa , di die nacque il vostro fleto , 

Per lo giusto disdegno , che t* ha morti, 

E posto fine al vostro viver lieto , 
Kra onorata essa, e suoi consorti. 

O Buondelmonte , quanto mal fuggisti 

Le nozze %ue per gli altrui conforti! 
Molti sarebber lieti , che son tristi , 

Se Dio t' avesse conceduto ad Ema 

La prima volta, eh* a città venisti. 
Ma convellasi a quella pietra scema ', 

Che guarda '1 ponte , che Fiorenza fesse 

Vittima nella sua pace postrema ^. 
Con queste genti , e con altre con esse , 

Vid' io Fiorenza in sì fatto riposo. 

Che non avea cagione , onde piangesse. 
Con queste genti vid' io glorioso , 

E giusto '1 popol suo tanto, ctfe "i giglio 

Non era ad asta mai posto a ritroso *. 
Né per division fatto vermiglio ^. 

' che cinge d'un fregio d'oro quel medesimo stemou. 
— - La base a pie di ponte vecchio rimasta senza la sua 
statua di Marte caduta in Arno. — ^ perchè pm non godè 
più pace. — * Cioè fu sempre in guerra vittorioso, siockè 
i suoi nemici non posero mai il giglio che era la loro inae* 
gna, a rovescio , e sottosopra neh' asta. — * Né per le di- 
visioni civili mutato in rosso. 



CANTO XVII. 3S; 



CANTO XVII. 

ARGOMENTO. 

Cacciaguìda in questo canto predice a Dante il suo esilio 
e le calamità eh* egli aviva a patire : ultimamente Io 
esorta a scriyer la presente Condmedia. 

Qual venne a Glimenè per accertarsi 

Di ciò, cir aveva incontro a sé udito ', 

Quel eli* ancor fa li padri a* figli scarsi , 
Tale era io, e tale era sentito, 

E da Beatrice , e dalla santa lampa , 

Che pria per me avea mutato sito. 
Per che mia Donna : Manda fuor la vampa 

Del tuo disio , mi disse , sì eh* eli* esca 

Segnata bene dell* interna stampa : 
Non perchè nostra conoscenza cresca 

Per tuo parlare , ma perchè t* ausi 

A dir la sete , sì che 1* uom ti mesca '. 
O cara pianta mia , che sì t* insusi ^, 

Che, come veggion le terrene menti 

Non capere in trìangol due ottusi , 
Così vedi le cose contingenti 

Anzi che sieno , in sé , mirando *1 punto 4, 

A cui tutti li tempi son prosenti. 
Mentre eh* io era a Virgilio congiunto 

Su per lo monte, che 1* anime cura ^, 

E discendendo nel mondo defunto ^, 
Dette mi fur di mia vita futura 

Paróle gravi ; avvegna eh* io mi senta 

Ben tetragono 7 ai colpi di ventura. 
Per che la voglia mia saria contenta 

D* intender qual fortuna mi s* appressa ; 

Che saetta previsa vien più lenta. 
Co^ì diss*io a quella luce stessa. 

Che pria m* avea parlato , e come volle 

' Qual era Fetonte quando venne a sua madre per accer> 
tarsi 8* ei fosse veramente progenie d'Apollo. — * Soddis- 
faccia. — 3 T' innalzi. — < Dio. — * Il monte del Purgato- 
rio. — e aoè r Inferno. — ' Stabile. 



358 DEL PARADISO. 

Beatrice , fo la mia Togtìa confessa. 
>'è per ambage S in che la gente folle 

Già s* invescava pria che fosse andso 

L* Agnel di Dio , che le peccata talle : 
Ma per chiare parole, e con preciso 

Latin rispose quelT amor paterno , 

Chioso , e parvente <ld sno proprie rìso ' : 
La contingenza , che fnor del quaderno 

Della vostra materia dob si stende ^^ 

Tutta è dipinta nel cospetto eterao. 
Necessità però quindi mb prende 

Se non come dal viso , in che si specdiia 

Nave, che per corrente già dìsoeiide. 
Da indi , si come viene ad oreodiia 

Dolce armonia da organo, mi viene 

A vista '1 tempo , che ti s* appareodna. 
QÙal si partì Ipolito d* Alene 

Per la spietata e perfida noverca. 

Tal di Fiorenza partir li conviene. «^ 

Questo si vuole, e questo già si cerca, 

E tosto verrà fatto a chi ciò pensa 

Là dove Cristo totto dì si merca ^. 
La colpa seguirà la parte offensa 

In grìdo ^, come suol : ma la vendetta 

Fìa testimonio al ver che la dispensa. 
Tu lascerai ogni cosa diletta 

Più caramente : e questo è quello strale. 

Che r arco dell' esilio pria saetta. 
Tu proverai si come sa di sale 7 

Lo pane altrui , e com' è dure catte 

Lo scendere , e *1 salir per l' altrui scale. 

' Non per via di parole ambigue ed enigmafiche qoali 
erano gli antichi oracoli. — > Ricoperto col sao «{dendore 
pel quale dando segni d*all^ezza si rendea manifesto. — 
3 Gli avvenimenti contingenti che tion si e^eadMM teor 
del mondo materiale vostro. — * Però da questo ntstiw 
vedere gli avvenimenti in Dio, non dipende la neoesatii 
loro , come lo scendere d'una nave per la corrente d'un 
fiume non di^ìende dall' occhio al quale sì fa vedere. — 
^ Cioè a Roma. — « U torto saia dato ai vin6. — ^ M* 
ainaro sapore. 



CANTO XVIL 119 

E quel che più ti gniYerà le spalle, 

Sarà la compagnia mal?agia , e scempia , 

Con la qual lu cadrai in questa valle * : 
Cile tutta ingrata, tutta matta ed empia 

Si farà con tra te : ma poco appresso 

Ella, non tu, n* avrà rotta la tempia. 
Di sua bestialitate il suo processe 

Farà la pmova, sì eh* a te fia bello 

Averti fatta parte per te stesso. 
Lo primo tuo riAi^, e '1 prìoio ostello 

Sarà la cortesìa del gran Lombardo , 

Che 'd sa la Scala porta il santo uccello * : 
Cir in te avrà sa benigiio riguardo , 

Che del fare e del chieder tra voi due, 

Fia prima quel che tra gli altii è più tardo. 
Con lui vedrai colui , che impresso lue 

Nascendo, sa da questa stella ^ forte , 

Che notabili fien V opere sue. 
Non se ne sono ancor le genti accorte 

Per la novella età , che pur nove anni 

Son queste ruote intorno di lui torte. 
Ma pria che '1 Guasco ^ T alto Arrigo iog^mii, 

Parran faviUe della sua virtute, 

]n non curar d' argento né d* affanni 
Le sue magnificenze conosciute 

Saranno ancora si , che i suoi nimici 

Non ne potran tener le lingue mute. 
A lui t' aspetta, ed a* suoi beoifìci : 

Per lui fia trasmutata molta gente. 

Cambiando condizion ricchi e meiidid : 
C porteràne ^ scritto nella mente 

Di lui , ma noi dirai : e disse cose 

Incredibili a quei che fia presente. 
Poi giunse : Figlio, queste son le chiose 

Di quel che ti fu detto : ecco 1* insiffie. 

Che dietro a pochi giri ^ son nascose. 
Non to' però, eh* a' tuoi vicini 7 mvidie, 

'In questa bassa e misera fortuna. — ' Che ha sullo 
tiemna ma scaU coli' aquila. — ^ Di Marte. — * Pa|ia 
deneate % di Guascogna. — ^ Ne porterai. - ^ Pochi 
anni. — '' Concittadini. 



d«0 DEL PARADTSO. 

Poscia die s* infutura la tua vita, 

Via più ]à, che '1 punir di lor perfidie* 
Poicliè tacendo si mostrò spedita 

L' aniina santa di metter la trama 

In quella tela, eh* io le porsi ordita, 
Io cominciai , come colui , che brama , 

Dubitando , consiglio da persona , 

Che vede , e vuol dirittamente, ed ama : 
Ben veggio , padre mio , sì come sprona 

Lo tempo verso me per colpo darmi 

Tal f cW è più grave a chi più s' abbandona : 
Per che di provedenza è buon , eh' io m' armi , 

Si che se luogo m* è tolto ' più caro, 

lo non perdessi gli altri per miei carmi '. 
Giù per lo mondo senza fine amaro, 

E per Io monte , del cui bel cacume 

Gli occhi della mia Donna mi levaro , 
>£ poscia per lo ciel di lume in lume, 

Ho io appreso quel che s* io ridico , 

A molti ila , savor di forte agrume : 
E s* io al vero son timido amico , 

Temo di perder vita tra coloro , 

Che questo tempo chiameranno antico '. 
La luce, in che rideva il mio tesoro , 

Ch' io trovai li , si fé' prima corrusca. 

Quale a raggio di Sole specchio d* oro : 
Indi rispose : Coscienza fusca , 

O della propria , o dell' altrui vergogna, 

Pur sentirà la tua parola brusca. 
Ma nondimen , rimossa ogni menzogna , 

Tutta tua vision fa' manifesta , 

E lascia pur grattar dov' è la rogna • 
Che se la voce tua sarà molesta 

Nel primo gusto , vital nutrimento 

Lascerà poi quando sarà digesta. 
Questo tuo grido farà come '1 vento , 

Che le più alte cime più percuote : 

* La patria. *— > Gli altri miei ricettatori disgustati della 
lil)ertà del mio scrìvere. — ^ Temo che perderò I* immoc^ 
taUtà (Iella fama. 



CANTO XVIII. 361 



E dò non fia d' onor poco argomento. 

Però ti 8on mostrate in queste mote, 
Mei monte e nella valle dolorosa 
Par * r anime , che son di fama note : 

Che r animo di quel eh* ode, non posa, 
Né ferma fede per esempio , eh' haia 
La sua radice incognita e nascosa , 

Né per altro argomento, che non pai9 ^ 



CANTO XVIII. 

ARGOMENTO. 

Descrive il Poeta come egli ascese ai sesto cielo, che è 
quel di Giove ; nel quale trova coloro, che dirittamente 
avevano amministrato giustizia al mondo. 

Già si godeva solo del suo verbo ^ 

Quello spirto beato , ed io gustava 

Lo mio , temprando '1 dolce con V acerbo : 
E quella Donna , eh' a Dio mi menava , 

Disse : Muta pensier, pensa eh' io sono 

Presso a colui , eh' ogni torto disgrava. 
Io mi rivolsi all' amoroso suono 

Del mio conforto : e quale io allor vidi 

Negli occhi santi amor, qui 1' abbandono * : 
Non perch' io pur del mio parlar diffidi. 

Ma per la mente , che non può reddire 

Sovra sé tanto, s' altri non la guidi ^. 
Tanto poss* io di quel punto ridire. 

Che , rimirando lei , lo mio affetto 

Libero fu da ogni altro disire. 
Fin che 1 piacere etemo , che diretto 

Raggiava in Beatrice , dal bel viso 

Mi contentava col secondo aspetto, 
Vincendo me col lume d' un sorriso , 

* Solamente. » ' Perchè gli esempj debbono appog- 
gjlarsi a persone conosciute, e riescono più fruttuosi che 
per via di seoiplice raziocinio. — ' Pensiero. — * Non tento 
di ridirlo, che non potrei. « ^ Non può tornare a ricor- 
dare le cose vedute se non l'aiuti la grazia celeste. 

IL DAKTB. 31 



3i2 DEL PABADISO. 

Ella mi disse : Volgiti » edASOoita, 
Che non pur ne* miei ocdù è 
Come si vede qui alcuna velta 
L' affetto- nella irista, s* elio è tento , 
Che da lui sia tutta 1* anima tolta;- 
Così nel fiammeggiar del fulgor santo» 
A cui mi volsi , conobbi la vo^ia 
In lui di ragionarmi ancora aJquaato. 
E cominciò : In questa quinta soglia ' 
Dell* albero, che' vive della cima, 
E frutta sempre , e mai non perde foglia , 
Spiriti son beali , che giù prima 
Che venissero al Ciel, fur di gran voce, 
Sì eh* ogni Musa ne sarebbe opima. 
Però mira ne' corni della Croce : 
Quel eh* io or nomerò lì farà Y atto. 
Che fa in nube il suo fuoco yeloce. 
Io vidi per la Croce un lume tratto, 
Dal nomar Josuè : eem* d si feo '• 
Né mi fu noto il dir prìnui che '1 Mio. 
Ed al nome dell* alto Maccabeo 
Vidi muoversi un altro roteando : 
E letizia era ferza del palèo ^. 
Così per Carlo Magno , e per Orlando 
Due ne seguì lo mio attento sguardo, 
Com* occlùo segue suo falcon Tolawto. 
Poscia trasse Goiglielmo, e Rinoardo, 
E *1 duca Gottifredi la mia vista, 
Per quella Croce, e Roberto Guiscardo. 
Indi tra l' altre luci mota e mista 
Mostrommi 1* alma, che m' avea parlato,- 
Quel* era tra i cantor del Cielo artista *. 
Io mi rivolsi dal mio destro lato. 
Per vedere in Beatrice il mio dovere, 
O per parole, o per atto segnato : 
E vidi le sue luci tanto mere ^, 

* Quinto cielo di Marte. ^ > Cacciaguida pronnBiiò il 
nome di Giosuè e tosto si mosse un lume che come ba- 
leno andò per la croce. — » E rallegrezsa era cagioat 
che quel lume roteasse a guisa di paleo- «^ * Cantando 
ch'egli. — & Pure. 



CAPITO XVIII. asì 

Tanto gioconde, che la sua sembianza 

Vinceva gli altri, e Y ultimo solere '. 
E come , per sentir più difettanza , 

Bene operando V nom , éì giorno in giorno 

S* accorge, che la sua virtute avanza; 
Si m' accoro* io , che 1 mio girare intomo 

Col cielo 'nsieme, avea cresciuto l'arco *, 

Veggendo quel iniracolo più adomo 3. 
' £ quale è 9 trasmutare in piceiol varco 

Di tempo in bianca donna , quando '1 volto 

Suo si discarchi di vergogna il carco ; 
Tal fu negli occhi miei , quando fu volto 

Per lo candor della temprata stella 

Sesta , che dentro a sé m' avea rìcolto. 
Io vidi in quella giovial facella 

Lo sfavillar dell' amor, che lì era. 

Segnare agli occhi mìei nostra favella *. 
£ come augelli surti di riviera. 

Quasi congratulando a lor pasture, 

Fanno di sé or tonda, or lunga schiera , 
Sì dentro a lumi sante creature , 

Volitando cantavano , e fóciensì 

Or D, or I , or L in sue figure. 
Prima cantando a sua nota moviensi : 

Poi , diventando r un di questi segni, 

Un poco , s* arrestavano , e taciensi. 
O divaPegasèa, che gì' ingegni 

Fai gloriosi , e rendigli longevi , 

Ed essi teco le cittadi e i regni. 
Illustrami di te , sì eh* io rilevi 

Le lor figure, com* io 1* ho concette : 

Paia tua possa in questi versi |)revi. 
Mostrarsi dunque in cinque volle sette 

Vocali e consonanti : ed io notai 

Le parti sì , come mi parver dette. 

* Gtoè scaltri aspetti, e l'ultinio di cui è parola sul prin- 
cipio di questo canto. — ^ Perchè in tal pimto era salito 
al ciek> più alto di Giove. -^ ^ Beatrice più ornata di splen- 
dore. — * Kappresentar con figure di lettere, ciie essi va- 
riamente disponendosi , formavano il parlar nostro. 



364 DEL PARADISO. 

Diligiie justitiam, primai 

Fur verbo e oome di tutto *1 dipinto : 

Quijudicatis terram, fax sezzai ' 
Poscia neU* M. del vocabol quinto * 

Rimaser ordinate, si che Giove 

Pareva argento lì d* oro distinto. 
£ vidi scendere altre luci , dove 

Era '1 colmo dell' M , e lì quotarsi 

Cantando, credo, il ben , eh' a sé le muove *• 
Poi come nel percuoter de* ciocchi arsi * 

Surgono innumerabili faville. 

Onde gli stolti sogliono agurarsi , 
Risurger parver quindi più di mille 

Luci , e salir qual assai e qual poco , 

Sì come '1 Sol , che T accende, sortole : 
E quietata ciascuna in suo loco , 

La testa e '1 collo d* un' Aquila vidi 

Rappresentare a quel distinto foco. 
Quei , che dipinge lì , non ha chi '1 guidi; 

Ma esso guida , e da lui si rammenta 

Quella virtù , eh* è forma per li nidi. 
V altra beatitudo , che contenta 

Pareva in prima d* ingigliarsi ali* emme. 

Con poco moto, seguitò la *mprenta '. 
O dolce stella , quali e quante gemme 

Mi dimostraron , che nostra giustizia 

Effetto sia del cielo che tu ingemme! 
Per eh' io prego la mente, in che s* inizia 

Tuo moto e tua virtute, che rimiri 

Ond' esce '1 fummo , che *1 tuo raggio vizia ^ : 
Sì eh' un' altra fiata omai s* adiri 

Del comperare e vender dentro al tempio, 

Che si murò di segni, e di martìri. 
O milizia del Ciel , cu' io contemplo , 

> UlUmL — > Nella lettera M di terram. — ' Iddio die 
muove e tira a sé quelle anime. — ^ Tizzoni accesi. — 
^ L'altra schiera degli spiriti beati , che pareva contenta di 
formare sul colmo dell* M quasi una corona di gigli, fa- 
cendo pochi movimenti compiè la figura dell* aquila. — 
^ Donde viene il difetto che oscura il tuo raggio , cioè l'a- 
varizia. 



CANTO XIX. 3e6 



Adora * per color, die sono in terra 
Tutti sviati dietro al malo esemplo. 

Già si solea con le spade far guerra : 
Ma or si fa togliendo or qui , or quivi 
Lo pan , che *1 pio padre a nessun serra *. 

Ma tu , che sol , per cancellare , scrivi ^, 
Pensa che Pietro e Paolo , che morirò 
Per la vigna , che guasti , ancor son vivi. 

Ben puoi tu dire : Io ho fermo il disiro 
Sì a colui , che volle viver solo , 
E che per salti fu tratto a martiro , 

Ch' io non conosco il Pescator, né Polo *. 



CANTO XIX. 

ARGOMENTO. 

Introduce Poeta in questo canto a parlar 1* Aquila. Poi 
muove un dubbio, se alcuno senza la Fede Cristiana ai 
possa salvare. 

