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Full text of "Epistolario di Alessandro Manzoni"




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PURCHASED POR THE 

UNIVERSITY OF TORONTO LIBRARY 

FROM THE 

HUMANITIES RESEARCH COUNCIL 
SPECIAL GRANT 



POR 

Italian Literature 
from Romanticism 
to Postmodernism 



EPISTOLARIO 



DI 



ALESSANDRO MANZONI 



■ EPISTOLARIO 

DI 

ALESSANDRO MANZONI 



RACCOLTO E ANNOTATO 



GIOVANNI SFORZA 



VOLUME SECONDO 

(1840-1873I 




MILANO 

LIBRERIA DI EDUCAZIONE E DI ISTRUZIONE 

PAOLO CARRARA 

EDITORE. 



PROPRIETÀ LETTERARIA DELL EDITOR]- 




Milano, i8S) — Tip. Letteraria, Vi.i Solferino, 7. 



Al Lettore 



Avevamo promesso che col presente volume resterebbe 
ultimato r Epistolario SMan^oniano ; ed ecco che iin^av- 
ventura, non prima sperata, rovescia il calcolo fatto ; 
ma ci reca, peraltro^ il felice compenso di potere arric- 
chire di molti gioielli , fin qui sconosciuti , la nostra 
pubblicazione. 

Il cav. Sfor:{a j che non risparmila cure e indagini 
per rendere quanto pili completa è possibile la rac- 
colta^ ha avuto in dono dall'illustre Barthélemy Saint 
Hilaire le molte, belle ed importantissime lettere, che 
il Manzoni scrisse al suo amico ^Vittorio Cousin. Va- 
rie altre lettere del sommo Lombardo a dotti francesi, 
gli sono state pur favorite da cortesi corrispondenti di 
quella o^aiiohe. 



Ora, tutta questa ricche:{\a ci veniva troppo tardi per 
essere distribuita ai luoghi convenienti, secondo V ordine 
cronologico; e d'altronde la stampa aveva già rag- 
giunto^ anche sen^a di essa, la misura di un nuovo vo- 
lume di giusta mule. Ci è pertanto sembrato di dover 
fare cosa non discara ai molti, che hanno già coi se- 
gni più lusinghieri di benevolen:[a accolto la prima parte 
della nostra pubblicaiione, dando fuori subito quel tanto, 
che ora ne avevamo in pronto come volume II , e ri- 
serbando le lettere novamente raccolte ad un ter^o vo- 
lume, da pubblicarsi colla maggiore sollecitudine ; e del 
quale faranno parte ancora la ^Pref anione e gV Indici, 
già da noi promessi nelV Avvertenza messa in fronte 
al primo volume. 



Speriamo che tutti coloro, che amano e venerano la 
memoria di Alessandro cMan^oni, e sono certamente il 
più ed il meglio degV Italiani, invece di volerci male per 
quel poco di ritardo^ che ne viene al compimento della 
nostra impresa, ci sapranno anp buon grado d'aver loro 
apparecchiato maggior dovizia di documenti, che servi- 
ranno a conoscere sempre più intimamente Fatta e se- 
rena intelligenza e V animo nobile e perfettamente or- 
dinato d'un^ de' più grandi scrittori di che si onori e 
vada orgogliosa V Italia. 

Milano, 8 Dicembre 18S2, 

j^AOLO pARRARA 
HDiTORE. 



201. 



A Francesco Gonln, a Torino (i). 
Gonin carissimo, 

Mila'.o, 2 del iS^O. 

Je ne voìs rien venir, ma sento parlar di venuta ; 
la quale , per verità , è stata ritardata , ma a buon 
fine. Vale a dire che Sacchi a quest' ora è appena 
partito, o è ancor sulle mosse, ma per venire colla 
carovana intera dei tre intagliatori, e colla speranza 
che ne possan venire altri col tempo. Di questi tre 
egli ha scritto ancora di non aver paura , quanto 
all'abilità; perchè son de inigUorl tra migliori. Così 
mi dicono Guglielmini e Redaelli. Giù quel lapis; 
cioè giù sul bosso . e poi di nuovo su , e di nuovo 
giù. Che bisogno hai tu d'aspettare? e che altro se- 
greto ci può essere , fuorché quello che tu possiedi 
così bene, di tirar linee magiche? Io m'andava figu- 
rando che ci fossero già cinque o sei care nuove 
creature, e n'ero innamorato, come i principi dei 
Epinici. ir io. Voi. II. I 



romanzi d'un.i volta, di principesse non ancor viste. 
Dunque fammene, e che ci sia presto un'esposizione 
brillante per il numero; che per il resto ci penso 
io. Il male è che i disegni non ci bastano, e ci vor- 
rebbe anche Gonin. Per verità tu ci hai avvezzati 
male. Basta; ti. aspettiamo a buon conto fra due 
mesi al piìr; e spero per un buon tratto di tempo; 
e poi e poi... ho anche speranza che Milano sarà il 
tuo paese. E desiderandoti con questa condizione fi- 
nale , non ho nemmeno il rimorso ne il timore di 
dispiacere a chi ha più ragion di tutti, di possederti. 
Maman, Teresa (2), tutta la mia famiglia, Catta- 
neo, gli altri amici, ti dicono in sostanza lo stesso. 
Se, come suppongo, vedi gli intagliatori prima di me, 
scrivimene subito. E intanto ricevi l'abbraccio cordiale 

Del tuo Manzoni. 



(i) L'edizione principe dei Promessi Sposi, latta a Mikno da 
Vincenzo Ferrano, editore semi-letterato e prediletto ai romantici, 
tra il 1825 e il 1827, benché fosse di duemila copie, fu venduta 
in un batter d' occhio , con tenuissimi sconti librari. Il Manzoni 
però ne trasse poco guadagno , essendogli costata assai , a ca- 
gione delle infinite correzioni , pentimenti e de' fogli interi ri- 
stampati. Mulo anche il frontespizio, che prima diceva : Gli Sposi 
Promessi; cangiamento che dovette proprio arrivare al cuore del 
povero P. Cesari ! L' edizioni successive furono fatte a sua insa- 
puta , e senza che ne ricavasse partecipazione alcuna. Lo stesso 
anno in cui il romanzo venne fuori, lo ristamparono a Livorno, 
a Lugano, a Firenze, a Napoli, a Parigi, e due volte a Torino. 
Quando il Manzoni nel 1839 risolvette di ristamparlo da per se, 
il libro aveva avuto 53 edizioni. Era slato tradotto in tedesco, 
prima dal Lessman, poi dal Bùlow , e quelle traduzioni avevano 
veduto quattro vohe la luce. Era stato tradotto in francese dal 
Rcy-Dusseuil, dal Gosselin e dal Montgrand, e in veste francese 
era conipar>o sette volte al pubblico. Era pure slato tradotto e 



stampato in lingua inglese , svedese e spagnola. Insomma , a 
tutto il 1839, l'edizioni originali e le traduzioni ascendevano a 67, 
e possono dirsi 68 , se ci si comprende anche il sacrilegio che 
ne fece un tal avv. L Del Nobolo, che ebbe 1' ardire di ridurlo 
in terza rima, e spartirlo in dodici canti ! 

« In quel momento (scrive il Cantù) erano venute di moda 
ff le edizioni illustrate, e un libraio di Parigi incaricò me di esibire 
(( a Manzoni 30,000 lire, se gli acconsentisse di farne una in tran- 
ce ceje e in italiano. Io, troppo esperto, giudicavo eccellente il 
« partito : ma D'Azeglio e Grossi mi davano del pazzo pel capo, 
« e che evidentemente Manzoni ne ricaverebbe 100,000 da un la- 
« voro tjnto divulgato, e che compariva riveduto da capo a fondo, 
« e illustrato da valenti artisti, sotto gli occhi dell'autore stesso. » 
La proposta venne respinta, e Alessandro si accinse da sé all'im- 
presa. Essendo Milano in quel tempo sprovveduta di incisori in 
legno, Luigi Sacchi fondò un novo stabilimento, e andò a posta 
a Parigi a pigliarne al proprio soldo diversi. Di questo appunto 
parla il Manzoni in questa e nella lettera che segue. 

I disegni furono fatti in grandissima parte dal Gonin, che aveva 
stretta amicizia col poeta nel 1855, quando venne a Milano ospite 
di Massimo D'Azeglio, e vi dimorò alcuni mesi. Qualcune delle 
vignette, ma ben poche, vennero disegnate da Massimo, altre da 
Paolo e Luigi Riccardi^ da Luigi Bisi e da Giuseppe Sogni, non 
che da Federico Moia. 

II Manzoni le ideò da per sé ; e appunto al Moia andava in- 
dicando per iscritto il modo col quale voleva che svolgesse il 
suo concetto. Di queste note tre sono possedute dal signor 
Bartolommeo Manfredini di Venezia, e per soddisfare la curio- 
sità de' lettori, mi piace di riprodurle: 

« Gap. XII; p.ig. 249 (159). La parte del Duomo che prima 
« della recente demolizione di case si presentava a chi arrivasse 
« dalla Corsia de' Servi. Gente sparsa , tutta incamminata versa 
« la piazza, e alcuni cogli attrezzi nominati nel testo. Dinanzi a 
« Renzo, che s' è fermato a contemplare il Duomo , quello che 
« porta in ispalla un fascio d'asse spezzate e di schegge ». 

« Gap. XII; pag. 250 (140). Piazza del Duomo, con veduta 
« della facciata, dal punto che parrà meglio all' artista. Falò nel 
« mezzo della piazza: gente all'intorno: un altro con un tnoni' 
« cone di pila ec. ìa fiamma si ridesta ec. Renzo spettatore, nella 
« parte esteriore del circolo ». 



— 4 — 

« Gap. XII; pag. 252 (151). La piazza de' Mercanti, da un 
« punto dove si vede l'arco che mette nella contrada de. fu stagnai y 
<» e il Collegio de Dottori scorciato il meno possibile, e in modo 
« ciie si dislingua la statua di Filippo IL Folla da un capo al- 
« l'altro: tra quelli che passan davanti alla statua, molti son 
« voltiti in su, a t^uardarla. Renzo alla coda ». 

Prima però di legarsi col Gonin e col Sacchi, il Manzoni era 
stato a un punto di far eseguire i disegni e le vignette a Parigi. 
Il sig Avv. Filippo Saraceno, che per il primo stampò questa e le 
altre lettere al Gonin, dice d' aver veduto nelle mani di quel va- 
lente disegnatore « un foglietto di saggio della progettata edizione 
« parigina , con ivi un' intestazione , un' iniziale e tre vignette : 
« Don Abbondio; Don Rodrigo sul suo giaciglio al Lazzaretto; 
« e Perpetua che dice al padrone : Come niente ? A me la vuol 
« dare ad intendere? ecc. Gap. I. Non hanno nome d'autore, quanto 
« a disegno ; ma la vignetta che rappresenta D. Rodrigo , sap- 
« piamo essere d'un Boulanger; e fu la sola conservata dal Man- 
ff zoni nella sua edizione. » 

(2) Teresa, figlia del nobile Cesare Beri e di NLirianna Meda, 
nacque a Milano nel 1799; sposò il 15 febbraio .'819 il nobile 
D^cio Stefano Stampa, di cui rimase vedova il 2 dicembre del- 
l' anno appresso ; si rimaritò con Alessandro NLuizoni il 2 gen- 
naio 1837. 



202. 

Ài ììiCLÌesiiìio, a Toìino. 
Gonin carissimo, 

21 gennaio ( 840). 

D.ie rÌL;lic in frett.! in fretta, per dirti che ieri gli 
stampatori m'hanno mostrata una lettera del signor 
Sacchi, nclKi quale dice che partirebbe il i6 o il 17 



— 3 — 
del corrente, e contava d'essere a iMiLino il 25 o 26, 
facendo di vederti nel suo passar da Torino. Con- 
duce con sé gì' intagliatori, salvo che una parte di 
essi dovesse trattenersi un giorno di più a Lione , 
per mancanza di posti nella diligenza. Subito dopo 
che gli avrai veduti, spero che ti metterai a farmi 
una nuova e disìinìa relazione. Mi pare che potresti 
dare al Sacchi medesimo i disegni già fatti , e che 
noi aspettiamo con quella voglia che tu conosci , e 
che anzi va moltiplicata pel numero di disegni e 
de' gioriii che abbiam digiunato. Fo punto . per es- 
sere a tempo colla posta, e ti abbraccio da quell'a- 
mico vecchio che ti sono 

Il tuo Manzoni. 



rov 



Al medesimo, a Torino. 



Carissimo Gonin 



Milano, 2- del 1840. 

Je l'ai VII, de mes yeiix vu, e vuole (il signor Sac- 
chi, s'intende) che, per la prima cosa, io ti parli d^il 
suo dispiacere di non aver potuto cercar di te a To- 
rino, per esservisi fermato due ore sole, arrivandovi 
digiuno da ventiquattro. Ha condotto i tre intaglia- 
tori che aveva detto, due francesi, Bernard e PoUet, 
e un inglese con un nomacelo scomunicato (i): quat- 



— 6 — 
tro altri no lui Lisciati a Parigi, col patto condizio- 
nale che debban venire, s'egli li chiama dentro un 
certo tempo. De' due francesi venuti con lui m' ha 
fatto veder l'album; e son vignette (che paion bel- 
lissime a noi altri pcqiicnos) del GuUiver , del La 
Fontaine, del Don Chisciotte, del Napoleone di Raf- 
fet, e d'altre opere ch'io non conosco. Una, perchè 
tu possa prenderne un saggio, è il cane con le orec- 
chie mozze del La Fontaine, alla nona favola, se 
non m'inganno, del libro decimo; un'altra è l'aquila 
di RafFet, con l'ale spiegate, e la corona sospesa sulla 
testa: lavoro che dicono squisito, e che anche tu, 
spero, troverai tale. Si venne poi all'esposizione (2); 
e qui io ebbi un altro gran piacere, anzi due in una 
volta: l'uno, di vedere come il Sacchi sentiva i tuoi 
quadretti, ed esprimeva il suo sentimento , ora con 
esclamazioni, ora con osservazioni, lodando la bel- 
lezza generale del disegno, e certe bravure particolari, 
e dove la forza, dove la leggiadria, e l'espressione 
sempre vera, e la composizione, e gli accessori, q.cc.'. 
V altro piacere era di vedere com' egli si teneva 
sicuro di trasmetter quei quadretti al pubblico, quali 
li riceveva da te. La qual sicurezza m' espresse 
coi più risoluti termini: Gonin si troverà lui: Gonin 
avrà il facsimile de' suoi disegni. Solo mi disse che 
alcune piccole cose , per far l' effetto che tu avevi 
voluto, andavano eseguite con qualche diversità ; il 
tratto di traverso, piuttosto che verticale, in qualche 
ombra , o scuri interi dove son segnati a tratti. Al 
che , per quanto si possa trattar di pochissimo , io 
dissi che la tua intenzione era che l'intagliatore le- 
vasse il bianco e lasciasse il lapis, e niente altro; e 
che io non poteva quindi prendermi su questo nes- 



sun arbitrio; ma ch'egli si sarebbe inteso con te. Gli 
diedi tre bossi da intagliar subito per saggio: due 
secondo l'intesa, cioè la pubblicazione del bando (3), 
e Renzo che vuol levare il deìite a don Abbondio (f), 
e per terzo, l'iniziale del primo capitolo , avendomi 
Riccardi portato via il suo disegno, per farci qual- 
che ritocco. Interrogato di quanto tempo ci vorrà 
a intagliar , per esempio , la seconda di quelle tre , 
disse che forse otto giorni , fors'anche sette : sicché 
avremo un saggio nella ventura settimana di certo; 
perchè i nostri uomini, giunti ier l'altro, riposati 
ieri , oggi sono al lavoro. Ti voglio però dire (e a 
chi si dirà tutto il vero, se non a' pari tuoi?) che 
un solo di questi disegni non fece l'impressione degli 
altri , ed è quella iniziale che ha la figura sola di 
Lucia in atto di fuggire (5): e tu devi esserti ac- 
corto che anche noi, che 1' abbiam veduta in tua 
presenza, a quella sola siam rimasti un po' freddi. Va- 
leat qnantiiiìi valere potest; ma io 1' avevo sulla co- 
scienza , e te ne avrei parlato^ quand' anche questo 
nuovo consenso non m'avesse stimolato a farlo ora. 
Avrei altre chiacchiere da far con te; ma non voglio 
lasciar partire il corriere senza questa lettera; onde 
ristringo il molto in poco. Confido che le tue lettere 
mi confermeranno la consolazione, che*m'hanno data 
le buone nuove della tua salute, e degli occhi come 
del resto , pei quali tutti gli altri occhi , che occhi 
sono, hanno a esser tanto interessati. Confido pure 
che stirai in proposito di venire dove sei aspetta- 
tissimo, al tempo che hai detto; e, non senza ver- 
gogna, non senza rimorso, te ne prego pure quanto 
so e posso. Intanto, mandami, se ne trovi occasione, 
i disegni che hai fatti , e aspetta la prima prova , 



— 8 — 
appena sia presentabile. Guardati bene di non istare 
in dubbio di continuare per le osservazioncelle che 
il Sacchi ha a farti sulla parte materiale del lavoro; 
perche se ti potranno anche esser utili , l' ignorarle 
non è di danno, non risguardando esse che parti- 
colari di poco conto. Tutta la mia famiglia, e i tuoi 
amici e ammiratori eh' io vedo , vorrebbero esserti 
rammentati, come si ranimentan di te. I miei rispetti 
e le mie scuse alla degnissima tua signora consorte, 
e a tutta la tua famiglia. Scrivimi presto, e ricevi 
un abbraccio di cuore del più che mai tuo 

Manzoni. 

(i) Il Sheeres, del quale torna a parlare nella lettera seguente. 

(2) L'esposizione de' disegni che erano stati inviati dal Gonin. 

(5) Fu incisa dal Bernard. Trovasi nel cap. I. pag. 15 dell'edi- 
zione illustrata, 

(j) H a pag. 40, Rappresenta Don Abbondio che « con lo sguardo 
di chi ha in bocca le tenaglie del cavadenti » , svela a Renzo 
« minaccioso » il nome del « prepotente » , che impediva il suo 
matrimonio. 

(5) K r iniziale del cap. III. Il Gonin la rifece. Il Manzoni la 
mise anche nel manifesto d'associazione; tanto gli piacque. 



204. 

Al medesimo, a Torino. 
Gonin carissimo, 

Milano, 2 febbraio 18 (O. 

Oiu voiis cu semhìe? \l iiìtagliata da Sheeres (i); 
che finalmente te lo posso nominare: e altri lavori 



— 9 - 
di lui potrai vedere nel Napoleone di Vernet, pag. 384, 
419. 434. 441. 543. ^02, 643, 667, etc, e nel Ro- 
binson, pag. 354, 384, 498, etc. Il Sacelli mi lodava 
assai il primo de' qui accennati; ma, nell'esemplare 
che abbiamo , lo trovò tanto sciupato per la mala 
tiratura, da non esser riconoscibile. L' abilità parti- 
colare di questo intagliatore, a quel che me ne dice 
il Sacchi medesimo, è per gl'interni, i cieli, i fondi 
d'ogni genere; e darà a lui da far queste parti an- 
che in vignette, delle quali Bernard e PoUet faranno 
le figure. Aspetto con grande impazienza il tuo giu- 
dizio su questo primo saggio , e vengo , anzi corro 
a parlar della preziosa cassettina. Se ti te see cìocch, 
limi semni imbriagh: c'è Bordeaux, Champagne , Xe- 
res, Tokai, e se v'ha di meglio. Di qual parlo e di 
qual taccio? Quel bel frate, in quel bellissimo paese (2); 
e quel frate medesimo , con quella stupenda espres- 
sione davanti al cavaliere (3), che, in questo , non 
gli cede punto; quella mirabile folla di personcine, 
in quel magnifico cortile; quell' altra in sala; quel- 
l'altra cosi bene aggruppata intorno al novizio, che 
dice tante cose col volto , e coli' atto del braccio e 
della mano (4); e quel bravo seduto-sdraiato a fianco 
di quella bella porta (5); e quel car magon di Lucia (6), 
con quella cara stizza di Renzo, sempre degni l'uno 
dell' altro (7) ; e quel viso , quella positura , quella 
toga del dottore, quel tenergli dietro del giovinotto, 
e le carte sul tavolone, e la seggiola colla vacchetta 
accartocciata (8); e que' compagnoni a tavola; l'uno: 
eia de ridi; l'altro: oh che scennaì (9); e le due in- 
testazioni cosi bene immaginate e cosi ben condot- 
te (io), etc, etc, etc. che non si finirebbe. Tutti di 
casa, e Cattaneo, e Rossari e Vitali (11), che hanno 



IO — 

potuto goder dell' e-sposizione , prima dj] 
mento, hanno detto ben più di quello ch'io ti dico. 
Cosi il Sacchi, il quale puoi immaginarti come sia 
contento di principiar con simili bagattelle. Te dìii 
che la va bcuou. Bernard lavora alla trombettata ; 
Pollet air estrazione del segreto ; e fra tre o quattro 
aiorni :\\'tM\ finito. Ti manderò subito le prove. 
Quanto alle istruzioni che desideravi, te ne ha scritto 
Massimo (12). Quello che raccomandano assai assai, 
è che lo strato di bianco sia leggiero al possibile ; 
perchè altrimenti si corre rischio di fare una pol- 
veretta che insudici, e anche di scrostare. Il Sacchi 
mi dice pure che sarebbe bene segnar con inchiostro 
i^li scuri pieni; ma vedo che già l'hai fatto nel pa- 
lazzo che brulica, e brulica davvero. Sappi poi che 
egli tiene in serbo a Parigi sei o sette, non mi ram- 
mento appunto, altri intagliatori, che farà venir tutti 
o in parte , secondo che vedrà potergli convenire ; 
e me ne farò dire i nomi, per comunicarteli in altra 
lettera. Se c'intendiamo nel prezzo degl'intagli (del 
che non dubito, essendo tutt'e due uomini di buona 
volontà), è disposto a chiamarne subito tre. E sic- 
come egli crede che ognuno ne potrà sottosopra fare 
uno alla settimana, così fra otto mesi al più si po- 
trebbe dar fuori la prima dispensa. Ne ti faccia dif- 
ficoltà il loro non far tanto cosi sulle prime; perchè 
non avevano ancora lumi adattati per lavorar la 
sera, e hanno dovuto perder tempo in gite per quelle 
benedette carte , che anche tu sai che cosa impor- 
tino (15). Quando mi manderai altri legni, e se de- 
vono passar per la dogana , mettici per iscrizione : 
Lcì;;// da essere intagliati : così si perderà men tempo, 
e non si correrà rischio di pagar ciò che non è do- 
vuto. 



— II — 
Se ti tornasse comodo d'aver danari costi, prima 
di partire, dimmelo, che per me è tutt'ano spedirti 
una cambiale ora, o consegnarteli qui in altro tempo. 
Spero che non farai cerimonie con me: ce scrait dc- 
soìant. Se il signor Pomba parte domani, come credo, 
consegnerò questa lettera a lui ; altrimenti la man- 
derò alla posta. Ho visto sulla bulletta della dogana, 
trasmessami da lui, eh' egli ha pagato una lira per 
il trasporto: se il mio omo (14) non lo trova alla 
locanda, per rimborsargli questa spesa, e forse altre 
che gli sia occorso di fare in questa occorrenza , ti 
prego di farlo tu per me, e di ringraziarlo pure da 
parte mia, e fargli le mie scuse, se non sono andato 
in persona : tu sai le triste ragioni che mi rendono 
impossibile l'adempimento di tali doveri (15). Chiudo 
con la solita canzone : scrivi subito, e vieni presto. 
A quest' ora tu avrai fatto sei o otto altri piccoli 
capolavori: 0/7 cari! Addio, Gonin mio arcicarissimo: 
tutta la mia famiglia ti saluta cordialmente; Catta- 
neo pure e Rossari. Ricevi un abbraccio del tuo 

Manzoni. 

Poscritta spinosa. È venuto da me il Sacchi con 
Bernard , il quale , per una parte m' ha fatto gran 
piacere lodando molto i disegni ; ma insieme m' ha 
cambiato la settimana in 12 giorni. Grazie! Ci vor- 
rebber due anni d' intaglio prima di metter mano 
alla stampa. Dunque bisognerà pensarci. Son poi riu- 
scito ad intendere qualche cosa d'abbastanza chiaro 
per comunicartelo , sui cangiamenti di rnetodo per 
facilitare l' intaglio. Dice dunque il Bernard che la 
mohiplicità dei tratti sovrapposti è lavoro lungo , 



12 — 

difficile, scnxa buon clFjtio : una parte di fondo co- 
siffatta richiederebbe , ad eseguirla fedelmente , tal- 
volta quindici giorni. Due tratti l' un sulT altro, tre 
al più, in qualunque massa d'ombra, e tratti conti- 
nui, decisi. i\Coiisieitr Gonin accuse très-bien le trait, 
il par conscqiicìit de ss ine a ìuerveìììe poitr le graveuì\ 
qiiaììd il veni ; mais il ne veni pas lonjoiirs. E per 
esemplari mi mostrava i ritratti, dove non c'è altro 
da fare che lasciare intatto il lapis. Del resto, anche 
nei disegni dove l'inconveniente (per l'intaglio, s'in- 
tende) c'è, non è che in parti secondarie: fondi, scuri, 
panneggiamenti, e al più qualche figura nelle folle 
non feniLVìiCìite tratteggiata. E quanto ai due primi, 
mi diceva anche , che per loro non sarebbe quasi 
niente, se avessero da te il permesso di fare secondo 
il metodo loro ciò che tu hai indicato con un altro, 
anzi lo avresti fatto perfettamente, se fosser disegni 
da rimaner così. Il meglio però sarà che tu lavori 
addirittura per 1' intagliatore da ogni parte ; e un 
altro meglio sarà che tu possa venire al più presto 
e intenderti a voce. Il bene poi che Bernard ha 
detto de' disegni , e massime di quelli , su cui non 
trovava nessun inciampo per lui , è tale che da un 
francese non me lo sarei aspettato. È poi venuto 
Massimo, e non ti so dire come sia stato contento. 
Ti ripeterò una sola delle sue frasi : conoscevo il ta- 
lenlo di Gonin \ ma credevo che piovesse, non che dilu- 
viasse. Rispetto al grande imbroglio del tempo, non 
vedo che tre rimedi possibili : il migliore, ma il più 
difficile , è che al Sacchi possa convenire di chia- 
mare addirittura i sei o sette altri intatrliatori : il 
secondo, mandare una parte de' disegni a intagliare 
a Parigi; il terzo pubblicare una dispensa ogni quin- 



- 13 — 

dici giorni , invece d' una per settimana. Dimmene 
qualchecosa, e sopratntto vedi se puoi affrettare la 
tua venuta. T^abbraccio di nuovo. 

(i) È l'iniziale che fu messa al cap. I. pag. 9, Rappresenta 
un Q_ in forma d'acquedotto rovinato. 

(2) Fra Cristoforo (pag. 108) che, alv^anJo gli occhi verso 
l'occidente, « vide il sole inchinato, che già toccava la cima del 
monte ». 

(5) Lo stesso Fra Cristoforo (pag. 102) ch(^ mette davanti agli 
occhi dell' € accigliato » Don Rodrigo « il teschietto di legno 
attaccato alla sua corona ?►. 

(4) Son le tre scene dell' episodio di Fra Cristoforo , che 
stanno alle pagg. 77, 78 e So. 

(5) Fra Cristoforo alla porta del « palazzotto » di Don Ro- 
drigo (pag. 88). 

(6) Il ritratto di Lucia, che è a pag. 43, intagliato dal Bernard. 

(7) Il ritratto di Renzo (pag. 55), anch'esso intagliato dal 
Bernard. 

(8) Renzo e il dottor Azzecca-garbugli (pag. 53). 

(9) Don Rodrigo a tavola con « alcuni suoi amici dello stesso 
pelo » (pag. 61). 

(io) Le « intestazioni jj de' capitoli II (pag. 31) e III (pag. 47). 

(11) Natale Vitali, parente del Grossi, professore di filosotìa 
nel Seminario di Milano. Il suo fratello Giuseppe, caro anch'esso 
al Manzoni, era Cancelliere della Curia Arcivescovile. 

(12) Massimo D'Azeg'io. 

(13) Invece il Giusti, quando capitò a Milano, nel settembre 
del 45 , mentre supponeva di mettere in allarme l' Impero Au- 
striaco colla sua venuta , stupì, allorché presentatosi, com'era di 
regola , alla Polizia per notificarsi , trovò di esservi affatto sco- 
nosciuto. 

(14) Giuseppe, cuoco della famiglia Manzoni. 

(15) Accenna al bisogno chz aveva, nell'uscire di casa, di es- 
sere sempre accompagnato. 



— 14 — 



20^ 



Jl lìiedi'siiìio, a Torino. 
Gonin mio carissimo, 

Milano, 8 febbraio 184O. 

Eccoti yli altri due saggi. In quello di Bernard 
non troverai la donna alla finestra (i): il Sacchi mi 
disse che il legno in quella parte era fradicio, o al- 
meno non abbastanza sodo; ma che, se ti, preme 
che la vignetta abbia anche quell'accidente, si rimet- 
terà un pezzetto, sul quale potrai rifare il tuo di- 
segno. Troverai vari scuri, che non sono ad literam. 
Su questo, e sul rimanente, aspetto la tua sentenza. 
SuU' altra prova , mi dice il Sacchi medesimo , non 
potersi far giudizio sicuro , perche, essendo il legno 
carico assai di bianco , questo s'è mischiato all' in- 
chiostro, ed ha indebolite e confase in qualche parte 
le ombre. Con la m.ia più prossima lettera, ti man- 
derò uiì'altra prova tirata sul legno ripulito. Che 
ne dici intanto? perchè io desidero sentir subito da 
te qualche cosa. Il primo saggio è del più giovane, 
e pare delTancor meno abile. E vedo che l'intenzione 
di Sacchi è di dargli in varie vignette le parti di 
meno impegno, e alcune nelle quali lo dice più ad- 
destrato. 

Ora in fretta il resto, per hi re a tempo colla po- 
sta. Credo che de' tre partiti converrà prender gli 
ultimi due insieme; cioè intendersi col Sacch% per- 
chè poni il numero degl'intagliitori stranieri, almeno 



— 15 — 
a sei, e portare a dieci giorni l'intervallo tra le di- 
spense. Egli disegna prendere due o tre intagliatori 
di qui, per la parte di lavoro, o quasi materiale, o 
men fino: a questo gli ho detto che la cosa potrà 
andare, se il disegnatore veJe alla prova che il la- 
voro non ci scapiti. Di Bisi non so ancor nulla; 
Riccardi ha mostrato non so se due o tre disegni 
al Sacchi, il quale pregato da lui di dirgliene fran- 
camente il parer suo, gli ha consigliato di ritarne 
uno. Tornando alla condizione del disegno rispetto 
all'intaglio, non so se t'abbia detto nell'ultima mia, 
che Bernard m'ha assicurato esser tutt'uno per loro, 
che le ombre siano estoinpces , o segnate con linee 
da eseguirsi tale quale. Per me , (lasciando però a 
te la decisione) confesso che preferisco il secondo 
metodo. Le figure più grandi e in minor numero , 
dove il soggetto lasci qualche scelta, portano minor 
lavoro all' intagliatore , e non fanno meno spicco. 
Bernard ha preso ora ad intagliare con gran pas- 
sione la vignetta del frontispizio, alla quale egli solo 
metterà mano. E, per passione , ha pur portato via 
il gruppo di birboni col galantuomo (2), quantunque 
sia di quelle più innanzi nell'ordine della pubblica- 
zione. Ne fu veramente entusiasmato, e prorruppe in 
una bestemmia (per un francese) d'ammirazione. Te 
la dirò a voce, e presto, spero. Che! tu ti lamenti 
ch'io non ti dia nove della mia famiglia , e non ti 
rammenti il proverbio: nessuna nova, buona nova? 
e non pensi eh' io non posso sottintender lo stesso 
al tuo silenzio intorno alla tua venuta? Dimmene^ 
anzi fanne qualche cosa. Intanto, anche due righe , 
ma al più presto. Ti dico però espressamente che 
in casa stiam tutti bene, e vosiliamo a te quel molto 



— i6 - 
inolio clic tu s.ii; clic Cristin.i (3) sta forte ancora, 
ma non può tirare in lungo se non qualche giorno, 
e che Sofìa ()) viene finalmente oggi a desinar con 
noi. Dimmi quanti disegni hai fatti: quelli che m'hai 
spediti crescon di bellezza sotto l'occhio. Addio, ca- 
rississimo: t'abbraccio e t'aspetto con le braccia 
aperte, in mezzo a un gruppo d'altre braccia aperte. 

Il tuo AlAKZONr. 



(i) K rultlma vignetta del cap. H. ^png. .16). La « donna alla 
finestra » ci fu poi fatta. 

(2) Lodovico con « intorno un buon numero di bravacci » 
Cpag. 6^). 

(3) La Cristina, figlia del ALmzoni , si era maritata nel 1839 
con Cristoforo Baroggi, e allora trovavasi incinta. 

(4) Sofia, altra figlia del Manzoni, nacque a Milano il 15 no- 
vembre 1817 ; si maritò nel 183S con Lodovico Trotti; morì il 
31 marzo 1845. 



206. 

Al lììcdesimo, a Torino. 
Gonin mio carissimo, 

Milano, \[ fchbr.iio i8}0. 

Vorrei che ne fossi contento come dell' altra ; io 
ne ho dubitato: altri mi trovan troppo ditficile , il 
che, in aspetto della tua sentenza, mi fa piacere, e 
del resto non mi compete punto. Ho però osato tare 
al Sacchi qualche osservazione, valeat quantum va- 



lere potest. Quella linea, per esempio, a sezion di 
circolo , che mi par dura e prolungata oltre il do- 
vere , sulla faccia di D. Abbondio (i). E anche a 
Massimo, il che conta un tantin di più, ha fatto la 
stessa specie. Il Sacchi m' ha detto che si può cor- 
reggere. M'è parso che gli erbaggi sul tetto del ta- 
bernacolo (2) abbian perduto un poco di ricchezza, 
di varietà e, dirò cosi, d'ultima mano : non me Tha 
negato, né concesso. Ho trovato troppo poco accen- 
nata la pittura del tabernacolo : a questo m'ha detto 
che era cosi nella prova, perchè l'intagliatore, al- 
l'uso inglese, le tira leggerissime nelle parti che de- 
von esser leggiere, e che, colla tiratura del torchio, 
queste parti compariranno meglio , anzi alcune che 
non si vedono, verran fuori, non solo in questa, ma 
anche nell' iniziale. Troverai nella parte superiore 
opposta al tabernacolo una nuvoletta , che non ci 
avevi fatta : è parso agli intagliatori, che fosse ne- 
cessaria perchè il fondo non andasse a confondersi 
e a perdersi nel margine del foglio : e siccome mi 
fu detto che quest'aggiunta si poteva levare, se non 
ti piaceva, ho consentito io che si facesse. Troverai 
pure ombre semplici dove e' era cespugli e roveti , 
dietro il muricciolo : mi fu detto che non eran pra- 
ticabili all'intaglio^ e che eran di quelle cose , sulle 
quali sarebbe stato necessario intendersi con te. Ahi ! 
ahi ! ahi ! E quel che t'ho detto, e quel che son per 
dirti , e il troppo più che non ti dirò , perchè non 
capirebbe nel foglio, tutto mi tira al doloroso argo- 
mento. Ah caro Gonin, l'^ propi stada ona sassada 
in di veder. Non parlo del piacere di possederti , di 
que' bei castelli in aria di gite campagnuole, d'espo- 
sizioni quotidiane etc. : si sa che il piacere dev'es- 
Epistoìario. Voi. II. 2 



-is- 
serò sngrificnto per il primo. Ma io non saprei dirti, 
nò credo tu possa immaginarti , quanto il tuo non 
esser qui, e subito, accresca le difficoltà dell'impresa, 
e possa anche farle danno per molti versi. Non ho 
veduto una volta gl'intagliatori, senza che m'abbian 
detto : lorsqiic M. Gonin sera ici : viendra-t-il hìcn- 
tót ? Come' posso io ripeterti (io che son ben lon- 
tano dall' intender tutto quel tanto che intendo) 
tante cose che mi vengono accennate intorno al 
modo di render facile , breve , sicura la fedeltà del- 
l' esecuzione , d' ottener 1' effetto con meno tempo e 
fatica ? Oltre il resto , il prezzo dipenderà in parte 
da questi avvertimenti; e una mattina passata da te 
con questi giovani può fare , che tu e gli spettatori 
non perdiate neppur uno de' tuoi tocchi , e che in- 
sieme lo specidatorone ci metta n:eno quattrini. E 
anche per lo stabilimento del prezzo tu mi potresti 
esser di gran vantaggio, poiché , quanto più si può 
ragionare la cosa, tanto più si può far piegar 
l'altra parte. Io non oso neppur proporti di doman- 
dare una proroga per gli altri lavori che ti vengon 
commessi : suppongo che sarebbe senza effetto, e te- 
merei che non fosse senza inconveniente. Oso bene, 
a rischio di parerti indiscreto, pregarti d'una corsa, 
quand'anche non dovess'essere che d' andata, riposo 
e ritorno : beato se il riposo potess' essere di tre o 
quattro giorni. Tu vedi anche quanto importerebbe 
il far raccolta d'altri materiali, . etc. etc. , che l'ora 
della posta m' incalza. Perciò rispondo brevissimo 
alle tue domande. Il nome del Sacchi è sulle vi- 
gnette , perchè è 1' uso che ci sia quello dell' intra- 
prcnditore , anzi per lo più quello solo; ed è stata 
una concessione molto gradita agli artisti, e che ha 



— 19 — 
anche contribuito a determinarli a venire, l'aver loro 
permesso il Sacchi di mettere il loro nome ad ogni 
vignetta. Il tuo sarà cavato fuori autografo , come 
desideri, e desideravo anch'io : suppongo che l' aver 
fatto altrimenti sia stato ca^^ionato dalla maerorior 
facilità, die è nel fare lettere ad uso di tipografia, 
che nel mantenere uno scritto originale. Ti ripeto , 
di fuga, che aspettare fino all' esposizione (3) è ri- 
tardare un bisogno urgente. Vedi di farmi questo 
piacere. Tutti di casa, Azeglio, Cattaneo, te ne pre- 
gano con me. Quest'ultimo, dopo letta la tua lettera, 
ha perdute le parole per il resto della sera. Questa 
tua lettera, quantunque trista e perfida , aveva pur 
di buone cose : il tuo griudizio favorevole des^l' iuta- 
gli, e l'essere scritta a posta corrente. Fa che l'altra, 
recando la buona nuova (buona, dans la debacle), ab- 
bia anche questo merito. Dimenticavo di dirti che 
il frontispizio fu trovato dal Bernard, qual è, arci- 
bellissrmo : quella ch'egli ha portato via, e che sarà 
a quest'ora quasi finita, è la vignetta del frontispizio 
tipografico. Addio, caro, carissimo Gonin ; immagi- 
nati che tutti di casa , e gli amici , ti dicano quel 
che sei avvezzo a sentir da loro , e v' aggiungano 
una preghiera. 

Il tuo Manzoni. 

(i) Il Gonin infatti la ritoccò. Trovasi a pag. 17. 

(2) Il tabernacolo dove erano dipinte le anime del purgatorio, 
e Don Abbondio che li presso si abbatte ne' due bravi di Don Ro- 
drigo, che lo aspettano (pag. 16). 

(3) All'Esposizione delle Belle Arti, che fu tenuta in Milano 
alcuni mesi appresso. 



20 



20' 



^ Giuseppe Bottelli^ ad Arona (i). 

15 tchbr.iio iSjO. 

C\Cd Lei, ìion ha mai provato a scrivere con un chiodo 
sur mi fiocco di coione? Si provi, e ne avrà quell'im- 
menso gusto che ci ho io, scrivendo con una penna di 
ferro su una carta fatta col cotoìie, coni' è questa. E che 
divertimento! Uè proprio come scrivere sul dorso d'una 
pecora! Ad ogni parola mi tocca rasciugar la penna e 
forbirle il becco dalle bavature peli, che, scorrendo, 
strappa al foglio. Evviva la carta d'oggidì, fatta tutta 
quanta di cenci di cotone, e di cotone in fiocco anche, 
per farla più spedita. Ma la carta dell'edizione, che sta 
per fare Alessandro, non sarà così bisbetica! Sarà carta 
di Erancia « vélin super fin glacé » ; e le « vignettes » 
saranno quasi tutte disegnate da Gonin, che è stato un 
mese a Milano per questo, e che ci doveva tornare per 
altri sei, se il Re non lo avesse incomben^ato di dipin- 
gergli una cappella a fresco, e di fargli subito un qua- 
dro a olio. Questi disegni saran fatti sul legno da 
Gonin stesso, per esser poi scavati da incisori francesi, 
venuti a odiano e condotti da Parigi dal sig. Sacchi , 
che intende di stabilire una scuola a Milano di questo 
nuovo genere d'incisione. Il qual genere consiste in to- 
glier via, scavando, tutta quella parte di legno non stato 
segnato dalia matita , e viceversa lasciando intatte le 
parti del legno state segnate, di modo che ne viene un 
disegno ritagliato e rilevato. Questi stessi legni si ado- 
prano per stampare intercalandoli nel lesto , e per ciò 



fare è necessario, a far bene, un iorchio alia Stanhope, 
ed un torcoliere pratico di questo genere di stampa; 
il qual torcoliere è stato fatto venir da Parigi dagli 
editori Gugliehnini e Redaelli, così come il torchio alla 
Staìthope, e ci sarà tutto l'occorrente a far la cosa per- 
fetta e pari alle francesi per merito d' edizione ^ e supe- 
riore a quelle per merito e quantità di disegni ; i quali 
quando li vedrà appostati nel testo, vii saprà dire che 
capo d'opera avrà dato l'Italia. E vero che tutto sarà 
stato fatto venire da Parigi quanto al materiale, carta, 
matrici di caratteri, torchio, macchina per « giacer » la 
carta, inchiostro, incisori, e torcolieri; ma sarà sempre 
che Gonin avrà fatto i disegni, e ^^ilessandro il libro; 
e non ci sarà da dire; la parte spirituale sarà tutta 
italiana. Le vignette saranno 4)0 intercalate nel testo 
dei Promessi Sposi, e della Colonna infame; il qual 
testo se vedesse com'è postillato, corretto e ricorretto, 
preparato per la ristampa! Il pre{:(^o sarà dai yo 
agli So centesimi la « livraison doublé » {lo dico in 
francese, per non sapere l'equivalente italiano, poveretta 
mei); questa « livraison doublé» sarà, come sono le 
francesi, di i6 pagine, ornata di un 8 o io disegni ; 
tutta l'opera verrà a costare ^6 franchi circa, o al 
più }8. La prima « livraison » non potrà uscire prima 
d'un 6 mesi, e fors' anche più. Uscita la prima dispensa, 
le altre seguiranno di dieci in quindici giorni almeno.... 
La saluto per oggi, e perchè sappia chi sono, e chi non 
dovrei essere, mi dico 

Teresa Manzoni. 

Caro Bottelli, vederti vorrei, non iscriverti; trat- 
tenermi con te, non con un pezzo di carta, foss'an- 
che incomparabilmente migliore di questo, che la mia 



Teresa t'ha così ben descritto. Ti rammenti di quelle 
chiacchierate, lunghe, a misura d'orologio, corte, a 
misura del mio piacere, che si facevano anni sono? 
E ora, quando potremo sperare d'averti qui, almeno 
per qualche giorno? Ho parlato di te col bravo e 
buon Padre Giulio (2) ; e il soggetto e l'interlocu- 
tore mi piacevano ugualmente; ma io vorrei anche 
te in persona. Dammi subito questa speranza, e ri- 
ducila presto ad effetto, e intanto conserva la tua 
preziosa benevolenza al tuo 

Manzoni. 

(i) Fu parroco di Arona, suo paese nativo, e coltivò con 
amore e con gusto le lettere. Tradusse in esametri latini , con 
eleganza squisita , i Sepolcri del Foscolo e le Epistole del Pinde- 
monte e del Torti, che ne sono corredo. E col Foscolo strinse 
la più cordiale amicizia, come lo mostrano le tre lettere affet- 
tuosissime che gli scrisse Ugo, e che sono a stampa a pag. 102, 
106 e no del voi. I. del suo Epistolario. 

Il Manzoni, il Grossi ed il Torti ritrassero il cuore e l'ingegno 
del BotteUi in questa iscrizione, che scrissero tutti e tre insieme : 

ALLA MEMORIA 

DEL SACERDOTE GIUSEPPE BOTTELLI 

DOTTORE IN SACRA TEOLOGIA E DIRITTO CANONICO 

UOMO DI FORTE INGEGNO 

CHE DAI SACRI LETTERARII CIVILI OFFICII 

PER AVVERSA SALUTE 

RACCOLTOSI ALLA VITA PRIVATA 

NELLA QUIETE OPEROSA 

VISSE ALLA PATRIA, AGLI STUDII, AGLI AMICI 

ONORATO DAL PUBBLICO RISPETTO 

E DALLA STIMA DEI DOTTI 

SCHIETTO CORTESE BENEFICO 

A dUANTI IL CONOBBERO 

CARISSIMO 

NATO IN ARONA IL I9 MARZO I763 

MORÌ IL 19 LUGLIO 184I. 



- 23 — 

(2) Il P. Giulio Arrigoni deirOrdiac de' Minori della più stretta 
osservanza di S. Francesco. Nacque a Bergamo il 6 settembre i8o6. 
Predicò per le principali città della penisola , destando un vero 
fanatismo per l'eleganza della parola, la pastosità della voce, l'a- 
bilità del porgere. Fu professore di teologia dommatica nell'Uni- 
versità di Pisa, ed ebbe anche 1' incarico d' insegnare eloquenza 
sacra. Venne consecrato Arcivescovo di Lucca il 30 dicembre 1849. 
Mori nel gennaio del 1875. 



208. 

A Francesco Gonin, a Torino. 

Carissimo Gonin^ 

Milano, 3 marzo 1840. 

Uè ìniitel: qiiand soo nient, poss di niente Così di- 
ceva la tua Perpetua (i): e se pare a te, come, in 
prima istanza, è parso a noi, clie lo dica tuttavia, 
e che il resto stia in proporzione, sarò compitamente 
contento. Speravo di poterti anche mandare // ^alan- 
tuomo tra i birboni^ finito ier l'altro da Bernard; ma 
non glien'è ancor riuscita una prova soddisfacente. 
Intanto non ho voluto trattenerti questa , la quale 
desidero che basti a procacciarmi una tua cara let- 
terina. Ti confesso che mi sarebbe piaciuto assai 
più vederti la prova in mano, e i tuoi occhioni fissi 
su di essa , ma dalle con questo voler resistere ai 
fati ! 

Ora vengo a farti due proposizioni di quelle che 
tu chiami selvatiche. La prima è niente meno che 
pregarti di rendermi una mia parola. T'avevo pro- 
messo un esemplare in carta distinta; ma ripensando 



— 24 — 
che non se ne potrebbe fare un solo, e a^li impicci 
che nascerebbero dal farne e distribuirne più o meno, 
e che sarebbe un battezzare ordinari tutti gli altri, 
e levar loro un po' di pregio , son tornato nel mio 
desiderio di farli tutti d'una carta: e su di ciò aspetto 
la tua decisione (2). 

L'altra è pure una velleità di quelle, alle quali tu 
solo potevi darmi coraggio , e prometter pazienza , 
come hai fatto. Sappi dunque ch'io bramerei arden- 
temente di porre nel manifesto la vignetta del bravo, 
che picchia alla porta di D. Rodrigo; perchè mi sem- 
bra aver qualità ad hoc da non trovarsi così facil- 
mente riunite in un'altra. Fondo ricco e vistoso, che 
non si trova nella sua compagna: soggetto da rico- 
noscersi a prima vista, chi abbia letto il testo e se 
ne rammenti (che son le persone di garbo), e sog- 
getto insieme secondario, sicché non si mangia grano 
in erba: personaggi diversi, tra i quali il irate, e in 
positura di ti vedo e non ti vedo, etc. etc. (3). Ma 
(e qui ci vuol la faccia del ciabattino che parla ad 
Apelle) la figura del bravo seduto mi pare un po' 
forzata , e che il braccio che posa col gomito sul 
panchetto medesimo, sia forse troppo lungo. Ora le 
vignette del manifesto saranno guardate e riguardate 
per minuto; e io ci vorrei questa, e la vorrei senza 
quel difettacelo , s^ e' è. Massimo mi dice che son 
minuzie, ma tu m'hai avvezzato male , e quando a 
cavarmi un capriccio noii ci vuole altro che un atto 
di tua compiacenza , son troppo tentato di tentarla. 
Vorrei perciò approfittare della prima occasione che 
mi capiti, per mandarti il legno; tu lo guarderai: 
s'io m'inganno, me lo dirai , senza bisogno ch'io ti 
^ accia coraggio; se ci fosse davvero qualcosa da ri- 



— 25 — 

toccare in quella figurina_, tu avrai la santa pazienza 
di levare un po' di lapis, mettere un po' di bianco, 
e render perfetta una cosa già bellissima. Che ne 
dici? Ch'io sono un seccatore? Sono stato abbozzato 
tale dalla natura, e finito da te. 

È ora di domandarti se hai fatto buon viaggio , 
se stai bene , e se gli occhi hanno messo giudizio 
affatto. Noi stiam tutti bene; che ora spero di po- 
ter comprenderci Cristina, la quale a questi giorni 
passati è stata travagliata da dolori di capo, conse- 
guenza probabilmente delle levate di sangue. E ri- 
spetto a te, siamo, e famiglia e amici , come gente 
che ha mangiato una minestra squisita , e veduto 
una portata magnifica, e poi si videro sparecchiar 
tutto, e son costretti a levarsi da tavola. Il paragone 
è proprio milanese: lupi lombardi. Due righe che mi 
tengan luogo, per quanto si può, delle care chiac- 
chiere che si facevano al camino di sotto , e a quel 
di sopra. Saluti cordialissimi di tutti; e vogli sempre 
un po' di bene al tuo 

Manzoni. 

(i) Perpetua (pag. 38) nell'atto che dice a Renzo: « Ah! voi 
vorreste farmi parlare; e io non posso parlare, perchè.... noi 
so niente ». 

(2) Li fece infatti «tutti d'una carta»; e su quello che donò 
al Gonin scrisse di propria mano: ,^ill'ammirahih suo Traduttore. 
e carissimo amico Gonin, l'autore. 

(3) Fra Cristoforo alla porta del « palazzotto > di D. Rodrigo, 
di cui pajla anche nella lettera n. 204, 



— 26 - 
209. 

j4l ìnedesiiìio, a Torino. 

Milano, 6 marzo 1840. 

Mio Gonin; due righe in fretta, perchè il corriere 
non mi sfugga. Hai un bel dire, ma io voglio rin- 
graziarti della tua compiacenza all'uno e all'altro 
mio desiderio. Aspetto che mi trovino qualche Pic- 
n'.ontese che, tornando a casa a far penitenza (i) , 
ti porti il legno, che mi rimanderai, o ritoccato , o 
tale quale con un bel : ne siitor ultra crepidam. E 
del ripieno (2) di questa lettera , che ne dici ? Io 
spero di sentirne da te niente meno che dell'altro, 
se non più. La va hcnon : il cielo ci mandi altri 
PoUet e altri Bernard. Oggi porterò la tua lettera 
all'officina, e li farò tutti contenti. Addio: non imi- 
tarmi nel laconismo ; il quale, del resto, è forzato. 
Quando trovi un' occasione, mandami qualche altro 
legno da far cuccagna, prima da me, come un vero 
egoista epicureo, e poi con gli altri, che è una 
nuova delizia. Tutti di casa^ e gli amici, ti salutano 
con quella cordialità che sai , e non secondo , in 
questo, a nessuno 

Il tuo Manzoni. 

(i) Tornando, cioè, nella quaresima in Piemonte, dopo essersi 
goduio a Milano il carnevale ed il cariievaìoii. 
(2) La prova d'una vignetta. 






210. 

Al vudesimOj a Torino. 

Milano, IO marzo 1840. 

Gonin carissimo; non sarà vero che la cassettina 
ti venga a trovare senza portarti un abbraccio da 
parte mia. Ho imbalsamato PoUet , riferendogli le 
tae parole : ora Bernard aspetta la sua parte di 
consolazioni. Questi è intorno a Lucia il giorno, e 
la sera all'Azzeccagarbugli in piedi (i). L'altro fa 
la lettura delle grida: e spero d'aver le tre prove 
alla fine di questa settimana , o in principio della 
ventura. Sacchi ha scritto per far venire quattro 
nuovi intagliatori : e' è fra questi un Victor , del 
quale Bernard mi dice molto bene. Hai tu veduto 
il suo nome su qualche vignetta ? Non ti parlo del 
desiderio che ho di succhiellare al più presto qual- 
che nuovo disesjno. 02:ni volta che ne svolerò un 
de' vecchi (con quelle precauzioni che sai) lo trovo 
più bello. Ma addio, in nome anche di tutti quelli, 
coi quali si fa tanta menzione di te. 

Il tuo Manzoni. 



(i) È quell' Azzec:a-gdrbugli « alio, asciutto «, che sta leg- 
gendo fpag. 50). 



- 2S - 
211. 

jll medesimo, a Torino. 
Gonin carissimo, 

Milano, 2 1 niarxo 1^40. 

E tu, cosa avrai detto del mio tardar tanto a ri- 
sponderti? Probabilmente quel ch'era infatti, cioè 
ch'io non volevo mandarti la cassa del pasticcio, 
senza un buon ripieno. Ora eccotelo. È buono ? 
L'hai da dir tu. Quella che ha un nome solo, il 
Sacchi mi dice esser tutta di Po.llet ; ma che d' ora 
in poi egli intende metter quasi sempre il suo nome 
solo, come si fa in Francia. Tutto questo, come tu 
m'hai detto, non riguarda noi; ai quali non deve 
premere da che zecca esca la moneta , ma soltanto 
che abbia il peso e il titolo. Aspetto la tjà deci- 
sione, e le tue osservazioni, se la cosa ne richiede. 
Mi tengo sicuro, che saranno senza rispetti umani : 
io farò leggere al Sacchi la parte di lettera , che 
tratterà dei tre disegni. 

Sebbene tu non ti sia spiegato chiarissimamente 
nell'ultima tua, rispetto ai tuoi progetti, ce n'è ab- 
bastanza per darci molta speranza, e una conten- 
tezza proporzionata. Per quanti però siano quelli 
che parteciperebbero a questi sentimenti, nessuno ne 
saprà nulla prima che a te non convenga. Avrai 
ricevuto la vignetta da mettersi nel manifesto : de- 
sidero di riaverla al più presto, appunto per questa 
sua destinazione. Cosi ti prego di farmi aver prima 
delle altre, le due rifatte, perchè vanno nei primi fogli. 



- 29 - 
Son sempre qui, impiccato dalla posta, e costretto a 
strozzare anch'io le cose che vorrei dirti. Il lavoro 
del Finale dell'introduzione spaventava, come tu hai 
veduto, gli intagliatori : ora il Sacchi mi dice che 
ci sono screpolature nel legno, e che non può ser- 
vire. Abbi dunque pazienza di farmene un'altra, più 
semplice ; il soggetto si presta poco all'invenzione ; 
ma tu hai, in compenso, questo dono del cielo in 
abbondanza, come gli altri. Ben inteso, che questo 
è un secondo disegno che fai; e ch'io non soffrirei 
che tu non volessi contare per nulla il primo, bel- 
lissimo per se. Condizione sine qua non. Aspetta un 
minuto per carità, mio buon corriere , tanto eh' io 
abbracci Gonin, e lo preghi di scrivermi presto una 
lettera lunghetta, posto che il tuo collega non sia 
cosi frettoloso. Addio , carissimo ; saluti da ogni 
parte : Vitali, che è qui, vuole che ti mandi nomi- 
natamente i suoi. Addio, addio- 

Il tuo Manzoni. 



212. 

Al medesimo, a Torino, 
Mio carissimo Gonin, 

Milano, 27 marzo 18 40. 

Per quanto i disegni mi premano , questa volta 
non si può proprio principiar da loro; bisogna prin- 
cipiar con la risposta la più oziosa e superflua, ma 
la più cara - a ripetere , alla tua domanda : se ti 



— 30 — 
ameremo. Si davvero che t'amiamo, e t'ameremo: 
e tu sai ch'io parlo in nome d'un coro; sai che 
vieni in un paese dove hai amici, pochi in propor- 
zione degli ammiratori, non pochi in ragione di 
quel che la povera umanità ne suol dare , anche a 
chi più ne merita ; sicché io vo lieto d'esserne parte, 
e una piccola parte. Massimo, Cattaneo, Grossi, Vi- 
tali, Rossari , ecc., senza parlarti di que' di casa, e 
senza poterti parlare di tanti altri, i quali so quanto 
ti amano, e l'apprezzano, senza saperlo da loro, 
t'aspettiamo con quel sentimento che ti desideravamo. 
E quasi mi scordavo di dirti, che piacere e che van- 
taggio sarà per me il potermi intender con te ogni 
momento sui disegni, e raccoglierli a un per uno al 
loro nascere, e vederti soprantendere all'esecuzione; 
che questo non sarà sempre, ed e un di più. 

Ho dato le due prove a Pollet, traducendogli in- 
sieme lo squarcio della tua lettera ; che Sacchi e 
Bernard non gli ho trovati in casa. Per la parte 
mia , son contento, come tu puoi credere, che tu 
continui ad esserlo. Bernard lavora al frontispi:(_io 
misto ; ma non ho potuto vedere a che punto sia. 
Pollet stava intagliando un disegno di Riccardi , il 
quale , suppongo , sarà stato veduto da Massimo ; 
n:a siccome , in ordine di stampa , questo disegno 
non e de' primi, così penso d'intendermi con Sacchi, 
perche si segua quell'ordine, e s'abbia addirittura un 
seguito non interrotto di vignette , per quando si 
verrà alla pubblicazione. Spero di poter ancora ri- 
parare una dimenticanza : Sacchi m'ha detto, giorni 
sono, d'avvertirti che si fida poco d'uno de' due legni 
che t'ha consegnati: lo riconoscerai al colore più 
smorto: e se non v'hai ancora disegnato su, aspetta 



- 31 - 
cli'egii te ne spedisca un altro. Io aspetto i disegni 
che mi fai sperare per la fin del mese ; e sai con 
che avidità : ma, per amor del cielo, non t'affannare ; 
e sappi che un gran piacere m' ha fatto anche il 
sentire, che tu hai dato un hnoìio scappellotto al quadro 
della Battaglia (i). Il piacere ritardato non è per- 
duto , e quanto ai bisogni dell' edizione, pur troppo 
l'intaglio va ancora troppo adagio, perchè si scar- 
seggi di disegni. Intanto s' aspettano due nuovi in- 
tagliatori , Victor e Loyseau (li conosci tu?), e si 
ritiene che non finirà li. 

Addio, caro, carissimo Gonin ; ricevi i cordiali 
saluti di tutti di casa, ed ama il tuo 

Manzoni. 

(i) Il quadro della battaglia di ivlonibaidoae , che dipingeva 
per incarico del Re Carlo Alberto. 



213. 

Al viedesimo, a Torino, 
Gonin carissimo, 

Milano, 4 aprile 18 40. 

Questa volta puoi imm.^ginarti che aspetto il tuo 
giudizio con più impazienza, e con più sospensione 
del solito; perchè si tratta d'un pezzo grosso. I ri- 
tocchi all'altre due sono stati fatti subito, ma, aven- 
done chieste le prove al Sacchi, per sottoporle alla 
tua revis'one, onesti m'ha fatto tante difficoltà, che 



~ 32 — 
non ho avuto taccia d'insistere. M'ha detto, tra l'altre 
cose, che la prova d'una di Riccardi era costata a 
Pollct un giorno e mezzo di stento e, quel che è più, 
di perditempo. Se però tu le desideri, dimmelo ; e 
io credo che le tue parole faranno effetto. Attendo 
la vignetta per il manifesto; il quale, venendo anche 
la carta a tempo, potrà uscire nel corrente mese (i). 
S' aspettano di giorno in giorno gli altri due inta- 
gliatori : i due che son qui, si tengon sicuri (salvo 
disgrazie) di darne almen quattro al mese: cosi, fa- 
cendo un po' di provvisione, prima di metter mano 
alla stampa, s'avrebbe il conto. So che è indiscre- 
zione chiederti lunghe lettere; ma se mai, in un 
momento di riposo, la tua penna prendesse il galoppo, 
non la tenere in briglia. Stefano ti saluta. Per- 
chè Stefano solo? Perchè me lo dice ora che ti sto 
scrivendo : che se dovessi raccogliere tutti gli altri 
saluti, e parlarti di tutti quelli, che desiderano es- 
sere per ora rammentati da te , e goder col tempo 
della tua presenza, non farei fine. Addio, caro Gonin, 
ricevi il cordiale abbraccio del tuo 

Manzoni. 

(i) Uscì invece nel luglio. Essendo divenuto rarissimo , mi 
piace di riprodurlo. Ne ho avuto copia dalla cortesia del signor 
Conte Filippo Saraceno di Torino. 

4 I Tromessi Sposi, storia milanese del secolo XVII, scoperta e 
€ rifatta da Alessandro Manzoni. Ediiione riveduta dall' autore. 
« — Storia della Colonna infame, inedita. 

« L'opera e l'appendice saranno comprese in un solo volume 
« in 8.» massimo, di circa fogli 52, ossiano 832 pagine, in for- 
« mato, carta e caratteri simili ai presente manifesto. 

« Verranno illustrate da circa 450 disegni, eseguiti la maggior 
€ parte dai signori Francesco Gonin e Paolo Riccardi , ed il ri- 
< manente dai signori Massimo d'Azeglio, Luigi Bisi, Boulanger 



- 33 — 
« di Parigi , Luigi Riccardi o Giuseppe Sogni ; ed incisi in 
« legno nel nuovo stabilimento fondato e diretto in Milano dal 
« signor Luigi Sacchi. 

« L' edizione sarà eseguita dalla tipografia Guglielmini e Rc- 
« daelli , e si pubblicherà per dispense, di pagine 8, con circa 
« 4 incisioni, al prezzo di cent. 35 ital. per Milano, e cent. 40 
« per fuori. Ogni quindici giorni si pubblicherà un fascicolo di 
« due dispense. li primo uscirà , al più tardi , in novembre del- 
(' l'anno corrente : gli altri seguiranno senza interruzione. 

« Le associazioni si ricevono in Milano presso gli editori Gu- 
« glielmini e Redaelli tipografi librai, in S. Pietro all'Orto n. 890, 
« e presso i principali librai ; per gli Stati Sardi dal Commis- 
« sionario librario Eustachio Piana; per le provincie e per l'estero 
« presso i librai appositamente delegati e distributori del pre- 
'( sente manifesto. 

< Milano, luglio 1840. 

« N. B. Gli editori non garantiranno altre associazioni, se non 
« quelle che verranno fatte presso i medesimi , o presso i prin- 
« cipali librai ». 

Dietro, al pie d'una pagina in bianco, si legge : » Prezzo cent. io». 

Di vignette vi mise la Lucia « in atto di fuggire », che è l'i- 
niziale del cap. Ili, e il Don Rodrigo. 



214. 
Al medesimo, a Torino. 
Gonin mio carissimo, 

maggio (iS4')V 

La gioia di darti il ben tornato e accresciuta dal 
pensiero che ti darem presto il ben venuto. Pietro 
non aveva trovato un appartamento conforme alle 
tue intenzioni? Ora che il tempo del tuo arrivo è 
più determinato, farà nuove diligenze, per potertene 
^l'hioìario. Voi. IL 3 



- 34 - 
proporro subito uno o più, da vederli tu, e farci 
sopra le tue osservazioni: che fissarne uno, quand'an- 
che paresse opportunissimo, sarebbe rischiar di ser- 
virti non del tutto secondo il tuo genio. 

Troverai, spero, una dozzina di nuove vignette; 
setto od otto ci sono a quest' ora. Presto il lavoro 
andcrA più, in fretta, perchè i due intagliatori chia- 
mati dal Sacchi sono in cammino. — iM' informerò 
per i libri , e mi tengo già sicuro che si potrà , se 
non portarli a casa addirittura, riaverli subito. 

L' esposizione è aperta : e mi spiace bene , come 
spiacerà a tutti , che sia svanita la speranza di ve- 
derci almeno un tuo quadro. Addio; noi stiam tutti 
bene, cioè nessuno è ammalato, se non che Cristina 
non s'è ancor potuta liberare del suo dolor di capo. 
1- inutile dirti con che impazienza t' aspettiamo, ta- 
miglia ed amici. Che piacere quando non avrò più 
bisogno della penna per darti il buon giorno! 

Il tuo Manzoni. 



215. 

Al incdesìiìio, a Milano. 

Carissimo Conin, 

Ho dimenticato di dirti: i". che la vignetta che 
iihporta di mandar subito all' intaglio, se non V hai 
già mandata, è il Gran Condé, ch'è l'iniziale del se- 
condo capitolo; 2^ che preme pure d'aver presto le 
due ititostazioni rimanenti, che devono nndar in opera 



— 35 — 
ben prima di molte altre vignette già intagliate. 
Credo che a quest'ora gli stampatori avranno già 
cominciato a comporre. Addio, e indipendentemente 
da queste rammemorazioni forzate, ricordati, di tua 
volontà, del tuo 

xManzo>^i. 



216. 

t^d Alessandro D^Can::^oni, a Milano (i). 

MINISTERE DE LlNSTRUCTION PL'BLIQUE. 

V^Con cher ami, 

Paris, le Io mai 1840. 

Le Roi , sur ma proposition , vient de voiis nomniet 
Chevalier de la Légion d'Honnear ; et tonte la Francc 
a applaudi a ceite nomination. Ne me gronde^ pas , ;V. 
voHS prie. J'ai moins pensò a vous , qua Vltalie. fai 
anssi pensò a moi, et fai vouln m'honorer par un choix 
illustre. 

Dieu ! ne m'oublie^ pas. Je vous envoie un morcean 
bien sombre sur un autre italien , que fai aussi beau- 
coup aimé. fembrasse avec efusion madre nostra ca- 
rissima Giulia. 

A vous de coenr. 

Victor Cousin. 

(i) Si vegga più innanzi la risposta del Manzoni, in data del- 
rS giugno 1840 



- 36 



217. 

A r'rancesco Goniri, a Milano. 
Caro Goiiìn, 

Ti mando il bosso per il Cardano ; il quale (se 
non è per te lavoro troppo incomodo) desidererei che 
nel disegno non ritenesse la forma numismatica (i). 
Ti mando pure tre prove , sulle quali ti prego di 
mandarmi a voce il tuo giudizio , dovendo accet- 
tarne oggi i legni. 

La prima volta che avrò il piacere di vederti, ti 
parlerò del modo di disporre subito insieme una 
parte del lavoro dell'appendice. 

Intanto ricevi un abbraccio dal tuo 

Manzoni. 

(i) Gliela tolse affatto. Si trova a pag. 522. 



218. 

A Vittorio Coiisiii, a Parigi. 
Mon cher ami, 

Milm, 8 juin 1840. 

Qu'avez-vous fait ? En vous laissant séduire par 
l'amitié , et cn faisant tomber sur moi une dis- 
tinction, quc je suis si loin de méritcr, vous m'aver 



pourt'iit mis dans iine position étrange (i). Car , 
après avoir lu encore quatre lignes, vous allcz dire 
vous mème, que cctte distinction, il m'est impossible 
de l'accepter. Je ne vous allèguerai pas mon ancien 
et ferme propos , d'éviter tout ce qui pourrait me 
tirer de mon obscurité : vous pourriez me dire, que 
cela ne constitue pas une impossibilité. Je suis donc 
force de vous dire qu'un Prince , que j'honore da 
fond du coeur , ayant eu la bonté de m'envoyer , il 
y a quelques années, la croix d'un de ses ordres (2), 
je profilai de la liberto qu'il daignait m'accorder , 
pour lui exposer directement mes motifs, et le prier 
de trouver bon, que je ne renoncasse pas à mon sys- 
tème. Eh bien ! n'avais-je pas raison de vous parler 
d'impossibilité ? 

Je suis honteux et confus d'occuper une seconde 
fois de ma pauvre petite personne le Roi, qui avait 
bien voulu écouter les voeux d'un ami à mon sujet. 
Je ne pourrais pourtant, ni ne voudrais me dispen- 
ser de lui présenter, par votre organo, mes humbles 
excuses , et l'hommage de ma vive et respectueuse 
reconnaissance. 

Adieu , cher Cousin; ne pas vous oublier dites- 
vous ? Ah ! pour cela, je inen défìe. Je voudrais bien 
plutót n'en ètre pas au souvenir. Plus et mieux que 
des complimens de ma part à M. Thiers, entre une 
affaire et l'autre. En vérité , ne l'avoir vu qu'une 
fcis, et pour si peu de moments, cela ne me parait 
pas juste. Vous allez vous récrier sur mes regrets , 
et les trouver bien prétentieux et mème ridicules. 
Mais ne savez-vous pas que chacun pense à soi ! 

Maman vous serre bien fort entre ses bras. Adieu 



^ 38 - 
dercchcf, c*est bien à moi de voas prier de me gar- 
der une place dans vos souvenirs. 
A voLis poLir la vie 

Alexandre Manzoni. 

(i) Vedi la lettera di n. 216. 

(2) Leopoldo II, Granduca di Toscana, il 24 maggio 1834 l'a- 
veva nominato commendatore deirOrdine del Merito sotto il ti- 
tolo di S. Giuseppe. 



219. 

A Francesco Goniii, a ^ diario. 
Gonin mio carissimo, 

Brusaglio, 2 settembre 1840. 

Riesce anche a me inaspettata, come spiacevolis- 
sima, l'osservazione del sig. Sacchi, sopra disegni, 
che a me parvero condotti più che mai col metodo 
che t'era stato indicato, rispetto all'intaglio. Ma tu 
sai bene, che, se l'osservazione fosse stata fatta a me, 
io avrei rimesso a te il rispondere , come a quello 
che solo lo puoi fare con fondamento. Sebbene, non 
vedo quel che potessi rispondere tu medesimo , ora 
com'ora, essendo l'osservazione così generale e non 
motivata. Mi par dunque, che lu debba domandare 
in che consistano particolarmente le difficoltà, aflln 
di poterle sciogliere. Ad ogni modo sono perfetta- 
mente del tuo parere , che 1' arbitrio indeterminato 
che ti vien chiesto, non è da concedere : se convenga 
accordar qualche libertà sopra qualche parte circo- 



- 39 — 
scritta d'uno o d'un altro disegno, e quando te ne 
sia mostrata la necessità, come s'è fatto altra volta, 
starà a te il vederlo. Il viglietto non mi par dispet- 
toso , ma soltanto asciutto : e del resto , cagion di 
dispetto non ce n' è stata nessuna , ^come non lo 
potrà essere il domandare schiarimenti che son ne- 
cessari. Ma ti confesso che l'urtar cosi in uno scoglio, 
quando si credeva di poter andare a gonfie vele, 
m'ha dato una scossa veramente spiacevole. Addio; 
mia madre e mia moglie contraccambiano cordial- 
mente il tuo saluto, ed io, abbracciandoti in fretta , 
mi dico 

Il tuo Manzoni. 



220. 

Alia 5/^. Giuseppina Appiani nata Strlgelli, 
Signora, 

Brusuglio, 8 settembre 1S40. 

Ricevo da Trechi una risposta tutt'altra da quella 
che avrei desiderato, e che mi guasta, per quanto 
è possibile, l'onore ed il piacere di scriverle. « Le 
« farai sapere », mi dice, « che tutti i piccoli affari 
« sono aggiornati, e che, per conseguenza, ho so- 
« speso di presentar la sua petizione, per farlo a 
« migliore occasione. Ma anche a tempi quieti ci sa- 
« rebbe poca speranza di buon esito. Così mi fu 
« fatto rispondere dal Ministro dell' Interno, il solo 
« che ha de' fondi speciali, per l'acquisto d^oggetti di 



--- 40 — 
« belle arti. Non si comprano cartoni, quand'anche 
« fossero di Michclangiolo, e il Museo di \'crsailles 
« non si alimenta che mediante i lavori di artisti 
« di Francia. » 

Cosi, al cajcre di questa speranza, potesse risorger 
l'altra più lieta di veder que' lavori immortali posti 
in onore nel paese, a cui ne fanno tanto! 

Rammenti, ne la prego, il mio affettuoso ossequio 
alla signora Contessa Strigelli; e gradisca le pro- 
teste del sincero e profondo rispetto, col quate ho 
l'onore di rassegnarmele 

Devotissimo umil. servitore 
Alessakdì;o Manzoni. 



221. 

^^/ Marchese De ^Coii tarami, a Marsinìia. 
Monsieur, 

Milan, ló 7.bro 184O. 

Ma paresse mème serait trop punie, si elle pouvaic 
passer auprès de vous pour de l'oubli ; mais je ne 
serais peut-ètre pas juste envers moi-mème, en qua- 
lifiant de paresse la presqu'impossibilité de m'occupar, 
à laquelle une santo capricieuse me condamne assez 
souvent, et quelquefois pour une longue suite de 
jours. Je reclame donc, et j'espère, votre indulgence 
pour le retard, que j'ai mis à répondre à l'aimable 
lettre, que vous m'avez fait l'honneur de m'écrire, et 
que M. Targeon m'a remise, avec des vers, où se 



— 4' -- 
refletent partout la séréiiité d'une belle àme et la 
doiice et vive lumière de la Foi, Veuillez, je vous 
en supplie, transmettre à M' le comte de Marcellin 
mes humbles actions de grdces, pour l'honneur qu'il 
m'a fait en me les envoyant, et en m'y donnant une 
place, que je suis loin de mériter; et pour le plaisir 
que leur lecture m'a procure. 

J'oserais me plaindre de ce que vous ne me dites 
rien d'explicite sur l'état de votre vue, si la lettre 
ccrite en entier de votre main ne me donnait lieu 
de croire, qu'il est de beaucoup amélioré, et près 
d'une guériscn complète. 

J'ai l'honneur de vous envoyer, par ce mème 
courrier, le prospectus de ma nouvelle édition; et 
je prendrai des informations sur le meilleur et plus 
court moyen de vous faire parvenir les livraisons, à 
niesure qu'elles seront imprimées; car je ne crois 
pas que mon libraire, ni aucun autre libraire de 
Milan, aient en France des correspondances directes, 
ailleurs qu'à Paris. Quant à la Colonna infame, qui 
fera suite au vieil ouvrage, je tàcherai de vous 
l'envoyer, puisque vous le voulez bien, le plus tot, 
avant la publication, qu^il me sera possible, et par 
un Seul envoi. Mais j'ose vous répéter, que ma con- 
dition, en faisant cela, est que vous ne vous croyiez 
engagé qu'à lire, ce qui, au moins, ne sera qu'un 
court exercice de patience. 

Veuillez, Monsieur, agréer toujours l'assurance de 
la haute considération, et de la vive et profonde af- 
fection, avec laquelle j'ai l'honneur d'ètre 

Votre très-humble et très-obéissant servlteur 
Alexandre Manzoni. 



-^ 42 



222. 



Al medesimo, a 0\Carsìgììa. 



Monsieur, 

Milan, 2 S.bre 1840. 

Qu'il m'eii coùte de ne pouvoir trouver exécu- 
table un projet qui, moitié justice, moitié indalgence, 
vous interesse, et qui n'aurait pas moins d'attrait 
pour moi! Mais je suis sur, que vous en jugerez de 
mème après avoir entendu Ics raisons, que je vais 
avoir riionneur de vous exposer tristement, et à la 
hate pour ne pas retarder l'envoi de cette lettre. — 
Les planches en bois, une fois fatiguées, ne sont pas 
susceptibles d'ètre retouchées ; et un éditeur ne peut 
jamais ètre assuré d'avance de n'avoir pas à les 
user; parce que, d'abord, ce n'est qu'après la publi- 
cation dcs premières livraisons, ([ue la demande est 
assez connue, pour qu'on puisse déterminer le nombre 
d'exemplaires qu'il convient d'en tirer; et ensuite 
on a la chance d'un second tirage qui pourrait ètre 
rendu nécessaire par une augmentation encore plus 
tardive de la demande. Il est d'ailleurs une circon- 
stance, pour laquelle une édition frangaise illustrée 
ne pourrait avoir aucune probabilitò de débit, qu'à 
la condition de faire un tort considérable à la mienne. 
J'ai dù la mettre à un prix hors de proportion avec 
celui des ouvrages du mème genre, que l'on publie 
en Francc ; ce qui fait, que je ne compte y avoir 
qu'un bien petit nombre d'achcteurs. Or, si l'édition 
irancaise ctait au mcme prix que la mienne, on 



- 43 — 
troaveraìt cela cxorbitant, extravagant mème; et vous 
savez, Moasieur, s'il est facile de faire sortir un 
public de ses habituJes de bon marche. Si elle était 
à un prix conforme à ces habitudes, c'est-à-dire à 
la moitié, non seulement elle fermerait tout à fait 
la France à la mienne, mais elle lui ferait une con- 
currence sérieuse mème en Italie; sans compter, que, 
par le contraste, elle la discréditerait, mème auprès 
des personnes qui, ne connaissant pas le fran^ais, 
ne pourraient préfèrer l'ouvrage ècrit dans cette 
langue. Voilà, Monsieur, mes raisons trop fondées, 
mais doublement tristes, puisqu'elles me ravissent 
aussi une occasion de vous revoir. Quant à des tra- 
ductions qui pourraient devancer la vótre, et qu'une 
bonté dont je suis confus, vous fait crainire, croyez, 
Monsieur, qu'il n'y a que trop de motifs de ne pas 
s'en inquiéter. La plupart des corrections faites à 
l'ouvrage principal ne tombent que sur des mots, ou 
sur des phrases , sans toucher au^ sens; les autres 
sont en trop petit nombre, et de trop peu d'impor- 
tance, pour lui donner l'apparence d'une nouveauté. 
Ce qui y fait suite est peu, bien peu de chose, en 
tout sens, et ne peut avoir des chances de traduction, 
que dans une indulgence aussi obstinée que la vótre. 

l'ai été bien peiné d'apprendre, que l'amélioration 
de l'ètat de vos yeux n'est pas aussi sensible que 
je l'avais espèré, et j'ai presque du remords de leur 
présenter ces pieds de monche. 

Veuillez, Monsieur, agrèer àvec votre bonté ordi- 
naire l'expression du respectueux attachement, avec 
lequel j'ai l'honneur d'ètre 

Votre très-humble et très-obéissant serviteur 

ALEXANDRE MaKZONI. 



^ ^ j — 

223. 

J Francesco Gonin, a Torino. 

Conia c.irissimo, 

Milano, 2) ottobre 1840. 

Ti scrivo quasi ne' primi momenti di sereno, dopo 
una delle più terribili burrasche, ch'io potessi e possa 
mai passare. Il mio Pietro è stato in gravissimo pe- 
ricolo, per una violenta meningite, della quale è stato 
liberato con una vigorosa cura di salassi e di tar- 
taro stibiato. Ti so diro che abbiamo avuto cinque 
giorni bruschi assai : ora egli è in piena convale- 
scenza ; ed io ho il cuore abbastanza libero , per 
poter venire a seccarti. 

Sappi dunque, che aspetto con impazienz.i almeno 
uniniesia;;^io}ie, perchè s' ò veduto che l'introduzione 
non istà bene senza, e ci si metterà quella del genietto. 
L'altra non potrebbe convenire al 2^cap.; ma con- 
viene benissimo al 3°. Sicché il 2°., che è già com- 
posto, manca di questa parte necessaria. Scusa se 
vengo a sollecitarti cosi, oppresso come sei d'occu- 
pazioni; ma tu vedi l'urgenza. 

Saprai che la somma intesa è stata pagata : se 
abbisognerà qualche carta più esplicita per regolari :;^:(^ar 
le cose tra noi due, me la farai qui. Quando tu scri- 
vesti a Pietro, sei stato incomodato : ora spero che 
appena te ne rammenterai, e che presto avrai finito 
i tuoi lavori costi , e ti restituirai alla tua nuova 
patria e a questi amici. Tra i quali vuol esserti ri- 
cordato il tuo 

Manzoni. 



- 43 



124. 



Al iSCarcbesc T): Monl^rand, a V^CarsìAìa, 



Monsieur 



Milan, I I 9.bre i8jo. 

Le retard de cette réponse a dù vous paraitre 
étrange ; mais vous en donnei* l'explication, ce sera 
en obtenir le pardon. La dernière lettre, que vous 
m'avez fait l'honneur de m'écrire, m'est parvenue 
dans de terribles moments : mon fils ainé venait 
d'ètre atteint d'une violente meningite, qui a tenu 
sa vie en danger pendant plusiears jours; et qui, 
après avoir cède une première fois aux saignées, et 
aux remèdes analogues, a reparu un moment, de 
manière à faire craindre une rechute. On a dù re- 
venir au premier traitement, et cette fois, gràce à 
Dieu, l'efFet a été complet. — Tout symptòme alar- 
mant a disparu, et la convalescence est déclarée. 

A peine ai-je été capable de penser à autre chose, 
mon inclination, autant que mon devoir^ m'a porte 
à m'occupar de l'envoi que vous avez la bonté de 
souhaiter. Je fais partir aujourd'hui, par un expédi- 
tionnaire, un petit paquet à votre adresse (à Mar- 
seille), contenant les épreuves corrigées des cinq pre- 
mières feuilles. En supposant que le paquet reste 
15 jours en chemin, nous aurons toujours plus de 
deux mois d'avance sur tout autre exemplaire, qui 
puisse ètre expédié en France. Ce moyen m'a semblé 
ètre le meilleur, et mème le seul, sur lequel on pùt 
compter; et je continuerai de m'en servir, à mesure 



^ 4^ — 
que j'aurai un ccrtain nombre d'épreuves, si vous 
ne me donnez d'autres ordres. Vous savez, Monsieur, 
que je ne partagc pas vos craintes ; mais elles sont 
trop bicnveillantes, et trop honorables pour moi, pour 
que je ne m'associe pas aux précautions que vous 
jugerez nécessaires. — Qaant aux deux exemplaires 
que vous voudrez bien, je l'espère, accepter de l'au- 
teur, i'en joindrai Ics livraisons, à mesure qu'elles 
paraitront, aux épreuves dont je viens de parler. 

Veuillez, Monsieur, agréer Tassurance de la haute 
estime et de l'inaltérable attachement, avec lequel 
j'ai l'honneur d'ètre 

Votre très-humble ettrès-obéissant serviteur 
Alexandre Manzoni. 



225. 
A Francesco Gonìn, a Torino. 
Carissimo Gonin, 

Milano, 5 novembre 184-). 

Rispondo in fretta in fretta anch' io alla tua ca- 
rissima (del 31 scorso) che ricevo in questo momento; 
e prima di tutto, ti dico che Pietro, grazie al cielo, 
ha, non solo riguadagnato quel che aveva perduto 
giorni sono , ma è andato avanti ; tanto che ora 
non si tratta quasi d' altro, che d' allargare a poco 
a poco la mano , nel nutrimento. Ti dico poi che , 
qualche ora prima della lettera , ho già ricevuto le 
due intestazioni bellissime ; che, a quest'ora, avranno 



- 47 - 
forse già sentito il ferro, perchè le ho spedite subito 
subito al signor Sacchi. Mi pare che si fosse fissato 
di non far che quattro intestazioni ; e le abbiamo ; 
sicché, se non hai messo mano ad altre, tralascia 
pure. Se ne avessi però cominciata qualcheduna, fi- 
niscila, perchè, essendo dello stesso padre, somiglierà 
all' altre , e sarebbe peccato che andasse perduta. 
Piuttosto, se puoi mandare qualche altra vignetta, 
sarà pioggia di luglio , perchè Sacchi , come t' ha 
scritto D. Giovanni (i) , non ha più legni. Spero 
che mi manterrai sempre la speranza di rivederci 
presto. Intanto t' abbraccio in fretta , per mandar 
questa alla posta in tempo. 

II tuo Manzoni. 

(i) Don Giovanni Ghianda fu precettore dì Filippo Manzoni, 
poi prefetto del santuario di S. Maria presso S. Celso. Morì nel 
1870. 



226. 
Ai medesimo^ a Torino. 
Gonin mio carissimo, 

Milano, 10 dicembre 1840. 

Scusa se non ti lascio vivere ; ma il sig. Sacchi, 
mandandomi le ultime prove, le accompagna con un 
viglietto , in cui mi avverte che non gli riman più 
altro, che le due intestazioni mandate da ultimo, e 
mi stimola a stimolar Gonin , « onde si solleciti , 
f< poiché, oltre il ritardo che ne arriverebbe alla dì 



- 4« - 
« lei opera, mi sarebbe di danno grandissimo a me, 
« se fossi obbligato di pagar gl'incisori inutilmente ». 
Non aggiungo altro, e spero che tu avrai momenti 
liberi da far qualcosa intanto, e che sarai presto li- 
bero del tutto. Pensatoci meglio, trovo che quattro 
intestazioni son pochette , e ti prego di farne , per 
primo lavoro, altre due. 

Addio, carissimo ; tu sai se io sia inclinato a tem- 
pestar le persone , e se non mi pesi principalm.ente 
di doverlo far con un caro amico. Ma tu vedi le 
circostanze. — Pietro va sempre avanzando verso 
la perfetta guarigione. L'abate Vitali , che mi vede 
scrivere, ti saluta ; e così farebbero cento altri , se 
fossero qui. Addio di nuovo. 

Il tuo Manzoni. 



227. 

Al Segretario deiristituto Lombardo di Sciente e Lettere, 
a Milano. 

Chiarissimo Signore , 

Milano, 17 dicembre 1840. 

Per quanto io possa e deva sentire una giusta re- 
sistenza a godere, senza merito e senza fatica, il 
titolo d' onore che mi vien , con tanta degnazione , 
offerto (i); la volontà di codesto illustre Consesso, 
cosi cortesemente espressa dalla S. V. Chiarissima, 
mi deve pur tener luogo d' ogni altra ragione, e 
non lasciarmi altro sentimento, che quello d' umile 



— 49 — 
e viva riconoscenza. Si degni di- farsene interprete , 
e di gradire in particolare le proteste dell' alta 
stima e del profondo ossequio, col quale ho l'onore 
di dirmi 

Della S. y. Chiarissima 

Umiliss. dev. servitore 
Alessandro Manzoni. 

(i) Era stato eletto membro onorario dell'Istituto Lombardo. 



228. 

tAl Cav. pìccola Santangeìo, 
Ministro Segretario di Stato per rinterno, a Napoli, 

Eccellenza, 

* Milano, 19 del 1841. 

Due motivi mi danno l'ardire, e mi fanno insieme 
sperar la scusa, del recar questa importunità all'Ec- 
cellenza Vostra : mi si annunzia di costà un grave 
danno, e mi si fa insieme animo a sperarne riparo 
dalla giustizia di Essa. 

È annunziata in Napoli, con pubblico manifesto, 
un'edizione del libro intitolato / Promessi Sposi, co- 
piata da quella che io ho cominciato a pubblicar con 
fascicoli in Milano, con molte correzioni, con la 
giunta d' un' appendice, e con molte vignette inta- 
gliate in legno. Pur troppo le contraffazioni librarie 
non sono cosa nuova ; ma chiedo licenza d'accen- 
nar, quanto brevemente potrò, all'È. V, le circo- 
Bpi-toUrio.. Voi, IL 4 



- 5^ -" 
stanze, per cui questi riuscirebbe particolarmente 
pregiudizievole all'autore, e quindi particolarmente 
ingiusta. 

Nello spa;<io di tredici anni, dacché pubblicai questo 
qualsiasi lavoro, le contraffazioni che , non per me- 
rito di esso, ma per la voga del genere, ne furon 
fatte senza interruzione , non mi permisero mai di 
darne fuori, come avrei desiderato, una seconda edi- 
zione; giacche non occorre rappresentare all'È. V. 
a die svantaggiose condizioni un autore competa, in 
simile imjiresa, con uno stampatore, e anche con un 
semplice libraio ; e come questi possan vendere un 
libro, con guadagno , ad un prezzo, che quello non 
potrebbe senza scapito. Finalmente mi parve d'aver 
trovato il mezzo desiderato in quel genere d'edizioni 
che chiamano illustrate , le quali , per le spese che 
richiedono , dovessero opporre alla contraffazione il 
doppio ostacolo d'una nuova difficoltà, e d'una mag- 
gior verecondia. Con questa fiducia , la quale pur 
troppo ora mi si chiarisce vana , ho incontrata la 
spesa di ottantamila lire milanesi , cioè circa cin- 
quemila cinquecento zecchini , per i soli disegni e 
intagli ; somma già da me sborsata per più della 
metà , ed il resto da sborsar di mano in mano che 
questa parte del lavoro progredisce, cloj un anno, 
almeno, prima del compimento della stampa. Tutte 
r altre spese eccedono 1' ordinario, cosi portando la 
novità dell'impresa in Italia, e la perfezione a cui 
si cerca condurla. 

Delle quali spese tutto il compenso non può ve- 
nire che da un copiosissimo smercio, quale io poteva 
])ure sperarlo, se la mia edizione fosse rimasta unica, 
comcdovcv.i. Ora essa verrebbe ad esser quasi sbau- 



- 5' - 
dita d.i una parte d' Ftalia, a cagion di cotesta con- 
traffazione ; la quale , non potendo uguagliarla nel 
pregio, la vincerebbe però d' assai nella tenuità del 
prezzo, avendo a ciò il contraffattore, oltre gli altri 
vantaggi sovraccennati, quello di risparmiar la spesa 
de' disegni originali, copiando quelli fatti per mia 
commissione, e di sostituire litografìe di poco costo 
a costosissimi intagli in legno; e, finalmente, di fare 
anche questa minore spesa a poco a poco , e col 
ricorso della vendita stessa, richiedendo la litografia 
un breve lavoro, a differenza degli intagli suddetti; 
i quali perciò vogliono esser preparati in gran parte, 
prima che si possa dar mano alla stampa. Al qual 
proposito de' disegni, non credo inutile d'aggiungere 
che i valenti autori di essi, avendo veduto i loro 
nomi nell'annunzio della contraffazione, volevan farne 
protesta da inserirsi ne' giornali; ma hanno sopras- 
seduto, sentendo che io ricorreva all'È. V., e spe- 
rando con me, che una giusta provvidenza di Essa 
sia per render superfluo un tale atto. Ma già io ho 
cominciato a patir gli efietti del semplice annuncio; 
perchè il signor D. Luigi Conty, che s'era incaricato 
dello smercio nel Regno delle due Sicilie, e che stava 
per concludere un trattato di duemila copie della 
mia edizione, ha dato avviso che, a cagione della 
contraffazione annunziata, non può per ora prenderne 
più di cento. Ne a codesta sola parte d'Italia si re- 
stringerebbe il danno; perchè, sebbene per la con- 
venzione recente tra gli altri Stati, la contraffazione 
sarebbe legalmente esclusa da essi, il contrabbando 
le verrebbe in aiuto. Il dovere di padre di famiglia 
non mi permette d'usare del riparo, che pure avrei, 
doloroso m.a sicuro, contro il torto che mi si pret 



para, e sarebbe di lasciar l'opera in tronco, sacrifi- 
cando lo spese già fatte, e offrendo- ai compratori 
delle poche dispense già uscite la restituzione del 
prezzo. Che, del rimanente e riguardo a me, il di- 
spiacere di non compire un lavoro, intorno al quale 
lìo già impiegato tante cure, non potrebbe ritenermi; 
essendo molto più amaro quello di somministrare io 
medesimo , ogni quindici giorni, per due anni, il 
mezzo di sopraffarmi. E riguardo al pubblico, il piccol 
vantaggio, se vantaggio si può dire, di ricever mi- 
gliorata, cioè meno imperfetta, un'opera di si poca 
importanza, e anche il vantaggio più considerabile 
d'avere una serie di bei disegni, sarebber troppo 
compensati dall'utilità che verrebbe dall'esempio; giac- 
ché il vedere una non dispregievole impresa libraria 
troncata dalla contraffazione, e un autore impedito, 
pure a cagion di essa, di presentare al pubblico un 
suo lavoro emendato, e un altro inedito, servirebbe 
a render la contraffazione più odiosa, e quindi più 
rara. Senza assoggettarmi a un cosi grave sacrifizio, 
potrei, è vero, sospender l'edizione, esponendo le mie 
ragioni al pubblico, e dichiarandomi pronto a ri- 
prender la mia impresa, quando altri si ritiri dalla 
sua. Ma V. E. vede quanti inconvenienti e rischi di 
perdita porterebbe con se questo riparo. Il solo pronto, 
efficace ed innocuo, io lo spero dall'autorità, insieme, 
e dall'equità dell' E. V. Essa non vorrà permettere 
questo, non esito a dire, scandalo, che un lavoro 
letterario, già defraudato del più giusto guadagno, 
torni anche in danno; che una legittima impresa sia 
rovinata co' suoi mezzi medesimi; che una specula- 
zione arbitraria punisca la fatica. Confortato da 
queste ragioni, mi fo a pregar 1' E. Y. di volere or- 



tenere Li prlvaiivA nel regno delle due Sicilie alla 
mia edizione, e troncar cosi la strada alla contraf- 
fazione, di cui son minacciato, come a qaakmquc al- 
tra: e rimango colla fiducia, questa volta, meglio 
fondata, di poter aggjiungere il sentimentod'una viva 
riconoscenza, al profondo ossequio, col quale ho l'o- 
nore di dirmi 

Dell' E. V. 

