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Full text of "Espistolario di Coluccio Salutati"

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FONTI 



^ 



PER LA 



STORIA D'ITALIA 

PUBBLICATE 

DALL'ISTITUTO STORICO 

ITALIANO 

EPIbTOLARI . isECOLO XIV 




ROMA 



NELLA SEDE DELL'ISTITUTO 

PALAZZO DEI LINCEI, GIÀ CORSINI, 

ALLA LUNGARA 



'893 



EPISTOLARIO 



DI 



COLUCCIO SALUTATI 



/ 



A CURA 



FRANCESCO MOVATI 



VOLUME SECONDO 

COK DUE TAVOLE ILLUSTRATIVE 



ROMA 



FORZANI E C. TIPOGRAFI DEL SENATO 

PALAZZO MADAMA 



1893 



EISTT-VA- 



AVVERTENZA 



Comprende il volume che or vede la luce le epistole del Salutati 
tra il 1381 ed il 1393. Delle monografìe raccolte sotto il titolo 
Corrispondenti del Salutati si riferiscono ad esso quelle che illustrano 
la vita di Pasquino Capelli (cf. p. 16^), di Pellegrino Zambeccarì 
(p. 214), di Pietro Paolo Vergerio (p. 277), di Giovanni Stella (p. 312) 
e di Giovanni Conversano da Raveima (p. 404). 

F. N. 



EPISTOLARIO 



DI 



COLUCCIO SALUTATI 



EPISTOLARIO 



DI 



COLUCCIO SALUTATI 



LIBRO QUINTO. 

I. 

A Francesco del Bene^'). 

[R. Arch. di Stato in Firenze, Carte Del Bene, originale, non autografa.] 

5 Nobili et prudenti viro Francischo lacobi del Bene vicario hon. 
Vallisnebule et Ariane maiori suo karissimo &c. .Co. 

Maggiore mio singularissimo. per cagione di certo homicidio Firenze, 
commesso ne la persona di Guido d* Arighetto ò sentito che cu nccommad. 

, , r«< ]• r>> «Icuni suoi amici 

avete sostenuto e molestato ne la sua persona bimo di bimo e ingiunti incoi- 

Mti A torto d'ooi- 

IO da Stignano, il quale reputo mio fratello, di che mi grava quanto òdio. 



(i) Quello di Francesco di Iacopo 
di Francesco del Bene è nome che ci 
si presenta ogni momento nei docu- 
menti fiorentini di questo tempo, giac- 
ché ^li ebbe buon numero d'uffici, 
sostenne parecchie ambascerie, e si 
trovò mescolato Intimamente a tutte 
le turbolenze che agitarono ai dì suol 
la città. Nel 1358 apparisce fra gli 
ufficiali dello Studio; cf. Gherardi, 
Gli statuti dello Studio di Firenze, p. 288. 
Mandato nel 1363 in Germania ad 
assoldare truppe contro i Pisani, ne 
scende « per aspri tempi », come dice 
il Pucci (^Guerra tra Fiorentini e Pisani 
dal 1^62 al 1^6^ in Delizie d. erud. 
tose. VI, 2}8), « con quattro conti » 
seguiti da molta gente. Del 1368 è 
priore {DUìt^ cit. XIV, 82) ; del '75 po- 



destà a S. Gemignano (Arch. di Stato 
in Firenze, Estrazioni di vicari &c. 
n. 249, e. 24 B, 21 febbraio 1374,5. f.) 
e Tanno stesso designato ad assumere 
il vicariato della Valdinievole per sei 
mesi a cominciare dal novembre (Ca- 
marlinghi della Cam., Uscita gener. di 
condotta, 1 3 74-7 5 , 4 maggio). L'anno 
seguente lo rivede tra i priori {Delizie 
cit, XIV, 180). Due anni dopo viene 
però « tamburato » come ghibellino, 
certo per odio che nutriva contro 
di lui qualcuno della « parte » allora 
strapotente {Libro delle apert. del tam- 
buro di Niccolò di Cecco da Peru- 
gia, e. II B, 3 ottobre 1377); talché 
non ci può far poi meraviglia vederlo 
additato come uno degli istigatori dei 
Ciompi e dei « movitorì » del rumore 



EPISTOLARIO 



.•.'scvne la mia propria persona l'avessi ricevuto. oltr*a ciò per 
••■i^uesta modestraa cagione pare abbiate facto richiedere Nello di 
Giovannino tnio cognato, e questo pare sia avenuto perchè si 
dicevano avere aconpagnato quelli che commise il detto homi- 
cidio. comcchc ne la verità nò mai \n furono, nh alcuna cosa 
ne seppero, come sono certo serete pienamente informato, e per 
unto avendo rispetto a la loro ianocentia, quanto più posso strec- 
tissimamente vi priego che per amore e gratia di me vi piaccia 
benignamente procedere a la liberatione del detto Simo, e pro- 
vedere che *1 detto Nello per questa cagione né in persona ne in 
avere sìa gravato, però che certamente cosi merita la loro in- 
nocentia. piacciavi adunque in questo facto che ragionevolmente 
domando, mostrare per efPecto quello che sono creduto potere 
in voi. e per li tempi a venire sicnvi i detti Simo e Nello come 
la mia persona racomandati <'\ Florentie, .xi. marcii .mi. iud. 
Vester Colucius Pyerius cancellarius florentinus. 



IC 



2. Dopa raedcaima netVoriginale le lettere op cancellate. 



13. Oriff. mostra 



del 22 giugno; Corazzini, op. ciL 
p.xxu. Estratto il 21 novembre ij8o 
vicario di Valdinievole, egli teneva an- 
cora quest'ufficio neiraprik dell'anno 
seguente (cf. Arch. di Stato in Firenze, 
Rtig. (Uìk traìk, ij 79-83, e. 23 b), raa 
nel settembre fu mandato ambasciatore 
al pontefice e non tornò in patria che 
molti mesi dopo, nel febbraio '82 ; cf. 
Deìiiic cit. XVI, J 08 ; XVIII, 3 3 ; Diario 
d'anon. fior. pp. 430 e 451. Nell'as- 
senza sua erasi venuta preparando 
quella riazione de' popoLmi grassi 
contro il popolo minuto che doveva 
condurre alla riforma del governo : 
Francesco fu quindi uno de' colpiti dai 
bandi del marzo e costretto a recarsi ai 
confini in Bologna ; Deìiiie cit. XVIII, 
54; Diario cit. p. 553. L'esilio dovea 
durare due anni ; ma l'odio de' suoi 
nemici trovò modo dì prolungarlo d'as- 
sai ; del 1587 infatti egli era privato 
degli uffici e confinalo di nuovo; De- 
lizie cit XVILI, 95 ; Diario cit. p. 470. 



Farmi probabile che si decidesse at^ 
lora a prender stanza in Venezia» giac- 
che nelle Miss. reg. 22, e. 127 a leggo 
una lettera della Signoria del 7 luglio 
1393 K ludicibus curie cxaroinatorum 
« civitatisVenctiarum w,pcr far fede che 
la dote di monna Dora, moglie di Fran- 
cesco^ era pienamente cautelata e che 
nulla poteva ostare alla vendita da lui 
fatta a Nicolò AmiJei d'una casa, posta 
« in civitate vestra in contrata S. Apo- 
« liijaris, prò mille ducaiis auri »». Due 
anni innanzi, cioè nel 1391, egli era 
però stato reso abile come prima agli 
uffici: cf, BoRGHiNi, Estr. ieìh prow. 
in cod. Magliab. XXV, 44, e. 365 A. 

(i) Unita a questa ho rinvenuta fra 
le carte Del Bene una letterina di 
Corrado Salutati, fratello del Nostro, 
che, arrecando nuovi particolari sui 
fatti di cui qui si discorre, merita di 
venir riferita. Ne conservo la grafia 
assai licenziosa: « Signiorc mio. e 
« mosstra che voi abbialo fatto richìc- 



1 



Tav. 0. 




^'rftf»^TT»fiSr UU^hi^MfU U4i('Pàf9P*fri<p 






fW^ifwl 



me #;ì ^ rùpif ì^Um Ma ^ftyn4fru»93Uf^ i^y%4n^ 

tWTpj^/h^ mcwx^ crvAOcrt^ '^t444'fìMr^ cuimjS 
^^-m^rr ^Ttn^éKia \^cK»wue tn^m^n^'n%40t44f 



W4^^»r^fvm4i^ *f9{i«^f»Te^rf«W«f u#^p<nrttfH«5 



r 



Khohi'Ki liitMi-toìIi 



DI COLUCCIO SALUTATI. 



IL 

Al medesimo. 

[Ardi, di Stato di Fìreaze, CarU Del Bem^ autografa.] 



Nobile huomo Francesco dì Iacopo honorevole vicario di Valdi- 
5 nievole fratello e maggiore mio singularissimo. .Co. 

FRATELLO mio maggiore, io mi dol^o teco che da poi fui a *'''*«"• 
Firenze non ebbi mai a ninno che tenesse el luogo che tieni s» duole di un 

, . . nuovo tcxndalo 

tu a scrivere quanto m occorre scrivere a te, né occorseno tanti .wenuto ia v»idi. 
casi quanti per mia disgratia sono occorsi al presente, li quali 
IO mi toccassono. di tutto sia lodato Dio, quanto io ne sono forte 
mal contento e maxime di questo al presente mi conviene scri- 
vere, io ò sentito el caso occorse a Santa Maria della Selva <0 
fra 'I tuo cavaliere e el notaio del podestà di Buegìano, e per »t« ". «v*iier dei 
ceno Tuno e l'altro al mio parere commise non piccolo errore •i«>pjd"'*'iiB"g- 
c furono araenduni cagione di quello scandalo, però che quando 
mi sono ritrovato in ta! dì a Bug giano, io ò sempre adoperato 
che Ila famiglia del vicario e quelli che sono posti alla guardia 
chol notaio del podestà sieno una cosa e uno sì e uno no, acciò 



« dcre uno nello giovannini da stig- 
• gnigno lo quale è nostro cungnato 
« c raossira che voi l'aviaie fatto ri- 
« chiedere per lo mecidio clie si fecie 
« a stiggniano. el detto nello era qua 
«ci grande paura, però che altra 
« volta li fu fatto novità alla persona, 
« non sìendo elli colpevole di nulla. 
« e però, singniore mio, io vi prego 
« charamentc che vi piaccia di cer- 
« charc bene onggni chosa e grcdo 
u per quello che mi si i aporto che noi 
a troverete colpevole t3i nulla, io sa* 
«rei venuto a vixitarvi; non ò po- 
« tuto per acìdcntc eh' i' ò avuto e 
B oltrA a questo sono quasù a mon- 



« tichatino vecie chastellano. e però 
« se ci ò a fare nulla che vi sia di 
« piacere, farollo volentieri aparec- 
V chi alo senpre a onggni vosstro pìa- 
« ciere e servisi! Dio vi guardi scn- 
« pre. data adi 7 di marzo 1381. 

« E però vi prego charamente che 
« lly detto nello vi sia raccomandato 
« chome le nosstre persone. 

« Currado picri fratello di ser Co- 
« luccio cancillieri servo vosstro. 

[A tergo] « Al savio e discreto 
« Franciessco di lachopo delbene ono- 
<f revole vichario di valdinievole e 
« valdìriana singniore suo », 

(i) Cf REPtTTi, op. cit. V, 240? 



EPISTOLARIO 



che non potesse nasciere errore, se l'uno e l'altro volesse di quello 
occorresse suo honore. e più volte sono suto a dare questo or- 
dine, veggio che catuno faceva per se, e che se fosse achaduto 
alcuna cosa, sarebbe stato fra loro grandissima questione e molto 
maggiore che quella avesseno potuta spengnere. la qoal cosa y 
forte mi pesa, vedendo ìq loro tanto poco accorgimento, di 
questo disordine naque che '1 tuo cavaliere, essendo per gran- 
dissima gratia di Dio andate le cose pacificamente, volendosi par- 
tire fé' bandire ognuno si dovesse tornare a casa, la qual cosa 
fu contraderta per lo notaio del podestà, ora vorrei qui ragio- io 
nare chol tuo cavaliere, vedendo egli che 'l detto notaio era nel 
luogo chon la guardia diputata per lo comune, la quale sempre 
sta ad obedienzia del podestà e della sua corte, come presunse 
egli di mettere mano adosso a esso notaio e per contradire uno 
suo bando, come si mosse egU a volerlo pigliare, vedendo la com- 15 
paguia sua ? certo elli mi perdonerà : el suo non fu piccolo er- 
Esorta il d«i rore, ora sento che per questa cagione tu vuoli procedere contro 

Bene • non ìm- , r T O r 

swrire u coateM al noiaìo del podestà e contro a Menico di Michele, el quale era 
conistabile della brigata diputata alla guardia e contr al comune : 
di che mi maraviglio, però che simiH cosa ò veduto sempre scliiac- 20 
ciare e porvi su piede, come sono certo farai, tutto altri pensi il 
contrario, et sai bene che di sua ingiuria ninno fu mai giusto 
punitore, di che ti priego che in questi fatti prenda partito savio, 
come senza dubbio penso farai, però che nel vero principalmente 
la colpa fu del tuo cavaliere, mandando bando disusato, e poi 25 
mettendosi a volere pigliare el notaio del podestà, e vegnendo 
questo fatto in pratica ne serehbe posto molto carico al tuo uffi- 
ciale, e sai come si vive oggi a Firenze e quanto pericolo è di 
recarsi a partito ^'>. una cosa ti voglio in singularità dire, che Me- 
nico, né altre fosse chon lui a non lasciare pigliare el notaio, non S^ 
dovea fare di meno, essendo posto in sua compagnia, e non dico 
perch'egli sia mio cugino carnale, ma solo per la verità, ben so 



I 



3. Dopo achflduio neU'aut. ugue la lettera m (ft cancellata. 10, simili] cosi 

t'itut. 30. altre] co$i l'aut. 



(i) Sulle coDdizioni di Firenze in quel tempo et Perreks, op. cit V, 3 39 sgg. 



DI COLUCCIO SALUTATI. 



che molto si potrebbe dire prò e contro, ma tutto considerato 
e cosi 6 veduto fare in simili casi, penso sia più senno mostrare 
di questo non curarsene, nondimeno el detto Menico mio cugino « s'^ rKcomind. 

* *=' un cugino luo che 

ti racchomando come la mia persona e priegoti che sopra fatti rf'^eiLTflccK 
5 suoi mi risponda per Tapportatore. se posso cosa di tuo piacere 
non mi ti profero, perchè sai sono tuo e de moi. d. in Firenze, 
di .II. d'aprile 1380. se Ila lettera non ò putita e ordinata impu- 
talo alla fretta ('). 

Coiuccio Pieri tuo. 



IO III. 

A Bertoldo Orsini conte di Soana <">. 

[LV e 69B; MS e. 20b; G», c. i8b; R', c. j6a; C, c. ha,] 

Magnifico domino Bertuldo Ursino corniti de Sorano. 

NOBILISSIME atquc magnifice domine mi. dignata fiiit excel- ^^ Jfu''"*; «, 
lentia vcstra me, servulum vestrum totiusque vestre cogna- Le sue lenere 
tionis et sanguinis cum vera cantate cultort-m, suis liiteris visitare, 
tenore quarum manifeste percepì quantam spem de me, nuUis 

tj. Coti L* ; M' e Gomiti Bertuldo de Soona R' Gomiti Berculdo de S«oiu C Col- 
laciu* Corniti Sertaldo de Sacina r5. L' tua- tuum - tue 



(1) La fretta cagionò un altro ma- 
lanno; fece cioè apporre dal S. alla 
sua epistola la data dcITanno antece- 
dente, che secondo lo stile fiorentino 
era spirato già da nove giorni. 

(2) Bertoldo di Aldobrandino di 
Guido Orsini, come di Soana e di Piti- 
gliano (v. Repetti, op. cìl IV, 470, V, 
427), fu capitano valente ed ebbe parte 
ragguardevole nei più notabili avve- 
nimenti dell'età sua, sia come amico 
e fautore di Carlo di Durazzo, ch'egli 
accompagnò neiracquisto del reame 
dì Napoli, sia più tardi come gover- 
natore del Patrimonio di S. Pietro 



(1393); capitan generale de' Fioren- 
tini nella guerra di Pisa (1.^03); cu- 
stode infine del concilio di Costanza 
(1414). Ma in tutta la sua vita egli do- 
vette difendersi dagli attacchi de' Sa- 
nesi, che l'odiavano a mone per la sua 
amicizia con Firenze ed agognavano ai 
suoi dominii. In queste contese l'Or- 
sini ebbe alla fine la peggio; del 1410 
gli fu tolta Soana; nel 1417, a cagione 
delb pusillanimità de' figliuoli, Sorano 
ed altre castella. Sdegnato, egli si 
recò ai sen-igi de' Veneziani, e mori 
combattendo in Morea. Cf. LrrTA, 
Fam. ctUbri, V, Orsini, tav. xvi. 



EPISTOLARIO 



precedentibus mentis, concepisti^, in quibus atque in his que 
«kMwkiiHe^ Monte Benini, civis honorabilis florentìnus, retulit viva voce, 
novit Deus quam ftierim suavitcr delectams ('). nec mirum. quid 
enim duldus, quid amcnius quam videre maiorum benivolentiam 
4ct- sibi, ncdum supra merita scd absque merìtonim suffragio cumu- 
fHtetm lari? sed hic est vere nobilium mos, nobilium, inquam, qui no- 
bilitatem non in divitiis, non in potentia, non in milorum gloria, 
scd in sola virtute constituunt, non expectare quod alteri bene- 
ficiis obligetur, scd preveniendo sibi reddere quos diligendos eie- 
gerint obllgatos. in hoc itaque successit ut debuit. inde quidem 
rncepit erumpcre benivoleniie ferver, quo iure fìiit mee obliga- 
tionis vinculum referendum, gratias igitur ago Dco, gratias no- 
si o§tt tutto •! bilitari vestre refero, qui latentem djieaionis affectum in propa- 
tulum eduxistis, ut huic devotionì mee daretur occasio, verbo 
snltem occultum mee mentis desiderium,postquam non licet opere, 
demonsirare. habetis itaque servum peculiarem atque devotum, 
cui cuncta secure potestis iniungere et, si quid faciendum oc- 
currat quod michi permiitat possibilitas, imperare. Florentie, die 
vigesimo sexto iunii. 

I. L* cotic«pMti 3. R' q«od fttcr. 4. L' omette quid nmenias 7, R' n«c 

in pot. 8. C omette àìteri 9. Cqaod diligendos eregcrant 11. C obi. rote 

i3. C ▼ettre nob. L' tue C in patalum 14. Z-' eduxisti Af hioc C omette mee 

i6. L' habet 17. L* iniung. potes C occuirerit U occurrit 18. L' impento 



(1) Qua] fosse il messaggio che 
Bertoldo e Guido suo fratello ave- 
vano affidato a Monte e' insegna l'epi- 
stola ufficiale del comune, che essi 
ricevettero insieme a questa: « Gui- 
fc doni et Bertoldo coniitibus de Soa- 
« na. Nobilcs et magnifici domìni 
« amici nostri (carissimi concivesque 
« dilccti. per Montem Beoini Neldi 
« civcm nostrum dilcctum fuit nobis 
« prò vestra parte suggestum qualiier 
« intendcbatis per progcnitorum ve- 
« strorum vestigia gradicndo vos scm- 
« per in nostri communis amicicia 
K conservare, quod quidem propter 
« antiquissimum vere carìtatis habi- 
« lum CI afTcctum, qui sempcr intcr 
« DOS ac vestram nobilcm prosapiam 



IO 



15 



n viguit atque viget, letis anìmìs et 
« sinceris affectibus acceptamus . . . 
« Dat. Florentie, die .xxvi. iunii, .mi. 
« ìnd. .MCCCLXXXi ». Arch. di Stato, 
in Firenze, Miss. reg. 19, e. 140 b. 
Soltanto neir '89 però la repubblica 
accolse rOrsini in accomandigia; anzi 
la guerra mossagli dal Visconti fu 
una delle cause che indussero i Fio- 
rentini ad accettare la disfida del si- 
gnor di Milano; cf. la celebre lettera 
« Hac die rcccpimus » del 2 maggio 
1590, in reg. 2i''i«, e. 57B-59B. Pa- 
recchie lettere originali di Bertoldo 
del 1389 e 1393 sì rinvengono nel 
caneggio Acciaiuoli (mss, Laurenz. 
Ashburn. i8jo, Ins. C), ma non of- 
frono verun interesse per noi. 



DI COLUCCIO SALUTATI. 



mi. 

A Gaspare Sciuaro de' Broaspini. 
[L', e. 71 b; M', c. 21 b; G*, c. job; R*, c. 35 a; C, e. 12 b.] 

Guasparo de Broaspinis Veronensi. 

5 IMPORTUNE, querule, infeste, moleste et denique contumeliose, ^^ f''«^«. ^^ 
1 nescio si dicam amice carissime. eccQ quod tibi libellum tuum; stanco ddie im. 

... . . . portone ed ìnsi- 

quem utmam nunquam vidissem, ne m ipso agnovissem quam stenti richieste, 
vitrea, quam plumbea, quam vilis et quam fragilis foret amicicia 
tua, que prò quodam vilissìmo scartabello mecum fuit et totiens 
IO et tam inurbane debacchata; remitto ('>. habes epistolas tuas, gu rimanda leepi- 

•^ stole Ciceronune 

habes quod tam garrule deposcebas. nichil plus debeo. laudes fj^sluo.""** "* 
Deo meo, quod obligationis laqueum, quo me tam acriter ap- 
pellabas, obrupi : laqueus contritus est et nos liberati sumus (*>. 
liberati quidem eorum iure qui amicicias ad calculum ponunt; 
i) sed ilio vero caritatis affectu, quo semel tibi coniunctus, separari Però non cesse- 

ri per questo d'es* 

non queo, licet obiurgeris, licet contra amicicie officium quid com- »"«•' """• 
mittas, nunquam absolvar. si enim divitias cum perpetuis cu- 
rarura stimulis aniamus; si camem nostram fetidam et immundam 
nos in tot detestanda trahentem cum tyrannide concupiscentie 
20 diligi m US ; denique si in huius conversationis errore malo nostro 
gaudemus, quid debemus in amicicia facere? an non debemus 
eam ctiam Inter amicorum proterviam et ofFensionum iacula con- 
servare ? latra igitur et etiam, si tibi detur ficta Cerberi forma, 
latratu trifauci persona: amicus tamen ero tuus. tuam autem 

4. Così M' G' R^ ; U Guaspari de Broaspinis C Guasparo de Broaspinis Coilucius 
9. /ì' quo prò IO. /?' debaochata 11. C laus 13. L' R^ abrupi 15. R' 

caritas 17. C absolvaris si eiiam 19. C in tam R^ trannide 20. C nostre 

conversatioDis 21. R^ quod 34. C latrata trifanti L' tamen am. R' tuis 

(i) Si tratta del volume contenente al S. nel 1375 ; cf. lib. Ili, ep. xxnn, 
alquante epistole di Cicerone, che I, 222. 
Gaspare de' Broaspini aveva prestato (2) Psalm. CXXIII, 7. 

Coluccio Salutati, II. I* 



IO EPISTOLARIO 



erga me amiddam sandet redui C : e e r o , et Terrariano verbo 
docebit amantium riias esse integradcKiem amoiis '^\ 

Xon potili conrinere Hlem, quia, stoni aro pieno, iurgiis tuis 
coDceptum non evomerem virus, et hec unici prò longis contu- 
meliarum filateiiis, que rjrbatissimus dilaiasn, sufidat lìttera. 5 
Lo pre«« A 4e. aiDodo quìdem pladdo sólo tecmn loqaar; ru, precor, maledictis 

porre ^ttiadlnaiS' * ^ " 

ti ogni rncorc finem^fades, nec me invitum provoccs. unum sdto, te impor- 
tunitate tua libnim non rehabere; sei quia ab uno stut^oso, qui 
per annum et ultra tenuit illum, tandem rehabui. deinde b ilio 

e puMific* a prò- dvilium rerum turbine amìssnm reinveni ''^; et quia demum, io 
transactis plurium scrìptonim mendadis, exemplarì icà. vale 
felix et, ut Ciceroniano verbo finem £idam, cura ut valeas et nos 
ames et tibi persuadeas te a me fraterne amari ^\ Florende, 
duodecimo iuHL 



V. 15 

A FRA Gerolamo da Uzzaxo (♦^ 

[Autografo anepigr. in cocL RiccariL 872 : Lami, Coiaio^, codd. mss. qui in 
bibl. Riccard. Fhrentiat asstrv., Libumì, mdcclvi, p. 141 ; Mehus, Vita 
A. Traversarti, p. cccin ; Mittarelli-Costadoxi, Ann. Canudd. \T, 1 36.] 

rutta*. i)8i? Ti if ITTO tibi munusculum istis pauds noctibus correctionis stu- 20 

Gli invi* U trat- 



M 



i*to De fuuUt't ÌtI dio lucubratum. in quo si quid proficies tu vel alii, laus 

r/liriom compotto . . i- • t\. • i • • • • 

•i lawnzion sua. sit ommum conoitori Deo, cm placeat me m tuis sanctis oratio- 
nibus commendare, vale felix et diu. 
Colucius tuus. 

I. e omette et 4. L' vìr. noo evom. 5. U litt. saff. 6. C tamea per 

qaidem 6-7. C fin. mah 7. L' R' ùciasue C telo 8. Clabrum io. Crer. 
dv. 13. C omette la data, 21. L perfìcietìs 

(i) Terent. Andr. Ili, 3, 33. Il vore, si faceva frate il 25 febbraio 

testo dà o irae ». del 1379 in S. Maria degli Angeli ed 

(2) Allude certo ai moti de' Ciompi, assumeva il nome di Gerolamo. Il 

(5) Cic. Ep. ad Att. I, 5. S. fu tra coloro che più approva- 

(4) Niccolò di Lapo da Uzzano, fio- rono la sua risoluzione ; anzi a forti- 

rcntino, dottore di sacri canoni, chie- fìcar Tanimo dell'amico promise di 

fico regolare e canonico del duomo, scrivere un libro che dimostrasse la 

cedendo ad un impulso d'ascetico fer- eccellenza della viu monastica. Ma 



DI COLUCCIO SALUTATI. 



XI 



A Carlo di Durazzo, re di Sicilia e Gerusalemace. 

[Cod. Marucelliano C, 89, ce. i $9 a- 188 a ; Tommaso Verani, Misceli di varie 
matèrie storico-UlUr. erudite, VII, n. 31, ms. nella bibliot dell'Istituto degli 
5 Artigianelli in Torino; Vaticano J923, ce. 35A-36A, frammentaria (0.] 

Epistola Colucii Salutati Fiorentini ad Carolum regera Neapoli- 
tanum. 

GLORIOSISSIME rex, dux ìnclite, princeps victoriose. non som Fìrewe. ijRi. 
nescius quam temerarium sit humilitatem meam, licet micbi cui d* r^l'Uri- 
10 semper fuerit ad te et tuum sanguinem maxima devotionis, fidei °* '' 

6. Coiì T; M Quid deceat regcm V Epistola tnn«inissa per Colotium Salutatum C«i> 
oenarìtim ftoreniinum ad s£reni$simiim regem Karolum lerusalern Ungarie et Sicilie rcgem 
quid Mntiat de orìgine partis guelfe 



le sue occupazioni ed anche una cotal 
titubanza, di cui egli stesso ha fatto 
cenno nel proemio della sua opera, 
impedirono a Coluccìo dì mantener 
subito la promessa ; sicché io non 
credo d'errare, congetturando che il 
trattato De saeculo et nli^me non 
abbia veduta la luce innanzi al 1381. 
A quest'anno quindi spetterà il pre- 
sente viglieito, con cui il S, inviò 
al frate l'esemplare del libro dedica- 
togli ; esemplare che è oggi il Ric- 
card. $72, sul foglio di compazione 
del quale, staccato adesso dall'antica 
legatura, si vede ancora incollato 
Tautografo del S. 

I casi di frate Gerolamo dopo il 
suo ingresso nell'ordine Camaldolese 
sono distesamente narrati dai compi- 
latori degli Annoia CattiaUuLfises , VI, 
134-35, XXI. La sua pietà, Io zelo, 
con cui osservava la regola rigidis* 
sima, indussero Urbano Vi ad eleg- 
gerlo il 28 marro 1387 generale 
dell'ordine. Accettò Gerolamo a 



malincuore l'ufficio ; ma, per non in- 
frangere il voto di clausura, rifiutò 
sempre di allontanarsi dal convento 
fiorentino. Del 1389, rimasta per la 
rinunzia dell'Oleario vacante la sede 
vescovile di Firenze, 1' Uxzanese fu 
dal comune incluso fra i candidati 
proposti al pontefice e raccomandato 
con molto calore ; Arch. di Stato in 
Firenze, Miss. re^. lì^^, ce. 13 B, 
20 B, 28 die. 1389 e 27 gennaio 1390. 
La scelta cadde invece sopra Onofrio 
Stcccuti. Fra Gerolamo non soprav- 
visse del resto che pochi mesi -, ci mori 
infatti il 23 novembre dell'anno se- 
guente, se diamo retta all'epitafio, 
composto per la sua tomba da ser 
Domenico Silvestri (edito in Mehus, 
i'itaA. Traversarit, p.cccxxvii); il 24, 
se crediamo all'antico obituario mo- 
nastico, citato dagli annalisti del suo 
ordine. 

(1) Nella prefazione si dice che 
cosa rappresenti per noi il ms. Ma- 
rucelliano. In quanto al Torinese, 



12 



EPISTOLARIO 



et reverentie subiectiva dilectio, cekmjdincm tuam hac rudi pa- 
gina fatigare, teque maximis novi regni ncgociis occupatum^'^ ad 
legendum hec inculta et inomau velie deducere, que, viso ignoto 
servuli tui nomine, debeas etiam ante quara legeris deridere, 
«ogiu concedere suppHco tanicn, mansuetìssimc prlncipum, quatenus ista, qualia- 5 
liiSI '*" ""*' cunquc sint, non dedigneris aspicere. nam, licet ruditate sua de- 
licatissimos aures tue maiestatis, altis et exquisitis sermonibus 
assuetas, legendo non muìceant ; licet virtutibus tuis, quibus supra 
regale fiistigium mira splendoris luce refulges, nichil possint adi- 
non MTi inalile al ccTC, hcta. taiTien placida mente poterunt non nocete, videbis io 

aitava aowTMoa^ ' r r 

cquidem quid de te et de gloria tua ego cum plurimis sentiamus; 



nuovo towraao. 



y. i qui 5. M mansuetissimom corrttto 



11. T quoJ 



esso 6 copia eseguita sullo scorcio del 
sec. xvm dal p. T. Verani, della con- 
gregazione agostrniana di Lombardia, 
di un ms. del ice. xv, anzi probabil- 
mente del 1 469, che esisteva nella bi- 
blioteca del convento di S. Maria del 
Popolo in Roma, ove egli allora di- 
morava. Tanto ci apprende infatti 
questa nota che precede l'epistola : 
« Ex codice chartaceo .xv. saeculi 
<r in-4'* bibliothecae Sanctae Mariae 
« de Populo Urbis ». Alcuni codd. 
appartenuti un tempo a codesta hbre- 
ria son oggi ncirAngelica di Roma ; 
fra essi però non m'è avvenuto di 
rinvenire quello qui ricordato. Ne! 
cod. Vaticano, che è un miscellaneo 
di varie m-nni dei secoli xv-xvi (cart, 
mis. 22X30, di ce. 12.S), dell'epistola 
non son riferiti che i periodi relativi ai 
guelfi ed ai ghibellini. Infine alcune 
linee sullo stesso argomento (cf. p. 3 1, 
rr. 2-6) coll'indicazione « Co. Salutati 
« ad regem C.irolum » si leggono tra- 
scritte di mano quattrocentista nel fo- 
glio di i^u.irdia anteriore del cod. Laur. 
PI. LXXXIX inf. 38; cf Bandim, Cai. 
codd. tnss. lai. bibl Med. Laur. Ili, 597. 
(i) La notizia dell'entrata di Carlo 
di Durazzo in Napoli e delP intiero 
conquisto del regno, giunta a Firenze 



con grande ritardo il IO settembre 
del 1581, riempi tutti gli animi d'al- 
legrezza e fu celebrata con pubbliche 
feste ; Diario d'ation. jiormt. p. 450. 
Il 14 poi la Signoria rispose alla let- 
tera del fortunato vincitore con altra 
lunghissima congratulatoria, che va 
certo annoverata fra le più eloquenti 
che uscissero dalia penna del S. ; 
.\rch. di Stato in Firenze, Mia, 
reg. 19, e. 170 B. Certo in mezzo a 
tanta esultanza, di cui mal s'intende- 
rebbe in fondo la cagione, ove non 
si riilettesse che dalla vittoria del Du- 
razzcse speravast la fine dello scisma, 
e « pacie in Firenze e per tutto il 
« mondo », il S. dovette concepire il 
desiderio di manifestare al giovine 
principe il particolare interesse ch'ei 
prendeva ai di lui successi. Stimo 
quindi che precisamente nello stesso 
mese di settembre Coluccìo abbia 
posto mano a quest'epistola, notevole 
si per i ragguagli storici che cot»- 
tiene, come per le idee che vi sono! 
espresse intomo ai doveri de* regnanti, 
non attinte a teoriche stantìe, ma de- 
sunte dalla pratica e dalla storia. 

Ma se l'epistola venne iniziata con 
vivo slancio, non fu però con uguale^ 
entusiasmo proseguita ; io dubito anzi 



DI COLUCCIO SALUTATI. 



13 



videbis denique, ni fallor, in tanto successuura tuorum felicissimo 
cursu et in tanti potentatus regimine quanta sit moderatio cul- 
mini tue celsitudinis adhibenda : que siquidem postquam legeris, 
parvitatis uiee devotionem et fidem forsitan non contemnes. scio 
5 namque le taliter inter ardua et cxcelsa versa ri quod minora non 
negligas, qui vidcas Neapolitanam plebem et viros ignotos ori- 
gine atque professione vilissimos in me sublimationis auspicio 
non mediocriter profuisse. nec putes me, tue foitune mirabili 
felicitate permotum, hoc tam domestico scribendi genere tua mu- 
lo nera vel tua beneficia cogitare, satis enim superque satis omnium 
rerum gubernator et rector Deus sua michi bcnignitate provìdit, 
qui me parvissimo, tamen aprico, natum ex oppido, in tam ce- 
lebrem transtulit civitatem et dtra merita tam gloriosi populi be- 
nivolentiam assecutum me iuxta meos domìnos in muncre tara 
15 honorabilis olTìcii collocavit. ctcnini in votis meìs est Satyricum 

illud : 
^^^ Sit michi quoj nunc est, ctiam minus ; ut michi vivam 

^^^^^^ Quod supcresi evi, si quiJ supcresse volunt dì. 

^^^^^^f Sit bona librorum et provisc frugis in annum 

^2^^^ Copia (0. 

si Deus equidem ista concesserit, nemo me intcr mortales, si 
lamen huius urbis accedat tranquillitas, beati or esse potest, quid 

6. qujj Tquum i. Af praefuissc g. M promotum 13. Tvilissimo nat. ex 

oppido intra 11. 7 circ» 14. Tomctlt io x-j. M quid - « \%. Af quid - 

eius - dii 



che a termine non venisse condotta 
mai. Non si capirebbe infatti altri- 
racnti perchè nei due soli codd., in 
cui ora sì Icg^e, ci appaia bruscamente 
tronca verso la fine. Nò m.incano 
argomenti a confortarci in questa sen- 
tenza. L'assassinio di Giovanna, lo 
scempio d'Arezzo, l'usurpazione vio- 
lenta de' beni de' Fiorentini dimoranti 
a Napoli, i dissapori ben presto de- 
generati in fiera e scandalosa discordia 
fra Urbano VI e Carlo ; tutto ciò ed 
altro ancora dovette far nascere nel- 
l'animo del S. de' sentimenti ben di- 
versi da quelli che gli avean posto fra 



cai la fortuna ba 
inKgnato che non 
é da tprczur l'a- 
iuto degli umili. 



"Hb a parlargli 
coti lo sprona la 
ipcranxa di lucro O 
1 ambizione ; 

del tuo onorato uf- 
ficio «li licn pago. 



né alcuna cosa de- 
sidera, fuorché la 
pro»p«rità della pa- 
tria. 



le manila penn.i. A qual prò mandar 
consigli sapienti a chi aveva già brut- 
tata in cento guise la sua fama, e non 
capeva esser nulla più che un volgare 
tiranno ? Farmi dunque credibile che 
Coluccio, disilluso, abbia messa in 
disparte l'epistola, e che questa sia ri- 
masta lungamente dimenticala fra le 
sue carte. Ecco perchè, fra l'altre cose, 
essa non si legge in veruno de' codd., 
che contengono le epistole del S. ca- 
dute nel dominio del pubblico, ma ci 
proviene da fonti, di cui non cono- 
sciamo bene l'origine, 
(i) HoRAT. Ep. I, xviir, toy-io. 



-— my 



14 EPISTOLARIO 



^ me igitur ìmpulit ad scrìbendum ? inconcussa fides et ionata 
jTayiVif Jf derotio, quam per progenitorum meorum gradiendo vestigia ad 



tff 



t k M*aa M 



sacraóssimum regitim sanguinem semper gessi ; spem edam dedit 
humanitas tua, qui te minorìbus semper pladdum et fadlem pre- 
buisd. invitavit etiam me ingens et admirabilìs ipsa materia et 5 
res geste tue, que tum maiesute sua, tum copia potuenint etiam 
desides spirìtus et quodvis consopitum ingenium exdtaie. et ut 
n Ori» nm- TG serìem, quaiiter ad nos pervenit, breviter atdngamus, tu in urbe 
óamimMammrtr Romana mente intrepida ingendque animo malora condpieos 

quam tua te fortuna permitteret, iuzta sanae matris Ecclesie io 

rìtum consecratus et unctus per manus veri vicarii lesu Chrisù 

beadssimique summi ponafids Urbani sexd, ad regnorum lem- 

saiem et Sidlie glorìosum fastigium es evectus ea sanctissima die, 

qua dominus et salvator noster Jesus Christus promissum Spiri- 

tum Sanaum per visibilem ignis speciem in iilos predicatores 15 

regni Dei christianeque fidei pugiles et athletas infiidit, que semper 

tnrSi"e««^ in celebri recensenda memoria dies post kalendas iunii prima fiiitO), 

*Ì*Stir*?AilI ^^ inditi Karoli primi predecessoris tui regnorum eorundem au- 

MtrvBpSV^ spicio annis centum sexdecim iam decursis. sicque sexto anno 

duodecime decadis, ex quo maioribus tuis dtulus tante domina- 20 
rionis accessit, quorum numerorum plenitudinem et dignitatem my- 
sticis arithmerìce tractatoribus relinquimus in medium speculandas ; 
tu, secundo celo et, quod efFectus docet, favente celorum archi- 
tectore Deo, regalis throni celsitudinem ascendistì. deinde iustida 
cause tue confisus, parvo comitatus exercitu, septimo kalendas 35 
'^T**** "** "* ^"^^ debitum ubi regnum intrasri <»), nullisque tandem obviam 
inimicis, in urbes et oppida que tibi mascule virtutis et virilis 
ove l'attcndca la audacie gloriosissima coniux tua, iam tanto tempore inter conti- 

4. M tua barn. 1 1. T ven. errore di lettura per reti? 1 3. Jlf omette et 

19. M iedecim - dtqne si. Tmiscais 36. ^ tameo 

(i) Carlo fu incoronato in Roma /»lom. II, ii47Sgg'; Giannone, Storia 

il 2 giugno 1381. Del di innanzi è del reame di Napoli, Milano, 1825, 

la bolla con cui il papa lo investe del lib. XXIII, cap. v, vn, 549. 

regno insieme coUa promessa ed il (2) Il 25 di giugno Carlo avea pas- 

giuramento suo ; Rainaldo, Ann. ad sati i confini, 
a. SS n- XXIII ; LuENiG, Cod. di- 



DI CO LUCCIO SALUTATI. 



'5 



nuos fortissimorum hosrium incursus, mira animi magnitudine cootom 

conservarat*'^, incolumis pervenisti, ubi, coniunctis uxoris copiis, 

que te venturum cupide morabantur, confluentibusque nonnulUs con poche tmppe 

' * ' i che rapiOAmeote 

ex patria, in morem procedentis fluminis maior factus procedens, «'«««•''«''o: 
5 in vallera, quam vulgo Gaudii dicunt et quc hactenus Caudina 
diaa est, in qua quondam Romanus exercitus fuit a Samnitibus 
circunventus, mediis in eiusdem vallis faucibus persone et exer- 
citui clari principis et usque in diem illam ubique victoris, do- 
mini Othonis ducis Brunsvincensis cxpectato celerius occurristi ; lo^atB™wwi?ki 
IO castrisque iuxta locatis, unde vicìssim milìtares videbantur ignes 
tubarumque et tympanorum, lituum et tybiarum classica poterant 
cxaudiri; vir ille bellicosus, qualctn, sì fame credendum est, nec 
habet sua Germania nec vivum obicere potest Italia, preteriteque 
glorie sue memor, sibi exercìtuique suo confisus, pugne martia- 
15 lisque congressus annuncium et provocationis signum, cyrothe- che offri b»tt»gu., 
cara manantem sanguine, destinavit. quid tum fecìt tua animi 
magnitudo ? decertationis utique signum intrepida mente susce- 
pit teque, vel singulari certamine vel in aciem eductis copiis, pu- 
cnaturum prò tua iusticia fortiter obtulisti. quod cum eidem e quindi, pentito o 

^ ' ' sgomento, si ri- 

20 preter creditum obtigisset, seu niaximo regnicolarum favore, quos J^^J.""* "'p" 
adherere tibi tuoque exercitui manifeste videbat, attonitus seu, 
quod verisimilius est, inopinata tui animi magnitudine territus et 
prostratus, prima noctis vigilia, impressionem pugne quam 
audacter postulaverat mctucns, furtim tacitusquc cum exercitu 

25 toto discessit tuique nominis fama vìctus, quasi superatus in prelio, 



[3. T confluctJbusquc 5- T Cliandiaa 7. Af circunventibu* corretto. 9. T 

I - BrusiiK'ctuis 13. vivum] 7 unum 16. T sariguinem - tuiic facta 18. M 
pojjnaturus sa. iV/ veriaìmik 33. T improinitaionena 



(r) Per venti niun storico accenna 
a quesi* totcrvenzione di Margherita 
di Durazzo ne' tumulti che scoppia- 
rono qua e là nel reame prima che 
Carlo v'entrasse : essa era rimasta in 
Napoli coi figli vicino a Giovanna fino 
al 26 di giugno, nel qual giorno si 
avviò alla volta di Roma per raggiun* 



gervi il marito ; Giornali napoletani in 
Rer. It. Scr. XXL '041 ; Giannone» 
op. cit p. 348. Può darsi però che 
alle mene di lei alludano i G\orn. ci- 
tati, ove dicon che la Terra di Lavoro 
era infestata da malandrini, «quali al 
« più erano de Morcone, terra de ma- 
ndama Margarita». 




I^ 



EPISTOLARIO 



I Uihimae eoa 
o le pone. 



rjmro Mrtto N»- ^^jji 5u{s omnibus fugc remedìo se commisit <»>. tu autem ad 
debiu tìbi Parthenopes meiiia cam alacri tuo exerdtu profìciscens, 
te iUi glorioso populo, qui taodiu tuum anxie morabatur adven- 
tum, non hostcm tremendum» licct in armis, scd dominum be- 
tiignum et placìdam ostcndisti. tunc mirabile tuncque iocun- 
dissimum fuit videre quanto favore populi, quanta leticia, rupta 
presidentium obedientia, et fas sit vera loqui, excusso suavissimo 
et antiquo reginalis maiestatis iugo, te cum oznni tuo exercitu 
intra murorum propugnacula receperunt. quis narrare possct 
plaudends popiili cantici, quis exultationem omnium, quìs favo- 
rem et Icticiara singalorum ? que quidem tanto tibi ccrtiore di- 
lectione cunctorum, si recte respicias, evcnemnt, quanto dubita* 
tiore adhuc fortuna tua, voliiantibus edam in armls hostibus, in 
tiUitum culmen tam rapide sis acceptus. ncc te tcrruit aut illos 
"^ófiujtóo^ ^* "^^^'^ "^^'^ parte potentissimus hostis armatus, qui cum suo fu- 
tlSi^ *plr'iui*^.-- gitilo exercitu in urbis iugressu se tibi opponcre cogiiabat. vidit 
enim in oculis suis se cum suis portis exclusos, vidit te, ut regcm, 
in urbem regiam introduci, hanc igitur gloriosissimam diem, 
confusioncm hostium et tue dominationis auspicium, meliore la- 
pillo perpetuo numerabis. et ne possit fallere posteros, liec dies 
est media mensis iulii, decimoseptimo kalendas augusti (*>. de- 
cuit enim tantum principem, quantus tu es quantumque te fii- 
turum cupimus et speramus, inter longos illos menses, nominibus 



topcroio. 



il 16 di luglio. 



IO 



1 



15 



5. 7' omette que 9. T quisnam dicere 

ductum 20. A/ me corretto tn ne 



17. enim] r omnium 18. T intro- 



(1) L'incontro dì Ottone con Carlo 
era avvenuto i! 28 giugno, mentre 11 
primo si avviava verso San Germano 
per tagliare .lU'altro il passo. L'esi- 
guo numero di soldati obbligò 51 prin- 
cipe di Taranto a rifiutar li battaglia 
ed a ripiegarsi, non senza perdita di 
nomini e di bagagli, sopra Aricnzo ; 
Ciorn. nap. loc. cit. col. 1042; Gian- 
none» op. cit. p. 554. 

(2) Da Ancnzo Ottone si era ri- 
volto verso Maddaloni e riiraevasì su 
Napoli, mentre rawersario pure vi 



si avviava ; talché l'uno e l'altro ar- 
rivarono lo Slesso giorno, il 16 luglio, 
alle pone della città: Carlo al ponte 
del Sebcto presso la porta del Mer- 
cato ; Ottone a Casanova fuori porta 
Capuana. I Napoletani non opposero 
alcuna resistenza al nemico, sicché 
questo poche ere dopo era in citti; 
Giorn. nap. loc. cit. col. 1042 sg. ; 
GiAKNONE, op.cit. p. ?SJ; De Rlasiis, 
Le case dei principi Atti^ìoini uclìa pialla 
di Castehtovo in Afch. stor. per U prov. 
napoUt. XII, 598. 



DI CO LUCCIO SALUTATI. 



Il 



maximorum principum consecratos, in solium sue excellentie col- 
lociri. que autem dies alia pomit convenicntior tanto mysterio 
rcpcriri, quam iÌIa que iulium menseui inter equalia futuri pre- 
tcritjque temporis spacia mediaret et prima incipcret mensis au- 
5 gusti ixcext mentionem ? habet nescio quid pronosticum aique 
divinum dies ista, ut tibi videatiir et maìorum rognorum sceptrum 
et ipsius monarchie titulus rcservari. sed, ut ad incepta revertar, 
te in regia illa urbe recepto, pars hostium se per fugant erìpuit, 
pars una cum illa incljrta quondam regina, cui iara ultimum regni 

10 fatum et deponendi dìadematis dies instabat, se Ìii presldiorum 
foniliciis ìncluscrunt ; tu autem et popuius ille tibi devotus obsi- 
dionem mari terraque magna cum dìligentia cìrcum arces illas raanu 
valida firmavistis. nec defuit machinarum et tornientorum bel- 
licus apparatus, non subterraneus labor et cuniculorura insidie et 

15 quicquid in obsessos longum expugnationis exercitium adinvenit. 
interim autem exclusa manus hostium, ipso codem domino Othone 
duce, conglobatis in unum Britonibus et Gcrmanis ceterorumque 
nobilium viribus, qui tunc regine faventes auxilia transmiserunt, 
lumultuarium bellum «sque ad Neapolitana menia assiduis discur- 

20 sibus inferebat ^'\ quadraginta, sicut arbitror, diebus pestis illa 
desevTt, infra quos intus et extra de tanti regni imperio certa- 
batur, quorum seviciam, nondum firmato partium tuarum robore, 
nisi Dei misericordia tuorum felicitate successuum et incrementis 
lue celsitudinis minuisset, ingentìa cepta tua, gloriosissime prin- 

25 ceps, intra principia constitissent. hoc enim medio tempore cur- 
rebant ad te nobiles, surgcbant populi castraque et urbes quotidie 
dedebantur. non erat tibi pecunia, unde posses venalis manus 



dau di profondo • 
sovrumano «gnj- 
6c«to. 



L« regina, chiu- 
M«i in óuteU 
nuovo, 

strcttacnenle aiie- 
diati, 



veniva tocco ria dal 
Riaiito, 



che per quaranta 
di COI SUOI teoriz- 
zava inlomo a Na- 
poli, Riioaccioao. 



Ma il regno or- 
mai era lutto per 
Carlo ; 



5 T hnbco 
coni Mcmpre. 
coli i m$*. 



6. T Omette reguornm 
74 T omette princep» 



9. T mia - ultimi 
afl. T castrique 



16. T Odone e 
37. TcnttlU manua] 



(i) Giovanna ed Agnese di Du- 
vazu3, molte gentildonne affezionate 
alla regina, i ministri, i cortigiani, gli 
ecclcsiastià fautori delPantipapa, circa 
cinquecento persone, sì ricoverarono 
in fretta dentro Castelnuovo ; contro 
del quale, divenuto unico punto di resi- 



stenza in città, si rivolse quindi Carlo ; 
e vi furon eretti in meno dì quindici 
giorni tre trabucchi ; Giortt. tiap. loc. cit 

col. 104} ; GlANNONE, Op. cit. p. 356; 

De BLASUS.op. cit. p. 399. Ottone, ad- 
dolorato, s'era ridotto ad Aversa, donde 
faceva scorrerie ne' dintorni della città. 



Coluecio Salutati, \\. 



i8 



EPISTOLARIO 



Dio gli fa cu rin- 
venire tesori nt- 
scosij dai netaid ; 



(trìn^T* eoi tor- 
memi della fame 
la regina a implo- 
rare una tregua ; 



fioche, «ptmuto il 
3$ d'agosto, 



e (ceso in canape 
Ottone co' suoi 



illum tuum exercitum substinere, sed tam assidue quam instanter 
cum commin.itione deoegandi servicii, forte et transeundi ad lio- 
stes, sua stipendia reposcebant. et Qcce, pretcr opinioncm omniuin, 
fecit tibi Deus thesauros per hostes tuos sacris edibus creditos 
re velari t'\ bis et aliis, que tu ipse non sin e admirarione vidisti, ; 
et mira suavitate presentie serenìtatis tue illi populo tolerabile 
bellum fuit, quod quidcm timorem iacussit hostibus multosque 
regni proceres aut inter utrosque fecit medios aut in partem tuani 
velocius inclinavit. incipit interea seva faraes obsessos urgere 
iamque de pacis coodicionibus, quam malis seducta consiliis iila 
quondam regina per istud devotissìraum libi commune multis 
requisita supplicationibus, consentire noluit, agitatur <'\ et ecce 
bellator ilie conspicuus, vir reginalis, com omnibus gentium sua- 
rum copiis, ut opem ferat obsessis, uxorem liberet teque, urbe 
vieta, supcratum capiat vel expellat, apud Sancii Elleri presidium 
castra ponit ^»\ iamque aderat mcmorabilis illa dies vigesima 
quinta augusti mensis, iìnem tot laboribns positura, cum dominus 
Otho acies instruit, hortatur milites et nedum stipendia et pre- 
dam urbis, que erat in oculis, sed regni dominatum suis Theu- 
tonicis pollicetur. deinde cum infestìs signis obsesso se coniun- 
cturus castro, ut inde postea erompere possit in urbem, miro cum 
ordine de eìusdem montis clivulo descendebat. tui autem et pò- 
pulus ille, de cuius tunc fortune condicionibus agebatur, arma 
cepere, pugnamque ìam spe et animo capessentes, hostibus occur- 
rere satagebant, cum premissa discursorum manus extra civitatis 

5. T relevari - quam tu ipse] A/ turpcm T omette non e scrfve.' nme »dtn\niitntìoM 
6. r»evcritatì» 8. T omette regni eJ un e invece di proceres par leggesse propri!» 

9. seva] T poeim 14. M ferrei T ferrenl 15. 7" gupcralam - Sancii Adelini 

17. r mensì» aug. t8. 7' instititit 20. BignisJ T si quis-convictums 31. T 

omette in - miro aa. 7 crinulo M clibulo 



(i) Carlo stesso erasi recato al rao- 
oastero di S. Croce fuori porta Pe- 
truccia, traendone a forza le ricchezze 
ivi celale da Giovanna di Durazzo ; 
cf. De Blasiis, op. cit. p. 399. 

(a) Sulle trattative iniziate da Ugo 
di Sanseverino per parte della regina 



il 20 agosto e sulla tregua ottenuta, 
cf, Giorn, tiap. loc, cit. col. 1043 > 
De Blasiis, op. cit. p. 400. 

( ? ) Ottone arrivò a S. Ermo il 24 ago- 
sto, ultimo d^ della tregua; Giorn. nap. 

loc. cit. col. IO.J5; GlAKNONE, Op. cit. 

p. 3sS; De Blasiis, op. cit. p. 401. 



DI COLUCCIO SALUTATI. 



19 



portas craicuìt et fugacis ac insultatorii congressus, si cut solet, 
initio facto, dux Ole exercitatissimus rei bellice, se fortune com- 
mittens, cuin paucis iiobilibus equos urget et in illos gregarios 
equiccs et aliquos pedites impetum facit, credo secum meditans, 
5 quod si ab illis fuga forsitan incepisset, ilLito terrore, facìllima 
foret superatlo ceterorum. sed ìllì ìpsi aciei fortissime precur- 
sores, sine duce et sìne ordine pugnam ineuat; marchionem 
Montisferrati, qui in partibus Pedemontium multa tui iuris oc- 
cupat, pluribus vulneribus conficiunt et occiduni; ceteri ducem 

IO ipsum, ex equo precipitatum^ capiunt ' '\ dum hec geruntur, pro- 
cesserat tuorum acies iamque vera pugna, revocatis discursoribus, 
parabatur, cum apparuit captivus dux. bine igitur elato clamore 
leticie, magna iam parte peracta victorie, tuba faciendi impetus 
signum datur; sacroque procedente vexìllo tuo, senserunt hostes 

15 ducem captum ; perterritique non de pugna, sed de fuga ìncipiunt 
cogitare, verum instructam aciem regiam instare videntes, omisso 
fugiendi Consilio, maior pars dedidooem facit. beatissimusque 
sibi fere visus est, qui cum suis alicui notabili viro poruìt tra- 
dere se capttvum. ceteri in Montìs prefati castrum fugiunt f*\ 

20 Hec est, ut deditionem regine tj), domini Itoberti de Arthesio, 
cognati tui <*>, et ceterorum ominam, rerum tuarum sumraa ; hec 



dopo brevi «wi- 
figlic 



il tedesco em fatto 
prigione tUUc trup- 
pe di CatIo. 



Segnale quello 
dcU« roiu, 



della fiiEa e della 
re«a deUe truppe 
Demicbc. 



Tale la socdom 
dell' impreaa ; 



}. A/7' urgtnt 4. T faciunt 8, A/ parlìum 10. W precesse rat la. T hic 
13. r m«gnaque porte perac te 14. A/ prece ien io 15. A/ prctcrritiquc 18. T no- 
tabile io. A/ dum prr domini T Archcsio j 1 . /« 7' dopo celerorutn à segnata 
MM lacuna 



(2) La doincnica, « che fa il di di 
« s. Bartolomeo jj, Ottone era sceso 
da S. Ermo per combattere, dividendo 
le sue truppe in tre schiere, e d;indo 
il comando di due di esse a Baldas- 
sarre suo fratello ed a Roberto d'Ar- 
tois. Al momento dell'assalto, fosse 
malinteso, fosse tradimento, ei si 
mosse solo; e ben tosto circondato, 
veduto cader ucciso al suo tìanco 
Giovanni da Monferrato, dovette ar- 
rendersi; cf. Giorn. naf*. ioc. cit. 
col. ^044; De Blasus, op. cit p. 401. 

(3) Sulla viltà dimostrata dalle sol- 



datesche del duca di Brunswick, con- 
tro di cui congiurò anche una vio- 
lenta bufera, d. Giorn, nap, Ioc. cit.; 
De Blasiis, Ioc. cit. 

(ì) Casielnuovo si arrese il giorno 
appresso, dopoché, intermediario Ugo 
di Sanseverino, la regina ebbe un 
lungo colloquio col vincitore; Giorn. 
nap. Ioc. cit. col. 1044; De Blasus, 
op. cit. p. 402. 

(4) Roberto d'Artois, secondo ma- 
rito di Giovanna di Dura/zo, fatto 
prigione il 25 agosto, era stato rin- 
chiuso « in corapedibus fcrreis » nel 




20 



EPISTOLARIO 



ùuMtai veramcate 
di IXo. 



Nel compie ri « 
il principe, ancor 
giovinetto, appiirve 
degno J' ammirti* 
lioiie ; poiché, pri- 
vo di validi aiuti, 
ili armi e di denari, 
butò a tutto. 



Ei fuperó in que- 
sto Alessandro, do* 
mitore dell' Aiìa, 



Milziade, distrui- 
lor de' Persiani 



sunt que tibi tantum regnum et tam ingens dominium pepe- 
rerunt. que, cum secimdum hiimaiiitatem tuni maxima tum 
magnifica videintur, ut cum maiestate tua verum loquar nec 
assemationibus circunveniam, Dei opera prorsus sunt, magnos 
efFectus, ut arbitror, genitura, scimus enim maximi animi ac 5 
impavidi pectoris extitisse, quod tu, nondum finito adolescentie 
tue tempore, quam tamen raaximis semper virtntibus exornasri, 
non Ecclesie suffukus auxìlio, que malicia temporum manus adiu- 
trices porrigere non valebat; non Roraanorum stipatus manu, 
quos undiquc bellura extrinsecus^ ìntus vero quotidiane sediciones, io 
pesti.s f.imesque vexabant ; non sobrini tui serenbskni principis 
regis Hungarie comitatus cxercitu, quem tibi, ne dicara inviden- 
tium calliditas aut avaricìa transmissorum, ipsa viarum longin- 
quitas aufercbat, quasi in te solo et in auctoritate tua omnes 
ad sufficientiam copie site forent, de invadendo tanto regno con- 15 
silium tenuisti et deraum, acceptis regaltbus ornamentis, in ro- 
bore parvi exercitus, si tamen vix octingentorum equitum manus 
exercitus dici debuit f*\ invasisti. quam anitni magnitudinem, 
quem audacis pectoris vigorera dabimus, quem tecum liceat ade- 
quare? quem ducum aut principum ex hystoriis assumemus, qui 20 
raaiorì animo vel maiora tentaverit ? invasit Alexander Persidem 
quatuor millium qutngeiitorum equitum et trìginta duorum mil- 
lium peditum robore et virtute confisus ; regnum, fateor, auro, 
gemmis et vesiibus opulentum et ianumerabili multitudine gen- 
dum frequens, sed deliciis eflfeminatum, cuius defensor exercitus 25 
imbelHs et timidus, post horribilem ciamorem ad terrendos hostes 
infinitis oribus excitatum,prebiturus erat hostibus iugulum, regi suo 
sanguinem, victoribusque predam inextimabilem dimissurus. Mil- 
thiades, Athenicnsium dux, undecim millia pugnatorum, si quid 



I. T omette et it. Tornelle tui i3. M que 3i. >/ Persìden 33. T mìHturn 
p«d. 36. M in bdìis 37. T tixciutur M prebiiurum M T omettono crai 

19. M puga«timitn 



castello dell' Uovo, dove perì di morte 
violenta il 18 giugno 1383; cf. De Bla- 
siis, op. cit, p. 408. 

(i) Il Muratori, Ann, d'Jialia, a. 



r^So, afferma invece che Carlo avea 
con sh, oltrcchc" « mino lance di buoni 
« combattenti ungheri », anche cinque- 
cento arcieri 



^ 



I 



or COL UCCIO SALUTATI. 



21 



Leonida, che fron- 
tcugiò Scrsc alle 
TermopiU. 



Egli tu emulalo 
altresì i trioni) del 
suo grand'avo, il 
vindtor di Mao- 
Eredi. 



mendaci Grecie credi debet, in campis Marathoniis sexcentis «Maratona; 
hostium minibus, mirabile dictu, non expectatis Lacedemonìorum 
auxiliis, celeritate fretus, opposuit. sed exercitus Barbarorum, 
quatrìduanis religionibus occupatus, subito et inopinato hosti per- 
5 mixtus, dum arcus, quibus precipue valebat, explicare non potuit, 
percussoribiis tertia ex parte victtma fuit. obiecit Leonidas, Spar- 
tanorura rex, Xerxi regi et illi inniimerabili exercitui, qui 
habuisse fermr dena centena mJllìa pugnatorum, quatuor millia 
militum manum ; sed illum angustie Thermopylarum locique 
IO opportanitas adìuvavit, ut continuo triduo pugnans et demum 
quarta die moriens, victor existeret. Tu autem bellicosum regnum, 
armis et viris horrendum, duce strenuo exercituquc fortissimo 
defendendum, iandiu ante tuum adventum ad defensionem et pu- 
gnam magno Consilio preparatum, nuliis locorum tutus angustiis 
15 sed campis et itineribus apertissimis, intravisti, vicerit il.ique iocly- 
tus ille progenitor tuus Karolus primus oppidum Sancti Germani, 
Gerraanis et Saracenorum sagittariis premunitum, Manfrcdumque 
regem, imo, ut eiusdem gloriosissimi abavi tui verbis utar, Nu- 
cerie soldanum ^'^ apud Beneventanam clvitatem, pugna com- 
ic missa, devicerit et demura, rebus desperatis, ad mortera medios 
inter hostes manu querendam victor impulerit rcgnumqiic io se 
translatum per Clementem papam mira vìrtute et felicitate quc- 
siverit; non tamen possuot ìlla, licet magnifica sint, tuis rebus 
gesiis tuisque victoriis anteponi, patiare, fortissime principum, 
25 qui tuis posieris tantum regnum tuo sudore tuisque labori bus 
paravisti, cuius gloriosissima gesta nulla unquam abolebit obitvio ; 
patiare, precor, me hunc, quartum tibi sanguine, quintum vero 
diademate successorem tibi tuisque cum victoriis comparare, iam 
enim videre videor, si fata permiserint, hunc in tantum splen- 
30 dorem et gloriam evasurum, quod faraam cunctorum principum 

I. Tgratic 3. Tmililibus W Lacedenaomra 7. \f ÌLeniem corretto in \erxi TXerxi- 
qm 8. M ferunt corretto in fertur g. T omette \\\\im 14. hi reca Consilio d'altra 
mano; Ut prima avea icritto ausìlio 17. M praemanitum 19. T pugnam commÌMi 

V pugna omiMi aj. T %\cìì\ per ^\ni e XMm per \\x\i> 14. T tui» qui 36. .1/ /' abolevit 

(l) Allude li termini ingiuriosi con Miinfredo, riportati « in francesco », da 
cui Carlo licenziò gli ambasciadori di G. Villaki, Istor.fior. lib. VII, cap. v. 



di cui oggi ò il 
quinto succe>*ore 
nel trono di Na- 
poli. 



22 



EPISTOLARIO 



PAr«Ueln fr« le 

festa del primo e 
ul novello Carle). 



Quello trionfò 
(li MtnfreJi ; quc- 
«to d'Ottone. 



in brevissimo tem- 
po, con «omnu fe- 
lidtà. 



Ma in tre cote t 
supcriore *11' avo 
il nepote: 



gionnc quetii , 
quello maturo si 
accinse «11* guerra; 



l'uno ebbe • fronte 
un tiranno inima- 
uiitinio, 



■prewaiorc 
fede. 



della 



e d'ogni onestà. 



nostre etati s tenebris obducet, sicut tu tuì temporis obscurasti. tu 
itaque primo impetu Saiictum Germanuin capis, iste Ncapolim est 
ingrcssus ; tu Manfreduiii superas et occidis, iste Brunsvincensem 
duccm Othoiìcin, imperiali famiiia genitura, abnepti tue, quod 
forte nunquam putavisti, thoro matrimoniali coniunctum, primo 5 
fugat, deinde superat et captivat et hereditariura regnum, quod 
ab eo deduxerat transvcrsalis originis series, de raanu muliebris 
sexus et theutonice feritatis in progeniem transmlit masculinam, 
si queris tempus, sexaginta duorum dieriim spacio tanta res 
confecta est^'^; si queris eventum, pene sine cede et sanguine, io' 
tantaque felicitate, ut vix niaìor possit mentibus mortaliura cogi- 
tari, tria adbuc inequalia sunt, que ad huius oprimi et glorio- 
sissimi abnepotis tui titulos et nomen accedunt. quod tu, for- 
tissimo comitatus exercitu consiltosissimìsquc proceribus cinctus ; 
iste pene solus tara ingcns inceptum tamque dubium bellum in i? 
vestros humeros suscepistis. tu matura etate et post multara 
rerum experientiara;iste vero, extrema adolescenria, nondum exer- 
citus in agendis, que duo solent in ceteris maturitatem capiendi 
consilii perturbare, acquirendi regni et defendende sancte matris 
Ecclesie pondus, securo pectore subiistis. tu contra regem cru- 20 
delissimum, exhaurientem trìbutariis vexationibus regnum, spolia- 
torem ecclesiarum, clericorum persecutorem, fratris, ut dicitur, 
homicidam fratemique regni per inìusticiam invasorem adeoque 
de vera religione et fide Christiana irapie sentientem, quod in medio 
regno Saracenicam Maugmethicolarum, nedum ruceperat, sed in- 25 
duxerat feritatem; adulteriisque et stupris adeo corruptum et infa- 
mem ; otpote qui nedum plebeias, sed nobiles mulieres proce- 
rumquc maritas '»^ in sue effrenate libidinis impetu comprimebat; 



I 



I. M T omettono tenebris 4.. T abnecti 9. \f temporum invece di dìerani 

n. M omette adhtic so. TpoHe qui in tuogo di contri 33. .Wfratrcraqae 24. T 
qui 37. M quod 28. in mei T in»cic iuitcie con aegno d'abbreyta^iune. 



(1) Sulla rapidità, che parve a tutti 
mirabile, con cui Carlo compiè l'im- 
presa, fa riflessioni assai siraiglianti a 
queste il S. anche nell'epistola pub- 
blica già citata. E cf. anche quanto ne 



dice Donalo degli Albanzani nel capi- 
tolo aggiunto al De daris mulicribus 
del Boccaccio in Hortis, Studi, p. 1 1 1 , 
(2) Il S. allude qui jjrobabilmeute 
alla contessa di Caserta. 



DI COLUCCIO SALUTATI 



23 



quod tam populis quam princìpìbus odiosus et gravissimus habe- 
retur; arma sumpsisti; ut ncmini mirum esse vidoatur, si mon- 
strum illud apud Ceperanuui sui proceres, quorum thoros ilJe 
polluerat, rcgnum prodentes prebentesque tuis genti bus adìtum, 
reliquerunt; si, Christianis et Saracenis male convcnicntibus ad 
defensani, Deus oppidum Sancti Germani miraculose gentibus 
tuis dedit; sì apud pontem Caloris, qui propter Bene ventura labitur, 
a tuis nobilibus Gallìs et guelpborum Florentinorum auxiliari manu 
Gennanis oppressis, non regem, sed tyrannum sui regnicole tra- 

10 dentes tibi plenam victoriam dimiserunt. hic autem tuus nostri 
temporis Karolus, Deus optìme, cum quibus habuit de regno con- 
tendere ? certe contra se validum exercitum et expertìssimum rei 
bellice ducetn invenit; ducem, inquam, nobilissima de stirpe pro- 
genitum, inter cuius maiores plurimi reges et prìncipes et pluries 
imperialis apicis gloria reperitur, tania clarum, victoriis innume- 
rabilibus inclycura, moribus benignum, manu promptum, pectore 
fortera, animo intrepidum jdeoquc cunctis ipsura alloquenribus 
graiiosum, quod, nisi Thcutonice nadonis titulus obstìtìsset, quod 
nomen Manfredi memoria f^icit ,idbuc cunctis regnicolis ndiosum, 

20 facile potuisset ad regalis throni celsitudinem pervenire, fuit et isti 
certamen contra illam cunctorum seculorum clarissìmam mulic- 
mm, que nepotis tui dive recordationis oculatissimi regìs Roberti 
neptis, successionis iure regina, tum in Caroli Ambertì proge- 
nìem, tum in nepotis tui Philippi Tarentini genus, dispensatis 
thoris matrimonialibus, tantorum regnorum transtulìt diadema, 
nec pudeat, magnanime princeps, si qua te inter beatorum choros, 
quibus, ut pugilem sancte matris Ecclesie, persccutorem infide- 
lium et propugnaiorem iusticie, te merito credjmus aggregatum, 
terrene glorie tue cura tenet; non pudeat, inquam, te talem et 

50 tam claram habuisse tuorum laborum heredem. multos quidem 
et sanctitate et virtute insignes viros et bellorum gloria darissi- 



«ìcchò non fu me- 
ravigli» che i fuoi 
seguici stcisi l'ab- 
bandoDAssero. 



Dovette l'altro 
couirait«re U co- 
rona t guemer ce> 
leberrimo , e per 
cottumi mittMi- 
mo, 



tebbcne di onpie 
uuioutco; 



A ifonaa iopr» ogni 
altra gloriosa. 



•leena discendente 
della magnanima 
«irpe 



I. Tqoi M habtnmuT corretto Jjttn ftrsso cnpiiita. 2. A/ videantur 4. T per- 
dente 7. iVrCari 0. T iradentis 15. T imperiales M apìct» corretto 
d^altra mano in afich 17. A/adcoquod corre/to /« quc 18. 7quini»i 20. M T 
potiiìt 34. M Carentini 26. M in 30. T omette wm ,\t multus corretto in 
multos 31. A/ &aactìtBtis corretta in fiflnctitate T vinuTibus 




EPISTOLARIO 



che v«nta le ori- 
gini da Elettra, 



e che, per lunga 
■eriedì re, ila Frnn- 



a llarcomiro e Fa- 
ramando, 



Al (lue Clotloveì, 



ai Carli, ai Laigi, 
ai Lotari, ai Ro- 
berti , agli Enri< 
ci Otc, 



riaplendctie ttw 
pr« per opere »i/- 
tuoae. 



E poiché Ciò- 



mos potes de tuorum raaiorum atque minorura numero recenserc. 
sed discurre, precor, totani, unde genus ducis, hinc inde prosapiam 
et usque ad Aihlaniidem Electram, quara lovi permixtam tradii 
antiquitas Dardanum genuisse, qui tui sanguìnis fuit princcps et 
auctor pervenias licet ^'\ invenìcs Inter ìstos, m Priamum, ulti- 5 
munì Troianorum regem, et numerosum gregera filioruni suoruni 
omittam, Erictonium, Troum, Assaracum, Laomedonta et ipsum 
Franconem, Hectoris filium, a quo vestri sanguìnis series et ipsum 
Francie nomen traditur incepisse, quorum posteri, a Romanis Si- 
cambria exclusi, Marcomirus et Fharamundus iuxta I^henum et io 
in Germania melioribus in sedi bus regnaverunt. post quos, ut 
plures pertranseam, Clodoveum, Alemannoruni domitorem, in 
cuius baptismo columba celitus raissa chrisma deficiens appor- 
ta vit, quo usque in presentem dieni reges Francorum constar 
inungi, arrais et raoribus invcnies gloriosum <*>. invenies et Ciò- 1 5 
doveum secundum, qui quadraginta dierum natus, amen, cunctis 
taceiitibus, in susceptione baptismatis traditur respondisse *^*^ : in- 
venies et Pipinos, Karolos, Ludovicos, Lotharios, Robertos, Ugo- 
nes, Henricos atque PMìppos et innumerabìles alios, quos tum 
in infiniti illius boni presentia et in eius latitudine iusticie, dum- 20 
modo velis, cuius visione bcatus frueris, potes aspicere et eonim 
gesta, virtutes, merita reccnsere. nullam tameii sexu femineo mu- 
lierem invenies, que cum ista tua lohanna, Karoli ducis Calabrie 
filia, possit vel animi magnitudine, vel virtutibus, vel gloria com- 
parari. habuit igìtur istam tante benignitacis et dementie mu- 25 
lierem suis inceptis oppositam, que post inclyti regis Roberti mi- 



3. 7' promiautD W praemistam 7. Tobiunctam A/ Asso rat um u. M inter 

corretto in in 30-»i. T omette dummodo veli» e icrfve me vliìcme beai, frueris potes 

M poUtrÌB carretto poi in potea 26. T qtxì 



(i) Anche il Boccaccio, De claris 
midUribus, cap. cv, De lohanna 
Iherusalem et Sìciliae regina, 
eti. Bernac, mdxxxix, c. lxxxi a, 
tessendo le lodi della casa d'Angiò, 
ne celebra le pretese origini troiane: 
« Si velimus », egli scrìve, « avos pro- 
ir avosque in finem usque exqufrere, 
« non subsislcremus antequam per 



M innumeros ascendenies reges, in 
<f Dardanum primura Ilii auctorera ve- 
<f niremus, cuius patrcm lovem dixere 
« veteres ». 

(2) Cf. HiNCMARUS, Vita s. Remigiì, 
5 63, ili Aita Sanctorum octobris, I, 146; 
G. VrLLANi, Ishr. fior. lib. I, cap. xix. 

(}) Noti 30 donde provenga questa 
tradizione. 



DI COLUCCIO SALUTATI. 



25 



nrationem, i.im abunde quiidra?esimum annum retmi moderameli ««n* ^ modello 
adepta, ipsum in humanitatis mansuetudine et iusticie freno, mira 
cum subditorum consolatione utilitateque omnium, cui seniper 
coQsuluit, gubemavit; ut si presidenti um virtus, dcmenda, iusticia 
acque benignitas possint regum solia stabilire, suum sceptrum 
debuerii esse tìrmissimum et in debitis subditorum favoribus con- 
servar! ^'). ingens igitur et magnifica, ut ad te revertar, glorio- maggior diviene a- 

dunque U glorU 

sissime princeps, ingens, inquam, est ista Victoria, quam et ab '^'' ''^ ^^^^ '» ^»««- 
avis tuis rebus gesiis iure possumus et cunctis gentium hystoriis 
anceferre. cave tamen, ne tantoruni successuum gloriam tìbi 
tuisque consiliis in elatione mentis ascribas. satis enim superque 
satis tibi gloriari licet, quod opificii rerum omnium faber Deus fi^^o^^ll'^"^^ 
libi tara magnanimi pectoris robur infudit, quod inspirata tibi '^\ "' p™***' 
Consilia, ne inania forent, sua manu direxit, quod te, paulo ante 
rerum omnium indigum, ad tanti regni celsitudinem subliinavit. 
ipse, ipse quidem omnipoiens Deus movit omnia fundamenta 
terrea*); ipse te regem unxit; ipse te in regnum sua manu perduxit; 
ijpse te, ne hostium tuorum prcdam ficres, contìnue sociavit; 
ipse procerum regni mentem in tuum favorem et ipsos populos 
inclinavit ; ipse hosti potentissimo tuo consitium eripuit et eun- 
dem in valle Caudina, ubi tibi se obiecerai, pavidum reddidit et 
fugacem ; ipse tibi Ncapoliiane civitatis portas aperuit ; ipse tibi 
populum illum reddidit obscquentem; ipse dedendam tibi ipsam 
reginam inclusit; ipse hostem cum excrcitu suo sine sudore et 
sanguine in manìbus tuis dcdìr; et dentque, quod summe mira- 
culosum est, omnes oppugnatores tuos, qui ve! manu vel consiliis 
officere poterant, in potestate tua tradendo», quasi in urrem un- 



i. TAf id iind« a. T adepti 4. 7 constituìt et 5. 7' possuot 8-g. A/ 

ab «viti» 14. 7' ncc ìnvcnìa 18. A/ in preda ir. TM reddit 33. Tornelle 

Ipsatn 25. T omette m a6. T omette ti\ 



(1) Ad onu de* suoi errori Gio- 
vanna s'era saputa acquistar viva ara- 
mirazione presso i contemporanei; nò 
storici imparziali e sagaci le rifiutano 
neppur oggi il merito di aver bene e 
saggiamente regnato; cf. Giankone, 
op. cit p. 369 sgg. Codesti elogi non 

Coiuccio Salutati, W. 



debbono quindi stimarsi più esagerati 
di quelli che le prodigò viva il Boc- 
caccio (op. cit. e. Lxxxi b; e cf. HoR- 
Tis, Sludi, p. loj sgg.), ed estinta il 
MoccrA (cod. Parig. Fonds Lai. 8410» 
e. 26 b). 
(2) Cf. Pioìm. LXXXI. 5. 

2* 



i 



26 



EPISTOLARIO 



nuu Ascrìver a tè 
medesitno il lat- 
tilo di •! mirabile 
impresA, 



macchiandoli coti 
di uchlega super- 
bì*. 



El fu ttrumcnto 
docile della ro- 



cba lo oleate « ciò, 
non per i tuoi me- 
riii. 



dique congregavit ('>; ut nichil tuis tuoruraque votis, adeo felicita 
successerunt, vel ad explendam victori.ira vel ad glorie ciimuluip 
deficere videatur. non persuaJeant iyitur tibi circunstantion 
gregcs, quorum de more est blandiri dominis et sìmplìces aurei 
principum, qui de integritaic sue purttatis aliorura morcs et ani- 
mos meli untar, assentationibus permukerc; non persuadeant, ia- 
quam, te ista tua virtute vel tuis consiliis effecisse, que luce clariul 
ab ilio in te et per te facta sunt, apud quem non est impossibile 
verbuiii ullura W. fraudulentum est in ista societate mortalium sibi 
gloriam alterius homiiiis quesitain laboribus arrogare, sed iramanfl 
et sacrilcgum est titulis suis ascribere que ad divine maiestatia 
gloriam debeas predicare, qui rapere conator Dei gloriam, pò 
tentivim sine dubio raperet, si possibilitas preberetur. quod quidem 
superbe mentis proposìtum fuisse constat et nobilioris creature, 
que mox ignobilior facta fuit, et parentum nostromm in transgres- 
sione precepti, cum diis fieri simìles putaverunt. da gloriam do» 
mino Dee tuo^''; die non solum ore, sed corde Apostolicum veri 
bum illud: quìcquid suni, Dei gratia sum ^*\ die tecum : DomÌne| 
et homo natus et rex facius et hostium victor et tanti belli glorio* 
sissimus triumphator, opera manuum tuarum sum ego(s); ut hM 
veri confessione et debita revcrcntia tua in eadem Dei benignii 
tate et gratia futures subllmationis tue fructus, sicut speramus, 
afferas in tempore suo. ad malora quidem forte, quam cogites, 
te Deus tot manifestis miraculis exaltavii. non putes; parcci 
precor, si te forsan offenderò, verum eiiim de te loquar, quo( 
raro solet ad aures princìpum, qui inter blandientium versantui 
insidtas, pervenire; non putes, inquam, non credat sereiiitas tua 
Deum ad tantam gloriam et ad i!la mysteria, que mox prodam, te 
tuis mentis assumpsisse. retracta tecum, ut puericiam omittam; 



3. T omette g\orie 6. Mdà auentatlontbus per correzione; pracmulcer* 



fnudolentium T esse e ti per aibi 
39. T tralOMcia omlttam 

(1) Cf. Psalm. XXXII. 7. 

(a) Cf. Lue. I, 37. 

0) Cf. los. VII, 19. 

(4) Paul. Ad Cor. l, xv, io. 



IO. T ulterius M abrogare 



33. r offeras 



i 



(5) Frase assai comune nei sacri 
libri: cf. loB^X, j; XIV, 15; Pidm^ 
Vm. 4. 7; XVIII, 2; CI, 
CXXXVII, 8, etc. 



DI COLUCCIO SALUTATI, 



27 



tue tempora pubertatis ; pone teciiin omnium cogitationum tua- ^[f^'^Jj^'jH ^^ 
rum atquc factorum dilìgentissimara rattonem; noli, si quid per "» <i» 'oip«. 
te erratum est, post terga proicere. pone te ante te ; die tibi et 
conscientie tue : hec bona neglexi, hec mala feci, in hoc divine 
y maiestatis nomen offendi; et quoniam in mundo es, in quo mundus 
esse non potes, noli te seducere tibique ipsì mentiri, dicendo : 
quia peccatum non est in me^'> ; sed mundiim dividendo cum Apo- 
stolo die : in hoc concopiscentia carnis pollutus sum, in hoc per 
concupiscentiam oculorum nimis miht complacui, in hoc nimis per 

IO vite superbiam sum elatus (^\ cum hoc dìligcnter feceris, tu ne 
enumera bona, sì voles, et tecum ipsc considera quid apud examen 
iUius districti iudicis nierearis. non dubito, quoniam peccatorum, 
ut Satyricus ait <»>, 

prima hec est ultio, quod se 

Ij ludice, nemo micens absolvitur. 



quin non fatearis tot et tanta tibi supra merita pervenisse; in 
defensionem siquidem lìdei Christiane et in declaradonem iusticie 
veri vicari! lesu Christi domini nostri, Urbani sexti, te Deus regem 
fecit et supra mortalium vires in mirabili potentia sua voluit 

20 esse victorem. nani licer viderit universus orbis, quicquid de 
mctus impressione contendat genus illud viperarum, Urbanum in 
summura pontificem sublimatum; licct illi post muliebrem, quem 
obiciunt, metum, in tranquilla Urbe et plaudenti populo Urba- 
num coronaverint, inthronizaverini dederintque universis fidelìbus 

2j in summum pontificem vencrandum; licet eidem astiterint in 
concistoriis et aUis actibus, qui nequeunt nisi per Sedem Apo- 
stolicam exphcari, et muhis raensibus, sine suspitione et mur- 
murc intrusionis, ipsimet eundem in verum papam habuerint, se- 
cedentes attamen universi multos faciunt de domini nostri iusticia 

jo dubitare multosque, sicut videraus, principes et populos in suam 
senten tiara attraxerunt. nec pudet cos; in tantum furorem et tam 



nu per lua boa là: 
perdi* ritomi U 
pace alia Chiesa, 



conculcioilo gli 
•ciimatici, 



che ri fiutano di ri- 
conoiccr legittimo 
il pontefi<:et ch'es- 
lì medcBinii hanno 
creato. 



3. A/ pcricerc (!') 7. 7' qnod «i. 7" qaod 

>6. M coQslstoriìs 30. T dubitatore e ajot p^r sicut 



14. A/ est hec T altro 



(l) Cf. lOUAKN. I, I, 8. 
(1) Ci. lOHANN. I, U, 16. 



(3) lUVEN. Sat. XIII, 2-J. 



28 



EPISTOLARIO 



Grw» gloria ver- 
ri a Cerio lUlU 
difttnuiooe «lello 



e diir ■ppoggio 
ch'ei Mri per aut 



•i gvelfi. 



fedeli territori dd- 
U CUe«JL, 



« Mnpc* «Uà nu 
•dfpe devoti. 



Come «icn aate 
in lulim le piirti 
d«' guelfi e de'^ghi- 
b«tiini per opera di 
Enrico IV impe- 
ratore. 



ì 



ingentem mentis cecitatem collapsi sunt; quod singub* scripscnnt 
privatis eoruin litteris cunctis pene mundi principibus atque pò- - 
pulis canoni cam assumptioneni Urbani» ipsum verum pon tifi cena 1 
asserentes. ad horum igitur confusionem,imo forsitan ad saiutem, 
tot et tanta in te miracula lacta sunt. o te fcUcem, o te super 5 
omnes mundi principes gloriosum, si dederit Deus hanc abomi- 
nationem scismaticam tuis manibus opprimi aut lacerum Ecclesie 
corpus in uniutem veri pontificis reuniri! faciet hoc itaque 
Deus, si te in huius secundo fortune tue cursu talem exhibeas, 
quod fieri tante rei auaor et prindpium merearis. erexit et te 
Deus, ut populis, qui se tibi favorabiles prebuerunt, in iusticìa et _ 
equitate consuleres eosque de servitute scismatis apostatici libe- | 
rares. erexit et te Deus, ut fidelibus sacratissimi sanguinìs regii, 
quos g u e I p h o s agnominavit antiquitas, salubre fores presidium 
et asilum. nec tibi parvum videatur esse quod dico, piura qui- 15 
dem et electum genus hominum guelpbi sunt, amatores pacis, 
Dei iusticieque cultores, qui scmper sevientibus seculi principibus 
in Ecclesiam, afflictis summis pontificibus astiterunt. et quoniam 
hoc hominum genus ìnclyti progenitores tui sempcr fuerunt fa- 
vorabiliter prosecuti, dicam breviter quantum ex litterarum rao- 20 
nimentis accepimus, unde processerit pars guelphorum, ut ad hos 
fovendos per maiorum tuoni m vestigia gradiens, propensius ani* 
meris. quod faauri paulo altius ordiemur. 

Tempore quo Henricus, durus persecutor Ecclesie, quem aliqui 
tertium, aliqui quartum volunt, auspiciis infelìcibus imperavit, 25 
idem princeps detestabilem persecutionem mente concipicns, totam 
undique divisit Italiam magnamque eius partem contra pastores 
Ecclesie concitavit sectasque, que postea guelpha et gebelhna 
diete sunt, dum opprimere querit Ecclesiam, introduxìt: que si- 
quidem partes, durante dissensione inter summos ponrifices et 30 



I. Tqvuire 5. in te] T tnterìm 

IO. Qui comincia il frammento W 14. 

▼um tìbt T dnpù parvum aggiunge quJJem 
30. M monamcntis corretto in cnonim. 27, 



9. M eius ca$sato e tosti tuito con haiui 

K cognominavìt 15. V auxUiuin - par- 

17. T »c victorìbua seculi irprìncipii* 

V gradìtus 23. T ordinemur 24. V 



prcMcqutor a6. V prùsequiiooem M coocipics 
tÀont, forte dlMensioac 



aB. V T MpMsqac 30. T di»cui> 



DI COLUCCIO SALUTATI. 



29 



iraperatores, mira sunt pertinacia confirmate; adeoque contrariis 
Italicorum studiis increverunt, quod nedum illius ctatis homines 
venenum huius gemine fiictionis iiìfecerit, sed quasi hereditarium 
m in fìlios atque posteros transierunt ^*\ nomina vero dicuntur a 
5 duobus Alcmaimie princìpibus, qui bellum simul gerentes parriam 
totam diviserant, provenisse, cuoi enim uni Guelphus vel, ut 
alii tradunt, Gulphus, qui et comitisse Matliildis vir, licet ìnutilis, 
fiiisse creditur, noraen esset; alter Gebellinus diceretur, vocabu- 
lum his factionibus indidere('). sive autem hec fuerìt ratio no- 
minum» sive, ut quidam volunt, t.ebellini dicti sint quasi bella 
gerentes, co quod illud gcnus hominum, imperaioribus obse- 
quens, bellis et novitatibus atque sanguine delectetur; guelphi 
vero, quasi gerentes fidem, appellati sint, eo quod prò fide et 
Romana Ecclesia summisque pontificibus scraper decertaverunt^J^; 
ista lamcn nomina a maioribus nostris accepta usque ad nostra 
tempora perveoerunt (*K nec ignoro quosdam miraculose mi- 
nusque verisimiliter tradidisse, volentes horum nominum reddere 
rationcm, in monstro, quod in acre quìdem apparuisse credi vo- 
lunt, hec nomina prius in voce tonitnii sonuisse. dicunt enim. 



bencbi altri lU 
Guelfo, marito di 
Matilde, 

e da GhibeUino le 
creila» derivate. 



Forse presero i 
nnniì dall indole di 
coloro che le for- 
nurono. 



Voglion però al- 



I. Maóto quod corretto d'altra mano. 3-4- 7' in RI. atque poster, bered. iua transieiit 
4. V in lungo di transierunt dà suscltavit e invece ift nomina dà nam 5. V'Halamanic 

6. T divi««-unt iV/ pervenisse enim] Tautctn i' vel ut 7. l' Guelfua V omette t\ 

A/ Matheldi» %'ir] 7' vtribus X. V'alteri 9. K inuiderc \o. M T Fauni 

II. A/ obsequits tt, K delectitor 13. f>t V sunt 14. V & ccrta^crunt 

t6. T nimisque 17. V verìsimile 



(1) Cf. Lapo da Castiglionchio» 
Epistola ossia ragion, cìt. par. Ili, p. Hi. 

(2) Cf. G. ViLL.Mii, Jstor. fior. lib. IV, 
cap. XX e Ub. V, cap. xxxvrn. 

(j) et Lapo da Castiglionchio, 
op, cit. par. IH, p. 79 e cf. anche 
Bartol. a Saxoferrato, Tractat. de 
giuìphis et gtbtlìinis, Venetiìs, 1585, 

e. 1 5 I A. 

(4) IfltorDO a codesta questione pa- 
recchi scritti eran apparsi .ilIa luce, e 
prima che il S. fiorisse ed a' tempi suoi. 
Se crediamo a BtNVENUTo, Comm. 
ParaJ. XVI, 56, V, 16$, Baldo, « il vil- 
« lan d'Aguglione », « fecit librum de 



« tam detestanda materia, qucm diu 
«< Fiorentini sccuti sunt ». Anche Gerì 
d'Arezro, Ìl celebre letterato vissuto 
sui primi del scc. xiv, aveva compo- 
sto su tal soggetto un libro, che Lapo 
da Castiglionchio cita (Epistoìa oìiia 
ragion, cit. p. 78). Di un Cristiano 
da Camerino, autor d*un poemeuo 
su' guelfi ed i ghibellini, ci parla il 
S. medesimo nell'epistola allo Stella. 
Maggiori ragguagli sull'argomento in 
Muratori, Antìq. lUil. dissert. li; 
Antit}. EsUns. par. I, cap. xxxr, e 
nelle note al Mi;ssato, Hist. Augusta 
in Rtr. II. Scr. X, 282. 



30 



EPISTOLARIO 



Clini, fra cui Saba 
Malupina, 



che queat! nami 
abbiano orìgine da 
un celeite prodi- 



Comunque ìÌjiJì 
ciò, da 3)7 aiini 
circa, questa piaga 
affligge l' Italia, 



DE cesierà A' af- 
fliggerla, che g» 
turi «cmì »u ciA 
influì tcono. 



Reggono Giove 
ed U Sole le sorti 
della CMcia e dei 
guelfi 



■U'iotluaio di Sa- 



inter quos prccipuus fuit S a b a s M a l a s p i o a , qui tuorura 
maiorum gesta satis incompte, ne dicam insulse, descripsit, in 
nativitate Manfredi, qucm adulterio natura tradunt, in partibus 
Tuscia aere rutilo duas nubium imagines femineas apparuisse, 
aspectu terribilus simulque brachiis per mutua nexis, diu magna 5 
cum adrairatione videntium colluctantes; ut nunc ista, nuuc illa 
prosterni, nunc una, nunc altera sublevari, alternatis vicibus et 
valentior insurgere vidcrcmr et aereo mugitu voceque tonitrua 
unain guelpham, alteramquc gebcllinam vocari a cunctis audien- 
tibus depreheosum ('). quod quidem, etsi verum esse potuerit, io 
prò magnitudine tamen miraculi non audeam affirmare. quicquìd 
autera homines de nominibus huìusmodi fabulcntur, cena tamen 
est Italicorum ista divisio, qua iam, sicut per hystorìas perpcn- 
dere possumus, ad ducentesimum atquc quasi trigesimura scpti- 
mum annum» flcnda cum vastìt.ite patrie plurimum effundendo 1$ 
sanguineni, decertamus. nec arbitror pcstem hanc finem nostris 
temporibus habituram. nani si astrologie tractatoribus credendura 
est, lias facriones et scctas et quicquid apud raortales agi tur ce- 
lorum et siderum influentia suis viribus introducit. quanvis enim 
sidera voluntates hominum non cogant, fatentur tamen etiam vere 20 
fidei tractatores ipsum celum in mentes nostras influere et liberum 
nostre voluntatis arbitri um ad hoc potius quam ad illud citra 
necessìtatis tamen violentiam inclinare; quod, cum in privatorum 
actibus multum valeat, plurimum tamen in alicuius universitatis 
deli berarioni bus opcratur. volunt igitur hi, qui ex effecdbus vir- 25 
tutes corporum celestium deprehendere sunt conati, temporalem 
felicitatem et infelicitatcm Ecclesie secundum lovis et Solis do- 
mi nationeni, situm et fortitudinem variari, quos etiam planetas 
prò guclphorum significationibus tradìderunt; ipsum vero Satur- 



I. VMbbu 5. dia] T dìviDji 8. V ytildior - ci voceque contmiui io. V ag- 
giunge nt ii. A/ pernwgnJtudinctn Vquid ìi,Tcvnum tj. 7'quam Vscandere 
I4. 7'o»itff/r qaasì 15. cum] 7' tamen e 8. V sepia 9 ig. VmHueatie.^ V tDtrodacant 
ao, 7'voluntatem 33. 7' quarc 34 T tamea piur. ay. secundum] K ut 



(l) Saba Malasptna, Rìt. Sicular. Azario, Chron. in Mukatort, Rer. 
bistorta, lib. T, cap. T, in Muratori, It. Sci. XVI, 299. 
R*r. It. Scr. Vili, 787; d, anche P. 



DI COLUCCIO SALUTATI. 



31 



num et Martem fortune statu Romano imperio et ipsis tradcre 
gebellinis. sohtres igitur et iovtales honiiries guelphi sunt et, ìuxta 
traditiones astrologorum, benigni, gratiosi, venerabiles in facie, 
aspectu pulcri, pacifici, raites et religiosi, e contra vero satur- 
5 nini et martiales, quales gebellinos volunt, mali, maliciosi, ìra- 
cundi, superbi, cruJeles et irrequieti ^'^; ut in tanta varietate raoruni 
et quasi quadam contrarieiate nature et adversas prìmorum mo- 
tuum qualitates, difficile sit hominum concordiam reperire, pre- 
cipue cum necesse fiat insurgere scandala propter peccata morta- 
io lium, quìbus quotidie Creatoris nostri maiestas offenditur et ad 
has delictorum punitiones per iusticiam invitatur. non igrtur de- 
relinquas optima maiorum tuorum vestigia, qui semper hoc be- 
nignum genus hominum confo veruni, confirma Ecclesiani, con- 
sule regno nitarisque pacis nomen tibi a nativitate inditum *'^, 
15 non solum intra tui dominatus fioes, scd per totam Italiam pro- 
pagare teque totum iuxta nominis tui significatum cunctis pre- 
bcas gratiosum. Karolus enim a eh a r i s grece, latine g r a t i a , 
et o I o n , t o t u s, dicitur, hoc est t o t u s g r a t i s u s . glo- 
riosissiraum profecto nomen, et quod debeat orani conamine iuxta 
20 vocabulorum illud componenti um significata tousque nixibus adlm* 
pleri. 

Et quoniam ad illam panera, quam in ultimis reservavi, ven- 
timi est, ut te non admoneam, sed exhorter ad ea que debcint 
tuum stabilire sceptrum tuìque nominis gloriam propagare, volo 
2j quod primo cogites te regem esse, quod quidem nomen, a r e - 
g e n d o veniens, non a regnando, non mious oneris si- 
gnìficat quam splendoris. regere quidem dignitatis est, est etìam 
et laboris, ut si liunc deseras, ìUam perdas. non est ocìosum 



turao e di Marie 
toggiaciono l' im • 
pero ed i ghibel- 
lini ; 

donde i prCfp de^li 
uni, le macchie de- 
gli tìtrì. 



A Carlo spetta 
cullar la Chieu 



e adtinpire le pro- 
mesae, che di it 
nome «no. 



Rammenti i do- 
veri de) regnante ; 



per il i]uatc alla 
ct)){aità si «g^uti- 
ggno gravi cure. 



I. Romano] V et vario a. A/ iovales T omelie bomìocb 5. T quoa 6. T 

amette cryiie\ei 7. T per aatare scrive ncc et »d\erf»ii corretto in ^tdvenm 10. Tnui- 
gcsua ottcnditur it. Tergo 16. V omette cuncti» 17 M T V ctm 18. Vq\ì»à 
per hoc e«t e grjitis»lmam 10. V nexibus e qui termina in etto it frammento. 34. 7' 
▼oloquc 33. SI dopo quidem dà ene canceltato, 36. i hoDoris 27. T dignitns 



(i) Anche Lapo da Castiglion- 
CHlo (op. cit p. 79) liiraosira in 
guisa affatto consimile esser ne' guelfi 



tutte le virtù, nc*ghtbelUni tutti i vixi. 
(2) Carlo era stato, nascenJo, chia- 
mato « della Face ». 



32 EPISTOLARIO 



iriao compito nomeo rcffis, non est fidle numus afiis imperare m non ìmme- 

» Suto; rito Tibcrius, qui laudabile prindpium sui impem maiditUìc bzm- 

rìaque corrupit, persuadentibus annds quod inìrc non cnnctanetiir 

dominium, tradatur incrquns respondisse: nesdiis qxuata befliu 

sit imperium; et tandem, quasi coactns, conquercns nùscmn « 5 

onerosam sibi iniungi serviiurem, rerum moderamina susccpisse W. 

licchè mft òA quod quidem nec iìlum, qui&quis fuem, regem latuìt, qxn oblatnm 

f^che d« bn- diadema fertur aliquandiu considerasse demumqne, ut Valcm 

verbis utar ^'^ dixisse: o nobilem magis quam feìicem pannnm, 

quem si quis penitus agnoscat, quam multis solfidnidiiiibus et I 

periculis et miseriis sit refeitus, ne humi quidem iacentem toUere 

vellet ! quod si posset, ut verum est, miserìs moitafibus persila- 

deri, nunquam forent prò regnando certamina, nec, deceptis in 

splendore dignitatum mentibus ambitione dominiì, respublice qua- 

PrìiMcbegUai- tcrcntuf. rex igitur es: incipe prìus tiH quam aliìs io^>enre; i 

« sé ttcsso; fege te ipsum, noli regendorum subditorum studio tuimet dere- 

linquere moderamen. unus homo maximum legnum est; iiii> 

peret et sceptrum teneat in te ratio ; regulet voluntatem, contineat 

»g.«chUtHpro. prìmos motus, comprimat iram, extinguat libidinem, obtundat cu- 

piditates et, cum te talem senseris, tunc aliis imperato, àt dW 2 

fodius tuorum superari virtutibus, quam aliorum armis. turpe 

quidem est atque ridiculum minus bonum meliorìbus presidere: 

1 daino dtir«i- non tantum dignitate tuis, sed virtutibus antecellas. conare quod 

•imoiuouggo. ^^^^ solum rex sis, sed dignus regali culmine iudiceiis. infirmum 

quidem regnum est, quod delatum creditur ad indignum. si patres, 2 
si tìlios, si fratres, si amicos et alios quoscunque nobis amore, 
sanguine vel affinitate coniunaos, non solum bonos, sed optìmos 
exoptamus ; quid velie de regibus subditos arbitraris ? si pudet 
magnos subesse minorìbus, cui non minus bonis subesse pudeat 
v«o «ofTwo è meliores ? ille verus rex est, quem preficit ratio, non quem na- 3 

lui, cui non U , , , . . . , , . r • 

rtuM u n». tivitas exhibet, potentia impnmit vel elecao faaL ranone autem 

iu, m« U r«. ' * * 

3. 7' qui mire 9. T magisqae is. T qui 16. T stndionim sabdìtaram 

33. 7' tarnen 

(i) SuET. Tib. Cacs. XXIV. 

(2) Val. Max. Faci. àia. mem. lib. VII, n, ext. 5. 



DI COLUCCIO SALUTATI. 33 

preest quem ita super alios perfecit virtus, quod in eìus compara- pone «>uoc« sui 
tionem aliquid non videatur aliis non deesse, nicliil inter tyrannum 
et regem interest, nisi quia hic bonus, ille malus est. apud antiquos T*nto jj»»" «- 
enim et tyranni reges et reges tyranni vocabantur; litteris qui- « qu»»" tiran- 
5 dem hec nomina, non significationìbus diflferebant. a fortitudine 
namque tyranni dicti sunt; t y r s enim grece, latine f o r t i s ; 
unde et tyrones fortes milites appellamus. bine etiam Maro 
noster Eneam suum nunc regem, nunc tyrannum appellat : 

Rex erat Eneas nobis, quo iustior alter 
IO Nec pietate fuit nec bello maior et armis (0. 

at alibi de eodem ait: 

Pars michi pacis erit dextram tetigisse tyranni; 

et mox subiit: 

Vos cuncti regi mea nunc mandata referte (»), 

15 sed potentiores et ipsi reges fortitudine atque viribus abutentes, «* l'abn» dei 
virtutis nomen in vitii vocabulum transtulerunt : unde et tyranni »t'viti«ovo«^io 
iniusti domini dicti sunt('\ si ve ergo iniuste intra verit sive iniuste ***■ 
regat, tyrannus est: sola virtus, non titulus, non unctio, non dia- 
dema, non consecratio regium nomen gignit. habes optimi vatis 

20 testimonio superioribus versiculis quid regem deceat: iusticia, vero »oTr»no è 
pietas, bellique doctrina. hec regem faciunt, hec regium sceptrum "*"« "8™» 
oraant. iusticia quidem in omnes, pietas in superos, armorum 
exercitium ad propulsandas, non ad inferendas iniurias. muitos 
decepit licentia regia, qui, cum supra leges sint^ libitum in licitum oeserveado le leg. 

25 converterunt. paucissimi cum divis Severo et Antonino dicunt: 
licet legibus soluti simus, legibus tamen vivimus ^^5. semel di- 
ctum, perpetuo persuasum est: quod principi placuit, legis habet 

I. T praefoit - comparatione 5. T omnia 8. T omette suum 13. T dextrum 

19. T Ttgm 33. M praepuls. 24. T super M tega; falsa correzione per leges 

prima scritto. 

(i) Verg. Aen. I, 544-45. fitto anche da Papia, Diction. s. v. 

(2) Verg. Aen. VII, 266-67: il testo (4) Insiit. lib. II, tit. xvn, Quibus 
però nel 2° verso dà « contra ». modis testamenta infirmen- 

(3) Tutto questo proviene da Isid. tur, § 8. 
Origin. lib. ix, 19-ao; messo a pro- 

Cohtecio Salutati, II. J 



34 



EPISTOLARIO 



tottofoaeoJo ad 
tue il profTÌo vo- 
lere. 



e riottuunilo U 
prepotenza dei mi- 
■ùuri cbe elegge 
ad tMìiterlo. 



ProlegM i 
uè Carlo i 
>oli; 



delle liti Ae* suoi 
famigliari ai faccia 
egli >te»fo de£ni- 
lorc. 



perche l giudici 
ordinari doo oaano 
palcaar ingiuste le 
pretese dei potenti; 



efaiada gli orecchi 
tilt delazioni. 



pur cercando di co- 
BOiecre U vero; 



vigorera; nec, sicut Theodosio augusto visum est, maius imperio 
putant legibus submittere principatum (*). o beatas respublicas, 
o felicia regna, quorum reges et principes iusti sunt et sic se le- 
gibus subidunt, quod domesticos, qui de regia maiestate presu* 
munt, imo plerumque regali potentia per superbiam abutuntur, J 
exemplo suo moneaot quid ipsos oponeat observare ! maxima 
quidem diligentia cavendum est, ne quos quotidie consulis quive 
tibi iugiter assìstunt, potcntiam eis traditam vel permissam con- 
vertant ad iniuriam infirmorum. audi pauperes, exaudi miseros, 
impoienics adiuva, viduas fove, pupillos protege; memento te io 
parvis presidium esse, maìoribus vero frenum ; noli committere 
maiorum causas maioribus; tu ipse ludica quid sit de familia- 
TÌum tuorum litibus st.ituendum. raro palatium habitantcs contra 
se mutuo iudicabunt; invicem ceduot, similia de simiiibus expe- 
ctantcs; quos vero conversationis insolentia parumper tue male- 15 
stati facit extraneos, quomodo putas aut qualcm de purpuratis et 
stipatoribus tuis, quibus indigeni, quos revereniur, quos metuunt, 
quorumve suffiragìa exoptant, ferrc sententi am ? nec pauperum 
etiam vilissimos cootemne causas; plerumque quidem, iicet mi- 
nimum sit quod in litem deduci tur, de malore p;ute census pau- 20 
peris agitatur. oranis fere pauperis questio de tota substantìa est; 
non minor est sibi iactura vituli quani diviti sit armenti, et ut 
ad familiares tuos redeam, cave ne detractionìbus aures prebeas, 
Iicet verum noveris quod defeiiur, licer veruni forte tecum tacitus 
opineris. ostende te non credere : perpendant detractores te mo- 2y 
leste ferrc quod suggerunt. et si quid habes, quod de insusur- 
rantibus aliaium sit, sive verum sive falsum credas, optimum 
erit obicere, ne putent et ipsi accusatoribus se carere. diligenter 
tamen adverte quod dicìtur et inquire cautissime quod affertur; 
inventa, non suggesta corripias. si hoc feceris, non poterit apud 30 



i-a. T omette ttngusio - puitnt 3. /ci felicia 4. qui de] T quidctn 7, quive] 7' 
qui ut M qui ne il. T M omettonn tnaioribua III ipse] A/ lurpem 3/ familÌRrì , cor- 
retto d'altra mano. 17. 7' indigeat j 19, 7" contcre 20. T maiori 21. que»tio] 

7" quod 25. j*/ moicstum 38. T obticere 

(1) Cod. lib. I, tii. XIV, De legib. et consdt. prìnc. ei edictis, 
const. IV. 



sereniiatem tuam, quod maximum regum et principom exitium 

est, innocentia circunveniri; nec, te impulso, nocere valebìt in- cosi protegger* gii 

ianoccnti contro 

vldia, que, regalium curiarum vernacola, insontes prosequitur, Ij^ii^"""'*' "*'"'"'" 
bonis detrahit, vimitibus obstat, regna dividit et quasi venenum 

5 pestiferuni mentes infidens, fideltbus oppressis consiliis, in preci- 
picium reges ducit. euUa curialium pestis maior; cum aliquìs ««gcUo m«Mimo 
honoratur, excandet; cum laudatur, obstrepìt; cum deprimitur, 
gaudet. infemus te absorbeat, bestia mortifera, que societatem 
mortalium occulta infectione corrumpis ; precìpue bonis, ne emer- 

'0 gant, laqueos tendis, insidias struìs et ofFendicuIa machinaris! o 
beatos reges, o felices prìncipes, qui tua figmenta cognoscunt, qui 
sdunt a tuis sagittis innocuos conservare, qui tuas versutias non 
ignorant, quive te noverunt estinguere teque de circunstandum 
sibi mentibus extirpare! et ut hoc cum Satyrico concludami 



J5 




pulsa, dinoscerc cautus, 
Quid solìdum crepet et pkie tectoria lìngue (0. 



k labor, hoc opus est; et denique te monìturus 



His ego centenas ausim deposcere voces, 

Centum ora et Unguas optare in cannine centum (>); 



coil «venter* le 
insidie de' caIuh- 
nlAtorì. 



20 Ut quanto me magis vides huius tue adraonìtionis avidum, tanto 
magis te in hoc prcbeas circunspectura. 

Sed unde paulispcr e vagata est, iam ad te rcvertatur oratìo. 
satiari quidem ncquit innata devotio illa scribendo colligcre, que 
credam ad exaltatìonem tui culminis pertinere. volo igitur, ut te 

25 verum regem exhibeas, quod iustas leges subditis previdendo 



Ma per riui£ir 
modello di covra- 



componas et, quod iUis auctoritatcm dare potcst, illarum sis prc- 7o^„ì'"''' "^^w 
cipuus observator. male quidem populi de legibus sentiunt, quas "^^^ 



I. M ritìnin 3. M perwquitar corretto In pros. 5, 7' et in 9, A/ cor- 

rumpe» 10. instruis 12. T se conservare 13. T extinguerant 16. A/ tectorìam 
«7. T omette hlr •tnoniturus ja. Tevftgtnotn 35, T qui e coti \f dov'è carretto 

topra in quod T providendo 36. T qui Af quid 37. senriuatj T statuerint 



(i) Pers. Sai. V, 25. 

(2) Il primo di questi versi è tolto 



a Pers. Sai. V, 26; del secondo non 
saprei additare la provenienza. 



H 



sé EPISTOLARIO 



cnruM l'adtmpi. a latoiìbus observaiì manifestissime non perpendunt. et onme 
onus, licet gravissimum, minorìbus leve creditur quod a maio- 

coofomarittiprt. ribus sìne diffcrentìe prerogativa subitur. memento, cum legem 
institues, te non tibi, sed subditis et ipsi utilitari publice consul- 

n«°IÌi*i5i* ""* ^^^"^™J ^^^ ^^^ semper ante oculos Propheticum illud: ve, qui 5 
condunt leges iniquas ! (*) sit eadem lex omnibus tam indigene 
quam colono ^*\ sit lex tua lex iustide, lex veritatis et equitatis. 
si legem iniustam tuleris, totiens renovabitur iniustida tua, quo- 
tiens lex adimplebitur. non semel peccat, qui legem condendo 
peccat. habent cetera delieta mensuram, legis vero latoiìs pec- io 
catum quodammodo infìnitum est. fac legem, quam tu ipse mu- 
tare non velis, quam subditi leta mente recipiant, posteri non 
subvertant et quam omnium consensus ratam efRciat. non so- 
lum temporalia dispensent utiliter leges tue, sed edificent ad sa- 
lutem. non sint hiqueus simplicibus, non captio innocentibus, non ij 
rcfuglum subdolis, non telum calumniosis; sed denique sint reae, 
ratìonabilcs, dare, sìmplices, immaculate et, quod summum pre- 
stabit, populorum assensu sint ad salutem omnium et utilitatem 
Ei*itg« Orio il. puMìcanì instìtuto. pone tales magistratus in regno, qui iusticiam 

in benigna scveritatc mmistrent, qui non insidientur divitibus, 20 
qui non circunvenìant in calumniis ssiniplices, qui denique iusti- 

iKMccuiMti «Ha ciani non mcrccntur. non sìne causa dico, iandiu enim, quod 

ktaum 4«T«<i^»«, quidcni poriculosìssìniuni est et turpe, venundare delieta venit in 
nìv>roni et per totius regni limites inolevit. homiddas, fures, la- 
tn'mcs, violentai et omncs niaximonim delictorum reos comim- 25 
pcns pecunia iudiccs tutos facit. tolle pcsteni istam, toUe abomi- 
nationem hanc» cxtinj;uc tam scclos:a ilagiria, 

TimcAni pcccAro nuli tormìJìnc pcnc(0. 

I. 7 UNm-iNh» M omnom .vrnv/Av ì. T K'o* - ^oi 5. T scribìmr 3. Te] 

7" «t N. 7 indi^:«»i* i. ì .^«•r«"W k-v jo ; Uj.-utois n. m ips<] J/ tnr- 

ptm u. Mntl Trulli »^ 7 onKt'tfr rccte s* MxxàttSj T miliics j6 Ttooi 

(^i> Isa. \. ». * *Arr Kir.i v-rtatis amore», Ep. t, 

(,0 IVi U Nt.Mi* *U ^^10^^^ %ìotUN\ c''^'' ''*' S«"*»»w»i;.vfi« Fcrsibia^em, III, 



DI COLUCCIO SALUTATI. 37 

nonnutriat indulgentia, non impunitas, non iudicum avari eia cum rigorosi neii'«pi>ii. 
regni deformatione delieta, quid enim deformius quam iusticie ««'*. 
solem extinguere, quam, ilio sublato, regna tutissima in latrocinia 
commutare? si iusticiam opprimi patieris, nonne bonis securi- 
5 titem substuleris et malos effeceris in omnia scelera precipites et 
effrenes ? quid prodest regi iusticia sua, si ministrorum suorum 
iusticia non accedat; quid prodest iusta statuere, bona velie, equa 
precipere et honesta iubere, si in executorum manibus comim- 
pantur? diligenter ergo respicias quibus regni tui stabilimenta 

IO committas. stabile quidem tibi tuisque regnum erit, si ipsum in che è foniamento 
integritate misericordis iusticie continebis. audi psalmistam, imo 
Spiritum Sanctum ore regio resonantem: iudicate, inquit, egeno 
et pupillo, humilem et pauperem iustificate ('\ hoc est divine 
vods oraculum, hoc est illius vere ineffabilisque sapieutie pre- 

15 ceptum, que dixit : diligile iusticiam qui iudicatis terram (*). et 
ut ad Psalmum revertar, ostendam quosnam exstimaverit ius- 
sionis huiusmodi contemptores. nescierunt, ait, ncque intellexe- 
mnt; in tenebris ambulant. etsubdit: movebuntur omnia funda- 
menta terre(J); seque convertens ad ipsos, inquit: vos autem,sicut 

20 homines,morieniini et sicutunus de principibus cadetis (*). videsne, 
princeps optime, quid dii, hoc est reges, quos in deorum nume- 
rum ceca gentilitas referebat, si iusticiam dereliquerint, debeant 
expectare ? movebuntur equidem fundamenta terre, hoc est eo- i qu*u titrimeati 

, . ... *> a£tsctano e pre- 

rum, qui reguntur, hommum voluntates, m quibus terrenorum re- ciputno. 

2j gnorum fundamenta nituntur. ipse namque Deus in ultionem 
neglecte iusticie excitat contra reges et principes animos popu- 
lorum; nec solum impetit illos humilium pena, quorum est mori, 
non mere, sed etiam illa terribili vertigine principum, qui quanto 
super alios altius evecti sunt, tanto gravius, dum corruunt, op- 

30 primuntur. custodi itaque, sicut pupillam oculi tui, preceptum 
istud; sitque constans et perpetua voluntas tua, ut ius suum cunctis 

3. Tabstulerìs in malos 12. 7 regis 16. Af revertens - quisnam esìtus maneat 

jg. T erectì 

(i) Psalm. LXXXI, 3. (3) Psalm. LXXXI, 5. 

(2) Lih. Sap. I, I. (4) Pialm. LXXXI, 4-7. 



38 



EPISTOLARIO 



Ricordi che egli 
t lovrAno (li liberi 
popoli; 



adi' imporre toro 
i suoi voleri tenga 
caIcoIo di dò; 



non ne sfoni te in- 
clinazioni. 



non li «bbli)thi * 
far dà dì cui non 
sono capaci. 



exhibeas faci.isque ab his quos iustide ministros ìostituis exhì- 
beri ; seraperque in regni dispensatione memineris te non in servos 
atque maacipia, sed in liberos dominari. quod sì, ut Macrobianus 
tlie Pretextatus iubet, cum servis clementer vivendum est comi- 
terque sunt et in sermonein et nonnunquam in necessarium con- 5 
silium admittendi, et denique conandum est quod coiant te potius 
servi tui quam timeant ^''; quìdnam debes facere, gloriosissime 
princeps, qui non servis ìmperas, sed liberis antistaris? quid autem 
debeat liberis imperarì, sì quid tìbi privato iuberi velles te non 
decìpiendo prospexeris, et vere et fiicile proculdubìo iudicabis. io 
in primis enim quid cuiusque professioni conveniat, imperato, 
aliud decet agricolas, aliud pistores, aliud fabros, aliud mercato- 
res, aliud nobìles, aliud vero plebeios, aliud milites, aliud iuris- 
peritos. iubeatur igitur unicuique quod novit. grecura prover- 
bium est, quara quisque novit artera, in illa se exerceat ^*\ quod 15 
quidem cum profecto vcrum sit, non mtnus tamen conrinet ve- 
ritatis, a nemine, si iubeas, exigendum in quo se non noverit 
exercere. qui enim que iussus ignorat facere precìpit, non vult 
suis iussionibus obediri: importabile quidem onus est impoten- 
tibus quod valìdis levissimum videretun fossam facile deducet 20 
agricola, quam iirbicis deliciis enutriti ne dum laboriose, sed inef- 
fìcaciter conarentur; disputarent in magna subtìlitate philosopM 
que abhorrentes a studiis litterarum, ne dum invenire nescirent, 
sed etiam inventa et in medium clarissima expositione prolata 
intellectu percipere non valerent. verissime quidem poeta noster 25 
Mantuanus, cuius cineres gloriosa tua Neapolis meniit conser- 
vare, dixit: 

Non omnia possumus omne$(3). 



Siano l «ooi c«a> 
ai ficili ad eae- 
guirii; 



Iubeas igitur singulìs et precipias universis quod facile possit 
impleri^quodque non solum supra vires non sit, sed cunctis facilli- 30 



3. Tui ilio Macr. 7. T foctum 9, T iìbj - iubere n. T quod 18. A/coa- 
iussos 20. T forsari 33. 7' quim 39. Sf quid 30. T tcrhv super e omette non 



(1) Macrob. Sat. lib. I, cap. xi, 
II-12. 



(2) Ctc. Tusc, I, 18, 41. 

(3) Verg. Bue. Vili, 65. 



DI COLUCCIO SALUTATI. 



39 



20 



25 



mum vìdeatur, quodve non ad vexationem subditorum, sed ad 
reipublice nccessitatem et utilitatem omnium videatur inventum. 
observa populis veterum rcgum mores et consuetudines approbatas; 
si quid ultra indictuin fuerit, benigne remitte. niaximom ius regis 
est; sed cum in subditos illi cuncta possint, modica tainen licent; 
et si forte liceant, snltem non decent et, quod maxime princi- 
pibus ponderandum est, saitcm non expcdrunt. rex cum subditis 
unum corpus sunt; ille caput, illi membra cetera representant: 
netao sic capitis curam gerit, quod pedes negUgat, ncc sic subiecta 
apili membra custodii, quod illìus curam omittat. de subditis 
ergo, tanquam de te ipso, curam habc: tanta bcnignitate utaris 
in cunctis, quod predecessorum tuorum tempora non exoptent, 
quod le diutius incolumem velini, quod tuorum beneficiomm me- 
mores tuis posteris obsequantur. audi patienter omnes; auditis 
in clementic humanitate responde, sit libi ante oculos illìus 
optimi principis Titi V^espasiani dictum: non decet aliquem a facie 
prìocipis trisiem abirc <'>, rccordareque quod idem imperator. Ve- 
spasiano patre liberal ior, cum cenans in memori am revocaret se 
nullis ca die gratiosum aliquid indulsisse, apud convivas astantes 
conquestus sit, dicens : amici, hodie diem perdidi f*>. quibus vo- 
cibus quid laudabilius potuìt ex ore principis prodiisse? iure 
igitur dignus imperio una cum patre eodeoique curru vectus, de 
lerosolymis et tota ludea gloriosissime triumphavit et a senatu 
populoque Romano Domitiano fratri prelatus est. fuge igitur 
onera nova statuere; cogita te, novum regem, de tuorum popu- 
lorum viribus plenam noticiam non habere, nec omnioo tantam, 
quantam habuerunt predecessores lui. quod illi subtraxerint, noli 
reponere; quod illi non ìndixcrint, noli iubere; sentiant novi regni 
lui cum exoneratione dulcedinem. si viderint populi te in huius 
auspicio dominatus aliquid de solita pensltatione dimittere, leta- 
buntur, gaudebunt, teque miris laudum preconiis celebrabunt; oec 
iam hominem, sed quasi deum celo dimissum, vCnerabuntur et 



rivolti al bene gè* 
aerale i 



poichò e re e sud' 
diti fartnano un sol 
corpo. 



Gli sia in ci<^ di 
(prone l' esempio 
«fi Tito, 



cpecchio de' prin- 
cipi. 



Aiteggeriaca le 
grave zxe ; 



I. T qaod ut 4. 7' ulterìus 6. T omette et dinanii a quod 

pnichesenunt 10. r capitis 39. T pop. tui 31. .W laudi um 



e. Ai re. 



(1) SUET. Div. Tit. Vili. 



(2) SuET. Div. Tit. vili. 



40 EPISTOLARIO 



Dietro l'eiem- colcnt. mcmento imperatorem optimum Hadrìanum, qui Traiano 

pio d'Adriano sia 

n^VeS' "^'ddf'' S"^<^^^^^^ sepius vocem illam prudentissimam replicasse, qua dixit 
ita se rempublicam gesturum, ut sciret rem populi esse, non pro- 
priam ^*\ hoc aureum verbum sepius tecum repete, ut cum vi- 
deris te subditorum tuorura, non tuam rem gerere, taliter admi- 5 
nistres imperium, quod iure non possit tuis commissisque tibi 
populis displicere. scio quicquid feceris quicquidve iusseris nemi- 
nem in tuis oculis damnaturum; et, utinam, si tue confirmationi 

•fugga il pericolo, non cxpediat, non habeas laudatores! maxima quidem infelicitate 

in cui sono 1 prìn- .... n • • i 

dpi sempre, d'i- pnncipum mductum est, ut nullos mveniant reprehensores: omnes io 

gnorare il Tero; * 

enim benivolentiam dominorum adeo studiose querunt quod ve- 
reantur ipsos, etiam si honesta consulant aut veritatem proferant, 
contristare; et sic dum esse molesti dominis suis fugiunt, eos 
in maximos errores precìpitant et inducunt. tu itaque sic vive 
cum ipsis, quod verum tibi dicere non formident. quod equidem 15 
facies, si fideliter consulentibus placidus acquiesces ; si te gratius 
audire monstraveris asperam veritatem quam blanda mendacia; 
eabborriacapercià sì te uon vìdcrint asseutatiouibus delectari; si signum dederis, te 

le adulazioni. 

veritatem mixtam blandiciis abhorrere;si Gnatonicos applausores 
fugeris et verum cum severitate dicentibus te ostenderis dele- 20 
ctari; si mendaces nedum moleste feres, sed punies; sique tibi 
hoc unum firmiter persuadeas, semper ad deceptìonera adulationes 
strui; sique semper habueris in ore Propertianum illum versi- 
culum : 

O nuUis tutum credere blandiciis I (a); 25 

denique, super hoc ne diutius insistam, te et alios moniturus eius- 
dem poete auctoritate concludami 

Quisquis es, assiduas aufuge blandicias (3). 



9. quidem] T quod io. T ìnveniat M omnem corretto in omnes ii. M qui 

12. TA/preferant 15. T qui - quare equid. 17. T blandimeota 19. A/ abhorrerì 
20. T veritate 22. M adulatoribus (?) corretto in adulatìones 



(i) Ael.Spart. H a d r ia n . Vili. (3) Prop. El III, xv, io. 
(2) Prof. El. I, i, 6. 



DI CO LUCCIO SALUTATI. 



41 



CIÒ 



Et, Ut unJe disces.sìt revertatur oratio et exonerandorum » 00 voglia «««r 

' munifico COI de> 

populorum monita reassumam, pone sumptibus tuis modum, "•" **** pubblico; 

noli subditorum damno nimls esse munificus; sic liberalitatem 

exerceas, quod unum diviciis abund.tre non facias de spoliis plu- 

rimorum. non solum inhonestum et turpe est, sed odiosum 

aliena largirL ea Hbcralitate utaris, que sic acdpìcntibus prosit, 

quod nemini noceat. quin etiain sic pace et bello reeendi disci- « p»ce ed in guer- 

^ T » o ra non orpnm* 1 

plinam instituas, quod onera subditis non indicas. habes singu- •«'i'"'' "1 tributi ; 
larissimi imperatoris exemplum, divi Marci Antonini, de quo, p",^*"^^°m 

JO teste Heb'o Spartiano, ut arbitror, sed, sicut in quibusdam codi- '™'°''' 
cibus legitur, lulio Capitolino auctore, legimus, quod adeo extra 
oidinem tributa noluerit indicere, quod cum bellum contra Ger- 
manos et Marcomannos maxima tum virtute tum felicitate ge- 
reret, exhausto erario, induci non potuit quod provìncialibus extra 

'5 ordinem aliquid imperaret ; sed in foro divi Traiaoi auctionera 
omamentorum imperialium fecit vendiditque, ut eiusdem auctoris 
verba referam, aurea pocula, cristallina, myrrina, vasa etiam regia 
et vestem uxoriam sericam et auratam ; gemmas etiara, quas 
multas in repositorio sancriore Hadriani repererat: et per duos 
i|uidem menses hec venditio celebrata est. ac, ne provincialibus 
esset molcstus, preter vcstes et vasa aurea adhuc et signa cum 
tibulis magnorum artificum vendìdit. demum vero ex preda 
belli Marcomannici tantum auri retulit, quod potestatcm cmpto- 
ribus fecit, ut si quis vellet empta reddcre atque aurum rcciperc, 

25 sciret licere, nec molestus ulli fuit qui vel non reddìdit empta 
ve! reddidit f'\ quod quidem optimi principis officium in medium 
proponero volui, ut tam benigni ducis exemplo ad aliquid maius 
vel simile faciendum tua serenitas invitetur. nec mirum tibi vi- 
Jeatur, si postquam ille nature debitum solvit, in reraunerationem 
tante iusticie et prò admiratione mansuetudinis et virtutis senatus 




4. /V qui 9. T Aalhonii la. A/ noluerint corretto. 13. M gerent corretto in 
Jttwtt 15. T inquircret 17. T mìnima 19. A/»ancfiore InTmanca. 15. A/ {Ili 
torre tto in al li 27 T pracponcre 



(0 Son qui trascritti quasi alla Iul. Capitol. M. AnU PhU. XVII 
lettera e fusi insieme due brani di e XXL 



Coiuccio Salutati, IL 



3' 




je 



EPISTOLARIO 



curarne l'ad«iapt> 
mento ; 



conTomuirle ai pre- 
cetti dell'equità. 



Guai « chi ema- 
om leggi inique. 



Elegga Carlo il- 
libati tnjgisirati. 



ìnacceuiblli alU 
corruzione, or di- 
latatisi dovunque, 



a latori bus observari nianifestissime non perpendunt. et oinoe 
onus, licet gravissimum, minoribus leve crcditur quod a maio- 
ribus sine ditFerentie prerogativa subitur. memento, cum legera 
institues, te non tibi, sed subditis et ipsi utilitati publice consul- 
mrum; sit tibi semper ante oculos Prophctìcum illud: ve, qui S 
condunt legcs iniquas ! (*> sit eadem lex omnibus tam indigene 
quam colono (*\ sit lex tua lex iusticie, lex veritatis et equitaris. 
sì legera iniustara tuleris, totiens renovabitur iniusiida tua, quo- 
tiens lex adimplebitur. non semel peccai, qui legem condendo 
peccat. habent cetera delieta mensuram, legis vero latoris pec- 
catum quodammodo infinitum est. fac legem, quam tu ipse mu- 
tare non velis, quam subditi leta mente recìpiant, posteri non 
subvenant et quam omnium consensus ratam effìciat. non so- 
luni teraporalia dispensent utiliter leges tue, sed edificent ad sa- 
lutem. non sinc laqueus siinplicibus, non captio innoccntibus, non 
refugium subdolìs, non telum calumniosis; sed denique sint recte, 
raiìonabiles, dare, simplices, immaculate et, quod summum pre- 
stabit, populorum assensu sint ad salutem omnium et utilitatem 
publìcam institutc- pone talcs magistratus in regno, qui ìusticìam 
in benigna severitate ministrent, qui non insidientur divitibus, 20 
qui non circunveniant in calumniis simplices, qui denique iusti- 
ciam non mercentur. non sine causa dico, iandiu enim, quod 
quidem perìculosissimum est et turpe, venundare delieta venit in 
morem et per totius regni iiraites inolevìt. homicidas, fures, la- 
trones, violentos et omnes maximorum delictorum reos corrum- 25 
pens pecunia iudices tutos facit. lolle pestem istam, toUe abomi- 
nationem hanc, extingue tam scelesta flagitia, 

TJmeant peccare mali farraidine pcne(j). 



IO 



4 



15 



I. T hhoribus M omnetn corretto. 2. T bene - qui 3. T Kcribltur 5. Te) 

T ut 6, 7" ìodigenis (j. T omette lex io. 7' latorum n. tu ip&e] il/ tor- 

pem 15. sim"! T sicut 16. T'omette recte 34. Umites] 7' tnilitea a6 T tuo» 

focere a 8. 7" omette pene 



(i) Isa. X, I. « care boni vìrtutis amore », Ep. l, 

(2) Exoà. XII, 49, XVI, 52, cf. VoiGT, FloriUgium GoUin- 

(?) Per la storia di questo dettato, gctisc in Romamschc Forschungcn, III, 

inspirato dall'oraziano : a Oderint pec- 294, n, ij2. 



DI COLUCCIO SALUTATI. 



nonnutriat ìndulgentia, non impunìtas, non iudicum avaricia coni rigorosi ncii'»p|.ii. 

'ir 1 ,. • ] • j f ■ . . , «rione JclU gtu- 

regni detormationc delicta. quid cnim detormius quara lusncie «"'•• 
solcm extinguere, quam, ilio sublato, regna Ultissima in latrocinia 
commutare ? si iusticiam opprimi patieris, nonne bonìs securi- 
5 tnem substuleris et malos effcceris in omnia sederà precipites et 
effrenes ? quid prodest regi iusticia sua, si minlstrorum suorum 
iusticia non acccdat; quid prodest insta statuere, bona velie, equa 
precipere et honesta iubere, si in executorum manibus corrura- 
pantur? diligenter ergo respicias quìbus regni tui stabilimenta 
commiitas. stabile quidcra tibi tuisquc regnum erit, si ipsuni in che fonj4mento 
integritate misericordis iusticie continebis. audi psalmistam, imo 
Spiritum Sanctum ore regio resonantem: indicate, inquit, egeno 
et pupillo, humilem et pauperem iustificate ^'\ hoc est divine 
vocis oraculura, hoc est illius vere ineffabihsquc sapientic pre- 
ceptuni, que dixit: diligìte iusticiam qui iudicatis terram (*). et 
ut ad Psalmum revertar, ostendam quosnam exstìraaverit ius- 
sionis huiusmodi conteraptorcs. nescierunt, aii, neque ìntellexe- 
mnt; in tcnebris ambulant. etsubdit: movebunmr omnia fuiida- 
menta terre^*^; seque convertens ad ipsos, inquit: vos autem,sicut 
20 homines, moriemini et sicut unus de principibus cadctis (^K videsne, 
princeps opti me, quid dii, hoc est reges, quos in deorum nume- 
rum ceca gentilitas referebat, si iusticiam dereliqucrint, debeant 
cxpectare ? movehuntur cquidem fundamenta terre, hoc est eo- i <iu»u Aitrìnead 

... »i sCifciano e pne- 

rum, qui rcguntur, hominum voluntates, m quibus tcrrenorum re- cipiuno. 
gnorum fundamenta nituntur. ipse namque Deus in ultionem 
neglcae iusticie excitat centra reges et principes antmos popu- 
lorum; nec solum impetit illos humilium pena, quorum est mori, 
non ruere, sed etiam illa terribili vertigine principum, qui quanto 
super alios altius evecti sunt, tanto gravius, dum corruunt, op- 
30 primuntur. custodi itaque, sicut pupillam oculi tui, preceptum 
istud; sitquc constans et perpetua voluntas tua, ut ius suum cunctis 



"10 



I 



5. T abslateii» in mulo» 
19. T erecti 



12. r reg» 16. A/ revcrtent - quisnim esitus miticat 



(i) Psalm, LXXX!. j. 
(3) Lib. Sap. I, I. 



(3) Psaìm. LXXXI, s- 

(4) Fidlm. LXXXI, 4-7. 



3» 



EPISTOLARIO 



Ricordi che egli 
* sovrano di liberi 
popoli ; 



neir imporre loro 
i suoi Tolerì tenga 
calcolo di ciò; 



Boo ne tforxi le in- 
cUouìoaii 



non li obblighi A 
fiu ciò di cui non 
jono capaci. 



exliibeas facusque ab hìs quos iusticie ministros instimis exhi* 
beri; semperque in regni dispensatiotie memineris te non in servos 
atque mancipia, sed in lìberos dominari. quod si, ut Macrobiaous 
il le Pretextatus iubet, cum servis ctementer vivendum est comi- 
terque sunt et in sermonem et nonnunquam in necessarium con- 5 
silium admittendi, et denique conandum est quod colant te potius 
servi tui quam timeant ^'>; quidnam debes facere, gloriosissime 
princeps, qui non servis imperas, sed liberis antistaris? quid auiem 
debeat liberis imperari, si quid tibi privato iubcri velles te non 
decipìendo prospexeris, et vere et fucile proculdubio iudicabis. ro 
in primis enim quid cuiusque professioni conveniate imperato, 
aliud decet agricolas, aliud pistores, aliud fabros, aliud raercaio- 
res, aliud nobìles, aliud vero plebeìos, aliud milites, aliud iuris- 
peritos, iubeatur igitur unicuique quod novit. grecum prover- 
bium est, quam quisque novit artcm, in iUa se exerceat f*>. quod 15 
qutdem cum profecto veram sit, non minus tamen continet ve- 
ritatis, a nemine, si iubeas, exigendum in quo se non noverit 
exercere. qui enim que iussus ignorai licere precipit, non vult 
suis iussiouibus obediri: importabile quidem onus est impoten- 
tibus quod validìs levissimum videretur. fossam facile deducet 20 
agricola, quam urbicis deliciis enutriti ne dum laboriose, sed inef- 
ficaciter conarentur; disputarent in magna subulitatc phtiosopbi 
que abhorreiites a studiìs litterarum, ne dum invenire nescirent, 
sed etiam inventa et in medium clarissima expositione prolata 
intellectu percìpere non valerent. verissime quidem poeta noster 25 
Mimtuanus, cuius cineres gloriosa tua Neapolìs meruit conser- 
vare, dixit: 

Non omnia possumus omnesCj). 



Siano l iTid cen- 
ni facili ad ese- 
guirli; 



lubeas igitur singulis et precipias univcrsis quod facile possit 
impleri^quodque non solum supra vires non sit, sed ctinctis faciUi- 30 



3. TutiJloM*rr. 7. T factum 9. T aibi - iuberc 11, T quod 18. .W con- 
iuwm 20, 7' forsan 23. 7' quom J9. Af quid 30. T scrive super e omette non 



(0 Macrob. Sat. lib. I, cap. xi, 

II-I2. 



(2) Crc. Tusc. I, 18, 41. 
(5) Verg. Bue. Vili, 63. 



DI COLUCCIO SALUTATI. 



39 



mum vidcatur, quodve non ad vexationem subdìtorum, sed ad 
reipublice necessitatem et utilitatem omnium videatur inventum. 
observa popuUs veierum rcgum mores et consuetudines approbatas; 
si quid ultra indictum fuerit, benigne remitte. maximum ius regis 
est; sed cum in subditos ìtli cuncta possint, modica tamen licent; 
et si forte iiceant, saltem non decent et, quod maxime princi- 
pibus ponderandum est, saltem non expcdiunt. rex cum subdìtis 
unum corpus sunt; ille caput, illì membra cetera representant: 
nemo sic capìtis curam gerit, quod pedes negligat, nec sic subiccta 

'to capiti membra custodit, quod illius curam omittut. de subditis 
ergo, tanquam de te ipso, curam habe: tanta benigniiate utaris 
in cunctis, quod predecessorum tuorum tempora non exoptent, 
quod le diuiius incolumem velint, quod tuorum beneficiorum me- 
mores tuis posteris obsequantur. audi patienter omnes; auditis 

15 in clementic humanitate responde, sit tJbi ante oculos illius 
optimi principis Titi Vespasiani dictum: non decet aliquem a facie 
principìs tristem abire (*>, recordareque quod idem imperator. Ve- 
spasiano patte liberalior, cum cenans in memoriam revocaret se 
nullis ca die gratiosum aliquid indulsisse, apud convivas astantes 

20 conquestus sit, dicens : amici, liodie dlem perdidi ^''. quibus vo- 
dbus quid laudabilius potuit ex ore principis prodiìsse ? iure 
igitur dignus imperio una cum patre eodemque curru vectus, de 
lerosolymis et tota ludea gloriosissime iriumphavit et a senatu 
populoque Romano Domitiano fratri prelatus est. fu gè igitur 

25 onera nova statuere; cogita te, novum regera, de tuorum popu- 
lorum viribus plenam noticiam non habcre, nec omnino tantara, 
quantam habueruut predecessores tui. quod illi subtraxerint, noli 
reponere; quod Ìlii non indixerint, noli iuberc; scntiant novi regni 
tui cum exoneratione dulcedinem. si viderint populi te in huius 

30 auspicio dominatus aliquid de solita pensitatione dimittere, leta- 

buntur, gaodebunt, teque miris laudum preconiis celebrabuut; nec 

■ iam hominem, sed quasi deum celo dimissum, v«ìncrabuntur et 



rivolli al bene ge- 
nerale: 



poiché e re e tud- 
diti formtno un sol 
corpo. 



Gli lìiL in ci<S ili 
sprone l' esempio 
di Tito, 



specchio de' prin- 
cipi. 



Alleggerisca le 
gravezM; 



I. 7' quod al 4. 7" ullerius 6. T omette et dinatiU a quod 

pnehcieatant io. 7 capilis 39, 7' pop. tui 31. A/ lnudium 



8. Mre. 



(i) SuET. Div. Tii. Vili. 



(2) SuET. Div. Tit. Vili. 



40 EPISTOLARIO 



Dietro l'eatm. colcot. mcmento imperatorem optimum Hadnanum, qiu Traiano 

pio d'Airi»» m . . ^ , - . ,. 

SS**dt'S&> successit, sepius vocem illam prudentissmiam replicasse, qua dixit 
ita se rempublicam gesturum, ut sciret rem populi esse, non pro- 
priam ^'\ hoc aureum verbum sepius tecum repete, ut cum vi- 
deris te subditorum tuorum, non tuam rem gerere, taliter admi- 5 
nistres imperium, quod iure non possit tuis commìssisque tibi 
populis displicere. scio quicquid fecerìs quicquidve iusserìs nemi- 
nem in tuis oculis damnaturum; et, utinam, si tue confinnationi 

•fogga a pericolo, noTì cxpediat, non habeas laudatores ! maxima quidem infelicitate 

in coi loao i scìa* 

dpi lempre, d'i- principum inductum est, ut nuUos inveniant reprehensores; omnes io 

faoTMie il vero; 

enim benivolentiam dominorum adeo studiose quenint quod ve- 
reantur ipsos, etiam si honesta consulant aut veritatem proferant, 
contristare; et sic dum esse molesti dominis suis fugiunt, eos 
in maximos errores precipitant et inducunt. tu itaque sic vive 
cum ipsis, quod venim tibi dicere non formident. quod equidem 15 
facies, si fideliter consulentibus placidus acquiesces ; si te gratius 
audire monstraveris asperam veritatem quam blanda mendacia; 
e abborrìKe perciò sì tc non vlderint assentationibus delectari; si signum dederis, te 

le adolezioni. 

veritatem mixtam blandiciis abhorrere;si Gnatonicos applausores 
fugeris et verum cum severitate dicentibus te ostenderis dele- 20 
ctari; si mendaces nedum moleste feres, sed punies; sique tibi 
hoc unum firmiter persuadeas, semper ad deceptionera adulationes 
strui; sique semper habueris in ore Propcrtianum illum versi- 
culum : 

O nullis tutum credere blandiciis! (»); 25 

denique, super hoc ne diutius insistam, te et alios moniturus eius- 
dem poete auctoritate concludami 

Quisquis es, assiduas aufuge blandicias ()). 



9. quidem] 7 quod to. T inveniat ^omnem corretto in omnes ii. A/ qui 

12. TAfpreferant 15. T qui - quare equid. 17. T blandimeata 19. A/abborrerì 
ao. T vcritate 22. M adulatoribus (?) corretto in adulatìones 



(i) Ael.Spart. H a d r ia n . Vili. (3) Prof. El III, xv, io. 
(2) Prof. El. I, i, 6. 



DI COLUCCIO SALUTATI. 



Et, ut undc discessit revertatur oratio et exonerandonim 
populorum rnonita reassumam, pone sumptibus tuis modum, 
noli subditorum danino nimis esse munificus; sic liberalitatera 
exerceas, quod unum diviciis abundare non facias de spoliis più- 
5 rimorum. non solum inhonestum et turpe est, sed odiosum 
aliena largiri. ea liberalitate utaris, que sic acdpientibus prosit, 
quod neinini noceat. quin ctiam sic pace et bello regendi disci- 
plinam instituas, quod onera subditis non indicas. habes singu- 
larissimi imperatoris exemplum, divi Marci Antonini, de quo, 

IO teste Helio Spartiano, ut arbitror, sed, sicut in quibusdam codi- 
dbus legitur, lulio Capitolino auctore, legimus, quod adeo extra 
ordinem tributa noluerìt indicere, quod cum bellum contra Ger- 
manos et Marcomannos maxima tum virtute tum felicitate ge- 
rerct, exliausto erario, induci non potuit quod provincialibus extra 

^5 ordinem aliquid ìmperaret; sed in foro divi Traiaoì auctionem 
ornamentorum imperialium fecit vcndiditque, ut eiusdem auaoris 
verba referam, aurea pocula, cristallioa, myrrina, vasa etiam regia 
et vesiem uxoriam sericam et auratam ; gemmas etiam, quas 
multas in repositorìo sanctiore Hadriani repcrerat: et per duos 

20 quidem menses hec venditio celebrata est. ac, oe provincialibus 
esset molestus, preter vestes et vasa aurea adhuc et signa cum 
tabulis raagnorum artificum vendìdit. demum vero ex preda 
belli Marcomannici tantum auri retulit, quod potestatcm empto- 
ribus fecit, ut si quis vcllet empta reddere atque aurum recipere, 

25 sciret licere, nec molestus ulli fuit qui vel non reddidit empta 
vel reddidit ^'5. quod quidem optimi principìs officiura in medium 
proponerc volui, ot tara benigni ducis exemplo ad aliquid maìus 
vel simile faciendum tua serenitas invìtetur. ncc raiaim tibi vi- 
deatur, si postquam ille nature debitum solvi t, in remunera tionem 
30 tante iusticie et prò admiratione mansuetudinis et virtutis senatus 



4. M qui g. T Anlhonii ti. Si noluerìnt corretto. 13. W gerenl corretti) tn 

gereref 15. T inquircret 17. Tmfnima 19, j</sancfJore tnTmanca. 35. A/illi 
eortetto in ulli 37. T pmcponere 



(l) Son qui trascritti quasi alla Iul. Capitol. M. Ani. Phil. XVII 
lettera e fusi insieme due brani dì e XXI. 

Coiuccio Salutati, tt. 3* 



Non vogli* c»««r 
munìfico coi de- 
ntri del pubblico; 



in pace «d tn guer> 
n non opprima i 
(uddiii COI tributi ; 

prendendo in ciò 
norma da M. Ka- 
tooino, 



42 



EPISTOLARIO 



oncaac per i tool 
■Mrìti 1 immort»- 



Lungo ■•rebkc 
ctporre lutto ciò 
che a prìncipe li 
convenga. 



BuiJ acceiuAr 
in ultimo al ligni- 
ficato de' rtetli 
emblemi, (ingolaf- 
raenie, la palla e 
lo acctuo. 



FormA fra ratte 
perfeiula irerìct} 



populusque Romanus, gcndlitads more, memorie sue divinos con- 
secraverunt honores ìpsumque communì consensu, quod nec 
prius nec poscea factum accepìmus, ante condìtum funus deum 
propitium vocaverunt. tanta quidem opinio sue deificarionis cun- 
ctos invasii, quod omnibus iudicatus erat irreligiosus atque sacri- 5 
legus, qui, cum per fortune iadulgentiam posset, in domo propria 
inter penates deos Marci Antonini statuam non liaberet f'>. hec 
merita virtutibus reddebat officiosa gentilitas; nostra vero tem- 
pora non in senatus populique favore, sed in etemi et veri Dei 
benignitate, que semper citra demcriu punit et supra merita mi- i 
rabili largitione retribuit, vite beate statum et cclcstem patriam 
poUicentur; ut tibi, qui Dei digito perductus cs ad regii culminis 
statum, maxima videatur indicta necessitas sic agendi, quod vir- 
tutibus ab ilio gentili principe, licet philosopho, qui nec venim 
Deum nec venmi iusticiani cognoverat, non vincaris. i 

Longum est, gloriosissime princeps, omnia que regem decent 
exprimere. quicquid enim privati monentur, quicquid philoso- 
phia precipit, quicquid integritas Christiane fidei dogmatizat, omnia 
principem decent; omnia que in aliis commendamus debeet in 
principibus admirari : sicut dignitas eos super ceteros posuìt, ita ^ 
virtus exornet. quid enim prodest nitere vestibus, fulgere diade- 
mate et thronum auro fulgidum insidere, si desìt splendor orna- 
tusque vinutum ? deniquc considera parumper mysteria regalium 
ornamentorum. et, ut solium atque diadema dimittam, 
pomum illud aureum, quod sbistra, sceptrumque, quod 
dextera regit, solummodo contemplemur; non quod nunc sit no- 
stri proposili cuncta duorum istorum mysteria pertractare, scd ut 
in ipsis facile et manifeste perpendas quanta deceat reges per- 
fectionc fulgere. 

Inter corporum figuras, ut geometre volunt, nulla perfectior 50 
nullaque capador forma sperica reperitur. ad hanc quidem celos 



I 

I 






I. r consecraverani 4. T vocaverant 6. M quod corretta in qui 7. T ìn- 

lerque - M. Anthonii 8. W virtutibus cancellato e poi ritcritto sopra, 1 1. T scutam 
11. T pollicctnr 13. T agendum 17. A/ opprimere corrr/to /n expr. T omette cairn 

afi. T contemptcmua M quo 



i 



(1) luL. Capitol. M. AfiL Pini XVHI. 



DI COLUCCIO SALUTATI. 



43 



25 



30 



et celorum ornamenta, perpetuos illos ignes, quos stellas et sìdera 
didmus, et ipsorum elementorum corpora, universi huius opìficii 
fabricator Deus, sicut ratio docet et omni ratione ccrtior expe- 
rientia ipsa demonstrat, formavit et fecit; ut ex huius divine ele- 
ctionis argu mento satis cuilibet esse debeat persuasum, quod forma 
Illa, quam universi mundi corpus, perfectissimura omnium, Deus 
ipse voluit obtinere, ceteris corporum formis sine dubio debeat 
esse perfectior. verum rotundorum duplex est difFerentia. que- 
dam enim undique superfìcie deducta in spiram lineis in se rever- 
tcntibus solius puncti patìuntur in plano contactum : hec proprie 
rotunda didmus, quale videmus pomum, seu pilam, quam regia 
sinistra sustentat. alia vero, a forma sperica totaliter non rece- ^ "" * «sudu, 

* ^ benché tn divcrt» 

deniia, protenduntur in longum, qualis est regia virga, que dcxtera "JJT'.t^boUcr"^ 

retinetur: hanc formam proprie non rotundam, sed teretem ap- "*'°"*^- 

pellamus. ita prima, que in se undique conversa revertitur, quid 

aliud denotat quam perfcctionem, quam in se ipsis debent habere 

reges, quibus populorum moderamina sunt commissa ? secnnda 

vero forma, que se, ut diximus, extendit in longum, quid aliud 

significat quam admioìstrationis regie, quasi sideris cuiusdam, cui 

sperica est forma, emissum radium, quo ad ultima regni sui limina 

pertingir et venit ? nam si velis diligenti consideratione respi- 

ccre, sidera, que inter celestia corpora perfccriora sunt, et orbem 

habent, ut pila, in sui centri globositate, et radios, ut sceptrum. 

reges autem in terra quid aliud sunt quam sidera ? Illa quidem 

celum illuminant, isti terram ; illa celi speras movent, isti cuncta 

terrestria. cures igitur, ut in te ipso perfcctus sis, sicut illa forma 

pile, quam sinistra regum portat, inter alia corporum liniamenta, 

si ve trigona sint si ve quadrangula aut alia quacunque difFerentia 

geometrica distinguantur, diffinitur esse perfectior; quotiensque te 

ad alterum iusticia, severitate, constaotia vel pietate, prudentia, 

ve! alia quavis virtute quasi radios emittendo protenderìs, ab 

illa circulari perfectione, quicquid egeris, non recedas. nec obli- Sob poi i-uno e 

viscarìs et sceptrum et pilam aurea fore; que quidem, licet de tak 



5. W recava prima in luogo rfi ciillibet una parola ora indecifrabile. 1 5. T illa pr. i6, T 
perfectionn qoBs 30. T forma est 33, A/ p il ani -in sceptrum 34. T regia aut intra qood 
Mista 'xt.MlWt 37. Mlimameota ag. A/ TdistiagDatur Torneitele 31. A/prctendcris 



44 



EPISTOLARIO 



il più prcxioso de' 
meulli, 



come attcftaao U 
complettion sua, 
il colore e Ia du- 
rAM. 



Codeste qualitii 
poisono al vero 
•ovrano «ppUc*r- 
«i; poich6 ei deve 
come l'oro cucr 
incorruuibile, 



eritAodo <)ue' vin 



materia ob preciositatem videantur ab inìrio fabricata, ne vilis 
materia regiis manibus tractaretur, habet tamen et ipsum aurum 
perfcctionis, quam in te desidero, atque regaliutn proprietatum 
maximum argumentum. aurum quidem iiiter cetera metalla pcr- 
fcctius est, quod docent facile complexio, color et ipsa duratio. 5 
est enim aurum, ut tradunt qui de mineralibus tractaverunt -'\ com- 
plexione calidum et humidum, ex quìbus duobus multi philoso- 
phorum voluerunt omnia gigni et genita conservari. ex quibus 
humoribus astruum physici vitam hominum certissima ratione 
constare ; ut, sive desiccctur humidum radicale, nimium excresceute io 
calore, sive ille calor ingenitus extinguatur, humido nimium exua- 
dante, mors hominis sine dubio subsequatnr : quandiu vero Inter 
illos humores debita proportio conservetur, animai ipsum vita 
fruatur et valeat ; quorum disproportio morbos generat atque mor- 
tem. color autem ipse sidereiis, licct proptcr auri densitatcm in 15 
tenebrarom opacitate non luceat, fulget tamen in claritate luminis 
et renidet, et quanto foruori immalleatione concutitur, tanto in 
clarioris fulgorem himinis excitatur, age nunc, considera quanta 
sit auri duratio, quod quiJcm nullis temporuai seculis corrum- 
p.itur, nulla possit rei alterius infectione corrodi ; igne sepius li- 20 
quefactura, si quid extraneura habueric admixtum, purum remanet 
et sincerum, oninem ignobilioris rei respuens societatem. collige 
mine siugula et an regem deccant videamus. quid aliud te et 
alios reges admouet vitalis illa complexio, quam te in vitara et 
conservationem subditorum regem esse creatum ? si calore cu- 25 
piditatum cfferveat rex, si accendatur libidine, si excandescat ira- 
cundia, que raater est crudelitatis, nonne est subiectis regie di- 
ctioni miserabiliter pereundum ? si moUicie delictarum, quasi 
copia humorum effluat, nonne rex et rcgnum dabuntnr, si quid 
ingruat, in rutnam ? possem omnium istorum plurima tibi 30 
exenipla proponere. sed recordare, ut Paridem, hospitalis thori 



i, 7" pec 5. A/ quid 14. frutttur] rprì vanir M getterei 17. A/ fortìor 

ia mail, 19. T corruropihir 3i. T htbait 33. Af deceat 34.. A/Tquji A/tìu 
«5. A/coniervttione ay. T liumoris 

(1) Cf. B, Alberti Magni De mineralibus, lib. IV, cap. vu, in Opera, 
Lugduni, MUGLI, II, 264 sgg. 



DI CO LUCCIO SALUTATI. 



45 



Appio 



violatorem, Tarquiiiium Superbura, qui regali fastigio Rome e quegli mori die 
finem imposult, Appium Claudium, qui, usurpato centra fas im- '"1^J^'''''aI"^ 
perio, Virginie cecatus amore, io expugiiiitioeem pudicicie per cuodio, 
calumnìam est abusus, omittam ; recordare, precor, Sichem, prin- sichcm, 
j cipem Sichimorum, qui, compressa in libidine sua Dyna, tìlia 
lacob, sibi, urbi et populo suo mortis, vastationis et servìtutis 
causa fuit. recordare Neronis, qui impaticntis ire furiis agitatus Nerone, 
in crudeiitate sua fratrera, uxores, matrem et senatum extinxit, 
Urbem incendit et ipsum Roraanum imperiuoi ferme delevit. 
Sardanapalus, deliciis etieminatus, ultìmus Assyriorum rex, rau- s*r<Uii.paio 
liebri mollicie a suis contemptus, victus demum et fortius moricns 
quam vixerat, ab Assyriis regnum transvexit in Medos. Antio- Antioco. 
chus etiam, Assyriorum rex, dum in Eobea insula, positis aureis 
ricisque tentoriis, tibiis et fidìbus delectatus, floribus et rosis 
edio hiemis tempore ad delicias et luxum effusis, cum Roma- 
nisque mundi victoribus gesturus bellum, instrumenta libidinis, 
virgines et pueros diligenter eligeret, impetu per Acilium Già- 
brionera facto, metu, qui flicile inentes luxurie deditorum iovadit, 
insulani dereliquit, nec apud Thcrniopylas» ubi quondam Xerxi 
regi parva manu restiterat Leonidas, qoin terra marique lugeret, 
potuit contineri <'>. ut manifeste detur intelligi aurum illud in 
sceptrum pilamque conflatum reges et principes admonere, tali 
temperamento debere reges versarì cum subditis talemque secum 
humanarum passionum muderamen atque mensuram in cunctis 
suis actibus adhibere, quod sicut aurum sue complexionis bene- 
ficio dìuturnum est, ita se et regnum cunctis temporibus conservet 
illesum. non enim decet reges de suis solum temporibus cogi- 
tare, sed premeditari debent qualitcr subditos qualeque regnum 
suis heredibus derelinquant; ut iilos bene et illud bonum suarum 
virtutum mentis post fata dimittant, huius rei beneficio per fa- 
mam etemaliter duraturi, quid autem sidereus ille color in luce 



Come l'oro t la- 
cente, 



3. r virginis 4. 7* tralascia omittani 5. T Diana ii. M Medios corrrlto 

in Medos 15. A/ medie 17. T impetu paracitium Galaburnum A/ Galaburtiura 

iK. T metuqae omfs$o qui 19. M terremopylas 34. T dopo mensuram aggiunge 

bsbere 15. sue] T «ine 



(1) Flor. Epit. I, 24, SS 9-'I- 




e come il metatlo 
più è battuto, ri- 
splende ed e«oe pu- 
nScAto iti fuoco, 
e dora icmpre, 



cosi giova al prin- 
cipe uccir dtlk 
toonJ^ne bniiture 
ImmacoUto e ■- 
domo di pregi im- 
mortali. 



