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Full text of "Figuras literárias nacionaes e estrangeiras"

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CANDIDO DE FKU'HIRKDO 



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il . B" / 

X Buìhao Paio — 

Jùlio Cesar Machado- - 

O Condc de Gubern.iiis — 

Joao Penila — 

Ramalho Ortipao —Zorrilla — 

Goncalves Crespo — Jùlio 

de Vilhena— Marco-Antonio Cnnitii— 

5 Simóes Dias — Silva Pinto — 

Nekrasbov — Castilho— Silveira 




da Mota— O Condc de Ghambrun— Maria 
Amalia- Barbosa Leao- L). Vicc-nic 
Ulva Pahkio- -Alfredo da Cnnha -Manuel de | 
Melo Alexandre da (^onceicao-Rousseau-- ' 
Alberto Pimentcl -Claudia de Campos — 
MapilbHcs I .ima — Michelet — Albertina 
ParaibO — Teixeira de Vasconcellos — 
Visconde de Castilho (.lù'io)— Joiio .Milton - ; 
Visconde de Sanches de Frias— I)r. Pereira 
Caldas- -Joiìo l)inis — Mickiewicz- Jùlio 
Lourenco Pinto - Mariana Ant;élica de 
Andrade- Miguel Vicente de Abi eu Antonio ' 
Kudrit^ues S.impaio — José Maria Ancan — i 

/e ferino BrandHo— Victoria 

Woodhull --Visconde de Santa-Mónica - 

l"). Joao da Cànar.i— Camóes. 

REGISTOS È"MÉflf.ÓRIAS ^ 



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da ultimo quarte! do secalo XIX 



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Livrnria Kditora VITJVA TAVAKES CARDOSO 
5 - Lar^o de dmnc:: ■ fi 



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FIGURAS LITERÀRIAS 



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OUTRAS 06RAS DO MESMO AUTOR 



NOVO Diccionàrio da Lingua Portuguesa, 2 voi 

I jcoes Préticas da Lingua Portuguesa, 3 voi 

Estrangeirismos 

O que se nao deve dizcr 

Problemas da linguagem 

Manual da sciencia da linguagem, (trad.) 

Fisiologia do Amor, (trad ) 

Problema do casamento, (irad) 

O Bacharel Ramires 

Amóres de um marinheiro 

Homens e letras 

Livro de Job 

Quadros Cambiantes (esgot.) 

Tasso, (esgot.) 

Parietàrias, (esgot ) 

Poema da Misèria, (esgot.) 

Nictaginias, (esgot) 

Historia Universal 

Historia de Portugal, (esgot.) 

Manual de Geografìa 

Manual de Literatura 

Manual de direitos e deveres 

Rudimentos de Economia Politica 

Rudimentos de direito civil, publico e administra- 

tivo 

Lisboa no ano tres-mil 

Vencer ou morrer (trad.) 

A liberdade de Industria 

Pequeno diccionàrio de latitudes e longitudes 

Subsidios para um diccionàrio geographico 

Episodios e fìguras célebres da Historia de Portugal. 

Fisiologia da mulher, (trad ) 

Vamiré (trad.) . . 



Etc, etc. 



CANDIDO DE FIGUEIREDO 



f iaura$ Dlerarias 



NACIONAES E ESTRANGEIRAS 



(Perfis e med.alli5es) 



LISBOA 

UVRARIA EDITORA 

VIUVA TAVARES CARDOSO 

5y iMrfio de Camóes^ 6 
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LISBOA 

80, RUA DO AM\:RIxM, S2 
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RAZÀO DA OBRA 




|k nào fòsse inùtil publicar-se a 
autobiografia do autor déste li- 
vro, reconliecér-se-ia que a sua 
vidji literària de trinta auos uào teni de- 
corrido ociosa ou reniausada, neui, talvéz, 
estéril. Bous ou niaus, correui uiundo 
mais de quareuta voluuies, de variada 
matèria, incouciliàveis coni a peclia da 
ociosidade ; e que algiins déles consegui- 
ram lograr inesperadas ateu<;oes e cari- 
nhos, nào so da gente letrada, seiiào tam- 
bém da gente que estuda, e suscitaram, 
àquéni e àlém do Atlàntico, proficuos de- 
bates, a que nào podiam sér estranlios os 
interesses da literatura e da lingua, do- 
cumentam-no reiteradas edi^oes, que ates- 
tani, ao mesnio tempo, uni resurgimento 
de estudos, que pareciam sopitados ou 
nienosprezados. 



Mas a vida literaria, eiii regra, nao se 
concentra exchisivaniente no livro ; e raro 
sera o homeni de létras, que hoje eni dia 
nào paglie o seu tributo mais ou nienos 
espontàneo, mais ou menos avultado, a in- 
discutida soberania da imprensa periodica. 

Que assombróso dispèndio de traballio 
e inteligencia nào representa o jomal mo- 
derno ! E, contudo, os artigos de uni j or- 
nai nào aspiram geralmente a unia vida 
mais longa que a de uni dia : aciisam, de- 
fendeni, invectivam, doutrinam, deniiii- 
ciaiii, moralizam, per\'ertem; prodiizeiii 
nulli momento, efeitos que se prolongam 
e se, dilatam; mas a follia, que os exibiu, 
era volante, desapareceu. 

Do alto da minila idade, estiro a vista 
pelo caminho andado, e nào posso calcu- 
lar a soma das largas horas que devota- 
damente sagrei ao jonialismo. Apreiidiz 
de jonialista aos 15 annos; colaboradór 
de dezenas de diàrios e revistas ; redactòr 
da Follia^ ^o Jorual de Coimhra^ ào /orna/ 
da lYo/fry do Jorual^ do Porfuoucs, do Re- 
pófirr, do Conrio Potingncs, do l^idrio 
Ilustrado, do Globo, da (iazeta da Jicira, 
do Diario de A^oficias; director do Ccnd' 
culo^ da Capital^ do Diàrio de Portui^al : 
deixei esparsas, nas folhas efémeras do 
periodico, milliares de bagatelas literarias, 



uoticiosas, criticas e doiitriuariiis, qiie, t 
merecésseni colec^ào, dariam voliimes sei 
conta. 

Nào a iiierecem, nem a terào, é cert< 
Mas, de envolta coni essa alude de pn 
sas de uni dia, algiima coisa distingo, qii 
deveria sobrevivér ao jomal, nào porqii 
eii a escrevi, ou porqiie o escrito, de p( 
si so, valha registo; mas porqiie as iiiinhf 
palavras enquadrarani figuras, que se in 
poem a coiisidera9ào geral ; e porqiie essi 
palavras, traduzindo uni preito, equivj 
liain a uniaoblata de j listila iios altares d 
pàtria e no panteào de todas as literatura 

Pareceu-nie pois que, reiinindo os mei 
esbÓ90s dessas figuras, avigorava aquél 
preito e fortificava aqiiela oblata. 

Se taes esbó^os me saisseni hoje da p< 
na, naturai é que alguns perfis fossei 
ampliados, que outros fosseni reduzidos, 
que as tintas da paléta sofréssem, uni 
vez Oli outra, ligeiras niodifica(;òes. 

Mas éste livro é lima verba de inveì 
tàrio, e o cabé^a de cjisal nào teni o d 
reito de consertar ou desfai car os obj( 
ctos que arrola. Relativas a épocas distii 
tas, estas pàginas sào o que erani os art 
gos, iielas reproduzidos. Representand 
urna sèrie no tempo e no espa^o, nào qiK 
ro desvirtuàlas, fundindo-as iiuiii jact 



\ 



e lumia epoca Por outro lado, se a iiuli- 
vidiialidade do autor iiiereccsse esliulos 
critico:; e psicológicos, essa individualida- 
de mais completamente resaltaria do cs- 
tiido comparado dos factos literarios de 
diferentes épocas, do que da observac,rio 
de prodiitos simiiltaiiéos. 

Explicado fica também que està i;a- 
leria de figuras nào é destinada a todos 
OS primazes das lètras, nem so a i)ri- 
mazes. Nas létras comò iia Jìihlia, ha 
profetas maiores e profetas menores; de 
uiis e outros, apreseiito éste ou aquele 
que o acaso ou a oportunidade se suj^e- 
ria, Olili tiudo muitos, a quem me pren- 
de devotada estima e elevada consideni- 
9ao. 

Uma galena completa de fignras li- 
teràrias, inda c^ue so portuguesas, seria 
enexequivel, até pela razào de que luìo 
caberiam iias naves dos Jerónimos todas 
as entidades que se crèeni figuras literarias. 

No livro Ilomcìis e /cfras^ (1S82), ja cu 
deixei os perfis de brilliantes persoiia- 
lidades, que nào entrain iia compilavào 
de hoje; e, se vale a pena alargar as di- 
mensòes da minha modesta galeria, outros 
farao o resto e mellior. 

Lisboa^ l'i'ijnó, 

C\ (le V. 




BULHÀO FATO 



(189i) 



Bulla a.o Fato 

(1894) 



STB nome, incontcslavelmcnle tlos mnis 
iliistres qiic sobredoiram as lélras nn- 

' cionaes, eslé vìDciilado às saudosas rc- 
mioisc^Dcias da minha meninice, e ò-me 
porlanto gralissimo, ainda que oulros 
motivos nSo houvesse, o rememora-lo 
mais urna e muilas vtizes. 

Um dia, — era eu um imberbe cslu- 
dantinho de lalìm, em Viscu, e ìà roia- 
l>oraddr de almaoaqires e piiblica^ues 
mcnns vislosas, com lendéncia, infelìz- 
mente nSo conlrarìada, pam a suposla 

fffofissSo de lélras, — anunciou o Virialo, gazttla da loca- 
idade, a chegada do poèta da Paquila a capital da Berrà. 
Como eu livesse na memòria e no corafào a esplòndida 
poesia de BuihSo Palo, A um reirato, e come eii nào conbe- 
cétse, a excepfSo de Tomas Riheiro, neniium potala em pes- 
sda, a noticia alvoro^ou-me naturalmente, e, em \tz de 
soiicilar ousadameole urna apresenta^ào faci!, procure! ve- 
lo e CODlemplé-lo muilas vi*zea, sem que èie de mim sou- 
besse nem me visse. 

De Iarde, dorante algiins dias, e com mais empcnho que 
um espiào de ruios IcncCes, scguìa, a disliinria, os passos do 
poèta; \i no Passeio df D. F/riiandn, ja no silio da ^fria■ 



li FKiVRAS LITEKAKIAS 



Laranja, ou por enlre os rcnques de plàlanos e aa 
Cava de Viriaio, os rneus olhares cravavarn-se no p 
rebu^ando-me na capa académìca, preguntava a mi 
mo por que roilagre é que o gènio póde incarnar-se i 
num sér que veste e come e Tala e passeia corno toda 

Mas, atentando bem, reconhecia-se que a persoi 
fìsica do poeta nào seconfìiudiacom qualquerpersom 

Àinda na mais Tamiliar conversa com Paulo Ei 
Melo Borges, — os jornalistas da terra, — o olhar, ( 
a voz de Bulhao Pato nào cram a voz, o gesto, o e 
comum dos roortaes; havia ali, corno dirla Camóes, 

aquéle nào sei qué, 

que aspira nào sei corno. 

Estàvamos ainda em pieno romantismo; e a forn 
beladura negra de Bulhào Pato, agitada pelas br 
Pavia, trazia-me a ideia a cabeleira de Chiìd-Iiaroli 
aos ventos do Oceano. Na Tronte desafogada e no 
sorriso discreto, na palavra cadcnciada, meio selene 
arectuosa, no gesto espontàneo e seguro, havia ui 
de roeiguice e majestade, de soberania e de do^u 
me subjugava e me atraia. 

Cheguei a possuir-me da tenta^ào de Ihe Talare |; 
dr. Melo Borges. 

— -Traz versos para o jornal?— preguntou-mc ole 

—Nào trago nada; por oulra, trago o dcscjo de 
apresenle ao Bulhào Pato. 

—Nào é preciso; aprescnte-sc voce, que èie r 
admirayelmente. 

— É precìso, porque eu nào tenho coragcm pa 

— Nésse caso, e corno a apresenta^ào so se ju! 
pelo parentèsco literàrio, traga-me versos e vamos 
èie. — 

Àceitei alvitre, e fui para casa Tazér versos. 

Impressionado por uns desgóstos de crian^a, ( 
umas nènias, tornando para epigrafe èstes versos e 
lo Y da Paquila: 

«Nào proflro o teu nomel Venturóso, 
Outro profere agora a tcus ouvidos. 



L.. 



BULIIÀO PAIO 1 



Teu ròsto se Ihc voi ve carinhòso, 
Estremecem de amor os teus sentidos; 
Mas ah! que ao menos possam, na tua alma, 
Um eco despertar os meus gemidos!» 

As minbas néoias come^avam por òste teor: 

Cliegou a bora da suprema angùstia ! 

Os dias, que a ventura 
vinha doirar com iùcidos fulgòros, 
fugìram, corno foge na espessura 
arroìo que trepida entre verdòres. 

Ao rosto magoado 
assoma agora a lagrima das 1 agri mas... 

E, num crescendo de Iragédia, eochi de rimas urna Tólli 
de papel alma^o. (l) 

No dia seguinte, dizìa-me Melo Borges: 

— Nào posso apresenta-lo; o Bulhdo Palo Toi hoje pai 
Farminhào; està em casa do Luis de Campos.— 

Nào pude respondèr. Dirse-ia que me abandonava a 
gucm que me era qtierido, e, se o meu pobre cora^ào falaj 
se, feria dilo lalvéz:— «Nunca mais o lornaràs a ver !— 

Nessa noite, estudei mal o meu Virgilio e dormi peoi 

Passaram dias. Uma tarde, vi sair da casa do Francisc 
Mendes aquéle adoravel e mallogràdo Luis de Campos, qu( 
antes de sér par do reino, era mais do que isso,— um core 
(ào de oiro e poèta de levantada inspiralo. 

—0 Bulbào Palo? onde està o Bulhào Palo? — pregui 
teilbe eu. 

— Estève em nossa casa; cagàmos nos fraguedos da Oi 
tiffueira; e foi eiicaolado com as nossas paisagens. Viuc 
falou-lbe?— 

Conlei-lbe ludo, e pediu-me os versos, que deveriai 
ter sido pretexto da minba apresenlagào. Logrei ao mene 
a salisragào de vèr que èsses versos de rapaz entusiasmi 
ram a bòa e expansiva alma de Luis de Campos, mòrmenl 
a seguinte eslrore, que eie repella com calor e na inlen^S 
mais calivanle: 



(1) Essa composlgào, com o tftuio de Emfiml està arquivad 
na pag. 159 dos mcus Quadro^ Cambianles, 2.* edicào, Coimbr; 
1874. 



licoii pela iiii|)riMisa, foni o liliilo de ('onlidrnrif 
ijiiava por rslo \orM)>, (jiic l<'>raiii lal\òz a pi 
niiiliiro filli (lo porla: 

i esp'ranga a esquiva llòr levanta a fronte 

cume de escabrosa, in^^reme, rampa; 

sado, ardendo, o peito busca a fonte 

i Ihe miligue o ardOr, febre e cansa^o. 

lisero. trepando, arrasta o passo^ 

ai batér na cruz de biimida campa, 

! para sempre o estreita em fèrreo abraco. »» 

ouca gente se lembrarà de Luis de Campos, < 
ór parlamentar, do poèta da Granadina, de u 
ros ornameotos da minha Beira; e inenos ain 
iam déle, se Ihe nào sobrevivéssem irmàos di 
) general Antonio Caropos e o par do reino Fra 
irros Coéiho e Campos, que sào um vivo refle 
)ilissimo caràter. 

e poucos se lembrardo déle, quero eu alistar-n 
poucos, ligando o scu nome ao de Bulhdo Pai 
le quis. 

ram annos; e so cm 1875, encontrando-me ce 
) nas sessoes da Academia das Scièncias, é q 
ir a arobi^ào do Imberbe estudantito de latii 
I poèta e sentindo a minha mao apertada pe 



« u:-*^ .._ Al- — j- 



BUI.nAO FATO 15 



mancha, oao póde deixar de ciirvar-sc, cm rcspeitóso afcclo, 
perente a figura moral e literàrìa do glorióso poèta da Pa- 
quiia. 



Educado literarìamente ao lado de Alexandre Herculano, 
na convivcncia dos mais rigidos carateres de urna sociedade 
em quc éles nào abundam, Bulhào Fato, no scu trato social, 
tomou por urna estrada, que póde sér a de iim esportano 
imaculado, mas que nào é o cnemin des Anes, que leva as 

Srandézas sociaes, és comodidades da vida, ao capitólio de 
uvidosas celebridades, e ao afecto convencional de cama- 
rilhas politicas ou literàrias. 

Nascido em Bilbau, parece quc o céu das Vascongadas 
Ibc instiloa com o leitc materno a independencia e a nobre 
altivéz que caraterizam os filhos daquela regiào. Bullido Pa- 
io viu certamente, na sua infAucia, comò as roontanhas das 
Astiìrias encaram majestosas e serenas o golfo que se Ihes 
contorce aos pés, ameagando-as inutilmente com urna sub- 
mersdo medonlia: em todos os lances da sua vida, através 
de tudo e de todos, Bulhào Fato manléve sempre aquela su- 
perìór fìrmèza do homem justo, de quem falava o veiho llo- 
ràcio: 

«Se cstalado cair o orbe, ferem-no 
AS ruinas impavido ! » 

Contemporaneos déle, menos prestadios e mais audazes 
ou menos escrupulosos, ascendéram às culminàncias do pò- 
derio, do renome e da fortuna; e os que Ihe nào voltaram as 
costas, dispensaram-lhe simplesmente uma benevolència.es- 
téril, quando nào uns ares de proteccào. . . platònica. É a 
bistórla de cada dia: de todos os que'sobem, ha dois tèrmos, 
pelo menos, que deveriam fìcar atras de muitos que estào 
em baixo. 

Mas Bolbào Fato, tendo alias a consciòncia de si pròprio, 
refreia os impetos da sua musa, causticamente satirica, e, 
poupando os que outrem castigaria, esquece-os generosa- 
mente, e ebèga a considerar-sc Teliz na sua pacifica tcbaìda, 
querc deleitandose no trato da Arte e da naturèza, quere 
galgando montes e gàndaras em cata de perdizes e laverc^s, 



IO FI(;URAS LITERAHIAS 



3uerc dialogando coni os pescadòres da costa, ( 
cans, que sobcm o Monte de Caparica, para v 
brancas do asceta, e ouvir Ihe a palavra amon 
e san. Do seu Monte de Caparica, oiha eie pai 
roundo, comò do alto da tórre EilTel se olharà 
la^ao que se ve Tormigando, a toda a hora, a b( 
do rio que leva ao mar e ao esquecimento as 
ódios, as lulas, as grandi^zas e as misórias, qu 
mam e se embatem na prodigiosa cidade, que 
roou coragào do mundo. 

De longe em longe, Bulhao Fato deixa por 
ras seu deserto e passa rapidamente pela cid 
certificar bem de que a ProvidOncia é sempre b( 
to que Togo do céu ainda nào calci nou nem v 
em que se rebolca urna sociedade gangrenada. 
ta ao seu ermo, onde nao ha ìnfec^oes paludosa 
gèr de dentes do ìnFerno bìblico. 

Embora sem matricula na irmandadc dos i 
Ale nos possa dizér onde està a Felicidado ! 



Como se ve, nào Ta^o a biografìa nem a crii 
apenas uns tra^os, ao acaso, de um esbóro m( 
e dos mais conhecidos, num pais em que teda t 
nhcce. esbò^o literàrio do poèta està Feito, n: 
de lodos OS que sabem lér com olhos de vèr, p 
nitido da longa e perduravel obra de Bulhào Pat 
as MemóriaSy Porhmtéses na India, e Sob os 
verso, Cantos e Satiras, Paquiia, Flores agì 
ou très volumes de versos, sào titulos bastante 
sagrando de uma glòria nacional. 

Representante de uma època literaria, em q 
mento da boa linguagem era a primeira condi^r 
escritdr, e em que um poeta, para o sòr, tinha 
rizar-sc com as regras da melrifìca^ào, Bulhào 
nos seus trabalhos a mais rara correc^ào de I 
ao seu dispòr o maior numero das riquòzas e pi 
liarcs ao idioma nacional. A* beléza e correo 
corrcspondem, nos escrilos de Bulhào Fato, ; 



BULHAO PATO 



17 



vigor (la ideia, a espontanoidadc e alicismo dos coiiceilos, a 
cnvergadura de um pensamento clevado e nobre. E a tal 
ponto a fórma se casa com a ideia, qiie està transluz nitida- 
mente através daquela, corno o sangue vigoróso e quente de 
um organismo poderoso, através de urna epiderme delicada 
e san. 

Por isso, OS livros de Bulhào Palo poderào passar des- 
percebidos ao noticiàrio indigena e aos amaddres de litera- 
lura avariada ou de farófias literàrias; mas, se alguma coisa 
do que temos e valemos tem de (ìcar depois de nós, sobre- 
vivendo a uma sociedade enrermiga e caòtica, èsses livros 
ticarào. a par daquéles documentos que hào de levar aos 
nossos nctos as memórias mais puras de uma nacionalidadc 
que fói. 



Jhk 



H 



JÙUO CESAR MACHADO 



(1890) 



Jiillo cesar l-laclaado 

(1890) 



Jl. momenlos, em que lodo o honiem 
é filòsofo, se é fìlosolìa einbrenhar- 
se a gente nos problemas da vida, 
e procurar o fio da verdade e urna 
réittia de luz, Déste labirinto de 
menliras, de conven^fies e de misé- 
rias. 

Na Iarde do ultimo doroingo, 
fitosofam eii sòbre ludo, ou sóbre 
coisa neohuma, encostado a urna ianela, donde se estira a 
vista pelo monte da (ìra^a e pelas varzeas da Charca; e, 
acoDopanhando com os olhos as ténues espiraes de Turno, 
que se evolavam do meu pobre guergorino, deixavame ir 
DO encalfo de,um tema ou ideia alegre, que me servisse 
para a crònica de hoje, e que por um momento me des- 
viasse espirito, e o espirito de queni me le, da contempla- 
cdo de tantas coisas tnstes, que nesla bora ensonibram os 
norizontes da nossa capital e da Dossa pàtria. 

Nessa nrasido, passava na rua um amigo meu, exlrema- 
mente pàlido e agitado. Trocou duas palavras com Sousa 
Lobo, ergueu ;os olbos para mìm, e cumprimentou-me com 
tristéza. 

Preguntei-lhc se estava doenle. 

Que Dito, respondeu èie. E acrescenlou, solu^ando: 



S2 FIUURAS LITERAUIAS 



—0 nosso Jùlio e a mulher csPaqucaramsc ! — 

Julguei ter ouvido mal, e pedi-lhc que repetisse. 

Mas nào repctiu. Baixou os olhos, marejados de làgri- 
mas, disse-me adeus com um gesto, e deixou-me. 

Compreendi tudo. 

suicidio de urna crian^a abrira um vàcuo enorme no 
grande cora^ào do pai, e no ternissimo cora^do da mài. Nem 
as consolacòes dos amigos, nem as alegrias do mundo, pu- 
deram enchér èsse vacuo; e, pai e mài, juntaram-se no mes- 
mo pensamento e na mesma resolu^ào, procurando àlém da 
Vida sér que Ihes levara as alegrias do lar e os sonhos do 
futuro. 

Fechei a janela, e abismeime na mais tormentosa das 
filosotìas humanas. Profundamente abalado por mais uma 
das maiores brutalidades do destino, triturei em silencio, 
convulsamente, o inofensivo guergorino, e quebrei a penr 
que devia escrevér uma crònica alegre. 

E nào pensava entào no fecundo e laureado escritdr, qi 
foi a gloria do Tolhetim em Portugal, e cujos contos sào de 
ciosamente devorados por todos os que prezcim a literatr 
san. 

Pensava no amigo, no bom e dedicado amigo de U 
anos, no afectuoso e bonissimo companheiro de trabalh( 
lutadór exemplar, gue. ainda dois dias antes, subia con 
e alegre a encosta ingreme da vida, e que de iraprovis 
pe^ou fatalmente no fantasma do desànimo, deixan 
tantos coracdcs a mais fria e dolorosa surprèsa. 

Se alguém me le, permita-me que eu nào deixe 
se de mim a querida sombra do amigo, em v(z de 
com as glórias do escritdr e de registar serenamen 
samento de um benemèrito das lèlras. 

Sào tao raros os bons amigos, c|uc, quando a f 
depara algum, que realmente o seja, sinto (|uea! 
de comum me prende a èie; e èsse la^o misteri 
e Irqva tao intimamente as duas existèncias, que 
se uma, a outra bruxoleia, corno agitada por u 
morte. 

Ha vinte anos, Guilherme de Azevedo lev 
de Jùlio Cesar Machado, àquela modesta casa d 
Moreira, que eu creio sér conhecida de todos 



JULIO CESAR MACUADO 23 



porlugufises; e, dèsde essa bora, o cora^ào do brilhaute cs- 
crildr abriu-se para mim nas mais dóces e francas cxpan- 
s5es, e demonstrou-me qu.e, na sociedade de hoje, nem tudo 
é vasa e sànie, e que ainda ha espìritos de eleiyào, sobrena- 
dando ao limo, em que se rebolca a mascarada geral. 

Nunca the devi favdres, e nunca m'os deveu; que o de- 
sinleresse é a pedra de toquc para os afectos impereciveis; 
mas nos lances amargurados, corno nas eréroeras alegrias da 
Vida, OS nossos bra; os travavam-se, os nossos risos fundiaro- 
se num riso, as nossas màguas fundiamsc numa so màgua. 

Nos seus olhos vivos de andaluz, na sua bela cabota de 
uma extrema mobìlidade, emoldurada em longa cabcleira 
negra, na sua voz afectuosa, quente e expansiva, espelhava- 
se a limpidéz de uma alma de oiro, e reflectiam-se os cam- 
biantes, a luz e as sombras, de um coragdo sem refolhos. 

Na delicadéza dos seus sentimcntos, e na sinceridade da 
sua dcsambi^So, chegava a retrair-se da publicidade, para 
ufìo recebér aplausos que ndo fdssem cspontilncos. À con- 
ven^ào e a hipocrisia, odiava-as, comò o liomem de bcm 
odeia a mentirà. Por isso, e à mingua de audàcia, nunca pò- 
deria subir muito na escala das grandézas sociaes. Era se- 
cretarlo de um cstabelecimenlo de instrugào, e valla muito 
mais que muilos daqueles de quem recebia ordeos. 

A sua desambi(ào e a sua delicadéza de sentiraenlos ti- 
nham extremos que merecem regislo. Quando publicou o seu 
ùllimo livro, JUile uma hislórias, distribuiu exemplarcs pelos 
seus amigos mais ìutimos. Eu, amigo c]jornalisla, ndo recebi 
livro. Nào me feriu a omissdo, por que nào duvidava um 
momento da veiha amizade de Jùlio Machado. 

Passados muitos méses sóbre a publica<;ào do livro, re- 
cebi um excmplar. Dei nolicia da obra em urna foiba periodi- 
ca, e autor, agradecendo, deu assim a razSo da demora do 
orerecimento: 

— «Meu caro amigo: 

«Tu bem sabes se cu te ofereceria o mcu livro, logo que 
elle se publicou.^Mas escrevias de livros nessa occasiào, e 
era quasi obrigaVle a escrever do meu, no Reporter. Nào 
querm que parecesse sér ao cscriptor, e nào ao amigo, que 
eu mandasse. Acccita-o com um abrado, e as boas-feslas, 
de mim e de mcu filho, que tu cstimas e que te é grato, e de 



24 FKiURAS LITKlUItlAS 



minila niullier, que se junla a nós para te eiiviar os : 
cumprimeiilos. 

Muito do cora^ào, leu amigo c( 

Jùlio Cesar Machado,n 

Transcrévo inlegralmcute o documento, pelas afectu 
referóncias ao filho, cuja morte o proslrou a èie e a dedi 
companhcira que na morte se Ihe quis unir. 

Quando a desvairada crian^a, precipitando se no tùn 
rasgava cruelmeute o cora(ào dos pais, todos imaginai 
se nào sentiram, a profundidade daquelia dór enorme, 
ninguém supds que a catastrore fòsse o preludio de ( 
catàstrore. 

Quando Jùlio Machado sentiu desprendér-se llie 
bra(os, para sempre, aquela poryào da sua alma, o (ili 
seu amor, eu, ndsse momento, deslembrei-me do can 
de sua casa: imaginei-me no seu lugar, ndo entrevi r 
sibilidade de uma consola^ào, e creìo que chorei s' 
confessar. Escrevi-lhe nào sei qué: que me compri 
se, e que n§o desejasse a minha presenta. 

Compreendeu-me, o infeliz, e respondeu me s 
mente, num cartào de luto: — 06r^«6fo, Candido; ob 
meu amigo. 

Considerava-se obrigado, por todas as manifesta^ 
condolùucia, mas nào cliegou a resignar-se. 

tumulo de seu filho atraia-o. Era atrac^iio do ' 
uma alracfào irresistivel. Teutou ainda lutar. Nào ' 
bèya para pensar nem para escrevér, mas saia de e 
lava se a mésa da sua nepartigào, e, com as pross 
Vida burocràiica, procurava modilicar a saudade Te 
abrasava. Mas, a tarde, recolhia se ao lar, e, ao s* 
mésa, via deserto o lugar de seu filho; nos olii 
mullicr, làgrimas em Go; em caila recanto, umsilèf 
la, uma Iristéza de morte. E levantava-se a m' 
iguarias, e ficavam seos dois, absdrtos, soluran 
gando na mesma dór, na mesma saudade, e no i 
da Vida. 

Caiam as noiles,— noitcs longas e frias,~c 
dos dois mórtircs vinham sentar se fantasmas: 



JULIO CESAU MACUAUO 



25 



uni pcsadèlo; por coire as sombras, agitavanise vìsOcs, e 
recorlava-se uni busto de crianya sorrindo e chamando. 
Quando, ào termo do suplicio da ooile, o sol entrava alegrc 
pelas janelas, de todo o fùnebre scenàrio da insonia apenas 
restava a ddr, pàlida, birta, desgrenbada e feroz; repclindo, 
corno um insulto, a entrada do sol, que varre as sonibras da 
Doite, mas nao varre a noile escura da alma. 

Na luta da ddr com a fraca naturéza humana, triunfou a 
dor. Um abrado, o abrado extremo, dois jorros de sangue, 
dois gritos supremos. . . e acabou-se tudo. 

JUeu pobre Jùlio! 



Ili 



O CON DE DE GUBERNATIvS 



(1889) 



O Conde de Q-utoematis 

(1889) 



ECEBI agora de Veni^za os primeìros 
volumesdaobra nioQumenlal, o Dic- 
cionório InUmactonal ttos Eseritóres 
Contempordafos . 

Està obra. aue representa um 
longo e colossal Irattalho, e quc é 
escrìta cm i'rancés, na lingua mais 
generalizada, constitue urna nova 
consagra(9o dos largos nicrilos do 
Beu ihistre aulòr, o conile Angelo de Gubernalis, urna das 
maiores notabiiidadeslìteràrjasda Italia e da Europa contem- 
porànea. 

Eni Portugal, onde a literatura italiana, alias irman da 
Dossa, é escassamente conhecida, e agora que lodas as bi- 
bliotecas do niundo culto esiào neressa riamente adquirindo 
o mais completo e mais minucidso diccionàrio bìblìogràlìco 
dos tempos modernos, aliguram-se-me oportunas algiimas 
breves indicafóes sòbre a brilhantc personalidade doautùr 
do Diecionàrio Intemacional. 

Angelo de Gubernntìs n^o conta ainda cinccenta annos, 
e as Ruas obras, nolabìlissimas pela maior parte, conlam-se 
}A por centenares. 

Oriundo de urna nobre familia provenga), nasceu em Tu- 
rim, em 1810, e ali s« doiilnrou em IStras, em I8fi1 . 



3 



30 FIGURAS LITERARIAS 



Um ano depois, era cnviado pelo govèrno ilaliaao a 
Berlini, para proseguir nos seus estudos Hlológlcos, sendo 
depois nomeado professor de sànscrito no loslituto dos Es- 
tudos Superióres, de Fiorenza. 

Tao rapidamente crescéram os seus créditos de filòlogo, 
uè representou o govèrno em o congresso dos orientalislas 
e San-Petersburgo; e, convidado pela Taylorian Instilu- 
tiotiy Toi a Inglaterra fazèr algumas prelec^des sobre Man- 
zori, na universidade de Oxford. Fez parte do congresso 
dos orientalistasem Berlini, percorreu os principaes paises 
da Europa, e fèz urna viagem à India, onde permaneceii 
(juase uni ano, fundando no seu regresso o Miism Indiano, 
(le Fiorenza, de que é director, e a Sociedade Asiàtica ita- 
liana, de que é presidente efectivo. 

rei Dumberto agraciou o com o titulo de conde para 
èie e seus descendentes. Este titulo pertencèra aos chefes 
de dois extintos ramos da sua familia. 

Além de numerosas condccora^des, com que os govèr- 
nos dos diferentes paises tèni revelado o altìssimo apre$o e 
a admira^ào que o grande escritór inspira, o conde de Gu- 
bernatis é membro das mais célebres academias scientificas 
e iiterarias, do velho e novo mundo, corno a Sociedade Real 
das Indias Neerlandèsas, a Sociedade Asiàtica de Bombaim, 
a Sociedade Filosofica de Filadelfia, a Acaderoia das Scièn- 
cias de Buda-Pesth, a Academia das Sciencias de Belgrado, 
etc. 

Poeta, dramaturgo, filòlogo, jornalista, orientalista, cri- 
tico, conde de Gubernatis tem, nos lìltimos trinta anos, 
exercido tao diversamente, e tao fecundamente, a sua acti- 
vidade literària e scientifica, que è hoje multo dificii, senào 
impossivel, a sua bibliografia completa. 

Pelos seguinles tòpicos poderà entretanto |ul^ar-se, ao 
roenos, da excepcional actividadc e das diversissimas apti- 
docs do célèbre poligrafo: 

De 1859 até hoje, tem fundado e redigido as seguintes 
rcvistas e jornaes:— Z^era/ura Civil; Italia literària; Civili- 
zacào Italiana; Revista Orientai; Bevisla Europeia; Boletim 
Italiano dos Estudos Orienlaes; Cordelia; Revista Interna- 
donai; Jornal da Sociedade Asiàtica Italiana, A sua colaho- 
ra^ào scientifica e literària encontra-sc nas principaes rcvis- 



GONDE DE GUBERNATIS 31 



tas da Alemanha, Franca, Russia, Inglaterra, Estados-Uni- 
dos, etc. 

Escreveu para o teatro numerosos dramas o tragédias, 
em Drosa e em verso, corno Sampiero, Werner, Crescendo ^ 
a Morte de Calao, o Bei Naia, Aómulo, etc. Àlgumas das, 
suas pe^as foram represenladas pelo célèbre tràgico Rossi, 
qua Portugal téve ensejo de conhecèr e admirar, ha anos. 

Além das suas poi^sias soltas, novelas e folfietins. e àlóm 
do que deixo aludido, sào quase seni conta os seus trabaihos 
hisloricolileràrios. Ocorrera me os seguintes: Becordacòes 
biogràficas; Alexandre Manzoni; Eustà(iuio Degola; Anuàrio 
da lileralura; Bistòrta Unitersal da Itteratura, em 18 vo- 
lumes. 

Sem me detér em mencionar as suas obras de Toiclo- 
rista, ndo farei ponto nesta emenla bibliogràfìca, sem citar 
a Vida e Milagres do Deus Indra no Big- Veda; a Mitologia 
zoològica, em inglès; o Manual das Mitologias comparadas; 
a Enciclopedia Indiana; a Hungria politica e social; Peregri- 
nacòes Indianas , . . 

* Duas colunas de um jornal nào bastariam certamente para 
a simples resenha dos importautcs docuroentos do fecundis- 
Simo talento e vastissimo sabér do condc de Gubernatis. 

Com taes predicados, nada mais dispensàvcl do que cnai- 
tecèr a autoridade que acompanha o Dicdonàrio Internacio- 
nal, que se està publicando em Fiorenya^ nas celebradas oH- 
cinas de Nicolai. 

Dicdonàrio, impresso em formato grande, a duas co- 
lunas, vai no fasciculo ou volume 9.* e chega jé a pag. 1 :000, 
em aue findam os nomes referentes a letra F. 

plano, àlém da sua enorme vastidào, porque abrangc 
as iiteraturas actuaes de todos os povos cultos, diverge, 
quanto a forma, do conhccido Dicdonàrio Bibliografico de 
Innocencio. Nèste ùltimo, os escritóres sào distribuidos pela 
ordem dos nomes próprios, o que dificulta por vèzes a inves- 
tigando, para quem nào conh(\a por inteiro o nome dos es- 
critóres, cuja noticia procura. No de Gubernatis, a distribui- 
(ào é pelos apelidos. 

Dà-se porém aqui uma circunslàocia curiosa, que, urna 
vèz ou outra, póde tambèm dìlìcultar o estudo da obra. au- 
tor, orientado fnndadamente pelo proccssos da nomenclatura 



32 Fir.URAS LITBRARIAS 



italiana e Trancòsa, supós qiie cm portugiuìs a particula de, 
ao preceder alguns apelidos, seria parte integrante e inscpa- 
ràvel deles. Dcssa fórma, quando procuramos, por exem- 
pio, nome de Narciso de Lacerda, nào so o nào encontrà- 
roos, naturalmente na k>tra N, o que seria opósto ao plano, 
senào que também o nào vemos na lètra L, E contudo nào 
e um nome omitido: encontra-se na tetra D: De Lacerda. 

Se estas despretenciosas linhas chegassem é mào do 
condede Gubernatis, eu pediria aomeu respeitàvel aroigo e 
mestre que, nas edi^òes subsequentes, — ({ue as ha de t6r 
e muilas, — o Dicciondrio Internacional designasse os escri- 
lóres portuguèscs pelos apciidos, sem prccedència de par- 
ticula. É urna sironles questao de fórma, mas de essencial 
importància em traoalhos lexicogràtìcos. 

Em Franga, dizse Monsimr de La Martine; em Italia il 
signore De Gubernatis; mas em Portugal ninguém diz o se- 
nhór de Oltveira Martins, o senhór de Barros Gomes, o se- 
nhór de Alpoim, 

E nào me retiro ociosamente a èste ponto, porque a obra 
de Gubernatis, abrangendo a bibliografia de todos os povos 
que lem literatura, dà a Portugal quinhào largo na partici- 
pagào do precióso inventàrio. 

Largo talvéz de mais, quanto ao numero dos escritdres 
citados. Em obra de tal valor seria, creio eu, perfeitamentc 
dispensàvel o registo da dramatalogia de feira e do que nós 
chamamos literatura de cordel. E assim, muito naturalmente, 
e sem aduzir mais que um exemplo, os nossos brios nacio- 
naes nào se lisonjeiam extraordinariamenle, quando vemos 
mencionado, a par de Teófilo Braga, de Antonio Ennes, de 
Gomes de Àmorim, e de outros, justamente considerados, o 
escritór dramótico Fedro Carlos de Alcantara Chavesl 

Éstes senòes, quase inevitàveis num diccionàrio interna- 
cional de biografìas, evidentemente nào promanam do mau 
critèrio do autor, mas da necessidade do recebdr quaesquer 
informagdes que póde obtOr, e que nem sempre procedem 
de fonte insuspeila e autorizada. 

Às dificuldades» com que lutam os nossos aulóres de bi- 
blio^rafìas nacionaes, explicam e atenuam as defìciéncias 
ou demasias que se notem em trabalhos estranhos, alusivos 
a coisas nossas: e, em vista das incxatidócsc da ignorAncia, 



GONDB DE GUBERNATIS 



33 



coro (|ue OS escritdres estrangeiros vulgarmente se ocupam 
de coisas portuguésas, devemos congratular-nos vivamente, 
pela relaliva exacliddo e lisonjeira miouciosidade, coro que 
coDde de Guberoatis Tala dos nossos escritdres contempo* 
ràneos. 

Os leves reparos, que o Dkciomrio Intemacional possa 
sugerir a critica, s§o ampiamente resgatados e compensados 
pelo incontesta\el e extraordinàrio valor da obra, no seu 
conjunto. 

imroortal Daniel Sterne, fazendo justiga inteira ao conde 
de Gubernatis, e vendo que um dos grandes objectivos da 
Vida intelectual déste grande lutaddr tem sido o tornar mais 
conhecida a Italia no estrangeiro e o estrangeiro na Italia, 
dizia que Gubematis é um excelerUe fio condutór entre a 
Franca e a Italia, mas nào disse tudo: o autor do Dicciondrio 
JìUemacional tornou-se, coro està obra, um excelente fio con- 
ductór entre os escritdres de todos os povos civilizados. Fa- 
zendo alfabeticamente, e com a possivel larguéza, a história 
geral de. todas as literaturas contemporàneas, estabelece o 
mais estreito e fecundo la{0 intelectual e moral entre mi- 
Ihares de escritdres que, reciprocamento, nem de nome se 
conheciam até hoje. 

É naturai pois que o conde de Gubematis, àlém da con- 
sciéncia do seu mèrito, que é o primeiro e o maior galardào 

f»ara os espiritos superidres, logre o aplauso afectuóso e 
ranco de todas as na^òes ero que se escreve e se pensa. 



3 



IV 



JOÀO PENHA 



B AS SUAS *'RIMAS" 



(1884) 



L 



\ 



! 
li - 



|. » 




dihjrtAAMiAtaa* 



IV 



JOÀO PENHA 



E A.a SUA.S ''RIMA.S" 



(1884) 



IV 

JoSo Fenlia 

(1884) 



1MAS e um litulo velbo, aproveìlado 
CORI mellior éxito, num tivro novo, 
por um poéla que imprime a lira ao- 
liga de AaacreoDte as vibracQes da 
lira moderna. 

Mau grado os necrologisias da 

poesia, a lira nao é arma que va 

oxidar-se na panoplia dos antiauà- 

rios,e promete acompanhar ob secu- 

los, de que reflecte os progresso» e a decadéncj'a, as amar- 

guras e os entusiasmos. 

A lira que produziu as tìimas ha de revivér ofiste livro, 
e nos ecos que despertou alegremente nos sinceiraes do 
Mondep e nos choupaes de Coimbra. 

livro é de JoSo Penha, nome que vale urna lenda, e 
que ficou saudosamenle na memòria das gera^Ses academi- 
cag que pas^aram pela universidade, di^sde 186i a 1873. 

Eie foi por ésses tempos o patriarca imberbe de urna im- 
berbe Irìboijue, das bancadas da universidade, passava para 
as lutas da imprensa e da politica e para as campanhas da 
lileratura moderna, onde conquislou devisa» lionrosas. 
Ocorrem-me dois nomes, que me dispensam citar os res- 
lantes: Gon^alves Crespo e Guerra Junqueiro. 

JoSo Penha, enlre os da sua tribo, era legilimamente 



38 PIGDRAS LITBRARIAS 



coDsiderado em queslòes de lingua porluguésa e na diHcil e 
rara arie de fazér bons versos. 

Filinto Elisio ficava-lhe de noite a cabeceira, e ndo ha- 
via crime de lesa-vernaculidade, qué èie nao excoroungasse 
em nome do mdre e dos direitos da lingua. 

Jà naquéle tempo, ninguém o excedia na correc(ào e 
harmonia do verso. Bocagè» se resuscitasse, abra(àlo-ia 
com entusiasmo; e o tradutdr dos Màrtires espantar-se-ia 
de que um seu disclpulo em purèza da linguagem o exce- 
desse no florear do metro. 

E no entanto, so ao cabo de alguns anos, e muito a custo, 
a literatura portuguèsa conseguiu que Joào Penha reunisse 
e publicasse em volume os seus irreprensiveis e originalis- 
simos versos. 

Para os poucos que nSo conhè^am Joào Penha, vale a 
pena estampar aaui uma amostra do livro, comò justificacao 
do conceito que deixo formulado. 

Yejam òste sonèto, orerecido a Camilo Castelo Branco: 

«0 velbo Satanés da lenda obscura, 
deus omni potente do pecado, 
Foi-se ha muito da terra, aniquilado 
Pelas afrontas de uma sorte dura. 

JÀ moribundo e triste, o sem-ventura 
inda na bóssa de um camélo aguado, 
De cidade em cidade, era moslrado 
A arraia ignóbii, que histriOes procura. 

E nem sequer um funebre aqui jaz 
Hoje assinala, em monumento erguido, 
As reliquias do pobre Satanàs ! 

Até contam que um siblo, muito lido, 
Encontrando-lhe a ossada, em tese audaz 
Demonstrou que era o fòssi 1. . . de um marido !» 

Como leitdr ndo dcsagradeceu a transcri^ao, veja tam- 
bém jé agora a chave do livro, uns versos oferecidos a Gon- 
(alves Crespo. Rezam assim: 

«Aquéle meu espirito opulento^ 
Que vivia na lux dos sonhos belos, 
Jas hi muito nas rufnas dos casteios 
Que no ar edifica o pensamento. 



JOlO PBNHA 



39 



inda me lembro do fatai momento 
Desse morrèr dos ùltimos anelos: 
Ocòro solucante dos Otelos 
Na sombra erguia o mereDCÒrìo acento. 

Hoje, resta-me o còrpo. triste lance 
Nem pòde destruirlhe a mocidade, 
Nem cur?à-Io a preceìtos de romance; 

E caminha em t&o doce obesi dade, 

Qae dentro em pouco me verei no trance 

De tomar ordens e fazér-me abade.» 



RAMALHO ORTIGÀO 



(1897) 



Raaaaallio OrtlffSlo 

(1897) 



A confraria dog Ecos, ' corno coofrarìa 
cbristan, afio sempre festivos os do- 
mingOE. 

caleDdàrio eclesiàsiico é que 

nem sempre joga com o catcndàrio 

desia coniunidade : — Em quanto a 

Igreja reza hoje da Senhóra do Pa- 

trocioio, santo do dia nesta peque- 

na mas vistosa ermìda é o critico das 

Farpas. 

AnuDciou-se a lesta com alguns morleiros, encomenda- 

ram-se fldres, Euspeodèram-se saDefas, acendéram-se luri- 

bulOB e espera-se oprègador, o panegirista. 

Égte porém, deve cooressar-se, Toi mal escolhido. 
r^.É que realmente, iralando de Ramalho Ortìgdo, siato- 
me teutado a tramar, — em vSz de paaegErico, — urna calili- 
aària ou urna filipica, com perdSo de Cicero e Demósleues. 
E tetiho razQes para Isso. 

À mingua deFlos Sanclorum, procure! uà condesceadéD- 
eia de Ramalho umas noias bio-bibliogralìcas,que dessem ao 
panegirico o iulcresse que cu nfio podia dar-Ihe. 



Ì4 FIGUBAS LITERXrIAS 



Baldado empenho. Decorréram dias, semanas e méses 
sóbre promessas aroabilissimas. atéque chegou o dia da festa, 
tendo que me servir com a prata da casa; isto é, para citar 
factos e dizér alguma coisa que nào sejam lugares comuns 
de retòrica sedlca, tenho de socorrèr-me da meinória, — a 
fèrola mais fra^I que eu ainda conheci. 

Na ausfincia de melhores subsidios, consultemo-la entre- 
tanto. 



José Duarte Ramaiho Ortìgdo creio sèr naturai do Porto, 
onde nasceu no dia em que sua m§i o deu a luz, comò diria 
amigo Yenceslau. . . 

Da sua primeira mocidade,— porque a segunda ainda ndo 
findou, — sei apenas que estuJou linguas, fèz ginàstica» es- 
creveu folhelins e tève a boa fortuna de nunca fazèr versos. 

E ndo aprendeu so: ensinou tambóm. Foi professor de 
francès no Pòrto, e, em 1876, encontrei-o examinadòr da 
mesma lingua no liceu de Lisboa. 

Da sua estada na provincia (icaram muitos e excelentes 
folhetins no Jornal do Porlo, o livro Km Paris, (1866) e creio 
que algumas tradugòes teatraes. 

Entre as suas tradu^òes déste genero, ocorre me urna 
comédia de Thibourt, Jc dine chez ma mère, o Monsieur Al- 
phonse de Dumas, e uma pe^a de Sardou. 

Onde porém o seu valor lileràrio comcyou a impòr-se e 
prestigio do seu nome a difundirsc merecidamente foi na 
coiabora^ao das Farpas e do Misiério da estrada de Cintra. 

As Farpas evidenciaram o pulso vigoroso de um critico 
implacàvel e justo, e o seu estilo terso, cheio de novidade e 
graca. 

Do Mistirxo da estrada de Cintra, em colabora(§o coro 
E^a de Queirós, comò as Farpas, todos conhecem a admira- 
vel intriga romàntica, que fèz as delicias da sua època. 

E dèfe a Uolanda, um admiràvel estudo da vida flamenga; 
OS Banhos de Caldas, belas paginas descritivas e. . . hidro- 
terapicas; o Cullo da arte em Portugal, que afirma qualida- 
des primaciaes de artista, conhecimentos complexos e obser- 
▼a(§o Clara. 

Foi, por multo tempo, folhetinista da Gazéta de Noticias, 



RAMALnO ORTIGAO 15 



do Rio-de-Jaoeiro; redigiti o Antonio-Maria, de Bordalo, o 
Album-das-glórias, e, aonde o chamar o interesse da arte, là 
està sempre a sua pena incisiva, franca e originai, que unoas 
vézes se transmuda em pincel maravilhdso, outras em escal- 
pélo a^acalado e severo. 

Chefe da secretarla da Academia Beai das Sciéncias, bi- 
bliotecàrio da Ajuda, antigo inspectdr das cscola industria^s, 
Raroaiho Ortigùo, no seu gabinéle de trabaiho corno à car- 
teira burocràtica, em casa corno narua, no li vro corno no 
jornal, falando ou escrevendo, digerindo o almdgo ou fanta- 
siando um quadro, n§o deixa nunca desconsertar-se o seu 
inconfundivel perGl de artista. 

A arte acarinha-o e domina o. As suas aptidóes e com- 
pleigóes arlisticas estendem se à compreensAo e anàlise de 
tudo que ateste urna faisca de genio. Em arquitectura, Ba- 
maiho nào conhece apenas, comò toda a gente, o que seiam 
as ordens dòrica, corintia, jónica e compòsita : pòde fazer a 
critica dos arlesóesde uma abòbada medieval, das condigSes 
acùsticas de uma àbside, de um capite! espeda(;ado a que se 
escapou a aresta de um relèvo; pòde fazér o estudo compa- 
rativo de uma mesquita de Cordova com um pagòde de Eie- 
Tanta. Em pintura, saolhe Tamiliares as maravilbas de to- 
das as escolas, Rafael, Ruysdael, Poussin, Goya... Em 
qualquer museu, poderà fazér-vos um dissertando erudita so- 
ore a ceràmica elrusca, o veiho Sevres, o veiho Saxe... Em 
tapegarias, em indumentària, em todas em manifestagòes de 
arte ou da indùstria, costumam exercer-se admiravelmente 
as aptidóes estéticas, o senso critico e o gdsto artistico de 
Ramai ho Ortigào. 

Por isso, OS seus escritos resaem da prosa sonolenta e 
morna de quantos fazem lìvros sem o sentimento da arte. 

Por isso Ramaiho, escrevendo, pensa menos na glòria 
caprichosa e parcial,do que no prazèr intimo de darvidae cor 
a uma ideia brilhante, a um sentimento de beléza requintada. 

Nào sei se èie, quando se despèdir alegremente, estoi- 
camente, da comédia humana, deixarà muitos ou poucos li- 
vros. que me parece é que os seus estudos e traoalhos li- 
teràrios, comò os peguenos auadros de Velàsquez e as ma* 
liciosas telas de Teniers, nana sofrerdo pela cxìguidade das 
suas dimensoes. 



46 



PlGURiK^ LITBRARIAS 



belo e a perfei(So n§o sào proporcionaes a graodèza 
do objecto que revestem. Avistam-se manchas no sol, mas 
ninguem as descobriu ainda na mais pequenina das coDste- 
la(5e8. 

CoDh6(0 urna excep^io déste couceito: é o pròprio Rama- 
Iho Ortigdo. Homem corpulento, reforgado, quase hercùleo, 
é. . . um perfetto homem, comò se costuma dizér. Nem dis- 
pèptico, nem neurasténico : espirilo sào em corpo suo. Aos 
seus ddtes naturaes correspondem maneiras patricias, apni- 
mo, delicadéza e distin^do de um galanfuomo, Désde o sa- 
pato inglès até ao colarinho que Ihe cinge o pescófo leonino, 
por toda a àrea daquela vasta personalidade, escusam de 
procurar manchas: n§o as ha. Se o retrato o nSo diz, é por- 
que a fotografia e a gravura nào reproduzem, disfar^am. 

Para melhor o conhecér, nào ha nada corno ve lo, ouvi-lo 
e lélo. 



VI 



ZORRILLA 

E A. SUA. COROACpAo 

(1888) 



VI 



^orrilla 

-A. STJ-A. OOIòO-A.gjXO 
(1888) 




|b cu pudesse nesta bora sair do meu pais, é natu- 
rai que osmeus amigos imaginassem que eu ia v£r 
a Exposi^ào Universa). 

Pois cnganar-se iam. 

Mais do que Paris e Londres e Berlim e todas as grandes 
cidades do centro e do norte da Europa, que representam as 
roaravilhiis da indùstria e a fei^ào deslumbrantemente utili- 
tària do Gènio moderno, seduzem-me as cidades do litoral 
do sul, enibaladas pelo Mediterràneo, sobredoiradas pelo 
prestigio de tradigdes simpàticas, e acalentadas pela voz, 
inefavelmente ddce e sentida, da poesia naeridional. Creio, 
até, que a viageni de um artista nunca deveria ter itineràrio, 
que desviasse da Àndaluzia, Venèza, Àtenas, Constantino- 
pla, Palestina e Egipto. . . 

Agora roesmo, ao snida Espanha, nadeliciosa Granada, 
preparase urna festa nacional, que é, a meu vèr, urna festa 
da numanidade, porque é apoteóse do gènio, revelado na 
mais complexa e na mais bela das artes belas,— a poi^sia. 

Tratam da coroagào, em vida, do eminente poèta Zor- 
rilla. Preparam-se grandes certames literàrios. estimulados 
pelo valor dos prèmios; resurgirào ali os jogos floraes; as so- 
ciedades scientìficas e literàrias, as municipalidades, nume- 
rosas associagòes, formarlo cortejos, que bào de lembrar o 
do centenario de Calderon; a cidade trajarà de gala; as aca- 

4 



60 F1GURA8 LITErXrIAS 



deroias fecbarSo os seus in-folios, para repelir e glosar os 

firimdres do grande poèta nacional; e as flàmulas e os ga- 
hardétes e as serenaaas darSo a terra do BoabdiI o aspecto 
de urna cidade encantada dos contos orienlaes. 

Se eu pudésse'nesta bora sair do meu paìs, nio iria a 
Exposi(ào Universa), iria a Granada. 

Zorrilla é urna das mais impereciveis giórias da Espaoha 
contemporànea; e a sua apoteóse em vida é mais um trafo 
caracleristico do sentimento da justi^a, do amor, da glòria» 
que fdram sempre o apanagio daquela cavalbeirèsca nacio- 
naiidade. 

. Mais velbo que os processos parnasianos, Zorrilla, nos 
seus poémas, distingue-se pelo vigor da ideia e sobriedade 
da fórma. Desadorando os formosos nadas, que constituena 
a bagagem literària da arte pela arte, Zorrilla possue a nota 
vibrante de Gustavo Becquer, conhece os pairos da aguia do 
Diablo Mundo, assume por vèzes a adoravel simplicioade de 
Caropoamór, e percorre genialmente todas as grada^des da 
paixào bumana, deixando uma impressào indelével na alma 
de quem o le. 

Las Almas enamoradas, Dom Juan, Margarita, e tantos 
outros quadros do sublime artista, vivem na literatura espa- 
nbola a vida intensa das cria^des imortaes. 

No seu poeméto Gloria y orgullo, bà estrofes Mberbas, 
comò estas : 

De Oios hechura, corno Dios concibo; 
tengo allento de estirpe soberana; 
por negar i gigante enano vivo; 
no sé ser hóy y perecer manana. 

Yo no acierto i decir la vida es bella, 
y descender eslùpido al olvido; 
amo la vida, porque sé por ella 
al aicAzar trepar donde ne nacido. 

Gloria, esperanza I sin cesar conmìgo 
tempio eu mi corazon alzaros quìero. 
que no importa vivir comò el mendigo, 
por morir comò Pindaro y Homero. 



ZORRILLA 61 



Do Relógio diz Zorrilla : 



A uns labios : 



Parece el ojo del Uempo, 
cuya viviente pupila 
medita y marca tranquila 
el passo i la etera idad. 



Tus labios son un rubi, 
partido por gala en dos.. . 
Lo arrancaron por ti 
de la corona de un dios. 



Mas quem ndo conhece Zorrilla? Queni nào julgara a sua 
coroafào o pagamento de urna divida sagrada, embora paga- 
mento adiantado, ero oposi(lio aos processos vulgares da 
justi^a humana? 

Usava se ero Italia, corno é sabido, a coroacào dos poétas 
cm Vida, sobreludo quando os papas e os Médicis tomavaro 

SuinhSo glorióso no estimuio e desenvolvimento das lélras e 
as artes. uso decaiu, mas a Espanha reage galharda- 
mente contra o desuso, e vai, coroando Zorilla, dar um bri- 
Ibante exemplo de justi^^ e patriolismo. 

Onde exemplo nào vingara em frutos, sei eu que é em 
Portugal. E nSo é poraue o pais nào haja produzidos poétas 
excepcionaes, dignos de exigir ero vida a corda da imortali- 
dade. Os motivos sào oulros. Primeiro que tudo, Portugal é 
uroa na^ào doente, debililada, blasée, que so pede a tera- 
pèutica social pronto alivio das conesias e emprésas cho- 
rudas, e as pilulas doiradas dos Tarmacopólas da Bólsa. A 
àgua roorna das lileraturas reserva-se apenas para os casos 
esporàdicos, e comò paliativo para accessos de histeris- 
mo agudo, frieiras e moléstias congèneres. Nestas condi- 
(óes, as létras sào naturalmente repelidas, todas as vézes 
que nào tenham, boro claros, os nomes do sacadór e do acei- 
tante 

Naturalissimo tudo isto, num pais que tem por còdigo 
fundaroental a HlosoGa de Thomas Hobbes, e, num acto adi- 
clonai, a rooral do interesse. 