Umiliss. dev. servitore 
Alessandro Manzoni (i). 

(i) Cortese tu li risposta del Santangelo, Mi piace di riportarne 
i brani seguenti: « Avvezzo da l'unga pezza ad ammirare nelle sue 
« opere congiunto alla nobiltà e dirittura di un beli' animo, tutto 
« il fuoco di un alto ingegno, non poteva non tornarmi gratissimo 
(c il ricevere la sua pregevole lettera E intorno alle giuste istanze, 
« che ne sono state l'obbietto, quanto io le abbia trovate degne 
« di esser secondate,, può ben farglielo argomentare la persuasione 
(f in cui sonmi, di non esservi proprietà più sacra di quella che si 
« crea col proprio ingegno.... Non voglio poi omettere di dirle, 
e che trovando ne' pochi momenti, che mi lasciano le mie cure, 
« il maggior sollievo ne' fiori della letteratura , io attendea con 
« ansia altre sue opere , del cui merito già sono infallibili mal- 
« levadrici le pubblicate. Ei io avviso che gli ingegni privile- 
« giati hanno un sacro debito di spenderlo a prò dell' umanità. 
« Qj-iindi ho udito con vero compiacimento la prossima stampa 
(f della Colonna infame , già da qualche tempo desiderata, e che 
« verrà ih luce nella sua nuova edizione , la quale produrrà a 
« Lei certamente, e son lieto di potarci in parte contribuire, quei 



- 54 — 

229- 

^4 Francesco Rossi, a Milano. 
Pregiatissimo Signore, 

Questa sarebbe la più terribile delle seccature se, 
come le altre, impegnasse la sua gentilezza ad una 
attiva cooperazione. Non è, non vuol essere certa- 
mente, una intimazione di leggere: è soltanto una 
preghiera di gradire un lavoro (ij, pel quale Ella mi 
fu cortese e di libri e di lumi. 

Gradisca soprattutto le proteste della mia alta 
stima e cordiale riconoscenza. 

Suo obbl. e dev. servitore 
Alessandro Manzoni. 

(i) I Tromìssi Sposi, storia milanese del secolo XVII, scoperU e 
rifatta da ^4lessandro [Manzoni. Edizione riveduta daìVantore. Sto- 
ria della Colonna infame, inedita. Milano, dalla tipografia Guglicl- 
mini e %eddelìi, 1S40; in 8." grande. 



230. 
A Sigismondo T rechi. 

Mio Sigismondo, 

Dopo l'ultima mia lettera, le nostre speranze si 
sono un po' rianimate, la mia Cristina non ha de- 



— 55 
teriorato ; anzi qualche sintomo funesto è diminuito. 
La giovinezza accresce l' importanza anche dei più 
piccoli miglioramenti ; ma il deperimento è grave, e 
siam troppo, troppo lontani ancora dal non temere. 
Oh faccia Dio eh' io possa scriverti una più lieta 
lettera! So che sarebbe lieta anche per te^ mio caro 
e buon Trechi. 

Il tuo Alessandro. 

Ti prego di sapermi dire quanto e a chi debba 
rimborsare il valore dei libri, che mi avrai fatti pa- 
care a Londra. 



231. 

Al Cav. Niccola S.intanjclo^ a Napoli, 
Eccellenza, 

Mrl.1'10.. tj aprile 1S4I. 

All'equità insieme e alla bontà di V, E. devo l'es- 
ser preservato da un gravissimo scapito; alla bontà 
sola, e a un eccesso di bontà, l'esserne da Essa me- 
desima, in così cortesi termini avvertito (i). Si degni 
ora gradire l'espressione d'una gratitudine , che l'è 
piaciuto colmare in tal maniera, e alla quale ag- 
giunge un nuovo titolo l'aver Essa reso felice il mio 
ardire, accettando così gentilmente l'esemplare, che 
mi son presa la libertà d'offrirle. 

La particolarità del mio caso m'avea dato animo 
a rivolgermi all'È. V. Essa mi ha fatto vedere che 



— 5^ — 
non m'ingannava nel credere, che una richiesta so- 
stenuta da giuste ragioni sarebbe ascoltata da qua- 
lunque luogo venisse, e indipendentemente da ogni 
convenzione. 

Così possa venir da questa assicurato a tutti gli 
scrittori italiani il benefizio, che io devo ad un illu- 
minato favore; che certamente dell'utile, che ne verrà, 
a tutta Italia, una gran parte ne toccherà a codesta 
grande e bella parte, la quale ne' secoli più sterili 
ha prodotto ingegni che seppero, con una loro pro- 
pria fecondità, supplire agli aiuti d'una generale col- 
tura, e ingegni originali anche ne' secoli più domi- 
nati da una coltura straniera. 

Da queste altezze mi convien discendere a ben 
umile argomento; ed è ancora la bontà di V. E. che 
me ne ha imposto l'obbligo, avendomi fatto cenno, 
con troppo benigna aspettativa, dell'opuscolo che 
sarà aggiunto alla mia nuova edizione. Esso non è 
altro, che una semplice e breve storia di un processo 
formato qui contro supposti propagatori della peste (2). 
Qualche giornale, seguendo non so qual falso rumore, 
ne ha parlato come di lavoro di lungo studio, e di 
qualche importanza ; ma in fatto è pochissima cosa, 
per ogni verso ; e certamente il pubblico, alla lettura, 
anzi alla semplice vista di esso, farà scontar questo 
vanto anticipato all'autore, che non ci ha colpa. In- 
tanto io ho creduto cosa quasi doverosa, e certo 
utile per me, distruggere la favorevole impressione 
di V. E. su questo punto, senza aspettare che il di- 
singanno Le venga dall'operetta medesima, se mai 
le sue gravi cure le permetteranno di darvi un'oc- 
chiata. 

Quest'ultima considerazione m'avverte che ho già 



- '1 — 

troppo abusato de' suoi momenti. Fo dunque fine, 
pregandola di voler gradire, insieme alle nuove pro- 
teste della mia riconoscenza, quelle dell'alto ossequio, 
col quale ho l'onore di dirmi 
Dell'Eccellenza Vostra 

Umilissimo dev. servitore 
Alessandro Makzonf. 

(i) A questa vittoria ebbe parte principalissima il cugino Gia- 
como Beccaria , che allora si trovava a Napoli , e così ne scri- 
veva a Giulio Beccaria il io febbraio : « Dopo aver fatto pre- 
ce sentare il promemoria al Ministro dell' Interno per mezzo di 
« Filangeri, mi son messo in contattò coi capi di divisione che 
(( trattano l'affare, i quali sono il sig. Lana e il sig. Tagliaferri. 
« Entrambi si profusero in esclamazioni d' ammirazione, d' entu- 
« siasmo e di premura per Manzoni, coli' enfasi del paese, e mi 
«: promisero la più efficace cooperazione. Intanto io non omet- 
te terò tutti quegli altri passi che mi saranno suggeriti dall'Am- 
(( basciator d'Austria (Lehieìtern) e da Filangeri in questo diffì- 
« elle affare, mentre il Nobili, oltre all'essere all' ombra del suo 
« diritto, ha molte potenti protezioni ». 

Il giorno appresso tornava a scrivergH : « Ieri fui alla serata 
« con ballo dall'Ambasciatore d'Austria, e mi feci presentare al 
« Cav. Santangelo , Ministro dell' Interno , per facilitare così il 
« mezzo di potergU anche direttamente parlare dell'oggetto della 
« temuta contraffazione. Esso invitommi ad andare domenica 
« mattina da lui per vedere le sue ricche collezioni di vasi etru- 
« schi e greci, medaglie sicule, greche, alessandrine, ec. In quel- 
« r occasione spero di potergU parlare con qualche estensione 
« dell'affare di Manzoni, del quale Filangeri lo ha già intertenuto, 
« e gli diede il promemoria da me disposto , siccome ti scrissi , 
« che feci copiare in bella calligrafìa. 

« Il Segretario del Filangeri ed istitutore di suo figlio, che è 
« un letterato toscano di nome Pardini , s' interessa egli pure 
« assai dell' affare , non solo per corrispondere al desiderio del 
« Generale, ma anche per essere uno dei tanti idolatri di Man- 
ce zoni , nome caro e venerato da tutti e dappertutto ; e di lui 
« mi prevalgo per avere diverse notizie. Mi è noto che l'Am- 



- 5S- 
«' L\isciatore austriaco, oltre alle due note che ha diretto al Mi- 
« nistro napolitano, ha parlato con calore ai Ministri, e partico- 
(( larmente a quello di Polizia (Francesco Saverio Del Carretto), 
'< e spero che oggi parlerà anche a quello dell' Interno. Ma ve- 
« dremo se , dopo tutto ciò , prevalerà la buona causa di Man- 
« zoni. 

« Vi potrebbe forse essere un altro rimedio, qualora la cosa 
« si mettesse male, cioè di tentare un accomodamento col No- 
« bili , cioè di dargli una ricognizione , ossia regalo, nel minor 
« limite possibile, a titolo di risarcimento delle spese già fatte 
« pel manifesto e le poche litografie che lo corredano; ma que- 
(f sto dovrebbe essere l'ultimo tentativo per indurlo a rinunciare 
c< alla sua malnata intrapresa, o per meglio dire all' ideata pira- 
« teria tipografica. 

In una nova lettera del i8 febbraio gli diceva: «Ieri il signor 
« Pardini, Segretario del Filangeri , venne a dirmi, a nome del 
« suo principale, che in seguito al noto promemoria, da lui dato 
« al Cav. Santangelo, Ministro dell'Interno, questo gli aveva detto 
« in un ulteriore abboccamento, che in via regolare nulla si sa- 
« rebbe potuto fare in favore di Manzoni, perchè la legge ema- 
« nata circa io anni sono in favore dei tipografi napolitani pre- 
ce stava tutto l'appoggio al Hbraio Nobili. NuUadimeno che 1' at- 
ee fare passava alla Consulta di Stato , e che atteso il nome di 
« Manzoni e la celebrità della sua opera , avrebbe nel suo rap- 
« porto fatta sentire 1' opportunità di fargli una distinzione. Fi- 
« langeri ha inoltre parlato al Ministro di Polizia, il quale per 
« corrispondere alla di lui premura fece chiamare a se il Nobili, 
« ed avendolo interpellato sulla divisata contraffazione, gli rispose 
« che si era a ciò indotto per l' esorbitanza delle pretese degli 
« stampatori Guglielmini e Redaelli pei fascicoli dell'edizione le- 
ce gittima : ma il Ministro rispose, che quando si facesse un mi- 
ee glior partito al Nobili, forse desisterebbe dall'impresa. D' ahra 
<e parte l'Ambasciatore d'Austria ieri parimente mi itco. scrivere 
« dal suo Segretario Rcymond. 

ee Tu dunque vedi che la speranza, che la cosa vada bene per 
ee Manzoni ha qualche fondamento. Nondimeno siamo ancor lon- 
ee tani dalla certezza ; ed in questo stato di cose sarebbe forse 
(e opportuno il consiglio dato dal Ministro di Polizia, di trattare 
(e cioè col Nobili per un maggiore ribasso sui fascicoli, che egli 
ee prenderebbe dell'opera legittima, con che egli dichiarasse for- 



— 59 - 

« malnicnte , con apposita scrittura o lettera, di desistere dalla 
« contraffazione. Ma questo passo dovrebbe farsi, o direttamente, 
e o indirettamente, da Guglielmini e Redaelli. Che se Manzoni 
« preferisse che lo facessi io stesso, non avrei nessuna difficoltà 
'< a prestarmi. Finora però non ho voluto far nulla in proposito, 
(f perchè il mio incarico si limitava a patrocinare e tener dietro 
« al ricorso fatto da Manzoni ». 

Il 22 febbraio scriveva novamente : « Ieri mattina si presentò 
« trancamente a me il tipografo Nobili , e mi disse : — Io so 
« tutti i passi ch'ella ha fatti, e che sta facendo, per impedirmi 
K l'edizione, cli'io avevo determinato di fare, dei Promessi Sposi. 
« Il Ministro di Polizia mandommi il suo Segretario Cav. Mar- 
re chese per farmi sentire il suo desiderio, ch'io desista da questa 
(c intrapresa, perciò io domani vado da lui per fargli sentire, che 
(( se me lo comanda in via autorevole, io obbedirò all'ordine ; 
« ma se non è che un consiglio, gli dimostrerò i titoli che mi 
« danno diritto di procedere all' esecuzione di essa. A dir vero 
« non fu che una picca che mi vi determinò, perchè il Cav. De 
« Conty, allorché mi offri i 2000 esemplari di quella di Manzoni, 
« non mi voleva accordare che il io per °\q di provvigione. Ad 
« ogni modo io scrissi già da varii giorni ai tipografi Gugliel- 
« mini e Redaelli, offrendo loro un partito che può essere assai 
« utile anche per il signor Manzoni, cioè di far società coU'edi- 
i « zione di Napoli e le vignette originali mi si spedirebbero da 
« Milrno. Questa edizione si porrebbe a soli 6 grani, 30 cente- 
« simi lombardi, e così se ne otterrebbe un grande spaccio per 
« tutto il Regno, nel quale non si arriverà al certo a spacciare 
<f- molti esemplari di quella di Milano, il cui prezzo è eccessivo 

V per questi paesi , ove i lettori sono pochi e di bassa fortuna. 
(f I ricchi né leggono, né comprano i libri per fasto. L'edizione 

V napolitana si farebbe in car:a del Regno, e non di Francia, e 
e- cosi sarebbero minori le spese. Attendo pertanto la risposta 
ff del Guglielmini e Redaelli, e pregherò anche V. S. ad appog- 
(' giare questo mio progetto presso Manzoni. Io gli diedi delle 
'( risposte evasive, e non mi pare di dover dar consiglio ad Ales- 
« Sandro di accettarlo. 

« Il Nobili sapendo che la trattativa di privative del diritto di 
(' proprietà degli autori è anche qui in procinto di esser defini- 
« tivamente conchiusa e proclamata, vuole ad ogni costo trovare 
« un mezzo di lucro. D'altronde io sono di nuovo quasi accer- 



oo 



« tato cli'egli non potrA ottenere di lare nemmeno un fascicolo 
f « dell' opera, perchè il Ministro di Polizia è penetrato delle ra- 
te gioni che assistono Manzoni ; ed anzi ha ieri l'altro promesso 
« al De Contv, che è quello che riceve da Milano i fascicoli e 
« li distribuisce ai librai , di pubblicaj-e un manifesto eguale a 
« quello costi pubblicato ; favore che d'ordinario non si concede 
« alle opere di altri Stati. Finora però il Ministero napoletano 
e: non ha risposto all'ufficio dell'Ambasciatore d'Austria, per cui 
« officialmente non si ha una certezza d' aver vinta la causa : 
« nondimeno la probabilità è molta ; ed il sig. Conty, che fu pa- 
(' rimente da me, la tiene per sicura, e deve aver già scritto di 
(( conformità al Guglielmini ». 

Nella lettera de' 30 marzo dava la lieta notizia : « Finalmente 
« si è ottenuta la vittoria sul Nobili, ossìa sull'ignobile tipografo 
« di qui, che voleva proseguire nella sua divisata contraffazione. 
« Questo Ministro di Polizia, Marchese Del Carretto, che è lin 
« uomo ben di garbo , si è preso a petto il giusto reclamo del 
« nostro Alessandro , ed ha fatto in modo che il Nobili ha de- 
« sistito dalla sua malagevole impresa. Qiii annessa troverai la 
<( lettera officiale che il signor Ministro indirizza al Manzoni su 
« tale riguardo, e che ebbe la cortesia di dare a me questa sera, 
« accompagnandola dalle più obbligane espressioni sul conto 
« dell'autore ed anche per me, certamente per riverbero dei me- 
« riti di Alessandro, e di tuo padre (Cesare Beccaria). Anche la 
« Consulta di Stato ha ora definitivamente emesso il suo parere 
ff per r adesione, anche dalla parte del Ministro napolitano, al- 
« l'accordo degli altri potentati d'Italia, che garantisce agliau- 
(( tori la privativa delle loro opere. A ciò manca ora solo la' 
« sanzione reale e la promulgazione. Anche questa legge viene 
« ora a consolidare il titolo di speciale favore che ha parzial- 
ff mente ottenuto Alessandro , per cui parmi che in oggi non 
« abbia per nulla più a temere la pirateria letteraria del Nobili, 
'( o di altri tipografi di qui. Siccome però quel soggetto è in- 
« dustrioso nei malefici , così per procurare di sedare alquanto 
« in lui la collera della sconfitta , onde non cerchi altri mez^i 
<( di nuocere a Manzoni, ho detto al De Conty di offrire un mi- 
« glior partito nei fascicoli che gli potranno abbisognare per lo 
« smercio , mentre quello che gli aveva proposto da principio 
« era per verità troppo meschino. In tal maniera potrà mante- 
« nersi d'accordo anche con lui, e levargli ogni ulteriore prete- 
ff sto di ostilità e d'intrigo. 



-- 6i - 

< Tanto vorrai far sapere sollecitamente al caro Alessandro , 
« onde toglierlo da questa parte d'angustia. Io poi non ho om- 
(( messo di ringraziare a di lui nome i personaggi che s'interes- 
« sarono in di lui favore, che sono il Marchese Del Carretto, il 
K Conte Lebzehern e Filangeri ; ma se egli volesse scriver loro 
« una linea di suo pugno , questa sarebbe da essi ricevuta con 
« vera soddisfazione ». 

(2) La Storia ddla Colonna infame, nel 1845, venne stampata 
ben quattro volte a Napoli , contro la volontà dell' autore ; cioè 
dal Nobili ia-12 , da Giuseppe Barone in-i8 , dal Pirozzi in-8, e 
da Domenico CapasìO in-12. 

Il Marchése Giacomo Beccaria scriveva , da Napoli , al cugino 
Giulio , il 3 aprile del 43 : « duesto tipografo Nobili , il quale 
« non ha potuto effettuare la ristampa dei Tromessi Sposi colle 
« vignette, ora eh' è uscita in luce l' intera opera coli' aggiunta 
<' della Colonna infame, ha stampata e pubblicata questa sola 

< parte in un libretto di 172 pagine, male impresso, e che fa 
« vendere a grani 40. A dir vero m' ha fatto sorpresa il veder 
« che quelle Autorità^ che sopra l'istanza di Manzoni non hanno 

< permesso al Nobili la contraffazione dell'opera anzidetta, non 
« si sian ora opposte alla pubblicazione d'una parte di essa, ciò 
« che sempre fa un danno all'autore. Io non ho quindi ommesso 
« di far sentire qualche osservazione in proposito col mezzo del- 
« l'Ambasciatore austriaco, il quale tanto si era interessato due 
« anni sono, perchè fosse impedita la ridetta contraffazione , ed 
« egli mi disse che se ne lagnerà ; ma ora la cosa è fatta, ed il 
« libretto è già divulgato in tutto il Regno. Anche questa nuova 
« emergenza renderà maggiormente dannosa l'intrapresa di Man- 
« zoni, siccome noi abbiamo sempre pensato e predetto ». 

Infatti fin dal 30 dicembre del 40 se ne era spassionato con 
queste parole : « Duolmi in sentire che dopo tante spese per 
« le vignette dei Tromessi Sposi, la cosa non sia riuscita bella e 
« corrispondente a tanti sacritìzi pecuniari e alla aspettativa del 

< pubblico. Ciò pure contribuirà assai a rendere passiva l' im- 
<i presa come noi prevedemmo ». 

Il Manzoni, per quanto si dice, vi rimesse quarantamila fran- 
chi. Il B ciccarla, con questo consiglio, chiudeva la sua lettera 
del 3 aprile 1840: « Ora non rimane al nostro Alessandro per 

< risarcire sé e la famiglia del danno che risentono da si malau- 
« gurata speculazione, se non che di pigliarsi il capo in mano , 



r,2 ^ 



« e di scrivere un altro bel libro, il quale sia però interessante 
« per la generalità più di quello che sarà p^r riuscire 1' opera 
< che da tanti anni sta compitando suUi Lingua italiana Che 
€ Citiseli fina! In questo secolo ci vuol J'drina ». 



232. 

Jì l\Carcbese De i\Conl^rivul, a V\Carsìgììa. 
[\Coii5Ìciir le Marqiils, 

Milan, ce 6 mai 1S41. 

Fai igne par mie fonie d'affaires, et tres soujfrant de 
ses maiix convidsìfs , mon pere a hìcn voidii me fai re 
Yhonuenr de me charter de la rcpouse a votre ainiable 
lei Ire dn 2p avril. 

Mon pere est aii dcsespoir, Monsìeiir, de ne pouvoir 
satìsfaìre a ious vos désirs ; mais deiix choses lui sont 
absolunient impossibles. Vemlle:^, monsieur le D^Carqiiis, 
avoir la bonté d'agréer les raisoiis suivantes. 

Lcs (( clicbés » des dessins de Yéditioìi illastrce, n'ayant 
pas été faìls avant le tirale , ne sont plus maintenant 
faisables ; car les bois qui ont déjìi servi a l'imprcssion 
ne pourraient donner que d'asse^ mauvais « clicbés, » 
aii risque mime d'élre gàics poiir toujours. Malbeureu^ 
seraent nous ne soniines plus à teinps. 

Vous pouve::^ bien ciré persuade , monsieur le Mar- 
quis , de Fadmiration que mon pere a toujours deci are 
avoir pour Y ininiitable traductY^n de ses Promessi 
Sposi. // a cru rendre bomniage a la vcrité en vous de- 
clarant les senliments de sa reconnaissance et de ses 
appréciationSj et il est bien beureux de pouvoir vous in 



-63 - 
pronvcr eii tonte circonstancò. 5\Cais quant li une lettre 
aiithcntiqiie, comme le prcfend votre c'diteiiry qui tendrait 
à jetcr un hlàme indirect sur toutes les autres traductions, 
et qui, par conséquent, ne peut a nioins de toucher leurs 
auteurSy elle serali ahsolument en contradiction avec sa 
manière de penser, et avec le systènie de conduite, quii 
a toujours suivl. 

En ce qui regarde, C\Consleur, le tifre du Roman, mon 
pere est d'avis, que tout ayant c'fé fait et prépare pour 
la noce (coninie Ren::^o le dlt a V\C. le Cure^, il senihle qne 
^en~o et Lucia fnssent hien et dùment fiancés. 

Il m'est impossible, Monsieur, de vous exprimer tout 
ce que mon pére me ebarge de vous déclarer sur ses 
sentiments envcrs vous. 

Veuille^ , monsieur le ^Carquis , parionner au pan- 
vre interprete, et croi re au profond respect, avec leqiiel 
je suis 

Votre trcs-ohcissant servitcur 
Pier Luigi Manzoni. 



^33- 
A Francesco Gonin, a Torino. 

Caro Gonin, 

Milano, i6 giugno 1S41. 

Il sig. Sacchi mi chiede con premura disegni da 
intagliare; e io ti prego di fare ciò che tu m'avevi 
propósto, e ch'io avrei dovuto trovare il meglio 
alla prima, cioè di mandarmene al più presto, per 
la diligenza, quanti ne hai, 



- 64 - 
Addio , Gonin carissimo: tu mi scuserai certa- 
mente dello scriverti così asciutto, sapendo pur 
troppo anche tu che ci son cose, che è ugualmente 
doloroso il parlarne, e il passarle sotto silenzio (i). 
Dammi tue nuove, che sai quanto mi son care , ed 
ama sempre 

Il tuo Manzoni. 

(i) Il 27 di maggio gli era morta la figlia Cristina. Fu se- 
polta a Brusuglio, ed il padre desolato volle tramandarne la cara 
memoria con questa iscrizione : 

A CRISTINA BAROGGI MANZONI 
LA dUALE CON EDIFICANTE PAZIENZA 

IN LUNGA E PENOSA MALATTIA 

E COLLA RASSEGNAZIONE CRISTIANA 

CONSACRÒ UNA VITA 

IMMACOLATA PIA CARITATEVOLE 

E UNA MORTE 

PREZIOSA AL COSPETTO DI DIO 

OFFRENDO IN SACRIFIZIO A LUI 

UNA BAMBINA E UNO SPOSO 

AMATI TANTO 

I PARENTI AFFLITTISSIMI 

IMPLORANDO LA VOSTRA PREGHIERA 

E LA MISERICORDIA DIVINA. 

Pochi mesi dopo, a mezzanotte tra il 7 e 1' 8 luglio, gli mori 
anche la madre. Il 9 il Cattaneo dandone il tristo annunzio al 
Gonin, gli diceva : « Pensa qual debba trovarsi 1' animo dell' af- 
« fettuoso e buon Alessandro, egli che idolatrò sempre sua ma- 
<' dre, quanto può idolatrarsi una persona di questa terra. .. Op- 
(' presso da questo secondo disastro, e forse più ancora da' pen- 
« sieri che preo:cupar lo devono nella sua nuova posizione , è 
« partito questa notte alle 4 per Bellagio con tutta la famiglia, 
« dove resterà 8 o 10 giorni, alloggiando in casa Trotti. Io l'ho 
« veduto ieri sera, e ti assicuro che mi straziò il cuore , veden- 
« dolo studiarsi di farsi superiore al complesso de' suoi mali. La 
i< prospettiva che gli sti innanzi agli occhi e tutt'altro che bella ; 



'< voglia il cielo proteggerlo! Chi mai è più degno di tal pro- 
ff lezione ? » 

Anche gli avanzi mortali della Giulia ebbeio sepoltura a Bru- 
suglio, con questa iscrizione del figlio : 

A 

GIULIA MANZONI 

FIGLIA DI CESARE BECCARIA 

MATRONA VENERANDA 

PER ALTEZZA DI INGEGNO 

PER LIBERALITÀ COI 1 CVERI 

PER RELIGIONE PROFONDA ATTIVA 

DAL FIGLIO INCONSOLABILE 

DA TUTTA LA FAMIGL A ADDOLORATA 

RACCOMANDATA 

ALLA MISERICORDIA DEL SIGNORE 

E ALLE PREGHIERE DEI FEDELI. 



234- 
A Tommaso Grossi, a Csiilano (i). 
Grossi mio, 

Martedì. 

Sarebbe oggi uno di que' giorni, che passi di qui, 
e dai una capatina? Avrei bisogno di comunicarti 
un affare; vai a dire che sono un pulcino nella steppa, 
e aspetto la tua cara e svelta mano, che me ne cavi. 

Il tuo Manzoni. 

(i) É del Manzoni riscrizìone che si legge sul monumento del 
Grossi a Bellano. Fecola : 

IL TUO NOME 

È GLORIA DELL'ITALIA 

O TENERO E PODEROSO POETA 

CUI SEMPRE ISPIRÒ 

IL CUORE. 

Epistolario. Voi. TI. 5 



'-' 66 - 

235- 
A Francesco Gontu, a Torino. 
Gonin mio carissimo, 

Milano, 22 del 18^2. 

Sul dubbio che nella spedizione, clie m'hai annun- 
ziata, possa non esservi Urbano Vili, je voiis fais ces 
//\T;/t'5, per dirti che, dovendo entrare nel fascicolo 32**, 
ha bisogno d'andar nelle mani del sig. Sacchi il più 
presto che sia possibile. 

Ambrogio Spinola m'ha messo addosso un buon 
umore che mi dura ancora (i). Viva les trouvailìeSj 
o per dirla nel linguap;gio che parlava troppo spesso 
l'eroe suddetto, los haìIa:(gos: in italiano, dimmelo tu. 

Chiudo in fretta, perchè sono in questo momento, 
come sempre , assediato , angustiato, incalzato dalle 
prove che voglion esser rivedute, dalle vignette che 
voglion essere compaginate, dal testo che vuol esser 
rilisciato, dall'appendice che vuol esser raccomodata, 
per quell'effetto che sai, ed a un bisogno me ne fa- 
resti memoria tu stesso. 

Mia moglie e tutti ti salutano : i miei rispetti 
alle tue signore, e un abbraccio dal tuo 

Manzoni. 

(i) Il Gonln stesso trovò il ritratto d'Ambrogio Spinola Iti 
una raccolta di stampe, che tuttora possiede, intitolata : 

Le Cabinet des plus heaiix porlraits de plusieurs princes et prin- 
cesses , etc. fails par le fameux Antoine Van Dyck , etc, lesquels 
VAuteiir mesme a faict graver à ses propres despens par les mciìleurs 
Graveurs de son temps. A Anvers.... Verdurssen, marchand lihraire, 
aii Lidi d'or, fscnza data). 



- 6; - . 

236. 
Al medesimo, a Torino. 
Carissimo Gonin, 

MÌkuio. 27 à<?l iS(i. 

Profììto della bontà dell'amico mio, Conte di Car- 
denas ,. per mandarti le prove pervenutemi dopo la 
tua partenza, e tra l'altre, il Beccaria. Su questa e 
sull'altre, aspetto le tue osservazioni, s'il y a lieii. 
11 Conte di Cardenas me le riporterà fra cinque o 
sei giorni , e se mi porta anche quattro tue righe , 
meglio. 

Ho ricevuto i dieci legni molto belli, voglio dire, 
quello che. c'è sopra. T'abbraccio con una furia più 
del solito. 

Il tuo Manzoni. 

P.S. Potresti nella vignetta delle' pecore scrivere 
il verso : E dove va la priiiia e V altre vanno ; o 
come sta in fatti (i)? 

(i) Il Manzoni cita a memoria il noto verso di Dante, e non 
è sicuro d'averlo trascritto « come sta in fatti ». E con ragione, 
perchè il verso è cosi : E ciò che fa la prima e l'altre fanno. 



68 



237. 

Al ìHidcsinio, a Torino. 
Carissimo Gonin, 

14 febbraio 1842. 

I ritoccln che hai indicati per qualche ritratto 
mi fanno liflettere (un po' tardi) che forse anche 
r accluso (i) ne possa essere bisognevole e capace. 
Se è così , rimandamelo subito con 1' indicazione 
analoga ; giacche dev'esser pubblicato tra una ven- 
tina di giorni. 

II verso di Dante desidererei proprio che fosse 
scritto da te ; e anche mi pare che sarebbe bene di 
metter sotto allo Spinola un Vandyclz dip. 

Ho ricevuto i bei disegni, e lavoro quanto posso 
a prepararti materia per il rimanente. 

Affaccendati e amici come siamo, non abbiamo bi- 
sogno né r uno né l' altro di formole per chiudere 
una lettera. Però un addio ci può entrare. 

Il tuo Manzoni. 

(i) Eia quello di Mani de' Medici, clie vedcsi a pag. 5it. 



238. 

Al medesimo, a Torino. 
Carissimo Gonin, 

Mil.Mio, 3 marzo 1842. 

Ilo paura, anzi mi tengo ormai certo che sia an- 
data smarrita l'ultima mia lettera, nella quale 



- 6o - 
t'avevo acclusa la prova della Maria de' Medici , 
per averne le tue osservazioni. Ora sarebbero inu- 
tili, perchè è già sotto il torchio. 

Ti dicevo ancora, che infatti il mio desiderio era 
che il verso di Dante fosse scritto da te al basso 
della vignetta delle pecorelle, e che mettessi, se ti 
pare, un Vandyck dip. a quella d'Ambrogio Spinola. 

Ora ti dico, per commissione del Nava , ch'egli 
non ha mai potuto trovare un collocamento tempo- 
rario , e che ti sospira. Io lavoro a prepararti la- 
voro, e spero che, per la fine del mese, avrò una 
ventina di soggetti da darti. Il tuo ritorno sarà 
verso quel tempo, come m'avevi fatto sperare? 

Ho ricevuto i due invii di vignette ; belle le prime, 
e bellissime 1' ultime. La fretta mi fa parlare per 
sentenze. Addio, carissimo, scrivi sabito, e lasciami 
sperare che verrai presto. 

Il tuo Manzoni. 



239. 
Ad Antonio Francesco Rio, a Parigi (i). 
Monsieur, 

Milan, ce l8 avril 1842. 

Heureusement (le mot est parti) il m'est impos- 
sible mème de mal remplir la tàche , que votre 
bienveillante indulgence voulait bien m'imposer. Ja- 
mais homme n'a été assiégé de plus petites , mais 
en mème temps de plus nombreuses et de plus ur- 



— 70 — 
qcntos artairos. Vnc cditioii de moii vieux conte, 
revue, corrigcc, augmentée d'aii appendice historique, 
et de plus illustrce, comme on dit, cmporte tout 
nion tenips, ne me laissant que tout juste les mo- 
ments de repos nècessaires pour reprendre le travail. 

Je reviens a mon premier mot, pour le justifier; 
ou plutót, en est-il besoin ? Je suis parfaitement de 
voti e avis, Monsieur, qu'il n'y a pas de talent, qui 
puisse supplcer à la foi. Mais le monde serait trop 
malheureux, et en trop grand danger, si ces dons 
du mème seigneur, mais d'un prix si différent, étaient 
tout-à-fait sèparés en France; et meme ce serait un 
trop mince sujet de consolation et d'espérance, de 
savoir qu'elle a encore, ou déjà, beaucoup de catho- 
liques, capables de faire, beaucoup mieux que moi, 
ce que vous souhaitez. 

Si moi-mème je devais nommer d'ici ceux, que je 
connais de réputation, ou que j'ai le bonheur de 
connaitre personnellement, je commencerais par ne 
pas vous oubiier, comme il vous piai: de faire. 

Vous m'annoncez deux bien bonnes choses, Mon- 
sieur: un livre de vous et votre visite. J'espère que 
le premier ne se fera pas attendre: il me faudra plus 
de patience pour l'autre, mais au moins est-il raison- 
nable d'en avoir pour un biea, que l'on était loia 
d'attendre? 

Veuillez, Monsieur. agrcer,.en attendane, l'expres- 
sion de la haute estime, et de la respectucuse af- 
fection de votre dévoué scrviteur 

A. Manzoni. 

(i) A. F. Rio, bretone, venuto nella nostra penisola col Mar- 
chese La Ferronay, Ambasciatore di Francia, nel 1S29 scrisse la 



Storia dell'arte in Italia. Conobbe il Manzoni nel 1S3 r, e ne' suoi 
ricordi di viaggio scriveva: rr Lascio Milano senza avere un'idea 
« ben netta de' suoi monumenti. Altre gioie mi son procurato : 
« ho molto veduto Manzoni, e ne rimasi incantato. « Tornò a 
visitarlo nel 1834, in cui per la seconda volta viaggiava per l'Italia. 



240. 

A Francesco Goniu, a Torino. 
Gonin mio carissimo, 

, Mil.ir.0, 20 aprile 1842. 

Ho più torto che colpa. 11 desiderio d' impiegare 
tutti i momenti a prepararti del lavoro sia la scusa 
del mio silenzio, conie n' è stato la cagione. Non 
t'ho scritto sull'ultima tua spedizione, perchè non 
avrei potuto dirti che due cose , le quali tu dovevi 
tener sicure: che i disegni m'erano stati ricapitati, 
e eh' io, e chi gli ha visti , li trovammo al solito 
bellissimi. 

Tu mi domandi a che punto io sono del lavoro; 
prima di risponderti , ti domando anch' io quando 
tu vieni ; perchè ho proprio bisogno di te. Dalla 
tua lettera pare, che ciò deva essere subito dopo le 
feste (i), cioè alla fine di questo mese, o in princi- 
pio di maggio. Voglia il cielo che abbia inteso bene. 
Perchè ecco come stanno le cose. L' appendice, ho 
visto che bisognava rifarla di pianta. E ho visto 
ancora, che, per fissare con fondamento i posti e 
le misure de' disegni, bisognava avere il testo stam- 
pato. Ne ho per circa tre fascicoli , che porteranno 
circa 24 disegni; e tra cinque o sei giorni, l'avrò 



corretto e compaginato di non aver altro, per la 
parte mia, ch^ ai ingommar le cartoline sai legni. 
Qui viene il l'Ut : sono in gran p irte disegni da 
tar^i qui, a cigion do' fondi, i quali non. dico che 
vogliano esser presi a un puntino dal vero, che in 
parte non è più quello ; ma non devono nemmeno 
esserne tanto lontani, quanto può andar l'ideale. 
H questo è capitato appunto sul principio. I soggetti 
seguenti, non avendo per scena la strada, si potreb- 
bero fare dove si sia. Te ne indicherò intanto alcuni 
per i quali troverai , forse meglio costì che qui , 
da far degli schizzi : 

Una vista di Ca«al Monferrato. È nominato inci- 
dentemente neir appendice, e profitto di questo per 
ficcarci una vignetta. Vedi a che son ridotto in 
questa benedetta appendice. Ma venendo tu, son certo 
che saprai trovarci soggetti ch'io non ci vedo. 

I ritratti di Bartolo e di Baldo. Io non li conosco 
che nel libro : Taiili Jouii Elogia, dove sono conciati 
barbaramente. Tu, amico d'eruditi e di bibliotecari, 
ne troverai forse costi de' disegni migliori. 

II ritratto di Prospero Farinacci. Non ne conosco 
che uno di seconda mano nelle « Vite e ritratti d'il- 
lustri romani, di Ranalli , Firenze, fascicolo VP ». 
\'edi se trovi qualcosa di più vicino all' originale. 
Ma soprattutto dimmi, che non mi sono ingannato 
nel tìgurarmi vicino il tuo ritorno. Finito ch'io ab- 
bia d' assestare quello che è stampato , e che è la 
parte più impicciante , spero d' andare in fretta a 
segno di poterti dare un soggetto ogni due giorni, 
o tre al più. 

lante cose di tutti di casa, e un abbraccio fret- 
toloso del tuo 

Manzoni. 



/ :> 

P.S. I disegni che hai mandati sono quasi tutti 
incisi; e puoi figurarti quanto mi prema di dar hi- 
voro al sig. Sacchi. 

Alla peggio comincerei a mandarti i legni da po- 
tersi disegnar costi; ma spero che non sarà il caso. 
Che carta! Bisogna badar bene cosa ci si scrive, 
perchè non vuol esser corretta. 



(i) Le foste per il matrimonio di Vittorio E-nanuelc , di glo- 
riosa memoria, con Maria Adelaide Arciduchessa d'Austria. 



241. 

Al medesimo, a Torino. 
Gonin mio carissimo, 

MiUino, 27 aprile 1842, 

Ti ringrazio d'avermi levato subito il dubbio d'una 
tua lunga assenza. Intanto , se trovi un momento 
per fare i due disegni che ti rimangono, ed un' oc- 
casione per mandarmeli, appena fatti, ce sera aiitaiit 
de ga^nc. Scusa se ti secco , e di più compatiscimi , 
che son come quello che , trovandosi in mezzo ad 
una folla, pigia perchè è pigiato. 

Ho dovuto ricorrere a que' dotti dottori , per vi- 
gneltare una specie di dissertazione che ho dovuto 
mettere, o piuttosto s'è messa da se, o se vuoi, ce 
l'ha ficcata il diavolo, quasi sul principio del rac- 
conto. Andando avanti, spero che non mancheranno 
soggetti d'azione; solo ci sarà il pericolo della mo- 
noton'a ; ma con Gonin non temo pericoli. 



— 74 - 
Addio, carissimo, presenta i mici complimenti 
alle tue signore, ricevi i saluti di casa mia, e vogli 
bene al tuo 

A. Manzoni. 



242. 

^41 Barone Cannilo U^^oni, a l\CiIaiio (i). 
Ugoni carissimo e pregiatissimo, 

Milano, 14 maggio 1842. 

Grazie e scuse senza fine, della bontà sua, e degli 
incomodi che s'è così gentilmente presi per me. Ri- 
cevo, con la sua, la lettera di Baudry e i cataloghi; 
e per renderle conto dell'impressione che quella let- 
tera m'ha fatto, e della determinazione che m' è 
parso di dover prendere in conseguenza, non trovo 
miglior maniera che d'inviarle qui la copia di quella, 
che mando a Baudry medesimo. Devo solo aggiun- 
2:cre che a ricevere indietro un numero determinato 
e piccolissimo d'esemplari scompagnati, io mi ci sarei 
forse arreso, se Baudry m'avesse tatto la proposi- 
zione in tali termini; ma che non fu messa in campo 
nò da lui né da me. 

Le dispiacerà, son certo, di udire che mia moglie 
è stata in questi giorni tormentata da una postema, 
per la quale ha anche avuto due salassi. Ora va 
molto meglio, ma son mali che seguono un corso, 
che non si può troncare, ne accelerare. Non si 
trema, ma si soffre. 



7d 
Caro Ugoni, perche soii io ridotto a scriverle? E 
perchè non viene hi sera a far chiacchiere da noi? 
Siam tanto avvezzi al piacere della sua compagnia, 
che quasi si sarebbe per dirle : cosa sta Lei a far 
costi? 

Gradisca i saluti cordiali di mia moglie e di tutta 
la mia famiglia, e i sentimenti dell'inalterabile stima 
e amicizia del suo 

Dev. aff. servitore 
Alessandro Manzoni. 

(i) Camillo Ugoni vide per. la prima volta il Manzoni sul finire 
del 1858, e gli disse, che nel lungo esilio, dall' averlo a concitta- 
dino gli era venuta la migliore raccomandazione presso gli stranieri. 
Alessandro gli pose molto affetto, e lo volle avere in casa sua tutte 
le sere del molto tempo che, per un decennio, Camillo fu sohto 
di passare a Milano. È merito dell' Ugoni l' avere potentemente 
cooperato a far conoscere nel suo vero aspetto, in Italia e fuori 
il grande poeta. Trovandosi a Parigi, scrisse di lui nel Globe lun- 
gamente e bene. Voltò in italiano il giudizio che ne fece il Goethe; 
notando per altro essere il tedesco severo troppo, anzi ingiusto^ 
quando ne' Promessi Sposi vorrebbe scorciata di una metà la de- 
scrizione della guerra e della fame, e di un terzo quella della 
peste. « Io non conosco, (così l'Ugoni) scrittore capace di gui- 
« darci a traverso un lazzaretto, non a ricevere un'impressione 
€ sommaria della scena luttuosa, ma a farcela sentire a parte a 
« parte. Dante avrebbe potuto farlo, e Manzoni lo ha fiuto Qiie- 
« sto romanziere è eccellente, non solo nel forte , nell' audace , 
<^ nel largo e potente disegno delle descrizioni generaU, ma sa 
<i rendere più intenso l' interesse coli' introdurre pitture fine e fi- 
« nitissime. Chi ha mai dipinto così al vivo tanto vizio e tanta 
< virtù, tanto orrore e tanta bellezza, tanta crudeltà e tanta te- 
« nerezza^ tanto avvilita e tanto sublimata natura? » Dell'avere 
poi scelto umili protagonisti, Io scusa insieme e lo loda, e in ap- 
poggio delle proprie parole e del giudizio proprio cita lo scritto 
di Giovita Scalvini a difesa de' Promessi Sposi , pubblicato a 
Lugano 

Del Manzoni .cosi scriveva al nostro Camillo il SismonJi, agli 



II settembre del 1829: « Je suis cncii.ìntc d'apprendre, que vous 
« préparez une nouvellc éditioii de ses ocuvres: c'est un homme 
« d'un beau talent et d'un noble caractcre. J'apprends avec bien 
« du chagrin, qu'au lieu de próparer quelque nouvel ouvrage dans 
« le genre du roman historique, dont il a fait un présent à l'Ita- 
« He, il écrit au contraire un grand livre contre ce genre d'ou- 
« vrages. Il y avait du genie dans ses Promessi Sposi: il y avait 
* cn mème temps l'exeraple du genre de lecture qui peut , en 
< dépit de la censure , faire l'impression la plus generale et la 
« plus utile pour le public italien ». 



243. 

Air editore. Baiidry, a Parigi (i). 

(Maggio .81 0- 

M. Ugoni m'a transmis, le 9 du coarant, la lettre 
que voas lui aviez ccrìte le 8 avril , et qu'il ne 
venait que de recevoir; et il y a joiiit le catalogue 
et la couverture, que vous lui aviez envoyés, et dans 
lesquels se trouve l'annonce de l'cdition illustrée des 
Promessi Sposi. Permettez-moi, Monsieur, de m'expli- 
quer franchement avec vous sur cotte annonce, et 
sur ce qu'il y a précède. Il est vrai, que je n'ai pas 
voulu accepter la condition de compléter les exem- 
plaires qui demeureraient dépareillés per la faute de 
quelque abboné: condition que j'ai dù croire insolite, 
parce qu'elle n'a été exigée, ni mème proposèe, par 
aucun des autres libraires, qui se sont chargés d'un 
nombrc plus ou moins grand d'exemplaires de cette 
mcme cdition. Il est vrai encorc, que vous avez 
insistè pour que j'acceptasse cette condition; mais 
enfin lorsque vous y avez renoncè, j'ai dù croire que 



c'était purement et simplemont, et je n'aurais pas pu 
m'imaginer que , sans m'en prevenir, vous en im- 
poseriez aux abonnés une autre , bien assurément 
insolite, et dont l'eftet naturel devait ètre de les 
éloigner, et de rendre la vente à peu près impossi- 
ble, avant la publication de l'ouvrage. Certes, je 
n'aurais pas voulu faire imprimer, pour nouvaux frais, 
2000 prospectus, dont l'inutilité presqu'absolue (re- 
lativement à la vente par livraisons, qui était mon 
but principal) m'aurait été demontrée d'avance. J'ai 
vu en effet cette annonce imprimée sur la conver- 
ture de la réimpression, et plus d'une fois dans vos 
catalogues ; mais ce n'est pas. du petit nombre 
d'exemplaires placés jusqu'à présent, pourtant avec la 
concurrence d'une édition à très bon marche, par- 
tagée elle-mème en livraisons, et pour laquelle on 
ne paye rien d'avance. J'avais eu l'honneur de vous 
écrire dans le temps que j'espérais, de votre généro- 
sité, de votre équité mème, que vous ne voudriez 
pas nuire, par une nouvelle réimpression, au débit 
d'une édition, qui me coùtait un surcroit de travail, 
et m'obligeait à des avances très-considérables. Vous 
m'aviez déclaré que vous vous trouviez dans l'im- 
possibilité de renoncer à cette réimpression, parceque, 
si ce n'était vous, ce serait quelqu'autre de vos con- 
frères, qui la ferait ; et j'ai dù me le tenir pour dit. 
Mais je croyais au moins, qu'elle ne paraitrait, qu'a- 
près l'entière publication de l'ouvrage , et j'étais 
bien loin de m'attendre à une édition, qui suivait 
pas à pas la mienne. Ce n'était pas votre usage de 
réimprimer par fragments, et la bonté que vous 
m'aviez montrée éloignait de moi l'idée, que vous 
feriez une telle exception pour moi. Maintenant, 



vovant le dcbit de mon cdition si entravo en Franco, 
je me trouvo forco à rccourir aux moyens, qui sont 
cncore eu mon ])oavoir, pour lui assurer un avan- 
tage exclusif. Et comme il m'est odicux de lutter pour 
des intéròts personnels, mème les plus justes et les 
plus sacrés, je me felicito de ce que l'emploi de ces 
moyens peut pròter à un arrangement. Je dois donc 
faire imprimer en Franco, sur manuscrit, et en pre- 
nant, par une déclaration exprosso, possession de 
mon droit d'auteur, un dos chapitres dcs Promessi 
Sposi, qui n'ont pas cncore paru dans ma nouvelle 
édition, et qui mème ne sont pas imprimós, et un 
chapitrc de l'ouvrage plus court, qui doit y faire 
suite. Après cela aucune róimpression complète, soit 
du texte des Promessi Sposi corrige, ou plutót refondu, 
soit de l'appendice, ne pourra ètre faite en Franco 
sans mon aveu. Mon droit ainsi garanti, je suis très- 
disposé à m'entondre avec vous pour l'autorisation 
de réimprim.er ces deux chapitres, ou seulement celui 
du premier ouvrago, si cela vous convient mieux ; 
et je vous demanderais en compensation, d'acheter, 
à des conditions qui feraient partie de l'arrangement, 
un nombre, à fixer, d'exemplaires de mon édition, en 
sus de ceux que vous avez déjà pris. Et mème si 
l'arrangement avait lieu à tomps, on pourrait annon- 
cer cette autorisation à la suite do la déclaration, 
dont je viens de parler. Comme le chapitre^ dont l'é- 
dition originale sera faite à Paris, ne doit pas pa- 
raitre très prochainement dans la mienne, je puis at- 
tcndre assez pour recevoir votro rcponse, si vous 
jugez à propos de m'en faire une. Et si elle in'an- 
noncait, quo vous fussioz dispose à traiter sur la base, 
quo j'ai l'honnour do vous indiquer, jo pourrais 



charger une personne à Paris de prendre avec vous 
un arrangement définitit cn mon nom. Veuillez, 
Monsieur, etc. etc. 



(i) Il Baudry fino dal 1840 aveva stampate, co' torchi del Cra- 
pelet, le Opere varie del Manzoni, con un'avvertenza di A. Ronna ; 
inserendole nella < Bialioteca poetica italiana continuata da quella 
del Buttura, tomo XXXIV. Continuazione, tomo IV ». Le tornò 
a pubblicare poi nel 43 nel voi. Ili della « Collezione de' mi- 
gliori autori antichi e moderni ^; ; a cui dette principio nel 1841 
co' Promessi Sposi ; edizione « fatta su quella riveduta dall' au- 
tore », il quale gli dette licenza di pubblicare per otto anni il 
romanzo; che ristampò nel 43 « con un discorso preliminare di 
N. Tommaseo, ed osservazioni critiche di altri scrittori », e poi 
senza corredo di quello e di queste nel medesimo anno e nei 
successivi Nel 43, oltre avere stampata la Colonna infame nella 
lingua originale, accompagnata dalle « Osservazioni sulla tortura 
di P. Verri » , la dette in luce tradotta in francese da Antonio 
De Labeur. 



244. 

A Francesco Gonin, a Torino, 
Caro Gonin, 

22 maggio 1842. 

Scusa, se ti secco; ma non posso lasciar di dirti, 
che comincio a entrar in pensiero per il tuo ritardo. 
Cosa devo rispondere al signor Sacchi, al quale ho 
promesso che, verso la metà del miese, tu saresti qui? 
Da una parte mi fa piacere il non ricever tue lettere, 
perchè indica che il ritardo non possa esser lungo. 
A ogni modo sappi che ti sospiro, anzi , senza dir- 



— No — 

telo tu l'indovini. Per quanto però sia forte la causa 
che te ne ho detta, sai bene che non è la sola, ni' 
la maggiore. A presto abbracciarti dunque. 

Il tuo Manzo^oi. 



Al lìiecìesìnio, a Tornio, 
Carissimo Gonin. 

21 giugno 1842. 

Non so più cosa mi dire , vedendo trascorso da 
alcuni giorni l'ultimo termine, che m'avevi dato. Tu 
sai gl'impegni che ho col sig. Sacchi, e col pubblico, 
e non puoi non vedere che dissesto mi faccia il tuo 
ritardo. Scusa, se ti sto alle costole; ma tu vedi se 
posso farne di meno. Ho in pronto più della metà 
de' fogli stampati e compaginati, e il resto sarà in 
pronto ugualmente , prima che i disegni sian finiti. 
T'aspetto a braccia aperte. 

Il tuo Manzoni. 



2[6. 

Al medesimo, a Milano. 

Eccoti il Muratori (i). Puoi farlo anche più gio- 
vine, cioè di circa trent'anni. — Sottana e cappa , 
meglio che in corto. 



^Si- 
ti mando insieme un ritratto d*un dottore del- 
l' Ambrosiana (de' quali era il Muratori), perchè tu 
veda la medaglia che portavano. 

Se oggi esci di casa, potresti passare a dare 
un'occhiata al foglio che uscirà domani? 

(i) È a pag. 625. Un altro ritratto del Muratori, più vecchio, 
lo mise a pag. 856. 



247. 

Al medesimo. 

Carissimo Gonin, 

Ti mando il legno per il Farinacci, avvertendoti 
che il lato più corto dev* essere il verticale ; altri- 
menti la vignetta non entrerebbe nella pagina. 
Item , ti mando l'Introduzione perchè tu veda cosa 
puoi fabbricarvi sopra. Item, quello che è stampato 
finora, con segnate le divisioni delle pagine, e coi 
numeri ai luoghi dove ho creduto che si potessero 
introdur vignette. Vedrai che gì' interrogatori non 
iscarseggiano, benché io abbia cercato d'afferrar tutto 
quel di diverso, dove mi paresse di scorgere un'ap- 
parenza di manico. Tu leggi : a questo non c'è ri- 
paro , e se , come non è difficile , sei più fortunato 
di me, tanto meglio. 

Siccome poi la carta non arrossisce^ ti dirò qui, 
che, nella sala delle sedate (i), que' senatori sugli 
stalli non mi par che ci possano stare. Dovrebbero 
Epistolario. Yol II. 6 



^ 82 - 

esser sedie a braccioli, come ha voluto dire il Lat- 
tuada con quel suo pedantesco vocabolo di cattedre, 
disposte lungo i due lati maggiori della tavola. 
Così piion più canonici in coro, che deliberanti in 
una sala. Scusa, scusa, scusa, ed ama il tuo 

Manzoni. 

(i) Il Gonin gli rifece infatti sulle « sedie a braccioli > ('pa- 
gina 786). 



248. 

Al medesimo, a Balogno in Tremex_\ina 
sid Laiio di Como, 

Carissimo Gonin, 

Milano, 8 agosto 1842. 

Credo che tutta la parte, per cui ci sono ancora 
vignette da fare , sarà finita di scrivere domani , e 
di comporre in istampa doman l'altro; e te la man- 
derò subito. E poi, senza perdere un'ora, mi metterò 
a scriver l'ultimo capitolo, il quale non avrà altri 
disegni che i ritratti già incisi. Così possa averlo fi- 
nito, quando m'arriveranno le tue indicazioni ; giac- 
che, essendo la fine, bisogna comprenderlo anch'esso 
nel gran lavoro della compnginazione ; e per questo, 
bisogna che tutto sia in belle e buone linee di stampa. 

Addio, carissimo; la brevità, o almeno la cortezza 
di questa , ti è testimonio del risparmio che fo del 



-83 - 
tempo. I miei rispetti alle tue signore , e ricevi i 
saluti della mia famiglia. 

Il tuo Manzoni. 

Le vignette che rimangono avrebbero a essere 
una ventina. Tu a buon conto segnane quante più 
puoi , facendo però qualche distinzione ai soggetti 
che preferisci. 



249. 
Al medesimo;, a Torino. 
Gonin carissimo, 

16 agosto (1842). 

Il latore delle vignette (bellissime) torna da me 
per chiedermene la ricevuta. Ne profìtto per man- 
darti i 4 foglietti che rimangono al compimento del 
testo. 

Pur troppo avrai tempo di rimandarmeli, giacché, 
per quanto io lavori, non potrò mettermi alla com- 
paginazione prima della settimana ventura. 

Segnane pure ad abbondanza, perchè essendoci qui 
un personaggio nuovo , e scene in parte diverse , 
potrà convenire di accumularne qui , scarseggiando 
ne' foglietti antecedenti. 

Addio a te, e complimenti a chi si deve, 

Pi tutta fretta. 

Il tuo Manzoni, 



84- 



2^0. 



^ Marco Coen, a Vene:(ia, 
Pregiatissimo Signore, 

Milano, 7 settembre 1842, 

Proverei un vero rimorso d'aver lasciato passare 
alcuni giorni, senza rispondere alla cordialissima e 
importantissima sua lettera, se un tal ritardo non 
fosse stato cagionato da occupazioni urgenti e di 
stretto dovere; le quali mi costringono anche a ri- 
spondere più brevemente, che non vorrei. 

Non che io sia così pazzamente presuntuoso, da 
attribuir valore e efficacia alle mie parole; ma, quali 
si siano, le devo in un tale argomento, quando mi 
son richieste. E con tutto ciò, cosa posso io dirle, 
che Lei non sappia, anzi che non abbia detto me- 
glio di quello, che potrei far io? Il Dio de' suoi 
padri (i) Le ha concesso il dono ineffabile di cono- 
scere il senso e l'adempimento della promessa fatta 
a loro: Lei sente il dovere di corrispondere a un 
tal dono; vede benissimo che le difficoltà, le quali 
potrebbero in qualunque caso esser preponderanti, 
in questo non son nulla: non Le manca che la ri- 
soluzione. Questa, Uno solo la può dare ; e la dea 
infallibilmente a chi desidera e prega, e insieme fa, 
dal canto suo, quello che può. 

Veda dunque (Le parlo con quella libertà, che m'è 



- 85 - 
non solo concessa, ma imposta dalla sua confidenza), 
veda di non continuare a combattere, quando il Si- 
gnore Le abbia già dati aiuti sufficienti per vincere. 
Quelli che Le potrebbero ancora essere necessarii, 
son forse preparati in ricompensa al primo storzo 
generoso, che Lei sia per fare. E chi sa quali nuove 
grazie son preparate, non solo a Lei,, ma a chi è 
da Lei, con tanta ragione, amato e venerato? Chi 
sa, che Lei non sia il primo chiamato in una fami- 
glia, sulla quale Iddio voglia estendere la sua mise- 
ricordia ? Litanto il dovere d'ubbidire a Lui, Le im- 
pone un altro dovere caro e facile: d'essere, in tutto 
il rimanente, figlio più tenero, più rispettoso, più 
sommesso che mai, e di far vedere che non ante- 
pone all'autorità paterna, se non quella che n'è l'o- 
rigine e la consacrazione. In quanto al mondo e ai 
suoi giudizii, che si può tempere attaccandosi a Quello 
che lo ha vinto? E del rimanente, anche in questo 
tristo mondo, non saran pochi quelli che, conoscendo 
il dono di Dio, si rallegreranno in Lei e con Lei. 
E da questi (che sicuramente Lei ne vede molti in- 
torno a sé) potrà fin d'ora aver consigli e coraggio; 
giacche il Signore ha voluto che la sua forza arrivi 
spesso a un uomo per mezzo degli altri, e divenga 
anche strumento e vincolo di carità. Ma sopratutto 
la domandi a Lui per l'intercessione potente di quella 
santa, benedetta, gloriosa, misericordiosa Figlia di 
David, che recentemente ne ha dato un segno così 
manifesto, e così consolante. 

Scusi gli scarabocchi e la confusione di questa 
lettera buttata giù in fretta, e che finisco per forza, 
non avendo tempo, che di ringraziarla d'avermi pro- 
curata una cosi cara e preziosa conoscenza, come 



— 85 — 
quelli dell'avv. Manin (2), del quale la fama m'aveva 
già detto molto, ma non abbastanza. 
Col più sincero e affettuoso rispetto 

Dev. oss. servitore 
Alessandro Manzoni. 

(i) Il Coen allora non aveva anche abbracciato il cattolicismo, 
ed apparteneva sempre alla religione israelitica. 
(2) L' avv. Daniele Manin di Venezia. 



251. 

A Francesco Gonin, a Torino. 
Carissimo Gonin, 

Milano, 2j ottobre 1842. 

Scuse non me n'avresti a fare, a me e a tant'altri, 
che per averci abbandonati. Ma cosa gioverebbero 
anche queste, quando la cosa è fatta? Spero almeno 
che ti vedremo ogni tanto, e se non altro, all'espo- 
sizioni ; cioè spero due piaceri in una volta. 

Pictoribus atqne poetis^ disse Orazio, con quel che 
segue. Abbiam dimenticato tutt'e due, i libri che m'hai 
lasciati in deposito. Mi dirai come deva spedirteli, e 
quando. Io intanto non lascerò di spiar l'occasioni. 
Non so poi se tu ti sia rammentato del brutto rame 
degli untori, eh' era rimasto a Balogno. Da Azeglio 
io non l'ho ricevuto; e bisogna che te lo raccomandi 
di nuovo, perchè devo restituirlo. 

Il Nava m'incarica di farti i suoi complimenti, e di 
dirti che, se non sei provvisto, e lo vuoi, lui è pron- 
tissimo a venir costà (i). 



- 8; - 
Spero che la tua signora sarà ristabilita, e che 
tutte le tue brighe si ridurranno ad aver molto da 
fare, che è la più felice che si possa avere in que- 
sto mondo di brighe. 

Addio , Gonin carissimo ; tante cose di tutta la 
mia famiglia; i miei complimenti alle tue signore ; 
e abbimi sempre per 

Tuo affez. 
Alessandro Manzoni. 

(i) Il Gonin infatti lo pigliò per servitore. 



252. 

Air Ab. Antonio 'Rosmini, a Stresa. 
Veneratissimo e amatissimo Rosmini, 

Milano, 14 febbraio 1845. 

Pochi sapranno per pratica più di Lei, che i be- 
nefizi espongono talvolta chi li fa a nuove seccature. 
Alla lettera ch'ebbe la bontà di trasmettermi, e che 
Le era stata trasmessa dal gentile e bravo marchese 
di Cavour (i), non saprei far pervenire la risposta, 
se non per la medesima strada : vestigia retro ohser- 
Viita legit. Confido nella sua indulgenza per me, 
e nella venerazione per Lei dell'altro importunato 
da me. 

Con viva riconoscenza, e con ugual piacere, ho 
ricevuto la nuova parte delle sue opere; ho letto 



^ 88.-^ 

gli opuscoli filosofici, che non conoscevo ancora; e 
ho ammirato, secondo il solito, codesta sua dialettica 
così acuta nello scoprir gli errori delle obbiezioni, 
e, ciò che e molto più, cosi profonda nello scoprirci 
le omissioni. Anzi non è soltanto più; e altro; e lì 
la dialettica non è che un' attenta, agile e robu- 
sta serva. 

Spero di poter passare alcuni giorni a Lesa nella 
primavera ; e non occorre dirle, che i giorni belli per 
me saranno quelli, in cui mi sia dato di veder Ro- 
smini, et veras aiidirc et recìdere voces. Si ricordi in- 
tanto, e sempre, della mia miseria, Padre Proposto 
dell'Istituto della Carità; e si ricordi anche, che è 
pure carità, della mia riverente e viva affezione. 

Il suo Manzoni. 

I rispetti di mia moglie a Lei, e, coi miei, a ma- 
dama Bolongaro (2). D. Giuseppe e D. Nazaro Vitali 
vogliono ch'io li rammenti a Lei; e so di toccarle 
gratissime rimembranze. 

(i) Il Marchese Gustavo di Cavour. 

(2) Anna Maria Bolongaro-Simonetta, sposata ad un Borgnis, 
fu dama intelligente e piissima, e la casa di lei era aperta colla 
più larga e squisita ospitalità a tutte le degne persone che pas- 
savano da Stresa, In opere di svariatissima e illuminata benefi- 
cenza , e con sempre eguale animo in tutta la lunga sua vita , 
spese le ricche sue rendite al miglioramento materiale e morale 
di quel paesello; e anche in morte volle rendersi benemerita del- 
l'Istituto della Carità. 



^ 89 ' 

253. 

Jl Conìe T)e Circonrl, a Tarigi (i). 
Monsleur, 

MiLm, I4 fùviier 1843. 

le viens de recevoir la lettre, que vous m'avez 
fait riìonneur de m'écrire, et j'ai hàte de vous en 
exprimer ma très-vive reconnaissance. Ce sentiment 
pourrait bieii en cacher, ou en trahir, un autre, celui 
d'une vanite satisfaite au delà de tous ses voeux; et 
il y aurait loin de là à la haute région, dont vous 
avez bien voulu me dire des choses, qui prouvent 
seulement que vous la connaissez bien, et à laquelle 
on n'arrivc, de laquelle on n'approcfie mème, 
qu'autant que l'on s'oublie. Mais, quand mème vous 
parler du bien, que vous m'avez fait, devrait ètre en 
partie un aveu_, ce serait, peut-ètre, une raison de 
plus. Ainsi, monsieur, permettez-le moi. 

J'avais, en effet, en travaillant au petit ouvrage (2), 
que vous avez jugé avec tant d'indulgence, les in- 
tentions que vous exprimez si bien. Événement isole, 
et sans relation avec les grands faits de l'histoire ; 
acteurs obscurs, les puissants autant que les faibles; 
erreur sur laquelle il n'y a plus personne h. dé- 
tromper, parmi ceux qui lisent; institutions contre 
lesquelles on n'a plus à se défendre ; il m'avait 
semblé, que sous tout cela il y avait pourtant en- 
core un point, qui touchait aux dangers toujours vi- 
vants de l'humanité, à ses intérèts les plus nobles, 
comme aux plus matériels, à sa lutte perpétuelle sur 



— 90 — 
la terre. M:ils, commc on alme bcancoup à viser, 
Olì se fait facilement des buts ; et la pcrsaasioii la 
plus vive, qui par cela meme pourrait n'ètre qu'en- 
gOLiement, le témoignage mème de quelqucs amis 
dont le jugemcnt, de grande autorité eii toute autre 
occasion, pourrait etre égaré par la sympathie, ne 
pouvent rassurer que faiblement contre la crainte 
de s'ètre trompé. C'est du Public, que l'on attend 
une assurance, non pas entière, mais plus ferme ; et 
cette épreuve m'a été complètement défavorable. 
Quand ma petite histoire a paru, le silence (per- 
mettez-moi de ramener à un sens plus réel une 
expression, que vous avez employée d'une manière 
trop bienveillante) le silence s'est fait; et la curio- 
site, qui était assez éveillée dans l'attente, a cesse 
tout d'un coup, non comme satisfaite, mais comme 
décue. Jugez après cela, Monsieur, quel plaisir a dù 
me faire une voix inattendue et eloquente, ,qui a 
bien voulu me dire, que je ne m'étais pas tout à 
fait trompé. Sans vouloir nier, et sans pouvoir mème 
démèler la part que l'amour propre peut avoir dans 
un tei plaisir, j'ose croire, qu'il y a aussi quelque 
clìose de plus noble et de moins personnel dans la 
consolation, que l'on éprouve en s'entendant assurer 
que ce qui, après un examen minutieux, comme au 
premier coup d'oeil, a semblé important à la con- 
science, n'était pas tout à fait illusion. 

Votre modestie, monsieur, ne vous a pas permis 
de sentir quelle récompense serait pour moi un suf- 
frage exprimé de la manière que vous avez su le 
faire; mais vouz n'avez pu vous tromper, en jugeant 
combien je devrais ètre heureux et fier d'une parole 
bienveillante de MM. de Lamartine (3) et Augustin 



— 9f — 
Thierry. Certes, après cela il n'y a plus de mérite 
à ne pas regretter le bruir. Veuillez, je vous en prie, 
leur exprimer ma vive et humble reconnaissance. 
Dites-leur, que ceux qui ont un grand nom, font 
bien de s'en servir pour encourager ceux qui vont 
JHsquoù ih peuvent. Veuillez enfin agréer pour vous . 
mème l'expression de ma reconnaissance, et les senti- 
ments de haute considération et de vive sympathie 
que vous m'avez inspirés. 

Alexandre Manzoni. 



(i) Il Conte Anna Maria Giuseppe Alberto De Circourt nacque 
a Bouxières-aux-Chénes (Meurthe) il 25 giugno del 1809; di 15 
anni entrò nella Scuola di Marina, e fece parte della spedizione 
d'Algeri; il 1830, lasciata la carriera delle armi, si dette a col- 
tivare le lettere, e prestò larga collaborazione a varii de' perio- 
dici, che erano allora più in voga. Le sue due opere principali 
sono : VHistoire des Mores fMiidejares et des O^orisques , ou des 
^rabes d'Espagne^ sotts la domination des chrétiens (3 voi. in 8.**), 
e la Bataille de Hastings. 

(2) Parla della Storia della Colonna infame. Don Giuseppe Poz- 
zoni di Trezzo, professore di retorica nel Ginnasio di Brera, gen- 
tile poeta , e critico arguto e spiritoso , che era famigliarissimo 
del Manzoni , così discorre di questo libro in una lettera senza 
data: « Vorrei credere che Manzoni si voglia finalmente sdebi- 
« tare di un obbligo col pubblico, mettendo in luce la sua Storia 
« della Colonna infame. Son già due anni che finita , e copiata 
« per altrui bella mano, si sta là ad ammuff'are. Maledetto quel 
« nonunque prematur in anno ! L' autore, che non è mai pago 
« delle cose sue, ci trova tante magagne, che, per suo dire, sono 
« una vergogna. Quand'egli vi dice alcun che di ciò che ha fatto, 
« voi ne .rimanete incantato ; ma quando vi mostra il meglio 
. « che si- doveva fare, non sapete più accusarlo del suo malcon- 
(( tento, e vi riducete a pregarlo che la ritocchi come può , e 
« faccia presto. Siamo però tanti, e gli stiamo tanto d' intorno , 
« che anche a suo malgrado ne farà qualche cosa, e speriamo 
« fra poco ». 



— 02 — 

ì\ curioso il vedere come venne variamente e discordemente 
giudicato questo lavoro, che i più, a sentirne annunziare la pub- 
blicazione, s'erano messi in testa fosse un novo romanzo, e quasi 
un seguito de' Tromessi Sposi ! 

Giacomo Beccaria scriveva da Napoli al cugino Giulio il 3 aprile 
del 45 : « Io mi sono comperato un esemplare (della Storia della 
« Colonna infame) della cattiva edizione del Nobili, e me lo son 
« letto ; ho visto che esso è un lavoro erudito ed ingegnoso assai, 
« che deve aver costato molto studio e fatica all'autore, ma che 
« non è tale da leggersi con piacere ed interessamento da chi 
c( non si occupa di scienze filosofiche e criminali. L' argomento 
« poi è specialmente d' indole locale e municipale , talché poco 
«■ deve importare al resto d'Italia, e meno agli stranieri ; nondi- 
« meno è trattato in un modo, che dimostra che Manzoni è uno 
« di quegli ingegni, che trattar possono vittoriosamente ogni 
« materia >. 

Uno de' pochissimi che, nel discorrerne su' giornaH, ne seppero 
apprezzare giustamente il merito , sotto il duplice aspetto sto- 
rico e letterario, fu Egidio De-Magri (Rivista Europea, giornale' 
di sciente morali, letteratura, arti e varietà. Nuova serie. I.'' anno; 
n. 2 — 30 gennaio 1843). Come opera d'arte, benché egli pure 
sia di quelli che aspettavano un secondo romanzo, e ci pativano 
a trovarsi invece tra le mani una disquisizione giuridica, pure la 
riconosce tal quale è, vale a dire, un modello di discussione ri- 
gorosa nella sostanza, disinvolta e urbana ne' modi, talché unisce 
l'efficacia al diletto ; e soprattutto ne loda la lingua viva, di cui 
il Manzoni in questa edizione porgeva 1' esempio , dopo averne 
meditate e scritte, in gran parte, le dottrine fondamentali. Come 
indagine storica il Dc-Magri apprezza la logica serena e impar- 
ziale, con cui è condotta, e la novità delle conclusioni, alle quali 
arriva. Perchè mentre il Verri e gli altri critici riversavano I as- 
sassinio giuridico del Mora e del 'Piazza, sulle cattive istituzioni, 
e specialmente sulla tortura ; il Manzoni faceva risalirne la respon- 
sabilità al malvolere stesso de' giudici , passionati e paurosi del 
furore popolare. Ma in questa parte il De-Magri non sa accon- 
ciarsi pienamente alla conclusione del Manzoni, e si sforza di 
rigettare la responsabilità dell'ingiusta condanna sull'ignoranza e 
ferità comune di quei tempi. Ma qui per quanto riesca a pro- 
vare , che le passioni stesse che pervertirono i giudici opera- 
vano egualmente sull' animo dei loro concittadini e contempo- 



- 93 — 
ranei , e che tutte le menti servivano allora agli stessi erronei 
pregiudizi ; non per questo riesce a infirmare le conclusioni man- 
zoniane, perchè accusando della medesima colpa, e del medesimo 
errore tutta la cittadinanza d'allora, non si purgano gli individui, 
e però né anche i giudici, dalla taccia d'aver partecipato ognuno 
interamente e volontariamente al pervertimento comune, a meno 
che non si voglia dir questo, necessario e inevitabile ; il che sa- 
rebbe un bestemmiare la Provvidenza , o sostituirle il cieco fato 
del paganesimo. 

(3) Alessandro conobbe il Lamartine a Firenze nel 1827; eie 
figlie di questo strinsero amicizia colla GiuHetta Manzoni, la cui 
morte, a preghiera appunto di esse , venne compianta dal poeta 
francese con una canzone affettuosa. Il Lamartine scriveva al 
Cantù nel 1867 '• * Si M. Manzoni se souvient de Florence et de 
« moi , pcrtez lui un souvenir , qui est toujours un hommage, 
« quand il va a un homme tei que lui ». 



254. 

Air^Ab, Antonio Rosmini^ a Stresa. 
Veneratissimo e carissimo Rosmini, 

Milano, 28 febbraio 184^. 

Non voglio tardare un momento a ringraziarla 
dell'incomodo, che s''è preso, e ancor più della pre- 
ziosa lettera, con cui me ne dà la notizia; e adirle 
nello stesso tempo ciò che io credo di sapere del 
suo affare. 

Il desiderio di farle pervenire il più presto possi- 
bile questa lettera, me la fa lasciare in tronco. Si 
rammenti d'uno, il quale conta tra le grazie imme- 
ritate fattegli dal Signore il conoscer Rosmini, e 



- 94 - 
Tavcr parte nella sua benevolenza. E quel miseri- 
cordiosissimo Signore faccia si, che non sia una grazia 
meramente temporale. 

Il suo Manzoni. 



255. 
Al don. Luigi 'Bottelli, ad Arona (i). 
Pregiatissimo Sig. Luigi, 

MilanO; 5 aprile 1843. 

Il perdono dell' incomodo che vengo a darle, me 
lo riprometto con fiducia , non tanto dalla cagione 
che mi ci sforza, quanto dalla sua conosciuta e espe- 
rimentata bontà. Monsig. Arcivescovo di Firenze (2), 
mosso da una troppo gentile e indulgente preven- 
zione, mi fa r onore di scrivermi, che avendo chie- 
sto a Lei copia del brano stralciato dei Promessi 
Sposi, gli è stata allegata un' assoluta impossibilità. 
Non poteva accadere altrimenti; e io non avevo bi- 
sogno di questa prova per conoscere la di Lei deli- 
catezza. Ma ci vuole appunto una ragione di questa 
forza, per dir di no a una tale persona ; e Io, che 
non potrei allegare altro che la ripugnanza dell' a- 
mor proprio, mi trovo costretto a pregare il signor 
Luigi di voler soddisfare il desiderio del buon pre- 
lato, il quale, del resto, e come accade spesso, sarà 
gastigato coir ottenere il suo intento. La mia im- 
portunità non finisce qui ; anzi io profitto dell' oc- 
casione per chiederle un' altra grazia , che per me 



— 95 — 
è di grandissima importanza, e a Lei non costerà 
nulla. Premendomi molto che quel frammento, non 
solo non vada in giro ora , ma non possa mai ve- 
nire in luce, anche dopo la mia morte, m'è. Le 
confesso, una spina il saper che n'esista una copia. 
Perciò, non solo ho preso volentieri in parola Mon- 
signore che s' impegnava, quando fosse mio deside- 
rio , di non comunicare il manoscritto ad alcuno , 
ma r ho pregato di non conservarne copia. Ora il 
sig. Luigi m' intende: quando codesta copia , che , 
come credo e spero, è unica, gli sarà ritornata, io 
riguarderei come un vero favore , se volesse man- 
darla a me, o, che è tutt' uno, farmi sapere d'averla 
distrutta (3). 

Si sperava di passar qualche giorno della prima- 
vera a Lesa: varie combinazioni ci hanno fitto ri- 
metter questa speranza all' autunno. E lei sa quanta 
parte, nel farmela chiamare speranza, abbia il pen- 
siero di poter godere qualche volta la sua compa- 
gnia , in quei luoghi pieni d'una sempre dolorosa , 
ma sempre cara memoria. 

Gradisca i cordialissimi saluti (complimenti non 
è parola che deve correr tra noi) della mia Teresa, 
di Stefano, e di Rossari; e voglia contar tra questi 
chi, da minor tempo, ma non con minor sentimento, 
si reca a fortuna e ad onore di dirsi 

"Suo dcv. servitore e aff.'"'' amico 
Alessandro Manzoni. 



(i) Fratello a Giuseppe, e per lungo tempo Sindaco d'Arona ; 
della quale è benemerito per avere spesa una ragguardevole 
somma nel costruire un palazzo per l'Asilo d' infanzia. Donò al 
Municipio, ma solo in parte, la ricca e scelta biblioteca del fr^- 



- 96 - 
tello ; della quale ebbe il meglio, insieme col carteggio ed i ma- 
noscritti, D. Carlo Trivi. 

Tra le carte appunto di Giuseppe Bottelli , già possedute dal 
Trivi, il compianto prof. Alfeo Pozzi trovò manoscritto, e tutto 
di mano del Manzoni, l'articolo bibliografico, che qui stampo; 
lavoro che certo non è uscito dalla penna d'Alessandro , come 
lo mostra lo stile , tanto dissonante e diverso. 11 vederlo sotto- 
scritto con un G. mi fa nascere il dubbio , che sia di Giovanni 
Berchet ; il quale tra gli estensori del Concili aiorc prese il nome 
di Crisostomo, che appunto comincia colla lettera G. Peraltro nel 
Conciliatore non vi fu stampato ; e ignoro se abbia veduto la 
luce in altri periodici di quel tempo, o pure se sia inedito. Ad 
ogni modo 1' essere stato trascritto dal Manzoni , è un di quei 
fatti che non va lasciato inosservato e che può dare soggetto a 
più d'una considerazione. Ecco l'articolo, che mi fu inviato dalla 
cortesia del povero Pozzi. L' autografo manzoniano ora è nelle 
mani del sig. Conte Ippolito Cibrario, a cui ne fece dono il Pozzi 
stesso. 

Storia di Clarice Visconti, duchessa di Milano : di Trechac, Ver- 
sione Italiana, con note, e Tavola Cronologica di G. Agrati. Voi. 
in-i2 di pag. i66. Milano, iSiy. Tresso Giusti L. i, jo. 

Qiie' che si sono addimesticati colla lettura dei Romanzi di 
Richardson e di Laclos , troveranno forse di soverchio semplice 
la Storia di Clarice Visconti, tutto il cui merito consiste appunto 
in tale semplicità di condotta , di stile , di accidenti , che molto 
s'accosta a quella della natura, e quindi alla verità. Tale è il de- 
stino, come delle belle arti, così delle belle lettere, che ove au- 
daci ingegni abbiano una volta spinto le produzioni di esse a 
certo grado di artifizio e di raffinamento, più non lasciano all'i- 
nebriato intelletto le facoltà di gustare le bellezze semplici e pri- 
mitive della natura, le sole per altro cui sia dato di lungamente 
e innocuamente toccarci. Cosi a raffinatissimi ingegni ; dopo le 
letture di Tasso o d'Ariosto, accade spesso che sfuggano le bel- 
lezze d'Omero. A' giorni nostri un seguace di Mozart che tutto 
dona all'armonia, trova stucchevole quell'aria di Cimarosa, il cui 
bello riposa tutto nel semplice della melodia , cioè a dire nella 
imitazione della natura. E cosi un gotico architetto riderebbe 
oggidì della miseria dei nostri palagi, come un palato avvezzo a 
cibi squisiti , sarebbe insensibile al moderato salubre tocco di 
C'bi più semplici. 



Che che sia però della semplicità, o a meglio dire della natura- 
lezza, della Storia di Clarice, noi si^m d'avviso che chi avrà letto 
le prime pagine, difficilmente poserà il libro prima di aver rag- 
giunta la fine. Questo è almeno quanto a noi slessi è avvenuto, 
essendoci fatti a leggere questo grazioso libretto senza preven- 
zione di sorta. Ma noi non anticiperemo nulla sul contenuto di 
esso , ne molto meno ne daremo un' analisi ; non volendo de- 
fraudare i suoi lettori, di quella parte di piacere che in fatto di 
romanzi risulta dalla novità. Solo per dare, fra i molti che si 
potrebbero, un saggio di quella semplicità , di cui abbiamo par- 
lato, riferiremo la lettera in cui 1' ammiraglio Bonnivet rivela la 
sua passione a Clarice Visconti. Avendosi questa lasciato uscir 
di bocca, in certa conversazione che lo spirito tanto decantato 
dell'ammiraglio, non le pareva corrispondere alla fama che n'era 
corsa, e ciò pervenuto a di lui orecchio, così le scrive : « Sono 
« lietissimo che vi siate accorta ch'io manco di spirito. Anziché 
« disingannarvene, vi scrivo per confermarlo ; perchè tosto ch'io 
« vi veggo o penso a voi tutti i miei sensi si turbano , il mio 
« cuore viene agitato da mille pensieri diversi , e mi trovo sì 
« imbarazzato e confuso, che non ho piìi iena a parlarvi. Non 
« mi biasimate dunque di un difetto, di cui siete voi stessa ca- 
« gione. Io sono deciso di non emendarmene mai più, amando 
« meglio mancar di spirito finché vivo, che cessar d'amarvi ». 

In questa lettera non vi sono disperazioni amorose, non frasi 
affettate, non ricercate parole , con cui si maschera sì spesso la 
povertà delle idee , e per questo Jato può servire oggidì di le- 
zione a molti scrittori. 

Ma perchè non si creda voler noi spacciare la produzione del 
signor Prechac , come esente da ogni difetto ; laddove ad altri 
non sarà malagevole il rinvenirne , noi confesseremo di averne 
pur rinvenuti ; e citeremo il più grave a nostro avviso , quello 
ove l'Autore dà in isposa al Duca Sforza la nostra Clarice, con- 
tro ogni verità della Storia. Vero è che Prechac , il quale inti- 
tola storia il suo libro, dà chiaramente a divedere di aver voluto 
scrivere un romanzo. Ma noi dimandiamo, se anco in romanzi 
sia poi lecito servirsi di nomi veri , per narrar fatti dalla verità 
cotanto lontani. 

Ma chi è questo Prechac , autore del romanzo ? — Noi ab- 
biam consultato i dizionarii, scossa la polvere di qualche armadio 
nelle biblioteche, e non trovammo Prechac. Sarebbe dunque au- 
Epistolario. Voi. II. 7 



-gS- 
tore il preteso traduttore ? Ce lo farebbero sospettare le Note , 
cui il traduttore confessa per sue. Di molta e schietta erudizione 
vanno adorne codeste note; di molte, ardite, e il più delle volte 
giuste riflessioni sono piene ; e assai rischiarano la storia vera 
dei tempi cui si riferiscono ; donde nascerebbe non irragionevol 
dubbio, dopo averle ben lette, che il roman/.o sia stato per così 
dire un pretesto, e le note lo scopo. Se così è noi ci rallegriamo 
col signor Agrati, autor probabile del romanzo, ed autore con- 
fesso delle note. 

Per giustificare, almeno in parte, il nostro giudizio sul valore 
di queste note , noi ne citeremo due soli passi. Nel primo si 
parla del magno Tribulzio. « Nella guerra egli era la perla dei 
capitani del suo secolo, per usare l'espressione del sig. Thevct ; 
e il maestro di tutti i grandi uomini francesi che militarono con 
lui e sotto di lui. Terribile in campo e in faccia al nemico, in- 
trattabile in pace, e inaccessibile agli amici e a quelli stessi che 
lo avevano beneficato neh' avversa fortuna , imperterrito nei di- 
sastri, piccolo e vile negli avvenimenti lieti; protettore degli uo- 
mini di lettere , orgoglioso e inquieto , senza carattere , e chia- 
mato da alcuni 1' uomo a tre faccie , per avere egli servito gli 
Sforza contro gli Aragonesi , gli Aragonesi contro i Francesi , e 
i Francesi contro gli Aragonesi e gli Sforza; tale è 1' idea che 
ci possiamo formare del magno Trivulzio dalla di lui vita scritta 
dal signor Cav. de Rosmini, con bellezza e fedeltà storica degna 
di lode ». Nel secondo si parla dell'Italia. « Tale a un dipresso 
era la condizione a cui venne indotta in quel tempo d' Italia. 
Gli stranieri , dopo varie vicende poco dissimiH da quelle del- 
l'Italia stessa , divennero saggi , e pensarono a fortificarsi e ad 
unirsi nel loro paese.... Gli stranieri , cui gì' Italiani volevano 
espellere dal loro suolo , se ne impadronirono , e fecero sentir 
loro il torto di averli chiamati barbari. I barbari , che cosi ve- 
nivano designati i Tedeschi, i Francesi e gli Spagnuoli, salirono 
tant'alto, chi nel sapere , chi nel vero essere di nazione , che si 
lasciarono , sotto questo riguardo , molto al disotto la bella e 
troppo orgogliosa Italia , la quale andava intanto , e va forse 
pur ora, gridando essere stata la Qrima Nazione , la maestra del 
mondo. Credendosi gl'Italiani, col pensiero sempre là dov'erano 
un tempo , divennero di fatto più forestieri a loro medesimi di 
quello che fossero i Milanesi cogh Spagnuoli, i Piemontesi coi 
Francesi, e i Napoletani coi Greci, e oserei dire coi Turchi, de- 



— 99 — 

siderando gli Spagnuoli quando avevano i Francesi , e deside- 
rando i Francesi e i Turchi quando avevano gli Spagnuoli o i 
Tedeschi. 

Il libro termina con una tavola cronologica , utile e comoda, 
della Storia di D\Cilano, frutto essa pure di molto criterio. Dalla 
quale tavola, ma molto più dalle note, noi siamo ora in diritto 
di argomentare, che ove il sig. Agrati imprendesse a scrivere di 
proposito una Storia di Milano, ed ove ciò facesse collo stile con 
cui ha scritto le note, saria per risultarne non piccol lustro alla 
nostra patria. 

Il sig. Agrati ha dedicato la Clarice Visconti ^Ih illustri dame 
di Milano, perchè esse si distinguono nel più eminmite grado (son 
sue parole) per l'amor del sapere, pel desiderio di giovare e per uno 
squisito senso del retto e dell'onesto. Noi finiremo coll'assicurare che 
la morale in questo romanzo è si attentamente rispettata, che le 
madri non saprebbero vietarne la lettura alle figlie ». 

(2) Moiisig. Ferdinando Minucci, di famiglia volterrana, fu ca- 
nonico fiorentino e vicario dell' Arcivescovo Morah , a cui suc- 
cesse nel 1S28. La sua resistenza all'Arcivescovo Napoleonico 
intruso , non volendo da lui ricevere gli ordini sacri , gh dette 
riputazione fin da giovane , perchè venne punito colla relega- 
zione in Corsica ; dove conobbe il Lambruschini , relegato per 
la stessa causa. Fu culto e mite prelato; amantissimo della mu- 
sica, e quindi amico del Rossini. Mori nel 1856. Si hanno rac- 
colte in volume le sue Lettere al clero e al popolo , che non 
sono opera letteraria, ma buon testimonio di dottrina pastorale. 

(3) Tra le carte del Bottelli più non si trova il prezioso ma- 
noscritto. Senza dubbio si fece uno scrupoloso dovere d' adem- 
pire quanto il Manzoni desiderava. 



— 100 — 



256. 

^4d Ig7ta:^io Caniùj a i\Ciìano (i). 
Chiarissimo Signore, 

Di casa, it maggio 1843. 

Il soggetto della Storia Lombarda, della quale V. S. 
m'ha fattoi' onore di trasmettermi gli ultimi fasci- 
coli, poteva dare, non a me certamente un titolo, 
ma al suo signor Fratello l'occasione d'un dono. A 
una gentilezza ancor più gratuita devo quello, che, 
con mia sorpresa, ho trovato unito ai fascicoli sud- 
detti (2). 

La prego di voler presentare al suo signor Fra- 
tello i miei più vivi ringraziamenti, e di voler gra- 
dire r espressione d'una riconoscenza pari alla sor- 
presa, e insieme le proteste della distinta stima, con 
la quale ho l'onore di dirmi, di Lei, chiarissimo si- 
gnore, 

Umiliss. e devotiss. servitore 
Alessandro Manzoni. 

(i) Ignazio Cantù cessò di vivere il 20 aprile 1877 "c^^' ^^^ 
di 66 anni. Dopo essere stato professore nel Collegio Gallio di 
Como, si trasferì a Milano a insegnare nell'Istituto Boselli. Nel 57 
fondò la Società di mutuo soccorso fra gli Istruttori , e dette vita 
al periodico L'Educatore italiano. Dal Governo nazionale fu eletto 
consigliere e professore di storia e geografìa nel R. Conserva- 
torio di Musica a Milano, e nel 73 nominato Ispettore scolastico 
del circondario di Monza. Scrittore di leali intendimenti , volse 
soprattutto le sue cure all'educazione della gioventù. 

(2) Cesare Cantù, che trovò questa lettera tra le carte del suo 



— lOI — 



compianto fratello , suppone si riferisca al dono che questi fece 
ad Alessandro del suo romanzo : 11 ^Carchese Annibale Torrone, 
storia milanese dd secolo XVI, narrata da Ignazio C.wtù. Milano, 
tipografia Borroni e Scotti, 1843 ; iri-4." 



257. 

^l ^Carcbese De Montgrand, a Marsiglia. 
Monsieur, 

Milan, 20 mai 1843. 

Les recherches, qae j'ai dù faire, pour pouvoir ré- 
pondre, en connaissance de cause à la lettre, que vous 
m'avez fait l'honneur de m'écrire, ne m'ont pas per- 
mis de remplir ce devoir aussitót que je l'aurais voulu. 
Malheureusement ces recherches n'ont pas produit 
le résultat, que je pouvais désirer. 

La persoiine que je chargeais de tirer les clichés 
de mon édition , lors de la première demande, qui 
m'en fut faite de Paris, n'ayant pas continue à s'oc- 
cuper de ce genre de travaux, je me suis immédia- 
tement adressé à ceux qui lui ont précède, et qui 
ont cru d'abord pouvoir prendre le mème engage- 
ment. Mais après avoir fait l'essai sur deux bois, que 
je leur donnai , ils m'ont dèclaré franchement que , 
n'ayant pas^ jusqu'à présent, eu l'occasion de travail- 
ler sur des ouvrages aussi finis, ils n'avaient pu rèus- 
sir à les reproduire avec la prècision désirable. 

Dèjà ces mèmes clichès m'avaient été demandés 
de Munich et de Londres; mais dans l'incertitude de 
pouvoir les faire exécuter ici, et sans mème teuter 



— 102 — 

rexpcricnce, j'ai rópondu que, pour le moment, je 
n'étais en mesure d'accepter aacune proposition sur 
ce sujet, car pour les bois mcmes je ne pourrais ja- 
mais me résoudre à les céder. Si les trois proposi- 
tions m'ctaient arrivées à peu prcs en mcme temps, 
i'aurais pu songer à faire venir un clicheur de Pa- 
ris, ou à envoyer les bois à Paris mème, pour y ètre 
clichés. Mais pour une seule coUection, cela ne pour- 
rait convenir, et ce serait chose trop embarrassante 
et pleine d'incertitude que de poursuivre , à de si 
grandes distanccs^ irois négociations, dont chacune 
dépendrait des deux autres. Je me vois donc h peu 
près force de renoncer à un projet qui, sans ces dif- 
ficultés, et mon édition étant achevée, pourrait à pré- 
sent me convenir , et de renoncer en mème temps 
au plaisir de voir mes vignettes orner cette tra- 
duction, que vous avez bien voulu faire et retoucher 
avec autant de bienveillance que de moyens. 

Comptant sur votre bonté, dont j'ai tant de prea- 
ves , Monsieur , j'ai promis à un ami bien cher et 
bien digne , et que vous connaissez assurément au 
moins de nom, M/ Marcellin Defresne, ancien secré- 
taire general de la Préfecture de la Seine, que lors- 
que cette traduction aura paru dans la nouvelle édi- 
tion, vous voudriez bien donner l'ordre à votre li- 



braire de lui en remettre (rue de Grammont, n. 17) 
trois exemplaires , qui sont destinés à des cadeaux 
à faire pour mon compte. 

Ces trois exemplaires, je vous les demande sans 
fa(;on, dans le cas, bien entendu, que l'édition ne soit 
pas de luxe, et que vous en ayez, dans votre con- 
trai, réservé un nombre d'exemplaires pour les amis 
et pour les effrontés. 



