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Full text of "Esperienze intorno alla generazione degli insetti .."

■' ^^ DIRETTA DAI PROFESSORI 
I MARIO LESSONA e L. CAMERANO 









I^VWWWWW» 



FRANCESCO CEni 



la kimm k^ Insetti 



ROMA 



L. FERINO, Editor» 
1885. 





E uscito in tutta Italia il numero 20 a centesimi 



^ 




5 CENT. - IX.LXJSTIi^^TO - CENT. 5 

È indubitato che oggi la parte maggiormente coltivata d'ogni lette- 
ratura è quella che riveste la forma del rom.anzo. Ogni mese volumi e 
volumi si pubblicano di autori noti e di autori novellini, che vengono a 
portare la loro pietra all' innalzamento di questo grande monumento 
della letteratura contemporanea : il romanzo. 

Noi, nel novo periodico illustrato, pubblicheremo una serie di romanzi 
buoni e belli e, senza badare a scuole e a partiti, cureremo che siano 
sopratutto divertenti e adatti a dilettare ogni genere di lettori. Con questo 
concetto prestabilito, ci siamo già procurati la proprietà per la esclusiva 
pubblicazione in Italia di molti fra i migliori romanzi stranieri non mai 
ancora voltati nella nostra lìngua e perciò sconosciuti alla massa del nostro 
pubblico; e abbiamo anche impegnato valenti scrittori del genere, ita- 
liani, a darci i loro lavori che pubblicheremo uno appresso al)' altro 
senza nessuna interruzione. 

Fra i molti romanzi, che già abbiamo in pronto, annunciamo il 
capolavoro di Chevalier, una lunga serie di meravigliose e importanti 
avventure fra i popoli selvaggi dell'America, dove l'intreccio intricatis- 
simo dei fatti mantiene sempre il lettore nella sospensione della curiosità 
fino all' ultima pagina, intitolato : 

Piedi Ifari g P^lli Isigi 

Contemporaneamente pubblicheremo uno dei più bellFe più acclamati 
romanzi, per interesse e vivacità di narrazione, scritto dal forte ingegno 
di Giorgio Sand : TEVERINO 

E due dei romanzi di E. Montazio, scelti fra gli ottanta da lui dati 
all'Italia e tradotti poi in tutte le lingue, ricevendo dovunque Iodi e ac- 
clamazioni che li facevano vendere edizioni sopra edizioni. Questi due 
romanzi sono, il primo 

IL COLAGGIO D'UN VIGLIACCO 

il secondo, dove è toccata anche bellamente la parte umoristica, intitolato : 

I 1,000 VERGINI 

11 ROMANZIERE PER TUTTI pubblicherà in seguito altri ro- 
manzi di Emilio Zola, F. Du Boisgobey, X. Di Montépin, Vittorio Ber- 
SEzio, A. Daudet, H. De Balzac, C. Dickens, W. Collins, ecc. ecc. 

Si pubblicherà un numero ogni settimana, illustrato da splendide 
incisioni, in 8 pagine del formato della ILLUSTRAZIONE PER 
TUTTI a centesimi 5. — E i romanzi vi saranno pubblicati in modo 
da poter fare di ognuno un volume a sé. 



fl ABBONAMENTO ANNUO' Per l'Italia L. 3,00 -- Per l'Estero L. 4,00 |j 



Dirigere Commissioni e Vaglia all'editore Edoardo Parino - Roma, 



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LA GENERAZIONE DEGLI INSETTI 



BIBLIOTECA SCIENTIFICA 

DIRETTA DAI PROFESSORI 

MARIO LESSONA E LORENZO CAMERANO 



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FKANCESCO REDI 



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EDOARDO FERINO, TiPOGRAFO-EDITORK 



1885. 



ESPERIENZE 

(J.^^.-?^ ■>_.,.„ — ^ INTORNO 

ILLA SEIERAZIOIB DEGLI ISSETTI 

DI 

Mio signore. 

E' non ha dubbio alcuno che nell' intendimento delle 
cose naturali dati sono dal supremo architetto i sensi 
alla ragione, come tante finestre o porte, per le quali, o 
ella si affacci a mirarle, o elleno entrino a farsi cono- 
scere. Anzi, per meglio dire, sono i sensi tante vedette 
spiatori, che mirano a scoprire la natura delle cose, 
e '1 tutto riportano dentro alla ragione: la quale da essi 
ragsruagliata, forma di ciascuna cosa il giudizio altret- 
tanto chiaro e certo, quando essi sono più sani e ga- 
gliardi e liberi da ogni ostacolo ed impedimento. Onde 
acciocché restino sincerati, molto spesso ci avviciniamo 
o ci discostiamo, mutando lume e posto a quelle cose 
che da noi si riguardano, e molte altre azioni facciamo, 
non solamente per soddisfare la stessa vista, ma e l'odo- 
rato e '1 gusto e l'udito e '1 tatto, in guisa tale ch'e' non 
è uomo alcuno, il quale abbia fior d'ingegno, che ricer- 

Cj 



6 Biblioteca Scientifica 

chi dalla ragione il giudizio delle cose sensibili per al- 
tra via, che per quella più facile e più sicura da' propri 
sensi aperta e spianata. Per lo che ottimamente, a mio 
credere, disse colui, che se alla nostra natura si desse 
l'elezione, ovvero qualche mente superiore ricercasse da 
essa, se sia contenta de' suoi sensi incorrotti ed mteri, 
se pure cosa miglior desideri, ei non vedeva eh' ella 
potesse domandar di vantaggio. Di così proporzionati 
strumenti guernito l'uomo, chi non vede quanto travie- 
rebbe, se, la verità della storia naturale ansiosamente 
ricercando, ponesse da banda il chiarir bene i sensi; e 
sovra una superficiale e lieve apprensione de' propri, o 
non sincera ed appassionata relazione degli altrui, fa- 
cesse fare alla ragione l'ufflzio suo; la quale, ingannata 
da sensi male informanti, pronunziar potrebbe una pre- 
cipitosa e fallace sentenza. Quindi avviene che ninno è 
in oggi nelle filosofiche scuole sì giovane, che non porti 
un '•^osì fatto parere, instillato dalla natura stessa e det- 
tato da quegli antichi savissimi uomini che nelle cose 
della filosofia sentirono molto avanti; tra' quali quQl 
grandissimo ingegno che tutto seppe e di tutto maravi- 
gliosamente seppe scrivere, nel secondo del Paradiso 
ebbe a dire : 

Ella sorrise alquanto, e poi : s'egli erra 

L'opinion, mi disse, de' mortah, 

Dove chiave di senso non disserra; 
Certo non ti dovrien punger li strali 1^ 

D'ammirazione ornai; poi dietro a' sensi 

Vedi, che la ragione ha corte l'ali. 

Ha corte l'ali la ragione andando dietro a' sensi, pei" 
che, più oltre di quello ch'eglino apprendono, ella in co" 
tale in hiesia non può comprendere. E s' ella stessa è 
cosi debole, anche quando è fatta forte da' stnsi, per 
penetrare nel segreto d^Ue mondane co'^e ; quanto sarà 
di peggior condizione, priva del necessario aiuto di quegli? 
Se i 5ensi, dunque, non battolo bene la strada, se non 
iscuoprono bene il paese, se non s'informano bene di tutto 
quello che passa nella natura, e s'alia ragione non por- 
gono la mano ; che maraviglia poi, se o per balze stra- 
bocchevoli ed oscure ella s' incammini, o se ne' lacci 



La Gener adone degli Insetti 



delle fallacie e negli agguati degli errori si trovi celta 
ed inviluppata ? Laonde ancorché io con più fervore di 
animo che con altezza d'ingegno seguitati abbia gli studi 
della fllosolia, nientedimeno ho posta sempie ogni pos- 
sibile pena ed ogni sollecitudine in far si, che gli occhi 
miei corporali in paiticulare si soddisfacciano bene, prima 
per mezzo di accurate e continue esperienze, e poi som- 
ministrino all'estimazione della mente materia di filoso- 
fare. Per questa via, quantunque per avventura ai per- 
fetto conoscimento di ninna cosa io sia arrivato, con 
tutto ciò son pervenuto tant'oltre, che m'avveggio e so 
che di molte cose, le quali io mi dava ad intendere di 
sapere, ne sono del tutto ignorante: e se talvolta scuo- 
pro evidentemente qualche menzogna, o dagli antichi 
scritta da' moderni creduta, ne sto cosi dubbioso ed 
irresoluto, ch'appena m'ardisco farne motto senza l'ami- 
chevole consiglio di saggi e prudenti amici. Che perciò, 
avendo ora di fresco fatte molte esperienze e molte in- 
torno al nascimento di que' viventi che inflno al di d'oggi 
da tutte le scuole sono stati creduti nascere a caso e 
per propria loro virtude, senza paterno seme ; non fidan- 
domi di me medesimo © volendo pur ad altrui conferirle, 
m'è venuto in mente di ricorrere a voi, o signor Carlo, 
che per vostra mercè m'avete dato luogo tra' vo- 
stri più cari amici ; a voi dico, in cui tutti gli uomini 
dotti veggon risplendere un sovrano sapere dalla filo- 
sofia fatto robusto e da varia erudizione cosi nobilmente 
adornato, che pregiandosene la nostra Toscana, non in- 
vidia i Varroni al Lazio, ed i Piutarchi alla Grecia. Io 
vi prego dunque a prendervi la fatica di leggere nell'ore 
meno occupate questa mia lettera, ma di leggerla con 
animo di dirmene il vostro sincerissimo parere, e con 
esso di darmi quegli ch'io vi chieggio, amorevoli ed al 
vostro solito dottissimi consigli, coll'aiuto de' quali riu- 
scendomi di tór via il troppo ed il vano, ed aggiugnendo 
ciò che sarebbe di mestiere. 

Forse che ancor con più solerti studi 
Poi ridurrò questo lavor perfetto. 

Crederono molti che questa bella parte dell' universo 
che noi comunemente chiamiamo terra, tosto che dalia 



Biblioteca Scientifica 



mano dell'eterno maestro usci stabilita, o in qualsisia 
altro modo, col quale follemente farneticassero che ciò 
potesse essere avvenuto, crederono, di^o, che ella in 
quello stesso momento cominciasse a vestirsi da se me- 
desima d'una certa verde lanugine somigliantissima a 
quella vana peluria ed a quel primo pelame, di cui, su- 
bito che nati sono, si veggon ricoperti gli uccelli ed i 
quadrupedi ; e che poi a poco a poco quella verde la- 
nugine, dalla luce del sole e dall'alimento materno fatta 
più vigorosa e più robusta, si cangiasse e crescesse in 
erbe ed in alberi fruttiferi, abili a somministrare il nu- 
trimento a tutti gli animali che la terra avrebbe poscia 
prodotti; e dicono che ella cominciasse dalle viscere 
sue a produrne di tutte quante le spezie, cioè dall'ele- 
fante inflno alle più minute e quasi invisibili bestiuole: 
ma che non contenta della generazione degli animali ir- 
ragionevoli volesse ancor la gloria, che gli uomini stessi 
in quei primi tempi la riconoscessero per madre. Onde 
affermano gli stoici, come racconta Lattanzio, che In tutte 
le montagne, in tutte le colline e pianure si vedeano 
spuntar fuora gli uomini, come veggiamo nascere i fun- 
ghi Vero è che non fu di tutti opinione, che e' nasces- 
sero da per tutto, ma in una sola e determinata parte 
provincia : quindi gli Egizi, gli Etiopi ed i Frigi dona- 
vano questo vanto al lor proprio paese, ed al loro an- 
coi'a gli Arcadi, i Fenici e gli abitatori dell' Attica; tra 
i quali gli Ateniesi, per dare un contrassegno che in 
Grecia i primi padri dell'uman grenere fossero nati da 
se medesimi, in quella maniera che dalla terra si crede 
che ancor oggi nascano le cicale, portavano, com'è noto, 
su' capelli alcuni fermagli d'oro in forma di cicale effi- 
giati ; e Platone nel Meneoceno, e Diogene Laerzio nel 
proemio delle Vite de' tìlosofl concedono anch' essi al 
paese de' Greci quest'onore dell'avervi la terra partoriti 
i primi uomini. Ma in qualsisia paese che potessero es- 
ser nati, fu dottrina d'Archelao scolare d' Anassagora, 
che non oi^ni terrenello magro ed arenoso, non ogni 
morto sabbione fosse il caso; ma che ci volea una ma- 
niera di teiTeno caldo ed allegro e di sua natura pode- 
roso a germinare, producente una certa poltiglia simile 
al latte, e che in vece di latte potesse alle bestie ed a 
gli uomini somministrare il primo alimento. 



La Generazione degli Insetti 



Questi viventi, per testimonianza d'Empedocle e d'Epi- 
curo, ne' primi giorni del mondo alla rinfusa nascevano 
senz'ordine e senza regola dagli uteri della tei-ra, madre 
non ancor ben esperta di questo mestiere. Né fur-ono soli 
que'due gran savi ad aver cosi strana opinione; impe- 
rocché fu tenuta anticamente da mjiti, ed in particu- 
lare dal Rodio Apollonio nel quarto dell' argonautiche 
imprese. 

Non le belve voraci all'altre belve, 

Né l'uomo all'uomo era simil; scambiati 

Confusamente Fun l'altro le membra 

Andavan, come dallo stalle in frotta 

Sbucan le gregge al pasco: in questa guisa 

La terra stessa germinò dal fango 

Con miste membra i primi abitatori. 

Sicché talvolta vedevansi animali senza bocca e senza 
braccia, altri senz'occhi e senza gambe ; alcuni con istrano 
innesto di mani e di piedi brancolavano, privi di ventre 
e di testa; molti nascevano col capo d'uijmo e coll'altre 
membra di fiera; alcuni aveano l'anteriori parti di Aera 
e le diretane d'uomo: e certi altri erano forse fatti, come 
descritti furono da' poeti il m:notauro di Creta, la sfinge, 
la chimera , le sirene e l'alato cavallo di Perseo; o pure 
come quel favoloso Atlante di Carena, di cui l' Ariosto 

Non è fìnto il destrier, ma naturale, 
Ch'una giumenta generò d'un grifo; 
Simile al padre avea la piuma e l'ale, 
Li piedi anteriori, il capo e '1 grifo; 
In tutte l'altre membra parea quale 
Era la madre, e chiamasi Ippogrifo. 

Ma questa gran madre accorgendosi che si fatti ab- 
bozzi di generazioni mostruose non erano né buoni né 
durevoli, ed essendosi già con essi a bastanza dirozzata. 
e fattasi, per cosi dire, maestra piiì pratica, produceva 
poscia gli uomini e gli altri animali tutti nella loro 
ipezie perfetti : e gli uomini, secondo che recita Demo- 
crito, nascevano quasi tanti piccioli vermi, che a poco 
a poco ed insensibilmente 1' umana figura prendevano ; 



iO Biblioteca Scientifica 



ovvero, come diceva Anassimandro, scappavano dal seno 
materno rinohiusi dentro a certe ruvide cortecce spinose, 
non molto forse dissimili da quei ricci, co' quali dal ca- 
stagno vestiti sono i propri suoi frutti. Dottrina da que- 
sta diversa fu predicata da Epicuro e da' seguaci suoi, i 
quali vollero che dentro agli uteri della terra se ne stes- 
sero gli uomini e gli altri animali tutti rinvolti in certe 
membrane, dalle quali rotte e lacerate nel tempo della 
maturità del parto uscivano ignudi, ed ignudi ancora e 
non offesi da caldo o da gelo andavano or qua ed or 
là suggendo i primi alimenti della madre; la quale avendo 
per qualche tempo durato ad essere di cosi maravigliose 
generazioni feconda, in breve, quasi fatta vecchia e sfrut- 
tata, diventò sterile ; e non avendo più forza da poter 
generare gli uomini e gli altri grandi animali perfetti, 
le rimase però tanto di vigore da poter produrre (oltre 
le piante che spontaneamente senza seme si presuppone 
che nascano) certi altri piccioli animaletti ancora; cioè 
a dire le mosche, le vespe, le cicale, i ragni, le formiche, 
gli scorpioni e gli altri tutti ba3herozzoli terrestri ed 
aerei, che da' Greci 3v-oaa ^wa, e da' Latini insecta am- 
malia furono chiamati. Ed in questo convengono tutte 
quante le scuole o degli antichi o de' moderni filosofi, e 
costantissimamente insegnano, che infino al giorno d'oggi 
eli' abbia continuato a produrne, e sia per continuare 
quanto durerà ella medesima. Non son però d'accordo 
nel determinare il modo, come questi insetti vengano 
generati, o da qual parte piovano l'anime in essi : im- 
perocché dicono, che non è sola la terra a possedere 
questa nascosta virtude, ma che la posseggono ansora 
tutti gli animali e vivi e morti e tutte le cose dalla 
terra prodotte, e finalmente tutte quelle che sono in pro- 
cinto, putrefacendosi, di riconvertirsi in terra; e per 
possente cagione adducono alcuni la putredine stessa, 
ed altri la naturale cozione; e molti a queste cagioni, 
secondo la diversità delle loro sètte e de' loro pensieri 
ne congiungono molt'altre che attive ed efficienti appel- 
lano ; come sarebbe a dire l'anima universale del mondo, 
l'anima degli elementi, l'idee, l'intelligenza donatrice delle 
forme, il calore de' corpi putrefatti, il calore dell' am- 
biente e del cielo, e del medesimo cielo il moto, la luce 
e le superiori inriuenze ; non essendovi mancato chi ab- 



La Generazione degli Insetti 11 

bia detto la generazione di 'Utti gli entomati es er fatta 
dalla virtù generatrice dell'anima sensitiva e vegetabile, 
della quale alcuni piccoli avanzi per qualche tempo dopo 
la morte rimangono ed abitano ne' cadaveri degli ani- 
mali e delle piante; e mentre quivi da un calor debolis- 
simo rattenute se ne stanno come in vaso oziose e quasi 
addormentate, sopravvenendo il calore ambiente e di- 
sponendo la materia, si risentono quegli estremi residui 
d'anime e si risvegliano a dar novella vita a quella cor- 
rotta materia e organizzarla in foggia di proprio stru- 
mento. Egli c'è ancora un' altra maniera di savie genti, 
le quali tennero e tengono per vero, che tal generazione 
derivi da certi minimi gruppetti ed aggregamenti di 
atomi, i quali aggregamenti sieno i semi di tutte quante 
le cose, e di essi semi le cose tutte sien piene. E che 
ne sieno piene lo confessano ancora molti altri, dicendo 
che si fatte semenze nel p^^incipio del mondo furono 
create da Dio, e da lui per tutto disseminate e sparse, 
per render gli elementi fecondi, non già d'una fecondità 
momentanea e mancante, ma bensì durevole al pari degli 
elementi stessi, ed in questa maniera dicono, potersi in- 
tendere quello che ne' sacri libri si legge, avere Iddio 
create tutte le cose insieme. Ma quel grandissimo filo- 
sofo de' nostri tempi, l'immortale Guglielmo Arveo, an- 
cor egli ebbe per fermo, che fosse a tutti quanti i vi- 
venti cosa comune il nascere dal seme, come da un uovo, 
che venga questo seme dagli animali della medesima 
spezie, o che d'altronde a caso derivi e proceda. Quippe 
omnibus viventibus id commune est (dice egli), ut ex 
semine^ ceu ovo, originem ducant, sive semen illud ex 
aliis ejusdeìn speciei procedat, sive casu aliunde adve- 
niat. Quod enim in artes aliquando usu venite id idem 
quoque in natura contingit : nempe, ut eadem casu sive 
fortuito eveniant quoe alias ab arte efjìciuntur : cujus 
rei {apud Arisi.) exemplum, est sanitas. Similiterque se 
ìiabet genera io {quatenus ex semine) quorumlibet ani- 
malium ; sive semen eorum casu adsit, sice ab agente 
univoco ejusdemque generis proveniai. Quippe etìam in 
semine fortuito inest principium generationis Tnotivum, 
quod ex se et per se ipsum procreet ; idemque, quod in 
animalium. congenerum semine reperitur ; potens scìUcet 
animai efformare. E prima avea detto, quegli invisibili 



12 Biblioteca Scientifica 



semi, quasi atomi per V aria volanti, esser da' venti or 
qua ed or là disseminati e sparsi, ancorché mai non si 
dichiari donde e da chi abbiano la loro origine; sola- 
mente pare che si raccolga dalle suddette citate parole, 
che egli creda che quei semi fortuiti Vf lauti per T aria 
trasportati da' venti procedano e nascano da un agente 
non già univoco, per parlar con le squole, ma bensì 
equivoco : ed in miglior mariera forse e con più soda e 
stabii chiarezza 'letto avrebbe la sua opinione, se tra i 
tumulti delle guerre civili non gli fossero andate male, 
con deplorabile pregiudicio di tutta la repubblica filoso- 
fica, quelle molte osservazioni che intorno a questa ma- 
teria eg'i avea raccolte e notate. Se bene a molti sem • 
brerà cosa dura e malagevole a credere, che 1' Arveo 
potesse dare nel segno , imperciocché ostinatamente af- 
fermano, che la cagione efficiente procreatrice degli in- 
setti naturalmente additar non si possa: onde il più sot- 
tile di tutti i filo oti de' secoli trapassati, dopo averla 
nel mondo nostro indarno cercata, ebbe a dire, la cagione 
immediata promovente la generazione degl'insetti, e pro- 
ducente n.^lla mater a disposta le loro anime, non essere 
altra, ch^ la mano onnipotente di colui, il saper del 
qaale tutto trascende, c'oè a dire. Iddio ottimo e gran- 
dissimo : dal quale parimente essere infuse l'anime in 
tutti gli animali volanti, fu opinione di Ennio, se cre- 
diamo a Varrone, che nel quarto libro della lingua la- 
tina scrisse : 

Ova parire solet genv* penneis condecoratum ; 
Non animas, 

ut ait Ennius ; et post : 

Inde ven't divinitii puV.eis 
Insinuans se ipsa anima. 

Quindi alcuni altri soggiungono, maraviglia non essere, 
se Galeno modestamente ne' suoi libri confessasse di non 
aver mai saputo ritrovarla, e che perciò porgesse pre- 
ghiere a tu:ti i filosofi, se mai vi s'imbattessero, di volere 
a lui darne la notizia; egli però contro l'opinione dei 
plafonici confessa di non poter indursi a credere, che 
quella possanza e quella sapienza, che fa produrre gli 
animali perfetti, sia quella stessa, la quale si abbassi a 



La (reneramone degli Insetti l'6 

formare gli scorpioni, ie mosche, i vermi, i lombrichi ed 
altri somiglianti, che imperfetti dagli scolastici sono ap- 
pellati. Qual sia la vera tra tante opinioni, o qual, per 
lo meno, più dell'altre alla verità si sia avvicinata, io 
per me non saprei indurmi a dirlo ; e non è ora di mia 
possanza né di mia intenzione il deciderlo ; e se vengo 
a palesarvi la credenza ch'io ne tengo, lo fo con animo 
peritoso e con temenza grandissima, parendomi sempre 
di sentirmi intonare agli orecchi ciò che già dal nostro 
divino poeta fa cantato : 

Sempre a quel ver, c'ha faccia di menzogna, 
Dee l'uom chiuder le labbra quanto ei puote ; 
Però che senza colpa fa vergogna. 

Pure contentandomi sempre in questa ed in ciascuna 
altra cosa da ciascuno più savio, là dove io difettosa- 
mente parlassi, esser corretto, non tacerò, che pcx' molte 
osservazioni molte volte da me fatte mi sento inclioato 
a credere, che la terra, da quelle prime piante e da quei 
primi animali in poi, che ella nei primi giorni del mondo 
produsse per comandamento del sovrano ed onnipotente 
fattore, non abbia mai più prodotto da se medesima né 
erba né albero né animale alcuno, perfetto o imperfetto 
che ei si fosse ; e che tutto quello che ne' tempi trapas- 
sati è nato, e che ora nascere in lei o da lei veggiamo, 
venga dalla semenza reale e vera delle piante e degli 
animali stessi, i quali col mezzo del proprio seme la loro 
spezie conservano. E se bene tutto giorno scorghiamo 
da' cadaveri degli animali, e da tutte quante le maniere 
dell'erbe e de' fiori e dei frutti, imputriditi e corrotti, 
nascere vermi infiniti ; 

Nonne vides, quaecunque mora, fluidoque calore 
Corpora tabescunt, in parva ammalia verti? 

io mi sento, dico, inclinato a credere, che tutti quei vermi 
si generino dal seme paterno; e che le carni e l'erbe e 
Taltre cose tutte putrefatte u putrefattibili non facciano 
altra parte né abbiano altro uflzio nella generazione degli 
insetti, se non d'apprestare un luogo o un nido propor- 
zionato, in cui dagli animali nel tempo della figliatura 



14 Biblioteca Scientifica 

sieno portati e partoriti i vermi o l'uova o l'altre se- 
menze dei vermi ; i quali tosto cLe nati sono trovano in 
esso nido un sufficiente alimento abilissimo pei nutri- 
carsi : e se in quello non son portate dalle madri queste 
suddette semenze, niente mai e replicatamente niente vi 
s'ingeneri e nasca. Ed acciocché, o signor Carlo, ben pos- 
siate vedere, che quello è vero ch'io vi dico, vi favellerò 
ora minutamente d'alcuni pochi di questi insetti, che, 
come più volgari, a gli occhi nostri son noti. 
=^Secondo adunque eh'io vi dissi, e che gli antichi ed i 
novelli scrittori e la comune opinione del volgo voglion 
dire, ogni fracidume di cadavere corrotto ed ogni sozzura 
di qualsisia altra cosa putrefatta ingenera i vermini e 
gli produce; sicché volendo io rintracciarne la verità, 
fin nel principio del mese di giugno feci ammazzare tre 
di quelle serpi, che angui d'Esculapio s'appellano ; e tosto 
che morte furono, le misi in una scatola aperta, accioc- 
ché quivi infracidassero; né molto andò di tempo, che 
le vidi tutte ricoperte di vermi che avean figura di cono, 
e senza gamba veruna, per quanto all'occhio appariva, i 
quali vermi attendendo a divorar quelle carni, andavano 
a momenti crescendo di grandezza; e da un giorno al- 
l'altro, secondo che potei osservare, crebbero ancora di 
numero : onde, ancorché fossero tutti della stessa figura 
d'un cono, non erano però della stessa grandezza, essendo 
nati in più e diversi giorni. Ma i minori d'accordo coi 
più grandi, dopo d'aver consumata la carne, e lasciate 
intatte le sole e nude ossa, per un piccolo foro della 
scatola che io avea serrata se ne scapparon via tutti 
quanti, senza che potessi ritrovar giammai il luogo dove 
nascosti si fossero: per io che fatto più curioso di ve- 
dere qual fine si potessero aver avuto, di nuovo il di un- 
dici di giugno misi in opra tre altre delie medesime 
serpi ; su le quali, passati che furono tre giorni, vidi ver- 
micciuoli, che d'ora in ora andarono crescendo di numero 
e di grandezza, ma però tutti del'a stessa figura, ancorché 
non tutti dello stesso colore, il quale ne' maggiori per 
di fuora era bianco, e ne' min^^ri pendeva al carnicino. 
Finito che ebbero di mangiar quelle carni, cercarono an- 
siosamente ogni strada per potersene fuggire ; ma avendo 
io benissimo serrate tutte le fessure, osservai che il giorno 
diciannove dello stesso mese alcuni de' grandi e de' pie- 



La Generazione def/H Insetti 15 

coli cominciarono, quasi addormentatisi, a farsi immobili; 
quindi raggrinzandosi in se medesimi, insensibilmente 
pigliarono una figura simile all'uovo, ed il giorno ventuno 
si erano trasformati tutti in quella figura d'uovo di color 
bianco da principio, poscia dorato, che a poco a poco 
diventò rossigno, e tale si conservò in alcune uova ; ma 
in altre andando sempre oscurandosi, alla fine diventò 
nero : e l'ulva tanto nere quanto rosse, arrivate a questo 
segno, di molli e tenere che erano, diventarono di guscio 
duro e frangibile; onde si potrebbe dire, che abbiano 
qualche somiglianza con quelle crisalidi o aurelie o ninfe 
che se le chiamino, nelle quali per qualche tempo si tra- 
sformano i bruchi, i bachi da seta ed altri simili insetti. 
Per lo che, fattomi più curioso osservatore, vidi^ che 
tra quell'uova rosse e queste nere v'era qualche diffe- 
renza di figura, imperciocché, se ben pareva che tutte 
ndifferentemente composte fossero quasi di tanti anelletti, 
congiunti insieme, nulla di meno questi anelli erano più 
scolpiti e più apparenti nelle nere che nelle rosse, le 
quali a prima vista parevano quasi lisce, ed in una delle 
estremità non avevano, come le nere, una certa piccola 
concavità, non molto dissimile a quella de' limoni o di 
altri frutti, quando sono staccati dal gambo. Riposi que- 
st'uova separate e distinte in alcuni vasi di vetro ben 
serrati con carta, ed in capo agli otto giorni da ogni uovo 
di color rossignOj rompendo il guscio, scappava fuora 
una mosca di color cenerognolo, torbida, sbalordita e, per 
cosi dire, abbozzata e non ben finita di farsi, con l'ale non 
ancora spiegate, che poi nello spazio d'un mezzo quarto 
d'ora cominciando a spiegarsi, si dilatavano alla giusta 
proporzione di quel corpicello, che anch'esso in quel 
tempo s'era ridotto alla conveniente e naturale simmetria 
delle parti ;* e quasi tutto raffazzonatosi, avendo lasciato 
quello smorto c,olore di cenere, si era vestito d'un verde 
vivissimo e maravigliosamente brillante ; ed il corpo tutto 
erasi cosi dilatato e cresciuto, che impossibile parea il 
poter credere, come in quel piccolo guscio fosse mai po- 
tuto capire. Ma se nacquero queste verdi mosche dopo 
gli otto giorni da quell'uova rossigne, da quell'altre uova 
poi di color nero penarono quattordici giornate a na- 
scere certi grossi e neri mosconi listati di bianco, e col 
ventre peloso e rosso nel fondo, di quella razza istessa, 



i6 Bihlioieca Scientifica 

la quale vediamo giornalmente ronzare ne' macelli e per 
le case intorno alle carni morte ; ed allora che nacquero 
erano mal fatti e pigri ssimi di moto, e coU'ali non ispie- 
gate, come avvenuto era a quelle prime verdi, che di 
sopra ho mentovate. Non però tutte quell'uova nere na- 
cquero dopo quattordici giorni ; anzi che una buona parte 
indugiarono a nascere fino al vigesimoprimo ; nel qual 
tempo ne scapparono fuora certe bizzarre mosche in tutto 
dalle due prime generazioni differenti e nella grandezza 
e nella figura, e da niuno istorico giammai, che io sappia, 
descritte : imperocché elle son molto minori di quelle 
mosche ordinarie, che le nostre mense frequentano ed 
infestano ; volano con due ali quasi d'argento, che la 
grandezza non eccedono del loro corpo, che è tutto nero, 
di color ferrigno brunito e lustro nel ventre inferiore, il 
quale rassembra nella lìgura a quello delle formiche alate, 
con qualche rado peluzzo mostrato dni microscopio. Due 
lunghe corna o antenne (così le chiamano gli scrittori 
dell'istoria natui-alej su la testa s'innalzano : le prime 
quattro gambe non escono dall'ordinario dell'altre mo- 
sche ; ma le due diretane sono molto più lunghe e più 
grosse di quello che a sì piccolo corpicciuolo parrebbe 
convenirsi ; e son latte per appunto di materia crostosa 
simile a quella delle gambe delii locusta marina ; hanno 
lo stesso colore, anzi più vivo, e cosi rosso, che porte- 
rebbe scorno al cinabro ; e tutte punteggiate di bianco, 
paiono un lavoro di rinissimo smalto. 

Queste cosi differenti generazioni di mosche uscite da 
un solo cadavere non m'appagarono l'intelletto, anzi sti- 
molo mi furono a far nuove esperienze : ed a questo fine 
apparecchiate sei scatole senza coperchio, nella prima 
riposi due delle suddette serpi, nella seconda un piccion 
grosso, nella terza due libbre di vitella, nelia quarta un 
gran pezzo di carne di cavallo, nella quinta un cappone, 
nella sesta un cuore di casirato ; e tutte in poco più di 
ventiquattrore in vermi narono : e i verm', passati che fu- 
rono cinque o sei giorni dal loro nascimento, si trasfor- 
marono al solito in uova ; e da quelle delle serpi, che 
tutte furono rosse e senza cavità, nacquero in capo a 
dodici giorni alcuni n^osconi turchini, ed alcuni altri 
violati. Da quelle del piccion grosso, delle quali alcune 
erano rosse ed altre nere, nacquero dalle rosse in capo 



La Generazione degli Insetti 17 

agli otto giorni moscìie verdi, e dalle nere nel decimo- 
quarto giorao, avendo rotto il guscio in quella punta dove 
non è la concavità, scapparon fuora altrettanti mosconi 
neri listati di bianco ; e simili mosconi listati di bianco 
si videro usciti nell'istesso tempo da tutte quell'altr'uova 
delle carni della vitella, del cavallo, del cappone e del 
cuore di castrato; con questa differenza però, che dal 
cuor di castrato, oltre i mosconi neri listati di bianco, 
ne nacquero ancora alcuni di que' turchini e di quei 
violati. 