Depois, ha uroa diHculdade invencivel em aquilatar-se o 
mèrito de um poèta, por roais evidente e elevado que èsse 



ti 



FHiORAS LITBRABIAS 



^ 



mèrito seja. Nós, os portu^uéses, vamos perdendo a devo(ào 
da àgua beDia, mas substituimo-la pela presuo^ào: cada uno 
de DOS imagina sempre que vale mais que o vizinho; e, 
quando Ihe vemo8 a caroìsa lavada, olhamos ìnstintivamen- 
te p^ra a nossa. 

E urna fraquéza, mas é urna realidade. 

Daqui a auséncia da crìtica e a diversidade dos juisos e 
conceitos. 

Em compensando, todos nós temos a consoladdra liber- 
dade de formar juizos crìlicos, importando-nos pouco que 
ninguém mais os subscrèva. Para mim, Joào de Deus, por 
exemplo, o maior poeta do amor, comò Ihe chamou o vene- 
rando Marco-Antonio Canini, roerece bero as honras ex- 
traordinarias oue a Espanha vai conferir a Zorrilla. Mas. . . 
Lisboa nSo é Granada; e por isso o meu espirito se refugia 
na formosissima cidade andaluza, entre os esplenddres da 
gloriflca^ào de Zorrilla. . . 



VII 



GONQALVES CRESPO 

(1883) 



Q-on^S'l'^ss Créspo 

(1883) 



tiNCA subscrcvi um necrològio: quan- 
do se abre um tùmulo para recolhér 
um argentàrio inólil, um traficanle 
vulgar, um veiho cansado de viver, 
cadàver de um homcm que oSo 
deixa vesligfos do seu ooine, nem 
afei;Oes prorundamente feridas, eo- 
coiho inairerentemente 09 ombros, 
e, antes de escrevér urna palavra, 
deixo caìr simplesmente um ponto 
final. Quando porém, corno agora, um homem rico de ta- 
lento, em piena exuberància de vida e de felicidade, com 
a sua juvenlude coroada de loìros, enièvo de urna espósa 
nulliplamentc adoróvel, e mestre, esemplo e idolo de UQS 
iaocentes que eram seus filhos, sente desaierem se-lbe os la- 
fofi que prendiam aos afectos de ramilia, és saudacCes dos 
amigoB, aos carinhos da Tortuna e aos esplendóres da moci- 
dade, eu estremerò de ddr, de surprSsa e talvéz de indigna- 
9Ì0; a pena recusa-se a escrevSr as comemoracJSes rùnebres 
do noliciàrio periodico e os làbios vibram apenas uma inter- 
jei^So rude, e nSo sei se irreverente, para coni a maieslade 
da locompreenslvel, mas certamente lògica: brutalidades- 
do destino! 

Poncas vèzes a morte haverii cortado fio de uma eiis- 



56 FiGURAS LITERARIAS 



tòDcia mais qucrida, e poucas vèzcs terà Terido tao crua- 
mente os que estendero os bra^os a um amigo que se au- 
senta para semre. 

Para sempre! Estas duas palavras t(^m o que quer que 
seja de um rerro em brasa numa chaga que sangra, sdam 
friamente, lugubremente, comò o estalar desse preciÒso co- 
lar de pérolas que simbolizaro o amor, a gloria, a felici- 
dade. 

E GoDfalves Crespo era excepcional mente amado, lau- 
reado, Teliz. 

Completerà em 11 de mar^o apenas 36 annos de idade; 
e presente e o futuro, em compensando das lutas do pas- 
sado, constelavam de sorrisos o seu tempio domèstico e a 
sua alma de artisla. 

Àntes de Ihe amanhecòr a glòria, comecei a conhecèr 
muito de perto os altissiroos quilates do seu cerando de 
oiro. Àpraz-me evocar a imagem perduravel da nossa convi- 
véncia universitaria, quando os salgueiros de Coimbra ti- 
nham para èie e para mim aquela alma sensivel, enehrian- 
te e inspiradóra, que Victor Hugo dcscobriu nas arvores. 

Comigo se aproximavam dele todos os que podiam ad- 
mirarihe, estreitameote ligadas, a excelència do caracter 
e a eleva^ao do talento. 

A sua Vida acadèmica sera sempre recordada com afe- 
cto, simpatia e saudade por quantos estudaram em Coimbra 
dèsde 1869 a 1875. Essa època determina o aparecimento e 
a dura(ào da Foiha, um periodico literario, que JodoPenha, 
Guerra Junqueiro, Goncalves Crespo e cu redigimos, e em 
que, auxiliados por colaboraddres de bom nome, daixamos 
grande parte das nossas estreias. 

Goncalves Crespo notabilizava-se jà por uma extraordi- 
nàriu delicadèza de sentimento artistico; e o seu entranhado 
amor a plàstica literària, se me permitem a expressao, acri- 
solava-se ja no estudo e imilayào dos parnasianos Sully 
Prud'homme, Francois Coppce, Lecomte de Lisic, Pani Ver- 
laine, Catulle Mendès, e ainda nas prosas adoràveis de Gau- 
tbier e Mery. 

Data desse iem|)o (1870) a publicafào das Miniaturas, 
colecfSo de pequeninos quadros de uma extraordinària be- 
lèza artistica, e de uma excessiva delicadèza e mimo. A io- 



G0N(ALVE8 CRÉSPO 57 



(lividualidade literaria de Gon^alves Crespo ficou désde logo 
prorundamente acentuada. 

De familia portuguésa, mas nascido no Brasil, os seus 
versos traduzem por um lado a poderosa influifdo da natu- 
réza americana, com loda a sua luxuriante vegetando, com 
as ardéncias do sol do Equaddr, e com o suave palidejar da 
lua dos trópicos. Por outro lado, a ironia càustica do des- 
gra^ado Henri Heine, e as adoraveìs filigranas poéticas dos 

Simasianos, davam a literalura portuguésa primdres que 
ully Prud*homme e o autor do Livro de Làzaro nào se 
dedignariam de subscrevèr. 

U éxito das Minialuras satisfaria arobi(5es de glòria, se 
autor conhecésse ambi(des alheias a sua felicidnde ìntima 
e a satisfafio de burilar no seu ^abinéte os bustos que 
constituem a sua espléndida galena literéria. nome de 
Crespo soava ja corno um dos primeiros da poesia nacionai, 
quando o seu ultimo livro, Jfociumos, publicado em 1882, 
veio enla^ar o ùltimo flordo na sua invejàvel e indiscutivel 
corda. 

Os JSocturnos exibem uma nova fase do poèta, nSo anta- 
gónica dos seus primeiros trabalhos, mas reveladdra de que 
pensamento ao artista, sem dcslembrar a delicadéza e a 
correc(ào da fórma, se avigoroii pelo estudo e pela anéiise 
dos factos sociológicos. 

Dizia Voltaire que difìcilmente chéga a posteridade o 
portador de grandes bagageus literàrias. Dois livros comò 
as Minialuras e os Noctumos sào efectivamente bastantes 
para acreditarmos que, pelo menos em quanto fdr conhecida 
a lingua portuguésa, o nome de Gon^alves Crespo ficarà 
simpaticamente ligado à história da poesia nacionai. 

Come^ou para èie a posteridade; abriu-se-lhe com o tù- 
mulo tempio da glòria pòstuma; e as portas desse tempio 
desejo e q^uero gravar o humilissimo testemunho da mais 
viva saudade. 

No còro da apoteóse ha todavia uma nota triste: è o 
borbulhar do pranto na face de crian^as que tarde saberào 
quanto perdèram agora, e na face de uma viuva, cujo levan- 
tado espirito se concentra hoie numa recorda^ào dolorosissi- 
ma, e cujos bra^os, trèmulos de como^ào e de afecto, tèm 
de substituir nas luctas da vida o esteio varonil dessas 



mmm 



58 FI0URA8 LITERARU8 



vergÓDteas animadas, que a fatalidade orfanou a saida do 
ber(0. 

Ahi mas eia, a mSi, a màrtir, a heroìna. oio restrìngiré 
a sua roissSo nobilissima a de urna vidima sem ànimo, sera 
esperan(a e sem ac{So; ndo ha de s(^r a Agar dos tempos 
biolicos, conduzindo ao acaso jpelos desertos da vida o pe- 
queno Ismael, e esperando da fortuna ou da Providéncia os 
afagos de nm lar perdido: no seu peito, impiedosamente 
comprimido por uma separacdo eterna, ha um grande cora- 
(ào, onde a piedade roaternal farà germinar os prodifi;io8 da 
coragem, os milagres do heroismo; na sua fronte, rudemen- 
te sacudida pelos vendavaes do destino, abriga-se am espi- 
rito altisbimo, que abarca nas suas asas luminosas osamplos 
dominios em que se exerce a grave missSo da mulher, a 
santa missSo da mdi. 

Depois desta palavra— mdt, que eu escrèvo sempre com 
a mesma reverència, com que Angelico de Fiesole pmtava a 
cabé^a da Virgem,— devia talvèz fazfir ponto, se os biógra- 
fos e OS bibliógrafos me nào exigissem um apéndice de 
noticias para o seu arquivo. Condescenda-se: Antonio Can- 
dido Goncaives Crespo nasceu no Rio-deJaneire, a 11 de 
roar(o de'l8i6; forroou-se em direito no anno de 1876; era 
deputado às cortes pela India, desde 1879. Além dos livros 
que mencionei, publicou artigos e versos em muitas fdlhas 
periódicas; era redactdr das sess5es da Càmara dos Pares, 
e redigia também uma parte do Jornal-do- Commèrcio. Tinha 
diploma de sòcio correspondente da Academia Rea! das 
Sciencias, e de outros institutos literàrios. Casàra com 
D. Maria Amalia Vaz de Carvalbo, de quem deixou doìs fi- 
Ihos. Aos iìlhos e a esposa incumbe especìalmente a guarda 
e culto desse nome, que é para muitos uma saudade e 
para todos uma glòria. 



vili 



JULIO DE VILHENA 

E UM LIVRO SKU 

(De urna carta a Jtilio Cesar Maohado) 

(1873) 



vili 

J-dllo de VillierLa. 

E TJli LI"V"E.O SETT 

(De orna oarta a Jùllo Cesar Haobado) 

(1873) 



ÈSDE que li as Origens do Direito de 
Michelet, entrou comigo lai simpa- 
tia aos tabdres da alta jurisprudèo- 
ci8, que se me antolliou sobrema- 
neira iajusto o cerceameulo que os 
preconreilos da ignorSncia e do ex- 
clusiTJsmo Tazem-DO crédilo dos 
doulóres de lei. 
Acreditam rouitos piamenle que lidar com as scit^ncias 
juridicas vale o mesmo que alolar os bra^os até às omopla- 
las Da matèria vii de unia prosa iudigcsla. 
É lima ilusSo. 

&<a, que nSo lenho esldmago de abutre para digerir as 
pesadas massas alimenitcias de um compendio de mecSDica 
celeste, nem maxilas bastarne Tortes para [riliirar as duri^- 
zas dos sermSes de frei Fortunato de i^an-Boaventura, aca- 
bo de devorar, no espafo de poucas lioras, urna substancio' 
sa e sàdia rereifito de S18 pàginas de prosa jurìdica 

Aludo a um livro, recenlemente dado a eslampa pelo 
doul6r Jùlio de Vilbena. Se promeics fazcr-me a bonra de 
lér està caria até o lìm, ainda mesmo que eu le cuiba um 
distico mais ateiradór que o lasciate a^ni speranza da Divi- 
na Comédia, deixa-me dizèr-te que o livro se inlilula: — As 



62 FIGURAS LITERARIAS 



segundas nùpcias no direito cimi moderno: comenlàrio aos 
artigos 1233 a 1239 do Código Civil Portugués. 

Conheces de certo o prospecto da emprèsa industriai, 
exarado no terceiro capìlulo do Monde tei qu*il sera. pros- 

gecto de Sou\estre fézte sorrir de ìncredulidade; ooiea 
izte sorrir. . . de enrado. Jà aeora, escuta-me por um mo- 
mento, ainda que eslendas sdbre niim a vara inexoràvel» 
que avergoava as costas do garrulo Teroistocles. 

Nas Seaundas nùpcias tratam-se proHcuamente os deve- 
res da muiher binuoa, e do homem binubo, nas suas rela- 
95es com o direito antigo e novo, e até, quando a ocasido o 
demanda, com os ensinamentos das scièncias médicas. Di- 
ga-se também que o livro é aberto por uma erudita ìntrodu- 
fào histórica, em que os olhosse deliciam, espraiando-se 
nas transrorma^òes do christianismo, em curiosas particula- 
ridades das leis visigóticas, das Parlidas de Casteia e nas 
relativas disposigdes da legisla^ào portuguòsa, desde Afonso 
Il até nossos dias. 

Em abono da valia da obra, so te direi que, saida a lume 
poucos méses ha, està quase esgotada, e que este Tacto se 
passa nestes nossos reinos de Portugal. 

Julio de Vilhena reùne um talento serio a uma exemplar 
assiduidade no trabalho. Os que o conhecem, véem darò aue 
nSo ha aqui um vìsiumbre de favor. Agora anda eie pumi- 
cando uns valiosissimos estudos criticos sobre as Ba^as his- 
ióricas da Peninsula e sua influéncia na jurisprudéncia porlu- 
guesa. 

Estou que està obra sairà a correr mundo, dentro de 
poucas semanas. E podes crèr que nào e obra de feira, as- 
sim à laia daquelas comédias de barbante, de que falava o 
Tolentino. 

Tenho medo de que està minha tagarelice sóbre coisas 
meio sorumbàticas, ao parecér de muita gente, te seia indi- 
gesta comò as pilulas de Dehaut, e te venha azedando o pa- 
liadar, ou, pelo menos, te produza o efcito de uma dòse de 
morfìna. Recdiho a espalula, e vou-mc cantando aquelas es- 
trofes de um lied alemào: 

— aOnde quer c|ue o vurtcmburguès bAba do bom e ao- 
tigo vinho, primeiro brinde sera sempre: ao bom e antigo 
direito! 



JULIO DE VILHENA 



63 



«Aquéle direito que nos dà leis superidres ao arbitrio; 
que manda abrir os tribunaes, e proDuncia senten^as jus- 
tas. 

«Aqpéle direito que franqueia a todos a emigragào para 
lodo mundo, e que so pelo amor nos prende ao solo na- 
ta!. 

aPudesse èie subsistir sempre, sempre, mesmo depois 
de nós, para nossos filhos e para os Hlhos de nossos filnos, 
corno asilo santo de mais pura felicidade!. . . »— 



\ 



IX 



MARCO-ANTONIO CANINI 

(1889) 



■ - — ■ ~ -v. 



< 



IX 



Iwlarco- Antonio Canini 

(1889) 




ivB aindai em Venéza o grande lutaddr, que ha 

3uarenta anos foi na sua patria um herói da liber- 
ade, e que ao depois inscreveu tarobero o seu 

nome na lista dos grandes revolucionàrìos europeus, traba- 
jhando corajosamente pela eniancipacio dos povos cristdos 
da Europa orientai. 

Com a revolu(§o veneziana de 18i8, lucrou èie vinCe 
anos de exìlio ; dos seus servi^os a liberdade no Oriente 
auferiu a sua expulsao de Bukharest e urna existéncia cor- 
tada de priva^òes; mas dessa quadra de lutas e sacrificios 
ficaram, para a literatura e para a liberdade, os cantos mais 
enérgicos de patriotisroo, que colocaram o grande agitaddr 
na plana dos primeiros poétas da Italia renascida. 

Refìro-me a Canini, que conta boje 67 anos, e e profes- 
sor de espanhol e roméno em Venéza, na Escola Superiór 
de Comércio, dedicando especialmente os ùltimos anos da 
sua Vida a uma antologia monumentai, // Libro dell'Amore, de 
que estdo publicados quatro volumes, e em via de publica- 
(do quinto. 

E' mconcebivel o dispèndio de talento e de paclència, 
que està obra custou. Basta dizèr que o autor traduziu, de 



(1) Vivia, quando estas palavras se cscrevéram. 



mi 



()8 Pir.URAS LITBRARIAS 



cento e quarenta e seis linguas de todos os tempiis e de todos 
OS povos, que os principaes poétas cscrev(Vram dòste eter- 
no e sempre novo assunto,— o amor. 

Toda a Europa eulta lem aplaudido èste extraordioario 
eropreDdiroeuto. A Rwm Orientale charoa ao Litro io Amor 
— obra importantissima para se fazOr uma ideia exacta e pre- 
cisa da mancira corno cada povo concebe e exprime o amor. 
A Gazzetta Leteraria de Turim chama-lhe «/ivro maravilkó- 
so. ..obra giganteia, que a mente de um escritòr móco dSo 
ousaria conccbér, sem esmorect^.r perante a vastidào aa em- 
présa e a extensào do trabalho.» 

Efectivamente, o autor, (juase septuagenàrio, dedicou to- 
dos OS seus cuidados literarios ao assunto que mais cativa 
a gente mò^a, e abre-nos uma galeria desmedida, em que 
nos encantam a imaginafào e a alma os mais variados qua- 
dros, que, segundo a expressào de um critico eminente, 
compendiam a mais poderosa e geral das paixdes humanas, 
e nos quaes vive e palpita a alma da humanidade, reprodu- 
zida nos cantos de todos os seus maiores poétas. 

Anacreonte, Saadi, Ovidio, Catullo, Scniller, Byron, La- 
martine, Musset, Petrarca, Espronceda, Camdes, Jodo de 
Deus, todos os grandes poétas que fizeram do amor uma re- 
ligido, e desta hauriram as suas mais alias inspira(5es, rea- 
parecem aos nossos olhos, representando as mùltiplas sce- 
nas de um drama infinito e aeliciòso. Ao lado dos artistas 
imortaes, vice]a a poesia amorosa dos cantos populares, e 
percorremos cm espìrito, numa viagem encantada, todas as 
partes do mundo, aeliciados com as trovas que saem da al- 
ma popular, desde os campos e serranias de Portugal aie 
OS arecaes do extremo Oriente. 

Ao contrario de muitos escrilóres ilustres, para quem pa- 
rcce problemàtica a existénciade Portugal, Marco- Antonio Ca- 
nini,na sua antologia, dà logar ampio àliteraturaportuguAsa, 
e vè-se que estudou e comprenaeu nitidamente a maioria 
dos nossos poétas antigos e modernos. Além de numerosas 
trovas populares, e cantos dos principaes trovadòres portu- 
guèses dos seculos XIV e XV, o Livro do Amor contém nu- 
merosas poesias, traduzidas em verso italiano, de Gii Vicen- 
te, Camdes, Bocaf^e, Garrett, Joào de Deus, Fernando Leal, 
Gomes de Amorìm, Teófilo Braga, Candido de Figueiredo, 



MARCO-ANTONIO CANINI 09 



Luis Guimaràcs, Anlero de Quenlal, e dSo me lembro se 
de mais alguro dosso centemporàneo. 

CaniDi nào se poupa a esfbr^os para que a sua antologia 
sàia tao completa quanto possivcl ; e, com rela^do a portu- 
guéses, se alguns poétasdislintos foram omilidos, deriva is- 
so da Dossa habitual indoléocia, e da dificuldade com que os 
estrangeiros obtém documentos e esclarecimentos que di- 
gam respeito a coisas nossas. 

// Libro dell'Amore, corno Irabalho literàrio, obra de um 
poèta e 6lólogo poliglota, e comò compilando de documen- 
tos para a hislória da evolupdo literària e do sentimento hu- 
mano, é deveras livro preciòso, que as próprias bibiiotecas 
nào devem eximir-se a adquirir, porque rarissimamente te- 
rdo adquirido mais rico e mais completo repositório de docu- 
mentos da literatura universal, repositório que a crìtica ale- 
man, sempre exigente, qualifica de colossal. 

Para concluir, fago minhas as palavras que o meu ilustre 
amigo, sr. Macry-Correale, lente do InstUuto Empolese, 
na Toscana, escreveu na sua Rivista de tO de maio: 

— « . . .0 que torna alnda mais importante // Libro del- 
l'Amore, é a belissima ordem, com c|ue estào dispostos os 
quatro volumés jà publicados. Aqui, as alegrias e a docc 
cmbriaguéz do amor feliz sucedem tremendos lanccs do amor 
traido. Além, osdoirados sonhos, as espléndidas esperangas 
e a cruel e amarga realidade dos desenganos, o desprézo, o 
òdio, a inGdelidade a fé jurada : numa palavra, tudo aquilo 
de que é capaz o coragào de homem, inflamado pela maior 
das paixòes aumanas, o amor, tem a mais esuberante vi- 
da naquelas paginas do Libro deU*Amore,r> — 



SIMÒES DIAS 



(1870) 



X 

(1670) 



[ hoje, pela segiinda véz, as Penin- 
lulares de SimSes Dias. 

Alma simpàtica, coraflo aberlo 
a lodos OS seDiimeotos geaerosos, 
espirilo esclarecido, o autor déste 
livro, que ainda nSo tocou os triD- 
la anos, acoropanhou cni Coimbra 
'duas gera^Oes de lilcraios, daque- 
laE gera^Oes que se sucedem quin- 
quenalmeole.evenio-iobojea pardos 
que vjlo ciillivando com glòria as patria» létras. 

Ha tréa anos, cursaya file o quiulo ano da Faculdade de 
Teologia em a itosela universidade. CoDheci-o entJìo. Teolilo 
Braga, Guìmaraes FoosSca, o iafeiii Manoel \legre, Severi- 
no de Azevedo, haviam )à dado os ùltimas adeuseg à vìda 
académira. e a aprecidvel convivSnria de tiimAes Dias; e urna 
nova plèiade de talenlos juvenis Tazia da casa do poèta tim 
parlamento literario. Encontrei là o Alvaro do Carvafhal. que 
morreu, com os Conlos FaiUàslicos de IlolTman^à cabeceira, 
deixando no prelo um volume de iOO piginas.'nolàvel pela 
puréza de dirpao, e pela originalidade dos conceitos; o ma- 
gnilìco JoSo Penha, o hiimorisla sem rivai, com o seu ìnse- 
paravel e impagàvel monóculo; o meu companheiro de casa, 
Lopeg Praca, o sisudo autor da Hist&rta da filosofia en Por- 



lì Kir.unAs litbrXrms 



iugal, a quero a Faculdadc de Direito premiou coni o ca- 

I)elo, e que hojc dirige no Alentejo um curso profissional e 
)reve sera ornamento da nossa Universidade; o Googal- 
ves Crespo, o poeta americano, que em gran tSo elevado 
possue a suavidade do seu patricio Teixeira de Melo; o Guer- 
ra Junqueiro, crian^a, cujas producgOes literàrias revelam 
muitas vézes o homem feito; e nAo sei quantos mais. 

Daquéle gr(^mio brotavaro ameude \ersos, jornaes e li- 
vros. Simdes Dias era dos mais incansàveis. Em menos de 
ouatro anos, deu a eslampa quatro livros, sendo o ùltimo as 
Peninsulares, e tendo hoje no prelo os Estudos de ìUeraiura 
espanhola contemporànea. 

Nào traduzo aqui a elevada conta ero que tenho as Penin- 
sulares, Quero multo ao poèta, e procuro sempre furiar os 
meus dìzéres à ladainha das linézas de compadrio. 

que me podem preguntar é a signilica^do das Peninsu- 
Inres, se alguma lem, afora a literària. Efeclivamente, bade 
liavér leìtdr meliculóso que, diante daquéle titulo, traospor- 
tc espirito às feias visécs da celcbrada unido ibèrica. . . 

escritór portuguès, que assiro bapliza um livro, sem 
dar explicagi^es aos abades literàrios, nero fazer assento de 
baptismo, autoriza, ale certo ponto, suspei(5es graves sóbre 
seu patriotismo. 

Por via de regra, o nesso povo nio està bastantemente 
elucidado sóbre a questào do iberismo. Quando Ibe dizcm 

Sue Xisto Càmara, Sinibaldo de Mas, Latino Coelho, duque 
e Palrocla, e outros apostolaram a uniào ibèrica, levanta-se 
um grito de indignando contra os traidóres da pàtria, e nào 
ha paiavras bastantes para rondenar os que trabalham na 
pèrda da nossa autonomia. 

Duas ideias sòbre òste ponto. A uniSo dos Estados nSo 
se opera de uma so maneira: pode havér anexa^ào ou federa- 
ndo. 

No primeiro caso, os Estados anexados perdem a autono- 
mia propria, ou antes todas as aulonomias se concenlram 
numa; nosegundo caso, unem-se os Estados, conservando-se 
a independència de cada qual. A federacào nào rouba a in- 
dependència de Estado algum: confirma-lh'a e robustece-lb'a. 

Ora é certo que todos os bons portuguèses se sacrifica- 
riaro pela independència da pàtria; mas, corno è evidente 



SIMOES DIAS 75 



?uc a federando nUo ofenderia tal indepcndùncia, o autor das 
^eninsulares, amante da sua pàtria e da indepeudéncia dela, 
e tao amante da uniào de todos os povos corno Pierre Leroux 
e Cabet, formula muitas vézes os seus votos pela uniào dos 
povos da Peninsula. 

Mas Porlugal escravo, mas Portugal absorvido pela co- 
rda castelhana, isso nunca. Sessenta annos de provando 
amarga ensinaram-nos a amar a liberdade, e a recear das 
caricias do leào deCastela. Podem àmanhan lan^ar-nos alge- 
mas, saciar ambi^dcs no sangue de nossas veias, mas a voz 
da nacionalidade portuguèsa nào se sufocaré jamais, porque, 
na Trase de Michelet, as na^des nào morrem. Pode o Tzar 
inundar as estepes da Russia com o sangue dos mértìres 
da Polònia; póde a .Europa cruzar os bra^os diante das là- 
grimas da llungria; póde a miseria enrraquecér os brayos 
dos filhos da desgrn^^nda Irlanda: hoje, e àmanhan. e sempre, 
em quanto a fórca do direila nAo substituir odircitoda fórya, 
hdo de OS cantos de Mickiewikz, o retinir da espada de Kos- 
sulh, os geniidos dos prolelàrios de Erin, protestar em no- 
me de Deus e da humanidade contra a escra\idào dos povos, 
e contra os crimes das grandes nacionalidades. 



Vinte e sete anos depois 

(1897) 

Nado e criado enlre o povo, participe das suas cren^as, 
das suas alegrias, das suas trisluras, Simdes Dias jà ha trin- 
ta anos era o amoróso e ingènuo troveiro.peninsular. Caìram 
escolas, erguéram se escolas novas, subiram ao Capitóllo e 
despenharamse na Tarpeia repula^des olimpicas, e.o amo- 
róso troveiro nào se desviou da sua trilha. Sereno, comò a 
fé, impàvido corno o justo de Horàcio, nem deu pelo encontro 
dos homens e das escolas transeuntes. 

Estranho aos ruidos de fàceis gloriolas, indiferente auase 
aos conceitos com que o distinga a incontestàvel ignorancia 
pùbiica, Simdes Dias mantém hoje o mesmo confortàvel e 



70 riGURAS LITLRARIAS 



sistemàtico retraìroento, em que cu Tui surpreDdélo» bà cér- 
ca de trinla anos, trovando peninsulares do seu modesto quar- 
to de cstudante em Coimbra, entre a pasta de quintanista e 
um mago de cijjarros baratos. 

Coro urna ligeira dlTerenga. 

Hoje, sente que vive na vida de seus 6lhos e vivere na de 
seus netos; e, se o aplaudem, se Ihe reproduzem o retrato, 
èie u5o enjeita nem desagradece ésses aplausos e essas ho- 
menagens, porque concorrem. ao menos aparentemente, 
para se robustecèrem os créditos do nome que èie deixara 
aos seus pósleros. 

Exornado pelo mais vivo sentimento de independència, 
rerugiu és tentagòcs de posiydo vistosa e de largos bavere», 
por vèr nèles o prègo daquela independència. Lutou pela 
Vida, procurou erguèr-se por si, ndo devèr nada senào ao 
pròprio mèrito, e conseguiu-o. 

Quando seguia desaiogadamente a sua estrada, deparou- 
se-lhe a politica, fèmia arrebicada e manbosa, que, comoas 
ambulatrizes da veiha Roma, percorre pragas e ruas a recru- 
lar incautos para o seu triclinio, e recebeu dela palavras de 
mei e olhares de fogo. Calouse a guitarra da Almaviva, e o 
poeta là ^eguiu a fèmia por vielas esconsas. 

Vcio a noite, e perdi-o de vista. 

Quando, no outro dia, alguém supuscsse vè-lo surgir 
distante, naigum dos pontos mais elevados e mais arejados 
de Suburra, vèloia retroceder e voltar ao ponto de partida, 
de pós pisados e olbar triste, receando voltar- se para tràs, 
que, se o iizesse, bero poderia convertèr-se em estàtua de 
sai, comò a mulher de Loth. 

l E poraue voltava èie, desalentado e triste? Porque, na 
sua qualidaae de poèta, absdrto nas claridades do seu mun- 
do interior, n5o tève olhos para vèr a triiha da sereia; e, em 
vèz de tomar pela estrada do Capitólio, achou-se num escuro 
e apertado cut de sac. 

Resolvido a penitenciar-se, fèz-se trapista, recolhendo-se 
à sua cela do oairro Estefània, onde ninguém o conhece e 
nioguém o ve, e donde sài apenas em dias de pregando, para 
doutrinar meninos e imer^r a capa nas àguas lustraes do 
trabaiho iodependente e util. 

Concluida em cada dia a sua doutrinagdo proficua e san. 



sim5bs dias 



li 



volta à sua cela, onde as musas o embalaro, scgredando-lbe 
tenlagòes que a otUra ndo coohece. 

Em volta da cela, ha trepadeiras e limoeiros; e quando, 
de manhanzinha, as avezitas ali vào chilrcar, é para coni- 
por a mùsica das cslrofes que vdo saiodo da alma do poèta. 

Essas eslrofes dilatam-se entào; e, difuDdindo-se, conno 
urna evaporagào pcrfuroada, vdo cair na alma popular, seme- 
Ibantes a gótas ambrosiacas de eslrauha e pura suavidade. 

Daqui vem que Simdes Dias, poèta ^enuinameote penin- 
sular pelo seu temperamento e pelas vibragòes da sua lira, 
è de ontem, è de noje, e sera de àmanhan, em quanto na 
alma peninsular ecde essa mùsica eslranha e immortai, que 
OS homens chamam poesia. 



XI 



SILVA FINTO 

(1886) 



■^«■piap 



XI 

Silva Finto 



STB nome, alias simples e vulgar, 
represenla urna das nossas mais 
aceotuadaa ìDdividiialìdades literà- 
rias. 

E no eolaato èsie nome tem le- 
vaotado em tórno de sì numerosos 
despeitoB, delraclóres gem conto e 
talvi^E ódios. 

Tal antagonismo eolre os mó- 
rilos do homcra e o supòsto juizo dos seus contempordaeos, 
deriva, a meu vèr, de tres rausas difereales: a ì^ooriucia 
de UDS, dcapeilo de outros, e o descoDhecimento que quase 
loda a gente tem do caràcter moral do critico. 

Erectivameotc, com difìculdade se nos deparnrà um es- 
crilór, ura rqtoTler das oossas gaz<)tas, um aspirante ao pan- 
teSo das nossas glórìas, que se d3o julgue ferido pelo eslilè- 
te càustico, que trafou os CombaUs e Critkas. 

Somos de urna susceplibìlidade exiraordinària, nós todos 
OS que levamos urna parte da vida a lan^ar aos prélos os 
prouutos mais ou menos inCornies do nosso labdr inlelectual 
e moral. Depois, os màus hàbitos de urna literatura morna 
e decadente tornam desagradavelmente sensiveis os duchts 
que sobre nós enlorna a critica independente e iudiciosa, 
erabora os justilique a higienc e o bom senso. Dai, o insti- 



wm^m 



Sì FIGOBAS LITBRARIAS 



iameato, alias feliz, que Silva Pioto criou para si eotre os 
seus cootemporàocos, parte dos quaes, tiraodo falsai ìlacdes 
da fórma severa, e por vezes cruel, dos Combales e Criticas 
aferem o caràcter do liomem pela bitola de umas prosas vi- 
vameote ioflamadas. Laboram ouro erro Ostes aferiddres de 
medidas iotelcctuaes e rooraes. E aotes de mais oada, para 
desviar suspei^des imerecidas, coovirà registar que o autor 
das preseotes liohas é um dos mais obscuros escrevedores 
que odo escaparam a critica severa de Silva Pioto. Nunca 
lo'o levei a mal, porque, auaodo a critica se supoe coosci- 
cociosa embora severa, é eia o primeiro galardào do traba- 
Iho em que recai. 

Dito isto, oào imagioe o leitór pio que o autor das criti- 
cas veemeotes, e rudes por vézes, que tém flagelado dois 
milhòes de indigeuas, é um Ferrabras sertaoejo, em guerra 
aberta com os mais delicados seotimeotos, que podem sòr 
apanàgio da pobre oatun'^za humaoa. 

\o cootrùrio do que se poderù supdr, o implacàvel critico 
embora me oào creiam, possue as mais raras qualidades de 
corayào e de espirito. Nào preteodo caoooisà-lo, oem fazAr a 
apologia do homem, para que me maodem pregar ooutra 
freguesia. Nào oiyam, mas cieixem-me escrcvòr : tempera- 
oieoto esseocialmeote oervóso e impressiooàvel, Silva Pioto 
exibe quase simultaoeameote as lamioas acicaladas da sua 
critica impiedosa e as joias de uma seosibilidade simpati- 
cameote requiotada : o julgadór severo que, oum momeoto 
de iodigna^ào, cospe uos adjectivos enérgicos e terriveis 
oa fama das literatices parvoas, vè-lo-eis, iostaotes depois, 
eoteroecido até às lagrimas peraote as làgrimas de uma cri- 
aoya, e amargurado piofuodameote peraote as amarguras 
estraobas. 

Como homem e comò critico, oào ha ali oada de cooveo- 
ciooal e arbitràrio : a fórma é a fotograHa do temperameoto; 
e a ideia é a resultaote de porfìado estudo e eolraohada de- 
dicalo aos problemas sociaes e literàrios. 

Nas coodiQòes expostas, um livro de Silva Pioto deveria 
sòr um acoolecimeoto litcràrio, se eotre a indole do escritór 
e nosso meio social oào houvesse um largo abismo. 

Varrò porém a mioha testada, e cumpro o dcvòr de ero- 



SILVA FINTO 



83 



Dista, anunciando a publicacao recente do Tereeiro livro de 
combates e crilicas, de Silva Finto. 

Este volume, com mais de iOO paginas em 8.*" grande, e 
talvèz pesado. . .mas nào na doutrina nem no estHo. Lé-se 
deliciosamente de uma ou duas assentadas, porque, a par 
de uma lingaagem que so conhecemos nos escritdres de ra- 
(a, encbe-nos de salisragào o desassombro e a Tranquéza, 
com que sSo aquilatados Tactos e individuos, habitualmente 
rodeados de apoteóses e (alamaleques mais ou menos in- 
conscientes. 



XII 



NEKRASSOY 

(1889) 



XII 



Nekrassov 

(1889) 




imperio moscovita, coorroDtado,oo seu regime eco- 
nòmico e social, com as oa^óes da Europa centrai 

e ocidendental, oferece o mais frisante conlraste 

com as novas conquistas da civiliza^ào, e com o desenvolvi- 
mento progressivo do espirito moderno. 

Daqui a luta entre o tzarismo e a aspirando popular; a 
reac^o violenta, e por vézes criminosa, do proletario contra 
OS poderosos, dos oprimidos contra os opressóres, da con- 
sciencia contra o arbitrio. 

Os burlakis morrem de Tome e de Trio, estirandose no 
solo esléril das estepes; as minas da Sibèria regorgitam de 
desgra^ados; os ukases atulliam as masmdrras, de homens, 
crian^as e mulheres; o knut e o fusil substituem o alfange de 
Bassau, levando a todos os recantos da Rùssia a temerosa 
legenda— oftfdfCtf ou morrei 

E contudo, do Tundo escuro desse quadro sinistro de 
opress5es e misérias, resalta um clarào de colera, persisten- 
te, incxtinguivel, contorcendo-se e coleando em labaredas 
a uè abra^am e aroeayam a sólio do autòcrata de todas as 
ùssias. É grito do òdio, é a voz das maldi^des, que re- 
bda terrivel e piangente, corno o dies trae de urna tragèdia 
enorme. 

A iiteratura, que è sempre a representayào mais nitida 
dos tempos e dos povos, espélha èsse clarào e repercute 



■P^H 



88 FIGURAS LITERARIAS 



i>ssegrito,na(iuela fórroa rudeemeio inculta, que aioda des- 
conhece as suotis conven^òes da arte moderna e o burii pres- 
tigióso dos novissiiiios artistas da palavra. 

Quase desconhecidas em Portugal, as literaturas esUvas 
orerecem a auero de longe as entrevé. pelo reflexo ao me- 
nos das traau^des Trancèsas e inglésas, o aspecto estranho 
e raotastico de um roundo antigo e semi-bàrbaro, em meio 
de um mundo novo, iluminado pelos progressos da iotelì- 
géncia e do trabalho. 

E ndo é porque a Rùssia n§o teoba dramatur^os corno 
Tolstoi e Glinka, romancistas comò Dosloiewski, poétas 
corno LermoQtor, escritdres cujas obras nào receiam coafroa- 
lo com OS maiores moDumenlos lilerérios da Europa eulta; 
é que em geral, sobretudo nos poétas mais espontàueos, fa- 
cilmente se entrev(> a distSncia que separa da raca eslava 
as ra^as latina e germAnica, e, ainda mais, entreve-se a al- 
ma popular da Rùssia, cujos gritos dilacerantes, e cujos es- 
ror^os desesperados constituem essa epopeia terrivel e mis- 
teriosa, que se chama— o Nihilismo. 

Sob este ponto de vista, cumpre espccialroente registar 
as numerosas pocsias de Nekrassov, um poèta sombrio e 
rude, que argamassou, com as suas amarguras e com as 
amarguras da sua pàtria, um dos mais interessantes monu- 
mentos do nihilismo contemporàneo. 

Pela tradu^ào que, dessas poOsias, fizeram os srs. Ka- 
minsky e C. Morice, e que Toi agora publicada em Paris, 
énos licito reconstituir, com a história do poèta e com o 
estudo dos seus cantos. o poèma lùgubre e Trio da reac(2o 
nihilista. 

Para cantar as desgra^as da pàtria, ninguém mais apto 
uè um poèta desgragado, comò Nekrassov. Da sua mocida- 
e, confessa èie, que nào tinlia urna ùnica recorda^ào agra- 
dàvel: e acrescenta: 



a 



«Nunca teve alegrias miulia infùocia, 
e reconhecimento a ninguém déTO.» 



Seu pai, oHcial reformado, vitimara-lhe amàicom maus 
tratos, e ensinara Ihe, désde crian^a, o caminho da embria- 
gufiz e do vicio. Aos 16 anos, mandou-o para uma escola 



NBKBA8S0V 89 



militar, donde Nekrassov fugiu, para cursar a Uaiversidade 
de SaoPetersburgo. pai suspendeu-lbe entào os roeios de 
subsistéocìa, e reduziu-o é maior misèria. Sem p§o e sera 
abrigo, dorme nos bancos das pra^as, e chèga a ser recolhi- 
do DO albergue dos vàdios. 

Nésse albergue, adquire algum dinheiro, copiando me- 
moriaes para os mendigos. 

Colabora depois em jornaes; a misèria arasla-se um pou- 
co, mas aproximamse as agonias de um amor nerasio. Ima- 
gine-se èste quadro: 

Um aposento estreilo e frio. poèta, doente e esfomea- 
do. A amante, desfeita em légrimas sdbre o cadàver de urna 
crian^a; mas de sùbito, deixa de chorar: tem fome e reflecte 
por um instante. Nova e formosa, veste- se garridamente e 
sai em siléncio. lima bora depois, voltava, trazendo um pe* 
queno caixào para o cadàver aa crian^a, pdo para o poèta, e 
alguns rublos na algibeira. E o poèta conta: 

Nada llie preguntei. Silenciosamente, 

olhémo-nos^ chorando; e està alma ainda sente 

a amargura de entào... 

E sdo estas as recorda^des, que o poèta conservou do 
amor. Por isso, dizia: 

Ah! amor das mulberes é t&o leve! 
sào Qéis, carinhosas, na abundàncìa; 
na adyersidade. o am^r Ihes foge em breye; 
nào conhecem herofsmo nem conslàncìa. 

As convulsòes politicas de 1848, com a proìbi^do dos 
jornaes, tiraram-lhe os ùltimos recursos da viaa. Lutou pò- 
rem, e em 1865 jà escrevia de novo para o piìblico, dirigia 
varias publica(5es de extraordinària popularidade. Mas o es- 
pirito estava cansado; a simples recoraa^ào de tantos sorrì- 
mentos alquebrava o poèta, que procurava o esquecimento 
déles no insensato prazér do vinno. Do vicio a doen^a nSo 
mediou espayo; e, após um entrevamento de dois anos, Ne- 
krassov morria em 1878, cercado de glòria, sim, mas nào 
deixando atràs de si o vestigio, ao menos, de um sorriso de 
Telicidade. 



90 PIGURAS LITKRARIAS 



E aqui temos explicado corno o tema das suas obras é 
sempre de um realismo sombrio, severo e és vèzes brulal: 
a escraviddo, a atrofia das criao^as, a misèria, o òdio, a fa- 
talidade da prostilu'i^do. . . 

Principalmente os scus quadros da misèria russa s9o de 
um realismo que, se nSo prima pela originalidade e pela perrei- 
^do da fórma, lem o vigor e os grandes tons escuros, que 
parece instilarcm-nos na alma um Trio de morte. . . A. des- 
crigào de San-Petersburgo deixa a perder de vista os qua- 
dros mais complctos do moderno naturalismo Trancés. 

Muitas das composi^des de Nekrassov tèm a forma da 
balada, vibrante, incisiva, profundamente maguada,à MUrger. 
Aquém e àlém. em dois simples tra^os, lemos um poema de 
aroargura. A Mài do soldado, por exemplo. filho èsortea* 
do; entra na guerra; arruina a saiide, e regressa comò um 
c§o, para morrèr na aldeia. 

Dèsde que o poèta, vagueando pelas margens do Volga, 
conheceu a miseria dos burlakis, a sua musa tornou se 

a musa de quem sofrc, a musa dos malditos, 
dos pariàs. para quem nào se abre o parafso, 
musa de oinar banbado em prantos iiifliiitos; 
a musa esfomeada, a musa da aflicào, 
cujo ideai supremo e cujo sonho é— o pào! 

Tendo o cora^ào fechado para o amor e para a piedade, 
poèta, na sua peregrina^ào atravcs das misórias da vida, 
nào tem urna góta de bàlsamo, que se destile sòbre as feridas 
sociaes. Pessimista por educa^ào e por experiència, astintas 
dos seus quadros sdo por v(>zes exageradamente escuras: 

Ha tròs grandes dosgra^as nòste mundo: 

sòr mulher de um escravo, cu mài de cscravos, 

e obedecér a escravos, toda a fida: 

— Todas estas desgracjas pesam duras 

sòbre a mulber da minba inreliz pàtria. 

Estranilo a sentimentos de compaixào, de piedadc ou de 
amor, Nekrassov è uma sinistra figura de cx)saco, salmean- 
do entre os tùmulos gelados da Rùssia a elegìa eterna da 
misèria. Impassivel, repassado pela descron^a, cansado da 
Vida, Nekrassov nem è o conspiradòr, nem o revoltado, que 



NKKRAS80V 



91 



plaoeia a ruina de institui^òes obnóxias, pondo o seu brayo 
e a sua exislÒDcia ao servilo da revolu^do: é a personifica- 
ndo do nihilismo platònico, deplorando as amarguras de uni 
povo, é beìra da turva corrente, que vai cruzando e alagan- 
do a terra maldita da servidào e da Tome. Super flumen Ba- 
by lonis . . . 



XIII 



CAvSTILHO 

(1876) 



xm 

Castlllio 

I87S 
(Horas depois do seu fmeral) 



RA decano dos oossos poétas con- 
temporàneos, o primeìro lirico do 
seti tempo, e, n6ste secolo, o mais 
esmerado prosadór portugués. 

Amou a naiurtiza e a arte, e 
desatou-se cm c^niicos que ficaram 
ecoando oa hislórìa da lileratura 
europeia. 

Interpretou Anacreoote, Vergi- 
lio, Ovidio, Shakespeare, Goethe e Molière, emprestando 
àquélesperegrinosengeDhos as maiores rlqoézas da lingua 
de frei L>iis de Sousa. 

Devotou-se ao progresso pela instru^So, e Iressuou lar- 
gos anos na lida gloriosa da rivilìzac^o nacional. 

Era cego, mas <ia\» \uz. Quand l'oeil dueorps s'eteint, 
toeil de fesprU s'altume, — uni dos gritos sublimes da àguia 
de Jersey. 

Era cego, mas o seu espirito caia em ondas eóbre a cabé- 
{a loira das criaa^as, que Mie havìam de sér os primeiros 
represenlanles de urna posleridade gloriosa. 

Èsse espìrito foi bussola para uns, esemplo para outrog, 
eatimulo para muilos, glòria pam lodos nós. 
Esse espirito apagou-se agora. 
Curverno-oos a leis que nos sSo superiòres. 
Respeito a memoria de Caslilho. 
Glòria ao seu nome. 



;• 



XIV 



SILVEIRA DA MOTA 

(1889) 



XIV 

Silveira da iwTota 



infiumza chegou a lodos e a 
ludo : atè à lileralura. Nos lil- 
timos lempos, raro é o livro 

3 uè nos aparece escorreito, sà- 
io e boi». Mais ou menos, 
OS que lemerariameDle trans- 
correm as vias da puhiicidade, 
arroslando com a frièza da es- 
tasio e com tempora] das 
questdes politicas e colooiaes, 
deouDciam Da ìrregularidade das pulsa^eies urna pontioha 
de febre, deaotam fraquéza nas articula^Ses, padecem falla 
de ar, e deinam após de si umas expecIora(5es inclassifica- 
veis, que desaparecem diante da vassoira municipal. 

A epidemia porém é benigDa. e de faci! proRiaxia : bas- 
ta-DOs alKum resguardo, lér so rroalispicios e apertar OS cor- 
Jdes da bolsa. No Barrai e no Quinlans aio se enconlram 
deBinfeclaotes absolutameiite eQrazes ; mas cootra o baàUut 
das espectora^Ses bìbliomAuicas, basta um pouco de higiene 
e a observància dos mais simples preceilos, que o meu ami- 
go dr. Manuel Ferreira Ribeiroprescreve nuin livrìnho seu 
contra as Tebres paludosas da Àfrica. 

Ao contràrio porém dos meus colegas em noticiàrio, que, 
ao tralarem da tnSuenia, so registam o nome dos doeDtcs, 



100 PlfiURAS IJTBR ARIAS 



CU, aludindo do relaocc i influenza literària, so me apraz 
registar o nome dos sdos. 

Pelo que se diz, e pelo que eu vejo, està néste caso o re- 
cente livro de Silveira da Mota, Viagens na Galiza. 



pùbiico jà conhece de sobra o autor das Viagms. É 
um dos (jmrenta da Academia, dosdoutos e mais simpéticos. 
As qualidades, que nòie enaltecem o homem, correspondem 
às que nèle nobilitam o escritór. Escrildr correctissimo, ele- 
gante e simpies, a frase espelha-lhe o caracter correcto, des- 
pretèncioso e Ihano. 

Conbecendo ha trinta anos as lètras e a politica. Silveira 
da Mota p6dc mantér, em meio do camaval |>olitico e da 
degringolade literària, a fé in(|uebrantàvel dos principios e o 
mais entra nhado afecto aos direilos da lingua e a arte de es- 
crevér. 

Mais democrata e mais liberal do que a sociedade em que 
vive, a sua passagem pelo parlamento tem-se evidendado 
na apresenta^^o de projectos, deslinados sempre a amplia^fio 
dasliberdades publicas e da liberdade individuai. Sabedean- 
temào que os seus projcctos encontram resistAncia no espi- 
rito conservaddr e tradicionalista das colcctividades que le- 
gislamedas colcctividades que mandam; mas julga desobri- 
gar-se de um imperióso devèr, expandindo as suasconvic^es 
e servindo, corno melhor póde, a causa nobilissima dos direi- 
tos humanos. 

Homem de principios, numa sociedade em que as fórmu- 
las eas convcn^5es sào tudo, afasta-se sistematicamente dos 
processos e das campanhas da politica indigena, e limita-se 
a acompanhar com o seu voto, com o seu raro desprcndimen*- 
to e com a sua exemplar dedicando, o cstadista portu^ués, 
em que èie ve personiiìcado o soa ampio e j^encrdso idea! 
politico e democràtico. 

Tolerantissimo nas esferas da ìnteligùncia e do sentimen- 
to, incapai de facciosismos irritantes, revestido da modès- 
tia que caracteriza os espirìtos superióres e o mereciroento 
real. passa sorrindo e complacente pela feira das vaidadès 
indigenas, ouve sem indigna^ìSo os Iciloeiros das celebri- 



SILVEIRA DA MOTA 101 



dades e gloriolas de pecbisbeque e lem sempre do8 lébios 
urna palavra amavel, que, longe de sèr urna (ic(do hipócri- 
ta, é tradu(8o instintiva de um sentimento, que pódeserpor 
vézes infantilmente ingènuo, mas que tem sempre o cunho 
inderectivel de urna bondade atraenle. 

Ndo tendo de fazòr das létras instrumento de vida, e pre- 
zando-as no mais subido grau, para as nào lesar coma acti- 
vidade febrii e a fancaria da moda, Silveira da Mota tem cru- 
zado campo da literatura, levando atras de si uma peque* 
na, mas valiosa, bagagem: trés ou quatro livros apenas. 

È de Voltaire a sentenza de que nao sào as grandes baga- 
gens literàrias as que levam o escrildr é posteridade. Por 
via de re^ra, com visivel Tundamento, a qualidade da prò- 
du(ào està na razào inversa da quantidade. 

Prosaddr de primeira ordem, Silveira da Mota estreou-se 
todavia nas letras pela poiisia. Tem- se notado que a maioria 
dos aue mclhor escrevem sào, ou fdram, poétas. Està cir- 
cunsiancia,quc pódeparecér indirerente, conOrma o principio 
de que as leis da harmonia, especialmente aplicàveis ao ver- 
so, ndo sào completamente estranhas à arte de bemescrevèr. 

Os primeiros versos de Silveira da Mota denunciavam o 
futuro pensadur e democrata, mas nào lixavam a sua voca- 
cào literària. 

A sua pena adestrou se na rota dos melhores mestres da 
lingua e encaminbou-se para o camjpo da bistória e da critica. 
Daqui as Horas de repouso e os Quadros de hislória portu- 
guésa. Aquéle é um livro de critica larga e serena, alumiada 
por um espirito darò e sào; éste é um volume de preciosas 
narrativas, em (|ue, a par do aprimorado lavdr literario, 
scintila entusiasmo de verdadeiro patriota, e resàem as 
grandèzas e o briiho das nossas antigas giórias. 

Essas narrativas asseguravam jé, àlém de tudo, que o 
aut6r poderia florear a pena exemplarmente nas narrativas 
e descric5es de um livro de viagens. 

As Viagens na Galiza confirmaram a previsào. 



Éste genero de escrita oferece ditìculdades, que nem to- 
dos OS escritóres, ainda os mais experientes, podem superar. 



102 F1GURA8 LITBRARIAS 



Tem 8Ìdo tdo diversamente e tdo largamente explorado, e o 
seu èxito depende tanto da possivel simplicidaae de fórma, 
que, embora o ndo pareva, é diOcilima a contextura de um 
livro de viagens, em que o interesse, nascido da novidade, 
se alie com o agrado, que procede da amenidade dos qtia- 
dros e da firme simpiicidade e naturalidade, com que se 
traceiam os cambiantes da paìsagem. 

No livro de Silveira da Mota, livro de um artista— que é 
mesmo que dizèr livro de um bomem de bom gdsto, de fina 
sensibilidade, dèstes que transfundem a pròpria alma no 
sentimento que exprimcm e nas telas que desenrolam a nos- 
sa vista,— trava-se intimamente o interesse e o deleite; o in- 
teresse com que nos dcixamos levar pelos campos da Cora- 
nha e Ribadàvia, pclas ruas e pragas de Pontevedra, Santia- 
go e Orense; e o deleite com que vemos dcsfilar diante de 
nós, em procissSo multiforme e pinturèsca, os costumes, as 
tradicòes e as bistórias do povo galiziano. 

Na fórma simples, elegante e correctissima, o leitór des- 
afei(oado ao balio dos clàssicos e as cita^òes dos eruditos, 
ndo entrevi sequer a personalidade do erudito acadèmico, 
do filòlogo exigente, que ndo perdóa um neologismo inùlil, 
e que tem pelos manes de Luis de Sousa e Bernardes a mais 
justa e mais alta venerando. 

erudito soube sè-lo nftste seu livro, sem que a erudi- 
cdo nos pese. A història da peninsula, sobretudo a história 
literària, é-lhe t5o familiar, que, da sua palestra ligeira, e 
muitas vèzes bumoristica.deduzimos e aprendemoso que an- 
da disperso em bolorcntos infòlios, que ninguém fé nem 
conhece. 

Como ardente propugnadór da linguagem vernacula, o 
autor, que nAo comunga nos àgapes dos numerosos france- 
Ihos e galkiparlas, de que tanto se queixava ja o bom Filio- 
to, e que sdo boje a praga mais deletèria das létras portu- 

f^uèsas, soube sér tdo moderno, sem sèr extravagante e so- 
ecista, que até os paladares mais pervertidos pelos coodi- 
roentos e mayonnaises dos Vateis da imprensa, hdo de sabo- 
rear jubilosos as Viagens na Galiza. 



XV 



O CONDE DE CHAMBRUN 



(1889) 



XV 

O Contìe de Ctiancitorun 



UH dos meoos agitados recessos de 
Paris, no bairro de SaoGermano, 
habitaado o elegante palàcjo Condì, 
e rodendo de admiraddrts e das 
mais arecluosas dedica{Oes, passa 
OS dias da sua gloriosa velliice una 
lidalgo de ra^a, o Condc de Cham- 
l>run, aniigo deputado e antìgo se- 
nadiir. A cegueira arredou-o da po- 
litica, e, désde 1871, os seus cuida- 
dos concentraram-se lq filosolia e Da liieratura, produzindo 
obras do mais vasto alcaoce, em que os mérlios do pensaddr 
se alìam esireilainenle com os mais raros predicados de um 
homem de létras. 

Conde de Cliambrun é um verdadeìro poligrafo: poli- 
tica, bislória, sociologìa, poiìsia, mùsica, pintura, todos os 
graudes assunios Ihe s3o familiares, e de todos se ociipa, 
com a maìor larguéza de vistaR ecom o mais apurado criterio. 
A mais recente Dbra, que déle conhé^o, è um pequeno 
mas subslanciòso trabaiho a ciprea de GuizoI, Tocqueville e 
Tbiers. SSo apenas 80 pàginas, em que o auldr babìlmcnte 
condeuga os seus largos principios sobre filosofia da história, 
fazendo a critica sereoa e grave dos que èie considera os 
melbores hisloriaddres da Franca moderna. 



lOG FIGURAS LITERARIAS 



Dos oulros trabalhos seiis póde fazèr-se ideia pela obra 
aue, a cérca do Conde de Chambrun, e dos seus estudos pò- 
liticos e lileràrios, e formando um gròsso volume de 800 pa- 
ginas com o retrato do Conde, Toi ha pouco publicada p^lo 
autor da Contesse Jeanne. 

A Comlesse Jeanne é urna preciosa monografia, em (|ae 
Clarisse Badcr faz a revela^ào e a anàlise de urna poètisa, 
que eu suponho ter sido, se ndo é ainda, a musa cariciosa 
e dóce companheira do Conde de Chambrun. 

Nào sei se Clarisse Bader e um pseudònimo. Seja o que 
fòr, OS trabalhos firmados por òste nome denunciam larga 
cultura literària e um prosadòr de primeira ordcm. 

Sòbre a exposigSo critica de Bader, é Tacil reconstituir e 
sintetizar o caracter filosofico e literàrio do Conde de Cham- 
brun. 

Chambrun ó esscncialmente um psicòlogo, que estuda 
prorundamentc a alma humana, seguindo-lhe a marcha, atra- 
Ycs de todos tempos e de todas as civiliza^òes, prendendo 
intimamente o apcrfei^oamento destas a poderosa e conlinua 
influì'gào do cristianismo. 

Em estética, sòbre todas as belas artes, tem concepgòes 
tao arrojadas comò luminosas; deixa vèr o que é a mùsica 
scientifica, dcscritiva e històrica; a pintura e a escultura to- 
mam vida e fórma dcbaixo da sua pena cosmopolita, se as- 
sim me posso exprimir; a poesia mostra-nos urna face nova, 
e estudamos em Shakspcare, nào so a ronrcsentacdo da so- 
ciedade inglèsa no tempo da rainha Isabel, mas também a 
representa(ào da alma da humanidade naquéle século, comò 
a poesia de Musset representa a alma da humanidade no sé- 
culo XIX, com todas as suas inccrtòzas, a sua efemina^fio, 
as suas ncuroses. 

Na mùsica, a admira^ào do conde de Chambrun prende- 
se a està trilogia: Ilaydn, Mozart, Bcelhowen, que consti- 
luem a belèza reunidà num so grupo. 

A Haydn corresponde, na pmtura, Perugino, cuja inspi- 
rando ndo toca na terra e paira sempre entre visòes ideaes 
e celestes; a Beethoven corresponde Migel Angelo, pelos 
transportes, e pelo fragòr das tempestades, com que agita a 
alma humana; a Mozart corresponde Rafael, porque é ao 
mesmo tempo o ideal e o real, a inconsciéncia e a nistòria. 