— 103 — 

La fermetc de votre écriture me fait espérer quo 
vos yeux sont en boii état. Mais n'aurais-je pas un 
peu le droit de me plaindre de ce que vous n'en 
dites rien? 

Veuillez, Monsieur, agréer rexpression de mes re- 
grets et l'assurance de ma haute considèration , et 
de la respectueuse affection, avec laquelle, j'ai l'hon- 
neur d'ètre, 

Votre très-humble et très-obéissant serviteur 
Alexandre Manzoni. 



238. 

^l medesimo, a Marsiglia. 
Monsieur, 

Milatij ce 6 juin 1843. 

Après ma dernière lettre, j'en ai re^u une de Paris, 
de la part d'une personne qui m'est connue, et qui 
étant informée des différentes demandes, qui m'ont 

été faites des clichés, et de mon embarras (Celle 

que vous m'avez fait l'honneur de m'écrire le 30 mai 
vient m'interrompre bien agréablement ; et je n'ai 
qu*à continuer pour répondre), me fait une proposi- 
tion pour le tirage des clichés à Paris. Cette facili- 
tation inattendue m'a determinò à renouveler les deux 
traités dont j'ai eu l'honneur de vous parler dans ma 
dernière; et j'allais justement vous en prevenir, dans 
l'espoir que vous soyez encore à temps de renouer 



— 104 — 
le vutrc , qui au reste serait presque une condition 
sine qua non de Li conclusion dcs autres ; car , tròs 
probahlement je ne saurais me résoudre pour deux 
collections scules. je vous ccris à hi hàte mes con- 
ditions, pour pouvoìr faire partir la lettre auiourd'hui. 
Il va d'abord sans dire, qu'il ne s'agirait que de la 
collection complète ; prix 9400 francs ; c'est-à-dire 
20 pour chacun de 470, dont elle se compose. Les 
clichés ne devraient servir que pour la traduction, 
et jamais pour une réimpression du textc italien. Les 
bois sont très bien conservés , n'ayant tire qu'à dix 
mille; les 'tètes des pages seules sont un peu fati- 
guées, ayanr servi plusieurs ibis ; mais elle ne sont 
que six. 

Si le traitc ne pouvait avoir lieu, je n'aurais au- 
cun droit legai de refuser la copie des dessins; quand 
i'aurais ce droit, il me serait bien pénible de vous 
les refuser à vous, Monsieur; mais je ne puis vous 
cacher que la chose me serait très désagréable. 

Pardon de mon barbouillage et de mon laconisme 
presque incivil; vous en connaissez la cause. 

J'ai l'honneur d'ètre , Monsieur , avec des senti- 
ments, qui n'ont pas besoin d'ètre répétés, 

Votre très-humblc et très-obéissant serviteur 

Manzoni. 

PS. l'ose soUiciter une prompte réponsc. Pardon 
derechef. 



— io:; — 



259. 

Al conte Caìiiillo Laderchi^ a Ferrara (i). 
Signore, 

Milano, 23 giugno 1845. 

Per quanto l'amor proprio abbia virtù d'accecare, 
non può però non lasciarmi vedere, ch'Ella ha vo- 
luto rimunerar troppo generosamente una buona in- 
tenzione ; e posso quindi , senza lodare indiretta- 
mente me stesso , esprimerle il piacere che mi ha 
fatto la sua lettera intorno a un mio povero opu- 
scolo (2), e chiamarla bellissima , e dirle, con tutta 
libertà, come con tutto il cuore: macìe ingenio, mactc 
viriute. Non e' è forse mai stato tanto bisogno di 
scrittori che , ai doni dell' ingegno , uniscano, come 
Lei, l'amore della verità, e la rettitudine sapiente 
dell' intenzione. Siamo (fatte le debite eccezioni , e 
qualcheduna splendidissima) nell' epoca forse la più 
antifilosofica, che ci sia mai stata; poiché, di propo- 
sito e, dirò così, a caso pensato , schiva le ricerche 
delle più alte cagioni ; principia sempre da un se- 
condo passo , e si ferma a un penultimo ; si riposa 
ne' problemi, anzi li crea, per dichiararli insolubili; 
approva i contrari; nega l'applicabilità de' principii 
a tutte le loro conseguenze, e dice espressamente 
pericolosa la logica. E, certo, un tal periodo finirà 
come tant' altri ; m.a chi può accelerarne la fine, lo 
deve. [SCacte dunque, le ripeto; e, usando ancor più 
del privilegio dell'età, dirò anche a' suoi amici, ch'Ella 
nomina o accenna in quella lettera troppo e troppo 



— io6 — 
gentile a mio riguardo: macti este: agite juvenes. 
Rio (3) e ormai, per me, amico antico, quanto lo 
permette la differenza degli anni; ed e stato per me 
un altro vivo piacere il vederlo rammentato nella 
lettera medesima. Con alta stima, e con cordiale ri- 
spetto, ho l'onore di dirmele 

Devotissimo servitore 
Alessandro Manzoni. 



(i) Da Giacomo, buon matematico, che fu Prefetto del primo 
Regno d' Italia , nacque il conte Camillo Laderchi a Bologna il 
20 aprile del 1800. Strinse amicizia con Silvio Pellico; tenne 
mano alle trame che si ordivano per cacciare via gli Austriaci 
dalla penisola , e fu preso e condannato a 1 5 anni di carcere. 
Per buona fortuna non scontò questa pena allo Spielberg, come 
i suoi sventurati compagni. Il Papa lo chiese, e l'ebbe dall' Au- 
stria. Chiuso nella fortezza di Ferrara , poi lasciato Ubero per la 
città durante il giorno , purché tornasse in prigione la notte , 
venne in fine graziato. Insegnò per molti anni Diritto naturale, 
pubblico e delle genti nell' Università ferrarese ; scrisse intorno 
alle arti belle, ed ebbe nome come giureconsulto. Andava spesso 
a Milano, e soleva sempre visitare il Manzoni, che ne pregiò il 
cuore e l'ingegno. Nel 1858 prese per moglie la baronessa Pao- 
lina Falkner di Trieste, non men che la madre di lei, a più ita- 
liani benefica e dell' Italia amantissima, degna che per la coltura 
sua ed il raro suo animo un amico e compagno di Silvio Pellico 
le desse il proprio nome. 

(2) Lettera del conte Cammiììo Laderchi al marchese Pietro Selva- 
tico sulla Storia della Colonna infame di Alessandro Manzoni. Gub- 
bio, 1843 5 '^^ i^-** 

11 Laderchi stampò a Ferrara nel 1846 una sua traduzione del 
Saggio biografico del Sainte Beuvc sul Manzoni, corredandolo di 
un proemio e di note. 

(3) A. F. Rio, brettone, lodato scrittore di cose d'arte, che nel 
1843 si trovava in Italia per la seconda volta, e da Venezia re- 
cavasi con frequenza a Ferrara e a Bologna e ne' luoghi vicini, 
o per nuove indagini, o per accertare le già fatte. 



J 



— io; — 

260. 

Al prof. Giovanni Giuseppe Ponjonìat, a Parigi (ij. 
Monsieur, 

Milan, II juillet 1845. 

Je ne suis ni assez barbare, pour ignorer le nom 
de l'auteur de VHìstoire de Jériisaleni, ni assez éradit, 
pour qu'il me fùt possible de satisfaire par moi-mème 
aux questions, qu'il me fair l'honneur de m'adresser. 
Malheureusement les recherches, que j'ai faites auprès 
de plus savants que moi, n'ont abouti qu'à me faire 
ignorer, en connaìssance de cause, ce qu'il m'intéres- 
serait, plus que jamais, de connaìtre de la manière la 
plus positive. 

Une tradition assez répandue , et mème la seule 
qui existe sur ce sujet, place le Cassiciamm de saint 
Augustin à CassagOj village à environ huit lieues nord- 
est de Milan. J'avais toujours soupconné cette tradi- 
tion de n'ètre née, comm^e tant d'autres, que longtemps 
après l'événement, et d'une ressemblance telle quelle de 
nom; mes recherches ne m'ont rien fait trouver, qui 
pùt donner mème le prétexte de lui assigner une 
autre origine. Le plus ancien et mcme le seul do- 
cument, dont on ait pu me donner connaissance, est 
une note du dix-septième siècle , insérée dans le re- 
gistre de la paroisse, où il est dk, memoriae proditum 
esse, que saint Augustin avait sèjourné dans le pays; 
cette note ajoute mème (ce qui d'ailleurs ne pour- 
rait infìrmer en rien la tradition principale, si elle 
avait d'autres attestations de son ancienneté), que 



— io8 — 

l'on conscrvait dans Téglise une pierre, sur laquelle 
le grand Saint avait célèbre. 

La transformation de Cassiciaciim en Cassago m'a 
toujours paru forcée; et j'ai de la peine à croire, que 
cette terminaison en ago, qui se trouve dans une 
quantité de rioms de bourgs et de villages de Tan- 
cienne Caule cisalpine, comme celle en ac dans l'an- 
cienne transalpine, et qui est une altération naturelle 
de acum, ait pu dans ce cas se substituer à iciaciitn, 
en faisant disparaìtre une syllabe d'un son aussi 
marquant. Dans une carte chorographique du Mila- 
nais au douzième siècle, qui se trouve dans Giulini, 
V\Cemone speitanti alla storia ecc. della città e campagna 
di vaiano , tome IX% il y a quelques noms ayant 
cette désinence ; il n'y en a aucun, à une cxception 
près, dont je devrai faire mention tout à l'heure, qui 
ait subi une mutilation semblable : Biliciacum est 
devenu 'BeUn:iago , Amhreciacmn , Imhcrsago ; e non 
Belago, Imbrago. Ces noms enfin suivent l'analogie 
commune à tous ceux qui terminent également en 
ago, c'ost-à-dire que cette désinence n'y remplace que 
acin?i o agum, iacum ou iaguui, sans absorber aucune 
consonne : par exemple , Carnagnm, Carnago ; fMa- 
gniaciim , Magnago; Bartiacum , Bar^ago; ^ìeiragum, 
Meirago (noms dans lesquels par parenthèse on re- 
connait tout de suite Carnac, Barjac, Menéac, Moreac 
et ^Canriac), etc. etc. 

J'avais depuis longtemps été frappé de la ressem- 
blance bien plus forte, qui se trouve entre Cassi- 
ciacum et le nom d'un autre village en Lombardie, 
Casciago, surtout de la manière que ce nom se pro- 
nonce dans le patois milanais, et qui n'est pas avec 
la s qui le précède, mais y conserve le son qui lui 



— 100 — 

est propre comme s'il ótait au commencement d'un 
mot séparé : Cass-ciago. Ainsi il n'y avait d'autre 
changement qu'un / supprimé et pour ainsi dire 
renda muet ; ce qui est assez ordiaaire au milanais 
et à d'autres patois de la haute Italie. D'après cela 
je ne savais m'expliquer , coniment Cassiciaciim pùt 
se trouver accolé à Cassagum dans la table que Giu- 
lini a annexée à sa carte chorographique (page 127); 
d'autant plus que dans le seul document qu'il rap- 
porte (pag. 69-70) on ne trouve que Cassagum. Je me 
suis adressé h. M. Cossa, homme d'une érudition rare 
pour l'étendue et pour la capacité, qui est adjoint 
à la Bibliothèque de Brera, et l'a été pendant quel- 
ques années à VArchivio diplomatico. M. Cossa qui 
a justement profité de son séjour dans cet établis- 
sement (qui renferme environ soixante et dix mille 
parchemins, dont le plus ancien est du huitième sie- 
de (2) ) pour faire une étude approfondie de la cho- 
rographie du Milanais dans le moyen àge , m'a as- 
suré que le nom de Cassiciacum ne se trouve dans 
sa forme entière dans aucun des diplomes qu'il a 
examinés ; que Cassago n'y est que sous le nom de 
Cassagum f et que Casciago y est nommé Casciactim, 
Castiacnm et moins souvent Casciagum , Castiagnm. 
Il est d'avis que Giulini , quoique en general très- 
exact , s'est laissé entrainer cette fois par l'autorité 
de la tradition ò. ajouter arbitrairement le nom de 
Cassiciacum à celui de Cassagum. Il croit aussi que 
la ressemblance du nom constitue une forte proba- 
bilité pour Casciago ; mais il n'espère pas, que l'on 
puisse trouver quelque donnée plus positive. 

Au rest^ la probabilité est encore augmentée par 
le peu que Saint Augustin dit, ou laisse entendre , 



— Ilo — 
de la localité. D'abord , Taménité et la montiiosité 
qii'il attribue d'une manière indirecte , mais claire , 
i Cassiciacum conviennent parfaiiement à Casciago. 
Par la dcscription qui m'en a été faite par plus d'une 
personne, (car, à mon regret, je n'ai pu me porter 
sur les lieux), Casciago, situò sur une proéminence au 
pied d'un groupe d'assez hautes montagnes, a pour 
horizon à l'ouest le Mont-Rose et la suite des Alpes, 
jusqu'à leur jonction avec les Apennins, qui s'éten- 
dent au sud ; au sud-est, une vaste échappée, où la 
vue se pcrd ; à l'est et au nord-est, les montagnes 
du Bergamasque et du lac de Cóme ; et en dedans 
de ce magnifique cadre , une partie du lac Majeur ; 
quatre autres petits lacs plus rapprochés; à l'entour 
un groupe de coUines très-variées et tròs-pittoresques; 
plus loin la plaine presque entiòre, semée , comme 
les coUines, de villes, de bourgs et de villages, dont 
plusieurs , au moins , devaient exister du temps de 
Saint Augustin, puisqu'ils portene des noms, dont la 
racine, ou la désinence, ou l'une et l'autre, sont évi- 
demment gauloise. Cassago, au contraire, quoique situé 
dans le Monte de Briania, territoire assez riche en 
beaux sites, ne jouit que d'une vue mediocre, étant 
place sur le penchant d'une colline peu élevée et 
qui ne domine qu'une vallèe assez ètroite. 

A Milan il n'y a malheureusement aucune trace des 
lieux que la conversion de Saint Augustin aurait dù 
illustrer à jamais. Près de la basilique ambroisienne 
il y a une petite église dédièe au grand saint, dans 
l'endroit où Fon a cru assez longtemps qu'il avait 
re^u le baptème. Mais cette opinion, tout à fait ar- 
bitraire, et contraire à l'usage de ce temps, de n'ad- 
mettre qu'un baptistère dans chaque ville (V. Sassi, 



— I II — 

Archiepìsconim V^Cedioìancìi. Series, etc, t. I, pag. 83, 
et les auteurs qui y sont cités) , est abandonnée de 
tout le monde ; et une description assez moderne , 
qui voudrait bien attester le fait , ne trompe plus 
personne. 

Je suis mortifié, Monsieur, de n'avoir pas su mieux 
répondre à la conflance, dont vous avez daigné m'ho- 
norer, et de ne pouvoir, pour ma part , que maiii- 
tenir une petite brcche dans l'édifice, auquel j'aurais 
été heureux de pouvoir apporter une petite pierre. 
Heureusement la matière et l'ouvrier répondent d'a- 
vance, qu'il n'y aura dans cet édifice que des choses 
de ce genre à regretter. 

Veuillez, Monsieur , présenter à M. l'Abbé Coeur 
mes remerciments d'un souvenir, qui me touche au- 
tant qu'il m'honore , et agréer les sentiments de 
haute et respectueuse considération, avec lesquels j'ai 
l'honneur d'ètre 

Votre très-humble et très-obéissant serviteur 
Alexandre Manzoni. 



P,S. J'oubliais la clrconstance plus caractéristique. 
Il y a à Casciago un torrent qui est souvent à sec, 
mais qui a pu avoir assez d'eau dans la saison où 
Saint Augustin se trouvait à Cassiciaciim. Silicitus 
irriiens le peint tout-à-fait; et angustiis canalis inter- 
clusa ne contredit point , puisque, dans quelque en- 
droit, le torrent est assez serre entre deux rochers. 
Il y a aussi une petite vallèe, d'une pente assez ra- 
pide et converte encore de prairie qui va très-bien 
avec ad pratiim descendere , in pratuli propinqua dc~ 



— IT2 — 

scendere. Il n'v a , à ce qu'ou m'assure, à Cassago, 
d'cau courantc cu aucanc saisoii (3). 



(i) Gio. Giuseppe Francesco Poujoiilat nacque alla Fare, Di- 
partimento delle Bocche del Rodano, il 26 gennaio 1808. Nella 
rivoluzione del 48 prese parte alla vita pubblica , e rappresentò 
il Dipartimento nativo , prima all'Assemblea Costituente , poi a 
quella Legislativa , votando sempre colla destra. De' molti suoi 
scritti, VHìstoire de S. Augiistin, sa vie, ses oeuvres, son siede, ///- 
fluence de son genie, pubblicata per la prima volta nel 1844 in 
3 voi. in-8.** e giunta nel 1850 alla terza edizione, non è il solo 
che abbia ottenuto l'onore d'un premio all'Accademia di Francia. 

(2) La più antica pergamena originale dell' Archivio di Stato 
in Milano venne pubblicata due volte dal Fumagalli ( Antichità 
longoh. inilan. I, 257, Codice Diplom. Santamhrosiano, pag. i), che 
le assegnò la data del 721. Fu poi ristampata dal Trova (Cod. 
T>ipìoìn. Longoh. Ili, 32S) , e recentemente dal Conte Giulio 
Porro-Lambertenghi (Historiae patriae monumenta edita iussu Regis 
Caroli KAÌherti ; XIII, 14), che l'ha restituita alla sua vera data, 
cioè al 12 maggio 716. 

(3) Giovanni Flechia accenna x questa lettera in un suo re- 
cente lavoro (T)i alcune forme de' nomi locali dell' Italia superiore, 
dissertazione linguìstica ; nelle Memorie della ^. ^ccademis, delle 
Sciente di Torino ; Serie II, toni. XXVII, 297-298), né sarà sgra- 
dito che qui trasc iva le sue parole , che sono utile commento 
alla lettera stessa : « Casciago ( Coni. dial. Casciagh ) Cassicia- 
« cum, Cassicius. Già Alessandro Manzoni in una sua lettera al 
« Poujolat, ha con grande verisimiglianza identificato 1' odierno 
« Casciago del distretto di Varese col rus Cassiciacum che S. Ago- 
« stino .(Con/. IX, 3) dice essergli stato dato a conoscere dall'a- 
« mico Verecondo, e che, secondo l'opinione più comune, venne 
'< sinor confuso con Cassago , terra appartenente essa pure alla 
« Provincia di Como. Alle ragioni fonologiche allegate dall' illu- 
(( stre milanese, perchè Casciago e non Cassago devasi più rego- 
le larmcnte tener per derivato da Cassiciacum, egli ne aggiunge 
« anche altre, dedotte dalle circostanze del luogo, le quali rispon- 
« dono meglio che quelle di Cassago non farebbero , a certe al- 
« lusioni del santo relative ai dintorni della villeggiatura. Io qui 
« non aggiugnerò altro , se non che anche questo Cassiciacum 



- 113 - 

(( si deduce da un gentilizio Cassicius , attestato da parecchie 
e iscrizioni romane ( Cf. Murat. Th. V. Inscr. ) , le quali fanno 
« lede come fossevi una gente Cassicia , donde potè per avven- 
« tura essere uscito quel Casslcius che, forse qualche secolo prima, 
« era stato possessore e denominatore di quel fondo , destinato 
u a servir poi di campestre dimora a S. Agostino. Un locale 
(( francese , che parrebbe rispondere assai regolarmente a Cassi- 
« ciacunt , è Chasseiac , nome di una corrente che può essere 
" stata cosi denominata da un vicino ftindus Cassiciacus ». 



261. 

Al Prof. Domenico Valer'iani, Segretario 
dein. e R. Accademia della Crusca, a Firfnie(i). 

Illustrissimo e Chiarissimo Signore, 

Lesa (sul Lago Maggiore), 15 ottobre 1843. 

La mia assenza da Milano, facendomi arrivar più 
tardi la di Lei gentilissima lettera, è anche cagione 
che tardi, con mio dispiacere, Le pervengano i vivi 
e umili ringraziamenti, che La prego di voler pre- 
sentare a codesta illustre Accademia, per il prezioso 
dono di cui m'onora (2). 

Profittando della di Lei graziosa offerta, La prego 
ugualmente di voler far rimettere i fascicoli dell'e- 
semplare favoritomi al Gabinetto scientifico e lette- 
rario del sig. Vieusseux, il quale si compiacerà di 
farmeli pervenire per mezzo del sig. Dumolard li- 
braio di Milano, 

E con viva riconoscenza, non meno che con alta 
Epistolario. Voi, II, 8 



- 114 - 
stima e profondo ossequio, ho l'onore di dirmi suo 
umilissimo devotissimo servitore e indegno collega 

Alessandro Manzoni. 

(i) Domenico Valcriani, morto il 6 agosto 18Ó4, fu eletto Ac- 
cademico della Crusca il 26 febbraio 1839, e Segretario il 26 di- 
cembre del medesimo anno. 

(2) Era la parte pubblicata della « quinta impressione » del 
Vocahoìarìo degli tAccademici della Crusca ; cioè il principio del 
tom. I, che abbracciava 408 pagine di testo, oltre 20 in principio 
senza numerazione, e la « Tavola delle abbreviature degli autori 
da' quali son tratti gli esempi citati », compresa in 132 pagine. 
L'Accademia, scontenta del suo lavoro, si determinò poi a sop- 
primerlo. 



262. 

Ad Alessandro Manzoni, a Lesa. 
Carissimo e veneralissimo Don Alessandro, 

Strcsa, 1^ ottobre iS|^. 

Non voglio restituirle a mano lo scritto della Lìngua 
italiana che mi favorì da leggere, ma mandarglielo, per 
procacciarmi il dolce pretesto di scriverle, an:(ichè dirle, 
quale impressione me ne fece la lettura. E fu quel pia- 
cer vivissimo^ che prova lo spirito in lasciarsi legare, 
scn:^a resisten:^a possibile^ dai nodi della dialettica. L'a- 
cume manzoniano {tolleri quesf epiteto , perchè non sa- 
rebbe facile trovarne uno più efficace) , che spicca in 
tutte le frasi singole, e nulla per me, verso alla bel- 
lei^^^a potente che trovo in ini intero ragionamento, a cui 



— 115 — 
posso dare il titolo di filosofico^ perchè, dalla ragione ul- 
tima, che è poi l'essenza della cosa di cui tratta^ deriva 
il vigore. Così Ella appunto, che di lingua ragiona, al- 
l' essenza della lingua ricorre , e in essa scopre sagacc- 
viiente la soluzione della questione : il che e un recarla 
agli ultimi termini, e togliere all' avversario c:(iandio il 
campo di combattere. Né certo vi sarà alcuno, io stimo, 
che Le neghi, o d'avere ben definita la lingua, o d'avere 
ben dedotte le conseguen:(^e, che fanno al suo uopo. Ninno, 
secondo me , le pub negare ragionevolmente, che all' es- 
senza di un me^^o di comunicazione fra gli uomini, 
che si possa dir lingua, appartengono le due condizioni 
che Ella vi pone, cioè: i.^ che la società, di cui ella è 
lingua, possegga in essa tutte le cose, di cui ordinaria- 
mente favella; 2."^ e che tutte queste parole siano co- 
muni a tutti i parlanti della società , sicché ciascuno 
alla cosa stessa dia lo stesso vocabolo. T)alle quali pre- 
messe non si può a meno di conchiudere quello eh Ella 
vuole, cioè che gV Italiani di varie Provincie , a cui nel 
trattare insieme spesso mancano le parole comuni al bi- 
sogno d'esprimere molte cose che formano l'oggetto degli 
ordinari loro discorsi, non hanno in proprio la lingua; 
e che, non avendola in proprio, deve loro importare as- 
sai il sapere dove possano provvedersi di quella porzione 
di lingua che ignorano, ovvero, che è il medesijuo, dove 
sia quella lingua tutta intera, di cui fanno un uso così 
imperfetto. Insomma niente v'ha nel suo scritto che non 
sia evidente. Tale è l'impressione che m'ha lasciata nel- 
l'anima, e qui potrei conchiuder la mia lettera. Ma no^ 
Le dirò tutto intero il mio pensiero^ e quando si parla 
con D. Alessandro non si può in coscienza dir le cose 
a me^io per mille ragioni, ed una di più, la quale e 
che la pazienza a D. Alessandro non manca (lo so io 



— ii6 - 

troppo bene per esperienza); onde D. Alessandro la porti 
tutta, e in ascolti, che dopo averle detto di ciò che e è 
nello scritto, ora m'accingo a dirle anche di ciò che nel 
suo scritto non ce. 

Ciò che non e è nel suo scritto, ma che verrà forse 
nella continuazione, e sarà forse lo scopo dell'opera sua, 
si ^ la ricerca, come gV Italiani possano acquistarsi una 
lingua comune che ancor non hanno ; o almeno avvici- 
narsi continuamente a tanto acquisto. 

Se questo, e unicamente questo , è ciò che cerchiamo, 
diventa per se indifferente che la lingua comune che de- 
sideriamo agVItaliani tutti , sia la fiorentina, o la mi- 
lanese, la veneziana, o una lingua composta di fram- 
menti di tutte queste; purché il me^^o di comunicazione 
degl'Italiani delle varie Provincie riesca a conseguire i 
due caratteri essenziali alle lingue, della integrità, e del- 
l' identità de' vocaboli. Io suppongo che a questo Ella 
pienissimamente acconsenta. 

Ora egli è certo innegabile che la lingua, che imper- 
fettamente parlano gl'Italiani di diverse Provincie, quando 
vogliono farsi intendere fra loro a voce, o quando scri- 
vono, nella sua maggior parte baite d'accordo colla fio- 
rentina, e nella minor sua parte sono vocaboli tolti qua 
e colà, frammenti di vari dialetti {di varie lingue). Il 
qual fatto fa venire incontanente il pensiero di dare 
agl'Italiani il consiglio d'applicarsi a imparare intera- 
mente la lingua di Firenze, entrando così nel possesso 
di una lingua veramente comune; il che è tutto ciò 
che si desidera, e perciò appunto più la lingua fioren- 
tina di un' altra, ma perchè crediamo che questo sia il 
modo più facile a condurli al possesso di una vera lin- 
gua, cioè di un mezzo di comunicazione intero ed uni- 
forme. Se la cosa è così ,. se si tratta di questo , e dj 



— ìi; -• 

questo solo; dunque la questione si riduce alla maggior 
facilità della via, per la quale gì' Italiani possano ginn* 
gere finalmente ad avere una lingua italiana, cioè- unica 
t comune a tutti gl'Italiani. 

E qui Don Alessandro già intende come io mi pro- 
ponga di esercitare la sua pax_icn:;^a, ripetendo cioè alcune 
delle cose che Le dissi a voce, sulla maggiore o minor 
facilità di spingere gVItaliani all'acquisto di una lingua 
comune, e però italiana veramente. 

Ella dunque faccia giudi:(io, e faccia anche giusti:(ia, 
delle seguenti osservazioni. 

È certo che tutte le lingue si muovono e modificano 
continuamente, e perciò anche la fiorentina. Quindi, con- 
sigliando noi gì Italiani a pigliare per loro propria tutta 
intera la lingua fiorentina, diamo loro altresì per consiglio, 
più tosto imponiamo loro, la necessità di pigliarsi suc- 
cessivamente tutte le modificazioni che i Fiorentini fa- 
ranno alla loro lingua. Ora, non potendo gl'Italiani per- 
venire a sapere il fiorentino, se non un poco alla volta 
in un lungo corso di tempo, il cui fine non viene forse 
giammai, la speranza' che possiamo avere non e già che 
la futura lingua italiana sia appunto la fiorentina presente; 
ma quella che parleranno i Fiorentini a quell'età in cui 
gl'Italiani saranno giunti a parlare e scrivere la fioren- 
tina, E ciò posto , otterremo noi più presto lo scopo di 
far sì che gl'Italiani delle altre Provincie e i Fiorentini 
abbiano una favella comune , se li faremo lavorare in 
separato e con {scopi diversi, dal che avverrebbe che il 
tempo che impiegherebbero gl'Italiani delle altre provincie 
a imparare il fiorentino idioma, l'impiegheranno i Fio- 
rentini a prenderne un altro, sicché noi Lombardi e Ve- 
neti, a ragion d'esempio, saremmo condannati a inseguirli 
sen^a raggiungerli mai; ovvero, se li faremo lavorare 



— ii8 — 
d'accorilo, alio scopo stesso, cioè se noi, invece di re- 
strin^:^erci a consigliare gli altri Italiani ad accostarsi 
alla linf^iia di FirenÀ^e^ come ad una lingua interamente 
altrui che possono prendere ma non modificare, lasciando 
i Fiorentini soli in libertii di scostarsene, modificandola 
come lingua lor propria, aggiungessimo altresì un con- 
siglio ai Fiorentini eccitandoli a modificare la loro lingua 
sì fattamente, da incontrare in sulla via gli altri Ita- 
liani che camminano verso di loro? Io spero che non 
troverà del tutto assurdo questo pensiero; poiché mi sem- 
bra indubitato^ che, se gV Italiani inclinano ad abbrac- 
ciare come propria la ìingua fiorentina, e la si hanno 
già in parte appropriata , anche i Fiorentini inclinino 
(facciano poi bene o male non. cerco, bastandomi il fatto) 
ad uniformarsi agli altri Italiani, o diano qualche peso 
alla loro autorità nelle cose di lingua in cui convengono, 
e in cui converranno: poiché, sieno queste molte o poche, 
certo ci sono. L'inclina:(ione ed il movimento già inco- 
minciato, èqu elio che ci fa sperare, o piuttosto ci dà di- 
ritto a creder possibile, l'ottenimento dello scopo bramato. 
Ora gl'Italiani non Fiorentini, benché in generale in-- 
clinati ad abbracciare la lingua dei Fiorentini, pure, 
sentono ripugnan:;;^a grandissima, e, quanto a me pare, 
insuperabile, ad abbracciare alcune cose di questa lingua 
{le quali, se appartengono alla presente lingua di Firen::^e, 
non si può dimostrar necessario che appartengano alla 
futura di tutta l'Italia); ed all'opposto i Fiorentini in- 
clinano ad abbandonar quelle cose, a cui ripugna il resto 
d'Italia, modificando la lingua propria in tal parte sul- 
l'opinione comune de' loro conna:(ionali. Tanto è vera 
questa disposizione de' Fiorentini, che biella maggior parte 
di essi, per -non- dire generalmente, è invalsa l'opinione 
che tali cose sieno difetti del loro dialetto , dei quali le 



— ut) — 
persone più colte cercano d'astenersi. Sia pur vero, se 
così si vuole, che nulla di tutto ciò che trovasi in una 
lingua, possa chiamarsi difetto ; non voglio entrare in 
questa questione non necessaria: ma pare in ogni caso 
che V opinione de Fiorentini, che vedono difetti nel loro 
dialetto, nasca dal sentimento increscevole di veder quelle 
parti disapprovate daW opinione comune degli altri Ita- 
liani, di cui rispettano l'autorità o V istinto. Mi quali 
sono queste parti? Don Alessandro mi domanda. Non 
è certo così facile il determinarle tutte , ma parnii di 
poter indicare le tre seguenti : 

i^ Veni di pronuncia, come la così detta gorga fio- 
rentina , ch^ altera notabilmente la forraa delle parole. 
Tanta è la ripugnanza che ha l'intera Italia a siffatta 
gorga, che a me parrebbe affatto impossibile il persuadere 
tutta la nazione italiana d' imitarla. ^Alla quale ripu- 
gnan:(a della nazione i Fiorentini più colti cedono sen^^a 
contrasto, e si persuadono che la sia un difetto da ab- 
bandonarsi, come l'abbandonano veramente. 

2° Sgrammaticature , come in dire vogliano in vece 
rf/ vogliono. Non intendo già io di muover qui la que- 
stione, se tali idiotismi possano essere un difetto nella 
lingua fiorentina: sia come si vuole di questo; basta a 
me poter dire, che probabilissimamente non saranno ab- 
bracciati mai da tutta la nazione, ne avverrà che formin 
parte della futura lingua che si desidera; perchè di fatto 
il corpo della nazione, ragione o torto che s'abbia, ri^ 
pugna ad essi, e non si pub negare che rendasi singolare 
colui che ne fa uso. Certo che, quanto a me, posto che 
trattasi di una lingua italiana futura , sembrami più 
facile incamminarla verso una forma regolare e gram- 
maticale ; 0, se si pretende che si potranno poi ridurre 
a regola quelle inflessioni e quelle forme che al senno 



r»- I2G «» 

de' i^ramtniilii'ì fin qui csìslìli parvero errori , e^^li dee 
tuttavia esser più facile , che la na:(ion nostra proceda 
all'acquisto d'una lingua comune ritenendo le parti:(ioni 
grammaticali^ di cui essa è imbevuta, che non sia ob- 
bligandola a formarsi delle nuove grammatiche ubbi- 
dienti alh nuova sua lingua; buone forse come le pre- 
cedenti, ina sempre nuove; e pero un lavoro di più, un 
confiiìlo di più colle idee ricevute. Anche in questa parie 
i Fiorentini colti cedono volentieri, attenendosi alla lin- 
gua scritta generalmente in Italia^ e a questo sentimento 
comune dagl'Italiani pienamente consentendo; prova le 
loro stesse grammatiche. 

3° V'ha finalmente una parie colta e scientifica della 
lingua, la quale non è parlata più dai dotti Fiorentini 
che dagli altri dotti d'Italia^ an:^i dagli ali ri più, per- 
chè son più; e parmi evidente che questa lingua non 
nasca più a Firen:^e, che nelle altre provincie d'Italia 
dove più fioriscono le sciente e le arti, e dove più di esse 
si scrive. Laonde non giungeranno gì' Italiani più facil- 
mente a rendere a se stessi comune questa por:iione di 
lingua colla .comunicazione degli scritti, che coirandarc 
a Fircu:;^e dove forse non la troverebbero, e non di rado 
ve la porterebbero? ^è si dica, che le parole tecniche 
si prendano egualmente dalle altre na:(_ioni: perchè qui 
parliamo di parole tecniche nate italiane, d^ origine, di 
fisionomia, di composi:(ione italiana. Anche in questa 
parte i colti Fiorentini sentono quanto sia ragionevole e 
pratico l'apprendere qualche cosa di lingua, dove bi- 
sogna, anche dai loro fratelli d^altre italiane provincie. 
— Conchiuderb, ed è ben tempo. Postochè non si tratta 
di accomunare agi' Italiani la lingua presente di Fi- 
ren:(e, il che è impossibile perchè si muta ogni giorno, 
ma si tratta di una lingua futura che in un modo o 



^ lai — 

neiraììro si dee venir formaìido ; c^Ii pare dover esser 
più facile , com è più equo e pili ra:(ionaìe , // volere 
cooperatori nella forma:(ione di questa lingua tutti gli 
Italiani, e principali i Fiorentini, an:(ichh affidar tutta 
l'opera a' soli Fiorentini , parendomi riuscir meglio il 
lavoro ben accordato di tutti, che V isolato di alcuni; 
evitandosi con quello , quanto si pub , di co:(^^ar molte 
ripugnan;;^e, mettendosi a profitto tutte le tenden:(^e na- 
:(ionali e le opinioni più manifestate ed in piena atti- 
vità. Sia dunque la lingua fiorentina il maggior fonte 
da cui derivare quella lingua italiana che ancora non 
esiste, e che trattasi di far che esista; ninna opposi- 
:(ione ragionevole incontrerà in Italia questa dottrina. 
Ma dubiterei fortemente che sia cosa facile il persua- 
dere agV Italiani , che essi non possano in altro modo 
giugnere alla comunanza della favella, il che è quanto 
dire ad averne una, se non appropriandosi quasi stra- 
nieri la lingua fiorentina tale e quale i Fiorentini, soli 
proprietari di lei, gliela fanno e gliela mutano. 

Ecco, Don Alessandro , il mio gran dubbio: forse 
m'inganno in parermi dubbio : ma certo non m'inganno 
in aspettare d' essere compatito della pa^ien^a che Le 
ho fatto portare con sì lunga lettera. 

Il suo aff. ed obbl, 
Antonio Rosmini. 



— 122 



A Giuseppe Giiislt 



Milano, S novemhrj 1815. 

Quando uno , per farmi un regalo , mi dette la 
prima volta a leggere de' versi d' tm certo Giusti ; 
non so se sia stato maggiore per me il piacere di 
legger de' versi bellissimi, o quello di veder nascere 
una gloria italiana. Quel certo scomparve poi subito, 
come Lei deve sapere; e 1' avidità del pubblico, la 
quale fa le veci di stampa per ogni suo nuovo com- 
ponimento, serve benissimo la mia. Ma pensi con qual 
particolare sentimento io abbia ricevuto quello (i), 
che mi veniva da Lei, e che , col solito e sempre 
vivissimo piacere, mi portava un segno d' una cosi 
cara e onorevole benevolenza. Del resto, in qualun- 
que maniera mi fosse pervenuto , non era possibile 
sbagliarne 1' autore. Son chicche che non possono 
esser fatte che in Toscana, e, in Toscana, che da 
Lei; giacche, se ci fosse pure quello capace di far così 
bene imitando, non gli verrebbe in mente d'imitare. 
Costumi e oggetti, realtà e fantasie, tutto dipinto; 
pensieri finissimi , che vengon via naturalmente , 
come se fossero suggeriti dall' argomento ; cose co- 
muni, dette con novità e senza ricercatezza, perchè 
non dipende da altro, che dal vederci dentro certe 
particolarità, che ci vedrebbe ognuno, se tutti aves- 
sero molto ingegno ; e questo , e il di più , in un 



— 123 "^ 

piccolo drammvi popolato e animato, e con uno scio- 
glimento piccante , e fondato insieme su una veris- 
sima generalità storica. 

Ma veda ora in che imbroglio mi trovo. Degnan- 
dosi di voler da me de' consigli, Lei m'ha imposto 
l'obbligo di dirle, o d'accennarle almeno, tutto il 
mio sentimento : obbligo, al quale non mi sarei po- 
tuto sottrarre , che con un odioso e sconoscente si- 
lenzio. Mi trovo dunque al bivio , o di violare in- 
degnamente quest'obbligo, dissimulando con Lei una 
parte essenzialissima del mio sentimento , o d' ag- 
giungere schiettamente, che in quelle poesie, che da 
una parte amo e ammiro tanto, deploro amaramente 
ciò che tocca la religione, o eh' è satira personale. 
Spero che non solo perdonerà, ma troverei giusta , 
la mia scelta, vedendo che' la bontà sua m'ha fatto 
un dovere d'una sincerità, la quale, non comandata , 
sarebbe stata impertinenza. Anzi codesta bontà me- 
desima , e la mia alta stima per Lei, mi fanno co- 
raggio ad aggiungere ancora una parola , riguardo 
al primo punto. Lasciando da parte le considerazioni 
più importanti, e comuni a tutti, non è cosa degna 
di Lei. Il fiore dell' ingegno umano è ancora pur 
troppo diviso , ma tra la Fede e un dubbio serio e 
inquieto. Le vittorie negative del secolo scorso non 
sono durate , perchè non erano che apparenti ; e 
oramai non possono più nemmeno essere desiderate 
dagli uomini che, come Lei, escon di schiera. 

Ho ardito scriverle cosi apertamente, anche per- 
chè il buono e bravo Castillia mi promette di farle 
pervenire questa lettera con un mezzo particolare. 
La bruci, di grazia; ma, oso aggiungere, non di- 
mentichi il sentimento, che ne ha dettata la .prima 



^ U4 — 

e la seconda parte. Sono, con vera ammirazione, e 
con queir affetto, che non ne va mai scompagnato. 

Suo devotissimo 
Alessandro Manzoni. 



(i) Il re travicello. Al Grossi, al quale ne aveva pure inviato 
in dono un esemplare, col mezzo della Marchesa Luisa D'Aze- 
glio, scriveva : « Dacché mi lasciai vincere dalla tentazione di 
« mandare a Lei e al Manzoni quei due Scherzi, sono stato colla 
« febbre addosso d'aver fatto una minchioneria, perchè in verità, 
v< o bisogna avere il capo in cembali, o confidare alla gicca nella 

< bonti degli altri, per farsi avanti da sé, là all' impaz7.ata, come 

< fiiceva il nostro prof. Pacchiani, quando era vivo. È vero che 

< mi raccomandai alla Marchesa d'Azeglio, perchè rimediasse 
« in qualche modo a questa scappata , facendo valere 1' affetto 
« grande, che sentii per Manzoni e per Lei, fino da quando ebbi 
« letto i Tromessi Sposi e V Ildegonda, e la viva gratitudine per certe 

< parole cortesi dette da loro in favore di quel poco che ho fatto, 
« e che un buon vento m'aveva portate all'orecchio ». È da leg- 
gersi la bella risposta del Giusti, che sta a pag. 415 del primo 
volume del suo Epistolario. 

In una lettera a Gino Capponi, scritta il capodanno del icS.|4, 
il Giusti tocca di questo riprenderlo, che fa il Manzoni, d'avere 
offesa ne' suoi scritti la religione e le persone, e gli dice: « Ho 
« presa 1' osservazione come prova d' animo schietto e premu- 
« roso del fatto mio. Non e' è altro che egli abbia preso per 
€ roba mia tutto ciò che gira sotto il mio nome, o che sia stato 
« a certi commenti fatti alle cose mie da chi è solito fermarsi 

< alla buccia. Gli ho risposto difendendomi modestamente e ri- 
« spettosamente, e appellandomi alla p:\rte sana dei miei paesani. » 



— 12! 



264- 

A Gustavo Modena. 

Chiarissimo Signore, 

(•843)- 
Non dubito, che chi ha il raro dono di far sentire 
tutta la bellezza dei versi eccellenti, non possa anche 
abbellire, per un momento, i mediocri. E poiché Ella 
vuole degnarsi di far una tal prova coi miei (i), 
come potrei io irxvidiare ad essi questa fortuna ? 
Gradisca gli attestati della mia riconoscenza e della 
mia ammirazione. 

Devotissimo suo 
Alessandro Manzoni. 

(i) Erano i versi dell'atto III dell'Adelchi, co' quali Martino 
nsegna a Carlo la via sicura per valicare le Chiuse; versi che 
1 Modena recitò al Teatro Re, o Vecchio, di Milano , come lui 
olo poteva e sapeva. « Nell'ammirabile narrazione del Diacono 

< (scrive il sig. Luigi Bonazzi nel Hbro : Gustavo Modena e Varie 
« sua) portò a tal grado d' illusione il pubblico, che quando de- 
«t scriveva il suo viaggio per le inaccesse e silenziose solitudini 
« delle Alpi, si sentiva^ direi quasi, il silenzio magnetico degli 
« attoniti uditori; e giunto agU ultimi versi: 

e vidi oh vidi 

Le tende d' Israello , i sospirati 
Tadigìion di Giacobbe; al suol prostralo 
Dio ringraziai, li benedissi . . . . e scesi; 

« proferite queste parole , con la semplicità ed il fervore d' un 

< santo del medio evo , succedeva d' un tratto a quel silenzio 
« uno scoppio di voci commosse e plaudenti », 



— 120 — 

Narra il sig Felice Venosta a pag. 78 del libro : Alessandro 
MiUiloni , cenni sulla sua vita e sulle sue opere , che il poeta , il 
quale trovavasi quella sera al teatro, spintovi dal desiderio di 
ammirare il valore singolare del celebre artista , uscì piangendo 
dal palco n. 2 a destra , prima fila, e andò sul palcoscenico ad 
abbracciarlo con tutta l'espansione dell'animo. 

Questo aneddoto me ne richiama un altro alla memoria, rac- 
contatomi dal sig. Giulio Solitro. or Io ricordo , dicevami , che 
« .nel 38 il Papadopoli , il quale è ora e da più anni a capo di 
« una compagnia drammatica , mi narrò che a Milano , trovan- 
« dosi egli col Vestri non so a quale teatro , il Manzoni assi- 
« stette a una commedia I Tromessi Sposi ; e che alcuni giorni 
« dopo, esso Manzoni, incontrato e avvicinato dal Vestri, e do- 
te mandato della commedia, gli disse sorridendo: ,Ah! comem'a- 
('. vele assassinato ! > 



265. 

^1 Tommaso Grossi, a Milano. 
Caro Tommaso, 

Il latore ( I ) del presente viglietto e uno dei 
molti che desiderano di conoscerti , ma uno dei 
pochi che lo meritano. 

Il tuo Alessandro. 



(1) Il P. Giulio Arrigoni di Bergamo, valentissimo oratore sa- 
cro, alira volta ricordato in queste note. 



266. 

A Cesare Canili, a Mi! ano. 

(<8t5). 

Un astronomo di Copenaghen, ^o«/ le noni tn'ecbappe, 
venne a domandarmi informazioni sulla cometa del 
1629. N'avete voi? Se no, domandatene a Frisiani (i). 
Questo sarà guarito della sua illusione sugli abitanti 
della Luna. Ma già , gli errori vengono dai dotti ; 
e l'eresie derivarono sempre dai teologi. 



(i) Era corsa voce in que' giorni che 1' Herschel col suo tele- 
scopio avesse veduto degli uomini nella Luna , e 1' astronomo 
Paolo Frisiani, cugino del Manzoni^ parve crederci. 



267. 
AI Cav. Cario j\Corhio , a Milano. 
Chiarissimo Signore, 

Di casn. 25 ilei 1 844. 

Non ho io medesimo altre notizie, che quelle con- 
servate dall'Argelati, intorno a Francesca Manzoni, 
con la quale ho comune soltanto il cognome , co- 
munissimo del resto, nel territorio di Lecco e nella 
Valsassìna. 

Sc^io veramente mortificato, di non poter profit- 



- 128 - 

tare d'un* occasione di servirla, ma colgo con vivo 
piacere quella di rinnovarle le proteste dell' alta 
stima , e della riconoscenza , con cui ho 1' onore 
d'essere 

Suo umiliss. dev. servitore 
Alessandro Manzoni. 



268. 
A Cesare Canti) ^ a Milano. 

(■844). 
Ho consegnato a Lorenzo Litta, da trasmettervi, le 
parole e. frasi che ho raccolte dal Don Quijotte (i). 
Alcune, come finca, papeUtta, adeal, horador e simili 
d'ufficio, e cosi tomates, meregian , stacchetta, tanteo, 
balandra, ci saranno state trasmesse direttamente dai 
padroni; altre probabilmente sono, dal fondo comune 
delle lingue latine. È notevole il tejar nel senso di 
aver finito di crescere. Servitevene a volontà. 



(i) Il Cantù gli aveva chiesto una lista di voci del dialetto 
mibnese siniili alle spagauole , per metterla, come fece, nel li- 
bro : D^iìano e il suo territorio, voi. I, pag. 96. 



^ 129 — 



269. 

Alla signora Gaetana Del Rosso, vedova Cotenna, 
a Monte S. idrico presso Lucca. 

Signora, 

Milano, 28 aprile 1844. 

Poiché Ella ha potuto credere ch'io abbia riman- 
dato un plico dopo averlo aperto, e una lettera dopo 
averne levato l'indirizzo ; mi trovo costretto a dirle 
eh' io non ho fatto ne 1' una cosa né l' altra (i). 
Per sistema, bensì, io non ricevo plichi dalla Posta; 
ma su questo non credo ch'Ella richieda da me una 
giustificazione. Non mi rammento d'aver visto quello^ 
eh' Ella m' aveva fatto 1' onore d' inviarmi ; e sup- 
pongo che sia stato restituito immediatamente al 
portalettere dal portinaio : non 1' affermo però , per- 
chè in questo la memoria mi potrebbe tradire : la 
cosa di cui sono sicuro, e della quale non mi sarei 
immaginato di dover assicurare nessuno, è che, se 
è stato nelle mie mani, n'è uscito intatto. Non sa- 
prei indovinare, come sia potuto ritornare a Lei 
nella forma, di cui si lamenta con ogni ragione ; e 
ne sono anch'io, come spero ch'Ella vorrà credere, 
dispiacentissimo. 

Ho l'onore di dirmi col maggior rispetto 

Suo umiliss. dev. servitore 
Alessandro Manzoni. 

(i) La Gaetana Del Rosso, fiorentina, per onorare la memoria 
di Vincenzo Cotenna di Lucca, suo marito, stampò nel 1843 ^'"'^ 
Epistolario. Voi. IL 9. 



— 130 — 

tragedia inedita di esso, intitolata 'Polissena, che nel iSio fu in- 
viata , ma senza che ottenesse il premio, al concorso dell' Acca- 
demia della Crusca , e l'anno avanti era stata messa sulle scene 
a Lucca a dì ii d'agosto. Di quella mediocrissima tragedia la 
Gaetana ne mandò un esemplare al Manzoni, accompagnato da 
una sua lettera, colla quale pregava il poeta a volerla gradire e 
giudicare. Ma il poeta non ebbe né la lettera né la tragedia ; anzi 
questa, per opera della Polizia austriaca, tornò assai guasta nelle 
mani della Cotenna, la quale inurbanamente ne scrisse parole 
amare al Manzoni, credendo a torto* che l'avesse rifiutata. 



270. 
A Giuseppe Spandri, a Verona. 
Riveritissimo Signore, 

Milano, IO giugno 1844. 

La mia cattiva salute e delle occupazioni pres- 
santi non mi hanno ancora permesso di leggere il 
libro, ch'Ella s' è degnata di favorirmi (i). Ma quan- 
di anche avessi già potuto soddisfar questo mio de- 
siderio, mi sarebbe a ogni modo impossibile il far 
ciò che , per una eccessiva indulgenza , Ella mi fa 
l'onore di voler da me; giacche il sentimento della 
mia assoluta inettitudine a giudicare 1' opere altrui, 
mi ha fatto prendere il sistema invariabile d' aste- 
nermene. 

Gradisca la sincera mia scusa , i miei umili rin- 
graziamenti, e le proteste del distinto ossequio, col 
quale ho 1' onore di dirmele 

Devot. obb. servitore 
Alessandro Manzoni. 



- 131 - 

(i) Lo Spandri regalò questo libro anche a Silvio Pellico, che 
così lo ringraziava : « Ella m'ha onorato d'un prezioso dono nel 
< mandarmi la sua opera della Sapienza, e gliene esprimo tutta la 
« mia gratitudine. Belle e profonde verità splendono in questo 

« libro Applaudo al suo ingegno, e godo ch'Ella sia cat- 

« tolico , e ponga i suoi studi in perfetta armonia colla Fede», 



271. 
Al mv. Cario Morbio, a Milano. 
Chiarissimo signore, 

4 novembre 1844. 

Mi dispiace davvero di non poterle dare ne sulla 
lettera, né sulla stampa l'indicazioni dirette, ch'Ella 
mi fa l'onore di chiedermi. Io n'ho parlato sulla fede 
del Ripamonti, il quale dice {De peste, pag. 79) d'aver 
vista Tuna e l'altra (i). 

Voglia gradire l'espressione di questo mio dispia- 
cere e la protesta del distinto e affettuoso rispetto , 
col quale ho l'onore di dirmele 

Dev. servitore 
Alessandro Manzoni. 

(i) Il Manzoni nel cap. XXXII de' "Promessi Sposi racconta 
(( che in quel delirio dell'unzioni » corse voce per Milano e an- 
che fuori, « che un tale, il tal giorno, aveva visto arrivar sulla 
re piazza del Duomo un tiro a sei, e dentro, con altri , un gran 
« personaggio , con una faccia fosca e infocata , con gli occhi 
« accesi, coi capelli ritti, e il labbro atteggiato di minaccia. Men- 
ff tre quel tale stava intento a guardare , la carrozza s' era fer- 
(( mata : e il cocchiere l'aveva invitato a salirvi ; e lui non aveva 



— 132 -- 

it saputo dir di no. Dopo diversi rigiri, erano smontati alla porta 
« d'un tal palazzo , dove entrato anche lui , con la compagnia , 
n aveva trovato amenità e orrori , deserti e giardini , caverne e 
<f sale ; e in esse , fantasime sedute a consiglio. Finalmente gli 
« erano state fatte vedere gran casse di danaro, e detto che ne 
€ prendesse quanto gli fosse piaciuto , con questo però che ac- 
i< cettasse un vasetto d' unguento , e andasse con esso ungendo 
a per la città, che non avendo voluto acconsentire, s'era trovato, 
(c in un batter d' occhio , nel medesimo luogo dove era stato 
(( preso. Qiiesta storia, creduta più generalmente dal popolo , e, 
« al dir del Ripamonti, non abbastanza derisa da qualche uomo 
« di peso, girò per tutta Italia e fuori. In Germania se ne fece 
« una stampa : l'elettore arcivescovo di Magonza scrisse al car- 
« dinaie Federigo , per domandargli cosa si dovesse credere de' 
<( fatti maravigliosi che si raccontavan di Milano ; e n' ebbe in 
« risposta ch'cran sogni ». 



272. 

tjld tyiles Sandro Humboldt, a Berlino. 
Monsieur le Baron, 

Milan, 6 dócembre 1844. 

Je n'avais pas hésité à exprirner ma confiance dans 
une anguste et parfaite tonte; mais, au lieu d'une 
juste confiance, c'eùt été de ma part une présomption 
impardonnable, que d'oser prévoir sous quelle forme 
ingénieusement aimable cette bonté daignerait se ma- 
nifester. J'ai donc acquis une seconde fois le droit 
précieux (on me ferait presque oublier, que c'est un 
dcvoir sacre) de prier Votre Excellence de mettre 
aux pieds de votre noble Roi l'humble tribut d'une 
reconnaissance devenue, s'il est possible, plus vive et 



- 133 - 

plus profonde. Et, dussé-je paraitre indiscret, je ne 
puis renoncer à saisir certe occasion de renouveler 
le respectueux hommage de vceux que, comme ha- 
bitant de ce monde, et, à ce titre, hiunani nibil a 
me al'uniim putanSj j'avais depuis longtemps dans mon 
coeur. Cet hommage cesserait d'ètre pur, et perdrait 
ainsi soii unique prix, s'il entrainait le plus léger sa- 
crilìce de ma conscience catholique, c'est-à-dire de ce 
qui est l'àme de ma conscience. Mais, gràce à Dieu, 
il n'en est pas ainsi; car parmi les caractères et les 
signes de la haute destinée, que je salue de loin avec 
une iole respectueuse, il m'est donne d'admirer et 
d'aimer le développement de l'oeuvre la plus excel- 
lente de la justice, qui est la liberto du bien, 

Mon admiration pour vous , Monsieur le Baron , 
quand mème elle ne se contenterait pas d'ètre le sim- 
ple écho d'une si grande renommée, ne doit pas vous 
surprendre; car si, comme j'entends toujours dire, il 
n'y a pas de savant, qui n'ait quelque chose à ap- 
prendre de vous, il est peu d'ignorants, à qui vous 
n'ayez appris quelque chose. A ce propos, et au ris- 
que d'abuser de votre indulgence, je ne puis vous 
taire mon espérance d'avoir un souvenir de Hum- 
boldt, souvenir moins précieux sans doute, que ceux 
que je dois à sa bienveillance, mais qui aura aussi 
son prix. Mon concitoyen, le comte Litta Modigna- 
ni (i), dans un voyage qu'il a fait, guide surtout par 
vous, dans l'Amérique meridionale, a été chercher, 
sur la montagne de Quindiu les magnifiques céro- 
xylons à l'epoque de la maturité des fruits , en a 
fait abattre un, et a bien voulu, à son retour, me 
faire part des semences, qu'il en avait recueiUies. Mi- 
ses en terre le printemps passe, aucune n'a encore 



— 134 — 
leve; mais, Ics ayaiit visitccs dernièrcment, jc les ai 
trouvées toutes saines, et il y en avait deax: oìi l'on 
voyait un léger renflement à la base. Je serais heu- 
reiix, et mème un peu fier, de posseder quelquc in- 
di vidu, et assez rare, je crois, du peuple ancien et 
nouveau, que vous avez conquis à la science. 

C'est avec le plus profond respect, et, permettez- 
moi d'ajouter, avec cette affection qu'on éprouve tou- 
jours pour un grand homme, et qu'on souhaite tant 
de lui exprimer, que j'ai l'honneur d'ètre, de Votre 
Hxcellence, le trcs-humble et tres-obéissant servitcur 

Alexandre Manzoni (2). 



(i) Il marchese Alessandro Litta Modigliani, milanese, per l'in- 
dipendenza d' Italia combattè bravamente nelle cinque giornate, 
e poi tra le file piemontesi. Della città natale volle , anche in 
morte , rendersi benemerito , lasciando in legato alla Biblioteca 
Ambrosiana una collezione di opere di ceramica del Perù, ante- 
riori alla conquista spagnuola, ed al Museo Civico parecchi og- 
getti di storia naturale^ da lui raccolti ne' suoi lunghi viaggi per 
l'Europa, l'Oriente e le due Americhe. Mancò di vita il 26 aprile 
1871, toccata l'età di anni settanta. 

(2) Alla lettera segue questa postilla : « T^eniarqiic de Huin- 
« boìdt. Lettre écrite à A. Humboldt à l'occasion du reius de 
« Manzoni d'accepter l'ordre pour le merita , qui lui avait cté 
(( conféré. J'avois été chargé de lui écrire, qu'il conserverait sa 
« pleine liberté, qu'il ne serait pas obligé de porter la dccora- 
« tion, mais qu'u^i aussi grand et beau noni, que le sicn, devait 
« rester sur la liste des chevaliers «. 

Ai 30 marzo del 1846 l'Humboldt inviando al Varnhagen von 
Hnse varii autografi in dono , ci uni anche la lettera presente ; 
e la dicea scritta en asse:( mauvais style. Strana con'iradizione ! 
Nel carteggio inedito del Manzoni si trova la risposta dell'illustre 
tedesco appunto alla lettera in discorso ; risposta che incomincia 
da un complimento sullo stile , con cui è scritta , e vien chia- 
malo admircìhkì 



— ;3: — 

273- 

^Air^b. t^diiloiiio Rosiiiiìii^ a Stresa. 

Rosmini veneratissimo e carissimo, 

Milano, 22 febbraio 1S45. 

La mia Teresa ed io non vogliamo, ch'Ella sappia 
da altri l'esito inaspettato della creduta malattia (i), 
che ci teneva, e me principalmente, in così terribili 
angustie, e che fini nel parto di due gemelle, una delle 
quali visse alcune ore, l'altra fu battezzata sub con- 
dltìone. Questa sola circostanza può turbare l' im- 
mensa consolazione ch'io provo, e ch'Ella s'imma- 
gina. E tra le consolazioni che vengono di conse- 
guenza, non Le so dire quanto sia grande quella di 
poter di nuovo pensar con speranza a qualche gita 
a quell'eremo, che prospectat superimi et despicit me- 
dium Verhanum. Ma pur troppo non ho bisogno so- 
lamente, ch'Ella m'aiuti a ringraziare il Signore; ho 
bisogno che lo preghi per mia figlia Sofia Trotti, 
che da tanto tempo non si rimette d' un ingorgo 
alla pleura; anzi in questi ultimi giorni da un ap- 
parente incamminamento alla convalescenza par che 
torni a uno stato più grave. La raccomando a Lei 
e all' Istituto, che Dio benedica e faccia prosperare 
sempre più, a gloria Sua e a salute di molti. L'ab- 
braccio, ove il minor s'appiglia (2). 

Il suo Manzoni. 

(i) Da una letlera d'una figlia del Manzoni all'Antonietta Bec- 
caria tolgo il seguente brano : « Papà vorrebbe scrivere allo zio 



— 136 — 

« (Giulio Beccaria) per informarlo d'un grande avvenimento acca- 
« duro questa notte ; ma come si sente un po' stanco , non es- 
« sendo andato a letto, mi ha incaric ata di scrivere per lui. Fi- 
« gurati che la nostra povera ammalata , a gran maraviglia di 
« tutta la casa, si è liberata questa notte di tutti i tumori, met- 
« tendo alla luce una bella bambina, che, poveretta, è già diven- 
« tata un angiolo , non essendo campata che nove o dieci ore. 
« Siamo stati tutti alzati, tutta la notte , in preda a una grande 
» inquietudine, poiché come non si sospettava niente di questo 
« genere, si aveva creduto che la povera ammalata fosse in uno 
« stato molto cattivo. Le avevano fatto tre salassi, e ieri sera 
t( le eran presi dolori così violenti, che ha voluto confessarsi a 
« mezzanotte. Il Proposto e il Dottore sono partiti dopo le 12, 
« e circa un'ora dopo la creaturina era già al mondo. Puoi bene 
« immaginarti la confusione di tutta la casa questa volta ! Siamo 
« passati dall' inquietudine di un male grave , e senza rimedio 
« (poiché il Dottore disse un' ora prima che era una colica al- 
« l'utero), alla consolazione di vedere che tutto il male era sva- 
« nito in un momento ! » 
(2) Dante, Tiirgalorio; VII. 



274. 
Agli alunni del Seminario di Trento (i). 
Pregiatissimi Signori, 

Milano, IO maggio 1845. 

Una ec:essiva indulgenza non ha permesso alle 
Signorie Loro di rammentarsi, che ciò che non si fa 
intendere non merita di essere inteso. Nello sciagu- 
rato verso^ di cui mi chieggono cosi gentilmente ia 
spiegazione, io ho voluto, e non ho saputo, esprimere 
r iniproperium Chrisii dell' Apostolo. 



- 137 — 

Non posso, in coscienza, accettare le troppo cor- 
tesi loro espressioni; ma accetto, con vera gratitu- 
dine, la benevolenza che le ha de-Uate, e tengo tutti 
Loro Signori in parola per le preghiere, che fanno 
la carità di promettermi. 

Gradiscano 1' attestato di cordiale ossequio , col 
quale ho l'onore di dirmi delle Signorie Loro 

UmiL devot. servitore 
Alessandro Manzoni. 



(i) Nel sopraccarta è indirizzata Al Tregiatiss. Signore Leonardo 
'Bertolaiii nel Seminario Vescovile di Trento; essendo questi il 
primo sottoscritto nella lettera, colla quale , insieme cogli altri 
studenti di teologia di quel Seminario , interrogava il Poeta in- 
torno al senso delle parole : disojior del Golgota, 



275. 

Alla figlia Malilde (i). 
Chère et bonne Mathilde, 

Ce 19 yd'n 1^4;. 

Rien ne pouvait ajouter à la consolation^ que me 
donnent les bonnes nouvelles de ta sante, si ce n'est 
de les recevoir de toi-mème. J'espère pourtant en re- 
cevoir bientót de meilleures, e: de la meilleure ma- 
nière, c'est-à-dire de ta bouche. Je voudrais pouvoir 
t'en donner d'également consolantes de Thérése; mais 
ils'en faut, que la guérison avance aussi rapidement, 
que nous le souhaitons. Ne cesse pas de prier Dieu 



pour clic, [e ne puis te parler, qac de hi pan qu'elle 
prendrait à ton rétablissemcnt, car, sachant combieii 
la noLivelle da dérangement de ta sauté lui aurait 
donne d'inquiétude, et combien toute inquiétnde Ini 
est nuisible dans son état, j'ai dù m'abstenir de lui 
cn parler. 

Presente , je t'en prie, à Madame la Mère Supé- 
rieure, et à toutes les autres respectables Mères, qui 
veulent bien prendre tant de soins de ton àme et 
de ton corps, mes humbles respects , et l'expression 
d'une reconnaissance, qui, je l'espcre de la mìséri- 
corde infinie de Dieu_, ne cesserà pas avec la vie 
présente. Toute la famille (Don Giovanni (2) en est, 
comme tu sais) te dit les choses les plus affectueu- 
ses. Adieu, ma chère fille, et à jeudi, j'espére. Que 
notre Pére veuille bien ratifier la bcncdiction, qire 
te donne ton pauvrc pére 

Alexandre Manzoni. 

(i) Nacque a Milano il 15 luglio 1830; mori a Siena ii 30 
marzo 1856. 

(2) Don Giovanni Ghianda, più volte ricordato. 



276. 

^11 a C\CarcJjcsa Luisa T>'A:(_eglio^ a Pisa (i). 
Chcre niéce et admirable amie, 

MlLiM, 19 juin 1815. 

Ne vous effaroachez pas: ce n'cst point pour vous 
parler de vos bontés, et de mes obligations, que je 



— '39 — 
prends la piarne; bien aa contrairc, c'est pour ajouter 
à celles-ci, et pour user et abuser de celles-là, comme 
vous m' y avez accoutumé. Oa me fait une avanie 
crucile dans cette Toscane, que j'aime tant ; et j'ai 
pensé à vous j)Our me procurer du secours. Voici 
d'abord le fait. Grossi, qui, par parenthèse, vous dit 
tonte sorte de bonnes choses, ainsi que sa famille, 
m'a apporté un catalogne de livres , où j'ai In : 
Manzoni, / Promessi Sposi. Firenze, (Le Monnier); 
un voi. in-i2. — Inutile de vous dire quel dommage 
cela me cause ; et pour en obtenir la réparation, je 
n'ai d'autre moyen, que de recourir aux tribunaux. 
Mais où donner la tète, pour trouver un avocat, au- 
quel je puisse confìer une cause en pleine assurance, 
moi absent , et qui n'en connais ancun ? Vous n'en 
connaissez peut-ètre pas plus que moi ; mais vous 
n'avez qu'à parler, pour que Fon vous en fasse con- 
naitre. Adressez-vous à Giusti, à qui j*ai cu un mo- 
ment la tentation de m'adresser directement moi-mème, 
mais j'ai craint que l'indiscrétion ne fùt pas trop Forte. 
Je suis. sur qu'il trouvera ma cause bonne, et que , 
pour la trouver telle, il n'a pas besoin de se souve- 
nir du tour, bien plus sanghnt, que la contrefacon 
lui a joué. 

Vous saurez que ce mème M' Le Mounier m'écri- 
vit, en janvier 1843, pour me demander de consentir 
à la réimpression de mes deux soi-disant tragédies, 
dans un recueil qu'il entendait publier. Je refusai. 
Il répliqua qu'il était extrèmement fàché de me con- 
trarier, mais qu'il avait pris des engagements, et que 
la Convention pour la proprietà littéraire n' était pas 
appliqnable aux ouvrajes qui avaient pam avant elle. 
Il se trompait; mais pour l'cn convaincre, il m'a fallu 



- 140 - 
presentar une requète au gouvernement de Milan, 
pour qu'il fit à Florence les démarches nécessaires 
pour empècher certe publication : ce qui fut fait et 
avec un plein succès. Alors M'' Le Mounier m'ccri 
vit pour protester de sa bonne foi. Je lui répondis, 
que ]z n'en doutais pas; je ne pourrais, certes, lui en 
dire autant à présent. Il revint aussi à la première 
demande , en m'oftrant une indemnité. Je refusai 
de nouveau. 

Vous saurez encore, que dernièrement il était en 
train de contrefaire le Marco Visconti, et que le gouver- 
nement de Milan , qui en fùt informe , à l'occasion 
d'une autre réclamation , écrivit à Grossi , pour lui 
demander si c'était de son consentement ; mais il 
l'avait expressément refusò à un libraire d'ici , qui 
le lui avait demandò , au nom de M"" Le Mounier. 
Mais , comme vous voyez , je ne suis plus à temps 
de prendre cette voie, puisque la contrefa^on a déjà 
paru. Ainsi, ma chère et paticnte nièce, je vous prie_, 
les mains jointes , de me trouver un avocat hon- 
nète et ferme, qui veuille se charger de ma cause (2), 
et de m'envoyer son adresse, afin que je puisse lui 
adresser une procuration en bonne forme, que Grossi 
brulé de rediger. Pardon de tant d'ennui, et de tant 
d'embarras. Mais, vous aussi, pourquoi ètes-vous si 
bonne? La preuve que j'ai tout-à-fait oublié, que je 
pourrais avoir quelque chose à vous dire à propos 
de ma Victoire , qui est aussi notre Victoire , c'est 
que je ne songe mème pas à vous prier de l'embras- 
ser pour moi. Au fond , que faites-vous pour elle ? 
Rien ; vous l'avouez vous-mème. Voila oìi vous 
nous avez réduits : à recourir à l'ironie pour vous 
exprimer la plus vive et la plus profonde reconnais- 



— 141 - 
sance. Adieu, ma chère et boiiiie nièce ; recevez les 
salutations, les voeax et... j'allais encore dire les re- 
merciments de toute ma famllle, et en particulier de 
votre dévoué et bien affectionné onde 

Alexandre Manzoni. 

(i) Luisa Iviauraari in prime nozze ebbe per marito Enrico 
Blondel, che mori nel fiore degli anni, consunto da una terribile 
malattia. La Luisa ne senti tale dolore, che tentò di avvele- 
narsi. Massimo D'Azeglio dopo pochi mesi che era rimasto ve- 
dovo delia Giulia Manzoni, innamoratosi di lei, andò a sposarla 
in terra tedesca, essendo essa protestante. Non accordandosi nel 
carattere , presto si divisero , conservando però insieme un cor- 
diale carteggio. 

(2) Presero le difese del Manzoni l'avv. Leopoldo Galeotti , il 
prof. Giuseppe Montanelli, 1' avv. Marco Tabarrini e 1' avv. Giu- 
seppe Panattoni. Il Hbraio Le Monnier ebbe a difensori gli av- 
vocati Vincenzo Salvagnoli, Ferdinando Andreucci, Adriano Mari, 
Celso Marzucchi e il prof. Girolamo Boccardo. La causa fu agi- 
tata a Firenze il 46 nel Tribunale di Prima Istanza, e il 60 alla 
Corte d'Appello, dalla quale il Le Monnier fu condannato a pa- 
gare al Manzoni trentacinquemila lire. 



277. 
Alla Signora Emilia Luti (i). 



Pregiatissima Signora Emilia, 



Milano, 2) luglio 1845 
proprio il giorno della sua partenza. 



Secondo il solito, le parole che dovevo 

domandarle, mi sono venate in mente, quando Lei 
non era più qui, e nemmeno a Milano. 



- 142 — 

Quello che noi milanesi chiamiamo ripiano della 
scala^ e segnatamente quello che si trova tra due 
nudate (altra parola milanese), e non a capo scala, 
si dice ripiano o piaueroitolo ? e se 1' uno e T altro , 
qual'è il più comune? O ne Tuno, o ne l'altro? E 
le andate suddette, si dicon ranii, o branche, o che 
altro ? ^ . 

Se non è più che sicura, oso pregarla di scrivere 
a Firenze. Tante scuse, tanti auguri di buona cani- 
pagna 

Senza formole di cerimonia 

Suo devotissimo 
Alessakdro Manzoni. 



(i) Aia delle figlie del Manzoni; e, per esser toscana, sua con- 
sigliera in fatto di lingua. 



278. 

o^ Giuseppe Giusti, a Pisa. 
Ceppino mio, 

Milano, 17 novembre 184J. 

Zitti, e ho ragione io. Lo stampatore che aspetta, 
e la coscienza, la quale dice che gli si fa danno a 
farlo aspettare; e il dovere scartabellare dieci libracci 
per correggere un periodo ; e lo spendere ore nel 
cercare una maniera, e poi un'altra, e poi un'altra, 
di raddirizzare una gamba ; e accorgersi finalmente 
che è una gamba di cane, e, volendo farne una di 



- 143 — 
cristiano, trovar che non s*" adatta al corpo della 
bestia; questi e altri simili divertimenti, da far man- 
dar tutto alla malora, se non ci fosse lo stampatore 
e la coscienza, m'hanno tenuto legato dal doloroso 
4 d' ottobre in poi (i). E ora che respiro un poco, 
e vorrei profittarne subito per iscriverti, crederesti 
che questo scrivere mi fa anche un po' di rabbia? 
Pensa che son qui in questo nicchiotto, che pur troppo 
per te è diventato codeslo; e che prendendo la penna^ 
per far che? per trattenermi col mio Giusti, subito 
r occhio mi corre a quell'uscio, dove io vedevo af- 
facciarsi un caro viso, sul quale la bontà e la ma- 
lizia fanno la pace , e l' ingegno e il core ci fanno 
baldoria insieme , cioè il Giusti davvero ; col quale 
ho provato cosa sia il trattenersi davvero: e vedi 
quanto ci corra da questo a gingillar colla penna 
sulla carta. Mi dà a un di presso quella soddisfa- 
zione, che dava a maestro Adamo il rammentarsi 

I ruscelletti che da' verdi colli 

Del Casentin discendon giuso in Arno, 

Ma poiché, per ora, non si può far altro che scri- 
vere , scriviamo. Le notizie che mi domandi, te le 
posso dare in parte quali le desideri. Mia moglie è 
andata sempre migliorando, di maniera che ora oso 
dire, che l'è in convalescenza. Ma pur troppo Vit- 
toria mi s'è messa a letto da qualche giorno , con 
una febbre reumatica, che non minaccia nulla di se- 
rio, ma che deve fare un certo corso. Non è timore, 
ma puoi immaginarti il dispiacere. La notizia, che 
mi dai tu, d' un lavoro intrapreso , mi fa un gran 
piacere, anche per riguardo alla tua salute, giacché 
in quest'arte son vecchio, e so per prova che son cose 



- 144 - 
che richiedono piuttosto occupazioni, che rimedii. 
È poi inutile dirti che piacere mi fa anche la cosa 
in se. La poesia era una gran signora, che aveva di 
molti poderi; ma ora, una parte n'ha persi, e per 
altri, v' è de' cattivi segni. La bucolica, ch'era un 
buon poderino, (e che musi di lavoratori ha avuti !), 
s'è smessa di coltivare per la prima, e, ho paura, 
per sempre. L' epopea è sempre in titolo , ma con 
questo, che il coltivarla, sia un lavoro sovrumano, 
un' impresa temeraria; e il posseder le cose in que- 
sta maniera mi par quasi un non accorgersi di non* 
averle più. La drammatica, s'è, si può dire, smesso, 
per buoni ragioni , il metodo vecchio di coltivarla ; 
ma quando si sarà trovato il nuovo , mi farai un 
gran piacere ad avvertirmene , se sono in questo 
mondo. Ora la signorona vecchia, che non vorrebbe 
rimanere con nulla al sole, e' si trova avere ancora 
del capitale, cosa fa? Dice a' suoi lavoratori: Dia- 
volo! che nessuno di voi sia capace di trovare un 
terreno nuovo da dissodare, e farmene un nuovo po- 
dere? Quanti l'intendono, o quanti la possono in- 
tendere? Non so; so che tu sei stato uno. Dunque 
lavora, che fai sul tuo; e accresci l'entrata della pa- 
drona, agi' interessi della quale prendo una gran 
parte, anche per il gran bene che le ho voluto in 
gioventù (2). 

Ora , il mio carissimo foglio , stante che tu non 
sei il Giusti, devi sapere che io non trovo con te 
quel gusto insaziabile di trattenermi. E al mio Giusti 
mando un bacio, come posso, e dietro al mio (giac- 
ché voglio profittare dell'essere io quello che scrivo) 
un gruppo di baci, cioè quello di Pietro , di Filip- 
po (s), di Don Giovanni (4), di Torti, di Grossi, di 



— 145 — 
Rossori. E il bel sesso , che non ti manda niente ? 
Si: strette di mano di mia moglie, e di Vittoria, la 
quale mi dice che, essendo stata la prima a cono- 
scerti , ha diritto d' esser rammentata più espressa- 
mente degli altri. Tu rammenta al nostro Gino (5) 
la mia affettuosa reverenza; al Giorgini , al quale 
scriverò appena ch'io abbia un altro momento libero, 
un bacio e un tu, in cui ci sia tutto: al Montanelli 
raccomanda me, non il mio affare, che non n'ha bi- 
sogno (6). E tu, mio caro e buon Geppino, voglimi 
bene in fretta, perchè son vecchio, e non c'è tempo 
da perdere. 

Il tuo Manzoni. 



(i) Nell'agosto di quell'anno il Giusti, insieme con G. B. Gior- 
gini, si recò alla Spezia a salutare la marchesa Lui§a D'Azeglio, 
e la Vittorina figlia d'Alessandro Manzoni. « Andai senza baga- 
" glio (lo racconta il Giusti stesso in una lettera a Enrico Mayer), 
" senza esser provvisto di nulla , e non ostante quelle signore 
e tanto fecero, che così ignudo, bruco e sfiaccolato, mi strasci- 
" narono a Genova e a Milano. Là sono stato un mese in casa 
'< Manzoni, che mi .volle suo a tutti i patti, e mi colmò di gar- 
« batezze. Non ti dico a lungo di quell'uomo, perchè mi fa male 
" tuttavia il pensiero d'esserne lontano «, Il doloroso 4 ottobre, 
dì cui parla il Manzoni , fu il giorno in cui il Giusti e il Gior- 
gini vennero via da Milano. 

(2) È noto che il Manzoni ebbe dalla natura un' attitudine 
grandissima a scrivere componimenti di genere satirico, ma che 
air infuori della sua prima giovinezza non vi consacrò più l' in- 
gegno, con danno gravissimo della nostra letteratura. 

(3) Figh del Manzoni. 

(4) Don Giovanni Ghianda. 

(5) Il marchese Gino Capponi. 

(6) Il prof. Giuseppe Montanelli, come si è detto, unitamente 
ad altri avvocati, avev^a preso a difendere il nostro Alessandro 
nella causa contro il Le Monnier. per la ristampa de' Prome^ri 

Ej'inolario. Yo], li. jq 



— 1^6 — 

Sposi. L'anno oppresso mnndò fuori questo opuscolo : Inforno alla 
riproduzione delle opere stampate prima dilla Leo£;e sulla Tropridà 
letteraria pubblicata in Toscana il ly decembre 1S40 , ,Jllcgaiione 
del professor Giuseppe Monta\m:lli a favore di Alessandro D^Can- 
loni. Livorno, tipografia di F. e G. Mcucci, 1846; in-8 di 
pagg. 54. È sottoscritta dall' Avv. Giuseppe iMontancUi estensore, 
à-AVAvv. Marco Taharrini e dal Di//. Francesco Uccelli Procuratore. 



279. 

Allo stesso. 



Caro Ceppino, 



20 Jiccmbre i8-i>. 

E io ti dico che le chiacchiere^ principalmente co- 
gli amici, e principalissimamente con gli amici come 
te , mi piace di farle, e non di scriverle. Vedo che 
sei per dire: Dunque .... ma non te lo lascio dire, 
perchè sarebbe una conseguenza iniqua. Mi conosci, 
e non sai che son pieno di modestia ? e che , per 
conseguenza, è allo scrivere solamente, non al leg- 
2:ere, che ho ripuiinanza? E credo che saoni anche, che 
non manco di buon gusto: di questo non so se tu 
veda subito la conseguenza. A buon conto, te la dico, 
ed è che sono a latto pasto (frase milanese), quando 
mi capita di legger roba tua , versi o prosa. Dun- 
que (ecco il vero dunque) quando hai qualche mo- 
mento da perdere , scrivi al tuo Sandro ; e se non 
rispondo subito, pensa che lo fo per modestia; non 
per pigrizia ve. 

Intanto, dove manca la lettera morta, suppliscano 



- I-I7 - 
le due lettere vìve, le quali soao bensì contento che 
vadano a Pisa, ma malissimo contento che partano 
di qui (i). Solita concordia dj' desideri umani ! Esse 
li diranno, e meglio di me, ciò che ho a dirti da 
parte mia, de' miei, e degli amici. La sohi cosa, che 
riservo a me, e un abbraccio stretto stretto. 

Il tuo Manzoni. 



(i) La figlia Vittorina, e la Luisa Blondel, moglie di Massimo 
D'Azeoflio. 



280. 
^iirAh. Don Giovanni Ghianda, a odiano. 
Don Giovanni pregiatissimo, 

Lesa, 14 ottobre 1846. 

La ringrazio d' aver pensato per me, che tra Mi- 
lano e Lesa non ci doveva essere un solo mezzo di 
trasporto. L' acque e la magnesia arrivarono tanto 
desiderate quanto inaspettate. E la ringrazio non 
meno delle buone notizie che mi dà di Verano, per 
semplice induzione bensì, ma per un'induzione fon- 
data, e della quale spero di ricevere presto la con- 
ferma. 

Non Le so dire quanto mi sia dispiaciuto di sen- 
tire che il signor Newman (i) parta da Milano più 
presto di quello che io credevo. Il veder che mia 
moglie comincia a profittar davvero di quest'aria, 
non mi permette d' anticipare il nostro ritorno. Al-. 



- '^^ - 

meno son certo, ch'Ella avrà parlato al gran ncofito 
anche della mia profonda e tenera venerazione, della 
premura con la quale spiavamo e contavamo in- 
sieme i suoi passi verso la Chiesa , e deli' immensa 
consolazione che abbiamo provata al sapere, che Dio 
ce Taveva vittoriosamente attirato, e cosi amorevol- 
mente accolto, per sua salate, e in ^rdi/ìcationcin jiiid- 
ìorum, iniiltorum, multoruin. 

Per non moltiplicar lettere. La prego di dire o 
di far sapere a Pietro, che il Galliani mi si racco- 
manda di nuovo per avere un po' di terreno, tanto 
più che nella gita, che fece a Milano , riseppe che 
altri ne avevano avuto. Spero fermamente che ce 
ne sarà anco per lui, e prego Pietro di darmi qual- 
che riscontro in proposito. È inutile eh' io Le rac- 
comandi Filippo. Gradisca i, saluti di Teresa e di 
Stefano, e si rammenti di chi, senza formole di ce- 
rimonia , ma con la più cordiale stima e ricono- 
scenza si dice 

Suo dev, e aff. 
Alessandro Manzoni. 



(i) Giovanni Enrico Newman, nato da un banchiere di Londra 
nel 1801, studiò con molto onore a Oxford, venne ordinato Mi- 
lìistro , fu Curato di S. Maria nella stessa città , e si guadagnò 
luna di valente predicatore, soprattutto tra la scolaresca. Benché 
sul principio appartenesse alla confessione evangelica , abbracciò 
i principii religiosi del dott. Pusey , e gli divenne operosissimo 
aiuto nel fondare la nova setta, alla quale costui dette il nome. 
Frattanto intorno al Newman avvenivano numerose conversioni 
ni cattolicismo ; egli resistè lungamente,- mi poi in un viaggio a 
Roma fnii coH'ascrivcrsi alla Chiesa Romana, e nel 45 vi fa ri- 
vestito dell'ordine sacerdotale. Apologista, oratore sacro, letterato 
ed erudno, molte sono le opere che ha scritto. Particolarmente 
nota in Italia è la sua Callista, storia del ter^o secolo ; ronian;^o 
Storico sul frenerò d.-lli F'^lioìii del Wisem.-^ri. 



-^ 149 -^ 
281. 

All'Ai), tjhiloìiio Rosinirii, a Stresa. 

Lci;i, 13 novembre iS^G. 

Il cattivo tempo de' giorni passati non m'ha per- 
messo di fare una gita a Siresa ; e la poca fiducia 
nella durata del buono ci ha determinati a partir 
dom.ani , per non trovarci al punto di dover viag- 
giare in una giornata rigida, che sarebbe pericolosa 
per la salute di mia moglie. Saluto dunque il mio 
Rosmini come posso, con la penna e col cuore. Spero 
d,i rifarmi Tanno venturo, se Dio mi lascia al mondo: 
e non perdo neanche la speranza di vederla per 
qualche momento, quando Ella passi per Milano. 
Intanto si ricordi di me , e non mi ritiri la carità 
delle sue preghiere. Teresa e Stefano si raccoman- 
dano pure, con quell' affettuosa venerazione eh' Ella 
conosce. Riverisca per noi madama Bolongaro e l'a- 
bate Branzini (i) ; e, per me in particolare, il professor 
Toscani, e quel giovane di belle e sante speranze, 
ch'Ella m'ha fatto il piacere di farmi conoscere. E 
già Lei sa, che io fo assegnamento su tutto l' Isti- 
tuto ; ed è per me una ragion di più di ringraziare 
il Signore del dono immcritatissimo, che m'ha fatto, 
di potermi dire amico del fondatore. 

Il suo Manzoni. 

(1) Giovambattista Branzini, sacerdote di Stresa, fu cappellano 
di Anna Maria Bolongaro, e coiiipagno e aiuto a lei nelle molte 
opere di beneficenza che fece. Per la rara bontà del suo cuore 
meritò l'affetto del Rosmini, e riuscì caro al Manzoni, 



^ 1^0 -'- 



282. 

j4l1 Aìcss..ì:di'0 Ma}i:^Oìii, a i\Cilaìio. 

Stresa, 11 iiovciiibrc iS;'-'. 

Slanidltìna ììi'iìicaìiiiìiinavo verso Lesa, ed ecco un nomo 
che mi consegna il vigl ietto che in annun:(ia la parten:(a 
di 0\Can:ioni, e mi fa dar volta : ieri non in era mosso, 
in aspetia:^ione appnnto di D. Alessandro , che si spe- 
riiva a pranzo con sua moglie in casa Bolongaro, sulla 
parola, a dir vero, d'un cjl:(olaio: e ter l'altro, mentre 
eia pronto il legnetlo chi dovea condurci da Lei, l'Abate 
T)ran:(ini , che volea accompagnarmi , ritardo l' andata ' 
fino a passata V ora opportuna : il cattivo tempo de* 
giorni precedenti impedì a me, come a Lei pure, la gita 
desiderata. Così (parlando dal tetto in giù, colla solita 
distin:(ione dell'uso, la cui autorità si stende, ragione o 
torto, tanto al di la della lingua) mi convien dire d'es- 
sere stato disgraziato, essendomi tolto di dire buon viag- 
gio e d'ahbraccii'iTC ancora una volta il mio amatissimo 
Man:(^oni. 

Mi resta la cara speranza di quel compenso , che 
lilla gentilmente promette a se stessa l'anno venturo, e 
questo poi lo spero proprio dal tetto in su, dove le no- 
stre povere grammatiche debbono prendere il tempo fu- 
turo , se non vodiono s-yranimaticare. Col as sii ancora 
io l'avrò presente anche lontano, mio carissimo D. Ales- 
sandro , e confido di esserle del pari presente ; e mi è 
tuttavia dolce il pensare che, per soprappi ii, forse ancor 
prima del nuovo autunno l' abbracci ero, non in ispirilo 
solamente, se pur è vero quello che mi scrive, che l'Im- 



- 151 — 
peratore ha approvato la fondazione d'ima Casa dell' I^ 
stitnto della Carità in Verona, nel qiial caso avrò oc^ 
iasione di passar per Milano. 

Per altro Ella è membro nato di questo Istituto, come 
lo provano [qualor anche mancassero altre prove) le nU 
lime linee della cara sua lettera, dettate da una carità 
che omnia credit, e che non cogitat malum; e, quan- 
tunque per questa sì bella cdcrione s' inganni , tuttavia 
Congaudet veritaii , perocché non ogni errore toglie il 
gaudio della verità. D^Cìdania Bolongaro , VAb. Bran- 
zini, il P. Toscani, e il giovane Setti sono riconoscenti 
della memoria che fa di essi. Ed io La prego di ricor- 
dare la mia gratitudine alla signora Contessa Teresa , 
ed al Contino Stefano, e di non credermi già ne dirmi 
quel che non sono , ma bensì quel che sono tutto suo 
amico di cuore 

Antonio Rosmini. 

P. S. avendo fatto sapere a' miei buoni Noviiii che 
Ella fa assegnamento su tutto Vlstituto , questi si co- 
municheranno air indomani per raccomandare Lei e la 
sua famiglia, e son certo che lo faranno con fervore per 
V Autore degli Inni con tutto il resto ; e lo stesso fa- 
ranno queste nostre Suore. Guai consolazione per essi 
e per esse (^ non per essi e per esse solamente) se nella 
nuova edizione delle Opere varie agli altri Inni s'ag- 
giungesse il Corpus Domini_, e alle Osservazioni sulla 
Morale Cattolica nudlo che Ella meditava di ai^JÌnn- 



- 15» — 

283. 
o^ Giuseppe Giusli. 

Mio caro Geppino, 

Milano, 14 dicembre 1846. 

S'io credessi che il mio indegnissimo silenzio po- 
tesse continuare a procurarmi di codeste lettere, ho 
paura che tirerei avanti cosi. E a questo proposito 
ti racconterò una storiella, che in sé è da ridere; ma 
per me c'è sotto del malinconico, come pur troppo 
in tante altre mie storielle. Molti e molti anni fa, 
essendo in campagna, s'era andati a fare una visita, 
insieme con la mia povera Giulietta, che poteva 
avere sette o otto anni. Essendo rimasta indietro un 
momento in una prima stanza di quella casa, si vide 
venire incontro un cagnaccio, Bono in fondo, e che 
non voleva altro che farsi accarezzare ; ma la po- 
verina n' era tutta spaventata. Visto poi venire un 
servitore, si consolò, e lo pregò che mandasse via 
quella bestia ; ma lui si fermò , e non se ne dava 
per inteso, mentre lei badava a dirgli: caro tale, 
caro tale, aiutatemi, mandate via questo cane. Si 
sentì la voce supplichevole , si corse , si scacciò il 
cane, e si domandò al servitore perchè non avesse 
liberata quelhi povera bambina. E lui (senti che 
bella risposta) : È cosi graziosa, e mi dava tanto pia- 
cere ci dirmi caro, caro, che non sapevo risolvermi 
a farla finire. Ma il tuo servitore non è tanto baggèo 
da non riflettere, che la voce di Geppijio alla fin fine 



— 133 -^ 
si stancherebbe, e lui sarebbe messo da una parte 
come si merita, non per il cane certamente, ma per 
la sua inescusabile e incredibile infingardaggine. E 
poiché, per non far cessare codeste preziose letterine 
ci vuol qualche letteraccia , eccotene una. Perdona 
al tuo Sandro , e accetta il suo pentimento , quan- 
tunque sia un pentimento interessato e d'attrizione. 
E del resto , 1' hai mortificato bene con quel cam- 
biarlo in Sandra. Che fai le viste di non intendere, 
che chiamare uno crudele, nemico e ingrato con te, 
è dar2:li di ciuco ? 

Così avessi potuto sentir la tua voce davvero a 
Nervi ! Ci fosti col desiderio, dici tu ; ma e' è biso- 
gno di dirti, che c'eri anche nel desiderio di tutti? 
altra frase del cassone ; ma c\\q. non ci sarebbe , 
se non s' adoprasse qualche volta, perchè si sente 
davvero ciò che essa esprime. Che il cassone non 
è tanto pieno di roba cattiva, quanto di roba rubata. 

Sono, anzi siamo, ancora a denti asciutti del tuo 
discorso sul Parini. Ho sentito dire, che chi l'ha letto 
l'ha trovato bellissimo; ma questo sapevamcelo, come 
dice il Davanzati: quello che desideriamo di vedere, 
e che spero vedremo presto, è in che maniera sia 
bellissimo. Torti , Grossi e Rossari hanno fatto il 
viso modesto, quando gli ho parlato della dedica (i); 
ma siccome sono modesti davvero, vale a dire sin- 
ceri, cosi non vogliono che ti nasconda che l'hanno 
ricevuto come un carissimo pegno d'amicizia, e un 
onore distinto. E l'ultimo, che occupato da vent'anni 
in un faticoso impiego, non ha potuto dar prove 
pubbliche del suo ingegno, mi dice d'aggiungere che, 
oltre r onore del nominarlo , ti ringrazia di quello 
che gli hai fatto mettendolo in cosi buona compagnia. 



Credo che veJrai spesso un certo prof. Giorgini: 
salutalo da parte mia ; e siccome mi si dà per si- 
curo che abbia preso moglie, incaricalo di fare i 
miei rispetti alla sua signora, che ella accetterà be- 
nignamente , se, come mi si dà per sicuro ugual- 
mente, è una buona donnina. 

Ceppino ,- veglimi bene: scrivi; e farò anche il 
faccione d'aggiungere : scrivimi. Ricevi i saluti e gli 
abbracci di tutti, e il più stretto del tuo 

Alessandro Manzoni. 



(i) 11 Giusti scriveva al Manzoni il 20 novembre: « Dirai 
« a Tolti, a Grossi e a Rossari che gradiscano la Dedica di quelle 
« cinquanta pagine sul Parini, messa li senza loro saputa, perchè 
-' la gratitudine e l'amicizia non hanno bisogno di chiedere il 
(( permesso per dimostrarsi >. 



284. 

All' Ab. Antonio Rosmini, a Slresa. 
Veneratissimo e carissimo Rosmini, 



Milano, I febbraio 1847. 

Vengo a chiedere, con la solita libertà, e con la 
solita fiducia, le sue preghiere e quelle de' fortunati 
suoi figli per la mia Teresa, che, già da quindici 
giorni, è ammalata d'una infiammazione tracheale, 
e ha già avuti due salassi, senza un giovamento 
notabile, o almeno durevole. Essa e Stefano uniscono 



- '55 - 
le loro istanze alle mie. Voglia il Signore, che pos- 
siamo ringraziarlo lietamente costì : o piuttosto ci 
faccia volere ciò che avrà voluto. Cosi sentissi que- 
sto, come lo penso, e come lo sente la mia Teresa. 
A ogni modo, preghi, e continui a volere un po^ di 
bene a chi gliene vuol tanto, che non può parago- 
narlo se non con la stima. 