In questo mentre riposi in un vaso di vetro certi ra- 
nocchi di fiume scorticati , e lasciato aperto il vaso e 
riconosciutolo il seguente giorno, trovai alcuni pochi 
vermi che attendevano a divorargli, e alcuni altri nuo- 
tavano nel fondo del vaso in cert'acqua scolata dalla carne 
de' suddetti ranocchi. Il giorno appresso erano i bachi 
tutti di statura cresciuti ; e n'erano nati infiniti altri, che 
pur nuotavano sotto ed a galla di quell'acqua, dalla quale 
talvolta uscendo andavano a cibarsi sopra l'ultime reli- 
quie di quei ranocchi ; e nello spazio di due giorni aven- 
dole consumate, se no stavano poscia tutti nuotando e 
scherzando in quel fetido liquore; e talvolta sollevan- 
dosene tutti molli ed imbrattati, ancorché non avessei'o 
gambe, salivano serpeggiando a lor voglia, scendevano 
e s'aggiravano mtorno al vetro, e ritornavano al nuoto, 
infin a tanto che non essendomene accorto in tempo, 
vidi il susseguente giorno, che superata l'altezza del vetro 
tutti quanti se n'erano fuggiti. In quello stesso tempo 
furono riserrati da me alcuni di quei pesci d'Arno, che 
barbi s'appellano, in una scatola tutta traforata, e chiusa 
con coperchio traforato esso ancora; e quando passato 
il corso di quattr'ore l'apersi, trovai sopra i pesci una 
innumerabile moltitudine di vermi sottilissimi, e nelle 
congiunture della scatola, per di dentro ed all'intorno di 
tutti i buchi, vidi appiccate ed ammucchiate molte pic- 
colissime uova ; delle quali, essendo altre bianche ed 
altre gialle, schiacciate da me fra l'unghia, sgretolandosi 
il guscio, gettavano un certo liquore bianchiccio più sot- 
tile e men viscoso di quella chiara che si trova nell'uova 
de' volatili. Raccomodata la scatola come in prima ella 
si stava, ed il di vegnente riapertala, mirai che da tutte 
quell'uova erano nati altrettanti vermi, e che i gusci voti 

2 — Insetti. 



18 Biblioteca Scientifica 

stavano per ancora attaccati là. dove furono partoriti ; 

e quei primi bacili veduti il gioi-no avanti eran cresciuti 
di grandezza al doppio. Ma quello che più mi sembrò 
pieno di maraviglia, si fu, die il seguente giorno arri- 
varono a tal grandezza, che ciascuno di loro pesava in- 
torno a sette grani ; e pnre il giorno avanti ne sareb- 
bono andati ventici aquc3 e treita al grano : m.\ gli altri 
usciti dell'uova èrano piccolissimi ; e tutti insieme, quasi 
in un batter d'occhio, flniron di divorare tutta quanta 
la carne de' pesci, avendo lasciate le lische e l'ossa cosi 
bianche e pi;lite, che parevano tanti scheletri usciti 
dalla mano «iel più diligente notomista d'Europa. E qupi 
bachi posti in luoghi di dove non potessero fuggire, an- 
corché sollecitamente se n'ingegnassero, dopo che furon 
passati cinque o sei giorni dalla loro nascita, diventarono 
al solito altrettante uova, altre rosse, altre nere, e tanto 
quelle quanto queste, di differente grandezza ; dalle quali 
poi ne' giorni determinati uscirono fuori mosche verdi, 
mosconi turchini ed altri neri listati di bianco; ed altre 
mosche ancora, di quelle che, simili in qualche parte alle 
locuste marine ed alle formiche alate, di sopra ho de- 
scritte. Oltre queste quattro rar.ze, vidi ancora otto o 
dieci di quelle mosche ordinarie, che intorno alle nostre 
mense ronzano e s'aggirano : e perchè, passato il ventu- 
nesimo giorno, m'accorsi che tra l'uova nere più grosse 
ve n'erano alcune che por ancora non eran nate, le se- 
parai dall'altre in differente vaso, e due giorni appresso 
cominciarono da quelle ad uscii* Inora cerri piccolissimi 
e neri moscherini, il numero de' quali in due altri giorni 
essendo divenuto di gran lunga maggiore di quello del- 
l'uova, apersi il vaso, e rotte ciaque o sei di queJl'uova 
istesse, le trovai piene zeppe dei suddetti moscherini a 
tal t-egno, che ogni guscio n'avea per lo meno venticinque 
o trenta ed al più quaranta. E continuando a far simili 
esperienze molte e molt'altre volte, or colle carni e crude 
e cotte del toro, del cervio, dell'asino, del bufalo, del 
leone, del tigre, del cane, del capretto, dell'agnello, del 
daino, della lepre, del coniglio, del topo, or con quelle 
dela gallma, del gallo d'India, dell'oca, dell'anitra, della 
cotornice, della starna, del rigogolo, della passera, della 
rondine e del rondone, e lìnalmente con varie maniei=e di 
pesci, come tonno, ombrma, pesce spada, pesce lamia 



La Generazione degli Insetti 19 

sogliola, muggine, luccio, tinca, anguilla, gamberi di mare 
e di fiume, granchi ed arse'le sgusciate, sempre indiffe- 
rentemenf.e ne nacque ora l'una ora l'altra delle suddette 
spezie di mosche, e talvolta da un solo animale tutte 
quante le mentovate razze ins'eme ; ed oltre ad esse molte 
altre generazioni di moscherin' neri al colore, alcuni dei 
quali erano così minuti, che a pena dagli occhi poteano 
esser seguiti per la picciolezza loro; e quasi sempre io 
vidi su quelle carni e su quei p-^sci, ed intorno ai forami 
delle sca^.ole dove stavan riposti, non solo i vermi, ma 
ancora l'uova, dalle quali, come ho detto di sopra, na- 
scono i vermi. Le quali uova mi fecero sovvenire di que- 
cacchioni, che dalle mosche soa fatti o sul pesce o sulla 
carne, che divengon poi vermi ; il che fu già benissimo 
osservato da' compilatori del vocabolario della nostra 
Accademia, e si (osserva parimente da' cacciatori nelle 
fiere da loro negli estivi giorni ammazzate, e da' ma- 
cellai e dalle donnicciuole, che, per salvar la state le 
carni da quest'immondizia, le ripongono nelle mos3aiuole, 
e con panni bianchi le ricoprono. Laonde con molta ra- 
gione il grande Omero nel libro diciannovesimo dell'Iliade 
fece temere ad Achille, che le mosche non imbrattassero 
co' vermi le ferite del morto Patroclo, in quel tempo 
che egli s'accingeva a farne contro d'Ettore la vendetta. 
Dice egli parlando con Tetide, 

Ma. timor mi grava, 
Che Tielle piaghe di Patroclo intanto 
Vile insetto non entri, che di vermi 
Genprato"'*, 1a salina (ahi ! senza vita) 
Ne guasti sì. che tutta imputridis-'a. 

(Trad. di Vincenzo Monti.) 

E perciò la pietosa madre gli promesse, che colla sua di- 
vina possanza avrebbe tenute lontane da quel cadavere l'im- 
pronte schiere delle mosche ; e contro l'ordine della natura 
l'avrebbe conservato incorrotto ed intiero anco per lo 
spazio d'un anno: 

Pensier di questo non ti prenda, o figlio, 
Gli rispose la Dea: l'infesto sciame 
Divoratore de' guerrieri uccisi 



20 Biblioteca Scientifica 

Io ne terrò lontano. Oy' anco ei giaccia 
Intero nn anno, farò sì che il corpo 
Incorrotto ne resti e ancor più bello. (1) 

Di qui io cominciai a dubitare, se per fortuna tatti i 
bachi delle carni dal seme delle sole mosche derivassero, 
e non dalle carni stesse imputridite ; e tanto più mi con- 
fermava nei mio dubbio, quanto che in tutte le genera- 
zioni da me fatte nascere sempre avea io veduto sulle 
carni, avanti che inverminassero, posarsi monche aella 
stessa spezie di quelle che poscia ne nacquero: ma vano 
sarebbe stato il dubbio, se l'esperienza conferm-^o non 
l'avesse. Imperciocché a me?zo il mese di luglio in quattro 
fiaschi di bocca larga misi una serpe, alcuni pesci di 
fiume, quattro anguillette d'Arno ed un taglio di vitella 
di latte; e poscia, serrate benssimo le bocche con carta 
e spago e benissimo sigillate, in altrettanti fiaschi posi 
altrettante delle suddette cose, e lasciai le bocche aperte: 
né molto passò di tempo, che i pesci e le carni di questi 
secondi vasi diventarono verminose, ed m essi vasi ve- 
dovarsi entrare ed uscir le mosche a lor voglia. Ma nei 
fiaschi serrati non ho mai veduto nascere un baco, an- 
corché sieno scorsi molti mesi dal giorno che in essi 
quei cadaveri furono serrati: si trovava però qualcne 
volta per di fuora sul foglio qualche cacchione o vermic- 
ciuolo, che con ogni sforzo e sollecitudine s'ingegnava 
di tro var qualche gretola da poter entrare per nutricarsi 
in quei fiaschi, dentro a' quali di già tutte le cose mes- 
sevi erano puzzolenti, infracidate e corrotte, ed i pesci 
di fiume, eccettuate le lische, s erano tutti convertiti in 
un'acqua grossa e torbida, che a poco a poco dando in 
fondo divenne chiara e limpida, con qualche stilla di 
grasso liquefatto notante nella superficie : dalla serpe 
ancora scolò molt' acqua, ma il cadavere di lei non si 
disfece, anzi si conserva ancora sano qaasi ed intiero 
con gli istessi colori, come se ieri là deniro fosse stato 
riDcliiuso: pel contrario l'anguille fecero pochissim'acqua; 
ma rigonfiando e ribollendo ed a poco a poco perdendo 
la figura, diventarono com'una massa di colla o di pania 
tenace assai e viscosa ; ma la vitella, dopo molte e molte 

(1) lUade , XIX, 29 e seg. 



La Ge7ierazione degli Insetti 21 

settimane, rimase arida e secca. Non fui però contento 
di queste esperienze sole, anzi che infinite altre ne feci 
in diversi tempi e in diversi vasi ; e per non tralasciar 
cosa alcuna intentata infin sotto terra ordinai più d'una 
volta che fossero messi alcuni pezzi di carne, che benis- 
simo colla stessa terra ricoperti, ancorché molte set- 
timane stessero sepolti, non generarono mai vermi, come 
?li produssero tutte l'altre maniere di carni, sulle quali 
s'erano posate le mosche: e di non lieve considerazione 
si è, che del mese di giugno avendo messo in una boccia 
di vetro di collo assai lungo ed aperto l'interiora di tre 
capponi, colà dentro bacarono ; e non patendo tutti quei 
bachi per la soverchia altezza del collo scapparne fuora, 
ricadevano nel fondo della boficia, e quivi morendo ser- 
vivano di pastura e di nido alle mosche, le quali conti- 
nuarono a farvi bachi non solo tutta la state, ma ancora 
fino agli ultimi giorni del mese d'ottobre. Feci ancora 
un giorno ammazzare una buona quantità di bachi nati 
nella carne di buf< lo, e riposti parte in vaso chiuso e 
parte in vaso aperto, m quei primi non si generò mai 
cosa al3una, ma ne' secondi nacquero i vermi, che tra- 
smutatisi in uova diventarono in fine monche ordinarie: 
e lo stesso per appunto avveiiDe (J'un gran numero delle 
suddette mosche ordinarie, ammazzate e riposte in simili 
vasi aperti e serrati: imperciocché nulla nascer mai si 
vide nel vaso serrato; ma nell'aperto vi nacquero i bachi, 
da' quali dopo esser diventati uova, nacquero mosche 
della stessa spezie di quelle sulle quali erano nati i bachi. 
Pi qui potrei forse conghietturaie, che il dottissimo padre. 
Atanasio Chircher, uomo degno di qualsivoglia lode più 
grande, prendesse, non so come, un equivoco nel libro 
duodecimo del Mondo sotterraneo, dove propone l'espe- 
rimento di far nascere le mosche dai loro cadaveri. S'ir- 
rorino, dice questo buon virtuoso, i cadaveri delle mosche, 
e s'inzuppino con acqua melata; quindi sopra una piastra 
di rame s'espongano al tiepido calore delle ceneri, e si 
vedranno insensibilmente nascere da essi alcuni minutis- 
simi e per mezzo del solo microscopio visibili vermic- 
ciuoh", che a poco a poco spuntando l' ali dal dorso, 
pigliano la figura di piccolissime mosche; le quali pure 
a poco a poco crescendo, diventano mosche grandi e di 
perfetta statura. Ma io per me rni fo a credere, che 



22 Biblioteca Scientifica 

queir acqua melata non serva ad altro, che ad invitar 
più facilmente le viventi mosche a pascersi di quei ca- 
daveri, ed a lasciare in quegli le loro semenze; e poco, 
anzi nulla, tengo che importi il farne la sperienza in 
vaso di rame ed al tiepido calor delle ceneri ; imperoc- 
ché sempre ed in ogni luogo da que' cadaveri nasceranno 
i vermi' e da' vermi le mosche, purché su quegli dalle 
stesse mosche sieno stati partoriti i vermi o i semi dei 
vei'mi. Io non intendo già, come que' sottilissimi vermi 
descritti dal Chircher si trasformino in picciole mosche, 
senza prima, per lo spazio d' alcuni giorni, essere stati 
convertiti m uova; e non intendo ancora, ingenuamente 
confessando la mia ignoranza, come quelle mosche pos- 
sano nascere cosi piccole, e poi vadano crescendo; im- 
perocché le mosche tutte, i moscherini, le zanzare e le 
farfalle, per quanto mille volte ho veduto, scappano 
fuora dal loro uovo di quella stessa grandezza, la quale 
conservano tutto il tempo di loro vita. Ma. oh quanto, a 
questa sola esperienza non ben considerata delle mosche 
rinate da' cadaveri delle mosche, si sarebbono rallegrati 
e, per cosi dire, ringalluzzati coloro che dolcemente si 
diedaro ad intendere di poter far rinascere gli uomini 
dalla carne dell'uomo," per mezzo della fermentazione o 
d'altro somigliante o più strano lavoro. Io son di parere, 
che vi avrebbon fatto sopra un fondamento grandissimo, 
e con vanagloi'iosa burbanza raccontandola, avrebbon 
poscia esclamato ; 

Cosi per li gran savi si confessa, 
Che la fenice muore e poi rinasce. 

Quindi si sarebbon forse messi a quell'incredibil cimento 
tentato fin ad ora da più d'uno, siccome io già bugiar- 
damente ascoltai ragionare. Ma non merita il conto l'af- 
faticarsi, per confutare le ridicolose ciance di costoro : 
imperocché, come disse Marziale, 

Turpe est diffìciles habere nugas, 
Et stultits labor est ineptiarum 

E tanto più che il celebratissimo padre Atanasio Chir- 
cher nel libro undecimo del Mondo sotterraneo ha nobii* 



La Generazione degli lìisetti 23 

mente confutata e con sodezza di ragioni la follia del 
parabolano Paracelso, il quale empiamente volle darci ad 
intendere una ridicolosa maniera di generare gli omi- 
ciatti nelle bocce degli alchimisti- Rimango bene molto 
più scandalezzato di alcuni altri, che sopra somiglianti 
menzogne gettano i fondamenti e le conghietture di quello 
altissimo misterio della fede cristiana, della resurrezione 
de' corpi fino alla fine del mondo. Il greco Giorgio PisMa 
SI fu uno di costoro. e'=;ortando a crederla coli' esempio 
della fenice, ed il famosissimo e celebratissimo signor 
De' Digbi, col rinascimento de' granchi dal proprio lor 
sale, con manifattura chimica preparato e condotto. Ah 
che i santi e pi^ofonii m steri di nostra fede non pos- 
sono dall' umano intendimento essere compresi, e non 
camminano di pari con le naturali cose; ma sono spe- 
ciale e mirabil fattura della mano di Dio, il quale men- 
tre che venga credato onnipotente, l'altre cose tutte fa- 
cilissamente e a chius'occhi creder si possono e si deb- 
bono : e credute a chius' occhi più s'intendono; onde quel 
gentilissimo italiano poeta cantò: 

I secreti del Ciel sol colui vede, 
Che serra gli occM, e crede. 

Ma tralasciata questa lunga digressione, per tornare 
al primo filo fa di mecstiere ch'io vi dica, che quantunque 
a bastanza mi paresse d' aver toccato con mano che 
dalle carni degli animali morti non s'ingenerino i vermi, 
se in quelle da altri animali viventi non ne sieno por- 
tate le semenze, nientedimeno, per tor via ogni dubbio 
ed ogni opposizione che potesse esser fatta per cagione 
delle prove tentate ne' vasi serrati, ne' quali l'ambiente 
aria non può entrare e uscire né liberamente in quegli 
rinnovarsi, volli ancora tentar nuove esperienze col met- 
ter le carni ed i pesci in un vaso molto grande e, ac- 
ciocché l'aria potesse penetrarvi, serrato con sottilissimo 
velo di Napoli, e rinchiuso in una cassetta a guisa di 
moscaiuola, fasciata pure con lo stesso velo ; e non fu 
mai possibile che su quelle carni e su quei pesci si ve- 
desse né meno un b&co. Se ne vedevano però non di 
rado molti aggirarsi per di fuora sopra il velo della 
moscaiuola, che tirati dall'odor delle carni, talvolta den- 



24 Biblioteca Scientifica 

tro di quella penetravano per i sottilissimi fori del fitto 
velo; e, chi non fosse stato lesto a cavargli fuora, sa- 
rebbon forse ancora arrivati ad entrar nel vaso, con 
tanto studio ed industria facevano ogni loro sforzo per 
arrivarvi; ed una volta osservai che due bachi, avendo 
felicenaente penetrato il primo velo, ed essendo caduti 
sopra il secondo che serrava la bocca del vaso, anco sa 
questo s'erano tanto aggirati, che già con la metà del 
corpo l'avevano superato, e poco mancava che non fos- 
sero su quelle carni andati a crescere. E curiosa cosa 
era in questo mentre il veder ronzare intorno intorno i 
mosconi che, di quando in quando posandosi sul primo 
velo, vi partorivano i bachi; e posi mente che taluno ve 
ne lasciava sei o sette per volta, e taluno gli figliava 
per aria, av^anti che al velo s'accostasse; e questi forse 
erano di quella razza stessa, della quale racconta lo 
Scaligero, essersi per fortuna imbattuto, che un moscone 
da lui preso gli partorisse nella mano alquanti di quei 
piccoli vermi; e da tale avvenimento suppose egli che 
tutte le mosche generalmente figliassero bachi viventi e 
non uova: ma quanto quel dottissimo uomo s'ingannasse, 
a bastanza si può conoscere per quello che di sopra ho 
scritto. Ed in vero alcune razze di mosche partoriscono 
vermi vivi, ed alcune altre partoriscono uova, e me ne 
son certificato con l'esperienza e su '1 fatto; né mi con- 
vince punto né poco l'autorevolissima testimonianza del 
sapientissimo padre Onorato Fabri della venerabile Com- 
pagnia di Gesù, il quale, al contrario di quel che tenne 
lo Scaligero, ha creduto nel libro della generazione degli 
animali, che le mosche figlino sempre l'uova e non mai 
i vermi. E può ben essere che le stesse razze delle mo- 
sche (io non affermo e non nego) alle volte facciano 
l'uova ed alle volte i vermi vivi; e che di lor natura 
farebbon forse sempre l'uova, se 'l caldo maturativo della 
stagione non gliele facesse nascere in corpo, e per con- 
seguenza elle partoiissero poi i vermi vivi e semoventi, 
come mille volte effettivamente ho veduto. 

S'ingannò altresì 1' accuratissimo Giovanni Sperlingio. 
avendo scritto nella Zoologia, che que' bachi d'elle mosche 
non son partoriti da esse mosche, ma bensì che e' nascono 
dallo sterco delle medesime ; e per renderne la ragione 
con falso presupposto soggiunse: Ratio huius rei animis 



La Generazione degli Insetti 25 

candidis óbscura esse nequit; muscoe enim omnia Hgu- 
riunt, vermiumque materiam una cum cibo assumunt, 
assumpiamque per alvum reddunt. Non osservò lo Sper- 
lingio quel ch'ognuno può giornalmente osservare, ed è 
che Je niosche hanno la loro ovaia divisa in due celle 
separate, le quali contengono 1' uova o cacchioni, e gli 
tramandano ad un solo e comune canaletto, giù per lo 
quale son tramandate fuor del corpo ed in quantità cosi 
grande che par cosa incredibile, essendoché certe mosche 
verdi son tanto feconde, che ognuna di esse avrà nella 
ovaia lino a dugento cacchioni: s'ingannò dunque lo 
Sperlingio, credendo che i vermi delle mosche nascessero 
dallo sterco di esse mosche ; e con lo Sperlingio s' in- 
gannò forse ancora il dottissimo padre Atanasio Chircher, 
che ebbe una non molto dissimile opinione. Ma non 
meno di questi due famosi scrittori andò lontano dal 
vero un grandissimo virtuoso e mio carissimo amico, il 
quale avendo veduto che un moscone incappato nella 
rete, ogni volta che dal ragno era morso gettava qualche 
verme, venne in opinione che le morsure del ragno vir- 
tude avessero e possanza di fare inverminare i corpi 
delle mosche. Non invermina adunque, per quanto ho 
riferito, animale alcuno che morso sia. 

Or come potrà esser vero ciò che dagli sciittori vien 
riferito e creduto delle pecchie, che elle nascono dalle 
carni de' tori imputritide, e che perciò, come racconta 
Varrone, i Greci le chiamassero pou^ova;; ? Questa è una 
di quelle menzogne che, anticamente a caso da qualcuno 
favolosamente inventate, da altri, come se fossero mere 
veritadi, furono poi raffermate e di nuovo scritte, e sem- 
pre con qualche giunta: imperciocché non tutti gli au- 
tori raccontano ad un modo la maniera di questa mara- 
vigliosa generazione, e non sono tra di loro d' accordo. 
Columella si dichiarò, che non voleva perderci il tempo, 
aderendo all'opinione di Celso, il quale non credette che 
si potesse del tutto spegnere la razza delle pecchie : 
onde superfluo sarebbe stato il cercarle tra le viscere 
de' tori. Masrone però, citato da Columella, insegna, i 
soli ventri del toro essere a quest' opra sufficienti ; e 
Plinio aggiugne esser necessario che ricoperti sieno di 
letame. Antigono Caristio, in quella sua raccolta delle 
maravigliose narrazioni, vuole che un intero giovenco si 



26 Biblioteca Scientifica 

seppellisca sotto terra, ma che però rimangano scoperte 
le corna; daJle quali tagliate a suo tempo con la sega, 
ne volano fuora (come egli dice) le api. Ad Antigono 
aderisce in gran parte Ovidio nel primo libro de' Fasti: 

Qua, dixit, repares arte, requiris, apes ? 
Obi^e mactati corpus tellure juvenci. 

Quod petis a nobis, obrotus ille dabit. 
lussa t'acit pastor, fercent exarmna putrì 

De bove : mille animas una necata dedit. 

Varrone, nel libro secondo e nel terzo degli affari della 
villa, non si dichiara, se neces ario sia il seppellirlo, o 
se pure sia bene il lasciarlo imputridir sopra terra. Lo- 
lumella anch'egli di questa particolarità non parla; e non 
ne parla ancora Eliano nel secondo libro della storia 
dee li animali; e Galeno lo tace nel capitolo qamto di 
quel libro che egli scrisse: Se animale sia ciò che nel- 
l'utero si contiene. Virgilio però, nel line del quarto della 
Georgica, pare che tenesse opinione c^ie non fosse neces- 
sario il sotterrarlo; ma che bastasse lasciarlo nel bosco 
all'aria libera ed aperta: 

Quatuor eximios 'prcestanti corpore tauros, 
Qui tibi nunc viridis depascunt surnma Lycoei., 
Delige, et intacta totidem cervice juvencas. 
Quatuor his aras alta ad d.elubra Deorurn 
Constitue, et sacrwn jugulis demitte cruorem, 
Corporaque ipsa boum frondoso desere luco. 

E appresso : 

Post,' ubi nona suos aurora induxerat ortus, 
Inferias Orphei m^ttit, lucum^ue i evisit. 
Hic vero subitum ac dictu onirabile monstrum 
Adspiciunt : liquefacta boum per viscera tato 
Stridere apes utero, et ruptis effervere costis, 
Immensasque trahi nubes : jamque arbore summa 
Confluere, et lentis uvar/i demittere ramis. 

E pure non molti versi avanti detto ave a, che neces- 
sario era eleggere un luogo murato e coper<o : 



La Generazione degli Insetti 27 

Exiguus primum, atque ipsos contractus ad usus 
Eligitur locus : hune angustique imbriee tectU 
Parietibusque premunt arctis, et quatuor addunt, 
Quacuor a ventis ooliqua luce fenestras. 

Ma Juba re della Libia appresso Fiorentino, nel quin- 
todecimo 1 bro degli Ammaestramenti dell' agricoltura, 
attribuiti ali'imperadore Costantino Pogonaio, voleva che 
S' rinchiudesse il vitello in un'arca dilegn-): se bene il 
sopram mentovato Fiorentino pare che non l'approvi; 
anzi con l'opinione di Democrito e di Varrone, attenen- 
dosi al detto di Virgilio, afferma che questa faccenda 
far si dee in una stanza fabbricata a posta per quest'ef- 
fetto, e n' insegna il modo minutamente di giorno in 
giorno dal principio insino al line; quindi soggiugne, che 
la plebe delie pecchie nasce dalle carni del toro ; ma 
che i re s' ingenerano e nel cervello e nella spinai mi- 
dolla, ancorché quegli del cervello sieno maggiori, più 
belli e più forti. Ma del numero de' giorni ne' quali resta 
compinta l'opera, egli e molto lontano da quel che ne 
scrisse Virgilio, il quale ne assegnò nove; ed egli arriva 
fino al numero di trentadue: e Giovanni Rucellai, nel suo 
gentilissimo poemetto deli' Api, senza farne menzione 
sotto silenzio gli passa, ancorché tutto quanto questo 
magistero diffusamente descriva: 

E però s'elle ti venisser meno 
Per qualche caso, e destituto fossi 
Da la speranza di potere averne 
D'alcun luogo vicino, io voglio aprirti 
Un magistero nobile e mirando, 
Che ti farà col putrefatto sangue 
Dei morti tori ripararle ancora, 
Co me già fece il gran pastor d'Arcadia 
Ammaestrato dal ceruleo vate. 
Che per l'ondoso mar Carpazio pasce 
Gli armenti informi de le orribil Foche; 
Perciò che quella fortunata gente 
Che beve l'onde del fehce fiume, 
Che stagna poi per lo disteso piano 
Presso al Canopo, ove Alessandro il grande 
Pose l'alta città, v'ebbe il suo nome, 



28 Biblioteca Scientifica 

La quale ha intorno sé le belle ville, 
Che la riviera de le salubri onde 
Riga, e le mena le barchette intorno; 
Questo venendo lunge fin da gl'Indi, 
C'hanno i lor corpi colorati e neri, 
Feconda il bel terren del verde Egitto, 
E poi sen va per sette bocche in mare ; 
Questo paese adunque intorno al Xilo 
Sa il modo che si dee tener chi vuole 
Generar l'api e far novelli esami. 
Primieramente eleggi un picciol loco, 
Fatto e disposto sol per tale effetto, 
E cingi questo d'ogni parte intorno 
Di chiusi muri, e sopra un picciol tetto 
D'embrici poni, ed indi ad ogni faccia 
Apri quattro finestre, che sian vòlte 
A i quattro primi venti, onde intrar possa 
La luce, che suol dar principio e vita 
E moto e senso a tutti gli animanti ; 
Poi vo' che prenda un giovanetto toro, 
Che pur or curvi le sue prime corna, 
E non arrivi ancora al terzo maggio, 
E con le nari e la bavosa bocca 
Soffi mugghiando fuori orribil tuono ; 
D'indi con rami ben nodosi e gravi 
Tanto lo batterai che caschi in terra ; 
E, fatto questo, chiudilo in quel loco, 
Ponendo sotto lui popoli e salci, 
E sopra cassia con serpillo e timo ; 
E nel principio sia di primavera, 
Quando le grue tornando a le fredde alpi 
Scrivon per l'aere liquido e tranquillo 
La biforcata lettera de i Greci. 
In questo tempo da le tenere ossa 
Il tepefatto umor bollendo ondeggia : 
(0 potenzia di Dio quanto sei grande, 
Quanto mirabili) d'ogni parte allora 
Tu vedi pullular quelli animali, 
Informi prima, tronchi e senza piedi, 
Senz'ali, vermi, e c'hanno a pena il moto. 
Poscia in quel punto quel bel spirto infuso 
Spira, e figura i piò, le braccia e l'ale, 



La Generazione degli Insetti 29 

E di vaghi color le pinge e inaura ; 
Ond'elle fatte rilucenti e belle 
Spiegano a l'aria le stridenti penne, 
Che par, che siano una rorante pioggia 
Spinta d+l vento, in cui fiammeggi il Sol<^, 
le saette lucide, che i Parti 
Ferocissima gente, ed ora i Turchi 
Scuoton da i ner^i degl'incurvati archi. 

Non mancaroQo moli'altri poeti e ti*a' Greci e t/a' La- 
tini che accennassero questo nascimento dell'api, e par- 
ticolarmente Fileta di Coo che fu maesoro di Tolomeo 
Filadelfo, Archelao Ateniese o Milesio, citato da Var- 
rone, Filone Tarsense nella descrizione del suo famosis- 
simo antidoto, Giorgio Pisida, Nicandfo, e gentilmente 
Ovidio nei decimoquinto delle 1 ras formazioni: 

I quoque, delectos mactatos obrue tauros : 
(Cognita res usu) de putri viscere passim 
Florilegce naseuntur apes, quoe m,ore parentum 
Rura colunt operique favent in spemque laborant 

Lo confermano ancora molti prosatori tra quali è da 
vedersi Origene, Plutarco nella vita del secondo Uleomene, 
Filone Ebreo nel Trattato delle vittime; ed a questi an- 
tichi aderiscono tutti i tìlologi e tutti i filosofl moderni 
che ammettano questa favola per vera, e sovente sul di 
lei fondamento pret-endono di fabbricare macchine gran- 
dissime; ed ins.no quel sublime scrittore, quel fulgidis- 
simo lume delle scuole moderne, Pietro Gassendo, per 
cosa vera la racconta ; ed avendo osservato che Virgilio 
dà per precetto, che tale operazione si faccia al prin- 
cipio della primavera, e prima che l'erbe tìoriscano : 

Eoe geritur, zephyris primum impellentibus undas, 
Ante novis rubeant quam pra^a coloribus ; ante 
Garrula quam tignis nidum suspendat hirundo ; 

dice, che con molta ragione ciò viene avvertito ; concios- 
siacosaché in quel tempo il giovenco ha pasciuto l'erbe 
pregne di vari semi che sarebbon poi germogliati in 
fiori ; e soggiugne che dallo stesso Virgilio e da Fioren- 



30 Biblioteca Scientifica 

tino con molta ragione parimente fu comandato, che il 
morto vitello sopra uno strato di timo e di cassia si 
adagiasse; imperocché il timo e la cassia contengono 
semi abilissimi alla genera'^.ione delle pecchie, i quali 
tutti spiritosi o odoriferi, penetrando nel fracidume di 
quel cadavere, lo dispongono a vestir la forma di quegli 
industriosi animaletti. 

Molti furono e sono di tale opinione imbevuti, come 
sarebbe a d re Pietro Crescenzi, Ulisse Aldovrand<">, For- 
tunio Liceti, Girolamo Cardano, Tommaso Moufeto, Gio- 
vanni Jonstono, Francesco Osualdo Grembs. Tommaso 
Bartolini, Francesco Folli inventore dello strumento da 
conoscer l'umido e 'i secco dell'aria, ed il curiosissimo 
Filippo Jaco Sachs, il quale nella sua erudita Gambero- 
logia fa ogni sforzo possibile per mantenerla in con- 
cetto di vera. E se bene Giovan Battista Sperlingio, 
molto accorto e diligente scrittore, nella Zoologia sag- 
giamente detto avea, che in una grande e pestilenziosa 
mortalità di armenti, non si era nel paese di Vittem- 
berga ne veduta mai né osservata questa generazione di 
api fattizie, contuttociò il Sachs, chiamando in aiuto 
Gherardo Giovanni Vossio nel quarto libro dell' Idola- 
tria, r sponde esser ciò potuto avvenire per la freddezza 
di que paese inabile a po'"er generare e nutrire que' vo- 
lanti insetti; e lo stesso Padre Atanasio Chircher credè 
verissima quella nascita artificiosa delle pecchie :' anzi 
nel libro duodecimo del Mondo sotterraneo insegnò an- 
cora, che dallo sterco de" buoi pullulano alcuni vermi a 
guisa di bruchi, i quali in breve tempo mettendo l'ali si 
cangiano in api. Io non so se questo commendabile au- 
tore ne abbia mai fatta oculatamente la sperienza: so 
bene che quando ho fatto tenere in luogo aperto, come 
vuole esso Padre Chircher, lo sterco e de' buoi e di qual- 
sivoglia altro animale, sempre ne son nati i bachi e di 
piimavera e di state e di autunno; e da' bachi ne son 
sorte le mosche ed i moscherini, e non l'api: ma se l'ho 
fatto conservare in luogo chiuso, dove le mosche ed 1 
moscherini non abbian potuto penetrare né figliarvi so- 
pra le loro uova, non vi ho mai veduto nascere cosa 
alcuna; e di qui si scorge evidentemente quanto senza 
ragione frate Alberto Tedesco, cognominato Magno, af- 
fermasse che dal letame putrefatto nascer sogliano le 



La Generazione degli Insetti 31 



mosche. Ma per non uscir del filo, vi torno di nuovo a 
scrivere, che infiniti sono gli autori modei-ni die si per- 
suadono, che dalle carni de' tori abbian vita le pecchie: 
nei libro della Generazione degli animali se lo persuade 
il dottissimo padre Onorato FabH, le di cui opere fa- 
mose non csaran mai sepolte nelle tenebre della dimen- 
ticanz i Molti e molti altri ancora vi potrei annover^ìre, 
se non fossi chiamato a rispondere alle rampogne di 
alcuni, che bruscamente mi i ammontano ciò cbe si legge 
nel capitolo quattordicesimo dei sacrosanto Libro dei 
Giudici, che Sansone colà nelle vigne di Tannata, avendo 
ammazzato un leone e volendo dipoi rivederne il cada- 
vere, ritrovò in quelio uno sciame bellissimo di api, le 
quali vi avevano fabbricato il mèle; dal cìie fu indotto 
Tommaso Moafeto a scrivere nel suo Teatro degli in- 
setti, che le api altre nascono dala carne de' tori e son 
ch'amate -ajos-i'cvìTc, ed altre dalla carne de' leoni e son 
dette ).3ovT;y£VHrc, e che queste son di miglior razza e 
più generose e più forti; e di qui avv ene che ribollendo 
loro in seno i semi della, paterna ferocia, non temono di 
assalire, se irritate sieno, gli uomini stessi, e di ammaz- 
zare ancora ogni animale più grande: onde Aristotile e 
Plinio fanno test'monianza, da quelle essere stati uccisi 
intìn de' cavalli. Quindi soventi fiate ne' sacrosanti libri 
vengon paragonati i più forti ed i più terribili nemici 
alle pecchie; e particolarmente in Isaia: Sibilaòit Domi- 
nus api, quoe est in terra Assur :- il che da' Caldei fu 
interpretato : Darà voce il Signore a poderosissimi eser- 
citi che son forti come le pecchie, e gli condurrà da' con- 
fini della terra d' Assiria. E '1 rabbino Salomone spie- 
gando questo pasoo, dice: Bara voce all'api, cioè ad un 
esercito di uomini fortissimi che feriscono come le api. 
Questa difficoltà fu considerata dall'erudit s si nao e sa- 
pientissimo Samuel Bociarto nella seconda parte del suo 
famoso Jerozoico, e saggiamente da lui fu risposto : es- 
ser vero che nei cadavere del leone furon trovate dal 
suo uccisore le pecchie ; ma che per questo non si dee 
argomentare che elle vi fossero nate, né il sacro testo 
io dice : anzi dal sacro testo si può cavare, che allora 
quando Sansone volle ri\*eder quella mn'ta bestia, ella 
non era più, per cusi dire, un cadavero, ma uno schele- 



32 Biblioteca Scientifica 

tro d'ossa senza carne; e scheletro appunto vuol inten" 
dere il siriaco interprete. 