Parca dinanzi a me, con 1* ali aperte, 

La beila image, che, nel dolce frui, 
' Liete faceva T anime conserte ^. 
Parca ciascuna rubinetto , in cui 

Raggio di Sole ardesse si acceso, 

Che ne' miei occhi rifrangesse lui ^. 
E quel che mi con vien ritrar testeso 7 , 

Non portò voce mai , né scrisse inchiostro, 
' Né fu per fantasia giammai compreso ; 

* Prega. — '' Cioè con interdetti e scomuniche , che 

' vieta l'uso dell* Eucaristia ; a cui il Signore tutti invita. — 

3 Che scrivi le censure per venderne poi la rivocazione. — 

* lo ho la mia divozione sì ferma verso S. Gio. Battista , 
che volle vivere solo nel deserto, e che fu (atto morire in 
premio d*una saltatrìce, che non conosco né San Pietro, 
uè San Paolo ; cioè ho tutto l'animo rivolto ad accumulare 
i fiorini che in Firenze si battevano coli* impronta di San 
Giovanni. — ^ L'aquila che nel dolce godimento della vista 
di Dio, rallegrava quell' anime sì fattamente congiunte. — 

* Cioè il medesimo sole. — ' Adesso. 

51. 



3atr DEL PABAmSO. 

eh* io Yidi , ed anclM «dii imutUmt lo rostn», 

E sonar nella voce ed I», e Mio» 

Quand* era nel concetto Bkii e Noitro *• 
E cominciò : Per esser gUisto e pio, 

Son io qui esattalo a ^pMà glorìft. 

Che non si lascia vincer a diào * : 
Ed in terra lasciai la mia memoria 

Si fatta, che le genti lì malvage 

Commendan lei, ma non segoon la stoffe '» 
Cosi un sol calor di molte brage 

Si fa sentir, come di moHi amori 

Usciva solo un snon di quella image- 
Ond* io appresso : O perpetui fiori 

Dell' etema letizia, che pur uno 

Sentir mi fate tutti i vostri odori. 
Solvetemi, spirando , il gran dighino , 

Che lungamente m* ha tenuto in fame, 

Non trovandoli in terra cibo alcuno. 
Ben so io , che se iu cielo altro reame 

La divina gioatizia fa suo specchio ^ 

Che T vostro non V apprende con velame *. 
Sapete , come attento io m* apparecchio 

Ad ascoltar : sapete quale è quello 

Dubbio, che m' è digiun cotanto vecchio. 
Quasi falcone , di' esce di cappello , 

Muove la testa e con V ali s* applaude, 

Voglia mostrando , e facendosi bello , 
Vid' io farsi jquel segno , che di laude 

Della divina grazia era contesto ^ , 

Con canti , quai si sa chi lassù gaude. 
Poi cominciò : Colui , che volse il sesto ' 

Allo stremo del mondo, e dentro ad esso 

Distinse tMito occulto , e manifesto , 

' E dire, io e mio quasi fosse una sola persona; mentre, 
pure il ooBcetlo era noi e nostro. — > Che non si conquista 
col mida desiderio ma colle opere. — ^ Lodano la fama da 
noi lasciata , ma npn ne imitano la virtù e le azioni sante. 

— ^ Se in altro più basso cielo si vede tutto chiasaraente 
in Dio, nel vostro più alto non si vede con minor chia- 
rezza. — & Intessuto di Santi Spiriti che davano lodi a Dkv 

— ® Il compasso. 



CÀiNTO XiX. W 

Non potèo suo Tftlor ti fare ùafiFeaso 

Io tutto r universo , che M suo verho ' 

Non rimanesse in mfinito eoeesso. 
£ ciò fa certo, chc'l pnaosiiperìM, 

Che fu la somma d* offa creatura ' , 

Per non aspettar lume cadde acerbo. 
£ quinci appar, eh* ogni miiMMr natura 

È corto recettaeolo'a quel bene, 

Ch' è sema fae ^ e sé con sé misura. 
Dunque nostra veduta, die coaviene 

Essere alcun de' raggi della mente. 

Di che tutte le cose aon ripiene, 
Non può di sua natura esser possente 

Tanto , che '1 suo principio non discema 

Moto di là , da quel ck* egli è, par? ente ^. 
Però nella giustizia sempilenia 

La Tista, che riceve il vostro mondo, 

Com' occhio per lo mare entro , s' iutema : 
Che benché dalla proda veggia il fondo , 

In pelago ^ noi vede : e nondimeno 

Egli è , ma cela lui V esser profondo 5. 
Lume non è , se non vien dal sereno , 

Che non si turba mai , anzi è tenèbra.. 

Od ombra della carne , o suo veleno. 
Assai t* è mo aperta la làtèbra ^ , 

Che f ascendeva la giustizia viva. 

Di che faoei quii4ioA>Gotanto crebra i 
Che tu dicevi : Uà uom nasce alla riva 

Dell' Indo, e quivi non è chi ragioni 

Di Cristo , né chi Legga, né chi scriva : 
E tutti suoi voleri ed atti bueni 

Sono , quanto ragione umana vede , 

Senza peccato in vita , od in sermoni : 
Muore non battezzato e senza tede ; 

Ov'è questa giustizia, cbe*l condanna? 

Ov' è la colpa sua, seei non crede? 

' Concetto, intendimento. - ' Cioè Lucifero. — ^ C3lie 
non disoeroa l'intendimento divino sotto apparenza moUo 
dal vero discosta. — * In alto mare. — ^ Ma la profondità 
lo cela all' occhio. — ^ Nascondiglio. 



36a D£L PARADISO. 

Or tu chi se*, che vuoi sedere a scranna ' 

Per giudicar da lungi mille miglia , 

Con la veduta corta d' una spanna ? 
Certo a colui , che meco s* assottiglia , 

Se la scrittura sovra voi non fosse , 

Da dubitar sarebbe a maraviglia. 
O terreni animali , o menti grosse , 

La prima Volontà eh' è per sé buona, 

Da sé , eh' è sommo ben , mai non si mosse. 
Cotanto è giusto , quanto a lei consuona : 

Nullo creato bene a sé la tira , 

Ma essa, radiando , lui cagiona. 
Quale sovr* esso il nido si rigira, 

Poi eh' ha pasciuti la cicogna i figli, 

E come quel eh' è pasto la rimira, 
Cotal si fece , e sì levai li cigli , 

La benedetta immagine, che 1' ali 

Movea sospinta da tanti consigli , 
Roteando cantava , e dicea : Quali 

Son le mie note a te, che non le 'ntendi , 

Tal è il giiidicio etemo a voi mortali. 
Poi si quetàro que* lucenti incendi 

Dello Spirito Santo ancor nel segno. 

Che fé* i Romani al mondo reverendi*, 
Esso ricominciò : A questo regno 

Non salì mai , chi non credette in Cristo 

Né pria , né poi che'l si chiavasse al legno. 
Ma vedi , molti gridan Cristo Cristo , 

Che saranno in giudicio assai men prope . 

A lui , che tal , che non conobbe Cristo : 
E tai Cristian dannerà V Etiope, 

Quando si partiranno i due collegi ^ , 

L' uno in eterno ricco , e l* altro inope. 
Che potran dir li Persi a i vostri regi , 

Com' e* vedranno quel volume aperto ^, 

Nel qua! si scrivon tutti suoi dispregi? 
Li si vedrà tra V opere d' Alberto 

' In cattedra. — * L'aquila. — * Le due schiere, Tana 
degli eletti , e l'altra de* reprobi. — < Il volume aperto delle 
coscienze. 



CANTO XIX. 369 

Quella, che tosto moverà la penna % 

Perchè '1 regno di Praga fia deserto. 
Li si vedrà il duol, che sopra Senna 

Induce , falseggiando la moneta , 

Qael y che morrà di colpo di cotenna '. 
U si vedrà la superbia eh' asseta , 

Che fo lo Scotto, e r Inghilese folle, 

Sì che non può soffrir dentro a sua meta. 
Vedrassi la lussuria, e '1 viver molle 

Di quel di Spagna , e di quel di Buemme % 

Che mai valor non conobbe, né volle. 
Yedrasd al Ciotto di Gerusalemme 

Segnata con un I la sua bontate. 

Quando '1 contrario segnerà un* emme ^ 
Vedrassi 1* avarizia, e la viltate 

Di quel , che guarda V isola del fuoco % 

Dove Anclùse finì la lunga etate : 
£ a dare ad intender quanto è poco ; 

La sua scrittura fien lettere mozze , 

Che noteranno molto in parvo loco. 
E parranno a ciascun V opere sozze 

Del barba **, e del fratel , che tanto egregia 

Nazione 7, e due corone han fatte bozze. 
£ quel di Portogallo, e di Norvegia 

Lì si conosceranno, e quel di Rascia, 

Che male ^ ha visto '1 conio di Yine^ 
beata Ungheria ^ se non si lascia 

Più malmenarci e beata Navarra, 

Se 8' armasse del monte che la fasciai 
E creder dee ciascun , che già per arra 

Di questo , Nicosìa , e Famagosta , 

Per la lor bestia 9 si lamenti e garra, 
Che dal fianco dell* altre non si scosta. 

* Cioè dell* aquila imperiale. — > Filippo il bello che morì 
ad una caccia per un cinghiale. — ' Boemia. — * Vedrassi 
segnata la virtù sua con un I segno d'unità , mentre il 
vizio segnerà un M segno di mille. — * La Sicilia. — ^ Zio. 
— ' Famiglia. — « Mal per lui. — <> Loro bestiale Re. 



aZO DEL PARAIMSa 



CANTO XX. 

In questo canto loda r Aqnla ìàcatà àeffà antichi Be, i 
«piali, oitre a tutti gfi altri, figono giiwtisiWHi , et ecod» 
ImtisHmi in ogni nrtn. Poada aolre un dubbio a Dante, 
come potesero esBcre in Odo aiconi, die, seoObdò il 
creder suo, noo a t t i auo arato Fede Cristiana. 

Quando ooloiy cke tolto 1 Mondo allaaia. 

Dell' emisperìo no«tio sì discoade, 

E 'I gionio ^ ogni pnrte ai oonsamay 
Lo ciel, dbe sol di Ini prima s* acceade, 

Sobitamente si rifa parreste 

Per DM^te loci, in die una rispknde '. 
E quesf atto dd cid ni venne ameule. 

Come *l segno dd nkondo, e de' anni dnd y 

Kel benedetto rostro Xo tacente : 
Però die tutte qaeUe Tìve Ino» 

Vie più lucendo , mminriamn canti 

Da mia memoria labili ecadncL 
O dolce Amor, cbedi rìso t' ammanti. 

Quanto parevi ardente in que' OaiUi % 

Ch* aveano spirto sol di pensier santi! 
Posda che i cari e loddi la|MÌIli, 

Ond' io Tidi 'ng^mmato il sesto lume, 

Poser silenzio agli angelici squilli ^^ 
Udir mi parve im mcrimaorar di fiume. 

Che scende chiaro giù di pietra in pietra. 

Mostrando V ubertà dd suo cacume *, 
E come suono al collo ^ ddla cetra 

Prende sua forma, e si come al pertogia 

Della sampogna veuto , che penetra ; 
Co^ rimosso d' aspettare iudogio ^ 

Qud mormorar dell' Aquila salissi, 

' Tramontato li sole, il cielo si diraottia e lanart di bel 
nuovo vedere per le molte stelle , nelle quali risplende una 

sola luce che è quella riflessa del sole. — * Piccoli flauti. 
— 3 Canti. — * Alpestre sorgente. — * Manico. — ^ Cioè , 
subito. 



CANTO XX. 371 

Su per lo colle , come fosse bugio '. 
Fecesi voce quivi , e quindi uscissi 

Per lo suo becco , in forma di parole, 

Quali aspettava '1 cuore, oy' io leieiÌML 
La parte in me , clie vede , e paté il sole 

Neil' agnglie mortali , ioeoBiiiiciDmnii, 

Or fisamente riguardar si vuole : 
Perchè de' fuochi , ond' io figura fonmi *, 

Quelli, onde Y occhio in testa mi sdotUla, 

Di tutti i loro gradi son li sommi : 
Colui , che luce in mezzo per pupiUa, 

Fu il cantor dello Spirito Santo, 

Che r arca traslatò di villa in villa : 
Ora conosce il merto del suo canto , 

In quanto effetto fu dei suo coarigtio >, 

Per lo remunerar, eh' è altrettanto. 
De' cinque , che mi fan cerchio per ciglio , 

Colui, che più al becco mi s' accosta, 

La vedovella consolò del fi^io : 
Ora conosce quanto caro costa 

Non seguir Cristo, per l' esperienza 

Di questa dolce viia , e dell' opposta «. 
£ quel , che segue in lacirconCèrenza, 

Di che ragiono , per V arco superno ^^ 

Morte indugiò per vera penitenza : 
Ora conosce che '1 giudicio eterno 

Non si trasmuta , perchè degno preoo 

Fa crastino laggiù dell' odierno. 
L* altro , che segue , con le leggi , e meco , 

Sotto buona 'ntemoion , che fé' mal frutto , 

Per cedere al pastor«t lece Greco ^ : 
Ora conosce come '1 mal dedotto 

Dal suo bene operar non gli è nocivo, 

A vvegna che sia *\ mondo indi distrutto. 
E quel che vedi nell' arco declivo 7, 

* Forato. — ^ De i splendidi spiriti, de i quali si compo- 
ne la fida figura. — ^ Per quella parte che v'ebbe la di lui 
libera elezione. — * Giù nell* Inremo che egli ha parimente 
espctimentato. — * Ciglio. — « Costantino die per cedere 
Roma al papa si trasferì a Bisanzio portando seco le leggi 
e l'aquila. — ? Nel pendio del ipìo eigfio. 



371 DEL PARADISO. 

Goìgiiekno fa , cn qodfai lem plon , 

Che pÓBge Carlo eFederìgo tìyo : 
On conosce come s* imiaiiiora 

LoCid del gìosto rege, ed al sembiante 

Del suo fìilgòie fl fii cedere ancora. 
Chi oederdibe giù nel mondo errante ', 

Che Rifto Troiano in questo tondo 

Fosse la qninta delle loci sante? 
Ora conosce assai di qoel che 1 mondo 

Veder non può ddla divina grazia; 

Benché soaTista non discoma il fondo. 
Qoal lodoletta , che "n aere si spazia 

Prima cantando, e pm tace contenta 

Deir ultima dolcezza che la sazia. 
Tal mi seminò V imago della 'mprenta 

Ddl* etemo piacere *, al cui disio 

Ciascuna cosa, quale eli' è, diventa. 
E aTTegna eh* io fossi al dohbiar mio 

Lì, quasi vetro aDo color, che '1 veste; 

Tempo aspettar tacendo non patìo ^ : 
Ma della bocca: Che cose son queste? 

Mi pìDse con la forza del suo peso : 

Per eh' io di corruscar vidi gran feste. 
Poi appresso eoa V occhio più acceso 

Lo benedetto segno mi rispose , 

Per non tenermi in ammirar sospeso : 
lo veggio, che tu credi queste cose, 

Perch' io le dico, ma non vedi come : 

Sì elle se son credute , sono accose. 
Fai come quei che la cosa per nome 

ApproKle ben : ma la sua quiditate ^ 

Veder non puote , s' altri non la prome ^. 
Regnum ccelorum violenzia paté 

Da caldo amore, e da viva speranza. 

Che vince la divina volontate, 

* Soggetto ad errore. — > Coà contenta mi sendirò llm* 
magine dello stemma in cui l'eterno beneplacito ha ordi- 
nata la uni versai monarchia. — ' Cioè manifestassi dnbUo , 
come il vetro scopre il colore ec., nondimeno 1* acceso de- 
siderio di saperne la soluzione, non soffrì indugio. — < Es- 
senza. — ^ Espone, manifesta. 



CANTO XX. 373 

Non a guisa che V uomo all' uom sobranza , 

Ma Tìnce lei» perchè iruole esser Tinta, 

E Tinta Tince con sua beninauza '. 
La prima Tika del ciglio e la quinta - 

Ti fa maraTigliar, perchè ne Tedi 

La r^ion degli Angeli dipinta '. 
De' corpi suoi non uscir, come credi » 

Gentili, ma Cristiani, in ferma fede, 

Quel de' passuri , e quel de' passi piedi ^ : 
Che r una dallo 'nfemo , u' non si riede 

Giammai a buon Toler, tornò all' ossa, 

E ciò di TiTa speme fu mercede : 
Di TiTa speme , che mise sua possa 

Ne' priegbi fatti a Dio per suscitarla , 

Sì che potesse sua Teglia esser mossa. 
L' anima gloriosa , onde si parla , 

Tornata nella carne , in che fu poco % 

Credette in lui , che poteTa aiutarla. 
E credendo s' accese in tanto fuoco 
^ Di Tero amor, eh' alla morte seconda 

Fu degna di Tenire a questo giuoco ^. 
L' altra , per grazia, che da si profonda 

Fontana stilla , che mai creatura 

Non pinse l' occhio msiuo alla prim' onda , 
Tutto suo amor laggiù pose a drìttura : 

Perchè di grazia in grazia Iddio gli aperse 

L' occhio alla nostra redenzion futura : 
Onde credette in quella , e non s* offerse 

Da indi '1 puzze più del paganesmo , 

E rìprendeane le genti perrerse. 
Quelle tre donne * gli fur per battesmo , 

Che tu Tedesti dalla destra ruota , 

Dinanzi al battezzar più d' un millesmo. 
O predestìnazion , quanto rimota 

È la radice tua da quegli aspetti , 

Che la prima cagion non Teggion tota ! 

I Benignità. — > Ornata quella parte del cielo die abitan 
gli Angeli. — ' Rifeo credendo in Cristo che doTera patire, 
Traiano in Cristo che avera patito. — * Nel qual corpo so- 
pravvisse poi poco spazio di tempo. •— ^ Giocondità. — 
* Le tre virtù teologali. 

52 



374 DEL PARADISO. 

E Toi mortali tenetevi stretti 
A gindicar : che noi , che Dio vedemo » 
NoD conosciamo ancor toltigli eletti : 

Ed enne dolce cos> fatto soeoio ' t 
Perchè '1 ben nostro in questo ben »' affina. 
Che quel che vuole Iddio , e noi volemo. 

Così da quella immagine divina. 
Per farmi chiara la mia corta vista, 
Data mi fa soave medicina. 

£ come a buon cantor buon citarista 
Fa seguitar lo guizzo della corda , 
In che più di piacer k> canto acquista , 

Sì mentre che parlò , mi si ricorda 
eh* io vidi le due luci benedette, 
Pur come batter d' occhi si concorda. 

Con le parole muover le fiammette. 



CAISTO XXI. 

ARGOMENTO. 