11 suo AL\Kzoxr. 

Ci rammenti anche a Madama (j) e all'abate Bran- 
zini. 

(i) Anna Maria Boiongaro. 



28;. 

ÀI Padre D. Francesco CaLuìdri C. R. Soniasco, 
Proposto dd Collegio di S. Antonio^ a Lugano. 

Mio reverendo Padre , 

Milano, 12 febbraio 1847. 

Ho ricevuto ieri la pregiatissima e cordialissima 
lettera, ch'Ella mi ha fatto l'onore di scrivermi il 
26 del mese scorso. Vostra Paternità non poteva in- 
gannarsi nel credere, che non vedrei senza dolore il 
fatto, di cui mi annunzia la probabilità; cioè che al- 
cuni versi della mia prima gioventù possano venir 
citati in uno scritto diretto contro il Collegio, a cui 
Ella presiede (i). Aggiunge poi, che, non potendo, 



^ .56 ^ 

come parte interessata, farsi interprete di questo mìo 
sentimento , ha pensato di rivolgersi a me , perchè, 
se è tale, io voglia confermarlo. Il dispiacere , anzi 
il pentimento d'avere con cosi avventate e arroganti 
parole, oltragsjiati in monte i Religiosi miei istitu- 
tori (e sarebbe vivissimo anche se si fosse trattato 
d'uno solo) è, grazie al cielo, oramai antico in me; 
e fino dai primi tempi in cui il Signore , per sua 
ineffabile misericordia, m'ha ridonata quella fede che 
aveva miserabilmente ripudiata, m'era nato anco il 
dubbio, se non fossi in dovere di manifestarlo pub- 
blicam.ente. Ma, da una parte, l'essere quelle parole 
indeterminate e in sostanza insignificanti (giacché 
l'ingiurie non significano altro che la passione); e 
dall'altra l'essere que' versi allora quasi dimenticati, 
e , come pareva , per la strada di cadere affatto in 
dimenticanza , mi fece pensare che non ce ne fosse 
bisogno. Dacché poi è piaciuto a diversi stampatori 
di disotterrarli, il dubbio mi è tornato più volte ; e 
la sua lettera lo trovò sopito , ma non estinto. Il 
pericolo, di cui essa mi avverte, l'ha cambiato in ri- 
soluzione. 

Vostra Paternità mi dice che la mia risposta , 
quando sia conforme alla sua aspettativa, e quando 
questo sia il mio desiderio , non vedrei la luce se 
non in caso di necessitcà. Mi permetta di non accet- 
tare questa condizione. Il male, come devo final- 
mente convincermene , non e tanto ncll' uso che si 
possa fare di quelle mie infelici parole, quanto nelle 
parole medesime; e non si tratta di disdirle in un'oc- 
casione particolare, ma di rifiutarle assolutamente. 
La prego dunque di voler dare immediatamente pub- 
blicità a questa lettera^ che scrivo a questo solo in- 



- 't7 - 
tento, e confidando che vorrà aiutarmi ad adempire 
un dovere, di cui mi ha fatto accorgere. Per quanto 
sia forte ia ripugnanza che pur vorrebbe farsi sen- 
tire, del parlar di me per condannarmi, diventa, 
grazie al cielo, un nuovo stimolo, poiché e troppo 
più che compensata dalla ■ consolazione di non por- 
tare almeno intero al gran giudizio, a cui m' avvi- 
cino, il carico d'ingiurie dette a piìi che fratelli. 

Voglia farmi la grazia che Le chiedo istante- 
mente, e gradire l'attestato di profondo e affettuoso 
rispetto, col quale ho l'onore di dirmele 

Devotiss. servitore 
Alessandro Manzoni. 



(i) Alessandro il 13 ottobre 1791 venne messo dalla madre 
in educazione nel Collegio de' PP. Somaschi a Merate nella 
Brianza ; dove rimase fino all'aprile del 1796; in cui passò al 
Collegio di S. Antonio , che i Somaschi stessi avevano a Lu- 
gano ; da cui uscì nel settembre del 1798. Rimasto per bre/e 
tempo a Milano presso il padre, fu poi affidato alle cure de' PP. 
Barnabiti , che prima lo tennero nella loro casa a Castellazzo 
de' Barzi in vicinanza di Boffalora , e in appresso a Milano nel 
(Collegio Longoni, detto allora dei Nobili. 

« Nel 1863 (cosi scrive il sig. Felice Venosta a pig. 15 del 
« suo libro: Il M.mionij l'amico dtlla famiglia. M'ihno, Messaggi, 
'- 1875; ia-i2 ) il Manzoni trovandosi in Merate a passarvi al- 
- cuni giorni presso il Conte Berengario Balbiano di Belgioioso, 

volle visitare il Collegio nel giorno anniversario in cui vi era 
' stato posto dai genitori. Egli ricordava minutamente tutti i 
e -diversi locali di cui si compone l' Istituto , ed i posti da lui 
" occupati nella chiesa, nel refettorio, nei dormitori ; i siti prin- 
'< cipali dei dintorni, dove gli alunni andavano a passeggio, e 
« specialmente la statua di Ercole, in cima al viale de' cipressi 
" di casa Belgioioso, contro cui si divertiva qualche volta a get- 
« tare sassi. Ricordava ridendo un maledetto scopa:(j(on avuto da 
' uno dei prefetti del Collegio per una innocente biricchinrita. 



- ii8 - 

« Richiesto esplicitamente in quciia siia visita dall' attuah Rc- 
« tore se si riferissero al Collegio di Merate i noti versi : 

Né ti d'uà coni' io, nodrito 

In so^o ovil di mercenario armento, 
Gii aridi bronchi fastidendo, e il pasto 
'De r insipida stoppia, il viso torsi 
'Da la fetente mangiatoia, e franco 
t\C' addussi al sorso de V^iscrea fontana ; 

discepolo di tale 

Cui mi sarìa vergogna esser maestro, 

« egli, il Manzoni, alla presenza di parecchie persone ebbe a ri- 

« spendere che si riferivano ad un Collegio di Milano, e lo no- 

(( minò alla sfuggita. Soggiunse che in Merate i maestri erano 

« ottimi, -che però stavano troppo lontani dagli alunni, non ve- 

« dendoli che in scuola ; lasciandoli un po' troppo nel resto del 

« tempo abbandonati ai Prefetti , che erano pur Somaschi con- 

(f versi, e quindi mancanti di cultura, dueste notizie sul Collegio 

a di Merate le abbiamo dalla gentilezza dell' attuale Rettore , il 

« chiarissimo Don Giovanni Tovo, con lettera del 14 luglio 1873 

« da quella terra briantea. Egli pur volle favorirci una copia di 

« un biglietto di visita del Manzoni con autografo, spedito a 

« Merate l'anno 1871, in risposta di un complimento in o:ca- 

« siòne dell'anniversario di sua nascita. V. co:i concepito : 

,Ai Signori 

%eltore, Oi'Caestri e ,^dliinni 

del Collegio di Merate 

Alessandro Manzoni 

con la più sentita riconoscenza. 

« Il Collegio di Merate, per deliberazione di quel Consiglio Co- 
« munale, in data 2 luglio 1873 , ha assunto il nome di ^Ales- 
« Sandro V^anioni. Nel novembre del 1873 fu inaugurato nel- 
u l'atrio del Collegio medesimo un monumento commemorativo, 
« opera dello scultore C. Janucci. 

« Da quanto abbiamo esposto si vede come sia allontanato 
(I del tutto il dubbio, che taluni avevano, che la terribile allusione 
(f fosse rivolta all'ab. Galeazzo Scotti, meratese, autore di prose 
« e versi, che ebbero lodatori, e che mori Prefetto del Ginnasig 
« di Cremona ». 



- '59 - 

Cosare Cmv.ù, in una sua lettera dell'ottobre 1873, cosi scrive: 
« Manzoni in più occasioni mi parlò con compiacenza (come si 
« suole delle memorie infantili) degli anni passati nel Collegio 
(( dì Merate e in quel di Lugano.... Era poi uno spasso quando 
e mi raccontava le sue capestrerie nel Collegio di Lugano, dove 
« i suoi l'avevano tramutato allorché la procella s'avvicinava alla 
" Lombardia. Dcliziavasi soprattutto al ricordo del buon Padre 
" Francesco Soave. Qiiesti s' indispettiva quando Alessandrino , 
« invaso dalle idee allora irruenti, non voleva scrivere re e im- 
" pcratore e papa colle maiuscole. Teneva poi nella manica della 
« tonaca una sottile bacchetta, press'a poco (diceva) come quella 
« che fa i miracoli de' giocolieri ; e quando alcun di noi gli fa- 
te cesse scappare la pazienza, egli la impugnava, e la vibrava 
« terqiie quaterqiie verso la testa o le spalle del monello, senza 
« toccarlo ; poi la riponeva, e tornava in calma. 

« Manzoni rincrescevasi d'aver talvolta inquietato quel Padre, 
« che tanto fece, sebbene non sempre il meglio, per l'istruzione 
« della gioventù ». 

Il compianto Carlo Morbio (^4Iessaiidro Mammoni el i suoi au- 
toi^rafi, ricordi personali, notizie e studi. Firenze , Tipografia Edi- 
trice, 1874; in-8) parlando degli anni giovanili del poeta scrive: 
« nessun dubbio , che il so^o ovil di mercenario armenio , flagel- 
« Iato da Manzoni in memorabile carme, ed ove venne educato 
« sotto la disciplina de' Barnabiti, fosse 1' L e R. Collegio Lon- 
« gene, detto anche de' Nobili, in Porta Nuova, a Milano. Molti 

V anni più tardi , quando io vi fui alunno , perduravano tuttora 
e l'ignoranza ed il sudiciume, come a' tempi del poeta. La man- 

V giatoia ne era tuttora fetente ; sporco e grossolano il cibo , 
'( spesso cosparso da immondi animali, .. Il vino era sommini- 
« strato a centellini, e quasi sempre inacidito. E noi pagavamo 
« la lauta pensione di lire mille annuali I... I locali del so^o ovili' 
>( non avevano subito cambiamento importante dall'epoca in cui 
(( fuvvi il Manzoni ; così almeno assicuravano i vecchi del Col- 
« legio, che si ricordavano benissimo del vispo e caro D. Ales- 

;< Sandro o Lisandrino In quanto ad igiene , la località 

« dell'Imp. Collegio, come ai tempi di Manzoni, non poteva es- 
ce sere peggiore. Da una parte le fetide esala-^ioni del Naviglio, 
« durante 1' estate ; dall' altra i m.iasmi pestilenziali del limitrofo 
« Ospedale de' Fate bene fratelUf e delle loro preparazioni Tarma- 
le ceutichc », 



— i6o — 

286. 
A Federico Odorici, a Brescia. 
Pregiatissimo Signore, 

Milano, 8 marzo 1S47. 

Alle scuse che le ha fatto, in mio nome, il nostro 
Ugoni , devo aggiungerne delle nuove , per questo 
cosi tardo rispondere alla sua gentilissima lettera. 
Delle occupazioni pressanti^ e l' inquietudine in cui 
mi ha tenuto per lungo tempo la malattia d' una 
persona carissima , ne sono state la principale ca- 
gione. Dell'aver poi lasciato correre in una seconda 
edizione àoiV Adelchi, dopo l'avvertimento ch'Ella ebbe 
la bontà di darmi, quel mio avventato lamento sulla 
duplicità del nome di Desiderata^ non ha altra scusa 
che la mia scapataggine (i). 

La seconda sua lettera m'ofìre un nuovo favore. 
Certo, le Memorie dell'aspro e severo Fra Paolo (2), 
come lo qualifica il Ripamonti , avrebbero potuto 
somministrarmi delle indicazioni utili, se fossero state 
conosciute un anno prima. Però, interessanti per sé, 
devono essere senza dubbio in qualunque tempo , e 
quindi io profitterò dell' offerta gentilissima, ch'Ella 
mi fa, di comunicarmele, quando gliene capiti un'oc- 
casione, senza che si prenda l'incomodo di cercarla. 

Permetta che, insieme con queste scuse e con que- 
sti ringraziamenti, io le esprima anche il desiderio 
(li vedere quanto prima il frutto del suo nobile in- 



— i5: - 
gegno e de' suoi coscienziosi Livori ; e voglia accet- 
tarmi, quale con coriiale rispetto ho l'onore di dir- 
mele, 

Umil. dev. servitore 
Alessandro Manzoni. 

(i) Il Manzoni nelle 'K.otiiie storiche da lui premesse aìV Adel- 
chi , dopo aver accennato al matrimonio « di Desiderata o Er- 
mengarda , figlia di Desiderio » , con Carlomagno , aggiunge in 
nota: « le cronache di quei tempi variano perfino nei nomi, 
« quando però li danno ». L'Odorici avverti il poeta che tanto 
il nome di Desiderata, quanto queilo di Ermengarda, nella lingua 
tedesca suona desiderio , e che per conseguenza era un' identica 
cosa. II Manzoni gli promise di togliere nella nova edizione l'im- 
meritato rimprovero ai cronisti ; ma poi gli uscì di mente, come 
con tutta schiettezza confessa in questa lettera. 

(2) Fra Paolo Bellintano, autore di un Dialogo ddhi peste. 



2S7. 

Al medesimo, a Brescia. 
Illustre Signore, 

Milano, 7 maggio Igjy. 

Mille e mille scuse di aver tardato finora a espri- 
merle la mia riconoscenza per l'interessante opusco- 
lo (i), che ha avuto la bontà di mandarmi, e la morti- 
ficazione che ho provato nel vederlo copiato da Lei; 
e dirò anche il rimorso d'essere stato cagione invo- 
lontaria (la cag^ione coloevole è l'eccessiva sua s^en- 
tilezza) d'averle fatto perdere parte di un tempo, che 
so essere prezioso alle lettere. 

Epistolario. Voi. IL 11 



— 102 — 

Gradisca i mici vivissimi ringraziameiui, e le pro- 
teste dell'alta stima, colla quale ho l'onore di essere 

Suo devotiss. umiliss. servitore 
Alessandro Manzoni. 



(i) Parla del Dialogo della peste di tra Paolo Bellintano , ram- 
mentato nella lettera precedente. 



288. 
Al prof. Cario Promis, a Torino (i). 
Illustrissimo Signore, 

Milano, IO agosto 1847. 

Devo principiare con delle scuse una lettera, la 
quale non avrebbe dovuto contenere che l' espres- 
sione della mia viva riconoscenza. Un incomodo 
non grave , ma lungo , e dell' occupazioni , quanto 
noiose, altrettanto urgenti, furono cagione dell'aver 
io tanto indugiato a renderle grazie del dono vera- 
mente prezioso, del quale Le è piaciuto onorarmi (2). 
La bontà , alla quale unicamente lo devo, e che si 
manifesta non meno nella gentilissima lettera con 
cui mi fu annunziato, mi fa sperare che queste grazie 
rispettose e cordiali saranno cortesemente accolte , 
quantunque tarde. 

Il benevolo Rezzonico (3) ha veduto, e Le ha rap- 
presentato, troppo in grande il lavoro di cui ero oc- 
cupato , e lo scopo del quale non è altro che V in- 



— 103 — 
terprctazionc dei due celebri e disputati passi di 
Paolo Diacono, II, 32,6 III, 16. È vero clic in essi 
principalmente si crede che deva trovarsi la chiave 
della gran questione intorno alla condizione degl'I- 
taliani in generale sotto i Longobardi ; ma il mio 
tentativo è appunto di dimostrare che la significa- 
zione di que' passi è molto più ristretta ; dimanic- 
rachè , andandomi bene, non sarò riuscito ad altro 
che a diminuire i mezzi di sciogliere quell' impor- 
tante questione, e a mantenermi la povera parte che 
ci ho preso fino da principio, cioè la parte, di pro- 
movere dubbi senza risolverli. 

Per formarmi una giusta idea dell'importanza del 
novo testo delle le^gji longobardiche, non che fidarmi 
nelle mie troppo scarse cognizioni, aspetto fiisiorem 
disqiiisitionem, utile ai dotti e a me necessaria , che 
le deve accompagnare ; e 1' aspetto con quella viva 
curiosità, e con quella molta fiducia, che inspira il 
nome del sig. Cavaliere di Vesme (4). Intanto mi 
permetta di ringraziarla anche del piacere e dell' i- 
struzione che ho trovata nelle dotte e evidenti note 
alle leggi riguardanti i maestri comacini. E insieme 
si degni gradire le proteste dell'alta stima e del pro- 
fondo rispetto, col quale ho l'onore di dirmi 

Di Y. S. Illustrissima 

Umiliss. devotiss. servitore 
Alessandro Manzoni. 



(i) Carlo Promis , nato a Torino il 18 febbraio 1808, fu ar- 
chitetto, archeologo ed erudito di bella fama , e cessò di vivere 
il 20 maggio 1873. Tutti gli anni, nel mese di settembre, rileg- 
geva r Orlando Furioso ed i "Promessi Sposi. 11 dott. Giacomo 
Lumbroso (Memorie e Lettele di Carlo Trotìiis ; pag. xxx ) dice 



~ :Ò4 - 

però, che « nonostante l'ammirazione che aveva per il Manzoni, 
« pure lasciava intravedere qualche po' di rugginuzza contro di 
« lui, perchè delle due volte sole in cui venne in Senato, l'una 
« si fu per votare Roma capitale , e 1' altra per dare il voto (a- 
« vorevole per il trasloco in Firenze ». 

(2) L'opera intitolata : Rigum Longohanìorum ìeges de slructo- 
ribus, qiiiis C. Bau.V.us a Vesme prìmus edchat, Carolus Tromis com- 
menlariis aiixit. Torino, 1846; in-8. 

(3) -Francesco Rezzonico, autore di dotte Osservaiioni intorno 
al 'Discorso di Carlo Troya suUj condizione de' l^oniani vinti dai 
Longobardi. 

(4) Il cav. Carlo Baudi di Vesme, morto il 4 marzo 1877, sto- 
rico ed erudito di bella fama. 



289. 

Alla Marchesa Costanza ^irconatl-Visconti. 
Pregiatissima e carissima Donna Costanza, 

Lesa I settembre iS^j. 

Lo stesso giorno che Giorgini scriveva a Lei la 
lettera, eh' Ella ha avuta la bontà di trasmettermi , 
Matilde medesima scriveva a me. Ma le buone no- 
tizie si sentono ripetere volentieri, tanto più quando 
sono accompagnate da novi particolari. La ringrazio 
della premura, che s'è presa, di comunicarmi quella 
lietissima lettera_, e insieme d'avermi data un' occa- 
sione di rammentarmi a Lei. 

Come in questo caso sono stati falsi i timori, cosi 
vorrei che fosse fondata la mia speranza di trovar 
Lei e l'eccellente Peppino ancora costi al mio ri- 



- i65 - 
torno, che sarà, a Dio piacendo, ai primi di novem- 
bre. Ma che i timori ingannino, è un' eccezione ; le 
speranze, è il loro mestiere. 

Teresa, che divide con me questa speranza , e il 
desiderio, più vivo della speranza, rammenta a Lei 
e a Peppino la sua affettuosa, stima, e la sua cor- 
diale riconoscenza. Io bacio la mano a Lei', e la 
strìngo a Peppino^ con que' sentimenti che non hanno 
bisogno di conferma, e che meriterebbero che fosse 
davvero. 

Il suo devotissimo e affezionatissimo 
Alessandro Manzoni. 

P.S. La prego de' miei cordiali complimenti al 
sig. Marchese Trotti. Non oso aggiungere condo- 
glianze, sapendo pur troppo, per esperienza, quanto 
i veri dolori sdegnano il conforto delle parole. 



290. 
Al conte Carlo Bandi di Vestne, a Torino. 
Illustrissimo Signore, 

Lesa, 9 settembre 1S47. 

La gentilissima lettera, con la quale Ella m'ha 
data r occasione di ringraziarla del distinto favore 
compartitomi , è per me un novo favore. Non ho 
potuto che dare una passata al prezioso esemplare del 
Codice longobardico, e, come ho scritto al signor 
Professor Promis, aspetto la di Lei dissertazione per 



— ìb-j — 

rivederlo con cognizione di c.uisa. Certo, per l'an- 
tichità dei manoscritti da cui è ricavato, deve som- 
ministrare cangiamenti autorevoli, o autorevoli con- 
ferme al testo conosciuto. 

Intorno alla variante del codice ambrosiano, posso 
darle una notizia singolare. Essa non è quale fu 
pubblicata nell'edizione muratoriana, e non differisce 
dalla lezione comune, che per la parola hospicia in- 
vece di hospites. Le due antecedenti sono scritte net- 
tissimamente cosi : p langobardis. E dovette essere una 
strana precipitazione quella che fece prendere al 
Bianchi 1' abbreviatura p come segno di prò, e non 
gli lasciò vedere la -correzione manifesta dell' altra 
parola. 

In un'appendice al Discorso storico etc. che si sta 
ristampando , rattoppato come si poteva , ho arri- 
schiata una nova interpretazione di quel celebre 
passo, interpretazione cosi lontana da tutte l'altre, 
che non potrà fuggire la taccia di paradosso, se non 
sarà chiamata sproposito. M' è parso , e ho cercato 
di dimostrare, che questo passo non abbia alcuna 
relazione con quello del capo 32 del libro II, che 
la somiglianza fra le due frasi, per bostes divisi etc. 
e per ìongohardos hospites ( o anche ho spitia , se si 
vuole) partinntiir, sia di parole e non di cose, e me- 
ramente fortuita , e che il fatto indicato nella se- 
conda sia di tutt'altro genere, e relativo a tutt'altre 
persone. Appena quest'appendice sarà pubblicata, mi 
prenderò la libertà d'indirizzargliela, con più rispetto 
che sicurezza. M'è però di buon augurio , come mi 
fa grandissimo piacere , il trovarmi d' accordo con 
Lei sul punto che, qualunque cosa significhi quella 
famosa e oscura frase, la sua significazione non può 
essere cosi estesa, come si è creduto. 



- .6; - 
Gradisca l' espressione del sentimento g,à antico 
di^Lcero e profondo ossequio, col quale ho l'onore 

di dirmi 

Di V S. Illustr. 

Umiliss. devotiss. servitore 

Alessandro Manzoni. 



291. 
^l medesimo, a Torino. 

Illustrissimo Signore, 

Lesa, 9 ottobre 1847. 

Con mia vera mortificazione mi trovo costretto 
presentarle in una forma cosi poco '^o^^^^]''f J 
J ccolo scritto che , incoraggito dalla d. Le, gentt- 
[isLa lettera, m'ero preso la libertà d' offnrk Lo 
stampatore, al quale avevo commesso ài tirarne al 
un?cooie a parte, se n'è dimenticato. Devo dunque 
mplora;e da Lei, anche per l'accessorio, un indul- 
genza, della quale il principale ha S-.^f \°,'^'^°f "^j 
Ma conoscendo già per fama la d. Lei bontà , e 
avendo anche avuta la fortuna di sperimentarla a 
mio riguardo, lo fo con fiducia. 

Gradisca, unitamente alle mie ^^^^f ', ^ ^""" ° 
del vero e profondo ossequio, col quale b.o 1 onore 

di dirmi 

Di V. S. 111. 

Dev. ocib. servitore 

Alessahdro Makzoni. 



— i6S — 

292. 

AìViAh. Antonio Rosmini, a Stresa. 

Milano, 8 novembre 1847. 

Quanto ringrazio il mio Rosmini di codesto ca- 
rissimo segno della sua memoria ! U aver Lei pen- 
sato a me, è per me una consolazione sempre nova, 
e l'aver ripensato che due di .que'versicoli potevano 
correr meglio, o meno male, in una maniera che 
in un'altra, addii , o piuttosto facit aninios; giacche 
il sentimento della debolezza del già fatto, e della 
difficoltà del da farsi m' aveva quasi schiacciata la 
penna in mano. Continuerò dunque a tentare, au- 
spice Teucro (i). 

Per prolungare di due o tre passi oltre le Sale 
la carissima passeggiata di martedì passato, Le dirò 
che, facendo, troppo meno lietamente, il resto della 
strada , mi sono venuti in mente alcuni esempi di 
que' vocaboli che si trovano in diverse lingue, com- 
posto d'elementi identici o affini per il senso, e dif- 
ferenti di suono : educere o educare e er:;^ieben (non 
sto mallevadore dell'ortografia germanica, non avendo 
qui il vocabolario), e staccatamente in italiano, iirar 
su; vergehen e perdonare; possidere , che fu probabil- 
mente post o pone sedere , e hesitien che fu sicura- 
mente bei sei^en; obedire, che fu obaudire, e gehòren, 
se c'è; ma c'è di certo Gehorsamkeit, ubbidienza; in- 
tcrire , perire , e andarne di meno , etc. Sono sicuro 
che, scorrendo i vocabolari latino e tedesco, se ne 
troverebbe di molli, e di singolari e inaspettati. Ma 



,— 109 — 
belle cose da parlare allo scioperato Rosmini! m ^//ra 
soìlicitat (2), davvero. 

Mi voglia bene, come fa , in Quello che ce n'ha 
voluto tanto. Con la solita franchezza chiedo anche 
un ricordo di tutta la Casa benedetta. I nostri ri- 
spetti a madama Bolongaro, i miei in particolare al 
P. Puecher, tante cose all'abate Branzini, e al bravo 
dottore. Scrivendo a Pagani, ansiis qui toto commix- 
tos orbe Britanno s aggredi, et infenso fiacre signa solo (3), 
nje gli rammenti con venerazione e con tenerezza, 
come fanno a Lei Stefano e Teresa, e più di tutti 

Il suo Manzoni. 

(i) < Accenna all'Oraziano, scrivevami il Tommaseo, che fa 
« parlare Teucro, l'eroe della guerra iliaca, confortante neli' esi- 
tt lio i compagni scorati: 'Nil Jesperandum Teucro duce et auspice 
« Teucro. Lode grande di modestia affettuosa ». 

(2) « Accenna al quarto dell'Eneide (son parole del Tomma- 
« sèo), che è ironico ivi: Scilicet is Superis ìahor est! ea cura 
« quietos Soìlicitat ! » 

(3) « Pare che il distico (è sempre il Tommaseo che scrive) 
« ."ia composto da esso Don Alessandro per accennare alla pa- 
ce cifica rosminiana colonia in Inghilterra, pacifica e però vinci- 
(( trice. L' esametro fa contrapposto al noto deli' Egloga : Et pe- 
ci nitus tcto divisos orbe Britannos. Dice commixtos perchè la schiatta 
« britannica con le colonie e i possedimenti, e l'idee e i libri e 
« l'industrie e gli esempi, è della universale civiltà non piccola 
« parte. Figere sigiia è bel modo di pretta latinità ; e rammenta 
« p>;r il contrapposto l'imprecazione che fa il longobardo, presso 
« a essere vinto, contro il di che 1' antenato di lui, conficcando 
« sul suolo italiano la lancia, esclamò : questa terra è mia. Ma il 
« primo inviato dali'Ab. Rosmini in Inghilterra, e sapientemente 
« trascelto siccome offertogli da Dio stesso, fu l'Ab. Luigi Gen- 
(( tili di Roma ; il quale con le franche e dignitose maniere, con 
« la mite virtù , si rese insieme autorevole e amabile ; e però 
<( devesi commemorare siccome altamente benemerito di quella 
« difficile missione ». 



170 



293- 

A Cesare Canti), a Milano. 
Signore, 

25 novembre 1847, 

Vi rendo grazie dell'incomodo che vi siete preso 
di comunicarmi la lettera del chiarissimo C. De Ve- 
sme, il quale è troppo gentile con me , scusandosi 
d'una cosa, nella quale nuU'altro, appunto, che un'ec- 
cedente gentilezza può trovare un mancamento (i). 
Gradite pure i miei ringraziamenti per il volumetto, 
che vi siete compiaciuto di favorirmi. Non posso 
in coscienza accettare delle lodi che so di non me- 
ritare ; ma in queste cose il debito non si misura 
dalla giustizia dell'opera, anzi in ragione inversa. 

Co' più sinceri auguri d' ogni felicità , ho il bene 
di dirmi 

Devot. obb. servitore 
Alessandro Manzoni. 



(i) Il cav. Carlo Baudi di Vesme riguardo alla quistione dei 
Longobardi dissentiva dall'opinione del Manzoni. 



294. 
tjl suo figlio Filippo (i). 

Milano. 3 aprile 1848. 

Mio sempre più caro Filippo, mi si fa sperare che 
ti possano pervenire queste due righe. Come espri- 
merti quanto dolorosa sia, e per m.e e per tutta la 
famiglia, la privazione delle tue notizie! Non posso 
dubitare che tu non faccia ogni istanza per poter- 
cele comunicare; e dall'altra parte non vedo perchè 
s'abbia a mettere ostacolo a una cosa così semplice 
e cosi insignificante per tutt'altri che per noi. Cosi 
potessi avere un mezzo di farti arrivare danari , 
biancheria o altro , di che tu avrai bisogno. Si è 
parlato e si parla d'un cambio. Dio voglia che possa 
essere. Tutti i parenti che sono qui e lontani stanno 
bene ; e puoi credere se tu sia il primo e più con- 
tinuo pensiero di tutti. Dìo t' assista e ti mantenga 
tranquillo d'animo, in questa prova. T'abbraccio con 
la più viva effusione del cuore, e con me t'abbrac- 
cia tutta la famiglia. 

Il tuo sempre affezionato padre 

Alessandro. 

(i) Filippo fu preso dagli Austriaci durante le cinque giornate 
del marzo 1848,0 con lotto via come ostaggio con altri giovani 
milanesi. 



295- 

Alle figlie Vittoria e Matilde. 
Cara Vittoria, cara Matilde, 

.Milano, II maggio l8(8. 

La reclusione degli ostaggi è stata cambiata in 
confino, o a Vienna, o a Linz, o a Salisburgo, a loro 
scelta. Speriamo e preghiamo che sia un passo verso 
la liberazione. Intanto e una gran consolazione il 
pensare, che il nostro povero Filippo almeno non e 
rinchiuso. Ho dispiacere , ma non rimorso , di non 
avervene scritto fino da ieri : il sentirmi poco bene 
(nulla di serio però), e l'aver avuto gente me l'hanno 
impedito. E anche oggi mi trovo col corriere alle 
calcagna. 

Chiudo dunque in fretta, mandandovi tanti affet- 
tuosi saluti di Teresa, e buone nuove degli assenti. 

Oh ! perchj non si e potuto realizzare il progetto 
di Bista ! Ma certo, non e che ritardato. I miei af- 
fettuosi rispetti in casa Giorgini. Vi abbraccio, e 
Dio vi benedica. 

L^aff. babbo Alessandro. 



- 173 - 

256. 
Al Prof. Ah. Luì^i Cobianchi, a Intra. 
Signor Professore pregiatissimo, 

LesJ, 2J agosto 18(^8. 

Mi sono preso la libertà di raccomandare a Lei 
una, anzi due lettere dirette a mio figlio Filippo, 
credendo che questo e suo fratello Pietro si fernie- 
rebbero costi qualche giorno. Giulini mi disse poi 
d'averli incontrati a Magadino , avviati a Lugano, 
dove prendo di novo la libertà di pregarla d' indi- 
rizzare le due lettere, ferme in posta. 

La ringrazio delle nove che mi dà delie cose vi- 
cine. Noi qui ne siamo al buio a un dipresso come 
delle lontane. Di Rossi, con mio dispiacere , non so 
nulla. Rossari scrisse a Stefano da Milano un dieci 
giorni fa, e stava bene, e non pareva che pensasse 
a moversi. 

Io spero nelle trattative, spero nella ripresa delle 
ostilità, spero in ogni cosa, perchè se la nostra causa 
è inferma, la nemica non lo è niente meno, e di più 
la nostra e giovane, e quella è vecchia. 

Gradisca i miei ringraziamenti, le mie scuse, e le 
proteste del cordiale rispetto col quale ho T onore 
di dirmi 

Suo obb. aff. servitore 
Alessandro Manzoni. 



— 174 - 

297- 

Al 'Dirci lare della Concordia^ a Torino (ij. 

l.cba, i8 settembre iS^S. 

Il pericolo che qualche suffragio , mosso da una 
autorità troppo indulgente , cada invano sul mio 
nome, m'impone il dovere di protestare, o piuttosto 
di confessare, che io sono assolutamente inetto , e 
per più di un verso, a prendere parte a discussioni 
pubbliche. Ci sono dei casi in cui per un benefico 
compenso della Provvidenza è impossibile anche l'ac- 
cecamento dell'amor proprio, e un alto onore, come 
quello a cui l'eccessiva bontà sua voleva che io fossi 
chiamato, non può nemmeno essere oggetto di cu- 
pidigia^ e questo caso è il mio. 

Voglia adunque , chiarissimo signore , ovviare a 
un tal pericolo, col pubblicare questa mia lettera, e 
voglia insieme gradire 1' espressione della mia viva 
e umile riconoscenza , e le proteste del distinto os- 
sequio, col quale ho l'onore di dirmi ecc. 

Alessandro Manzoni. 



(i) La Concordia, il più avanzato de' giornali d'allora, ebbe 
vita, dopo le riforme del 1847, per oper^ di Lorenzo Valerio, 
che ne fu il direttore. N' erano redattori ordinari il Chiaves , il 
Pacchiotti e il Bertoldi ; tra gli altri vi collaboravano il Berti 
e il Carutti. Dopo l'armistizio dell'agosto 1848 divenne l'organo 
degli emigrati lombardi, e prese una forte tinta di radicalismo , 
con qualche spruzzaglia repubblicana. Francesco Predari nel suo 
HDro : I priììii vagiti della libertà italiana in Tiemonte , così ne 



— «75 — 
racconta la nascita: « Cesare Balbo e Cimlllo Cavour diedero 
u vita al Risorgimento. Lorenzo Valerio , aiutato dagli uomini , 
« che stavano con lui nelle discussioni della Associazione Agraria, 
« pensò pure alla istituzione di un giornale, il quale, non ostante 
« avesse avuto il battesimo di Concordia , minacciò , non ancor 
(f nato, morire di discordia , pei dissidii che il Valerio, coi con- 
<f sueti suoi modi dispostici e repulsivi, gettò tosto fra i membri 
« della società editrice... Mentre io stava attendendo la com- 
M parsa del giornale valeriano , che ad ogni di parea dovesse 
ff mettere i suoi primi vagiti , ecco un mattino venir nel mio 
ce studio il dott. Lanza, uno degli azionisti del giornale aspettato, 
« istantemente pregandomi perchè io, fra i tanti scrittori e uo- 
(( mini di lettere coi quali avea pratica , volessi suggerirne uno 
« che idoneo fosse a dirigere un nuovo giornale politico , che 
« egH, con parecchi suoi amici, intendeva pubblicare, ma affatto 
« indipendente cosi dal potere governativo, come dal dispotismo 
« del sig. Valerio. E conobbi allora tutti i particolari della di- 
« scordia insorta.... In questa discordia ebbe vita VOpinion& », 



298. 

A Giorgio Briano (i). 
Chiarissimo signore, 

Lesa, 7 ottobre 1848. 

La ringrazio cordialmente e famigliarmente (il co- 
raggio me l'ha dato Lei, come il desiderio) d'avermi 
colla sua gentilissima lettera data un' occasione di 
ringraziarla della benevolenza, che le è piaciuto di 
dimostrarmi in una maniera cosi solenne e troppo 
onorevole per me. Detratte le lodi che essa le ha 
suggerite, e che so di non meritare, rimane però la 



— T76 — 
benevolenza medesima , e di questa ne prendo pos- 
sesso, giacchò me la posso godere senza illusione e 
senza superbia, pensando che anche le buone inten- 
zioni bastano, in certa maniera, a meritarla. 

Ma abbia pazienza, non finisce qui. Per quanto 
io veda come possa essere strano in questa urgenza 
e gravità di cose il parlare di un uomo inconclu- 
dente , e il parlarne lui medesimo, e a persona si- 
curamente occupatissima, bisogna che io mi giusti- 
fichi con Lei, e l.i convinca che qviQÌV inetto, contro 
il quale Ella insorse tanto cortesemente, fu scritto 
non solo con verità, ma con proprietà rigorosa, re- 
lativamente (veda che la mia modestia non è senza 
limiti) alle qualità che si richiedono in un uomo 
pubblico. Per non toccarne che una, ma essen^ia- 
lissima, quel senso pratico dell'opportunità, quel sa- 
per discernere il punto, o un punto, dove il deside- 
rabile s' incontri col riuscibile , e attenercisi, sacrifi- 
cando il primo, con rassegnazione non solo, ma con 
fermezza fin dove è necessario (salvo il diritto, s'in- 
tende), è un dono che mi manca, a un segno singo- 
lare. E per una sin(2^olarità opposta , ma che non è 
nemmeno un rimedio , perchè riesce non a tempe- 
rare, ma impedire, ciò che mi pare desiderabile mi 
guarderei bene dal proporlo, non che dal sostenerlo. 
Ardito finche si tratta di chiacchierare tra amici , 
nel mettere in campo proposizioni chQ paiono, e sa- 
ranno, paradossi, e tenace non meno nel difenderle ; 
tutto mi si fa dubbioso, oscuro, complicato, quando 
le parole possono condurre a una deliberazione. Un 
utopista e un irresoluto sono due soggetti inutili, per 
Io meno, in una riunione, dove si parli per conclu- 
dere ; io sarei l'uno e l'altro nello stesso tempo. 



— •;? — 

Il fattibile le più volte non mi piace, e dirò anzi, 
mi ripugna ; ciò che mi piace , non solo parrebbe 
fuor di proposito e fuor di tempo agli altri, ma sgo- 
menterebbe me medesimo, quando si trattasse non 
di vagheggiarlo o di lodarlo semplicemente , ma di 
promuoverlo in effetto , d' aver poi sulla coscienza 
una parte qualunque delle conseguenze. 

Di maniera che , in molti casi , e singolarmente 
ne' più importanti , il costrutto del mio parlare sa- 
rebbe questo : nego tutto, e non propongo nulla. Chi 
desse un tal saggio di sé, è cosa evidente che anco 
i più benevoli gli direbbero : ma voi non siete un 
uomo pratico, un uomo positivo; come diamine non 
vi conoscevate? Dovevate conoscervi: quando è cosi, 
si sta fuori degli^ affari. E non fo io bene, anzi non 
fo il mio dovere, a dirmelo da me, e a tempo ? Le 
par che basti ì C'è dell'altro. Il parlare stesso è per 
me una difficoltcà insuperabile. L' uomo, di cui Ella 
ha voluto fare un deputato , balbetta non solo con 
la mente in senso traslato, ma nel senso proprio e 
fisico , a segno che non potrebbe tentar di parlare, 
senza mettere a cimento la gravità di qualunque 
adunanza ; che in una circostanza cosi nuova e ter- 
ribile per lui, non riuscirebbe certamente a più che 
al tentare. 

Queste confessioni ho potuto farle così spiattel- 
latamente a Lei in privato; quando avrò a fare la 
mia lettera di scusa alla Camera (giacché il Collegio 
d' Arona è stato cosi crudelmente buono per me), 
sarà una faccenda più imbrogliata , giacché certe 
cose ridicole, è ridicolo anche il dirle espressamente 
in pubblico. 

È una cosa dolorosa e mortificante il trovarsi 
E^isklario. Voi. II. 13 



inutile a una causa che è stata il sospiro di tutta 
li vita; ma Ipse fecit nos et non ipsi nos (2); e non 
ci chiederà conto dell' omissione , se non nelle cose 
alle quali ci ha data attitudine. Io non posso far 
altro che raccomandar questa causa a chi ha e l'in- 
cTQCfno e gli altri mezzi necessari per aiutarla effi- 
cacemente; e tarei con grande istanza questa rac- 
comandazione a Lei, se ce ne fosse bisogno. 

Gradisca in ultimo T espresso attestato dell' alta 
stima e dell'affettuoso ossequio, che va sottinteso in 
ogni verso di questa troppa lunga lettera. 

Alessandro Manzoni. 

(i) Il Brìano , che aveva con tuue le forze caldeggiata 1' ele- 
zione del Manzoni a Deputato del Collegio di Arona, nacque a 
Carcare, nei versanti dell'Appennino Ligure, l'anno 1812. A To- 
rino, dove visse il più della vita, strinse amicizia con Silvio Pel- 
lico. Fu autore di buoni versi, e di un dramma applaudito, colla- 
boratore operoso del giornale il %isorgimento finche lo diresse Ca- 
millo Cavour , poi della Patria. Amò di affetto sincero l' Italia, e 
le parlò sempre parole di verità e di giustizia. Morì il 24 feb- 
braio del 1874. 

(2) Dal Salmo. 



299. 
Jil Presidente della Camera Ficniontese. 
Illustrissimo Signore, 

I.esn, 13 ottobre 184''. 

Chiamato da troppo indulgenti suffragi all' alto 
onore di sedere in codesto Consesso, mi trovo nella 



- 179 — 
dolorosa necessità di protestarmi inabile a sostenere 
il difficile incarico, che va unito con un tale onore, 
anzi ne e il fondamento. La conoscenza di me me- 
desimo m'avverte troppo chiaramente, che mi manca 
più d' una qualità essenziale a un deputato, h un 
dovere impiegare le proprie forze in servizio della 
patria ; ma , dopo averle misurate , il lasciar libero 
un posto importantissimo a chi possa più degna- 
mente occuparlo, è Una maniera di servirla: povera 
e trista maniera, ma l'unica in questo caso. 

Vo2;lia presentare alla Camera il riverente e sin- 
cero omaggio del mio dispiacere, e si degni di gra- 
dire in particolare l'attestato del profondo ossequio, 
col quale ho l'onore di dirmi 

Di V. S. illustrissima 

Umil. e dev. servitore 
Alessandro Manzoni. 



300. 
Al Conte Gabrio Casati, a Torino (i). 
Carissimo e pregiatissimo amico. 

Lesa, 13 novembre 1848. 

Al vedere nella soprascritta i miei riveriti carat- 
teri, tu ti sei aspettata una seccatura, e non ti sei 
ingannato. Un articolo di giornale m' ha fatto sal- 
tare ( cosa nova per me ) il grillo di scriverne un 
altro, e per conseguenza vorrei vederlo pubblicato , 
ma serbando il più stretto incognito. Ricorro quindi 



— iSo — 

a te, e in segreto di confessione, che, come sai meglio 
di m.e , esclude anche il cenno più lontano. M' im- 
magino che conoscerai qualcheduno de^ redattori della 
Concordia , o almeno qualcheduno che ne conosca 
qualcheduno. In questo caso, ti prego di presentare, 
o di far presentare, a quella Direzione l'articolo ac- 
cluso, e se è possibile, a persona che non dica nep- 
pure d'averlo avuto da te. Ben inteso che l'articolo 
non deve essere raccomandato •, ma semplicemente 
offerto, di maniera che possa essere rifiutato, se non 
gradisse , senza timore di mancar di riguardo a te. 
Nel qua) caso ti prego di bruciarlo , come ti prego 
di bruciar questa lettera, aftinché non rimanga trac- 
cia veruna della cosa. 

Non so se, in tanti affari, che hai avuti e hai pro- 
babilmente per le mani , te ne sarà mai capitato 
uno cosi piccolo , e insieme ravvolto in tanto mi- 
stero. Ma tu sai, che i piccoli possidenti sono più 
gelosi de' latifondiari , e che ai più angusti campi- 
celli si mettono le siepi più fitte. Potrà parere forse 
più strano, che un proprietariuzzo faccia con tanta 
libertà suo procuratore per un affaruccio chi deve 
pensare a de' latifondi ; ma a questo ho una scusa 
anche migliore, la tua antica e inalterata bontà per 
me. Con la speranza di rivederti in tempi più 
lieti, se Dio mi lascia ancora un pochino quaggiù, 
e senza bisogno di esprimerti quei sentimenti di 
stima e d'affetto, che ti sono abbastanza noti, t'ab- 
braccio e sono 

Tuo dev. aff. amico 
Alessandro Manzoni. 

(i) Nacque a Milano nel 1798; si laureò a Padova in mate- 
matiche e in legge ; e delle matematiche formava poi lo studio 



- iSi — 

prediletto delU giovinezza. Ne' casi pietosissimi del cognato Fe- 
derico Gonfalonieri fu esempio di pietà operosa, ed il suo nome 
fin d' allora prese a correre per le bocche di quanti portavano 
amore all'Italia. Eletto Potestà di Milano, si fece 1' anima d' una 
cospirazione legale contro il dominio straniero , che fini colle 
cinque giornate , e lo portò alla Presidenza del Governo Prov- 
visorio. Favorì l'unione della Lombardia al Piemonte ; e appena 
avvenuta, ebbe da Garlo Alberto la presidenza del Gonsiglio dei 
Ministri del Regno ingrandito ; poi dopo i disastri della guerra 
fu Presidente della Coastiha Lombarda. Ascritto fino dal 1853 
al Senato ; tenne il Ministero della Pubblica Istruzione dal 24 lu- 
glio 1859 ^^ ^5 gennaio 1860. Di li a cinque anni il Re Vittorio 
Emanuele gli affidò la Presidenza del Senato ; lo insignì nel 68 
dell' Ordine Supremo della SS. Annunziata. È morto il 16 no- 
vembre del 1873. 



301. 
^ìla figlia Vittoria, a Lucca. 

Mia cara Vittoria, 

Lesa, 2 ottobre 1849. 

Ho tardato a rispondere finché avessi deciso del 
dove passare l'inverno, o, per dir meglio, finche altri 
avesse deciso per me e di me ; giacche dopo quel- 
l'efficace invito di ritorno per la fine di settembre , 
non avrei potuto rimaner fuori di mia sola volontà, 
senza espormi a gravissimi inconvenienti. Avevo 
dunque chiesto un passaporto, e finalmente Tho ot- 
tenuto per sei mesi; ma la c'è voluta tutta, perchè, 
oltre le difficoltà comuni, c'era anche quella d'averlo 
anche di qui senza essere rientrato. Ah ! sicuro che 
questi sei mesi mi piacerebbe passarli a Pisa ; ma 



1(52 

è un pensiero che bisogna che mi scacci dalla mente, 
perchè , a forza di piacermi , mi tormenta. Tra le 
altre cose , il permesso di rimaner fuori e limitato 
a Lesa, e non s'è avuto che per l'attestato medico, 
che Teresa non avrebbe potuto fare il viaggio di 
Milano senza pericolo. Vattene dunque o troppo bel 
sogno; e accetto di core l'ospitalità offerta tanto di 
core alla nostra Matilde ; 1' accetto , dico , per que- 
st'inverno ; giacche alla station dò' fiori , bisognerà 
andare a Milano, in qualunque stato siano le cose. 
E per fare che anche qaesto sia un pensiero bello 
davvero , ci metto anche te e Bista. Che hanno a 
esser tutti sogni ? sempre sogni ? e sempre risve- 
ojliarsi con un riscossone ? 

Ora Pietro, che è a Milano, come credo che sap- 
piate, lavora con le mani e co' piedi per avere un 
passaporto di quattro giorni, affine di venir qui a 
intendersi con me sugli affari di casa. Ha già pre- 
sentati invano quattro ricorsi ; ma non si dà an- 
cora per vinto. Vedi a che ne siamo. Del resto sta 
bene , come anche Fdippo. D'Enrico non so positi- 
vamente se sia ritornato a casa; ma lo suppongo, 
e aspetto notizia accertata. Ah ! passar la serata a 
Pisa, tra voi altri, vedendo le mie figlie , e senten- 
dole parlar toscano, giocando con la mia cara ni- 
potina, e discorrendo con Bista del passato, del pre- 
sente e del futuro ! Ma se ho detto che è un .cat- 
tivo pensiero ! 

Sento da Matilde che la piccina (i) è per la bona 
strada: conosce tutti i personaggi àt' Promessi Sposi, 
e a un bisogno li rammenta agli altri. Mantenetela 
in queste bone disposizioni ; e appena saprà leggere 
correttamente , quello ò il libro da farle leggere ; 



~ 183 - 

che questo è il mezzo di farglielo piacere per tutta 
la vita. Io , vecchio come sono e ammaliziato^ non 
posso dare un'occhiata alle novelle del Soave, agli 
sciolti del Frugoni, alle Veillées dii Chàteau di Ma- 
dama di Genlis bona memoria , senza un vivo sen- 
timento di simpatia, senza un palpito al core: perchè? 
Perchè son cose che ho lette da bambino. E ora che 
i Promessi Sposi hanno passata una bona parte della 
vita che gli era destinata, e invecchiano alla male- 
detta, c'è proprio bisogno che vengano su di quelli 
che se ne rammenteranno per forza. E se questa ca- 
rità non me la fanno quelli che hanno del mio sangue, 
chi me la farà? 

A una lettera corta aspetto lunghe risposte : parlo 
in plurale perchè questa è per te e per Matilde. Se 
non vi par giusta , non dovevate avvezzarmi male. 
E il sig. Bista, che non potrebbe scrivermi anche lui? 
Che diflìcoltà ci sarebbe? Forse perchè ho lasciato 
una sua lettera senza risposta ? Ma non sa che mi 
piace più a leggere (quando si tratti di lettere di Bista 
e d'altri pochi, intendiamoci), che a scrivere? E non 
sa che ai babbi biso2;na dars^liele vinte ? Scrivetemi 
dunque a lungo, della vostra salute, prima, che spero 
sempre bona. Ditemi se Lodovico (2) è partito, e cosa 
intenda di fare. E Luisa? Sapete che non si può par- 
larmene troppo a lungo. Non so se rivedrete presto 
Ceppino (3) ; quando lo vedrete rammentatemegli^ e 
ditegli che tra i miei sogni lieti c'è anche quelb di 
ritrovarmi ancora con lui ; e che intanto la malin- 
conia la lasci ai vecchi. Teresa pretende che desi- 
dererebbe d'esser con voi quest' inverno, quanto io. 
Non gliela passo, ma attesto che viene subito dopo 
me. V'abbraccia -di qui come può : e Stefano pure vi 



-- i84 ^- 
saluta tutti di core. Al Nonno (4) , e a tutti quelli 
che vedrete di casa Giorgini, nulla di nuovo, perchè 
nulla si può aggiungere ai miei vecchi sentimenti di 
stima e di riconoscenza. Vi benedico o piuttosto in- 
voco sopra di voi la benedizione di Dio. 

Il Babbo. 

Non sapevo dove indirizzare con sicurezza questa 
lettera, ma ho pensato che Lucca è il posto di dove 
vi potrà più facilmente essere spedita dove vi tro- 
viate. 

(i) Luisina figlia della Vittoria Manzoni e di Giovambattista 
Giorgini. 

(2) Lodovico Trotti, genero del Manzoni. 

(3) Giuseppe Giusti, 

(4) Niccolao Giorgini, avo di Giovambattista. 



302. 
All' Ah. Antonio %^osmìni, a Stresa. 
Veneratissimo e carissimo Rosmini, 

Lesa, 20 novembre 1849. 

Visto che il confronto d'un luogo solo della Poetica 
non -basta a preservarmi dalle continue insidie del 
Batteux; considerato che l'indiscrezione può camminar 
liberamente un gran pezzo prima di poter passare la 
bontà di Rosmini ; gli chiedo addirittura il volume 
della Poetica, e di più, il Fedone di Platone : latino, 
s'intende. E l'abbraccio riverentemente, ma stretto, 
stretto. 

Il suo Manzoni. 



-. i8'. - 



303. 

Al tnedesituo, a Slrcsa. 

Lesa, Epifania del 1850. 

lersera il meJico trovò i polsi molto abbassati ; 
ch'era quanto si poteva desiderare: la notte fa straor- 
dinariamente bona; dimanierachè si può sperare prin- 
cipiata la convalescenza (i). 

Teresa e Stefano s'uniscono a me per ringraziarla 
della sua premura. Io la ringrazio particolarmente 
delle notizie platoniche; ma più di tutto La ringra- 
zio, come sempre, del contentarsi eh' io mi dica 

Il suo Manzoni. 

(i) Parla della moglie, ch'era in que' giorni ammalata. 



304. 

Al medesimo^ a Stresa. 

Lesa, 7 febbraio 1850, 

Non avrei mai creduto di poter provare tanto di- 
spiacere per la malattia d'un cavallo. E, per giunta, 
l'assenza di Stefano, che è a Milano per alcuni giorni, 
mi rende più difficile del solito l'andar io a procu- 
rarmi il bene che mi fanno e all'animo e all'anima 
la vista e le parole di Rosmini. 

Per la mia parte , non vedo che il piacere gran- 
dissimo di rivedere il nostro Tommaseo mi possa 



— i86 — 
esser tm-b.ito da nessuna ponderabile inquietudine. Mi 
sento sicuro sotto l'usbergo della mia nullità politica, 
nota ormai ìippis et tonsorihiis; che in italiano viene 
a dire, partiti e governi. Sciìicet id superis cordi est (i). 
Pur troppo un'altra, e veramente grave e dolorosa, 
cagione potrebbe privarmi di quel piacere... Ho scritto 
per consiglio a un giurisperito di Milano, e, se la cosa 
si decide , potrebb'esser necessaria la mia presenza. 
Aspetto consiglio anche da Lei, quando avrò la con- 
solazione di vederla; e intanto fo assegnamento sulle 
sue obiezioni. La mia buona Teresa se Le rammenta 
con quella cordiale venerazione, eh' Ella conosce, e 
tutt'e due ci rammentiamo delFottimo P. Provinciale. 

Il suo Manzoni. 

(i) Accenna alle parole di Virgilio: Sciìicet is Superis lahor est ! 
ea cura quietos sollicitat. È una celia ironica sulla Polizia austriaca. 



305. 

Al Marchese Ostassimo d^,y4:(e^lÌ0j a Torino, 
Caro Massimo, 

Lesa, 4 marzo 1850. 

Non sono mai venuto finora a seccarti con mie let- 
tere, confidando, come confido sempre, che, anche in 
mezzo agli aff"ari, mi serberesti un cantuccio nella tua 
memoria. Anzi ho sempre resistito bravamente a chi 
mi chiedeva di farti sdrucciolar nelle mani qualche 
raccomandazione. Ora, vengo io, coni' io, senza ri- 
chiesta né suggerimento di nessuno, non a fartene una, 
ma a dirti semplicemente un mio pensiero. 



- i8- - 

Sapevo che il Tommaseo aveva designato di venire 
a passar qualche tempo su questo lago, e mi facevo 
una festa di rivedere, dopo tante vicende, un antico 
e caro' amico. Vengo ora a sapere che gli è negato 
l'ingresso in questo Stato. E siccome mi pare di poter 
esser sicuro, per la cognizione che ho di lui, che, es- 
sendoci ammesso, non ci farebbe cosa veruna che 
potesse cagionar dispiacere, non che disturbo ; cosi 
ho pensato che il dirtelo non sarebbe, alla peggio, 
che un passo inutile (i). E non vorrei neppure che 
ti credessi obbligato a rispondere. Se c'è qualcheduno 
il quale deve sapere, per propria esperienza, che si 
può voler bene a uno senza adoprar la penna, e col 
quale perciò si possa fare a confidenza in questa 
parte, ili e ego sum. 

In ogni caso, desidero che questo passo rimanga se- 
greto, perchè, se si risapesse di là dal fiume saero (2), 
me ne potrebbero venir delle noie quando avrò pure 
dovuto passarlo, staccandomi con rammarico da que- 
sta cara solitudine. 

Verrà mai un tempo ch'io possa fare ancora con te 
di quelle chiacchierate che a me piacevano tanto, e 
a te non dispiacevano? Dio lo sa. Intanto io lo prego 
che ti dia ogni benedizione, e particolarmente quelle 
che ti sono necessarie nel tuo difficile posto ; e t'ab- 
braccio con quell'antico e inalterabile affetto che tu 
conosci. 

li tuo vecchio papà 

A. Manzoni. 



(i) Solo nel 1854 il dalmata illustre andò in Piemonte, e v'ebbe 
ospitalità affettuosa. Quando io ricevetti copia di questa lettera, che 
è'posseduta dal sig. conte Ippolito Cibrario, la mandai subito al 



- i88 ^ 

Tommaseo, immaginandomi il piacere che gli avrebbe dato. Fu 
veramente un giorno di gioia per lui. « Grazie (mi rispondeva) 
« delle parole trascrittemi, ove Don Alessandro degna parlare di 
« me. Venerando io l'ho sempre amato ; ma non sperai mai da 
« esso il nome d'amico : e il sentirmelo dire dalla sua sepoltura, 
« più commuove la mia gratitudine. E con gratitudine lo sen- 
€ tirebbe quella mia benedetta, che vide onorata nel 1863 d'una 
« visita di lui, quella stanza ov'ella dieci anni poi doveva morire; 
« ella che aveva nell'anima, e anche nel portamento, qualcosa 
« della persona alla quale è dedicato V Adelchi Ma 1' Enrichetta 
« meritò per marito Alessandro Manzoni e V Adelchi per monu- 
« mento ; io di tal moghe, qual'ebbi, non ero degno , né posso 
« a degno monumento raccomandare il soave nome di lei ». 
• (2) « Accenna a quel di Dante , che dice a lui Beatrice : Oh 
« ili che se' di là dal fiume sacro », Così mi scriveva il Tomma- 
seo , soggiungendo : « Il soggiorno di Lesa non gli era caro 
« soltanto perchè solitudine , ma perchè l'Aquila fin là non di- 
« stendeva le penne. Parlandomi di ciò nel 1835, e' mi diceva, 
« a un dipresso , che passar quel confine sempre gli parve una 
« meta desiderata ». 



306. 
Al Conte Gabrio Casali, a Torino. 
Carissimo amico, 

Lesa, 10 marzo 18, ó. ■ 

Che una tua lettera e un' occasione di servirti , 
due cose per me carissime, m'abbiano a portare una 
mortificazione, è una vera disgrazia. Ma la difiìcoltà 
di dire qualcosa che vaglia, senza dir ciò che l'ar- 
gomento richiede più imperiosamente , mi s'affaccia 
come insuperabile. Aggiungi che, avendo preso, in 
altri tempi, un impegno per una malaugurata edizione 



— 189 — 

delle mie carabattole vecchie, con aggiunta di cose 
inedite, ed essendo ora stimolato ad adempirlo, mi 
trovo costretto a un lavóro che si porta via il mio 
tempo. Aggiungi pur troppo ancora, che delle gravi 
e dolorose preoccupazioni mi rendono necessario 
uno sforzo anche su questo lavoro obbligatorio. E 
mi scuserai se ti prego di scusarmi presso a chi 
avrei un vero desiderio di poter obbedire , partico- 
larmente in una tale occasione. 

Ti ringrazio delle notizie che mi dai, e sopratutto 
delle osservazioni che mi comunichi sugli affari di 
costi. Confermano le mie congetture sulla pochissima 
probabilità d'un'equa e stabile conciliazione. Nessuna 
delle due parti (prendendole nella massa, che in fine 
è quella che sforza o impedisce le risoluzioni, o le 
attraversa efficacemente, quando sono prese suo mal- 
grado) dice tutto quello che vuole; e anche quel tanto 
che ciascheduna dice, è rifiutato dall'altra come un 
eccesso. Del resto non è che una forma particolare 
della gran questione, o d'una delle gran questioni 
che agitano il mondo, e delle quali non mi pare che 
si possa intravvederc una bona e durevole soluzione. 

Ho spesso la consolazione di vedere il nostro grande 
e caro Rosmini , e avrei desiderato particolarmente 
di vederlo oggi , per poterti dire qualcosa da parte 
sua. Ma impegno, sen:(^ci timore, la mia responsabilità, 
per assicurarti che i tuoi saluti gli saranno graditis- 
simi. Rammentami , te ne prego , ai due tuoi figli, 
ch'ebbi il piacere di veder qui; e di', se ce n'è bi- 
sogno, a uno di loro, che un vecchio gli raccomanda 
di non tralasciare degli studi interessanti , e cosi 
bene incominciati. 

Mia moglie e Stefano ti ringraziano della tua gen- 



— 190 — 
tile ricordanza , e ti presentano i loro cordialissimi 
complimenti. Vorrei poter sperare di rivederti ancera 
su questo carissimo lago, ma non so se il passaporto 
e altre circostanze mi permetteranno di far qui an- 
cora un lungo soggiorno. Ma ovunque ch'io mi trovi, 
conservami il pregiato diritto di dirmi 

Tao afF. amico 
Alessandro Manzoni. 



307. 

Al medesimo, a Toriao. 
Caro Casati, 

Lesa, 19 marzo iSjo. 

Dopo essermi scusato del fare una cosa che tu 
desideravi , vengo io a chiederti un servizio ; fatto 
che potrebbe parere strano a uno che avesse poca 
pratica del mondo ; ma che a uno della tua espe- 
rienza parrà ordinarissimo, e quasi naturale. M' è 
stata rimandata da Milano T acclusa procura , per 
mancanza di legalizzazione in utroqtie , da farsi a 
Torino. La spedisco a te, perchè, come amico, tu 
faccia il tuo dovere, giacché io non sono di quegli 
uomini volgari e leggieri che stimano l'amicizia un 
nome vano. Ti sarei anche accaduto più d'una volta, 
nel far servizio a chi non lo meritava, di rimetterci 
del tuo. Ma questa perfezione al tuo merito io non 
la vorrei dare ; ti prego perciò di sapermi dire ciò 
che sarà costata 1' operazione (giacche senza quat' 



— 191 — 
trini non potrà esser fatta di certo) affinchè , alla 
prima occasione, io possa rimborsarti. 

Il non aver visto Rosmini , tra il ricevere della 
tua carissima lettera e il mio rispondere, aveva pur 
troppo una cagione trista, ma che, grazie al cielo, 
è cessata subito. Una lombaggine improvvisa l'aveva 
obbligato al letto e a una levata di sangue. L' ho 
rivisto quasi guarito : ora lo è interamente. Non mi 
ero ingannato (vedi che previdenza è la mia!) nel- 
l'assicurarti che i tuoi saluti gli avrebbero fatto un 
gran piacere. Ora posso annunziartene anche il cor- 
dialissimo contraccambio. Ti so dire che è, in mezzo 
ai guai, una gran consolazione il trovarsi spesso con 
un uomo, ogni colloquio col quale, solleva la mente 
ad alture, alle quali si sente che, da sé, non si sa- 
rebbe mai potuto salire. 

Gradisci i cordiali complimenti di mia moglie e 
di Stefano, e rammentati spontaneamente e per tua 
bontà (indipendentemente dalle seccature che non 
te lo lascerebbero dimenticare) del tuo inalterabil- 
mente affezionatissimo amico 

Manzoni. 



308. 
^AlVAh. Antonio Rosmini, a Stresa. 
Veneratissimo e carissimo Rosmini, 

Lesa, 3 aprile 1850. 

Ho riflettuto, che sarebbe bene dire al nostro amico 
che non parli con nessuno della lettera che scrivo, 



— 192 — 
Non mancheranno certamente in quel paese uomini 
che dicano : T)auaiim insignia nohis Aptemus (i). 
Col solito alTettuosIssimo rispetto 

Il suo Manzoni. 

(i) ff Accenna (son parole del Tommaseo) al 2.'* dQÌV Eneide, 
« ove i Troiani nell' estremo cimento vestono le armature dei 
« Greci uccisi, per ingannar l'ingannatore nemico, non per scan- 
« sare il cimento. Qui suona in genere immascherarsi ». 



309. 

A Massimo D'A:{eglìo, a Torino. 

Lesa, 2 maggio 1850, 

Caro Massimo, ti ringrazio, e sono sicuro d'uscirne 
con onore. In quanto poi alla minaccia di farmi 
menar sopra, sarebbe l' ultimo mio pensiero, perchè, 
se tu sei Presidente del Consiglio , io sono amico 
dei carabinieri (i); e non ne caveresti altro che un 
bel rapporto, dove ti si direbbe che il furbo, avver- 
tito non si sa da chi, l'è girato in pressa. Manda su- 
bito a spasso chi t'ha detto che X era di quel co- 
lore. Oh povero X ! che gli è sempre piaciuto come 
piace ai tori. Se sapessi quanto s'è accapigliato con 
me , non per il colore di certo ( eh' io ho sempre 
detto, come il Burchiello alla poesia e al rasoio (2), 
« chi meglio mi vuol, mi paghi il vino »); ma per- 
chè quella poca fede che si poteva avere , lui l' ha 
sempre avuta nello stesso oste, anche quando pareva 
che le botti fossero scoppiate tutte, e che il vino 



— 193 — 
se ne andasse per la cantina. Pensa poi quando vide 
ciie non si levava l' insegna , e si prendeva un ca-- 
meriere provato. E io vecchio come sono , ho do- 
vuto confessargli che aveva avuta più ragione di 
me ; e ora come ora la penso come lui : ma se 
spuntasse qualcosa che promettesse di meglio ( per 
ora non pare ) volto subito casacca ; e allora state 
freschi : vi farò tanto male, quanto bene vi (o ora, 
che è una cosa immensa (3). 

Godo con te della consolazione che avrai d' ab- 
bracciare la tua ed un poco mia Rina (4), la quale 
mi dicono (e cet oracle est plus sur) s'è fatta grande 
e prosperosa; bona credo che sia nata. Salutala an- 
che per me , e fagli le mie scuse se non ho mai 
risposto a delle sue care letterine. Digli, che se non è 
il più grosso, è al certo il più radicato de' miei vizi. 

Di fare una scorsa a Lesa non mi parli più: che 
fosse eau bénite de coiir ? Rosmini ti contracambia i 
saluti. Di Teresa e di Stefano non ti dirò niente.... 
Mi viene ora in mente che dalla tua prima lettera 
mi è parso che tu credessi che Tommaseo avesse 
intenzione di venire a stare con noi. No ; voleva, 
e vorrà ancora andare a Pallanza, appunto per non 
compromettere nessuno dei due amici che ha da 
queste parti. Caro Massimo, il Signore dia il valore 
d'una benedizione all' abbraccio che ti dà il tuo af- 
fezionatissimo papà 

Alessandro. 

Brucia anche questa lettera, perchè non si sa mai... 

(i) I carabinieri della Brigata di Lesa. 

(2) Ognuno ricorda che il Burchiello era barbiere e faceva 
de' versi. 

Epistolario. Voi. IL 13 



— 191 - 

(3) Mantenendo, cioè, nel Livore del pubblico la politica del 
Piemonte. 

(4) L'Alessandrina, figlia di Massimo D'Azeglio e della Giulia 
Manzoni. 



310. 

Al Barone Sigismondo Trechi, a Milano, 
Mio caro Sigismondo, 

Lesa, 29 luglio 1850, 

Quando mi compiacevo nello sperare che, al tao 
ritorno, avresti potuto compensarmi della visita da 
me tanto desiderata, e sperata invano alla tua par- 
tenza, ricevetti la crudele, quanto inaspettata notizia 
della malattia che ti sorprese in viaggio. Seppi poi 
il tuo penoso soggiorno in Parigi, il tuo penoso ar- 
rivo a Torino ; e ora sento che hai potuto adem- 
pire il desiderio d'andare a curarti in casa tua. Non 
potendo io colla persona, ti sono stato sempre, e ti 
sono vicino col cuore ; e quantunque sia certo che 
del tuo Alessandro non puoi supporre altro, pure il 
dirtelo , come è uno sfogo per me , cosi son certo 
ugualmente che non ti può riuscir discaro, in qua- 
lunque momento. Mi sia lecito di sperare che il tuo 
temperamento, il quale ha superate altre minaccio- 
sissime crisi, potrà vincere anche questa; e l'aver 
sopportato un così lungo viaggio ne è un conso- 
lante indizio. Ma, da parte del tuo amico di quasi 
mezzo secolo, di quello per cui fu sempre di tanta 
consolazione l'amarti, e il sapersi amato da te, non 



— 195 - 

ti parrà cosa indiscreta il dirti clie , al pregare che 
fa con gran cuore per il tuo ristabilimento , unisce 
sempre una viva e ansiosa preghiera per ciò che 
riguarda il suo Sigismondo , non di questi soli mo- 
menti della vita presente, ma di sempre. La trista 
e così irragionevole certezza , che tutto finisca con 
questa vita , non ha mai potuto stabilirsi in una 
mente e in un cuore come il tuo. Dio che t' ha fa- 
vorito di tanti doni_, e che t'ha dati tanti buoni sen- 
timenti, t'invita certamente, ora più che mai, a uscire 
da un diibbio angoscioso e funesto; è pronto a aiu- 
tare i tuoi sforzi, e a ricompensarli, anche con im- 
mediate consolazioni : tante sono le ricchezze della 
sua misericordia! Oh! ascoltalo, secondalo, il mio 
caro e buon Sigismondo. Chi te ne prega ha pro- 
vato pur troppo, e tu lo sai, a star lontano da Lui; 
ma, in quarant' anni , dacché per immeritatissima 
grazia fu da Lui richiamato, tu sai ugualmente che 
non ha cessato un momento di benedire quella chia- 
mata. 

Ti chiedo perdono, se t'ho trattenuto troppo: d'a- 
verti parlato come voleva il mio cuore , non te lo 
chiedo , perchè so che presso di te non n' ho biso- 
gno. Teresa che, nella sua riconoscenza per te, ha 
assunto tutti gli anni della nostra amicizia , unisce 
i suoi voti ai miei, come puoi credere. Cosi Stefano. 
Oh ! possa arrivarci la notizia d' un meglio , e ac- 
crescere la speranza che nutro di rivederti e d' ab- 
bracciarti. 

Il tuo di cuore e d'anima 

Alessandro ìMakzoni. 



— 196 — 

311. 
^ David ^orsa, a D^Cantova. 
Veneratissimo e carissimo Signore, 

Lesa, 4 agosto 1850. 

Spero eh' Ella avrà supposta involontaria, come 
fa infatti, la mia tardanza a rispondere alla sua 
carissima lettera , e a ringraziarla del dono che 
l'accompagnava. Occupazioni di stretto obbligo, e 
intervalli di malessere, ne furono cagione. ProHtto 
del primo tempo di libertà e di buona salute per 
adempiere questo dovere. 

E non prenda questa parola per una formola di 
cerimonia. Poiché per un eccesso di modestia e per 
un eccesso d'indulgenza Ella è arrivata a dirmi, che il 
mio poverissimo giudizio sui Pensieri d'un cattolico (i) 
avrebbe qualche peso nella sua deliberazione di con- 
tinuare, o no, a servire con gli scritti la causa della 
religione, crederei di avere un conto di più a ren- 
dere nell'altra vita, se non le dicessi che la lettura 
di quell'opuscolo ha indotta in me la persuasione, 
che il SÌ2:nore non l'ha chiamato alla sua Chiesa 
solamente per lei, ma che ha voluto far di lei un 
soggetto, e insieme un istruniento, della sua mise- 
ricordia. La cognizione lucida e l'amor vivace della 
verità spirano insieme in ogni parte di quel libriccino: 
ci si vede il convincimento destinato a convincere. 

Il suo difetto è la concisione: difetto che bisogna 
lasciargli perchè li sta bene: ma difetto al quale 
bisogna rimediare, col mandargli dietro de' libri, de' 



— 197 — 
quali è come una prefazione. Quanto gliene direi, 
se, invece di scriverle, avessi la consolazione di 
parlarle! Mi restringo a una sola osservazione: gli 
uomini che si trovano così risolutamente combattuti 
in quelle poche pagine , non possogp sentirsi che 
fortemente amati: Defensoribiis istis^Teinpiis eget. 

Questo Le ho detto per scarico della mia coscienza: 
per più soia sua consolazione , e per più efficace 
impulso, aggiungo che il Rosmini ha letto quel libric- 
cino con vera e gran soddisfazione, e m'incarica di 
parteciparglielo. 

Col più cordiale e affettuoso rispetto ho l'onore 
di rammentarmele 

Aff. e devot. - , 
Alessa>:dro Manzoni. 

(i) Il Norsa, nato a Mantova di famiglia isr.ielita, s'innamorò 
sino da' primi anni degli studi letterari *e filosofici. Per compia- 
cere i suoi, dovette darsi al commercio ; che esercitò coatro ge- 
nio , ma con rettitudine e intelligenza. ' Dopo un viaggio in O- 
riente ed a Roma, abbracciò il cattolicismo ; e della sua conver- 
sione e delle sue nuove idee rese conto con questo libriccino , 
che ha veduto due vohe la luce. 



312. 

jilVjih. Giovambattista Branzini, a Stresa. 
Pregiatissimo Signore, 

Lesa, IO agosto 1850. 

Non vedendo Rosmini da due giorni, mi prendo la 
libertà di rivolgermi in segreto a Lei , per averne 



notizie. Dico in segreto , perchè la mia sollecitudine 
non possa parere pretensione a un favore tanto im- 
meritato, quanto grande, e che ricevo ogni volta 
con nova riconoscenza. 

Gradisca i cordialissimi complimenti di tutti noi_, 
e mi creda 

Suo obbl. aff. servitore e amico 
Alessakdro Manzoni. 



313. 
tAWAh. Antonio "E^osmini, a Stresa, 
Carissimo e veneratissimo Rosmini, 

Lesa, mercoledì (i). 

L' aver risaputo che oggi è vigilia ; il riflettere , 
che, in qualunque giorno gli Arconati vengano , ri- 
partiranno al tocco e mezzo; l'essere accertato da 
Lei, che la scelta della giornata Le era indifferente ; 
me Le fanno proporre di rimettere la partita a do- 
mani. Aspetto la risposta verbale dal messo ; che 
non è un argomento da farle prendere la penna : e 
col solito, inalterabile, affettuosissimo rispetto, sono 

Il suo Manzoni. 

(i) Forse scritta nel settembre del 1850. 



— 1 00 



3U- 
A Piassimo D'A:^cgliOy a Torino. 

Milano, i6 ottobre 1850. 

Profìtto dell' occasione gentilmente offertami da 
Madamigella Sailer, prima di tutto per rammentarmi 
a te, che è quello che più m'importa; e poi per man- 
darti un bel presente di robi vecchi (i), con qualche 
giunta di lavori novi, che essendo fatti nel fiore della 
vecchiezza, risicano di non essere i capi più scelti 
del fardello. Intendi bene che non mi passa neppure 
per la mente che tu. abbia a leggere. Finché stai Mi- 
nistro, hai a legger dispacci, che non so se sia per 
te maggiore delizia che a leggere componimenti. 

M'hanno riferito che, in un giornale che si stampa 
qui, è detto che tu eri venuto a Lesa, in apparenza per 
trovarmi me, ma in effetto per metterti in rapporto col 
gesuita (sic) %^osmini. Fortuna che Rosmini, il quale 
aveva la degnazione, anzi mi faceva la carità di 
venire a Lesa quasi ogni giorno, non potè venire 
quel giorno appunto che ci fosti tu: e fortuna, che 
essendoti io sempre stato alle costole nel tempo, pur 
troppo brevissimo, che passasti in quelle parti, sono 
sicuro che da Rosmini sei sempre stato discosto 
qualche miglio. Altrimenti te la giuravo per tutta 
la vita. Prendere il tuo vecchio babbo per mantello 
dei tuoi maneggfepolitici... era proprio un tiro da 
Ministro. E Rosmini? nel quale, da venticinque anni 
che lo conosco, m'è sempre parso di vedere una sin- 
cerità uguale all'ingegno (che è un gran dire): parer 



— 200 — 

sorpreso quando gli sì disse che tu eri stato a Lesa! 
Basta: quella piccola circostanza del non esservi 
trovati insieme, mi fa dubitare della verità della no- 
tizia, quantunque persone degne di fede m'assicurino 
d' averla letta coi propri occhi in un giornale. Mi 
rimane però il sospetto che , nella nostra gita a 
Pallanza sul vapore, tu abbia profittato di qualche 
momento ch'io guardavo da un'altra parte, per fare 
il tuo abboccamento col mezzo della tromba marina 
che avevi in tasca, e di cui mi hai fatto sentire il 
suono a Lesa nella tua, pur troppo, effimera came- 
retta. Ma qui mi passa la voglia di ridere, ripensando 
a dei momenti carissimi, senza poter dire a me 
stesso, che ne verranno presto dei simili, né se ver- 
ranno. Voglimi almeno bene anche da lontano, e 
comanda da bon padre, a Rina, che faccia lo stesso. 
Pietro è in campagna, Grossi in campagna e Ros- 
sari con lui. Stefano è ritornato a Lesa : dalla 
parte sola di mia moglie posso mandarti saluti, ma 
sono, come sai, cordialissimi, coi più vivi e sinceri 
augurii. Rammenta il nostro affettuoso rispetto alla 
M." Costanza (2), e la mia, oserei quasi dire, amicizia 
al tuo degnissimo fratello. T'abbraccio teneramente 
e tristamente in idea: allegramente sarà quando possa 
farlo davvero. 

Il tuo aff. papà 
Alessandro Manzoni. 

(i) In dialetto milanese vale robe vecchie. 
(2) La Marchesa Costanza Arconati. 



- 20[ — 
315. 

AÌVAh. Antonio Ro smini , a Stresa. 
Veneratissimo e carissimo Rosmini, 

Lesa, lunedi (1850). 

Sarà troppa indiscrezione il pregare che la nostra 
giornata di festa sia trasportata a mercoledì, o a quel- 
Taltro giorno che possa parerle meglio? Non credo, 
sapendo con chi ho a fare. 

A Stefano era uscito di mente, che aveva preso 
l'impegno d'assistere domani a un Consiglio del Co- 
mune appunto dalle 3 alle 5. E, non osando, come 
colpevole, di far lui il faccione, ne ha dato l'inca- 
rico a me , che l'adempisco col coraggio non tanto 
dell'innocenza, quanto dell'abitudine. Gradisca il so- 
lito attestato d' un affetto, che la riverenza rende 
più vivo. 

Il suo Manzoni. 



316. 

A Cesare. Cantù, a Milano. 
Pregiatissimo Amico, 

21 marzo i8ji. 

Vengo arditamente ad usare, o ad abusare, della fa- 
coltà che m'avete data di chiamarvi con questo titolo. 
Una persona alla quale mi legano molti obblighi, e più 



— 202 — 

ancora un'antica amicizia, la signora Bianca Mojon, 
mi spedisce da Parigi il qui unito foglio, incarican- 
domi di presentarlo all'illustre sig. Carlini, perchè 
ne voglia riempire il bianco. Non so se ella sia con 
lui in termini da chiedergli questo favore, o se sup- 
ponga tal cosa di me. In questo caso, come il sup- 
posto sarebbe falso, cosi la mia verrebbe ad essere 
sfrontatezza vera. Mi rivolgo dunque a voi, perchè 
vogliate far con lui una tal parte, se l'altro suppo- 
sto fosse vero ; o fare il favore, e prendervi l'inco- 
modo voi medesimo. Sono un seccatore ? Dovevate 
pensarci prima di darmene animo, come avete fatto 
con tanta bontà. Perdonate, ad ogni modo, e di più, 
vogliate un po' di bene a chi, senza cerimonie, ma 
con profonda stima e sincera amicizia si protesta 

Tutto vostro 
Alessandro Manzoni. 



317- 

Al Marchese Massimo d'Aie^ìio, a Torino. 

Caro Massimo, 

Lesa, 25 agosto iSjf; 

Questa data, riguardo al luogo, involge una spe- 
ranza , ma una speranza timida, anzi vergognosa, 
come si conviene da parte di chi non sta fermo, e 
non ha nulla a fare , verso chi n'ha molto, e s' a- 
vrebbe a movere. Però le dà un po' d'ardire la cir- 
costanza che Lesa è a una trottata da Baveno, dove 



- 103 — 
sono i Collegno (i), e dove, al principio di settembre, 
s'aspetta la sempre desiderata Arconati. Peppino mi 
si dice che verrà più tardi. A ogni modo, m'hai a 
compatire, se il pensiero di rivederti, e di rinnovare 
quelle per me così deliziose chiacchierate, mi fa, a 
momenti , scomparire dalla mente le difficoltà. Se 
vieni dunque, sappi che è a condizione d'essere al- 
loggiato poco bene ; se poi, Dio voglia ! conducessi 
la^carissima Rina, a tarsi vedere al nonno, oramai 
giovinotta, e abbellite!, per quanto gli dicono, e sia 
detto tra di noi, si faranno miracoli perchè sia al- 
meno convenientemente al sessv:>, e alla condizione 
di popola o, per dir meglio, di tota. 

Delle cose te ne avrei a dire , ma non sono cosi 
gonzo da scriverle, quando ho la speranza, per leg- 
c^iera che sia , di dirtele davvero. Teresa ti saluta 
cordialmente ; e Stefano , di più , ti ringrazia della 
tua cortesissima risposta a Aqui. Io t'abbraccio stretto, 
rinfrescando la cara speranza di abbracciarti davvero. 

Il tuo a£ papà 
Alessakdro Makzoni. 

P. 5. Non so, se sia contro l'etichetta il non darti 
dell' Eccellenza sulla soprascritta , ma , se mal non 
mi ricordo, quelli che t'hanno scantucciato anticipa- 
tamente il soldo , t' hanno levato a priori anche il 
titolo. Vorrei che si ristabilisse il primo, e intanto, 
salvo errore, sto au fait accompli. 

(i) Giacinto Provana di Collegno, nato a Torino il 4 di giu- 
gno del 1794, guerreggiò in Russia con Napoleone; ebbe parte 
e non piccola ne' rivolgimenti politici del 21; poi esule dal Pie- 
monte , combattè per la libertà in Portogallo , nella Spagna ed 



— 204 — 
in Grecia. Coltivò con amore le scienze naturali, e scrisse più 
opere di geologia, lodate nella penisola e fuori. Fu Ministro di 
Stato nel 48, ambasciatore a Parigi nel 52. Sposò una sorella di 
Costanza Trotti, moglie al marchese Giuseppe Arconati. È morto 
r II marzo del 1873. 



318. 

c/i Emilio B rollio j a Belgirate. 
Pregiatissimo Signore, 

Lesa, 25 agosto xSji, 

Cosi dunque , e con una , mi lasci dire, cosi ini- 
quamente modesta esitazione , Ella m' annunzia il 
vantaggio che ho d'esserle vicino , e mi dà la spe- 
ranza di vederla presto ? Io invece , reso ardito da 
codesta modestia medesima, Le dirò, senza cerimo- 
nie, che non vedo l'ora d'esprimerle, meglio che con 
la penna^ la consolazione che ne provo, e l'affettuoso 
ossequio, col quale ho l'onore di dirmi 

Suo dev. obb. servitore 
Alessandro Manzoni. 



319. 

tAlVAh. Antonio Rosmini, a Stresa. 
Carissimo e veneratissimo Rosmini, 

Lesa, 4 novembre 185 r. 

Un risalto della mia lombaggine, più che il cat- 
tivo tempo^ mi ha interdetto^ ne' giorni passati, la 



— 20: 



'D — 

carissima gita a Stresa ; e anche oggi, quantunque 
sul finire, non me la permetterebbe che in una ma- 
niera da non ci si fidare. Profitto almeno della ne- 
cessità di far movere i cavalli per chiedere sue nuove^ 
per rammentarmele, e per trasmetterle i due gior- 
nali, con molti ringraziamenti , che è quanto dire , 
col chiederne degli altri. 

Spero che domani la prudenza non contrasterà al 
desiderio. Le presento i cordiali ossequi di Teresa 
e di Stefano ; e con la solita affettuosissima vene- 
razione mi dico 

Tutto suo 
Alessandro Manzoni. 



320. 
A Cesare Cantù, a odiano. 

(iS;.). 

Del nome potevate fare parsimonia. Delle idee mi 
volete far insuperbire. É fortuna per uno il trovare 
chi, non solo esponga bene ciò, che da lui fu espresso 
Dio sa come, ma argomenti su ciò che avrebbe pen- 
sato e detto. Mi riservo però il benefizio d' inven- 
tario (i). 

(i) Il Cantù nel mandargli la sua opera: Della letteratura ita- 
liana, precetti ed esempi, gli aveva scritto : « Questo libro è pieno 
« del vostro nome, e pretende delle vostre idee ». 



— 20 j — 



321. 

Alla Marchesa Alessandrina D'A:(^egìio. 
Min amatissima nipotina^ 

Milano, 14 giugno .852. 

Hai avuto ben ragione di pensare che alla con- 
solazione datami dalla notizia^ bella per ogni parte^ 
del tuo collocamento, doveva aggiungere non poco 
l'essermi annunziato anche da te. Te ne ringrazio; 
e se altre volte il core fu solo a risponderti , sappi 
che non se la perdonava : ora poi non lo potrebbe 
sopportare. E ringrazio il Signore che, col renderti 
così felice sposa , ti dia un premio dell' essere sem- 
pre stata così bona figlia. Ci s'aggiunge di più che 
il dividere, che farai d'ora in poi, questo nome ca- 
rissimo tra due persone, lontano dall'essere una per- 
dita per il mio Massimo, gli sarà una consolazione 
di più^ sentendoti chiamar padre un uomo, che ama 
e rispetta da tanto tempo. 

Anche il tuo Nonno ha avuto una giunta di pia- 
cere a quello , che gli avevano dato le due vostre 
lettere. Rividi ier sera, dopo ventitré anni^ una sti- 
mabilissima conoscenza , il conte Sclopis ; il quale 
mi parlò, con effusione di core, delle rare doti d'in- 
gegno e di core del tuo futuro sposo ; e quanto tu 
fossi fortunata d'entrare in una tale famiglia. Cosa 
che sapeva ; ma le tristi ci tornano tanto agli orec- 
chi^ che è un compenso il sentirsi ripetere le ottime. 

La mia gita in Toscana, se la posso fare, sarà 
neir autunno ; sicché ho anche la speranza di tro- 



— 2o; — 
varci quella mia Rina, che ho vista nascere, che ho 
stretta tante volte nelle mie braccia quasi paterne, 
di fare la desiJeratissima conoscenza della tua nova 
famiglia. Non occorre dirti che sarà uno stimolo 
di più. 

Dio conservi sopra di te, mia carissima Rina , la 
sua benedizione, come lo prega con tutto il core il 
tuo affezionatissimo "Nonno 

Alessandro Manzoni. 



322. 

Al Marchese Matteo %Jcci. 
Pregiatissimo Signore, 

Milano, 2j giugno i8j2. 

Devo ringraziarla d'avermi, con la gemilissima 
sua lettera, data occasione e fatto animo a espri- 
merle una consolazionej'^nella quale ha tanta parte 
la riconoscenza. A questo sentimento mi dà un ti- 
tolo e insieme un dovere l'esser Rina la viva e unica 
parte, per dir cosi, d'una mia diletta figlia, e l'esser 
figlia d'un mio carissimo amico. E cosa io avrei po- 
tuto sperare, anzi desiderare di più per essa, che di 
vederla unita a una persona, nell'apprezzare la quale 
il suo genio va d'accordo col giudizio di quanti hanno 
il bene di conoscerla ? Tutto ciò che ho sentito dire 
di Rina, mi dà la lieta fiducia che saprà meritarsi 
costantem.ente la sorte che il cielo le ha destinata. 
E la di Lei lettera carissima conferma, nella miglior 



— 208 — 

manicra_, la nna fiducia, col bell'elogio ch'Ella fa a 
questa nostra cara (mi permetta d'aggiungere: senza 
avvedersene), dicendo che ha con Lei uniformità d'in- 
dole^ di gusti e d'abitudini. 

Mi permetta anche di congratularmi con Lei del 
suo vivo e felice amore per le lettere , che fa spe- 
rare utilità e onore all'Italia nostra. E tutto ciò mi 
avrebbe fatto stimare un' onorevolissima fortuna il 
poterla conoscere di persona. Non Le dirò quanto 
me la renderci più cara il vincolo fortunato che tra 
poco m'unirà a Lei. 

Voglia presentare al degnissimo suo signor Padre 
i miei devoti e riconoscenti ossequi, e finché venga 
il momento in cui io possa prendere un titolo ancor 
più desiderato, m'accetti quale , con la più cordiale 
e alta stima, me le protesto 

Devot. aff. servitore 
Alessandro Manzoni. 



323. 

All'Ai), Antonio Rosmini, a Stresa. 
Carissimo e veneratissimo Rosmini, 

Lesa, 12 agosto 1852, 

Questo tempaccio, e il sentir dire da' pratici, che 
non si cambierà in meglio prima d'essere peggiorato 
ancora, ci consigliano di rimettere a un altro giorno 
la desideratissima gita a Stresa. E stiamo intanto 



— 209 — 

sospirando il peggio, com'è l'usanza di fare In tante 
altre cose, e con minor sicurezza del secondo effetto. 
Spero, però, che il tempo intermedio mi permet- 
terà almeno una rapida corsa. Teresa e Stefano si 
uniscono a me per esprimerle il comune dispiacere 
e il comune desiderio. Si degni di rammentarsi, con 
la solita bontà e carità, del suo ossequiosissimo e 
amantissimo 

Manzoni. 



A MassiììiJ D' ^legììo, a Torino. 
Mio caro Massimo, 

Lesa, 27 agosto 1S52. 

' Ricevo ora solamente la tua amabilissima lettera; 
e la data di questa ti dice la cagione del ritardo. 
Come si dice di no e alla cosa (i), e a chi ha la 
bontà di chiederla, e alla lettera con cui la chiede? 
Scrivo subito a Pietro; che sarà mio compagno 
di viaggio; affinchè pensi al passaporto, e agli altri 
preparativi necessari, giacche non posso a meno di 
tare una passata a Milano. Una delle ragioni che 
m'aveva fatto fissare il viaggio a un tempo più 
lontano era la gravidanza della moglie di Pietro, e 
l'incertezza del tempo della, délivrance. Ma oggi ap- 
punto ricevo una sua lettera, che me l'annunzia come 
avvenuta felicemente. Mi tengo dunque certo che da 
questa parte non ci saranno ostacoli. E per il pas- 
saporto, spero che il nome del Presidente del Con- 
Epistolario. Voi. TI. 14 



~ 2 i O — 

sigilo di potcìi:^a amica gli appianerà tutti. Addio 
dunque, Massimo; addio di gran fretta, ma col pia- 
cere vivissimo che mi dà la speranza di poterti dir 
presto, in miglior modo, di quanto core io ti sia 

Aff. papà 
Alessandro Manzoni. 

Tante cose di Teresa e di Stefano. Broglio, che 
si trovò qui quando principiavo la mia lettera, m'in- 
caricò di tanti suoi rispetti. 

(i) Il D'Azeglio aveva pregato il Manzoni di recarsi a Corne- 
gliano, presso Genova, ad assistere al matrimonio della sua figlia 
Alessandrina col Marchese Matteo Ricci di Macerata. 



325. 

Al medesimo. 
Mio caro Massimo, 

Lesa, I settembre 1852. 

Spero che Pietro potrà essere qui coi passaporti 
a tempo per poterci trovare a Genova, anche prima 
del IO. Desidererei però di sapere se hai fissato questo 
giorno per le veramente felici nozze , o se ti sei 
determinato per il 15, del che la tua carissima mi 
lasciava in dubbio. 

Che piacere per me lo scriverti così laconico, per 
la cara speranza d'aver presto a fare troppo meglio 
che scriverti! T'abbraccio intanto come posso. 

Il tuo aff. papà 
Alessandro Manzoni. 



— 211 — 

Al medesimo. 
Mio caro Massimo, 



Lesa, 8 settembre 1S52. 



Sono assicurato dei passaporti^ e Pietro verrà a 
prendermi qui, per metterci in viaggio il 12, e tro- 
varci a Genova il giorno seguente^ più o meno pre- 
sto, secondo che ci converrà o di pernottare a Ales- 
sandria, o di tirare avanti. 

Per l'amor del cielo^ non ti dar pensiero del nostro 
alloggio a Genova. Già io credevo che tu fossi anche 
tu sulla locanda; e avevo fissato d'andare alle Oliai- 
tro Na::^ìoni , dove siamo conosciutissimi , e stiamo 
come in casa nostra. Ben inteso, che ci si starà più 
riguardo a lenzoli, che riguardo a tovaglia. E appena 
a Genova_, e lisciati, o almeno lavati e spolverati, 
una buona rebelera (i), e a Cornegliano. 

Di' a Rina che prepari la sua fronte per un bacio 
avito; mettimi in grazia dello sposo e del degno 
suo padre, e ricevi un abbraccio , ideale per ora , 
dal tuo 

Aff. papà 
Alessandro Manzoni. 

Tante cose di Teresa e di Stefano. 

(i) Vettura pubblica di umilissima specie^ allora in uso a Genova, 



— 21^ — 



327. 
^ì D\Carchcsc Gino Cappoiil, a Varramisfa. 

Gino mio, 

Siena, 8 Ottobre 1852. 