Dal diadcnia pu- 
re li paù trarre ar- 
gomeoio a dimo- 
•trare 



ebc il prìncipe deve 
poiaedere ogni più 
nobile prcrogatì- 



refulgens de regia dignitate figurar, nisi quod decer reges in luce, 
hoc est in oculis inruenrium, omni virmrum lumine resplen- 
dere ? quid edam sibi vulr quod aurum, quanto magis percuritur, 
tanto magis in nitorem conspìcui luminis deferatur, nisi regurn 
esse in adversitatibus sic obrundt, quod clariores emergere com- 5 
probentur ? quid auteni admonet illa auri miranda duratio et 
quod sepius liquefiictum purius relinquatur, nisi quod reges de- 
beant tali ranraque virtutum integrirare poUere, quod in eterne 
vivacitatis longevitatem evadant et quod quanro magis inter cor- 
rumpenti.i, sicut aurura in igne, versentur, tanto magis reddantur lO 
a cunctis humane conditionis sordibus mundiores ? ut hec vcl 
iuxta superius tradirà aut alia meliori consideratione tractantibus, 
satis appareat aureas illas virgam et pilam, non fortuito, non 
solum exornandi proposito, sed oprimo Consilio magnoque my- 
Steno inter apparatus regios adinventas. i|j 

Et ut diadema pauUsper attingam, quid aHud geminatus ille, 
ut nunc habet consuetudo, turritusque cìrculus aureus ìmposìtus 
capiti prefigurar aut, sicut olim, panmis ille renuis gemmisque 
pretiosissimis redimitus, quo reges crines obvolvebant, nisi men- 
tem regiam, cuius sedes in capite sìt, debere cunctarum virtutum 20- 
lumine, sicut diadema lapillorum splendore, mirabiliter refulgere ? 
nec mirum, si per gemmulas illas preciosas et raras virturcs regie 
desìgnantur. habent enim singuli lapides, si tractatoribus ilio- 
rum credi oportet, vira maximam et virtutem, ut facile possint 
singuli singulis virtutìbus adaptari (•>. 25 



# ♦ ♦ # * 

3, T rcsplenderi 3. T si vult 4. Tvictortm 3/dcsecatur 7. T debent 

9. evadant] A/ con Jan t 10, T vcrwtur 15. T adnumernUs 16. l omette vA 

19. M quid Tquod M T crinibu» at. A/ lumen corretto in lumine 



(i) In T tien dietro il seguente 
explicit: « Suprascripta epìstola sìn- 
« gularissima et satis notamla delegata 
« et destinata extitìt per famosìssimum 
« laureatumque poetara dotninkura * 
«Colucium de Salutatis de 
« Florcntia illustrissimo et gloriosìs- 



« Simo principi regique felicissimo regi 
ff KaroloNeapolitano, Sicilie, Hìerusa- 
« lem &c. effecta die ij novembris 
« 1469». Segue una nota del VeranJ, 
il quale avverte esser repbtola, man- 
cante della fine, inedita, e la data del 
1469 quella in cui fu trascritta nel ras. 



• su, Ugfi dominum 



DI COLUCCIO SALUTATI. 



47 



VII. 

A Filippo Villani Stoldi f'>. 

(Cod. Laur.-Ashburah. 942, e. i a; cod. Gadd. Laur. PL LXXXIX inf., aj, 
e. I b; G. C. Galletti, Ph. yillani liber di civìt. Fhftìtitiae famosis civi- 
bus, Florentiae, ii^47 (da Gadd. Laur.), p. 2.] 



Responsio ♦ ♦ ♦ 

Delectatus sum, frater optirae, libello tuo, et quedam fide Fi«nxc, ijSi-sa? 
solita vel correxi, forte tamen corrupi, sed saltem michi uJ!'u'°Ìt "Jp^l^ 

, ..... che tesse ed emen- 

correxissc visus sum. placent omnia: placet inventio, placet dò, 
JO stilus; et ipsum edendum arbìtror, patrie tibique et tot illustri- L'i^giSoIwS"* 

6. Coti A, dove le parole segveììtì tfnnero erate; G L e G Re»ponsio suprascripte ; 
che alla leitera del VUlani, che in esti precede quella del S., al contrario di quanto av- 
venga in .4, dove il foglio che la contiene e stato ag{;iunto al ma. mediante una brO' 
eketfa membranacea. 8. GL corrumpi .4 saltim 9, // secondo placet non si legge 
in A a cagione d'un tarlo. io. GL Arbitrio et ibitquc, che G corrette in «rbitror et 

tiM quidem ; poi illustri* emendato da G in ìlluMrìssìmts 



(1) Come altrove ho accennato (cf. 
giovin. di C. Salutati, p. 11), Fi- 
lippo Villani, quand'ebbe compiuto il 
suo libro De origine civitatis Florml'u 
tt eiusdcm famosis civihus, afTrettossi a 
trasraetierlo al S., richiedendolo d'un 
giudizio. Riavuto quindi il ms. suo, 
tutto cosperso ne' margini di osser- 
VMioni e postille di varia natura, egli 
vi pose in fronte, trascritto sopra un 
foglio volante, il viglietto col quale 
il S. glìeraveva accompagnato. Più 
tardi però, Filippo stesso chi altri si 
fosse, mosso da cagioni a noi ignote, 
erase diligentemente il nome del S. 
cosi in calce alla polizza sua come 
in quant'altrt luoghi del ms. esso ri- 
correva: nella dedicatoria, cioè, nel 
prologo e nel congedo (cf. Galletti, 
op. cit- pp. 2, j, 41, 42), ed in sua 
vece sostituì, ma non però dappertutto. 



l'onorifico epiteto di t eusebius », che 
dal Mehus prima (Ftìd A. Travcrsarii, 
p. cxxv) e dal Galletti poi (op. e 
loc. cìt.), per tacer d'altri parecchi, fu 
creduto un nome proprio, anzi qucUo 
d'un fratello dì Filippo stesso, il quale 
vanamente si ricercherebbe ira i fi- 
gliuoli di Matteo di Villano Stoldi! 
Chiarita così e giustificata insieme 
l'attribuzione eh' io faccio al S. del- 
l'anonimo viglietto registrato in fronte 
al cod. Laur.-Ashbumh. 942, resterebbe 
ora da indicare la data di esso; impresa 
questa per deficienza di sicure prove al- 
quanto disagevole. In ogni modo dal 
trovar ricordato come la più recente 
fra le opere del S. il trattato De saù^ 
culo d religione, che noi dimostrammo 
già esser uscito alla luce circa il 1381 
(« nupcr etiara », scrive il Villani, 
op. cit. p. 19, « rogatus per saoctae 




48 



EPISTOLARIO 



gì 

fliOf flBTB SQv 4ffO* 



ta alesai poatiBoi 
étmótnteeoUkim. 
tnotmtata. voce 



• bus dvibus fiiturum glorie, rogo tamen quod orthographiam 
non neglìgas, nam cum opus sit elegantìssimum, deforme foret 
vidis illis puerìlìbus ìnquinari, precipue cum sepe mutata sillabi- 
tatio et elementonmi iunctura sensum omnem intellectumque 
pervenat (*>. 

Ceterum de Turrìsiano, Brunetto et Paulo tecum velim, si 
placebit, aliquando conferre^'). ubi vero • • tractas^)> « • 



5 



et vale felix odo, studio et ingenio tuo, quorum duobus primis 
invideo (♦^ tertium vero miror et laudo. 
• • tuus. 



IO 



I. GL ortographia s. La finale di opus sit e atane lettere detta parola che tegmt 
non ni leggono più in A. G L e G omettono foret 3. In A iDis non ti kgge. 

4. Le finali di siibbitatio ton indecifrabili in A. 6. GLG Bmiieto 7. G con- 

ferannu Qnanto segue venne diligentemente erato in A, talché manca anche in GL, A 
me, oltreché il tractas , pare di aver rilevato dopo ubi Tero le parole de me io. GL 

lette non per vero e lo segue G. 1 1- Seguiva in A la tegnatura erata; dalle propot' 
\ionl di essa mi sembra potersi arguire che al toiu, a fatica ditcermOnU^ no» doveUer 
precedere più di due parole; probabilmente Colacias Pieri 



«vitae Hicronyraum heremitam li- 
<f brum composuit elegantissimum »), 
potremmo trarre buon argomento a 
concludere che il De origine nella re- 
dazione conservatane dal cod. Laur.- 
Ashbumh. deve esser stato scritto verso 
il 1381-82 e che allo stesso tempori- 
sale quindi repistola del S. 

(i) Un saggio di questi errori, assai 
breve però, è messo innanzi da U. 
Marchesini, Due mss. autografi di F. 
Villani in Arch. stor. ital. ser. V, to. II, 
p. 366 sgg. Essi son quelli appunto 
che deturpano comunemente i codd. 
del tempo. 

(2) Poiché ninna delle biografie qui 
rammentate presenta nel cod. Laur.- 
Ashbumh. traccia di rimaneggiamenti 
(cf. Galletti, op. cit. p. 28, n. xvi; 
p.30,n, xvin;p. 33, De semipoeti s, 
n. iv), si potrebbe arguirne che i col- 
loqui, cui qui si accenna, non avesser 
poi luogo o rimanessero infruttuosi. 
Ma nulla si può in proposito asserire 



senza conoscer meglio la redazione 
del De origine, offerta dal cod. 898 
della Barberina di Roma, sulla quale 
invece sappiam fin qui poco o nulla. 
Cf. però BoNcoMPAGNi, Intorno ad al- 
cune opere di Leon. Pisano, Roma, 1854, 
p. 300. 

(3) Qui, non e* è da ingannarsi, il 
S. parlava di sé medesimo. 

(4) Filippo erasi dunque sottratto 
da qualche tempo alle fatiche del can- 
cellierato perugino, che copriva, come 
vedemmo (lib. IV, ep. vii, voi, I, 
p. 263), del 1377 ed aveva tenuto 
« più e più anni, si come appare in 
« molte sue epistole scrìtte a diverse 
« persone » (nota di frate Sebastiano 
de' Bucelli nel cod. Laur. S. Croce 
PI. XXVI sin. I, e. loi a); le quali 
non essendoci pur troppo pervenute, 
noi restiam parecchio al buio sui casi 
della vita sua innanzi al ritorno in 
patria. Cf. Manni, Osserva^, storiche 
sopra i sigiUi &c IV, 72; Mazzu- 



DI COLUCCrO SALUTATI. 



49 



VIIL 



A Bartolo abbate di S. Salvi ^^\ 



[L', e. 72 b; M', c. 22 a; G», c. 21 a; R', c. 3 5 a.] 
Reverendo iu Christo patri dopoo . , . abbati dignissimo Sancti Salvii. 



V 



Firciiic, 



evERABiLis in Christo pater, scribunt, sicut videbis, pater- 
nitati tue magnifici domini mei in favorem abbatis de Rag- gh ricconi.iKi* 

^ " Matteo «bbale di 



gìolo C*), nec possem exprimere quanto lìtteras conficiendas man- RamwoIo 

4(. Coiì U; hP G'R* Abbati saticti Scilvii. 6. U cancella in parte magnifici U Razolo 



C8ELLI, Le viU d'uom. illustri Jior. 
ScritU da F, V., Firenze, 1826, pref. 
p. vn sgg ; Gherardi, Statuti della univ. 
t stud. fiorentino, pp, 289, 376, 382 àc. 
(i) Secondochè narra, sulla fede 
del Lami (5. EccUsiae Florentiuae mo- 
numtnta, Florentìae, mdcclviii, II, 1 226 
sgg.), A. Zuccagki-Ori ANDINI {Kotiiic 
stor. lUU'antico tuonasi, di S. Salvi su- 
burb. a Firtn-^e, Firenze, 1 8 j 5), l'assedio 
del 1312 avrebbe arrecato sì gravi danni 
a questo celebre convento, che i Val- 
lombrosani, i quali vi dimoravano, se 
ne allontanarono per passare in altri 
monasteri della loro religione. In 
causa di questo abbandono la serie 
degli abbati di S. Salvi sarebbe rima- 
sta ioierroita dal 1317 al 1390, perchè, 
essendosi delle entrate del monastero 
formata una commenda, gli ecclesia- 
stici che ne venivano investiti, si appro- 
priavano eziandio la dignità abbaziale. 
Ma codeste asserzioni non rispondono 
certamente al vero, poiché Tepistola 
presente ci attesta che del 1 382 vi era 
uo abbate di S. Salvi; e che questi 
poi appartenesse all'ordine vallorabro- 
sano risulta oltreché dall'epistola della 
Signoria sotto citata, da moltissimi 
documenti inseriti nel registro delle 
Sìiisive di Simone, ministro generale 

Cotuccio Salutali, IL 



dell'ordine dal 1370 al 1387, conser- 
vatoci dal cod. Conv. sof>pr. G, 6, 
1502 della Nazionale di Firenze. Essi 
ci apprendono che Bartolo, abbate 
di Ripoli nel 1370, aspirava all'abba- 
zia di Vallombrosa, resasi vacante; 
e che, data questa da Urbano V a 
Simone, cercò vendicarsi, tramando 
ai danni del rivale fortunato continui 
intrighi, sui quali le lettere di costui 
(cod. cit. ce. 54 A-50 a) recano mi- 
nuti particolari. Costretto nel 1584 
a piegare il capo davanti al suo av- 
versario, Bartolo moriva due anni 
dopo, e gli succedeva nella dignità 
abbazialc (cod. cit. e. 62 a, lo otto- 
bre 13S6) un Matteo. Anche intorno 
all' istituzione della commenda lo Zuc- 
cagni-Orlandini accumula errori su 
errori ; poiché dell' integrità dei beni 
di S. Salvi, minacciala nel 1402 dal- 
l' investitura che Bonifazio IX aveva 
due anni innanzi data al cardinale di 
Bari della chiesa urbana di S, Iacopo 
tra le fosse, aggregata fin dal sec. Xii a 
S. Salvi (cf. SoLDANi, Hist. moti. S. Mi- 
chaelis de Passiniano, Lucae, mdccxh, 
I, lib. VI, p. 269), sì fé' col maggior 
zelo lutrice la repubblica. Cf. Arch. 
di Stato in Firenze, Miss. reg. 25, e. Sa. 
(2) La badia di S. Paolo di Raz- 



50 



EPISTOLARIO 



di CUI egli é per 
pubblici voce fti- 
mato i] nemico. 



daveninl affectu t'\ unum, quod ìllonim littere tacent, privatìm 
etiiseram. fenur, de quo prò honore auctoritatis tue plurimum 
dolco, te huius sue persccutìonis auctorem; quod si est, ut illi 
qui de te obloqui volunt, attestantur, magna ludici o meo repre- 
hensionc dignus es. Itcet enim carnalibus motibus tu, et cetcri 
etiaai viri sanctissimi, dum in hoc fetido corpore degitur, agi- 
terìs, lìcet indignationum alterius culpa tibi materia prebeatur, 
Siff.tti lenti- non decet tamen virum bonum, non christianum, non religiosum, 

memi lon indegni .,11 1-1 ■ • 1 

d'un cristi.no, cotttra cantatem et coiitra iliud naturale vinculum societatis hu- 

d'un religioso; 

i. /{' folte fenur 3. A' omette si 4. R' obliqui ed omette magna e meo 

5. L' reca motibus in correzione; non ti ditcerne però quat fosse la legione primitiva, 
g, U noturalem 



zuolo fu il terzo convento fondalo da 
s. Giovanni Gualberto. Era collocata 
in un selvaggio luogo dell'Appennino 
mugellano, e dopo aver sofferte varie 
vicende ed esser stata eretta essa pure 
in commenda nel scc. xvi a favore 
d'un Gianfigliazzi, venne abbandonata 
nel scc. XVII dai monaci, a cui Pio V 
l'avea restituita nel 1566, Cf. Lami, 
op. cit p, ifo6; SoLDANi, op cit. 
p. 272; Cappellktti, op. cit. XVI, 
701 sg. 

(i) Dalla missiva della Signoria, 
cui qui si allude, derivano maggiori 
ragguagli: « Dìsplicenteraudivimus », 
scriveva questa il ], marzo, « in Ro- 
« roana curia et a pud Sanciìtaiem apo- 
i' stolicam venerab. virum dominum 
«Matheum, abbatcm de Raggìolo, 
K cmulorum suggestìonibusinfamatum 
« ipsumque fuisse solenni citatione 
« vocatumi ad curiam et multos contra 
« cura satis inimicabiliter surrexisse. 
« et quoniam crcdiraus hec de intra 
« corpus ordìnis, potius quam CTctrin- 
« secus provenire, et sciraus vos lam 
« vite meritis quam profunde scientic 
« admirationc in sacratissinia religione 
<x Vallisumbrose forc unicum revcren- 
« tie et autoritatis exemplum, pruden- 
« lìam et paternitatem vestram affé- 



« ctuose requirìmus et rogaraus, qua* 
i< tcnus amore nostri placcat in eius 
(" favorcm et excusationem prò viribus 
<r opcrari » &c.; Arch. dì Stato in Fi- 
renze, Miss, reg. 19, e. 225 a. Seb- 
bene uomo di vita incensurabile, co- 
dest'abbate Matteo aveva molti nemici; 
la repubblica dovette infatti interve- 
nire di nuovo in favor suo del 1402, 
quando ei fu citato a rispondere di- 
nanzi alla curia delFappostagli usur- 
pazione de' beni di Antonio Mannini: 
« Moveat humanitatem apostolicim a, 
scrisse allora al papa Coluccio, ho- 
« minis 5tas : octogenarius quidcm 
« est; moveat religionis culius: sexa- 
" ginia quidem et octo annb mona- 
<' sticam vitam duxit; movcant vitt 
« merita^ quoniam unicus iiitcr abba- 
« tes nostri temporis, cura iara annis 
« quadraginta dictum monasteriura 
« rcxerit, repertus est ecclesiam sibi 
« coramissam auxisse, imo, quo lo- 
« quamur verius, duplicasse » &c. 
La cosa stava s\ a cuore alla Signoria 
che si scrissero in proposito lettere 
anche al cardinale Cossa ed al Ba- 
rense, e venne inviato apposta un am- 
basciatore in curia. Ardi, di Stato 
in Firenze, Miss. reg. 24, e. 7J a, 77 a, 
78 B, 11 maggio e 9 giugno 1402. 



DI COLUCCIO SALUTATI. 



51 



mane et, quod plus est, contra fidei Christiane precepta, proxìmum 
etiam provocantem offendere vel iniuriam prò iniuria compensare, 
recordare illud divine vocis oraculum: diligi te inimicos vcsiros: 
si enim diligitis bona facientes vobis, quod meritum vobis erìt? 
nam ethnici et publicani hoc faciuot f'>. Christiane quidem per- 
fectionis est tantam in se cariiatem habere, quod non solum ad 
anaicos, sed usque ad ipsos perveniat inimicos, ut securi possimus 
dicere in oratione dominica: et dimitte nobis debita nostra, sicut 
et DOS dimittimus debitoribus nostris. sì enim, ut pater divus Au- 
lo gustinus tcstatur ^^\ non erit qui reddat bona prò malis, non 
erit et qui retribuat bona prò bonis. sed quanvis hec infamia 
contra te surrexerit et eorum qui te timent aut tuis virtutibus 
Invident oblocutionibus adiuvetur, non potest hoc, quod nedum 
tibi viro religioso atque pacifico non conventi, sed infame foret 
15 laicis et secularibus reprehensibile, michi quomodolibet persuadcri. 
fac igitur quod obsequendo dominis te hac infamia purges, et 
licet ille forsitan non raereator, utpote qui forte tibi non servi- 
verit, sed iuxta opìnionem tuam in aliquo displicuerit, tu tiimen 
prò non beneficio beneficium reddas et per effectuni operis ma- 
20 ledicorum ora confundas. fulcienda quidem est omnibus admini- 
culis fama, quam negligere crudelìtatis est, ut testatur Augusti- 
nus <i5. delicatissima quidem res est fama et quc quanto nitidior 
est et quanto celebrior, tanto fadlius inquinetur. te sanum et 
letum vivere desidero, vale felix. Florentie, quarto nonas martìas. 



al au«1i é debito 
render bene ptt 
nule. 



Vogtia dunque 
da colui ucci* 
purgarsi 



e, noa danneg- 
giando Matteo, 
provvedere all'in- 
icgrìti della prò» 
pna fama. 



a. /?' omette JniuriBm prò 3. R' voti* 5. R^ cthinci 7. R' poseuraus 

IO. JR' enit »o-ii. U H' omettono non crii 11. bonìa] L' nobis 14. R' omette 

tion 18. L^ omette in aliquo 3o-3i. V adminiculo fama est 23. K' inquiretur 
H- W C R' »idwc 



(1) Matth. V, 44, par. Il, coL 15 17. 

{2) S.AvG. Eiiarr. in psalm. ex VI n, (5) S. Aug. sermo CCCLV, cap. i, 
scrmo vn, cap. 1, in Opera, to. IV, in Opera, to. V, par. u, col. 1569. 



52 



EPISTOLARIO 



Vini. 

Ad Antonio pievano di Vado ('>. 



[L', e. 73 a; M*, c. 22 b; G% c. 21 b; R*, c. 34 b; 
Mehus, Vita A. Traversar a, p. cccxxiv.] 

Venerabili viro domino Anthonio plebano dignissimo Vadi. 



Fircn»e, 
2$ onobrc 1582? 



FRATER optime. 



recessisti properus et ego, plurimis occupatus, 
Impedito di ve. -■• prò te mietere non fui memor, sicut lepidus ìuvenis Leonardus 

dcrlo pritn* che • • i> ' fi\ 

p«tisM. gli icrivc noster nocturnus irrumpeos in meum studium persuasit ^^K nunc 
igitur litteris faciam quod tunc presentì debebam nlloquio. de- 
crevisti et verbis tuìs ligatus es, ut legendis auctorìbus in scolis i< 
grammatice potius famolere quam presis. postquam ad hanc humi- 
litatem pellectus es, tue fame consultum puio, si te alteri non osten- 

perduiogUeriodAi deiis cmulari. hoc facies si in eiusdem libri lecturam cum magi- 



5. Coti U; hP G* R' Ad domiaom Anlooimn plebamim Vadi. 
mutare 13. M* G^ «i me duad. 



ti. L* R' G^ fa- 



(1) Antonio o Antonino, come tro- 
vasi a volte ricordato, pievano di San 
Martino a Vado, piccoletta terra del 
Valdarao casentinese, aveva nel 1381, 
e non senza favore, letta privatamente 
in Firenze la Divina Commedia (cf. 
S. Salvisi, Ftisti consci dcW Accadunia 
fior., Firenze, 17 17, p. xni ; Prezziner, 
Storia lidio Studio ftonntino, 1,37), talché 
Tanno dopo venne scelto a coadiutore 
di Domenico di Bandino d'Arezzo, ri- 
chiamato in Firenze a reggere per un 
decennio le scuole di grammatica collo 
stipendio annuo di cento fiorini d'oro. 
Par che il pievano si acconciasse a 
malincuore a codesu parte subalterna 
e che, aizzato da certi nemici del pro- 
fessore aretino, pretendesse alleggiarsi 
a suo antagonista ; di c|ui la solenne 
lezione che gli dà Coluccio. 



Antonio godette dell'amicizia di 
Francesco Landini, che gli dedicò 
quc' suoi curiosi versi in lode di Gu- 
glielmo Occam, dove satireggia i 
grammatici contemporanei (e forse il 
Pratese fu uno degli avversari di mae- 
stro Domenico), pubblicati dal Wes- 
SELOFSKY {Farad, digli Alberti, I, 2, 
doc. 16); e quella altresì del Sacchetti, 
con cui ebbe una corrispondenza poe- 
tica, che Franco conservò nel suo zi- 
baldone (cod. Ashburnh. 574, e. J4 a), 
donde uscì più d'una volta alla luce. 
Cf. Zamdrini, Op. vùlfT. a stampa, e, 36. 
Alla memoria dell'amico, morto poco 
appresso, il Sacchetti consacrò alcuni 
versi nel capitolo più volte citato, 
Rime, 1856, p, }2, 

(2) Chi sia costui non so; al Bruni 
non c'è da pensare. 



DI COLUCCIO SALUTATI. 



Sì 



stro Dominico non concurres. iandiu elegit ipse T r a g e d i a s < ' ); 
inimice facies si eundem librum legendum assumes. elige igitur 
alium, oro, et sequenti anno tuum sit preeligere quem voles in 
tempore opportuno, concurrentium fama, sì non mutuo invi- 

5 deant, si vidssim sibi non detrahant, facilius coalescit. scis quot 
capita tot esse sententias et omnes libidine potius quam ratione 
ferre iudiciura agiliusque ìnfamiam imponi quam famam. gaudet 
enim detractionibus vulgus et audita refert, imo circunfert et c'ir- 
cunferendo, si mala fiierint, adauget. denique, crede michi, et 

(0 honestius et utilius erit si ex composito nuctores legetis. infami 
quidem cenamìne nunquam piena Victoria contigic. quod si tibi 
prò fama pugnandum erat, non ex infimo docciidi gradu, sed ex 
aliqua altioris culrainìs specula congredi decuisset. qui enim op- 
primere voluerunt magistrum Dominicum, te sibi adversarium 

ij statueutes, fecerunt eum prudentum iudicio clariorem, quem ab 
alio quam a te non putavenint posse devinci, crede consiliis 
mcis et quid facturus ex hoc sis, fixe clareque responde, vale 
felix. Floreotie, septimo kalendas octobris. 



lejgger in scnola le 
Tragtdir di Seneca, 
gii «celie A» iD«e- 
■tro Domenico. 



La fUA fama ne 
rìììaàii «cerei ci u- 



egli poi fari con 
«gli icoUrì piA 
utile. 



X. 
20 A Lombardo della Seta. 

fL', e. 7} b; M', c. 23 a; G', c. 22 a; R', c. 343, mutilaj 
Lombardo Patavino. 

MI frater, mi frater, mi frater, libet enim hisdem affari te verbis, Fìrei«e, 
' ' a? novembre ijSi. 

quibus affatur fons cloquenttc TuUius Quintum fratrcm f*>; Egn >> propo- 

25 itcrum itaque mi frater, me miseruml quid audivi? quale nun- manìf«tar a Lm- 

autn, dum de te diligeniius sciscitor, vellit aurcs ? pcndebam, p^ow p«r u 

1. L* omette Dominico 3. U alienim 5. R' tmhant 6. M' G' R' tot «ni. 

«»e 7. H' io &mani 8. Af dctracitiionibus io. U omette erit M' G' R' fcg, 
aocL M' L* R' infame 11. L' contingit 13. L* R^ docnisset i6. L' pulaverant - 
devici 3i. Coti tutti i m*t. ì"}. M' non ripete che due vt Ite mi tnicr i6. U 
aggiunge de in interlinea. 



(1) Intendi di Seneca. 



(2) Cic. Ep. ad Quint.fratr. lib. I, ep. 3. 



54 EPISTOLARIO 



Br^I!lBW^" *" frater opdme, cupidus tecum conquerì de tumultuaria atque cruenta 
cede communis fratris nostri Guasparis Veronensis, quem sevus 
gladius et, quod summe deflendum est, consanguinea manus 
extìnxit ('); maxima quidem nostre etads iniuria, que talem tan- 
tumque vinim, quietissimis humanitatis studiis dedìtum, mitem, 5 
innocuum, benignum, tali genere mortis amisit; pendebam equidem 
anxius, pennam tenens, mecumque dicebam: que quibus ante- 
feram ? f*) unde principium designaturus litteris tam horribilem 
casum accipiam? dumque sic, licet plurimo intercedente tempoiis 
intervallo, et cum iam videretur doloris acerbitas scribendi veniam io 
concessura, adhuc tamen in tam diri casus memoria lacrimabundus 
hec tacitus meditarer, supervenit vir michi alias iocundissimus, 
il^ao^ìl^Lo^- ^"^ ^^^^ michi plus quam dicere valeam incommodus, Pazinus 
JSlato"^*fri5S noster ('), de te michi flebiliter nuncìans te fratris primtmi et 
e nipote. deiude nepotìs fiineribus luctuosum. obriguì, frater optime, to- 15 

taque mente cohorrui; quo minus admiror poetas inter fabulas 
adnotasse Niobem bisseno, sicut vult Statius et Homerus W, bis- 
septeno vero, ceu Sophocles et Naso retulerunt («), fìliorum fu- 
nere circunseptam, in saxum lacrimifluum duruisse: tuncque ma- 
nifeste cognovi quanta sit nostrarum mentium temeritas atque 20 

a. /?' Gatparìs /.' omette quem e scrive scTQsqne 4. AP reca iniaria in margine. 
6. L' dopo genere di nuovo inaocnuin cancellato. 8. IJ litt. design. 11. L' omette 
tamen R' omette tam la. L' omette Tir 16. L' comii /?' coborrai et infra ftc. 

E qui si arresta la lettera. 1 7- 1 8. L' omette et * scrive Homerus vero biiseteno 1 9. L' 
lacrimifluTium 

(i) Di questo truce caso niun ri- stato amicissimo. Son ben noti i rap* 

cordo hanno serbato le cronache ve- porti che passarono fra Pazzino Do- 

ronesi. Da quanto soggiunge il S. si nati ed i principi Carraresi ; ai Donati 

ricava che l'assassinio del Broaspini ed all'Allegri dovette Francesco No- 

dovett'essere consumato ali* incirca vello l'aiuto, di cui, dopo la sua cac- 

neir'81. data da Padova, gli furon larghi i 

(2) Verg. Aen. IV, 371. Fiorentini, dapprima assai poco prò- 

(3) Due personaggi notevolissimi pensi a favorirlo. Cf. Catari, Cron, 
di questo nome fiorivano allora in in Rer. It. Scr, XVII, 740 ^g. 
Firenze: Pazzino Strozzi e Pazzino (4) Stat. r*<&. VI, ii8;Hoii.iJ«ii. 
Donati ; ma qui non mi par dubbio XXIV, 602-604. 

che si tratti del secondo, figliuolo dì (5) Soph. presso Lutat. Ad Stai. 
messer Apardo e fratello del celebre TJteb. VI, 125 ; Ovro. Metam. VI, 
Manno, di cui pure Lombardo era 182-83, i9i~92> 310 sgg. 



DI COLUCCIO SALUTATI. 



55 



mollicies, n;im qui Guasparis nostri cede paulo ante fiieram ad- 
monitus nichil apud mortales firmum, in gemine tuorum fatalitatis 
annuncio, meiraet imraemor, tanta cum inconstantia sim coni- 
motus. et si licet aliquem ex se de rebus propriis capere conie- 
j cturam, gloriosius dictum arbitror qunm verius longam fortuJto- 
rum meditationem sinistros eventus facete leviores ^0. ncscio de 
aliis; de me autera ipso fatebor casus repentinos et subìtos, licet 
tamen ante previsos, me semper non mediocriter commovisse. 
nec credam aliquem tanti unquam animi fiiisse, qui etiam ex pro- 
io posito vel in acie vel cum alìquo singulariter congressurus, in 
conserende pugne principio non horrescat. hoc unum facile con- 
senserim, institutos aoìmos philosophie preceptis, licet movean- 
tur, citius tamen ad radonem reditum habere quam illos, qui vel 
que ante oculos sita sunt aspicientes, illis velut duraturis inherent 
ij vel nichil prorsus cogitnnt de fuUiris; semperque placuit michi 
divi Antonini Pii dictum, qui cum M. Antoninus, filìus cius, quem 
admodum philosophie studiosum fuisse legimus, educatorem suum 
mortuum immoderati us fleret, dixisse fertur, raonentìbus ìllum 
aulicis ne pietatcm ostentaret: pemiittite illi, ut homo sit: ncque 
20 cnim phìiosophia vel iraperium tollit affcctus. hec ille ('\ 

Hunc tantum principem, humanioris philosophie preceptis usum, 
secutus, frater optime, et in Guasparc nostro et in mis fratte 
nepoteque, nobis reltcta mortalitatis sarcina, tam acerbe sublatis, 
et d.^lui et adhuc mecum ipsc tot asperos, ne dicam infeUces, 
25 amicorum casus dolco, illam remotam a sensibus nostris forti- 
tudinem seu constantiam, sive, ut verius loquar, inhumanitatem 
et duriciam scmpcr exhorrui. nam si in nobis multum non pos- 
sent illi primi motus et precipue qui sunt virtuti proxinii, non 
esset tam arduis vinutibus locus, quarum maximus splendor est 
jo contra difficilia niti. cave tamen, frater optime, quia, sicut hu- 
mani ingenii et benìgnioris spiri tus laiis in talibus coramoveri, sic 



Si aggiunie cosi 
dolore iil dolore, 



poiché sempre (or- 
temente ci «dig- 
gono, «ncbe «« 
aspettate, le Btreo- 
ture. 



£ «ebbene t*li 
affliiionì siiin meno 
acerbe pei filoioG, 



anco per loro è 
difficile AD dame 
immuni: e lo pro- 
ra il detto di An- 
tonino Pio. 



Duolsegli adun- 
aue U iciagura 
dell'amico, 



I. L' Goasparì 4, £.' aliq«am - rebus traditii 8. Af G' omettono tamen 

iJ-13. U licei tutiiis mov. lamen 15. L' mìchì plac. 17. A/' G* »tud. phylos. 33. L' 
omette in dinanzi a mi» 37. M' & aiqiie 39. W (J* ardaas 31. L^ 3ng. est et 
bcnignitatìs spir. 



(i)Cf.Cic. r«jic.Di*j/jJII,i4> 28-31. (2)IuL. CAPiTOL.Anton.Pius.cap.x. 




5^ 



EPISTOLARIO 



■la lo «torte però 
• noa esagerare il 
proprio cordoglio 



•d a consoUni 
colla tpcranzB di 
tvftàa i cari per- 
duti. 



SpiaccfH altretl 
Cbe a Lombardo 
manchi ormai la 
quìeie necessaria 
agli itudl; 



ma in ciò !■ la^- 
gezxa gli tari con- 
•igUera. 



levis animi et secum non bene consenrientis rationis est vitium 
non refrenare lacrimas nec modum doioris commotionibus adhi- 
bere. quid enim muliebrius quam lacrimis exundare et de pro- 
pinquorum interìtu pietatem fletibus ostentare? quid rationi re- 
pugiiantius quam mortalem fiere mortalia; quid inconstantius 5 
quam aliquid tenacìus profiteri quod mox sit iniuria temporis 
subreptura? quod si, ut plurimi philosophorum voluenint, sa- 
pientes sunt qui, se ipsis contenti, nullis extra contingentibus af- 
ficiuotur, nonne insipientia est obicere, cum aliquem voluerimus 
consolari? non igitur, frnter oprime, cum te putem in illum sta- io 
tum mentis evectura, unde omnes adversantis fortune casus et 
blandientis oblectamenta infra te videas t*J, insistendum superva- 
cuìs arbitror. satis tecum sit amicabiliter doluisse idque prebuisse 
huraanitati. consolemur, frater optime, tergamus lacrimas sitque ' 
dulcis premissorum memoria, quorum presentia iocunda fuit; ij 
tantoque magis discedamus a sensibus cupiamusque dissolvi et 
esse cum Christo('>; aut, si hoc nimis est, tanto minus hanc 
moriendi necessitatem atque vicìniam timeamus quanto cariota 
premiserimus, ut ad illos optimos viros, quos vidimus, et cum 
quibus honestissimis in rebus delectari sumus, aliquando vel per 20 
mortem, quantumcunqoe sit terribilis, veniaraus. 

Unum non dolere non possum, quod in hac immutatione for- 
mne maximam violentìam studiis tuis arbitror accidisse. qui cnim 
hactenus, vivere contentus, cuncta fratris arbitrio dimitiebas, nunc 
eris de re familiari sollicitus: quod quantum studiis officiai, Cicero 25 
noster ad Herenniura testis est<J>. tue autem prudentie fuerit 
dispensare tempora, furari momenta et quantum familic expedit 
temporis dare; quantum autem poteris studiis usurpare, vale felix 
et mei memor f*>. Florenrie, quinto kalendas decembris. 

1-4. U Itciam lacr. non rcfr. 3. Af' G^ abundarc Jacr. L' omette de 13. SI' va- 
caos 23. U omette non dinanzi a pussum L' A/' iinitatione 34. SP C conL vlv. 

35. /« A/' la prima lettera di officiai è dubbia ; G' dà alliciat 27. U letnp. dìip. 

mom. furari 37-38. A/' G' exped. fum. dare tcmpor. 



(i) Cf. Sen. Trag. Thycst, 565-66. 

(2) Paul. Ad Philipp. I, 23. 

(3) [Cic] Ad Hcrenn, lib. I, 4, i. 



(4) È questa ]\Tltima epìstola di- 
retta a Lombardo che ora si rinvenga 
nel carteggio del S. 



^! 



DI COLUCCIO SALUTATI. 



57 



XI. 
Ad Alberto degli Albizzi(0. 



[Cod. Chigiano I, v, 179, e. 86 b.] 

Respondit ser Colutius. 

MiROR et indignor tecum, dulcissime frater, 
Quod ciim sublimis Deus et natura benigno 
Sidere protulerit te forti pectore et alto 
Ingenio, quo cunaa soles calcare fiirentis 
Vulnera fortune, nunc ceca mente, pudenter, 



Firtnie, ijSs? 

Stupisce che AU 
berto, uomo di ti 
elevato ingegno. 



(t) I provvedimenti relativi agli 
sbanditi presi dalla Balìa, nelle cui mani 
stava allora il potere, fra il 21 gen- 
naio ed il 17 febbraio 1382, in forza 
de' quali tutti coloro ch'avevano avuto 
bando da Firenze in que* quarantatre 
mesi corsi dal 18 giugno 1378 infìno 
al 1 5 gennaio 1 582, erano col i** marzo 
rimessi in patria (Arch. di Stato in 
Firenze, BaìU, reg. 20, ce. 6 a, 8 a, 45 b, 
63 B, 68 A, 104 A, e Stefani, op. cit. 
lib. XI, rubr. 904, in Deliiie cit XVI, 
77), schiusero le porte dcUa città sua 
anche ad Alberto degli Albizzi, seb- 
bene fra gli esuli rifugiatisi in Pa- 
dova ei fosse stato de' più ardenti a 
cospirare, ed avesse seguito sino a 
Roma insieme al vecchio Lapo da 
Castiglionchio.. « il quale amava lui 
« più che l'anima sua », Carlo di Du- 
razzo, nel cui aiuto avean posto spe- 
ranze che andarono fallite. Cf Epù 
itoìa ossia rag. di m. Lapo da Cast. 
p. 160. Alberto dunque, che nel re- 
gistro degli squittinati per la nuova 
distribuzione di uffici fatta il 25 gen- 
Dùo, appar fra coloro che stavano 
nel quartiere di S. Giovanni, gonfa- 

Cohiceio SalutaH, II. 



Ione Chiavi (cf. Deli:^ cit. XVI, 232), 
dovette approfittare certamente del- 
l'amnistia per restituirsi a Firenze. A 
questo momento della sua vita si ri- 
ferisce l'epistola presente, che risponde 
ad altra da lui diretta al S. a sfogo 
delle proprie pene amorose; poiché, 
quantunque né i versi dell'Albizzi, che 
formano l'App. V, né quelli del S. ci 
offrano lume veruno per determinare 
il tempo in cui furono composti, pure 
ci é dato di farlo per altra via. Vi ha 
infatti nell'Archivio di Stato in Firenze 
un volume delle consulte segnato col 
n. 23 e scrìtto, come gli altri tutti, di 
proprio pugno dal S., il quale sul verso 
dell'ultima carta presenta, fra altre 
prove di penna, sei vera che corrispon- 
dono per l'appunto ai vv. 68-70, 81-84 
dell'epistola qui pubblicata. E poiché il 
volume delle consulte é del 1382-1383, 
riesce ovvio concludere che a questi 
anni risalga l'epistola, di cui il S. an- 
dava forse componendo o corrigendo 
i versi, mentre dinanzi al Consiglio 
oratori inesperti o senz'autorità te- 
diavano colle sciocche dicerìe i si- 
gnori ed il loro cancelliere. 

4* 



5» 



EPISTOLARIO 



pieghi il collo ni 
giogo d'Amore. 



Oenì lamento è 
inuiilc però, cbè 
gli uommi ceJoa 
sempre tir impero 
della canic ; 



e chi è terrò del- 
l'ambizione, 



chi del dealdeHo 
di riccheiza. 



Ma peggior d'o- 
gni altra è la ti- 
rannia dei Hnii. 



Victus et attori itus, misero correptus amore. 
Colla iugo dederis muliebri, proh, mala mentis 
Humane levitas, fallacia gaudia, trìstis 
Ferver et eluso vani sub pectore motus! 
Tantane mortifere carnis violenti a mentes 
Frangit, ut, extìncto rationfs lumine, sensus 
Presit et, eterne rupto modulamine legis, 
Imperi um tcneat! sed frustra conqueror: ìbuet 
Res homimim solito, tanta est insania, calle; 
Nec modus aut ratio miserandis menti bus, alti 
Carcerìs in gremio blandaque in carne sepultis. 

Hìc tremulos vano popuìi patrumque favore 
Atque perambite precibus sufiFragia plebis 
Supplicibus votis patrios inquirit honores, 
Imperet ut rcLiquis, nulli parere coactus, 
Ambitione tamen multaque cupidine servus; 
Alter summa petit nutantia culmina rerum. 
Intestina ciens ac extera bella superbus; 
Hic inhians opibus, congesto parcus in auro, 
Esurit atque sitit, inopumque incommoda dives 
Perpetitur, contentus agris producere fines 
Lectaque sulcatis elFundere semina campis, 
Spem magne Cereris, lacrimas motura frequenter; 
Ut, seu nimbifico turbetur sidere celum 
Horriso ncque ruat vis maxima grandinis atris 
Nubibus excussa multo cum fulmine, Baccho 
Ac olee segetique minax; tunc, corde gelato, 
Flcbilis attonitas moveat, miser, ore qucrelas. 
Quid memorem totis si mensibus humeat annus 
Imbribus assiduis, quot pectore promat anhelo 
Quantaque turbato revomat suspiria corde? 

Sed CUT parva queror, generi cum prima supersit 
fiumano pestis, qua nil violentius instai? 
Nulla quidem gravior mortalibus addita cura 



10 



15 



ti. Coi. ingenio 17. Cad. mulontia 



DI CO LUCCIO SALUTATI. 



59 



Quam que nostra mover genitalia membra libido j 

Nam, licet omnipotcns super hec Deus ìpse locarit 

Cum raiione caput moderantemque omnia raentem, 

Ut satis ipse situs membrorumque optimus ordo, 

Imo superque saris moneat debere tumultus 

Infeste Veneris mentis dicionc retundi; 

Nil ramen et mentes et corda potentius angit 

Imperioque premit Veneris quam sordida tabes. 

Est opere precium transiectos pectora telìs 

Aligeri vidìsse Dei quam sepe vicissìm 

Altement lacrimas risu, suspiria plausu, 

Gaudia tristiciis, Ittes et iurgia pace, 

Utque quod ante volunt, mox, verso pectore, nolint. 

Visne videre quìbus stolidos traducat amantes 

Motibus una dies? roseo incipiamus ab ortu. 

Post varias curas lacrimosaque tempora noctis. 

Fessa salutifero vix tandem membra sopori 

Tradit amans, sensus tarda involvendo quiete. 

Mox autem obscuro cum Phebo linea noctis. 

In superos quam terra iacit, contermina luci 

Desuper infuse pallentia deserit astra, 

Et conum magne sub terras deprimit umbre, 

Eripit e stratis male carura corpus amator 

Ac secum exacti repetit ludibria somnì. 

O, felicis, ait, quam dulcia visa soporìs! 

Nonne pios miserans in me deflexìt ocellos 

Pallidaqye aggemuit nostro commota dolori? 

O, utinam sic sepe piam, sic sepe benignam 

'Aspiciam vigilans! sed cur nimis opto? bcatus 
Sat michi semper ero tantummodo se michi talem 
Vel semel exhibeat, qualem per somnia vidi. 
Quod si longa diu meditatio corde voluta 

[Et vis, que rerum menti simulacra reportat. 



Nit]Ia esercita 
(DAggior impero 
sulk menti e mi 
caori. 

Stravaguite è 
auindi la eoo dotta 
oegU iiuuinoraii: 



dall'alba han prin- 
cipio i loro trav»- 



Ripeoaano, aor- 
gendo, le oottume 
vifìoni e *e ne 
compiacciono ; 



>5'>7' Qit^tft *Te versi Uggonti anche nelle Consulte, dove a v. a6 in luogo di 
"deflwjt è scritto defixti 33. Cod. quam 



6o 



EPISTOLARIO 



dolgonsi cbetrop- 
ua BUU brere 
notte. 



s: 



e del fonao (i qne- 
reUno. 



Qpindi Attendo- 
no ad Abbi^Uarù 
con femmiml di- 
ligenza. 



Excitet interni vim per phantasmata sensus, 

Frigore dum summo nubes de corde levata 

Crassior ima petens imo obstruit, atque recm^um 

Sensilis afHatus melioraque somnia formet; 

Letior exurgit maioraque gaudia secum 5 

Concipiens, se pene capit mestusque gravatur 

Quod brevior nox leta fuit, quod dulce soporis 

Fugerit ereptum tam parvo tempore munus. 

Et secum turbatus ait: proh, biande Cupido, 

Et tu, somne fiigax, cur me inter tanta beatum io 

Gaudia liquistis ? heu, somne, lieu, perfide somne 1 

Tu me post sterìles agitatas pectore curas 

Serus adire soles, lacrimis accitus et estu, 

Cordis ab extremo revocata moie caloris. 

Quod si trisds ades, pienissima visa figuras 15 

Immotumque trahis multa sub luce soporem; 

Si placidus gratusque venis, fugitive Dionis 

Ante diem properans venturum prevenis astrum. 

Heu, quotiens nobis, dum, perfide, vincia sensum 

Solvere non curas, ocub's vultuque minacem 20 

Illam, de cuius pendet mea vita favore, 

Obicis attonite tua per phantasmata menti! 

Nunc morbos formas, nunc flebile funus amice, 

Nunc latebras trìstes, nunc aspera verba figuras; 

Querere nunc alios, me spreto, fingis amores 25 

Iratam et nostros graviter perferre procatus. 

Hec et plura dolens secum conquestus, ad unguem, 

Totus in omatum male sano pectore fusus, 

Se polit et prìmum confusos nocte capillos 

In seriem redigit ac vincere curat amicam 50 

Verticis ornatu, velletque licere decori 

Quem natura dedit muliebres addere fiicos 

Atque pilis spoliare genas et sulfure crines 



3. CoJ. una 5-8. Anche questi versi ton nelle Consulte , nelle quali, a v. 5, 

leggesi plenioraque 33. Cod. morbia 



DI COLUCCIO SALUTATI. 



6l 



Afflare ('^ et lectis circundare tempora gemmis. 
O Veneris pudibuQda lues, o ceca libido. 
Tute per afiectus obscenos corda virorum 
Inficìs et turpes cogis nescire pudores; 

5 Tute viros tales reddis tua castra secutos! 

Ite igitur, iuvenes, melioraque tempora vite 
Milide Veneris primosque dicate labores! 
Corporis hec vires eflfeminat hecque rigorem 
Virtutum mentisque iubar caligine feda 

IO Obruit, extinguens rationis lumen et omnem 
Vim mentis fameque decus viteque nitorem. 
Ergo ubi, multifìdo scrutato pectine crin6, 
Ordine composuit turbatos ante capillos, 
Comutusque pedes deformi cuspide parvos 

15 Calceus extendit, femori circuniigat alto 

Protensas crurum per multa ligaraina vestes, 
Ut nuUas etiam curvato poplite rugas 
EfEciant nullasque ostendant undique mendas. 
Inde super triplicem lini et bombycis amictum 

20 Sericeum, miti seu textum veliere tegmen 
Induit et nitido gaudet fulgere colore. 
O quam ridiculum, quanto cum splene videndum 
Quo miser in pectus ascendere viscera cogat 
Impulsu et quanto liget intestina labore, 

25 Turgida ceu molli distendat pectora cotho, 

Vesteque constricta miserandam contrahàt alvum! 
Plura quid? indlgner, iuvenes cum dicere nostros 
Formicas possis, ut si de corpore fas sit 
Consona perceptis aptare vocabula rebus, 

50 Myrmidonas vocites, quos nostra etate videmus 

Indutos gracili medio ac extrema tumentes^^^ 



Inveisce il poeta 
contro l'amore che 
co*l perverte gU 
animi virili. 



Descrìve ({uindi 
le vesti del Rovine 
elegante : 



derìdendo le stra- 
nezze della moda. 



5. Cod. securòs 29- Cod. preceptis 



(i) Si può aggiungere ancor questa 
alle molte testimonianze già da altri 
raccolte (cf. Renier, // tipo estetico 
iella donna nel medio evo^ Ancona» 



1885, p. 130) sull'antichità e la per- 
sistenza della moda d' imbiondirsi i 
capelli. 
(2) Quesu satirica descrizione delle 



€2 



EPISTOLARIO 



Vestilo, l'amui- 
te ai rivolge jil to> 
Uto • corteggiv 
la dama ma nella 
»!•, nel tempio, 



naJle feste 
baUi. 



Che K U belle 
per quaUìtìi mo- 
tivo non fi Usda 
vedere, 



Hinc, ubi, consuiris speculo famulìsque suoque 
ludicio, censet factum satis esse decori, 
Vertitur ad solitos tota mox luce procatus. 
Et dominam sequitur per tempia et compita deraens 
Ac struit insidias domui rurique frequentes; 
Pallet ad occursum, gemitus lacrimasque cadentes 
Elicìt atque putat sic se sua vota mereri. 
Quod si forte datur mixtam reperire choreis 
Aut festos ornare dies a ut sacra novellis 
Prandta coniugibus, ceu raos solemnis, inire, 
Fervidus atque procax intrat sine mora choreas. 
Continuare latus, digitis adnectere sese 
Nititur et mensis electus adesse minister. 

Ac velut occultis taurus secretus in arvis 
Claustra fremens notas furiata niente iuvencas 
Cogitat et queailo gemito testatur amorem; 
Ast si forte truci rescindat vincla furore, 
Fcrtur in absentes, piena armentalia, turraas, 
Per iuga, per valles perque invia saxa sonoro 
Mugitu vaccas et pascua nota requirens; 
Cumque armenta videt virides tondentia colles 
Herbososve sinus depascere vallis amene, 
Aut inter densas vitare calentia silvas 
Tempora ve! rivos avide potare salubres, 
Exilit, exultat tenueque per aera vibrans 
Cum cervice caput, nulla regione viarum 
Contentus, mcdios cursu prorumpit in agros, 
Per salebras fossasque mit scpesque revellit 
Fluminaque undosis tranat labentia ripis 
Ac imbelle fremens armencum dissipar agris; 
Talis amans, cum noctc furit, cum mane vagatur, 
Cumque videt caram per tempora lucis amicam. 

Quod si forte latct clausis turbata fenestris 
Aut quidvis aEud teneat ne possit obire 

fogge maschili del tempo è da riav- stro neirep. xm del lìb. III ; I, 169, 
vicinarsi a quella già fatta Jal no- rr. 7-14. 



IO 



15 



20 



25 



?0 



DI COLUCCIO SALUTATI. 



6ì 



Tempia Dei speculasque domus mensasque decoris 
Virginibus celebres, gratis vel inìre choreas, 
Mestus et illacrinaans quid tunc molitur anmtor? 
Fluctuat atque furens iiunc hac, nunc vertitur illac, 
Cunaaque rimatur oculis pedibosque manuque 
Et rogat ancillas, quidque intcniuncia portet 
Pendulus expectat mberoque lìqucscit amore. 
Ut canis assuetus laribus, si forte sub atram 
Exclusus noctcm, catula seiunctus amata, 
"lo Ostia nunc pedibus scalpit, nunc dentìbus urget, 

Nunc fertur rapido circtim pomeria cursu, 
Nunc aditus querit, nunc sublatrantia miscet 
Murmura, nunc altis irascitur ore fenestris. 

O nullis unquam studiis reparabile damnuml 
Hos raiserandus amans lempus dispensai in usus; 
Tempus, quo nichil est divino munere nobis 
Carius exbibitum ; comitans fluitantia, ctim quo 
Dulcis vita perit, cum quo moritura recedunt, 
Atque rata celi cum quo ratione moventurl 
O quanto mclius quicquid de tempore detur, 
Scu sit pene nicbii seu vix aliquid, sapienter 
Undique colligere et virtutibus addere sacris 
Quotidie et quicquid facias animoque revolvas 
Dirigere in celi rcctorem mente levata 1 
Quid tanto mentis strepitu tantoque labore 
Corporis acquirit forme capientis amator? 
Quid nisi quod plenis, frigente libidine, votis, 
Peniteat pudeatque simul morsusque frequentes 
Sentiat et iugi turbentur corde dolore? 

Ergo, Comes dilecte, cave fellita Dionis 
Spicula nec flore captat te fornia caduco, 
llle quidam fulgor, quo nunc tua fiamma superbit, 
Quoque capìt iuvenes templis circoque frequentes 
Occidet et flavos properans albedo capillos 
Inficiet nitidasque genas vegeiumque colorem 
Squallida fedabìt subito pallore vetustas. 



l'uiunu dcfoUto 
non trova pace. 



Coli ti perde ir- 
rep*rabilmenie U 



e non si raccoglie 
poi cbc un inutile 
pentimento. 



Prenda Alberto 
di ciò guardia e 
pensi che la bcltil 
è fuggevole, 



^4 



EPISTOLARIO 



die U gioventù le 
ne n rapt<Ussin«. 



Fagg* danqae 
l'umort e Mgua ì 
dettAini dell» ra- 
gione e della TÌnù. 



Veni 332. 



Quid morbos aut mille truces sìne nomine casus 
Carmine complectar, quibus inclyta gloria forme 
Deperit ac tristi mutantur pulcra veterno ? 
Expecta modicum; iam florida defluet etas, 
Tarn pharetra exermis, iam lentis cornibus arcus, 
Iam ferro obtusa et pennis spoliata sagitta: 
Que nunc exultant, que nunc violenta minanmr, 
Viribus exrinctìs penitus sopita iacebunt. 

Ergo age : quisquis amor mentem, quecumque voluptas 
Seu quicomque furor carnis per devia ducat <^\ 
Effuge : nec valium rationis desere, cuius 
Obice securus virtutis in arce quicscas ('). 

Amen. 



IO 



7, Cod. ìadila 



(i) Di im amore di Alberto « per la 
« nobilissima Elena figliuola di Nìc- 
« colò éi Giovanni Franceschi del 
« Vivaio », cittadin fiorentino, che del 
13 Scerà capitano di Colle e dieci anni 
iiopo rivediamo estratto de' priori 
(Arch. di Slato in Firenze, Miss. 19, 
e. 8, j) maggio; Delizie cit, XVI, 
IJ7; XVni, 109), e: serban memoria 
parecchi suoi sonetti in diri w a ti a co- 
spicui personaggi del tempo e fira gli 
altri al S. stesso, che rispose per le 
rime a quello a lui inviato : cf. Wes- 
SELOFSKY, // Ptirad. degli Alberti, voi. I, 
par. II, pp. 51, 211; Frati, Indice 
delk cark di P. Bilamioni, I, 17 sgg. ; 
Flamini, La lirica toscana del Rinascim.f 
Pisa, 1891, p. 587. Spetta questa poe- 
tica corrispondenza a tempo certo an- 
teriore al IJ92; ma io non saprei però 
decidere se l'amore da cui il S. cerca 
qui distoglier Alberto sia quello stesso 
che ne' suoi versi volgari aveva esal- 
tato. Ciò parmi anxi assai poco proba- 
bile, tanto più che da alcune espressioni 
dall'AIbizzi stesso adoperate (cf. Ep. 
w. 20, J9) si può cavar argomento a 
supporre che oggetto della sua fiamma 



fosse una fanciulla non già fiorentina, 
ma napoletana, da lui forse cono- 
sciuta negli anni deiresilìo. 

(2) Sulle vicende posteriori di Al- 
berto può consultarsi la genealogia 
della famiglia Albizzi inserita dal 
Passerini in Litta» Fam. celebri d'I- 
talia, tav. vii; ma non senza cautele, 
poiché il faragginoso erudito fioren- 
tino vi mescola, al solito, a notizie 
genuine affermazioni infondatissime. 
Basti dir che ad Alberto, ecclesiastico 
e vìssuto per cinque lustri presso la 
corte pontificia, ei dà in moglie una 
Maddalena Franceschi (l'Elena dei so- 
netti), e che, pur citando un cod. del- 
l'epistola di Alberto a Martino V, la 
spaccia come inedita, raentr'cra gii 
stampata da tredici anni nella Scelta 
di curiosità letterarie^ Jisp. xxxin; e 
mostra di più non averla mai letta, 
poichò passa sotto silenzio quanto 
l'Albizzi vi dice dei servigi da lui resi 
in qualità di segretario « a quattro 
<( sommi pontefici ». Risulta da essa 
che nel 1418 Alberto era semprevivo; 
ma di poco, a mio credere, sì sarà 
ancor prolungata la sua esistenza. 



DI COLUCCIO SALUTATI. 6^ 

XII. ' 

A Nicola Giovanni de* Casali signor di Cortona ^'>. 

[L*, e. 75 A ; M*, e. 24 b j G*, e. 24 a.] 

Magnìfico domino Nicolao lohannì de Casale domino Corto- 
5 nensi. 

MAGNiFiCE domine mi. prò multis litteris a dominatione ve- f«°«' „ 
r 2» Aprile 138J. 

stra receptis super factis controversie plebis de Gropina <-^\ gh dà buone 

hic satis longo tempore ventilate, sufficiat hanc unicam reddi- «^om «« Pre- 
disse, cupiebam enim facto potius quam litteris respondere. 

IO quid autem circa ipsum egerim referet ser Antonius de Cunio ('), cìLito*°recherà 1 
qui fuit hic ista negocia cum omni diligentia laudabiliter prose- p"*^"'"'- 
cutus. et in hoc enim et in cunctis opto quod michi tanquam offre i suoi ser. 
servo fìdelissimo iubeatis. arduum enim nichil erit ; michique ugouno Griffoni, 
multipliciter gratiosum aliquando posse rem gratam vestris sen- 

15 sibus expedire. capitaneo Pistoni, fratri meo carissimo, super 

4. Così U, dove però della parola lobanni non è trascritta che la sillaba ini\iale lo 
Jf G* Domino Nicolao lohanni domino cortonensi 6. U tua 7. G' Grapina 

9. porias] U prlu» io. L' omette ipsum e scrive refert 13. L' inbeas fid. U A/' 

omettono poi nichil 14. L' tuis 

(i) Nicola Giovanni Casali era sue- Arezro, 1835, p. 53 sg.; Litta, op. 
ceduto nell'agosto del 1375 nel domi- cit. II, Casali, tav. 11. 
mo di Cortona al padre Francesco, e (2) La pieve di Gropina è posta 
per la sua giovinezza venne affidato nel Valdamo superiore; la sua chiesa 
alla tutela di Azzo Ubaldini. La pe- andava e va annoverata fra i più ve- 
ste lo portò via del 1384, senza che tusti monumenti del culto cristiano, 
egli avesse avuto modo di compiere conservati in Toscana; cf. Repetti, 
nulla d'importante; le antiche me- op. cit. II, 519 sg.; Cappelletti, op. 
morìe cortonesi lo dipingono però cit. XVIII, 23. La mancanza dei vo- 
come prìncipe piacevole ed amante lumi delle Af Ù5tV^ per gli anni 1382-83 
della pace. Cf. Angelieri-Alticozzi, e parte dell'84 ci vieta di conoscere 
/ sette principi signori della città di più precisamente qual fosse la con- 
Cortona detta fam. di' Casali &c.,CAp.iy troversia cui qui si allude, 
(ras. Marucell. C. 380, 2, ce. 143 a- (3) Probabilmente il cancelliere del 
155 b; [Uccelli] Storia di Cortona, Casali. 

Cobieeh Salutati, IL $ 



66 



EPISTOLARIO 



facto domini Hugolìni libenier scribam, sicut in vestris lìtteris 
coiitinetur f'^. unum addam : quod si in bis, que hic habueritìs 
agerc, mea opera, tanquam servitoris iidelissimi vestri, non ute- 
mini, desperabo in vestrorum numero computar! et vos non cre- 
dere quod aliquid prò vobis possim, sciain aut valeam operari. J 
Florcntie, die vigesima secunda aprih's, sexta indictione ('\ 



XIII. 
Ad Ilario de' Griffoni W, 



FI reme, 
j6 aprile i^S}. 

È lieto d'aver 
potuto far co*« 



[L*, c. 75 a; M', c. 2ja; G% c. 24 a.] 
Nobili viro Ilario de Grifonibus honorando ci vi bononiensi. io 

FRATER optime et plurimum honorande. gaudeo quod aliquando 



potuì tanti viri, quantus ru es, amiciciam benignitate tua que- 
Jriu.taSuom^ rcrc, minusque michi molestum est quod hic fuerit illa tua causa 

I. L' tuì> a. JU' & omettono hic U habueru 3. U tui fid.-uter. 4. U 
tuorura - te 5. L' te ó. V vale, che SP G' omettono. U omette die e /' indi- 

zione, IO. CoA L' ; M' C Ylarìo de Grironìbus 13. Sf G' omettono est 



(i) Cf. la ep. sg. 

(2) Si noterà come alla seconda 
persona plurale, di cui si vale il S , se- 
condo M', sia sosdtuiia in L' la singo- 
lare. Io ho preferito seguire il testo di 
M', che deve rispondere a quello della 
lettera originale, piuttosto che l'altro, 
in cui parnii vedere una redazione 
rifatta da Coluccìo per ubbidire ai 
criteri letterari e morali da lui più 
volte esposti sull'uso del » voi ». 

(j) Ilario di Giovanni Griffoni^ nato, 
non a Bologna, bensì a Reggio d'E- 
milia d'antica e nota famiglia, aveva 
acquistato in Cortona una grande im- 
portanza, che fu appunto cagione della 
sua ruina. Giacché, morto del 1584 
Niccola Giovanni, rimase egli, in 
forza del testamento di Francesco 



Casali, a capo dello Stato, come tu- 
tore di Luigi Battista, figliuolo e suc- 
cessore dcirestimo. Ma Uguccionc 
Urbano, vedendo propizia l'occasione 
di spogliare della signoria il nipote 
fanciullo, non volle perderla, e poi- 
ché il Griffoni formava il più grave 
ostacolo ai suoi disegni, fé' scoppiare 
nel settembre 1 584 un tumulto, in cui 
il disavventurato ministro perdette mi- 
seramente la viU. Cf. AKGtLItRI-AL- 

Ticozzi, op. cit. e. 156B sg.; Uccelli, 
op. cit. p. 56 sg. Né fu pago di 
questo Uguccione; ma sotto pretesto 
che Ilario avea danneggiato dì forti 
somme lo Stato, sostenne ia prigione 
Giovanna, la sua vedova, ed i fì- 
gliuoli. Codesta ingiusta condotta 
indignò 1 Fiorentini, i quali, memori 



■ 



DI COLUCCIO SALUTATI. 



«7 



fatigata, si hic effectus est quod prò te fuerim aliquid operatus (*\ 
nolo tamen michi gratias referas. habere quidem tibi gratias 
debeo, qui me requirere sis dignatus. si quid tibi gratum feci, 
gaudeo; persuasum autem amicicie tue velim quod ìllud quod 

5 defecit re vel tempore votis tuis, impotentie, non voluntatis culpa 
fuit. prò filio tuo, domino Hugolino, libenter scribam tui amore 
ac edam sui, quem ob patrui memoriam fraterne diligo, rogo 
quod ser Antouius de Cortona tibi sit recommendatus ^*\ inveni 
quidem eum te diligere, et, sicut inquit Cicero ad Brutum, nichil 

IO minus hominis videtur, quam non respondere in amore bis a 
quibus provocere ('\ hacque eadem auctoritate me diligas : te 
enim diligo, vale felix. Florentie, die vigesimo sexto aprilis, 
sexta indictione. 



né vuole etseme 
ringraziato. 



Farà per II di 
lui figUo quanto 
gli «ari possibile. 

Gli raccomanda 
•er Antonio da 
Cortona. 



4. IP G* id 8. Af sibi Af» G* recommend. sit 11. C hac quod 12. A/' 

& (mettono vale fclix e scrivono Tigesima sexta 13. U omette l'indizione. 



dei servigi loro resi dal Griffoni, si 
diedero a procurare fin dal 1584 la 
liberazione di que' miseri. Ma i loro 
tenutivi a nulla giovarono ; talché il 
IO dicembre di quell*anno così rispon- 
devano ai Bolognesi, che li avevano 
essi pure di ciò sollecitati : « Non 
« oportet nos circa favores exhibendos 
e prò liberatione prolis et coniugis 
« quondam Ylarii de Grìfonibus inci- 
t tare, iam enim tam vive vocis ora- 
c culo, quam per multiplicatas litteras 
« prò viribus fuimus quantum efiìca- 
c citer fieri potuit operati, et intendi- 
« mus nunquam desistere, donec vide- 
< rimusillaminfelicemmiserandamque 
« fiimilìam libertati pienissime restitu- 
« tam »; Arch. di Suto in Firenze, 
ISss. reg. 20, e. 44 A. Alle reiterate 
istanze il Casali rispose finalmente 
parecchi mesi dopo, liberando i fi- 
gUuoli maggiori del Griffoni, ma trat- 



tenne prigionieri i più teneri d'età; 
crudeltà inutile, che i Fiorentini gli 
rinfacciavano il 30 agosto 1385 (reg. 
cit. e. 98 b), rinnovando le preghiere, 
perchè anche « reliquos illos pueros, 
« infantes, innocentes et, de quibus 
« compassio debet haberi, miseros et 
a derelictos, placeat prò honore vestro 
« atque contemplatione nostri com- 
« munis cum benignitate respicere ». 
Soltantol'annoappresso però, equando 
ai Fiorentini si unì anche il Conte di 
Virtù, que' disgraziati poterono esser 
tutti sottratti agli artigli del tirannu- 
colo cononese; cf. reg. cit. e. 149B, 
IO gennaio ij86. 

(i) Allude forse alla questione ac- 
cennata nell'epistola precedente. 

(2) Nell'epistola precedente è detto 
« de Cunio ». È dunque qui o là in- 
corso errore. 

(3) Cic. Ep. ad Brut. I, i. 



6S 



EPISTOLARIO 



XIHL 
A Donato degli Albanzani f'\ 



Firenze, 
IO màggio g j 
2« giugno '!**' 

Spciso provò il 
(]e«iderio d'entrtr 
in corri ftpODtleazA 
con DotiAto, 
di cui Marco (Ì4 
C«»ti^lÌon Aretino 
gUetaluvAi pregi. 



giA coti noli a 
tatti; 



[LS e. 65 A ; R', e. 36 A ; R', e. n 5 a ; M*, e. i s b -, 
cod. della Comunale di Todi )3, n. 4; Ricacci, II, XLVin, 1^7-145.] 

Insignì viro magìstro Donato de Albanxanis domini marchìonis 5 
cancellano. 

ViR facundissime, frater optime. scpenumero mecum cogitavi 
quonam principio, quave scrìbendi occasione cum cantate 
tua possem inchoare sermones et raeo, licet rudi, calamo tecum 
loqui; coque demura magis ad hoc impellebar, quia de tuorum io 
comitate morutn, de studi orum summa scientieque tue profundi- 
tate et gloria, relatione optimi iuveuis Marci de Castilione Aretino, 
qui nunc domesticus et commensalis meus est, certior factus 
sum (*J ; ut, licet hactenus fama Celebris te darò nomine circun- 

5. Coiì L* ; hP /?' R' Ri Migistro Donato de Ciwntino T Per eandera de morte 
caiusdnm 9. Ri in co - vili 1 1. L' Sf R^ Ri mor. com, T comuni cbaritale 

M' fturame U M' R' R' Ri scicntic 13. R' optìmfi» Sf CastiHiono 13. M^ T 

comm. lotius 



(1) Per la biografia, in parte ancora 
raal nota, dell'Albanzani, veggasi il 
mio scritto Donalo ikgli Aìhaiiium alla 
corte estense {Arcb. star, t/. ser. V, 
to, VI, p. j sgg.), dove ho dimo- 
strato ch'egli, lasciata Venezia dopo 
il 1371, non si recò direttamente a 
Ferrara, come è generale credenza, 
ma tenne per alcun tempo stanza a Ra- 
venna (cf lìb. mi, ep. vi), donde non 
prima del '78 passò, in qualtia di can- 
celliere, se prestiamo fede all'indirizzo 
che ha la presente in L', d'uno dei 
marchesi e, probabilmente, d'Alberto. 

Niun dato intrinseco ci concede di 
fissare il tempo in cui quest'epistola fu 
scrina, e gli argomenti esterni non 
sono troppo sicuri, perchè in L" l'or- 



dine cronologico delle epistole comin- 
cia verso questo punto a turbarsi non 
lievemente. Ma siccome essa porta 
la data stessa dell'epistola a Benve- 
nuto, e questa, secondo vedremo, ap- 
partiene al nSj, cosi ho stimalo op- 
portuno attribuirla a quest'anno, tanto 
più che, cosi facendo, possiamo con- 
siderare come dovuta alla pestilenza, 
che allora infieriva, la morte del fi- 
gliuolo di Donato, donde all'epistola 
si porge occasione. 

(2) Costui entrato, forse qual notalo 
coadiutore, nella cancelleria estense, 
da questa era passato poi nella fio- 
rentina, come si deduce da quanto 
scrive nell'epistola seguente Coluccio 
a Benvenuto. Ma a Firenze non si 



DI COLUCCIO SALUTATI. 



tf9 



I 



fcrret ci Inter insìgnes viros nostri temporis et ex ìpsis Inter 

priinos facile nunieraret: ex quo te non visura non mediocri *'"''* P** •"»*" 

• ' T delia rutù »cnie 

affectioae diligerem; attestatone tamen Marci nostri te et pluris '^'*'""^''- 
fecerim et ardentioris fiamma caritatis amarim. quid enim vir- 

5 tute clarius, quid amabiiius probitate ? clara profecto virtus est, 
cuius splendorem etiam virtutis hostcs intra se mirantur et non 
extollere Liudibus crubescunt et, licet vitiis impliciti virtutibus 
probentur esse contrarii, illius tamen credi volunt et reputari cu- 
piunt amatores. ego tamen, et si virtuosus non sim, cuoctos ta- 

10 men in quibus nedum viriutem, sed vinutìs opìnionem aot ve- 
srigium viderim semper cum veneratione dilexi ; inter quos patiare 
te unum a me amari; nec durus sis, quo oìchil rainus, ut Ci- 
ceroni placet, hominis est, quani non respondere in amore illis 
a quibus, ut aspicis, provoceris (•); imo amantem te ama. sed, 

15 ut ad inceptum redeam, cogitabam tibi scribere et aliquam niecum Attet.dc*»_ per 
letam atquc iocundara maieriam scribendì quidem avidus medi- f»o<»e f»vore»ote; 
tabar expectabamque quod aliquid nobis occurreret, quo possemus 
conccpte caritatis ardorem exprimcre, teque ad aliquid rescriben- 
dum, ut participem tue facundic me faceres, invitare, sed, me 
20 miserum, quam verissimuni est Persianum illud: 

O curas bomìnum, quantum est in rebus inane ! (0 

futiles namque sunt cogitationes nostre, vana Consilia, spes ina- jf"*^"""'^^^ 
nes et quicquid faciuius, mortale genus (J), quìcquidve cor- *•" "p^"^ ^'^'«^''• 

3. Ri muneriret 5. T dopo probiUte aggiunge quanta sit via virtulU, gioita en- 

trata net tetto per error di copista. 6. L* io virtutis 7. L' in Uodtb. 9. L' 

R* 1^ T «utcm L' R' R* Ri tara 10. T otque ve$timentum u. T omette cum 

IJ. T nichilnminus 13. Ri e tutti i vum. omettono quam non e icrivon nobi* per illts 

I4. T te amo 15. T incepta U tibi scrib. cogitab, 15-16. T et tccum letara al. 

loc tnat. 17. r quoque R* omette quo e Ri supplì con ut 19. T ut fac. toc purtic. 
so. ^{' R' R' T Ri Illud Po-b. 21. T o quantum 33 T omette et 



fermò a lunyo e dietro consiglio del S. 
egli abbandonò il posto che vi teneva 
per altro più ragguardevole che gli si 
offfriva. Non mi parfuori del vero che 
Marco stesso abbia portate a Ferrara le 
due epistole alt'AIbanzani ed al Ram- 
baldi. Del 1405 viveva a Roma, sep- 
pure io non m'inganno identifican- 



dolo con quel Marco « faminaristuus», 
di cui Leonardo Bruni, richiestone 
premurosamente dal S., gli inviava 
notizie: cf. L. Bruni, Ep. lib. I, ep. vi, 
I, 10. 
(i) Cic. Ep. ad Brut. I, 1. 

(2) Plrs. Sai. I, I. 

(3) Sbxec. Tra^. Ocdip. 1004-j. 



70 



EPISTOLARIO 



poreis oculis videmus, quicqoìd in hoc mundo diligimus, quicqoìd 
in hoc carncs contubernio possidemus et pena vanitatts et vanitas 
est. nam que in mundo diligimus et habemus continui rimoris 
amaritudine conspersa sunt, duraque tenentur, manibus effluunt 
et in aspicientiura oculis evanescuot; eaque, cum peritura co- 5 
gnosciraus, cura perpetui ttraoris excruciant et, si non cogitamus 
esse caduca, inopinato sue fluxionis eventu incautas mentes com- 
movent et perturbant. discurre parumper animo per cuoaa que 
mundus iste dìHgenda proponìt; discurre, precor, tecum et per 
Tutto è Ubile e singula meditare, invcnies profccto cuncta oedum momentanea io 

mutevole e wno, o r 

atque fluxa, sed omnino vanissima et, ne per muha trahaniur, 
wil«*i'Sn«dri- ^^'^ ^^ apostolice divisionis compendium nos vertamus, quìcquid 
dii!"iJu Spl!rbu ^s^ i° mundo aut concupiscentìa camis est, aut concupiscentia 
***"* ""' oculorum, aut superbia vite <■>, 

Quid autem, ne dicam fedius aut bestialius, sed quid inaiiius 1 5 
eerVS^^iu^'*' concuptscentia camis ? hec cnim aut circa gulam aut circa li* 
bidinem, quam luxuriam dicimus, obversatur. de istis autem si 
gule principium queris, inanitas est; si finem, vacuatio est; si du- 
rationem, momentanea est; ut enim repleamus inane satiari que- 
rimus. quod si nature necessitate metiamur, refectio est; si 20 
autem voluptate mensuremos, in gule vitium commutatur. post- 
quam vero corporis nostri pater ille famillas ingesta digesserit, 
nonne parti ra in sccessum emìttitur, partim in epar et exinde 
per omnes corporis particulas dispensatur ? quam diu autem durat 
illa voiuptas ? certe omnis gustus nostri suavitas trium digito- 25 
rum latitudine terminatur; unde non immerito Philoxenus Erjrxius 
refertur orasse deos guttur suum longius gruis fieri <*^ ; vere digna 



I. A/' /?' R' Ri T vid. oc. /?' Ri omettono qutcquìd in hoc mundo diliglmn» 
4. r coDsparsa A/» T e nmoJb. 5. /?' /{i oii»tf«o»o in A/' ocuJos T omeUe paitan 
6. IJ T perpetua e T in luogo di non tcrive vere 8. R' dopo animo pone un que che 
fu cattato. 9. 7* omette iste , cui sostituitce libi ; poi discute U omette diligenda 

II. T squarum ffloxa - vaculssima - traham 13. Af omette ad U omette compendiam 
15-16. T vere - fetidam et bcstìalcm et qiiidera taanem concupiicenttam 17. R' Ri 

ob«r\atur T versatur 17-18. Ri im'ece di si guìe tcriiv uinguiae 18, R' vaoitaa 

31. /?' comrautanitir T commutamu* posiea J3. T nostri corp. p«t. 33. U sece&sa 
T et partim 35. trium] T leuuE 36. T coesius M' croxius 

(i) loH. li, i6. seno 'o 'Epó^ifioc era celebre neiran- 

(2) Questo voto bizzarro di Filos- tichità ; Aristotele Io ricorda due 



DI CO LUCCIO SALUTATI. 



71 



professione petìtio. nec dubitera illum, si aliquod noticie sue 
maximum animai occurrissct, quod totius corporis linìamenta solo 
gutture terrainaret, se totum in illud transformari, si viveret, pe- 
ti tu rum. 
5 Libido vero, que quanto communìor nobis cum brutis ani- u vmìu ddk u- 
mantibus est, tanto mìnus est hominis, quam vana sit ex De- 
mosthene datur intelligi, qui, cum Laidis concubitum, formosissime 
merctricis, que rune in Grecia mirabilis habebatur, avidus po- 
stulasset et ilLi medium talentum petivisset in pretium, respon- 

10 disse fcrtur se non emere tanto pretio penitere ^'K finis ergo 
libidiiiis est penitere. quid autem vanius quam id agere quod 
fecisse tandem oporteat pertesum ire? concupiscentìa vero ocu- ^^^ y^^^^*^""^ 
lorum, que circa fluxa solum atque caduca versatur, et que multis 
annis congregat quod unum momentum evacuai, quid potest 

15 inanius cogitati ? 

Ipsa autem superbia vite quam vana sit, qui subitos elatorum 1* »«oiwxxi ieiu 

nipcrbtit 

casus inspiciat quique humane vite fragilitatem consideret, fa- 
cile iudicabit. superbiunt mulieres forma et, quod turpissimura 
est, superbiunt viri, si tamen viri dicendi sunt quos illa caduca 

20 formositas, in quam coniurant mille morborum genera et demum 
diu viventibus fatalis et inevitanda senectus, potuit deiectare, 
superbiunt viribus, que, sicut de multis antiquorum legitur, multis 
morti, sed omnibus sunt labori, superbiunt splendore fame, que 
CUOI vulgi nitatur alloquio, quo nichìi mutabiliiis, aut in igno- 

25 miniam venicur aut in ìpsorum predicantium oribus evanescit. 
superbiunt tremularum culmine dignitatum, quas qui tenent, ut 

7. Ri llaeamenta 5. U omette que 7. L' intdi. dat. T Ri Thaidis U R' for- 
tiMlme 8. R' R* Ri omettono mìrabìlis T omette avidus Ri avidius io. T pc- 

nitenUam - quippe ii. T penileniia la. T perpcsum 13. M' R' R' Ri T »olum 
circa fluxa if' qui 16. "/"quam sub. 17. L' aapictat rquicumque 19. Ttunc 

viri 30, 7**1 in coniurant omesso quam ai. M' potacril aa. T sicut! multis 

antìquorum] U R' R' cuncti» 7" contlictibus 53. 7 mortibus, omettendo sed 

14. R' vilatnr; donJe Ri vitiatur R' a\\ 35. Ri ore 



volte (Probhm, 28,7; Etb. Euicm. Ili, 872, e. 8 a) che il S. ne ebbe con- 

2; cf. £//;. Nìcom. Ili, io); ed è ceno tezza, non già da Atekeo, Deipnoioph. 

dalle sue opere (come ci apprende egli I, 5, ch'egli non conosceva ancora, 
stesso nel D< i<wc. <!l r</i^. cod. Rjccard. (i) A, Gell. KocU AtU I, viii. 



72 



EPISTOLARIO 



ioa senza esempli 
p«le«i; 



chi oon ricorda 
Ptrìde , superbo 
della aua beiti, 



Aufllonne in e»»' 
pore fidenle. 



Milone, che troppo 
prc»an»e dulie sue 
fone, 



Celare e molti al- 
tri rriocìpi viiti- 
tne JelU loro po- 
tenxa ? 

E dolori arre» 
cano i bgliuoli, 



la cui perdita é 
cagione Ji tormen- 
to ijietTabUe, 

come Mettore in- 
segna. 



conservare possint, sepe pluribus et inhonestioribus qoam impe- 
rent fnmuhnmr. denique quicquid in niimdo diligìmus vel mi- 
ramur, aut mors, que cunctis animantibus prescripta est, aut vita 
ex oculis aufert nostris. 

Nec iam tibi, viro studiosissimo, ut fides de predìctis fiat, 5 
opoitet exemph proponete, piane quidetn et ubertim tam di- 
vine quara seculares littore, si quis eas aut legerit aut lectas 
io memoriam revocarit, testimoniis exuberant et exemplis, forma 
quidem, cuìus fiducia fecit Paridem de rapienda regina Grecie, 
illa formosissima Helena, cogitare, et illum vita et illam testi- io 
nionio castitatis, que summa matronarum dos est, privavit, Asiam- 
que et Europam infaustissimo bello permiscuit. In quo tot viri 
fortes totque reges et principes cecidere. forma pulcerrimum 
extulit Absalonem et in patris excidium sevientcm capillicio, quo 
maxime poHebat, suspensum extinxit. Milonem Crotoniatem, 15 
dum bifidam quercum, excussis cuneis, quibus hiatum fcccrat, 
manibus conatur edticere, digitis captum ipse vires lacerandom 
feris bestiis tradiderunt f'^. o quot et quantos gloriose fame cu- 
pido decepit! quoi potentissimis viris, ut in C. Cesare constat 
ac multis post ipsum impcratoribus, ipsa dignitas fuit ad cedem! 20 
quid autem de filiis loquar, qui si mali sunt, parentes continuo 
merorc conficiunt; si boni, dum vivuiit diutina mortis medita- 
tionc discruciant; si morìuntur, eternis in lacrimis flebili cum la- 
mentatione demergunt. scio in omnium coniunctorum morte, 
et precìpue filiorum, maxime cum boni siot, etiam sapientum 25 
animos commoveri. sic Nestor ille, qui sapientie titulum inter 
Achivos habebat, quique paulo ante ceteros de filiorum cedìbus 
solabaiur, mox in Antiloci cede resolutus in lacrimas caniciem 



I. T servare e quibus per quwm Hi poi, che non capì il tento del contesto, tottitui 
deceret ad imperent a. I" quid 8. Ri omette et q. R' fiduciom ; ma l' va fu 

espunto, r regia io. U ia ie«t. 14. T omette et 16. R' omette dum 17. K' 
capti ripunto. 1$. Z,' feriis 18-19. 7' gloriosissime fame decepit auspicitim 19. Af 
/i' potentissiraus /?' K* G. Cesare Ri lollo T Cayo 30. T miiltis principibus 

ipsUque irap, R' impcrantìbus /?' sedem 3t. Ri »ini 33. T conficiuntur e in 

luogo di diut. mortis scrive divini mori» Ri cogitatione 35. Ri nint 37. R^ $cdibu& 
/{/tedibus 28. T Aut. sui 



(0 A. Gell. Noct. Att. XV, xvi. 



DI COLUCCIO SALUTATI. 



75 



manibus vellens et uoguìbus ora disterminans, iam trium secu- 

lorum vitam milirie deorum munerc paticniem, quam adeo dilì- 

gimus, condemnabat tO. 

Sed sioit humanum est in mone mortalium perturbari, sic stul- 

5 tum non opponere fragilitati nature robur et fortitudinem rationis 

diutiusque quam oporteat laraentari, precipue cura illos fletus ni- 

chil omnino videris profuturos. licet enìm diu fleas, ut Terentiano 

verbo utar, 

llle reviviscet iam nunquamC"). 

IO quod si quis in morte non esse quìcquam mali forte contenderit, 
cum in ea nil turpe sic, non iam lugenti mortem cuiuspiam, ut 
inquit Cicero ^^\ iuctura, sed stulticiam detraxerit^ ex quo non 
sine contumelia et stulticie obieaione quemquam de filiorum aut 
coniunctorum mortibus consolamur. 

ij Quid igitur faciam, mi Donate, quem Deus in unici filii 
morte, sicut mestus audivi, non multis elapsis meusibus, visita- 
vit ? ^^> scio te sapieniem esse iamqoe dbimet te ipsum persua- 
sisse mortem mortalium non esse deflendam. sed inquies: opti- 
mum filium amisi, an quod bonus fuerit dolendum censes; an, 

20 ex quo moriturus erat, maluisses illum coutaminatum fuisse fla- 
giciis ? noli, quod maxime consolationi tibi debet accedere, de- 
pravata ratione in alimentum doloris et egritudinis usurpare, non 



Vero i cbe a 
nulla giovan le la- 
crime, 



ni ton in couU 
c.-il«miii le conso- 
lazioni proficue. 



11 ta Donato, 
orbo dell'unico fi- 
glio. 

che avrA chiamato 
in proprio aiuto i 
precetti della buo- 
ua filosofia. 



I. dirtermìuan»] T disrriminan» 4. T siculi 5. nature] T nostre 6-7. T fle- 

tibus - profectos 9. L' ille iam nunq, reviv. io, 7" mali non esse quicq. 12. Ri 

et luct> 13. T qulque - atque 16. T sicuti so, T eum - suppliciis aa. T 
privati R^ in ilim. Ri vi 



(x) Cf. luv. Sat. X, 253. 

(2) Terent. Hecyra, IH, v, 466. 

(3) Cic. Tmc. Ili, 52, 77. 

(4) È costui quell'Antonio, che il 
Peurarca prediligeva, e di cui voleva 
lare un altro se stesso; c(. Petr, Seti. 
XI, ep. 7 ; Xin, ep. 5 ; Fracassettj, 
Ldt.sm.vol^. Il, 159 e 286. Siccome 
l'epistola con cui Donato annunziò la 
sventura toccatagli a Tomeo da Mon- 
tagna, antico suo alunno, è nel ms., 
onde la trasse l'HoRTts, Studi, p. 727, 



priva di data, cos\ ignoravasi sinora 
in qual anno fosse avvenuta la morte 
d^ Antonio, che noi possiamo adesso 
fissare verso la (ine del 1382. Da 
un'Angela di Verona Antonio aveva 
avuto un figlio, per nome Francesco, 
che l'avo legittimò nel i jH8 ed istituì 
erede delle proprie sostanze in uno alla 
figlia Camilla, maritata ad Antonio da 
Flesso, cittadino ferrarese, col lesta- 
mento pubblicato l'K marzo 141 1 nella 
sagrestia di S. Francesco in Ferrara. 



Cotuccio Salutati, 11, 



74 



EPISTOLARIO 



poI««ri il"con* expedit, opinor, illa retexere, que solemus ad consolationem do- 

wcte cooKiiwo- iejjtijjys a^lllit),;r^J: puto quidcm, dum ille intìrmabatur, dum spi- 

ritum emittebat, dum, elato funere, ferebatur humandus, licet 

Illa omnia mentis firmitudioem commoverent, te tamen ad studia 

ch'egli tuao li tua rctulissc tìbique tecum, excitatis doloribus, contulisse: cur 5 

sari riyohe : "1 > » J 

moveris, mortalis et infirma caro? quid doles? an aliquìd inu- 
sitatum experiris? nonne sic intravit, ut tardius aut citius ad 
defunaorura agmina properaret? cur non addiscis te, licet post 
illuni remaneas, eandem tamen viam irremediabiliter intraturam ? 
an doles quod de corruptione ad ira mortali tatem transferatur ; io 
an affligeris quod de fluxorum coutubernio, quibus quotidic pol- 
luebatur, aut certe coinquinari poterat, ad eternorum consortium 
et immarcescibilem illam beatitudinis gloriam evocetur ? cur, o 
miscr et miserrimus career et fetida caro, que hanc animam li- 
gatam tenes, ìllum e carcere suo affligeris evolare? quo pergit 15 
Antonius meus ? nonne vìdes quanta cordìs amaritudine ipsum 
penitet erratorum; nonne vides eum, licet iuvenem, libenter ex 
creaturis ad suoni intendere creatorem? an melius est expeaare 
quod subito forsan et improviso mortis adventu, ubi nulla 
penitendi copia, nulla recognoscendi rationis sue calculum 20 
dentur spada, vite presentìs false dulcedini subtrahatur? an 
forte doles orbìtatem tuam ? nonne melius illum preraiseris 
ubi cum eo cunctis temporibus converseris? quid mecum fa- 
ciebat? certe terrena iractabat, labilia, fluxa et in quibus qui- 
cunque versantur mille in eterne maiestatis offensam quotidic 25 
errata committunt. an hic manens poterat non peccare ; an fortis 
erat carni resistere, que David, de quo dtcebat Deus : inveni ho- 
minem iuxta cor meum <'\ ia adulterium, proditionem et homi- 

1. U ille a. Tquod 4.. V omnia illa mentis] T intii» 5. W R' R' Ri retuJ. 
tua T excitalum S. R' Rf addici* che T omette. 9. 7' irremeabìlem Af Ri intra- 
turum IO. Af R' R^ Ri T transF. ad imm. n. T omette aut Ri etcmum 13. R' 
Ri omettono o 14. /-' qui 15. Ria R' affligcrc 16. M' mine 7' corporis 

17. R' cum jW' in per ex 18. T creati» - summum 20. /{^ recognoscende ai. T 
omette false L' dalcedine 23. R^ Ri nonne velis 33. A/' coaver^^ris T con«erveris 
R' dà cum eo due volte e in lungo di mecum Teca meum a6. /?' /?* creata Ri reata 
R' anc - manens maneus 37, A" cnrnis T dominus 38./?' ut in ad U bomidmm 

(0 Reg, II, 35. 



DI COLUCCIO SALUTATI. 



75 



cidium, Bersabee cognita perspectaque, perduxit ? an fortis erat 
resistere diabolo, qui continuus nobis hostis appositus, mille tcn- 
tationum iaculis nos ìnvadit ? an poterà: resistere mundo, cuius 
amenitas pene cunctos mortalìum secum trahit? doleamus no- 
biscum miserias, in quibus vivi remansimus et illum optimo 
fine tot evasisse pcricuia gaudeamus. 

His et aliis, que tum prudentìe tue habitus, tum tuorum mo- 
nita studiorum, tum divina gratia soggerebat, non ambigo te tibi 
consolationi fuisse. quod si fecisti leteris et gaudeas; si autem ..tJ^J^J^f^ìJ,"*"' 

[io ìd forte dolorìs magnitudo prohibuii, ad ista, te precor, discussis 8|«i «'j»""'^ ^^ì- 

errorum et ignorantie tenebris, te converte: tuque et ego in 

hac migratione Antoni! nostri, si quid dolor commoverit, salu- 

briori Consilio, vere rationis adminiculo consolemur illumque cura 

benedictionis tue munere leta mente restitue creditori ; imo patere 

'j5 potcntissimura illum accomodatorem, sicut sibi placuit, accepisse. 
nec min US te, veri Dei cognitorem et monitis fidei Christiane rau- 
nitum, fortem prebeas, quam fecerint Xenophon et Anaxagoras, 
singulis amissis filiis, Pericles duobus, Q. Martius Rex ac Cato 
Censorius, aliquando in consulam college, Horatius Pulvillus et 

20 ipsc Emilius Paulus <'), multique preterea, quos enumerare longum 
esset, ceca gentilium superstitionc deceptì. cumque vìdcris 
omnia que in mundo et ipsum mundum esse mortalia, noli desi- k'O" 
dcria tua contra naturam rerum frustra dirigere, sed intra forti- 
tudinis et vinutum arcem te coUigens, quicquid ìngruerit patien- 

25 ter ac forti pectore tolerato, tanto tutior quanto minus remanserit 
quod fortune prebere valeas feriendum. vale: meque, si placet, 
ÌQtcr ruos amicos annumera; ego quidem te, licet non con- 



ai pieghi ora «i 
divini voleri 



e chiami in suo 
ioccorao ìa n- 



I. /.' R* T Benabe /?' peduxit 1, T continuo - opponitur 

re, pò. R' poterà 4. T omette mortaliutn 8. T suggerebant 



3. L' in mundo 
9. U R» R' Ri 

eootolatum R* littri» 10. T omette forte te d'altra mano cancellalo in ti*. tt. Ri 
errori» n. L' qui$ 14. Ri tottituitcì- adminiculo a munere ed omette tue T leda 

i6. hP R' R' Ri T cogo veri dei 17, R' fucrunl iS. T omette Per. duob. Ri 

QutBtna TMarchus »ex 19. A/' U R' T CenaorìniiB R' Ccniorimu» ai. R' Ri 
omeltot» MMt 33. nat. rcr.] T nitionem nuiaraJem 27. T connumcra L' numera 



(1) Codesti esempi son tratti tutti i, 2, 3. Cf. anche Cic. Tiisc. HI, 
da Val. Max. V, io, i, 2, 3; ext. io, 14, 30; 24, 58; 28, 70; De am. II, 6. 



EPISTOLARIO 



cesscris, semper amabo. itenim atque iterum vale. Florentie, 
vigesimo octavo iunii <^'>. 



XV. 

A Benvenuto da Imola. 

[L*, e. 70 a; M*, c. 20 a; C, c. 19 a; C, c. ii b; R*, c. j6a, mutila,] 

Magistro Benvenuto de Imola Collucius. 



FireazB, 
a8 giugno Ij8j 



V 



IR egregie, frater et amice karissime. principjum commenti, 
Antonio d*cof^ ▼ «ìve lectufe tue super prima cantica Dantis per manus lepidi 
Jri".p*'io /ci wm- iuvenis Antoni! de Cortona (*^ iocundus accepi, avidus legi et 

mento >)• lui fatto , , . »i • i • • ■• • i' •• 

Ali* prini« cntici stuDiclus mtellexi. altis, luaicio meo, unujque sensibus nititur et io 
profundissmie expositionis indagme omnia auctons verba nmatur. 
sum^me itaquu placet, nec cunctandum reor quia illud opus in 
AiMi gli pitc- publicum possis emittere (*>, sì tamen ea que nimis pedestri ser- 

i. U R' Ri W T omettono iteram • vale. a. U .x. mai Ri .xxvii. 6. Coti 

C ; gli aitri mtt. omettono Cottacmi 8. AMilterc io, R^ omette alti* 12. L^ R' 
quin qui 13. C que tnìnus 



(i) La discordanza di data fra M* 
R* R' da una parte ed L* dall'altra 
può esser tolta di mezzo supponendo 
- e la supposizione è confortala da 
parecchi esempi analoghi - che l'epi- 
stola sia stata bensì scritta il io mag- 
gio, ma che la spedizione non ne 
abbia avuto luogo innanzi il ventotto 
giugno. 

(2) Intorno a costui cf. lib. VII, 
ep. I. 

(3) Risulta da queste parole aper- 
tissimo come il grande lavoro del- 
rimolese, ben luugi dall'esser stato 
pubblicato nel 1573, secondochè erasi 
continuato a ripetere sin qui, malgrado 
le giuste osservazioni dell' Hortis 
(Studi, p. 4), sulla fede dell'apocrifa 
lettera dì Benvenuto al Petrarca, non 



venisse condotto a termine innanzi al 
i}8j, né fatto conoscere, in parte al- 
meno, agli sludiosi se non qualche 
tempo dopo. Per maggiori raggua- 
gli su codesta controversia cf. la mia 
lettera al prof. V. Crescìni Per la bio- 
agrafia ài Benv. da Imola {Giorn. star, 
della litUr. ital XIV, 2j8 sgg.), dove 
però io m'ero creduto in diritto d'as- 
segnare la presente al ij8i, poiché 
in L' essa si trova unita ad epi- 
stole di quel tempo. Riuscito più 
tardi ad ottenere un'esatta collazione 
del ms, di Cambrai, dove l'epistola è 
datata, ho dovuto invece assegnarla 
al 1383, sebbene il modo, col quale 
in C è riferita l'indizione (xn per vi), 
mi faccia nutrire qualche dubbio sul- 
l'esattezza di tuit' intera la data. 



DI COLUCCIO SALUTATI. 



^ 



mone prosequeris ad aures, ut arbitror, commimis domini nostri, 
quem illìus libri dedicarione dìgnaris, accommodato f'>, altieri pa- 
rumper stilo curabis attollere. sicut enìm est sublimi stili ca- 
ractere vilia tractare vitiosum, sic attenuate figure genere altitu- 
dinem materie deprimere, meo iudicio, turpe est. quis cnim 
saphirum aut carbunculum pretiosum plumbeo ligat in anulo ? 
quis candidas margaritas in ordine specioso dispositas turpi cilicio 
superponit ? aptanda sunt verba rebus et secundum diversitatem 
materie debemus sermones et dictamina variare, quis enim tot 

IO divinarum et humanamm rerum dignitatem, tantam nobìlium 
hystoriarum serieni, tot subtilissimos sensus, tam inauditas tamque 
digestas explanationes in illa stili tenuitate legende sine indigna- 
tione percurret? aliud profecto ab auctoritate et opinione tua 
dicendi genus edecumatura atque expolitum, et ego et alii tam 

15 in hoc quam in ceteris expectamus. habemus commenta Ma- 
crobiì, qui michi visus est cum Arpinate nostro de dicendi gloria 
concertare; habemus et Boetii commentarjos in Topica Cice- 
ronis, qui tractatis rebus orationis splendorem non evitavìt ef- 
fundere; an tu, studiosissime vir, cum tanta gloria super alios 

20 in his que exponis emergas, in dicendo multis, plnguiori minerva 
nitentibus, te postpones ? adde igitur maiestatem illam sermonis 
quam tuis sura epistolis admiratus ; estende te nobis non solum 
in his que mirabili prorsus ingenio beneficio stupende expositìonis 
enucleas, sed etiam in ipsa dignitate dicendi; nam, ut inquit 

25 Cicero : fieri autem potest, ut recte quis sentiat, et id quod seniit 
polite eloqui non possit. sed mandare quenquam litteris cogi- 
tationes suas, qui eas nec dìsponere, nec illustrare possit, nec 
delectatione aliqua lectorera alticere, hominis est intemperate abu- 



que. ove sì tolga 
lo stile troppo pe- 
destre. 



Devoosi «ì COD- 
celil dar vesti ac- 
ce »cìe : 



laiche a li nobile 
poema occorrono 
commenti nobiU 
mente dertati, 



<)uali li scritte Ma- 
crobio al Dt «• 
fm lìtica, 

Boezio ai Topica 
•li Cicerone. 



Voglia Junquc 
elevar lo stile al- 
l'altexaa icl peo- 
siero, 



3. L' omette ilili \f G' C «ublìtnls 4. C pertractare AP C C R' atlcnaalo 

C gnre in luogo di genere 5* ^' turpe est et infra &c. Qui ti arresta l'epistola, 

6. G' plumbo 7. C qui 8. L' hf C iupponit n, L^ omette que 17. C com- 
m«fltaló 18. C a/Tundcre 19. U vir ttud. ai. G' dicenlibui 34. C diten- 

ditur i?l a6. C quamquam lA, C SP G' alile, lect. C U M^ G' «beunti» 



(l) Il M communis domlnus » non libro; Comm. I, 1-6, e cf. Rossi-Case, 
può essere che Niccolò d'Hsie, al quale Dì m. Bcnv. da Imola, p. 87; lib, UH, 
Benvenuto intitolò realmente il proprio ep. xvit, I, 3IJ, nota 4. 



1 



78 



EPISTOLARIO 



e, w non altro, toU 
» tlt'oraiioo* lU 
U«D<e ('«pparcnu 
di Éraieaco lermo* 

a«. 



È pMril* ricr- 
ear la covionaoia 
allUbéca nella pro- 



Paaaa poi a di- 
■cntatc l'iaUiyrc- 
ìààot iti y. 70. 
e. I AeU*/«^«r««. 



tentis et odo et litteris t'>. quod sì omnia forte contempseris, 
unum, precor, emenda; et ubi auctorìs vitam et laudem am- 
plecteris, noli fratrum religiosorum morem sequi ^*K an tibi de- 
ficit adminiculum CiceronJs? nonne potes exordiri, narrare, 
divìdere, confirmare, confutare et demum in magna venusiate S 
concludere? quid recurris ad illos, qui ad mensuram et, quod 
apud Tullium nostrum puerile est f»>, ex pari ferme numero sil- 
labarum orationis membra distìnguunt? non exigo quod non 
possis, imo quod te decer expostulo. noli hanc orationis maie- 
statem, in qua qui excellunt supra homines sunt, queve tibi abunde IO 
successit, tam inhoneste negligere, sed hec satis. 

Nunc autem ad illum Dantis versiculum, in quo videtur in- 
nuere quod Virgilius sub lulio narus sit, quod a multis indoae 
damnatur, a te vero mira subtilitate defenditur ^*\ veniam. scio 
in Maronis vita legi (*> et hoc idem per Eusebium in Libro ij 
temporum affirmari (*^ quod natus sit Pompeio et M. Crasso 
consulibus, quod quidem et ego non nego, atta meo quantum ad 
Virgilii natale pertinet, sub lulìo Cesare natura fuisse non ambigo, 
quod ut ostendam, pauca, precor, advertito. vigcsimo octavo 
etatis anno, ut vuk Servius^') utque tu ipse testaris ^*\ Bucolica 20 
constai Virgilium incepisse, quem librum post devictum Anto- 
nium et assignatos militibus Cremonensìum agros et additos 
Mantuanonim fines, ut patet, auctor aggressus est. supputemus 



7. L' fere C omette qufita parola. io. L' omette snpn C wtit babunde 14. C 
deffendit 15. C Ntionl» - Embebium 16. C et in Crasso 17. M' G' omettono 

qaidem C omette et 30. L' buccolìcam C buccolta n. C Creme nencium (sic). 

33. patet] C pater 



(i) Ctc, Tiisc. I, 3, 6. 

(2) Coluccio allude per fermo al 
Strtno super materia (Corniti. I, 7-11) 
nel quale il Rambaldi svolge le Iodi 
di Dante, movendo da una citazione di 
Avcrroè nel Commenlo alia Poetica 
d'AristoUk, dalla quale ci ricava tre 
punti, che dimostra partitamente, se- 
condo i precetti dcH'oratorìa sacra 
contemporanea, regolata ancora da tra- 
dizioni schiettamente medievali. 



(j) [Cic] Ad Herenti. IV, 20, 27. 

(4) Comm. Inf. canto I, to. I, 45. 

(5) FUa P. PWg. Mar, $ i, 

(6) EusEB. Chron. olymp. CLXXVii. 

(7) Serv, Comm. in Bue. Praef. II, 
g6; Comm. in Geor^. IV, 56$, voi. II, 
304. 

(8) Veramente Benvenuto scrive 
(op. dt. p. 46): « Erai cnim Virgi- 
« IJus .xxvii. annorura, quando primo 
« cocpit scribcre B u e o 1 i e a m ». 



DI COLUCCIO SALUTATI. 



79 



igitur a consulatu Ccsaris usque ad devictum Antonium diligen- 
tissime tempora, cui Cesari decreta est Gallia cisalpina ed ad- 
ditum Illìricura ac etiam Gallia transalpina, in cuius ditionem 
paiet Mantuam deputali, decennio bellum gallicum confectum 
5 est. huic successit quadriennio sequenti civile, post quod triennio 
Cesar regnar, deiode rempublicam invadit Augustus, qui, teste 
Eutropio atque Orosio <•>, duodccim annis cum Antonio domi- 
natur; quo quidem annorum sutruna ad vigesimum nonum at- 
tingit; ut facile pateat Maronem in provincia Cesaris et sub eius 

IO consulatu, noq urbico, sed externo, de matris utero prodiisse. 
potuit etiam ilio decennio Pompeio et Crasso consulatus in Urbe 
deccrni, ut, iuxta Eusebium, ilEs in Urbe consulibys, hoc vero 
provinciam suam ac Mantuam administraote, sicut auctor vult, 
incomparabilem vatem Virgilium sub incomparabili principe natum 

15 constet. 

Miror etiam id quod in eodem versiculo subditur, hoc est: 
quanvis tardum tuerìt, satis resistente littera, cum precedenti 
parte coniungi, cum, iudicio meo, longe planius legi debeat cum 
sequcQtì. quis enim nescit, quod tu et • ipse testaris ^% do- 

20 luisse in Bucolicis Virgilium, quod Roraam, ubi lìbertatem 
accepit, tardius accessisset, ubi sub Augusto fìoruit atque vixit? 
puto igitur sic illos duos versiculos construendos : natus sum 
sub lulio; et quod huic subìuiigatur versiculus sequens: et 
vixi Rome, quanvis fuerit tardum, sub optimo Augusto, tem- 

25 pere falsorum et mendacium deonim; ut, Ucet illa oratio infi- 
ni tata; quanvis fuerit tardum, sequentem coniunctionem videatur 
in texm precedere, debeamus tamen illam in ordinatione vere 
seatentìe sine dubìo postlocare tJ). 

a. e G«llìa et Salpina 3. C Gallia cum Satp. 5. L' qaot \i. W (P omet- 
tono Pompe\o 13. C hec \^, C omette »c Miatmm 15. C coastat 16. C *ab 
«odcm 17. Cfuer. tari 19, C quid et turpem test. 34. U tard. faer. 35. C A/' 
(P nendac. et falt. deor. 37. L' ordiaationem 



(i) EuTROP. Hist. Rom. VII, 8; 
Oros, Hist.aJv. pag. lib. VI, cap. 18-19. 

(2) Op. cit. p. 46. 

(3) Colucdo segnò probabilmeate 



codcst' interpreiAzione ne' margini del 
suo Dante, poiché nel cod. Laur. 
S. Croce PI. XXVI sin. 1, e. 2 a si 
legge : « Secondo messer colucc[i]o : 



8o 



EPISTOLARIO 



Lo «oruim.- Hcc habuì circa tua, velociter per me transcursa, que dicercm, 

nifestu-gti il suo , . . 

pATcrc luu'imef- ut SI oic nostcf Icvis sciisus Dlaceac, probes; si vero mmus, tuis 

Breuxkioe eh' cì . ' 



preuxkioe eh' ci 
' eli propone. 
[ Muco gli <Urà 



coneris litteris improbare ('>. vale felix. statum meum Marcus 
noster, qui, malora secutus, me voleniem reliquit, cdiscret C»), 
Florentie, vigesima octava iunii, indìctione sexta, anco ab ìncar- 5 
natione Domini .mccclxxxiii. 



xvr. 



A SER Antonio di ser Chello ed a ser Piero di ser Piero <'\ 



[L\ e. 75 b; M', c. 25 a; G^ e. 24 a; R', e. 34 a; R», c. 155 a; 
cod. 182 deirUniversitaria di Bologna, e, 106 A.] 

Prudentibus viris ser Anthonio ser Chelli et ser Piero Pieri ci- 
vibus florentiais. 



IO 



'"• -D ESPOXSUM petit gen eratio, non dicam perversa et adultera, sed 
*de''«gii IV pusilanimis, formidolosa et, ut quod volo brevìier attingam. 



Fir«nie, 
7 «gotto 

Risponde 

IÌ^"no«ulf '"" *" profuga et incerta, te nimc alloquor, meticulosissime Antoni, qui 15 



a. C dopo si aggiunge et 3. C tcneris 4. C XP G' volente 5. U hp C omet- 
tono iadictìoae - .MCCCLxxxiir. C non dà acxU ma, in Humcri, la legione errata .xii. 
II. Cosi L' ; B Colutijis Salutatus Antonio ser Nelli et totio s. p, d. SP G' Ser Antonio 
§er Chelli et ser Piero aer Pieri S' Ser Antonio sechetlj et ser Pero ser Peri R' Ser An- 
tonio ser ChcJli 14. ^ ^^ C* R' R' mettono et dinanzi a formid. B aggiunge dopo 
formid. consternata poi quid U libenter R' attinguam 



« Nacqui sub iuljo cesar Et vissi ad 
« roma sotto 1 buono augusto, ancor 
« che fosse tardi, quasi dolendosi che 
« tion venne prima ad augusto ». 

(i) Nulli sappiamo deiraccoglienza 
che Benvenuto fece alle censure del- 
l'amico ed alle sue interpretar ioni, es- 
sendo questa raliima epistola a lui 
diretta che rimanga nel carteggio Co- 
lucciano. Ma se forse gradi le prime, 
non tenne certo conto delle seconde; 
poiché nel suo Commento niuna traccia 
ne appare. 



(2) Cioè Marco da Castiglione Are- 
tino, per cui cf. Tep. antecedente, 

(j) Da ser Chello di ser Iacopo da 
San Miniato nacquero due figli, Nic- 
colò ed Antonio; il qual ultimo non 
vorrà esser confuso con ser Antonio 
di Chello di Niccolò, altro notaio fio- 
rentino di quel tempo, di cui ci restano 
protocolli dal 1 590 al 1393. Ser An- 
tonio ha avuta una parte non dispre- 
gevole negli affari pubblici. Così nel 
1380 ei fu incaricalo insieme a Bruno 
di Paolo di porure a Carlo di Durazzo 



DI COLUCCIO SALUTATI. 



8i 



concepto metu mortis, quam ti mere stultissimum est, putas Dei 

manum eludere et eius inevitabilem sententiam fiigiens evitare. 

quanto melius esset cogente ratione fateri quod Deus ubique est, biMimMdo u loro 

quod ipse statuii nobis terminum, quem preterire non Ucet, et 

1. e* rid^colom 3. hP dopo Mt pone &c. 4. U nob. slat, L' R* R' omet- 

tono et 



fug« i» Firenze, 



ì « parva munuscula » che la repub- 
blica gli offriva, e che il principe ri- 
cusò {Diar. d'anon. fior, pp, 266 e 
416). Partito il 10 agosto, ser Antonio 
era pochi giorni dopo di ritomo; il 18 
infatti ci appare testimone alla pro- 
messa fatta da certi Pistoiesi a nome del 
comune loro di pagare quattromila lire 
fiorentine al comune di Firenze come 
lor parte delle spese per la società 
stretu tra le due città (Arch. di Suto 
in Firenze, Miss. reg. 18, ce. 161 De 
162 a); il ?o dello stesso mese lo ve- 
diamo poi indennizzato delle spese di 
viaggio, che salivano a fìorinì settanta 
d'oro (D»ar.cit.p. 529), ed il 29 ottobre 
estratto notaio de' Signori (Diar. cit. 
p. 421 e Deliiie d, erud. tosc.Wì, 44). 
L'anno seguente egli era impiegato 
nella cancelleria; giacché Lorenzo 
de' Ridolfi, allora studente a Bologna, 
scrivendo il 24 dicembre al S., gli 
raccomanda di ricordarlo a ser Anto- 
nio « coaiutori vestro » (cod. PoL Pane. 
Il, 6, e. 18 b). La peste, che cominciò 
a serpeggiare in Firenze sulla fme 
del 13S2, lo indusse a fuggirsene a 
S. Mimato insieme ad altri concittadini 
e coUeghi ; ed è probabile che a Firenze 
non ritornasse se non quando l'epide- 
mia si fu spenta, sebbene nelle Ddi\ii ci- 
iatc,XVII, 45, sia detto notaio de' priori 
dal i*' luglio 1385 a tutto agosto IJS4. 
Del 1384 andò a Napoli ed a Nocera; 
non so se in forma ufficiale o quale 
semplice agente di Angelo e di Do- 
nato Acciaiuoli presso il pontefice; 
ch'ei si occupasse degli affari di co- 
storo risulta infatti da due sue lettere, 
runa forse dell'ottobre, l'altra del- 



l' 8 novembre, che stanno nel carteg- 
gio Acciaiuoli (cod. Laur. Ashb. 1830, 
Ins. A). Altre sue notizie del 1 387 si 
hanno nelle Ddi^U citate, XVII, 234. 
Per gli anni seguenti poco sappiamo 
di lui; del 1399 fu rogato della carta 
di pace fra i Pitti ed i Corbizi (Pitti, 
Cron. p. 58); del 1401 e 1402 andò 
più volte a Lucca per trattare affari 
politici assai delicati col Guinigi (cf. 
Guasti, Commiss, di Rinaldo df^li AU 
bixx>» I» losgg.; Ardi, di Stato in Fi- 
renze, Miss. reg. 24, e. 47 b ; e parec- 
chie lettere della Signoria nel carteggio 
di Paolo Guinigi, bibl. Governativa di 
Lucca, ms. 112, fase. 36, lett 49, 53; 
fase. 37, lett. 64, 76). Del 1403 fu nuo- 
vamente notaio de' priori {Diìiiii cit. 
XVII, 234). Da qual famiglia venisse 
la donna sua mi è ignoto. Certo ebbe 
parecchi figUuoli, fra cut un Piero» un 
Iacopo, un Antonio ; cf Dall' Ancisa, 
op. cit. H, ce. 5 B, 97 A, 139 a; C> 
e. 757 b; D, c. 594 b. 

Ser Piero di ser Piero è personag- 
gio più oscuro Nativo anch'esso, o 
per lo meno oriundo di San Miniato, 
menò in moglie una Paola de' Man- 
giadori di quel luogo. Del 1385 fu 
rogato della sommissione di Marciano, 
terra aretina (cf. Manni, Osserv, sopra 
i sigilli, III, 17). Sostenne ancor esso 
varie ambascerie, menzionate dal Sal- 
viNi nelle note al Pitti, Cron. p. 60, 
delle quali la più importante fu quella 
a Roberto imperatore, in cui ebbe ap- 
punto a compagno il Pitti ; cf. Arch. 
di Stato in Firenze, Miss. reg. 24, 
e. 27 A, 21 febbraio 1400. 

Nel cod. 531 della raccolta Mor- 



Coiuccio Salutati, II. 



83 



EPISTOLARIO 



non 



e di paura. 



quod illa Dei provìdentìa, cuncta disponens, ab eterno previdit 

et ante seculum ordinavit fixe atque immobiliter ubi, quomodo 

et quando cuique morìendum est, ut piane fatendum slt hanc 

fhitto di pni- fugam, qua nunc fervei patria nostra (*\ non caudonem, sed in- 

I, m« di lolUa, o ' 1 1 

saniam esse; insaniam, inquam, vanorum hominum, qui malunt 5 
fugicndo suam pusilanimìtatem estendere, quam divinara dispo- 
sitionem oincta rcgere confiteri ; quique cum timeant videre se- 
pclire mortuos, auderent se iactare paratos armatis congredì, quos 
pre ignavia primo conspectu vix possent inter gladios intueri. 
qui enim mortuos fugiunt, quomodo cum viventibus pugnam 10 
committercnt ? ite ergo, vilissime muliercule, patriam linquite, 
fugieniesque finìtimis de vobis spectaculum exhibete ; docete cun- 
ctos vestram ignaviam; profundite vestras pecunias, et hic ad 
novitates et predam latrunculos invitate, quam iusium iudicium 
foret, quod relieta patria vos non reciperet redeuntes et, cum 15 
fugientes nolueritis proximorum exequias honorare, vos videat 
turba ridens per solos pollinctores inglorio funere passim efferri! 
hec hactenus. 

Nunc ad scripta vestra respondens, per Deum, cui non cre- 
ditis, obtestor; si enim crederetis in eum, nunquam induceretis 20 
in animum mortem, quam vobis preparaverit, fugicndo posse 
dtflfugere; quare, si non instaret pestis, miraremini moderatius, si 
totìens requisitus non decrcverim rcspondere? antiquissimum 
proverbium est et a M. Varrone in primo De agricultura 



NoD «tapi»c«no 
dunque te non ri- 
spelte prima, bcn- 
cnè tunlo »oUcci* 



I. B ha: quodqiie istA- vidit a. et] L' oc 3. L' R^ omtttono quando U cui 
A/* G' per cuique danno nbiqu* 4-5. li vilaniam fore 6, B omette Ruam 7. B 
omette cuncto , e pn'f tim. ?id. sep. icrive videant scpeliri 9. A vix - intueri B lottihii- 
ice «ufl'erre non possunt 12. B fugitc qu« qui de R* cxpectic. 14. R' predim 

15. J? pospone patria a rcdeunic« 16. B H' voluerjtis L' proximos excquiii B vi- 

deret 17. B pofi noctiores U polluciorcs B fun, Ingl. 20. L' R' vm obt, 

ao-ai L' in cum cred. nunq. in «lim, mort induc. 24. B principio 



bio, messa in vendita a Lipsia il 
24 giugno 1 889, fra altre epistole del 
S. una se ne leggeva cosi intitolata: 
« Eiusdeni responsoria ad ser Aiito- 
« nium ser Nelli {sic) » (ci. Cutal. d'une 
coìUction pricUuse ds mss. et de H- 
vres &c., Leipzig, 1889, P 37); ^ 



quale sarà probabilmente da identifi- 
care colla presente. 

(1) Sul terrore prodotto in Firenze 
dall' infierire del morbo veggasì ser 
Naddo, Ricordi in Dcliiie cit. XVIU, 
65 sgg. ; Marchionne Stefani, ìbid. 
XVII, 41, rubr. 955. 



DI COLUCCIO SALUTATI. 83 

memorie tradimm: homo bulla est ^*); bulla quidem non enea, u tIu è pur 

sempre cosi u- 

sed qualis «"*. 

pluvio pellucida celo 

Surgere bulla solet (») ; 

5 aut qualem de fenestris ex crasso liquore ludentes puelle cannulis 

insufflant. quod cum ita sit, cur pestis ad scribendum debet im- che non v» è n- 

gione alcuna di 

pellere, cum certissimum sit mortem nobis cunctis temporibus temere per et» in 

*^ * tempo di peste più 

imminere? sed si vos magis hoc tempore timetis, ego vere non ^^^ *° *•*" ""• 
ttmeo; nam, licet frequentiora funera videa m, non me magis scio 

IO quam alias esse mortalem, nec de morte sum certior nec minus 
de hora mortis incertus. vos, qui trepido pectore quod fugi ne- 
quit e^gitis, si clarìorìs intellectus lumen habetis, oppressisse 
huius infectionem veneni quos non videtis quosve diligitis pre- 
sagite; ego vero quos efFerri videor, mortuos sciam; quos expi- 

15 tasse nunciamm erit, defunctos credam; quos vi vos aspexero. 
Ictus amplectar; quos vivere percepero, letabor aura frui; de 
quibus nil audiam, non minus vivos quam monuos arbitrabor. 

Nunc, quod avide petitis, scitote me cum tota familia valere. Egu ed i «uoi 

' * * ' godono però buo- 

quod et de vobis, licet, ut creditis, salubriore celo fruamini, crebro " •*'"*'• 
20 audire desidero, valete. Florentie, septimo sextilis.^ 

XVII. 

A SER Antonio di ser Chello. 

[L\ e. 76 b; R*, c. 127 b; M*, c. 25 a; G*, c. 35B.] 

Prudenti viro ser Anthonio ser Chelli civi fiorentino. 

25 'njRATER optime. nescio quid michi iocundius potuisset acci- ^^ ^owTi's 
r dere, quam videre te metu mortis constematum et attonitum, sì r«iiegr. di 

.... 1 j« «tperlo non «olo 

in iram aliquahter exarsisse. lam enim michi signum dedisti non punto, bm ofie«o 

3. B pluvia B R* R' perlucida 7. B temporalibus 8. /?' immunerc L' /?' R' 
vero 9-10. B a non - mortalem sostituisce nec vir magis mortalem esse scio io. R' 
omette de 14. B omette vero L' offerri R^ scio 17. G' nichil R^ R' omet- 

tono non B vivere 18. quod] £ quidem; dopo me aggiunge Dei gnttia 30. B sexto 
14. Così U; R' Ser Anthonio ser Chelli civi Hor. A/' G' Ser Anth. ser Chelli. 27. U ira 

(i) Varrò, De re rust. I, i. (2) Ovid. Metam. X, 731. 



84 



EPISTOLARIO 



« 4'«Ter ricevuto 
in rìtposu ai tuoi 
rlmproTcri un %ì 
vivace «iMcco, 



diik su> epiitoi», adeo formìdinem illam pectus congelasse tuum, quin adhuc pau- 
lulum caloris remanserit, qui, si concitetor, forsitan in vitalis 
flamme lumen, nisi te iteruin ad pavorem converteris, adolebit; 
divinitusque factum arbitror, ut cum in te paulisper fiierim in- 
vectus, tu non aiinus urentes sagittas emitteres. ex quo meum 5 
illum versiculum aliquando verissimum video: 

Spicula speret apis, digìtum qui porrìgit alveo (0. 

si enim nec te, nec alios, qui mortis horrore patriam fluctuamem 

et dubiam reliquistis in evidenti periculo, sicut ex improviso pene 

contigit, momordissem, non, velut agminc faciot"\ tuanim rationum io 

apicule, aculeis armate pungentibus, in me tam acri ter irruissent. 

et quoniam, ut ex epidemia mortis periculum evadatis, tu et ce- 

teri, quos idem metus exagitat, patrie caritatis immemores, urbem 

hanc, que illos in tantis divitiis genuit, io totque deliciis enutrivit, 

tot et tantis honorum splendoribus exomavit et, ut te tangam, 15 

tibi et reliquis tot eraolumcnta pepcrit, in sordidorum hominum 

manibus, quorum qualis sit mens et quanta discretio borrendo 

quadraginta dierum imperio, quibuspestis illa deseviit, notum est^*\ 

turpiter dimisistis ; per immortalis Dei maiestatcm et numcn, vi- 

deamus, ut breviter disputanda perstringam, an honestum fuerit 20 

sic patriam fugere, et an pestis sit remedium ad loca salubria se 

transferre. postea, ne tuarum rationum aciera, erectis signis, 

quasi victricem io campo dimittam, cum illa facile michi certa- 

men erit, ut cognoscas quantis in erroris tenebris tu et illi, qui 

sequuntur hanc sententtam, ìnvolvaris et aliquando discas contra 25 

veritatem parcius delatrare, nec hanc materiam, sicut mens ca- 

lebat, exuberanter, sed strictim attingam. forte quidem alias, 



polche quello gli 
d*rA argonicnlO * 
diiputtre 8« «io 
oertto abbindo- 
aare la patria e 
cercar rimedio alU 
peste nella fuga e 
quindi a dimottra- 
re U vanità degli 

•tfgU. 



4. L* fuer. p«uL 5. A/' reca la finale di emitteres erata. la. Af G* omet- 

tono «X R* omette tu 17. U %\nx mente* 14. hf R* erroruin «5. U haoc 

•cnL teq. 17. U exuberantcm »trìctias 



(i) Questo verso appartiene ad un 
coni poni IH cute perduto. 

(2) Lf. Vehg. G<Qr^. IV, 167; Aen, 
I, 82,434; Vili. S9S. 

(3) Allude all.i sollevazione de' 



Ciompi; dal 21 luglio 157^» •" cui 
esordi la signoria di Michele di Landò, 
al }i agosto, che segnò la piena 
disfatta del popolo minuto» corsero 
per Pappunio quaranta giorni. 



Di COLUCCIO SALUTATI. 



8j 



cum mulris enim michi contendo est, plenius ista percurram, ut vel 
ego, si fuerit vita comes, a sententia mca deiiciar, vel te et alios 
tanto errore, tara turpi fuga tantaque possim forniidinc liberare. 

Principio quidem civitatem et patriam, ut cum omnibus simul 
loquar, vestram, patriam, inquam, in Tuscia principem, in Italia 
maximam, in orbe clartssimam et, quod summum populorum 
decus est, liberam et libertatis undique genitricem; patriam, in- 
quam, quam finitimi venerantur, hostes metuunt, reges honorant 
et nationes multis respectibus admiraiitur et, fas sit vera loquì, 

IO patriam pacis artibus florentcm et belli turbine formidandam; 
o viri fortcs, o viri Romanorum de semine procreati aut Ro- 
manorum heredes, incerte mortis periculo ducitis rclinquendara ? 
honestumnc est, omittamus mortis dubie devitande causa, sed 
etiam mortis certissime metu, patriam tantam et talcm dimittere UscUr Fìreme 

15 paventcm et lanmoidam in manibus hominum perditorum ? ho- ruou non fu opcr» 

, di buoni cituJini; 

minum, inquam ? imo non horainura, sed truculentissimarum be- 
luarum, qui alias, urbe fiammata, tot dvibus expulsis, tot ditissi- 
morum bominum domibus spoliatis, successu inflati, preda onusti 
et licentia scelemm efferati, summam reipublìce et moderamen 
20 regiminis invaserunt? ^'^ quod pericolum, quis labor, quc niors 
alacriter subiri non debcat, ne liberam et ornatam patriam, quam 
tantis cum honorum fulgoribus a vestris maioribus accepistis, tam 
ignominiose tamque turpiter araittatis ? sed dicent hi transfuge: 
multi remanscrunt in patria; magna militum, equitum et peditum ciiè »c «lui rim«- 

, Mrrvi pronti a JI 

25 conducta manus, ut certa sit et parata detcnsto contra conatus fenderla, 
et molimina scelestorum ; ut iam nos mordere non debeas quod 
patriam indefensam et vacuara in periculo dimittanius. ad hec 
ego: quid vobis honoris accedit et quid oflicii patrie necessita- 
tibus exhibetis, si vestri concives patriam defendentes et mortem 



3. untaquc] Af C U tamque 5. L' et in It. it. U omette viri la teconda votta, 
ty Af' G* omettono mortis 15. /ì* reca qui in marine la pottilla tegnente; Nola 

qoì« hoc fatt tempore quo Ciompi civitatem Florentiam occuporunt 



(1) Sì avvertirà una notevole dif- di essi ha data tieirep. xii del lib. IlII 
fcrema fra la dcscriiionc che il S. fa (cf. voU I, 289). 
qui de* moti del 1378 e quella che 



85 



EPISTOLARIO 



ciò toma ■ tor 
lode, non A iliicol- 
pA de' fuggiucbi; 



i quaJi, te avessero 
pretcniiati i moti 
del 11 luglio, 



ben si sarebbero 
accorti come foAse 
ardua impresa fre- 
nar la plebaglia 



arida di noviti e 
di preda. 



Gron diferenia 
fra i RomAiii an- 
tichi e questi loro 
ncpoti ; 

devotissimi quelli 
atla patria, 



Ogtii cosa '«ofTri- 
rono per lei; 



non reiiuunt et istis crossantibus se opponunt? quantum isti me- 
rentur laudationum et premii, tantum vos vituperationis et darani. 
nec iam venalem manum et gentes vestris, imo vestris et aliorum 
conJuctas stipendiis, opponatis; ostentui sunt illi potius quam 
defensioni f*>. quid ? si quanta animi magnitudine quantoq^e vi- 5 
gore .XXI. die mensis iulii proxime elapsì gens illa vilis et sordida, 
vexillis erectis, prime noctis silentio tantam urbem invaserit et 
totam peragrando cìvitatcm pauperes ad predam invìtaverit, vi- 
dissetis, non iam solura virtute honorum civium, qui in patria 
sunt, aut militari potentìa diceretis obsistendum satis esse, sed et io 
tunc fuisse et semper Tore, si sirailis furor ingriierit, omnium 
optimatum viribus et totius reipublice corpore dìmlcandum W. 
nec unquam, crcdite michi, gens illa pauper et inops, infida, mo- 
bilis et rerum novarum avida, cum spem conccperit iterum pre- 
tiosas vesrras res et splendidam supellectilcm posse diripere et 15 
veterum spoliorum fuerit in memoriam revocata, nisi forsan eo- 
rum protervia severius comprimatur, pacifice requiescet, ut iam 
non credatis hac peste rempublìcam liberatam. o quantum inter 
vos et vetercs illos Romanos interest! illi se vivos in ardentem 
hiatum terre prò salute patrie dcmergebant, prò Victoria publìca 20 
se morti certissime devovebant, prò libertate hostibus commorie- 
bantur, obsidionem patiebantur, manus adurebant, transnabant 
etiam muHercule fluvios et singuli se exercitibus opponebant, ac 
acie stricta se tanquam murum, dum pugnam conserunt, exhibe- 



\. W (P cruMtorìbUA IJ R' omettono i«ti 5. L' defenaun (sic} qiiod ai 6. hP 
C /?* omettono die 7. L' creptis 8. L' hP C In vita verini R^ invitarint 17. M^ 
G' quiescci 18. f.' quanta ai. fì' common, hostìbiii aa. L* trananaUibaM 



(i) La sfiducia del S. nelle truppe 
assoldate dalla rt:pubblica era piena* 
fticntc giustificata d.igli avvenimenti 
stossi di que' giorni, e singolarmente 
dal contegno dì Hawkwood ne' moti 
del 1 5 febbraio 1 582 ; cf. Perrens, op, 
cit. VI, 8 sgg. 

(2) Sul tratuto ordito per « gente 
« minuta » il 21 luglio, veggansi il Diar. 
(Tanon. fior. pp. 450, 4$ i ; M.VRCUIONNE 
Stefani, op. cit. rubr. 95 4, p. 40; ser 



Naddo, op. cit. p. 61 sgg. L* Ammi- 
rato, op. cit. XIV, 765, chiama <juesio 
il quarto ed ultimo sollevamento de* 
Ciompi; gli storici recenti però con- 
cordano neir affermare che questo, 
come i precedenti, furono trattati e 
rumori di niuna importanza, i quali 
servirono più che altro a rinforzare la 
nuova forma di reggimento ; cf. Ghe- 
RARDI, pref. al Diar. d'anofi.Jìor. p. 274; 
Perrens, op. cit. VI, 20. 



DI COLUCCIO SALUTATI. 



87 



bant; prò hac reges expuleront, et non soluni cum homiiiìbus, 
sed cum beluìs inusitatum geniis certaminis inierunt ^'^ ; Alcxan- 
tìrum, Pyrrhum, Hannibalem et, ante omnes, Brennum et alios 
Gallorum duces, intra Italiani et etiam ipsonim unum intra menia 

5 pertuleruat. vos, o Romanum seinen, o viri fortes et omnis 
laudis avidi, non gladio, non in acie, sicut illi, sine dubio mo- 
rituri; sed in vestris delicatis domibus, sine sudore et sanguine, 
sub naturalis et incerte mortis eventu, sola vestra presentìa pa- 
triam defensurì, patriam deseritis et quasi rem mortiferam abhor- 

ro retis ; nec dubitem quin reverti per omnes labores et quecunque 
pericula, si vobis negaretur patria, curaretis, nec grave tunc foret 
reditum prò luce pacisci W^ quoniara non nisi amissa patria sci- 
mus quantum patrie debeamus. vos autem incerti nunquid sìtis 
m.mentes in patria morituri et an recedcntes vivere dcbeatis, sic 

tj patriam liuquitis quod ipsam irremediabiliter ammittere valeatis. 
que est ista vestra caritas, que maior quam erga patriam esse non 
debet in terris; que iusticia, vitam, qu;im aliquando dimissurus 
sis, incerte salutis tue studio certe saluti patrie, cui cuncta debe- 
mus, non letis anìmis exhibere ? qoe fortitudo, nedum non con- 

o temnere mortem, sed illam tam acriter formidare? que mode- 
ratio, cum te patria poscat, et non mors, sed incenum mortis 
pcriculum deterrcat, sub certo periculo patriam linquere vestram; 
mortem vero cum certitudine non vitare ? que denique prudentia, 
cum videas et speres post exactam pestem multos in patria de 

15 remanentibus remansuros, nec ignores quocunque perrexeris mori 
posse, fugiendo patriam fugere mortem, quam possis etiam extra 
patriam invenire? an ìgnoratis, o miseri, vos, etsi forsnn possitis 
vobis mortem asciscere, tamcn unicum vite momentum in vestre 
potestatis arbitrio non habere ? scriptum est enim : longitudo die- 
ho rum in dextera eius ^^\ et alibi : numerus mensium eius apud te 

5. R' Romanorum 11. H^ tum 16. R* invece di quam pone que 18. /?* 

omette cui aa. fi^ terreat 2O. M' G' non fugere 

(i) Allude alla guerra coi Taren- n armis, addito insupcr ferarum tcr- 

tini e con Pirro, il quale passò in u rore»; Flor. EpU I, xvin, 6. 
Italia, « incogniiis,. in iJ tcmpus eie- (2) Ci. Stat. TììcIk I, 317, 
« phantis, mari, terra, virìs, equis, (}) Prov. Ili, 16. 



canoro J«U< pro« 
pria »«lute sol- 
tanto deiiJercrti, 



lasflanlapAtriacol 

fericolo <ii perder- 
a per aempre. 



Non i questa etp 
riU, oègiuatitU; 



non forteoa, 
né temperanza, 



non infine pm- 
dcnia. 



Ni un momento 
detta nostra vita è 
nelle mani noaire; 




88 



EPISTOLARIO 



Mdlo M « l'arbi- 
tro utitco. 



DitoacsM i •- 
dunque U fuga, 
contraria alle virt^ 
tutte morali. 



« oon meno alle 
cétAìaiii; alla fe- 



4IU >per«axA, 



alla Cétìtà ateiaa. 



Si oppone eiwr 
però codeata fat» 
unico riparo alU 
pettileiu*; 



estf'>. nec desit, ut hoc idem pluribus astruam, Prophete auaori- 
tas, qui inquit: quoniam ira in indignatione eius et vita in volun- 
tate eius ^^\ nana, ut Sapiens ait: tu es, Domine, qui vite et raortis 
habes potesutem et deducis ad portas mortis et reducis tJ). non 
est enim, ut idem testatur, in hominis ditione prohibere spiritum 
suum, nec habet potestatem in die monis (*\ in quibus videre 
potestis in vestre libertatis arbitrio non esse quod vivatis, sed 
soluni qualiter vivatis in vestre voluntatis libertate manere. in- 
honesta est igitur ista fuga quam facitis, que contraria quidcm 
est cunctis vinutibus, que verum sunt honcstc pulcritudinis fim- 
damentura. nec putet aliquis virtutes divinas, quas fidei nostre 
doctrina ab illis quatuor moralibus separavit, centra fiigam istam 
simili ratione non stare, que quidem fides in ilio potest esse, 
qui putat ad alium locum fugiens omnipotcntis Dei iudicium 
evitare, aut ab eo quicquid facimus mortale gcnus, quicqoidve 
patimur <*>, credere non venire ? quam vana spes eius, qui, mu- 
tata dvitate, cogitat evadere moriem, quam sibi potest Deus, qui 
solus, quando vuk, cam mittit, non minus io loco refugii quam 
unde secesserit preparare? quam autem caritatem habere potest 
qui dubiam de salute patriam, cum prodessc possit et debeat, de- 
relioquit? ut cum tsta vobiscum volueritis reputare, omittamus 
quam vile sit mortem timere quaraque siultum, cum ad ìpsam 
natus sis et cam vitare non possis; ini usti, tìmidi et centra ra- 
tionem sensibus obsequentes, summo debeatis rubore perfundi, 
videntes vos ad honcstatem natos tam ignaviter in obscuritatem 
turpitudinis a dare virtutum omnium lumine decidisse. 

Sed pestis, ioquiunt, unicum remedium est de lece infeao 
ad salubriorcm aerem se transferre. que dementia est ab aere 
non fugere venenoso ? leditur veneois, non ali tur, humana na- 



21 



I, H' otnrtle c»t i-a. L' auctoritatibu» a. U iJignatione 6. M' C* omettono 

potcstoiem 7. R' novlre cnrretln in vcBfre 13. U euc potest ao. U li' omet- 

tono pomi et ar. M' C kggono causa in luogo di cam e staccano cum Ja vobia 

33. R' quamquam 35. U obscuritate 39. R* «liter 



(1) I08, XIV, 5. 

(2) Piaìm. XXIX, 6. 
(j) Lib. Sap, XV r, I}. 



{4) Ecclis. Vili, 8. 
(0 Cf. Senec. Trag. Oedìp. 
1004-$ 



DI COLUCCIO SALUTATI 



89 



M« r4er« floQ è 
velenoso ; 



tura; hoc medici consuluni,philosophi tenent et certior omni ratione 

cxperientia dare docct. paucos cnlni ex fugientihus secundum r^''^ '"^*"* ■*** 

nuraerum mori, multos vero ex rerauncntibus vidcinus cxtingui, ,'„['"'"'*' ^ 

ut cum ex fugientibus vix de centum unus expiret, de stantibus 

in patria pene quarta aut quinta pars, si recte computaveris, ab- 

suraatur. hec sunt fere que dicitis; hec in tanti erroris cxcusa- 

tionem, imo iustificationem, sì bene concipimus, allegatis. 

Sed de aere paucis expediam. si venenosus est, cur non oc- 
cidit omnes? sed dices: aptior est unius quam alterius natura 

IO tales impressiones accipere. fateor; venenum autem nullius ho- 
minis complexioni dicitur convenire, ut saltem, licet non occidat, 
sensibile tamen afferai nocumentum. multos tamen hic videmus 
hoc tempore non solom non mori, sed nec quidem etiam leviter 
infirmari. an forsan aliquis hominum nactus est turdonim na- 

15 turam, quibus napeOus suavissimus cìbus est, qui ceteros ani- 
mantes extinguit ? sed esto, venenum sìt; non est tamen, ut 
sensus admonent, adeo violentum quin de multis plurimos non 
relinquat. hanc autem fugam, dices, medici consulunt. medid, 
inquam, qui se piane confitentur de morbis pestilentibus nichii [^^ j^,,T'*'' ^' 

20 scire ; medid» qui cum miranda promirrant, mortiferxs tamen egri- 
tudinibus fateantur nullum posse remedium adhiberi; medici, 
quorum opera, sicut Cato testatur, Rome non flierant ad sex- 
centesimum annum usque recepta ('); medici, quos multe nationes 
ignorant et sine quorum antidotis qui egrotant iiberantur et 

25 opiima valitudine perfruuntur; medici, qui, fas si vera loqui, fa- 
ciunt de nostris corporibus cxperimentum, quique nec morti re- 
medium sciunt, utinam non adiutorium darent, nec morbis so- 
lent aut possunt sine operante, imo curante natura, liberationis 
beneficiura ìnvenire; medici, qui, si ipsorum unus, quem aliquando 

30 visitatorem habui, hominem, iudicio meo, tum scientificum tum 



medivi nulli itn- 
no intorno alla nm- 



I. & pbyMci 4,. M' G* de fug. 7. R' in luogo di iustific. ripete cxcusalioncrm 

8-9. U omo. non occ. la. multo& tamen] SP G' multos autem 14. L' R' aliquìd 

eorretto tn R* dalla KCùnda mano in aliquis U R' natura ao. U R' omettono cum 

13. G* recepii 34. L' SP G* omettono qui 25. L* mtd. ti fat est vera loqui qui 

H^ G* fa» sit 99. SP omette qui e aggiunge in margine que, ma G' qui 



(1) Cf. e. Plwu Nat. hist. XX, jj e XXIX, 5. 

Coluedo Salutati, li. 



90 



EPISTOLARIO 



loanibiD, vermn dixtt, su» acqoaescentes amsSiis iiiiiiqiism ad 
sjnìtaiEni derenire pennittant; medici, qui, qood acere non possnm, 
m ocddant; medici. 



quibos. 



sa- 



paudores lìberenc qium ocdd 
saam probent nimqium deficit rado, si pereant 
Kotrm quanvis ceitissimam promìsertmt; medid deniqoc, qui, cum 5 
impoasibile sit omnem proportiooem, pondos, mensnram et no- 
merum complexionss, nedum onmtom, sed ne alìcuius homiiiis 
dididtse ; et, si quid ars verìuds habet aut habere potest, mcdi- 
daas oportcat in reLadonc debita ministrare, differendarum tam 
complezicmum quam medictnanim prorsus ignari, se curandis io 
morbis omnibus, quos edam nesciunt, probadssimos artifices pro> 
(itentur; hi demum, quibus quid et quantum credi debeat et de 
se patet et cxpericntia quoddiaiia demonstrat, ne parum multa 
scile videancuT, pcstilcnric, quam Dei iudidum constar esse, re- 
medium fugam dicunt. nam quid de philosophis asseram, quo- 15 
rum iudidim solet a physicis in bis que medidnam respìdunt 
communìtcr rcprobarì, et qui, etsi pungendbus radonibus aliquid 
astruant, cogunt id quod affirmant credere potius quam ostendant? 
^ rr****"1|^ vdlcm autem unus de medicorum aut philosophorum grege do- 
wTi cerct cur in eadem vicinia, ex una domo tot educantur funera 20 

quot sint ibi viventes, ex condgua vero nec unicus moriatur; 
cur in illa senes deficiant, in altera pueri; hec masculos, illa mu- 
lieres amittat; hec, si quid de complexionibus scire possumus, 
robusti ores pcrdat, debilioribus reservatis; et denique, quod ante 
omnia interrogar! debuit, quid aerem inficìat et corrumpat? et ^5 
sì venti, si paludes, si neglecta cadavera vel aliud quippiam, cur 
in eadem regione pesriferis bis pariter obnoxia, non omnes urbes 
simul, sed nunc ista, nùnc illa nulla de vicinitatis ranone vexetur? 
cur extra muros civitatis nostre, quod hoc tempore vidimus, usque 
in ianuas pesris illa sevierit et intra raenia nullus penitus egro- 30 
tarct? cur Pisana civitas inccperit intra menia laborarc, cum 
extra portas ubique salubriter viverctur? an muro separatur aer 
saludfcr ab infecto? an forsan potest obiecm murorum mors 

a. A/» Mnctliotem 3. M' G* scknUam 5. U promiserint - quidem 6. M' 

G' WB IO. Af e* carationi» ti, U M' C probissimos 15. U G' phy»ìci» 

91. U unu* 39. L* dopo hoc dà nostro che fu cancellalo. 



0oa rcM aktia 90* 



come avviene ora 
in HircoM ed in 
l'Uà» 






DI COLUCCIO SALUTATI. 



91 



imminens aut pestìs veniens arceri ? sed vidi et ego, cum tem- 
pore felicis recordationis Urbani quinti curia romana Viterbii te- 
neretur, pestem maximam solum inter curialcs et forenses terri- 
biliter debacchari; que quidem ad tria milia virorum absumpsìt, 
5 cum interea nullus ci vis cuiuscunque foret etatis et sexus penitus 
egrotaret (•), quod si vellent dicere infectionem illam Rome, ubi 
hiemaverant, fiiisse conceptam, dicant cur in Urbe tote ìlio tem- 
pore saluberrimus aer fuerìt. sed, crede mi chi, supra naturam 
sunt hec, sicut et supranaturalem habent auctorem et qui ventis 

IO non indigcat, non exhalantìbus stagnìs, non infeais corporibus, 
ut pestem mittat: solo verbo, sicut cuncia fecit, ita potest et 
cuncta destruere. adde quod, cum pestes ille deseviunt, et in sy- 
nagoga circuncisìonis visus est angelus cedens populum ('>, et in 
electorum ecclesia visus est angelus malus cum venabulo percu- 

15 tiens ostia Ìussu boni angeli, de quibus mox, iuxta percussionum 
numerura, funera videbantur effcrri. et Gregorius, beatissimus 
antistes, nonne conspexit angelum super castrum memorie Adriani 
sive Crescenti!, cruentatum gladiura abstergentem, et intellexit 
pestem que sevie bat Dei misericordia cessavisse ? *^'> quiddicam? 

20 referamn* que hoc nostro tempore visa sunt? fide carcbit oratio, 
quia nec David, nec Gregorium habemus in testem, dicam ta- 
men, licet irrideas. iam in duobus urbis nostre locis viderunt 
similes visiones alique pucllc, quibus facilius propter innocentiam 
vite et mundiciam cordis se divina revelant, et videndo nomen 

25 matris cum fleti bus implorarunt, dicentes vìrum magnum, ala- 
tum atque terribile m, munitum gladio in aere se cum terrore 
perspicere, qui peteret eas infesto mucrone; quarum una se per- 
cussam cum lacrimis asseverans, mox egrotavit et requievit in 



e li vide del 1)69 
a Viterbo, ove U 
pe«< Ée' »oli*ot<j 
unge della fAmì- 
gìta pontificia. 



Tono ciò di- 
pende d« CAUie so- 
pranaturali: 



poichÈ in tempo 
di pcite e nella 
finagoga e nella 
chiesa di Crino 
fur vitti degli an- 
geli percuotere U 
popolo i 



e. te inerita fede 
la pubblica voce, 
altrettaoio »i * or 
ripctvio in Firenze. 



I. U omette tt 6. U dicere veli. 8. U facr. aer G^ snper 9 C super- 

fiat. 9-10. A/* C «^ non venti» 13. R' iste M' G' desevient 13. AF crcdens 

l5-»6. L' percuMiooetn numcrorum 27. L' Xf G' l^ eatn 



(1) Cf. II l'ita XJrÌK in Muratori, 
Rer. It. Scr. HI, 654: «Similtter hoc 
«tempore [tnen^e augusti 1369] Vi- 
« terbii fuit mortalitas trans- 
«ixiontanorura, in qua mortuì 



« sunt quinque vel sex cardinales ». 

(2) Cf. Reg. Ili, 10 sgg. e partico- 
larmente 16-17. 

(j) Cf. Barokius, Annales eccks. 
a. 590, S XVTIT, X, 494. 



92 



EPISTOLARIO 



SIC an lilvino Ha- 
gello, 



cbe solo U fieni' 
lenu e l' umiltà 
pouoDO itoroire 

OAl nostro CApO. 



L« morte ci fo- 
glie ni nnom^rnto 
ilabilito da Dio, 



ticchi inutile pre- 
causione é U fugt 
dai luoghi infetti; 



Domino, si non vultis hoc credere, non vos cogo. sufficit enim 
aliquando fnisse pestes Dei iudtcio potìus immìssas, quam aliqua, 
sicut volunt nostri medici, vel etementorum vel aeris corruptela. 
quo mnnifestius scirc possitis inania indi eia mcdicorum esse, qui 
pestcm referunt ad corruptum aerera vel ad nliud quippiara eie- 5 
mcntorura, cum eius causam dicerc debeant solam Dei, punientis 
raultos et probantis aiiquos, voluntatem, contra quam nec me- 
dicine valent nec fuga prodest ncc aliud quod possit humanum 
ingenium reperire, nisi solum converti ad Dominum et eius iu- 
stissimara, ut ita loquar, iram orationibus et ieiuniìs mitij^are. io 
cum enim, sicut ait vir sanctus, quem Deus tot flagellis et plagis 
per Satan permisit affligi, constituerit iiomini Deus terminos, qui 
preteriri non poterunt <^'>; cumque, sicut sancta dogmatizat Ecclesia 
necnon vera disputat philosophia, cuncta Deus ab eterno previ- 
derit et, ut cveniunt, ordiuarit; et tunc, crede michi, morimur 15 
et ibi morimur, ubi et quando fuerat a rerum omnium principe 
constitutum. nam, sicut super dictum textuni vult divus Gre- 
gorius: nulla que in hoc mundo hominibus fiunt, absque Dei 
occulto consiho veniunt. nam cuncta Deus per secula prescicns, 
ante secula decrevit qualitcr per secula disponantur. et subdit: 20 
statutum quippe iam horaini est vel quantum hunc mundi pro- 
speritas sequatur, vel quantum adversitas fcriat. et paulo post; 
statutum quoque est quantum in ipsa vita mortali teiiiporaliter 
vivat ^*>, si ergo statutum est quantum hi e vivere debeamus, 
crede michi, nec vitam adimit m loco pcstilentie degere, nec a 25 
morte dcfendit, quod maxime crcdiris, pcstis tempore ad loca 
salubria commigrare ; nisi forte Deum, quod ridiculum esset di- 
cere, credatis futura non fixe sed conJitionaliter ordinare, quasi 
Deus sic enuntiet; si manebit Antonius in patria hoc tempore 
pestifero morìetur; sin autem in oppidum se Sancti Miniatis Fio- jo 



r. L' vos non 6. IJ causa 9. L' ud dum. conv. 15. R' ordìasret cor- 

ìntio in ordinarit ai. M^ G' omettono iam 3.j. /?^ enim 25. G* hoc loco 

a6. U Af G' temp. pesti» 38. fulur»] L' fortuna 29-30. A/* C lioc temp. pc«. 

Ant. in pdtr. 30. U omette se A/' G' Miniati 



(1) loB, XIV, s. 

(2) S. Grec. Lib. XII Moraìium in 



cap. XIV lob, cap. II, 19}' in 
Ol>era, I, 986. 



DI COLUCCIO SALUTATI. 



93 



rentinì reduxerit, non morietur. non esset hoc i;iin futura dìspo- 
nere, sed potius sub incerticudìne contingenue rclaxare. adde 
quod qui se putat, hoc aere derelicto, aut plus vivere aut mortis 
viciniam evitare, infert ca quc a Deo fiunt non ordine fixo pro- 
5 cedere, sed fortuita qundam inconstanria lluciuare ; ut in Demo- 
criti et Epicureorum dctestabilem et explosam opinionem, qui mu- 
tare fati vestri diem fugiendo creditls, incidatis, quasi cuncta non 
ordine divine providentie, sed casu potius consequantur. 

Irrefragabilitcr, ut arbitror, probatum est, quantum ad fugien- 

10 dam mortem attinet, hoc vestrum fugete nichii omnimode pertinere. 
sed quomodo? inquies, nonne sensibili ratione videnius de rema- 
neniibus plures mori ? plures de remanentibus moriuntur, fateor, 
sed morituri fuerant; et postquara, ut videmus, venerat dies eo- 
nim, si pluribus anm's ante fugissent, sì ultra Sauromatas et gla- 

15 ciale oceanum latuissent, crede michi, eadem illa dies et hora, 
qua mortui sunt, eos sine dubio rapuisset. at de recedentibus 
pauci, sicut cernìmus, moriuntur. nonne tutius manere cum illis, 
dices, quorum sint paucissimi moricuri, qunm cum eis, qoorum 
iugens muliitudo prostratur ? non fatear tutius. quid enim tibi 

20 proderit superviventium turba, si cum pauculis morieris sique 
fueris inter superstites periturus? quod si evaseris, firmìter tene 
te non ftiisse eo loci vel temporis moriturus. nam si videre 
possemus, quod vos putatis, fugitivos illos, qui supererunt, fuisse 
remancntes in patria morituros, et in patria monuos, si vobiscum 

25 discessissent, evasuros, vesire sententie consentirem et, ut dici 
solebat, pedibus in eam irem. sed cum in patria et extra patriam 
soluni morituri moriantur et evasuri supersint, non video quale 
sit remedium contra pcstcm natalem fugete civitatem. dicam 
quod magis admireris, et non irrationabiliter forte dicam, ìstos 

30 qui patriam fugiunt et a suis, in quibus nutriti sunt, deliciis elon- 
gantur, insolita substinentes incommoda, non properare sibi mor- 
tem, cuius dies ab eterno statutus est, sed ex hac niigratione 
mortis sibi causam invenire, hec hactenus. 



it altrimenti fotM, 
le «ortt uin«ae m- 
rcbbcrdatcin balia 
del caso; opinione 
alls fede contrari*. 



De* rìmut] ia 
patria dunque <nuo* 
tono lùhanto qud- 
li che avean toc- 
cato il limite coire- 
mo <i«ll' eiitieiMa 
loro. 



iìcctiè i inntile per 
gli altri il fuggire 
un pericolo non 
esistente, 

»aii , fuggendo , 
caponi ad incon- 
trarlo. 



3. ^ C cenitudine 4. fiunt] M' (P sunt 8. G* coBsequentur 1 6. L' ac 

17. G* aggiunge e»t a riiiiu» aa. U eo \tìc<* vel tempore 36. U omette in 31. W 
(P proferite 



94 



EPISTOLARIO 



PtlM poi • lli- 

tDo>tr»re conuo le 
ragioni Addotte ìaI- 
1' «rnico ctser la 
foga $un non gii 
voluta da Dio, ma 
frutto del luo ar- 
biirio ; 



e noD provocata 
cbc dalla vana «ol- 
Iccitudine di iute* 
lare la propria eii- 
ttenia, 



Nunc ad ma refellenda conveitar. principio quidem, ut ma 
verba referam, dicis qiiod, cum te Deus patriam fugientem in- 
fectam mortemque possetenus devitantem ab etemo previderit 
fixeque statuerit, haac fugam, quam insaniam dixi, divinam dispo- 
sitionem debeamus potius appellare, hec tu, volens me meo, 
ut ais, telo confodere. sed, o ridiculum caput, quanvis eoim 
cuncta que fiunt, licet impotentia, hoc est culpa nostra, defor- 
mitate damnabili a bono deficiant, in eo quod fiunt et non de- 
ficiunt, a Deo et a Dei dispositione sint, nonne debcnt tamen et 
bona et mala et recta et stulta et iusta et iniqua, secundum iii- 
tentionem et qualitatcm mentis agentium appellati ? si quis ergo 
hominem occidat, quia Dei dispositio est talis occisio, non pec- 
cabit, non dicetur male fecisse, non in legem Domìni commls- 
sisse ? nonne nosti aliud esse timere, aliud dignum reprehen- 
sione dmere ? smlta est igitur sioe contcntione ista fuga, que 
vos gravat expensis, vexat incomraodis, nec est mortis, quam 
vultis effugere, medicina: pusilanimitas etiam est, cum ob metum 
necis soluminodo fugiatis, licet ad hoc, quod est tugere, Deus 
concurrat. nec contendam haoc esse, ut tu ipse testnris, vite re- 
tinende curam, sed vanam; fateorque vitam omni studio cun- 
ctisque laboribus conservandam, dumraodo scias solum illum, qui 
vitam dedit, eiusdem esse sine tua diligcntia vel laboribus serva- 
torem. sed^ais: quid luce carius ? si de eterna intelligis, nil 
profccto; sì de hac vita mortali et transitoria, quam optimi phi- 
losophorum mortem dixerunt, tecum sentis, nìchil vilius nicliilque 
minori ìmpcnsa curandum est. sed, ne videarìs non philoso- 
phari, subdis: vitam caram et omnibus sumptibus redimendam 
et, ut tuis utar verbis, presertim cuoi ad boni fincm, non ad 
cumulandas opes, non ad estum avaricie focillandum, non ad 
cervicem superbie erigendam, optetur, sed ut nobis natisque 
nostris ceterisque necessitudinibus necessaria ministremus, sub- 
veniamus amìds, indigentes sub!evemus et huiusmodi fadaraus. 
hec tu ; quasi miclii persuadere velis, dum fugis patrìam, te aliud 



IO 



»5 



20 



25 



30 



I. ^' convertsm 3. C* provlderit 4. C inaanam 9. Tutti i mu. omettono ■ 
dinanzi a Deo 15. L' H' istn fuga «ine cont. 20-ai. M' C omettono cunctisqae e 

Mcrivono et labor. 31. Sf C omettono tàat 23. L' R' clarìiu 



DI COLUCCIO SALUTATI. 



95 



quam metum mortis et vite cupidincm cogitare, an putem si 
non esset annexa cura vite cum illis, quc tam pompose iactas, te 
illonim causa vel relicturum patriam, aut tot laborcs et incom- 
moda subiturum? inest nobis vite cupìditas, quia corpus habe- 
5 mus commune cum belluis in eo quod sensibile, nec non com- 
mune cum plantis in eo quod vegetabile; sed ille, qui raentem 
separabat a sensibus, suum declarans afiectum, diccbat: cupio 
dissolvi et esse cum Christo ('>; et Cesar dictator, cuius, sicut 
aliorum Romanorum, finis erat amor patrie laudumque immensa 

10 cupido ^^), post victas Gallias, vicmm et occisum Pompeium su- 
peratumque Senatum et post rempublicam patriamque subactam 
diccre solitus fertur, quasi eum vivendi satietas tcneret: vixi satis 
nature, vixi satis et glorie <'). nos autem, sicot bestie sensibus 
dedite, soliim de vita et, o stulticia, de qua vita? certe de vita 

15 transitoria, que continue labitur, cui quantum accedit, tantum 
decedit, quamve fluentem reiinere non possumus, cogitamus. nec 
iam, si recte respicias, tuos istos sue conservatores salutis marti 
se committentibus comparavi nec comparandos puto, nisi forte 
corvum nìvi possimus de nigredine comparare, nam, si de vita 

20 contendimus, et pugnantibus et fugientibus, seu, ut verius dicam, 
fugere putantibus pestem, dubia vita et bora mortis incerta est; 
si animi magnitudinem querimus, nulla sit comparatio facienda. 
quid autem metu confusus addidcris, recognosce. dicis enim: in 
huius vero veneni tabe, aut nuUos aut paucos ereptos agnovimus. 

35 si ereptos, hoc est mortuos, sentis, cur fugisti ? si ereptos, hoc 
est superstites, ut magis arbitror, intelligis, cur tam dare men- 
dacium profers ? cum longe plures vidcamus etiam in locis pe- 
stilentibus superesse, quam mori, deinde prò experientia rerum 
magistra, miram salvationem de fugientibus et de manentibus in 

jO patria stragem horribilem raeministi, quasi experientia possit esse 
de quoppiam; an hic moriturus fuerit intra certum temporis spa- 

3. L' patr, rei. 7. M' ficperabat/ il m aggiunto in intcr linea, 14. L' stultìn 

19. R' de nigr. possumus 24. U omette vero - crepto» 30. R' p«tri«in U omette 
horribìleu] 



da quel cieco ini- 
pulfo dell' i&iinlo 
che la n.'ndc agli 
uomini ed alle be- 
stie ugualmente ac- 
cetta e preziosa. 