Soggiunge poscia il medesimo Bociarto, che ben 
poteva il leone esser divenuto uno scheletro arido e 
nudo ; conciossiacosaché quando Sansone ritornò per ve- 
derlo, ciò avvenne, come si legge nel testo ebreo, dopo 
giorni, cioè dopo un anno; e questo modo di favellare e 
di prender i giorni per Vanno, afferma esser frequentis- 
simo nella sacra scrittura, e dottamente ne cita molti e 
molti passi che per brevità tralascio. 

Se dunque Sansone ritornò dopo un anno a rivedere 
quel cadavere, verisimil cosa è che non fosse allora altro 
che un n .do scheletro, dentro al quale non aborriscono 
le pecchie di fare il mèle ; e ne fa testimonianza Ero- 
doto, raccontando che gli Amatusi avendo tagliato il 
capo ad un certo Onesilo e confìttolo sopra le porte di 
Amatunta, ed essendo di già inaridito, uno sciame di 
api vi fabbricò i suoi favi ; ed un altro gli fabbricò me- 
desimamente nel sepolcro del divino Ippocrate, se cre- 
diamo a Sorano nella di lui vita : ed io mi ricordo aver 
più volte udito dire al cavìlier Francesco Albergotti, 
letterato di non ordinaria erudizione, ch'ei ne vide un 
giorno un non piccolo sciame appiccato al teschio d'un 
cavallo. 

Potrebbe qui forse esser mosso un altro dubbio, se 
per fortuna fosse avvenuto che le pecchie si fossero get- 
tate a mangiar le carni di quel leone, ed in mangiandole 
vi avessero fatci sopra i loro semi o partoriti i loro cac- 
chioni ; da' quali nate poi le giovanotte api avessero po- 
tuto nella tessitura di quell'ossa làbbricare i fiali del 
mèle : e tanto più che questa fu l'opinione del Franzio, 
allora che nella Storia degli animali ebbe a favellare 
delle carni de' buoi. Ma io risponderei, che le pecchie 
sono animali gentilissimi e cosi schivi e delicati, che non 
solo non si cibano delle carni morte, ma né meno su 
quelle si posano, e l'anno incredibilmente a schifo. N'ho 
più volte in vari tempi ed in luoghi diversi fatta espe- 
rienza, attaccando de' pezzi di carne sopra ed intorno 
agli alveari ; e mai le pecchie ad esse carni non si son 
volute accostare : e se voi, signor Carlo, non lo voleste 
totalmente credei'e a me, datene fede per lo meno ad 
Aristotile nel capitolo quarantesimo del IX libro della 



La Generazione degli Insetti 33 

Storia degli animali ; credetelo a Varrone, a Didimo che 
lo copiò da VaiTone, al greco Manuel File che, cavando 
quasi interamente la su' opera da Eliano, fiori ne' tempi 
o di Michele Curopalata, ovvero di Michel Balbo, impe- 
ratori di Costantinopoli, 

Vive la vita intemerata e pura 
Sapientemente, né gus^ò giammai 
Frusti ferali o simile lordura. (1) 

•e. llnalmente a Plinio; che nell'undecimo libro lasciò scritto: 
Omnes carne vescuntur, cantra quam apes, quae nullum 
corpus attingunt. Ma il buon Plinio scordatosi forse poi 
di aver ciò riferito, contraddicendo a se medesimo nel 
capitolo decimoquarto del ventunesimo libro, scrisse : Si 
Gibus deesse censeatur apibus, uvas passas siccasve fico- 
sque tusas ad fores earum posuisse conveniet. Item lanas 
trac'as madentes passo, aut defructo, aut aqua mulsa. 
Gallinaìmm etiam crudas carnes. 

Considerando questa cosi manifesta contraddizione di 
Plinio, meco medesimo più volte ho temuto, che nel ven- 
tunesimo libro potesse essere errore di scrittura, ma son 
uscito di dubbio; imperocché avendo confrontato questo 
passo con molti antichi testi a penna delle più celebri 
librerie d'Italia, in tutti ho trovato costantemente le stesse 
parole, siccome le trovo nell'antico Plinio stampato in 
Roma nel 1473, ed in qmllo di Parma del 1480. Vi è 
però questa differenza, che in tutti gli stampati ha ; Gal- 
linarwm etiam crudas carnes; ma ne' manoscritti per 
io più, e nelle Osservazioni del Pinziano si legge : Gal- 
linaram etiam nudas carnes. Qual sia la miglior lezione 
lo potranno giudicare i critici ; io quanto a me credo, 
che Plinio scrivesse crudas carnes, e lo imparasse da 
Columeila, il quale nel capitolo quattordicesimo del libro 
nono insegnò, che quando mancava il cibo alle pecchie, 
alcuni costumavano intromettere degli uccelli morti non 
pelati negli alveari ; e son queste esse le sue parole : 
Quidam exemptis interaneis occisas aves intus includunt^ 
quae tem/pwe hyberno plumis suis delitescentibus apiòns 
praebent teporem : tum, etiam si sunt absumpt a cibaria 
commode pascuntur esurientes, nec nisiossa earum re 

(1) De animalium proprietate, n. XXIX, v. 37. 
3 — Insetti. 



34 ' Biblioteca Scientifica 



Unquunt. Ma strana cosa è il prurito grande che hanno 

gli scrittori di contraddirsi l'un l'altro; e di qui avvenne 
forse che Pietro Crescenzi volle che fosse data alle pec- 
chie affamate non la carne cruda, ma il polio arrostito. 
« Quando (dice egli) molto impoveriscono del mèle, il 
« quale si conosce al vedere, se di sotto si ragguardi, o 
« al peso, o vero meglio facendo un fòro sopra la pai*te 
« mezzana, e per questo un fuscel netto dentro messo 
« dia loro del mele, o vero pollo arrostito ovvero altre 
« carni. » Crederei dunque, per salvare il detto di Plinio, 
che le pecchie non mangiassero mai carne, se non cac- 
ciate dalla carestia e dalla fame, e ben lo disse Colu- 
mella nel soprammentovato capitolo, parlando di quei 
morti uccelli : Si autem favi suffìciant, permanent illi- 
batae. Anzi Columella conobbe molto bene, che era forse 
nna vanità, ed un voler far contro alla natura delle pec- 
chie, dando loro Je carni per cibo ; e perciò soggmnse : 
Melius tariien nos existimamus, ter/ipore kyberno faìne 
laborantibus ad ipsos aditus in canalicuUs, vel contusam, 
et aqua Tjiadefactam ficum aridam, vel defnictum aut 
passum praebere ; e di lai credenza forse furono Var- 
rone, Virgilio e Palladio, i quali non fanno mai menzione 
di somministrar la carne all'api nella mancanza del mèle. 
In somma le api hanno differente natui-a da quella dei 
calabroni e delie vespe ; imperocché e queste e quegli 
avidamente assaporano tutte quante le carni, e tutte 
quante le carogne che loro si paran davanti, ed io più 
volte ne ho fatta la prova ; e non si contentano di man- 
giarne, ma razzo'andole, e facendone alcune piccole pal- 
lottole, se le portano per avventura ne' loro vespai, e 
ne son queste bestiuole cosi rottamente golose, che tal- 
volta per cibarsene hanno ardire d'affrontare gli animali 
viventi ; e Tommaso Moufeto Jieì Teatro degl'insetti vQìQ- 
conta, essere stato osservato in Inghilterra, che un cala- 
brone, perseguitando una passera e finalmente avendola 
ferita e morta, fu veduto satollarsi del di lei sangue. 
Non la perdonano altresì alle carni umane : quindi è che 
Cointo Smirneo disse, che i Greci io compagnia di Neopto- 
lemo si scagliavano alla battaglia, come lanno per ap- 
punto le vespe quando spiccandosi da' loro vespai, bra- 
mano pascersi di qualche corpo umano : e quel sovrano 
poeta, che nelle sue divine opere 



La Generazione degli Insetti 35 

Mostrò ciò che potea la lingua nostra, 

prese argomento di descriver favoleggiando le pene d'al- 
cuni che nella prima entrata deirinferno erano tormen- 
tosamente puniti : 

Questi sciaurati che mai non fur vivi, 

Erano ignudi, e stimolati molto 

Da mosconi e da vespe, ch'eran ivi; 
Elle rigavan lor di sangue il volto, 

Che mischiato di lagrime, a' lor piedi 

Da fastidiosi vermi era ricolto. 

Son ghiottissime le vespe de' serpenti, se merita fede 
Plinio, e con questo alimento, dic'egli, si rendono più 
velenose le lor punture: il che vien confermato da Eliano 
nel capitolo quintodecimo del libro nono della Storia 
degli animali e nel capitolo decimo sesto del libro quinto, 
dove rapporta, che a bella prova corrono ad infettare il 
lor pungiglione col tossico della morta vipera : dal che 
l'umana malizia apprese poi l'arte d'avvelenar le frecce; 
ed Ulisse, come racconta Omero neW Odissea^ navigò in 
Eflra per impararla da un cert'Ilo Mermerida ; e d'Ercole, 
molto prima che d'Ulisse, si raccon-a che rendesse mor- 
tifere le sue saette coi sangue dell'Idra. Non è però già 
da credere che diventino avvelenate le punture delle ve- 
spe e de' calabroni, per essersi cibati della carne di qua^- 
sisia serpe indifferentemente ; imperocché questo caso 
allora solamente si può dare, quando abbiano tuffati gli 
aghi loro in quel pestifero liquore che sta nascoso nelle 
guaine che cuoprono i denti canini della vipera o degli 
altri a lei simili serpentelli, come fu da me accennato 
nelle mie Osservazioni intoimo alle vìpere. Se poi vera- 
mente i calabroni e le vespe (conforme vuole Eliano) 
abbiano questa malvagia inclinazione di natura, io non 
vorrei crederlo. Teofrasto, per quanto si legge nel fram- 
mento del libro che scrisse Begli animali che son cre- 
duti invidiosi, conservato nella libreria di Fozio, saggia- 
mente tien per fermo, che tal maligna invidia non si 
tpovi mai negli animali che son privi di discorso : e se lo 
stellone si mangia la propria spoglia ; se '1 vitello marino 
preso da' cacciatori vomita il gaglio ; se le cavalle strap- 



^ Biblioteca Scientifica 

pano dalla fronte de' figliuoli, e si divorano la favolosa 
ippomane, se il cervio (il che pure è menzogna) nasconde 
sotterra il corno destro, quando gli cade ; se '1 lupo cer- 
viere c^.la alla vista degli uomini la propria orina, e se 
*1 riccio terrestre tra le mani de' cacciatori si guasta 
coll'orina la pelle ; ei crede che lo facciano o per timore 
o per qualch'altra cagione appartenente a loro stessi, e 
ron perchè vogliano invidiosamente privar gli uomini di 
que' loro escrementi, dal volgo creduti giovevoli per al- 
cune malattie e per le ridicolose fatture degli stregoni. 
Ad imitazione di Teofrasto ancor io direi, che le vespe 
e i calabroni ronzassero intorno a' cadaveri de' serpenti, 
non per avvelenare 1 loro pungiglioni, ma per lo sol fine 
di nutricarsi, e per lo stesso fina avessero nimicizia, e 
perseguitassero ostinatamente i mosconi e le pecchie. 
Non è però, che le vespe non vivano ancora di fiori e 
di frutti fieschi e secchi; ma l'uva, ed in particolare la 
moscadella, troppo ingordamente la divorano, come ne 
fan testimonianza Cointo Smineo, e Meandro negli Ales- 
sifaì^naci, e si vede tutto giorno per esperienza. 

Or se, come dissi, è menzogna che le pecchie nascano 
dalla carne imputridita de' tori, favola non men credo 
che sia quel che da alcuni si narra, che nelle parti della 
Russia e della Podolia si trovi una certa maniera di 
serpenti, che si nutriscono di latte, ed anno il capo ed 
il becco simile all'anitre, e son chiamati zmija, i quali 
generano dentro de' loro «iorpi viventi e partoriscono poi 
per bocca o, per meglio dire, vomitano ogni anno a poco 
a poco due sciami di pecchie almeno, che in lingua del 
paese dette sono zmijoiochi, e ritenendo molto della na- 
tura serpentina, s' armano d' un pungiglione velenoso e 
poco men che mortale. Questo racconto in quelle Pro- 
vincie è tenuto per cosa certissima, e molti riferiscono 
d'aver veduti di que' si fatti serpenti , e fu ancora con- 
fermato in Parigi dalla testimonianza d'un tal signor 
Szizucha, per quanto mi viene scritto in una lettera dal 
dottissimo ed eruditissimo signor Egidio Menagio. Il si- 
gnor Menagio però non vi presta fede, anzi tien per 
verisimile, se sia vero però che que' serpenti vomitino 
di tempo in tempo delle pecchie, che ciò avvenga, per- 
chè le abbiano prima inghiottite vive nel tempo forse 
che rubano il mèle dagli alveari. « Il n'y a point d' ap- 



La Generazione degli Insetti 37 

« parence (dic'egli) de croire que ce.s abeilles s'engen- 
« drent dans )e corps de cette sorte de serpens ; et il 
« est vraisemblable que ces serpens les ayant avalèes 
« avec leur mie], car la plus part des serpens aiment 
« les choses douces, ils les revomissent de suite, en 
< estant piquez. » E una sola volta forse che ciò sia 
accaduto e che sia stato osservato, può aver dato luogo 
alla favola ed all'universale credenza. Sia com'esser si 
voglia, che io tra queste suddette favole novero ancora 
quell'altra, che la vespe e i calabroni riconoscano il loro 
nascimento da alcune maniere di carni putrefatte, ancor- 
ché dal consenso universalis-imo d' infiniti autori venga 
affermata per vera ed infallibile. 

Antigono, Plinio, Plutarco, Nicandro, Eliano ed Arche- 
lao citato da Varrone insegnano, che le vespe abbiano 
origine dalle morte carni de' cavalli. Virgilio lo confessa 
non solo delle vespe, ma ancora de' calabroni. Ovidio, 
tacendo delle vespe, fa menzione de' calabroni sola- 
mente : 

Pressus humo bellator equus crabronis origo est. 

Tommaso Moufeto riferisce, che dalla carne più dura 
de' cavalli nascono i calabroni, e dalla più tenera le ve- 
spe. Ma i Greci chiosatori di Nicandro attribuiscono co- 
tal virtude non alla carne, ma alla pelle, con questa con- 
dizione però, che il cavallo sia stato morso ed azzan- 
nato dal lupo. Giorgio Pachimero afferma, che non dalla 
pelle né dalle carni, ma dal solo cervello nascono le 
vespe: ed il Landò fa nascere i calabroni dal cervello 
dell'asino. Ma Servio gramatieo sconvolgendo ogni cosa 
disse, che da' cavalli nascono i fuchi, e da' muli i cala- 
broni, e dagli asini le vespe; e, quanto alle vespe, Isi- 
doro si ristrigne al solo cuoio -dell' asino, e pure Ólim- 
piodoro, Plinio, il Cardano, il Porta vogliono che dal- 
l'asino prendano il nascimento i fuchi, gli scarafaggi, e 
non le vespe : ed Oro nel capitolo veatesimoterzo del 
secondo libro de' Geì^oglifici parla delle vespe nate dalle 
carni del coccodrillo; e Antigono nel capitolo ventesimo- 
terzo delle Storie maravigliose ebbe a dire, che dal coc- 
codrillo non le vespe, ma gli scorpioni terrestri sponta- 
neamente nascono, Se ciò veramente nelle carni di que- 



38 BMìoteca Scientìfica 

sto serpente avvenga non voglio ictrigarnii a favellarne, 
perchè non ne ho fatta l'esperienza, né credo per ora di 
poterla fare : veglio bene dentro all'animo mio ferma- 
mente credere, che siccome ho trovata essere una men- 
zogna la nascita di tutti quegli altri insetti dalle carni 
de' muli, degli asini e de' cavalli, cosi favoloso non meno 
sia, dal morto ed imputridito coccodrillo il nascimento 
delle vespe e degli sco'pioni. Favoloso nella stessa ma- 
niera con più e diversi esperimenti ho ritrovato, che gli 
scorpioni possano nascere da' granchi sotterrati, come 
lo scrissero Fortunio Liceto, Giovan Battista Porta, il 
Grevino, il Moufeto ed il Nierembergio, i quali con troppa 
credulità e troppo alla buona impararono questa dot- 
trina da Plinio, e Plinio forse da Ovidio nelle Trasfor- 
mazioni. 

Concava littoreo demas si br acida cancro, 
Ccetera supponas terne, de parte sepulta 
Scorjpius eocibi*, caudaque tninabitur unca. 

Ma Plinio al detto da Ovidio aggiunse una di quelle 
cond'Zioni. che tanto dalla plebe son tenute in venera- 
zione, eie è che quest'opra si facesse in quei giorni ap- 
punto, che il sole fa il suo viaggio nel segno del gran- 
chio, Sole cancri signton transeunte, et ipso7^um, cum 
exanìmati sint, corpus transflgurari in scorpiones, nar- 
ratur in sicco. Questa favola non fu mica creduta da 
Tommaso Bartolino, uomo per universa'e consentimento 
annoverato tra' maggiori e più rinomati medici e noto- 
misti dell'età presente e della passata; conciossiacosaché 
in una lettera scritta all' eruditissimo Filippo Jacopo 
Sachs afferma costante Lnente di aver osse *vato, che in 
Danimarca, dov'è grandissima abbondanza di granchi, da' 
lor cadaveri putrefatti e con otti non nascono gli scorpioni. 
Ma il Sachs non aderisce né punto né poco al detto del 
Bartolino ; anzi possibilissima crede cosi fatta genera- 
zione soggiugnendo. che nulla contro di quella provano 
l'esperienze fatte in Danimarca, per essere i paesi set- 
tentrionali in ogni tempo privi affatto di scorpioni. Io 
nulla di meno mi sento inclinato a credere (e sia detto 
con pace di tanvo virtuoso e cosi benemerito delle buone 
lettere), mi sento, dico, inclinato a credere, che il Sachs 



La Generazione degli Insetti 39 

forse s' inganni, come con tutti i soprammentovati mo- 
derni autori s'ingannarono forse ancora Ovidio e Plinio. 
Non fu però Plinio contento di far nascere gli scorpioni 
solamente da' granchi, che volle ancora che il bassilico 
pestato e poscia coperto con una pietra gli generasse; 
ed ebbe per aderente in gran parte ne'susseguenti tempi 
il greco compilatore de' Precetti delV agricoltura, il quale 
non fa seppellire il bassilico sotto la pietra, ma bensì 
insegna che si mastichi, e poscia al sole si esponga. 
Oiovan Battista Porta seguitò l'opinione di costui ; ma 
il Mattinolo ed il Liceto s'attennero a quella di Plinio: 
ed insomma infiniti altri moderni, e fra essi il Nierem- 
bergio, 1' Elmonzio, il Sachs ed il Chircher attribuiscono 
tal virtude a questa odorifera erba; e gliele attribuisce 
parimente il celebratissimo Padre Onorato Fabri nel se- 
condo libro Belle Piante, prop. 84, opinando che nel 
bassilico si trovino insieme e le semenze degli scorpioni 
e le disposizioni necessarie per farle nascere; e Vol- 
fango Oeffero,' citato nella Cammarolojia del Sachs, 
racconta, che a' nostri tempi un certo speziale più sac- 
cente degli altri nel paese d'Austria aveva trovato il 
modo di far nascere artiflziosamente quelle paurose be- 
stiuole. Del mese di luglio e di agosto, essendo il sole 
la granchio, pestava ben bene il bassilico ; e con esso 
così pestato spalmava, alla grossezza di tre dita, un te- 
golo rovente, lo copriva subito con un altro simil tegolo, 
e stuccava le congiunture con loto fatto di sabbione e 
di sterco di cavallo, quindi metteva que' tegoli in can • 
tina per lo spazio d'un mese, e poscia aprendogli vi tro- 
vava dentro gli scorpioni belli e nati ; onde quel buon 
uomo se ne serviva a tutti quegli usi, pe' quali gli scor- 
pioni son bisognevoli nella medicina. 

Un'invecchiata, ancorché falsa opinione, fa gran forza 
nelle menti degli uomini; perciò maraviglia non è, se 
Jacopo 011e;io medico di altissimo grido, nel primo libro 
della Pratica medicinale, va credesse, che per aver so- 
verchiamente odorato il basilico, nascesse uno scorpione 
nel cervello di un cert'uomo italiano. 

Forse era ver, ma non però credibile 
A chi del senso suo fosse signore. 

E se roUerio avesse dato fede a quel che del bassilico 



40 Biblioteca Scientifica 



fa fccritto da Galeno nel secondo libro delle potenze degl 
alimenti, non si sarebbe lasciata scappai' dalia penna una 
baia cotanto incredibile. Fu più di lui accurato ed av- 
veduto e però più commendabile Giovan Michele Fehr, 
citato nella Cammarologia del litteraiissimo Sachs; im- 
perocché avendo letto in Galeno, che dal bassilico non 
son generati gli scorpioni, volle con tutte le circostanze 
richieste farn^ la prova, e ritrovò che Galeno era veri- 
dico e tutti gli altri menzogneri, siccome lo sono ancora 
tutti coloro, i quali affermano che non è solo il bassi- 
lieo a saper produrre queste bestiuole ; ma che le pro- 
duce il crescione, ed ogni sorta di legno fracido e cor- 
rotto : anzi Fortunio Liceto racconta, che Jacopo Antonio 
Marta Napoletano faceva nascere gli scorpioni dalla terra 
inaffiandola col sugo della cipolla; e un di questi forse, 
o qualsisia altro simile, era quel màraviglioso e gran 
segreto, di cui fa menzione Avicenna. Miglior pensiero 
fu quello del grande Aristotile, che insegnò esser gene- 
rati gli scorpioni della congiunzione de' maschi e delle 
femmine ; le quali non figliano poi l'uova, come costu- 
mano molti altri insetti, ma bensì partoriscono gli scor- 
pioncini vivi, e secondo la loro spezie perfetti. Il che 
non fu negato né da Plinio nel capitolo venticinque del 
libro undicesimo, né da Eliano nel libro sesto al capi- 
tolo ventesimo, e fu minutamente osservato da Tom- 
maso Furenio e dall'eruditissimo Giovanni Rodio nelle sue 
Osservazioni medicinali. Ancora io provando e ripro- 
vando ne feci l'esperienza; ed essendomi stata portata 
una gran quantità di scorpioni dalle montagne di Pistoia, 
scelsi alcune femmine, le quali, più grandi e più grosse 
de' masch', benissimo si distinguono da essi maschi; ed 
il giorno venti di luglio separatamente le serrai, senza 
dar lor cosa alcuna da potersi cibare, in alcuni vasi di 
vetro, ne' quali alcune morirono avanti al parto; ma 
una il dì cinque di agosto partorì non undici scorpion- 
cini, come crederono Plinio ed Aristotile, ma bensì tren- 
tetto benissimo formati, e di colore bianco lattato, che 
di giorno in giorno si cangiava in color di ruggine ; ed 
un'altra femmina, in un altro vaso rinchiusa il dì sei 
dftl suddetto mese ne figliò venzette dello stesso colore 
de' primi; e tanto gli uni quanto gli altri, stavano ap- 
piccati sopra il dorso e sotto il ventre della madre, ed 



La Generazione degli Insetti 41 

il giorno decimonono erano tutti vivi; ma da lì avanti 
ne cominciò ogni giorno a morir qualcheduno, e due 
soli arrivarono ad esser vivi il giorno ventiquattro di 
agosto, il quale passato, furono anch'essi da me trovati 
morti. In quel tempo io volli medesimamente vedere, 
come nel ventre della madre avanti al par^o questi in- 
setti si stessero; perlocbè ne sparai molte, e trovai di- 
verso il loro numero, ma però mai mmore di venzei né 
maggiore di quaranta; e stanno tutti attaccati insieme 
in una lunga filza, vestiti di una sottilissima e quasi in- 
visibile membrana, dentro alla quale si veggono benis- 
simo distinti, e separati per un ristrignimento simile ad 
nn sottilissimo filo ch'ella fa fra l'uno scorpione e l'altro. 
Con questa occasione io mi accorsi non esser vero quel 
che Aristotile ed Antigono Caristio raccontano, che le 
madri sono ammazzate da' nati figliuoli; né quel che 
scrisse Plinio, che i figliuoli sonò tutti dalla madre uc- 
cisi, eccetto che uno, il quale più scaltrito degli altri si 
salva sopra il dorso di essa madre, ponendosi in luogo 
dove non possa esser ferito né dal morso né dal pungi- 
glione della coda; e questo dappoi vendicatore de' fra- 
telli ammazza la propria genitrice Osservai, se dopo 
questa prima figliatura, passati alcuni giorni, altri scor- 
pioncini dalla stessa madre fossero partoriti, conforme 
racconta il Rodio essergli intervenuto, che ne vide gran 
numero della grandezza de' lendini: ma io per qualsiasi 
diligenza non potei mai imbattermi a vedergii, e di più 
avendo aperto il ventre a molte femmine pregne, non vi 
ho mai trovato altro, che quella bianca filza di scorpione 
Cini tutti di ugual grandezza, e sempre quasi dello stesso 
numero da venzei, come dissi, a quaranta : può nulla di 
meno essere avvenuto, che quelle che io avea per le 
mani, avessero fatte per lo passato molte altre figliature^ 
e che io sempre mi fossi imbattuto nell'ultima; che per- 
ciò lascio a ciascuno la libertà di credere in questo ciò 
che più gli sia per essere a piacere. Non vorrei già che 
voi, signor Carlo, credeste che nella nostra Italia fosse 
cosi poca dovizia di scorpioni, come pare che ne' suoi 
tempi l'accenoasse Plinio nel libro undecimo della Storia 
naturale, dicendo : ScEpe Psylli, qui reliquarum venena 
terrarum invehentes, quaistus sui causa peregrinis malis 
implevere Italiam, hos quoque importare conati sunt 



42 Biblioteca Scientifica 

Sed vivei^e intra Siculi cceli ì^egionem non potuere. Vi- 
puntar tamen aliquando in Italia, sed innocui; imper 
ciocché oggigiorno nella sola città di Firenze se ne con- 
sumeranno ogni anno, per far l'olio contro veleni, vicino 
a quattrocento e forse più libbre. Io credo però, che 
Plinio avesse ragione, quando affermò, che quegli che si 
trovano in Italia sono innocenti e non velenosi; impe- 
rocché infinite volte ho veduto quei contadini che in Fi- 
renze pel sollione gli portano a vendere, liberamente ma- 
neggiargli, e razzolar colle mani ignudo ne' sacchetti 
pieni, ed es erne sovente punti, e sempre senza un mi- 
nimo ribrezzo di veleno : e pure tutti questi scorpioni di 
Toscana son di quegli che hanno sei nodi o vertebre, 
che vogliam dire, nella coda, i qua i per sentimento d'Avi- 
cenna son molto piiì velenosi degli altri 

Se si trovino scorpioni che abbiano più o meno di sei 
vertebre nella coda, io non lo so, perchè non ne ho mai 
veduti di tal fatta; so bene che gli scrittori non ben 
s'accordano fra di loro : e Plinio racconta trovarsene di 
quegli che ne hanno sette, e di quelli che ne hanno sei; 
ed i primi da lui, al contrario di quel che disse Avicenna, 
sono chiamati più mortiferi degli altri. Strabene simil- 
mente ed i Talmudisti, citati da Samuel Bociarto nel 
Jerozoico, ne noverano di sette vertebre, a Nicandro pare 
che faccia menzione d una certa razza di scorpioni che 
ne ha nove : 

Le vertebre 

Di nove nodi oltre l'anteiina sono. 

ancorché il di lui greco Scoliaste, come eruditissimamente 
osservarono il Bociarto, il Gorreo e l'Aldovrando, dica 
in questo verso di Nicandro la voce i/v^àoiTas-. significare 
lo biesso che -oX-jòccjasi. Cioè. « usa la voce l^nidò-z'jij.oi, 
« non perchè gli scorpioni abbiano nove congiunture, 
« come dice Antigono ; né perchè abbiano nove vertebre, 
« come vuole Demetrio ; imperocché non si vede mai 
« scorpione che abbia più che sette vertebre; il che av- 
<?; vien di rado, per quanto scrive Apollodoro. » E per 
prova di questo pensiero dello Scoliaste molti pellegrini 
luoghi di vari scrittori apporta il Bociarto, i quali voi 
molto bene avrete veduti appresso quel grandissimo let- 
terato, onde per brevità maggiore gli tralascio. 



La (Jenerazione degli' Insetti 43 

Non voglio già tralasciar di dirvi, che siccome tutti 
quegli scorpioni dell'Italia che da me sono stati osser- 
V ti anno sei sole vertebre o spondili o nodi nella coda, 
cosi parimente gli scorpioni dell'Egitto non ne anno piiì 
di sei, come ho potuto /edere in alcuni che l'anno 1657 
da quel paese furono mandati al serenissimo Gran- 
duca mio signore. Vi è però tra gli egizi ed i nostrali 
non poca differenza : imperocché, quantunque e quegli e 
questi sien dello stesso colore nericcio, quegli d' Egitto 
son di gran lunga più grandi e più grossi di questi; ed 
avendo messo nelle bilancine uno di quegli d'Egitto tro- 
vai che così secco e netto da tutte le interiora pesava 
venti grani ; ed uno di questi d'Italia, morto pochi giorni 
avanti, appena arrivava a cinque. Gli spondili o le ver- 
tebre della coda di que' d'Egitto son tutte quasi di lun- 
ghezza e di grossezza uguali tra di loro; ed appena si 
scorge che quanto più son lontane dal dorso, più si al- 
lungano : ma negli scorpioni de' nostri paesi, la quinta 
vertebra avanti al pungiglione è sempre il doppio più 
lunga di tutte l'altre. 

Ho veduto un'altra spezie di scorpioni alquanto diffe- 
rente dalle due suddette, e me l'ha mandata dal regno 
di Tunisi, dov'al presente si trova, il dottor Giovanni 
Pagni, celebre professore di medicina nella famosa Ac- 
cademia Pisana. Tutto '1 regno di Tunisi produce fecon- 
dissimamente questi scorpioni, chiamati in lingua barba- 
resca Akrab ; ma particolarmente se ne trova un' in- 
finita moltitudine in una piccola città detta Kisijan, e 
son molto più lunghi e molto più grossi di que' d'Egitto. 
Ne pesai due de' vivi, e ciascuno di essi arrivò alla 
quinta parte d'un'oncia, ed è credibile che fossero sma- 
griti e scemati di peso, essendo stati più di quattro mesi 
senza mangiare : uno de' quali vive ancora tre altri mesi 
dopo, non si cibando. Il lor colore è per lo più un ver- 
degiallo dilavato, e quasi trasparente come d' ambra, 
fuorché nel pungiglione e nelle due forbici o chele, che 
son di color più sudicio e simile alla calcidonia oscura; 
la cuspide però del pungiglione è affatto nera. Se ne tro- 
vano talvolta alcuni de' bianchi ; ma de' neri non se ne 
vede se non di rado. Il tronco delle foruici é di quattro 
nodi congiunture. Le gambe son otto, e le due prime 
vicine a' tronchi delle forbici son più corte di tutte ; le 



44 Biblioteca Scientifica 

due seconde son più lunghe delle prime, e le terze più 
delle seconde, siccome le quarte son più lunghe di tulte 
l'altre, e son composte di sette fucili, e tutte l'altre sud^ 
dette di sei solamente. Tutto '1 dorso è fabbricato di 
nove commessura per lo più in foggia d'anelli, e sovra 
esso dorso, in queLa parte ch'è tra' due tronchi delle 
forbici, scorgonsi due piccolissime eminenze ritonde, nera 
e lustre. Sotto 'l ventre cli'è composto di cinque com- 
messure veggonsi due lamette dentate, che paion appunto 
due seghe, le quali quando lo scorpione cammina le di- 
stende e le dibatte, com'egli se ns volesse servire, quasi 
che fossero due ali- La coda ha sei vertebre o spondili, 
e l'ultimo d'essi è il pungiglione molto grande e unci- 
nato : l'altre cinque vertebre nella parte superiore sono 
scanalate, e con orli o sponde dentate, e per <li sotto 
tondeggiano, e son convesse e rio'ate per lo lungo coft 
alcune linee rilevate composte di punti nericci. Questi 
scorpioni di Barberia, non solo quando stanno rannic- 
chiati, ma ancora quando camminano, tengon la coda al- 
zata e piegata in arco; il che per lo più è comune quasi 
a tutte l'aitre generazioni ; onde Tertulliano nello Scor- 
piaco : Arcuato impeiu insurjens hamatile spiculum in 
sumrno, tormenti ratione, restnngens ; ed Ovidio, lib.IV^ 
de' Fasti : 

Scorpius elatoe mefuendus acumine caudoe. 