Saprete già a quest'ora, clic , essendoci avvisti 
d'avere alla prima fatto male il conto eoa l'orario^ 
abbiamo poi fissato di partire col convoglio delle 
tre: Lunedì, s'intende. Ma io non posso riguardar 
come cosa superflua quella che mi dà l'occasione di 
dirvi un poco più presto, che consolazione sia per 
me l'avere a passar qualche ora con voi. A Varrà- 
mista vi dirò che la nostra intenzione sarebbe di 
ripartire col convoglio di Martedì, per Pisa e Mas- 
sarosa; ma, sia detto tra di noi, se il Padrone di 
casa ci fa appena un pochino d'istanza di rimaner 
tutta quella giornata, dopo qualche cerimonia accet- 
teremo. Le mie figlie, che vi ringraziano tanto del 
vostro non meno amabile che onorevole invito, de- 
vono rimaner qui fino a Mercoledì, per sbrigare 
alcune faccende : sicché verrò con Bista solo. Addio 
dunque, Gino carissimo e veneratissimo, fino al mo- 
mento, grazie al Cielo, vicino, che potrò veras aii" 
dire, et rcddere voccs (i). Uso, e userò in tutto e per 
tutto , del diritto che mi dà il vostro linguaggio 
amichevole; ma possibile che non intendiate una 
volta, che prezzo abbia questa parola in bocca vostra? 

Il vostro devot. e aff. 

Alessandro Manzoni. 

(i) Da Virgilio, ove Enea parla alla madre: Cur destra jun^ere 
dcxiram non datiir, ac veras. . ? 



— 21*^ — 



wi/ Marchese Massimo T)' Azeglio. 
Caro Massimo, 

Milauo. 9 luglio 1855. 

A conto delle raccomandazioni che t'ho rispar- 
miate quand'eri Ministro, vengo ora a fartene una 
che mi sta molto a core. Il sig. D/^ Bartolommeo 
Garavaglia; al quale, oltre la stima che ho comune 
per lui con quanti lo conoscono, mi lega una par- 
ticolare riconoscenza per le cure veramente paterne 
che presta alla mia bona e cara nipotina Enrichetta 
Baroggi (i); desidera che io ti raccomandi il sig. Ce- 
sare Garavaglia, suo nipote, che si trova costi. Fo 
quest'uiizio non solo di bon gradò, ma di genio; e 
ne attendo con fiducia il successo della tua bontà e 
amicizia. 

Aggiungo una preghiera per me; ed è che tu venga 
a farti ringraziare a Lesa, dove anderò, a Dio pia- 
cendo, alla fine di questo mese, o al principio del 
venturo. L'esserti ingolfato più che mai nello splen- 
dore de' troni, e per quanto si dice, nelle tenebre 
de' gabinetti, so che ti lascia sempre quel Massimo 
di prima. A riabbracciarti dunque tale quale, e pre- 
sto, se Dio mi concede questa grazia. 

Il tuo aff. papà 
Alessandro Manzoni. 

(i) L' Enrichetta era figlia della Cristina Manzoni ne' Baroggi, 
e andò a marito con Cesare Garavaglia, Qjaando nel 1869 le 



— 214 - 
morì un lìgliuolctto, di carissime speranze, il Manzoni dettò que- 
sta epigrafe, che fu messa alle stampe dal prof. Angelo De Gu- 
bernatis a pagina 261 del suo libro: Il thCuìi^oni ed il Faiiriel 
studiati nel loro carteggio inedito : 

A TOGNINO GARAVAGLIA 

DI ANNI CINQUE E DUE GIORNI. 

O ANGELO GIÀ SU QUESTA TERRA 

IL LUTTO DEI TUOI GENITORI 

E DEI CONGIUNTI CHE t'aMAVANO TUTTI QUAL FIGLIO 

NON POTRÀ ESSER COMPRESO DA CHI NON CONOBBE 

QUALI GIOIE E QUALI SPERANZE 

1 SAGGI PRECOCI E SINGOLARI 

DEL TUO CUORE E DELLA TUA MENTE 

TENNERO VIVE 

ahi! PER QUANTO BREVE TEMPO 

NEGLI ANIMI LORO. 

j" giugno iS6c). A. M. 



329. 

Al Prof. Ranieri Shragia^ a Pisa. 
IH. sig. Professore, 

Lesa, 12 ottobre 1853. 

Arrivato da Cassolnovo, dove avevo passato al- 
cuni carissimi giorni in casa Arconati, ho trovato 
qui la pregiatissima sua; o piuttosto ce l'abbiamo 
trovata, giacche, per mia fortuna, avevo per com- 
pagno di viaggio r Abate Rosmini. Gli ho quindi 
potuto comunicar nel momento ciò ch'era per lui: 
ed eccole ciò che m'incarica di rispondere (i). 



— 215 - 

Le correzioni o variazioni che desidera di fare 
al suo Catechismo, non riguardano che la dicitura. 
Vorrebbe, cioè, renderla conforme , per quanto è 
possibile in un lavoro già fatto, all'uso vivente to- 
scano. L'impresa, a volerla eseguire in queste parti, 
è o molto difficile, o molto incerta; poiché si tratta 
o di poter prendere a frullo un Toscano che sappia 
e voglia dare un tale aiuto; o di consigliarsi con 
dei non Toscani, i quali, con la miglior volontcì del 
mondo, non potrebbero se non andare a tasto le 
più volte , come lui , che , per essere un ingegno 
eminente, non è però un indovino. E avrebbe di- 
messo il pensiero di fare a quel suo lavoro questo 
miglioramento affatto accessorio , ma pure deside- 
rabile, se non si fosse pensato che la cosa poteva 
esser fatta facilmente e con fondamento in Firenze. 
Se dunque l'editore trovasse là una persona che 
volesse incaricarsi di questa revisione, farebbe una 
cosa utile al lavoro, e grata all'autore. Non si tratta 
che di levare le parole, le frasi e l' inversioni che 
due Fiorentini, i quali facessero quel dialogo tra di 
loro a viva voce, non userebbero , e di sostituire 
quelle che gli verrebbero in bocca. Fiorentini colti^ 
s'intende, che parlerebbero bensì, ne' casi in que- 
stione, con altri vocaboli e forme di dire, ma nello 
stesso stile del libro, cioè con lo stile richiesto dal 
soggetto. Ho dovuto aggiunger questo , perchè , da 
una parte, io non conosco l'editore; e dall'altra, so 
che ci sono dimolti i quali essendo, a forza di strane 
teorie in fatto di lingua , riusciti quasi a dimenti- 
carsi che Firenze non consiste in Camaldoli e in 
Mercato vecchio, s'immaginano che chi vuole del 
fiorentino in un libro, non possa volerci altro che 



■ — 2I0 — 

il linguaggio della Cre:^ia dello Zannoni. Che se il 
ridurre in tutto e per tutto il libro fiorentino, pa- 
resse una cosa di troppo impegno, basterà di levare 
almeno ciò che all' orecchio fiorentino riuscirebbe 
più iusolens, per usar l'espressione di Cesare. Dico, 
all'orecchio, sapendo pur troppo che , anche in Fi- 
renze, l'occhio che legge giudica diversamente; e 
che, anche là, s'è dimenticato che il vocabolo Lingua, 
quando significa un complesso di segni verbali, è una 
metafora presa da quell'istrumento che il Creatore 
ha messo in bocca agli uomini, e non nel loro cala- 
maio. La speranza che il libro sia adottato nelle 
scuole di Toscana, è una ragione di più , se ce ne 
fosse bisogno, di rendergli un tal servizio; perche 
avrebbe cosi anche il vantaggio (secondarissimo, lo 
so, ma sempre vantaggio) di non disavvezzare i 
giovanetti fiorentini dal loro linguaggio {proh ! nefas) ; 
come potrebbe servire a renderlo un pochino più 
familiare nell'altre parti d'Italia , e particolarmente 
in quelle dove il bisogno è incomparabilmente mag- 
giore : voglio dire fuori della Toscana. 

Se il progetto conviene all'editore, s'intende na- 
turalmente che le proposte di cambiamenti dovranno 
essere trasmesse in manoscritto all' autore; e che 
non si metterà mano alla stampa, se non quando 
siano ritornati con la sua , o generale , o parziale , 
a])provazione. In caso diverso, Tufizio d'incaricato 
m'obbliga a dire che l'Abate Rosmini si contenta 
che si faccia una semplice ristampa. 

Per carità, non parli di perdono, quando io non 
ho a farle che de' ringraziamenti, per avermi dato 
un segno prezioso della sua memoria, e insieme una 
commissione gradita per ogni ' verso. Ciò che Le 



— 217 - 

devo perdonare, {mix lo fo a malincorpo)^ e di non 
aver ascoltata la bona ispirazione di tare una nova 
gita a questo lago. Non Le so dire con quanto pia- 
cere avrei rinnovati i bei momenti, che ho passati 
con Lei, e qui, e a Massarosa, e a Pisa. Mi crederà, 
se Le dico che invidio la visita , che si propone di 
fare ai Giorgini. Mi saluti almeno le mie figlie, il 
mio Bista, e rammenti il mio afFettuosissimo osse- 
quio, e la mia indelebile e crescente riconoscenza 
agl'incomparabili Nonno e Babbo (2). A Matilde devo 
scrivere oggi, o domani al più tardi. Se parla a Bi- 
sta dell'argomento di questa lettera, lui Le spiegherà 
le mie ragioni, molto meglio di quello che potrei 
f:ir io. 

Gradisca i ringraziamenti e i complimenti di mia 
moglie, e nii voglia credere sempre quale ho l'onore 
di dirmi 

Suo devot. aff. servitore 
Alessandro xMa>zoni, 

(1) Allora in Toscana si mettevano su i Licei, e v'era l'inten- 
/.ione d'introdurre nelle pubbliche scuole il Catechismo dell'abate 
Antonio Rosmini. Il quale, come seppe la cosa, volle che il ca- 
nonico Sbragia gli trovasse un valente giovine toscano, che si 
pigliasse r incarico di ritoccare il lavoro nella dicitura , per ren- 
derla conforme all' uso vivente di Firenze. Il Catechismo rosmi- 
niano venne pertanto corretto nella forma, e vide la luce a Pisa 
co' torchi de' Nistri , sebbene poi non fosse adottato mai nelle 
scuole. 

(2) Niccolao e Gaetano, questi padre, quello avo di Giovam- 
battista. 



— 2Ii 



330. 

tAlìa figUa Matilde, a V\Cassarosa, 

Lesa, 12 ottobre 1855. 

Hai fatto bene a tardare a scrivermi ;, perchè in- 
tanto il silenzio di Vittoria mi teneva libero dalla 
paura d'un ritorno del male; e la tua lettera, venendo 
più presto, non poteva annunziarmi un progresso nel 
bene come quella che ho ricevuta con tanta conso- 
lazione. Bisogna che mi contenti anche del poco che 
mi dici che è migUorata la nostra Vittoria ; ma ad 
ogni modo, se è poco, è anche tale che annunzia 
che siamo sulla -bona strada : dimanierachè mi par 
di poter sperare che la prima lettera che mi verrà 
di costl^ m' annunzierà qualcosa, più da contentare, 
che da contentarsene. Cosa ti risponderò su quello, 
che mi dici di quanto s'è fatto e si fa per te ? Dav- 
vero la mia tenerissima riconoscenza non trova più 
termini per esprimersi; e sono ridotto a non dir altro, 
se non che pregherò il Signore per tutti loro. Cosi 
lo sapessi far bene ! 

Indovina, e indovinate, dove ho passati dieci ca- 
rissimi giorni della fine di settembre e del princi- 
pio d'ottobre? A Cassolnovo, mia cara Matilde, con 
quella preziosa compagnia degli Arconr.ti, e dei Col- 
legno, e con altre amabili persone che tu conosci. 
Arrivato qui , ho trovata una gentilissima lettera 
del Professore Sbragia, dove c'è anche, che contava 
di farvi una visita a Montignoso, se non vi trovava 



— 219 — 

a Mazzarosa. Rispondendogli stamani, l'ho pregato 
de' miei saluti a tutti; e ora prego te di farli a lui. 

Puoi pensare se a Cassolnovo s'è parlato di voi 
altri. Bona Costanza ! quanto vi vuol bene, e quanto 
ve ne vuole Peppino e i Collegno ! E io, per effetto 
d'amicizia, partecipo un pochino di questo loro sen- 
timento. 

Spero che l'incomodo dell'impareggiabile Nonno (i) 
sarà passato. Tutti vogliamo farla da medico : non 
sarebbe il caso d'un po' di chinino? Ma dirai: se ha 
bisogno del medico, saprà lui prenderne uno davvero. 
Eppure, chi ha un parere da dare, non se ne può 
tenere. Ma, in conclusione , spero che a quest'ora 
non ha bisogno di medici ne legittimi ne intrusi. 
Bista fa la vita campagnola; e di certo, n'ha biso- 
gno dopo tutti que' mesi di cattedra. Ma fo il medico 
anche a lui, in un altro senso, col dirgli che il Cielo 
non gli ha dato un ingegno da lasciare ozioso. Nella 
primxa lettera voglio sentire qualche prodezza di Lui- 
sina (2). Finora quelle di Giorgino (3) non sono che 
di fatti; ma speriamo che non rimarrà indietro alla 
sorella nel dirne di quelle che meritano d'essere 
scritte. 

Un raffreddore leggiero , ma da non trascurarsi, 
attesi i due inverni, quello dell'anno che s'avvicina, 
e quello dell' anno che è in corso, m'impedisce da 
qualche giorno d'andare a vedere Rosmini; e lui è 
tenuto in casa da Hayez, che Stefano ha fatto ve- 
nire per fargli il ritratto. Da un tale artista uscirà 
una cosa de^^na dell'orÌ2:inale. 

Ho bone notizie di Pietro e della sua famiglia; 
e tali le credo degli altri, giacché sarei subito av- 
vertito se ci fosse qualcosa di contrario. 



— 2 20 — 

Teresa non h:i, pur troppo, acquistato nulla dal 
soggiorno di Lesa; e credo che quest'anno dovremo 
anticipare il ritorno, per non trovarci a doverlo fare 
in una cattiva giornata nella stagione più avanzata. 
Ti saluta, cioè vi saluta tutti cordialmente; e cosi- 
farebbe Stefano se fosse qui. Addio, mia Matilde, 
mia Vittoria, mio Bista, mio carissimo e veneratis- 
simo sig. Nicolò. Vorrei mangiare le saporite bal- 
lotte di Montignoso , ma mangiarle a Massarosa , 
dove acquistavano un sapore molto più pregiato. 

A que' giorni ci penso anche troppo; e troviamo 
ottima, com'è, la volontà di Dio. A Lui ti racco- 
mando di core, abbracciandoti e abbracciandovi come 
posso. 

Il tuo aff. babbo 
Alessandro. 

(i; Niccolao Giorgini, avo di Giovambattista. 

(2) Luisina , figlia di Vittoria Manzoni e di G. B. Giorgini , 
bella e cara giovinetta , morta nel fiore della vita e della spe- 
ranza, con dolore grande di quanti la conobbero. Nello scrivere 
con mesto affetto queste parole, mi tornano alla memoria le ore 
gioconde che bambini passammo insieme a Montignoso ; ricordo 
le belle passeggiate sui monti e lungo la marina , le deliziose 
giornate, le doki veglie d'autunno. Ho in mente ancora più d'uno 
di que' suoi motti , di quelle sue osservazioncine , che tanto la 
rendevano cara , e che mostravano come in lei il senno supe- 
rasse l'età. Oh quanto era squisitamente gentile ne' sentimenti , 
negli affetti, ne' modi ; pronta d' ingegno ; candida, graziosa , vi- 
vace ! 

(3) Altro figlioletto de' coniugi Giorgini. 



— 211 — 



All' Abate Gìo. Battista Bran:^ìnì, a Sire sa. 
Carissimo e pregiatissimo sip:. Abate, 

Lesa, 2^ novembre 1S55. 

La notizia della salate non ancora ristabilita dA 
nostro D. Antonio , mi raddoppia il dispiacere , già 
fortissimo , di staccarmi da lui. Spero che l' ultima 
applicazione farà l'effetto desiderato, e spero di saper 
presto la perfetta guarigione da D. Giovanni. 

Stefano è non solo alzato, ma ha anche desinato 
con noi , sicché domani si potrà partire. Le fa per 
mio mezzo i suoi ringraziamenti , anche per la let- 
tera comunicatagli , dalla quale però non saprebbe 
cosa rilevare. Peccato di non rimaner qui a rice- 
verne la spiegazione, e che tosse molto lunga. 

Tanti affettuosissimi ossequi di tutti al nostro 
grande e ottimo amico, e a tutto il suo degno con- 
torno. Teresa vuol che, a rischio, come dice, d' es- 
ser ridicola, preghi Rosmini di sentire da un medico, 
se una levata di sangue con la lancetta non sarebbe 
un rimedio più efficace delle mignatte contro la gra- 
vezza della testa. Gradisca i nostri cordialissimi sa- 
luti, e in particolare del suo 

Devot. affez. amico e servitore 
Alessandro Manzoni. 



— 222 — 

332. 
All'Abate Antonio Rosmììil , a Sfresa, 

Milano, IO febbraio 1854. 

Profitto della prima occasione per trasmetterle il 
Catechismo , che m' è pervenuto quattro o cinque 
giorni sono. Unisco a questa la lettera dell' ottimo 
Professore , dalla quale Ella vedrà il perchè le cor- 
re:(ioni sieno tante e tali. Credevo d' avere espresso 
con la maggior chiarezza possibile , che si trattava 
non di lingua letteraria, ma di lingua fiorentina; ma 
vedo che non è bastato. 

Vorrei poterle dare notizie di mia moglie quali 
anch'Elia le desidera; ma pur troppo un'infiamma- 
zione (non però grave) ai bronchi, venuta dopo un 
lungo malessere, l'ha costretta al letto, e ha richie- 
sta una cura. Tre cavate di sangue hanno prodotto 
ognuna un miglioramento parziale , ma non deci- 
sivo ; una quarta , e che spero ultima , di iersera , 
pare che, grazie al cielo, sia per essere più efficace. 
È superfluo il raccomandarla alle sue preghiere: ma 
essa desidera che lo faccia espressamente , e per sé 
e per i suoi, e per il nostro povero Grossi, clV Ella 
di certo non avrei dimenticato. 

Quando penso alla differenza che corre tra il par- 
larle io, in iscritto, cosi tristamente, e il godere del 
suo colloquio , la penna mi cadrebbe dalle mani. Ma 
me la leva anche la fretta , giacche scrivo in pre- 
senza del bono e compiacentissimo Don Giovanni 
Cusani, che ha la bontà d'aspettar ch'io finisca. 



— 22"^ — 

Mi rammenti al carissimo e rispettabilissimo con- 
sorzio , e voglia bene a chi ha per Lei un affetto 
pari alla stima, che è tutto dire. 

Il suo affez. e dev. 
Manzoni. 



tAlV Abate Antonio Rosmini, a Stresa. 
Carissimo a veneratissimo Rosmini, 

Milano, i8 febbraio 1854. 

Vorrei arrivare a tempo di risparmiarle la lettera 
al Ducei, trascrivendole il seguente brano di quella 
che ricevetti a Lesa dal prof. Sbragia : « I fratelli 
(( Nistri, tipografi in questa città (Pisa), hanno com- 
« binato col Ducei, tipografo a Firenze, di fare una 
« nuova edizione del Catechismo dell'abate Rosmini. » 
E segue riferendosi sempre ai concerti presi da Lei 
antecedentemente col Ducei suddetto. 

La convalescenza di Teresa (e non so pur troppo, 
se si possa ancora chiamare vera convalescenza) pro- 
cede lentamente , e non senza qualche piccolo in- 
ciampo. Però un leggiero ritorno di febbre, che av- 
venne ieri, fu attribuito dal medico all'essere stata 
qualche tempo a sedere nel letto , e all' essere cosi 
interrotta la traspirazione insensibile. La notte fu 
bona, la febbre è scomparsa, come ogni altro cat- 
tivo sintomo; dimanierachè si può sperare che non 



— 224- — 

ci sia più bisogno d'altro che d'una grande cautela 
in tutto. 

Mi s'aggiunge il rammarico di ricever notizie non 
troppo bone della mia Matilde, alla quale sono tor- 
nate, e con maggior forza, lo palpitazioni alle quali 
era già andata soggetta, ma che erano quasi scom- 
parse. I medici assicurano che non c'è nulla ne al 
petto ne al core, dov'erano i maggiori timori ; ma 
la persistenza non può non cagionare e dolore e in- 
quietudine. Raccomando questi miei cari e me mi- 
serabile alle sue orazioni. 

Vedo tutta la sua bontà nel suo desiderio d'aver 
notizie anche del rattoppo della Morah Cattolica. 
Sono a un di presso ai due terzi della dispensa, che 
uscirà probabilmente nella quaresima, e che sarà a 
un dipresso i due terzi del libro. Quell'aggiunta sulla 
dottrina luterana e calviniana della giustificazione 
per la sola fede, e la quale mi pareva costi non do- 
ver richiedere che un cenno e poche nude citazioni, 
mi s'è allungata terribilmente, non tanto per quello 
che m'è riuscito di scrivere, quanto per quello che 
ho dovuto leggere, cioè mi s'è allungata in quanto 
al tempo da spenderci, molto più che in quanto alla 
sua estensione. Non occorre di dire a Lei, che studio 
ci voglia per dir poco in una materia, dov'è stato 
scritto molto , e da uomini troppo più competenti. 
Ho dovuto fare una gran conoscenza principalmente 
con Calvino ; il quale m'è parso bensì quel sofista, 
ma non quel sofista cosi sottile che si dice comune 
mente. I suoi errori , almeno quelli che ho dovuto 
esaminare più di proposito, non mi paiono distanti 
dall'assurdo manifesto, che per l'intermezzo di leg- 
gieri equivoci e cavillazioni. 



— 225 — 

Ma le par giusto di voler sapere delle mie mise- 
rie, e non dirmi nulla delle sue ricchezze? Mi farei 
certamente coscienza di provocare una sua nuova 
lettera, Io dico di core ; ma spero di saper presto 
da qualche parte (per esempio, per mezzo dell'abate 
Cusani) se l'Ontologia ha fatto un bon pezzo di strada. 

Teresa e Stefano le rammentano il loro ossequio 
e la loro riconoscenza , e tutti sospiriamo il mo- 
mento di accostarci a Stresa. Io l'abbraccio quanto 
reverentemente e cordialmente si possa dire. 

Il suo Manzoni. 

Mi rammenti a tutti quelli che fanno uno (i) , e 
all'abate Branzini, che è quasi una parte dell'uno. 

(i) Parole di Gesù nel Vangelo di S. Giovanni. 



334- 
Al Prof. Ranieri Shnigia, a Pisa. 

Pregiatiss. e cariss. sig. Professore, 

(Marzo 1S54). 

Riceverà, per questo stesso corriere, il Catechismo 
che l'Abate Rosmini m'incarica di trasmetterle, « co' 
« suoi ossequi e ringraziamenti , chiamandosi con- 
a tentissimo, che cosi i Tipografi Nistri facciano l'è- 
« dizione desiderata , alle condizioni già concertate 
(( col Ducei. » 

Non mi sento il coraggio di prolungare questa 
lettera , sopraffatto come sono dalla notizia della 
EpiAoUrìG. Voi, II. 15 



— ■_ . — 

perdita deli' uon:o incomp.uMbile , c!:c ho avuto in 
brevj tempo il campo di venerare e d'amare come 
appena si potrebbe in un lungo corso di anni, e al 
quale devo tanto (i)! E anche la mia povera Matilde 
mi ha dato con la sua malattia cagione di tanto 
rammarico, se non d'una seria inquietudine. 

L'ultime- notizie erano consolanti, ma troppo di- 
verse da quelle che avevo trovate nell' ultima sua , 
scritta in un tempo che nulla faceva temere que- 
st'altro dolore. 

Rimane in Lei un gran conforto per quella fami- 
glia cosi degna di tutte le prosperità, e così desolata. 

Mi creda e mi voglia 

Suo devot. e affez. 
Alessandro Manzoni. 

(i) Niccolao Giorgini (avo di Gio. Battista, genero del Man- 
zoni) era nato a Montignoso il 27 gennaio del 1773. In giova- 
nissima età fu capitano delle milizie paesane. L'anno 179S con 
Giovanni Sforza andò ambasciatore a Milano per chiedere l'unione 
di Montignoso alla Repubblica Cisalpina. Anziano della Repubblica 
democratica lucchese nel 1803, fu inviato a Parigi a complimen- 
tare Napoleone e assistere al suo incoronamento, poi a Bologna 
a chiedergli per Lucca un principe del proprio sangue. Durante 
la breve, ma operosa signoria de' Baciocchi, lo troviamo Prefetto 
a Castelnovo ed a Massa , Consigliere di Stato , soprintendente 
a' ripari al Serchio nella piena memoranda dell' 813, occupatore 
nel 14 a mano armata ed a nome e per comando d'Elisa delle 
terre di Barga, Pietrasanta e Sera.vezza. Fu Gonfaloniere del Co- 
mune di Lucca dal 181 6 fino al 1840. Chiamato da Carlo Lodo- 
vico di Borbone alla presidenza del Consigho di Stato , di li a 
poco venne eletto Ministro dell' Interno, poi presidente del Con- 
siglio de' Ministri, uflìcio che tenne fino al 1 3 giugno 1847. Leo- 
poldo II , divenuto signore di Lucca , lo pose a capo della reg- 
genza colla quale prese a governare sulle prime il novo domi- 
nio , e lo volle Prefetto Ridottosi a vita privala, morì nella sua 
villa ^i Massarosa il 27 febbraio 1854. 



^iìVAh. Antonio Rosm'uii, a Strcsa. 
Carissimo e veneratissimo Rosmini, 

1 ) aprile 185 \. 

Ricevo in questo momento dal torchio il fascicolo, 
che Le trasmetto con una sollecitudine, che sarebbe 
un portento di vanità , se non fosse comandata da 
un portento d'indulgenza. L'aggiunte di qualche esten- 
sione sono alle pagine 646-3^, 681-88, 719-20. L'av- 
verto almeno di questo , affinchè non abbia a scor- 
rere il fascicolo intiero ; che sarebbe una troppo 
grave penitenza per una curiosità non fondata, ma 
benevola. Quante volte mi sono rammaricato di non 
aver potuto fare quest'aggiunte a Lesa, in vicinanza 
di cosi utili consigli ! Privato di questi , non mi ri- 
mane che la speranza di non ci aver messi spro- 
positi contro il catechismo. 

Questa lettera e il caput morinnm Le saranno , o 
portati, o spediti da Stefano; il quale fa a Lesa una 
gita così precipitosa , da non esser certo , se avrà 
qualche ora per prolungarla fino costà. Teresa, che 
è oramai in piena convalescenza , ma pur troppo 
nello stesso non florido stato di salute, in cui fu colta 
dalla malattia , Le rammienta il suo profondo e af- 
fettuoso ossequio. 

Scrivo in gran fretta per non ritardare Vunhaìla- 
mcnto di Stefano. Mi raccomandi alla memoria e alla 
carità del degno e caro Consorzio; e si degni di 
volermi sempre 

Tutto suo 
Alessandro Makzoki, 



^ .'.q 



33^- 

^■1 S. M. Don Fedro d'Alcantara 
lincerai Ole del Brasile. 

MiLmo, 14 giugno 185 1. 

A rischio di parer barbaro nel mio paese^ 

la verità mi obbliga a confessare la somma scar- 
sezza delle mie cognizioni in fatto di prosatori mo- 
derni italiani. Ma devo confessare di più, che, quan- 
di anche ne avessi una cognizione pienissima , non 
saprei da che parte rifarmi per indicare una scelta. 
Perchè , prescindendo anche dalla giustissima diffi- 
denza che avrei del mio giudizio , come fondarne 
uno intorno agli scrittori , principalmente di prosa, 
d'una nazione dove è in questione la lingua mede- 
sima , che è fino dal momento che comparve al 
mondo, una lingua letteraria ? Nondimeno, per non 
lasciare affatto ineseguito un ordine, oso dire, caro 
non meno che venerato, m'avventurerò a nominare, 
non tanto come scrittore, quanto come autore , un 
solo, l'Abate Anionio Rosmini. Non mi maraviglierei 
che questo nome fosse quasi sconosciuto costi, giac- 
che e in Europa, e in quest'Italia medesima, è ben 
lontano ancora (l'indulgenza di V. M. mi rende ar- 
dito a sentenziare) da quella celebrità, che gli è do- 
vuta, e che non gli può mancare col tempo. I venti 
volumi che l'Abate Rosmini ha pubblicato finora, 
contengono, la più parte, trattati di filosofia, ognuno 
de' quali può riguardarsi come compito rispetto alla 
sua materia speciale , ideologia ^ logica , psicologia , 



— 229 — 

morale propriamente detta, diritto, politica : ma che 
sono altrettante parti d'un sistema universale di filo- 
sofìa. Ne mancano ancora alcune, e le più elevate , 
l'ontologia, la cosmologia e la teologia naturale, le 
quali , rendendo di tanto più vasta la materia , de- 
vono anche compiere l'unità. E ardisco dire che l'o- 
pere già pubblicate bastano a far presagire un tale 
effetto : giacche la perfetta e continua consentaneità 
che regna tra di esse, e anche tra le meno affini in 
apparenza, non potrebbe venire da altro che dall'u- 
nità d'un primo universale concetto. 

M' accorgo di dover rinnovarle le mie scuse per 
un sentenziar così franco, del quale però è cagione 
in parte la brevità impostami dal riguardo di non 
abusare dell' indulgenza di V. Maestà con una lo- 
quacità indiscreta. Ma se la Maestà Vostra conosce, 
come desidero, 1' opere di cui mi sono preso la li- 
bertà di parlarle , o se la mia debolissima voce fa 
l'uffizio, che sarebbe spettato alla fama, d'invogliarla 
a conoscerle, confido d'essere assolto 



337- 
Alla signora Anna ConLirini, a Venc-Tja (i). 

Pregiatissima signora, 

Milano, 5 luglio 1S51.. 

Una convenzione con un libraio editore non mi 
permette di consentire alla ristampa ch'Ella m'ha 
fatto l'onore di propormi. Voglia quindi gradire le 



— 230 — 

mie scuse, i miei umili ringraziamenti per le troppo 
cortesi e indulgenti espressioni, delle quali Le è pia- 
ciuto onorarmi, e le proteste del profondo ossequio, 
col quale ho l'onore di dichiararmi 

Suo umiliss. devot. servitore 
Alessandro Manzoni. 

(i) Librai.! clitricc; v:njziaaa, che voIjva rista n.-). ire i Promessi 
Sposi. 



Alia VsCarcÌjcsa Anioni ella Beccarla, a Gessate. 
Carissima Zietta, 

Milano, 19 agosto 1854, 

V'accludo, con gran piacere, questa letterina, cli^. 
vi porta de' ringraziamenti^ e di certo anche le H'Oh > 
migliori nove della cara scrivente (i), che le dà 
tali a me. 

11 cholera, scoppiato a Arona, ha sospesa, e forse 
impedita affatto, l'andata a Lesa. Spero che voi con- 
tinuerete nel vostro star meglio, e lo zio nella sua 
trionfante salute ; e v' abbraccio l'uno e 1' altro con 
tutto il core. 

Tante cose da Teresa. 

Il vostro affezionatissimo nipote e amico 

Alessandro Manzoni. 

(i) MrailJc, figlili del Manzoni. 



2';i 



539- 

Alla si^ij.v.i Eni il il Liil'i. 

Pi'cgi:it;ssim;i signora Emilia, 

M lano. ; settembre 1854. 

Eccole il libro che mi si fa l'onore di desiderare, 
e che La prego di gradire, rozzo com'è, e non darmi 
Li mortificazione di vederlo ritornare indietro. 

Qual sia il meglio, di questo o del suo anteces- 
sore, non si troverà mai, perchè non è buono, ne 
l'uno né l'altro. La questione dunque non può es- 
ser che del peggio; ma anche questa non vedo come 
si possa risolvere, se non con l'esaminare quale sia 
il più o meno toscano. 

O è questione di lingua, o è questione di stile. 

Se è di lingua, dove si può trovare la regola per 
giudicare della lingua d'un libro, se non nella lingua 
medesima ? E cos' è una lingua , secondo il senso 
universale degli uomini che furono, che sono e che 
saranno , se non il complesso dei vocaboli usati da 
una società per dire tutto quello che dice ? E dove 
trovar questo in Italia , se non s'accetta per lingua 
comune , una delle vere lingue che ci sono , anche 
troppo, in Italia ? E quale di queste , se non la to- 
scana, accettata già da cinque secoli? Accettata, non 
già concordemente , costantemente , efficacemente , 
come si dovrebbe , ma la sola che sia accettata in 
qualche maniera. Si dirà forse che questa regola si 
trova pure anche fuori della lingua toscana. Lo nego. 
Se ne trovano molte, che vuol dire nessuna. 



Certe parole in certi scrittori, ccrt'altrc in ccrt'altri, 
alcune in un vocabolario, alcune in un altrOj questa 
per una ragione, quest'altra, per un'altra ; e anche 
questo, non tutti d'accordo: tutt'altro; e per neces- 
sità , giacchj come ci può esser accordo fuori del- 
l'unità ? Sicché, mentre per lingua il senso univer- 
sale intende il dir tutto uniformemente, qui si chia- 
merebbe lingua, il dire solamente alcune cose, e an- 
che queste diversamente in gran parte. 

O è questione di stile; e siamo ancora li. Lo 
stile non è altro che la maniera di mettere insieme 
i materiali d'una lingua ; sicclij la questione fonda- 
mentale è ancora di lingua. Come giudicare della 
maniera di comporre le parole se non s'è fissi sulla 
ragione delle parole? Torna anche qui quel primo 
guazzabuglio , di prendere un criterio in un caso , 
uno in un altro , cioè di non avere un vero , cioè 
un unico criterio. 

Ma il mezzogiorno s'avvicina, e Lei sa eh:, su 
questa materia, non la finirei mai... 

La prego.... di scusar questo scarabocchio , e di 
bruciarlo, e sopratutto di credermi e di volermi 

Suo afF. scrv. e amico 
Alessandro Manzoni. 



^3: 



340. 

Alla stessa. 
Pregiatissima signora Emilia, 

Lesa, i8 settembre 1854. 

Alle gambe di quel tavolo meriterebbero d' essere 
legati, uno da una parte e uno dall'altra, per una 
giornata intera, l'autore e... chi l'ha aiutato a cor- 
reggere. Come diamine sia nato un caso simile, che 
essendo stato toscano nella prima edizione , io mi 
sia rifatto lombardo nella seconda, non lo so inten- 
dere. E lei, signora Emilia, come ha lasciato passare 
uno strafalcione di quella grandezza ? Sono almeno 
contento che ci sia chi gliela fa scontare. 

mi creda 

Suo aff. serv. e amico 
A. Manzoni. 



341. 
Ad Emilio Broglio, a Belgirate. 

Pregiatissimo Signore e Amico, 

Milano, i dicembre 18)4. 

Eccole la seccata della quale ha avuto la bontà 
d' incaricarsi. Avevo disegnato di ricavarne per me 



— ^'31 — 
un altro e molto migliore vantaggio , col farmene 
uiì titolo per presentarmi alla di Lei gentilissima 
Signora. Ma il disegno fu rotto di un' improvvisa 
partenza. 

Dopo essersi preso 1' incomodo di procurare V in- 
dicato documento, voglia aver la bontà d'indiriz- 
zarlo, sotto fascia, al Sig. Giuseppe Redaelli, tipo- 
grafo libraio. Contrada de' Due Muri, 1041 , e di 
tarmi sapere la spesa. 

Così potessi aggiungere, come avrei fatto sci set- 
timane fa : ne parleremo all'ora della passeggiata ! 
Ma di questo non mi rimane altro che la memoria 
e la riconoscenza : due bone cose, senonchè la prima 
non è che il sostituto d' una troppo migliore. Ci 
aggiunge però molto la speranza, oso dire la fiducia, 
di trovare in Lei, per questa parte , un cordiale 
contraccambio. 

Chi s'incarica gentilmente di questa lettera è Ma- 
damigella Sailler, nipote del nostro Sogni (i); il quale, 
se, c'è bisogno di dirlo, se Le rammenta con V af- 
fetto d'un amico vecchio. 

Presenti i miei rispetti a Madama Broglio, e gra- 
disca che , senza formule di complimenti, mi dica 

Tutto suo 
Alessandro Manzoni. 

fi) « A proposito di questo Sogni, fratello del noto pittore 
« milanese (è il prof. Luigi Morandi che scrive) il coaim. Bro- 
< glio mi ha raccontato un aneddoto relativo al Manzoni , che 
« merita di esser conosciuto. — Durante la terza delle cinque 
« gloriose giornate di Milano riuscì a penetrare in città, trave- 
« stiro da carrettiere, queir Enrico Martini , che fa poi deputato 
« al Parlamento italiano per il collegio di Crema , sua patria, e 
<c che niDri nel i8ó8. Egli veniva da Torino, dove aveva par- 



— 233 — 

< lato co 1 Cirio Alberto, il quale gli aveva detto che il suo più 

< vivo desiderio era d' aiutare l' insurrezione, occupando Milano 

< col proprio esercito, ma che per far ciò contro il parere di 
« tutta la diplomazia europea ci sarebbe voluto un pretesto: per 
« esempio, una petizione de' più cospicui cittadini di Milano, che 
« lo avessero chiamato sotto colore di salvar la città da una 
« probabile anarchia. Appena il Martini ebbe partecipato questa 
€ cosa ai capi dell'insurrezione, la petizione fa stesa, e se ne 
« fecero cinque o sci copie. Una ne prese il Broglio , e corse 
« dal Manzoni per farla firmare per il primo. 1 o trovò sulla 
« porta di casa in compagnia del Sogni. Il combattimento du- 
« rava accanito , e le sorti ne erano tuttavia incerte ; onde la 
€ firma sotto quell' atto , se fosse caduto in mano agli Au- 
€ Striaci, poteva in que' momenti costare la vita. Ma il Manzoni 
« aderì immediatamente alla preghiera del Broglio ; il quale, presa 
« una penna in una bottega vicina, lo fece firmare alla meglio 
« sopra il cappello a cilindro del Sogni. È noto che Carlo Al- 
« berto due giorni dopo entrava in Lombardia, senza che la pe- 
« tizione dei Milanesi gli fosse potuta recapitare, perchè al Mar- 
« tini nelle due ultime giornate non venne fatto d' uscire dalla 
« città. Pochi giorni appresso però il Manzoni , forse pensando 
« che la carta da lui sottoscritta poteva essere conservata , fece 
« capire al Sogni che avrebbe volentieri riparlato col Broglio. 
« Questo si recò allora dal Manzoni, che gli domandò se si ram- 
« mentava del modo onde egli aveva dovuto firmare la petizione. 
€ Sul cappello del Sogni, rispose il Broglio. Ho piacere che Elli <i'- 
€ ne rammenti, soggiunse il Manzoni; perchè ripensandoci^ mi ri- 
< cordai che la firma riuscì di carattere mal fermo, e non vorrei 
€ che nessuno potesse attribuirne la causa alla qualità dell' atto che 
« slavo firmando >. 



342. 

Alla figlia ^Catilde. 

Cara Matilde; ho risposto cento volte col core 
alla tua cara lettera. Ma già tu sai che il core è 



— 236 — 
pronto, ma la penna è stanca. Spero di poter presto 
farla correre un po' più: intanto, separandoti per 
un momento solo da Vittoria, ti abbraccio a parte, 
e ti benedico con lei. 

Il tuo ad. babbo 
Alessandro. 



343. 

Jl cav. Carlo Morhio, a f}Cila]w. 

Illustrissimo signore, 

Di casa, 19 febbraio iSjj. 

Ho l'onore d'accusarle con ì più vivi ringraziamenti 
la ricevuta del 4^. volume ch'Ella ha avuto la com- 
piacenza di trasmettermi; e oso pregarla di voler 
farsi interprete della mia gratitudine presso l' illustre 
donatore 

Non m' era certamente ignoto il troppo indul- 
gente giudizio ch'Ella si e degnata di esprimere 
intorno a' miei scarsi e deboli lavori. La confusione 
che m'hanno cagionata delle lodi così poco meri- 
tate, non ha potuto detrarre alla mia riconoscenza 
per la di Lei bontà; e sono ben contento d'avere 
un'occasione d'attestargliela insieme coi sentimenti 
della più distinta considerazione. 

Dev. afF. servitore 
Alessaxdr(j ìManzoni. 



344. 

Air Ab. Pietro Zambelli, a 'Brescia. 

(Febbraio 1855) 

.... Quando m'era fatto sperare che l'ottimo 
e carissimo nostro Camillo (i) sarebbe venuto a far 
qui uno di quei suoi soggiorni , che trovavamo 
sempre brevissimi, m' arrivò ancor più dolorosa , 
perchè inaspettata , la notizia che mi leva questa 
speranza, e per sempre. Fra gli estimatori dell' in- 
gegno e delia virtù , che piangono e piangeranno 
una tal perdita, nessuno può sentirla più vivamente 
di quelli che conobbero l'uomo da vicino, e furono 
onorati della sua amicizia; fra i quali mi rallegravo 
tanto di trovarmi, e mi pregerò almeno sempre 
d'essere stato 

(i) Camillo Ugoni di Brescia, morto nel febbraio del 1855. 



345- 

Al V\Carchcse Massimo D'Aieglio^ a Torino. 

Mio caro Massimo, 

('855). 
Ringrazio le Lettere (i) che me ne hanno procurata 
un.i tua; e anche loro come loro m'hanno dato pia- 



- 2.S - 

cere, quantunque nel leggerle pensassi che sarebbe 
stata altra cosa sentir parlare quel bon bracciante; 
giacche la lingua, passando per la penna , si mette 
sempre, o più o meno, il vestito delle feste , meno 
che si proponga (2) espressamente di mantenergli 
il suo vestito solito : ma è una cosa che a un con- 
tadino non passa neppur per la mente. Anche a 
Rossari sono piaciute : dice però anche lui, che gli 
sarebbe piaciuto di più di sentir Ciapo in persona. 
In iscritto Ciapo non si trova, se non quando non 
è Ciapo che scrive, ma il Bonarroti o il Fagioli o lo 
Zannoni. Ma questo riguarda lo stile: in quanto a 
lingua, è una cosa sicura che nessun contadino né 
di qui, ne di costì, per quanto fosse stato a scola, 
saprebbe scriver delle lettere come quelle. E perchè? 
perchè le ha a scrivere in una lingua che non è 
la sua; e una lingua non s'impara con la scola 
elementare. 

Sono stato ben contento di sapere che i tuoi figli 
siano presso di te (3), e che stiano bene. Trovo 
un po' di vergogna a rammentarmegli per tuo mezzo, 
cosa che dovrei fare da me. Ma tu conosci il mio 
vizio, e m'otterrai, spero, la scusa da loro. Il lutto 
generale di cui mi parli (e, pur troppo, dopo la 
tua lettera ne è nata un' altra tristissima cagione) 
fa almeno un grand' onore e al paese e a chi ne è 
l'oggetto (4). E anche qui; per il poco ne posso veder 
io, e per il molto di più che ne sento riferire; ti 
posso assicurar che ci s'è presa, e ci si prende una 
parte vivissima. Vorrei non averti a parlar altro di 
malinconie : ma, pur troppo, non posso dir nulla 
d'allegro di Teresa, la quale, non solo è più vale- 
tudinaria che mai , e non mangia quasi nulla, e, 



dopo il ritorno a Milano, non ila mai fatte le scale ; 
ma anche ieri ha avuto un assalto di febbre. Io 
spero sempre che la sua ottima organizzazione la 
vincerà; ma pensa cos'è, il_vederla fare una tal vita ! 
Anche a Stefano leveranno sangue oggi; ma è una 
di quelle sue infiammazioni passeggiere , quando 
siano curate subito', e che non lasciano traccia. 
L'una e l'altro ti salutano tanto. 

Ho almeno avuta la consolazione di ricevere no- 
tizie bone e promettenti anche meglio per l'avvenire 
della mia povera Matilde. Luisa (5) è per lei un'a- 
mica, una sorella, una madre incomparabile. Rossari 
ti saluta di core; e non ti posso parlar di lui, senza 
che mi venga in mente , come mi sta sempre in 
core, quello in nome del quale non mancavo mai 
di salutarti, e con tanto piacere (6). 

Addio, il mio Massimo : se vai a Vienna, come e' 
^//:^^/V.7, Dio ti accordi un buon viaggio e una fe- 
lice riuscita. E vo^li bene al tuo 

Aff. babbo 
Alessandro Manzoni. 

(i) < Queste Lettere erano evidentemente (come si ritrae dal 
€ seguito) la raccolta di una corrispondenza epistolare uscita 
« dalla penna di un tal Ciapo (accorciativo di Iacopo), brac- 

< ciante toscano. Pubblicate , si vede, come un bel modello di 
« stile semplice e naturale, e di lingua viva. » 

(2) « Perchè il costrutto del periodo proceda più limpido e 
« chiaro, (è il Marchese Matteo Ricci che scrive) parrebbe che 

< dovesse prefiggersi il pronome uno, o qualche cosa di simile, 
« innanzi al verbo si proponga. L' avvertenza la faccio : ma mi 
« sarei ben guardato d'introdurre di mio arbitrio la menoma al- 
« terazione nel testo. > 

(3) I coniugi Ricci passarono infatti a Torino, insieme col 
D'Azeglio, riaverne del 1855. 



- 2^0 — 

(4) La morte delle due Regine di Sardegna, Maria Teresa, ve- 
dova di Carlo Alberto, avvenuta il 12 gennaio 1855, e Maria 
A'delaide, moglie di Vittorio Emanuele li, seguita il 20 del mese 
stesso ; non che la morte del Duca di Genova , che ebbe luogo 
il IO febbraio di quell'anno* nefasto. 

(5) Luisa moglie di Massimo d'Azeglio. 

(6) Tommaso Grossi. 



346. 

A Ruggero Bonghi, a Stresa. 
Carissimo Bonghi, 

I aprile 1855. 

Torno a seccarvi per semi di cotone (i). Se non 
sono ancora spediti, un mezzo comodissimo sarà di 
indirizzarli al sig. Angelo Visconti presso l'Agenzia 
dei Vapori locali in Genova , con uno dei vapori 
che partono frequentemente da Napoli per quella città. 
Ma o per questo, o per altro modo, importa arri- 
vino non più tardi del 15 del mese che principia. 

Chiedo scusa della mia importunità , non a voi , 
ma alla gentile signora che ha avuta la bontà d'ad- 
dossarsi questa noia. E addio, caro Bonghi, con più 
desiderio che speranza di rivedervi presto. I saluti 
di Teresa e di Stefano, li sottintendete. 

Il vostro Manzoni (2). 

(i) Col titolo: Alessandro Manzoni agronomo, il sig. A. Ga- 
lanti pubblicò nel giornale milanese La 'Ferseverania (Ann. XV, 
(1873) 1^-4907) "i^''^ monografia ricca di curiose notizie. Mi piace 
ili riportarne le parti che hanno intt?resse maggiore. 



— 241 — 
tr La casa di campagna dell'illustre Poeta, che sorge in fondo 
H all' unica contrada di Brusuglio , dove fuggiva la gloria a lui 
« fastidiosa, che da ogni parte lo circondava , conserva ancora 
« l'ampia prateria, dove egli studiava le succedentesi fioriture 
<' delle piante spontanee; e gli alberi fronzuti, che la fiancheg- 
« giano furono ivi da lui piantati , assieme ad una catalpa , che 
« per la sua grandezza egli chiamava l' ippopotamo. Vestito di 
« color grigio, con un cappello di Panama, passeggiava lunghesso 
« i viali da lui piantati , con un grande e bel cane da guardia , 
(( suo fido amico. Conosceva a fondo i contadini, e Renzo è uno 
(( studio perfetto dal vero, mentre le questioni economiche che 
« interessano la campagna, sono svolte ne' ^Promessi Sposi con 
« una ammirabile evidenza dal lato agricolo. 

« In agricoltura il Manzoni, com'egli era moderno^ era anche 
« antico. Da Magone, che compose, 20 secoli sono, in Cartagine, 
« 28 libri di agraria, ad Orazio, che cantò la squisitezza dei vini 
« italiani da quasi 2000 anni addietro; da Catone, che fu il Crud 
« dei Romani, a Piero De Crescenzi da Bologna, che sollevò nel 
« secolo XIII l'agricoltura dall'avvilimento in cui giaceva prima delia 
« pace di Costanza ; da Filippo Re , che primo ne' suoi annali 
« descrisse e unificò le pratiche italiche, rivendicando loro il pri- 
« mato, a Cosimo Ridolfi, che le rimesse in onore presso il pa- 
(( triziato ed il principato italiano, Alessandro Manzoni avea ab- 
« bracciate colla sua vasta mente tutto lo scibile agronomico , 
« tenendogli dietro senza interruzione. E siccome niente nel suo 
« spirito entrava, che non fosse acutamente vagliato e riguardato 
« da ogni parte, e niente rimaneva e ne usciva poi senza essere 
« diventato suo, cosi, quando pigliava a discorrere di questi lu- 
ce minari, pareva ne avesse fatto l'esame più minuto, con quella 
« peregrinità di rilievi, che coglieva sempre nel vero. 

« Ne gli mancavano esatte cognizioni botaniche, comecché sa- 
« pesse tutto a memoria il dizionario dei nomi volgari delie piant^% 
« stampato per la Toscana da Ottaviano Targioni-Tozzelti. Gli 
« alberi nostraU od esotici ei conosceva a capello, le loro qua- 
« litàpiù distinte di portamento e i pregi culturali ed ornamen- 
<( tali sapeva bene quanto uno dei più eruditi cultori del moderno 
« giardinaggio. 

« Nato esso nell' ultimo quarto del secolo scorso e finito nel 
« terzo quarto del nostro, aveva accuratamente assistito ai reali 
« progressi che all'agricoltura avevano fatto fare in Germania 
Epistolario. Voi. 11. i^ 



— -^42 — 

(t Thacr e Sckwert, in Svizzera Pictc, Fellemberg e Crud, in Fran- 
« eia Dombaslc e Bella, in Inghilterra Young, Sinclair e Marshal. 
« Di questi scrittori, diceva, né oggi potrebbe alcun serio agro- 
te nomo contradirlo, che avevano distrutto il vecchio creando il 
« nuovo, e di più, ben sapendo cosa distruggessero e cosa creas- 
te sero. Precisamente come avea ùtto lui nella letteratura; laonde 
« di questi più spesso e più volentieri parlava, non mica perchè 
« nel pensare e nell'esprimersi avesse mai l'occhio rivolto a se, 
« o a darsi un rilievo qualsiasi ; ma solo perchè quando aveva 
« rocchio alla cosa di cui parlava, ve lo gettava tanto profonda- 
« mente e sicuramente, che il suo giudizio era sempre sagacis- 
« simo, preciso, inflillibile anche in agricoltura. Discorrendo dei 
« modernissimi scrittori , non parlava quasi mai dei viventi , o 
« ne parlava con riserva. 

« Con un aiuto di peregrine cognizioni sulla economia agri- 
« cola, Manzoni proprietario di fondi, e più padre e patrono, che 
« padrone de' suoi coloni, non soffrì rimanersi in una sterile spe- 
« culazione astratta, e discese in fatti all'applicazione agronomica 
« in modo sagace , ragionevole e prudente , come si addiceva a 
« lui , cui non giunsero mai le superbe intolleranze d' un intel- 
« letto volgare ; per cui la fede eh' egli avea nella teoria e nel 
« progresso non gli turbò mai la calma da porre nell' applica- 
« zione di quella alla manualità dell'arte. 

« Durante il blocco continentale , quando in Toscana sì ten- 
« tavano molte piante tessili, tintorie, coloranti, oleifere ed aro- 
« maliche , per sopperire coli' agricoltura nostra ai bisogni del- 
« r industria , che non poteva di molte materie provvedersi più 
« in Inghilterra e nelle colonie ; Manzoni ne coltivò parecchie. 
« In alcune riforme, molto posteriori a qucll' epoca, esso operò 
(f quanto un solerte privato potea , aiutato in ciò dal figliuolo 
« Pietro, che sempre gli stava a fianco, ed era delle cose ammi- 
« nistrative espertissimo. Nò 1' esempio del gran letterato gridò 
« nel deserto, perchè i più ricchi suoi contemporanei lo ascolta- 
« rono in molte cose per la fiducia che il suo nome imponeva. 

« Man^roni fu uno dei primi in Milano a coltivare bozzoli di 
« razza giapponese verdi, ed a riprodurli sani ben cinque volle 
« di seguito, col campione di seme avuto dallo Stoppani per 
« mezzo del Pestalozza. Fu pure nel 1869 uno dei primi a ri- 
t(. coltivare il cotone con ottima riuscita, come lo attesta un ma- 
te gniucQ esemplare, pentii dono di lui, che si coaservvi fra h 



- 243 - 
« collezioni di piante industriali nel R. Istituto Tecnico, sezione 
u di agronomia, a Santa Marta. Il Manzoni però coltivava que- 
(( sto tessile già da dieci anni, come si rileva da una lettera che 
« scrisse il i aprile 1855 ^ Napoli al prof. Ruggero Bonghi. 
« Prova essa che il Manzoni pensava a tentare nell' ItaHa supe- 
(( riore la coltivazione del cotone otto anni avanti che sorgesse 
« in Torino l'apposita Commissione governativa collo stesso fine, 
« e undici anni prima che il prof. Parlatore desse in luce la 
« splendida monografia, a tavole colorate, che la R. Stamperia 
« pubblicò a Firenze nel 1866. 

« L'arachide e molte altre piante tecniche, fu spesso il Man- 
ce zoni il primo a sperimentarle ; ciò che valse non poco a far 
« sapere a molti de' suoi amici i pregi non saputi di colture , 
« già usate e utili, in straniere provincie. Così avvenne appunto 
« delle vigne alla francese — dette così erroneamente , giacche 
« sono metodi e vitigni presi in Italia da tempo — di cui egli 
(( stabili fin dall'anno 1829 una piantagione, servendosi di uve 
« della Borgogna ; adottando la precisa potatura levantina , che 
« per essere di grande economia, venne imitata da altri viticul- 
« tori progressisti d'allora. Eppure anche oggi si danno e in To- 
« scana e qui per idee nuove e peregrine le viti coltivate a basso 
« alberetto, a furchicchio levantino senza palo, a ceppala bassa, 
(( a calocchia semplice , e ad archetto con un solo tutore , me- 
« todo, quest'ultimo, comune all'astigiano ed al fiorentino, come 
« dimostrasi nell' accreditata operetta del Lawley di Pisa {Ma- 
« nude del Vignaiuolo) , e come Manzoni affermava riuscire benis- 
« simo anco in Brianza per prove sue. 

« Sulla cultura delle viti forestiere il Manzoni avea idee giu- 
« stissime e pratiche, e, fra le altre cose, questo diceva spesso : 
« — Vedete il terreno ( ci ricordiamo quasi alla lettera di tal 
« concetto suo), come veicolo della vegetazione, provvede, in un 
« luogo, alla pianta non solo tutti gli elementi di una vita più 
« florida, ma certi principii particolari, che assorbiti dalle radici 
« e combinati coi sughi, danno a certi vini quell'aromatico {hou- 
«• quel) , o profumo , che li rende così ricercati dai palati leziosi, 
« e che si desiderano invano nella medesima vite trasportata in 
« altro terreno e clima ». 

(2) Col seguente biglietto, senza data, ma posteriore all' anno 
1860, il Manzoni tornava a provvedersi di semi di cotone col 
mezzo del Bonghi. Ecco il biglietto : « Pregare 1' amico Bonghi 



— 241 — 

« di portarmi , al suo ritorno , un centinaio di semi di cotone 
« della Georgia. Si potranno avere dal chiarissimo professore 
« Tenore ». 



347- 
A Ruggero Bonghi, a Sì resa. 

Mio caro Bonghi, 

Milano, 5 aprile 1835. 

Siamo rimasti mortificati non poco nel sentire che 
la perfetta ga prigione del nostro venerato e caro 
Rosmini richiede più tempo di quello che s'era cre- 
duto. Speriamo almeno, che il progresso, se non 
cosi rapido, sarà continuo, e che il Rosmini vorrà 
aiutarlo dal canto suo, col tenere in riposo la mente, 
fino a quando possa , senza pericolo , lasciarla cor- 
rere di novo per quella strada che lui solo conosce. 

Eccovi la Frusta (i). Se , come m' immagino , ne 
farete menzione nelle vostre lettere allo Spettatore (2), 
son curioso di vedere se fa a voi lo stesso eftetto 
che a m.e, cioè di trovare che, ragguagliato il conto, 
queir Aristarco che ebbe , e ha ancora , la reputa- 
zione di critico incontentabile, peccò piuttosto di troppa 
indulgenza , giacché , se fu ingiusto più che severo 
verso due o tre scrittori, diede a molti di più delle 
lodi che il tempo non ha confermate. 

Delle vostre prime due lettere m'avete reso diffi- 
cile il parlare, avendoci parlato di me in quella ma- 
liiera. Dire che le ho lette e rilette con moUo pia- 



- 245 — 
cere, è far pensare che qael piacere aveva una ca- 
gione troppo naturale nel mio povero amor proprio. 
Però, dopo aver fatto il possibile per dimenticarmi, 
credo di potervi ripetere che le ho lette e rilette 
con quel piacere vivo , ma pungente , che si prova 
nel sentire espresse molto bene delle cose poco al- 
legre. Avete preso con un gran garbo, e principiata 
a maneggiare con una gran disinvoltura, una mazza 
di ferro. Nella vostra lettera a Stefano , avete par- 
lato di ragioni e di coraggio ; e già , in codesto 
primo saggio, avete fatto vedere quanto siate ricco 
dell' une e dell' altro. Aspetto con impazienza il se- 
guito, e un lungo seguito ; 

« Che, se la voce tua sarà molesta 
« Nel primo gusto, vital nutrimento 
« Lascerà poi, quando sarà digesta. 

L'invio de' due numeri dello Spettatore è stato pre- 
ceduto da una cortesissima del vostro corrispondente, 
la quale m'ha messo in quel terribile bivio, o di pa- 
rere sconoscente, o poco men che villano , col non 
rispondere, o d'affrontar l'impresa, per me erculea, 
di scrivere una lettera in cerimonia, e con chi non 
sono in confidenza. Potreste voi , che siete già in 
carteggio con lui, ringraziarlo in mio nóme, e dirgli 
quanto auguro di core un durevole incontro al suo 
giornale , e per lui , e per vantaggio della nostra 
Italia ! 

Posso, grazie al cielo, darvi notizie piuttosto bo- 
nìne della mia Teresa. Da alcuni o;iorni , mancjia 
quakosina , e tutte 1' operazioni se ne risentono in 
bene, e lo aspetto migliora. 



— 246 — 

Domani probabilmente vedrò il boa abate Cusani, 
e spero d'averne delle nove consolanti. 

Addio, Bonghi carissimo, rammentate al nostro 
Rosmini la mia venerazione affettuosa e quella di 
Teresa e di Stefano ; e gradite anche voi i loro sa- 
luti. Tante cose all'abate Branzini, a D. Vincenzo, 
a D. Paoli, a D. Carlo , senza dimenticare il mio 
fratello Antonio. E vogliatemi bene quanto ve ne 
voglio io, se ci arrivate. 

Il vostro Manzoni. 

(i) La Frusta letteraria, che Giuseppe Baratti pubblicò sotto 
il nome di aristarco Scannahue. 

(2) Parla delle Lettere a Celestino Bianchi intorno al quesito : 
perchè, la Letteratura Italiana non sia popolare in Italia, pubblicate 
da prima nello Spettatore di Firenze, e poi in un volume a parte, 
che ha avuto più ristampe. In quelle Lettere il Bonghi, appli- 
cando alla prosa il precetto che il Manzoni aveva dato per la 
poesia {pensarci), e riformando coraggiosamente i giudizi che 
corrono per convenzione e per tradizione sui principali prosatori 
italiani , dette alla patria uno dei primi e più ragguardevOii 
esempi di critica rigorosa, onesta e feconda. 



348. 

fjll Canonico Giovanni Fina:(_^ì, a Bergamo (i). 
Sig. Canonico Reverendissimo, 

Milano, 24 maggio iSjj. 

Pur troppo , il caso del nostro illustre e ottimo 
Rosmini è molto grave. Finora però i medici non lo 
dicono disperato. Una fusione d'acqua non permette 



— 247 — 
d'esplorare il fegato , sede della malattia ; e quindi 
di giudicare se sia vincibile. Ciò che mantiene la 
speranza è , che le forze non sono esauste , e che 
l'emaciazione è minore di quello, che potrebbe por- 
tare la durata della malattia. Non occorre, che io 
La preghi di raccomandarlo e di farlo raccom.andare 
omnipotcnti Medico. Speriamo che la Provvidenza non 
vorrà privare la Chiesa e il mondo de' lavori, che 
sono preparati in quella mente. Gradisca i miei af- 
fettuosissimi ossequi, e mi voglia 

Suo obb, devot, servitore 
Alessandro Manzoni. 



(i) Giovanni Finazzi nacque a Bottanuco, su quel di Bergamo, 
il 20 novembre 1802. Appena ordinato sacerdote , andò profes- 
sore di retorica nel Collegio di Martinengo. Il 1830 fu chiamato 
da Monsig. Tosi a insegnare filologia, storia ed eloquenza nel 
Seminario di Pavia. L'anno appresso pubblicò una Memoria sidla 
eloquenza del Padre Paolo Segneri, dove, con ragione, negava al fa- 
moso gesuita queir eccellenza , anzi quel primato , che il facile 
consenso dei letterati gli aveva fino allora attribuito. Fu questo 
il suo primo lavoro, che da alcuni venne criticato con velenosa 
acrimonia, da altri coraggiosamente difeso. Di h a poco il novo 
Vescovo di Bergamo , Monsig. Carlo Morlacchi, lo sceglieva ad 
insegnare nel patrio Seminario la teologia pastorale, la cateche- 
tica e l'eloquenza sacra. Il 1845 f^ nominato teologo della cat- 
tedrale ed esaminatore prosinodale. Nel 1850 gli venne offerta 
la cattedra di eloquenza nell'Università di Pisa, ma per modestia 
la rifiutò. Eletto Provveditore agli studi per la Provincia di Ber- 
gamo nel novembre del 1859, due anni dopo, vittima di guerra 
partigiana , era traslocato a Porto Maurizio. Dette la sua dimis- 
sione , e tornò con amore gagliardo a consacrarsi agli studi di 
archeologia e di storia patria, ne' quali con opere di soda dottrina 
ha saputo farsi un bel nome. Cessò di vivere il 26 maggio 1877. 



— 248 — 

349- 
Jl Prof. Gìovamhattist.i Gìorginl, a S'una. 

Mio caro Bista, 

Stress, 27 giugno 1855, 

La consolazione, che mi dlede^ in questi dolorosi 
momenti, la tua cara lettera, fu intorbidata non poco, 
come ti puoi figurare , dalle dubbie notizie che mi 
portò di Matilde. Voglio però sperare che non ci 
sarà nulla di più di quello che m' accenni , cioè un 
rallentamento nel progresso della convalescenza. E 
se è cosi, le stravaganze della stagione paiono an- 
che a me sufficienti a darne una non troppo trista 
spiegazione. Aspetto con ansietà più certe, e spero 
migliori notizie. 

Dell'uomo incomparabile (i) presso il quale mi 
trovo in momenti tanto diversi da quelli, che ebbi 
tante volte la somma e immeritata fortuna di pas- 
sare qui, il meglio, pur troppo, che ti posso dire, 
è che non e persa ogni speranza. Da alcuni giorni 
i dolori sono diminuiti, anzi, quasi cessati ; l'idrope 
non s' avanza ; migliorate le orine ; ma, malgrado 
questi parziali vantaggi, cresce il deperimento, ca- 
gionato dalla somm.a difficoltà, dalla quasi impossi- 
bilità di digerire anche il più parco alimento. Se la 
natura s'aiutasse in questa parte, o si rimettessero 
alquanto le forze , si potrebbe riprendere una cura 
attiva, la quale darebbe qualche speranza di riuscita. 



- 249 - 
Ma slamo quasi ridotti a questo solo debolissimo e 
incertissimo se; giacche i tonici, che il medico pre- 
scrive, pare che appena bastino ad impedire un pre- 
cipitoso esaurimento delle forze. Quello che si man- 
tiene nel suo stato, e in quell'alto stato che sai, è 
l'animo. La rassegnazione, o piuttosto il pieno e na- 
turale consenso alla volontà del Signore, la serenità 
che ne è la conseguenza , le fa vedere in ogni suo 
detto, in ogni suo atto, in quel sorriso non murato 
in un aspetto cosi mutato , come ne scriveva e ne 
parlava. Se il giudizio umano dovesse essere con- 
tato per qualcosa , parrebbe che uni tal vita non 
dovesse essere troncata ; che i pensieri già maturati 
in quella mente, e che dovevano dar compimento e 
aumento a de' lavori già tanto grandiosi , non do- 
vessero essere destinati a perire per il mondo. Ma!! 

Come ringraziarti, o mio bono e caro Bista, della 
tua disposizione a venirmi a raggiungere qui? 

Ma io sono sempre fermo nella speranza, e nella 
determinazione di venire io costà, o dove vi trove- 
rete in settembre, o giù di 11. Avvezzo già da più 
volte a passare qualche giornata in questo , allora 
tutto beato , ricovero , e trovandovi Li compagnia , 
già a me famigliare de' degni fratelli del Rosmini, 
mi ci trovo come m casa mia; e la tua compagnia 
mi manca bensì, ma come mi manca sempre. Chiudo 
la lettera in fretta per non la ritardare d'una gior- 
nata. Ti prego di sapermi dire quali siano i vostri 
disegni intorno all' andare o allo stare, giacché per 
Pietro e per me (e intendo questo ad litteram) , il 
luogo è perfettamente indifferente. Le notizie , Vit- 
toria le scriva a Pietro, che me le farà arrivare qui 
subito, se sarò ancora qui. A te, a lei, alla nostra 



Matilde un solo e tenerissimo abbraccio dal tuo 
poco degno, ma amantissimo babbo. 

Alessa: DRO. 

Scusa e;li scarabocchi. 



(i) Il Manzoni, appena inteso che il Rosmini trovavasi in 
grave pericolo della vita, volle rivederlo per 1' ultima volta , e il 
16 di giugno arrivò a Stresa. 
Ah ! il mio caro Rosmini, gli disse : cotne sta ? 
Sono nelle mani di Dio, rispose l'infermo, e perciò mi trovo bene. 
Ma Lei, caro Manzoni, come mai venire a Stresa, con questo tempo, 
ed appena uscito di convalescenza ? Temo che ci soffra. 

Non so cosa farei per vedere il mio Rosmini, replicò il Manzoni. 
Eh, già Lei , riprese il filosofo , ha voluto fare un atto di vera 
amici:(ia. E poi Manioni sarà sempre il mio V\Can:{oni, nel tempo e 
neìV eternità dovunque io sia. 

Speriamo , disse Don Alessandro , che il Signore la voglia con- 
servare ancora tra noi, e darle tempo di condurre a termine tante 
belle opere , che ha cominciate : la sua presenza ira noi è troppo ne- 
cessaria. 

'ìsLo , no , rispose il Rosmini : nessuno è necessario a Dio : le 
opere che Dio ha cominciate, le compirà lui, con quei meni, che sono 
nelle sue mani, i quali sono moltissimi e formano un abisso , a cui 
noi possiamo solo affacciarci per adorare. Quanto a me, io sono del 
tutto inutile, an^i, temo di essere dannoso ; e questo timore, non solo 
mi fa essere rassegnato alla morte, ma me la fa desiderare. 

Ah ! per amore del cielo, esclamò il Manzoni , non dica questo ì 
Cosa faremo allora noi ? 
adorare, tacere e godere, rispose Don Antonio. 
« Detto questo, (scrive un testimone di veduta) l'infermo, com- 
(( mosso da straordinario affetto , strinse più forte la mano al 
« Manzoni, e tiratala più vicina a sé , le impresse un bacio. Il 
« Manzoni, sorpreso e fortemente turbato, si abbassò per baciare 
« lui pure subito la mano , che teneva , dell' amico : ma accor- 
« genJosi, come disse poi, di non aver, con questo , fotto altro 
« che mettersi in pari con lui, ne rimase, in certa maniera, an- 
ce cor più turbato e confuso , e corse a baciargU i piedi : unica 



— 2:;i 



n maniera ( sono sue parole ) che gli rimanesse di riprendere il 
« suo posto , contro di che protestava indarno il Rosmini , col 
« gesto e colla voce , dicendo : ^Ah ì questa volta la vìnce perchè 
« io non ho più jor^e. E si ripresero la mano ». 



350. 
Al Prof. Pier ^Alessandro Paravia^ a Torino. 

Chiarissimo Signore, 

Milano, 23 luglio 185J. 

Devo ringraziarla d'avermi chiamato , in qualche 
maniera , a parte delle solenni preghiere che si fa- 
ranno costi per l'uomo incomparabile che abbiamo 
perduto (i) e dell' omaggio che si renderà insieme 
alla sua illustre e benedetta memoria. Ho fatti ri- 
mettere al negozio Vallardi 5 franchi per me, e al- 
trettanti da parte di mia moglie. 

Stefano Stampa è assente: e in questa circostanza 
devo rammaricarmi di conoscere pochissime persone. 

L' in2;iurie eh' Ella mi dice essere state scaiiliate 
da alcuni giornali contro il grande e ottimo Rosmini, 
mi feriscono e mi accorano quasi come se gli avessi 
letti. Ma un tal dolore e temperato dal pensare che 
questa è sorte inevitabile dei grandi appunto e degli 
ottimi; e che, dall'altra parte, tali ingiurie sono co- 
perte e soffogate da un compianto generale, pieno 
d'ammirazione, come d'affetto. 



- 252 — 

Gradisca l'attcstato della pi-ofonda stima e vene- 
razione, con la quale ho l'onore di dirmele 

Dev. obbl. servitore 
Alessandro Manzoni. 



(i) L'ab. Antonio Rosmini , morto a Strcsa il i " luglio. II 
Paravia poco dopo si dette a raccogliere materiali per scrivere 
la vita del grande filosofo, col quale fino dai primi anni era le- 
gato dalla più affettuosa amicizia ; ma , colto anch' esso dalla 
morte di li a non molto, non potò colorire il disegno. De' ma- 
teriali adunati da esso, ne pubblicò il fiore l'ab. Iacopo Bernardi 
con questo titolo : Giovane età e primi studi di Antonio Rosmini- 
Serbati, lettere a Tier-^Alessandro Taravia , raccolte e annotate. Pi- 
nerolo, Chiantore, 1860; in-8. Vi si legge, tra le altre cose, un 
ahhoxsP di prefaiione agli squarci delle epistole rosminiane, scritto da 
Pier Alessandro Taravia, indirizzata ad Alessandro Manzoni. Ad 
una lettera di Maurizio Moschini ad esso Paravia , riportata a 
pag. 175 e segg , in un poscritto, che vi aggiunse il Rosmini, 
il 23 novembre 1826, è notevole il seguente brano: «Leggo in 
« questi giorni il Romanzo del Manzoni, che parmi una maraviglia. 
« Egli mei comunica per sua gentilezza : io me ne inebrio , e 
« penso che all'Italia apparrà come cosa nuova: e a si limpido 
« lume novellamente acceso , a lei parrà esserle accresciuto il 
« veder della mente Che cognizione dell' uman cuore ! che ve- 
« rità / che bontà , la quale ovunque trabocca da un cuor ri- 
« colmo ! » 

Sono senza dubbio scritti nel 26, o in quel torno, i seguenti 
biglietti del Manzoni al Rosmini ; 

Liineiil, 7. 

« Vencratissimo sig. Abate — Monslg. di Pavia (Luigi Tosi) 
« ci favorisce domani a pranzo : e, anche in suo nome, io prego 
« Lei dello stesso favore. La nostr' ora solita è le cinque ; ma 

< forse Monsignore domanderà che l'anticipi d'un quarto d' ora. 

< Avremo (Hermes) Visconti. Senza cerimonie, ma con quel pro- 
« fondo e affettuoso rispetto, eh' Ella conosce, me Le dico dcv. 
« servitore Alessandro Manzoni ». 



Di casa, martedì. 

« Vencratissimo Rosmini — Rammentando qualche sua parola 
« mi nasce il dubbio che quel signore , il quale intende favo- 
« rirmi ogfi[i , possa forse venire in compagnia di qualche si- 
« gnora. S'ella fosse così , La pregherei di condurlo di sopra, e 
« perchè la mia famiglia possa partecipare della mia ventura, e 
« perchè questo luogo di dove scrivo , Ella sa come sia da ri- 
< cever signore. Con quel vivo e rispettoso afì'etto, ch'Ella non 
« può non conoscere, sono suo Manzoni >. 



351. 

AI Padre Francesco Paoli, a Sì resa. 
Carissimo e riveritissimo D. Francesco, 

Milano, 25 luglio 1S55. 

Carissima, quantunque non inaspettata , m'arriva 
la notizia dell'elezione del deiinissimo Padre Pa2:ani 
in successore del sempre pianto e venerato Rosmini. 
E nell'avermela Lei comunicata cosi amorevolmente, 
riconosco un novo segno di quella bontà per me , 
che è passata dal Padre ne' Figli ; giacché la mia 
antica e profonda stima e reverenza per 1' Eletto, e 
il mio vivo desiderio della perpetua prosperità del- 
l'Istituto, non erano certamente un titolo bastante a 
questo favore. 

Old custodìvìt exitiinij custodiat introitiiin (i). E per 
^quanto le congetture sui disegni della Provvidenza 
siano fallibili, anche quando sono mosse da un sen- 
timento retto, mi pare che non sia temerità il con- 
fidare che Chi ha chiamato una grande e santa anima 
a promuovere la Filosofia della Verità, e a fondare 



— 2S4 - 
l'Istituto della Carità, voglia mantenere a tali opere 
una speciale protezione. 

Riceverò e conserverò con religiosa tenerezza la 
memoria del caro e venerato Padre. 

Presenti, La prego, l'omaggio della mia affettuosa 
reverenza al Reverendissimo Padre Generale ; mi 
rammenti a' suoi degni compagni e miei cordialis- 
simi ospiti; ringrazi, in mio nome, il bon Abate Bran- 
zini, che si diede pure premura di parteciparmi la 
ben augurata nomina; e gradisca finalmente, coi 
cordiali rispetti di mia moglie, l'attestato de' miei 
sinceri sentimenti di rispettoso affetto. 

Tutto suo 
Alessandro Manzoni. 

(i) Dal Salmo : 'Dominus custodiat te ab omni inalo , custodiat 
introitum tuiim et exitum tutim. « Questo medesimo Salmo (cosi 
« mi scriveva il Tommaseo ) il Manzoni cita in un bel passo 
« della [hioraìe Cattoìica , accennando liricamente al principio : 
« Levavi ccidos meos in tnontes unde veniat auxìUiim mihi , non 
« bene rammentato nell' immagine di Dante : Levai gli occhi a' 
« monti Che gli incurvaron pria col proprio pondo , e intende gli 
« Apostoli, che l'avevano in prima abbagliato de' loro splendori ». 



352. 

Al Prof. Ab. Alessandro Fcstalo:(^ia, a Milano (i). 

Riveritissimo e carissimo Don Alessandro, 

Mi Inno, 12 agosto 1855. 

L'ottimo D. Paoli (2), nella lettera con cui mi ac- 
compagna l'invio delle annesse preziose Memorie (3), 
scrive le seguenti parole i 



— 255 - 
« Il P. Generale vorrebbe stamparle a pubblica 
« edificazione. Io dunque La prego di dirmi libera- 
re mente se questa le paia cosa che si possa fare, e 
a d'indicarmi quali rettificazioni vi si dovrebbero fare. 
« Che se.... volesse aggiungere qualcosa , o di quei 
« giorni fatali, o anche degli anni antecedenti, che 
« gio\^asse a far conoscere la grandezza e la bel- 
(( lezza di quell'anima e la forma unica di quel core, 
« oh quanto Le sarei obbligato ! Quando le abbia 
« lette, favorisca di farle vedere anche a D. Alessan- 
(( dro Pestalozza, pregandolo, a mezzo di D. Cusani, 
(( di prestarmi quel medesimo servizio , che spero 
(( da Lei. ». 

Adempiendo la carissima commissione, ne prendo 
l'occasione di rammentarle il mio cordialissimo os- 
sequio , e di esprimerle il vivo mio desiderio di ri- 
vederla, di parlar con Lei della nostra, e universale 
sventura (4) , e di potermele dire meglio che colla 
penna 

Tutto suo 
Alessandro Manzoni. 

(i) Il Pestalozza, nativo d'Aduno, coltivò ed insegnò con 
molta lode la filosofìa, sempre attenendosi alle dottrine dell'abate 
Antonio Rosmini ; e promosse anche coll'esempio e cogli scritti la 
coltura dell'industria de' bachi da seta in Lombardia. 

(2) Il P. Francesco Paoli dell' Istituto della Carità , già segre- 
tario del Rosmini, al quale è indirizzata la lettera precedente. 

(3) Vennero stampate con questo titolo : Cenni biografici di 
Antonio %psmini. Onori funebri^ e testimonianie rese alla sua me- 
moria, raccolte dai sacerdoti dell'Istituto della Carità di Stresa, Mi- 
lano, 1855 ; in-8. 

(4) La morte di Antonio Rosmini. 



— 2St) 



353. 



Al 'Prof. Domenico Vaìerìani, Segretario deìV Accademia 
delia Crusca^ a Firenze. 

Chiarissimo Signore, 

Milano, 7 settembre 1855. 

Il giro che dovette fare, per essermi ricapitata a 
Milano , la lettera eh' Ella mi fece V onore di scri- 
vermi, fa la cagione del ritardo involontario di que- 
sta risposta. 

Non saprei come esprimere e a Lei e a codesta 
illustre Accademia la mia umile riconoscenza del- 
l' avermi voluto onoVare d' un nobilissimo incarico. 
Ma, per quanta sia la compiacenza ch'io possa sen- 
tire nel lodare Antonio Rosmini, è maggiore in me 
il desiderio di vederlo lodato degnamente ; e questo 
m' obbliga a confessare, che un tale incarico passa 
le mie forze. Quel tanto che dagli scritti e dai di- 
scorsi di queir uomo unico , e non mai abbastanza 
pianto, ho potuto conoscere delia sua sapienza, non 
serve che a farmi anche conoscere quanto mi man- 
chi per poterne rendere un degno conto, soprattutto 
con de' rapidi cenni. La prego dunque di voler gra- 
dire per Lei, e presentare agli onorevoli Accademici, 
insieme co' miei vivi ringraziamenti, le mie troppo 
sincere scuse. 

I termini d' eccedente cortesia che Le è piaciuto 
di usare a mio riguardo, m'hanno riempito di rico- 
noscenza , ma di confusione nello stesso tempo. E 



— 257 - 
devo aggiungere che questi due sentimenti li provo 
ogni volta che mi vien dato un titolo, il quale mi 
rammenta insieme e 1' altrui indulgenza e F insuffi- 
cienza mia, quello cioj di membro d'un'Accademia 
ch'è sopra una lingua, che son persuaso di non sa- 
pere. E ciò che me ne persuade, e pur troppo senza 
pericolo d' ingannarmi , è il confrontare la scarsa e 
incerta cognizione che ne ho , con quella sicura e 
piena che ho d' un' altra lingua : voglio dire la mi- 
lanese , della quale , senza vantarmi , potrei esser 
maestro. 

Voglia gradire , e presentare ai degnissimi Acca- 
demici, l'attestato del mio profondo ossequio; e cre- 
dermi, quale ho l'onore di dirmi. 

Suo umiliss. devotiss. servitore, 
e immeritevole collega 
Alessandro Manzoni. 



354. 

Al Padre Vincenzo De Viti, a Sfresa, 

Milano, 2J aprile 1S56, 

Speravo di poter trasmettere intiera l'opera della 
quale mi si domanda il titolo e il nome dell'autore, 
quando trovo che mi manca il terzo volume. Mi 
prendo non di meno la libertà d' offrire al Padre 
Reverendissimo i primi due, inutili a me, e che forse 
a lui potranno servire per averne intanto un saggio 
dell'opera. Temo però, senza averla letta , che non 
Epi4olario, Voi. IF, |7 



— 258 — 

ne sarà contento ; giacche 1' autore Monsieur Ager, 
magistrato, del resto, integerrimo e uomo di puris- 
sima vita, era bensì devotissimo alla Chiesa, ma in- 
tendendo questa parola in un senso al di là, e molto 
al di là del Gallicano. Ha tra le altre un' opera : 
Dn mariane dans ses rapports avec Li réligìon et Ics 
lois nouvelles de France , nella quale , per liberarsi 
dall'autorità del Concilio di Trento, ne impugna o, 
certo, ne mette in dubbio l'ecumenicità. 

Trascrivo qui dall'ultima edizione della Bìographle 
universelle, i titoli di altre opere di quell' autore re- 
lative al Millennio. 

Vaes sur le second avènemeut de Jésics-Christ , oii 
analyse de Vouvrage de Lacunia sur cette importante 
materie. Paris, 181S, in-S, 

Prophéties concernant Jcsns-Christ et rÈglise eparses 
dans les livres saints, avec des explications et des notes. 
Paris, 18 ip, in-8, 

Les Prophètes nouvellement traduits de Yhéhreii, avec 
des explications et des notes critiques. Paris, 1820-1822; 
p volumes in-8 , pubblicati in opere separate, Isaje , 
Jérémie, et e. 

Commentaire sur VApocalypse par Vaatear de l'ex- 
plicatlon des psaiimes et des prophètes, Paris , 182} ; 
2 volumes in-S. 

Può immaginarsi quanto siano state consolanti 
per me le notizie del viaggio felice in tutti i sensi, 
del Reverendissimo Padre Generale. Gli rammenti il 
mio affettuoso ossequio, e gli presenti i miei auguri 
per la nova imminente sua peregrinazione. Ho visto 
con vero piacere l'ottimo Padre Caccia. I miei cor- 
diali rispetti, e quelli di Teresa e di Stefano, a tutto 
il benedetto sodalizio. Chiedo la carità di qualche 



- 259 — 
preghiera" per hi mia povera figlia Matilde , perchè 
il Signore voglia affrettarle il premio, di cai le diede 
caparra con dono di una fede viva e inconcussa , e 
di un'amorosa rassegnazione in lunghi patimenti. 

Mi saluti cordialmente il Bonghi e 1' abate Bran- 
zini, e mi creda quale con vera stima e con inalte- 
rabile affetto le sono 

Dev. obb. servitore 
Alessandro Manzoni. 



A Rii^^gero Bonghi, a Stresa. 
Bonghi carissimo, 

Milano, 12 luglio 1856. 

Quanto io goda del vostro matrimonio con una 
persona così degna di voi, e così fatta per voi ; con 
quanto core implori le perenni benedizioni del cielo 
sopra una tale unione , sono cose che non mi può 
proprio bastare di farvele dire. Al piacere di cono- 
scere e di riverire la vostra sposa e l'ottima sua si- 
gnora madre, mancherà quello di vederle in vostra 
compagnia. Ma benvenuti que' piaceri che non pos- 
sono essere guastati se non da un diffalco. 

Voi volete anche il mio parere intorno al disegno 
di difendere giuridicamente la cara , santa , illustre 
(e, grazie al cielo , ce n' è più che abbastanza per 
aggiungere, venerata) memoria dell'uomo di cui non 
posso oramai né scrivere nò proferire il nome, senza 



— 26o 

sentirmi una stretta al core (i). Un parere da chi n'è 
cosi povero, non solo per gli altri, ma per se! La 
sola cosa che vi posso dare sono delle domande : 

Allo strazio, che si farà in pubblico di quel nome, 
sarà egli, dato il mondo com'è, un sufficiente com- 
penso la difesa, per quanto sia evidente la ragione, 
e valido di core e di mente il difensore ? 

Si può fare assegnamento sulla sentenza ? 

Quando questa sia quale si possa desiderare, non 
ne nascerà egli, come s'è visto in altri casi, un im- 
pegno negli avversari di continuare , Dio sa per 
quanto tempo , a maledire quel nome , e a ribadire 
e amplificare, con delle precauzioni legali, le calun- 
nie condannate ? 

Opporre ad esse , in un articolo , la verità , con 
quella semplicità ferma e lucida, che potete voi, non 
otterrebbe forse, con minori inconvenienti, non l'ef- 
fetto dovuto, ma il maggior effetto che possa pre- 
tendere quaggiù quella poverina della verità ? 

Tutto questo, come vedete, è detto col punto in- 
terrogativo. A voi e a codesti ottimi e carissimi Pa- 
dri , consiglieri nati , in una cosa di questa sorte , 
spetta il decidere, con quella risolutezza, e con quella 
pratica, che a me manca ugualmente. 

• Teresa desidera vivamente di rispondere alla vo- 
stra veramente carissima lettera ; ma non ha una 
speranza ugualmente viva di poterlo fare. Deve, da 
più di due mesi , una risposta alla Marchesa Arco- 
nati, anzi a due sue lettere. Spero io però che non 
fo altro che anticipare dicendovi che,., è superfluo che 
vi dica la parte che prende alle vostre consolazioni, 
e quanto desideri di conoscere la persona che ama 
già come cosa vostra, 



— 26l — 

Stefano e partito stamani per Morosolo , e sarà 
probabilmente, fra tre o quattro giorni, a Lesa. 

A codesti Padri, e specialmente al venerato D. Pa- 
gani, col quale non ho potuto dividere di presenza 
quel santo dolore, all'Ab. Branzini, al povero e caro 
Fratell'Antonio , all' ottimo De Bonis , raccomanda- 
temi. Addio, mio^ caro Bonghi. 

Il vostro Manzoni. 

(i) Parla del Rosmini. La morte del grande roveretano cosi 
venne annunziata dal Bonghi a Federico Sclopis , il 29 giu- 
gno 1855: « Io scrivo questa lettera alle 11 di sera. Ho lasciato 
< un quarto d'ora fa la stanza del Rosmini, e non ispero di po- 
« terlo rivedere domattina. Combatte già colla morte, e dà, per 
« il dolore e lo spasimo , delle grida che lacerano il cuore. — 
« 'P. S. Domenica, i luglio. Il Rosmini è morto la notte scorsa 
« all'una e mezzo. > 



356. 

Ad Emilio Broglio, a Bei gira te. 
Pregiatissimo signore e amico, 

Vi'.rejgio (I), 31 agosto 185^ 

Non Le posso dire che la sua lettera m'abbia fatto 
quel piacere che m' aspettavo naturalmente, al ve- 
derci sotto il suo nome. Aiutare a trovar la maniera 
di farla venire in Toscana (2), nel momento eh' io 
sarò probabilmente in viaggio per costà, è una com- 
missione che non mi va punto a genio. Rammen- 
tandomi quelle passeggiate cosi ghiotte per me , e 



— 202 — 

che ora saranno diventate un puro espediente igie- 
nico , Lei mi farebbe ([uasi desiderare che la cosa 
non riesca secondo il suo desiderio. Pure , per non 
essere egoista, ho fatto subito quel pochissimo che 
potevo far io; e era di parlare al mio genero Bista, 
il quale non ha avuto punto bisogno che ci fossi di 
mezzo io, per trovar fortunata un' occasione di far 
cosa grata a Lei. Tutto quello però che poteva fare 
anche lui , era di scrivere a un amico del Ministro 
Landucci (3)_, o per aver da lui un permesso imme- 
diato , o almeno per sapere qual sia la strada da 
tenersi per averlo percorrendo la via degli ufìzi. Ma 
essendo arrivato qui stamani il padre di Bista, che 
è Consiglier di Stato, e uomo, oltre le tant'altre sue 
ottime qualità , compiacentissimo, s' è incaricato lui 
di parlare, o di far parlare, secondo parrà meglio (4). 
Torna a Firenze domani, e appena avrà una rispo- 
sta, la comunicherà a Bista, che la comunicherà su- 
bito a Lei. 

Vorrei quasi raccomandarmi a Madama Broglio, 
affinchè vedesse di persuader suo marito , che, non 
e' è questo bisogno d' andare in Toscana , e che si 
sta benissimo sul Lago Maggiore; ma vedo che sa- 
rebbe un tentativo inutile da parte mia. Mi restringo 
dunque a lamentarmi anche con lei , e a rammen- 
tarle il mio cordiale ossequio. Se Dio allunga an- 
cora di tanto i miei già lunghi giorni, potrò, spero, 
rifarmi l'anno venturo, della privazione che mi tocca 
in questo. Intanto voglia rammentarsi di me, e vo- 
lermi sempre 

Suo dev. aff. amico 
Alessandro Makzoni. 



— 263 — 

(i) Il Manzoni abitò a Viareggio la casa del Marchese Enrico 
Cittadella. 

(2) Il Broglio era emigrato lombardo, escluso dall'amnistia 
dell' Impero Austriaco , e diventato suddito del Re di Sardegna. 
Il Governo Toscano, per ingiunzione, s'intende, dell'Austria, di 
regola rifiutava l' ingresso nel Granducato a chi si trovava in 
queste condizioni. Il Broglio , desiderando visitare la Toscana , 
aveva scritto da Belgirate, sul Lago Maggiore, al Manzoni, allora 
a Viareggio , pregandolo a tastare il terreno e veder se si po- 
tesse ottenere il passaporto. 

(5) Il Cav. Leonida Landucci Ministro dell' Interno del Gran- 
ducato di Toscana. 

(4) A mia proposta , il Consiglio Comunale di Montignoso , 
nell'adunanza del 21 settembre 1874, deliberava che venisse mu- 
rata la seguente iscrizione alla casa natale del comm. Gaetano 
Giorgini, padre di Giovambattista, del quale il Manzoni parla in 
questa lettera con tanta gentilezza d'afìetto. 

Q.UI N.\CC1UE IL 15 GIUGNO I795 

GAETANO DI KICOLAO GIORGINI 

MATEMATICO E IDRAULICO 

PRESSO l'ultimo DEI LORENESI IN TOSCANA 

CONSIGLIERE GRADITO d' OGNI CIVILE PROGRESSO 

INIZIÒ IL RISANAMENTO DELLE MAREMME 

ORDINÒ AMPLIÒ RIMESSE IN FIORE LI STUDI 

PROPUGNÒ MINISTRO l'iNDIPENDENZA DELLA NAZIONE 

CHE VIDE PIÙ TARDI COMPITA 

ASCRITTO COI PRIMI AL SENATO DEL NOVO REGNO 

MORÌ A FIRENZE IL 16 SETTEMBRE 1874 



IL MUNICIPIO DI MONTIGNOSO 

OVE CONDUSSE A RIPOSO LA VERDE VECCHIEZZA 

TESTIMONIO DELLE VIRTÙ MEMORE DEI BENEFIZI 

GLI POSE QUESTA PIETRA 



— 264 — 

357. 

Ad Emilio B rollio j a Bei girate. 

Signore e amico pregiatissimo, 

Varramista, 4 settembre 1856. 

M'affretto di parteciparle che il sig. Gaetano Gior- 
gini espose l'affare al Ministro LanJucci, il quale 
« promise che farebbe scriver subito al Console to- 
(( scano in Genova, autorizzandolo a mettere il vi- 
« sto al di Lei passaporto ;; . Questo fu ier l'altro; 
sicché, a quest'ora, la cosa sarà fatta sicuramente. 

Bista, ben contento d'aver avuta parte a renderle 
questo servizio, lo è non meno di questa occasione 
di rinnovarle i suoi saluti ; e io, più rassegnato che 
contento. Le auguro un felice viaggio, e pregandola 
de' miei cordiali ossequi alla sua Signora , passo a 
dirmi, con quel rispettoso affetto ch'Ella conosce 

Suo dev. servitore e amico 
Alessandro Manzoni. 



358. 

Al Prof. ^Cicheìe Ferrucci, a Pisa (i). 

Viareggio, 16 settembre 1836. 

Non avendo potuto esprimerle a voce, come avrei 
tanto desiderato, i sensi d' un' antica stima e d'una 



- 265 - 
recente gratitudine per le tante cortesie, ch'Ella m'ha 
voluto usare, mi permetta che, al momento di par- 
tire daUa Toscana , Le esprima ahneno il ramma- 
rico, che ne provo , e mi raccomandi, con la confi- 
denza ispiratami dalla sua bontà , alla sua gentile 
memoria. 

Suo devot. e affez. servitore 
Alessandro Manzoni. 