Ascende Dante dal cielo di Giove a quello di Saturno , nel 
quale trova i contemplanti della vita solitaria , e vede 
in quello una scala altissima. Poi da S. Pier Damiano 
gli vien riq;K)sto ad alcune dimande. 

Già eran gli occhi miei rifissi al volto 

Della mia Donna, e Y animo con essi, 

£ da ogni altro intento s' era tolto : 
Ed ella non ridea : ma , S' io ridessi , 

Mi cominciò, tu ti faresti quale 

Fu Semelè , quando di cener fessi : 
Che la bellezza mia , che per le scale 

Deir etemo palazzo più s* accende, 

Com' hai veduto , quanto più si sale , 
Se non si temperasse , tanto splende , 

Che '1 tuo mortai podere al suo fulgóre 

Parrebbe fronda, che tuono scoscende'. 

' E ci è dolce così fatto mancamento di cognizione. " 
' Cui atterra il fulmine. 



CANTO XXi. 375 

Noi sem levati al settimo splendore. 

Che sotto M petto del Leone ardente 

Raggia mo misto giù del suo valore '• 
Ficca dirietro agli occhi looi la mente, 

£ fa' di quelli specchio alla figura , 

Che 'n questo specchio ti sarà parvei^ *. 
Qual sapesse qual' era la pastura 

Del viso mio nell* aspetto beato , 

Quand* lo mi trasmutai ad altra caia, 
Conoscerebbe quanto m' era a grato 

Ubbidire alla mia celeste scorta, 

Contrappesando 1* un con V altro lato ^. 
Dentro al cristallo , che '1 vocal)ol porta, 

Cerchiando '1 mondo del suo caro duce » 

Sotto cui giacque ogni malizia morta ^, 
Di color d' oro, in che raggio traluce, 

Yid* io uno scalèo ^ eretto in suso , 

Tanto che noi seguiva la nàia luce , 
Tidi anche per li gradi scender gioso 

Tanti splendor, eh' io pensai, eh' ogni kone, 

Che par nel ciel, quindi fosse diffuso. 
E come per lo naturai costume 

Le pole ^ insiene al eomiiieiardel gioni» 

Si muovono a scaldar le fredde piume; 
Poi altre vanno via senza ritorno; 

Altre rivolgon sé onde son mosse , 

Ed altre roteando lan soggiorno; 
Tal modo parve a me , che quivi fosse 

In quello sfavillar, che 'nsieme veuKy 

Si come in cerio grado « percosse ^ : 
E quel , che presso più ci m ritenne, 

Si fé' si chiaro , eh' io dioea pensando, 

' Settimo pianeta di Saturno che ora vibra giù a i corpi 
inferiori le sue influenze più tenqierate, perchè il suo ec- 
cessivo freddo vien meschiato Ccll* eccessivo caldo dei se- 
gno del Leone celeste. — ^ Fa* che negli occhi pingasi la 
figura che in questo pianeta ti apparirà. — ^ Cioè piacere 
di vagbeg^àarla col piacere di ubbidirla. — '* Dentro il pia- 
neta che porta il nome del re Saturno, sotto l'impero del 
quale fn 1* età dell' oro. -- ^ Scala. — ^ Le cornacchie. 
~~ ' Tosto che giunsero a un certo gradino della scala. 



376 DEL PARADISO. 

lo veggio ben V amor che tu m' accenne. 
Ma quella , ond' io aspetto il come, e 'I quando 

Del dire , e del tacer, si sta ; ond' io 

Contra '1 disio fo ben , eh* io non dimando. 
Per eh' ella, che vedeva il tacer mio 

Nel veder di colui, che tutto vede , 

Mi disse : Solvi il tuo caldo disio. 
Ed io incominciai : La mia mercede ' 

Non mi fa degno della tua risttosta , 

Ma per colei , che '1 chieder mi concede : 
Vita beata , che ti stai nascosta 

Dentro alla tua letizia , fammi nota 

La cagion che sì presso mi t* accosta : 
E di' perchè si tace in questa ruota 

La dolce sinfonia di Paradiso , 

Che giù per l' altre suona sì devota. 
Tu hai r udir mortai sì come '1 viso , 

Rispose a me : però qui non si canta 

Per quel che Beatrice non ha rìso. 
Giù per li gradi della scala santa 

Discesi tanto sol per farti festa 

Col dire e con la luce che mi ammanta : 
Né più amor mi fece esser più presta : 

Che più e tanto amor quinci su ferve , 

Sì come '1 fiammeggiar ti manifesta '. 
Ma r alta carità, che ci fa serve 

Pronte al consiglio , che '1 mondo governa, 

Sorteggia ^ qui, sì come tu osserve. 
Io veggio ben, diss' io, sacra lucerna. 

Come libero amore in questa Corte 

Basta a seguir la providenza eterna. 
Ma quest è quel eh' a cerner mi par forte % 

Perche predestinala fosti sola 

A questo ufficio tra le tue consorte. 
Non venni prima all' ultima parola. 

Che del suo mezzo fece il lume centro, 

Girando sé come veloce mola. 

* Merito. — > Che uguale e maggior amore del mio è 
acceso in loro, come il risplendere eguale e maggiore fi 
dimostra. — ^ Elegge qui ciascuno a quel ministero che 
«ila vuole. - - * Difficile a discemere. 



CANTO XXi. 377 

Poi rispose r amor, che y' era dentro, 

Luce divina sovra me s' appunta, 

Penetrando per questa , ond' io m' inventro * : 
La cui virtù col mio veder congiunta 

Mi leva sovra'me tanto* eh* io veggio 

La somma essenzia della quale è munta. 
Quinci vien V allegrezza , ond' io fiammeggio, 

Perchè alla vista mia , quant* ella è chiara, 

La chiarità della fiamma pareggio. 
Ma quell' alma nel ciel che più si schiara , 

Quel Serafin , che 'n Dio più Y occhio ha fisso, 

Alla dimanda tua non soddisfarà ' : 
Perocché sì s' innoltra neir abisso 

Dell' etemo statuto quel che chiedi , 

Che da ogni creata vista è scisso ^. 
Ed al mondo mortai quando tu riedi , 

Questo rapporta, sì che non presumma . 

A tanto segno più muover li piedi. 
La mente, che qui luce, in terra fumma : 

Onde riguarda, come può laggiue 

Quel che non puote, perchè '1 ciel 1* assumma.^ * 
Sì mi prescrisser le parole sue , 

Ch* io lasdai la quistione , e mi ritrassi 

A dimandarla umilmente chi fue. 
Tra due liti d' Italia surgon sassi s, 

E non molto distanti alla tua patria, 

Tanto che i tuoni assai suonan più bassi : 
E fanno un gibbo ^, che si cliiama Catria, 

Disotto al quale è consecrato un ermo , 

Che suoi' esser disposto a sola latria. 
Così rìcominciommi il terzo sermo : 

E poi continuando disse : Quivi 

Al servigio di Dio mi fei sì fermo, 
Che pur con cibi di liquor d' ulivi 7 

* Per questa luce, nel di cui ventre io sto. — ' Soddis- 
faria, soddisfarebbe. — ^ Disgiunto, lontano. — * Guarda 
se è mai possibile che mente creata conosca fra le tenebre 
della terra ciò che non arriva a comprendere , quantun- 
que raccolga il cielo fra la sua luce. ~ ^ Gli Appennini. 
— * Rialto, una gobba. — ' Che solamente con cibi conditi 
d' olio. 

32. 



J79 



D8^ 



Lievemente 
CairtHitn 01^ 




S ehe tutta 
lft<|Dei[fiea il 



Cefka&f€ 




Or i^^wfc^pÉKi »' 




5ewl»'i 



CANTO XXII. 979 



CANTO XXU. 

ARGOMENTO. 

Fa il Poeta a San Benedetto una dimandti rpoi gale ali* 
ottava spera, e dì queiia nei segno di< 



Oppresso di stupore alia mia guida 

Mi Tolsi come paryòl, che ricorre 

Sempre colà , dove più si confida. 
E quella come madre , che soccorre 

Subito al figlio pallido ed anelo, 

Con la sua Yoce, che 1 suol ben disporre» 
Mi disse : non sai tu , che tu se* *n Cido , 

E non sai tu , che 'I Cielo è tutto santo , 

E dò che d si fa , irien da buon zelo? 
Come t' avrebbe trasmutato il canto , 

Ed io rìdendo, mo pensar lo puoi, 

Posda che '1 grìdo t* ha mosso cotanto ' ; 
Nel qual se 'nteso avessi i prìeghi suoi. 

Già ti sarebbe nota la vendetta , 

La qual vedrai innanzi che tu mnoi *. 
La spada di quassù non taglia in ft^tta, 

Né tardo , ma che al parer dì cohii , 

Che desiando, o temendo 1' aspetta.^ 
Ma rivolgiti ornai inverso altrui : 

Ch' assai illustrì spiriti vedrai , 

Se com' io dico la vista rìdui 4. 
Com' a lei piacque , gli occhi dirizzai , 

E vidi cento sperule ^, che "nsieme 

Più s' abbellìvan con motiii nd. 
Io stava come quei che *n sé ripreme 

La punta del disio , e non s' attenta 

Di dimandar, sì del troppo si teme : 

* Se tanto t* ha commosso quel grido, pensa come il canto 
di quelle anime e il riso mio t* avrebbero trasmutato. — 
» La vendetta che piglierà Dio sopra questi perversi prelati. 
— * Ha può pai'er troppo presta a dii la riceve e troppo 
tardaa dii la desidera. - < Eidud , rivolgi. — ^ Piccole 
spere e globetti risplendenti. 



380 DEL PARADISO. 

£ la maggiore, e la più luculenta 

Di quelle margherita ' innanà fessi , 

Per far di sé la mia YOglìa contata. 
Poi dentro a lei udi' : se tu yedessi , 

Com' io , la carità che tra noi arde , 

Li tuoi concetti sarebbero espressi; 
Ma perchè tu aspettando non tarde 

Air alto fine *, io ti farò risjposta 

Pure al pensier, di che sì ti riguarde. 
Quel monte , a cui Cassino è nella costa , 

Fu frequentato già in su la cima 

Dalla gente ingannata, e mal disposta. 
Kd io son quel che su yì portai prima 

Lo nome di colui, che 'n terra addusse 

La verità, chetante ci sublima : 
E tante grazia sovra me rìlusse , 

Ch' io ritrassi le ville circosUnti 

Dall'empio colto, che '1 mondo sedusse ^. 
Questi altri fuochi tutti contemplanti 

Uomini furo, accesi di quel caldo, 

Che fa nascere i fiori , e i frutti santi. 
Qui è Maccario : qui è Romoaldo : 

Qui son li frati miei, che dentro a* chiostri 

Fermarli piedi , e tennero 'Icuor saldo. 
Ed io a lui : r affetto , che dimostri 

Meco parlando , e la buona sembianza, 

Ch' io veggio e noto in tutti gli ardor vostri, 
Così m' ha dilateta mia fidanza. 

Come '1 Sol fa la rosa , quando aperte 

Tanto divien, quant' eli' ha di possanza. 
Però ti prego , e tu , padre , m* accerte , 

S*io posso prender tente grazia, eh' io 

Ti veggia con immagine scoverte. 
Ond' egli : Frate, il tuo alto disio 

S' adempierà in su V ultima spera , 

Ove s' adempion tutti gli altri e M mio. 
Ivi è perfette matura ed intera 

* La più rilucente di quelle celesti e vive gioje. — ^ die 
è vedere 1* essenza di Dio. — ^ d^* empio culto de* faU 
DeL 



CANTO XXII. 381 

Ciascuna disianza : in quella sola 

È ogni parte là, dove sempr* era : 
Perchè non è in luogo, e non s' ìmpola': 

E nostra scala infino ad essa varca : 

Onde così dal viso ti s* invola. 
Infin lassù la vide il Patriarca 

Jacob isporger la superna parte , 

Quando gli apparve d' Angeli sì carca. 
Ma per salirla mo nessun diparte 

Da terra i piedi : e la regola mia 

Bimasa è giù per danno delle carte \ 
Le mura, che solcano esser badia , 

Fatte sono spelonche , e le cocolle 

Sacca son piene di farina ria. 
Ma grave usura tanto non si toUe 

Contra '1 piacer di Dio quanto quel fratto , 

Che fa il cuor de* monaci sì folle. 
Cile quantunque la Chiesa guarda ^, tutto 

È della gente , che per Dio dimanda , 

Non di parente, né d' altro più brutto *. 
La carne de' mortali è tanto blanda , 

Che giù non basta buon comìnciamento , 

Dal nascer della quercia al far la ghianda ^. 
Pier cominciò sanz' oro e sanza argento, 

Ed io con orazione e con digiuno , 

E Francesco umilmente il suo convento. 
£ se guardi al principio di ciascuno. 

Poscia riguardi là dov' è trascorso. 

Tu vederai del bianco fatto bruno. 
Veramente Giordàn volto retrorso 

Più fu , e il mar fìiggir, quando Dio volse. 

Mirabile a veder, che qui il soccorso • 
Co^ mi disse : ed indi si rìcolse 

* Non 8i posa , né si gira sopra 1 poli. — * Che Inatil* 
mente si consomano in copiarla. — ' Tutto ciò die dopo 
le^pese necessarie al culto, la chiesa mette da parte. — 
* Come di meretrici ed altre persone vituperose. — ^ La 
carne è tanto pieghevole, die il buon incominciamento 
noD persevera mai tanto tempo quanto ne scorre tra il 
nascere ddla querda e il crescere a segno di prodomela 
ghianda. — * Il rimedio a questi disordinL 



an DEL PARADISO. 



Al suo collegio, e 'I collegi» t» 

Poi come turbo io sn tutto s* accolse. 
La dolce Donna dieCro a lor mi 

Con un sol cenno sa per quella 

SI sua TÌrtù la mia natura Tìnae : 
Né mai quaggiù , dove si moata e cala, 

Naturalmente fu sì ratto molo, 

Ch' agguagliar si potesse alla mia ali. 
S* io tomi mai ' , Lettore, a quei devolo 

Trionfo , per lo quale io piaogo spesa» 

Le mie peccata , e *l petto mi percuoto. 
Tu non aYresti in tanto tratto e messa 

Nel fuoco il dito , in quanto io Tldi 1 

Che segue '1 Tauro >, e foi dentro da emo. 
O gloriose stelle , o lume pregao 

Di gran Yirtà, dal quale io rìoonoeoo 

Tutto qual che si siati mio iog^na : 
Con iroinasceTa,es* ascondeva Tosca 

Quegli, eh' è padre d' ogni mortai vita, 

Quand' io sesti' da prima f aer Tosco : 
E poi quando mi fu grazia largita 

D* entrar neH* alta mota , che vi gim. 

La vostra region mi fa sortita. 
A voi divotamente ora sospira 

L' anima mia , per acquistar alitale 

Al passo forte, che a sé la tira K 
Tu se' sì presso all' ultima salute. 

Cominciò Beatrice, dieta dèi 

Aver le luci tue chiare ed acute. 
E però prima che tu più f ialei ^, 

Rimira in ginso, e vedi quanto mondo 

Sotto li piedi già esser ti fei : 
Sì che 'I tuo cuor, quantunque può, feconda 

S' appresenti alla turba trionfante; 

Ohe lieta vìen per questo etera tondo. 
Col viso ritomai per tutte quante 

Le sette spere, e vidi questo glob» 

* Così mi aia concessa la grazia di ritornare. — ' La 
costellazione di Gemim. — ^ O al passo difficile detta SMrte, 
o atta difliooltà di descrivere U cielo Empireo. — * T* in- 
terni in esso lei. 



CANTO XXin. 883 

Tal , eh' io sorrisi del suo vii sembiante : 
E quel consiglio per migliore appròbo, 

Che r ha per meno ^ : e chi ad altro pensa, 

Chiamar si puote veramente probo. 
Vidi la figlia di Latona * incensa 

Senza queir ombra, che mi fu cagione, . 

Perchè già la credetti rara e densa. 
V aspetto del tuo nato , Iperione , 

Quivi sostenni , e vidi com* si muove 

Circa, e vicino a lui Maia e Dione '. 
Quindi m' apparve il temperar di Giove 

Tra '1 padre e '1 figlio ^ : e quindi mi fu chiaro 

Il variar, che fanno di lor dove : 
£ tutti e sette mi si dimostrano 

Quanto son grandi , e quanto son veloci, 

£ come sono in distante riparo ^. 
L' aiuola ^ , che ci Ta tanto feroci , 

Yolgendom* io con gli etemi Gemelli , 

Tutta m' apparve da' colli alle foci 7 : 
Poscia rivolsi gli occhi agli occhi belli. 



CANTO XXIII. 

ARGOMENTO. 

In questo canto descrive Dante , come vide il trionfo di 
Cristo, seguitato da infinito numero di Beati» e special- 
mente dalla Beatissima Vergine. 

Come r augello intra l' amate fronde, 

Posato al nido de' suoi dolci nati , 

La notte, che le cose ci nasconde. 
Che per veder gli aspetti desiati , 

£ per trovar lo cibo , onde gli pasca. 

In che gravi labori gli son grati , 
Previene '1 tempo , in su T aperta frasca , 

> Che più lo disprezza. -- ^ La luna. — ^ Il pianeta di 
Heraiirio e quello di Tenere. •— * Tra il pianeta di Sabirno 
e qudlo di llarte. — ^ In diversa regione. — ^^ U piccolo 
nostro emisfero. — ' Dalle montagne ai mari. 



384 DEL PARADISO. 

E con ardente afTetto il Sole aspetta, 

Fi80 guardando, pur che l' albanaaca; 
Così la Donna mia si staTa eretta, 

Ed attenta rìTolta inver la plaga, 

Sotto la quale il Sol mostra men fretta * : 
Sì che reggendola io sospesa e vaga , 

Fecemi quale è quei , che disiando 
^ Altro Yorrìa , e sperando s' appaga. 
Ma poco fu tra uno ed altro quando ' , ,> 

Del mio attender dico , e del vedere 

Lo Ciel venir più e più rischiarando, 
£ Beatrice disse : Ecco le schiere 

Del trionfo di Cristo , e tutto 1 frutto 

Ricolto del girar di queste spere. 
ParTcmi , che '1 suo viso ardesse tutto : 

E gli occhi avea di letizia sì pieni , 

Che passar mi convien senu costrutto K 
Quale ne' plenilunii sereni 

Trìvia ride tra le Ninfe eteme 4, 

Che dipingono '1 del per tutti i seni , 
Yid' io sopra migliaia di lucerne, 

Uo Sol , che tutte quante 1' accendea , 

Come fa '1 nostro le viste superne : 
1£ per la viva luce trasparea 

La lucente sustanzia tanto chiara, 

Nel viso mìo, che non la sostenea. 
O Beatrice dolce guida e cara I 

Ella mi disse : Quel che ti sobranza ^ 

È virtù , da cui nulla si ripara. 
Quivi è la sapienza, e la possanza, 

eh' aprì le strade tra '1 Cielo e la Terra , 

Onde fu già sì lunga disianza. 
Come fuoco di nube si disserra 

Per dilatarsi , sì che non vi cape , 

E fuor di sua natura in giù s' atterra, 
Così la mente mia tra quelle dape 

< Verso la parte di mezzogiorno. — * Cioè tra il mio at* 
tendere e il mio vedere. — '.Senza tentare di esprimerlo. — 
* La luna risplcnde tra le altre stelle. — * Che vince la toa 
vista. 