Rlntuzsa poi le 
ef a|erazioni di Ka- 
IODIO *ul numero 
de' Fiorentini mor- 
ti di peate ; 



(0 Paul. Ad Phìl. I, 23. 
(2) Vero. Aen. VI, 823. 



(3) Ctc. Pro M. MaruUo, 25. 



^a 



9« 



EPISTOLARIO 



ticg« d'aver prese 
precauxioni pei iu 
teltr si e 1« fami- 



•ebben questa ab- 
bit Riandata in 



viUa; 



ed e^li t'ìtsì ac- 
conciato a talune 
igicnicbe misure. 



Conihatie no- 
cora uluni sottili 
ngionameiiildi scr 
Antonio, che in- 
vano si dichiara 
caldo amatore del- 
la sua città, ab- 
bandonata da lui 
fra i pericoli ; 



cium, nisi hic steterit, vel an ibi fuerit evasurus, iiisi ad illum 
locLjm migrarit et manserit. nani quid de me dicam, qiiem rcfers 
scptis inclusum, multonim eviwre colloquia? quod quìdem de 
me te scripsisse mìror, cum m mìchi domesticus et socius, piene 
scias me nunquam vel contubernium vel flibulationeiii akerius 5 
vita\4sse. sì familiam villicatum misi, novit Deus quod nou mea 
voluntas, sed trcpidantis et post sororcm cxtinctam et patris mor- 
tem <") insanientis coniugis consilium fuit, cui nullum videbam 
perìculum consentire, quod autera regimina vite receperim et 
pilani aromaticam manu gestem, non credas me ad mortis evi- io 
tationcm, sed, ut molUciem meam fatear, ad delicìas admisisse. 
nec tibi blandiaris, quod, yt scribìs, patria satius ducat suis civibus 
aliquando carerc quam mancntes in perpetuum amittere. imo 
patria fugientibus indignata est et manentibos graiiam habet, qui 
si fugientiura sequcrentur excmplum, nullam, crede michi, pa- 15 
triam haberemus. ibitis ergo, ut dicis, non vilissime muliercule, 
sed fortes viri; fortes profecto, si fugere fortitudinis est, et viri, 
si virtutis est quod supra centra vinutes fieri verissime dispu- 
tavi; et, ut subdis, abscessum vestnim salutis cure, non formidini, 
ascribetis. piane quidcm cure salutis, sed etiam formidini mortis. 20 
quid enim est aliud cura salutis quam mortis metus? 

Et ut conclusioni respondendo tue aliquando concludara, que, 
cum falsa prcmiseris, iuxta dialecticorum traditionem non potest 
esse non falsa ; vide quanto in errore verseris. scribis enim, ut 
textum tuuni in forma repetam: quoniam in hoc non patriam 25 
fugimus aut deserimus, sed ìpsam querimus et amamus; ut ne- 
cessario fatendum sit reccdcntes, non remanentes, in patria stare, 
quanvis aliquando videantur absentes. non patriam fugitis, qui 
metu pestis in patria vigentis et corpore et animo in alienos fines 
tam avide commigrans, quibus nìchil magis sit cordi quam pa- 30 
triam non videre, quibus carissimum sit transire montes, ut ventis 
bine spirantibus non possitis afflari? non patriam deseritìs, qui 



7. po»t] L' R' nosti 15. R' Bequcretur t6. L' dldtia 21. M' G' R' metus 

mort. 29. M' C vigeatis R' vigctis 

(i) Intorno alla morte di Simone diamo altre notizie, perchè i libri de' 
Riccomi e della figlia sua non posse- morti di questi anni più non esìstono. 



DI COLUCCIO SALUTATI. 



ri 



togiio. 



cara fluctuantem et dubiam in pauconim presidio, tot in latruncu- 

lorum manibus dimisistis? vosne patHam queritis, qui ad terras quando fogge a* 

extcras properatis ? an Florentia extra Floreiitiani invenicnda est ? 

an est altera vera Florentia, quam queritis, ut oobis fictam et 

commenticiam dimittatis? ubi es, Aotoni? an adeo tui oblitus 

es, quod que non facis ncque cogitas, sed quorum oppositum de- 

liberas et exequeris, tibimet te facere videaris ? an patriam aniatis, 

quam in tot periculis reliquistis? patriam quidem amatis, sed ^J^^^'k^'*"" '''■ 

florentem, non anxiam, non funestam; patriam amatis, sed dum 

IO lata est. cum nubila vcniunt, abhorretis; patriam amatis, sed 
sine vestro periculo. o veri, si cut putas, amantes, imo vero 
amentesl verus quidem amor, ut quidam ait, omnia sustinet, 
res altas aggreditur, timoris nescìt angustias et inter dubia non 
distinguit. que si im-pcnditis patrie, vos ipsi, viri multe pru- 

15 dentìe, iudicate. an autem, ut dìcìs, necessario fatendum est re- 
cedentes stare in patria et remanentes abesse, ubi es, undc venis, 
Antoni? dormisne, an, pavere attonitus, quasi baccho plenus et 
ebrius, tibi vidctur quod ego sim extra patriam, tu vero in patria 
maneas ? quanta dementia est putare, ut tibi civilem possessio- 

20 nem patrie sine contentione relinquam ? rem aliquam animo 
solo plus quam animo simul et corpore possideri ? an putem te, 
qui extra patriam fugis et dubitare debeas te a patria ve! morte vel 
malorum hominum violentia posse prohiberi, patriam possidere ? 
male iura civilia didicisti; nichil enim facilius possessione amittitur. 

25 Sed iam finem facìam; longius enim me traxerunt vestre ine- 
ptie et tue nuge. satis enim arbitror tibi te tacitum consentire, 
quod sini vera que dissero, teque iocandi podus animo quam spe 
defendendi tam manifestum errorem ea que scripseris astruxisse. 
non enim michi persuadere possum, quod tam graviter desi- 

30 piendo desipias, licet mortem satis reprehensibiliter pertimescas f*\ 



6. U R' eque facIs AJ' G' R" lice 11. li' vere 14. G» mipcditi» U «dentìe 
16. /.'* remeanies ìi. R' possidet 3t. Tulli i m»s. an putem quod 



(i) Coluccio con s* ingannava nelle 
sue predizioni ; gli argomenti ch'egli 
adduce parvero infatti cosi persuasivi 
a ser Antonio, che questi non solo 



riconobbe il proprio errore, ma si fe* 
sostenitore caldissimo dell' opinione 
che avea fin allora oppugnata; talché, 
tornando del '99 ad infierire in Italia la 



Cotuccio Sakitati, II. 



98 



EPISTOLARIO 



vale Felix. Florentie, die vigesimo primo augusti, sesta in- 
dictione, .mccclxxxiii. 

Iterum atque iterum vale. 



XVIIII. 
A Francesco Bartolini (0. 5 

[L\ e. 84 a; MS e. 32 b; G*, c. j2b; R', c. 35 b (mutila); R*, e. 118 a.] 
Insigni viro Francisco Bartolini optimo civì fiorentino. 

2 «ttemb°"'i38j. T^RATER karissime. letor te bene valere, licet inter illas palu- 
È lieto di saper. £^ stTcs insulas, ìu Quibus Ìnclita Venetorum urbs sita est et solo 

lo Mno « Venezia. ' ' 

manufacto mediis in undis mirabiliter ampliata, sicut scribis, dum io 

l.R' omette vale felix Af G^ omettono felix R' omette die 3. M' G' omettono 

iterum - vale, a cui tien dietro in R' il milletimo. 7. Così U ; hf G' R' R' Francisco 
Bartholini de Florentia 



peste ed essendosi lo Zabarella, che 
insegnava in quegli anni a Padova, ri- 
tirato per fuggirla cogli altri colleghi a 
Monselice, il nostro notaio gli scrisse 
per biasimarne la risoluzione. La let- 
tera del Chelli non ci è pervenuta; 
ma possediamo invece la risposta dello 
Zabarella, conservata da due codici 
Marciani (Lat XIV, 127, ce. 183-194; 
XIV, 1 29, e 1 5 3 A- 1 5 7 b). In questa, 
intitolata « ad insignem virum ser An- 
ce thonium ser Chelli florentinum », il 
professor padovano constata il muta- 
mento d' avviso avvenuto neil' amico 
suo per maniera siffatta : « Nemo est 
« itaque tam perspecte fidei, nec apud 
« me quisquam tantum auctoritate va- 
« let, ut eo de te referente potuissem 
(( in animum demittere, nunc te dicere 
« idque litteris affirmare quod contra- 
«dicentem te audissem et tua manu 
« perlegissem et tuis litteris. neque 
(c cnim cxciderunt littere ille tue, qui- 
«bus obstas insigni viro Colucio; 
« is quippe principcm se fecit alterius 



« sententie dicitque propalare, nec id 
« sermone tantum, ac stilo id idem 
« certat, inanem esse fugam virique 
« levis et nimium delicati, non con- 
te stantis, non fortis, non severi, non 
« gravis. hanc autcm sententiam ut 
« convelleres, quotiens cum eodem 
a concertasti, viro utique gravissimo 
«et huius etatis piane facundissimo? 
« quot epistolis enim {Ug. eum ?) e Flo- 
« rentia deducere, tunc enim lues eam 
« depascebatur, et ad Sanctum Minia- 
« tum, quo ea causa tu abieras, vocare, 
« licet incassum, laborasti? tu igitur, 
« vir prudens, tu integer et constans, 
« qua ratione nescio, propositum abieci- 
« sti tam fixum et totiens iactatum tum 
« in communi sermone, cum in om- 
« nibus [scriptis], tum in disputacione 
« cum viro gravissimo Colucio, 
« tum quod etiam tua, quam nunc 
« diximus, secessione comprobaveras ». 
Cf. anche A. Keiner, Kardinal Za- 
hareììa, Mùnstcr, 1891, p. 29. 
(i) Del Bartolini sappiamo che fu 



DI COLUCCIO SALUTATI 



99 



dominum tuum sequcris, nunc habeas Incolatum 0). sed hic se- 
datur postis, acr pulcerrimus et saluber efTectus est; iani pauci 
infìrmantur, et ex egrotaiitibus longe plures libenmtur quam pe- 
reant ^*^; speramusque Deuin optimum, in quo solo ponenda spes 
5 est, nobiscum amodo benignius consulturuni, ut iam exhalantes 
paludes et illud perraixtum cocleis, ne dicam stercoribus, lutum, 
quo, recedentibus undis quibuslibet duodecim horis, tota civitas 
illa graviter olet, dimittere liceat, et in patriam ìstam splendi- 
dam, suavem, amenam et, ut omnia simul amplectar, delidosam, 

IO sublaia pestis formidine, remeare; patriam, inquam, quam turpiter, 
vana spe decepti fugieiide mortis, que fixum ab onmipotenti Deo, 
licet incertum nobis, diem habet, citra quem sistere vel ultra 
quem pergere fas non est, et nimis tìmide reliquistìs. hec hac- 
tenus. 

15 Nunc ad tua dubia veiiìam. petis enim certus esse quìs Se- 

neca T r a g e d 1 a s composuerit. hoc quidem compertum non 
habeo: monitorem tamen Neronis Senecam, qui ab eodem disci- 
pulo suo compulsus est mori, satis scio contra vuli^ì desipientìs 
errorem et multi^rum etiam magne auctoritatis opinioucm, librum 

20 Ulum non edidissc ; utpote qui contra tragicorum morem cum Ne- 
rone magnifica loquentem non est verisimile se induxisse, quique 
etiam in O e t a v i a, ubi Agrippina Ncronìs mater execrans filJum 



La pene ormti 
e <]u4si «comparu 
anche a Firente, 



ticchi «pera rive- 
derlo presto (li ri- 
lorno. 



Ri*)>oudc al dub- 
bio mostogli sul 
ycro autore delle 
Tmgtdie auribuitc 
a Seneca ; 



non li certo il filo- 
lolo chele scrùsc. 



I. L' omette nunc U fi' R' habcat j. IJ bcntgnns 6. R' dopo lutum Ji nuovo 
ne dicam , ma cane. 7. R' nudia 10. R^ omette quam af^fr. p^i dal copitta in iuter- 
linea. 13. /?' sed hec 15. W vcniam et infra k.c. e qui si arretta in emo ie fittola. 
t8. L* R' dispulantis 30. U G^ quod ^P quam iì. U verosim. 33. SP G* 

R* omettono etiam R' oclava 




ascritto nd 1401 al capiiolodi S. Maria 
del Fiore per rinunzia di Z anobi Ar- 
nolfi : egli era in quel tempo scrittore 
ed abbreviatore delle lettere apostoli- 
che. Il Salvini, Cataì. cron. àà canon. 
dtUa ch'usa metr. p. 29, o, 271, da 
cui togliamo queste notìzie, aggiunge 
che moti nel 14 14, ma non sa dirci 
nulla degli anni antecedenti» né io 
sono stato più fortunato nelle mìe ri- 
cerche. 
(i) Come attesta ser Naddo, D(- 



lixie cit. XVIII, 65, « nel tempo della 
« detta mortalità molta e molta gente 
« si parti di Firenze ... ed andaronne 
« molti a Vinegia, e più in Romagna, 
« perchè la mortalità v'era stata >». 

(2) cf E poi in su l'entrata di set- 
«tembre mancò la detta mortalità e 
a roorivanonc per di infino a mezzo 
« settembre quaranta e più ; poi mancò, 
« e morianone otto, dicci o dodici per 
« intino a mezzo ottobre » ; sfcR Naddo, 
loc. cit. p. 66. 



lOO EPISTOLARIO 



ab inferis accersitur, ponit Neronis fugam, Senatus sententiam et 

defectionein exercituum, que constar illum Senecam non vidisse. 

come provA fra Pfcterea adest Sidonius, antiquus testis et cui multum defe- 

altro un passo di ^ 

swonio Apoiu- rendum est, qui hoc expresse testatur. in quibusdam enim ver- 



nare. 



sibus suis dactylicis phaleucis endecasyllabis, qui hoc ordine confecti 5 
sunt, ut primus pes spondeus, secundus dactylus, tertius et quartus 
trochei sint, quintus vero tum trocheus, tum spondeus; alium 
fuisse testatur tragicum quam Neronis magistrum. in ilio quidem 
capitulo, quod incipit: 

Die, die, quod peto, Magne, die, amabo, 10 

Felix nonùne &c. (0; 

dum multa poetarum et aliorum auctorum suis in operibus legenda 
negaret, post multa sic inquit : 

Non quod Corduba prepotens alumnis 

Facundum ciet, hic putes legendum ; 1 5 

et sequitur de Cordubensibus referens ac distinguens : 

Quorum unus colit hispidum Piatona 
Incassumque suum monet Neronem; 

et subinferens de Tragico, sic sequitur : 

Orchestram quatit alter Euripidis 20 

Pictum fecibus Eschylon secutus, 

Aut plaustris solitum sonare Thespin, 

Qui post pulpita trita sub cothumo 

Ducebant olide marem capelle; 

Pugnam tertius ille gallicani 25 

Dixit Cesaris, ut gener socerque 

Cognata impulerint in arma Romam; 

ut iam, tanto testimonio et tam darò nobis assistente, proculdubio 
fateri oporteat alium fiiisse Tragediarum auctorem quam illum, de 

I. fugam] L' figuram 3. cui] R' cum cancell. 4. U omette enim $. L" R' 
dyaledcis phalentiis 6. G' quarto 8. 3/' C R' omettono tragicum 9, W G* R' 
sic incip. 17. R' unum ma eancell. aa. U R' palustris - resonare Thespim 

a4. AP G^ omettono elide L' R' recano patrem 25. L' R' gallicam a6. R' socer 
generque 39. U Af C actorem 

(i) SiD. Apoll. Carm. IX, 694 sgg. 



DI COLUCCIO SALUTATI. 



101 



quo creditur, Neronis Augusti famosissimuni raonitorera, cfins. 
autem auctor iste fuerit, vìderint studiosi; nichil enini audeo in ré 
lam obscurn, ignorantie mee niichi conscius, affirraare ^'\ 

Ceterura in contcntionem venisse te scribis cum aliquo studioso, 

5 ut arbitrar, de ilio versiculo Dantis, ubi vìdetur innuere Semy- 
ram idem terre, quam soldanus obtinet, imperasse W, credo qui- 
deni quod ille putaverit Dantcm de Babylonia egyptia cogitasse ; 
quam calumniam, alìquando faaam, sepius meminì me risisse ^'^ 
cum enim appellatinne terre, non solum civitatem Babylonie, 

IO quam multis post Ninum seculis io Hgypto constat edificasse Cam- 
bysem, sed ctiam totjm Egypti provinciam, cui profecto et Beli 
filius, a quo seculares inchoantur hystorie, Ninus et ipsa Seniyra- 
mìs imperaverunt, intellìgere valeamus f*); quis audet dicere Dan- 
tem, omnium rerum divinarum humanarumque doctissimum, de 

15 civitate, que post illam inccperit, et non de regione potius tunc 
sensisse? non enim inquit: 

Fece la terra che '1 soldan correggic; 

sed dixit: 

Tenne la terra che 'E soldan correggie. 



' 'A chi p«rÒ debba 
•ftcrìvcrscac il me- 
lito ri«fee oscuro. 



Tocci • pòi, Jel- 
V interpreiAiicnie 
d'un verte deM'iti; . 
ftrnK, ' ' . • 



ili cui vuoili che 
Dante Accenni a 
BabilouiaduA del- 
l'Egitto, 



mentr' egli allude 
all' Egìnci tutto 
quanto, posseduto 
un tcmrio da Se- 
tniramldc. 



20 nichil enim sub soldani dicione nunc est, vel in anno domini «i «i »uoi di dai 
nostri lesu Chrìsci millesimo trecentesimo, ab Urbe vero condita 
annis duobus millibus quinquaginta et uno, iuxta supputationem 
Orosii f5>, olympiade vero, si Solino credimus, quingentesima de- 
cimanona <*\ in quo anno Dantes noster suum illud poeticum som- 

3. G^ fnerìnt 4. L' coatfiotione 7. R' omette ille ii. M' G' omettono et 

x-j.M^ G' «oldam K' soldano 19. \V G' widam R' soldano ao. U R* dìtione 

sold. Ji. L' omette vero la. AP C duo 33-23. ^^ ^ ^^ *UPP- 



(1) Per maggiori ragguagli v. lib. Ili, 
ep. vni, I, ISO sgg. 

(a) /«/. V, 60. 

(5) Che Dame avesse inteso allu- 
dere alia città d'Egitto giudicò il 
Boccaccio, Comm. Icz. Kviii, Fi- 
renze, i86j, I, 451, e lo credettero 
anche moU'allri « magni sapicntes », 
come atferma Benvenuto, Comm. Inf. 
cinto Y, I, 198, a' que* tempi. Cf. 



anche SuNoav-RENiER, D^lìu vita e 
ddU op. di B. Latini, Firenze, 1884, 

p. lOJ sg. 

(4) Cos\ r intende anche Ioh. de 
Serra VALLE, Coment., Prato, 1891, 

P. 79- 

(5) Cf. R Oros. Lib. oAv, pag. II, 
cap. n. 

(6) Cf. SoLiN. ColUctan, ter. nu- 
mor. lib. I, capp. XXVU-XXX. 



I02.' 



EPISTOLARIO 



In 

«In . 

ricorda T< !<■ 
loRU tnit»; 



IO 



; ''nkim estadcum asserìt condgisse, sub soldini domimo tenebatur» 
fcrlt^M* quod non fuerìt ipsi Scmyramidi subiugatum. legimus cnim, ut 
%*••. -• rcfen di vus Aureli us Augusrinas libro dedmoctaTO De Cìvitate 
Dei, in hec verba videlìcet: nam quantum addnet ad imperium» 
ooHiim maius primis temporibus quam Assyriorum fuit, nec tam 5 
longe latcque diffusum, quippe ubi Ninus rex. Beli fìHus, univer- 
sam Asiaro, que totius orbis ad numeniro partìum tertia dicitur, ad 
magnitudinem vero dimidia reperìtur, subiecisse traditur. solis 
quippe Indis in partibus orientis non dominabatur; quos tamen, 
eo defuncto, Semyramis, uxor eius, est aggressa bellando. ita fa- 
ctum est, ut quicunque in illis terris populi sive rcges erant, Assy- 
riorum regno dicionique parerent et quicquid imperarent, efficereoL 
hec illc CO. 

Que cum ita sint, quis potest in nostrum exclamare poetam, 
cum omnia, que soldanus obtinet in Asia, computentur?^*^ vana 
84 pe4A-» r»«o est igitur illa reprehensio; licei etiam si de prima Babylonia, quam, 
■^ Solino, Isidoro, Orosio atque Pomponio Mela testibus, constat in 
^*^'' Assyria fuisse conditam a Semyramìde ^J>, sed vero propius est, 
et Augustine placet, a Nembroth gigante, quam postea Semyramis, 
hystoriis cognita gentium, anipliavit ^*\ intelligere velimus, posset, 20 
il toiduo consideratis temporibus, non incongrue sustineri. constat enim 

MI I ìuo poutAev* 

i'Aj*irȎ e i* ctj- soldanum Egyptium anno visionis et somnii prelibati totam Assy- 
jjjj /SJjjJJ""' riam posscdisse atque Chaldeam ; unde mox anno primo nostri 
centesimi fuit per cliristianos atque Casanum Tartarorum regem 
bello pulsus et capta de soldani mambus civius Baldacensis, quam 25 



15 



7. Sfi G^ omettono Asiani 8. L' R' subegtsse to. est manca in tutti i mt$, 

15. C-* vane 16. R* qua 18. R* aswra U proprìus 34. A/' G' R' reg. Tartur. 
35. M' G' de ftoU. man. bello pali, et capta 



(i) S. AuG. De Civ. Dei, lib. XVIII, 
cap. II, 4-14. Nel testo però, dopo 
ff repcritur » si legge « usque ad 
« Lybiae fincs subegissc », che il S. 
omette. 

(2) È questo l'argomento di cui si 
giova pure Benvenuto, loc. clt. 

(3) Presso Solino, op. cit., la no- 
tJJEia t interpolazione tarda (cf. l'cd. 



Mommsen de* CoìUctanea, Berolìni, 
1S64, p. 2J7, 28); P. Oros. op. cit. 
lib. II, cap. Ili, 1 (cf. però II, 11, 1, 
5 e II, VI, 7-8); PoMP. Mela, Cho- 
ro^r. I, II, 6}. Ma Isid. Ori^. XV, 
I, 4, checché dica qui il S., segue 
sant' Agostino 

(4) S. AuG. De Civ. Dii, lib. XVI, 
cap. IV e cf. lib. XVIII, cap. u. 



DI COLUCCIO SALUTATI. 



103 



Aythonus, Armenie fegis consanguineus, qui sub illis, ut asserit, 
militavit, in suis refert H y s t o r i i s fuisse quondam Babyloniam 
appellatain 0), alii tamen, ut frater Guìllelmus Tripolitanus, 
Aconensis conventus ordinis predicatorum, in opflsculo suo dixit 
5 civitatcm Baldach illam esse, que Susa Assuerì tempore voca- 
batur, quam tamen constat mctropolim fuisse Persarum ^^\ 
sed scriptor Hystorie Godefredi de BuIIion, qui 
captioni, sicut refert, interfuit Damiate, vult, quod tamen ve- 
rum esse non credo, Baldach fuisse Carthaginem t^^; ut, si aucto- 

10 ritatem prefati A)thom sequi velimus, edam de prima Baby Ionia 
posset intelligi. adde quod in partibus Orientis, ubi dominium 
fiiit Semyramidis, sicut ab expertis didici, dominatur presbiter 
Johannes Babylonie, qui putentia sua atque situ et opportunitate 
locorum taìiter Egypto imminet, quod flumen Nilum, in quo 

15 tota spes Egyptiorum est, aut potest aufcrrc aut in Egyptum, 
aggeribus ruptis, immittere ; ob que ipsum soldanum babet, licet 
chrìstianus, ut dicitur, censuarium et quasi subiectum. ut si hec, 
que audivì, vera sunt, possit esse seosus: 

Tenne la terra che 'l soldan correggie; 

20 idest que soldano dominatur et impc rat. hoc tamen, nisi istic, ubi 
sunt homines talium rerum experti,verum esse reperias, non afKrmo. 



che un tetapo por» 
lAvt, fecondo Ai- 
toDC, il nome di 
Babilonia, 

dato invece da Gu- 
glielmo d« Tripoli 
• Suu 



e dal biografo di 
GofTredo di Bu- 
glione a Cartagine, 



Alua spÌegaiio> 
ne può darti del 
• corregge » dan- 
tesco: 



I hP G' R' reg. Arm. 3. R^ Guilielma» Trìpolanus 
Suìiis 7. l'ulti i mss. Guillielmi 9. U Baldaac 

%ì, R' posalt 19 /?' soidaao 31. A/' G' rcperiaris 



5. U Balduac Tutti i ma». 
IO. U Si' G' R' Aythoni» 



(i) Forse il S. desunse ciò da un 
suo codice della Storia de' Tartari dì 
Aitone, perchè ne' vari testi da me 
veduti (Aythoni Armenii Hisloria 
Oriaitalis, Hclmaestadii, mdlxxxv ; 
A1TH0NE Armeno, Passu^^io di Terra 
Santa in La hisloria de ^li imptr, i^rcd 
di Niceta &c., Venctia, Sansovino, 
•MOLXU; Haiton, iiiitoite Orientale ou 
diS Tattarcs in Bergekon, Foya^es, 
La Haye, 17; 5), non ò punto detto 
che Bagdad fosse Babilonia e nem- 
meno che Gasano la prendesse nel 
ijoi; anzi la rotta del caliiTo per 




opera di Gasano è assegnata al 13 io 
(cap. XLi e XLU), 

(2) Nella parte del trattato di Gu- 
glielmo, messa a stampa dal Duchesse, 
Hist. Frane, script. V, 432-35, non v'è 
cenno di questo; perf» eoa Bagdad 
identifica Susa M. Polo, il quale fu 
compagno di viaggio del Irate. 

(}) Se questo scrittore ò Iacopo da 
Vitry, come suppongo, il S. e caduto in 
errore: l'autore dclVHist. Hicrosoìymi- 
tana chiama « Maroch » la città « quae 
«( quondam Carthago dicebatur »; Bon- 
GARS, Gesta Dei per Francos, I, 1 06 1 . 



i 



104 



EPISTOLARIO 



• «Hstragger coti Habcs ìgitur quc prò nunc occurrunt acf refellendam calum- 
le »i divino pocu. num, quu Honoisi tamen ab ignomnobus noster poeta mordetur. 



si quid contra hoc forte dicetur, rescribe et vaie, 
secundo septembris. 



Florentie, die 



XX. 

A SER Cuccio di Francesco Guccì^'^ 

[L*, e. 86 a; M', c. js b; G', c. 34 b.] 

Eloquenti viro ser Cuccio Francisci dvi florentino. 



Hrtnre. 



T^ ARissiME frater. habui de manibus ser Laurentii tui eermani 

3{ uitembrc 1)8). 1/^ o 

Ebbe <U ser Lo- 
renio U »ciocct • i^ i «i i • 

epiMoUdimieiiro mei magistri Feltri stilo reprehensono destmatam, quam prò- 



d* ser Lo- 1 V copiatii originaleni, ut arbitror, ad me sub nomine fratris io 



Feltro, 



che ha rimaodatd DfOCeSSISSe, 
*l suo «uture, 



fecto oon crcdam de sue fraicrnitatis et solite discretionis pectore 
super qua re sibi scribo, remittens illam epistolam 
inepte scriptam, scabre compositam et insulse dictatam, ut, si 
quis ausus fuerit eam suo nomini dedicare, commissa luat et in 15 

i. L' quam corre ttn /» qua 3. /;- liec M' O'dicentur R' omelie et 8. Coti 

U ; M' (P Ser Guccin Francisfi 13. IJ omette remìtlenfi i.|, L' insulso 



(i) Cuccio e Lorenzo dì Francesco 
d'Andrea Cucci da Empoli, già ricor- 
dati in documenti del 135?, veduti da 
F. Dall'Ancisa, op. cit. H, e. 228 a, 
abbracciarono entrambi la professione 
notarile, e perciò ci appaiono più e 
più volte rammentati negli atti del 
tempo. Del 1375 cosi, per non parlar 
che di lui, ser Cuccio è notaio della 
Camera del comune (Arch. dì Stato 
in Firenze, Cafnarliin^hi della Cam. 
n. 218, I genn.-28 febbr. 1374, s. f.); 
del 1378 de' priori per S. Ciovanni 
(Diar. d'anon. p. 369-70) ; l'anno ap- 
presso poi apparisce come testimone 
alla promessa, già rammentata, de' 
Pistoiesi insieme ad Antonio di ser 
Chello (cf. p. 81). Il timor della 
peste consigliò tre anni dopo lui pure 



a lasciare Firenze ; e sebbene non 
risuiti da questa epistola dov' egli si 
recasse, io suppongo sì rifugiasse in 
Romagna. Del 1386 accompagnò a 
Pescia il S., ed ivi scrìsse il iS giugno 
Tatto ufficiale del lodo pronunciato dal 
S.; cf. voi. I, 127, nota t. Nell'esLite 
del 1 38S andò ambasciatore a Cenova 
per tratture dì certe rappresaglie do* 
mandate a danno de' Fiorentini (Arch. 
di Suto in Firenze, Mt$s. reg. 2 1 , e. 3 3 a, 
« Duci lanuens. », 3 luglio) ; ma non 
potè compiere la sua missione, e fu 
costretto a ritornarvi pochi mesi dopo 
{Miss. cit. reg. 21, e. 57 a, 15 ottobre). 
Un'altra ambasceria, ma questa volta 
ai Senesi, sostenne del 1392 (Miss. 
cit. reg. 22, e. 82 B, 7 febbraio); d'al- 
lora in poi io perdo le sue tracce. 



DI COLUCCIO SALUTATI. 



105 



pacem dimittere vìros invìcein beoivolos assuesc.it ^'^ habuì et 
copìam littere, quam tu ipse videris ad mcuni ser Dìonysium 
direxisse, in qua quod stilo emergas letatus sum ^'K veliera ta- 
men quod sirailiter tue sententie conveiiirent : principio quidem 
5 dicis quod infectura aerem evitantes manum Dei non eludunt, 
quin imo potius revercntur et tinient, nani Dei iudicium nie- 
Cuunt, quod est initium sapientie. an ego dixi fugientes istos 
Dei manum eludere ? an non dixi, ad ser Antonium meum ser- 
monem dirigens ^i\ quod metu mortis, quam timere stultissimuni 

IO est, putaret Dei manum eludere et cius inevitabilera sententìam 
evitare? an idem est eludere et eludere se putare ? non sum ita 
demens^ quod id quod omnino fieri non potest arguam quem 
fccisse. sed, die mi chi : si Deus, occulto suo iudicio, quod nul- 
lus negare debet catholicus, aerem infìcit, et ad punitionem ho- 

15 minum pestem immittit, quid agunt animo, quid intcndunt ad 
loca salubria fugientes, nisi quod faciunt in urbe damnati, duni 
fugiunt, ut executi onera late sententie per eorum abscntiara fru- 
strentur et eludant? nec ìara dicas liunc timorem sapientie 
principium esse, aut sic timendo mortales immortali Deo reve- 



c con uu U let- 
tef« <U lai ^diretta 
a ser Dionigi, 

di cui loda lo Itile, 
ma combatie le 
opinioni, 



moitrando la nac- 
cheti* de' raoi w 
gomenit. 



Chi fugge, p«r 
len^a di morire, I 
luoghi infetti, 



non é ni saggio 
ne religioso. 



I. L' pace 
19. U ut 



8. U mei 



II. L* omette iu 



17. Af C fnistr. per «or, alM. 



(1) Cf- l'epìstola seguente. 

(2) Ser Cuccio h pretendeva infatti 
A letterato, e che fra i suoi concitta- 
dini godesse anche per questo rispetto 
d'una certa considerazione ne dA prova 
una letterina, scrittagli il 24 dicem- 
bre 1381 da Lorenzo Ridollì, allora 
Studente a Bologna (cod. Pai. Pane. 
11^ 6, e. 19 a; cf. p. 81), Ma un'epi- 
stola di Cuccio ad Andrcolo di Cri- 
stoforo, nella quale si è proposto d' il- 
lustrare que' versi dell' Vili dell' /«- 
ftmo, dove si tocca della fortuna, delle 
influenze celesti e del libero arbitrio, 
data da poco alta luce (Propugnatori, 
a. 5., I, par. II, p. ^l'y), non ci parla 
troppo in favore né della sua dottrina, 
né deireloquenza sua. Ser Dionigi, 
qui ricordato, do\Tcbbe esser quel ser 



Coluecio Salutati, n. 




Dionigi di ser Giovanni di Tuccio di 
San Donato in Poggio, notaio fioren- 
tino, il quale del 1 384, essendo « scriba 
« offitii dominorum priorum «, chiese 
ed ottenne un coadiutore nella per- 
sona di ser Tommaso di ser Francesco 
Marchi, tenuto calcolo ch'egli era « ad 
« senium iam declinans et in certis 
(cpartibus aliquibus senium defectivis 
« qualitatjbus iam preventus » (Arch. 
di Stato in Firenze, Riforma^, n. 74, 
e. 2JI B, 3 febbraio 1383 s. f.). Di 
lui nello stesso Archivio si hanno 
due protocolli (n. 75, a. 1366-1403) 
e molti documenti nel Diplomatico. 

(}) Anche la lettera del Cucci, 
come quella di maestro Feltro, era 
stata provocata dalla risposta del S. a 
ser Antonio. 

7* 



TO^ 



EPISTOLARIO 



riffatto terrore è rcntiaiii cxliìbere. hoc quidem timore credunt demones, quo- 

proprio de' demo» 

ni. niam unus est Deus, et coiitremiscunt; hoc timore, post trans- 

gressionem divini precepti primi parentes, cuna audissent vocem 
Domini in paradiso deambulantis ad aurara post meridiem, 
abscondit se Adam et uxor eius a facie domini Dei in medio 
Ugni paradisi ^'^ ; et quicquid timore divini iudicii ubicunque le- 
gimus esse factum ; ut iam non sìt iste timor principium sapien- 

e fhiMo dej pec- ^q^ ^^jJ ìnsìpientìe peccati ; nec consiliorum spiritualium, sed 
Poiché Dio non camalium. nec putes, cum dixit Deus: nolo mortcm peccatoris, 

riaparmja 1« rit» • / \ i i i • • 

àe'f^ccAion, pur sed Ut convertatuF et vivat^'J; de hac morte resolutionis, per io 

volendone U con- 
versione, quam anima a corpore separatur, ìntelligcndum esse, sed de 

morte illa secunda, qua damnati perpetuo cruciantur. an noluit 

Deus Petrum mori, qucm ab Urbe manyrium effugientem ìncre- 

puit respondendo: vado Romam itcrura crucifigi?^»^ an noluit 

Deus, ut ad peccatores veniam, Dathan, Abiron et Core; quos, 15 

sicut sacre littere testantur, disrupta terra sub pedibus eorum et 

aperuit os suum, devorans cum tabernaculis suis et universa 

substantia eorum descenderuntque vivi in inferno opertì humo, 

perire ?^*^ si Deus, ut tu ipse fateris^ ubique est; sed, ut tuis 

utar verbis, alibi pestem, alibi excidia, alibi intestina certamina, 20 

alibi incolumitatem, alibi prospcros successus, alibi iranquiUita- 

tem et requiem secundura exigentiam mcritorura insto iudicio 

non Je«i confidare distribult ct compcnsai; tu quis es, cui fugienti putes Deum vi- 

in una imratriuu . • • t i -v i 

iBduJgenM. tam islam prò mentis indulgere ? si hoc senùs, mendax es, et 

veritas non est in te. oam, ut inquit Apostolus: si dixerimus 25 
quoniam peccatum non habemus, ipsi nos seducìmus et ve- 
ritas non est in nobisfs>. quin imo istud putare vcl credere, 
maxima superbia est et mendacem Deum facimus et verbum 

2. U omette Deus 3. W G^ audivluent 4.. Af' G^ dcamb. in par. 10. L' tìv. 
et conv. ij. \f G> voluil 13, SP martirum corretto in martìrium U cffugiendo 

corretto in efrugientein 14. L' in tem 15. U Thore 16. .W reca due volte testantur 
17. A/' G' aperiens - devoravit 17-18. L' aniversam substaniiam 1 8. hP viri 24. & ttx 



(i) Getus. HI, 18. 

(2) Cf. IOANN. XII, 40; MaTTH. 

XIII, 15; Ada Ap. XXVIII, 27. 

(j) Cf. Martìrium b. Petri 
apostoli a Lino epìscopo con- 



scriptum in R. A. Lipsius, Acid 
Aposi, apocrypha, Lipsìae, 189 1, p. 7, 
cnp. VI. 

(4) Num. XVI, 27. 

(5) IOANN. I, 1, 8. 



DI COLUCCIO SALUTATI. 



roy 



eius non est in nobis ^^K famosissima sententi a apud philosophos 
gentiles fuit et precipue stoicos, omnes homines stulios esse, 
cura nuUum vidcrent tam exacte virtutis, quin in aliquo non er- 
raret. stultos enim volebant, qui virtutibus derelictis post erran- 
5 tium viam sensuom deviabant. quod cum ita sit, cumque non 
sit qui faciat bonum, non sit qui faciat usque ad unum ^*\ ab 
omnibus et ubique expectandum est Dei iudiciura et ttmendum. 
nec cxedas divine dispositionis fatum, quod ab eterno vite spa- 
cium cuillbet ordinavit, posse fugiendo medicinis aut humanis 

IO invcntionibus commutali, et si aliquando iactent se medici fu- 
gasse mortem aut vite terminum prorogasse, secundum suas in- 
ventiones loquuntur. fixe quidem Deus quemlibet mori permittit 
solum quando moriturum ante seculum ordinavit. nec sum adeo 
demens, quod ex Dei providentia aut ordinatione credam neces- 

15 sitatcra futuris contingentibus adici, vel liberum nostre volun- 
tatis arbitrium in aliqua necessitate versari. sed ea que nobis 
et ad DOS relata contingcntia sunt, si ad immobilem cuncta re- 
gentis Dei ordinem referas et immutabilia et certa sunt. quid enim 
ante secula providit Deus, nisi quod futurum esse decrevit ? de- 

20 crevit tameo omnia futura secundum qualitates suas; voluntaria, 
scilicet, futura voluntarie, contingenda contingcoter, necessaria 
necessarie, quid autem ad id, quod de Ezechia rege, cui quin* 
decim ad vitam annos Deum legimus addidisse, videris obi cere, 
dicam, nisi quod beatus Gregorius, in principio .xii. libri Mora- 

25 lium super lob, spiritu divino ministrante, respondit? cum 
enim dixisset : statutum quoque est homi ni (scilicet quantum in 
ipsa vita mortali temporalitcr vivat), sic inquit: nani etsi an- 
nos .XV. Ezechie regi ad vitam addidit omnipotens Deus, tum 
eum mori permisit, cum eum prescivit esse moriturum <'). et 

50 subdit paulo post: sed per prophetam Dominus dixit quo tem- 
pore mori ipse merebatur : per largitudincm vero misericordie ilio 



Tutti infitti ria- 
mo macchiiiti di 



qui tuli eipotti ai 
colpi JellÀ divina 
▼codetta. 



La mone ao* 
praggiunge al mo- 
mento prettaUii- 
10, 



benché dò che può 
parer a noi con- 
tingente iia per 
Dio immutatale e 
Aiso, 



come prova 1. Gre- 
gorio nei Morali. 



1. M' G-* in nobis non «i 9. M' vel med. aut G' vd roed. Tel la. L' pcrminat 
14. C prtidentia corretto iti providentia m. M' necessario 31. hP G' largiimeni 



(1) IoANK. I, IO, e a p . X I V I o b , cap. II, S 393', In 

(a) Psalm XIII, I, 3; LII, 4. Opera, I, 986. Il testo nella stampa 

(3) S. Grec. Libri XII moral. in è qua e là diverso. 



T08 



EPISTOLARIO 



cum tempore ad mortem distiilit, quo ante secula ipse prescì- 
È inumino poi yìt f'\ dcìndc. Ut quc subocctis attipigam, estne humanissìmuin 

rifiulu' a! morti i . 

SLrud"'''" '""^ mortuos fugere et tiinere quod videas mortuos sepeliri ? quanto 
hutnanius est extincios ad sepulturam querere et huic operi pie- 
tntis intrepidis mentibus operam indulgere, cum precipue de 5 
Tobia legamus: quando cum lacrimis OFabas et scpeUebas mor- 
tuos et derelinquebas prandium et mortuos abscondebas in domo 
tua et nocte sepeliebas, ego obtuli orationem tuara Domino, quia 
acceptus eras Deo (^\ videsne ìn angelico verbo quantum sit 
apud Deum quod tu et alii fugitis, mortuos sepelire? ut non sic io 
facile pronunciare debeas humanissimum esse fugiendo mortuos 
evitare, nam et mortuos fiere tibi non veto, dummodo sempcr 
moderationem adhibeas, ut extorqueat lacrimas miseratio pia et 
miseri cors pietas, non languor, non pusilanìmitas, non mentis 
mollicics et egritudo. deniquc quasi verborum sonantium stre- 15 

• le * vero che pitus veritatcm possit astruerc, conaris asserere quod mortem 

proprio sili deeli . i • • • • mi ■ i i 

aomitii temere 1. noH timerc stultissimum S!t, tragicum illud adducens: 

morte. 

Et mortis domìnus timuit mori (3). 

quod si de Plutone, ut intellexit poeta, forsitan sentias, cum 
ìpse, sicut ceteri, de diis gentium non aliter quam de homini- 20 
bus sint locutì, et non solum ut de hominibus, sed ut de vitiosis 
homi ni bus, iam tecum non contendam, scio quidem et te et 
pene cunctos homines mortem, ut asseris, formidare. sed si de 
aoa è possibile CHristo vcUs, Qula vidcatur orasse patrem, ut ab ipso calix re- 

ammetter ciò dcUa ^ ^ '^ ' * 

movcretur, mortem timuisse, sentire, acdpe quid de hac re te- 25 
neam. Christus quidem mortem non timutt, qui venientibus ad 
eum capiendum volens occurrerit; qui cum unico verbo prostras- 
set eos, poruit mortem leviter evitare; qui proditoris sui sciens, 
in quo tradendus erat acceperit osculum, quique insanienti Petro 
preceperit quod gladium ìn vaginam converteret, dixeritque: ca- 

6. A/' G^ orab. cum facr. la. L' sopcT i6. U posa. ter. aa. SP omette el dopo 
te C et lecum pene i^. U patr. or, 17-38. L' cor proatr. aq. L' ob«c. «ccep. 



diviniU, 



(i) S. Greg. op. e loc. cJt. e. 987. 
(2) ToB. XU, 12-13. 



( j) Sen. Trag. H e r e . F u r . 569 : 
il testo K pertimait », 



DI COLUCCIO SALUTATI. 



109 



Hcem, quem dedit michi pater, non vis ut bibam ? f*^ an pu- 
tas quia non possum rogare patrem et exhibebit michi modo 
plus quani duodecim legiones angelorum ? t*> ut quicquid Christo 
tribuant ìgnorantes, videamus ipsum mortcm non timuisse, quam 
5 sponte subiit, et quam etìam multi seculares homines et pagani 
proceres et pene concti christiani martyres non timuerunt. onde 
et notanter orans dìxit: pater mi, si possibile est, transeat a me 
calix iste^'^, ad discretioncm adìciens iste; ut a se vellet non 
calicem, sed illum calicem removeri, diligens scilicet carnaliter 

IO populum, qui ipsum crucifigere satagebat; quasi diceret : mortem, 
quam isti parant, dolens super eorura peccato, cupio removeri; 
non volo mortem, ad quam recipiendam prò salute cunctorum 
veneram, evitare, sicut de Scipione legimus, qui cum audisset 
in somnio sibi a propinquorum manibus mortis periculum immi- 

15 nere, dictante Cicerone, subiunxit: hic ego, etsi eram perterritus, 
non tam mortis metu, quam insidiarum a meis f<^; ut simili modo 
loquendì videatur Cliristus peccatum ludeorum, non mortem» 
quam suscipere vcnerat, abhorrere. sed quid in hoc moror, cum 
tota philosophia solum de contemnenda mone disputet, et ille 

20 demum, ut Seneca vult, bene vivat, qui mortem didicit non ti- 
mere?^»^ non dicas igitur frivolas rationes, quas videas incon- 
vellende veritatìs radicibus esse subnixas, sed potius tu et alii, 
qui Dei potentiam ad urbem unam contrahids, vosmet, ventate 
cognita, deridete, et que ad euodem ser Antonium sccundo loco 

25 descripsi, quorum copiam te scio babuisse, curiose discutitc, sicque 
facile videbitis in quanta mentis cecitate tu et ceteri, qui metu 
mortis ftigitis patri;un, maneatis. vale Felix et mei memor. Flo- 
rcnrie, vigesirao quinto septembris, septima indictione. 



poiché Critio non 
ebbe più» tli mo- 
rire, 



nit tenti del reno 
(•I timore Scipio- 
ne, 



anzi ad insegnare lo 
ipretto dell» mor- 
te mirA tempre la 
filosofia. 



Lo eaoru infine 
a meditare i luoi 
scritti anteriori 
sull'argomento. 



I, M' G' aggiungono illara dopo bibam a. M' G' aggiungono mcum dopo pntrem 
6. nonj M' G' ne uliquam 7. Af G' omettono et 25, Af' G' l>ab. «rio 7(^. M' 

C cec. rncnt, 28. L' omcttf l'indiatone. 




(1) IOAKN. XVIII, It. 

(2) Matth. XXVI, 53. 

(3) Matth. XXVI, 59. 



(4) Cic. De repuhl. VI, 14. 

(5) Cf. £/». ad Lue. rV, 4; CXI, 
4 &c. 



no 



EPISTOLARIO 



XXI. 

A VL^ESTHO Feltro da Sant'Arcangelo ^^\ 

[CoJ. della Capitolare di Zeìtz, n. 51, e. 72B.I 
Coludus ad Feltrum tic Sancto Archangelo. 



RATER optime, litteram interclusam, ut vides, tuo sub nomine 5 
inserì ptam mirabundus accepi, nec miclii persuaderi potest il- 



Firense.as (?j »«- 
tcTnbrc i)8j. 

Rimanda • Fel- 
tro l'epiiloU che 

eosiui gli «»cv« lara tuum fuisse d(ctaiiien. nam, ut a coniunctione positioneque 



diretu 



6. Cod. persuadere* 

(1) È questa la risposta che ne!- 
l'cpistola precedente il S. afferma aver 
fatta air impertinente cantafavola ar- 
recatagli da ser Lorenzo Cucci; la 
quale, non registrata da Coluccio in 
veruno de' suoi copialettere, farse per- 
chè gli parve troppo vivace, ci venne 
fortunatamente serbata da un prezioso 
ms, della biblioteca Capitolare di 
Zeltz, sul quale cf. Fedor Bech, Vtr- 
leichniss àer alt. Hss. m. Diuckc in dcr 
Dornherrcn-Bibliotbek ^u Zciti^ Berlin, 
1881, p. 24. Chi maestro Feltro si 
fosse non posso con certezza aHt-r- 
mare; ma stimo non allontanarmi dal 
vero congetturando che egli, chiamato 
qui « regio cancelliere », cioò a dir 
principesco, e dottor di leggi, fungesse 
da segretario di qualche signorotto di 
Romagna e, più precisamente, de' Ma- 
latesta. M' induce in codest'avviso un 
viglietto, che alla presente epistola va 
innanzi nel citato cod,, diretto a Feltro 
stesso da P. Turchi, e datato sempli- 
cemente « in atrio « ; il che dimostra 
come entrambi, parecchi anni dopo 
però, vivessero, se non sotto lo stesso 
tetto, nella città medesima, la quale 
non può essere altra da Rimini, dove 



il Turchi del 1400 crasi recato quale 
cancelliere di Carlo Malaicsta. Ecco 
il viglietto, che mi par utile produrre 
in parte a complemento di questi 
scarsi cenni sul maestro romagnolo: 
u Gloriose facundie celeberrimo 
« vati magistro Feltro de Sancto Ar- 
« changelo, patri et domino meo a- 
u mantissimo et optimo. muiavit, c- 
« depof, inclite vates et eloqueocìe 
a magistcr insignis, tuì suavissìmi le- 
« poris ingenium fons abcrius, qui a 
« sede tui sacraiissimì pectoris ìnde- 
« sincnter emanai, nani, ut verum fa- 
H tear» decreveram me sevi Cupidinis 
» ardoribusnon torqueri ; expcrtus ete- 
ff nim quoi languores molles fiamme 
« cect furoris iniciant, que menteni 
« cflcmtnant, virtutem floccifaduni ei 
« aiirahentibus pestiferisque blandi- 
« mentis omne virile robur cnervant. 
«ai nunc, mutato iuJicio, quod prius 
« dissuadcbat ratio scaturitntcs orna- 
w tus tue gloriose facundie suaserunt. 
« nempe epistola tuaTullianororequod 
a ferme sopitum est et inane ab imis 
« {eoa. unis) radìcibus sacrum et grave 
« revocavit incendìura et illud mihi de- 
« duxil in placìtum quod prius sutnme 



DI COLUCCIO SALUTATI. 



Ili 



littcraruni, in quibus orthographie ratio desideratur, incipiam, non non sapoKiasi in- 

^ ' durre t riiencfU 

possum credere de fonte ilio tue eloquentie, qui cutictarum scien- »"• 
tiarum et precipue grammatice atque rcthorice tum regulis tuna 
doctrina tum liabitu facundissimus es, tot in scribendo prorsus 
5 intolerandos errorcs et .scribcndi ignorantiain processisse. et ut peri^rtriuimier- 

* roti ili grammttica 

aliqua graviora, infinita quidem sunt, adnotem, quis patiatur a tuo ]^^'^SkK*^ dì 
examine dimitti epìstollam, geminato l, morbi choloxam t" ^"r.n<kJr" "^"^ 
per choet x, connessam per geminuni ss, e Mudo per 11 
duplex; et, quod summe vìsum et aurcs offendit, iaculi at 11 

IO in sue scripture serie combinare ? quis non indignetur puxsil- 
lanim itati per x et 11 duplex, sybpeditare per b, cbona- 
tur per eh scribi, stimulloque 1 alterum assumpsisse ? quis 
non irrideat conpunctus sine e, eludi tur, ut iam incipiam 
singulis suam reddere regulam, peri duplicaium, prefixì per s, 

15 vi per y, maluni, in quo scriptor multus est, per 1 geminum, 
n ullaten US per 1 simptum, maculari per eh et duo 11, Her- 
culis sine h et li duplici, appositum per unum p, lacus 
per eh et in genere raasculiiio, ex t eros per x et s, lauda- 
bile per binum 11 , carbasa per eh, een tcsim o per x, con- 

20 fuse per x, terre motibus per solum r; dextre per s, 
muliercula per unum et alterum 1, accusabor unico solo e, 
latrunculura per eh, proficisci per duplex ss, dessidi- 
bus, sic enim scriptum est, qood quid importet nemincm scìre 
arbitror, per duo ss, hi storiographo sine h, e fficacius per 

i.CoJ. ne .^. LoiÌ.ef>t 7. Codf. epistolam 11 . Coi. suppeditare t-}. CoJ. con- 

punius - clludiTur 15. Cod. vy - tnallunt 16. CoJ, nulatcnus per f - machutiri - erculHs 

17. Cod. apo&itum - lachu& 18. CoJ. cxBtcro» - kudabillc 19. Cod. carbusii «* /' li 

X '« 

in interlinea • centensimo 20. CoJ. terrae , il primo r apunto -dextre ai. Cod. raul- 

UercttUi • acasabor 33. Cod. btrunchalum • proficis&i 34. Cod. istoriograpo -effichacios 



«dispUcuii. et quem non delectet, 
« quis non sequacur quod veneranda 
«f sublimitas tue senectuiis elegit ? 

« prospice tamen quam male 

« conveniant ctati et professioni tue 
« iacula Veneris. incertum ctcnim 
« vulgus, aura veloci mobilius scmper, 
■ obloquitur, confercns iniqua iudicia, 
• cave itaque, pater optirae, ne quod 



«f te virtuosum arripuit in Fiori- 
p n a m ^ aput illos appeiitus illecebris 
w cogitetur nepharie voluptatis. om- 
« nium turpissimum est in sapiente, a 
« quo dcbent omnia moff erate consli- 
a tuì, dissolutum aliquod et virtuose 
n racionis iraraoto decreto contranum 
« cogiiari. vale, in atrio, octavoydus 
«( aprilis. Turchus". Cod. cit.c.59A. 



eh, deduxisset per xs et in ultimìs per unum s, provinciis 
per t, adnotatis sine d, ea ndem per m, intra per d, quo- 
lidie per co, et alia infinita que sequumur ? tedet enim per 
cuncta discurrere, que contra granim:itice precepta ille describii. 
dcniquc stilus iUe redoletnc aut regìum cancellarium aut iuris do- 5 
DKchèicHinjr. ctum aut maei.struni Fcltrum? non certe: stilus quidem obscu- 

uota Korrctu Don ^ » t 

può tpparteaergu, rigsiuie sentcntic, cianans eloquentia, que potius ìnfantia dici 
debeat, et de qua quod Seneca de Mecenate retulit, dici merito 
possiti vide cloquentiam ebrii bomìnis, involutam et errantem et 
licenrie plenum ^'^; et quod paulo superius dixerat: abrupte sen- io 
tentie et suspitiose, in quibus plus inLctligenduni sit, quam au- 
diendum <'\ invitus et tristis hec scribo; noUem enim alieni 
nocere, sed grave michi est tibì nugas, a quibus alicnus esse de- 
beas, ascribere, et me stilo temerario invectionis accersitum. sed 
ilr^ rlùi^fT'è 1"'^ illum, quicumque sit, insani capìtìs hominem et tibì et raichi ij 
pr^umuM*©**,^! invidere puto, vide Utteram illam, ut in ipsum, si quid meruerit, 
""""* auctorìtate domini tui debite seviatur. respondissem libenter, sì 

mercrctur, si non insaniret, sique se, non dicam michi, sed tibi 
intelligendum prebuìsset. tu vale, mi Feltre, et nebulonem iilum 
elude. 20 

XXII. 

Ad Ubaldino Buonamici ^^\ 

[L', e. 151 a; M\ c. ?9b; G*, c. 39 b; R', c. 27 b, mutila.] 

Domino Ubaldino priori Sancti Stephani. 

)o o«obrr'.,s3. /^^yw vidissem, frater optime, epistolam tuam multis eloquentie 25 
Giunc* nelle «uè V^ florìbus sentcntiarunique lurainìbus exornatam, quam sub 

mani rcpiitoU di- ' ' t 

S'firu^ ^''*''"''*' trium articulorum divisione compositam ad eloquentissimum pa- 

i. CoJ. deduxsiset - provinttift,- H t per correzione da e a. Cod. anorati» - eflmd«m - 
int'a «l d - cotidie 4. Cod, omette que • ille e dà d^^»cribi 7. Cnd. manus 8. Cod, 
Muceiuce 19. Cod, con prcb. 34. Coiì L' ; M' C R' Ad domìnum UbAidinum 

prtorem S. Stephani 23. \P C luam cp. 

(i) Sen. Ep. Ub. XIX, ep. 5, 4-5. (5) Intorno ad Ubaldino di Cambio 

(2) IbiJ. I. di Buonamico Buonamici, dopo il 



trem meum dominum Franciscutn Bruni, gloriosum summì pon- 
tificis secretariura, destinasti; aliquandiii mecum dubius reputavi 
deberemne ad illam litteram respondere. et ne scriberem dua- 
bus maxime rationibus persuadebar. videbatur enim incongruum 
quod ad ca que ad alteruni scripta sunt responsionis oiius assu- 
merem et ìrrequisitus contra per te scripti dìctarem. addcbatur 
insuper quod, licet contra me scribere videreris, plura taracn prò 
ventate, cui nitor, astruxeris, ut ea altioris indaginis studio pon- 
deranti prò mea sententia videantur, licet ionuas contrarium, 



e. Af G utraxerìs 

Salvini (Catdl, cron. de* canon, p. 25, 
n. 246) ed il Mehus (£/>. os:ia raf^on. 
di m. Lapo da Casligl. p. xxxv) ha 
messe fuori molte notizie il Gherardi 
nella prefazione al Diar. d'ation. fior. 
p. 229 sgg., alla quale rimando i let- 
tori, pago di aggiungere qui talune in- 
dicazioni che compiono e correggono 
m parte quelle dcireruJito fiorentino 
Ricorderò cosi che il primo documento 
in cui apparisce nitore il Buonamici, 
è queiratto del 2 aprile 1364, con cui 
gli scolari in diritto canonico dello 
Studio fiorentino eleggono in lor pro- 
fessore d. Giovanni abbate di S. Sal- 
vatore, ove Filippo Gianfigliazzi non 
venisse a coprire la cattedra offertagli ; 
Ubaldino sì sottoscrive già priore di 
S. Stefano a Ponte ; Statuti della Univ. 
e Studio fior.^ App. par. n, p. 298. 
Del 1J75 egli appancneva alla curia 
romana in qualità di uditore del car- 
dirul Morinense (Robcno di Ginevra?), 
e quando ritornò presso il suo signore 
dopo un lungo soggiorno in patria, 
provocato da certi incarichi affidatigli 
dalla SigDoria, questa fé' scriver in 
di lui favore, cosi al suo padrone come 
al cardinale d'Albano, caldissime let- 
tere, dove, fra altro, è chiamato « vir 
|quidera eloquio floridus et opere 
fcircunspectus, morum veoustate cla- 
« rus ac fide sincerus, sermone verax 
« factisque cfficax et fidelis, et denìque 

Cobtccio Salutati, |]. 



rimue dapprinM 
io cerio %e napon- 
itergli ; 



non cueodo U let- 
tera a lui inJirìz- 
xata e confcrmaa- 
do gli argomenii 
in «SA arrecati 
uuella sentenza che 
lo »crivente pre- 
tendeva distrug- 
gere. 



ff talis quod ei saarum virtutum me- 
«ritis omnium honorum incrementa 
« debentur » ; Arch. di Stato in Fi- 
renre, Miis. reg. 16, e. i j a, jo agosto. 
Sia vero o no quanto racconta nel 
suo Diario l'anonimo sulle trattative 
di pace intavolate dai Fiorentini con 
Gregorio XI nel giugno 1377 (p. 333) 
e sfumate in seguito alle arbitrarie 
promesse del Buonamici, certo si è 
che i Fiorentini non tolsero a costui 
la loro benevolenza; come ne danno 
prova le lettere premurosissime, che 
del 1580 scrissero per raccomandarlo 
a certi cardinali; arch, cit. Miss. reg. 
19, e. 13 a; « DD. Francie, Pa- 
« due » ficc, 16 giugno. E siccome 
di lui» che recavasi di nuovo presso 
il pontefice, si servirono anche nel 
1385 per caldeggiare gl'interessi di 
due chierici, loro concittadini {Miss. 
reg. 20, e, 99 D : « Pape », 3 1 agosto), 
e la domanda fatta da frate Lodovico 
Nerli per essere conventato in teo- 
logia (Affjj. reg. 20, e. 13 1 b: « Pape », 
21 novembre), cosi non mi paro punto 
da mettere in dubbio, come sembra 
invece al Gherardi, l'affermazione del- 
l' Ughelli (Italia sacra, 1, 627) che la 
Signoria si maneggiasse presso il pon- 
tefice nel '91, perchè Ubaldino fosse 
eletto vescovo di Cortona. Sugli ul> 
teriori suoi casi veggasi del resto 
lib. VI, ep. XX. 

8 



i 



114 



EPISTOLARIO 



Pkire il duidcrìo 
di toglierlo ilal- 
l'errore trìonfò dì 
ogni scrupolo. 



Ei difcflderi dun* 
quc le proprie opi- 
nioni, che, foudatc 
come tono tutla 
ventA.non temono 
confutuioni ; 



e prìnu djmoitre- 
ri citer fotii* fug- 
Kire I luoghi in- 
reni, poicb* Dio 
ab eterno h« tt«- 
bilito dove, come 
t tmtndo Ognun 
debba morire. 



militare, sed cum humanum sit amicorum erroribus compati et 
ut in veritatis lumen de tenebris eruantur adnìti, ut super bis 
que seri bis aperiam, licet forsan presumptuose, quod sentio teque 
puulisper devium reducam in viam et ad verìtatein aditum cunciis 
pandam, calamum contìnere non potui, quin ad asserendam ve- 5 
ritatem, quam frustra conaris evellere, non flectatur. parce tamen 
si alicubi forsan mordacior esse videbor. non enim possura sine 
stomaco loqui, cum videam tot contra veritatem, licet inanes, 
calumnias reperiri. principio taracn unum admonuisse vclim, quod 
ea que quasi prima facie rcprehcnsurus inconvincibìlìbus argumen- io 
tis vestita tibi visa sunt, postquam piene discusseris, niedullis 
ijitrinsecus patefactis, secunda fade videbuntur ìnvicta. habei 
enim hoc veritas, quod quanto magis excuti tur, magis appareat et 
in sue vivacitacis splendorcm clarius elucescat. nec puto, ut tibi 
et opinioni tue blandiendo preludis, illa mea, que dicis eloquenter 15 
prolata, cum ad iuris examen venerìnt erubuisse, que se sciant in 
in convulse veritatis solidum radicasse, nec malleum fugiunt,quo 
se non sentiunt concuti, cum sciant minime posse cum flindamento 
veritatis crrari, nec promentium iura patrum aut aciem theolo- 
gorum exhorrent, dieta quorum reverentcr adorcnt, utinam, vir 20 
egregie, si aliquid contra cuncta regentis Dei ordinem appetendum 
est, per te dieta constarent ! validius quidem esscc genus humanum, 
qood sibi posset vitam fugiendo locum divini iudicii prorogare. 
Et ut aliquando tres tuos articulos planiore ratione dearti- 
culem, primum, contra quod niteris, mee sententie fundamen- 25 
tum est quod Dei providentia cuncta disponens ab eterno pre- 
vidit et ante seculum ordinavìt fixe atque immobiliter ubi, 
quomodo et quando cuique morìendum sit. et ut plenius quod 
intellexi depromam quam tu attiogas, et dixi et dico fugete 
locum pestis, ut murtem evitcs, non cautionem, sed insaniam 30 
esse, ex quibus coroUarie videris infcrrc, quod necessario con- 



I. W C^ L* minitare /?' co(np«raTi 2. R' in luogo di de pone et , ^oi adiotì et sapcr 
3. A/^ C R' quid 7. M' C omettono «ine io. U omette que ^f' G' R' repr. 

prima fiide M' tnconiunfcibilibus 14, R' clucencat. et infra &c. e gui si arretta in 

etto rtpiitola. M' 0' pule* 15. U br«ndicndu 16. U probità M' G' ex. iur. 

17. L' infuglunt 19. L' errare 27. U àcciiudum 31. Z.' videbk ni forte 



DI COLUCCIO SALUTATI. 



"5 



tingentia vcniant me sentire, in hac igitur re sì queram undc 
libi veniat ista suspitio, nescio si ex liis que posili tantam 
aiuentiam quantam michi videris imponere, possis quomodolibet 
demonstrare. ari quia Deus cuncta ab eterno fixe previderit neces- 
5 sitatem arguis fuiurorum ? bic tuìs rationibus utar et ad te fe- 
riendum tuuni teltiin accipiam. dicis enini quod, licer divina pre- 
parano vcl prescicntia falli non possit, non tamen sequttur quod 
ca que sunt predestinata vel prescita de necessitate proveniant, 
quia necessitas non refertur ad eventum rerum, sed ad prescientie 

fco divine niaiestatis intuitum. hec pene verba tua sunt: sententia 
tamen integerrime tua. quod cum ita sit, licet immoMlitatem 
illam referam ad divini numinis providentiam, cut eam coniungis 
eventui libero futurorum ? si nichil aliud dicere vellem, iam satis 
de hoc primo articulo, sicut promisi, dearticulatum esset, ut, stante 
raea sententia, te ipso teste, nichil miclii tecum controversie re- 
Unquatur. verum, quia multa dicis que hanc tuam et mcam sen- 
tentiam convellere videantur, incipiam quedam tua disceptando 
discutere, ne male ìntelligendo possit tuorum scriptorum lector 
errare, pervcrtis enim in subsequentibus, contradicendi studio, 

20 totum hoc quod vere et catholice premisisti. vidcns enim que 

dixeras prò dictorum meorum veritate pugnare, immediate sub- 

iungis quod, sicut in speculo materiali apparet res que ei oppo- 

Itur, et non apparet si non opponatur, sic in speculo visionis 

terne, deinde ptanius te declarans dicis, quod, sicut necesse est 

J55 aliquem ambulare cum ambulat, sic, quantum est de parte ipsius 

speculi, necessario eveniunt ca que, quantum ad suum progressum 

ultimum, apparent taoquam presentia. hec inter alia de tuis di- 

ctis excerpsi. sed o pessimam comparationem, sive, ut vcrius 

loquar, o similitudinem pessime comparatam, o verba veneni piena ! 

30 credisne, Ubaldine carissime, quod existentia futurorum necessita- 
tcm ponat in Deo aut quod divine prescientie causa dici possit? 
absit a viro docto, absit a viro catholico tantus error. Deus enim 
est necessarium quoddam a nullo necessitatem accipiens. non 
enim esset Deus principium illud quod credimus sine principio. 



n che non caui- 
T*le però 4 Jlre 
che fi debita rite- 
nere neceiMrio ciò 
che i coaiingcnie. 



o neppure che àtl- 
r eiineii'iit Jellc 
cote future l'inge- 
neri alcun* oeces' 
liti in Dioo derivi 
U pretcienu di- 
vina. 



5- bIc] L* nic 34. U omette «t 29. \P G* piena ven ja. hP dicto 



( 



11^ EPISTOLARIO 



L# eratture lut- SÌ nccessitatem aliunde, sicut sentire videris, haberet nec cre- 

t» furono, parche 

*^°M JoTt'ìk ^^^ ^^*^^ Deum futura scire, quia futura sunt; sed potius, ut didt 



conobb. pwchè ^jjyus Aurelius Augustinus libro ultimo De Trinitate, dicen- 



■lauM, 
conobb( 
foMcro. 

dum est quod universe creature et spirituales et corporales, non 
quia sunt ideo novit Deus, sed ideo sunt, quia noviL non enim 5 
nescivit que fuerat creaturus. quia ergo scivit, creavit; non 
quia creavit, scivit, nec aliter scivit creata quam creanda ('). licet 
ergo sit aliqua similitudo prescientie divine cum speculo, quod 
in ea cuncta futura reluceant, in hoc tamen maxima dissimilitudo 
est, quod in speculo materiali species ilie, quas ^demus, ex cor- io 
poralium rerum oppositione gignuntur, in speculo vero eterne 
et incommutabilis scientie Dei cuncta sunt et eo futura sunt, 
quia iani ibi futura sibi prelucent. nam, cum in Deo nil aliud 
sit sdre quam esse et essentia quam scientia, nam ipsa sdentia 
est actus et perfectio ipsius divine substantie, quam ab alio esse 15 
rìdiculum est dicere; sicut essentie, ita et scientie Dei; nec ipsa 
*• ^, **^*' ^""•* ^^^ aliquìd aliud causa est. nec putes me credere quod hec 
'^^^l^^'^m Jn^"^ut^^ìlis ordinatio et presdentia futurorum aliquam volunta- 
JSJ «*1«TJ! ^*^"^ nostris nccessitatem ìmponat, quas liberas et incogibiles esse 
»*.o*T*««o; j^^^j^ nescìo. sed, stanto libertatc arbitrii et contingeniia futuro- 20 
rum. possum velie iJ quod Deus me voliturum esse presdvit; 
potosi CI non esso quod conringens Deus futunim esse previdit ; 
sed lìScra mca volunate volam, ìicot no'Je possim. quicquid Deus 
mo volirurum osse cognovi:. ot i'.Iud contiagens, licer posset 
om-.v/ìo ^ìv'^n onso. omnino ras^en eri:, postquam sic funinim esse ^5 
IVus o!r.r.:po:ons oriinavi:: u: cuannini ad evitaniam monem 
.-.n-.'.'ìc:, cuv^J c-cr^:: 0: Cv^itan: hi. cc»nn-a c.:os ìnvehor, fìigi- 
::v'.. •/. jn.; v^:r.•.■:.^.^^ :\.ì;.: i<:a pon^noi:, p.^«:cu22a. lice: cpposinim 
osa: j\^sn;:. :a:v.o-^. lu^n alito: ^.:.^riruri s:=:-s C'^Lirr. ab etemo ca- 
tsjìsir.^o prov:N;::r. s::. ouii a-:cr.: r^a ".:'>er:is zrt'hri: cum hac 30 

'^•'^ * -..!...- 0I-* •■-•.•.-■.■ .-l'.v r n runra. nr Tcttrs&tc . rfcr fu 

..^wv...'. V , ve . . ,i*.-;t i> . ,.-..., .an ;b -Ji K*^ •." rmrasm* 

xi> i--.-. ,' iu.tr .a^i-p.- :i.ii \' . -..>^iir luilc rr ^^ J- ninv fMe 



N \,,. 



ur. \... n ;r .">.Vi. ^'III, lOJ^ 



DI COL UCCIO SALUTATI. 



117' 



questione, quam h.ibcmus, importet, non possum advertere. an 
in libertate nostra est et ipsum vivere et vite nostre terminimi 
breviare ? licet enim asciscendo mortem libera nostra voluntate 
possimus vitam abnimpere, ex eadein tamen libertate nequimus 
5 DOS in vite subsìstentia conservare, ex quo patenti ratione datur 
intelligi quantum ad vitam nostrani spectat, nielli! prorsus libe- 
rum arbitrium pertinere, quod in altera tamcn contradictionis parte 
videatur aliquid posse, nec immerito: sicut enim nostre vite prin- 
cipium a nostre voluntatis arbitrio non dependet, sic eti.-un ìpsa 

IO duratio, que apud iUum solum est, qui vitam nostrani potuit ac 
voluit inchoare. possumus, sicut alias dixi, bonam et mabm 
eligcre vitam: bonam scilicet iuvamìne gratie, raalam vero tum 
malicìa lum corruptione nature, sed, ut ad tua revcnar, illas 
comparationcs liberi arbitrii, quarum, cum tres spondeas, solum 

15 duas exequendo pertractas, ut verum libere fatear, adhuc nulla- 
tenus intellexi. aut enim prorsus nichil sunt aut ex tanta, sicut 
arbitror, altitudine sunipte, quod ad illas nequeam obtusa torpen- 
tis intellectus ade pervenire, quas, quia cum libero arbitrio non 
contendo, tibi soli relìnquam, sicut scntis et intelligis, explanandas; 

20 nec subtiliter, advenendum puto tres illas differentias terminorum 
vite presentis, quorum utinam in se subtilitas non frangatur! nam, 
ctsi naturales etprimordiales terminos forte possim agnoscere, quid 
sibi camales termini velint, imo quid prorsus sint, nescio cogi- 
tare, denique quid rcfert de carnali vcl naturali termino dicere, 

25 si primordiales, quos in Dei dispositione vis esse, ncque antici- 
pare valemus neque, sicut asseris, pertransire? ne tamen io illa 
lob auctoritate, quam posui, forte possis errare: constituisti 
terminos eius qui prcteriri non poterunt ('^; non credas quod 
preteriri solum prò transeundo velit intelligi; latìus enim pa- 

30 tet preterire quam putcs. nam qui aut citra sistendo aut 
ultra progrediendo aut in dexteram sim'stramve declinans, ter- 
minum non attingit aut apprehensum quomodolibet derelin- 



il quale DeU« prc. 
unte conirorersii 
QOD deve né può 
CMtn posto in 
questione. 



tebben Ubai ili no 
abbia voluto farlo 
in poco felice (na- 
niem. 



Spiega poi il 
passo eia addotto 
di GioM>c, 



y. AP G* tantum 
W U declina» 



29. U prò traos. sol. 31. M' G' progredien» L' dextrara 



(I) lOB, XIV. 5. 



1 



Ii8 



EPISTOLARIO 



mostrini. lo cuoic 
non f<o«]« l'uomo 
abbreviar il ter 
mine dell* proprU 

esistente ; 



e dichlnra altresì 
come Iji vìi* ton- 
servata ad Acabbo 



e>J il perdono con- 
ceaa» ai N mi viti 
foisero avveai- 
menti gii ab eter- 
no preve<!ati da 
Dio; 



quit, vere dìcitur terniinum preterire, in quo, frater carissime, 
sapientiam tuam requìro, qui cum, auctoritate patrìs Augiasdni, 
tuis Icgas in legibus neminem ultra terminum sibi a Deo pre- 
fixutn esse victiirum; tuorum canonutn tamen oblitus videris as- 
serere hominem posse vite lermìnum prevenire, nam si usqiie 5 
ad illam atomum<'\ que sibi prefixa fuerat, non venerir, suus ter- 
miuus omnino non erit; et licet possini, ut scribis, destinatum a 
Dee mortis mee locum liberi arbitrii vibratione deserere et or- 
dinntum mortis genus me aliter perimendo mutare, nec tamen 
foconi deseram nec aliter me occidam. ut quantum ad vite prò- io 
rogationem aitinet vel condngentiam futurorum, illa in partem 
alteram coniradictionis Hbertas atque facukas nichit plus tmportct, 
quam id quod omnino futurum esse non debet» nam, ut ea que 
subdis, non sinc m.iximo errore, quem in te miror et dolco, paucis 
attingam, credisne Deum immobiliter ab eterno non previdisse 15 
Achab regeni, qui per coniugis sue nefas, iniuste lapidato Naboth, 
vineam scelere possedit, quam pecunia haberc non potuit, nun- 
tiata sibi morte, quam tanto llagitio merebatur, penìtentiam, ut 
fecit, acturum et eum illius scntentie mucrone nullatenus ferien- 
dum? '^^ vidit profecto; nec ipsum totius illius rei series vel la- 20 
tuit vel fefellit; sed per prophetam nuntiavit ilH Deus quod me- 
ruit; dispensatione vero misericordie illud in Achab rege perfecit, 
quod ipso cuncta disponcns ante seculum cum assensu benepla- 
citi certissima ratione providit. de Ninive vero quid dicam, nisi 
quod Deus per lonam, non quod facturus erat, sed quod fieri 25 
corrupte civitatis mcrebantur vitia, nuntiavit ? sed etiam dicere pos- 
semus de Ninìve id quod propheta, Domino iubente, predixit ve- 
rissime consummatum. per penitentiam enìra subversa civitas vì- 
tiorum in urbem est reformata virtutum. lonam enim, in quo 
salvator noster fìguratus est, non subversìonem predicare decuit, 30 



3, L* aJco h. (.- utìitmum 

id M' C eis 19 eiim] U Cam 

m 36 U omette sed 



7. A/' possii \%. L* itlora 

C xontUuisce non a iiulbteiius 



13. C quod 
II. M' G' Deus 



(i) Coluccio usa « atomus », lem- 
minilc, dove sarebbe da adoperare 



« aiomum » neutro. 
(2) %^ III, 15 sgg. 



DI COLUCCIO SALUTATI. 



119 



sed salutem. non ertro commutabili ter, seti oranino fixe, ut ab «ìmuì è fon. cre- 

^ Jerx chv Dio prc- 

initio tu ipse testatus es, crcdendum est Dcum omnia prcvidere, *"* «?"' •="*• 
Ut si qua reperlantur aut ìn scripturìs sacris aut in sanctorum 
patrura oraculis, que mutationem aliquam in Deo videantur ar- 
5 guere, ad mellorls intellcctus expositìonem debeas tcvocììtq, nara 
et illud Ambrosi] : novit Deus mutare sentcntiam, si tu noveris 
emendare delictum <^'^; non de iam late scntentie mutatione in- 
telligendum est, sed potius de sententia, que foret, si delictum 
emendare non noveris, proferenda; quara lamen si latam Deus 

IO forte mutaret, ab eterno statuisset atquc previdissci eam non tlxe, 
scd revocabiliter profercndam. sed, ut de tuis mauipulis aliquid 
coUigam, quo possim fugam nostrorum civium increpare: fare, 
precor, cum audisset Achab: in loco hoc quo linxerum cancs Dei re«oAc*b. 
sangumem Nabotli, lambent quoque tuum sangamem w; an pcnìieo*» 

15 illum locum ad Dei iudicium fugiendum rex perterritus evitavit? 
non certe, sed, cum hoc audisset, scidit vestìmeuia sua et car- 
nem suam cilicio operuit, ieiunaviique et dormivit in sacco et 
ambulavit capite demisso* et cum clamasset lonas: adhuc qua- 
dr^inta dies et Ninive siibvertetur, crediderunt viri Ninivite in e co»i fecero i 

rv • r • • • 1 • Niaìviti; 

20 Dommum et non fugerunt civitateni in divine voas oraculo rui- 
turam. sciebant enim non parietes et muros iram Dei, sed ipsos 
homines promereri. sed predicavcrunt viri Ninivite ieiunìum et 
vestiti sunt saccis a maiore usque ad minorem. et cum per- 
venisset verbum ad regem Ninive, surrexit de solio suo, et abiecit 

25 vestimentum suum a se, et indutus est sacco, et sedit in cinere, 
et clamavit et dixit in Ninive: ex ore regis et principum eius, 
dicens : homines et iumenta et boves et pecora non gustent quic- 
quam nec pascantur, et aquam non bibant, et operiantur saccis 
homines et iumenta, et clament ad Deum in fortitudine, et con- 

30 vertatur vir a via sua mala et ab iniquìiate, que est in manibos 

3. e ripete ut si qua lo. L* motare \ì. U preferendatn ij. U impetrare 
cane, f core, in increpare 16-17. */' C* op. cil. curn. suam t^. M' G' deis. cap. 

IO. U Ninivita corr. in NinÌThe 36. L' principium 28. L' p.i5CBtit 

(1) NcppuT colla scorta del De Ca- nelle opere del santo questa sentenza, 
RUsns, D. Amhroiii MilUoquitm, Lug- lolla forse da qualche scritto apocrifo. 
dum,MOLVi,non mi fu possibile trovare (2) Rtg. VII, 19. 



ito 



EPISTOLARIO 



mIi «««o i rari ri- 
fttu. 



• ■Mltlkip. 



gorlo lU Roma, 



rut«lcmmt, attor- 
«It* il mi»r|»o vi 
InfurUv* ' 



Coloro (Ite VI bri- 
llino illfanj» non 
Uniin p«nitcnu, 
nia ctrcami fviK- 
Ktntfo ili rtndartl 
jilà lUu la vht, 



corum <•>. hcc «unt vera vitande pesàs et divini iudicii sme dn- 
biutiooc remedia; hcc vclim cìvibus persuadeas tuis; hec velim 
▼ert>o predices, scripto moneas et esemplo confinnes; non quod 
tu et alti, quibus Deus dedit super aUos intellectum, fugam lau- 
detis, que remedium non est pestis; non quod vos ipsi fugientes 5 
in crroTcm turpissimum ignaros et simpliccs inducatis. die, precor, 
Ubaldinc carissime, die precor, an, cum sevissima pestis depasceret 
Urbcm, divus Gregorius Romam fiigit aut cìvibus suis fiigcre per- 
suasit? non certe, sed solcranes letanias insdtuens, ad miseri- 
cordìam oranonibus et iciunìis Dcum flcctere procuravit; nec territus 10 
fuit ncc ab inccpto discessii, licet, dum populum secura ducerei, 
de scquaci turba octoginta, sicut legiraus, expirassent <*>. ex quo 
et angelum meruit videre gladium recondentem et a misericordie 
Deo miscricorditcr cxaudiri <»>. et ipsc propheta rexque David an 
fugit locuni triduane pestis sibi per Gad prophetam, iubente Do- 15 
mino, nuniiatara et dcnium immissam ? an non potius ad ora- 
tiones et sacrìfìcia se convertens, aream, ubi postea teraplum a 
filio con.siructuni est, ciiiit et olocausta atque pacifica Deo immo- 
l.ivit ? et vidcns angelum cum gladio lerusalem invadere prope- 
rantcm, se htiniiliavlt in pulvere et in cilicio et se culpabilem atte- 20 
status in se et suos converti iudicium exoravit, sicque exauditus 
audivìt iussioncm ad angelum quod gladium cohiberet ^^\ vos 
auteni non in Deo, sed in falsis atque fiUadbus medicorum con- 
siliis atque viilgi desipjeiitis erroribus spem ponentes, Dei iudi- 
cium fugitis et fugiendo vitam vobis producere cogitatis. est 25 
aliquìd laincn sccunduui cameni viventibus fugere: letiores quidem 
vivunt, freqoentia funera non vident, muliebres eiulntus non au- 
diunt nec quotidie in amicorum exequiis occupantur. est hoc 
aliquid profecto, sed malum. quid enim aliud est illud lete vi- 
vere, nisi, sicut olim corvus ab arca dimissus, retentos in via non 30 

3. L* tvU pm. 4. W G* dtdit Dent 7. M* C omettono die precor ti. M* C 
•al per ntc so. Af (l' omettono in Jinaitp a cilicio X4. U deciplentis 30 L* retcntuB 



(1) loN. ni. 5*8. 

(a) Cf. Paul. Due. Vita Grtgorii 
ptp^ In S. Grkg. Op<Ti, I, 47, S9; 
e IOAMK, Due. l'ita Grtg. cap. xxxvti. 



XLi-xuv in op. cit col. 78, 80 sj 

(3) Cf. l'ep. xvu di questo Ub 
p. 9» 

(4) Reg, II, XXIV, 14-17. 



DI COLUCCIO SALUTATI. 



121 



cogitare de patria ? quid est frequentia funerura non videre, nisi 
cum niaxirao salutis eterne damno in oblivioncm nostre niorta- 
litatis adduci? quid est muliebrcs eiulatiis non audire, nisi com- 
miserationem in civium nostrorura dccessibus non prebere? quid 
5 est in amicorum exequiis non occupari, nìsi vivificantes opcras 
misericordie Dei, de quihus in ilio districto iudicio repetetur ratio, 
dcvitare? o fclices fugc fructus, o bellum mortis evitande re- 
medium, o res commendabilis et honesta, cum certus esse de- 
beas tunc te moritunim, cum Deus te finiturum vitam ab eterno 

ro previdii! et licet etìam vitare possis, tamen iliam aut Deus non 
previdit aut pcnìtus non vitabis. dectinande mortìs studio, et 
cuius mortis? certe tibi de oranipotentis Dei iudicio imminentis; 
patriam fugis, quasi melius sit, si moriturus non es, extra patriam 
vivere, sique moriturus cs, extra patriam expirare. sed quid 

15 ulterius contendo? plura quidem de hoc et, ut tu testnris, multis 
rationibus mìrabiliter pulcris astruere sum conatus; ad quarum 
unicam in secundo tuo articolo vellem aliqualiter respondisses, 
non agam taliter tecum, sed prò nunc illa, quam non reprehendis. 
disputatione contentus, ad ea que in contrarium adducere studuisti, 

20 ne tibi tantum errorem probasse videaris, breviter respondebo. 

Dicis enim exeraplo Christi, qui a facie Herodis fugit in 

Egyptum et a ludeis ipsum lapidare volentibus se abscondit et 

tempio exivit; ac ctiara exemplo Pauli, quem fratres per munim 

dcmiserunt in sporta, et utilem et coiiimendabilem esse fugam. 

25 ad hec ego : monuit angelus Joseph in somniis, ut accepto puero 
fugeret in Egyptum, et Christo lapidattonem fugienti non defuit 
vere sue divinitatis consilium, et Paulus apostolus, ad predican- 
dum gentibus reservatus, ut lucrifacerct eas, de sui hospitis con- 
scientia, Spiritus Sancti videlicet, ducebatur. vos autem quis an- 

30 gelus, quod Dei consilium, que Spiritus Sancti conscientia monet 
ad fugam? denique fugiebant ìllì horainum persecutiones, non 
divine maiestatìs iudicium: Christi quidem consilium est: cum 



e mettono in non 
caIc U tttutc dcl- 
i'antma per cu»io> 
dir quella del cor- 
po. 



Viene poi «Ile 
obblenoni motic- 
gli in secondo 
luogo ; e mostra 
come non si deb- 
ban addurre a di- 
scolpa Jc' fuggia 
»chi la fuga in 
Egitto oppur quel- 
la di s. Paolo: 



ubbidivano a divini 
contigli , soitraeu- 
dosi ad tjnunc 
persecuzioni, Giu- 
seppe < l'apostolo, 



hf G* funer» j. dorano] (P inno 5. Af C viviwnte» 6. SP G' 

otmettono Dei io. G' possim corretto in pouU 12. L' omette certe 14. G' 

rapinre corretto in expirare hP & aggiungono ego dofo quid 33. hf G* templam 
30. 1} movet 31. Ifi G* peneeutoret hom. 

CoiiKcio Saiutati, II. 8* 



122 



EPISTOLARIO 



costoro tentano in- 
vece evitare r ir« 
divitu. 



che li t gii allfv 
menti nuinifest«i« 
iremendA. 



ponendo < fronte 
U Chicu ed ì Fiu> 
reatini 



perche »i dlsirug- 
geuero reciproca- 
mente. 



£ la Chien ri 
nucchiò delle (tra* 
ti di Vaeatt e di 
Cesena, 



t» iwobbllc* eolla 
vendita dei ben! 
ecdcaiutici ; 



persequentur vos in cìvitate ista, fiigitc in aliam f'\ quis aulem, 
inquit precursor Domini, denionstrabit vobis fugere a ventura 
ira? et subdìt unicum iJlud reraedium: facite ergo dignum fru- 
ctum penitentie f*\ liic libet, me miscrum! tecum paulisper 
conqueri quod cum, ut in tertto lue narratìonis articulo pienissime 
deplonisti, Deus ipse misericors, miserator et iustus ad plectenda 
peccata mortalium tot nos flagellis attriverit et sine respìratione 
continue persequatur, nulli tamen ad Domìnum redierunt; nulli 
conversi sunt a via sua mala et ab iniquitate, que est in manibus 
eorum ^^\ vìdimus enim, quod maxime glorie duccbaraus, nos cen- 
tra malos Ecclesie officiales, defendende libertatis nostre studio, 
quam proculdubìo dominandt ambìtione subicere satagebant, bel- 
lum gerere et nos ad destruendum temporalem statum Ecclesie 
dìvinitatis eterne numen terribiliter suscitasse, quo bello quan- 
tum potentie temporalis Ecclesia araiserit, ad quantamquc nos 
impotenti ani ducti simus, prudentia tua, sicut arbitror, videt et 
horret; ut in peccatorum uitionem visus sit Deus iratus hec duo 
vasa concutere et ambo confracta in aborainationcm et vilipen- 
dium deìecisse. et ne bellum hoc hìnc et inde non constarci 
esse pcccatum, et tpsi et nos in penam adiecimus peccando pec- 
cata, illi quidem militibus suis Faventtam atquo Ccscnam, duas 
florentissimas civitates, diripiendas tradiderunt in predam: et nos, 
quod tu iuste conquercris, rcligiosissimorum progenitorum nostro- 
rum donaria revocantes, sacrilcgas manus ad res non nostras 
extendimus et de ecclesiarum dotibus fultam iniquissimis Icgibus 
fccimus auctionem, corapellendo cives per violentiam emere que 
non possent sine manifesto damno suarum animarura et con- 
scienti v reti nere (*^; cumque nec illos nec nos in tantam peccati 



7. A/' respira G^ respire (sic) omeUendo tioat 9-10. M' 0' omettono mala-corum 
IO. AP glorioin: 11. Sf 0' offic. Eccl. la. SP G' «rab, dom. /.' omette subicere 

14-15. G' qiuni. Eccleiiiie corretto in Eccle«ia 15. Af C pot. tcmp. atn. ed omet- 

tono DOS 17. A/' G^ ir*i. Deus 3i. G^ «iquidein corretto in quidem 



(i) Matth. X, 23. 
(2) Matth. ITI, 7-8. 
(ì) Cf. loN. IH, 8. 
(.t) Sulla rovina di Faenza e di Ce- 
sena e sulla vendita dei beai eccle- 



siastici, per la quale si eran istituiti 
nel 1376 de' nuovi ufficiali detti « dei 
« livelli », V, Gker.\rdi, La guerra de 
Fior. p. 99; Diar. d'anon. fwr. p. 232; 
Perrens, op. cit. V, 142 sgg. 



DI COLUCCIO SALUTATI. 



125 



b 



cccitatem demersos et lapsos penìtentia revocaret, penam iterum 
simul nobis addiJimus et peccata, illi quidem pulcerrimum Ec- 
clesìe corpus, tunicam iuconsutilem lacerantes, in inonstrum bi- 
ceps et horribile transformarunt, et erigentes in successione Cephe 
ac Christi vicariatu gcininum cornu, abomìnationem scismatis in- 
duxenint. nos autem quam crudeli certaraine, non solum in fabis, 
ut hactenus<'\ sed in ferro etiam et in igne cìviiia beila motibus 
seditiosis egerimus, nosti et nimium meminisse necessarium est. 
et utinam starent hactenus mala, ut in uiiìtaris soliditaie hec ci- 
vica pestis evanesceret! sed starei, fateor, si peccare puderet, si 
rediremus ad Deum, si, ut homines, erratorum peniteret: si non 
obstinads mentibus, ut diabolici spiritus, in Dei contumacia persta- 
remus. nam, licet tu, cupidiLite dicendi raptus, ornate magis 
quam vere scripseris, quod Dei cooperante gratia fugientes cives 
antiqua suarum animarum peccata vomuerint; quod utinam, ut 
asseris, factum esset! rei tamen huius signym aliquod non vide- 
mus. quis enìm, nisi forte moritums, vel parvissimo signo nos 
docuit estum ferventis avaricie minuisse.? illi, illi efFusissirai 
sumptus, quos tu eis, licet falso, glorie ducis et ad magnanimita- 
tem ascribis, omnibus ante oculos die noauque versantur et, 
quasi folles ad tgnem appositi, fomacem cordis scintillis vìvificatis 
accendunt et, ut amissa recuperent, cogunt iugiter cogitare, quis 
venenum dimisii invidie .> quis honorum tanta copta satìatus, ab 
ambitione discessit? quis se a suis voluptatibus scparavit.»* quis 
de Deo, fugiens, Dei iudicium fugisse putans, in iUls leus, quibus 
indulgebant, commessationibus, cogitabat? quis se ita proximo 
reconciliavit, quod sccurus dicere possit in oratione dominìca : 
dimitte michi debita mea» sicut ego dimitto debitoribus meis? 
non te decìpìas, Ubaldine: stant peccatorum macule; stant obdu- 



in quella scoppiò 
lo scicm», 



in quesi* corsero 
le tanpiinoie lotte 
inteittne. 



Soltanto ani bìd- 
ccr» ctpinzione 
rorrebbe a placare 
il furor celestiale. 



ma niuno mostra 
fin qui segni (li rav- 



e sssnorcg^no 
t'avtrUla, 



l'invidia, la lussu- 
ria. 



r odio contro il 
proturao, gli animi 
di ratti i 



^"^ viti che erano occorse m Firenze 
durante il gennaio n82 ed ai provve- 
dimenti, che fecero di bel nuovo trìon- 



4. C transforma veruni corretto in transfrimarunt 
It* Af' G^ pcnit. ut hom. cmit. 12. U omette ut 

96-37. Af* G» rcconc. prox. 



8. /. 



sediolis M' G^ neccwe 
36. G* coninenlationibu» 




fare l'oligarchia de* popolani grassi; 

cf. Gherardi, Pref. al Diar. d'anoN. 

fior. p. 272; Perreks, op. cit. V, 
37« sgg. 



i 



124 



EPISTOLARIO 



Dio è quindi sordo 
A preci cJ • «4- 
cnlixi che rengon 
lU bocche e lU 
maai impure ; 



licchè, ov'egli aon 
■mreollitCAictiorì, 
non v' h ipentnza 
di avvenire mì- 
fUore. 



Kob debbonsi 
poi miWK^ i peri- 
coli che Riintc>:ia- 
no ta vita terrena, 
anche quando »i 
possono evitale; 



rati in peccandì obstinatione peccantcs. stat Inter Deum et nos, 
qui, ut (lixisti, sedens ti'anquillus supra nubes ab aito diligentium 
se precipuam curam habet, nubes, quam opposuit sibi ne tran- 
seat orario, et rimeo ne nobis per Frophetam dictum sit: ne of- 
feratis ultra sacrìlìciuni frustra: iniqui suntcetus vestri. kalendas 5 
vestras et solemnitatos vcstras odivit anima mea ; facta sunt michi 
molesta et laboravi sustinens, et cum cxtcnderitis manus vestras, 
avertam oculos meos a vobis et cura multiplicaveritis, orarionem 
non exaudiam : manus enim vestre sanguine piene suor (•>. ut 
nisi Deus emittat lucein suam et veritatcni suam, qoe nos de- io 
ducat, nunquara adduccmur in montem sancrum suum et in ta- 
bernacula sua<'>. quod si tu solus, scriptis delectatus tuis, persua- 
dere velis cives nostros mundificatos extra patriam, non dicam 
pecuniis, quas effuderunt, sed peccaris, quibus abominabiles facti 
sunt, ncscio si ctiam ipsorum iudicio, de quibus michi et tibi nunc 15 
sermo est, valeas obtinere quod scribis. utinam cxpurgatum esset 
in nobis vetus fermentum et essemus nova conspersio, ut epu- 
laremur, non in vctcri fermento ncque in femicnto m alide et 
nequicie, sed in azimis sinceritatis et veritatis ! <^^> nesdo quo- 
modo filura mee orationis abrupi. revertar igitur unde discesse- 20 
ram, ad tua videlicet refellenda. 

Diccbas igitur : an forte quis dicerct, ut tua vcrba, licet inculcata, 
repctam, minus timcndam pesdsformidinemquani severitatem He- 
rodisei ludeorum impctum? hoc quod duhitis, ego piane non sen- 
lio. scriptum est enim : nolite rimere eos qui corpus occidunt; ani- 25 
niam autem occidere non possunt ; sed potius eum timcte qui potest 
animara et corpus perdere in gehennam (*\ sìmihter igitor nec pe- 
sris rimeri debet nec Herodis debuit ac ludeorum inipctus formidari. 
non possunt enim ista perdere nisi corpus, et si quodlibet horum 
Dei iudicio veniat, rimcndum nobis est ne iam hic Deus nos pre- 30 



3. L' nec 30, M' C (iJium 35. A/' G' occid. corp. a6. W G' noa pow. 

occ, L' rlraere 37. nec] M' C et G' pesti a8. Dec.l £.' A/' G' et L' Herode» 

39. Z,' omette enim 



(1) Isa. I, IJ-I5. 

(2) Cf. Psaim. XLII. j. 



(3) Cf. Paul. I Ad Cor. V, 6-7. 

(4) Matth. X, 28. 



DI COLUCCIO, SALUTANTI. 125 

sdtos indpiat cruciare, sed quia immediate pestis a Deo est, quam che dir deiuoeste. 

*^ ^ ^ ^ U quale è mevi- 

nullus homo immittere potest, manifestius apparet in ista Dei iu- «w'»^ 
dicium, quod scire debemus nos non posse, etiam si ad antipodas 
fugerìmus, devitare. qualiter autcm secundum humanitatem pos- 

5 sibile fuerìt ab Herodis furore lesum abscondere, sads historia 
vera dedarat, qua legitur sceleratum illud edictum non etiam 
ipsius regis filio pepercisse; ut merito crudelitatem regis risisse 
tradatur Augustus, et inter alia dixisse, tutius fore porcum Hero- 
dis esse quam fìlium ('); cum id animalium genus apud ludeos 

o servetur iilesum. verum si iuxta Dei prescientiam moriturus es, inwue dunque 

* il correr qua e là 

cum nesdas locum, diem et horam, in qua Dominus venturus p«' "^«««f '• 

» > 1 morte che daper- 

sit, et si scias, voluntati sue nequeas resistere, quid prodest hinc JJIJJ^f' p"* '"'"* 
inde discurrere? sique, ut dicis, mors eflxenis, invisibilis et se- 
vera, secabili falce, cum quis putat illius imminentis ictus effugere 

5 cumque tutius se stare credit, improviso percutit et illa flores vite 
mortalium, sicut in pratorum fenicicia, demetitur; quod remedium 
est contra mortem patrìam fugerc aut mundum undique pera- 
grare ? quod si, ut dicis, qui mortem metuit, nichil sperat, cumque 
spem habere religione catholica iubeamur, timenda mors non est ; 

o cum quo timore pertepatet nichil nos debere sperare, nec hanc u paure diem 
omnis msignis animus refugit aut universa caro, sicut assens, vuole i'«mico, in- 

^ nata in noi; non 



contremisdt. an mortem Horatius Cocles extimuit, qui ante rum- utemettero 

' ^ ^ ni Coclite r 

pendum post se pontem solus contra validissimum exercitum se *'°' 
obiedt ? W an mortis periculo territus est Mutius, qui, purpurato 
quodam prò tusco rege transfìxo, priusquam ad supplicium rape- 
retur, manum errantem in ignem constanter imposuit et tandiu 
perseverando in ignem tenuit, quod stupefactus rex iuvenem im- 
punitate donavit ac, ferocitate deposita, non parva munera pad 
tradite Romanis adiecit ? (>> sed quid per singula trahor ? pieni 

i 
7. U* e pot. immitt. 9. U qnam fil. esBe io. AP pnclam (tic) G' provl- 

demiam la. Af G* ret- neq. 13. W G' aggiungono tu dopo ut 15. W C* 

iaiproriae ed omettono Ola 16. M' feniscitìa G' imperatoram fenistitia 17. U 

atiqne 18. AF & aper. nichil 35. U tnuco 



(i) Macrob. 5atom. lib. II, cap. iv, (2) Val. Max. op. cit. Ut, 11, 1. 
II. (3) Val. Max. op. cit. Ili, 111, i. 



infatti 
ni Mu- 



126 EPISTOLARIO 



sunt libri et abundant historie fortissimis replete viris, qui mor- 

tem intrepidis menribus contempserunt. quis enim ignorai Sci- 

pionem,Pompeiisocerum, Catonein, unicum romane virtutis exem- 

ed oltreché tanti plum, Dccìos duos, Rcgulum ct, Ut ad feminas veniara, Lucretiam, 

eroi, 1« sfidarono t^ . ^ • /^ i »t«i 

neir antichità an- Portiam ? et Ut ad extraneos me convertam, Codrum, Themi- 5 

che le donne. 

stoclem, Darium, Socratem et infinitos alios, qui quantum mors 

Che te vengasi timcnda sit, suìs sponte mortibus ostenderunt ? quod sì forte 

u incontrarono gentìlcs istos christianus abhorres, licet in omni creatura Dei ve- 

lieti i martiri tutti, ^ 

ritatis secreta sine dubio revelentur, considera martyres nostros, 
qui non solum crudelissimas mortes patienter tulerunt, sed sui io 
salvatoris memores qui dixerat : nolite timere eos qui corpus occi- 
dunt (*) ; quique prò nobis, cum venit bora, sponte supplicio mortis 
occurrit, illas cum gaudio susceperunt. et ut de aliis omittam, 
e a. Andrea l'im- nonue de beatissimo Andrea legitur, qui primus in adventu Do- 

plorò come singo- ^ ^ * 

larissima grazia da mini nobis occurrit, cuui cogeret populus Egeam proconsulem 15 
ut ipsum innocentem de cruce deponeret, oravisse: Domine lesu 
Christe, magister bone, iube me de cruce ista non deponi, nisi 
ante spiritum meum susceperis ? (") an tibi videtur hunc mor- 
tem timuisse, a qua ne subtraheretur oravit ? an et Doctor gen- 
tium, qui se deponi per sportam, ducente Spiritu, passus est, mor- 20 
tem timuit quam optabat ? an credimus veritatis predicatorem et 
pugilem non ex vero fonte conscientie protulisse : cupio dissolvi et 
esse cum Christo ? (J) ubi es, mi Ubaldine ? quo te contradi- 
cendi studium in vanitate perduxit, ut mcticulosam fugam, non 
amissis veris vocabulis, sed omnino perversis, magnauimitatem 2$ 
Awurdo è dun- dicas ? Ut iusiguis anùui putcs timcre mortem, quam vitare non 

diiuTorte ""°' possisi quique credas summe laudandum eum, qui quovis modo 
novit periculum incognitum et cervicibus imminens evitare ? quod 
si verum est et eius hec fuga sit remedium, nulli prorsus habendi 
lares, nulla familia, sed cunctis temporibus fugiendum. nec iam 30 
tibi vel fugitivis istis blandiendo suadeas, non minus patriam di- 

lo-ii. hf mena. salv. sui G' mena, sui salv. ii-ia. A/' G* occid. corpus 

13. Afi G' qui 15. L' A/' C quod dinanzi a cum, che ho soppretto. i8. A/' hic 
31. U omette timuit 34. G* produxit U ractulosam 25. L^ ripete sed 

(i) Matth. X, 28. aurea, Lugduni, mdxxi, c. 30 b, col. i. 

(2) Cf. Lacobi A Voragine Legenda (3) Paul. Ad Phìl. I, 23. 



DI COLUCCIO SALUTATI. 127 

ligere qui, ut ais, se illi etiam remotum servatur incolumen et ndicoio l'affermA- 

re che, fiigg^eado, 

periculis plenam patriam procul fugit? fugete quidem non est ^J]',/"'*^**'*" 
amare patriam, sed horrere; quod si cives omnes bonos et timor 
ille vexasset et eadem fuga tenuisset, crede michi, quo reverti 
5 possent cura hoc a te laudato Consilio non haberent. non sic 

quondam insignis ille Caraillus, qui tractantem post inccnsam Ur- Rertó in Rom. 

bem de mutandis sedibus multa cum inclinatione Senatum ora- 

tione luculenta corripuit et de reformandis urbis Rome ruinis 

omnibus persuasit ('>; non sic et Scipio maior, qui tribunus mili- « ritenne Scipio- 

^ . ,. . 1 T 1- f 1 ne, dopo Canne, la 

I o tum, post Cannarum exciuium mventute de Italia relmquenda tra- gioventù decisa ad 

uscirne; 

ctante, ut per mare ad regum aliquem fugerent, gladio educto, 
compulit ad illud consilium dimittendum ('). quis autem tibi vi- 
detur magis et salubrius Urbeni amasse, Camlllus an ille fugi- 
turus ex Urbe Senatus? aut utilius reipublice consuluisse, an 
15 Scipio vel iuventus illa que Italiam deserere cogitabat? nec mi- 
chi mercatores obicias, quorum quemlibet rei private, non publice 
studium cogit, ut 

Impiger extreraos currat mercator ad Indos 

Per mare pauperiem fugiendo, per saxa, per ignes, 

20 ut ille ait (J). qui si post longa tempora redeuntes videntur alacri 
vultu, multoque cum amicorum et vicinorum gaudio, non ob pa- 
triam dilectam, sed ob rem familiarem auctam, divitiarum opinione 
communi populorum errore laudibus celebrantur. qualis autem e te»tè i moti dei 

,,<... ** luglio mostra- 

conservatio patne sit ista fuga quam laudas, docuit vigesimus «no come giovi 
25 ille secundus dies mensis iulii, quo pudenda sceleratorum manus «*" «"oi ««»> ' 
ad invadendam urbem, non vino somnoque sepultam ^^\ sed ab 
optimatibus derelictam, signo dato vexillisque circuncurrentibus 
insanivit (s) ; ut vere dici possit, prout et tu ipse commemoras, ci- 

I. iW G* incoi, serv. 3. A/' G' omettono et 13. M' G' et mag. sai. 

14. Af cons. rei pu. G' omette rei pu. 20. M' G' omettono ait 35. Af' G* omet- 
tono meDsis Af' manu 28. L' ìnsanuit 

(i) TiT. Liv. lib. V, cap. vi, 7. (4) Cf. Verg. Aen. II, 265. 

(2) TiT. Liv. lib. V, cap. xlix. (5) Cf. l'ep. xvii di questo libro, 

(3) HoRAT. Ep. I, I, 45-46; ma il p. 84. 
testo « curris » nel primo verso. 



128 



EPISTOLARIO 



Chi <e Dio Silva 
e cusio<tlt£c ì cuoi 
fedeli, perchè fng- 
gOD costoro? 



Ne le spese a CU', 
fuggendo, vanno 
iacoDiro, sono in- 
<fi2Ìo «li grandezza 
d'«aiaio, 



poiché la vii* è 
per chi l'ama più 
preziosa d'ogni ic- 
•oro. 



ak son nagnanitni 
coloro che per vil- 
tà nrofondono le 
riccnoie. 



vit;item solura Dcum, dissipando tam horrenda Consilia custodisse, 
frustraque fugittvos illcs cìves tuos longe positos ad eiusdeni cu- 
stodiam vigilasse, quod si, ut hoc loco vere et catholice dicis. 
Deus diligentium se sic precipuam curam habet, ut non offen- 
dant ad lapidcra pedcs suos f'>, et ipso solus et urbis et civium est 5 
vera custodia; cur isti tui patriam fugtunt ? an non credunt Deum, 
qui salvavii tres pueros in camino ignis ardentis» ipsos in urbe, 
ubi tot remanserunt omnis sexus, etatis et generis cìves, edam 
furente peste potuisse salvare? an cuin, ut tu vis, qui mortem 
raetuit, nicliil speret, ita metu niortis perculsi sunt, ut salutem io 
de maiiu Dei posse recipere desperarent? an et pecuniarum illa 
profusio, que metu mortis expenduntur, magnanimttas est, ut tu 
iisseris, iudicanda? forte, postquam hoc scribis, tibi non aliter 
esse vidctur? ego autem qua ratione vcl auctoritate dicendum 
hoc censeas, omnìno non video, nana si magnanìmitas animi 15 
magnitudo, ut sonat vocabulum, debet intelligi, sique maxime 
circa magnos honores et cunctarum raagnitu dinera virtutum, sicut 
ethici volunt, attenditur, que, precor, magnanimitas, timere mor- 
tem et, ut illam evites, pecuniam non curare ? si hoc est, nullus 
omnìno non magnaniraus, nulla virtus unìversalior. nullus enim 20 
est, qui non vitam quacumquc^ licet maxima, quantitate rediraeret. 
sed cum inter alias virtutes sit ista rarissima, utpote cuius pro- 
prium sit inter cetera nuUius provocantis ad pugnam formidare 
congressum, quid cum hac productione congregatarum pecunia- 
rum in lucem magnani mitatis sit, n escio si sciveris demonstrare. 25 
noli igituritafaciliterpronuntiare magnanìmos, quostimidos debes 
et pusihinimes appellare, nec inter lucra computes, quod ille- 
cebrosas isti patrie reliete delicias, externa sustinentes incommoda, 
fore didicerint gratiores et perditum ex nimia bonorum copia 



». L' fugati vof 6, M' Ht^ftiun^'e siiam dopo patriam (P ag-giwtfre invece tium 

7. Al' (P omettono ardentÌB 8. ubi -omnis] iV C tibi - omne» L^ et iam io. M' 
G' sper. itich. »2. M' G' magnanimìtati» 13. Af G' iudicandi C invece di non 

aUìer potie vel al. 16. M' G' sic 17. /.' hominea corretto dalla steua mano in honores 
1$. G* ethnici 30. Nei ma. manca non dm(tn;i a niagnanimus 36. U ripete qaos 

tixnidos 37. L' pusilanimos 



(i) Cf. Psaim. XC, 12; Matth. IV, 6 &c. 



DI COLUCCIO SALUTATI. 



129 



^Brecuperaverint appetitum. o felicem fugam ! habebimus amodo 

^■dves, qui hactenus fuerant incommodorum expertes et rudes, 
nunc oculatiores effectos ad illecebras promptiores ! quo flagitio, 
quod maxime laudi ducis, quid potest flagitiosius cogitari? iam 

5 eoim et istud cur non addis ? potius voleiit in patria super sa- 
pidis ollis carnium in lateribus et luto servire, quam in cibo ce- 
lesti promissam a Deo querere libertatem, o Felix igitur patria, 
non tantorum modo, sed talium civium copia divest felix prò- 
feao, si que laudanda sumpsisti virtuosa forent; et nisi, sicut 

o terno proponis articulo, raultis non essent sceleribus involuti. 
miror tamen quod in hac tibi, sicut scribis, persuasa ventate, tui- 
met immemor, reprebcndendos a te in inferioribus cives, tibimet 
manifeste contrarius, dicas operante Dei gratia antiqua suarum 
animarum peccata vomuissej et mundos, solutos et splendidos 

5 ac vite melioris effectos atque interius expiatos, leta fronte su- 
scipiendos a patria quos in tertio articulo de vitiorum obstina- 
tione tara acriter insecteris. veliera autem laudes ipsorum et illam 
peccatorum mundiciam veras esse vel saltem reprehensiones illas 
non minus falsas esse qoam laudes; tìbiquc posse de tertio ar- 

;o ticulo, sicut de ceteris, respondere. sed ne quorundam proter- 
vorum more contra vera contendara, relinquam te tuis illis, quos 
eloquentia tua mordaci perstrìngis, vel rcfellondum vcl, qood 
verius fieri potest, in clericorum vitiis conturbandum. quod qui- 
dam fecissem, nisi quia male libenter alios ledo et quia, crede 

5 michi, ad denudandas clericorum turpitudines non satis esset epi- 
stola, sed opus esset ìnfinitorum voluminum nunquam michì 
cum bis occupationibus consumandura. quid enim copiosius 
quam in clericos dicere, qui cum vinutibus omnibus non solura 
poUere, sed excellerc debeant, non occulte, tolerabilius quidem 

Kj^et, sed in ocuHs omnium plus quam seculariter vivunt ncque 

^nudet esse secularibus ttirpiores ? de vobis enim singolariter Spì- 
ritus Sanctus per Prophetam dixit, ut cetera sileara: a minore 
juippe usquc ad maiorem omnes avaricie student et a propheta 



t dUagi soKe- 
nutl poi retiderfln> 
no più avidi di 
godimtnli i fiiK- 
ffiaschi, quaad'ab* 
bian fatto ritorno ; 



qa«s(a fuga non 
varrà duQ<)ac ad 
iapirar loro piiì 
virtvoai pensieri. 



Costoro p«rò, 
contro i «juall lo 
iiesio Ubaldino in- 
veisce, non ion 
peggiori degli ec- 
clealaatid, 



i quali superano 
lutti nelle «celle 
raggiai e ne' pec- 
Mtt; 



j L' «xperios et uides C »c fcr et 5. Sf G' cur et Istud U voten» 7. G' 
Tilatcm cancellato e iostttuìlo libertatem 10. M' G^ tertio ao. L' certi» cancellato 
ì carretto. aa. C pnestringis 34. L' ledi 26. U nunquld 30. M* & nec 



Coluccio Salutati, II. 



IjO 



EPISTOLARIO 



ricchi Dio non ha 
compM«ioDe àt* 
popoli per la boti- 
ti de' pastori, n^a 
anicamcnle perchè 
i mUericoniioao. 



Ed egli lolo pò- 
tri far accorti gli 
ili mi della vaniti 
delle loro opiaiotiL 



usque ad sacerdotem cuncti dolom fadunt ('>. sed iam forte ni- 
mis offendi, scito taraea quod Deus non miseretur nostri propter 
bonitatem clericorum, sed solum in misericordia sua salvos nos 
facit, qui dignetur pastores corrigere et gregem suum, directum 
in vitam etemam, a cunctis erroribus custodire; sed ab hoc pre- 5 
sertim, quod in Iiuius opìnionis vanissime stulticia concepenint. 
putant enim, cum sevit pestis, mortem eo quod fiagiant evadere; 
quod non est nisi putare Deum vel res hominum non curare et 
regere, vel fixe uichil cognoscere mortemque nostram nonnisi 
condicionaliter previdere, quasi Deus videat si steteris Florentie io 
morieris, sin autem effugias, vìves. que quam magnis sacrilegis- 
quc sint erroribus involuta, cunctis prebeo iudicandum. vaie. 
Florentie, tcrtio kalendas novembris. 



Flrenxe, i)8)-84. 

Gli rimanda per 
la tcrxa volta dei 
Ter»i da incidete 
«ulia tomba di Pie- 
tro da Moglio. 



XXIIL 

A Bernardo da Moglio (»>. 

[N», e, ij3B,J 

AcciPE nunc tertio, fili karissime, versiculos quos petisti, tem- 
poris paterne mortis indices ac testes, quos iliis quos cli- 
gendos duxeris, id enim tibi relinquo, si placuerint, subscribi 

t. A/' C^ file. dot. 5. A/' vinm ii. L' sacrìlcgiis ix. G omette vile 

13» M' G' aggiungono datum 17-18, Cod. tempore - iudicc» 



(i) Ierem. vi, 15. 

(2) Bernardo da Moglio, i! nome 
del quale ricorrerà d'ora in poi so- 
venti volte nel carteggio del S., figlio 
del celebre Pietro e della sua seconda 
moglie Tommasa, donna adoma di 
molte virtù, a giudicarne dalle lodi 
ripetutamente tributatele dal S. (v. 
lib.Vr, cp. Ili &.C.), era a questo tempo 
poco più che ventenne. La sua crea- 
zione in notaio non ebbe luogo in- 
latti se non il 30 giugno 1384 per 
mano di Iacopo da Sicilia giurispe- 
rito, giudice e vicario di Simone da 



Spoleto capitano del popolo bolo- 
gnese; Arch. di Stato in Bologna, 
Muiricolc 6 sentmi^i ài notai, dal 1300 
al 1385, e. 297 A. Egli aveva però 
qualche tempo innanzi conseguito U 
grado di maestro in arti, poiché nel- 
l'atto citato ò detto « maglster ». 

Fra le molte epistole direttegli dal 
S, questa parnii fuor di dubbio la più 
antica. E poiché in essa si deplora 
la morte di Pietro rapito dalla moria 
il 1 j ottobre dei n8?, cosi m'induco a 
ritenerla scritta pochi mesi dopo, cioè 
a dire nell'inverno del 1384. Da 



DI COLUCCIO SALUTATI. 131 

facies, sicut libet. responde si forsan habueris, ne ulterius 
scrìbere defadger ; et, nulla facta mutatìone vel additamento, cum 
dìligentia insculpantur. 

Versus. 

Hunc terdena dies octobrìs mille trecentis 
Cum trìbus et decies octonis erìpit annis. 



XXIIII. 
Al medesimo. 
[R3, e. 44 a; N', c. 133 b; Ricacci, par. II, ep. xxix, p. 103, da R3.] 
IO Colutius cancellarius florentinus Bernardo de Mugic. 

FILI karissime. vidi letus litteras tuas paterni stili gravitatem Firenze, 
non mediocriter redolentes, que michi spem non modicam Loringraiudei- 

I . .... j . le tue lettere e lo 

prebuerunt, si perseveraveris, si te ignavie et secordie non tra- esoru « seguir le 
dideris, paterne fame gloriam in te facile translaturum. quod ut °"" p»""«- 
15 facias hortor et rogo, tali quidem superstite filio, si virtutibus 
studeas, non erit magna ex parte tantus doctor extinctus. me 
autem volo, veluti patrem, ad cuncta requiras. vale &c. 

I. Cod, Pcies Cod. vel corretto in ne ^ 2. Cod. addJmento io. 0>si Ri ; in N' 
repistola è anepigrafa, ma in margine leggtii la seguente rubrica: Hortatur quidam ut 
seqaatiir rirtates sai patrio. 11. Ri primi 13. Ri reddentes Ri omette poi michi 

16. tP doct. tant. ext. 17. Ri praesentem 

essa noi apprendiamo poi che il S., fre indizio veruno atto a precisarne 

certo per aderire ad un desiderio di la data; ma poiché Bernardo vi è 

Bernardo, avea dettato un epitafio sempre trattato come un giovinetto, 

metrico per la tomba del suo antico che promette di far onore a sé ed 

maestro, chiuso dai due versi qui ri- ai suoi, non credo d'ingannarmi, as- 

feriti, ne' quali è registrata la data segnandolo ai mesi che tennero im- 

della di lui morte. mediatamente dietro alla morte di 

(i) Il presente viglietto non of- Pietro. 



152 



EPISTOLARIO 



XXV. 

A Landolfo Caiazza ^'^ 



Firenae^ 
^ febbraio 1)84? 

Lo ringraxi* del- 
ie me letttre 



D 



[C, e. lOB.] 

Efusdem Col udì ad Ciiiaciam. 

ULCissTME mi Catacia. recepì ìocundissimas litteras, quarum 5 
in auspicio profittiriste molestissime tolerare absentiara raeam, 



(1) Solo pervia di congetture ci 
riesce possibile spargere un po' di 
luce così sul personaggio al quale co- 
test'epistola e diretta, come sul tempo 
in cui venne dettata. E per comin- 
ciare dal primo punto ricorderò che 
fra i suoi più intimi amici e famigliari 
Zanobi da Strada contava un notaio 
napoletano, per nome Landolfo, al 
quale, morto Zanobi del 1361, Nicola 
Acciaiuoli scrisse una lunga ed affet- 
tuosissima lettera di condoglianza; 
L. Takfani, Niccoìa AcciiiiuoJi, studi 
storici^ Firenze, 1863, doc. xviii, p. 201 
sgg. Landolfo però, come ci insegna 
la rubrica premessa alla lettera del 
gran siniscalco cosi nel cod. Magliab, 
Vili, 35, di cui si giovò il Tanfani, 
come nel ms. già 39 Morbio, or pas- 
salo alla Braidense di Milano {Morbio 
7, sec. XV, ce. 37 B-42 b), di cui mi 
valgo, « era altrimenti chiamato, cioè 
« C a y a z z a , eh' è tanto a dire in 
« Napoli chome in Firenze ghaaaa, 
« per ciò che quello Landolfo era 
« natio d'uno luogho nel regno che 
u si chiama C a i a z z a m. Possiam 
noi adesso identificare costui, che l'Ac- 
ciaiuolì chiamava : « non Caiazza, ma 
tt turlura viduata », col Caiazza amico 
del S.? Io penso che si ed cccone 
le ragioni. Innanzi tutto egli era 



ancora vivo e vegeto verso il 1580, 
poiché a lui, chiamato « circumspecto 
« viro et honorabili tanquam patri 
« magistro Radulpho de Caiacia », 
Giovanni Moccia dirigeva in quel tor- 
no un carme per descrivergli gli in- 
comodi sofferti in una forzata sosta a 
Gaeta; cod. Par. Lat. 8410, e. 9 A. 
Ma vi ha di più. Notevole fra le 
poesie di Domenico Silvestri, conser- 
vate nel ms. Laur. Pi. XC inf. 15, 
e. 41 B, è un'epistola in cui si descrive 
il lugubre aspetto di Firenze desolau 
dalla peste. Quest'epistola, come ho 
dimostrato altrove, è stata scritta nel- 
l'estate, o al più tardi nell' autunno 
del 1385 ad un amico, che aveva poco 
panna lasciata la Toscana; e questo 
amico è chiamato nell'indirizzo « Lan- 
« dolfo Partenopcano », Se noi riu- 
niamo adesso tutti codesti dati, potrera 
forse con btion fondamento, se non 
m'inganno, concludere, che il notaio 
napoletano, famigliare di Zanobi e 
deli' Acciaiuoli, è quello stesso Caiazza 
al quale son dirette le epistole del 
Moccia e del Silvestri, e che del ij8j 
si trovava in Toscana. In tal caso 
nulla impedirà di credere che la pre- 
sente epistola sia suta scrìtta dal S. 
nel febbraio del 1384, come risposta 
a quella che Landolfo, rìcondottosl a 



DI COLUCCIO SALUTATI. 133 

quasi verus amor dilecte rei absentiam patiatur et non verissimum « m rtmnuneo 

* che esprime per U 

sit quod apud poetam legimus, »u« lonunamt. 

lUum absens absentem auditque videtque (0. 
michi vero periocundi sunt amici quantacunque terrarum interca- cu tmid ^ró 

* ^ * sono sempre Ticini 

5 pedine separati, quippe cum non in eis faciem et que oculis su- ««"'•««o» 
biecta sunt, colorem, formam, vestes et totius corporis liniamenta, 
diligo, sed mores, virtutem et honestatem. quo fit ut ami cum 
corporaliter seiunaum patiar facile ; obvolitant siquidem ante mentis 
oculos que in illis admiror et diligo, sed quid iam in hoc moror ? 
IO bene quidem et utiliter institutum est litterale commertium, ut ««*. ", commercio 

* ^ ^ ^ epistolare ripart 

inter benivolos et amicos per illud quicquid absentia subtrahit »|j'^«»»en» «ot>o- 
restauretur. ex quo, postquam de me sdre certa cupis, noveris 
me valetudine prospera frui, et quanvis dominorum et amicorum Egu sta bene 
meorum, quos istic habeo, desiderium me teneat, attamen illos 

15 mentis sensibus semper amplectens, consolor et letor. sì enim 
iocundum est amicum de medio subtractum, quem nunquam vivi 
conspecturi sumus, memori mente repetere, ut sapientes volunt, 
certe letius esse debet absentem amicum, quem aliquando te vi- 
surum speres, mente respicere. prò patria autem, ut scribis, cui « «• «fi^««* « p™ 

20 non solum plus quam vitam debemus, sed etiam ipsam vitam, quan- 
tum possum consiliis et mente laboro eamque appeto feliciter 
dirigi ; et in hoc, si quid possem, libenter impenderem et impendo, 
quod autem te et carissimum meum Blasium solito more vivere s* mitegr» che 

. Biagio e lui vivano 

scnbis ^% letor et gaudeo. namque, ut Flaccus ait, »i ««"«o. 

25 Nil ego contulerim locundo sanus amico (}) ; 

sed quod te fatali et necessario, illum vero voluntario labore premi Tcct^atiSli''" **' 



3. Cod. omette absens 7. Cod. ptciar dopo honestatem 8. Cod. dopo corpo- 

raliter dà paciar espunto. io. Cod. quid - littcrali 14. Cod. istis 17. Cod. mcnaorie 
30. Cod. Tite 31. Cod. omette possum 



Napoli, gli aveva inviato per dargli (r) Verg. Aen. IV, 83. 

contezza del suo arrivo ed esprimer- (2) Di codesto Biagio non vien mai 

gli il rammarico che la sua assenza fatta altrove menzione. 

gli cagionava. (3) Horat. Sai. I, v, 44. 



EPISTOLARIO 



più che non con- dicis, SCIO vos ultTa vìtcs ct ultTa quam equuin sit urgeri. sed 
postquam labor est in spe ruturc quietis, ut novi. 

Durate, et vosmet rebus servate secundis, 
Ma nelle difli- Ut MaFO nostCF alt f'\ noD cognoscitur militis virtus, qui fupientium 

coiti .i eppikM .. r . , r . ,- .. 

ILl?*'* "*" iQTgo imminet ; facie ad faciem congrediatur nccesse est. qui vir- 5 
tutis nomen appetit, promereri facile non potest. sine periculo 
equum leiiitcr incedentem, vel qui currens nec ante precipitet 
nec retro defecerit, insidemus; tuncqoales simus equitatores agiìo- 
scitur, cum stemitur in terra equus, ve! cum arduus, peue supi- 
nandos, erigitur aut cum equite pugnat ut excutiat. labor iste io 
nos declarat quantum passi sitis quancaque virtute, que sine labore 
marcesceret. 

dabit Deus his quoque finem 

Per varios casus, per tot discrimina rerum 

Teaditis in Latium, sedes ubi fata quietas I5 

Ostendunt, 

Ut ait vates idem ^*\ deniqoe inter mortalia grave aliquid potest 
'oi*ii' m°iutÌ*r?. ^^^^^ ^^ aliquando contingtre, sed non diuturnura, ipsaque na- 



f*'*'- tura rerum hamm fiuxibilium vos hortctur cìtius quam spcretis 

ad gratam qutetcm et ocium iocundissimum comparandum. 20 

Ceterum lupos insidiari ovili non est novum nec miror; 
Aggiunge alcune naturalis quidcm est inter hec inferiora contendo, otpote que cuncta 

rìfle»(ioni sopra 1* ^ » r "i 

""Srobin? 'nid *^°^ ^^ contrariJs et natura repugnantìbus fabricata. possem longo 
creato, orationis discursu enumerare inter animanti a queque quantum di- 

scordie quantumque pugne natura constituit. scorpiones muscis 25 
imminent, scorpionìbus mures, muribus cati, catibus canes, ca- 
nibus lupi, lupis leones ct leoncs victrix mustela aggreditur. quid 
autem nota commemorem ? homo ctiam ipse homini maxima 



r . Cod, iijgeri 3. Cod. dìccnt«m ff) ttd vos et rebus 1 1 . Cod. patere sitit 1 a. Cod. 
roircescerent 18. Nti cod. manca aliquando so. Cod. omette ad 35. Cod. 

oiiada 



(i) Verg. Am. I, 207. net terzo verso il testo ha « teiidi- 

(2) Verg. Am, I, 199, 204-206; « mus », 



DI COLUCCIO SALUTATI. 135 

pestis est. doleo tamen neminem dirìgere gregem et ab hian- 
tium luporum faucibus custodire. 

Tu autem vale Felix et forti animo quicquid ingruit sup- «J^ ««g^» «gì» 
portato et Blasium meum salutato aflfectuosissime vice mea, quem 
5 et te diu valere opto. Florentie, quarta februarii. 

3. Cod. ingenit 



LIBRO SESTO. 



A NiccoLETTO Diversi (*>. 
[L*. e. 89 a; M», c. 37 b; G*, c. 37 b; R*, c. 33 a]. 



Spcctabili viro Nicolao de Diversis. 



5 



T^RATER optime 



miror quod de Liguria, que a legendis le- 
guminibus dieta est(*^ a Tuscis legumina petas. bine olim 



Firenze, 
Il muto ijSj. 

SimertviglUche 
citi, etncndo in . . •!• . . < ,. . 

Lombardia, do- sacra, ccriinonie et gentilmm sapientia, stulta licet, augunonim 



5. Così L' ; .\n e R' Nicholao de Diversis 



8. G' sacre R' serloMDie 



(i) Niccolò, ma detto sempre Nic- 
colctto, di Nello di Lippo Diversi da 
Lucca fu, bench'oggi quasi ignoto, 
uno de' più zelanti strumenti della po- 
litica tortuosa di Giovan Galeazzo Vi- 
sconti. I.e notizie più antiche che 
noi possediamo sopra di lui risalgono 
al I jft.J, noi quale anno il nome suo 
.jppare registrato nell'elenco di coloro 
clje, sbanditi dai Fiorentini durante la 
guerra con Pisa, furono assoluti in 
vii tu del tr.itt.ito dì pace stipulato il 
20 .igosto (cf. Arch. stor. itai ser. V, 
t. II. p. 1 \^ .sgg. e p. is 0- Kgli avoa 
forse presi> p.irie alla guerra in qua- 
lit.\ di cipitano di mili.-ie, giacche 
r.iiìno .ipptesso, precis.imente il 
M otto'>te. si .ipprov.iv.i ne' Consigli 
luwv'iu-.ii" 1.» proposta » quovi Nicco- 
»> U\tus olim Nelli, Andreas olim lo- 



« hannis de Diversis de Luca et Nic- 
« colaus olim Viviani de Luca et 
« quilibet ipsorum cum una posta 
a equestri conducantur. . . ad stipendia 
ce equestria communis predicti prò 
« uno anno venturo incipiendo in ka- 
« lendas novembris venturi »; Arch.di 
Stato in Firenze, Prow. n. 54, c.$8b. 
Il 5 agosto 1 366 egli chiedeva poi per 
so ed i suoi compagni licenn di ab- 
bandonare il comando delle quattro 
poste vive e due morte, che ciascun 
di loro teneva, per assumere invece 
quello d*ff una banderìa duodecim 
« equitum, sua persona in ipso nu- 
« mero computata », il che gli era 
concesso (Prow. n. 55, e. 25 a); e « la 
v( banderia » era accresciuta di quattro 

^:> V nota i a p. i]7. 



supersticio et fulminum signorumque procuratio pctebatur. vellem 
quod et nunc veri Dei cultu tditer emineret, quod hinc vere 
fidei doctrìna verumque Deo sacrificium promeretur ! 



mandi de' ceci di 



i 



cavalli il 22 giugno del '6-j, quando si 
approvava U sua conferma {?row. 
a. 56, e. 5 b), che il 13 giugno 1568 
era Ji nuovo prolungata d' un anno 
{Prow, Ti. 57, e. 5 a). Ed in favore 
di lui a stjpendiarii nostri dìlecH a 
scriveano i signori il 16 aprile 1567 
ai Pistoiesi che l'avean incolpato di 
Don aver pagato un suo creditore, Gu- 
glielmo de' Benettoni lucchese (Arch. 
di Stato in Firenze, Mhs.n. 14, e. 42 b); 
e di nuovo Vìi agosto al vicario di 
Vaidinievole per certa casa ch'ei vo- 
leva prendere a pigione in Pescìa, dap- 
poiché non poteva comprarla (ibid. 
e. 68 A e cf 64 B). Stancatosi del 
Biestier dell'armi, ei si rivolse, sembra, 
a tutt'ahri uffici; fatt'è che del ij8i, 
trovandosi a Milano ai servìgi di Gian 
Galeazzo Visconti e impiegato nel- 
amministrarione dello Stato, ei vi 
aiutava la conclusione d'una lega fra 
i nuovi e gli antichi signori suoi (ibid. 
n. 19, e. los B, 14 febbraio « Pinotto 
«de Pinottis », e. jo6a, « Nicholao 
« de Diversis »). D'allora in poi la 
sua importanza va crescendo; del n86 
addì 15 febbraio ottiene la cittadi* 
nanza milanese dal tribunale di Provvi- 
gione (Arch. comun. di S. Carpoforo 
in Milano, Reg. dtìlc provi-ig. i?8s-88, 
e. 2^) ; del 1 589 figura fra i « magi stri 
« intratarum a del conte di Virtù 
(cf. Muratori, Antich. Estensi, par. II, 
cap. VI, p. 1 57). Fino a questo tempo 
le sue relazioni con Firenze erano 
state amichevolissime, come attestano 
le parecchie epistole a lui dirette che 
troviamo nelle Missive del comune 
dal IJ85 al 1388 (cod. Magliab. II, 
m, 54^ e, 265 A, 17 giugno 158J; 
e. 267 A, s luglio 1 385 ; Miss. 20, e. 274 b, 
25 ottobre 1387; ibid. e. 286 a, 30 di* 

Cotvecio Salutali, II, 



cembre 1387; Miss, 21, e. 29 a, 12 

giugno 1388; ibid. e. 50 A, 13 settem- 
bre 1388}. Esse però dovettero ces- 
sare quando il Visconti ruppe guerra 
alla repubblica; ed infatti dal 1388 in 
poi il nome suo non apparisce più nel 
pubblico carteggio. Tenendo conio 
di questo fatto come del luogo che 
la presente epìstola occupa in L*, io 
inclino adunque a ritenerla scritta sui 
primi del ijS). 

(2) Cf. HuGucio, Vtrhor. derivai. 
cod. Laur. S. Croce, Plut. XXVII 
Sin. I, e. 259 B, s. V. Lego. Era 
del resto ai tempi del S. comunissima 
usanza quella di chiamar « Liguria » 
la Lombardia, quantunque taluni sti- 
massero ciò un errore; Benvenuto 
Rambaldi fra questi, che così ne scri- 
veva; « Nota primo, cum dicit in 
« Liguria, quod multi falluutur in 
« isto vocabulo et precipue Ugucio, 
« qui dicit quod est provincia in Lom- 
« b.irdìa plana, ubi est Mediolanum 
« et Papia, ita quod communiter di- 
(' citur Liguria Lombardia plana, sed 
« falsum dicunt: imo Liguria est pro- 
« vincia montana Lombardie, ubi est 
a lanua, Gavium et tota illa Riveria 
« usque Pisas, tota per iltos monies 
« altissimos ». Comm. sup. Valer. 
Max. I, V, 9 in cod. Ambr. I 242 inf. 
e. 1 5 D, I col, L' Imolese aveva a 
rigore di termini ragione; ma la con- 
suetudine da luì riprovata e che si 
mantenne fino al secolo seguente» 
traeva la sua cagion d'essere da un 
fatto storico. Nel secolo quarto, dopo 
la riforma di Diocleziano, oltreché 
l'antica regione così denominata, in- 
dicavasi col nome di Liguria tutta la 
pianura transpadana, di cui Milano, 
sede del « vicarius Italiae », era la 

9- 



138 



EPISTOLARIO 



Sed, ut ad temporalia de quibus agimus venìamus, petis a 
foris ligna in nenius ridicule devehenda; petit, ut patrio proverbio 
tecum utar, a Minione liraphas Arnus <') et opulentus a paupere 
munus petit, ulciscar tamen hanc Ligustice telluris iniuriam, cuius 
opes, olerà videlicet, dcera, fabas et pinguìssiraos pisces, micbi vi- 
deris, nauseante stomaco, fastidire, ecce enim dominus Johannes 
e nfinuti. «cber- sine ciccribus vcuit, OC, SI aliouando te detur Tusciam petere, pi- 
b 11» brani». scibus sterilcm, £ructibus indigam et rebus aliis, sicut nosti, mi- 
nime redundantem, nichil hic non ievenias penitus non acceptum. 
Vale felix et virum nostrum ouper armatura, lohannem vide- 
licet, natura tuum, amore vero communem filium, quem gaudeo 
in virum virtuosum evadere, fac salutes^'). Plorentie, die un- 
decime martii ^^K 



IO 



a. Tutu i codd. foci» * petis 
13. M' C omettono die 



g. Tutti i codd. omettono non dinanzi ad iaTeaias 



metropoli Cf. anche per una de- 
scrizione esatta della Liguria, com'egli 
l'intendeva, V Invcctivii L. C. Salutati 
in A. Luschum llcintinum, Florentiae, 
MDCCCXXVi, p. 159 sg. 

(1) Cf. 1. U. O. VON DURINGSFELD, 

op. cit. II, n. 470-471. 

(2) Di Giovanni ci è noto che, im- 
plicalo nel tentativo di torre Pisa al 
d'Appiano, fu da questi nel '98 asse- 
gnato a Giovanni Grassuiini banchiere 
per la somma di fiorini ventimila. 
Sui primi del 1400 ci potè poi ritor- 
nare in Lucca, grazie ai buoni uffici 
di Guido Manfredi, cancelliere di Paolo 
Guinigi, al quale Francesco Barbaro 
l'avca raccomandato. Tanto risulta 
da una lettera del Barbaro stesso, che 
si conserva fra quelle a Guido Man- 
fredi nell'Archivio di Stato in Lucca, 
Governo dì P. Guinigi, 78, filza A-L. 

(?) Poicht" non ci verrà più fatto 
d'incontrare il Diversi fra i corri- 
spondenti del S., giudico opportuno 
riassumer qui brevemente le sue po- 
steriori vicende. Nel '95 ei sì trovava 
in Toscana come agente o commis- 



sario del Visconti ed invadeva con 
cene brigate agli stipendi di questo 
principe il territorio lucchese, come 
risulta da! processo a cui venne sotto- 
posto in contumacia nel febbraio 1400 
dal podestà di Lucca, che lo condannò, 
ove venisse in sue mani, ad essere 
strascinato, decapitato, sequestro di 
beni &c. (Arch. di Stato in Lucca, Po- 
testà, n. 5 III, e. S sg. ; Sentevxe t bandii 
n. 559, e. 48). Tre anni dopo poi 
insieme al Pallavicini ed al Savelli 
egli prendeva parte al tentativo d' im- 
padronirsi di Pisa in nome del duca 
di Milano; tentativo che fallito, fu 
a lui, come ai suoi compagni, ca- 
gione di gravissimi danni nella per- 
sona e negli averi : cf. Sercambi, Cren, 
di Lucca, II, 72 ; Sardo, Cron, pisana, 
capp. ccxiii, ccxxm sgg. in Arch. stor. 
ital. voL VI, par. II, pp. 222, 2j4. 
Rilascialo ai 6 di giugno, per inter- 
cessione d'alcuni amici, dal d'Ap- 
piano, che gli commutò nella taglia 
di cinquantamila fiorini d'oro la pena 
capitale cui era stato condannato, ei 
tomossene in Lombardia; ma pochi 



DI COLUCCIO SALUTATI. 



IL 

Ad Andreolo Arese <'). 

[L», e. 88 b; M*, c. J7 a; G», c. 57 a; R», c. 53 b.] 

Andriolo de Arisiis cancellano Comitis Virtutum. 

''IR insignis et frater optime, sepius expertus sum nichil ami- Fim«e. 
cicie cantate suavius nichilque in liac mortalium conversa- come ««pim 

... . , che iUb rari gli 

tiene amiciaa propensms expetendum, consuevique mecura quan* «oki. 



4. Coti M' (P; U Insigni viro Andrcuolo de Arisiis cancellano 



6. /?' suavitus 



xnc5Ì appre5so,*veouto non si sa come 
in sospetto al Visconti, fu preso e 
gettato prigione nel castello di Pavia. 
Più jortunato d'altri ministri di Gian 
Galeazzo, egli potè il 23 giugno 1399, 
come ci apprende Castello Castelli, 
Lìb<r mirabilium in Muratori, Rer, It. 
Scr. XVI, 916, rompere i suoi ceppi 
e fuggire. Più tardi, riconosciuti la 
sua innocenza, il Visconti lo richiamò 
presso di sé, restituendolo ne' beni 
confiscatigli e nell'ufficio di consi- 
glier ducale e di maestro delle en- 
trate. Questo scriveva Niccoleno 
stesso ,ncl 1404 a Paolo Guinigi, e 
Ule sua lettera è l'ultimo documento 
che intomo a lui possediamo. 

(i) F. Arisi, il quale ha per il primo 
richiamata l'attenzione sopra questo 
personaggio, tratto in inganno dalla 
fbrau latina del di lui cognome, e 
fors'anchc dall' innocente ambizione 
di riconoscere in esso un proprio an- 
tenato, gli die onorevole luogo nella 
Cremona Utcrata, I, 229 (e cf. an- 
che p. 182) insieme al congiunto 
Antoniolo. A tono però ; poiché 
Andreolo fu milanese e non cremo- 
nese. « Ego Andrcolus de Arisiis de 



« Medìolano natus domìni Antonii » 
si dice egli stesso, segnando come 
notaio e cancelUer comitale il man- 
dato fatto il 6 aprile 1379 in nome 
del suo signore a Giovanni Garzoni 
e Bartolomeo da Sorana che si re- 
cavano in Boemia a Venceslao (Puc- 
ciNELLi, Memorie di Peseta, p. 38$); 
e lo ripete più e più volte « Bay- 
« lardinus de Leniaco licentiatus in 
« iure civili » in una lettera scritta da 
Peschiera il io maggio 1 597, che si 
legge nel cod. Parig. Fendi Lai. Nouv. 
Acq. 11J2, e. 47 B. Messo questo in 
sodo, rimane a stabilire da qual stirpe 
provenisse; se dai Risi o Arisi, come 
parrebbe opinare il Corio, L'bistoria 
di Milano, Vincgia, mdlxv, par. Ili, 
p. 623, seguito dal Giulini, Mem. 
stor. delia città di MHjho V*, 612, 
741, 796, o non piuttosto, secondo- 
chò pensò il Tirauoschi, Storia della 
leti, ital V, 77, dagli Aresi; ma dì 
ciò altrove. 

In qual tempo Andreolo entrasse 
nella cancelleria viscontea ci è ignoto; 
ma se, come Pasquino Capelli, ei non 
aveva prestato già i suoi servigi a Ga- 
leazzo, certo fu accolto tra i famigliari 



hfi^ 



quando fi ridetta 
«1 gravìMÌmo one- 
re, di cui un'ami- 
ciiia perfetu * ca- 
gione a chi la col- 
tivi? 



Conyien infatti 
esteniere l'affetto 
•gli amici de' prò 
pri amici chi ami 
davvero quMt'uU 
timi. 



Gli raccomanJA 
quindi quanta sa 
c può Giovanni Ui- 
Ttrti. 



doque mirari tantam quantam videraus se mutoo diligentiura 
nirititcm. sed cum ad me reversus, ut maiora dimhtam, soluiu 
tacita mente considero quam onerosam oporteat amici ciam fere, 
cui non sufficit amici desideria quantum Hcet implere, oisi gra- 
ventur amici prò votis et necessitatibus aliorum, desino, quod 5 
tam vehementer obstupuì, amicorum infrequcntiam admirari. 
scio lamen nichil in liominum sociecate fertilius ainicicia, nichil 
uberius et redundantius cantate, nam si dilectionis atfectum solum 
intra coamantium se ambitum contineret, cura plcrumque non 
indigeant, nuUus csset fructus amoris; qui latissime patet, cum ad io 
amicorum amicos extenditur et, quod in amico non licet, in eìus 
diiectos prestatione exundantis officii demonstratur. adda quod 
in iioc manifestius sine dubitatione percipitur quantum amici 
propriis necessitatibus et bcneplacitis preberctur. utar igitur ami- 
cicia tua et dominum foli:innem, latorem presentium, tuarum 15 
virtutum et preconem, tue cantati quanto possum affectuosius 
recommendo; lege tamen preposita, ne meo respectu sibi quicquam 
preter favores et verba prò vcrbis irapcndcre labores. vale, mei 
memor, nec niiclii saltem quid modicum abnuas respondere. Flo- 
renrie, undccimo martii. 20 



a. U caritatcm corretto, sembra, in rariiatcm 3. tacila] R^ lantn 5. U R' de- 
sine ó. R^ frcqacntium 11. amicorum] H' corum 12, U cxundulis 13. L' 
pres. ]at. 17. G^ proposita R' re»pectui i8- l'utli i codd. prepon^no a \»borts 
un non 



del figliuolo, non appena questi gli 
succedette. Mandato del 1 589 in Fran- 
cia coir incarico di pagare la dote di 
Valentina Visconti, egli vi ritornò ìn 
seguito più e più volte» facendo anzi a 
Parigi prolungati soggiorni, ne* quali 
ebbe opportunità di legarsi d'amicizia 
coi dotti di maggior grido; cf. Tho- 
mas, De loamiis di MonsUrclio vita tt 
of>£rihus, Parisiis, MUCCCLXXXiii, p. 89 e 
la biografia di Pasquino ne' Corrispon- 
Jttiti dd S., V. A lui però la fortuna 
si mantenne sempre benigna, poiché 
in un dialogo di Uberto Decerabrio, 



citato già dair Arisi, e che si legge in 
vari codd. Ambrosiani (cf. B 123 sup. 
c- 104 b), esso vien raffigurato vecchio 
sì ed afflitto da fisici mali, ma pieno an> 
Cora di vivacità e di prudenza, onorato 
e stimato da Filippo Maria Visconti, 
che l'avca nominato consigliere ducale. 
La presente epìstola si collega stret- 
tamente alla precedente, giacché essa 
è stata scritta lo stesso giorno; sicché 
nel Giovanni che il S. raccomanda 
ad Andrcoln sarà da riconoscere il 
figliuolo del Diversi. L'ascriviamo 
quindi al 1585. 



DI COLUCCIO SALUTATI. 141 



III. 
A Bernardo da Moglio ^*). 

[Cod. Parigino Fonds La/. 1 152, e. io a; cod. Pallavicino 913 nell'arch. Co- 
munale di Genova, e. 15 b; N^ e. 133 b; R3, c. 42A; Ricacci, par. II, 
5 ep. XXVIII, pp. 102-103, da R3.] 



F 



Bernardo de Muglo filio magistri Petri. 
ILI karissime. iam plurìbus tuis pulsatus epistolis hucusque Firenze, 

^ ^ '^ ^ ^ IO agosto ij8$? 

circunventus necessitate conticui ; non enim libenter tibi non u moUe oc«>. 
scribo, in cuius recordatione subit clarissimi parentis tui Celebris ronoditcnverpri- 

* ma ^ eccitarlo a 

IO et inextinguenda memoria, cuius inclytum nomen et gloriosa »eg«ire le veitigia 
fama tibi maximum onus imponit inexcusabilemque bene faciendi 
necessitatem. in tanta quidem paterne lucis extimatione versaris, 
quod nisi aliquem ex te decocte virtutis florem emittas, omnis 
illa gloria tibi in ignominiam convertetur; quotiensque de san- 

15 ctissimi genitoris tui virtutibus coUoquium erit, totiens de poste- 

ritatis ignavia sermo fiet. hec haaenus: spero quidem te post *"e*^*'|'^ijJJ" '** 
paterna vestigia gradientem, cum etas suppetat, indoles adsit, pa- 
triaque tua, studiis inclyta, te undique ad virtutem invitet, cumque 
matemas monitiones sis iugìter habiturus, que virtute sua tibi S^atl'rM.'"*'™"'"" 

6. Così G ; P Eidem Beniardo Muglensi parte predicti ser Coluti)' / Ri Ri Colutius Ber- 
nardo de Mogio; AP anepigrafo. 7. In N' l'epistola è preceduta da questa propo- 
sizione: Mino tibi quasdam litteras ex publicis ut sint tue cantati solacium ; ma essa spetta 
invece aWep. x di questo libro; cf. p. 775. AP omette plurìbus e scrive: tuis iam 
propuls. ep. 8. N' RJ Ri omettono necessitate P tibi lib. 9. N' recommendatione 
P subiit omesso in Rf, sicché Ri mutò in est /'et dopo Celebris JV^ patris 11. onus] 
Ri honoris G omette que 12. P extimationis patema luce Ri in luogo di paterne 
dà i^stinae 13. quod nisi] Rf Ri quia ubi P sostituisce poi splendorem civitatìs 
ostenderìs alla frase dee. virt. fior. cm. 14. Ri Ri ometton tibi P omette in Ri com- 
motetur Ri commutatur P quotienscunque G de ger (sic) saactiss. gen. 16. P igno- 
minia 17. patenuj Ri prima 19. P novitiones 

(i) Neppur della presente epistola in essa impartiti al da Moglio, ci con- 
ci è lecito fissar con certezza la data, vincono ch'essa dev'essere stata scritta 
Ma il tono paterno che il S. vi as- a breve distanza di tempo dalle pre- 
sume e l'indole degli ammonimenti cedenti. 



EPISTOLARIO 



onde divenga più 
vivace ]« fama del 
•oo genitore. 



Ebbe il caulogo 
de' libri di Pietro 
e vuole Sidonio, 
Bmiodio, Simma- 
co ; per altri ai ri- 
mette alla «celta 
d'un amico, 



poiché que' tre soli 
non gli battano. 



insensibilius facit patris damniim,cunctis virtutibus adhesimim, ne 
tibi dispendio, patemo vero nomini pudori fias. nam licet aboleri 
tanti viri gloria nequeat, celebrior tamen apud etatem oostram ma- 
nebit vehementiorque transibit in posieros, si et lumen tuum de 
sui fonte luminis oriatur. 

NuQC autem habui repenoriuni bibliothece paterne, id quod 
ante omnia volo Sidonius, Ennodius et Symmachus sunt; 
cetera presentium exhibitor referet viva voce, cui precor libros 
ostendas, pretia declares et omnia, tanquam si presens essem, 
exponas t'^. 

Vale felix et mei memor, cumque te amem, fac me diligas, 
Florentie, decimo augusti. 

Licet tres solos notaverim, plures tamen volo, nec ex ilHs 
putes meum desiderium imple visse. 



IO 



IIIL 
A Tommaso Orsini cardinale di Manupello (»>. 

[U, e. 90 a; MS e. 38B; G% e. 38 a; K\ c. J2a.] 



Firenze, 
ai icnembre ijSj. 
Il vescovo di 
FieioU gli ba dato 



R 



Reverendissimo in Chris to patri et domino Thome 
Dei gratia dignissimo cardinali Manupelli. 

EVEKENDissiME in Chfisto pater et domine, singularis pater 20 
meus dominus episcopus Fesulanus multa mi chi de te tuisque 



1. P imcasib. tibi N' omette patrie Rf nec 2. U parole piterno vero «mio fti 

Ri coperte da una macchia d'inchiostro; non estendo riuscito a leggerle Ri rifece di 
xuo capo il pasto così : ne tibi difipendio prìstinum rerum notncn et pudori fìat G pudor 
3. G vettraro 4. P vebementerque G (amen subit in postercs si altimen P per si dà 

•ic; Ri pone punto fermo dopo postero* e muta si et in scd et; Rt fra el e lumen pone 
sui. poi cancellato, 6-10. S' G RJ Ri omettono Nudc - exponas 11. P me fac 

13-14. N' G Rf Ri omettono la data e la potcritta. 18- ig. Così L' ; Af G' Dom'mo 

TliomaBÌo cardinnli Mannupelli ; e cosi R', che però scrive Manapelli 



(i) P è il solo ms. in cui l'epi- 
stoLi si conservi itìtegra, offrendoci 
codeste notizie, che non sono prive 
di valore per la storia della biblioteca 
di Coluccio. Negli altri codici, dove 



le missive del S. son presentate come 

semplici modelli di stile epistolare, 
esse furon certo soppresse come su- 
perflue da qualche copista. 
(2) Figlio secondogenito di quel 



DI COLUCCIO SALUTATI. 



145 



studiis ornatii eravitateque scribencii retulit<'), adiciens, in quo notiti. eh'egiibr.- 

*^ ' * m»vi etiifir leco- 

miratus sum, te nieam, ut suis verbis utar, amiciclam appetere [^' '«^««ichevoii 
quodque ad te seri barn sumrais desideriis exoptare, ego auteoa 
quam possìm, imo, ut verius loquar, quam non possi m in utroque 

1. hf (P idrairinu 4. qnam • qu&m] G^ quod - quod 



Napoleone, la cui morte fu deplorala 
dal S. ncU'ep. xviu del Ub. II (I, 
103), Tommaso si volse alla car- 
riera ecclesiastica, nella quale avanzò 
cos\ rapidamente da ottenere il 6 di- 
cembre 1381 da Urbano VI il titolo 
cardinalìzio di S. Maria in Domnica. 
Conciliatasi sempre più la benevolenza 
del pontefice, dopo avergli svelata la 
congiura ordita contro di lui nel 1385 
a Nocera, fu mandato l'anno ap- 
presso legato nel Patrimonio di S. Pie- 
tro, donde le sue armi vittoriose fuga- 
rono così il congiunto Rinaldo Orsini 
conte di Tagli acozzo come il prefetto 
di Vico. Egli coronò colla presa di 
Viterbo (io maggio 1588) la sua im- 
presa; ma, caduto in sospetto del 
pontefice e rimosso dal vicariato, in- 
sorse; di qui un'iliade di sventure che 
si chiuse soltanto colla morte di Ur- 
bano. La elezione di Bonifacio IX 
(2 novembre I3'^9) segnò un rivol- 
gimento nelle sue fortune ; ma la 
morte colse lui pure pochi mesi dopo. 
V. CuccoNius, op. cit. II, 6)3 ; Car- 
DELLA, op. cit. Il, 292 sg.; LlTTA, Fam. 
uUbri d' Italia, to. V, Orsini di 
Roma, tav. vi. 

Ascrivo la presente epistola al 1385 
per due motivi. Il primo si è che fra 
le missive de' signori una se ne legge 
a lui diretta per raccomandargli Ubal- 
dino Bonamlci, che avea risoluto di 
star in corte di Roma, la quale reca la 
data del 21 settembre 1385 (cod. Ma- 
gliab, II, in, 342, C.272B «f Cardinali- 
te bus Manupelli, S, Ciriaci, et Pisajio ») ; 
ora noi sappiamo per troppe prove 
qual valore debba darsi alla coinci- 
denza di date fra le epistole pubbliche 



e le private del S. per non tener anche 
questa in altissimo conto. In secondo 
luogo il S. accenna ad un'ambasciata 
fattagli a nome dell'Orsini dal ve- 
scovo di Fiesole. Ma questi è il frate 
predicatore Antonio Cipolloni, fioren- 
tino, che, già vescovo di Giovenazzo, 
ottenne la sede fiesolaua nell'estate 
del 1384 e che nel mese di settembre 
138? era appena tornato dalla corte 
pontificia, come si rileva da una mis- 
siva, scritta il 6 ottobre dalla Signoria 
ad Urbano VI (cod. cìt. e. 271 b). 
Tutto ci fa dunque ritenere certa la 
data da noi st.ibìlita. 

(i) In favore del Cipolloni, eletto 
allora appunto vescovo di Gioven.izro, 
i signori avean scritto a! papa il 20 ot- 
tobre 1384, perchè, invece di quella 
sede, collocata « in «tremo Italie 
« angulo »» gliene assegnasse una alla 
patria più prossima (.^rch. di Stato in 
Firenze, Mtis. 20, e. 32 8 « Pape »). 
Accondiscese Urbano, e lo sostituì 
pochi giorni dopo, se dlam retta al- 
l' Ughelli, Ilalia Stura, III, 256, a Nic- 
colò di Vanni fiorentino, che dal 1377 
copriva la sede di Fiesole e che sem- 
bra avesse molti nemici (cf una mis- 
siva della Signoria per lui del dicem- 
bre 1385 in cod. Magltab. cìt. e. 276 a). 
Per le posteriori vicende del Cipol- 
loni, che passò del '90 al vescovado 
di Volterra, quindi sei anni dopo a 
quello d' Egina, e finalmente nel '98 
airajcivescovado di Torres in Sar- 
degna, dove morì, a quanto sembra, 
nel 1403, cf. Ughei-li, op. cit. HI, 
256 &c; Cappelletti, op. cit, XVII, 
55 &c.; Gams, SiHei cpiscop, Eccl 
Cath, 883 &c. 



L 



144 



EPISTOLARIO 



Ehibbioio <i»p. voto tue magnitudini respondere considerans, tactturnitntcm tan- 

prim« «« «««econ- '- ' 

d^itUriJ"""' "' *ì'J'*°i tutius eligcbam. scd frustra cum amore amances contcn- 
dimiiS) nec immerito celeberrimus noster Mantuanus ait : 

omnia vincit amor CO, 

nam, ut Chalcìdius inquìt, cum Socrntis auctoritate dixisset vir- y 
tutem solam esse que res impossibiles redigerei ad possibilem 
facultatem; est, opìnor, vis amicidc parque impossìbilium pene 
rerum extricatio, cum alter ex amicis iubendi religione, alter pa- 
rendi voto complaciti operis adminiculeutur efFectui^'>. quid igitur 

ìmìd^A '"*^**^' faciam ? huicne taci incqualis amicicic perficiendo contractui, in io 
quo tua sublimìtas tantum et talem dominum exhibet tanta cum 
humanitatis virtutumque supellectili, licet nichil possim preter de- 
vottonem et fidem exponere, non prebebo consensum? absit a 
me tantus et tam supinus error; nam, ut scribit ad Brutum Ci- 
cero, nichil raichi minus homim's videtur, quam non respondere 15 

i.« poi deiibetMo ij| amore his a quibus provocare fJ'. me itaque totum, licet parvus, 
licet prorsus nichil sira, me magnitudini dedo; ego te, quod michi 
gloriosissìmum est, in dominum singularem accipio: tu me di- 
gneris, quod tibi scio futurum est oneri non honori, tuum in 
servulum acceptare, ut inter nos perpetua sit tue excellentie libere 20 
iussionis auctoritas; michi vero iussa capessere fas sii^*\ si tibi, 
sicut idem pater meus testatus est, placuerit, ex huius societatis 

Ueio di unu for- commertio dives evadam, ut nullus mercator unquam lucrosiorem 

tun*. '■ 

feccrit auctionem. 
Non può non Quod autcm mea scripta desideres, dum mores hominum, 

(tupirti poi cb'egli ' 

brami i tuoi scritti j^jj putam sinccritatem dominorum, dum fame mentientis ex- 
cessum mecum tacita mente revolvo, paulisper oportct ut dcsinam 
admirari. scio enim, tanta libido vane locutionis incessit, cunctos 

I. R' magnitudini» 5, l codù. Hisocraiis 7. v»»] G' ìub 8. I codd. ami* 

dcie IO. G' conatui 12. M' G' supcllectilibus , avendo il copitta credulo che il 

licet Sfinente a tupdlcctilì fotte ta sigla del bun 15. Sf michi nus 



(1) Verg. Bue. X, 69. 