CONDE DB CBAMBBUN 



107 



Para Chambrun. o maior de todos os geoios é Beethoven, 
porque reproduz toda a alma da humanidade, individuai e 
colectivamente considerada. Exprime ludo que se passa no 
cora(do e na vida do bomem, e tudo que se passa na vida 
e no destino dos povos. 

Depois de Haydn, Mozart e Beethoven, Rossini é o /Em 
da grandéza, e M'eyerbeer o principio da decadendo. 

E conde de Chambrun defeode as suas teses, com 
urna lucidéz extraordinaria, e com uma linguagem, em que 
se enla^m adoravelmente o sabèr e a podsia. 

Se bem que vastos e de uma complexidade assombrosa, 
OS trabalhos lilosóficos e literàrios do veiho conde ndo finda- 
ram ainda; e poderemos muito breve apreciar os largos es- 
tudos, que està concluindo, a cérca de David, dos tragicos 
grègos, de Dante, Cervantes, Goethe; a cérca da lilosofia, 
especialmente de Descartes; e i cérca da história, em que 
èie, pelo scu mètodo psicològico, patenteia mais uma véz 
a alma eterna e progressiva da humanidade. 

conde de Chambrun é dos raros escritdres que, sa- 
bendo muito, sabem também fazér-se lér, pela sinceridade 
dos conceitos, e pelos atractivos de uma linguagem, que 
reùnc a simplicidade e a nobréza, e que foi sempre o se- 
grédo dos escritdres que sdo artistas. 



XVI 



MARIA AMALIA 



(4889) 



IVI 

li-laria Amà.lla 

(1889) 



Io obstante o meu desareclo a proé- 
mios, prólogos, adverténcias previas, 

f'reAmlmlos e oulros oarcótìcos seme- 
hanles, tenho cometida, embora na 
melhor dag inlen(i)es, dezeaas de pre- 
ràcios, e hoje raesmo sinlo o devèr 
de prefacìar està crònica. 

Reporter, bem ou mal compa- 
rado, é um pequeno parlamento, sem 
a cdr locai das paleadas e das carleiras partidas. Cromwell 
nunca teria a audàcia de Ihe pdr escritos; e Boulanger, com 
lodo seu aDliparlamentarismo, nunca poderà dissolvé-lo. 
E que OS dìtadores paesani, e o Reporler, ou quem suas 
vézes lizer, ha de ter sempre unia tribuna para a liberdade 
da palavra e para lodas as opiaiCes siaceras. 

Foi neste parlamento que eu, ha oilo dìas, pedi a pala- 
vra sdbre Algutu homens do meu tempo. Estavam pendentes 
outros asauntos, sóhre os quaes eu me n3o havìa inserito, e 
so agora me é concedida a palavra , um pouco a desoras, 
visto que meu querido amigo Jùlio Cesar Machado subìu 
jà A mesma tribuna para Talar do mesmo assunto 

Depois de ouvir iluslre deputado,. ■ . Perdàol Depois 
de ouvir o delicidso cronista, a roiaha primeira tenta^ao Toi 
desistir da palavra, porque dSo sei dizèr mais nem melhor, 



112 FIGURAS UTER ARIAS 



e ob8lruciooÌ8mo aioda aqai nào lem fóros parlaroentares. 
A primeira teota^ào seria a mais judiciosa; mas, reflectindo 
um pouco, vi que o meu antecessór seguirà, comò era nato- 
ral, camioho muito diverso do que eu plaueara, e que por- 
tauto, em horoenagem ao mèrito pelo meoos, nào seriam de- 
mais as miuhas palavras sdbre tao simpàtico assunto. 

E agui està porque eu, depois de Jiilio Cesar Machado, 
ouso aiiida Talar dfo ùltimo livro de Maria Amalia. Nào 
acresceoto Vaz de Carvalko, porque um nome literério ofto 
precisa de taotos acessórios. Ha muitas Harias na terra, e 
nào ha poucas Amalias, mas. . . Maria Amalia, verdadeira- 
meuie Maria Amalia, ha uma so. 

Se eu fòsse Jùlio Cesar Machado, contava-lhes um caso 
semelhaute, que é o seguiote: 

No meu tempo de Coimbra, cursavam a universidade 
ciuco acadèmicos, aue assioavam Antonio Candido. Eram 
Antonio Candido Rioeiro da Costa, Antonio Candido 6oq- 
(alves Crespo, Antonio Candido Ana^tàcio do Lago, Anto- 
nio Càndido Cerdeira de Gambóa, e eu, porque, a dizér a 
verdade inteira, e se^undo rezam os documentos oGciaes, 
tambèm tenho Antonio. . . Afinal, de tantos homónimos, so o 
Ribeiro da Costa é verdadeìramente Antonio Candido. Ct)- 
nhece-o opais inteiro, sem urgencia de apelidos; e so al- 

Sum carteiro incipiente e Idrpa (procura lisonjear-me, levan- 
o-me a casa a correspondéncia dirigida ao glorióso tri- 
buno. 

Mas Talemos de Maria Amalia, cu, antes, de Alguns ho- 
mens do meu timpo , 



Excep^oes a parte, é tao pouco levantado o nivel intele- 
ctual do nosso mundo Teminino, quc,ao lermos um artigo ou 
um livro de Maria Amalia Vaz de Carvaiho, precisamos de 
vèr nome que o subscreve, para nos convencermos de aue 
nfto è escrìto por um homem, largamente provado nas liaes 
da imprensa, cheio de experiència, de bom senso e do 
mais fino critèrio. 

A publica(ào de um livro da laureada escrilóra é pois, e 
malto naturalmente, motivo de vivas congratulagòes, para 
OS que ainda prezam a diiicilima arte de escrevi^r. 



MARIA AMXua 1Ì3 



AlguMhoniens do meu tempo é o titulo luodestissiroo do 
mais recente livro de Maria Amalia; e, se todos devem 
aplauso a està nova raaoiresta^ào de um elevado talento, eu 
dèvo-lhe mais alguma coisa— , urna entranhada simpatia, 
por conslituirem o assunto do livro algumas das brilhantes 
mdividualidades, a maior parte dos quaes me sinto ligado 
pela mais Tervorosa estima e aindfa por vivissima sau- 
dade. 

livro, ao mesmo tempo que agita interessantes pro- 
blemas literérios, e que se abeira um pouco dos problemas 
sociològicos, é uma pequena galeria de magnifìcos retratos 
literérios, moraes e sociaes. As tiguras que. em loda a Inz, 
reséem nesta galeria, chamamse — Gonyalves Crespo, Ra- 
maiho Orti^ào, Ega deQueiroz, Antero de Quental, Antonio 
Candido, Teixeira de Queirós, Octave Feuillet, os irmàos 
Goncourl, e George Sand. 

A primeira parte do livro, consagrada a Gon^alves Cres- 
po, nào se supoiiha que é pretexto para desardgo das amar- 
guras de uma dolorosa e prematura viuvéz: é um estudo 
consciencidso do carécter literàrio e da Tei^ào moral do glo- 
rióso poeta; e, se é certo que em tal conjuntura seria desas- 
sisado exigir absoluta imparcialidade critica, é também cer- 
to gue as homenagens de Maria Amalia ao seu qucrido mòr- 
to incidem com o justo e largo renome que o poeta das 
Miniaturas conquistou em Portugal e no Brasil; e, pelo que 
toca ao esbdgo moral do poèta, ninguéni o poderia tramar 
comò Maria Amalia, que tdo intimamente privou com aquéle 
malogrado e formosissimo caràcter. 



Eu nunca falò de Gonjialves Crespo, sem que, a par de 
ùma espontànea veneragào pelo genial artista, acorae em 
mim a mextinguivel saudade de uma època, que entornou 
sdbre nós ambos as flòres de uma juventude que nào volta. 
Assisti, porque assim o diga, a lapidagào das suas primeiras 
joias literarias; senti de perto as efusdes e as doguras do 
seu grande coragào de amigo; conversémos de estètica e de 
amor, corno dois viajantes inexpcrientes, que consertam o 
plano de uma viagem a regiòes desconhecidas; e mutuémos 

8 



^W«B> 



Hi FIGURAS LITBRXrIAS 



coufidèacias, (|ue puDliani em relèvo urna rara analogia de 
8ftua(5e8 na vida iDtima. 

Um dia, ao entrar no seu quarto acadòmico da Coirofa 
de Lisboa, em Coimbra, achei o so. mais naturai era ea- 
centrar là o Bernardino Machado, ou o Marcai Pacheco, ou 
Alberto Braga, ou o Guerra Junqueiro, ou o Silva Bastos, 
ou Teixeira de Queìroz, ou os irmàos Pindelas, ou o Crìs- 
tovam Aires, ou o Luis de Andradc, ou o Antonio Candido, 
ou. . . todos; e, nèste ùltimo caso, é indescritivel o encanto 
das discussòes e palestras, em que o juvenil cenàculo im- 
primia a chiireada e o colorido hilariante das alvoradas pri- 
roaveraes . . . 

Daquela véz, acheio so, e, além de so, em flagrante de- 
lito de sonòtos. Eraum Teliz accaso, porque, afóra outras con- 
sidera^óes, teriamos versos do Crespo para o n."" 2 da 4.* 
sèrie da fb/Aa, que cstava retardado por Falta de originai. 
A Foiha era um periodico literàrio, que nós redigimos por 
alguns anos, com Joào Penha, Junqueiro, SimGes Dias, 
Frederico Laranjo, e outros. 

Gon^alves Crespo, que, pela mais extraordinària das 
modéstias, nunca pode convencér-se da sua superioridade 
em retando a muitos, cuja opiniào pedia, ergueu o manus- 
crito de cima de uma brochura ilustrada de Gauthier, e apre- 
sentou-m'o: 

—Ve là isso, e dize-me se serve para o jornal. 

Era um sonèto que, a meu vèr, destoava essencialmente 
da nota vaga e Tantasiosa dos demais versos do poeta: dir- 
se-ia que o sonhadór das Alinialuras, ao vaguear pelas re- 
gi5es mcoiirciveis da sua exuberante fantasia, té ve de fixar 
a vista e o cora^ào num ponto luminóso, que vinha orientar- 
Ihe a Vida. 

Esse sonèto, conhece-o naturalmente Maria Amalia Vaz 
de Carvaiho, mas nào apareceu nos livros do poèta, e por 
isso reproduzo: 

Ignota Dea 

Voai, meus dias nògros, (ormentosos, 
ao raiar deste amor, louco e selvagem! 
que eu voa sabindo à càlida paragem, 
onde OS boijos sao anjos luminosos. 



MARIA AMXlIA 116 



Amaates, que sofreis nessa voragem 
que Fiorenti ao viu, febrfs, aociosos, 
n&o me voi vai s os olhos piedosos, 
nàome ennubleis a lànguida miragem. 

Obi corno édoce uni-la contra o peilo, 

leve, curvada em namorado geito, 

e ouvir-lhe a voz, que as sombras aclaràra! 

Morrèsse eu àmanhan, que a mi uba amada 

cairia sobre mim inanimada, 

tal comò pagem do sombrio Lara. 

— Mas iste é urna revela^ào,— aventurei cu.— E tem so- 
brescrito, — cooclui, poodo-lhc a m§o no ombro, corno se Ihe 
estivesse leodo o cora^do. 

—0 sobrescrito é para a Fd/Aa,— respondeu èie, com o 
seu sorriso caracterìstico;— e desta vèz nào dou so versos 
meus: tenho aqui urna poesia, o Diàrio de £'^/Wa, que a Ma- 
ria Amalia me enviou de Pintéus, e (|uc eu dcsejo que sàia 
com a minha na mesma pàgina. 

E, corno se ftle mudasse naturalmente de assunto: 

— É verdade, recebi ontem o livro da Mariana. Se eu 
me demorar em agradecér-lh'o, desculpa-me a eia. 

Gongaivcs Crespo rereriase aos murmùrios do Sado, de 
urna poétisa setubalense, hoje Talecida, Mariana Angelica de 
Andrade. 

Por uma coincidencia notàvel, duas mulheres de létras, 
embora de mèrito desigual, enviavam de longe, e ao mesmo 
tempo, OS testemunhos da mais intima dedicando a auem 
Dunca tinham visto, mas a quem entreviam, com a dupla 
vista e raro instinto daquéles espiritos de elei^do, que na 
terra procuram quem os comprenda, quem Ihes complete 
a existència. 

Os dois Tòcos, para onde convergiam simultaneamente os 
cariciosos csplendórcs das duas ignotas deas, eram dois es- 
tudautes, dois amigos, que, mais ou mcnos merecidamente, 
haviam adquirido, no torneio das rimas. os arectos que nem 
sempre lograram os antigos cavaleiros andantes. . . 

Alguns anos mais, e o destino dos dois amigos estava 
enla^do com o destino que de longe Ihes sorria. Pouco de- 
pois, houve uma inversdo de coincidencias; e èie, o Crespo, 



116 FIflURAS LITBRXrIAS 



mais feliz do que eu, nào viu quebrado o cucauto, cm quc o 
cDvolvia a fclicidadc do lar. A 15 de novembro de 1882, 
Gongaivcs Crespo, dedicada e corajosaraente, levava ale o 
cemitério dos Prazères a chave do caixSo noortuério de Ma- 
riana Angelica de Andrade, quc para sempre se despedia de 
mim, deixando me duas criiin^s, que aaoro, e dois livros, 
que, embora so para mim, valem tanto comò os mclhores 
poémas. Decorridos apcnas alguns mèscs, acompanhava eu 
ao cemitério Gonralves Crespo, que também deixava duas 
criangas orfanadas, e dois livros de vorsos, mas dois livros 
que sào duas aurcolas. 

Que tem porém com tudo isto o pùbiico, mòrmente com 
que me diz respoito? Nada, bcm sei; mas ndo Ihes dizia 
cu que, quando Talo de Gongalvcs Crespo, deixo ir a memo- 
ria e coraydo atràs das saudades de urna primavera que 
nào volta? Estas pucrilidades, se o sào, perdoa-as qucra as 
comprende; aos que asnào comprendem recomendo-lhes aue 
leiam, em v6z de crónicas, duas disserlagoes subre o aaia- 
mento, ou sobre o modo de propór, urna governamcntal e 
oulra oposìcionista. iNào lià nada mais darò: a gente v6 tudo, 
convence-se, e comove se até às làgrimas. 

la eu dizendo quc o novo livro de Maria Amalia Vaz de 
Carvaiho desperta em mìm o mùltiplo sentimento da home- 
nagem, do interesse e da saudade, e tenho em parte justifi- 
cado a alcga^ào. 

É naturalissimo o interesse quc nos prende a tudo que 
se diga dos nossos contemporAneos mais ilustres e mais 
simpaticos, sobretudo quando Tala urna mulhcr de altos pre- 
dicados de observciyào e de critica moral e estética. 

k parte a minha espontanea adesQo a ludo que no livro 
se diz de Gongalves Crespo, devo confessar que tenho pelo 
molhor quadro da obra o que rcprescnla Antonio Candido. 
E um quadro de mestre, em quc os mais delicados c^mbiao- 
tes ddo relévo à fina comprensào de urna brilhante e compie- 
xa indìvidualidadc. Pelo que sei do originai, —e jàoconhéfo 
ha vinte anos,— Antonio Candido nunca tevc fotoj^rafia mais 
exacta,nem mais perleito intèrprete. A sua organiza^ào ner- 
vosa e vibràlil, os seus gcnerosos e amplos idcaes, as suas 
decepgdcs na vida positiva, os scus misteriosos sofrimentos, 
a grandèza do seu cora^Ao, o prestigio da sua voz, tudo isto 



MARIA AMALIA 117 



resalla vivamente daquclas paginas, corno de urna tela ani- 
mada por piacel de artista genial. 

A propòsito dos Sonéios de Antero de Queatal, Maria 
Amalia esboga com firnièza a fisionomia literària déste admi- 
rével demolidor, espirito enorme, que lem passado por todas 
as crises dos incomprendidos, acabando por se concentrar 
numa desalentada passi vidade budista. Neste ponto, tenho 
ideias Tormadas; e, ao subscrevér as homenagens que se de- 
vem ao talento excepcional de Antero, permito-me a dissi- 
dènza de considerar comò a sua melhor obra literària, ndo 
as Odes Modemas, nem as Primaveras, ncm os Sonéios, mas 
simplesmente um pequeno e quase esquecido pocimeto, a 
Beatrice. Dada està restrig^o, as palavras de Maria Amalia 
Vaz de Carvaiho a cérca de Antero de Quenlal sdo, a meu 
vèr, um modélo de critica judiciosa e sincera. 

mesmo deverà dizer-se do que lemos no livro, a res- 
peito de Ramaiho Orligào e Teixeira de Queirós. Quem co- 
nhece o perfii literàrio, tao nohre corno originai, de Kamaiho 
Ortigào; a extrema adaptabìlidade da sua linguagem, sem- 
pre tersa e vibrante, nos mais diversos assuntos; a sua 
poderosa lente de observadòr exigente e Trio, acha no livro 
a conscienciosa reprodugdo daquela simpàtica personalidade 
literària. Do autor da Comédia do Campo, menos popular 
que critico das Farpas, mas de largo fòlego para a arte do 
conto moderno, exibe-se o ligeiro perfil, que nos dà a medi- 
da e as feigSes do nosso adoràvel contista. 

A ùltima parte do livro, consagrada a Feuillet, aos Gon- 
courts e a Sand, é conslituida nor vàrios estudos de critica 
literària, e ministra proveitosa ligAo aos que mcnos conhe- 
cem as evolugdes liieràrias dos ùltimos cincoenta annos. 
estudo sóbre a correspondéncia de George Sand é tao cu- 
rióso comò instrutivo; e, se nào vale a reabilitagào moral 
da mais célèbre escritora Irancésa, é um articulado de atc- 
nuantes provadas, que cài, comò um ramo de olorosas e cas- 
tas violétas, sóbre a campa daquela extraordinària mulher. 

Como véem, Alguns homens do meu tempo é um livro 
tentadór. Inùtil é pois que a autora nos diga que escreve 
para sèr lida exclusivamente por mulheres. Bem sei que èsse 
proposito nào seria modesto num homem, mas nèste caso 
é tao modesto comò inùtil. livro ha desér lido por homens 



118 



FIGURAS LITBRXiiIAS 



c mulheres, e apeoas sera para lastiroar que n§o vin^uc cm 
frulos a larga sementeira, due a autdra Taz, de coDceitos sa* 
lutares e sanissimos exemplos. Èie ha taotos paladares para 
frutos ruins e pècos! 

Mas, a quem semeou o bem, sempre a justi^a pagou a 
Téria. 



XVII 



JiARBOSA LKÀO 



(1888) 



XVll 



(1888) 




iMPRENSA Doliciosa féz, bà poucos dias, e em cur- 
tas frases, o necrològio do dr. José Barbosa 

Leào, cirurgiào do exércilo, ex-depulado, e anli- 

go .«tcreiàrio geral do govèrno de Angola. Em bomenagem 
a justi^a, registouse que o dr. Barbosa Ledo fora homem 
de bem, e Tuncionario zeloso. 

E nada mais, ou pouco mais. Nem tanto csperaria o ho- 
mem desambicidso, que em vida passara desconhecido de 
uns, mal apreciado por oulros e ndicularizado por muitos. 

Entretanto, é de justiga confessar que se Knou urna das 
mais acentuadas e simpàticas individualidades do nosso tem- 
po. Numa època, em que os interesses materiaes de toda a 
ordem avassalam os espiritos, ainda dos de maior elevando 
intelectual; numa època, em mie os nossos progressps inte- 
lectuaes e moraes seguem, relativamente as demais na^òes, 
caminho das ovèlhas de Panur^o, que nào é precisamente 
veiho camxnho coimbrùo, ou o chemin des ànes; numa època, 
em que as individualidades memuràveis surgem apenas do 
campo do crime, ou das encruzilhadas da baixa politica: faz 
bem ao espirilo medir a altura de um insubmisso, de um re- 
voltado, que sem amor às próprias convenièncias, nem res- 
peito às opini5es geraes, sacrilica a uma ideia o descanso da 
sua Vida, os seus havéres, e as fàceis gloriolas que poderia 
conquistar à sombra da opiniào, em caminhos trilhados. . . 



122 FiCiURAS litbrXrias 



Porque Barbosa Le§o Toi realmente um revollado: as 
academias, os sàbios, os literatos, os jornalistas, desfilaram 
deante déle, destraldando a signa da autoridade, e apontao- 
do ironicamente às tiirbas o visionario da sònica; e o visio- 
nàrio nào se curvou; tinha alguma coisa da energia de Gali- 
leu; e até é ultima bora, a vida foi-lbe um combate, inglório 
e estérii talvéz, mas combate por uma ideia, que para èie 
sintetizava um alto servilo e um grande melhoramento para 
a lingua e para a literatura do seu pais. 

A sua causa Toi julgada puerii pela roaioria dos ^ue o 
comprendéram. Os que o ndo comprendèram, discutiram- 
n'o em duas linhas, ou riram-se déle. 

Pelo que deixo dito, nào va inferir-se que a sònica póde 
contar em mim um adepto, entendendo-se por sònica o sis- 
tema ortogràfico de Barbosa Leào, com as bases em que èie 
estabeleceu. 

Barbosa Leào viu,— comò todos que tèm olhos para vèr, 
—que em Portugal nào ha ortografìa definida; que cada una 
escreve comò entende, tornando cada vèz a lingua mais di- 
ficil para a apreiidizagem; que predomina a etimologia, com 
exigencias incxequiveis e contradi^oes palpàveis; aue Por- 
tugal e a ùnica na^ào curopeia sem ortografia uniforme, e 
que, sendo novilatina a lingua portuguésa, multo lucrarla 
està, seguindo os processos das suas Irmans, a espanhola 
e a italiana; mas, exagcrado comò todos os fanàticos, aten- 
deu sobretudo ao firn, descurando o principio e os meios: e 
seu sistema, originado nas melhores inten^des e num in- 
tuito profundamente racional, téve o gravissimo inconve- 
niente de. . . come^ar pelo firn. 

Estabelecendo, comò pnncipio, que deve escrevér-se corno 
se fala, e sabendo èie que se fala diversamente, de provin- 
cia para provincia, e ale de homem para homem, ainda nos 
centros mais cultos, o seu primeiro passo deveria sèr pro- 
curar a fixa^ào da prosodia portuguèsa, conformando depois 
com eia um sistema racional de ortografia. 

Em meio da ndssas anarquia prosòdica, sem se havèr 
competentemente deterroinado qual a melhor de entre as fór- 
mas duplas e triplices,que se observam na pronùncia e na es- 
enta de rouitas palavras portuguèsas, seria baldado o empe- 
nho em fixar para a ortografia um sistema fonètico, uniforme. 



BARBOSA LBÀO 113 



Por oulro lado, para simplificar e uniformizar a ortogra- 
fia porluguèsa, aproximando-a, nos seus processos, da sim- 
ples e racional ortografìa espanhola e italiana, ndo me parece 
lodispensével partir ioteira mente as nossas tradi^es niorfo- 
lógicas: bastarla introduzir na ortografìa portuffuésa très ou 
quatro preceitos dovos; dovos para o uso geral, mas velhos 
Da bistória da nossa lingua. Na essencia, ésses preceitos 
reduzir-se-iaro a: 

1.^ evitar a duplicando de consoantes inùteis a pronùncia; 

S.*" evitar o emprego do eh quando tero o valor de A; e 
sobstitui-ìo por e e ^ (corografia, quimica, . J; 

3.^ dispensar o ph com o valor de f, oy grego, o ih, o rh. 

E assim, escreveriamos simplesmente filosofia e niopAt- 
losophia, corografia e arqueilogia em vèz de chorographta e 
archeologia, teatro e tiflògrafo em vez de theatro e typogra- 
pho, inocente ejanela em vez de innocente e Ranella. . . 

Coro isto, e pouco mais, aproximarnos-iaroos da unifor- 
midade na escrila, e dariaroos a nossa ortografìa a simpli- 
cidade necessaria para que a nossa lingua deixasse de sòr 
urna das mais diRceis e roenos sabidas da Europa. 

No estado actual, em que os própriQs comptìndios 
de gramàtica aumentam a conrus§o, porque dizem, por 
exemplo, augmentào, faziào, reinàrùo, contra o uso geral de 
escrevèr, as crian^as, as mulheres, os estrangeiros, e todos 
08 individuos sem largas prepara^des filológicas, terào nas 
nossas subtilèzas e variedaaes orlografìcas ampio motivo 
de desamdr ao estudo da lingua. 

Acham porém tao pequenina a emprèsa os ponlifices lite- 
rarìos, e os que podiaro dirigir a opiniào no sentido da sim- 
plificagào e uniformidade ortogràfica, que, multo provaveN 
mente, continuaremos a lér filòsofo em Castiiho, philosopho 
em Latino, ftlosopho em Camillo, tysica nèste, phtysica 
naquélle, tisica naquéle outro. 

Se a beléza està na variedade, nada mais belo. Outros 
dirdo que é triste, e talvéz deploràvel. 

romantismo, que partiu os moldes clàssicos, para va- 
zar em novos moldes as concep(5es do belo, trouxc-nos, na 
bagngcm dos seus exagèros e dos seus arrebiques de fórma, 
prurido etimologistico, o uso e o abuso de fórmulas iniì- 
teis, luxo improficuo de um ortografia pseudo scientifica. 



124 



PIGURAS LITBIIAIIIA8 



Daluralismo, embora seja apenas urna luodalidade do ro- 
roantisnao, representa urna reac^ào progressiva e necessaria 
contra as conven^Oes e as fórmulas romànticas. i Nào sera 
pois licito esperar da reacgUo naturalista, que se vai aiar- 
gando, embora a nào hajam nitidamente defìnido ainda, o 
retoque das fórmulas ortogràficas. de envolta com a substi- 
tui(ào das fórmulas que vdo passando para a historia? 

Ndo se estranhe a apela^do para os homens novos e para 
OS escritdres de àmanhan: os que praticaram, durante lon- 
gos anos, determinadas fórmulas de escrlta, os que ligaram 
seu nome, mais ou menos laureado, a obras em que avul- 
tavam essas fórmulas, nào tomarào certamente a iniciativa 
numa renovacio que Ihes contraria as praticas. 

E, contudo, assuntos ha que, menos merecidamente, 
prendem a aten^do de todos os que escrevem. 

Por isso Barbosa Leào, que para os cronistas de hoje 
seria talvéz um benemèrito, se nào fósse um intransigente, 
representa para mim uma individualidade arrojada e simpati- 
ca, que fot àlém do que podia e devia, mas que prendeu o 
seu nome a evidente necessidade de uma transfórma^o, 
que, modificando a arie de escrevér, interessa vivamente a 
vulgariza(ào e aos créditos da lingua portuguésa. 



XVIII 



D. VIGENTE RIVA PALAGIO 



(I88«) 



xvm 

D. "Vlcente Riva. Ralàcio 

(1886) 



Il Porlugal.gabe-se vagameDle que ha 
ai America um pais conquìslado por 
Hernan Corlés em tempo de Carlos 
V; que esse pais, o Mexico, se lor- 
nou independcDle da Espanha; que 
lulou cu raj osa me Die contra a ìDler- 
vengSo de NapoleSo HI na vida po- 
litica daqtiéie Èstado; mas pouco ou 
nada se sabe da sua brilhante situa- 
(ìio actual, econòmica, politica e so- 
cial; e dos bomens que mais bonram Mexico, no campo 
dae Bcièncias, das artes e da politica, raramente ouvimos 
pronunciar o nome, quando eventualmente erguemos a vista 
do nosso escasso movimento social e polìtico para as na;<)es 
que mais se adeantam no caminbo da civilizai^So. 

Para compro\ar i^ste asserto, baslarà dizér oue é novi- 
dade talvfiz o afirmarmos que um dos priraeiros homens da 
America moderna, o homem pùbiico que mais simpatias lem 
erangeado na rèpiibiica meticana, a mais caracterizada io- 
dividualidade lilerària, politica e militar do Mexico conlem- 

Eoràneo e D. Vicente Riva /'n/àcto.Oseunome perlence jà à 
istoria geral, e déle eocontramos ampia noiicia entre os 
mais autorizados bìógrafos do veiho e no novo mando. Para 
nfio miiltiplicar citafOes, registe-se que, em 1876, quando 



1 28 FKSURAS literXrias 



ainda iiao liaviam a^iarccido os scus mais iiuporlanles tra- 
ballìos litcràrios e históricos, jà ddle dizia o Ihccionàrio Bio- 
yrdfico Americano, publicado cm Paris: 

— «Como general do esèrcito, é generóso; corno magts- 
Irado, foi dos mais inlegros; corno jornalista, é umeslrénuo 
defensor da lei; corno literato, é romancista fecundo e poèta 
inspirado.o — 

general Riva Palàcio nasceu na cidade do Mexico, a 
16 de outubro de 1832. Seu pai, D. Mariano Riva Palacio, 
fora um abalisado jurisconsulto, depulado, senaddr e pre- 
sidente do supremo tribunral de justiga; e sua mài, D. Dolo- 
res Guerrero, era fìlha do valente general D. Vicente Guer- 
rero, um dos heróis da primeira guerra da independóncia do 
Mexico. 

Educado no Colégio Superiòr de San-Gregório, onde 
exibiu désde logo ineauivocas provas de exlraordinario ta- 
lento, recebeu em 1851 grande licenciado em Direito. 
Em 1855, ià fazia parte do Conseiho Municipal do Mexico, 
iniciando désde entào a sua carreira politica, e elevando-se 
sucessivamentu a presìdéncia daquole cousòlbo e às cadei- 
ras do parlamento. 

Rebentando a guerra da intervcnyào francèsa em 1862, 
Riva Palàcio recrutou e organizou a sua custa um batalhào, 
a frente do qual prestou ao Mexico relcvantissimosservifos, 
que licaram para sempre registados nos anaes gloriosos 
daquéle pais. Foi èie que, cm 1866, deu a celebre bataiha 
de JUadalena, que naquela guerra Toi a mais gloriosa para 
OS patriotas mexicanos; e foi a èie uue o imperadór Maximi- 
liano, depois de prisioneiro, se apresentou, sendo rec«bido 
com tanta deferència e cortesia, queo general Riva Palacio 
ainda hoje conserva comò reliquia o cavalo de bataiha, com 
que bnndou agradecido o desgra^ado imperadór. 

Foi lambém a èie que Maximiliano confiou a sua espada, 
e, com seu pai, que foi o mais constante di^fensór do impe- 
radór, acompanhou at('' a ultima bora o desgragado prin- 
cipe. 

Depois da sua entrada triunfal na cidade do Mexico, re- 

[ gelida ainterveu(ao,eassegurada a independéncia da rèpiì- 
»lica, general Riva Palacio renunciou bizarramente o co- 
mando das suas tropas e o govèrno di* um Estado da UnìAo, 



D. VIGENTE RIVA PALACIO 129 



voltando modeslaiuente à vida parlicular. Note se de passa- 
gem que, dorante a sua vida militar, nunca fruiu o seu soldo, 
porque o dislribuia generosamente pelas suas tropas, comò 
tem distribuido por estabelecimentos de beneflcència os pro- 
venlos dos altos cargos pùbiicos, a que tem subido. 

Retirado erobora a vida particular, a pàtria ndo se esque- 
ceu dos servi(os do glorióso patriota, e varios Estados da 
Uniào mexicana Ihe conferiram as mais elevadas distin(5es. 

Foi candidato à presidéacia da rèpiìblica. Militar, advo- 
gado, poèta, romancista, hisloriaddr. Riva Palàcio é uma in- 
divìdualidade realmente notabilissima 

Em 1876, foi nomeado Ministro das Obras Publicas, ocu- 
pou essa pasta até 1879, e, no desempenho de tao elevado 
cargo, correspondeu !.xuberantemente ao seu renome de 
militar, ìurisconsullo e escritdr. À monumentai Hisléria ge- 
mi dos nomens de guerra, que se està publicando em Gene- 
bra, afirma que ninguém anles déle deu tamanho impulso 
àquéle Ministério, nem dedicou mais zèlo ao lustre e a pros- 
peridade do Mexico. À Ituslración espaHola y americana, de 
iì de Selembro de 1878, assinala, enlreos servigos de Riva 
Palàcio, corno Ministro das Obras Piìblicas, a criapào de um 
obscrvatório meteorològico centrai no Palàcio Nacional, e de 
um observatório astronòmico em Chapultepec; a conslru^ào 
de muitos caminhos de Terrò; a abertura de canaes para via- 
gào fluvial; a funda^ào das reparti(5es de carlograTia e de 
estatislica, etc., etc. 

grande desenvolvimento material, operado no Mexico 
desde 1877, sobretudo em viaydo pùbiica, é certamente de- 
vido aos méritos e osforyos de Riva Palàcio; e se a America e 
mundo come^am a conhecèr e a admirar aquela simpàtica 
rèpiìblica, é principalmente porque os brilhantes escritos de 
Riva Palàcio tém feito couvergir as aten^Oes geraes para a 
moderna vida social, politica e literària da Uniào mexicana. 

Em Riva Palàcio el'ectivamente, as qualidades do escri- 
tdr igualam, se nào excedem, as suas qualidades polilicas e 
militares. 

Além de jornalista de primeira plana, o general Riva Pa- 
làcio é dramaturgo, romancisla, poèta e historiadór. 

Os seus versos, de uma delicadéza e sensibilidade ex- 
traordinàrìas, tornaram-se popularissimos no Mexico, e sào 

9 



130 piGURAS literXrus 



reproduzidos entusiasticamente na imprensa de todos os po- 
V08 da raga espanhola. 

Sdo de Riva Palàcio os seguintes roroances: Monja y ca- 
soda, episodio da Inquisi^^o do Mexico; Calvàrio e Tabor^ 
que é um brilhante quadro hislòrico do profundo patriotismo 
e da coragem heroìca dos mcxicanos no tempo da desaslrosa 
interven^ào francèsa; Las piratas del golfo, Lendas de Mexico 
e rouilos outros. 

Ha pouco tempo ainda, publicou também Los Ceros, urna 
curiosa e espléndida galeria de pcrfìs e esbd^os literàrìos dos 
mais notàveis escritòres mexicanos, exuberantede erudirlo, 
de urbanidade e de humorismo. 

Mas que certamente vai universalizar o renoroe de Ri- 
va Palàcio e a obra monumentai, de grande formato, Mexico 
através de los siglos, que, debaixo da sua direc^do, se esti 

fmblic^ndo em Barcelona, a concluir-se em ciuco volumes, 
uxuosamente impressos, e enriquecidos com muitas e pri- 
morosas gravuras. 

Estes volumes Tdram ja apresentados a Academia Keal 
das Sciéncias de Lisboa, comò titulo de candidatura a sòcio 
correspondentc. general Riva Palàcio, que jà faz parte 
das mais doulas corporaydcs da America, receberà sem dd- 
Vida em Portugal, no seio da Academia das Sciéncias, mais 
uma consagra^ào dos seus elevados mèrìtos: a inscri(ào do 
seu nome entre os mcmbros da Academia é uma honra para 
eia, e uma homenagem merecidissima ao primeiro homem 
de létras, ndo so da ròpiìblica mexicana, mas de toda a Ame- 
rica da ra(a latina. 

« 

Estavam jà escritas as linhas precedentes, quando tive- 
mos a satisfayào de sabèr que o Govèrno itiexicano nomeou 
Riva Palàcio Ministro plenipotenciàrio do Mexico em Espa- 
nha e Portugal Yeremos pois entre nós aquèle notabilissi- 
mo vulto, comò represenlante da grande e simpàtica rì^publi- 
ca, cujo presidente, D. Porfìrio Diaz, o heroico militar das 
grandes campnnhas niexicanas, elevado pela segunda vèz a 
primeira magistratura da na^ao, dedica ao general Riva Pa- 
làcio mais vivo afecto. Sào dois irmàos, pela sua intimi- 
dade e pela grandèza e patriotismo dos seus Teitos; e sdo os 
dois nihos mais dilectos daquela fecunda rèprtblica. 



D. VIGENTE RIVA PALÀGIO 131 



Para fotograrar a indole literéria do 8Ìmpético escritòr, 
bastaria citar o segùinte episòdio: 

Em 1873, um periodico do Mexico, o Imparcial, publica- 
va ao8 domingos urna sec^do lileréria, em que apareciam 
quase sempre canc5es e romances em verso, firmados por 
um nome feminino, que désde logo se tornou celebre : Rosa 
Espino. 

pdblico e a imprensa de Mexico reconhecéram na poe- 
lisa um talento excepcional; os periódicos nacionaes e estran- 

Seiros transcreviam aquéles versos admiraveis; as socieda- 
es literàrias conferiam lionrosos diplomas a poi^tisa, que 
todos aplaudiam e que ninguéro conhecia, encarregandose 
por isso director do dito jornal de Ihe enviarosrespecti- 
vos diplomas; e numa sessào solene do Liceo Hidalgo, o 

E residente, apreciando largamente a poesia dulcissima de 
osa Espino, dizia para um dos assistentes, Riva Paiacio, 
que um homem nunca poderia fazer daquèles versos, por- 
que so urna mulher, e uma mulher virgem. teria cora^ào e 
alma para tao extraordinaria e alraènle sensibilidade. 

So anos depois e que se soube que Rosa Espino era . . . 
general Riva Palacio. 



iDéz atinos depois 

(1896) 

Se PinheiroCliagas>estivesse ainda entre nós, seria cer- 
tamente a sua pena a que, nesta bora, se nào mais cèdo, 
trayaria o elogio pòstumo do preclarissimo escritòr e diplo- 
mata mexicano, que recentemente se finou em Madrid. 

Pinhciro Chagas tinha por èie, comò quantos conheciam 
OS méritos cxcepcionaes do iluslre extinto, a mais afectiva 
admira(ào; e foi sòbre proposta sua que, em 1886, a Acade- 



1 Esle artico foi publìcado em 6 de Janeiro de 1896 no Cor- 
reio da Manhan, de que fora fundadòr e rcdactdr Piniieiro Clia- 
paa. 



132 FIGURAS LITKIlXillAS 



mia Keal das Sciéucias de Lisboa, inscreveii Da rela^o dos 
scus membros o nome de Riva Palacio. A caDdidatura foi 
justiricada apenas, e de sobra, pela obra monumentai Mexi- 
co airavés de los siglas. 

Mas general Hiva Palacio nào era simplesmeiite um 
nolavei historiaddr,— que jà ndo seria vulgar;— era uro 
poèta de primeira ordem, e muitos o consideraram o pri- 
meiro homem de létras da moderna America latina. 

Dos seus livros de versos, bastara reproduzir um soné- 
lo, El Escoriai^ para se entrever a possanle envergadura 
do poéla: 

ResiLena en el marmòreo pavimento 
Del ììiedi*oso viageì'o la visada; 

Y repile la bóuecui elevaaa 

El gemido Irislisimo del vienlo. 

En la Hislória se lania el pensamienlo, 
Vive la Vida de la edad pasada, 

Y se agila en el alma conlurbada 
Superslicioso y vago senlimienlo. 

Palpila aqui el recuerdo, que aqui en vano, 
Conlra su pròpria hiel, buscò un abrigo. 
Esciavo de si mismo, un soberano, 

Que la Vida cruzò sin un amigo, 
Aguila que vivió comò un gusano. 
Monarca que muriò corno un mendigo. 

Acrescentese porém que o historiadór e poèta era 
tarobém dramalurgo, roroancista e criticò. Cilam-se dèle, 
com maior enea recimento, vàrios romances hislóricos; 
e tenho a vista o seu volume dos Ceros, galeria critica e 
curiosissima, cm que desHIam deantc de oós, magistral- 
mente contornadas, as riguras prepondera ntes do moderno 
Mexico literério: Juslo Sierra, Manuel Payno, Guilhermo 
Prieto, Luis Malanco, Francisco Sosa, e lantos outros. 

Comprendo porém aue estou citando nomes, pouco me- 
nos c|ue desconhenheciaos em nossa terra E contudo os 
mexicanos Talam uma lingua irman da nossa; a sua civiliza- 
(do, nlio obstante os terrdres e os crimes com que a Espa- 
nha rèz caminho pélo novo mundo, parliu da nossa peninsu- 
la; e, se nilo estou em erro, mais nos Valeria o familiarizar- 



D. VICEISTK RIVA PALACIO 1H3 



nos com a literatura peiiiusular e eom as que dela procedeiii, 
do que recortarmos os nossos livros e a nossa linffuagem 
sdbre vìstosos iigurinos, que nos chégam cada bora de aleni 
dos Pirenéus. 

Espronceda, Zorrilla, Nunez de Arce, Manuel del Pala- 
ciò, Echegaray, Campoamor, sào mais bem nossos que Bau- 
delaire, Ricbepin e Belot. Acresce que a lingua de Campo- 
amor é Talada na maior parte da America centrai e meriaio- 
nai, e que là lambém a literatura, especialmente a poesia, 
lem diretto ao nosso estudo e partìcular apré^o: —A Bolivia 
aponta-nos, com justificado aesvanecimento, o seu querido 
poèta Eloi Escobar; o Perù tem poétas comò Francisco Par- 
do; Cbileorgulha-se de ser patria de Ramon Dernandez, o 
cantdr de Bolivar, e tem, a defrontar com HoITman e Poe, o 
nome de Liborio Brieba, o cantdr dos fantàsticos Talaveras; 
na rèpdblica Argentina, podemos admirar o melodióso Ecbc- 
verria; no Uruguai, Kivara Indartc; no Equaddr, Sales Perez; 
na Colombia, Sancbez Pesquera; em Venezuela, Gistiaga; 
no Mexico... bastarnos-ia o nome de Riva Palacio, para 
reconbecermos ali uma vigorosa literatura, indemne amda 
da malària, de que tém enfermado as literaturas europeias. 

Tivemos Riva Palàcio em Lisboa, durante alguns dias ape- 
nas, mas os bastantes para sentirmos que èie, por considern- 
95es depuradiplomacia, Tósse residir em Madrid, em vézde 
Hcar em Lisboa, de cujas belézas naturaes, mòrmente da 
nossa espléndida baia, èie era entusiàstico apologista. 

Riva Palàcio completàra apenas 6i anos; e a sua robusta 
organiza^So mal deixava recear o seu próximo passameuto. 

Quando o telègrafo levou ao Mexico a triste nova do 
inesperado falecimento de Riva Palàcio, o parlamento en- 
cerrou as suas sessòes, depois de decretar que os restos 
do grande cidadao sejam transportados para a America e 
descansem no panteào mexicano, ao lado do heroico Juàrez. 

Os esladistas que, comò Porfirio Diaz, (jue lià pouco Toi 
reeleito, pela quarla vèz, presidente da rèpublica, tèm con- 
sagrado a vida ao Tomento moral e material da sua terra; os 
diplomatas que, corno Mariscal, tèm relacionado nobremente 
Mexico com as nagòes mais cultas do mundo; os homens 
de lètras, comò Altamirano, YigiI, Mateos, Contreras e Prie- 
to; OS grandes patriotas que, comò o general Porfirio, dei- 



134 



KIGURAS LITERARIAS 



xaram urna parccla do seu sangue nas tenierosas lutas da 
ìndependència; (ddos os que amam o Mexico e os que mais 
dedicadamente tém promovido a sua prosperidadc e grande- 
za, terdo senlido prorundanicnte, a està hora, a irrcmedià- 
vel auséncia do seu inratigàvel cooperadór. 

Daqui a pouco, quando o cadàver de Riva Palàcio cruzar 
Oceano, aèsde Barcelona a Vera- Cruz, Portugal deverà 
reconhecér que, àlém da sua costa, vSo passando os restos 
da mais prestigiosa personagem que o novo mundo tem 
roandado ao verno continente ; e a musa de Riva Palàcio, 
acompanhando e velando a urna funerària atravcs das soli- 
dòes pelagicas, ivi murmurando : 

Terrible es aquella calma, 
Pavoroso aquel silencw, 
Que sólo el viar inttrrxtmpt 
Con su monòtono eslrumao. 



XIX 



ALFREDO DA CUNHA 



(1898) 



Alfre*ao <aa Cutitia 

(1898) 



' UNA lei economica— q uè o valor dis 
coisas aumenta na prupor^do da pro- 
cura. ' 

Ampliandoa, decoisasa pessdas, 
ucm por isso é menos exacla. 

Donde eu coocliio, cori licenfB de 
Baslial, aue a personalidadc de Al- 
Tredi) da Ciinha lem inconleslavei e 
elevado talór. vislo corno, no curio 
eepaco de alguns méses. nsda me- 
nos de trés Revislas lìlerarias procuram aqiii^le mcu es- 
limavel coufrade em li^lras, para, com a efìgie dSle, se ilus- 
Irarem e se recomendarem so pUblico leddr. 

Mas, corno niio ha regra scm excep^ào, suced« que, ao 
mcsmo tempo, e sem que uma soubesse da ontra, duas 
daquelaB Revislas me procuram, para uue eu emoldure 
com alguns Iracos o relrato de AITredo da Cunliii. 

É claro que, nè&ìe caso, a procura ulto mostra o valor da 
mercadoria. . . Mostra, apeoas, que os consumidàres, dese- 
jaodo prestar homenagcm a quem rauiias merece, quiseram 
que ensambiadòr da tnoidura Tósse pessda que os acom- 
panhasse na sincerìdade e areclividade dos iiiluitos,*e (ìze- 
ram-me a mercè de julgar que nSo enconlrariam oulrem, 
que mais dedicadameulc os acompanhasse nos seus preìtos 
a Alfredo da Cunha. 



138 KKiURAS UTERAHIAS 



Explicada assim a procura^ dùvo dcclarar que os meus 
amigos Ddo podìam Tazcr outra mais desacertada, porque, é 
parte a corclialidade dos meus sentimento^, nào me sobra 
tempo para obras de devo^ào e, ainda que sobrasse, nào re- 
conlìOgo em mim vocaydo nem prcstimo para plutarco de 
cidaddos ilustres. 

Sei porém que me relevam a rusticidade da tdsca mol- 
dura, porque, embora o inrerno esteia cheiode bdas inten- 
yòcs, ainda ha algumas que sobredoiram legitimamente a 
rudùza das fórmas e o desalinho dos trajes. . . 



Evidentemente, nào trato de uma apresentagSo: Alfredo 
da Cunha aprcsentou-se tao bcm, que seria uma gauckerìe 
imperdoavel apresen(à-lo eu aos ledòres do Gii Bros S que 
provavelmente me conhecerào menos do que a èie. 

Tem-se apenas em mira uma homenagem, pela gravura 
e pela tipografia. 

A gravura diz aquilo,— o que se ve; a tipografia deverìa 
dizér resto,— aue se nào ve. 

Por tras daquèle perfil correcto e sereno» nào se ve, mas 
sente-se, o equilibrio e as justas propor(5es de uma consti- 
tui^ào moral, que nào conhece a febre da ambi^ào, nem a 
convulsào de um remordimento, nem a impertinencia da vaì- 
dade, nem o retraìmento do egoista; e, por tràs daquelas 
lunétas de miope, descerram-se os olhos, que \éem mais 
para dentro que para fora, retraidos pelo espirilo da refle- 
xào. 

Mas, afóra isso, mais nada. E preciso que a gente se 
abeire do originai, para entrevér os lineamentos de um ca- 
racter de oiro, retemperado nas fràguas do estudo e do tra- 
balho, e suavemente dulciFicado pelo estilicidio da imagina- 
(ào e da poesia. 

Poraue, bem sabem, o grave jornalista, o empresàrio, o 
advogaao, nào resiste a tentagào de roubar algumas horas 
aos labdres dos autos, das cifras e do noliciàrio; e, nessas 



1 Revistt lìterirìa, em que se publicou o presente trtigo. 



ALFREDO DA CUNHA 



139 



horas, proni/ negoliis, ut prisca gens mortalium, monla no 
Pegaso, sobc Parnaso, o Ilelicónio e o Pindo, e tcm por 
là suavissimas pràticas com as auricomadas deusasquc Apo- 
lo comanda. 

E gostam di>lc, as cndiabradas musas: amimam-no, csti- 
ram se com èie é sombra dos loireiros e à beìra do Permes- 
so e da Castàlia, ddolbe agua de Hipocrene, e dizem-lhe 
segrèdos, qiie èie depois nos vem revclar,— o indiscreto!— 
nas Endeixas e Madrigaes, na Magdalena de Yilhena, no 
Conio do fiatai. . . 

Quando desce do Parnaso, pede a urna das nove irmans, 
a Erato, quc Ibe tome conta das cordas de rosas e loiros e 
Ih'as guarde entre os salgueiros do Permesso, até a prima- 
vera seguinle. 

E vài para o Diàrio de Noticias rimar os telegramas da 
Havas com as reformas do sr. José Luciano, e as contas dos 
tipógrafos com os calotes dos assinantes. 

Se as musas o soubessem I 

Mas nem elas sabem que èie Ibcs é infici, nem a gente de 
negócios adivinba que èie passou a manban no Parnaso. 

E, por isso, todos Ibe querem bem, porque o seu talento 
è para muito, corno o seu c^ra^ao é para todos. 



XX 



MANT^EL DE MELO 



(«889) 



t 

* 



k. 



XX 

Iwlanuel de ULelo 



H livro, publicado agora no Rio- 
ile-Janeìro, veio rcve!ar-me que, noa 
regìstos lìlerùrìos e scienlilìcog do 
DOSSO paU, lem de se ìnscrevdr mais 
um nome, ()ue passou quase desper- 
cebido entre nós, mas que represeota 
um monumento de critica e de largas 
epreslimosas inveetiga^Ses. 

Poucos se lemhram (aivèz do nome 

de Manuel de Melo. Estc nome pro- 

nunciou-se um dia, ha qiiinie anos, quando se (ravaram 

umas [igeiras pugnas entre o sr. Adolfo Coéiho e o Talecido 

bibliògrafo Inocencio Francisco da Silva. 

Depois disBD, so ouvi Talar de Manuel de Melo quando, 
alguns joroaes anunciaram, em 1881, que {tle falecera em 
MilSo. 

Manuel de Melo pertencia ii conhecida Taniilia avcirense 
doE Silvas Melos GmmarSes. Pralicàra o comércjo no Rio-de- 
Janeiro, e ali, à costa de um (rahaiho insano e de grandes 
dispAndios, fizera largos e profundos estudos à eterea da 
moderna sciSncia de linguagem, nas suas rcla^des com o 
idioma portuguès. k mingila de subsidios nas bibliotecas 
brasilciras, Manuel de Melo adquiriu por sua conta o aue 
na Europa havia de molhor em assunlos de linguistica, nei- 



Ifi PlflURAS LITBRARIAS 



xaiìdo por sua morie urna preciosa livraria, que. adquirida 
pelo Gabinéie portugués de leitura por dezaseis contos de 
reis, é hoje urna das maiores riquézas bibliogràficas da co- 
lònia portuguésa naquela nagào. 

Quando, em 1872, o sr. Adolfo Coèllio. com urna louva- 
vel audàcia, procurava aclimatarentrenósalgunsdosesludos 
(ilológicos, que ja entào nobilitavam a Alemanha e a logia- 
terra, a rórma e rouitas vézes a doutrìna dos seus estudos 
glotológicos suscitaram reparos e acendéram urna polémica, 
em que interveio Manuel de Melo. 

A polèmica esfriou. mas Manuel de Melo ndoabandonou 
assunto; e; reror^ando-se com a lettura dos grandes mes- 
tres, Tolbeando milhares de livros e pergaminhos, e desen- 
volvendo admiravelmente as suas Taculdades criticas, conti- 
nuou a trabalhar na demoli^do do que èie supunha èrros 
scienlifìcos, e foi acumulando provas, e redigindo, alravés 
de déz anos, as mais eruditas memórias a cérca da liogua- 
gem. 

Corlou-lhe o passo a morte, quando a obra estava con- 
clnida quanto ao texto, mas incompleta quando a disposi- 
Cào das numerosissima notas. Dando agora a ùltima demSo 
a òste trabalbo, o sr. Ramos Paz deu aso a que os herdei- 
ros de Manuel de Melo pudessem brindar a sciéncia e a li- 
leratura portuguésa com um precidso volume, que se intitu- 
la— Z>a (jlólica em Portugal. 

Manuel de Melo tomou para epigrafe dos seus trabalhos 
escritos aquelas palavras do grande Paulo Luis Courier: — 
Os meus principios suo que, enlre dois pontos, a linha reeta i 
a mais curia; que o lodo è maior que urna das suas partes, 
Creio tambem que dois e dois sào qualro, mas nùo tenho a 
certèza; e, com a serenidade de um polemista superidr, que 
se nào arreda do campo estreme doS principios para o ter- 
reno escorregadio das rctalia^Ges pessoaes, estriba-se no 
mais fino critèrio, abonado por minuciosas referèncias a lo- 
dos OS filólogos de autoridade inconcussa. E, a tal ponto 
amontóa provas deste genero, aue o ùnico senào do livro e 
talvéz excesso de eruditilo, alias evidente e profunda, que 
nào simples erudi^^o de catalo^os. Esse desfilar dos pa- 
trìarcas da linguistica, alravés de longas pàginas, a briga 
constante de difcrentos e nnmerosas opinine?, prejudica um 



MANUEL DE MELO 115 



pouco a claréza da exposi^do, e dificulla a vulgariza^do do 
seu magnirico livro. Nos dominios porém da critica e da 
scièacia, sdo aproveitaveis e valiosissimos os refor^os que 
autor justapós à sua doutriua. 

U livro,— quc nào tem divisòes, e póde considerar-se 
um grande capitulo de 3i0 paginas, em S."" grande e tipo 8, 
abrange principalmente a discussào das Origens da lingua 
poriuguésa, a demonstragào de que muilas péginas do sr. 
Adolfo Coélbo pertencem originariamente a diversos escri- 
tdres estrangeiros, e alguns incidenles sàbre a forma de es- 
crevèr dos germanistas portuguéses. 

Acusado de exposi^ào obscura, defeitos gramalicaes, 
durèza de periodos e oulros deslises de fórma, o sr. Adolfo 
Coéiho respondéra quendo gasta o seu tempo em arredondar 
periodos, a consultar o dicionàriodeepitetos,a evitar os pneu- 
mas que Ihe sdem dos bicos da pena, porrne o ponto de vista 
sób que trabalha é muito diverso daquele em que se colo- 
caram os seus criticos. 

Toda a gente sabe que o sr. Adolfo Coéiho é um liomem 
laborióso e muito sabeddr das doutrinas que professa. Te- 
nho por èie toda a considerando pessoal, e sinto devéras aue 
a falta de saude o haja afastado ultimamente da vida aas 
létras. Mas quanto a sua fórma de escrevér, estou de per- 
fcito acdrdo com o malogrado escrilór que ocriticou. 

Sobretudo para a vulgariza^ào de urna sciència nova, a 
claréza e a correc(lio da forma sào predicados iroprescindi- 
vcis. 

Desconhecér, ou fingir que se desconbece a indole da lin- 
gua, tratar sobranceiramente as exigéncias sintàcticas, fé- 
char OS ouvidos a eufonia para associar palavras que ofcn- 
dem OS mais triviaes principios da harmonia e do bom gdsto 
literério, é indesculpavei num escritór que se préza de o 
sér, e sobretudo em quem por vontade e por oficio contraiu 
devér de pugnar pelos direitos da boa linguagem. 

que se dà entre nós, confirroa-sc com os exemplos de 
fora. iNa Alemanha, onde a vida scientifica tem os seus mais 
gloriosos representantcs, o estilo pesado e obscuro e o des- 
leixo na composi^ào dificultam a vulgarizaciio das doutrinas 
scientifìcas de iilcmlteno; e, se clas tém chegado até 
a America, deve-sc em grande parte essa transplanta^ào a 

10 



Ii6 FIGURAS LITBRXrIAS 



fórma fluente e darà dos vul^arizadores TrancèseB. Prioci- 
palmente nos povos meridionaes, menos propensos do que 
a raya germànica é concentracào intelectual, os proceasos 
da arte de escrcvér tèm urna singular e extraordinària 
iufluìcào no desenvolvimente intelectual. * 

As próprias sumida Jes alemans, para auem a arte de es- 
crcvér ndo foi um if)ilo, Herder, Ranke, Scnopetros. accntua- 
ram brilhantemente que a ideia nua, seni expressdo, seni 
estilo, produz, quando muito, urna instru(ào superficial e 
arida. 

A èste proposito, bé no livro de Manuel de Melo obser- 
va^^es e documentos, que seriam da mais proveitosa li(do, 
nos temposque vào correndo para a lileratura nacional. 

Mas a parte mais interessante da obra é a discussdo am- 
plissima, e excepcionalmente erudita, das origens da lingua. 
Nào se descobrem ali horizontes novos; mas todas as hipó- 
teses e teorias, que em todos os tempos se tém aYeq.tadò sd- 
bre a genealogia do portugués, resaltam no livro, comenta- 
das, esclarecidas e luminosamente disculidas. 

Esse confronto de origens e de transformaròes morfológi- 
cas mais me robustece na convic^do do que, se'ndo possivel o 
conhecimcnto de todas as origens de um vocabulario, é um 
contra-senso, 6 um luxo iniìtil, escrevermos a lingua comò eia 
se nào le. Reconbece isso ba muito a Italia, a Espanba e a Ro- 
mcnia; mas a Franga, e Portugal por causa da Franga, conli- 
nuam ainda a aueimar incenso no aitar de problemàticas et!- 
mologias, arreoicandoa frase com odeslemperado abuso dos 
pA, dos y y, das consoantas dobradas, e de outros aderècos 
de pechbbeque, de que o sàbio Veroey, se ca voltasse,' se 
bavia de rir muito. 



XXI 



ALEXANDRE DA CONCEIQÀO 



(i889) 



XXI 

Alexandre da Con.cei9ao 

(1889) 



ORHEU ha poucos dias um revolu- 
cionario, que era um poèta romàii- 
lieo. 