CANTO XXIII. 38ft 

Fatta più grande, dì sé stessa asdo , 

E che si fesse, rimembrar non sape. 
Aprì gli occhi, e riguarda qiial son io. 

Tu hai vedute cose, che possente 

Se' latto a sostener lo riso mio. 
To era come quei , che si risente 

Di visione obblita , e che s* ingegna 

Indarno di ridurlasi alla mente, 
Quando io udi' questa profferta, degna 

Di tanto grado , che mai non si stringue 

Del libro, che 'I preterito rassegna '. 
Se mosonasser tutte quelle lingue. 

Che Polinnìa con le suore fero 

Del latte lor dolcissimo più pingue, 
Per aiutarmi , al millesmo del vero 

Non si verrìa cantandoci santo riso, 

E quanto '1 santo aspetto facea mero. 
E così figurando il Paradiso 

Convìen saltar il sagrato poema, 

Com' nom che truova suo cammin reciso. 
Ma chi pensasse il ponderoso tema , 

E V omero mortai , che se ne carca , 

Noi biasmerebbe, se sott* esso trema. 
None pileggio * da picdola barca 

Quel che fendendo va V ardita prora. 

Né da nocclìier, eh' a sé medesmo parca \ 
Perché la faccia mia sì t' innamora , 

Che tu non ti rivolgi al bel giardino. 

Che sotto i raggi di Cristo s' infiora? 
Quivi é la rosa , in che '1 Verbo Divino 

Carne si fece : e quivi son li gigli , 

Al cui odor 8* apprese '1 buon canunino. 
Così Beatrice : ed io , eh' a' suoi consigli 

Tutto era pronto , ancora mi rendei 

Alla battaglia de' debili cigli. 
Come a raggio di Sol , che puro mei ^ 

Per fratta nube, già prato di fiorì 

Vider coperti d' ombra gU occhi miei, 

1 La memoria. — > Tratto di mare. ^ > Risparmi (àtioa* 
— * Trapassi. 

SS 



38ft DEL PARAIMSa 

Vid' io così pid torbe di g{ilendori 
Fulgurati di su , di raggi ardenti, 
Sanza Teder princìpio di fulgòrL 
O benigna Tirtù che sì gì' imprenti. 
Su t' esaltasti ' per largirmi loco 
Agli occhi lì , che non eran possenti. 
[1 nome del bel fior^ch* io sempre invooo 
£ mane e sera , tutto mi rìstiinse 

L' animo ad avrisar lo mi^ior foca \ 
E , come ambo le luci mi dipinse 

Il quale , e '1 quanto della vi? a stella» 

Che lassù vince, come quaggiù Tinse, 
Perentro il cielo scese una facella. 

Formata in cerchio a guisa di corona, 

E cinsela , e girossi intorno ad ella. 
Qualunque melodìa più dolce suona 

Quaggiù , ed a sé più r anima tira 

Parrebbe nube, che squarciata tuona. 
Comparata al sonar di quella lira. 

Onde si coronava il bel zaffiro. 

Del quale il ciel più chiaro s'inzaffira. 
Io sono amore angelico , che giro 

L' alta letizia, che spira del ventre. 

Che fu albergo del nostro disiro : 
£ girerommi. Donna del Ciel, mentre 

Che seguùrai tuo Figlio ', e farai dia 

Più la spera suprema , perchè gli entre. 
Così la circulata melodìa 

Si sigillava^, e tutti gli altri lumi 

Facean sonar il nome di MARIA. 
Lo real manto ^ di tutti i volumi 

Del mondo, che più ferve, e più s' avviva 

Keir alilo di Dio e ne' costumi , 
Avea sovra di noi V interna riva ^ 

Tanto distante, che la sua parvenza. 

Là dov' io era , ancor non m' appariva : 

' Tu ti sollevasti più in alto. — * Cioè la medesima 
Beata Vergine. — * Cioè in etemo. — * Così la soave me- 
lodia dell* Arcangelo che cantando girava intorno alla Ver- 
gine , si terminata. — ^ Cioè il nono cielo. — ^ Cioè il luo 
Concavo. 



CANTO XXin. 387 

Però non diber gli occhi miei potenza 

Di sef^itar la coronata fiamma , 

Che si levò appresso a sua semenza \ 
E come fantolin , che 'nver la mamma 

Tende le braccia, poi che *1 latte prese, 

Per Y animo , che 'b fin di fuor s* iofiamma , 
Ciascan di quei candori in su si stese 

Con la sua cima , si che 1* alto arfetto, 

Clì' alièno a Maria , mi fu palese. 
Indi rimaser lì nel mio cospetto , 

Regina cceli cantando sì dolce , 

Che mai da me non si partì '1 diletto. 
Oh quanta è V ubertà , che si soflfolce * 

In queir arche ricchissime , che fòro 

A seminar quaggiù buone bobolce ^ ! 
Quivi si vive, e gode del tesoro , 

Che s' acquistò piangendo nelV esilio 

DiBabilòn, ov'egli lasciò 1* oro; 
Quivi trionfa sotto V alto Filio 

Di Dio e di Maria, di sua vittoria ^ 

£ con r antico e col nuovo concilio 
Colui , che tien le chiavi di tal gloria ^. 

1 Che ri alzò dietro al suo Divino Figlio. — > Si contiene. 
^ 3 Semìnatrìci, o secondo altrì,buone terre a essere se- 
minate. — * Quivi San Pietro si gode del tesoro celeste 
colle comitive de* beati del vecchio e del nuovo Testa- 
mento. 



388 DEL PAftADISO 



CANTO XXIV. 

ARGOMENTO. 

San Pietro in questo canto esamina Dante ddb Fede. Al 
quale avendo egli risposto quanto direttamente credeva, 
l'apostolo approva la sua fede. 

O Sodalizio ' eletto alla gran cena 

Del benedetto Agnello , il qual vi ciba 

Si , che la vostra vog^a è sempre piena : 
Se per grazia di Dio questi preliba 

Di quel , che cade della vostra mensa , 

And che morte tempo gli prescriba , 
Ponete mente alla sua voglia immensa , 

E roratelo alquanto : voi bevete 

Sempre del fonte , onde vien quel eh' ei |>en8a. ' 
Così Beatrice : e quelle anime liete 

Si fero spere sopra fissi poli , 

Fiammando forte , a guisa di comete. 
E come cerchi in tempra d* oriuoli 

Si giran , s\ che *ì primo, a chi pon niente , 

Quieto pare, e 1' ultimo che voli, 
Così quelle earòle differente- 
mente danzando, dalla sua ricchezza 

Mi si facean stimar veloci e lente '. 
Di quella, eh* io notai di più bellezza, 

Yid* io uscire un fuoco sì felice. 

Che nullo vi lasciò di più chiarezza : 
E tre fiate intorno di Beatrice 

Si volse con un canto tanto divo ^ > 

Che la mia fantasia noi mi ridice : 
Però salta la penna, e non lo scrivo : 

Che r immaginar nostro a cotai pieghe , 

Non che '1 parlare, è troppo color vivo ^. 

* Consesso. — * Quei luminosi circoli danzanti, dalla 
loro maggiore o minore velocità mi facevano argomentare 
la loro maggiore o minore beatitudine. — ' Divino. — 
* Come in pittura il color troppo vivo non è acconcio a 
tappresentare le pieghe dei panni. 



CANTO XX[y. 389 

O santa suora mia , che sk ne preghe , 

Devota , per lo tuo ardente affetto , 

Da quella bella spera mi disleghe , 
Poscia fermato il fuoco benedetto , 

Alla mia Donna dirizzò lo spiro , 

Che favellò così com' io ho detto. 
Ed ella : O luce etema del gran viro ', 

A cui Nostro Signor lasciò le chiavi, 

Ch' ei portò giù di questo gaudio miro \ 
Tenta ^ costui de' punti lievi e gravi, 

Come ti piace, intomo della Fede, 

Per la qual tu su per lo mare andavi. 
S^ egli ama bene , e bene spera, e crede, 
^ Non t' è occulto , perchè '1 viso hai quivi , 

Ov' ogni cosa dipmta si vede. 
Bla perchè questo regno ha fatto civi , 

Per la verace fede a gloriarla , , 

Di lei parlare è buon eh' a lui arrivi. 
Sì come il baccelUer s' arma , e non parla. 

Fin che '1 maestro la quistion propone. 

Per approvarla, non per terminarla , 
Così m' armava io d' ogni ragione , 

Mentre eh' ella dicea, per esser presto 

A tal querente S e a tal professione. 
Di', buon Cristiano : fatti manifesto : 

Fede che è ? ond' io levai la fronte 

In quella luce , onde spirava questo. 
Poi mi Tolsi a Beatrice , ed essa pronte 

Sembianze femmi, perchè io spandessi 

L' acqua di fuor del mio intemo fonte. 
La grazia , che mi dà , eh' io mi confessi , 

Comincia' io dall' alto primipilo ^, 

Faccia li miei concetti essere espressi : 
^ seguitai : come '1 verace stilo , 

fie scrisse , padre, del tuo caro frate ^, 

Che mise Romateco nel buon filo, 

* Uomo. — 2 Maraviglioso. — ^ Esamina Dante su punfc 
facili o difficili, come ti è più in grado. — * Esaminatore. 
-^ ^ Dal Prìncipe degli Apostoli primo capitano della mi 
li2ia cristiana. — • 8. Paolo. 

53. 



390 DEL PARADIiS^O. 

Fede è sostanzia dì cose sperate, 

Ed argomento delle non parventi ". 

E questa pare a me sua quidltate '. 
Allora udii : Direttamente senti , 

Se bene intendi , perchè la ripose 

Tra le sustanze , e poi tra gli argomeatL 
Ed io appresso : Le profonde cose , 

Che mi largiscon qui la lor parvenza ,^ 

Agli occhi di laggiù son si nascose. 
Che r esser loro y* è in sola credenza, 

Sovra la qual si fonda V alta spene : 

E però di sustanzia prende intensa * : 
E da questa credenza ci conviene 

liillogizzar senza avere altra vista : 

E però iotenza d* argomento tiene. 
Allora udii : Se quantunque s' acquista 

Giù per dottrina , fosse cosi 'nteso , 

Non v' avria luogo ingegno di sofista : 
Cosi spirò da queU* amore acceso : 

Indi soggiunse : Assai beneè traseocsa 

D' està moneta già la lega e '1 peso : 
Ma dimmi se tu V hai nella tua borsa. 

Ed io : SI , r ho si lucida , e si tonda» 

Che nel suo conio nulla mi s' inforsa ^» 
Appresso usci della luce profonda. 

Che 11 splendeva : Questa cara gioia» 

Sovra la quale ogni virtù si fonda. 
Onde ti venne? ed io : La larga ploia 

Dello Spirito Santo, eh* è diffusa 

In su le vecchie , e 'n su le nuove cuoia \ 
È sillogismo, che la mi ha concbiufia 

Acutamente, si che *n verso d' ella 

Ogni dimostrazion mi pare ottusa. 
Io udii poi : L' antica e la novella 

Proposizione ^, che si ti oonckiude, 

Perchè V hai tu per divina favella ? 

' L'esser suo. •— ' Concetto e nome. — ' Che in essa 
niuna cosa mi fa stare in forse : — * La larga pioggia della 
Dottrina sacra sparsa dallo Spirito Santo soile carte del 
nuovo e vecdiio testamento. -^ ^ lì vectìhio e »«iov# Te- 
stamento. 



CANTO XXIV. 

£d io : La pruova ^c *1 Ter mi dìMMud«^ 
Son r opere segoHe, a elle uaHin 
Non scaldò ferro mai , né battè ancode- *. 
Risposto fummi : Di' , chi t* assieara 
Che quell' opere fotsser? ^mI modow a o . 
Che vuol provarsi , non aHri il ti giara *. 
Se 1 mondo si rivolse al friotinncnnin , 
Diss' io , senza miracoli , quasi* «n» 
È tal , che gli altri non sono 'loenlenM : 
Che tu entrasti porero e digiuno 
In campo a seminar la buona piaiitay 
Che fu già vite , ed ora è fotta pruno. 
Finito questo , V alta Corte sante 
Risonò per le spere : Un Dio lodiaou» 
Nella melòde , che lasse si cant». 
E quel baron ^, che sì di ramo m ramo 
Esaminando , già tratto m' avea. 
Che air ultime fronde appressavamo, 
Ricominciò : La grazia , che donnea ^ 
Con la lua mente , la bocca t' aperse 
Insino a qui, com' aprir si dovea; 
Si eh' io appruovo ciò, che fuori emerse : 
Ma or conviene esprìmer quel che credi , 
Ed onde alla credenza tuas' offerse. 
O santo padre, o spirito , che vedi 
Ciò che credesti , si che tu vineesti , 
Ver lo sepolcro, più giovani piedi ^ 
Comincia* io : tu vuoi eh' io manifesti 
La forma qjui del pronto creder mio , 
£d anche la cagion di lui chiedesti. 
£d io rispondo : lo credo m noe Iddio 
Solo ed etemo , che tutto '1 eiel muove 
Non moto , con amore e con disio : 
Ed a tal creder non bo' io par « pruove 
Fisico , e metafisice , ma dalai 
Anche la verità, dia quinci piove, 

» Cioè i miracoli. — ' Nessun altro te lo afferma, se non 
quello stesso che vuol provarsi , cioè Fantico e il nuovo 
Testamento. — ' San Pietro. — * Amoreggia. — * Cioè, 
andasti più ratto alla credenza che Dio era resuscitato dal 
sepolcro che i più giovani Apostoli. — * Solamente. 



392 DEL PARADISO. 

Per Ifoisè y per profeti , e per salmi. 
Per \* evangc^o , e per voi che ficrÌTeste» 
Poiché r ardente spirto tì fece almi '. 

E credo in tre persoue eterne , e queste 
Credo una essenza sì una, e sì trina. 
Che sofferà congiunto sunt et este '. 

Della profonda condiàon divina , 
eh' io tocco mOy la mente mi sigilla 
Più volte r evangelica dottrina. 

Quest' è il principio : quest' è la favilla , 
Che si dilata in fiamma poi vivace , 
E , come stella in cielo, in me scintilla. 

Come '1 signor, eh' ascolta quel che piace , 
Da indi abbraccia '1 servo, gratulando , 
Per la novella , tosto eh' el si tace ; 

Così fienedicendomi cantando, 
Tre volte cinse me, sì com' io tacqui, 
L' apostolico lume , al cui comando 

Io avea detto ; sì nel dir gli piacqui. 



CANTO XXV. 

ARGOMENTO. 

Introduce il Poeta in questo canto San Jacopo ad esami- 
narlo della Speranza, proponendogli tre dubbj : de' 
quali Beatrice solve il secondo, ed esso gli altri. Ulti- 
mamente introduce San Giovanni Evangelista a mani- 
festargli , che 'i suo corpo morendo era rimaso in terra* 

Se mai continga ^ che '1 poema sacro. 

Al quale ha posto mano e cielo e terra. 

Sì che m' ha fatto per più anni macro, 
\inca la crudeltà, che fuor mi serra 

Del bello ovile ^, ov'io dormii agnello 

Nimico a' lupi, che gli danno guerra; 
Con altra voce ornai , con altro vello 

Ritornerò poeta, ed in sul fonte 

' Quasi deificati. — > Sunt in quanto alle persone est ili 
quanto all' unità. — » Accade. — * Firenze. 



CANTO XXV. 3»3 

Del mio battesmo prenderò *i cappello ' •. * 

Perocché nella fede, che fa conte 

L' anime a Dio , qaiv* entra' io , e poi 

Pietro per lei sì mi girò la fronte. 
Indi si mosse mi lame verso noi 

Di quella schiera, ond' usd la primizia , 

Che lasciò Cristo de'Vicarì suoi '. 
E la mia Donna piena di letizia ; 

Bfi disse : Mira, mira : ecco il barone ' , 

Per cui laggiù si visita Galizia. 
^ come quando '1 colombo si pone 

Presso al compagno , 1* uno é T altro pande * » 

Girando e mormorando, l'affezione; 
Cosi vid* to r un dall' altro grande 

Prìncipe glorioso essere accolto, 

Laudando il cibo, che lassù si prande. 
Ma poi che '1 gratular si fu assolto ^, 

Tacito, coram me, ciascun s' affisse , 

Ignito sì, che vinceva il mio volto. 
Ridendo allora Beatrice disse : 

Inclita vita, per cui la largezza 

Della nostra basilica si scrìsse, 
Fa' risonar la speme in questa altezza : 

Tu sai che tante fiate la figuri , 

Quanto Gesù a' tre fé' più chiarezza ^. 
Leva la testa, e fa' che t' assicuri : 

Che ciò, che vien quassù dal mortai mondo , 

Convien eh' a' nostri raggi si maturi 7. 
Questo conforto del fuoco secondo 

Mi venne , ond' io levai gli occhi a' monti ^ , 

Che gì' incurvaron pria col troppo pondo. 
Poiché per grazia vuol che tu V affronti 

Lo nostro Imperadore, anzi la morte, 

Neil' aula più segreta , co' suoi Conti , 

' Cioè la corona di alloro. — ' Da cui uscì S. Pietro il 
primo suo vicario che lasciò Cristo in terra. — ' S. Jaco- 
po , per divozione al quale si visita da i Pellegrini Gom* 
pottdla città della Galizia. — * Manifesta. — * Ebbe ter- 
mine. ~ * Cioè a te, a Pietro e Giovanni manifestò cose 
a^i altri Apostoli occolte. — ' Si perfezioni. — * Gli Apos- 
toli. 