Gran disputa è tra gli scrittori, se la punta del pun- 
giglione abbia forame alcuno, da cui possa uscir qual- 
che stilla di liquor velenoso, quando lo scorpione ferisce: 
ed in vero che quella punta termina cosi pulita e sot- 
tile, che si rende impossibile agli occhi il rinvenire, se 
veramente sia forata. Galeno nel libro sesto De locis af- 
feciis, cap. 5, disse, che non ha foro né apertura veruna; 
per lo contrario Plinio, TertuUiaao, San Girolamo, San 
Bas lio, Eliano, il Greco chiosatore di Nicaadro, il Gorreo, 
l'Aldovrando e molt'altri moderni vogliono, che lo scor- 
pione non solamente ferisca con la punta dell' ago, ma 
che ancora con essa versi e infonda nelle ferite un li- 
quido veleno ; e maestro Domenico di maestro Bandino 
d'Arezzo, scrittor famoso de' suoi tempi per le molte, 
varie e faticose opere che lasciò composte, alcune delle 



La Generazione degli Insetti 45 

quali io conservo manoscritte nella mia libreria, affermò 
che '1 veleno dell'ago dello scorpione è un liquor bianco 
e sottilissimo. I poeti però dicono che sia nero : 

. . . nigrumque gerens in acumine virus^ 

«aitò un di loro. Onde per chiarirmi della verità , tra 
molti e molti microscopi del serenissimo Prìncipe di To- 
scana, ne scelsi due con tutta perfezione lavorati da due 
famosissimi maestri di quest'arte, uno in Roma e l'altro 
in Inghilterra, con l'aiuto de' quali indarno tentai di ve- 
der l'apertura dell'estrema cuspide del pungiglione de- 
^li scorpioni di Tunisi, d'Egitto e d'Italia; e se io avessi 
avuto a dar fede a quello, che a me e ad altri miei 
amici mostravano quegli squisiiissimi microscopi, avrei 
potuto non senza qualche ragione affermare che ella non 
era pertugiata; ma non mi piacque contentarmi del ve- 
duto, e perciò cominciai a premere il pungiglione d'uno 
scorpione di Tunisi. Ma né anche per questa via potei 
soddisfarmi; imperocché essendo il pungiglione durissimo 
e di sustanza crostosa, come quella delle locuste marine, 
non cedeva al tatto e non riceveva compressione ve- 
runa, abile a poter fare schizzar fuora ciò che nella ca- 
vità di esso pungiglione si contiene. Adizzai lo scorpione 
e l'irritai ad avventar molte punture sopra una lama di 
ferro, ma non vi lasciò mai segno né di liquore né di 
umido; ed io stava già per credere, anzi di già lo cre- 
deva, che l'opinione di Galeno fosse la vera, quando im- 
provvisamente vidi una volta comparir sulla punta una 
minutissima e quasi invisibile gocciolina d'acqua bianca, 
quale poi molte e molt'altre fiate ho veduta, allora 
quando ho stuzzicato lo scorpione, ed egli incollerito ha 
fatto forza di ferire con la coda. E di qui raccolgo, che 
non dissero menzogna Eliano' e '1 greco Scoliaste di Ni- 
candro. affermando l'ago o pungiglione degli scorpioni 
esser forato di un pertugio cosi insensibile, che si rende 
vano all'occhio il poterlo vedere. 

In questo tempo nei quale io faceva queste esperienze, 
mori uno degli scorpioni di Tunisi ammazzato da un al- 
tro scorpione suo compagno; onde col di lui morto pun- 
.giglione punsi quattro volte nel petto un piccion grosso 
■ed un calderugio, e mentre alcuni credevano che fossero 



46 Biblioteca Scientifica 

per morirsene, s'accorsero che le punture non avean 
portato loro detrimento di sorta alcuna. Per la qual cosa 
cominciò a poco a poco a nascermi un legger dubbio^ 
se per avventura potess'essere, che anche gli scorpioni 
di Barberia non fossero velenosi. Mi scrive di Tunisi il 
soprammentovato dottor Pagni, che i Mori di quel paese 
affermano costantemente, che non passa anno che noD 
periscano molti uomini feriti dagli scorpioni, e che il 
lor veleno è terribilissimo e operante con indicibil pre- 
stezza, e con violenza d'accidenti tìerissimi ; e agli anni 
addietro furon provati da Pietro de Santis, mercante in 
quella città, il quale, ferito da una di quelle bestiuole 
nel piede sinistro, patì punture atrocissime, non solo 
nella parte offesa, ma ancora per tutta la coscia sino 
alla spalla ; e non ostante che il dolore tosse acutis- 
simo, si lamentava nondimeno, e gli pareva che tutto il 
lato sinistro fosse intormentito e senza forza; ed ebbe 
di buono a poter guarirne dopo molte scarificazioni fatte 
sopra la ferita e dopo un replicato beveraggio di teriaca, 
con la quale ancora gli fu impiastrato tutto quanto il 
piede, oltre molti e molt'altri medicinali provvedimenti. 
Mi scrive altresì, che que' barbari van dicendo, e lo co- 
stumano ancora, che per preservarsi da questo pestifero 
veleno, è necessario portare addosso, ovvero attaccar 
sopra le porte delle case, un certo buUettino, fatto con 
un pezzo di carta pecora quadra tagliata un poco da 
una banda, in cui sono scritti certi nomi arabici, ed im- 
pressi alcuni sigilli e pentacoli. Cosi fatto preservativo 
di que' superstiziosi, vani e ridicoli bullettini, accoppiato 
con un altro rimedio creduto sicurissimo e comunemente 
usato da* medici africani, di dare a bere l'acqua tenuta 
nelle inutili tazze lavorate di corno d'alicorno, mi fece 
crescere il dubbio ; ma non osava d^rlo contro una cre- 
denza cosi altamente radicata : pure fattomi animo , ed 
accomodato uno scorpione vivo in modo che non potesse 
pugnermi, dopo averlo ben bene irritato ed inasprito, lo 
necessitai a ferir quattro volte profondamente il petto 
d'un piccion grosso il quale con meraviglia di molti non 
ebbe né pur minima offesa di veleno ; ed il simile av- 
venne ad una pollastra e ari un cagnuolo nato di poche 
settimane. 
Qui mi veggio venire addosso la piena di tutti i filo- 



La Generazione degli Insetti 4/ 



logici, di tutti i medici e di tutti gli scrittori della storia 
naturale, i quali, facendo delle braccia croce, mi gridano 
che lo scorpione ammazza non solamente le bestiole mi- 
nute , ma che non la perdona altresì alle più feroci e 
alle più grandi, tra le quali noverano lo stesso leone; e 
il dottor Kemal Eddin Muhammed Ben Musa Ben Isa 
Eddemiri Vi aggiugne il cammello e l'elefante. Quindi 
alcun' altri sorridendo mi dicono che non fu gran fatto» 
se non morirono gli animali colpiti da quello scorpione di 
Tunisi, conciossiacosaché era più di quattro mesi che 
stava racchiuso in un vaso senza cibarsi, onde poteva 
aver perduto la velenosa malizia : di più, avend' io fatta 
l'esperienza net mese di novembre, mi rammentano che 
Tertulliano, il qual pur era nato nell'Africa, parlando 
degli scorpioni ci lasciò, scritto nel principio dello Scor- 
piaco : Familiare periculi tempus cestas : austro et africo 
soevitia velificat. 

Mi riducono parimente alla memoria , che Macrobio^ 
Saturn, lib. I, cap, 21, ebbe a dire: Scorpius hyeTnetor- 
pescit, et transacta hac, aculeum rursus erigit vi sua, 
nullurr, natura damnum ex ìiybemo tempore perpessa ; 
e che Leone Affricano racconta che nella città di Pescara 
in Affrica , son cosi numerosi e pestiferi gli scorpioni^ 
che quasi tutti gli abitanti v^engono sforzati nel tempo 
della state ad abbandonarla, e non vi ritornano se non 
al novembre. 

Questa opposizione non solo è saggiamente fonda!;a^ 
ma eir è parimente verissima e più e più volte dalla 
sperienza confermata, come son ora per riferirvi. Quello 
stesso scorpione, le di cui punture nel mese di novembre 
non aveano avvelenato né il piccion grosso né la pol- 
lastra né il cagnuolo, continuò a vivere senza cibo 
tutto l'inverno, serrato in un gran vaso di vetro ; e del 
mese di gennaio si ridusse così grullo e sbalordito, che 
sembrava se ne volesse morire ; ma arrivato al febbraio, 
ancorché non avesse di che cibarsi, cominciò a ripigliar 
fiato e spirito bizzarrissimo, con forza non ordinaria delle 
membra, che sempre andò crescendo. Quindi avvenne, 
che il di 23 di febbraio, trovandomi in Pisa con la corte, 
deliberai di esperimentare se egli avea per ancora ri- 
presa la velenosa e mortifera sua malizia ; ed essendo 
per avventura venuto quella mattina a trovarmi monsù 



48 Biblioteca Scientifica 



Carlo Maurel, dotto ed esperimentato chirurgo franzese, 
strappò la piuma dal petto d'un piccion grosso, e nella 
pane di già pelata e quasi sanguinosa fece tre volte 
penetrar profondamente l'ago di queir iracondo ed arrab- 
biato scorpione ; dal che il piccion grosso cominciò su- 
bito a vacillare, e con frequenti ansamenti e tremiti an- 
dava quasi balordo movendosi m giro A sedici ore cad- 
de, senza più potersi riavere, in terra ; dove pati molta 
convulsioni fino alle dicioit'ore, nel qual punto allungò 
le ^ambe e le cosce intirizzate e fredde, sicché parea 
morto dal mezzo in giù : continuavano però di quando 
in quando 1 tremiti e le convulsioni nell'ali con qualche 
poca di vivezza nella testa, e cosi dimorò fino a vent'ore 
e tre quarti, e allora si mori, essendo scorse appunto 
cinqu' ore da quel momento nel quale fu ferito. Tosto 
che fu morto, essendo venuto a trovarmi il dottissimo e 
-celebratissimo signor Niccolò Stenone, curioso di osser- 
vare in quale stato si sarebbon trovate le viscere ed il 
sangue di quel piccione avvelenato, mi consigliò a farne 
pugnerò senz'altro indugio un altro, come feci, con tre 
ferite nella stessa parte del petto dove fu punto il pri- 
mo, ma però senza strappargli penne : e questo secondo 
piccione si mori in capo a mezz" ora, avendo intirizzate 
e distese le cosce e le gambe come il primo ; onde ri- 
feci subito l'esperienza m due altri, i quali, ancorché 
feriti tre volte per uno, non solo non morirono, ma non 
parve nemmeno che se ne sentissero male. 

Lasciai riposar lo scorpione tutta la notte, e la mat- 
tina seguente alle quattordici ore lo necessitai a pugnere 
un altro piccion grosso: prima che lo pugnesse, vidi 
nella cuspide del pungiglione una gocciolina minutissima 
di liquor bianco, la quale nel ferire entrò nella carne ; e 
di più lo scorpione di sua spontanea volontà fece due altre 
ferite, e il piccione, passato lo spazio d'un'ora, cominciò a 
soffrir certi moti convulsivi, quindi, come gli altri due, 
intirizzò le gambe e le cosce, e a diciott'ore si mori. 
Non mori già un altro che fu ferito alle quindici ore 
della stessa mattina, e né meno mori il terzo che fu fe- 
rito cinqu' ore dopo del secondo. Perlochè volli lasciar 
ripigliar le forze allo scorpione, ed in questo mentre os- 
servai, che que' piccion grossi che eran morti non avea- 
no enfiato né livido veruno nel luogo delle ferite, e le 



La Generazionfi degli Insetti 49 

viscere loro non eran punto mutate dallo stato naturale. 
Il sangue solamente si era mantenuto liquido in tutte le 
vene, e di esso sangue pur liquido n'era corsa e ritiT'a- 
tasi una gran quantità nei ventricoli del cuore, il quale 
perciò appariva molto tumido e gonfio, senza però es- 
sersi cangiato né punto né poco dal solito suo naturai 
colore- 
Sapendo io per certezza infallibile e mille volte pro- 
vata e riprovata, che gli animali fatti morire col morso 
de la vipera e col veleno terribilissimo del tabacco si 
posson sicuramente mangiale, donai questi piccioni av- 
velenati dallo scorpione ad un pover uomo, a cui parve 
di toccare il cielo col dito, e se gli trangugio saporiti s- 
simamonte, e gli fecero il buon prò. 

Rip'Satosi lo scorpione fin al giorno seguente che fu 
il venticinquesimo di febbraio, a ventun' ora feri cinque 
volte una cervia nel costato e cinqu'altre volte nelle 
natiche, dove )a pelle é men dura e senza peli. Ma la 
cervia non ne rimase né morta né danneggiata. Ed in 
questa esperienza osservai, che lo scorpione avendo ti- 
rato tre colpi di sua volontà, poco o nulla penetrò nella 
pelle della cervia ; 'O però feci sempre penetrar per 
forza il pungiglione in essa pelle Quindi dubiterei, se 
possa esser vero, che gli scorpioni di Barberia abbian 
forza d'uccidere i leoni, i cammelli e gli elefanti, che 
sono armati d' un cuoio durissimo e gros dissimo : pure 
mi rimetto, alia fede di quegli autori che lo scrivono, e 
tanto più me ne rimetto, mentre considero che questo 
mio scorpione, col quale ho fatte le suddette esperienze, 
è fuor del suo paese nativo in un clima differente, ed è 
stato già più d'otto mesi senza e bo, stracco e stranaz- 
zato. Al che si aggiunga, che quando feri la cervia e gli 
altri picei on grossi che non morirono, avea forse con- 
sumato tutto quel velenoso liquore, che stagna nella ca- 
vità del pungiglione, e non avea per ancora avuto tanto 
tempo da po^erne rigenerare : e ciò verrebbe riconfer- 
mato dall 'avergli fatto ferire il giorno seguente una fo- 
laga ed un piccion grosso che non morirono, e due gior- 
ni appresso a' 28 di febbraio due altri piccion grossi, e 
a' 6 di marzo una grand'aquila reale, senza che né l'a- 
quila né i piccioni ne perdessero la vita. 

Due giorni dopo aver ferito quella grand' aquila, trovai 
4 — Insetti. 



50 Biblioteca Scientifica 



morto inaspettatamente io scorpione ; per la qual cosa 
non ho potuto certificarmi, se, lasciandolo ripigliar fiato 
per qualche settimana, avesse recuperato il veleno. Spero 
contuttociò a suo tempo di chiarirmi non solo di questa, 
ma d'altre curiosità ancora, avendo scritto di nuovo in 
Tunisi ed in Tripoli, che mi sia fatta provvisione di 
questi animaletti. 

Per dire tutto quello, che intorno agli scorpioni espe- 
rimentando ho veduto, ell'é una novella da vegghie pue- 
rili quella che dices^ano alcuni appresso di Phnio, che 
gli scorpioni morti bagnati col sugo dell'elleboro bianco 
si ravvivino; e che legar do dieci granchi di fiume ad 
un mazzo di bassilico tutti quanti gli scorpioni che sono 
in quel luogo si radunino intorno a quel ridicoloso in- 
cantesimo ; e se vi si radunassero, farebbe loro il mal 
prò, narrando Avicenna, che cert'uni stimarono ve- 
rissimo, che quando il granchio s' accosta col bassilico 
allo scorpione, lo scorpione cade improvvisamente morto. 

Il che avendo io trovato falsissimo, passai ad altre espe- 
rienze ; e feci amraazzare una mezza libbra di scorpioni, 
e postala al sole in vaso di vetro aperto, in breve tempo 
inverminò ; ed i vermi si trasmutarono al solito in uova 
nere, dalle quali, passato che fu il decimoquarto giorno 
della loro trasformazione, nacquero altrettanti mosconi 
listati di bianco. E perchè il padre Atanasio Chireher 
at^ea detto nel libro duodecimo del Mondo sotten^aneo, 
che per esperienza provata rinascono gii scorpioni dai 
cadaveri degli scorpioni stessi, esposti al sole ed inaf- 
fiati con acqua m cui sia stato macerato il bassilico, mi 
arrischiai di nuovo a farne il secondo ed il terzo espe- 
rimento, e sempre deluso attesi indarno la desiderata 
nascita degli scorpioni ; in vece de' quali sempre mi com- 
parvero mosche : e quando la quarta volta ne feci la 
prova in orinaletto da stillare, ben serrato col suo an- 
tenitorio, non vidi mai né bachi né mosche né scorpioni; 
onde io sempre più mi andava confermando nella mia 
opinione, che da' cadaveri, se non vi è portato sopra il 
Seme, non nasca mai animale di soita alcuna 

In questa congiuntura volli rinvenire, se dall' anitra 
putrefatta sotto al letame si generi veramente il rospo, 
come lo credè e lo scrisse Gio. Battista Porta; ed aven- 
done fatta sino alla terza -esperienza mi trovai sempre 



La Generazione" degli Insetti 51 



ingannato , e toccai con naano che il Porta , per altro 
uomo curiOcO e molto dotto, in questa ed in altre cose 
molte era stato troppo credulo, siccome fu credulissimo 
il greco Scoliaste di Teocrito, quando scrisse che dal 
corpo della morta lucertola nascer solevano le vipere ; e 
non meno di lui l'arabo Avicenna affermante, i capelli 
delle donne, in luogo umido e percosso dal sole, conver- 
tirsi in serpenti. 

1 serpenti , a mio credere , non nascono se non sono 
generati per mezzo del coito; e tutte l'altre generazioni 
serpentine, o per putredine o per qualsivoglia altra ma- 
niera menzionate dagli scrittori, son favolose e lontane 
molto dall'esser credute : onde non so rinvenirmi, come 
il padre Atanasio Chircher voglia insegnarcene una fat- 
tizia e, com'egli stesso riferisce, a lui per esperienza 
riuscita. « Piglia, dice quest' autore nel libro duodecimo 
» del Mondo sotterraneo, de' serpenti di qual razza tu 
» vorrai, arrostiscigli e riducigli in minuzzoli, e que' mi- 
» nazzoli seminagli in terreno uliginoso ; quindi legger- 
» mente bagnalo d'acqua piovana con un annaffiatoio, e 
» questo terreno cosi annaffiato , fa che tu lo metta al 
» sole di primavera ; e tra otto giorni vedrai che tutta 
» quella massa di terra diverrà gremita di p ccoli ver- 
» micciuoli, i quali, nutriti di latte mescolato coli' acqua 
» sparsavi sopra, ingrosseranno e diventeranno serpenti 
» perfettamente figurati, che usando poi tra di loro il 
» coito, potranno multipli care in infinito. Tutta questa 
» faccenda, » sog^^iugne, « me l'insegnò la prima volta 
>> il cadavero d'un serpente, che da me trovato alla cam- 
» pagna, era tutto pieno e circondato di vermi, alcuni 
» de' quali eran minutissimi, altri più grandi, e altri in 
» fine aveano evidentiss'mamente pigliata la figura di 
» serpente. E quel che piii si rendeva maraviglioso si è, 
» che tra que' serpentelli v' eran tramischiate certe razze 
» di mosche, le quali io sarei di parere non d' altronde 
» esser nate , che dalle semenze rinchiuse in queir ali- 
» mento, di cui si nutriscono le serpi. » Fin qui il Chir- 
cher ; ed io, mosso dall'autorevole testimonianza di que- 
sto dottissimo scrittore, n'ho fatta più volte la prova, e 
non ho mai potuto /edere la generazione di questi be- 
nedetti serpentelli fatti a mano. E s^j il Padre Chircher 
vide alla campagna il cadavero di quella serpe circon- 



52 Biblioteca Scientifica 

dato da' vermi, que' Termi vi erano stati partoriti dalle 
mosche ; e se erano di diverse grandezze, quest'avveniva 
perchè non erano stati figliati tutti nello stesso tempo ; 
e se tra quei vermi vi ronzavano delle mosche, elle lo 
facevano o per cibai si di quel cadavero putrefatto, ov- 
vero eir eran mosche, le quali allora allora potevano 
esser nate da quegli stessi bachi : ma che vi si vedes- 
sero de' piccoli serpentelli nati su quella corrotta fracidezza 
oh questo non mi sento da crederlo. Plinio forse di buona 
voglia l'avrebbe creduto; imperocché nel libro decimo 
della Storia naturale affermò, che Je serpi nascon so- 
vente dalla spinai midolla de' cadaveri umani ; e tale 
opin one dì Phnio fu secondata da Eliano, con aggiunta, 
che era necessario che que' cadaveri fossero d' uomini 
facinorosi, scellerati ed empi: se bene avendo Eliano 
considerato poi meglio il fatto suo ed a più sano intel- 
letto, pare che lo mettesse in dubbio, e temesse che po- 
tesse essere un trovato favoloso: ma questo trovato, 
prima di Plinio e d'Eliano fu da Ovidio messo in bocca 
di Pittagora nel decimoquinto libro delle Trasforma' 
zioni : 

Sunt qui, Clini clauso putrefacta est spina sepulcro, 
Mutavi credant humanas angue medullas. 

Fortunio Liceto lo tiene per vero, e dopo di lui lo con- 
fessò per verissimo il savio Marc' Aurelio Severino nel 
capitolo decimo nella Yipera Pitia, dove espressamente 
fa una galante ed ingegnosa digressione a tale effetto, e 



solo da' cadaveri umani non nascano mai serpenti né 
angui le, come vuole Fortunio Liceto; ma che uè anche 
s' ingenerino in essi spontaneamente vermi di spezie al- 
cuna 

Di soverchio ardila pana quest'ultima proposizione, 
avvengachè ne' sacri libri, per rintuzzar l'orgoglio del- 
l'umana superbia, ci venga spesso rammemorato, che la 
nosij'a carne esser dee alla line pastura de' vermi; onde 
nell'Ecclesiastico al capitolo diciannovesimo: Quis^jun- 
git foimicariis, erit nequam : putredo et vennes heredi- 



La Generazione degli Insetti 53 



taàiint illum. E in Isaia, capitolo decimoqiiarto : Betracta 
est ad inferos superbia tua, concidit cadaver tuum : su- 
bter te sternetur tinea, et operimentum tuum erunt vermes. 
Ed in Giob al capitolo decimosettimo : Putredini dixi : pa- 
ter meus es ; raaier mea et soror mea vermibus. Tutto è 
vero ma però il sacro testo parla generalmente, e non si 
ristringe a dire, se quei vermi nasceranno spontanea- 
menie e senza paterno seme dalle nostre carni, o se pure 
d'altronde correranno a divorarle, o nasceranno in esse 
per cagione della semenza portatavi sopra da altri ani- 
mali ; il che è più probabile, anzi verissimo : e chi pur 
creder volesse in contrario, bisognerebbe che credesse 
ancora, che non solo i vermi spontaneamente nascessero 
dagli umani cadaveri, ma vi si generassero ancora le 
tignole, i serpenti e tutte Taltre maniere di bestie, leg- 
gendosi nell'Ecclesiastico al capitolo decimo : Cum enim 
morietur homo, hereditabit serpentes et bestias et vermes: 
ma questa minaccia di Sirachide si dee intendere come 
que l'altra di Geremia al capitolo decimo sesto, numerò 
quarto : Erit cadaver eorum in escam volatilibus ccbU 
et bestiis terree. Ed altrove : Erit morticinum eorum in 
escam volatilibus cceli et bestiis terrai. Ed oltre di queste 
bestie sarà pastura ancora de' vermi , partoritivi sopra 
da varie generazioni di mosche ; e che ciò sia il vero, 
evidentemente si raccoglie considerando, che tutti quei 
bachi non son altro che uova samoventi, dalle quali a 
suo tempo nascono le mosche ; ed in tal maniera si ve- 
rifica ciò, che Ti^XYEncomio della mosca fu testimoniato 
da Luciano, che ella nasca d^gli umani cadaveri. Non 
è già da credersi che si verifichi quanio fu da Kira- 
nide scritto delle carni del tonno che , gettate dal 
mare sovra il lido di Libia, imputridiscano e poscia in- 
verminino, ed i vermi si cangino prima in mosche, quia 
di in cavallette, e finalmente in quaglie si trasformino. 
Niuno oggi si troverà di sì poco ingegno né di si grosso, 
il quale non pienda a riso queste baie; e pure io che, 
come voi sapete, son tenuto nelle cose naturali il più 
incredulo uomo del mondo, volli più volte vedere ocula- 
tamente ciò che su le carni de' tonni s' ingenerava , e 
sempre ne rinvenni il solo nascimento di vermi, i quali 
secondo la loro spezie si trasformarono poi in mosconi 
ed in altre razze di mosche. E mi ricordo che volendo 



54 Biblioteca Scientifica 

far prova, se l'olio, che è tanto nemico degl' insetti, am- 
mazzava quei bachi, se altri liquori ancora gli ammaz- 
zassero, ne riscelsi molti de' più grossi tra quegli che 
erano nati nel tonno, ed alcuni ne bagnai e tuffai nel 
greco, altri nell'aceto; altri nel sugo di limone e nell'a- 
gresto, e molti ancora ne serrai in vasi pieni di zuc- 
chero, di sale e di salnitro, e nessuno ne vidi mai mo- 
rire ; anzi tutti al dovuto lor tempo si trasformarono in 
uova nere con la concavità in uno degli estremi, e da 
esse, passato che fu lo spazio di quattordici giorni, nac- 
quero altrettanti di quei mosconi, de' quali altre volte ho 
favellato : con questa differenza però, che tutti continua- 
rono a vivere, eccetto che quegli i di cui bachi furono 
unti coir olio ; imperocché i mosconi di questi appena, 
furono usciti del guscio e che incontanente si morirono 
anzi alcuni morirono prima che dal guscio fossero finiti 
d' uscire. Di qui argomentai esser veridico il detto di 
Galeno, di Luciano, di Alessandro Afrodiseo, di Ulisse 
Aldovrando e di Giovanni Sperlingio, affermanti, che le 
mosche, se gustano dell' olio o se con quello sono unte, 
si muoiono. Ed in vero, che fattane da me l'esperienza, 
ogni qualvolta che io faceva che da una sola gocciola di 
olio fosse tocca ed inzuppata una mosca, in quello stesso 
momento ella cadeva fuor d' ogni credere morta. E per- 
chè Ulisse Aldovrando e lo Sperlingio soggiungono, che 
le mosche in cosi fatta maniera estinte ritornano in vita, 
se al sole si espongano o di ceneri calde si aspergano, 
non mi piacque di starmene al loro detto, ma ebbi cu- 
riosità di vederne la prova co' propri occhi ; e non ebbi 
fortuna mai di poterne vedere né pur una ritornare in 
vita, ancorché ostinatamente facessi infinite volte repli- 
carne l'esperienza. Laonde avendo ancor letto in Eliano, 
in Plinio , in Isidoro ed in molti moderni , che questi 
stessi animaletti affogati nell' acqua o in altro liquore, 
a' raggi del sole ed ai tiepido caler delle ceneri si rav- 
vivano e da morte a vita ritornano, per certificarmene, 
in un vaso di vetro ammezzato di acqua fatta freddis- 
sima col ghiaccio feci mettere otto mosche dell'ordinarie. 
In capo ad un'ora e mezza trovai, che una di quelle era 
andata sott'acqua nel fondo del vaso, ed una delle gal- 
leggianti si movea qualche poco e dava segno per an- 
cora di esser viva, l'altre sette parevano tutte morte ; 



La Geìierazione degli Insetti 55 



le cavai dell'acqua e le posi al sole, ed appena fu pas- 
sato mezzo minuto, che due cominciarono a muoversi, 
ed indi a un momento se ne volarono via ; dell'altre sei 
quella che era andata al fondo dell' acqua, insieme con 
tre altre delle galleggianti, in capo a tre minuti, o poco 
meno, cominciarono a dar segni di vita, movendo le 
gambe e cavando fuora la lor proboscide, ed anco rivol- 
tolandosi, quasi volessero volare: ma poco dopo si fer- 
marono morte da vero , e più non si mossero , siccome 
non si mossero mai punto né risuscitarono mai le altre 
due, che compivano il numero dell'otto. Alcuni giorni 
dopo ne feci far molti e molt' altri esperimenti, tenendo 
le mosche e più breve e più lungo spazio di tempo nel- 
l'acqua, ora ghiacciata, or col suo freddo naturale ed or 
tiepida, or lasciandole galleggiare, or per forza tenendole 
sott'acqua ; onde in fine appresi, che quando elle son 
affogate da vero, a nulla è lor profittevole la forza eia 
potenza del sole Per lo che non so come creder si possa 
a Coiumella , il quale riferisce , che le pecchie ritro- 
vate morte sotto i favi e conservate cosi morte tutto 
l'ioverno in luogo asciutto , ritornano in vita, se allora 
quando coll'equinozio comincia a tornar la temperie del- 
l'aria, si espongano al sole impolverate colla cenere di 
legni di fico. Io non l'ho esperimentato, ma parmi cosa 
lontana da ogni credere. 

Torno alle mosche nate dal tonno; queste siccome 
tutte r altre , subito che scappano fuori del guscio, co- 
minciano a sgravarsi delle naturali immondizie del ven- 
tre, cagionate credo dal cibo che presero, quando erano 
in forma di vermi ; e tanto più , perche in quel tempo 
nel quale son vermi non ho mai veduto che geitino 
escrementi di sorta alcuna. Campano dopo il nascimento, 
chiuse nei medesimi vasi ne' quali son nate, quattro o 
cinque giorni al più, senza maogiare ; il che non è fuora 
dell'ordinarie regole della natura. 

Cosa più stravagante mi pare , che i ragni nati, nei 
vasi chiusi, dall'uova de' ragni possano vivere tanti mesi 
senza apparente cibo. Io avea il di 5 luglio fatto rin- 
chiudere un ragno femmina in un vaso di vetro serrato 
con carta : osservai, che il giorno dodici dello stesso 
mese avea sul foglio che copriva il vaso, dalla parte di 
sotto, fabbricato un certo lavorio di sua tela in foggia 



56 Biblioteca Scientifica 

di mezzo guscio di nocciaola rotonda, attaccato intorno 
intorno nel mezzo del foglio ; e dentro alla cavità di 
questo lavoro, chiamato da Aristotele seno orbiculato, si 
vedeano trasparire moltissime uova bianche , perfetta- 
mente rotonde e grosse non più de' granelli del panico: 
da queste uova il giorno ultimo di agosto cominciarono 
a nascere altrettanti piccolissimi e bianchi ragni, che 
subito nati dieron principio a gettare qualche filuzzo di 
tela ; il che fu osservato ancora da Aristotile, che disse : 
« E di subito baiza fuori (dell'uovo) ed emette il filo della 
tela. » Ne' due giorni seguenti finiron di nascere tutte l'uova 
che erano cinquanta; e volendo pur vedere quanto i piccoli 
ragni sapevan campare senza cibo, non poci nel vaso cosa 
alcuna da poter nutricarsi; onde il giorno otto di settem- 
bre ne comificiò qualcuno a morire, e la prima setti- 
mana di ottobre erano quasi tutti morti, eccetto che tre 
soli rimasti vivi in compagnia della madre , la quale 
mori poi il di trenta di dicembre ; ed i tre piccoli, che 
manifestissimamente si conosceva essere qualche poco 
ingrossati e cresciuti, vissero fino agli otto di febbraio. 
Se voi mi dimandaste, per qual cagione quei tre qual- 
che poco crescessero ed ingrossassero ; io ne darei forse 
la colpa ad aver succiato qualche poco di alimento uà' 
cadaveri de' morti fratelli e della madre ; che se questo 
non fosse, l'estensione forse de' loro corpi potea far pa- 
rere che fossero cresciuti : ma io mi attengo più al 
•primo pensiero che a questo fecondo, e non mi dà fasti- 
dio che il volgo creda, e molti aurori lo abbiano scritto, 
che verun animale mangia gl'individui della propria spe- 
zie; imperciocché per molti esper menti fatti io trovo 
che ne'^vsuna favola fa mai più favolosa di questa , e 
ninna buaia fu mai udita più bugiarda. Mi so\ viene di 
aver fatto mangiare al leone della carne d'uca leonessa; 
e pure non è credbile che ia mangiasse sollecitato dalla 
fame: conciossiecosachè quello stesso giorno erasi pa- 
sciuto con molte e con molte libbre di carne di castrato, 
Ogni più tri via 1 cacciatore sa per prova, che, se muore 
qualche cinghisle ne' boschi, vien divorato dagli altri 
cinghiali viventi. Gli orsi mangiano la carne degli orsi 
e le tigri quella delle tigri; e posso dirvi, che questo stesso 
anno, avendo Meemet Bei o generale delle milizie del 
regno di Tunisi mandato a donare al serenissimo Gran- 



La Generazione degli Insetti 57 

duca mio signore molti strarà e curiosi animali d'Affri'Ja, 
fra' quali in una gran gabbia era una tigre femmina con 
un suo piccolo figliuolo partorito di pochi mesi, la buona 
tigre, avvicinandosi da Livorno a Firenze, noa so se per 
rabbia o per ischerzo, l'azzannò cosi gentilmente, che 
gli spiccò di netto una zampa e quasi tutta la spalla, 
che a quella era congiunta, e la tranghiotti ingordissi- 
mamente, ancorché nella gabbia avesse altra carne 
morta da potersi sfamare. I gatti quando son castrati si 
trangugjano i lor propri testicoli, e le loro femmine so- 
gliono talvolta divorarsi i figliuoli appena nati ; ed il 
simile fanno le cagne. Il luccio, che è pesce fierissimo 
di rapina, non la perdona agli altri lucci ; anzi cosi go- 
losamente questi cosi fatti pesci si perseguitano l' un 
l'altro, che non di rado avviene che un luccio di sette 
o d'otto libbre ne predi uno di tre o di quattro : e cu- 
riosissima cosa è a vedere, quando il luccio maggiore ha 
afferrato il minore , che per la lunghezza sua non gli 
può entrar tutto nello stomaco, cosa curiosa, dico, è a 
vedere il luccio vittorioso nuotar per l'acqua con l'altro 
luccio, che gli avanza fuor della goia uno o due palmi, 
e cosi tenerlo moit' e molt' ore, infino a tanto che il 
capo del luccio, ingoiato ed introdotto nello stomaco 
voto, acciocché insensibilmente possa sdrucciolarvi quel 
residuo di busto e di c-^da, che prima non avea potuto 
capirvi. I gavonchi altresì, che sono una razza d'anguille 
che vivono di preda, ingoiano gli altri gavonchi minori, 
l'anguille gentili e quell'altre che son dette musini : ed 
io più e più volte n' ho trovate ne' loro lunghissimi sto- 
macbi . 