(i) Michele Ferrucci, nato a Lugo il 29 settembre i8or, dopo 
avere insegnato le belle lettere a Castel Bolognese , a Fermo 
ed a Macerata, fu eletto Assistente nella Biblioteca Universitaria 
di Bologna , poi professore sostituto di Arte oratoria e poetica 
latina e italiana , e dottore del Collegio filologico. Costretto a 
esulare, riparò a Ginevra, dove fece dimora dal 36 al 44, inse- 
gnando in quella, celebre Accademia lettere latine ed archeolo- 
gia. Chiamato a succedere al Rosellini nella cattedra di storia e 
di archeologia nell'Università di Pisa, ebbe nel 59 l'insegnamento 
delle lettere latine, che tenne fino al 27 dicembre 1881, in cui 
mori II Ferrucci è noto e lodato come elegantissimo latinista. 
Nel 69 mandando esso al Manzoni alcuni suoi distici latini a 
stampa, vi pose in fronte questi due versi d'Orazio, con un leggier 
cambiamento : 

« Gaiides carminihiis, carmina possumus 
« Donare d veniam poscere muneri. 

Il Manzoni cosi gh rispose : 

tAd Michaeìein Ferruchim V. CI. 

Alexander Man-^oni. 

Sunt qui fidenter, venia vix hercide dignis 

Deposcunt laudum praemia carminihiis ; 

Tu laudein meritis, veniam, vir docte precaris ; 

Errar uterque, sed hic nobiìis, ille miser. 

Meiìoìani A. T>. Vili cahnd. ianuar, a. MVCCCLXX. 



- 266 — 

A mia preghiera, l' illustre comm. Andrea Maffei ne fece la 
seguente versione : 

Tuli arditi si dati, che di perdono 
Deo;ni, per poco, vivadio, non sono 

E pretendono lode in premio al verso l 
Tu, che la merli, da costor diverso^ 

Perdono implori. È doppio error, ma bello, 
Mobile questo, e miscrabil quello. 



359. 

A Riiocrero Bomc^hi, a Stresa. 
Mio caro Bonghi, 

Lesa, 4 novembre 1856. 

Per non far troppo a confidenza con la stagione 
s'è deciso di partire il io. Non potrò quindi passare 
a Stresa quella cara giornata , che già mi godevo 
con r immaginazione. Per non defraudarvi però af- 
fatto d'una visita, che lasci la traccia, verrò domat- 
tina a far da voi la mia colazione da buon panerò- 
polilano, per salir poi subito al Noviziato, daddove 
dovrò partire venerdì mattina. Spero di poter go- 
dere anche là un pò* della vostra compagnia. Anti- 
cipate i miei ossequi alla Signora ; e a domattina 
verso le otto. 

Il vostro Manzoni. 



- 26; - 



360. 
Al Marchese V\Cas s'uno D'A:;^e^lio. 

Mil.ino, 19 dicembre 1856. 

Oh che acuto indovino è Massimo ! Vede i miei 
riveriti caratteri , e dice : Una racconianda:^ione. Se 
si ferma lì , tanto meglio ; perchè potrebbe aggiun- 
gere qualche altra cosa, per la quale non ci sia bi- 
sogno d'indovinare. 

Il Conte Nigra è li per dare una commissione al 
pittore Appiani ; e ha detto che vuole prima sentir 
te. Sono pregato di pregarti di far bòn' opera; e te 
ne prego davvero. Per far questo con cognizione di 
causa, potrai vedere nello studio dello scultore Vela 
un altro quadro dello stesso artista, e fatto per com- 
missione dello stesso signore , e che , a quanto mi 
si assicura, è riuscito di piena soddisfazione. 

Dacché sono partito da Lesa , non ho più avute 
notizie ne di te ne del sig. Checco Tozzi (i). Le 
prime, le spero ottime; le seconde mi piacciono qua- 
lunque siano. 

Sta sano, e vogli bene al tuo 

Aff. papà 
Alessakdro Manzoni. 



(i) Col titolo: lì sor Checco Toni il D'Azeglio pubblicò sette 
graziosissimi bozzetti, ne' quali con finezza d'arte , e grandissima 
vivacità ed evidenza prese a descrivere alcuni episodii della sua 
giovinezza. Videro la luce nel Cronista , giornaletto che veniva 
fuori a Torino nel 1856, per cura di Giuseppe Torelli. Furono 



— 268 -- 

poi riprodotti dal Tabarrini a pag. 177-290 del voi. II degli 5cn//i 
poìilici e ìcllcvari di Mussinio 'D'Jii'^Iio. Firenze, Barbèra, 1872; 
in 12°. 



361. 

Al Prof, Ab. Alessandro Festaiola, a Milano. 
Don Alessandro veneratissimo, 

Brusuglio, II luglio 1S37. 

Questo è proprio l' anno delle disgrazie e delle 
contrarietà. Anche alla gita , che sarebbe stata per 
me tanto gioconda, quanto fu cordiale l'invito, devo 
rinunziare, e per una trista cagione. Mia moglie 
partì, giorni sono, improvvisamente per Lesa, dove 
suo figlio era stato preso da una malattia , che , 
oscura da principio , si scoperse poi niente meno 
d'una perniciosa; ma che ora, grazie al cielo, è su- 
perata. Impedito da qualche affare, io dovetti rima- 
ner di qua, ma con l' intenzione e con la promessa 
di partire , appena che fossi sbrigato. Ho dunque i 
giorni contati; ma se uno, che ha passata l'età del- 
l'uomo sulla terra, e s' avvia verso que' potentati a 
cui cosi pochi arrivano , può decentemente parlar 
d'anno venturo, spero di rifarmi l'anno venturo. 

Voglio anche sperare che il bozzolato non sia 
stato così disastroso per Lei , come lo fu per me. 
De' vari semi, solo una quindicesima parte, e fu quello 
di Adrianopoli , riuscì a bene, anzi a maraviglia, 
giacché diede circa cinquantacinque libbre per oncia. 



— 269 — 
Del rimanente la massima parte , eh' erano semi di 
Brusuglio, di Pontida, di Trezzo , di Casale, nulla, 
se non si vuol chiamare qualcosa altrettanto peso 
in bozzoli, quanto in semi ; una piccohi quantità di 
semi del Friuli e della Georgia diede circa dieci 
libbre per oncia : 1' adequato generale fu di libbre 
quattro , circa. Questa doppia riescita ni' ha deter- 
minato a prender da Adrianopoli quasi tutto il seme 
per l'anno venturo. Ma cosa ne riuscirà? Il meglio, 
direbbe Rosmini: cosi potessi anch'io sentire, in tutto 
e per tutto, questa verità come la sentiva lui, anche 
senza intenderla quanto lui. Ma col confessarlo , se 
non altro, finisco la lettera meglio di quello che l'ab- 
bia principiata. 

E di vederla sul Lago Maggiore non si può avere 
qualche speranza ? Gradisca intanto i cordiali rispetti 
e i vivi ringraziamenti di Pietro, e qualcosa di più 
da parte mia , giacché il mio antico ossequioso af- 
fetto per Lei, come la sua antica bontà per me, me 
ne danno un titolo. 

Alessandro AL^xzont. 



Al Prof. Gìoi'aiìibattista Gìorgìnì, a Siena. 
Mio caro Dista, 

Milano, Il del 5S, 

Il Redae-lli, che non ha potuto ^lel suo breve sog- 
giorno in Toscana fare una corsa a Siena , e che 



— 2/0 — 

t'ha spediti di qua due supplementi della G:i:^;^etla 
dei Tril'iiihUi, vuole ch'io ti preghi di raccomanJare 
la sua causa a qualche giudice di Cassazione col 
quale tu abbia amicizia , e , quando ti trovi in Fi- 
renze, di farti informare dello stato della causa dal 
sig. avvocato Panattoni. Eseguisco la commissione 
con pochissima speranza, vedendo la difficoltà d'una 
cosa e dell' altra, e insieme, con tutta libertà , pen- 
sando che tu non hai bisogno di far cerimonie per 
dirmi che non puoi. 

A proposito di cause di contraffazione non mi 
rammento bene se in una delle mie ultime lettere 
t'abbia parlato dell'intenzione di ravviare la mia col 
signor Lemonnier. Come sai, non avevo fatto uso 
del diritto accordatomi dalla sentenza del 46 di ri- 
petere da lui un rifacimento di danni. Ora, venendo 
assicurato da varie parti che , malgrado la prima 
sentenza, ha continuato a fare delle ristampe, e che 
ne spedisce a furia per l'Italia e fuori, e avendo an- 
che saputo che , secondo le leggi di Toscana , 1' af- 
fare non è prescritto, voglio poursiùvre vton droit, o 
jiis meuììi persequi ; caso non raro che un italiano 
sappia come una cosa si dice in francese e in latino, 
e non sappia come si dice in italiano. 

Vorrei poter parlare a lungo con te deirinterpre- 
tazione del passo di Paolo Diacono; ma coU'inten- 
zione di non trovar giusta la tua, poiché io ho stam- 
pato. Eccoti intanto alcune difficoltà. Il divisi io non 
lo riferisco al tempo dell'interregno, ma a quello del- 
l'occupazione, e le mie ragioni le ho dette in stampa, 
d' onde è difficile revocare gradiim. Non mi pare 
che il tamen possa riferirsi alla ristaurazione della 
monarchia, poiché questa non è nominata che inci- 



— 271 — 

dentalmente, e in oltre, il dividere anche i servi col 
Re, sarebbe stata una cosa consentanea alla cessione 
della metà dei beni nominata immediatamente prima. 
Il Pariiuntur non si vede perchè sarebbe così scusso. 
E n'avrei dell'altre, se si trattasse di dirle a voce. 
utinam! 

Avrai saputo, anche prima di me, la risoluzione 
della Crusca di riformare il Vocabolario secondo 
l'uso di Firenze (i). Per quanto io confidassi nell'e- 
loquenza di Gino , confesso che un risultato cosi 
grande , cosi pronto , non avrei osato sperarlo. Ho 
esclamato col Tassilo di Plauto : 

Hostibus victis, civibus salvis, re placida, pacibus perfectis, 
Duello extincto, re bene gesta, integro exercitu et pracsidiis, etc. 

Son certo che anche tu hai provato lo stesso effetto, 
e non vedo l'ora di sentirmelo dire da te. 

Da questa allegria mi convien cascare in cose pur 
troppo dolorose. Quantunque le tue ultime lettere 
non mi lasciassero speranza del ristabilimento del 
povero Bertagnini, la notizia finale m' ha dato l'af- 
flizione d'un colpo inaspettato. Qual perdita per la 
scienza , per i' Italia , per gli amici ! Non mi sento 
quasi il coraggio di nominar quella tanto eccellente 
e tanto profondamente ferita madre (2). E di qui 
vedrai il perchè nello scriverti io non trovassi il 
dove né il come ritornare su quell'altro^ argomento 
che vi tocca e mi tocca tanto più da vicino (3). Ti 
ringrazio d'aver rotto il ghiaccio parlandomi del do- 
lore di Vittoria e del tuo , reso placido dalla rasse- 
gnazione. E ti ringrazio d' avermi parlato non de' 
compensi, che non ce n'è de' terrestri, ma della con- 
solazione che vi dà Giorgine, al quale darai un bacio 



per il nonno di Milano, troppo indegno d'aver co- 
mune il nome con quello di Firenze. Dio voglia che 
tu mi possa dir qualcosa meglio degli occhi della 
nostra povera cara Vittoria. Avrai ricevuto il Che- 
rubini per mezzo della gentilissima Trivulzio. Anche 
dopo la gran vittoria, il lavoro, se non ti secca il 
proseguirlo sarà ugualmente utile (4). V abbraccio 
di core , e invoco sopra di voi la benedizione del 
cielo. 

Il vostro affez. babbo 
Alessandro. 

(i) L'Accademia della Crusca prese il partito di sgombrare il 
Vocabolario da quella parte di lingua che, corrotta o antiquata , 
non dovrebbe comparir più nelle scritture ; e il Manzoni sulle 
prime, forse anche perchè non bene informato della cosa, pre- 
dette avesse ella riformato il Vocabolario secondo 1' uso di Fi- 
renze. 

(2) Alla Bartolina Bertagnini era morto da pochi giorni il suo 
unico e carissimo figliuolo, e con gentilezza d'affetto il Manzoni 
volge il pensiero a quella « tanto eccellente madre », e s' im- 
magina l'angoscia che alla poveretta doveva straziare l'anima. 

Caro a quanti lo conobbero per la bontà grande dell'animo, 
per la delicatezza squisita del sentire, per l'affabilità cordiale de' 
modi ; esempio raro in famiglia e fuori di figlio, d'amico, di cit- 
tadino ; a trent'anni già di bella fama nella chimica, scienza che 
insegnò neh' Università di Pisa, e che fece progredire con utili 
e importanti scoperte ; ben meritava Cesare Bertagnini , come 
ebbe , un universale compianto , e che a questo compianto pi- 
gliasse parte Alessandro Manzoni. 

(5) Allude alla morte della Luisina Giorgini e al dolore grande 
che n'ebbe esso ed i genitori di lei. 

(4) Anche al genero Giovambattista Giorgini dette a postillare 
il Vocabolario del Cherubini , tanto era innamorato della lingua 
fiorentina e desideroso di meglio approfondirvisi. 



— 273 — 

A Ruggero Bonghi^ a Stresa. 
Carissimo Bonghi, 

Milano, 2 marzo 185Ì. 

La mia smemorataggine l'ha fatta alla mia pi- 
grizia. Aspettavo che Stefano v'avesse a scrivere, 
per chiedervi un favore col mezzo suo; e quando 
venne l'occasione, la cosa m'era uscita di mente. Ala 
la pigrizia, come tutti i vizi, è una falsa amica, che 
non mi lasciava pensare al piacere,, che ora provo 
nel salutar direttamente il mio Bonghi , e nel rin- 
graziarlo della memoria che conserva per me, e del 
desiderio che manifesta di rivedermi : cose che in 
me sono verso di lui molto più che del pari. E non 
vi posso dire di quanto Lesa mi diventi più bella, 
al pensare che v'avremo cosi vicino; avremo, dico, 
se Dio permette che anche il vecchio ci ritorni que- 
st'anno. 

Il favore che v' ho a chiedere , è di prestarmi il 
Lersch, non per me, ma per un amico che desidera 
di conoscere tutto ciò che è stato scritto su quella 
materia, per lavorarci intorno lui : e è uomo da far 
la cosa molto bene. Se potete farmi avere il libro 
per mezzo dell'Ab. Cusani, sarcà, credo, la più spic- 
cia ; avvertendomi del tempo che me lo potete la- 
sciare senza vostro incomodo. 

Stefano v'ha scritto troppo presto per potervi dire 
che il Rossi e L. Litta haniio ricevuto con gran 
Kpi'Mario, Voi IL 18 



- 274 — 
piacere i vostri saluti, e li contraccambiano con gran 
premura. E non v' ha fatti nemmeno quelli di Te- 
resa; ma se è stato perchè li dava per più che sot- 
tintesi, è scusabile. A lei però non basta, e ve li fo 
io espressamente , insieme coi nostri rispetti per la 
vostra signora ; e coi nostri voti per il pieno rista- 
bilimento del caro piccirillo. Rammentatemi al no- 
viziato, air Ab. Branzini, in casa Fontana, e voglia- 
temi sempre tutto vostro 

Alessandro Manzoni. 



364. 

Al Cav. Domenico Promls, .1 Torino (i). 
Chiarissimo Signore, 

MilanOj 5 marzo 18,9. 

Un incomodo troncato in breve tempo da una 
cura energica, ma che, per ciò medesimo, portò una 
lunga convalescenza , fa la cagione del mio ritardo 
a esprimerle la mia riconoscenza per la cortesissima 
lettera, ch'Ella mi fece l'onore di scrivermi, e per il 
dono prezioso della Memoria (2), nella quale , alle 
notizie numismatiche, che sono per pochi, tra i qua'i 
io non mi trovo punto, ha saputo intrecciare un 
dotto ed elegante compendio di storia, fecondo d'i- 
struzione e di diletto anche per i molti. Non so poi 
se deva esprimerle più riconoscenza o confusione 
per il giudizio troppo indulgente, che le piacque di 



- 275 — 
portare d' un mio leggiero e circoscritto tentativo 
storico. 

Voglia , a ogni modo , gradire questi sinceri sen- 
timenti , e insieme le proteste dell' alta mia estima- 
zione e del profondo ossequio, col quale ho l'onore 
di dirmi 

Suo obb. e devot. servitore 
Alessandro Manzoni. 

(i) Domenico Promis nacque a Torino il 4 marzo 1804, e 
giovanissimo prese a coltivare con grande amore la numisma- 
tica. Il ricco medagliere che adunò con intelligente e amorosa 
fatica venne acquistato dal Re Carlo Alberto , che gliene affidò 
la custodia col titolo di Conservatore. Insieme col Cibrario ebbe 
incarico da esso Re di raccogliere in Francia, in Germania, nella 
Svizzera ed in Italia documenti inediti per illustrare la storia 
della monarchia di Savoia. Nel 37 succedette al Provana nella 
carica di Bibliotecario di Corte. E seppe poi meritarsi a segno 
la stima e l'affetto di Carlo Alberto, che questi, per testimonianza 
dello Sclopis, « non si peritava d'intrattenersi con lui anche d'af- 
« fari di Stato, e di quegli alti disegni dei quali la Provvidenza 
« aveva destinato che egli fosse iniziatore glorioso , intrepido 
« campione e vittima solenne ». Cessò di vivere il 6 febbraio 1874. 
Le sue numerose opere gli hanno assicurato durevole fama sia 
tra' cultori della numismatica, sia nel campo della patria erudizione. 
(2) C\Conete dei Papi avanti il mille. Torino, 1858; in-8. 



365. 

Al R. Istituto Lombardo di Scien:^e e Lettere. 

Milano, Il luglio 1859. 

L'onore che codesto illustre Corpo s'è degnato di 
farmi^ eleggendomi , senz' alcun mio merito , a suo 



Presidente, ha prodotta in me, insieme con Li più 
viva e profonda riconoscenza , una dolorosa confu- 
sione. Alla mancanza in me delle cognizioni neces- 
sarie al lodevole adempimento d'un tale ufizio , po- 
trebbe supplire, fino a un certo segno, il mio deside- 
rio di ben fare, l'indulgenza de' miei signori Colleghi, 
e la mia premura di profittare de' loro consìgli : e 
da un'altra parte, la conferma concessa benigna- 
mente dal Governo del Re a questa nomina, sarebbe 
per me uno stimolo efficacissimo a mostrare co' fatti 
quella pronta e cordiale ubbidienza , alla quale l' a- 
nimo mio è naturalmente disposto a non mettere 
altro limite che quello del potere. Ma, pur troppo, 
gli ostacoli che essa incontra in questo caso , sono 
materiali e, per ciò stesso, invincibili. Un'incapacità 
organica di parlare in pubblico m'ha tenuto, in tutta 
la mia vita, necessariamente lontano da ogni impe- 
gno, che ne potesse portare un'occasione qualunque; 
e delle affezioni nervose, croniche già da gran tempo, 
e aggravate ora dagli anni e dalle malattie, mi ren- 
dono imipossibile tutto ciò che esca dalle più ristrette 
consuetudini casalinghe. 

Confido che la stessa bontà con cui codesto illu- 
stre Istituto mi volle cosi gratuitamente onorare, gli 
farà ora accettare queste, pur troppo valevoli, scuse, 
accompagnate dall'espressione della mia umile rico- 
noscenza. 

Alessandro Manzoni. 



-// 



366. 
t^i7 Conte Gabrio Casati, a indiano. 
Carissimo amico, 

Di ;;:>.'., 12 agosto i8sj. 

Il Re , imponendomi il dovere di presentargli i 
miei umili e vivissimi ringraziamenti, m'ha impli- 
citamente autorizzato a chiedergli anche la grazia 
d' un' udienza (i). La mia imperizia arriva fino al 
non sapere come si deva fiire. Ma la tua bontà 
uguaglia la mia imperizia , che è tutto dire. Scu- 
sato in qualche maniera da questa, e confidando in 
quella, non fo altro che esporti il mio bisogno, pre- 
gandoti di continuare a volermi 

Tuo dev. e aff. servitore e amico 
Alessandro Manzoni. 



(i) Massimo D'Azeglio scriveva da Torino il 3 agosto al Ca- 
sati : « Caro Gabrio — Vi è una trattativa diplomatica da con- 
ce durre, e credo che sei 1' uomo a proposito. Il Re andando a 
« Milano ed avendo saputo che le fortune di Manzoni non sono 
« quaU le vorrebbe il suo merito e la sua età, intende dargli il 
« Gran Cordone di S. Maurizio ed annettervi una pensione di 
« diecimila franchi. 

rr Sappiamo tutti che Manzoni non accetta croci , o almeno 
« non le accettò sinora. Ma : primo — mi sembra dovrebbe fare 
« un'eccezione per il suo Re : secondo — se non accetta il Cor- 
ee done, la pensione prende troppo 1' aspetto d' un soccorso. In- 
« vece colla croce tutti hanno , o possono avere , pensione. Io , 
'■'■ per esempio, l'ho. E rifiutare poi i diecimila franchi, oltre che 
« sarebbe poco amichevole verso il Re, per quanto la sua offerta 



— 278 — 

« arrivi in via ufficiosa e segreta , trovo che non lo dovrebbe , 
ff avendo affari domestici con gravi imbrogli , figli e nipoti in 
« strettezze ecc. tee. 

« Ora dunque, o da te, o come crederai meglio, cerca di po- 
« termi dar presto una risposta , onde la trasmetta a Nigra , il 
« quale avrà a disporre in conseguenza. Di tutto questo , ben 
« inteso, mosca. Addio ». 



367. 

A Giambattista Pagani, a Brescia. 
Carissimo Pagani, 

Milano, 31 agosto 1859. 

Quanto m'ha dato di consolazione il sapermi ram- 
mentato sempre da te, altrettanto mi rattrista il tro- 
varmi tuori del caso di fare una cosa che tu desideri. 
La mia presidenza (i) è affatto /;/ partibns. All'onore 
che mi vollero fare hanno aggiunta la compiacenz i 
di dispensarmi da qualunque ufizio , grande o pic- 
colo. E, in verità, questa compiacenza era indispen- 
sabile, quanto l'onore era immeritato ; giacche bal- 
bettone e impicciato^ come m'hai conosciuto, e come 
sono più che mai , pensa che figura potrei fare in 
un'adunanza, e principalmente di dotti. Sicché quel 
nudo titolo non m'ha messo, ne è per mettermi, 
neir occasione di far delle nove conoscenze , e nò 
questo ne altro mi fa uscire dal mio guscio di lu- 
maca. Se però mi s' affacciasse una qualche impen- 
sata occasione , puoi figurarti che non la lascerei 
isfuggire. Ma confido che, meglio di tutto, in questa 



— 279 — 
mutazione d'uomini e di cose, il tuo merito, la tua 
illibatezza, la tua fama , siano quelli che t' abbiano 
a spianare la strada. 

Addio, caro Pagani ; continua a voler bene al tuo 
veccliio amico 

Alessandro Manzoni. 

(i) La presidenza del R. Istituto Lombardo di Scienze e Lettere. 



368. 

Ad Angiolo De Giibernaiìs ed altri scolari 
della R, Università di Torino (i). 

Pregiatissimi Signori, 

Milano, 7 noi'cmbre 1859. 

Non ho mai avuto nell'animo un conflitto d'op- 
posti sentimenti come quello d' una profonda rico- 
noscenza e d'un vivo dispiacere, che m'ha fatto na- 
scere la trjoppo' cortese lettera di cui m'hanno voluto 
onorare. Ma la benevolenza che attesta in ogni sua 
parte, mi dà la certezza, che di que' sentimenti non 
mi rimarrà che il priino. Per codesta così spontanea 
e per me preziosa benevolenza, vi prego dunque, o 
Signori, di non dare al giornale, l'annunzio del quale 
mi rallegra, il titolo che v'eravate proposto. Sarebbe 
una cagione di vero e continuo turbamento alla mia 
vecchiezza , che , per quaggiù , non aspira ad altro 
che alla quiete. L'indulgentissimo vostro giudizio è 
già una gran ricompensa per de' lavori che non 



— 280 — 

hanno altro merito , che d' esser fatti in coscienza. 
Confido , anzi mi tengo sicuro, che non me la vor- 
rete pagjre in un castigo, e che potrò goder subito 
in pace la speranza de' frutti che mi promette il 
saggio del vostro ingegno e del vostro cuore. Chiudo 
in fretta la lettera perchè arrivi a tempo, come de- 
sidero ardentemente, e mi rassegno 

Dev. obb. 
Alessakdro Manzoni. 

(i) Il De Gubernatis così racconta la storia di questa lettera 
(Alessandro D^Can^oni, studio hìografuo, Firenze, Successori Le Moa- 
nier, 1879; P^So' 7"^)- <^ Ero studente nell'Università di To- 
« rino ; nella Facoltà di lettere si era disegnata la fondazione dì 
« un giornale letterario; io doveva esserne il direttole e pro- 
« porne il tito'o. Posi innanzi il nome di Alessandro D^anioni. 
« Ma, temendo pure che al Manzoni potesse non piacere che 
« da lui si intitolasse un g'iornale di studenti, il quale avrebbe 
« potuto riuscir battaglielo, gli scrissi, in nome de' miei com- 
« pagni, per domandare un permesso, che alla nostra fiera , ma 
e pur delicata, baldanza giovanile pareva necessario. Il venerando 
« uomo si turbò all'idea che il suo nome potesse diventar sim- 
« bolo d'una battaglia di giovani, e c'indirizzò questa lettera... 
e Stimammo debito nostro , per rispetto alla volontà del Man- 
« zoni, rinunciare tosto al primo titolo desiderato di Alessandro 
« Manzoni, e ne sostituimmo p-rciò un altro , che , nel nostro 
« pensiero, doveva riuscire equivalente. Il nuovo giornale s' in- 
« titolò pertanto : La Letteratura civile ; ebbe , tuttavia , la vita 
« solita de' giornali compilati da studenti ». 



— 28! — 



36^- 
Al Miìrchese Massimo D'J:^ejl{o. 

Caro Massimo, 

Milano, 2 novembre i86o. 

È stato detto al buon Sogni, mio antico pigionale 
e aniico, e conosciuto anche da te, che nella nova 
sistemazione dell'Accademia di Brera, il suo fratello 
professore d' Elementi di figura , sia lasciato fuori. 
Provando di ciò un vivo dispiacere, e prevedendo 
quanto sia per provarne il fratello (che non ne sa 
ancora nulla), ha desiderato ch'io ti scriva, per pre- 
garti d'interporre i tuoi boni uffizi presso il Mar- 
chese di Breme, dal quale si crede che la cosa di- 
penda. Col merito che posso vantarmi d'aver aqui- 
stato presso di te seccandoti pochissimo nel passato, 
malgrado le sollecitazioni che me ne venivano fatte; 
ti vengo davanti questa volta francamente, per ag- 
giungere la mia viva preghiera a quella dell'amico. 
Tu conosci sicuramente il merito del soggetto, come 
artista: e in quanto all'impiego, credo di poterti as- 
sicurare che l'ha esercitato per venticinque anni, non 
solo con esattezza, ma con zelo. T'ho indicata una 
strada; ma a te ne sono aperte molte, per non dir 
tutte. Se mai la scola, che dirige ora, venisse sop- 
pressa, pare che sarebbe giusto riguardo a lui, e u- 
tile riguardo alla cosa, il collocarlo altrimenti, e pro- 
moverlo, se si può. Insomma, vedi tu che bene gli 
puoi fare. T'ho detto il da dirsi, senza preamboli 



— 282 — 

e senza cerimonie, come so che ti piace. Così fini- 
sco, abbracciandoti di tutto core, e salutandoti an- 
che in nome di Teresa e di Stefano. 

Il tuo aff. amico 
Alessandro Manzoni. 



370. 

Alla Sig. Luisa Collet, a Parigi. 

Madame, 

(1S60). 

Des vers comme ceux que vous avez eu la bonté 
de m'envoyer, et la bonté encore plus grande de m'a- 
dresser, m'auraient dans un autre temps donne l'en- 
vie irrésistible, quoique audacieuse, d'y répondre par 
d'autres veVs; mais -à présent il ne me reste plus 
pour la poesie que la faculté de la goùter; je dis 
cette poesie qui, sortant du coeur, passe par une 
imagination brillante et feconde. Et puisque sur ce 
sujet, vous pourriez ne pas entendere à demi-mot, 
je suis force d'ajouter, que c'est de votre poesie que 
i'entends parler. Je dois encore ajouter, que j'aurais 
peut-ètre esprime ce sentiment d'un coeur plus libre, 
avant de connaìtre les louanges, qu'une indulgence 
excessive vous a dictées, et contre lesquelles je pro- 
teste du fond de ma conscience. 

Vous trouverez pourtant des vers, Madame, en 
tournant la page; car je ne puis resister à la ten- 



I 



— 283 — 

ration de vous transcrire ceux, dont j'ai eu l'honneur 
de vous parler, et dans Ics quels j'ai eu le bonheur 
de me renconter avec vous. 

C'était dans un hymne commencé trop tard^ et 
que j'ai laissé inachevé, sitót que je me suis apenju, 
que ce n'était plus la poesie qui veriait me chercher, 
mais moi qui m'essoufflais à courir après elle. J'y 
voulais répondre à ceux qui demandent quel mérite 
on peut trouver aux vertus, stèriles pour la société, 
des pieux solitaires. Ce n'est que dans les deux der- 
nières strophes que vous trouverez, je l'éspère, Ma- 
dame, quelques-unes de vos pensées et de vos ima- 
ges, quoique moins vives; je transcris aussi le deux 
premières, pour l'intelligence de l'ensemble. 

« A Lui che nell'erba del campo 
« La spiga vitale nascose, 
« Il fil di tue vesti compose, 
« De' farmachi il succo temprò, 

« Che il pino inflessibile agli austri, 

< Che docile il salcio alla mano, 

« Che il larice ai verni, e l'ontano 
« Durevole all'acque creò ; • 

« A quello domanda, o sdegnoso, 
« Perchè suU'inospite piagge, 
» « Al tremito d'aure selvagge, 

« Fa sorgere il tacito fior, 

« Che spiega davanti a lui solo 
« La pompa del pinto suo velo ; 

< Che spande ai deserti del cielo 
« Gli olezzi del calice, e muor. 

Vous voulez bien. Madame, me faire espérer une 
visite d'adieu. Je n'ai jamais senti, comme dans cette 
occasion, ce qu'il y a de pénible dans l'état de ma 



- 284 - 
santó^ qui m'cmpèche d'aller moi-mcmc vous préseii- 
tor mes hommages. Les róles sont bien rcnversés; 
m:iis je ne me sens pas lo coiirage de m'opposcr aux 
effets d'une bonté, qui me touche encore plus, qu'elle 
ne me confond. 

Veuiliez, Madame, agréer les sentiments de mon 
admiration et de mon prolond, et j'ose ajoater, af- 
fectueux respecL 

Alexandre Manzoni. 



(i) Affezionata di cuore all'Italia, e stata più anni a Napoli 
e in Lombiìrdia , la signora Collet visitò varie volte il Manzoni 
nelle gite che fece a Milano tra il i8s9 ^ ^^ ^°- ^^ movi- 
mento grammaticale delle strofe , in questa lettera riferite , è 
in tutto identico a quello dell' ode Soffermati , là dove dice che 
chi potesse distinguere le acque de' varii fiumi d' Italia potrebbe 
altresì distinguere politicamente le popolazioni di lei. E nelle 
due ultime il fiore è messo innanzi con quello stesso fjre ricco 
che nelle due della 'Pentecoste. Il novenario, tanto di uso comune 
ai francesi e tanto poco adoperato tra noi, non si è mai in ita- 
liano fatto sentire cosi delicatamente musicale. In queste strofe 
si parla de' santi contemplatori, e sono un brano di un inno ai 
Santi, che il poeta non condusse a fine. Un altro paio di strofe 
sui santi penitenti, che avevano press'a poco avuta anche quelle 
l'ultima mano, si trovano inedite tra le sue carte. 

t 



2H'. — 



371- 
Al Prof. Giovambattista Giorgini, a Pisa. 

Caro Bista, 

Milano, 2 del 1861. 

Spedisco oggi, per la strada di ferro, al tuo rica- 
pito 40 copie dell'opuscolo, di cai Pietro t'ha par- 
lato nell'ultiuia sua (i). E altre 4 te ne spedisco per 
questo stesso corriere." 

Il numero ti spaventa, annunziandoti una noiosa 
distribuzione. Ma abbi pazienza, povero Bista, per- 
chè la cosa è urgente. 

Principio dalla parte più facile. Una in mio nome 
al babbo, due a'fratelli, una a Massimo, se è costi, 
o quando ci sarà; una per uno al Centofanti, allo 
Sbragia, al Matteucci, al Ferrucci; una da far avere 
al Montanelli, a cui non saprei dove indirizzarla. 

All'avvocato Panattoni, a Gino e al Galeotti ne 
fo io direttamente la spedizione. 

Vengo ora alla parte più gravosa dell'incarico che 
ti metto addosso; e, per ristoro, è quella che soffre 
meno ritardo. Il Parere del prof. Boccardo in fa- 
vore del mio avversario, era evidentemente desti- 
nato a far l'ultima impressione sui giudici; e la causa 
sarà tratta in Cassazione dopo l'Epifania. Vedi dun- 
que quanto m'importi di far avere a ognuno di loro 
la mia quantunque abborracciata risposta, quanto 
più presto sia possibile. E non avendo il loro rica- 
pito, e non volendo dar quesf'incomodo all'avvocato, 
non ho altro che te per venirne a capo, 



- 2S6 — 

Desidero anche, e mi parrebbe cosa conveniente, 
di far lo stesso coi Consiglieri di Prima Istanza e 
d'Appello, che m'hanno già resa interamente giusti- 
zia. Ma per questo non ti io fretta, perche il ritardo 
non porta danno. E non so neppure se le copie spe- 
dite saranno bastanti: del che ti prego avvertirmi. 

Volendo far oggi tutte le spedizioni accennate e 
dell'altre, non ho altro tempo, che d'abbracciar te, 
Vittoria e Gior2:io. 

Il tuo affez. babbo 
Alessandro Manzoni. 



(i) Era la Lettera al Sig. Prof. Girolamo Boccardo intorno a 
una quistione di così detta proprietà letteraria. 



372. 

Al Prof. Girolamo Boccardo, a Genova. 
Illustre sig. Professore, 

Milano, 4 del i86i. 

Mi fo un dovere di trasmetterle per questo stesso 
corriere una copia della risposta (i) che era per me 
necessario di fare al Parere, ch'Ella m'ha fatto l'o- 
nore d'inviarmi. 

Alla pagina 7 della risposta medesima, Ella potrà 
vedere, e vorrà, spero, non disapprovare, il motivo 
che m'ha dato animo a intitolarla direttamente a Lei. 
E spero ugualmente che, insieme con la franca e 



— 287 — 

aperta opposizione riguardo alla cosa, Le sarà mani- 
festo in quella il rispetto e la stima per la persona. 

Questa stima non è d'una data recente. Quan- 
tunque mollo lontano dall'avere una profonda cogni- 
zione delle Sciefnze Economiche, non potevo non ap- 
prezzare il vanta2:gio apportato alla società e l'o- 
nore venuto all'Italia dagli scritti, in cui Ella ha 
trattato una materia cosi importante, e cosi oscu- 
rata da delle opinioni non meno tenaci che false. 

Voglia gradire, unitamente a questo sentimento, 
le proteste di distinto ossequio, col quale ho l'onore 
di dirmi. 

Suo dev. servitore 
Alessandro Manzom. 



(i) Accenna alla Lettera al si^. Trof. Girolamo Boccardo, che scrisse 
e pubblicò quando litigava con Felice Le Monnier, a cagione della 
ristampa de' Promessi Sposi. La qual lettera era accompagnata , 
tra le altre, da queste parole : « Illustre signore ; Non Le ren- 
« derò grazie dei modi cortesi, coi quali Eila ha combattuta la 
« mia causa, nel Tarere da Lei pubblicato sulla questione legale 

< tra il sig. Le Monnier e me : era una cosa naturale in Lei, e 
« inseparabile dalla sua dignità. Bensì le lodi che una gratuita 
« mdulgenza Le ha suggerite a mio riguardo, mi impongono il 

< dovere di esprimerle una viva riconoscenza , quantunque in 
<i realtà mi confondano , e la coscienza non mi permetta d' ac- 

< cettarle. Un simile dovere mi viene importo dall'aver Lei avuta 

< la bontà d'inviarmi il suo opuscolo, accompagnandolo con una 
« lettera, anch'essa, troppo gentile. E non so s'io non presuma 

< troppo ; ma mi pare che i'aver cosi trovato un avversario be- 
^< ncvolo, dove avrei potuto temer solamente un avversario forte 

< e illustre , mi dia , in certa maniera , un titolo per trattar di- 

< rettamente con Lei la mia causa, e appellare, dirò così, da Lei 

< a Lei ; mi pare, dico, che in questo procedere Ella sia per ve- 

< dere, in mezzo alla contradizione medesima, una continuazione, 
« per me onorevolissima, di boni uffìzi >. 



- 288 



373 



Al Corife Carlo Barbiano di BelgioiosOj 
Presidente della R. Accademia di Belle Arti di Milano, 

Illustrissimo Signore, 

Milano, lé gennaio 1861. 

Non avendomi la malferma salute permesso di 
rispondere prima d' ora alla pregiatissima lettera , 
con cui Ella si è compiaciuta d'annunziarmi l'onoro, 
che codesta illustre Accademia s'è deguata di farmi, 
devo , prima di tutto , presentarle le mie scuse per 
questo involontario ritardo. 

La confusione cagionata in me da un onore non 
meritato, non può far tacer la mia umile, ma viva 
riconoscenza per l'illustre Consesso , che volle sup- 
plire con un atto di singolare indulgenza alla man- 
canza d'ogni titolo dalla mia parte. Voglia, Illu- 
strissimo signor Presidente, farsi interprete di questi 
miei sentimenti, e gradire in particolare 1' attestato 
del profondo ossequio, col quale ho Tonore di ras- 
segnarmele 

Dev. obb. servitore 
Alessandro Manzoni. 

(i) Il Conte Carlo Barbiano di Belgioioso , nato a MiUno ii 
17 agosto 1815, compiuti che ebbe gli studi legali nell'Univer- 
sità di Pavia, andò a Roma a perfezionarsi nell'arte della pittura, 
in cui riuscì valente. Tenne la presidenza della R Accademia 
di Belle Arti di Milano dal i86o al 1866 e dal 1870 fino alla 
sua morte, che segui il 22 rr'iugno 1881, Pubblicò un dramijv- 



— 289 — 
e tro romanzi; scritti d'agricoltura, d'aite, d'archeologia e di 
storia. Fu Senatore del Regno, e membro effettivo del R. Isti- 
tuto Lombardo di Scienze e Lettere, di cui ebbe l'uftìcio di Pre- 
sidente nei 1874 e nel 1878. 



374. 

t^i GioViìinlhittisla Pai^ani, a Brescia. 

Carissiino Paesani, 

Milano, 30 febbraio 1861. 

T'ha detto una verità, e una verità che m'onora, 
chi t'ha parlato dell'amicizia che passa (senza pas- 
sare però) tra Emiho Broglio e me (i). Già da pa- 
recchi anni ho la fortuna d' amar da vicino il suo 
carattere nobile e schietto, lo ingegno elevato e nu- 
trito di varie dottrine e specialmente d' economiche 
e politiche, la sua conversazione istruttiva non meno 
che cordiale, e il suo vivo e inconcusso affetto per 
la Italia. E non ti so dire che ristoro fosse per me, 
nel tristo passato decennio, il trovarmi con lui, per 
qualche mese deli' anno , sulla riva occidentale del 
Lago Maggiore; in quel brano d'Italia, che solo era 
libero allora, e parlare delle comuni speranze ; con 
questa differenza però, che io, che son sempre quel- 
rinetto rebus agendis che hai conosciuto, non facevo 
altro che sperare , e lui non cessò mai d' operare . 
secondo l'occasione. Ringrazio il tuo desiderio di 
saper da me questo particolare; poiché m'ha pro- 
curato un carissimo segno della memoria, che con- 
F-l'i^tolarìc Yo\. If, 19 



— 2Q0 — 

servi, della nostra amicizia principiata col secolo. 
Conservamene ancora la tua parte per il tempo che 
Dio ci vorrà lasciar qui, e gradisci sempre la mia. 

Il tuo Manzoni. 

(i) La candidatura del Broglio a Deputato del Collegio di Lo- 
nato-Desenzano ( che fu appunto occasione di questa lettera ) 
venne raccomandata anche da Massimo D'Azeglio e da Aleardo 
Aleardi. Q.aesti lo diceva : « anima nobile , intelletto nutrito a 
€ forti studii , avente conoscenza d' affari e pratica parlamen- 
« tare » ; quello : « uomo di cuore, d'ingegno e di molta scienza 
« politica ». Camillo Cavour, fin dal 1857, presentando il Bro- 
glio al sig. Esquiros De Parieu, ebbe a chiamarlo: « un homme 
< de beaucoup d'esprit qui a fait d'excellentes études «. 



375. 

tAl Marchese Massimo D* Azeglio, a Torino. 

Milano, 1} aprile 1861, 

Ti ring^razio prima di tutto delle bone nove che 
mi dai della tua salate: e spero che ì\ prociil negotiis 
sarà come un' ampolla medicinale che , guariti , si 
butta via. 

Vorrei con tutto il core poter accettare i quattrini 
del sig. Barbèra; ma^ pur troppo, osta il non bis in 
idem, avendo io, circa un anno fa, venduto al tipo- 
grafo Redaelli il diritto di fare un'edizione, diamante 
per r appunto , de' Promessi Sposi. Quest' edizione ò 
quasi compita , perchè il Redaelli ha presa la cosa 
con comodo , per far lavorare i torchi in giorni di 



— 291 — 

ritaglio ; e credo che abbia intenzione di fare una 
proposta al sig. Barbèra , per vendergliela , quando 
sia ultimata. Intanto prego te di tare i miei sterili 
ringraziamenti al sig. Barbèra. Mille cose da Teresa 
e da Stefano. La prima è pur troppo sempre nello 
stato medesimo , e non si vede a cosa si possa at- 
taccarsi per sperare che racquisti l'uso delle gambe. 
Soffre con una rassegnazione ammirabile; ma questo 
è ben lontano dal bastare a chi vuol bene. Addio , 
Massimo carissimo. Rimettiti bene , e lasciami spe- 
rare di vederti presto, perchè, per un uomo d'un'età 
rispettabile come la mia , il tardi risica troppo di 
confondersi col mai. E ama sempre il tuo come 
babbo 

Alessandro Manzoni. 



376. 

Al Comm. Francesco Zamhrini^ 

Presidente della R. Commissione pe testi di Lingua, 

a Bologna. 

Chiarissimo Signore, 

Milano, 26 aprile 186 1, 

La lettera colla quale Ella mi fece l'onore d' an- 
nunziarmi la mia nomina a Socio corrispondente 
della Commissione per la pubblicazione de' testi di 
lingua , mi trovò indisposto ; e questa mi serva di 
scusa presso la di Lei bontà, dell'aver tanto tardato 
a rispondere. 



— 2^2 — 

i\Lt, nell'atto d'esprin:ere ia mi:i umile riconoscenza, 
sono costretto a aggiungere che la mia età, la mia 
malferma salute, e la mia inettitudine al genere di 
lavori che porta una tal carica, non mi permettono 
d'accettarne l'onore, ed ' ingombrare un posto che 
potrà essere, e più utilmente e molto più degna- 
mente, occupato da altri. 

Voglia gradire i miei ringraziamenti, le mie scuse, 
e le proteste del profondo ossequio, col quale ho l'o- 
nore di dirmi 

Umiliss. dev. servitore 
Alessandro Manzoni. 



Allo stesso, a Bolog^ia. 
Chiarissimo Signore, 

Milano, 22 maggio 1861. 

Con mia riverente lettera del 26 aprile prossimo 
passato mi feci un dovere d'esporle i motivi, che non 
mi permettevano d'accettare l'immeritato onore d'ap- 
partenere, come socio corrispondente, alla Commis- 
sione da Lei preseduta ; e sono , 1' età , la salute, e 
più ancora l'assoluta inettitudine al genere de' lavori 
annessi a una tal carica , e che m' erano specificati 
nella di Lei cortesissima lettera del 24 del mese sud- 
detto. Il ricevere ora il Diploma annunziatomi nella 
medesima, e il non trovare, nelle troppo gentili righe 
che l'accompagnano, alcun cenno di quella mia, mi 



— 2 93 — 
fa dubitare che possa essere andata smarrita; e m'ob- 
bliga a dichiarar di novo che, se fu effetto d'un'ec- 
cessiva degnazione il volermi conferire un bel titolo, 
sarebbe dalla parte mia una vera usurpazione 1' ac- 
cettarlo (i). 

Voglia gradire le mie scuse, i miei ringraziamenti, 
e l'attestato del profondo ossequio, col quale ho l'o- 
nore di rassegnarmele 

Devot. umiliss. servitore 
Alessandro Manzont. 

(i) Il diploma, peraltro, non lo rifiutò, e la R. Commissione 
pe' Testi di Lingua si tenne grandemente onorata d' ascriverlo , 
nonostante queste due lettere, tra i propri soci. 



378. 
AlV^Jb. Benedetto Galli, a Pisa (i). 
Signore, 

Brasnglio, 28 settembre 1861. 

Una profonda diffidenza ne' miei giudizii mi ha 
imposto la legge di non accettar mai l'incarico, che 
da qualche persona troppo indulgente mi fosse dato, 
di dire il mio sentimento su alcun suo scritto. Ecco 
il perchè non ho potuto aderire all'invito, che Ella 
si degnò di farmi, nel favorirmi la traduzione della 
sua Poetica d'Orazio. 

Son dispiacentissimo ch'Ella abbia trovato in ciò 
un mancamento. Ma ho creduto che un atto gra- 
tuito di cortesia cesserebbe di esser tale, se avesse 



— 294 — 
per conscG^uenza d'imporre im dovere, dell' adempi- 
mento del quale si potesse esser chiamati a render 
conto, E tra le tante e così varie diftìcoltà_, che uno 
può avere, a scriver lettere che non sieno di stretta 
obbligazione , come occupazioni forzose , afflizioni , 
poca salute, dissuetudine, pigrizia, se vuole, ma com- 
patibile in un vecchio, non mi sarei mai immagi- 
nato che le fosse potuto venire in mente la sup- 
posizione , mi permetta di dire , stranissima , che 
nel mio caso, il silenzio sia potuto venire da man- 
canza di umiltà. Non ch'io rifiuti il consiglio di esser 
umile , eh' Ella mi dà : per quanto la materia non 
mi manchi, so pur troppo di non esserlo, da un buon 
pezzo, quanto dovrei; è la condizione di tutti noi 
poveri uomini. Ma , senza andar contro le leggi di 
quella virtù tanto necessaria, credo di poter rendere 
onore alla verità, assicurandola che in questa occa- 
sione l'avvertimento non fa al caso. Il motivo che 
Ella attribuisce al mio silenzio , motivo odioso in 
chiunque fosse, conosco benissimo che in me sarebbe 
anche ridicolo ; giacché , se nessuno può avere una 
giusta ragione d'essere sdegnoso, a me ne manche- 
rebbe anche il pretesto. 

Umiliss. dev. servitore 
Alessandro Manzoni. 

(i) « Ha Ella in questa lettera, voluta a ogni costo (mi scriveva 
« il signor Giulio Solitro) notata una parola? Il traduttore voleva 
(( a tutti i patti un giudizio, e il Manzoni lo accontenta. Gli dice 
« non già: la sua tradui^ione d'Orario, ma: ìa traduzione del suo 
(T Orazio. Il che è il medesimo che dirgli : non è 1' Orazio di 
« tutti : è un Orazio speciale di lei. Ricordo che avendo io fatta 
« questa osservazione al Tommaseo , egli , poveretto, rise assai, 
« e mi disse : non ci avevo badato, ma certamente non fu scritto 
« per caso a quel modo ». 



— 295 — 

379- 
A %^inaìdo Cesare De Sicrlich^ a Napoli. 

Chiarissimo Signore, 

Milano, 12 .irrile 1S62. 

Voglia, prima di tutto, accogliere le mie scuse 
per il ritardo di questa risposta , cagionato da in- 
comodi non gravi, ma disturbatori. 

Non so poi come esprimerle la mia viva e umile 
riconoscenza per il troppo cortese suo pensiero d^in- 
titolare al mio povero nome la raccolta di scelti 
componimenti, ch'Ella si propone di pubblicare. Ma 
se r offrirmi un tale onore fu' dalla sua parte un 
eccesso d'indulgenza, l'accettarlo sarebbe, dalla mia, 
un eccesso di vanità; e è proprio la mia coscienza 
che me lo proibisce. 

Voglia gradire questa troppo valevole scusa , e 
insieme l' attestato della mia profonda riconoscenza' 
e dell'alta considerazione, con cui ho l'onore di ras- 
segnarmele 

Umil. dev. servitore 
Alessandro Manzoni. 



■r/y - 



380. 

Jl V\Carchcse Aljoìiso Della Valle di Casaiiova^ 
a Fire)ì;e (i). 

Milano, 9 maggio 1802. 

Eccole hi lettera per l'uomo che, a gran ragione. 
Ella desidera di conoscere (2). Ho avuto doppia- 
mente piacere nello scriverla , pensando che deve 
servir di mezzo ad una doppia soddisfazione. 

Si goda codesta bella Firenze, ma non dimentichi 
Milano. Gli amici della sera m' incaricano d' atte- 
starle il loro cordiale rispetto. Mio figlio e mia nora 
vogliono avere in questo il primato su di tutti, e 
io anche su di loro. Senza formule di cerimonia 

Il suo dev. e a£ 
Alessandro xManzoni. 

(i) Di Alfonso Della Valle di Casanova, morto il 14 agosto 
1872 di appena quarantadue anni, raccolse amorosamente gli 
scritti, e scelse e ordinò le lettere l'amico suo Federico Persico ; 
il quale nella prefazione cosi ne dipinge il cuore e l' ingegno : 
« Chi non conobbe quell' uomo singolare potrà a stento riùrsi 
« innanzi alla mente quella intatta e nobile figura, che noi amici 

< maravigliando amavamo... Dove infatti si trova un uomo che 

< in tutta la sua vita, in ogni atto , in ogni parola , ha sempre 
« levato in alto lo sguardo, e non l'abbassa mai a terra, se non 
« per sollevare in alto le cose che lo circondano ? Come si fa 
« a concepire un' anima in cui i dubbi , le debolezze e le pas- 
« sioni mondane, gli sgomenti e le noie giornaliere della viia 
« comune non avevano presa ? Le persone più diverse per in- 
« dola, per gusti , per opinioni , alla sua presenza non osavano 

< quasi di contraddirgli, si sentivano tirate a pensare e ad amare 



— 297 - 
« come lui. Chi non si è trovato più gentile, nobilitato dentro, 
« dopo un'ora di colloquio con Alfonso , anche in via di passa- 
« tempo ? Chi non ha desiderato e creduto agevole con lui quel- 
le r accordo mirabile della più pura e intima religione col più 
« vivo, disinteressato e nobile amore della patria ? Alfonso Della 
« Valle è veramente passato sulla terra come un pellegrino, che 
*' s'affrettava a una regione supcriore , verso cui teneva sempre 
« intenti gli occhi. E per la via incontrò , direi , tre cose , che 
« senza sviarlo da quell'amore supremo lo trattennero caramente : 
« voglio dire la sua famiglia, i bambini del popolo, e Dante » 
(Sentii e lettere scelte di Alfonso Della Valle di Casanova , 
raccolte ed ordinate da Federico Persico. Napoli , Riccardo M.i- 
gheri, 1878. Due voi. in-12.) 

Della prima visita che il Casanova fece al Manzoni, cosi ne 
scriveva egli stesso al suo amico Gaetano Bernardi: « È giusto 
« ch'io non tardi di dirtelo. Dunque stamane all'una p. m., man- 
< dato dentro la lettera del Bonghi, e del Trotti, sono andato 
« avanti ai Alessandro Manzoni. Che bell'uomo, che bell'uomo ! 
« Anche questo ! Ho rotto facilmente il ghiaccio , assicurandolo 
« ch'io non ero lì per doverlo lodare, ma perchè gli volevo bene. 
« Dopo pochi momenti eravamo insieme come vecchie cono- 
« scenze. Basta dire che entrato all'una in punto, ne sono uscito 
« alle cinque : quattr' ore con Alessandro Manzoni ! Sta fresco 
vc Peppino (yintonaccì) se vuole ch'io ripeta tutto quello che ha 
« detto. E già come posso ricordarmene io stesso ? Un fiume 
« di giudizii , e di parole, e di fatticelli così o gravissimi o le- 
« pidissimi , e sempre acconci, spigliati! Ha un sorriso che in- 
<- namora. E poi un accento limpido e soave, e una figura one- 
« sta e dignitosa oltre ogni dire. S'è parlato di religione, di po- 
« litica, di poesia, di tutto, anche (e qui è stato un gran merito 
« mio) dei Promessi Sposi, e dell'altre sue opere. Ho tenuto più 
« di tre quarti d'ora in mano il hbro dove furono abbozzati gli 
« inni sacri. È un volume prezioso. La Pentecoste bisogna vederlo 
« li come nacque, e come di mano in mmo andò, non p:rfc- 
« zionandosi , ma ricominciando. Oh il Manzoni ! Io sì dovrei 
« scrivere o per me , o per voi altri tutto quello che s' è detto 
« stamane. Ma non posso : assolutamente non posso. Sono stanco 
« oramai di tante commozioni, duanto alle cose pohtiche è tut- 
« t'uno sentir parlare il Fornari e il Manzoni. E con questo ab- 
« biamo detto un gran male di quello. ^Nliei cari , lascio avo 



— 298 ~ 

« considerare le quattr' ore passate con quello eh' è grande dav- 

« vero, e non se n' è accorto. Io ne facevo tutto quel che vo- 

« levo. Quando ha visto il mio libro de' Promessi Sposi, s'è fatto 

« rosso, si è alzato, è andato in un cantuccio dov'era una copia 

« di queUi illustrati, e me l'ha voluta dare. Io esitavo : e gli ho 

« detto frali' altre cose che ne avevo già comperato tre. Ma co- 

« m'egli ha degnato d'insistere, ho accennato che c'era un modo 

< di Hire che la quarta copia non somigliasse alle tre precedenti. 

<.< Ed egli ha preso la penna , ma imbarazzandosi tutto , e ha 

« scritto sul frontispizio: Ali.... (tre parole).... giovane Alfonso 

« Casanova, Alessandro Manzoni. Hai capito, Bernardi ?. E m' ha 

« detto parole, ch'io non ripeterò mai , e che dette da un altro 

« m'avrebbero annoiato ; ma da lui no. Io voglio ch'ei m' abbia 

« a credere degno d'amarlo e d'intenderlo. Ci ritornerò, oh altro 

« se ci ritornerò I e già si^mo d' accordo su questo. Tutto quel 

« tempo siamo stati soli, tranne pochi momenti eh' è venuto il 

« suo figlio primogenito, e poi il suo figliastro (Stefano Stampa) 

« con le stampe, e un giovanetto Alessandro Manzoni suo ni- 

« potè. Io volevo ogni tanto andar via : poi dicevo : no, mi deve 

« cacciar lui ; io non voglio di questi rimorsi. E così non son 

« andato via se non alle cinque quando era già pronto il desi- 

« nare. Io non vuo' parere orgoglioso , ma la bontà di Man- 

« zoni è tanta che lo posso dire con animo schietto ; è stato 

« verso di me giulivo, affettuoso, come se ci fossimo conosciuti 

« da moki anni. Di questo ho il grande obbligo al Bonghi, che gli 

« scrisse queste parole : vi presento uno che vi vuol bene quanto 

« ve ne voglio io. E il Manzoni ama moltissimo Ruggero ». 

(2) Il Marchese Gino Capponi, 



381. 

Al V^Carchesù Gino Capponi, a Firenze. 
Caro e venerato Gino, 

Milano, 9 m.iggio 1862. 

Il Marchese Alfonso Della Valle di Casanova, il 
cai minor merito è. la cultura, quantunque molta e 



— 299 — 
scelta, poiché la sua vita è consacrata al migliora- 
mento morale e materiale dei poveri della sua Na- 
poli, desidera d'esservi presentato. 

A un uomo tale, la conoscenza d'un uomo come 
Voi, è una delle migliori ricompense che si possano 
ottenere quaggiù. M'ha fatto l'onore di credere che 
potrei essere un buon mezzo per procurargliela ; e 
questo onore l' ho accettato senza cerimonie. Dopo 
le tante prove che ho avute della vostra bontà, m'è 
parso che il dire Quid passim videi et novit me val- 
ditis ipso, sarebbe più ingratitudine che modestia. 

Nelle afflizioni della vita , la mia mente ricorre 
spesso, per rallegrarsi, ai cari giorni di Varramista. 
A quest'ora sarebbe probabilmente temerità lo spe- 
rarne ancora di simili. Lasciatemi almeno esser certo, 
che il mio ossequio e il mio affetto vi sono graditi. 

Il vostro Manzoni. 



382. 
Ad Alessandro [\Canioni, a Milano. 
Signor ^Alessandro, 

Di Firenze, ai 12 di maggio 1862. 

Ieri ricevei le sue lettere, e o^gi mi son presentato 
al Capponi ; e diman l'altro ni aspetta a desinar seco. 
Io le rendo grafie sen^a fine di aver potuto presentar- 
megli in suo nome, e gliene rendo per più ragioni che 
a Lei non si possono dire. Il Signore Iddio ni ha usato 
una misericordia eh' io non meritavo , e che non avrei 



— 30O - 
osato di domandare. [\Ca ora ho preso coraggio^ e do- 
mando il resto. Lei m'intende; e credi che, dopo, non 
ìe dimanderò più nulla : ma questo le prometto che 
glielo domanderò insa::^iahilmcnte. Ho bisogno di vederla 
d quel modo che si può da lontano. Ma anche allora 
non mi parrà troppo di correre ogni anno a Milaìio ; 
per due mesi , o per uno , o per quindici giorni vi 
correrò. E lo dico sicuramente^ benché sia da Firen:(^e; 
questa terra vera d'Italia, cF io non ni ero sognato ne 
tanto cara, ne tanto bella. [\Cami, signor Alessandro, 
e preghi per me. I miei ossequi al sig. Pietro ( e rin- 
gra:(_io anche lui ), e alla signora Giovanna, e ai suoi 
amici della sera. 

Alfonso Della Valle di Casanova. 



383. 
Al Conte Bernardo Pallastrelli, a Piacen:(^a. 

Egregio Signore, 

Milano, 17 maggio 1862. 

La troppo giusta diffidenza de' miei giudizi sugli 
scritti altrui m' ha imposta da gran tempo la legge 
di non accettar mai V incarico , che me ne potesse 
venire offerto da un'eccessiva indulgenza. 

Voglia dunque gradire le mie sincere scuse, unite 
ai più vivi ringraziamenti per il pregiatissimo dono 
di cui Le piacque onorarmi (i), e alle proteste del 



- ÒOI - 

protondo ossequio, col qiuile mi pregio di rassegnar 
mele 

Dev. obb. servitore 
Alessandro Manzoni. 



(i) D~'gU aiti delia pace di Cosìanip, in ordine alia storia pia- 
centina, osservazioni di Bhrkardo PALi.ASTRnLLi. Piacenza, Tino- 
j rafia D>-*1 Majno, 1862; in-8. 



384. 

,^4 C\Consig. Lorm:(o ^enaldi, Vescovo di Pimrolo. 
Illusr. e reverendissimo Monsignore, 

Milano, 18 maggio 1862. 

Ho l'onore di presentarle i miei vivi ed umili rin- 
graziamenti per il dono che s' è degnata di farmi 
d'una copia della di Lei Pastorale, in cui suona cosi 
schietta la voce sapiente , affettuosa e pacata delia 
pietà cristiana. 

I termini coi quali Ella ha voluto farci menzione 
di me (i), mi umiliano, contro la di Lei troppo be- 
nevola volontà ; perchè altro è nella indulgente di 
Lei opinione, altro nella mia intima coscienza. Ma 
mi consola il trovare anche in ciò un argomento di 
speranza che mi sia conservato un ricordo nelle sue 
preghiere, come ardii chiederle, quando ebbi la de- 
siderata fortuna di poterle attestare di persona un'an- 



— 302 — 

tica e profonda venerazione, con cui ho ora di novo 
l'onore di dirmi, 

Di V. S. Illustrissima e Reverendissima 

Ossequioso servitore 
Alessandro Manzoni. 

(i) Nella sua Pastorale per la Quaresima del 1862 monsignor 
Lorenzo Renaldi, trattando della necessità di educare i figli alla 
pietà cristiana, contro coloro che « vengono ianaazi a maledire 
la cattolica religione » adduceva l' esempio di Alessandro Man- 
zoni, « scrittore, che per altezza d'ingegno e dignità di' vita, vale 
tutta la turba dei gridatori ». 



385. 

^Ad Alessandro Manzoni, a Milano. 
Oh sìg. Alessandro ! 

Di Napoli, a' 9 di giugno 1862. 

È impossìbile che io , giunto da due dì in Napoli , 
non abbia la mente e V anima piena delle memorie di 
questi che sono andato vivendo qua e là per V Italia 
nostra : ed è impossibile che queste memorie io non le 
vada ordinando ciascuna al suo luogo, fuori che la prim r 
che ci si mette da sé. Ed è la più imperiosa , la più 
corriva di tutte; vuole da me cose che io non dovrei 
concederle , e che pure non so negarle , coni Ella vede. 
QuelV ottimo marchese Gino , che ni ha aperto i tesori 
del suo cuore come ad mi vecchio amico, perchè (el dis 
in una lettera che demo di scrivermi) tra lui e ?ne c'era 



— 303 — 
in alto non so che riverito nome ; il Capponi adunque 
mi persuadeva la necessità di tornare in Milano, e pas- 
sar da Firen:(^e , V anno venturo, con V argomento : voi 
sapete di non gli poter scrivere ; perciò bisogna andare. 
Ed io, SI, accetto la seconda parte , nix non posso ac- 
cettare la prima, dimeno per una volta sola; per dire: 
non scrivo più , o non risposte : che mi farebbero tor- 
nare a scrivere. Un altra risposta d' una cosa eh' Ella 
sa, quella sì io la voglio (mi perdoni questo mio volere 
e non volere) ; quella io l'invoco, l'aspetto. I patti sono 
fermi; nessuno la copiera^ nessuno la vedrà: ma io la 
vedrò ogni tanto e ne trarrò non orgoglio, ma gratitu- 
dine e tenere:(_ia verso Iddio, che manda ogni buona cosa 
a chi la cerca , benché non la meriti. Ora io vorrei 
farle motto di Napoli, eh' Ella ama tanto : ma ho po- 
tuto veder poco e pochissimi. E ciò che ho inteso non 
muta nulla ai giudi:(ii che noi se ne aveva costà; e se 
la legge delle tasse ha svegliato grand' ire in alcuni or- 
dini di persone , tutti , e più i più infimi , conservano 
della venuta del Re un senso nuovo di devo:(ione, eh' è 
rimedio cresciuto a qualche male che cresce. Quando av- 
venissero fatti che mi paia poterle importar di sapere , 
allora sì io le scriverò e presto e sen^a ritegno. Il ri- 
manente lo serbo a quel tempo che precede Brusuglio ; 
dovoggi credo eh' Ella sia. La prego de' miei saluti al 
signor Pietro e alla signora Giovanna; e al Litta , al 
%ossi, al Ceroli, e agli altri che invidio d'essere nati 
a [\Cilano. M' ami, signor Alessandro ! Non le voglio 
dire altro. 

Alfonso Della Valle di Casanova. 



— y-^ì - 
38Ó. 

A Cesare Cr.utù, a Mila7io. 

(1S62;. 

Beccaria aveva tutte le illusioni di giovane, 

buona fede, smisurata convinzione nel trionfo di tatto 
ciò che a lui pareva verità, E verità gli pareva ciò 
che contraddiceva a quel che aveva imparato alhi 
scuola. Esponeva da francese, semplice, senza frasi, 
e con molto sentimento (i) 

(i) A proposito del libro: Beccaria e il Dirillo penale, saggio 
di Cesario Cantù. Firenze, Barbèra, 1862; in-12. 



387. 

Ad Alessandro Maìi:(0}ii, a Milano. 
Signor Alessandro, 

lìl Napoli, ai 2 ài settembre 1862. 

Nel decimopì'imo volume delle opere di U^o Foscolo, 
stampato ora a Firen:^c dal Le ^Connìer , è mi suo 
frammento inedito a pag. )p4, che ha questo titolo : Il 
Muratori e il Vico. Quelle pagine stupende ( ora le 
pjsso lod.ire sen:{a offendere Valtrui modestia) sono pro- 
prio le stesse che gVitaliani hanno letto la prima volta 
nel Discorso che seme tìf/Z'Adelchi. Altro che Gianna- 
ne! Ma, sig. Alessandro, Elia non pensavi che le re- 



— 305 — 
liquie foscoliane della Biblioteca Labronica , o prima , 

dopo, sarebbero venute in luce , e che la cosa sarebbe 
chiarita ? È vero che nella ristampa del Discorso Ella 
ha mutato qua e là le parole : ma la sostanza è rima- 
sta , e risalendo alle prime edi:(ioni , le parole tornano 
a lina a una. D^Ca leviamo le burle. Io non so come il 
Mayer, eh' è nomo degnissimo, avendo impreso con un- 
dici interi volumi a raccontarci il Foscolo, che nessuno 
aveva inteso mai, abbia potuto mostrare di non inten- 
derlo egli stesso : attribuendo al Foscolo, una maniera 
di critica alta e tranquilla, ch'egli non ebbe mai, e che in 
materia di storia, i suoi tempi non davano: an:(_i, se- 
condo V opinione di molti , si deve dir nata in Italia 
con queste pagine appunto. Forse il Mayer, tutto occu- 
pato di dolori e di malattie domestiche , come seppi in 
Toscana , ha dato il nome soltanto alla puhblicaiione 
di quest'ultimo volume (i). // quale merita che si faccia 
alcun motto di quel frammento, ed io però gliene scrivo. 

1 miei amici volevano che io mi facessi bello della sco- 
perta : e io qual frutto migliore ne posso cavare che di 
scrivere al Manzoni, e pregarlo che ci dia a stampa 
due paroline (2)! Solo ci metto la condiiioue ch'io sia 
dei primi ad averle 

Alfonso Della Valle di Casanova. 



(i) La pubblicazione delle Opere edite e postume di Ugo Fo- 
scolo venne curata da Enrico Mayer in compagnia di Francesco 
Silvio Orlandini , e specialmente agli ultimi volumi non prestò 
di fatto che il solo nome nel frontespizio. 

(2) Il Manzoni , naturalmente , niente scrisse ; ma 1' Orlandini 
mise fuori questa %eltifica^ioiic, che venne incollata sugli esem- 
plari non ancora venduti ; ed anche il povero Mayer , che nel 
fallo non aveva punta parte , dovette sottoscriverla. « Sono av- 
« vertiti i lettori che il frammento il quale si trova à.\ pag. 39-I 

Epistolario. Voi. II. 20 



— ■^o6 — 

« a pag. 398 del presente volume non appartiene ad Ugo Fo- 

« scolo, ma forma parte del Discorso di Alessandro Manioni sopra 

« alcuni punti della storia longobardica in Italia. Un complesso di 

« circostanze inutili a ridiasi indusse già in errore i sottoscritti 

« nell'attribuirc ad Ugo un frammento, che ora si restituisce al 

€ SUO vero autore ». È da notarsi che a pie di quel frammento 
rOrlandini aveva scritto : « Dalie reliquie foscoliane della Labro- 

« nica, ed è inedito ». 



38S. 
^ìla Si^. Enrichetla Mciì};_oìii'Prcìti, 
Carissima mia nipote, 

31 dicembre 1862. 

I miei incomodi abituali sono stata cagione del 
mio ritardo a ringraziarti della tua cara lettera , e 
delle notizie che mi dai della felicità, che hai tro- 
vata nella compagnia del tuo ottimo marito e della 
sua eccellente famiglia ; notizie che, quantunque tut- 
t'altro che inaspettate, non potevano non darmi una 
viva e soda consolazione. 

II tuo carattere mi sta mallevadore , che corri- 
sponderai ora e sempre con premurosa riconoscenza 
alle amorevolezze , che ti vengono cosi spontanea- 
mente e efficacemente dimostrate , e che ti potrai 
rendere la consolante testimonianza d' aver accre- 
sciuto , non una concordia gicà cosi felicemente sta- 
bilita, ma un bel numero di concordi. 

Dio confermi i miei voti per te, per il tuo ottimo 
marito, e per la rispettabile nova famiglia di cui fai 
parte. 

Il tuo aff. nonno 
Alessandro Man;;qmi. 



- 3^7 - 

389. 
Jl Marchese Matteo Ricci. 

Carissimo Nipote, 

Milano, 20 del 1863. 

Un incomodo venuto a contrattempo più die mai 
non m' ha permesso di rispondere prima d' ora alla 
cara lettera di Rina. Stava per farlo stamani, quando 
l'ottimo De Vecchi (i) è venuto a avvertirmi che 
il tempo stringeva. Avrete ricevuto il laconico di- 
spaccio, che annunzia la mia accettazione, e avrete, 
di certo, sottinteso il piacere e la riconoscenza che 
r accompagnano. Ho spedito ugualmente un dispac- 
cio a Massimo per pregarlo di rappresentarmi (2) ; 
e non dubito della sua compiacenza. 

Vi prego d'accogliere e di partecipare alla nostra 
Rina i miei ferventi auguri per il felice parto, e di 
conservare la vostra preziosa benevolenza a chi ha 
la fortuna di potersi sottoscrivere con un titolo che 
dispensa dalle cerimonie. 

Vostro affezionatissimo Nonno 
Alessandro Manzoni. 

(i) Il cav. Pasquale De Vecchi, capo di una reputatissima casa 
commerciale di Milano, della quale era socio Massimo D'Azeglio, 
che fu legato con lui in intima amicizia , e spesso e volentieri 
si valeva della sua opera zelante e intelligente negli affari do- 
mestici. 

(2) AI battesimo della figlia dei coniugi Ricci , die avevano 
scelto a compare il Manzoni, 



— 3o8 - 

390. 
A V inceli IO Baffi, a S. Maria Capua Veterc (i). 

Pregiatissimo Signore, 

Milano, 25 marzo 1863. 

Una invincibile ripugnanza ad accettare un onore 
non meritato non mi permette di consentire alla 
troppo indulgente proposta, di dedicare a.1 mio po- 
vero nome la Raccolta, eh' Ella s' è degnata annun- 
ziarmi (2). 

La prego di voler accogliere benignamente queste 
mie scuse, accompagnate dai più sinceri ringrazia- 
menti e dalle proteste del mio distinto ossequio. 

Suo obb, dev. servitore 
Alessandro Manzoni. 

^i) Nato ad Acri (Cosenza) nell'aprile del 1832, studiò legge 
a Napoli alla scuola di Roberto Bavarese. Le sue Poesie, edite 
dal Le Monnier nel 1858 , e più volte ristampate, ebbero lode 
per gli affetti soavi che spirano, in forma elegante e melodica. 

(2) Era una raccolta di canti politici intitolata: / Poeti della 
Patria, che pubblicò infatti in quell' anno. « Ieri sera io mi tro- 
« vava dal Manzoni ( scriveva GiuHo Carcano al Baffi ) ; ed egli 
« mi fece vedere una vostra lettera, che mi fece tornar in mente 
« che, tempo fa, mi pregaste di parlargli del vostro desiderio di 
« dedicare a lui il volume : I Poeti delia Patria. Io non vi aveva 
« risposto, se ben ricordo, su questo punto; e lo feci, conoscendo 
« l'animo del Manzoni e il suo modo di sentire in questo par- 
« ticolare. Ne parlammo ieri sera ; ed egli, grato e riconoscente 
« a voi di quello che gli avete scritto , m' accertò che non può 
« proprio dipartirsi da quanto in simiglianti circostanze ha sem- 
ti pre creduto di dover fare ; e m'accennò che quando il Grossi, 



- 309 - 
« il suo migliore amico, gli volle dedicare il suo romanzo, non 
« glie lo disse, e s'accontentò del permesso della Censura, ch'e- 
« sigevano i nostri padroni d' allora. Forse , questa sua risposta 
« voi potete interpretarla; ed io non vi dico di più. Ma vi dirò, 
« per altro, che il pensiero di quella raccolta de' poeti, che ten- 
< nero viva, per secoli, l'idea dell'Italia, gli ò piaciuta, e ch'egli 
« stesso aveva avuto in mente, fin da gran tempo fa, che si do- 
« vesse fare. Egli mi ha incaricato di ringraziarvi della vostra 
« lettera >. 



391- 

^ir Avvocato G. D. Pagani , a Brescia. 

Carissimo Pagani, 

Milano, 2 aprile 1863, 

Par troppo l'uficio di Broglio è stato infruttuoso. 
Trascrivo qui a malincuore il brano relativo della 
sua lettera : « Ho parlato subito al Guardasigilli 
« della sua raccomandazione : mi ha risposto colle 
« fatali parole, e troppo tardi; perchè la pratica re- 
or lativa alla nomina dell'Avvocato dei poveri, è, si 
cf può dire , venuta a conclusione ; sono già state 
(( fatte le proposte definitive dalle autorità giudi- 
ce ziarie ; insomma non è più tempo. » Puoi imma- 
ginarti il dispiacere che provo nel doverti comuni- 
care una risposta tanto contraria al mio vivo desi- 
derio. Accogli questo sentimento, come il solo, pur 
troppo , che possa offrirti in questa circostanza la 
vecchia amicizia del tuo 

Manzoni. 



-^10 



ir- 

Al Marchese Miissiiiio T)\-liegHo, a Torino. 
Caro Massimo, 

Milano, 9 aprile i8ó;. 

Ho ricevuto l'opuscolo, che mi avevi annunziato, e 
insieme una lettera cortesissima dell'autore (i). Trovo 
neir opuscolo molti fatti cavati fuori a proposito, e 
dei ragionamenti solidi; ma, non so se per mia colpa, 
non ne trovo abbastanza chiara la conclusione pra- 
tica. 

Più esplicita è la tua lettera, citata nella prefa- 
zione : ma al punto dove sono arrivate le cose e le 
volontà, dall'ultima volta che ci siamo visti; ti con- 
fesso, che mi pare che , se ci possono essere delle 
soluzioni ragionate, non ce ne possano essere delle 
riuscibili per ora, e Dio sa fino a quando. Ogni ac- 
cordo volontario , impossibile ; un accordo forzato 
sarebbe, come sempre, una fine in apparenza, e un 
da capo in realtà. Vorrei almeno poter concludere, 
come un corrispondente di giornale , con un Vedre- 
mo; ma, per la mia parte e alla mia età, sarebbe 
un conto altro che senza l'oste. 

Addio, caro Massimo. Pietro, Giovannina (2), Ros- 
sari, Stefano, ti contraccambiano i più cordiali saluti ; 
e se dovessi andare in cerca di tutti quelli che in Mi- 
lano si rammentano di te e si lamentano di non 
vederti mai, non la finirei. E in capo di lista il tuo 

Aff. papà 
Alessandro. 



— 311 — 

(i) L'opuscolo d'Eugenio Rcndu intitolato: La Souveraindè 
ponti ficaie et l'Italie; intorno al quale il Marchese Gino Capponi 
scrisse una lettera all'autore, giudicata dal D'Azeglio « belle d'une 
vraie beante » e « document capital ». 

(2) La Giovannina, figlia di Giovanni Visconti e di Giuseppa 
Borri, era moglie, fino dal 1846, di Pietro Manzoni; al quale 
partorì Vittoria (1847), Giulia (1848), Renzo (1852) , e Alessan- 
dro (1854). 



393- 

^l ^Carchese Alfonso Delhi Falle di Casanova, 
a Napoli. 

Milano, II aprile 1863. 

Due righe in fretta, per dirle, anche prima di rin- 
graziarla, che i semi di cotone, ricevuti oggi da me, 
sono piuttosto abbondanti che sufficienti , affinchè 
Ella non si dia più altri pensieri di ciò. Anzi non 
voglio neppure ringraziarla : cosi si fa con chi è 
troppo bono. La prego bensì di far questo ufizio per 
me col chiarissimo professor Tenore , in cui rivive 
tanto bene patrnm virtiis. 

Aspetto con vivo desiderio il moniento di rive- 
derla , e spero che d' ora in poi Ella non mi vorrà 
tenere in suggezione col dirmi cose, che mi fanno 
troppo sentire quanto io sia lontano dal meritarle , 
ma mi tratterà da amico vecchio. 

Tante cose di Pietro e di Giovannina. 

Tutto suo 
Alessandro Manzoni. 



— 312 — 

394. 

,yll Cav. Eugenio Rcndu, a Parigi, 
Monsieur, 

Mllan, 21 avril 1863. 

Veuillez agréer l'éxpression de la vive reconnais- 
saiice que je vous dois, cu mon particulier, pour le 
précieux cadeau de votre nouvel ouvrage, et de celle 
que vous doit tout catholique italien, pour avoir élo- 
quemment démontré (hclas ! il en est besoiii en Fran- 
ce ! ) qu'il n'y à pas d'opposition entre les idées et 
les tcndances logiques, que ces deux mots reprcsen- 
tent. Quant à la solution qui puissc ètre propre à 
faire cesser, dans l'ordre des faits, leur antagonisme 
apparent , je suis force d'avouer mon impuissance , 
non seulement à en imaginer une , mais mème à 
apprécier celle qui est proposée par un esprit aussi 
cclairé et aussi droit, que le votre. Je finis toujours 
par ne voir que deux ultimatums en pròsence, et 
également inflexibles. Ce qui est plus sur, c'est que 
votre ouvrage ne peut manquer d'éclaircir des faits, 
de redresser des jugements , et d'afFaiblir des aver- 
sions ; et c'est beaucoup , quand mème ce ne serait 
qu'en attendant (i). 

Veuillez, Monsieur, agréer les sentiments de haute 
considération, avec lesquels j'ai l'honneur d'ètre 

Votre très-humble et trcs-obéisant serviteur 
Alexandre Manzoni. 

(1) Il D'Azeglio scriveva al Renda il 23 giugno: « J'ai trouvé 
w Manzoni rajcuni. A 85 ans on en aurait besoin, paraìt-il ! Nous 



— 313 — 

sommes assez d'accord sur tous Ics polnts. Voilà un homme 
que vos catholiques pourraient peut-ctre écouter. Lui recon- 
naitraient-ils quelque autorité à celui-là ? — Je lui ai presente 
vos respects , et l'ai remercic de la lettre qu'il vous a écrite. 
Cette lettre est bonne à montrer à vos énergumènes de la 
Ga:;ette et aux pleurards onctueux de V Union. Manzoni et Gino 
Capponi! c'est cependant quelque chose, quand on veut parler 
du catholicisme italien. Mais , il n'est pire soiird , etc. etc. Or, 
le bon Dieu en personne leur parlerai! mal du tempore] qu'ils 
regarderaient le bon Dieu de travers ». 



395. 

A Edmondo T)e A mi ci s (i). 

Gentilissimo Giovanetto, 

Milano, I) giugno 1865. 

Degli incomodi abituali non mi hanno permesso 
di ringraziarla nel primo momento, come desideravo 
vivamente , de' versi eh' Ella mi ha fatto il favore 
d'inviarmi, e delle troppo cortesi parole, con cai Le 
è piaciuto d' accompagnarli. Che Le dirò su questo 
punto ? Anch' io , nella prima gioventù , m' ero for- 
mato di scritti altrui un concetto, dal quale, col cre- 
scere degli anni , ho dovuto detrarre. E nondimeno 
non ho poi provato rammarico d'un errore che m'era 
stato occasione di voler bene anche ad uomini, con 
cui non avevo alcuna conoscenza. Cosi spero che arri- 
verà anche a Lei riguardo a me, e alla mia memoria. 

Se Le dicessi che i versi mi paiono senza difetti, 
sarei un adulatore ; ma parlerei ugualmente contro 
il mio intimo sentimento, se dicessi che non mi par 



— 314 — 
di vederci il presagio d' un vero poeta. In mezzo a 
di que' diletti, che col tempo si perdono, ci sento 
(non dia a queste parole altro valore che quello della 
più schietta sincerità) quelle virtù che col tempo si 
pertezionano, e che nessun tempo può far acquistare. 
Ho qui in un mio giardinetto un giovane melagrano 
che, questa primavera, ha portati molti fiori, i quali in 
parte sono caduti, in parte allegano: il rigoglio di tutti 
e il sano vigore d'alcuni annunziano insieme, che que- 
st'alberetto e destinato a dare frutti e copiosi e scelti. 
Ho esitato a toccare un altro punto ; anzi , a ca- 
gione di questo, ho esitato se dovessi scrivere, per- 
chè da una parte, con l'entrarci, poteva parere ch'io 
mi arrogassi di farle il dottore , e dall' altra, il si- 
lenzio poteva esser creduto consenso. Voglio allu- 
dere, com^Ella forse prevede, ai termini con cui in 
que' versi si qualifica chi è investito d' un* autorità, 
eh' io credo stabilita da Dio (2). Religione e patria 
sono due gran verità , anzi , in diverso grado , due 
verità sante ; e ogni verità può spiegar tutte le sue 
forze , e usar tutte le sue difese , senza insultarne 
un' altra. È vero che le persone sono naturalmente 
distinte dalle istituzioni ; ma ci sono degli ordini di 
cose, in cui gli oltraggi (parlo d'oltraggi, non di ra- 
gionamenti, che del resto, non sono materia di poe- 
sia); in cui, dico, gli oltraggi alle persone non pos- 
sono non alterare il rispetto e la dignità dell'istitu- 
zione medesima. Ho scelto d' usar con Lei una sin- 
cerità che, non essendo provocata, può parere ardita, 
piuttosto che lasciar senza risposta la sua tanto af- 
fettuosa lettera , e senza una viva congratulazione 
il saggio d' un cosi giovane e così promettente in- 
gegno. E il candore dell'animo, che traspira e dall'una 



— 3^5 - 
e dall'altra, mi fa sperare che il mio atto sarà inteso 
da Lei per quello che e : un mero scarico di co- 
scienza. Gradisca co' miei ringraziamenti i miei più 
vivi e affetiuosi ausfuri. 

Suo devotissimo 
Alessandro Manzoni. 

(i) Il De Amicis cosi racconta la storia di questa lettera : 

« Io ero in collegio , avevo sedici anni e scrivevo de' versi. 

« Il mio professore di letteratura italiana , quando gli presen- 

« tavo una poesia , mi permetteva di leggerla , se gli pareva 

« che lo meritasse , in piena scuola ; e i miei compagni , per 

« il solito , la facevano stampare a proprie spese ; cosa di 

< cui mi rimorde la coscienza ancor adesso. Una delle prime 
« poesie stampate fu un canto alla Polonia , eh' era in rivolu- 
« zione appunto in quell'anno ; nel qual canto diceva ira di 
« Dio dello Czar e del Papa, e faceva una descrizione fantastica 
« dell'isola di Caprera, assicurando che il sole vibrava su quel- 
« risola i suoi splendidi raggi, e gli angeli la guardavan dall'alto 
« con un'espressione di particolare simpatia. Questo canto, con- 
« cepito un giorno che il direttore m' aveva messo a pane ed 
« acqua , e composto quasi per intero nelle tenebre del dormi- 
« torio , mi pareva allora una gran cosa ; tanto che a un mio 
« vicino di banco, il quale, dopo lettolo, mi aveva detto grave- 
« mente: — Questo canto resterà, — io, stringendogli la mano, 

< avevo risposto con non minore gravità : — Speriamo. — In 
« fine m'ero tanto montato la testa, che un bel giorno misi una 
« fascia all'opuscoletto, stesi una lettera di accompagnamento, e 

< scrissi sulla busta e sulla fascia: — Al sig. Alessandro Man- 
« zoni — e buttai lettera e opuscolo , dopo esser stato un po' 
« colla mano in aria, nella buca della posta ». 

(2) Allude senza dubbio ai versi : 

« Cinge di Cristo il mistico 
a Legno un funereo velo ; 
« Cela un usbergo il camice, 
<f Sta un brando nel Vangelo, 
e E degl' incensi il nuvolo 
« E l'armonia del tempio 
( Fumo di guerra all'empio, 
e Suon d'oricalchi appar ». 



396. 
Al Prof. Antonio Solimant, a Ferrara. 
Chiarissimo Signore, 

Bnisuglio, 2 ottobre 1863. 

Provo un vero dispiacere nel non poter accettare 
l'invito di cui, con eccessiva indulgenza , Le è pia- 
ciuto onorarmi. Una troppo giusta diffidenza di me 
medesimo m'ha imposta la legge di non farmi giu- 
dice degli scritti altrui. Una legge poi di delicatezza 
mi obbliga a privarmi anche del piacere di leggere 
i versi, che m'ha fatto l'onore di confidarmi, e che 
le rimetto con le più sincere scuse, e con le prote- 
ste della più distinta considerazione. 

Suo dev. obb. servitore 
Alessandro Manzoni. 



397- 

Alla ^Marchesa Costan::^a Arconati , a Cassolnovo. 

Brusuglio, 2 novembre (1865). 

Non posso in coscienza accettare i ringraziamenti, 
poiché ne sono io in debito, e in gran debito. 

Ringrazio particolarmente Sandro della sua dispo- 
sizione a fare il viaggio intero. xMa sarebbe un di 



- 3^7 — 
più deirincomodo_, e inutile. Io sarò dunque a Ma- 
genta il quattro alle undici, come Le annunziai nella 
poscritta. 

Il resto a Cassolo. 

Devotissimo servitore e amico 
Alessandro ManzOxNI. 



398. 

Al Gejierah Giuseppe Ave:(_/^an:ij a Torino, 
Onorevole Sig. Generale, 

Milano, 24 novembre 1865. 

Profìtto dell'occasione ch'Ella s'è compiaciuta d'of- 
frirmi , per far pervenire l' acclusa risposta a New- 
York (i). E ne profìtto anche per esprimerle un sen- 
timento ben antico, ma sempre vivo in me a di Lei 
riguardo. Non m' è mai uscito dell'animo^ che, nel- 
r infelice 21 , il di Lei nome sonò da queste parti 
come quello d' un italiano che , dopo aver prestata 
la sua opera per la redenzione della patria , f a , o 
l'ultimo, o certamente uno degli ultimi a disperare. 

Voglia non disaggradire questo ricordo, e insieme 
l'espressione del mio cordiale rispetto. 

(i) Vedi la lettera seguente. 



- 3i8 - 



399- 



A Domenico [\Cinneili Presidente del Coniilato 
per il nionnnunto ad Anita Garibaldi, 

Illustrissimo Signore, 

Così potessi adempire l'incarico che codesta ono- 
revole Società mi volle conferire, come gliene pro- 
fesso la più viva riconoscenza ! Cooperare a un 
omao^^io reso alla Donna, la di cui memoria associa 
all'eroico nome di Garibaldi qualcosa di tenero e di 
sacro, e che, insieme con le dolci virtù del suo sesso, 
mostrò quanto di forza un nobile core abbia potuto 
attingere e dal suo affetto e dalla partecipazione di 
alti sensi , sarebbe certamente un ufizio non meno 
caro che onorevole. Ma richiede delle condizioni che 
pur troppo mi mancano. La mia età quasi ottuage- 
naria e degl' incomodi antichi e naturalmente cre- 
sciuti che m'interdicono ogni attività, mi condanne- 
rebbero alla trista parte di tener voto un posto. 

Voglia farsi interprete della mia riconoscenza e 
del mio rammarico presso l'onorevole Società da Lei 
presieduta, e gradire per sé l' espressione di questi 
sentimenti insieme col mio distinto ossequio. 



- 3^9 - 

400. 
A Samuele Cattaneo, a Priiiiaìuua (i). 
Pregiatissimo Sigaore, 

Milano, 27 novembre 1863. 

Non so come degnamente ringraziarla del gentile 
pensiero di procurarmi un antico stemma della mia 
famiglia , e delle troppo cortesi espressioni, con cui 
Le è piaciuto d'accompagnarlo. Voglia gradire, con 
la medesima cortesia, i sensi della mia riconoscenza, 
e dell'affetto che m'ispira un tratto cosi amorevole, 
e accolga insieme l' attestato del mio più distinto 
ossequio, 

Umiliss. devotiss. servitore 
Alessandro Manzoni. 



(i) Il prof. Antonio Stoppani nel dare il facsimile di questa 
lettera nel suo libro: I primi anni di Alessandro C\Can:(oni , spi- 
golature , la illustrava colle seguenti parole : « É tradizione che 
« la famiglia Manzoni si staccasse dalla Valtaleggio per stabilirsi 

< a Barzio in Valsassina nel 1 500, Consta poi da sicuri docu- 
« menti che Pier Antonio bisavolo d'Alessandro Manzoni, abi- 
« tava in Barzio nel 1707, e di là discese a stabilirsi al Galeotto 

< verso il 17 IO. Da lui nacque Alessandro verso il 171 1 , e da 
« Alessandro nacque Pietro, padre dell' illustre poeta. Il sig. Sa- 
« rauele Cattaneo di Primaluna, mentre si demoUva un cancello 
« dell'antica casa Manzoni in Barzio, ne raccolse lo stemma gen- 
« tilizio, ed ebbe il gentile pensiero d'inviarlo in dono ad Ales- 

< Sandro Manzoni, che lo ringraziò con questa lettera ». 
Intorno alla nobiltà della famiglia Manzoni k a leggersi ciò 



— 320 — 

che ne scrive il sig. Felice Calvi a pag. 461 e segg. del tomo I 
deWArchivio storico lombardo. 

Una storia de' Manzoni , corredata dell' albero genealogico, si 
trova nella Dispensa I delle Famiglie notabili milanesi; cenni sto- 
rici e genealogici raccolti dai signori Fausto Bagatti-Valsecchi , Fe- 
lice Calvi, Luigi ^égostino Casati Senatore, Damiano Muoni, e Leo- 
poldo Pullc. Milano, Antonio Vallardi editore, 1875 ; in fol. 



401. 

Al Cavaliere Beriolini (i). 
Pregiatissimo sig. Cavaliere, 

Milano, 3 dicembre 1863. 

Rispondo con piacere al di Lei invito , esprimen- 
dole il vivo interesse che ho provato nel leggere il 
racconto della sua prigionia in Russia. 

Il valore mostrato, e i patimenti durati nelle guerre 
napoleoniche dai soldati italiani , dei quali Ella è 
probabilmente il più antico veterano , se non pote- 
vano avere il grande e incomparabile scopo di dar 
vita e unità (che è il medesimo) all' Italia , produs- 
sero però l'effetto, pur grande e prezioso, di far ve- 
dere che a quel valore e a quella costanza non erano 
fino allora mancate che le occasioni. E tra gli sti- 
moli che mossero il nerbo della nova generazione 
italiana a tanti fatti gloriosi e ben altrimenti fe- 
condi , non si può non contare la memoria recente, 
e la viva presenza dei superstiti, di quelli per cui 
r Italia, dopo tanto tempo , riprincipiò a avere una 
Storia militare ; di maniera che i più diradati che 



ancor ne rimangono , e de' quali Ella e parte , pos- 
sono dire : anche noi abbiamo combattuto e sofferto 
per l'Italia. 

Dio conceda a Lei e a me, che la seguo da non 
lontano negli anni , di vedere il compimento della 
grande impresa. E, insieme con questo augurio, La 
prego di gradire i miei distinti complimenti. 

Suo devot. obbl. servitore 
Alessandro Manzoni. 