394 DEL PARADISO. 

Sì che veduto 'I Ter di questa Corte, \ 

La speme , che laggià bene ' ionaBMn» ^ 

In te ed io altnpi di ciò conforle : i 
Di' quel che eli' è , e come se ne 'nAort 

La mente tua, e di' onde a te vcme : 

Così seguìol secondo lame aoeora. 
E quella pia, che guidò le penne 

Delle mie ali a così alto voloy 

Alla risposta cosi mi prevenne. 
La Chiesa militante alcun iglioolo 

Non ha, con più speranza, com' è scritto 

Nel Sol , che raggia tutto nostro stuolo : 
Però gli è conceduto , die d* Egitto 

Yegna in GerusalenMse per vedera. 

Anzi che '1 militar gli sia prescritto'. 
Gli altri due punti , che non per sapere, 

Son dimandati , naa perch' ei rapporti 

Quanto questa virtù t' è in piacere, 
A lui lasc' io : che non gli saran forti , 

Né di jattanzia : ed e!Ii a dò risponde, 

E la grazia di Dio ciò gii comporti. 
Come discente , eh' a dottor seconda 

Pronto e libente in quel ch'egKè sperto. 

Perchè la sua bontà si disasconda : 
Speme , diss' io , è uno attender certo 

Della gloria futura, che produce 

Grazia divina e precedente merto : ' 
Da molte stelle mi vien questa luce : 

Ma quei la distillò nel mio cor pria. 

Che fu sommo cantor del sommo duce K 
Sperino m te , nella sua Teodìa, 

Dice , color che sanno 'I nome tuo : 

£ chi noi sa , s' egli ha la fede mia ? 
Tu mi stillasti , con lo stillar suo. 
Nella pistola poi * , si eh' io son pieno, 
Ed in altrui vostra pioggia riplùo. 

' Non invano. — ^ Prima che sia posto fine aUa sua vili 

mortale. ■— ^ Davidde. — < Tu poi , o S. Apostolo, me k 

infondesti di nuovo con quel che ne dici nella tua eoì^ 
tola. ^^ 



CANTO XXV. MS 

Mentr' io dìceTa, dentro al vìvo seno 

Di quello incendio tremolava un lampo 

Subito e spesso , a guisa di baleno : 
Indi spirò ' : L'amore, ond' io avvampo 

Ancor ver la virtù , che mi seguette 

Infin la palma *, ed air uscir del campo. 
Vuol eh' io respiri a te, che ti dilette 

Di lei : ed emmi a grato, che tu diche 

Quello, che la speranza ti promette. 
Ed io : Le nuove e le scritture antiche ^ 

Pongono il segno , ed esso lo m' addita, 

Dell* anime , che Dio s* ha fatte amiche. 
Dice Isaia , che ciascuna vestita 

Nella sua terra ila di doppia vesta S 

E la sua terra è questa dolce vita ^. 
£ 'i tuo fratello ^ assai vie più digesta, 

Là, dove tratta delle bianche stole, 

Questa rivelazion ci manifesta. 
£ prima , presso 1 fin d' este parole, 

Sperent iute, disopri noi s* udì, 

A che rìsposer tutte le caròle : 
Poscia tra esse un lume si schiari , 

Sì che , se '1 Cancro avesse un tal cristallo , 

L' inverno avrebbe un mese d* un sol dì 7. 
£ come surge, e va, ed entra in ballo 

Vergine lieta, sol per fame onore 

Alla novizia ^ , e non per alcun fallo, 
Così vid' io lo schiaralo splendore 
Venire a' due, ohe si volgeano a ruota, 

Qual convemasi al loro ardente amore. 
Misesi lì nel canto e nella nota : 

E la mia Donna in lor tenne V aspetto , 
Pur come sposa tacita ed immota. 
Questi è colui , che giacque sopra '1 petto 

* Disse r istesso S. Giacomo. — ^ La speranza che mi 
seguì fino alla palma del martìrio. — ^ Il nuovo e il vec- 
chio Testamento. — * La beatitudine dell* anima e del cor- 
po. — ^ E la terra , cioè la patria dell* anime è questa dolce 
vita, che in Paradiso si gode. — ^ S. Giovanni. — ' D'in- 
verno , per lo spazio d'un mese il Cancro spunta al cader 
del sole. — ' Sposa. 



9H DEL PARADISO. 

Del nostro Pellicano ' : e questi fae 

D* in su la croce al grande ufido eletto. 
La Donna mia così, né però pine 

Mosser la vista sua di stare attenta , 

Poscia che prima le parole sue. 
Quale è colui y che adocchia, e s' argomenta 

Di veder eclissar lo Sole un poco , 

Che pei' veder non vedente diventa , 
Tal mi fec* io a quell* ultimo fuoco , 

Mentrechè detto fu : Perchè t' abbagli 

Per veder cosa * , che qui non ha loco? 
In terra è terra il mio corpo , e saragli 

Tanto con gli altri , che '1 numero nostro ^ 

Con r etemo proposito s' agguagli. 
Con le due stole ^ nel beato chiostro 

Son le due luci sole, che salirò : 

E questo apporterai nel mondo vostro. 
A questa voce rinfiammato giro 

Si quietò y conesso il dolce mischio , 

Che si facea del soon nel trino spiro ; 
Sì come f per cessar fatica o rischio , 

Gli remi pria nel!' acqua ripercossi , 

Tutti si posano al sonar d' un fischio. 
Ahi quanto nella mente mi commossi , 

Quando mi volsi per veder Beatrice , 

Per non poter vederla , ben eh* io fossi 
Presso di Idy e nel mondo felice 1 

' Cristo. — > Cioè corpo umano. — ' n Nomerò di Mi 
etetti. — * Coli' anima e col corpo. 



CANTO XXVI. 397 



CANTO XX VI. 

ARGOMENTO. 

In questo canto S. Giovanni Evangelista lo esamina della 
Carità. Dipoi Adamo racconta a Dante il tempo della sua 
felicità, ed infelicità. 

Mentr' io dubbiava , per lo tìso spento ' 

Della fulgida fiamma, che lo spense, 

Usci un spiro che mi fece attento , 
Dicendo : In tanto che tu ti risense ' 

Delia vista , che hai in me consunta , 

Ben' è , che ragionando la compense. 
Comincia dunque, e di', ove s' appunta 

L'anima tua, e fa' ragion che sia 

La vista in te smarrita e non defunta : 
Perchè la Donna , che per questa dia 

Region ti conduce , ha nello sguardo 

La virtù eh' ebbe la man d' Anania. 
Io dissi : Al suo piacere e tosto e tardo 

Vegna remedio agli occhi, che fur porte , 

Quand' ella entrò col fuoco, ond' io sempr* ardo^ 
Lo ben , che fa contenta questa Corte, 

Alfa ed Omega ^ è di quanta scrittura 

Mi l^ge amore o lievemente, o forte* 
Quella medesma voce , che i)aura 

Tolta m' avea del subito abbarbaglio , 

Di ragionare ancor mi mise in cura : 
£ disse : Certo a più angusto vagUo 

Ti conviene schiarar : * dicer convienti , 

Chi drizzò l' arco tuo a tal bersaglio. 
Ed io : Per filosofici argomenti , 

E per autorità, che quinci scende. 

Cotale amor convien , che'n me s' imprenti : 
Che '1 bene , in quanto ben , come s' intende , 

Così accende amore, e tanto maggio 



' Per la vista perduta. — » Ripigli il senso. — ' Prin- 
cipio e fine. — * Cioè devi passare sotto più stretto esame. 

IL DAKTE. 51 



398 DEL PARADISO. 

Quanto più di bootade in sé comprende ' . 
Dunque ali* essenza , ov* è tanto vantaggio , 

Che ciascun ben, che fuor di lei si truova. 

Altro non è che di suo lume un raggio ; 
Più che in altra convien , che si muova 

La mente, amando, di ciascun , che cerne 

Lo vero, in che si fonda questa pruova. 
Tal vero allo*ntelletto mio discerne 

Colui , che mi dimostra il primo amore 

Di tutte le sustaiize sempiterne * 
Scernei la voce del verace autore , 

Che dice a Moisè, di sé parlando, 

Io ti farò vedere ogni valore. 
Scernilmi tu ancora , incominciando 

L' alto preconio , che grida Y arcano 

Di qui laggiù , sovra ad ogni alto hando.^ 
Ed io udii : Per intelletto umano , 

E per autoritadc a lui concorde. 

De* tuoi amori a Dio« guanla 'I sovrano. 
Ma di* ancor se tu senti altre corde 

Tirarli verso lui, sì che tu suone, 

Con quanti denti questo amor ti morde. 
Non fu latente fa santa intenzione 

Deir agnglia di Cristo , anzi m'accorsi , 

Ove menar volea mia professione : 
Però ricominciai : Tulti quei morsi , 

Che posson far lo cuor volgere a Dio , 

Alla mia cantate son concorsi : 
Che r essere del mondo , e Y esser mìo , 

La morte, eh* el sostenne , perdi* io viva , 

E quel che spera ogni fedel , com* io , 
Con la predetta conoscenza viva , 

Tratto m* hanno del mar dell* amor torto, 

E del diritto m* han posto alla riva. 
Le frondi, onde s* infronda tutto 1* orto 

< Il bene inteso da noi, fassi amare e quanto più di 
bontà l'inteso bene comprende tanto maggiore amore ec- 
cita in noi. — 2 Cioò, Aristotile provando che Iddio è som- 
mo bene appiana all' intelletto mio il primo amore delle 
sostanze. s^nUìi teine, — ^ l* Evangelio che bandisce il mis- 
teriQ della ^^erazione del Verbo. 



CAlNTO XXVL 399 

Dell' ortolano eterno, am' io cotanto. 

Quanto da lui a lor di bene è porto. 
Si com' io tacqui , un dolcissimo canto 

Risonò per lo Cielo , e la mia Donna 

Dicea con gli altri ^ Santo, Santo, Santo. 
K come al lume acuto si disonna ^ 

Per lo spirto visivo , che ricorre 

Allo splendor, die va di gonna in gonna,^ 
E lo svegliato ciò che vede abt>orre, 

Sì nescia è la sua subita vigilia. 

Fin che la stimati va ^ noi soccorre; 
Così degli occhi miei ogni quisquilia * 

Fugò Beatrice col raggio de' suoi , 

Clic rifulgeva più difille milia : 
Onde me' , che dinanzi , vidi poi , 

£ quasi stupefatto dimandai *. 

D'un quarto lume, eh' lo vidi con noi. 
£ la mia Donna : Dentro da que* rai 

Vagheggia il suo (attor l'anima prima , 

Che la prima virtù creasse mai ^. 
Come la fronda , che flette la cima 

Kel transito del vento , e poi si leva 

Per la propria virtù , che la sublima, 
Fec' io in tanto quanto ella diceva. 

Stupendo, e poi mi rifece sicuro 

Un disio di parlare ond' io ardeva : 
£ cominciai : O pomo, che maturo 

Solo prodotto fosti ^, o pndre antico, 

A cui ciascuna sposa è figUa e nuro, 
Devoto, quanto posso, a te supplico. 

Perchè mi parli : tu vedi mia voglia; 

E , per udirti tosto , non la dico. 
Tal volta un animai coverto broglia, 

Sì che l'affetto convien, che si paia, 

Per lo seguir che face a lui la 'nvoglia 7 : 

* Si finisce il sonno. — ' Che penetra neU* occhio di tu- 
nica in tunica fin alla retina. — ^ La virtù che discerné e 
giodica. ~ * Ingombro, impedimento. — ^ Adamo. — ^ Non 
bambino, ma uomo fatto. — ' Un animale copetto con un 
panno, agitandosi fa per Scopertura conoscere ciò che 
brama. 



400 DEL PARADISO. 

E similmoite V anima primaia 

Mi facea trasparer per la coverta , , 

Quant' ella a compiacermi Tenia gaia. 
Indi spirò : Senz' essermi profferta 

Da te,la voglia tua , discemo ipeglio , 

Che tu qualunque cosa f è più certa : 
Perch' io la veggio nel verace speglio, 

Che fa di sé paregUe l'altre cose , 

E nulla face lui di 3è pareglio/ 
Tu vuoi udir quante che Dio mi pose 

Neir eccelso giardino , ove costd 

A cosi lunga scala ti dispose : 
K quanto fu diletto agli occhi miei, 

E la propria cagion del grantiisdegno, 

E r idioma ch*io usai e fei. 
Or, (ìgliuol mio, non il gustar del legno 

Fu per sé la cagion di tanto esìlio , 

Ma solamente il trapassar del segno '. 
Quindi onde ^ mosse tua Donna Virgilio , 

Quattromila trecento e due volumi 

Di Sol ^ desiderai questo concìlio : 
£ \idi lui tornare a tutti i lumi 

Della sua strada novecento trenta 

Fiate, mentre eh* io in Terra lumi. 
La lingua, eh* io parlai, fu tutta spenta. 

Innanzi che all' ovra inconsumabile ^ 

JF'osse la gente di Nembrotte attenta : 
Che nullo affetto mai raziociuahile. 

Per lo piacere uman , che rinnovella , 

Seguendo '1 cielo ^ , sempre fu durabile. 
Opera naturale è eh' uom favella : 

Ma, cosi cosi, natura lascia 

Poi fare a voi , secondo che v' abbella 7. 
Pria eh' io scendessi alla 'nfernale ambascia ^, 

EI s' appellava in Terra il sommo Bene , 

' Dio che rappresenta tutte le cose e nessuna rappresenta 
lui.— 2 II disubbidire. — 3 Dal Limbo. — * Revoluzioni di 
sole , anni. — * Impossibile a perfezionarsi. — « Stante il 
beneplacito dell* uomo, che si muta per lo seguire die fa 
gì* influssi del cielo che si variano, — '' Vi piace. '- ' Al 
Limbo. 



CANTO XXVII. 401. 

Onde vien la letizia , che mi fascia : 
ELI si chiamò poi : e ciò cobviene : 

Che r uso de' mortali è come fronda 

In ramo, che sen Ta, ed altra viene. 
Kel monte, che si leya più dall' onda ' , 

Fu' io con vita pura e disonesta ' 

Dalla prim' ora, a quella, eh' è seconda. 
Come '1 Sol muta quadra, all' ora sesta ^. 



CANTO xxvir. 

ARGOMENTO. 

In questo canto San Pietro riprende i cattivi Pastori. Poi 
sale il Poeta con Beatrice alla nona Spera , dov* ella gli 
dimostra pienamente la natura, e virtù di quella. 

Al Padre , al Figlio , allo Spirito Santo 

Cominciò gloria tutto 1 Paradiso, 

Sì che m' inebbrìava il dolce canto. 
Ciò , eh' io vedeva , mi sembrava un rìso 

Dell' universo : perchè mia ebbrezza 

Entrava per Y udire e per lo viso. 
gioia! ineffabile allegrezza! 

O vita intera d' amore e di pace ! 

O, senza brama, sicura ricchezza, r 

Dinanzi agli occhi miei le quattro face 

Stavano accese, e quella che pria venne , 

Incominciò a farsi più vivace : 
E tal nella sembianza sua divenne, 

Qual diverrebbe Giove , s' egli e Marte 

Fossero augelli , e cambiassersi penne ^. 
La provedenza , che quivi comparte 

Vice ed ufficio , nel beato coro , 

Silenzio posto avea da ogni parte, 

• Nel Paradiso terrestre. — * Prima del peccato e dopo 
il peccato. — ' Cioè sette ore. — * Perchè S. Pietro , che 
Un qui riluceva d' una luce chiara e piacevole , come la 
stella di Giove, ora per il conceputo sdegno divenne del 
color di Marte rosso e infuocato. 

54. 



nfil DEL PARADISO. 

Quan«r io udf : Sé io mi trascoloro , 

Non ti maravigliar : che, dicend' io. 

Vedrai trascolorar tatti costoro. 
Quegli ', eh* usurpa io terra il luogo waiOf 

Il luogo mio , il luogo mio , che Tace ' 

Nella presenza del rc;liool di Dio , 
Fatta ha del dmiterio mio ^ cloaca 

Del sangue e della pozza , ondel peiTerBo, 

Che cadile di quassù , laggiù si placa K 
Di quel color, die, per lo Sole avverso, 

Nuhe dipinge da sera e da mane » 

Vid' io allora tutto '1 ciel cosperso. 
E come donna onesta che permane 

Di sé sicura , e , per 1' altrui fallanza , 

Pure ascoltando timida si Tane, 
Così Beatrice trasmutò sembianza : 

E tale eclissi credo , che 'n del (ne , 

Quando patì la suprema Possanza ^ : 
Poi procedetter le parole sue , 
4. Con voce tanto da sé trasmutata 

Che la sembianza non si mutò piue : 
Non fu la Sposa di Cristo allevata 

Del sangue mio , di Lin , di quel di Cleto , 

Per essere ad acquisto d* oro usata : 
Ma per acquisto d' esto viver lieto 

E Sisto e Pio, Calisto, ed Urbano 

Sparser lo sangue dopo molto fleto ^. 
Non fu nostra intenzion , eh* a destra mano 

De' nostri su ccessor parte sedesse. 

Parte dair altra del popol cristiano : 
Né che le chiavi , che mi fur concesse , 

Divenisser segnacolo in vessillo , 

Che contra i battezzati combattesse 7 : 
Né eli' io fossi figura di sigillo 

A* privilegi venduti e mendaci , 

Ond' io sovente arrosso e disfaviilo. 

' Bonifacio vm. — » Perchè indegnamente posseduta. 
- ^ Roma dove è sepolto iì corpo di San Pietro. — < Lu- 
cifero si consola. — » Cristo. — « Pianto. — ' Segno neUe 
pontilìcic bnndicre mosse contro ai GliiiwHtni. 



CANTO XXVII. 403 

In veste di pastor Ilipi rapaci 

Si veggion di quassù per tutti i paschi. 