Altri ragnateli ancora e maschi e femmine feci rin- 
chiudere ne' vasi di vetro ; ma non trovai altro da os- 
servare che la lunghezza della lor vita senz' alimento, 
essendo che alcuni presi a' quindici di luglio camparono 
sino alla fine di gennaio. Osservai parimente, che uno di 
quegli, dopo essere stato rinchiuso un mese, gettò la 
spoglia sana ed intera, la quale un altro ragno pareva; 
ed un altro indugiò a spogliarsene dopo i cinquanta 
giorni. Questo spogliarsi de' ragnateli fu prima di me 
considerato dal dottissimo Tommaso Moufeto inglese nel 
suo celebre Teatro degV insetti , dove afferma , che non 
una sola volta l'anno mutano la spoglia, ma bensì ogni 



Biblioteca Scientifica 



mcse ; ed io non ardirei negarlo né meno affermarlo, 
ijon l'avendo Tediito. Vidi bene le diverse figure e fogge 
di quelle bolge, sacchetti e bozzoli, ne' quali le femmine, 
come in un nido, ripongono e covano l'uova, e gli strani 
e diversi fortiss:mi attaccamenti delle fila anco ne' vetii 
più lisci ; del che non vi parlerò di vantaggio, siccome 
né anco dell'industria e del maraviglioso artifizio geo- 
metrico usato nella fabbrica delle tele, avendone fatta 
gentilmente menzione Tommaso Moufeto ed il padre 
Chircher, e prima di loro Plinio, Plutarco. Eliano, e tra 
gli Arabi il dottore Kemal Eddin Muhammed Ben Musa 
Ben Isa Eddemiri, volgarmente chiamato Damir, e '1 dot- 
tore Zaccaria -i^en Muhammed Ibn Mahmud, che per es- 
sere delia città di Casbin in Persia è citato sotto nome 
d'Alcazuino : e voi stesso dottamente n'avete scritto in 
una delle vostre eruditissime Teglie toscaìie, intitolata 
La natura geometra- 

Osservai il gran numero d'uova che ripongono in quei 
nidi. Afferma il Moufeto che arrivano sovente fino a 
trecento, ed io ne ho contate fino a) numero di censes- 
santa fatte da un solo di quegli animaletti, il quale di 
tutte unite insieme e strettamente rinvolto in un lavoro 
della sua tela ne avea formata una piccola pallottola, 
ed intorno a quella pallottola avea poscia fabbricato un 
grande e bianco bozzolo, nel di cui mezzo l'avea situata 
pendente. Mentre che e' tesseva quel bozzolo, ebbi occa- 
sione di vedere che non si cavava lo stame fuor della bocca, 
ma bensi fuor del Ibndo del ventre; ed in ciò trovai veris- 
sima l'osservazione fatta da Eliano e dal Moufeto, Plinio 
scrisse, che nell'utero o matrice si conserva la materia di 
quello stame: Orditur telas, tantique operis materiae ute- 
rus ipsius sufpcit. Ma il Moufeto addottrinato dal Bruero, 
avendo considerato che i maschi, che pur non anno ma- 
trice, fanno le tele al pari delle femmine, non approva 
il parere di Plinio e 1' accusa d' errore , a torto però e 
senza ragione : imperocché la voce uterus , della quale 
quel grandissimo scrittore in quest'occasione si serve, è 
usata dagli autori latini non solamente in S'gnificato di 
matrice, ma ancora di ventre^ per testimonianza d'Isi- 
doro II, I, che disse : JJteruni solae midieres haàent,etc ; 
auctores tarnen uterwni prò utriusque seocus ventre po- 
nunt; e molti esempli se ne trovano in Virgilio, ma par- 



La Generazione degli Insetti 59 

ticolarmente nel settimo dell'Eneide, dove parlando d'un 
cervio maschio, che fa ferito da Ascanio : 

Ascanius curvo direxit spicula cornu, 

Nec dextrae erranti Deus abfidt, adaque multo 

Perque ute/um sonitu, perque ilia venit arundo 

E il gran Tertulliano, cap, 1 0, Della fuga nelle perse- 
cuzioni ^ favellando di Giona: Sed illum, non dico in 
mari et in terra, verum in utero etiam bestiae invenio. 
Apuleio ancora nel lib. 5 delia Metamorf. adoperò que- 
sta voce nella stessa significazione; prrlochè son degne 
di vedersi sopra questo luogo leruditissime note di Gio- 
vanni Priceo famosissimo letterato inglese e nostro co- 
mune amico. Non errò dunque Plinio quando scrisse, che 
il ragnatelo orditur telas, tantique operis 'materiae ute- 
rus ipsius sufficit. Errò bene Aristotile, quando nel libro 
nono della Storia degli animali , contraddicendo al sa- 
pientissimo Democrito, fu di opinione che i ragnateli 
non si cavino il filato dalle parti interne del ventre, ma 
dall'esterne di tutto quanto il loro corpo ; quasi che la 
materia di quel filo fosse una certa lanugine o peluria, 
che gli vestisse per di fuora come una scorza : ma Tom- 
maso Moufeto si avvide dell' errore di Aristotile : e se 
n'accorse parimente, facendone l'esperienza, il celebre e 
dottissimo padre Giuseppe Biancano della venerabil 
Compagnia di Gesù ne' suoi stimatissimi Commentari 
sopra le cose matematiche scritte da Aristotile. Lo stesso 
Aristotile errò eziandio, allor che volle insegnarci, che 
i ragni partoriscono i vermi vivi e non le uova : impe- 
rocché pec qualsiasi diligenza non mi son mai potuto 
abbattere a vederne figliar né pur uno ; ma sempre ho 
veduto, che i ragni fanno l'uova, e da quelle uova, come 
ho detto di sopra, nascono i lor piccoli figliuoli. E se 
certuni scrivono, che da' semi aerei e volanti per l'aria 
e dall'immondizie putrefatte si generino i ragni, io non 
posso indurmi a crederlo, se altra ragione non m'é ad- 
dotta che quella, la quale volgarmente suole addursi; 
che nelle case fabbricate di nuovo si veggono i ragni e 
le lor tele anco in quegli stessi giorni che sono intona- 
cate, e che è stato dato loro di bianco : imperciocché 
non potendosi fabbricar le case ed i palazzi in un bat- 



60 Biblioteca Sdentifka 

ter d'occhio, come già ne' tempi antichi le fabbricavano 
Alcina ed Atlante, non è da farsi le maraviglie , se trai 
calcinacci, tra la polvere e tra l'immondizie i ragni ab- 
biano fdtto i lor nidi e i lor covili, da' quali uscendo 
possano in un momento rampicarsi sopra qualsi\ojlìa 
più alto muro, ed m un momento ancora ordirvi e tes- 
servi le lor tele. 

Un'altra favolosa generazione di ragni fu mentovata 
dagli autori e dataci ad intendere per vera; e tra essi 
Pietro Andrea Mattinoli, secondato da Castor Durante, 
da Giovanni Bauino, da Enrico Cherlero, dal Padre Ata- 
nasio Chircher e dal Padre Onorato F-ib'.-i, afferma che 
le gallozzole delle querce non solamente producono 
vermi e mosche, ma ragni ancora ; e soggiugne aver ve- 
duto assaissime volte per isperienza. che tutte quante 
le gallozzole non pertugiate si trovano pregne di uno 
di questi tre animaletti, dalla differente natura de' quali 
ei ne cava un certo suo spaventevole pronostico, dicen- 
do, che se nelle gallozzole nasceranno le mosche, in 
queil'anno si ha da far guerra; se vi si alleveranno i 
vermi, la ricolta sarà magra; e se vi si troveranno i 
ragnateli, l'annuale sarà pestilente e contagioso. Si ride 
però il dottissimo Padre Fabri di questo pronostico ; ed 
io alle molt.ssime esperienze fatte dal Mattinolo facilis- 
simam nte risponderò con altrettanti esperimenti fa^ti 
in centrar o, e fiancheggiato dalla mera e pura verità 
ardirò di dire francamente , che nello spazio di tre o 
quattro anni credo di aver aperto più di ventimila gal- 
lozzole, e non ho mai potuto trovare in esse un sol ra- 
gno ; ma sempre mosche e varie generazioni di mosche- 
rmi e di vermi , secondo la diversità di quei mesi nei 
quali io le apriva , e pure in Italia e ne" paesi fuor d'I- 
talia è vagata la peste , ed m Toscana non si è mai 
fatta sentire né la guerra né la carestia, anzi tutti que- 
gli anni furono molto ubertosi. Egli é però vero , che 
alle volte in qualche gallozzola, ma però sempre per- 
tugiata, io vi ho trovato alcun ragnateluccio, il quale 
nato ed allevato fuor di quella si è per avventura inta- 
nato nel suo foro per ripararsi dalle ingiurie della sta- 
gioae ; in quella guisa appunto che giornalmente veg- 
giamo negli screpoli degli alberi e ne' buchi delle mu- 
raglie quasi tutti gli altri ragni ricoverarsi. Bastevol- 



La Generazione degli Insetti 61 

mente adunque sia per ora risposto alle sperienze del 
Mattiuolo con replicate esperienze: e quanto alle mosche, 
a' moscherini, ed a' vermi che nascono e si trovano nelle 
gallozzole, riserbo a favellarvene poco appresso. 

Alquanto più malagevole è il rispondete ad alcuni, 
che bramerebbono di sapere come faccia il ragno a ti- 
rare da un albero all'altro i capi della sua tela , non 
avendo l'ali da poter volare. Il Moufeto porta credenza, 
che 1 ragni salti ro e che si lancino da un luogo all' al- 
tro ; e tal sua opin one ha del credibile , parlandosi di 
qualche picciolo salto : e mi ricordo che una volta mi 
fu raccontato da un signore grande , che mentre egli 
viaggiava, un ragno distese i fili della sua tela da un 
lato all'altro d'uno sportel o della carrozza, la quale es- 
sendosi fermata^ quel ragno improvvisamente si lanciò 
sul cappello d' un cavaliere, che venendo da un altro 
cammino a quella carrozza si avvicinava. Può eseer 
dunque che saltino, e può esser parimente che volendo 
tendere il filo da un albero all'altro, l'attacchino prima 
ad un ramo, e poscia giij per '{uel filo si calino in pia- 
na terra, e per terra si conducano a trovare il pedale 
del più vicino albero, e inerpicandovi sopra, raggomi- 
tolino il lor fil> e lo t'rino disteso alla giusta e neces- 
saria proporzione ed altezza. Mi vien detto da un amico, 
che egli vide un giorno due ragni, che attaccati al lor 
filato penzolavano da' rami di due a'beri non molto lon- 
tani ; ed osservò che si lanciarono 1' un centra 1' altro, 
ed essendosi aggravignati per aria, annodarono insieme 
i lor fili e amenduni d'accordo si misero a tessere una 
gran tela. Si potrebbe anco dire, che quando un ragno 
fa la sua tela tra' ram.. di due alberi lontani sia caso 
fortuito, cioè che prima ciondolando da un albero esso 
attaccato al suo filo sia stato traportato dal vento nel- 
l'albero più vicino, e non essendosi strappato lo stame, 
abbia potuto in quella distanza ordire il suo lavoro. 11 
Padre B'ancano nel libro sopraccitato afferma per pro- 
vata da lui e più volte riprovata esperienza, che il filo 
del ragno non è un semplice filo e pulito, ma ramoso 
e sfiiaccicato, o, per meglio dire, ch'egli è un filo, dal 
quale anno origiiiO molti altri sottilissimi fili , che per 
la loro innata leggerezza quasi galleggianti nell'aria per 
ogni verso si stendono : e se avviene che il capo di un 



62 Biblioteca Scientifica 

di quei fili trasversali si intrighi tra' rami di qualche 
albero vicino, ineoitanente per quel filo s'incamm.na il 
ragno, e di quello si se -ve per primo filo dell' orsoio 
della futura sua tela : quindi soggmgne il Blancano, che 
alle volte il filo del ragno non è un filo solo, ma che ei 
son dua^ ad uno de' quali il ragno sta sospeso, e l'altro 
filo vagante or qua or lì svolazza per 1' aria, fin tanto 
che incontri qurtlche cosa da potervisi appiccar sopra. 
Che CIÒ possa esser vero, à molto del ragionevole e dei 
verisimile , e particorlamente se il ragno si penzoli da 
un albero altissimo : io però non n'ò avuto il tempo di 
farne l'osservazione, come voi enti erissimo avrei voluto; 
ò bene molte e molte volte osservato, che i ragni tirano 
i lor nli da una banda all'altra delle strade maestre, e 
che raccomandano i capi di fili alle cime de' pali che 
reggon le viti ; perlochè se que' pali non si alzano da 
terra jiù che tre o quattro braccia , e se la larghezza 
delle strade sia per lo meno otto o dieci, non so rin- 
venire come que" ragni penzolandosi da così basso luogo 
abbiano avuto valeggio di dare al filo maestro tanta 
lungìiezza . onde i fili laterali di esso abbiano potuto 
arrivare aU'a'tra pacte della strada. Sia dunque come 
esser si voglia . e creda pure ogn" uno ciò che più gli 
aggrada, che io per poter rattacc^re il primiero mio 
ragionamento vi dirò, che avendo fatto mettere insieme 
una buona quantità di ragni ed avendogli fatti ammaz- 
zare, gli lasciai in un vaso aperto , dove corre van bal- 
danzosamente le mosche a pasturarsi ed a farvi sopra, 
quasi per vendetta . i lor cacchioni : pei* la qual cosa 
que' cadaveri in breve tempo inverminarono. ed i vermi 
induriti poi in uova o crisalidi, dalle crisalidi nacquero 
altrettante mosche, di quelle che j.er le nostre case s'ag- 
girano. 

Lasciando stare adesso di più ragionare de' ragni pa- 
rendomi aver a bastanza mostrato che le carni non in- 
vermmano , e che tutti i soprannominati insetti dalla 
sostanza di quelle non nascono , giudico che sia tempo 
ormai di far passaggio ad alcune altre cose , le quali 
comunemente e dal volgo e da uomini famosi e reve- 
rendi sono tenute che bachino, t tra esse più di tutte il 
formaggio, sul quale i ghiotti si vantano di saper il 
modo di far nascere i vermi, per allettamento della gola; 



La (j-enera^ione degli Insetti 6') 

e la cagione efficiente di tal generazione la riducono ad 
una di quelle che nel principio di questa lettera vi no- 
verai. Ma il sapientissimo Pietro Gassendo accenna, che 
forse le mosche ed altri animali volanti , avendo im- 
presse e disseminate le loro semenze sopra le foglie 
dell'erbe e degli alberi, queste pasciute poi dalle vacche, 
dalle capre e dalle pecore, possano introdu t^ nel latte 
e nel formaggio quei semi abili in progresso di tempo 
a produrre i vermi ; e certo, tale opinione a molti non 
ispiace, né io vo' negare ora cori poter essere : ma tut- 
tavia non so, colla dovuta riverenza che a questo gran- 
dissimo ed ammirabile filosofo io porto , non so , dico , 
in qual maniera que' semi tritati e masticati da' denti 
degli animali, e nel loro stomaco ritratti e cotti e spre- 
muti, quindi alterati forse di nuovo e dirotti e snervati 
nell'intestino duodeno per quel r bollimento che vi fanno 
il sugo acido del pancreas e i' amore bilioso, e di nuovo 
rialterati nel passar per quelle strade che dallo stomaco 
e dagi' intestini vanno alle mammelle , abbiano potuto 
conservar sana e salva ed intera la loro virtude. Che 
se ciò fosse potuto avvenire , si potrebbe sperare che, 
fatto una volta il formaggio di latte di donna , fosse 
per produrre, in vece di vermi , altrettanti muggini o 
lucci, se quella donna ne avesse mangiate 1' uova, ov- 
vero altrettanti galletti e pollastre, per cagione dell'uova 
di gallina bevute ; che sebbene potè berle allora che 
eran cotte, nulla di meno vi sono di quelle femmine che 
le pigliano crude, e subito cavate dal nido intere se Tin- 
ghiottiscono : oltre che la cottura , secondo la dottrina 
del Gassendo, non pare che porti pregiudizio alla virtù 
generativa che posseggono i semi, conciossiecosacchè 
ogn'uno sa ed ogn' uno vede, che sulla ricotta e sulle 
torte di latte nascono i bachi , e pure la ricotta altro 
non è che il fiore del siero rappreso al fuoco, e le torte 
di latte son cotte e rosolate ne' forni. Perlochè sarei 
forse di parere, che l'inverminamento del latte, del for- 
maggio e della ricotta abbia quella stessa c^5gIone da 
me soprammentovata nelle carni e ne' pesci, cioè a dire, 
che le mosche ed i moscherini vi partoriscano sopra le 
loro uova , dalle quali nascano i vermi, e da' vermi le 
mosche ; e ciò manifesto appare a ciascuno, che voglia 
guardarlo con occhio ragionevole ; imperocché né il latte 



64 Biblioteca Scientifica 

né il formaggio né la ricotta né questi altri tutti lat- 
ticini mai non iiiverminano , se tenuti siero in luogo in 
cui le mosche ed i moscherini entrar non possano ; del 
che mi pare esser molto certo per le fatte esperie ize : 
e pei contrario, se questi animaletti giungono a posarsi 
sopra quei cibi, in breve tempo ne segue lo invermina- 
mento. E perchè alla memoria mi tornano alcune cose 
da me osservate, intendo al presente darvi ragguaglio 
non già di tutte, perchè troppo lungo sarei e rineresce- 
vole, ma bensi di certe poche intorno a quei vermi che 
son nati. 

Aveva io in un grande alberello di vetro , il quale 
dopo lasciai colla bocca scoperta, fatto mettere un mezzo 
marzolino de' più freschi e de' migliori, che nel fine del 
mesa di giugno si trovino: passati che furono alcuni 
giorni vi si videro sopra alcuni vermi, che ben consi- 
derati si conosceva essere di due razze ; i maggiori erano 
per appunto come tutti gli altri vermi che nascono nelle 
carni ; d i minori erano pure della stessa figura, ma 
aveano questo di notevole, che più bizzarri e più lesti 
degli altri con maggiore agilità su pel vetro, cammina- 
vano, e accostando il muso alla coda, e facendo di sé 
medesimi un cerchio, spiccavano in qua ed in là vari 
salti, onde talvolta veniva lor fatto di lanciarsi fuora 
del vaso nel quale erano nati. Tre o quattro giorni dopo 
il loro nascimento questi e quegli si fermarono al solito, 
e S' raggrinzarono in uova solamente diverse nella gran- 
dezza , che lia me riscelte e separat-.mente riposte in 
vasi differenti, in capo agli otto giorni dalle p ù grandi 
scapparono fuora altrettante mosche ordinarie, e dalle 
più piccole rjopo dodici giorni nacquero certi neri mo- 
scherini simili alle formiche aiate, i quali appena che 
furon nati, con grandissima e incredibile vispezza e ve- 
locità saltellando e volando, pareano, per cosi dire il 
moto pe petuo; quindi accoppiandosi poi ogni maschio 
alla sua femmina, esercitavano quegli atti, d-t' quali na- 
turalmente sperar se ne potea la loro propagazione : ma 
non avendo di che nutrirsi, in breve tempo morirono. 

Meuti-e che io faceva questa osservazione, trovai per 
fortuaa un marzolino che avea cominciato a inverminare, 
fc fatte da me separai-e le parti verminose dalle sane, 
l'une e Talcre serrai in vasi differenti : ma dalle parti 



La Generazione degli Insetti 65 



sane non furono generati mai più bachi, e da quei ba- 
cili, che di già eran nati neile parti verminose, nacquero 
poi molti di que' neri moscherini soprammentovati, senza 
vedersi né pure una mosca ordinaria: ed il contrario 
mi accadde in una r cotta, la quale essendo bacata, i 
bachi tia3formati in uova produssero solamente mosche 
ordinarie ; e da un raveggiuolo inverminato nei mese di 
settembre nacquero e mosche ordinarie ed alcuni pochi 
moscioni, di quegli stessi che intorno al vino ed all'a- 
ceto s'aggirano 

Io so che dura cosa parrà a credere, che tutti questi 
latticini spontaneamente non bachino, vedendosi che, 
aperti i nostri delie. itissimi marzolini di Lucardo, molto 
sovente si trovano bacali nella più interna midolla. Po- 
trei lispondere, che le semenze di que'bachi furono par- 
torite dalle mosche nel latte in quel tempo che si mu- 
gneva, ed in quel tempo che da' pastori, acciocché si 
rappigli, si lascia ne' vasi intorno a' quali corrono a 
stuoli innumerabilissimi le mosche : onde quel greco 
poeta, 

Che le Muse lattar più ch'altro mai, 

nel sedicesimo libro dell'Iliade, verso 641, paragona i 
Greci ed i Troiani che combattevano e s'aggiravano in- 
torno al cadavero di Sarpedone, gli paragona, dico, alle 
mosche ronzanti intorno alle secchie piene di latte munto 
nel tempo della primavera: 

E quale è il ronzo, 
Con che soglion le mosche a primavera 
Assahr sasarrando entro il presepe 
I vasi pastorali, aìlor che pieni 
Sgorgan di latte ; di costor tal era 
La giravolta intorno a quell'estinto. 

Traduzione di Vincenzo Monti 

Questa risposta, ancorché potesse aver qualche valore, 
nulla di meno interamente non si appaga; ed avendo 
diligentemente osservato che i marzolini, prima che ba- 
chino, in molti luoghi screpolano e si fendono, dico che 
su quegli screpoli e su quelle aperture dalle mosche e 

5 — Insetti. 



66 Biblioteca Scientifica 

da'mosclieiini son partorite l'uova ed i bachi, i quali, 
cercando sempre nutrimearo più tenej'o e più delicato, 
s'internano nella più riposra midolla del marzolino, e 
là entro attendono a nutricarsi fino al ior tempo deter- 
minato, e poscia scappano faora, e van cercando luogo 
da potersi rimpiattare per qu e pochi giorni che stanno 
convertiti in uova; e da quell'uova nascono diverse gene- 
razioni d'ammali volant:, secondo la diversità di quei 
padri che prima avevano generati, i bachi. 

Parendomi ora a bastanza aver di ciò f:iveilato, e forse 
con soverchia prolissità e fastidio, passerò a dirvi di 
quei vermi, i quali dal voìgo avvezzo a grandissimi er- 
rori son creduti nascere spontaneamente nelle erbe, nei 
frutti imputriditi e ne' legni e negli alberi stessi: ed In 
primo luogo scriverò de'bachi generati nell'erbe, nelle 
foglie degli alberi e ne'pomi, dopo qualche tempo che 
da' loro alberi e dalle loro piante furono staccati e con 
quello staccamento furono, per cosi dire, pjivi di vita; 
e quindi mi metterò a discorrere di quegli che nascono 
nelle foglie e ne' frutti, quando per ancora agli alberi 
stanno attaccati e la loro maturazione attendono. 

lappiate adunque che si come è il vero, che sulle 
carni, su' pesci e su' latticini conservati in luogo serrato 
non nascono mai vermi, cosi ancora è verissimo, che i 
frutti e l'erbe crude e cotte, nella stessa maniera tenute, 
non inverminano; e pel contrario lasciate in luogo aperto 
producono varie maniere d'inse ti, or d'una spezie or 
d'un'altra, secondo la diversità degli animali che sopra 
vi portano i loro semi; ho però notato, che alcuni più 
volentieri prendon per nido una maniera d'erbe o di 
frutti che un'altra e talvolta in una sola erba ho veduto 
nascere nello stesso tempo saette o vero otto razze di 
animaletti. 

Su '1 popone, su '1 quale molti moscioni avea veduto 
posarsi, nacquero piccoli vermi, che dopo lo spazio di 
quattro giorni diventarono uova, dalle quali uova dopo 
quattro altri giorni nacquero altrettant; moscioni. Da 
altri pezzi di pop' ne tritato, in cui avean pasturato mo- 
scioni, mosche ordinarie ed un'altra razza di moscherini 
piccolissimi e neri con lunghe antenne in testa, nacquero 
molti bachi di diverse grandezze, che al loro determinato 
tempo in uova pur di differenti grandezze si trasformarono. 



La Generazione degli Infletti 67 

Dall'uova maggiori dopo gli otto giorni scapparono fuora 
mosche ordinarie; da alcune delle minori dopo quattro 
giorni nacquero moscioni, e da altre dopo quattordici 
giorni uscirono alcuni moscherini ; e dall'uova mezzane 
dopo una settimana e mezza nacquero alcuni altri mo- 
scioni molto più grandi e più grossi da'primi; ed il simile 
m'intervenne nel cocomero, nelle tragole, nelle pere, nelle 
mele, nelle susine, nell'agresto, nel limone, ne'llchi e 
nelle pèsche. Ma perchè le pèsche erano riposte in un 
vaso di vetro, dal quale non potea gemere o scolar 
quel liquore, che nello infradiciarsi usciva da esse pè- 
sche, perciò ebbi da osservare che in esso liquore nuo- 
tavano molti picciolissimi vermi, che appena coll'occhio 
si potevano scorgere. Da questi nati sulle pèsche e nel 
liquore scolato pure da esse^ nel consueto tempo ebbero 
il nascimento i moscioni, che vissero molti giorni, avendo 
io somministrata loro materia da potersi nutricare; 
quindi essendosi congiunte le femmine co'maschi, gene- 
rarono degli altri bachi, che al solito diventarono mo- 
scioni: e credo che cosi fatta generazione fosse quasi 
andata in infinito, se più diligenza e più accuratezza io 
vi avessi posta. 

Dalla zucca tanto cotta che cruda non ho mai veduto 
nascere altro, che mosche ordinarie: mi par solamente 
da non trascurare il dirvi, che tutti i bachi nati su certa 
zucca cotta mescolata con uova ed infradiciata, quando 
furono vicini a fermarsi ed a convertirsi nelle seconde 
uova, andavano voltolandosi in quella poltiglia, che appoco 
appoco attaccandosi loro addosso gli ricopriva tutti, fino 
a tanto che pareano tante piccole zolle di t^rra, dalle 
quali zolle nascevano poi le mosche ; onde chi non avesse 
saputo che dentro a ciascuna di esse era nascosto un 
uovo, avrebbe ragionevolmente potuto credere, che quelle 
mosche dalla terra di quelle zolle fossero nate. 

Da qualche apparenza, non molto da questa dissimi- 
gliante, credo che potesse aver origine l'equivoco di Pli- 
nio , che nel libro undecimo della Storia naturale , 
scrisse, nascere molti insetti voganti dalla polvere umida 
delle caverne ; e per questa stessa apparenza parimente 
s'ingannano per avventura tutti coloro, i quali raccon- 
tano che dalla terra, dal fango e dalla belletta de'fìumi 
e delle paludi s'ingenerino infinite maniere di animali ; 



68 Biblioteca Scientifica 



onde Pomponio Mela facendo menzione del Nilo scrisse: 
« Non pereiTat autem tantum eam, sed aestivo sidere 
« exundans etiam irrigat, adeo elHcacibus aquis ad gene- 
oc randum alendiimque, ut pr^eterid quod scatet piscibus, 
« quod bipnopotamos, cpocodilosque vastas belluas gi- 
« gnit; giebis eriam jnfundat animas, ex ipsaque bumo 
« vii ali a eiìingat. Hoc eo manifestum est, qu(^d ubi seda- 
« Vit diluvia, ac se sibi ivdJidi-, per humentes campos 
« qusedam nmdum perfecta animai a, sed tum prlmum 
« accipiefìtia spiritum, et ex parte jcim formata, ex parte 
« adhuc terrea visontur. » Ed Ovidìc nel primo delle 
Trasformazioni : 

Sic ubi deseruit madidos septemfluus agros 
Nilus, et antiquo sua /lumina reddidit alveo, 
^^herioque recens eooarsit sidere limus: 
Plurima cidtores versis ammalia giebis 
Inveniunt. et in his quaedam modo coepta sub ipsum 
Nascendi spatium: quaedam imperfecta. suisque 
Trunca vident numens: et eodem in co/pore saepe 
Altera pars vivit; rudis esf pars altera tellus. 
Quippe ubi temperiem sumpsere hwnorque ca^o que ; 
Concipiunt, et ab his oriuntur cuncta duobus 
Cumque sd ignis aquae pugnax : vapor humidus omnes 
Res creat, et discors concordia foetibus opta est. 

Questa op'nione fu secondata da Plutarco nelle Quistioni 
convivali; da Macrobio, cbe la copiò da Plutarco, ne'5a- 
turnali;d^ Plinio, da Eliano. e finalmente da una innu- 
mei abile schiera di antichi, i quali, 

Siccome nuoce al gregare Bemplicetto 
La scorta sua, quand'elìa e'ce di strada, 
Che tutta errando poi convien che vada, 

furono seguitati senza pensar più oltre da infiniti scrit- 
tori moderni. Di qui è, che talvolta meco medesimo mi 
stupisco, considerando come da questi autori fosse sti- 
mata la natura cosi poco avveduta nella generazione di 
quegli animali e Della tessitura de'loro membri, altri già 
condotti d'ossa e di carne, ed altri nello stesso tempo 
modellati di pura terra: e pur Eliano fa fede d'averne 



La Generazione degli Insetti 69 

veduti de' così fatti con gli occhi suoi propri in un viag- 
gio ch'ei fece da Napoli a Pozzuolo; e Ovidio non con- 
tento nel luogo sopraccitato d'averci fitto, vedersi spesso 
nel fango degli animali senza gambe e senza giunture, 
ce lo ribadisce un'altra volta nel libro decimoquinto: 

Semina V.mus habet virides generantia ranas : 
Et generai tnmcas pedibus; mox apta notando 
Crura dat, utque eadem sint longis saltibus apta. 

Ma quel che più galante mi pare si è, che queste stesse 
rane nate di fango, dopo sei soli mesi di vita, per testi- 
monio di PliniO; m polvere ed m fango improvvisamente 
ritornano, e poscia all'apparir della vegnente primavera 
a novella vita risorgono. 

Questo pensiero di Plinio è stato approvato da molti 
gravi fllosofì del nostro secolo, ed in parcicolare dal dot- 
tissimo padre Onorato Fabri gran maestro in divinità, e 
uomo di profonda litteratura e di sommo credito in tutte 
le filosofiche speculazioni, ma sopra '1 tutto maraviglio- 
samente felice n( U'inventiva degli ardui problemi della 
più nobile e più sublime geometria. Ha egli dunque te- 
nuta questa opinione nel suo degnamente celebratissimo 
libro Bella generazione degli animali, alla proposizione 
settantesimaquinta e settantesimasesta, dove ammette, 
che dal corpo corrotto de' ranocchi e convertito in terra 
si generino nuovi ranocclii. Io per ora non mi sento in- 
clinato a crederlo, non avendo per esperienza veduto cosa 
che mi appaghi pienamente l'intelletto ; son però sempre 
prontissimo a mutare opinione, e tanto più, se quelle rane 
mentovate da Plinio fossero state azzannate e morse da 
qualch' idro, ovvero da qualch'altro loro inimico serpen- 
tello della razza velenosa di quegli che dal nostro divino 
Poeta nella settima bolgia dell'Inferno furono ripositi : 

Ed ecco ad un, ch'era da nostra proda, 
S'avventò un serpente, che 'i trafisse 
Là dove '1 collo alle spalle s'annoda. 

Né sì tosto mai né I si scrisse, 
Com'ei s'accese ed arse; e cener tutto 
Convenne che cascando divenisse. 



70 Biblioteca Scientifica 

E poi che fn a terra sì distrutto, 
La cener si raccolse, e per se stessa 
In quel medesmo ritornò di butto. 