(i) Il slg. Giulio Solitro nell' inviarmi copia di questa Ietterà 
mi scriveva : « Non so di quale provincia fosse il Bertolini. Alle 
« poche parole che lo intesi dire una sola volta, l'avrei creduto 
« di Spalato; un accento uguale e, come quello di Genova, 
« quasi mesto , almeno al mio orecchio. Il che è assai curioso , 
« se si pensi che gli animi, e a quel mare e all'altro, son così 
« vivi. Ma forse a quella inconsapevole supposizione contribuiva 
« r aver io saputo eh' egli era stato stretto conoscente dei Fo- 
(<■ scolo , il più giovane nato a Spalato , e 1' altro cresciutovi , e 
« come egli dice in quelle linee premesse all'Ode al Bonaparte, 
« educatovi ; e stretto conoscente di quel Gasparini , anch' esso 
« di Spalato, del quale e del Foscolo, capitani, il Teulliò diceva 
« che gli davan da fare più di tutta 1' armata d' Italia. 11 Berto- 
« lini andò in Russia capitano nei dragoni della Regina, e com- 
« battè prodemente, e il Murat gli ottenne la croce. Aveva modi 
« e discorso da gentiluomo. Non credo che sia mai stato agli 
(( stipendi dell'Austria. A Trieste insegnò la scherma sin forse 
(c dal 30, e tra' suoi scolari vi furono uomini d'ingegno, i quali 
« o hanno o lasciarono nome , come il Revere , il Somma e il 
« Gazzoletti. Del 55, o un po' prima , o un po' dopo, quando 
« diceva d' avere 77 anni , andato a Parigi e presentatosi a Na- 
« poleone III nell'antico uniforme, quegli, visto Telmo tutto am- 
« maccato e la spada, che non usciva dall'armaiolo, e nel vestito 
« il gran lavoro del tempo, diede in una forte risata, e gli disse : 
« O caro capitano , come 1' hanno acconciata 1 E gli esibì cor- 
ee dialmente ospitalità negl'Invalidi. Ma colle sue abitudini e colla 
« sua indole , quelle comodità gli devono essere parse , tutt' al 

Episteìario. Voi. II. ai 



— 322 — 
« più, una splendida prigionìa ; e ritornò a' suoi scolari a Trieste. 
« Il libro ortcrto al Manzoni l'aveva pubblicato da dicci o quin- 
« dici anni ; pagine diffuse assai, e scritte troppo di memoria. 
« Ma al grande poeta diventarono nondimeno occasione di si- 
« gnifìcare con poche parole evidenti il confuso sentimento che 
<r era o era stato in milioni di anime », 



402. 

Al Marchese Massimo D'A^e^lio. 

Lunedì mattino* 

Caro Massimo, senti una bella storia. Vien da me 
un Cav. Boretti (se l'hanno dirittamente annunciato), 
il quale mi dice essergli data incombenza da To- 
rino d' aver da te e da me contezza d'una Signora 
Fettolli, stata proposta per Istitutrice in una casa. 
Rispondo che non conosco persona di tal nome. Detto 
un eppure lui , e un ma come le dico io , cava fuori 
una lettera, dove mi fa vedere Luigia Fettolli , y^^^- 
glìo e Man:;;^oni, ognuno per la parte sua. 

Replico che non ho altro a dire , se non che ci 
sarà forse equivoco nel nome: e il signore se ne va 
poco contento della sua spedizione, e non so quanto 
della mia creanza. Io rimasto solo , penso fra me : 
che' diavolo venirmi a parlare a me della signora 
Fettolli? Luigia Fettolli!... Ah! Ah! Ah! Luigia! 
Che avesse a essere Luigia Fessolo? si eh? Ora ci 
arrivi, pezzo d'asino ! 

Il pezzo d'asino corre per raggiungere il cavaliere; 
ma non è a tem.po, e non può che ragliargli dietro 
inutilmente. 



:>• 



Ora tu sai che io non conto storie senza un per- 
chè, e il perchè dì questa lo vedi. Se il signore va 
in cerca di te, e ti trova, ripara tu, e spiega il mio 
equivoco. 

Ti lascio tra caverne e fra burroni, ma in buona 
compagnia. Addio. 

Il tuo Papà. 



403. 

Alìit Sì^. Silvia Padani, a Brescia, 
Pregiatissima Signora, 

Milano, lé marzo 18(14. 

Un'antica amicizia, che molti anni di lontananza 
m' impedirono di coltivare , come avrei vivamente 
desiderato, ma non poterono indebolire, mi dà il ti- 
tolo doloroso e prezioso d' esprimerle più che delle 
semplici condoglianze per la perdita del di Lei signor 
Padre, di sempre cara e onorata ricordanza (i). Possa 
il sentimento dei tanti , che meritamente lo pian- 
gono, mitigare, almeno in parte, il di Lei incompa- 
rabile cordoglio. 

Le rendo le più vive grazie del libro che ha avuto 
la bontà di favorirmi. Sarà presso di me , finche 
ayrò vita, un pegno della generosa benevolenza, che 
il mio ottimo amico ha saputo trasmettere a una 
parte tanto preziosa di se. 



— 324 — 

Si degni accogliere, insieme con questi sentimenti 
del cuore, l'attestato del mio profondo ossequio. 

Suo dev. servitore 
Alessandro Manzoni. 

(i) Giovambattista Pagani aveva cessato di vivere il 19 feb- 
braio 1864, nell'età di anni ottanta. 



404. 
Al Goufaìoniere del Connine di Pistoia. 
Illustrissimo Signore, 

Milaao, 24 dicembi'é 1S64, 

Confuso non meno che commosso per Tonore che 
cotesto rispettabile Municipio ha avuto la somma 
indulgenza di volermi conferire (i) , mi trovo co- 
stretto a presentargli , insieme coi più vivi e umili 
ringraziamenti, le mie troppo valevoli scuse. Senza 
parlare in genere della mancanza in me di meriti 
proporzionati a una tanto rara distinzione, due tra- 
gedie non mai rappresentate, ne forse rappresenta- 
bili , sono nella circostanza speciale un troppo po- 
vero titolo per meritare al nome del loro autore di 
essere iscritto su un teatro. Ma questo imparziale 
sentimento di me medesimo , obbliga tanto più la 
mia gratitudine. Avendo nella estate scorsa visitata, 
quantunque in fretta, codesta nobile Pistoia, le ima- 
gini dei suoi mirabili monumenti e de' suoi deliziosi 
dintorni sono venute spesso a rallegrarmi la mente: 



d'ora in poi ci torneranno ancor più care^ essendo 
accompagnate da un cosi onorevole e amabile ricordo. 
Voglia , Illustrissimo Signore , farsi interprete di 
questi devoti e sinceri sentimenti presso codesto ono- 
revole Corpo Consiliare, e gradire in particolare l'at- 
testato del profondo ossequio, col quale ho T onore 
di rassegnarmele 

Umiliss. e devot. servitore 
Alessandro Manzoni. 

(i) Ricostituitasi l'Accademia Teatrale di Pistoia, si rivolse al 
Consiglio Comunale, che n'è il patrono, perchè desse un nome 
al Teatro, ampliato ed abbellito. Il Consiglio, nell' adunanza del 
30 aprile 186^, deliberò che si chiamasse Teatro Manioni cW Ri- 
svediati. 



405. 
Al medesimo. 
Illustrissimo Signore, 

Milano, IO del 1S65. 

Gli argomenti che cotesto rispettabile Municipio 
ha avuto la somma degnazione di addurre nella De- 
liberazione , eh' Ella m' ha fatto 1' onore di comuni- 
carmi (i), non avrebbero per se , lo confesso , altra 
forza, che di accrescere in me l' idea di quanto sia 
grande la bontà di esso a mio riguardo. Ma anche 
la bontà ha una forza sua propria, che supplisce ad 
altri motivi, e alla quale potrebbe parer rozzezza e 



— 3-6 — 
quasi sconoscenza il contrastare. Rimango dunque 
non persuaso e non opponente, e compreso sopra- 
tutto della più viva e umile, e, mi sia permesso di 
aggiungere, cordiale gratitudine. 

Si degni di farsi interprete di questi miei devoti 
sentimenti, e gradire l'attestato particolare del pro- 
fondo ossequio^ con cui ho l'onore di rassegnarmele 

Umil. obb. servitore 
Alessandro Manzoni. 



(i) Ecco la deliberazione, che porta la data de' 29 dicembre 
1864: « Udita la lettera colla quale, in replica ad una di questo 
« sig. Gonfoloniere, il Senatore Alessandro Manzoni, con espres- 

< sioni oltremodo modeste, accennava di non aderire alla richie- 
«. sta fattagli dal Municipio di permettere che il Teatro rinno- 
« vato di questa città si fregiasse del di lui nome ; il Consiglio, 

< dolente che la modestia di così insigne poeta abbia opposta 
« qualche difficoltà ad accettare siffatto tributo di ammirazione 
« e di stima ; mosso d'altra parte dal considerare che l'unanime 
« consenso degl'italiani e degli stranieri avendo proclamato Ales- 
« Sandro Manzoni inventore in Italia della tragedia storica, que- 

< sto solo costituisce più che giusto titolo alla distinzione offer- 
se tagli; e che quand'anche fosse vero, che la maggior gloria che 
« si tributa al suo nome derivi meglio dalle altre sue opere che 

< dalle sue stupende tragedie, non sarebbe il primo esempio che 
« un teatro prendesse il nome di un poeta non tragico, avendo 
« il Teatro d'Arezzo, per non dire di altri, il nome del Petrarca, 
« l'altro di Volterra quello di Persio Fiacco ec. ; invita e prega 
« l'illustre poeta a non voler privare questo Teatro e città del- 
« l'ambito favore, ed incarica il suo Gonfaloniere dell'opportuno 
« invio della presente Dehberazione, che il Consiglio adotta alla 
« unanimità e per acclamazione ». 



— 327 — 

4o6. 

Ad Alessandro Minr^oni, a C\CiIano. 
Sipior Don t.4ìcssandro, 

(XàpoH), 19 aprilo 186;. 

[\(i permetto di farle una domanda. Convalescente 
d' lina liin^a e fastidiosa infermità , in ripiglio la vita 
con la voce di Dante agli orecchi, che ini chiama a Fi- 
ren:(^e (i) : dunque lascerò Ni poli. Lasciar Napoli, e 
non correr due giorni a Milano ad abbracciare le oi- 
nocchia di Contrada del ^Corone n.^ i , scusi, mi sa- 
rebbe impossibile : dunque correrò a Milano. ^Ca Lei 
quando va a Brusuglio ? ecco quello che vorrei sapere. 
E se Lei ini dice : ne' principii di giugno , an:<ii nella 
fine di maggio, id già sarò a Brusuglio, e sulla via di 
Milano ci son tornati i ladri , non occorre altro : ci 
siamo intesi ! I miei saluti al sig. Pietro, alla sig. Gio- 
vanna, al Ceroli, e al Lilta, e agli altri amici della 
sera, A Lei... Lei lo sa ! 

Alfonso Della Valle di Casanova. 



(i) Allude al sesto centenario dalla nascita dell'Alighieri, che 
il 14 maggio di quell'anno venne con molta pompa celebrato a 
Firenze. 



— 3^8 — 

407. 
Al Co min. Costantino ^ip-iij a Parigi, 
Illustrissimo Signore, 

Milano, 18 maggio 18^5 . 

Ricevo in questo momento il preziosissimo e troppo 
onorevole dono (i) annunziatomi da Lei fino dal 5 
corrente: cagione del ritardo fu l'esserne stato fatto, 
per sbaglio, un primo invio al Senatore mio omonimo. 

Corro alla Storia di Cesare con 1' aspettazione e 
con rimpazienza d'un uomo persuaso, che a nessuno 
è dato di penetrare nello spirito de' pochi che hanno 
influito in un modo unico sul corso delle società , 
quanto a chi, con imprese vaste, benefiche e impre- 
vedute, ha dato indizio d'esser già , e di dover es- 
sere ancora più, uno di loro. 

L'inaspettata degnazione deirLnperatore a mio ri- 
guardo, m' impone certamente un obbligo singolare 
di riconoscenza ; ma non può nulla aggiungere al- 
l'intensità de' voti che fo da gran tempo per la lun- 
ghezza della sua carriera, e per la conseguente du- 
rata della sua dinastia ; nella quale sola, dopo tanta 
avvicendarsi e ripetersi d' inutili e monotoni tenta- 
tivi , mi par di vedere oramai la possibilità d' una 
stabile quiete, fondata sulle condizioni più essenziali, 
e finora cosi poco curate, d'una universale giustizia 
politica. È vero che , anche contro il nuovo ordine 
di cose, ci sono proteste di partiti ; ma contro que- 
gli altri erano proteste di popoli. 



— 329 — 

Non ho osato esprimere direttamente all'Augusto 
donatore la mia viva e profonda riconoscenza : Li 
di Lei intromissione me ne offre un mezzo più ri- 
serbato e certamente £2radito. 

Accolga l'attestato dell'alta considerazione con cui 
ho l'onore di rassegnarmele 

Devotissimo servitore 
Alessandro Manzoni. 

(t) La Storia di Giulio Cesare, che Napoleone III aveva in- 
viato in dono al Manzoni col mezzo del Nigra. 



408. 

Alla 5/V. Marianna Goretti-^Carinij a Venezia (i). 
Gentilissima Signora, 

Milano, 6 luglio 1865. 

■Le rendo vive grazie della cortesissima lettera , 
che m' assicura della memoria che Ella conserva di 
me. Veramente potrebbe parere sconoscenza da parte 
mia il dubitarne, dopo tante prove che ho avute 
della sua indulgenza ; ma anche la certezza^ che si 
possa avere di cose carissime, non fa che non sia di 
consolazione il sentirle confermare. 

Alla fortuna di rivederla nel suo ultimo viaggio 
a Milano, s' è aggiunta I' altra, che devo a Lei , di 
conoscere il degnissimo suo sig. marito : fortuna che 
sarebbe stata ben più compita, se il loro breve sog- 
giorno non m'avesse tolto di profittarne quanto avrei 



- 330 — 

desiderato. Voglia esprimergli questo mio sentimento, 
insieme coi miei affettuosi rispetti; e gradire in par- 
ticolare i cordiali saluti di mio figlio Pietro, di Gio- 
vannina e di Vittoria (2); e mantenere la sua bontà 
al suo devotissimo 

Alessandro Manzoni. 

(i) Sopra un taccuino di questa gentildonna veneziana il 
giorno che la conobbe scrisse di suo pugno : « Milano , 5 mar- 
« zo 1860. Possa la gentile e ottima signora Marianna Coretti 
« rammentarsi qualche volta di questo giorno in cui le piacque 
« onorarmi d'una sua visita^ e del quale la memoria sarà inde- 
« lebile in me. Alessandro Manzoni. » Possiede essa, prezioso 
ricordo , alcuni versi del Parini , che il Manzoni trascrisse negli 
ultimi mesi della sua vita; oltre varii biglietti da visita, con 
qualche motto cortese, come in questo, che è del 16 dicem- 
bre 1870: « Alessandro Manzoni pressoché ristabilito in quella 
« salute che l'età comporta, rende nove grazie all'ottima signora 
€ Marianna per la di Lei gentile premura, e Le prega vivamente 
« dal cielo quelle consolazioni che il mondo non può dare ». 

(2) Figlia di Pietro Manzoni. 



409. 

Al Cav. Luigi Osio, a MiLino. 
Illustrissimo e chiarissimo signore, 

Milano, 2 del iS66 

Non riconosco il mio carattere di nessuna età nella 
copia eh' Ella m' ha fatto 1' onore di trasmettermi e 
che le accludo (i). Non ho poi nessuna idea d'averne 
scritta mai una simile. Quand' anche non l' avessi 



- 33^ — 
veduta , sarebbe per me una nota sufficiente di fal- 
sità il sapere, che il cognome ci si trova anteposto 
al nome di battesimo, cosa non mai usata da me 
nel sottoscrivermi. 

Confuso non meno che riconoscente dei termini 
d'eccessiva indulgenza, di cui Ella si è degnata ono- 
rarmi, La prego di volerne gradire i miei umili rin- 
graziamenti , e insieme le proteste del profondo os- 
sequio, con cui ho l'onore di rassegnarmele 

Dev. obb. servitore 
Alessandro Makzoxi. 

A FRANCESCO LOMONACO. 

Come il divo Alighier l'ingrata Flora 
Errar fea, per civìl rabbia sanguigna, 
Tel suol, cui liberal natura infiora. 
Ove spesso il buon nasce, e rado alligna , 

Esule egregio, narri; e Tu pur ora 
Duro esempio ne dai: Tu, cui maligna 
Sorte sospinse, e tiene incerto ancora 
In questa di gentili alme madrigna. 

Tal premii, Italia, i tuoi migliori; e poi 
Che prò se piangi, e 'l cener freddo adori, 
E al nome vóto onor divini fai ? 

Sì, da' barbari oppressa, opprimi i tuoi, 
E ognor tuoi danni e tue colpe deplori, 
Pentita sempre, e non cangiata mai. 

Manzoni Alessandro 

da giovinetto fece. 

(i) Era una copia del sonetto del Manzoni a Francesco Lo- 
monaco, che l'Osio, nel dubbio fosse di suo pugno, come a prima 



— 332 — 
vista dc\ a credere per una certa somiglianza nel carattere , gli 
mandò a fine di sincerarsene. Fu stampato dal Lomonaco stesso, 
l'anno 1802, in fronte alla vita di Dante, che è tra quelle degli 
eccellenti italiani da lui composte. Innanzi vi pose egli queste 
parole : « Sonetto di Alessandro Manzoni, giovine pieno di poc- 
< tico ingegno ed amicissimo dell'autore «. Ugo Foscolo avrebbe 
voluto che nella prima terzina invece di voto mettesse vacuo, ma 
la correzione non andò a genio al poeta. 



410. 
A Don Giulio Ratti, Proposto di S. Fedele^ a odiano. 
Carissimo e veneratissimo sig. Proposto, 

Di casa, 7 febbraio 1866. 

Mi dispiace doppiamente, e d'aver persa una sua 
carissima visita, e dell'incomodo che ne fu cagione; 
ma spero che questo, come non è punto grave, cosi 
sarà passeggiero. 

Le accludo le due lettere, che m'ha fatto il favore 
di comunicarmi. Se riscrive al signor Torelli , La 
prego di ringraziarlo, in mio nome , per la Comme- 
iiioraiioìie (i) , che leggerò con vivo interesse. La 
bona Luisa (2) dà troppo merito a quella mia vi- 
sita, che fu per me, come per Lei, un momento di 
consolazione in un comune dolore. 

Sono pienamente d' accordo con Lei intorno al 
sommo riguardo che ci vuole nel pubblicar lettere; 



- 333 — 
che sono come parole dette a quattr' occhi, e qual- 
che volta come parole dette all'orecchio. 
Conservi la sua bontcì a chi Le è di tutto core 

Dcv. e aff. servitore 
Alessandro Manzoni. 

(i) La Commemorazione dì Datassimo U^4:^e^ìio scritta da Ciro 
D'Arco (Luigi Torelli). 

(2) Luisa Blondel vedova di Massimo D'Azeglio. 



411. 

Al medesimo, a Milano. 
Veneratissimo e carissimo sig. Proposto, 

DI casa, 16 del 1866. 

Prima di leggere le lettere affidatemi, e che re- 
stituirò nella giornata, rispondo che chi ha fatto be- 
nissimo il principio e la fine dell'iscrizione (i), può 
e deve fare ugualmente la parte intermedia , e non 
rivolgersi troppo modestamente all' uomo più diffi- 
dente di sé per questa sorte di lavori. 

Colla solita e inalterabile affettuosa venerazione 

Il suo 
Alessandro Manzoni, 

(i) Era risiirizioiie che si doveva mettere sopra la porta della 
Èhiesa di S. Fedele il giorno de' funerali di Massimo D'Azeglio. 



— 334 — 

412. 

Al Prof. Giovambaltistd Giuliani, a Firen:(^e (i). 
Veneratissimo Signore, 

Milano, 3 febbraio '-866. 

Solo un' eccessiva indulgenza le poteva suggerire 
la proposta ch'Ella s'è degnata di farmi. Le mie for- 
tunatissime, ma affatto private relazioni col pianto 
e illustre Massimo , non bastano a darmi un titolo 
a una tal distinzione. L' onore d' essere associato a 
lui in una dimostrazione solenne non può convenire, 
se non a chi abbia potuto aiutare con l' opera la 
gran causa del riscatto, nel quale egli ha avuta una 
parte cosi splendida e fruttuosa. È già troppo, e più 
che troppo , 1' essere il mio nome stato menzionato 
da Lei nel bel saggio, che ha avuta la bontà di co- 
municarmi, e menzionato in termini, per i quali la 
confusione è pari in me alla riconoscenza. 

Gradisca l'espressione sincera di questi sentimenti, 
insieme con le mie scuse, e con le proteste del mio 
profondo ossequio. 

Suo umìl. e dev. servitore 
Alessandro Manzoni. 



(i) Il Giuliani, nell'inviarniene copia, mi scrivevr. : « Il di 26 
« di gennaio 1866, per cura del Governo Italiano, furono cele- 
« brate in questa Chiesa di S. Croce solenni esequie per Mas- 
« simo D'Azeglio, ed a me fu dato incarico di leggerne VEÌogio 
« funebre. Di questo la ^axione, il giorno dopo che l'ebbi reci- 
« tato , pubblicò la conclusione ; dove fra le altre cose , accen- 



— 335 — 
« nando agli estremi onori che tutta Mlhino gli volle rendere , 
« aggiunsi : Alla spontanea pregììicra ed al compianto del popolo , 
« che invocava pace per quello spirito eletto , si confuse la mesta e 
« profonda preghiera del sommo italiano , che il mondo venera in 
« Alessandro D^Canioni. Pertanto io m' indussi a pregarlo di per- 
(( mettermi che gli dedicassi quell' Elogio , di cui gliene inviavo 
(T quella parte già pubblicata; ed ei mi rispose colla lettera che 
« le rimetto, che è inedita, e fu donata dal mio egregio amico 
« prof. Giuseppe Barellai alla gentilissima signora Augusta Ros- 
ee selmini di Pisa. Pur nondimeno ascohai il consiglio d'un amico, 
« e il mio Discorso comparve bello e dedicato al Manzoni stesso. 
« Ed avendogliene mandata una copia, n'ebbi in risposta un' al- 
ee tra lettera , che il prof. D' Errico volle divulgare in una sua 
ee Strenna, e qui le unisco trascritta ». 



413. 

Al medesimo, a Fircn:^e, 
Chiarissimo Signore, 

Milano, il 13 maggio 1866. 

Persuaso di non meritare l'onore della dedica da 
Lei offertami , io 1' avevo pregata di dimetterne il 
pensiero. Ma poiché Ella ha voluto che il mio po- 
vero nome stesse in fronte alla eloquente sua Ora- 
zione, non posso vedere in ciò altro che un' invin- 
cibile indulgenza, e attestargliene la mia gratitudine, 
unita al distinto ossequio, con cui ho l'onore di ras- 
segnarmele 

Dev. e obb. servitore 
Alessandro Manzoni, 



- 33^ — 

414- 
Aà ^ìessaìidro V^C.inioni, a Milano. 
Carissimo T)oìi tAlcssandro, 

Napoli, 22 giugno iS6ó. 

Che vuole! chiunque viene costà, e la vede, e mi dà 
iioti:;^ie di Lei, mi fa venire una smania in corpo, un"* in- 
vidia, che Dio lo sa! Orale mie nipoti. Ma con loro la 
voglio vincere io, che sono più vecchio; e voglio che ve- 
dano che se io non ci vengo costà, Ella mi tien conto delle 
ragioni, che me lo impediscono, e mi scrive. Sì, signore. 
Già è un momento questo che il suo animo non deve 
poter negar Giulia : ora che nn dì 2^ di giugno si va a 
ricongiungere, per un intervallo di sette anni, al grande 
anno d'Italia. Iddio benedica le armi veramente italiane! 
Ed Ella, Don Alessandro, (tra il quale e l'Italia trovo 
nn certo rapporto che taccio) Ella mi permetta che io , 
in questo momento, mi rivolga a Lei, e invochi una sua 
parola, una sola. Addio, caro D. Alessandro. La tratto 
come un altro nomo per provare se posso tanto ahhas-- 
sarla, ch'Ella arrivi quaggiù fino a me. E per aiutare 
la cosa, le scrivo come si scriverebbe a un fattore di 
campagna. 

Addio dunque. Mi voglia un po' di bene, mi ricordi 
al sig. Pietro , alla signora Giovanna , alle gentili ni- 
poti, al Rossari (i), al Ceroli, al Litta, al Rossi, a 
tutti insomma, e prima e dopo di tutti a se stesso, caro 
Don Alessandro, che io amo, e ringrazio, e benedico con 
tutto il cuore, con nn cuore d'innamorato! Che gioia 



— 337 — 
di ripensare o^^^yi, fra le nuove sperante del campo, a 
quei versi cìk bambini ce le prepararono in petto : 

S'ode a destra uno squillo di tromba ! 

Alfonso Della Valle di Casanova. 



(i) Morto che fu il buon Rossari , quel valentuomo del prof. 
Giovanni Rizzi si pose attorno al Manzoni perchè dettasse l' i- 
scrizione da incidersi sul monumento , che la pietà degli amici 
e la riconoscenza de' concittadini innalzò alla memoria del be- 
nemerito insegnante. Il Rizzi stesso , in una lettera • al Barone 
Giovanni Prato , che fu stampata , prima nella Strenna Trmtina 
dei 1881, poi nella Tersever'ania di Milano (Ann. XXIII, n. 7628), 
riporta quell'iscrizione, e ne fa la storia. L'iscrizione è questa : 

Abbocco informe. Correggibile ? 
A Luigi Rossari 
il quale prima come maestro nelle scole elementari e quindi pro- 
fessore nelle scole tecniche di questa città dall'anno 1820 al 1S60 
insieme con l'istruiione ne infuse l'amore nell'animo dei -giovanetti 
prevenne le correiioni inspirando con dignitosa amorevoleiia il ti- 
more di dispiacergli 

cercò in tempi difficili ogni occasione d'insinuare nelle sue le:;^ioni 
l'affetto e le sperante della patria e di preparare dei cittadini all'Italia 
i colleghi i discepoli gli amici 
poiché tali continue cure non permisero a lui di lasciare alcun 
monumento d'un ingegno nato alle lettere e affinchè tanti meriti non 
fossero ignorati dai posteri che ne raccorranno una parte dei frutti 
lacrimando posero. 
Ora parli il Rizzi : 

« Il Rossari mori di 72 anni (de' quali quaranta passati nella 
« pubblica istruzione) nell' aprile del 1869. Avessi visto che fu- 
« nerale, amico mio ! Non dico splendido nel senso più comune, 
« è quindi più gretto, della parola; che la bara era- modesta, 
« com'era stata modesta la vita di lui. Ma quanti fiorì su quella 
« bara , e dietro ad essa quanta gente , quante lagrime , quante 
« preghiere ! Era una vera folla, varia d'età, di ingegno, di abiti, 
« di tutto, fuor che di cuore, che sfilava, tacita, per le vi.- della 
Epistolario. Voi. II. 22 



- 338 - 
€ città ; era anzi , si potrebbe dire , la città stessa che rendeva 
« un'ultima testimonianza d'affetto a quel vecchio arguto e gen- 
c tile, che le aveva , per tanti anni e con tanto amore, educati 
€ i suoi figli. Pochi giorni dopo , si aperse una sottoscrizione 

< per erigergli un piccolo monumento nel Cimitero maggiore ; 
« e il primo de' sottoscrittori fu naturalmente il primo de' suoi 
« amici ; il Manzoni. 

« Come ! Un monumento a un semplice maestro ? A uno che 
« non ha fatto nemmeno un Hbro, che non ha st.ampato nem- 
« meno un sonetto ?... Ma che vuoi ? C'è della gente al mondo 
« — e in queir occasione s' è visto che è anche molta — la 
« quale crede che il fare de' buoni cittadini non sia cosa molto più 
« focile del fare un libro, anche buono ; e che l'educazione della 
« gioventù valga per lo meno quanto una raccolta di versi, an- 
« che celebri. E poi, bisogna sapere che maestro fosse il Ros- 
« sari ; quanta coltura, quanta finezza di gusto egU avesse; quanta 
« passione per lo studio , quanto amore per la patria sapesse 
« destare nell' animo dei giovani ! L' insegnamento delle lettere 
« era per lui una missione. EgH se ne serviva, non solo per in- 

< gentilire gU spiriti, ma per ritemprare i caratteri, per miglio- 
« rare i costumi ; ed aveva di questo suo ufficio un concetto 
« cosi alto , che il tempo e le forze gli parevano scarse per 
« adempirlo ; ed è per ciò che un uomo come lui non riuscì a 
« scriver nulla, o almeno a lasciarci nulla di scritto. 

« Che peccato che tu non 1' abbia conosciuto ! Come sarebbe 
« piaciuto anche a te quel suo ingegno così limpido ; così pronto, 
« e insieme cosi prudente ; così disposto a veder tante cose in 
« un colpo, e così risoluto a non volerne osservare che una sola 
« per volta ; insomma , così manzoniano. O meglio forse , così 
« lombardo ; che dell'ingegno è come della bellezza ; la quale in 
t( un dato paese ha un carattere , in un altro , un altro ; e qui 
<.< in Lombardia il carattere dell' ingegno è questo : che è fatto , 
« si potrebbe dire, di buon senso e di buon cuore, e spicca su 
« un fondo d'arguzia, tanto più pungente, quanto par più bene- 
« vola e tranquilla. 

« Hai visto mai i ritratti, non dico del Manzoni (che il Man- 
« zoni hai avuto la fortuna di vederlo vivo), ma del Porta , del 
« Grossi, del Belletti, del Borsieri, del Torti, deirAmbrosoli, del 
« Rossari stesso ? 

« Tutte facce simpatiche e sveglie ; ma queir impronta cosi 



- 339 - 
« detta del Genio, quegli occhi, quella fronte, quei capelli... quel 
« che so io da ispirati , o meglio , da spiritati ; di tutta questa 
« roba, nemmanco Tombra. E come le tacce erano gli ingegni. 
« Nessuna di quelle stranezze , di quei voli o sbalzi o salti, che 
« tu li voglia chiamare , che ora sono tanto di moda ; nessuno 
« (e nel Manzoni e nel Porta, i due sommi, ancor meno, s' in- 
« tende, che negli altri) di quei lampi, quando non sieno razzi, 

< che per abbarbagliarti ogni tanto, e per un momento, gli oc- 

< chi, hanno bisogno di farti stare per un pezzo, e prima e poi, 
« in mezzo alle tenebre ; ma una luce quieta, serena che ci la- 
« scia scorgere nettamente ogni cosa e vicina e lontana, e fuori 
« e dentro di noi. Tutto questo era saputo e sentito a Milano ; 

< e però la sottoscrizione andò a gonfie vele. Il busto fu com- 
« messo allo Strazza; e l'epigrafe.... L'epigrafe, era naturale che 
« la dovesse fare il Manzoni ; ma non era meno naturale che 
« io, incaricato di andargliene a parlare , ne provassi un certo 
« imbarazzo. 

« Tu sai quanto il Manzoni fosse restio allo scrivere, e ne sai 
« anche, o ne indovini , il perchè. Il quale era questo ; che in 
« lui l'artista era inseparabile dal critico; tanto che a quello non 

< riusciva mai di poter fare, o anche solo avviare qualsisia cosa, 
« senza di questo. E poiché il critico non era da meno dell' ar- 
« tista, e non voleva né sapeva far complimenti, si può imma- 
« ginarc che tormento egli dovesse essere per un uomo come 
« il Manzoni. Non gliene lasciava, credilo, passar una ; si diver- 
<.< tiva a sgomentarlo , a scoprir difetti , peccati — se non altro 
« d'omissione — dappertutto ; peccati e difetti che nessun giu- 
^ dice, per quanto severo, nessun avversario , per quanto male- 
se volo , avrebbe nemmeno avvertiti. Ti basti che riuscì a dirgli 
<i male perfino dei ^Promessi Sposi ; a farglieli correggere come 

< lavoro di Hngua, a farglieli quasi sconfessare come opera d'arte. 
« Gli è ben vero che altri cercarono — e chi cerca trova, 

<i dice il proverbio — altre ragioni per spiegare questa ritrosia; 
« e c'è chi seguita a dire che essa era l'effetto di un amor pro- 
« prio eccessivo ; che in lui la paura del pubblico non era altro, 
« infine, che la paura di sciuparsi, o di diminuirsi, la fama acqui- 
« stata ; e che questi sentimenti, tanto più riprovevoli, quanto è 
« maggiore, in un uomo d'ingegno, l'obbligo di non frodare la 
« patria dell'opera sua, sono, a guardarli bene, tutt'altro che uqji 
<< prova di modestia» 



- 340 - 

« Hai capito, caro il mio Prato , liii capito come dovrebbero 
« esser fatti gli uomini modesti ? Credersi rìecessari al bene del- 
« l'umanità, alla gloria della nazione ; essere persuasi che code- 
« sto bene, codesta gloria si possano accrescere con un articolo, 
« con una nota, 'con una riga... Sarà una modestia anche quc- 
« sta, ma di un genere novo ; la modestia, forse , dell'avvenire. 
« Il Manzoni invece , poveruomo ! , era modesto alla vecchia ; 
« provava lo sgomento, non del pubblico, ma dell'arte ; temeva, 
« non i giudizii degli altri , ma i suoi propri ; sentiva tutta la 
« sproporzione che c'è tra quello che si vorrebbe, e quello che 
« si può fare. Ora nel sentimento di questa diseguaglianza , nel 
« coraggio di confessarla^ se non altro col silenzio, sta appunto 
« la modestia degU uomini grandi. 

« Ma, badiamo ; se qualche cosa gli pareva utile davvero alla 
< patria (che certi ninnoli letterari, egli non li credeva proprio 
« indispensabili alla felicità del genere umano) allora , altro che 
« farsi pregare ! non trovava e non lasciava pace fin che non 
« avesse detto , anche al pubblico , tutto quello che gli ferveva 
« nella testa o .nel cuore. Guarda, per esempio, la questione del- 
« l'unità della lingua, che, dopo quella dell' unità politica, a lui 
«. pareva la più importante di ogni altra per un italiano ! Egli 
« aveva ottantatrè anni , quando il ministro Broglio lo invitò , 
« come tutti sanno , a fargli una Relazione in proposito ; e lui, 
« non solo la scrisse, ma la pubbUcò subito ; e dietro di quella, 
« altri tre lavori sullo stesso argomento , 1' uno più battagliero 
« dell' altro. E quando , se a Dio piaccia, sarà finalmente stam- 
pe pato quel mirabile studio sulla Rivoluzione francese che , in 
« quegli stessi anni, a insegnamento della sua Italia, egli aveva 
« incominciato, ma che, pur troppo, non riuscì a finire, si vedrà 
« da tutti con che mano ferma, con che giovane cuore sapesse, 
« quando voleva, trattare ancor l'asta quel vecchio Priamo, come 
« ebbe elegantemente a chiamarlo in un suo articolo il Settembrini. 

« Nel caso mio poi e' era un' altra ragione, che mi legava la 
« lingua. 

« Hai mai pensato tu che cosa voglia dire, in Italia, ,fare una 
« bella epigrafe ? E per bella, intendo qui che sia fatta con tutte 
« le regole, come le chiamano, dell' arte ; che sia tale per con- 
« seguenza da piacere ai letterati di professione ; i soli giu- 
« dici competenti in questo genere di cose , i giudici di di- 
^^ ritto divino. Altro che il letto di Procuste ! Ci vuole un pen- 



- 34' - 
« siero apposta, una lingua, uno stile apposta ; un quid fra 1" i- 
« taliano e il latino ; qualche cosa di strano , di misterioso, che 
« la gente non arrivi a capire, e che deva quindi contentarsi di 

< ammirare. Ora , come vuoi che il Manzoni , nella cui mente 
€ non e era verso che si potesse cacciare , nemmeno di furto , 
« nemmeno di passaggio , alcun pregiudizio, come vuoi che ne» 
« potesse accogliere uno cosi grossolano ; quello cioè che l'epi- 
« grafe, la quale è di. sua natura il componimento più popolare 
« che ci sia, deva , per esser bella , diventare una specie di in-. 
« dovinello ? Egli aveva troppo buon senso e troppo buon gu- 
« sto, per non preferire, a questi patti, le brutte! 

« Pure, anche a farla à modo suo, con quello sviluppo di pen- 
« siero che non toglie nulla alla vera brevità , e con quella na- 
« turalezza di espressione che non toglie nulla alla vera forza , 
« mi pareva ch'egli ci dovesse trovare delle difficoltà. E non già 
« trovarle, come molti credono , nella natura stessa del suo in- 
« gegno troppo analitico ; che a dimostrare il contrario , baste- 
« rebbero quelle sue tre che tutti conoscono ; la dedica dell'»^- 
« delchi a sua moglie ; l'epigrafe alli memoria di Teodoro Kòr- 
«< ner, e quella per la morte di Teresa Gonfalonieri. D'altra parte, 

< i segni di quella potenza condensatrice — lasciami chiamarla 
« cosi — che dovrebbe essere, all' ultimo , la prima qualità del- 
« l'epigrafi'^ta, si scoprono in tutte le opere di lui ; dappertutto, 
« nei versi e nelle prose, t'incontri in qualche epiteto che dice 
« assai pi-ù d' un periodo , in qualche accenno assai più efficace 

< d'una dimostrazione. Chi ha trovato VEi fu , non doveva poi 
« esser privo al tutto di quel talento scultorio , che è il vanto 
« di centinaia e centinaia di epigrafisti lodati ! 

< Le difficoltà egU le doveva sentire non in sé, ma nella cosa 
« stessa ; -che altro è il costringere in una formola un senti- 
« mento o un giudizio , nel qual caso una sola parola può ba- 
« stare ad esprimere un complesso di idee, a suscitare una quan- 
« tità di relazioni, di raffronti tra cosa e cosa; e altro è il pre- 
« tendere di poter fare con delle parole astratte e generiche il 
« ritratto d'un uomo, che è qualche cosa, mi pare , di concreto 
« e di individuale, — Ma l'arte, si dice , sta appunto nello sce- 

< gliere le parole poco o punto generiche ! — Sì, se quest' arte 

< ci potesse essere ! Ma le parole son quel che sono, né si può 
« chieder loro di più di quello che possono dare ; anche perchè 
« molte di esse, a furia di servire ai bisogni degli uomini, o ai 



- 342 — 

< capricci degli scrittori, si sono logorate al punto che ora non 
« valgono la metà di quel che valevano una volta. Nell'epigrafe 

< del Kòrner, quando egli dice di lui che è nome caro a tutti i 
« popoli che combattono per difendere o riconquistare una patria, chi 
« non sente moversi in quelle poche parole tutto un mondo di 
« affetti, di dolori, di speranze ? Ma se il Kòrner fosse stato un 
« oscuro, per quanto grande , cittadino ; se invece d' una morte 
« gloriosa, il Manzoni avesse dovuto celebrare nella sua epigrafe 
€ una vita modesta, credi tu che egli avrebbe trovata un'espres- 
se sione egualmente felice e potente del suo pensiero ? D' una 
« persona si può, anche con un paio di linee , richiamare l'im- 
« magine alla mente di chi l'ha conosciuta; ma chi voglia, con 

< un ritratto, farla conoscere a della gente nuova , bisogna pur 
« che si degni di scendere ai particolari. Starebbe fresco chi si im- 

< maginasse sul serio di poter, non dico ritrarre, ma soltanto de- 

< scrivere una persona coi proverbiali connotati d'un passaporto! 
« Aggiungi l'odio speciale che il Manzoni aveva per tutto ciò 

« che era vuota generalità; il bisogno che egli provava di at- 
« taccarsi ai particolari , di scegliere , di esaminare lui stesso, e 
« uno pef uno, tutti i materiali che gli occorrevano per la sua 
« fabbrica, e non mi darai torto , spero , se esitai tanto a pro- 
« porgli di fare un'epigrafe per il Rossari. 

« Pure, a questa bisognava venirci; e cominciai a fargliene 
« un cenno, un mese circa prima del giorno fissato per l' inau- 
« gurazione del monumento. Egli mi lasciò dire , dire ; poi, mi 
« rispose con un: Io? si figuri!; un si figuri! parente certo di 
« quell'altro che egli riuscì, introducendolo nel suo romanzo , a 
« render tanto eloquente. E anche questo diventava eloquente 
« per me ; cosicché io, per quel giorno , abbandonai senz' altro 
« il campo, e mi ritirai. Ma un paio di settimane dopo , tornai 
« alla carica ; e questa volta non bastò il si figuri 1 mi disse 
« proprio di no ; un no grazioso e benigno quanto si vuole , ma 
« pur sempre un no. Se non che io , quel giorno , ero risoluto 
« di fare anche, occorrendo, la parte del tiranno ; e misi innanzi 
« una quantità di ragioni ; gli citai perfino dei versi suoi , che 
« era il peggio dispetto che gli si potesse fare ; quelU dove Er- 
« mengarda, parlando dei doni di Dio (e l'amicizia non dovrebbe 
« essere anch'essa uno di questi doni?), dice che 

come la vita 

Dee la morte attestarli ; 



- 343 - 

< Insomma , tanto dissi e tanto feci, che egli : Ebbene ! esclamò. 
«: Venga venerdì mattina, e la faremo insieme questa benedetta epi- 

< grafe. È contento ? 

* Contentissimo. Lei detta, ed io scrivo. Le pare ? 
< Egli mi guardò con una cert' aria che non aveva che lui ; 
« e fece quel tal risolino — te ne ricordi ? — che pareva 1' ul- 

< timo guizzo di un epigramma mortogli sulle labbra. Infine fu 
« conchiuso che io sarei andato a dargli una mano. Sopra una 
« frase cosi poco sincera eravamo riusciti a fondare il nostro 

< accordo ! 

<,< Il venerdì mattina , alle dieci , eravamo seduti lui ed io a 
« quel tavolino, giù in fondo , accanto alla finestra del suo stu- 
« dio, che tu non hai certo dimenticato ; io con la penna, e lui 

< con la testa in mano. Cominciò a dettare due o tre parole , 
« ma si fermò subito, e me le fece cassare; poi dell'altre, e mi 
« kcQ cassare anche quelle. La cosa andava com' io aveva pre- 
« veduto. Egli voleva dir troppe cose deU'amico suo ; temeva di 
« fir torto alla memoria di lui omettendone qualcuna ; avrebbe 
« voluto farlo rivivere, rivelarlo intero in quell' epigrafe , e sen- 
« tiva di non poterlo fare. Con un libro , si ; ma con un' iscri- 
« zione, no. E come se ciò non bastasse, a ogni parola che gli 
« usciva di bocca , quel tal critico che ti dissi , e che era lì , ci 
« scommetto, seduto come l'ombra di Banco sulla terza seggiola 
« del tavolino, aveva qualche osservazione da fare ; e avessi sen- 
« tito che osservazioni faceva 1 In breve , quella mattina non si 
« potè conchiudere nulla ; che egli, come avrai sentito dire, era 
€ molto nervoso, né io volevo spingere l'insistenza fino al punto 

< da cambiarla in tortura. Quando , dopo quasi due ore , final- 
« niente mi alzai , egli tirò un fiato lungo lungo ; un fiato che 
« diceva nel modo più chiaro , più manzoniano del mondo , che 
€ io, con r andarlo a trovare , non gli avevo fatto mai un pia- 
« cere così grande come quello che gli facevo, in quel momento, 

< con l'andarmene via. 

« Mi strinse la mano, e mi disse : 

« C\Ca via, sia buono : la Jacci.i Lei. 

« Eh già, pur troppo ! soggiunsi io ; all'ultimo, toccherà a me di 
« farla. Intanto mi prometta una cosa. Ci pensi, "Don ^Alessandro ; 
« ci perni fino a quest'altro venerdì. L'inaugu»- anione si farà il 9 Iti^ 
« ^7/0 (eravamo nel giugno del 1871) che. è una domenica; oggi 
« ne abbiamo.... 



- 344 — 

« Trenta ; è l' ultimo dd mae. 

€ Aspetterò dunque -fiiio aì.y, eh: e venerdì. Se ii.vi la iwlo dr~ 
« rivare prima di'l mena^ ionio.... 

« Vii bene, va bene : ci penserò, non dubiti. 

« Passa il mercoledì , passa il giovedì ; passa la mattina dtl 
« venerdì.... Come si fa? Bisognò rassegnarsi, e andar dall' in- 
v< cisorc a portargli un' epigrafe ; ma non quella, pur troppo, dei 
« Manzoni. 

« Tornato a casa la, sera , la trovo li sul mio tavolino che 
« m'aspettava. Il mio primo pensiero fu. di tornare dall'incisore 
« per fargliela, se non incidere — che. non e' era più tempo — 
« almeno scrivere, dipingere , che so io ? impastare , per il mo- 
« mento, su un telaino.... Ma poi, ripensando a qucìV abbono in- 
« forme e a quel correggibile ? che egli le aveva messo in fronte, 
« mi pareva che 1' esporla al pubblico senza il suo permesso , 
« anzi contro la sua volontà, fosse un mancargli di riguardo. 

« E se egli la volesse correggere? O, meglio, se si lasciasse 
« persuadere che non c'è nulla a correggere ? 

« E corsi a casa sua. Ma l'epigrafe, malgrado tutta la mia elo- 
« quenza, rimaneva pur sempre per lui una cosa informe. E in 
« quanto al correggerla , egli persisteva a dire che quella parto 
^< toccava, figurati, a me ! ! 

« Me la dovetti dunque rimettere in tasca e riportare a casa, 
« dove la chiusi in una cassetta della mia scrivania, dalla qua e 
< l'ho levata oggi per te ». 



415. 

Alla Sig. Giulia Mcssd-Borgom.ìueì 0, a Bologna (i). 

■Milano, 2 .agosto iS66. 

Il desiderio ispirato a Lei da una troppo indul- 
gente opinione , mentre non poteva non eccitare in 
me la più viva e riconoscente simpatia , mi mette 
in un deplorabile imbarazzo, che nasce, non solo da 



— 345 — 
impossibilità di corrispondere degnamente i un così 
cortese invito, ma anche dal non saper discernere 
cliiaramente- la cagione di questa impossibilità. 

Da una parte, mi pare che il doloroso contrasto, 
in cui Ella -si trova, tra que' due così vivi e cosi de- 
gni amori d'italiana e di sposa, sia uno di que'sen- 
timenti che si manifestano con tutta la loro forza 
e in tutta la loro pienezza, non solo in chi li prova 
in se, "ma in ognuno che ci pensi e ne- parli, di ma- 
niera che nessuna nova parola possa trovar nulla 
di suo da poterci aggiungere. 

Ma ho detto : mi pare ; perchè una seconda ri- 
flessione, e probabilmente più vera , m' avverte che 
una delle tristi condizioni e delle, false consolazioni 
della vecchiezza è Timmaginarsi di veder nelle cose 
una difficoltà, che è solamente nel suo stato natu- 
rale di decadenza. 

Non avrò dunque nulla con che corrispondere al 
tratto gentile e cordiale, che Le è piaciuto d'usarmi? 
Avrò qualcosa, se Ella si degna di gradire i miei 
augurii, perchè l'uomo, da Lei santamente amato, 
ritorni salvo a Lei con la sua nobile parte , se di 
più non gli fu concesso di fare, nella coscienza del 
sacrificio e di quel valore, a cui non è mancata che 
un'intera occasione. 

Insieme con quest'augurio, accolga, l'attestato del 
mio cordiale ossequio. 

Suo dev. 
Alessandro Manzoni. 



(i; li prof. Giovanni De Castro, che prima mandò alle stampe 
questa lettera, 1' accompagnava con le seguenti parole : « Una 
« eulta e gentile signora , sposa ad un egregio ufficiale del no- 



— 346 — 
« stro esercito, ora in riposo, segui, nel iS66, il marito a Bo- 

< legna. 

« La guerra, che a tutti fiiceva battere il petto di speranze e 
« di orgoglio, per lei, senza scemare il suo affetto verso la pa- 
« tria , era causa di ansie mortali. Lo sposo militava nel corpo 
'< d'armata di Cialdini, serbato a chi sa quale cimento, e , come 

< tutti confidavano, a chi sa quale fortuna ! 

« Il nostro esercito passò il Po, e quella gentile dovette , al- 
« meno per poco, separarsi dal marito. 

« Priva per molti giorni di notizie, crebbe la sua afflizione, e 
« il suo animo venne assalito dai più tristi presentimenti. Li 
« quel confuso turbamento , in quel tumulto di pensieri e di 
« aspettative, scrive agli uni e agli altri, tutti interroga , a tutti 
« chiede conforto. Nella grandezza della sua ambascia , non sa 
« di convenienze, non di rispetti umani : soffre tanto 1 

< Vel dicono i toscani : Il cuore ha le sue ragioni e non 
« ascolta ragione. Q.uella povera donna, che non ha alcuno presso 
« di sé che la consoli — non una madre , non una sorella o 
« un'amica — e che di una parola rassicuratrice ha pur tanto 
« bisogno, — si rivolge a chi mai ? — Ad Alessandro Manzoni. 
« — Uscita testé di collegio, Manzoni ò il suo autore ... sarà il 
« suo confidente — il confidente di un'angoscia sì acuta e pro- 
« fonda , che le fa smarrire il concetto dell' opportunità , che le 
« fa scrivere, ignota, a tale che non ha mai veduto, ma che co- 
« nosce dalle opere, le prime forse che scossero la sua fantasia, 
« e che parlarono al suo cuore. 

« E l'autore dei ^Promessi Sposi intende e compatisce tanta af- 
« flizione coniugale, e a quest'altra Lucia disgiunta dal suo Renzo 
« risponde la presente lettera ». 



4ié. 

A Giulio Ca reati 0, a Milano. 

Illustre Signore e Amico, 

Milano. 22 del 1867. 

Doppie grazie a Lei, e per il piacere utile air a- 
nimo, procuratomi dalla lettura del suo Carme (i), 



— 3ir — 

e per l'onore (eccessivo, per verità, nella espressione) 
lattomi con la dedica. 

Sia lecito sperare che verità presentate in una 
torma sempre così felice, e a ogni tratto pellegrina, 
possano vincere in un bon numero di lettori la svoglia- 
tezza dominante, e per la materia e per lo stromento. 

Accolga, co' miei ringraziamenti e con le mie con- 
gratulazioni, i sensi, già a Lei ben noti, del mio af- 
fettuoso ossequio. 

Alessandro Manzoni. 

(i) Il Libro di Dio, canne di Giulio Gargano ad ^4lessandro 
!^Can:^oni. Milano, Bernardoni, 1866; iu-8. 



417. 

xAd Ambrogio Corbella, a Arona. 
Pregiatissimo Signore, 

Milano, 18 luglio 1867. 

Nell'atto di esprimerle la mia riconoscenza per il 
gentilissimo invito di cui m'onora, devo pur troppo 
addurre la dolorosa cagione che non mi permette 
d' approfittarne. Le memorie , per me preziose , del 
Lago Maggiore, sono appunto quelle che me ne ten- 
gono lontano, perchè ci sentirei , a ogni passo e a 
ogni momento, più pungente la mancanza della per- 
sona che , più di tutte, me ne rendeva caro il sog- 
giorno. Nella casa Bottelli stessa mi si affaccerebbe 
dolorosamente viva la rimembranza delle ore gio- 
conde che, in compagnia di esso, ci ho passato presso 
gli amabili e compianti fratelli. 



- 34« - 
Gradisca e t'iccia gradire al pregiatissimo sigiior 
Gio. Pisna-Bottelli , insieme ai miei più distinti rin- 
graziamenti, queste troppo valevoli scase; e mi creda, 
quale ho l'onore di rassegnarmele, 

Umiliss. e devot. servitore 
Alessandro Manzoni. 



41S. 

*Ai Prof. An^^do De Giibenmtis, a Firen;^e (i). 



Illustre SÌ2:no] 



Milano, 2 del iSjS. 



Devo prima di tutto scolparmi del ritardo frap- 
posto nel rispondere alla gentilissima sua lettera, e 
che fu cagionato da una costipazione che mi tenne 
a letto una settimana , e non m' ha ancora 'affatto 
abbandonato. 

Insieme poi con la mia viva e profonda ricono- 
scenza per la troppo indulgente sua offerta , sono 
costretto a esprimerle il dispiacere di non potere 
accettare una simile onorificenza, anche per riguardo 
a qualche altra persona , con cui me n' ebbi a scu- 
sare, adducendo il generale e troppo valido motivo 
del non credermene meritevole. 

Piacciale gradire, con questi ringraziamenti e con 
queste scuse,, il contracambio degli augurii per l'anno 
cominciato , e le proteste del distinto ossequio, con 
cui ho l'onore di rassegnarmele, 

Umil. dev. servitore 
Alessandro Manzoni. 



- 349 - 

(i; « Nei 1867 (scrivevami il De Gubernatis ) preparando la 
« mia piccola Storia comparata degli usi nuiiaìi, dove si parla di 
« promessi sposi, accolsi nell'animo mio il desiderio , se non la 
« speranza, che l'autore dei Promessi Sposi ne avrebbe forse ac- 
« Gettata la dedica. Avrei potuto , come altri scrittori usarono , 
« dedicargli anch'io il mio Hbretto senza chiederne il permesso ; 
« ma se, per consuetudine, ai Principi non si può dedicar nulla 
« senza ottenere licenza, al Manzoni, vero principe della nostra 
u moderna letteratura, era obbligo sacro, prima di dedicargli uno 
'. scritto, chiederne il consenso. Nella lettera che il Manzoni mi 
« indirizzò, e che l'ottimo e valente sig. Solitro vi ha trasmésso 
« in copia , voi troverete la risposta alla mia domanda. Io , alla 
« mia volta , risposi che il Hbro non avrebbe portata nessuna 
« dedica, poiché mentalmente lo avrei dedicato al solo Manzoni; 
(c nel vero, l'operetta pubblicata nel 1869 non porta veruna de- 
(; dica. Il Manzoni sembrò gradire il pensiero, e mi onorò con 
« l'invio della sua .appendice , accompagnandolo con parole, che 
« mi avrebbero rallegrato, se non mi avessero confuso. Pubbli- 
« cato poi ir %icordo biografico che lo riguardava, nella %ivisia 
« Europea, il Manzoni mi spediva il suo ritratto , scrivendoci su 
« parole che , come potete pensare , me lo rendono mille volte 
« più prezioso.. Ecco, caro signore, appagato il vostro desiderio. 
« Non vi aggiungo altro , - poiché innanzi a cosi gran nome mi 
K sento così piccino, che mi vergogno pensando che nella vostra 
<c raccolta abbiano a trovarsi, anco ■ fuggevolmente , riuniti due 

corrispondenti di statura tanto sproporzionata ». 



419. 
A Ruggero "Bonghi, a Milano. 
Carissimo Bonghi, 

21 del 186S. 

Sono convertito e, come accade spesso ai conver- 
titi, sono infervorato (i), 

M'e voluto entrare in testa per forza un progetto 



— 350 — 
di proposta; e, per liberarmene, mi trovo costretto 
a metterlo in carta. Dovrebbe , per verità , essere 
stato prima concertato in comune , e dopo discus- 
sione ; ma se voi e il nostro Carcano non trovate 
sconveniente che vi sia presentato anticipatamente, 
per esser poi vagliato insieme, spero d'averlo com- 
pito tra due, o al più, tre giorni. 

Nella speranza di parlarne stasera con voi, e d'a- 
vere il vostro assenso, ve ne anticipo i miei rin- 

II vostro Manzoni. 



(i) Il Broglio, essendo allora Ministro della Pubblica Istruzione, 
con decreto del 14 gennaio 1868, aveva nominato una Commis- 
sione incaricata u di ricercare e di proporre tutti i "provvedimenti 
« ed i modi, coi quali si possa aiutare e rendere più universale 
« in tutti gli ordini del popolo la notizia della buona lingua e 
« della buona pronunzia )>. La spartì in due sezioni ; una, com- 
posta del Bonghi e del Carcano , residente a Milano , sotto la 
presidenza del Manzoni ; e 1' altra , composta del Capponi , del 
Tommaseo, del Bertoldi, e del Mauri, residente a Firenze, sotto 
l'Ab. Raffaele Lambruschini Vicepresidente. Di qui ebbe origine 
il famoso scritto : Dell'unità della lin^uci e dei meni di diffonderla, 
relazione al V^inistro' della Tubblica Istruzione , proposta da Ales- 
sandro V\Can\oni agli amici colleghi 'Bonghi e Carcano, ed accettata 
da loro, di cui appunto si parla in questa lettera. 

La proposta manzoniana , per allora, trovò pochi , ma strenui 
difensori , molti ma debolissimi nemici. Credo di far cosa gra- 
dita ai lettori , dando qui un saggio bibliografico degli scritti , 
venuti alla luce in quell'occasione, che sono a mia notizia. 

Lambruschini (Raffaello). Dell' unità della lingua e dei meni 
di diffonderla, %elaxione al Ministro della Pubblica Istruiione (Nella 
'Hjuova Jìitologia ; Vili, 99-108). 

PucciAXTi (Giuseppe). 'Dell'unità della lingua in Italia, 'Pen- 
sieri. Pisa, Nistri, 1868; in- 16. 

Giuliani (E.) L' idioma fiorentino e hi lingna comune in Italia, 



- 351 — 

considerazioni a proposito di uno scritto di Giuseppe Puccianti. Pisa, 
Citi, 1868; in- 16. 

Buscaino-Campo (Alberto). Sulla lingua d' Italia, ietterà. Tra- 
pani, Modica, 1868; in-8. 

Nerucci (GHERARDf^). DAla lingua italiana, P e IP ragiona- 
mento. Venezia, Grimaldo , 1868; in-8. (Estratto dal periodico 
La Pubblica Istruiione.) 

Pantani (Pietro). La lingua italiana c'è stata, c'è, e si muove, 
Preleiione. Faenza, Marabini, 1868; in-8. (Estratta dagli Atti della 
Società Scientifica e Letterari! di Faenza dell'anno 1867-68). 

CocCHETTi (Carlo). T)ell' unità della lingua e della buona pro- 
nuniia. Lettera al sig. Cav. Trof. Ignazio Canta. Milano, Civelli, 
1868; in-i6. 

Gotti (Aurelio). Dell' unità della lingua e dei meni di diffon- 
derla , Lettera al "Prof. Domenico Berti ( Nel giornale fiorentino 
La Galletta d'Italia del 1868.) 

Ferrario (Luigi). La quistione sulla lingua e sulla pronuncia 
mossa dal Ministro Broglio, e la proposta di Alessandro Manzoni, 
con le lettere relative. Milano, Rechiedei, 1868 ; in-i6. 

Lin'GUiti (Francesco). Sull'opuscolo di Vito Pomari intorno al- 
l'unità della lingua. Lettera al Cav. Prof. Giuseppe I^na^io Monta^ 
nari. Salerno, Migliaccio, 1868; in-8. (Estratto dal giornale // 
'Piacentino di Salerno). 

Gelmetti (Luigi). La questiona della lingua italiana dopo la %e- 
laiione d'Alessandro Manioni. Milano. Bernardoni, 1868 ; in-8. 

Scarabelli (Luciano). Opinione sulla proposta Man:(oniana per 
la lingua d'Italia. Bologna, Mare^giani, 1868; in-8.. 

Tommaseo (Niccolò). Discorso intorno all'unità della lingua ita- 
liana (Negli Atti dell' adunanza solenne della R. Accademia della 
Crusca tenuta il i^ settembre 186S. Firenze , Cellini, 1868 ; in-8.) 

De Capitani (Giovambattista). Dante che risponde — Tassi 
del « Fulgore Eloquio » che fanno fronte alla sentenza pronunciata 
da Alessandro OvCan^oni nella lettera al Bonghi. (A pag. 148-158 
delle Voci e maniere di dire più spesso mutate da Alessandro Man- 
:^.«/ nell'idtima ristampa (1840) ^e' Promessi Sposi, notate dal Dot- 
tore G. B. De Capitani. In Milano, Brigola, 1875 ; in- 12.) 

Roncaglia (Alessandro). Intorno all'unità della lingua italiana, 
Osservaiioni. Bologna, Zanichelli, 1869 ; in-8. 

Isola (Ippolito Gaetano). / discorsi stili' unità della lingua , 
Dialogo. In Firenze, Cellini, 1869; in-8. (Estratto dal periodico 
La Gioventù, Nuova serie, voi. Mll. i.° semestre i86^\\ 



— 352 - 

CiccoNi-TTi (Filippo). Sull'unità delia lini^ua italiau.i , 'l\^agic~ 
iiamenio. Roma, Tipografia delle Scienze Matematiche e Fisiche, 
1869; in-8. (Estratto dal- giornale romano lì Buonarroti. Qiia- 
. derno del i.** Gennaio 1869.) 

Lambruschini (Raffaello). Della unità della lingua a propo- 
sito ddVultimo scritto di. A. Manioni (Nella. .Vwoc'a Antologia ; Xll, 
541-552). 

PASQ.UINI (Pier Yiì^cekzo).. ^D di' uni fica:(ion e della lingua in Ita- 
lia, libri ^rg. Firenze, Successori Le Monnier, 1869; in-12. 

La Unità della Lingua. Teriodico della quitidicina. Firenze, Pol- 
verini, 1869-1873. (N'erano compilatori il Fanfani, l'Arlìa , l'Al- 
fani e il Vescovi.) 

Roncaglia (prof. Alessandro). Osservazioni intorno all' unità 
della lingua italiana. Bologna, ZanicheUi, 1869; in-8. 

GioRGiNi (Giovambattista). Tref anione al 'ì<Lovo Vocaholario 
della Lingua Italiana. Firenze, coi tipi di M. Cellini e C., 1870 ; 
in--!^. — Fu ristampata a pag. 263 e segg. del voi. Ili, fase. II, 
Ann. I della %ivista Europea col titolo : La lingua italiana e il 
suo novo Vocabolario, lettera a Quintino Sella. 

Isola (Ippolito Gaetano). Là lingua comune. Dialogo. Bolo- 
gna-, Fava. e Garagnani, 1870;' in-8. (Estratto dal periodico bo- 
lognese Il "Propugnatore, voi. III.) 

Cestari (Tommaso Emanuele). Sulla unificazione della lingua 
in Italia. Dialetto , Lingua , Letteratura. Venezia , tip. Ripamonti 
Ottoli'ii, 1870; in-8. 

BoNiNi (Pietro). Manzoni e la quistione della lingua in Italia, 
Lettera. Udine, Zavagna, 1871 ; in-8. 

Broglio (Emilio). 'ìSLow Vocabolario della lingua .italiana, Let- 
tera. Firenze, tip. Cellini, 1871 ; in-8. 

-. IsLovo Vocabolario della lingua italiana, Lettera. Ediiione 

rivista e commentata da Zeffirino Lilleri ad uso dei poveri di spi- 
rito. Firenze, tip. Moder, 1871 ; in-i6. 

Ascoli (G. L). Troemio al voi. I àtW Archivio glottologico ita- 
liano. Milano, Bernardoni, 1873 ; ^'^■^• 

Buccellati (Antonio). Manioni, ossia il Progresso morale, ci- 
vile e letterario. Milano, F. Legros, editore^ 1873-, due voi. in- 16. 

MoRANDi (Luigi). Di un pregiudizio letterario intorno i Promessi 
Sposi (Nella Rivista Europea; Ann. IV, voi. IV, fase. II, pag. 217-235, 
e fase. Ili, pjg. 476-511. 

Le correzioni ai Promessi Sposi e l'unità della lingu.i, lettera ine- 



~ 353 ' 
dita di Alessandro Manzoni, con un T>iscorso di Luigi Morandi. 
Milano, Fratelli Rechiedei editori, 1874; in-12. 

Buccellati (Antonio). 'ìLota critica sulV opera del prof. Gei- 
metti : « La lingua parlata di Firenze e la lingua letteraria d' I- 
talia. > Milano, 1875 , nei %endiconti del R. Istituto Lombardo, 
Serie II, voi. Vili, fase. VIIL 

Le correzioni ai Tromessi Sposi e V unità della lingua , Discorsi 
di Luigi Mor.\ndi, preceduti dalla lettera del D^Can^oni al Casanova 
e seguili da altri documenti. Teria edizione migliorata e molto ac- 
cresciuta, da poter servire anche alle scuole. Parma , Luigi Battei , 
libraio editore, 1879; ^'^"^• 

Zendrini (Bernardino). T)ell!i Lingua Italiana. Discorso inau- 
gurale letto nella R. Univftsità di Palermo il giorno 19 novem- 
bre 1876. In-8, senza indicazione di tipografìa. 

Bonghi (Ruggero). Alessandro Manzoni , la lingua italiana e 
le scuole, lettera al Prof. Riccardo Folli (A pag ix-xxxii del voi. I 
dell'opera : / Promessi Sposi di Alessandro Manzoni neUe due edi- 
zioni del 1840 e del 1S2; raffrontate fra loro dal Prof. Riccardo 
Folli. Precede una lettera di Ruggero Bonghi. ^ Milano, Briola e Boc- 
coni, librai-editori, 18 ;8; in-8.) 

Ga.mbini (Carlo). 'Dell'Uso e delV Abuso della parlata fiorentina. 
Milano, Carrara, 1878 ; in-8. 

Mancini (Luigi). Manzoni^ Cattolicismo t Lingua. Fano , Succ. 
Lana, 1880 ; in-i6. 

Crivellucci (Amedeo). La Controversia della Lingua nel Cin- 
quecento, Sassari, Tipografia Dessi, 1880; in-8. 

Moc.\viNi (Roberto). Quattro chiacchiere sulla Lingua italiana. 
Spoleto, Tip. Bassoni, 1880; in-i6.. 

Nardelli (G ). Alcune questioni di lingua, vecchie e nuove, con- 
siderate da un Umiliano non toscano. Padova e Venezia, Stab. Pro- 
sperini, 1880; in-8, 

Gelmetti (Luigi). La dottrina manzoniana suW unità della lin- 
gua ne' suoi- difensori Trof Luigi [\{orandi e Trof Francesco T)'0~ 
vidio, nuovi siudi critici sullo stato definitivo della quisiione. Milano, 
Natale Battezzati, 1881 ; in-12. 



Epistolario. Voi. II. 23 



— 354 - 



420. 



Al Co min. Emilio Broglio, 
i\Ci iris Irò della Pubblica Istrn:^ioiUj a Firenze. 

Amico pregiatissimo, 

Milano, 19 febbraio 1868. 

Riceverà per questo stesso corriere la proposta di 
Relazione, scarabocchiata, come Ella ha gentilmente 
permesso , e insieme le proposte di provvedimenti , 
stese dal Carcano. 

Il Bonghi, che s'è incaricato della spedizione, l'ac- 
compagnerà con una lettera, per comunicarle un suo 
progetto di pubblicare il tutto , dopo che sia stato 
riveduto in comune con lui e col Carcano , e tras- 
messo a Lei con le nostre sottoscrizioni. Ben inteso, 
quando la cosa paia conveniente a Lei. 

Ai ringraziamenti che Le devono tutti gl'Italiani, 
per aver date le mosse a una questione, che viene 
subito dopo le questioni vitali , mi permetta d' ag- 
giungere in particolare i miei, dell' avermi dato un 
incarico che m'onora, e che è tanto conforme a una 
mia vecchia passione. E . . . . Ma non si può esser 
troppo breve con chi ha due portafogli sulle spal- 
le (i), e li deve portare attraverso d' un' imboscata 
d'interpellanze. 

Fo dunque punto, dicendomi, con quella affettuosa 
stima ch'Ella conosce, 

Tutto suo 
Alessandro Manzoni. 



— 355 - 
(i) li Broglio, che fu Ministro della Pubblica Istruzione dat 
27 ottobre 1867 al 13 maggio 1869, tenne come reggente il 
portafoglio d'Agricoltura, Industria e Commercio dal 29 novem- 
bre 1S67 al 22 ottobre 1868. 



421. 

J Ruggero Bonghi, a Milano, 

Caro Bonghi, 

C1868). 

Ho avuto cura^ vedendo che è già fatta la com- 
paginazione, di non cagionar trasporti che uscissero 
da' capoversi. 

Dal Giorgini, nulla. Tocca al Direttore del Gior- 
nale (i) a vedere se non ci sìa inconveniente nel ritar- 
darne, alla ventura, la pubblicazione. Altrimenti, dopo 
fatte le poche correzioni indicate nella bozza che vi 
rimando, stampi pure ; che i barbarismi rimasti nel 
testo potranno , per i toscani essere una prova in 
favore dell'assunto. Vale. 

Il vostro Manzoni. 



(i) Il Prof. Protonotari, Direttore della ^uova ^Antohgia; nel 
qual periodico, a pag. 425-4 <i del VII volume, fu stampata la 
Relaiiom dei Manzoni. 



~ 356 ~ 

422. 

Jl Comm. Emilio Broglio, 
Ministro della Pubblica Istrn:(ìone, a Firenie. 

Carissimo e pregiatissimo amico, 

Milano, IO marzo 1868. 

Né il Bonghi, né il Carcano si sono più fatti ve- 
dere ; onde, per non ritardare Li risposta, sono co- 
stretto a non parlare che in mio nome, 

Com' Elia si può immaginare , 1' accordo manife- 
stato a Lei nella lettera del chiarissimo Lambru- 
schini , m' ha cagionata la più viva compiacenza , 
come r avrà cagionata anche ai miei due colleghi 
di qui (i). 

La compagnia di Gino Capponi non può essere 
che desideratissima, e in questa faccenda, e in qua- 
lunque altra che tenda a diffusione e ad aumento 
di coltura; e anche in questo, sono sicuro d'un ugual 
sentimento di questi colleghi. 

In quanto poi al proporre le modalità del romanzo 
da premiarsi. Le dirò, e qui per la parte mia, che 
essendo materia che esce dal primo programma , e 
che richiede molto studio, desidero di starne fuori.. 

Per amor del cielo , non mi faccia scuse , perchè 
dovrò sempre rispondere con de' ringraziamenti. Con- 
tinui a volermi bene, rammenti il mio ossequio alla 
sua Signora, e mi creda 

Suo dev. amico 
Alessandro Manzoni. 

(i) Questo accordo era però soltanto apparente. Vedi le due 
lettere del Manzoni al Ministro Broglio de' 26 maggio 1868. 



- 357 



2^ 



A Ruggero Bonghi, a V\Cilano. 
Carissimo Bonghi, 

Di C3.i.\, i) mjrzo (iSó8). 

Ecco una lettera per voi, e, se lo credete, per Li 
Pirseveran:(_a (i). In questo caso desidererei che pas- 
sasse solamente per le mani necessarie, e con pre- 
cetto di rigoroso silenzio. E, se non v'è di disturbo, 
un verso che mi dica, se e quando. A rivederci. 

Il vostro Manzoni. 

Se c'è tempo, rivedrei volentieri le bozze. 

(i) É la Lettera intorno al libro De Vulgari Eloquio di T>.mtc 
Alighieri, 



424. 

Al medesimo, a Milano, 

Caro Bonghi, 

Per risparmiare , se sono a tempo , dei trasporti 
sulle bozze, unisco qui un'errata-corrige. 

Sarebbe indiscrezione pregarvi di fare spedire un 
numero, col corriere della sera, a Broglio, e uà altro 
a Giorgini, mettendo sulla fascia : da parie del Man- 
zoni ? 



Scusatelo, e vogliategli bene. 



- 358 - 

42)-. 
Al medesimo, a Milano. 
Caro Bonghi, 

Milano, 24 marzo 1868. 

Alla lettera , con cai il Ministro dell' Istruzione 
Pubblica, in data del 7 marzo, mi comunicò la pro- 
posta del sig. Odoardo Sonzogno, io riscontrai cbie, 
essendo assenti voi e il Carcano^ io rispondevo in- 
tanto per la parte mia, che, come tale proposta 
usciva dal primo programma, e l'esporne un parere 
ragionato richiedeva molto studio , cosi non potevo 
accettare l'incarico. E per dire la verità, usci dalla 
mìa mente d' ottantatrè anni di parlarvene quando 
vi rividi molti giorni dopo , come non ne ho data 
partecipazione al Carcano, che è ancora assente. 

Il vostro Manzoni. 



426. 
Al Prof. Giuseppe Tigri, a Pistoia. 
Chiarissimo Signore, 

Milano, 25 mar:;o 1868". 

Stavo per cominciare una lettera al mio amico 
Bonghi intorno a quella, in cui Ella s'è compiaciuta 
di fa/ menzione di me (i). Quantunque non abbia 



— 359 - 
l'onore di conoscerla di persona, confidavo già nella 
bontà e imparzialità sua, ch'Ella non avrebbe a male 
eh' io esponessi francamente un parere opposto a 
quello ch'Ella ha manifestato. La lettera ch'Ella m'ha 
fatto l'onore di scrivermi, e il pregiatissimo dono (2) 
che r accompagna, hanno cresciuta in me una tale 
fiducia. Dirò le mie ragioni il meglio che potrò ; ma 
la cosa di cui mi tengo sicuro è , che non durerò 
fatica a conciliare in iscritto due sentimenti che 
trovo in piena concordia dentro di me; un aperto 
dissenso e il distintissimo ossequio, di cui la prego 
di gradire anticipatamente il sincero attestato. 

Suo obbl. e devot. servitore 
Alessandro Makzoxi. 



(i) Il Tigri, Ietta che ebbe la %eìaiione del Manzoni intorno 
all'unità della lingua e ai mezzi di diffonderla , dettò su questo 
soggetto una lettera a Ruggero Bonghi , che fu stampata nella 
Perseveratila il 24 marzo 1868. In essa , tra le altre cose ," scri- 
veva : « Non dubito punto che quando il Manzoni diceva che 
« l'idioma nazionale dovesse essere il fiorentino, volesse intendere 
« il luon toscano ». Ma che volesse essere il huon toscano, il Man- 
zoni non se l'era sognato proprio mai, e la torta congettura del 
sig. Tigri ebbe da lui una piena confutazione nella sua lettera 
al Bonghi intorno al Vocabolario. 

(2) La secon.ia edizione del racconto del Tigri intitolato: Il 
monlaiiitu tosccnn. 



— 3^0 — 



427. 

Al Comm. Emilio BrogliOy 
Ministro ddla Pubblica IstruTiionc, a Firen:i^c. 

Veneratissimo amico, 

Milano, 30 marzo 1868. 

La sua bontà non ha limiti. Grazie delle notizie 
dei vocaboli , che ha voluto procurarmi , in mezzo 
alle sue occupazioni (i). Grazie poi (e queste non 
poco vergognose, a cagione del ritardo) per il ma- 
gnifico dono dell'opere del Galileo e del Rossi. 

Dovrei vergognarmi anche nell'allegare le mie oc- 
cupa:<^ioni per scusare lo stile telegrafico di queste 
linee. Matant'è: l'occupazioni equivalgono alle molte 
e alle serie per chi è avvezzo ad averne poche e di 
poco conto. Il messo supplirà alla lettera. 

Mi conservi la sua preziosa amicizia, e mi creda 

Tutto suo 
Alessandro Manzoni. 



(i) « Tali notizie (scrive il prof. Luigi Morandi) concerne- 
« vano le varietà toscane del fiorentino grappolo , delle quali il 
« Manzoni si valse nella Lettera al "Bonghi , per provare che il 
« Vocabolario doveva compilarsi sul solo Uso fiorentino. Le fornì 
« il Fan Fani ». 



— 3^1 — 

428. 
uAl medesimo, a Fin?i:(e (i). 

(i aprile 1868). 

Veneratissimo amico — Con quella libertadascia 
a cui m' ha avvezzo, Le accludo questa lettera per 
il sig. Fanfani , non conoscendo il suo recapito , e 
sapendo che la fama di scrittore 'non basta a gui- 
dare un portalettere. 

Mi scusi, mi voglia bene, e mi creda 

Tutto suo 
Alessandro Manzoni. 



SI 



(i) Che questa lettera, senza data, sia scritta il i aprile 1868. 
rileva dal bollo postale. 



429. 

Al Cav. Pietro Fanfani, a Firenze. 
Chiarissimo Signore, 

Milano, Via del Moroue, n. i. 
(i aprile 1868). 

Gradisca i miei vivi ringraziamenti per la nota 
di parole doppie, che ha avuta la bontà di stendere 
per me; favore al quale Le è piaciuto d'aggiunger 
quello di mostrarsi , con termini tanto cortesi , di- 
sposto a prendersi ancora un simile incomodo. Non 



intendo però d'abusarne • prima di tutto perla troppo 
dovuta discrezione ; e perchè non ho vero bisogno, 
se non di pochissimi esempi , ma ricchi , quanto si 
possa, di varianti. Cosi mi gioverebbe molto il po- 
terne aggiungere qualcheduna, se e' è, a quelle che 
ho già per la parola fiorentina grappolo , ciocca del 
pistoiese, j^a^^fl del senese, pzVna del pisano e d'altri 
idiomi. Mi gioverebbe anche, ma non è necessario, 
un altro esempio d' un vocabolo, ugualmente d' uso 
comune, senza esser basso. Come Lei forse indovina, 
la mia richiesta ha un intento esclusivamente fio- 
rentino, cioè non conforme con la sua opinione (i). 
Il non far caso di ciò è, dalla sua parte, generosità 
n-aturale ; e dalla mia , Le confesso che trovo nel 
dissentire medesimo una certa compiacenza, quando 
m' è occasione di sentire una stima disinteressata. 
Non potrei però chiamar tale in tutto la mia stima 
per Lei, giacche profitto spesso de' due Vocabolari, 
con cui Ella ha servito molto a diffondere l'uso fio- 
rentino, anche non se lo proponendo per unico scopo. 
Accolga con benevolenza questi sentimenti , e nii 
creda 

Suo devotissimo 
Alessandro Manzoni. 



(i) Il Fanfani si schierò tra gli av^'ersari del Manzoni nella 
quistione sull'unità della lingua, e « per combatterne (come di- 
« ceva) le strane dottrine » pubblicò un opuscolo intitolato : La 
lingua italiana c'è stata, c'è, e si muove. 



- 3^3 - 

430. 
Al Conte Gabrio Casati, a Fireii:^e. 

Carissimo e veneratissimo Amico, 

Milano, 29 aprile 1S6S. 

Ricorro alla tua antica e provata amicizia per 
consiglio e, occorrendo, per aiuto, in un caso im- 
brogliatissimo per me , a cagione di singolari ante- 
cedenti. Voglio parlare dell'onore fattomi dal Re con 
r insignirmi della Gran Croce del novo Ordine (i). 

Quegli antecedenti credo che tu li conosca, almeno 
in parte ; ma abbi la pazienza di sentirteli ripetere, 
per maggior chiarezza della cosa. 

L' ora ex Granduca di Toscana ebbe la bont-i di 
nominarmi commendatore del suo Ordine di S. Giu- 
seppe. Gli scrissi, facendogli rispettosamente le mie 
scuse del non accettare, e allegando de' motivi ge- 
neralissimi e invariabili. Avendomi poi il Cousin , 
Ministro in Francia della Pubblica Istruzione, man- 
dato il brevetto di cavaliere della Legione d'Onore, 
gli risposi che un impegno d'onore m'impediva d'ac- 
cettare, giac-chè sarebbe stato un affronto a un Prin- 
cipe , verso il quale mi professavo invece ricono- 
scentissimo. Così venni a assumere un novo impe- 
gno, più esplicito del primo. Dopo qualche tempo, 
Humboldt ( scusa questa litania guascona , ma indi- 
spensabile ) mi spedi , per ordine del defunto Re di 
Prussia, la Croce del Merito. Addussi la stessa scusa, 
che fu accettata con cortesia. Ma fu un novo im- 
pegno. Finalmente l'Imperatore del Brasile mi mandò 



- 3(^4 - 
la decorazione dell' Ordine della Rosa ; e siccome 
m'aveva onorato anche lui della sua corrispondenza, 
cosi scrissi a lui direttamente le mie scuse e il loro 
motivo. Ebbe la bontà di rispondermi che ne rima- 
neva soddisfatto, e che avessi solamente a ritenere 
la decorazione come un semplice dono. 

Tolga il cielo ch'io metta al paragone i riguardi 
verso qualunque Principe , coi sacri e carissimi do- 
veri che mi legano al mio naturale Sovrano, e che 
me gli legherebbero quand'anche non ne fossi stato, 
e accolto e beneficato. Ma qui si tratta d'un osta- 
colo anteriore, creato bensì da me, ma in tempi in 
cai non potevo pensare che m'avesse a riuscire cosi 
penoso : e ostacolo , non solo a mio riguardo , ma 
anche perchè non mi parrebbe conforme al rispetto 
dovuto all'onore a cui venni designato, quando l'ac- 
cettarlo portasse con sé una specie di mancanza di 
parola. 

Io non so cosa si pratichi nei casi di tal genere. 
Se , da parte del nominato , non è richiesto nessun 
atto che esprima o che implichi un'accettazione, la 
difficoltà non nasce. Nel caso contrario, se, per esem- 
pio, la nomina fosse comunicata con lettera che esi- 
gesse una risposta , o ci fosse qualche altra condi- 
zione simile , è qui che mi raccomanderei alla tua 
amicizia e all'entratura che ti dà la tua posizione, 
per ottenere una tacita tolleranza a favore degli ot- 
tantatrè anni , per una omissione che , in un certo 
senso, potrei chiamare più che involontaria. 

A2:£iiuns:o che una decorazione mi fu offerta, credo 
nel 1859, ^^^ Contedi Cavour, il quale trovò giusta 
la mia scusa. È vero che allora non c'era di mezzo un 
decreto reale ; ma sarebbe appunto per superare, o 



— 3^5 - 
per evitare una tale difficoltà, che ricorrerei al tuo 
bon volere. 

Scusa la mia importunità, e veglimi sempre, quale 
mi pregio, e sono ben lieto di potermi dire da un 
pezzo, 

Tuo devotissimo amico 
Alessandro Manzoni. 

(i) L'Ordine della Corona d'Italia. 



431. 
^l medesimo, a Firenze. 

Carissimo e veneratissimo amico, 

Milano, 9 maggio 1868. 

Ho ricevuto le insegne del grado, con una lettera 
del sig. Aghemo, che mi annunzia la prossima spe- 
dizione del relativo diploma.- 

Vengo di novo a disturbarti per sapere se, o mi 
puoi dire , che , per regola generale, non e' è nulla 
da fare da parte mia, altro che ricevere, o, nel caso 
diverso, se credi che si possa far qualche passo pre- 
ventivo. 

Scusa la mia importunità, emettila in conto della 
bontà, che m'hai sempre dimostrata, e ricevi gli af- 
fettuosi e rispettosi saluti del tuo ■ 

Devotissimo 
Alessandro Manzokl 



— -:y66 — 

432. 

Ad Enrico Man:^oni (i). 
Carissimo mio figlio Enrico, 

Milano, 13 maggio 186S, 

Il dolore che provo per la cessazione del tuo im- 
piego, è accresciuto dal dover, pur troppo, ricono- 
scere che , privo d' opportune aderenze , a cagione 
della mia vita solitaria , mi trovo nella trista inca- 
pacità d' aiutarti nel procurartene un novo. Spero 
che gli attestati della lodevolissima opera da te pre- 
stata nell'ufizio, che ora, per necessità economiche, 
ha dovuto dimettere una cosi grande quantità d'im- 
piegati , saranno per te la più valida raccomanda- 
zione. 

Puoi credere quanto viva e profonda sarebbe la 
mia riconoscenza per chi potesse , o volesse , acco- 
gliere le tue istanze ed appoggiarle, e quanto lieto 
per me l'annuncio che mi potessi dare d'un novo 
collocamento. Dio benedica i tuoi sforzi , e la tua 
bona volontà, come ne lo prega il tuo 

Affezionatissimo padre 
Alessandro Manzoni. 



(i) Enrico nacque a Brusuglio il 7 giugno 1819; si ammo- 
gliò con Emilia di Giovanni Redaelli, e n' ebbe nove figli : En- 
richetta (1844), Alessandro (1846), Matilde (1848), Sofia (185 1), 
Lucia (1853), Eugenio (1855). Bianca (1858), Lodovico (1860), 
e Erminia (1863). 



- 36; - 

433- 

Al Comm, Emilio Broglio, 

■[\Ciìiistro delLi Pubblica Istruiione, a Firenze. 

Milano, 26 maggio iSéS. 

Eletto con eccessiva indulgenza, dall' III. sig. Mi- 
nistro della Pubblica Istruzione alla Presidenza della 
Commissione incaricata di ricercare e di proporre 
tutti i provvedimenti e i modi, coi quali si possa 
aiutare e rendere più universale in tutti gli ordini 
del popolo la notizia della buona lingua e della 
buona pronunzia, il sottoscritto ha dovuto accorgersi 
troppo tardi , che la sua deferenza a un desiderio 
sempre pregiato per lui, e un'antica e sempre viva 
passione per la cosa, gli avevano fatta perder di vi- 
sta, in quel primo momento, l'insufficienza delle sue 
forze, e intellettuali e fisiche, alla continuazione del 
lavoro importante e obbligatorio , richiesto da un 
tale incarico (1). 

Adempie ora il solo dovere, che gli rimanga pos- 
sibile ; quello cioè di pregare il sig. Ministro d' ac- 
cettare la sua necessaria dimissione , e insieme le 
proteste del suo profondo ossequio. 

Alessandro Manzoni. 



(i) Dopo che il Manzoni ebbe scritto la ^elaiione, anche il Lam- 
bruschini presentò la sua, approvata dai colleghi Capponi, Tom- 
maseo, Mauri e Bertoldi. Il Manzoni, come l'ebbe letta, s'accorse 
che, nonostante la cortesia delie frasi, in fondo non erano d'ac- 



— 3^^ — 
cordo ; e gli parve che la sezione fiorentina tirasse a mettere in 
mezzo lui e il Ministro. E che egli cogliesse proprio nel segno, 
lo dimostra a esuberanza la seguente lettera, che il Lambruschini 
scriveva al Fanfani il 14 maggio i86S: « Carissimo sig. Fan- 
(( fani — Ho letto con grandissimo piacere il manoscritto del 
« suo opuscolo {La lingua italiana c'è stata, c'è, e si muove). Ella 
« dice cose sante, e le dice bene. Io credo perciò che la do- 
(( vrebbe stamparlo. Ma con la libertà dell'amicizia aggiungo, 
(( che, pel bene della cosa , sarebbe necessario addolcire alcune 
(( frasi, e spuntare alcuni frizzi , massimamente dove , o espres- 
« samente o implicitamente paiono ferire il Manzoni, o lo feri- 
rr scono a dirittura. Se noi lo pungiamo, si fa una guerra. Egli 
« è necessario stare in pace, e andar noi per la nostra via, senza 
(( ch'egli s' avvegga, o mostri d' ravvedersi, che la non è la sua. 
« Scusi , ma parlo per buon fine , e fidando nella sua benevo- 
« lenza. Accetti una copia della nostra %,elaiione ; e mi tenga 
« sempre per suo nffezionatissimo ec. » Se non che il Ministro, 
deliberato, fin dal principio, di seguire i suggerimenti del Manzoni, 
non aveva più bisogno della Commissione ; sicché la sciolse, ringra- 
ziandola; e ordinò che si cominciasse, senz'altro, la compilazione 
del Vocabolario, secondo il metodo, che il Manzoni stesso aveva 
consigliato. Così nacque' il ^ovo Vocabolario della Lingua Italiana^ 
a cui Giovambattista Giorgini, che n'è sempre il principale com- 
pilatore, fece la prefazione, veramente stupenda. Insieme col Gior- 
gini, furono dal Broglio chiamati a prestar 1' opera loro a quel 
la.voro , Pietro Fanfani , Stanislao Bianciardi e Agenore Celli. Il 
Fanfcmi presto si ritirò. « Vi stetti quasi un anno (lo dice egli 
« stesso a pag. 123 della sua Bibliobiografia) : poi, non potendo 
« secondare in tutto le dottrine che si- voleva governassero quel 
« lavoro, dissi addio alla provvisione, che allora e' era, e rinun- 
ce ciai l'uifiào. Il lavoro era allora condotto a tutta la lettera A ». 
Ci lavorò pochissimo anche il Bianciardi , morto poco dopo la 
sua nomina: ci furono poi aggiunti il Prof. Pietro Dazzi, il 
P. Mauro Ricci delle Scuole Pie,, e il Cav. Gi,useppe Meini; ma 
anche il Dazzi e il Ricci fecero pochissimo, di maniera che tutto 
il peso del lavoro è rimasto al Giorgini, al Celli e al Meini, che 
lo continuano con grande amore, ma non con l'alacrità che sa- 
rebbe desiderabile, e che essi pure vorrebbero. Il Broglio s'è ri- 
servato di vedere l'ultime prove di stnmpn, in cui d.\ spesso op- 
portuni suggerimenti. 



— 3^9 — 
La dimissione del Manzoni , per conseguenza , non ebbe se- 
guito ; e l'opposizione alle sue idee, valse soltanto a argli scri- 
vere quel maraviglioso lavoro che è V Appendice alia Relaiiofte in- 
torno all'unità della lingua e ai me^i di diffonderla. 



•434. 

^l medesimo, a Firenze. 

Amico veneratissimo, 

Milano, 26 maggio 1868. 

Non potrei lasciar partire una lettera ufì:(iale a 
Broglio , senza aggiungere una parola confidenziale 
e una stretta di mano. 

Queste due righe hanno poi aache il fine di pre- 
venire una cosa, che la sua bontà rende prevedibile, 
cioè una cortese insistenza. Alla ragione, pur troppo, 
verissima, espressa nella iifiiiah , e che ho creduto 
cosa più conveniente di passar sotto silenzio, s' ag- 
giunge r aver visto dalla Relazione di Firenze (i), 
che siamo agli antipodi, e riguardo alla materia del 
vocabolario, e riguardo al metodo di comporlo. Sono 
perfettamente convinto^ che quand'anche non ci fosse 
l'altro motivo, dovrei o cooperare a un lavoro che, 
forse ingannandomi, credo non riuscibile a bene , o 
non far altra parte che d' insopportabile contradit- 
tore. Sicché la mia determinazione non potrebbe es- 
sere smossa nemmeno dalla dolce violenza, che ho 
avuto la superbia di prevedere. 

Il suo Alessandro Manzonl 

J^iiiolario, Voi. IL 24 



— 370 - 
(i) Q.UÌ come, osserva il Mora-idi, è chiaro che il Manzoni 
voleva scrivere : « Alla ragione, pur troppo verissima , espressa 
« nt-lla nfiiude se ne aggiunge un'altra, che ho creduto cosa più 
« conveniente di passar sotto silen-iio : 1' aver visto dalla Rela- 
« zione di Firen/.e ec. » Questa lettera, a confessione del Man- 
zoni stesso, fu « tirala via in furia ». 



43;. 

^l medesimo. 
Amico veneratissimo, 

Milano, 26 magijio, a sera. 

Appena partita la mia lettera di stamani , tirata 
via in furia , mi sono avveduto di averci lasciata 
cadere una trase imprudeiuissima, e senza necessità; 
quella che dice: cooperare a un livoro, che credo non 
riiiscibile a bene. Avrei potuto dire ciò che impor- 
tava, con un'altra espressione innocentissima, come : 
dissimulare opinioni, che credo vere. 

La prego istantemente di distruggere la lettera 
che contiene quella frase sciagurata; di riguardarla 
roinine non aveniie, e che rimanga sepolta in noi due. 

Scusi il doppio disturbo , mi voglia sempre bene, 
e mi creda 

Tutto suo 
Alessandro Manzoni. 



— 371 — 

Al medesimo. 
Veneratissimo amico, 

Milano, 19 loglio 1868. 

Il favore, che la sua esperimentata bontà mi dà 
il corag^gio di chiederle, è d'una semplice parola. 

Il sig. Rinaldo Fumagalli , latore della presente , 
banchiere e negoziante di seta , il quale , con mia 
grande soddistazione , tiene in casa mia lo studio 
della sua accreditata ditta , ha bisogno di presen- 
tarsi, per un affare importante, al sig. Ministro della 
Marina, e non vorrebbe essergli annunziato come 
persona a lui ignota. 

Ho detto tutxo , e ringrazio anche questa occa- 
sione di rammentarle il mio affettuoso ossequio. 

Tutto suo 
Alessandro Manzoni. 



437- 
fAl medesimo. 

Carissimo e veneratissimo amico 



Brusuglio, 2 ottobre 1868. 

Non aggiungo nulla a ciò che forma l'argomento 
della lettera di Bista (i) , perchè il di più Le sarà 
espresso a voce da lui tra pochissimi giorni. 



— 372 - 

Bensì , rompendo un' altra volta il mio proposito 
di non profittare o abusare dell'amicizia di Broglio, 
per far racc*'manJazioni al Ministro, devo aggiunger 
qui le mie scuse alla raccomandazione. Il soggetto 
però è persona degnissima per ogni verso; e una 
cosa che non può certamente accrescer valore a' suoi 
veri titoli, ma che può render più grato il trovarli 
in lui, è i' essere un amato nipote del buon Sobrio- 
ne (2) , la di cui memoria vive onorata e cara in 
Lei non m.eno che in me. Crediamo poi di sapere, 
come dicono i giornalisti, che la nomina riuscirebbe 
gradita al Provveditore. 

I miei rispetti alia Signora , e a Lei il ricordo 
della mia alta stima e viva affezione. 

Suo devotissimo 
Alessandro Manzoni. 

(i) Ecco la lettera del genero Giovambittìsta Giorgini al Bro- 
glio , scritta da Brusugiio lo stesso giorno : « Caro Broglio — 
« Solamente oggi ho ricevuta qui la tua lettera del 28 lo sarò 
a a Firen/.e nei primissimi giorni della settimana entrante, e ne 
« parleremo. 11 Manzoni sta, come tu sai, rispondendo al Lam- 
« bruschini , e il lavoro è a buon punto Tiaita del modo di 
« fare questo Vocabolurio diU'uio toscano, e termina con uwà pro- 
« posta JormaL. Sarebbe bene che la proposta e il decreto an- 
« dassero d'accordo, e che il decreto uscisse dopo la proposta. 
« C'è poi da pensare al modo di farla a quei signori di Firenze, 
« per salvare la capra, che è il Voca'^olario , e il cavolo, ossia 
« le teste di cavolo, che sono loro — s' intende in articolo lin- 
<f gua. Ti ringrazio intanto della prima e della seconda lettera 
« per quanto v'è di benevolo a mio riguardo; e sono di cuore 
« il tuo aff. G. B. Giorgini ». 