O difesa ' di Dio perchè pur giad ! 
Del sangìie nostro Caorsini e Guaschi * 

S' apparecchian di bere : o buon principio , 

A che Til fine couTÌen che ta caschi ! 
Ma r alta provìdenza, che con Scipio 

Difese a Roma la gloria del mondo ^, 

Soccorra tosto , sì com* io concipio , 
£ tu figliuol , che per lo mortai pondo 

Ancor giù tornerai , apri la bocca » 

£ non asconder quel eh' io non ascondo. 
SI come di vapor gelati fiocca 

In gìuso r acr nostro , quando '1 corno 

Della Capra del ciel col Sol si tocca ^; 
in su vidi io così V etera adorno 

Farsi, e fioccar di vapor trionfanti, 

Che fatto avean con noi quivi soggiorno. 
Lo viso mio seguiva i suo* sembianti , 

E seguì fin che '1 mezzo ^, per lo molto, 

Gli tolse '1 trapassar del più avanti : 
Onde la Donna , che nù vide assolto * 

Dell' attendere in su , mi disse : Adima 

Il viso , e guarda come tu se' volto. 
Dall' ora , eh' io avea guardato prima , 

Io vidi mosso me per lotto l' arco , 

Che fa dal mezzo al fine il primo dinoa 7, 
Si eh' io vedea di là da Gade il varco 

Folle d' Ulisse , e di qua presso il lito, 

Nel qual si fece Europa dolce carco. 
E più mi fora discoverto il sito 

Di questa aiuola ; ma 'I Sol procedea , 

Sotto i miei piedi un segno e più partito ^. 
La mente innamorata , che donnea 

Con la mia Donna sempre , di ridure 

' Vendetta. — ^ Giovanni XXII di Ck)arsa, e Clemente \ 
di Guascogna. — ' La monarchia universale. — * Quando 
il sole ò in Capricorno. — * L'intervallo di mezzo, trame 
e loro. — fi Assoluto, Dbero. — ' Cioè erano scorse sci ore. 
— * Cioè il sole era distante dai Gemelli più di tutto ii 
tramozzante Toro. 



^04 DEL PARADISO. 

Ad essa gli occhi più che mai ardea. 
£ se natura, o arte Te* pasture ' 

Da pigliare occhi per aver la menle. 

In carne umana o nelle sue pinture. 
Tutte adunate parrebhcr niente , 

Ver lo piacer divui che mi rifulse, 

Quando mi volsi al suo viso ridente. 
E la virtù , che lo sguardo m' indulse. 

Del bel nido di Leda ' mi divelse , 

E nel ciel velocissimo m* impulse. 
Le parti sue vivissime ed eccelse 

Si uniformi son , eh' io non so dire 

Qual Beatrice per luogo mi scelse. 
Ma ella, che vedeva il mio dìsire, 

Incominciò , rìdendo , tanto lieta 

Che Dio parca nel suo volto gioire : 
La natura del moto , che quieta 

11 mezzo, e tutto V altro intomo muove ^, 

Quinci comincia come da sua meta. 
E questo cielo non ha altro dove 

Che la mente divina , in che s' accende 

V amor che '1 volge , e la virtù eh' ei piove *, 
Luce ed amor d' un cerchio lui comprende 

Sì come questo gli altri &, e quel precinto 

Colui che '1 cinge, solamente intende. 
Non è suo moto per altro distinto : 

Ma gli altri son misurati da questo. 

Sì come diece da mezzo e da quinto. 
E come '1 tempo tenga in colai testo ^ 

Le sue radici , e negli altri le fronde. 

Ornai a te puot' esser manifesto. 
O cupidigia 7, che i mortali affonde 

Sì sotto te , che nessuno ha podere 

Di trarre gli occhi fuor delle tue onde ! 

' Bellezze. — * La costellazione dei Gemelli. — * Il 
moto circolare che sta nel mezzo e muove tutto il creato 
all' intorno. — * La virtù d* influire. — * Luce ed amore 
d'ogni intorno lo circondano , siccome esso gli inferiori 
cieli circonda. — ® Vaso. — ' O cupidigia de' beni ter- 
reni. 



CANTO XXVll. 405 

Boi fiorisce Degli uomini '1 volere : 

Bla la {Moggia continua conTerte 

In bozzacchioni le susine vere. 
Fede ed innocenza son repelle 

Solo ne' pargoletti : poi ciascuna 

Pria fugge , che le guancie sien coperte. 
Tale , balbuziendo ancor, digiuna , 

Che poi divora con la lingua sciolta 

Qualunque cibo, per qualunque luna ' * 
£ tal balbuziendo ama, ed ascolta 

La madre sua ; che con loquela intera 

Disia poi di vederla sepolta. 
Così si fa la peUe bianca nera , 

Nel primo aspetto della bella figlia 

Di quel , eh' apporta mane , e lascia sera '. 
Tu y perchè non ti facci maraviglia , 

Sappi che 'n terra non è chi governi : 

Onde sì svia V umana famiglia. 
Ma prima che Gennaio tutto si sverni , 

Per la centesma , eh' è laggiù negletta ^, 
- Buggerane sì questi cerchi superni. 
Che la fortuna , die tanto s' aspetta , 

Le poppe volger^ , u' son le prore , 

Si che la classe ^ currerà diretta : 
E vero frutto verrà dopo '1 fiore. 

' Tale incomincia a digiunare ncll* età ancora balbu- 
ziente, il qual divenuto grande trasgredisce tutti i digiuni 
che la chiesa comanda. -^ > La figlia del sole cioè la natura 
umana. — ^ prima che il gennaio si trovi fuori della sta- 
gione invernale per lo centesmo cioè la parte di tempo ne- 
gletta nel calendario cesariano. — * Cureranno. — ' Flotta* 



406 DEL PARADISO. 



CANTO XXVIIL 

ARGOMENTO. 

Dimostra il Poeta in questo canto in die guisa, ^ fu ood- 
ceduto di poter vedere la Essenza Divina, e die efla di 
grado in grado si appresentò a lui in tre Gerarchie di 
nove Ck>rl d* Angeli , che le stanno d* intorno : ed in ul- 
timo pone alcuni dubbj dichiaratigli da Beatrice. 

Poscia che contro alla vita presente ' 

De* miseri mortali aperse *1 vero 

Quella , che *mparadisa la mia mente : 
Come in ispccchio fiamma di doppiero ' 

Vede colui , die se .n'alluma dietro , 

Prima che l'abbia io Yìsta od in pensiero, 
E sé risolve , per veder se il vetro 

Li dice il vero , e vede , di' d s' accorda 

Con esso, come nota con suo metro, 
Così la mia memoria si ricorda, 

Ch* io feci , riguardando ne' begli ocdìi , 

Onde a pigiarmi fece Amor la corda : 
£ com' io mi rivolsi , e furon tocchi 

Li miei da ciò che pare in quel volume, 

Quandunque nel suo giro ben s* adocchi ^ , 
Un punto vidi che raggiava lume 

Acuto sì , che 1 vi»o , ch* egli afTuoca , 

Chiuder conviensi per lo forte acume. 
E quale stella par quinci più poca , 

Parrebbe Luna locata con esso 

Come stella con stella si colloca. 
Forse cotanto , quanto pare appresso , 

Ha lo cinger la luce, clie '1 dipigue ^ , 

Quando 'i vapor, che '1 porla , più è spesso , 
Distante intorno al punto un cerchio d' igne 

Si girava sa ratto, ch* aVria vinto 

' In reprensione della vita presente. — * Torcia di cera. 
— ^ Ogni volta che il moto de* cieli ben si consideri. — 
* Forse cotanto , quanto l'alone pare circondare in vici- 
uanza la luce della luna la quale lui colora, etc. 



CANTO XXVIll. 407 

Quel moto, che più tosto il mondo dgne : 
£ questo era d* ub altro drcuncinto, 

E quel dal terzo , e '1 terzo poi dal quarto, 

Dal quinto *1 quarto» e poi dal sesto il quintou 
Sovra seguiva il settimo sì sparto 

Già di larghezza, che '1 messo di Juno 

Intero a contenerlo sarebbe arto ' : 
Così r ottavo , e '1 nono : e ciascheduno 

Più tardo si movea , secondo eh* era 

In numero distante più dall' uno : 
K quello avea la fìamma più sincera. 

Cui men distava la favilla pura, 

Credo perocché più di lei s* invera *. 
La Donna mia , che mi vedeva in cura 

Forte sospeso, disse : Da quel punto, 

Depende il cielo , e tutta la natura. 
Mira quel cerchio, che più gli è congiunto , 

E sappi , che '1 suo muovere è sì tosto. 

Per Taffocato amore ond' egli è punto 
Ed io a lei : Se '1 mondo fosse posto • 

Con r ordine, eh* io veggio in quelle ruote. 

Sazio m'avrebbe ciò che m* è proposto. 
Ma nel mondo sensibile si puote 

Veder le cose tanto più divine, 

Quant* elle son dal centro più remote. 
Onde se 'i mio disio dee aver fine 

In questo miro ed angelico tempio , 

Che solo amore e luce ha per confine ; 
Udir coiiviemmi ancor oome 1* esemplo 

E r esemplare non vanno d* un niodo : 

Cile io per me indarno a ciò contemplo. 
So li tuoi diti non sono a tal nodo 

Sufficienti, non è maraviglia, 

Tanto per non tentare è fatto sodo ^ ; 
(osi la Donna mia , poi disse : Piglia 

Quel eh* io ti dicerò , se vuoi saziarti , 

Ed intomo da esso t* assottiglia. 



I 



Angusto. — * Partecipa e s' imbeve. — ^ Per non e»- 
sei*e stato mai trattato questo punto, è divenuto difficile 
a capirsi. 



408 DIO. PARADISO. 

Li cerchi corporali ' sono ampi ed arti , 
Secoudo il più e '1 men della Tirhite, 
Che si distende per latte lor partì. 

Maggior bontà yuoI far maggior salute ' : 
Maggior salute maggior corpo cape, 
S' egli ha le parti ugualmente compiute. 

Dunque, costui, che tutto quanto rape 
L' alto universo seco , corrisponde 
Al cerchio che più ama e che più sape.^ 

Per che se tu alla yirtù circonde 
La tua misura, non alla parvenza 
Delle sustanze , che t* appaion tonde. 

Tu vedcrai mirabil convenenza 
Di maggio a pine e di minore a meno.. 
In ciascun cielo , a sua intelligenza. 

Come rimane splendido e sereno 
V emisperio dell' aere, quando soffia 
Borea dalla guancia ond' è più leno* ; 

Perchè si purga e risolve la rofQa ^, 
Òhe pria turbava , sì che '1 ciel ne ride , 
Con le bellezze d' ogni sua paroffia ^ ; 

Così fec' io , poi che mi provvide 
La Donna mia del suo risponder chiaro , 
£ come stella in cielo il ver si vide. 

£ poi che le parole sue ristarò , 
Non altrimenti ferro disfavilla, 
Che bolle, come i cerchi sfavillàro. 

Lo 'ncendio lor seguiva ogni scintilla : 
£d eran tante, che '1 numero loro. 
Più che '1 doppiar degli scacchi s'immilla. 

Io sentiva osannar 7 di coro in coro 
Al punto fisso , che gli tiene ali* ubi ^^ 



* Le sfere sensibili. — ^ Quella cosa che è più buona, eli* 
è comunicativa di maggior I)ene. — ' Questo nono cielo, 
che seco rapisce in giro tutti gli altri cieli , corrisponde a 
quel cerchio più piccolo del mondo intelligibile, che per 
esser de* Serafini più aide di amor ^ di Dio, e più chiara- 
mente r intende. ~ * Più mite, cioè il circio. — * Densità 
di vapori. — « Comitiva. — ? Cantare Osanna. ~ ' A Dio, 
che li tiene al proprio luogo fermi. 



CANTO XXVIII. 409 

E terrà sempre, nel qual sempre fòro : 
E quella, che Tedeva i pensier dubi 

Nella mia mcute , disse : I cerchi primi 

T* hanno mostrato Serali e Cherùbi. 
Così veloci seguono i suoi Timi ', 

Per somigliarsi al punto quauto ponno, 

E posson quanto a veder son sublimi *. 
Quegli altri amor, che dintorno gli vonno ^, 

Si chiaman Troni del divino aspetto, 

Perchè '1 primo ternato 4 terminonno. 
E dèi saper che tutti hanno diletto , 

Quanto la sua veduta si profonda 

Nel vero, in che si queta ogni mtelletto. 
Quinci si può veder come si fonda 

L' esser beato neir atto che vede. 

Non in quel eh* ama che poscia seconda : 
E del vedere è misura mercede , 

Che grazia partorisce e buona vogUa; 

Così di grado in grado si procede. 
L* altro ternàro , che così germoglia 

In questa Primavera sempiterna, 

Che notturno Ariète non dispoglia ^ , 
Perpetualemente Osanna sverna ^, « 

Con tre melòde, che suonano in tree 

Ordmi di letizia onde s' interna ?• 
In essa gerarchia son le tre Dee, 

Prima Dominazioni , e poi Virtudi : 

L'ordine terzo di Podestadi ee. 
Poscia ne* duo penultimi tripudi 

Principati ed Arcangeli si girano : 

L* ultimo è tutto d* Angelici ludi. 
Questi ordini di su tutti rimirano» 

E di giii vincon, ^ sì die verso Iddio 

Tutti tirati sono e tutti tirano. 

■ Legami. — > Sono più innalzati alla visione beatifica. 
— 3 Vanno. — ^ La prima delle tre gerarchie, essendo 
ogni gerarchia composta di tre cori. ~ * Che i* autunno 
non isfrouda. — * Canta. — ' Si distingue in tre. — * Tutti 
tendono a Dio che a sé li tira e di giù vincono gli inferiori 
cieli. 

S5 



410 DEL PARADISO. 

E Dionisio con Unto disk» , 
A contemplar qaesU or^ni si mise. 
Che li nomò e distiiiBe com' io. 

Ma Gregorio da lui poi si divise ; 
Onde sì tosto , come gli ooclù aperse 
In questo eie!, di sé mede»mo rise. 

E se tanto segreto Ter proCferse 
Mortale in terra, non voglio oh* ammiri; 
Che chi 1 vide quassù * gliel discoverse , 

Con altro assai del ver di questi ^i. 



CANTO XXIX. 

ARGOMENTO. 

In questo canto dimostra il Poeta, che Beatrice nella Di- 
vina Maestà vide alcuni diibbj di lui, i quali risolve -. 
indi riprende la ignoranza d' alcuni teologi de' suoi tempi, 
e r avarizia d* alcuni predicatori, che lasciando 1' Evan- 
gelio , predicavano ciance e favole. 

Quando ambedue li figli di Latona 

Coperti del Montone, e della Libra, 

Fanno dell' orizzonte insieme zona ^ , 
Quant' è dal punto che ti tiene in libra ^, 

Infìn che l' uno e V altro da quel cinto. 

Cambiando remisperìo si dilibra. 
Tanto, col volto di riso dipinto, 

Si tacque Beatrice, rìgnardando 

Fiso nel punto , die m* aveva vinto : 
Poi cominciò : Io dico, e non dimando 

Quel che tu vuoi udir, perdi* io V ho visto, 

Ove s* appunta ogni ubi ed ogni quando ^. 
Non per avere a sé di bene acquisto 

Ch'esser non può, ma perchè suo splendore 

Potesse risplendéndo dir, sussisto, 

* Cioè S. Paolo. — ^ Quando il sole e la lana essendo 
in due opposti segni dd zodiaco, la Libra e rAriele si fanno 
una fascia dell' orizonte. — ' Cioò equilibrati. — ^ È pre- 
sente Ojgni luogo ed ogni tempo. 



CANT> XXIX. 4fl 

In sua eternità di tempo Aiore ' 

Fuor d' ogni altro comprender, coni* ei piacque , 

S* aperse in novi amor V etemo amore. 
Né prima quasi torpente bl giacque : 

Che né prima né poscia » procedette 

Lo discorrer di Dio sopra quesf acque. 
Forma, e materia congiunte e purette 

Uscirò ad atto , che non avea follo , 

Come d* arco tricorde tre saette : 
E come in vetro , in ambra , od in cristallo 

Baggio risplende, sì che dal venire 

Air esser tutto non è intervallo , 
Così '1 triforme efietlo dal suo sire, 

Neir esser suo raggiò insieme tutto, 

Senza distinzion nell' esordire. 
Concreato fu ordine , e costrutto 

Alle suslauzie , e quelle furon cima 

Nel mondo , in che puro atto fu prodotto ^. 
Pura potenzia tenne la parte ima : 

Nel mezzo strinse potenzia cou atto 

Tal vimc , che giammai non si divima. 
Jeronimo vi scrìsse lungo tratto 

De' secoli degli Angeli creati 

Anzi che Y altro mondo fosse fatto 4. 
Ma questo vero é scrìtto in molti lati 

Dagli scrittor dello Spirito Santo : 

£ tu Io vederai , se bene aguati : 
£d anche la ragion il vede alquanto, 

Che non concederebt>e, che i motori 

Sanza sua perfezìon fosser cotanto. 
Or sai tu dove, e quando questi amori 

Furon creati, e come; si che spenti 

Nel tuo disio già sono tre ardori ^ 
Né giugneriesi, numerando, al venti 

• Prima del tempo. — ' Perchè fu fuori d* ogni tem|)o. 
— 3 Le sostanze angeliche , che nella loro condizione rice- 
verono r esser pure e semplici forme , fnrono collocate 
sopra r orbe celeste e lerraqueo. — * San Jeronimo scrisse 
degli Angeli essere stati creati un lungo tratto di tempo 
prima che fosse fatto r altro mondo , cioè il nostro. — ^ Tre 
curiosità. ^ 



411 ML PAEADBO. 




A 

Che gli «Tw fiati a taalD wtendfr presti : 
Per che le vKte lor faro esaltate 

CoD grana iUwiiiaaate , e con lor Berto, 

Si eh' haano piena e fiEima Tolonlale. 
E DOD Togfio che dobfai, ma sie certo. 

Che rìcerer la gmiaè nerìtòrOy 

Secondo che r affetto rè aperto. 
Ornai dintorno a questo cooststòro 

Puoi contemplare assai , se le parole 

Mie son ricotte, sena' altro aiotòro. 
Ma percliè in terra, per le Tostre scuole 

Si legge, che Fai^eUca natura 

E tal, clie'ntende,esiricorda,e Tsole; 
Ancor «firò, perchè tn Teggi pura 

La Terità, che laggiù si confonde, 

EqoiTocando in A fitta lettura *. 
Queste sostanze poiché fur gioconde 

DeUa faccia di Dio, non Tolser tìso 

Da essa , da coi nulla si nasconde : 
Però non hanno vedere interciso 

Da DuoTO obbietto , e però non bisogna 

Rimemorar per concetto dinso. 
Sì che laggiù non dormendo si sogna , 

Credendo e non credendo dicer vero ^ : 

Ma nell' uno è più colpa e più Tergogna. 
Voi non andate giù per un sentiero , 

Filosofando ; tanto vi trasporta 

' Cioè la terra. — ' Dottrina. — ' Tanto credendo rera 
la dottrina che insegna ricordarsi gii Angeli alla maniera 
degli uomini, quanto credendola falsa, e negando 
negli angeli la memoria. 