Ma queste e quelle son mere favole : e gli animali che 
sembravano aver qualche membro impastato di sola terra 
se meglio fossero stati ravvisati, assai manifesto sarebbe 
apparso che solamente erano terrosi ed imbrattati di 
fango ; e se nel terreno, nel fango e nella belletta dei 
eampi e delle paludi nasce qualche vivente, e questo av- 
viene perchè in quei luoghi vi sono state partorite prima 
l'uova e l'altre semenze abili a produrne il nascimento, 
conforme che Aristotile e Plinio raccontano delle locuste 
cavallette; delle quali favellando il dottore Zaccaria 
Ben Maahammed Ibne Mahmud della città di Casbin in 
Persia citato sotto nome d'Alcazuino, lasciò scritto nel 
libro arabico Delle maraviglie delle creature: « Quando 
« le locuste pasturano di primavera, cercano un terreno 
« grasso e umido, sopra di cui si gettano, e colle code 
« scavano certe fossette, nelle quali ciascheduna di esse 
« partorisce cent'uova. » 

Le testuggini terrestri anch'esse fanno le lor uova e le 
rimpiattano sotto la terra: quelle similmente che abitano 
tra l'acque dolci e nel mare scendono su '1 lido a parto- 
rirle e colla rena le cuoprono, e là sotto nascoDO fomen- 
tate dal calor del sole: onde chi pratico non ne fosse 
potrebbe forse credere, eie dalla terra nascessero quelle 
piccole testuggini che dalle viscere di essa si veggono 
sovente uscire. In cosi fatto modo potrebbe forse esser 
vera una curiosa esperienza provatti dal padre Atanasio 
Chirch^r, letterato dottissimo e di nobile e d'ingegnosa 
speculativa nelle operazioni della natura: « Quando le 
< rane, dice egli, al principio di marzo buttano copiosa- 
« mente il seme ne' fossi dove abitano, accade che ri- 
« manendo poi : sciutii, la mota o limo si converta in 
« polvere insieme colle rane di già nate. Se tu vorrai 
« dunque manipolare una nuova generazione di rane, 
€ opererai cosi. Piglia la polvere della melma di quelle 
« paludi e di que' fossi dove le rane avranno fatti i 
« nidi; impastala con aqua piovana, e nelle mattine di 
« state mettila ad un tiepido calore di sole in vaso di 
€ terra, ed acciocché non si secchi innaffiala di quando 



La Generazione degli Insetti 71 

« in quando colla suddetta acqua piovana; e ci vedrai pri- 
« mieramente g-onfiarvi certe bolle, dalle quali esce un 
« gran numero di ranuzze bianche, le quali anno solamente 
« i due soli piedi anteriori; ma dividendosi poscia in due 
« parti, se ne formano i due piedi posteriori, e quegli 
« animaletti diventano rane perfettamente figurate. » 
Quest'esperienza pare che probabilissimamente dovesse 
riuscire; ma io non ne ho mai avuto l'onore, ancorché, 
l'abbia reiteratamente provata e ne do forse la colpa alla 
mia poca diligenza; o a qualche da me non conosciuto 
impedimento, il quale, come poi ho considerato, potrebbe 
per avventura, essere, che io feci sempre l'esperienza per 
appunto come l'insegna il padre Atanasio, e per farla mi 
servii deìla polvere di que' fossi che son rimasi rasciutti; 
ma questi non rimanendo per lo più se non di state, nel 
qual tempo son di già nate tutte l'uova o semenze delle 
rane, non è meraviglia, se non essendo uova tra quella 
polvere, non sieno da essa aate le rane. Io ho però os- 
servato che quando le rane o bòtte nascono ne' fossi o 
ne' paduli, elle nascono in figura di pesce, non co' soli 
piedi anteriori, ma senza verun piede, con lunga coda, 
piatta e per cosi dire tagliente; ed in cosi fatta figura 
per molti giorni van nuotando, cibandosi e crescendo : 
quindi cavan fuora le due gambe anteriori, e dopo al- 
cuni altri giorni, di sotto una pelle che veste tutto il lor 
corpo, cavan fuora le due altra gambe diretane, e pas- 
sato certo tempo si spogliano della coda; la quale non si 
divide in due parti per formar le gambe, come Plinio, il 
Rondelezio e tanti altri scrittori anno creduto: e di 
questa verità potrà ogn'uno certificarsi, che voglia col 
coltello anatomico esaminare alcuna di quelle rarezze 
nate di pochi giorn% e vedrà che le gambe di dietro e 
la coda son membri tra di loro distintissimi; e se ne 
rinchiuderà in qualche vivaio, potrà osservare che per 
molti giorni van nuotando guernite delle quattro gambe, 
non meno che della coda. 

Ma che vi dirò io di quell'altre ranuzzze o botticine, 
le quali il volgo crede che di state piovano dalle nuvole, 
ovvero che s'ingenerino fra la polvere in virtù delle 
gocciole dell'acqua piovana in quel momento ch'ella cade 
dall'aria? Io ne favellai abbastanza neW Osservazioni in- 
torno alle vipere^ osservando che quelle ranuzze, le quali 



72 Biblioteca Scientifica 

si veggono quando viene qualche spruzzagli a di pioggia 
anno avuto il lor natale molti giorni avanti, e si trat- 
tengono nell'asciutto e s'acquattano o tra' cespugli del- 
l'erbe tra sassi o nelle bucherattole della terra ; e per- 
chè son del colore di essa terra, non è così facile, quan- 
d'elle stan ferme e rannicchiate, che l'occhio tra la pol- 
vere le possa distinguere ; e quel vedere ch'eU'ànno lo 
stomaco pieno di cibo e le budella piene di molti escre- 
menti, in quello stesso momento nel quale si credon esser 
nate, parmi che sia un evidente contrassegno di quella 
verità; della quale non son io il trovatore, conciossieco- 
sachè in lin dell'Olimpiade cenquattordicesima o poco 
dopo, ne' tempi del primo Tolomeo re d'Egitto, ella fu 
recitata nella scuola peripatetica da Teofrasto Eresio 
successor d'Aristotile; come si può chiaramente vedere 
della Libreria di Fozio, dove trovasi stampato un fram- 
mento di quel libro che '1 suddetto Teofrasto scrisse: Begli 
animai che repentinamente appariscono. Perlcchè volen- 
tieri mi dispenso ora di parlarne più a lungo, per poter co- 
minciare a dirvi, che se di sopra ho affermato che mi si 
rende malagevole, anzi 'mpossibile, il di^r fede che nella 
belletta lasciata ne' campi dalle feconde inondazioni del 
Nilo si ^rovino animali co' membri parte animati, parte 
di purateria composti, cosi ora non mi risulvo a credere 
che gli alberi, i frutici e l'erbe possano produrre animaletti 
di tal naiura, che sovente si trovino mezzi vivi e mezzi 
di legno e per ancoi'a in tutto il corpo non finiti d'ani- 
marsi. E quantunque il suddetto padre Atanas o Chircher 
nel secondo tomo del Mondo ^sotterraneo, scriva d'averne 
veduti de' cosi fatti e di averne mostrati ad altre per- 
sone su' ramuscelli del viburno o brionia e su' fusti di 
quell'erba che in Toscana dicesi codacavallina, dubito 
che vi possa essere stata qualche illusione abile a poter 
far travedere l'occhio; e mi fo lecito scrivere liberamente 
il mio dubbio, perchè so molto b^ne. quanto il padre 
Atanasio sia sincero amatore della verità, e che per rin- 
tracciarla egli non ha perdonato a tante sue gloriose fa- 
tiche non meno dell'ingegno che del corpo : ed io per lo 
medesimo fine con maniera libera vo scrivendo il mio 
parere, perchè: 

. . . s'io al veri! soii timido amico 
Temo di perder vita tra coloro 
Che questo tempo chiameranno antico 



La Generazione degli Insetti 73 



E questo stesso timore, ac-compaj^nato da un ardenti ss imo 
amore della verità, è cagione elle sinceramente vi con- 
fessi, che ancor ]o ne' tempi addietro abbacinato dall'ine- 
sperienza ho talvolta creduto di quelle cose, delle quali 
soventemente ricordandomi. 

Di me meclesmo nifco mi vergogno. 

Ed in vero bisogna che io avessi le traveggole, allora 
quando neJe mie Osservazioni intorno alle vipere sciassi 
che ;] cuore di questi serpentelli ha due aurjcole e due 
cavità o veKtricoli; imperocché il cuor viperino non ha 
che una sola auricola ed una sola cavità Egli è ben vero 
che quella sola auricola gonfiata si dirama come in due 
troncai, ed internamente ha una sottilissima membrana 
che quasi la divide in due celle; e per queste due di^a- 
sioni entrando e cercando con lo stile o tenta, mi rmscì 
pigliar l'errore de' due ventricoli, uno de' quali vera- 
mente vi è, ma l'altro mi veniva disavvedutamente fatto 
con la tenta. 

Io m'era cosi invogliato ed invaghito d'imbattermi 
pure in alcuno di quegli animai ucci, parte semoventi e 
parte di legno (tanto vale appresso di me 1' autorità di 
un uomo cosi dotto com' è il padre Chircher), che non 
è diligenza e sollecitudine eh' io non abbia usato e che 
non abbia fatto usare, per trovarne pur qualcuno. Laonde 
il dì 30 di maggio essendomi stati porcati certi ramu- 
scelii d' ossiacanta o spiabianco, i quali sulla propria 
pianta s'erano incatorzoliti, stravolti, rigonfiati, intene- 
riti e divenuti scabrosi e quxsi lanuginosi, ed avean preso 
un color gialliccio punteggiato di rosso e di bigio, spe- 
rai di poter veder da quegli la desiderata nascta e tra- 
sformazione; e tanto pm crebbe la speranza, quanto che 
vidi cert' altri ramuscelli simili suda flilirea seconda del 
Clusio, ed altri pur simili su' tralci di quella clematide, 
che in Toscana si chiama viralba. Per la qual cosa rad- 
doppiate le diligenze, riposi di que' ramuscelli e di quei 
tralci in alcune scatole; e di più ancora ogni giorno os- 
servava e faceva osservare tutte tre quelle suddette 
piante, sulle quali eran rimasti molti di quegl'mcatorzo 
limenti stravolti; ma infin m'accorsi che erano un vizio 
naturale di esse piante, sulle quali ogni anno per lo più 



74 BiMioteca Scientifica 

si trovava, e che non generava mai insetto di sorta veruna. 
Ma perchè tra questi animaluzzi, che il padre Chircher 
asserisce che nascono da' ramuscelli putrefatti del vi- 
burno e della codacavallina, egli ne porta la figura di 
un' altra terza spezie, che crede generarsi e dalle paglie 
e da' giunchi imputriditi, non vi sia noioso ch'io vi rac- 
conti quel che m' è avvenuto quest' anno ad Artimino, 
dove ne' boschi tra le scope ho veduti inlinitisGimi bache- 
rozzoli di questa terza spezie, i quali da' contadini di quei 
contorni son chiamati cavallucci. Mentre dunque io mi trat- 
teneva colla corte nel mese di settembre alle cacce di 
quel paese, me ne furono portati moltissimi, e vidi che 
erano di due maniere ; gli uni aveano il colore tutto verde 
con due linee bianche parallele, distese da' lati per tuita la 
lunghezza del corpo loro, e gli altri erano di colore tutto 
rugginoso o. per dir meglio, dello stesso color del fuscello 
dei la scopa. Tanto gli uni quanto gli altri anno due cor- 
neili in testa, composti di molti e molti nodi o articoli: 
i cornetti de' verdi son di color rossigno ; ma gli altri 
della seconda razza son dello stesso colore, che è tutto 
'1 restante del corpo: il lor capo è piccolissimo, minore 
d' un granello di grano, gli occhi son duri e rilevati e 
più pict^oli d' un seme di papavero, e ne' verdi son di 
color rosso : la bocca è fatta come quella delle caval- 
lette. Camminano con un passo grave e lento, ed anno 
sei gambe, ed ogni gamba ha tre piegature, e le duo 
prime gambe nascono appunto sotto quella congiuntura 
dove sta attaccata la testa. Tutto quello spazio che è 
dalle due ultime gambe fino all' estremità della coda è 
composto e segnato di dieci anelli o incisure o nodi ; e 
da r ultimo nodo spuntano due sottilissimi pungiglioni. 
Tutto il corpo insieme non è più lungo di cinque dita a 
traverso, e per lo più dal capo alla coda è grosso ugual- 
mente ; e se bene alcuni nel ventre inferiore son più 
tronfi e di figura romboidale, questo avviene perchè son 
femmine ; ed anno il ventre più o men grosso e rilevato 
secondo che è maggiore o minore il numero dell' uova 
che in quello si trovano. Tanto i maschi quanto le fem- 
mine gettano la spoglia tutta intera in quella guisa che 
fan le serpi, i ragni ed altri insetti, e la loro spoglia non 
è altro che una bianca e sottilissima tunica della stessa 
figura del lor corpo. 



La Generazione rler/ìi Insetti 75 



Quando mi faron portati questi animaletti, era meco 
per fortuna il signor Niccolò Stenone di Danimarca, fa- 
mosissimo, come voi sapete, anatomico de' nostri tempi 
e letterato di ragguardevoli e gentilissime maniere, trat- 
tenuto in questa corte dalla reale generosità del sere- 
nissimo Granduca : ci venne ad ambedue in pensiero di 
osservarle viscere e l'interna fabbrica di quelle bestiuole, 
per quanto comportasse la lor minutezza, e vedemmo 
che dalla bocca si parte un canaletto, il quale, cammi- 
nando per tutta la lunghezza del corpo sino ad un fo- 
rame vicino all'ultimo nodo della coda, fa 1' ufìzio d'eso- 
fago, di stomaco e di budella, ed intorno a questo cana- 
letto trovammo un confuso ammassamento di vari e di- 
versi filuzzi che son forse vene ed arterie. Da mezzo il 
corpo fino all'estremità della coda osservammo esservi 
un gran numero d' uova, legate insieme o vestite da un 
filo canale che per la sottigliezza non si poteva discer- 
nere. Non erauo quest'uova più grosse de' granelli di 
miglio, e certe erano molli e tenere, e certe più dure ; 
le molli e tenere apparivano gialliccie e quasi traspa- 
renti, ma le dure, ancorché internamente fossero gialle, 
avevano il guscio nero; ed in tutte fra le nere e gialle 
in un solo animale ne contammo fino a settanta; e ad 
un altro che tencmiLO rinchiuso i.i una scatola quattro 
giorni senza mangiare, oltre venticinque che n'avea fatte 
in quella scatola, ne trovammo in corpo infino il nu- 
mero di quarantotto. Mentre cosi passavamo il tempo, 
osservammo che, non ostante che a certi di quegli ani- 
maluzzi avessimo strappato fuor del corpo tutte quante 
le viscere, osservammo, dico, che continuavano a vivere 
o a muoversi, in quella guisa appunto che fanno le vi- 
pere sventrate ed altri molti insetti : per lo che ad al- 
cun' altri tagliammo il capo, ed il capo senza '1 busto per 
qualche breve tempo vivea; ma il busto senza '1 capo vi 
vacissimamente per lungo tempo brancolava, come se 
avesse tutti quanti gli altri suoi membri.Onde per ischerzoe 
per un giucco da villa ci risolvemmo a rinnestare il capo 
su '1 busto, e ci riusci con quella stessa facilità colla 
qua^e riusciva di rinnestarsi le membra all'incantatore 
Orrilo, di cui il grand' epico di Ferrara: 

Più volte l'hau smembrato e non mai morto ; 
Né per smembrarlo uccider si potea, 



76 Biblioteca Scientifica 

Cbè se tagliato o mano o gamba gli era, 
La rappiccava, che parea di cera. 

Or fin a' denti il capo gli divide 
Grifone, or Aquilante fin al petto. 
Egli de* colpi lor sempre si ride; 
S'adiran essi, che non anno effetto. 
Chi mai d'alto cader l'argento vide, 
Che gli alchimisti anno mercurio detto, 
E sparger o raccor tutti i suoi membri, 
Sentendo di costui, se ne rimembri. 

Se gli spiccano il capo, Orrilo scende, 
Né cessa brancolar sin che lo trovi, 
Ed or pel crine ed or pel naso il prende, 
Lo salda al collo, e non so con che chiovi. 
Pigliai talor Grifone, e '1 braccio stende, 
Nel fiume il getta, e non par ch'anco giovi ; 
Che nota 'Orrilo al fondo com'uu pesce, 
E col suo capo salvo alla riva esce. 

Cosi i nostri animaletti col capo rinnestato non solo con- 
tinuarono a vivere tutto quel giorno , ma eziandio per 
cinqu'altri giorni continui, con molta maraviglia di chi 
non ne sapeva il segreto; e tanto più che in quello stato 
non solo si sgravavano de' soliti naturali escrementi del 
ventre . ma facevano ancora dell'uova : onde, chi fosse 
stato corrivo a scrivere questo saldamente di teste, 
avrebbe potuto avere una grande quantità di testimoni 
di vista, ma avrebbe scritta una bella favola : conciossie- 
cosachè quelle teste si rappiccavano a' lor busti, per- 
chè da' busti gocciolava un certo liquor verde , viscoso 
e tenace, che seccandosi era ca^^ione d' un saldo ricon- 
giungimeixto ; ma le teste, ancorché '1 busto vivesse, non 
facean moto di sort' alcuna né mostravan segni di vita; 
ed i busti senza '1 rmnimento delle teste continuavano a 
vivere que' cinque o sei giorni, come se le avessero riu- 
nite. 

D' un parlare nell'altro son ito , senz' avvedermene, 
troppo lungi da quel discorso ch'io faceva poc'anzi, sul 
quale ora rimettendomi, fa di mestiere ch'io ritorni a fa- 
vellarvi di quegl' insetti che si veggono avere il nasci-' 



La Generazione degli Insetti 77 



mento sull'erbe infracidate, e ch'io vi dica che su tutte 
quante le spezie ho veduto indifferentemente nascere i 
vermi : onde non è un miracolo ciò che Dioocoride e 
Plinio anno scritto per cosa considerabile e singulare, 
che su '1 bassiiico masticato ed esposto al sole avvenga 
un simile nasvimcLto di bachi ; imperocché tale acci- 
dente è comune a latte quell'erbe, su le quali sono por- 
tari dagli animasi i semi de' vermi. Da questi vermi pro- 
dotti su l'erbe infracidai'e ho veduto talvolta nascer mo- 
sche ordinarie e taivcdta qualche moscione, ma per lo 
più e non di rado, da una pianta sola moltissime gene- 
razioni di animaletti volanti e co'-i minuti, eh« con molta 
ragione alcuni di essi furono da Tertulliano chiamati 
unius puncti ammalia : e mi si ravviva alla memoria 
che su '1 solo isopo, su '1 solo spigo e su'l solo iperico, ol- 
tre alle mosche ordinarie e ad alcuni altri pochi moscioni, 
nacquero otto o nove altre diverse ]*azze di moscherini 
tra loro differentissimi di tìgura. Su '1 prezzemolo trovai 
parimente alcuni bachi similissimi a quegli che si tra- 
sformano in mosche ; erano però tutti pelosi, e facendo 
cerchio di se medesimi spiccavano sovente in qua ed in 
là vari salti : ma non mi fu favorevole la fortuna nel 
farmi vedere ciò che ne sarebbe nato ; imperocché mo- 
rirono tutti, avanti che in uova come gli altri si con- 
ducessero e si fermassero, forse pel freddo della sta- 
gione che si era avanzata verso '1 fine del mese di no- 
vembre. 

Sentite ora quel che scrive Plinio nel libro ventune- 
simo della Stoì^ia naturale : « Un' altra maravigla, dice 
» egli, avviene dei mèle nell'isola di Candia ; quivi è 11 
» monte di Carina, il quale ha nove miglia di circuito ; 
» dentro a questo spazio non si trovano mosche , ed il 
» mèle colà fabbricato esse mosche mai non assaggiano; 
» ed essendo questo singolare per l'uso de' medicamenti, 
» con tale esperienza si elegge. > La stessa maraviglia 
racconta Zeze del mèle attico, e soggiunge, che questo 
avviene per essere l'Attica abbondantissima di timo , il 
di cui acuto odore è dalle moscbe grandemente abbor- 
rito : lo riferisce altresì Michele Glica ne' suoi greci an- 
nali, e n'adduce la medesima ragione di Zeze. E pure io 
ho vedute le mosche pa^'torir le loro uova ed i loro 
vermi nel timo, e da que' vermi nascerne le mosche, e 



78 Biblioteca Scientifica 

quelle mosche golosamente mangiarsi non solamente il 
mèle allungato con la decozione del timo, ma eziandio 
trangugiarsi un iattuario composto col suddetto mèle e 
con foglie di timo. Forse ne' tempi di Plinio e nel monte 
Carina era una vendica storia, ma in Toscana crederei 
cae oggi noverar si potesse tra le favole. Laonde, per 
terminar più presto che mi sarà possibile questa ormai 
troppo lunga lettera e troppo tediosa, ripiglio a dirvi 
che siccome tutte le carni morte e tutti i pesci, tutte le 
erbe e tutti i frutti sono un nido proporzionatissimo per 
le mosche e per gii altri animaletti volanti, cosi lo sono 
ancora tutte le generazioni di fimghi , come ho potuto 
vedere neile vesce, ne' porcini, negli uovoli, ne' grumati 
nelle ditola ed in altri simiglianti. Io parlo però di quei 
funghi, 1 quali di già sono stati colti, e per cosi dire son 
morti e putrefatti ; imperocché quegli che stanno radi- 
cati in terra o su gli alberi e che vivono, sogliono ge- 
nerare cert' altre maniere di bachi, alcune dei le quali 
sono differentissime nella figura in tutto e per tutto da' 
vermi delle mosche ; conciossiecosachè questi de' funghi 
non vanno strascinando il loro corpo per terra, ne vanno 
serpeggiando come quegli, ma camminano co' loro piedi 
come 1 bachi da seta ; e se quelli delle mosche, de' mo- 
scherini e de' moscioni anno il muso lungo ed aguzzo, 
questi lo anno eorto e schiacciato con una fascia i.era 
sopra di esso. «Questi stessi dunque , finiti eh' e' son di 
crescere, si fuggono studiosa iiente da quel fungo nel 
quale son nati e rilevati, ed in vece di trasmutarsi in 
uova, si l'abbricauo intorno un piccolissimo bozzoletuO di 
seta, in cui ciascheduno di essi sta rinchiuso alcuni giorni 
determinati; dopo lo spazio de' quali da ogni bozzolo 
esce fuora un animaletto volante, che talvolta è una zan- 
zara, talvolta une moschetta nera con quattr' ale, e tal- 
volta un' altra moschetta parimenti nera e con quattro 
ale, col ventre inferiore allungato a foggia di coda si- 
mile a quella delle serpi. 

Or quai sia la cagione efficiente prossima che generi 
questi bachi ne' funghi viventi; io per me credo che sia 
quella stessa che gli genera nelle vive piarne e ne' loro 
frutti altresì viventi; intorno alla quale varie sono l'opi- 
nioni de' filosofi e di coloro che la virtù delle piante o 
vero la loro natura investigarono. Fortunio Liceto nei 



La Goner azione (legli Insetti 79 

libri del nascimento spontaneo de' viventi, supponendo 
per vero verissimo ciie dall'anima vegetativa più igno- 
bile di tutte l'altre non possa mai prodursi l'anima sen- 
sitiva, crede die quelle generazioni di bachi si fdccia 
per cagione del nutrimento che le piaate prendono dalla 
terra, in cui egli dice che sono molte particelle d'anima 
sensitiva, esaiate o dagli escremei'ti o da' corpi morti 
o vi^venti degli animali ; soggiugne ancora, che da' me- 
desimi corpi viventi o moiti svaporano molti atomi o 
corpiceili pregni d'anima sensitiva, i quali, volando per 
l'dria ed attaccandosi alle scorze delle piante, alle foglie 
ed a' frutti rugiadosi, cagionano U nascimento de' bachi. 
Pietro Gassendo è di parere che nella polpa de' frutti 
nascano i vermi, perchè le mosche, l'api, le zanzare ed 
altri simili insetti posandosi sopra i fiori vi lascino 1 
loro semi, i quali semi, rinchiusi e imprigionati poi den- 
tro a' frutti, coll'aiuto djl calore della maturazione di- 
vengano vermi. Potrei molte e molt' oltre opinioni ad- 
durvi ; ma perchè quasi tutte si riducono a quelle, delle 
quali nel bel principio di questa lettera vi favellai, per- 
ciò stimo opportuno il tralasciarle: e se dovessi pale- 
sarvi il mio sentimento, crederei che i frutti, i legumi, 
gii alberi e le foglie in due maniere inverminassero. Una, 
perchè, venendo i bachi per di fuora e cercando I' ali- 
mento , col rodere si aprono la strada ed arrivano 
alla più interna midolla de' frutti e de' legni : 1' altra 
maniera si è, che io per me stimerei che non fosse gran 
fatto disdicevole il credere, che quell'anima o quella 
virtù, la quale genera i fiori ed i frutti nelle piante vi- 
venti, sia quella stessa che generi ancora i bachi di esse 
piante. E chi sa forse cne molti f ruoti degli alberi non 
sieno prodotti, non per un fine primario e principale, 
ma bensì per un uflzio secondario e servile, destinato 
alla generazione di que' vermi, servendo a loro in vece 
di matrice, m cui dimorino un prefisso e determinato 
tempo ; il quale arrivato, escan fuora a godere il sole. 
Io m'immagino che questo mio pensiero non vi parrà 
totalmente un paradosso ; mentre farete rimessione a 
quelle tante sorte di galle, di gallozzole, di coccole, di 
ricci, di calici, di cornetti e di lappole che son prodotte 
dalle querce, dalle farnie, da' corri, da' sugheri, da' lecci 
e da aicri simili alberi da ghianda ; imperciocché in quelle 



80 Biblioteca Scientifica 

gallozzole, e particolarmente Delle più grosse che si chia- 
roano coronate, ne' ricci capelluti che ciuffoli da' nostri 
contadini son detti, né ricci legnosi del cerro, ne' ricci 
stellati della quercia, nelle galluzze della foglia del lec- 
cio si vede evidentissimamenre, che la prima e princi- 
pale intenzione della natura è formare dentro di quelle 
un animale volante; vedendosi nel centro della galloz- 
zola un uovo che col crescere e col maturarsi di essa gal- 
lozzola va crescendo e maturar do anch'egli, e cresce al- 
tre^i a suo tempo quel verme che nell'uovo si racchiude; 
il qual verme, quando la gallozzola è finita di maturare, 
e che è venuto il termine destinato al suo nascimento, 
diventa, di verme che era, una mosca; la qnale, rom- 
pendo l'uovo e cominciando a roder la gallozzola, fa dal 
centro alla circonferenza una piccola e sempre ritonda 
strada, al line della quale pervenuta, abbandonando la 
nativa prigione, per l'aria baldanzosamente sen vola a 
cercarsi l'alimento. 

Io vi confesso ingenuamente che prima d'aver fatte 
queste mie esperienze intorno alla generazione degl'in- 
setti, mi dava a credere, o per dir meglio sospettava, 
che forse la gallozzola nascesse, perchè arrivando la 
mosca nel tempo deila primavera e facendo una picco- 
lissima fessura ne' rami più teneri dalla quercia, in quella 
fessura nascondesse uno de' suoi semi, il quale fosse ca- 
gione che sbocciasse fuora la gallozzola; e che mai non 
si vedessero galle o gallozzole o ricci o cornetti o calici 
o coccole, se non in que' rami, ne' quali le mosche aves- 
sero depositate le loro semenze; e mi dava ad intendere 
che le gallozzole fossero una malattia cagionata nelle 
querce dalle punture delle mosche, in quella guisa stessa 
che dalle punture d'altri animaletti simiglevoli veggiamo 
crescere de' tumori ne' corpi degli animali. 

Io dubitava ancora, se per fortuna potess'essere che 
quando spuntano le gallozzole ed i ricci, sopraggiugnendo 
le mosche, spargessero sopra di essi qualche fecondo li- 
quore di seme che pregno di spiriti vivacissimi potes-e 
penetrar nella parte più interna, ed ingravidandola, pro- 
ducesse quivi quel verme. Ma avendo poi meglio consi- 
derato, che vi son molti frutti e legumi che nascono co- 
perti e difesi da' loro invogli o baccelletti, e che pur 
bacano ed intonchiano : avend'osservafo che tutte le gal- 



La Generazione degli Insetti 81 

lozzole nascon sempre costantemente in una determinata 
parte de' rami e sempre ne' rami novelli ; e che quelle 
gallozzoline che nascono ne^le fo^^lie della quercia, della 
larnia e del cerro, anch'esse costantemente nascon tutte 
su le fibre o i nervi di esse foglie, e che né pur una gal- 
lozzolina si vede nata sul piaoo della foglia tra un nervo 
e l'aitro; che tutte infallibilmente spuntano da quella 
parte della foglia che sta rivolta verso la terra, e niuna 
da quella parte più liscia che riguarda il cielo ; e per 
lo contrario tuite le gallozzoline che si trovano nelle fo- 
glie dei faggio e d'alcuni altri alberi non ghiandiferi 
stanno tutte dalla parte più liscia di esse foglie ; avendo 
ancora posto mente che molte foglie d'altri alberi, su le 
quali nascono o vesciche o borse o increspature o gon- 
tietti pieni di vermi, quando quelle foglie spuntano, elle 
spuntano con quelle stesse vesciche o borse, le quali 
molto bene si veggiono, ancorché minutissime sieno le 
foglie, e vanno crescendo al crescere di esse foglie (e di 
CIÒ manifestamente ognuno potrà certificarsi coU'osser- 
var diligentemente quel che nasce nelle foglie dell'olmo, 
del leccio, dell'alberello, del susino selvatico e del len- 
ti sco) ; in oltre il cerro fa alcuni grappoletti di fiori, da 
que' fiori son prodotte altret^^ante coccole rosse e pao- 
nazze, ciascheduna delle quali ingenera ire o quattro 
bachi rinchiusi ne' loro caseilini distinti ; il medesimo 
cerro fa un altro grappoletto di fiori, e da quei fiori 
spuntano alcuni calicetti verdeggialli, legnosi nella base 
e teneri nell'orlo, e tut^i questi calici fanno i lor bachi, 
ed i bachi tscon fuora in forma d'animali volanti ; perciò 
mutandomi d'opinione, mi pare di poter più probabil- 
mente credere che la generazione degli animali nati da 
gli alberi non sia una generazione a caso Le fatta da 
semi depositati dalle sopravvegnenti gravide mosche : e 
tanto più, perchè non vi è pur una sola gallozzola che 
non abbia il suo baco, ed in ogni sorta di gallozzole vi 
son sempre le proprie e determinate razze di bachi, di 
mosche e di moscherini, le quali mai non variano. In 
oltre maravigliosa è la maestria usata dalla natura nel 
formare quell'uovo, e preparargli il luogo dentro la gal- 
lozzola, e corredarlo di tante fibre e fili che da essa gal- 
lozzola vanno all'uovo, quasi altrettante vene ed arterie 
che conducono l'opportuno sussidio per la formazione 
6 — Insetti, 



82 Biblioteca Scientifica 

dell'uovo e del baco e per lo nutrimento che a loro fa 
di mestiere. E perchè vi ha certe particolari spezie di 
gallozzole, nelle quali non un solo, ma più vermi s'ingene- 
rano, perciò essa natura seppe accuratissimamente di- 
stinguere i luoghi, come lo sa fare in quegli animali che 
di numerosa prole in un sol parto sono fecondi. Si vede 
altresì che il verme delle gallozzole ha un certo neces- 
sario fomento vitale da tutta quanta la quercia : imper- 
ciocché se sia colta una galla coronata, subito che spunti 
dall'albero, e che dentro di essa rocchio non possa scor- 
gere principio di uovo, questa galla mai non baca e non 
tarla e mai non produce la mosca ; se si colga un poco 
meno acerba ed un poco più grossetta della prima, e 
che vi si veggia l'uovo che comincia a farsi, o che di poco 
sia fatto e sia per ancora molto acerbo e Piccolino, ei 
va male e non conduce il verme alla maturazione : ma 
se '1 verme vien a bene, egli ha il determinato e preflssc 
termine di trasformarsi in mosca e di uscire dalla gal- 
lozzola, il qual termine mai non falla. Ei^li è ben vero 
che, secondo le diverse razze delle gallozzole, diverso è 
parimenti il lor termine; imperocché da alcune razze 
scappan fuora gli animaletti di primavera, da altie di 
state, da altre d'autunno e da altre sul principio dal 
verno : ma gli animaluzzi di certune aspettano l'altra 
futura primavera, quegli di cert'altre la state, ed alcuni 
amano di stagionarsi per entro la gallozzola lo spado 
intero di due anni, e oltre. 

Egli è superilo che di ciò io vi favt-^lli ora più lunga- 
mente, essendovi questa storia in qualche parte non ignota, 
per quello che ne fu osservato ad Artimino, quando la 
corte l'anno passato vi si tratteneva, godendo le deli- 
ziose caccio di quelle boscaglie; anzi a be' la prova mi 
tacerò, rimettendomi a quello che sarò per dirne, quando 
darò in luce questa particolare e curiosissima Stoìia dei 
vari e diversi frutti ed anlrnali che dalle querce e da 
altri alberi son generaci- E credo fermamente che presto 
potrò soddisfare alla curiosità degli investigatori delle 
cose natura. li, essendomi stata favorevole la generosa e 
real munificenza del serenissimo Granduca mio signore, 
mediante la quale ne ho fatto miniare fino a ora molte 
e rnolt*} figure dal delicato pennello del signor Fllizio 
Pizzichi. 



La Generazione degli Insetti 83 

Non voglio già passare in silenzio, per tornare al mio 
primo proposito, che stimo non esser gran peccato in 
lilosofia il credere, che i vermi de' frutti sieno generati 
da quella stessa anima e da quella stessa naturai vir- 
tude che fa nascere i frutti stessi nelle piante; e se bene 
in alcune scuole si ti-^n poi certo che una cosa men no- 
bile non po3sa generarne una più nobile della generante, 
io me ne fo beffe, ed il solo esempio delle mosche e de' 
moscerini che nascono nelle gallozzole dello querce parmi 
che tolga via ogni dubbio : oltreché questi nomi di pili 
nobile e di men nobile son termini incogniti alla natura 
ed inventati per adattargli al bisogno delle opinioni or 
di questa or di quella setta, secondo che le fa di me- 
stiere. Ma quando pure per le strepicose strida degli sco- 
lastici dovesse in ogni modo esser vero, che dall'igno- 
bili cose non si potessero produrre le piiì nobili, io non 
so per me vedere qual gran vergogna o quale strava- 
gante paradosso mai sarebbe il dire che le piante, oltre 
alla vita vegetativa, godessero ancora la sensibile, la 
quale le condizionasse e le facesse abili alla generazione 
degli animali che da esse piante son prodotti .Democdto 
che, per testimonianza dì Petronio Arbitro, omnium her 
barum succos expressit, et^ ne lapidum virgultorumque 
vis luterei, CEtatem, inter experimenta consumpsit, non 
sdegnò di concedere il senso alle piante. Pittagora e Pla- 
tone ebbero questo stesso parere ; e l'ebbero similmente 
Anassagora ed Empedocle, se dar vogliamo fede ad Ari- 
stotile, che nel primo libro Delle piante lo riferisce. 