(.') Il Sogni, già ricordato, che era di grossissima corporatura. 



373 — 



438. 

Alia signora Luigia Codemo Gcrstcìibrand, a VencT^ia. 

Signora, 

Milano, 24 dicembre i8é3. 

Non SO come renderle degni ringraziamenti per il 
prezioso dono , di cui le è piaciuto onorarmi e ral- 
legrarmi (i). Oltre il piacere di contemplare una bell'o- 
pera d'arte, la cara immagine, appesa nella mia ca- 
mera, mi Farà un bene a cui forse Ella non ha pensato, 
perchè, con l'aria di serenità celeste che spira, m'aiu- 
terà a sollevar la mente dai pensieri della terra; eser- 
cizio tanto più necessario a chi deve, non già presto o 
tardi, ma certamente prestissimo abbandonarla. 

La smgolare ricchezza e finitezza della cornice 
non ha avuto alcun 2:uasto dal via2:s[io. 

Si degni d'accogliere, insieme con questa debole 
espressione d'una vivissima riconoscenza, l'attestato 
del profondo ossequio, con cui ho l' onore di rasse- 
gnarmi 

Devotissimo obb. servo 
Alessandro Manzoni. 

(i) La signora Luigia Codemo Gerstenbrand accompagnò il 
dono, del quale qui si discorre, con que^^te parole: « Dal mo- 
« mento in cui Ella mi onorò del suo nome e della sua gentile 
a approvazione, io non ebbi che un desiderio, quello di ritentare 
a la prova e offrirle un lavoro di mia mano Questa volta, non 
« fidando in me , osai se non copiare , imitare chi fosse degno 
» di comparire al suo cospetto. Trassi quindi da una pittura 
« della signora Rosa Bortolan di Treviso, celebrata pittrice, una 



- 374 - 
« Madonnina, ch'io Le presento, e spero non Le riuscirà mal 
« gradita, perchè tale è la bellezza e intfìfabile soavità dell' ori- 
« ginale , che per quanto la mia imperizia 1' abbia, nell'imitarlo, 
« alterato e guasto, sempre conserverà pure un riflesso di quel 
« sorrìso celeste, che la grande artista infonde a' suoi quadri ». 
Il Manzoni appese questa Madonna nella sua camera da letto, e 
alla gentile donatrice faceva poi ricordare dal nepotino Renzo 
Manzoni, che ogni sera, prima di andare a letto, guardava la im- 
magine d pinta da lei. 



439- 

Al Comm. Emilio Broglio, a Firen:(^e. 

Carissimo e veneratissimo amico, 

Milano, s del 1869. 

Prima o dopo il principio dell'anno è tatt'uno per 
gli auguri che vengono da un sentimento continuo ; 
e Lei sa bene, che tale è in me quello della nostra 
ormai antica amicizia. 

Rista le parlerà del mio stentato, ma inoltrato la- 
voro^ il quale, se non altro, consonerà perfettamente 
con quello, ben più efficace, che, promosso da Lei, 
si va facendo costi (i). 

Ho partecipato pienamente al dolore della morte 
del povero Bianciardi (2), e per la perdita d'un ec- 
cellente collaboratore al Vocabol.irio, e per la sim- 
patia prodotta in me dalla conoscenza dell' uomo , 
procuratami da Lei. 

Gradisca i ringraziamenti e i cordiali auguri di 
Pietro e di sua moglie, e mi voglia 

Sempre suo 
Alessandro Manzoni. 



- ?75 — 

(i) Il '^l.ovo Vocabolario deìli Lingua Italiana. 

(2) Stanislao Bianciardi, nativo di un paese del Monte Amiata, 
insegnò letteratura italiana e latina, e poi italiana soltanto nel 
Liceo di Firenze. Fece le sue prime armi nella Guida dell' Edu- 
catore , periodico fondato e diretto da Raffaello Lambruschini ; 
scrisse un volumetto di racconti ; e soprattutto piacquero le sue 
Veglie del Trior Luca , opuscolctti gra,^iosissimi , nei quali, con 
forma popolare, trattò argomc-nti di politica, nel principio del 
nostro risorgimento. Aveva me -iso mano a una Storia dei Popi , 
ma rimase in tronco. Dettò anche una Vita di Frinicesco Silvio 
Orlandini, che non uscì dalla cerchia degli amici. Lavorò special- 
mente ne' giornali. Aveva molta facilità e scioltezza nello scrivere 
e maneggiava con grandissimo garbo la lingua parlata. 



440. 

Al medcsìmOy a FirtuTie. 
Veneratissimo amico, 

Milano, 22 giugno 1869. 

Per mia doppia disgrazia non possiedo le Memorie 
del S. Simon. Le ho lette, infatti , più d'una volta, 
ma prestatemi da altri, e in ultimo, da Stefano Stampa, 
ora assente da Milano. Al suo ritorno, che sarà tra 
alcuni giorni, le potrò aver da lui, ma pur troppo, 
sono mancanti di un volume. 

La ringrazio delle bone notizie che mi dà del Vo- 
cabolario, che è come il più efficace , cosi il mezzo 
quasi unico per mandar avanti la cosa, giacche mi 
par di vedere che i ragionamenti non siano altro che 
pannicelli caldi. Se codesto Vocabolario non potrà, di 
primo tratto, riuscire compito, né vicinissimo al com- 



- 376 - 
pimento (cosa troppo difficile in poco tempo, e con 
pochi collaboratori), quel tanto che darà, sarà almeno 
sicuro, e di natura da poter successivamente ricevere 
aumenti omogenei. E sarà il primo in Italia, del quale 
questo si possa dire. L'altro lavoro indispensabile per 
dare a quello l'efficacia desiderabile, voglio dire le 
traduzioni in vocabolari de' diversi idiomi , mi pare 
che non possa mancare. Se si sono trovati tanti italiani 
che per farne de' tali si sono assoggettati a far tante 
e tante ricerche (i vocabolari e le altre opere spogliate 
dal Cherubini, sommano, se non ho cor.tato male, 
a 189) , come temere che altri , o anche i soprav- 
viventi tra quelli, non siano stimolati a ottenere un 
effetto tanto più certo, come un mezzo tanto più spe- 
dito, e che potrà anche portare più copioso vantag- 
gio pecuniario ? 

Ma l'abitudine di ripetere le cose già dette, che, 
oltre Tessere un vizio dell'età, ho contratta anche 
col dover parlare, a un pubblico, non dico sordo, ma 
d'udito grosso, m'ha quasi strascinato a far lo stesso 
con Lei, che, certo, non n'ha bisogno. 

Mi lasci sperare che il suo avvicinarsi a Milano 
per qualche mese, mi procurerà qualche volta il pia- 
cere di vederla. 

E intanto gradisca, coi saluti di Pietro e della sua 
famiglia, i cordialissimi del suo 

Manzoni. 



— 377 - 

441. 

Al Prof. Antonio Soli mani, a Ferrara. 

Chiarissimo Signore, 

Brusuglio, 18 settembre 1869. 

Nel renderle le dovute grazie per il pregiatissimo 
dono di versi, del quale Le è piaciuto onorarmi, 
devo esprimerle il dispiacere di trovarmi inabile a 
secondare le sue premure per il posto di Rettore d'un 
Collegio civico di Milano, non avendo io entratura 
con le persone da cui dipende la scelta. I sentimenti 
che nella sua cortesissima lettera, Ella mi fa l'onore 
di manifestarmi, non possono altro, pur tronpo, che 
inspirarmi uno sterile desiJerio che, non solo per le 
, sue convenienze, ma per utile pubblico, possa esserle 
affidata la direzione d'una parte della nostra gioventù. 

Voglia gradire, insieme con le mie scuse, le pro- 
teste del sincero ossequio , col quale ho 1' onore di 
rassegnarmele 

Devotissimo servitore 
Alessandro Manzoni. 



442. 

Al Prof. Giuseppe Gallia, a Brescia. 
Chiarissimo Signore, 

Milano, 22 laglio 1869. 

Due ben diversi sentimenti ha destato in me la 
cortesissima lettera che Ella m' ha fatto 1' onore di 



- 378 - 
scrivermi : il piacere di sapermi vivo nella memoria 
dell'ottimo conte Calini (i), mio antico compagno di 
Collegio, e il vivo rammarico per lo stato della sua 
salute. La mia riconoscenza verso di lui è poi sin- 
golarmente accresciuta dal pregevolissimo dono del 
quadretto, che mi sarà, in questi miei ultimi giorni, 
una cara non meno che onorevole memoria. Prezioso 
pure per me è il desiderio che manifesta ch'io preghi 
per lui , in quanto è un'arra della sua benevola in- 
tenzione di far lo stesso per me, che ne ho di certo 
un troppo maggior bisogno. Voglia, chiarissimo Si- 
gnore, comunicargli questi miei vivi e rispettosi sen- 
timenti, e gradire per sé l'attestato del distintissimo 
ossequio, col quale ho l'onore di rassegnarmele 

Devotissimo servitore 
Alessandro Manzoni. 

(i) Il conte Muzio Calini , morto da pochi anni , fu 1' ultimo 
fiato d'una delle maggiori famiglie di Brescia. « Lo visitai, come 
« talora son solito (scrivevami il prof Giuseppe Gallia) nel lu- 
« glio 1869, colpito pochi dì prima d'apoplessìa in tutto il destro 
« lato, e fra altre parole Voglio, mi disse, tenrmi ricordato a voi 
« anche in avvenire con una piccola memoria; e fatto spicc:ìre dalla 
« parete un quadretto , me lo mandò pel servo a casa. E qutì- 
« Vaìtro là, soggiunse, vorrei che lo accettasse Manzoni, Alessandro 
« Man'^oni : e mandandomelo pure a casa col primo, Voi , pro- 
< seguì , mi userete la cortesia di farglielo avere , dicendogli che il 
« suo vecchio compagno di Collegio lo ricorda in questi momenti 
« con gratitudine immensa pel diletto che gli recò sempre e il gran 
€ lene che sempre gli fece co' suoi scritti, e lo prega di pregare per 
« lui. Aggiungete che lo prega anche di pregare per l' Italia. Non è 
« fuor di proposito che con un quadretto dell'Addolorata io mi rin- 
€ novi ora nella memoria dell'autore del Nome di Maria. E avendo 
« io detto il verso — O Vergine, o Signora, o Tuttasanta — , 
« esso recitò il resto della strofetta : poi accennando quell' altra 
« nella Passione — E tu madre che immota vedesti — alle ul- 



— 379 - 
« time parole : — Ci sien pegni d' eterno goder — Sì , sì, in- 
« terruppe , sicuro, certissimo, col patrocinio di lei, Munioni è 
< grande , è sapiente , e per questo è religiosissivio , perche, sapienza 
« è fede » 



443. 

^All'Abate Rafaeìlo Lambruschini, a Firen:^e. 
Illustre Signore, 

Brusuglio, 12 novembre 1869. 

Ho ricevuto le nove Osservazioni sulla Unità della 
Lingua (il, ch'Ella m'ha fatto l'onore d'inviarmi; e 
gliene renio le più vive e sincere grazie, 

Non entrerò qui nelle differenze che, con mio vero 
dispiacere, possono rimanere ancora tra noi intorno 
a questo argomento. Mi rallegro nello sperare che, 
se qualche buon vento La portasse qui, e avessi, come 
già in altri momenti, de' quali serbo gratissima me- 
mioria , l'onore e il piacere di trattenermi con Lei , 
si potrebbe intendersi, o andarci vicino. 

Accolga intanto le proteste della profonda e affet- 
tuosa venerazione, con cui ho l'onore di rassegnar- 
mele 

Devotissimo servitore 
Alessandro Manzoni. 

(i) Dell'unità della lingua a proposito dell'ultimo scritto di ,AleS' 
Sandro Manzoni ; nella l>Luova antologia di Firenze, fascicolo del 
novembre 1869. 



— 380 — 

444- 

Al Prof. Giuseppe Barellai, a Firen:(^e.. 

Egregio Signore, 

Milano, 4 dicembre 1869. 

Alla riconoscenza che , con tutti gli amici delPa- 
manità , ero fortunato di doverle, Ella ha aggiunto 
un titolo particolare col dono dello scritto, di cui si 
è piaciuto onorarmi (i). 

Felici gli scritti che possono esprimere non solo il 
pensiero, ma l'affetto d'un'opera santa, e nella quale 
nemmeno le passioni non trovino da mordere ! 

Gradisca questi miei vivissimi sentimenti , unita- 
mente all'attestato del profondo ossequio^ con cui ho 
l'onore di rassegnarmele 

Devotissimo servitore 
Alessandro Manzoni. 



(i) Il Barellai, valente medico fiorentino, che il Michelet ri- 
corda con gentilezza d' affetto nel suo libro : La 9^er , è bene- 
merito dell'umanità per avere con gagliardo amore e tenace vo- 
lere efficacemente promosso gli Ospizi marini a vantaggio de' 
poveri ; istituzione intorno alla quale ha scritto più volte , ani- 
mato dal fuoco della carità. 



- 38i - 

445. 
^l Prof. Giuseppe Aurelio Costanzo, a Napoli. 

Milano, 16 febbraio 1870. 

Alessandro Manzoni, 

col dispiacere che non siano stati ricevuti, mesi 
sono, dal sig. Costanzo i suoi ringraziamenti e le 
sue congratulazioni, s'affretta a rinnovarli, e a pre- 
sentarne di nuovi per il recente pregiatissimo dono 
delle sue stupende poesie (i). 

(i) Vedila lettera del Manzoni al Costanzo del 2 settembre 1871. 



446. 
Al Conte Gabrio Casati, a Firenze. 

Amico carissimo e veneratissimo, 

Milano, 13 del 187 1 , 

Quantunque persuaso che la~causa esposta nell'an- 
nesso promemoria sia per esserti naturalmente rac- 
comandata , e per la sua buona ragione, e per la 
sua utilità ; non posso resistere al desiderio di chi, 
conoscendo la tua bontà per me, mi chiede ch'io ti 
preghi d'interporre a favore di quella i tuoi validi 
ufizi. 



— 382 — 

E anche i miei vivi auguri per 02:ni tua prospe- 
rità sono certo che gli avrai presupposti , ma non 
voo^lio perder l'occasione d'esprimerteli. Antiqua no- 
stra iiecessitiidinis mcmor vive et vale. 

Il tuo devotissimo 
Alessandro Mamzoni. 



447- 
Jiìl'Ah. Lorenzo Schiavi, a Capodistria. 

Chiarissimo Signore, 

Milano, 29 gennaio 1871. 

Stavo per presentarle le mìe scuse per il ritardo 
a rispondere alla sua cortesissima lettera del 6 cor- 
rente, (ritardo cagionato da poca salute e da occu- 
pazioni forzose) quando ricevetti l'altra del giorno 27. 

Adempio ora al grato dovere di renderle vive grazie 
per il pregiatissimo dono di vari suoi scritti ; e devo 
insieme presentarle altre scuse , del mio non poter 
corrispondere all' indulgente di Lei desiderio di un 
qualche mio componimento sopra un soggetto (i), 
deo:nissimo hensì, ma appartenente ad una materia, 
nella quale io sono ignorantissimo, quale è quella 
delle Belle Arti. 

Gradisca l'attestato del distinto ossequio, col quale 
ho l'onore di rassegnarmele 

Dev. obb. servitore 
Alessandro Manzoni. 

(i) Il pittore iMichelangioIo Grigoletti. 



383 



448. 

AlVonorevoU Fresidcnia della Società Promotrice 

per Vìncremento del Teatro Comico in Italia, 

a Firen:^e. 

Milano, 28 febbraio 1871. 

È LiPi onore immeritato che mi fa codesta onore- 
vole Società, col chieder la mia adesione al suo pro- 
getto per il lodevole scopo accennato; quella cioè 
d'un uomo, a cui il lungo esperimento della propria 
insulTicienza e esitazione ne' suoi privati lavori let- 
terari ha insegnato d'astenersi da ogni ingerenza in 
tutto ciò che possa avere un intento più esteso e ge- 
nerale. Se il titolo di Presidente onorario, che è quanto 
dire in partibiis, del R. Istituto Lombardo, è stata l'oc- 
casione che m' ha procurato un tale onore , confido 
che le Signorie Loro avranno anche provveduto a 
qualcosa di più reale, col rivolgersi al vero e attuale 
Presidente dell'Istituto medesimo. E in quanto a un'a- 
desione privata da parte mia, lungi dal volerla dare 
come un giudizio, prego l'onorevole Società di con- 
tentarsi di sottintenderla, e di metterla in lascio con 
quella di tutti gli Italiani che apprezzano ogni im- 
presa che pòssa contribuire alla coltura della Patria 
comune ; e in modo particolare, quando, e le mosse 
ne vengono da Firenze , e in Firenze ne dimori la 
sede centrale. 

Prego in ultimo l'onorevole Società di gradire l'at- 
testato del profondo ossequio e della viva riconoscenza, 
con cui ho l'onore di dirmele 

Devotissimo 
Alessakdro Manzoni, 



- 384- 

449- 
^ Travide 'H.orsa, a Fircn:^e, 

Veneratissimo Signore, 

Milano, s marzo 187 1. 

Con la più viva compiacenza ho ricevuto e l'at- 
testato della benevola memoria ch'Ella si degna con- 
servar di me, e l'annunzio della nova e accresciuta 
edizione dell'opuscolo (i), per il quale ebbi già a 
presentarle le mìe congratulazioni. 

Ma l'onore eh' Ella mi vorrebbe fare di dedicarlo 
al mio povero nome, mi spaventa ; non già per al- 
cun cambiamento che sia avvenuto nel sentimento 
che ebbi il piacere di manifestarle allora; ma perchè 
ogni pubblica manifestazione, quantunque indiretta, 
di un'opinione in materia tanto controversa , è in 
certo modo_, un prendere in essa una parte militante, 
dalla quale la mia inettitudine a sostenerla, mi tiene, 
per sistema, lontano. 

Voglia dunque gradire e i miei ringraziamenti e 
le mie umili scuse^ e insieme le proteste del distinto 
e cordiale ossequio, col quale ho l'onore di rasse- 
gnarmele 

Devotissimo servitore 
Alessandro Manzonf. 

Ci) Venne in luce soltanto di lì a tre anni, con questo titolo: 
^Pensieri d'un cattolico per Davide Norsa. Seconda ediiione, accre- 
sciuta con lettere del fKanioni, del Lambruschini e di Mons. Corti, 
con proemio sulle condiiioni attuali d'IttJia, e con note alle Medita- 
zioni del ^Camiani, Pirm^^Cf TiJ)oo rafia Cooperativa, io 74; in- 12. 



- 385 - 

450. 

Al medesinij, a F ir 01:^6. 

Veneratissimo Signore, 

Milano, 14 marzo (1871.) 

Il motivo della ritenutezza che ebbi l'onore d'ac- 
cennarle nella risposta alla pregiatissima sua, è me- 
ramente personale, l'amore cioè alla quiete. Questa 
ingenua dichiarazione varrà, spero, a escludere qua- 
lunque più estesa interpretazione, alla quale mi duole 
d'aver* dato appiglio, contro ogni mia intenzione. 

Gradisca, co' miei vivi auguri d'ogni suo bene, le 
proteste del cordiale ossequio, con cui ho l'onore di 
rassegnarmele 

Devotissimo 
Alessandro Manzoni. 



451. 

kAI Marchese Alfonso Della Valle di Casanova, 
a Napoli. 

Amico veneratissimo, 

Milano, 30 marzo 1871. 

Devo, prima di tutto, chiederle scusa del rispon- 
dere cosi tardi alla sua carissima e cortesissima let- 
tera. Ne fu cagione un affare sopravvenutomi ail'im- 

Epistolario. Voi. II. 25 



— 3^6 — 

provvlso, e da non potersi iij differire, né spicciarsene 
in poco tempo. Gliene risparmio il noioso racconto, 
per venire addirittura al soggetto principale di quella, 
E se Le dico che ho letto con vivo piacere l'opuscolo 
/ due Letti del suo degno amico, il sig. Persico (i), 
la cosa le parrà naturalissima ; ma ho paura che sia 
per due ragioni : una (e questa bonissima) il merito, 
e di pensieri e di forma, dell'opuscolo ; l'altra (e qui 
s'ingannerebbe) le lodi che ci ho trovate per me, e 
che sono troppo evidentemente dovute a un eccesso 
d'indulgenza, perchè io me le possa godere. Alcune 
però ho dovuto trovarle giustissime; e sono quelle 
che riguardano le correzioni fatte alla cantafavola 
de' Promessi Sposi, nella seconda edizione illustrata. 
Ma ahimè 1 anche di queste, non posso farmi bello, 
perchè non vengono a me ; vanno a un tutt'altro e 
ben altro autore, voglio dire a un popolo, cioè a uno 
di quegli enti composti e multiformi, ognuno dei quali, 
però, nelle cose in cui è uniforme, costituisce una 
grande e distinta unità. E qui devo specificare in 
qual senso io intenda di adoprar quel nome, il più 
straziato che sia e stiracchiato a dir cose essenzial- 
mente diverse ; tanto che si dà, ora a una folla tu- 
multuante, ora a una classe speciale di cittadini, che 
tanto l'una quanto l'altra, non sono un popolo, più 
di quello che un ramo (e nel primo caso un ramo 
tarlato , e non attaccato che per la corteccia.) non 
sia un albero. E non intendo neppure di applicarlo 
nel senso più proprio e legittimo, di nazione costi- 
tuita con legi^i comuni, e con un vincolo particolare 
di diritti e di doveri ; società che forma bensì un'unità 
nobilissima, e (quando rispetti le altre sua simili) sa- 
crosanta^ ma non, almeno necessariamente, un'unità 



- 387 - 

di lingua. Il senso diverso da questo, ma immune 
da equivoco, quando sia ben definito anticipatamente, 
e ciie intendo d'applicar qui, è quello di una società 
meno vasta e molto più condensata, in cui, da un 
giornaliero convivere e mescolarsi, come accade in 
una città, quella unità di lingua esista naturalmente 
e necessariamente, comunque si sia formata. E s'in- 
tende una Città non. formata di recente, e popolosa 
abbastanza perchè ci si trovino persone d'ogni classe, 
dalle meno colte alle più dotte e alle più raffinate, 
di maniera che la sua lingua possa basiare al com- 
mercio e civile e letterario d'una nazione intera , e 
prendere il posto de' diversi idiomi che regnino in 
questa. E un tal popolo per me, com'EUa sa, e sa 
per quali ragioni, è quello di Firenze. 

Ora, per venire al punto, cioè a dirle il perchè e 
il come io abbia, e volut) prendere e preso, per quanto 
ho potuto, un tal popolo per correttore della mia 
cantatavola , m* è necessario premettere due parole 
intorno allo stato miserabile, in cui essa si trovava 
nella prima edizione, riguardo alla dicitura, che è qui 
la sola cosa in discorso, e intorno alla cagione d'un 
tale stato. 

In quanto al primo, nessuno ne può avere, né più 
cognizione, né più compassione di Lei, che ha avuta 
la degnazione e la pazienza, l'una e l'altra straordi- 
narie, di tar l'intero conf''i)nto di quella dicitura con 
r altra dell' edizione corretta. E basterebbe anche il 
poco (2) che ne è citato nell'opuscolo de' i^T) ne Letti». 
Ex lingue honem, ovvero Ex auricula asiniim , come 
Le parrà meglio. 

La cagion poi è tutta nella maniera, non dirò cer- 
tamente nel metodo, con cui quella dicitura era stata 
impasticciata. 



— 388 — 

In uno scritto pubblicato, o almeno stampato nel 
1S69, ne ho già fatto un cenno, sotto il velo poco 
denso d'una supposta terza persona (5). Ai vari espe- 
dienti che ho accennati in quel luogo, come tentati 
da me per raccappezzare delle h^uzioni, che mi sa- 
rebbero dovute scaturire spontanee dalla mente , se 
avessi scritto in una lingua che possedessi davvero, 
ne avrei più altri da aggiungere ; ma ne toccherò, 
per brevità , un solo , quello cioè, di far io, di mio 
capo, le locuzioni che mi bisognavano, e come si dice, 
crearle : espediente quasi sempre infelicissimo, quando 
ciò che si vuol creare con novi accozzi di vocaboli, 
c'è già. E infatti nel riveder poi troppo tardi , cioè 
a libro stampato^ il mio lavoro, ebbi a riconoscere 
che le mie creazioni, aggiunte al preso di qua e di 
là, non facevano altro che accrescere lo screziato, 
Tappezzato, il cangiante dell'insieme, tanto lontano 
da quell'andamento naturale e scorrevole , ch'era il 
mio in votis, e tale da farmi desiderare, per quanto 
è possibile a un autore, che il lavoro medesimo non 
avesse vista la luce. 

Siccome però ai parti dell' ingegno nati deformi , 
non si può quando siano stati moltiplicati con le stampe, 
applicare la legge di Licurgo, o quella simile e ugual- 
mente carina, della IV delle XII Tavole : Pater in- 
signem ad deformitatem puerum cito meato, perchè un 
qualche esemplare ne può sempre sfuggire alla strage 
che il tempo fa de' libri poco fortunati ; e siccome, 
per compenso , quei parti metaforici hanno sui na- 
turali il vantaggio di poter essere rimpastati e ridotti 
in miglior forma ; cosi pensai che il male sarebbe 
rimediabile, se un qualche cortese, 

« Di quella nobil patria natio, 

« Alla qual forse fui troppo molesto, 



- 389 - 
avesse voluto accettar la penitenza di dare una ri- 
passati al libro, e sostituire delle locuzioni fiorentine 
(vive s'intende) a quelle che ne differissero in qua- 
lunque modo. E ebbi Li fortuna di trovarne due al 
primo tentativo; senza che l'uno sapesse dell'altro, 
e colti e dotti più di quello che la cosa richiedesse ; 
anzi l'uno illustre per opere letterarie : il dottor 
Gaetano Cloni, e Giambattista Niccolini. 

E veda un poco : se quei due bravi uomini aves- 
sero profittato delle dottrine, che il conte Perticarla e 
altri con lui, erano riusciti a far prevalere in una 
gran parte de' letterati d'Italia, m'avrebbero dovuto 
rispondere, l'uno come l'altro, a un dipresso così: 
Cosa mi venite a chiedere? È affare di lingua ita- 
liana ; e che c'entra un fiorentino più d'un milanese? 
La lingua è un patrimonio della nazione, e non un 
feudo d'una provincia e, molto meno, d'una città. È 
affare dìliiii^na scritta; e che c'entra il come si parli, 
ne qui ne li? È un libro che volete correggere? 
Ricorrete a' libri. Similia sÌDiilibus ciirantiir. 

Ma i miei due cortesi, conoscendo, da una parte, 
e per lo studio non comune fatto ne' libri, e per l'e- 
sperienza del proprio idioma, che in questo si dove- 
vano trovare molte e molte di quelle significazÌ3ni 
che mi bisognavano, e che si sarebbero cercate in- 
vano ne' libri, dato anche e non concesso, che s'avesse 
una guida per farci dentro questa ricerca; e dall'altra 
parte, sapendo benissim.o, o piuttosto non dimenti- 
cando, come fanno molti, che non fu a caso, né per 
non si saprebbe quale strano capriccio, che l'Italia 
tutta quanta s'è incontrata a chiamar lingua toscana 
quella, che adoprava o cercava di adoprare in cornine; 
non potevano vedere, nel servizio ch'io chiedeva loro. 



— 390 — 
altra vera difficoltà , che quella della noia che do- 
veva loro contare. Ma essendo questa superata dalla 
loro cortesia, ebbi e d.iU'uno e dall'altro, in iscritto, 
gli appunti desiderati con tanta ragione, e chiesti con 
tanto coragj;io da me. E ci trovai che, tanto nel dar 
di frego, quanto nel sostituire, erano riusciti d'ac- 
cordo quasi in ogni caso, come se si fossero dati 
r intesa : cosa che avrebbe confermata la mia f.de 
nelle loro decisioni, se ce ne fosse stato bisogno. In 
una lettura però, troppo naturalmente frettolosa, non 
avevano potuto badare se non alle cose che davano 
loro più addirittura nell'occhio; e quindi l'aiuto non 
era a un bon pezzo, cosi sufficiente, come sicuro. 

Fisso, pertanto, nel proposito d'arrivare a una cura 
più radicale, cercai e ebbi, anche qui, la fortuna di 
trovare un'altra colta persona, ch'ebbe la santa pa- 
zienza di riveder con me il lavoro, da cima a fondo, 
a passo a passo, appuntando i vocaboli e i modi di 
dire eterocliti , e suggerendo quelli a proposito. E 
anche qui, il suggeritore, dove dava il caso, si tro- 
vava d'accordo co' due primi, cosa che mi faceva un 
novo piacere, ma nessuna maraviglia, giacche pesca- 
vano tutti nelle stesse acque. Non occorre poi, che 
Le parli del piacere ben più vivo, che provavo nel 
vedere il mio aborto acquistar di mano .m mano fat- 
tezze più schiette e più n iturali. Accennerò solamente, 
che tra le locuzioni che mi venivano suggerite, mi 
toccavano il core, in un modo particolare, come m'era 
anche accaduto ne' due altri casi, quelle che si tro- 
vavano conformi alle milanesi, credute generalmente, 
e anche da me, per poca cognizione dell'Uso fioren- 
tino, pretti nostri idiotismi. Già nella prima compo- 
sizione avevo messe a profitto tutte quelle che co- 



- 391 — 
noscevo, e che mi venivano in taglio ; e mentre alle 
vernacole, o credute tali anche da me, dicevo : ad- 
dietro ; a quell'altre avevo futa una lietissima ac- 
coglienza, e servendomi d'una di esse, cioè, e mila 
ncse e fiorentina e, credo, napoletana, e forse d'altri 
idiomi d'Italia, avevo detto : Viva la vostra faccia 

E ciò, non solo per un mio piccolo e privato mo 
tivo, che era quello di rendere un po' più simile a 
vero il linguaggio de' personaggi delia cantafavola 
ma anche, e molto più, perchè tali maniere di dire 
erano manifestazioni di quella, tanto poco osservata 
e tanto preziosa parte d'unità di linguaggio, che già 
possediamo; e per profittarne, e negli scritti enei di- 
scorsi tra Italiani di diverse provincie, non ci manca 
altro, che di conoscerla. 

Le parrà egli forse, che, attribuendo l'autorità d'un 
popolo ad alcune persone, io sia incorso in un abuso 
anche più strano e scandaloso degli accennati sopra; 
poiché le persone, che ho potute far comparire, sono 
in un numero immensamente minore anche di quello, 
che pur ci vuole per congegnare la più piccola som- 
mossa ! Spero che non avrò da Lei una tale sentenza; 
confido anzi, ch'Ella vedrà quanto sarebbe improba- 
bile che quelle persone si fossero incontrate, non si 
saprebbe per quale accidente, a regalarmi altro che 
quello ch'io chiedevo loro, e che loro s'impegnavano 
a darmi, cioè parole e frasi del popolo di Firenze. 
Trattandosi, non d'una, ne d'un piccol numero di 
tali decisioni, una cosa simile sarebbe strano il sup- 
porla, anche d'una persona sola. 

E ora che mi son dovute levare da me ie penne 
di pavone, rompendo un silenzio, che, dopo il me- 
rito attribuitomi da Lei e dal suo bravo amico, sarebbe 



— %^2 — 

diventato bugiardo, credo che troveranno il fatto più 
naturale, e non si maraviglieranno di veder sostituito 
lo spigliato alio stentato, io scorrevole allo strasci- 
cato, l'agile al pesante, il per l'appiiiuo all'astratto, 
venendo a sapere che ciò ncni ò dovuto a delle mie 
alzate d' ingegno , ma a' mezzi che somministra il 
vocabolario d'un popolo ; cioè d'una società che, in 
fatto di lingua, ha soprattutto il fine d'intendersi tra 
di sé speditamente, senza sforzo, e con la maggior 
certezza possibile, sopra i più diversi argomenti che 
possano venire in taglio , secondo le condizioni dei 
tempi e i gradi della civiltà. Il come, poi, questo 
fine s'ottenga, non occorre qui di cercarlo, poiché 
vediamo che la cosa cammina. A me, per sostituire 
tali proprietà d'ogni genere a' miei intelici ritrovati, 
non é costata altra fatica, che di mettere in carta, 
di mano in mano che mi venivano suggerite ; e ai 
miei suggeritori stessi è ben potuta costare di molta 
pazienza, ma fatica nessuna, giacché non avevano a 
far altro che leggere nella loro memoria. Tanto è 
vero^ che, per arrivar presto e bene, non c'è niente 
come esser nella bona strada. 

Un merito, però, che, per esser giusto anche verso 
di me, non devo repudiare, e del quale ho avuto anche 
da Lei una indiretta, ma autorevole e fondatissima 
testimonianza, è quello d'aver saputo scegliere il 
mezzo opportuno. Un'altra simile, ma singolarissima 
tra tutte, n'ebbi tempo fi ; e ora sono stato in forse 
se gliene dovessi parlare, perchj torna a troppa mia 
gloria, essendo stata estorta da me, a viva forza, a 
un gran maestro di bona e bella lingua, Giuseppe 
Giusti, nientemeno. Ma l'amore della verità fa vio- 
lenza alla mia modestia, e passo a raccontarle il fatto. 



- 393 - 
Il Giusti, dunque, in uno dei nostri colloqui fami- 
gliari, che sono per me un caro ricordo e un mesto 
desiderio, mi disse : Che estro t'è venuto di far tanti 
cambiamenti al tuo romanzo? Per me stava mei][lio 
prima. — Questa volta, dissi tra di me, per Giusti 
die tu sia, e in casa tua, hii parlato in aria; ma 
?e mi riesce di tirarti dove voglio, t'accomodo io. — 
E a lui risposi : A dirti i perchè che tu mi domandi, 
ci sarebbe da stancarne i miei polmoni , non che i 
tuoi orecchi. Ma se ti dura codesta povera curiosità, 
credo che, con un breve esperimento, qui tra di noi 
tre (c'era presente il mio genero, Bista Giorgini), si 
potrà venirne in chiaro. Prendiamo le due edizioni ; 
se ne apra una a caso, si cerchi nell'altra il luogo 
corrispondente; si leggano da voi altri, a vicenda, 
alcuni brani ; e dove s'incontreranno delle differenze, 
giudicherai tu. Detto tatto : il Giusti prese per se 
la sua protetta ; e mentre legsjeva, era facile l'accor- 
gersi che biascicava certi vocaboli e certe frasi, come 
uno che assaggi una vivanda, dove trovi un sapore 
strano. Al sentirne poi le varianti, faceva certi atti 
involontari del viso, che volevano dire: Oh cosi si; 
e qualche volta, lasciava anche sfuggire, a mezza 
bocca , un : sta bene. Ma ecco che, dopo pochi pe- 
riodi, s'imbattè in uno lungo, avviluppato, bistorto, 

« Nexantem nodis, seque in sua membra plicantem », 

come la serpe della magnifica, al solito, similitudine 
di Virgilio ; e finitolo, con una repugnanza crescente, 
gii scappò detto a voce spiegata: Oh che porcheria! 
e rimase 11 con la bocca aperta , non so se perchè 
mortificato d'avermi dato troppa ragione, o per che 
altro ; ma sentendo subito una mia gran risata , e 



— 394 — 
leggendomi in viso un* aria di gran soddisfazione , 
uscì d'impiccio, e stendendo il dito verso di me, disse, 
ridendo anche lui: Vedi com'è contento! — Che ti 
par poco , risposi , l'averti ridotto a disdirti in una 
forma tanto solenne ? 

Fu poi letto il periodo riformato; e li tutto scor- 
reva, e, dirò cosi, sgusciava a maraviglia, di ma- 
niera che ci rimesse a tutti e tre lo stomaco. 

« Quel giorno più non vi leggemmo avante » ; e 
non ce ne fu più bisogno in avvenire. Qual trionfo ! 
non e vero ? 

Ma poiché Ella m'ha messo sul tappeto, e m'ha 
data cosi un'occasione, o un pretesto, di parlarle di 
mie vicende letterarie, ne profitto per raccontargliene 
un'altra, opposta affatto alla prima; ma dalla quale 
mi pare di poter ricavare un? medesima conseguenza, 
a cagione, per l'appunto della diversità. Questa volta, 
veramente, potrebbe parere che la modestia ne vada 
di mezzo un po' più davvero , che neil' altro caso ; 
ma Elia vedrà subito, che se la cosa riusci più fa- 
cile, il merito essenziale non fu mio. Eccole intanto 
il fatto. 

Nel 1820, trovandomi in Parigi, avevo scritta, in 
risposta ad un critico cortese d' una mia tragedia , 
una dissertazione in francese, sull'unità di tempo e 
di luogo in quel genere di componimenti. E nel far 
quel lavoro, non solo non m'era occorso di scarta- 
bellare de' vocabolari francesi, ma neppur venuto in 
mente che ce ne fosse; e di quello dell'Accademia fran- 
cese , non conoscevo neanche il frontispizio. Quel- 
1' opuscolo fu poi pubblicato , qualche tempo dopo , 
dal mio illustre e pianto amico Fauriel, insieme con 
una sua traduzione di quella e di un'altra tragedia, 



— 395 — 
che tutto insieme, compongono il mio Teatro tragico. 
E non solo non ebbi a ris.ipere che, da' lettori fran- 
cesi che potè avere quello scritto, ci siano state no- 
tate delle porcherie, in fatto, o di lini^ua, o di stile ; 
ma, e a voce e in stampa, mi vennero degli attestati 
che era stato trovato francese. Del resto, la qualità 
dell'uomo che ne aveva voluta e procurata la pub- 
blicazione, me ne sarebbe stata una malleveria ba- 
stante. Non le parrà strano, che il confronto della 
tacilicà incontrata in questo ca>o con gli stenti du- 
rati nell'altro, e per far male, abbia cooperato a render 
più vivo in me il sentimento della differenza che 
corre, per chi abbia a scrivere, tra l'avere e il non 
avere una lingua vera da adoprare. 

Ora, e per concludere : se, dopo aver saputo come 
andò la faccenda , il mio carissimo e veneratissimo 
Don Alfonso non avrà dimesso il pensiero di pub- 
blicare l'intero confronto delle due versioni, con qual- 
che sua nota, toccherà a lui a riflettere, se gli con- 
venga affrontare l' indifferenza del Pubblico per un 
argomento di questo genere. In quanto a me , non 
potrei se non provare un'assoluta e sincerissima com- 
piacenza d'aver dato l'occasione a un largo e circo- 
stanziato esperimento comparativo della virtù natu- 
rale d'un idioma ; e, ciò che importa più, dell'idioma 
che, per un complesso unico di circostanze, è, al 
mio credere, l'unico mezzo che l'Italia abbia, se non 
per arrivare , almeno per accostarsi il più che sia 
possibile all'importantissimo e desideratissimo scopo 
dell'unità della lingua. 

Gradisca, in ultimo, l'affettuoso ossequio del suo 

Devotissimo 
Alessandro MA^zoNI. 



— 396 — 

T.5. Avendo in pensiero di scrivere un ultimo opu- 
scolo sulla lingua, desiderei d'aggiungerci questa let- 
tera con l'intitolazione a Lei; e gliene chiedo l'assenso. 

Nel caso ch'Ella persista nell'idea di pubblicare' il 
confronto, ho l'incarico dal Rechiedei di dirle che 
accetterebbe volentieri d'esserne l'editore (|). 

Mi vergogno quasi d'occuparla di simili aftari, dopo 
r irreparabile sciagura toccata e Lei, e all'eccellente 
padre, e all'ottima famiglia, che abbiamo conosciuta 
in ben più lieti tempi, e più compita. Ma questa ri- 
SDOsta Le era dovuta , e almeno non andrà senza 
l'espressione della parte, che noi tutti di casa pren- 
diamo al loro dolore. 



(i) Due ietti, lettera critica ad Alfonso della Valle di Casanova, 
per Federico Persico. Napoli, tipografi i editrice degli Artigia- 
nelli, 1870; in-8. — « In questa lettera (son parole del prof. 
« Luigi Morandi) il Persico mette a confronto una similitudine 
« del Manzoni, ch'è nell' ultimo capitolo dei Promessi Sposi, con 
« una del Leopardi, ch'è nel secondo capitolo dei Detti niemora- 
« bili di Filippo Oltonièri, nelle quali ciascuno di loro paragona 
« la vita umana a un letto, su cui si sta a disagio. E da questi 
« due soli luoghi, il dotto professore napoletano rileva acuta- 
« mente tutto il diverso modo di sentire e di pensare, e perciò 
« il diverso stile, dei due g andi scrittori. Poi, con l'esempio delle 
«■ correzioni fatte dal Manzoni a quella similitudine , dimostra 
« quanto i Promessi Sposi siano stati migliorati nella seconda edi- 
« zione. Ei volgendosi al Casanova, gli dice : Voi avete con una 
« mirabile, non dhò certo pa'^ien'^a, ma amorosa sollecitudine, poste 
« in margine al volume tutte le varianti delle due edizioni de' 
« Promessi Sposi. Stampatele : così, a riscontro del romando , ag- 
< giungendovi qualche breve nota. Sarà uno studio di classico, come 
« non si è fatto finora , e di cui non ci sarebbe il più uiile. Un 
« maestro ammodo, col vostro libro in mano, insegnerebbe , sopra il 
« più caro dei libri, l'arte di scrivere; e la insegnerebbe con critica 
« buona^ con l'esempio vivo, con la guida di quel medesimo scrittore 



— 397 — 

< sommo, che ci ha fatto ì.i carità, non solo di scrivere, ma d' indi- 
« card la via come s' ha a correggere, correggendo i suoi scritti. » 

(2) Ecco quel poco che delle correzioni ai 'Promessi Sposi è 
citato dal Persico nel .suo opuscolo. « Anche nel nostro para- 
« gone (quello, cioè, del letto) il Manzoni ha dato qui e là qual- 

< che colpo di lima. Le antiche stampe dicevano, al principio: 

< '>Lo« vi deste però a i intendere che non vi fosse qualche fasti- 
« diuccio; ed ecco che nella nuova si legge quello spigliato 

< Non vi crediate , che è di certo migliore. Più giù un egli è 
€ tolto via. per fare più scorrevole la frase ; e poi un passategli 
« anche questa, meno pesante del comportategli che vi era. Il ben 
« assettati al di fuori ha dato il posto a' ben rifatti, perchè V a^- 
« settato, è più t>o5tanzioso del rifatto, e questo può chiudere più 
« magagne dentro, che l'altro. E cosi il si figura che ci deve star 
« benone si è messo invece di quel giacervi soave di prima , e 

< che in verità non era soave. Anche l'accomodato in luogo del- 
« Vallogato, e la lisca invece dello stecco, e il bernoccolo, cosi vivo, 
« in cambio di dun^a , cioè di un' astrazione : mostrano pur 
« troppo quanto studio ci voglia a scriver per benino , se Ales- 
« Sandro Manzoni non rifinisce di corregt;ere e di studiare ». 

(5) Questo « cenno » si legge ndV^^^ppendice alla %elaiione 
sull'unità della lingua ; ed è il seguente : « Ci sarebbe da farvi 
<f. piecà, se v' avessi a raccontare i travagH, ne' quaU so essersi 
« trovato uno scrittore non toscano, che, essendosi messo a com- 
« porre un lavoro mezzo storico e mezzo fantastico, e col fermo 
« proposito di comporlo , se gli riuscisse , in una lingua viva e 
« vera, gU s'affacciavano alla mente, senza cercarle , espressioni 
« proprie, calzanti, fatte apposta per i suoi concetti, ma erano 
« del suo vernaco.o , o d' una Ungua straniera , o per avven- 
« tura del latino , e naturalmente , le scacciava come tenta- 
« zioni ; e di equivalenti, in quello che si chiama itaHano , non 
« ne vedeva, mentre le avrebbe dovute vedere, al pari di qua- 
« lunque altro italiano, se ci fossero state ; e non c'essendo dove 
« trovar raccolta e riunita quella lingua viva che avrebbe fotto 
« per lui ; e non si volendo rassegnare , né a scrivere barbara- 
« mente a caso pensato, né a esser da meno nello scrivere di 
« quello che poteva essere nell'adoprare il suo idioma, s' inge- 
« gnava a ricavar dalla sua memoria le locuzioni toscane che 
(r ci fossero rimaste dal leggere libri toscani d' ogni secolo, e 
« principalmente quelli che si chiamano di Hngua ; e riuscen- 



- 39^ - 

r dogli l'aiuto troppo scarso al bisogno , si rimesse a leggere e 
« a rileggere e quelli e altri libri toscani , senza sapere dove 
« potesse poi trovare ciò che gli occorreva per 1' appunto , ma 
« supplendo, alla meglio, a questa mancanza col leggerne molti, 
« e con lo spogliare e rispogliare il Vocabolario della Crusca , 
« che ha conciato in modo da non lasciarlo veJere ; e trovando 
« per fortuna i termini che gli venissero in taglio, doveva poi 
« fare de' giudizi di probaoil-tà, per argomentare se fossero 
« non fossero in uso ancora ; e non si fidando spesso di questi, 
« doveva far faccia tosta coi co tesi Fiorentini e con le gentili 
« Fiorentine, che gli dassero nell' unghie, e domandare : si dice 
« ancora questo, o come si dice ora? e come si direbbe que- 
« st'altro, che noi esprimiamo così nel nostro dialetto ? e simili. 
« Il periodo è riuscito lungo ; ma le sarebbero state pagine , se 
« v'avessi do/uta raccontar la storia per filo e per segno. » 

(4) Grande fa la gioia del Casanova a ricevere questa lettera. 
Il 4 aprile scriveva a Don Gaetano Bernardi a Montecassino : 
« Domenica ebbi la lettera dei Manzoni : quattro fogli di carta 
« tutti di sua mano. L'ebbi a S. Domenico fra il solito crocchio 
« di persone... Vorrei fartela leggere : mi co ne ? 11 Manzoni la 
« stamperà. L' ho pregato di non metterci il nome , ma N. N. 
« Insomma 1' edizione di confronto si farà. Oh se tu fossi con 
« noi! )) Il 17 scriveva al Tommaseo : « L'edizione di confronto 
< de' "Promessi Sposi, proposta dal Persico, è consentita dal Man- 
ce zoni; il quale in una lettera di quattro fogli, che sarà stam- 
« pata , me ne dice le ragioni ; dico le ragioni del consentire. 
« Quella lettera tutta autografa, che è nelle mie mani, s' imma- 
« gini con che maraviglia l'ho io ricevuta ». Nel mandarne poi 
copia ^ di lì a poco, al Tommaseo stesso, che desiderava leg- 
gerla , tornò a scrivergli : « Vorrei sapere che cosa le pare di 
« questo nuovo scritto del Manzoni ; la maraviglia del quale 
« ( scritto ) è accresciuta a chi legge 1' autografo , dal vedere la 
« mano del mirabile vecchio sicura come la mente ; e la dili- 
« genza posta persino nel cancellare, nonché nel trascrivere, at- 
ee testa una bontà maggiore di quella della mano e della mente : 
« la bontà del cuore 11 caso mi rende padrone di quest' auto- 
« grafo ; ma io ho in animo di donarlo , appena la lettera sarà 
« stampata, alla Biblioteca Nazionale {di 'hiapoli). E già il For- 
« nari ne gode. Che gliene pare ? » Finalmente cosi diceva al 
prof. Francesco a' Ovidio : « La lettera di Don Alessandro non 



— 399 — 
<T la stampo io. È lui che mi chiede il permesso di stamparla ia 
« un terzo opuscolo che apparecchia sulla lingua. Quanto a far 
« l'edizione di confronto, eccomi. È un lavoro d'occhi minuti e 
« di gambe immobili : due qualità che posso assumere sen-ca su- 
« perbia. Ma l'editore ci manca. 11 RechieJei vuole e non vuole 
« essere, e vuole e non vuole lasciar essere un altro Vediemo ». 
Il < terzo opuscolo » sull'unità della liogua , che il Manzoni 
allestiva, non viJe la luce ; ne il Casanova tirò a fine € 1' edi- 
zione di confronto » ; lavoro di cui offri un saggio fin dA 1873 
il mio carissimo amico Prof Luigi Morandi , a corredo del suo 
scritto, che s'intitola : Di un pregiuiiiio letterario intorno i Tro- 
messi Sposi ; scritto che ripubblicò poi l'anno appresso, insieme colla 
lettera al Casanova, fino allora medita; e poi di novo nei 79, 
grandemente accresciuto. Di quanti hanno scritto intorno alle 
dottrine manzoniane in fatto di lingua, il Morandi è qutllo che 
m.igg;ormeate ha saputo cogliere nel segno. Il suo libro è il mi- 
glio. e e più compiuto commento che se ne abbia; e si vuole 
caldamente raccomandato a ogni coito italiano. 



452. 

Jl Prof. Giuseppe Pucci ariti, a Pisa. 

Chiarissimo Signor Professore, 

Milano, 2y maggio i5;:. 

La lettera dì cui Ella mi fa V onore di parlarmi 
fu , e pubblicata in un giornale , e ripubblicata poi 
a parte, senza il mio assenso, anzi contro mia vo- 
glia (i). ^'erso la fine poi dell'anno scorso mi sono 
determinato a stamparla, corretta e, in molta parte, 
rifatta , in una nova edizione di miei scritti vari , 
della quale La prego di gradire l'esemplare, che spe- 
disco con questo stesso corriere. In quanto all' uso 



— 400 — 

troppo indulgente, eh' Hlla si propone di fnre della 
lettera medesima ; se si trattasse d'un'intera ristampa, 
io non avrei la facoltà di dare assenso veruno ; 
avendo ceduto a un editore, per un tempo determi- 
nato, il mio diritto d'autore; ma, per de' pezzi stac- 
cati, e da collocarsi in una raccolta di scritti di di- 
versi autori, non c'è nella legge alcun ostacolo. Fac- 
cia dunque Lei; e del troppo onore che ne verrà a 
quel povero lavoro , la colpa rimanga tutta all' ec- 
cessiva di Lei bontà. Dalla mia parte , non ho che 
a esprimerle de' ringraziamenti, e a cogliere l'occa- 
sione di rinnovarle le proteste del mio distinto e 
cordiale ossequio. 

Suo devotissimo 
Alessanduo Manzoni. 

(i) La Lettera sul %omanticismo, della quale il Puccianti aveva 
chiesto licenza al Manzoni d'inserire alcuni brani nella sua ,^in- 
toìogia della prosa italiana moderna. 



453. 

Ad Alessandro Man:{oui, a odiano. 

Glorioso Signore, 

Di casa, 2 luglio 1871. 

Fino da un trenfanni or sono io mi lasciai andare 
a pubblicare certe mie Note (i) intorno ad alcuni prin- 
cipali mutamenti di lingua nostra da Lei introdotti al- 
lora allora nel poema suo solenne de' Promessi Sposi (2). 
Forse quel mio tentativo giovanile^ ancorché minuzioso, 



— 401 — 

pedanlesco, e da poco, avrà avuto la sorte di capitare 
sotto ai suoi occhi, e Dio sa quale opinione mai avrà 
impressa nella mente di Lei. Pure quel mio librattolo, 
— non certo per la dubia bontà propria, — ma unica- 
mente per grafia delValtissimo nome di Lei, ebbe spaccio 
tale, che se ne esaurì affatto Vedi^^ione, e che se ne av- 
vivò insieme il desiderio d'una ristampa. Ora innanii 
che a questa secondi (3) io mi induca, mi stringe ne- 
cessità d'un consiglio suo definitivo, — e non d'altri 
rhe suo, e tutto suo. — Che se la prima volta io ho 
fallato, me ne ha indulto Vetà mia novella: scudo che 
involato mi sarebbe in oggi da questi miei capelli ahi 
^^ià troppo discolorati. Ardire soverchio potrà parere a 
taluno questo mio arrecar disagio a Lei, — sconosciu- 
ti ssimo come io Le sono; — ma ardire ancor maggiore 
sarebbe e ben indegno d'ogni perdono il riprodurre, ben- 
ché forse migliorato^- un lavoro che tutto La riguarda, 
sen^a prima sentirne il di lei avviso libero, schietto, il 
solo autorevolissimo. Del resto, se colpa Ella trova in 
questa mia carta, veda di non me ne punire co' l si- 
hniio: mi onori del suo gratuito lume, e mi creda 

Il devotissimo suo 
DoTT. G. B. De-Capitani 

assistente alla R, Biblioteca di Brera. 

(i) Voci e maniere di dire più spesso mutate da Alessandro Man- 
zoni nell'ultima ristampa de Promessi Sposi, notate da G. B. D, Mi- 
lano, Tipografia e Libreria Pirotta e C. , 1842; in-12. 

(2) Il De Capitani cosi scrive nella /)r^/a;(foné al suo libriccino : 
« Fino dal dì che mi venne alle mani il primo fascicolo del Ro- 
« manzo riveduto di Manzoni, mi saltò il grillo di segnare in 
c( margine quelle voci e maniere, che la edizione nuoVa leggeva 
« diverse dall' antica , e prendere così 1' appunto di ciascuna va- 
" riazione. Un tal lavoro , come che nel progresso mi avesse 
Epistcìarie, Voi. II. 26 



— 402 — 
« dovuto annoiare, riuscivami in vece, non ch'altro, dilettevole, 
« vaghissimo come io era di discoprire a mana a mano i fini 
« dell'illustre Autore in così nuova impresa. E in fatti i precipui 
« e costanti di essi mi apparvero chiari e lucidi poco dopo un 
« accurato e paziente raffronto sui primi fascicoli instituito. Ac- 
ce cintomi impertanto a raccogliere le ragioni giustificanti, a mio 
(( avviso , i mutamenti fatti ; e , trovatami la strada meno aspra 
« dell'aspettativa, mi crebbe l'animo a tenermi a paro delle suc- 
« cessive pagine. Nel processo di questi due anni, che tanti ne 
« contò la nuova ripubblicazione del Romanzo, mi vidi di avere 
« bel bello raggranellate un' ottantina di osservazioni , le quali 
« poi, riandate così un po', mi misero addosso il prurito di co- 
ff noscerne il valore. Per ciò , dato loro qualche ordine ed as- 
te setto, mi deliberai sottoporle al giudizio del pubblico ». 

(5) La nova edizione ha questo titolo : Voci e maniere di dire 
più spesso mutate da Alessandro Manioni neìV iiìUma ristampa {i^^o) 
dt' Promessi Sposi, notate dal Dottore G. B. De Capitani — Se- 
conda edizione ripassata dall' ,Autore , con una risposta allo stesso 
[SCanioni in ordine al libro di Dante « De Vulgari Eloquio ». In 
Milano, Libreria editrice G. Brigola, 1875 ; in-12 di pagg. 162. 



454- 

Al Don. Giambattista De-Capitani, a Milano. 
Chiarissimo Signore, 

Di cAsa, 1} luglio iS;!. 

Devo, per la prima cosa, scusare la mia tardanza 
a rispondere alla sua cortesissima lettera, con la 
troppo bona ragione d'uno straordinario malessere. 

In quanto al parere che, in termini eccessivamente 
indulgenti* Ella mi chiede intorno a una ristampa 
delle dotte sue Noie, ad alcune varianti della mia 



- 403 — 
cantafavola, non potrei meglio spiegarmi che col co- 
municarle ciò che, poco prima della sua proposta, 
ebbi a rispondere a un mio amico di Napoli (i), il 
quale, con una bontà e una pazienza ancora più 
eroica, avendo fatto uno stesso lavoro sul testo in- 
tero, desiderava il mio assenso per pubblicarlo. Do- 
vetti, prima di tutto, dichiarargli che non potevo in 
coscienza accettare il merito che mi attribuiva per 
quelle correzioni; giacche il mio scopo principale es- 
sendo stato quello di mettere quel povero testo nella 
lingua viva di Firenze, meglio di quello che m'era 
riuscito la prima volta, avevo chiesto l'aiuto di varie 
cortesi persone di quella città, e rifatto, in grandis- 
sima parte, secondo mi veniva suggerito da loro. E 
aggiunsi che se, ciò non ostante l'amico avesse per- 
sistito nel suo proposito, toccava a lui a riflettere 
se gli convenisse affrontare la più che probabile in- 
differenza del publico per un tale soggetto. In questo 
caso, chiedevo solamente che la lettera, con cui gli 
rendevo un conto circostanziato del fatto, fosse in- 
serita nell'edizione. 

Di qui Ella ha potuto vedere che la determina- 
zione di rimanere estraneo a ogni simile determina- 
zione era stata in me prima che ricevessi la sua 
cortese domanda; e non mi resta che di ringraziarla 
del gentile pensiero, e pregarla di gradire il distinto 
ossequio, col quale ho l'onore di dirmele ■ 

Obbl. dev. servitore 
Alessandro Manzoni. 



(i) La lettera ad Alfonso Della Valle di Casanova del ^q 
marzo 187! 



- 4f^f - 

4))- 

Al Trof. Giuseppe Aurelio Cost.viio, a Napoli. 

Chiarissimo Signore, 

Brusuglio presso Milano, 2 settembre 1871. 

Con vivo piacere m'affretto a ringraziarla del pre- 
giatissimo dono de' suoi versi, ricchi, nella loro bre- 
vitcà, di concetti che, arrivando inaspettati alla mente 
del lettore, appariscono, subito dopo, naturali, ma 
d'una naturalezza squisita (i). 

Altri ringraziamenti Le devo per la troppo indul- 
gente proposta d'intitolare al mio nome un suo novo 
componnnento ; e potrà, a prima vista, parerle strano 
che questi ringraziamenti Le vengano accompagnati 
da scuse. Ma senta, e giudichi. 

Nel lunghissimo corso della mia vita (e la lun- 
ghezza del tempo rende possibili di molte cose) una 
simile offerta m'è stata fatta da più d'una persona, 
a ognuna delle quali ho addotto il mio fermo e ge- 
nerale proposito di non accettare simili attestati d'o- 
nore, per la sincera persuasione di non meritarli. 
Ora, vedendo queste persone un fatto che parrebbe 
una prova del contrario, potrebbero credere che quel 
motivo non fosse che un pretesto per coprire dei 
rifiuti personali; e me ne verrebbe l'apparenza d'aver 
corrisposto a un tratto d'indulgente cortesia con una 
specie d'affronto. 

Spero quindi ch'Ella vorrà accogliere, con animo 
ugualmente benevolo, e i mici ringraziamenti e le 



- 405 — 
mie scuse, e insieme le proteste del sincero ossequio, 
con cui ho l'onore di rassegnarmele 

Dev. servo ed ammiratore 
Alessandro Manzoni. 

(i) Da una lettera del comm. Ruggero Bonghi al Costanzo 
trascrivo il seguente brano : € Sapete, chi mi ha parlato la prima 
« volta di voi ? Il Manzoni a Brusuglio ! Egli mi chiese , non 
€ ricordo bene, se nel 1870 o 1871 , se vi conoscessi e avessi 
« letto i vostri Versi, Poiché io gli risposi , che vi conoscevo , 
« ma non vi avevo letto, mi dette le vostre Liriche, e volle che 
« io ghene rileggessi qualche pagina ad alta voce. E non ri- 

< finì di lodarvi ! Quest'uomo, in cui la continua originalità del- 

< l'ingegno era davvero maravigliosa per me sempre — poiché 

< solevo dire di non avergU mai inteso dir cosa, che mi sarei 

< sentito in grado di dir io, o come io l'avrei detta — -era, voi 

< lo sapete, d' una bontà non meno rara, e cosi schietta ed in- 

< genua, che a rivederlo, si provava quella ricreazione d' animo 

< e di mente, che dev'essere ad un viandante stanco, dopo lungo 

< vagare per una terra deserta, la vista d'una fonte d'acqua viva. 
« L'aura che veniva dal suo volto e dalle sue parole, era d'una 

< infinita fi-eschezza. Adunque, poi che io gli ebbi letto i vostri 

< versi, non rifini di lodarmegh ; ed era tanto schivo , sapete : 

< e non l'ho colto, che due o tre volte, in tutti gli anni che 

< l'ho conosciuto, non dico a dir bene, ma a parlare a dirittura 
€ d'uno scrittore itaUano vivente , il quale gli avesse mandati i 

< suoi scritti. Mi disse , che vi aveva risposto : caso anche dei 

< più rari, poiché non soleva rispondere, e gliene era più d'una 

< volta succeduto, che gli fosse attribuita a superbia una ripu- 
« gnanza, la quale procedeva da una modestia attenta e scrupo- 

< Iosa. E voi , caro il mio Costanzo , non dovreste lasciarvi in- 

< durre dalla modestia vostra ad indugiare più oltre di pubbli- 
€ care la lettera scrittavi da quel venerando vecchio , poiché è 

< segno di riverenza verso di lui raccogliere ogni sua parola, e 
« il non voler essere presentato alla patria italiana da altri che 
€ da lui. Il quale morto, è tuttora .e sarà più vivo di noi , che 
« ancora mangiamo, beviamo e vestiamo panni quaggiù Le qua- 
« lità ch'egli lodava nelle vostre poesie, soq quelle che ogni ita- 
€ liano anche coho vi deve stimare, ed ogni italiano anche non 



- ^o6 — 

< colto vi sente di certo ! Il pensiero vostro è naturale, e netto 

< insieme, e la parola, per lo più, eletta e sempre spontanea. Ciò 
€ che più gli piaceva, è la verità e la bontà di sentimento, donde 
« la vostra poesia ha tutta la sorgente sua. Voi non chiedete 

< per il vostro ingegno poetico il diritto di turbare gli animi ; 

< vi basta compiere l'alto dovere di educarli ». 



45é. 

^4 Francesco De Cola-Proto^ a Messina. 

Chiarissimo Signore, 

Brus iglio, presso Milano, 29 ottobre 187 1. 

La mia più che grave età e degli incomodi abituali 
non mi permettono d'occuparmi d'alcun novo lavoro 
letterario ; e una convenzione con un editore non 
mi lascia la facoltà d' autorizzare veruna ristampa 
dei già pubblicati. 

Dolente di non poter corrispondere all' onorevole 
e troppo cortese suo invito, come avrebbe il mio cuore 
desiderato, La prego gradirne i miei ringraziamenti, 
e insieme le mie scuse , e le proteste della distinta 
considerazione, con cui ho l'onore di dirmele 

Devot. servitore 
Alessandro Manzoni. 



407 — 



45 



^l Cav. Angelo Garbini 

Presidente del Comitato del Circolo Verona 

per la Lega Italiana d'Insegnamento, a Verona. 

Chiarissimo sig. Presidente, 

MiUno, li maggio 1872, 

L'indulgente proposta di dare il mio povero nome 
al novo Asilo d'Infanzia, aperto in \'erona, desta in 
me, insieme con la più viva riconoscenza, una troppo 
ragionevole confusione. Non abituato, perchè non atto, 
a nessuna cooperazione attiva, non ho potuto, riguar- 
do a tali e tanto benemerite istituzioni, far mai altro 
che benedirne Tintento, e applaudire all'effetto. Sarà 
quindi troppo facile a chi ha voluto^ per un eccesso 
di bontà _, far quell'onore al mio nome^ il trovarne, 
non uno, ma molti per i quali si possa dire più me- 
ritato. Confido perciò che codesto onorevole Comitato 
vorrà accogliere di bon animo, insieme coi miei umili 
ringraziamenti, le scuse, che prego la S. Vostra Chia- 
rissima di presentargli, e di gradire per se le pro- 
teste del mio distintissimo ossequio. 

Devotissimo 
Alessandro Manzoni. 



458. 
^1! 5/V. F. G. a P.uìova (1). 

Bruìuglio, 21 maggio 187:;. 

Fanitas, vanitattim, et omnia vanitas, anche per quelli 
che posseggono in fatto le apparenti fortune, che dal- 
l'errore d'un animo indulgente vengono attribuite a 
chi porta il povero nome indicato a tergo. 

(i) Parole scritte sul rovescio di una carta da visita, in risposta 
Ad un giovinetto, che gli aveva indirizzato questa lettera : « Illustre 
« signore ; La fama vostra risuona in ogni dove ; Tuomo dotto: 
« il semi-dotto, e pur quello che non sa leggere, s'inchina dinanzi 
« al vostro nome. Io , uomo dappoco , ammiratore delle celebri 
(c opere vostre , ho V ardire d' indirizzarvi queste due domande 
« 1*. Godete voi di veder divulgata la vostra fama ? 2*. Vi rinun- 
« zierestc ? Scusate la mia indiscretezza e curiosità ; l'uomo che 
« sta al pie del monte desidera conoscere i piaceri e gH affanni 
« che si provano in cima -ad esso. Due sole- vostre righe saranno 
« più che bastanti ad appagarmi, e le terrò presso di me come 
« il più grande gioiello che io possa desiderare. Ve ne scongiuro. 
« Padova, 17 maggio 1872. Umilissimo e devotis. servo F. G. » 



459- 

Al Cav. %afiaele Masi, a %oma. 

Amico carissimo e pregiatissimo, 

Milano, 21 maggio 1872. 

Lavorare alla sordina per fare un gran benefizio, 
e schivare così dei ringraziamenti eh' erano dovuti 



— 409 - 
all'opera stessa^ per non averli, se non all'annunzio 
della riuscita, sono di que* tiri che_, con pochissimi 
uomini di questo mondo, fa il mio D. RatTaele. Ri- 
ceva ora questi ringraziamenti cumulati , e pari al- 
l' importanza del benefizio, e alle cure prolungate e 
ripetute dell'opera: direi alle noie, se non sapessi 
quanto sia il piacere che prova D. Raffaele nel far 
del bene, soprattutto agli amici. E mi continui la sua 
benevolenza, che è già, per se, un benefizio, e una 
delle consolazioni della mia tarda vecchiezza. 

Il suo 
Alessandro Manzoni. 



^60. 
Al Simlaco di Verona. 
Onorevole SÌ2;nore, 



i!io, 22 mai 



La mia alta stima, e la mia alta riconoscenz:i, e 
d'uomo e d'italiano, per l'opera benefica del Circolo 
Verona, da una parte; e dall'altra la repugnanza ad 
accettare l'onore che me ne viene offerto, e che \x 
mia coscienza mi dice non esser meritato; sono duj 
sentimenti legati tra loro nell' animo mio ; anzi il 
valore del primo non fa che accrescere forza al se- 
condo. Sono, per conseguenza, e inseparabili e egual- 
mente invincibili. Non posso, per ciò, far altro che 
rinnovare, con l'espressione della mia alta ricono- 



— 4^o — 
scema, le scuse che ho devotamente presentate nella 
mia prima risposta, e pregare Tlllastrissima S. V. e 
Tonorevolc Circolo medesimo , di volerle accogliere 
benignamente. 

Si degni , e di farsi interprete presso di esso di 
questi sentimenti , e di gradire le proteste del pro- 
fondo ossequio, col quale ho l'onore di rassegnarmi 
Della Illustrissima S. V. 

Umiliss. e devot. servitore 
Alessakdro Manzoni. 



461. 

Al Sindaco di Roma. 
Onorevole Signore,. 

Brus\igUo, presso Milano, 28 luglio 1872. 

Se nell'alto e inaspettato onore d'essere, con tanta 
degnazione, ascritto alla cittadinanza romana, io non 
avessi a considerare altro che la mancanza in me 
d'ogni merito corrispondente, la confusione che ne 
risentirei, prevarrebbe a qualunque altro sentimento. 
Ma questa, non solo non può estinguere, ma rende 
più vivo quello della mia riconoscenza , per cotesto 
onorevole ConsigUo Comunale, che , degno rappre- 
presentante d'una cittcì generosa , ha voluto ricom- 
pensare, come fatti, delle buone intenzioni, e dare il 
valore di merito alle aspirazioni costanti d'una lunga 
vita all'indipendenza e unità d'Italia. 

Si compiaccia, rispettabile Signore, di farsi inter- 



- 411 — 
prete presso cotesto onorevole Consiglio , di questa 
mia rispettosa, e, oso aggiungere, aflettuosa ricono- 
scenza; e di gradire per se l'attestato del mio pro- 
fondo ossequio. 

Devotissimo 
Alessandro Manzoni. 

(i) Ecco la deliberazione colla quale il Consiglio Comunale 
di Roma, il 28 giugno 1872 , conferì la cittadinanza romana al 
Manzoni. 

« Alcuni stimabili concittadini, fra i quali due nostri colleghi, 
« hanno diretto al Sindaco ed agli Assessori la lettera che qui 
« appresso si riporta, chiedendo che si conceda la cittadinanza 
« romana ad Alessandro Manzoni, a Gino Capponi , a Terenzio 
« Mamiani. 

€ I nomi di questi illustri sono di per loro stessi bastevoli , 
« perchè la Giunta non abbia bisogno di spendere parole affine 
< di persuadervi per l'adozione di una tale proposta. 

tAl Sindaco e agli ,Assessori del Comune di %oma. 

'Benché la nostra voce non sia punto autorevole, fidati nella onestà 
della dimanda, chiediamo che vi piaccia di concedere la cittadinanza 
romana ad Alessandro Manzoni, a Gino Capponi, a Terenzio Ma- 
miani. 'ìLon dubitiamo di essere appagati, pensando che costoro, su- 
perstiti d'una schiera immortale, coU'esempio della vita intemerata, e 
coti la potenza dell' ingegno conferirono sommamente a diffondere in 
tutta Italia quella civiltà onde emerse il nazionale risorgimento, che 
si compì nella nostra Tioma. 

Paolo Emilio Castagnola 
Francesco Cerrati 
Domenico Gmoli 
Ignazio Ciampi 
Basilio Magni 
Achille Monti 
Enrico Narducci 
Ettore Novelli. 

« Letta dal Segretario, il Presidente, dopo brevi parole espri- 
« menti la compiacenza della Giunta di recare al Consiglio tale 



— 412 — 

€ proposta, fatta da alcuni cittadini a ben dovuta onoranza di 
* cosi distinte patrie nobilita, invita il Consiglio ad esprimere il 
<c suo voto in proposito nelle consuete forme. 

« Con vivi segni di esultanza e con plauso simultaneo gene- 
« rale viene accolta la proposta dall' intero Consiglio , sorto in 
« piedi con commovente slancio come un sol uomo, ed il Pre- 
< sidente ne proclama l'approva/.ione. 

« Il Consigliere Placidi aggiunge che tale alto riuscirà gradito 
4. oltremodo e onorilico a Roma >. 



462. 



tA Don Giulio Tarra, 

Rcllore del Convitto Maschile dei Sordo-Muti poveri, 

a Milano (i). 

Illustrissimo e Rev. Signore, 

Brusuglio, 28 settembre 1872. 

M'affretto a ringraziarla dell'onore che m'ha fatto 
neirinter])retare il mio vivo, quanto giusto, desiderio 
di cooperare, per la mia debole parte, alla memoria 
tanto meritata , del nostro esimio e compianto Al- 
fonso Casanova. 

Non trovando nel programma il dove e a chi si 
deva rimettere la quota della sottoscrizione , ne a- 
spetto l'avviso. 

Mi valga almeno questa dolorosa occasione il van- 
taggio d'esternare a un altro.... benefattore della parte 
più bisognosa e più derelitta dell' umanità i senti- 



- 413 — 
nienti di profonda venerazione e di ricono>ccnz:i 
che... gli ho consacrati. 

Devotissimo servitore 
Alessandro Manzoni. 

(i) Il sig. Do:i Giulio Tarra nell' inviare copia di questa let- 
tera al Tommaseo, dil quale io l'ebbi, vi soppresse, por modestia, 
le lodi che davagli per la sua operosa e santa carità a vantaggio 
de' poveri sordo-muti; e l'accompagnò con la nota seguente: 
« Il Casanova (dicevami Don Alessandro l'S ottobre 1872, mentre 
(( mi rimetteva la quota di lire 40 per cooperare all' erezione di 
r( una lapide in memoria di lui) fu una di quelle rare anime in 
(c cui Dio mi diede ad ammirare una sapienza grande congiunta 
« ad altrettanta virtù ; un ingegno vivace, pronto, grazioso , di- 
(' retto da un criterio sodo, pacato, frenato da un' illuminata e 
<c tanto operosa pietà; un viso bello, nobile, simpatico; e modi 
« i più affabili e amorosi , sublimati da' una verginale modestia , 
« da una vira intemerata. Oh tanto io l'amai, povero Alfonso, 
« ed è ben degno che l'amino e lo compiangano tutti quelli che 
(( desiderano il vero e il bene.... Tali uomini volle Iddio farmi 
« conoscere per richiamarmi a rimpiangere il mio passato. Egli 
« vuole eh' io resti dopo di loro, perch' io intenda ch'essi erano 
« ben più degni di me di raggiungerlo, e ch'io non potrò esser 
e con loro che per una lunga via d'espiazione e di pianto. » 



463. 

^/ Sindaco di Modeiu. 
Onorevole Sigaore, 

Brusuglio, presso MìIaiio, 5 ottobre (i) 1872. 

Gli anni e le loro concomitanze mi privano della 
doppia soddisfazione, e di prestare un omaggio alla 



- 414 - 
memoria di me venerata ab aulico dell'inclito Mu- 
ratori , e di profittare di due inviti tanto cortesi e 
pieni di degnazione (2). Voglia gradirne , insieme 
coll'espressione del mio rincrescimento, quello della 
mia viva ed umile riconoscenza ; farsi interprete di 
questi miei sentimenti presso l'onorevole sig. Sindaco 
di Vignola ; e ricevere le proteste del profondo os- 
sequio, col quale ho l'onore di rassegnarmele 

Devotissimo servitore 
Alessandro Manzoni. 



(i) Merita di essere qui trascritta la descrizione d' una visita 
fatta da un napoletano al Manzoni, appunto nell'ottobre del 1872, 
essendo ricca di curiose e importanti particolarità : « Me gli pre- 
ce sentai (cosi dice) con lettera di una persona assai stimata da 
« lui , e mi accolse con una benevolenza grandissima, come se 
« m'avesse conosciuto ed amato da vent'anni. La prima domanda 
« che mi. fece fu d'Alfonso Casanova, che gli era stato assai caro, 
« e volle sapere degU ultimi giorni della malattia di lui e della 
« morte. Chiestogli timidamente di quali studii allora più si com- 
« piacesse, mi rispose : — Le dico, in confidenza , che sto scri- 
« vendo qualcosa di questo ultimo avvenimento italiano ; e mi 
« giovo della storia del Bianchi, ch'c piena di preziosi documenti. 
« — Toccandogli io delle presenti condizioni della Chiesa, uscì 
«r a dire : — S'è voluto fare un gran rumore del dogma dell'in- 
« falhbilità, come se per noi fosse cosa nuova questo dogma. 
« Vorrei sapere chi mai ha messo in dubbio, che Leone X non 
« fosse infallibile nella Bolla contro Lutero. È curiosa come gli 
« stessi oppositori di questo dogma riconoscono che il Papa è 
« un vescovo come gli altri , ma con qualcosa di più ; e non 
(( s'accorgono che questo qualcosa di più, non è, e non può es- 
« ser ahro, che l'infallibilità appunto che essi gli negano. Il guaio 
« è che quei benedetti vescovi tedeschi tirano ad esagerare ogni 
« cosa : vorrebbero far valere l' infallibilità del Papa in tutti gli 
« atti e i detti suoi ; e questo è falso. Già , per fortuna , ogni 
« esagerazione essendo errore, è condannata a morire, perchè si 
« distacca dalla verità della Chiesa, Lei si ricorda della Tetiie Église 



— 415 — 
« di Francia, la quale, anche dopo del Concordato, si ostinò a 
« non cedere : ma fini col non aver più seguito, e disparve. E 
« cosi accadrà anche di certe esagerazioni oltramontane. — 

« Si venne a parlare di NapoU , e il discorso cadde sulle re 
« centi elezioni comunali , e sul ridestarsi del laicato cattolico. 
« Mi disse : — Dalle parole di Lei e da quello che leggo nei 
« giornali mi accorgo, che il laicato cattolico di XapoH è più in- 
« nanzi che nelle altre città italiane. Ciò che preJoinina quassù, 
« fra i giovani specialmente, è l'indifferenza. Qiiel che è peggio, 
« essi crescono ignari del loro passato e del loro avvenire. Ma 
« non le nego poi che quando vado in chiesa a sentir messa, e 
« veggo non solamente le donne, ma anche molti uomini starci 
« con molto rispetto; nell'uscirne dico fra me: Non siamo poi 
(T quei quattro gatti che ci credono. — E queste ultime parole le 
« disse con quel suo risolino fra il malizioso e il benevolo, che 
« significava : Dicano quel che vogliono ; la maggioranza al po- 
ff stutto siamo noi ! 

« E subito ripigliò : — É stato un bell'esempio quello che ha 
K dato NapoU. . Una città come quella , rassegnarsi a perdere la 
K sede della capitale senza dolersene ! Io ho avuta stmpre una 
e gran simpatia per Napoli, sebbene non ci sia mai stato. — E 
« avendogli io manifestato un certo sentimento pel quale io, na- 
« poletano, mi sentiva più vicino e simile ai lombardi un po' più 
« che agH altri italiani delle altre provincie, mi disse : — Mi fa 
f( piacere che anche Lei si sia accorto di questa simpatia reci- 
« proca tra i due popoli italiani. Sento anch'io che tra noi e voi 
<r c'è dei lati molto simili. — 

« Sebbene determinato di non dirgli niente che potesse aver 
« l'aria d'una lode anche non volgare, perchè sapevo quanto ne 
« patisse la modestia di lui ; non so come , accennai i benefici 
« effetti dei suoi scritti sulla letteratura e la vita intiera degli 
« italiani. EgU m'interruppe dicendo : — Senta, se c'è un nome 
« che non meriti autorità, questo nome è il mio. Lei forse non 
« sa che io fui un incredulo e un propagatore d' increduhtà , e 
« con una vita conforme alla dottrina, che è il peggio. E se la 
« Provvidenza m'ha fatto viver tanto , è perchè mi ricordi sem- 
« pre che fui una bestia e un cattivo. — Nel dire queste parole 
« (veramente testuali , perchè ho una buonissima memoria) , il 
« volto di quell'amabile vecchio si accese tutto, e gli occhi bril- 
« lavano di pianto : pure furono dette con una grande pacatezza. 



— 4i6 — 

« Indi, parlando ancora dell' Italia, a proposito dei giudizi se- 
« veri e assai giusti, che ella fa di sé stessa, assai volte, concluse : 
f< — Si può dire anche oggi di lei quello, che quando 'avevo di- 
« ciassettc anni, scrissi in un verso : Pentita sempre e non cangiata 
(( <iiai, — E quando io gli confessai, che sapendo pur a memo- 
ri ria tutti i versi scritti da lui, questo qui m'era nuovo; egli mi 
K rispose : — Lei non lo può sapere, perchè è d'un sonetto che 
"• io scrissi per un Lo Monaco, emigrato napoletano capitato qui, 
« al quale io, giovane allora, attribuiva un ingegno maggiore di 
« quello che aveva, o mostrò poi di avere, quando stamoò le sue 
« opere. E giacche lei non lo sa questo sonetto, ora glielo dirò. 
'f Io sono balbuziente, e forse una poesia lunga non potrei rc- 
« citargliela; ma un sonetto sono quattordici versi, e si fa su- 
« bitoadirli: e poi se m'imbroglio qualche volta, mi perdonerà. 
« - E mi d.sse davvero il sonetto deliziosamente, ed aggiunse: 
'f — Nella terzina dov' è la voce vacuo , io aveva scritto vuoto : 
ma Ugo Foscolo volle che avessi messo vacuo (*). — 

« Parlando della rivoluzione italiana, fece dei bellissimi paral- 
(' leli tra isssa e la francese, che non sarebbe facile di ripetere ; 
« ed a proposito della Francia d'allora, finì con dire : — La po- 
« vera Francia si trova ora iir un brutto caso, perdiè ha tre mo- 
te narchie e due repubbUche sulle braccia. — 

« Le ultime parole che mi disse furono queste : - E giacché 
e abbiamo tutti e due la fortuna di parlare con Dio , io mi ri- 
(' corderò di lei, e lei mi prometta che si ricorderà di me. — 

(2) L' invito fatto al Manzoni dai Sindaci di Modena e di Vi- 
gaola di intervenire al centenario di Lodovico Antonio Muratori. 

(•) Nella stampa che ne fece il Lo Monaco si legge vóto, il che prova che il 
Manzoni non accettò la correzione del Foscolo, e che per conseguenza, o non si ri- 
cordava bene di quanto era avvenuto, o il suo interlocutore non ne afferrò il con- 
cetto nella sua rerità. 



- 417 - 

464. 
W/ Padre Paolo Pen-, a Domodossola. 
Reverendo Padre e Venerato Signore, 

Brusiiglio, 9 novembre 1872. 

Devo, prima di tutto , chiederle scusa di questo 
tardo rispondere alla sfia cortesissima lettera , ca- 
gionato da frequenti accessi di mal essere, non mi- 
nacciosi per il corpo, ma tristamente atti ad abbat- 
tere lo spirito. 

E corro subito a pregarla di presentare i miei 
vivi ed umiili ringraziamenti al Molto Reverendo e 
Venerato Padre Generale , per il prezioso dono del 
volume d'opuscoli, in parte inediti , dell'immortale , 
e vorrei dir nostro, Padre Don Antonio , se il pro- 
fondo ossequio e l'affetto intimo bastassero a dare 
un titolo per una tanta parentela (i). 

La notizia della non- bona salute del degno suc- 
cessore di lui, è venuta, pur troppo, a guastarmi la 
soddisfazione del dono. Ma spero nel Signore che 
l'incomodo sarà passeggiero; e non mancherò di 
unire a quelle dell' Istituto le mie miserabili , ma 
cordiali, preghiere per implorarne la grazia. 

Si degni di rammentarmi agli ottimi Padri di mia 
conoscenza, che si trovino costì; e di gradire i sensi 
dell'umile e affettuoso ossequio, col quale ho l'onore 
di rassegnarmele 

Devotis. ubbid. servitore 
Alessandro Manzoni. 

Epistolario. Voi. II. 27 



— 4i8 -- 

(r) 11 volume, di cui qui si parla, è la prima parte di una co- 
piosa e ben ordinata raccolta di opuscoli e passi delle opere di 
Antonio Rosmini intorno alle arti belle e alla letteratura ; rac- 
colta che si deve alle sapienti cure del compianto P. Paolo Perez, 
che r ha pure arricchita di erudite noticine. Venne alla luce in 
Intra, coi torchi di Paolo Bertolotti, il 187 1. 



kAI Cav. Pio Cdtstino Anodino, a Torino, 

Milano, Il febbraio 1873. 

Mille ringraziamenti e mille scuse all' onorevole 
Agodino. 

Per altro è sempre mia intenzione di pubblicare 
la spiegazione accennata nel foglio annesso; ma lo 
farò fin dove potrò , con più libertà e senza quel 
preavviso che annunziava , quantunque con restri- 
zione, una fiducia temeraria. 

Con cordiale rispetto 

Alessandro Manzoni. 



Onorevole signor Cavaliere Pio Celestino Agodino, 
Consigliere Comunale di Torino e Delegato alla 
Direzione del Comitato incaricato della Raccolta 
d'autografi degli uomini illustri che per vario modo 
cooperarono virtualmente all'indipendenza nazionale. 

Il sottoscritto, al ricevere l' indulgentissimo an- 



- 4'Q - 
nunzio del desiderio che in tale raccolta fosse in- 
scritto anche il suo nome, aveva creduto di trovare 
in ciò una sospirata occasione di spiegare a parte 
a parte il sentimento speciale che prova , come ita- 
liano, per codesta regione estrema della patria co- 
mune. Ma essendosi messo alla prova, e avveduto 
che una tale spiegazione sarebbe riuscita fastidiosa- 
mente prolissa per 1' onorevole Comitato a cui era 
diretta , si determina ad accennarne qui il semplice 
riassunto, evidente, del resto, per chiunque voglia 
far la fatica d' esaminare attentamente i fatti rela- 
tivi. Ed è: 

Che la concordia nata nel 1849 ^^^ i^ giovane Re 
di codesta estrema parte della patria comune, e il 
suo popolo ristretto d'allora , fu la prima cagiono 
d'una tale indipendenza; poiché fu essa, e essa sala, 
che rese possibile anche il generoso e non mai ab- 
bastanza riconosciuto aiuto straniero; e essa sola 
che fece rimaner privi d'effetto gli sforzi opposti 
della Potenza allora prevalente in Italia, e fatalmente 
avversa a questa indipendenza. 



Milano, li icbbraio .8: 



Il devotissimo 
Alessandro Manzoni. 



BIGLIETTINI 



DI 



ALESSANDRO MANZONI 



I (I). 

Disapprovo le scritture d'occasione , eppure molte 
ne ho fatte per occasione : la Morale Cattolica , la 
lettera sulle unità tragiche, quella al Carena, il Cin- 
que Maggio. Ma ho finito , e il Ponza non mi ci 
trasse (2). 

(i) Questi biglietti sono scritti tutti o su fogliolini di carta, o 
in margine a stampati, o su biglietti da visita ; e spesso non hanno 
data, né firma , come quei molti con cui domanda alla signora 
Emilia Luti la parola fiorentina più propria. 

(2) Volevasi rispondesse all'Ab. Ponza, torinese, che imputava 
lui e i suoi di scriver lombardo ; il che è narrato a lungo dal 
Cantù nella biografia del Grossi. 



Xon so perchè letterato da noi sia parola di scherno, 
sto per dire come un sohriqiiet. Fauriel, quando as- 
sistette all'atto del mio matrimonio, sottoscrisse homme 
de. lettres. Adesso è vero che in Francia odo intito- 
larsi hommes de lettres tutti i ribaldi chiamati in giu- 
dizio, che non hanno professione che d'avventuriero, 
o di giornalista, ch'è tutt'uno. 



— 424 — 



3. 



Quella frase (i) non avrei dovuto metterla per 
rispetto alla teoria del senso comune del La Men- 
nais. Ma giacché la c'è, la ci stia. 

(i) H la frase del cap. XXXII de' Promessi Sposi: « Il buon 
« senso c'era ; ma se ne stava nascosto, per paura del senso co- 
<( mune. » 



Non vi riconosco (i) né una grande intelligenza, 
né un grande carattere. V è diretta osservazione 
della natura o dell'uomo nelle opere filosofiche ? L'o- 
pera del ragionamento è forse superiore a quella del 
sentimento ? Mi meraviglio ( se ancora potessi di 
qualche cosa meravigliarmi) che Gòthe l'abbia scelto 
come protagonista d'un dramma. 

(i) Parla di Torquato Tasso. 



5. 

Ringraziatelo (i). Quella sua madre è ben madre, 
e cosi ben cristiana , invaghita della gloria di suo 
figlio, ma ancor più dell'anima sua. 

(i) Così rispondeva al Cantù che, insieme co' saluti di Alfonso 
La Martine, portò al Manzoni il Manuscrit de ma mère. 



- 423 



Quando ho finito una cosa, (o la credo finita) non 
vi torno sopra. Tutto quello che io sapeva (ed era 
ben poco) sui Longobardi, l'ho messo là. Il rilegger 
le mie cose vecchie mi fa l'effetto che fa alla Zietta (i) 
il vedere i dossali e i predellini che ha ricamati 
vent'anni fa. E dice: quanto meglio farei adesso! 
Questa superbia viene qualche volta anche a me (2). 

(i) La Marchesa Antonietta Beccaria. 

(2j Eragli stato esposto qualche dubbio sulla condizione dei Ro- 
mani vinti da' Longobardi. Si sa che vi tornò sopra, e come ! 



Il maestro Mastrofini (i) tiene ancora alla teologia; 
tutti i suoi predecessori fanno altrettanto perfino il 
Maffei, ma vede al modo degli economisti moderni, 
che forse precedette. 

(i) Discorre dell'opera del Mastrofini sull'interesse del denaro. 



8. 

Quando si parla di un libro, giacché di quel libro 
si vuol parlare , non bisognerebbe almeno tar dire 



— 4^6 — 
all'autore quel ch'egli 'non ha detto; l'abbia poi 
pensato, o no (i). 

fi) A proposito d'un articolo di Giovita Sctlvini sui Tromessi 
Sposi. 



Uampìa pianura (i) non mi fa troppo mal suono. 
Il amie branchi di pecore pascenti (2) non voleva pas- 
sarmelo il Pozzoni (3). L'ho fatto accontentare. Il 
sovvenir ve l'ho già abbandonato. Quanto al repetio (4) 
non è invenzione mia, ma riflessione. Regreter viene 
da re-gredier; andare di nuovo. L'etimologia stessa 
ha re-petere, e mi pareva potesse andare. Non va, e 
tal sia : l'arbitro è 1' uso, e il torto è mio. Vi urta 
il pregnante ? ma il vostro parente non mi sodisfa , 
benché venga da parere (5). È vero che a lingua 
non ci pretendo come a far fuoco (6). 

l'i) Martino nella scena III dell'atto II dcìV Adelchi dice a Carlo: 

« Su questa, o re, che a nai 
« Sembra di qui lunga ed acuta cima 
« Fendere il ciel, quasi affilata scure, 
« Giace un'ampia pianura, e d'erbe è folta 
« Non mai calcate in pria. > 

(2) É nell'addio di Lucia ai monti: « Ville sparse e biancheg- 
gianti sul pendio, come branchi di pecore pascenti. » 

(3) Giuseppe Pozzoni, professore di Rettorica, e uomo di molto 
ingegno ; uno di quelli a cui il Manzoni dava a rivedere le prove 
di stampa della prima edizione de' Tromessi Sposi. 

(4) « Un repetio incessante dell'età perduta » : nella storia della 
Geltrude. Lo cambiò poi in rammarico. 



- 427 - 

(^) Nel 'X,owe di Maria leggasi 

« D'un fabbro nazaren la sposa 
« Salia non vista alla magion felice 
« D'una pregnante annosa. 

(6) Il Bonghi, descrivendo l'ultima visita che fece al Manzoni, 
racconta : « Si sentiva stanco ! E ne dette un gran segno ; lasciò 
che ahri prendesse le mollette in mano ed accomodasse il fuoco. 
Prima d'allora l'aveva sempre visto non tollerare che altri ci met- 
tesse mano. Aveva tutta una dottrina sul modo di collocare le 
legne perchè ardessero bene : e lo diceva spesso con quel suo 
riso amabile : bisognava che fossero messe il più vicino che si po- 
tesse, e pur si toccassero il meno possibile. E ripeteva spesso i versi 
del Passeroni : Un legno non fa fuoco, T)ut ne fanno poco.... » 



IO. 

Veramente le viti non prosperarono come mi era 
ripromesso. Intanto ho fatto le bottiglie di vino , e 
lo assaggeremo dopo qualche anno. Ne ho mandato 
aUa Zietta una di aceto. Se anche non riuscisse pro- 
prio di Borgogna, sarà vino migliore di quel che si 
fa in queste pianure. Ma vorrei che mi si spiegasse 
come mai magliuoli arrivati qui secchi come i fa- 
scinetti che si bruciano , ripiglino vita a segno da 
modificar V umore che ritraggono da terreno non 
suo, assimilando principii particolari. Quella fecola 
delle castagne amare è riuscita una meraviglia , e 
il cuoco ne ha fatto de' biscottini. 



II. 

Ci vuole una bella fatica a decifrar quelle pats 
de monche (i). iMa la Cristina (2) ci ha fatto T oc- 



chio. Mandatemele sempre. Ditegli , oltre i saluti , 
che poteva risparmiare molte cose sante. Qael M. 
e quel C. del dialogo (3) siamo noi due col Ro- 
smini ? Vedo che al C. dà le cognizioni storiche. 

(i) Di Niccolò Tommaseo, che era allora a Parigi, 

(2) Figlia del Manzoni. 

(3) Nell7/a//a. 



12. 



Trovo la cosa la più inutile la diplomazia. Gli 
ambasciatori non sono che spie messe a origliare 
nelle anticamere di quelle potenze che si chiamano 
amiche. Questo poteva esser buono una volta : ma 
adesso che c'è la stampa , che i giornali propalano 
quel che sanno e quel che non sanno delle Corti e 
delle Camere , ditemi a cosa serve V ambasciatore ? 
A ricevere uno schiaffo come Hubner, o come il Car- 
dinal Barili ad assicurar che tutto va bene in Spa- 
gna, la vigilia della cacciata della Regina. Che non 
mi senta Massimo (i). 

(i) Massimo D'Azeglio. 



FINE DEL VOLUME SECONDO. 



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