(2) Chalciijii In Tinta cu vi Phi' 
tottis Prologus in Mullach, Fragm. 
phiìosoph. graccor. Il, 147. Nel testo 



però sì legge non « facultatem », ma 
V facilitatem », 

(3) Cic. Ep. ad Brut. I, t. 

(4) Cf. Vero. Aen. I, 77. 



DI COLUCCIO SALUTATI. 



H5 



homines, dum detrahunt, doni collaudant, nunquam intra ter- 
minos consistere veritatis: utrobique, ni fallor, excedunt, cum sa- 
tius sit et istud et illud parcius predicare, scio dominos ferme 
cunctos, dum alios ex sue puritatis habitu reputant, aures mmis 
5 credulas exWbere; scio famam, que de locutionibus hominum, de 
quibus scriptum est: omnis homo mendax ^'\ exoritur^ vera falsis 
inconsiderantissime permiscere, ut inter tot et tantas undìque va- 
nitates prorsus sit impossibile non errare, non igitur miruin si 
tua sinceritas, famam sequeos et rciadonibus credens, que falsi- 
lo tatiim capacissime sunt, quasi magnum aliquod mea scripta de- 
siderai, sed cave, ne vilissimum auricalcum ob coloris simiE- 
tudinem aurum putes; cave, ne dum gemmas et margaritas te 
reperturum cogitas, fimum tangas. si scripta desideras, cur nova 
requiris, cur non scrutaris omatissimam vetustatem ? si metra 
15 placent, habes Mantuani dulcedinem, claritatem Nasonis, severi- 
tatem Horatii, iocunditatem Aquinatis, imitadonem Statii, facetas 
evagationes Lucani et Tragediarum, alterius a monitore Neronis 
opus, quicucque fuerit ille, Senece gravitatem. sì prosaicis de- 
lectnris, habes Ciceronis exundandam, Marci Fabii curiosum acu- 
20 men, Annei Senece, cuius canta reperiuntur opuscula, severitatem. 
habes, ut ad nostros veniam, Christi Seduliura apostolorumque 
preconium Aratorcm; habes facundissimum Firmianum, delicatum 
Hieronymum, exquisite locutionis Gregorium, declamatorem Am- 
brosium et omnium pcrfectissimum Augustinum. quid igitur, 
25 quasi nauseante stomaco, novas queris epulas qui possis tam 
splendidarum mensarum convivio saturari ? crede michi, nichil 
novum fingimus, sed quasi sarcinatores de ditissìme vetustads 
fragmentis vestes, quas ut novas edimus, resarcimus. diu di- 

ctum est: 

Nil inientatum nostri Uqucre pocte (0 ; 



come tutti coloro 
che fcggone in 
*Uo, 



tratto in inetnno 
dulia fama fallace 
preuocli^ «cmpre 
e menzognera. 



Se ama |; usi are 
intellettuali piace- 
ri, perchè non airi* 
volge «gli icritiori 
daaiici, ai poeti, 



ai filosofi, ai re- 
lori ; 



oppure alle opere 
de' Padri della 
Cliieaa? 



I moderni nulla 
creano di nuovo, 
ma colle spoglie 
degli antichi sì a- 
doraano. 



30 



et si forte quid relictum fucrat, sequentia tunc secula rapuemnt 



a. nf] R^ in 7. /?' consider. ìi. U verisslmtim 14. Dopo requlrìs R' ri- 

p(te cave ne vilisstmam J7. M' cvagìtionet 31. M' R^ omettono w 



(0 Pfolm. CXV. Il- 
Cotuccio Salutati, 11. 



(2) HoRAT. Efnst. Il, III, 28 j. 

^ 10 



1^6 



'TSTOLARIO 



Nunc ad studia tue dìgnationis accedo, narrat idem episcopus 

te poetis tequc moralibus delectari. placet id quidem, si tamen, ut 

Gli rtceomutà* {qoq vetltuiTi cst, Haiic doctrinam velut captìvam teneas, non sibi 

lattnc di usar di ° * ' 

C'ere^Tlniori ^^^"^ conìugì copulcfis, nìsì fortc radat cesaricm, ungucs circun- 

^^'^' cidat ponatque vesrcm in qua capta fuit. tunc, sì placuerit, illam 

tibi iungas uxorem ^^\ vale, non enim sinunt occupationes con- 

ceptum exprimere. alias forte prosequar quod inccpi. Florcntic, 

die vigesimo primo septembris. 



Fireiue, 
aj ottobre 1385. 

Non m che fare: 



V. 

Ad And reo lo Arese C»), 

[N\c.96a.] 

Eloquenti viro Andreolo de Arisiis can cenano. 
ruNQUAM alias, vir insìgnis, frater et amice karissirae, aut ve- 



lo 



rius aut plenius me cxperiri contigìt priscum illud, cuius- 
.eptrureoucere, ^^^^^^ fueiìt, documentum i loqui prohibcor et tacere non pos- 15 



a. L' omette ut 4. R' radiot 



5, fuit] U R' cst 8. iW R' omettono die 



(i) Allu*3e air interpretazione alle- 
gorica data al precetto del Dmtcronom. 
XXI, 11-1} da S. lIiERON. Ep. XXI 
ad Dainasum in Opera, I, 75. 

(2) La cattura di Bernabò Visconti, 
conosciuta in un istante da tutt' Italia, 
eccitò si profondo senso di stupore, 
quale niun altro forse tra gli avveni- 
menti di quell'età fonunosa avea sa- 
puto provocare: « maximum mirum 
« et creditur maius factum quam un- 
« quam fuerit in aliqua parte mundi»; 
Ann. Mcdioìan. in Muratori, Rcr. It. 
Scr. XVI, 785. A seconda delle pas- 
sioni ond'erano agitati, gli animi si 
divisero naturalmente in favor del 
vincitore o del vinto; ma fu senza 
dubbio quest' ultimo che in Lombardia 
e fuori dì essa raccolse le maggiori 



simpatie. Il volgo commosso fhnta* 
sticò che la natura stessa aveva in 
terrifiche guise annunziata la gran ca- 
duta ; i cantori girovaghi piansero nei 
lor Lamenti la miseranda sorte del si- 
gnore di Milano, crudele si, ma giusto 
e generoso ; il tradimento del Conte di 
Virtù fu a costui rinfacciato colle più 
atroci ingiurie da cronisti, quali il Ser- 
CAMBi, Crofi. di Lucca, 1, 244, da letterati 
come il Marzagaia, De modemis gestii, 
p. 81 : cf. pp. 42, 61. Fra costoro ap- 
punto noi ci aspetteremmo di trovar 
schierato il S., che nella presente 
epìstola invece si atteggia a difensore 
di Giovan Galeazzo, ad accusatore 
acerbo del caduto Bernabò. Ma più 
che la schietta manifestazione de' suoi 
sentimenti essa deve forse considerarsi 



DI COLUCCIO SALUTATI. 



147 



IO 



15 






sum; nec minus quam ille facundus matrìmoniì dissuasor, loqui 
prohibeor, si veliin quod mente concipio reserarc<'\ deterrent 
enim materie altitudo et communis domìni celsitudo sueque iiuc- 
cessibiles et predicande virtutes; de quibus, ut Hysioricus aliquando 
de Carthagine protulit, silere melius puto quam parum dicere (*>; 
et ideo loqui prohibeor. sed cum rem per ipsum clarum Italie 
principem, imo verum et singularissimura nedum Ligurie, sed 
totius latini nominis liberatorem, iiuper gesum ioconda mecum 
mcmoratione revolvo ; cum felicitatem, quam ipse sibi cunctisque 
innocue vivere cupientibus peperit, tacita mente considero, tacere 
non possum. inter hec tamen quantum ilia me retrahunt, tantum 
ista manum ad scribeodum impellit, ut, quanvis hec transeant 
omnem humane condicìonis terminum et mensuram, irrecusabi- 
liter tamen exigant ut stili memoria celebrentur: et eo maxime, 
quoniam audivi plurimos mentibus depravatis obloquendo repre- 
hendere que deberent cunctis commendationum laudibus exor- 
nare. sed non est novum malos invidere bonis et res, quanvis 
utiliter consultas, preclare gestas et felìciter consumatas per in- 



Dal parlar lo di- 
stoglie la gran- 
dezu del soggetto; 



e quesiA ttesM 
grandezxa a p«rU> 
re io tproiisi 



tanto più che la* 
lano os« bìssim«re 
ua atto d'ogni lode 
meritevole. 



come un atto politico suggerito al 
cancelliere fiorentino dai suoi signori, 
ì quali, sebbene avessero con fredda 
cautela risposto alle giustificazioni lor 
dirette dal Conte di Vinù (cf. la sua let- 
tera in Ann, Mediùlau, cit. coli. 786-87, 
8 maggio 1 385 ; la « Florentinorum 
« responsi© » del 14, ìbid. coL 787 e 
Ricacci, par. I, ep. vu, p. 15 sg.), 
pure erano in fondo ben lieti di sa- 
persi sbarazzati da chi avevano espe- 
rimentato non raen pericoloso come 
alleato che come avversario. 

Poiché nel corso dell'epìstola il S., 
pur accennando allo stratagemma di. 
cui Bernabò era rimasto vittima il 
6 maggio 1385, non tocca della sua 
morte, seguUa circa otto mesi dopo, 
cosi può credersi ch'egli la dettasse 
mentre Bernabò era sempre in vita: 
quindi nei novembre dell'anno mede- 
simo. 

(t) Allude qui il S. alla frase con 




cui comincia la celeberrima Epistola 
VaUrii ad Rufinum tu iucat uxorem, 
che fin dal tempo in cui Gualtiero 
Mapes la diede in pubblico, e mal- 
grado le sue proteste {ci Wrigut, 
Biograpbia Britatin. litt^r., London, 
1846, p. 299), taluni ritennero scrit- 
tura dell'età classica ed attribuirono 
ora a Valerio Massimo, ora a s. Ge- 
rolamo, fra le opere del quale si con- 
tinuò per lungo tempo a stampare: 
et S. HiERON. Opera, XI, 142 sgg. Il S., 
che altrove (cf. lib. IH, ep. xv, I, 187) 
aveva un po' leggermente accettata 
l'attribuzione al santo di Stridona, se 
ne mostra qui con più savio consiglio 
dubitoso. DélV Epistola egli posse- 
deva una copia, inserita fra altre 
scritture nel cod. Laur, Conv. soppr. 
S. Marco 268, ed ora mancante per 
la perdita d' una diecina di fogli, dopo 
quello che è adesso l'ottavo. 
(2) Sali.ust, Di: bello lu^urth. XIX, 2. 



148 



EPISTOLARIO 



P«rleri dunque 
contro icictrattorl, 



che il divin volere 
noD riconoscono 
nella c«dut« di 
BcroAbÒ Visconti, 



ttrtinoo a tutti in* 
festttttmo, 



•gli amici. 



ai (udtiiti, 
ai vicini, 

ni «uoi congiunti 
atessi. 



vidie lìvorem depravare, loqunr igitur et centra detractores istos 
hoc reptanti calamo perorabo, ut discant improbi ferreas linguas 
honesto potius cohiberc silentio, quam narratione falsidica dela- 
trare; nec sic sibi placeant, quod alios in suam sententiam tra- 
here glorìentur; precipue cum negare non valeant capturam illam 
domini Bernabovis, non humanis consiliis, sed solo Dei digito 
faaam, iustam, utiJem et necessariam extitisse. quid enim iustius, 
quara sevissiraum tyrannum, amicis, si quos amicos tamen habere 
potuit terribilis illa crudelitas, forni id ab ile m, subditis gravem, vi- 
cinis exitiosum, coniunctis et pestilentem ac trucem omnibus, 
oppugnare; tyrannum, inquam, blandum ut decìperet, humilem 
ut conculcaret, propicium ut perderet et tractabilem ut seviret? 
an forsan vera non loquor? nonne qualìs in amicos fiierìt, ut 
infinitos omittam, in domino Pandulpho, quem falsa corrumpende 
pellìcis criminatioue truci ferro petiit intra seve domus pcnetralia, 
demonstravit?('J an qualis in subditos foret, populorum miserie 
non ostendunt? an qualis in vicinos esset, non patuit infinitis 
bellis, quibus semper lìnitimos extitit insecutus ? de coniunctis 
autem quid referam ? cum non fama, sed rumor fiierit eundem 
fraterne mortis fuisse auctorem, et non solum nocturna suffo- 
catione domtnum Mapheom peremisse, sed etiam alterius fratris 
et denrum nepotis exitio modis omnibus ìnstitisse ? f*^ nonne 



IO 



b' 



20 



6. Cod, Bernaboaii 



(i) Anche P. Azario, Chron. e. 398, 
narra come si attribuissero a gelosia i 
violenti trasporti di Bernabò contro 
Pandolfo Malatesta, della cui inno- 
cenzA sorsero garanti Ludovico re 
d' Ungheria e Stefano Colonna, il ve- 
nerando patrizio romano, con due let- 
tere al Visconti Ja noi rinvenute Tuna 
nel cod. Laur. Gadd. Rei. loi» e. 12 b, 
l'altra nel cod. Partg. Fondi Lat. Nouv. 
^icq.n. II 52, e. 56 A. M. Villani, però 
(Ist. fior. Uh. VII, cap. XLvm), dopo 
aver narrato distesamente il fatto, con- 
clude, come U qui il S., che la gelosia 
fu un pretesto, e che Bernabò infierì 
contro Pandolfo sol perchè gli pareva 



che per opera di costui troppo mon* 
lasse il fratel suo Galeazzo « nella 
« consorte signoria ». 

(2) D'aver col veleno procurata la 
immatura raorit: di Maffeo, spentosi 
il 26 settembre i}$j, dicder colpa a 
Galeazzo ed a Bernabò i contempo- 
ranei ; alcuni de* quali non dubitano 
di asserire che quest' ultimo tentasse 
poi di sbarazzarsi in ugual maniera 
del suo complice ; cf. Minerbetti, 
CroH. in Tartini, Rir. It. Scr. II, 95. 
Che Galeazzo diffidasse infatti del fra- 
tello e che questa fosse la principal 
cagione del suo trasportarsi a Pavia 
dicono gli storici: cf. Giulini, Storia 



DI COLUCCIO SALUTATI, 



149 



quanta crudelitate fuerit in omncs quotidianis cedium iussionibus 
indicavit? o quot et quantos dominos suis ìllectos blandiciis 
in exitialia bella coniecìt et promisso frustracos auxilio precipi- 
tavit suis assentationibus in ruinam ! o quotiens humilitatem 
5 simulavit ad tempus, ut validiore superbie spiritu quos voluit op- 
pugnarci; quotiens ostendit se ferre subsidia illis quos opprimere 
raolicbatur; quotiens iras continuit ut crassareturl unicum suffi- 
ciat ad hec omnia probanda malignitatis exempluna. nonne quon- 
dam Portuensem cardinalem Lucanam civitatem et Sancti Miniatis 

IO oppidum auctoritate cesarea gubemantem, qui spem oninem In 
ipso posuerat, insidiosis blandiciis pcUexit, ut cum mcis doniinis 
florentinis bellum incìperet, seque illi domino nobili et gallice 
nationiSj de sue puritatis simplicìtate illius duplici tatem metienti, 
prebebat humillìmum, ut iuxta superbie spiritum suum concul- 

15 caret? nonne sibi copiosa destinavit auxilia, que non tantum 
Florentinis obsisterent, sed ipsum nequissime proditum morti 
Iraderent et delegata sibi dominatione privarent? nonne, de- 
prehensa tanta turbationis proditione, et ab eodem, sicut decuit, 
digna reprehensione correptus, se mkem et tractabilem exhibebat, 

20 ut tandem posset effere mentis propositum adimplere ? <''5 et 
quoniam, permittentibus legibus huraanis atque divinìs, in veros 
cyramios licet insurgere, et cum, ut inquit fons eloquentie Cicero, 
vite tyranni ea condicio -sit, ut qui illam eripuerit in maxima gratia 
futurus sit et gloria ^'>; in quem unquara iustius licuit manus ini- 

2^ cere, quemve nedum capere, sed etiam trucidare? parce, precor, 
et parcat communis tui et mei domini mansuetudo, si quid centra 
cyrannos invexero: mundissimus equìdem est in oculis omnium 
Comes noster iste Virtutum a tjTannice nomìnationis infamia, 
qui solus exhibuit inter alios Lombardie dominos verum regalis 

30 dementie dominatum, qui non solum tolerabiliter sobditis, sed 

13. CoJ. nubilis 13. Cod. metiendi 34. Cod, nunquam 



A dginnndc'prin- 
cipi p«r di»t™g- 
gcrne là poteuza 
continue furono le 
sue Inildie ; 



ne di Mcmpto cn> 
(picuD la fu« COD- 
>lo(t« col c«rdto*l 
Port\icn«e. 



E poiché le leggi 
consentono cbc i 
tirNiml periscano, 



giusto fu che à giù 
tarlo Ji seggio ^si 
accingesse il Con- 
te di Virtù, 



*olo tra I tlguori 
lombardi che abbia 
lode di buon prin- 
cipe, 



della campagna t città di Milano &c. 
V, 496. D'aver infine voluto avvele- 
nare il nipote e la madre *ii lui» Bianca 
di Savoia, muove esplìcita accusa a 
Bernabò il processo del 1385; Ann. 
Midiolan. cit. coli. 797 e 798. 



(i) Sulle insidie tese al cardinal 
Guido da Monforte vicario imperiale in 
Lucca nel 1369 da Bernabò, che aspi- 
rava, acquistata Sarzana, al dominio di 
quella città, cf. Giulini, op. cit. V, 531. 

(2; Ctc. D< of HI, 85. 



cunctis opubilitcr dominatur; qui solus didicisse videtur quid su- 
biccds deccat impenirc; qui solus non verbo, sed opere veruni 
se tutorem et parentem reipublice profttetur. iiec dubitem, quod 
et ipse suis litterìs detestatur, tantum super salutis sue perìcli- 
• ctM d coainotM tAtionc commotuni, quantum super deflcnda miseria populorum, 5 
4t* p*p«u quos videbat truculentìs et ìmpiis faucibus laceratos sevioris fla- 



raani 
ntkhò. 



gelli condicionibus in filiorum manibus reservari (■). nam, ut pauca 
DtMi(T« u lè. dìscurram, quid ilio subdids relinquebat nisi sediciones et scindala, 
que quidem in ipsorum desolarionem calliditate perniciosissima 
confovebat? que, licet honesta fuerint, sub ilio civium permissa io 
coUegia ? que discipline, que liberaHum anium scole vel in me- 
tropoli vel in ceteris quas opprimcbat urbibus viguerunt? quibus 
nobilibus quibusque coniunctis effera crudelitate pepercìt, nisi quos 
cxploratissima ratione percepii sibi vel nescire vel non posse no- 
cere ? quis sub ipso potuit, ne dicam verbum facere, sed vel 15 
sccum ctiam somniare quod ad eius aures exploratorum diligenza 
non referret ? quid autem utilitad statuit subditorum ? quot dves 
habuit sui custodes nisi crudeles scelerum ministros ve! detestandos 
ardtìces voluptatum? que denique salus miseris restabat populis 
nisi de patnii Tentate sub nepods benigniate, divina manu perficicnte, 20 
tratisfcrri ? non credas, carissime Andreole, hoc tantum et lam 
desiderabile bonum langucnd, imo morìend Ligurie provenisse, 
nisi mìscrìcordissima celesds Numinis dìspositiooe, que piissa non 
est salutem tot populorum tam infdiciter deperìrc secnm enim 
ab etemo dixit ab ini do cuncta pcospidens et tempora nostra 25 
benìgnus disponcns Deus, secum, tnquam, ab eterno dixit Virgili!- 
nom iUud: 



Dnfe ned: tndkir rmcoM 



ne pcsofer oosrt, 
sane regnet io «ida (>X 



1^ OU. mmeOt Min 



ai Coi. Aa4re«ale 




mmà 



lociiw buie te* 




(a)VBB6.G«rr.IV,S9<^ n 
pci^ad pria» ««no ka • 



DI COLUCCIO SALUTATI. 



151 



IO 



15 



20 



25 



30 



sic enim profecto factum est. nam occiso» quantum ad impcriutn 
attinet, qui iustissimum imperialis indulgentie titulum doniinaudi 
tyrannice crudclitatis impietate fedabat, surrexit vir Deo dìlcctus 
et homìiiibus carus, qui beoignitate sua dolorosa subditorum vul- 
nera mitiget et periditantis Ligurie damna sue bumanitaris de- 
mentia recompenset. desinant igitur detractores ambitioni ne- 
potis ascribere fatalem, hoc est divine disposìtionìs ordinatum, 
domini Beraabovis occasum : nam, ut testatur gloriosissimus ille 
f>ontifex, divus Gregorius: nulla que in hoc mundo bominibus fìunt, 
absque omnipotentis Dei occulto Consilio veniunt^'>; que,quaQtiim 
arbitror, tanto maiori luce clarescuot, quantum manifesdorì prove- 
nisse iusticia dignoscuntur. quid autem, si cuncta Regentis iusti- 
ciam contemplemur, occurrere potest iustius, quara crudelium de- 
positio dominorum, quam concedit, cum audit Deus coinpeditorum 
gemitus, ut solvat filios interemptorum ? f*) hoc opus semper 
ordinatio divina permisit maxime virtutis viris. hinc Hercules 
Busiridem Egj^tium^ Thraccm Diomedem, Anteum Libycum, 
Erycem Siculum, Hiberum Geryona, Cacum Italura, Narboneoses 
Albiona et Bergionem et innumeras alias fcras, que, cum homines 
fuerint, a proprietatibos vitiorura fabulose bestiarum nominibus 
recensentur, tum occidisse creditur, tum domuisse. sic Theseus 
Minotaurura Cretensera, Cephysium Procustem et latronem Sì- 
syphum interemit; sic aureum vellus cepit lason; sic Cadmus 
virigenis serpentem dentibus Hyanteis oppressìt in campis. inter 
quos quis dubitet, cum etemitate memorie nuraerandum glorio- 
sissimum Virtutum Coraitem, qui tam felicìter tantam patnii ty- 
rannidem deposuit et perfregit? poteritne unquam ulla obli- 
vione deieri tante rei memoria aut tam clarum facinus subticeri? 
manebit, inquam, in etemura, ut arbitror, inclyta fama celeber- 
rimumque nomen domini nostri ; nec Galeaz, C») Virtutum Comes, 



e coDcluJe che U 
suji cié<atM fu di- 
■posiitooc diviiu. 



Pari a quella 
d'Ercole e di Te- 
•eo, domatori di 
mostri, 



ilureri dunque in 
perpetuo la fama 
di uian Galeazzo, 



8. Cod. Bernabon» 14. Nel end, manca concedit ty. Cod. burisidem dionisiam 



(1) S. Greg. Moral. lib. XII, in 
cap. XIV lob, cap. n, $ 39) in 
Optra, I, 986, 

(2) Psalm. CI, 21. Il testo » ali- 
ce diret - solverei ». 



{3) Al nome di Galeazzo, il Conte 
di Virtù non aggiunse se non dopo la 
morte paterna quello di Giovanni; 
giovine il dicean anzi « Galeazzo No- 
« vello », se crediamo stìhCron.di Pisa, 



152 



EPISTOLARIO 



che trionfò di ti 
60*0 tiruao. 



Né si tccu%i d'in- 
giustixii U tua 
condona. 



Dicono i poeti 
che coo«rrt 1 U- 
r«nni i lecito itrin- 
gcrc il ferro ; 



e lo ripetono te 
legf^. Che conlro 
i iDAStudicri ed i 
predoni. 



contro 
tori, 



1 grM»«- 



tantique tyranni iustissimus atque gloriosi ssìmus triumphator apud 
posteros sub silentu tenubris obducetur. damabunt popoli, testa- 
buntur urbes, admirabuntur extranei, totaque nostra letabitur etas 
etemisque scriptores litteris commictent laudes et gloriam tanti 
viri, nec audebunt etiam, quoscunqiie trans versos livor duxerit, 5 
de tantis rebus inìustidam allegare, iniustumne fuit invisum su- 
peris inferisque caput et hunc non hominem, non aliquam certam 
beluam, sed simul tot beluìna capita preferentcm quei vìtiorum 
furoribus estuabat, nedum noceret capere, sed etiam qu.isi sacri- 
ficium aliquod immolare ? non profccto. nam, ut Tragicus ait f'>, io 

victima haut amplior uUa 
Potest raagisque opima, niactarì lovi 
Q.uan3 rcx iniquus. 

cum enim, ut validiora perstringam, rescribentes Provincìalibus 
et Hadriano Arcadius et Theodosius augusti statuendo decrc- '5 
verunt prò quiete communi desertores militìe noctornosque pro- 
palatores agrorum aut itioera frequentata insidiosis aggressionibus 
obsidentes, ut mortem, quani minabantur, excipiant et id quod 
iniendcbant incurrant:, quilibet edam auctoritate privala possit 
occidere <*> ; qub dubitet de mente legum fore, quod legtim om* 20 
nium non desertores solum, sed publicì vìolatores, quique non 
agros tantum, sed urbes ipsas intra menia propalantur et non solum 
vìas, sed domos obsident innocenrium, impune posse prò utilitate 
publica trucfdari ? si Hcet vìm vi repellere et prò sui corporis 
defensione crassatores armis ocddere, quis sane mentis non ma- 25 
nifeste conseotiat rerumpublicarum violentissimos invasores, per- 
secutores bonorum, libertatts oppressores et nedum privatorum, 
sed populorum truculentissimos homicidas licitum fore per arma 



ij. Hadrbno] CoJ. hadyono 



ad a. 1382, in Tartini, Rer. IL Scr. I, 
789 e 798; cf. GiULiNf, op. cit. V, 
580 sg. 

(i) Sen. Trag. Herc, Fur. 
926-38. 

(2) Il S. riassume in parte, in parte 
riproduce letteralmente qui le due 
costituzioni imperiali die si leggono 



nclCoJ. lib. Ili, liLxxvn: Quaodo 
liceat unte uique sin e ìudicc 
se vindicare vel publicara 
devotionem; di cui la prima è 
intitolata: « Impp. Valent. Theod. et 
« Arcad. A.A.A. ad Provinciales » e la 
seconda « Jmpp, Arcad. Honor. et 
« Theod. A.A.A. Hadriano PP. ». 



DI COLUCCIO SALUTATI. 



»53 



repellere ipsosque prò salute cunctorum vita tot capitibus quot 
viris presidet exitiosa privare? sique licet prò momeotanee 
possessionìs conservando iure violentuni expulsorem, collectis et 
amicis et agnaiis, potentiore raanu repellere ; sique, dum sit illa 
5 de possessione luctatio, ferro cadat ìnvasor, legibus est impune ('>, 
quid de populorum afflictoribus statuendum est, cura quibus non 
de agrorum possessione, sed de vite salute et totius substantie 
conservatione certatur? quod si iura permittunt etiam privatos 
» cesariani fisci quidem officialibus, in fiscalìum rerum occupatione 

fO contra legem agentibus, propria auctoritatc resistere, quoniam rite 
non agunt*^'^ ; si thori violatorem possumus cedendo conficere^J\ 
quid in illos censendum est cunctis esse pcrraissura, qui civitatis 
cuiuspiani rempublìcam non ad utilitatem ìmpcrìalis erarii, sed 
ad suum commodum occupant, quique simul matrimonio copu- 

15 iatos, coniuges natosque natorum et qui nascentur ab illis(4) non 
solum in libidinis sue satietatem redigunt, sed publìca servitute pes- 
sundant ? male quidem, crede michi, rebus humanis iura consu- 
lerent, si contra tyrannorum opprcssores aliquo supplicio dese- 
virent. quis enira, ut cctera pretermittam, credat leges, sanctas 

20 et iustas et ad communem utilitatem omnium ordinatas, sevitatem 
tyrannicam aliquibus sue tutele suffragiis adiuvare? licet hostem 
ocddere; licet quemcunque principem civitatcm non sui iuris im- 
petentera, etiam si de imperii gloria solummodo certet, nedum im- 
pune perimere, sed cum gloria trucidare, quis sìbi ipsi consenti at 
25 in tyranno, quo nullus dici potest omnium inimicicior, et cum eo 
qui non invadit, sed iain invasit et opprimit cìvitatem, illud idem 



contro i violatori 
ed I turbatori del 
privato pots«MO, 



anche le ufficiali 
pubblici. 



contro gli aduiieri. 
conceiioDO agli of- 
fesi il .liritto di 
uccidere. 

Sa lecito é dun- 
que uccidere uu 
nemico privato. 



non lì potri tru- 
cidare nn tiranno, 
di tutti ncmicia- 
aiooo ? 



36. iavadit] Cod. inmit 

(1) Cf. Ced. lib. Vili, tit. iv, consi, i, 
U n d e vi, con cui si accordano le 
leggi del Digesto, legge 1*, § 27 e 
legge 17 del tit. De vi et de vi 
armata; lib. XLIII, tit. xvi. 

(2) Cf. Cod. lib. X, tit. 1, De 
iarc fisci, const. 5 et Imp. Dìocl. et 
«t Haxitn. A. A. ad Flaccum » e lib. XII, 
tit. LXi, De executoribus et 
cxactoribus, const. $ Ripe- 
tono U stessa regola la const. ; 



del Cod. lib. XIl, tit XLi, De mc- 
taiis et cpidcnieticis; la const. 
ultima del Coà. lib. X, tit. XXX, De 
discusso rìbus e la const, unica 
del Cod. lib. X, tit. xvin, De super 
i nd i e to. 

(0 Cf. Cod. lib. IX, tit. IX, Ad 
legem lu 1 i a m de a d u It e r i is 
et stupro e Novella CXVII, cap. xv, 
principio. 

(.}) Cr. Verg. Aen. Ili, 98. 



Coluccio Salutati, II. 



10' 



'54 



EPISTOLARIO 



Se questo diritto 
la legge npl con- 
c*<lcuc, ogni li- 
bertA >«reb& tpen- 
t» oel mondo, 



niuJiA «peranzA ri- 
marrebbe ai popoli 
oppreau : 



ben fece danque il 
Conte ispegnendo 
al pericoloso nemi- 
co d'ogni buono. 



Or ri allegreri 
tutta Italia, 



a' allieteranao 
■additi, 



non esse licìtum, qiiod in idem tentantibiis vidcraus esse permis- 
sum ? ilcnique, si taliter iura prò sevissimis istis dominatoribus 
se opponant, quod ipsis decretis non liceat subditis, non permit- 
tatur equalibus et non cogantur superiores in ipsos insurgere, 
quis unquam publice scrvitiitis finis, quis unquam locus vel aditus 5 
libertatis ? sed quid prodest subditis, si tìccat excutere iuguni, 
quod efficere nequcant ? aut si maiores debent, quod omnino 
negligunt et non curati t, ad quem poterunt nedum misere, sed 
miserande suis etiam hostibus civitates prò liberatione recurrere, vel 
ad quem de suis afflìctionibus appellare ? cesares enim hac etate i 
nostra procul ; pontifices suis negociis, et utinam non scismatibus ! 
occupati sunt; ut nichil aliud possent affiicti populi facere, nisi 
summum orare lovem : 

raoriraur, pie lupìter, audi : 
lupiter, exaudì, lupiter, afFer openuO; 

Ut iustissimum fateri necesse sit in superiorum negligentia et im- 
potentia subdìtorum, hunc certissimura Virtutum Comitem et 
cunctis vinuribus comitatum, dominationis socium, sed tyrannidls 
inimìcum, prò tot liberatione populorum instinctu divino ad tantum 
extinguendum facious surrexisse. quantum autcm utititatis sii 20 
ex hoc liberatis popuìis, quantum vicinis quantumve toti simul 
Italie secuturum quis valeat explicare ? gaudebunt enim populi 
de tynmni cru delirate in veri et i ustissimi domini clementiam be- 
nignitatemque translati ; letabuntur undique mira ctim iocunditate 
finitimi, quos amodo non oportebit continuas illas insidias for- 25 
midare; tota vero simul exultabit Italia, sublato scandalorum 
principe, qui se propicium cunctis Italie vastatoribus exhibebat. 
amodo quidem enmt populi de coniugibus filiarumque pudicìcia, 
de personis suisque rebus sine trepidatione securi. depositus 
quidem est qui licitum de libito faciebat <*) et per urbes gradiens }0 
auctoritate cesarea sibi commissas, imo, ut verius loquar, sub tituli 

3. Cod, fp&o 8. Cod. poterant 



(i) GuALTERi Anglici Rom. fa- 
huìae, fab. xxi, De ranis regetn 
petenti bus, in Hervieux, Les fa- 
bulisUs latìns Scc. I, 39;. 



(2) Forse abbiamo qui una remini* 
scenxa del verso dantesco: 

Che libito ft' licito In «oa legge; 

/«/. V, 56. 



DI COLUCCIO SALUTATI. 



^55 



IO 



'5 



20 

I 



iustificatione relictas, quamcunqoe libidinoso respexit intuitu, sive '»*»"•«> ^ "«f*»- 

' ' * do giogo d' un 

virginem sive nuptam seu viduam, ad sui thalami pulvinaria i"»*»'''»»» 
trahebat; qui de subditoruni filìabus pelliconi gregem esemplo 
tuq5Ìssìmo faciebat t'); q^i^ non contentus angariis sordidisque 'JJ^*"'*''"' "" 
subiectorum muneribus, etiani perangaria seviter exigebat ^^\ o 
felices populi, qui nunc benignas tolerabilesque non exactiones, 
stfd collationes in publicum, non violenter extorquendas, sed vo- 
luniate libera confercndas, sub benignitate nostri Comitis exhibe- 
bunt! quibus non oportebit sub huius pydicissinii principis casti- 
monia prò sororum formositate et filiarum aut coniugum sive 
rcliquarum vìcissitudinura suspicari; quibus non crit de substantia 
timor nec ulla de capitis incolumitate formido! sed, o felicis- 
simi domìnatus, qui de tanti potentatis ambitu vel iam experti 
fuerant iniurias vcl ipsarum expectatione de suo staiu solliciti 
trepidabant ! non metuet amodo suts Mudnensiuni finibus in- 
dytus marchio nec intra mediamnera Ferrariam, quam generosa 
progenies doraus Estensis tandiu legitimis pontificum concessio- 
nibus habuit et iustis imperandi condicionibus gubemavit iustis- 
simisquc gubemat, vel intolerabiie suis populis timebit ìugum vel 
sui status ex insidiis formidabit occasum ^^l amodo tutus erit " «8°'^' **• v«- 

tOUA, 

a bellis et ab insidiis securus inclytus domìntrs Veronensis nec 

g.C<M/.qui* 1 1. Sei cod, innanzi a saspìcfirì UH non che ho toppretso. so.Coc/. anmodo 



Stri trMouillo il 
nurcbete d' E«M, 



(i) Sulla smodata lussuria di Ber- 
nabò cf. A/ARIO, Chron. col. 398; Atm. 

\MÌ0Ìatt. cit. col. 799; MlNER BETTI, 

Cron. cit. col. p^ 

(2) Sul significato di questi due 
vocaboli poche ed inesatte sono le 
notizie raccolte dal Du Gange s. v. 
angaria. Più soddisfacente la nota 
di L. Fortis alla versione del Voet, 
Commeni, alle Pandette, lib. XLIX, 
tit. XIV» D. 3, Venezia, 18)}. Delle 
angherie con cui il Visconti oppri- 
meva i sudditi, recan gli storici infiiaìti 
esempi. 

(3) È noto come non appena Nic- 
colò d'Este successe de! r^62 nella 
signoria al fratello Aldobrandino, s'ad- 



dimostrasse zelante fautore delle leghe 
forniate da vari Stati italiani all'intento 
di tener in freno il Visconti, a co- 
minciar da quella stretta in Ferrara 
il 16 aprile 1362, passando all'altra 
che il marchese in persona sì recò 
a contrarre in Avignone con Urbano V 
(1366); alla terza dichiarata pur in 
Ferrara il 2 aprile 1370; foriera questa 
ultima delle più gravi discordie insorte 
pochi mesi dopo fra i due signori per 
l'acquisto di Reggio, che degenera- 
rono in guerra aperta, durante la quale 
r Estense corse gravissimo rischio dì 
perder Modena. Cf. Frizzi, Memorit 
per ìa storia <ii Ferrara, ed. Laderchi, 
Ferrara, 1^50, III, 334 sgg. 



IS6 



EPISTOLARIO 



maxima pendebit prò redempta pace tributa nec sub future sue- 
tàjAxfti^wWoàì ccssionis federe prematura matrimonia despondebit (*>. non crit 
duci consumatissimo Patavino, vel bella gerenti, que tam iuste 
tamque necessaria indixit et tam felidter terminavit, aut pacem 
agenti, prò qua tot labores substìnuit, tot pecunias largissima manu 5 
profudit, totiens se bellis implicuit tantasque sibi populorum sode- 
tates et principum amicicias conciliavit, ulla de domino Berna- 
bove suspitio, qui quasi de quadam sublimi specula semper quos 
Kfi.irannci pue u possct Opprimere cogitabat (*\ non metuent incljrte Ligurie atque 
lù. G«now, Ho- lìmilie civitates; inde lanua, bine, colonia Romanorum, studiosa io 
Bononia , crudelis iugi fata recidìvatione mortifera subire (>>. 
nec inclyta nostra Florentia, totiens bellis tentata ac iniuriis pro- 
vocata, totiens decepta pacibus, federibusque seducta, foris hostiles 
ratpirerà Vmaiia, insultus aut intra menia pemidosas insidias formidabit (♦^ quid 

dicam de principe Venetiarum, quem mari terraque bellis op- 15 
prcssum et demum, amissa Clugia, pene devictum hiandbus ìlle 



(i) Allogando i diritti che sua mo- 
glie, come figlia legittima di Cansi- 
gnorio della Scala, vantava sul do- 
minio di Verona, Bernabò nell'aprile 
del I ^78 dichiarava guerra ai suoi co- 
gnati Antonio e Bartolomeo, i quali 
stoniarono a gran fatica dal loro capo 
1.1 procella, sottomettendosi a gravi 
condizioni. C'onclusa nel 1 > 79 la pace, 
cinque anni dopo, e precisamente nel 
febbraio di quell'anno, Bernabò sti- 
pulava le nozze dell' ultimo suo figlio 
Mastino in c\ì( di cinque anni con una 
ligliuoletta di Antonio della Scala; 
ci. (ìiiiiM. op. cit. V, 607 e 651. 

(,JÌ Anche l-rancesco da Carrara 
era entrato nella lega promossa nel 
\ \tl contro Bernabò dal cardinal Al- 
K»rno? e dall' listense: cf. Gil'lini, op. 
cit. V, J07 ; (.^iTT.Knin la, Stcria <iAU 
,hmtn. C,tf4t. j'i ì\uici,t, Padova, 
iS|j. l. 3Cx\ Hfilì fu sempre av- 
VvI.no .\\ ViscvMit', vlopoch^ cv^stui ri- 
nutovxì .» CtMUrai seco il p.»rentado ^ìi 
i»mkIuhsv>. vt villi iM,op.cit. \". 4%?. 

\0 Nel i ivH» iiutamlM i Visconti 



aveano rivolte le loro armi contro 
de' Genovesi, i quali, per evitare mali 
peggiori, si piegarono a pagar loro 
un tributo annuale di quattromila fio- 
rini d'oro ed a mantenere a proprie 
spese quattrocento balestrieri che li 
servissero: cf. Giulini, op. cit. V, 504. 
Troppo noti, perchè occorra ricordarli, 
son poi gli sforzi di Bernabò per conse- 
guire il possesso di Bologna, che, as- 
sediata da lui nel i}6o, fu venduu 
dal D'Oleggìo alla Chiesa. Cf. Giu- 
lini, op. cit. V, 437, 446, 454 &c. 

(4) La ribellione di Sanminiato al 
giogo fiorentino aveva pòrto nel 1 369 il 
destro a Bernabò di tenur d'imposses- 
sarsene sotto pretesto che 1* imperatore 
l'aveva ivi eletto a suo vicario. Di 
qui una guerra fira lui e la repubblica, 
che tini col ritomo di Sanminiato nelle 
mani della seconda. Cf. GiULi>n, 
op. cit. V, 533; Perrens, op. cit. V, 
7 2 sg. e la lunga narrazione, che ddla 
rivolta e del riacquisto di quel castello 
ù il S. stesso nell' Ittvcftii'a in A. Lu- 
.>J;.vu già cit. p. 62 sgg. 



DI COLUCCIO SALUTATI. 



157 



10 



faucìbus expectabat? <'J scd quid per singula trahor? nonne et J,"^, ''7^7/^"Xrà 

universa Italia, que Pado alluitur, Alpibus Ìncipit, Appennino "*«""«<>• 

monte consurgit, in comua Regium usque protenditur et ab 

Adriatico Tyrrenoque mari tortuosis hinc inde circunsepta lito- 

ribus, insultatur, letari potest et debet se tanta peste contiouisque 

periculis, quanta per illum parabantur quotìdìe, liberatara ? sii- 

blatus enim est qui latronum principes sibi generos coniungebat ('), 

qui perditorum hominum manus sub Societatum titulo, coniuratas """^ 

in armis, dominis infestas, populis pernictosas, bellorum avidas et 

pacis inimicas, aut fovebat in alìorum excidium aut ab initio con- 

gregabat ; qui barbaras aut exteras gentes Italiani, cuiuscunque of- S*JJJ"^mÌì]J*™" 

fendcndi gratia petituras, tavoribus iuvabat et consiiiis dirigebat^'^. 



Spui il ùutore 
delle straniere ixia- 



s. Cod. qoa 



11. Cod. petiturus 



(i) Accenna il S. alle vicende di 
quella terribile guerra fra Genova e 
Veneiia, che durò sci anni e quattro 
mesi. Apertasi colla vittoria conse- 
guila dalla flotta veneziana presso ad 
Anzio il ^(1 nrìaggio 1^78, essa si volse 
poi interamente a favore de* Genovesi, 
i quali, disfatto a Fola il 7 maggio del 
seguente anno il navìglio nemico, co- 
mandato dal Pisani, penetrarono nelle 
lagune e par\'ero con l'espugnazione e 
la presa di Chioggia (16 agosto) mi- 
nacciar Tediata rivale dell'estrema ro- 
vina; cLRoMAKiN, Storia documentata 
di Vent:(ia, Venezia, 1855, 111, lib. ix, 
capp. IV e V. È però da avvertire che 
in que' frangenti Bernabò parteggiava 
pc' Veneziani, in vantaggio de' quali 
ei provocò anzi l'entrata della com- 
pagnia della Stella nel territorio de' 
Genovesi; cf. Frizzi, op, cit. Ili, 363. 

(2) Delle figlie naturali di Bernabò 
cinque andarono spose a capitani dì 
ventura: Donnina all'Aguto, Elisabetta 
al conte Lucio di Landò, Riccarda 
a Bertrando de la Salle brettone, En- 
rica al comasco Franchino Rusca, 
Isotta a Carlo da Fogliano; cf. Giu- 
LiNi, op. cit. V, 663 ; Temple-Leader- 



MARCoTxr» Giovanni Acuto, Firenze, 
1889, p. 100. 

(3) Le alleanze stipulate fra la 
Chiesa, il marchese d*Este ed altri 
signori del 1366 e del '69 ebbero a 
scopo dichiarato quello di liberare 
l'Italia dalle compagnie, che l'infe- 
stavano e che Bernabò « ordinatore, 
« accresdtore e mantenitore » di esse, 
come lo dice il Minerbetti {Cron, 
cit. coL 94), favoreggiava a danno de' 
vicini; cf. Frizzi, op. cit. III, 341, 545. 
Anche Firenze, che aveva fm allora 
fatti inutili tentativi a tal intento, non 
appena Bernabò fu ridotto nell'impo- 
tenza di nuocere, die mano alla for- 
mazione d*una lega a cotal fine. « Vi- 
« detis una nobiscum », scrivcano i si- 
gnori il aS settembre 1385 «Multis», 
« N'idei et tota, sìcut certi sumus, Italia, 
et quale? mores hominum qui se ar- 
« morum exercitio tradiderunt, videtis 
a quot et quante scclcratorura homi- 
te mira officine, quot coniuratorum ad 
« latrocinia patranda conventus, post- 
« quara a quadraginta quatuor annis 
« citra pestifere rei sceleratus invcntor 
« dux Guarnerius gentes armo- 
« rum congregavit in unum, ad pacem 



1 



158 



EPISTOLARIO 



Miun'imprutt fa 
dunque pia ìaIu- 
urc di <]ucfta, 



■ cui il Conte di 
Virtù venne del 
retto fuiMio. 



Derideva] o lo zio 
comefAjidullo ise- 
tpcrto, 



pano dtuipfttore 
di dentri. 



lUperttinoiD e ere- 
duJone, 



Que CUOI ita sint, non enim hec tanquam probanda legen- 
tibus, clara quidem sunt, sed potius aspìcienda pmponìmus, quid 
utilius universe reipublice fieri potuit, quid populis atque prin- 
cipibus cooducibilius valuit ordinari, quam tot raaiorum auctorem 
et initium tali ratione compescere, quod non possit in aliorura de- J 
triraentura ulterìus desevlre ? sed an forte quisquam ad hoc 
faciendum inclytum liunc Virtutuni Comitem negaverit esse com- 
pulsum ? an nota non sunt quot et quanta dictus dominus Ber- 
nabos cogitavit in fratrem, et quot demuin in hunc nepotem in- 
fanda et exitialia prepara\nt? quis contumelias, quas in illum io 
proferebat, ignorai ? nonne, usque adeo displicent bona malis, 
si quid benigne remiserat, si quid clemeotius statuebat humanis- 
simus iste noster dominus, ille cmdelis et ferox ipsum puerum, 
ipsum lac faudbus redolentcm et ìgnarum domìnii predicabat ? ^'J 
cura ipsum audiebat severiusculas patris exactioaes largiflua maiiu 15 
refundere, nonne ipsum tanquam insanum et pecunie prodigum 
efFusorera et quasi ridiculuui caput arguebat ? ^*> cum ipsum 
religioni, cum divino cu!tui percipiebat intentum, nonne libri- 
cioltlegum, nam canonicarum horarum beate Virginis libellum, 
quem vulgo libriciolum dicunt, assidue perlegebat, corara cuncris 20 

ao. Le partile assidue perlegebat furono aggiunte da me per rupplt're al difetto 
del cod. 



« ubilibet in cunctorum exkium per- 
«r turbandam quotidie piillulanint. et 
« ob id una cum excclso fraire nostro 
« domino Galeaz Comìte Virtutura et 
« roa^ificis fratribus nostris Bononien- 
« sibus ligam contraximus salutarem 
« ad inhibenda Societatum istarum 
« inicia et conceptus earum prò viribus 
M contundcndos ». Arch. di Stato in 
Firenze, Misi. 19, e 107 a. Ma né 
questo, né verun altro degli sforzi dei 
Fiorentini ebbero esito favorevole; che 
anzi niuna accusa fu loro più frequen- 
temente scagliala che quella di fomen- 
tatori ed aiutatori delle compagnie 1 
Accusa in fondo non immeritata, perché 
Firenze, come tutti j*li altri Stali della 
penìsola, pur esecrando codeste ma- 



snade» non esitava a servirsene contro 
ì suoi nemici, quando se ne presen- 
tasse Topportunità. 

(i) Non è esclusa dalle imputazioni 
f.itte a Bernabò nel famoso processo 
questa: « Item pluribus et multis vicibus 
« multas contumeliasetopprobria dixit 
« de pracfato domino cornile, dicendo 
tf quod unus fatuus erat, et quod nc- 
« sciebat re^ere » ; Ann. Medioìun. cit. 
coL 799; cf. GiULiNi, op. cit. V, 641. 

(2) Sullo studio posto da Giovan 
Galeazzo a mitigare le soverchie gra- 
vezze imposte ai sudditi» cf, Giulini, 
op. cit. V, 62 v- Dell'asprezza usata 
invece dal padre nell'esazione di que- 
ste è testimone TAzario ; cf Cbron. 
pp. 404-405. 



DI COLUCCIO SALUTATI. 



M9 



appellans, mulris cum cachinnationibus deridebat ? f') cum vero, finché, tM«ndogii 

iruidie per ucci- 

structis a patruo ira suam neccm insidiis, suum undique peti caput •^"^^'P' rmvenne i« 

' ' i f r mcnlata punuio* 

ab ilio scelerum cunctorum artifice non solum perpenderet, sed "A,,? mJ^SILiI?'* 
vidcret, quid debuit innocens contra nocuum, regalis animi vir 
centra tyrannice perfidie senem, et denique simplex agnus contra 
fcrocissimum lopum et humanissimus homo contra crudelissimam 
beluam opponere, nisi se in securitatis presidium, non dicam cap- 
tivitate, sed etiam cede persecutorls manifestissime vindicare ? 
Vale et communi domino me recommenda. Floreotie, octavo 
IO kalendas novembris. 



VI. 



A MAESTRO Iacopo TederisiC»). 

[N*, e, 4JA, n. 431; cod. Vaiic. 5223, e. i a.] 



J5 



Magistro lacobo sacre tlieologie dignissimo professori. 



v: 



ENERABiLis pater, magister egregie, retulit michi conspicuus Pircwe. 13RS? 
:gum doctor dominus Guaspar de Civitate Castelli quanta .,i;gii""if^Ì5 lì 
cum liberalitate sibi libellum, cuius titulus erat Augustinus i'" Agitino""" * 



14. Con tP. 
tiUaba iniziale li 



17. JV^ bcllum ; ma il copiata iteuo aggiuntf poi in interlinea la 



(i) Della divozione del Conte di 
Virtù adducono molte prove i cronisti 
contemporanei {ci. Ann. Medioìan, cit. 
col. 779); i pifi de' quali, al pari de' re- 
centi storici (cf. G1UI.INI, op. cit. V, 
742), inclinano però a crederla iu gran 
parte simulata. 

(2) Insperato sussidio per restituire 
a più corretta lezione quest'epistola 
assai malconcia in N' ci offerse certa 
lettera, che Nicolò de' Cesi, fisico 
trivigiano vissuto sul cader del tre- 
cento, scrisse fra il 1399 ed il 1409 
a Pietro Donato, allora vescovo di 
Ceneda, la quale sta a e. i a del cod. 



Vatic, 5223. 11 poco scrupoloso uma- 
nista, facendosi bello dì penne non sue, 
ha infatti inserito nella sua scrittura 
pressoché intiera V invettiva del S. 
contro ì detentori di ross. Lo sfac- 
ciato plagio fu però scoperto assai 
presto ; poiché chi fé' trascrivere il 
cod. Vatic. all'epistola del Cesi pre- 
mise questa nota: « Piena furtis hec 
« per totum Collucii ac Pctrarce » ; cf. 
Ardì. star. il. ser. V, to. VI, p. 381 sgg. 
Sebbene il cognome del personag- 
gio, a cui il S. scrive, sia taciuto in N^ 
non credo di sbagliare riconoscendo 
in lui quel frate Iacopo de' Tederìst, 




T^O 



EPISTOLARIO 



da lui languaeme 
cercato. 



Questa largdei- 
za del Tederisi gli 
porge oecaiicme «d 
inveire contro i 
Ictierati che, ge- 
lo*! de' libri che 
poMeffgono, rifiu- 
tano di farne parte 
altrui. 



de vero cultu^'^, quem dio quesiveram, ad me deferendum, 
nuUis nedum precedentibus mentis, sed nulla prorsus mei noricia, 
concessisti. ìngens profecto bene composite et ignota cantate 
extense mentis indlcium. solent enim etatis nostre lìtterati, cum 
aliquld singuLire requiritur, quod precipue credunt esse peregri- 5 
!ium et rarum, illud inquirentibus non concedere, quasi llbris oc- 
cultaris possìnt aliis prevalere; nescientes quod, ut Sancte testantur 
Littere, omnis sapientia a domino Deo est et cum ilio semper fuit 
et est ante cvum ^^K sed, ut in mulds sepissirae vidi, quantum oc- 
cultando libros aliis videntur doctrine subtrahere, tanto reperiuntur, io 
quando cum ccteris conferunt, rainus scire. illam autem tenaci- 
tatem semper odi. detestabile quidem est litteratos maiorum la- 
bores, qui prodesse posteris voluerunt, absconderc, nec ipsis fame 
fructum, qui debetur, nec discere cupientibus legendi commodum 
exhibere. hi sunt scriptoribus iniuriosi, studiosis invidi, omnique 'i 
cum acrimonia reprehendendi ; lii, quantum in ipsis est, antiqui- 
tatem obscurant, maiorum gloriam extinguunt, suis temporibus 
nocent, et quasi doctrine cibum subtrahunt discere famescend. 
o iniquum hominum genus, si hominibus sunt affecti tali vitio 



3. }P concessisti»; ma l'i fu eipunto, 
6. N' \i - lìberi» 8. V fuit ecmpcr 

quanto • otTcrunt la. V omette est 

deberentur 17. temporibus] N^ paribus 



4. Dopo eokn V aggiurtf^e pater optìme 

K eum IO. N* doclrinatn n. AT' 

. V volueriiJt N^ ne 14. V q\m (tic) 



nato d'antica e nobile famiglia bolo- 
gnese, eletto più e più volte degli 
anziani fra il 1 } $9 ed il i J69 (cf. Ghi- 
SELLr^ Memorie atitichc niss.di Bolof^na, 
voi. TU» presso la bibl. Universitaria 
di Bologna), che, fondato nel 1^68 da 
Urbano V il collegio di sacra teologia 
nello Studio bolognese, fu de' primi 
ad ottenervi le insegne magistrali; 

cf. GhIRAR DACCI, Op. Cit II, 279; 

Fantuzzi, Not. dcgìi scritt. hot. Vili, 
106; Sbaraglia, Suppìcm. p. 378. 

Né da questa nò dalla seguente epi- 
stola a lui pure diretta ricavasi alcun 
lume per fissarne la data. Ma poiché 
entrambe appaiono in N' mescolate 
ad manipolo di lettere scritte dal S, al 



da ÌAogWo fra il 158!} ed il IJ90, e lo 
Sbaraglia, op. cit. p, 32S, ci inscgtia 
che il Tederisi fu nel giugno ijSj 
fra que' dottori che resero colla pre- 
senza loro più solenne la laurea del 
fiorentino Francesco de* Bardi ; d'altra 
parte rileviamo da un'altra epistob del 
presente libro che il Tederisi sullo 
stremo della sua vita, la quale si chiuse 
circa il 15Q0, erasi ritirato nelle soli- 
tudini della Vemia, così potremo senza 
scrupolo dir nata la relazione sua col 
S. fra il 1383 ed il 1386. 

(r) S. AuG. De vera religione lihtr 
tmtis in Opera, to. Ili, par. I, col. ttt 

sgg- 

(2) Eccks. I, 1. 



DI COLUCCIO SALUTATI. 



i6i 



numerandil quid prodest thesaurus absconditus occultanti f'>; 
quid tibi conferuot libri, quos capsulis inclusisti? reconditum 
aurum tibi solus inventor eripiet; libros vero, ultra latrones et 
fures, roduQt tinee, carpunt mures, etas conficit, humor destruit, 
5 ignis exurit. denique qui suum dcfodit aurum, ut libet rebus abu- 
titur suis, aliena vero non contrectat, nemini facit iDiurìam. qui 
autem libros occulit, omnibus iniuriosus estj nec sua recondit, 
sed aliena subtrahit et furatur. nam, si recte volueris attendere, 
libri quos habemus nostri non sunt. nostre sunt, fateor, cartule 

IO nostreque formule iitterarum; sed que libris tradita sunt sub com- 
mertio nostro non caduoL scriptum est enim de sapientia : quo- 
niara orane aurum in comparatioiie ìllius arena est exigua et 
tanquam iutum extimatur argentum in conspectu illius W. si ergo 
inextimabilJs est sapientia, et omnes libri qui docent aliquid pro- 

15 culdubio ad sapicntiam pertinent, ergo a nobis emi non possunt 
nec aliquo iure nostri fieri, que cum ita sint, accedunt potius 
canale cum litteris hìs que continentur librorum codicibus quara 
e contra; ut, quanvis iUa duo nostra possint esse nostraque fuerint, 
fiant tamen, si recte voluerimus ìntueri, accessione communia, 

20 sed omnem veritatem malignitas humana pervertit; et illa quidem 
appellai quis propria, que natura rerum convincit aut prorsus 
omnium aut non sua. quid ergo publicarum rerum expilatores 
abditis aliena, cur ea oon dimittitis, ut est rei ipsius nauira, com- 
munia? quid vobis, cum hac invidiosa subcelatione iure turbaius, 

25 imprecer et exoptem, nisi quod vel fures vobis libros vel mors 
propera vos libris eripiat, ita quod prodeat in publicum quod 
voluistis esse secretum, et quod omnino, dum vivitis, mentes 
vcstras involutas ignorantie tenebris habeatis? hec vobis con- 



5. V denium suis ibut. 6. fP V contractat 7. In N' ad occulit é appotta ia 

flotta occultai V iniurìus 9. nostri] K aostre li. enim] N'orni (tic) 

13. K respcctu illius i6. V replica iccedunt 17. V contiaetur aot K omnem 

maiignìlatcni verìratetnque malignitas 33. V igìtur exp. pubi. rer. 33. N* cum • ips. 
rri ay N' ìnterpreter 36. V properata N' itaqse 



Chi occulta gli 
•crittl altrui è ini 
Udrò ; 



chi nosirì poMon 
essere nella parte 
materUlc i libri ; 
non gii nel resto. 



Augura a chi 
comtnctte tal <!«• 
Udo ogni male; 



(1) Cf. EccUs. XX, 32. 

(2) Sap. 7>9 ; ma U testo « extimabitur n. 

Coluecio Salutati, IL 



II 



l62 



EPISTOLARIO 



!f T*d*"* -'"'"^ lìngant; tibi vero, gloriose magister, non sic; sed obvenìant ad 
votum libelli, suppetant necessaria victui, detur libi in omni vir- 
tutc mens conspicua, vita discreta, lingua faconda ; ita ut nichil 
ad magnitudinem scientie possit adici nec ad facultatem eloquentie 
cumulari, hec hactenus. 5 

Indignatio quidem me longius traxit et gratum admodum 
michi fuit apud tantum virum, quantum te esse percepì, adversus 
corruptos multorum mores aliqualiter declamare, unum resut, 

■i profe««« lutto ut me, qualìscuaquc sim, perpetuo tanquam filio velis uri nec 

saltem inler ukimos amicomm tuorum commemorare dedigneris, io 
qui me ex atìfectìonis ardore inter primiores, si quid iusseris, exhi- 
bebo. vale felix et ora prò me: scis enim imperfectum hominem 
orationis suffragiis indigere. ego tuus sum filius; tu michi patris 
nomen non invideas. datum &c. 



e chiedeudogli scu- 
sa ii'avcr ceduto 
ad un giusto ide* 



VIL 
Al medesimo <o. 



Firenxc, ijSs? 

Ceniur* 1' uso 
del • voi » fatto, 
scrivendogli , d«l- 
l'unico, 



Etdem. 

ANTEQUAM ad iocundissimas michi litteras tuas veniaoi, vene- 
rande magister, habeo tecum paulisper conqueri quod, cum 20 
ego de meo more non aliter quam cuicunque scriberem, si unus 
est, ita fuerim te singulariter allocutus, tu mecum quasi cum po- 
pulo multitudineque loquaris. in qua re iam bine exdamare libct, 
ut audias f*>: unus sum, lacobe mi, unus sum, non plures, et utinam 



I. A glor. inag. V tottìtuface presta ntissSote pater e aggiunge: cui, ut ruerara pollicitos» 
non possum vitio amici bostis non possum (tic) de Burleo complaccrej non sic, sed adre- 
nianl ad vot. libri a. V supp. grandìa et magnìfica virtute] V ventate 3. V Hngua 
file, vita diftcr. N' et ut 4. V aggiunge ad status npicem 7. V fuit michi 

8. declamare] Qui si arresta it plagiario in V. ii. N' ex affccliooe ardorìs e ag- 

giunge alias ex affcctionis ardore 33. Cod. omette te 53. CoJ. in quo rem 

(i) Il contenuto prova che quest'epistola seguì immediatamente la sesta. 
(2) Cf. voi 1, p. 35, nota i. 



DI COLUCCIO SALUTATI 



.«3 



tollcribile solunio 
(juando si dirìga il 
di scorso kd «Ttis- 
simi persoatggi ; 
•ebbene all' uti' 

hOtO. 



bene unus! ut si latiae et absque solecismo loqui velis, ad me 
plurali non possis uri sermone, nec enim lepos, grammatico- 
rum figura, oranino sine causa faciendus est(*\ oportet qui- 
dem aliquam subesse dignitatem, ut unum aliquem pluraliter com- 
5 pellamus, ut, videlicet, non se, sed personam publicim representet ctóufo»»«*ìin' 
et dominabili polleat dignìtate; quanvis purior vetustas etiam 
summe dignitatis principes, veritatis studiosior quam moderni, 
singulari numero nuncuparet» michi nulla ratìone debetur ut, 
cum unus sira et utinam unus! sentio me quidem plurimum ab 

IO unius integritate deesse; me tanquam plures ridiculc debeas ap- 
pellare, precor igitur ut ad me de cetero, si quid siraul loqui 
dabitur vel scriptìtare dignabere, siogularis numeri sermonem in- 
stituas. nani religioni tue congruit non blanditi, sed vera loqui; 
et michi, cum mendacia summe displiceaiu, suspecte soleot esse 

15 blandicie. ego quidem, ut vides, licet pluralitate mecum utens 
eandem allocutionis assentationem quodammodo videaris cxigere, 
tecum, quem scio michi et professione et cunctis reverentie cui- 
tibus antecellere, meum non muto morem, et vuriiatem ac ratio- 
nera sequens volo potius tuas aurcs offendere quam vanis appel- 

20 lationibus delinire. hec hactenus. 

Nunc ad humanissimas tue paternitads litteras venìam. prin- , Bi««m« pure le 

.... j . ,, . , ^ . \ fortnc troppo ceri' 

cipio quidem me dominum appcllas, qui cnaractere protessionis et monsose uMie 
dignitatis preecellentia servus debeo tibi dici, quo autem sensu 
protuleris illud tu videjis; ego id scio michi non convenire, unus 

25 etenim solus est Dominus, cui tu et ego conservi sumus; unus 
et idem est Pater, in cuius sacramento et adoptione regenerati 
ambo fratrcs sumus in Christo. sed cum ipsum Patrem et Domi- 
num, participata potentia clavium, representes, cur me, quod vere 
potes, servum vel filium dedignaris asserere et mavis per ironiam 

50 dominum appellare ? si liceat os in celum apponere ^*^; si servum 
deceat suum dominum accusare, tecum pauHsper libere loqui Hbet. 



colui. 



I. Cod. soIeociwTio 7. Cod. princeps io. Cod. debcat iv Cod. utcris 

41. Cod. ti um il issi mas aa. Cod. carccterc 24. Cod. unum 2(«. Cod. regnanti 

a 9. Cod magi». 31. Cod. omette libere 

(i) Cf. Thurot in Natie, dés mss. XXII, 11, 264. Prisc. Inst. XVII, IJ5. 
(2) et Psalm. LXXII, 9. 



EPISTOLARIO 



cur me derides ? ciir ex humilitate a ventate discedis ? scio, quod 
in quodara opusculo memini me scripsisse, quod ìlla demum hu- 
militas in summam consumatìonem evadit, que propter Deum 
didicit minoribussubiacere^'>. scd hoc ita censuerim, quod, licer 
infcriorem te geras, contra veritatem tamen, quod absque Dei 5 
offensa fieri non potest, te non asseras esse minorem. memento 
te veritatis doctorem esse, ut tibi turpius sit et gravius quam 
alteri per raendacium alìquid profiteri. relinque, precor, cardi- 
nalibus istos cultus, has fucationes isiasque blandicias et recor- 
dare quod, cun: Christus veritas sit, idem est chrisiiaoum et io 
veracem esse, ut expurges mundanura hoc fallaxque fermentum 
et a petra, que Christus est, hoc est ab ipsius virtutis existentia, 
Rìfiuu.comcec- HOu disccdas. uam que sequuntur non minori punctura dieaa 

CMiive, le lodi tri- ^ ^ m • 

buuicgu. sunt, cura me et epistolara meam tanti facias, ut amrmes quod 

eidem non vales rcspondere, sic esto, gloriose vir, humilis quod 15 
contra conscientiara nil loquaris. an tibi non omnino facillimum 
reprehendere nugas meas ? an tu me vis in errorem indiicere, ut 
talem et tantum me opiner, qualem et quantum tue littere forma- 
verunt ? laus Deo, quod hec in tali materia protuhsti, quod piane 
sentio, ncc aHter sentire fas est, me non esse talem qualem tue 20 
adoree profitentur. facile enim potuisses forsan ìd aliìs persua- 
dere, gaudemus enim plerunque de laiidibus nostrìs; et dum 
tales apparere cupimus quales nos cxtollere scntimus, nos ipsos 
decipimus nec minus meodaciis illis extollimur, quam si veris- 
sime laudaremur; ut non incongrue Propertius ipse protulerit : 25 



eloci, cn< configli 
e rimproveri. 



O tutum nullis credere blandiciis! <*) 

e fìì chiede Doa feprchende eri^o me potius si prodesse desideras. sanctius est 
enim ut prosis et pungas quam si nocueris et ungas. rarissimum 
est ad nocumentum sumere que noti piacene, illa vero que de- 

3. Ad opusculo uefiue nel cod. &ciltcet de scculo et religione; parole cipunte da me, 
perché paionmi una glotta introdatta nel testo dal copula. 3. t2od. contoUdoiiein 

4. Cod, coDierim 9. Dopo cardinalibus il cod. dà qui ex che ho toppretso, 15. Cgd. 
idem 17. an tu] Cod. ante 31. Cod. udorìe ; dopo enim aggiunge «Ila» quid«m 



(i) C. Salutati, De ìcìuIo et reli- 
gione, lib. Il, cap. xml, De humi- 



litate, cod. Riccard. 872, e J7 B. 
(2) Propert. EÌ. I, I, 6. 



DI COLUCCIO SALUTATI. 



16S 



lectant \nx hauriri possunt vinto cum moderaraine c|uin non obsint. 
rune putabo quod me diligas, cum te scuserò reprehcndenteui. 
sed hec sacìs. 

Nunc ad illum Lactantii, imo Persii, textum accedam, de cuìus i>* m ultimo 

ipicgAxione ili un 

constnictione te asseris dubitare <'>. dicam de ipso piane quid J^^g^ i^'utui 
scntiam. veritas autem apud te et atios poetarura expertos erit. "°- 
nec enim fas esse crcdiderim, sive tentes, quod non opinor, sive 
solum quod postulas nossc velis, quantulum scivero non referre. 
dicam ìgimr non tanquam Lactantium exponendo, sed Persium; 
IO et tibi sine nube patebit, ut arbitrar, quicquid uterque voluit. 
Tuscus itaque vates ille, cum in secunda satyra, que incipit : 

Hunc, Macrine, diem numera roeliore lapillo^ 

more suo reprehenderet inhonesta vota, idest desideria, conci- 
pientes ad Deura, et cum ad illa concludens dixisset quod ex eo 
15 quod luppiter eum non fulminet qui sceleratum desiderium sue 
mentis explicet, putetur forsitan ignovisse; post panca sobiungit: 
aut quidnam est? et interrogative sequitur: 

qua cum mercede deorum 
Emeris aurìculas? 

20 idest: quo pretio emeris, idest emisti, auriculas deomni, idest 
ipsorum audientiam? et subdit etiam interrogative, quasi dicat: 
emistine, pulmooe et lactibus unctis?('> per ìroniam, 
cum ex hoc in turpibus desìderiis non sit verum quod flivorcm 
superni numinis mereamur, quod autem dixerit emeris prò 

25 emìsti, non est novum verbum subiunctivi modi prò indicativo 
poni. Virgilius in BucoHcis: 

De grege non ausim quicquid deponere tecum(j), 

idest non audebo; et pieni sunt poetarum libri, in quìbus sub- 
iunctìvus prò indicativo ponitur et tempus prò tempore, emere 

4. Cod. PiMii 9. Cod, Pauiam la, Cod. materne - meliora 17. Cod. in- 

tcrrogatuin 19. Cod. aurìcalcao ao. Cod. aurìcalca» 



(i) Lactant. FraM. Instit. divin. IT, 
2, Vi è citalo il passo di Persio che 
il S. spiega più sotto. 



(2) Pers. Sat il, 29- jo. 
(j) Verg. Bue. Ili, }2; il lesto: 
« quicquam ». 



i66 



EPISTOLARIO 



autem auricuhs dicebantur illì, qui premio conducebant audi- 
tores, ut assisterent sibi dum recitarent. et ubi dixit pulmone 
et lactibos unctis, non est condeclinium huius nominis la e, 
sed ab he e la et is, et pluraliter he lactes, quod significai 
pinguia intestina, in quibus he coaguìatum apparet, ut notat 
Ugucio in suis Derivationibus, in capite Leucos('); incli- 
natum est. vides ergo, ni fallor, poetam nichil aliud voluisse 
quam irrisionein sacrificiorum, quibus gentiles putabant etiain in 
sceleribus et cupidìtatibus suis placare sibi deos ; quod quidem et 
Lactantìus ìntendebat. vale et si satis est quod scripsi, rescribe; 
si nìinus, paratus sum supplere, si scivero, et piane rescribam quid 
ulterius senti a m. &c. 



d 



Vili. 
A PAsauiNO DE* Capelli <»\ 

[ [Petrus LazeriJ Miscellaneomm ex mss. bibìiotbecae CoUcf^ìi Romani Societatis 
Jisu, Romae, mdccliv, 1, 154-156, n. vii, da un cod. del. Collegio Ro- 
mano ora scomparso.] 



Firetue. 
3$ novembre 1)8..? 

È dover nostro 
(kvorìrc i buoni; 



Insigni viro Pasquino cancellano illustris principìs domini Comitis 
Virtutum, fratri meo carissimo et amico honorando. 



V 



'IR conspicue, amice karissime. cum virtuosis, quorum prò- 20 
fecto ingens etate nostra caritas est, favores omnes quos 
possumus debeamus, a quibus convenit illos petere, nisi quos vi- 



t. Cod. Aurìcalcat a. CoJ, pulmonem,' T m però fu espvnto dal copista ttctao. 

4. he] Cod. hce 6. Cod. Huguicio g. Cod. piacere 18. Coti nel co J. colla nota: 
*. tergo iitterantm ; infrontt aircpUtola ^ed. ha posto guata rubrica, tolta e»ta pure, io 
penso, dal cod.: Rpìstola una D. Collucii Heriì Ccncellarii Oomunis Fiorentini missa P«- 
Rquino Caoceliario Illustr. Ekim. Comit. etc. ao. Afisc. carlisìmc 



(i) Ucucio, Verhor. ckrivat. cod, 
Laur. S. Croce pi. XX Vn sin., i, 
e. 228 A, s. V. : « Lcucos Greci dicunl 
«album, unde hoc lac, lactis, 
«quia album est, et hcc lactis, tis, 
« quedam pars intesdnorum. et lactis 
« est id quo bc coagolatur {sic) et, ut 



ef dicunt, illum intestìnum est quedara 
«( pellrcula, qua lac in quibusdam locis 
« coagolatur (ite). undePersius: "Pul- 
« mone et lactibus unctìs " a. 

(2) Delle epistole dirette da Co- 
luccio a Pasquino de* Capelli, il cele- 
bre e sventurato segretario di Gian- 



I 
I 



k. 



DI COLUCCIO SALUTATI. 



167 



IO 



b 



15 



20 



demus multorum cumulo prepollerc? nonint etenim sapieotes 

hominem ad hominis auxilium esse creatum, cui iiiter cunctos 

animantes non est inventus adiutor similìs eiusO); memini et 

illum rerum omnium opifìccm Deum nichìl homini salubrius nì- 

chilque etiam abundaotius iniunxisse quam caritatem, qua cum 

proximì dilectione Deum coleret et amaret. novit et quilibet, cui 

lumen sapìentìe datura est, difficillimc posse virtuosos emergere, 

nisi quos voluerit maiorum benignitas sublevare, quorsum hec? 

ut recorderis quod, cum te virtus tua extulerit, tum omnibus tum ««"«o m*npor« 

maxime virtuosis obligatus es, non quia te possint convenire in- ",°",','''*"'* ' ^'^ 

dicio^'^, scd ut ipsomm prcces tum rationabilius tum efficacìus 

tuis atiribus ingerantur. 

Proinde, vir optime, quativis te circunstent supplicantium gre- R«ccoiii*ndapcr- 
ges et aures obtundant tuas usque ad importunltatcm, prebc roga- 
tionibus,que de longinquo porriguntur, auditum et exaudi, precor, 
ami cum prò amico, non tam oh amorem, quam ob eius merita 
deprecantem. et fac, obsecro, si me diligis, si me carum habes 
aut si unquam meis precibus moveri debcs, quod prò egregio 
legum doctore domino Rolandino de Campia de Regio, com- j*™'",'^"?^''' 
patre et amico meo (»), taliter intercedas, quod aliquod officìum, 



7. Aftjc. flumen 9. Mise, quia 

rrrvre di lettura di copia» 

galeazze Visconti, intomo al quale mi 
sono oratienuto ne' Corrhpondenti dd 
Salutati, V, è questa la sola dì cui non 
conosciamo con esattezza la data, sia 
perchè manca in essa ogni più lieve 
indizio cronologico, sia perchè appare 
in un codice, ove ni un' altra del S. se 
ne legge. A ritenerla però dì questi 
anni sono indotto dalla riflessione 
ch'essa nel ms. fa parte di un gruppo 
di documenti, de* quali ci è dato de- 
terminare con sufficiente precisione 
l'eti; voglio dire delle: epistole scritte 
da Giovanni Manzini della Motta a 
vari fìra i suoi amici in quel perìodo 
della sua vita (n8?-i3C)0?), in cui 
dimorò in Lombardia a fianco di Pa- 
squino, quale precettore del costui 



II. efficacius] Mite, ipcrantìu» ehf è certo un 



figliuolo Melchiorre. Sopra quest'in- 
dìzio, di cui io stesso riconosco la 
tenuità, mi fondo adunque per col- 
locar qui la presente missiva, unica 
rimasta delle tante che i due can- 
cellieri dì certo scambiarono ne' tre 
lustri che precedettero la guerra tra 
Firenze ed il VisconlL 

(1) Getu'S, lì, 20. 

(2) Cf. I Cor. XI, J4. 

(}) Di un documento dell'archivio 
Capitolare di S. Prospero in Reggio 
risulta che addi 26 settembre 1591 
« domlnus Rolandinus quondam lo- 
u hannis de Campia notarius » era 
chiamato in Novara a stendere il te- 
stamento di Luca da Catania suo con- 
cittadino. La presenza del notaio 



J. 



léS 



EPISTOLARIO 



dtl anale I 
bell'elogio. 



incìpiendum de mense iulii vel postea, quam citius fieri potest 
impetres et procures. non enim pigebii, ut arbitror, in eius prò 

un motione operam impendisse. vir equìdem est bonus, non illa 
vulgata bonitate, qua carentes malicia bonos appellamus, sed illa 
boiiitate, que, ut inquii Cicero, ìnnumerabilibus mentis et laudibus 5 
continetur ^*\ non sum animi dubius quod post cxperientiam et 
amiciciam tuam nierebitur et sibì maioris gradus emìnentiam, 
Vuol esser ri- quauvìs tacitus, impetrabit. vale felix et illustri domino meo, 

cordato el Vi*coa- . _y. 

u. demmo Corniti Virtutom, quem mente tota veneror et adoro, si 



dignum putas humiltcatem meam in conspectu sue celsitudinis 
norainari, me devotissime recommenda, et de hoc rescribe quid 
sentias et quid speres. Florentie, vigesìmoquinto novembrìs. 

Tuus, quicquid est, Coluccìus Pierius cancellarius Florenti- 
norum. 



IO 



Vini. 

A Bernardo da MoglioW. 



U 



[NS e. 49 A-] 

Firenie. i}86? A TTULERUNT mìcHi, fili karissìme, littere tue permixtum tri- 
ttc^tZ' '''mJierae ^^ stìcic gaudium, qualia solent inter mortalia mortalibus eve- 
goi» e ranman- ^^^ ^^j^ ^^j^ stnccrum ìu bac lacrimarum valle et totaitter 



II. Mise, hac 13-14. Mise, riferitce la sottoscrijionf come fsùtente »ub litta ^«V; 

17. // cod. non reca intitolazione veruna. 



reggiano in una città soggetta al Vi- 
sconti ci fornirà motivo di presumere 
che il Capelli in omaggio alla commen- 
datizia del S. avesse trovato maniera 
di impiegarlo. Di Rolandino, detto 
non più notaio, ma « legum doctor », 
toma a farsi ricordo in uno strumento 
del 2 dicembre 1431, rogato in Reg- 
gio dal nouio P. de' Pittori, e conser- 
vato neir archivio surricordato. 

(i) Non mi è avvenuto di ritrovar 
presso Cicerone una sentenza cosi 
concepita. 



(2) Ad espugnare il castello di Bar- 
biano, che i fratelli Giovanni e Ri- 
naldo da Barbiano avean loro ritolto 
in virtù di segreti accordi col signor 
di Ferrara e con quel di Faenza, ì 
Bolognesi mandarono nella primavera 
del 1385 il conte Lucio di Landò a 
capo di censessanta lance tedesche, 
cento inglesi e fanti duemila. Ma, cor- 
rotto dagli assediati, che si vedevano 
a mal partito e che comprarono la 
sua inerzia, il venturiero tedesco tenne 
oziose le sue truppe, inceppando cos^ 



I 
I 



DI COL UCCIO SALUTATI. 



169 



gaudio plenum potesi accidere? omnis quldera mundi prospe- 
ritas, quanvis seosìbus nostris leta, vcl, ut inquìt Scverinus, 
multis amaritudinibus respersa est^'^; vel, ut rerum exitus probant, 
post delectationem excruciat et mutato vultu nos admonet quanta 
S decipientis ignorantie caligine tenebamur. tue itaque littere, sicut 
dixi, leticiam attulerunt pariter et merorem. letatus suro aliquid 
a te post anni pene curriculum habuisse. iandiu quidem est quod 
liiteram tuam non vidi verebarque quod te pigeret amare, nani 
cum, ut inquit Veritas, bore duodecim sint diei<^\ videmus cuncta- 
10 rum etatum viros nedum amicìcias relinquere, sed etiam lacerare, 
proprium tamen adolescentis est, ut testatur Flaccus, quod sit 



gioU, perchi pro- 
venienti da lui, del 
quale mancava di* 
uo anno di notizie; 



k 



Sublimis, cupidusque, et amata relinquere pemix ()). 



nunc autem video et letor durare dilectionem; et quod tuas Ut- 

teras non habuerim, non tuam, sed gerulorom censeo culpam 

15 fore. doleo tamen te cruris morbo correptum complusculos, ut 

dicis, dies, relieto smdìo, lectulum colo isso, spera tameo oprimam 

P libera ti onis dedit tuus ille coniuoctus» de cuius manu litteram 
tuam accepi, cui me tui contemplationc letum obtuli et libenter 
assistam in omnibus que requiret. R et ho ri e a ni Marti ani 
20 a te missam, sicut per litteras, quas te scripsisse dicis, testaris, 



rammarico poi , 
perché Io leppe in- 
lenno, Kbben gì* 
«ìciuo a guarigio- 
ne. 



Koo ebbe mai U 
Rtlbìrìe* di Mar- 
liano. 



I. Dopo plenum il cod. riprte totaliter a. Coti, velut ut 5. Cod. tenebrarum 

9. CoJ, ▼crìlus IK Cod. Flactus 14. Cod. culpa 15. Dopo dolco cod. alias 

àotm ' correctam 19. Cod, requìreret - Martìalis 90. Le parole a te missam e te- 

Mari» mancano net cod. 



le operazioni degli altri capitani, sin- 
ché la repubblica lo cassò dai pro- 
pri stipendi e si vendicò di lui, dìpin- 
, gendolo appiccato per i piedi, solita 
^ pena de* traditori, nel palagio degli an* 
«ani ; cf. Ghjrardacci, op. cit. lib. xxv 
e XXVI, li, 401 sgg.; Minerbetti, 
Cren. cit. Questi avvenimenti do- 
veano essere recentissimi ed appas- 
sionare quindi vivamente ancora gli 
animi de' Bolognesi, perchè al da 
Moglio nascesse ii pensiero di chie- 
dere al S. che facesse argomento d*in- 

Cotuccio Salutati, li. 



vettiva la slealtà del nordico predone. 
La presente sarà adunque da ascri- 
vere al i}86; e che in tal anno sia 
stata infatti scritta dà conferma, ove 
di conferma si avesse bisogno, l'al- 
lusione che il S. vi ha introdotta alla 
circolare ch'egli aveva recentemente 
diretu a vari Stati italiani contro il 
conte di Montefeltro, su cui cf. la 
nota 5 a p. 170. 

(1) BoET. Cous. phiì. II, IV, 61. 

(2) lOHANN. XI, 9. 

(j) HoRAT. Episi. II, m, 16$. 

Il* 



JE. 



lyo 



EPISTOLARIO 



Mon ha • grado 
dì sapersi da lui 

S reposto , come 
ettatore, allo Zo- 
narioi, 



poicbi iroppo bene 
conosce di noa 
meritai- ulc prcfe- 
reaiA. 



Lo esorta quindi 
ad astenersi da 
confronti, odiosi 
sempre. 



omnino non habul ^'\ si nostras est qui debuit detulisse, rescribe 
nomenque dectara : liEdetur etenim honore quem meretur. hec 
satìs; nunc ad id quod exigis veniam. 

Scribis equidem, cum meum nonien et flimam colas, te ali- 
quando me pretulìsse luliano nostro, communis vestri cancel- 5 
lario; quod ego nec opto nec mereor. nimis enim, imo super 
nimis, postquam ìnter dictatorum professores ex ofEcii necessi- 
tate connumeror, michi colUtum arbitror, si nedum seomdas ab 
ilio qui summam tenet, sed postremas ab omnibus partes pre- 
dicer obtinere. nam, ut inquit Cordubensis, magna et varia res io 
est eloquentia, nec adhuc olii se sic indulsit, ut tota contingeret. 
satis ille Felix est qui in aliquam partem eius receptus est. hec 
iUe<'^; unde, licet felicitatem in eloquentia prorsus et omnino 
non ponam, satis tamen, si et hec optanda michi fuerit, sì inter 
ukimos non tam reputari quam esse contingat. letor tamen qood 15 
mei nominis tibi cura sit, nam, ut testatur Aurelius(J>, crudelis 
est qui negligit famara suam. verum, fih' carissime, hoc unum 
te monuisse velim, ut bis odìosis compararionibus abstineas. me- 
lius cum Maronc protuleris. 



Et vitula tu dignus et hic et quìsquis araores 
Haut metuìt dulces, haut expcrietur amarosC4). 



20 



e rifiuta didrttwe nc igituf cuffl optimo fratTc et amico meo, de qua, neutro credo, 

U lettera contro ^ *^ '' T ' » 

^he^'^Bemanj^ri^ ^^^ uiichi scio noii contigissc, facuiidia videar decertare, episto- 
lam quam petis de infamia comitis Lucii, quem asscrìtis fidem 
communi Bononie violasse, non dictare et honestius et sancrius 25 
duxi. satis enim est quod quoti die prò nostra republica cogor 
similìa pertractare» nec longum effluxit tempus ex quo contra 
comitem Antoiiium de Urbino rupte fidei litteras, que ad tuos 
dominos pervenerunt, utcunque tulit ingenium, ordinavi (0. ex 



chiedeva da lui. 



Gii acrisse in 

disdoro del conte 
di Montefeltro 



4. Dopo equiditm U cod. quod ii. Cod. alìqua pane ai. Cod, aut merutt-attt 

16. Cod. omette quod 37. Net cod. era stato prima tcritto tractare 



(i) Deve tratursi dì quel volume di 

cui è cenno nell'ep. xvi di questo libro. 

(2) Cf. Ann, Sekecab Controv. 

m, II. 



(3) S. AuR. AuG. Sermo ccclv, 
cap. I, ia Opera, to. V, par. 11, col. 1569. 

(4) Verg. Bue. Ili, 109-no. 

(5) Antonio da Montefeltro, conte 



DI COLUCCIO SALUTATI 



171 



10 



'5 



lillis maxima eiusdem rei fundatnenta, quibus iudicari possit in- 
[genii mei tum parvitas tum tarditas, sumi valent. illas, si potes, 
habeto: sin autem habere nequiveris, copìani mittam <^'), si obi 
fiierit cura; hac tamen condicione, ut comparationes effugias, quas 
inter vivos Tacere et iniuriosum et temerarium est denique si 
vellem, ut petis, super ìDa materia forte dictare, non contentus 
vidisse solum communis Bononie litteras, oporteret me totum 
percepisse negocium, ut re, sicut expedit, cognita, nedum que 
noster lulianus argoit possem assumere, sed etiam sì quid aliud 
ipsa causa ministraret valeam pertractare, et non tantum vidcre 
quod obicitur, sed quod opposita ratio contradictionis artificio rc- 
velatur. tunc enim ad persuadendum apposite dictum est, cum 
ad versa diluimus et nostra nedum vere, sed verisimiliter compro- 
bamus. tunc forte scirem docenda preponere, prepositis rationem 
adnectere, rationem ratìonibus confirmare, confirmata tum exern* 
plorum copia tum amplificationis circuitibus exornare, exomataque 
dcmum breviloquio perorare; tunc possem argutam preponere minus 
validarum rationum aciem, simul post iam dieta congerere et de- 



ona lettera che può 
dar faggio di quan- 
to egli valga. 



Eipone poi quel 
che urebbe, »« ac- 
consentiase al pro- 
postogli esperì- 
metiio, p*f coo*c- 
guire la palma. 



I, Cod. iadicarìi; ma il secondo i venne etpunto dal copista itesto, a. Cod. tunc 

htnanii a parv. corretto dal copula. i». Net cod. manca quod dimandi a oppostta e 

leggiamo condònis 17, Cod. arguu 



d'Urbino, divenuto da poco tempo 
signore di Gubbio, dond'erano stati 
cacciali i Gabrielli, nel novembre del 
1385 invilo a tornarvi, spronato dagli 
ambasciatori fiorentini, Francesco Ga- 
brielli per traitare secolui della pace. 
Avuto nelle mani il suo nemico, ad 
onta del salvacondotto rilasciatogli e 
(ielle proteste degli ambasciatori, lo 
gettò in carcere, né consenta a resti- 
tuirgli la libertà, prima che il Ga- 
brielli gli avesse ceduta una delle 
rocche di Cantiano, grossa terra, di 
cui egli agognava V acquisto. Lo 
sleale procedere del conte (che F. Ugo- 
lini, Storia dei conti e duchi d'Urbino, 
Firenze, 1859,1, 179 sgg , per un ma- 
linteso arder d'apologista, ha teotato 



di mettere in dubbio) irritò fieramente 
i Fiorentini, i quali, deliberati di muo- 
vergli guerra, ne diedero avviso il 
28 novembre 1 j8> a tutti i loro amici 
ed alleati con una violentissima let- 
tera (Arch. di Stato in Firenze, Miss. 
reg. 20, e. 132B}, la quale sollevò 
certo rumore; poiché, oltreché in pa- 
recchi mss. del sec. xv (quali sareb- 
bero il cod. PaDavicini 91 ) del co- 
mune di Genova, e. i4B;iln. K, 17, 
II, 40 dell' Universitaria di Bologna, 
n. 19 &c.), si ritrova pur impressa fra 
le Episìoìae principum, rerumpuhìicarum 
ac sapientium virorunif stampate a Ve- 
nezia dallo Zilctti nel 1574, p. 5. 

(1) Cf- la nou 2 dell'epistola se- 
guente, p. 173. 



172 EPISTOLARIO 



mum vehcmentissimum aliquid, quasi post ades in subsidiis re- 
lictum, ex acervo et medio rationum omni evocare, tane quas 
adversarius in contrarium posset adducere radones valerem, at 
oporteret, aut elidere aut saltem diminuu vehementia ad sensum 
audientium enervare ; tunc ex personis, locis, temporibus, modis s 
et reliquis cìrcunstantiis cum exasperatione possem aggravare de- 
lictum ; tunc non soium contra proditionem, qua tollitur omnìs 
niortalium sodetas, sed etìam contra proditionem illam farillimnm 
csset invehere et contra prodidonis inseparabiiem communitaiem, 
ingratitudinem scilicet, ore pienissimo declamare, deterrere adrer- io 
sariuni et auditores illis interrogationum puncdculis et exhor- 
tationum acrimonia permovere. que quidem omnia, ignoralo 
negocio, unde nasci constat quicquid intendimus illudque qaod 
proscqui conamur intentum, necesse sit penitus ignorare, oponeret 
ìk;itur piene nosse materìam si vellem aliquid idonee persuadoe. 15 
nani, ut verissime dixit Cicero, certum est ullum in eo disenom 
es$c quod nesciat(*>. hec sads. 
$ àivtyt i» ««. Nunc autem, quod summe eavisus sum, audio te sacnmm 
««!>.<' ^:n :«^. legum perccprioni desidennter incumbere. fac, fili carissime, 

cuoi hoc honv"»ràb:'e ceprjm summi ope et iliizri studio prose- 20 
-'^ •; •^ ";;»••- cuJins e: mor.:tfn:o iuns civilis sciendim prindpaliter ad rempo- 
K.on , .7.. •- X:ca:r. perrinere. u: >e=:>er <:: ri?: in^? oculos te tilem patrie 
c:\ 0-.V. crvs?oerc. cuiler^: :e poterli huius rrotissonis studixs cxhì- 
Scrc. v.:>, il: cirlssirie. ic. 






/ : .'* ■- ... ".'.:.?: li:- ^ Ci«£K.:c«n^ s jjcojesa, is modo 



DI COLUCCIO SALUTATI. 



'73 



IO 



L 



X. 

Al medesimo <*\ 

[Cod. Parig. Lat. Nouv. Acq. 1152, e. ya; N*, e, 60 b.] 

Bernardo Mugiensi parte ser Colucii Pieri 
cancellarii Florentinorum. 

FILI karissirae. mitto tibi quasdam litteras ex publicis, ut sint FirenK. ij»6? 
carità ti tue solatio, inier quas sunt due, una vìdelicet ad do- ir»*^\VeJi«*ìrdI 
minos de Malatestis prò morte domini Galeotti et altera ad Co- tè Fk>«aifni°*""^ 
mitem Virtutum prò captura domini Bernabovis, quas nolo cum 
publicis vestris conferas, sed ipsas solum iii sui stili parvitate sine 
comparatione placeat contemplare, relique sic nostre sunt, quod 
non habent in vestra republica qui bus possint, ut arbitror, super 
eadem materia comparari f*^. 

4. Coti P; in N' l'f pittala è anepigrafa. 7. iV» sint P unam 8. N* GaJealti 
9. N* Birnabonis P volo 10. F nostris^sua i\. S^ contcmp?iri P vestre 



^ 



(i) L'cpistob, che a nome della 
Signoria di Firenze diresse il S. a 
Cario ed ai fratelli suoi per condo- 
lersi della morte di Galeotto Mala- 
testa, lor comune genitore, essendo 
stata scritta il 26 gennaio 138; (Arch. 
di Stato in Firenze, Miss. reg. 20, 
e 47 A ; e cf. RiGACCi, par. I, ep, ldc, 
p. 145); e quella al Conte di Virtù, 
relativa alia cattura di Bernabò Vi- 
sconti, spettando essa pure al 14 mag- 
gio dell'anno medesimo (cf. Ann, Me- 
diolan. cii. col. 787; Ricacci, par. I, 
cp. VII, pp. 1 5 - 16 ; essa manca in reg. 20, 
perchè ne andaron perdute le ce. 63 b- 
76 A, che contenevano le missive spe- 
dite dal 12 aprile al 17 giugno; cf. però 
cod, Magliab. II, 111, 342, e. 263 b); 
ne consegue che la presente debba 
considerarsi di poco posteriofe a que- 
ste date. È logico infatti supporre 
che il S., volendo inviare al da Mo- 
glio talune delle sue epistole, quasi 



saggio del proprio stile cancelleresco, 
abbia scelto fra le molte che veniva 
man mano dettando, non solo le più 
importanti^ ma ben anco le più re- 
centi. E siccome T ammonimento 
ch'ei dà all'amico d'astenersi dal pa- 
ragonare le sue colle missive del can- 
cellicr bolognese ha senza dubbia la 
sua ragion d'essere nel contegno te- 
nuto da Bernardo prima d*allora, cosi 
riesce manifesto che quest'epìstola 6 
di data posteriore alla precedente, e 
probabilmente scritta sul cadere del 
i}86. 

(2) Fra quest'altre si annoverava, 
io penso, la circolare diretta agli amici 
ed alleati de' Fiorentini in vitupero 
del conte di Montefeltro, della quale 
e questione neirepislola precedente. 
M'induce a crederlo il fatto ch'essa 
tiene immediatamente dietro, cosi in 
N* come in P, alle due qui ricordate 
al Visconti ed ai Malatesta. 




P- 



174 



EPISTOLARIO 



XI. 

A Roberto Rossi 0). 

[L\ e. 89 b; M«. c. $7b; G», c. j8a; R*, c $$ a.] 

Nobili ac generoso viro Roberto de Rossis dvi fiorentino. 

ii7o"' 8é? TV TONILI ssiME iuvenis. gavisus sum in bis que per tuas litteras 5 
Lorinmikdci- IN Ictus acccpi ; gavisus sum, inquam, cum te videam amici- 
•te. cbt uectu di ciam meam virtutis opinatione, quanvis parva res sit, appetere 

4. Coti U; Af G* Roberto de Rowis R* Roberto de rosi» 7. L' omette rei 



(i) Scrìsse L. Bbuni nelle sue storie 
{Rerum suo iemp. in Italia gestar, com- 
mentarius, Lugduni, mdxxxix, p. 13) 
che fra coloro coi quali studiò dì greco 
alla scuola del Crìsolora « Robertus 
« et Vergerius et lacobus Angeli me 
« 1 o n g e antcibant aetate ». Or poiché 
Leonardo era nato nel 1369, non an- 
dremo errati, ammettendo che il Rossi 
sia venuto al m(»do per lo meno una 
dozzina d'anni innanzi; e di fatti il 
Dell*Akcisa ci apprende che nel nSi 
celi aveva gii menato in donna Anto- 
nia della Rena (S(ì: j sfrc>*td B, e. 527 a). 
Se tcniam poi calcolo de! dirlo che il 
S. fa qui * giovine» e dell'accenno alla 
$ua prossima u$c:u dall'adolescenza 
^questa s: prolungava, come è noto, 
«N:v>ndo i criteri del tempo, sin dopo 
TaniK» ver.::cÌTìqae$imo d*cti\ po- 
irer.ìo e or. eludere che la presente do- 
vette essere ;rd=ri:«ta dal S. al Ro>s: 
nel KJ^ ar.'irtcirca E per "arp;::=to 
■1 X* C'.-.crto 1 ;?;.*..■* roto senra risi- 
s:e: tropjs> s.:«a co-rciccn:a. U Ross- 
«a KJto cs::a:ro >oicsti v^el 0.;js:" 
^Atx^. .: S:;:o - F-.rrr":c. \ , .xf t- 

Kos* :c' pjine :? ^o^-crr.^ ò: qae".U 



schiera di ^;regi adolescenti che» pnh 
ponevano a modello frate Luigi de* Ma^ 
sigli e ne frequenuvano asùduamcnte 
la cella nel convento di S. Spirito (PoG» 
GII Oratio im funere N. Nkàtii in MAt* 

TEKE-DURAKD» ì^eUr. SCT. et «OH. omfL 

coUutio, III, 729); egli ascoltò pure le 
lenoni di Giovanni Malpaghini, come 
attesta F. Biondo, ItàUa Ulustr., Baà- 
leae, XDXxxi, e. 546; ma se riusd a 
(arsi un nome fira i cultori degli stn<ti, il 
dovette, come dice il Poggio in qodla 
sua notevolissima lettera ad Andrea 
Alamanni intomo alle condizioiù delle 
lettere in Firenze sugli inizi del sec. xv, 
unicamente a se stesso (Poccn Epi- 
ìi:iit, ed. Tonell:, lib. XIII, ep. m, 
III. iS|;>. Nel *oj, appresa la venuta 
del Crisolora a Venezia, ei vi si recò 
per dar opera allo stadio del greco 
e fu poi un de* più artrrì fautori deUa 
ch:in:ata d: Emmannele a Firenze, 
cox: vfire=o a sao luogo. Dedito 
qu:-i; -^tcraraeste a" sooi lavori di 
trai-r-rr.e, ti -:Qa scrisse di orip- 
ri^e; e iei:= $=e ioà d'izigcgno e di 
c-ui.: rri X r>r: rescm solo garanti i 
crr:;rrr«rrcci. O". Wesselofskt, 
rr J *. ».-C :, 7S II, p, 56: VoicT, 



DI COLUCCIO SALUTATI. 



ns 



teque dulcisslmom illud caritatis vìnculum mecum propensis af- 
fectibus inchoare. quis eiiioi non gaudeat in hac rerum corru- 
ptibilium societate, inter quas quotidie subventionibus et consiliis 
indigemus, thesauruni amicicie reperire ? thesauruni amìcicie qui* 
5 dem, qua, si vera contracta fuerit, nichil in hominum conversa- 
tione pretiosius, nlchil amenius, nichil denìque ad omnes huma- 
narum necessitatum partes accommodatius. etenim pene cuncta 
que extra nos sunt pecunia paramus; amicuai vero, quem per- 
fectum quero, nulla re minus quam muneribus comparamus, ut 

IO quanvis beneficiis et largitionibus tum assentatores tum precones 
laudum rum benivolos acquìramus, fateri tamen oporteat veros 
amicos ex muneribus non pendere et quos dona exeniaque de- 
lectant, cuna Ìlla non speraverint, destturos. quid autem amico 
vero iocundius? nam, cum cetera singula singulis ad leticìam 

15 nobis adsint, solus amicus delectat in prosperis, consolatur in 
adversis, solos associat, in periculis tuetur, spcculantes exercet, 
egentes adiuvat, errantes opitulatur, adolescentiam frenat, iuven- 
tutem monet, senectutem fulcit; nec tempore vite contentus, po- 
steritatem amplectitur generis et honoris, que, cum ita sint, te 

20 exhortor et monco, ut non inier muoera, non inter feUces for- 
tune cursus, sed inter virtutes amicum queras; amicum, qui tali 
tecum glutino copuletur, quod nedura sit idem velie vestrum et 
noUc, nedum dimidium anime tue, sed sitis penitus simul unum. 
ego autem, si sensero te taliter affici, quod veram amìciciam queras; 

25 si non fiieris, quod luvenum commune vitrum est, ut Flaccus ait: 

amata rclmquerc p«rnix(0; 

si de tua virilitate sive adolescentie tue termino, ad cuius fe- 
stinas exitum, dicere poterò illud eiusdem poete dictum : en Ro- 
berti mei 
jO Conversis studiis etas animusque virUis 

Querit opes et amicicias» inservit honori, 
CommÌ5Ì5se cavet que raox vitare Uboret (O ; 

5. hP G' R^ que, che U omette. 11. U R' Jaadium 12. L' exeniaque Af 

C exeneaqoe 13. M' (P supemverint 16. R' expeculaotcs 17. /.' AP G' etrantibus 
30. R^ conTcrsQs 31. U amiclcift» er «•»« 



e te«M le lodi d) 
quei prczìoio ac- 
quisto che é l'ami- 
co sincero. 



Lo e*or1a a ice- 
glier tempre i tuoi 
•Riici fra J buoni, 
non frd i fortunati; 



a mi ntener, uomo, 
le promcste che 
dio adolescente; 



( et opes 



(l) HORAT. £/). II, Ul, 165. 



(2) HoRAT. Ep, II, m, 166-168. 



L 



vi6 



EPISTOLARIO 



• Mfw ^eOi <« si te, inquam, talem scnsero, si de te poterit illud did, me cibi 
cwipituri* pcrfeaum araicum offero. sia autem id minus quam exigo fe- 
ceris, quia scio te virtutem amare, me tibi reperies ad hooc9Ca 
benivolum et perfeaìorem quam ami cu m yulgus diffiniat me tibi» 
si volueris, exhibebo. vale felix. Florentie, die dedxnoqutmo 5 
martii« 



XII. 

Al marchese Alberto d'Este<*>. 

[L», e 49 A ; M«, e a A ; G\ e. a a ; R', e. 41 b] 

Illustri principi et domino domino Alberto 
marchioni Estensi Ferrarie. 



IO 



Pimi», « iicem- jLLusTRis et inclite princeps,singularissirae domine mi- non de- 

Deii'um«niii,cbe A dignetuF ìUi clafissima domus Estensis humanitas, que tmn 

MM, communitcr m tuis progenitonbus scmper emicuit, lum m le 

I. R* ule J. U omette id 3. R' dopo ad riptte tibi pcrf. am. off. ^-^ if 

<P R' omelbmo ritidicax/one del giorno e del me«e. io-m. Cosi U ; R* Marchioili 

E«tcn*i Fernric cTc. ; if G* Itlarchiofli Esteui 



(x) In seno alia citudinanza fer- 
jarese, oppressa dai vecchi e nuovi 
'baUelli, erasi nell'inverno del tjSj 
ordita una vasta congiura per atter> 
Tire il dominio estense e ritornare la 
città a governo di popolo, la quale rac- 
colse aderenti in ogni ceto (cf. Frizzi, 
op. cit. HI, 368 sgg.). La rivolta 
scoppiò furibonda il ) maggio, e colse 
i principi cosi all'improvviso, ch'essi, 
temendo per la propria vita, si videro 
costretti ad abbandonare alla plebe 
inferocita, che ne fece miserrimo scem- 
pio, un de* loro più lìdi ministri, Tora- 
masioo da Tortona, giudice de' savi, 
la cui inesorabile durezza era partico- 
larmente esecrata dai Ferraresi. Nel- 
l'imperversare del tumulto altri cor- 
tigiani, invisi ai ribelli, cercarono 



scampo nella fuga; fra questi Pietro 
Montanari, vecchio servo di casa d'Este, 
mcjuEO segretario e meazo buffone. 
Adontatisi per la sua partenza, i mar- 
chesi si rifiutarono di raccoglierlo a 
rivolu domata, sicché il Montanari, 
per commuoverli, ricorse al patrocinio 
degli amici; di qui l'epistola di Co- 
luccio. Ma neppur rintcrcessionc del 
S., assai benveduto d.i Alberto, giovò 
al Montanari; giacché da una lettera 
che gli diresse da Firenze Filippo de' 
Guazzalotti da Prato, noto capitan di 
ventura del tempo, che l'aveva co- 
nosciuto negli anni da lui trascorsi 
ai servigi degli Estensi (cf. Arch. star. 
ital ser. V, to. IX, 1892, p. 347 sgg. 
e la mia varietà sullo stesso soggetto 
di prossima pubblicazione nello stesso 



IO 



15 



'1 



or che propugna la 
cauta di un eoo* 
(rateilo, fervo fe- 
dele degli Estensi, 



specialiter in oculis nostris effiilget, parienter audire servulum «p*" induigenr.. 
fidelissimum excellentie tue tìbi confidei ..r doraesticeque scriben- 
tem; non dedignetur, inquam, vel ista legere vel me, postquam 
legerìs, exaudire, precipue cum verba facturus sim prò conservo 
meo, mis laribus enutrìto, quemve nefas est, cum iuvenis tibi 
ìocunde serviverit et nunc possit iocundlus deservire, a tue glo- 
riose curie famulatu annis grandiusculum proliiberi; qui nedum 
eiici non debeat cognitus, sed etiam sit sola fame celebritate spe- 
cialiter evocandus. nam si quondam senatus populusque roraanus 
tybicinum coilegium, indignarum quod ab accubitu in lovis ede 
prohibitum esset, per legatos Tibure repetivit, et opportunitate 
vinolentie plaustris imposiios,non solum benigne recepit, scd epulis 
de more vetusto restituit(*>; quid facere debet tua sublimitas de 
iocundissimo viro, de unico ilio tuo equorum et hominum co- 
gnitore, de ilio perspicacissimo virtutum tam teste quam iudice et 
vitiorum effusìssimo deo'actore, Petro Montanario, cuius nomen 
tuam curiam miris laudibus apud exteros preferebat ? ^^^ iUe po- 

I. M' G' K' tenrum 5. R' l«boftbu8 8. W dà tpecialiier aggiunto da altra 

mano nel margine. io. A/' G' R^ cdc lov. 11. L' esse; hf V omette R' opor- 

lunttatem 13. M' C /?' violcncic L' R' palustrìs 13. L' recava recepit cancel- 

lato e aottituilo da restituit 1 5. Z.' vìrtulem e quam in luogo di tam 17. Z,' preserebat 



uomo giocondia- 
aimo «d accorto, 



Pietra Montana- 



F 



periodico) risulta che del 1389 ci 
viveva, malcontento del suo stato, 
a Pesaro, dove il Malaiesta gli aveva 
dato ricetto ; « Epistola mìssa per 
« dommam PhilJppura de Guazalolìs 
« Petro Montanario » in cod. Laur. 
Gadd. nliq. 101 , e. 1 1 B. Sulle ul- 
teriori vicende del Montanari restiamo 
al buio per ora; ma, trattandosi di 
uomo assai avanzato in età, è cre- 
dibile che non sia a lungo sopra- 
vissuto. 

Sulla data di quest'epistola riesce 
difficile pronunciare un giudizio. Il 
modo con cui U S. vi parla della ri- 
bellione ferrarese lascia comprendere 
che questa era un fatto non polto re- 
cente. Essa le sarà forse posteriore 
di tre o quattr'anni all' incirca. 

(1) Cf. Val. Max. II, v, 4. 

Coluccio Salutati, IL 



(2) Due personaggi di questo nome, 
usciti dalla medesima nota ed antica 
famiglia de' Montanari, vissero allora 
in Ferrara. L'un d'essi, Pietro del fu 
Paolo della contrada di S. Gregorio, 
era investilo nel 1389 da Alberto 
d'Este di talune terre in nome proprio 
e del fratello Cristoforo (Arch. di 
Stato in Modena, Camera ducale, rog. 
Cam. Giliolo Coadi. 1389-139}, XVI, 
e. 23: cf. rog. Bonazzoli, 1587-1393, 
XVI, e. 23) e di nuovo il 13 agosto 
1404 a titolo d'uso d'una casa in Fer- 
rara nella contrada di S. Martino (Ca- 
mera due. rog. Nascimbene Delaiti, 
1403-14 16, XXII, e. 26), alla quale ri- 
nunziava però l'anno dopo {Investiture, 
K, e. 238, IO giugno 1405). L'altro, 
Pietro di Matteo, caduto verso il 1395 
in disgrazia del marchese Niccolò IH 

12 



178 



EPISTOLARIO 



piilus, orbts princeps, illeque mundi prudentissimus senatus vo- 
races illos et ventri deditos, tanquam sacronim et imperiì iocun- 
dissimum ornaraentum rehabere tanta cura diligentia curaverunt; 
tu, princeps humanissime, hunc virum honestissimum, cui pre- 
cipuum veritatis studium est, cuiusque presentia terrorem affert 5 
inhonestatibus, ne per ipsum, sìcut assolet, publicentur, non di- 
chS^"iN cl'i^*c &Tiaberis in tuara gratiam et statura pristinum revocare ? con- 
dlTu cor*J!7uciu sidera parum quid illuni a te, gloriose princeps, extorserit; redeat 
pourc! """*'" ''*'" ÌQ mentem ilie tue plebis insanientis furor et impetus, quando, 

quod CUOI stupore memorandum est, tuo sacrosancto palano, io 
tuisquc in id temporis laribus formidatis, vim illam terribilcm 
intulerunt et, quasi rabidi canes, imo tanquam immanìssime fere, 
petierunt innocentissimo sanguine saiurari. redeat in menteoii 
precor, non ut ulterius ìndigneris, sed ut de sua salute forraido- 
d* cui quegli, ira- Iqsq bciiiMius ìndulgeas: nec velis servitorem luum, ilio tunc ic 
icftinpo colli fiig«. fm-oj-g perterritum, a quo non arma, sed verba, non pugnam, sed 
facetias atque dicterìa, non vires corporis, sed acumen et prom* 
ptitudinem intellectus cunctis temporibus exegisti<*>, tuam gratiam» 

1. veoiri] A/' neutri 3. L* rciribere io. R^ omette uncio 11. R' omette 

que dopo tuis L' laudibuB corretto, e farmi da altra manot in laribus 14. /?' for- 

mido doloso 15. L' M' C bcnigniis 



c bandito da Ferrara (CuuccH. thu, 
rcg. Decret. 1 592-1 596, e. 64), era 
resdiuito in patria dicci anni dopo 
air incirca (Caucell. due. Nicol. Ili, 
Decr. 140 1-1409, e. 44), ed il 9 ot- 
tobre 1410 conduceva in affitto dal 
comune per un quadriennio l'ufficio 
del malcftzio (Cattura due. rog. Pe- 
tronio da Bologna, I}99-I4i7, IX, 
e lor). Ma niuno de' due sarà da 
identificare coll'amico del S., perchè 
hanno vissuto tropp'innanzi nel sec. xv, 
ed i casi loro non rispondono punto 
a quelli di lui che ci son noti. Egli 
invece dovrà riconoscersi forse in quel 
Pietro « filius quondam Raynerii Mon- 
« tanarii de Ravenna, nunc habìtator 
« cìvitaiis Fcrraric in contrata Go- 
«sraarie », che del 1375 ;issisieva 



come testimonio ad una donazione di 
Niccolò d'Este in favor d'Egano Lam- 
bcrtini; Camera due. rog. Frane. Unrola, 
i37»-i377. XLVII, e. 7$. 

(i) Delle facezie di Pietro reca un 
esempio Giovanni Conversano da 
Ravenna nel seguente passo della sua 
inedita motoria Ragusii (cod. Parig. 
Fonds Lai. 6^94, e. 95 B): « Non unius 
K ea semencia, sed passim proverbiura 
« frequens est liberorum parentibus : 
«clerica qucra cupias de- 
apravare. Guidonis nostri Bolga* 
« relli, cui perfamiliaris fui, idoneo (?), 
« ut opinor, casu sese offcrt hystoria. 
« ei, duduni sub Ferra ri e principe 
« militanti, equus crai statura compa- 
« geque cetera corporis pulccr, sed 
« pi^er et hebes, ut Ferrarle paludibus 



DI COLUCCIO SALUTATI. 179 



quam hactenus habuit, perdìdisse. nescio alios; ego de me ipso 

fatebor. lìcet studiosus litterarum semper extiterim, vidi tamen , Certoiec«mp»ii 

'^ ' battaglie, gh attedi 

et parvos atque magnos hostiles bine inde congressus, noctumas ""oif""" *'^*" 
atque diurnas insidias, subitos insultus, castrorum expugnationes, 
5 cuniculorum subterranea bella, terrarum irruptiones atque capturas, 
et pene quicquid solet Martis sevicia bellaciter evenire ; et quanvis 
fuerim maxime quandoque periculo inter illa versatus, nichil SJodu qMii? Jf" 
tamen unquam horribilius, nichil eque formidandum occurrit, uJl°t^ditor'*°" 
quam, quod nimis vidi, popularis impetus et tumultus. an autem 

IO ad ipsum illa plebis de ferro licentia non spectabat? an, cum 
videret ad supplicium innocentes trahi, non ipse debuit formi- 
dare ? an fone Petrus noster unquam illius plebis ignavie veniam ^^ ajSSto***k 
tribuit aut pepercit? nonne quotidie ipsos deridebat in astris, dum ^J^ ""''"• ' 
stellam aliquam, quasi pestiferum sidus, de summo celi cardine 

15 demonstrabat ? nonne illos tum plumbum, tum anco ras inn>oi«pMci guise; 
de ponderis magnitudine propter gravitatem ingenii vocitabat ? (*> 
an non quotidie nunc istum, nunc illum quasi rìdiculum spectacu- 
lum astantibus exhibebat ? an ignoras sordidos viros illis maxime 
derisioni bus commoveri? quis eum, si forsitan aliquìs sur- JJ-i^'^Jdir^iS 

20 rexisset, exclamans: hunc detractorem nostrum, Petrum Monta- Ì^g^° '^"* *"' 
narium, impetamus; in illius furoris articulo liberasset? parce, 

3. atque] Z,' et 4. R' omette atque diurnas 5. Af G' cumulorum L' /?' ir- 

reptiooes io. /?' expectabat 15-16. /?' o»wtt* nonne - vocitabat 18. ^' adhi- 

bebat 3o. /?' acclamans - derìsorem 21. Af furenlis 

« natum educatumve credas. evenit « sodes, agam ad barbicìdatn qui de- 
ce ut inter loquendum cum P. Mon- « ricam faciat. crede michi, deterior, 
«canario equus esset in fabula. « imo et deterrimus fìet ! ». Un'altra 
« sinistram, inquit, sortera. Guido, arguta risposta del Montanari riferisce 
« emi puUura, domoi, alui. vegetis il Vergerio, f/jw/o/^, ep. xcvi, p. 143. 
«est menibris, validis thoris, vasto (i) A questi scherzi del Montanari, 
« corpore, sed ignaviam bovis refert. che par fossero molto gusuti a corte, 
« mallem calcitronem, raordicum, re- allude anche il Guazzalotti nell'epi- 
« pugnacem ac malum, quam mollem stola citata : « habes etiam quem tuum 
« adeo et imbellem. tum Petrus cui « rideas populum, ancoram tuo vo- 
« fandi acumen et dexteritas inest : « catum agnomine, quemque sepenu- 
« tute desipere videris. caballum igno- « mero ultro trahas et in coronam ad 
«ras vitiare; imo illum pessimum « sigippulum tuum et sidera contem- 
« redderem. prece cumque instaret « platurum ». Pietro fu anche poeta : 
« Guido, modum docerì audivit. ì, cf. Zambrini, op. cit. 4' ed. col. 671. 



1«0 



EPISTOLARIO 



Perdoni dunque 
•I vecchio («rvo, 
non « tono pau- 
roso; 



to ricliUnii, quui 
tfidd • quel volgo 
cKe 11 cacciò. 



»d «IlicUre U cor- 
te, 



a (Dorìrvl, quando 
giunga il «uo Ktor- 
on ettrerno, tra i 
•ervi più fedeli. 



precor, iustissime formidanti, parce servo tuo; et cuius iuvenis 
gloriam liabuistj, non patiaris apud alios cum tue curie viduitate 
senescere. provi disti contra temeritatem ìllam ingrate plebis 
quantum oponuìt, quantum decetC'>j utinam posses quem illi 
crudeliter ocdderunt ab inferis evocare! quod potes nunc age; 5 
rcduc ante oculos ìnsanissimorum hominum hunc, quem lorvis 
aspiciant oculis de more suìs temeritatìbus insultaturum; non glo- 
rientur intra se et hunc letificatorera curie tue suis clamoribus 
expulisse; nunquam se victos esse cognoscent, nìsì te viderint 
cuncta que depulerint reduxisse. revoca, si quid in hoc inter- *o 
cessio potest mea, singularem aule palatiique tui iocundatorem; 
sit qui letos efficiat aulicos proceres, deterreat a vitiis pravos et 
bonos incitet ad virtutes; et sicut hactenus tuus famiHaris et 
servus fuit, sic, cum nature coocesserit, moriaiur. vale felix, 
inclyte domine mi, et audacie servuli tui veniam prebe. Florentie, Jj 
die sexto decembris. 



Fireaze. 
6 Tebbraio 1387? 

È da aag^o av- 
vertir la uutabi- 



XIII. 

A Bernardo da Moglio <"). 

[R3, e. 4j b; S, c. 104 a; N% c. 48 a, n. 447; Ambrosiano H 211 mf. e. sa; 
Parig. Fonds Lat. Nouv. Acq. 1152, e. 9B; Ricacci, par. II, cp, xxvii, 20 
pp. 99-100, da R3.] 

Domino Bernardo Muglensì parte ser Colutii Pieri 
cancellarli Florentieorum, 

INDiGNARis tecum, dilectissime fili, nullam ribi diem sinceram 
et iocundam effluxisse, cum gaudia matutina vespertinus ubi 25 

5. «' omette nunc age 7. .\/^ G' R^ glorieiur 9. /?» expulsisse 14. t* na- 

tura 15. U mi dom. 32. Cosi A 1\ A però omette Pieri; Ri Ri Colutius poeta 

ilorcntinuB Bernardo de Magio 5 Idem Coluccius pocu clarìssimus Bernardo de Mu^lo 
N* anepi^afo. 34. A P dulcisaimc IP null« 25, A iocandum A N* P «fliusine 



(i) Sulle misure presedai marchesi 
dopo i moti del ijSj per provvedere 
alla propria sicurezza, cf Frizzi, op. 
cit. Ili, J7}. Questo storico tace però 
quanto affermano cronisti contempo- 



ranei ch'essi facessero ammazzare più 
di cinquecento popolani colpevoli di 
aver preso parte alla rivolta I Cf. Atin. 
Mtdklm. cit. XVI, 7B9, 
(2) « Del mese di gennaio nel 1386 



DI COLUCCIO SALUTATI. 



i8i 



I 



IO 



» 



15 



meror obnubilet. gaudeo te ìsta perpendere, dumnaodo post ex- 
perientiam plurimam et indignali desinas et ininiri. quid enim 
solidum aut verum aut, si hoc modo melius exprimi sensus pò- 
test, quid longiusculum gaudium in hac caducarum rermn so- 
detate caducis et corruptibilibus esse potest ? nulla sunt in hac 
vite nostre conversatione stabilia: aut nos illa deserimus aut nos 
ipsa deserunt; hinc et inde, si bene respicias, incessabilis fluxus 
ac refluxus est, quid prodest fortune benigniratem arridere per- 
petuo, postquam, licet ipsa non desinat, tu tamen es iih, dum ine- 
vitabile fatum mortis evenerit, defuturus ? sed rariora comme- 
moro; frequentius enim est mutari fortunam, quam a felicibus 
derelinqui. quid igitur mirum, fili dulcissime, si dieni integram 
libi serenam eftìuxisse non vides ? docent hec nos non huic 
mundo, sed ad aliud natos esse, nullos, crede mìchi, vere dicere 
potes in presenti vita felices. quod si nulla alia ratione pateat, 
satis est sine dubitinone cognoscere felicitatis bona taliter redun- 
dare, quod nichilo prorsus indigeat quem contigerit esse felicem. 
atqui reges et principes et, quos fortunatissimos dicimus, divites 



Viti d'ofjnl ttrre- 
DA letwisi, nii» non 
I' indignjrseiie. 

Nulla può eiscr 
<]iia^gtù tubile d6 
Juruoro ; 



di qui II noi l'ani» 
moniaicnto di con- 
tidervci come e» 
suli, « cui là fe- 
licità HOU è coo- 

itttA, 



I. À mereor ; l'è espunto. P guudes 2. A plurimum etdignftri; ìnagfiunto aopra 
d'altra mano. P mutari qnod 3. A scnsii ,• Ts filiale aggiunto d'altra mano. 

6. A P ometton nostre e tcrivon con»ervBlionc A bP P ipu Dos 7. Ri prospicias 

5 iiiApicia» Ri ti terram respìcius 7-8. Ri Ruxus flaxiis est 8. Ri et rdluxua A 

N* P omettono ac rclluxiis 9-10. A non dà che labile; le ùUiibe precedenti furon ag' 

giunte da altra mano, 10. A >tata8 A N^ ad veneri t ti. Ri Ri S mutare P omette 
muttri fortun. e tottitniMce dcreliqai ìì.RS Rio fili 1 3. Rf Ri omettono tibi A P if- 

duxisM Mr. ^ videaa P boc A lienc ; /' 11 espunta. In luogo di nos poi dà due volte 
non pure etpunto. i4-<5. S omette nullos • felices 15. S' Ri Ri S ometton alia 

N* narracione 16. lalilcr] 5W/?i aliter 17. N' aìdiii P contìngerit 18. ^ atqae 
fP Ri Ri S ometton et dopo principes N' ducimu» 



K (s. f.) infreddò in Firenze quasi ogni 
« genie ; e non fu per grande freddo 
« che fosse ; ma fu da calcndi di no- 
« venibrc ìnsino a gennaio sempre 
• l'aere calda e umida, e dissesi che 
« quella generò questo infreddare ». 
Cosi Pier Mwerbetti, Cronica cit. 
C0I.Ì06, co! quale, come al solilo, con- 
sente Sozomeko da Pistoia, op. cit. 
col. II 30: « in partibus Tusclac quasi 
« omnes honiines frigorc et febri gra- 




« vati sunt j». Cf. Corradi, Atm. delle 
epidemie &c. I, 238 sg. Or essendo 
quest'epistola posieriorc fuor di dubbio 
al 1383 e lamentandovi il S. i danni 
recati alla sua salute dalla pessima 
invernata, danni gravi così che corse, 
per quanto sembra, voce ch'egli avesse 
dovuto soccombere, io m* induco a ri- 
tenerla scritta nel 1387, anno penanti 
nefasto, come attestano i cronisti sur* 
ricordati. 



i 



à 



l82 EPISTOLARIO 



ipsi, aut fama clarì vel conspicui dignitatibus seu nimia potentia 

formidandi, tanto pluribus indigere videmus, quanto malore statu 

cernimus prepoUere. ad felicitatem itaque nati, donec illam adipi- 

scamur, quiescere non valemus. noli itaque mirari vel etiam 

indignari si diem integram cum dulcedine non transisti, si quo- 5 

tidie asperitate quadam urgetur suavitas, si continuas experìris 

vicissitudines Inter tristia atque leta. nulla quidem vie tanta 

reperitur amenitas, que non afferat viatoribus lassitudinem. si 

come peUegrini, nescìs, Bcmarde mi, peregrinus es, non natus ad viam, sed ad pa- 
che camminano al- ' »lo» »r 

lajoita dell* pa- xiììm, ad quam nisi perveneris, semper tecum de vie incommodì- io 
tate rixabere. corruptibile corpus in corruptibilium societate vix 
uno momento manere potest ìllesum ; aut enim extrinsecus aliqua 
incommoditate feritur aut in se languescit. properandum igitur 

oTeeodrannodife- in patrìam, ubl non una dies, sed infinita sunt secula felicitatis 

kcità perpetua. *^ ' ' 

transigenda. 15 

vidu*rc*'l'^e7untt ^^^ Invldcndum est vita defunctis, quod ad illam beatitudi- 
^rat'a k*ioJo m?' ^em uos preccsserint, sed gaudendum. premisimus perpetuum 
granone. BoDonic dccus, unicuique virtutis specimen, patrem tuum et do- . 

aorem meum, cuius laudes nulla unquam abolebit oblivio; sed 
Se mori Pietro (Joncc studioruni eHt Bononla mater, Petri nomen super cuncto- 20 

suo padre, ' *^ 

rum rethorum memoriam celebrabitur. ego autem spero vi- 

rum innocuum virumque catholicum, nedum diuturnam famam 

habiturum in terris, sed feliciter fore receptum in celis. 

se tanti altri co- Quid autem de ceteris dicam, quos tanta cum aflFectione con- 
spicui concittadini ^~ ' ^ 

suoi scomparvero, quercrìs patrie fìilsse subtractos, nlsi quod, cum vivi fu erint nomen 25 

Domini venerati, debitam portionem meruerunt recipere extincti ? 
non sen dolga. cousolare, fili carissimc, nec sic dolori relinquas habenas, quod 



3. Rf S plurìtnum RJ defoemus e in margine videmus Ri racconcia videntur tanto 
plurimum indigere N' RJ Ri S vn&\on ^» Ri adipiscimur 4., A omette \t] ^.ìà' 
indignare A omette qnotidìe 6. A expiris P experieris 7. P tristicia 9. AP Ber- 
nalde P natum io. A P ad vie incomoditatem RJ Ri S de incom. vie N* in luogo 

di Vìe dà ine 11. N'RJ Ri S incorruptibilium 12. P remanere At extrinsecum 

14. A ad patr. 16. Ncc] Ri-non A P omettono est A^^ omette defunctis 18. P 

bonum decus Rf Ri uniuscuiusque N^ uniuscunque e omette specimen 5 unicunque 
20. N' Bon. erit A S supra 21. /l P rectorum memoria 25. A omette subtractos 

AP detractos ed omette quod A omette cum A P viri A nomine 26. venerati] 5 uè- 
nerty (tic) cancellato e corretto. A P recip. mer. N' omette recipere e dà meruit extincti 
37. Ri ut ultra quod 



DI COLUCCIO SALUTATI. 183 

ultra quam deceat conturberis. perdidit patria tales cives, sed M memoria lo- 

* * ^ ro CI mantien glo- 

habuit; perdidit Studium et scolarium illa frequentia tantos prin- "«"' 
dpes et doctores, sed nunc gloriosiore cum fama quotidie cele- 
brantur. et denique si quid quotidie in oculis nostris videtur esse 
5 deflendum, consideremus quali rectore cuncta tam supera quam «** lecito dei «- 

' ' *■ ^ * sto deplorar aó 

infera gubementur, et pudeat aliquando deformia dicere que sci- «he dìo h* voluto. 

mus tantum illum opificem ad universi pulcritudinem ordinare. 

desine conqueri pestes et presentis frigoris intempcriem lamen- 

tari. nam, cum Deo rectore cuncta sine dubio gubementur, sic 
IO nobiscum agitur, ut oportet. 

De me autem, quem iam, licet in mortali sarcina degam, quasi ^^jj^ *cìdàt^*Z 

mortuum deflevisti, sdto quod valeam, licet frigoris huius mole- ^^^\ ^ ''"°"' 

stia iam ter afflictus non leviter egrotarim. vale. Florentie, sexto 

februarii. 
15 Tuus Coluccius Pieri cancellarius Florentinorum. 



XIIII. 

Ad Angelo da Bevagna vescovo di Recanati e Maceratalo. 

[NSc 94A.1 

Reverendo in Christo patri et domino domino Angelo 
20 episcopo Recanatensi et Maceratensi. 

Reverende in Christo pater et singularissime domine mi. ^ f^o""' -s 
magnis testibus multa de te audio, quibus veneratione di- Diiuimoitieio- 

r . 1 • 1 • gi 8on «unti al 

gnus es; nec putes me nunc ista preiari, quo benivolentiam tuam «no orecchio; 

t. A P perturberìs 1-2. Ri omette perdidit - habuit 3. A glorio poi uno apajio 

bianco .- il vuoto fu colmato da altra mano. Omette poi quotidie 4. PN' Ri Ri omettono 
quotidie A P sostituiscono est a vid. esse P dopo nostris aggiunge noster 5. A omette 
cuncta 6. S omette gubementur Ri puidcat per pudeat, mutato da Ri in provideamus, 
come aliquando in aliter A P ducere A per scimus legge sanius 7. N' S illum 

tantum 8. /?^ /?/ 5 presentera 11. 5 qui Plicetque P 5 immortali 13. Piam niter 
(3-15. N' RJ Ri S omettono la data e la sottoscrizione. 15. A PCoIutius - canzellarias 

(1) Angelo di messer Gelilo da Be- I'Ughelli, op. cit. I, 1221 ; nò Cini, 
vagna (non recanatese, come affer- come lo dicon anche il Leopardi, Se- 
maron il Ciaconio, op. cit. II, 767 e rie dei vesc. di Recanati, Recanati, 1828, 



i84 



EPISTOLAKIO 



' «vii *fcn che gio- 
WO * «pronitrlQ 
a fiff tempre me- 
glio. 

Semplici «tnj- 
menti d«l Tolerc 
iljvino, tiiun me- 
rito noi pouUmo 
«vere delle outtre 
operazioni. 



Se An|;clo dun- 
auc i perfetto mo- 
dello di evAiigelico 
pastore, 



U lode ne va dau 
tutta 4 Dio, 



fonte d'ogni virtù. 



adipiscar, sed ut te potius horter ut ad meliora nitaris. nani, 
cum Dei instrumcnta simus, nichìl in his quc flicimus, imo que 
videmur facere, nostrum est: Ille quidem per nos facit quicquid 
facere dìcimur aut putamur. si quid per voluntatem et se-»| 
quaces voluntaris potentias cooperando negligimus, nostrum est, 5 
qui non fecimus quod debuimus. quid enim agere potest se- 
cunda causa quod non agatur in prima, imo, quo rectius dicatur, 
omnino post primam ? ut vanum, imo superbum sit aliquid nobis 
quod agamus ascribere, cura totum Eius sit qui principaliter per 
nos agit. nunquid, ut air Propheta, gloriabitur securis contra io 
eum qui secat in ea, aut cxaltabitur serra cootra eum a quo 
traliitur? <*> non expeaes igitur ut te laudem quod non sis su- 
perbus, non iracundus, non violentus, non percussor, non turpis 
lucri cupidus, sed liospitalis, benìgnus, sobrius, iustus, sanctus, 
continens, et dcniqiie talis, qualem determinai Apostolus episco- 15 
palcm esse debere pastorem^'^; sed expectes velim ut in bonis, 
que in te refulxerìnt, laudem Dominum: quid enim habes quod 
non accepisti ? f'^ laos igitur et gloria Deo sit, qui in te multa 
bona formavit, qui in te virmtes operatur et ostendit: virtutes, 
inquam, qoe licet sìnt habitus electivus consistens io medio, non 20 
ex operibus acquiruntur, sicut phiìosophi tradunt, sed sunt bona 
mentis qualitas, qua rectc vivìmus, qua nemo male utitur, et quam 
solus Deus in nobis operatur fA si virtutes enim solus Deus 



11. CoJ. dopo contra reca nos I3. Cod. at a cui ho tottituito quod 



p. 131 ed il Cappelletti, op. dt. Ili, 
681 sgg. e VII, 221), dottore in ànlto 
CJnonico, ottenne il 3 1 marzo 1 38 1 
da Urbano VI la sede di Recanati, jlla 
quale due anni dopo congiunse quella 
di Macerata, sottratta da lui ai Varano 
ed all'antipapa. Eletto il 18 settem- 
bre 1408 da Gregorio XII cardinale, 
rinunciò, pare, al vescovado; ma su 
questo punto discordano assai le te- 
stimonianze sincrone. Mori il 21 giu- 
gno 14 12 ed ebbe onorevole sepol- 
tura nella nuova cattedrale. 
Poiché il S. gli attribuisce Ìl titolo 



di vescovo di Recanati e Macerata, Il 

sua epistola sari posteriore al 1385. 
E poiché d'altra parte in essa si fa 
cenno della fabbrica di S. Flaviano, 
che, come ora diremo, ebbe fine circa 
il 1 389, non potremo oltrepassar questa 
data. Sicché non ci inganneremo di- 
cendola scritta fra il 1 585 ed ìl 1 589, 
(i) ISAl. X, tj. 

(2) S. Paul. Ad Ttt. I, 8. 

(3) S. Paul. I Cor, IV, 7. 

(4) Cf. S. Auc. De lib. arhitr. 
lib. II, cap. XIX, SS 50 e SI in Optra, 
I, 1268. 



DI COLUCCIO SALUTATI 



185 



I 



La n« icicDza, 
la SU4 pi«Ut 



operatur in nobis, quid tibi tribuam ex virtutum actibus, quos 

vident omnes per te fieri ? nichil certe, sed illì solum, qui soius, 

ut difEnit Aurelius, qualitatem iliani mentis, unde bona illa prò- 

cedunt, per infìnitain bonitatem suam operatur in nobis. ('^ sit 

igitur in te sdenti», sit religionis pietas et integritas, quibus te 

mirabiliter extoUit multe vcnerationis optimus pater raeus, ma- 

gtster lohannes, sacre theologie professor, de ordine minorum, 

mus secundum camem » ♦ tue dioecesis Recanati (*J; sit in te, 

velut testatur dilectus filius tuus Bjrtholomeus de Riccomis, co> 

gnatus, ut vulgo dicimus, meus, idest uxoris mee frater et octo 

filiorum meorum avunculus^J); tanto commendabilior quanto ra- 

rior in prelaiis est, erga pauperes liberalitas; sit, quod omnes pre- v*„*"j*''""°f' * 

dicant, laudabilis ad tue fabricam ecclesie sumptuosa largitas et **"° '' '"• ^^'^ 

diligentia curiosa f*); nichil in bis quod tuum dici debeat com- 



I, qoid^ cod, qui 8. Nel cod. e qui lasciato uno ipa^io bianco. 



» 



(i) Cf- S. AuG. De morib. EccL cathol 
I, \-|, S 9 in Oficra, I, 1314-15. 

(2) La lacuna del ms. c'impedisce 
dì sapere in qual grado di parentela 
stesse con Angelo questo frate, di cui 
negli scrittori francescani non rin- 
vengo menzione. Il sig. Pietro Morici 
da Recanati, cultore di studi storici» 
coi debbo altre notizie date in queste 
note, mi comunica però che un D. Gio- 
vanni di casa da Bcvagna fu a lungo 
rettore della chiesa di S. Maria in Mon* 
temorcllo, e, quel che più importa, vi- 
cario del vescovo Angelo dal 1403 
al 1408 e nel 1412 del suo successore. 

(j) Intorno a Bartolomeo cf. le 
note all'ep. x del lib. 1111, I, 278. 
Benché possa parer poco probabile a 
primo aspetto che nel numero de' 
suoi figliuoli che riconoscevano il loro 
xio materno nel Riccomi, il S. abbia 
compreso anche Pietro, natogli dalla 
prima moglie (c(. lib. Ili, ep. v, 
I, 144); pure è forza credere U fa- 
c«se, giacché nel tempo in cui scri- 
veva egli non aveva vivi che otto figli : 
Pietro (ii7i), Andrea (157$), Arrigo 

Colkccio Salutati, IL 




(1378), Bonifazio (1379), Antonio 
(ij8i\ Filippo (?), Simone (1585), 
Lionardo (?). Coluccio e Salutato, 
gemelli, non vennero al mondo se non 
circa il '92. 

(4) Gli storici municipali (cf. Leo- 
pardi, op. cit. p. 28) non sanno fornirci 
veruna precisa notizia sul tempo in 
cui Angelo die mano all'erezione della 
nuova chiesa di S. F]avi.ino destinata 
a prendere il luogo dcH'antica ruinosa 
cattedrale, che stava nel borgo di Ca- 
stelnuovo. Ma da un istrumento a 
rogito ser Antonio Ianni, comunica- 
tomi dal signor Morici, risulta che i! 
15 gennaio 1384 il vescovo faceva 
acquisto di centomila mattoni e di 
mille some di calce al prezzo di 
il 80 lire ravennati per la prosecu- 
zione della fabbrica, certo da qualche 
tempo intrapresa. Aiutato da lasciti 
e doni di pie persone, di cui è me- 
moria in documenti del 1385 e '85, 
Angelo potè mandare innanzi l'im- 
presa con tanta alacrità, che la nuova 
cattedrale, se non terminata, condotta 
però a buon punto, fu solennemente 

12* 



lS6 EPISTOLARIO 



Mito Old è ncrito prehcndo : omnia siquidem eius sunt, cuius benignltate et grada 
CAò cht difetM sumus quicquid sumus. si minus in aiiquid quam debes £u3S, 
■oio provUnt. totum id quod deficit tuum est ; ut, cum forte laudantes audis 
vel hec tecum ipse retractas, nichil ex bis que* facta sunt co- 
gitare debeas, quoniam tua non sunt, sed quid defidat podus 5 
ponderare : memor quod etiam si cuncta que debeas feceris, te ser- 
vum oportet, si te non dedpias, inutilem reputare : fecisd siqui- 
dem quod debebas. laus ergo sit tua ad Deum, qui per te lau- 
riefà*ai" *Jtr"l^ dabilìtcr facere dignatus est; et si libenter, quod arbitrii tui est, 
."vìSnlnflrtdò ^^^ cooperatiis fueris, dirigens actus tuos in Deum vel in proxi- io 
""" "«'°'"- munì propter Deum in dilectione vera et cantate perfetta, si 
gloriaberis, non eris stultus. absit tamen quod in alio glorìeris 
quam in Christo. et ego quidem in operìs, que reae bomines 
facere creduntur, queve lucent in hominum ocuiis, cupio quod 
pcrfecte sìnt et Deo grate, illique soli gradas ago et eius apud '5 
condaui «jun- nic omuis est gloria, nunc autem te hortor et oro, ut Deo coo- 

qweotU» TI* intra- ... , , . j i-t 

pi«u: poran non desmas, gaudeasque quod m opus suum det te libenter 

agere et cxultabiliter operare, semper illum cogitans et in ipso 
solo gloriam dbi ponens vel potius gradas sibi agens, quod in 

t isMch* ijjio lo operarium te recenit. et quia tales \-iri et in quibus talis Dei 20 

h« (letto «»uo mi- 



U *«aic «Aimato 



«utfNv (j:«a.*cà u i»rutia snlenJeat rari sunt et dismissimi ut dilieantur et amentur, 
motus tesdbus pretaxans, condnere non pomi meos affeous, quin 
erga te dilectionis ad actum ac amoris ad habitum moverentur. 
p,irvum quidem, si me consìderes ; tanmm tamen, quod redanu- 
lìonìs vicissitudìnem consequi mereanir. testor igitur me te di- 25 
liijcre, rsec in hiìs cue iusseris e: amicum deceanr, aliquo tem- 
p.^ri? Je:\:r^rjr.i. ìniw^r ruos iirirur me nuniera, monda, precipc, 
i;:X': nichi' enì":. v-oai cìns farj'ras aierit, nc^rliìiam, sed avide 
-tene re..i;:v'»>v c^ircssar.*.. 

F:r/..< -iiTat, r.ej r.icjìi aiicere rasribi: nis: vale, sed redit 30 
:r. :r. <'■.■;: e :r. *.v..;4;:.<r-.::" loh-r.-.ez:. pirTizn ziìum. alias remlissc 
"e>.iv^ C'Ji\" ■:ne.ri:*"ru.v. : sic ir.-~: ir-i i-rrores opdmos gra- 

.. r»^. .' »• :ir',' ?.'. :,v\ « rv.M- - r.^crtr ir: il :?:À. II ^r:i(s=ile 
> ■ » .-N :, . ■■-i.fv'»"' i :■■'.■*»' * -~ r ic; r.-'r :_ — irr'r cbt arli'anai 
% k' .■ V..- . ,xx>. - », i-." ;.r. » -. i %,~^•i'Ni c,-!^.-,. ri i! :_:- s£ 14: :. 



DI COLUCCIO SALUTATI. 



.87 



madcam docentes appellanturf'): tibi nescio qiiibus rationibus *'»'''• p«"a««> »i 

* ' '• vescovo che « e- 

persuasisse quod evangelium scribi debeat per duo u, quo- J^°f^-^„*jJ" 
rum primum vocalis sit littera faciens eu dìpthongum; secundum 
vero sit consonans incipiens secundam syllabam, ut dtcamus 
5 euvaagelium. quod quidem rainus non reputo quam gra- ^^^ ^^H^ 
vem errorem, cui quidem obviandum censui, quoniam audio te undfSXln'ttC 
persuasum instituisse, ut ab omnibus non evangelium, sed ^i^f* ***' ^*'"' 
euvangclium per totam ecclesiara tuam proferatur. in qua 
quidem re velim hic novus scribendi corrector apud antiquos in- 
[10 veniat ubi compererìt hoc nomen evangelium scrìpium per 
geminum u. forte fuit in hac re me curiosior; ego quidem cum 
a multis scniirem in scolis hoc asseri, diligenter querens, hanc u 
geminationem nunquam inveni. scio quod apud Ebrardum in 
Grecismo legitur: 

I e E u q u e bonum sìgn^t et ab hoc evangelium die ; 

Perversum sit e v a n ; hinc liit evangelium (*) ; 

sdo quod in quibusdam ìllius libri codici bus in primo versu re- 
peritur evangelium per duo u; scio et inveni pariter et in multis 
unicam u descriptam; ut in hac scriptura nolim ipsum, quisquis 
,20 auctor sit hic, opinionis sue facere fundamentum. nec ego si- 
militer velim illis codicibus niti, quibus solum ascribitur unum u. 
veaiamus igitur ad rationem. 

Eu quidem, ut ille vult et omnes dìcunt, grecum est et bo- 
na m latine significai a g g e I o s autem n u n e i u s est, qui apud 
25 nos, mutata penes Latinos prima g in n, angelus facit: inde 
evangelium, hoc est bonum annuncium. nam interponi 
illam u nescio rationem videre vel necessitatem ; nec id fieri de- 
bere potest auctoritate Prisciani vel Donati aut alterius demon- 
strari. quid plura? cum u consonans, ut vult Priscianus, et 

16. fit] coil sit 



(i) Cf. Mart. Capella, De nupt. sfavorevole. 

Mtrc. et PhihJ. Ili, 229; Apuleius (2) Eberhardi Bethuniensis Gra«- 

Florid. 20 &c. Però A. Gellius, chmus, ed. I. Wrobel, Bresiau, 1888, 

A'or^y^/iù'.XVIII.qeSuEToM. Gnmiw. in Corpus qrammatkor. medil nevi, I, 

13, danno a * litterator » un senso 3$, cap. vm, 119-20. 



i88 



EPISTOLARIO 



verissìraum est, sonum accipiat digammatis Eolici <*\ Gred nul- 
lam diptongum in u vocaJem terminani vel profenmt, scd solum 
in u conson antera ; nec dicunt Theseas, sed Thescvs, v 
videUcet, non vocalis sono, sed consonantis. quo fit, ut qui ra- 
tionabiliter enunciare velit hoc nomea evangelium, profcrre 5 
debcat pnmam syllabam per e vocalem et v consonantem, sicut 
Greci faciunt; quoniam hoc vocabulum grecum est et per unum u, 
non per duo, scribatur et proferatur. restat igitur ut recte scii- 
batur evangelium per unicam u consonantem et per unicam u 
non vocalem similiter proferatur. quod sic debere fieri vult auctor io 
libri C a t h o 1 i e o n <»); vult et Brito in libello De dìfficiUbus 
vocabulis Bibite (>); vult omnium etatum consuetudo et ho- 
minum eruditorum usus, 

Queni penes arbìtrium est et ius et norma loquendi (4). 

Aufer igitur hunc errorem, precor, ne eius auctor dicarìs neve ij 
cum tuis a recte sentientìbus rideare ^^K vale, mi domine, cun- 
ctis reverentie cultibus honorande. 



(1) PRISC. Jnst. I, 20. 

(2) Balbi» Summa qutu vocatur Ca- 
tholicott 8cc.f De E ante U: « Inde di 
<i citur hoc e u a n g e t i u m id est 
« annunciatio, quod componitur cnm 
« cu, quod est bonum, u vocali con- 
« versa in consonantem : et fit euan- 
» gelium, id est bonum annuncium... 
a undc patet quod euangeiiura scri- 
« bitur per simplex u » &c. 

(3) Brito, De vocabulis Bibliae in 
cod. Laur. S. Croce 1^. XXIX sin. 4, 
e. 52 B, I col.: « E u angeli u m di- 
ti citur bona annunoatio, angelus 
« enim diciturnunlius: unde angeliutn. 
« et componitur cum eu, quod est bo- 
ti num, et dicìtur euangelium. 
« et, sicut dicit H u g u i t i o (sic), u 
« vocalis, quc est in hac dictione e u , 
« in compositione vertltur ad conso- 
ci naotera. illi qui duplicani ibi w 
« [non] noverunt rationem suam et 



« qui dicunt quod u manet vocalis» 
tf quod csset centra cuphoniam ». 

(4) HoRAT. Ep. II, ni, 72. 

(j) Questo piccolo problenaa si agi- 
tava però sempre fra i grammatici nel 
secolo seguente, sicché Giovan Vin- 
cenzo Mctulino, commcntator ben ooto ^ 
del Gratcismus e professore dell'uni- 
versità dì Poiiiers, cosi scriveva sopra 
questo luogo : «Quorundam satis admì- 
« rari nequeo ìmperitorum inscitiam 
e< qui huius occasione litterc non vc- 
tt riti sunt actori nostro tante litiera- 
« ture viro rabiem ìmponere, ut dtcant 
« cundem euangelium prò bona nun- 
K ciatione per gcminura u sanxìsscscri- 
« bi debere, quasi priscos grammatico 
« artis magistros per simplex u sera- 
le per idipsum nomen scribi prcci- 
rt pientes aut sacre legis veteres non 
" vidisset codices, in quibus idipsum 
« vocabulum nusquam per geminum u 



DI COLUCCIO SALUTATI. 



189 



Et si tuus ille gramaticus in errore perstiterit, fac, obsecro, 
scribat et suas afferat in medium rationes. et inter alia velim chiede poi spie- 

, gazioni intorno ad 

dicat an hunc tenmnum evangelium, qui bonum significat un luogo jci Grw- 
annuncium, ethymologica proprietate, vel libros gestorum Christi 
5 appropriationis restrictione, reppererit unquam in alio significato, 
et exponat quid recte velit Ebrardus in secundo ilio versiculo : 

Perversum sit e v a n ; hinc fit evangelium. 

ego quidem, ut ignorantiam meam fatear, nunquam illum locum 
secundura aliquam rectam sententiam intellexi. scio quod e v a n 
IO Bacchus est; scio quod evantes idem est quod bacchantes 
et insanientes, sicut evari, bacchari vel insanire^'^;sed 
qualiter ad hoc deducatur evangelium multifacerem edoceri (*). 
iterum vale, mi domine, et meum Bartholomeum, si amore di- 
gnum iudicas, ama. Florentie, pridie nonas augusti. 



7. fit] cod. sit 

« inspector diligens vidit notatura ». 
Graecismus cum Commento, Lugdunt, 
per loh. de Prato, a. D. mcccclxxxx 
die ii augusti, cap. vni, De n o ni i - 
nib. graecis, de voc. etha. 

(i) Cf. Ugucc. Verhor. derivai, cod. 
Laur. S. Croce, PI. XXVII sin. i, 
e. 143 A, s. V. E va n. 

(2) Il verso d'Ebrardo è rimasto 
oscuro a tutti i suoi commentatori, 
i quali, pur di spiegarlo, non esita- 
rono ad asserire le più strampalate 
cose del mondo : « E v a n grece », 
dice un d'essi nel cod. Ambros. E 
65 inf., s. XV, e. 32 B, « est p cr- 
ac versum latine et componitur cum 
«angelus, quod est n u n e i u s , et 
« dicitur evangelium, scilicet per- 
«versa nunciatio. et sic patet 
« quod debet dici : lectio sancti evan- 
« gelii &c. ». Non meno ridicolosa- 



mente almanacca il Metulino (op. 
e loc. cit,): «Evan vero, et fideUs 
« sacrilegos ritus detestans pagano- 
« rum, dicit esse vocem leticie quan- 
V dam perversare, que (sic) in Tria- 
« tericis (sic) seu baccanalibus festis 
« in honore Liberi sacrificantes pro- 
« rumpebant. si autem a n g e 1 i u m 
« corruptum seu detruncatum et prò 
« eo sumentes gelium, cum evan, 
a proprio nomine Bacchi, compona- 
« mus, idem quantum ad vocem re- 
te dibit cum priore, nomen ipsa ve- 
« rumtamen significatione diversum. 
« nam illud ex duobus integris, e u vi- 
« delicet et a n gelium, compositum, 
« b o n u ra significat n u n e i u m ; 
« istud vero ex integro et corrupto, ex 
«evan videlicet et g e li u m , ne- 
« phandam significat vocem et perver- 
« sam in festis Liberi baccantium ». 



190 



EPISTOLARIO 



XV. 



Firenic. rjfts-^o? 

Ricevette Ji mol- 
to tempo 1* SUA 
cclo(;a pastorAlc, 
<ht gli Hukì otcìi- 
riuimc. 



VoJet iUpprim« 
ptgulo, a*Don- 
dendogli , dc)l« 
•teui moneui, ma 
poi u ne rtir«u« 
per riguardo •!• 
reti propri! 



e perchè t«l con- 
tegno eli parve po- 
co amichevole. 



Ad anonimo (•>. 

[Cod. Laur. Sirozziano 92, e. 14 b; cf. Bandini, Bibliolb. LiopcIJ. Laurent, ex. 

t. H, e, 427 sgg] 

ViR egregie; amice karissime. iandiu tuum pastorale Carmen 
excepi, sub cuius corticc latet sensus, quem diu frustra re- 
perire conatus sum; et ob id ad rescripta non valui respondere. 
multa quidem prò voluntate, nec tamen irrattonabiliccr arbitror, 
nomina tibi fingis, prò quibus quid intelligas omnino sum ne- 
scius. stetit animo tibi similiter per alieni eloqui! vicem reddere; 
sed tandem etati mee indignum fere duxi problemati problemate 
respondere maìoris Menalce ritu, qui cum Damete deberet referre 
quibus in terris 

Tris pateat celi spacium non arapUus ulnas, 

subintulit : 

Die, quibus in terris inscripti nomina regum 

NascUQtur flores, et Phyllida solus habeto (»). 

hoc quidem responsionis genus nec incìpientis nec progredientis 
araicicie offici um est, sed potius proterva sìmul eraulatione insa- 



io 



13. Cod- tiuiori me lance 



16. Cod. inscripta 



(i) Il copista, che accolse questa 
epistola in mezzo a pareccliie altre 
« quorundam valcntium virorum » del 
tempo suo nel ms. Laurenziano (e fu 
per fermo persona assai poco pratica 
del suo mestiere), oltreché sproposi- 
tata, ce la die anche anepigrafa; sic- 
ché se da quanto ei dice di se stesso 
possìam riconoscere il mittente, dob- 
biam invece rinunziare ad aver noti- 
zìe sul destinatario. 11 S. ci apprende, 
è vero, che fu un poeta, e per di più 
autore d'edoghe allegoriche; ma qua! 
letterato de! trecento non fece in que- 
st*arringo esperimento del proprio in- 



gegno ? Io non oso quindi esprimere 
veruna congettura su di lui, né minor 
riserbo manterrò sulla data dell'epì- 
stola. Chi avverta però che il S. vi 
si dipinge vecchio e parla delle sue 
bucoliche in termini che rispondono 
perfettamente a quelli di cui sì gio- 
vava nel 1390 per discorrerne col 
da Moglio (cf. Tep. ini del libro VII); 
ed infine terrà presente il ricordo che 
si fa in essa del Riccorai, non ci bia- 
simerà d'aver collocata qui Tepistola 
nella supposizione che spetti agli anni 
stessi cui si riferiscono le seguenti. 
(2) Veug. Bue, IH, 105-107. 



r. 



nientium, ut illi, quos de iurgiis vult Poeta sub arbitri Palemonis 
auditorio coatendisse <^'>. sì vis igitur me ad scripta rescribere, 
estende te michi, planoque, sicut inter amicos decet, mecum utare 
sermone; libenter enim inter occupationes meas aliquid tempu- 
5 sculi furabor, ut tibi prò facultate mee ruditatis, ne dicam ìgno- 
tie, valeara respondere. 

Bucolicum autem Carmen multo et insano raptus amore iu- 
venis amavi; nunc autem senex quid dicam aliud quam id quod 

tunc cecini: 

postquam tetigit divina Cariate 
Pectora nostra suo, sic, dii, voluistis, amore, 

Excussi veteres flammas et 

Scnàbus a nostris decidit venerandus Malandux. 
Nos tenet alter amor ac alia pascua cure 
Sunt nobis, nullo quc perdane frigore gramen, 
Queque esiu medio pubescant dulcibus herbis (0, 

Duo breviter subnectam. primura equidem non oportet quod 
tu, tantus vir, mee pirvitati te devoveas aut quod ad ligationem 
adipiscendam meam longis orsibus adoitaris. semper cnim ne- 

p dura iniquum, sed ìnhumanum duxi non itlum amare qui diligat. 
satis est igitur si te iudices amicura esse vel appetere te amrcum 
fere, occurram equidem desiderio tuo et me tibi per effectum 
invenies in omni officio dilectionis responJere. ceterura, ut mei 
amoris iam indìcìum capias, scito me aliquando paterni nominis 

15 possessivum loco pronominis assumpsisse, ut me Colucium 
Pierium et subscriberem et vocarem. nunc autem diu iam, 
quia nimis ambitiosum michi visum est, quanvis a ventate non 
discederem, contentus fui simplici prime posìtionis genitivo, meque 
non Pierium, sed Pieri, quod enim patris mei nomen fuit, 

in omnibus et scribo et utor. et ob id si tibi P e n e i vocabulum 

I. Oh/, omette ut 3, »icat] Cod. sìraul 4. Cod, reca due volle occopttione» 

g^ Cod. nunc la. Cod. et candU clip* parole vuote di xemo. if. Cod. oricra 

15. Cod. fHgora Carmen 24. Cod, cnpias jg. Cr>d. quia cancellato e corretto in mar- 

e. ma in maniera inintelligibile. 30. utor] cod. ucO peney sull' e primo di peney 

I punto. 

(1) Allude alle ingiurie che si scam- colicon Colucciano e forse, più preci- 
blano Menalca e Dameta protagonisti samentc, di quella prima ecloga dì cui 
dell'ecloga Virgiliana or citala. parla distesamente uell'ep. vini del 

(2) È questo un frammento del Bu- lib. Ili; I, 157. 



Se vuol duaqtie 
ricever riipostada. 
lui, pArli'Kou e- 
ngmi. 



Aneli' egli amò 
un letnpo l* pocna 
bucolJu; 



ma ormai aJ altra 
meta lia rivolto i 
»Uoi pensieri. 



AMicur« dclU 
sua bcuevolenu 
l'amico, 



e gli di iBiega- 
noni sopra U (or- 
ma data un lenipo 
al propio nome 



e lu i)uella pia 
modeau di cui al 
prcientc $i gcrve. 



192 



EPISTOLARIO 



e gli accomanda 
«I proprio cogtuio. 



Firenxe, 1)87-88. 

SI icui* d'aver 
l4sdate tema rì- 
tpofu motte l«i- 
tere sue, 



«dducendo a njo- 
livo le proprie oc- 
cupaxioni, 



la corrispondenza 
eh' ci tiene con 
tutta UcrìiitantTi, 



3. Cod. adiin«ciara Le letUre n« però cancellale. 
6. Cod. rectpiens 9. Nel cod. l'epiitola è anepigrt^a. 



(i) L'ignoto corrhponJcnte aggiun- 
geva dunque al proprio nome Vanti- 
buio « peneius » ? 

(2) Cf. l'ep. xim di questo libro. 

(j) Neppure questa epistola offre 
modo di stabilirne con precisione la 
data. Però, se il cod. di cui in essa è 
questione, deve, come io credo, rite- 



1,0 esorta ad imi- noD adìccì ooii mìrerìs ^■^. alias autem, nisi meum secutus fuerìs 

urli) ' 

exeraplum, et illud et aliud quoJcunque prò mentis assumes aut 
retinebis, adìciam et ascribam. vale Felix et persuadcas tibi me 
te fraternis afFectibus diligere. 