Hojc, coni prende- se mal a alian- 
(a do romanlismo com a espirilo 
revolucioDério. Uà cincoenla anos 
porém. lodos oe romSnticos eram 
revolucioDàrìos. romanlismo foi 
jó, de ai, um rcvoliifilo, que ex- 



pungiu das lèlrasopredomìnìo clàssico, desacatando os dea- 
ses do veiho Olirono, e atirando aog gusanos os preneitos 
lileràrios de Quintiliano, Uoràcio, Boileau e Marmontel. 

A poesia, inundada pelos Tulgóres de um novo dia, sen- 
tiu-se forte, entusiasta e crenle; colocou-se ao servito dos 
mais geoeroscs ideaes; preteriu as rórmulas empoeiradas 
pelos sÉculos, subslituiu a convencSo pela verdade; e dcu 
ao seutimenlo mais rSrfa, mais vigor a idcìa, maior horizonle 
ao belo. 

Era isso a poesia romàntica, auando os seus intérpreles 
se chamavam Byron, Schiller, Hugo, Esprcoceda, Gar- 
re». 

A transrormii^Sofóra radicai; Tét-se traode dispèndio de 
inleligéncia e de estética; e, quando ainda nào havia fìadado 
lerceiro quartel do século, o romanlismo agonizava, de- 



-^ •• > ■- 



-JJii 



160 FIUURAS LITER ARIAS 



Eauperiido e anemico, enire as ùllinias follias dispersas de 
amartine, Leopardi, Larra, e Soares de Passos. 
Eugenio Pellelan,— roroàntìco èie pròprio!— confundindo 
as fórmulas com o sentimento e a ideia, chegou a profetizar 
a morte da poesia; e, nèsse lance supremo, em quc parecia 
antcvèr-se o naufràgio da primeira das belas-artes, a ala- 
dos-namorados da poi3sia fraccionou-se em pelotóes, arvo- 
rando cada qual a sua bandeira. Uns fìzeram da poesia por- 
tavoz deteorias filosóficase sociológicas, mas reconhecéram, 
a pouco trècho, que a poesia Ihes fugia espavorida, deixando- 
Ibes na fuga umas pobres rimas, àridas e frias. 

Outros singraram na esteira da arte pela arte, e burila- 
ram preciosidades artisticas, em que a vida e a paixào ce- 
dem lugar ao encanto musical e ao colorido das fórmas: 
sào OS parnasianos, é Leconte de Lisle, é Sully Prudbomme, 
é Francois Copée, e Gon^alves Crespo. Alguns levaram a 
musa pela mAo através da naturéza e aa vida real, democra- 
tizandoa no convivio de todos os factos, e adeslrando-a na 
pintura desataviada e simples de todas as grandézas e de 
todas as misérias: chamaram-se Baudelaire, Richcpin, Ce- 
sario Vérde Outros, ainda, optarampor um moderado ecle- 
ctismo, fizeram do sentimento um culto, orientaram-se pela 
beléza ideal e talbaram a tùnica da musa nos moldes da stm- 
plicidade e da nobréza: bastare citar dois nomes,— Campoa- 
mor e Joào de Deus. Alguns houve quc. . . 

Mas ndo é isto que eu queria escrevèr, ao tramar a pri- 
meira destast^linlias. Simplesmentc queria insinuar que 
um espirito revolucionario e uma alma romàntica sào anta- 
gonicos aparcnlemente e so aos olhos dos que indiscreta- 
mente julgam possivel converter a poesia em instrumento 
servii de sistemas fiolosólicos. Comprende-se que Rouget de 
Lisle seja um verdadeìro poèta revolucionario, atirando a 
Marselhésa ao enconlro das bostes invasóras da pàtria; que 
Mickiewicz, nos Peregrinos Polacos, vibre os clamóres de 
uma nacionalidade escrava; que Paulo Dcroulède dilatc aos 
olbos do soldado os horizontcs da liberdade e da pàtria; qjue 
Guilberme Braga agite o làtego da indigna^ào contra os ini- 
migos da luz. Nào se comprende, porém, que a poiisia re- 
solva urna equacào trigonomètrica, ou estabelè^a as verda- 
dciras divisórias entre Comte e Liltré, ou encarè^a as van- 



ALBXANDRB DA GONGBI(AO ISl 

tagens da diuamite no aluìmento das velbarias sociaeg. 

Concebe-se pertanto, nAo obstante quaesquer preconcei- 
(08 estétìcos, aue Alexandre da Conceiyào» um espirito re- 
valicionàrio, fosse um poeta romàntico. 

Quasc todos 08 periódicos, que eu conhé(o, sagraram a 
Alexandre da Concei^do o respectivo necrològio. 

Acenluaram uns que èie era umeqgenheiro distintissimo, 
director das Obras Pùbiicas de um distrito; encarecèram 
outros OS seus dotes de polemista, e relembraram a viva re- 
frega, em que èie tergou armas com o patriarca dos polemis- 
tas contemporàneos; aludiram alguns aos seus serviyos de- 
mocréticos e ao seu nobilissimo caràcter; mas, quanto ao 
poèta, se nào omiliram quase todos essa qualidade do Kna- 
do, releriram-na muito de leve, ehouve atéquem supuses- 
se sèr èsse o seu mais insignificante titulo às apoidgias da 
imprensa 

fiste modo de vèr deriva principalmente da cronologia, e 
da facilidade com que nós, enievadosnas gloriola» do pre- 
sente e nas celcbridades do dia, desprendemos a vista e a 
memòria dos que trabalharaAi antes de nós, por menos dis- 
lantes que nos fìquem. Creio atè que ha muita ^ente de bem 
e de largos créditos na Havanésa e no Grémio^ que, se Ihe 
pedissemos um escorio da nòssa história literaria nos ulti- 
mos trinta anos, referir-se-ia um poucoa 1888 e 1889, rele- 
gando OS factos dos anos anterióres para a arqueologia 
prèhistorica. 

E assim, ao morrer um poèta que ainda nàoatingira os 
cincoenta, mas cujas composi^òes, na sua raaioria, esmalta- 
ram a imprensa ha \inte e ciuco anos, é fenomenal a cita- 
ndo dos versos dèle, porque fóram sons que passaram, 
e porque nós, absorvidos de preferència na leitura do que 
se escreve, raramente alentàmos naquilo que se escreveu 

Alexandre da Conceigào poetou principalmente na decada 
de 1860 a 1870. Eu come^ava entào a deletrear poétas, mas 
ficaram-me na memòria muitas estrofes admiràveis do poèta 
das Alvoradas, Antes da publica^ào déste livro. jaa Grimi- 
da. Revista portuense e cenéculo dos primeiros poètas da- 
quèle tempo, havia tornado publicas muitas composi^óes de 
Alexandre da Concei^do. 

A politica democràtica, o teodolito da sua profissdo, os 



1S2 PKJURAS L1TBRÀRIA8 



cuidados da familia e as lulas da vida afroixaram os la(os 
que preDdiam és musas, e, dentro em poucos anos, nin- 
guém fatava dos seus versos. 

E, contudo, na plèiade dos poélas daqu6le tempo, corno 
Custódio Duarte, Guilherme Braga, Fedro de Lima, Jùlio 
Dinis, Alfredo de Carvalho, Guilhermìno de Barros, Costa 
Fontelas, Ramos Co6lho, Augusto Luso, tinha èie raereci- 
damenle lu^ar de bonra, pela larguèza dos trayos, pelo co- 
lorido das tmtas, pela rei(ào muitas vèzes irònica, e discre- 
tamente naturalista, com que floreava o pincel sàbre telas 
que ainda hoje sào formosas. 

Nascerà sem familia, filbo de roalfadados amdres. eo- 

icitado deveu a sì unicamente o que foi; e a recorda^fio da 

luta e a consciència do mèrito tornaram-no altivo e orgu- 

Ibóso, déste orgulbo, que melbor se cbama dignldade. Por 

isso èie, com superidr desassombro, calca aos pés as gran- 

dèzas iìcticias e exalta os triunfos do trabaiDo e do ta* 

lento: 

oEs loucal Sabes là que orguiho é òste 
do homem que a si so deve o que vale 

e que espera valei ! 
Ha là brasdes ilustres que cquilibrem 
òstes loiros vigosos de um thunfo. 
que soubémos mer*cer? 
• •••••••••••••••••••••••• 

Pois Julgas que ser nobre é mero acaso? 
urna queslào de bér^o ou de destino^ 

urna queslào de paìs? 
Nào vés que, se a nobréza fòsse heranga, 
tendo eu e tu por paìs Adào e Eva, 

serfamos iguaes? 

Nós, 08 homens, que andamos procurando, 
à luz do coraQào por este mundo, 

OS caminhos do bem, 
corno trazemos alto o pensamento 
e a fronte erguida ao céu, temos orgulhos, 

bem vòs, coirò nìnguém » 

Peranle as convengòes sociaes e peranle as falsas gran- 
dèzas, era assim o poèta. No fundo porém do seu corafào, 
bavia poèmas de ternura e um culto fervoróso pelo bem e 
pela virtude, na mais alta acep^ào destas palavras. À irman 
aconselbava èie: 



ALEXANDRE DA CONCEI^ÀO 1B*.I 



«Sé boa e generosa; 
abre a tua alma ao bem, corno a urvalliada rosa 
aos raios da manlian. Dà jubiloso bcm, 
corno so Deus os dà, corno os nào dà ninguém. 

Adora a caridade; 
a psmola, minha ìrman. Inda consola mais 
quem dà, que quem recebe: é corno o amor dos pais. 

N&o curves a desgraQa a fronte em desalento; 
Icvanla, comò AJax, o brago ao firmamento, 
e ri da tempestade, e deixa a rebramir:— 
a desgraga e uma vii, que se mata a sorrir, 
urna covarde infame, a quem o desconfòrto 
dà brios de insultar o proprio Deus no Hòrto, 



Deixa também rugir o mar da opiniào 
e escuta o que te diz o grande coragào. 
Primeiru do que nós, do que a conveniencia, 
do que a famiiia mesmo, està a consciencia, 
que é mais do que a famiiia, é duas vezes mài:» 



amor Traterno aligeirava-lhe as boras de solidào e de 
tèdio, ofias nào bastava a sua alma desvaneadóra e amante. 
Pela mente esbraseada, perpassava-lbc ero tiirbilbòes de 
luz eldorado do aroór, e os seus enlresonbos traduziam-se 
cm cstrores, irisadas pelo astro de uma felicidade dis- 
tante: 



«Ohi a roultidào coni palmas 
nunca exprime o que se exprìme 
no beilo longo, sublime, 
na fusao de duas al masi 

Como eu dera de bom grado 
todas as giórias do Dante 
por um beijo delirante, 
por um colo perfumado. 

por um seio, um agasaiho, 
onde a minha fronte mesta, 
comò num dia de festa, 
repoisasse do trabaiho; 



154 FIGURAS LITBRARIAS 



por I6r quem, algum desejo 
no meu rosto descobrindo, 
viessc correndo e rindo 
satisfazér coni um beijo; 

por ter quem, quando me visse 
sòbre algum li vro scismando, 
sozinho gesticulando, 
m'o roubasse e m'o Burnisse; 

por ter quem, leve e ligeira 
com mòdo que eu despertasse, 
ao meu leito se ache^asse 
sentando-se à cabeceira; 

por ter quem, vendo me triste, 
sinta a trfsteza comigo; 
por ter na vida um abrigo, 
por ter um anjo, se existe.» 

Tenho-me demasiado talvéz em transcrigdes e o meu in- 
tuito nào é reeditar Alexandre da Concei^ào. Procuro sìm- 
plesmente registar o passamento de um homem de lètras, e 
resgatà-lo por alguns momentos ao esquecimento que pésa 
sobre os seus versos. 

Poèta do amor, e das grandes aspira^des, em que se de- 
satava a febre do romantismo, Alexandre da Conceigào vin- 
culou estreitamente o seu nome à evolu^ào literària do Por- 
tugal de ontem, e nào e justo que os homens de hoje pas- 
sem indirerentes pelo tùmulo, em que a luta proslrou um dos 
seus gloriosos precursdres. 



XXII 



ROUSSEAU 



(1889) 



XXII 

Rou.sseau, 

(Um filòsofo amado) 
(188fl) 



AQui a irés dm, — a 28 de junho 
— Taz 177 anos que Dasceu um 
dos bomeDS mais célebres do sé- 
culo XVIll, niósoro audacissi- 
mo, que escreveu o Conlrala So- 
dai, evaugelho da Revoluto. 

Os DOssos conlemporàneog es- 

quecéram uni pouco o grande prc- 

cursdr dos homens de 89, e as mu- 

Iheres de hoje mal conhecerSo de nome o escrit6r, que tao 

amado Toi pelas mulheres do seu tempo. 

Enlretanio, a vida aveniurosa do auti)r da Nota Beloisa, 
a vària TortuDa e as contrariedades que Ihe alravancaram o 
caminho, aioda se impSem ao espirilo moderoo, corno urna 
(coda presligiosa e sìmpàlica. 

JoaO'Jacques Bousseau nascerà cm Genebra, e era (ìiho 
de um emigrado rraucés, relojoeiro. 

Tendo de viver do seu traballio, Joio-Jacqucs Toi escre- 
vente de um lubetiào. Desgoslòso porém do prosaismo do 
ofìcio, que se opuntia ao dcscn voi vi mento do seu ftfislo e 
tendèncias artislicas, rSz-se aprendiz de gravadòr. Àos 16 
anos, abandonava essa nova prorissSo, e fugia para Franca, 
recoihendo>se em casa de Madame Warens, que Poi por ven- 
tura qucm primeiro amou Joilo -Jacques. 



!*■ ■ ir ay» 



< S8 FIGURAS LITBRXrIAS 



Organiza^ào Tebril e volli vcl, Joào Jacques Housscau foi 
rod^o de libre, e, pouco depois, seminarista. Expulso do se- 
minàrio por indisciplinado» rfiz-se proressdr de mùsica. 

Voltou ainda para a companhia de Madame Warens, e 
dedicou-se entào, com grande tenacidade, mas sem orienta- 
lo detinida, a estudos literarios, crilicos e tilosóKcos. 

Tempo depois, em 1710, era proressòr particular em 
Lyào, em casa de Mably; e em 17i3 Toi para Venèza, comò 
secretano do embaixador Trancès, Montaigu. 

Voltando a Franga, adquiriu estreitas relacdes literarias 
e pessoaes com Diderot, Grimm, Holbac, Madame d'Epinay 
e outras celebridades daquela època. 

Por èsse tempo, enamorou-se de uma operaria. Teresa 
Levasseur, com quem casou depois. 

Em 1719, por melo de um estudo de filosofia social, 
obtéve um prèmio acadèmico. Dai em diante, dislingae-se 
por uma extraordinària misantropia, e julga-se predeslioado 
a sèr reformadór de uma sociedade corruta. Compds nessa 
època a excelente comédia, o Feiikeiro da Aldeia (Detin du 
vtllaae), e aceitou de Madame d'Epinay o eremUirio do vale 
de Montmorency, onde escreveu a Nova Ueloisa. 

Umas imprudèncias amorosas, a que se aventurou com 
Madame d'Doudetot, indispuseramno com os seus amigos. 
Deixou eremUirio, e aceitou hospedagem no castelo de 
Montmorency. 

Escreveu ali o Contralo Social e o Emilio. Joao Jacques 
Rousseau, que nascerà protestante, Tez-se católico, voltou ao 

!)rotestantismo, e acabou por criticar vivamente todas as 
òrroas de religiào e todas as Tórmas de govèrno. 

Condenado pelo parlamento de Paris, fugiu para Gene- 
bra. Condenado em Genebra, refugiou-se em Neuchàtel. Nio 
achando seguranga em toda a Suiga, retirou-se para Ingla- 
terra, onde Toi recebido afectuosamente em casa do celebre 
historiadór David Hume. 

Uecolheu se mais tarde a Franga, passando os seus ùlli- 
mos dias na graciosa vivenda da Tamilia Girardin, em Erme- 
nonville, onde morreu, a 2 de juiho de 1778, envenenado 
segundo uns, e apunhalado segundo outros. 

Néste escorio biogràfico, entrevè-se dèsdc logo que o 



ROUSSEAU 1 S9 



esctìtor, em meio de pcrsegui^oes e contrariedades de loda 
a ordeiD, era ao menos adorado pelas roulheres. 

A critica geral, que em Jodo Jacques Rousseau ve ape* 
nas filòsofo, o pensadór, mas um pensadór misantropo» 
quase relegadoda convivència humaaa, talvéz odo comprenda 
bem corno à volta dèle se agruparam os mais dòces arectos 
e as mais extraordinàrias dedicagdes femininas. £ste selva- 
gem sublime, que sentiu, comprendeu e interpretou a natu- 
rèza, no que èia tem de universal e mais intimo, difundiu no 
Detin du village, na Nouvelle HeloUe, nas Réveries, o fogo 
da sua sua alma panteista, e as mulheres do século XVllI 
sentiram por eie urna simpatia e uma atrac^ào, de que ndo 
e làcii achar exemplo na biografia dos demans filosofos. 

As suas desventuras impunhamse naturalmente a con- 
doléncia feminina; mas as estrofes dulcissimas do Dmn e 
as cartas de SaiotPreux na Nouvelle Heloise Taziam o resto. 

Eie tinha dito: 

Quand on salt alroer et plaire, 
A t OD besojn d'autre bien? 

c, em meio das suas desventuras, conlieceu e sentiu decerto 
a folicidade do amor. 

A história dos amóres de Rousseau darla voluroes. Dos- 
de OS 16 anos, em que JoSo Jacques dominou profondamente 
cora^ào de Madame Warens, até aos iS, em que, impres- 
sionado com as consequèncias das suas rela^^des com Mada- 
me d'doudetot, se afastou dos brag is de Madame d'Epinay, 
recolhendo-se no castelo de Montmorency, Joào Jacques 
foi, dentre todos os filosofos, e porventura dentre todos os 
escritóres do século XVIII, o que mais se impds à admira- 
(do e ao arecto das mulheres. 

Désses numerosos e intrincados idilios, nSo me refo- 
rirei senio ao idilio de Madame d'Epinay. 

Està graciosa personagem que, pelo seu talento e pela 
sua formosura, ainda hoje esplende na constelagào dos en- 
ciclopcdislas e letrados do século XVIII, sentiu verdadeira 
magna, quando o poèta filòsofo deixou o eremUério de Mon- 
tmorency. 

Dos sentidissimos versos, que Madame d'Epinay consa- 



160 



PIGDRAS LITBrXbIAS 



k. 



grou àquela separa^^o, traduzirei alguns, que, era prosa 
portugiièsa, dizem : 

— «Tu, cujas ardentes cria^des — surgiraro Déste humil- 
de EremitériOy— Rousseau, mais eloquente quesabio,—por- 
que deixas a minha terra?— Tu pròprio escolbéras este reti- 
ro tranquilo;— deitc a felicidaae, e tu abandonaste-a; — 
ròste ingrato, e espeda^iiste-roe o cora^do.— Mas para que 
sofre tanto a minha alma sensivel?— Ainda o vejo, porque 
ainda o leio, e tudo Ihe perdóo!»— 

Tanto amor e tanta generosidade ainda trescalam uro 
perfume dulcissimo, por enlre as memórias do filosofo gc- 
nebrt^s. 



XXIII 



ALBERTO PIMENTEL 

(1898) 



11 



XXIll 

Alberto Fimentel 

(1898) 



fin Plutarco de contemporSneos é coLsa 
tSo ràcii comò difìdl. 

FàciI, porque ndo é raeslér dcvas- 
sar arquivos, Dem sobragar folios e cro- 
DìcOes, para estadear a genealogìa e 
mais parles da personagem. 

Dìllcil , porque a primeira obrigafSo 
do escrildr é Tazér-se lér, e mal conci- 
liare ioleresse do leilòr pio, se Ihe 
disser que vai falar daquilu que lodos sabem, ou daquéle 
que lodos conhecera. 

Seria éste o caso, se eu fosse Tazér urna biograBa. Felìz- 
mente para mim e para quem me le, o meu escdpo é mais 
moiieslo: é ocorrèr a urna lacuna, que se observa em quase 
lodos OS trabalhos de pinldres, FotógraTos, gravadòres, foto- 
gravaddres, aguarelistas, pastelistas, e ItUli quanti represea- 
lam Da tela ou do papel Jiguras e paisageos. . . 

Eotra a gente nas galerias do Escoriai ou do Liborio, e 
é preciso um catàlogo, um vade nucum, um cicerone, qual- 
qncr coisa que nos explique que aquéle quadro, onde vemos 
urna formosa mulheraleilando um velho, reprcsenta o epi- 
sòdio de urna Virginia romana; que aquèle lìgurSo de longas 
barbas brancas é nada menos que o Moisis de Miguel 
Angelo; que aqiiéle garoiilo, que faz ehi-cki, de costas voi- 



164 FIGURAS LITERARIAS 



tadas para a genie, é urna graciosa centéiha de Teniers. . . 

(Ima enorme magada, e urna sensa boria para quem nSo 
leva catàlogo. 

Quanto mais siroples e còmodo n§o seria que, ao pas- 
sarmos a porta do Bobone ou do Camacho, vissemos por 
baixo daquélas deliciosas Totografìas, em rótulo contiguo: 
aEsta é a gentilissima secretòria de Franga.))— a Aqui està a 
vera eHgie da princésa de Chimay.»— «Descubram se: està 
é a Duse.»— ttPerfìI exactissimo 'do primorosissimo actdr, 
que no teatro das Variedades lem representado genialmente 
e com éxito colossal as Intrigas no Èairro; chama-se André, 
e tem mulher e lilhos.»— 

Isto, sim, comprendiase, e isto comprendéram os ilus- 
tres anónimos, em cujas piedosas pinturas ainda hdjelémos, 
ao lado de qualquer altar-mór:— «Milagre aue Téz a Senhdra 
da Atalaia a uma innocente pastóra quc, andando a monte, e 
sendo atacada, etc.»— 

E aqui està porque os nossos jornaes, ocorrendo ao des- 
cuido ou maus hàbilos dos Totógraros, gravaddres e artistas 
similares, pedem semprea alguém que faga os rótulos ou dis- 
ticos, para que nào haja dùvidas sdbre a signifìcagào do re- 
trato ou da ^ravura. 

Desta reità, sou eu quem tem de preenchér a cartela. E 
a cartela dirà: 

—Alberto Pimentel, que no século houve nome Alberto 
Augusto de Almeida Pimentel, nasceu no Porto ìnvicto, na 
primavera de 1849. 

É larga a foiba dos seus scrvifos às lètras e à coisa pù- 
blica. Inspeccionou escolas; administrou Portalegre; repre- 
sentou em cortes os povosde Sinfàes e Varzim; pós em por- 
tugués oficios da Procuradorin Regia; e dcscansou nobre- 
mente na paz da rcdacgào do Diario das Càmaras, 

Madrugou néle a paixào literària, e, sendo ainda muito 
roogo, tirou a lume vcrsos e contos, que levaram os mestres 
a acarinbà-lo com um macte nova virtule, puer. 

Depois, sentiu apontar o bugo, pós-se a trabalhar comò 
um homem, e poucos literatos tcrào trabalhado mais: fèz li- 
vros de versos, fèz romances, fèz história» TAz folhetins. 
Lembrarei as •ÈosasBrancas,i> a <(Jonninha,nosi(Contos ao 
correr da pena,n o a Testamento de sangue j» o aAnel Miste- 



ALBERTO PIMENTEL 166 



riósOt» a (f Porta do Paraiso^n os ((Cantares^n o a Litro das 
Flores,)) aLivro das Làgrtmas,^ o «Bomance da Rainha 
Mercedes, r) os (tJUistérios da minha rua,n o f(ConJlito na Cor- 
te.n as «Noites do Asceta,)) as « Viagens a roda do Código 
Adininistratiw,n di aVaranda de Natércia,D a (iVirtudede 
nosina,)) OS aElegantes de outro tempo, d os mldilios dos 
neis,)) a uRainha sem reinOyD o aPoéta Chiado,D a ^Fl&r de 
Miosótis,n e. . . niuilo mais citaria eu, se nào fora, para tuo 
longa lista, tao curta a pàgina, corno os dias de Jacob para 
seu amor a Raquel. 

Agora mesjuo, està èie dando a ùltima dem§o num livro, 
que, pelo assunto, deve despertar o mais vivo interesse: os 
amdres de Camilo. . 

Estaactividade literaria, num pais em que pouco se le e 
nada se paga, so se explica por um temperamento, em que 
predomina o amor às letras e a arte em geral. 

Aléro desse amor, ainda sei de outros, no Pimentel, e 
releve me èie a indiscrccào: sdo os lilhos e, depois dos fl- 
llios,. . . Mariano de Carvalho. Em casa, beija os lilhos, e, 
no Popular, afervora-se em que o director da foiba seja o 
director de um jornal portugués, o que nào é coisa das mais 
correntias. 

que cu sei dizér é que, se tivéssemos ao menos meia 
dùzia oc jornaes, rujas redac^oes tivessem por secretàrios 
escritòres incooteslaveis, comò sucede no Popular, creio 
bem que o nosso pùbiico voltarla a falar portugués, cm véz 
das ingresias, francesias e burundangas, com que a todà 
a bora nos martclam o ouvido. 

Ora pois. Seja ludo em desconto dos nossos pcccados. 



XXIV 

CLAUDIA DE CAMPOS 

(1897) 



XXIV 

Claudia d.© Campoa 

(1897) 



piìblico que le nm conhece de agora 
esle nome, que reapareceu ha dias, 
Eubscreveado um livroientaddr, a Es- 

mesmo nome, e sempre com 
aplauso crescenle. havìa ja (ìrmado 
Irès volumes, o Binda ..., o Ultimo 
amar e as Mulheres; e, anles disso, 
revelàra-se modestamenle com o pseu- 
dònimo Collele, para en^alanar as colunas de urna fólha dià- 
ria com umas delìcìosas narradvas de urna escrìtdra, in- 
cipiente sim, mas reveludóra de eilraordinàrio talento. 

Os que em taes assuntos podem aulorizadamente formu- 
lar e emilir juizo,— e é pertanto darò que nSo falò de mim, 
— descobriram-se a passagem da iriunTante escrilóra, e brin- 
daram-na com as palmas que a jusli^a ainda coosagra ao 
mèrito evidente. 

Aparere agora a Eifinge, e um ruiudr de aprovafilo, pre- 
niìnrio de franras ova^Òes, percorre a mullidào que pensa e 
sente, e que està formando alas. para vSr passar, e aplaudir 
de nóro. o fujgordso vullo femininu, aue prosegue na sua 
estrada de rosas e de espinbos,— estrada privile^iada e de- 
Itisa aos insignilicanlcs, allerta pelo destino cu pela Provi- 
déncia para os que d9o sentem, odo pensam, nero trabalham, 
comò toda a gente trabalha, sente e pensa. 



170 FIGURAS LITERARIAS 



Tarobcm eu quero lér a Esfinge; mas, einbora entenda 
inelhor do que leia, quédo rnea olharo rósto da obra, absdr- 
to na perscrutando do significado do titulo mitològico 

Esfinge I Bem sei : era aquéle moustro fabulóso, que a 
deusa Juno incitou contra os tebanos, e que Ihes assolava o 
pais; monstro que tinha cabé^a e seio de mulher, còrpo de 
ieào e asas de àguia, e propunha um enigma aos viandan- 
tes, devorando aquéles que o nào decifrassem. 

Esfingei Folheio o livro e encontro-a: chama-se aqui Li- 
dia Torel, a fada loira, a dulcissima criatura, que ama, e 
rejeita a mio do homem que ama; que tem caprichos que 
nào explica, porque talvéz eia pròpria os nào comprenda ; 
que sofre e ama a um tempo; que esconde làgrimas nas pre- 
gas de um sorriso; que atravessa a existéncia a procura de 
um Edipo que Ihe resolva o enigma, e vai prostrando com 
as suas asas de àguia os miseros que nào tém olhos para 
lér que està escrito no coragào da esfìnge. 

Nunca vi a escritòra e nunca Ihe falei. . . Da sua biogra- 
fìa sei apenas que pertence a uma opulenta familia alenteja- 
na; que, educada entre ingléses, adquiriu extraordinària cul- 
tura mtelectual e tributa particular afccto a literatura da um- 
brosa Albion; que concentra numa fìlha Formosissima a sua 
felicidade domèstica, e na cscrita quotidiana as suas aptidòes 
artisticas. Acrescentam os seus oiògrafos,— porventura os 
melhormente infornados, — que os seus livros e as suas 
personagens espélham os scntimentos, as concepyòes, toda 
a fei^ào psicològica da escritòra. 

Para os que sabem lér, està ùltima informayào seria 
quase ociosa. Os verdadeiros artistas deixaram sempre na 
sua obra o cunho da sua pròpria individualidade, e duvido 
multo da estese dos que subordinam os seus conceitos a 
moldes preconcebidos e a pautas ìndefectiveis. 

Mas,— objectar-me a a critica severa e fria,— as perso- 
nagens, enquadradas nos livrus de Claudia de Campos, nào 
mantém equilibrio entre os seus actos, sào ilògicas e por- 
tanto inverosimeis; os mais modestos aventurarào que elas 
sào incomprendidas; e a austera neuropatia capitulà-las-à de 
histéricas. E deslas premissas inferirào corolàrios deprimen- 
tes para a talentosa escritòra. 

Ora, desta conclusào é que me apraz divergir fundamen- 



k 



CLAUDIA DB GAMPOS 171 



talmente; e, ero que pése aos sàbios e aos criticos, levo a 
minha divergéncìa até sustentar que nos aludidos e supostos 
dereitos reside precisamente o merito capital da escritora. 
Vào dizérme talvéz que toda a obra de Claudia de Cam- 

E 08 reyumbra histericismo e que a histeria é um estado mór- 
ido... 

Livreme Deus de consultar a sciéncia a tal respeito. 
que eu sei, o que eu sinto pelo menos, é aue, se a mulher 
perder o seu naturai requinte de sensibilidade, se rerugir 
aos cambiantes da sua impressionabilidade, se deixar de sèr 
isso que os senhdres convencionalmente chamam histérica, 
podere ter cabida no cenéculo da jarudes e das femmes sa- 
vanies,,., mas .. ndo sera mulher e, muito menos, ar- 
tista. 

É por isso que eu desadoro as obras Temininas, em que 
as autóras, mascarando a delìcadèza e a naturai sensibilida- 
de do seu sexo com o antìfaz dos processos masculinos, pro- 
curam pensar e escrevér comoa generalidade do outro sexo, 
renegando o especial encanto que as distingue dos apruma- 
dos portaddres de chapéu alto. 

Eu quero lér um livro anònimo e podèr asseverar ao de- 
pois se é obra de um homem ou de uma mulher. 

Fossero embora anóniroos os livros de Claudia de Caro- 
pos, todos saberiaroos dizér que palpita néles uma alma de 
mulher, mas de mulher que ndo enjeita as qualidades ingé- 
nitas do seu sér, a aspirando ao indelinido, os pairos no vago, 
as incongruéncias da sensibìlidade, os problemas de esfinge, 
eterno f eminino ero suroa. 

Verdadeira obra de mu/A^,— no sentido roais complexo 
e simpàtico desta palavra, que. depois do am6r, é certamen- 
te a mais huroana do vocabulario universal, — a Esfinge, 
corno Ultimo amor, corno o Rindo, . . , é o reflexo brilhan- 
te de uro teroperamento maleàvel, inco^rcivel, que se ndo 
póde pautar nero definir, roisto de sereia, de leào e de aguia, 
— esFinge adoràvel, que nsio devora o desprecavido transeun- 
te, antes o seduz coro a magia dos seus problemas insolù- 
veis. 

E contudo sei que a gentil escritora se lastima de que, 
pela sua educarlo, pelos seus hàbitos, pelos suas predile- 
c(5es, possa parecér uroa inglésa Toragida ero nossas terras. 



172 FiGURAS literXrias 



Ndo, roìnha senhdra: V. Ex.* nunca podere conruodir-se 
com as palidas sùbditas de Sua Graciosa Majestade, pàlidas 
e belas talvéz, corno urna rosa Van-IIoute; do lalenlo de V. 
Ex.* resalta, num conjuDto de suaves gradafdes, ovi^o ave- 
ludado da Principe- Négro, a allivéz da Paul Niron, o mimo 
da Béve d* or; e estas rosas nSo crescem eoi re os nevoeiros 
do Tamisa. 

É porveDtura està a primeira véz que V. Ex.* ve aludir 
ao seu caràcter essenciatmeote meridional; mas, em refdr^o 
do meu conceito, dà-me V. Ex.* um inestimàvel argumento 
Da pròpria capa do seu ùltimo e formóso livro, onde se anun- 
cia que a autdra vai publicar também um estudo critico é 
cérca de Shelley, do grande poèta inglés, de quem V. Ex.* 
diz algures que constitue urna das suas maiores admira^es. 
Ora, eu sei que Shelley, mòrto aos 30 anos num naurràgio, 
na baia de Spczzia, e cujo cadàver Toi piedosamente reco- 
Ihido e queimado na praia pelo seu grande amigo Byron, era 
temperamento menos inglés entre todos os poétas da sua 
na^do: incomprendido dos seus compatriolas, em luta cons- 
tante com OS preconceitos e conven^òcs sociaes, cheio de 
talento e de origìnalidade, téve que fugir do seu pais para 
uro pais quente e coherto de céu azul, — a bela Italia. Re- 
passados de origìnalidade, os seus versos, os seus roman- 
ces, as suas tragédias, nào se parecero nada :ios principaes 
monumentos da lileratura inglésa, onde V. Ex.* ve nomes de 
mais ruidosa nomeada que o de Shelley. 

E que ha poétas grandes e poétas queridos. Grande é 
Shakespeare e é Byron; mas a alma de urna escritóra penin- 
sular, e sohretudo urna verdadeira alma de mulher, nào en- 
contra nèles afinidades, e vai .encontra-las porvcnlura no 
Adonais, no Frankenstein, no Ùltimo homem e noutras obras 
de Shelley. Assim é que lodos admiramos incondicional- 
mente Victor Bugo, o gigante da Lenda dos Séculos, e Goe- 
the, Jùpiler de Weimar; mas queremos muilo mais a Mus- 
scl e a Schiller. 

E aaui està corno Claudia de Campos, arreceando se da 
sua (jualidade de anglòfila, foi sempre e continua a sèr urna 
escntòra essencialmente peninsular. 

E lodavia innegàvel que a lileratura inglèsa empresta, às 
vezes, aos seus trahalhos uns toques, duvido?amente con- 



clXudia db gampos 173 



sentàDeos a indole do dosso idioma. Exagerando èste seudo, 
dizia-me èia, em carta que tenho presente: 

— « À mi'nha educando, exclusivamente estrangeira, 
tem-me feito mal comò escrildra, pois desnacionalizou a mi- 
nha prosa. . .» — 

Éste escrùpulo, ou éste receio, é ainda a confirmagSo de 
que, apesar de tudo, o espirìto da escritdra, refugiudo às 
brumas do Norte, se compraz no tepido ambiente da sua 
pàtria e nas variegadas scintila^Ses da alma nacional. 

Depois, em matèria de barbarismos, j quantos ha ai que 
que Ihe possam atirar a primeira pedra ? Na imprensa, 
no magistèrio, nas academias, em tdda a parte, ha grandes 
talentos e grandes escritdres atè, mas nào faz mal desenga- 
narmo-nos de uma coisa: entre ciuco milhòes de portugué- 
sès, talvéz nào seja tarefa exequivel recrutar ciuco, que es- 
crèvam lidìmamente o idioma que Ihes legou Camòes, Ber- 
nardes, Luis de Sousa e Antonio Vieira, e que Antonio Gas- 
tilho. Latino e Camilo poliram e modernizaram. Ndo è su- 
posi^do consoladóra, mas traz-nos um pouco de conforma- 
(ao aos pecadilhos próprios. 

Nào se amofiae pois a aplaudida artista da Esfinge, que 
ninguém a depreciarà por tal senào, e a leitura dos bons li- 
vros portuguèses irà neutralizando o impensado exclusivis- 
mo que deram a sua primeira educa^ào. 

E aqui se abria tema para largas explanaySes, a cérca 
da imprevidéncia, com que as familias ricas... Mas isso 
ficarà para uma dominga de quaresma, que hoje è dia de 
panegirico e nào de sermào penitencial. 

Panegirico nào è bem a palavra que eu procurava. Que- 
ria dizér: justiga e louvór ao mèrito, e homena^em espontà- 
nea a uma das (iguras mais brilhantes e simpàticas da nossa 
literatura feminina, désde Violante do Céu e Bernarda de 
Lacerda, atc a brilhante consteia^ào de quatro ou ciuco no- 
mes de mulher, que fulguram hoje no norizonte das létras 
pàtrias. 



XXV 



MAGALHÀES LIMA 



(1873) 



il 



L 



XXV 

IwIagalliS.es Lima 

Ao8 ss annos 
(De urna carta a Jùlio Cesar Maebado) 

(1873) 



EssiHisTA, Deus me iivre de o sér. Mas 
a gente ve coisas, cada dia e cada lio- 
ra, que, diga-se à puridade, em quan- 
to OS apòstolos do direilo e do luluro 
tressuain em lulas magnJniroas, ape- 
tece evocar as sonibras de Arìslma- 
nes e Pelróoio, e sorrir e cantar à 
beira do tumulo que se abre para 
urna sociedadc moribunda. . . 

Conjuremos contudo a racliinada do cinico, e as ideias 
sidÌBtras que embolam a sensi bilidade, sufocam a aspìrafito 
e injurìam urna coisa que para muitos é nada, e para alguns 
visionàrios ludo,— a humanìdade 

A propòsito de visionàrios, vou apresenlar-te uni, que 
eu estimo devéras, e que has de apreciar: chama-se Sebas- 
lido de MagalhSes Lima. lem 22 annos, esluda direito, mas 
e liierato. Subiinhei a adversaliva, para que nào suponhas 
que da me escapou despercebidamente dos bicos da pena. 
Éu quero muito aos senlidissimos Lieder de Luis Ubiand e 
às Viagens do nosso Garrett; e Garretl era jurisconsulto e po- 
litico, Ublaud escrevia cicelentes Imius sobre direito roma- 
no, e cantava ao mesmo tempo Dieneuemuse e Basaliegule 
Rechi. 

12 



178 FiGURAS litbrXrias 



EDtende porém a nossa pesada e sensata burguesia que 
ninguém póde escrevér um libclo ou aduzir umas razòes ju- 
ridicas, sem que se afasie do tempio das bclaslèlras, e tini- 
bre de ieonoclasta perante a religiào das musas. Àté o dos- 
so querido Vidal, que odo é pesado corno a burguesia dos 
refègos abdominaes, nem sensato, — daquéle senso que o 
meu abade requere nas coisas da vida,— me preguntou um 
dia se eu, escrevendo de economia politica, tinha metido no 
saco a viola, em que eu desferira umas cangonétas que 
por ai correm mundo. É a Tór^a do preconceito, a que nem 
sempre se esquivam aincte mais os esclarecidos. 

Magalhàes Lima esquadrinhava, ha pouco mais de 
um ano, a naturéza das servid5es no Direito Romano, contes- 
tava a retroactividade das leis à face dos primeiros artigos 
do Código Cimi, e escrevia as Miniaturas romànticas; lioje, 
matina em operagdes orpamentacs, acha dùvidas nas hipo- 
tecas que podem ter regisio provisório, e escreve a Adua- 
lidade, 

As Miniaturas fdram apenas a estreia de um md(o de 
talento. A Actualidade é mais alguma coisa Aqui é mais acu- 
rada a forma, e a ideia mais acentuada. Trescalam todas es- 
tas pàginas uns aromas de primavera, tao penetrantes e sua- 
ves, que o leitdr esquecese as vèzes de que està Tolbeando 
um livro de propaganda democràtica. 

Urna aspiragào constante para o berne para ajusti^a, 
urna independència nobilissima, postergando cren^as geraes 
e conveniencias quase indispensaveis, sào dois dos princi- 
paes caraclerislicos da Actualidade. 

Nàose meafigura porém queo meio corresponda aofim. — 
Quem se propOi vulgarizar, imp5i se a obrigagào de sèr da- 
rò e melòdico. Num livro escrito para o povo e por amor 
ao povo, deve demonstrar-se mais edeclamar-se menos. 

Muila e muito bòa gente comungarà nas afirmayócs da 
Actualidade; mas os que sAo de todo estranhos à sociologia e 
à lìlosofia politica, e ainda os que nessas afirmafòes so vc- 
ràoutopiasaparentadascom as de iMorus, Campanella e Fou- 
Tier, serào por certo mais exigentes que os correligionàrios 
de Magalhàes lima. 

Quem lér o livro divisa-lhepor certo uns laivos de inter- 
nacionahsmo, de comunismo, de racionalismo e de coisas 




MAGALHABS LIMA 179 



ainda mais Teias. Eu uào me espanto; aceito sempre todas 
e qiiaesquer crengas, todas e quaesquer fìlosofias, porque 
sem tolerància odo ha liberdade. Ora a liberdade é sempre 
muito querida, apesar dosandrajos que Ihe lao(aro por cima 
OS politicos da gula. 

A Gula é um pais muito estérii, descoberto nào se sabe 
Quando. NSo é urna idealidade: nSo é a Cidade do Sol de 
Campanella, nem a liba Utopia do chanceler inglés, nem a 
Lilliput de Smith. Bei de convidar-te um dia para viajar 
até la. Vale a pena: é uma viagem que instrue e diverte. 

Entrementes, vejamos de louge o bando famulento aue 
se abrada ao mastro de cocanha para subir as sublimidaaes 
do escàndalo, e dizeme se o pouco (|ue veroos e sabemos 
nào é para agu^ar e buir a pena càustica dos panfletérios da 
època. Se é ! 

Eu n§o sou panfletàrio, nem me bacorcja que venha a 
s6r néstc mundo coisa que de na vista; mas, quando o epigra- 
ma dardeja e fere os àdipes dos Verres e parasitas, eu sinto 
uma alegria santa invadir os penetraes da miiiha conscién- 
cia tran qu Ila. 

Cm grande poeta dizia da mulher: éum mal necessario. 
Eu digo do pantléto: é um absurdo indispensàvel. — Desvia 
preciosas vocagócs, accra a maledicéncia, acareia odiozitos, 
tranca muitas vézes o futuro, mas— aprofunda impieddso o 
bisturi nas pùstulas gangrenosas que minam a vida moral 
dos povos, procura varrér os gusanos ìnrectantes que enxa- 
mciam no tùmulo de muitas conscicncias, e estende um cor- 
dào sanitàrio adeante dos cegos e dos simples. 



XXVI 

MICHELET 



XIVI 

(1873) 



X nao existe o prìmeiro vullo da mo- 
derna hislorìogralia Trancésa. Depois 
de 76 ennos de uma vida iSo glo- 
riosa, corno relalhada de persegui- 
(fies e amarguras, o autor immor- 
lal da Hisi&ria de Franta dcixa após 
de si raslo luminóso dos grandes 
meteòros, e abisina-se nas sombras 
impenetraveis que se erguem àiém 
do tùmulo. 
Foi martir do traballio e màriir da sciéncia. A sciftncia e 
e trabaiho escrevéram de ha multo no seu martirològio o 
nome aureolado do grande atleta, do pensaddr enorme. 

Nascìdo em berfo humilde, aos ti de Agósto de 179S, 
Michelet Téz-se artista, compulsou todas as paginas do gran- 
de poèma da misèria, e loda a sua vìda foi uma luta coos- 
tanle pelo povo e pela sciéncia. Em 1816, o noióvei hisloria- 
ddr moderno, o anligu tipògrafo de Paris, escrevia a Edgar 
Quinet : 

—«Para conhecér a vida do povo, os seus IrabalhOB, as 
suas dòres, bastava-me interrogar as minbas memórias. 
Porque eu, meu amigo, trabalhei também com as minbas 
mfios. verdadeiro nome do bomem moderno, o nome de 
operàrio, merA{0-o por mais de nm If lulo. Anles de escrevfir 




181 FIGURAS LITBRÀRIAS 



livros, compU'los materialmeDte; reuni lélras anlesde reanii 
ideias. Ndo desconhé^o as melancolias da oficina, o cnfadc 
das horas longas. . .» 

Mas oneràrio, ao passo que trabalhava materialmente, 
ia educando as inteligéncias; e, aos 23 annos de idade, de 
pois de se nolabilizar Dum concurso, era professor de histó 
ria no Colégio de Fran{a, e ensinava tilosofìa, lioguas antr 
gas e história. 

Poucos anos depois, em seguida a revolugdo de juiho, 
era cheFe da sec^ào histórica dos arquivos do reino, e subs 
tituia Guizot ero uroa cadeira da Faculdade de Lélras. 

Em 1838 sucede a Daunou em a cadeira de história d( 
Colégio de Franfa, e, nésse roesmo ano, e eleito membro df 
classe das sciéncias moraes e politi^as do InstittUOy ero sub 
stituigdo do conde Reinhart. 

Osseus trabalhosdirìgiraro-sequase sempre para a filoso- 
fia da história; e, comò historiadór, Micnclet abandonoi 
completamente as escolas antigas, e, afei^oado a Vico, cujai 
obras traduziu, procurou demonstrar praticamente que a nis 
tória deve sér um curso de ensinos filosóficos. Està Jdeiajfre 
gumbra jà da sua notàvel Inlroducào à história universale i 
das suas valiosissimas Oriaens do' diretto francés, modeladai 
embora pelas Origens do aireito alemào de Grimm; e acen 
tua-se definitivamente nas suas obras capitaes,— a Histórii 
de Franca e a História Romana. A elevogào da critica histó 
rica, a exceléncia da escola de que èie é patriarca, a fdr^j 
da sintese, e o colorido ardente, caracterizam aquelas obras 
e tornam-nas immortaes, 

Luis Filipe imaginou que a voz daquéle homem eri 
bastante para alterar a ordemdascoisasy e arrancou o ao prò 
fessoradopùbiico. 

Depois da revoluto de Fevereiro, é restituido a sua anti 
ga posigào, recusando-se a aceitar o mandato legislativo, par; 
livrementeconsagraro seu tempo aos trabalhos históricos; mai 
a politica nefasta, que preparava odoisdedezembro, suspen 
de-o de novo; e comò, era 1881, èie nào quisesse prestar ju 
ramento a Napolefio 111, foi arbitrariamente destiluido do lu 
gar de chefe da seccào hislórica dos Arquivos. 

^* ^"'^w'agiJes do homem nao quebrantaram o espirito d( 
pensadòr; equarenta e tantos volumes, pensados profunda 



MICHELET 



186 



mente, e artislicamente trabalhados em pouco mais de 30 
anos.denuncìam a actividade prodigiosa, a vontade enèrgica, 
e a robustéz inleleclual de Julio Michelet. 

A rodo, valente e firroe umas vézes, outras caprichosa e 
fantàstica, que ora abrangìa a incògnita dos problemas da 
história, ora engrinaldava de fldres e banhava de perfumes 
a Biblia da Ilumanidade, a Ave^ o Mar, a Feiticeira^ a Mu- 
Iher, Amor, essa rodo està hoje inerte e Fria. 

Sdbre a pedra turoular, que resgiiarda as esfriadas cinzas 
do gigante que passou, passarào irreverentes e desatentos 
08 pigmeus do ouscurantisroo e os apóstolos da sombra; mas 
OS nomens de bòa vontade, de razào darà, e de alma aberta 
a todos OS esplenddres do belo, hdo de inclinar- se, com Ter- 
vdr e saudade, sdbre a jazida do apóstolo, e dizér-lhe: 

—Tu, que nos amparaste ero vida; tu, que ero verédas 
tenebrosas nos ilurainaste com os relàropagos do genio; tu, 
que trabaiho glorificaste, e que no edificio da civiliza^ào 
tressuaste gótas de sangue; tu, que Tazias treroér os déspo- 
tas, e abra^avas os oprimidos: levanta-te ero espirito, em 
espirito nos acompanha, e nào nos desempares nunca. Ndo 
podero morrér os Hercules dasciéncia, os atletas da verdade: 
a inteligéncia que devassa horizontes, descobre roundos, 
e pròdiga reparte a luz de que se opulenta, n§o póde 
apagar-se nas trevas de uro tùroulo! Tu viveràs eterna- 
mente no coragào dos que te aroaro, no espirito dos que 
te invocaro, na roansarda dos inrelizes, no santuàrio da 
sciéncia, e no teroplo da liberdadel -— 



XXVII 



LÈTRAS E TITULARES 



(1891) 



XXVIl 



Létras e titulares 



(1891) 




ARODiA?<DO uns versos cclebrcs, podemos dizér: — 
Ndo fazetn mal as létras aos titulares, 

Na bibliograria portuguésa do nosso tempo, 
dà-se um facto que era rarissimo nos demais séculos da lite- 
ralura nacional, e é: qiie muito dos dossos homens de létras 
sào titulares. 

Se, por um lado, é certo que os titulos honorifìcos se 
obtém hoje menos dificilmente dfo que nos tempos idos, nào e 
menos certo que o espirito pViblico hodicrno denuncia maior 
eleva^àointelectuai, e que a civilizagào expungiu deHnitiva- 
mente o preconceito de que as létras nào faziam bem aos no- 
bres. 

Passou para a lenda a declara^So dos velhos notérios, 
ero instrumentos e autos pùbiicos: de que o senhdr fulano, 
na sua qualidade de fìdalgo, assina de cruz, por nao sabér 
escrevér. 

Altri tempi. . . A Revoluto francésa, sem conseguir apa- 
gar as distin^oes nobiliàrquicas, sancionou a dignidade do 
trabcilho, e espalhou pela Europa e pelo mundo a convi- 
cpào de que a inteligéncia culla nobilita os que a pos- 
sucm. 

Daqui facto vulgar de que muilos, nobilitados par (/roi/ 
deconquéte ou par droit de naissance, nào desdcnham, anles 
procuram, a nobreza literaria escientiiica. 



190 FIGUBAS LITBRXrIAS 



pròprio Garrell, que na sua juventude satirizara ba- 
ròes e viscoodes, juDtou a corda de visconde a sua corOa 
de letrado, e, duplamente coroado, abre com o maior es- 
plenddr um novo ciclo literàrio. E Castiiho, o exemplaris- 
Simo meslre da lingua porluguésa, o admirével interprete 
de Anacreonte e Ovidio, era visconde. 



Depois de Garrelt e Castiiho, surgem na arena litera- 
ria, jornalistica e scientifica os finados titulares visconde 
de Gouveia, marquès de Sousa Qolstein, visconde de Be- 
nalcanfór. conde de Seisal e visconde de Correia Boté- 
Iho. 

visconde de Gouveia apareceu, com seu irmào Antonio 
de Serpa, no periodo agudo do romaiilismo. Fèz revivèr as 
castelans e os pàgens, as i^àcaras e os solaus, e, abrada- 
do ao seu arraoil, corno um trovadór nas noites consteladas 
da Idade-Média, adormeceu para sempre no cabe^al em que 
descaosam os crentes e os bons. 



marquès de Sousa-Holslein, que juntava ao seu perHl 
de tidalgo um Irato amenissimo, de uma afahiiidade cativante, 
e um amor fanàtico a lileratura e as belas artes, deixou na 
Academia das Sciéncias e em vàrias revistas lileràrias a de- 
monstragào cabal dos scus mcritos intelectuaes. 

visconde de Benalcanfdr, aquèle formóso espirito de 
artista, ha de sòr, por muitos anos ainda, um dosnossoses- 
critdres mais exemplares, na elegància da sua dic^ào e na 
correc^ào dos seus escrilos. 

conde de Seisal, èsse burilava admiravelmente gra- 
ciosos sonèlos, cultivando com destrèza igual o portuguès e 
francès. 

Do visconde de Correia Boleiho basterà dizèr que se 
chamava— Camilo. Ésle nome diz ludo. 

Deveria ainda referir me a marquèsa de Alorna e à vis- 
condèssa de Balsemào, (D. Caterina). Mas aquela, em meio 
do seu extraordinàrio talento, representa os paroxismos de 




lAtras k titularbs 101 



classicismo, que d§o é do nosso tempo, e D. Caterina deixou 
que OS seus versos, deliciosaroente femininos, desaparecès- 
sem entre as sédas e os perrumcs dos seus camarins: escon- 
deu-se a poètisa e fìcou a titular. 
Falemos dos vivos. 



Eu ndo coDbé^o pais que, eutre os seus literatos con- 
temporàneos, exìba, relativamente, maior nùmero de tilu- 
lares, nem tilulares mais ricos de talento, do que Portugal 
moderno. Se ndo, vejam : 

conde de Casal-Ribeiro, cujas qualidades de estadista 
e diplomata sào geralmente reconhecidas, e que é conside- 
rado uma das inteligéncias mais vivas do nosso tempo, é um 
verdadeiro homem Ictrado; e os seus trabalhos lileràrios Fa- 
zem sentir aos homeos de létras que a politica e a diploma- 
eia ndo Ihes permita a assidua culabora^ào de Casal-Ri- 
beiro. 

conde de Ficaiho é um bomem de sciéncia e um homem 
de létras. Na sua cadeira de professdr e no seu gabinéte de 
trabaiho, devassa os segrédos das sciéncias naturaes, com a 
mcsma Tacilidade. com que traga um conto, uma fantasia 
alegre, uma crònica espirituosa. 

conde de Valbom, aposenlado talvèz para a vida das 
létras tem na sua biografia largos documenlos da sua valla 
para ò jornalismo e para as sciéncias sociaes. 

conde de Monsaraz é o elegante e aprimorado poèta 
das Crepusculares e das Telas hislóricas; cora^ào de oiro em 
corpo de Hercules; alma aquecida pelos bons e grandes afc- 
ctos, e iluminada pelos esplcnddres da arte. 

conde de Sabugosa è outro poèta adoràvel, cujas rimas 
Irescalam o aroma distinto de um espirito tìdalgo, e em cu- 
jos contos resài a singela espontaneidade dos artistas, que, 
antcs de pensar na glòria, pensam na arte. 

conde de Samodàes, jornalista catolico e parlamentar 
antigo, floreia habìlmente a sua pena de cscritór, e apro- 
funda uma questào econòmica com a mesma destréza, com 
que se abeira de uma questào literària. 

conde de Valen^as, pertencendo a uma das mais distin- 
tas gera^òes académicas de Coimbra, nào perdeu a sua Tei- 



192 FiGUBAS utebXrias 



(ào literària alravés do magislério e da vida pariameoUr: 
àlém dos seus trabalhos juridicos e airaodegarios» vemos o 
sea Dome numa interessante monograKa consagrada a Gain- 
bela, em varios escritos a cérca da instru^do pùbiica; e» 
ainda ha pouco o conde de Valenc^aspublicava nuro elegan- 
tissimo volume OS seus Discursos PolUicose Lileràrias, ohfB. 
destinada apenas aos seus amigos, e quc èsles guardarlo 
corno um dos mais vivos documentos da inteligéncìA e do 
coragào do esclarecido titular. 

visconde de Seabra, o venerando jurisconsulto, que ha 
cincoenta anos escrevia correctissimos versos, ainda boje, 
nonagenario, se distrai poetando e traduzindo Ovidio. 

visconde de SotoMaior, nosso ministro na Suécia, ex- 
pia boje entre os gélos do Norie as deroasias bobèmias da 
sua fogosa mocidade, mas é aquéle distintissimo Antonio da 
Cunba, que deixou o seu nome vinculado, nSo so a vida aie- 
gre de Lisboa, mas também a imprensa periodica, por onde 
espaJhou crónicas e artigos, repassados de bom huradr e 
scmtilantes de gra^a e espirito. 

visconde de Melicio consagra-se ao jornalismo, onde 
ocupa um dos melhores lugares; endoseide jornalista bom 
que nào seja bom escrildr. 

visconde de Sanches de Frias poétou e romanceoa lar- 
gamente no Brasil, onde passou grande parte da sua vida; 
deu-nos ha poucos anos o interessante volume da Viagem 
ao AmazonaSf logo depois um livro de versos, ha méses um 
livro de viagens, e agora, insulado na sua tcbaida da Gra- 
(a, dà OS ùltimos retoques a urna colecgào de contos. 

visconde de Roussado desperdiga actualmente cnlre 
OS ingléscs talento homoristico, que produziu o Roberto, o 
Possidonio /, Crù, e quc levoua politica a expatrià-lopara 
onde nào fìzesse dano aos legisladores e aos possidónios. 

visconde de Pindela, (Vicente), faz hoje diplomacia na 
Uolanda, mas fèz literatura emCoimbra, e fè^cm San-Tomé 
importanles estudos sóbre a admìnistragào daqucla provin- 
cia. 

visconde de Ouguela* um dos mais talentosos dis- 
sidentes da politica militante, lem afirmado sobejamente o 
seu valor e os seus dotes literarios cm livros cxcelentes, 
corno Gtl Vicenle e os Salòes. 



LÈTnAS E TITULARBS 



193 



viscoDde de Moreira de Rei,— outro dissidente— disse 
adeus a prosa dos libelos e das reflexòes juridicas, mas dìo 
partiu a pena; e, quaodo Ihe apraz, entra desafogadamente 
pelo jornalismo, e escreve, com o bom senso e a claréza, 
que sào peculiares a quem sabe de lèlras e v6 o mundo as 
ciaras. 

visconde de Sanches de Baèna é o primeiro genealo- 
gista portuguès da actualidade, conhece a Torre do Tombo 
nos seus escaninhos empoeirados e bafientos, e està con- 
cluindo. com rara proKciéncia, os trabalhos heràldicos do 
finado Silveira Finto. 

visconde de Castiiho, (Jiilio), herdou de seu pai o no- 
me glorióso, e tem corrcspondido aos encargos da heran^a, 
brindando as létras com valiosos trabalhos em prosa e verso, 
entrc os quaes aviillam Lisboa Antiga, Memórias de Casti- 
Iho, Primeiros versos, Manuelinas, Antonio Ferreira, etc. 

Nào sei se, por esqiiccimcnlo, orniti algum litular que 
tcnha jus a tornar rabida na bibliografìa contemporànea. 

Em lodo caso, fica demonslrada a minha proposi^ào — de 
que, em nenhum século, a história literària Portugal contou, 
corno no actual, tantos cscrilòres titularcs. 

E ainda hcm. É um sintonia decleva(;ào intclcrtual, urna 
viteria para a causa das lètras, e um impulso para a solida- 
riodado, a que aspira a domocracia. 