Ma i ricredijti Manichei empiamente passarono più 
avanti, come racconta sant'Agostino, e tennero che le 
piante avessero anima ragionevole, e che però fosse mi- 
sfatto d'omicidio il coglierne frutti o fiori, lo strapparne 
violentemente foglie e rami, e sradicarle totalmente dal 
suolo. Plotino però fu molto più moderato, scrivendo che 
elle anno sentimento sì, ma intormentito e stupido della 
stessa maniera che lo anno l'ostriche, le spugne e gli 
altri simili animali che piant'animali pelle scuole sono 
chiamati: a Plotino ed agli altri suddetti filosofi gentili 
si accostarono Giovanni Veslingio e Tommaso Campa- 
nella con molti altri moderni tra' quali l'eruditissimo 
nostro Imperfetto, dico il signor priore Orazio Ricasoli 
Rucellai ne' suoi maravigliosi Dialoghi dell'anima fa par- 



84 Biblioteca Scientifica 

lare altamente Vincenzio Mannccci e con ragioni laude- 
voli a favore di questa opinione. Per prova della quale 
non vi addurrò qui, secondo il detto di Plinio, che alcuni 
follemente si facessero a credere che Pittagora coman- 
dasse l'astenersi dalie fave, perchè in quelle si ricove- 
rassero l'anime de' morti; ne meno vi dirò di questo le- 
gume la favolosa virtude scritta ne' libri lìiosofici manu- 
scritti che van sotto nome d'Origene, dove s'afferma che 
Zareta, filosofo di nazione Caldeo e maestro di Pittagora 
dicesse che le fave macerate al sole rendevano un non 
so quale odore, simile a quello dell'umana semenza; e 
che quando all'erano fiorite, se si rinchiudevano in un 
vaso sepolto sotto la terra, dopo non molti giorni si sa- 
rebbono trovate avere la vergognosa effigie di quella 
parte femminile che per nativa modestia dalle donne più 
d'ogn'altra si cela; o che poscia avrebbero acquistata la 
figura del capo di un fanciullo ; io non vi scrivo qui le 
precise greche parole di Origene o di Epifanio che si sia 
l'autore di que' libri, perchè, se ne a^^'rete curiosità le 
potrete vedere nell'erudite osservazioni fatte sopra Laer- 
zio Diogene da quel grandissimo e gentilissimo letterato 
e nostro comune amico e accademico Egidio Menagio 

Per pi'ova parimente della suddetta sensibilità delle 
piante, non tia che vi rammenti i v;rgulu di Tracia ani- 
mati delio spinto del morto Polidoro, ne meno i giardini 
di Alcina mentovati dall'Ariosto, né le boscaglie inven- 
tate dal Boiardo e dal Berni ; né vi ridurrò alla mente 
nel secondo girone dell'Inferno quell'orribil selva, della 
quale il nostro sovrano Poeta : 

Però disse '1 maestro : Se tu tniahi 
Qualche fraschetta a'aiia a't^ste piante, 
Li pensier c'iiai si faran tutti mouchi. 

Allor porsi la mauo un poco avaiite, 
E colsi un ramnscei da un gran pruno ; 
E 'i tronco suo gridò : Perchè mi schiaute ? 

Da che l'atto fu poi di sangue liruiio, 
Ricominciò a gridar : Perchè mi scerpi ? 
Non hai tu spirto di pietate alcuno? 



La Generazione degli Insetti 85 



Uomini fummo, ed or sem fatti sterpi, 
Ben dovrebb'esser la tua man più pia, 
Se state fossim'anime di serpi. 

Come d'un stizzo verde ch'arso sia 
DaU'un de' capi, che dall'altro geme, 
E cigola per vento che va via ; 

Così di quella scheggia usciva insieme 
Parole e sangue; ond' i' lasciai la cima 
Cadere, e stetti come l'uom che teme. 

Imperocché queste, a prima giunta considerate e senza 
molto inoltrarsi, son fole bizzarrissime de' poeti, ritro- 
vate per dar pa;to alla plebe ed agli uomini ignoranti. 

Ma voi ch'avete gl'intelletti sani 
Mirato la dottrina che s'asconde 
Sotto '1 velame degli versi strani, 

Le cose belle [diceva il Berni), preziose e care, 
Saporite, soavi e delicate 
Scoperte in man non si debbon portare, 
Perchè da porci non sif-no imbrattate : 
Dalla natura si vuole imparar^, 
Che ha le sue frutta e le sue cose armate 
Di spine e reste e ossa e buc:iae scorza 
Contra ala violenza ed alla forza. 

Del Ciel, degli animali e degli uccelli, 
Ed ha nascosto sotto terra l'oro, 
E le gioie e le perle e gli altri belli 
Segreti agli uomin, perchè costin loro, 
E son ben smemorati e pazzi quelli 
Che fuor portando palese il tesoro, 
Par fhe chiamino i ladri e gli assassini, 
E '1 diavol che gli spogli e li rovini. 

Poich'anche par che la giustizia voglia, 
Dandosi il ben per premio e guidardone 
Della fatica, che quel che n'ha voglia, 
Debba esser valentuomo e non poltrone ; 



86 Biblioteca Scientifica 

E par aiiche, che gusto e grazia accoglia 
A vivande che sien per altro buone, 
E le faccia piìi care e più gradite 
Un saporetto con che s^en condite. 

Però quando leggete l'Odissea 

E quelle guerrt^ orrende e disperate 

E trovate ferita qualche dea 

qualche dio, non vi scandalizzate : 

Che quel buon uom'altr'mtender volea, 

Per quel che fuor dimostra alle brigate. 

Alle brigate goffe, agli animali. 

Che con la vista non passan gli occhiali, 

E così qui non vi fermate in queste 
Scorze di fior, ma passate piìi innanzi; 
Che s'esserci altro sotto non credereste, 
Per Dio avreste fatto pochi avanzi, 
E di tenerle bene ragione avreste 
Sogni d'infermi e fole di romanzi, 
Or dell'ingegno ognun la zappa pigli, 
E sudi e s'affatichi e s'assottigli. 

E chi sa elle Virgilio, Dante e gli altri toscani poeti 
con quelle lor favole non volessero insegnarci, che le 
piante non sono affatto prive di senso ? Io so molto bene 
che non v'è motivo né conghiettura né prova né ragione 
concludynte, non tanto per la parte affermativa quanto 
per la negativa : ma egli è anche vero che le piante si 
nutricano, crescono, e producono seme e frutto come gli 
altri animali ; cercano con ansietà il sole e l'aria aperta 
e sfogata; sfuggono in quel modo migliore che possono 
l'ugge maletìche, e con movimenti invisibili si storcono 
per iscansarle ; e chi sa, se gambe avessero e non fos- 
sero cosi altamente radicate in terra, che non fuggissero 
da chi vuole offenderle, ed offese e straziate non faces- 
sero i lor versi ed i loro lamenti, se organi possedessero 
disposti e prop 'rzionati all'opra della favella? 

Mi sovviene a questo proposito, ch'essendo io del mese 
di marzo in Livorno, vidi un certo pomo o frutto ma- 
rino abbarbicato nella terra tra gli screpoli d'uno scoglio; 
la grossezza e la figura di esso pomo era come quella di 



La Generazione degli Insetti 87 

una arancia di mediocre grandezza, di quel colore per 
appunto che anno i funghi porcini, che però fungo ma- 
rino da' pescatori è chiamato ; ed avendolo colto e vo- 
lendo vederne l'interna struttura, appena cominciai col 
coltello a pungerò ed a tagliarlo, che vidi manifestissi- 
mamente che moto avea e senso, raggrinzandosi ed ac- 
cartocciandosi ad ogni minimo taglio e puntura; e pure 
nella sua interna cavità, le pareti della quale erano bian- 
che iat*ate, non conteneva altro che cert'acqua limpi- 
dissima di sapore di sale ed alcuni fili bianchi, i quali 
da una parte all'altra delle pareti senz'ordine alcuno 
erano distesi e tirati. E le spagne, che pur da alcuni va- 
lentuomini son noverate tra le piante, non si scontorcon 
elleno e non si raggrinzano, quando son toccate ed of- 
fese ? 

Nella paralisia accade talvolta che in qualche membro 
si perda il senso, restando libero il moto, e talvolta si 
perde totalmente il moto senza minima offesa del senso. 
Or chi direbbe in questo secondo avvenimento che in 
quel membro paralitico ed immobile fosse rimaso il sen- 
timento, se il malato non avesse bocca né voce da po- 
terlo significare, e non si lagnasse alle punture ed agli 
strazi che, per rendergli la salute, dal chirurgo gli son 
fatti ? Similmente, vedendosi libero e franco il moto in 
un altro membro, chi crederebbe giammai che non vi 
fosse anco il sentire, se '1 malato stesso non ne desse 
contrassegni ? Adunque il moto in che che sia non è argo- 
mento certo, come alcuni vogliono, per provare il senso. 
Creda per tanto ogn'uno ciò che più gli aggrada, che a 
me, per venire al mio principale intento, basta di aver 
detto che per l'esperienze fatte mi sento inclinatissimo 
a credere che la generazione de' vermi nell'erbe, negli 
alberi e nei frutti viventi non sia una generazione a caso 
ma sempre costantemente la stessa, e che le razze di 
que' vermi si convertano poi quasi tutte in animaletti 
volanti, ciascuno della propria sua spezie. E qui non mi 
posso contenere, ch'io non ve ne descriva il nascimento 
e la trasformazione d'una o di due sorte che servirà 
forse per chiarezza maggiore. 

Le spezie delle ciriege bacano quasi tutte indifferente- 
mente sull'albero, e quando elle inverminano, ogni ci- 
riegia inverminata ha sempre un sol baco, né mai in una 



88 Bihìioteca Scientifica 

sola ciriegia n'ho potuto trovar due ; il baco è bianco 
senza gambe, ed ha la figura del cono, come quegli delle 
mosche descritti nel principio di questa Lettera. Fintanto 
ch'e' si mantien baco, attende solamente a nutrirsi ed a 
crescere, senza mai sgravarsi degli escrementi del ventre 
quando egli è arrivato alla necessaria sua grandezza si 
fugge da quella ciriegia nella quale è nato, e cerca luogo 
da potersi rimpiattare, e quivi appoco, appoco si rag- 
grinza e s'indurisce e si trasforma in un piccol uovo 
bianco lattato, senza mutar di colore ; dal qual uovo, fin- 
ché non è passato il principio della futura primavera, 
non si vede mai nascer cosa veruna; ma avvicinandosi 
la state, ne scappa fuori una moschetta di color nero 
tutta pelosa ; i peli del dorso, e quegli deHa testa che 
son più radi, sono ancora più lunghi di que' del ventre 
Sul dorso si vede un mezzo cerchio di color d'oro, e la 
testa è listata per traverso d'una stretta fascia pur di 
oro anch'essa dalla quale si diparte una striscia simile 
più larga, che va a coprire gran parte di quello spazio 
ch'è tra un occhio e l'altro; gli occhi son rossi, circon- 
dati d'una linea d'oro ; l'ali son biai che con certe mac- 
chie trasversali di color intra bigio e nero, così galan- 
temente disposte che somigliano le penne degli sparvieri, 
sei sono i piedi, neri anch'essi e pelosi, e nelle congiun- 
ture toccati d'oro 

Differenti molto da i bachi delle ciriege son quegli 
che si trovano nell'avellane o nocciuole fresche; impe- 
rocché questi delle nocciuole anno quasi la figura d'un 
mezzo cilindro, composto di tanti mezzi anelli bianchi, 
col capo di color capellino e lustro ; camminano con 
moto non moho velocn e con sei piccolissimi piedi si- 
tuati in tre ordini vicini al capo. Questi vermi, ancorché 
io v'abbia usata un'esattissima cura, non ho mai potuto 
vedere che si trasformino in animali volanti ; onde può 
essere, come credo, che vivano e muoiano bachi, tali 
quali son nati, lo n'ho alle volte rinchmsi alcuni, i quali 
così rinchiusi e senza mangiare son vissuti lungo tempo 
ed in particolare certuni che camparono dal dì venti- 
cinque di luglio fino a' dieci di novembre. Cert'altri vermi 
di figura non dissimile, ma più grandi, rossi, e pelosi, i 
quali qualche volta si tr vano nelle barbe delle bietole 
rosse e ne' capi d'aglio, anch'essi campano serrati nei 



La Generazione degli Insetti 89 

vasi lunghissimo tempo, né si trasformano mai in altri 
animaletti con Tali ; ed è certo che uno di quest'ultimi, 
racchiuso in un piccolo alberelletto di vetro ben serrato 
con carta, visse dal principio d'agosto fino a tutto mag- 
gio. Se poi que' cosi fatti bachi delle nocciuole sieno ge- 
nerati dalla virtù prolifica dell'albero o pure vi sieno en- 
trati per di fuori, non è cosi facile il determinarlo ; im- 
perocché dal vedersi che quasi tutte le altre maniere di 
frutti generano da per sé i vermi, parrebbe che anco il 
nocciuolo dovesse generargli. Dall'altra parte potrebb'es- 
sere argomento non dispregevole che v'entrino per di fuora 
l'osservarsi che tutte le nocciuole bacate, da cui non sia 
per ancora uscito il verme, anno nel guscio un piccol callo 
porro eminenza, che è forse la cicatrice del foro che 
fu fatto dal verme, allora quando, essendo esso verme 
piccolissimo e facendosi la strada pel guscio tenero della 
nocciuola, penetrò nella cavità di essa, ed il foro poi 
col crescere e coll'indurarsi del guscio andò restringen- 
dosi e saldandosi; onde il verme quando è ingrossato e 
fatto, se vuole uscirne, bisogna che si faccia un nuovo 
foro più largo, il qual foro si trova in tutte le nocciuole 
dalle quali o é fuggito il verme o è in procinto di fug- 
girne. Io sto dunque in dubbio di quello che io debba 
credere; e non mi saprei risolvere, ancorché l'autorità 
di un dotti '.Simo filosofo mi faccia parer più credibile 
che i bachi delle nocciuole sien bachi venuti di fuora e 
non generati dentro di esse ; e questi si è il celebratis- 
simo Joachimo Jungio di Lubecca nelle sue Fisiche Dos- 
soscopie, raccolte e stampate con note molto dotte ed 
erudite da Martino Fogheìlo amburghese, letterato di 
nobilissima fama e mio grandissimo amico. 

I bachi delle susine sono similissimi a quegli delle noc- 
ciuole, ma camminano con moto più veloce e più lesto 
ed alcuni son bianchi ed altri rossigni ; si trattengono 
dentro alle susine dove son nati, nutrendosi della loro 
polpa e sgravandosi degli escrementi del ventre, fin tanto 
che sieno perfettamente cresciuti ; ed allora l'abbando- 
nano, ed ogni baco si fabbrica intorno un bozzoletto 
bianco di seta, dal quale rinasce poi in forma d'una far- 
fallina grigia, con la punta delle sue quattro ali mac- 
chiata di nero. 

Della stessa razza de' vermi delle susine Sono i vermi 



90 Biblioteca Scientifica 



delle pèsche e delle pere, e fanno i bozzoli e da' bozzoli 
rinascon farfalle. Il giorno venticinque di giugno rin- 
chiusi in un vaso di vetro benissimo serrato con carta 
a più doppi dieci o dodici bachi delle pere moscadelle, 
e tutti in quello stesso giorno avendo roso e forato il 
foglio, se ne fuggirono via; onde il giorno seguente ne 
misi due altri in un vaso serrato con sughero; e subito 
saliti nella parte superiore del vaso, vi cominciarono a 
tessere due bozzoli, da ciascuno de' quali il giorno quat- 
tordici di luglio usci una farfallina. Il giorno sedici dello 
stesso mese riposi tre altri bachi cavati da tre pere bu- 
giarde , stettero due giorni senza mettersi a lavorare i 
bozzoli : ma il dì diciotto cominciarono l'opera, ed in 
capo a due giorni uno de' suddetti bachi se n'uscì del 
bozzolo e ne lavorò im altro di nuovo, e tutti tre rinac- 
quero farfalle, non già nello stesso giorno ; imperocché 
uno nacque il di sei di agosto, un'altro il dì nove, ed U 
terzo il di quindici. Perlochè, facendo nuove esperienze, 
rinvenni che i bachi delle pere per lo più stanno rin- 
chiusi nel bozzo'o intorno a diciotto giorni; alle volte 
però trapassano di gran lunga questo termine ; é se 1 
bachi son cavati dalle pere prima del lor necessario e 
perfetto crescimento, non si conducono altrimenti a fare 
il bozzolo, essendoché in capo a pochi giorni si muoiono. 

Ma giacché ho fatta menzione di questi farfallini nati 
da' bachi delle pei'e e delie susine, parmi che voi mi do- 
mandiate, se tutte l'altre spezie di farfalle sieno generate 
dagli alberi, o pure se nascano dalle loro madri per 
concepimento d'uova o di vermi. Son discordi tra di loro 
gli autori in questa materia; onde brevemente vi dirò il 
mio sentimento, senza recitarvi le diverse opinioni di 
quegli. 

S' uniscono i maschi delle farfalle colle femmine, e 
queste, restando così gallale le loro uova, le ne fanno 
poscia ia gran numero ; dalle quali nascon que' vermi 
che noi gli chiamiamo bruchi, e da' latini detti furono 
eiixccE. Questi bruchi lìnv. ad un certo determinato spa- 
zio di Tempo si nutriscono di foglie d'alberi e d'erbe 
propo.^ onate. ed in quel mentre s'addormentano più 
volte e gettano più volte la spoglia : ma quando son 
riniti di tr.'.s ere, .ilcuni tessono intorno a sé un bozzolo 
di seta, altri non lanuo bozzolo, ma si raggrinzano e si 



La Generazione degli Insetti 91 

induriscono e si trasformai! in crisalidi o aurei ie, e nel 
raggrinzarsi e nell'indurirsi cavan fuora due o tre fili di 
seta, co' quali tenacemente s'attaccano a qualche tronco 
d' albero o a qualche sasso ; cert' altri però d' un' altra 
razza, ancorché si raggrinzano e s' induriscono e si tra- 
sformino in crisalidi, non filano que' due o tre fili di seta 
e non s' attaccano a verun luogo, e possono esser tra- 
balzati dal vento in qua ed in là. Finalmente da' bozzoli 
e dalle crisalidi ignude nascono o, per dir meglio, scap- 
pan fuora le farfalle come da uà sepolcro, ed ogni razza 
ha il suo preciso e determinato tempo di nascere ; im- 
perocché alcune razze scappan fuora in capo a pochi 
giorni, altre indugiano delle settimane ed altre de' mej'i: 
anzi i bruchi di questa terza razza, trasformandosi in 
crisalidi ignude o fabbricandosi intorno ii bozzolo nel 
fine della primavera, non isfarfallano fino ali' altra pri- 
mavera dell'anno futuro; dalle crisalidi ignude però non 
escon sempre le farfalle, ma da alcune maniere di esse 
nascon talvolta delle mosche. Né vi prenda maraviglia 
di questi strani nascimenti e trasformazioni, mentre noi 
medesimi, per cosi dire, non siamo altro che bruchi e 
vermi; onde pur di noi cantando il nostro divino Poeta, 
gentilmente ebbe a dire : 

Non v'accorgete voi, che noi sìam vermi 
Nati a formar l' auj^'elica farfalla? 

E percbè mi giova molto a mostrarvi eh' è il vero quanto 
di sopra v'ho detto, piacemi di portarvi qui tutte quelle 
poche esperienze che per fortuna mi son rimase delle 
molte che intorno a' bruchi ed alle farfalle ho fatte. 

Il giorno cinque di giugno, andando alla villa del Pog- 
gio imperiale, vidi che ne' lecci dello stradone passeg- 
giavano moltissimi bruchi, alcuni de' quali si vedevan 
talvolta calar dagli alberi fino in terra giù per certi fili 
di seta, e dalla terra velocemente rimontar negli alberi 
su per gli stessi fili. Ne feci pigliare una gran quantità 
e posi mente che erano tutti vestiti d' un pelo lungo due 
buone dita a tr,averso, parte di color nero e parte di color 
di ruggine, e sulla groppa erano tutti punteggiati di quat- 
tordici punti in foggia di margheritine rosse. Gli misi 
in certe cassette, dove per alcuni giorni si nutrirono di 



92 Bihìioteca Scientifica 

foglie di leccio, e poscia spogliandosi di quella veste pe- 
losa, parve che ognun di loro volesse cominciare un boz- 
zolo, tessendosi all'intorno alcuni fili di seta; ma. o che 
mancasse loro la materia, o che sien soliti cosi fare, 
come credo, non compirono il bozzolo, ma tra queir in - 
graticelato di fila si cangiarono in crisalidi prima ros- 
signe e poi nericcie, aventi la figura d'un cono su la di 
cui base rimasero alcuni pochi peluzzi. Il di venzei di 
giugno ne nacquero certe farfaUe, della stessa figura di 
quelle che nascono da' bozzoli della seta: ma se quelle 
de' bozzoli della seta son bianche, queste erano di color 
capellino sbiadato, tutto rabescato di nero, con due lar- 
ghi spennac-:hietti neri in testa, e neìC ultima estramità 
del ventre con una nappetta di seta nera : ma il giorno 
ventotto nacquero da alcun'altre delle 'suddette crisalidi 
cert'altre farfallette minori tutte bianche, due delle quali 
si attaccarono insieme; onde la femmina fece poi molte 
e molt'uova piccolissime e gialle, dalle quali nel mese 
di maggio nacquero altrettanti piccolissimi bruchi che 
in due giorni si mori.'ono. 

Il pi imo giorno di luglio mi fu portato un bruco verde 
assai grosso, trovato in un viale del giardino di Boboli : 
se gli vedevano sedici gambe, com' anno per lo più la 
maggior parte de' bruchi, cioè otto sotto la gola, sei a 
mezzo 'l ventre e due nell'estremità della coda; aveva 
quattordici incis'ire o anelli, ed ogni anello avea due 
macchiette di coior rancio o dorè, e sei perle dello stesso 
colore, copene di peli castagni, corti e radi. A di cinque 
di lugl'O, senz'aver in questi quattro giorni mangiato, fece 
il suo bozzolo tutto di seta bianca, con molta sbavatura 
di seta all' mtorno del bozzolo, il quale dalla parte piiì 
acuta era aperto, o da quest'apertura scappò fuora una 
farfalla al fine del mese di maggio a\ venire. 

A di cinque di luglio tro\ai soj^ra ima pianta di solano 
un grossissimo bruco: tos^o che l'ebbi ijinchiuso, cominciò 
a rodere delle foglie di quell' erba, ed il giorno settimo 
de lo stesso mese gettò la spoglia e rimase crisalide 
rossa, che d' ora in ora andava oscurandosi finché quasi 
diventò nericcia ; e da essa il secondo giorno di agosto 
nacque un grandissimo farfallone, che stuzzicato ed ir- 
ritato strideva come se fosse un pipistrello. Era di color 
dorè e nero, nell' ali, nel dorso, nel ventre, col capo 



La (Jertcrazioìw (legli InsetiÀ 



tutto nero, sul quale s'alzavano due pennacchini ne- 
ricci; gli occhi apparivano capellini, e la proboscide nera 
cartilaginosa, e arrotolata avanti alla bocca con molti 
anelli, conforme soglie n tener tutte 1' altre Isrfalle ; le 
sei gambe, nel primo fucile, o stinco attaccato al petto, 
eran tutte pelose di color dorè sudicio, e negli a tri fu- 
cili di paonazzo ; sul fine d' ogni gamba si vedeva un 
unghia, anzi per tutti i fucili e per tutti gli articoli di 
esse gambe spuntavano le medesime ungLie o uncini o 
7'oncigli cht sieno. Campò solamente sei giorni. 

A di dodici di luglio mi fu portato un ramo di quer- 
cia, in due foglie del quale erano diatesi con bell'ordine 
più di trenta bruchi, coperti di pelo bianco e corto, e 
per tutto '1 corpo picchiettati di vari colon, giallo, dorè, 
bigio, bianco e nero ; il capo aveva un certo color ca- 
stagno, lustro e tramezzato da un Y di color giallo. Tutti 
questi bruchi stavano immobili e riposatamente dormi- 
vano; onde, avendogli messi in una grande scatola, in 
capo a due giorni gettarono la spoglia, si svegliarono e 
subito cominciarono a mangiar foglie di quercia e di 
farnia, ma più volentieri le prime che le seconde, e con- 
tinuarono a cibarsene fino al di ventiduesimo dello stesso 
mese, ed allora essendosi rincantucciati per ordine in 
un angolo della scatola, s'addormentarono di nuovo e 
dormirono due giorni interi. Quindi essendosi di nuovo 
spogliati e desti ed essendo divenuti più grandi e col 
pelo molto più lungo, mangiavano con gran furia e vo 
racità; e durarono fino al primo d'agosto, nel qual giorno 
avendo improvvisamente abbandonato quasi affatto il 
mangiare, si fecero come sbalorditi, mogi, deboli, più pic- 
coli di corpo; e si erano tutti pelati e appena si mo^ 
veano, ancorché fosseno punti o tocchi; parevano in- 
somma intristiti infermi, ovvero somigliavano a quei 
vermi da seta che, ammalandosi e quasi marcendo prima 
di condursi a fare il bozzolo, son chiamati volgarmente 
vacche ; ed in questa forma si trattennero fin alla notte 
del quarto giorno d'agosto, nella quale sei di questi bru- 
chi, avendo per la terza volta gettata la spoglia, si can- 
giarono in aurelie o crisalidi di color nericcio che pare- 
vano tanti bambini fasciati, senz'avere né pure un sol 
filo di seta col quale avessero potuto appiccarsi al co- 
perchio o a' lati della scatola. Il che osservando io la 



94 Biblioteca Scientifica 

mattina seguente, ebbi occasione di veder la maniera con 

la quale questi brachi si trasformano in crisalidi; impe- 
rocché s'apre e si fende l'esterna spoglia sopra la groppa 
vicin a] capo, e la spoglia parimenti del capo medesimo 
si divide, e si squarcia in due parti, e da quello squar- 
cio comincia la crisalide ad uscir fuora, sempre dime- 
nandosi ed agitandosi ; e tanto s' agita e si scontorce, 
Tinche abbia tramandata tutta la spoglia fin all'estremità 
della coda. Ed in questo tempo si vede che il capo no- 
tabilmente ingrossa, e la coda s' assottiglia a tal segno 
che quando il bruco s'è finito di convertire in crisalide, 
la crisalide ha pigliata la figura d'un cono, e rimane di 
un color verdissimo, tenera e cedente al tatto : ma il 
color verde, cominciando dall' estremità della coda, ap- 
poco appoco si cangia evidentemente per tutto '1 corpo 
in dorè, quindi in rosso, e eoi mutar di colore sempre 
più indurisce la pelle; la gola è l'ultima parte, nella 
quale il verde si cangia in dorè: ma quando il dorè della 
gola è diventato rosse, di già tutto '1 restante della cri- 
salide s' è fatto nero o per lo meno vicin al nero, e s'è 
tutto ind'jrito; e questa funzione si comincia e si finisce 
in poco più tempo di mezz'ora: perlochè ho a^uto campo 
facilissimo di certificarmene più e più volte. Quando tutti 
i bruchi si furon convertiti in crisa-idi, il che avvenne 
la sera del sesto giorno d' agosto, mantennero questa 
figura fino alla vegnente primavera; ed allora verso '1 
fine d' aprile nacquero le farfalle e tutte della stessa razza 
ma non tutte nello stesso giorno, s.ccome i lor bruchi 
in diversi giorni s'eran tramutati in crisaidi. Molte di 
queste farfalle, appena che furon nate, fecero le lor uova 
al numero per lo più dalle 35 alle 40, di color mavì smon- 
tato, con una sottil punta nera ne' mezzo: ma perchè elle 
non erano state fecondate da' maschi, perciò non vidi mai 
nascerne cosa veruna. 

Il dì venz^^i di luglio fu trovato a pascere sopra un 
susino un bruco di color rancio, così grosso e stermi- 
nato che pesava tre quarti d'oncia ; era composto di tre- 
dici anelli, nel mezzo di ciascuno de quali campeggiavano 
certe margheritine azzurre e pelose; nel primo anello 
ch'è il capo ell'eran sei, nel secondo erano otto ed otto 
altresì nel terzo e nel quarto : ma nel quinto mutando 
ordine non eran più che sette, e dal quinto fino all'un- 



La Generazione degli Insetti 95 

decimo anello eran sei ; nel duodecimo se ne vedeva 
quattro solamente; ma nelPultimo nessuna O'tre queste 
margheritine pelose, ogni anello aveva due macchie 
bianche circondate d'una linea nera Lo stesso giorno 
de'venzei fece il bozzolo, il quale fu grossissimo, di color 
di muschio, e pareva tessuto più tosto di setole isp'dis- 
sime che della solita materia degli altri; ed era attac- 
cato alla scatola cosi pertinacemente che senza violenza 
grandissima non potè strapparsi: ei non aveva però 
esternamente quella sbavatura di seta, come '1 bozzolo 
bianco tessuto dal bruco verde poc'avanti descritto. Egli 
è ben vero che dalla parte più acuta era aperto come 
quello, e ne nacque un grandissimo farfallone intorno 
agli ultimi giorni d'aprile. 

Il di sette d'agosto serrai in un alberello di vetro un 
bruco trovato in un mazzetto di ruta; era verde e spruz- 
zolato per tutto di macchiette gialle. ros3e e turchine. 
Lo stesso giorno divenne immobile, essendosi nella parte 
di sotto attaccato al foglio che copriva l'alberello, e cavò 
fuora da'fianchi due fili di seta, e dalla coda certa poca 
di lanugine; stava disteso nel foglio, toccandolo da tutte 
le parti, non avendo perduto colore né mutata figura. 
Il giorno seguente svanirono il color rosso ed il turchino, 
essendo solamente rimasi il verde e '1 giallo, ma un 
poco scoloriti; ed il bruco essendosi indurito, senz'aver 
gettata la spoglia, aveva alzato il capo dal foglio, ed il 
capo era diventato come cornuto; e sulle spalle eran 
coìnparse due palette, come si scorgono negli uomini 
magri; e la coda si era ristretta ed appuntata, reggen- 
dosi sovra di essa tutto '1 restante del corpo. In capo 
a quattordici giorni ne nacque una farfalla di color 
giallo, tutta listata e galantemente rabescata di nero, 
tanto nel tronco del corpo quanto nell'ali; le due minori 
di esse ali aveano nell'estremità due macchie rotonde e 
rosse, ed alcune altre turchine circondate da un color 
paonazzo vellutato, e dall'ultimo lembo s'allungavano 
due appendicette, quasi fossero due code dell'ale Dalla 
testa sorgeano non già due pennacchini, ma bensì due 
lunghissime e mobili antenne di color nericcio, e più 
grosse nella punta che nella base. Morì dopo quattro 
giorni di vita. 

Nel mese di settembre, trovandomi al Poggio impe- 



96 Bihìioteca Scientifica 

riale, feci raccorre una gran quantità di bruchi di color 
verdegiallo con qualche macchia nera e bianca; questi 
stavano rodendo certi ce^ti di cavolo; gli misi nelle sca- 
tole, dando loro a mangiare delio stesso cavolo, e dopo 
quadro giorni salirono quasi tutti ne'coperchi delle sca- 
tole e qaivi s'attaccarono senza muoversi; ed alcuni in 
questo tempo fecero certe minute uova, rinvolt-e in seta 
gialla. Dopo essere stati tre giorni senza muoversi, si 
spogliarono non di tutta la pelle, ma di quella parte 
solamente che lor vestiva il capo; quindi adagio adagio 
cominciarono a mutarsi di figura, e s'induri loro la 
scorza; e la figura fu perappunto come quella della cri- 
salidi delia ruta, stando tenacemente appiccati al ie sca- 
tole, perchè dall'ultima estremità della coda avean cavato 
faora un filo di seta che s'attaccava alla scatola, e con 
due nitri fili alla medesima scatola aveano raccoman- 
date le spalle, ed un altro filo usciva loro di sotto la 
gola; ma questo quarto filo non tutti l'avevano. In tal 
modo mutati di figura si conservarono tutto '1 verno; 
ma verso '1 mese di marzo molti sj seccarono e perde- 
roDO quel moto e dimenamento che, quando eran toc- 
cati, facevano: molti però non lo perderono e rimasero 
vivi e semoventi; e questi ch'eran rimasi vivi, lasciando 
al princip o di maggio attaccato il guscio al coperchio 
delle scatole, ne scapparou fuora m forma di farfalle di 
color verdegiallo sbiadato, con due macchie nere e tonde 
dell'ali superiori, e con due cornetti gialli in testa, come 
quegli della farfalla nata dal bruco trovato nella ruta. 
Ma aprendo io per curiosità alcune di quelle crisalidi 
che nel mese di marzo s'inaridirono e cessarono di muo- 
versi, osservai che tutto il lor guscio era voto, eccetto 
che nella parte corrispondente al petto, dove ti-ovai un 
uc vo di color fra '1 paonazzo e '1 rosso, pieno d'una ma- 
teria simile al latte o alla chiara d'uovo: agli undici di 
maggio da tutte quest'uova nacquero altrettante mosche, 
delia razza di quelle che comunemente ronzano per ie 
nostre case, e nacquero moge e sbalordite e malfatte, 
coaie quelle che nel principio di questa let*"era vi scrissi 
aver avut'origine da'bachi nati nelle carni: in questo 
stesso tempo da quelle piccolissime uova fatte da'bruchi 
nel mese di settembre usciion fuora altrettanti piccolis- 
simi moscherini nericci, con due nere e lunghissime an 
tenue in testa. 