Venit nuper istuc uxoris mee germaous, nomine Bartholomeus, : 
de cuius manu recipies h;inc litteram <'>. ipsum tue amicide re- 
comraendo. Florentic, decimoquinto kalendas octobris. 



XVL 
A Bernardo da Moglio f'I 

[N', e. 48B.] IO! 



DiNUMERARE vix posscm, karissimc fili, quot litteras de tua 
mano receperìm, quotiensque conquestus sis nunc detatorum 
ìnfidelitatem nunc meara in respondendo duriciem. nec satis 
hoc visum, nisi continue recentes questi ones inducercs, ut saltem 
novitate quesiti responsum alìquod extorqueres. dulcissìma niichi 
quidem visitatio, dulce coramertìum, si vacaret, ut desidero, re- 
spondere ; si non bine res publica, indeque res privata, et unde- 
quaque scribentium multttudo sic res rebus incuteret, quod ad 
exsolvendum responsionis debitum prohiberet. cogita parumper, 
dilectissime fili, tante civitatis magnìtudinem, que quasi totum 
diffusa per orbem, cogitur nos Italicos fines non solum implere 
litteris, sed ad universos mundi principes, ubicunque Latinorum 
lingue et littere sunt, tuoi ob necessitates reipublice, tum ob pri- 



nersi il medesimo che Coluccio scri- 
veva nell'ep. vim di questo libro 
non aver ancora ricevuto, potremmo 
trarre da dò argomento a ritenerla a 
quella posteriore. Che sta poi an- 
teriore a! 1)90 risulta da quanto è 
detto neirep. nu del lib. VIL 



I) 



20 



5. Cod. nome noie (tici. 
JK Cod. omette non 



•i 




vatorum negocia cogitur titteras litteris ìncDlcare: poneque me 

tibi ante oculos cunctis satisfacturura, sìoe intermissione circun- 

damm civibus, plerumque male sciendbus, a quibus ingeniose 

oportet me excutere negocìorum suorum seriem, ut ex facti qua- 

5 lìtate eliciam quid debeam quid ve deceat litteris explicare; nec 

hoc ipsura, sicut expediret, tranquille concedi, sed vocatione cre- 

berrima, cura accersor ad dominos, interrumpi. o si vellem 

tibi diem unam, quales michi communiter effluunt, adnotare, 

fieres, ut arbitror, rarior litterarum exactor, et ad aliquam amici 

lo tui commìserationem, ni fallor, rairabundus et attonitus move- 

reris ! verum io hoc meam obstringere fidem velim, ut non plus 

^^ quam semel in anno sim tecum ad respoiisionis officium obli- 

^■gatus, ut quicquid exinde contigerit addere, debeas ad scripdoais 

^ redundantiam imputare, nunc autem, bis tantisper prò tuarum 

15 querelanim satisfactione premissis, ad querelam tuam veniam. 

Moleste quidem fers sic multarum rerum que victui suppe- 
tunt tibi riaturam usum interdixisse, quod non vìdearis aut ut 
homo posse vivere aut inter horaines civili ter apparere. abhorres 
etenim pisces et carnes, maxima quidem indomite et, ut Ceci- 
20 liano utar vocabulo, vallate gole ìrritamenta^'^. nec scio an do- 
lendum tibi sit iUa non posse comedere, que solcnt, ruptis tem- 
perantie frenis, avide gule cupidinem excitare, nisì forte minus 
felicem aliquem esse putemus, qui sic fu eri t a natura perfectus, 
quod-nulias sentiat passiones, duUos per vitiorum ducatur an- 
25 fractus, facileque virtutum rectum iter nature bonitate immotus 
erga vitia prosequatur. o te plus ter quaterque felicem, si reli-' 
quorum vitiorum pari ratione deficerent instrumentai in hac 
etenim conversatione mortali electorum immortaUum vitam vi- 
veres et illam eternam beatitudinem, quam speramus in patria, 
II30 iam obrineres. invia fortior est civitas, que sui sÌcus beneficio 
inexpugnabilis est, illa que opus est sola civiom virtute defendi. 
securìus est etiam sine pugna vìncere quam certando cum im- 



Dtve poi occu- 
p*Jin lie^U aRltri 
pnvAii di citudini 
iniliblli spesso « 
render conto delle 
cote loro; 



affaticarti insomma 
cosi} da meri taro 
compaMJone. 

S'accon tenti dun- 
que di ricevere tu« 
lettere oaa volta 
l'anno. 



Cerea poi di ad- 
dirnoiirare infon- 
date le lagnante 
mouegli dall'ami- 
co tatomo alla de- 
bolezza della pro- 
pria fisica coititu- 
zione ; 



e vuol eh 'et li iti» 
mi felice, dacché 
igrade a lei doma 
lienaiaenxafAtica. 



3. Cod, omette • qaibtu ai. Cod, sit tibi , ma con tegno di tra>poti{ione. 
via 

(i) Cf. Macrob. Saiurn, IH, xv, 9. 
Coìuccio Salutati, IL 



30. Cod. 



«94 



EPISTOLARIO 



éì t«l favore Iddio. 



Accetta il libro 
<he gli oSre 



e ti dichiara pronto 
a KitìtuJn>« un 
altro , prestatogli 
più tempo Addie- 
tro, tu Al. Capella. 



pensa sanguinis superare, nonne tu et gloriosius putes hostes, 
cura quibus plurcs imperatores sic pugnaverini, quod adhuc in 
acie stent, quod adhuc signis immobilibus beliantes congressum 
spectent, si famosi imperatoris adventu sine sudore et sanguine 
cedane et novo duci glonam derelinquant ? et quoniam in hac 5 
vita mortali nunquam in vìtìorum certatìone vincimur, nisi no- 
stris telìs, nonne est melius talcm a natura fore compositum quod 
in nobis adversarius nichil inveniat quo nos possit aggredì vel 
ferire? agas igìtur Deo gratias, quod tibi subtraxerit quo, ciim Jn 
pugnani venìsses, potuisses facile superari; sic te componas ad io 
reliqua, quod, huius vitii acie fusa, ex aliìs congressibus victor 
ev.idas, tanto magìs de Victoria certus, quanto cum exarmatioris 
hostis debilitata virtute certabis. 

Accepto ìllum librum quem offers, et rogo quod per alìquem 
fidum mittas, rescribens precium; quod iusseris confestim faciam 15 
tibi numerari. Henricus de • ♦ ('^ repetit quoddam scriptum 
super M a r t i a n o C a p e 1 1 a f'^ : non graveris sibi dicerc quod 
illuni feci inchoari per quendam scriptorem, quod genus homi- 
num baratrhantium est. sed me decepit et vix exemplum potili 
rehabere, nichilomiiius si librum desiderar, mox remittam. 20 



8. Cod. quoc; ma /'« espunto di prima mano. 9. CoJ, subtrvxU 
pone» 16. Spalio bianco nel cod. 17. Cod. Marcialis 



IO. Cod, COTD> 



(i) Una lacuna nel coii. ci impe- 
disce di saper chi quesi' Enrico si fosse. 
Noterò, senza insistervi, che nel i J84 
insegnava filosofia naturale nello Stu- 
dio di Bologna coll'annuo stipendio 
di lire cinquanta un Enrico da Milano. 



Cf. Ghirardacci, op. cit. II, 398 ; 
Dallari, / rotuìi dei lettori legiili 4 
artisti dello Studio boloptese dal tjSi 
al /799, Bologna, r888, I, 4. 

(2) Cr, come si è detto, Tep. vnn 
di questo libro. 



DI COLUCCIO SALUTATI 



195 



XVII. 
A SER Antonio di Vannuccio da San Giorgio to. 

[N*, e. no a; R', c. 19 b.] 
Egregio viro Antonio de Sancto Georgio. 

FRATER oprime, crede michi quod infortunio tuo totis affecti- Firemre, 
bus compassus sum. sed videns per tuas litteras hanc di- iirtTnin«rico«r. 

]. ... . . recatogli dalle di* 

vme dispositioms visitauonem te in mcliorem mentis statura, ni «gmìc deU'»mico, 

4. Coti fP ; A' Antonio de SépcIo Georgio 



(1) Da un Vannucdo, oriundo di 
San Giorgio di Piano, piccola terra 
della diocesi bolognese (cf. Ghirar- 
DACCi, op. cit. II, libb. XXVI e xx\ni, 
425, 574), ma stanziatosi in Ferrara, na- 
cquero nella prima metà del secolo Xiv 
Antonio, Giovanni, Aldobrandino. Dei 
tre Antonio doveit'essere il primoge- 
nito, se gii del i}75 ci appare fun- 
gere da testimonio in qualità di can- 
celliere di Niccolò li ad un' investi- 
tura concessa il 9 dicembre a Selvatico 
de' Boiardi (Arch. di Stato in Modena, 
Cam. due. Ro^. catmr. Frane. Unzola, 
1571-1377, XLVII, e. 34 a). Da que- 
sto tempo in poi non passa quasi anno 
senza che il suo nome figuri negli 
atti pubblici degli Estensi. Cosi, per 
tacer d'altri documenti di minore ri- 
lievo, U 1$ luglio 1379 lo vediamo 
ratificare, quale procuratore di Nic- 
colò Manfredi, la pace conchiusa fra 
il marchese ed Astorgio signore dì 
Faenza (Cam, due. Ro^. cam. Rod. 
daCodigoro, 1379-1381, XVII, A, e. 6) 
ed il 28 dicembre 1382 assumere la 
procura di Alberto d'Este per compa- 
rire alla presenza di Urbano VI ed 
Ottenerne l'assenso alla dissoluzione 
del matrimonio, già « per verba » 




contratto fra Alberto stesso e Giovanna 
del fu Roberto di Marzano, conte di 
Squii lace ed ammiraglio del reame 
di Sicilia (Cara. due. Rog. cam. Rod. 
da Codigoro, 1382-1393, XVO, B, 
ce. 1-2). Morto Niccolò II e succedu- 
togli nel vicariato Alberto, Antonio ri- 
ause per qualche mese nella sua ca- 
rica; giacché il 15 giugno 13RS egli 
figura ancora, come notaro del mar- 
chese, qual testimonio all'atto con cui 
ì banchieri degli Avvcnantì promet- 
tono dt pagare, ad ogni richiesta di 
Alberto, le somme di cut Lodovico 
Avveoanti, tesoriere del defunto Nic- 
colò, apparisse debitore a cagione del 
suo ufficio (Cam. due. /{o<;. Cam. Rod, 
da Codigoro, 1 382-1 395, XVII, B, 
e 4X \). Ma d'un tratto, venuto in so- 
spetto al suo signore, accusato d'aver 
pòrto orecchio « aliquorum suggestioni 
«r pravorum » (così scriveva parecchi 
anni dopo Francesco Novello da Car- 
rara a Niccolò III (Cane. due. arch. 
proprio: Kk, IH cjfist. et dtcrtU 1595- 
1400, e. 210, 8 marzo 1598), ^li era 
cassato dairufficio (In cui gli succe- 
deva non so qual Giovanni da Bo- 
logna : cod. Laur. Ashburn. 1830, 
Ins. 3 del carteggio Acciainoli), esi- 



196 



EPISTOLARIO 



tml qaando ap- 
prese con qual 
fòrtezu d'animo 
le ATeate foppor» 
tate. 

Lo cMirta quindi 
a perteverare in si 
salubre proposito, 



e gli promette dì 
Adoperarti in suo 
vantaggio, 

come ad amico si 
conviene. 



me, quod non credo, decipias, erexisse, totus ille meror effugit. 
nam, etsi letarer tibt prospero flatu aspirare fortunam, longe magis 
tainen ac incoiriparabiliter gratum est, quod tibi cum temporaJibus 
male convenìat, dummodo spiritualia edificeris. fac igiiur, ut 
scribìs otque cepisti, quod te ad meliora componas et externarum 5 
rerum afflictionera ad intimi hominis salutem dirigas et conver- 
tas. ìngens siquidem lucrum est sic terrena perdere, quod ce- 
lestia acquiras ; sic affligi corpore, quod anima convalescat. hec 
sads. 

Ero autem de tuo honore sollìcitus quantum poterò ; et uri- 
nam ita detur occasio, sicut te cupio promoverei nam et mercris 
et indìges. amici autem offidum est amicum, sicut virtus eius 
requirit, extoUere et ìpsius indigentiam modis omnibus sublc- 
vare ^'>. vale. Florentie, tertio nonas sextilis. 



a. R' «tita 7. quod] JV' ui 8. quod] jV ut 



liato da Ferrara e privato di tutti i 
suoi beni. 

Questa, come meglio si comprende 
per l'cpjsiola seguente, la dìsgraiia 
cui allude il S. L'epistola del quale 
sarà dunque posteriore airestate del 
1588; ma non di molto, perchè, men- 
tr'cssa ci apprende come Antonio ver- 
sasse, nel momento in cui la ricevette, 
in tristi condizioni, noi sappiamo d'al- 
tronde che, pochi|mesi dopo, ì Dieci 
della balia del comune di Bologna lo 
eleggevano in lorojcancelliere. Pos- 
siam dunque ritenere per certo che la 
epistola del S. spetti all'agosto del 1589, 
nel qual tempo ser Antonio, che 
Tanno innanzi s'era fauo ammettere 
nel collegio dei notai dì l Bologna 
(Arch. di Stato in Bologna, Matricola 
ddFArte dei notai, sec. xiv, lett. A, 
e. 5 b), aveva probabilmente lasciata 
questa città per allogarsi in qualità di 
notaio presso qualche podestà o vi- 
cario del contado. 

CO Poiché non ci avverrà più d*ab- 
batterci in ser Antonio, crediamo op- 



portuno accennar qui rapidamente alle 
sue posteriori vicende. Chiamato, 
come or ora dicemmo, a coprire l'ufficio , 
di cancelliere de' Dieci di balìa del co- ' 
mune di Bologna, egli passò nel 1590, 
nel momento cioè in cui scoppiava U 
guerra fra le due comunità ed il si- 
gnor di Milano, parecchi mesi a H- 
renze; accompagnato al suo ritorno 
da una lettera della Signoria, in cui 
era detto di lui che « iaindiu vice 
« vestri coramunis nobiscum institi: 
« tanta prudenti» et circunspcctione, 
« quod nobis et cunctis nostris raa- 
« gistratibus gratus fuit » (Arch. di Stito 
in Firenze, Signori, cart. Miss. rcg. 21*", 
e, 90 B, 30 agosto e cf. ib. e. 72 b l'e- 
pistola del 5 luglio « Decem balie 
« com. Bon. »). In tale ufficio per- 
durava ancora due anni dopo, quando 
in Bologna si promulgò Vii aprile li 
lega contratta tra Firenze, Bologna, 
il marchese d'Este, gli Aiidosi ed al- 
tri principi italiani (Arch, di Stato in 
Modena, Cam. due. Rog. cam. Nìc. 
Bonazzoli, i J90-1394, Vili, A, e. 91, 




XVIII. 
A SER Iacopo Gemwiani da Tossignano f'>. 

[N', e. 109 a; N*, c. 47 b; R*, c. 20 a, mutila.] 

Prudenti viro ser lacobo Geminiani de Tausignano. 

GRATULOR, frater opdme, quod nunc habeas studiorum tuo- J^^'; ^ 
rum comitem virum egregium Antonium de Sancto Geòrgie, sì r.iicgr» che 

^ . I . egli ttbbi* t CORI- 

fratrem raeuin canssimumj est enim ultra morum gravitatem p.gno di u»*ro 



4. Così iV,- /?' ser lacobo Geminiani de Tausignano; jV Colucius «cr lacobo de 
Tniuiagiano (sicf. 5. A frater optime Af^ tottituisct fili caristsiroe 



h 



94); e del 1395 rìtoraava ambascia- 
tore a Firenze (Arcb. di Stato in Fi. 
renze, Misi. reg. 22, e. 108 b, 12 mag- 
gio; e. 117 B, 7 giugno). Intanto 
però, morto Alberto d' Este, al da 
San Giorgio riusciva di ottenere dal 
suo successore un decreto con cui, il 
20 marzo 1 594, gli venivano resiimiti 
ì beni che già possedeva in Ferrara 
(Cane, due arch proprio, Nir. HI epist. 
ti déiret. 1 395-1400, e. 87); e, scorsi 
pochi mesi, rientrava in Ferrara e tor- 
nava ai servigi della corte Estense. 
Cosi nell'agosto dello stesso anno Io 
vediamo praticar certi accordi a nome 
di Niccolò III con Arzone d'Este, ed in 
qualità d'oratore del marchese recarsi 
a Bologna ed a Firenze (Me. /// cpist. 
et lUcret cit. 9 agosto, e. 1 1 1 ; 12 ago- 
sto, e. r 12 ; 28 ago.sto, e. 1 16). L'anno 
appresso eccolo nel numero de' « prov- 
« visionati » del marchese (Cam. due. 
Rog. cam, Ant. de Cavalleria, 1382- 
14 IO, XV, e. 97), e nel maggio am- 
basciatore a Firenze, e quindi al Vi- 
sconti (Arch, di Stato in Firenze, Miss. 
reg. 23, e. 1 36 A ; Arch. di Stato di Mo- 
dena, Nic. IlJepist. tt durtU cit. 3 ago- 
sto, e. 162). Del 1 395 prese pane, e fu 
mal per lui* come U Frizzi (op. cit. 




ni, 400 sg.) ci apprende, al tentativo 
d'assassìnio d'Azzo d' Este ; e F. Sac- 
chetti il ricorda (nov. ccxxm), ma gli 
cangia il nome d*Aniomo in Giovanni. 
Sebben sano dì corpo non men che di 
mente, il 25 novembre del 1397 egli 
faceva il suo testamento, in cui lasciava 
eredi ì propri figli Romeo e Giovanni, 
pure disponendo di particolari legati 
in favore di Tommasa sua moglie, di 
Gabriele da Bologna suo cognato e 
de' fratelli Giovanni ed Aldobrandino, 
notaio pur questi ed impiegato a corte 
(Cam. due. Rog. cam. Ant. de Cavalle- 
ria, 13 82- 14 10, XV, e. ili). Qualpro- 
curatore del marchese egli assistette 
ancora in Venezia il 21 marzo i J98, io 
compagnia d'Antonio da Montecatini, 
alla conclusione della lega fra i Ve- 
neziani, i Fiorentini^ i Bolognesi e i 
Mantovani (Cam. due. Ro^. cam. Nie. 
Bonazzoli, 1397-1426, Vili, B, e. 23); 
ed il 30 dello stesso mese patteggiò 
coi Bolognesi la cessione di Nonan- 
tola e di Bazzano (Cam. due. Rog. cam. 
Paolo Sordi, 1 395-1 400, LVI, A,c. 45). 
Un atto deirS maggio, con cui Nic- 
colò III investe « honorabtlem virum 



(i) V. nota I ■ p. I98> 



1 i 



198 



EPISTOLARIO 



Antonio àt San 
Giorgio, uomo ec> 
celiente, che alla 
più lodevole gra- 
viti di codumi 



accoppia tma rara 
giocondità ed un'a- 
mabililA tiagolare. 



Ciò rende anche 
più deplorevole la 
sorte toccatagli 



d'uver tjcwico co- 
lui che ivea si fé- 
dalnente servito. 



iocimdissime conversationìs. rarum equidem genus hominum; 
nam illam gravi tatem ethìcam et, ut vulgo dìcitur, moralem con- 
tiiientiam coinitari solet quedam austeritas frontisqoe tristicia ; ut 
quanto magis virtuosb habìtibus vìdeantur excellere, tanto minus 
gratos se soleant sociis et famJìiaribus exhibere. at Antonius 5 
mcus, cum in moribus ex nulla parte deficiat, adeo gratum red- 
dit conversantibus contubernium, ut nichil ferme suavius valeas 
reperire, aspectu qufdem letus, affatu dulcis et omni sua con- 
versatlone placidus et benignus^*). ex quo molestius fero tan- 
tum de eo exoculate licuisse fortune, quod dominum, cui tandiu io 
tanta cum fidei integritate servierat, nedum cxtulerit, sed ex pro- 
picio in ininiicabilem transmutarit. o tempora, o mores^J), 

O curas hominum^ quantum est in rebus inane I (4) 



I. N* omette ranim - hominum R' quidem a. N' eth. grav. 5. AP gratù 

6-7. R' dedit 7. N' convereatioajbus 8. N' afflata 8-9. A^* codt. sui io. P' 
exculate iV exocnkti is. / codd. omettano in 



te Antonium de S aneto Georgio, fi- 
« lium quond. Vanutii de Bononia, cì- 
« vera Ferrarle de centrata Sancta 
« Agnetis,provis:onatum ipsius damar- 
si chlonis » di diverse terre e case nel 
Ferrarese (Cam. due. Ro^. cdm.T*. Sordi, 
voL cit. e, 48) chiude la serie de* do- 
cumenti che io concernono; ed è le- 
cito suppone che poco più siasi pro- 
lungata la sua laboriosa esistenza. 

(i) Intorno a costui mi fa difetto 
ogni notìzia. Tossrgnano, sua patria, 
è un picco! luogo deirEmilia, situato 
sopra amena collina, at cui piedi 
scorre il Santerno. Spetu oggi al 
circondario di Faenza ; e, sebben sog- 
getto alla diocesi d'Imola, era nel 
secolo XIV posseduto dai Bolognesi: 
cf. Ghirardacci, op. cìt. li, lib. xx, 5 2. 

Come la data ed il contenuto di 
essa manifestano, l'epistola al Gemi- 
gnani è stata scritta insieme alla pre- 
cedente, di cui offre in parte un ot- 
timo commentario. 

(2) Non minor affetto per Antonio 



rivelano le lettere che il 3 ed il 17 no- 
vembre di questo medesimo anno gli 
scriveva Pellegrino Zambeccari, col 
quale egli crasi congratulato della sua 
nomin.i a cancelliere bolognese (cod. 
Magliab. II, i, 64, ce. 79 a, 8o a). Rife- 
rirò qui la più breve : « Ser Anthonio de 
rt Sancto Georgio. Si ex meis, ex tui» 
« hcinoribus letus es; quoniara in te, 
« dum poterò premedìtarique valebo, ' 
<r convertentur, nec minus tibi quam 
K michi appHcabuntur, si quid poterò 
« procurare, ulterius in hoc non me 
« extendo ; animus, cor» mens et anima 
« bine inde sciunt quam arcto, annexo 
« et indissolubili funts lìgaroine iunctt 
« [sirans]. ser Simoni tuo et votìs 
« eius assìsiam quantum raea se pre- 
« camina rclaxare potcrunt. sum ita- 
« que tuorum amicorum, sicnti meus. 
« vale, tercio nonas novembrìs. tuus 
« Peregrinus a, 

(3) Cic. Cat. I, 2; Dcìot. 31; Ftrr, 
IV, 56 &c. 

(4) Pers. Sat. I, I. 



DI COLUCCIO SALUTATI. 



199 



15 



^ 



20 



Antonius meus dornino suo, cum privatus erat, addictus, ex eius 
sublimarione sperabat rationabiliter ntc immerito sublimari ^'>. 
solirum enim est servi tores exaltari cum dominis et in fortune 
partem, quecunque contìgerit, superioris adniitti. bine legimus 
privatonim servos sub eisdem cesaribus dominis amplissimo di- 
gnitaris gradu ferme totara rempublicam admìnistrasse. Narcis- 
sum et Pallantem, servos suos, Claudius non solum ingentibus 
premiis a senatu denari, sed pretoriis ac questoriis ornamentis in- 
signiri passus est f*>, Galba Icelum libertum, nedum annulis au- 
reis uti permisit et Marcìani cognomen indidit, sed etiam impe- 
rium eius et aliorum duorum arbitrio gessit^J^. et sì libet cesarum 
et externorum regum hystorias recensere, paucos invenies sioe 
suorum scrvorum incrementis ad altiera venisse; ut bis exem- 
plis non inconvenienter deberet Antonius in sui domini, cui pri- 
vato famulatus summa cum integritate fuerat, principatu fcticiora 
sperare, sed nichil est inter ista mortalia stabile, nichil firmum, 
nìchilque quod sic futorum tibi possìs in crastioum polliceri et 
illa presertim qua ad hominis arbitrium inimutantur, quorum est 
non aliter quam ipsius voluntatis eleciionem et imperium variari. 
veruntamen hoc illi prò consolatione persuasum velim, ut post- 
quam hoc, nonnisi disponente cunctarum rerum censore Dee, 
factum est, ut credi debet, id ad aiiquid nobis prò nunc inper- 
ceptibile bonum infalHbiliter ordinatum. hec satis. 

Quod autem postulas et erat et est cordi, et si non fiat aut 
aliqu.intisper differatur, credas velim occasionem et potentiam, 
non voluntatem aut sollicitudinem defuturam ^^\ 



Sogliono i fer- 
vi avvjinCAggiarti 
della fortnnA dei 
lor «ignori, «cchè 
si legge nelle «to> 
rie di liberti dive- 
nuti «rbitri del go- 
vtmo, t]uaU, sotto 
Claudio, Mardso e 
Pai Unte, 



tono Galba, Icelo, 



Co») doveva ad 
Antonio succede- 



ma i fati ToPero 
altrimenti, 



Egli però fura 
di tutto per aiu- 
tarlo. 



i. N' additus 3. R' omette cnim e dà servilorem 4. N' superiore» 6. Qui 

ti amila reputala in R*. 7. servo»] N^ libent» N' cladius 9. N' itclum .V* ytel- 
luiD 13. S' iervoT. «aor. 17. Af' N' sit ig. N' variare ao. iST* pers. vel. 

prò coiis. qaod 36. fP solitudinem 



(i) Sembra da ciò doversi dedurre 
I che il da San Giorgio era stato più 
particolarmente addetto ai servigi di 
Alberto d'Estc, il quale, vivente Nic- 
colò lo Zoppo, che solo godeva del 
titolo di vicario apostolico in Ferrara, 
poteva essere considerato come un 



« privato ». 

(2) SuETOM. Vita Claudii Caes. 

xxvm. 

(3) id. Vita Servii Sulp. Gai- 
fa ac Caes. xiv. 

(4) Probabilmente allude a pT<i- 
ghiere fattegli in prò di ser Antonio. 



1 



200 



EPISTOLARIO 



PaiMpoUtjie- De dobio autem quod per ser lohaonis litteras a me tibì re- 

nrc un damo dab> ' ' 

M^Miini ^'^*"*' serari postulas, licet inter varia sentientes non sit consilium de 
rebus obscuris ferre sententiam, edisseram tamen quid tenendum 
arbitror. prò cuius quidem declaratione, quia ex uno vocabulo 
totam hanc dubitationem exoriri credo, primo dicam quid in ilio 5 

e «piega prinw u Valerli loco simiificetur hoc nomine persona; deinde ad illum 

si^ùhcato ivi dito '^ ^ 

a.pcriOM.; tcxtum, dc quo qucris, accedam* cum igitur persona polyse- 
mum sit, ibidem sumitur prò larva, quam histriones represen- 
tantes in scena fabulas faciebus superponebant, ut illos qui introdu- 
cebantur in fabula representarent, ut Simonem, Sosiam, Cheream, io 
Glycerium et huiusmodi, sicut in comediis legìtur. diete auiem 
sunt p ersone, mutato tamen accentu penultime syllabe de gravi 
in circunflexum, a personando, quia in theatris, quando extra 
circunfusa aulea mimi fabulam agentes prodibant, ingens ex le- 
ticia sonitus movebatur ^^\ licet ergo persona communiori ac- 15 
ceptione significet naturam individue rationalis substantie (*\ quam 
Greci hypostasin spetiali vocabulo dicunt, ibi tamen denotar 
illum habitum, quo alius ab ilio, qui vere subest, representaiur; 
quod Greci eo quod ante faciem precipue ponitur, in qua indi* • 
vidualis differentia maxime colligitur et notatur, prosopa (») di- 20 
cunt; unde et in principio illiusscribit capituli Vakrius: tibicinum 
quoque collegium solet in foro vulgi oculos in se convertere, cum 

5. N* per banc dà h'cal N' et primo dietim &c. Segue quindi.' hic debet scribi diibfì 
declarncio &c. Ma tutto quanto segue è omesio fino alla conclutione deW epiàtola, 
7. S^ polijLcnura ai. Veramente in luogo di scribit AT' dà fb' 



(i) Il S. nel àzr questa definizione 
di «r persona » ha avuto certamente 
sott'occhi il Liher à( persona et duahus 
naUtris di Boezio (Boet. Opera, II, 
ce. 134J-44, cap. m, Differentia 
naiurae et personae). Però la 
spiegazione ch'egli dà del motivo 
per cui le maschere furon dette « per- 
(c jionae » è attinto ad altro fonte, 
ch'or non saprei additare, perchè i 
lessicografi non la recano; cf. Balbi 
s. w. Persona e Pro sopo s. Si 
può quindi ragionevolmente sospet- 



tare che cotest'etimologìa, più degna 
dì un grammatico medievale che di 
un umanista come il S., sia farina 
del suo sacco. 

(2) Boezio veramente definisce 
(( persona » come « naturae rationalis 
<t individua substantia ». 

(j) Cosi il cod, ; e forse il S. ha 
scambiato col singolare « ri le^ianitv* m 
il plurale « rà Ttpóauxa », che rinve- 
niva nel luogo sopra allegato di Boe- 
zio : « Graeci quoque has personas 
« Trpd<r(i>ira VOCant ». 



DI COLUCCIO SALUTATI. 201 

inter pubKcas privatasque ferias actiones, idest fabularum repre- 
sentationes, personis, hoc est larvis, tecto capite variaque veste 
velatis, concentus edidit ^^\ idest incepit. erat enim mos, ut pri- 
mum canerent tibiciaes, quasi future actionis initium; postea vero 
5 fabularum actores ex auleorum circunfusorum conclavibus per- 

sonati diversis habitibus mittebantur. et quia dubitali poterat quindi a «gnificato 

... 1 "^ luogo. 

quare tibicmes, qui neminem, nisi se ipsos, representabant, per- 
sonarentur, subintulit hystoriam de ipsorum secessu ad urbem 
Tiburis et revectione eorum super curribus facta, cura vino fo- 

10 rent somnoque sepulti(*\ et ad solutionem huius dubitationis 
concludens, ait: personarum, hoc est larvarum, usus pudorem 
circunvente temulentie causam hàbet. nam verecundia confusos 
tibicines, quod relati fuissent in urbe tanto perfusi mero, quod 
se plaustris devehi non sentirent, puduit facie detecta concinere. 

15 et ob id larvas, quibus tegerentur, capitibus imposuere ; quod, ut 
vides, etiam a posteris observatum est.^') hec, et forte plura quam 
oporteret, ad tue dubitationis enucleationem dieta sint. tu vale 
felix et ser Antonio meo fruere, ipsumque hortator atque salutes. 
Florentie, tertio nonas sextilis. 

2. N^ recto 3. N^ contentus 4. N^ tibicino» 7. A' tibicinos 14. N^ 

continere 16. hec, et forte] Qui riprende iV^. ij. ÌP oporteat 18. N' hortare 

19. IP omette la data. 

(i) Val. Max, II, v, 4. Ma il (3) Dai posteri, cioè a dire dai suc- 

testo dà « edit ». cessoridi quegli antichi sonatori di tibia 

(2) Cf. Verg. Am. IX, 189. de' quali V. Massimo narra le avventure. 



Coluccio Salutati, II. 13' 



202 



EPISTOLARIO 



XVIIII. 

A Lorenzo Gambacorti W. 

[L', e. 94 a; R*, c. job, mutila.] 

Spectabili ac generoso viro Laurentio Gambacurte. 

Firenze, j ETUS accepi nobilitatìs tue litteras, iuvenis optime indolis, J 

i6 Agosto 1389? I * ' r » 

Accolte lieu- L^ iochoate virtutis, vìdens te honestissìmis litterarum studiis 
mente a sua e ^jj^^jj^ quantulumcunquc sit, operis indulgere, quid enim michi 

4. Così U ; /?' Laur. de Gamba curtis 5. L' iuenU 6. /?' stadii 7. R' 

omette michi 



(i) Scrive il Litta, Fam. celebri, I, 
ser. Ili, Gambacorta di Pisa, tav. i, 
che de' cinque figli di Pietro Gamba- 
corti, signore di Pisa^ Lorenzo era il 
maggiore, e che a lui, quando il padre 
colpito da grave infermità nel 1374 
corse pericolo di vita, fu dato l'ufficio 
di capitano della masnada. Aggiunge 
egli poi che il giovane si condusse 
con tanto onore nell'impresa contro 
Piombino, ribellatosi al comune di 
Pisa, che al suo ritomo, il 14 aprile 
1375, gli fu confermato il titolo di ca- 
pitano in sostituzione del padre, ove 
questi morisse, e due giorni dopo con- 
ferita la cavalleria. Tutto ciò è esatto 
sol quando alla persona di Lorenzo 
si sostituisca quella di Benedetto Gam- 
bacorti. Questi infatti, e non Lorenzo, 
era il primogenito di Pietro ; questi, 
e non Lorenzo, domò i ribelli figliuoli 
di Ranuccio e Saragone da Piombino; 
questi, e non Lorenzo, come attcstano 
le Croniche pisatte, donde il Litta stesso 
derivò le sue notizie (Tartini, Rcr. 
It. Scr. I, 768 sgg.), fu associato 
al padre nel governo; donde il ti- 
tolo di « messere », che danno a lui, 
non mai ai fratelli suoi, i cronisti del 



tempo, ed i suoi rapporti frequentisi 
simi colla Signorìa fiorentina, che a 
lui spesso ricorreva e più d'una volu 
gli profferse il suo aiuto (cf. Arch. di 
Stato in Firenze, Miss. 20, e. 20? B, 
4-18 ottobre 1386; 21, e. 133 a, 14 ot- 
tobre 1389; 2i»»i«, 0.553,25 aprile 1392; 
22, e. 36 B, IO agosto 1392 ètc). In 
quanto a Lorenzo egli doveva esser 
fanciulletto ancora, quando il fratel suo 
assunse le redini dello Stato, se « pue- 
« rile » Io chiama, lamentandone la 
morte, Manetto Ciaccheri in quel 
suo Trionfo de' traditoriy inedito tuttora, 
scritto in esecrazione del d'Appiano 
(cod. Magliab. Vili, 11, J4,terz. 58-59). 
La storia nulla adunque può narrard 
di lui, se non i particolari del suo 
tristissimo fine. Il giorno 21 d'ot- 
tobre 1392 egli era stato dal padre 
posto con parte delle masnade a guar- 
dia del Ponte vecchio, e quivi, acce- 
sasi la mischia fra i suoi ed i partigiani 
del d'Appiano, cadeva « gravemente 
« ferito d'una lancia nella coscia»; 
ed anche nelle reni, come vogliono 
il MiNERBETTi, Cron. cit II, 108, e 
Sardo, Cron pisane,, cap. ccvii, 
p. 218. Corse fama a Firenze ch'ei 



DI COLUCCIO SALUTATI. 



203 



de te eratius occurrere vel intimali potest quam, alea, venatio- ^^^° ^ \^.^ 

*-' fi' preoccupizioni, 

nibus, aucupio dimissis, que nobili um nostrorum occupaiio, imo JJno'^ióuuLime 
vitia sunt, te liberalibus studiis delectari ? (') nec peniteat hoc •*'•"««• 
exercitii genus te ingressum esse quod animam excolit et corpus 
adìuvat, non, ut plerique calumniantur, ofFendit. cetera, quibus 



3. /?' dimisaisque 4-5. R^ adiav. corp. 5. L' calupiantur 



fosse morto, come il giorno appresso 
scrìveva la Signorìa ai Bolognesi (« re* 
« larionibus certis accepimus . . . Lau- 
«r rentium ... ut plurimi referunt, raor- 
et tuum vel, ut aliqui mitius asseren- 
o tes, letaliter vulneratum », Miss. 22, 
e 54 B, 22 ottobre 1392); ma egli 
non aveva finito di soffrire. Trovato 
dal d'Appiano in una chiesa, ove i 
suoi l'avevano ricoverato, il traditore 
lo fé' trasportare in sua casa e metter 
in prigione. £ colà il giovane sven- 
turato, fra gli spasimi delle ferite e 
quelli del veleno propinatogli, ago- 
nizzò cinque giorni. Il 27 o il 28 ot- 
tobre il suo corpo, gonfio pel veleno, 
« fu portato a seppellire la notte, celata- 
K mente, sanza alcun lume ». Cosi il 
MiNERBETTi, Croti. cit c. 108, e cf. 
Sardo, op. cit. cap. ccviiii, p. 219. 
Che quest'epistola a lui diretta ap- 
partenga al 1 389 è ipotesi che io fondo 
così sul luogo datole in LS unico 
codice che l'abbia conservata integra, 
come su riflessi d'altra natura, ch'ora 
vengo ad esporre. In niun tempo, i car- 
t^gi della Signoria informino, furon 
cosi amichevoli e frequenti le relazioni 
tra Firenze ed i Gambacorti come in 
quell'anno. Pietro, amante qual'era 
della pace, avrebbe voluto impedire 
che le discordie fra il comune toscano 
ed il prìncipe lombardo prorompes- 
sero in aperta guerra, ed a questo in- 
tento proponevasi di stringerli in lega. 
Vi riusd ; ma gli accordi fiiron prima 
rotti che suggellati, ed il fuoco che 
covava da un pezzo divampò furioso. 
Farmi probabile adunque che in questo 
tempo per l'appunto a Lorenzo acca- 



desse di sentir parlare spesso e con lode 
del cancelliere fiorentino; donde in lui 
il desiderio di conoscerlo e consultarlo. 
Più tardi nel turbinoso succedersi di 
avvenimenti che fini colla ruina de' 
Gambacorti né al S. né al giovine Lo- 
renzo poteva presentarsi agevolmente 
l'opponunità di letterarie divagazioni, 
(i) Parecchie testimonianze con- 
fermano che l'amore agli studi era 
patrimonio comune ai figli di Pietro 
Gambacorti. A Lorenzo in attestato 
d'affettuoso ossequio inviava nel feb- 
braio del 1388 da Pavia alquanti suoi 
versi Giovanni Manzini della Motta, il 
quale nel tempo stesso facea tenere 
al di lui fratello Benedetto, come a 
buon giudice, un saggio della tragedia 
che stava scrivendo sopra la caduta 
d'Antonio della Scala (Io. Manzini, 
Epist. sehct. in Lazzeri, Misceli, ex mss. 
libr. bibl. Coli. Rom. S. L, Romae, 
MDCCUV, I, 224 sgg.). Ed a Bene- 
detto alcun tempo prima aveva dedi- 
cato con espressioni sincere di stima 
il proprio libro De civitate Christi Gio- 
vanni Genesio Quaglia da Parma 
(cod. Ambros. A, 117 inf, cod. Laur. 
PI. XX, 30 &c.; cf Affò, Mem. de' 
letterati parmig. II, Lxvi, p. 97 sgg. 
e cf VI, par. II, p. 117 sgg.); quello 
stesso Quaglia, che per Andrea, altro 
figlio di Pietro Gambacorti, già morto 
sul cadere del 1383, quantunque il 
LiTTA, op. cit., lo faccia ancor vivo, 
confondendolo col nipote, nel 141 3, 
aveva composto certi distici senten- 
ziosi italo-latini, che piacquero assai 
ai contemporanei. Cf. Misceli. France- 
scana, a. Ili, fase. 5, 1888, p. 129 sgg. 



204 



EPISTOLARIO 



Lo tiort* quìnJt 
A ÌMciuc I [>iji:«rt 
daaiicKii in un can- 
IO, 



ed a coltirarc, poi- 
ché ha incomin- 
ciato, il capere, 
che Io solieverà 
•Opra te stesso, 



e «opra gli altri 
uomini tutti, me- 
diante l'aiuto di- 

VÌDO> 



nobilit.is operam dat, ut omittamus delìcias, luxurìam atque fla- 
gitia, cum occidant anima m, corpori plerumque sunt exitio. nam 
et si id raious iuventa sentiat, detegit lamen aliquando seneaus, 
et tunc doctrìnam vivendi percipiuni, cum esset potius ab huìus 
vite curriculo desinendum. omnis etenim corporis strenuitas, 
forma, potentia, nullo modo, et quicquid caineum in nobis est 
vix tecum procedet in senium; multa nimius labor, multa cale- 
factìonis et afFectari frigoris vicissitudo, sed omnia temporis cursus 
absumit. doctrinam autem scito, dummodo fideliter cxcolatur, 
in dies crescere et te nec virum nec senem, non etiam decrepitum 
rclicturam. hec te non solum supra te efferet, sed super alios 
coliocabit. propria et maxima hominis a ceteris anìmaniibus diffe- 
rentìa est ìotellcaus; venim hoc genus ipsum bominum non 
tantum brutis prestat, quantum homo hominì, si recte respidas, 
anteccllit. nam cum species humana, in quantum species est, 
non sublimi lumine, sed infimo prorsus intellectus gradu et quasi 
contiguo supra bestias sita sit, intelligentie vero celsitudine spiri- 
tualibus creaturis, secundum illarum, ut ita loquar, horizonta, finì- 
tima dici debeat; quis dubitat hominem, qui ad confinium intel- 
lectus angelici propìnquaverit, longe plus ab honiine, qui brutalis 
hebetudinis aptitudìni conterminus sit, difFerre secundum hanc vìm 
intellectus, quam hominis specieni ab ipsa specie irrationabilìs 
creature ; cum hic homo ab homìne gradibus distet infiniris, spe- 
cies autem specici, de quibus dictum est, sicut gradus gradui 
proximus appropinquet ? quare, cum te Deus ordine nature supra 
bestias posuerit, extolle te super homines, non superbie fasiu, sed 
v'rtutibus, industria, studio et doctrina. quod si desideraveris, 
si via recta et fine debito conabcris adipisci, nec deseret te Dei 
dextera, a qua sumus quicquid et quales sumus ; non quales de- 
sumus, nam tales solum a nobis sumus; imo te, si id in vods 
tuis rectis exdterit, in iJla, quam cogitare non potes, altitudine 
situabit. hec satis. nunc ad quesitum tue nobilitatis accedam. 



IO 



20 



9. L' R* assumit ao. R^ brutalia in ratitra. 3i, L' p<tr kggfve actitncBiii 

R} iltitudini U /?' Quri o uiri per vim 33. «* infin. disi. 37. R^ omette « 

s8. nec] R* non 29. R^ ripete et quales e per deiumus dà sumu6 32. R* accedam 
et Infra &c, E qui ù arresta in etto repitiola. 



DI CO LUCCIO SALUTATI. 



205 



IO 



I 



i5 



Queris ìpitur quod tibi debeam explicare nunquid de uno „ila!!!^ ^ro\l°^r 
verbo, a quo dubitatio videtur exorta, sed de tota penultima ^,^i* '^i* "p^IX 
declamatione primi libri Senece sentiam<'>; quasi non 5r"sc«c«!*"""** 
satis fuerit amodo etati meo, que ad quietem declinat, et occupa- 
tionibus meis, sì de unici illius verbi dubitatione respondero. ve- 
runtamen geram morem voluntati tue, et piane quod opinor enar- 
rabo; hoc tamen prelibato, quod me ulterius ad ista non redigas. 
sunt enim supra vires meas et a siudiorum meoram devotione, si 
quid remporis studio tamen impendere possum, abhorrentia. et 
ut me quanto brevi us fieri potest expediam, testura auctoris una 
cum expositione, sì tamen ignorantie mee tenebre expositio sunt, 
non potius obscuratio, omìssis dìvisionibus, adnotabo(*>. 

Inquit igitur Seneca : liberi parentcs alani aut vin- reut;** «ii» le^gs 

\ ^ che impone ai tigli 

cianiur. beo sunt verba legis, in qua tota auctoris fundatur ^^Jl^^* ' '*"° 
intentio ; que clara sunt. modo sequitur casus, dicit ergo, stante 
tali lege: quidam alterum fra treni tyrannum, aite- 
rum in adulterio de prehensum; in adulterio, quod, ut 
supplendum arbitror, cum occidentis uxore; deprecante patre, 
hoc est ne occideretur intercedente, ìnterfecit. a piratis 
captus, iste, scilicet fratricida, scripsit patri de redera- 
ptione; scilicet sua. pater piratis cpistolam mìsit:si 
precidissent illi, scilicet capto, manus, duplice m pecu- 
niam se daturum; duplicem vidclicei eius, que petebatur. 
pirate illum dtmiseruDt. pater in egestatem inci- 
dit. petit alimenta, iuxta lenorem scilicet legis supra posite : 
liberi parentes alant. negantem, filium, vult in vincula 
deducere; iuxta illa ultima verba legis: aut vincìantur. hic 
est casus, que quidem controversia est, ut arbitror, in constitu- 
tione generali ac vindiciali assumptiva, que secundum speciem 
specialissimam dicitur relatio criminis. non enim inficiatur 



6. Cott. quid 9. Cod. davo studio km noa che ho mutato in umeo 

hiffgv •f inquit j in qutbus cancellato. 



13. U in 



(i) A. Seìì^cau Smkntiae^ Colerti, scosta non lievemente in parecchi 

Excerpta conlrovers. lib, I, contr. vn, punti da quello che offrono i codici 

«A piratis tyranniada dimissus», di Seneca, Indicheremo in nota le 

(2) IJ lesto riprodotto qui dal S. si varianti più salienti. 




2C6 



EPISTOLARIO 



filius se alimenta patri denegare ; sed dicit se hoc facere non teneri 
ob eius in se crudclitatem. est ergo intentio patris. nam licet 
primo ponantur verba filli, tamen pater est actor: vinciri debes, 
quia patri denegas alimenta, depulsio est : non debeo, quìa iusie 
denego, questio est duplex: an filius, iuste patri denegans ali- 5 
menta, vinciri debeat, et an iuste deneget. ratio est: Ipse em"m 
t>Tanno et filio adultero favens, et me de republica benemeritum 
et iure communi in violatorem thori usura, captum a piraris no- 
luit redimere; sed duplum se indicte redemptionis soluturum, si 
manus raichì preciderent, scripsit. infirmatio rationis est: atta- 10 
men secundum legem aut alere debes aut vinciri. ex quibus 
oritur iudicatio : cum pater, nedum noluerit redimere filium a pi- 
ratis, sed ut preciderentur sibi manus duplum obtulerit, an 
liceat filio, qui fratrem tyrannum occiderit et alterum fratrem sui 
thori improbum corniptorem, denegare patri egenti alimenta, 15 
et denegans vinciri debeat an ne ? status autem controversie 
partim in scripto posset esse, sed tota ferme est in raiione, ut 
patet per ipsarum partiom argumenta. si precideritis. nunc 
autem scquitur argumentatio filii. prò cuius noticia sciendum est 
quod filius in paternis litteris scriptis ad piraus, de quibus supra 20 
in casu facta est mentio, totum suum fundamentum fadt. incipit 
ergo: si precideritis; scilicet, o vos pirate, manus filii; si 
irasceris, scilicet, o pater, potius scribe:sì occideritis; 
verba enim sunt filii respondeniis buie tam crudeli scriptioai, 
ostendens maioris sevide fuisse et magis fugiendum manus am- 25 
putari quam occidi. tyrannicida, scilicet ego, exitum ty- 
ranni rogo; idest occidi cupio, sic enim respondens optabat 
occidi, slcut occisus fuerat tyrannus. et est sensus : in ultionem 
tyranni scio me volebas precidi manus, sed iustìus crat quod 
occiderer sicut ille, et hoc potius opto, non ti meo. hec oratìo 3^ 
potest ex precedenti vel ex subsequenti pendere, si precedenti con- 
iungatur, est sensus: ego rogo exitum tyranni, scilicet occidi, 
et non timeo. si sequentibus uniatur, dirì potest: non ti meo 
ne, idest ut, quas manus pirate solverunt, iudices 



9. /.' se per sed 27, L' 6Ì 



DI COLUCCIO SALUTATI. 207 

a 1 H g e n t . et si illa verba non t i m e o finiant intentionem pre- 
cedentem, tunc verba que sequuntur sunt redditio cause: quare 
scilicet velit occidi ne, idest ut non, alligent iudices manus, quas pi- 
rate solverunt. hoc enim totum de vinciendo ìudicium, si mortuus 

5 tunc esset, omnino non foret. omnia autem hec quodammodo 
fondamenta simt exordii. caput enim benivolentiam inducendo 
adversarium in odium, narrando crudelia que fecit. captat a per- 
sona sua, referens tyranni interfeaionem et fortitudinem osten- 
dens suam in contemnenda morte; et secundum primum intel- 

10 lectum illorum verborum: non ti meo &c., captat ab auditorum 
persona, commendans eos et sperans de ipsorum humanitate. 
tunc sequitur criminatio contra patrem: prò adultero fi Ho 
r o g a s ; quasi dicat : volebas me, cum rogares ne adulterum oc- 
ciderem et ne legis beneficio uterer, ut cum iniuria violati thori 

[ 5 remanerem, quod fiiit prima mala tractatio eius. querite nunc 
unde('> tyranni fiant; quasi dicat: ex quo servare volebat 
adulterum, proculdubio adulterium fecit. nunc autem querite de 
tjrranno, sed ostendam vobis: duplam dabo. apparet; sci- 
licet unde tyranni fiant; ut sit sensus: tyranni fiunt propter opes et 

IO opum effiisionem, quibus conflatur factio et acquiritur potentia, 
que postea in tyrannidem evadit. cum igitur iste potius obtulerit 
duplam in mearum manuum precisionem quam simplum prò mei 
redemptione, apparet unde tyranni fiant : hoc est unde frater factus 
sit tyrannus, scilicet ex mala pecunie profusione, qua hic filium 

25 adiuvit, ut tyrannus fieret et arcem invaderet. et subdit: prò 
unico filio rogat; hoc est prò me solo, qui sibi remanseram; 
sed qualiter roget subdit; repetit enim rogationis formulam: 
duplam dabo. et mox, quasi oblationem exponens, inquit: re- 
demptionem scilicet, a Iter am prò filio, alteram prò ty- 

jo rannicida; si manus precideritis, quasi dicat, solvam 
unam redemptionem, ut alteram manum prò filio adultero, alteram 
prò tyrannicida precidatis. et sic hec oratio : si manus pre- 

7. £.' capta 15. L' malo 17. adulterum] U adulterium 29-30. U tirannida 

31. prò è in £,' aggiunto in margine. 32. prò par cancellato in L'. 

(i) Il testo « quomodo ». 



208 



EPISTOLARIO 



e i d e r i t i s , complementum est precedentìs orationis ; vel si vo- 
lueris hec verba cum sequentibus legere, sit ìteratio condicionis 
oblate piratis et improperatio in patrem, cui mox subiungit: hec 
nec adultero fecimus nec tyranno^ut manus yidellcet 
eius predderem. etenim de se loquìtur, dicens: ut quanvis 5 
secundum legem potuerit occidere thori vtolatorem atque tyrannum, 
tamen non sum usus, inquit, tanta crudelitate contra sceleratos, 
quanta tu, pater, in me. et in eo quod dìcii pluraliter: fcdmus, 
aut modus est loquencium in prima persona apud antiquos et alios, 
qui eleganter scripserunt, aut notat se habuisse ad utramque cedem io 
socios, ut aggravetur patos sevicia, quasi velit dicere : non solum 
ego, qui frater eram, sumere tale suppliciura, qualem tu, solutis 
pecuniis duplicatis, a latronìbus de me requirebas, nolui; sed etiam 
alii, qui mecum erant, non fratres, sed extranei, tam deformi 
supplicio non sevtere, sud cede pura contenti fuerunt. e t n u n e ('^ 15 
manus meas pctis? redit ad patris petitioncm, dicens: vo- 
iuisti tanta data pecunia precidere manus meas, et nunc ipsas 
petis, ut scilicet de ipsarum labore vivas, vel ut vinciantur; osten- 
dens inconveniens esse quod in illas ius habeat, quas quantum 
in se fuerit preciderit. nega tuam esse epistolam; sci- 20 
licet ut te crimine tante crudelitatis expurges. habes argu- 
mentum; ad hoc videlicet negandum; et quid sit istud subdit: 
die: ego etiam rogare prò adultero solco, nam cum 
tante benignitatìs in fìlios sim, quod etiam prò criminosis rogem, 
ut prò adultero, non est verisimile me illas litteras scripsisse. 25 
remiserunt, scilicet pirate, me reipublice cum mani- 
bus, quibus occidendo tyrannum ipsam liberaveram; patri 
cum epistola W, quam scripsisti scilicet, me remiserunt. hoc 
nostro seculo; adliuc in aggravando crudelitatem patris ex 
his que post factum sequuntur immoratur. dicit enim : hoc no- 30 
stro seculo, ìdest nostra etate, ad fabulas deerat; idest col- 
locutioncs, nam fabula a for faris inflexum est, ut proprie si- 
gnificet quicquid famur, appropriate autem significec narrationem 



20. U Mìa il. L' habeo 32. L' quod 



(i) Il testo « edainnunc ». 



(2) Il testo « epistoHs ». 



DI COLUCCIO SALUTATI. 



209 



15 



20 



I 



2S 

I 



30 

I 



ncc veras res nec verisimiles conrinentem (0, et quid deerat ? 
ut narraretur aliquis solutus a piratis, alligatus a 
patre, qualis sum ego filius; aliquis vero narraretur: eius 
crudelitatis emptor, cuius nec pirata venditor, 
qualis scilicet tu pater es. duplam dabo. redit ad epistole 
verba, ut adhuc de ipsis disputet. quid ne cesse est? scilicet 
dare duplam? et possunt esse hec verba piratarum dicentium: 
cur duplum ofFers ? potuivilius solvi; hoc est liberari vilìus, 
idesi viliori precio, videlicet simplo. verba filli subdentìs quare 
sic fuerint locyti pirate. vel, si habetur potuit, sint etiam pira- 
tarum verba. narrata humanitate piratarum, redit ad crudelitatem 
patris, qui plus ofFerebat prò filli mutilatione, quam prò liberatione 
pcteretur. et verbis dicentium: quid ne cesse est; scilicet tantum 
dare, subdit patris responsionem : ut precidatis manus, eius. 
ad hoc responsum obstipuere predones, idest pirate. nam 
quanvis proprie pirata sit marinus predo, predo tamen est et con- 
grue simplici predonis vocabulo nuncopatur. et inquiunt; 
scilicet me solventes. et quid inquiunt ? indica patri; idest 
die, significa, refer, non omnia piratas vendere, quasi 
dicani: licet avari et intusti simus, non tamen usque adeo, quod 
capti vorum nostronim sanguinem et supplici a venundemus, nunc 
concludens per amplificationem contra pattern concludat: q na- 
ie m, scilicet patrem,optem, n esc io; scilicet ego filius: quasi 
autera dicat non de qualitate intrinseca, sed de il!a que pertinet ad 
bona fortune; ut sit sensus: qualem, hoc est divitem aut paupe- 
rcm. et quare hoc eltgere nesciat, rationem reddit dicens: dives, 
scilicet ipse pater, debilitat, volendo tanta profusa pecunia 
me mancum facere; pauper^*^ alligat, petendo me vinàri; 
neutrum, scilicet vinciri vel cedi, mani bus meis expedit; 
idest utile est. ubi est patriraonium, tuum, quo tyran- 
nos instruis, quo adulteros facis? plerique hbri matri- 
moni u m habent, non patrimonium. si habes p a t r i m o - 



3. U narrctur 
a8, nuncuro] L' munera 



13. L' omette Tert»Ì8 
31. L» liberi 



34. U omette de innanzi a ìHa 



(i) È rctimologiaadotutada Papia Fot e ripetuta dal Balbi &c. 
s. V. Fabula, da Uguccione s. v. (2) It testo « egens». 



Coluccio Salutati, li. 



14 



210 



EPISTOLARIO 



niutn, pianura est quod querit paupertatis sue rationera dicens: 
quia male patrinionium effudisti et in paupertatein tua culpa re- 
dactus es, ali non debes. si habes matrìmoiiiuni, tunc intelligi 
potest quod bonis uxoriìs dives fuerit, unde petit ubi sit inatri- 
mooium, ex quo dos sibi magna provenerat, quam in instniendo, > 
hoc est fulcicndo, tyrannum et faciendo adulterum, nam hec duo 
pecunia parantur, eum arguii consumpsisse. non est igitur, ut 
vides, hoc ex scripto questio, sed solum in ratione, ut superius 
dictum est. 

Tunc sequiiur pars altera, accusatìo scilicet, quam pater in- io 
tcndit in filium. suscepi tri a prodi già; hoc est tres prò- 
digiosos filios, aliud quasi porro, scilicet procul, idest ante, di- 
ce nt e s, hoc est significanies. dtcitur enim prodigium, quasi 
quod porro dicat, idest futura de longe predicatf'^. oranis 
enim res aut simplkìter res est aut res et signum; unde quando 15 
aliquid portendit aliud in futurum ultra id quod est, non res solum 
est, sed qul.i quodammodo futuri signum, prodigium dicitur. su- 
scepi, ergo, inquit, tri a prodigi a inter se et me fu- 
renti a. quis sit autem iste furor declarat dicens: unum qui 
patri am posset opprimere; hoc prò tyranno dictum est; 20 
aliud^*^ qui fratrera violare, idest fratris thorura, propter 
adulterum. et sic patet quod in casa supplendum esse dicebam, 
illud, scilicet adulterium, fuisse commissum in fratemam uxorcm. 
nemim quidem legìbus licitum fuit impune adulterum occidere, 
nisi viro et aliis quibusdara proximis, qui legibus enumerantur. 25 
aliud qui patte ra posset opprimere, sequitur post conquestio- 
nem prohemialcm primum argumeatum, quod evacuai quicquid 
de crudelitate sua lìlius dixit, lex<J) scripta est prò malis 
patri bus; et reddit rationem quare lex hec prò malis est pa- 
tribus inteìligenda. dicit enim: nam boni etiam sine lege 30 
a 1 u n t u r . quia ergo leges super emergentibus feruntur, et quod 



6. U omette tyrannum 
L' qaia ai. L^ quia 



7. L' cum 13. quasi porro] L' quAin prolem 19. qui] 
36. L' quia patrmni 



(i) È questa 1* etimologìa addotta (2) Qui e sotto nel testo invece 
da Papia s. V. Prodigia ed accolta leggesi « alìum a. 
dal Balbi s. v. (3) U testo aggiunge « haec ». 



J 



DI COLUCCIO SALUTATI. 



21 I 



boni patres non aKmtur nunquam contigit, restai ut prò malis, 
quibus denegari soler alimonia, lex sit lata, sciebam piratas. 
hic expurgat se a litterariim, quas scripserat piratis, criminatione; 
illud quod filius ascribit crudelitati in cautionem et calliditatem re- 
5 torquendo. didtergo: sciebam piratas non faciuros nisi 
pecuniam accepissent^*>; non ira iila patris, sed cal- 
li di tas fuit. etquare ad hanc scribeudi formam compulsos sit, 
immediate subiungit: un de redimerem non habebam. et 
ne obiciatur aliunde querere potuisse, subiungit: rogare, scilìcet 

IO cum effectu obtinendi rogata, in tam avara cìvitate nemì- 
nem poteram. et quod sit avara presenti quod agebatur iu- 
dicio probat dicens: in qua nec filiif*> patres alunt. usus 
Consilio sum. et bene Consilio sum usus, nam, ut supra 
dixit, sciebat piratas non fiicturos nisi pecuniam accepissent. et 

15 sciens piratas non crudeles, sed avaros: feci ut 
desperarent posse redimi, modo commendat consilium 
suum, tum a prudentia tum a felicitatis eventu. et de pru- 
dentia verecunde loquens dicit; an prudenter cogitavo- 
rìmnescio; interim, hoc est certe vel inter ista vel ilio 

20 tamen tempore, felici ter cogitavi; quia, scilicet, liberatus es. 
denique concludens in miserationem vult auditores adducere, 
narrans se amentem factum in sceleribus filiorum. dicit ergo: 
esclusa f^^mcns est; scilìcet michi, hoc est extra me po- 
sita et clausa mens, idest intellectus ; hoc est meotera perdidi, e x 

25 quo, scilicet tempore, vidi unum in arce filium, scilicet 
tyrannum, qui, occupata arce, sibi contra populi voluntatem asci- 
verat dominatum; alterum in adulterio, scilicet cum fratris 
uxore- nam etsi flagitium foret cum alterius uxore concumbere, 
non tamen tale, quod patrem in amentiam redigere debuisset. 

30 tertium in parricidio, hoc est in sui patris ocdsìone. nam, 



16. L' qaod posaet r«l. Ho sottituito la legione del Uito. 
«dolterìum 



25. L' aere 37. L' 



(1) Nel cod. dì cui si serviva il S. (2) Il testo dopo er filli » dà nquideam. 
mancava dopo « accepissent » !a prò- (5) I più fra i codd. danno « ex- 
posizione: «et si sperasseot, utiquc « cussa »;ma Pottimo ms. di Montpel- 
« praecidissent ». lier (s. X) reca anch'esso « exclusa ». 






i 



212 



EPISTOLARIO 



ut Paulus, maxitnus iurìsconsultus, ait, n ecare velie videtur qui 
denegat alimenta ('\ licet enim parrìcidium a par et cedo, 
interposita alia littera r, euphonie causa, componi possit, et sic 
potius referri deberet ad istum fiUum fratrum occisorcm ; quia 
tamen ìnhonestura foret de tyranni vel adulteri cede fìlium accusare 5 
vel conqueri, et nusquam de hoc faaa est mentio, referri debet 
ad patrem. teste quidem Prisciaao in Orthographia sua, pa- 
trìcida, si componatur a patre, mutatur t in r et fit parri- 
cida <*). unde convenientius ad patrem quam ad alios, ut dictum 
est, referri debet (^>. quod etiam magis concordat cum principio, IO 
ubi trìa se dixit prodigi a suscepisse, quia aliud patri am opprimere, 
aliud violare fra tre m, aliud patrem posset. 

Deinde scquitur, extra declamatoris verba, id quod auctor tam 
de declamatione quam de declamatore sentiret. declamationi quì- 
dem dicit defuisse, ex parte videlicet patris accusantìs, que ex sua 15 
persona potuit et debuit dicerc : d e r e 1 i e t u s (<), solus, orbus, 
senex. nam hec verba multum movere habent. et commendat 
hunc dicendi modumdicens: qui color approbandus est 
in impetu, idest in vehementia dicendi. nam cum auditorem 
docere et commovere oporteat, illis est utendum, que utrunque 20 
possìnt aut alterutrum efficere. hi e enim color, qui articulus 
dlcitur, ad vehementiam accomodatus est, quare autem permo- 
vere auditorem oporteat subdit, dicens : magna enim vi opus 
est, ut altquis accusando se miserabilem facìat, ca- 
ptare quidem misericordiam, accusati non accusatoris proprium 25 
est. et si id assumatur ab accusatore. Decesse fit ut maxima cum 
vehementia fiat; unde videtur in hoc ipsa declamatio defecisse. 
hic etiam patet quod superius dixi, patrem esse accusatorem, licet 
declamatio filiì preponatur. et ut verba ìsta tria repetam et 



I. L' nccanro (tic} corretto »« nccarc 
15. L' quam 

(1) Cf. Dig. XXV, m, 4- 

(2) pRisc. Inst. I, 52. 

(3) Secondo i vecchi lessicografi 
il vocabolo « parricida m veniva da 
* parcmicida » : « Abìciuntur (cosi U 



14. L' omette de dinanzi a decl«matiooe 



a Balbi 9, v.) e n et t mutatur in r 
«et dicetur parricida. Vel cora- 
« ponitur a patre vel a pare vel 
«( a patria u. 
(1) Il lesto « relictus solus ». 



DI COLUCCIO SALUTATI, 



213 



exponam, dicit derelictus quantum ad alios: aliqui libri tamen 
non habent derelictus, sed simpliciter solus. solus autem 
ipsius habitum, non alterìus factum notat. orbus: plus enim 
orbum esse quam solum; est entm verbum privationis. nam ìile 
5 proprie didtur orbus, qoi filiis, quasi orbibus, hoc est oculis, 
privatus est. senex: hoc ad eius, qui accusai, spectat etatem. 
nam extrema, sicut et prima etas, propter impotenriam miserabilis 
est. deinde sequitur: sparsum &c.^'> ex qua duplex sensus 
elici potest. unus geoeralis, ut sit sensus quod sparsum in lo- 
ie quendo inter scolasticos, hoc est eruditos, insanum sit et inter 
insanos enidicum, vel hoc, eodem sensu, de ipsius declamatoris 
facultate dictum sit, ut isto modo sit sensus : non mireris si ista de- 
clamano sparsa sit et con cathenata non sit. nam sparsum me- 
mi n i hominem; hoc est declamatorem istum, inter scolasticos, 
15 idesc doctos et harum rerum gnaros, insanum, hoc est ad erudi- 
torum comparatiooem in eloquentia non doctum; quanvis inter 
insanos, hoc est indoctos, scolasticum, idest eruditum; quasi velit 
dicere quod mcdius erat inter eruditos et indoctos; et ideo apud 
doctos indoctus, apud ineruditos autem eruditus vìdebatur, ut de 

20 imperfectione declamationis non dcbeas admirari. 

Habes igitur quod peristi, quid vìdelicet senriam de illa decla- 
matione quam queris. quid autem sentiendum sit, non me, sed 
doctos roga et ab illis quod petis expecta. nec oportet princi- 
pale dubium aliter declarare, quia verbum illud in casu positum, 

25 vìdelicet deprecante patre, superius prò captu mei intellectus 
exposui. miror tamen unde possint elicere deprecante patre, 
hoc est rogante quod interficeretiu". nam si fuisset id mandato 
patris factum, nunquam filius hoc ei, cum fuisset facinoris socius, 
obiecisset. nec video quomodo, sine lesione manifestissima lit- 

30 tere, possint huic sensu verba que dicit filius coaptari: prò 
adultero filio rogas et alia omnia que sunt ad idem dieta. 

^^^ '^(ì) «Sparsum memìnì hominem, in- ma ti ms. di Montpellier dà la lezione 
■ «ter scolasticos sanum, inter sanossco- qui accolta dal S., che non ha rìcono- 

I «lasticum». Cosi quasi tutù icodd.; sciuto esser crSparsus» un noroe proprio. 



a6. U fXMsim 



214 



EPISTOLARIO 



•^ 



qtie si vdmt jd iroaiani tniicR^ tnnc fiios, qaà ocddit, TÌdcfattur 
se et smini tiifiii accattici 

Val« et id <|iicnI tftì per famhmn ocmn scripà('>, et de quo 
tua michì nnh ilit i f spcm ÒBàSt, fafiter meniorìe tndis, quod nec 
ipte oec ego spe, quia cooc q i iBMji ^dc frmiiciimr . Floreniie, die 
decoDosezto fligusu. 



XX. 

A pELLEGtINO ZaMBEOCAU <*>. 

Eloquenti ▼ito ser Peritino de Zambeoniis 
commanis Booonìe cancettarìo, firatrì et amico carissinio et optimo. 

HOMOtAHUS amioe karìssitne. debetor in tana malicia tem- 
pontm ▼inutìbus favor tanto pcopeosàor quanto magis TÌde> 
mas probos et bonos in hac sodetate mortaJiam miores. bine 
est qood aim multe vinutis et experienne vir ser Frandscus ser 
Ugolioi de Sancto Miniate, michi mciitis suts fraterna dilectione 



'Ih 



«5 



(x) Noo ci mganiMToao idcntifi-- 
caaào coseni col nàto Iacopo d'Ap- 
faaa. E con qnesae parole SS. allude 
ione al no tìvo desiikno di po»e> 
dere ^nd codifie dd 0r cfvilak Z^te' di 
amTAgoaiiio/td quale ègocsdone nel- 
TcpistDla scrìtta appuoio al d*AppÌai»o. 

(2) Fra le cpteole dùcne dal S. a 
PeUegiino di Gknraioii Zambeocuì, dt- 
udino boJognesc^ è qncsta b piò ami- 
ci; «H dobfaiam ritenere che parecchie 
ritte, a ooi 000 perrenute, ravesscro 
precedota. DcÙo Zamb^ccari, elc- 
gaate ed eradilo scrinar Latino ed 
imìriiie poeta volpaie non dìspreg<e- 
wdc, gii erano il Fantuzzi, Koti^e 
it^ scriUorì holoimn, VUl, 230 sgg. ; 
e pift recemeineine L. Fnd, ti quale 
ne pubblicò per nozze alqnand sonetti 



(Sa torniti £ P. Z. urne ad oomu H 
Bdhgm ètc^ Bologna, tSSyX Ma 9a> 
pra £ ìaà iBoll*a]trì doanncnti n<n 
aibbiamo rànìd; edìllaogo ch*ei tenne 
<i aooi gionù odia aocàeti lectenm 
non solo «fi Bologna ma di Rocna^aa, 
d ooosig^ a dEscorreme piò VupL' ' 
mente ne" CmrnpomL id Smhiati, VL 
SoUa data della ptesenic epistola 
non poò coner dubbio veiano» Già 
dfoemno iiifaid,Gb. IV, ep. zmi, 1, 194» ^ 
nota a, come da docamenti antendd ■ 
rìsahi che lo Zambeccarì fu nd 1189 \ 
detto a ooadÌBlofe di sex Ghiliaoo 
Zonazitù, caaceUkre dd cotnune bo- 
lognese. Egli coprirà dd resto da 
qualche tempo in patria ttaa carica 
issai impofttiite, qndla di notaio ddle 
riformagìoni. 



DI COLUCCIO SALUTATI. 



215 



coniunctus, desideret in conspectu vestre civitatis siiam virtutem 
estendere, honorabilem amicìciam vestram affectuose depiecor et 
exoro, quatenus amore mei placeat efficaciter operari quod idem 
ser Franciscus ad offidom capitaneatus vestre Montanec nomi- 
S netur cum tali proportione salarii, quod ipse possit suum hono- 
rem saltem sine damno, ex quo cum ]aboribus mortalìs crescit 
inopia, conservare ('\ michi vero rem adeo gratara adeoque ac- 
cepiabilem facieds, quod exinde reddar vobis cunctis temporibus 
obligatus. Florentie, die nono novembris. 

10 Audio te consocìum additum ser luliano^'^. gratulor utriqoe, 
quod ille laborum assccutus sit talem sublcvatorem et quod tibi 
lam felix socìetas contigerit. te autem monitum velim quod 
scraper ser luliano deferas, presens et absens, bonis et honora- 
bilibus verbis eum collaudes et memento ad ardua verìssimum 

ij iter fore per humìlìtatis gradus ascendere. vale^'\ 
Colutius Pieri cancellarius dorentinus. 



clic britn* ottenere 
l'ufficio di £apiu- 
no licita MouugDA 
bolognese. 



Si rallegra poi 
sccolni della sua 
recente eleiioue a 
cancelliere, 

e to e«orta a tao- 
strini osieqtienw 
verso )o ZoBarini, 
suo collega aiixia- 
00. 



XXI. 

A L MEDES IMO. 
[Mgl. e. 82 A.J 

20 Insignis eloquentie viro ser Peregrino de Zambecariis 

cancellario communis Bononie, fratri meo carissimo et optimo. 



FRATER optime. egregius et magnifìcus miles dominus Vannes a^„oIÌmbrc'i}89. 

de Castellanis^*) desiderat in officio potestarie civitatis Bononie vanni caueiia- 

* ni, bramando e»$er 

se exercere. vir quidem alti animi et magne prudentie est, et, ***f^'' ^poae.t* ai 



(1) Di ser Francesco di ser Ugolino, 
{Unico del S.» dìam notizie neUe note 
éelrcpisiola a lui diretta. Le ricerche 
da noi tentate nell'Archivio di Slato 
di Bologna per verificare se gli fosse 
poi toccato l'ufficio che sollecitava, 
riuscirono infruttuose. 

(2) La nomina dello Zambeccari era 
adunque allor allora avvenuta. 



(3) Il cod. Magliabechiano ci ha 
conservata la risposta dello Zambec- 
cari in data del 14 novembre. La 
pubblichiarao in App. n. VI. 

(4) Cosi dai documenti conservati 
nel R. Archivio di Stato in Bologna 
(arch. dei Comune, Giurisdii. del po- 
destà^ libri d'atti giudiziali del podestà; 
dicci volumi, di cui otto sanati coi 



2ì6 



EPISTOLARIO 



ed esModo degno <u quod ìntcr nostiì temporis homines conspicuum est et rarum, 

queit onore, me- •■ r r ' 



aiato. 



zl^bil^r o'gLl ^^^^ pecunie dominans, quod illa noverit uti, non ipsam congre- 
gare CO. eapropter te rogatum veiim quatenus prò honore tanti viri 
quanta potes cum efficacia totisque virìbus opereris. et prescrtim 
id sit tibi cure, quod primus inter nominandos, cum vota discu- 
tientur eligentium, proponatur, vale felix et mei memor. Fio- 
lentie, die decimoseptimo novembris. 
Colutius Pyerii cancellarius florentìnus. 



nn. 279,334-335, 337-342 e due senza 
segnatura), come dalle attestazioni 
degli storici cittadini, che però ne ci- 
tano assai sconrettaniente il nome e 
la patria (cf. Ghirardacci, op. cit. 
lìb, XXVI, li, 434)» risulta che il ma- 
gnifico e nobile cavaliere messer Vanni 
di Michele CaslelbnidelI'Ancisa entrò 
in ufficio come podestà il 18 marzo 1 390 
per il tempo di sei mesi. L'epistola 
presente apparterrà dunque, Ìl che vien 
confermato da altre prove, allo scorcio 
del 1389. Anche di essa ci ha conser- 
vato la risposta il cod. Magli abechiano; 
noi la rechiamo in App. n. VIL 

(i) Vanni de' Castellani sembra 
fosse davvero meritevole di sì fatte 
lodi. Certo ei fu un de' più cospicui 
cittadini che Firenze abbia vantati sul 
e adcre del Trecento. Figlio di Michele 
di Vanni di scr Lotto, mercante sti- 
mato, nipote di Lotto, uomo molto ver- 
sato nelle politiche faccende, egli entrò 
prestissimo nella via degli onori e 
delle pubbliche cariche. Ammesso a 
godere gli uffici collo squittinio del 
2 febbraio 1381 (Delizie d. entd. tose. 
XVI, 145), lo vediamo tre anni dopo 
mandato come capitano di guerra 
contro Marco da Pietra mala (Ste- 
fani, Cron. lib. xu, rubr. 92 in Ddiiie 
cit XVII, 59). Due anni appresso la 
Signorìa Io spedisce ambasciatore con 
Gherardo Buondelmonti e Filippo 
Corsini al re di Francia (26 settem- 



bre 1387: cf. Arch. di Stato in Fi- 
renze, Miss, 20, e- 199 A, IO agosto, 
« Regine Hungarìe » e Ser Naddo, 
Ricordi in DtUiit cit, XVIIl, 87). 
Del i}88 estratto de* priori {Delire 
cit. XVII I, 102) e mandato ambascia- 
tore a Bologna, a Venezia ed a Pa- 
dova {Dicci di Balia, Lcgaz. e Commiss. 
I, e. 87); del 1589 è vicario d'An- 
ghiari {Rcg. extrins. 1 585-1408, e. 21 b, 
I febbraio); del '93 con Donato Ac- 
ciaiuoH porta al conte dì Montefcltro 
r intimazione di non molestare più 
oltre Giovanni Gabrielli {Miss, 22, 
e. 106 B, s maggio) ; e poscia viene 
incaricato di prender il luogo di Bi- 
Itotto Btiiotti nel maneggio degli affari 
di Lucca {Miss. 22, e. 106 b, 20 giu- 
gno) ; quindi è eletto capitano di Vol- 
terra {Rcg. extrins. 1385-1408. e 16 A, 
20 agosto). Sulla metà del 1394 va 
vicario di Valdinievole {Reg. extrins. 
1385-1408, e. 19 a; Miss. 23, e. 88 a, 
12 novembre). Di nuovo priore, anzi 
gonfaloniere di giustizia nel 1398 
{Ddiiie cit. XVIII, 179), l'anno dopo 
va podestà di Pistoia {Reg. extrins. 
1385-J408, e. 17 A» 13 settembre); nel 
1406 è di nuovo gonfaloniere {Deli;is 
cit. XVllI, 266; cf. XX, 131). So- 
stiene nel 1408 un'importante amba- 
sceria a re Ladislao (Salviati, Ist. in 
Ddiiig cit. XVIII, 302). Del 1414 è 
estratto nuovamente in gonfaloniere 
{Deliiie eh. XIX, 32). 



DI COLUCCIO SALUTATI. 



217 



XXII. 

Ad Ubaldino BuonamiciO). 

[L*, e. 93 a; U, c. 49 a; R', c. 30 a; cod. Viennese J121, e. 150A; cod. Bolo- 
gnese 182, e. 81 a; Mehus, par. I, ep. xxvm, pp. 141-144, da R*; Mehus, 
5 Epiitola sia ragionamento di m. Lapo da CasligìiotichiOf App. doc. xvi, 

p. 203, da U e R'.] 

Venerabili viro domino Ubaldino priori Sancti Stephani. 

ViR venerabilis, doctor egregie ac dulcissime pater mi. non 
possem expriraere quanta me iocunditate perfuderint ami- 
io cabiles littere tue ; iocundum equìdem mi chi fìiìt in domini Lapì 

7. Coti U; U R' Domino Ubaldino priori saocti Slephani V Litera dlrrecta (tic) per 
ter Gilutium c«ncclt*rium Florentinorum suo nomine domino Ubaldino priori sancii Stephani 
8. U mi pater ^. U i' e di possem in rasura. L* U R' amicabiììlBr io. U M 

omettono in 



Firtnie, 
14 novembre 1589. 

Gii fii gTati»iini« 
(a sua lettera, 



(x) Parecchi argomenti concorrono 
a farcì riputar scritta nel IJ89 que- 
st'epistola, Lapo, creato dal pontefice 
avvocato concistoriale e senatore di 
Roma, sottrattosi per caso alle insidie 
d'un servo infedele, fattosi instrumento 
de* suoi implacabili nemici, moriva 
poco dopo (27 giugno ij8i), prostrato 
dagli anni e dai travagli, ed in omaggio 
ai suoi ultimi desideri era sepolto 
nella chiesa di S. Francesco (cf. Diario 
d'oficn. fior. p. 426; Mehus, Rag. cit. 
p. LVi; F. A. Vitale, Storia diplom. 
dtstnalori di Roma, Roma, 1791, par. li, 
P* 339Sgg.;PtRRENS, op. cit. V, j6i). 
Ora se la necessità di dare nuovo e 
più onorevole asilo alle sue ossa fa- 
cevasi già sentire imperiosa « post 
o pauculos annos », come il S. asse- 
risce, non si andrà errati congettu- 
rando che a tanto s'inducesse il Buo* 
Damici non più di sette od otto anni 
dopo la morte di Lapo. Ma noi 
sappiamo che il priore di S. Stefano 
a Ponte nei 1589 appunto, attiratovi 



dalla elezione del nuovo pontefice, 
sulla cui benevolenza sapeva per più 
e varie ragioni di poter contare, erasi 
recato a Roma; donde a mezzo di- 
cembre partiva per recarsi insieme a 
Bosone da Gubbio in Germania am- 
basciatore di Bonifazio IX al re dei 
Romani (Arch. di Stato in Firenze, 
Mia. reg. 21 1»'», e. 12 a» « Pape », 28 di- 
cembre). Ancora: Coluccio fa qui 
cenno dell'andata a Roma d*un'am- 
basceria fioreatina, ed i documenti ci 
attestano che precisamente il 4 dicem- 
bre IJ89 partirono alla volta della 
Città eterna m. Giovanni de Ricci, 
m. Donato AcctaiuoU e con loro altri 
due egregi cittadini, onde presentare 
al nuovo papa i rallegramenti del 
comune (cf. Sozomen. Pist. Spcc. hisl. 
in Muratori, Rcr. II. Scr, XVI, 1141; 
Ser Naddo, Ricordi in Deliiie di. 
XVIII, 113 &c.\ Miss. 21 bu, e. 7 B), 
È ben lecito dunque concludere che 
l'epistola al Buonamici, dettata dal S. 
il 24 novembre 1389, sia stata da lui 



Coluccio Saiutati, ih 



H' 



2l8 



EPISTOLARIO 



come letterato, cO' 

noscitore 

tichità, 



che risvegiks in lui nostri fcdire mcmoriani. quem cnim tulit nostra dvitas studio- 

11 Riemoni di LApo ' 

n'n^raen^'vldent'é ^"^ nostToruiu ct coruiii quc ad eloqueotiaiii pertiaent indaga- 
d'eli* M- tiorem? quis sibi poeta non notus, imo non tritus? quis Cicero- 
nìcarum rerum peritìor<*), quis hystoriarum collectione fecundior, 
quis raordium preceptorum imbutior? Deus bone, quanta dui- 5 

•crinore forWtu- ccdinc quantaque soliditate sermonis, quanta demum promptitudine, 
cum dictaret et oflScio scriptionis ìncumberet, affluebat; quam 
splendida vocabula, seu propria seu novata sibi, dum scriberet, 
suppetebaut; quantus exundabat ornatus, quales quanteque sen- 
tcntie; denique quis totius orationis splendor, qualis varietas quan- io 
taque maìcstas! non pugnabant, sed conveniebant ilHc 

humentia siccis, 
Mollia cum duris, sine pondere habentia pondus(0. 

particoUnnente <iì Q SI vidcrcs alìquani cx multis, quas aliquando dictavit, epistolis, 

crede michi, nulli tibi videretur in stilo posterior, ut aut quicunque 15 

compararentur equaret, aut vinceret <»^. quis autem, postquam, 

omissis nostris studiis, ad Decreta se contulìt, quantum ìam natu 

grandis profecerit, explicabit ?(-*> tu michi testis qualia perdocebat 

in scolis quantaque apud tribunalia ventilabat 1 (s) sdo quod nuiius 

4. U omette qu!» - fecundior, ma la frate fu aggiunta in margine. 7. V iicti- 

taret 9. V circftmdabat 14. Kdictabat L' I^ /{' epìstola» 15-16. Af «ut cuicumque 

cotapirtretar i6. V compararetur 16. Af profecerit 



che famoM quale 
decretalitCA, 



profescore ed av- 
vocato. 



affidata agli ambasciatori, che si po- 
sero nove giorni dopo iti cammino 
alla volta di Roma, 

(i) Sono note le scoperte fatte da 
m. Lapo d'orazioni ciceroniane che 
nel 1550 regalò al Petrarca: cL De 
NoLHAC , PHrarqui ti V bumanisme, 
Paris, 1892, chap. V, p. 184 sgg. 

(2) OviD. Mdam. I, 19-20. 

(j) « Grande dittatore » è chiamato 
Lapo anche dal figliuolo Bernardo 
(Mehus, Rag. cit. p. 140) ; ma delle 
epistole sue nessuna ci è pervenuta. 

(4) « Buono gramatico, miglior re- 
« lorico . . . oratore, autorista e morale 
» famoso, acuto loico », Lapo non trovò 
difficoltà ad ascendere, abbandonati 



gli studi letterari per i giurìdici, « in 
<x quattro anni ad alto grado di dot- 
te toratOM. Ed in patria, come attesta 
il figliuolo, ci lesse sacri canoni per 
un ventennio e più, er salariato... e 
« alcuna volta senza salario» ; Mehus, 
Rag. cit. p. 140; PREzriNER, Storia dd 
pubbl. Studio di Firenie I, 12 sg. 

(5) Del 1568, mentre Ubaldino fre- 
quentava lo Studio fiorentino (cf. Ghe- 
RARDi, op. cit. p. 333), Lapo spiegava 
dalla cattedra il Sesto e le Clementine, 
Dovette nascer allora fra i due quel 
reciproco affetto, di cui Lapo stesso 
piacquesi dare indizio, citando spesso 
nelle »f Allegazioni » sue (cf. Mehus, 
op.cit. p. xxxv)rauioritàdcl Buonamici. 



DI COLUCCIO SALUTATI. 



219 



in legende profundior, in patrocinando nullus acutior, nullus in 
consulendo subtilior. utinam litteratoria contentus militia, nun- 
quam ad ambitionis tumidos spiritus animum applicasset ! vixisset 
in patria pacificus et immotus, nec ipsum vidissemus extorrem 
5 plus quam etas eius ferrct in agibiiibus laborare. non esset nunc 
ignotus sue sepulture locus, sed in patria cum suorura maiorum 
ossibus quievisset, aut novo monumento celebrem sibi locum et 
suis posteris in aliqua civitatis nostre basìlica possideret. ^'^ nunc 
autem, proh dolor! cum tantus vir in urbe Roma dìem clau- 

10 sisset extremum, non dicam etate altera, sed post pauculos annos, 
vix etiam cum dìligentia suura potuit reperiri sepulcnim. minima 
quidem, si ad ipsum spectemus, imo nulla prorsus iniuria; in- 
stitutione siquidem naturali nicliil ferme dcfensionis nostri corporis 
in nostris mani bus sìtum est ; post farà vero nullam prorsus, quid 

15 de nobis, si ve corpore nostro fiat, nobis poteri tiam reservamus. 
totum corpus, quod terra est, dedit Deus fiiiis hominum, ut quan- 
tum ex hoc pertinet, tod ex alterius arbitrio pcndeamus. 

Et ut ad id quod tangebas paulisper accedam, non fabricemus 
nobis terrestrem sepukurara corporis, sed celestem patriam in 

20 excelsìs. nam si, ut veraciter atque pie dictum est, opera nostra 
sequuntur nos C*>, conemur, non confi dentes in homine, quod ma- 
ledìctionis est ^'), sic operari cum vivimus, quod morientes etcmam 
patriam habeamus ethodiernum, non crastinum, cogitemus. omnia 
siquidem transitoria crastina sunt, eterna vero semper hodierna dici 

25 debent, quibus equidem non fluii tempus, sed in illa etemitatis 
immutabìlitate posite nichii expectant in se crastinum, cum asse- 
cute fuerint eternum. hec liactenus. 



Che K Ji dò 
foue tuto pago, 

non mvTcbbe cai- 
caU li via Jtfll'esi- 
tto, 

non tu-ebbc igno- 
to, come t «desio, 
il tooKVolcru.ma 
sorgerebbe In ce- 
lebre lun^o, nella 
cittì Ditale. 



Non t perA que- 
sto gran danao. 



poicht a procaf- 
ciard un'eterna di- 
mora e non un ter- 
restre sepolcro 
dobbiamo mirare. 



3. R' timìilo» V ad ambhìoaem stntas tumidos tnlmos 5. Af agffibus V labo- 

rarct eJ omette nunc 7. V omfiu novo 9. antcm] M vero L' prò hoc IJ M 

V romana 10. V B} omettono post la. R^ cxpectcmus 14. U M omettono in 

V faclfl e in marcine : olias fata 15, V sine r in margina .' atlas «ive ai, L* dopo 
non dà prò 24. R' V quidem U U R* htt/cce di 8em|Kr recano quidem 



(i)Toccandonel AX'- P'T"- HIi P* )8, 
dell'anna di casa sua scolpita nella 
faccjaU di S. Croce, Lapo scriveva: 
« nel qual luogo, se IdJio il concede, 
« intenlo di fare una cappella, e ivi 
« la mia sepoltura ». E la eresse di- 




fetti, ma non certo del 1545, come 
affermerebbe riscrizione che in essa 
si legge, quale è riferita dal Mehus 
(op. cit. p. LVIl). 

(2) loiiANK. J(>oc. XIV, 15. 

(5) Cf. lERON'. XVII, y 



220 



EPISTOLARIO 



Affid. agli tra- '£1 (.ym istuc oratores nostri communis veniant, nichil ulterius 
h**com^rto t^ addam, nisi epitaphium illius darissimi viri, quod, te iubente. 



Lapo, 



e loda in UlMldino 
a pieiA verio U 
IdefuQlo maestro. 



dictavl quod si denario comprehensum est numero, qui quidcm 
maxime et iater composrtos numeros prime perfectionis est, cum 
perfectissimi viri perstriogat laudes, aprissìme faaum est. tibi 5 
autem quas coramendationes dixerim profecto non habeo, qui 
solus hoc nostro tempore, quo, sicut previdit Apostolus, homines 
amantes sui sunt(*>, cunctos exemplariter monuistì non debere 
dilectiones finìri cum vita, qui tam ardenter diligas et memoriam 
et cineres defunctorum. vale felis et me domino nostro supplì- io 
citer recommenda, Florentte, die vigesimoquarto novembris. 



pitaiodiLipo. 



Castilionchiades hoc sera et postuma Lapi 

Progenies, Lapus, raarmore subtcgitur (*) : 
Optimus eloquio, sacri Helyconis alumnus, 

Et calamo scribens vìx Cicerone minor. 
Canonici ìuris doctor sagaxque patronus, 

Maximus et cathedra maxinius atque foro. 
Quem studio partis guelphc Florcntia pulsum 

Vidit et ingemuìt, nunc pia Roma tenet. 
Doctori propria celebri pietate notandus, 

Huoc Ubaldinus constituit tumulumCi). 



I. L* oratori! corretto in oratores /?* comuntii V omette communi» e scrìve veoieol 
i.R* illia carUtitnl 5. A' perfectissimum ed omette est 7. V providit q, R^ V 

dilecdonetn M delectiones 11. A/ vige«Ìmaquarta V omette la data ed airepitajio 

prepone questa rubrica: Epitaphium (.epulture dnmim Lipi sepultì in urbe 1». U R' 

omettono Vepilafio. V CastilioDciadc!» 13. K progenie 14. V elidionio 15. K 

minaB corretto d'altra mano in ixtinor ao. U V M proprie 



(1) S. Paul. II Ad Tim. Ili, 2. 

{2) Di qui il Mehus (op. ctt. p. xxxiv 
8g.) trasse argomento a congettu- 
rare che Lapo sia venuto alla luce, 
allorché Lapo d'Albertuccio suo pa- 



dre era già morto. 

(j) Quesi'cpitafio prima che dal 
Mehus fu pubblicato dal Lambecius, 
Cotnnwit. de bibì. Coas. V^indobon. Ub.II, 
cap. vili, p. 940. 




Insignis eloquentie viro Peregrino de Zambechariis cancellano 
I communis Bononie fratri meo dulcissimo et optimo, 

^" A MiCABiLES et vere caritatis affectibys exardescentes litteras 

, l\ tuas, vir iosìgnis, frater et aniice karissime, dora excelsos 

dominos meos ad naialicìa sancti Felicts martyris, ut est ingens 

[o huius civitatis religio <»>, veneranda prosequerer, media in via, primo 

5. Co$ì Mfl. t V in ealce aU'epittota, ma infrante Stagi. Lictert responsive «er Colucii 
awepigr<tfo. f<P Eloquenti viro Peregrino Zanbecharìo cuceltarìo Bononiensi R' Pere- 
Zainbecchario canccilario Bononiensi 7. R" mirabile» t così JV' dove però ai leg- 

prima amicabiles 




(i) « Infino de! mese di luglio co- 
« minciò in Firenze nelFanno 13:90 
« infermità di pondi e ì medici diceano 
«ch'era ramo di pestilenza... Era 
«f questo male a colui che l'avca eoa 
« gran doglie di corpo, donde seguiva 
«r grandi e dolorosi rammarichi e molti 
a uomini e donne e fanciulli uccise e 
«f durò infino passato mezzo settem- 
tt bre ». Cosi Pier Mikerbetti, Crou. 
in op. cit. e. 251, con parole forse 
misurate troppo per esprimere la fe- 
rocia del morbo, che, invasi la citti ed 
il conudo, mieteva unte vittime da 
indurre il 9 settembre la Signoria a 
chiedere al pontefice certe indulgenze 
pei moribondi, acum,. . roanus Do- 
« mini tangat nos et horrenda pestis 
« urbero nostram et omnes pene ter- 
« ritorii nostri fines invaserit et depa- 
M scat »; Arch. di Stato in Firenze, Miss. 
I bjs, e. 92 B» « Pape ». Udita notizia 




dì ciò lo Zambeccari, che l'anno prima, 
mentre la peste tormentava Bologna, 
erasi rifugiato a Faenza, scrisse al S. 
un affettuoso viglietto, già edito dal Ri- 
cacci, par. 1, ep. lxvi, p. 155, e da 
noi riprodotto in App. n. Vili, per 
pregarlo ad affidare a !ui, poiché egli 
persisteva nel proposito di restare in 
Firenze, i più teneri fra i suoi figliuoli. 
A questa preghiera risponde ti S. col- 
repistola presente. 

(2) Niun documento a noi noto at- 
testa che il di di san Felice, 29 luglio, 
fosse cosi solennemente festeggiato 
dai Fiorentini, come il S, asserisce; 
Sandro Bencini, che sui primi del 
sec. XV metteva in rima « le Feste 
« comandate j> (cod. Marucell. C. 242, 
e. I22B), neppur lo ricorda. Vero è 
che il giorno avanti ricorreva la « festa 
« fronzuta » di s. Vittorio, celebrata con 
pompa in memoria della vittoria ri- 




222 



EPISTOLARIO 



che di tre cote trat- 
lavano : 

dclU poca cura eoo 
cui egli aveva cu- 
■tedilo ì suoi beni i 

del dciiderio «l'aver 
presto di té tre figli 
di Coluccio; 



dei proposito Ji 
quett ultimo ili 
oon fug^r Fircnic 
infettata dalia pe- 
stilenza. 



Se ba dato fondo 
•I tuo patrimonio 
in lodevole guisa, 



non deve doler- 
•om: 



mazi andarne lieto 
e mpcrbo. 



Ictus, quia tue fuerant, accepi; deinde sic pergens avidissima le- 
ctionc percurri. in quìbus quidem tria precipue, nunc discutienda, 
suscepi, primuni est, quod te non bonum custodem lubricarura 
divitiarum fuisse testaris; secunduni, quod tres ex filiis meis, vi- 
tande pestts gratia, Bononiam ad te mittam et affcctuose postulas 5 
et amplìssima liberalitate deposds, de quibus paucula respondebo ; 
tertium, in quo paulispcr immorabor, est, ut tuis utar verbìs, te 
mestum audisse Florentie multos ex peste cadere meque vario et 
non forte rationabili innixum esse proposito ad evitaodam pestem 
aeris mutationcm non conferre; monens quod si illud prò me muta- io 
turus non sum, prò salute tamen liberorura meorum mobilis fiam. 
Et ut per ordinem ista pertractem, si divitiarum malus custos 
fueris illas in usus honestos effundendo, non te peniteat» non vcUs 
alìter te gessisse. non enim quantum, sed qualiter expensum sit 
in sapientis vel optimi viri rationibus inserendum est; turpe di- 15 
spendium est male denarium expendisse; bene vero totam con- 
sumpsisse substantiam nunquam esse poterit non honestum. mcUus 
est totum quod et parentes hereditarium dimiserunt et coniuncto- 
rum vel aniìcorum liberalitas attulit aut dispositione legum accessit 
seu fortuna dedit vel comparavit industria, honesta rationc consu- 20 
mere quam thesauros inextimabiles congregare, parura interest 
fimum accumules an thesaurum, si finis utriusque fucrit solum- 
modo conservare, habeas itaque tecum rationcmj et si divitias 
in res honestas vel cxpen disti collectas vel colligendas neglexlsti, 
gaude et letare et bine habitum liberalitatis et virtutis acquisivisse 25 
maximi precu facias. sin autem, quod de tali viro credendum 
non est, vel iuventutis fervor vel alia humane fragilitatis inscìtia 
te sinistrorsum egerit, dole tecum: non hoc videlicet cffudìsse 
pecunias, sed male potius vel turpiter egessisse. te tamen ita 



I. pergens] R^ legens 3. V omette esl 8. R' omette meshim Mgl. V'audivisMJ 
9. Mgl. t^ V inncKum io. I^ il!am correitù in iHod 11. K sim Mgl. lib«ront ' 

corretto in libcrornm 15. Mgl. omelie io e viri 32. Vcutnales - sit 35. MgL 

R' V omettono et dopo gaude V adqamitac i6. V omette predi Mgl. crea, de tali viro 



portata nel 1^64 a Cascina sui Pisani 
(cf. llb. I, ep. VI, I, 16). Egli è pro- 
babile che i festeggiamenti si prolun- 



gassero e che san Felice venisse cosi 
a condividere con san Vìllorìo onori 
che a lui non spelavano. 



DI COLUCCIO SALUTATI. 



225 



coneris erigere, ita mentem a sensi bus elevare, quod turpitudinem 
excutias, pecuiiiam vero parvipeodere non dediscas. magni qui- 
dem et preclari animi est non desiderare divitias, sed maximi 
contempsisse. quamobrem gaudeo quod tibi videam illam animi 
magnitudincm non deesse circa divitiarum usum, que debet et 
potest a sapìentibus expeti vel in amicis et benivolis cxoptarL 
ecce enim tres filios meos postulas, uxoris tue cura et diligenti a <-^\ 
annis, non mensibus, non extorte, sed gratissime, non turbata, 
sed leia fronte, sicut scrìbis, sed looge raagis sicut teneo, nu- 
lo triendos. prò quo quidem liabeo tibi gratias, et hec tante liuma- 
nitatis et dilectionis oblatio miclii non recepti solum, sed maximi 
muneris perpetuum instar erit; et tanto magis quanto clarius mecum 
ipse cognosco non ex aliqua beneficionim vicissitudine prodere, 
sed solum ex liberabtate propria manavisse. monco tamen quod, 
[15 ubi ratio gratitudinis et debiti non astringit, in beneficiis collo- 
candìs non dilectionis magnitudini, sed potius ìndigentie consulas. 
non enim solum 

Inique comparaium est, hi qui rainus habeni 
Ut semper aliquid addant divitioribus ; 



o Ut inqutt Comicus (*\ sed etiam divites divitibus clargiri non li- 
beralitatis officium, sed utilitatis potius commertium est. quod 
pieno superinfunditur, elHuit; quod autem transfertur in vacuum, 
diutius manet. est michi per Dei gratiam ingens et onerosa fa- « '^*'^ ' appunto 
miiia, est et unde domi possim et foris, donec presens fortuna 
15 manserit, educare, ego, sicut in civiltbusstipulatlonibus conceptum 



È degno d' un 
animo generoso it 
di»prezzAr 1* ric- 
chezza. 



Pellegrino ne dik 
legno coll'offeru 
tua. 



cbc cgl{ appreaza 
quanto merita; 



ma i beneiìcl non 
ione ben collocati, 
se luperflul; 




Ei gradisce dun- 
que, rrm non «eco- 



b. 

I 



hi 



est, quìcquid obtulisti habeo acceptumque tuli; ego tibi perpetuo k'"* **i«*«"- 



3. R' parumpendere to. hfgl. omette quo ti. Mgi dilecdonuni V aggiunge 
non in marg. dopo recepti 13. V hoc non 15. Stgl. S' R' dopo astringit di 

nuovo quod iB. fi' l)ii 19. K^ V oiwttouo aemper e $crivuno add. allq. 31. li' 

enat (tic) ai. N' iupcrfunditur N' R^ vacuo 



(i) Era costei Orsina di Giovanni 

Codecà, che Pellegrino avea sposata 

icl 1384, il dì stesso in cui Matteo 

rifoni menava in donna Elena di lei 

ugina : v. Matthei de Griffonibus 




\Um. bislor. m Muratori, Rtr, II. 
Scr. XVIII, 194. L'Orsina allietò Jl 
marito diì parecchi figliuoli e mori 
nel 1405. 

(2) Terent. Pbormio, I. i, 41-42. 




224 



EPISTOLARIO 



Torna (loi « li- 
iputtrc dcJla nd- 
liil di fuggir t luo- 
ghi appesuti. 



Che l'aere cor- 
rono cagioni U 
morbo non ò di- 
mostrato; 



poiché le infezioni 
non hanno caute 
vitibili. 



e « possono atcn- 
verc agli astri, co- 
me aiTaere. 



Ma egli non nega 
che la fuca potia 
riovare. La nima 
inutile, 



remanebo ad vìcissitudinìs officiuoi obligatus; tu acceptilatione, 
si per epistolam poiest legicime interponi, liberatus esto ^*>. hec 
hactenus. 

Nunc ad ilJud ukimum veniam» in quo te vinim cordatissimum 
et ferme totiim mortalium genus, qood contra me sentire videtur, J 
admiror. ais enim me non rationabiliter opinari, quod ad eva- 
dendum pestem aeris mutatio non sit bona, hoc ego si negavero 
sique contendere voluerim has egritudines, quas pestilentes dicunt, 
non extrtnseco aeris vitìo inferri vel con versa tione per contagium 
serpere, sed potius ab intrinseco principio voi celestis influentie io 
violentia proficisci, quis rationabiliter poterit contraiium demon- 
strare ? nam, cum nulla sit visibilis causa putredinura vel aliorum 
accidenti um, cur aerem di cere valeamus infectum, celum, solcm 
et innocua sidera criminari? quod si venim est, cum quodlibct 
elementorum infinite quodammodo fortius sit superne impressioni 15 
resistere quam corpora nostra mortali a, cur aeri dementes ascri- 
bimus et non ad certam positionem siderum, etsi non sensibilius, 
longe tamen rationabilius, revocamus» ut iam non oporteat aerem 
fugere, sed celi sideruraque potius maligni tatem et ìmuriam devi- 
tare? et si iuxta mathematicorum vanitatem cuilibet connascitur 20 
fatum suum, quid prodest hac vei ìMac discurrere, cura semel 
impressum non possiraus quin semper inhereat removere ? sed 
hec dimittamus. nunquam eaim pertinacius ista contendi, nec 
dixi aerem pestilentem cffugere bonum omnino non esse; sed 
ita tamen fatear bonum, quod hoc effugìum certissime teneam ad 25 
evitandam mortem penìtus non conferre. in qua re tuam et alio- 
rum cum prudentiam, tum fidem, tum Christiane religionis aucto- 



I. V omette tn a. A//ir/. R' V leg. pot. 6. al*] V vi» 6-7. R* V eri- 

dendom 7. R^ hec e negubo corretto in negavero \i, K TUih. sit 13. /f* V 

■olent 17, K senstba» 20. K cum ntsc, ; ma in margine coaiuMC sa. A/' po»- 

«umu» 34. V omette esse 36. N' eriundum 37. cum] A* V tum Hgl. am- 

prudentitm 



(1) L'«acceptilatio»è unode^modi, la ragione, per la quale il S. sog- 

con cui, secondo il diritto romano» giunge un « se ». Cf. ImtiL lib. Ili, 

vengono sciolte le obbligazioni; ma tìL xxx, « Quibus niodis toUitur obli- 

solamente quelle verbali però ; ecco « gatio ». 



DI COLUCCIO SALUTATI. 



235 



ritatem doctrinamqué reqiiiro. audite parumper ex divinarum 
Scripturarum oraculis depromptam, ni fallor, non meam, scd san- 
ctissimomm doctorum veram et claram sine dubitatione senten- 
tiam : cuncta Deus secutura presciens ante secula dccrevit qualiter 

5 per secula dìsponantur. Gregorii verbum est lioc ex M or al i u m 
librorum duodecimo, glosa, si potes; die, ut tuo blandiaris 
errori, hoc ad hominis mortalis vitara nullatenus pertinere. sed 
audi quid subdat: statutum quìppe iam hominì est vel quantum 
hunc mundi prosperitas sequatur vel quantum adversitas feriat. 

o et apertius paulo post subinfert: statutum quoque est quantum in 
ipsa vita mortali tcmporaliter vivatf'>. quod si, ut catholice et 

Jiverissime tenendum est, fixe et ìmmutabiliter statuit ab etemo 
Deus, quando quelibet anima de sue camis corruptibilis sarcina 
liberari debeat, nec ipsam in hac corporis et anime coniunctione, 

5 quam vitam dicimus, ultra prefìxum terminum omnino tenere 
possimus; nec, dato quod prius possimus excutere, continget un- 
quam vitam ante finem dati temporis terminare, quid prodest 
fuga quam dicitis, cum, quoquo te verteris, non possis illum di- 
vine dispositionis et prcsdentie Dei terminum commutare? sed 

IO insurgent hi pavidi discursores, qui sibi non in Deo, sicut decet, 
sed in suis vanis erroribus salutem ponunt, et hec mecum con- 
festim reducentes ad calculum dicent me contra sensum et expe- 
rientiam disputare, nonne videmus, inquiunt illi, quod ex eis qui 
in loco pestis remanent ionge plures sine comparatione cadunt 

15 quam ex illls qui ad salubrem aerem confugerunt ? ego autem 
audacter affirmem, quod si cuncti qui remanserunt aufugissent, tot 
prorsus ex ipsorum numero et solos illos qui in peste decesserunt 
fuisse pcnitus moriiuros et illos ipsos, qui fugientes se gloriantur 



poicbè. come (e- 
stìficano le lanic 
Scritture, 



Dio ha stabilito 
ab eterno il ter- 
mine della vita <Q 
ciaicuD aomo. 



I 



Si obbtetterA 
forte dai saitcni. 
tori dell' oppotta 
•entenza 



che più muoiono 
lie' nmafcti che de' 
fuggitivi; 



ma fi risponde che 
»oli perdoD la vita 
qucUi che dove- 
vano laaciarU. 



t.ex] K et 6. T libro N' reca glosa sì poles dopo pcrtiiicre 8. N^ quod 

•ubdit IO. est] V esse 13. MgL N^ corrupt. cani. 14. N deb. lib. H' co- 

niunctionem 16. Mgl. hP V possumus \^ unq. cont. 17. N' dopo itrtnìoan dava 

•ed insurgent - discurM)rcs, che fu cassato. 18. Atgl. N^ R' fugam V dici» - quo 

klgl. vWxua 33. nonoc] N* R' nuoc 35. N' omette «d a6. Mg-I. R' Vrcman- 

•entat 37. ^fgl. dopo piaste interpola retnsnscmnt 28. Dopo qui MgL scrive fue- 

mnt ed omette poi fugientes - quiu 



(1) S. Greg. Moral lib. XII in lob cap. xiv, cap. n, ^93 in 0^0,1,986. 
Cotucdo Salutati, lì. '5 



226 



EPISTOLARIO 



La foga aunaue 
i senu vantaggio. 



Egli vide fpà cin- 
que pejtileiue ge- 
nerali ed una par- 
ticolare*, ni cercò 
mai di eri Urie. 



Meglio Mrebbe 
riconoscer nelle pc- 
■tilenzc la vendetta 
dirina e cercar di 
placarla; 



Cosi fece Eie- 
ehia, come atte- 
tuno a. Gregorio 

e a. Agoitino. 



et gaudent evasisse, eodem modo vivere, si mansissent. pauciores 
ex iilis pereunt, quia piurium dtes adhuc ad id temporis non 
venenim. 

Prodest igitur hoc tuum laudatum effugìum, non ut mors 
evitetur, si Immineat, sed si tunc temporis futura non est; non 
ut vivane qui fugìunt, quorum adhuc hora non venerit, sed ut 
aliter vivant, quanti autem hoc bonum sit, illi viderint qui fugam 
ìstam tam avide sequuntur et laudani, michi autem adeo parvi 
precii scraper fuit, quod cura iam quinque pestes generales eva- 
serim et unam particularem ^'\ nunquam tamen fugiendum duxe- 
rim, nunquam locum pestis adire recusaverim vel amicos ex tnorbis 
etiam pestiferis labormtes destiterim visitare; scraper hac fide plenus 
hacque sententia confisus, quod constituerit michi tcrminum Deus, 
qui preteriri non poterit ^'^, et quod me nec prius nec aliter evo- 
cabit, quani ab ipso fuerit ante secula destinatura. o quanto melius 
esset cogitare quod ignis, grando, fames et mors, hec omnia ad 
vindictam super iniquos creata sunt et recordari quod iustìtia li* 
berabit a morte f»\ converti ad Dominum et fiere super peccatis 
suis! nani et morti, non quara ab eterno providerat Deus, sed 
quam Ezechias rex raerebatur, sicut volt Gregorios (♦>, additi sunt 
quindecim anni, audivit enim Deus orationem eius et vidit la- 
crimas suas et sanavit eum^'X ve!, ut Aurelii sententiam refcram, 



5 



IO 



»5 



20 



I. ^ K dopo paudores aggiungono igilor >. V' qui ^. hP R' omettono hoc 

Mgl. V omettono tuam 5. si] N' R' sed 6. hfgt. omette ul dopo sed 8-9. N^ fMirri 
prec. *à, IO. N^ dux. fug. V fugiendam u-ia. S' et. ci morb. 13. A' deu( 

icnn. 17. quod] K quia 19,/?^ K prevìderat n. N' omette ^ani 



( I ) Pubblicando l'epistola dello Zani- 
beccari, a cui la presente risjfK>iide, 
il Ricacci rassegna al 1383; er- 
rore ch'egli avrebbe evitato se questo 
passo gli fosse venuto sotto gli occhi. 
Se infatti Li prima apparizione della 
peste nera in Italia data dall'anno 1 348, 
l'invasione del ijSj non può es- 
sere che la quarta» essendo essa stata 
preceduta da altre due « generali «, 
queUe degli anni ij6o-6} e IJ73-74- 
Cf. Corradi, Annuii dclU epidemU 



occorse in Italia, I, 188 sgg., 2l8» 
226, 2 j 3, 240. L'epidemia particolare, 
cui il S. allude» è fuor dì dubbio 
quella che imperversò a Viterbo nel- 
l'anno 1 369, già da lui ricordata nel- 
l'cp. XVIII del lib. V (p. 91 di que- 
sto volume). 

(2) loB, XIV, s. 

(3) Cf- Prov. X, 2. 

(4) S. Greg, Ioc. cit. e cf. Rig. IV, 

XX I . 

(5) Cf. Rég. IV, XX, 5. 



DI COLUCCIO SALUTATI. 227 

secundum quasdam futurorum causas morìturus erat Ezechias, cui 
Deus addidit quindecim annos ad vitam; id udque fadens quod 
ante consdtudonem mundi se facturum esse presciebat et in sua 
voluntate reservabat. non ergo id fecit quod futurum non erat ; 

f hoc enim magis erat futurum quod se facturum esse presciebat. nec 
tamen illi anni additi reae dicerentur, nisi ad aliquid adderentur 
quod se aliterjin aliis causis habuerat secundum aliquas igitur 
causas inferìores iam vitam finierat; secundum ilias autem, que 
sunt in Toluntate et presdentia Dei, qui ex etemitate noverat 

:o quid ilio tempore facturus erat, et hoc vere futurum erat, quia 
tane erat finiturus vitam quando finivit vitam. quia etsi oranti 
concessum est, etiam sic eum oraturum, ut tali orationi concedi 
opoiteret, ille utique presdebat, cuius presdentia falli nonpoterat; 
et ideo quod presdebat necessario futurum erat. 

15 Hcc Augustini verba ex sexto super Genesim ad ^ 2^/*2SÌ2 
litteram, capitulo tertio, transtuIiW; ut putes meum "•»>»*" wo»*- 
hoc, quod non rationabile propositum dids, et veritati et testibus 
opulentissimis subnixum esse, tu autem vale felix et mei memor. 
ego tui et vivus et hac resoluta copulatione mortalis et immor- 

> talis substantie, qua homo sum, michi crede, meminero. Florentie, 
quarto nonas sextilis. 

Tuus CoUutius Pieri cancellarius florentinus. 

4. tPBf factnram 5. V «r. mg. 7. ctud»] V tnids - ig. al. 9. V omette 
MfOit JI* DM cnt II. AP Tit. finit. la. «am] AP cura V ometle. iy.MfL 
N*m ai. MgL MstìtOU {$ie) sa. Affi. iV ^ omettono Ut 90tto*cri\ione. 

(i) S. AUG. Di Gmesi ad litUr. VI, cap. xvu, 28 in Opera, III, 5 s i* Nel cod. di 
ad si serviva il S.la suddivisione de* capitoli era diversa da quella delle sumpe. 



228 EPISTOLARIO 



XXIIII. 
Al medesimo (■>. 
[MgL e. 107 a; N\ c 113 a; R', c 16 b; R*, c. 122 b.] 

Eidem Peregrino. 
Firenze. j EPiDissiMAS mellifluoque semione redundantes epìstolas tius 5 

6 settembre 1390. I * ^ ^ "^ ' 

Ebbe u nu ri- ^ accepi, pcF quas adhuc in proposito perseverans, vir insignis, 
Kfenn'iu "en* ^atcr ct amìcc karissime, quod fìigiendum sit ex aere quem cor- 

tenzA che convenffft ••• ••••• 

fuggirai luoghi^- ruptio iQvasent, quo nos conservemus in vita, pertinaater assens 
et, vocads in medium rationìbus, profiterìs. de quo quidem p»- 
di*^oob.ttere'gu nimper loquar, ut hunc errorem, si tamen hs est credere te in w 
^'nnmò'^^JS. Splendore tam perspicue ac solide verìtatis errare, tibi, si possum, 
excutiam, teque in veri luminis clarìtatem mea oratìone perdu- 
cam. nam de ceterìs, in quibus tibi mecum nulla contentio 
€chlràarifiJtJ2Ì ^^^ superfluum esset, imo ridiculum, disputare, si tamen ad unum 
Sii'^S.^ ""**' *1^°*^ minus quam benigniter obicis, ante quam ad ista veniam, 15 
replicarim. inquis etenim, ut tua verba repetam: habes michi 
grates ex co quod non suscepisti nec sumere vis, ne, cura casus 
exegerit, in tuam patemam edem cum fide subintrem : alia ratio su- 
besse non potest. hoc verba tua sunt. que quam inepte posita fiie- 
rint, mecum paulisper adverte. dicis equìdem quod gratias egerim 2( 
ex eo quod non susceperim. ego autem non de suscepds, sed 
de oblatis retuli gratiam, sicut tue dilectioni tueque humanitati 
debite gratitudinis officio debebatur. sed unde subiunxeris quod 
iila nolim accipere ut, cum casus persuaserit, in meum domid- 

4. Così R'; N' /?' Eidem, ma in quest'ultimo precede alla presente un'epistola ià 
Capelli ; Mgl. Triplicatio ser Colucii ad ser Peregrinam super eadem materia ai. .V 

grat. ret. 

(i) All'epistola testé letta lo Zam- seminario di Foligno, ci a, e la pub* 

beccari rispose il 1 3 agosto con un'altra blichiamo integralmente neli* App. 

non breve, nella quale si sforzava di n. Villi. Questa indusse il S. nelli 

combattere i ragionamenti del S. Noi necessità di difender con nuovi argo- 

nc abbiamo rinvenuta una copia nel menti la sua tesi; al quale scopo è de- 

ms. già ricordato della biblioteca del dicata V epistola presente. 



DI COLUCCIO SALUTATI. 



229 



fon! 
tea IT. 



liutu non Jcclines, ego non vUeo. an amicide, que vlrtutum 
tum opinione tum admiratione contrahitur, modus est, quod qui 
donum recipere noluerìt, amico aichil impendere teneatur vel 
quo4 iile nichil petat nichilque recipiat ab amico, cuius fucrit 
oblatio recusata ? o perfecta ratio, non recipts ut non reddasl 
quid ìsruc, edam Inter avarissimos, periculi foret in presenti re- 
dpcrc quod, si requiruris, restituas in luturum? facilius auteni 
Vù forsaa arguerìm id ce obtulisse quod receptum iri non ere- 
dcrcs, qu:mi tu me rccusasse quo libi preci udatur aditus postu- 
landi. an ea que amicus dat vel offert amico co sunt quod ad 
stmi(Ì4 recipiens obligetur? absit quod hoc credasi absit inter 
nos, si te profìtearìs amicum, hec, licet incidcrint, ad oblìgationis 
vtocutum allegari. una est obligatio et obligationis causa: solus 
scilicet dilectionis affectus. hic, si verus est, qualem erga te r^ 



vera, tutu 



i.n.J' r 



15 coacept qualcmque spero te comitale me benignitatis erga me, SJ'u.i'^'jcJ'** ' '*"' 
liccc id non merear, concepisse, sic ambos composuit, sic nostra 
oorounicavic, quod tu sis ego necnon et ego sim tu; et que 
tua fìicram» non tua, sìcut erant, esse desierint, sed ex raea per- 
lam etiam inceperint esse tua; ut ego in bis que mea fue- 
l, hoc plus iuris acquisiverim, quod etiam ideo mea sunt, quo- 
lasn inceperint esse tua. uon offcras igitur quo mea sunt, et «^ Sò"e^**'"tl 
i ilHs non ulor, noli conqueri ; sed, ut mea, si placet, taliter con* ••"*• 

vaio, quod, cum clcgerim cumque necessitas aderii, te non 
'guam tnimis diiigentie quam oporteat habuisse. quod tunc 
15 solum fucurum est, cum ilia non coUocaverìs sicut decet. ego 
eoa hec, que io manibus meis sunt, conabor uliter conservare, 
quod oec iure potcris mordere collectas nec honeste reprehendere 
dispeosatas. et dcsinas de amico tuo, ne dicam tam turpiter, tam IJ^^,^^ •*""' 
tnhuinane sentire: ui amodo me quesisse vel quesiturum m po- 
to stcrum occasionem aut causam, qua tuis, que apud me fuerint, 
non utarìsy nec cogites nec scribas. hec satis. 




IL 



S. If* R* e*m opin. R* énvree dt qoi dà n\ 3. R* debettof , ma in margint te- 

t}. #^' obiifirì 17. R' corani un ieanl 19*3 1> Mf(l. omette ut - tiu 

^ Acqukierù» 11. ff' ripete qui dopo fuot per errar del copista, che accorto- 

A i kttifri con «■ v»o»l, /r parok ut «go - fuvmat 1$. Mgt. ut a;. H^ 

«9^ N* in poft. qoeiiu 30. R* ttiu R' tua 



350 



EPISTOLA,RIO 



Rhantt 0f« ■Ila 

roTcrtì* io- 
I fra loro; 



m Cois troTC ffÌ4 



« prìniA (litnoitra 
che non «i può Ure 
intorno «Irutilitl 
della fuga dai luo- 
ghi inietti deura 
eiperknza. 



Del retto ci non 
BC^ che utillti ci 
•ia, 

ma Wf tiene che la 
fiiea non vale ad 
evitare la morte. 



Nunc autem ad id quod io controversia nostra versatur ac-^H 
cedani. in qua materia primora ad illa que nobis obids que\-e^^ 
in arguraentum assumis, quantum visum fuerit esse necessarium 
respondebo. ais enim quod ex gratia tres ex meis liberìs tibi 
tradam, ut in experimcntum veniam, si submoti ab aere infccto 5 
melius quam degentes in sospitate solida servarcntur; nam tunc 
quod sermonibus colluaamur, experientia veram sententiam prò- 
tulisset. quibus verbis tuis pauca subiciam. offers etenim ex- 
perientiam que fieri non potest. nam quomodo scire possu- 
mus quod illi qui fugiunt, si remanerent, ut arguis, morituri io 
fuissent, cum simul nullo modo recedere valeani et remanere? 
quod si fortunam, ut ita ìoquar, aiiorum adducas, cum cuilibet 
sit sua periodus suaque natura, non potest hec experientia in- 
dicare; que, ut vere experientia sit, aut in eodem sumenda est 
aut in similibus taliter ostendenda, quod infallibile sit aliter ève- 15 
nire. unde, si cuncti qui remanent morereniur nullusque de fu- 
gienttbus deperiret, tunc posset experientia quam exigis allegari. 
sed, quia nec omnes ex liis decedunt nec ex illis cuncti salvantur, 
aliunde velim experientiam sumas, ut possis hanc tuam sive opi- 
nionem sive sententiam confinnare. coniectura quidem non est 20 
experientia; quanquam, ne me credas omnino quos allegas me- 
dicos non legisse, summus medicorum, de quo Macrobius testatus 
est, quod tam fallere quam falli nescìerit ('), non dubitaverit seri- 
bere : vita brevis, ars vero longa, tempus acutum, experimcntum 
fallax^*); ut etiam experientie, si qua tanti viri tibi videtur au- 25 
ctoritas, non adeo pertinaciter innitarìs, hoc tamen, ut alias 
scripsi, tibi et omnibus dechratum velim me nunquam conten- 
disse quod aerem infectum fugere non sit bonum ; sed id solum 
constanter asserere, quod cum stet sua cuique dies f*^, hoc ad 
evitandam moriem, quam cuilibet ab eterno Deus certo instanti i^ 



J 



I. Mgt. omette «utem 4. R' omette libms 5. N' ab aere inf. tobm. 6. R' 
•OBÌpiUte 7. N^ sent. vcram 8. JV* qffer R' enim io. /?' omette qaod 

II. iigl. yalettt 12. R^ R' quilibet 13. Mgt. pariodos so. R^ R' e»t non 13. MgL 
N* R* oeiciterU %6. MgL et fwr ut 17. /^ libi acripsl 



(i) Macrob. Comm, in Somn. Scip. I, 
VI, 64. 



(2) HiPPOCRATES, Apborìsms, t. 
(j) Cf. Verg. Aen. X. 467. 



DI COLUCCIO SALUTATI. 



231 



lemporis infallibiliter ordinavit, cuiusque voluncas, ut inquìt Aure- 

lius, rerum est necessitas ('), non prodesse, ex quo videre potes 

quam verum sic quod immediate subiungis: possumus enim, 

inquis, mala custodia et adverso regimine diem nobis prefixem 

5 breviare, si liberi arbitrii, ut tenendura est, nobis a primordio est 

^^evi concessa potestas, hec verba tua fuisse certus sum sine dubio 

^precognoscis. quam autem vera sint, vide; et quantum ad banc 

r materiam valeathoc vestrum liberum arbitrium, si placet, adver- 

tere, principio quìdem die, obsecro, diem a creatore nostro pre- 

|o fixum quibus potest creatura viribus breviare ? an aliquid ita 

variare potest mali eia vel fragilitas creature mortalis, quod illum 

etemura divini numinis lateat vel firustret intuitum? non cre- 

dam adeo te huius opitiionis errore vel ebrium vel deceptum, 

f quod hoc audeas affirmare. sed dices: quid igitur? non possum 

15 michi, sicut Cato sicutque Lucrctia, manum iniccre et future 

mortis tempora prevenire? potes, inquam, naturalis spacii ter- 

minum violenta morte rcfugcre et ad diem, in quam te natura 

ducere poterat, non venire, sed eteme et infallibilis providentie 

Pdieni nec prevenire vales ncc etiam pertransire. iam video te, 
ai fallor, de sententia eiectum; iam video te, velut attonitum, 
quantum erraveris intueri; nam, stante posinone tua, ccrrum erìt 
creaturam posse previdcntiam sui creatoris fallere; quod quam 
absurdum sit, m ipse considera, restai ut de vestri liberi arbitrii 
potentia disseram. prepara te, si placet, lumini veritatis, et men- 
25 tem fac parumper a sensi bus eleves, et que dicturus sum, non 
cursim, sed mature considerationis indagine ponderato, liberum 
arbitrium credo intelHgàs id quod diffiniunt voluntatis nostre lì- 
beram lacultatem. in quo fare, precor, est ista libertas arbitrii? 
certe in solo motu libere voluntatis. possumus etenim aliquid 



L'uomo non può 
infatti a. «ujt pO»U 
mutar itermìtiipre- 
•tablliti ftt proprio 
viver*. 



Né dò cantnA. 

ilice alla crcdetiza 
nel libero arbitrio. 



doè nella libera fa- 
coìii della voloniA 



3. Mgl. sìt Tcruni 4-5. N' brev. pref. 6. evi] R^ cui Mfl, fon 7. A//?"/, re- 
cognotces 8. .Kfgl. R' ndverte 9. /?' dopo diem aggiunge et 11. ^' dopo quod 
aggiunge per la. Mgl. R' vel lateat 16. Afgl. tempore 17. N^ qua 19-ao. R^ 
omette iam - eiectum ao. N' dciectum 33. N' R^ creatorem N' R' R^ scrivon pruden* 

LtUm ed omettono fallere 33. N^ R' per absurdum sit non danno che duna (ite) sit 

Ii4. N^ omette polentia 29. R' posuimus 



(i) S. AuG. De Gena, ad Utler. VI, xv in Opera, III, 3J0. 



232 



EPISTOLARIO 



Poiché quota fa- 
coItì t'esplica nel- 
l'atto volitivo i 



racntre l'effettu»- 
rion ticU'atto dì- 
pcnJc iU «lira (u> 
perìore potenu; 



non è tolta «quindi 
dall'immutabile iH- 
•poiixion divina la 
irbertA dell' arM- 
trio, che coD«i«ie 
nel volere o disvo- 
lere ciò che deve 
euere. 



velie vel nolle; potest et ipsa volumas ad aaum volendi vel no- 
lendì se libere terminare: facere autem quod volueris vel fugere 
quod non velis, alterius potentie est. non enim in tue volun- 
tatis arbitrio est quod araholes, quod persuadeas, quod loquaris: 
est eius potcntia quod ista veltt, non quod ista perfìciat. nam, 5 
llcet velis et ardentissime vclis, verbi gratia, persuadere, non suf- 
fictt nisi loquaris, ntsi necessarias ad hunc finem invenias, ordines 
et pronunties rationes. que quidem alterius tssQ potentie nullus 
poteSt, nisi desipiat, denegare, nam et ut ambules, spacium 
oportet habeas et pedes non taliter impeditos vel debiles, quod io 
in actum ambulandi non possis cxire. potcs igitur, ut ad prò- 
positum redeam, velie mori; sed quod moriaris ab alia necesse 
fit pendeat potestate. elidt itaque libere voluntas actum suum, 
qui est velie vel noUe. imperat et illos, quorum ipsa voluntas 
prindpìum est quique per potentias voluntati subditas explicantur; 15 
elicere perfecte totalitcr et per se potest, potest etiam imperare ; 
sed quod imperata fiant, licet absque voluntate movente fieri 
non possint, alterius est potentie, non libere voluntatìs. unus 
solus, Dei scilicet et hominum mediator, Christus lesos dicere 
potuit: potestà tem habeo ponendi animam meam et potestà- 20 
teni habeo itenim sumendi eam <^^ ; ut, stante necessitate rerum, 
quas immutabilis Dei voluntas ante secula decrevit esse fi.jtura5, 
non toilatur omnino libertas arbitrii; cuius est sola potcntia velie 
vel noUc quicquid contiogentia rerum exhibet vel neccssìtas etema 
producit. nullus enim rerum exitus, licet omnium mortalium 25 
voltmtat! contrarius sit, impedit liane, de qua fundamentum facis, 
arbitrii libertatera. sed inquis: que dementia est fulgura non 
virare? ego autem, ut de me loquar, vix formidare soleo has 
celi minas et mirandam hiulci fulminis potestatem. sed posito 
quod forLtiidem, doce me qua possìm illud ratìone virare, debeo 30 
ne stare vel fugere? quod si fugiendum censes, die in quam 



a. Mg^l, effugcre 9. N' decìpiat Mgl. omette et 13. M^'l. N' 6Ìt 14. Dopo 
ìllot MfL quos cancellato. 23. R^ per aoadà uo 24. Mffl. per exhibet dava exiget 
poi cancellato. a6. R' conirarìum 37. JV' dava Toluniatem corretto in libertatcm 

30. N' pouem 31. /?' omette die 



(1) lOHANN. X, 18. 



DI COLUCCrO SALUTATI. 



255 



partem, dexteram sinistramne declinem? an passum retraham? 
an procedam? an subterraneum fornicem adeain, sicut de Oaavio 
legitur(*\ et ipsum ad quinque pedum profunditatem immergi 
telluri faciam, quod referant aliqui, si Plinio credimus(»>, hanc 
5 aeris violentiam non posse terram altius penetrare ? o Peregrine 
mi, quot vidimus occurrcre fulminibus, cum fugerunt; quot illis 
non affici si steterint, et e contrai que ergo dementia est fulgura 
non virare? et ut subdis: ab ira Dei, quando nocentem popu- 
lum pestifera cede persequitur, se haud festiois gressibus elen- 
io gare? nulla prorsus; imo potius stultissimum est tìmerc quod inmiie dunque ii 

ttmcr quanto non 

non possis efiugere. sed video quod cura Deo ludas, qui putas èpo..ìbiiee7ime; 
eius iram evadere si recedas. an loco credis, non homìnibus, 
Deum iratum? an credis ipsum illum solum intercipere, quem 
in ìlio pestis loco reppererit, et alibi non pertingere sue maiestatis 
15 suique numinis potestatem ? o quanto prudentius et verius est 

dicere cum Psalmista : quo ibo a spiritu tuo et quo a facie tua p«!chi Dio « do. 

* * vunquc, 

iìigiara ? si ascenderò in celum,tu iliic es; sì desccndero ad infer- 
nuni, ades. si sumpsero pennas meas diluculo et habitavero in ex- 
tremis maris? etenim illuc manus tua deducet me et tenebit me 

20 dextera tua <J>. quanto melius erit non hec solum dicere, sed sen- 
tire l sed addis : in igne stabo, ut non ardeam ? non stabo profecto. 
cuncta quidem combustibilia comimpìt ignis: sed pestis omnes, 
ut cernimus, non extinguit; quanquam et Deus in camino ignis, 
succendiariis exustis, tres pucros sìne lesione salvarit f*^; ut vìdere 

2j possis has secundas causas penitus nichil posse, nisi quantum ej ogni Mcond^ 
causa prima permiserit, sine cuius concursu suspenditur omnis i"'. ""« pf*»»*. 
actio quarumcunque causarum. sed ulterius adicis: in igne stabo 
ut non ardeam et in putredine ut totum corpus infectione non 
vastem ? stare profecto videmus multos in aere, quem infectum 



1. Mgl. dextram /?' stnlstr? 6. R* dopo fugerunt per quot dà qood 7. hP ite* 
teril IO. N' annata 11. fP R' R' lauda» 13, R' omette ipsum 16. R' ibi 

17. /?' ia taf. 18. R' diliculo N^ habitabo aa. N' fa preceder cuncta da et 

84. MgLNR^ salTftvcrìi «5. aichìi] R' nisi 16. R^ carvx 28. «' « noti 

«9. N* inalt. vid. 



(t) SuETOK. Octav. Aug. XC. 
(2) Plin. Nat. hist. II, Lvi. 

Coluccio Salutati, IL 



(3) Psalm. CXXXVIII, 7- IO. 

(4) Cf. Dakiel, in, 19 sgg. 



2J4 



EPISTOLARIO 



Vien quindi t 
confutare Altri Ar- 
gomenti Tne««i tn- 
HAnxi dello Zam- 
beccar] culi' auto- 
ritil d'Avicenna e 
di Galeno, 



aSennando che an- 
che le medidne 
□on giovano, se 
non in quanto lia 
lecito vivere a chi 
as uaa. 



dicltis, incorruptos, incoIuDies, illesos. stctit et lob in sterqui- 
linio, percussus ulcere pessimo a pianta pedis usque ad verticem 
eius, radens testa saniem; et tamen vixit et com illa permit- 
tenti Deo placuìt teroiinare, sanavit illum. sed inquies: est 
tentare Deum in luctibus, si in iocunditate possumus, cornino 5 
rari, imo iocunda mundi querere Deum est rclinqucrc. huic 
autem tentationi, quam ponis, divinus tìbi respondeat C on clo- 
na tor; audi quid similiter sentientibus suggerat Sapiens: me- 
lius est, inquit, ire ad domum luctus quam ad domum convìvii. 
et subdit: in illa enim finis cunctorum adraonetur hominum et io 
vivens cogitat quid futurus sit (^\ quid autem in domo convivii, 
quid in alìis nostrarum iocunditatum conventibus cogitetiir, tibi re- 
rum hamm expertissimo iudicandum Unquo, 

Sed ad alia pcrgam,que refeitendi studio subiunxisti. allegas 
enim doctissimum medìcorum Avicennam, ubi videtur originem 15 
pestilentie vesttgare et qualiter concipiantur febres, quas asserunt 
pestilentes ^^\ de quibus qoidera tam sibi quam admirabili Ga- 
lieno, ubi de differentiis febrium agit libro primo sub speciali 
capitulo: de fé bri bus pesti lentiali bus ^'^ credendum 
de morbìs et ipsorum tam origine quam radice necnon de re- 20 
mediis prò bona valitudine reducenda preparandis censeo. ita 
tamen et ipsis et aliis credendum putem, quod nìchil plus vel 
aliter valere debeant medicine, quam ab eterno fuerit per rerum 
omnium opificem ordinamm, nec diem nostre mortis, quem ille 
previderit, esse possibile vel ante capere vel transire. verum- 
tamen, aim satis probabilius sit ordine nature et operatione 
naturali longe citius mixta corpora quam sìmplicìa debere cor- 
rumpi, sicut et in alia littera memini me scripsisse f*^, nesdo 
quid prosit iam infectos homines fugere, cum secum trahant 



I, N^ omelie et i-a. /2' sterquìlino j. Mgl. coadjMtOT corretto. 8. /?' ftcientibiu 
14. Mgl. tnbianxì 16. R' «ssesseroat 15. ette] Affi, fore 36. Mgl. ordiocm 



(1) EaU. VII, 3. 

(2) AviCENNAE De fàbribus tracta- 
tus /r. De fcbrib. pestilcn- 
tialib. tract. IV, cap, t-^ in De fé- 
bribus opus sani: aureum &c., Vcnetiis, 



MDLXXV!» ce. 93X^94 A. 

(}) Cl, Galeni De diffiretUiis fe- 
hrium, I, cap. vi in Opus cit. e. 8 b. 

(4) Cf. Tep. xxui di questo libro, 
p. 224. 



DI COLUCCIO SALUTATI. 



235 



corruptionem et morbi causam. sed esto qood prosit; non putes 
tamen illis aliquìd allatunim, qui cgrotaturi vel morituri sunt, 
quominos in id incidant quod ante tempora Deus previdit, quos 
est impossibile previsionis eterne seriem vel effugere vel vitare. 
5 omnia quidem que futura sunt ideo sic futura sunt, quia Deus 
illa previdit. et licet in secundìs causis ipsa per se conside- 
rata contingentia sint, coniuncta tamen providentie Dei, quod de 
necessitate futura sint, supposita Dei provìdentia, nullus po- 
lest qui recte quique catholice sentiat denegare <*>. sed quia 

*io subinfers medicinam, divinis legibus approbatam, quod tamen 
nusquam memini me legisse, precipere quod locum pestis fu- 
gere debeamus; velira libenter audire quis talis fuge sit auctor. 
nam Avicenna vel Galienus hoc ioter remedia morbi vel inter 
preservati onis Consilia, prelibatis maxime capitulis vel alibi, non 
15 scripseruDt. nec credam aliquem autenticum medicorum hoc re- 
medium vel suis prebuisse temporibus vel ctiam posteris reli- 
quisse; sive noluerint scribere quasi remedium quod non foret, 
sive pluris senserint esse momenti in aere, quo nutritus sis, ut 
vivas, quam in eodem aere nocumenti, qui infectionem conceperit, 

20 ut decedas; sive forsan optimi illi viri, qui salutem posteris poi- 
liciti sunt, nolueriot illa scribere que viderent lucnim medìcis non 
afFerre. dicis autem ad predestinatum fatura me recurrere; quod 
tamen me fecisse non recolo, si tamen appellatione fati summi 
Dei dJspositionem intelligas, licet cum Angustino corrigenduni 

25 censeam esse vocabulum W, teneo tamen, ingenua confessione, 
sententiam. quoniam hanc dispositionem cuncta regere cun- 
ctaque ab ipsius etemitatis infinitate nusquamque reperiendo prin- 
cipio, si catholice senserimus, ordinasse, sìne dubirationc tcncn- 
dum est. quod autem mirari videris et cornuto, sicut aiunt. 



Che v*i duoque 
«fuggir gli «ppe- 
lua »e • chi ftigge 
incoGDhe per dtvln 
gluduto la morte ? 



NegA poi che i 
medici consiglino 
U fuga come ri- 
medio efRcace con- 
tro la p««iilciua; 



ot fc eglt ha ricor- 
dalo il fato ha vo- 
luto intender altro 
all'infuori della di- 
vina provvidciua. 



7. ygl. dà la finale di alktrirom /■ rarura. N^ abbtumm 4. N^ poi»ibile 

7. R' omette sint e Dei 8. -V de per dei R' R* N' providentls 14. S^ ometU 

non iS-19. /?' omette quo - eodem 19. Mgl. omette eodem 30. R* decebis 

ai. R' noliterum MgL vìdcrunt 23. A^ sppellttionem 24. cum] R* eum 37. R^ 
nunqusmque 38. /?' censerìmua 



(1) Cf. le cpist. XX e XXI liei lib, V, pp. 107 e 115 sg. di questo volume. 

(2) S. AUG. Di civiL Dei, V, i. 



236 



EPISTOLARIO 



di Dio. 



paralogismo te credis arguendo concludere, si ad ìlla qiie de lìbero 
arbitrio supra dixi recurras, facile poteris et perspicua ratione 
co£*Imm "oei" dissolvere, nam, ut paulo ante retuli, stant sìmul infallibilis re- 
"ITek tKné rum necessitas, secundum ordinem prime cause et contingentia 
""hetutoiomà futurorum, si causas istas immediatas et proximas voloeris intueri. 5 
et posilo quod cuncta de necessitate proveniant et licet Deus in 
nobis et nobiscum operetur non solum posse, sed velie, nostrasque 
sine dubio moveat voluntates; stat tamen libertas arbitrii, quo 
possumus quecunque, sive necessaria sive voluntaria sint, tam velie 
quam nolle. potertt itaque tuus ille tyrannus, sì coniurationìs in io 
se conscium ceperit, interficere velie vel nolle; sicut et Herodes 
Christum interficere voluit, iubens cecidi tantam multitudinem 
puerorom ; licet interficere non potuerìt, matre cum puero atque 
Joseph in Egyptum, sicut legiturf'\ fugiente, nam et etiam 
gentilium princìpes fassi sunt imperium fatali necessitate con- 15 
tingere nec ipsum posse morte preripi, cum que de necessitate 
futura sunt nostris nequeant viribus impedìrl poterit itaque ty- 
rannus coniuratronis conscium vel auctorem, etiam si de neces- 
sitate legis eterne ab ipso perimendus sit, iuxta sue voluntatis 
arbitrium occìdere velie vel nolle. Decidere vero, sicut sepe di- 20 
ctum est, non arbitrii et voluntatis est, sed alterius potentie, que 
parere possit imperio voluntatis. 

Habes, ni faUor, dubitadonum tUvirum claram, si protervire 
non velis, perspicua solutione sententiam. videre potes ìgitur 
quod, cimi omnia, sive voluntaria dicas sive contingentia sive ne- 25 
cessaria sint, infallibilis ordinis eterne legis, hoc est divine pro- 
videntie serie, deducantur; ita quod, prout provisa sunt, omnìno 
futura sint nec possint aliter provenire quam in prima et immu- 
tabili causa ab etemo sunt ; vanum peniius esse quod sperant isti 
qui fugiunt, se unicum et probarissimura, ut aiunt, remedium in- 30 
venisse, quo possint imminentem ex peste mortem per mutatio- 



RiiMumc tutta 
U dimoitraxioite. 



a. R^ dfalìtnuft 7, JV veitras 9. R^ quocuque (tk) 11. R^ R' omettono et 

ia-13. S' pucr. mult. 16. fi' ft* illum N' R' R' prccipi R' omette cum 17. MgL. 
sint 19. R^ puniendut so. vero] iV^ velie 



(0 Cf. Matte. Ili, 13-15. 



DI COLUCCIO SALUTATI. 



237 



nem aeris evitare, seti dices: cur non idem de medictnis affir- 
tnas ? hoc idem autem edam super his iudicandum ceiiseo; nichil 
plus valere, scilicet, medicinas, quam ordine prime cause permit- 
tantur: parique rationc iubeo etiam, omni medicorum turba re- 

5 clamante, cunaos sine dubitatione tenere non posse medicinam 
prefixum a Dei providentia termioum prorogare; nec, etiamsi 
medicine peoims recusentur, properata morte posse statutos vite 
limites prevenire, hoc credo, hoc catholice et cum catholicis 
teneo ; et in hac non opinione, sed clarissime veritatis indubitata 

IO sententia et salubritatis et epidemie tempore me coosolor, sperans 
in ilio, a quo quidem taliter omnis creatura dependet, quod nìsi 
subtrahat illam infìuentiam, qua cuncta Constant uec possunt 
omaino non esse, quod de me et raeis ubicunque permanscrim 
ordinabit sicut est bonum in oculis suis; et quod ipsum cura 

15 non detinebit taliter universi, quod dici fas sit individuorum in 
ratione sui regiminis oblìvisd. vale felix et ser lulianum no- 
strum vice mea salutes et quantum in te est venereris et colas. 
iterum vale. Florentie, sexto septerabris. 

^m Post ordinatam lirteram, quam tibi mitro, recepì quandara 

^cpistolam sub nomine domini lohannis Namorati de Esculo, et 
video quodj quasi tu non sufEcias, pugiles submittìs, verum 
quia puto quod venerabilis vir sit, ne se putet superasse, cum victus 
sit per ista que replico, propediem ad submovenda que scribit 

i^paululum laborabo. ^'^ interim autem eum vice mea volo salutes. 



Ebbe \m lettera 
ili Giovanni [nna- 
morati, ■Ila quale 
rìfpoadtil irt bi«> 
ve. 



I. R^ erlt. ter. ma sopra ton tfgnì di tratposi\ìone. 2. Mgl. dà etiam in inter' 

tiwta, li. R^ in quo 13. R' pouint 14. R^ ordinavit 15. N' R^ I^ omtU 

tono in 16. N' Gìuliununi corretto. 18. R' omette iterum vale 19-34. Questa pò- 
1 manca in N' R^ R'. 



Cf. l'epistola seguente. 



238 



EPISTOLARIO 



Flreiue, 
Mltcmbre 1390. 

Si meraviglia 
ch'egli pure, ben- 
ché rieonoKA ch« 
Dio dispone ogni 
cou, ammetta ru- 
tiliti della fuga dai 
luof(hi, ove infurii 
la peste, 



XXV. 
A Giovanni Innamorati da Ascoli <'\ 

[Mgl e. IIOB.] 

Littera responsiva ser Colucii ad dontinum lohannem Namo- 
ratum de Esculo, 5 

ET tu quidem, vir insignis, doctor egregie, mìraris me scribere 
vel tenere fugisse locura in quo pcstis efferveat ad hoc non 
conferrc quod vivas, nec puro tamen, cum et Psalmistam alleges 
et Genesim, te non taliter de fideì nostre preceptis imbutum, 
quod ignores omnino Deura cunaa dtsponere et in aula sue io 
maiestatis, que totus mundus est, nichil fortuitum nicliOque inor- 



(i) Da famiglia cospicua fra le 
ascolane per antichità di sangue e 
per opere egregie nacque Giovanni 
Innamorati che, datosi allo studio del 
diritto canonico» vi consegui tale ri- 
putazione da essere chiamato a pro- 
fessarlo pubblicamente nello Studio 
bolognese. Ciò avvenne prima del 
1360, poiché in quell'anno a lui, del 
pari che ai suoi colleghi, era dall'AI- 
bomoz, venuto in possesso della città 
per la Chiesa, aumentato lo stipendio; 
V. Ghirardacci, op, cit. II, 250. Né 
da Bologna si allontanò più, sebbene 
in sua vece altri fossero eletti ad in- 
segnare, poiché il 26 settembre 1381 
egli presenziava insieme ad alquanti 
valentuomini la « pubblica licenza u 
ossia la laurea in gius canonico di 
Lorenzo Ridolfi (cf. cod. Panciattch. 
60-II, 6, ora 147, e. i b, dove il Ri- 
dolfi stesso serbò memoria del fatto); 
e là sua dimora in Bologna nove anni 
dopo ci è attestata dall'epistola pre- 
sente. Forse egli si era dato ad altre 
occupazioni in quegli anni; certo è 
che il suo nome non apparisce nei 



rotuU de' lettori legisti del 1384 e del 
1388, unici che rimangano del se- 
colo XIV : cf. Dallari, op. cit. I, 
3 sgg. Del 1398, se prestiamo fede 
al Mariotti, autore delle Uttere pitto- 
richt perugine (Perugia, 1788, p. 272, 
nota alla lett ne), egli insegnava in- 
vece nel ginnasio di Perugia. S. Ak- 
DREANTONELLi {Hiiior, Ascul^ Pata- 
vii, MDCLxxui, lib. IV, p. 130) aflFcrraa 
aver veduto de' suoi scritti giuridici; 
ed infatti alcuni suoi « Consilia » si leg- 
gono nel cod. Magliab. ci. XXIX, 172, 
e. 128. G. Cantalamessa (Memorie 
intorno i Utter. t gii artisti dellti città di 
Ascoli nel Piceno, Ascoli, mdcccxxx, 
p. 76) nulla aggiunge a questi magri 
ragguagli sul proprio concittadino. 

Come r Innamorati entrasse in car- 
teggio col S. risulta dal poscritto al- 
l'epistola precedente. Esso ci ap- 
prende che, amico dello Zambeccari e 
da costui informato della polemica che 
sosteneva col cancelliere fiorentino, 
volle entrar ei pure in Uzza con un'e- 
pìstob, conservatad dal cod. Magli.ib, 
e da noi pubblicata nell'App. u. Villi. 



DI COLUCCIO SALUTATI. 



159 



dioacum temere fiuctuaie. oam, cum ita cuncta Deus ab eterno 
prevìderìc, sjcut evenenmt et sicot eveniunt et omnino sìoit 
futura siint, quis audeai affinnare quod contra talem ordìoatìo- 
nem possit aliquid efficere aeatura? an fofte putis cogititb* 
5 oibus seu operationibus posse peifungi qtdoquam» quod non fuerìt 
in senatu supreme cause, que quìdem est infollibilis, ordtnatum ? 
an putas evenms rerum sub condick>ne et non detcrminate fòre 
prevìsos, ut, verbi gratia, previderit Deus Peregrinum nostrum, 
si manserit in tali armo Bononie, ubi sit pestis, moriturum, 
IO si autem se Faventiam contulerit, evasurum ? <•'* an non potius 
dicendum est Deum etemaliter vìdisse et statuisse Peregrinum 
eo anno, de quo sermo sit, iturum Favendam, et nec ibi nec 
alibi moriturum? sed redpiatur ista cui faves opinio: solum 
sit remedium ex aere pestilenti, sicut dicis, eàiigere et, quoniam 
15 naturaliter insitura est cuique non solum prolis, ut tu ipse testaris, 
sed edam sui ipsius conservandi dilecdo et cura, fac omnes hoc 
consilium sequi, relinquere patriam et alibi salutem petere quam 
in patria non sperent vi pesrilentie conservare, fac, inquam, hoc 
metu cunctos relinquere patriam: quorsum est hec vestra caudo, 
20 quam tot afficitis laudibus, evasura ? nescio si fas sit commen- 
dare singulos id facientes quod, si universi facere vellont, nec 
consulcres nec laudares. forte recdus conduderetur minus licere 
singulos quod non foret licitum universis, quam e contra licltum 
omnibus quod in singulis commendaris. 

Sed scrìbis novum hoc in me quem omnes predicant appa- 
rere. et subdis: allegas auctoritates sanctorum, que forenses 
sunt, nec inferunt id quod voles, te autem admiror, vir scien- 
tifice, quod cum raichi tantum tribuas quantum scio michi penitus 
non deberi, immediate redarguas auctoritates quas allegaverim id 
quod voluerim quodque teneam non inferre. adhuc alium non 
repperi qui tali a nobis obiceret litteris vel sermone, veliera autem 
illa que dìcis a te non negatione simplici, sed probadonibus et 

5. Cod. omettt non 8. Cod. dà quod dopo gratis 15. Cod. per tu ipse dà turpe 
JS. Cod. qu?» , mj /'s cancellato. 



ntmfnuMnmM 



)U,serc«!iii«!Bi« 
foste util« per cam* 
fétt Utìu fallir 
iai loofUiMbnl, 



e nmi ti allonta» 
■Maero éaiU pa- 
tria lora« 



ilt ^uatc uciflU di* 
mT«bb« il fug- 
gire? 



Si maraviglia pd 
che l' IwuuBonii 
giiuticU fuor di 
pfopct\%o 1 paaal 
de*S* P«drtialMÌ 
.Ikurati. 



(i) CL Tep. xxin di questo libro, p. 221. 



240 



EPISTOLARIO 



veris expositionibus edoceri. ostende te parumper ; crede michJ, 
non invcnies me, sìcut arbitrari videris, impertinenter aut adeo 
hec pueriliter allegasse, quod non concludant et non inferant quod 
intendo, sed rationem requiris. an non vides, quod et ego pre- 
sopposui, non stare cum opinione quam defenditis prescientiam 5 
futurorum ? an forte de numero illorum es, qui dicunt in corde 
suo : non est Deus ? ^'^ an Deuni cecum et nichil extra se co- 
gnoscentem, qualem impietas Aristotelica prebuit, arbitraris ? si 
talìs es, iam tecum nolim ukerius disputare; nam, ut ìnquit Au- 
rclìus Augustinus, et confiteri esse Dcum et negare prescium futu- 10 
rorum apertissima insania est (">. sed responde, precor : cur illas 
auctoritates asseris esse forenses? an forenses, quia extranee? 
forte tibi extranee sunt; sed rerum talium studiosis nedum dome- 
<Binoitr*roppor- stìce, scd firmissimum ipsìus verìtads oraculum sunt vis videre 

luniià delle tue ci- ^ ^ 

tAiioni, adduccndo gì prcfatl doctores hoc quod astino sentiunt et concludunt? lege, 15 

uo luogo di «.Tom- * * o ' -' 

«rTe/Mfera.*"" ^^ pl^cct, Expositioucm sancti Thome de Aquino, quam lu- 
culentissimam edidit super lob. invenies super illud verbum : 
constituisti terminos eius qui preteriri non poteruntf'>; in quo 
fundata est Gregorii auctoritas, in ista forma, videlicet: divina, 
inquìt ille, dispositio non fallitur; unde hominem vel diutius vel 20 
minus vivere quam divina dispositio habct est impossibile, licet 
hominem nunc vel primo mori sit contingens, sì in se conside- 
retur. sunt autem et termini hiimane vite prestìtuti ex aliquibus 
corporalibus causisi puta ex complexione vel aliquo huiusmodi, 
ultra quos vita hominis protendi non potest, quanvis deficere 25 
possit ex aliqua accidentali causa, sed terminos prestitutos se- 
cundum divinam providentiam sub qua omnia cadunt nec in plus 
nec in minus potest vita homiois excedere. hec ille (♦>. nunc 
et tibi, sicut et Peregrino scripsi, permitto glosare. si potes vel 
si potestis tanmm mentem e sensibus elevare, fateamini libere 50 
vos ista non posse refellere. 

as. Cod. prestiti 34» Cod. omette modi a6. Cod. prestitos 



CO Cf. Psalm. LXm, i, 
(2) Cf. S. AuR. AuG. De civit. Dei, 
V, tx. 
'(3)'loB, XIV, 5. 



(4) D. Thomae AauiNATis In U- 
bntm B. Ioì> txposìth &c., Romae, 
MDLXii, ap. P. Manutium Aldi F., 
cap. XIII, lectio xi, p. 180. 



DI COLUCCIO SALUTATI. 



241 



Sed inquis: sicut conversano mores, sic et corpora inficit. M""-» <^'y^»- 

* ' '^ ptrte come il tuo 

quid, si tibi negavero primam partera ? at subdis, oon rarioni, sed ^^^rjiJxoua'a^o 
auaoritati subnixus : audi regem psalinigraphura sic aientem : ***' s*i«no, 
cum viro innoceote innocens eris et cum perverso perveneris. 
5 scio Prophetam psalmo decimoseptimo, imo Spiritum 
Sanctum per David, Inter alia in Dei laudem inionuisse: cum 
sancto sanctus eris et cura viro innocente innocens eris et cura 
electo clectus eris et cum perverso perveneris (*). sed noli michi e « tragga dedu- 

** * zioai f«U« ed loop- 

Scripturas sanctas, ut tibi placeas, ad sensus retrahere repugnantes. portw», 
IO illa quidem non de humane conversatioois effectu dieta sunt, sed 
in Dei laudem, sicut et totus psalmus, specialiter dedicata; nam 
in commendati onera divine gratie, que in nobìs omnia bona sine 
dubio cooperatur, inquit David: cum sancto sanctus eris; hoc est: 
alios sanctificas gratia, quia tu sanctus es natura; et eodem modo 

15 cetera que sequuntor, notans nunquam afFectibus nostre bone 
voluntatis deesse gratiam creatoris. quod autem dixit: et cum 
perverso perveneris, habet alia translatio:et perversum per- 
venes('): unde, sicut Deus cum bonis operatur bona, quia bonus 
est, sic cum malis quodara quasi modo pervcrtitur, pcrmittendo 

20 propter ipsorum culpam quod ad deteriora labantur, vel perversos 
pervertit, quia, sicut inquit Apostolus, cuius vult miseretur et quem 
vuli indurat^J^; miseretur enim boni tate misericordie, sed ìndurat 
equitate iusticie; ut ille gratis electus sit, iste prò mentis repro- 
batus, quare autem Deus huius misereatur et illom induret, non 

25 est humane fragilitatis inquirere, que non potest ad altitudinem 
coniunctionis misericordie et iusticie Dei, cuius voluntatì quis 
resistei, cuique quis est homo qui respondeat? pervenire, non 
temere igitur alleges michi dìvinarum Scripturarum oracula, nisi 



(1) Psaìm, H, XVII, 26-17. 

(2) Non so di quale versione si sìa 
giovato qui il S., perchè il versetto, 
com'egli io riferisce, non risponde a 
verun testo conosciuto. La vetus 
italica reca infatti « et cum perverso 
« subverteris » ; ci. Sabatier, DibUor, 
sacror. laiinae versionts aniiquat &c., 
Remis, MDCcxim, IIv 35 ; quella con- 

Cohtccio Salutati, II. 



dotta da san Gerolamo sul testo e- 
braico ha : « et cura perverso pcrver- 
« tes » ; cf. E. Nestle, Psalterium tu' 
tragìottum &c., Tubìngae, mdccclxxix, 
p. 16; e ncppur nelle citazioni che ì 
Santi Padri ban fatto del versetto, rac- 
colte dal Sabatier, loc. cit., trovo a 
questa del S. un riscontro, 
(j) Paul. Ad Rom. IX, 18. 

x6 



242 



EPISTOLARIO 



IO 



prius piene discusseris quaìiter sint secundum rectam intelligcn- 
tiam his que cogitaveris appUcanda. non quod negera conver- 
sationem corrumpere mores, qui legerioi apud Apostolum: cor- 
rumpunt mores bonos colloquia prava (•^; quique ex Sapieotìe 
libro didicerim quod depriniat terrena inhabitatio sensum multa 
cogitantem ^^K certus ctenira sum quod si unum cogitaremus et 
non multa, cura Propheta diceremus: cum his qui oderunt pacem 
eram pacificus; cum loquebar illis impugnabant me gratis (J); et 
in altum suspiraremus : heu michi, quìa incolatus meus prolon- 
gatus est! habitavi cum habitantibus Cedar*-'»^ hoc est merorem 
et tenebras <5^; et exiiii atque peregri n a tionis longitudinem abhor- 
rentes diceremus: multum incola fuit anima mea<^. nec esset 
nobis tanta de anime custodia in hoc mundo cupiditas, remini- 
scentibus quod, teste Ventate, qui odit animam suam in hoc 
mundo in vitam eternam custodit eam <7^. sed ego verba iacto. 15 
tu autem post sensum ambulans nescio etiam si dum legis ìsta, non 
credis. ego autem scribens et ad cor reversus credo, sed in coq- 
suetudinem versus vix me retineo quin relabar. hanc autem sen- 
tentiam sic amplexus sum, quod nerao me ab illa hucusquc divellìt. 
Sed ad illud Castrum pulcenrimum, quod secus Idrontum in 20 

«rcomentì dedotti , , , . , , 

diìrMpeneni|i;co. Adriatico Httore situm est, in quo asseris perpetuam pestilentiam 
«rTronio. ^'*'** cssc, Tecursum habens, duo depromis exempla<*). unum ex te, 
quod, cum iiluc appulisses, vix sumpto prandio, tant.ini ex aspectu 
fedissimo accepisti tristiciam, recessisti. refers et illum opti- 
mum civem Esculanum, dura nescio de qua legatione rediret, 25 
ibidem unica diversione mortis causam concepisse ^9), de quo 
quidem quid aliud refcram quam logìcum esse de singularibus 



e combitw altri 
«rcomentì dedotti 



37. Cod. longinquum 



(i) Paul. I M Cor.XV, 55; ma 
il testo « mala »». 