28-1 91 



i;) 



XXVIIl 



ALBERTINA PARAISO 



(«898) 



L 



xxvm 

Albertina Paraiso 
(1898; 



DEUS amavel direclòr do Oabìnele ' 
que eu escréva de Àlberlina Paraiso. 
Om perii I biografico? 
Nào sei ncm posso. 
Porque eu vi-a so urna véz, du- 
rante algumas horas. é beìra doscana- 
Ihos e plilaoos daquela pititurésca e 
umbrosa Vizela. que devia sér o ceno- 
bio exctusivo dos poélas, vedado a brn- 
sileiros, polilicos e reumalicos. 

E, venJo-a so urna véz, eu niio comcteria a indiscre^ào 
de IFic preguntar a idade, a naluralidade e a geucalogia; e 
Diio iograria tempo^para Ihe conhecér as tendénoias do espi- 
rito, OS quìlaies do roraf^o, as virtudes e os ménlos. 

Vi, apenas, que eia (eria uns iuvejàveis vintearios; mas, 
da sua vinosa primavera, so pude conhecér urna rosa doira- 
da, uni belo esemplar da ttne d'or, que eia afagava às 
vézes dislraìdameule. 

Da sua alma, do seu cora^io, mal eu poderia julgar, so 
pela indecisa e vaga linguagem das suas pupìlas, cbeias de 



198 FIGUKAS LITEKAKIAS 



sombra e de liiz;— de luz, corno as estrélas; de sombra, co- 
mò um abismo. 

FelizmcDte, eia previu a minha curiosidade e a dos seus 
apreciadóres, publicando. poucos anos depois, um livro, 
Musgos eRosas; e. coDduzida ale a ribalta do palco das létras 
pélo bra^o amigo do Jo§o de Deus, ergueu um pouco o véu. 
com que me apareceu em Vizela, e a piatela fìcou conhecen- 
do-a, tanto quanto o pùbiico deve conhecèr uma poélisa. 

Portanlo, o seu perfii està Teito, e eu so tenho que reme- 
morar OS tra(0s da sua autobiografìa. . . 

Daquèles vinte anos, que eu entrevira de relance, le- 
mos hoje està bela certidào, que eu reconbéfo em testemu- 
nho de verdade: 

Nadam aromas na campina em flòr ! 
Vinte auos !— alvoradas, primaveras. 
cora^ào é um ninho de quìmeras 
de rùtilo fulgor. 

Uma dòce alvorada em pieno abril 1 
Horizontes azues e cor de rosa. . . 
E, sempre, urna visào misteriosa, 
beijando-nos, subtil. 

Uma canc&o itorida e originai, 
uma estrofe tremonte. que resumé 
lòdo sereno e càndido perfume 
dum terno madrigal. 

Vinte anos !— Um suavissimo clarào, 
que se alon^a e nos banlia. loda a vida, 
numa vaga saudade indefinida. 
que vcm do coragào. 

A mìm, que nào ousara devassar-lhe a alma nem entre- 
vér-lhe os vóos, e ao piìblico que a le, veio eia declarar 
depois: 

Levanto a alma, nos meus sonhos castos, 
ao pórticos doirados do inflnito, 
e deixo a sOs estes caminhog gastos, 
seguindo a estrada dum olhar bemdito ! 

E agora, comò a follia sòbre os lagos 
que uma aragem subtil de manso agita, 
sinto-a embalada enire ideaes afagos, 
comò crianca que, a sorrir, dormita. 



ALBEItTlMA PARAISO 199 



E, comò se nào dissera ludo, ainda revela: 

Como éf;uìa, do azul enamorada, 
sacodc as asas a minha alma, e vai 
cantando pelo espaco, descuidada, 
a luminosa e dùlcida alvorada 
que meu anciòso corao&o atrai. 

Déste coragao é que inda nào ha noticias precisas. Li- 
geiras rereréncias apenas, pouco satisratórlas, mas dignas 
de crédito e de estima : 

Como cadàver. Trio e regelado, 
sòbre as àguas errante, no alto mar, 
de fraga para fraga arremessado, 
sem nunca a paz do tùmulo encontrar, 

tal no meu peito um vulto inanimado 
—0 coragào !— «tinto rouxinol, 
vai boiando, boiando, amortalhado 
nas penas que Ihe servem de lengol. . . 

Uà quem diga que a mortaiha se lem rasgado e que o 
rouxinol, surgindo a vida, lem expandido os seus gorgeios 
em dcvèsas encantadas e misteriosas. 

A gravidade histórica obriga porém a fazèr obra por do- 
cumentos, e éstcs sào omissos, quanto a crònica do rouxi- 
nol de Bernardim Bibeiro. 

que eu sei, o que para mim é dogma, é que nào ha 
poesia sem amor. Quando o poèta nào saiba ou nào possa 
amar, deixarà de sòr poèta. 

Portanto, e nào onstante as aludìdas omissóes, a boa e 
discreta hermenéutica ha de achar nos JUvsgos e ìtosasdicon' 
fìrmagào da minha tese. 

Pelo menos, a pag. 25, le- se: 

A ti, ó Santa, cdr de jaspe e arminho, 
asa e confòrto do meu pobreninho, 
para quem tenho as perfeigòes dos astros; 

a ti, que nunca, em tuas dòces preces, 

de mim te esqucces. 

e a quem eu sempre, sempre, hei-de acforar ; 



a ti, que insti las o frescdr das rosas 
és minlias longas febres tormentosas, 
na Santa Un^ào dos beijos que me dàs! 



200 



riGURAS LITBRARIAS 



a ti esles versitos de crìan^a, 

rosas sìmpics, que prendo a tua trauma, 

musgos vòrdes, que ponho cm leu regalo, 

Como vèem, ha aqui amor, e bendilo amor da poelisa a 
sua sanla-mài. 

E, ainda que a éste amor nào caibam os èxlases, os ar- 
robamentos e os transes do outro aindr,>-do amdr-amdr, — 
ha de ter sempre a sublimidade e dofura, inseparàveis da 
naluréza da poesia. 

E aqui està comò, odo podendo eu tramar a biografìa de 
Albertina Paraiso, Tui excelenlemenle substituido pelascon- 
fìssdes escritas da poiilisa, que eu so vi urna vèz, a beira dos 
carvalhos e plàtanos da pinturésca e umbrosa Vizela. 



XXIX 



TEIXEIRA DE VASCONCELOS 



(1878) 



XXIX 

Teixeira ae Vasconcelos 

(1878) 
Amigos e aiUxgos coUgas ' 



ENiio Iarde. Passouja adeante de 
mim inagnilico e Diiiner6so 
cortcìo dog que rSraiii engrinal- 
dar (le saudades e homenagens 
a perduràvel memòria do nosso 
antip mestre, amtgo e compa- 
oheiro de trabalho. 

Nao sou poréro dos ùllinios 
Da csponlaneidade da homena- 
eera e no aCeclo que me prende 
àquela memòria. Entre os vullos encaQecidos, cujo nome se 
projecla, corno um clarSo de glòria, noshorizontes do futuro, 
e OB mó(OB inexperjentes, mas àvidns de sabèr, que se llics 
aprozimam, procurando etemplos, ìncitamentos e luz, està- 
belece-se urna cadeia inquebraniavel, cujos aaéis preciosos 
sio TormadoB pelo respeilo, pela areifdo e pelo recouheci- 
meoto. 

Aos Tavdres, cuniprimentos e estimulos, com que a im- 
preosa me recebeu uns devaneios, primicias literàrias de 
de um desconhecido sertanejo da Beira, auda intimamente 



IH é ctrla dirigida tos rediciAres do antigo Jomat da Noile, 
de que tAra [undadQr e director TeUeira de Vasconcelos. e a 
cuja redaci'ào perlencéra, em 1S74 e \Slb, o aulOr dCste iivro. 



204 KKÌUIIAS LIT£nAHIAS 



travado o nome simpatico de Teixcira de Yasconcelos; e, 
quando me levantei das bancadas da Universidade, fci 6le 
ainda quem afectuosamente me fèz sentar a sua mésa de 
estudt) e de trabalho. 

Acompanhei-o por mais de um ano na redacgào do Jor- 
nal da mite; substituio por alguns méses na Cùrrespon- 
déncia de Porlugal; estudei-o de perlo nas manifestagòes 
mais inequivocas do seu grande espirito e da sua clarissima 
inteligèucia; observci o em luta com a adversidade e pude 
vélo tarobém acariciado pela fortuna e pela bero-queren(a 
pùblica; mas nunca a diversidade das situa^òes da vida Ine 
modifìcou a espantosa serenidade de espirilo, nem Ihe tor- 
ceu aquéle raio de luz vivissima, com que via e apreciava 
OS homens e as coisas. 

Na ocasiào em que 6le passava por uma das crises 
mais violentas da sua vida, disse-lhe alguém: 

— Lastimo-te; é uma das quédas, de que tarde te levan- 
taràs. 

— Enganas-te, — replicou èie, sorrindo; — as minhas 
cjucdas sSo comò as dos gatos: os gatos, de alto quecàiam, 
hcam sempre de pé. 

E no meio desta serenidade e desta friéza de espirito, o 
scu grande corayào tinha manirestayòes que espantavam. 

Um dia, apresentou-me uns contos deliciosos da cele- 
brada romancista inglòsa, Guida. 

— Leia isto, e traduza alguma coisa para o jornal. E 
magniKco. Tem pàginas admiréveis. Ora oiya. 

E pòsse a lér uma passagcm, em que Ouida descreve a 
chegada dos prussianos a Paris. Fora invadida uma aldeia. 
Os patriotas mais entusiastas pagavam com a vida o amor 
a pàtria. Bernardou, noivo de pouco dias. Torà assassinado 
a vista de sua mài. Reine Alix. dentro do pròprio tugurio. 
À carniticina proseguia em tórno. As chamas comeyavam a 
devorar a aldeia. Um homem do povo entra em casa da ve- 
Iha Alix, e brada-lhe: 

— Salvai-vos depressa, està incendiada a aldeia. 

— Salva-te tu — respondeu-Ihe eia; — eu sou velha, e 
aqui ficarei com os meus mortos. 

Antonio Augusto suspendeu a leitura. Olhei para èie, e 
as légrimas queriam saltar-lhe dos olhos. 



k 



TEIXEIRA DB VASCONCELOS 



205 



— Nào adrnire, — coalinuou èie, veodome surpren- 
dido; — dizem que a mulher Toi Tormada de urna costela do 
homem, mas eu creio que fui Tormado de urna costela de 
mulher. 

É inùlil repetir o que se tem precooizado sóbre a enor- 
me superioridade daquèle espirito eultissimo. A sua biogra- 
ria politica e literària, todos a conhecem. Os seus livros, os 
seus jornaes, as suas palavras, estKo presentes a memoria 
de todos DOS. Dereitos, se os téve, avalià-los-ào os plutar- 
cos futuros, quando a história pudér arquivar Triamente os 
corolérios insuspeitos da critica. 

Por agora, o tùmulo do notavel escritor reclama apenas 
as homenagens de todos, e as saudades dos que Ihe deve- 
ram arectos. 

Entre essas saudades e homenagens, pego o lugar mais 
modesto para as que eu tributo a memòria sempre viva de 
Antonio Augusto Teixeira de Vasconcelos. 

Alcrìcer, Agosto, 1878, 



i 



XXX 



VISCONDE DE CASTILHO (JÙUO) 



XXX 

Visconde de Castiltio (J^lio) 



DANDO uin porluguds ilusire, lioie Con- 
de e Par do reino.eslremecia de cdIu- 
siasmo em 1818, ao proclamar-se a 
segunda rèpiiblica francésa, o seu 
aradr juvenil espelhou-se num optìs- 
cuto célèbre, cujo tilulo é urna sen- 
lencatSo vulgarcomoexprcssìva: On- 
lem nSo é hoje. 

A sentenza é Ho simples, que 
chéga a ser prudhoinnièsca; mas Ho naturai e rigorosa é, 
quc inslititivametile a reproduzimos, quando aliramos a vista 
por esla Lisbda Torà, onde os mcessantes melhoramentos e 
t ran sforni a (Sos maravilham sobreludo os que conhecèram 
Lisboa ho quarenla anos. Gsses, ao v&-la hoje, quase a n3o 
coDhecem, porque é de Lisboa que mais justamenie se póde 
diz6r: On/em nflo e hoje. 

Imaginem, agora, que nSo conheclamos simpiesmente a 
Lisboa de ontem, mas ainda a Lisboa de ha tres, cinco ou 
oilo seculos, e o espanto subìria de ponto, ao derronlarmos 
que era com aquilo que é. 

Passar em revista as estreilas e escuras vielas da veiha 
Lisboa, OS cosluraes pinturéscos, e és vèzes selvagens, dos 
seus anligos habitanles, a história alegre ou Tiìncbrc que se 
prende a rada recanlo da ddade. a Iransforma^do sucessiva 

U 



210 piGURAS literXrias 



de monturos e aridos terreoos coi largas pra^as e sumpluo- 
sas constru(5es, os homens que cooperaram nessa transfer- 
ma^ào, as lendas e episódios locaes que escaparam a histó- 
ria geral, seria excelenle recrea^ào, cheia de curiosidade, 
de interesse e de bons ensinaroentos; nào é verdade ? Pois 
temo La hoje ao nosso alcance, a custa de alheio trabaiho, 
tao paciente e tao extraordinario, que custa crèr que alguém 
arrostasse com èie, entre os brandos ócios e o labór egoista 
que caracterizam a sociedade de hoje. 

Deve-se este meritòrio e largo trabaiho a um escritdrde 
ra^a, coragào de oiro e espirito claro, o segundo Visconde 
de Castilho. 

Educado a sombra dos melhores exemplos, Jóh'o de 
Castilho eslreou-se pela poesia na carreira literària, e pu- 
blicava aos nuatdrze anos correctissimos versos. Trabalna- 
dòr e desambicióso, a maior parte dos seus livros tém sido 
publicados no Brasi! e em Paris, esquivando-se èie sempre 
aos aplausos dos seus contemporàneos, afastando-se siste- 
maticamente de todos OS bandos literàrios, e escondendo-se 
com OS seus livros em recessos, aonde nào chèga o falario 
das pragas nem a declamando da comédia social. 

E assim escreveu a Inés de Castro, os estudos sobre 
Antonio Ferreira, as Memórias de Castilho; e assim tem 
trabalhado e trabaiha, comò um mineiro obscuro, para tra- 
zòr a luz a mais interessante história da cidade do Tejo. 

Refìro me a Lisboa Antiga ^ obra dividida em duas 
partes, a segunda das quaes vai no 6.° volume, agora pu- 
blicado, e acompanhado de déz magnificas estampas. 

Éste volume 6.°, da segunda parte da Lisboa Antiga^ 
é de um valor inestimàvel, pelas copìosas e interessanles 
noticias, que nos dà, dos antigos bairros orientaes, incluìD- 
do Rocio. 

Sào 31 capitulos, que se estendem por quase iOO pagi- 
nas, ricas de mformagòes, episódios e abundantes li^es da 
história locai. 

autor embrenha-se nos tempos mais antigos, consulta 
memórias, pergaminhos e inscrif5es, e vem acompanhando 



(1) Uvraria Ferreira, editóra, Idia Aurea, 132 a 138, Lisboa. 



VISCONDB DB CASTILHO (JULIO) 211 

ale hoje, alravés da sombra dos séculos, as edificayòes e os 
lugares mais notàveis da nossa Lisboa. 

Cora tal trabaiho e processo, Tala-nos largamente da ex- 
Unta igreja paroquial ae San-Jorge, de San-Jorge de Ar- 
rtrios, ermida e campo de Sania-Bàrhara, Moirana e Almo- 
cavar f quirUa dos Condes deSan-Miguel, paldcio dos Condes 
de Mesciuitela em Àrroios, Nicho da Imagem, Caracol da 
Penha, igreja da Madalena, capela da Consolacào, Porla 
do Ferro, Monturos de San-Mamede, palécio, PenafUl, er- 
mida de San-Crispim, San-Patricio dos irlandéses.mo^/ftro 
do Salvador, Chèo da Petra, ao Castelo, Feira da Ladra^ 
Passeio Publico, Avenida, etc. 

Nesta larga peregrinaigào através das paróquias de Lis- 
boa, deparam-se-nos paginas curiosissimas. Por exemplo, a 
que se refere a ìlumina^ào de Lisboa, anteriormente a 1780; 
e creio que os leitdres me agradecerào a transcriydo de al- 
guns periodos: 

— «Antigamente, andavam os transeùntes de todo às es* 
caras. Quem queria vèr onde punha os pés, mandava-se 
acompanhar de criados, com tochas ou lanternas. 

«Àssim descreve Fernào Lopes ao conde Andeiro, por 
exemplo, na chrónica de el-rei D. Joào L Essa grande Fi- 
gura, embu^ada, atravessando as ruas a deshoras, tem nào 
sei que de grandioso, que nunca mais esquece. Se até a 
lenda Tèz do brilhante Conde um papào ! era um coco das 
crian^as ainda no seculo passado; para se Ihes metér médo, 
diziase-lhes que èsse personagem vagabundeava de noite. 
E um resto dos ódios que èie despertou no povo. 

«Foi num minucidso Regimento policial, dado por el-rei 
D. Fernando a cidade de Lisboa, em sua carta de 12 de Se- 
tembro de 1383, que (entre outras providéncias, tendentes 
a prevenir a ladroagem), se estatue que, segundo os homens 
bons determinassem, se colocassem em certas ruas caudeias 
(tochas, velas, archotes), pura arugentar malfeitores. 

...«Quanto é Franca, que vai quasc sempre na van- 
guarda dos melhoramentos materiaes, foi so em 1769 que o 
veiho sistema portugués se viu substituido em Paris por 
lampeòes pendurados de cordas, de lado a Indo das ruas. 



ì\ì PIGDRAS LITERAniAS 

«Ésses laropides em corda nSo liveroos nós ca; mas li- 
vemos OS oulros, pendentes de uni engenho de ferro eogon- 
(ado que descia e subia a vontade. Isso niesmo aue hoje 
DOS faz rir, habituados ao gas e a luz cléclrica, dea urna 
verdadeira campanha quando o Conde de Novìon, chefe de 
policia, introduziu. 

«Comc^ou a ilumina^do em Lisboa a 17 de Dezembro 
de 1780. Em 1791 jà ha via 809 alampiòes. 

ttBa vesligios da oposi^ào sislemàtica, movida pela opi- 
niào dos ramerraneiros contra um tao assinalado melhora- 
mento. Nas anola^òes do Theairo de Manuel de Figueiredo 
ìalase de um peralla, que numa assembleia dizia: £u nào 
sei que utilidade me vem, eslando em minha casa pelas 8 ou 10 
horas da notte, que estejam na rua ardendo Jsle tempo tantas 
mil luzes; nào sei, 

«Com a invasào dos candeeiros, iicaram osnichos preja- 
dicadissimos. 

ttTudo isto veio a proposito do tal nicho, que ainda exis- 
te na esquina do Caracol da Peoha. Chamava*se por causa 
dèie ao sitio o Nicho da Imagem, 

«Ora^ em 1753, morava no seu palàcio, ytin/o do campo 
de Santa Bàrbara defronte do senhor de Murga (prèdio Mes- 
quitela), o conde de San-Miguel, veiho; muito perto, ficava 
Nicho da Imagem, e a ali tinha entào urna tenda certa mu- 
Iher, cuja filha enlreteve corno Conde Alvaro um romance 
que nào vem para aqui, e que desfechou a final ero ter de 
se recolhér a tendeirinha para n§o sei que mosteiro. 

aConvengase o leìtór de aue tudo sào romances neste 
mundo, e de que as esquiuas de uma cidade, grande e po- 

Bulosa comò està, lem mais histórias para contar do que 
lumas ou Julio Dinis». — 

Tenho pena de que o espa^o me nào permita dar urna 
sintese completa das maiores curiosidades históricas déste 
livro. Àpontarei ao menos mais uma, — a exposiyào do 
nosso antigo servilo postai. 

Curiosissimo ! Antes de D. Joào III, que foi quem criou 
oficìo de correio-mór, cada qual, para lon^e ou perlo, 
mandava as suas cartas por própriost ou recorria aos almo- 
crevcs. D. Joào III, para ter quanto antcs noticias do casa- 



k 



VISGONDB DE (^ASTILUO (jlLIO) 



213 



mento de seu l'iltio cni Si^sWhdi, ordenou escudeiros de sua 
casa posios a cavalo em parados pelo caminho, que com loda 
a pressa de um]em oulro Ihe Irouxessem, corno trouxeram, a 
dila cerlidào. 

Em tempo de D. Sehastiào, jà depois da ìostituì'gào on- 
cia! dos correios, urna carta levava sete dias para chegar 
de Braga a Lisboa; e jà no principio déste século, o correlo- 
mór tinha apenas as suas ordens dóze correios a cavalo e 
trinta a pé. 

As carlas da provincia, ou mandadeiras, corno entio se 
dizia, so se recebiam aos sàbados, em casa do correio-mór 
a San-Mamede. 

Mas isto é apenas urna pequena amostra do livro, a cèr- 
ea dos usos e costumes da Lisboa antiga; à cérca dos seus 
monumeutos, e familias mais importanles que moraram nas 
. freguesias, de que o livro trata, impossivel seria dar nesta 
pagina uma ideia aproximada do valor da obra. So a cérca 
da hislória parlicular de vàrios couventos, do Bocio e do 
Passeio Pùbiico, ha muitas e deliciosas paginas, em que o 
interesse histórico se casa com o encanto da narrativa- 

A Lisboa Anliga do Yisconde de Castiiho e uma destas 
obras que devéras recreiam, ensinando ainda mais; e, so* 
hretudo para os fìlhos de Lisboa, legitimos ou adoptivos, 
oferece eia atractivos e surprésas mais que bastantes, 
para aue a cidade e o pais aplaudam vivamente o incansà- 
vel e brilhante cronista. 



w. 



XXXI 



JOÀO MILTON 

(1886) 



XXXI 

JoS-O Iwlllton 
(188G) 



rèpliiblica iaglésa... 

^3o se assustem os amigos 

de Sua Graciosa Majeslade. 
A rainha Vilórìa nfio è, e 

provavelmenle nSo sera, prola- 

ffonisln de um novo capitiilo dos 

itfis no exilio, de AToaso Dati- 

det. 

A Inglalerra nSo pensa na 

répiiblica. Digeriado fleugma- 
ticameote o seu bife, e ds vézes o bife do próxhno, conven- 
ceu-se, dAsde ha muìto, de qiie a prospendade e o sosségo 
das na^esnSo dependem do litulo dos chefes; a sua veae- 
ràvel soberaoa chéga a esquecér-se de que preside aos des- 
tinos* da Gran-Bretaoha, de que é imperatrìz das Indias e 
autòcrata tn parlilms da Africa do Sul; e, no seu tepido ga- 
biaéle de Windsor, no aconchégo das pelissas e preciosos 
csldros, vai tramando Bm pape) deHolanda as suas Memórias, 

Juaodo dSo substilue o ctiapim de seda pelas bolas de coirò 
a Rùssia, para ir tralar dos seus pavOes e araras no parque 
de Balmoral. 

Na Inglalerra, a realéza soube tirar prelextos à revolu- 

SIo, se excepluarnios dois peauenos parénteses na longa 
istòria daquela moDarquia. Amaa na Idade-Média, antes de 



218 PIGURAS LITEKARIAS 



utvorecftrem os Estados modernos, o rei Joào Stm-Yerra, de 
bòa ou ma vonlade, dava ao seu paìs o primeiro código das 
liberdadcs ioglésas, a Magna Charla, Os Estalutos de Ox- 
ford ampliararo èsse código, e o regime parlamentar conso- 
lidou-se e assumiu um prestigio, que ioda nào foi excedi- 
do por nenhum parlamento da Europa. 

£m taes condì^òes, e no pieno gdzo das liberdades de 
imprensa, deassociagào, de consciéncia, o póvoinglés, quan- 
do loda a Europa fòsse rèpublicana, seria certamente o ùl- 
timo em proclamar a rèpùbiica. 



E, contado, a rèpùbiica inglésa. . . existiu, se é que de- 
vemos chamar ròpublirano qualquer govèrno, cujo chefe nào 
é rei, nem imperadòr, nem sultào, nem emir, nem xà, nem 
raja, nem can, nem iman. Nào é extemporànea a referència 
a essa rèpùbiica, visto que, hoje, 9 de Dezembro, faz anos 
(|ue nasceu uma das primeiras personagens da rèpùbiica 
ingièsa de 16i9, Joào Milton, que foi também o primeiro 
poèta èpico da Ingla terra. 

É evidente que hoje as lètras nada valem ao pé da po- 
litica, a nào sèrem as de càmbio, com aceitante reconne- 
cido e abonado. Mas, naquèles tempos, vigoravam outras 
ideias, e foram as lètras que, do 6lho de um tabeliào, do 
poèta de ParaUo Perdido, fìzeram o primeiro ministro de 
Oliveiro Cromvell. 

É justo portante que primeiro digamos um pouco do li- 
terato, e do polìtico depois. 

Milton estreou-se nas lètras por vàrios poemètos, em in* 
glès e em latim, por alguns opùsculos em defèsa da liber- 
dade religiosa, e completou a sua educagào, viajando por 
Franca e Italia. 

Um episòdio còmico e até burlésco, ocorrido ncsta via- 
gem, sugeriu ao poèta a grandiosa epopeia de Paraiso Per- 
dido. 

Um notàvel critico francès, o padre Gouget, conta assim 
caso: 

— Viajava Milton na Italia, e viu representar em Milào 
orna comédia, intitulada Addo, ouo Pecado Originai, escrita 




JOÀO MILTON 219 



por uro (al Aiidreiiio, e dedicada a Maria de Médicis, rainha 
de Franga assunto era a qiiéda do primeiro liomem. As 
personagens eram o Padre Eterno, os Diabos, os Amos, 
Addo, Eva, a Serpente, a Morte e os Pecados Mortaes. Éste 
assunto, digno ao engenho absurdo e do gdsto depravado 
do teatro daquéle tempo, era tratado por urna fórma que 
correspondia ao intento. A primeira scena abria-se por um 
c6ro ae Anjos, e Miguel Talava assim, em nome dos seus 
confrades: 

— ttSeia arco-ìris o arco da rabeca de ermamente; os 
sete planetas sejam as sete notas da musica; o tempo fa; a o 
compasso; os ventos toquem orgam; etc.»— 

É tdda a pega néste gdsto. 

Milton, que assistia a representagào, descobriu, através 
do absurdo da obra, a escondida sublimidade do assunto. 
Os sete Pecados Mortaes, a dancar com o Uiabo, sào real- 
mente cùmulo do ridiculo e daeslravagància. Mas o uni- 
verso, tornado infeliz pela fraquéza de um homem, as bon- 
dades e as vingangas do Criaddr, a origem das nossas des- 
gragas e dos nossos crimes, sào assuntos dignos do mais 
arrojado pincel. 



E èsses assuntos, aproveitou-os Milton tao habilmente, 
e coro tanta inspirando, que nem antes nem depois se escre- 
veu na Inglaierra epopoeia superiór ao Paraiso Perdido. 

Mas, quando Milton tramava a ùltima estrore do seu poema, 
trés des^ra^as o haviam assaltado, quase ao mesmo tempo: 
vira expirar a rèpùbiica, que èie defendéra e servirà; perde- 
rà a vista; e, para cùmulo de infortùnio, casàra, pela tercei- 
ra v6z, com uma mulher formosa. 

Dizem que, conversando uma véz com um amigo lison- 
jeiro, éste o folicitara por possuir uma mulher, so comparà- 
vel a uma rosa . . . 

— Bei sei,— respondeu o poèta;— nSo Ihe vejo as córes, 
mas sinto-lhe os espinhos. 



Com a restaurando dos Stuarts, o poèta rèpublicano era 
mal visto na córte de Carlos 11, e ninguèm Talou no seu poè- 



820 FIGURAS LITBRARIAS 



ma. So (lepois da morie de Milton, é que lord Sommers e o 
bispo de Rochester fizeram urna esplèndida edi^^o do Pa- 
raùo Perdido, emergindo dai a fama universal do grande 
èpico. 

Pois glorióso poeta, que morreu cego, pobrissimo e. . 
casado irés vézes^ Torà o brago diretto de Cromwell, e talvèz 
inspiradór daquela extraordinaria energia e das largas 
medidas, que fizeram do govèrno do Protectór o mais pròs- 
pero govèrno da Inglaterra. 

despotismo de Carlos I preparerà a viteria do Parla- 
mento, compósto de presbiterianos.independentes epuritanos, 
Cromwell, chefc dos puritanos, salvara a revolu(So com a 
bataiha de Nareby; os presbiterianos fóram expulsos do par- 
lamento; OS indqi>endentes levaram o rei ao cadafalso; e 
Cromwell, senhór da situando, e nào podendo fazèr aclamar- 
se rei, proclamava a rèpdblica, e intitulava-se ZorctfPro^f* 
ctór da Inglaterra. 

Bei de facto, e rei absoluto, menos no titulo, Cromwell 
dispensou o parlamento e pós escritos no palàcio das càma- 
ras. Tao ambicióso comò mistico, os seus aderentes consi- 
deraram-no um santo; e, coma preponderància dos puritanos 
e com a inaugurando de uma politica arrojada e espansiva, 
tratou de provar que as Iradigòcs monàrquicas nào eram in- 
dispensàveis a melhor administra^ào de uni Estado. 

Nessa conjuntura, enconlrou um homem de talento e 
sabèr, que pelas vias diplomàticas, havia de pòlo em evi- 
dènza e fazè-lo respeitado perante as primeiras na^òes da 
Europa, fisse homem foi Milton. 

Ministro e primeiro secretano de Cromwell, Joào Milton 
redigia em latim, ou dilava talvèz, as notas diplomàticas, 
que, a par do desenvolvimento colonial, tornaram grande e 
temida a Inglaterra. 

A Espanha mendigou entào a alian^a de Cromwell; o 
Papa mandoususpendèras perseguiròes conlra a Beforma, 
para nào vèr o castelo de Santo Angelo esboroado pelos ca- 
nh5es inglèses; a Franca deseiou aliar-se com^a Inglaterra; 
a Espanha via se for^ada a entregar-lhe a Jamaica e Dun- 
kerque: os holandèses eram derrotados Irès vèzes pelas ar- 
madas de Blake; e a marinha inglèsa dilatava o impèrio bri- 
tànico das Indias e da America. 



JOXO MILTON 



221 



A rèpùbiica inglèsa, — chamemos-lhe assiro, —estava pò- 
rem destinada a morrèr coro o seu Tundaddr. Quando o im- 
becil Ricardo, filho de Cromwell, assumiu o protectorado, 
Carlos li dava o primeiro passo para a restaurammo da dinas- 
tia Stuart. rei nàoera muito menos imbecii queo segundo 
proleclór, e os seus èrros precipitaram a revolu^So de 1689* 
mas a monarquia retomava o seu lugar, e, no decurso de 
doìs séculos immediatos, fraternizava progressivamente com 
pdvo inglès, dificultando as explosòes que estìlham os 
tronos. 

Em melo, todavia, da sua fòr^a e da sua grandèza, a In- 
glaterra monàrquica nào se esquece nunca dosextraordinàrios 
servi(os que deve a efèmera rèpùblica de 1649, e a justi^a 
da história, procurando Tazér a melhor atribui^ào désses 
servi(os, e anotando as apologias de Crorowell, tra^a ao la- 
do déste nome o nome de um poèta,— Milton. 



k. 



XXXH 



VIvSCONDR DE SANCHES DE FRIAvS 



(i89i) 



XXXII 

Visconte de Sancties de Krias 

(1894) 

Meu qttfritlo Urbano dr Castro 

B inda nSo p6de lér o Senhor de Fóios, 
romance do Visconde de Sanches de 
Frias, consìnta que eu Ihe comiinique 
as ìmpressOes que o livro me deixou, 
e que Ihe pe^a a publicaydo delas, 
visto corno em lélras portugiiòsas nem 
sempre se vfi o que se deve vèr, e vis- 
to corno a sìnceridadc e a juslìfa cm 
crìtica liieràrìa andam ha muito cscon- 
didas, CDvergonhadas lalvéz das barbaridades que Ihes im- 
putami. 

N3o sei se o meu amigo coahece o autor do livro. Tal- 
v£z nSo, porque o Visconde de Sanches de Frias n<Ìo sài es- 
ponianeamente do seu sìsiemàtico reiraimeoto, e os fahri- 
cantes de famas lilerarìas mal Ihe conhecem a porta. 

Deixe-nie, pois, apre senlar- Ihe o homem, anles de Ihe 
Talar do escritdr e do seu liltimo lìvro. 

Enèrgico corno genuino beirào que é, e aparentemenle 
rude a fór^a de iodependéncia de caracLer, Sanches de Frias 
dislrihue a melhoria dos seus cuidados e afectos pelos pou- 
C08 e queridos enles que Ihe reslam de urna numerosa Ta- 
milia, por alguns, raros, amigos, e pela bòa lileratura nacio- 
nal. 

n 



226 piGTJRAS litbrXrias 



Devendo quanto pòde e vale a perseveranza no trabalho 
e a sua austeridade eie caracter, coloca acima de ludo a sua 
liberdade de pensar, sentir e proceder, importando-se me- 
diocremente do que os outros pensem, sintam e fagam. 

Nem Brama, com as suas cabè^as mitradas, o desvia 
do seu caminbo. 

Podem conspicuos evangelistas prègar-lhe que é preciso 
partir a peanha, em que se erguem os mestres da lin- 
gua: Sancnes de Frias morrerà abra^ado a Herculano e Cas- 
tilho, e nem a trdco da mais fulgente glòria perpetrare um 
galicismo. Podem dizér-lhe que a operéta e a comédia afran- 
cesada desbancaram Garrett e Gii Vicente: Sancbes de Frias 
n§o irà ao teatro. Podem assegurar-lhe que a freqUéncia de 
clubes e grèmios é meio caminbo para a immorlalidade: 
Sanches de Frias ndo passare da loja do Matos Moreira, e, 
quando muito, chegarà ao alfarrabista Coelbo, da rua Au- 
gusta. Pódem encarecèr-lbe algumas pràticas da bòa socìe- 
dade, a barba em ponta, o plastrào almofadado, o cabèlo a 
escovinha, o chapéu campaniforme: èie proseguirà nas pra- 
xes que considera mais sensatas, maniera a sua cabeleira 
romàntica, o seu chapéu de meia copa, as grandes guias do 
seu bigode victormanuelésco,asua péra galhardamente mar- 
ciai, a sua pequena gravata coni topàzio. . . 

É um caracter dos mais nitìdos que eu coohè(o. 

De uma extraordinària fdrga de vontade, as suas predi- 
lec^des literàrias n§o cedèram à prosa comercial, que èie 
cultivou largosanos no Para. Ao laao do livro Caixa e do li- 
vro Razào, encontravam-se-lbe sempre alguns dos melhores 
monumentos da lileratura pàtria; e, circunstància rara, o 
comércio andava, e o literato ia presidir ao Grémio Literà- 
rio do Para, escrevia para o teatro, redigia jornaes, Tazia 
versos... 

Depois do seu regresso a Portugal, mais acendrada de- 
vo^ào Ine roerecèraro ainda as lètras. Além de outras publi- 
ca^òes, deu aqui à estampa um volume de versos, aoras 
Perdidas, e uma interessante Yiagem ao Amazonas, que é 
um dos seus mais valiosos documentos literàrios. 

Ha tempos, tendo falecido um fidalgo roinbdto, multo co- 
nhecido no paìs pela excentricidade e retraìmento do seu vi- 
ver, Sanches de Friàs viu-se tenlado pela biografia do ho- 



VISGONDB DB SANCflBS DE FRIAS ììl 



mem a elaborando de um romance. Passadas algumas se- 
maoas, Simòes Dias e eu ouviamos-lhe lèr os primeiros ca- 

Eitulos, que se oos aliguraram a traga de um bom e belo tra- 
albo. trabaiho concluiu-se, e a previsto nào falhou. 

Senhdr de Fóios, àlém do interesse com que nos pren- 
de a figura do protagonista e o adoravel perHI de Julia, póde 
dizér-se efectivamente uma luminosa galeria, em que sdo 
qaadros magistraes os caracteres que o autor desenha: o 
hdalgo provinciano, em briga de sentimento com o moder- 
no utilitarismo; aquela boa Porciiìocula, um belo tipo das 
antigas e leacs servas, que se criavam e envelbeciam em 
casa de seus senhdres, aquela santa e veiha creatura, toda 
amor maternal para o que eia ajudou a criar; o comendadór 
Sìlveira, o prototipo dos homem de bem; a doce e arectuosa 
Matilde, comprimmdo sob a modesta roupinha de aidcan um 
grande e ardente coragào; aquela artificiosa condéssa, refle- 
xo dos pechisbeques e refòlhos, com que se velam e sobrc- 
doiram os cancros que dilaceram, na sociedade mais distin- 
ta, OS la(os de ramilia; Julia de Vasconcelos, hercina e mar- 
tir, cheia de afecto e chela de valor, sacrificada aos instin- 
tos de um selvagem e a uma fatalidade esmagadóra e bru- 
tal. 

Se passarmos do desenho de caracteres as paisagens, 
a mào do artista nào se nos apresenta menos firme, e admi- 
ramos a larga tela, de que resài, inteira e palpitante, a vida 
de Lisboa, obser\dda por um ingènuo fidalgo, cheio de pun* 
dondr e austeramente cducado; contemplamos reverenciosa- 
mente o vetusto solar de Fòios, emergiudo solene e grave 
de entre a garrida e vinosa paisagem de um recanto do Mi- 
nho; assistimos alegremente à Testa campesina da desfolhada, 
e reconhecemos (]ue o autor, antcs de tracejar os seus qua- 
dros, OS sentiu vivamente, e deixou néles um reflexo do seu 
espirito darò e justo, e mais de uma parcela do seu cora^ào 
de poèta. 

É extenso oromance,— 361 pàginas,— econtudo o leitor 
ha de achà-lo pequeno: o que é belo nao Tatiga, e a fórma 
literària do Senhór de Fòios é um dos mais eficazes aperitì- 
vos para uma demorada leìtura. autor, que conhece, es- 
tuda e admira os mais lidimos exemplares da boa linguagem 
portuguésa, nào dà lugar a que o inscrevam na volumosa 



228 



FIGURAS LITERARIAS 



malricula dos ioconscientes, muita véz aplaudidos, ìcodo- 
clastas da lingua. 

Bastarla èste predicado, — se outros nào tivesse o iS'^- 
nMr de Póios, — para que se rcgistasse, coro Tervoróso 
aplauso, novo traoalho do ViscoDoe de Saoches de Frias. 

E eu que, jà agora, meo amigo, hei de morrér abra^ado 
ao balsSo dos que tressuam na delusa do formoso idioma, 
que é primeiro titulo da nossa nacionalidade, ndo posso 
esquivar-roe a aplaudir publicamente urna obra essencial- 
mente portuguèsa. 

E aqui tero a razdo desta carta. 



k. 



XXXIII 



DR. PEREIRA CALDAS 



(1898| 



^ 



XXIUl 

Ut. Ferelra Cal<ias 

(Carta abtrta a Albano Belino) 
(1698) 



EU bom amigo.— I.isonjeia-pie o con- 
vile que me Taz, para quti eu coope- 
re numa homenagem, que se vai 
preslar ao meu inolvidavel mentre, o 
dr. Pereira Caldas. 

V. conhece porém as coastantes 

e impretenveis tareras, que, por 

agora, e aSo sei ale quando, me prì- 

vam de anuir ao seu <^onviie 

E, cooludo, eu ffuardo imperecfvel na minha memòria o 

nome e a saudade do venerando professar, e beni desejava 

testemuDhar de qual(]uer Tórma o aprèfo que eu Ihe tributo, 

e 08 aTectuosos aentimenlos que a èie me ligam. 

É que, àlém de ludo, nas pàf;inas da minha aTasIada 
javentade, costumo conlempld-lo ainda hdje, nSo so corno 
provado amigo, mas ale corno. . . um salvaddr. 
NSo se ria, e, se tiver paciéucia, oi{4: 
Era em 1869. 

En preparava-me em Coimbra para entrar na Universi- 
dade, mas derronlava com um obslàculo, — o esame pre- 
. paratório de matemólica. 

Eu ounca morri de amdrespela matemàtica, ou porque 
naoca achei profeasfir que m'a fizesse amar, ou porque aem 
todos podem gostar de tudo. certo e que, corno estudante 



232 FltìURAS LITERARIAS 



de matemàtica, nunca Ihe consagrei por dia uma bora de 
estudo, e, se o tentava» a enxaqueca era certa. 

Ora sucedeu que em 1869 se soube antecipadamenle 
(|ue doutdr Rufìno, o detestado RuHdo, o terrdr dos caloi- 
ros e das faroilias, ia aos exames de matematica no liceu ! 

NSo cbeguei a desmaiar de susto com o terrivel anuncìo, 
mas tive febre e insónias, em que eu so via o espectro do 
RuHno, agitando satanicamente, com alegria selvagem, uma 
cauda de rapdsa ! 

Pus de lado os problemas matematicos* e dediquei-me a 
soluQào de problema da rapósa. Demais, o Rufino, màquina 
de algarismos, dèsde a raiz dos cabélos atc o fundo do co- 
ragào, nào podia sèr benèvolo comigo, visto que eu jà tinha 
publieado um volumito de versos, — os Quadros Cambian- 
tes, — e as musas, por via de regra, espantam as matemà- 
ticas. 

Nada ! Em Coìmbra, a rapósa era inevitàvel, e era pre- 
ciso fugir de Coimbra. Mas para onde? ^Onde haveria exa- 
minadór aue, tendo os loiros de Euclides, nào desdenhasse 
as grinaldas de Armida ? 

That is Ihe qaestion. 

Pensei, risquei, apaguei; fiz proporcòes e equa^oes; ti- 
rei provas, conici pclos dédos, conici de cabéca, e por 
lìm . . . eureka ! 

Tinha encontrado o xis. 

Ilavia efectivamente néste jardim da Europa um profes- 
sor de matemàtica, c^e nào so prezava os versejadóres, mas 
que até fazia versos: o dr. Pereira Caldas, professor de 
Braga. 

Os meus olhos dirigiram-se pie'dosamente para o norte, 
e, no lugar da Roma portuguésa, so vi a santa Kaaba, (|ue 
podia acolhèr em seu seio o misero peregrino da sciència e 
abrigà-lo contra os temporaes do Rufìno e a rapósa do 
mesmo. 

Caldas, nào obstanle a minha ignorància, havia de sér 
benèvolo, e a benevoléncia faz mìlagres. Mas èie nào me 
conhecia, e eu nào tinha quem me apresentasse. Nào im- 
portava: cinici um volume dos Quadros Camibantes e ende- 
recei-o ao lileralo, que sabia conciliar as musas com os alga- 
rismos. 



DR. PERblRA GALDAS 233 



autor do livro foi na cola déste. 
Apresentei-me desassombradamente ao mcstre. Alegre- 
mente surprendido, pregunlava èie: 

— ^Anda passeando pelo Minho? ^^Jàconcluiu a for- 
matura ? 

— Multo pelo contràrio: sou um caloiro, que tem mòdo 
do dr. Rufino e que se acolhe a protec^ào de Y. Ex.V 

— Oh ! i vem fazèr exame ? . . . 

— De matemàtica, se V. Ex.* nào fór demasiadamente 
rigoróso. 

— Demasiadamente, nào digo; mas é preciso sabèr-se 
alguroa coisa . . . 

— V. Ex.* julgarà, porque eu. . . nào sei o que sei. 

— Bom. Em quanto os cxames nào come^am, traga os 
seus livros. . . Nào, nào traga: os compéndios de Coimbra 
nào sào cà adoptados, e. . . 

-Quediz V. Ex.*? 

— Que sào precisos outros livros; e aparéya cà todos os 
dias, porque tcnho umas diìzias de discipulos particulares, 
em classe, e Y. irà refrescando a memòria, colhendo alguma 
ideia . . . 

Desnorteou me a novìdade dos compéndios; se eu, dos 
velhos, pouco ou nada sabia, que poderiam dar me os no- 
vos, nas duas ou très semanas que iam dali aos exames ? 

Mas fui. Ouvi prelecgòes que come^'aram a alumiar-me* 
mas as trevas do meu espirito, a respeito de matemàtica, 
eram impenetràveis. Quando eu ouvi o Sebastiào Menéses, 
(hoje Conde de Tarouca), o Pinlieiro, que foi depois meu 
cirenéu, e outros meus condiscìpulos, a por em pratos lim- 
pos OS grandes enigmas da scìòncia, a minha admiragào era 
tao grande comò a minha vergooha. Felizmente, o professor, 
com uma previdéncia admiràvel, nunca me mandou resolver 
um problema: nào queria vèxar-me em pùbiico ! 

Chegou exame, a grande bataiha que havia de decidir 
meu futuro, porque, là com uma rapósa adeante, é que eu 
me nào animaria a transpdr a porta fèrrea da Universidade. 

Apresentei-me em campo, com escassas munigòes, mas 
opulento de coragem e sangue-frio, dispósto a queimar a 
ùltima cifra naquela pugna homérica. 

Nao faltou ninguém à chamada; e na mesma tìla, ìsto é. 



234 FiGURAS utbrXria8 



no mesmo banco, alinharam-se très valcDtcs, o Oliveira, o 
Figueiredo e o PiDheiro, rijos, o priroeiro e o lerceiro, conio 
as àrvores que Ihes deram o nome; e fraco, mas erecto, o 
do centro, comò a (igueira, que ndo tem cerne. 

do meio era eu. 

A sorte designou um ponto, a que os trés examinandos 
devìara respondèr. Se me lembro ! — Resolufào trigono- 
mètrica das equafòes do segundo gran ! 

Eu lembrava-me de ter ja ouvido, em Braga ou Goim- 
bra, Talar daquelas coisas; mas o que Tdssem equacòes do se- 
gundo gran, e, ainda menos, resolvé-las, e resolvè-las tri- 
gonometricamente ^ isso nunca eu pude sabèr, vaiha a ver- 
dade. 

balàzio porém nSo me desnorteou. 

Como toda a gente sabia mais do que eu, calculei ajuì- 
zadaroente que o primeìro examinando esgotaria o assunto, 
e que o dr. Caldas, tendo de me interrogar em matèria vaga, 
me n§o colocaria em terreno escabrdso e me argumentar ia 
terra a-terra. 

Ainda este meu càlculo ndo estava ooncluido, e ja o Oli- 
veira, de pé, junto da ardèsia, livido, trèmulo, estacava 
deante da equagdo, Tormulada na pedra. 

Em roenos tempo do que aqude que se gasta em dizér 
isto, formei novo càlculo: — Oliveira ia desistir do exame; 
eu era chamado em seguida; oexaroinaddr, erobora quisesse 
auxiliar-me, nào ousaria mandar npagar a equaglio, — o 
ponto obrigatório, — e examinar-me em contas de sooìar; 
eu teria de mostrar em pùbiico se sabia ou ndo equa^òes e 
trigonometria . . . 

Situando ultragravissima! 

Estava porém a meu lado o Pinheiro, o terceiro exami- 
nando, que era chavào naauelas coisas; e eu, fazendo con- 
cha com a mào deante da odca, preguntei-lhe a meia voz: 

— Sabes resolver aquilo ? 

— Sei; aquilo é fàcii, — disse èie. 

— Depressa, — tornei eu, — escreve a solugio nésse 
papelito. 

E estendi-lhe um pedalo de papel, menor que um bilhè- 
te de visita. ; 

Pinheiro, em meio minuto, encheu-o de algarismos, 



DR. PEREIRA CALDAS 236 



lèlras e sinaes, que para miro eraro jeroglificos, e passou- 
me papel. 

Pu-lo deante dos olhos. Eraro cioco ou seis linhas de al- 
gariimos e coisas. Eu odo percebìa uro ùoico termo daquela 
esenta sibilina; mas tinha meroória, tioha coragem, e, ero 
menoa de aro minuto, estava habilitado para reproduzir de 
cor irabaiho do Piuheiro. 

meu seguodo calculo saira exactissiroo: •— o Oliveira, 
depoia de algumas teotativas inùteis, e, aotes de escrevér 
un tlgariaroo, desistia do exaroe e saia da sala. 

Ghamado pelo examioadór, levaotei-roe, e serenaroente, 
pienamente senhór de roiro, aproxiroeime da ardósia. 

— Temos ai essa equa^do, — disseroe o exaroluaddr, 
um pouco hesìtante; •— sabe resolvè-la ? 

— Siro, senhór; ibto é fécii, — respondi eu. 

E, aero dar teropo a mais pre^untas, compus a capa coro 
a pericia de uro veiho actdr, e (iz voar o gis por baixo da 
equa(ào. 

Escrevendo e tendo, la ajuntando al^arisroos e lètras 
coro tal deserobara{0 e roestria^ que, depois de enchèr très 
linhas, Tuì interroropido pelo examinaddr: 

— Basta! Vejo que sabe. xMas, para preenchér o seu 
exaroe. diga-roe mais algumacoisa: Que sdo horizontes ?. . . 

E ndo Ihe digo nada, roeu aroigo: foi uro exaroe de ar- 
roroba, uro verdadeiro triunfo ! 

Recebi relicita;5es de Antonio Candido e do padre Sar- 
dinha, •— ùnicos conhecidos que eu tinha ero Braga, e fui 
jantar coro o padre, cjue era roeu coropanheìro de quarto e 
é hoje priór, ndo sei onde, la para os lados de Miranda. A 
sobremèsa, — queijo rròsco coro bróa, — o padre Sardinha, 
que era filòsofo pessiroisla e poèta revolucionàrio, esvaziou 
seffundo pùcaro de vinho vérde, e, acendendo um cigarro, 
ponoferou gravemente: 

— Nào le alegres demais, antes do ajuste das contas. 

— Hein?.. . 

— Nào Vieste leccionar-te coro o Caldas, no ùltiroo roès 
do ano ? 

— E entao ? 

— Para os que estudaram coro èie, dèsde o principio do 
anno, è uroa coisa; para os adventicios, è outra. 



230 FltìURAS LITERÀttlAS 



— -Nào percébo. 

— Pois pregunta ao Sebaslìào Bertiandos quanto lem 
de pagar. . . 

— Mas èsse é rico, e o Caldas bem sabe com quem lida. 

— Fia te na Virgem ! Trazes tu dinheiro? 

— Algum: para a hospedagem 1if^600; para o meu re- 
gresso a CoìiDDra l&OOO réis; e para o Caldas ÌÌ6Q0, pa- 
gando-lhe um mès de lecciona^do pelos pré^os de Coimbra. 

•— Estas servido ! Queres um consélho ? Vai para Coim- 
bra e pregunta de là ao Caldas quanto Ihe deves, poraue, 
em Braga, e com os teus recursos, vais fazér mau papel. 

— Guarda la o consélho, que eu nào tenho bdjo para 
èie. Se Caldas quiser mais do que aquìlo que eu Ihe 
posso dar, passo-lhe um tltulo de divida, e èie aceita-m'o, 
tenho quase a certéza disso. Além de qué, nemo dal 
quod. . . Bem sabes. 

Sardinha bebeu outro pùcaro, e foroos fazér o quilo 
ao jardim de Santa Ana. 

No dia seguinte, fui apresentar os meus agradecimentos 
e as minhas despedidas ao dr. Pereira Caldas. 

— Eniào que me quere agora ? — disse èie. 

— Duas coisas; significar- Ihe o meu reconhecimento por 
todas as suas bondades. . . 

— Ora essa! V. fèz um cxame distinto, n§o tem que 
agradecér; verdade é que, se o apertassem muito . . 

— Nào diga mais, sr. doutór. 
— - Pois, sim; e que mais era ? 

— Sabér quanto Ihe devo da leccionagào déste més. . . 

— Nào fale nisso: jà me pagou, antes da leccionayào. 

— Paguei, comò? 

— Oferecendo-me o seu livrinho de versos. . . 

Nào cai de joélhos, lisonjeado, surprendido e grato, 
poraue Pereira Caldas m'o nào consentirla. 

Sardinha (ève uma desilusào, e cu adquiri mais urna 
prova de que a Providéncia nào é uma palavra van, porque 
dr. Pereira Caldas foi para mim um homem providencial, 
salvando me do Rufino e abrindo-me a Universidade. 



XXXIV 



JOÀO DINIvS 

M889) 



I 



XXXIV 

JoSLo Dinis 



musa coolemporilQea aDda mal- 

aviada coro o pùbiico, e quere- 

me parecér qae a razSo aem 

tempre està do lado dela. Dèsde 

que a DoSsia lamarlìaiaDa ad- 

quiriu fòroB de pieguice ; dCsde 

qae o Noivado do Sepulcro, pa- 

teado pelos espirìloe fones e pc- 

Ics cla^ufurrde Baudelaire, Ricne- 

pineVerlaìne. se reculheu para sempre aocamarim de alguma 

natelan de Valpafos ou Lantióso ; désde que db mocos espe- 

rao^sos coaie9araiii a agilar-se na febre dos sindicatos, e a 

rebolcar-se nos paues em que siogra a velha nau do Estado : 

campo literérìo, à conia de verdade e origioalidade, viu-se 

atagaao por urna saraivada de extra vagàocias, qiie consti- 

param dèsde logo éste bom piibliro, de ha multo areitoaos 

mornoa capités do romantìsmo; e quando, desprecavido, 

KDte Da pele alguma gdla frìa, calda dos céus oublados da 

poesia, eapirra uma praga, abaTa-se num artigo de TuDdo, e 

toma nm suadoiro de anùocìos, com médo dos pleurises. 

Em laes circuasl^ncias, tao pouco Tavoràveis aos por- 
tadJres de metro e fabricantes de rìmaa, é caso de surprésa, 
e de parabens ds musas, o aparecimeatode um poèta, que o 
piiblico lé e aptaude. 

Nèste caso Telii, està o poèta poriueuse, cujo nome en- 




240 piounAS litbrXrias 

cima està prosa. Èie ja tinha aparecido, e revelado o que 
é, Das folhas volantes do jorDalismo ; mas em livro de versos, 
que a gente leia, releia, e conserve para trelér e decorar, 
apareceu ha dias, e ero bora tao bero estreada, que o aplauso 
dos noticiaristas corresponde exactamente ao aplauso do 
major nùmero, que e o daquéles que léem, sentem, eotendem 
e nào escrevera. 

livro tem o titulo de Aquarellas, que, se nào é erro 
tipografico, tem, para miro, o senào de sér estranbo a nossa 
lingua, e a todas as linguas de que tenbo nolicia. Para ex- 
primirem a mesma ideia, tém os ingléses, water colours, os 
alemàes tuschen, os espanhóes aguada, e os italianos acque- 
rello. Do acquerello transalpino Uzeram os francèses aqua- 
relle e os portuguéses aguarela. Éstes sào os factos, que 
me levam a rejeitar aquarellas, e a estranbar éste titulo num 
formóso livro de versos. 

Mas que importa o nome, quando um sér amado se cbama 
Anastàcia, Escoléstica, ou Cunegundes? E depois, o que 
naquéla bipótese, podere figura r-senos culpa, nào poderà 
resalvarse pelo principio da liberdade poètica? 

Questào minima, ja véem. que é grande e indiscutivel 
é talento do poèta, que, libertando se de preconceitos de 
scita e de escola, ousa modestamente està coisa rara — sér 
singelo e sér darò, comò observa Eya de Queirós, o ilustre 
prefaciaddr do livro. 

Mas singelo e o darò em poesia, sendo, comò è, urna 
virtude rara, è tambem uma virtude dificil, porque a singe- 
lèza e a clarèza moram parédes meias com a giria reles e a 
insipidéz da prosa cbiira. Singelo e darò è o Tavares, de 
Cardigos, e o Savcdra, de Campo Maior, e contudo . . ne- 
nbum déles se cbama Joao Dinis. A vcrdadeira poesia, 
singela e darà, ocupa, socorrendo me às frases de Pru- 
dbomme, a aresta do Capitólio mais próxima da Tarpeia. So 
um extraordinàrio bom-senso, enflorado pela inspiragào mais 
autèntica, e robustecido pela sciència da linguagem, póde 
conjurar o despenhadeiro fatai. 

Conjurou o nosso poèta e redinou-se tranquilamente 
em cabeyal de flóres, para vèr, com os olbos do còrpo e os 
da alma, a grande e fecunda naturèza, no que eia tem de 
realmente belo, simples e bom. 



JOXO DINIS 2Ì1 



Ulna pequeDa amostra : 

« A viscondèssa um dia, 
no divan cor de rosa reclinada, 
deixando transiuzir do leve esiòfo 
a marmòrea epiderme aveludada, 
afogava, sorrìDdo, o niveo pélo, 

crescido e setinòso, 
de urna sobèrba gala de Angora, 
que ensafava um rom-rom maliciòso 
e se torcia, a trasbordar de gdso. . . 

Mas arranhou por flm. . . 

A viscondèssa entfto, muito irrltada, 

ergueu nervosamente 
a sua bela mào cor de marflm, 
mas nào bateu; flcou-se, porque em*flm 

pensou, e pensou bem : 

— As gatas. . . s&o assim. . . » 

E sào assim, singelos, harmoniosos e correclos quase 
todos OS versos do livro. Mas, para me Ticar ero paz ìnleira 
comìgo roesmo, desconlo, so para mim, um ou outro verso, 
cuja medida nào apodarei de errada, mas que eu nào acei- 
tana para mim, levado pelas razdes e exemplos dos que 
mais valem na arte do verso. 

Qaero eu dizér que Joào Dinis, uro hàbii metrificadór, 
reflecte, de longe cm longe, o processo de alguns poétas 
Dovos, roenos conhecidos do que è\e, lendo em verso dife- 
rentemcnte da escrita. 

Voltaire tinha razào quando assentava que a rima é para 
ouvido e nSo para a vista ; e por isso é que, ero francès, se 
rima terre e mère, e em portuguès mài e vem. Mas que nós, 
para nào lèr errado um verso, tenhamos de lòr mulhe'rs e 
escrevamos mulheres, é teoria e pratica, que, a meu vèr, 
nSo tèro por si a razào nero a autoridade. Joào Dinis es- 
creve : 

Tu mal sabes, pequena^ o que é perigóso. . . 
Perde a tinòta de te andares por Torà. . . 
Indiferenle à chacuta, a pasmaceira. . . 
E aparedam lornados em novélos... 
Tentaddras mulheres que se equilihram. . . 
Etc, ctc. 