La Generazione degli Insetti 97 

Molt'altre esperienze ed usservaziooi io aveva fatte, 
ma por la mia poca dili^jenza m'è succeduto di smarrir 
alcuni fogli dove l'avea notate : onde non volendo fidarmi 
della memoria, farò passaggio a divisarvi che può essere 
che vi sia qualch'albero che generi de' bruchi, e che quei 
bruchi si trasformino poi in crisalidi, e che dalle crisa- 
l'di rinascano le farfalle; ma io non l'affermo e non lo 
nego. Ed acciocché ciascuno possa credere quel che più 
gli aggrada, vi riferirò che questo stesso anno al prin- 
cipio di maggio osservai che sulle foglie del a vetrice 
dalla parte più ruvida e rivolta verso la terra nascono 
alcune coccole o pallottole verdi, e grosse più d'un i.oc- 
ciolo di ciriegia, le quali verso la fin di maggio diventan 
rosse brizzolate di bianco, e stanno attaccate alla foglia 
con una piccolissima appiccatura : queste pallottole nella 
parte interna son gialliccie ed anno una gran cavità, in 
cui si trova sempre un sol bruco sottilissimo e bianco, 
col capo di color castagno e quasi dorato, il quale at- 
tende a nutricarsi in quella cavità ed a scaricarsi degli 
escrementi del ventre. Dal principio di giugno fin al 
principio d'ottobre continuai ad investigare, se veramente 
que' bruchi uscivano di quelle pallottole e se si trasfor- 
mavano in farfalle, e non ebbi mai fortuna di trovarne 
una sola che fosse bucata : e avendone serrate molte in 
certi vasi, né meno da queste potei accertarmene j impe- 
rocché sempre dopo dieci o dodici giorni io trovai i bru- 
chi morti nelle cavità delle pallottole. 

E' v'è un'altra razza di vetrice che non germoglia nelle 
foglie queste coccole rosse, ma in cambio loro fa su pei 
rami certi bitorzoli o calli, entro i quali si generano bru- 
chi bianchi simili a' soprammentovati ; e di questi ancora 
non m'è venuto fatto di rinvenire '1 fine e la trasforma- 
zione. 

Il di 29 di maggio mi furon portati de' rami di salcio, 
nelle foglie de' quali eran nate certe tuberosità o gon- 
fietti di color verde che cominciava a rosseggiare : eran 
questi lunghi e lisci come fagioli: non erano già situati 
come le pallottoline rosse della vetrice, le quali nascono 
nella banda della foglia che riguarda la terra e facil- 
mente da essa foglia si spiccano; ma queste del salcio 
son situate in modo che anno la loro elevazione dal- 
l'una dall'altra banda della foglia, la quale fa loro in- 

7 — |r.JS8ttl. 



98 BiNioteca Sdeniifìca 

torno un lembo ; e tutte son situate accanto al nervo 
più grosso del mezzo, e se ne trova una, due e talvolta 
tre per foglia. Volli aprirne alcune e m'avvidi ch'aveano 
una cavità, nella quale dimorava un bruco bianco come 
quello "She si trova nelle due maniere delle vetrici ; ed 
osservai di vantaggio che molte di quelle tuberosità eran 
forate, e dentro alle loro cavità non era rimasto altro 
che le cacature del bruco, il quale di già se n'era fug- 
gito ; onde presi speranza di vederne la trasformazione, 
ma in vano : conciossiachè quantunque io custodissi di- 
ligentemente molte foglie in alcune scatole, i bruchi non 
vollero mai uscirne e sempre dopo qualche giorno ve gli 
trovai morti. 

Non ho cognizione d'altri bruchi che sieno generati da- 
gli alberi : il virtuosissimo padre Atanasio Chircher re- 
plicatamente scrive per cesa vera nel duodecimo liljro 
del Mondo sotterraneo, che l'albero del moro genera i 
bachi da seta, impregnato dalla semenza di qualsivoglia 
animaletto penetrata nella sustanza e tra' sughi interni 
di quell'albero : a questo fine ho usata e fatt'usare par- 
ticolarissima diligenza, non solo ne' mori che sono in- 
torno a Firenze, ma ancora in quegli di molt'altre città 
di Toscana, e non ho mai potuto vedere un baco da seta 
natovi sopra né contrassegno veruno, dal quale si po- 
tesse sperare che vi fosse per nascere. Aristotele vuole 
che dal cavolo si generino giornalmen.e i bruchi ; ma 
né anche questa cosi fatta generazione ho veduta; ho 
ben osservato soventemente nelle foglie e ne' gambi del 
cavolo e nell'erbe circonvicine moltissime uova parto- 
ritevi dalle farfalle dalle quali uova nascon poscia i 
bruchi, e da' bruchi convertiti in crisalidi anno il nasci- 
mento le farfalle. 

Chi pon mente sopra l'erbe e sopra gli alberi e negli 
screpoli de' loro tronchi, vi troverà spesso di simili uova; 
ed io mi ricordo che 'ntorno al principio di maggio tro- 
vai nelle foglie del sambuco molti e molti uo vicini pic- 
colissimi, ma gialli. Ebbi piacere d'osservar quel che ne 
fosse per nascere, ed in pochi giorni vidi uscirne altret- 
tanti minutissimi verminetti, a' quali subito somministrai 
delle foglie del sambuco che da essi furono golosamente 
divorate. Andarono crescendo e divennero di color giallo 
con molte macchie rossicce; la coda loro tCi-minava come 



La Gener azione deqli Insetti 99 

una mezza luna, il capo era piccolissimo ed aguzzo, e al- 
lora quando camminavano, cavavan fuora di sotto '1 ven- 
tre certe pallottoline, come se fossero gambe. La maggior 
parte di questi vermi il di venzei di maggio diventò im- 
mobile, abbandonando affatto il mangiare, senza mutarsi 
di colore o di figura; ma il dì primo di giugno sei dei 
suddetti bachi si raggrinzarono in se medesimi e si rap- 
pallottolarono, e divennero come tant'uova appuntate e 
gobbe di color di ruggine. D'uno di quest'uovi il di do- 
dici di giugno scappò fuori una mosca poco più grande 
delie mosche ordinarie, con due ali cartilaginose e bian- 
che e più lunghe del corpo, con sei gambe gialle , con 
due cortissimi cornetti che le spuatavano dal capo; il 
quale per di sopra era di color rugginoso, col dorso dello 
stesso colore, ma più chiaro, a cui succedeva una gran 
macchia di color quasi giallo ; tutto '1 restante del ventre 
era tinto d'un giallo vivo, tramezzato da strisele nere tra- 
sversali. Subito che questa mosca fu nata, cominciò a 
gettar certo sterco bianco, e campò due soli giorni. 

L'altre cinqu'uova nacquero sette giorni dopo '1 primo, 
e n'ascirono fuora altrettante mosche molto differenti da 
quella che dal prim'uovo era uscita, ancorché fossero 
dello stesso colore; imperocché queste cinque eran lun- 
ghe e sottili, con l'ali molto più corte del lor corpo, le 
quali noit'^erano due, ma quattro; aveano sei gambe, due 
delle quali eran moltissimo più lunghe dell'altre quattro. 
Dalla testa spuntavano due lunghissime antennette aguzze, 
composte di molti e molti nodi. Queste mosche, siccome 
la prima, subito nate fecero quello sterco bianco e cam- 
parono quat ro giorni : osservai però che quando questi 
vermi trovati sui sambuco si trasformano e si raggrin- 
zano in uovo, l'uovo diventa più piccolo del verme; e 
quando dall'uovo esce la mosca, ell'é molto più grande 
dell'uovo, a segno che pare impossibile ch'ell'abbia po- 
tuto capirvi : onde si può credere che vi stesse molto 
rannicchiata e ristretta. E perchè poca abilità mi presta 
l'ingegno mio nel descrivere esattamente questi anima- 
letti, ve li manderò delineati e nella lor propria e 
naturai grandezza, ed aggranditi ancora da un ordinario 
microscopico di quegli d'un sol vetro. 

Ma se non ho potuto scorgere, come poco dianzi scrissi 
che dall'albero del moro sieno generati i bachi da seta, 



100 Biblioteca Scieìitifica 

tanto meno spero di vedergli nascere dalle carni putre- 
fatte d'un giovenco pasciuto per venti giorni con foglie, 
di moro. Girolamo Vida poeta nobilissimo cantò gentil- 
mente questa favola ad imitazione di Virgilio : 

Quod si spes generis defecerit oninis ubique, 
S^rninaque aruerint Jovis iniplacabihs ira , 
Sicut apes tenari repara^itur ecede juvenci. 
Eie superaceedit tantum labor : antejuvencus 
Bisdenosque dies, bhdenasque ordine noetes 
Graminis arcendus pastu. prohibendus ab undis: 
Interea in stabulis tantum illi piuguia mori 
Sufflciunt folla, et lactenti eortice ramus 
Yiscera ubi ecesi fuerint liquefaeta, videbis 
Bombyeem fraetis condensum erurnpere eostisy 
Atque globos loto tincarum effervere tergo. 
Et valuti putres passim eoncrescere fungos. 

il che fu sentito per vero da due grandi e giustamente 
celebrati tìlosolì del nostro secolo, cioè da Pietro Gassendo 
e dal padre Onorato Fabri, e prima di loro da Ulisse 
Aldovrando. Io n^^n so che dirmi ; l'esperienza non l'ho 
fatta né mi seuio voglia di farla ; so bene che dalle carni 
di un capretto, pasciuto venti giorni di sole foglie di 
moro, non nacquero altro che vermi, i quali si trasfor- 
marono in mosconi; e dalb carn; dello stesso capretto 
tenute in vaso serrato non nacque mai cosa veruna Io 
so parimente che sulle more riscaldate e putrefatte na- 
scono vermi che diventano a suo tempo moscioni e mo- 
sche ordinarie : e che sulle foglie del moro infracidate si 
veggono nascere altresì mosche ordinarie e quattro o 
cinque altre sorta di moscherini minuti, i quali nascono 
ancora su tutte quante l'altre erbe, purché vi siaiio state 
portate le semenze e 1' uova delle mosche e de' mosche- 
rini ; e se queste semenze non vi saranno realmente por- 
tate, niente, come altre volte ho detto, si vedrà mai na- 
scere né dall'erbe né dalle carni putrefatte né da qual- 
siasi altra cosa che in quel tempo attualmente non viva. 
Per lo contrario, se viverà e se veramente sarà animata, 
potrà produrre dentro di sé qualche bacherozzolo, in quella 
maniera che nelle ciriege, nelle pere e nelle susine, nelle 
gallozzole e ne' ricci delle querele, delle farnie, de' cerri, 



La Generazione degli Insetti 101 

de' lecci e de' faggi hanno il lor nascimento que' bachi, 
i quali si trasformano in farfalle, in mosche ed in altri 
simili animaluzzi volanti. 

In questa stessa maniera potrebbe per avventura esser 
vero, e mi sento disposto a crederlo, che negli intestini 
ed in altre paiti degli uomini nascano i lombrichi ed i 
pedicelli ; nel fiele e ne' vasi del fegato de' montoni o 
castrati soventemente abbian vita que' vermi che bisoiuole 
da' macellai si chiamano ; e nf lìe teste de' cervi e dei 
montoni quegli altri fastidiosissimi bacherozzoli che quasi 
sempre w\ si trovano. E perchè ad alcuni notrebbe forse 
giugner nuovo che i fegati de' montoni e 'lei cervi altresì 
abbian dei vermi nella testa, perciò imprendo volentieri 
a dirvi brevemente quello che io n'abbia osservato. 

Le bisciuole del fegato de' montoni o castrati, hanno 
la figura quasi di un seme di zucca, o per dir meglio di 
una piccola e sottil foglia di mortella con un poco di 
gambo ; son di o-lor bianco lattato, e traspariscono in 
esse molte sottilissime ramificazioni di vasi o canaletti 
verdognoli ; la lor bocca o altro forame che si sia è ri- 
tonda e posta nel piano del ventre, poco distante da quella 
parte che si assomiglia al gambo della foglia. Spesse volte 
si trovano le bisciuole nella borsetta del fiele ; e non 
solo abitano e nuotano in essT fiele, ma ancora in tutti 
quanti i vasi del fesrato, eccettuatone l'arterie, nelle quali 
non ne ho mai vedute. Io stimo però che elle nascano 
in quella borsetta, e che col rodere si facciano la strada 
e passino da' canali delln bile a quegli del sangue; quindi 
se talora moltiplicano di soverchio, rodono eziandio la 
sostanza interna del fegato e vi fanno delle cavernette, 
in cui sgorgando il sangue mescolato colla bile, vi s'im- 
paluda e tassi di un color di ruggine misto col verde, 
molto brutto e schifo alla vista e molto amaro a giu- 
dizio del sapore : perlochè a chiunque ponesse mente a 
questa faccenda si renderebbe molto malagevole il cibarsi, 
come giornalmente si costuma, di quegli abominevoli fe- 
gati, i quali però, avanti che da macellai sieno esposti 
ara vendita, son molto ben ripuliti e netti da quell'im- 
mondizia. 

De' vermi della testa de' cervi ne fece aperta menzione 
il grande e sapientissimo Aristotile nel cap. 15 del Fe- 
condo libro della Storia degli animali; e son quest'esse 



102 Bihìioteca Scientifica 

le sue parole: « Tutti quanti i cervi anno de' vermi vivi 
» nel capo, nascendo loro sotto la lingua in una certa 
» cavità vicina a quella vertebra , colla quale il cap' • 
» s'attacca al collo. Son di grandezza uguali a que' più 
» grandi che da ogni sorte di carne putrefatta si pro- 
» ducono ; ed arrivano per lo più al numero di venti in 
» circa. » Io ho avuto curiosità molte e molte volte di 
cercarne tanto ne' cervi più vecchi , quanto in que' più 
giovani che fusoni da cacciatori son detti , e quasi in 
tutti n'ho trovati ; dico quasi in tutti, perchè in vero più 
d'una fiata mi sono imbattuto in qualche testa che non 
ne ha mostrato né pure un solo , conforme mi avvenne 
il dì venzette di febbraio, che di dieci teste di cervo che 
feci aprire, nove erano verminose ed una sola osservai 
libera da quel fastidio, e pochi giorni dopo, di sei capi 
di fusoni quattro solamente contenevano i vermi. Aristo- 
tile gli assomiglia nella grandezza a quegli che nelle 
carni imputridite si veggono : 

E perchè gli è Aristotile bisogna 
Credergli, ancorché dica la menzogna 

Ma a me pariebbono questi de' cervi senza niun para- 
gone moltissimo più grandi, e nella figura hai rassembre- 
rebbono differentissimi da quegli ; conciossiecosachè questi 
de' cervi son fatti com' un mezzo cilindro , piatti nella 
parte inferiore che tocca la terra e rilevati per di sopra 
e bianchi, ma distinti da molte strisce di mezzi anelletti 
pelosi, i di cui peli son di color di ruggine. Hanno due 
ÌDianchi piccolissimi cornetti in testa che gli scortano e 
gli allungano e gli rimpiati"ano a lor voglia, come fanno 
le chiocciole. Sotto questi corni s+anno due uncinetti o 
rampini neri, duri e con gran solletico e noia pungen- 
tissimi ; di tali rampini pare che se ne servano a cam- 
minare, imperocché si attaccano prima con essi e poscia 
si avanzano col corpo al cammino, e serpeggiano senza 
gambe. QuelTesti'emità, per la quale sogliono scaricarsi 
degli escrementi lei ventre, è scanalata per traverso, e 
la scanalatura è marcata di due macchie nere a foggia 
di mezze lune. Non e determinato il lor numero; e quan- 
tunque Aristotile lo ristringa al venti in circa, nulla di 
meno io ho contato in una sola testa fino a trentanove 
di così fatte bestiuole, e non mai meno di venti. 



La Generazione degli Insetti 



Similissimi a questi vermi nella figura appariscon que- 
gli che dentro alle teste de' castroni si trovano ; e' son 
però minori e men fieri, men pelosi e solamente listati 
di strisce trasversali nerissime che molto campeggiano 
su 'i bianco di tutto il corpo ; non son però listati tutti 
di nero, ma sdlamen e i maggiori e finiti di crescere; 
essendo che i minori e nati forse di poco sono affatto 
bianchi. Quelle due macchie nere in foggia dimezza luna 
che si veggono nella scanalatura di una dell'estremità di 
quegli de' cervi, in questi bachi de' castroni son nere si, 
ma di figura perfettamente circolare. Abitano in alcune 
cavità degli ossi della fronte, ai quali si appoggiano le 
corna ; n'ho trovati ne' canali del naso e dentro a quella 
cavità che è nelle radici delle corna stesse ; onde lu ve- 
ridico il Caporali , quando nella Yita di Mecenate , vo- 
lendo accennare la natura d'Amore, piacevolmente scrisse 

Voglipn molti che Amor, dio degli amori 

Siasi mezzo fanciullo e mezzo augello, 

E si pasca di cuor come gli astori 
Altri che un yerme sia, simile a quello 

Che nasce nelle corna de' castroni, 

E gli raggira e cava di cervello. 

E dicono i pastori che quando i castroni in certi tempi 
danno nelle smanie e pare che abbiano l'assillo, ne son 
cagione questi bacherozzoli che imperversano più aspra- 
mente del solito nella lor testa. Non son cosi numerosi 
come que' de' cervi, e rare volte arrivano ad esser dodici 
quindici al più. E qui piacciavi di ricordarvi ch'io mi 
ristringo sempre a quel che ho veduto con gli occhi miei 
propri, 6 che fuor di questo noa nego mai e non affermo 
che che sia. 

Da quella stessa vita che sa produrre dentro alle te- 
ste de' cervi e de' montoni quegli animaletti de' quali vi 
ho favellato, può essere che sidu fatti nascere, ed io non 
saprei .disdirlo, quegli altri abommevoli e odiosissimi, dai 
Greci chiamati (^^zl^'-^y che l'esterne parti degli uomini, 
de' quadrupedi e de' volatili infestano: ma se ho da ri- 
ferire liberamente il miD pensiero, mi sento più inclinato 
a credere col dottissimo Giovanni Sperlingio che abbiano 
il lor natale dall'uova fatte dalle loro madri, fecondate 



104 Biblioteca Scientifica 

mediante il coito. E se Aristotile seguitato da* moderni 
si dette ad intendere che da quell'uova o lendini che 
si chiamino non nasca mai animai di sorta veruna, ei si 
ingannò al certo, perchè ne multiplicano in infinito ; e 
mi parrebbe indarno l'affaticarmi nel provarlo, trovan- 
dosi ben soventemente e i peli de' quadrupedi e le penne 
degli uccelli gremite di quei lendini, i quali quantunque 
alle volte sien cosi minuti che ci voglia buon occhio a 
scorgerli, nulla di meno coU'aiuto del microscopio si può 
benissimo considerare il lor figuramento, e distinguer 
quegli che per ancora son pieni e quegli da' quali è 
uscito l'animale. E chi troppo garoso temesse di qualche 
immaginaria illusione de' micìoscopi, poti-ebbe certificarsi 
di questo veio in quell'uova che si trovano attaccate alle 
penne dell'aquila reale, del gheppio e del vaccaio che 
pur anch'esso è un uccel di rapina, le quali son grosse 
molto più de' granelli di panico : onde l'occhio da per 
Se medesimo e senz'aiuto può soddisfarsi e vedervi den- 
tro i pollini bell'e fatti, come a me più d' una volta è 
accaduto d'o.?servare, e quindi apprendere quanto debole 
sia il fondamento d'Aristotile e con quanto poco sforzo 
si lasci gittare a terra. 

Si potrebbe affermare, e per avventura senza far torto 
al vero, che tutte le generazioni di viventi sottoposte 
sieno a questa noiosa bruttura: e Plinio che volle esen- 
zionai'ne gli asini e le pecore, 

Se '1 vero appunto non scrisse, in lo scuso, 
Perchè si stette all'altrui relazione, 

cioè a quella d'Aristotile, recitata ne' libri della Storia 
degli animali e confermata molti secoli dopo da Tom- 
maso Moufeto nel suo lodevolissimo Teatino degli insetti; 
dove al cap. 23 del II libro, non volendo tacciare i l'inav- 
vertenza quel profondissimo filosofo, vole più tosto, lam- 
biccandosi il cervello, scrivere che l'asino non imp'doc- 
chisce per cagione della naturai pigrizia al moto, me- 
diante la quale di rado suda; poscia, parendogli forse 
questa ragi. ne frivola molto e per avventura di niun 
peso, ricorre all'universale ed in tutte le cose calzante e 
non mai manchevole r'ftigio dell'antipatia. Ma ciò non 
ostante impidocchisce l'asino. E che le pecore vi sien 



La Generazione degli Insetti 105 



sottoposte anch'esse, lo sa ogni più goffo pastore, e ne fa- 
vellò chiaramente il greco Didimo nel lib. XVIII degli 
Affari della villa, e dopo di lui Jacnb A firnzabadi in 
quel gran vocabolario arabico che da e.-so con voce egi- 
zia fu intitolato Alcamus^ cioè a dire Oceano 

Il soprammentovato Moufeto riferisce che infin gli sca- 
rafaggi son tormentati da cosi fatti animalu7^L ; ed io 
quantunque non abbia avuta la congiuntura d'esperimen- 
tarlo, me lo persuado per vero con grandissima facilità; 
imperocché posso con molt'altrì far test monianza di ve- 
duta che le formiche stesse non ne son esenti, e che ogni 
spez e di formiche ne ha la sua propria e singular ge- 
nerazione ; ma e' bisogna bene aguzzar gli occhi e ar- 
margli bene d'un microscopio squisitissimo, per potergli 
squisitamente ravvisare, tanto son minuii e quasi quasi 
invisibili; onde penso ohe ne manchi poco a potergli no- 
verare tra gli atomi. Quegli delle formiche alate son 
della stessa figura d'una zecca della gallina e quegli delle 
formiche senz'ale si rassomigliano in gran parte a quella 
della tortora. 

Gli autori della storia e aturale riferiscono, e tutti i 
pescatori lo raffermarono, che i pesci ancora son mo- 
lestati da varie maniere d' insetti ; e son a loro nomi 
notissimi, la pulce, il pidocchio e le cimi'.'e di mare. 
Aristotile lo scrisse de' delfini e dei tonni : altri lo 
anno affermato del salmone e del pesce spada : Plinio 
ne parlò in generale dicendo : « Nulla cosa è che 
« non nasca in mare. Vi sono infin quegli animaluzzi 
« estivi dell' osterie che fastidiosi velocemente saltel- 
« lano, e quegli che tra capelli s' ascondono. Tirandosi 
« r esca fuor dell' acqua, vi si trovano spesso aggo- 
« mitolati intorno ; e questi si dice che la notte rom- 
« pano il sonno a' pesci in mare ; ed alcuni nascono in 
« alcuni pesci, tra' quali si novera il calcide. » Accioc- 
ché possiate più facilmente aderire all'autorevole senti- 
mento di questi approvati scrittori, non voglio tralasciar 
di narrarvi che nel mese di marzo intorno allo scoglio 
della Meloria facendo cercar delle stelle marine e dei 
ricci, per rintracciarne le diverse maniere e l' interna 
fabb Ica delle loi'o viscere, vidi alcuni animaluzzi attac- 
cati fra le spine di molti di que' ricci ; i quali anima- 
Iwzzi aveano lo stésso colorito de' gamberi, e di figura- 



106 Biblioteca Scientifica 



mento e di grandezza eran simili a' porcellini o aselli 
terrestri, ancorché non avessero corna in testa, ma so- 
lamente due piccolissimi occhi neri e sessanta sottilis- 
sime gambe situate intorno al lembo della loro scorza: 
e tengo che di questi cosi fatti intendesse Aristotile nel 
cap. 31 del V libro delia sua utilissima Storia degli ani- 
mali. Pochi giorni dopo, tra' congiugnimenti dell'arma- 
dura d'una locusta di mare trovai appiattato un altro 
insetto che scorpion marino dicesi dal volgo de' pescatori. 

Se ciò fosse caso fortuito o avvenimento consueto, non 
ardirei farne parola; inclinerei nulla di meno a soscri- 
vermi alla sentenza d' Aristotile, affermante che gl'insetti 
aquatici non nascono dall'esterne parti de' pesci, ma son 
generali nel limo, che a mio credeì^e è il nido in cui si 
depositano e si covano i semi degl'insetti. Dalla real ge- 
nerosità del serenissimo Granduca mio signore mi fu con- 
ceduta, quest'inverno passato, una foca o vecchio marino 
che se la chiamino. Campò fuor dell'acqua senza cibo 
quattro settimane intere ; e molto più avrebbe campato 
se per servizio del teatro anatomico di Pisa non si fosse 
fatta svenare. In tutto quel corso di tempo che appresso 
di me la ritenni, procurai molte volte che fosse posto 
mente, se tra quel folto e morvido pelo, da cui è tutta 
coperta la foca, s'annidassero animaletti di veruna sorta, 
ma non se ne trovò mai né meno un solo. Per lo con- 
trario i merghi che volgarmente son .chiamati maran- 
goni, i tuffoli che sono i colimbi de' 3reci, e tutti gli 
altri uccelli che si tuffano e predano sott'acqua e usano 
le paludi e gli stagni anno gran quantità di pollini che 
d'ogni stagione dimorano tra le loro piume. 

Già che ho fatto nuova meozion dei pollini, e' non sarà 
fuor di proposito divisar con più particolarità quel che 
intorno a ciò per molti esperimenti abbia compreso. In 
tutti quanti gli uccelli di qual si sia generazione si tro- 
vano i pollini, ed ogni specie di uccello ne ha la sua 
propria o, per dir meglio, le sue proprie e determinare 
razze totalmente differenti tra di loro. Di tre diverse fogge 
ne trovai nell'astore e nella gallina di Guinea volgar- 
mente detta gallina di Faraone ; di quattro nella mari- 
giana ; di due nel cigno, nell'oca selvatica reale, nel 
gheppio e nel piviere. 

Egli è però vero che vi son certi uccelli che ne hanno 



La Generazione degli Insetti 107 

alcuni sirailissimi, anzi gli stessi ; imperocché l'aquila 
reale ed il vaccaio ne hanno di que' grandi che si tro- 
vano nel gheppio, ed oltre a questi, nel vaccaio se ne 
trovano cert'altri simili di tìgura ma non di colore, a 
quegli del corvo e nell'aquila reale alcuni altri similis- 
simi agii ovati dell'astore. Certi pollini dell'ottarda e 
della gallina prataiola rassomigliano in gran parte a 
lunghi dell'astore. Nel picchio e nel flluiguello ne ho ve- 
duti de' simili a quello dello storno, e nel germano reale 
quasi degli stessi che si trovano nell'oca reale. Tra le 
penne della gru s'annidano pollini bianchi tatti e rabe- 
scati quasi di caratteri o cifre nere. Gli stessi a capello 
si trovano in certi uccelli nutriti nel giardino di BoboU 
portati ultimamente d'Africa, dove da Mori son chiamati 
m lor linguaggio Bukottaia, quali reputo che sieno una 
altra spezie di gru; conciossiecosachè di color di penne 
e di figura sono somigliantissimi alla gru ordinaria, an-. 
corchè sieno un poco minori e più scarsi di corpo ed 
abbiano due ciuffe'^ti bianchi e lunghi in testa, mediante 
i quali di buona voglia affermerei che fossero la gru 
balearica. 

Ho fatt' osservare tutte le maniere di uccelli stranieri 
che n^l suddetto giardino si nutricano ; ma negli struz- 
zol^ non si son mai trovati pollini in veruna stagione. 
Una cicogna parimente non ne avea, ed in essa può es- 
sere stato caso fortuito, non essendovi se non quella 
sola; ma gli struzzoli furono dodici, tra' quali certuni 
eran venuti di pochi giorni di Barberia. Del resto la gran- 
dezza de' pollini non corrisponde alla grandezza o pic- 
colezza degli uccelli ; essendo che negli uccelli di gran 
corpo si trovano razze di pollini grandi e razze di pic- 
coli, e negli uccelli minori se ne ravvisano de' grandi: 
quindi mi sovviene di averne veduti certi nelle merle che 
di grandezza non cedevano a quegli del cigno. 

Se i pollini si guardano per di sopra, non si vede loro 
la bocca : ma se si osservano volti allo 'nsù, ella si 
scorge benissimo, situata in quel lato del muso che volta 
verso la terra, ed è fatta a foggia d'un -aio di tanagliette 
non molto dissimili a quelle della bocca de' tarli. 

Quanto al colore, ritengon molto ed han grandissima 
simiglianza con quello delle penne de' loro nccellif: vero 
si è ch'io porto ferma opinione dettatami dall'esperienza 



108 Biblioteca Scientifica 

che quando i pollini escono faora da' lendini, e' nascono 
tutti bianchi, ma che poscia, col crescere, appoco appoco 
ed insensibilmente si coloriscano, mantenendosi però dia- 
fani in modo che mirati col microscopio e da quello 
ingranditi, si v«corga molto bene il moto delle viscere e 
l'ondeggiamento dei liquori in esse contenuti. E perchè 
possiate conghie turare le proporzioni delle grandezze 
di queste bestiolucce. quando l'ho fatte disegnare, mi son 
servito sempre d'un stesso microscopio di tre vetri, la- 
vorato in Roma da Eustachio Divini con lodevole e deli- 
cata squisitezza. 

Coìl'aiuto di questo solo microscopio son rappresentate 
tre differenti razze di formiche non alate che si trovano 
in Toscana, punteruolo del grano, il bacherozzolo che 
rode i canditi e le droghe, quello ctie va pellegrinando 
tra' capelli e nel dosso degli uomini, quell'altro che si 
appiatta fra' peli dell'anguinaia, il pidocchio dell'asino, 
del cammello e di un certo montone africano venuto di 
Tripoli di Barberia, il quale di figura e di grandezza è 
simile a' castroni del Fisan, e come quegli ha l'orecchie 
larghe pendenti e la coda sottile e lunga fino in terra ; 
ma essendo armato di due gran corna, e avendo il pelo 
più lungo delle capre, più grosso e più ispido, si rico- 
nosce essere di una razza differente di quella del Fisan. 
Nello stesso modo è disegnata la zecca del capriuolo e 
della tigre. La zecca del leone ha per appunto la stessa 
figura di quella della tigre: sodamente differente nel co- 
lore e nella grandezza, essendo molto maggiore quella 
del leone : la quale è tutta di color lionato chiaro, ec- 
cetto in una parte del dòrso, in cui si vede un gobbo di 
color tanè oscuro ; e di questo stesso tanè è tutta colo- 
rita e tinta la zecca della tigT'e. Ho fatto ricercare, se le 
tigri sieno infestate ancora da pidocchi, ma non se ne 
son mai ravvisati : ed il simile dico di tutti quanti i leoni, 
pardi, or^i, icneumoni, gatti di zibetto e gatti selvaggi 
africani che con antico e real costume son mantenuti nei 
serragli del serenissimo Granduca Non nego con tutto 
ciò che non ne possano avere : ma solamente affermo 
che questi animali che di presente vi si trovano non ne 
hanno, o per trovargli non si è usata quella puntnal di- 
ligenza che conveniva ; imperocché lo scherzar intorno 
alle tigri ed a' leoni è un certo mestiere che non si trova 
così facilmente chi voglia imprenderlo. 



La Generazione degli Insetti 109 



Quando presi la penna, ebbi in mente di scrivervi una 
lettera convenevole : nia trapassandone di gran lun^a, 
non so come, i confini, m'è venuto scritto presso più 
che un libro e con istile talvolta tutto secco e digiuno 
d'ogni leggiadria; perlocchè ne potrò esser con molta ra- 
gione da molti biasimato, ed io non saprei contraddirlo. 
Non vorrei già che qualcuno si biasimasse di me , per 
aver io detto forse troppo francamente il mio p irere in- 
torno ad alcuni sentimenti de' più rinomati maestri dei 
nostro e de' passati secoli ; imperocché ad ognuno è li- 
bero tener quell'opinione che gli è più in piacere ; e non 
credo che ciò disconvenga o che pregiudichi a quella 
stima e a quella riverenza eh' io porto loro : anzi chi 
non ha baldanza di tirannia , non dovrebbe intorno alle 
naturali speculazioni sdegnarsi di questa libertà di pro- 
cedere nella repubblica filosofica, che ha la mira al solo 
rintracciamento della verità; la quale, come diceva Se- 
neca, omnibus 'pat et, nondum est occwpata : qui ante 
nos fuerunt, non domini, sed duces sunt ; multum exilla 
etiam futuris i^elictum est. Io m'ingegno di raccoglier 
qualche particella di questi gran rimasugli, e solamente 
meco medesimo mi rammarico di non poter corrispon- 
dere colle mie deboli forze a quelle grandissime comodità 
che mi presta la sovrana beneficenza del serenissimo 
Granduca unico mio signore : ma facilmente avverrà, o 
almeno lo spero, che dirozzatomi un giorno e rinvigori- 
tomi io vaglia a presentare a si gran protettore cosa 
non affatto indegna di sua reale grandezza. Intanto ac- 
certatevi che questa lettera o libro eh' e' si sia se n' è 
venuto a voi, non per vaghezza di laude, ma per desi- 
derio d'esser emendato e corretto, siccome caldamente 
ve ne prego consapevole a bastanza. 

Che 'l nome mio ai.cor molto non soona. 



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ratura è quella che riveste la forma del romanzo. Ogni mese volumi e 
volumi si pubblicano di autori noti e di autori novellini, che vengono a 
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buoni e belli e, senza badare a scuole e a partiti, cureremo che siano 
sopratutto divertenti e adatti a dilettare ogni genere di lettori. Con questo 
concetto prestabilito, ci siamo già procurati la proprietà per la esclusiva 
pubblicazione in Italia dì molti fra i migliori romanzi stranieri non mai 
ancora voltati nella nostra lingua e perciò sconosciuti alla massa del nostro 
pubblico; e abbiamo anche impegnato valenti scrittori del genere, ita- 
liani, a darci i loro lavori che pubblicheremo uno appresso all' altro 
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capolavoro di Chevalier, una lunga serie di meravigliose e importanti 
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studio della conchioloffia fossile italiana, con cenni biogràfici. 

5. - GOìTHS: Filosofìa zoologica e Anatoznia comparata, prima 

traduzione italiana di MICHELE LE33 2NA. 

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