(2) Cf. Lib. Sap. IX, 15. 

(3) Psalm. CXIX, 7. 

(4) Psalm. CXIX, 5, 

(5) Cf. Balbi. Calhoìkon, De C 
ante H:« Itera Cedar fuit fili US Ismael 
« et interprctatur tenebras vel mcror ». 



(6) Psalm. CXIX, 6. 

(7) lOHANN. XII, 25. 

(8) Allude a Civita Tomacchiara, 
di cui neirepìsiob sua V Innamorati 
descrìve la triste e malsana situa- 
zione. 

(9) Nello Guiderocchi, per cui cf. le 
note alla epistola sopracitata. 



DI COLUCCIO SALUTATI. 



243 



ad universalia non procedere rationem ? nam, licet Alexander 
devicerit Orontem<*>, non potest inferri cunctos homines id fecisse. 
quod sì talibus moveiis exemplis, cur non potius ad te et tuos et 
ad eiusdem viri socios, qui recessistis incolumes, te convertis? 

5 cur et Esculum tuura, antiquissimara civitatem, quia quotquot 
geauerit aut iam amiserit aut mox sit sino dubio perJiturura, 
non refugis, non evitas ? cur ad ipsura mare, quod tain crebris 
naufragiis et tam irremediabili periculo et adco nisti genere mortis 
navigantes perdit, tu ipse, si tantus tibi interitus timor aderat, 

10 intravisti? cur et ferme totum mortalium genus ìllud navigare 
non refugit? adducis exemplum unius, ut periculr cunctos ad- 
moneas, et longe plurium, quorum successus securitatem polli- 
centur, nec aspicis nec allegas. et demum me divine Scripture 
tonitnio edoccs et deterres, asserena quod Loth iustus Pentnpolira 

15 Sodomitarum refugit, ut salvus 6eret. ego autem ipsum fugien- l„^^*^/£*'J','„^„' 
tem nunquam legi, quanvis admonitum ab angelis quod se sai- s^'Jo'^^^^ìnS 
varet in moniem, quibus prò nocturne defensionis miracolo, cum 
oranes improbos illos cives acrisia, hoc est avidentia, percus- 
sisseot, sine dubitationìs scrupulo credere debuisset; sed piane, 

20 fateor, dissimulante Loth exire, apprehensum eum ab aogelis et 
eductum fuisse cum uxore et filiiibus extra civitatem <*\ sed quis 
Deus, qui angeli, qui etiam auctores medicine vos iubent urbera 
relinquere, in qua sit pestis ? imperat vobis hoc vestcr timor, 
non Deus, non Dei nuncius, non aliqua ratio, qua concludere 

25 possitis vos hac fuga mortis eventum seu periculum vel cffugere 
vel fugisse. 

Sed die, obsecro, quoniam lerusalem pestis invasit tempore fo!S||on°/aeirl" 
David regis, die, obsecro, legisne ipsum, sicui vos consulitis, au- X adl*"*""^*"' 
fugisse; an prò salute popoli victimas obtulit .itque pacifica, quibus 

30 sedari pestilentiam impetravit?<J) o mi lohannes, crede michi: 
vobis et omnibus, qui credunt idem, hoc non revelasse Deum 
nec aliquam concludere rationem; sed alìquem immundorum 



a. Cod, Orioatcm 



5. CoJ. cum 



(i) 11 prefeuo di Dario Istaspe; 
cf. Val. Max VI, re, ext. 5. 



(2) Cf Gai. XIX, ed i vv. 12-17. 

(3) Cf. IVReg. XXIV, 14-17- 



244 EPISTOLARIO 



spirìtuum id suasisse, quo, reliao Deo, spem in aliud apponatis, 
et ut dediscant ornnes Deum cuncta regere et impossibile fore, 
sicut est, sue ordinationis seriem declinare, vale Felix et per- 
suade tibi me te diligere, licet invisum. et utinam me diligas, 
licet indignum! datum &c. 



LIBRO SETTIMO. 



I. 

A SER Antonio da Cortona (*\ 

[L*, e. 102 A.] 

Eloquenti viro ser Authonio de Cortona cancellano lucano. 

ViR insignis, frater optime et araìce karissime. recepì litteras ^''^'.•'"•• 
tuas, que me contrariis passionibus affeccrunt. iilamm etcnìm u ma lette» 
prima particula leticiam attubt videndo, testmionio tuo, viros vir- e tristM«. 



(i) È questi fuor di dubbio lì « le> 
« pido giovine », che nell'estate del 
i}8} ebbe da Benvenuto da Imola l'in- 
carico di presentare al S. il saggio 
del suo Commento dantesco (cf. lib. V, 
ep. XV, p, 76 di questo voJumc). Giu- 
dice e notaio, il Cortonese tornava forse 
in Toscana dopo aver seguito nel- 
rEmilta ovvero in Lombardia qualche 
podestà; che tale fosse infatti la sua 
professione si rileva da certa lettera, 
senza data d'anno, ma anteriore, credo, 
al 1385, che Francesco di Ceccarello 
da Gubbio scrivea da Pistoia a Do- 
nato Acciaiuoli ; et Vene costà a Fio- 
■ rcnza uno che se chiama messcr 
9 Antonio da Cortona, lo quale ò stato 
« qui in ufficio con messer lo podestà 
«per suo iudice ale civili et i auto 
« assai hofnojre. à molto pregato 
« eh' io ve scriva, però eh* egli à 
« grande animo da avere la vostra 



n amistà ; e parrae non avendo nulo 
«avuto coloquìo con voi, ch'elio vi 
« porti singulare amore » ; cod. Laur. 
Ashburn. 1830, Ins. IV. La sua so- 
lerzia doveva trovar presto un degno 
compenso: nell'adunanza del Consi- 
glio generale del comune di Lucca, 
tenuta l'S dicembre 1385, ser Antonio 
Cristofori da Cortona era infatti eletto 
e nominato cancelliere degli anziani 
per il tempo d*un anno a cominciar 
dal t^ del venturo gennaio; nel qual 
giorno « iuravit officium » nelle mani 
del gonfaloniere, come rilevasi da una 
postilla scritta a margine del delibe- 
rato suddetto ; Arch. di Stato in Lucca, 
Ccns.gen. 1384-85, n. 15, Ed in sif- 
fatto ufficio durò poi lunghi anni, 
come attestano le riformagionì pub- 
bliche, dove son consegnate le sue 
conferme; l'ultima delle quali fu de- 
liberata nell'adunanza del Consiglio 




24^ 



EPISTOLARIO 



Leridi, p«rcti( 
ricevette preghiera 
de tui (li juutarc 
persona meritcrole 
d'onore; 



il che ri affretta a 
fare. 



scrivendo ailoZam* 
beccari, 



perche •' adoperi 
con altri amici, 
in acrvieio del 
racco tn andato; 



tutibus egregios isric crescere, tcque parviutem mei favoris in 
ipsorum promotionibus implorare, miuimam quidem satisfactio- 
nem maximi debiti, nam, licet quicquid opere vel sermone 
posstm accumulerà, ut alicuius honoris fructus virtuosis, quorum 
utiiiam tanta non esset raritas! impcndatur; adhuc tamen me 5 
non arbitrer huius obligationis nexibus absolutum. nam cum tali- 
ter proximo obligemur, quod nosmet non magis diligere ad eteme 
beati tudinis gloriam debeamus, quanto magis obligati reddimur 
virtuosis? faciam igimr quod iubes, et ingentis instar micbi mu- 
neris erit amico tuo posse prodesse posseque in suis honoribus IO 
favoris aliquid exhibere. et ob id tìbi mitto litterelam unam ad 
Perègrinura meum, quem ab esperto cognovi vota mea multifa- 
cere; et cenus sum ipsum hoc negocium totis viribus promo- 
turum f'I ipse etiam cognoscit amicos et dominos meos, quibus 
iuxta scripta per me opportunius loquetur et utilius quam ego 15 
scribere possem. nollem enini, cum favorem adipisci quercrem, 
occasionera dare impedimenti ; solent naraque qui procurationera 
aliam habent in votis, cum aliunde rogantur, ne intentioni sue 



generale il 29 dicembre 1399 e fatta» 
come di consueto, per un anno. Tro- 
vasi pure Antonio notato fra i can- 
cellieri del comune nelle mandaiorie 
del camarlingo maggiore ; e nella fìlia 
delle lettere originali IJ70-1400, An- 
liuni al kmpo della libertà, nn, 439» 
440, 441, n'esistono alcune sue, indi- 
rizzate al gonfaloniere di Lucca «« do- 
« mino suo », e datale da Firenze, ad 
eccezion d'una scritta da Pescia, degli 
anni 1594, 95, 97 e 98. Concernali 
desse una missione affidatagli dalla 
repubblica. Del 1400 si perde ogni 
traccia di lui ; e quindi è lecito dubi- 
tare di' egli morisse della peste, la 
quale menò allora strage in Lucca, 
ovvero s'allontanasse da questa città 
e da' pubblici ulUici in causa del mu- 
tamento del governo avvenuto nel 
novembre dello stesso anno e del- 
l'assunzione di Paolo Guinigi al su- 
premo potere. 



Dell' ingegno di Antonio fa il S.» 
e qui ed altrove, molte lodi. A noi 
mancano adesso i modi di accertarci 
se fossero meritate, perchè non pos- 
sediamo del Cortonese se non un'e- 
pistola latina di poco conto diretta 
ad un Angelo da Camerino che l'avea 
richiesto d'amicizia (cod. Laur.-Strozz. 
92, e. 22 a; cf. Bandini, Catal bibl. 
Leop. Laur. II, col. 427) e quindici 
versi, pur latini, che servivano di chiusa 
ad altra sua lettera andata perduta; 
cod. Corsiniano jj, E, 2j, e. 75 a: 
« Quidam Antonius Cortonigcna ad 
e loh. de Camporotundo in fine epi- 
« stole >». 

Intorno alla data ed all'occasione 
in cui la presente fu scritta veggansi 
le note alla seguente che di essa è 
complemento, 

(i) Cioè la elezione dell' Anguilli, 
della quale si tratta neirepistola allo 
Zarabeccari che tien dietro a questa. 



DI COLUCCIO SALUTATI. 



247 



difEcuIcas aut impediraentum generetur, alterms procurationis 
ordinem, quesitis coloribus, perturbare, quod quidem de Pere- 
grino nostro non vercor. 

Secunda vero portio littere tue in indignationem taliter me 
commovit, quod difScillimum tibi sit credere, mìchi vero prorsus 
inapossibile verbo vel litteris explicarc. quid enim est videre 
quod tanti vir intellectus tantique studii ad adversitatem sibi 
ascribat egrotasse cum coniuge, cum liberatus sit, cum Dei, sìcut 
inquis, munere te gaudeas evasisse? vide quantum sententìa a 

IO sententia distet. ego feliciores egrotantes arbitror esse qiiam 
sanos. miraris fonasse quod dico, et iterum audacter afìirmein 
quod quanto gravius egrotamus, dummodo restet bona cum mente 
discretio, tanto feliciores sumus; tunc etenim nostre fragilitatis 
adraoniti, nos ipsos excutimus deque nostro iudicio cogitamus; 

15 tane ad Deum revertimur; tunc super nostrls flagiciis et impie- 
tatibus afflictaraur; quod qualiter faciamus sani qualiterque cogi- 
temus, cum sìnius ìncolunies, tu ipse testis esto. i nuiic, et 
infirmitatem illam inter adversa repone, cum Deo per compun- 
ctionem, per spem atque per fidem propinquus eras. ego autem id 

20 temporis et screnissinium et fclicissimum futsse iudico; quantoque 
magis portts Inferi tibimet videbaris appropinquasse, tanto felicior 
eras. unum autem cum stomaco legt, ubi, videlicet, ais: mo- 
riebar non libenter, fateor, duorum filiolorum solo respectu, qui 
supererant; quorum unus, quanto te tempore cariturus erat, iam 

25 admonitus es, quamque cito potuerit alter carere, si non desipis, 
vides. o mens ceca mortali um 1 ergo, te Deo evocante, recedebas 
invitus, quia parvuli filii tibi supererant, quasi forct, te subiate 
de medio, illis etiam Dei subsidium defuturum ? crede michi, 
si te et tuos non reponis in Deo, si non iudicas vanum esse pre- 

30 sidium mortalibus apud mortales, nec tibi bene cum mundo con- 
venit nec cum Deo. sed puerum miri ìntellecms tanteque ma- 
gnitudinis, ut decem et octo menses preterisse videretur, cum 
nondum novem complevisset, adeo te doles post paululum ami- 



trittezzi poi, per- 
chè Antonio tiima 
gr*vedii2razì« l'in- 
fermiti la Jui in- 
iieme lila moglie 
soBtTU, 



(iiundo giudicar 
dovrebbe più fe- 
tidi invece gli «m- 
tnalati che i Mni, 



*e ritornitio ■ Dio 
e si pcnUno de' 
propri errori. 



Né doveva an- 
gosciarlo il pen- 
siero de' figli; 



chi Dio avrebbe 
loro provveduto. 



Coti pure la per- 
dita del (UO ìux- 
ciullìno, dì cui 
tanto si duole, 



7. Cod. omette «d innanzi a adv. 
dere • decic^s 



20. Cod. sereaiMtmi et feliciasimi 35. Cod. ca< 



348 



EPISTOLARIO 



Aa non rbveidr 
conforto vemao. 



inoiira eh' egli è 
troppo dedito «i 
(cnsl. 



L' 'uomo non 
deve porre eifetio 
che io Dio, né 

rara in «Uri 
In hi colo; 



ritorni dunque col 
cuore e lui, ne 
mediti 1' onnipo- 
tensA, 



e ti versogneri 
delle tue tn|iu»e 
i]uexele, 



sisse, qiiod, ut tcstaris, in te parum vel nichil possit rario, nichil 
aiiiicorum hortationes, nichil studìum, nichil lectio; sed feceris 
arma tua geraitum et dolorein. o male tccum compositam men- 
tem, o fragilem animi tui statum! ergo inter tot consolationis 
presidia, scilicec atoicos, kctionem et studia, te casus unus, quan- 5 
tecunque fuerit acerbitatis, prostravit et vicit! exegisseni a te ma- 
iorem animi constantiam; et tu ipse tibi, studiis tuis et ipsi Deo, 
qui te tanti fecit Intellectus, longe maiorem mentis fortitudinem 
debuisti. nimis deditus es sensibus. nunquamne eum, cum 
lam sepe domura ipsius solo videndi desiderio veniebas, tecum io 
cogitasti mortatcm ? o stulte, cur in ipso tantum spei posueras ? 
nonne, sicut decet tantum virum, divinum illud oraculum prò- 
ponebas: maledictus homo qui confidit in homine ?('^ una debet 
esse spes nostra, que nunquam deserit, nisi deseratur, que nun- 
quam decipit, nunquam petit, hec est creator noster, redemptor 15 
noster, gubemator et rector noster Deus, in quo nunquam frustra 
reposite sunt spes et preccs. si hoc unum, de quo Christus inqiiit: 
porro unum est necessarium ^'\ cogitares et non, sicut Martha, tur- 
bareris erga plurima (J>, non deprìmeret, crede michì, terrena inha- 
bitatio sensum multa cogitantem ^*\ cogitas autem filium, cogìtas 20 
domum, cogitas familiam, et dcnìque multa cogìtas. non ergo 
mirum si deprimitur scnsus tuus; si fragilis, de fragilibus cogi- 
tans, fragili ter stcmeris; si a consolatore Deo discedes et de ipso 
non cogitans minime consolaris. erige te panimper; eleva, si 
potes, oculos a terrenis; redi tota mente in creatorem tuum; co- 25 
gita maiestatem eius; cogita omnipotentiam, sapientiam, bonita- 
tem ; cogita tecum quod cuncta faciens est, cuncta regens et cuncta 
disponens; et aude, si potes, in conspectu glorie sue et ìllius 
infinite sapientìe atque bonitatis presentia aliquid de sue dispo- 
sitionis serie reprchendere vel mutare, credo si sic te compo- 30 
sueris, si sic tuam mentem elevaveris, quod te pudebit vel de tua 
infirmitate, vel coniugis egrotatione, vel fìiii morte quomodolibet 



23-23. ^0^' cogita» 



(i) Ierem. XVII, j. 
(2) Lue. X, 42. 



(5) lOHANN. XXX« 41. 

(4) Lib, Sap. IX, 1$. 



DI COLUCCIO SALUTATI. 



249 



IO 



doluisse; et consentiens incomparabili illi sapientie et bonitati te 
iodicabis insipientem et nedum non bonum, sed malum, qui 
plos volueris illa sapientia sapere; qui etiam tibi malum fore 
duxeris id quod infinita bonitas ordinavit ; videbisque te de fìlio tuo 
5 tam stulte quam maligne sentire, qui desideres eum, cum a patre 
carnali discesserit ad spirituakm fueritque de corruptibilibus ad 
eterna translatus. 

Vellem autem illum tibi Deus, sicut omnipotens est, vìvum 
redderet, non 

Securos latìces et longa oblivia potum CO, 
sed glorie sue memorem et humane frafriìitatis miseriam cogno- 
scentem, nonne lecum, qui sue vocationis fuisses auctor, irasce- 
retur atque doleret, qui statura eius tue sensualitatis affectibus de 
quiete desiderabili ad fugiendam hanc ìnquìetudìnem rcdegisses ? 

15 nonne, si carnaliter sentiret et se non faceret, ut debemus, con- 
formem imagini Dei, que voluntas eius est, tecum maiores ini- 
micicias strueret, quam rex unus, quem de regni solio deiecisses? 
ego quosdam premisi filios, quos gaudeo mecum apud Deum in 
fidei nostre caractere recondisse ; ^^> illos michi videor habere quos 

20 reddìdi; istos vix habere quos habeo. tTvansitoria quidem possessio 
est, qua mortales mortalia detinemus; mansura vero, qua perpetua 
possidentur ab etemo, responde, precor: si detur electio, quid 
potius sumas, an filio ilio tuo dilecto carere dum vivas; ita tamen 
ut certus sis, ut esse debes, quod vìvat beatus eterne cum Christo ; 

25 an ipsum possidere moriturum ilio tempore, quo sis ìncenus, ob 
humane vite contagia, an comprehensor debeat ad illam gloriam 
pervenire ? credo sine dubio te primum illud, nisi dcsipias, opta- 
turum. ecce datura est et doles; contigit et non consolaris ? in 
qua re quantum decipiaris, vide, iam enim effluet iste dolor tuus 

30 post pauculum temporis, et tunc velim respondeas araicis con- 
solantibus et ipsi Deo, quibus nolueris id concedere quod debes. 



e ne ■ccett«ri 4i 
buon gnio ì de- 
creti. 



Il figiiuol suo 
SArcbbe beo vio- 
lente di rìiornAr 
vivo, se ciò fosM 
possibile; 



né Antonio «esso 
vorrebbe vederlo 
rivivere, se U «ux 
eteraa felldU ne 
fo»*e roste e re- 
penteglio, 



Il tempo gli re- 
cherà In oreve 
cooforio. 



17. Cod. decìpits 



(i) Vero. //tfM. VI, 716; ma il testo teneia ctù, perchè Coluccìo altrove 

« potant », non ne parla; cf, però tib. I!I, ep. x; 

(2) Questi figli dovettero morire in I, 159. 

Coluccìo Salutati, li. 16* 



250 



EPISTOLARIO 



Asciughi dunque 
le lagrime e »i «I- 



quodque mox es tempori tniditiirus. hactenus autem, recens enìra 
vulnus erat, et fletus et istam tantam et tam vehcmcntcm tur- 
bati onem fragilitati et carni indulxeris. nunc modo vero da lo- 
cum, sìcut debes, rationì; coUige itaque te, ìamque terge lacrimas. 
ìTeii pcn«nJo che letcris glofie filìì tuì, sl CUOI dilif^cbas, ut scribis, et spera te non 

«no figlio l'attende ^ o ' » r 

in cielo. cariturum ilio summo bono, quod iara fuerit fructus tuus in evo- 

cantis Dei misericordia consecutus. nuacium etenim vocationis 
tue est illiic filium tuum evolasse; diligitur arbor, cuius fructus 
colliguntur, non illa, cuius negligunmr. vale. Florende, septìmo 
idus oaobris. 



IO 



Firtnic, 
9 ottobre i}90. 

Antonio da Cor- 
looft gli bé ncco' 
vunàuo 



IL 
A Pellegrino de* Zambeccari f '\ 
[L*, e. 104 b; K\ c. 29 b.] 

Insigni viro Peregrino Zambeccario cancellano bononìensi. 

VIR insignis, amice karissime atque frater optime. vir elo- rj 
quentissimus magneqoe virtutis Antoniiis de Cortona, can- 
cellarius lucanus, cuius eruditionem atque scientiam semper excolui, 



14. Così U, duve ptrò, fcr errore del copista, qucsf indiri j^o è petto in fronte al- 
t'eptttota a Benivieni che in etto tien dietro alla jpresente; R' Peregrino de Caabecharìis 
de Bononia 



(i) È questa l'epistola allo Zam* 
beccati annunziala dalla precedente. 
Che entrambe spettino alla data me- 
desima non occorre provare; che 
questa data poi sia il 9 ottobre dei 1 390 
riesce agevole dimostrare, vuoi con- 
siderando il luogo da esse occupato 
in L* (vi precedono infatti l'epistola 
quarta di questo libro, scritta senza 
dubbio nel dicembre di quelFanno), 
vuoi la menzione che vi si fa dell' in- 
fìerire della peste e della disputa a 
cagion d'essa insorta fra il S. e Pel- 
legrino; vuoi infme le scarsissime no- 
tizie che noi possediamo intorno al 



Lucchese, che aspirava a conseguir 
in Bologna rulTìcio di capitano della 
Montagna. Ser Andrea di Giovanni 
d'Andreuccio Anguilla, discendente da 
famiglia antichissima di Lucca, di 
quelle poste al bando come « potenti » 
nello statuto popolare del JJ08, era 
stato infatti estratto la prima volta 
de' signori per il terzìere di S. Salva- 
tore pc' mesi di gennaio-febbraio 1 591 ; 
ma nell'atto stesso dell'estrazione, che 
fu il 2j dicembre 1590, aveva già la- 
sciato la vita e fu dovuto supplire 
con altro cittadino, scr Niccolò Sartoi; 
Arch. di Stato in Lucca, Cons. gm. 



DI CO LUCCIO SALUTATI. 



251 



sed boiiitatem eximia^ique virtutes summe dilexi et diligo, raiclii 
scribit quod vir multe probìtatis ser Andreas lohaneis de An- 
guillis, civìs honorabilis Liicanus, capitaneatum Montanee Bono- 
niensis exoptat magis virtutis sue ostendende gratta quam lucri 
5 percipicndi, quo, cum sit dives, non eget; ac edam, quia de 
tuorum est numero, ut patriam, in qua pestis incepit, honeste 
valeat declinare, de cuius virtutibus cum audierim ab aliis, ser 
Antonio nostro credo, quem magis horrere mendacia quam nautas 
scopulos, novi, et quìa et roganti prò amico suo nìchil possum 

IO oh vere dilectionis vinculum denegare, et virtutibus procuranti 
obligor ne deficiam in bis que possum in suis honoribus ope- 
rari, te deprecor et exoro per amiciciam nostrani, per quicquid 
in te possum atque per omnia que virtuti debentur, quatenus 
hanc procura tioncm adiuves, ot, quantum ab aliis, promovetur, 

15 et a temetipso promoveas quantum potes; potes autem quantum 
licet. nam ultra id quod licet te cogcre non esset amici, sed 
invidi; et ego non solco ab amicis exigcre quod non essem, si 
ad similta requìrerer, impensurus. 

Scribo tibi, quem scio tanti facturum preces meas quod, licet 

20 ab aEo, quicunque sìt, rogere, nieas tamcn preces cctcris ante- 
pones. scriberem et aliis; sed multi humananim mentium recessus 
et latebre sunt; et amice scribens, nollera incidere, sicut moris 
est, in aliqoem, qui quod intendimus, sue procurationis studio, 
sicut accidit, admonìtus impcdJret. satius enim est, si qui alii ad 

25 hoc idem insistant, ipsorum ignoratione uti quam scientia premi, 
veruntamen si alicui scribendum censes, rebus exploratis, ne re- 
scribendo nobis instruamus insidias, indicato, nec onus enim nec 



terAnJre* di Gio- 
vanni Anguilla che 
Mpira Ad un ufficio 
in Bologna. 



Sapendolo 
Unte UOOW 



pregi l'amico a far 
ogni tforto per «p- 
pagorlo, 



ne' limiU, c'inten» 
de, deU'oaeMo. 



Scrive a lai ài 
ciò, perché lo M 
pieno di iclo ; od 
altri no, per non 
giMStar \a pratica 
con pitsi impru- 
denli. 



3. R^ capitancum 4. R' estende R* L' ometton quam 5. R' eg« 7. R^ au- 
divcrim IO. R' procurantjs lo-ii. U obi. proc. 12. R^ amìciam 14. lì' dopo 
tdiuvci r^cii quant. ab aliis promoveas quant. potes L' omette ut 3o. t' rogare R' anta- 
ponti 23. L' iac. noU. 24.. R^ quia 25. /{' igaoraocie 



ad a. Ex dovette dunque cader vit- fecero le tasche, e il 2} dicembre dcl- 

tiraa dcirepideniia, che» quasi presago l'anno medesimo, poco piii d'un mese 

del suo destino, aveva cercata fug- dopo che il S. aveva scritto in favor 

gire, fra il 5 luglio 1)90, quando si suo allo Zambeccarì. 



2J2 



EPISTOLARIO 



laboretn effugiain, ut possim Antonio meo aiorem gerere et hunc 
virum benemerìtum promovere, vale. Florcntie, septimo idus 
octobris. 



IH. 

A Francesco Novello da Carrara (0. 

[N', e. 4 a; CH, c. pA; R*, e. 17 A, mutila dopo due righe; R', e. 1360; 
cod. della CoQìun.-ile di Bologna 17, K, II, 40, c.2> a; cod. della Imperiale 
di Vienna 3121, e. 159 a.] 

Magnifico domino Francisco de Carraria patavino domino. 

Firente, OEPE, licct, et multum hactenus animadverterira, masnificentis- io 

}^ noTCtabre 1390. ^^ » j ^ o 

O sime et gloriosissime domine, quain verum sit Nasonicum illud : 
Res est soUiciti piena timoris amor(«); 

9. Così N' ; CH R' Domino Francisco de Carraria R^ Francisco Cirrarie B EpUtola 
ser Colucii caactlarii comonis Florcntie missa domino Francisco de Carraria Podue domino 
postquam acquisìvit patriam suam V Epistola composita per a. Colutium cancellariam 
comunis Florcntie per cum transmisaa domino Francisco Novello de Cararia domino Padue 
magniflcando cum c( sibi consulendo 11. A'' illus 13. B stticiti 



(1) Come Francesco Novello da 
Carrara, oppresso dalle difficoltà per 
le quali il padre gli aveva rassegnato 
le redini dello Stato, sedotto da pro- 
messe bugiarde e da insidiosi sugge- 
rimenti di corrotti consiglieri, rinun- 
ziasse il 23 novembre 1388 la signoria 
di Padova al Conte di Virtù ; e come, 
dopo aver traversate nel giro di pochi 
mesi le più bizzarre e romanzesche 
avventure, riuscisse il 19 giugno 1390 
a strappare al formidabile avversario 
la sua preda ed a rientrare in patria, 
narrano largamente gli storici tutti, 
ma in particolare G. B. Vergi (Storia 
della Marca Trìvi'^ e Feron.^ Venezia, 
MDCcxc, to. XVII, lib. XX) e G. Cit- 
tadella {Storia della dominai, carra- 
rtsi tu Padova^ Padova, 1.S42, voi. II, 
cap. LVi sg.); i quali però non fanno 
nella più parte dei casi che para- 
frasare il racconto fedele e minu- 



zioso di due cronisti padovani del 
tempo, Galeazzo ed Andrea Gattari; 
cf. Muratori, Ker. It. Scr. XVII, 
6>7 sgg. Sebbene questa epistola 
non arrechi quindi, né potrebbe arre- 
carne, nuovi ragguagli sugli avveni- 
menti ai quali si riferisce, essa t però 
di molta importanza, perchè, scritta 
senza dubbio pochi mesi dopo il ri- 
acquisto di Padova da parie del Car- 
rarese, ci mostra quale ammirazione 
avessero destato, non solo in Firenze, 
ma in tutt* Italia il valore e l'ardire 
del principe padovano, le cui gesta 
offrirono anche argomento ad un cu- 
rioso poemetto, edito dal Lami, Deltciae 
cruditorum &c., Florentiae, mdccliv, 
IO. XVI, sul quale è da vedere lo 
scritto recente di A. Medin, Il probab. 
autore del poem. falsam, attrib. a Frane, 
da Carrara, Venezia, 1891, 
(2) GvjD. Heroid. I, 12. 



DI COLUCCIO SALUTATI. 



253 



nunc autem, experientia se ingerente, cognosco id non solum 
veruni esse, scd eterne atque germane veritatis oraculum forc. 
amo quidera et dmeo. et ob id tacere non possum, quìn ad te 
de te loquar: impellit enim amor et cogit metus; quorum talis 

5 et tanta vis est quod, ut in hystoriis legimus, Cresi filius, Atys 
nomine, etiam a nativitate rautus, cura Cyrus victor oppidum 
Sardis, in quo latebat pater, ìrrupisset, patri, in quem ab uno mi- 
litum hominis ignaro stringebatur gladi us^ filiali zelo metuens, 
exclamavit: iadulge patri, Cyre, et vel ex cladibus nostris cape 

IO tue fragilitatis argumentum! qua pìetate articulatam vocem et 
Engue coraraertìuni in posterum nactus est et patri sine dubio 
morituro saluti fuit (*>. nec aliter ego diligens et formidans, tue 
saluti, si me audiveris, consulturus, bine loquor et clamo, fuit 
illud Atys primum verbum et hcc mca quam ad te scripserim 

15 prima erit epistola; ut, sicut ille patri sue locutionis auspicio, sic 
ego libi domestice scriprionis exordìo salutem pariam, sed in- 
quies: quid tibi mecum est rei? quid in me diligis? quid de 
me times ? bis tribus quesrionìbus absolutìs finem faciam. 

Et principio quidcm Terentiani tibi Chrenietis respondebo 

20 verbis: 

si me roges quid michi tecum rei est, 
Homo sum, human! nichil a me alicmiim puto (»). 

nam, cum ex ipso rerum initio, sicut propheta duxque ludeorum, 

imo Spiritus Sanctus docet, cuncta sensibilia non propter se, 

25 sed propter hominem creata sini, solus homo propter hominem 

factus est t»^ ; adeo quod in hac universitate mortalium natura sta- 

3. B Vequidem 4. R' omette de te 5. CH omette ut 6. N' Cresus 8. V 
gelo 9. B ripete due volte patri 11. CU oatu» est 16-17. B omette dome- 

•tke-quid tibi 19. B V terencittnis tiW respond. verbiB ai. R' omette mìchì B V ni 
lecnm 33. B omette ex 



L'«more e il ti- 
more r inducono 
A pArUure; 

e come Ati , per 
tcaropAT Crcd) Aa 
mone^ trovò U 
parolk, 



cosi fa egli •deiio 
per metter Fr«n- 
cesco in guArdu 
contro i pericoli 
che io circondano. 



Come uomo in- 
fatti, 



(i) Che il figliuolo di Creso, al 
quale il paterno pericolo donò o riap- 
prese la favella, si chiamasse Ati, 
dice anche il Petrarca, Fam. XVIII, 
6; ma pur egli al pari del S. cadde 
in errore. Ati, secondochè tiarra 
Erodoto, Hist. l, xxxiv sgg., era il 
primogenito del re de' Lidi, e fu uc- 



ciso a caccia da Adrasto. Dei se- 
condo figho di Creso, il muto, Ero- 
doto non fa il nome, e lo imitano 
nel silenzio tanto Val. Massimo (op. 
cit. V, IV, exl. 6), che ò il fonte del S., 
quanto A. Gellio, Noci. Alt. V, ix. 

(2) Terent. Ilcauiontim. I, 1, 25. 

(3) Gen. II, 18, 20, 



^54 



EPISTOLARIO 



come cnniAflo, 



come tiAÌiaiio, bo^ 
remino e guelfo, 



egli non può re- 
star indifiTercnte 
• quanto lo eoo» 
cerne. 



Ma oltre tntto 
tfìì ì'uDM. e l'am- 
min 



e ne indica te ca- 
gioai. 



La gr«niiezx» 
d'animo Jci Gir- 
rarcM che 1' in- 
dusie ftd assumere 
imprcH 



da nìun altro mo- 
derno principe ten- 
uu 



tuerit quandam affectus mutui compaginem quoddamque ligamen; 
ut Don solum nefas sit homìni hominem ledere, sed inhumanis- 
simum censeatur, cum valeat, non prodesse, et ut ab hac ge- 
neralitate communionis recedamus, religione tecum christianus 
sum, in qua, Divinitate iubente, didicimus non aliter diligere proxi- j 
mura quam nos ipsos. sum denique gente italicus, patria flo- 
rentinus, natura et afTectione guelphus; ut inter tot nexus tautaque 
vincula prorsus non possim te non diligere nec tui status columen 
non amare, desinas igitur admirari cur extraneus et vix bene 
notus ^'> de te curam habeam. impcUìt natura, exigit religio, efficit io 
natio, extorquet patria, persuadet affectio; ut quoque me verte- 
rim, in hac conversatione mortali michi debitum sit de te curam 
gerere, nec solum esse debere de tua salute sollicitum, sed totis 
affectibus curiosum. quod si tanta hec satìs non iudicas, nonne 
plusquam satis est quod te diligo ? non credam, licet et tuis 15 
virtù tibus et felicitate tuis laboribus parta magnus sis, te non pati 
quod etiam a minuscolis diligaris, qui fortune volubilitate didi- 
cìstì non contemnere etiam parvulos, quando tpsos expertus sis, 
cum faveant, inanis omnino non esse momenti, sed maximarum 
rerum procurationìbus suffragari. quid autem in te diligam, si 20 
patiaris ista legere, facile tibi poterit apparere. 

Amo quidem illam animi tui magnitudinem, qua tanto deìe- 
ctus dominio, quantum tibi, tum hostis tui perfidia tum conster- 
natione et levitate tuorum, quorumdamque forte malicia, per ìn- 
iuriam ablatum fin't, temet non deseruisti; sed id sperans quod 25 
tibi invicti tui animi virtus spondebat, non quod fonuna, que adeo 
lacrimabilis adcrat, minabatur vel promittebat, tam clanim facinus 
adortus es, quantum nullus princeps nostrorum temporura cogitavit. 
et quis unquam, fas sit vera loqui, tam audacter de recuperando 



3. CH valets B ei ob hac g. B xìr io. exigil] N^ cogit 1 1. natio] B R' ratio 

14. B CH V aggiungono esse dopo satis 17-18. CH didisti 18. N' et. p«rr. non 

contemn. quando ips. si» cxp. B V fueria iq. &ed] R' se ao. B procaratorìbus 

sa. Vequtdera j6. B incliti JV' R' omettono non quod fortuna 27 . V pcnnittebat 
cancellato.' ntt margine: alias promittebat 19. B V sit fas 



(i) Il S. dovette aver più volte 
occasione nella primavera del 1)89 



di vedere il Carrarese ed intrattenersi 



DI COLUCCIO SALUTATI. 



255 



statom suum et altitudinem unde decidisset consuluit ; quis ipsam 
tam celeriter reassumpsit; quis tam feliciter pondus tanti oegocii 
consuinavit ? superant ista moduin et ultra verisirailera et altissi- 
mam licet coniecturain mentium humanarum evadunt^'^. ecce 

5 enìm tiiorum consiliis, ne dicam traditus, in hostis manibus desti- 
tutus f'\ spe, sicut narrabatur, ex bibita quod cunaa Virtutum Co- 
mes, cuius alias tamen fidera expertus fueras ^^\ vel tibi redderct 
vel assignatione noe minoris dominii compensaret, urbem Pata- 
vinam, tot arces totque castra libere tradidisti (*\ et quid tibi, quo 

IO consolari posses, ille tanti doni suique voti compos exhibuit? 
certe castnim Curtesonis, in quo nec tute manere poteras, vel 
status tui vertiginem defleturus, nec honorabiliter et honeste vivere 
vel virtuose tuìs fortunis exitum invenire (*>. quin etiam, quod 
inextincti penitus odii signum fuit, nunquam ad coUoquium es 

15 adinissus (^), nec datum, quod pars tibi pacis erat, 

dextram tetìgisse tyranniC?). 



ed 4 condurta coD 
mirabil «rdire • 
compimento. 



CostrtllO « ri- 
nuuiAF isuoiSutì 
il ViicooU. 



che donatolo in 
CAmbio d'un i^o- 
bile caiuUuccio, 



ì'nvcA lenitto ìotf 
t>no dalla preiea» 
M sua. 



1. 1^ deceuitaet 4. N^ omette humaiuirani 5-6. V desttoatus corretto in desti> 
ttttus 14. ad] iV id 16. / codd. dexxeram 



(1) Cf. anche Marzagaia, De mod. 
gest., ed. Cipolla, lib. IV, vni, 2, 
p. 3ié. 

(2) Del mal « consegllo che hebbe 
« il signore da' suoi iniqui cittadini e 
« conseglieri a sua defazione (sk) » 
parla lungamente G. Gattaro, loc. cit. 
col. 661 sgg.; al « suo corrotto Consi- 
« glio » accennano altresì l'autor dei 
Capitoli (Deliciae eruditor. p. ix) ed il 

MlNERBETTI, Op. cit. C. I79; ct CIT- 
TADELLA, Op. cit. II, 122. 

(?) Allude alla promessa fatta e 
non manieouta dal Visconti ai Carra- 
resi di ceder loro Vicenza, lotta che 
fosse ad Antonio della Scala; cf. 
G. Gattaro^ loc cit. coli. 61 5, 617 sgg, 

(4) Le truppe viscontee avevano 
bensì occupalo il castello di Padova ai 
23 novembre 1 ?88; ma la cessione della 
città e del distretto a Gian Galeazzo 



non fu fatta dal Carrarese che l'i 1 feb- 
braio dell'anno seguente, in Milano, per 
pubbUco strumento; cf. G. Gattajio, 
loc. cit. col. 705 ; Vergi, op. cit. p. 54, 

(5) « Il castello di Corteson, il 
« quale è suso il terreno d'Aste . . . era 
« tutto rotto e dirupato ... e di certo 
« messer Francesco non era mandato 
« Il per altro che lui fosse da quelli 
« huomÌRi del paese al lutto morto, 
« perchè emno tutti huominì homici- 
« diali e che mai non aveano voluto 
« custodia dal Conte di Vinù rt;G.GAT* 
taro, loc. cit. col. 713. Su Conazzone, 
comune del Piemonte, prov. d'Ales- 
sandria, circond. d'Asti, cf. Amati, 
D17. corogr, dilV Italia, HI, 222. 

(6) Cf. G. Gattaro, loc. cit. col. 711; 
Capitoti cit. in Dd. ervd. p. XIll ; 
Cittadella, op. cit. II, 143 sgg. 

(7) Verg. Am. VII, 266. 




25<f 



EPISTOLARIO 



) il timore gH forte tamen, quanvis humanìtatem simularet, tecum congredi for- 
midabat, aldtudìnem animi tui metuens; que solet cum lucis vi- 
teque contemptu etiam imbelles feminas sic animare, sic in robur 
virilità tis erigere, quod legatur Hecube, solis unguibus impìo Po- 
linestori coniectis, Polidori filli sui morte comperta, oculos, tantum \ 
dolor addidit vis, eruisse ('^ legimus et Numidam quendam Can- 
neosi bello, dum moriturus in romanum militem incubuisset ac 
manibus ob vulnera telum non posset inpingerc, compressum 
hostem lacerasse, in eius nasum auresque raordicus conversum et 
in illius feritatis raonstruosam rabiem accensum aique furentem io 
expirasse <*\ timuit itaque vir imbellis, culpe simul et pusilani- 
mitatis sue conscius, te videre, tecum loqui tecumque coire, ne vel 
etiam moriturus penas exigeres, quas sciebat suam perfidiam pro- 
Franccsco. medi- mcrcri ^^\ tu autcm, ut ad rem venìam, restaurationem honoris 
in«e»< «ji« degn* et recupcrationem amissi status tecum meditans, cum uxore, que tc 

contorte, prima al * ^ ^ ' * * J 

f^%t\i\^,i^xàaàì non equalis, sed in vieta mente longe maior omni fortune turbine 
fuit <*5, primum in regìam civitatem Astensem, et post aliquid tem- 
poris Florentiam aufugisti <*\ ubi, quanvis benigne receptus fueris, 



3. B CH V armare 4. B etigerc legitur 6. CH omette vi» 0-7. B canuiensi 
8-9. R^ CH V lue. compr. host. 11. timnfl itaqne] R' tlmuìlque 



8. B comprensum 
16. B omette invida 



iS. B affagisti 



(i) OviD. Mttam. XIII, Ì49-64. 

(2) Val. Max. op. cit ITI, 11. 11. 
Il S., che probabilmente citava a me- 
moria, sì è qui Inganoato ; chi sbranò 
coi denti ti proprio nemico» secondo 
Valerio, non fu il Numida, ma il Ro- 
mano. 

(j) In realtà Francesco Novello 
aveva meditato dì vendicarsi del Vi- 
sconti, tendendogli un agguato ed uc- 
cidendolo; il suo disegno, che andò 
fallito per l'altrui imprudenza, è espo- 
sto lungamente dal Gattaro, loc. cit. 
col. 707 sgg., 7iosgg. 

(4) Gli storici concordi esaltano la 
virile fermezza, di cui fra tanti cimenti 
die prova Taddea moglie di Francesco 
Novello. Odasi fra tutti l'anonimo 



autor de' Capìtoìi (Dd. irud. p. xvi): 

Motti dlcon di ìAiràa o di Cornigli^ 
D'Yfilia {lir), di Vittoria e di LucresiA 
Et A costei non femun pur le ciglia; 

Ma s'ella fosse nata in Persia o 'n GfCfù 
Sarìentie pieni i libri e le scritture, 
Che men degna di lei il mondo aprexial 

Essa era, come è noto, figliuola di 
Niccolò II marchese di Ferrara e di 
Verde della Scala; le sue nozze fu- 
rono celebrate il 51 di maggio 1377; 
cf Vergi, op. cit. XV, 46; Citta- 
della, op. cit. I, 556; G. Gattaro, 
loc. cit. col. 219 sgg. Morì il 23 no- 
vembre 1404; e le fu cosi risparmiato 
lo strazio d'.tssìstere alla distruzione 
della sua famiglia, 
(j) In Asti, avutane licenza dal Vi- 



DI COLUCCIO SALUTATI. 



257 



et non fortune, sed veros amicos reppereris, cives quosdam fio- incuocio Ja u. 

' luai tinccri tmtci, 

rentinos, quorum fidem nosti, cum fores dominus, firmissimam 
et sinceram et post depositum doininaium nullo fortune ludibrio 
commutatam <'>; proposìtum tamen urgens, compositis cum re pu- "J^""^^^^ f^J^ 
blica nostra federìbus, adivisti Dalmatiara et, superatìs asperrimis Ì|| ^„' c^in^"!"" 
terrarura tractibus, in Germaniam pervenisti ^^\ undc, contrada 
paucorum manu, pauper et extorris poteniissimum dominuiii avitis 
tuis terris et civitatibus perfruentem, Comitem Virtutum, intra fines 
intrepidis animìs ìnvasisti, non castris aut rebus parvis infestus; donde tornato, rf- 

' ' \ ' dò « guerra il V|. 

IO sed urbis Padue, non occulte, sed palam premissisque iustis io- ***"*'• 
dicti belli magnanimisque monitionibus, fuisti molitus ingressum^*^. 
et quantum et quale fuit spectaculum illud, cum tu, mille forsan 



I. B rcpericris R' reperiris 
dopo magnan. R' mentìonibos 



R. CH intra patavinos Gnes 
la. B fueril N^ forua mille 



li. B omette quc 



sconti, il Novello si recò « verso la 
« fine del carnevale » (Capitoli cit. 
p. XV ; Vergi, op. cii, p. 36); ma vi 
si trattenne pochi giorni, perchè nel 
marzo era già in viaggio alla voka 
di S. Antonio di Vienna (Delfinato), 
donde sì recò poi ad Avignone. Sul 
viaggio disastrosissimo dalla Provenza 
in Toscana v. i Capitoli cit. p. xviii 
sgg.;G. Gattaro, loc.cit. col. 727 sgg. 
In Firenze entrò sul finir d'aprile; 
G. Gattaro, loc. cit. col. 739; Miner- 
BETTi, op. cit. col, 179. 

(t) È questa la campana fiorentina 
(cf. infatti Capitoli cit. p. x^xnn) ; la 
padovana suona invece ben diversa- 
mente. G. Gattaro dice « stomacoso 
* ricetto » quello fatto dai Fiorentini 
al principe fuggiasco ; vessato all' in- 
gresso dai gabellieri, trascurato dai 
signori, i quali né mandarono a visi- 
tarlo né vollero chVi da loro si re- 
casse, il Novello non trovò aiuto che 
in Francesco Allegri ed in Pazzino 
Donali, i quali aveano colla casa Car- 
rarese antiche e cordiali relazioni, 
Soltanto più tardi le cose migliora- 
rono ; Francesco entrò in rapporti coi 



Dieci di balia ed ottenne di far venire 
a Firenze la famiglia. Cf. per tutto 
ciò C. Gattaro, loc. cit. col. 743 sgg. 
Concludendo, il contegno dei Fioren- 
tini, che non avrebbero voluto irri- 
tare troppo il Visconti, né perdere 
l'occasione di giovarsi del Carrarese 
ai danni del comune nemico, fu, e 
allora e poi, ambiguo e duplice, come 
sempre; e ciò spiega i giudizi severi 
pronunziati contro di loro da Fran-* 
Cesco il Vecchio e dal duca di Baviera; 
cf. A. Gattaro, loc. cit. coli. 754, 764. 

(2) Qui il S. accenna di volo alle 
lunghe e faticose peregrinazioni del 
Novello al di là dell'Alpi, durate 
parecchi mesi, nel corso de* quali ì 
negoziati, intrapresi dal principe a 
nome proprio ede'Fiorenrim, col conte 
Stefano di Croazia e col duca dì Ba- 
viera soffrirono tutte le oscillazioni 
che la politica tentennante di Firenze 
non poteva a meno di provocare; 
cf. A. Gattaro, loc. cit, col 755 sgg.; 
Capitoli cit. p. XXXII sgg. 

(3) Venuto di Baviera nel Friuli, 
quando le ostilità cominciarono fra i 
Fiorentini, i Bolognesi ed il Visconti 



Coluccio Saluta ti, 11. 



17 



258 



EPISTOLARIO 



Spctueo]o Min. equìtum societate stipatus, tantam urbcm, plenam civibus, trìplici 

miriDJo quello * ' ' * 

dell. Cini ricon- muro circundatam, fortissimo presidio niunitaui et turritis arcis 

(juistatk su tanto ' ' 

aTTcrsarioi stupcndc propugnaculìs insuperabilem, audax, noctis extreme di- 

luculo feliciter, superatis fossanun atque meniorum obstaculìs, 

intravistila'^ obstupuerunt tyranni copie; et ipsam fortunara, ut 5 

arbitror; si quid ea camon est preter eterni numìnis disposÌtÌooem 

et providentiam cuncta regentem; puduit animi tam magni tamque 

impavidi virum ab sui dominatus apice deiecisse. puduit equi- 

dem, et quanvis alias 

viris invida fortrbusC»), IO 

u fortuM «r- tibi tameQ ausisque tuìs se propiciam exhibuìt et secundam. 

ri»e pUcaU al v«- _ 

i"«j quid autem tunc gloriosus tuus ille populus, qui sub pendere mi- 

serrime servitutis iofelicitatem tuam longe oiagis quam impositum 
sibi iugum flebat, fecit? deseruitne verum dominum et in tante 

il popolo p«do- rei mole suis immunem auxiliis dereliquit ? non certe; sed sub- 15 

vano ritornò (e- ^ .-.,.,, 

«toio al fuo li- stantias atque vitas suas manitestis obicieodo periculis, malens 

gnore kgltUmo; ^ r ^ 



1. N' cjvib. plen. 
8. B V^ domfnationis 



4. inenlorun]] B ncmonim 5. B intra vistìs 6. CH etm 

9. R' alia la. R' glorioBiu» V ìlIe tuu« 



(}i aprile IJ90), Francesco Novello 
vi trovò ducento lance raccolte da 
Michele da Rabatta; a questo primo 
nucleo s'aggiunsero poscia per gli 
accordi fatti con Can Francesco della 
Scala altre milizie; sicché il Carra- 
rese si mosse alla volta di Padova 
con trecento cavalli e duecento fanti, 
secondo A. Gattaro ; con ottocento 
uomini a cavallo secondo il Miner-* 
BETTI, op. cit col. 219. Giunto a Set- 
timo, se crediamo ai Capiioli cii. 
p. LVii, egli mandò « per Sozzo trom- 
« betta » la sfida ai rettori dì Padova 
che diedero superba risposta; cf. A. 
Gattaro, loc. cìt col. 777 sgg.; Cit- 
tadella, op. cit. II, 197, 

(1) Respinto la notte del 18 giugno 
dai Viscontei^ usciti dalla porta di 
Codalunga, ì! Carrara, che sapeva es- 
sergli favorevole la cittadinanza, fece 
verso Talba un audace tentativo. 



Presi con sé dodici uomini w potenti 
« ed accorti » e seguito da altri qua- 
ranta « con mantellettì », più alquanti 
« con ronconi, spiedi e lancie », recossi 
sulla fossa a S. Iacopo presso Coda- 
lunga; si gettò nel fiume e, toccata 
l'altra riva, atterrò Li palafitta che 
difendeva la città. Accorsero i Vi- 
scontei, ma sgominati dall'ardire del 
Carrarese si ripiegarono verso la for- 
tezza. Francesco era cosi padrone dei 
borghi di Padova. Cf. A. Gattaro, 
loc. cit. col. 7S2 sgg.; Mariagaja, 
De mod. gesL p. 317; Vergi, op. cit. 
XVII, 11^ La data « 19 giugno» si 
legge anche sulla medagha comme- 
morativa del riacquisto di Padova, che 
Francesco fece comare; cf. J. Guif- 
frey, Les middiUis da Carran seign. 
de Padoue txic. vers i)^o in Revue Nu- 
mismat. 1891, IX, 17-25. 
(2) Sekec. Trag. H e r e . f u r. II, 5 28. 



* 



DI COL UCCIO SALUTATI. 



259 



cuncta perdere et prò vero domino mori quam sub tyranno vi- 
vere et qoicquid fortuna tradiderat conservare; unanimìter arma 
sumpsit et tecum tj'ranni potentiam conculcavit,non contenti quod 
diete se obedientes redderent, nisì et tue salutis etiam se pugiles 
5 exbiberent ('>. in qua re manifestissime patuit quantum a domesti- 
cis extranea difFerant, a consuetis nova, ab immani crudelkatc 
clemenda et a naturalibus violenta, patuit dilectio; et expertus es 
taliter populi tui fidem, quod amodo non est cur te oporteat du- 
bitare, patuit enim amor populi tui; sed clarissima virtus tua, 

IO que in adversis evidcntius apparere solet, emicuit et inextimabilem 
reddidit ex hac tua concussione splendorem. parce michi, sì vera 
loquar; nec indigneris de te audiens quod aliquando de viris glo- 
riosissimis dictum est et litterarum tradimm monumentis. nun- 
quam de te tante virtutis signa dederas ; nullus te tanti consilii, 

J5 tam alti animi aut tam magni cordis tanteque fortiiudinìs repu- 
tavi!, ut Dei providentia sine dubio factum sit, quod tam arduus 
casus accideret, quo latentem illam virtutem tuam posses esten- 
dere, nec enim aliter poteras quante fores magnitudi nis edocere. 
maxima quidem virtus in minimis apparere non potcst, Heao- 

20 rem etenim et Achillem Troiani belli celebritas claros fecit; innu- 
merabilis Xerxis excrcìius et iMarathonìa pugna Milthiadem; Ca- 
millum Galli; Manliuni capitolina defensio; Scipiones Carthago;' 
Cymbrì Marium; Pompeium Mithridates acque pyrate; SyOam 
felicitas superatique Cinna cum Mario; Thessalia Cesarem; et 

25 cuncti, quos claros esse videmus, non parvis, sed rebus arduts ac 
maximis splenduerunt. te autem tua Padua, quam dominus, que- 



né mcn beli* ri- 
fuUe U fedelli de' 

iudditi 

di 4]ucllo che brìi- 
UsK! U virtù del 
principe. 

E quctU, 4 dir 
vero, s'Abb«lli d'i- 
luttcìu splendore. 



Solo i grandi 
evemti io fatti poi- 
lOD mecierc in mo- 
stra le beile doti 
di animi grandi. 



3, V immanlter 4 , N^ rcdd. ob*d. 5. N' manifeste B omette a 7. ci] B et 
IO. Vevid. in adv. ir. B niai vera i?. V'Joquor B S'^ R' ne Vveri» 13. S^ 
trndirl!. fi C/f monimentis 15. B omette animi 16. B est A'' ardus \H. B (ore 
CH foret 20. B V enim B facit 22. CH N' R' Mallium V trmWum 23. CH 
Mitrìadct 34. N' CinRitum {$ic) 35. sedj CH se 35-36. ic maximia] V et magnis 



(i) Sul favore prestato dai Pado- 
vani al Carrarese cf. i Capiioìi clt. 
p. LX; A. Gattaro, loc, cii. col. 783; 

MiKERBETTI, Op. clt. Col. 220. È nOtO 

poi come, non appena sparsasi la voce 



della presa di Padova, quasi tutte le 
terre d!d P.idovano sì sollevassero con- 
tro ì5 Visconti e si dichiarassero per 
il loro antico principe; cf. Citta- 
della, op. cit. II, 202. 



26o 



EPISTOLARIO 



Ma in cM ama 
Francesco per l 
suoi eccelsi fatti 
eccita timore la di 
lai eccessiva au* 
dacM. 



Al pari di Giu- 
^rta egli ^ capi- 
tano lagace e «ol- 
Jato valoroso. 



Ma coavien di- 
(tingaer bene ciò 
cbe all'uno ed al- 
l'altra sì couven- 



nò al duce i lecito 
abbassarsi all'tiffi- 
ciò del gregario. 



Co»l Don fecero 
Scipione Africano 



cunque fuerit illa necessitas, amisisti quamque de potentissimi ra- 
ptoris manu privatus eripiens nunc possides, celehrabit. 

Hec igitur in te diligo, in te admiror: nunc accipe quid for- 
midem. audio te nimis manu promptum; audio quod in re 
militari, cum Consilio polleas, viribus prestas et cunctis tani ducibus 5 
quam militibus in utriuslibct offidis antecellis: rarissjmum quidem 
decus. nani quod inquit Crispus de lugurtba de te consensu 
omnium dici potest. ac sane dixit ille: quod difiBcillimum in pri- 
mis est, et in prelio strenuus erat et bonus Consilio, quorum al- 
terum ex providentia timorem, alterum ex audacia teraeritatem 10 
afferre plerumque solet('>. gloriosum itaque nomen tuum non tam 
fortuna quam virtutis tum opinione tum testimonio circunfertur. 
sed cave, precor; et inter imperatoris et militis officia distinguas, 
oro. tu longe meltus nosd que sìnt ducis partes: delectom rai- 
litum facere, iuramentis cunctos astringere, locum castris, obsi- 15 
dioni pugneque dcligere, acies instruerc, sìgnum congressus dare 
signumque receptuì; dum pugnatur colligere sparsos, corripere 
fugientes, hortari cunctos, insidias struere, hostcs circunvenire. 
nimis de maiestatis sue gloria minuit imperator qui militis offi- 
cium occupar, eius est enim arma ferre, polire, servare; ad ipsura 20 
pertinet obedire alacriter, ferire fortiter, defendere signa, non vi- 
tare mortem, non frangi labore, munire castra, tenere, cum pugnat, 
locum, servare, cum proficiscitur, ordinem, non cedere pugnando, 
non parcere sanguini, non horrere pericula, succurrere fessis, pro- 
tegere saucios. hec et alia que milkum fortitudo atque professìo 25 
debet, est imperatoris exigere, non prestare, nisi forte summa 
necessitas exigat. legimus Africanum superìorem cum militic 



a. B eripiens non R' celebruvit 3. B CH V in luogo di in te dopo diligo danno 

hec 4.. B mnnu» 5. V virtulibus N^ prestes 8, ac] lì un 9-10. alterum] 

V tiilium e in margine: alias alterum 10-n. B omette ex provjJentia - itaqae 11. V 
alBccre e in marcine: alias afferre 12. jV R' rirtus 13, H pretor 14. B ore 

14-15, B omette militum 16-17. K' sigf». dare 17. N^ »par«. colligere B corupcrc 

t8. A'' cunct. hort. B ìnsidiis N' instruerc 30. CU enIm est 31. A"' alacr. ob., 

fort. fer. at-33. W mort. non vi^, lab. non frangi» cum pu. loc. ten., cum prof. ord. 

aerv,, pugn, non ccd. 35. hecj B nec alque] *V' ac 27. N^ exig, ncceaaitate 

n exigit A'^ legemu» iV sup. afr. 



(i) Sallust. De hello htgurlh. VII, 5. 



DI CO LUCCIO SALUTATI. 



261 



tìrociaium sub patre secus Ticinum contra peniim Hannibalem 
ageret, consulem, genitorem quidem suum, graviter saucium artnis 
exhibeniem gemine pietatis officium protexìsse^'); ac idem, cum 
pretor Hispanias vicit caputque belli Carthaginem cum Hannibale 
5 consul domuit, nec alieno m effudisse nec proprium sparsisse sangui- 
ncm, quod nunc meminerini, inveoitur. et fortissimus ducum Ma- 
rius provocanti ipsum Theutoni ad singukre certamen respondisse 
fertur se, si mori voluisset, multotiens suspendio potuisse et sapien- 
tem non querere pugnam, sed potius cogitare victoriam<*). ecce 

IO virum glorie cupidissìmum et romanum, discernentem quid ìnter 
ducis et militis otEcìum ìntercsset et reputantem sepius ducem sine 
cxercitu salvum evasisse quam exercitum sine duce, vides declina- 
visse singuJarem congressum, quem nulium ferme militum legimus 
recusasse. ut eius exemplo discas que sunt militis spernere, queve 

15 imperatoris maiestati conveniunt adimplere. quod si te parum 
movet ob sanguinis ignobilitatem Marius, audi de gente Cornelia 
Scipionem, non quemlibet, sed iUum qui vìrtotibus suìs Africani 
cognomcn adeptus est. hic enim, cum a quodam quod parum 
pugnax foret argueretur, ignavie crimen lepida responsione sub- 

20 movit. inquit etcnim: rccolo matrem me irapcratorem pepcrisse, 
non militem (»>. ut quod tu, nimia ductus audacia, tibi glorie duds, 
dux ille ducum, edam Hannibalis confessione <*^, Scipio, floccipen- 
derit. nec te moveat qood Alexandrum Magnum legamus et 
imperatoris et militis implcvisse muneia; sed memento quod a 

25 principe rei militaris expertissimo laudatus sit solum quod parv^a 
manu contra maximos exercitus steterit atque vicerit et quod in 
extrcmas mundi partes pervenerit pugiians ultra spem existima- 
tionemque mentium humanarum. nani quod manu promptus et 



orvcro Mario, for- 
tiMimi capitauii; 



che anzi eatrambJ 
per teuer alla U 
dignità del gene- 
rale tdcf^arono 
(}uel che £ vanto al 
lemplice addata. 



N* Ateaaaiidro 
Magno, troppo fa- 
cile ad esporsi a 
gravi cimenti, mt' 
rìta lode dì sommo 
capitano ; 



1. CHtirocinitt »ub] JV^ cum fl porte a. Fqdd. genit. 3.00] CU V at 5. /?* 
edomuìi 11. /V sep. rep. n. salvum] B suum A^ video 12-13. V declinasse 

13. R' legcmus 17-18. B omette qui -parum 18. V tiomen 34. 67/ munus 

»7-a8. CH V extimaiionemque genrium 28. B omette hìiman. - Hunmbn] (p. 362, r. s). 



(r) Cf. TiT. Liv. Hiit. XXI, 46; 
L. A. Plori Epit. II, 6 &c. 
(2) Sext. Iul. Frontini Stralegem. 



lib.rV,cap.vii,De vari is consili is,j. 
(j) Frontini op. cii. IV, vii, 4. 
(4) Cf. Tir, Liv. Hist. XXXV, 14. 



262 EPISTOLARIO 



' ^''a* rf^ '"" pugnacissimus fuerit, cum etiam gregari! miJttis laus sit, glorie illi 
principi non adscripsit tantus iudex iic testìs quanius Hannibal, 

urtVì"nn*c"u* ^-"'^ Scipione conferens, fuit^'^ nam Catilìnam, pessime factionis 

""•' principem, tibi ìmiundum proponas nolo, de quo Sallustius scri- 

ptum reliquit: interea Catilina cura expeditis in prima acie ver- 5 
sari, laborandbus succurrere, integros prò sauciìs accersere, omnia 
provìdere; et post hec imperatoris officia quod railitis est subdit: 
multum ipse pugnare, sepe hostem ferire; strenui militis et boni 
imperatoris officia simul exeqiiebatur<*\ alia quidem ratio est eius 
quod fieri debcat et alia eius quod ille faciebat: pugnabac enim io 
desperatione plenus, postquam, ut ille ait, videt montibus atque 
copiis hostium sese clausum, in urbe res adversas, neque fiige 
neque presidii uUara spem^ optimum factu ratus in tali re fortu- 
nam belli tentare ^^K promittebat enim sibì cuncta si vinceret et 
desperabat omnia si vis hostium prevaleret. nam nec ego velim 15 
te penitus non pugnare, sed tunc te manum conferre iubeo, cum 
de sumraa rerum agetur; cum cuncta, sicut optimum ducem 
decet, provideris; cum necessitas tulerit; cum alieni magno pe- 

ni4 ieguir \ rte- nculo videris occurfeudum. audi Cratherum Alexandrum suum 

celtiche per bocc* 

rio^dVirpJìidJJ! admonentcm: quantalibet, ìnquit ille, vis omnium gentium in 20 
nos conspiret, impleat armis virisque totum orbem, classibus maria 
constemat, inusitatas beluas inducat, tu nos prestabis invictos. 
et subdit: sed quis deorum hoc Macedonie columen ac sidus 
diuturnum fore polliceri potest, cum tam avide periculis offeras 
corpus, oblitus tot civium animas trahere te in casum ? et post 25 
plura: quocunque iusseris ibimus. obscura pericula et ignobiles 
, pugnas nobJs deposcimus. temetipsum ad ea ser\'a que magnitudi- 

nem tuam capiunt. cito gloria obsolescit in sordidis hostibus. hec 

I. illt] V vel CH dopo illi aggiunge et 6. B sinctìis CU aaucis 7. cat] 

V me II, fi Kdit ille la, N' in urbe clausam V i\i%at corretto in iugt 13. fictu 

Fdtus] Vfactnrus 14. cuaru] B vìtam 15. N^ omnia desp. 16. V con«rere 

19, B vidererìs 30. B quantostibet - vix lo-ix- CH N' consp. in nos 93. R' caìmtn 

B CH S' R' V acdtu» per ac sidun 34. B V otf. pcric. 35. A'^ incassum 38. B ol*- 

solesit V in HordibuB 

(1) Trn Liv. loc. cit. (?) Sallust. De Cai. coniur. LVII, 

(2) Saij,ust. De Cat. coniur. LX, 4. 5. 



DI COLUCCIO SALUTATI. 



26$ 



ille<"\ videsne qua rcgula limitetur pugna ducis et ubi conveniat 
iraperatorem manus inicere? et quid? putasne, si quotidie pugnas 
conseres, oon altquando fortunam invenire tuam ? Tragicum est: 

Iniqua raro maximìs virtutibus 

Fortuna parcit: nerao se tuto dia 

Periculìs offerre tam crebris potest. 

Quem sepe transit casus, alìquando invenit (>). 

patior et laudo quod cum Paduam repetisti nuUom recusasti pe- 
riculum: ante omnes aquanim impetum, fossarum profunditatem 

IO et murorum altitudinem superasti; triplìces iili muri ternaque ces- 
serunt pariter menia audacie et fortune tue. illic fateor audendum 
fuìsse: de summa qiiidem victorie tractabatur. ostendisti te ci- 
vibus tuis, ostendisti te simul et hostibus. tuos in spem erexit 
mirabilis illa virtus tua hostibusque cum stupore terrorem in- 

15 cussit. favit Deus tuaque felicitavit incepta, quia petebas maxima, 
persequebaris et iusta. noli tentare Deum in parvis nec in mi- 
nimis experirì fortunam; sed id permitto te audere prò niagnis. 
nam ut Curtianus Cratherus inquit: ubi paria sunt periculum atque 
premium et secundis rebus amplior fructus est et adversis sola- 

20 tium maius Cj), cogita maximi fore momenti caput tuum. qualis 
et quanta Victoria foret hosti tuo, si te quocunque modo contingat 
occurabere ! parvulus et in extreme infantie terminìs eram, quando 
Fiorentini cum Venetis contra dominum Mastinuni bellum illud 
gerebant, ex quo maioribus tuis partum imperium Patavine civi- 

25 tatis est. dux inclytus Petrus Rubens apud Mootemsilicis dimi- 
cans ignobili manu lancea percussus interiit: que mors tanto 
merore confeci t cunctos tantumque terrorem et consternationem 
incussit, quod nisi tunc fuisset gloriosa illa militia, multis ducibus 



La te meriti jMid 
condurre al peg- 
glori pericoli ; 



e «e per riacqui- 
star Padova il No- 
velle» fé' proiiig} 
d'audacia ; 



ponga ora freno al 
suo ardore guer- 
riero, 



rip«t»t( i riichi dbe 
per la morte di 
Pietro Roni cor- 
teta i luoi ATI 
collegati con FU 
reme e Vcnexia 
contro Mottioo 
della ScaU. 



t. S Ttdeaa 1-5. B omette conveniat - e«t 3. CH If pùgnam 3. R' centeres 
4. N^ ìnqna /?' ratio per raro 7. B »emp<r la. V certabatur 15-16. N' max. 
p«t. et lusla pera. 17. R^ cxperire 18. N^ et 19. et secuiid.] M' atque CH fecumdis 
N' est fruci. J9-50, N' mahi» toì. aa. C//terminiis 33. B V omettono ìllud R' id 
jj. R' montesUicia 37. B conRdt j8. R^ gloria V illa glor. 



(i) Q., CuRTii RuFt Dà gesi. Alex. Mugtii, IX, vi, 7-8, 14, 
(2) Senec. Trag. Herc fur. II, 525-28. 
(}) Qj- CuRTU Rupi op. cit IX, vr, ro. 



2^4 



EPISTOLARIO 



La prud«nu «ot- 
tcnin ilunque «U 
r ardimento ; 



e coniidcnado di 
qu*nu importanca 
sia la lua vita p«r 
tutti 



voglia il Novello 
moctrare clic in lut 
il Mnno non t al 
coraggio inferiore. 



opulenta, et quod iam ferme bellum confectum erat, cessissent 
omnia retro et versis fatis hostis ab anxia et difficili defensione 
conversus nitro hellum victoribus intulisset ('). 

Te itaque, ut alìquando concluda m, in quo totius belli colu- 
men et fortuna reclinat, quique, sì pcreas, ut aspicis, successorem 
non relinquis ('), deprccoret exoro quateous parcas tibi, parcas pa- 
trie, parcas fìliis tuis, parcas utilitati publice salutique sociorum ; 
et te centra hostem et incolumitati cunctorum, frenata tue virtuds 
audacia, donec Deus dederit, serva, noli fatum occupare tuum, 
noli periculo, imo ruina nostra, fortis esse; sed, tanquam ma- io 
gister navis, quietus clavuin rege. at ceteri laborantes multo coni 
sudore tibi pareant et proram, quo clavum flectes, appellant. 
nec velis ducis offictum prò militari decore linquere aut ea, cum 
se sìmul impediant, permiscere. satis etenim, imo superque satis, 
quantum ad gloriam attinet, docuisti te mortis omnisque periculi 15 
cootemptorem, te fore Consilio bonum et raanu promptum et ad 
omnia que Martis sunt, quisquis casus imniineat, expedltuni. nunc 
adhìbendum prudentie temperamenium et cauiìonis modus, ut que 
gessisti, Consilio non irapetu gessisse cunctos admoncas et declares. 

Farce servo tuo, si longìor fui vel gravior quam oporteat: 20 
ex abundantia quidem cordis os loquitur^'\ vale et me, si placet, 
Inter servulos tuos vel ultimos computato. Florentic, tertio 
kalendas decembris. 



1. cu V dopo ansia danno ac 2-3. R' defensionl <• omette conversus, in luogo del 
quale B scrive condttis 5. B V qvà CU V success, ut a»p. JV' omette iil atp. 

6. N* tibi pare. 7. V omette tuis N' pubi, util, io. raina] & V fortuna 11. CH 
celeris 12. CH appcllent 13. B miliium e omette cum ló, V omelie et dinanzi 

d ad 17. B omette %ant 18, V ad exhtbendum V modum 1^-21. B V 

omettono la data, 33. CH decembrloa 



(i) Allude qui il S. ai fatti com- 
piutisi nel 1JJ7 (sesto dell'età sua). 
Fu appunto il j agosto di quell'anno 
che MarsilJo da Carrara introdusse 
in Padova Pietro de' Rossi capitano 
de' Veneriani, e venne il di appresso 
eletto signore. La morte del Rossi, 
che per approfittare dello sgomento 
in cui la perdita di Padova aveva 
gettato Mastino della Scala, crasi 



tosto portato sotto Monselice, ove fu 
ferito da una lancia manesca, avvenne 
r 8 del medesimo mese: v. Citta- 
della, op. cii. I, capp xvi-xvii. 

(2) Dei figli legittimi di Francesco 
Novello, tre, Giacomo, Francesco Ter- 
zo, Nicolò, erano a quel tempo giova- 
nissimi ; il quarto, Ubertino, lattante ; cf. 
LiTTA, op. cìt. I, Carraresi, tav. v. 

(5) Matth. XII, J4; Lue. VI, 45. 



DI COLUCCIO SALUTATI. 



265 



mi. 

A Bernardo da Moglio (0. 

[Uc 99B.] 

Insigni viro Bernardo de Mogio. 



Fìreue, 
7 dicembre ij^o. 

Lo eforu • ces- 
sare <U1 )od«rlo; 



S T^OTUERUNT me delectare multe littere tue, fili karisstme, si forem 
1 ille glorie cupidus Themistocles, qui interrogand cuìpiam 
cuius vocem esset libentcr auditurus respondisse fertiir: eius qui 
suas aites optime caneret f'^. mine autem, cum has laudationum 
blandicias et comoiendationum lenocinia illis relinquam, qui multa 
IO de se iactare solent et gaudere cum audiunt se laudari, cupientes 
tales reputari quales se sciunt omnino non esse et plerumque 
quales etiam nollent; de numero quorum est apud Terentìum in 
Eunucho Thraso, miles, ut dicitur, elorìosus^'J; meas laudes ao«f«Ddogii co- 

' ' ' cj ' me, vere o fuse, 

audire nediim non appeto, sed recuso. nam si vere sunt laudes lemj«' p<ricoio« 
15 et iustis atque subsistentibus ex causis continuate, non meis, sed geuo.' " ' "^ 
aliorum auribus ingerì puto, cum apud laudatum assentationis 
vitio carere non possit expressa laudario, sin autem false sint, 
quis nescit ipsas derisiones esse, non laudes? facessas igitur 
posthac a laudibus meis oro, ne me, si vere sint, infles; si vero 
20 false, infatues aut in ruborem cogas. nam tametsi possint de- 
beantque laudati veris commendationibus taliter affici, quod se 



(i) Da più indizi si desume che la 
presente epistola appartenga al 1390. 
Innanzi tutto il S, vi assevera che nel 
febbraio del prossimo anno egli avrebbe 
toccato il sessantesimo anno dell'età 
sua; e noi sappiamo che la sua na- 
scita deve essere assegnala al 16 feb- 
braio i3Ji; cf. La giovine^a di C. S. 
p, II sg. In secondo luogo ei rin- 
grazia qui Bernardo dell^ospitalità of- 
ferta ai suoi figliuoli per sottrarli al- 
l' « aere pestilenziale » ; or, come già 
si disse (cf. p. 221, nota i), Tepìdemia 

Coluccio Salutati, li. 



era scoppiata a Firenze nel giugno 
del I }90. L' invito di Bernardo, che 
il S. respinge, ci porge anzi argomento 
di credere che, non appena gli era 
giunta notizia aver il morbo invaso 
Firenze, il da Moglio si fosse affret- 
tato a scrivere all'amico, il quale, op- 
presso dalle faccende, non si decise a 
risponderglisenon parecchi mesi dopo. 

(2)VAL.MAX.op.cit.VlII, xiv,ext. I. 

(3) Cf. la parlata di Gnalonc in 
£w«. Ili, III; e più precisaraecte i 
vv. 248 sgg. 

17* 



26G 



EPISTOLARIO 



Egli pò non me- 
rita si CMgcraii 
encomi f><f le Ba- 
eoiùbt, 



che, tcbben w- 
praviuute «d altri 
infiniti suoi tca- 
tailri poetici, 



forse anilranno es- 
se pare distrutte. 



Non trattò poi 
mai degli uomini 
illustri ; maieria da 
egre^ ingegni ela- 
b«r«u; 



disponant ut semper eadem et malore possine celebritate laudari 
et non quod apud alios in se commendatum videant aliqua vite 
turpitudine contamìneni; aut, si false sint, tali ter corrigi, quod 
possint de eis sine mendacio predicari; nichilominus tamen, quan- 
tum ad laudatum attinet, ìrrisìonis et assentationis scrupulo non 
carebit etiam rara vel effusa laudatio. tu enim me tanti facis 
quanti scio penitus me non esse. laudas bucolicum Carmen 
meum quod non vìdisti; peds a me mirabilia que non feci; vis 
quod credam quicquid a me defluxerit magnum esse, ego 
autem fateor me iuvenera poeticisque calentera studiis multa fe- 
cisse quibus ingenium meum experirer, e quibus multa spongie 
multaque focis incubuerunt. remansit tamen bucolicum Carmen, 
quod scio deletum iri, nisi forsan alterius operis navicula deve- 
hatur. nam, nisi Georgi cis et Eneide fulcìta fuissent Maronis 
Bucolica, crede michi, per semet tanto tempore non vixissent. 
unde, si non dabìtur ocium, quod omnino non puto, me forte 
aliquid facere quod dignum sit transire in pnsteros, una cum ce- 
teris obruetur illud quod tunc stilo pastoris sum araplexus f'\ ma- 
teriam autem de viris illustribus, a Plinio quondam ^'> et 
etate nostra per Petrarcam atque Boccacium ^'>, et priscls tempo- 
ribus per quamplures solemniter expeditam, nunquam attigi, no- 
lens in alienos fines manum inicere nec id profiteri quod supra 
vires meas esse cogoosco. scripsi autem respondendo magistro 



IO 



5. Cod. omelie et 



16. Cod, omette non dinanzi a dabitur 19. Cod, omette a 



(i) II S. fu disgraziawmcme pro- 
feta. Il suo Bucoìicon, che constava, 
come attesta F. Villani, di ouo eclo- 
ghe (« Eclogas siquidem octo lepidaii 
flr et gravcs iam exhibuit » ; cod. Laur. 
Ashburti. 942, e. 54 a), è andato smar- 
rito, probabilmente perchè egU non 
permise mai ad alcuno di trame copia. 
Sul contenuto d'un'ecloga, la prima, ci 
ha dato egli stesso altrove taluni rag- 
guagli (cf. lib. Ili, ep. vini; I, 157); 
e pochi versi della stessa oppur d'altra 
già vedemmo citati nelPep, xv del li- 
bro VI, p. 191 di questo volume. 



(2) Che il libretto antico, De viris 
illustribus, aitribuito a Cornelio Nipote, 
a Svetonio, ad Aurelio Vittore, fosse 
opera di Plinio il Vecchio era allora 
opinion generale, dìvis.T; anche dal Pe- 
trarca; cf. De Nolhac, Pèirarqut et 
Vhumanismé, Paris, 1892, p. 245 sg.; 
Teuffel, op. cìl S 414, 4. 

(3) Sull'opera del Petrarca v. la me- 
moria già citata del De Nolhac in 
No(. et extr. àis ntss. XXXIV, 1 p, ; su 
quella del Boccaccio, il De casibtts vi- 
rontm iìlustrium, V HoRTls, Studi SulU 
opere ìut. di G. B. pp. 117-151. 



DI COLUCCIO SALUTATI. 



267 



Antonio de BarufTildis de Faventia tr.Ktatutn prò ingenii modulo 
curiosum, in quo quidem explicui questionem de verccundia 
si virtus debeat an vitium reputarla'). 

Et ut ad scripta per te veniam, commovit me optimi viri 
magistri lacobi de Therisiis insperata migratio^'); non quod of- 
fuscatus sit, ut seri bis, angelicus il le intL41ectus et exutus corpore 
vires suas amplius oon exerceat; scio quidem quod corporis nostri 
quod corrumpitur sarcina aggravai dum vìvimus animam^»>, que 
post fatum libera plenius intelligit et fontera rerum omnium 

IO Deum, elevata per gratiam, non falbcium sensuum ambagibus, 
sed sicut est, videt et in ipso iuxta mensuram meritorum et 
grane quicquid desiderai intuetur. non igitur offuscatus est aut 
suas potentias non exercet ìlle spiritus, sed ìq summam claritu- 
dinem assumptus, deposito, non exuto, corpore, quod continebat 

^5 informans, non sentii illani repugnanti um membrorum legem 
quam patiebatur in vita, desiderans tameii reassumptione cor- 
poris perfici in quo possit reformatìonis illius statum et officium 
experiri. 

Non illud itaque me commovit, quod certus sum oranino non 

20 esse quantum ad alias omiies anime potentias et virtutes; sed 
piane commot^is sum secundum carnis fragilitatem et tenerum 
illud quod pectoribus nostris inesse sentimus ^^^ cuiusque subitos 
motus vix aliqua prevenire possumus ratione. mox tamen ad me 
reversus consolatus sum memetipsum, considerans atque sperans 

25 qua debeat esse susceptus in gloria quantaque cura diligentia, 
quod meriti sui caput est, velut agnus obediens, secutus sit suum 
gloriosissimum archimandritam. in vera quidem paupertate ohe- 



bemi recentetnente 
disputò » là verc- 
ccndi« debba dirti 
virtù owcr Tizio, 



Si conduol pò- 
icia della mone i!i 
frate Iacopo Te- 
derisi, 

uoo perche creda 
che quel nobile in- 
telletto sia ipcnto. 



m» percht cede e l 
pure alla deboleua 
innata nell'uomo. 



16. Cod. ti per tamcn 



(i) Questo trattatello, di cui esistono 
parecchi mss., era stato domandato dal 
Baniffaldi al S. con una lettera, che 
si può leggere presso il Mehus, L. C. 
P. Salutati cane. fior, epist. p. Lxxxiii. 
Nel cod. Laur. Strozz. 96, di carte 
trentanove, scritto sotto gli occhi del 
S. e da esso corretto, porta questo ti- 
tolo: Quod medici eloquentian studtanl 



et de verecundia, an sit virtus aut vicium. 
La data è «Florentiae, ,11. non. februa- 
« rii ». Del Baruffaldi rechiamo al- 
trove notizie. 

(2) Intorno a luì veggansi le note al- 
l'ep, VI del lib.VI, p. 159 di questo vo- 
lume, 

(3) Lib. Sap IX, 15. 

(4) Cf. Cic. Tusc. ni, xn. 



26S 



EPISTOLARIO 



Q>iei booo frate 
morto, in omaggio 
ali'obbedicsu, fra 
le (olìtudini d«IU 
Vernu, 



or Cfttlu beato in 
cielo e di ciò con- 
vica rdJcgnuù. 



SI tciua quindi 
Al aver per Junj^o 
tempo omesio Ji 
•erìgere, 

ed adduce • propria 
dlicolpa le infinite 
fuceiule 



diendo residens, inclyte patrie sue delidis et amenitate relicta, 
saxum asperrimum Alvemie suscepit nostris finibus incolendum, 
et in monte, quo magister suus, alter post Christum paupertatis 
doctor et sponsus, dominice passionis simulacrum et mirabiles 
quinque vulnerum cicatrices accepit, quasi de quadam mundi spe- 5 
cuta corpus in sanctìssìmo ilio loco relìnquens, animam sommo 
reddidit creatori ^'^. ut, quanvis sue presentie solatio careamus, 
debeamus tamen in certissima spe sue glorie nedum consolari, 
sed exultare: quod qiiidem ut facias obsecro. ego etenim iam 
feci, certissime tenens, postquam summa et infinita Dei bonitas io 
atque sapìentia sic voluit, hoc et sapientissime proculdubio factum 
esse et longe melius etiam quam id quod ceci et ignorantes, non 
secundum Dei consilium, sed iuxta camis desìderium optabamus. 
Ad id autem quod altius exordiens conquestus es qoodque 
formidas breviloquio respondebo. principio quidem scio me tibi 15 
debitorem singulis annis ut scribam ^*\ fateor me tacituraìtate 
non debita tempore quo conquererìs siluisse. sed si vel una die 
fores occupationum mearum testis, videres crebras ad dominos 
vocationes,agendarum multitudinem reruni,molem expediendarum 
et instantiam doniique familiam, profecto si semper forem tecum et 20 
cum aliìs tacitus nec mirarcris nec in animum tuum induceres, 
ut tibi foret vel aliis indignandum, si talium promìssionum non 
essem usquequaque fidelissimus adimpletor. nam cum, ut inquit 
Seneca fi>, michi quedam tempora eripìantur, quedam subducan- 
tur, quedam effluant, nec vim repellere nec caverc l'urta valeo. 25 
forte possem efiluentera neglìgentiam prohibere; sed Inter tot la- 
bores fessus et nauseans, si temporis effluxus negligo non mireris. 



I. Cod. prcstdeiw 19-21. Cod. omette et dopo upcd. e oec dopo ticitus, clie ho in- 
trodotti per restituir il senta qui evidentemente mancante. 



(i) Il primo cremo che sì edificasse 
alla base del 

crudo lauo latra Tevere od Arno, 

dove san Francesco 

Da Cristo prese l'ultimo sigillo 

(Dante, Par. XI, 106-7), '^''* 8^* ^^"^^ 



nel iai8. Cf. Repetti, Di^. gtoge, 
della Tose, I, 77. 

(2) Del momento in cui questo patto 
fu stretto serba memoria l'ep. xvi del 
lib. VI, p. 195 di questo volume. 

(0 Senec. Ep. ad Lue. I, i. 



DI COLUCCIO SALUTATI. 



269 



cui rei edam etas ipsa, non iam vergens, sed intrans in senium; 
mensis etenim februarius, alter a proximo mense, annum meum 
sexagcsimum ìncboabit; auxìlium affert meque reddit ad talia 
segniorem. et nisi quod casu quodam evenir, ut ultima epistola 
tua post menses rediret in manus, et nunc etiam sine respon- 
sìonis antidoro ('^ remansisses, non neglcctus omnino nec spretus, 
sed inter occupatìonum mearum strepitus latitans et, licec voces 
efferens, inauditus. 

Alias responsionem ioceperam et cffluxit; et meditabar nescio 
'io quas questiunculas tuas absoivcre nec vacavit; et aliquotiens re- 
quisitas nec repperi cirtulis nec in memoriam revocavi ; iiirobique 
siquidem exciderunt. sed si satis aliunde clarus non es, potes, si 
tu recordaris, scribere: quod enim scivero nec tibi nec aliis in- 
videbo. nec putes, de quo iam alias suspicatus es, quod ita de 

15 facili subtraham benivolentiam meani; nec me credulas aures exhi- 
bere maledictis credas. laudanti bus alios apud me patule sunt 
aures ; detractoribus oppilate. nam, ut de me sileam, qui sempcr 
laudatores meos, qui me audientem laudarent, suspectos habui et 
contcmptos, si quos videani aliorum et ipsorum quidem absen- 

20 tium laudatores semper amavi, mecura reputans, si vera loquantur, 
ipsos debitum exbibere virtuti premium; sin autem falsa, cum 
ament, verna dignos; si lucrentur aut irrideant, expellendos. oblo- 
cutores autem et occultos dictorum factorumque relatores adeo 
molestos semper habui, ut nunquam eis aui auditum dederim 

25 aut fidem. nam si de amico conferant, ut amicicie insidiatores 
abhorreo; si de ignoto et cum quo nichil habuerim illuc usque 
commertii, preoccupatores future iudico dilectionis; si de inimico, 
ut succensores abominor odiorum. denique nuUum horainum 
genus malignius reputo quam hos relatores quos certus sum, quic- 

30 quid mecum de aliis blaterent, aliis de me suggerere turpìora. 
longe minus displìcent qui palam mordent et aperta procacitate 
diffamant; nam tametsi contra societatem mortalium facere vi- 
deantur, caveri tamen possuni ; et sì de inimico dixerunt, minus 
habent fidei, si de ilio, quem diligere debeant, reputantur ingrati; 



ereiAormugrAve. 



Avera perà «ltr> 
volta incomÌDciato 
• scrivergli ; dia 
noD foit contì- 

ttUA». 



2.". 



Non dubiti dun- 
iue (.Idia saldcuA 
■Uà MIA «.midxii, 
che noD icemereb- 
be per le attrai 
suggMiioni ; 



giaccliè egli aborre 
i maliiicenli 



(i) « ài»Tt5«poi,donura dono relatura », manca in quest'accezione al Du Gange. 



ayo 



EPISTOLARIO 



tandem quo magis pubMce detrahunt minus leduni. illi vero, qui 
latenter obrepunt, provideri non possunt et sub amidde vultu 
venenatos aculeos altius figunt. hos, velut pestiferura hominum 
geous, scraper repulì, semper fugi et exterminandos ab omni con- 
versatione mortaliura iudicavi. summe profeao michi semper pia- 5 
cult illa PUnonis seu uioderatio scu porios sapicntia acque beni- 
ed onor. i. co- gnìtas, sìvc ìh aniofc constantia, qua suis auribus instillanti quod 

•uua negli affctt». , , . 

suus, quem diligebat, dìsdpulus Xenocrates de ipso fuìsset tur- 
piter oblocutus, constantisstme negavit verum esse instantique per- 
tinadus adiedt non esse verisimile quod qui a se tam iinpense io 
diligatur, versa vice non amet. et ut omnem indicis molesiìam 
subnioveret, conclusit nunquam Xenocratem illa dìcturura, nisi 
sic dici crederet expedire^*^. quantum autem ad suspitiooem 
tuam attinet, scito nullum unquam michi de te nisi bona vel ami- 
cabilia retulisse, nec in futurum me relatìonibus insidiosis dilc- 15 
ctionis vincula soluturum. 

De inviiatione filiorum meonira, ut aerem fugiant pestilentera. 



Infine lo rinirri- 



(ia dell'invito Utto 



agri 

(tfttC 



«««""."bSIÌUI' ^^^' gratias ago. et quia vides in hoc fugiendi remedio quid sen- 



tiam, me ulterius non estendo, 
septimo idus decembris. 



vale, dilectissìmc fili. Fiorenti e. 



20 



Fireiue, 
li dicembre 1)90. 

Gli rAccomAiidi 
il nuovo podestà 
d' Ascoli, Filippo 
M«g*lotti, 



V. 

A SER Benivieni cancelliere ascolano ('). 

[L\ e. los a; R', c. 29 b]. 

Eloquenti viro ser Benivieni cancellano esculano. 

ViR insignis, frater optime, amice karissime. non decuit, cum 25 
tantus vir bine exeat Esculum accessurus ad officium pote- 
starie vestri communis, quantum, ut spero, miraberis et etatem 



II. Cod. iudicts 24. Coiì IJ , dove però, per errore del copista, cndctl' intitola- 

{ione è posta in fronte airepittola che precede questa nel cod. R' Ser Benvenni c«neel- 
tirìo Escutano a5. U omette frater optime a6. A' haic 

(i) Val. Max. op. cÌL IV, i, ext. 2. rati dall'erudito e cortese prof. G. Ca- 

(2) Fra gli scrittori di cose ascolane, stelli, niuno fa menzione di Benivieni; 

da me veduti o in mio servizio espio- niuno, la qual cosa ò anche più sin- 



DI COLUCCIO SALUTATI. 



271 



to 



I 



iudicabis nìatura sapientia prevenisse, egregiiim et exiQiie virtutìs 
militem (Jorainum PhiJippum de Magalottis^'^; ipsum istuc sine 
litteramm, quas ad te dirigerem, viatico proficisci. nani quanvis 
noverim solemoe tibi et quasi religiosnra esse ut in omnibus vel 
leve virtutis vestigium soleas venerari, nichilominus tamen non 
parum adiciet, siciit spero, recommendatio mea, quam expertus 
sum etiam non merentibus profuisse. verum, quia et hominis 
aspectus, non sine quadam auctoritate gratus, et, id quod homi- 
nem detegit, oratio (*> et, onimum certissimum, experientia qualis 
sit tibi notum Hiciet, suis supersedebo laudibus. quid enìm coni- ad qu^ic h bei- 
mendem quem mox visurus es, et tu Ipsc, ni fallor, non absque 
miralionis excessu sine dubio laudaturus? f^icessam igitur a lau- 



3. R^ roegalotds 

goUrc» dà luogo fra i podestà di quel 
comune a Filippo Magalotti; sicché 
verrebbe fatto di supporre che questi, 
sebbene eletto a tale ufficio, an/i già 
pronto ad assumerlo, abbia poi dovuto 
per motivi imprevisti ed a noi ignoti 
rinunziarlo. Ma il trovar fra le peti- 
zioni presentate il ig ottobre 1390 nel 
Consiglio del capitano e del popolo 
quella con cui il Magalotti, invocando 
i provvedimenti d'uso, attesta « quod 
« ipse fuit electus in potestatera ad 
« offitium potesierie populi civitatis co- 
« munis Esculi prò tempore et ter- 
« mino sex mensium incipiendorum 
« die primo raensis ianuarii proxime 
« futuri » (Arch. di Stato in Firenze, 
Prow. 82, e. 22 j a), c'induce a respin- 
gere tale congettura. Noi riteniamo 
dunque che messcr Filippo sugli ul- 
timi del 1390 movesse da Firenze alla 
volta d'Ascoli, recando seco la com- 
mendatizia del S, 

(i) Filippo era slato fatto cavaliere 
dai Ciompi Jl 20 luglio 1578 ed il 
18 ottobre avca <f giurata la cavalle- 
cf ria » (Sur Naddo, Riconli in DtU:^ic 
cit. XVIII, 24; SozoMESio, Hiii. in 
MvRATOìLfy Rer. Il Scr, XVI, ntj); 




sebbene non toccasse ancora i tre lustri. 
E la sua giovanile età fu, alcuni anni 
appresso, cagione dì fotti gravissimi 
in Firenze, perchè, tratto ai 28 aprile 
n^7 gonfaloniere di giustizia, per le 
mene di Besc Magalotti, consorte suo, 
ma a lui avverso, ei venne cassaio dal- 
l'ufficio sotto colore che gli statuti pre- 
scrivevano un'età più avanzata dì quella 
eh' egli, non ancor venticinquenne, 
aveva raggiunta. E poiché a lui fu so- 
stituito Bardo Mancini, nemico suo, 
Benedetto degli Alberti, che a Filippo 
avea data in moglie una figliuola, con- 
cepitane grand' ira, volle far per forza 
il genero gonfaloniere; donde gravi 
tumulti che finirono col bando da Fi- 
renze di tutti gli Alberti; d. Ser 

NaDDO, Op. cit. p. 92 Sg. ; MlXERBETTl, 

op, cit. col. 1 1 5 sgg; S0/.0MESO, op. cit. 
col. iijt, e cf. nelle Miss. reg. 19, 
e. 249 A, quelle dirette ai collegati ed 
al papa (13 e 14 maggio); nonché 
Perrens, op. cit. V, 42 Sgg. Da questa 
punizione fu escluso Filippo, che potè 
trattenersi in patria, mentre lo suocero 
SUO moriva poco dopo a Rodi di ritorno 
da un pellegrinaggio al S.into Sepolcro. 
(2) Cf. Terent. Heautontim, II, 11, 384. 



272 



EPISTOLARIO 



dibus suis, id libi et Esculano populo derelinquens. unum tamen 
non omiserim, quod vidcbis cordatissjmum vinim, oculatum, ve- 
getum, bonum, et in quo vere lusticie lumen potueris intueri. 
michi vero, omittamus quod suus et omnium civium servus sum, 
peculiari quadam affectione et ex suis virtutibus ona, carissimum 
et dilectum ^'^. ex quo, si me diligis, ipsum diligas oro suisqoe 
honoribus faveas. vale. Florentie, tertio ìdus Jeceinbris. 

I. R' dereliqtie si tam. ut». 3. R' videris 



(1) I molti uffici sostenuti in patria 
e fuori attestano veri gli encomi» che 
il S. tributa qui al Magalotti. Il i^ set- 
tembre ijfij esso era tratto capitano 
della Montagna pistoiese (Reg. extrins. 
1385-1408, e. ij a); il t° novembre 
13S9 podestà di Prato (i?(!i\ cit. e. joa); 
l'anno appresso un de' riformatori 
dello Studio fiorentino (Gherardi, op, 
cit. I, r6g). Del '92 il comune lo 
manda con Bartolomeo delt'Anteìla 
al pontefice (Arch. di Stato In Fi- 
renze, Provi', n. 85, e. 74), amba- 
sceria che ebbe esito disgraziato, per- 
chè nel tornar da Roma i due oratori 
furono sui confini di quel d'Assisi 
presi e spogliati dalle truppe pontifìcie 
(Arch. di Stato cit. Miss. reg. 22, e. 26 B, 
14 giugno, et Pape »). Sui primi del- 
l'anno seguente ei fu podestà di Città di 
Castello (Miss reg. 22, e. 97 b, 24 marzo, 
« Castellanis »); l'anno appresso, come 
dice il BrsciONi (spogli in cod. Maglìab, 
XXVI, 112)» di Perugia, Il 24 otto- 
bre 1394 egli annunziava ai Cousigli 
la sua Qomina « in capitaneum et con- 
« servatorem pacis civitatìs Tuderti 
« eiusque comitatus, fortie et distrì- 
« ctus a e chiedeva si prendessero in 
conseguenza i provvedimenti d'uso 
(Arch. di Stato in Firenze, Proif. 85, 
e. 234 A). L'aveva a tale ufficio chia- 
mato Malatesta de' Malatesti, signore 
di Todi, con una nobile lettera» di cui il 
codice LI dì Zeitz, e. 96 8, ci ha serbato 
copia ; e di ciò rallegravasi con Filippo 



Franco Sacchetti in un sonetto più 
volte stampato, inviatogli « del mese 
«f di dicembre 1 394 », ove si fanno del 
Malatesta altissimi elogi (Sacchetti, 
/ii>M«, ed. Mignanti, 1857, p.ij). Dalla 
podesteria di Todi il Magalotti pas- 
sava l'anno appresso alla luogotenenza 
d'Orvieto, atTidaLigli da Biordode'Mi- 
chclotti (cf. Arch. di Stato in Firenze, 
Miss, reg, 23, e. 162 b, 7 ottobre 139$ 
« Domino Filippo de Magalottis »; 
Fumi, Codice diplom. delia città d'On'ido, 
p. 594) ; e tornalo poscia in Firenze 
era ncirottobre del '96 spedito con An- 
drea di Neri Vettori a Bologna, Ferrara 
e Mantova (Arch. di Stato in Firenze, 
Dieci di balta, htr.chit. n. i*»'», e. 52 a). 
Nei lugUo der99 recavasi a Conona; 
nell'ottobre al papa ed al re Ladislao 
{Dicci di balta, n. 2, ce. 2 B, ij a). 
Nel 1400 prima a Venezia {Duci di ba- 
lta, Ti. 2, e. job), poi andava vicario 
dell'Alpi fiorentine {Rtg, extr, ciL 
e. 21 B, 14 ottobre). Sul principio 
del 1401 la repubblica lo mandava com- 
missario nel « felice » suo esercito con- 
tro Pisa (cf. Guasti, Commissioni di m. 
Rinaldo degli Albini, 1, 54) ì nel 140J cdi 
nuovo nel 1404 a Piombino (Miss. reg. 
25, e. 46 E, 1 5 giugno, « Communi Plum- 
« bini »). Nel 1 405 fu de' Dieci di balla 
(cf. Corazzimi, L'iZ.u«r (ilo iiiPwd, Firenze, 
1885, passim) e nel 1406 vicario del 
Valdarno inferiore (cf. Reg, extr. ciL 
e. 20 b). Il i** aprile 1407 succedette a 
Iacopo Salviati, come questi racconta 



DI COLUCCIO SALUTATI. 



273 



VI. 

A Bernardo da Moglio(0, 
[N», e. 126 B.] 

Bernardo de Meglio. 



Firenie, 
ij dicembre 1)90. 



Approva le sue 



5 y^^ONQUERERis, dilcctissime fili, quod tempus perdas, nec videris 
V-^ posse pati quod extra, imo supra vulgum non emergas. et 
quasi desperans subdis: sed huius seculi execrata consuetudo 
vetat et prohibet, que homines nonnisi nummatos extollit, pau- 
peres ubique fugando, conquestio siquidem iustissima. quid enim 

ri 1 I • «11. la^nxe contro 

IO maeis flendura est, cum tempus nobis non sit solum ad vite i'irrep*r«wie ut- 

° ^ ^ ' ^ tur» del tempo; 

lapsum, sed ad virtutis, que nos supra nos erigit, incrementum, 
dum per singula momenta morimur, cum vita simul istud tempus 
amittere, quo, licet natura desinamus, bonitate perficimur? flent 
omnes quod vita labitur; nulli sentiunt quantum perfectionis per 
15 negligentiam amìttant. sentimus vite nostre defluxum, quia 
coniunctus est corpori; virtutis autem defectum ignoramus, cui 
solummodo cum anima contubernium est. optanda vita igitur, 

II. // cod. omette il primo nos 12. Dov' io leggo simul // cod. dà fil' 



{Cron. in Diliiie cit XVIII, 261, e cf. 
Reg.cit. e. 12 a), nell'ufficio di capitano 
di Pistoia e mandato a ricever il papa 
che si recava a Lucca ; l'anno dopo col 
Salviati stesso, il Ridolfi ed il Valori fé' 
parte della solenne ambasceria a re La- 
dislao; cf. Dcliiic cit. XVIII, 290 e 362. 
L'orazione ch'ei pronunziò in quella 
circostanza si legge ancora nel cod. 
Vatic.4824, e. 367. Del 1408 fece te- 
stamento; Del Migliore, Zibaldone 
414, e. 156, nella Naz. di Firenze. 

(i) Poiché sul principio della pre- 
sente il S. dichiara a Bernardo un 
luogo della ep. un di questo stesso 
libro, parrà naturale arguirne che que- 

Coluccio Salutati, II. 



sta sia stata dettata a breve distanza da 
quella. Che se fra esse fosse decorso 
un lungo intervallo di tempo, il nostro, 
il quale, come ei medesimo confessa, po- 
neva in dimenticanza cose di maggiore 
rilievo, non si sarebbe certo rammen- 
tato di così lieve domanda, quale è 
quella direttagli a proposito del te- 
renziano Trasonc. Noi assegniamo 
dunque l'epistola al mese stesso, cui 
appartiene la precedente al Da Moglio, 
che, incoraggiato dalle cortesi offerte 
del S., dovette prenderne animo ad 
esporgli nuovamente que' suoi dubbi 
grammaticali ch'erano rimasti prima 
insoluti. 

18 



274 EPISTOLARIO 



^hiUviuèmi quoniam negali non potts: ipsam bonnm esse et ideo postpo- 
nenda, si desinat esse bona, bona quidem vita non est, si vitiis 
sit infecta : est tamen bonum, qooniam aliquid ens est, sed mo- 
rum turpkiidme perdit quod bona sk; nt miro verbomm conflictu, 
cum malomm vita mala sit, eam &tcrì oporteat nicfailominas 5 
esse bonum: neqoe cnim potest mahini esse, nisì in bono sit. 
est namque malum privatio boni, qne omnino esse non potest 
fi« 'd^** fn^ ^^ ^^ *° aliquo quod subàstat <'>. dolendum est igitor non qnod 
senu profino. fugiat oobis Vita, que bonum nature mortalis est, sed quod in 

hoc temporìs lapsu bonitaiis ex vinate perfectio desit, quod est io 
nostre negligentie atque oilpe ; et qnod simul vita tiU, quod na- 
turaiis necessiutis est, effluat et in virtutis perfecdonem nullatenus 
adolescas. et quia hoc dolendum est, rectum esse sequitur ut 
t desidcrabik u appetas in viitute proficere ; in viitute quidem, non qua magis 
«* ««. scientes emdmur, sed qua meliores seamdum virtutis halntum 1 5 

ordinamur. hec autem virtus non inter divitias, non inter vanos 
digniutum honores, sed inter bone mentis effectus, qui nec inho- 
noratis nec pauperìbus defidunt, invenìtur. hoc nitaiis et queras; 
Bon|UBtiuptn. ad hanc totis virìbus totaque mente suspìra. nec putes supra 
qaeiu. vulgus extollì seu vulgarium adem ^ledi solum quod sdas. 20 

bona et admirabilis est sdenda, à tamen ad virtutis exitum diri- 
gatur; alias verìssimum est illud Sapiends: qui addit sdentiam 
addit et laborem ('>. nec solum lìberales sdende diete sunt, quod 
circa ipsas liberi non serviUs condidonis homines versarentur, sed 
quia mortales animos liberant, ut feiantur expedidus in virtutem ^>. 25 
ut laborandum sit drca sdendam non ut sdamus, licet hic ap- 
pedtus naturaliter nobis insit, sed ut ad fieri bonos idonee pre- 
paremur. nec cupias dividas ut eveharis, nec honores ut extra 
vulgi sentinam connumereris. desidera virtutem et ipsam quere ; 
nam hec adidentur dbi. hec hactenus. 30 

Piocnicri d'aio. Commendadoncs amiconim tuonim leta mente suscepi et 

tare q[uuito gì 

•wàiedto i noi ipsis, quoad facultas dabitur et padetur honestas, me propicium et 
£ivorabilem exhibebo. dulce quidem michi semper fiiit non 



(i) S. AuG. Encb. XI in Optra, VI, 236. 

(2) Ecchs. I, i8. 

(3) C£ UcucaoNE, op. cit. s. v. Liber. 



DI COLUCCIO SALUTATI. 



275 



amicis solum obsequi, sed omnibus quos sclrein ìpsis amicicia 
esse coniuncios. non enim ad mensuram sic amandum est, ut 
solum amicorum personas, exdusis aliis, complectamur ; sed cum 
redundanda, quod amicos integros, hoc est cum iUìs, quos unum 

5 vera caritas cum ipsis fecit ipsorumque filios et genus omne sìmul 
et equaliter complectamur. ut ceitus esse possis me illis fautu- 
rum et omnibus quos tibi sensero benivolos et amicos. et hec 
satis. nunc ad quesita tua veniam. 

Et primo noscito Thrasonem a Terenrio in fabula quam 

IO Eunuchum vocant introduci prò milite glorioso, idest gloria- 
bundo, quod clarissimum esse potest eiusdem auctoris vel medio- 
criter studioso t'>. 

Quod prò nondum nundum scribendum sit non credo, 
cum enim stent compositorum significata, horum scilìcet adver- 

15 biorum, que sunt non et dum, nullaque sit in illa compositione 
cacephaton ^^^, cur mutari conveniat o in u rationem alìquam 
non agnosco. quod si forsitan in aliquibus andquis codicibus 
reperiatur illa dictio scnpta per u, potest hoc contigisse quo- 
niam Umbri et Tusd carebant o et ideo eius loco u scribere 

20 soliti sunt<»>, 

Supinura autem et preteritum huius verbi contemno as- 
sumit proculdubio p, sicuti et suum simplex, nam iuxta Prisciani 
regulam temno convertii -no ìn-psi etob id admittit preteritum 
contempsi. supinum etiam temptum facit, sicut et omnia in 



pcrcbè tuole e«ten- 
dcr il proprio af- 
fetto agli amici 
dtgU UDki. 



RUpondepoialIt 
domande moiKglI 
intorno a Trtsoiae; 



alla retta grafia H 
m noadum • ; 



e del perfetto <U 
< contemno • , 



13. Le parole Quod - credo iono un'aggiunta mìa per rettituire il $cnso distrutto 
dalla ibadaUxggine del copista che dovette, tratcrivendo, laltar uua riga. 33. Cod. 

fitnìctir 



(i) Cf. ep, un di questo libro, p. 265. 

(2) Dictio turpe lontuu cacenphaton ipia 
Ut d dicatur TytiJes mcdidiet^ue. [Tocattir. 

Eberh. Beth. Graaism. II, S» De 
figuris barbarismi et soloe* 
cismi, p. To; cf. C. Thurot, Notte. 
ti extr. (U div. rnss. latìtis pour servir à 
Vhist. des doctr. grammatic. au mùyen 
Age in Notk. tt extr. dei mss. dt la bibl 
Jmf>. XXII, II, 461, 462. Mantengo h 
forma erronea « cacephaton » in luogo 



della corretta rtcacenpliaton», perchè 
quella e non questa si rinviene in 
Uguccione, Guido Fava, Balbi, Ales- 
sandro de Villedieu &c. 

(3) Prisc. Inst. I, V, 54: « O alì- 
« quot Italiae dvitates, teste Plinio, 
M non habebant, sed loco eius pone- 
te bant V et maxime Umbri et Tusci ». 
Cf. S. Th. Aufrecht - A. Kirchhoff, 
Dii Umbrischen Sprachdeukmiikr, Ber- 
lin, 1849, I, 49- 



27^ 



EPISTOLARIO 



«i infine dichUra 
11 valore di • ne- 
« dam ■ • 



-psi per preterita exeuntia<'\ ratio amem, quarti queris, esse potest, 
ultra analogiara, de qua dìctom est, quoniam si tentum diceretur, 
non a t e m n o , sed a t e n e o \ìderetur esse deflexum. et si di- 
ceres: scribam per m et t, ut dicamus temtum, obstat in primis 
euphonia, quoniam sonore non potest enunciari in eadem syllaba 5 
m et t^'^; obstat et ratio componendaruni consonantium, que 
hoc alio modo non permitttt. 

De nedum autem veUem aliquera grammaticorum interro- 
gares. est equidem dictio valde communis: habet enim ratio- 
nem adverbii discretivi cum oegatione. significai enira nedum io 
hoc quod est non solum, ut negandi et discretivi adverbium vi- 
deatur. negat enim actus solitudìnem vel subiecti, ut: nedum 
pugnat Heaor, sed vincit; vel: nedum pugnat Hector, sed Achilles. 
verum quia exigit duas orationes vel duo subiecta, naturam habet 
conionctiouis adversative, cui est coniungere aliqua duo que vi- '5 
deantur opponi, sicut enim dicimus: quanvis Sortes studeat, tamen 
non addiscit; ita proaunciamus: nedum studet Sortes, sed addìscit. 
potest et habere rationem diminutive, ut: daret pater michi ne- 
dum denarium, sed talentum. si consideres igitur ut negat utque 
scparatactum ab actu, adverbium est; si ut copulat, fit coniunctìo 20 
adversatìva et aliquotìens diminutiva (»). nec mirum, cum enim 
dicimus: bonum est amare Deum; hec dictio amare in eo, quod 
regit hunc accusa ti vum Deum, proculdubio verbum est; in eo, 
■ebbene creda op- quod suppouìtur huìc vcrbo cst, habet nominis rationem. de 

portuno consultare * ' 

"anKrco'" "" ^^^ tamen, ut dixi, consulas aliquem grammaticorum, qui te possit 25 

promptius et perfectius edocere. vale Felix seraperque habeas in ore 

Virgilìanum illud: 

quo fata trahunt retrahuntque sequamur; 

Ciuicquid erit, superanda omnis fonuna ferendo esiU). 
Florentie, decimo octavo kalendas ianuarias. 50 



so. Cod. sepcrat 34. Cod. supponi 

(t) Prisc. Inst. X, VII, 38-59; 
Alexandri de Villadei Doctrinah, 
De preteritis et supints 3'co- 
ntug., Veneti 15, 1513,0. 34 b: «Ante 
«no p s i facit ra » ; Graicism. XXVI, 
245, De accidentibus verbor. 



p. 245: 

De poiui gcnui itt ilum, de temnere pai 

I ptum . 

(2) Cf. Prisc. ìnst. I, vìi, j8. 

(3) Cf. Porcellini, s. v. 

(4) Verg. Atn. V, 709-10. 



DI COLUCCIO SALUTATI. 



277 



VII. 



A Pietro Paolo Vergerio f'\ 

[Codd. della Marciana di Venezia Lat. d. XI, 56, e. 63 b (M*); d. XIV, 
210, e. 126 A (Mt>); [CoMDi e. A.] Epistole diP.F. Vergerio uniort da 
5 Capodistria, Venezia^ 1887, ep. cxxxvni, p. 210 0).] 



Colutius Petri de Salutatis P. P, Vergerio s. d. 



H 



Fimue, 



ABEREM tecum, frater karissime, multa dicere et pluries epi- »» n»no l'j^i? 

stolis tuis debita vicissitudine respondere ^'). sed tu ìpse michi wr<Ì.T"r«ve ru 

, , . spoita alle sue Ict- 

occupationura mearum testis, ludex et arbiter mearum excusa- lere 



6. Coti M^mc. 



(i) Benché gli scritti di P. P. Ver- 
gerio, e fra essi quelli dai quali si po- 
tevano attingere più copiose notizie 
intorno alla sua vita, vo' dire le epi- 
stole, siano ormai pressochò tutti usciti 
alla luce, pure la biografia del lette- 
rato istriano rimane ancora malnota, 
sparsa di lacune, d'incertezze, d'errori. 
Avendo dunque noi assunta la fatica 
non piccola di rimettere un po' d'ordine 
odia indigesta congerie pubblicatasi, 
or sono sei anni, a Venezia sotto il 
titolo di Epistole ài P. P. Vtr^erio seniore 
da. Capodislria (fra i Monumenti editi a 
cura della R. Deput. Veneta sopra gli studi 
di storia patria. Mise. voi. V), e? parve 
opportuno comunicar i risultati delle 
nostre indagini in uno dei capitoli de- 
dicati a / (orrispcndciiti del Salutati, VII. 
Qui basterà penante toccar de' casi 
del Vergerio verso il tempo in cui 
entrò in rapporti epistolari col S. 

Nato il 23 luglio t^7o, e non già 
del 1549, come lasciò scritto, fra gli 
altri, il TiRABOSCHi, Storia della lett. 
ital lib. ni, Vili, 1057, da Vergerio 
de' Vergeri in Capodistria, Pietro 
Paolo, dopo aver fatto i primi studi. 




parte in patria, parte nel Friuli, dove 
scorsero lieti taluni anni della sua fan- 
duHezza (ep. xcv, p. 142), recavasi 
verso il I j86 a Firenze. E quivi, seb» 
ben sedicenne, mentre attendeva sotto 
la guida di Francesco Zabarella, allora 
insegnante in quello Studio, al diritto 
canonico, copri, com'egli stesso af- 
ferma, un pubblico ufficio, quale mae- 
stro di dialettica (ep. lxxv, p. loi). 
In quel tempo ebbe opportunità di co- 
noscere il S,, al quale professò poi 
sempre, com'egli attesta, venerazione 
di discepolo. Del 1388 dopo essersi 
trattenuto alquanto a Capodistria, passò 
a legger logica per un anno nello Studio 
di Bologna ed accompagnò quindi alla 
corte pontificia lo Zabarella (cp. xxii, 
p. 26; ep. cxxji, p. 183). A Padova, 
dove, ritornato padrone dello Stato 
Francesco Novello da Carrara, lo Za- 
barella fu chiamato a leggere le Decre- 
tali, il I maggio 1391 il Vergerio ci 
appare arbitro insieme allo Zabarella 
stesso d'una contesa sorta fra la chiesa 
di S. Maria ed il convento de' frati 



(») (j) V. note I e a • p. 378. 



278 



EPISTOLARIO 



, . . tionum esto. Inter alia autem petis ut tibi bene vivendi rearulam 

viso che il modo ' ^ 

di ben vivere tridam. ncscio autem si quod ad gloriam Socrates expeditissi- 
mum voluit satis sit: ut adnitaris scilicet talis esse qualis videri 
cupias fJ\ et forte tibi, ut cunctis bene cupientibus, abunde fuerit, 
sed non pariier omnibus, nam. Venere et Marte deprehcnsis, 

aliquis de diis non trisùbus opui 
Sic fieri turpis(4). 

\ 
sunt enim qui nedum non obtegant, sed expandant quasi glorio- 
conri»it ne! icgui- sìssìmum aliquid turpitudines suas; unde illud sjLiis credas te, si 

re fedelmente i pre- 
cetti dell* reiijfio- te Derfcctum reliì'ionis Christiane cultorem exhibeas, et rectissìme io 

ne crictiu». * . . 

vite metliodum et finem, in quem cuncta dirigas, invenisse, vale, 
alias forte plura. Florentìe, .xi, martii 1391. 



I. M»Mt>C aliu 3. M» quoad 4. et] AA C at 5. et] Afa Afi- C cum 

C deprebensa 9. C aggiunte te dopo credaa che manca ne'coJJ. 13. iV^' codJ. la 

indica{ioH del tempo precede quella del luogo. 



minori in Galregnanoj Kneer, Card. 
Zahardla^ I, 1 1 %%, D'allora in poi, 
per cinque anni almeno, il V. non 
baciò più Padova se non per andare a 
Venezia a Capodistria. Ma de* fan» 
suoi dopo il 1 J96 discorreremo altrove. 
La epistola presente risponde ad 
altra del Vergerlo in data del j i gen- 
naio IJ91 (stile comune?) nella quale 
questi dopo essersi scusato di scriver 
raramente, dava notizia al S. del pro- 
prio stato e lo pregava ad essergli 
largo di qualche consiglio, « quod 
« componat animum, quod erraniem 
« corrigat et ad bene sancteque vì- 
« veodura magnopere aflcctanicm in- 
« ducat » ; ep. evi, p. i6o. La laco- 
nica risposta del nostro non appagò 
troppo il Vergcrio, che avrebbe voluto 
un trattato da lui; sicché tornò al- 
Passalio con due nuove lettere del 
IO maggio e del 18 agosto (ep. x, 
p. io; ep. xcin, p. ij6), alle quali 
Coluccio non rispose, o se rispose, le 
risposte son oggi perdute. Anche 



della presente del resto i codd. che 
comprendono rcpìstolario Colucciano 
non conservano traccia; essa non e* è 
pervenuta che grazie ai rass. in cui 
alle proprie il Vergerio aveva con- 
giunte talune delle lettere direttegli 
da uomini insigni. 

(1) A dar retta al Combi quest'epi- 
stola oltreché ne' due codd. citati si 
leggerebbe pure nel ms. 588 del museo 
Comunale di Padova (cf. Introduz. 
p. xxxni); ma l'indicazione è falsa, 
che quel ms. nulla contiene di rela- 
tivo al Vergerio, e nel e od. 1287 del 
museo, che racchiude scritti Verge- 
riani.'essa non sì rinviene. Il danno 
non è del resto grave, perchè, se cre- 
diamo al Combi, il cod. padovano, 
come il Marciano XIV, aro, non è che 
una tarda copia del cod. XI, 56 della 
biblioteca di S. Marco. 

(2) Le epistole del Vergerio, a cui 
qui il S. allude, non ci sono pervenute. 

(j) Cic. Dt of II, xii. 

(4) OviD. Metam. IV, 187-88. 



DI COLUCCIO SALUTATI. 



279 



VIIL 
A Bernardo da MoglioCO. 



IO 



: 



[L3, e. ija; N', c. 40 a; Mehus, par. I, ep. xi, pp, 38-41, da L3.] 

Bernardo de Moglie. 

FILI karissime. recepì litteras tuas que raichi solatio fiiere 7 giuj^"')>i, 
atque consoladoni videnti quani egregie quantaque cum ma- ,e,^'*e'riiVon*«ic*ii 
turitate stilus emergat tuus. sed de hoc alias: nuiic autetn que- ttneyénoln^lMic- 

I 11- r ' ì "* d'ortogr«6a « 

stiuoculas tuas absolvani. 211 qua tamen re prefari volo me gran- di leuicografit u- 
dem natu Dei digito et ingenio, quod michi dederat, duce, in hcc 
studia et harum rerum vestìgationem intrasse rudem, sine raa- 
gistro et ferme sine principio; nec tamen adhuc, Hcet diutius 
laboraverim, crrores pucricia conceptos et adolesceatia connutritos 
triginta quinque annorum cura potuìsse diligentiaque purgare (*). 

4. Coti N^ ; U M Mogio 6, Y' ac ed omette que dopo qaanta 7. N' luaa cm. 
8-9. A/ grande id. JV' investig. 13. U treginta A/ diligentiave 



(i) Quest'epistola io uno de* codici 
che ce V hanno conservata reca per 
eccezione rarissima la data delFanno 
in cui fu scritta. Ma è dessa la vera? 
Non sari incorso qui, come ahra volta 
vedemmo essere accaduto (cf. Ub. V, 
cp. 11) e vedremo pur in seguito av- 
venire, qualche errore ? A noi, man- 
cando ogni argomento intrinseco, è 
difficile uscire adesso ài dubbio. No- 
tiamo però, a conforto della data of- 
fertaci da N *, che per il suo contenuto 
la presente potrebbe dirsi quasi una 
continuazione dell'altra inviata a Ber- 
nardo dal S. il 15 dicembre 1^90. 
Al pari poi di quella e deiranteriore 
diretta a maestro Feltro (lib, V, ep. xxi) 
essa porta un contributo notevole alla 
storia delle discipline grammaticah e^i 
ortografiche nel secolo xiv. 

(2) Per aver inteso a sproposito 
questa confessione del S. ii Mehus 



nelle note alla VHa scrittane da F. Vil- 
lani affermò Coluccio « grandera natu, 
« sine duce ac magistro, humaniora 
a studia intrasse w (EptsL p. lxx, nota 4), 
traendo seco in errore molti altri. Ma 
chi ben osservi vedrà agevolmente che 
il S. non deplora qui d'essersi rivolto, 
già adulto, agli studi letterari, bensì 
invece d'aver troppo tardi atteso all' in- 
vestigazione ed all'osservanza delle 
regole ortografiche, trascurate ai suoi 
giorni e quasi ignote ai pubblici mae- 
stri. In qual tempo poi egli comin- 
ciasse a combattere, scrìvendo, le vi- 
ziose abitudini contratte in fanciullezza, 
non è facile determinare, perchè, se 
ritorniamo trentacinqu'anni indietro, 
come il S. stesso suggerisce di fare, ci 
troveremo ricondotti al 1556, data che 
forse avrà avuto per Coluccio un si- 
gnificato particolare, ma che a noi 
invece nulla ricorda. 




28o 



EPISTOLARIO 



Ed innanzi tutto 
dichiar» come deb- 



c • Uttera • : 



Quantum tamen ad ìd quod petis attinet^ e t e rn u s scribi debet, 
^noVl'"*'*'"""* "^ arbitror, per unicum t. descendit enim atque deducitur ab 
etas, quod vocabulum dipbtongum ae in prima syllaba^'^ et t 
purutn habet in altera <">, scio autem, ut ad alia progrediar, quod 
hec dictio littera, sive a li tura dieta sit stve a legando 5 
et i ter, quasi legifera, per unicum t secundum originem 
scribi debet, et ita raultos peritissimos observare ^'^ venim quia, 
si consideretur derivatio, prima deberet illios nomìnis syllaba bre- 
viari, et ipsam cunctì poete producunt, ad ifotandam mutati onem 
temporis non irrationabììiter scribitur per duplex t<*^; sicut refert io 



3. N* ditcedit 3-4. M F pumim 6. W in luogo di ì. dà r g. U M ci ad not. 



(1) Come sì vede, il S. sapeva da 
tempo essere necessario indicare i dit- 
longlii; ma solo più tardi nelle sue 
scritture pubbliche e private prese l'abi- 
tudine di segnarJi. 

(2) Cf. Prisc. Insi. n, XI, 62. 

(5) Sentasi infatti Uguccione : 
« Item a lego et iter et tero 
» componitur hec I iter a, e; quasi 
« l e g i t e r a , eo quod tegendi iter 
<f prebcat vel quìa legendo iteratur. vel 
« dicitur litera, quasi litura a lino, 
« n i s , secundum consuetudincm an- 
«f tiquorutn, qui in ceratìs tabulls so- 
ft lebant scribere et postca linire. et 
« secundum hoc litera dicitur tantum 
« de figura ; sed quecunque sit ditri- 
« vatio vel compositio istius nominis, 
« debet hoc nomen scribi tantum per 
w unum t M. Cod. Luur. S. Croce 
PI. XXVII, Sin. 6, e. 95 a. 

(4) Trascritto letteralmente f arti- 
colo d'Uguccione, il Balbi, Cuthoìic. 
s. V. Lego, continua: « Sicut dicit 
«f Ugucio. sed cum littera derivetur a 
«lego, 1 e g i s , vel a lino, n i s , 
o et tam lego quam lino corripiat 
« primam.videtur quod littera primam 
« corripiat. sed constat quod prima 
« producilur, ut patet in illis versibus : 

Diiccre tiui <|uerij, ut rectc voriificcris 

Sint Ubi nou let» ; p«, titTcr*, qrlUbt, metni. 



« et ita videtur quod ibi sit positio et 
« sic quod scribaiur per gcminum t, 
« sicut multi scribunt ». A comple- 
mento di questa unta sopra una que- 
stione graramaticatc assai discussa, 
piacemi riferire anche un curioso 
brano dell'antichissima Ars kctoria di 
AiMF-Rico{?), secondo la redazione del 
sec. XII, che ne possedeva il S. : « No- 
« verìs, Icctor, quonìara littera duo 
« tt ideo habet: quoniam ex supino 
«litum et tero, teris compo- 
« nitur ; vel ex nominativis duobus 
«li tura et terens, quod libro 
« secundo Salomon sic coofirmat t 
(I « qui addit scientiam addit et labo- 
« rem. " ' item in eodcm : "Frequens 
a meditatrocarnisafilictioest,"** bene 
« ergo littera li tura terens dici- 
« tur, quia non tantum pueros in va- 
« pulando, veruni et maiores in medi- 
« landò affligit. Priscianus tamen in 
« primo de octo partibus dicit 
a quoniam littera ex I e g o et iter 
« componatur. sed eius verba pona- 
« mus : " Littera dicitur quasi Icgitera 
« eo quod legendi iter prebeai, vel a 
(( lituris, ut quibusdam placet, eo quod 
ce in ceratis tabulìs velcres scribere so 
a liti crant"*** inquìbusutiqucverbis 

• E(tt4t. I, 18. •• tUd. XU, i». - Jml, I, 
«I. 1-4- 



DI COLUCCIO SALUTATI. 



Augustinus fecisse Virgilium in hac dictione reliquìas, cui 
ob temporis mutationem addidit unum Ì('). et quod per du- 
plex t sCTÌbi debeat testatur Alexander in Doctrinalì (»), et 
sic liabet antiquissimus stiJus Romane curici), condicio autem quindi coin««nor. 

ma delle varie pro- 

5 per simplex e subiectionem significat seu qualitatem, cui res aliqua b"^'"*JJiS,7S' 
sit annexa. derivatur enim a die io, quod est poiestas, quod "''*' •""'"='«•. 
vocabulum descendit a dico, dicas, idest cop ulo, consecro 
et subì ciò. bine dicimus: condidonem temporum et bonam 
vel malam hominis condìcionem; hinc dìcitur quis condicione 

IO servus aut liber et huiusmodi. est condicio etiam lex, pa- 

ctu m; ut: bac condicione, idest hac lege vel pacto» est et con- or .coudiUo». 
di tic per unum t a condo, condìs; immediatius autem ab 
hoc genitivo conditi addita o, condìtio. hoc autem idem est 
quod factura; et sic creatura dìcitur Dei conditio, idest factura. 

15 est et condictio per et, idest simul dictio, et proprie dieta edominTeee.con- 
testium condictiones dicuntur, aut ordinate ex simul dictis 
posture, secundum varias igitur derivationes et significationes 
di versili catur huius vocabuli litteratura ^^\ de hoc autem nomine 

I. M relliquias 4. JV' conditio 6. U ditìo 8. U subìtio U N' condl- 

ttonem 9. U S' conditionem 10. Ih luogo di»ut liber hi tote actualiter \\. IJ con- 
dhione 15. U genctivo 16. A/ conditiones 



« libri sui fronte positis hcbetcs et 
« insci» non advertunt illuro male ìn- 
« tellexisse et turpius exposuisse et 
« penitus in parte hac virura tante 
« auctoritatis excecatum corde fuisse. 
« nos autem, quanto ìuniorcs tanto 
« perspicatiorcs, Danielem verum pro- 
le phetassc advertimus qui ait : " per- 
« transibunt plurimi et multiplex erit 
ix scientia " * » ; cod. Laur. PI. XLVII, 
27, e. 22B ; cf. PI. XVI, 5, e. 57 B, 2 e. 
(i) Cf. Ver e. Aett. I, 30. Non rin- 
vengo nelle opere dì sant'Agostino il 
luogo cui allude il S. Dice però la 
stessa cosa Prisc. Partitiotus duod. vcrs. 
Aen,princ. XI, 209: «reliquiac <juod 
«poetae interposita 1 relliquiac 
« metri causa proferunt » ; ma Tautore 

• D*K. XII, 4. 



deWArs Uctoria gli dà addosso qui pure ; 
cf. cod. Laur. cit e. io a. 

(2) Alex AN ORI de Villadei Doctri- 
nah, De primis syllabis, edi«. 
cit. e. 63 b: 

T dupliut lUiQS et Ijttert iangittu- itll. 

(}) Parrebbe da credere che il S. 
alludesse al Liber àiiirnm, da lui pro- 
babilmente veduto e consultato, mentre 
era in curia. Ma in esso io non trovo 
cenno intorno alla questione qui trat- 
tata. Può darsi quindi che il S. avesse 
presente il testo del Diunius quale fu ri- 
dotto e modificato nel secolo xi; cC 
SiCKEL, Libir diurnus Romauor. poni., 
Vindobonae, mdccclxxxix, p. XLViii. 

(4) Così Uguccione, op. cit. s. V, 
Dico, seguito dal Balbi, op. dt. s. 
V. Condicio. 



Coluccio Salutati, ti. 



282 



EPISTOLARIO 



Giustifica qaia<ii cuDCta, sì a coco, Ut quìilam volunt, inflectatur, sine e scribi 

ÌM grafia di «cun* 

•««'» potest; si autein dixerimus cu net a quasi coniuncta, quod 

mìcbì non minus placet, per et scribendum arbitror et sic utor^'). 

• obwurus., obscurus autem per b scribendum credo, Hcet videantur sequi 

plures consonantes. idem enim dubitari posset io abstineo, ^ 
abscondo et sìmilibus, ut obscenus, in quo etiam euphonie 

• reptfie.. gratia interponitur s<^\ de reperio autem, quìa compositum 

est a par io, integra prepositione manente, et quia simplex ge- 
minat primam syllabam et non compositum, gemìnatur in pre- 

• tperìo*: terito p, sicut vult Prisctanus <»\ aperio autem, non ab a, sed io 

ab ad compositum est. et quia integra prepositio non remanet, 

abicitur enim d, non duplicatur p. nam quod ab a non sit 

compositum, patet quia primam brevem habet, quam sine dubìo 

ab a compositum produceret. sed ablata d servat a tempus suum, 

e prova che «la- ct ìdco brevlatuf ^^). utrum autem hoc nomen lactis masculini 15 

n femminile. vcl femìnini gcncris sit, Alexandrum et Uguccionera con- 

sule et invenìes femìnini ^^K in eo autem quod optimus pater 

tuus dixìt lactes esse reticulum album circa intestina, de signi- 

fìcatione cum reliquis sentir, sed scribens hi lactes ab aliorum 

Toccato poicia auctoritatc dìsccdit. de illa autem dictione unica, quam mi- 20 

dì certa variante, ... . , 

raris construi, reluctantibus grammaticorum regulis, cum hoc 
substanti vo spiritus, possem, si vellem, cum spiritus supponat 



». U cotto i?) 
U M Uguictionem 



8. A/ proposlllone 



II. N' omette tb 



16. U femenini 



(i) n Et a e u n e u s vel e e o 
«rcunctus, a, ura, ìdcst universus 
«t et collecta in unum niultitudo, quasi 
<c cuaeus, quìa omnes in unum coeant. 
« cuncti enim dicumur cum coniuncti 
« sunt ei simile faciunt; aliter dicuntur 
« omnes et non cuncti «; Uguccione, 
op. cjt. s. V. C u n e u s , cod. cit. e, s 2 B. 
Papia non conosce che rctimologia 
« cuncti = coniuncti w; il Balbi s. v. 
Cune t US riproduce, ai solito, Uguc- 
cione. 

(2) Ci. pRisc. Imi. II, 1, 5 ; Papias, 
op. cit. s. V. Obscenus e Balbi, 



op. cit. s. V. Obscenus e Obscu- 
rus. 

(}) Prisc. ìmt. X, vmi, SU e cf. 
Villi, V, 29. Da Prisciano dipendono 
Uguccione (s. v. Par io, cod. cit. 
e. 131 b) ed il Balbi. 

(4) Cf. Uguccione, op. cit. s. v. 
P a r i o , cod. cit, e. 1 3 1 b ; Balbi, 
op. cit. s. V. Aperio. 

(5) Alexandri deVilladei Doctri- 
nak, De generibus, edìi. cit. 
e. 27 b. Il passo d' Uguccione è già 
stato addotto da noi a p. 166 di questo 
volume. 



DI COLUCCIO SALUTATI. 



283 



ibi prò anima, figuratam asserer^ constructionem, ut Pre- 
neste sub ipsa;<'^ verum testus meus habet: in vita. 

In prima autem epistola, quc est ad bone memorie magistrum 
lacobum ^*\ nil prorsus deficit, et si quod est ibi spacium, error foit. 
5 Sisnificationem autem illomm verborum, que Horatius in «" reiimoiogi* 

'■' * di «ambabau» 

libro Sermonum unico versiculo posuit: 

Ambubaianim coUcgia, pharmacopole (j), 

ni fallor, expediam. ab ambio et Baie, qui locus amenus et 
balneis plenus prope Neapolim erat, ubi Romani iavationibus et 

IO deliciis indulgebant, ambubaie,-arum diete sunt muìiercule 
baias ambrentes, et que ibidem gule aut luxurie gratia degebant, 
quasi baias ambientes <^). pharmacopole vero unguentarli « di «pharmAco- 
sunt, a pharmacon grece, latine medicamentum, sive Sy- 
rorum lingua unguentum, et pole, quod est vendere, vel 

15 laborare, quasi factores seu venditores uoguemorum vel medi- 
camentorum.f^^ habes prò nunc satis. alia vero tecum seriosius 
expLicabo. vale. Florentie, septimo idus iunii .mccclxjixx.i. 



20 



Vini. 

A Lodovico e Lippo degli AlidosiW. 

[CoJ. Mamcell. C. 8g, e. 52]. > 



LUGUBRES litteras vestras, magnìfici domini mei filiique karissimi, Fi^nze. 
ao novembre 1391. 
litteras, inquam, lugubres et funestas tristis accepi, tristior legi 

1. Muti 9. A/ Rumani ii. M omette biiiat ia-13. N' unguentari um fuJt 

17. U M omettono Tanno. 19. Head, porla in fronte: Pro morte Domini Bartholomeì (tic} 
de Alido&ìis 1391. 



(1) Vero. Acn. Vili, 561 : 

Qualii erun cum primam aórm Praeneite sub ipsa 
Stravi. 

(2) Cioè al Tederisi e si tratterà 
deU'ep. VI del lib. VI. 

il) HoRAT. Sai, I, n, i. 

(4) È strano che il S. il quale tro- 
vava presso Uguccìone ed il Balbi 
s. V. A m b u b a i a riferita anche la 
retta spiegazione di questa voce, fuor 
dì dubbio orientale d'origine, quale ò 



data da Acrone, scoliaste d'Orazio, 
abbia preferito la ridicola etimologia 
medievale. 

(5) Eberh. Gratchm. Vili, 149: 
Fannacoa uiiguenium fannacopoU probat. 

Inutile il rilevare che «polej» in 
greco non significa nulla e che se il S. 
volea scriver « venditore » doveva 
mettere « wwXin« », se w vendere », 

<f TTWXlTv 1». 

(6) Di Lodovico e Lippo Alidoii 



284 



EPISTOLARIO 



Apprese cou vi- et tristissìmus intellexi, quid enim mìchi poterai luctuosius ex- 

vn rammarico U 

51'Ajidoaì^''*'*'" hibcri quam annunciatio deflendissimi interitus domini Beltrandi 
de Alidosiis, gloriosissimi patris vestri? io hac quidem acerbis- 
sima migratione non sibi, qui consumavit cursum suura et in 
disposìtione bone spei piena, sìcut testantur scriptiones vestre, 5 
decessit, dolendum puro, sed vobis, sed mulcis aliis, sed michi 
precipue lugendum arbitror et dolendum, quos ille properata 

degno per u sua moFtc, sìqc spc suì AC sìuc cohsìIìo dcreliquìt. fletè igitur, do- 

bonti di essere •-,.,. 

»™««« "°i' mini mei, qui tantum et talem patrem, prudentie spcculum, con- 

silii lumen, humanitatis fontem et munificentie, que etatis nostre IO 
temporibus exulat, unicura specimen et cxemplum, amisistis ; fleat 
populus Imolensis, qui tantum et talem perdidit dominum et pa- 
storem; fleant amici, qui laomm et tale presidiura amiserunt; 
fleam ego fieatque mea destituta fiimìlia, qui singulare perdidimus 
columen et levamen. nolo singula prosequi, ne iam in splendore 15 
et igne quodam vestre prudentie decoctas et siccatas lacrimas re- 



pijuito. 



II. Cod, omette %mitì»àa 

figli di Behrando e suoi successori 
nel vicariato d' Imola, veggansi noti- 
zie nelle note all'ep. v del lib. Vili. 
Qui staremo contenti a riferire quanto 
riguarda l'avvenimento che provocò 
quest'epìstola, llreg. 2 ib" delle Mis- 
sive della Signoria fiorentina ci con- 
serva a e. 168 B il testo della lettera 
pubblica di condoglianza, inviata « Lo- 
« dovico et Lippo de Alidosiis », la 
quale dovette giungere loro insieme 
alla presente. Essa e di pugno del S. 
e suona: « Dici non potesi litteris nec 
« expHcari sermone, fìlìi nostri karis- 
« simi, quantum migratio dilectìssimi 
« nostri fratris domini Beltrandi de 
« Alidosiis patris vestri tranquìllitatcm 
« nostrarum mentium pcrturbavii, fuit 
« cniìm temporibus nostris rarus fide, 
« prudentid, necnon omni morura et 
K probìtaiis ornatu, nobisque tali cari- 
«f tate coniunctus, quod forte non pos- 
« simus inter omncs amicos, quos 
« honestas ipsa cooflavcrit, qui raris- 
■ simisuQt, aut utilius invexerit, quo- 



« rum ingens est copia, querapiara 
« reperire tara constantem fide vel 
ff tanti ponderis utilitate. veruntamen 
K legem humanitatis implevjt, cui pre- 
a scriptum est nemincraexcipiin quem 
a non debeat tex huius inevitabilis 
« conditionìs, quam mortem dicimus, 
K adimplerL letaraur taraen quod in 
« bona mentis et salutìs sue disposi- 
« tione deccsserit,. Ictamurque quod 
« vos tales filios post date vite ler- 
n minura dereliquit «S:c, daL Fio- 
« rentie, .xvi. novcmbris, .xv. ind. 
« .MCCCLXxxxi. ». Di qui risulta che 
Behrando era morto nella prima metà 
di novembre, e non già nel dicembre, 
come scrisse il LiTTa, Fam, ccUhri 
cii., Alidosio d'Imola, tav. i; 
errore che del resto egli avrebbe po- 
tuto evitare, consultando il Compendio 
della storia civik, eccles. t UtUr. della 
città d* Imola, edito da G. Benacci, 
Imola, MDCccx, par. I, p. 227, oppure 
il Manni, Osserv. istor. sopra i sigilli 
ant. I, 8s sg. 



DI COLUCCIO SALUTATI. 



285 



novem vosque io statum tanti meroris revocem et reponam. 
nam, ut Mantuanus ÌDquit: 

quo fata trahunt retrahuntque sequamur; 
Quicquid erìt» superanda omnts fonuna ferendo esiCO; 

5 et omnem de vestris incommodis tristi ciam deponeotes, sìt vobis 
dulcis paterna memoria, proponite vobis eum vite et gerendo- 
rum exemplum: habuìstìs equidem domi, ex quo virtutem verosque 
labores discere valeatis. babetote sempcr ipsum ante oculos; ipse 
sit in domesticis, in civilìbus et exteraìs officiis vobis dux, doctor 

IO et regula C'>. si post eius vestigia pergitis, si tales vos omnibus 
qualera se exhibuit prebeatis, propiciabitis vobis dominos, conci- 
liabitis amìcos, conservabitis cives, augebitis vcl saltem firmum 
vobis facietis imperium et perpetuam vobis gloriam acquiretis. 
si erraveritis, nullus erit excusationi locus, qui talem ducem pos- 

15 sitis, imo, quia filli sui estìs, debeatis in omnibus iraitari. sit 
in ter vos concordia, qualem Inter ipsum et germanum eius potestis, 
partim intuito, sed piene domesticorum testimoniis, recordari<J\ 
colite dominos et maiores, quos ipsum vidistìs, dum viveret, 
honorare; facile transeunt in posteros amicicie dominorum, quas 

20 qui successerint non recusant. spes etenim utilitatis cuncta con- 
ciliai et in honestate principii leviter solent amicicie confirmari, 
me autem servum vestrum, sicut vobis placet, accipite velitisque, 

4. Cod. saper ìade ed ommetle omnit 



Cerchino ì tigli 
d'emuUm« le do- 
mestiche e civili 
virtù ; 



cofl con»enrer«n- 
no fedeli ì sudditi, 
devoti gli umici e 
benevoli t supe- 
riori; 



offre infine aJ essi 
i propri servigi. 



(t) Verg. Acn, V, 709-10. 

(2) Checché dica qui il S., Bel- 
trando non poteva davvero passare 
per modello di buon principe. Quale 
fosse raborrimcnto degli Imolcsi per 
il governo « empio e pravo n di lui e 
del fratcl suo Azzone risulta dall'atto 
solenne, con cui il 20 marzo 1365 la 
città elesse ambasciatori ad Urbano V, 
perchè le togliesse dal collo l'intolle- 
rabile giogo : cf. Compendio eh. par. I, 
p. 220 e Ross[-Ca5é, Ancora di m. 
Benvenuto da Imola, Imola, 1893, 
p. 3 sgg. Vero è che più tardi, morto 
Azzone, Bekrando, rimasto solo sì- 
goore della sua patria, si mostrò pre- 



muroso di giovarle; alla prudenza ed 
al valore di lui, fattosi nel IJ76 al- 
leato ai Fiorentini nella guerra contro 
la Chiesa (cf. Miss. reg. 17, e. 26 a, 
9 maggio), andò infatti Imola debitrice 
della propria salvezza, quando le ma- 
snade iinglesi e brettoni minacciavanle 
la sorte di Faenza e dì Cesena. 

(3) L'esempio non si può dire de' più 
appropriati, essendo nolo che Azzone 
e Beltrando, non appena morto Ro- 
berto lor padre (1363), si disputarono 
con tanta violenza la signoria da ren- 
dere necessario V intervento del le- 
gato pontificio; Compendio cit. par. I, 
p. 219. 



2^6 



EPISTOLARIO 



sicut ofFertis et sicuti desidero, paterne benivolentie gratiam erga 
meam fìdem, que magna est, licet per alia servus sim, continuatis 
affectibus conservare, valete. Florentie, .xx. novembris .xv. in- 
dictìone .mccclxxxxi. 



A Michele da R.\batta ^'). 
[NS e. i32a;R\c. i6b.] 

Magnifico militi domino Michaelì de Rabacta. 
Fireiue, m j AGNiPiCENTissiME milcs ct honorabilìs maior mi. reminisci 

|6 gCHMIO IJ9J ? IV/I 

Gli «ccotnond. ifl debcs mc ubi preces per alias litteras porrexisse quatenus io 
■^« in favorem nobilis viri Francisci Amaretti de Manellis, qui michi 

a. Cod. prò alia 8. Cobì N^ ; R' Domino Michacle de Rabatt io. N' qualiter 



(t) Intorno alla famiglia, che <ìal 
suo luogo d'orìgine si disse da Ra- 
batta, sono a veder le pagine, parec- 
chio disordinate, ma ricche di notizie 
e di documenti, del Gamurrini, hior. 
gcneal. ddk fam. noh. tose e umhn, H^ 
416 sgg. e cf. V, 347 sgg.; alle quali 
ben poco aggiunge di nuovo Vhtjorma- 
^iont sittcerisiima àtìlu twbil J'ami^Ua 
da Rabatt a, fatta da me Gio. Batta Dei 
qucsCanno 1767, la quale si conserva 
inedita nella Nazionale di Firenze, ms. 
Passerini 191, Entrambi ì genealo- 
gisti però sul conto di Michele» che 
rappresentò si cospicua parte negli 
avvenimenti, di cui la Venezia ed il 
Friuli furon teatro sul cader del Tre- 
cento, recano ragguagli moUo incom- 
pleti, ch'ora cercheremo d' integrare. 

Figlio di quell'Antonio di Vanni 
di Mingozzo che, passato da Firenze 
in Gorizia per cagione de' suoi traf- 
fici, vi aveva ripreso moglie ed acqui- 
stati terreni. Michele, voltosi al me- 
stier dell'armi, militò ai servigi del 



patriarca d' Aquilcia (Vergi, Storia 
dctla Marca Trìvig. XVII, 205); quindi 
si acconciò con Francesco da Carrara, 
che l'ebbe in gran conto. Lui tro- 
viam difatti nel (}8S Ira i consiglieri 
del principe; lui mandalo in Austria 
a ricercarvi aiuti; a lui il Novello, la- 
sciando Padova, nflìdò la consorte 
ed i figliuoli;^. Gattaro, op. cìl 
coli. 645, 663, 675. Per aiutare Fran- 
cesco a risollevare le proprie fortune, 
il da Rabatta passa quindi nel Friuli, 
e di là più volte in Germania; gli 
concilia amicìzie, gli raccoglie sol- 
dati; nell'impresa contro Padova gli 
è al fianco, entra con lui nella città 
riacquistata ed è creato cavaliere la 
notte stessa dell'assalto « sopra il 
« ponte de' Carmini «; A. Gattaro, op. 
cit. col. 78 1 sg. ; Vergi, op. cit. p. 97 sg., 
113 sg. Ristabilita la signoria carra- 
rese, il da Rabatta diviene in Pa- 
dova onnipossente; Giov.mni da Ra- 
venna dice infatti più volte che per 
mezzo di lui e del Galletto « Carriger 



DI COLUCCIO SALUTATI. 



287 



singularis dilectioais vincolo vinctus est quique ad clericatum che «pir. *ii. c*r. 

rier* ecclesiutica 

anhelat^'^ apud excellentissimum comniunem dominum Patavì- 
num intercedere dignarcris. super qua quidem re, sì bene comme- 

a-3. R' paduanum 



« pene singuU digerebat » ; De elig. 
vitiu gen., cod. Par. Lat. 6494, ce. 4 a, 
6 A. Primo consigliere del Novello, 
nel novembre del 1590 maneggia in 
Venezia la pace fra il suo signore e 
l'Estense (Arch. di Stato in Modena, 
Casa Juc.^ Stato, Doc. mazzo i j86-i 390, 
2 Ottobre- 7 dicembre; Arch. di Stato 
in Firenze, Provi\ 80, e. 262 a, 16 no- 
vembre ; A, Gattaro, op. cìt. col. S05 ; 
Vergi, op, cit. p. 145); nel gennaio 
1592 interviene alle siipulazioni di 
Genova (Vergi, op. cìt. p. 169 e D e . 
p. 53); del '95, in occasione delle 
esequie di Francesco il Vecchio, ot- 
tiene dal Novello le armi ed il co- 
gnome de' Carraresi (Vergerio, Dì 
dign,jun. app. in ixtq. Franc.Sen.tkCan: 
in Muratori, Rer. Jt. Scr. XVI, 19J). 
L'annoappresso, resasi vacante per l'uc- 
cisione di Giovanni di Moravia la sede 
patriarcale d'Aquileia, diventa vicedo- 
mino generale della patria del Friuli; 
e di si alto onore gli porge congra- 
tulazioni il Vergerio ; Vergi, op. cit. 
p. 203 ; l'epistola, senza indirizzo e 
data, in Vergerii Epist. p. 140. Re- 
duce in Padova dopo qualche tempo, 
il suo nome figura in molti atti del 
1396; del '97 è testimonio alla pro- 
cura fatta dal Carrara per le nozze 
di sua figlia Giliola con Niccolò d'Este 
(Arch. ài Stato in Modena, Casu duc.^ 
Stato, Doc. mazzo 1396- 1400, 8 gen- 
naio); del 1401 assiste all'ingresso in 
Padova di Roberto di Baviera (A. Gat- 
taro, op. cit. col. 844); Tanno se- 
guente a quello di Bellore da Varano 
che veniva sposa a Giacomo da Car- 
rara ; A. Gattaro, op. cit. col. 865. In 
mezzo alle tristi vicende che prepa- 
rarono il crollo della signoria del No- 



vello, il da Rabatta non si mostra ani- 
mato per lui da minor zelo; nel 1404 
va con Rigo Galletto a Venezia per 
trattar di pace; scopre le trame di An- 
tonio e Brunoro della Scala contro Ìl 
Novello e tenta inutilmente ogni via di 
rendergh più propizia la repubblica ve- 
neta; A. Gattaro, op. cit. col. 886 sgg. 
Del 1405, di novembre, è di nuovo 
sulle lagune a perorarvi la causa del 
suo signore; ma non ottien neppure 
udienza ; A. Gattaro, op. cit. col. 9? 5. 
Morto ìl Novello, ei si ritirò nel Friuli, 
dove del 1407 Enrico conte di Gorizia 
investiva lui e Giovanni suo fratello 
del castello e mulino dì Dorimbergo; 
Gamurrini, op. cit, p. 427. Quan- 
tunque avesse avuto due mogli e più 
figliuoli, un de' quali, Lodovico, fu 
fatto prigioniero a Casalecchio il 
27 giugno 1401, mentre militava colle 
genti di Giovanni Bentivoglio (cf. cod. 
Marciano XI, 124, e. 9 a), mori senza 
credi diretti. Le sue sostanze passa- 
rono ai nepoti Bernardo e Niccolò, i 
quali continuarono in Gorizia la fami- 
glia; cf. Gamurrix!, op. cit. p. 427. 

L'epistola direttagli dal S. ò senza 
dubbio posteriore al riacquisto di Pa- 
dova da parte del Carrarese. L'ascri- 
viamo al 1592, perche ne' codd. essa 
ha luogo accanto ad altre epistole 
scritte in quel tomo. 

(i) È questi il figliuolo di Ama- 
retto di Zanobi di Lapo dì Coppo 
Mannelli e di Zanobia di Domenico 
Guidfllotii, il nome del quale, per 
dirla colle parole di S. Ammirato, 
« han reso molto celebre coloro i 
« quali . . . fecero quelle belle e utilis- 
« siine annotationi sopra alcuni luo- 
« ghi del Boccaccio ; imperocché tre- 



EPISTOLARIO 



mini, gratiosissimum tuum habui responsutn. nunc autcm pergit 
ad te nepos tuus, Antonius meus f'>, quem spero circa hoc nego- 
cium institurura. velis igitur in hoc estendere quanti me facias 
quantumque me diligas, quidque de te tum ego tum amici mei 
sperare possint; quanquam in promovendo viro nobili atque me- 
rito, si bene te novi, qui nobilitatem generis atque virtutem, sine 
qua nobilitas que ex sanguine trahitur inane nomen est, magni 
e ne fa molte lodi, facis, nou dcbcas prccìbus ìndigere, hoc unum scito: te non 
facile reperire posse ubi tam recte beneficium loces et de quo 
maiorem glorie fructum adepcurus sìs^*). fac igitur ut et amico io 
morem geras et tue virtutis, sicut tue congruit dign itati, recor- 

I. /?' babui tuum 4. R' omette quc dopo quantum 7. R' omette que 7-8. W /l' 
omettono magni facis it. R' dign. tue congr. 



« vato un testo delle sue novelle» 
tt scritto di mano dì Francesco, e da 
« essi roltimo testo chiamato, dicono 
« A questo proposito che esso fu scritto 
« l'anno 1 384 e Uopo la morte del- 
« l'autore U nono, e da huomo, come 
if da molti segni si conosce, inien- 
« dente, diligente e molto accorto » ; 
Ammirato, Fami^iia Mannelli, ms. 
Passerini della Nazionale di Firenze 
189, e. 4A. Sulle relazioni che sa- 
rebbero passate fra il Mannelli e l'au- 
tore del Decameron favoleggiarono al- 
legramente il C incili ed il Manni (di 
cui V. la prefazione at libro lì De- 
e a m e rofi di M. G, B. tratto dal- 
ì'ollimo testo scritto da Fr. d'Am. Man- 
neìU iuU'orìgitmle ddì'autore^ MDCCLXr, 
p. ix), confutati con molta prolissità 
dal Fanfani, il quale però ha fatto 
conoscere un documento, la portata 
al catasto del 1427 di Raimondo, 
fratello del Mannelli stesso, da cui 
risuha che questi toccava allora i 
settant'anni; e per conseguenza era 
nato nel ijsj; cf. Jl Decameron 
di M. G. B.t Firenze, Le Monnier, 
1857, 1, p. XVII! e Giorn. Sion della 
Ititer. it, XXI, 4$i sgg. 
(i) Dalla sua prima moglie il padre 



di Michele ebbe un figlio, Niccolò, 
vissuto sempre in Firenze, « dottore 
« famoso » (per dirla col Gamurrini, 
op. ciL p. 426), il quale generò tre 
figliuoli, di cui uno si chiamò Anto- 
nio; quello appunto che il S. qui ri- 
corda, che fu de* priori nel 1409 e 
nel 1.^24, due volte gonfaloniere dì 
giustizia (14 17 e 1429), ambasciatore 
del 1411 e del 14(9 ai signori d'Ur- 
bino, de' consoli della zecca nel 1427. 
Morì il ij novembre 1457 e fu se- 
polto nella chiesa di S. Francesco al 
Borgo di S. Lorenzo ; Gamurrini, op. 
cit. p, 427. 

(2) Le postille, di cui il Mannelli 
cosperse Ha sua copia del Decameron 
(che ora è il cod. Laur. PI. XLII, 1), 
ci mostrano in lui un uomo pieno di 
arguzia, un po' scurrile a volte, ma 
schiettamente fiorentina, e non di- 
giuno di buoni studi, perchè oltre alle 
opere volgari del Boccaccio egli cita 
spesso Seneca, Virgilio ed altri scrit- 
tori antichi. Ch'egli avesse aspirato 
alle dignità ecclesiastiche non si sa- 
peva fin qui ; ma la sorte non gli do- 
vctt'essere favorevole, se del '27 il 
fratello lo dichiarava « infermo e po- 
« vero ». 



DI COLUCCIO SALUTATI. 



289 



deris. gaudebis cquidem, ut arbitror, occasionera tibi prebiam 
tom officio amicicie tum virtutis. vale. Florcnue, die decimo- 
sexto iaauarli. f 



XI. 
5 A Juan Fernandez de Heredia <■>. 

[N*, e. I A ; CH, e. a8 B ; R', e. 27 a, mutila dopo poche righe ; R", e. 141 b.] 

Reverendissimo in Christo patri et domino, domino • ♦ 

castellano Inposte Lini Coluccii Salutati epistola incipit. 



te /\ 



UDio te, vir etate nostra singularis, virtutis et virtuose dili- 
gende specimen, reverendissime in Christo pater et domine, 
et, si me non dedigneris in servum, michi domine cunctis hono- 

7. Così N* : CHIf CMtellano Imposte R' in poste 



Firenze, 
I febbrtio ijja? 



(i) La storia dì Juan Fernandez 
de Heredia, nato verso il ijio 
da una famiglia appartenente alla 
« rica hombria » aragonese^ entrato 
circa il 1332 nell'ordine di S. Gio- 
vanni di Gerusalemme, e salito in 
esso alle dignità più sublimi, consi- 
gliere ed amico di principi e di pon- 
tefici, si compcnetra cosi con quella 
generale dell'eia sua da non poterne 
andare disgiunta. Noi rimandiamo 
dunque chi desiderasse particolari no- 
tizie su questo valoroso guerriero, che 
fu insieme un sagace diplomatico ed 
un illuminato protettore degli studi, 
alle due memorie di Karl HERauET, 
Juan Ferrandei de Heredia, Grossmei- 
slcr des JoanttiUrordcns ([377-1396), 
MiJhlhausen in Th., 1878; Der Johan- 
ttiUrgrossnteiiUr Heredia und seine lit- 
terar ischi Bedcutun^ (in Zeilschr. fùr ali- 
gemeittc Geschichte, Cultur-Liiter. u. 
Kuml^esch., Stuttgart, 1887, IV, 769- 
792) ed alta bella introduzione pre- 
messa da A. Morel-Fatio alla Chro- 

Coluccio Salutati, IL 



ni^ue de Morie aux xiii' *;/ xiv* iih- 
(Iti pithlièe et traduite fwur ìa Soc, de 
rOriettt Latiti, Genève, 1885. Nel 
secondo de' suoi citali lavori I' Hcrquel 
ha ìnscriio una versione tedesca, pres- 
soché completa, dell'epistola presente 
(P* 785 sgg.) ; ma assai prima il Mehus 
{l'ita A. Traversarii, p. ccxciv sgg.) 
aveva riprodotto, giovandosi di R*. 
alquanti brani del testo originale, come 
a suo luogo indicheremo. 