1(> 



Hi 



FiaURAS LITERARIAS 



k 



Ora, para que em taes versos se leia o competente nù- 
mero de silabas, é mestér lér p'rigoso, andar' s, indif'rente, 
aparcianif mulher's, etc; e, antes fazèr a elisio de urna 
vogai, do que escrevèr a palavra de urna fórma e lè-la de 
outra. Além de qué, quem nào souber metrificar, le a pala- 
vra corno està e faz o disparate de dar ao verso mais silabas 
do aue as que Ihe competem. 

Mas qual dos leitóres se importa destas pequenas coisas? 
Sào realmente j^equenas, fogem até do dominio da crònica, 
e em nada cerceiam o alto merecimento das Aguarelas, que 
esponlaneamente reconhé(o e aplaudo. Mas quem ha que 
nSo tenha uma fraquèza? A minha, pelo menos a mais m- 
curàvel, é nào tolerar um verso que me paròla errado. Para 
mim, um verso errado é comò o gato prèto para o sr. Latino 
Coèlho, uma toirada para o sr. Carlos Testa, a Ajuda para o 
Século, sr. Mariano para o sr. Chagas, as Agmrélas para 
sr. Antonio Inàcio aa Fonséca: Tazme calerrios, tortura- 
me OS nérvos, e Deus sabe quantos poémas deliciosos 
tenho deixado de lòr, porque a fatalidaae me apontou na 
primeira pàgina um verso mal medido. 

Salve-me da pequice do reparo a confissào ingènua. Fe- 
lizes OS livros que nSo suscitam reparos mais graves. E as 
Aguarilas sdo um livro feliz, porque é s§o, formóso e amado, 
comò OS paladinos que tinham certa a glòria. 



XXXV 



MICKIEWICZ 



(i888) 



XXXV 

iwlicicie-w-icz 



I MontmorencY, em Franga, para 

Cracovia, na Polònia, fdram irans- 

poriados, ha mèses, os despojos 

morlaes do grande poèta e grande 

palriota polaco, AdSo Mìckiewicz. 

Bxilado da sua (erra, foi-lhe 

patria adopllva a FraD^a, onde vi- 

veu vinte e cinco anos, onde foi 

professdr cd Calégio de Frajifa, onde canlou as desgragas 

da sua pitria, onderoijornalista e oradór entusiasta eaplau- 

dido. 

Horrendo em Conslantinopla, o scu csdéver veio era 
1855 para a terra que hospedara o poeta com reveréacia 
e carinho, e foi depositado em Hontmorencv, na povoagào 
francfisa em que mais palpitam ainda as traclÌ;Ses polacas. 
Acompanhado accora por esludanles eslavos, ao som do 
bino A Polònia nÀ) morreu, atravessou de novo a Europa, 
para repoisar na terra gloriosa, nas criptas do monte Wawel, 
que guarda as cinzas de José Ponìatowski, e do immortai 
RoBciuszko, heróe de Macieìowice, esmagado pelos es- 
quadrOes aliados da Russia, da Prussia e da Austria. 



grande poèta da Itberdade, o bomem que foi a inrar- 



2i6 FIGURAS LITKRÀRIA8 



nafào mais viva do espirilo polaco, siolelizava nas siias 
estrores a energia de um pdvo que morre lutando» a cren^^ 
no renascimento da patria, o òdio a todos os despotismos. 
Nos seus cantos k Moculade, diz èie : 

« PoYOS sem coraQào, povos sem alma, 
sào povos esquelétos ! Mocidade, 
cede -me as tuas asas, que eu, voando, 
quero transpòr os mundos e perder* me 
nessas paragens da iiusào ditosa, 
onde entusiasmo cria maravilbas, 
eniìoradas ao sol do pensamento, 
doiradas pelo prisma da esperan^^ ! 

Mocidade) desprende vòo de aguia, 

e, com olliar no sol^ de um pòlo a outro, 

mede o Oceano sem firn da humanidade ! 

Meus Juvenis amigos, abracemo-nos ! 
Se caminho fòr esperò e tortuóso, 
se nos tolhèr o passo o despotismo, 
repele se vìoiéucia com violéncia 

Vamos I Abrìr flieiras. 

Rara formar cadeia em tòrco ao mundo I 
um so e mesmo ponto concentremos 
pensamento e a alma. 

Sài da òrbita, mundo envelhecido ! 
vamos guiar-te por camiubòs novos ; 
e, pondo ao lado os teus antigos trajes, 

remogarós, voltando 

à tua primavera ! 

Salvò, aurora gentil da independéncia ! 
Depois de ti. • . o sol da liberdade ! » 



Em seguida ao eslabelecimento do gran-ducado da Var- 
sóvia, as esperangas renascéram na alma da Polònia ; e o 
ano de 1812 é saudado assim por Mickiewicz, no canto XI 
do seu poèma Pa Tandeusz : 

« Ano grandióso ! Feliz, oh ! mui feliz 
quem te pòde saudar no meu pais ! 

povo inda te cbama 

ano da abundància, 




MICKIBWICZ 2i7 



ano guerreiro, o ano dos comba'es ! 
falam de ti os velhos para a ìnfància ! 
conligo sonham, devaneando, os valesl 

Inda te vejo, corno em sonho esplòudido ! 
Nascido escravo, escravo désde o ber^o. 
nunca vi primavera corno a tua 
sobredoirar-me a vida e o universo ! 

Mickìewicz seotia no seu espirito a projec^ào indelével 
do vulto colossal de NapoleSo. 

Muitos dos seus cantos trescalann o dcsmedido entusias- 
mo pelo herói de Austerlitz e Marengo. Napoleào era para 
èie libertador da Europa, o iniciaddr de urna era de pros- 
peridade e magnincència, o Messias do século XIX. 

desastre de Waterloo e o exilio de Sanla-Helena nào 
Ihe entibiaram o entusiasmo. 

Nas suas prelecyóes do Colégio de Franca, o espirito do 
poèta chéga a descobrir na figura de NapoleSo o precursór 
da futura fratemidade dos povos, e o iniciadór de urna evo- 
lugào religiosa do cristianismo. Em s^u conceilo, Napoleào 
continha em si o passado do cristianismo : era eloquente 
comò SanPaulo, simples e austero comò os primeiros Padres 
da Igreja, majestdso comò um bispo medieval, e, final- 
mente, arquétipo da arte nova. 

Mistico por naturèza, embebido no estudo das mitologias 
esiavas e orientaes, Mickie\^'icz chegava nas suas prelec{5es 
a preocuparse do destino da alma de Napole^o. 

Era reflexo vivo daquela Tebre de entusiasmo, que es- 
candeceu alguns dos melhores cérebros da Franca, sem 
exceptuar Victor Hugo e Lamarline. 

Por isso a Franca considerava Mickiewicz comò um dos 
seus mais iluslres filhos adoptivos ; e n§o foi sem pesar que 
eia viu levarem-lhe os restos mortaes do glorióso polaco. 

NSo vio de molde os tempos para a resurrei^ào das pe- 

3uenas nacionalidades extintas; mas, se a le e a coragem 
e um pdvo esmagado pudessem invalidar as ùltimas pala- 
vras de Kosciuszko, de nenhum dos seus morlos venerandos 
poderia a Polònia tomar melhores exemplos de Té e amor 
pàtrio, do que daquèle aureolado poeta, cujas cinzas se Tdram 
reunir agora is dos màrtires que enchem a història da 
heróicii e inreliz na^So. 



XXXVI 



JULIO LOUREXgo PIN'TO 



XXXVl 

J-dlio Louren90 Finto 




STB nome é de sobra conhecido na politica e nas 
lélras, embora as lélras e a politica aodem quase 
sempre desavindas, pela dislància dos objecti- 
vos e pela^^heterogeneidade dos processos. E a tal ponto 
08 Tactos aceotuam a mésalliance da politica è das letras, 
qae, em regra, o bom letrado é man politico, e o bom poli- 
tico é mau letrado. 

E darò que odo tórno aqui a politica na mais elevada 
acep$ào, considerando-a corno a arte de bem administrar os 
negocios pùblicos: oèste sentido» seria até naturai que os 
homens de mais létras Tossem os de melhor politica. Renro- 
me apolitica no sentido vulgar e moderno, considerada 
corno arte de encaminhar os negocios piìblicos a mercè das 
conveniéncias de um bairro, a Teiyào de interesses restritos, 
ou ao sabdr de corrilhos poderdsos. 

Perante està politica, os homens de létras representarào 
iacilmente de ingénuos, se Ihes nào distribuirem o papel 
de vitimas. 

Em taes condiyOes. o papel de Julio Lourenyo Finto, na 
comédia politica, estava previsto, menos por èie talvèz. 
Qae OS homens de létras ou de sciència dificilmente crèem 
na antinomia entre as realidades das coisas e o que apren- 
dèram pelos livros, pela sciència e pela cunsciència. 

A politica rèz, de JulioLourenyoPinto,GovernadórCivil, 
e Gonselheiro. 



^ 



XXXVII 



MARIANA ANGELICA DE ANDRADE 



(1870) 



XXXVII 

iMlariana Ang-éUca de Andrade 

(187») 



iscrcteiani por ai i porfìa sAbre o 

mcstér e o destino da miillier. Fi- 

lósofos humauilérìos, de vistas 

largas e ìmagiDafào ardente, cru- 

zam razOes e painvras sem raz3o 

corti OS manlenedóres sistemali- 

cos de ranfosos preconceilos e 

da santa ignorìlocia de nossos 

avós. 

Para uds, a mulher-lipo é mais que Aspasia e llipalia ; 

é a mullier pienamente emaucipada da superioridadc varo- 

nii; é a mulher inscrevendo o seu nome na lista dos rida- 

dios livrea, e entrando com o homem na parliltia dos^cargos 

da rèpdblica, e nas Tuncóes e direitos do cidadfio. (i) 

Para ontros, a mulher nunca devia erguèr os ollios da 
coslura e dos lavdres domésticos.'scnào para ornamentar os 



(I) EaUs linhiB Bervirim de preririo io primeiro livro ile 
versofl de U. Angéliua de Andrade, Mumuiiios do Sodo. segundo 
Hfro dell, Hevéfbtrox do Paente, |1882|, preUciado por Comes de 
Amorltn, mIu a pùbiìco, tendo a aulora falecido poiicos dias 
■ntea,e[n piena mtturidadc de fida e de Ulcnlo, e deiianilo vìiivo 
o pretacisdOr dos Murmùrios do Sado, o qual a despOKàra quatro 
anoa depois di daU do prericio. 

Eatas linhaa tém pois, e aprnas. o valOr milito gutiicclìro dr^ 
unia polire vioiéla, que ce nos dcpara mirrada. ciilrp ns frtllms 
amarclrcidas de urna mocidaJc qiic iiassoii. 

17 



268 FiGURAS litbrXrias 



sal5es, ou para dar ao cooressòr exacta conta de uns peca- 
dilhos que eia conressa, a mìngua de culpas sérias. Os que 
assim pensano abandeiam-se urna vèz cera Rousseau para 
invectivar a sciència, e reduzem a sciéncia da mulher a pes- 
pontar ceroilas e levanlar malhas das peùgas. 

É para mino de Té que nem uns nem outros andam bem 
avisados no que pensam e dizeno. 

A Sociedade é um organismo e a faroilia urna pequcna 
Sociedade. Na organiza^ào da familia ha dislribuigào de 
raesleres, consoante a ìndole e a capacidade de cada mem- 
bro. Gonfiar indirerentemente ao homem e a mulher as Tun- 
^5es internas e externas da sociedade Tamilial, seria um 
erro de economia domèstica; levar a mulher aosai toscargos 
do Estado, fazè-la deputada, desembargadóra, importaria a 
alterayào prorunda do organismo da Tamilia, e conseguinte- 
mente o desequilibrio social. 

Por outro lado, a mulher ignorante, a mulher em quem 
se nào reflectem os claròes da civilizaySo, a mulher a quem 
preconcetto atrela ao egoismo e ao despotismo do homem, 
é urna calamidade na Tamilia. sentimento, que é o distin- 
tivo mais nobre da mulher, mal se apercebe nas trevas da 
ignorilncia: aqui, o espirito cede o lugar a matèria, e o 
bèryo, em aue se formare as almas getierosas e sans, è entào 
a primeira tonte da superstiyào, e da rudèza de sentimentos. 

A mulher eleva-se pelo sentimento e educa pelo senti- 
mento. Em quanto o homem pensa, pianeta e duvida, a 
mulher ama, sente e ere. Nela, os prodigios de sentimento 
escurecem muitas vèzes as maravilhas da razào do- ho- 
mem. 

As Safos e as Corinas, envoltas na clàmide branca da poe- 
sia, sào sempre mais bemvindas, trazem mais consolando e 
mais ben^Sos'aocremitériodo cenobita, a morada do descren- 
te, ao leito do enfermo, ao tugùrio da indigència, do que os 
vultos majestosos e graves dos Aristóteles e dos Newtons. 

Espèiho cristalino da alma da mulher, a poesia edifica, 
alenta, converte, consola e da; e, quando a alma da mulher 
se vaza nas péginas de um livro. podemos invadir impune- 
mente OS penetraes de um santuario de afectos; pooemos 
vèr, face a Tace, a grandèza daquèles sentimentos que Tazem 
martires e heróis; podemos inenlifìcar-nos com a candidAz 



k. 



MARIANA ANGELICA DE ANDRADE 250 



de ama alma virgem e sentìr-nos melhores, mais Telizes e 
mais crentes. 



Os Murmùrios do Sado sào um livro de poèsias, escritas 
por mSo reminina. Lio, e veoho Tazèr um convite, em véz 
de ama apresenlafilo. Nào apresenlo a autdra do livro, por- 
que é possivel que me preguotem o meu nome; convido o 
leitdr a espaihar a vista por essas formosas paginas, paìsa- 
ge» sotTei e de ama trist^za encantadora, chaquetadas de 
arbdscalos e fldres, comò as paisasens do Perugmo. 

Em face da espontaneidade do sentimento, deante de 
um livro intimo, deftonte de poesia tao serena, e tao desa- 
taviada de mentirosas lou^ainhas de arte, sintome de tal 
roaneira embelecado naquela graciosa simplicidade e peado 
na razào pela varinha misteriosa da fada que segredou 
aquelas harmonias, que me Talece o ànimo para adnar taes 
cantos pelo austero diapasSo da estética. 

Ndo se diga contudo que os preceitos da arte cedéram a 
naturalidade do canto. Se, numa obra poètica, os homens 
da (ilosoiia da arte exigirem inspira^ào rica , sensibilidade 
viva, juìzo seguro, expressào Torte, sentimento musical, de 
ludo isto achardo alguma coisa neste Tormóso livro. Quando 
a revézes arroìxa a razào, ^ojuizo seguro, — surge a sen- 
sibilidade empanando-nos de lagrimas os oìhos, e abaiando 
que ha de mais Tundo no corayào humano; e resplandcce 
anjo da harmonia, apartando-nos, com o seu canto, da 
aridèz da analise, comò o canto das sereias apartava dos 
escolhos 08 companheiros de Ulisses. 

Os Murminos do Sado sào a tradufào completa dos 
sentimentos mais intimos da autdra, das suas aspira^óes, 
das suas cren^as, das suas tristèzas, das suas alegrias, dos 
seus desalentos ; sào as capelas de flóres, que as virgens 
▼arsovianas arremessam a corrente, por se libertarem de 
roiDs cuidados. 

Nama pigina entrevéemse os ùltimos claròes do sol 
poente ilaminando uma Tronto inspirada e triste; e dos làbios 
da poetisa er^e-se para o sol, que se despede, um bino de 
suavissima tristéza : 



260 piGURAS literXrias 



« Froixo e tibio, declina, esmorece, 
nesta bora de paz infloita, 
nesta bora de crenga bemdita, 

Sue tao gratas dopuras contém ! 
ual a sua, é a minba existéncia: 
]à sentiu alegria um instante ; 
mas agora, sem luz, vacilante, 
desfalece. . . declina tambem ! » 

Noulra pàgina, ha uos assomos de alegria passageira; o 
amor patrio desata-se em fldres aromàticas, e a poetisa, nas- 
cida ero lerras de Portugal, diz a urna americana: 

« Nào temos virgens florestas, 
mas n&o nos faltam colinas, 
e mais formosas s&o estas, 
esmaltadas de boninas ! 
Em boras de calma ardente, 
vai recostarte indolente 
à sombra dos laranjaes, 
e nas boras encantadas, 
em que as auras perfumadas 
vào gemer enlre os rosaes. » 

Aqui, é a desesperan^a de achar ventura no proprio asilo 
santo da poesia, onde se acolhe e se livra das tempestattes 
da Vida positiva ; e diz da poesia : 

« Nào quero vér-te Jà ! seduz teu brillio, 

mas torno-me infeliz ! 
teu sorriso encanta, mas eu cbóro 

em quanto me sorris. » 

Aléra, é a niulher que hoie sonha, ere e espera» eque 
àmanhan ajoéiha resignada sóbre o tùmulo das ilusòes per- 
didas : 

« Sonbas um ser, perfeito sem segundo; 
dà-lbe fórmas e Vida a fantasia, 
e teu idolo adoras ! 
Nào Julgas que èie vem do lodo immundo, 
cài a mascara.. ., ri a bipocrisia. 
e tu que fazes? cboras ! » 

Eu nSo posso deixar de votar a éste livro a minha sim- 
patia, porque me parece que entendo um pouco do muilo 
qiie coracdo deixou espalhado por essas pàginas. Mas a 
leilóra ha de, por certo, apreciar raelhor, e enlender mais 



k 



MARIANA ANGELICA DE ANDRADB 



2Gt 



do aue eu os longos e suavissimos mistérios que a alma da 
mulner se^eda à solidào em horas de poesia. 

È invejével o destino de um iivro assini. Achar agasaliio 
em todos os seios, em que o cinismo e a indiferen^a do 
sècolo odo lan^aram ainda urna góta do seu Tel ; ecoar em 
todos OS cora{5es, em que floreja urna esperan^a ou se crava 
espinho de uma dór ; velar, corno anjo custódio, a cabeceira 
dos infelizes; dar bàisamos e recebér cari'nhos; dirundir 
b6n(ios e sèr aben^oado, — parece-me sér està a merecida 
sorte, que no futuro aguarda o Iivro aue boje se estampa. 

Ea, por mim, sinto legitimo orguiho, por sér o primeiro 
em snudar èste Iivro, que ndo póde passar despercebido em 
D08S0S fastos literérios. Violante do Céu, e a Marquèsa de 
Aioroa, e a Viscondéssa de Balsem§o, e toda a plèiade dos 
Dossos talentos Temininos. ha de recebér, comò no seio de 
uma constela(do luminosa, a estréia que se levanta das mar- 
gens do Sado. 



h 



XXXVIII 



MIGUEL VIGENTE DE ABREU 



(1884) 



XXXVIII 

L^iguel vicente de Abreu 

(I88() 



ALECSD tià poticas semaoss oa todia 
portuguSsa, donde era naturai; e 
regìsUimog hoje, com sincero pesar, 
a falla déste presladio homem de 
lòlras. 

N8o me consta que liiho algum 
da India haja consagrado maior in- 
teresse e amor ao esludo das nos- 
sas antigiiiilades e giórìas orìentaes; 
e poucos contemporAneos o excederdo na valla e quaiitìdade 
dos esclarecimentos que èie nos deiita, para a histórìa da- 
queJa Dossa possessau. 

Devidamenle apreciado por todos os liomens eminenles, 
que passaram pelo govèrno da India portuguésa, comò Fer- 
reira Peslana, Cunha Rivara, Tomàs ttilieìro e oulros, rece- 
beu deHendes Leal, em portarla de Maio de 1802, a hon- 
rosa declai^(do de que Sua Majestade Ihe conrerìa o grau de 
Cavaleiro da Ordem de Cristo, «para Ihe premiar os csfòr- 
(08 que ile linha feito no.ioteresse da liisiória da Ìndia por- 
tuguésa*. 

Era também Cavaleiro da Ordem da Conccigào; associa- 
do provincial da Academia Rea! das Sci6ncìas, e sòcio cor- 
respondenle de outros institutos europeus e asiàticos. 
Hftvia nascido em Mnrgiio de Salcéle, em 1826, recohen- 



266 FiGURAS literXkias 



do- coro baplìsmo o nome de Miguel Vicente Filipe José da 
Assungào Àleluia de Àbreu. 

Cursou a Escola Matemàlica e Mililar de Gda; foi revisór 
da Imprensa Nacional daauela cidade, e roembro do Consélho 
iDspectdr da instru^ào piiblioa. 

Publicou, cm uro volume de 2i8pàginas, urna curiosa Bela- 
cào das alteragòes polUkas de Góa, acompanhada de [)recìo- 
SOS documentos; uma Memòria sobre o govèrno do vice-rei 
Conde de Rio-Pardo; oulra larga e curiosa if^mt^ia sobre al- 
guos filhos distintos da tndia; um Catàloao dos secretarios 
do Estado da India désde 1606 até 1866; ffinos e canfòes, 
em portuguès e concanim. 

Traduziu do inglés o Bosquejo Histórico de Góa, por Klo- 
guen; e deixa numerosos escritosem vàrias fdlhas periódicas. 

Possuìa uma opulenta livraria, e conseguiu organizar«em 
sua casa um museu, cm que se admiravam muitas raridades 
dos trés reinos da Natureza: conchas de Àfrica, Ormuz, Gei- 
lào e Timor; curiosos artefactos da indùstria da China e do 
Japao; mineraes da Australia; deuses gentilicos; pinturas 
históricas, etc, etc. 

actual Governadór da tndia, o sr. Visconde de Pa(0 de 
Arcos, ao visitar aquéle museu em 1881, deixou no livro 
dos visitantes as seguintes palavras: 

—«Ti ve boje a satisfagSIo de visitar o museu e livraria 
do ilustrado e multo curióso investigaddr o sr. Miguel Vi- 
cente de Abreu. 

«Digno filho da India portuguésa, o sr. Abreu colecciona 
inratigavelmente tudo que na sua terra encontra pròprio para 
merecèr a aten^Ko dos nacionaes e estranbos. 

aHonra Ibe seja, e multo louvór Ihecabe, por assiro ero- 
pregar os ócios dos seus ainda roais valiosos trabalhos de 
investigaddr da história da tndia. 

aAceite èie òste despretencidso testemunho, que aqui Ibe 
deixo, do quanto aprecio boroens do seu roereciroento, que 
assiro ilustraro éste Estado, de que boje, por iroroerecida 
confianga do nosso Soberano, sou o cbefe, que multo se hon- 
rara tendo-os comò informadóres nas coisas do govèrno. 

«Pangim, 31 de roaio de 1882.— Visconde de Pafo de 
Arcos.v> 



XXXIX 



ANTONIO RODRIGUEvS SAMPAIO 



(1884) 



XXXIX 

Antonio Rod.rigues Sampaio 
(1884J 



01, até hoje, mais notàveljornnlistn 
porlngiies. 

IlavJR nascidu cm 25 de jiiltio de 
1806, e raleccii em \'i de sclcmhro 
de 1882. 

De orìgem pabre e modesta, soii- 
be, pelo seii exlraordinàrio nuTÌln 
e virtLidcs, conr|iiislar os ponlos 
mais elevados da rcpresentaciio so- 
dai : Deputado, Par do Reino, vogai do Tribunal de Cun- 
las, HiDistro de Eslado, em todos as Tases da sua vida |iii- 
blics rèz resallar nobremeole as scìntilnfóes de iim espirilo 
superiore o aeu amor desinteressado à probìdade e ajus- 

Acima porém dos seus crédiios de csladista, pompoìa \m~ 
Ibaotemeote a sua corda de escrilór, e despcde claroos 
inextiDguiveÌB a sua pena de oiro. provada e adeslrnda nas 
lutai iocruenlas da imprcnsa periodica. 

Rarameote bavera quem lenha, conio £le, conbccido o 
Kgrfido dos alletas da pulavra cscrita; raros paladinos de 
antigas eras norcariam a lan^a corno èie llorcava a pena: 
poucas vèies as tradi^Ses da nossa cavaiheirosa l'eninsula 
enhibirto esemplo mais frisanlc de cortesìa e roragem. 

Sem médo e xem mancka, póde dizilr-se i|ue era o Bayard 
da imprensa. Nn mais aleaito dns rerrc^as parlidàriaK, a sua 



270 



FIGURAS LITErXrIAS 



peoa herciilea seotia o caldr de um grande cora^ào e o sé- 
prò benèfico de um espirito juslo. Quando èie irroropia de- 
nodadamente por entre os adversàrios, désde o corriiho po- 
litico, até as mais altas magìstraturas, havia alguma coisa 
que 6le respeilava, que o detinha e que o dominava, comò 
um gigante póde dominar uma crian^a: era a sanlidade do 
lar, eram os mandamentos da justi^a, no sentido mais nobre 
desta palavra. 

A lingua portuguésa lève néle um esmerado cultór; e do 
culto que èie Ihe prestava manavam, comò de Tonte copiosa, 
puros veios de subtil ironia, com que aTogava a dìcacidade 
Ignara das mediocridades que enxameiam os eseritórios das 
gazètas politicas. 

Dos scus indiscutiveis méritos, e do quanto Ihe devem as 
lètras e a liberdade, deram testcmunho unànime e simpatico, 
nào so OS quedesapaixonadamente apreciam as giórias portu- 
guèsas, senào ainda as mais encontradas parcialidades poli- 
ticas, c|ue, numa bora solene de justiga, proclamaram em 
còro, a beira de um tùmulo, as virtudcs do homem e a me- 
recida apoteóse do primeiro jornalista portuguès. 




XL 



JOSH MARIA AXCAX 



k 



XL 

José Trarla An^an. 
(tsgo) 



BNiio aqui um volume de po^sias 
raanuscrìtaa, que me fóram eovia- 
das do Alenlcjo pruni vciho ami- 
go, que é lambem amigo do au- 
tdr. 

intermediàrio pede-me qiie 

leta manuscrito e que llie trans- 

mita as minlias impressòes. 

NSo qucre ÌBto dizér, evidenlemenle, que eu seja juìz 

em Goìsas de arte; mas, sim, que cada um de nós, — dos 

que coDsomem a vida alimentando o minotauro da imprensa, 

corno diria Prudhomme ou um oraddr de comicios,— é urna 

parcela da opiaiSo e vale pelo menos um voto, no sistema 

cODStitucional que relizmeote dos rege, segundo a exprcssiìo 

do CoDselheiro Acacio. 

Eolre receAso e benèvolo, pude, nuns raros moraèntos de 
Acio, lér de fugìda o manuscrito aleoteìano. 

Na primeira pàgina, veni o oome do autor,— José Maria 
AofaD. 



poèta, fìujo nome e novo para mi 



im, é padre ou està 



para o sér, e vive em Beja, mas croio que é da Beira, ou das 



proximidades de Avciro, pelas rererènci 
corso do livro, ao se» pàtrio Vouga. 

Daales, era vulgar aninliar-se a poiisi _ 

OBOsteiros, onde a ìiberdade perdida e a ventura ideal acnr- 

18 



ias que faz, no de- 
ia nos clan stros dos 



274 PIGURAS LITERARIAS 



davam os ecos do mais ardente e apaixonado misticisiuo. 
Hoje, que a poesia prorana monopolizou o impèrio das mu- 
sas, raramente notamos que, entre a voz dos inspirados, 
resàia o càntico de um sacerdote. padre Arolas, em Es- 
panha, e o bispo Montes, no Mexico, estremam-se pela do- 
lora e sublimiaade dos seus versos, e o pròprio Leào XIII 
nào é um jlpoéta mediocre. ,Eslas excep^òes, porém, alias 
briihantes, nào destróem a regra. Em Portugal, ter-se-ào 
podido notar uns limidos ensaios de talenlosos poétas tonsu- 
rados, comò o padre Fontelas, do Minho, o padre Moura 
Séco, da Rua; mas o canlochào sufoca de ordinàrio a voca- 
^ào poètica, e a batina ensombra as mais espontàneas flóres 
do sentimento livre. padre Malhào, com a sua poderosa 
organiza(§o artistica, lève de se limitar a uns pequeninos 

auadros de li^des moraes em verso; Aires de Gouveia, dès- 
e que è padre e bispo, nunca mais fèz versos, pelo menos 
para o publico; e, quando algum seminarista perpetra um 
sonéto, ou tem a imprudéncia de gisar uma quadra nas 
margens do Cavaldrio ou do Schenkl, corre o perigo de um 
julgamenlo sumàrio e de alguns dias de reclusào ou de je- 
jum a pào e àgua. 

Comprende-se porlanto a surprésa, com que eu leria al- 
guns magnificos versos, escritos por um poeta de batina. e 
escritos talvèz nas próprias celas de um seminàrio. 

livro de José Maria Angan è o livro de um crente, e, 
ao mesmo tempo, um livro de combaie. No encal^o de Cha- 
teaubriand, Que procurou contrapór ao espirito voltaireano 
do século XYIU a serena e Tortificante filosofìa do Cristianis- 
mo, nosso poèta ergue-se, em nome do Evangelho. e, em 
vigorosos versos, fustiga os fariseus, que levam a descrenga 
e culto do vicio ao tempio da poesia. 

Eu nào gósto de filosofia em verso, e, mesmo em prosa, 
nào morrò de amdres por eia. A humanidade talvèz Ihe deva 
muito; eu, porém, dévo-lhe pouco mais que uns laivos de 
dùvida, Que nào fazem bero ao espirito. Quando leio um poe- 
ma social, raramente encontro ah a luz que alumia o espiri- 
to, caldr com que a inspira^ào afaga e embala o poema da 
Vida. 

E contudo, sem me extasiar perante os dilemas e os silo- 
gismos, com que José Maria An^an procura contundi r os 



JOSÉ MARIA ANgAN 27K 



idólatras do vicio, e os iconoclastas anli-cristàos, nào posso 
esquivar-me a admirar o vigor dos golpes e a apurada con- 
testura do8 alexandrinos. 

Aprazem-me porém, de preferéncia, aquéles lances, ein 
que a alma do poèta, distanciada da casuistica, e dos coro- 
larioa da filosona escolàslica, paira livrcmente nas regi5es 
do geotimento e da beléza ideal, produzindo notas, que uro 
poèta de primeira ordero se nào dedignaria de subscrevùr. 

Nom pequeoo poema, que conslitue a primeira parte do 
livro, ha um sobérbo dialogo entre o Mar e a Lua, dialogo 
que, pela sua extensào, n§o posso reproduzir, mas em que, 
a par de alguos senOes de correc^ào facilima, ha verdadei- 
ras belézas e extraordinàrio colorido. 

Hajam vista os seguintes versos: 



K^ vendo resvalar os lanf|:uidos amantes 
no abìsmo do prazér, febris, luxuriantes, 
tùrgido Oceano, impàvido, espumante, 
contempla dcstemido a abóbada briihante, 
e dii à Lua: 

—0' diva, ó anjo sorridente, 
que vagas na ampliJào do céu reaplandecente, 
baila das re^des da lùcida atmosfera, 
deità limpido azul da constelada estera, 
e vem unir- te a mim, ó Lua estremecida, 
nocUvaga Julieta, ó doce Margarida! 



Descende da mans&o dos vfvidos fulgores, 
e vem haurir comigo o néctar do prazer.— 

...R Mar ouviu dizer: 

—0' fllho, ó meu amor, ó adorado Oceano. 

que tens a agitagào do pensamento Iiumano 

nas grtndes espiraes das fervi das estranhas! 

ó Mar, a cuja voi concutem as montanhas, 

as roclias de granito e as iliias colossaes! 

De que te valeiii, diz, gemidos percnaes, 

e tanto soIuQar, e tantas convulsdes. 

se nio podem juntar-se os nossos coracòcs?. . . 

Queria descansar o ròsto dcsmaiado 

sàbre tcu salso peito hcrculeamcntc inllado; 

sentìr-te o latcjar do coracào potente, 

unir lo bom a mim, boijar to mei tramonto 



tmmm 



S76 piGURAS litbrXrias 



essa fronte cerùlea, esses cabelos brancos. . . 



Responde entào o Mar:— Nào possso, ó branca Lua! 

Eassa verào, o inverno, e passa a primavera, 
orescem os Jardins, vi^a no prado a relva, 
forgeia o rouxinol na murmurosa selva, 
esprendeni no arvoredo as aligeras aves 
mil cànticos de amor, mil cànticos suaves, 
valado sorri, veslese a nalureza, 

. . .E assim. ó astro, flco, 

corno no Galpc umbròso o desgra^ado Eurico-.. 

Quem DOS diz a uos que està referéncia ao solitàrio do 
Calpe, ao desgragado Eurtco, dìo levanta a ponta de um véu, 
permitindo-nos entrevér o idilio ou a tragèdia intima de um 
segundo Eurico? Ha tantos Jocelyns por èsse mundo fora! 
Hercuiano fèz o drama do celibato, mas à representa(Ìo ain- 
da nào fiudou... A liturgia nunca esmagou o cora^do: póde 
fazè-lo sangrar, mas ndo o mata. Quando nos erobebemos nos 
éxtases seraficos de Violante do Céu, de frei Agostinho da 
Cruz, de Santa Therésa, de San-Francisco de Assis, e de 
Chantal, comprendemos nitidamente que so é capaz dèsses 
arroubos um coragào que muito amou. 

Mas, voltando ao livro, e a parte os versos que satisfa- 
rào OS mais dificeis paladares, nào me parece que a obra, 
no seu conjunto, acareie extrordinarios aplausos do nosso 
pùbiico de hoje. A moda e o gdsto, bom ou mau, imperara 
soberanamente; e a publicagào integrai dos versos de José 
Maria Angan levaria os criticos a apodarem o md^o poèta de 
depaysé, demodé. . . Ero parte, o apodo n§o seria improce- 
dente. A permanéncia na provincia, a deficiencia de autori- 
zados modélos, as restri^òes da educayào eclesiàstica, deixa- 
ram o poèta na piena vigéncia do romantismo. nào Ihepermi- 
tindo acompanhar a desenvoluyào das fórmulas literàrias, de 
cuja obscrvància depende, em regra, o éxito da poesia. 

Assim, quando o poeta diz: 



Pois i de entào, Lucubra^es quo ri das, 
rosas cai das no jardim da cren^a; 
ide lij^eiras, comò vào as aves. . . 
correi suavrs pela terra immf^nsa; 



k 



JOSB MARIA ANgAN 



277 



ninguém alirmarà que falla aqui harmonia e correcyào 
mètrica, mas os decasilabos de rima encadeada fizeram a 
sua època. Fdram o encanto das salas ha trinta anos, quando 
um alfenim os recitava, acompanhado ao piano por uma jo- 
vem palida e romàntica. 

Quase o mesmo se póde dizer dos novissilabos, cujas 
cadèncias obrìgatorias, de tre» ero très silabas, os tornam 
hoje ìnsuporlavelmente raonólonos e pretenciosos, so admis- 
siveis em algum bino de filarmònica serlaneja. 

Mondadas eslas reminiscèncias do romantismo, e revisto 
cuidadosamente qiianto no livro ha de boro, antolha-se-me 
que a pablica(Ìo dos versos de José Maria Angan vira reve- 
lar nm poèta brilhante, assinalando invejalmente uma das 
mais felixes estreias do nosso tempo. 



Xhl 



ZEFERINO BRANDÀC) 



(1891) 



XLl 

Zeferino BrandS-O ' 
(1891) 



STAUOS na aniesala ... de um livro. 
Conversemos. 

Jé là vao vinte e taolos anos. 
Ao certo, nSo sei; que a gente, em 
se afaslando da moridade, perde 
a conta ao tempo e oiha de ma von- 
tade parao calendàrio. llusOes. 

Eu esludava latini na minha 
aldeia, decorava a Lua de Londres, 
e fazia versos detesiàveis nns Tó- 
Ihaa brancaa dos cadernos de signifìcados. De quando em 
quando, à mingua de melhores poétas, a amabilidade das 
ninbas conterrdneas levava-as a pedirmc que recitasse ao 
piano; e, grafas à inconsciéncìa dos meus méritos. nunca 
lecusei convile, exccpto quando Tomàs Ribciro, passaa- 
do por ali, de méses a méses, encanlava os seròes da minha 
terra com a mùsica dos seus versos. 

Um domingo, anunciou-se um scrào em casa das scnhù- 
ras Pinas Freires, e dizia-sc que estariam là vìsilas de Torà, 
porque tinham chegado a Lobào dois estudantcs de Coimbra, 
e ama senhdra ... 

LobSo é a minila atdeia, uma terreóla encravada nas 

I nolàvcl livro de v»- 



282 FIGURAS LITERÀRIAS 



moutanhas da Beira e raramente cruiada por forasteiros. A 
chegada de pessdas eslranbas seria» naquelleslempos, o ca- 
so capital do noticiàrio, se là houvesse gazétas. Estas, poréro, 
sào ampiamente substituidas por umj^serdo de aldeia e até 
pclos soalbeiros da mesma. 

Fui ao serao das senhóras Pinas Freires, e os hóspedes 
là estavam. Ouvi que um se chamava Perestrélo, Brandào o 
outro, e que a senhóra era irman daauéle. 

Perestrélo chegava de Santa-Comna, sua terra, e Bran- 
dào, seu patricio e camarada universitario, acompanhava-o 
na digressào. 

Naquelas arastadas eras, aiuda se nào fazia mùsica. 

Tocou-se, danfou-se, recitou-se, jogou-se. . . A propò- 
sito: ouvi cantar a senhóra Perestrélo, e a minha habitual 
fleugma, a minba]timidéz sertaneja, cedéram ao mais espon- 
tànep entusiasmo. 

É que eu nunca tinha ouvido cantar assim. Quando D. 
Cariota Perestrélo, numa voz, ora vibrante e enèrgica, ora 
acariciadóra e terna, modulava: 

Meu anjo, escuta! quando, junto à noite, 
perpassa a brisa pelo rosto teu^ 
se aiguem suspira... 



sou eul sou eu! sou eu! 

sentia eu uns estremecimentos indefiniveis, e a minha ima- 
ginagào de crianga dilatava-se por mundos encantados. . . 

Sentia-me bem, animado, e até conversaddr, contra os 
meus habitos. 

Depois do chà, Francisco de Pina Freire, em nome de 
vàrias damas, dirigiu-me a^peti(ào do estilo: que recitasse 
versos. . . 

A situa(ào deveria embara^ar o estudantinho aldeào: es- 
tavam ali estudautes de Coimbra, um que escrevia folhetins 
no Viriato, o Perestrélo, e outro que, segundo constava, 
também fazia versos, o Brandào. Alem disso, estava ali urna 
artista, que devia conhecér a cultura literària das cidades; 
mas a sua voz instilara-me um fluido estranho, despertando 
em fflim uns vislumbres de ambigòes de glòria. Anni. Creio 
até que anuiria, ainda qne là estivesse o autor do Dom Jai- 
me, OQ pròprio Doro Jaìme em pessda. 



u^ 



ZEPERINO bhandXo 283 



U criado rccebcu as chàvenas e as daiiias lizeram si- 
lèncio. 

Na saia próxima, em volta de urna mésa v<irde, Peres- 
trélo, Brandao, o dr. José de Sousa Menèses e outros, ba- 
ralhando cartas, preparando-se para o voltaréte, observavam 
a scena. 

E eu disse versos: urna elegia à memòria de urna crianca, 
elegia que devia s6r tolissima, a julgà-ia porrouitasdas 
suas irmans mais novas. Mas, ao pronunciar o ultimo verso, 
inundoa-me urna chuva de aplausos Temininos, e n§o Ihes 
minto se disser que duas senlidras limpavam os olhos since- 
ramente.. . 

Triunfo completo? NSo: na sala do jdgo, os do voltarétc 
eotreclhavam-se e comentavam sorrindo. Dm dos comen- 
tirios feriume satanicamente o ouvido. 

Branddo dissera: 

Noma terra tao peauena, 
Tao grande poèta e pena. . . 

Suponho que corei: e, se o Brandào olhasse para mim, 
veria nos meus olhos alguma coisa, se ndo de raios olimpi- 
cos, pelo menos de caloiro reprovado em primeiras lé- 
tras. 

GoDtive> porém, a indignagào; éles eram rapagòes corno 
castelos, e eu uma crianfola imberbe, a quem brìncando 
arrancarìam uma orélha. 

Mascarei-me de cìnico,— devia sèr mapìfico!— e abeirci- 
me da mésa vérde, para vèr jogar e regaìar-me com os co- 
dilhos, que a sorte enviasse aos meus criticos. Oh! o prazèr 
da vingan(al 

Donde em onde, os jogaddres conversa vam. Tinham a 
fei(Ìo irònica do estudante inteligente e alegre, e nào pou- 
pavam os penteados còmicos, os vestidos decotados, os le- 
qaes de tostdo, o sibilar dos ss na pronùncia bciróa desta 
ou daouela dama. . ., os dentes cariados daqueloutra. . 

— E que te parece o corpanzii da D. . . ?— preguntava 
Perestrélo. 

— Aquilo è verdadeiramente um homem de saias,— obser- 
vava Brandào. 

— Se OS senhdres me permilem, — obtemperei eu com 



B ■ Il ■ iMWslkrflaA 



mmmam 



281 FIGURAS LITERÀRIAS 



limidéz mais aparente que real,~se os senlidres me permi- 
tem, a «xpressUo mais pròpria para o caso é virago. . . 

Brandào surprendido: 

—Que le parece cà o fedéiho, ó Perestrélo? Sim, se- 
nhdr, marque là dois tentos, seu caloiro. Quem Ihe ensinou 
a dar auinaus? 

— Peco perdào, mas. . . 

—Sim, senhdr; sim, senhór. Se um dia Tdr a Coimbra, 

Crocure-nos na rua Sub-Ripas; queremos pagar-lhe a ligio: 
avemos de ensìnar-lhe o que sdo graus- . . Trunfo copas. 
Declaro geral, e jogue o fraco. 



Afinal codilhado fui eu. 

Nào sei se me despedi das amabilissimas donas da casa. 
Sei que uessa noite fui deitar-me com febre. 

A crìtica Terìra-me pela primeira véz; e agora sentia ape- 
nas urna ambigào: sér nomem, ter graus, sem sòr na rua 
de Sub-fiipas, e demonslrar, sem còrar nem tremér, deanle 
de bacharéis letrados ou iletrados, que os fedélhos tém às 
vézes mais razào que os homens feitos. 



Anos depois, aparecì em Coimbra e entrei na Universi- 
dade. 

Apontava-me jà o bugo, tinba publicado um livro, e le- 
vava comigo uns aplausos escrilos de Castiiho, Carailo, 
Mendes Leal. . ., um arsenal sobejamente artelhado, para 
deslombar a critica de Sub-Ripas. 

Os meus criticos, porém, ja nao estanciavam por Coim 
bra. Perestrélo, formado em direito, féz-se politico, foi 
administradór de concélho, subiu a governador civìt e é 
lìoje Chefe de fiepartigào numa Secretarla de Estado. Brandào, 
samdo da Faculaade de Matemàtica, havia sentado praga, e 
era tenente de artelharia na 11 ha Terceira. 

Formóso era adiar a minha vinganga. 

A verdade, porém, é que nunca mais pensei nela. Pelo 
contràrio, encontrei ero Coimbra quem me desvanecésse to- 



ZEFERINO BRANDXO 285 



das as preocupa(5es hostis. Luis Jardim, hojc Conde de Va- 
len^as, e o malogrado Guimaràes FonsAca, e Joào Penha, e 
SimSes Dias, e muitos outros, que de perto haviam tratado 
Zeferinc Braodio, diziam-me déle maravilhas; e, ao invés 
do qae se poderia supdr, cornerei de inleressar-me afectuo- 
samente pelo meu critico folgazSo, e de inquirir dos seus 
trabalhos literàrios. 

Pade sabér que, quando apareceu cm Lobdo, teria èie 
18 anos e o aspecto dos S5, escrevia ja Tclhelins no Cam- 
pedo io Vauga^ a propòsito da visita do Buihào Fato à Beira, 
— viagem trabalhosae arriscada naquelas épocas, e da qua! 
eu me lembro nitidamente, porque admirei ent§o pela pri- 
meira y6z a formosa cabéga do poèta da Paquita, e escutei- 
Ihe, a alguma distància, religiosamente, apalavra eulta, so- 
lane e sòbria, apanagiodos que valem e dos que sabera. 

Saindo de Coimbra em 1867, Zeferino Brandào seguiu 
ena Lisboa a Escola do Exército, téve algum tempo por com- 
panheiro de casa um grande poèta, Joào de Deus, e poetou 
èie pròprio, colaborando com Luciano Cordeiro, Gervasio 
Lobato, Goroes Leal e outros, no jornal de Hodrigues Sam- 
paio. 

À convivéncia literària de Coimbra e Lisboa, e ainda a 
convivència particular de Joào de Lemos e Tomàs Ribeiro, 
afervorou Zeferino BrandSo na cultura da poesia; e d'ai a 
pabHca(ào de um volume de versos na liha Terceira, volu- 
me de que se ffiz nova edigào em Elvas. 

As suas predilecgoes literàrias nào o desviaram porém 
dos trabalbos especiacs da sua profissào; e no Dicionàrio Bi- 
bliogràSco Militar veio a resennade vàrios e importantes es- 
critos do mesmo autor sóbre assuntos mìlitares. 

£otretanto, atè hoje, a sua obra de maior fòiego e de 
mais larais dimensoes è a aue se intitula Monumentos t Len- 
das de SHanlarem, e que Ine abriu bs portas da Academia 
Real das Scièncias. 

Quatro anos de traballio e de investigayòes fastidiosns 
Ihe CQStaram os Monumenlos e Leìidas, que por isso mesmo 
ficarào sendo um dos mais duradoiros tilulos do scu re- 
nome. 

Mas odo parou o laborioso escritòr. Ilojis corno v(>eni, 
apresenia-nos a ff%iWi; àmanhnn, sogundo promcte, d.ir- 



k 



286 FiGCRAS litebXrias 



nos-à a Italia; depois a Ilistória Politica dos reinados de D, 
Afonso Vie D. Fedro II; depois ainda. . .file o dirà. 

Mas voltemos a vaca fria; ao veiho conhecimento que eu 
tenbo do escritdr. 

Vinte anos depois, conio diria Dumas pai, vinte anos de- 
pois daquéle serio na minha aldeia, e durante os quaes nun- 
ca mais avistara o meu critico coimbrào, assistia eu a urna 
sessào da classe de literatura na Academia Beai das Scien- 
cias, quando um consòcio espadaiìdo, còrado e grisalbo, en- 
trando na sala, foi cumprimentar Silveira da Mota, que con- 
versava comigo. 

— Parece que se nào conhecem,— observou Silveira da 
Mota, apresentando nos uro ao outro. E acrescentou:— é o 
sr. B. . ., é sr. F. . . 

—Tenbo muito gósto. . . 

E desatei a rir, inconvenienlemenle. 

Zeferino Brandào lornou-se muito sèrio, e abriu muito os 
olbos, interrogativamente. 

- Perdóe o meu caro consòcio,— justifiquei-lbe, — mas, 
ao reconbecé-lo, lembrei-me de urna pagina da nossa moci- 
dade.. . 

E contei-lbe tudo. 

Terminada a sessao, e em quanto Latino Coélbo arqui- 
vava umas propostas aprovadas, Brandào travou-me o bra- 
go, levou-me para um angulo da sala, e intimou: 

—Voce ha de contar isso. 

— Jàcontei. 

— Sim, mas bà de escrevér. 

—Onde e para qué? 

— Eu Ihe digo. Os nossos livros 8§o as nossas memòrias, 
e nào as ba mais gratas, ou, antes, mais deliciòsamente 
pungentes, do que as dos nossos mais felizes tempos. Se, 
abrindo um livro meu, eu pudesse sentir que a mào de 
um amigo desenrolava deante dos meus olbos um dos qua- 
dros Testivos da minba descuidosa mooidade. . . 

—Mas aquilo nào é quadro, é um episòdio, talvéz uma 
scfina còmica em teatro de aldeia . . 

—Como quiser, mas conte me essas coisas à entrada de 
um livro meu. Estou fazendo a Bèlgica. . . Sem sèr minis- 
tro, trato de ncgòcios estrangeiros. Antes de tudo, porém, 



ZKPERINO BRANDAO 



887 



80U portagués, e Taz bern ao espirito, anles de falar de cs- 
tranhos, fatar de coisas nossas, e até de nòs próprios. 

A palavra de Zeferino Branddo era tao persuasiva, e tao 
inelidivei a sua eloqUéncia, que posterguei escriipulos e as- 
sinei a inlinia(fio, corno quem diz que aceitou urna iétra de 
càmbio. 

aeeUe obrigame ao pagamento ; e, corno o sacadòr 
endossou a Iétra ao pùbiico, eis a razào das][contas que es- 
tea dando a loda a gente. 

sacado é que taivéz se queixe de eu pagar em muéda 
depreciada; mas tero recurso facil contra o sacadòr, que 
póde e ha de pagar bizarramenle o valor rcccbido no balcào 
do livreiro. 

Sinto passos. . . Correm o reposteiro. . . 

Enlrcm na sala, meus senhdres. . . 



Ik. 



XLII 



VITORIA WOODHULL 

(IK«8) 



19 



k 



XLII 



"V^itória V\roo<lliull 

(1888) 




sociedade porluguésa conhece pouco os Yiscon- 
des de Monserrate; mas sabe pelo menos que os 

opulentos titulares deixam Londres, de tempos a 

lemiios, e, Tugindo aos nevoeiros do Tamisa, procuram o 
glorUms eden do seu Byron, e vém habilar a sua formosa 
quinta em CiDtra, onde a opuléDcia dos proprietarios se lem 
evidenciado em requintes de luxo e bom gósto. 

Pois a ViscoDdèssa de Monserrate, lady Cook, é irman 
de urna das maiores celebridades déste século, Viteria Cln- 
Hin Woodkull, que tem logar distinto entre os mais distintos 
oraddres da America do Norte; que Toi candidata a presi- 
déocia dos Estados-Cnidos, obtendo muitos milhares de vo- 
tos; que é autdra de numerosos livros sobre sociologia e 
educagào; que tem redigido cxemplarmente vàrias fdlhas 
periódicas, e que fundou um Banco, coni que conjurou urna 
grave crise economica, que ia talvéz ahiir os maiores està- 
belecimentos de crédito da grande ròpublica norie ameri- 
cana. 

Mistress Viiória Woodhull casou ha anos com um ban- 
queiro, Martin; e, dèsde entSo, pouco lem aparecido em 
pAblico, sem deixar lodavia de trabalhar assiduamente na 
defèsa e propagando dos seus ideacs sociológicos Àctual- 
niente, està em Londres, na sua luxuosa vivenda do Hvde- 
Park-Gate, onde raramente se digna de recebér a visita e 
as bomenagens dos europeus que a admiram. Entre os ra- 



j^ékt^^Èm 



292 PIfìURAS UTERARIAS 



ros, a quelli esla lioura é coiiferida, conta-su um jornalista, 
que ha poucos dias veio referir ao pùbiico a interessante 
conversando que lève com mistress WoodhuII. 

Cremos bem que Portugal ndo e dos paises em que as 
ideias da grande rerorniadora mais Tacilmente vingario em 
frutos; entretanto, e exactamente pelo que essas ideias ore- 
recem de extraordinàrio e talvéz inexequivel, afìgurase-nos 
que sera lido com interesse o que se passou naquela entre- 
vista. 

Tera a palavra reporter da City : 

— «Após OS cumpnmentos do estilo, e tendo-nos assen- 
tado, iniciou eia a conversando: 

— «Depois do meu casamento, tenho vivido muito reti- 
rada, porque nào desejo que a imprensa se ocupe de mim. 
Contudfo, fólgo com a visita de V., porque tenho os liieas 
trabalhos quase findos, e espero voltar brevemente a vida 
pùbiica. Gósto muito do jornalismo, porque é a alavanca da 
civiliza(§o e do progresso. Eu pròpria dirigi em Nova-Tork 
um jornal, destinado à derésa dos direitos da mulher. De- 
pois, pubiiquei muilas obras sdbre direrentes quesfSes so- 
ciacs, e tenciono fazè-las' traduzir em francés e em muitas 
outras linguas. meu ultimo trabaiho é um estudo scienti- 
fico sóbre o desenvolvimento da ra^a liumana. 

— «Sob que ponto de vista trata V. desse assunto? — 
preguntci eu. 

— «A rana humana, a meu vèr, comparativamente às 
ranas aniroaes, é a mais pobre. A causa provém dos scus vi- 
cios e das suas paixòes. É preciso porlanto reformà-la. E 
urna tarerà dilìcil, bem sei; entretanto, lomei-a a meu cargo. 
Sei que vou arrostar com muilos preconceitos, com maitos 
hàbitos, e até com a liberdade individuai. Mas, para gran- 
des males, grandes remédios. Para isso, é necessario am 
meio radicai, e deve empregar-se, se nào queremos vèr des- 
moronar-se òste edificio, que chamanios sociedade, e que os 
vicios e as paixOes vdo mmando cada véz mais. remédio 
està nìsto: é preciso impedir o nascimento de individuos, 
que possam herdar dos pais deformidades ou vicios Se bem 
que eu aprove a institui(ào do casamento, devo conressar 
que, em geral, casam levianamente, sem sabér se o espdso ou 
a espdsa estardo no caso de procriar filhos perfeitos, bem 



VITÓKIA WOODHULL 293 



orgauizados, saos de corpo e de espirito. Dc\ìa fazèr se rs- 
tudo sèrio sdbre os ÌDdividuos, antes de os casar; e (oda a 
|)e8sda, que eslivesse civada de um vicio Tisico ou de um vi- 
cio moral» devia sér terroinaDtemente rejeitada. Impedir-se-ia 
a oniSo de pessdas ociosas e seni recursos. E, assim, che- 
gar-se-ia racilmente a reformar a nossa ra^a, a deminuir o 
pauperismo, e a dar um poucochinlio de Telicidade a nossa 
pobrc terra. E, para Ihe mostrar, meu caro senhdr, quanto 
a roiolia idcia é justificada pela religido cristà ,veja o aue diz 
San-Paulo, na priroeira Epistola aos Corintios, capitalo ili, 
versiculos 16 e 17: — Plào sabeis vós que sois o tempio de 
Deus eque espirito de Deus habita em vós ? Se alguém des- 
Iruir tempio de Deus, Deus o destruirà, porque o tempio de 
Deus i santo, eéoquevós sois. Porlanto, aos mandamentos 
da Biblia, que se tornaram leis sociaes. taes corno — nùo 
matarés, nào roubards, eie— de\ér se-ia acrescentar — wflo 
te easaras se fùres defeituóso ou doente, nùo mancharàs o lem- 
pio do E temo. 

— «V. ndo tem estudado também a delicada questào dos 
direitos da roulher? 

— aSim, senhor, — disse eia; — comò muito bem diz, 
essa questuo é muito delicada, porque briga com ludo o que 
està estabelecido; mas, com a ajuda de Deus, espero chegar 
a resolvéla. Sabe certamente as dificuldades e os dissabò- 
res com que tenho lulado, e os sacrilicios que tenho feito, 
para levar a minba obra ao ponto adeantado em que eia se 
acha boje. 

— «Li ludo isso nos jornaes americanos, — respondi cu. 
— Mas que mais me interessou Toì a candidatura de V. a 
presidéncia dos Estados-Unidos. Apesar do colossal numero 
de votos que obtéve, entendo que nunca acreditou que seria 
eleita. 

— «Nio, evidentemente. Propus-me, pela mesma razào 
por aoe um dia fundei um Banco e me envolvi enlre os es- 
p<»niladAre8 da Bolsa de Nova-York, onde eu melhor desco- 
bri e expus OS tramas urdidos por muilos lìnanceiros ardilo- 
•08, q[oe ali pululavam enlclo, e evitei assim um krack, urna 
raléocia fferal. Ai tem uma prova concludente de que a mu- 
Iher, pelo que toca a direc(ào de negócios, ainda os 
oiais complicados, é tSo bébii comò o homem. Foi também 



•■>. -»J» ■■ l>. ■ » 



I datigli liii in Pub — LÉÉiah 



S9& FIGCRAS LITEBARIAS 



por essa razao que cu, de outra véz, me apreseoleì ao pc da 
urna, para votar. Queria travar combale, porque^ se n»o 
combatermos, nunca venceremos. Era para reivindicar os 
nossos direitos a ìgualdade, visto que se diz que somos iguais 
ao homem, peraotc Deus é peraute a lei. É nèsse seotido 
que devcinos lutar cooslantemente. Porque nUo havemos de 
ter OS iresmos direitos, jà que sorremos as mesmas conse- 
qUèncias? Nào somos nos associadas dos homeus? Por isso 
mesmo é que nós temos o direito de discutir os nossos prò- 
prios interesses. Sei aue nos ridiculizam; dizem que nào te- 
mos as aptiddes dos nomens, que ndo podemos, por exem- 
plo, sér soldados. E verdade isso; mas podemos sèr liteis, 
sob outros pontos de vista. E a òste respeito ocorre-me um 
episòdio da guerra dos Cem-anos: pois nào se viu no século 
XV que uma pobre mulhcr, com a sua coragem e a sua Té, 
salvou a Franja?»— 

aMistress WoodhuU falara com tanta energia e com 
tanto sentimento, que nào pude deixar de Ihe dizèr: 

— oOs scus trabalhos, roinha senhdra, sào realmente 
sublimes; mas comò julga que os [^tornarà praticamente 
ùteis ? 