CANTO XXIX. 413 

L' amor dell* apparenza e 'I suo pensiero. 
Ed ancor questo quassù si comporta 

Con men disdegno , che quando è posposta 

La divina Scrittura, o quando è torta. 
Non vi si pensa quanto sangue costa 

Seminarla nel mondo, e quanto piace 

Chi umilmente con essa s' accosta. 
Per apparer ' ciascun s' ingegna, e face 

Sue invenzioni , e quelle son trascorse ' 

Da* predicanti, e *1 Yangelio si tace. 
Un dice, che la Luna si ritorse 

Nella passion di Cristo , e s' interpose , 

Per che '1 lume del Sol giù non ci porse : 
E mente, che la luce si nascose 

Da sé : però agi' Ispani e agi* Indi , 

Com' a* Giudei , tale eclissi rispose. 
Non ha Firenze tanti Lapì e Bindi , 

Quante sì fatte favole per anno , 

In pergamo si gridan quinci e quindi : 
Sì che le pecorelle, che non sanno, 

Tornan dal pasco pasciute di vento , 

£ non le scusa non veder lor danno ^. 
Non disse Cristo al suo primo convento , 

Andate, e predicate al mondo ciance , 

Ma diede lor verace fondamento : 
E quel tanto sonò nelle sue guance : 

Sì eh' a pugnar, per accender la fede , 

Dell' Evangelio fero scudi e lance. 
Ora si va con motti, e con iscede^ 

A predicare, e pur che ben si rida. 

Gonfia '1 cappuccio, e più non si richiede. 
Ma tale uccel nel becchetto ^ s' annida, 

Che se'l volgo il vedesse, non terrebbe. 

La perdonanza ', di che si confida : 
Per cui tanta stoltezza in terra crebbe , 

Che sanza pruova d' alcun testimonio 

Ad ogni promession si converrebbe 7. 

' Comparire. — ^ Discorse , trattate. — ' La loro igno» 
ranza non è perdonabile. — * Arguzie e buffonerie. — ^ Il 
becchetto è parte del cappuccio. — « Le indulgerne. -- 

' Si darcb?» fede. 

:!5- 



414 DEL PARADISO. 

Di questo ingrassa il porco sant' Antonio , 

Ed altri assai , che soa peggio che pord , 

Pagando di moneta sanza conio. 
Ma perchè sem digressi assai ; ritorci 

Gli ocelli oranoai verso la dritta strada , 

Sì che la via col tempo si raccorci. 
Questa natura ' sì oltre s' ingrada 

In numero, che mai non fu loquela, 

Né concetto mortai, che tanto vada. 
E se lu guardi quel che si rivela 

Per Daniel, vedrai che'n sue migliaia 

Determinato numero si cela '. 
La prima luce , che tutta la raìa ^, 

Per tanti modi in essa si rìcepe, 

Quanti son gli splendori a che s* appaia ^ 
Onde , peroccliè all' atto , che concepe 

Segue r affetto , d* amor la dolcezza 

Diversamente in essa ferve e tepe. 
Vedi r eccelso omai, e la larghezza 

DelP eterno valor, poscia che tanti 

Speculi fatti s*ha, in che si spezza. 
Uno manendo in sé come davanti. 

' Gli angeli. — ' Non si manifesta nn numero determi* 
nato. — ^ Irradia. — * Si congiange. 



CANTO XXX. 415 



CANTO XXX. 

ARGOxMENTO. 

Sale Dante conBeatiice nel cielo empireo; ove riguar- 
dando in un lucidissimo fiame» clie gli apparve, prese 
da quello tal virtù , che con V aiuto di Beatrice potè ve- 
dere il Trionfo degli Angeli, e quello dell' anime l)eatc. 

Forse semila miglia di lontano 

Ci ferve 1* ora sesta, e questo mondo 

China già V ombra, quasi al letto piano, 
Quando '1 mezzo del cielo, a noi profondo, 

Comincia a farsi tal , che alcuna stella 

Perde *1 parere , infino a questo fondo ' : 
E come vien la chiarissima ancella 

Del Sol più oltre , così U ciel si chiude 

Di vista in vista * in fino alla più belFa : 
Non altrimenti '1 trionfo , che lude 

Sempre dintorno al punto , che mi vinse , 

Parendo inchiuso da quel eh' egl' inchinde, 
A poco a poco al mio veder si stinse ^ : 

Per che tornar con gli occhi a Beatrice 

Nulla vedere ed amor mi costrinse. 
Se quanto iufìno a qui di lei si dice, 

Fosse conchiuso tutto in una loda , 

Poco sarebbe a fornir questa vice ^. 
La bellezza, eh' io vidi, si trasmoda ^^ 

Non pur di là da noi, ma certo io credo, 

Che solo il suo fattor tutta la goda. 
Da questo passo vinto mi concedo 

Più che giammai da punto di suo tema 

Soprato fosse comico , o tragedo. 

' Forse l'ora sesta che ci apporta il mezzodì ferve lon- 
tana da noi 6000 miglia e nostra regione distende già Tom- 
bra quasi orizzontalmente, quando il cielo che è più alto 
per noi comincia a schiarire per ii primi albori, di modo 
che qualche stella si nasconde alla nostra vista. — * Di stel- 
la in stella. — ^ Disparve. — * Ad esprimere ciò che della 
sua bellezza dir dovrei questa volta. 



416 DELPABÀDISO 

Che come Sole il viso , che più trema ' , * 

Così lo rimembrar del dolce riso 

La mente mia da sé medesma scema. 
Dal primo giorno, eh' io vidi *1 suo yìso 

In questa vita, insino a questa vista , 

Non è *1 seguire al mio cantar preciso : 
Ma or convien , che '1 mio seguir desista 

Più dietro a sua bellezza , poetando , 

Come, air ultimo suo, ciascuno artista. 
Cotal , qual' io la lascio a maggior bando *, 

Che quel della mia tuba , che deduce 

L' ardua sua materia terminando , 
Con atto e voce di spedito duce 

Ricominciò : Noi semo usciti fuore 

Del maggior corpo al ciel eh* è pura luce ^ : 
Luce intellettual piena d' amore , 

Amor di vero ben pien di letizia , 

Letizia , che trascende ogni dolzore ^. 
Qui Tederai V una e Y altra milizia ^ . 

Di Paradiso , e 1* una in quegli aspetti , 

Che tu vedrai all' ultima giustizia ^. 
Come subito lampo , che discetti 7 

Gli spiriti visivi, sì che priva 

Dell' atto r occhio de' più forti obbietti ; 
Cosi mi circonfulse luce viva, 

E lasciommi fasciato di tal velo 

Del suo fulgor, che nulla m' appariva. 
Sempre Y amor, che queta questo cielo , 

Accoglie in sé oon sì fatta salute , 

Per far disposto a sua fiamma il candelo : 
Non fur più tosto dentro a me venute 
Queste parole brevi , eh' io compresi 
Me sormontar di sopra a mia virtute : 
E di novella vista mi raccesi 
Tale, che nulla luce è tanto mera. 
Che gli occhi miei non si fosser difesi : 

' La vista più debole. — ' Suono. — ' Dalla nona sfera , 
ali* empireo. — * Dolcezza. — ^ Cioè quella degli Angeli 
buoni e quella delle anime beate. — <> 11 comparirà sotto 
l'aspetto di quel corpo che vedrai nel di del finale giudi- 
zio. — ' Divida. 



CANTO XXX. 417 

E Tidi lame in forma dì riviera 

Folvido di fulgóri , intra due rive , 

Dipinte di mirabil primavera. 
Di tal fiumana uscian faville vive , 

£ d* ogni parte si mettean ne* fìori >, 

Quasi nibin, che oro circonscrive. 
Poi, come inebriate dagli odori , 

Riprofondavan sé nel miro gurge,' 

£ s' una entrava , un* altra n* uscla fuori. 
L' alto disio , che mo t' infiamma ed urge 

D' aver notizia dì ciò che tu vei ^^ ^ 

Tanto mi piace più , quanto più turge. 
Ma dì quest' acqua convien, che tu bei 

Prima che tanta sete in te si sazii : 

Così mi disse *l Sol degli occhi mìei : 
Anche soggiunse : Il fiume , e li topazii. 

Oh* entran ed escon i e '1 rìder dell* erbe 

Son di lor vero ombriferi prefazii : 
Non che da sé sien queste cose acerbe ^ : 

Ma é difetto dalla parte tua , 

Che non hai viste ancor tanto superbe ^. 
Non é fantin che sì subito rua 

Col volto verso fi latte , se' si svegli 

Molto tardato dall* usanza sua, 
Come fec' io, per far migliori spegli 

Ancor degli occhi , chinandomi all' onda , 

Che si deriva , perché vi s* immegU ^. 
£ sì come di lei bevve la gronda 

Delle palpebre mìe , così mi parve 

Di sua lunghezza divenuta tonda. 
Poi come gente stata sotto larve , 

Che pare altro , che prima , se si sveste 

La sembianza non sua, in che disparve; 
Così mi si cambiàro in maggior feste 

Lì fiori e le faville , sì eh* io vidi 

Ambo le Corti del Ciel manifeste. 
O isplendordì Dio, per cu* io vidi 

* Per le vive faville intende gli Angeli ; per i fiori Tanime 
beate. — * Fiume maraviglioso. — ^ Vedi. — * Difficili a 
intendersi. — * Occhi di vista tanto eccellente. — ^ che U 
spande, perchè vi si diventi megliore. 



418 DEL PARADISO. 

L* alto trionfo del regno verace , 
Dammi virtù a dir, coni' io lo vidi. 
Lume è lassù , che visibile face 

Lo Creatore a quella creatura , 

Che solo in lui vedere b& la sua pace : 
E si distende in circular figura 

In tanto , che la sua circonferenza 

Sarebbe al Sol troppo larga cintura. 
Passi di raggio tutta sua parvenza , 

Reflesso al sommo del mobile primo , 

Che prende quindi vivere , e potenza. 
E come cUvo la acqna di suo imo 

Si specchia quasi per vedersi adorno , 

Quanto è nel verde, e ne* fioretti opimo. 
Sì boprastando al Inme intomo intorno 

Vidi specchiarsi in più di mille soglie, 

Quanto da noi lassù fatto ha ritorno. 
E se r infimo grado in sé raccoglie 

Sì grande lume : quanf è la larghezza 

Di questa rosa nell' estreme foglie ? 
La vista mia neil' ampio e neir altezza 

Non si smarriva , ma tutto prendeva 

Il quanto e 'I quale di quella allegrezza : 
Presso e lontano lì , né pon , né leva * : 

Che dove Dio senza mezzo governa, 

La legge naturai nulla rìlieva. 
Nel giallo della rosa sempiterna , 

Che si dilata , rigrada , e ridole * 

Odor di lode al Sol che sempre venia ^, 
Qual' è colui , che tace e dicer vuole. 

Mi trasse Beatrice , e disse : Mira 

Quanto é '1 convento delle bianche stole , 
Vedi nostra città, quanto ella gira! 

Vedi li nostri scanni sì ripieni , 

Che poca gente ornai ci si disira. 
In quel gran seggio , a che tu gli occhi tieni. 

Per la corona , che già v' è su posta , 

^ In quel luogo l' esser presso o lontano non aggiunge né 
toglie al vedere. — ^ S* innalza per gradi e olezza. — ^ A 
Dio , che fa ivi perpetua primavei'a. 



CANTO XXXI. 41» 



l'rimacbè tu a queste nozze ceni , 

Soderà 1' alma , che fia giù Augosta 
Dell' alto Arrigo eh' a drizzare Italia 
Verrà in prima eh' ella sia disposta. 

La cicca cupidigia , che v' ammalia, 
Simili fatti v' ha al fantolino. 
Che muor di fame e caccia via la balia ; 

E fia Prefetto nel foro divino ^ 
Allora tal , che palese e coverto 
Kon anderà con lui per un cammino. 

Ma poco poi sarà da Dio sofferto 
Nel santo ufìcio : eh' el sarà detruso 
Là dove Simon mago è per suo mcrto , 

E farà quel d' Alagna ' esser più giuso. 



CANTO XXXI. 

ARGOMENTO. 

Tratta Dante nel presente canto della Gloria del Paradiso . 
poi come Beatrice tornò al suo seggio. Nel fine, die 
s. Bernardo gli dimostra la felicità dì Maria Vergine. 

In forma dunque di candida rosa 

Mi si mostrava la milizia santa. 

Che nel suo sangue Cristo fece sposa. 
Ma r altra *, che volando vede e canta 

La gloria di colui , che V innamora, 

£ la bontà che la fece cotanta ; 
Si come schiera d' api , che s' infiora 

Una fiata , ed altra si ritorna 

Là, dove suo lavoro s' insapora, 
Nel gran fior discendeva , che s' adoma 

Di tante foglie , e quindi risaliva 

Là , dove il suo amor sempre soggiorna. 
Le facce tutte avean di fiamma viva , 

E r ali (X oro, e 1' altro tanto bianco, 

Che nulla neve a quel termine arriva : 

' Sommo Pontefice. — ^ Bonifazio VI». ~ 3 eli Angeli. 



410 DEL PARADISO. 

Quando scendean nel fior di hanoo in banco ', 

Purgevan ' delia pace e dell* ardore , 

Ch* elli acquistayan ventilando il fianco. 
Né r inlerporsi tra '1 disopra e '1 fiore 

Di tanta plenitudine volante 

Impediva la vista e Io splendore : 
Che la luce divina è penetrante 

Perl* universo, secondo eh' è degno, 

SI che nulla le puote essere ostante. 
Questo sicuro e gaudioso regno 

Frequente in gente antica ed in novella , 

Viso ed amore avca tutto ad un segno. 
O trina luce , che in nnica stella 

Scintillando a lor vista si gli appaga. 

Guarda quaggiuso alla nostra procella. 
Se i Barbari , venendo da tal plaga , 

Cbe ciascun giorno d* Elice si cuopra 3, 

Rotante col suo figlio , ond' ella è vaga , 
Veggendo Roma e 1* ardua sua opra * 

Stupefaceansi , quando Laterano 

Alle cose mortali andò di sopra; 
Io, che era al divino dall* umano. 

Ed air eterno dal tempo venuto, 

E di Fiorenza in popol giusto e sano , 
Di che stupor dovea esser compiuto ! 

Certo tra esso, e il gaudio mi facea 

Libito ^ non udire, e starmi mulo. 
E quasi peregrin, che si ricrea 

Nel tempio del suo voto riguardando, 

E spera già ridir com* egli stea, 
Sì per la viva luce passeggiando , 

Menava io gli occhi per lì gradi 

Or su , or giù , ed or rìcirculando. 
E vedeva visi a carità suadi ^ 

D* altrui lume fregiati e del suo riso , 

E d* atti ornati di tutte onestadi. 

* Di grado in grado. — ^ Comunicavano ali* anime beate. 
— ^ Cioò da un paese del più settentrionali. — * Le su- 
perbe sue fabbriche. — * Mi facea piacere. — « Che ne jier- 
suadevano a carità. 



CANTO XXXI. 49.1 

La forma general di Paradiso 
Già tutta Io mio sguardo avea compresa , 
In nulla parte ancor fermato fiso : 
£ Tolgeami con Toglià riaccesa 
Per dimandar la mia Donua di cose 
Di che la mente mia era sospesa. 
Uno intendeva > ed altro mi rispose ' ; 
Credea veder Beatrie-e , e vidi un sene * 
Vestito con le genti gloriose. 
Diffuso era per gli occhi e per le gene 
Di benigna letizia; in atto pio , 
Quale a tenero padre si conviene. 
Ed , EUa ov' è? di subito diss' io : 
Ond' egli: A terminar Io tuo disìro, 
Mosse Beatrice me del luogo mio : 
£ se riguardi su nel terzo giro 
Dal sommo grado , tu la rivedrai ^ 

Nel trono che a suoi merti le sortirò. 
Senza lisponder gli occhi su levai , 
E vidi lei che si facea corona , 
Riflettendo da sé gli eterni rai. 
Da quella region che più su tuona , 
Occhio mortale alcun tanto non dista , 
Qualunque in mare più giù s* abbandona , 
Quanto da Beatrice la mia vista ^ : 
Ma nulla mi facea ; che sua efHge 
Non discendeva a me per mezzo mista. 
O Donna, in cui la mia speranza vige, 
E che soffristi per la mia salute , 
In Inferno lasciar le tue vestige; 
Di tante cose, quante io ho vedute. 
Dal tuo podere e dalla tua bontate 
Riconosco la grazia e la virtute. 
Tu m' hai di servo tratto a libertate 
Per tutte quelle vie, per tutt' i modi , 
Che di ciò fare avean la potestate. 
La tua magnificenza in me custodi , 

' Io era attento ad udir risposta da uno*, e mi rispose un 
altro. — 2 Un vecchio. — ^ Occhio niuno nel più cupo 
fondo del mare tanto non dista dall' ultima regione óàv 
aria, quanto quivi la mia vista distava da Beatrice. 

33 



422 D£L PARADISO. 

S\ che r anima mia , che fatta bai sana,. 

Piacente a te dal corpo si disnodi : 
Così orai : e quella sì loutana , 

Come pai*ea , sorrìse , e riguardommi ; 

Poi si tornò air eterna fontana. 
£ '1 santo Sene : Acciocché tu assommi 

Perfettamente ^, disse, il tuo cammino, 

A che pricgo ed amor santo mandommi , 
Vola con gli occhi per questo giardino : 

Che veder lui t* aoconderà lo sguardo 

Più al montar per lo raggio divino. 
E la Regina del Ciel , ond' io ardo 

Tulto d* amor, ne farà ogni grazia, 

Peroccir io sono il suo fedel Bernardo. 
Quale è colui , che forse di Croazia 

Viene a veder la Veronica nostra ', 

Che per l' antica fama non si sazia , 
Ma dice nel pensier, fin che si mostra , 

Signor mio gesù' cristo, Iddio verace. 

Or fu sì fatta la sembianza vostra ? 
Tale era io mirando la vivace 

Canta di colui , che in questo mondo , 

Contemplando gustò di quella pace ^. 
Figliuol di grazia, questo esser giocondo ^, 

Cominciò egli , non ti sarà noto 

Tenendo gli occhi pur quaggiù so al fondo. 
Ma guarda i cerchi fino al più rimoto , 

Tanto che veggi seder la Regina , 

Cui questo regno è suddito e divoto. 
Io levai gli occhi : e come da mattina 

La parte orientai deli* orizzonte 

Soverchia quella , dove 1 sol declina , 
Così quasi di valle andando a monte , 

Con gli occhi, vidi parte nello strento 

Vincer di lume tutta V altra fronte. 
E come quivi, ove s' aspetta il tei|io , 

Che mal guidò Fetonte, più s* infiamma, 

' Conduca al suo perfetto fine. — ^11 santo sudario che 
è a Roma e dove Cristo lasciò la propria immagine. — 
^ Di quella beatitudine di cui ora pieuainente gode. — 
* Quello stato di gioia celeste. 