In quanto alla data di quest'epistola 
non è facile chiarirla. Trovando V He- 
redia chiamato dal S. « castellano di 
« Amposta », della qual dignità, la 
più elevala deirOrdìne negli Stati sog- 
getti alla corona aragonese, egli aveva 
goduta per lo spazio di trentadue anni, 
dal i}4j cioò, in cui morì don San- 
cho, prozio del re Pietro IV, fino al 
1377, quando per la morte di Roberto 
di Julhiac (iq luglio) fu eletto gran 
maestro dell'Ordine, il Mehus con- 
getturò che l'epistola di Coluccio fosse 
anteriore al 1577 (op. cit. p. ccxcv), 

19 



290 



EPISTOLARIO 



Graia gli giun»« funi dclationibus excolende, quod Inter alia, qiilbus virtuosissime 

la notUìa che egli ^ ' 

^ailSoftodrubiT delectaris, est copia cumulatioque librorum. in qua re tanto 
studio tantaquc cura vacasti, ut iam sic omniws persuasuin fru- 
stra librum queri, quem apud te non contigerit rcperiri. sed 

IioHe'* ""'** *" ^"^^^ ^^^^^ ^^ precipue dilexisse scraper hystoricos, quibus rerum 5 

I. l^ omette vinuoiUiime 4. N' JA no» 



1-5. // Mehut cita da inter a hUtoricos 
due volle. 5. N' »emp. Iiist. dìl. 

ed io tale ipotesi ebbe consenzienti 
il Morel-Fatio (op. cìL p. xxi) e 
r HERaUET, il quale anzi nel secondo 
suo lavoro, dopo aver, ripetendo i 
soliti errori suU' immaginaria dimora 
del S. in Avi^onc, fantasticato in- 
torno ad un possibile incontro del S. 
coU'Heredìa alla corte papale, con- 
clude che quest'epistola dovetl'esscrc 
scritta il I febbraio 1374; op. cit 
p. 784 sg. 

Ma a ritenerla invece posteriore, e 
d'assai, airassunzione di Juan Fer- 
nandez all'ufficio di gran maestro, 
concorrono parecchi e gravi indizi. 
Delle epistole scritte dal S. fra il 1375 
ed il i}8} air incirca, noi possediamo 
in L' una raccolta cronologicamente 
ordinata e riproducentc l'autografo 
stesso dclTautore. Or come mai, se 
l'epistola al de Heredia è da ascri- 
vere agli anni 1374-76, non ve la rin- 
veniamo registrata ? Eppure si tratta 
di scrittura importantissima e per il 
contenuto suo e per la qualità del 
personaggio a cui era diretta; tale 
insomma che il S. doveva tenersene. 
Orbene essa apparisce sempre cosi in 
R', ms. dove l'ordine cronologico è, 
se non rigoroso, ben riconoscibile, 
come in altri codici, mescolata ad epì- 
stole posteriori di quindici anni al- 
l' incirca; colle quali essa ha in realtà 
rapporti assai stretti di somiglianza, 
perchè le cose che il S. vi dice ed il 
modo con cui le dice rivelano una 
maturiti di senno, una larghezza dì 
dottrina, infine un'eleganza e sobrietà 
di stile, ch'egli non possedeva ancora, 



quando fu eletto cancelliere fioren- 
tino, e che mediante lo studio inde- 
fesso raggiunse solo negli ultimi lu- 
stri della sua vita. S'aggiunga altresì 
che il S. toma a parlare della tradu- 
zione aragonese delle Fife di Plutarco, 
chiesta qui all' Heredia, nella pose ritta, 
or disgraziat.imente smarrita, ma letta 
già, come a suo luogo proveremo, 
dal Mehus e da altri, aggiunta all'e- 
pistola da. lui spedita il 20 gennaio 
1595 all'antipapa Benedetto XIII. Or 
non sarebbe mollo strano die il S. si 
fosse deciso a ridomandare vent'anni 
dopo al pontefice avignonese l'opera 
stessa richiesta del 1374 al de Here- 
dia, proponendogli in cambio l'iden- 
tico libro, la traduzione d* Omero? 
Non è in quella vece assai più pro- 
babile che fra l'epistola all'antipapa e 
quella al cavalier aragonese sia tra- 
scorso un breve spazio di tempo, e 
che il S., impaziente d'indugi, abbia 
creduto opportuno sollecitare in più 
modi Juan Fcrn.indez, perchè appa- 
gasse i suoi voti ? 

Mi si obbietterà che se il S. scrisse 
al de Heredia dopo il 1376, egli non 
poteva, data la sua posizione ufficiale, 
ignorare che l'antico castellano d'Am- 
posia era divenuto gran maestro del- 
l'ordine Gerosolimitano. .Ma io ri- 
spondo che ninno fra coloro i quali 
hanno trattato sin qui di questo ar- 
gomento, s'è rammentato di un fatto 
della massima importanza; vale a dire 
che per tutti gli Stati cattolici, 1 quali 
riconoscevano Urbano VI qual vero 
pontefice, il de Heredia, dichiarato 



DI COLUCCIO SALUTATI. 



a^i 



gestarum meinoriam studJum fuit posteris tradere, ut regum, 
nationuui et illustrium virorum exemplis per imitationem possent 

maìorum virtute* vel cxcedere vel equarc<'^ nec puto quod ^on^w/JróvTto 

unquam tibi in mentem ascenderit talis occupationis vel studii rro'Ì«oT.*ponSi 

_ • • ^ ' ' ' • j attesoché U co- 

5 penitere, quoniara rerum gestarum scientia monet pnncipes, docet gn«ioo dei p«»Mto 

I. *V' R^ R' omettono fuit 4. R' a»cenderct R' Mudai 5. N* princ. mon. 



fautore dell'antipapa, non era più dal 
1383 in poi gran maestro dell'Ordine; 
perchè in quell'anno Urbano VI aveva 
eletto in suo luogo il napoletano Ric- 
cardo Caracciolo, del quale una specie 
di capitolo generale dell'Ordine, rac- 
coltosi appunto in Napoli nel marzo 
1384, sanzionò la nomina. Che se 
la maggior parte de' cavalieri di 
S. Giovanni continuarono fuori d'Ita- 
lia a considerare il de Heredia come 
lor legittimo capo, ed il Caracciolo 
quasi un intruso, pure costui fra noi 
venne riconosciuto quale gran mae- 
stro dell'Ordine, ed in tale qualità in- 
caricato da Bonifazio IX di maneg- 
giare del 1392 in Genova la pace fra 
il Visconti e i Fiorentini ; cf. J. Dela- 
ViLLE Le Roulx, Utt unti ^rand-maì- 

I ire dt Vordre di St. Jean de ]husaUm 
arbiirc de la paix conci, tntre J.-G. Vii- 
conti et la rff>. de Florence in ììiblicth. 
de l'Ècole des charter, 1879, XL, S2j- 
544. Agli occhi del S. adunque, il 

^de Heredia, decaduto dal suo alto 
grado, non era più dopo il 13S3 che 
il castellano d'Araposta, com'era stato 
fino al 1376; e se forse nella copia 
direttagli dell'epistola gli riconobbe 
l'antica dignità, non stimò probabil- 
mente opportuno attribuirgliela nel 
registro delle lettere proprie ; cosi 
come ne' registri delle lettere pubbli- 
che, scrivendo da parte del comune 
all'antipapa Clemente VII, sostituiva 
al titolo « Papae » il semplice nome 
et Clementi»; cf. reg. 23, e. 56 b, 
$1 luglio 1394. Tolta così di mezzo 
la sola difficolti che si opporrebbe a 



considerar la presente come posteriore 
ai 1376, io non esito a collocarla a 
poca distanza da quella indirizzata a 
Benedetto XIII. 

(i) Le opere, che uscirono dalle 
mani de' letterali che circondavano in 
Avignone il de Heredia, rivelano tutte 
questa propension sua agli stiidi sto- 
rici, « Porque las scripturas son 
« aqucllas que perpetuan la memoria 
« de las cosas pasadas y dan muchas 
« de regadas razonabtes congetturas 
« de conoscimiento et discrecion en 
« las csdevenidcras », egli faceva tra- 
durre in aragonese, sulla versione 
francese di Nicolas Faucon de Toul, 
per quanto sembra, la Fior de las ysto- 
rias de Orient di Aitone armeno (cf. 
Morel-Fatio, op. cit. p. xxii); e le 
stesse ragioni, sebbene non espresse, 
dovettero spronarlo a far volgere nel 
proprio idioma le Vite di Plutarco, di 
cui discorreremo più Innanzi, le Storie 
di Paolo Orosio e di Eutropio ed al- 
tresì la Bibbia; Morel-Fatio, op. cit, 
p. xviiisgg.; Romania, XVIII, 491 sgg.; 
BulUtin crilique, 1886, n. l. Ma non 
pago delle versioni d'opere già uscite 
alla luce, egli ne fé' scrivere delle 
nuove propriamente storiche, quali 
sono : La ^rant è verdadera istoria (o 
La grant crànica) de Espanya e La grant 
crònica de los ccnquiridores : la prima, 
vasta compilazione di storia nazionale 
divisa in tre pani, di cui una oggi è 
perduta ; la seconda, tentativo di storia 
universale, di cui solo una parte, la 
cronaca di Morea, ha vero valore; 
cf. Morel-Fatio, op. cit. p. XXV sgg. 



1 



292 



EPISTOLARIO 



recM utilità gnnàt 
■gU aotnini 



e doni tlngoUre 
upcrìctuM in tutte 
le circosiuixe della 



iiccbè nessuna 
scuole filosofica 
può vattursi dì 
limigUauti sue* 
ceiir, 



eil insegar cosi 
efficacemente cO' 
me si {iraticbi la 
gìustiaia ; 



come ti manifesti 
il valof vero; 



populos et instruit singulos quid domi quidque foris, quid se- 
cura, quid cura familia, quid cura civibus et amicts, quidque pri- 
vatim vel publice sic agendum. hec etenlm scieotia, quocunque 
te verteris, presto est; res quìdem prosperas moderatur, conso- 
latur in adversis, firraat amtcicias, coofabulationibus tura prebet 5 
copiam tum ornatuin. hec est coiisiliorura dux atque doctrioa; 
fugiendorum periculorum regula et bene gerendarum rerum cer- 
tissiinura docuraentum ^'^. bine Frontinus, rei militarìs scientiara 
non contentus preceptis et regulis tradidisse, infinitis exemplis, 
que strategemata vocant, ante oculos posuit et, velutl ratione io 
validissima, coiifirmavit, et quis Socrates, quem primum apud 
Grecos legimus vivendi regulam docuisse; que morum altrices 
Athene; quis Areopagus; que rigida stoicorum et nunquam repe- 
rienda perfectio; que humanitas et ad mediocritatem peripateti- 
corum limata traditio; que philosophorum disputationes et, ut 15 
nostros attingam, que Ciceronis Seiieceque precepta melius aut 
edecumatius docent quid sit bonestum, quid turpe, quid utile, 
quid non W, quam ipse, si cum diligentia discutiantur, hystorie? 
Vis iusticle formulam ? occurrent tibi Brutus atque Torquatus, 
rigidis fascibus, imo securibus, in filios patri am et rei militarìs 20 
disciplinam acerrime vindicantes; occurret et Ulpius tuus, qui 
signa stamìt iussitque classica conticere, donec lacrimantis vidue 
causam, coguitione previa, iudicaret. queris veram fortitodioem ? 
occurret Cocles, qui solus, dum pons post ìpsum solvitur, Por- 
sennam et eius exercituoi et ausus est et potuit, dum prò salute 25 
patrie diniicat, substinere; occurret Lucius Sicinius Dentatus, quem 
legimus octies ad singulare certamen appellattim, alacrìter fliisse 



i, N^ sing. in»tr. 4, CH pro«perint 4-5. N^ in adv. con». 5-6. S' cop. prtb. 
6. R' lioc JV' àat cons. 7. S' reg. per. 8. Qui $'arreita l'epitl. in R'. io. l codJ. 
stratagcm. 18. R' omette quid noQ Ji. C// iudkantea N^ Vulpius 33. N' indicavil 



Quanto abbia partecipato il de Here- 
dia a questo largo lavorio che gli fer- 
veva d'attorno, non è facile stabilire; 
ma certo egli lo diresse con vivo zelo, 
perchè le versioni di autori classici o 
medievali come le opere storiche alle 
quali e coiigiunto il suo nome, recano 



tutte in fronte la notizia che egli le ha 
trovate, compilate, fatte tradurre, 

(1) Cr. gli elogi degli studi in gè» 
nere in Cic. Pro Archia, VII; degli 
storici in specie, De ftnib. bon. et mal. 
V, XIX, 51 sg, 

(2) Cf. HORAT. Ep. I, u, j. 



DI COLUCCIO SALUTATI. 



293 



congressum et redìisse victorem ; occurret et Sergius, qui manu 
sinistra, nara primo stipendio dexterain amiserat, quater una die 
simili provocatJone certavit et vicit; occurrent et inlìuiti, quos 
longìssimum est referre, tam Rornani quam externi, qui virtutis 
5 huius genere claruerunt^'^ ìnier quos non in postremis erit Elea- 
zarus latapatites, qui cuspidem arietis romani patrie muros labc- 
factantem, iactu lapidis fregit et in oculis hostium caput «llud 
ferreum vaste magnitudinis rapuitj et demum, quinque confossus 
telis, se cura ingenti lapide super ìllam machinam iaciens et ani- 
io mam Felix, ante patriam cadens, reddidit et menia civitatis ab 

ìHius concussionis strai^e detendit <*>. si pudiciciam velis, erit ^.""«^ ««tengisi 

*^ r ' l'ooesu de' coitu- 

obviam maximo cum splendore Lucretia; maxima vero cum "'• 
admiratione Tusca de gente Spurinna, qui non solum in se san- 
ctimoniam casti tatis servavi t, sed ne pulcritudine vultus procli- 

ij vium in libidinem feminaruni animos irrìtaret, decus illud forme, 
vulneribus exarata facie, cicatricibus corruptum exhibuit et de- 
forme ^'>. occurret perpetue virginitatis ornata laudibus inter 
Amazonas Ortthya^^); occurret etiam, ut Hippolytum et fiibulas 
dimitiamus, clarissimum exemplum continentie conìugalis, Ptho- 

20 lomeorum genus, pene vir, memoria tradenda, Zenobia, quam 
vicisse celebre fuit Aureliano tropheum ^^\ sed quid per cuncta 
trahor? nil cogitari potest viiii nichilque laudari virtutis, quod 
hystoriarum non probetur exemplis. quid dicam fortunas homi- l« «tori. ip»a<je 

insieme lume lulla 

num et invictas fatorum leges, renovationes gentium vertìgines- j|]f^^"„*J^'{|^g; 
25 que regnoram, in quibus reperies Assirios, Medas, Persas, Grecos **"^" ' 
atque Romanos statuentes et amittentes imperia? et obvii tibi 



6, R' dopo Eleaz. aggiunge et 

(i)GU esempi di Bruto, dì Torquato, 
d'Orario Codite sou tolti da Val. 
Max. V, vili, i ; VI, ix, i ; IX, in, 4; 
III, II, i; IV, VII, 2; quelli di L. Si- 
cinio Dentato e di M. Sergio Silo 
da Plin. Nat. hisl. VII, xxix, 1-2, 4 
(per Sicinio v. ancbe Val, Max, III, 
li, 24). Per Traiano il S. attinse forse 
alla nta s. Grcgorii Magni, aitrìbuiia 
a Paolo Diacono, o meglio al PoUcrat. 
di Giovanni da Salisbury, lib. V, 



cap. viii;cf. Gbaf, Roma ntììa tn^m. e 
nelle ìtnma^, del medio evo, II, 5 sgg. 
(2) losEPH. Fi.AV. De belìo Iitd. HI, 
VII, 21; losiPPON, siz'e losEPHi Ben-Go- 
RiOKls /fi;/, ludaicae libri VI, Oxonii, 
MUCCVI, lib. VI, LXIX-LXX, p. JO4 Sgg. 

(j) Val. Max. VI, r, i e IV, vi, ext. i. 

(4) lusTiNi Histor. lib. II, i\\ 17. 

(5) Trebellius Pollio, Tyranni 
Triginta, cap. xxx; Fl. Vopiscus, 
D. Aurelianus, capp. xxxni-rv. 



294 



EPISTOLARIO 



e gli esempi di 
Filippo il Macc- 

dODC, 

di Ciro, di Ro- 
molo e Remo, 



dello iipano AM- 
done ne danno 
prova «periìuinu. 



Ogni unmie- 
stramento Kaluri- 
Bc« dunque dalle 
ttorie ; 



fìent Macedonum rex Phylippus, adeo f;rtis addictos obnoxiusque 
quadrige, quod in Pausarne gladio, cui tale signum erat inscul- 
ptum, sit traditum occidisse ('). invenies edam, ut Cyrum inter 
canes et Iliadas apud lupam tutos et nutritos pertranseain, tue 
gentis admirabilem Abidona, qui Gargoris, antiquissimi bispani 5 
regis, nepos ex filia stupro genitus, ut periret in solitudine sil- 
varuin expositus, non laceratus a feris, sed lactatus est ; nec ar- 
ctissimo transita pessundatus armentis, nec fame laborantibus 
tuni canibus tum et porcibus exhìbitus, feralem invenisse dicitur 
lanienam, sed necessarium alìmentum; demumquc in ultimum io 
oceanum proiectus, undarum mcdiis tluctibus, quasi materno sinu 
complexibusque receptus, incoi umis in litore, estu refluente, di- 
missus est, ubi cerve pietate servatus et altus, cervis comes factus, 
non minori pcmicitate quara cervi convexa montium et concava 
vallìum discurrebat; demunique laqueo captus avoque presen- 15 
tatus, postquara etatìs coniectura formeque recordatione et notis, 
que recens orto impresse fuerunt, vere nepos recognJtus est, vieta 
scveritate regis et avi, reservatus ad regnum est, quod ipse le- 
gibus stabilitum, ferinura commutans gentis victum, agriculture 
diligentia et inventis frugibus exornavit ('). 20 

Hec et alia, que longìus ac laboriosìus est referre quam sub- 
tilius, hystorìe docent, ut non sit aliquis virtutis splendor seu de- 
formitas vitiorum, nulla gerendorum varictas, nulla cauiio nul- 
laque deceptio, nulla denique Consilia, que non possintex hystoriis 
elici et exeraplis illustribus confirmari, ut sine contentione faten- 25 
dum sit concìonatoris illud, non solum in naturalibus aut Dei 



I. N' omette Macedonum e scrive additu» 6. R' strupo 7. /» luogo di non 

\' <*» et e R' ut 24. CH /?* den. nulla j6. aut] N' sed 



(1) Val. Max. I, viii» ext. 9. 

(2) ìvsTimHistar. lib. XLIV, iv, che 
chiude il racconto delle vicende di 
Abido con queste parole: « Huius 
« casus fabulosi viderentur, nisi et 
« Romanorum conditores lupa nu- 
« triti et Cyrus, rex Persanim, cane 
« alitus prodcretur u. Il brano di Giu- 
stina è trascritto, quasi letteralmente, 



anche da Domenico d'Arezzo nel 
Fons mentùrab. tiniv. De viris cla- 
ris virtute aut vi tio,s. v. Ibius 
(cod. Laur. Aed. 172, e. 207 a): e 
diede nello stesso periodo di tempo 
argomento ad un poemetto latino di 
anonimo autore, che si legge anepi- 
grafo nel noto cod. della Comunale 
di Siena H, VI, 25, ce. 124A-125A. 



DI GOLUCCIO SALUTATI. 



395 



providentia, sed edam in rebus gestis: nichil sub sole novum, 
necvaletquisquam dicere: hoc recens est <*>; et quantum et quale 
est ex hystoriarum noticia dare presentibus ordinem et coniectu- 
rara sumere de futuris. speculentur alii, et per anxias ac inexplì- 
5 cabiles rationes ìlla probeot, si probabilia sunt taraen, que nec 
capi possunt intellectu nec centra subtìlioris ingenii vim et re- 
luctantiam tolerari; que, postquam scita flierint, nec mefiorera 
hominem moribus faciant nec ad usum humane vite pruden- 
tiorem. ego tecum et cum aliis rerum huiuscemodi studiosis 

IO discara que preterita sunt, ut ilia non solum sciam, sed ipsis 
utar meditando, consulendo, scribendo. 

Video siquidem, ut ultimum hoc discutiam, nichil oniatius, 
nichil floridius, nichilque suavìus in dicendo nichilque quod magis 
moveat vel delectet quam id quod hystoricum aspergatur. sint 

15 que scribuntur subtilia, sint ex moralibus docuraentis, sint etiam 
ex fidei preceptis instituentia vitara nostram, generant tamen ali- 
quando fastìdium meatibusque legentium tedium rngerunt; ut nulla 
sit tani vehemens appUcatio mentis, que non quasi defatigata rc- 
tundatur atque torpescat. et quam dulce quamque ìocundum est 

20 videre maiorum exemplis salubria monita confirmari vel Inter 
rerum gestarum monimenta colligi que sequi debeas taliterque 
sectanda narrari, quod inter legendum nausea non succrescat ? 
tolle de Sacris Litteris quod hystoricum est: erunt profecto reli- 
quie res sanctissime, res mirande j sed quantum ad delectatio- 

25 nem pertinet tahter insuaves, quod non longe potenint te iu- 
vare. denique, cum pulcerrima scientiarum sit reihorica, prout 
hec ad tribunalia iudicum, curie septa vel concionum pulpita, 
sìcuti communiter acclpitur, coartatur, quid est ista scientia nisi 
quedam rerum gestarum aut gerendarum conflictatio atque pugna? 

30 nam, si rccte velimus inspicere, quid in laudationem vituperatio- 
nemve deducitur, nisi quod dici possit cum vìrtute factum vel 
cum vitio perpetratum ? quid etiam in iudicio petitur, nisi pena 



lo ttttdio loro ta 
contcguen» è pre- 
feribile alle vuote 
•ii$rut«rioai tcoU- 
«tiche. 



OrxMiDetito e 
sussidio • tutte le 
scritture ne derl- 



perfin le sacre carie 
prive dell 'elemeoto 
storico diventereb- 
bero aride e non 
darebbero frutto. 

La retorici stes- 
sa trae dalla storia 
clementi di vita 



la. R' nil 15. N' mortalibu» 29. CH R' omettono aut gerend. CH omette 

anche atque piigtia 30-33. N* omette laadidoneni - etiam 



(1) Eccìis. I, 9-10. 



J9< 



EPISTOLARIO 



C (|IM»IO U MOH* 

iucMOA riesce a 
aMUd'McvoIc in- 
idUgMM. 



È «jwiiuli b«B et- 

Slorevole U per- 
ita della iiia|;(nor 
parte dcgW Xorid 



rom ani ; 



vuoi antlcbUiimt. 



vcl premium, quod prò rei geste merito dispensetur ? quid de- 
mum persuadendo consulimus, nisi quod fieri vel non fieri de- 
bere prò utilitate privata vel publica cogitamus ? nec extra rem 
est quod, cum omnium artium scientìarumque doctrina sit non 
solum abdiia, sed obstrusa, ut non facile possit ab omni ingenio 5 
perdpi, nullus ferme tam obtust tamque caligantis intellectus sit, 
qui capere non possit hystorias, quem talium rerum narratio non 
deleaet, qui non possit ex ipsis elicere documentum fiigiendi vi- 
tium aut imitande virtutìs exemplum. non igitur pcniteat te, 
vir clarissime, specialiter operam dedisse scientie rerum gesta- IO 
rum, que, nisi nacta fuerit ingenia nimis inepta ad omnes vite 
partes, ilb suggerit que nullo modo possint aliunde percipi vel 
haberi nec aliquid subtrahit quod ab artibus aliìs ministretur, 
queve sic pertinet ad hominura vitam, ut per alias non possit 
melius institui vel ad honestatis frugem perfectius revocari. 15 

In quibus quidem, cum tanta sit utilitas, tanta voluptas tan- 
taque doctrina, quam inexcusabOe damnum est quamquc defle- 
bile, quod omnis ferme Latinorum hystoria taliter sit amissa, quod 
vix tot hystoriarum cartulas habeamus quot hystoricorum no- 
mina rccensentur ? nec id etatì nostre vitio deputera ; altius con- 20 
copta est ista iactura. sex enira seculis et ultra litterarum studia 
taliter iacuerunt, quod extincti sunt libri, sed sìngulariter perie- 
runt hystorie; de quo quidem mecum nequeo consolari, ubi- 
nam sunt annales Ennii, Quadrìgarii, Gnei Gellii, Q. Claudi!, 
L. Pisonis aut Fabii?('> quo evanuerunt Julius Higinus, Ephorus, 25 



3. cu omette privata 5. CH nbatruosa AP negotio, cancellato e soititufto 

in margine ingenio 13. N' illis «7-53' /' MffiUM cita da quam a hyttorìe 

14. CHR' in luogo di Gnei danno C N. 35. CH N' R' IgÌDiiu 



(1) Quest'elenco degli storici Ia- 
lini antichissimi che il S. si è inge- 
gnato di tessere secondo l'ordine cro- 
noloffjco, é basato in gran parte sopra 
la lettura di A. Gellio, come riesce 
chiaro dall'errore ch'egli commette, 
facendo di Q. Claudio Quadrigarìo 
due storici invece d'un solo. Gellio 
infatti ne cita gli Annali or sotto il 
nome di Q.. Claudio, or sotto quello 



di Quadrigario; Noci. Alt. I, xvi, i; 
« Quadrigarius in tertio Annalìura 
«ita scripsitj»; III, vni, 5: « QjLia- 
<f drigarius auiem in libro tertio » ; 
V, xvn, 5 : «Q.. C!audius Annalium 
(f quinto » &c. E frequentissimamente 
poi riproduce brani di Ennio, di Gn. 
Gellio. di Fabio Pittore, dì L. Pisone; 
cf TruFFEL, Gtuh. dtr Rom. Litltr.^ 
SS 155. loi, 1J2. 157 <ScC" 



DI COLUCCIO SALUTATI. 



297 



Tubero, Valerius Antias, Sylla» Seoipronius Asellio, Sabìnus Ma- 

surius, Oppius et Sisenna?t'> ubi Cornelius Nepos, ubi Tacitus, . 

ubi Tranquillus ? ^') et ut recentìores attìngam, ubinam Trebcl- ^°^ p'** '«•»*»• 

lius Pollio, Flavius Vopiscus, Syracusius, lulius Capitolious, Elius 

LampridiuSjVuIgatius Galli canus, Helius Spartianus,Dexippus, Cor- 

dus ? <»^ ubi sunt et alii infiniti, quos ambitiosius foret enumerare 

1. CH/ra Semprontu» e Aaellio pone una virgola. a-ó. // hfekus cita da obi a 

infiniti 4. CU N' R* ptr Vopiscus dan Fosco , for$e erronea tratcriiione del Vo- 

potCKS che per Vopiscus « le^g* anche in taluni codd, delt Hit t, Aug. $-6, M Codras 



(1) Anche qui da A. Gelilo deve 
averatiìnioprecipuamenie il S. poiché 
questi scrittori son tutti ricordati e 
citati nelle Nod. Alt,; Eforo fra gli 
altri (Ijb. Ili, XJ, a), che il S., in- 
gannato forse dalle parole un po' am- 
bìgue del suo autore che Taccoppia 
con L. Accio, par abbia creduto latino, 

(2) Da Gellio (NocL AlU Vl.xvni, 
II ; XI, vili, j ; XV, xxviii, 1-2 ; XVII, 
XXI, 3) il S. aveva appreso che Q. Cor- 
nelio Nipote era autore d' un'opera in- 
titolata Excmpìa, d'un'allra De viris 
illuslrihus, della Vita dì Cicerone 
e delle Cronache, delle quali ultime po- 
teva pure avergli data notizia Ca- 
tullo, I, 5. Cf. TtUFFEL, op. cit 
5198. Lo stesso dicasi per Svetonio; 
cf. Noct, Ali. IX, VII, } ; XV, iv, 4 &c. 
Molto strano invece è il veder qui 
collocato fra gli scrittori perduti Ta- 
cito, di cui il Boccaccio si era così 
largamente servito nel De claris mu* 
lierilms (v. De Nolhac, Boccace d 
Tacite in Milatig. d'archéol. et d'bisi. 
de V Èc. franf. de Rome, 1892, XII, 
135 sgg.); e che Domenico d'Arezzo, 
intimo amico del nostro, sembra 
possedesse, giacché non soltanto nel 
De viris claris lo chiama « orator 
*f et hystoricus eloquentìssimus, prout 
« eius probant hystorie, quas multo 
« cum lepore legìnius » (cod. Laur. 
Aed. 172, e. 120 a); ma, tessendo la 
biografia di Lucano, ne cita espres- 
samente gli Annali, XVI, xviii: « Ad 

Coluccio Salutati, II. 



« cuius pleniorem notìtiara debes scire 
« quod Lucanus, teste Cornelio 
«Tacito lib. 16, fuìt filius L. An- 
cf nei Mele, fratrìs moralis Scnecc »; 
cod cit. e. 234 A, Siccome però Do- 
menico fin dal 1377 aveva trasmesso 
al S. l'elencò di tutti i suoi libri (cf. 
lib. IV, cp. villi ; I, 376), e non ò cre- 
dibile che, se Tacito sì fosse trovato 
fra di essi, il S. non ne avesse tratta 
copia; cos^ sarà da ritenere o che il 
Bandini venisse più tardi in possesso di 
un codice Tacitiano o che lo abbia 
avuto soltanto a prestito. Comunque 
sìa di ciò, alcuni anni dopo, il S. do- 
vette fìnalnienie conoscere egli pure 
Tacito, se Leonardo Bruni, scrivendo 
al suo fianco circa il 1400 la LauJatio 
urbis Fior enlinae poteva citare le Hù/o- 
riae (cf. G. Kirnek , Della Laudai io 
urb. fior, di L. Bruni, Livorno, 
1889, p. 19); ed il Poggio nel 1427 
cosi scriveva di un ras. dello sto- 
rico latino al Niccoli: « Legi olim 
<» quemdam, apud vos mancns» 
« litterìs antiquìs; ncscio Colucii ne 
« esset an aherius»; PoGGii Epislolae, 
ed. Tonelli, lib. IH, ep. xv; I, 215. 

(3) Che accanto alle opere per- 
dute di Giunìo Cordo, uno de' conti- 
nuatori dell' Hisioria Augusta di Mario 
Massimo e di P. Erennio Dexìppo 
(cf. Teuffel, op. cìL SS 381 e 387) il 
S. collochi, quasi avessero subito i! 
destino medesimo, quelle di Trebellìo, 
di Vopisco, di Capitolino, di Lampri- 

19* 



298 EPISTOLARIO 



▼anno 
di tuttii 



quam deceat ? quid aliud possumus respondere, nisi quod indignis 
laboraverint et ingratìs; nisi quod una cum rebus gesds, quas 
tractavenint, sint deleti ; nisi quod maiores nostri videantur ìpsos 
nobis, sive fuerit ìpsorum incuria sive malignitas, invidisse? sdo 
De'quiii te »i- tameu quod ex istis forsan potuerit aliquis venisse in nianus tuas 5 

CUBO egli fosse per ^ ^ ^ ' 

M?^*"""* * "** aut ubi reperiri valeant explorasse, qui super alios nostri temporis 
fueris rerum huiuscemodi curìosissimus inquisitor. 

Quare, ut alìquando concludam, per infinitas virtutes tuas, 
per studia tua, per quicquid in te reperiri queat humanitatis, 
benignitatis et gratie, dignationem tuam suppliciter deprecor et io 
nSffii **"*"'"* exoro, quatenus me digneris per tuas gratiosissimas litteras infor- 
mare quot et qui antiquorum hystorici venerint in manus tuas. 
Non chieiie mi ubi siut, ct au apud tc remauserint in latino, nec peto com- 
periemui nmnes istos, quos habemus, Eusebium, Cassiodorum, losephum, 

Egisippum <'), Hystorias scolasticasW, Bedam, Orosium, ij 
lustinum, Eutropìum, Paulum diaconum, tres Tiri Livii deca- 
des, Sallustium Catilinarium et lugurthinum; non An- 
neum Senecam, qui Florus inscribitur ('>, non abbreviationem Tio* 

I. CH possimus 8. Qui riprende la citazione del Mehut. 13. tP manam toain 

14. R" losaphum 17. M Salustii 

dio, di Gallicano e di Sparziano, che fazzonatura delle Antichità e delle 
poche righe sotto egli menziona poi Storie dello scrittore ebreo, che, di- 
fra gli storici « communes quos ha- vulgata circa il iv secolo da un incerto 
« bemus », è cosa incomprensibile, autore, andò per tutta l'età di mezzo 
Ma, data la confusione ed il disor- sotto il nome d'Egesippo:cf.FABRicius, 
dine in cui si trovavano le varie parti Biblioth. graeca, IV, par. I, p. 231. 
della Historìa Au};usta ai tempi del S. (2) Penso che si tratti délV Historia 
(cf. De Nolhac, Pètr. et l' bumanismi, tripartita. 

p. 254 sg.), è lecito congetturare che (5) Sia ch'egli avesse rinvenuto in 
egli non si raccapezzasse in quel gi- quel suo codice dtlV Epitome di Floro, 
nepraio e stimasse perduti taluni au- dove si leggevano ragguagli sulla fa- 
tori che invece esistevano. Si è ve- miglia dei Seneca (cf. lib. Ili, cp. vili; 
duto cosi ch'egli a p. 41 di questo I, 153), la notizia che quest'operetu 
volume vuol togliere la Vita di M. apparteneva a Seneca, sia che il ms. 
Antonino filosofo a Giulio Capi- stesso portasse in fronte, come in molti 
tolino per darla ad E. Sparziano. accade, il nome non già di Floro, ma 
(i) Il S. dunque, come il Petrarca di L. Anneo, sia infine che a lui pure 
ed il Boccaccio (cf. De Nolhac, op. fosse venuto sotto gli occhi il noto 
cit. p. 338; HoRTis, Studi, p. 383), co- passo di Lattanzio, Div. inst. XII, 
nosccva oltreché il De hello luJaico xv, dove si dà lode a Seneca d'aver 
di Giuseppe Flavio, anche quella raf- suddiviso in età la storia del popolo 



DI COLUCCIO SALUTATI. 



299 



Ltvii^'^; non modemoriim nucjas, Specula videlicet hysto- = "«rr""- !« «o- 
rìalìa<^\ Satiram Pau!ini'^>, Martini Croni casO), et sì qua ?"*■« <»i vaiort; 
alia, nostris his tiuobus edita seculis, fuerit unquam tibi cura vi- 
dendi. non etiani Suetoniura De duodecim Cesaribus; non non Svetonio ««i, 
5 hystoricos illos, qui, ìncipientes ab Adriano usque in Nunierianum, "' vmuvri» a^ 
omnes Cesares Augustos atque tyrannos stilo non incongruo 
descripserunt; Spnrtiaous, Capitolinus, Gallicanus, Lampridius, 
Trcbellius et Vopiscus; non Commentarios C. Cesaris de dfcM^7"^'*" 

8. W Voposcas S' G Ces. comm. 



romano, come vediamo aver fatto 
Floro; certo si è che il S. ha soste- 
nuto doversi attribuire non a Floro, 
bensì a Seneca Y Epitome con una as- 
severanza dalla quale abitualmente e! 
suol tenersi lontano: e Cum claris- 
« sime legatur », scrive cosi nel trattato 
De lyranno (cod. Laur. PI. LXXVIII, 
12, e. 3 n) « apud Senecara, quem ne- 
« scio quare Florum dicunt, Eutropium 
« et Orosium &c. ». E più innanzi 
(cod. cit. e. 7 b) : « Audi Senecam, qucm 
K quidam Florum vocant ». Ugual- 
mente neir/«:'<;(r/it'a in A. Luschum, 
ed. Moreni, Florentiae, mdcccxxvi, 
p. ^j: « nonne Icgitur apud Senecam, 
e qucm quidam Florum vocant, ubi ci- 
« vile bellum-non minus conqueritur 
« quam describat ^'c. x». Sebbene il 
Vossto ed altri abbiano inclinato a rite- 
nere probabile che Floro appartenesse 
alla famiglia dei Seneca (cf. Fabricil's, 
BihlìotiK lat., Lipsiae, 1 77 }, II, 459), oggi 
i critici lo identificano invece col noto 
poeta e retore dei tempi d'Adriano; 
cf. Teuffel, op. cit. 5 J48. 

(l) Sotto il notne di Abbrei'iatio o 
Ahbreviiitiones Titi Lmi cofTevano al- 
lora le Periochae dell'opera Liviana. 
Il Petrarca ne aveva posseduto e po- 
stillata una copia, che ora è perduta 
o nascosta, ma che nel sec. xv passò 
sotto gli occhi di Gasparino Barzizza; 
cf. De Nolhac, Pétr. et l'huwanisme, 
p. 245. Anche Domenico d'Arcuo, 



a confermare che delle Storie di Livio 
erano esistite un tempo tredici deche, 
cosi scrive nel De l'iris clarìs : « Ncc 
« potest dici non esse verura, quamvis 
a tantum tres Icgantur ubique; nara 
« et ego epitoma, seu mavis omnium 
« dictarura decarum abbreviatio- 
" n es , habco, quarum multis esempla 
H dedi » ; cod Laur. Aed. 172, e. 381 b. 

(2) Allude fuor di dubbio allo Spc- 
culitm historiak di Vincenzo de Beau* 
vaìs, opera di cui anche il Boccaccio 
non par facesse molta stima (cf. Hor- 
Tis, Sfinii, p. 4HS) e che Benvenuto 
Rambaldi definisce con dispregio « opus 
« vere gnllicum »; Ccw. Pur^. i, III, }8. 

(j) Si tratta, come rilevò già A. 
MussAFiA nella introduzione alla sua 
bella stampa del Trattato De regimi- 
ne ree torli di fra Paolino minorità, 
Vienna, mdccclxviii, p. vii, della cro- 
naca composta dal vescovo di Pozzuoli 
e da lui intitolata Satira, lì Boccaccio 
che nelle Geneaì. Deorum, XIV, 8, 
biasima la « prolixa dicacitas » di Pao- 
lino, si ò addirittura scatenato contro 
di lui, com'è noto, nelle postille agli 
spogli inseriti nel zibaldone Maglia- 
bechiano, dove non gli risparmia né 
i rimproveri, né i dileggi. Cf. Hortis, 
-Studi, p. 485;MACìtl-LEONE, ìl\ibaìd. 
Boccaccesco della Magliabech. in Gicrn, 
star, della kit. Hai. X, 18 sgg, 

(4) L'opera ben nota del domeni- 
cano polacco Marlin Strebski (f 1 279). 



in« <]aclle cbe in 
p«rte o in tutto 
son andate p«r ime, 
come le acche di 
Lhio, 

le Morie di Trogo 
Poapco, dj Canio, 



di Saiiiutio t Stc- 

tODiO, 



bello gallico, quos multi, non mediocriter errantes, ut arbitror, 
lulio Celso tribuunt<'); non etiam communes illos De bello ci- 
vili(*>; sed si quos alios videris aut habes. et presertim si de 
Tito Livio plus alicubi esst scias quam ,xxx, libros <^>> ; si Trogum 
Pompeium vidisti vel habes aui unquam ubi sit percepisti (^^; etan 
totum reppereris Q. Curtium De gestis Alexandri M ace- 
do n is; nimis equidem diniinutum habemus <s^. de hystoriis etiam 
Sallustii (^ ; sique unquam bella dvilia, que Suetoaius scripsisse 



8. M si qtut 



(i) Fra i «non mediocriter erran- 
« les » al S., se avesse voluto far nomi, 
sarebbe stato necessario porre il Pe- 
trarca ed il Boccaccio (cf. De No- 
LHAC, Pétr. el Vhumanisme, p. 247; 
HoRTis, Studi, p. 415 sg.), nonché 
Benvenuto da Imola {Comm. Jnf. 
xxvm, n, 57}; Par. vi, IV, 43$). 
Non è picciol vanto del nostro aver 
veduto il vero, quando uomini cosi 
insigni erano ancor avviluppati dalle 
tenebre di un errore, che perdurava 
ancora in pieno rinascimento ; cf. Sab- 
BADiNi, Storia e criL di alcuni lati lat. 
in Musco it. di anticb. class. Ili, 362. 

(2) È strano che il S. taccia de'com- 
mcntari De bello alexandrino, 
africano e hispanensi; ma piut- 
tosto che ammetterli a lui ignoti io 
inclinerei a riconoscere ncll'oniissione 
Il risultato d'una semplice dimenti- 
canza. 

(3) Sulle ricerche intraprese per 
ritrovare i libri perduti di T. Livio 
V. HoRTis, Ciimi di G, Boccacci int. 
a T.Livio, Trieste, 1877; Sabbadini, 

Op, Cit. col. J22Sg. 

(4) Per qualche tempo sorrise agli 
umanisti la speranza di ricuperare le 
Storie di Trogo Pompeo. Cosi nel 
1417 il Traversari annunziava festante 
a F. Barbaro che il cardinal Pisano 
le aveva scoperte in Spagna (Sabba- 
DINi, Ciititotrtnla lettere itud. di F. Bar' 



baro, Salerno, 1884, p. 12); altri si 
lusingava di ritrovarle in Germania. 
R Alias dominus Andreas lulìanus no- 
« bilìs venctus, vìr apprime siudìosus 
« litterarum, voluit se in Alemanniam 
« transferre, ut inveniret Ubrum Trogi 
«Pompei et unam decadum Livii; 
« que volumina ibi esse audiverat. 
« hoc audivi ipse Petrus Delphinus 
« ab {sic) filio eius Francisco luliano »; 
cod. Canon. Lat. 281 della Bodlejana 
d'Oxford ; cit. in Coxe, CaL tnss. bibJ. 
J?0(//. par. IH, Oxonii,MDCccLiv,c.2ji. 

(0 Sulle condizioni in cui vers.ava 
nelFetà di mezzo il lesto di Q. Curzio 
v. S. DossoN, Elude sur Q. Curce, sa 
vie et son ituvre, Paris, 1887, append. i 
e n; ma il filologo francese non ha 
apprezzato quanto meritano d'esserlo 
gli studi fatti sullo storico d'Alessandro 
dal Petrarca e dal Boccaccio: cf. De 
Nolhac, op. cit. p. 291; HoRTis, Studi, 
p. 426 sg. Quando Niccolò da Tre« 
viri rinvenne il famoso ms. dì Plauto 
fece correr voce d'aver scoperto pure 
un ras. compiuto di Curzio; ma la 
notizia, che aveva rallegrato il Poggio 
e il Guarino, si manifestò bentosto 
falsa. V. Mehus, Viia A. Traversarii, 
p. XLiii sg.; Sabbadini in Musco it, di 
antich. class. Il, 414. 

(6) La perdita delle Storie di Sal- 
lustio fu deplorala anche dal Petrarca ; 
De Nolhac, op. cit. p. 247. 



DI COLUCCIO SALUTATI. 



101 



crediturf'>, vel hystorias Claudii Cesaris inspexisti ^'^ sed in Livio di otudio. 
magis et cordialius ferves. 

Ceterum scio quod de greco in grecum volgare et de hoc in 

aragonicum Plutarchum De hystoria .xxxxviii. ducum et 

5 virorum illustri um interpretari feceris; habeo quidem rubri- 

carum maximani partem t'>. copio, si fieri potcst, hunc librutn „ÌLuefgii''*'' t 
viderei forte quidem transferam in latinura ^■♦^ ego autem habeo piu'J,f«"'U'Jdot» 



in aragonese 



a. f^ R' omettono et cordialius E qui ti arretta il MeHu$, 
p, ccxcir, cita da Oterum a latiDum 



3-7. // Mehtts, op. cit. 



(1) Cf. Teuffel, op. cit. S 347, 4- 

(2) Cf. SuETON. D. Claud. XLI 
e Teuffel, op. dt. § 286. 

(j) Di «juesta versione aragonese 
che, come ci apprende la rubrica ini- 
ziale «iella traduzione toscana di cui 
parleremo adesso, fu eseguila « per 
« un freyre predicatore Vispo di Lu- 
« dcrnopolr, molto sofficienie cherico 
« in diverse scienze et grande istoriale 
« et esperto in diverse lingue jj sopra 
una prima traduzione « in vulgar 
« greco a fatta in Rodi « per unn fi Io- 
li sofo greco chiamato Domitri Talo- 
« diqul {$k) », il MorcUFatio ha, sulle 
tracce dell'Andres, additalo un esem- 
plare nel fondo spagnuolo della Na- 
[ jtionale di Parigi, un. 70-72. Sebbene 
I questa copia sia acefala, pure il con* 
fronto istituito dal Morel-Fatio fra al- 
cuni passi di essa ed i corrispondenti 
del volgarizzamento itahano provano 
che essa è proprio quella fatta per or- 
dine del de Heredia. L'esemplare pa- 
rigino (accordandosi anche in questo 
coi codd. ìtaUani) non comprendeva 
però originariamente se non trenta- 
nove Vite e non già quarantotto quante 
ne conta l'originale. Ma su tutto ciò 
e sui nomi dei traduttori, evidente- 
mente svisati, cf. Morel-Fatio, op. 
dt. p. XVIII 9gg. 

(4) Scrive a questo proposito il 
Morel-Fatio, op, cit. p. xxt: « On 
et ne sait si le projet de Salutato a 



« èté rais à exòcution »» A me pare 
poter asserire risolutamente di no, 
quantunque la versione italiana che 
noi possediamo del testo aragonese 
ci offra indizio certissimo che it S. 
pensava seriamente a dotar l'Italia 
d*una traduzione latina dì Plutarco. 
Essa infatti deve esser stata eseguita 
per conto del S., il qu.ile non avrebbe 
potuto sul testo aragonese elaborare 
agevolmente la propria versione. Che 
scegli, distratto dalle sue occupazioni, 
rinunziò al disegno qui manifestato, 
diede opera però perdi è altri lo colorisse 
in sua vece; ed io non esito a cre- 
dere che per suo eccitamento appunto 
dovettero così Leonardo Aretino come 
Iacopo Angeli proporsi di far le loro 
prime prove di traduzione dal greco, 
trasl alando le Fitt di Plutarco, di 
cui otto il primo, due voltò poi il se- 
condo: cf Mehus, L. Bruni Aretini epist. 
pars I, p. Lxxit sgg- E si noti di più 
che colui, il quale trascrisse in Firenze 
nel 1469 le Tj/t: volgarizzate ne'codd. 
Laur, PI. LXl, 1 1- 12, ebbe, com'egli 
attcsta, « la copia da uno frate del- 
« l'ordine minore, e fu quella che 
«fu di messer Lionardo d'A- 
«rezzo »; al quale molto probabil- 
mente l'avrà trasmessa il Salutati, 
quando lo stimolò ad iniziare il lavoro, 
a cui egli non poteva dar mano. Sui 
codici contenenti il volgarizzamento 
iuliano oltreché Mehus, Vita A. Tra- 



302 



EPISTOLARIO 



^ 8'Ì.«f:* •" «,^- translationeoi Odyssee Homeri in latino, quera librum audio 
"""• te quesissc ^'>. si iusseris, raitiaai hunc tibi et quicquid me habere 

Si augura che da sensctis, Quod tibì placcat, plus quam libeater. et, si tibi placet, 

questo leiter«rio ' * "^ ' r "i r » 

Jrind*o^''i'Sf' velim quod hoc sit inter nos noticìe principium, amicicie vincu- 
xia loro. jij^ g^ offidorum mutua vicissitudine fundamentum. vale felix, 5 

domine mi; et parce si nimis audax tibi visus fuero sique te, 
plus quam deceat, oneravi, in votis quidem honestis non est 
turpe transire modum nec invenìt facile voluntas coni un età vir- 
tuii frenum. iterum vale. Florentie, kalend» februarii* 



XIL 10" 

A Donato degli Albanzani^*^ 

[CH, e. 57 a; RS c. 26 b; R', c. 156 a; A. Hortis, Stihìj sulle opere latine 
del Boccaicio, Trieste, 1879, App. Ili, i, pp. 728-29.] 



, di i. 1 



Ser Donato de Casentino, 

Escio quid dicam, gemine mi; nescio quid ex huius sterilis 15 
soli, sicut tua dUectio novìt, inopia munìficentie tue re- 



Firenxe, 

IS febbraio 1)92? 

Lo ringrazia 1 

datogli in dono : pcudam. taHtH quidcm me piscium copia locupletasti, quod 



14. CH R^ Donato de Casentino II Magistro Donato de Casentino 
R^ mngnifiecniie 1 7. CH omette me CH R' collnptetasti 



16. Clì aìctitì 



vefsarii, p. ccxciv, cBandini, Catal.Y^ 
242 sgg., V. Marchesini, Due mss. 
auio^r. di F. l'illaui, in op. cit p. ?,Sj. 

(r) Sarà certo da riconoscere in 
questa versione dcW Odissea quella 
compiuta da Leonzio Pilato a spese 
del Petrarca, mentre era ospite in Fi- 
renze del Boccaccio; cf. De Nolhac, 
op. cit. p. VI4 5g. È singolare però 
che il S. non accenni qui AÌVUtade, 
della quale pure possedeva, come ri- 
sulta dall'ep. xxiii del presente libro, 
la traduzione. Ma forse il de Heredia 
fra ì suoi libri la contava già. 

(2) Neppur di quest'epìstola pos- 
siamo stabilire con certezza la dat.^; 
ma a ritenerla scritta nel 1 592, oltre- 
ché il luogo ch'essa tiene ne' codici 
(argomento di valore assai scarso), ci 



consigliano alcune riflessioni ch'ora 
esporremo. Era a que' tempi con- 
suetudine che i principi trasmettes- 
sero in dono ad altri signori, oppure 
ai rettori delle libere città, con cui 
avevano legami di amicizia, cibi più 
o men rari e prelibati; e cos^ fra le 
missive del comune di Bologna con- 
servateci dal cod. Napolet V, F, 37, 
noi ne leggiamo talune dirette dagli 
anziani a Giangaleazzo Visconti per 
ringraziarlo or dell' invio di cento car- 
pioni e cento anguille (e. 11 a), or 
di un bove e cento forme di cacio 
(e. 17 a). Di uguale liberalità davon 
prova coi reggitori di Firenjte i mar- 
chesi di Ferrara; ma nei primi anni 
del suo governo Alberto d' Este, che 
meditava di romper l'amicizia co* 



DI COLUCCIO SALUTATI. 



303 



mìchi visus sis non exiguum hominì mueus, ut scribis, non 
amico, sicut soler, exenìum, sed unius exercitus coraineatum desti- 
nasse ^*\ sunt, nec pudet, Tusconim mores temperatione dispen- 
sarionis constricti; et sìcut mensìs modura, ita noverunt adhibere 
5 largitionibus temperamentum. tu autum Tiiscus, Tuscura donans, «oo »«>«* ^iiuf. 

mire U sorerchìa 

non private munificentie meiisuram, sed domini cuiusvis magni- e^p^°*'f^ Je'i'«- 
ficeotiam excessisti. nec michi bene constat acturus ne sim 
gratìas, an liane tuara enomiitatem reprehensurus. transcendisti 
modum, mi Donate, ut amodo donans, non donatus merito de- 
IO beas appeUari ^*>, sed fare, precor; quid sibi voluit tantum in hac 

tua largitate profluvium? an putas amiciciam muneribus parari, Non «. doni tn. 

a. R' omflte sed uuius 3. R' tempenitio 3-4. CH /?' dì«pens«tJonc 6. CU oiiusus 
g-10,/7' dcbea 10. sibi] C// sì /?' tibt 



Fiorentini per stringersi, come fece, 
a! Visconti, se n'era astenuto, Ri- 
fatta la pace, ritornò al vecchio uso; 
e difatti nelle Missive del 1391, pre- 
cisamente sotto il 7 novembre, noi ne 
ritroviamo una « Marchioni Estensi », 
la quale così comincia: « Ingentem 
« copiam piscium servandorum, 
« quos nobis magnifica vestra frater- 
« tcmitas destinavii, non sinc admi- 
« ratione propter raultiludincra, sed 
o ingenti cum iocunditatc propter af- 
R fectum trans mittentis accepimus »; 
rcg. Ili»'», e. 167 B; e dopo d'allora 
missive consimili si ripetono con fre- 
quenza; cf. rcg. 22, e. II B, 14 aprile 
1392; e. 98 B, 29 marzo ij9j; reg. 25, 
e. 7 A, Il marzo 1 ^94 ice. Donato 
adunque, Ìl quale ci teneva a prov- 
veder anch' egli l' amico di pesce 
salato, che servisse a lui ed ai suoi 
di cibo quaresimale, deve aver cAlto 
per regalare il S. l'occasione offerta- 
gli da un analogo invio fatto dal suo 
signore ai priori fiorentini; e quindi 
non prima del '91 può essere stata 
scrìtta quest'epistola. Ma se avver- 
tiamo poi che una seconda lettera del 
S. all'Albanzani, identica per il con- 
tenuto suo alla presente e da asse- 



gnarsi come sembra, al i ?9J (la xnii 
del lib. Vili), attesta che Donato aveva 
l'anno innanzi gi;\ fatto dono di pesce 
salato al canctlUere fiorentino, parrà 
naturale il concludere che a quel 
primo invio si riferisca repìsiola, dì 
cui ora trattiamo. 

(i) La generosità di Donato era 
ben nota. Il Petrarca, che ad ogni 
istante ne provava gli effetti, dopo 
aver più volte pregato l'amico dì 
smettere, montò in collera e gli scrisse 
una lettera piuttosto aspra: « Quo- 
« tìcns », egli esclama, " monui, quo- 
« licns oravi, quotiens blandi cns, 
ft quotiens subirascens, nunc lin- 
ngua, nunc calamo litigavi tecum 
« ne tua liberalìtas suspitione me cu- 
«piditatis aspergerei 1 tu perstas; et 
n dum famae tuae studes, mcam non 
« ccmis infamiara »; Sen. lib. XIUI, 
ep. 9; cf. Fracassetti, Le leti. sen. H, 
43^; HoKTis, Studi, p. 601. 

(2) Anche il Petrarca ncH'cpistola 
ora citata non sa. trattenersi dallo 
scherzarsul nome dell'amico: cfAbunde 
« mìhi sufficit Donatus meus, d o ♦ 
a n a t u s , ìnquam, et non cmptus. 
« cur tu igitur emas me, cui non te 
« vendidisii, sed donasti ? ». 



304 



EPISTOLARIO 



crei o 'r'r*ffor«- ^^^ p'iratam foveri quo consistat ? falleris, mi Donate : non est 
pcHor" ' """ ^™^cicia res venalis, non precìosa, sed ìmpreciosa potius est vera 
dilectio. quem mtchi dabìs, qui precium tempori ponai? in- 
quit Anneus^'>. sed qoot annorum chiliades cum unlus dieì ami- 
dcia comparabis? ioappreciabilis res est que vel exceditur vel 
excedit, si ceteris comparetur. amidcia nultius rei mensura est, 
nuUaque re penitus mensuratur: quicquid sibi comparaveris vile 
est. non igitur putes hoc tam excellens bonum posse donis et 
e soiunto colla pecunìa possìderì : virtus sola est principiorum amicicie conci- 

TÌrtù d può eoo- 

•eguire. lìatrix, vìitus sola conservat et tuetur inceptam, cuius opinio, sì 

forsan dilectionem inclioaverit, cum non subsit, mox, ubi comper- 
tus error fuerit, desinlt diligi quod inconsulte cepit amari, tan- 
taque vis caritatis et amicicie est, tantumque sibi cum virtute 
commertium, quod, si ipsam sustuleris, virtus extinguatur et, si 
Turuvu prega viftutem aufcras, nequeat amicicia subsistere. fjratitudinis tamen 

Donato a gradir 

l'eipreasione della ofiBcio muDcra tua proscquor ini pendio erati arum, loneeque cu- 

fua ri conoscenza. * ^ ' ^ ' o i 

mulatius id fecissem, si non, ut multorum mos est, uno convivio 
rcceptum hospitem in perpetuum exclusisses. vale, gemine mi. 
Florentie, decimoquinto februarii. 



IO 



15 



Pireue, 
18 o 19 febbraio 
IJ91? 
Chiamato dal- 



XIII. 

A SER Antonio da Cortona W. 

[CH, e. SI b; ti\ e. 19 B.] 
Eloquenti viro ser Antonio de Cortona lucano cancellano. 

■^xiGis a me, vir eloquentissime, frater optime, quod de tuo 
^ edecumatissimo Carmine et inversis, ne dicam perversis, ver- 25 



re*Td vaiofi'di'un sibus scr Viti dc Montecatino feram, quodam quasi modo, sen- 

I. C//p«rtam CH R^ subsistat 3. R' tempora R' H tempore 5, R' H recano 
compwabit che non dà armo. 6. R* mcnsuram esse 9. R' H pouidere 17. /?' fe- 
cisM mox 19. CH quintodecimo 33. Coaì AP : CH Ser Antonio de Cortoiu 



(1) Sen. Ef>. ad Lue. I, 2. Il lesto 
però pone « aliqucd u dìiianzi a « prac- 
« tìum ». 

(2) Anche di questa e dclU se- 
guente epistola al cancellier lucchese 



non possiamo in verun modo deter- 
minare le date. Ma il luogo ch'esse 
occupano nei codici ci inducono ad 
assegnarle all' incirca al i J92, Di ser 
Vito da Montecatini poi non ho notirie. 



DI COLUCCIO SALUTATI. 



305 



tentiam. in qua quidem re prìmum cogitare cepi, an honestum "J^^J^.^^^J'^^** 
foret super aliquonim controversia, una solum parte requirente, vorrebbe Khcrmir- 

' * sene, tanto più che 

cum altera non consentiat, iudicare. scimus etenim, inter alia, '*''". ^» r«*^"^<» • 

' ' ' vcrii d Antonio, 

I Claudio imperatori ad suggillationem imposìtum, quod aliquando «^«^'i^nno ro^o- 
5 una et aliquando nulla pane audita, iudiciura dederit<'); et ut 
argutissime dixit apud Tragicum Creonti Medea; 

QLuì statuii aliquid, parte inaudita altera, 
Equura Ucci statuat, haud equus fuit (>). 

ratio igitur iubet ut taceam, sed amicicie tue postulatio cogit m* poiché l 'ami. 

. f . , . . ciiU t dò Io spro- 

IO Ut dicami ut, si fuerit de hac re tibi cura ilio contentio et ego "*» 
forem index eleaus, urbanissimum esset Mantuani nostri ver- 
siculo respondere: 

Non nostrum Inter vos tantas componere lites. 

et utinam liceret, salva ventate, subiungcre: 

Et vìiula tu dignus et hic. et quisqiuls araores 
Aut nietuit dulces, aut experietur amaros(j). 

sed nulla prorsus inter vos comparatio; et nimis ignare sibi btan- ""/^"J*,^,^* 
diretur ille ser Vitus, si sua metra velit cum tuis versibus coin- ^"l^ * *>"'"' *" 
parare, nam 
20 Lenta salix quantum pallenti cedit olive, 

Puniceis quantum cedit saliunca rosetis, 

ludjcio nostro, tantum tibi cedit Amyntas(4). 

loquitur enim in illis suis versibus incipientium more ruditer, et ^i cui nou i di- 

^ ' \ fe«i e gli «Ton, 

metrorum complendorum grada eo plerunique deducitur, ut in- 
25 composite et impertinenter, ne dicam pueriliter, eloquatur, qui, 

si memor foret Daretis et Entelli <5) non presumpsisset, iuvenis, »«"» * pos«iwi« 

'fi' ' certo un paragone. 

iam caoescentem in ane poetica provocare, nonne legit Catili- 
naria pugna, que in agro Pistoriensi commissa fuit, veieranos, 

8. e// itatueril 18. CH omette cum ao. JVMeta pultenti ai. ro«tis] JV' 

roMDi (T) 97«a8. CH catelinarra 



(i) Sen. De morti Oaudii Cats. lud. 
Xn, vv. 36-42. 
(2) Sen. Trag. Medea, II, 11,84-85. 
(j) Verg. Bue. ed. Ili, fo8>iio. 

CotHccio Saluta», li. 



Il testo però dà nel verso ultimo 
« haud - haud ». 

(4) Verg. Bue. ed. V. i6>i8. 

(5) Cf. Verg. Aen. V, 368 sgg. 

ao 



3o6 



EPISTOLARIO 



pristine vìrtutis memores, victoriam tradidisse Roinanispf»^ pro- 
lecto quidam compatriota suus, professione scriba, vir quidcm 
iocundissimus et argucus, Johannes ser Lemmi, singularissimus 
frater meus ^^\ dicere solitus est Dcum iuxta cuiuslibet vota sa- 
OMUDoiuoif». pientiam dispensasse, ferme quidem nullus est qoi suam cum 

re •»■ stima del , , , . 

proprio »eQi.o alterius sapientia commutaret; aileo quilibet apud semetipsum sa- 
piens est, adeo sibi quisque placet cum deliberai, vix etenim, 
cum adversum efFectura aspicit, suum recognoscit errorem; ut 
raultos viderim etiam post consiliorum suorum infelices eventus, 
in eadem perseverare sententi.! nec per experientiam sue pru- 
dentie penitere. omnium propemodum hic error est in illa pru- 

L1.I!!"* ''"'""" t^^^^J^» quam vulgo dicimus naturalem. in habitibus autem scien- 
tificis illi qui iam didicisse sibi persuaserunt, presertim si nesciant, 
nemini deferunt et se dignos putant qui cunctis merito prepo- 
nantur, et in pastorali simplìcitate dicunt: 

Canto, que solìlus, si quando armcnta trahebat, 
Arapliion Dìrccus in Aclco Aracyiitho(j). 

iUKyiwip«r* sed credat michi Vitus, comprovincialis meus, si tibi Carmine vo- 

emulir Antonio t * * ' 

in grave errore. loefìt Cquari, quaovis 



Micnza. 



Sperei idem, sudet multum frustraquc laboret 
Ausus idem: lantura series iuncturaque pellet: 
Tantum de medio sumpiis accedit honoris (4). 



IO 



15 



20 



o, quanto melius, acceptis versi bus tuis, ad te cucurrisset ìUius 
poematis admirator et non insudassct fieri tara eleganris carminis 
emulator aut Victor 1 sed, ut arbitror, in simplìcitate sua, 25 

Musarura et ApoUinis ede relieta, 
Ipse facit versus atque uni cedit Homero 
Proptcr mille aunos, 



3. CH Lcmi 



IO. C//perBUre 33. W honores 34. N^ omette non 



(i) Sallust, Caiih LX. 

(2) A lui è diretta l'ep. xim del 
lib. I, dove si recano taluni ragguagli 
intorno alla sua vita (I, 55, nota 5); 
la quale, come da questo passo si 
dcstune, crasi prolungata assai più 



di quanto i documenti pervenutici 
lasciavano credere. 

(j) Verg. Bue. ecl. II, 11, 22-34. 
Ma nel primo verso il testo « voca- 
« bai ». 

(4) HoRAT. Ep. II, ni, 241-45. 



DI COLUCCIO SALUTATI. 



307 



Ut Aquinas ait ^^\ video, nec me latere potest, ei laboriosum esse 
componere versus, nec adliuc divitem suppetere sibi venam<'5, ut 
inveniat iocunde, dicat eleganter, coniungat duldter vel sciat 
graviter exomare. et quia non parve pcrfectionis est, si cui pla- 
5 cueric qui bonus est ; unde et Quintilianus inqoit de Tullio : ille 
se profecisse sciat, cui Cicero valde placebÌt<J); si tu sibi non places, 
certissime teneat se nichil toto suo studio quesìvisse : moiieoque, 
si monitoris eget aut me profeaus sui consultorem sequi vo- 
luerit, ut te coiat, te sibi prosa metroque proponat et eligat quem 

IO sequatur. nec pudeat se profitcri discipulum, ut aliquaiido dicere 
valeat se magistrum, hoc si fecerit, si noloerit altius de.se sen- 
tire quam deceat, puto quod poterìt in virum perfectum evadere; 
qui, si properantius quam oporteat volare voluerit, facile, defi- 
cientibus alis, in ruine precipitium declinabit. que autem de 

15 multis in versibus suis notavi, cgdula, quam mitto cum presen- 
tibus, admonebit. vale Felix. Florentie, decimonono februarìi. 



Sottil« troppo è 
l« tua vena ; irop> 
pò scine sono la 
file cognUionl. 



Se però il in- 
durr! « considerar 
Antonio non quale 
un emulo, beoti 
come un maestro, 

forse toccherà 

Sitila meta, a cui 
tritncDii non de- 
ve sperai^ di giun- 
gere. 



XIIII. 

Allo stesso. 
[CH, e. 52b; NS c. 20 b.] 



20 Ser Antonio de Cortona, 

VELLEM, vir egregie, frater et amice karisstme, talis fore, potius ^^ f ""^in^ 

autem esse, quod tibi et reliquis tum dottrina prodessc pos- «39» ? 

. Vorrebbe euer 

Sem tum exemplo, tunc enim aliquem et studiorum et vite "i* veramente da 

riuscir utile altrui 

fructum michiraet percepisse viderer, cum alicui vel aliquibus « cou* »cieiua e 



25 me usui fore deprelienderem, cumque aliquid posscm in hac mor- 
talium societate monstrare, quod ex me diceretur, saltem instni- 
mentaliter vel causaliter, si alicui us tamen boni homo causa dici 



coli 'esempio; 



I. N' rides a. N^ sibi lopp. 5. ^' de T. inq. 7. N^ scrivf se tcn. ed omette 
«uo II. JV voluerit la. ^' debeat 16. C//.xvtii 70. Coti CH; N^ Eidcnj 

35, CH dcprenderem poM, «liq, a6. N' wlern 



(1) luvEN. Sat. VII, 37-j8. 

(2) HoRAT. £/>. II, ni, 409. 



(3) Quinti!.. Just. or. X, i, 112. 



5o8 



EPISTOLARIO 



poicbt t ci nobile 
intento lidio for- 
mò i'ttoiao; 



OM a «UQ ingegno 
non è da unto; 



c l« quulcoM h4 
Mputo operare, 
non fu che auale 
«trutnentoddUu- 
pienxA divina. 



E tale dee con* 
■ideru-d ucbc »er 
Antonio. 



Puu poi • di- 

ehìàttrc il ▼•lor 
metrico dblJ« prì- 
rat sillaba di «nu- 
• uio>. 



debeat, processisse. nam, ipsa nobìs Divinìtate monstrante, in 
vera religione perdidici, cum celerà propter horaines facta sint, 
solos homines hominum gratia procreatos; diceme cunaarum 
rerum opifice: non esc bonum hominem esse solum, et quod non 
sit invcntum adiutorium simile sibi ('^ sed in me ipso cognosco, $ 
non solum me non posse docere, adco tenui minerva, sicut aiunt, 
ago; sed vis suocere ut addiscam. sì quid tamen aut tibi aut 
aliis vel hactenus profui vel in posterum profuturus sum, per me, 
non a me, factum esse sentio et illi, qui per creaturas suas invi- 
sibiliter agit, attribuas volo, nam, ut inquit Doctor gentium, non io 
qui piantai et rigat est aliquid, sed qui incrcraentum dat. Deus <*). 
nec tamen admireris, si te laudibus extuli iussique ser Vitum 
nostrum quod te colat teque sibi prosa metroque proponat et 
eligat quem sequatur. non enim volo quod tui imiiator sit, 
tanquam te putet opificera, sed tanquara opifìcis instrumentum, 15 
et conetur se talem reddere, quod inconspicabilìs rerum auctor 
per ipsuni dignetur non aliter agere, quam per te agat. hec hac- 
tenus, 

Nunc autem de tua dubitatione circa verbum hoc nutrio 
teneas quod, licet, ut aliqui voluerunt, hoc verbum a nuo 20 
et ab eius presertim supino dici possit non irration abili ter in- 
clinatum, primam tamen valeat habere communem. quanvis 
enim dicatur nutrio, quasi nutu crudio, quìa tamen hec in- 
dìnatio multum remota est, et non improprie dicitur terrara 
plantulas, que nutum non habeat, enutrire; cessare potest ratio 25 
quam allegas; cumque potius consideranda sit principalis origo 
quam secundaria, et illa syllaba nu in nuo, preter quam in su' 
pino naturaliter brevietur, dici potest esse communis ('). et si 



6. N' agant corretto in aium 7. CU adi»cam 11. CH incremtam 15, opi- 

ficeai] N* opificium 20. CU N' ex a et nuo 14.. N' leira 



(i) Genes. II, 18. 

(2) S. Paul. I Cor. IH, 7 ; ma il 
testo è alquanto variato dal S. 

(3) Cf. il Balbi, op. cit, s. v. Nu- 
trio: «a nutus derìvatur n u - 
«trio, tris, trivi, tri re, quasi 



«nutu erudire... et est n u - 
«trio activum cum suìs compositis 
Cf et corripitur n u naturaliter, unde 
« Claudianus : sepc nutrit ducitquc 
« manu refovetque leonem. tamen 
«nutus, a quo «Jerivatur^ producit 



DI COLUCCIO SALUTATI. 



309 



negetur illa derivatio, que potius videtur esse ad placitum inventa 
quam aliqua ratione detona, imo looge magis etymologia quam 
compositio vel derivatio dici debeat, secuodum regulain reliii- 
quìtur inter breves. unde Claudianus, sicut alias scripsi : 
Sepc nutrir ducitque raanu refovetque leonem (0. 

nec tibì sit auctoritatis parve Cbudianus, quem et ìngcnìo et 
-istili elegantia potes non ultiuium etiam inter poetarum prìncipes 
^ numerare, ut non incongrue de ipso Sidonius scripscrit: 

Qlui ferruginei ihoros mariti, 
IO Et musa canìt inferos superna (»). 

Ad id autem, quod ultimo loco peds, videlicet quod gravius Quindi decide 

, j , t 1 1 • 1 ^^'^ l'diluUxione « 

peccatum sit, an laudare maiamj quod est adulaatiuin, an dauanare i'inTìdi«ioDor«c- 
Donum, quod est proprium invidorum, tateor me impirem ut «ti; 
absolvara. sed cum Prophcta, inqutens: ve, qui dicitis malum 
15 bonum et bonum malum, ponentes tenebras lucem et lucem 
tenebras, ponentes amarum in dulce et dulce in amarum ! (»> ; 
.videatur ìpsos, sicut aspicis, adequare, puto satìs probabiliter 
' dici posse, quod hec vitia, ceteris circunstantiis paribus, sint 
cquaìia. possunt qui lalia faciunt differre proposito, potcst edam 
20 bonum, cui detrahìtur, maius esse malo, quod commendatur; et 
e converso possunt hinc et inde dispares effectus sequi; sed, 
si cuncta sint parìa, credo quod ìstarum malicìarum gravitas sit 
equalis. 

An autem irasci possimus absque peccato, quod secundum aflern» cbc l'tr* 

f . ••TI- TI 1 • non * «erapre bi*. 

25 tuum quesitum fuit, nemmi dubium debet esse quod sic. nam iJmevoie 
qui rationabiliter commovetur ad iram, secundum vìam iusticie 
et ex iusticie zelo desiderando vindictam, omoino non peccat; 

9, N' fcmiginem 10. N^ ripete Jue volle can. lai. 11. CU omette id 14. ve] N' ut 
19. / codd. pouQBt tn luogo di potMt 31. W omette et dopo hinc 17, N^ vind. dcaider. 



«primam. in vcrsu tamen nutrio 
« potest primam corripere vel produ- 
« cere, sciJkei o u , ad placitum die- 
te untis ». Cf. Prisc. Inst. IX, Tj. 

(1) Nelle opere a noi giunte di 
Claudiano il passo qui citato non ri* 
corre. Il S. lo attinse certo dal Balbi 



da qualche grammatico anteriore, 
che a sua volta dovette forse giovarsi 
di spogli grammaticali eseguiti in età 
molto antica, quando del poeta egi- 
ziano si possedevano testi ancora intatti. 

(2) SiDOK. Apoll. Carm. IX, 271. 

(3) Isa. V, 20. 



310 



EPISTOLARIO 



A«l&roi 



irluido Topi* 
ahme sua coll'au- 
torità di un Ptolo 



e con quella pure 
d'Aristotile ; icb> 
ben Mppid che Ci- 
cerone e Senec*, 



seeuendo i detuinì 
dell* fetta itoica, 
opinano diverta- 
mcnte. 



Ma quelli non 
coaiiderano che le 
virtù perfette d'un 
•tdtno elevatosi io- 
pra le passioni ; 



peripatetici in- 
vece gli uomini 
<2uali sono. 



et qui in fervore iniurie commovetur, sed secum recogitans illi 
motui non consentit, edam mortali crimine non tenetur. unde 
et scriptum est, postquam dixìt Apostolus: irascìmini, et no- 
lite peccare : non occidat so! super iracundiam vestram (•>, 
ut, sive velis ìntelligere de sole iusticie, quod non occumbat 5 
dum irascimur, iuxta primum exemplum propositum habeamus; 
sive de visibìli sole sumere placcar, moniti sinius in illis pri- 
mis motibus diutius non perstare. concordare autem Aristo- 
tclem cum Cicerone et Seneca, imo peripatlieticos cum stoicis, 
magis operosum est omnino quam credas. scio Cìceronem et io 
Senecam iuxta stoicorum dogma, qui volebant iram et alias 
passiones esse inordinatos contra rationem affectus, hanc passio- 
nem, que tum ira, tum iracundia dicitur, detestari; nec ignoro 
principem philosophorum Aristotelem dìcere: illum, qui in qui- 
bus, quando et qualitcr ac quanto tempore et quibus oportet, ij 
irascitur, comraendari; dicitur etenim mansuetus. et subdit: 
non irasci enìm io quibus oportet, insipientis videtur esse^'); 
quem quidcm omnes peripathetici secuti sunt. verum iUi de iam 
perfectis virtutibus et animi iam purgati, si cut ex doctrina Pos- 
sidonii, quam refert Macrobius, facile coUigere potes, et loquentes 20 
et disputantes nutlam admittebant io regione regnoque vinumm, 
secundum suam sententiam, passionem (J5. est enim istarum vir- 
tutum non pugnare cum passionibus, sed, quasi iam devictis, illas 
quodanimodo non sentire, que quidem perfectio nescìo sì po- 
tuit alicui mortali homini, preter Salvatorem nostrum, aliquando 25 
contingere, ex quo peripathetici magis communia et que repe- 
riri valeant proponentes, pugnam admittebant saltem ex primis 
motibus inter passiones atque virtutes; ut quovis appctitus sen- 
sitivus contra rationis imperium naturaliter moveretur, dirìgente 
tamen voluntate, que non nìsi rationalis est, habituque virtù tis 30 



5. A^' Yelltif 7- W placet io. N' omette omnino 

17. N' esse videtar a8. CH quavis 



14. N* omette dicere 



(i) S. Paul. Ad Ephés. IV, 26; 11 S. lib IV, cap. v, 3-s. 
traspose alcune parole. (0 Cf. Macrob. Comm. in Somn, 

(2) Ahistotelis EUc. ad Nicomach. Sdp. lib, I, cap. viii, 9. 



DI COL UCCIO SALUTATI. 



311 



obedienter acquiesceret ratìoni. ex quibus fundaraentis huius* 
modi controversiam in auctoribus harum seccarum coniìngk sepe- 
numero reperiri; Linde dìcere possuraus secundum coraraunem 
mortalium condicionem et cursum hos locutos; illos autem ad 
5 rei veritatem propius accessisse. hec satis. 

Niinc autem vidi tuos versus et placent^'^: sed corrigas ve- 
recundiam. nam secunda longa est, iuxta illud Horatiì: 

Et frugi castusque verecundusque coibatCO. 

unde et in nullo nobili auctore invenies lioc nomen vere- 

10 cundiam, sed pudorem aut ruborem et alia huiusmodi, 
vel principalia vel detorta, scio tamcn Maximianum iisum fuisse 

» verecundia in eadem quantìtate temporum, qua tu facis^'^; 
quod tum propter accentum tum ex necessitate carminis, cum 
aliter recipi non possit in versu, dicemus ipsuni ex poetica li- 

15 centia, non ex ignorantia fecisse: quod tamen non est in paucis 
vcrstculis nec cuilibet prcsumendum, presertim cum et syllabe 
natura et clectorum poetarum usus nunquam buie licentie suf- 
fragetur. nescio si ser Vltus noster hoc reprehendit aut vidìt; 
credo taraen quod splendore carminis debilitatis obtutibus hoc 

20 omnino non perpendit; aut ex ipsa confusione verecundie facile 
passum esse, ut ei vocabulum sue commoti onìs et tristicie no- 
tativum, correpta secunda sylbba, quanvis longari debeat, la- 
be re tur. 

Hec habes prò nunc de tuorum quesitorum tumultuaria 

25 scriptionc rcsponsum, que tamen latioris indaginis requirerent et 
temporis quìetioris examen, si quid autem ad opposìtum moveat, 
intimato: libenter etenim ex te quid sit rcctius sentiendura edi- 
scam. vale felix, una cum ser Guidone meo, quem plurima salute 



Prova per ultimo 
che la seconda sii- 
Uba di • vwecun» 
• dia M dev' esser 
lunga, e non bre* 
Yc, come Amonio 
la coniidera ; 



e data coti so)u> 
xionc a tutti i dub> 
bi propottigU, 



incarica l'amico dì 
ricordarlo a Guido 



6-7. CH N' verecundia 9, CH latore nobili 9-10. CH vcfccundia 14. N* 

l|pi* dJc. 15. A^ in pauc. non est 17. usu&] N' versus 19. N' splendor ai. CH 
N^ poBSum M-53, N' laborctur ì.\. CU omette hec 



(i) Non riesce chiaro se trattisi (2) Horat. Ep. II, m, 207. 

[di un nuovo componimento del cor- (5) Maxim. /i/r^. III,2j inBAEHREKS, 

•toncse oppur di quello già lodalo Poet. Ut. min. V, 3 3 1 : « At postquam 

nell'epistola precedente. . « lenerara rupit verecundia frootem ». 



312 



EPISTOLARIO 



«rci*t»*ii*M*ù- ^^^^ ^^^ ^^^' volo^O; et doctorem egregìum, domtnum lohan- 

"■"* nem de Maulinis, rogo salutes. vir quidem est ultra legalis scientìe 

fastigium propter alia etiam humanitatis studia colendus, quem 

in aliquibus collocudonìbus repperi non pauca sentire (*\ Fio- 

rentie, secondo idus maitiì. 



XV. 
A Giovanni Stella (»>. 

[N\ e, 82 b; R% c. 99B.J 

Spettabili et generoso viro lohanni Stelle lanuensi. 

'GRECIE vir filique karissime. recepì gratissimum michì munus, i 
ceni"*i «SVfsi -L/ clarissima scilicet car^lin;^, que prò commendatione pacis et 

5. Af Al luoffo di .11. dà .VI. 9. Coit N* ; R' rouini Stelle de lamn 



Fìrttae, 
10 «prile I \<fi. 

Ebbe unto ac- 



(i) Cioè ser Guido Manfredi da 
Pìetrxsanta, fin dal 1 382 cancelliere del 
comune in Lucca, collega di ser An- 
tonio. 

(2) Intorno a costui, mandato il 
17 maggio 1 J92 ai confini a Roma per 
aver con Bartolomeo Fort^uerri ed 
altri tentato turbare lo stato di Lucca, 
cf. Sercambi, Cron. I, 259, 265, 28 j. 

(j) Le trattative, avviale verso la 
fine del 1391 dal doge di Genova per 
ricondurre la pace tra Firenze ed il 
Visconti, s'erano proseguite in merro 
a tante diffidenze ed a si gravi dif- 
ficoltà che più d'una volta ogni spe- 
ranza d'accordo parve fallila ; e per 
l'appunto il 26 gennaio 1392 la re- 
pubblica fiorentina riLhiamava i propri 
ambasciatori, mentre in Genova gli 
arbitri, il Caracciolo cioè, il doge ed 
il comune, fissavano i patti dell'ac- 
cordo ; cf. MiNERBETTi, Cron. cit 
coli. 28$, 2S7; Ammirato, op. cit. 
lib. XV, II, ^29; Perreks, op cit. VI, 
70. Sebbene gli ambasciatori de' 



Fiorentini, partiti il 4 di febbraio, 
giungessero rs in patria (Minerbetti, 
op. cit. col. 288), pure in Firenze non 
si celebrò la conclusione della pace 
se non dieci giorni dopo ; quando il 
Caracciolo, lasciata Genova, giunse 
sull'Arno, accolto con feste grandi e 
singolari manifestazioni di stima; cf. 
Dei AViLLE LE RouLX, op. cit. p. 5 35; 
Arch. dì Stato in Firenze, Proii: 81» 
e. 265 B, 26 febbraio 1391 s. f. Di 
que* giorni adunque insieme alle mis- 
sive ufficiali della ligure repubblica 
dovette pervenire al S. la lettera con 
cui Giovanni Stella, notaio genovese, 
pregava il suo illustre collega di gra- 
dire certi versi da lui dettati in esal- 
tazione del fausto avvenimento e lo 
supplicava insieme ad accordargli la 
sua amicizia. Piacque al S. lo spon- 
taneo omaggio del giovane promet- 
tente ed alia sua lettera, che di sul 
cod. H, VI, 12 della Nazionale di 
Torino, che ce l'ha insieme al suo 
carme conservata» pubblichiamo in 




DI COLUCCIO SALUTATI. 



313 



caduceacorum edideras 0); que quidem adco placuerunt tantarnque 
mi dir spem de te tuaquc gloria contulerunt, quod sopitum iandiu 
ad hec studia pcctus atque gelatum tuba tui caraiinis exper- 
Lrectum pierii caloris affcctibus succenderunt. nec potui sexage- 
narius contineri quin ad iuvenilia studia rediens et ego cantarem, 
licet raucus et istorum insolens studiorum ^*\ volui quìdem senex 
surgentem laudare poetara fj), ut te ìpsum examines et gaudeas 
te talem esse qualem mea carmina formaverunt. aut sì forsitan 
amoris et dìlectionis affectu; rapior eaim ad amiciciam studio- 
io sorum; animo forte effosiore quam deceret plura dixerim quam 
in te sìnti facile quidem f;iiluntur amantes; efficias ne videar ali- 
quando mentims. laudes eqoidem, si vere fuerint, vìrtutis sunt 
premium ; si vero vel opinione non vera vel commendandi studio 
modum excesserint,admonent laudatum talem esse debere simulque 
15 calcar adiciunt ut ipse scse ad meliora componat. unum scio, 
quod aut maior es quam cecini aut, si temet non deseras, maior 
fìes. non solent inania senum fore presagia, maxime quc, duce 
Parnaso, enunciata fuerint: aut est quod de te diximus aut erit. 
quod si non successerit, tu tibi tue irapcrfectionis eris causa, 

IO. A" dcccat 15. R' «e 19. N* causa eri» 



che celebrtvimo U 
coaclusione dell* 
pace e gli arbitri 
di ai», 



che ■' indulse a 
scriverne altri egli 
stesso 

io lode del poeta 
novello; 



che M a questo 
paressero sover- 
chie le lodi rivol- 
l«gli. sia sua cura 
di mostrarle meri- 
tate, 



tforxandosi di farsi 
ta «vv«aire miglio- 
re. 



Giovanni sari 
quindi tale , se 
vorrA, quale ei si 
piacque dipingerlo. 



Append. n. X, rispose con la pre- 
sente; né p2go di ciò contraccambiò 
i versi con altri versi adesso per- 
duti. 

Di Giovanni Stella, secondogenito 
6ra i figliuoli di quel Facino da Triora 
che fu notaio e cancelliere del co- 
mune genovese dal 1357 in poi, fra- 
tello quindi di Giorgio e suo succes- 
sore cosi nel cancellierato come nella 
impresa dì dettare gli annali di Ge- 
nova, hanno trattato dopo il Muratori, 
che pose primo in luce l'opera sua e 
del fratello, pregevole monumento di 
storia municipale, nei Rer. It. Scr. 
XVU, 947 sgg., il TiRABOSCHi, Stor. 
delia IdUr. il. Itb. ili, VI, 1117 e lo 
Si'OTORNO, Stotid UtUt. della Lif^ria, 
Genova, 1824» II, 25 sgg. Giovan- 
domi di parecchi documenti da me 

Coluccio Salutati, II. 



rinvenuti discorrerò più largamente 
cosi di Giovanni come di Giorgio nei 
Corrispondenti dd Salutati, Vili, dove 
rinvio quindi i lettori, che vi trove- 
ranno stampato per la prima volta il 
carme di cui il S. pronunzia qui un 
tanto benevolo giudizio. 

(1) l tt caduceatores » sono non gii 
gli ambasciatori de' diversi Stati rac- 
coltisi in Genova, bensì il doge An- 
toniotto Adorno, il Caracciolo e frale 
Raimondo della Vigna da Capua del- 
l'ordine de' Domenicani rappresentante 
del papa; vale a dire gli arbitri. 

(2) Di questo carme, ora nascosto 
oppur smarrito, non ci son noti che 
i poclii versi riprodotti dal S. stesso 
nell'epistola a Beniardo da Moglio 
che è la xvii del presente libro. 

(5) Cf. Vero. Bue. ed. VII, 25. 



314 



EPISTOLARIO 



tale quidem auspicium mìchi hec, que vidi, carolina tua dede- 
runt, quod nichii ambigendum sit quin totìus Parnasi fontibus 
proluaris (0. clara sunt et ultra tue etatis maturitatem piena pon- 
dcris atque sud, congruentibus concepta vocabulis, inventio- 
neque mascula et iucunda. suscipe autem et tu versìculos meos, 
> prega di co- quos optìmo vÌro Petro Bareaelie communices oro (*>, ulterius 

ic«r i suo» * * *=* '^ 

]ÉS^r''.*iicd«coni* ^"^^™ iuconsulte non pandas et sicubi prò dactylo videris ana- 

Srin'^Li'V'^! pestum preter modernorum morem, cura patientia supportato. 

'*'^*'"''' ceterum ampie ctor te itbens non in benivolum, non in dile- 

ctum solura, sed in amìcum. sic enim iubet virtus, sicque 

benignitas petit tua, quibus nefas esset pulsantibus non aperire. 

vale et cura ut perdoctus evadas. Florentìc, duodecimo kal. maìi. 



Lo 
fnuoicar 



IO 



XVI. 



Fireiwe, 
19 gìupno 1391. 

Grato ebbe l'av- 
viso del favore prc- 
lUto da lui • Si- 



N 



A Bartolomeo della MELLAf»>. 

[U, e. 14 b; N', c. 41 a; RS c. 23 a, mutila; 
Mehus, par. I, ep.xu, pp. 42-44, da U.] 

Bartholomeo della Mella secretano marchionis Estensìs. 

ON potui, vir egregie, continert, audito a reverendo patre ei 
domino meo, domino Simone episcopo Comaclensi, quam 



15 



S!^« iiticiii?' gratanter mearum scriptionum intuitu te sibi obtuleris quantoque 20 



6. R' bargluigic 9. N' te tib. ampi. io. R^ «mantcm 13. N' omette ti - e\idu 
17. Co$ì N' ; U R' M Banolomco de Umelln cancell. march, est. 18. /t' dà a rn 

roMura. 



(i) Cf. Pers. Sai. Proocm. i. 

(2) Costui, sul conio del quale nulla 
ci dicono i più recenti illustratori 
dell'uni ancsimo ligure, era probabil- 
mente oriundo di Bargagli, piccola 
terra della provincia di Genova (circ. 
e mand. di Torriglia). Una lettera a 
lui « Eliconio viro domino Petro de 
« Bergaglio » sta nel cod. Ambros. 
6j sup, e. 176 b; c non crediamo 
di errare dicendola scritta da Prospero 
Schiaffino di Camogli, ben noto uma- 
nista. Alle facciic di Prospero che 



gli offre in dono un fazzoletto tra- 
punto, risponde pur scherzando il Bar- 
gagli (e. 177 a); protestandosi però 
alieno dagli amorosi sollazzi, perchè 
ormai troppo maturo d'anni e di senno: 
« Spargor enim dìu tempore canis », 
egli dice, « et iam in mentum per 
«I genas descendunt ». 

(3) Di Bartolomeo della Mella di- 
scorreremo più innanzi nelle note al- 
l'ep. ni del lib. Vili a lui pure di- 
retta. Qui ci pare opportuno spender 
piuttosto qualche parola intorno al 



DI COLUCCIO SALUTATI. 



3^5 



favore sua negocìa prosequaris, quin ingenti gaudio delibutus es- 
sera ^'\ scd in quo maxima solidaque virtus apparet tua maiore "*/'^i*"!°i"' 
me tum leticia commovit tuni adniiraiione, quod Andree Peron- ^u^tlv.^''^*"^! 
doli tanta cum benìgnitate cepisti tuura presidium exhibere<*). JJ^^^'^'^" p««»- 

1. quin - cssem è aggiunta mìa; ne' codd. ed in M il periodo ti arresta con prosequuis 



personaggio che il S. raccomanda alla 
efficace proieiione dell' amico, tanto 
più che in tal guisa verremo anche a 
stabilire con certezza la data della 
presente. 

Le Missive della Signoria fiorentina 
del 1392 offronci fra altre la seguente: 
M Domino Paduano » : « Magnifice 
« domine, frater et amicc karissimc. 
K novit vestra frateroiias qualiier An- 
« drcas Perondoli, dìlectissimus 
« civis noster ac dominaticnis vestre 
tr serviior, invidorum calumniis et ma- 
« chinationibus circumventiis sub pre- 
ff tesiu quod raiioncs ìUustris et ma- 
tt gnificì domini nostri domini mar- 
« chionis minus fìdcliter rctinerct, fuit 
« detentus, nec tamen Jn rebus sui», 
« sicut audivimus, repertus est error; 
« scd omnia fideliter gesta omniaque 
« sine m^ilitia procurata; adeo quod 
« innocentie sue delatorhuius rei causa 
« vidctur carceribus esse intrusus et 
« idem Andreas ab asperitate, qua pri- 
<i mitus tenebatur, videtur exerapius, 
« ìicct adhuc detentus sit, tamen più- 
« rimum leviatus. et speramus quod 
« posiquam ccpit fidfs elus et inte- 
« gritjs jniiotcsccre, prefato domino 
« marchioni non erit res diffìcilis ipsum 
«i in prisiinam grati am reponere et ex 
K huius capturc miseria liberare, pia- 
le ceat igitur contemplatione nostri et 
« ex innata vobis humanitate, quando 
« presentìam prefati domini marchio- 
« nis adiverìtis, super materia sue li* 
« beratlonis in oportuno tempore loquì 
« et in eius favore quantum cum hone- 
» state poteritis operari. grata quidem 
« nobis crii liberatio nostri civis, gra- 
te tior quod per maous vestras, gra- 



« tissima tamen ex eo quod erit be- 
« nignitatis prefatì domini validissi- 
(r simum argumentum. datum FI0- 
« rentie, die .xvm. aprilis .xv. indici. 
« .MCccLXXXXiJ. m; reg. 22, e. i?a. 
Evidentemente l'epistola privata del S. 
deve aver tenuto dietro a quella or 
riferita; perchè anche il Nostro parla 
dell'innocenza del Perondoli comedi 
cosa orm.!! accertata. D'altronde i 
documenti deirarchivio Estense ci vie- 
tano dì ascrivere la presente a data 
anteriore, perchè soltanto nel settem- 
bre del IJ91 il della Metta subentrava 
al Perondoli nella carica di fattor ge> 
neralc del marchese. 

(i) È costui il frate domenicano Si- 
mone Salterelli, fiorentino di nascita 
e pronipote di quel suo omonimo, 
che resse dal ijij al 1342 Tarcive- 
scovado pisano. D;ipprima lettor di 
teologia nelle scuole del Sacro Pa- 
lazzo (altri voglion invece che ei ne 
fo.sse slato maggiordomo ; cf. Quétif- 
ECHARD, Siript, Otti Pnicdicat. I. 687A), 
fu nel 1^85 promosso vescovo di Co- 
macchio, donde il } 1 marzo 1 396 passò 
alla sede di Trieste. ^ E qui morì nel 
1408. Ughelli, li. sacra. II, 484; 
Cappelletti, Chiese d' Italia, II, 599; 
Gams, Ser. cpisc. pp. 687, 320. 

(2) Figlio di Iacopo di mcsscr Lapo 
Perondoli, banchiere fiorentino, che 
già nel 1 3 J4 ci appare stanziato in Fer- 
rara, u in contrata Burgi Richi », e 
fattore generale de' marchesi Rinaldo 
ed Obizzo d'Esie, dai quali era do- 
nato di case e terreni (Arch. di Stato 
in Modena, Cam. due. Rog. cam. Fa- 
bri Pietro, iJ5?-i340, XXVI, ce. 17 a, 

23 A, 4IA, S2A, 8$ A, 9IA, 93 A &C.); 



3i6 



EPISTOLARIO 



pessimo quidem exemplo corruptis moribus ìntroductum est, ut 
Buona cm* 4 miscris licct muIti compatìantur, ferme nulli subveniant. feli- 

ceno beacfìcar co- j • rr • • • i • 

loro che «ono in cìiim Diinique recommendationes emcacissiiiie sunt; simul enim 

prospere coadixio- ' 

»*j rccommendamium succurrit auctoritas et recommendatorum sta- 

tus, cum nullis male videatur beneficium facere, quod imliter 5 
nu migliore leni. collocarìnt. Ìli miscTorum autem cultu, sicat non speratur uti- 

yenin dabbio pro- 
teggere gU opprci- lif.^s^ sic virtutis splendor verius et corruscantius micat. magni 

igitur facio quod meo dignatus fueris intuitu de cui status aiti- 



la N' iatr. est coir, morìbasque a. R' nulli) 
cavit E qui l'arrenta fiùtola in R'. 



5. A'» vWcwituf 6. N' collo- 



e quindi di Obizro e di Niccolò {Ro^. 
cit. ce. 1 15 A, 116 A, 147 A, 154 A, 160 a) 
e morto prima del 1559; Andrea, che 
i documenti qualificano ei pure come 
« campsor a, dovette entrar giovanis- 
simo ai servizi della cone; ma non 
prima del 1377 lo vediamo assumere 
il titolo di fattor generale, già por- 
tato dal padre, ed alla morte di co- 
stui passato ad un Filippo Gheri (Cam. 
due. ^0^. cam. Frane. Da Sala, 1326- 
1577, LIV, e. 112 a); nell'occasione 
cioè di un'investitura che i marchesi 
gli fanno di certe terre poste nel fondo 
Vigarano, disir. di Ferrara (Cam. due. 
Roj^. cam. Frane. Tagliapietra, 1373- 
1380, LIXB, e. 14 A, fase. 2). D'al- 
lora in poi il suo nome ritorna senza 
posa in ogni documento degli Estensi, 
qualunque volta costoro faccian cora- 
pere, vendite, paghino censi, strin- 
gano contratti, assumano o diano ad 
altri denari in prestito; e quasi sem- 
pre in unione a quello di Gherardo 
degli Aldighieri a lui collega d'ufficio. 
Questo pieno favore di cui il fioren- 
tino godette per più dì vent'annì alla 
corte estense, e che Alberto gli aveva 
conservalo, cessò d'un tratto per men- 
zognere accuse, alle quali il principe 
ebbe !a debolezza di prestar fede, nel 
settembre del 1391, Andrea, tolto 
d'ufficio, fu gettato in carcere ed in 
suo luogo Albeno poneva il 26 otto- 
bre Bartolomeo della Mella (Cam. due. 



Rog. cam. Gìov. Micini, 1394- 1400, 
e. I <y a). Da questo momento le no- 
tizie intorno al Perondoli scarseggiano; 
sembra però che se egli riuscì a pro- 
vare la sua incolpevolezza ed a riac- 
quistare la liberta, non pervenisse, 
come ì Fiorentini speravano, a rioccu- 
pare l'alta carica perduta né ad evi- 
lare gravi spese, percht il ro dicem- 
bre 1392 Ubertino Guidoberti, Matteo 
Mazzoni, Giovanni Perondoli ed altri 
faceano per lui sigurtA al marchese 
di lire novecento marchesane, di cui il 
Perondoli sì confessava debitore (Cam. 
due, Ro^.cam. lac. Debito, 13901406, 
XXIII, e. 62 a). II ig giugno 1398 
egli era ancor fra i vìvi, perchè inca- 
ricava Pietro del fu vVntonio Peron- 
doli di far da suo procuratore in certa 
rinunzia (Cam. due. Catasto M, Itt- 
vcstit. e. 28 d). Dopo d'allora nulla 
più sappiamo sul conto suo. De' suoi 
tre figli, Tommaso, Niccolò e Iacopo, 
il primo, professore nello Studio fer- 
rarese, divenne poi arcivescovo di Ra- 
venna e tenne gran luogo fra i con- 
siglieri di Niccolò HI; il secondo fu 
dottor di leggi e del 1399 giudice dei 
malefici In Modena. Morti costoro 
senza eredi, la famiglia fu continuata 
da Andrea e Filippo, loro nipoti, fi- 
gliuoli di Iacopo, Moltissimi altri Pe- 
rondoli, congiunti loro, visser poi di 
que' tempi in Ferrara; ma a noi non 
importa discorrerne. 



DI COLUCCIO SALUTATI. 



317 



tutiine prefati patris et domini mei negocia favcnter aspicere ; sed 
maximum, crede michi, visiim est mrchique fuit sine mensura 
graiissimura, quod Andree nostri misertos fiicris et quod infeli- 
citatis sue, si camcn bonis infelix aliquid esse potest, sis primus 
5 et efficacissimus sublevator. tu nosti viri merita et considerare 
potes quam michi sit carus, licet invisus; tu vides quam glorio- 
sum tìbi futurum sit tam virtuose cepta nec tedio longitudinis 
nec labore dìfficultatis deserere. non crediderim, sì centum annis 
tibi vita Comes sit, tibi posse casum occorrere in quo possis tanta 

IO cum laude versari. siquldem sì fueris Andree propìcius, si huma- 
nissimam causam suam usque in finem cum constantìa prose- 
quaris et divine precepdonis observator et obsequiosus amici tui 
cultor eris, simulque optimi viri infelici tati subvencrìs et tibi co- 
ronam ingentis glorie comparabis. quid enim gloriosius quam 

15 sub venire prostratis, quam amicum exaudire honesta petentem et 
iuxta legis divine mandatum de amaritudine tribulatìonum cla- 
mantibus non deesse? omnia proptcr hominem creata sunt et 
ob id post omnia factus est homo, sicut inter poetice tube so- 
nitum clamavit Veritas, qui 

20 domìnari in cctera posset(0; 

sed homo propter hominem multiplicatus est, cum vidìsset Deus 

non esse bonum hominem solura esse nec inventum fuerit adiu- 

torium simile sibi ('\ qui relinquunt igìtur mìseros, cum prodessc 

possint, naturam violaot, Deum offendunt, seque indignos effi- 

25 ciunt, quìbus aliquando quis debeat misereri. eia ìgitur, vir optime 

fraterque carissime, prosequere quod cepisti, labora donec tam 

laudabìliter incepta perficias. poeticum est: 

labor omnia vincit 
Improbus (J). 

50 aliquando, crede michi, perficìes ni desistas. michi vero nichìl 
carius nichilque iocundius posses efficere. vale, et gemìnum 



Ecco perche go- 
òt di iaperto pro- 
pìzio al PcroDOollt 



perchè costui gli è 
ckro, 



e U lUA cauM ft 
degna d'ogni com- 
putioae. 



Coli operando il 
della Mella acquì- 
tteri onore non 
piccolo ; gratifi- 
cherl l'amico e 
ubbidirà ai dirtni 
precetti. 



violati da coloro 
che abbandonano 
lenza toKoxio i 
caduti. 



Lo ciortaa com- 
pir l'opera. 



2. N' credo 9, A/ recarrere 15, U ^f exaad. am. 23. A" dà cum in rasura. 
34. U indigenos i6. U A/quae 30. A/ ni»i 31, U hf cffic. posa. 



(i) OviD. Meiam. I, 77. 
\ (2) Cf. Gttus. 11, 18. 



(3) Verg. GeOT^. I, 145-46. 



3iS 



EPISTOLARIO 



« lo prwa di «- meum, non sioe maxime perfectionis laude nominandum, magi- 
d4 pme su*. strum Donatuni, et foveas et salutes<^'\ Florentie, manu pro- 
pria, dccimotertio kaleodas iulii. 



XVII. 

A Bernardo da Moglio ^'\ 

[CH, e. 56 b; N', c. 23 b; R*, c. 24 b, mutila dopo poche righe; 
R», e. 145 A.] 



Flrtnte, 
an giugno ijyi ? 

Gli «piega don- 
de trAggm origine 
U loro reciproca 
bencvuleiu* ; 



Insigni viro Bernardo de Moglio. 

HABEO tecum, dilectissime fili, priusquam ad quesitum tuum 
accedam, pauca discutere, ne quod initio tuaruni liiterarum io 
conaris et eflìcis, omnino transeat intentatum. scribis, cum me 
«come per fima nunquam vìdcris totusque, nescio qua de me fama, meus ette- 

uom s'innamora* ; 

ctus sis, te nescire unde dilectio canta processerit nec ex quo 
fonte habuerit exordium. ego vero dare tibi, ni fallor, aperiam 
unde amor iste tuus traxit origineni. ab opinione siquidem 15 
mendacis fame loquacìtate concepta; et quia forsitan pcrpcndisti 
quod ego te diligami etenim iiichì! hnmanius est quam diligere 
qui nos amant. nam, sicut perfectissime iubet Christiana religio 
etiam inimicos esse quadam caritatis redundantia diligendos, ita 
natura, que nos politicos et associabiles genuit, cum homo propter 20 
hominem sit creatus, latenter cfficit ut omnes a quibus ameniur 

a-j. fP omette manu propria 8. Co»J N' ; CHR' J^ Bernardo de Moglio 9. R' 
queslum 12. W toiisque e per qua, quia 13. N^ scìs 14. CH R' exortum R^ in 
fer m 



(1) Donato degli Albanzanì, per cui 
vedi l'cp. xnii del lib. V, p. 68 di 
questo volume. 

(2) A determinare il tempo in cui 
quest'epistola è stata dettata giova la 
citazione che il S. vi fa d'alquanti 
versi tratti <ia! suo carme in lode della 
pace conchiusa fra i Fiorentini ed il 
Visconti, del quale abbiamo or ora 



discorso (p. 313), Poiché egli infatti 
assevera d'aver « testé m composti quei 
versi, è naturale che noi ascriviamo 
la presente al giugno del 1392. La 
grave questione deUa coesistenza della 
predcstinaiione e del libero arbitrio, 
discussa qui dal S., venne da luì svolta 
in seguito più largamente nel tratt. II 
del suo libro De falò tt de fortuna 



vel presumamus amari, naturaliter diligamus. et, ne vera dissi- 
niulem, ego te diligo; illa scilicct sanctissima cantate, qua pa- 
rentcm tuuni optimum amavi, quem, cum in bononiensi lectione 
discipulus audivissem, admirationc scicntie et bonitatis, que in ipso 
5 relucebant, honestissimi amoris ardore complexus sum^'^. qui 
quidem adeo tenaciter ìnhesit, quod m te, iure hereditario, trans- 
latus est; cui accesserunt et gratissima studia tua et diceiidi tum 
copia tum desidmum tum facultas, quibus nature ipsius im- 
pulsu magis quam doctrìna muitarumque rerum scientia exun- 

10 das, ferves et vales: quibus si diligcns studium, ut potes, addi- 
deris, video te in virum clarissimum evasurum. quod autem 
tu mi chi tantum tribuas, prò amoris tui, cuius non vera solent 
esse iudicia, tum passione tum habitu facis. hoc unum veh'm 
tibi persuadeas, quantum ad scientiam meam attinet, me scire 

15 quotidieque magis ac magis videre quod nesciam. nam de vir- 
tutibus, que qualitas mentis siint, qua recte vivimus, qua nemo 
male utltur et quam in nobis solus Deus operatur, ut inquit 
AureliusW, te scio verum iudicem esse non posse, si enim vere 
germaneque virtutis post Deum sola mentìum nostrarum dispo- 

20 sitio, sicut effcctrix est, ita etiam et testis esse potest, cur sis 
virtutum mearum loquentibus credulus aut levis, imo levissimus, 
predicator? vides aliquem bene loqui actusque virtutum facete; 
qualiter no visti qua mente, circa cuius intentionem virtus na- 
scitur et vcrsatur, agat? si in sue ratiocinationts arcano de- 

25 bitum finem intendat; si ex cantate, que est Dei et proximi 
dilectio, faciat, non ob gloriam vel ad lucnim ? cave, fili ca- 
rissime, ne de me, quem, ut inquis, nec vidìsti nec nosti, vel 
de aliis tanta cum tcmeritate pronuncies, quod dicti tui nequcas 
reddere rationeni. legitimi iuris est testem interrogatum quo- 



eglt • lua volu ba 
caro bcrturdo a 
cagione del podrc 
tuo 



« d«lle fue belle 
quatitA. 



Se Bernardo poi 
fa tanta stiona di 
lui, QÌò si deve 
loltanto diramar 
che gli porta; 



perchè egli non 
può esier {{iudice 
•ìcWa virtù aitroi ; 



scnxa peccar di te- 
merità. 



3. / c{>JJ. omettono amavi e danno bononienati 5. Qui ti arretla l'epistola in R'. 
8. ipaìus] N' sfle io. N' R' foves 13. N^ cum innanzi a passione 15. /^' ometta 
qae dopo quolidie ac] C//A^ atque 16. R' tìnt 18. CH scio te 3o. R^ 

omette ila 



(i) Per quanto spetta ai rapporti I, J e 114. 
del S. con maestro Pietro da Moglio, (2) Cf. cp, xnn del lib. VI,p. 184, 
reggasi lib. I, ep. i; lib. II, ep. xviiii; nota 4, di questo volume. 



EPISTOLARIO 



p€OttOÉ 



ifB€ Sxent, sai 



IcddidCfK ' 



h i cic mis» 



I yiéa t 



Nmc ad ìd qaod nitaidts ac 



qoodqae te sali 



tuono TMlecur lum loediocxiser peniirÌMn% scot iubes. 



^"^ io qoJ quidan re» qoooiaiD ahiwiim maxerù est et amots do« 
cforìlws «ic cracntay qtiod meoaboi boaùimin non nniros dnbì-! 
titionis loCQSicnitt tffuni excxmennty si saodoniiii p^tnica ▼( 
scigia seccitu» non piene sadslecefo, me veltm excnsamm hobeas^ 
dicam enìm quantom, baroni sobcilhalnm mdis, legcns ediscere 
potili et prò captu parrttatis md tngeoii medstari dids enim^ 
cum omnia Tclim« qaod et divos Gregorfns affirmat('>, ab in** 
fallibili Dei disposmone, prescientia, volontate, prorideima s 
preUestinatione procedere, te non TÌdcre qoomodo possit cooq 
boc Ubertas arbitrii repcriri, nam, si potest predesdnatus ad vitaot 
mala (icere, tu ut mercatur iuste damnari, nesds videre qualts: 
àt illa predestinano, que filli pocesc et preter ordinem iusdcii 
commutan, quod si dixerimus predestinatum ad vitaiQ, licer mor* 
taiitcT peccare possit atque damnari, natura tamen duce, ea fa- 
cturum que sint ad vitam et eodem modo, docente natura, mala 
facturum, si predestinatus fuerit ad monem; queris, cum ante- 
••ti4«»tiMa«t. quam nascamur predcstinatio sit et in lucem editi sint equalitef 
ft^té *k' «rU «é. iiinoccntesi cur Deus unum eligat et alterum reprobet ; hoc ab 
surdis:>imura reputando, ne videatur Deus, dum uni favet et alt 
rum dcprìmat, non equus omnibus, sed quodammodo partialis, 
ex liis concludis precones tam novi quam veteris Instrumenti 
'•*• frustra cianussc: agite penicentiara et convertimÌni^'>. hec dubita- 



«intifllo, 



la pniU 



3,CnN' omftlono nuUm yCllnmeUmà y-^.CHR' uc,ve%U 9. CH \' equideii 
IO. leodd dopo cmm danno qMfià che ho BoppresiO. 18. R' non powit si, R* dà 
dopo eqij«liter 33. 67/ alium 34. CH dopo ptrtialis ha et 35. iV' veieres testament 



(t) Il S. si riferisce quiallaconstit.4 
del lìb. IV, tii. 25 del Codice de te- 
sti bu», la quale è un rescritto degli 
Imperatori Caro, Carino e Numeriano 
che suona : « Sola testatione prola- 
« tam ncc alits adminiculis causam 
« approbatam» nuUìus esse momenti 
« certum est » ; su cui è da vedere la 
glossa dcirAccursio, accolta dal Bar- 



tolo e da altri commentatori medie 
vali. 

(2) Allude all'opinione sostenut 
nell'ep, xxiii del lib. VI ed ivi dìfe 
colla autorità di s, Gregorio, Morài 
lib. Xn in lob cap. xiv, cap, 11, 391 
in Opera, I, 986. 

(j) Cf.EzECH. XVIII, }o; s. Matti 
III, 2 ; Apoc, III, 19 &c. 



DI COLUCCIO SALUTATI. 



321 



tioQum tuarum summa est. in qua quidem questione, primo aj aaedto dui 

, , ' '^ un« trtplice mpo- 

tangam diversorum vocabylorum, eiusdein tamen rei, proprie- **■• 
tatem; secundo quedam ad huius rei determìnationem et noti- 
ciara presupponam; tertio quid ex illis concludeiidum sit brevi 
veraque colligam peroratìone; demum obiectionibus tuis, quanto 
clarius poterò, respondebo. 

Et, ut breviter primum absolvam, est Dei scientia, que qui- e prim. dimo- 

... rtrerà che li d«bb« 

dem rerum noticia est, immutabilis et eterna, hec equidem sim- «ntenJerc p«r pre- 

' tdeoxa, predesti - 

plex et una est; ante rerum autem cxistentiam prescientia dicitur, SlS°'^',/"*Ì; 

IO que tamen etiam future rei scientia est. non enim mutatur in ^"*"^*' 
Deo scientia, licet re^ scita diversitate temporum varietur. novit 
namque Deus que sunt, que fuerum, que mox ventura trahunturt'^ 
vocabulis differre possunt ista, non rebus, una quippe dies, si 
proxime futura sit, cr.is dicitur; si presentialiter agitur, non iam 

15 cras, sed hodie nuncupatur; si autem immediate preteriìt, beri, 
non hodie, dici solet. et sì ab immediata trium liarum difFeren- 
tiarum continuatione discedatur, infinitorum potest nurilierorum 
differentia designan; et tamen unica dies erit. sunt ergo prescientia 
et predestinatio nec non et previdentia futurorum; et horum omnium 

20 apud Deum, quibuscunque temporibus varientur, scientia est. bine 
veniunt denominationes, ut aliquos predestinatos, aliquos dicamus 
esse prescitos ^^\ que vocabula, licet lattus pateant significatione 
proprietateque vocabuii, appropriationc tamen consuetudinis aliter 
a Divinarum Scripturarum tractaioribus usurpaotur. predestinatos 

25 enim ordinatos dicunt ad gloriam; prescitos autem ad peuam 
eternam. de quibus, quanquam Veriias dìxerit: nescio vos'^*^ 
presciti tamen esse dicuntur; nam licet ignorati sint acceptione 
glorie, presciti sunt tamen ordinatione iusticìe. est autem pre- 
destinatio de hominibus salvandis electio preparatioque bonorum, 

30 quibus hic predestinati liberantur et in futurum coronandi fient. 



5. /V» oritìone 8. fP quìdera lì, CH fuerint 14., N' inteUigitar corretto in 
agitur 16. triam harnm] C// triompharum 17. N' R' intìnitimonin) 27. CU AC- 

ccptationc 2):. Cfl Iam. soni 30. tìeiit] CH fucrunl 



(i) Cf. Verg. Georg. IV. 392-9?. 

(2) Cf. Defitto et de fortuna, traci. II, 

cap.x: De iustorum prcdestina- 



tione et prescitione damnati- 
doru m ; cod. Laur.Pl. LUI, 18, e. 25 a. 
(3) S. Matth. XXV, 12. 



Cohtccio Saiutati, U. 



21 



322 



EPISTOLARIO 



Ufltiddatt I vo- 
caboli, pa»»* « «li- 
moilr«t Còme Pio, 
c«u«« priran ci ci- 
licl«nt« di lutto, 
•non pou» fttò 
dirti up»r«iare iel 
p«c<ato. 



prcdestinavit enim, ut inquit Apostolus, quos presdvii fieri con- 
formes imagini filiì $ui<'^: et de preparatione honorum inquii Ve- 
ritas : venite bcnediai patris mei, possidete paratum vobis regnum 
a constitutione mundi ^'X quod tamen, ne videatur pred^tinatio 
ex tempore, sicut mundi constitutio, intelligas non de condicione 5 
qua mundus in sua natura factus est, sed de constitutione, que 
erat in mente divina; de qua summus theologus inquit: quod 
factum est in ipso vita erat<'). est ergo predestinatìo futurorum, 
sed salvandorura; prescientia vero et previdentia, communiter, 
tam honorum quam malorum providentia gubernandorum; que, io 
quasi procul videntia, quandoque prò prescientia sumi po- 
to??! (*\ sumitur et aliquaudo prò dispositione, qua et bona com- 
plectuntur et mala, nam, licet Deus mala non faciat nec ipsa 
prcsciat approbando, disponit illa tamen et ordinat, etsi non aliter, 
ad iusticie boiium. sapientia vero atque scientia bonorum si- 15 
mìlìter et malorum est, preteritorum, prcsentium et futurorum; et 
non solum eorum, que principi um remporis habuerunt, sed etiam 
eternonim, que et vere sunt et immutabiliter sciuntur, sapiuntur 
atque noscuniur ab ilio, cuius sapientia infinita est quique soIu« 
se ipsum et alia cuncta cognoscit. bis itaque prò decbratJone 20 
QOminum prelibatis, quedam ad huius verìtatis explicandam iie- 
cessitatem et evidentiam presupponam. 

Est igitur Deus prima causa non solum, sine qua aliquid fieri 
vel subsistere non potest, sed etiam causa efficiens cuncta que 
fiuni. nec tamen ex hoc dicendus est auctor cfFectorque malorum, 25 
que mala culpe sunt, queve, usitadore vocabulo, peccata dicimus: 
hcc enim nulla prorsus entitas sunt, sed pura boni privatio nec 
fieri possunt hec mala nisi in natura bona nec habent proprie, 
cum nichil sint, causam efficientem, sed deficientem, prout quidam 
dcfcctus quedamque deforraitas, actus sunt; unde et peccata de- 30 



t4.Ar'Um. ilbdltp. 



17. AT' tcmp. priiic. SI. C//N' explicande 37. C//etenhn 



(0 Cf.s. Paul. Ef>. ad Rom. Vili, 29. 
(2) S. Matth. XXV, J4. 
Ò) S. lojiANK. I, 5-4: «Omni» 
« per ìpsum £acta sunt et siae ipso 



« factum est nihil quod factum est 
« In ipso viti erat et vita erat lux 
« homìnuni ». 
(4) Cf. Balbi, CathoUcon^ $. v. 



DI COLUCCIO SALUTATI. 



323 



lieta dicuntur, quasi derelicta; eo quod peccans aliquid de- 
relinquat de ordine legis eterne, quo deformat actus pulcritu- 
dinem et rationem. deìnde, sicut sepius dictum est, Deus est 
prescius omnium futurorum sive siiit entia sive deformitates 
5 entium, que si concurrcnte nostra voluntate tìani, peccata sunt^'l 
est et Dei prescientia oon ex eo qood prcscita futura sint, sed 
potius illa futura sunt quia prescita; quia enim prescita sunt, 
fiunt; non e converso, sed est prescientia cum approbatìone 
beneplaciti, que rerum est nedum causa, sed necessitas. nam, 

IO ut inquit Aurelius<^^^, Dei voluntas rerum est necessitas; et hec pre- 
scientia soluramodo bonorum est: malorum enim culpe prescientia 
Dei causa non est, nisì sine qua non enim possunt esse, quin 
prescita fuerint. previdet liec ìgitur Deus, tanquam non facturus, 
imo que omnino facturus non est; et licet ab alio fiant previdet 

15 ipsa, non approbans, sed disponens, denique ab eadem etcrni- 
tatis immensitate et sine principio, simul fluit infallibilis Dei pre- 
scientia et necessarionim necessitas et futura contingentia futu- 
rorum et libera nostre voluntatis electio: que omnia ab eterno, 
ersi non improprie nature subsistentìa sunt, futura taraen fuerunt 

20 et in ipsius prcvidentie lumine et fuerunt et sunL crigamus nunc 
nos aliquantulum supra sensus et fateamur, ut est, quod, licet 
omnia, que fiunt, ab ipsius providentie ordine infallibili atque 
certo procedant, attamen ab illa, que ab eterno futura erat, proprie 
necessitatis ve! contingentie libertatisque natura penìtus non 

25 discedunt, sed ita fiunt, ut ab etemo futura sunt et fuerunt. quod 
si hanc necessitatis et lìbertatis et contingente mìxtionem forte 
non vides, Pum Severino distinguas : hec enim, inquit, ad in- 
tuitum collata divinum, necessaria fiunt per coudicionem divine 
notìonìs, per se vero considerata absoluta nature sue libertate 



H« Dolche egli 
é presa o coli de- 
sìi enti, come delle 
dcfarmiU degli cn - 
li, le qu«li, con- 
correndovi Ia vo- 
lanti umana, di- 
vengono peccati, 



coi! eoctitiono U 

firescieiUA divina, 
« contingcnice del- 
le cote future e 
I' eleuone libera 
della volontà uma- 
na. 



come dìmortra 
Boezio, 



I . fP dicìmoa II./?' omette solanunodo - prescientia CH omette enim 16. N' foli 
30. N' fuerant 33. / codd. et tainea 35- / codd. diacedani a6. CH dopo necessi- 
tatìs omette et 



Ci) Cf- Papias, Lexic. s. v. D eli- 
ci u m : « Delictum est, quando manda- 
« lym Del non ìmpletur. peccatum 
« quando fit prohibkum. sed indiffe- 
« rcnterponitur. delictum dicitur quasi 



«derelictum et fit in cogitatìone; 
« peccatum vero in opcratìonc », e De 
fato et de f ori. rr. Il, cap, ix, cod.cit.c. 22 a. 
(2) S. Auo. De Gemi, ad liti. lib. VI, 
cap XV in Opera, IH, 3^0. 



324 



EPISTOLARIO 



cara atf raaer d«s- 
B«lo ukIm il prc- 



S^ non desmunt<'>, nam ut hoc cxemplo clariore demonstrem, he 
te CMC, iHcuius principis iussione, in carceribus alligatum; nonne 
tu ibidem detentus necessario manes ? manes equidem ; oam, 
urgente principis iussu, dlscedere omnino non poces. stante vero 
bac necessitate, die michi: nonne potes etiam libenter et libera 
voluntate manere ? potes, video : non igitur impedir, quecunque 
$it illa nccessitas, arbitrii libertaiem. simul eoim potes voltm- 
tate libera et oportct inevitabili necessitate, sicut habet casus iOe 
quem posui, in vinculis crgastuloque manere. 

Et ut ad tuarum rationum solutionem veniam, potest prede- 
siìnatus ad vitam peccare mortai iter et damnari, si hominem sine 
prcdestinationis condicione consideres in se ipso, supposito vero 
predestinalionis casu atque coniuncto, de necessitate saivabitur et 
omnino non poterit, stante tali condicione, damnari. sed dìces : 
si possibile ponatur in aau, nichil potest impossibile resultare. 15 
dctur igitur quod iste qui peccare potest peccet atque damnetur. 
m* in ui cA>o non detuf cstoi scd sì fiat, bic Granino predestinaius esse non poterit, 

•ari pi A f>r«deitJ- ' ' * r -» 

tìnM 'rMcit'o' ^^*^ pTcscitus; Ut sl ponatur ipsa damnatio, impossibile sit predesti- 
nationem vel ex eternitate vcl ex tempore processisse. eadem 
ratio est, sed contrariis effectibus, prescitomm; nec tamen docente 20 
seu ducente natura peccabunt prescia, sed libera voluntate: nec, 
quia Deus peccaturos prcvidcrit, peccabunt : Dei enim previdenria 
entium causa est, non autem non entium, qualia sunt peccala; 
licet peccantibus, occultissima nobis iustìcia, Deus non exhibeat 
gratiani suam. nam quod Apostolus inquit; cuius vult miseretur, 25 
et quem vult indurata*); .iliter non est intelligendum indura t, 
nisi quia non miseretur. miseretur ergo, dando gratiam, qua 
bona facimus; indurar autem, hoc est non miseretur, non dando, 
scilicct, gratiam, qua deficiente, libera voluntate mala facimus, 
inil!(ie**u'™tìu*' "^*' frustra predicatur nobis peoitentìa; scit enim Deus quos sur- 30 
'*'"* recturos ab eterno previdit de peccatorum barathro per pcniten- 



I. leodJ, cUrìorì 3. CH omtttf tu 3o-ai. R' due. mu doc. si. CH dopo sed 
aggiunge prorsus i8. CU omelU est 30. nec] H' hec iV pco. prcd. 



( i) BoET. Phil conuV, vi, 1 1 2-1 1 5. I testi però danno « relata » e non k collata », 
(a)S. Paul, Ep. ad Rom. IX, 18. 



DI COLUCCIO SALUTATI, 



325 



tiam; oec oramus frustri: preordinavit equidem Deus ante secula, 
que sit orantibus per tempora concessurus. non etiara putandum 
est quod iniuste Deus in utero Licob elegerit reproba vcrìtqu e 
Esaù, alia est enìm ìusticia retrìbuentis Dei, alia potestas hominem 
5 facientis, de illa namque dìctum est: nuDum malum impunìtum 
et nullum bonum irremuneratum. adducet enim Deus in iudi- 
cium prò omni errato, stve bonum si ve malum sit. de hac autem 
inquit Apostolus: nunquid dicit figmentum ei qui se finxit: quid 
me fecisti sic ? an non habet potestatem figulus luti ex eadem 

IO massa facere aliud quidem v.is in honorem, aliud in contume- 
liam?(') ut iniquum alicui videri non debeat, si fictor noster 
Deus ex gratia quibusdam miseretur, quam ad alios non extendit: 
presertim cum omnes ex massa corrupta peccato primi parentis 
nascamur ire vasa^*). annexum quidem nascentibus est peccati 

15 stipendium, que mors est, ut nedum dici non possimus mereri 
gratiam, sed iuste nullam lamentati possimus et penam. ante 
vero quam nascamur, utpote cum non simus» capaces omnino 
non sumus oec meriti nec pene, quam ergo, mi Bernarde, iusti- 
ciam desideras ? cum ante quam simus, nulla nobiscum esse 

20 possit, et mox cum fuerimus in lucem editi, imo simul cum 
nascimur, si consideretur natura corrupta, debeamus iure damnari? 
nimis ergo sibi blanditur, qui misericordiam, cum damnabilis sit, 
requirit, ac invidus est, si Deus, quod ìustissime sibi negat, per 
gratiam cuiuspiam misereatur. etenim si salvaret cunctos, licet 

25 hoc nulli posset ex merito contingere, sed solum ex gratia, nutlis 
tamen innotesceret iusticie debitum et benignitas gratie ; sique 
cunaos damnaret, lìcet iustissime factum esset, sicut omnino la- 
teret gratia, item etiam iusticia non patereL varietas illa mani- 
festat utrunque, cum gratia luceat In electis et peccati iusticia 

30 pateat in damnatis; quin etiam conducat ad honorum exercitium, 



e l 'orazione; 

n& d* tupporre tn- 
giiiiie le opera- 
zioni liivÌRC. 



L'uoroo non h« 
diritto di giudicar- 



perclti lufceodo 
egli t c;iii involto 
flcl peccato. 



e meriu 1« eicni* 



9. A'' mirhi 11. N' f«cior 15-16. a\'' pouumns grai, mer. t6. N' po«Mm. 

pcu. 23. N^ requirat 14. N^ conci. bbIv. 30. CU omette conducat 



(i) S. Paul. Ep. ad Rom. IX, 20- Ep. ad Rom. IX, 22 : e Qyiod si Deus . . . 
21. «r sustinuit in mult.i patientia vasa 

(a) Allude al versetto di s. Paul. « irac, apta ad inieritum ». 



}26 



EPISTOLARIO 



E co»l non deb- 
boiui applicAT A 
D^, se non per me- 
tafora, le etores- 
itoDì, eoa CUI (oa 
ligniticftti gli af- 
fetti amani 



ed t neceaurìo ch« 
no! e' inchiaitmo 
diiMiui A ciò che 
non d i dato com~ 
fttadt-rt. 



pighi di conaidc- 



dum mereri possumos, perversi ws reproborum. qais enim sine 
persecutoribus martyr esset ? que foret sioe tentatore constantia, 
sine adversario luaa, sine impugnatore patientia? 

Quod si queras divine voluntatis in odio vel diìectione ra- 
tioiiem, considera tales affecuis prorsus io Deo non esse; sed 5 
cum de ipso, qui prorsus ineffabilìs est, loquimur, metaphoricis 
et translatìs uti vocabulis et a rerum effectibus ipsum ìracum dici 
diligere vel odire. immutabiiis est prorsus illa divina natura 
nec humanarum mentium motibus alteratur; ut optimam atque 
supremam eorum, que fiunt, causam esse cognoscas eternam Dei io 
atque infallibilem voluntatenn, cuius rationeni querere plus est 
velie sapere quam oporteat sapere, die et tu michi : cum scribis, 
cur, scindens cartam in duo equalia, partem istam scrìpture de- 
putas, hanc involucro, cum potoisses in illa, quam epistole cu- 
stodiam ponis, eque bene scribere sicut in altera ?<^'J nescimus de 15 
nostris actibus plerumque reddere causam et nos scire volumus 
eligentis voluntatis in Deo, quara adhuc nemini revelaverit, ra- 
tionem ? o quanto melius est, hac curiositate dìmissa, cum Dei 
voluntas et infinita Dei sapìcntia ipsa sibi suimet causa sìt, cum 
Apostolo dicere: altitudo divitiarum sapientie et scientie Dei: 20 
quam incomprchensibilia sunt iudicia eius et investigabiles vie 
eiusU'J et ut hanc difficultatem ostendat et ipsam Dei notet be- 
nignitatem in se liberam et, sive tribuat aliquid sive non tribuat, 
non esse mordendam, subdidit: quis enim cognovit sensum Do- 
mini? aut quis coosiliarius eius fuit aut quis prior dedìt illi 25 
et retribuet ei P^^) cunique quìcquid fìt, ab hac altitudine sapientie 
fluat, pudeat humane condicionis ignoraniiam contra ipsam quo- 
modolibet murmurare, nec velit finita creatura infinimm iiliid 
querere, quod nec apprehendi potest sensu nec percipi quomo- 
dolibet intellectu. cogitemus potius quod hec Dei sapientia at- 30 



I, N* perversitutem 7. CH dicìmut 9. / codJ^ti che mi parve nf cellario mutare 
in ut la. N^ catti midii i^. N' cartam exftcinderìs 23. N' al. irib. 28. N* 

omelie infiiumm 29. X^ sensu appr. pot. 



(i) Lo Stesso paragone nel Di fato 
ti tU fori. ve. II, cap. x,cod. cit. e. 26 B. 



(2) S, Paul. Ep, ad Rom. XT, 33. 

(3) Ibid. XI. 34. 



DI COLUCCIO SALUTATI. 



327 



tìngit a fine ad finem, hoc est a causamni principio usque ad t.« cbe j* „picn. 
effectum, fordter et disponit cuncta suaviter<*), nam licet fortiter '« "«« « «'.' «f- 

' * fciti e lutto dupo- 

agat, ut nit sibi resistere possit, suaviter tamen concurrentes hnlmtatT''^^ * 
causas in sua natura et qualitatc conservat ; ut, eius irrefragabili 
5 stante potentia et necessitate, non desinant tamen voluntaria esse 
libera nec contingcntia possine esse necessaria, nisì forte cum 
fiant. ex quo sensu nuper cecini, cum de pace loquerer: 



IO 



15 



20 



Hec cadem instituit, rerum ne discrepet ordo 
Principis a nutu variisque eventibus errct 
Fatorum seriem, quibus omnia tramite fixo 
S ponte sua currani vel saltcm invita trahanlur. 
Fata, quidera, causìs, causas etTectibus, illas 
Ncciunt his, salva cura lìbertate voluntas 
Elìcìt affectus, effecius imperai, una 
Lege means, qua nulla tamen nequit esse voluntas 
Libera vel prorsus iam desinit esse voluntas. 
Ut licct ex illa quicquid voluraus facimusque 
Fixa lege fluat, nec sìt mutabilis ordo, 
Semper cuncta tamen cum lìbertate velimus 
Que volumus: summlque hec est sapientia regis, 
Fortiter attingens, cui nilque resistere possit. 
Fiunt cuncta quidero que vult et suaviter ille 
Dispoiiit propriam, nec causìs invidet ullis, 
Naturaro placide, sed in omnibus omnia salvai (0. 



25 Hec habui que prò nunc ad ea que postulas responderem. 

in quibus si longior fui, ascribe materie; si te minus quam ap- chiede •n«ro»r- 
peteres dedaravi, tibi tmputes, qui de re profundissiraa lam rudem verchi» lunghez** 
enucleatorem elegisti, facio exemplari tractatum De vere-, promette n«n- 
cundia, quem, ut petis, mittam^'\ interim hec sensim et me- D^^!^r,lundk^ùòl 

50 dullitus ruminato, vale. Florentic, decimo secundo kalend. iulii- ''*'*"* '"'"'' "°'- 

3. N^ ciinct* sM»x. wiisp. 14. iV^ omette Iraperat 15, B' qne nequit^ N' inqalt 
16. C// desmui 21. nilque] iV^ namqiwm aa. C// at- illa N' ac-ilU 23, /?^ ne 
35. R' omette que dopo habaì 30. R' omette vale CH dopo vale reca duodecimo , 

dùpo iulii, Florentic 



(i) Lih. Sapientiae, Vili, 1; ma la cordato netl'cp. xv di questo libro, 

citazione non è testuale. (j) Dì questo suo trattato aveva 

{2) È questo, come si notò, un fatto parola a Bernardo il S. nel- 

frammcnto del carme allo Stella, ri- l'ep. un di questo libra 



328 



EPISTOLARIO 



XVIII. 
A SER Giuliano Zon\rini<»J, 

[CH, e. 48 b; N', c. 17 B.] 



FircoM, 

14 giugno - j I ili» 

gllo i}9a? 

Ebbe la tua Ict- 
tara a cui molto 
Urdò a rUpondere, 



perchè non kU rio- 
•et ài penctranic 
rinltnio »cu*o. 



Siccome però la 
Maa gli ^ mosso 
rimprovero il'»ver 
biatirnato ti motf 
do, divina fattura, 



Optimo viro ser luliano Zannerini bononiensì cancellano. 

ViR insignis, frater et amice karissime. recepì litteram tuam, 5" 
quam cum mense ianuario dictaveris et maio mlscris, tanta 
dilatione decoaam atque digestam, cogitavi te multo magno- 
que Consilio destinasse; et ob id profundiorìbus nixam radi- 
cibus ratus, nolui repente nec temere respondere. unde si iam 
ad mensem distuli, non mirerìs, et eo presenim quia, cum ìpsam io 
plurics accurateque perlegcrim, adhuc tamen non valui ad eius 
sensum intrinsecum penetrare et nisi tuo subscripta nomine 
foret, crede michi, sine responsÌonÌs vicissitudine tacitus per- 
transissem. nec tamen calamum arripiens, novi quid ad tue 
dubitationis ambiguum preparare debeam referendum, nani, cum 1 5 
te asseras adoiirari, ut tuis utar verbis, quod divinum opus, pul- 
cerrimum et ad recuperationem nostram condttum, mundum, 
omnia sapida, alacria et formosa, omniaque grandia, alta, lata 
et pcnitus impossibilìa cogitari atque inalterabili ordine et imma- 
culata Deo obedicntia continentem, tanquam causaotem io nobis 20 
infinita peccatorum et vitìorum genera fuerim libello, quem d e 
seculo et religione composui ^*\ detestatus, tres rationes su- 
bicere videris, quas, ut verum fatear, usque nunc nuUatenus in- 
.tellexi. quid igitur factam? rescribam, si poterò, ad ea que 



4 . Coxi N' che pi'rò per errore del copiita legge Canncrini CH Ser iQliaiio cano«l' 
lario Bononte 9. CH omette iam 30. CH dà due volte obedìeotia 



(1) Niun sicuro indizio che valga a 
fissarne la data esce fuori dal con- 
tcsio dì quest'epistola, che ci deter- 
miniamo ad assegnare al 1592 per 
non staccarla dal gruppo di cui fa 
parte ne' mss. 



Intorno allo Zonarini, col quale il S. 
non teneva una corrispondenza molto 
seguita, cf. l'ep. xnn del lib. IV; I, 
294. 

(2) Cf. l'cp. V del lib. V, p. IO di 
questo volume. 



DI CO LUCCIO SALUTATI. 



329 



soperius a te conscripta predixi. de rationìbos autem alias, si 
forsan intellexero, respondebo. et ut huius dubitationis scrupu- 
lum, si possira, cxcutiam, principio velim teneas me mundum, 
prout Dei creatura est aliquave substantia, nullatenus damna visse. 
5 scio quidem in Sacrìs Litteris scriptum esse: vidit Deus cunaa 
qoe fecerat et erant valde bona f'>; nec me fugit illa secu- 
lariura philosophorum nedum communis, sed omnino vera sen- 
tentia, que mutua accepdone consentit vicissim ens et bonum, 
quoquo verteris, predicari. clarum eoìra est, cum omnia, que 

IO sunt in eo, quia sunt, bona proculdubio sint, cumque malum 
non sìt nisi privati boni, semper in eo, quod alìquid et per 
consequens bonum est, malum posse et non alibi reperiri; nec 
in eo ponere aliquem rei subsistentis effectum, sed omnino de- 
fcctum, cuius quidem prorsus nulla essentia est nec magis 

15 frustra coneris, preter deformìtatem et nomen, aliquìd in malo 
reperire quam in vacuo, quam in eo, quod hoc vocabulo: nichil 
solemus realiter designare, quamobrem in operis nostri fronte, 
cum mundum mukipUciter diffinivi (*>, scriptum reperies ad hanc 
ferme sententiam: et ne accusandi studio mundum, Dei crea- 

20 turam, ditnittam penirus illaudatum, sed parcendo sibi mitius 
secum agam: mundus est via morralium &c. <J^ quibus verbis 
satis expressum est, mundum, in eo quod creatura Dei est, suis 
laudibus non carere. sed tecum considera quibus assumptionibus 
ibi mundum, quave acceptione descripserira ; ubique, ni falJor, 

2$ invenies me de mundo, non in eius naturali essentia, sed se- 
cundum varias nostrorum condiciones afFectuum aut prò ipsa 
conversatione vel usu mortalìum tractavisse. nam et Veritas 
inquit: non misit Deus filium suum in mundum, ut iudicet 

4. Dei] N' de 5. CJI N^ omelton scio, ti primo però ha tegnato una lacuna al posto 
corrispondente. CU vide quod Deus 6. N' omette et nec] CH non 9. CU N' dopo 
est pongono qnod io, CH N^ recano quod invece di quia 33. CH con», tccum 



coti dm flutcta ac> 

CUI» li difenierA: 



non duiDA gU ^tl 
il rnoaido, come 
cretturt <li Dio ; 



né lo coDilAnnò 
nei proprio libro i 



mt lo considerò e 
lo coniidcrs qutle 
consorzio de tì- 
venti, dtUe loro 
pusioni tnodi&c*» 

tO e KODTOllO, 



Ì(l) Genes. I, 31. 
(2) De saeculo et religione Iractatus, 
lib, I, cap. I : « In quo , prernisso 
« ordine dicendorura, quid sit mun- 
R dus multts diffinitionibus explicsi- 
« tur » ; cod. Riccard. 872, e. 2 fi. 



Coluecio Saiutati, H. 



(3) Alle parole qui citate nel trat- 
tnto seguono quest'altre: « pcregri- 
« nationis nostre diversoriuro, mini- 
« strator neccssariorum et suppedita- 
« tor etjani abundamlissimus volupta- 
« tura », 

ai* 



JJO 



EPISTOLARIO 



nel qual senso ìa- 
lesdoao il voca- 
bolo Anche le ««• 
ere carte ; 



•kchft vi i equi- 
voco nelle obbie- 
itoni dello Zona- 
rini. 



Moa crede poi 
il mondo creato 
per la satveiu 
acH'nomo, 



e neppm stinia che 
esso valga a rì- 
condurlo a Dio, ic 
sviato. 



mundum, sed ut salvetur mundus in ipsum ('\ an hic Scriptura 
locota est de celo, stellis et elemenris, an non potius hominum 
genus non ìudicandum, sed salvandum esse predixit? et idem 
Evangelista, cani ex sua persona dixìt: noHte dilìgere mundum, 
ncque ea, que in mundo suni^'); an de mundo in ea descri- 5 
ptione, quam ponis, forsitan ìntcllexit? patent cbre cuncta 
que dixi, ut nonnisi violata littera aut preter, imo contra id, 
quod non solum intendi, sed expresst, tua possìt obiectio coaptari. 
nec credo quicquam, cum mundum diffinivi, posuìsse, quod non 
valeas intra divinarum Scripturarum oracula reperire. aliud io 
igitur est mundum, proni Dei creatura est, quo sensu tu lo- 
queris; aliud, quod ego prosecutus som, prout in ipso vel per 
ipsum Deum offendimus et ab eteme legìs ordine deviamus. ut 
quicquid ille tue, michi quidem inaccesse, rationes velint, ilio, 
non isto sensu forte possint, ut arbitror, militare, mundum au- 15 
tem te velie ad recuperationem nostrani condìtum parumper 
admiror. fateor mundum nostri gratia procreatum, non ut 
amissos recuperaret, sed ut rccuperandis vitam transitori am vel 
potius ipsius vite momentanee necessaria ministraret. nulli qui- 
dem creature redemptionis nostre gloriam fuit conveniens ex- 20 
hiberi, ne forte dos contingeret aut plus vel saltem equaliter 
creature cuiuspiam, quam creatoris beneficiis obligari. quod si, 
ut concludere videris, appetltus noster ad perfectum et integmm 
inhians et videns cuncta mundi, que omnia, ut asseris, expediunt, 
se privatim habere non posse, in Deoni, qui solo palmo concludit 25 
omnia, libere se committit; nescio videre tamen unde ratio 
tua concludat id quod post paululuni intulisti ; videlicet mun- 
dum non esse causam illiciendi homines in peccata, sed potius 
cunctos ad gloriam sui opificis invitare; nìsi forsitan dixeris te 
sitientem, cum aquam ab arenti peteres raponcello, non repertis 30 
undis, si Sapinam vel Renum adiveris, illum ad istos et non po- 

•i. CH dopo celo riprte de 4. ^ omette cum 9. CH N^ ponere 11. Dei] 

N^ de 20. gloriam] N' regulam 35->6. N' pone due volte omnia prima e dopo con» 
cludtl 31. N' Sapniam 



(i) S. loHANN. in, 17; ma il testo v per ipsum ». 
(a) S. louANN. Ep. I, u, 15. 



DI COLUCCIO SALUTATI. 



53^ 



tius sidm et spem inveniendi potum, quem optaveras, impulisse f'^; 
et nisi volens de quocunque dubio dee larari, si videris hec 
forsan fieri non posse Bononie et decrcveris ire Parisius, asse- 
rendum censeas patriam tuam te in transalptnarum Galliarum 
5 metropolim destinare, oportet ut aliquid proprie alicoìus effectus 
dicatur causa, quoj in eius productionem effictenter, non defi- 
cienter, agendo vel saltem coagendo, concurrat. alias de neces- 
sitate concluderetur Deum esse causam peccatorum, que nunquani 
in aliquo actu nostro contingerent, nisi divini numinis coope- 
ro ratio defuisset. quod quidem quante impietatis sìt quamque, non 
dicam irreligiosumi sed omnìno sacrilegum tibi reliquerìm iu- 
dicandum. desìnas igitur adniirari, si mundura volui properan- 
tibus in patriam, cum in contraria distrahat, fugiendum. Rex 
enim superne Hierusalem iudici, cui potestatem ipscmet dederat, 
15 inquit: regnum meura non est de hoc mundo^'\ nec putes futuram 
glortam, que revelabitur in nobis, vel mundi vel alicuìus crea- 
ture accessione corapleri. nam, cum illa beatìtudo non sit nisi 
adeptio sunami boni, qui Deus est, et increatum bonum, quod 
suapte natura a nullo prorsus dici potest in creationis ratione 
20 presupposita dependere, cunctis, que creata sunt, et ratione et es- 
sentìa et bonitate necnon omnibus respcctibus antecellat; in aliquo 
creato bono vel bonis nec illa supremitas potest colligi nec 
voluntatem nostram implens, nisi cura ad increatum pcrv^eneris, 
reperir!, adiuvant, fateor, que in mundo sunt, ut ad illud perve- 
25 nìatur summum, satians et implens bonum, si recte noverimus 
eis uti; si quantum deceat, illis voluerimus delectari; si non plus 
amentur quam oporteat; si ad ea mens nostra quantum ratio 
posiulat se convertat. sed quis est ille? et laudabimus eum: 
fecit etenim mirabilia in vita sua^'^. ex qua difficultate, si volui 
30 mundum talera esse, qualem ìlio tractatu longiusculo disputavi. 



persiste quindi 
A creder che chi 
vuole sUrarsi tieve 
foggize il mondo; 



il au«Ie non po- 
trcblw divenir «trn- 
cnento di ulutc, se 
non id uomo per- 
fetto ; 



orchi quaggiù può 
ttinursi ufe? 



6. \' cauM die. II. CH wcrilegium 16. N* in nob. rcv. CH mudi per mundi 



(i) La voce a raponcellus » manca 
ne' lessici. Dall'uso che ne fa qui il 
S. si deduce ch'essa sta a significare 
un « rigagnolo » in contrapposizione 
a <r corsi d'acqua », quali il Reno e 



la Savena, noti fiuraicelli del Bolo- 
gnese; ma non saprei adesso darne 
una soddisfacente spiegazione. 

(2) S. lOHANK. XVIII, 56. 

(5) Eccks. XXXI, 9. 



i 



9^ 



non ubi Tuicn. dcbcc tntJwiT**"**'^ 'vo. lonsmiiL ^4 
gtefBain eterne ^orìe sodcEacm TirtMe^ qoe Dei 
isjàsteniie <!tTÌiia grxda, nos penlnCBBt. viftas *if^***, s ìb^bs 
àmdSm ad Ib ott i oniu iit co. ia Ine vici noa es. bìb Ogm 

flttOS "*"P f ItlHI'IlT ^S&' ijQQ^Q 'SOt^^D DeSSHBflBHB DC^BBCDO CtOBm j 

De m et sokts Deos ai piopis ae <HyaAnj ooen fero 
propier ipwiiB, <{tàà ofas ctt moida^ K md ivamo domo iiutiuu 
in seoda? pcunlPM «^n urì{iriini àtz m ^ss £• 
in «» <^. K fatcn oponeffi 

pOTGsJaama mi ì&ibb, sb Birriri* Mpefe^ «alt fefix a 




i 




1K9K; ais àac^ff-MBraa Eodeae, 



«ìki 



suro, a TI IMI' 1 ài^ 




t». 



5$^ instai 



^^i 



^1* S. JU«. ^ ^X. «O. IT, »^ BAI- S& 

.^i" 5;. ^lajBKK %, ÌL 3;. ^ ùàae si 

IttKU 41 «ISK^ H jiSCAM' 131: fSBLfiS: 




DI COLUCCIO SALUTATI. 



533 



det michi Deus inconcussam in fide constantiam, prò qua mori 
vita est, quamque in me cum divine tanien afflatu gratie spero 
maasuram, nisi miraculorum evidentia conquassetur. vale, et Promette d'*»«- 
illum tuorum filioruin pcdagogum habebo, sicut postulas, recom- «ie'figUdeii'»niio>. 
5 missura. Florentie, decimo kalendas sextilis. 



XVIIII. 
A MESSER Antonio degli Alberti <^\ 

[N*. e. 22 b; CH, c, 54 b.] 
Spectabili et egregio militi domino Anthonìo de Albertis. 



p 

^^^KT Firenu, 

[ IO Qcio, magnifice et egregie miles, Hieremiam raptum in spiritu » iug''o o^'^<>«*b. 

L O monuisse populum Israel: recedite de medio Babylonis et LepAroiediCe. 

■ ^ remi*, citale dtl- 

■ de terra Chaldeorum egredimini et estote quasi hedi ante gre- l'Aibenu 
^^ in sp 



4. iV^ omette tuorum g. Cosi N': CH Donitno Anthoniode Albertis io. S' xcio fdc) 
in »plr. rapt. ii. A^ pop. Isr. raon. 



Sta data era trascorsa, senza che del 
temuto precursore della catastrofe fi- 
nale si avessero novelle ; cf. Hist. litiér, 
de la France, XXV, 258. Nel ijj? 
il francescano Giovanni de Roquetail- 
lade lo annunziò, però per il 1 370 ; altri 
per il 1578 (cf. voi. I, p. 297); e fra 
Giovanni delle Celle, citando nelle 
sue LdUrc (ed. Sorio, ep. XXVii, 
p. 56) i Vaticinia ponti ftcum dello pscudo 
Giojchimo, dice clie secondo quelli 
Gregorio XI sarebbe stato rultimo papa 
e dopo di lui s'avrebbe il tiniraondo. 
Scoppiato lo scisma, corsero nuove 
profetie, che davano come ultimi papi 
i dissidenti Urbano VI e Clemente VII ; 
mentre altre rimandavano la venuta 
dell'Anticristo agli ultimi lustri del 
secolo e talune anzi al 1593. Cf. 
Pastor, Hisioire dcs fiapes, I, 163; 
F. Tocco, // Savonarola e la Pro- 
feiia in La vita italiana nel rinasci- 



mento , II, Letteratura. Milano, 
1893, p. 551 sgg. Il « dragone di Ba- 
« bìlonia » continuò ad essere atteso 
del resto per tutto il secolo seguente; 
anzi nel 1441 il gran maestro delPOr- 
dìne di Rodi ne comunicava la nascita, 
avvenuta allora appunto in Babilonia, 
al duca di Milano con una curiosissima 
lettera conservata dal cod. Parig. Fonàs 
lai. 8731, e. 53 B. 

(i) La biografìa di m esser Anto- 
nio di Niccolò Alberti (i3)8?-i4i j), 
« uomo ricchissimo e cittadino rispet- 
« tato, mercatante a Bruggia, giocondo 
« ospite dei giardini del Paradiso, mi- 
« stico con s. Brigida, poi ricredente 
« ed imperialista, poi di nuovo peni- 
« tente a Roma, professore a Bolo- 
« gna ed in csiglio sempre intento a 
« cospirare a; è stata intessuta con 
tanto garbo e cos) ricca copia di no- 
tizie da A. Wesselofsky, Il Paradiso 



3Ì4 



EPISTOLARIO 



■Mi ftrtetIL 



ft 



jfU*''- PsuBBCm JMCfli BK JBl fHIIÌBl BEBBCy Boct OOO I 

sttuDcfl iMWiniw craciw nfiao JcacgMiciB. i|ttsrc e 
pRStiepcric, jpenc subncciii: ^fatmun^ iiMpBtj ego tosato et ad- 
docam in Sabylonem coogregatioiMm geniiuin magoiruni de 
con A^HDomi : pccpacibuntuf javcfsui cm et ìoae f jptrinf ^*^j 
u gninc iat jd Iwipi'ini kmc nb Alci iodio Grcjos «rat nopcrtaf 
Romaoonun. m^rstke tcto, cam Balxi coafnsio, Chalci 
vero cransUtio, feritas atit fera vd demon sit^^ ; si£ 
ficare potute fogere mmidiiin, qoi voe coofusio est, in qucm 
Aqoikmis regione, hoc est a soperbie qoodam sho; unde qaon-' 
dato opcima creaturamm ait: pooam sedem meam ab Aquilone 
et ero similts Ahìsaimo^; vcaiunt feritas, translatio atque dernon»^ 
quid eiitm esr in mundo ntÀ coocupiscentta caniis, quam com- 
muoein habemos cam bduis, ttt feritas quedam sii, coocupisceotia 
oculonim, quc nos trans&rat per avaridam a celesdbus ad terrena^ ry j 
et superbia spiritus, qne per demonem, qui sciens interpre- 



f. N* omeUe Httm y S' ego iaq. 5. ca Jop9 A^fOo/m ks «e 7. C» AM 1 
«ormi» M|pa JteM ra babcf 8. A^ awllir mo vmdhdiv CttaMmferam tj.df] 
ametit nàm ij^u- ff* can bdL eoa. bob. 15. 



S* par anni, tnmfn 



degli Aìherti i jfii vltimi trerfaiisti in 

// Farad. degU Alberti, romanzo di Gio- 
VANMi DA Prato, Bologna, 1867» I, 
par I,p. 142 sgg., da rendere super- 
flue ulteriori ricerche. A noi basterà 
quindi avvertire che l'epistola presente, 
rimasta ignota al filologo russo, de- 
v'essere stata dettata dal S. quando 
TAIberti, disgustato della vita politica, 
s'era volto con quel suo ardore irrì- 
flessivo al misticismo e deliberava la 
fondazione d'un convento brigidiano 
accanto alla deliziosa villa del Pa- 
radiso. Soltanto un uomo infervo- 
rato nel disprezzo delle cose mon- 
dane poteva infatti desiderare di pos- 
sedere un libro cosi profondamente 
ascetico quale il De satculo et reli- 
gione del nostro. Or poiché a noi 
consta che la facoltà d'erigere il me* 
nastero del Paradiso fu concessa al- 



TAIberti da papa Bonifitóo IX con ' 
bolla del 26 gennaio 1392, &1 lagljo 
dunque o all'ottobre deiranno mede- 
simo ci sembra potere con probabfr- 

liti di cogliere nel segno assegnare , 
la presente. La quale in tutti i modi ^ 
non dovrebbe ascriversi mai a data 
anteriore al '391, perchè Girolamo 
d'Uuano, del quale il S. fa qui meo* 
zione come di persona defunta, era 
spirato, come già si vide (cf. p. 10 
di questo volume), 51 2 j novembre 1 390. 

(1) HlEREM. L, 8. 

(2) HlEREM. ib. 9. 

(j) Cf S. HiEROKYMi De nomini' 
bus bebraicis liber in Opera, III, 819: 
« Babylon, confusio > ; e 82 1 : « Chal- 
« daei, quasi dacmonia, vcl quasi ubera 
tt aut fcroces » ; e altresì Dutripok, 
Con, or danti ae Biblior. sacr. p. xxt. 

(4) Cf. Isa. XIV, 13-14. 



DI COLUCCIO SALUTATI. 



335 



tatur^'); quoni<irn, ut inquìt Apostolus, scientia iiiflat^*); optìme 
designatur? feci igitiir, ut inquis, libeflum De seculo et re- 
ligione, in quo sanctissiraum patrem meuoi Hieroiiymom, tunc 
Angelonim monachum, deinde generalera priorem ordinis Ca- 
5 malduiensis, cuius or.itionibus olim in claiistro, nunc in celo credo 
firmiter adiuvari, nuper rcligionem illam sanctissimam ingressum, 
ad seculi fugatn et religionis prosecutionem devotione ferventis- 
sima som hortatus^'l iilum, sicut petis, mirto; hac lega, quod 
me talem non reputes, qualem requireret illa doc trina, sed talem 
IO esse potuisse, cui non defuerìt per Dei gratiam intellectus, quem 
credere tamen non possum michi, si Deo placebit ut ad ipsum 
aliquando convertar et redeam, non profuturum. tu vale et incepta 
prosequere, inemor quod non qui ioceperit, sed qui perseveraverit 
usque in finem, hic salvus erit^*'. Florentie, kalendas quintilis. 



Di ciò egli giA 
tcrìut, cora« al- 
l'AIbcRi ò noto, 
un libro dedicato 
• Girolamo da Ut- 
uno ; 



e glielo inria, per 
•i*«condAr il ino 
desiderio, 



esortandolo in- 
sieme « pcrteve- 
rare ae'iuoi lode- 
voli proponimciiii. 



15 



XX. 

A Pasquino de' Capelli <^\ 



[N', e. 23 a; CH, c. 55 b; R', e. 24 b ; A. Hortis, M. T. Cicerone nelle 
opere del Petrarca t dd Boccaccio, Trieste, 1S78, p. 99, da R* ; A. Viertel, 
DU Wicderauffmdung von Cicero' s Briefm durch Petrarca, Koenisberg in 
20 Pr., 1879, Anhang IH, 11, p. 45, da Hortis.] 



I 



Doctìssimo viro Pasquino de Capellis 
Comitis Virtutum cancellano. 

BIMUSNE, vir insignis, frater et amice karissime, ibimusne in Firen», 
etema sìlentìa, nec reddemus vicissim nobis dulcia commertia 



4. priorctnl N' abbatcm 5. CH dopo nunc ag-giunge aalem g.CH non rep. tal. 
12, CH N' amrtlono non innanzi a pTofnturnm 14, N^ oclubrii 2t. Coti N* ; CH R* 
Pasquino de Capellis H V Colacdus Salntitì Pasq. de Gap. 34. N^ vie. rrdd. 



(i) Cf. Papias, Lexic. s. v. Dae- 
mon : « graece dicilur valde sciens » ; 
Brito, De vocabulis Bibliae in cod. 
Laur. S. Croce PL XXIX sin. 4, e 26 a, 
2* col. ; Balbi, Catholicon, s. v., &c. 

(2) S. Paul. I Cor. Vili, 1. 

(3) Cf. !ìb. V, ep. v, p. IO di que- 
sto volume. 



(4) S. Matth. X, 22. Queste pa- 
role darebbero adito al sospetto che 
il S. non fosse troppo convinto della 
fermezza de' propositi dell'Alberti; se 
così fosse, ei sarebbe stato davvero 
profeta. 