— «Jà inicìàmos a pràiica, — replicou eia. — Além das 
somas colossaes que temos despendido na America, (e digo 
tcmos, porque nào sou eu apenas a lutar), mìnha irman, a 
Yiscondéssa de Monserrate, que, compartilhando as minhas 
ideias e os meus sentimentos, me tem sempre auxiliado, ce- 
deu a cidade de Londres um grande estabelecimento, junto 
ao Albert-Hall, destinado a educa^ào de meninas, porque é 
pela educa^ào que se deve come^ar, preparando a mulher 
para a sua missào futura. Aquèle estabelecimento, cujo valer 
é de cem mil libras, Toi inaugurado em Mar^o do ano pas- 
sado pelo principe e pela princèza de Gales. Quanto a mim, 
vou Tundar um instituto analogo, para os dois sexos, em Pa- 
ris, outro em Nova -York, etc. Os meus havéres, que sào 
imensos, gastalosei, comò gastei a minha saiìde, unica- 
mente na ediricayào da obra que emprendi. E, contudo, sou 
apenas uma mulher I 

— aSim, mas que mulher! — dizia eu para mim. — E, 
levantaodo-me, preguntei-lhe: 

— Conta demorar-se multo em Londres, minha senhdra? 



L 



YITOKIA \VOOUHULL 



295 



— «Nào. sculiór. Farci de Paris o meu quarlcl general; 
mas virei a Londres niuila \èz, e terei muilo gdsto em o 
tornar a vèr.»— 

Com a Revista que, de Londres, nos trouxe a narrando 
da curio&a entrevista, rccebemos um exemplar do ultimo tra- 
ballio, a que se referia mistress WoodhuII, um traballio scien- 
tifico sdbre desenvolvimenlo da raca humana. No Tronlis- 
picio lé-se: 

Stirpiculture, or the sctentific propagation of the human 
race. 

È melhor nào traduzir. Nào haassuntos sériosque, sob 
cerlas Tórmas. escapem a Tacécia ou i ironia petulante das 
nossas gazetilhas; e nào quero para mim a responsabilidade 
de om mote, cujas glosas Tóssem atentatórias de urna justa 
celcbridade. 

Demasiadamente arrojado ou nào, superiòr ou nào aos 
esfor^os de urna mulher, o problema da popula^ùo nào é novo 
nem insignificante. Désde a conhecida teoria de Malthus até 
08 mais recentes luminarcs da economia social, o assunto tem 
desvelado as noites a nuiitos espiritos superióres; e nào me 
parece que se dùvam postergar dcsdenhosamenlc, e sem 
discussào, OS alvitresdaquéle extraordinàrio espirito de mu- 
Iher. 



k. 



XLIII 



VISCONDE DE SANTA- MONICA 



(1889} 



XUII 

visconte (ie Santa-I^Iónica 



H lìteNtura, chegou quase a sur 

moda iiao Tulur ilos volhos. 

0:i mais insofrìdos lidadòres do 

campo lilcrario lìndaram as suas 

Icstadas, erguOrani harreiras, e, 

do vèrtice dos seus dogmas, ali- 

raram aos veolos um aDàiema 

rormidando: extra ecdesiam non 

est sa bis. 

As Dovas gera^'óes lìleràriiis nSo basta a j.'lória de suk'ar 

mares nuDcaoaotes navegados. A generosìdade e agratjdào, 

quaodo mais ndo )iaja nara coni os que nos anlccedèram no 

caniinho das léiras, oorìgam a lodos; u croio bem que o 

descobridAr do camìnho maritinio da India, na sua róla des- 

de Moiiibaf« e Quiloa ale Calecute, liavia de recordar, com 

muilo reconhecimento, o seii ousado precurs6r, que dobrou 

eabodasTormeotas... 

EDtreUoto, o dcsrespeito e a ìndiferetifa para coni os 
I10B80S aoticoB boniens de li^lras ndo é mal I3ii conlagiòso, 
qae Dfionajam eviiado os mais vjgorosos e tnsubmissos 
representa ntes das lòirasconiemporAncas. Guerra Juoquei- 
ro, por esemplo, comprazia-se em ouvìr, do grande solità- 
rio de Val-de-Lobos, urna palavro de estimalo, urna opinilo, 
um consAIho; e Aniero de Quenlal, o audaciùso conreu da 



.>*'*-tS~l ' 



300 FKÌORAS LITERAKIAS 



escola coimbran, ainda hoje esquece por um momento pro- 
fundas dissidèncias, para declarar sem liesilayOes que nin- 
guém excedeu Castiiho em primdres de linguagem e ne arte 
de Tazér versos. Este sentimento de justi^a e està magnani- 
midade constituem um belissimo exemplo, que eu desejaria 
v6r acatado por todos os literatos incipientes; e, porque nem 
sempre o é, poucos conhecerao talvèz, hoje em dia, lilera- 
riamente, o Visconde de Santa-Mónica, — Henrique O'Neill, 
antigo Director Geral dus Negocios de Jusliga, preceptdr de 
Suas Aitézas, veadór de Sua Majestade a Rainna, ajudante 
do Procuraddr Geral da Coróa, etc. 

Ndo é muito velho o Visconde : sessenta e tantos anos. 
Mas èie teima em que é velho e até o confessa, sem pesar, 
num dos seus espirituosos sonètos, em que louva a Deus 
por nào sèr velho. Tem, corno todos os que valem, a cons- 
cièucia do seu valor, mas ninguém Ihe descobre um alarde, 
uma ostentando impertinente; e a distingào e Ihanèza do seu 
Irato acareiam-lhe verdadeiras simpatias. 

Visconde de Santa-Mónica pcrtence àquela plèiade li- 
terària, que ha trinta anos contava no seu grèmio os no- 
mes de Joào de Lemos, Augusto Lima, Xavier Cordeiro, 
Aires de Gouveia, Conto Monteiro, Antonio de Serpa, e ou- 
tros, parte dos quaes deixou as suas produgdes simples- 
mente nas Tòlhas volantes do jornalismo, singrando outros 
pelos mares aparcelados da politica, em que o naufràgio da 
musa é quase sempre ineviiàvel. 

Que eu saiba, Aires de Gouveia, Conto Monteiro e An- 
tonio de Serpa ià nSo Tazem versos: o primeiro absorve se 
nos versìculos aa Biblia, e Deus me perdde se imaglno que 
èie, de todo o Antigo Testamento, preferirà o Càntico dos 
Cànlicos; o segundo acha um prazèr infinito em deletrear 
OS processos do Supremo Tribunal de Justiga; e o terceiro 
procura a sua Egèria no Tribunal de Contas, e faz sàtiras 
em prosa aos Progressistas e à Esquérda Dinàstica; Augus- 
to Lima jà nào existe; Joào de Lemos e Xavier Cordeiro, 
saudosos dos seus tempos da Lua de Londres e da Doida 
de Albano, ainda fazem versos. . . que èics guardam para 
si. De fórma que o Visconde de Santa-Mónica 6 quem mais 
corajosamente mantém as tradiydes poéticas da sua plèiade, 



k. 



VISCONDE DB SANTA-MÓ.NJCA 301 



fazeudo verso», muitos vérsos, quo eie rarameiilc assina e 
qae nonca vende ao piiblico. 

Circunstància rara: tenho deanle de mim quatro livros 
recentesdo visconde de Santa Monica, e nenhum déles se 
enconlra no mercado ! Sem anibigóes de dinheiro nem de 
glòria, autor entendeu qiic os seus versos deviam consti- 
toir apenasAima lembranga arectuosa para os seus amigos; 
e, emoora ninguém o apoie absolutamente, é certo que o 
poèta revela assim a fina tèmpera do seu espirilo e a deiica- 
da sensibilidade do seu cora^do de artista. 

De todos 08 seus livros, o que meparecc de mais valia é 
urna colecfio de varias rimas, publicada em mais de 300 
pAgfnas sem o nome do autor, e sob o titulo de In 
Èfemoriam. Parece ^ue o auldr déste iivro roolhou a 
pena no tintciro caustico de Tolentino, porque a sà- 
tira llie brota às vèzcs tdo Teliz e graciosa, que inslintiva- 
mente nos lembramos do famoso autor do Biìhar, Mas nào 
é so nèste gènero que o Iivro abunda: ha versos repassados 
de verdadeiro sentimento, e até se nos dcparam algumas 
trovas singcias que nos embalaram a infància, e cujo autor 
eu julgava anònimo. A Feiticeira, por cxemplo. 

Outra obra importante, e a mais volumosa de todas, 

K^rque abrange quasi 800 paginas, é o Fabuldrio, de que se 
z né poucos méses segunda cdi^ào, dcstinada exclusiva- 
mente, e gratuitamente, aos amigos do autor e as pessóas 
que èie considera mereceddras dos seus brindes. 

Parece-roe no cntanto que a cxtremada modèstia doTis- 
conde de Sanla-Mònica re verte, mormenle nèste caso* em 
deafavòr do pùbiico, que, por mais de um motivo, deveria 
bero-dizèr a vulgariza^do do Fabulàrio. Éste Iivro, contendo 
366 fébulas, tdo clieias de espìrito e graya, comò de mora- 
lidade e correc(do literària, póde, àlèm de tudo, conside- 
rar-se um Iivro de educa^ào, pela facilidade camenidadeda 
soa leitura e pelas suas numerosas e variadas li^des de mo- 
nti pràtica. Ouso por isso consignar um voto, em oposifao 
lalvéz ao modo de vèr do autor; e é: que déste grosso vo- 
lume autor seleccione eque mais adaptàvel se Ihe ali- 
gure ao ensìno moral das escolas, e brinde a instrucHo do 
seu pis com um pequeno fabulàrio, que nAo poderà deixar 
de ter a mais larga e merecida aeeitacào. 



fc A, .. , , 



302 PIGOIIAS LITERARIAS 



Regislarei aiiula mais duas publicayòes.ambas anÓDimas, 
do Visconde de Santa-Mónica: a Feira da Ladra, urna des- 
cri(ào critica e humoristica da celebrada feira, em verso sci- 
lo; e a Turra de dois caturras, urna curiosa e eDgragada co- 
lec^ào de sonélos, em que o poèta e um seu amigo discutem 
chistosamente as prendas literàrias de cada um. Nem o 11- 
vro, nem o Visconde, me dizem quem é èsse amigo; mas, 
se pelo dedo se conhece alguma coisa, eu ia apostar que o 
colaboradór do Visconde conseguiu entre nós glorióso reno- 
me, porque creio cbaraar-se— Jodo de Lemos. 

Como espècime dos trabalhos poéticos do Visconde de 
Sanla-Mónica, permila-me èie que de ao pùbiico um engra- 
(ado sonèlo, a que ha pouco me referi: 

Àté aos quinze, o liomem nào é nada; 
sèi co'a maman e a maDa, e come bòlos; 
aos quinze, muitos ficaro sendo tolos, 
fiimam, domam pileca e.<par'vonada. 

Aos vinte, a educacào està acabada, 
(Martes se julpram uns, outros Apoios. .) 
E aos trinta. os'que tem al^uns mioios, 
se podem, abotòam se a caiada. 

Aos quarenla, drsanda jà a roda; 
aos cincoenta se franze a sobrancélha, 
reumatismo, muilicr... tudo incomoda. 

Sessanta jà eu tenho, e tòrco a orelha, 
por nào ter desfrutado mais a bdda. . . 
Sou velilo, e louvo a Deus por nào ser veiha ! 

Por pouco exlenso, e de grande aplicacào pràtica, re- 
produzirei do Fabuldrio a fàbula XXXIII: 

Os dois sujos 

Um moleiro 

e um carvoeiro 
travaram se de razdes. 
Era um da cor da neve, 
outro da cdr dos carvdes. 
Cada quftl deles teimava 
que outro mais sujo estava; 
tinham ambos a mio leve, 
cliovéram os bofetdes. 



VISCOISDE DB SANTA-MÓNICA 303 



E qual foi o resuitado? 
um ao outro se sujou ; 

pois flcou 

carvoeiro 

empoado; 

e moleiro 

enfarruscado. 

Assim fasem as comadres, 
se comecam a ralhar ; 
assim fasem os compadres, 
se a politica os separa: 
cada qual, sem se limpar, 
consegue o outro sujar; 
nem e isso coisa rara. 

Pelo que se v6, o nobre Visconde ndo desadora a cara- 
paga Daciooal. . . Nio a usa, mas fabrica-a. E nao a Tabrica, 
por pessimismo sistemàtico. Os ndiculos sociaes nSo o afli- 
gem nem o indignam: Tazem-n'o rir. É um espirito sào e 
alegre, que, pelas cans que o abrigam, nos raz lembrar 
Anacreonte: 

. . .parece velho, e é rapaz. 

Rapaz ou velbo, é certo que o Yisconde de Santa-Móni- 
ca, talvèz por um instiuto invejavel, foi viver para a Bua da 
Infdncial Nào sei bem onde e, mas sei que e urna rua mui- 
to afastada da Baixa, urna Tebaida porventura, onde o Vis- 
conde se abriga das tenla^òes da gloria e do olhar indiscre- 
to da publicidade. Hoje, porém, saiu comigo; porque desejo 
vè-lo remo(ar a éste formóso sol de inverno, e porque julgo 
que, n§o so em economia politica, mas também em literatu- 
ra, ha ce qu*on voit, e ce qu*on ne voit pas. . . 

Às vézes, ce qa'on ne voit pas é o melhor. E, embora o 
Yisconde de Santa-Mónica ndo seja certamente o melhor 
dos literatos, é sem contestatilo uro distinto homem de \(V 
tras e, seguramente, o nosso primeiro rabulista, valham o 
que valérem Curvo Semedo, Pimentel Maldonado, e todos 
OS que tém versado aquéle gènero, tdo dificil comò imereci- 
demente descurado. 

Quando estas qualidades resplendem num homem enea- 
necido, nio ha espiritos justos nem cora^òes nobres que o 
nfio saùdem e que ndo vibrem num acdrdo espontAneo: 

— Lugar aos velhos I 



XLIV 



D. JOÀO DA CAMARA 

(1901) 



20 



mmmmmi 




XLIV 

D. JOclo da Cà.mara 
(1904) 

Carta ao redacldr dos Ecos da Acenida: 



i que meu amìgo dSo acredila — 

porque erectivameote é auaae ina- 

creaitàvel,— que das miDnas fainas 

ìmperiosag, ìinpreleriveìs e talvéz 

faslìeolas, me nSo sóbremeia bora 

para gratas ocupa^Ses de devocSo 

ou cortesìa, e ÌDSìste era me dar a 

hoDra de incluir o seu nome Duma 

MigìDa coDtaRTada ao meu dilectissimo e Testejado confrade 

D. JoSo da cimarti, desafroato-me da sua incredulidade, Ìd- 

vocando céaa e terra comò teslemunhas da rointia sinceri - 

dade, e fingiodo que me vou ocupar do aludido e prestigióso 

eicTÌtAr. 

E, com efeilo, se a rainha melhor vonlade pudesse vin- 
gar em fmtos, e se eu lograsse tempo e aptidSes para Eazér 
eslndo critico ou apologètico do dramaturgo e do poèta, 
pequeoo seria o geu jornal, meu amigo, para reproduzir ludo 
que eu deveria diifir. 

NSo se podeodo dizér ludo, até me parece melhor dSo 
dizfir Dada. E, depois, seria diricii dar uovidade a quem le: 
D. JoSo da C&mara é, aSo simplesmenlc um dos uossos es- 
crìlAres mais coahecidos e apreciados, senso também um 
dos mais flimpàlicos caracteres, cuja limpidéz e ingenuìdade, 
quase infiiDlis, acareiam afectos e cullos, que uada devem a 
prosa dos crìticos e biògrafos. 



HMMÉiifalJI 



308 



FIGURAS LITERXrIAS 



É que OS seus versos cantano deliciosamente em nossos 
ouvidos; OS seus dramas interessam-nos e comovero-nos; e 
seu pertil modesto, a sua exteridr simplìcidade que nos 
parece excèntrica em melo das conven(5es que respiramos, 
dào-nos a impressdo de urna adoravel criaoga, que ajustasse 
ao rosto lunétas de miope e barbas de tirano. 

Mas que para mim sobreieva a todos os predicados do 
escritór é o raro escrùpulo, com que èie sabe polir a frase, 
nào nos deixando dùvidas de que ama e connece a lidima 
lin^uagem da sua terra. E corno as coisas raras sdo as de 
maior prèfo, a vernaculidade do nosso escritór é iòia de 
taes quilates, que dificilmente poderà sèr avaliada pela con- 
irastaria mdigena, pouco afeita à valoriza^So do oiro sem 
lìga. que eia mais conhece sào os cordoes de latdo; e, em 
terra de getas, tudo aue luz é oiro. 

Bastariapois aouèle predicado, para que euescrevèsse um 
in-fòlio a cèrea de D. JoSo da Càmara, se o tempo, oespa^o 
e a escassèzde aptidòes, me ndo forfassem a nSo dizér nada, 
que nSo sejam duas palavrad de afectoj^e homenagem. 




XLV 

CAMÒEvS 

(1894) 



XLV 

CamSes 

(1894) 



apologia de CamOes està feila. 

Oepois de trés séculos de 

glòria, depois (fas honienageDB 

e dos hosanas, coni que a jus- 

li^a, cm lodo o mundo culto, 

lem saudado a obra immorlal 

do DOSSO grandióso èpico, tudo 

que se diga cm aboao dos Xti- 

siadas dSo sera mais do que 

a glosa, ou aampliacdo, de quanto essa epopeia tem sugeri- 

do 808 crfticos da arte e aos liistoriadóres da poesia. 

A apologia de CamCes està feita. que admira é que o 
DOSSO primeiro poema nacionai nào tivesse logrado, conio os 
de Dante, Goelne, MìIIod e Klopstock, urna edi^io verda- 
deiramenie monumentai, em que o primór lipograHco e ar- 
tÌBlìco procurasse correspondér aos prìmóres geniaes domo- 
Duinento camoDeano. 

E por isso, e sobretudo porque nada santifica e eleva 
sentimento nadonal comò a conlemplacào das nossas pas- 
sadas ^lórias e dos servifos que Porlugal preslou a civìlìza- 
00 universal, que eu senti um estremecimenlo dejùbilo, ao 
vèr a riquissima e monumentai edicào dos Lusiadas, com 
que 06 ars. Guillard, Aìllaud & C.', de Paris, vào opulentar 
s lar^a bìbliogralia camoneana e erguSr a memòria do poèta 
mail espléodido e graadi6sD monumento artistico. 



-d- -t .•.»■ — - 



MfcMi^afliiBiAMIidtab 



k. 



312 FIGURAS LITERARIAS 



Ero papel expressamente fabricado, e tipo expressa- 
mente fundido para essa obra, os Lusiadas da casa duiilard 
Aìllaud encerram vìnte heliogravuras em pagina separada, 
quarenta desenhos de esquadria e unmerosas vinhétas de 
remale. Està indica^ào de pouco Valeria, se nSo se devèsse 
acrescentar c|ue os trabalbos de pintura e desenho, cujos 
origiuaes estiveram nèstes dias em exposifào na galeria da 
Acaderoia de BelasArtes, sSo na sua generalìdade verda- 
deiros primdres de arte, e correspondem brilhantemente à 
grandéza, a inspirando e ao radióso patriotismo, que reves- 
tem OS principaes episódios do poema. Sobretudo, os dese- 
nhos é pena, trabaiho quase exclusivo de um artista emi- 
nente, sr. Paulin Bord, maravilham pela correcfSo e deli- 
cadéza do tra^o e por uma notavel intui^So do espirito do 
poema. 

Envaida-nos legitimamente o ter de mencionar que na 
parte artistica desta edi(do colaboraram dois distintos com- 

Eatriotas nossos, os professdres Bràs de Oliveira e Marques 
eitào, e que a obra foi cuidadosamente revista por um es- 
critdr tdo modesto comò inexcedivel no conhecimeoto da lin- 
gua de Cam5es, o meu veiho amìgo dr. Abìlio A. da Fon- 
seca Finto. 

Ao percorrer a galeria dos desenhos e quadros queenri- 

quecemaedi{ào,ndo resisto a tentando de especializar alguns. 

Uma heliogravura, representando o velho do Restilo, que 

na praia, entre a gente do póvo, apostrofava os nautas que 

Eartìam em demanda do desconhecido, é um quadro sobèr- 
0, cheio de vida. velho parece falar e movèr-se, e per- 
passam-nos pela memòria as ùltimas estàncias do canto IV 
do poema: 

Mas um velbo de aspecto venerando, 
que flcava nas praias entre a gente, 
postos em nós os òlhos, meneando 
trés vézes a cabéQa, descontente^ 
a Yoz pesada um pouco alevantando, 
que nós no mar ouvimos claramente, 
co'um sabér so de experiencias feito, 
taes palavras tirou do experto peito : 



Oh maldito o primeiro que no mundo 
nas ondas vela pOs em séco lenho ! 



CAMdES 313 



A apari(ào do Adamastur lambém resalta, animadu, de 
urna esplèndida beliogravura de Dujardin; e reconliecemos 
lago 

a Ugura 

robusta e vàlida^ 

de disforme e grandfssìma estatura, 
ròste carregadOf a barba esquélida, 
OS olhos encovados, e a postura 
medonha e mé^ e a cor terrena e uàtidà, 
cheios de terra e créspos os cabéios, 
a bòca negra, os dentts amarelos. 

A Ma dos Amóres é um quadro delicidso. A vista espraia- 
86 eDcantada pela 

ilha frésca e bela, 

que Vénus pelas ondas Ih 'a levava... 



• 



Tres formosos oiteiros se uiostravam, 
erguidos com suberba graciosa. . . 

Mil àrvores estào ao céu snbindo, 
coro pomos odorfferos e belos. . . 

Pois a tapegaria rica e bela, 

com que se cobre o rùstico terreno . . . 

Ao iongo da ae:ua o niveo cisne canta . . . 



Depois 08 nautas 



come^am de enxergar subitamente 
por entre verdes ramos vàrias còres, 
córes, de quem a vista Julga e sente, 
que nào eram das rosas ou das flòres, 
mas da ian flna e seda diferente, 

3 uè mais incita a fórca dos amóres, 
e que se vestem as humanas rosas, 
fazesdose por arte mais formosas. 

De urna os cabéios de oiro o vento leva 
correndo, e da outra as fraldas delicadas; 
scende -se o desejo, que se ce va 
nas aivas carnes, sùbito mostradas; 
urna de indùstria cài, e jA releva 
com mostras inais tnacias que indignadas, 



^fc . _■ .i 



■■■rr*ir: 



31 i FIGORAS LITERÀRIAS 



que, sòbre eia empecendo, tanibem càia 
quem a seguiu pela arenosa praia. 

Oh que famintos beijos na floresta ! 



loda està adoràvel perspectiva rasai nitidamente da he- 
liogravura, do desenbo deesquadria e da vinbèta, e prende- 
nos a vista, comò se nos mstilassem os filtros (le Ama- 
lunla. 

E a morte de Inés de Castro, e a batalha de Aljubarrota. 
e concilio dos deuses e a córte do famorim, e a expedi^o 
dog. dóze de Ingtaterra, e tantos outros primdres ae arte, 
dar-nos-iam um volume, se eu me permitisse a justifica^ào 
do aplauso que me inspiram. 

Paremos entretanto um pouco deante de um galeào por- 
tnguis do secalo XVI y que é um belo trabaiho do sr. Brés de 
Oliveira, e que nos faz pensar com saudade no nosso extin- 
to podér maritimo. 

Contemplemos tambem o astrolàbio de Vasco da Gama, 
còpia autèntica daquela gloriosa reliauia, que ainda se con- 
serva no observatório da Universidade. 

Admiràveis o Indo e o Ganges, apareccndo^em joohos a 
D. Manuel! 

Comovente o bom e fiel Egas Moniz, com a mulber e os 
fìlbos, aos pés do rei de Ledo! 

A tórre de Calecute, osesbd^os do mosteiro da Batalha, a 
tórre de Betém, muitos dos mais preciosos monumentos que 
atestam os mais gloriosos feitos, acordam em nós o senti- 
mento da pàtria, e permitem-nos entresonbar a possibilida- 
de de urna resurrei^io. 

que sera para lastimar é que os magniPicos originacs 
das estampas. que enriquecem a edi($o, séiam de Portugal. 
Se èstes trabalhos nAo tentarem a bolsa de algum camonea- 
nista ou de algum patriota, a acquisì^do dèles està natural- 
mente indicada a qualqucr das principaes bibliotecas pùbli- 
cas ou das Academias artisticas do pais. 

A apologia de Camdes està Feita, disse eu Mas a edi^So 
Guilard Aillaud e porventura o fécho da abóbada no pan- 
tedo que a admira^do dos homens e a justi^a da história sa- 
grou ao cantdr das giórias portuguésas. 



k 



camGbs 31 S 



Fechando com chave de oiro as impressòes que me 
deixou a moDumeotal edi(do, registarei algumas das pa- 
lavras de um brilhaote capitulo, que Edgar Quinet dedi- 
cou a nossa grande epopeia. Oicam o magnifico estilista e 
laureado hiatoriaddr, e agrade(amos a sua memòria estas 
eloquttntes frases, tao lisonjeiras comò justas, que a justiya 
também se agradece, quando outrem espesinha os nossos 
direitos: 

— «Os Lustadas reiinem, com todos os perfumes de Por- 
ingàì^ oiro, a mirra, o incenso do Levante, temperados 
muitas vézes com as lagrìmas do Occidente. 

«0 gènio poètico da Europa deixa, pela primeira véz, a 
bacia do MediterrAneo, e penetra nos Oceanos da veiha 
Asia. 

«... Sentis, a cada verso, que o baixel da humanidade 
lan^a ferro em paragens dèsde ha multo aneladas; respirais 
novas brisas que vdo enfunando as velas do pensamento l)u- 
mano; e o céu dos Trópicos espèlha-se na mais cristalina 
onda do Tejo. 

«. 

... rio Ganges, de ha tanto perdido, aparecc personifica- 
do, corno na epopeia do Ramàiana. Tilan grego, embara- 
(andò a passagem ao navio do Gama, que em silevava o fu- 
turo, irrompe roaiestdso dos mares cauinociaes. 

«... E veraade que até nesta lingua portuguèsa, tdo 
enèrgica e tdo suave, tao altisonante e tao smgela, t§o rica 
de vogais limpidissimas, èie parece um intèrprete, urna co- 
municalo naturai entre o gènio do Occidente e o gènio da 
Asia orientai. 

«Gamdes. . . Ndo conhè^o poèta algum que corresponda 
melhor, aue melhor se associe, a urna grande parte das 
ideias e aos sentimentos que predominavam no seu sécu- 
lo... 

«Ha ali dialogos assombrosos entre o marinheiro e o 
Oceano; de um lado, a humanidade triunfante no seu navio 
empavesado; do outro, os cabos, os promontórios, as tor- 
mentas, os elementos, vcncidos pela indiistria. Nào sera 
èste espfrito do nesso tempo? A epopeia que melhor os 
representa ndo è a do Tasso, nào è a do Ariosto, nem è a 
do Dante. SSo os Lusiadas: è o poema que abre com o sé- 



riUHtMh 



rirtA 



■Ih 



316 



FIGURAS'LITERÀRIAS 



culo XYl a era moderna, e que, selando a alianga do Orien- 
te com Occidente, celebra a idade heroica da indùstria; n§o 
ià poema de peregrino, mas de viajante, de comerciante so- 
nretudo; veraadeira Odtsseia em meio dos empórios e Tcito- 
rias nascentes das Grandes Indias, no bérgQ do coroércio 
moderno, da mesma fórma que a Odisseia de llomero é 
uma viagem através das nascentes sociedades militares e ar- 
tisticas da Grècia.» 



FIM 




INDICE 



Cap. Pag. 

RazSo da obra 5 

1 Bulhfto Fato • . . il 

Il JùUo Cesar Machado 21 

ìli Conde de Gubernatis 29 

IV Joao Penha 37 

V Ramalho OrtigSo 43 

VI Zorrilla 49 

VII Gon^alves Créspo 55 

VII! Jùlio de Vilhena «1 

IX Marco- Antonio Canini 67 

X Simòes Dias 73 

XI Silva Finto 81 

XII Nekrassov 87 

Xm Castilho 95 

XIV Silwra daMota. 99 

XV Conde de Chambrun 105 

XVI Maria Amalia ili 

XVII Barbosa Lefto 121 

XVm D. Vicente Riva FaUcio 127 

XIX Alfredo da Cunha 137 

XX Manuel de Melo 143 

XXI Alexandre da ConceÌ9So 149 

XXII Rousseau 157 

XXIII Alberto Fimentel 163 

XXIV Claudia de Campos 16f» 

XXV Magalhftes Lima 177 

XXVI Micbelet 183 

XXVII Létras e litulares 18H 

XXVIII Albertina Paraiso 197 

XXIX Teizeira de Vasconcelos. . 203 

XXX Visconde de Castilho (Jùlio) 210 

XXXI Jofto Milton 217 

XXXII Visconde de Sanchcs de Frias 225 



Gap. 

XXXllI 

XXXIV 

XXXV 

XXXVI 

XXXVII 

XXXVIII 

XXXIX 

XL 

XLI 

XLII 

XLìll 

XLIV 

XLV 



Dr. Pereira Caldas 231 

JoSo Dinis 239 

Mickiewicz 246 

Jdlio Louren^o Finto 25 1 

Mariana Angelica de Andrade 257 

Miguel Vicente de Abreu 265 

Antonio Rodrigues Sampaio 269 

José Maria AnQan 27.3 

Zeferino BrandSo 28 1 

Victoria Woodhull 291 

Viscondc de Santa- Monica 299 

D. Joao da Càmara 301 

Camocs 3i! 



k 



PEREGRINflCOES 



VERSOS 



CANDIDO DE FIGUEIREDO 

(Eicolhido), cDrrigldsa i inoltrai) 



miDip^o oBiB>izrrrrv-A. 



EHPRES* UTERARIA e TIPOSRAFICA — EDITOU 

118 — tDA M D. mio — 184 



. -..- '. t-Z^- wr^lJl^i^i^ t lìl IIÉ lÉKtfft» 




PEREGRINflCOES 



V ERSOS 



CANDIDO DE FIGUEIREDO 

(EicDlhiiIa), eorrigldai « imIiì«)) 



HI]3X(p.^O IDSWTNJm-^M. 



7» "^T T 



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PEREGRINflfOES 



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PEREGRINflCOES 



V ERSOS 



CANDIDO DE FIGUEIREDO 

(Etcolhidas, corrigijos e anaiajuj) 



EDipAO DEITIJSriXIVA. 



£MPR£SA ItTEHÀm* i TIPOfiRÀFIi;* EQITOm 



Ui-^S 



Typ. a vapor da Emprcsa Litteraria e Typographica 
i;8, Rua de D. Fedro, 184 — Porto 




RAZÀO DO LIVRO 



Ao a88omar o inverno da cxistùncia, suo 
horas de fazer contas, pagar o quo se deve 
e inventariar o que resta. 

^ao foi minguada a minha colheita em 
sazilo de poesia ; e certamente houve nela 
frutos pècos e verdes ou mal sazonados. 
Mas, no conceito dos mestres, que nao no 
meu, alguma coisa aproveitavel ficou em 
seis volume» de versos e varios poemetos 
meus, afora numerosa» composi voes, dis- 
persa» na imprensa periodica e nSo coleccio- 
nadas até hoje. 

Parece-me pois que, formando colectànea 
do que parece representar qualquer valor, 
eu poderia lega-la aos meus lìlhos e aos 



ft ini Mia*- 



VI 



meus amìgos, — ja que o8 vindoiros ficam 
longe da minha ambi<;ao, — certo de que o 
aeeitarao corno legado afectuoso de quem 
mais nao teiii que deixar. 

A parte o caracter genèrico deste legado, 
pareccu-me que devia especializar, entre os 
legatarioH, aqueles que mais de perto me 
distinguirani coni o seu carinho, coni a» 
suas mercès e com as suas ligòes. 

Se eu fòsse argentario, deixaria a cada 
uni ao nienos unia pequena jóia, conio lem- 
branc^a aniiga. A falta de mais e nielhor, 
deixo-lhes versos, que èles estiniarao, nienos 
pelo que valeni, que pelo que significam. 

E grande p:?na tcnlio eu de que ja nào 
possani receber eni vida as niinhas rendidas 
liomenagens escritores que, conio llercu- 
lano, Mendes Leal, Castilho, Tonias Ribeiro, 
Caniilo, Wilhelm Storck, Vegezzi Ruscalla, 
Marco-Antonio Canini, e outros, que, eni 
Portugal e la fora, me distinguiram coni o 
seu afecto e as suas li(,''òes ; conio nao menor 
pena sinto de qu? ja mìo possani coherdar 
a minila afectuosa lembran^a muitos dos 
meus queridos companheiros de viageni na 




VII 



travessia das Ictras, corno Joào de Deu.s, Si- 
mdes Dias, Teixeira de Vasconcelos, Vìh- 
conde de Benaleanfòr, Gon^alves Crespo, 
Jùlio Cesar Machado, Eduardo Coelho, Dotn 
Antonio da Costa, Pinhciro Chagas, e tantos 
mais. 

A uns e outros a expressdo pòstuma do 
meu acatamento e da minha saudade. 



■1: 



Obviando a fàcil e gratuita acusai^ilo de 
que, escolhcndo versos meus, sou juiz dos 
próprios méritos, parece-me oportuno ate- 
nuar a minha responsabiiidadc com alìona- 
<j6e8 idóneas de verdadeiros juizes no as- 
sunto. 

Assim se explica a rcprodu^ao, que po- 
deria parecer immodesta, de conceitos que 
versos meus sugeriram a Castillio, Hercu- 
lano, Camilo, Quental, Mendes Lcal, Chagas, 
etc. ; e, conio alguns dùsscs conceitos esta- 
vam, até agora, consignados em documentos 
inéditos, é interessante e patriótico nao fur- 



vili 



tar a publicidade cscritos inéditos de glorio* 
808 mestres. 




Ao peregrinar largamente pela» regiòes 
da iniagina(;ùo e da arte, nao deixei marcos 
miliàrios a atestar aos pósteros a niinha pas- 
sageni; mas deixei ligeiras con8tru(;òes, que 
o vento de àmanhan esboroara^ mas de que 
me apraz relembrar a fórma e o signifìcado, 
comò paragens queridas e saudosas num 
longo itinerario: Quadron Canibiantes, Tasso, 
Parietàrias, Poema da Misèria, Nictagìneas, 
Livro de Job, Crisdntenios, e vàrias notas es- 
parsas, que nào chegaram a congregar-se 
em volumes. 

Eni oito jornadas pois se divide a aludida 
Peregrina(;ao, mais longas umas do que ou- 
tras, e mais ou menos distintas entre si por 
cambiantes de espirito ou sentimento. Kssa 
distin^Ao ou variedade atenuarà por ventura 
a fadiga de estranhos, que se aventurem a 
estender os olhos pelo obscuro itinerario. . . ; 
e OS legatàrios destas memórias^ — os meus 



IX 



filhos, 08 meu8 aniigos, — mclhormeiite po- 
dcrsio repartir a dcixa, tornando para si o 
que mais quadre à sua indole, aos seus afe- 
ct08 e às 8uas recordagòes. 

Certo de que mìo bavera deniandas na 
partilha, tranquilamente cérro o meu testa- 
mento, que assino: 



rAXDIDO UE FkJUKIRKDO. 



^ 



JORNADA 



QUADROS CAMBIANTES 



( KXTRACTOS) 



OS «QOADROS CAMBIANTES 



vy 



Foram 08 meus primeiros vorsos. vcrsos 
de colcgial, escritos Jos 16 aos 20 anos. Ro- 
cebidos todavia lìsoiijeiramente pclos lio- 
men» de letras e pela critica, recditaram-sc 
eni 1874, tendo-se leìto cni IBOK a primcira 
edigsìo, na Imprenda da Universidadc. 

Para a boa aceitai^ao do livro contribuiu, 
por 8cm dùvida, a cuidada rcvisao, de quo, 
por intermedio de Toniàs Ribeiro, entiìo doen- 
tc no Hospital da Kstrcla, se incunibiu gen- 
tilmente Antonio Fernandes de San-Josc, .se- 
cretano de Castilho^ e que também fora o 
revisor do Domjaimc e nao sei se da Piujuita. 



XIV 



Pobre mo(;o T Aos vinte e poucos anos, cheio 
de talento e de bondade, morreu tisico eni 

Viseu, ai por 1870 ou 1871. 

« 

A sua qiierida memòria cstas duas pala- 
vras de saudade e afecto. 



Palavras de Casti/ho 



Lisboa, 28 ile Janeiro de 1868. 

Meu incontestavel Poeta Candido de Vi- 
gueiredo. 



Li immediatamente oh seus Quadros 
Cambianten, e reli-os, e vcnho tarde agrade- 
cer-lh'o8. 

A razào é porque «obre tao notavel coUe- 
CQ&o cu desejava dizer-lhc miiitissimo, e es- 
perava para isso horas de menos occupa^ào, 
que me nào chegam nunca. 

Para me nào ficar eternamente pasmado, 
corno o rustico de Iloracio, que aguardava 
na margem do rio que elle Ihe aeabasse de 



xvr 



manar, rompo hoje as demoras, e acudo ao 
agradecimcnto sìngelo, rcnunciada a espe- 
ranQa de poder expressa r-lhe a minha opi- 
niao, motivada e por cxtenso, aeerca do seu 
livro. 

Receba-me por elle paralxìiis muito eor- 
deaes. K urna obra verdadeirameiitc di8- 
tincta: poesia de pensamento e de afecto, 
estylo acertado e nobre, linguagem formosa 
e originai, versifieaviio e rima de primeira 
qiialidadel Coni metade so de tudo isto ja se 
lazem obras applaudidas. 

Mas o seu livro extrema-se ainda do vul- 
go dos livros mais ou menos metrifìcados e 
aconsoantados, porque representa deve ras o 
interior de uni espirito de beni, muito sensi- 
tivo, que se pasec nas flòres das suas triste- 
zas reaes : hicrimac ivinim, e dahi assume 
principalmente o seu leiti^o. 

Quer que Ihe diga ? Os seus Quadros Cani- 
hiantcs lembraram-me trinta vezes, ou, por 
nielhor dizer, sempre, aquelle tao sympa- 
thico Jocelyn, para quem a solidao se tor- 
nou musica, e a dór poesia. Oxala que as 
analogias entre o amante de Louren^a, là nos 



k 



XVII 



ermos dos Alpes, e o uosso Serrano da Es- 
trella, nùo sejam ainda mais profundas ^e 
radicaesi O seu Seminario du-me em quc 
scismar. 

Isto nSo e pedir-lhe a chave do enigma. 
Guarde-a muito embora; mas diga-me se- 
quer que passou aquelle periodo de melan- 
colias^ e que o sacrifìcio nào chegou a con- 
8umar-se. So isto Ihe pergunto, mas com o 
interesse de verdadeiro amigo, pois muito 
realmente, depois desta leitura, o ficou sendo 



De V. Kx.'^ 



A. F. Castilho. 



8 



#-■ 



Pàlavras do Bispo de Vìseu, 
Alves Martina 



Visefi 23'2'(Ì8 



ììl.^^ Snr. e Ain.<^ 



Recebi a sua carta e o mimo dos seus 
QuadroH, Depois da ceia li metade, oii quasi. 
Nào tenho voto na materia, porque nao sou 
do officio, e mesmo até jji nào posso sofrer 
as cantilenas das consoautcs avariadas, com 
que vem a rua petìscos que para tudo e por 
tudo fazem versos. 

^ O rithmo é um molde eufònico, em que 
se vàztlo inspira^òes quasi divinas. O Poeta 
nasce, nSo se faz corno o l^hilosopho. 

Afigura-sc-me que no seu livro se encon- 



XX 



trara poesia^ e a parte, quc li, garantc-me o 

resto. 

Nao 8c arrepcnda de o ter escripto. 

Os- fogachos da idade, quando vèm a 
a tempo e horas, em vez de escurecerem, 
abrilhantam o quadro. 

A Beii(;ào divina Ihe envia quem è de 



V. S.a 



Am.o e Servo 



Alves Martins. 




Palavras de Mendes Lea! 



Os Qiiadros camhiantes formam um opàs- 
culo de poesias, recentemente coUigidas e 
publicadas. Ha ne«ta« strophes soltas vicjo e 
frescor, ha esmero metrico e o sentimento 
da harmonia, dote menos vulgar do qiie tal- 
vez se creia. O autor nao è apenas um ver- 
sista comò tantos, é um poeta. Nao procura 
seus effeitos na extra vagancia, mas na natu- 
ralidade. Djve-se-lhe levar em conta està vir- 
tude^ cada vez mais rara! 

É tambem muito para memorar o des- 
prendimento com que, fìcl a voca<;ao, aspira 
à gloria tenteando a aspera e improductiva 
subida do Parnaso, quando tinha a celebri- 
dade e o lucro tao facil nas prosas politicas. 



V 



XXII 



em que pullula m com pouco traballio os 
Montesquieu e os Mirabeau. 

É autor do8 Quadros cambiantes o sr. 
Candido de Figueiredo^ que neste livro faz a 
3ua estreia. Saudamol-o corno 8e saùda urna 
aurora. Persista com a fé que segura o èxito, 
e terà por seu o futuro. ^ 



1 (Na rcvÌ8ta America). 



Mendks Leal. 



Palavras de Camìlo 



IH.'»» e Ex.'"^ Snr. 

AgradeQO-lhe o brincie do «eu livro. Ja 
conhecia versos de V. Ex.", bem que, eni 
idade multo de prosa, cscassamente os leio 
e poucas vezes os entendo. Enteiidi, poro ni, 
08 de V. Ex.''^. e parecerani-nie a alliani^a 
duma formosa intelligencia coni uni cora^ao 
em flor e pertumes dos 20 annos. Escreva : 
o ùltimo cantico ha de ser conio a promessa 
Ovidiana, e a de Garrett e a de todos os 
grandes obreiros num momento de desalen- 
tada fadiga. Escreva, por que de hoje a 10 
annos V. Ex.^ ha de ter muitissinias sauda- 
des do tempo em que escreveu o seu bellissi- 
mo livro. 

Porto, 10 de fovoreiro de 1JÌ<>8. 

De V. Ex." 
Ailni.'"" altocLiiOHo o Cr." 



Catullo Castello Branco. 



\ 



MARIPOSAS 



Viete ao Hcrflo a dokia borholctn 

volitar do8cuÌdada 
e arder dcpoi» na luz. Tiveete pena, 

e diseeste : — coitada! — 



E 0(1, que a toda a bora ardo na» chaninit 

dSnsc olhar adorndo, 
ól quando te ouvlrci oompadecidn 

dlzer tanibèni: — coitiidol — 



MA KG A RI DA 



Mais de urna vez teiiho peiìKado» flor. 

maÌH de unia vez me veio 
à idei a o puro aroma do teu Keio, 

— cofre de puro amor! 



K que eu nìio po«Ha haiirir miindoH de 

na tua pura eH«èrK*ia I 
mìo adovareH tu minha exi«tcncia 

com teu perfume, llorl 



ROSA 



^, Para quo afastan ir<)«a 
CHHC ro8to alvo do neve ? 
^, aca«o uni anjo ne atreve 
a negar o que me deve ? 



Nfto fujaK, ouve-nie» Kosa : 
tu pronietente-nie uni dia 
que o teu amor pagarla 
da ni in ha auneneia a agonia. 



Trèrt anno« daqui aunente, 
ora a teu lailo me vejo : 
e, quando a paga doHejo, 
de ti recebo uni «ò beijo. 



e JUIl 



pt'IlSO lini <ìn,v 1 



L'AMOUR CESI LA VIE! 



(AO CONDE DE S.MìrcOSA) 



I 



Uni dia, vi-tc ho. KHtava** trinto, 
pendida a fronte, e oh olhoH rancw de àgiia ; 
e, ao ver que te opriniia fiinda niàp^ua; 
preguntei-te porque, ma« nìio me «uvinto. 
Certo, o quadro da vida contemplavas ; 
e, Haudona do cèu, donde vieraH, 
em tcu 8eio arcangèlico anela van 
por dcixar de»te mando ah priniaveran. 
TinhaH raxdol K eu pregunlei-te ainda 
80 na terra uni eneanto nào acliavaK, 
que te leva8»o alivio ao co radilo ; 
orguoBtc a fronte pàlida man linda, 
e re8pondc8to : — Nào I — 



:ìo 



II 



Man depoirt, quando o amor, cni doce calma. 
Olii aKa« de oino e novo te onvolvia, 
e iia fronte gentil te entrctecia 
coròa de rainha da iiiinha alma ; 
quando o amor, houh norrÌHon entreabrindo, 
veio fechar aqui no8808 abra^on, 
e. HÒbre a terra tlores eHpurgindo, 
por llórea Benda non guiou oh panno» ; 
logrei uni e dui em cada teu norrÌBO, 
li a ventura no teu roBto lindo, 
vi-te ditOBa, e preguntei-te enifim 
ne ente mundo mìo era uni paraino. 
e renpondente : — Sini T — 



IIELENA 



A. .1. Ahrantes 



Ffmina, cohu mohil jfr tintura,,, 
Tasi«<o {.Iniinta, not. r. se 11). 



Helena, iiiciiH «enhoren, 
HO ù vcrdado o quo dizeiii ha hintòriaH, 

doixoti dos KouH anioroH 
pcrpùtuan t? tiìo tràgicart iiiomòriaH, 
quo ou tromo om vondo quo inda alguoin adora 

art IIolcnaK do agora ! 



Monolau onpartano 
n tinha por o«pÓKa ; iiias quo importa ? 

banta pannar uni ano, 
e a Hclona niain fiol oh la^on corta : 
quando boni Ilio parcoo, a outro prendo, 

o. . . ola la HO on tondo I 



32 



O ca80 é quo em Bcgrcdo 
TcBCU a leva uni dia, e o pobre enpÒBO 

ficou KÒziiiho e quedo, 
a 8Ò8 vertendo làgrima» naudoBO, 
na auHéncia do neu beni idolatrado 

que um traidor Ihe ha roubado. 

MaH*a final, Helena 
veni — depoÌ8 de uni viver deliciono, — 

a minorar a pena, 
a matar a» 8audade8 ao e8pr)8o : 
o rei e8partano abrada 08 8eu8 encant08, 

e adeu8, 8audade e pranton I 



Na maÌ8 doce harmonia 
vivia a bela Ilelena e o rei e8partano ; 

el8 8en&o quando, uni dia 
lhe8 entra em ca8a uni hÓ8pede troiano. 
Se me lembro, trazia ao rei de E8parta 

de Priamo unia carta. 



Deixemo8 a embaixada. 
Helena e me8nio uni 8ol, Puri8 galante, 

e nao vo8 digo nada : 
aniareni-8e foi obra de um in8tante ; 
e o magauùo, tornando a prenda doce, 

atò maÌ8 ver, safou-se. 




33 



Pari» e o par amado 
8atÌHfeito8 puacram-sc a caminho ; 

e Mcnclau, coitado, 
là 8C ficou mai8 urna vez RÓ»inho. 
Ma» agora o verei» T — accnde a guerra, 

e faz tremcr a terra T — 



De toda a parte chania 
rci8 a vingà-lo da trait,'fto e engano ; 

e vai empò» de fama 
acomcter o perfido troiano. 
Houve proeza» ; nia« a vii tramóia 

foi quem arranou Tròia. 



Nfto quero agora ler-von 
a hi8tória do8 déz anon deHsa guerra ; 

e ba8ta 8Ó dizer-voH 
que 08 grande» male», que entiìo viu a terra, 
sortirani de urna cau8a beni pequena, 

de urna niulher, — Ilelena T 



E morto Parin, inda 
Hclena com Deifobo 8e denpona ; 

que urna mulher, que è linda, 
sempre tem o condilo da maripoHa. 
que, volitando, atrai, prende e enfoitis'a 

a quanta flor cubi^^a 



3 



, . , »M '1 1 CIO mariolo 
acollu' () beni pcrdiclo. 



Ora, o rei oHpartano, 
iU*poÌH de muitan lagriman, fìnou-»e ; 

e Cupido magano 
mandou entAo u Ilelena quo hc Iohhc 
a cKpalliar a naudade pelon iiiaroH, 

tornando novon area. . . 



Foi ter coni um parente ; 
man ente, quo ntìo era para gra^aw, 

diz niui!:o boa gente 
que dera firn iÌ8 burlaB e trapa^aH 
de Ilelena, que expiou a vida errada, 

nunia àrvore cnforcada. 



Ku vfjo ai ni« forniosaa, 
— Bcm oxfL'pvilo de ncnhiima, 
udoradti)*. . ., L'iiprlcliuxiiH. . .; 
miìit ctiforcuLUiH icni iiiiia ! 



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OS MKUS DESEJOS 



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(aO Dn. GORAN IUOIIKMAN) 



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Se DeUH ine preguntanBC o quo cu qucria, 
^, quc penna» tu que a Deu» eu pediria ? 

^, talvez nabedoria, 
conio a pediu outrora Salomùo ? 
^. ou de Cre80 oh innùmcroB le8oiro«, 
que a«8onìbrarani prenentcH e vìndoiro» ? 

O T ntìo, mil vcze8 mìo T 

— Ku calcarla a8 pompa8 da opulència, 
eu fechai*ia oh olho8 i\ ciència, 

e HÓ pedira entùo, 

— conio palma devida ao nieu martirio, — 
renpirar teu8 perfume8, branco lirio 

un ir- te ao coragfto. 



S A U D A I) E 



(A D. Maria Josk Coelho i>e Ai.arcÀo) 



No8 extrcmo8 do horizonte, 
o 8ol poentc fliitua, 
e da Hcrra na eia re ira 
fagucira 

là 8urge a lua. 

A viratilo ve8pertina, 
— genildo de organi etèreo. 
Hegreda uni canto de dorc8 
à8 floren 

do cemitèrlo. 



R0XO8 lirio8 e 8audadc8 
ladeiam campa gelada, 
e a 8ombra da critz 8e e8tanipa 
eni campa 

huniilde e ignorada 



'^-" «^'^ quo a pon.ha do ,u.vo 
iiao devo 

viver no ,„„„j„ j 

>'«« «e ora a „»„,„, ventt.ra 

«^' •^■W. na Vida .no«qai„ha 
« "linha 

docc all'aria ! 

Ah vozeH.:quaiuIc, o «c.l. tibi<. 
no oceano «e atufava ' ' 
o do bronzo a voz «ontida 
"a crniicla 

ao longe noava ; 
Quando a tri«tc lua ormava 



39 



Da mciga virgcni da noi te 
cu via quc tinha zclo8 ; 
eia ao céu a fronte erguia, 
dcntia 

vagoB aneloBl... 

Ó T eia tambem sabia 
' onde existe o prazer todo T 
e bem 8abia que a terra 
encerra 

8Ó negro lodo T 



Minha irman T entre o» arcanjo» 
lembra-te de a queni na vida 
HO deixuBte, ó lirio santo, 
o pranto 

da deBpedida. 



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VERSÀO DE UM EPIGRAMA 
DE SANNAZZARO 



(Ao Generai. Zkferino Braxdào) 



/■ 



Tal arder o meu pcito por ti «ente, 
quo o8 olho» Huaiy liquidan centclha»! 
— Sou um Nilo de làgrimaH, cm quanto 
no pcito 8Ìnto um Etna encandcBccnte I 
() prantol apaga-mc ente fogo ardente l 
C) fogo ! enxuga meu continuo pranto I 



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IIORACIO A NERA 



CEpod. XV] 



(Ao Dr. Lopes Pra<;a) 



Era urna iioite. . . Iembra8-te ? 
brilhava o liriiianicnto 
e a luz da lua pàlida 
ouvi teu juramento. 

AbrÌ8tc o8 brav'OH Iùu^uìcIoh. 
ao pcito me aperta»te 
conio 8e abraya i\» ùrvorcn 
a hera, e anKim ìurantc : 

— « Eni quanto — ouve e acrcdiia-nie 
em quanto o alvo cordoiro 
fugir^do lobo^ràbido. 
do lobo carniceiro; 



"' '"'■"••">■'•«-.].-,....... 

e' ;r "'"'^^ «o« Mbio« 
-"^-ocadosyueaceieol» 

;^j .Nora r o tcu periùrlo 
••«"bou ,„i„ha alegria • 

:Z '""'^-^'^ '^^'-- 

^'i-de u,na Uór tardia 1 

2 t*^"» erradoa tnl„.ito« 
«"«or a««im tao Anne ; 

quel':?"; '''^^'•^ -• ^"'-a. 
quem mais fJel „,e fajg 

« «ne traduco „^ . .' 



43 



£ tu, hoiiicm feliz, que cu ^òzo te extaHian, 
libando bcijoH mil um ro8to fentival, 
co8pe8 no dcnno vùu, que me cHcurece o8 dia8, 
folga8 co*a minha dòr, e ri8 do alheio mal. 



Rico, beni 8ei que o ù«, e 8àbio entre o8 maÌ8 8àbio8 ; 
beicza, vejo que 08 maÌ8 belo que Mireu ; 
ma8, à T vira um dia, em que 8eu8 tredo8 làbio8 
Nera inda o8 ceda a outro, e entao me rirei cu ! 



■'•»=•>**■. .-i y.JS. .. , _ .... i_,^. 



•■t—f^ ;_> 



SALMO DE DAVID 



(Ao Sknhor Arcebispo de Calcedóma) 



I 



Erga louvor a Deus o humilde e o iiiiioceiite, 

» 

o nome do Soiihor bendiga eternamente : 

II 

dende o raiar da aurora até o «ol ne por, 
bendito neja nenipre o nome do Senhor ! 

Ili 

A cima dan na^òen 8C eleva a majeBtadc 
daquele, cuja glòria abrange a immensidade ! 



IV 



E Deu8, quc la em cima a 8ua manB&o lem, 

nào 8olre — o meu Senhor — confronto com alguém I 



45 



E grande, Him ! iMa» Dciih, na terra e naH alttiran, 
atende e eBCuta sempre humildcH criatiiran ; 

VI 



e a pobre e o de» valido ani para, e quando qiicr 
leva a feQundidade ao 8eio da mulhùr. 



RIPOSO SI:LLK RIVK Dl'L 



lAo Dk. Ai.i"Ri:i)o da Cunil 



Calou-8c a branda ioHta 
dan avoH na folliagcni. 
Adornieceu a aragom. 
Ardente vai a nenta. 

Da olaia a Honihra doce 
buHeoii, do monte a falda, 
e em leiio de enmeralda 



47 



O ardor do sol a pino 
còa-8c na ramagem ; 
afa8ta-8c a roupagem 
do selo alabastrino ; 

a tranija se desprende, 
e a bcijos mi] se atreve, 
mal ocultando a neve 
que chamas na alma acende. 

Digam-me agora os sàbios : 

— ^, que diz aquele anseio, 
que nasce là no scio 

e vcm morrer aos làbios ? 

Vejo que està sonhando ; 
sonha a gentil donzela ; 
^, mas que sonharà eia 
naquelle sono brando ? 

Eu vou, eu vou sabe-lo I 

— « O seio nfto me escondas. . . 
delxa afastar as ondas 

4o trèmulo cabelo. . . 

Quero escutar-te ao perto 
as pulsa<;des do seio : 
o sonho que te velo 
quero saber ao certo I. . . 



• • » 



«into a8«o„ '"■" 

•«««oiuar niori « 



VINGA-TE T 



(A Eduardo de Noronha) 



Como dama que fai do incauto amante 
em amo^roHoa hrincos maltratada.. . 

CamOks. 



E qucixas-te, porque ounei 
tocar no vedado pomo, 
furtando-tc uni beijo — conio 
se o amor tivcHBc lei ! 

N&o foi culpa ; man oni fini 
eu sei o que «ào niulhercB I — 
quere» o teu beijo ; qucvcH 
que t'o rcHtitua ; 8ini ? 



Nfto quercB ? ! Nùo baHta ho 
que o beijo te resti tua ? 
Cruci ! ù vontade tua 
vingar-tc de mini Hcni dò ? 



A FÉ 



(Ao CÓNKrio Sena Frf.itas) 



Virgem celcHtial. 
de ge8to Hcni «ogundo, 
ua8 trevan dente m lindo 
tu ÒH o nieu fanal. 

Ifomiosa, nei que o oh ; 
niaH onde entàn, formoBa ? 
dize I que e^ta alma ancioHa 
te irà eair ao» pè» I 



Louco T — Km o aeio iiicu 
eia gravar-80 voio, 
jorraiido-nie no aeio 
as luze8 là do eùu. 






•■'""toani,,,. 

, , " ">'■ W'«c. ah. 

chi te,.,.., ,„. '''-'^'^'a: 
'»t> fiiJii. ,. ., ,. 

^'"* «ó Podia d.MuIe 
«oaiii,. """"' *'"^oi,do 

';^°-queH.d«. canto 
"« PcTonal Siào r 

„ . , * '"'" P"*".<i„. 



53 



No rir de cada flor, 
da rosa no vcludo, 
en8ina-nie e cu c8tudo 
o nome do Senhor. 

• 
Ab vczch, quando aleni 

rebrilha o noi no cspa^o, 

eia me aponta o bra^o 

que o 8ol no ceu 8U8tém. 

Diz-me que a niAo de Deu« 
Holta ou enfreia o vento, 
e póde num momento 
fundir a terra e oh ccuh. 

Diz-me tambem a fé 
que e Honho da alvorada 
a Vida ; o mundo, nada ; 
qtie o homem nada e ! 

Que è nada o homem, 8im, 
mas que — depoÌ8 — uni dia 
eterno principia, 
desta exÌ8téncia ao fim ! 

Que alèm da vastidiìo 
de88a azulada enferà, 
eterna primavera 
08 bon8 dcafrutarào I 






*■■" quanto eii „., , 
1 «^ -f-nio o qiip ,i; 



PRISAO DE AMOR 



(Vertio do hai opigrama grego) 



(A Francisco Serra) 



Um dia cortou eia um »ò cabclo 
da longa e fina tran^a de oiro belo, 
e a8 duaA mà08 com 61e me ligou. 

Deixei ligà-lan, e «orri-me quando 

vi fàcil o quebrar o la<;o brando. 

com quc a travé88a minha8 mào8 atou. 



Ma8 quando de tuo fràgil embara^o 
me quÌ8 livrar, achei que o brando la<;o 
numa dura cadeia 8e tornou. 