CANTO XX3UI. 423 



£ quinci e quindi ìì lume si fa scemo ; 

Così quella pacifica Oriafìamma 
Nel mezzo s* avTivava ; e d' ogni parie 
Per igual modo allentaira a fiamma. 

Ed a quei mezzo , con le penne sparte , 
Vidi più di mille Angeli festanti , 
Ciascun disfinto e di fulgóre e & arte. 

Vidi quivi a' lor giuochi ed a* lor canti 
Ridere una bellezza % che letizia 
Era negli occhi a tutti gli altri santi. 

E s' io avessi in dir tanta divizia. 
Quanto ad imnaagìnar, non ardirei 
Lo minimo tentar di sua delizia. 

Bernardo, come vide gli occhi miei, 
Nel caldo suo calor fìs^i ed attenti ; 
Gli suoi con tanto affetto volse a lei, 

CIh; i miei di rimirar fé' più ardenti. 



CANTO XXXII. 

ARGOMENTO. 

Dimostra San Bernardo al Poeta i seggi de* Santi tà del 
vecchio, come del nuovo Testamento, iqnaU alla voce 
dell' Angelo Cìahrìello lodavano la Beatissima Vergine , 
o ri chiara lui un duhbio, che de* parvoli gli era 
venuto. 

Affetto al suo piacer ' quel contemplante , 

Libero officio di dottore assunse , 

E cominciò queste parole sante. 
La piaga, che Maria richiuse ed unse. 

Quella , eh* è tanto bella da* suoi piedi , 

È colei che V aperse e che la punse ^. 
Nell'ordine, che fanno ì terzi sedi, 

Siede Rachel , di sotto da costei 

Con Beatrice , sì come tn vedi. 
Sarra , Rebecca, Judit, e colei *, 

• Quella di Maria. — » Attaccato fissamente air oggetto 
del piacer suo. — ' Eva , che col sedurre Adamo fece la 
firan piaga nel genere wnanu. — * Ruth moglie di Booz 
Ì)isava di David. 



42i DEL FARàDISO. 

Che fu bisava al Cantor, che per doglia 

Del fallo disse , Miserere mei , 
Puoi tu Teder così di soglia in soglia 

Giù digradar» com' io eh' a proprio nome 

Yo per la rosa giù , di foglia in foglia. 
E dal settimo grado in giù » si come 

Insino ad esso » succedono Ebree , 

Dirimendo ' del fior tutte le chiome 
Perchè, secondo Io sguardo , che (he 

La fede in Cristo , queste sono il muro > 

A che si parton le sacre scalèe. 
Da questa parte , onde '1 fiore è maturo 

Di tutte le sue foglie, sono assisi 

Quei, che credettero in Cristo venturo. 
Dall* altra parte , onde sono intercisi ^ 

Di TOto i semicircoli , si stanno 

Quei , eh* a Cristo venuto ebber li visi. 
E come quinci il glorioso scanno 

Della Donna del Cielo , e gli altri scanni 

Di sotto lui cotanta cerna fanno, 
Così di centra quel del gran Giovanni , 

Che sempre santo il diserto e '1 martìro 

Sofferse , e poi V Inferno da due anni : 
E sotto lui così cerner sortirò ^ 

Francesco , Benedetto , e Agostino , 

E gli altri, sin quaggiù di giro in giro. 
Or mira V alto provveder divino : 

Che r uno e l' altro aspetto della fede 

Igualmente empierà questo giardino. 
E sappi , che dal grado in giù , che fiede 

A mezzo M tratto le due discrezioni , 

Per nullo proprio merito si siede, 
Ma per Y altrui , con certe condizioni : 

Che tutti questi sono spirli assolti 
Prima eh* avesser vere elezioni ^. 
Ben te ne puoi accorger per li volti , 
Ed anche per le voci puerili , 
Se tu gli guardi bene, e se gli ascolti. 

' Partendo. — ^ Interrotti , di luogo voto. — ' Ebbero 
in sorte di spartire. — * Sciolti da i legami corporei sono 
stati prima che arrivassero all' uso di ragione. 



CANTO XXXII. 425 

Or «liibbi tu, e dubitando sili '. 

Ma io ti solverò forte legame, 

In cbe ti stringon li pensier sottili. 
Dentro air ampiezza di questo reame 

Castial punto non puote aver sito , 

Se non come tristizia , o sete , o fame * : 
Che per eterna legge è stabilito 

Quantunque vedi , si cbe giustamente 

Ci si risponde dall' anello ai dito. 
E però questa festinata gente ^ 

A vera vita non è sine causa 

Intra sé qui più e meno eccellente. 
Lo Rege per cui questo regno pausa 

Jn tanto amore ed in tanto diletto. 

Che nulla volontade è di più ansa ^ , 
Le menti tutte nel suo lieto aspetto , 

Creando, a suo piacer, di grazia dota 

Diversamente : e qui basti l' effetto. 
E ciò espresso e chiaro vi si nota 

Nella Scrittura santa in que* gemelli ^, 

Che nella Madre ebber V ira commota. 
Però , secondo il color de' capelli 

Di cotal grazia ^ , V altissimo lume 

Degnamente convien , che s* incappelli. 
Dunque, sanza mercè di lor costume. 

Locati son , per gradi differenti , 

Sol differendo nel primiero acume 7. 
Bastava si ne* secoli recenti 

Con r innocenza , per aver salute, 

Solamente la fede de* parenti. 
Poiché le prime etadi fur compiute , 

Convenne a' maschi all' innocenti penne , 

Per circoncidere ^ , acquistar virtute. 
Ma poiché 'I tempo della Grazia venne, 

Senza batesmo perfetto di CRISTO 

« Taci. — ^ Non può aver luogo un posto dato a caso , 
come non velo può avere nò fame, né sete. — ^ Questi 
bambini. — * È ardita di più desiderare. — ^ Giacobbe 
ed Esaù. — ^ A misura di cotal grazia. — ' Nella prima 
vista, nel veder Dio più o meno. — ^ Per mezzo della 
circoncisioac. 

36. 



k'^Ù DEL PARADISO. 

i ale innocenza laggiù * si riteime. 
i;i^iiai(Ia oniai nella faccia ' , eh' a CRISTO 

l'iù s' assomiglia , clìè la siia chiarezza 

Sola ti può disporre a veder CRISTO. 
lo vidi sovra lei tanta allegrezza 

l'iovcr, portata nelle menti sante, 

Create a trasvolar per qaelia altezza , 
Che quantunque io avea visto davante. 

Di tanta ammirazion non mi sospese, 

Nò mi mostrò di Dìo tanto sembiante. 
K (pieir amor, che primo li discese. 

Cantando Ave Maria , gratta piena. 

Dinanzi a lei le sue ali distese. 
lìispose alla divina cantilena , 

Da tutte parti , la beata Corte, 

Sì cir ogni vista sen fé* più serena. 
O santo Padre, che per me comporte 

L' esser quaggiù , lasciando'! dolce loco, 

Nel (|ual tu siedi , per eterna sorte : 
Qiiarè queir Angel, che con tanto giuoco 

Guarda negli occhi la nostra Regina, 

Innamorato sì, che pardi fuoco? 
Così ricorsi ancora alla dottrina 

Di colui , eh' abbelliva di Maria , 

Come del Sol la stella mattutina. 
£d egli a me : Baldezza e leggiadria, 

Quanta esser puote in Angelo ed in alma^ 

Tutta è in lui , e si volèm che sia : 
Perdi' egli è quegli , che portò la palma 

eluso a Maria, quando '1 Figlinol dr Dio 

C'arcar si volse della nostra saUna ■*. 
Ma vieni omai con gli occhi , si com' io 

Andrò parlando, e nota i gran patrici 

Di questo imperio giustissimo e pio. 
Que' due che seggon lassù più felici , 

Per esser pro{)inquissimi ad Augusta, 

Son d' està rosa quasi due radici. 
.Colui, che da sinistra le s' aggiusta, 

' Nel limbo. — * Cioè della Vergine sua &Udre. - 3 ^ita^ 
tra umana natura. 



CANTO XXXIL 427 

È 'J Padre • , per lo cui ardito gusto , 

L' umana specie tanto amaro gusta. 
Dal destro vedi quel Padre vetusto 

Di santa Chiesa , a cui Cristo le ctiiavi 

Raccomandò di questo (ior venusto. 
£ quei che vide tult' i tempi gravi , 

Pria che morisse, della bella sposa. 

Che s* acquistò con la lancia e co* chiavi * , 
Siede lungh' esso : e lungo V altro posa 

Quel Duca , sotto cui visse di manna 

La gente ingrata mobile e ritrosa. 
Di contro a Pietro vedi sedere Anna, 

Tanto contenta di mirar sua figlia. 

Che non muove oci-hio, per cantare Osanna 3. 
1^ contro al maggior Padre di famiglia 

Siede Lucia , che mosse la tua Donna , 

Quando chinavi a ruinar le ciglia ^. 
Ma perchè '1 tempo fugge, die l' assonna. 

Qui (arem punto, come buon sartore, 

Che , com' egli ha del paimo , fa la gonna : 
K drizzeremo gli occhi al primo Amore, 

Sì che guardando verso lui , peuctri 

Quant' è possibil , per lo suo fulgóre. 
Yeramenlc , nò forse , tu t' arretri , 

Movendo Pali tue, credendo oltrarti : 

Orando , grazia convien che s* impietri. 
Curazia da quella , che punte aiutarti : 

E tu mi seguirai , con V affezione , 

Sì che dal dicer mio lo cuor non parti : 
E cominciò questa santa orazione. 

' Adamo. — 2 E accanto a S. Pietro siede S. Gio. Evan- 
gelista, che nella sua Apoc. previde prima della soa morte 
unti i tempi più calamitosi , ne* quaH doveva trovarsi la 
chiesa. — ^ Ancorchò in tanto canti Osamia. — * Quando 
tu chiudevi gli occhi suU' orlo del precipiiio; e. 4, Inferno. 



428 DEL PARADISO. 



CANTO XXXIII. 

ARGOMENTO. 

In questo canto trentesimo terzo , ed ultimo S. Bernardo 
prega Maria che Io conduca a contemplar 1* Essenza 
Divina , alla quale egli pervenne. E dopo lo aver Dante 
pregato Dio, che li conceda di potere, scrivendo, di- 
mostrare alcuna parte della Gloria di lui, segue a narrare 
come vide congiunta la Umanità con la Divinità. 

Vergine Madre, figlia del tuo Figlio, 

Umile ed alla più che creatura. 

Termine fisso d' etemo consiglio. 
Tu sei colei , che Y umana natura 

Nobilitasti si , che '1 suo Fattore 

Non disdegnò di farsi sua fattura. 
Nel ventre tuo si raccese V amore. 

Per Io cui caldo, nell' eterna pace, 

Così è germinato questo fiore. 
Qui se' a noi meridiana face 

Di carìtade , e giuso intra mortali , 

Se' di speranza fontana vivace. 
Donna, se' tanto grande, e tanto vali. 

Che qual vuol grazia, e a te non ricorre, 

Sua disianza vuol volar senz' ali. 
La tua benignità non pur soccorre 

A chi dimanda, ma molte fiate 

Liberamente al diiqandar precorre. 
In te misericordia , in te pietate , 

In te magnificenza , in te s' aduna 

Quantunque in creatura è di bontate. 
Or questi , che dall' infima lacuna 

Dell' universo ' insin qui ha vedute 

Le vite spiritali ad una ad una , 
Supplica a te , per grazia di vii-tute , 

Tanto che possa con gli occhi legarsi 

Più alto , verso l' ultima salute. 
Ed io , che mai per mio veder non arsi 

I Dante, che dal basso centro della valle infernale^ 



CANTO XXXIU. 429 

Più eli* io fo per Io suo , tutti i miei prìeghi 

Ti porgo , e prego , che non sieno scarsi : 
Perchè tu ogni nube gli disleghi 

Di sua mortalità , co* prìeghi tuoi, ^ 

Sì che *I sommo piacer gli si dispieghi. 
Ancor ti prego , Regina , che puoi 

Ciò che tu vuoli , che conservi sani , 

Dopo tanto veder, gli afTetti suoi. 
Vinca tua guardia i nfuovimenti umani : 

Vedi Beatrice , con quanti beati , 

Per li miei prìeghi , ti chiudon le mani. 
Gli occhi da Dio diletti e venerati, 

Fissi nelP orator ne dimostrerò , 

Quanto i devoti prìeghi le son grati. 
Indi ali* eterno lume si drìzzàro, 

Nel qual non si può creder, che s* invìi 

Per creatura , 1* occhio tanto chiaro . 
Ed io eh* al fìne di tutti i disii 

M* appropinquava , sì com* io doveva , 

L* ardor del desiderìo in me fìnìi. 
Bernardo m' accennava , e sorrideva , 

Perch' io guardassi in suso : ma io era 

Già per me stesso tal qual ei voleva : 
Chèla mia vista venendo sincera, 

E più e più entrava per lo raggio 

Dell* alta luce , che da sé è vera. 
Da quinci innanzi il mio veder fu maggio 

Che *1 parlar nostro , eh* a tal vista cede, 

E cede la memoria a tanto oltraggio *. 
Quale è colui , che somniando vede , 

E dopo *1 sogno la passione impressa 

Rimane , e 1* altro alla mente non rìede , 
Cotal son io, che quasi tutta cessa 

Mìa visione, ed ancor mi distilla 

Nel cuor il dolce , che nac^iue da essa : 
Così la neve al Sol si disigilla ^ : 

Così al vento nelle foglie lievi 

' Non si può credere eh* altro occhio creato miri con 
altrettanta chiarezza. — * Eccesso, soperchio. — » Si 
scioglie. 



430 D£X. PARADfSa 

Si pcrdca Uscnteondi Sibilla. 

O somma luce , die tanto ti lievi 
Da' concetti mortali , alla mia mente 
Ripresta un poco di quel cbe parevi : 

V. fa' la lingua mia tanto possente , 
Cli' una favilla sol della tua gloria 
Possa lasciare alla futura gente : 

Che per tornare alquanto a mia memoria, 
K per sonare un poco in questi verù. 
Più si conceperà di tua vittoria. 

Io credo , per l' acume di' io soHersi 
Del vivo raggio , cir io saiei smarrito , 
Se gli occhi miei da lui fossero aversi ^ 

V. mi ricorda , eh' io fili più ardito 
Per questo a sostener tanto , eh' io giunsi 
L* aspetto mio col valore infinito. 

O abbondante grazia , ond' io presunsi 
Ficcar lo viso per la luce etema 
Tanto , che la veduta vi consunsi * ! 

Nel suo profondo vidi , cbe s' interna , 
Legato con amore in un volume 
Ciò che per l' universo si squaderna : 

Sustanza ed accidt^nte^ e lor costume. 
Tutti conflati insieme per tal modo, 
Che ciò eh' io dico è un semplice lume. 

La forma universal di questo nodo 
Credo , eh' io vidi, perchè più di largo. 
Dicendo questo, mi sento eh' io godo. 

Un punto solo m' è maggior letargo , 
Che venticinque secoli alla 'mpresa , 
Che fé' Nettuno ammirar 1' ombra d* Ar^o ^. 

Così la mente mia tutta sospesa. 
Mirava fìssa immobile ed attenta, 
K sempre di mirar faceasi accesa. 



' Io credo che per l'acume del vivo raggio ilivino mi sa- 
rei smarrito, se gli occhi miei si fossero rivolti altrove. — 
' La visione si compiè. — ^ Un punto solo di tempo ra' ap- 
porta dimenticanza maggiore dell* oblivione che 25 secdì 
.-ipportarono alle particolarità dell* impresa di coloro cbe 
furono a Coleo sopra la nave Argo. 



CANTO XXXin. 4Ì1 

A quella luce cotal sì diventa. 

Che volgersi da lei, per altro aspetto, 

È ìmpossibil che mai si consenta : 
Peroccliè '1 ben , eh* è del volere obbictlo , 

Tutto s* accoglie ki lei ; e fuor di quella 

È difettivo dò eh' è 11 perfetto. 
Ornai sarà più corta mia favela. 

Pure a quel eh' io ricordo , che<]' infante , 

Che bagni ancor la lingua alla mammella : 
Non perchè più eh* uà semplice sembiante 

Fosse nel vivo lume , eh* io mirava , 

Che tal' è sempre , qual era davante ; 
Ma \ìer la vista die s' avvalorava 

In me., guardando , una sola parvenza , 

Mutandom' io, a me si travagliava '. 
Nella profonda e chiara sussistenza 

Dell* alto lume parvemi tre giri 

Di tre colori e d' una contenenza : 
E r un dall' altro, come Iri da Iri , 

Parca reflesso e '1 terzo parea fuoco. 

Che quinci e quindi igualmcnte si spiri. 
O quanto è corto '1 dire , e come fioco " 

Al mio concetto ! e questo a quel eh' io vidi , 

k tanto , che non basta a dicer poco. 
O luce eterna , che sola in te sìdi , 

Sola t' intendi, e da le inlellelta 

Ed intendente te ami ed arridi : 
Quella circulazion, che sì concetta , 

Pareva in te , come lume riflesso , 

Dagli occhi mici alquanto circonspetta , 
Dentro da sé del suo colore istesso 

Mi parve pinta della nostra eflige ^ : 

Perchè 1 mio viso in lei tutto era messo. 
Qual' è il geometra, che tutto s' affi gè 

Per misurar lo cerchio , e non ritruova , 

Pensando, quel principio, ond' egli indige ^, 

• Si cangiava in meglio. — ^ Quella circolazione dei tre 
giri che pareva proceder da te , come il raggio riflesso pro- 
cede dal raggio diretto parevami in sé stessa col proprio co- 
lore dipinta dell' umana effigie. — ^ Di cui ha di hisogRO 
per riuscire all' intento di quadrare il circolo. 



u^ 



432 DEL PARADISO. 

Tale era io e quella Tìsta nuova : 
Veder voleva oome si convenne 
L' imago al cerchio , e cpue vi s' indova : 

Ma non eran da ciò le proprie penne : 
Se non che la mia mente fu percossa 
Da un fulgóre, in che sua voglia venne. 

Air alta fantasia qui mancò possa : 
Ma già volgeva il mio disiro, e '1 velie. 
Sì come ruota che igualmente è mossa , 

L' amor che muove 'I Sole e l' altre stelle ». . 

' Ma già Iddio volgeva il mio desiderio così concorde- 
mente a lui come muovesi ruota in ciascuna raa parte con* 
cordciiicntn, cioè io rimasi dì tal privazione contento. 




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