(5) Dopoché G, Voigt, calpestando, 
con leggcrewa in lui pressoché incre- 



J3<f 



EPISTOLARIO 



l^cprido a£Ceuo. 



li^o^'eb^iw^ ^ttfif^i'^™» ^"Js prohibuit grave bellum dominorum nostrorum 
"p^fr"tmu erroribus concitatum? absit ab amicicia et cantate nostra, que 
'' DT'ndirio''di contracta semel nunquam debet abrumpi, tantum et tale flagicium. 
quid enim indicar Inter amicos publica tacitumitas nisi latens 
odium, nisi verum dilectionis ignem non solum obductum esse 
cincribus vel a sui caloris intensione remissum tepuisse, sed pe- 
nitus esse extinctum? natura quidem ignis est ut latere non 
possit: aut fumum aut flammas emittit. ceteri meutium nostra- 

1 . CH omelie nostroruni 4.. R' ludioit 6-8. R' omette vd » sui - potstt cAe 

manca quindi in H V. 8. // V dinanzi a fumura pongono »el /?' flimam niensKi 



dibile, ogni storica testimonianza, volle 
nel suo scritto Uber die haudschrijìUcbe 
ùbcrlicfcrung voti Ciceros Briefen, pub- 
blicato ne' Sitiurti^sber. der k. sàch:. Gc- 
selhch. dir U^iisanch. 7;u Leip^g, philol. 
hist, CI., 1879, pp. 4 1-65, assegnare tutte 
quante le epistole dal S. dirette al Ca- 
pelli ed al Loschi per ottener le lettere di 
Cicerone, al 1 390, ad eccezion di quella 
che i: di questo libro la xxi; Antonio 
Vienel, riconoscendo la scarsa atten- 
dibilità delle affermazioni del Voigt, se- 
condo il quale il S. avrebbe per Tap- 
punto scritte tutte queste epistole nel 
momento in cui egli stesso assevera 
d'aver troncata ogni corrispondenza 
col cancellier visconteo ; tentò in una 
nota intitolata Wiedtrauffmdun^ von 
Cicero's Brufai durcb Petrarca, edita 
rìQ'FUckciseuJahrbucL i8Ro,p. 231 sgg., 
di proporre una più ragionevole cro- 
nologica distribuzione. Ma, tratto ci 
pure in inganno dalla fallace opinione, 
comune del resto a tutti quanti prima 
e dopo di lui trattarono della scoperta 
delle lettere Ciceroniane, che l'epistola 
con la quale il S. ringrazia Pasquino 
del dono del ms. contenente le letiefe 
Ad famìhareSf fosse stata scritta prima 
che la guerra scoppiasse, e quindi 
nel ij'Sg; mentr'essa invece, come a 
suo luogo vedremo, non fu dettata 
che nel settembre 1 392 ; egli si sforzò 
di provare che la presente apparteneva 
al '91 (op. cit. p. 245); quasiché fosse 



possibile che il S. s'intrattenesse pa- 
catamente de' propri studi con Pa- 
squìoo; e, ciò che sarebbe anche più 
strano, celebrasse i benefici cflcttì 
della pace in que' mesi in cui Firenze 
attendeva ansiosa a giocar l' ultima 
posta contro il formidabile avversario, 
scagliandogli addosso le truppe, lau- 
tamente pagate, di Giovanni d'Arma- 
gnac, per opera del quale si lusingava 
« in arce regni suaque metropoli com- 
« munem hostcm invadere a ; vale a 
dire d'espugnar Milano! (Miss. reg. 
2ibi», e. 141 A» « Corniti Arrainiaci ■; 
e cf. Osto, Doc. dipi 1, n. ccvii-ccx, 
17 giugno- 24 nov. 1391, p. 300 sgg.). 
In realtà l'epistola presente non può 
appartenere ad altra data che non sìa 
quella del luglio 1592, se la consegnò 
a Pasquino Dìnozzo Lippi, che i docu- 
menti (cf. nota 4 a p. 3 38) ci confermano 
spedito in quel mese appunto dal co- 
mune fiorentino quale ambasciatore 
al Visconti. Poiché adunque le epi- 
stole dirette dal S. al Capelli per do- 
mandargli il codice di Cicerone pr 
dello scoppio della guerra sono 
perdute, e smarrite son pure parecchie 
di quelle che, ritornata la calma, scrisse 
il S., cioè dopo il febbraio del '92; 
cosi sarà forza concludere che intomo 
alla ricerca delle epistole di Cicerone 
da parte del S. noi non possediamo al 
presente documento veruno anteriore 
a quest'epistola, dettata il 4 luglio 1 592. 



or COLUCCIO SALUTATI. 



337 



rum sedati moius obtegi possunt; sola dilectio semper fervei, 
semper arJet semperque, si potest, aliquid operatur. si ergo per- 
petuLim tacuerimus, urgens et violentum indiciura est nos amodo 
non amare, sed nolit Deus tantum dominorum nostrorum er- 
5 roribus licuissc; turbaverint licer bello terras et maria <'^, seque 
vicissim ad suorum ferme statuum dcpositìonem adegerint et ex- 
trema pericula; quod inter nos rescindere potuerint rincula di- 
Icaionis et amoris! ego quidem de me scio, quando magis bellum 
ardebat, tui semper raemor eram, et, quod occultare non volo, exti- 

10 muissc vehementer ne dominorum nostrorum insania cum exter- 
narumgentium exaltatione hec duo Italie culmina dedcrent in ruJ- 
nam, nimis, crede mìchi, fidei tribuit communis dorainus furori 
et amentie vicinorum nostrorum, qui belli tantum incendium exci- 
tarunt ('\ minusque quam debuit immensa sapientia sua veris et 

Jj antiquis probatissimisque amicis Pisanis crcdidit; Pisanis, inquam, 
quibus patrie conservatio cara est, non ìllis qui odio rerum suarum 
mutari omnia student (J\ nimis et domini mei suspiiionis forsitan 



Non ptacda 
Dio che rimicixia 
loro YùdA iUuuttii 
dalle follie Je'ioro 
signori, 



che misero a re- 
pentaglio il pro- 
prio tu(o 

o per <iar troppa 
fede ad insidiosi 
contigli 



o per lasciarsi vb> 
cere dai sospette 



t. R' H V sedate a, H V oper»t 3. /?' H V ludìcium -j. HV a quod mo- 

ttituitcnno qaae R^ dà due volte rescindere R' H V pomcrunt 8. N' R' H V nt- 

ftcio 9-10. R^ omrttc extim. io. R' H V omettono cum 11. .V // V dederint 

R' dederant ta. tribnit"| CH prcbiiit R' dopo tribiiit dava mintts chf fu cancellato e 
che H V Ietterò oimi» e introdutser nel tetto. CH comumis 14. R' dopo verie dà ab 
H V ic 17. N' omn. mut. 



(r) U S. vuol ceno alludere qui 
alle scaramucce navali (l' Ammirato, 
op. cit. II, 828, le chiama « piccoli 
M contrasti »), combattute nell'ottobre 
del IJ91 nelle acque di Livorno tra 
due galere che il Conte di Virtù aveva 
impetrate dai Genovesi per molestare 
i Fiorentini e le navi di Andrea Gar- 
giolla, corsaro fiorentino, solito ad in- 
festar il mare di Sicilia, ed allora chia- 
mato in proprio soccorso dalla repub- 
blica. 

(2) Come dichiarava egli stesso 
nella lettera di stida del 19 aprile npo, 
il Visconti s'era indotto a prendere 
le armi contro Firenze, perche questa 
aveva violato la pattuita lega, assa- 
lendo i Senesi ed i Perugini; Miss. 

Cotuccin Salutati, II. 



reg. ai»»'», e. 578; Muratori, Rtr. 
U. Scr. XVI, 81 j. Ed infatti il comune 
fiorentino aveva spedito truppe con- 
tro i primi per tutelare 1' Orsini suo 
raccomandato, dì cui Siena aveva in- 
vaso le terre, e per impadronirsi del 
castello di Montepulciano; ed altre 
contro i secondi sul tenitorio stesso 
perugino per aiutare i tentativi de* fuo- 
ruscili; «gagliardi aiuti» questi, se 
crediamo all' Ammirato, op. cit. II, 801. 
(3) Racchiudon queste parole un 
elogio ai Gambacorta e loro aderenti 
che, fedeli all'alleanza coi Fiorentini, 
avevano tentato con ogni mciro d' im- 
pedir che la guerra scoppiasse ; e dal- 
l'altra parte un biasimo cosi alla fazione 
avversa de' Raspanti, come a Iacopo 



538 



EPISTOLARIO 



e di eccesiive ip«. coDCcpeTunt, oimis et spei ^'\ sed profecto verissimum est 

Cleantheum illud: 

Fata volentem ducunt, nokatem trahuntC^). 



Valgan Almeno 
gli errori puiali 
a impedirne Je' 
nuovi. 



Sollecita pcrtan- 
u> PMquino a ri- 
tpondergli ; jtM 
raccoinaaiiA Di- 
nozto Lippi, am- 
baarìator del co- 
mune ; 



verum hec non possuinus ad dolorum renovatìonem nìsì niniium 
reminisci simulquc ad sugilhitioncm erroris et futurorum exem- 
pluni nonnisi p.irum possumus recordarì. redire quidcm in 
mentem tot pericula, tot labores et utile et necessarium arbitror 
ob curam et diligentiam agendorum ^^\ 

Nescio quomodo de privatis affectibus ad publica raptatus 
sum; redeam i^itur ad propositum. ego cepi buìus scriptionis 
auspicio mutue dilectionis ignem excitare; tu michi rescribere 
non sis avarus. ceterum Dinozius Stephani Lippì, presentium 
lator, ob privatam causaiii nostri comniunis orator, michi amicus 
est singularis (^). ipsum et negocia que prosequitur, que pia sunt, 

a. CHK' cloameum 5. N' ugìllationem // toggeiiitionem C//futurucn 9./?' 
H V raptus 12. H V ter ivano Dinozium 13-14. R' H V omettono Lippi - protequitur 
13- 1 3. CU lai. prcs. 13-14- ^^ sing. am. Mt 



d'Appiano, creatur.i del Conte di Virtù, 
e a palese nimico », per usar le parole del 
MiNERBETTi, op. cit. p. 276, di Firenze, 
(i) Parlando di questi avvenimenti 
appunto osserva S. Ammirato, op. 
cit li, 821, che « sono i Fiorentini per 
« lor natura non vóti di sospezione ». 

(2) Cf. Sekec. Ep. ad Lue. cvii, i r. 

(3) Terminau la guerra, entrambe 
le parti anche pubblicamente ricono- 
scevano come la loro condotta non an- 
dasse scevra di biasimo : « Bellum quod 
a per Dei gratiam perpetue pacisdulce- 
« dine finitum est», così il 20 dicem- 
bre 1392 i Fiorentini al Conte, «non 
u ulciscendarum iniuriarum causa, que 
« nulle forent, sed hortatu quorundara 
« populoruni, qui de mirabilibus spem 
« dederunt, Consilio gcntium armo- 
« rum, quibus unicum est in bellando 
'< comraerlium, et nliquorura instiga- 
« lionc, qui redire in patriam alienis 
« sumptibus cogitabant, vos intulisse 
« vcrax prudentie vostre tcstatio fassa 



« est, et si quod moveretur nìcliil 
« alitid posse quam utramquc partiurci 
<' alteri subiugare. quod quidera, si, 
« velut oportet, vos et nos ftxum 
« animo semperque quasi scriptum 
« ante oculos proponamus, siquc rae- 
« minerimus gesti belli conatibus nos 
« nichil nisi vastationis damna et ex- 
« pensarum cfduvia, ceieris lucranti- 
« bus, reportasse ; credile nobis, nun* 
« quam inter nos amoris nexus aut 
« pacis vincula disrumpentur n ; Miss. 
reg. 22, e. 69 A. 

(4) 11 « nobllis et prudens vìr Dino- 
« zius Stefani Lippi u ritornò a Fi- 
renze prima del 9 agosto, al qual 
giorno spetta la lettera della Signoria 
intesa a ringraziare il Visconti delle 
benevole accoglienze, di cui gli era 
stato largo; Miss. reg. 22, e. 36 A. 
Narrando della Signorìa succeduta il 
28 ottobre 1378 a quella uscita dalle 
agita/ioni del luglio, e di cui Dinozzo 
fé* parte, il Perrens, Hist. <k Fior. 



IO 



: 



DI COLUCCIO SALUTATI. 



359 



ut ex ipso disces, si me diligìs, consìliis dirige et auxiliis fove. 
cui rei quod communis dorainus se benignum exhibeat, utilissi- 
mum ceiisco, quo incipiat ilia belli gesti, si qua nientibus remansit, 
acerbiias mitescere et certam spem prebeat ad maiora<0. 
5 Antonium Luscuni rneum, cuius, ni fallor, ingenium et scientia f»«inufULo«w, 
debent iam tot annorum studio mìrabìliter crevisse, salutes volo ^'\ 
et si Provincie, quam tibi commisi de quave tu michi spem de- « Mtdt noiuì* 

, ^ del promeMogU 

deras, operam dedisti, de E p i s t o 1 ì s scilicet Ciceronis, et ][°j|'™«, 'j^^^^' 
si quid iactum est rescribe^^^ et prefato Dìnozio fave et crede 
IO lanquam michi. 



a-3. N' vnissimum 
7. A^' qua ne 



5. N* R' H V omettono mcum ni] R' in 6. N* debet 



V, 310^ parla di costui come di per- 
sona affatto ignota; ma a torto. Seb- 
ben « mercaior «or fondacarius po- 
« puli Sancii Fdicisin Piazza », come 
è detto nei documenti, Dinozzo era 
di antica casata e sostenne in patria 
moki ed onorevoli uffici. Del IJ78, 
Tanno in cui fu la prima volta priore, 
venne accolto nell'Arte della seta 
« cum beneficio avi»; e alcuni mesi 
innanzi il comune l'avea eletto degli 
ufficiali sopra ì negozi di Amaretto 
q. Zanobi de' Pontìgìani, il padre 
di Francesco ; cf. Prow. 68, e. 28 b, 
22 settembre 1378. Del i}8i lo ri- 
vediamo in Ancona in qualità di «e pro- 
« curator et sìndicus crediiorura An- 
<f tonii Mattei de Oricellariis etNinozii 
«I Franctsci »; Miss. reg. 19, e. 154 A, 
a Anconitanis w, 24 maggio; del 1388, 
addi 18 febbraio, ambasciatore per i 
Dieci di balla presso Roberto e Kofri 
di Sanseverino per procurare la libe> 
razione di Bartolomeo loro fratello da 
essi spodestato e carcerato; Dieci di 
balìa, Le^. e cotti m. 1, e. 57. L'anno 
medesimo, addi 3 dicembre, egli con Ri- 
njcridi Luigi Peruzzi si recava a Mon- 
tepulciano per trattarvi coi signori e col 
Guazzalotii che era là quale «provvi- 
« sionato » della repubblica ; Dieci di 
balta, rcg. cit I, e. 157. Der90 lo 



troviara poi « scribanus Camere co- 
« munis n; Camarlinghi della Cam. dei 
fom &c.n.295,c, ja, 26 maggio; del '93 
gonfaloniere di giustizia per S. Spirito ; 
Delizie d.erud. tose. WUl, rj8;del 1401 
di nuovo de' priori ; ibid. p. 204. Da 
Filippa di Taddeo di Cantino degli 
Agli, onorevol cittadino, che nel 1378 
era de' capitani di parte guelfa, da 
lui sposata nel 1 37 j, ebbe un figliuolo, 
Mariotto, che nel 139^ fu pur esso 
immatricolato nell' Arte della seta 
(t cum beneficio patrìs ». Quando mo- 
risse non e' è noto ; ma egli ebbe se- 
polcro in S, Felice, dove i Lippi 
possedevano una cappella. Cf. ms. 
Passerini 189, sotto Lippi. 

(f) Sebbene la causa dell'andata del 
Lippi non sia espressa qui e la taccia 
pure k missiva del 9 agosto or citata, 
non crediamo ingannarci additandola 
nelle pratiche tenute allora dai Fio- 
rentini per il riscatto di messcr Gio- 
vanni de' Ricci, per cui v. l'ep. im del 
lib. Vili. 

(2) Il S. non aveva veduto più il 
Loschi dal 1 387 ; cf. ep. xxm dì questo 
libro. 

(3) Dalle citazioni che il Petrarca 
ne aveva fatto nelle sue opere (cf. De 
NoLHAC, Pétr. et l'humanisme, p. 213) 
e dai pochi estratti che il Broaspini 



Si tucomtadA Volo Quod rcvcretiter et obnixe parvìtatcm tnesan illius 

Bfac d VtoeoaU. ^ i i r t- rt 

gnissimi domini celsitudini recomoicndcs. vale fciix. tic 



quarto nonas iuUi. 



tkmn, 
t$ li«lio t]9>. 

8eriM|iiftdÌHÌ 
volta fltl'tiHki» do- 
po U coBcluatone 
della pace 



XXI. 

Al medesimo <■). 

[L*, e, 105 b; R', e. ]l B; Hortis, M. T. Cicerone ite. p. loi, dft R' 

ViERTEL, Die Wiederaufjindung &c p. 43, da Hoitis.j 

Insigni viro Pasquino de Capellis 
Comitis Virtutum cancellano. 



p 



LUSQUAM sextara, ut arbitror, vir ìnsignis, frater et amìce 
rissime, postquam desiderata pax nobis restituit litterale ce 
mertium, tibi scripsi; multotiens etiam prius, nec unquam 

8. Coti U ; R* Puq.de Cap. cancellano comitis Virtutum, alk ^matì parole H K| 

figgono Colacciui Salutati 10. L' omette ut 



gliene aveva comunicati (cf. lib. ITI, 
ep. xxmi; T, 222; lib. V, ep. ini, p. 9 di 
questo volume), il S. aveva appreso l'e- 
sistenza in Verona d'un manoscritto di 
lettere Ciceroniane ; ma non ne cono- 
sceva che imperfettamente il conte- 
nuto. Caduta Verona in possesso de! 
Visconti (18 ottobre ijSK), egli do- 
vette rivolgersi a Pasquino per ottenere 
copia di quel codice; ma il Capelli, 
sia che male intendesse la domanda 
dell'amico, sia che stimasse essere il 
codice della Capitolare di Verona iden- 
tico per contenuto a quello della chiesa 
di Vercelli, fé' trascriver questo invece 
di quello. Sicché, quando il S., reite- 
rate nel '92 le istanze, potò finalmente 
avere 11 desiderato volume, si trovò fra 
mani non già la raccolta veronese 
comprendente i sedici libri ad Attico, 
più i tre a Quinto, la corrispondenza fra 
M. Bruto e Cicerone, nonché l'epi- 
stola apocrifa ad Ottaviano; ma una 
collezione affatto ignorata da lui, 
quella cioè delle lettere Ad famiìiares. 



Felice dellMnattesa scoperta, egfi 
sistè allora per avere copia anche 
codice veronese, che questa volta 
eseguita ed è quella che si conserrì 
oggi in Laurenziana (PI. XLIX, 18J» 
mentre invece più non esìste la ce 
del codice vercellese inviata al S, 

Questo era necessario notare 
la intelligenza delle epistole suo 
sive; ed appunto perchè non si av\' 
prima d'ora l'equivoco, che io stili 
insorto fra il S. e il Capelli, la q 
stione delle date delle sìngole episti! 
si arruffò nella strana maniera di 
s' è già toccato, 

(i) All'epistola precedente Pasquii 
non rispose direttamente; ma, fon 
frastornato da molte faccende, in. 
ricò il Loschi, allora impiegato ne 
cancelleria viscontea, di ringrazi: 
da pane sua il S. della buona ai 
cizia che gli conservava e di assìt 
rarlo che delle desiderate lettere 
Cicerone s'attendeva a trar copia ( 
luì. Da ciò il S. prese argomcs 



COLUCCIO SALUTATI- 



34' 



tninimam epistolam rcddere dignatus es; propter quod insur- 
rexer.it michi vehcmens urgensquesuspitio te taciturnum odio vel 
contemplo: quorum illud adeo michi videbatur ab amicicic pene- 
tralibus alienum, quam erga me plurimis rerum argumcntis mul- 
5 toque dìlecrionis officio demonstrasti, quod ipsum nullo modo 
subsistere poteram michimet persuadere, non persuadebam etiam 
et coniemptum, qui micbi nullo modo videbatur tue moderationi 
tuisqoe moribus convenire, cogitabnm autem mecum tue consue- 
tudinis esse et cautìoois propter integritatem officii, ne cui daretur 
IO insusurrandi materia, vel aliquid simile posse subesse, quo tu 
private scriptionis munus et obsequiura evitares. quicquid autera 
id sit, licet duobus primis olim memet iudìce et nunc demum 



né mal ottenne rì- 
iposta. 

Sofpcttò quindi 
che Piisquinn lo 
distlegniiMC, 



oppnr che tacctM 
per eccetto di pra- 
densa ; 



nm entrambi <]ae- 
•ti loipetti dl»ip4 



1. R' dà es m rasura. U snrrcierai 
vel aggiunto in interlinea da altra mano. 



6. R' H V michim. poi. 



IO. /?' reca 



a rinnovar le sue istanze, perdio 
Pasquino si decidesse a rompere di- 
rettamente il silenzio e percliè fosse 
sollecitata l'esecuzione della fattagli 
promessa. i 

La data di quest'epistola non può 
quindi esser aigomeoto di conte- 
stazione; essa appartiene certo al 
i6 luglio 1392, come hanno ricono- 
sciuto anche il Voigt ed il Vicrtel. 
Quest' ultimo anzi (D»< fVi^derauff. 
p. 245), rilevando la menzione che il 
S. vi fa d' un' ambasceria, la quale, 
mcnlr'egli scriveva, si spiccava da Fi- 
renze alla volta di Milano (« oratores 
« nostri qui istuc veniunl «), e riac- 
costandola a quello che i) S. stesso 
scriveva cinque giorni più tardi al 
Loschi («f oratores qui btic sunt » ; 
cp. XXIII di questo libro, p. 357); ag- 
giunge 1 K eine solche florentinlschc 
« Gesandtschaft im Juli ijgswirdauch 
« duTch die Maiìirtdischcn Annalen bei 
« Muratori ao s. 820 bestàtigt ». Il 
passo degli AnnaUs però non ha per 
noi alcun valore. Esso suona Infaili: 
« De mense iulii obiìt dominus Al- 
ci bertus marchio Estcnsis dominus 



M Ferrariae. Ambasciatores Fiorenti- 
«e norum, Bononiensìum et ctus ligae 
M accesserunt Mediolanum ad domi- 
te num nostrum prò pace tractanda ». 
Ora sarebbe prima di tutto a provare 
che il cronista, come la prima, così ha 
voluto attribuire al luglio anche la se- 
conda notizia; ma posto anche che 
cosi fosse, le due notizie sarebbero 
sempre da collocare sotto il IJ93, e 
non gii sotto il 1392, perchè in quel- 
l'anno, e non in questo, mori, come 
tutti sanno, Alberto d'Este. Aggiun- 
gerò altresì che d' un' ambasceria 
« ufficiale », spedita dai Fiorentini al 
Visconti nel luglio 1392, non otfrono 
memoria né i documenti di archivio, 
quali le Missive, né le cronache del 
tempo, e che altrettanto deve dirsi 
rispetto ai Bolognesi. Siccome però 
nei mesi, ai quali le lettere di cui trat- 
tiamo appanengono, era incessante Io 
scambio di messaggi da una parte e 
dall'altra; come Dinozto Ltppi, cosi 
ne) luglio stesso altri ambasciatori 
tioreniini poterono recarsi a Milano, 
sebbene dell'andata loro noi non ri- 
troviamo adesso ricordo. 



342 



EPISTOLARIO 



coU« tua lenen il 
Loicy. 



Ciò non ottante 
lo prega « «ariver- 



Kriva mmìdU- 
neaie, 



ma Sdiva. 



Apprese con gran 
gioia come ti «t- 
lendeise a copiar 
per luì (lai codice 
di Verona le epi- 
stole di Cicerone. 



RaccomaR<l« .t 
Pasquino Annibale 
PaatalconJ. 



attestatlone pamatici iuvenis Antonti Lusci ^'^ purgatus absolu- 
tusquc sis, supcrest tamen michi scrupulus nec quiescere possum 
nisi scribas, indìgnissiraumque inichi videtur qood, cum tu fre- 
quetis inter meas cpistolas legi possis, ego tamen omnino non 
invcniar et in tuìs. scrìbe, precor, ìgitur et omnem meam dubi- 5 
tationem munere salutatorie scripti onis absolve. non exigo tra- 
ctatus, non longas episcolas, quas incptum ab occupatis expetere, 
quasque non debent et occupati, si suìs vacare vclint negociìs, 
exoptare, sufficiat inter te et me, quoniam publicis et arduis 
atque mulris, imo infinitìs, impliciti suraus, litteratoria salutano, io 
sit satis mutuo scribere: valeo, vale ^''; ut iam occupatìones 
a modo non causeris. hec hactenus. 

Nunc autem quanto perceperim gaudio Deus testis te Cice- 
ro n i s Ep ìs t ol as de Verona meo nomine exemplari iussisse ! ^'^ 
gratias ago diligentie et dilectionì tue, rogoque ut quam prinium 15 
et, si potes, per oraiores nostros qui veniunt istuc, mittas. et 
vale. Florentie, deciraoscptìmo kalendas sextilis. 

Ceterum Hannibal de Pantaleonibus, servitor tuus et amicus 
meus, presentium lator, tuis, imo illustrissimi communis domini 
nostri, domini Comìtis Virtutuni, favoribus indiget ^*\ sì me 20 
ìgitur diligis, ipsum fove, ipsum dirìge consilHs ipsumque patro- 
ciniis tuis iuva et in ipso quanti me facis estende, iterum vale. 



j. R^ H V poM. qatesc. 6. £' Mluttrie 7. R' longUM 10. U implicati 

i\. V R' II V vales; ma la correpone mi tctnltra ovvia. 16. IJ Ì6l. ven. ed omette ci 
dinanzi a vale 19. /.' lat. pres. sa. U quanto in me ed omette iter, vale 



(i) Cf. Fep. XX HI di questo libro. 

(a) Cf. C. Plin. Sec. Epist. I, xi 
e l'ep. XVI del lib. III; I, 189. 

(5) L'esplicita menzione che il S. 
fa qui del codice veronese potrà forse 
parer tale a qualcuno da distruggere 
r ipotesi da me già emessa nelle note 
all'epistola precedente suiP equivoco 
insorto 3 proposito delle lettere Ci- 
ceroniane tra il S. e Pasquino. Ma si 
deve riflettere che anche questa volta 
il Capelli non aveva risposto In per- 
sona» bensì fatto scriver dal Loschi; 
talché è per lo meno permesso il dubbio 



che il S. non avesse ricevuto partico- 
lari esatti e quindi persistesse a creder 
veronese il codice di cui attendeva la 
copia, perchè tale egli lo stimava» non 
perchè tale glieravessero annunziato. 
Inlìne è pur possibile anche la con- 
gettura che, mentre si trascriveva ad 
insaputa del S. il codice vercellese, 
Pasquino avesse già impartito dispo- 
sizioni arche per b copia del vero- 
nese. 

(4) Di costui niuno fra ì documenti 
pubblici da me veduti spettanti a 
questi anni reca menzione; rimango 



'Il 



DI COLUCCIO SALUTATI. 



343 



XXII. 
A MAESTRO Bartolomeo del reame di Puglu (•). 

[N', e. 34 a; L3, c. 2b; Mehus, par. I, ep. ii, p. 6, da L'; Fr. Ant. Zacha- 
RIAE Ikr lilUrarium per Ualiam, Veneùìs, mdcclxii, pars II, opusc, x, 
p. jjS, dal Mchus.] 

Egregio artium et medicine doctori magistro Bartolomeo 

de Regno. 



D 



Firenze, 



ocTOR egregie, frater et amìce karìssime. revocasti me ad lé luiuo ij^a? 



Gli bvia un ear- 



Studia iuveiitutis, ei quantocius potui inter publicas priva- „^ ^^ ,^i „„^,. 
IO tasque curas furatis temporibus Carmen edidi, quod impresen- """ ««pò»" 



incerto quindi se debba ascrìverlo fra 
i figliuoli del fiorentino Piero de' Pan- 
tjleoni^ Lotteringo, Silvestro, Gio- 
vanni e Niccolò, contro de' quali i 
loro creditori imploravano il j di- 
cembre IJ92 dal comune provvedi- 
menti che fossero efficaci a provocar la 
restituzione delle somme ad essi pre- 
state (Arch. di Stato in Firenze, Prow. 
82, e. 245 a-b); o piuttosto rite- 
nerlo soltanto un loro congiunto. Il 
cod. Laur. PI. XC inf. 15, a e. 63 e 
contien poi un sonetto morale che 
comincia: « A mille casi incerti è 
« sottoposto lì diretto « ad Anibaldo 
« Pantaleoni » d.i Fìlippozzo Soldant. 
Or siccome un Fìlippozzo Soldani 
visse certamente in Firenze sullo 
scorcio del secolo xiv (seppure non 
ne vissero contemporaneamente due, 
figli l'uno d'un Buonaccorso, l'altro 
d'un Tommaso; cf ms. Passerini 191. 
s. V. Soldani); così inclinerei a ri- 
conoscere nel Pantaleoni del sentito 
il raccomandato di Cotuccio. 

(i) Se prestiara (edc a G. N. Pa- 
S(ìuali-Alidosi, Li dottori forcst. chi 
in Ihlci^na hanno letto ticloj^ta, filosofia, 
medicina tt arti ìiheraìi, Bologna, Te- 
baldini, 1623, p. rj, Banolomeo di 



Giovanni del regno di Napoli, lette- 
rato, di cui niun scrittore di cose na- 
poletane ha conservato il ricordo, 
sarebbe stato lettore di grammatica e 
poscia anche dì rettorica in Bologna 
dal 1383 al 1419. Ed in realtà sotto 
l'anno 1383 lo ricorda come tale il 
Ghirardacci, op. cit. II, 398, e fra i 
lettori dello Studio lo colloca il 26 ot- 
tobre 1384 il rotulo ufficiale dello 
Studio stesso: « In gramaticha. Ma- 
te gister Bartolomcus de Regno ad 
« leciuram predictam cum salario libr. 
« quinquaginta bon. w; la qual men- 
zione sì ripete ne' roiuli del 1388- 
X389 e del (407-08; tranne che alla 
lettura della grammatica vi si dice ag- 
giunta quella e reciorice et auctorum » 
e lo stipendio del Pugliese portato da 
cinquanta a centodieci lire; cf. Dal- 
LARI, / rctuli &c. 1, 5,7, IO. La man- 
canza di documenti ufficiali per un 
ventennio all' incirca ci impedisce di 
accenare se Bartolomeo, come vuole il 
Pasquali-AIidosi, abbia effettivamente 
coperta la cattedra medesima fino 
al 1419; ma comunque sia di ciò, per 
poter mantener così a lungo tale uf- 
ticio dovette il Pugliese godere molta 
stima presso i suoi contemporanei. A 



344 



EPISTOLARIO 



quello 



.«« tiarum mitto, gratias referens, quod me visitare tuo divino Car- 
mine sis dignatus(*\ agerem uberius, sì tam effiisus in meis 



noi invece non è dato giudicarlo con 
uguale benevolenza. L'unico saggio 
del suo insegnamento che ci sia per- 
venuto, un corso di lezioni sul De 
officiis di Cicerone, tenuto nel 1403, 
e conservato nel cod. V, E, 8 del- 
l' Estense di Modena (cartaceo, di 
carte 118, di mano del secolo xv; alla 
fine: « Expliciunt recollerte magistri 
« Bartholamey de Regno. RecoUecte 
« sub anno Domini .mcccciii. super 
a Tullio O f f i e i o r u m ») ; non è in- 
fatti tale da meritargli lode li sorta. 
Bartolomeo non fa che spiegare con 
prolisso e pedestre linguaggio i con- 
cetti del suo autore, né ravviva mai 
l'arida e scolorita esposizione con quel 
corredo di dottrina, che pur sogliono 
possedere altri grammatici del tempo. 
Dei suoi componimenti poetici, che 
dovettero essere numerosi, due soli 
oggi conosciamo. II primo, sempre 
inedito, è un'epistola metrica a certo 
Ambrogio per congratularsi seco di 
avere felicemente compiuto un viaggio 
marittimo; si legge a e. 19 b del cod. 
Laur. Strozz. 92. Il secondo, pub- 
blicato da A. Micia di sul cod. VII, 
E, 2 della Nazionale di Napoli nel- 
l'are/;, stor. per le prov. napolit. V, 400, 
sebbcn più breve, è però d'interesse 
maggiore. Il poeta, dirigendosi « ad 
« viros clarissimos ancianos inclite 
« Bononie », celebra con esso un moto 
popolare che, abbattuta la tirannide, 
onde la città era oppressa, aveva ricon- 
dotta questa a stato libero, e profetizza 
ai suoi ospiti giorni più lieti. Volle il 
Miola che codesti versi spettassero al 
1402 o al 1405, « allorché vinto Gio- 
« vanni Bentivoglio mercè l'aiuto del 
« duca di Milano e sottrattasi Bologna 
« a quella tirannia, parve per poco 
« restituita a se stessa, ma per ricadere 
ff poi subito in potere dei Visconti ; o 



ce forse ricordano il liberarsi che fece 
« dal costoro dominio, cacciandone 
« l'anno seguente il governatore Fa- 
« cino ». A mio avviso però ninno 
dei £mi qui ricordati dal Miola può 
credersi argomento del carme. Non 
la sollevazione del giugno 1402, per- 
chè allora e in manco di due giorni », 
come scrive il Ghirardacci, op. ol 
II, 535, « Bologna tre volte cangiò 
ff stato e governo » ; sicché in siffatta 
vertigine male avrebbe potato il Pa* 
gliese augurarsi duratura la vittoria 
popolare; e perchè di più, ninna for- 
tezza fu allora guasta, mentre il carme 
dice che « iustus furor obruit arces ». 
Non la rivolu contro Facino, perchè h 
città passò allora, dopo tumulto parec- 
chio, ma senza distruzion dì fortezze, 
non già a stato popolare, bensì nel do- 
minio della Chiesa. Io penserei quindi 
piuttosto alla rivolu del 141 1, quando 
il popolo, morto il legato pontificio, 
gittò di seggio i nobili e li sostituì 
con plebei e il 25 maggio atterrò U 
fortezza di Galliera; cf. GHiRAROAca. 
op. cit. II, 387. 

Chiamo Bartolomeo « del reame di 
« Puglia », perchè egli stesso amava 
indicarsi così : « Me tibi qui misit » (è 
il carme che parla; cod. Laur. Strozx. 
92, e. 20 b) « cui nomen Bartholo- 
«meus Apulus edixit : fer dignis 
« oscula plantis ». E i versi ai Bo- 
lognesi son sottoscritti: <r Per servu- 
V lum vestrum quamvis thenuem 
« Barth. de regno Apulie ». 

Rispetto al tempo in cui repistola 
presente fu dettata nulla possiamo dir 
di preciso; ad assegnarla al 1392 ci 
ha consigliato il luogo ch'essa occupa 
nel codice e l'allusione che il S. fa 
alla sua età piuttosto avanzata. 

(i) Questo carme og£;i non si rin- 
viene. 



DI COLUCCIO SALUTATI. 



345 



laudibus non fuisses. volo quidem quod amodo facessas a com- •«» f««« <>* *««- 

^ ^ nerfld»lIc*uelodi; 

mendationibus, que, sì vere sunt, infìant; si false, ruborem incu- 

tìunt. vale, et doceas me velini quid sit modus specificuset e gu chi«ic «hu- 

rimcnti intorno ai 

formalis verbi, taliter exponens, quod intelligam piane quid '^^""^ "g"'fi«n. 
5 dicas, et a quo modo essendi sumptus sit michi cuis rationibus 
ìnnotescat (•). nunquam enim, ut vera loquar, taliter intellexi, 
quin ingens miclii dubitationis scrupulus remancret. iterum vale. 
Florende, decimoseptimo kalend. sextilis. 



Magistro Bartolomeo de Regno^'). 

Apule, doctorura trivii liiigueque iAtine, 
Bartolooiee, decus, nostras cut afficis aures 
Laudibus et docto celebras mea -nomina versu ? 
Non pudet aut Phebum clausoque Helicone sorores 
Excire Aonìas aut nuniina sacra bicornis 



Rimprovera al- 
l' amico Ji «ver 
tesiuto il tuo elo- 
gio 



I. jV/Z facesse» 3-1. N^ innuunt 4, N' piane intell. 



(1) Il Mehus, per uno strano abba- 
glio, ha creduto che il S. chiedesse a 
Bartolomeo ragguagli sull'avverbio 
« taliter u, e scrive quindi in fronte 
all'epistola: « Quaerìt quid taliter 
« significct » ; quasiché fosse possibile 
neppur immaginare che il S. facesse 
domande cosi puerili I Egli invece 
bramava schiarimenti sui « modi si- 
« gnifìcandi », cioè a dire sui principi 
della costruzione, variamente esposti 
e considerati dai grammatici medievali 
(cf. Thurot, Notic. cìt. p. 223 sgg.); 
ma in maniera cosi oscura che Gar- 
gantua, come finge il Rabelais in quel 
capitolo del suo libro eh' e lutto una 
satira dell' insegnamento scolastico 
quale ancor s'impartiva a que* tempi, 
« prouvoit sus ses doigts à sa mèrej que 
«de modis signlficandi non erat 
Kscientia » {Gargantua, chap. XIV). 

(2) Quest'epistola fu stampata fra t 
Lini Colucii Picrìi Siilututi cancellarii 
ftorwlini carmina eruta nunc primum 

Cotuecio Salutati, II. 



ex cod. bibì. abbat. Fìorcnlinac mona- 
chorum i. Bmcàicti, che P. L. Galletti, 
frate della Badia di Firenze, trasmise 
allo Zaccaria per arricchirne il sopra 
ricordato suo libro (p. 338-342). Ncl- 
Tawerteoza preliminare afferma il 
benedettino che il codice della Badia, 
di cui egli s*era valso (già 2618, 
ora Laur. Conv. Soppr. 79), aveva 
appartenuto al S. stesso ed anzi com- 
prendeva « in postremis... paginis 
a pcculìaria quaedam ipsius Colucii 
K manuque sua exarata ». A mio 
avviso invece, non già l' intero codice, 
quale lo regalò alla biblioteca della 
Badia a mezzo il secolo xv all'inarca 
Antonio Corbinclli, ma forse solo una 
porzione dì esso (ce. 61-109) fé' parte 
della libreria del S.; né di mano di costui 
è veruna delle scritture che il codice 
racchiude (e quindi neppur la presente 
epistola, che occupa le ce, 96 A-98 a), 
sebbene in molti luoghi ricorrano cor- 
rezioni e postille dì suo pugno. 

22* 



54^ 



EPISTOLARIO 



il 









«il* M« «irrjM 



yo(Ml< « U MI- 



«/l opera cth iht 
il M>// tnwtxno non 
f«r<t,b«. 



A« BirtoloiMo 
vuole, evochi A' 
pfilio « |« Mbm « 
prozio profitto. 



Panusi et Iiq:rii$ Agmfppes fbcsrus mxiias, 

Dom me indfgxu caxiis, rzrbiire? i:it somma mira 

Fingere, qcc mcLT» possin: insomnia ilid? 

Quid michi asm Phebo ? qoid axm Cceroae ? quid, Jugnan 

In me laodandmn, yìr faainiìssmie, cemis? 

An quia iooxndo strepim fors publica currant. 

Si qua dedi, tantas in me componere laades 

Esse putas dignum? sed rerum pondera toUe, 

Qtias fecunda aahit secum natura capads 

Macerie, nostrum dbi quid resubit? e: illa 

Que res ipsa dabat, que nostra inscitia liquit 

Vel que forte minus doae traaa\-imus, oro, 

Tecum paulìsper meditere et rite videbis 

Kil me vel laudis minimum de iure mereri. 

Attollit speciosa quidem seseque stilumque 

Materìes ac magna placent et pulcra nitescunt. 

Si qua canas; quanvis rebus facundia desit. 

Adde quod invends debetur gloria, que nos 

Ante fugit: veniunt etenim coniunoa paratu 

Divite sponte sua quecunque iubemus, ut omnem 

Constet abesse meum, si qua est fama, bborem. 

Scntio, nec fallor, quam sit michi crassa Minerva, 

Quamque hebes ingenium, quamque hec sermone pedestr 

Nunc michi mctra fluant; cur musas, curque fatigas 

Ex Helicone trahens michi claro cannine Phebum ? 

Som ni a finge tibi divumque oracula rebus 

Finge tuis vigilans, divumque fhiare quiescens 

Alloquio et pulcer dicenti aspiret Apollo. 

Ipse tibi det, docte, liram: tibi, docte, novena 

Thcspiades, divina cohors, dent munera muse('\ 



4. Z quod cum CÀc. 6. quia] Z que io. Cod. quid tibi quid; ma il primo quid 
cancellato. Zquis 19. etenim] Z et eins 



(i) Fin dal 1374 il S. si era prò- «nuovo commento » doveva trovar 

posto di dar fuori un'interpretazione luogo nel carme destinato a deplo- 

del mito delle Muse, la quale s'allon- rare la morte di F. Petrarca ; cf. lib. Ili 

tanasse dalle tradizionali; e questo epp. xviiic xxv; I, 201, 225. Ma, ri- 



DI COLUCCIO SALUTATI. 



347 



Eloquium det Nisa tibi, det carmina Bacchus, 
Det Clarius meotcm Cirrhe de venicc Phebus, 
Effluat uiide tibi vatum sapientìa dives. 

Dei tibi sublitnìs de celi culmine vocum 
Cnlliopea decus gravibusque retardet acuta, 
Dissonaque harnaonico necnon et consona nexii 
Coniungat placide, verbonim pondera librans <'). 



Di qaelle dM- 
ni ti conieguiril U 
MpienM ; 



da Calliope cosi le 
cognldoDÌ tnuai- 
cbD; 



5. Cod. Calpea; le lettere io in interlinea; in margine. Caliope Musica 



masto il carme interrotto, sospese il 
nostro l'esecuzione del suo disegno, 
finché non gli presentò occasione di 
riprenderla l'epistola del Pugliese, dove 
a fargli onore erano, sembra, evo- 
cate le Muse. Qui infatti esse ap- 
paiono raggruppate dal S. in ordine 
diverso dal consueto, e di più con 
attribuzioni ben dissimili da quelle 
che l'antichità loro conferiva e che 
sulla fede di componimenti divulga- 
tissimi nel medio evo (quali a cagion 
d^esempio i Versus de Villi Musis, giu- 
dicali or fattura di Catone, ora d'Au- 
sonio, ma soliti a correr generalmente 
ne* mss. senza nome d'autore ; cf. Poe- 
tile Idt, min., ed. Baelirens, III, xxxv, 
p. 24 j; AusoN. Edyìl. XX; Notte, et 
extr. des mss. XXIX, par. II, p. 100 
sg. &c.) si continuava a dar loro an- 
che nel secolo xiv. Se da una pane 
il S.si accorda con Macrobia e meglio 
con Marciano Capella nel riconoscere 
nelle Muse simboleggiati i musici con- 
centi delle otto sfere celesti, a cui si 
aggiunge il suono proveniente dalla 
terra (cf. M. Macrobr In Som». Scip. 
comm. lib. II, cap. in; Marc Capel- 
LAE De nupt. Pini. atq. Mere. lib. I, 
cap. XXVIII ed il commento di Remigio 
citato dal III mitografo Vaticano in 
Mai, Classic. aiator. Ili, 228 sgg ); egli 
però si allontana dal secondo, asse- 
gnando a talune fra le Muse de' celi 
diversi da quelli in cui Marciano le 
colloca. E se fa propria la opinione 



dì Fabio Planciade Fulgenzio che le 
Muse siano in pari tempo « modi do- 
« ctrinae et scientiae », pure nell'affi- 
dar a ciascuna di esse la parte che le 
compete e nel ritrovarne la ragione 
nell'etimologia del nome assegnatole, 
sostituisce spesso alle bizzarre elucu- 
brazioni del vecchio mitografo, pro- 
poste non meno arbitrarie, ma prima 
di lui sconosciute; cf. F. P. Fulgentii 
Mytholog. lib. I, cap. xiv in Auctores my- 
ihographi latini, Lugduni Batav,, 1742, 
pp. 640-.14 e l. BOCATII Geneal. Deor. 
lib. XI, cap. II, Basileae, mdxxxii, 
p. 269 sg Per ultimo, cosa non ten- 
tala neppure da Dante (Convito, II, 
xiv-xv), il S. identifica le Muse colle 
discipline del trivio e del quadrivio. 
Questo complicato insieme dì alle- 
gorie e di simboli riesce a volte pa- 
recchio oscuro; m.i per buona sorte 
in uno zibaldone di scritture mitolo- 
giche e storiche del secolo xv (cod, 
Magliab. Vili, io, t.y\s, e. 36 a) ci è 
avvenuto di rinvenire una disscrta/ion- 
cella del S. sulle Muse, che si direbbe 
dettata a bella posta per servir di com- 
mento a questo carme. Noi la ripro- 
durremo a brani nelle note seguenti, 
(i) «Caliope quasi calos pho- 
«nos, idest bona sonoritas. et quo- 
« ntam omnis celcstis armonia in octa- 
<f vasperaelseptem subditiscirculisfor- 
(f mari creditur, eam in octava ponerc 
« spera non videturincongruum. quam 
« convenire m u s i e e nerao dubitave. 



DI COLUCCIO SALUTATI. 



549 



IO 



20 



25 



Describensque vagos ignes, stellasque manentes 
Ac motus varios natosque ad dira cometes, 
Te doceat gemina quecunque reductus ab artho 
Equator paribus distingueos partibus arcem 
Etheream per signa meet punctosque polorum; 
Ut penetrent gemini gemina regione colubri, 
Utque secet primus ìovìali a piscibus astro 
Frixet pecoris ducta vertigine sidus 
Atque libre chelis Astree virgìnis ignes; 
Utque hic et equator spargant parinoctia mundo; 
Alter ut Herculei signans primordia cancri, 
Hinc geminos linquens, illinc Chirona bimembrem, 
Akemts vìcibus noctesque diesque remittat; 
Quod signum et quaEs iungat fortuna planetas, 
Quis celi medium teneat, quis surgat ab ortu; 
Quis cadat, occlduas preceps mergendus in undas, 
Quemve premat moles ime sub tartara terre, 
Quo signo exultent et quo dominentur et in quo 
Plusve minusve queant et quo ceu capta ligentur 
Mancipìa, et nunquìd hostili an fronte benigna 
Se simul aspiciant, et quo dominante novetur 
Annus, et obsessum oìgra statione planetam 
Quis gradus excipiat vel si puteale baratkrum 
Implicet, ac multa que non est cura refcrre <'\ 
Et tamen hec inter uullus tibi suadet auctor. 
Ut ventura putes celi ratione notari; 



non g{A prcsuntao- 
umenterivotualk 
VADA indagine del 
futuro. 



3. Cod. recursus canccll. x^-Nel cod. q uè J dies /« aggiunto dopo. 11. Z obs« vota 



(i)« Euterpe lovis circulum 
« iuxta nostra possidct inventa, qui 
« maximus est siderura moderator, ex 
« quo cum deum deorum finxit anti- 
>r quitas, a quo regnandi desiJerium 
w mutua ri descendentts animas tradi- 
K derunt. quod cum deorum putarent 
« et celeste quiddam, non cupidiiate et 
« ambiiione, scd bonltatc animis insì- 
w turni non immerito Euterpe coniinerc 



« creditur, ab e u , bonum et tropos, 
« conversio; quoniam per hanc bene 
« vel ad bona noster animus con- 
« vertatur. et cum astrologia de in- 
V feris nos ad celum convertat, optime 
«buie Musarum deputatur»; cod. 
Magliab. e. 36 a. L'erronea etimo- 
logia da « Tpi'jTw » data qui dal S. 
non trova, ch'io sappia, riscontro in 
altri scrittori. 



350 



EPISTOLARIO 



Taliji B sua volta 
potrA accrescergli 
la naturai capaciti 
dell'intelletto; 

Clio apprendergli 
la grammatica ; 



Melpomene la lo- 
gica; 



Nam Deus oranipotens a summo culmine rerum 
Principia et causas decretis finibus urger, 
Dirigit et medio, si vult, suspendit in actu. 
Ut nil cuncta queaot, nisi quod permiserit ipsc. 
Infima, que terras et stagna liqiientia gaudet 
Incolere et circum florcntia praia vagari, 
Alite vecta suo cygnoque canente, Thalia 
Inserat ingenii radices, semina, plantas t'>: 
Altera, iam Phebes celique volumina Clio 
Celsior attingens, fame raelioris amore 
Pectora succendat sermonis congrua tractans. 
Hec doceat piene quo fonte et orìgine nobis 
Rerum signa fluant et que totiformia vocum 
Corpora coniungant varientque elementa noteque, 
Quaque simul cocant ratìone et federe verba ^^K 
Tertia Melpomene, Stilbonti iuiicta, per omnes 
Discurrens artes, subtili indagine verum 



7. Cod. in margine: T«Iy» Ingenìum dì (sic; naturale .') 9. Cod. in margine: Clyo 
Grammatica io. Cod. attigens 11. Z succcdat CW. tranctdns 14. Z coDiangat 
16. Cod. in margine: Melpomene Logica 



(i) « T a I y a , quoniam cam Martia- 
« lis [sic\ ci. Marc. Capella» op. cit. 
« I» xxvni] extra celum ponit, cigno 
e* vectam circum humorem, fìumina 
« videlicct, lacus et maria, quasi ger- 
« minum positìonera, in qua nihìl de 
« prisca traditione detrahìmus, in hac 
« elementorum graviorum regione ver- 
M satur, quia hic animi, qui in virtutes 
o crescere dicuntur et germinare, ex- 
« ploso reminiscendi miraculo, dum 
« in nobis perficiuntur, convcrsantur. 
K hanc igitur nihil aliiid qu.im ingeniv 
« aptitudiiieni, quam ex corporis com- 
« plexione videmur habere, imelli- 
« gcndum relinquo »; cod. Magiiab. 
e, 36 B. Anche Fulge-nzio, op. cit., 
trova simboleggiata da Talia la « capa- 
« cita dell'intelletto », « quasi dicatur 
" -nftiJ; 6aX«a»,idest ponens germina *>. 



(a) «Clio a cleos grecc, latine 
«gloria, nam mentes,quibus Talia, 
" de qua post dicetur, virtutum se- 
« mina credit, fama et gloria accen- 
« duntur; eaquc ci e p i t , idest fura* 
« tur homines a rebus corruptlbilibus 
(f ad etema; unde etiam dieta Clio, 
<r quasi eleo, dempia littera p, idesi 
« furairix. huic deputari potcst gram- 
H matica,. que est ianua scientiaruni. 
ff hanc etiam non incongrue in lune 
« primo celorum circulo ponimus, 
« quoniam ea est primum corpus ce* 
« leste, quod nos trahit ad superno- 
<i rum conlcmpl.itionem. que ita con- 
K veniunt, nam fama alieno resplcndet 
« preconio, luna alieno Iiicet lumìne ; 
« et ipsa grammatica res est obscura, 
K nisi aliarum scientiarum iubarc lu« 
« minetur»; cod. Magiiab. e. 36 a. 




DI COLUCCIO SALUTATI. 



351 



QuenU et obductas fallaci tegmine nubes 
Luminc doctrine et certa ratione rcsolvcns 
Edoceat tete in vocalia verba coire ^^\ 
Post has Uranie, Cypridis vernacula dive, 
Cuin Cicerone suo oostris afFectibus ignes 
Aggenerando novos, coi parent rostra forumque, 
Curia, plebs, popiilus, necnon, sacer ordo, setiatus. 
Te doceat mire disponere viri bus artis 
Human as mentes et quo traducier horrent 

IO Flectere mutatas et iam rctincre volentcs 

Vilibus attetitos inter primordia rebus 
Obscuris docilcs animos et turpibus ira 
Ferventes, placidos dicendo reddere, necnon 
Si fuerint aliis ad se transferre f;iventes ^*K 

15 Arbitra iudicii radtans Apollinis orbe 

Maxima Terpsichore divina horaanaque pieno 
Pectore discutiens, mediansquc hìnc inde sorores 
Et volitans super, sensus ac corpora simplex 
Querere subtili doceat te dogmate veruni, 

20 Atque et ad ipsius radones ends et esse 



ed Uranu U ret- 
torìe*. 



Tersicore « toft 
volta gli ivclcrA 1 
fCErttJ dell* filo- 

•ODA 



4. Cod, Al margine: Urania Rethorica 8. Z iiirihus i5. Cod. in margine: 

Thersicore Sapienti* 18. Z supra 19. Z vcrsum 



fi) Melpomene iuxta traditio- 
tt nem anliquonim raeditatio est in- 
« quieta, si quis autem nominis for- 
H mani aspiciat, non absoue dixerlt 
'i Melpomene quasi melos phonos 
« mene, dulccdinis sonore defectus. 
« cui deputare logicam, que semionis 
" ornamenta non curans, in sola veri 
« vestigatione versatur, cunctaque con- 
« siJerans, non pace, sed lite gaudct, 
M non videtur indignum. hanc in se- 
«r cundo celi Mercurìi locamus, quod 
' ìUe deus furum et mercatorum, sicut 
re logica, dcceptionibus gaudent et non 
« minus hec omnium interprcs scien- 
« tiarum quani lllc deorum » ; cod. Ma- 
gliab. e. 36 A Per Fulgenzio, op. cit., 



Melpomene vale infatti quanto « fxi- 
ft Xtfh-* irotoufitvTj, idcst mcditationem 
« facìens permanere ». A lei Mar- 
ciano, op. e loc. cit., assegna il cielo 
medio: «ubi sol fiammanti mundum 
<r lumino convenustat n. 

(2) «Uranie in tertio Veneris 
« celo locanda videtur. dicitur enim 
« Uranie quasi uros neos, idest 
« ignis novos, quod nemo Veneris 
«t esse negat, huicque etiam retho- 
« ricam deputamus, que in accenden- 
o dis animjs tota versetur a ; cod. Ma- 
gliab. e. 36 A. Fulgenzio attribuisce 
tutt'altro ulTicio ad Urania, a cui Mar- 
ciano dà come seggio il cielo stel- 
lato. 



3f^ 



EPISTOLARIO 



Enfiidimic m odos fntBoSpuA looe teiiìte ^K 
tàjptaé ^rtu Hec tibi dcmooacref quo qncqne sdentn nixa est 

«1^ Principio et que vis sine axpore avpofa nectet, 

QttÌ4Ìque mova, tantos tam pori coqnds orbes. 
Hcc eadem Seti mìmida iinfagine ^ncicftt 
Prindiiii et ctasas rcnns, lociy lemp o ia , cnotiis» 
Mobilia et qpiiòmm, ù deon; inane rcsolret 
he ìsfiiiitum, si sit, qne indigna sequancnTp 
Explicet, et pome ce dncat ad ardua cause: 
}, Hec doccat supere qaot sim veitigtnis orbes: 

Quid celum et qualein celis natura figurazn 
Indidit; unde trabont, ut skui sine fine manentes, 
r Scu pure forme seu sint coniiincta flocnri 

Corpora materie, et moveat quis spiritus ipsos; 

Hec anime vires, hec dìffintre quid inter 

Entia censeri qucat optima forma cadud 

Corporis et nunquid etemo tempore duret, 

Arguat et monstrct, si demonstrabile fors est. 

Vi mutata suis cedant elementa vicissim 

Formis, sìque immixtis proprio serventur in esse. 

Qua VI miscentur et, cum generatio fiat, 

Quid sii corrumpens: cxpersque, an temporis ìnstans 

Tcmporis, an aliquid capiat perfectìo forme et 

In quc compositum sese postrema resolvat; 

Que vis ex imo terreque marisque profiindo 

Eliciat faciles liquidum turbare vaporcs 



IO 



15 



JO 

à 



2$ 



3' 
inqu* 



/ vccUt 14. Cod. quid corre fio in quis Z quid io. Z 



X4. Z 



(1) « Tersicore artium delecu- 
» tio dicu est, in qua quoad nomcn 
« nihìl mu«n»u$ ile iraditionlbus an- 
« tiquorum. hanc phìlosophie dica- 
« vimui, ad cuius pcrfectionem cuncte 
« famulantur nrtes, adeo quod hec 
« quati quidam omnium scìcntiarum 
<t communi» icrmiuus videatur. solem 
« «apieniic dcum volucrunt, qui etiam 



« pkneurum medius omnium dictos 
« est lumìnura moderator, sìcat j>hi- 
« iosophia cunctarum scientiarum, in 
« cuìus spera ponitur »; cod. Magliah. 
e. }6a. Secondo Fulgenzio, op. e 
loc. cit., Tersicore vai quarjto « dele- 
« ctans instruciìonem » ; per Mar- 
ciano» op. e loc. cit., «f vcnerio asjo- 
•( ciatur auro ». 



DI COLUCCIO SALUTATI. 



353 



20 



25 



30 



Aera; quid pluvias spargat, quid grandine ventos 

Misceat atque nives canas, canasque pruìnas 

Stringai et obductos candore superlinat agros; 

Quid tonitrus densis excussos nubibus urget 

Asseclasque ignes et fulmina seva superbis 

Turrìbus ac sextum sub tcrris impete su ramo 

Non tactura pedem ('>; quid celo crebra sereno 

Sìdera condenset, flammas ignesque caducos 

Quid iubeat ruere, indoctum quo sìdera vulgus 

Autumat ex orbe astrifero convulsa moveri; 

Qualiter et radiis Phebus, cura nubis aquose 

lam rarescentis corpus penetratque feritque, 

Adversa veniens regione per Iridis arcum 

Describit varios, pluvia cedente, colores; 

Aut, cum densator nec adhuc impervia nubes, 

Venturos imbres ut picio nuncict arcu. 

Qualiter et Phebe nimbose tempore noctis 

Niibila discutiens, raram licet, efScit Irim; 

Qualiter et miros circum sua sidera cyclos 

Colligat io liquido media de luce sereno 

Phebus et astrifere noctis per tempora Phebe; 

Milleque preterea miracula pulcra latentis 

Nature, que nunc studio brevitatis omitto. 

Hecque hominum doceat habitus, hec iura fidemque, 

Quod decus officiis atque in quem venere finem 

Que facimus deceat; tum formula que sit honesti 

Explicet affectus; quid tempori congroat atque 

Quid sibi, quìdque domi patrieque, quid optima virtus 

Exolvi iubeat, quo splendida vita nitescat 

Lumine virtutum, nec deserat utile rebus. 

Quid moror? hec mundi doceat quis condìtor et quid 

Credere de rerum supremo principe fas sit, 

Quodque nefas recta sit relligione caveridum; 



ed infine le aonse 
necessarie a vivere 
ncH' umeno con- 
•oreio, 



8 CoJ, Z eoiidcnaont 19. Ziu.i 24. Z hec que 35.Zquii 27. Co J. Z tempore 



(t) Cf. PuK. Nat, hist. Il, LVT e lib. VI, ep. xxriii, p. 233 di questo volume. 
Cohiceio Salutati, II. 23 



354 



EPISTOLARIO 



Tutto ciò le Mu- 
le potrtnno c\u- 
girgU 



td Allora i4rA ve» 
raracDCe poeta. 



Ila poiché oiun 
di questi cloni i 
toccato i Coluc> 
do, 



celi respinge i 
plausi dell'amico, 
«li cui preferirebbe 
le ceiuurc. 



Quisqiie homlnis lapsus; que sit reparatio, queve 
Pena manet reprobos et gloria quanta bcatos. 

Hec igitur muse et musis couiunctus Apollo 
Te doceant; hec dona ferant, bis serta mitramque 
Plectentes circum crines et tempora poiiantj 
Hec tu perdoctus, si scis, vel forte docendus, 
Si nescis, postquam fuerìs per cuncta peritus, 
Tum vatum ascribi sacris, tum rite poeta 
Incolaque Aonii nemoris patiarc vocari. 
Que cum cuncta scias me non novisse, quid instas 
Laudi bus et vane musas Phebeaque fingis 
Numina, vel Latii solum decus atque parentem 
Eloquii Cicerona lares inquirere nostros; 
Donaque mira, togam sumptasque Helicone coronas 
Tradere, que nosti me nullo iure mereri? 
Desine plura, precor, nec nostrum attollere nomen 
Ulterius sit cura tibi; sed crimìna mordax 
Plus, micbi crede, notans, quam ficta laude placebis. 



ver»| 101. 



Pire lue, 
ai luglio 1)99. 

Si rallegra che 
U Loichi pensi a 



XXIII. 
Ad Antonio Loschi f'5. 20 

fi.', e. 106 A; G. DA Schio, Sulla vita e sugli scritti di A. Loschi vicentino ... 
commoitarii, Padova, 1858, doc'. i, pp. 155-157» da L*{»).] 

Eloquentissimo viro Anthonio Lusco cìvi vicentino. 

GAUDEO, dilectissime fili, quod, postquam habes Horaerìce 
translationem IHados, licet horridam et ìncultam <^'>, co- 25 

17. Cod. Z cura tibi tiW ; però il fecondo tibl rtpunto nel cod. \t ho sostituto sed 



(i) Ricchi d'affetto, ma di critica, 
d'erudizione e di accuratezza pove- 
rissimi» sono i Commttitari che sulla 
vita t ^li scritti di A. Loschi vicentino, 
uomo di kttire t di stato, pubblicò 
del 1858 in Padova il conte Giovanni 
DA Schio. Eppure, ove si eccettuino 
i cenni dati intorno al suo insigne 



concittadino dal P. Angiolo Ga- 
briello DI SANTA Maria nella Bi- 
blioteca € storia di qut' scrittori cosi 
dilla città come del territ. di riania &c. 
(Vicenza, mdcci.xxii, I, pp. ccxxii-LX), 
questo, che è forza dir pessimo libro. 



(j) (j) V. noie I e 2 • p. 35$. 



DI COLUCCIO SALUTATI. 



355 



gtiaveris jpsam excolere et heroìco Carmine divinum illud opus ^ *«ij poctkbt 

*^ ' ' Alla versione rouA 

Latio tradere velis. ut, cuni nobis solo nomine nota sit 



ed inculta 



del- 



Ilias Atti 



Ebria veratro, 



3. L' Acci) 5rA. Acci 

resta il solo fonte, a coi si possano 
attingere notizie sull'umanista vicen- 
tino. Niuna meraviglia dunque che 
i casi suoi mal si conoscano (cf. Voig r, 
Die IViederbdeb. I, 50 j; Cloetta, 
Bàtràgc lur Litleraturgesch. des M. A, 
M. dÉT Rm, II, 9?); soprattutto i gio- 
vanili, de' quali toccheremo noi adesso 
quel tanto che, mentre giova a chia- 
rire l'origine dei rapporti del nostro 
con lui, concorre insieme a dimo- 
strare quanto a torto il Voigt (Uber 
die bandscbr. ùherlicj. p. 58 sg.) abbia 
assegnata anche quest'epistola, i[ pari 
delle precedenti a Pasquino, al 1590, 
mentr'essa spetta indubbiamente al 
IJ92, come il ViERTEL stesso {FUck. 
Jdhrb. cit. p. 24 già riconobbe. 

Neli'ep. XX di questo libro, scritta 
il 4 luglio 1392, così dice il S. al 
Capelli: « Antoniura Luscum, cuius, 
« ni fallor, ingenium et scientia de- 
« bent iam tot annorum studio mira- 
« biliter crevisse, salutes volo »; le 
quali parole ci provano che il S. co- 
nosceva da tempo il Loschi e che da 
un pezzo mancava di sue noti/.ic. 
Or noi sappiamo dal Loschi mede- 
simo (lettera a Giovanni Tinti del 
2> ottobre 1406, ristampata in Arch. 
stor. per k Marche t r Umbria, 1885, 
II, 151 sg.). eh' egli s'era recato 
« adolescentulus » a Firenze a bella 
posta per aver a maestro Coiuccìo; 
ma che fu costretto ad allontanarsi 
da lui, quando la rovina di Antonio 
della Scala lo privò di un potente 
protettore. Il Loschi lasciò dunque 
Firenze nel 1387; ma alquanti mesi 
dopo, e precisamente nel marzo i}88, 
egli scrisse al S. per dargli no- 



tìzie della propria salute ; e, annun- 
ziatagli la sua imminente partenza 
alla volta di Pavia, gli chiese com- 
mendatizie atte a schiudergli (come 
gli schiusero difatti) la reggia viscon- 
tea (cod. della Naz. di Parigi, Fonds 
lai. Nouv. acq. 1151, e. 59 a: « An- 
n tonii Lusci ad Borcntis eloqui! et 
« gravitatjs immense celeberrimum 
« virum Collucium Pieriura de Sti- 
ff gnann »). Ora se tre soli anni fos- 
sero trascorsi dacché il S. non aveva 
più udito parlare del Loschi, ne avrebbe 
egli scritto a Pasquino in termini che 
accennano a ben maggiore intervallo? 
Dato invece che la presente appar- 
tenga, come gli altri indizi confer- 
mano, a! 1 592, non farà stupore che 
un quinquennio di silenzio sembrasse 
molto lungo, anche più lungo di quel 
clic realmente fosse, al S., il quale 
amava avere frequentemente notizie 
de' suoi amici e ricever lettere da loro. 

(i) Per una di quelle confusioni 
che gli sono abituali il da Schio 
(loc. cit.) chiama « Ambrosiano» il cod. 
Laurcnziano; ed ha tratto in errore 
cosi anche il Voigt ( Uber die handschr, 
ùberUef. p. 59, nota 2); cf. Mendelssohn, 
Wcitcres ^ur ùberìiefer. von Cu. Briejen 
in f"/c^A.yu/.»rfc, iS85,p.8sj, nota 15. 

(2) Si tratta certo (gli epiteti di cui 
il S. la gratifica basterebbero a pro- 
varlo) della versione fatta da Leonzio 
Pilato, versione che il Loschi doveva 
aver letta e forse trascritta di sull'e- 
semplare posseduto un tempo dal 
Petrarca e passato poi dalla reggia 
carrarese in quella di Pavia. Cf. De 
NoLtiAC, PHr. d l'humattismc, p. 347 
sgg. e anche p. 86. 



55^ 



EPISTOLARIO 



Ut ooster Satyricus ait <*\ vel Gnci Matii, cuius est medius ìUe 

versiculus : 

celerissimus advolat Hector; 

eìusdem nominis carmen <»>, Ennianumque poema, quod de Per- 
gamis loquens, ut testatur Macrobius ^»^ habuit: 

Q.ue neque Dardaniis campis potuere perire^ 

Nec dum capta capi; oec dum combusta cremariCO; 

et alia quedam, quorum obvia sunt in legando fragmenta ; surgat 
hoc nostro tempore Ligur novus, qui non solum versiculum 
unum aut plures eripiat Homero» quod gloriosura Maroni fuit io 
edam Inter emulorum latratus (s^, sed totani Iliadem sibi vin- 
dicet faciatque splendidissimo Carmine de palliata togatam t^\ imo 
de exangui inornataque translatione excultissimum ornatumque 
e lo Mort. «id.- poema, quem laborera, iam a te concentum et a me ribi, tuum 

mente lui ciTcmu- ' * ._,,,. 

re •! lodevole itn- aiiìmum ncscientc, persuasura, hortor toiis anectibus amplectaris. 15 
non enim sine qoodam divino numine factum reor, quod tìbi 
Pierius hic calor inciderit, nullo prorsus hortante; et ego te, tue 
volontatis ìnscius, hortanis sim ad id, quod iam animi Consilio de- 
crevisti ^'^ quod opus, crede michi, si iuvenibus nobis inno- 
tuisset, ista me translatio tibi necnon et ceteris preripuisset, pul- 20 
cerrimum factu ratus per tanti vatis orbitam ac vestigia proficisci. 
nec te terrcat insulsa nimis illa translatio, et quod nichil in ipsa 

dandogli opportuni secundum vcrba suave sit. res velim, non verba considcres; ilias 

coniigiì sul modo ^^ , , . 

di «aeguiri». oportet cxtollas et orncs et rum propnis, tum novatis verbis co- 

I. L' gener Mattiti Sch. geaer Manlii 7. Sch. cum - cura 1 8. Sch. nim 10» me] 
L* m ; ma la /rat è ben n$curj. n. L' orUta ScH. per ac dà et 



(1) Petis. Sat. I, so-51. 
<2) Prisc. Imt, VII, 57. Su Gneo 
Mazio cf. Teuffel, op. cit. $ 150, 2. 
(5) Macrob. Sat, VI, r. 

(4) Cf. Ennianae poesis rdiquioé, ree. 
J. Vaulen, Leipzig, 1854, p. 54, 
fraram. ni. 

(5) Cf. Macrob. Sat. V, in, 16. 

(6) Cf. HoRAT. Ep. n, in, 288. 

(7) Questo consiglio fu forse dato 
dal S. in un' epistola procedente a 
questa ed andata snurritn, la stessa 
in cui egli pregava il Loschi ad oc- 



cuparsi di Varrone. 

Della corrispondenza corsa fra il S. 
ed il Vicentino si conosceva nel se- 
colo XV molto più di quanto oggi noi 
possediamo (un'epistola del Loschi 
.il S., due dì costui al Loschi); se 
merita fede il Pagliarini, quand* af- 
ferma che Antonio « scrìpsit ... ad 
« Collutìum virura eloquentissimum 
<r reìpublìcae florcntinae cancellarium 
« epistolas quamplurimas m ; Chronic, 
riccnt. urb. in cod. Ambros. A 151 
sup. e. 194 a; e cf, anche e. 145 a. 



L 



DI COLUCCIO SALUTATI. 



357 



mas talemque vocabulonim splendorem adkias, quoj non inven- 

tione solum, nonque sententiis, sed verbis etiam Homericum 

illud, quod omncs cogitamus, cxhibeas atque sones. hec leviter 

facies, si tibi non placueris, si iam dieta conabere mutatis verbis 

5 et ornatibus aliter enarrare, et demum eliges quod melius aut 

optimum iudicabis, vel sì ex omnibus colliges, ut divinius orna- 

tiusque sonuerit, nunquam enìm, si semel tantum dixeris, rerum 

Euarum bonus iudex eris ; placeut enim nobis cuncta que facimus. 

sed si pluries idem et diverstmode repetes, eris inter tua iudex 

optimus et elector, presertim si morara adicies nec volueris esse 

subitus iudicator. non etiam verbo verbum, sicut inquit Flaccus, 

curabis reddere fidus 
Interpres (0, 

nec carmìni Carmen connumerare, denique cunctis debitam tribues 

15 maiestatera, si soluta mutatis vel additis coniunctionibus nectes, si 
frigidiuscula tum exclamationibus, tum interrogando, quasi qui- 
busdam accendes igniculis; si denique poteris, inventa commutaos, 
vel omittens aliquìd aut addens, seriem efficere gratiorem ; et de- 
mum si primo nitaris tum magis propria, tum mage splendeotia 

20 vel sonora vocabula, quam interpres ille fecerit, et ea eadem ipsa 
prosa non versìbus in eandem sententiam adhibere. hec satis. 

Nunc autem preter propositum iterum scribo Pasquino, pe- 
tens ut semel aliquando respondeat. nec hoc contentus, biverbis 
epistole sibi formulam dedìj sufficit enim si scripserit: valeo, 

25 valef'\ quo cum in bis duobus verbis nullum esse possit vel 
loquendo periculum vel in scribendo labor, horteris ipsum, obsecro, 
quod mi chi vel in tantulo raorem gerat, ne videar omnino ne- 
glectus et spretus, nec omissus solummodo, sed despectus. 

Ceterum expccto Ciceronianas iUas cpistolas, tanquam divi- 

30 num quoddam munus. ex quo te rogatum velini, ut exemplatos 
quaternulos colligas; et sì modus et facultas est, ordina sollici- 
taque, ut michì per oratores nostros, qui istic sunt, ut aliquando 



Ha. scritto di 
nuovo a Pasquino 
per esortarlo a 
rispondergli; 



e chiede at LoscJil 
che appoggi U «tu 
preghiera. 



Attende con im- 
pazieiua le epìstole 
di Cicerone 



9. U omette ti 14. nec] L' nam 17. L' sccedens Se*, accendi* 19. L' splcn- 
dlentk 35. Sch. omette in 30. Sch. pone un ce dopo ut 



(l) HoRAT. Efi. II, HI, IJÌ-J4. 



(2) Cf. l'ep xx[ di questo libro. 



p2^ qui tiWnJUifhiiTtmo comi imiptimiino vlAni)tont ctwi 
ftliot«iO folto. ^0»n^tft."fnc(|; q|»tii4 rcpiitrft.^1tr:am 
"Xkfllc. & ^vminii meli "^onAttì JX^vnini^^m-ì r»i|iimh».p-'ìii 
litlttni^) Sobimim qui ?n inAtiit; tni« cfr.t^ilig;!* -r ft»uc. 
tf Uxmnc ttcnmo fi.il 1 ^crhl * 

)- i\>nu»io A Arnvììiani . *• 
tic limila urt»ciT^>c me ^>2CÌMxnci>: >cqK (iMtmitaM hic 
mA9|;iiiln'^tnc filtie cp nxv.if fbcm hi-c. lìntti liat nu ami 
^itn<> «g;'*^ TKiiotioitc incatn mlitn fir :pitìclim^ <j' muitn 
tv-tt-p^fTim niin fwintntt f}>a'n!V poucnìHi^tTtmcn m mo 
'Mi* <frt TìCJfK-tmtftti ni tilt <pcoii^tt jt- 'Oiocniirim4 ìic^mic 
tne mxlUt. Sc> i^rtifbciìì meni ìyc oo\i{ìtc\'At\t» lang^iltnic 
mA|5»imtiniitntr%ttimit cvccUrnfi oincti» qucivUcfinm puUA6 
usftiilair» rncmet ^»Jtntn^ ftim nr'Al»<|"^rf^'^'*^* mciitn 
opteftim. S^ i^Eiftu* tmcj)i prtrmcfluo A'Ain t^-miOTiKc^ilcct 
3unnnilite "t>cretn flliotii qncolvo amcoViitt cv ipj ftiicepfru 
l"ktlvi> Vtr cqtit>«n |3ij<rfHl'io?ic ic^iiii^xrto' 7 in m^nnna cf 
fio^e m^^h ciim l»tidnc nnf/itiie. hn\c ritsmf cft "ìwnmiio 
.^»witifnid i^ l(i|>02i . ^Jima «o Cartnim a)i<Vic.>c rin rtìcn 
ne tr yotcfì' c^r^niio miIcoTxmuniie ^Hmi4«>r opijniN ifi»i 
iTtiiw. &tn^tÌ:in jfmti^ mtchì ^yzcr, q^^lt^titft ofHnit intcì 
jlio^ltioft-tìtJcice i-fwmilo© jfnfnitiir. Cctntftnirt mc^TtlUf 
cttrnmtta <j» ciii^ uii'tiio Jhp p2iiì)CMna iTincwt ipiVi titi »rt 
txiiiicf^aim cr acrc^tum. irt\obt^ cbniipcr qiuìnnt po/lìi cnnt'q? 
fiim ixnicfctitt-i fìt|^itm'qiiAtvnu8 mct|>JirntfT»tJd tnhuhi "^j 
^iciio o^jni^fiim htmr m<iì 2ib aliqn^h yvomoiicir.ingftoqmV 
Ixc <t»m /-iitiimé JSt ^'utii f]|>awi0 lymn t J finì i>ii|^.3nmm 
fb illuift fnii0 cr|YTicnn4m tvorAimm . <ylo^ciine"t>cnrtw 



t 




EVitiiì\nik VI ttfìmWt 



LIBRO OTTAVO. 



I. 



Al marchese Alberto d'EsteCO. 

[L3, e. 12 a; NS c. 35 a; R*, c. 23 b; Mehus, par. I, ep. viii, 
PP- 33-34, da L3.] 

Illustri principi et domino Alberto Estensi marchioni. 



lu tacui, illustrissime princeps et domine metuende, veritus 
ne nimis viderer de me presumere deque sublimitatis tue 
magnitudine plusquam deceat spem habere. nam licet tua beni- 



D 



Firenze, 
23 luglio 1392. 

Chiede acuta del 
suo lungo lilenzio 



6. Così iV' ; U R' M Domino Marchioni 



(i) Più ragioni ci consigliano a 
collocar sotto l'anno 1392 cosi que- 
sta come le due seguenti epistole 
scritte nel dì medesimo e per lo stesso 
motivo a Tommaso Obizzi ed a Bar- 
tolomeo della Mella, entrambi consi- 
glieri del marchese. E innanzi tutto, 
poiché Alberto non governò che cin- 
que anni soli, se le dette epistole non 
possono giudicarsi anteriori alla pri- 
mavera del 13 88, neppur dovranno 
ritenersi posteriori all'estate del 1392; 
Alberto, come si sa, infermò sui primi 
di luglio del 1393 e morì il 30 del 
mese medesimo (Frizzi, op. cit III, 
392 sg.). Or dairattrìbuirle ai primi 
momenti in cui l'Estense prese le re- 
dini dello Stato mi distoglie il riflesso 
che nel 1389 Francesco di ser Lu- 



poro, in favor del quale le lettere son 
dettate, trovavasi in patria, come or 
ora vedremo, investito d'onorevole 
ufficio ; s'aggiunga poi che verso quel 
tempo le relazioni tra i Fiorentini ed 
il marchese tramutavansi di amiche- 
voli in ostili, att^o che questi abban- 
donava l'alleanza de' vecchi amici per 
aderir al Conte di Virtù; infine, che 
noi sappiamo, né il della Mella né 
r Obizzi numeravansi allora fra i 
consiglieri d'Alberto. Che se avver- 
tiamo d'altra parte che il S. si scusa 
col marchese di aver taciuto « a 
« lungo » con lui, sarà naturale ri- 
cercare in parte almeno la spiegazione 
di tal silenzio in quella stessa causa 
che (già ne avemmo ripetute conferme) 
incagliò, anzi impedì per più e più mesi 



3^0 



EPISTOLARIO 



gnìtas erga devotionem meam taliter sit proclivis, quod multa 
de te possim ciìm securitate sperare, poiieiidus tamen niichi modus 
est, ne petentem ultra quam congniat dignissima negatio me re- 
pellat <^'\ sed tandem raecum ipse considerans largissime magna- 
eimitatem tuara excellere cunctis que posset mea parvitas postu- 5 
lare, memet hortatus sum, ut aliquando detegam meura optatum. 
e gli raccomtndt est igìtur mìchì patruelìs friter uxoris mee dilectus, avunculus 

FriiJCMCo Salutali, '^ * 

«uo cugino. decem filiorum, quos, Deo concedente, ex ipsa susccptos habeo, 
vir equidem professione legum doctor et in maximis officiis in- 
genti cum honore vcrsatus. huic nomen est domìnus Franciscus io 
ser Lupori, patria vero castrum Piscie^'^; de cuìus meritis te po- 

a. R' scvcritntc 3. ne] .V^ ut 5. R' possent 7. Lì patruellus 8. ex] ^^* *' 
II. N' Lupcri 



la corrispondenza del S., vale a dire 
la guerra tra Firenze ed il Visconii. 
Talché, in conclusione, la data del 1 392, 
suggerita anche da! luogo che le tre 
epistole occupano ne' codici, ci sem' 
bra di tutte la piii accettabile. Nò 
vuol tacersi che durante Testate di 
quell'anno fu particolarmente vivo lo 
scambio di lettere e di messi tra Fi- 
renze e Ferrara, dovendosi conchiu- 
dere la lega, destinata a tenere in 
freno il Visconti, a cui parteciparono, 
oltre che i Fiorentini e l'Estense, il 
papa, il Carrarese, il Gonzaga, i da 
Polenta, gli Alidosi, i Manfredi, i Bo- 
lognesi ed altri minori signori e co- 
muni ; MlKERBETTI, Op. cit. COlL 29} 

e 303; Frizzi, op. cit p. 389. 

(i) Delle relazioni che sarebbero 
passate, a giudicarne da queste pa- 
role, fra il S. e l'Estense non posse- 
diamo oggi verun altro documento 
airìnfuori delPep. xii del lib. VI. 

(2) Nelle note aggiunte nella sua 
edizione a quest'epistola il Mchus 
chiama Francesco « fratello m della 
moglie del S. ; ma a torto, chi: « pa- 
« truelis fraler » non vuol dir altro se 
non cugino. La moglie di Coluccio 



aveva bensì un fratello per nome 
Francesco; ma costui era figlio di Si- 
mone Riccomi (cf. lib IH, ep. xx; 1, 206; 
lib. un, cp X ; 1, 278 ; lib. VI, ep. xiiii ; 
H, r8>); mentre il cugino nasceva 
da scT Luporo di Benavere Salutati. 
In Valdinievole, come ci attcstano 
gli storici di quella provincia, sul prin- 
cipio del secolo xiv eransi stabilite 
due famìglie Salutati, entrambe pro- 
venienti da un medesimo luogo (Gra- 
gnano, castello del Lucchese), e con- 
giunte di parentela, ma abitanti Puna 
in Pescia, l'altra in Stignano; Fran« 
CESCO Galeotti, Memorit di Piscia^ 
mss. in bibl. Capit. di Pescia» scaf- 
fale XXIII, P. IV, op. 3; P. Pucci- 
NELLi, Memorie di Pescia in Istoria dcU 
l'eroiche aitioni di Ugo iì Grande &c., 
Milano, 1664, p. 363 sg., 437; Bart. 
Buon VICINI, Zìbald. ms. (cf. I, 173), 
e. 94 sgg. Il ramo di Pescia trac 
origine d.i quel ser Luporo di Benavere, 
del quale si ha più volte memoria 
ne' protocolli di ser Falodtno di Cen- 
cio da Pe5cia (Arch. di Slato in Fi- 
renze, No/ai, P. 77, I32i-nj9, quint.2, 
e. 28 A ; 3, ce. I A, 5 A, 1 1 A &c.) ed in 
pubblici documenti. Già stanziato io 



1. 



DI COLUCCIO SALUTATI. 



36. 



test egregius miles dominus Thom.is de Opizis inforinare^'X sin- 
gulari gratie michi foret, qiiod ad .iliqiiod officìuni inter alios tuos ^J^^^^^"^*^^ 
tideles et servulos asciscatur. certus sum, nisi me hWat cxpe- ''"• 
rientia, quod eius virtus atque pnidentia facieot ipsutn tibi et 
5 domesticum et acceptum. et ob id obnixe quantum possum 
omnique ciun reverentia supplico, quatenus mee parvitatis ìntuitu 

3. U M omettono ad ^. R* uciscantar U M omettono vxm 



Pescìa, dove abitava <( in quinto Fe- 
« rarie», del 1 J30, ser Luporodel 1342 
fu de' priori; e quiUtro anni dopo, 
quanJo Firenze riordinò il governo 
(li Pescia, proibendo di metter nelle 
borse de' magistrati naaggiori verun 
ghibellino, e riducendo i sette quinti 
a quattro quartieri, egli intervenne 
alla r,idunata de* guelfi fatta in S. Ste^ 
fano e fu un de' 431 cittadini, in cui 
si ristrinsero tutti gli uffici, eccetto i 
bassi, ai quali rimasero abili anche i 
ghibellini; BuoNViciNi, Zihàld. clt. 
ce. 24, 28, 94; Baldasseroni, Istoria 
ddla città di Pescia &c., Pescia, 1784, 
p. 203 sg.; ToRRiGiANi, Le castella 
dilla Val di Niei'oh, Firenze, 1865, 
p. 168. Da costui nacque messer 
Francesco, il quale, addottoratosi nelle 
leggi, ebbe poi molti uffici ed inca- 
richi tanto in patria che fuori; e fu 
cosi del 1379 mandato dai Pesciatinì 
a Barga per accomodare certa diffe* 
renza sorta tra loro ed il capitano di 
quel luogo (Galeotti, op. cit e. 123 ; 
BuoKViciNi, op. cit. e. 94); e poscia 
Tanno appresso eletto giudice della 
giustizia della città dì Fermo; arch. 
Com. di Pescìa, Riform. e delìb, 5 ago- 
sto i}8o cit. in Galeotti, op. cit. 
e. I2S ; Buon VICINI, loc. cit. Nel 1383 
era di nuovo in patria (Riform. e 
delib. 1383, 22 novembre, e i b); 
ma quattr*anni dopo andava a Todi 
come difensore, maggior sindaco, giu- 
dice delle appellazioni, ricorsi e dcl- 
Tofficio della gabella {Riform, e dtìih, 

CotuccU) Salutati, II. 



1387, 7 maggio, e. $5B; Galeotti, 
op. cit. e, X29; Buon VICINI, loc. cit,) 
e del 1389 era eletto riformatore di 
Pescia (BuoNViciNi, op. e loc. cit). 
Sulle posteriori sue vicende avremo 
occasione di ritornare; notiamo in- 
tanto qui ch'egli ebbe dalla donna 
sua, dì cui ignoriamo la stirpe, due 
figli : l'uno Leonardo, il noto vescovo 
di Fiesole (1450- 1466; cf. Ughelli, 
Italia sacra, III, 261), le cut bonarie 
sembianze furono eternate nel inarmo 
dall'arte meravigliosa di Mino; l'al- 
tro, Antonio (i?9S-i444)» il quale re- 
catosi ad abitare in Firenze, vi godette 
il priorato nel 1440 e lasciò un figlio 
per nome Benedetto (1444-1495?), 
il quale fu l'ultimo di sua £amiglìa, 
perchè dal matrimonio contratto con 
Giovanna Ridolfi non ebbe che fem- 
mine; BuoNViciNi, op. e loc. cit; 
Puccinelli, op. cit p. 437. 

I rapporti del S. con Francesco di 
Luporo furono sempre, come vedre- 
mo, così affettuosi da giustificar pie- 
namente quanto scriveva intorno ai 
cugini SiDOMO (Ep. V ad Probum): 
« patruelis, non germana fraternitas . . . 
« plerumque se purius, fortius, mc- 
« racius amat nani facuhaium Inter 
« germanos prius lite sopita, iam qui 
« nascuntur ex fratribus nìhil invicem 
« controversaniur: et hinc saepe ca- 
« ritas in patruelibus maior, quia de- 
<f sistit simuttas a divisione ncc cessai 
a affecius a semine ». 

(1) Cf. l'epistola seguente. 

25* 



S62 



EPISTOLARIO 



dìgnerìs cogiutum hunc meum ad aliqnid -promovore (■>, ego 
quidem hoc sum habiturus ad gradam, q>erans ipsam et in tuiim 
benepladtum post illius hominis experiendam recasuram. Fb- 
rentie, decimo kalendas sexdlis. 



Fiitase, 
S3 lo^ Ufi, 

CU 



mnt fcritM al 



n. s 

A TomcAso DEGÙ Obizzi(*). 

[L3, e la b; N'» c. 55 b; R\ c 23 b; Mbbto, par. I, ep. n, p. )s, da U.] 

Magnifico et generoso militi domino Thome de Opizis. 

AGNiFicE milesy honorande maior et amice karìssìme. scrìbo 
illustrìssimo domino marchioni prò £ictis domini Frandsd io 



•jM 



».R*fpm S.CoAN';UR^MlkmùDo'naamdoi»OpÌMh 9. Lf Jf Jf boasi 

rabUii 



(i) Le racoomandaùoni dd S^ per 
quanto calorose, non raggiunsero l'in» 

tento. Niun indizio infatti rinveniamo 
ne' documenti dell'archivio di Modena, 
da cui si possa dedurre che, vivo Al- 
berto, messer Francesco coprisse qual- 
che ufficio negli Stati estensi. 

(2) Ed ecco un altro di que' forti 
e sagaci Toscani, che nel secolo xiv 
ebbero tanta parte nelle politiche vi- 
cende de' vari Stati italiani, non men 
valorosi nelle armi che esperti ne'di- 
plomatici maneggi I Tommaso di 
Nino degli Obizzi, se non fu infatti 
« il maggior capitano de'suoi tempi j», 
come, descrivendo le tele dipinte dallo 
Zelotti a rammemorarne le gesta nella 
splendida villa degli Obizzi, afferma 
quel ciarlatano del Betussi {Dcscri- 
:;ion6 dd Calato luogo ad march. Pio Bua 
degli Obiii&c. fatta. Vanno mdlxxii&c, 
Ferrara, mdclxix, p. xcv b); ed il 
Sansovino ripete (Ddla orig. et de fatti 
delle fam. ili. d'Italia, Venezia, 1582, 
p. 321), certo ebbe ai di suoi molta 



e merìtau fiunt qnal'uoiiio ^mm. e 
digovemo. La sua vita tempotoM d 

è, al par di quella di tant*altrì Ulnstri 
venturieri del tempo, malnou; ma 
non a quel segno però che ad altri 
piacque testé d'affermarla; et Arch, 
stor. it. ser. V, to. IX, 351 sg. P« 
non accennar adesso qui se non ai ponti 
sicuri di essa, noterò come la famiglia 
di Tommaso, che Uguccione deUi 
Faggiuola aveva cacdata da Lucca, 
prendesse stanza in Pescia, quando 
questa del 1559 passò nella podestà 
de'Fiorentini (Galeotti, op. cìL e. 1 19; 

PUCCINELLI, op. ciL p. 4) l) ; in ?t- 

scia infatti messer Nino dì Luzio, 
padre di Tommaso, venne a morte e 
fu sepolto nella chiesa di S. Fran- 
cesco. Che Tommaso poi del 1360 
si recasse in Boemia presso Carlo IV 
per ottener la liberti di Lucca, conc 
afferma il Betussi (op. cìl p. xcn k), 
a noi non consta; ma ben sappiamo 
però che non a torto il gonfio pane* 
girista lo £1 combattere per la Chkia 



DI COLUCCIO SALUTATI. 



J«3 



nostri in forma quani aspicìes interclusam. sufficit amico de- oi»rche«e in prò 

ir d, metter Frin- 

sideriom significasse; et certus sum quod tibi gratissimura erit ^"«ond«« KS 

virum illuni virtuosum alqoe bonum, dignumque cui maxima p^*""*- 
committantur, posse, sicuti cupimus, promovere, et ob id si 

i-a. U R' M iign. dea. 3. R' virtuosisaimuin 



contro l'Aguto del ij68 (op. cit. 
p. crv A sg.) ; perche, se nulla ci con- 
cede di credere, com'ei pretende, che 
per merito deirObizzi si vincesse la bat- 
taglia d'Arezzo (15 giugno; cf. Tem- 
ple-Leader-Marcotti» op. cit. p. 50), 
pure dalla Tabula stìpendiario- 
rura provisioaator.et alior. in 
Romandi ola mense mariti 
.MCCCLXviii., pubblicata dal Thei- 
KER, Cod. (UpJom. domimi Ump. 5. Sc- 
dis, II, 460, n. cccct , risulta che dalla 
Chiesa « D. Thomas de Opicìs cum 
«e postis 25 et 9 roncinjs » percepiva al- 
lora centonovantotto fiorini di stipen- 
dio. Liberata Lucca, per imperiai de- 
creto, dalla tirannide pisana, Tommaso 
fu de* primi a rientrare in patria ; e nelle 
riformagioni del comune lucchese per 
gli anni 1369, ijyo vediam apparire 
più d'una volta il suo nome ; R. Arch. 
di Stato in Lucca, Riform.puhhl. 1369- 
1 370, Cons. gen, I, e. 224 d, 27 settem- 
bre; 1370-71, Cons. gen.U, e. 36 a, 25 
agosto^ In Lucca, dove allora sì tro- 
vava anche il S., che probabilmente 
egli già conosceva, Tommaso, come ci 
apprende poi G. Sercambi (Le cronache, 
I, 206), trattenevasi ancora del 1371. 
Dopo di che non sappiamo più nulla 
di luì per gran tempo; e può quindi 
darsi che qui debba venir collocato 
quel suo viaggio in Inghilterra, dove 
avrebbe raìliiato ai servigi d'E- 
doardo III, riportandone in premio 
il titolo di cavaliere della Giarrettiera, 
di cui parla Ìl Betussi, op. cit p. evi ; 
e, testimonio più degno di fede, il 
Gamurrini, op. cit. U, 527. Se egli 
poi sia stato nel 1373 allo stipendio 



della Chiesa (B etussi, op. cit. p. cxv a) 
ignoro; ma nel 1377 crederei dì si, 
perchè risulta da certa Icttern, scrìt- 
tagli ìl 30 aprile dalla Signoria fio- 
rentina per ringraziarlo d'aver sot- 
tratte a taluni ladroni delle balle di 
panni comprate in Firenze da mer- 
canti aquilani e sulmonesi, che egli 
stanziava allora sul territorio aqui- 
lano; R. Arch. di Stato in Firenze, 
Miss. reg. 17, e, 108 b. E per la 
Chiesa verso quel tempo fu pur 
in Mantova; cf. Osio, Dor. dipi. 
I, 203, n. cxx.Kviii, Del 1387 pas- 
sato a servir Antonio della Scala, 
cadde insieme ad altri cospicui capi- 
tani prigioniero de' Padovani nella 
sanguinosa battaglia di Castelbaldo 
(11 marzo 1387) che decise delle sorti 
dello Scaligero; Chron. Est.'m Mura- 
tori, Rer. U. Scr. XV, 5 14. Quando 
si recasse a Ferrara, che doveva di- 
venire l'asilo della sua vecchiezza e 
la nuova sede della sua stirpe, non 
sappiamo; ma certo prima del 1392, 
perchè in un' investitura di case 
e terreni concessagli il 20 febbraio 
di quell'anno dal marchese Alberto 
egli è qualificato già cittadino di 
Ferrara e consigliere del principe; 
cf. Arch. di Stato in Modena, Cam. 
due. rog. Andrea da Fiorano, 1390- 
1395, XXX, e. 22 B. In questa sua 
qualità nel luglio dell'anno stesso sì 
recò a Firenze, onde decidere se i 
Malatesta fosser da accogliere nella 
lega stretta dalla repubblica col suo 
signore; Miss. reg. 22, e. 31 b, 2j lu- 
glio, « Bononìensibus ». Morto Al- 
berto, egli rimase a far parte de! Con- 



3^4 



EPISTOLARIO 



voceris, rogo respondeas ut cxpedit; nec recuses te etiam invo- 
catum ingerere, quo possis commune desiderium adiuvare. vale. 
Florentie, decimo kalendas sextilis. 

I. R' omette te; ma t'e iniziale d'tciam ha del t 3. R' augusti 



sigilo di reggenza (Cbron. Est. cil. 
col. J3r, Tac. de Delaito, Ann. Est. 
in Muratori, Rer. U. Scr. XV, 907 ; 
Frizzi, op. cit. Ili, 392 sg.) ; e per dò 
lo vediamo negli anni successivi og- 
getto di motti favori da parte del 
giovine Niccolò III (R, Arch. di Stato 
in Modena, Invist. H, e. 53 a, 1$ lu- 
glio IJ94; Cam. diu., Invcsi. rog, De- 
laito, 1390- 1396, XXIII, e. 115 A, 
8 marzo 1395; Cane, duc^ Nic. HI 
decr. 1395- 1400, e. 168 a, 1 novem- 
bre 1395) ed ammesso ad abitare nella 
reggia. Del 1398» quando Francesco 
da Carrara indusse il genero a licen- 
ziarlo insieme agli altri suoi colleglli, 
ei chiese di potersi ritirare in Sab- 
bìoncello, il che gli fu consentito 
(Delaito, loc. cit. col. 950; Frizzi, 
op. cit. lU, 411); ma il suo esilio 
ebbe assai breve durata. Al pari del 
della Meli a e del Roberti, Niccolò lo 
richiamò tosto al suo fianco ; e già il 
5 gennaio del 1400 egli esperimen- 
tava di nuovo la liberalità del prin- 
cipe (Cam, due, Invcsi. rog. Bonazzoli, 
1 397- 1426, Vili, B, e. 38 a) ; né questa 
gii venne meno in appresso; Cam. 
due, Invest. N, e. 102 b, 12 febbraio 
1401. L' ultimo documento che ci 
parli di lui è infatti un atto dell'S 
gennaio 1406, col quale il marchese 
lo reinvestisce a titolo di feudo di 
certi beni gìA concessigli, situati nella 
villa de' Mansi Torelli, distretto di 
Ferrara ; Cam. due, Invest. N, e. 1 69 a. 



Morto di U a poco, il suo corpo fti 
trasportato a Pescia e seppellito in 
quella chiesa di S. Francesco, dove 
egli aveva fin dal IJ93 adorne di co- 
lorite invetriate le finestre del coro 
ed abbellita la domestica cappella; 
Gamurrini, op.e loc. cit.; Puccinellt, 
op. cit p. 340. Alcune sue lettere 
d'affari, scritte a Francesco di Bicci 
de' Medici nel 1402 (?), conservansi 
nel R. Arch. di Stato in Firenze, 
Arch, Mediceo av. il pnncìfato, filza 4 
(Resìdui), leit. 655,657, 65S. In una 
d'esse è discorso di certa somma di 
denaro che doveva esser sborsala in 
Roma a Iacopo di Bertuccio degli 
Obizzi, nipote di Tommaso (cf. Miss. 
reg. 25, e. 76 B, 30 dicembre 1404), 
che ne avea forse bisogno per le spese 
allora incontrate onde ottener il ve- 
scovado di Comacchio, dal quale 
nel 1404 passò a quello d'Adria; 
Ughelli, Italia sacra, II, 405. I figli 
di Tommaso, Antonio, che militò ai 
servigi de' Fiorentini nel 1390 e 1395, 
e Roberto, sono affatto oscuri, In- 
vece bella figura di gentildonna fioren- 
tina si rivela la figliuola Bartolomniea, 
che nel 1389 andò sposa a messer 
Antonio Alberti, ed a cui son diretti 
tutti o quasi tutti ì trattati composti 
in volgare dal beato G. Dominici; 
Salvi, Redola dd govano di cura fam, 
compilata dal b. G. D., Firenze, 1861, 
p. Lxxtii sgg.; Wesselofskv, Il Para- 
diso degli Alberti^ I, par. I, p. I)). 



DI COLUCCIO SALUTATI. 



3^5 



IIL 

A Bartolomeo della Mella t'>. 
[L3, e. 8b; N*, c. 36 a; Mehus, par. I, ep. vii, pp. 2}-jj, da U.] 

Eloquenti viro Bartholomeo della Mefla 
marchionis Estensis secretarlo. 

ViR insìgnis, frater et amico karissimc. petìs, ut contra ne- Fireme, 
^ O » , , . . *1 W*° «19»- 

scio quas irrisiones habìtas in coniugatos et presertim bi- Rù-hictodieon- 

-, , ,- . fuurlcfcbcrnevoli 

gamos per nostrum divinumque retrarcam sacraruui nuptiarum «cu» dei Petrarca 

4. Cori U N' ;M B«rtbolomeo de Ltmetla 



(i) Bartolomeo della Mella (il suo 

' cognome, interpreuto più tardi come 
« della Mela a ed anche « de' Meli », 
si trova a volte scritto « de Lamella a 
nei codici, ma noi preferiamo la prima 
forma, perchè h più frequente e, salvo 
errore, ugualmente agevole a spie- 
gare ; « mella m per « lamella » essendo 
voce ancor viva in vari dialetti ita- 
liani, sebben ristretta in una partico- 
lare accezione; cf. Mussafia, Bcilrag 
\ur Knnde dtr norditalieu. Mundart, 
p. 179, s. V. Mela), al quale è di- 
retta anche l'ep, x del lib. VII, fu 
uno de' personaggi più importanti che 
abbiano vissuto in Ferrara negli ul- 
timi lustri del secolo xiv e ne' primi 
del XV. Nato d'una stirpe in cui la 
profession del notaio era tradizionale 
(l'avevano esercitata l'avo suo ser Gio- 
vanni ed il padre ser Bonaventura), 
fu anch'egli notaio, e fin dal 1387 lo 
vediamo come tale a fianco d'Alberto 
d'Este; Arch. di Stato in Modena, 
Camtra àuc. rog. della Mella, 1387- 
1391, XLII. Tre anni dopo egli è 
referendario e secretano del marchese 
(Arch. cit. Casa e Stato, Docutii., mazzo 
'39i~95> ^ luglio 1391); alle quali 



cariche nell'ottobre dello stesso 1391, 
caduto in disgra/.ia Andrea Perondoli, 
aggiunse quella pure di fattor gene- 
rale di casa d'Estc, già coperta da 
quest'ultimo (cf. le note alla cit. ep. x 
del lib. VII e Arch. di Stato in Mo- 
dena, Cam. due. rog. Micini, 1394- 
1400, e. 14 B, 16 ottobre 1391): ed 
il 16 marzo 1393 ottenne anzi l'asso- 
luzione per la gestione da !ui tenuta 
dall'ottobre '91 a tutto il IJ92; Cam. 
due, rog. G. Dclaito, e J90-1406, XXIII, 
e. 71 A. Pochi mesi dopo Alberto gli 
dava una suprema prova della sua 
fiducia affidandogli in uno con gli altri 
suoi consiglieri Filippo de' Roberti, 
Tommaso degli Obizzi e Giovanni 
della Sale, la tutela del minorenne 
Niccolò ; DELArro, loc. cit. col. 907 ; 
Friz/.i, op. cit. III, 392. Del consi- 
glio di reggenza, che saviamente go- 
vernò lo Stato e serbò intatta al gio- 
vine principe l'eredità sua agognata 
da molti, il della Mella fé* parte fino 
al 23 luglio del 1398; quando cioè, 
avendo solo fra i colleghi suoi pre- 
senti in Ferriira, tentato d'impedire il 
colpo di Stato di Francesco da Car- 
rara, fu da costui non solo privato 



^66 



EPISTOLARIO 



coatra a matrimo. jura defendani, quasi fuerit ille coniugii, rei quidetn tum pro 

pagationi necessarie, tum honeste, nimis improbus oppugnator <*>. 

nonHnucondeni levc quidem dictu j scd, postqiiam ad rem veneris, ponderosum. 

du* usti, 

do i padri 

urM .p'^gp^^*^ ^^^ prefemnt nuptiis, bigamie vero continentiam vidualemt»^; ut 

MwS*"" **""' facile sit cuivis et divinanim Scripiurarum oraculis et erudjtissi- 



"*i!dH^'d«" °^^ ^^ comparano facienda fuerit, veritatìs doctores virginita- 
- !"* .^l*-": tem Drefemnt nuotiis. bigamie vero continentiam vidualem ^*^ : ut 



6. N^ cnidelisaimoraro 



deU'ufìficio di segretario e di referen* 
dario, che toccò a Donato Aibanzanì, 
ma altresì imprigioDaio con universal 
rammarico della cittadinanza, che ve- 
nerava in lui l'integrità dell'animo e 
della vita ; Dkl aito, loc. cit. col. 9 j o sg.; 
Frizzi, op. cit, IH, 411 spg. La sua 
prigionia non durò ad ogni modo che 
pochi giorni; liberato nctragosto (De- 
LAiTO, loc. cit. col. 951), egli fu to- 
sto dal suo pupillo, che aveva con mal 
celato disgusto tollerata l'ingerenza 
assai sospetu del suocero ne' propri 
affari, richiamato a corte, investito di 
terre e di case in remunerazione e 
premio delie lodevoli sue azioni in 
servigio dello Stato (Cam. due, Invest. 
N, e. 58 A, 12 ottobre 1399); chia- 
mato nel 1401 insieme a Giocolo de* 
Giocoli ed a Gherardo Boiardi a 
tener le veci del principe assente 
(Delaito, loc. cit. col 964) ; ristabi- 
lito nel 1403, se non forse prima 
(Cam. due, Invest. K, ce. 203 b, 205 B, 
13 febbraio 1403), nell'antico ufficio 
di referendario e consigliere, che serbò 
poi tutto il resto della sua vita; Cam. 
due. rog. Pellizzari, 1404-1420, ce. 68 a, 
81 A, 83 A, 2) settembre 1414, 22 di- 
cembre 14 ty, 7 gennaio 1418 &c. 
Nel marzo 1405 egli va con Giocolo 
de' Giocoli a Venezia a concludervi la 
pace fra la Signoria ed il marchese; 
DELArro, loc. cit. col. 1024 ; Frizzi, 
op, cit. p. 429. Ed il I* febbraio del 
1408 Iacopo Salviati, recandosi a Fer- 
rara ambasciator de* Fiorentini, espone 
al Contrari, luogotenente dì Niccolò, 



che era ito a Venezia a « festeggiare » 
la propria commissione in prcsertza 
del della Mella; DdiiU d. erud, tose. 
XVIII, 286. 

Da Costanza di Rinaldo de* Sigao- 
rclli nobile ferrarese {Cam. due. rog. 
Montani, 1394-1407, XLV, e. 5 3 a) 
Banolomeo aveva generato tre figli, 
Antonio, Niccolò e Giuliano {Cam. 
due. rog. Ag. Villa, 1417-1442, XLII, 
e. 5> A, 28 giugno 1451), i quali però 
dovettero premorirgli, perchè non solo 
dal 1,103 lo vediamo adottar come 
figlio un Graziano dì Nicolò Giusti 
{Cam. (Ìmc. rog. Bonazzoli, 1397-1426, 
Vili, B, e. 63 A, 6 giugno); ma col 
suo testamento a rogito Girondi pub- 
blicato il 30 luglio 1420 lasciar 
eredi Giacomo Gilioli, cancellier del 
marchese, Antonio di ser Bonaven- 
tura suo fratello ed il figlio di costui 
Bonaventura. Alla sua morte, non se- 
guita però che il 30 agosto 1425, ebbe 
sepolcro in quella chiesa di S. Spi- 
rito, ora distrutta, ch'egli stesso aveva 
consommasollecitudineeretta nel 1407 
insieme all'annesso convento per ospi- 
tarvi i frati minori ; Delaito, loc, 
cit. col. io4-t ; Frizzi, op, cit. Ili, 453. 

(t) Cf la nota 6 a p. 372. 

(2) Il S. allude probabilmente ai 
libri di sant'Agostino Di sancla vir- 
ginitatc, De bono coniugali, De nuptiis et 
concupiscentia ed a quelli di s. Gero- 
lamo Aivtrsui lovinianum, dove la 
controversia, di cui qui si discorre, la 
quale s'agitò molto nell'età di mczzOf 
6 stata largamente trattata. 



DI COLUCCIO SALUTATI. 



367 



morum homìnum disputntionìbus cootra matrimonium, nedum 
contra bigamiam, disceptare. in qua quidem re statuendi sunt 
prìnio fines, intra quos versari nostra possit orario, ne nos opor- 
teat sic ab initìo cedere, quod non possit vel leviter nostra di- 
5 sputatio militare, tollamus ergo comparaiiones, qoe, cuna dicantur 
inter homines odiose» inter res ipsas inexplicabiles esse possent; 
et an bonum sit nubere simpliciter inquiramus. in qua siquidem 
re moraliter primo, deinde sanctioris disputationis examine pro- 
cedemus; ex quibus, ut arbitror, patere poterit perspicua veritas 

IO questionis. huius autem rei presuppositura et caput sit, qood 
omois nostra moralitas, hoc est actuum nostrorum ratto, aut 
universitatem respicit aut ad aliquid dirigitur singolare, de uni- 
versitate, cuius finis divinior est, prius; mox autem mcmbrum 
aliud exequcmur. 

15 Occurrit igitur primo nobis totum genus humanum, quod 
cum certum sit in suis individuis esse, sine quibus omnino noe 
foret, clarum est in eisdem proculdubio conservari. et quoniam 
individua quelibet bominum, sicut habent ortuni et principium 
sui esse, sic et naturaliter habent occasum et ut desinant esse 

20 quod sunt, ordinavit suminus rerum omnium opifex Deus con- 
tinua generatione individua sìbi humana succedere, quo posset 
hec sublimior creaturarum corporalium species permanere, si 
Dullus sìqyidem homo sit, potest humane speciei ratio certa sub- 
sistere, que solum, cum ipsa Deus non sit, illi divine menti, cuius 

25 noiicia rerum est causa, presens erit et cognita; species autem 
ipsa non erit, licet subsistat eius ratio sive idea, ad cuius limites 
et exemplum haiic formam sive speciem, que homo dicìtur, nc- 
cessarium est fluxisse. nec mirum ; supra rerum enim omnium 
que sunt numerum, licet plura numerabilia non subsistant, ìnfinitas 

50 numerorum esse rationes aliquis, qui recte sentiat, non negabit; 
quas solus infinite essentie, bonitatis, vigoris et intelligentie Deus 
cognoscit et capit, ut subsistat igitur actualiter humanum genus, 
necessaria generatio fuit, per quam, cum eternaliter in tempora- 
neìs corruptibilibusque individuis conservari non possit, inter- 



Però uoo ricusa 
di «uumerne It 
difeia. 



Eiaminerl dun- 
que frc e»se ììaoo 
un bene nell'or- 
dÌBe morale, 



coti riguardo Al- 
l' universale come 
al particoUrc. 



Poicbt il genere 
umauo esiste in 
<}u«nto e»iaiono 
gli individui che 
lo compongono, 



cosi Dio volle che 
tuo per individuai 
generaxione ci con- 
UTvasse. 



La generazione 
t adunque necei- 
laria 



7. ,1/ioquiram 7-8. N' re siq. 
34. N' dopo iodjviduia aggiuHffC que 



28. U M omettono enim 33. per] N' super 



3^8 



EPISTOLARIO 



punto l'aomo fu 
aouto Ji membra 
ch« la 
•ero. 



procura»- 



L'uomo qtiindi 
t ptT debito a«iu- 
ralc tenuto alt'uf- 
ficio generativo ; 



e se ad altra pia 
eccelli meta eaio 
non dovette ap- 
puntare i «uoi 
sforzi, 



(quand'egli si aot- 
iraeasea tal debito, 
peccherebbe con- 
tro U itcato. 



rainahilis, imo potius finìeiide individuorum successionis bene- 
ficio perseveret. ex quo natura, sive, ut verius loquar, nature 
Deus auctor, instituìt in bumano corpore genitalia membra, que 
maturitate debita fiructum generationis, ne humanum genus de- 
tìciat, exhiberent. unde videmus aniraantibus cunctis sic gene- j 
rationis insitum appedtum, quod vix non dcrellnquat etiam dor- 
mientes. et cum homo ad hominis auxilium natus sit; dixit 
enim Deus: non est bonum hominem esse solum, nec sit in- 
venmm adìutorium simile sìbi (0; longe magis natus est quillbec 
obnoxius huniano generi, cui quidem natura prodesse non pò- io 
test, nisi solummodo generando, quam alieni singulari. ut fateri 
necesse sit, ne frustretur quod in nobis natura produxit, cunctos 
homines esse naturab'ter debitores et obnoxios geniture, cuius 
rei gratta viros ac raulieres sterilitate notatos, vix homines et 
defeaivos homines reputamus: noe dubium quin defectus iste sit 15 
non minimus in natura, quc cum ita sint, ut ad singularia ve- 
nia mus, mox ad universalia rediturì, si non esset aliquid supe- 
rius, maius diviniusquc quam ipsa natura, cui facti similes parti- 
cipatione vestigioque rationis, iniellectus et voluntatis, eternitatis 
nostre condicione deberemus altius elevarì, ut in lumine vultus 20 
sui infinito ilio lumine perfiruamur; quicuoque generationis offi- 
cium sterilitatis studio devitaret, inìuriosus esset sibi et suis, ma- 
lignus humano generi ìogratissimusque nature, sibi quidem in- 
iuriosus, qui multiplicatione prolis non prepararci baculum ac 
solatium venture, debilis et ìndige senectutis; ut, cum cetere sen- 25 
sibiles creature instinctu quodam naturali moveantur ad generan- 
dum, hoc horaini debitura sit, non solum nature moto, sed etiam 
evidentissima ratione; quo semet non dcserat etsolitarium tradat 
iafinitis perìculis, morbis ac denique senectuti; sed domui fami- 
lieque consulat, que sinc fecunditate prolis ex unius hominis vita 30 
dependens, in morte sit sui domini peritura, inìuriosus est etiam 



3. iV^ torpori 4. ne] S' in 6. U SI non dcr. vix et. AP relinquat: 14-15. It§ 
in luOfjo di ac dà ci, ieggt notatas ed omette et dcf. hom. 33. N' stU e»s. a 3* it^ 

nanii a sibi A/ aggiunge et 30. xV omette vita 



(i) Cf. Genti, II, 18. 



DI COLUCCIO SALUTATI, 



3(^9 



gentilibus et agnatis; cura quantum in se fuerit non solum 
proxunos derelinquat, sed totius sue cognationis famam et nomen 
extiuguat. iniuriosus est et patrie, cui post se vel etiani secum 
loco sui non suffidat defensorem. malignus est et in humanum 
5 genus, ia quo cum natus sit, cumque videat ipsum, si tollatur 
continuata successio, sine dubio periturum, non curat, imo non 
vult iliud, quod omni creatura corporali nobìlius et dignius est, 
quantum ad se pertinet, conservare» nature deuique, que optima 
parens est, consìmili ratione reperitur ingratus, que cum sic ho- 

10 mini tradat esse, quod ìpsa, que principium motus est, possit 
homines ex homine propagare, virgìnitatis aut contìnentie casti- 
tate nature cursum impedi at frustraque esse cogat gcnerationis 
membra, quibus producendis natura maxime cum artificio fuit 
intenta, ut mirabilibiis iostramentis et vasculis mirabili prorsus 

15 et ineffabili modo per infinitas disposìtionum varìetates et motus 
semen decisum ab homine, decoctum atque perfectum, in con- 
ceptionis vase rcceptum adhereat ad futuram alterios hominis 
aut hominum gentturam. 

Quod quam divinum sit, unica licet perspicere ratione. si 

20 cuncti quidem homines propagande sobolis ordinem et pro- 
posìtum derelinqiiant seque voto dedicaverint castitatis, sive 
sit ea viJualis contiuentia sive virginalls integritas sive coniu- 
gum castimonialis abstìnentia, nonne totum humanuin genus 
omnisque rcligio solum unius etatis tempore subsistentiam dura- 

25 tionis habcbunt, moxque sunt, suffectione prolis desinente, uni- 
versaliter peritura ? o quid esset vìderc paulatìm mundi vasti- 
tatem, deficere familias, vacuari tum castra tum agros, evanescere 
civitates, regna confici, cunctaquc sentibus et rubis implcri ? horror 
est ingens que tu ne esset rerum facies cogitare, quam quidem 

30 hominum sola generatio facit agrorum cultu mukitudineque gen- 
tium gratiosam. 

Continentiam autem et virgìnltatem, ut divina, sicut promi- 
simus, aningamus, non clauserunt iegum oracula sub precepto. 
imperatum autem est sine dubitatione coniugiumj cum ante na- 



contro i parenti, 

U patri*, 
l'umu genere. 



ed infioe contro U 
attun me4Ìlef ima. 



Se infatti tatti 
gli uomini rifiuiM* 
aero «U procreuc. 



l'oman genere (pi^ 
rirebbe , 



ed il CDondo ritor- 
nerebbe aIU più 
paurosa loiitudìne. 



De! resto le leg- 
gi divitie non isn- 
ponfono gii Ia 
cutiti e U vergi* 
Rita ; bcDii invece 
il mAUimoaio; 



17. A/ deceptutn 23. Li A/ castimonialium U abslincnliurum 25. \f omette sunt 
e aggiunge, correzione che ho mantenuta, que a mox 39-30. U Momettono quid. Uoin, 

Cotuccio Salutati, li. . 24 



370 



EPISTOLARIO 



come attesttno i 
precelli d«ti al 
primi pmntì 



e l'esempio de' p«* 
trkrchi. 



O^ pcrA nella 

EIcneiz* de' tempi 
I cestiti e ta ver- 
gìniti ton tflJe- 
voli e proficue. 



Le parole di 
san Paolo aoudeb* 
bono interpretarsi 
dunque come con- 
trarie al matri- 
monio. 



ture corruptioiiem, que solummodo peccati labe primorumque 
transgressione parentuni infecta est, et postquam omnes in illis 
peccavimus, repetitum fuerit priacipalibus illis parentibus. Ade sa' 
licet et Noe, iilud divine maiesiatis oraculum: crescite et mul- 
tiplicamini et replete terram (•>. quibus verbis iiichil nisi maris 5 
et femine conìunctio, que matrimonium didtur, sì rectius intueri 
volumus, imperatur. et ubi reperies cootrariam nuptiis huius 
laudate castitatis et abstinentie iussionem? nusquam, ut arbitror. 
denique tanta fuit erga hoc non solum in filiis hominum, in- 
cipiente Lamech ^'J, sed etiam in semine Seth, hoc est in filiis Dei, io 
et tandem in sanctissìmis patriarchis affectio, quod, unica non 
contenti, tum plures habuerint uxores, tum intrantes adancillas, 
filiorum multitudinem procrearint et aliquando non recusaverint 
concumbentes cum extraneis permisceri. nunc autem in fine 
temporum iiidukum est propter spiritualis vite perfectionem, quam 15 
maxime videtur impedire coniugiura, tum virginitatem tum con- 
tinenttam profiteri, quoniam adeo multiplicatum sit humanum 
genus, quod omnes non oporteat operam dare liberis, cura tamen 
abundantia peccatorum puris ac immaculatìs intercessoribus egea- 
mus. hiiic Apostoìus non precìpiens, sed sccundum induìgen- 20 
tiam dixit: bonum est homini mulicrem non tangere, et ne 
videretur solvere coniugale preceptum, subdidit: propter fomica- 
tionem autem unusquìsque suam uxorem habeat et unaqueque 
suura virura <'\ si preciperetur namque virginitas, peccatum foret 
preceptique transgressio coniugari. nunc autem si uxorem acce- 25 
peris, ut idem ait, non peccasti, et si nupserit virgo, non pecca- 
vit^*); quinimo bonum est nubere, bonum est etiam non nu- 
psisse, si toto spiritu tendamus in Deum. tanta quidem est 
convenieniia et pulcritudo in hoc, quod ultimo fini, qui Deus 
est, uniamur, quod quicquid ab hoc vel levi ter retrahit, quanvis 30 



yUM fuit 6. U M femtncque 

13. U N' procurarint M procurareni 

a Deo 18. M omnia tantum 

s8. N^ lotum spirìtam \f quanta 



7. U M omettono naptiis 8« N^ ouoquam 
Lì omette non 15. Si temporis 17. M 



19. A/ et ai. ne] iV ut 35. U Sf ucc. ux. 

30. N' vivamuc M in luogo di quod pone cum 



(1) Gtntì. I, 28. 

(2) Gents. IV, 19. 



(3) S. Paul. I Cor. VII, 1-2. 

(4) S. Paul. I Cor. VII, 28. 



DI COLUCCIO SALUTATI. 



571 



et bonum sit, profecto melìus sit vitare. nunc autem qui si ne 
uxorc est, sollicitus est que Dei sunt, qiiomodo placeat Deo; qui 
autem cum uxore est, sollicitus est que sunt mundi, quomodo 
placeat uxori, igitur et qui matrimonio iungit virgiiiem suam, 
5 bene facit; et qui non iungit, meiius fadt^'\ quod quidem 
Apostoli verbum intelligere oportet non simpliciter, sed si velis 
Deo ex toto corde tuo et ex tota anima tua et ex totis viribus 
tuis, siQut precipimur, inherere^ ut non blandiantur sibi qui 
raundo impliciti sunt et velint solum odio nuptiarum contra ma- 
io trimonium delatrare, non est enim ipsorum hec causa, sed 
illorum solum, qui relieto mundo vcram continentiam profi- 
teniur, qui tamen nec possunt nec debent bonum, licet eligant me- 
iius, non laudare, nam cum matrimonium adeo bonum sir, quod 
Ecclesie sacraraentum sit contineatque trìa bona; quorum unum 
15 est naturale, generatio videlicet prolis; alterum ratìonale, fides 
scilicet, ne libido vagetur et extra genialem thorum efferveat; 
tertium spirituale, quod sacramentum dicìtur, quo coniugalis ìn- 
dissolubilitas design atur, quod quidem unionis sacratissime, que 
inter Christum et Ecclcsiain, sponsura videlicet et sponsam, est, 
20 quorum alter ad altcram in C a n t i e i s tanta cum anxietate 
suspirat, typum habet; cum, inquam, matrimonium adeo bonum 
sit, quis audeat, nìsi desipiat, damnare coniugium vel ipsum ho- 
minibus prohibere; quis derideat etiam bigamos successione con- 
iugum, cum scriptum sit quod mulier, cuius vir dormierit, a lege 
25 viri libera cui vult nubat in Domino ? ^^'> nescio cur hi matri- 
monium calumnientur, cur mordeant, cur irrideant, cur repre- 
hendaat; matrimonium, inquam, Dei preceptum, Ecclesìe sacra- 
mentum, legitimum generis humaoi principium, societatisque 
monalium uniti vum. viri quidem et uxoris copula speciei hu- 
50 mane primus nexus et vinculum est; propter quod de coniugibus 



nu quasi un con- 
ti^lio ■ coloro che 
vogliono dediciri 
iaterunente a Dio 



Poiché dunque 
il rnitrtmoDio ^ 
nn bene, anzi un 
tacramcnto, 



nìun uomo di 
Knno vorrA ceti» 
dannArlo. 



Per esso formali 
il primo anello 
della umana so> 
cieti, 



3-3. N* omette qae-sollic. est 8. N^ sibi bland. la. N' dopo posstint scrive 

non 13. 3/bon. ad. 16. A/ genittle 17-18. A'* dissolubiliias 18. A/ designctur 
ao. U atterum 3a. S" decipiat con. dixnn. 23-24. A/ conìngìi 25. viri] M sui 

a6. U M omettono cur Irrid. 



(i) S. Paul. I Cor. VII, 32-33, 38. (2) Cf. s. Paul. I Cor. VII, 39. 



372 



EPISTOLARIO 



ed All'inioTo Bcu- 
tuale irresistibile 
In noi« 

si pone un freno, 



cIm gU animili 
ipiertno. 



Kegs poi che 
quelle che si dico» 
noie dclU Tit« co- 
niugale siano ad 
essa inerenti ; ina 
le dice causate dai 
vizi degli uomini. 



Combatte quin* 
di le accuse del 
Petrarca fondate 
•a tale «(juivoco 



scriptum legimus: et erunt duo in carne una^'^ et quoniam 
unitatis huius Deus auctor est, cviingelicum tonitruum sonat: 
quos Deus coniunxit, homo non separct ^''>, scio quod libido, 
cuius actus nos taliter a ratione deponit, quod nichil nisi carnale 
in illius coniunctionis articulo cogitemus, debuit refrenari sibique 
moderati rationìs adhiberi. ex quo, iuxta primi parentis ver- 
bum, relinquit quis patrem et raatrem et adheret uxori sue et 
sunt duo in carne una C»>; ut, cum indifferentes et vagos in plu- 
ribus aniraatibus vìdeamus èsse concubitus, distinguaiitur ab ipsis 
homines nuptiarum observantia legcqiie coniugii, quam claroni io 
est preter paucissimas animantes ceteras ignorare, 

Nec ad rem pcrtinent que de matrimoniali molestia scripta 
traduncur. non enim Ìlla matrimonii sunt mala, sed hominum 
vitia; perpetua quidera sollicitudo, contextus querelarum, dotis 
exprobratio, affmiura grave supercilium, garrula socrus lingua, 15 
subsessor alieni matrimonii, que Socrates iuveni obiecit nunquid 
Duberet consulenti CO, non coniugii mala sunt, sed illorum viria 
a quibus ista processerint. incertus autem libcrorum eventus, 
lìcet non alias habendi legitime fuerint quam per nuptìas, suniml 
Numìnis dispositio est, tura propter perfectionem et ordinem 20 
universi, tum ut nos admoneat, quod non simus in patria, sed 
in via, cuncta sapienter, quia summa sapientia est, necnon et 
bene, quìa summa sit bonitas, ordinantis. nam, ut et idem So- 
crates inquit, si non nubes, hic te solitudo, hi e orbitas, hic ge- 
neris interitus, hic heres alienus excipiet (5); profecto mala sunt 
homini sìbi finem inter hec temporalia statuenti, eodem spcctant 
cuncta, que Petrarca noster gaudentibus de claritate coniugii vel 
de formosa fecundaque uxore letis, dum clegantia solita disceptat, 
obiecit t^. nam que de opima dote subnectit, quoniam dos ma- 



I. U omette una 
a6. ìnter] N' in 



6. U M adii, mod. rat. o. M pertiaei (6. U M obi. iuv. 



(i) Genes. II, 24. 

(2) S.Matth.XIX,6;s.Marc.X,9. 

(3) Getus. II, 24. 

(4) Val. Max. op. eh. VII, n, 
exL \t 



(s) Val. Max. op. e loc, dt. 

(6) Di qui risulla chiaro come 
l*opera del Petrarca, nella quale il, 
della Mella aveva avvertito una ten-j 
deoxa a biasimare lo stato coniugale,] 



DI COLUCCIO SALUTATI. 



373 



rimonii pars non est, nichil ad nos pertinet ('>. sociata qutdem 
bnere suo dos transit cunique suis vitiis dotata recìpitur. que 
si superbiat, insaoiat et gravis sit, eius est dementia, non culpa 
coniugiij imo cupiditatis pena, que solum dotes aspicieus, de fu- 
5 ture sponse moribus non ioquirìt. uxorìs autem amissionem, 
quem casum idem vates saluberrime consolatur f*\ non obiciaot 
qui nuptias damnant. ipsorum enira hic locus arguendi non est, 
cum si coniugium malum sic, quod illi volunt, booum est pro- 
fecto quam primuni nuptias terminare, importuna vero et ira- 

IO pudica (»> et, quod ille non tangit, scclerata veneficaque, qualcm 
Medeam legimus, uxor, electionis est culpa, non connubii. ste- 
rilitas autem maximum plerumque donura est, non solum adver- 
sante fortuna, sed etiam aspirante ; et hoc tamen ex matrimonio 
non provenit, sed natura t^J. nam quid de uxoris raptu disputcm, 

15 cum omnia, que in hac mortalium societate possidemus, licet 
honesta sint et bona, simili calamitati subìaceant ? ^^^ facessant 
igitur improbi nuptiarum damnatores, qui culpas hominum et 
fortunas in sanctam lionestissimaraque coniunctionem et copulam, 
quasi lapides, iaciunt; et nobiscum seniiant quamcunque vitam, ^^^*^^*^lll? 

20 sive temporalcm sive spiritualem, sive solitariam et contempla- 'Jov* e«o non può 
tivam sive associabilem et aciivam elegerimus, multas nos Iiabi- cCcr*''JÌo 
turos esse torturasi quod quidem optime Deus instituit, ut, cum nTonirri'ch'irìi n"- 
undique, quocunque nos liexenmus, punctuns acerrimis extruda- trovc. 
mur, discamus, imo certi simus, alio properandum, ubi possimus 

3. U SI trans, dos 3. S' omette et 6. U obiilianlur 13. Af aspicicnte 15. M 
omette In 



fossero i Rimedia utrinsqut fortiinae, 
perchè appunto in essi i dialoghi lxv- 
Lxvn del lìb. I trauano De co- 
oiugii clariiaie, De uxore 
formosa, De uxore fae> 
cunda et facunda; Petrar- 
CHAE Opera omnia, Basileae, mdlui, 

PP- 73-75- 

(i) Petrarchae op. cit. lib. I, 
dial. Lxviii, De opima dote, 
p. 75. 

(2) Petrarchae op. cit lib. IJ, 



dial. XVIII, De u xoris am iss io- 
ne , p. 146. 

(}) Petrarchae op. cit. lib. II, 
diaL XIX, De importuna uxo- 
r e ; dial. xxi, De impudica uxo- 
re, pp. 147, 148. 

(4) Petrarchae op. cit. lib. Il, 
dial. xxn, De uxore sterili, 
p. 150. 

()) Petrarchae op. cit. lib, II, 
dial. XX, De raptu coniugis, 
p. 148. 



374 



EPISTOLARIO 



Spera che U sua 
■|)Ologui valga a 
diftrugger le in* 
vettive di quanti 
icrìsser contro le 
oozxc, 



« raceotnaiada al> 
fatate Francesco 
Luporì, 



Donato 
Sabino. 



Paolo 



et Dei grada mereamur ìn melioris vite statu immutabilein bea- 
titudinem obtinere. 

Hec satis, imo forte plura quam satis, quibus tute poteris et 
Theophrasti rationibus <'J et omnibus, que centra Rufinum 
putatur quidam scripsisse Valerius seu Hìeronymus ^'5, et que pe- j 
nes satyricum Aquinateni centra Postumum legimus^J), respon- 
dere. laborant enim eodem morbo, quo submovimus quecunque 
coDtra nuptias videbatur aut dici poterai obiecisse Petrarca; 
tantoque maiore, quod hicnosier non impugnai ouptias, quod 
ilii conati sunt; sed eptima ratione falsa gaudia vanesque do- io 
lores, que solcnt in hoc vite statu colligi, reprehendit ^*\ 

Vale fi^lix, et negocia domini Francisci mei, prò quibus illu- 
strìssimo communique domino marchìoni, Consilio tuo, scribo, 
fac dirigas, facque quod tua reputes M. et iterum vale et gemi- 
num mcum Donatum Apenninigenam salutato, Paulumquc Sabi- 
num, qui iti manibus tuis est, dilige et fove ^^K Florentie, 
decimo kalendas sextilìs. 



9. ^V nupt non imp. ii. M qui 

U pauJuluraque 17. M »exliles 

(i) Allude al famosissimo trattato 
di Teofrasto, che il medio evo non 
conobbe se non negli estratti conser- 
vatine da san Gerolamo nel primo 
de* libri Atlv. /(u-ìf;.; cf. S. HlERONYMl 
Op^ra, li» 288-89. 

(2) La ben nota scrittura di Gual- 
tiero Mapes, di cui già si toccò nella 
nota I airep. v del lib. VI, p. 147 
di questo volume. 

(3) Iuvun. Sat. VI. 

(4) Ai S. però è sfuggito che in 
altro suo scritto il Petrarca, solleci- 
tato da Pandolfo Malatcsta a mani- 
festargli intiero il pensier suo intorno 
al matrimonio (Fam. lib. XXII, ep. i, 
ed. Fracassetti, HI, 117), pur consi- 



15 



14. M omette quod 15. A"* Apennigcnam 



gliandolo a prender moglie per 11 
bene de' suoi, dichiara tuttavia di sti- 
mar preferibile il celibato : « assentior 
« ut uxorem ducas. Quamquam enim 
« nihil dulcius coelibatu arbitrer, nihil- 
tt que tranquillius, status tamen tuus 
a et tuorum hanc tibi dulcedinem ac 
« tranquillitatcm invidet n, 

(5) Cf Tep. I di questo libro, p. 359, 
nota I, p. 360, nota 2, p. 362, nota i. 
, (6) Donato ch'era in corte da mol- 
t^anni fungeva in questo tempo da 
precettore di Niccolò; cf. Arch. sior^ 
it. ser. V, to. VI, j sgg. Intorno 
Paolo Sabino da Cerreto v. quanl" 
detto nella nota 3, p. 453, alPep. 
di questo libro. 



no a H 
iam*è ^H 
vrni ^^È 



DI CO LUCCIO SALUTATI. 



375 



mi. 

A PAsauiNO DE* Capelli ^*h 

[Cod. Ambros. H, 2 1 1 inf, e. 2 d.] 

Pasquino de Capellis per Colutium. 

I AUDEO, vir instgnis, frater et amice karissime, quotidie suegeri Fireme, 
causas utscnbam, presertim si paci siquc bono publico totius è lieto d'«»er 
Italie iuncte sini et que belli transactì ferìtate conceptam aliena- u" diriSIvcrgiii 



GAU 
e;, 



6. Nel cod, V e di sique è aggiunto in interlinea da tm correttore. 



(i) Della vita pubblica di raesscr 
Giovanni di Ruggiero Rìcci (1350?- 
1400) toccò gì5 con discreta larghezza 
A, Wesselofsky nel Saggio ài storia 
ìdUraria italiana premesso al Paradiso 
digli Alberti (I, par. I, p. no sgg.); e 
sebben parecchio potrebbe esser oggi 
aggiunto a quant'egli raccolse, pur noi 
ce n*asterremo, paghi d'osservare che 
il Ricci non deve, com' ei fa, dirsi 
(f uomo intieramente politico a, se ai 
suoi giorni ebbe qual legista tal nome 
» da venir, contro le consuetudini patrie, 
chiamato a leggere prima Vlftjor;jato, 
quindi il Digóiio nuovo nello Studio 
fiorentinio dal 136431 1}68; cf. Prezzi- 
NER, op. cit. 1,28 ; Gherardi, Siat. cit. 
pp. 301, jio, 326 &c. Verremo in- 
vece a parlar brevemente dc'fatti, sopra 
i quali versa la presente (giuntaci pur 
troppo assai corrotta neirunico codice, 
ignoto sin qui, ove sì legge); e ne 
stabiliremo quindi con certezza la data. 
Il iS novembre 1389 Giangalcazzo 
scriveva ai Fiorentini una lettera per 
lagnarsi che in pieno Consiglio messer 
Giovanni de' Ricci, il quale era stato 
pochi mesi prima come ambasciatore 
della repubblica a Milano (20 gennaio- 
29 maggio 1389-, cf. Arch. di Stato 
in Firenze, Diui di balìa, Lcg. &c. 
I, 164, 167, 179, 185, 196; Diario 



d'ancn. p. 481), avesse esposto il piano 
d*una congiura per ucciderlo, mentre 
si recava a caccia, onde liberar cosi Fi- 
renze da un pericoloso avversario (epi- 
stola che comincia: « Non credebamus 
«adeo», copiata nelle M'hs. reg. 2i^i«, 
e. 9 B ; cf, DSciac eriid, XVI, p. lxxiii 
e L. Frati, La Uga dei Bohgn. e dei 
Fiorent. contro G.G. V. (1389-90) in 
Arch, star. lomb. ser. II, to. VI, 5 sgg.). 
I Fiorentini respinsero con indigna- 
zione siffatte accuse e purgarono, come 
meglio riesci loro possibile, il Ricci dal- 
l' imputazione mossagli; benchò s'av- 
vedessero che il Visconti mendicava 
pretesti per rompere gli accordi allora 
allora pattuiti e che quindi ogni lor 
difesa a nulla gioverebbe; ep. « Ali- 
ce quandiu stetìmus in suspense » in 
reg. clt. e. ICA, 16 dicembre. Du- 
rante la guerra che segui, al Ricci toccò 
l'incarico di passare insieme a Rinaldo 
Gianfigliazzì in Francia, per eccitare 
il conte d'Armagnac a prendere l'armi 
contro il Visconti (Miss. reg. 2 1 i>i», 
e. 135 B, 27 aprile 1591) e con lui 
discese poi in Lombardia; ma nella 
terribil giornata di Alessandria (2$ lu- 
glio), in cui il conte perdette la vita, 
anch'egli, il Ricci, del pari chf 
Gianfìgliazzi, cadde nelle mani de' 
scontei. Troppo buona era l'o 



37^ 



EPISTOLARIO 



" perchè dà fortiBc* tioncm mentiuni possint in statum pristinuni revocare, quid 

l' «mici2U loro e ' * » 

^ÌbbikÌ"bcnc* ^ enlm miclii suavius atque gloriosius scrìbendum posset occurrere, 
quam privatum aliquid, quo dulcis amicicie revocetur memoria 
et in commune bonum possiin pamute mca cutn majorum ami- 

4. Cod. poscem 



sione perchè Giangaleazzo non se ne 
valesse per vendicare sul Ricci le ri- 
cevute ingiurie ; sicchò, mentre il suo 
compagno, preso da » uno gentilotto 
« de! paese »> (Min'erdetti, op. cit. 
col. 263), riusciva a ricomprarsi pron- 
tamente, racsscr Giovanni, ferito ai 
capo, venne, d'ordine del Visconti, 
condotto a Pavia e tenuto in dura 
prigione. Avviatesi poscia in Ce» 
nova ie pratiche per la pace, g!Ì am- 
basciatori fiorentini chiesero tosto la 
liberazione di lui ; ma il Conte dì Virtù 
dichiarò di non poter far nulla, avendo 
consegnato ti Ricci (che frattanto era 
da Pavia condotto ìa Lunigiana e 
quindi a Pisa) nelle mani di Iacopo 
d'Appiano, il quale non intendeva ri- 
lasciarlo se prima Vanni suo figliuolo^ 
ch'era .inch'esso stato preso dai sol- 
dati dcll'Aguto nel sanguinoso scontro 
avvenuto in Valdinievole il 23-24 set- 
tembre e menato prigione a Firenze 

(MlNERBETTI, Op. cit. CoU 269; AM- 
MIRATO, op. cit. lib. XV, II, 825), non 
riacquistasse la libertà. Ora il merce- 
nario inglese, che aveva preso Vanni, 
chiedea per il suo riscatto gran prezzo; 
né minori d'altra parte eran le pre- 
tese del d'Appiano, Spronata ad un 
tempo dalla pietà, dal dovere, «Jal- 
Porgoglio, Firenze incomincia allora 
una vera campagna per ottenere che il 
Ricci le sia reso. Nel luglio, come 
vedemmo, Dinozzo Stefani si reca ap* 
posta a Milano; tornata vana la sua 
andata, nell' agosto, per V appunto 
quando il S. scrive quest'epistola, si 
muove frate Grazia Castellani; Miss. 
reg. 22, e. 43 B, 6 settembre, « Corniti 



« VirtUtum M ; cf.WESSELOFSKV, op. cit. 

p. 25isg. Ma anche costui non riporta 
che buone parole ; e se ne dolgono 
acerbamente con gli ambasciatori dclj 
Visconti pochi giorni dopo i signor 
{Miss. reg. cit. e. 49 n, 28 settembre, 
tf Bononiensibus, marchioni et Pa- 
K duano n) ; i quaU dall'altro canto sti- 
molano ad aiutarli i Pisani; reg. cil. 
e. 51 A, 12 ottobre, « Pisanis ». La 
strage de' Gambacorta ed il subito in- 
nahamento del d'Appiano vennero a 
complicar di più le cose; Vanni era 
libero, ma il Ricci no; e per lui tor- 
nava a Milano nel novembre Tommaso 
Marchi ; arch. Sior. Gonzaga in Man- 
tova, E, XXVIII, j, lett. di RafTolo 
Perleoni a Frane. Gonzaga del i j no- 
vembre; e cf. anche la lettera de' Fio- 
rentini al Visconti del j gennaio '93 
e quella del 12 al d'Appiano in Sfiis. 
reg. 22, ce. 72 A, 7J A. Cosi soltanto 
nell'aprile del 1395, dopo venti mesi 
di prigioni;i e di patimenti, lasciando 
in ostaggio un figlio (Ardengo, che 
fu ritenuto a Pisa fico al settembre ; 
Miss. reg. 22, e. 140 B, a6 agosto, 
a Corniti VirtUtum j»), un nipote e 
promettendo di pagare ottomila fio- 
rini d'oro, il povero messer Giovanni 
potè presentarsi in Firenze ai signori 
e raccontar loro la sua storia dolo- 
rosa. Meno male che questi, « audìta 
a querela ei narraiione lamentabili a 
« cum summa compassione », delibe- 
rarono il 20 maggio di pagare essi 
la taglia ridotta a settemila fiorini, 
e di rifare il disgraziato ambascia- 
tore di tutti i danni soiTerti; Arch. di 
Suio in Firenze, Prow. 83, e. 61 a. 



DI CO LUCCIO SALUTATI. 



377 



conjm favoribus operar! ? quod si tanta est delcctatio, quantum 
id in quo contìngat animum dclectari, nìcliìlque amico dulcius, 
nichìl et republica cogitari possit maius; quantum et quale est 
id qood hec duo prestantissime complectantur ? curaque sit duke 
5 amico scribere, quam suave debet esse penes amicum in amici 
favorem suas litteras ordinare ? scripsi pridem bonum esse quod 
in illa prima causa se magnificus et ìllustris princeps communis 
dominus tuus et meus se benignum et tractabilem exhìberet^'^; 
et quanto magis optimum indicati debet legationem non tam 

IO privatam quam publicam exaudire? repetit dominorum meorum 
magniBcentia miserrimum illum virum ; miserrimi quìdem sunt 
quicunque captivitatis servi sunt; egrcgium legum doctorem do- 
minum lohannem de Ricciis: rcpetit cquidem, nulla pretensa 
causa, sed solum de gratia speciali (*\ et quid facìet illustris Ìlle 

15 princeps, unicum humanitatis exemplar? an ablatam eidem tan- 
tam realem occasionem, qua sibi possit hunc populum indisse- 
lubiliter obligarc, negliget et remittet? an non dabit se virum 
benignitatis et clementie? an in iniìcias ibit, quod illum alteri 
concesserit asserendo S*^'^ utìnam in hac nostra materia non mìnus 

20 concedat quam possit, imo non minus velit quam valeat! dabit 
de se toti nostro populo documentum quod finita sint odia, quod 
amodo cunaa possìnt de sua benignitate sperari, quod vera sit 
pax, non ficta, quodque verissimus sit amicus. raagnum est quod 
petitur, fateor; sed a magno petitur et magnìs. et quantum est 

25 qualeque comraertium unius hominis liberatione tantum sibi po- 
pulum obligare, tollere suspitionem, per hec nubila conciliare sibi 



Egli hi già fitto 
notar aIP amico 
come convenga al 
Visconti moitranì 
conci li inte verso i 
Fiorenti ai. 



Richieffgon or 
aa«sti <u lai U 
liberazione di Glo- 
Tajiai Je' Ricci 



come graiia parti- 
colare. 



Vorrà egli rifiu- 
tarla. 



raendicajido prc- 
te«j? 



Molto è ciò che 
gli «i chiede; ota 
maggiore s«ri il 
fuo merito , se 
▼orri concederlo. 



17. Cod. vir. se; però vi è, sebbfn Jt inuno diversa, indicata la tratpoti^ioHe. 18. Cod. 
alter fsic) 20. Cod. vcleat corretto sopra in valeat 21- Cod. miìnita; ma le due 

prime lettere furono cancellate. 11. Cod. sperai corretto in sperari a6. Cod. su- ' 

apectioncm 



(t) Allude airep. xx del lib. VII, 
p. ? ? 5 sgg. di questo volume, ove si parla 
dcirandata a Milano di Dinorzo Ste- 
fani «r ob privatam causara », che era 
poi la liberazione del Ricci. 

(2) Si tratta, come or ora dicemmo, 
dell'ambasceria affidata a maestro Gra- 

Colucefo Salutati, II. 



zia de' Castellani, frate agostiniano, 
lettore di teologia nello Studio fioren- 
tino e buon matematico, che mori nel 
1401: cf. Mehus, Vita a. Traversoni, 
p. CI.XXX1 ; Wesselofsky, op. cit. I, i, 
127 sg.; Gherardi Stai. cit. p. 376. 
(}) Cioè a Iacopo d'Appiano. 

34* 



578 



EPISTOLARIO 



^j» "JJ^j cot amicos, ut quos ferro non potuit vincere unhis 
Zi^i^JSt niagnitudinc vincati Pyrrhum, precor, memento; noatium 
■•* finito bello, captivos, quos Romani redimere postuUbaxxt max 

centra se et in suum caput armandos, libere sine precii quod 
o€erebatur appensione concessiti memento, inquam ; nec mimis 
tamen quanta commcndatione factum hoc Cicero prosequacur ta- 
cita tccum mente librato ('^; et niitte cum domino nostro mantis 
ut donum hoc exhibeat libcntius quam petatur, seque Florentims 
qualcm Pyrrhus Romanis prebeat; non in spera future pads^ ut 
JUJ^^J^* illc, sed in firmaraentum et robur concordie iam contraete, nec 
^mMWAf^mm\ pyj^ g^ Vanni de Appiano, cuius infelicitati compatior» quoad 
* traciationem seu concaoibium, consulere vel prodesse, iaodiu 

cuncta fuiinus cxperti, sed frustra; nec intolerabiJis illc magtster 
8UUS pbcari potuit vel moveri. 

Fata obstant placidasque viri Deus, 

imo obstinata duricics, 

obstruit aures: 

nullis enim ille raovetur 
Fletibui, haui voccs ullas tractabilis audit(>). 

i i» ut vidcatur michi taliter in proposito perstiturus, quod nullam 
nobis ipcm nisi per mortem uitcrius relìnquat vindicandi Vannem 
in libcrtatcm <'>. fecit prò amico dominus tuus quod potuit; et 

I. ut] Cot/. et a. Uopo vlncit // cod, $fgna una lacuna da me colmata Aggimm- 

ff§ndo le parole Pyrrli. - mcm. 8. Cod, domun g. Cod. Romanus, inoltre Mmettt ta 

prima di tptm e leggf paclU io. Cod. Icg^fe «i per eed ti. Cod. uana ,- sai/' a 

d'altra mano è italo aggiunto un lefjrHo d'abbreviaxione. i6. Cod. obstructa 19. Ced, 
■ut ull. voc. 30-33. // cod., per evidente error del copifla,che omise alcune paroie edi 
altre le$»e a ipropoilto. reca: nullam eius «pctn aiti per mortem altcrius uteris iibenarem 
it. Cod. umtttr dom. tuui 



(0 Cf. Cic. De off. I, XII, e anche 
Dt amie. Vili, 28, 

(2) Veucì. Aett. IV, 440, 4}8-}9; 
ma ii tc5to « sed nullis ». 

(j) Le trattative ebbero invece mi- 
glior successo di quel che il S. cre- 
desse fmgcisc credere: « Novit 
V Deus », scriveva egli stesso per in- 
carico della Signoria il 12 ottobre ai 
Pisani, ti quatti grave quamque dilTi- 
« Cile quantique ìaboris atque fastidii 



<( fuit Vannem de Appiano illius inexo- 
« rabilìs sui m a g i s t r i inanibiis 
« extorquerc. circa cuius liberatìoncm 
« non potuit per nos uherìus fieri. 
« non entra licebat sibi vira inferre et 
n vcrbis atque rnonitionibus, quanvìs 
tt forcnt rationabiles et humane, nul- 
tc latenus movebatur. tandem tamen 
« conc [usura est ; et licet ninils cxces- 
c( sivo pecuniarum effluvio, Vannes 
« tamen vester iiber et incolumìs est 



DI COLUCCIO SALUTATI. 



379 



postquam tam expressa videt experientia prodesse non posse, 
nonne snpientissiraum fuerit ac salobre consilium io publicam 
utilitatem transferre quod aliquando dignatus sit in alicuius privati 
connmodum concessisse? nec credam sine Deinumine contigisse, 
5 quod in illa singulari causa eichil prorsus sua dona profuerint, 
divina scilicet bonitate prò confirmatione dilectionìs et pads ad 
fructuosiorem efFectum hoc sue celsitudinis benefìcium reservante, 
ponat igitur oculatissimus princcps io medio donum quod petitur, 
et statuat bine populum florentìnum hoc cum tanta affectione 

IO petentem, inde lohannera et lacobum de Appiano quod eìs 
frustra concessum est tenaciter defendentes. nonne promptis- 
simum est quid sibì sit in re tam clarissima faciendum ? nonne 
magne cecitatis foret privatis diiobus amicis non profytura reljn- 
quere et tanto populo rem adeo gratam, parituram ìncuoctanter 

1 5 fructus maximos, denegare ? nonne legitime posset illis obìcere : 
ergo quod vobis prodesse non cemitis in tantum meum bene- 
fìcium reddere recusatis ? 

Hec et alia que tu vides, velim, frater carissime, quanvis 
ille super alios sentiat atque videat, ante oculos ponas: non enim 

20 frustra etiam persuadcmr sapienti, non ergo pigeat in hoc quanto 
obnoxius poteris operari. saluttferum erit hoc, crede michi, et fru- 
ctuosius quam ante factum valeat cogitari. et si tibi non videtur 
inutile, forte bonum esset, quod hanc epistohim fidelis mei con- 
silii testem princeps ille benigoissimus legeret vel audiret. nec 

25 putes me, quìa dominum lohannem diligam, ista tam efficaciter 
scribere. diligo quidem ipsum et eius, quem scio nunquam illa 

4« Cod. contiagisae 8. Cot/. occultisBimis la. Cod. quod/* 14. Cod. inconucr- 

tanter 17. Cod. reprehendere , ma il senso tsi^e reddere 18. Cod. alias at. Cod. 
omette erit 34. Cod, benignissimis corretto in benignissimas 36, Cod. ripete due volte iUa 



Veggi dunque il 
principe «e più gli 
convenga favorir 
ì Fiorentini o ii 
d' Appiano. 



E Piii4)uiao pare 
mediti sopr« di ciò 



e »' «doperi perchè 
le *ue preghiere 
abbÌAno esilo fe- 
lice. 



N* stimi eh' egli 
scriva soltanto per 
alletto verso il 
Ricci ; 



K reversus, nunc auletn restai quod 
« vestra dilectio circa relaxationcra 
«f cgregii legum doctoris domini lo- 
«r hantiis de Ricciis contemphitìone 
et nostri non solura favcat, sed taliter 
« operetufj quod ipse longe melioribus 
et condicionibus quam de capìcntium 
«f CI gentium armorum potesiate cum 
« benignitate et gratia dimittatur » ; 



Afus. rcg. 22, e. 51 A. Vanni, che 
pareva destinato a grandi cose ed 
era giovane accorto ed ardito, mori 
invece il 6 ottobre 1397, un anno 
prima del padre; anzi, taluno disse, 
per opera di lui. Cf, Sardo, op. cii. 

Cap. CCXXIl, p. 235; SOZOMENO, op. 
cit. col. 1153; MlNERDETTl, Op. CÌt, 

col. 384. 



38o 



EPISTOLARIO 



verba, que sibi fuerunt impostta, centra dommum promlissc ^'^ 

non possum non totis affectibus misereri. vale. 

Loffiofntdtdd. ga que scripsit parnatìcum illud ingenium de epistolis 

mìn/u ii***^«io C i c e r o n i s libencer audivi ; rogoque quod sine diLationis molesua 

loM.*"" ^ ^'**" iuJ>cas cxpediri <*>. iterum vale et si molestum vel grave non 

est, rescribe, Florentie, pridie idiis augusti. 

Tuus Colucius Pieri de Salutatis cancellarìus florentlnus. 



Firenze, 
ij agosto i]9i. 

Si fcbcrmitce 
«Ul riagraiUmenti 
che l'Aiidoii gli 
fAPcr i suoi buoui 
ai&ei, 



A Lodovico degli Audosi signore D'I^40LA(^\ 

[U, e. 12 b; N*, c. 39 b; R*, c. 23 a, mutila; 
Mehus, par. I, cp. x, pp. 55-37, da L3.] 

Magnifico domino Lodovico de Alidosiis Ymole domino. 

'AGNIFICE domine mi. non oportet, si quid in me consiiii 
est, quod tibi et statui tuo impendam, gratias agere, qui sum 
obnoxius prò tui patris benivoicntia in me, sicut sine meritis, ij 



M' 



I. Cod. dopo verba dà fuisje 2. Cod. effcclìbua 3. Ea] Cod. et 4.. 0>J. dllc 
ctlonia raoicstium la. Coti .V; fJ /?' M Domino LoJotìco (R^ Lodooicq) de Alido 
i3-i>. N' con», est io me I4. N^ gr»t. «g. tmpcnd. R' sim 15, U R* J/beow 

tui patr. In fi' sine è aggiunto poi di carattfrc minuto in interlinea. 



(1) Ecco come U Visconti fonnu- 
lava le sue accuse contro il Ricci 
nclb lettera già citata : « dominus 
« lohanncs de Riccits . . . erectus ha- 
« buit in pulpito pcrorans, ut in con- 
ce siliis tit, corani officio vestro ac De- 
« cera balie et nonnuUis aliis requìsìtis 
cfhec verba prof erre:'* Homo 
tt iste multa sigila facit. quid igitur 
« facicndum est? necesse est ut unus 
« prò populo moriatur, ne tota gens 
« pereat " * ; utque conceptum suum 
« niclius audiefiiium aurìbus ìnfunJe- 
«r ret, mox adiccit n &c. ; Mirs. rcg. 21'»'*, 
e, 9 B ; cf. Amt. M^Jiol in Rer. IL Scr. 
XVI, 832. E già i Fiorentini aveano 
risposto, come qui il S.: « nos autem 

• Cf. loiuNH. XI, 47, so. 



« scimus . . . ncc domlnum lohannem 
« nec alluni nunquam aliquid tale in 
« nostris coasiliis protulisse et cum 
« per cancellarium nostrum ista qo- 
« tentur, nunquam poterit rcpcrirì quod 
« hoc fucrit inter nostra coUegia di- 
« sccptatum »; reg. cit. e. 10 a. Magra 
scusa; certe cose non si scrivono < 
sicuro! poteva replicare il Visconti 
che dell'arte Ji simulare era maestro, 

(2) Il <t parnaticum ingenium » t 
Antonio Loschi; cf. l'ep. xxm dd 
lib. VII, p. 354 di questo volume. 
Inutile è l'avvertire che rallusìonc 
fatta in questa poscritta all'atteso co> 
dice di Cicerone, prova una volta di 
più come lutto il carteggio che lo 
concerne spetti al 1392. 

(3) Dei tre codici, in cui quest'epi- 



DI COLUCCIO SALUTATI. 



}8i 



ita sine measura,exhibi:ionis impensa tuis honoribus tuoque statui 
procLirandis. nam citra ingraiitudinis maculam, quam semper dichiarinJoii ae- 

\ . ... . bitore di ogni gr«- 

^ effugi, stare non potest inclyte memorie domini Beltrandi prò- jj!"''*^.' •"* "*• 
genies, cuius cultiis, status et honor mi chi singularitcr non sint 



I. A/»Utu 
4. U N' M sii 



3. nam] U non ; la sintaui di questo periodo è oltremodo zoppicante. 



Stola si legge, uno, per rarissimo caso, 
oltreché il giorno ed il mese pretende 
additarci anche Tanno, nel quale fu 
^scritta; e dico «pretende)), perchè 
la data 1391 da esso offerta non può 
considerarsi se non errata da noi, 
che sappiamo come nell'agosto di 
quell'anno Beltrando degH Alidiosi, 
qui menzionato come morto, fosse 
sempre fra i vìvi; cf.lib. VII, ep. vini, 
p. 285 sg. di questo volume. Ma se ad 
L3 non possiamo dar piena fede^ nulla 
ci vieta però di allontanarci il raen pos- 
sibile da esso, assegnando la presente 
'ai primi tempi della signoria di Lo- 
f do vico, quando cioi egli era soggetto 
I a quella materna tutela, che il S. ri- 
1 corda. Noiascriviamo dunque al 1392 
quest'epistola, certi di non ingannarci 
in ogni caso se non leggermente, per- 
chè, come vedremo più sotto, essa non 
i potrebbe mai dirsi posteriore all'estate 
del 1396. 

Annotando Tep. vini del lib. VII, 
abbiamo promesso di accenn.ir qui 
I alcunché intorno ai tigli e successori 
di Beltrando Aiidosi; ardua bisogna, 
perchè, come osservava lìn dai suoi 
tempi F. Sansovino, « è cosa degna 
« di comraiseratione che questa nobi- 
« lissima & antichissima famiglia, la 
» quale ha per molti anni sìgnoreg- 
u giato la città d' Imola & di Fori) con 
« molte altre castella appresso nella 
tt Romagna . . . habbia non solamente 
et veduto r interito suo nella persona 
« di Lodovico, ma si sia quasi estinta 
« la memoria di quel principato per 
« la poca cura degli scrittori « ; Della 
ori^. ti di /alti delie fatti i^ìU illustri 
d' Italia, p. 2 $2. Gli stessi lamenti 



dobbiamo ripeter oggi anche noi quasi 
alla lettera; perchè, se della famiglia 
Alidosì, giovandosi appunto del San- 
sovino e di un'altra scrittura genealo- 
gica di niun conto, il Litta ha dato 
nelle sue Fam. ceUbri it. una storia 
men che mediocre; intomo a Lodo- 
vico non possediamo che troppo scarse 
ed incerte notizie. Principe buono 
ed amato dai suoi sudditi, fornito di 
molta cultura, sebben troppo inclinato 
a prestar fede alle astrologiche fole, 
favoreggiatore di poeti e di dotti, Lo- 
dovico aveva saputo acquistarsi in 
Italia una fama, della quale è bella te- 
stimonianza l'epistola che il Vergerlo 
gli diresse, quando Carlo Malatesu, 
spinto da malinteso zelo religioso, fece 
abbattere in Mantova l'antica statua di 
Virgilio; Epislolt di P. P. Firgerio, 
Venezia, 1887, p. 113. Alieno dalle 
lotte, egli in trentatre anni di governo 
cercò sempre di destreggiarsi in guisa 
da non incorrere pericoli; ma, dopo 
essere scampato a molte procelle, fu, 
quando forse credeva aver toccato il 
porto, travolto dall'uragano. Nel 1424 
a tradimento Filippo Maria Visconti 
faceva occupar Imola ; e Lodovico, 
che non volle fuggire, condono a Mi- 
lano, fu per due anni tenuta prigio- 
niero in Monza. Liberato nel 1426, 
dopoché il duca ebbe ceduto Imola 
alla Chiesa, sia che disperasse di riaver 
la sua città, sia che il desiderio di 
quiete fosse in lui più potente d'ogni 
altro, sia infine che le sue tendenze 
ascetiche si fosser fatte più imperio