Ai)i:rs 



(IMI'ROVISO) 



Doixa cair jà agora an tuan làgriinaH 
HÒbre o nacràrio do uni amor tao trintt 
Delxa ! tal ve/, quo cm breve o rino e o ; 
veiiha «ecar teu pranto . Deun evinte, 

e DeuH iiAo qiier quo a nuvein, Hublinui 
118 altura» do cùu, en tolde a estrèla, 
seni quo a c»tréla, ao rovar da ariigem 
rcbrilhe cni cén i^*»'*' ..!-•• 



57 



Deixo-t*a, e vaie comlgo I — Ò8tc misterio 
ha de 8ondà-lo que sondar o oceano, 
cu quem apreciar urna 8Ó làgrima 
quc reevale em teu roHto sòbre-humano I 

ÓI vai8 coniigo, 8im T O ceu aliga-no8, 
^.e de8ta alma quem póde 8eparar-te ?. . . 
— A tua imagem vaporosa e càndida 
hei de vè-la ao meu lado em toda a parte T 

Sempre que o 8ol despontc 8obre o Herminio, 
ver-te-ei ainda ne88e mago instante 
à janela assomar, e o8 bra^os niveos 
recruzà-lo8 no scio palpitante !. . . 

Quando saudosa modula res cànticon, 
e o piano gemer sob 08 teU8 dcdos, 
hei de escutar-te ao longe a triste miìsica, 
e comprender ainda os teus segredos T 

A tarde, quando o sol, jà froixo e tibio, 
me diga o extrenio adeus, ver-te-ci ainda 
inclinando na mùo a fronte lànguida, 
vergando à dòr de uma saudade infinda I 

E quando. . . Ai I eu nào sei que voz tao intima 
impdi siléncio à voz, que os labios vibram : 
pois quem desligarà dois fachos trùmulos 
que Deus uniu, e que no céu se libram ?. . . 



&8 



Quando a noice dcndobra a itntiiL'tiAa cùpula, 
cravcjada de cMtrèla^ cintilanten, 
^, mìo tcnn vinto doin antron a Horrircni-»c, 
i.' a iiiutuareiii-8e uni olhar de ainante» ? 

Heiii pòde a tempLMtade erguer-He cni fùria»» 
e turbar-lhe« a face alegre e linda : 
man, ò I ho oh contemplare» de hoje a utn Mèculo. 
no nicMnio pòtfto os acharà» ainda I. . . 

• 

E csHc amor conio ente amor 8anti»HÌnio, 
Mcm fìm, Hcm mancha, »em o pò da terrai 
è cHMa luz comò e^ta luz perpèaia, 
quo ente meu ne io e o ne io tea encerra 1 

Dcixa pois denlirtar an tua» làgrima», 
a» làgrima» que in»uli:a a primavera, 
e eleva o» olho» a uni futuro e»plèndidoI 
Curva-te poi» ao meu de»tino e esperà ! 

Quando cu voltar, e no cri»tal puri»»imo 
do» olho» leu» me fòr mirar aiiula, 
fresca, lou(;an, »e entoucarà de pèrola» 
a primavera graciosa e linda ! 

Hoje ri eia, e e»»e ri»o in»ulta-no», 
porque à ledice nào »e ca»a o pranto. 
porque a amargura no» assonia a» pàlpebra», 
porque »e quebra o no»»o doce encanto. 



69 



Ai, vou deixar-te 1 AdcusT. . . Os labio8 tremulo» 
mal traduzem a màgua quo me a8HÌ8tc I 
— levo comigo a tua imagem càndida, 
deixo a minha alma ne»te adeus tuo tri8te ! 



A PROVIDKNCLV DOS POBRES 



(A D. Ana de Castro Osório) 



Leoiior. . . niìo »oi quem era I — Ah vezc8, penno e crelo 
quo ora uni anjo de Douh, quo dan alturaH velo 
aqui viver naudono ! Eu inda a eonheci ; 
vi-a HO unia voz, man dÒHdo que eu a vi 
nunoa pudo enqueeer aquela iniaj^eni trinte, 
pàlida, pennativa... Ainda a vojo! exinte 
ante oh nieuK olhon, tal, qual eu a eontemplei. 



Era ao eair da tarde. Ao longe, o antro rei 

doHoia brandamente a» horan do nol-pònto, 

coni o ùltimo reilexo iluminando o roHto 

da virj^eni noliiiària e trinte. A branea niAo 

en conta va-»e a face, aonde o cora*;ilo 

vinha onpelhar fìel hcuh intimoH aneloH. 

SoltoH a vira<;ao, oh tremuloH cabelon 

caiam om anein no hcìo de marflin. 

Aquele olhar I. . . — Ó I nunca o noi brilhou a88im I — 

Aquele olhar noni norto. incerto, vago, etèreo, 

pordido pelo cju..., no mundo era uni mintério! 



61 



Debru^ada à jaiiela, ou vi-a diwparar 

por todo o céu cm fora o pcii»ativo (ìlhar. 

Vi-a tao tri8tc e ho I avizinhei-nic dela, 

e fui-me debruvar lambòm 8Óbre a jaiicia. 

Olhci-a, e nào me olhou T tiiiha perdida a cor, 

a cor que vc«tc cm Maio a pudibunda llòr ; 

do8 olho8 cm rcdor vi-lhe urna orla prcta. 

onde de quando cm quando a h\grima indincrela 

vinha denunciar o trÌ8tc coraj^Ao T 

E cu dÌ88e : — Que vi*8 tu, là nc8Ha va8tid(\o, 

onde 8e vào perder tcu8 lacrimoH08 olhos ? 

— Uni porlo, — me dÌK8e eia, — ao tini de uni mar de en- 

eo Ih oh, 
e no porto um farol, que chama para o8 cèuH 
aquele8 que no mando abreni Hua alma a Dcuh ! 

— Ma8 qucm te move o pranto, e ne8K<.' olhar profundo 
lanva pesado vèu ? 8audadeH de outrci mundo ? 
8audadc8 de88a pàtria, aonde Dcuh norrì 

ao8 anjo8, teu8 irmrio8, que annìona ve8 daqut ? 
ou tèdio de8te vai de làgriman nalgadan, 
onde por pranto e aÌ8 an horaH 8ào ccmtadan ? 

— Pregunta, — me di88e eia. — a alma do poeta 
porque vive do amor ; pregunta à borbolcta 
porque 8e vai queimar na cliama que a Kcduz ; 
pregunta a llòr do vai porque abre o «ciò ii luz 
pregunta ao roxinol porque ao raiar da aurora 
entorna o 8eu cantar por 8Òbre a llòr que chora ; 
à lua, que no8 cèu8 divaga nem parar, 
prcgunta-lhe qucm bunca cm seu peregrinar ; 



, ..0*^011 a Vida i'iii lazer 
L\\ rarani-lho o cpitàtìo os prantos d 
i' ria. qut' ai)s pobrcrt loi nogunda Pi 
— ao rogarcm-lhe a campa an lùgriin 
no cèu cHcuta oh ain de naudade e an. 



03 



Leonor ve a ci ialina ; e an làj^rimaK ein fio 
rompeni don olhoK hcuh. 

Dentro do pouco, o IVio 
noH membroH da crian^a mìo trcmia ja : 
Leonor dù-lhc agaHalho, e lume e piìo Ihe dà. 
Ma8 era pouco : de^pe an Hcdan da opulència, 
e faz da 8ua cana anilo da indigene ia ! 



Con8()lo, amparo e nidi dcHHcn quo a norte fez 

herdeìro8 ho do mal, dizia muita vez : 

— «MeUH tilhoH, quando o beni non i'oge ncHta vida, 

devemo» esperà r na Terra prò metili a : 

T)eu8, pai de todon non, nunea enjeitou ninguèm, 

e, quando o mundo è trinte, o eèu guardadaK tem 

no 8eio do Senhor eternan alegriaH ! 

Que importa a vida aqui ? RàpidoH hìIo oh dian, 

a dór è de uni momento... Animo, enp'ranca eni Deun! » 



E o anjo da pobreza, abrindo oh bra^on neun. 
ao peito eoncliegava o iilho do indigente, 
dava-lhc do hcu pilo, beijava-o ternamente, 
cingià-lhe ao eorpinho an Hcdan que denpiu. 
Horria conio nuuca a terna mài norriu T 
I)epoÌ8, nieiga e euidona a pàlida enfermeira 
ia-8e reco8tar do eniermo à eabeceira, 
levando a dór alivio, à fonie pào e amor. 



il nula sào as là^rinias sal^adas, 
coni ijiu' ai WcA L'><c riia kiu negl'art co 
lima opopoia lU' Hublimes tlòrcs ! 



Ontcm, Horria a vida, 
povoada de CHpVaiit;aH, fé e amor ; 
hojc, dc»niaiaH, purpuriua fior, 

ao Hcio do oiitro tinida! 
Onteni, cra-nic a vida uni paraìwo! 
guiava-me no mundo a luz doH cèuK, 

8C via almo Horrino 
brincar alogrc a fior don labioK teiiH ! 

Hojc... abriu-Hc-me o infcrn» 
e fecharam-«e aH portan do niou ccu . . . 

— NaH prayan da cidade, 
prendeii-te uni ccùleo a Hociedade, 
e a vitinia. . . fui cu T. . . 



<i7 



Sacrilegoftl quiHcrani qiie iinin cHtola 
legitimaAHc urna tiniào makUta T. . . 
MaU1i!;a, hìiii I — o astro, que vai e rola 

na abòhada infinita, 
que vào canar-lhc o« litnoH ca da terra 

ao brilho que ole encerra. . . 



E comprani-te por oiro T e lià quoni diga 
que Ulna ontola doirada prende e liga 
coravóeH que jamaÌK hc coniprenderani ! 
Mentirai hHHen, que oh hra<;oH tean prender agi 
a uni «eio frio, frio, enregelado. 

yenhani rangar iiieu «eio, 
e eà dentro veriìo a»* tuaH lùgrimaH, 
e eà dentro venìo oh rÌHort teun, 
— ri»(^e prantOH, eoni que a aurora veio 
matizar-nie a»* allbnibran da exintèneia : 
e aonde uni anjo verie unia ho làgrinin, 
e aonde larga an llòren duni norrino, 

là fica a Hua eHnèneial 



Enibora nunea niain oh IùIììoh IréniuloH 

eu va colar a tua ronca face : 

enibora alguéni te abrace, 
e inipio te va beijar, 
eni quanto eu, a hòh, 
Hcgrèdo a terra e ao mar. 



no noi o a trinto lua, 

meli iloHi'Hpi'ni ntro7, 

«i; alti;tiòni tlÌHHcr iiiU' oh kuii, 

Hcmpre diroi 4110 i-h minila!. . . 

() timor, quando ih- iininha 
cni ttm peito ladiulo para amar, 
nao morrc, — iri'»ic, ràpiilo lanitnlia. 

niìo ha rctrnuriidarl — 
llojc liimo oiiU'in, i^manhaii o winpro. 
— e talvi'z iinia là na i-U-niUlaiU' — 
viTil a tua tmastm inmtilpKla 
nu làmina infini;», dvHnii'ilida, 
ilo oa-alin iIòhU- ufoi'lo! 

Sini, qiicm hà-.k-, 
noH àriilim a<«irl..H dl■«^a vula. 

ilf»Hi'i.k'iit;'iiiioH il alma Hit|iiÌiiKa 

i-m rontv frwtalina ? Qnom havia 

do cHiliH-fi-r l'Hwa Vida t;ìo dì:<iKa 

quo tu mo dÓMto, o im anjim ìnvrjaram?! 

kvo-mo loiiK.- nK-n ltuoI d<-«lÌao, 
Hulqiirin-iiic a taiv ainarfjim di-Hi'n;;aa>iH. . . 

U'U n»«ro poi-oKiino. 
pordiiki jA «ou nitida l'iilfjor, 

' V Hoinpro a CHCri-la palida 
mwtiovaHdoHlador! 



iV.) 



ÒI nfto te hei de esquccer I e tu . . . qiiem nabe ?. . . 
talvez. . . talvez que um dia ao cliùo dcnabe 
o grandio8o edificio dèsBe amor ; 
e, crguendo-te «óbrc essa» ruinarian, 

te e8qucva8 de outro» dia», 
e venha8 iuBultar a minha dor I. . . 

Perdàol perdòa A louca fantasia 
aprcnsòen que Ihe acodem nenta bora T 
Perdàol jura8te-o, e oh anjoH iiilo pcrjurani I 
jura8te — e acreditei — que nunca um dia 

além asHomaria, 
8em relembrare» essa» horan mà^^ica». 
em que a mudez no» de»tilava a ambo» 

torrente» de eloquoncia I. . . 

Se à8 veze» de mini foge» e te oculta», 

quando a ti ergo o» ollio» magoado», 

nao è porque em teu» »eio» ja»peado» 

o amor jà nùo 8e alberguc; è porque a» làgrima» 

podem trair-te a face de»te mando, 

que no8 abi»ma num penar profundo ! 



Nào «ei o que te di»»e, 
ma» dÌ88e-o 8Ó a ti I () mando ignora 
a dor que no8 lacera ne»ta bora, 

e o mando. . . o mundo ri-»e ! 



l^fctf V ilCA V &«.&ll 



Il CI . . . oiuU' <) ik siiiu» nu' li'\ ar I 

DcHcc o tremendo golpe ! e o ferro erav 
num peito que te noube tanto amar! 
A Hociedade o manda I èn «uà encrava . 
vela OH olhoH, e fere nem piedade! 
Aea»o julgan quo hà-de 

fai tur aqui no peito ji\ lugar 
para tuo funda e laneinante magoa ? 
Nùo falta, nilo, que o peito dilatou-8e-me, 
de inimenna» dorè» na candente fràgual 

EÌ8 o meu peito I fere-ol 
Ibi grande para o amor ! 
conteve grande» jùbilo» ! 
grande »erà na dor I 



ULTIMO CANTO 



A làgrima 



Arcanjo cinmador do8 iiicuh altarcH, 

VÌ8&0 celeste dos nicus HonhoB breven, 

lirio aem niancha, niinha doce enpòna, 

adeu8 1 Cansei os olhoB a mirar-tc 

e a ver »e via a luz quc o peito almcja 

ao arraiar da infancia. . . Doido anelo I 

£m asas de condor, minha alma annioBa 

leda esvoejava às regiòeB que habitae, 

em demanda da luz que te aureola I 

£ o 8ol queimou-mc an asan I vento estranilo 

restrugiu, e varreu-me a luz dos olhos, 

pro8trando-me a teue pcs, seni luz, sem nadal 



72 



AdeuH I C) nioribtindo, quc ne e«torce 
noH paroxiHiiioH ùltimoH da vida, 
,1, quc niaÌH pòdo doixar-te, ó alma càndida, 
do quc CHta làgrima, quc pura cHCorre 
doK olhoH mcU8 HÒhrc o tcu »cio puro ? I 
Abrc o tcu cora<;ào, pomba de neve, 
dcHccrra-mc hojc a urna prcciona 
quc cnccrra tanto amor e tantaH màgoaHl 
— qucro là cncondcr main cnta pcrola 
quc me Hubiu do cora^ào aon oIIioh ! 
qucro, 8Ìm I quc cnta làgrima e um livro, 
onde ha» de ler, em horan de 8audadc, 
OH mintcrioK de uma alma quc te adora I 



— Quando a naudadc te cnsombrar o ronto, 
hàn de inclinar a fronte no tcu »cio 

e ouvir là oh negredon desta làgrima! 
Hào de lembrar-te aquclan doccn tarden, 
em quc a lua, a norrir, non cnpreitava 
aHHomando non pincaroH do monte. 
Hào de lembrar-te chhch harpcjo» de alma, 
quc OH zèfiroH da noite me traziam 
dan tcclan Honoronan do piano, 

— tcu doce confidente. . . Uà de lembrar-te 
o relvoHo tapete da alameda 

e OH canto8 nuspironon da avezinha — 

alvoradaM da nonna primavera T 

liào de lembrar-te o8 BonlioB que Honhànio»! 



73 



Ha de Icmbrar-te o rir da no88a infància — 
paraiso perdido, aura que fogc. 



Recolhc a min ha derradcira làgrima I 
e, 8C ùmanhan a lagc do Hcpiilcro 
enmagar o meu peito. ... vai chorà-la 
na minha pobrc campa, Margarida. 



JORNADA 



TASSO 

(EXTRACTOS) 



O «TASSO» 



(Do PREFÀCIO DO autor) 



«A minila tentativa e, entrc nÓH, quase 
nova na fórma. La fora sci eu que Byron 
Jeu ao Manfred, e Quinet ao Aliasvcrus e ao 
Promethce a fórma dramatica. Km Portugal 
nào conhevo obra deste genero, se njio falar- 
mo8 de algum prelùdio de poèta incipiente 
em fòlha volante da imprensa periodica. 

«Se por gentes, que mais olham o passa- 
do que o presenta* e o futuro, mal olhada fòr 
a novidade, confortar-me-à o exemplo de e.s- 
tranhos, e acolher-me-ei resignado aos bra- 
Q08 do meu melhor mestre, — a consciència. 

«Mas, admitido uma ve/, o que é novo 
sem de.slustre da arte, re.sta-me sa ir ao en- 
contro de observa(;òes que jii prevejo. 



7.S 



«(^, Porqiie alarguci eu, a capricho, dentro 
ilo uni canto, o nùmero dos quadro», e corno 
justifìcar a varicdade de lugare8 e paì'sagens 
no desenvolvimento de unia 8Ó accjao, em opo- 
sivào as condi(;òe.s e leÌ8 ordinariaH da re- 
pres?nta(;ao dramatica ? 

«Km primeiro lugar, a obra nào foi C8- 
crita para o teatro ; por onde, pouco me im- 
porta que eia se acomode ou mìo a« exigèn- 
cias, nem sempre justas, de uni palco, eui 
que a ac(,*ao nunca póde ter desenvolvimento 
completo. 

« Depois, sj Aristòteles condenava as 
mudan(,'as de lugar durante uma ac^^ào dra- 
matica, è sabido que a poesia moderna que- 

brou essas pLMas, e jA Sòfocles no Ajax, e 

• 

Ksquilo nas luinicnUics, esqueciam essa8 leis 
do velho teatro. Iloje, para justifìcar a va- 
riedade das paisagens, escusado e citar 
exemplos de Shakspeare, de Ryron, de Goe- 
the, e de tantoN outros. 

«Possivel è tamb?m que algueni me pc9a 
contas pelo papel antipatico que no poema 
reprcsenta o duque de Ferrara, Alfonso li. 

«Ninguém contesta que eie encarcerou o 



7t) 



Tasfto no hospital de Santa Ana. Na indaga- 
f;ao da causa e do firn dÒHte procedimento, 
é que pouco8 biógrafo« e poucos criticos 8c 
cpnformam. 

«Alguns àulicos servis, que escreveram 
sàbre aste assunto, niio qucrem ver manchas 
na coróa ducal, e defendem a ac^ao do du- 
que, afirmando a loucura de Tasso. 

«Fizeram-no Manzo e Muratori e Tira- 
boschi. Mas, para Ihes avaliarmos a impar- 
cialidade, convém saber-se que o primeiro 
era cortesSo de Alfonso II, e os dois ùltimos 
eram bibliotecarios dos duques de Modena, 
herdeiros colateraès do duque de Ferrara. 

«O que admira é que, ainda nèste seculo, 
um poèta, cuja memoria todo o mundo res- 
peita, e cujas convicQòes democraticas tive- 
ram manifesta(;òes esplèndidas, — Lamar- 
tine, — se va, no ùltimo quartel da vida, 
rojar aos pés do trono de Ferrara, encare- 
cendo a piedade ducal para com o poeta 
encarceradoT O homem energico e generoso 
de 1848 foi, por um momento, advogado de 
um tirano, e defensor de uma causa con- 
denada por muitas geragòes. As contradi- 






SD 



(;ÓQH, diz ndo sei qiiem, perdòam-se as mu- 
Ihere» e aos poétas. Perdio a Lamartine. 

«Ponho de parte, por fùteis, os arrazoa- 
dos de Balbo e de Gaetano Capponi, quanto 
a prisiìo de Tas-so: uni diz que eia foi moti- 
vada pelas negociai^ÒL^s sccretas que o poèta 
entretinha coni o grao-duque da Toscana ; 
outro, pelo palacianismo e cerenionìal da 
córte, que nao se casam beni coni liberdades 
poéticas. 

«Sigo pois a tradivAo constante e docu- 
nientos de valia, para insinuar que o amor 
foi causa da prisào e desgra^a do poeta. 

«Xèste ponto, nova polémica acendem os 
biógrafos. ^iQueni foi a aniada de Tasso? 
Foi Leonora de Kste, ir man do duque? Foi 
Leonora Sanvitale, condessa de Scandiano? 
Foi Leonora, serva de Leonora de Kste? Foi 
Lucrezia Hendidio? Foi Lucrezia de Este, ir- 
nian de Leonora? Foi Livia de Arco? Giulia 
Guerrera? iMarquesa de Lauro? Laura Pe- 
perara? Harbara Turca Pii? Condessa de 
Lodrona? Condessa de Sala? Tarquinia Mol- 
za? Constan'.a lk*lprato? Angelica? Ginevra? 
Victoria? Benti voglia? Tassona?... 



81 



« Para todos éstes idoloH èie teve incenso. 
O seu turibulo fumou nas aras de todas estas 
divindades, seni que os jardins da Italia 
fóssem teatro de cìumentas lutas, promovi- 
das pela discòrdia entro as Minerva.s, a» Vé- 
riiis e as Junos deste novo Olimpo. 

«Todavia, o amor dos poeta», que nós 
alcunhamos de vàrio, nào me parece que 
mereQa a alcunha. Eu imagino que o poeta, 
criando para si um mundo a parte, cria uma 
Eva a sua imagem, e adora a sua ohra. 

«Essa cria(;s!lo e o ideal do amor. Luminosa 
comò a imaginavào que Ihe deu o ser, emite 
raios que se espelham nos olhos azues, ver- 
des ou negros, dos anjos terrestres. 

«Ò poèta, que tem concent rado o amor nas 
regiòes da fantasia, encontra as vezes na 
terra um e muitos reflexos vagos da imagem 
que èie criou. Daqui a multiplicidade de 
afei<;6es que, partindo de pontos diversos, 
Vilo todas confluir no mesmo e ùnico foco. 

«Nào sei se poderci assim justifìcar o poli- 
teismo dèstes idólatras do ideili, que o mundo 
nem sempre trata coni justiga; mas livre-me 
Deus de concluir que o Tasso idolatrasse a 

n 



Palavras de Antera de Quental 



Exjf'f^ Si\ Candido de Fiijueircdo. 



Acabo de Icr coni todo o interesHc o seu 
formoso poema, e com toda a aten(;i\o o con- 
ceituoso pròlogo que o precede. A sua ma- 
neira de ver a Arte è eie vada e pura, cheia 
de medida, e, por assim dizer, clàssica no 
romantismo. Mas nào Ihe parece que o poe- 
ma histórico, tratado da maneira abstracta 
que ali indica, interpretando num sentido 
moderno os caracteres e as paix6es, perde 
multo da sua realidade e por conseguinte do 
seu interesse, e fica sendo, em vez de uni 
individuo localizado e coni suas feivóes pró- 
prias, uma generalidade pliilosóphica e unia 



^ ^ ^ . <J ' T ! 



8t 



cntidade abstracta? K assim o theatro de 
Schiller, e o Tasso revela-mc que o seu 
autor, pclos sentimcMitos e pelo tom da iina- 
ginavao, p^rteiice a ertcola daquelle nobre 
espirito. Mas mìo sera aquella constante sub- 
stituigào de caracteres abstractos e ideaes 
aos caracteres reaes e històricos um dos 
niaiores deteitos do theatro de Schiller, mo- 
numento a que se nilo pode negar elevagio, 
purcza e nobreza, mas a que tanto falta o 
colorido, o acolito e -a realidade — ? Os per- 
sonagens de Schiller mìo pertenccni a urna 
epoca ou a uma civilizacjao determinada. 
Acha isto uma vantagem? Cousin e os espi- 
ritualistas iranceses dizem que sim, porque 
esses personagens seni patria nem idade 
certa, dizem elles, represcntam, nSo o que 
ha de accidental e fortuito no homem, mas 
o que ha de esscncial e eterno. Mas esse 
llomem assim mìo existe, nem pode existir, 
è uma abstracgào. O verdadeiro homem é 
isso certamente, mas alem d'isso é ainda a 
forma particular que essas disposÌ9òe8 uni- 
versaes tomam em face de tal ou tal civili- 
zav&o e debaixo da influencia de taes ou taes 



8i" 



cren^as, in8titui<;6e8 e ainda climas; nSo me 
parece que haja verdadeira e radicai oposi- 
980 entre o mundo real e o ideal, porque o 
real, se é o limite, e tambem o meio, o ins- 
trumento e a forma do ideal. Os persona- 
gens de Goethe ou de Balzac, com terem tAo 
acentuada a fei^ao dos seculos e eivilizagóes 
a que pertencem, sào por isso menos ideaes? 
Nfto posso crel-o. A aspiragào moral do ho- 
mem, por ter està ou aquella forma deter- 
minada, nem por isso deixa de ser aspira- 
Q&o, de subir, de se expandir, assim conio é 
escusado aos rios scguirem uma linha recta 
para correrem ; atravcs dos mais capricho- 
8O8 meandros seguem o seu curso, tanto 
mais bello quanto e mais variado, e mos- 
trando em mil aspectos muito mais visivcl- 
mente a naturerà da forija que os impele, do 
que se seguissem uma dirccQùo uniforme, 
inalteravel. 

Meu caro Sr. Figueiredo, peQO-lhc que 
nfto tome isto que ahi fica comò conselho ou 
censura: nào tenho nem auctoridade nem 
sciencia para fallar nesso toni a uni escri- 
ptor com o seu talento, a sua experiencia 



^ "y"^' -. ' 



8G 



e OS seiiH conhecimcntos. Isto é simples- 
nicnte urna ophiiao, qiie nùo qucr ter nem 
tcni scMiùo o caracter de cavaco (corno cuido 
se diz ainda em Coimbra) isto é, uina coisa, 
cujo maior merecimento é a sinceridade e a 
despretenviio. 

Ima opiniào qiie prova contra urna obra 
de merecimento? As opiniòes passam, a» 
obras fìeam. A sua ha-de fìcar por que tem, 
independentemcnte das intengòes esteticas 
do auetor. mais ou menos discutivcis, urna 
coisa que ninj^uem discutira, penso eu; ta- 
lento, con heci mento da arte, altos conceitos 
e versos (comò di/. Baudelaire) impecaveis. 
Coni isto vae-se a toda a parte, e se nSo 8? 
vae a posteridade e so porque nao ha poste- 
ridade para os escriptores de uma nac^iko que 
tem de morrer amanhiì. 

Receba, meu caro poeta, os meus enibo- 
ras e creia-me seu 

Sincero acini irador, 
Lisboa, Una do S. Podro 

de Alcantara n." Ili, 1." 

do maio. IftTO. 

AXTHKRO DE Q.UENTAL. 



Palavras de Teófilo 



Porto, 25 de marino de 1870 



yi\\"»o Sr. Candido de Ficfueiredo. 



Vae para trcs dias que fui minioHcado 
com o alTectuoHO brindo da sua ultima publi- 
caQ&o, o poeniit de Torcato Tasso, e ainda 
nào o agradeci porque o li na cania, e so 
agora é que me acho restabelecido. O nieu 
amigo, sobre cste assumpto, tinha uni ter- 
rivél adversario, nada menos que Goethe, 
que tambeni escreveu a }[orte de Tusho, 
urna das suas inelhores obras, e escreveu-a 
em tempo que os traballios historicos mo- 
dernos nào tinham ainda dcsfeito o ideal ou 
legenda do poeta de Sorrento. Agora sabe o 



88 



meli amigo o que è ter incubado um pensa- 
mento longo8 annos, ver, de certo dia em 
diante, que ja Ihe nào pertence e anda ex- 
posto a toda8 as interpreta(;6e8, a todos os 
«arca8mo8 e, o que é peor, a indifferenza de 
um publico seni cultura e de urna litteratura 
8em ideal nem dignidade^ minada e corroida 
de inveja muito pequenìna. 

A8 idèa8 e8thetica8 que expande no «eu 
pròlogo 8^0 verdadeiras; corno dogmaticas 
e inabalavei8, a fórma pe88oal, introduzindo 
o eu no8 8eu8 juizo8, limita o que e geral a 
lima mera impressào particular. 

E um leve defeito exterior que passa des- 
apercebido, e que tomo a liberdade de no- 
tal-o, comò reparo de amizade, para futuro. 

A parte propriamente do poema é ani- 
mada, e a fórma dramatica era na realidade 
a que se prestava mais a dizer tudo. Porém 
a iiniao dos versos de redondilha^ ou pela 
sua facilidade, ou por terem sempre side 
muito empregados na baixa comedia de cor- 
dei do nosso theatro do seculo XVIII, abran- 
dam o tom epico que exige a ac<jao. Espero 
da sua intelligencia que vera nestas palavras 



8f) 



sinceridade de irmào, e para saber o valor 
do deu trabalho, nào tem mais do que apre- 
ciar a 8atÌ8fa<;ào moral que delle Ihe provem. 

Rua do Almada n."" 298. 



Sempre amigo milito obrigado, 



Theophilo Beaga. 



Palavras de D. Maria Amalia Vaz 

de Carvaiho 



111.^'""* Snr. 



Priineiro que tudo, pcgo-lhe perdiìo^da 
minha demora em agradccer o seu precioso 
e inesperado brinde, assegurando-lhe que 
so o meu e8tado physico podia obstar ao 
cumprimento d'um gratissinio dever. Agora 
que decerto o seu boni corac^So me perdoo^^ 
jà, deixe-me V. S.» que eu diga,- ainda que 
muito mal, a deliciosa surpresa e a admira- 
<jào profunda que o seu livro me veio trazer. 
Que o seu nome era uin dos mais brilhantes 
e esperangosos da moderna geragao, sabia 
eu jà, pelos formosos versos, que tenho lido, 
espalhados por aqui e ali em publica(;òes 



02 




periodicaH ; mas o qiie eu ndo conhecia ain< 
era a vigorosa seiva e a cncantadora orij 
naiidade da sua poesia. 

Nio va julgar que sou pedante! 

Isso mìo; pelo amor de Deus! Eu tìSlo se 
mais que uma alma namorada de todos < 
esplendores I 

Nada entendo de escolas, mas creio qi 
entendo multo de corac^iìo, porque o m< 
sente, admira, e enthusiasma-s? pelo que 
bello e grande. 

No seu livro ha tilo dedicados cambiant< 
de sentimento, tSo elevado arrojo de fórni 
tanta for<;a e tamanha suavidade, que apezi 
da bemfadada ignorancia de que tìSlo dese; 
sair. houve em mim uni instincto que n: 
advertiu de quanta belleza ali brilhava e 
plendidal 

Creia que o adniiro saudando o seu t 
lento coni desinvejoso e profundissimo ji 
biloT 

Ja duas vezes li o Tasso, a primeira coi 
avidez curiosa, a segunda com meditati v 
admira^aol Sabe qual, foi um dos trechc 
que mais me enthusiasmou? Admirar-se-h 



i)3 



por ventura da escolha^ quando Ihe disse r 
que sào os versos que o poeta de Ferrara 
dirige a Roma ao entrar a cidade eterna. 
Que grandeza naquelles decasyllabosl 

Depois desta homenageni singela, mas 
bem sincera, que eu Ihc presto, pcrmitta-me 
V. S.* que agradec^a do intimo d'alma a ge- 
nerosa indulgencia das palavras que escre- 
veu na primeira pagina do seu livro. Niko 
as merecjo, mas sinto-me grata e feliz por 
Ih'as haver inspirado. 

Tenho em meio um poema no genero do 
primeiro que escrevi. Se Deus me ajudar a 
inspirac^&o, em breve terà V. S.^ essa hu- 
milde olTerta. 

Termino està, afirmando-lhe que ninguem 
Ihe deseja coni mais ardor a continuavao 
do8 triumphos que tanto merece, e pedindo- 
Ihe me creia sempre 

De V. S.* 

adm ir adora eiithuHiaHta 
e veneradora agradecidÌH8Ìma, 

Catta' de Puintèn, 
9 de abril, 1870. 
(Correlo de Tojal) 

Maria Amalia Vaz dk Carvalho. 



ì 



] 



91 



t. 



Palavras de Michelet 



Paris — me d'Assas, 76. 

M. Michelet a rcgu le dranie de Monnieur 
Figueiredo. 

Combien il regrette de savoir si peu cette 
belle langue! Cependant il letudiera, avee 
grand plaisir, et cóivprcndva par l'analogie 
de sentiment, la concorde interieure. 

Il lui serre le main, et le remercie. 



28 — 111 — 70. 



CANTO I 



PRIMEIRO QUADRO 

(Ao !)n. Tkókii-o Braga) 



Apbiscesa Levxosa he F'Ihte, lemla itcanto IV da <Ge- 
ranalemme Liberata » no l'aranutnvhiìo frnii' 
teiro Ito TiiHMo 



« Entru UH foniiMHaH de Ar^oit, Ci|iro ou l> 
nunca «e viu ii«nim helcza tnnta : 
cnfantlva-iio8 o oiro iloit cahcloH, 
e, mcamo laoh o vùu, traiiitlue e ciicuntH I 
OBncmcllia-Mo a traai,-a aoH riiioti bL-lo» 
do sol, quc ora oxplendcnto ho lovanta, 
ora, vclado pola nuvciii branda, 
alnda ocalto hcu fulgor non manda. 



i'S 



Mui uìH vc'/cH a" traiìva ho' donata, 
e do vento ao nabor tremula e ondeia ; 
e o faHeinante olhar, que prende e mata, 
Hob o pàrpado'e oh cìUoh ne incendeia. 
Parece que o veniielho de escarlata 
dt) marfìm do neu ro»to «e arreceia. . .; 
man. «óbre oh lùbion onde o amor habita, 
pura cHcarlata fogo intenno excital» 



Tasso, aproximitiìiio-HC a meda: 



K Hua a voz, e le o niou ptH?maI 
a tonde oh dèboin houh da niinha lira, 
panna horan a lor o quo me innpira ; 
porom amar-mo ora a ventura extremal 



Li:oyo/iA, continua ndo a ìcitura do poema : 



« E do alabaHLro puro o nivoo colo, 
o nòie o amor ingnota chania acende. 
AvÌHta-»e unia parto o ainda uni pòlo 
do oada mando quo ao penoo^^o pende ; 
a outra i"u\rte. uni veu, talvoz por dolo, 
doH olhoH indincrotoH a dolendo ; 
porem o poiiHamonto, por vingan^'a, 
OH main ohcuhoh penetrain alcant;a I 



ili) 



corno um raio de liiy. quo traiinparoce 
da làmina de uni vano crintalino, 
o pensamento vaga, e nìlo conhece 
barreira qiie ne oponha ao peregrino : 
percorre e»tranlio8 niundoH, vòa, e dece 
a devaHKar aH minan de oiro lino, 
aonde ai^ maravilliaH que nào vejo 
He engrandecem aon olho8 do dcHejo I » 



SlXil NDO QUADRO 



Prc/Hinrtiviw tic unni ctit^-ailit, e ni frcnte do pulàcio 
iìucuL (> Diiqnc Al/iHiHt) IT, o comic Ani hai Spi' 
nasii, cortCKiìoH e paifcnti. 



rÌLiu\>o II, nìiviindo o citwtlo do ctìniic Anihaì 

i^ravi) ! qiioiii anHÌni ca valga 
uni Ilio l'ormorto alazAo, 
lìào adinira m:' Ilio dAo 
aK honras da montaria! 



(f Cnyith.: 



Knlrc lodoH o prillici ro 
o inoit ala/.ao noria, 
HO o voHHo corco I ligoiro 
iiào tivoHHo a primazia 1 



101 



Du(juj-:: 

Dizes bem : là galhardia, 
ligeireza, garbo e fòr^a, 
ÌH8o tcni o mcu corccl ! 
— na carreira vencc a cor^a ; 
e, ne 08 v<^do8 cm bando 
pudcBBem voar . . . aiiida 
08 venccria voando. 

Serena vai a manhan, 

limpo o 8ol, e o vento brando : 

formoHo dia de cava, 

eiu que enta minila azevan 

e cavaloB desta ra^a 

jamaÌ8 esquecem proèzaH. 

Lù veni OH no880H monteiroH 
coni a8 vÌ8la8 todan prcHan 
aoH no8808 COI célH ligeiroH. 



COXDE : 



Man u poèta ? Eni cavadas 
sempre eie Ibi don prinictroH ; 
e, se OH olliOH nAo me enganani, 
nùo o vejo entro oh montciron. 



..,, iiiiHiio (.'111 filila claivira, 
\c'rs()s ili' lino quilalc, 
c[iu' suavi.si'in a caiisuira ! 



l)i\trE: 

Tainbom jà gontci do Tart«o, 
porque oa ditOH de uni jogral 
neni Hcinpre nào mal cabidoK 
CUI lima córte ducal : 
prc8tam-He an vezen ouvidon 
a bobiecH, porque cui lini 
11 em Hempre ho quer dormir : 
— KHcula-aH a gente, e artHÌm 
alguni tempo|leva a rir. 
lloje, eHHC goHto que eu tiiiha 
trocou-»c eiii denprezo e dò : 

TUHHr* /Mi" — 



103 



CoNDE, (Hiìrpreiuìiclo) : 
Doido o Torquato 1 

Du^ve: 

Coitado I 
tanto em vida tcm trovado 
amore», visòcs, cBtrelaH, 
que ficou estontcado. 
Olha, cabe^as daquela» 
nào è AÌ8udez deixà-las 
andar ao ar livre asnim. 

CoNUE, (indeciHo) : 

Pcrcebo : dan vossan nalan 
idc8 lan(;ar o mantini. . . 

DuQUE, (levando a ateiii^'ào e a vinta para dcantc), 

Ettcu^a ! A mata dan cnizcs 
ouvem-8e vozen cni grita ; 
no atalho do lobo branco 
alguém là corre que agita 
a8 ciincira8 do8 giestai» ; 
na extrema do8 e8tevaÌ8 
là voou uni cavaleiro. .. 
e Girolamo di Rimini I 
conhe^o o andaluz ligeiro 



que èie monta. . . Ld m> avltita. . . 
là i»c cnibrcnhou. . . Val na pista 
de cerdo, veado ou urtw T . 
È cerva T conio eia corre 
dait clarciras à chapada... 
tAo Ugcira e tao armada... 
tu vera» corno ola niorre I 
Ó I praza a Deus que eu a tope I 
Conde 1 a galope I a galope T 



TERCEIRO QUADRO 



Tasso, (desprcndendo-fic don hrai;oH de Ijeonora): 



Sinto ao longe uni tropel de cavalgadu. . . 

Sào elcH, OH monteiroH 

que volt ani da Canada. 
Findani poi» os momentoH prazentciros 
que hoje logràni08, min ha doce aniadal 
E que ràpido» foram I Ilora» magan 
8ào estaB eni que o amor traz luz ao8 dia» 

que a deHventura ennoila ; 

ma8, ai T 8i\o [conio a8 vaga8 
que beijam 8olitaria8 penedian, 
e em circulo8 refogeni, urna e unia, 
até perdereni-8C em lcn(;òÌ8 de espuma I 



107 



DUQUEf (prasentciro) : 

i Que nova» ha, meu bom Febo ? 
certo, nào vinde» dizer 
que alguiii novo Catilina 
às porta» me veni bater ; 
porlanto podei» 8entar-vo8, 
de8can8ar e. . . 

Febo : 

È minha nina, 
ou 8Ò8tro de medicina, 
vi8itar, falar e andar ; 
e agora, eni boa verdade, 
nào V08 po880 conver8ar, 
con8oante a vo88a vontade. 
Ma8, dcixando a corlenia : 
entre o8 doido8 do hoHpical 
ha uni, a quem a final 
8e pòdc dar altbrria. . . 
poÌ8 rcvcla hHo juizo 
de tal geito, que a um mortai 
nem tanto llic era precÌ8o! 

DuQVE, afeciuoHo : 

Ne88e ca8o, a medicina 
è que cede a iiberdade 
ao liberto da doidicc. . . 



f^ !>' '."',:, rcllccliiuio: 

Se nùc) vein fora de ponto 
dizei-mc de queni faIaÌH. 

Kalei.vo« do u,„ de«Rravad<, 
que, largo tempo, abafado 
entre paredc» Hombria», 
Póde. ao flm de longan noitc« 
ver « »ol. pasHnr o« dia» 
«ob o cèu italiano, 
da liberdado ao clarflo. 
Poèta, «e mìo me engano. 
«i» o nome quo Ilio dflo I 



OZ)r 



VI'/;, afcctando Hiu-cnUhuIc : 



i(n) 



Febo^ acentuando a exprennùo : 

Pcrdùo, Hc V08 contradigo, 
— dcBta vcz, nflo me enganou : 
a praxe, quo ha tanto Higo, 
e quo Bcmpre hcÌH aprovado, 
cm toda a luz me ìndicou 
que o poèta infortunado 
a razùo recuperou. 

O Du(^ve: 

Foi luim lùcido iiitervalo 
que VÓ8 o ouvi«teH, bofè ; 
e em tae» momenton, ni\o e, 
por certo, que hein de ju]gs\-lo. 

Feho : 
Man nobre nenhor. . . 



Dr(jUE, fra tizi lido o xohrccciìho 

Silèncio I 
Nfto Hofro contentavùen ; 
e a quem xafurda e ne atola 
no lodeiro don vìIòch, 
nào coBtumo a porta abrir. 
Torquato Tanno entà doido ; 
quanto a vÒ8. . . podein «air I 



CANTO III 



SIXÌUNDO QUADRO 

(A Arcìi'STo i>K I.ackrda) 

O ciinurriiìi da princcHii Ia*oiìoi\i. Mcu 
noni, à luz dunì Unii /htiIìi rio, ora 
uni cruxifixo, 

Ll.'nS'itUA : 

^, Porqiie imuTontc, ò CrÌHto. abi'iiulo a 

traxendo-noH do con a libcrdadc e o amo 
quebrando-noA j;rilhòeH. por apc*rtar oh 1 
cotti ano «•»«"•■- ' 



ili 



Ergue^te um grande tempio! abrÌ8te o nantuiirio 
e o mundo entAo chamaste à eomunhfto do amor ! 
fo8te-lhc Vida e 8ol I teu peito era nacràrio, 
fonte de gra^a e liiz I K negam-te, Senhor I 

— ra»gam-te em negra orgia a tùnica aagrada I 
revolvem tua cruz em torpe» loda(;aÌ8 1 
hui<;am-te eHcàmeo e cu8po a face immaculada I 
blasfemam do teu nome em córoH infernaiH I 

Ozan da nova idade, al^aram niAo profana, 
ao vento dispernando o livro seni igual 1 
e a8 folha8 do Ecaiujcllio, emmudecido o ho8ana, 
in8ulta-a8 a rÌ8ada em torpe bacanal. 

E honien8, qiie o cèu maldiz, ergueram corno enpcctroH 
no8 àgape8 do amor en8anguentada8 mtiOH ; 
cingiram uma c'ròa ; e, levantando cetro8, 
calcaram ludo ao8 pè8 1 — nAo viram 8eu8 ìrmùon I 

A quem por 8enda errada oh pannoH encaminlia 
ra8gue-lhe 08 véu8 do erro o eAplcndido farol I 
— o amor, que o andrajo humiide i\ purpura avininha. 
de8ate-8e em claròea de lùcido arrebol. 

Suceda a noite o dia! — Oiv'a-Hc a voz do povo 
onde 8e envolve o orgulho em HcdaH e ouropcin I 
cumpra-8e a tua lei, a lei que eu amo e louvo T 
bemdigam tua cruz nobrc8, peòe8 e reis ! 



113 



LsosoBA, aflita: 

Qué I pois jà nào 80U Leonora ? 
a voz me tclhei8 a88Ìm ? 
^ Quem V08 franqucou a entrada 
dentro do meu camarim ? 
Ma8 8e dorme o duquc Alfonno, 
ou por montadoB discorre, 
i està deserto o palàcio ? 
^ ninguém aqui me socorre ? 

Caminha para a porta, qiw encontra fcchada 

Os CAVALElIiOS: 

K baldado todo o cmpenho 
em pedir socorro agorai 
nùo póde ouvir-»e là fora 
o V0880 brado T nào póde ! 
e, eerto, ninguém acode 
à vóz da augusta I^onora ! 

LKoyoiiA, sempre aflita 

Mas em nome de que leis 

meu aposento invadis ? 

Essa viseira que diz ? 

Quem sois vós ? que me qucreis ? 



114 



Os CAVALKIhOS: 

Nada importa quo HaibaiM 
iì noHHO nome e dirci to ; 
o nada va lem o» aÌH 
que irrompem do vokho peito. 

O que importa, o que qucremo», 
è quer o papel que trazemon. 
e que ante vòh ora enta, 
leve encrito o vohho nome 
pela voHHa niAo, e jà I 

Leosoiia : 
<i. Que è poÌH menter que eu artnignc ? 

Os CAVALEIROS : 

Ah eHcrituran legain 

de uni caHamento... do vohho 1 



Leonora : 

Do meu canamento! e ponno 
Hal>er quem por meion tain 
atriìH da lor(;a ne enconde 
para Her meu noi voi 

Os CAVALEIUOS : 

O conde. .. 



115 



Leokora : 

Èie! e à fòr^a! cobardial 

Os CAVALEJJìos, levando a niiìo ao piinhal: 

Jà nào tarda a luz do dia, 
e a evasiva é mal cabida ; 

— nada de apodos balofo8 
em quc o tempo ho couHome I 
Veiiha a razùo, e decida : 

ou e»creve8 o teu nome, 
ou entùo. . . perde8 a vida I 
Toma poi» a pena I vamon ! 
ou no8 dà8 teu nome e8crito, 
ou nÒ8 me8mo o tra(;amo8 
co*a ponta déste punhal ! 

— a tinta sera teu sangue 

que espirrc ao som de uni lamento, 
e papel o pavimento 
déste palacio ducal. . . 

LEOXOTtA: 

Deixai-me pensar na fòr^a 
desse dilema fatai, 
alguns momentos. . . 

Os CAVALEIROS: 

Senhora, 
■ csperamos mela bora I 



CANTO VI 



TKRCKIRO QrADRO 

(Ao I)h. (lOELHO DK CiAnVALHO) 

Tiissii, asscntinlo à hcini'-niiir, As omlits veni quc^ 
hnrr'SC'Uìc aos pcs. De um laiio, Sorrento; e do 
nutro UH àtfuas aztiCH do Adriiitico, 

Tasso : 



Nem Konia, co'o» dentrcKOK e ruiiiaM 

que Ihe rcrttani don tenipon qiie puHHarani ; 

ncm Màiittia, o llòreo bei\*() de Verj^ilio, 

coni HxnxH festaK e biil'cio e gakiH ; 

neni a» vozck da glòria quo kc olevaiii 

dart niultidùoH que cui torno a mini ne agrupnin ; 

noni o raivar da invcja que He morde 

ante oh triunfon do rivai de Ariosto. 

puderani abafar a voz eontinua 

que me fala de angùntia» e naudadcH I 



117 



Bem ha|a8, solidAo ! — 8Ó tu me ofcrta« 

o calix onde bebo o enquecimento 

de paft8ada8 torturan I mas nfto fogein 

do cora<;ùo &s doren da 8audade 

quc eu 8Ìnto juiito ao mar. Pòrcia de Kòhhì. 

por e8ta8 praian, me levava ao colo, 

fazendo-me apreiider ainda infante 

08 gemidoH da8 ondas ! KHcutei-o8. . . 

TÌngoit em fruto8 a li(;i\o precoce !. . . 

Tambèm ne8ta8 areia8 eu vagava 
a 8Ó8 coni niinha irman ! Pobre Cornelia I 
nem tu me rentan, companheìra amiga 
no8 rÌ8o8 e folguedo» de criant,"a I 

Dize-me tu, ò mar : <i, a que paragenn 
levaste aquelas concha8 esmaltadan, 
que eu apanhava em luan praias de oiro ? 
^, onde abi8ma8te aquela» brancan tlore8 
que a fronte me adornavam quando infante ? 

Tudo caiu ne88a fatai voragem, 
-em que 08 ano8 re8valam, 8em que oh anoH 
enché-la p088aml — doma da8 danaidcH, 
seni fundo, nem alivio para o8 màrtircK, 
atrelado8 à roda do dentino ! 
Tudo pa88a ! maH tu ainda HÒltan 
de praia a praia canto» e lamento» ! 



^ m 



118 



Ru^c o lei\o do AtlaH na fioretta ; 
CHbraveja o Himum na Africa aduHta ; 
rompe o noi dan inoiitanhan do Oriente ; 
OH eanipOH atapetani-ne de floren ; 
opulentani-He oh aren de pei'funieH : 
man uni dia o leì\o entra no fojo, 
e cala para nenipre a voz medonha ; 
man o Himum varre o Sahara, e foj;e ; 
man enniaiam an (loren Hob a calma, 
e mìo main hc renpiram oh perfumen T 

K tu èn nempre o mar, cantando Ah r<K*haH 
negredoH que em ti guardan d«> pannado ! 
quem t'on podèra lèr, ò livro immenno, 
nan folban que dendobran nòbre a praia ! 
quem decifrara a hintòria don gemidon 
que enpalhan pelan bibulan areian ? 
Sentincla que oh tempoH nAo curvaram, 
tenn vinto an gerav'òeH pannando ao nada, 
e enviante um lamento a cada imia I 
E nunca a tua voz ne extingue e morre, 
comò o vento que chora non ciprcntcH I 
— ontem, hoje, e ùmanhan, e nempre, e nempre, 
nao cennan de carpir a humanidadel 



Venho gemer contigo ! Se on meun olhon 

entilarem ao menon uma làgrima, 

abre o teu neio immenno ; em tiian pèrola» 



119 



deixa e8coiidcr-»c a pèrola dc8ta alma ; 
e, de envolta co'o8 ai8 quc dcHcntranhaB, 
leva Ah cran por vir o8 aia quo eu 8Òlto I 

Um Gondolkiro, cantando : 

A8 gòndola8 de Sorrento, 
tiAo ha nada a que a8 compare I 
Miiiha gondola, que o vento 
te leve a Ca8tellamare ! 

A8 gòndolan da baia 

que voguem là sobrc^ a areia I 

a minha jù foi a iHcliia, 

e jà volteou Caprùa. 

A8 aura8 80pram fagueiran, 
e a tarde corre 8audo8a. 
La fìcam a8 laranjeiraa 
da Pau8Ìlippo formo8a. 

Na8 cldreira8 cor de e8p'rant;a 
ningucm M que nào repare T 
Minha góndola, de8can8aT 
Cheguei a Ca8tellamare ! 



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CANTO VII 



PRIMEIRO QUADRO 

(A l>. Madia Amalia Vaz uk Carvai.ho) 

Ak ruinax ile Roma, cntrc o Capitòlio e San-Gio- 
vanni de Ixticrano, A cnijucrda oh nniro» dene^ 
grido» do Coliseli. Ao lado do Capitòlio, a rocha 
Tarpcia, Ao longc, o Tihrc. 

Tasso, entrando em Roma 

Kainha, aalvè I Agora, quo eii te vejo, 
levaiita-me oh padròen da tua hi8tória : 
quero ver «e inda escuto a voz da glòria, 
que levava teii nome ao Nilo e ao Tejo ! 
^. Que e do manto real que nos teun ombroR 
flutuava A mercè do« quatro venton ? 



^, Que è da8 coróan. que o valor tirava 
da fronte aon reln, e t'an laudava Ah plantan ? 
^Que è denna enpada que em paragenn tantUB 
negra mortallia a tantoH reln talhava ? 



121 



Tens bravo» filhos, ^, onde cstào, rainha ? 
heróÌ8« que nunca na tra vada luta 
arranca vam a C8pada da hainha, 
que e8ta de novo a recebe8»e enxuta ? 

Responde I Ma8 que sombraH agoirentas 

da tua fronte o resplendor enturvam ? 

^, que maldi<;de8 tua cervlz acurvani ? 

que jà n&o podes conjurar tormenta» ? 

Vacilas, tremes e resvalas débil 

do erguido trono em que trajaste gala» ! 

Choras, rainha ? Que »u»plro flébil 

te rompe o» labio», quando ao ch&o re»vala» ? 

Cinza», que o vento »òi varrcr gelado 
desta necròpole onde o horror fa»cina, 
falal-me vós de entre a eral ruina, 
contai-me dé8»e tempo que e pa»»ado ! 
Mario! que no» de»l:ro(;o» de Cariago 
sentar-te fo»te, »ó, nieditabundo, 
vem hoje ver o miserando estrago 
que o tempo abriu na capital do mundo ! 

• 

No ocaso, ha tanto» ano», e»eondidoH, 
surgi, Cé»ar e Numa, »òi» de glòria ; 
alumiai a» fòlha» de»»a hi»tória 
que tem por letra» pede»tai» caidoM ! 
Cipi&o I tu, que na Àfrica inimiga. 



i 



vMi- >i-«iins pii!*as, in'iii a ^()/ ilo« bra 
urlìi a irrita c'oni'iisa tlos rscravos. 
Urlìi (> rliKiuriitr dirtcìirsar Jo fòro! 
Calou-Kc a vòk de Ciceri»! o scnado 
e <) iiniverHO luìo pendeni dèsBet* làbic» 
que jà lizeram, levaiitando uni brado, 
treiiier traidt)reK e panniar «m HabioH ! 

Kilho deKiiaturado. que a ruina 
procuruH à niAi-patria, lar^a o lH*jo, 
podcH vir dar-lhc o traivoeiro beijo, 
podcH entrar agora, Catilina I 
IleliogabaloI Hurge, tripudia, 
abre a porta aon bordJ'iH eni que te enei 
Nero ! rcHpira nangue ; ao Hangue ! à or 
no matricìdio! tm Haturnain liediondaHÌ 



Fundo Hilenelo n Cé^M^^o' ^ 



t_- 



123 



e as ruinaB que o fogo denegrira 
inda tnaldizem o feroz normando ! 

Se por eftte horizonte a vinta alargo, 
Burgem nuvena de pò, que a8KÌin dinperno 
vela o sono à rainha do univerHo, 
adormecida em Hecular letargo! 
Onde a8 àguias romauaB enfainiadan 
se opulentaram das navòes co*o eHpólio, 
vejo apena» ruina», pò e oHHadan, 
e a Cruz erguida, àlèni, no Capitòlio I 

Como ès grande, velando an ruinariaH 

em que firma» oh pèn, ò cruz beiidita ! 

a quem o» olho» em teu» brav*08 fita 

I que bàlnamoH do cèu, que amor Ihe eiivia» I 

Mai8 triunfante que oh cènaren da hintòria, 

levanta8-te de Roma t\a» colinan, 

e o caminho da luz, da paz, da glòria, 

de gera^òen em gerat^òen, enninan I 

Ruem por terra o pedental e a arcada, 
o deus de Belvedere, a palma e a enfìnge ; 
derruba o tempo a aureola que no8 cinge, 
mas tu nào càis, ò àrvore sagrada T 
Quando as c'ròas me esfolhe o tor velino, 
quando a folce fatai meus dias córte, 
abre-me os brai^os I deixa o peregrino 
à tua sombra descansar na morte ! 



^ 



(,>l ARTO QrADKO 



Tassì) 



Xào ine choiVH, nmigol a e.crnidiulo 
e mnnaiicial perone de anibnmia 
a quelli liboii <> fel da vida, e ao create 
que Hoiibe amar coni alma de poèta I 



KMtou cannado, e a febre nà<» deHcannal 
man no melo da an^^iiHtìa derradeira 
Minto mìo nei que alìvio I — abrem-Ke oh 
e acenam-nie de longe as anan branca^ 

w 

tic uni <ill«»rii1'»5«»« ^^ •- 



125 



« A voz de qucm te implora, inclina teu» ouvidoB, 
« atende jà, Senhor, meu8 intimo8 gemidon ! 

« Eu andò 8Ó, beni ve8 : se tu lueu protetor ; 
« abre-me a tua cana, abriga-me, Senhor I 

Tasso, a Manzo : 

DeBcerra eana janela. , . a88Ìni. Ver quero 
pela ijiltiina vez o ceu da Italia I 
Quero ver é88e céu, onde an eatrehiH 
8erviam de cortejo à triste lampada 
que Deuii 8U8pende na influita abòbada ! 
Agora, veni nentar-te aqui maÌ8 perto 
do teu aniigo, e escuta. 

Nilo te cHquevan 
de queni na hora extrema uAo abrava 
outro amigo, e que aniigos nùo conhece ! 
Pa88ei por entre oh homenH denprczado, 
invejado don grande», e mal vinto 
do8 pequenoH. Man tu, que inda na terra 
licaR, ató Hubir ao teu calvàrio, 
diràs ao8 homeuH, meu fiel amigo, 
que 08 amei comò irniAort ; que non meus cantoK, 
corno no puro espelho da min ha alma, 
a imagem do meu I)eu« se rcilcclia ; 
que despedi o alento der radei ro 
erguendo a» mìloH Aquelc que àlòm-tùmulo 
premia 08 quo na terra nào teni prèmio I 




e que, no lado da cruz do Nazareno, 
mcuH joelho» dobrci aos pÓ8 da virgem 
que ùlóm me cnpera, por ine dar a palma 
de tanto amor ! 

Denmaia no ocidente 
o antro da alegria, \à cannado 
da carrelra diurna ! KMpera uni pouco, 
ò antro don meuH dian venturoRO» ; 
nì\o te encondaH »em mini I leva-mc ! leva-me ! 
aort lloridoH jardinB da minha eHpOBa I 
Kalva-me tu daH HombraH denta vida I 
leva-me ù luz ! aoH bra<;o8 de I^onora I 
leva-me aon pert d'Aquele que le envia I 

(Kxpirit) 

O òfoyc'K, continuando o Hcilmo : 



« NaH tuan niAoH, Senhor, entrerò o meu enpirito, 

« poi» que da tua mao 
« agora me caiu nan trevan do meu eàrcere 

« a luz da reden«;ùo ! 






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JORNADA 111 



PARIETÀRIAS 



(EXTRACTOS) 



AS «PARIETARIAS» 



O livi'o Pu rifili riiis, piiblÌL-aiio em IftH 
pela Kiiiprèsa do Diario de Soticias, pura 
COITI èie hrindnr os hl*us asrtìnaiitcs, nAr> cn- 
trou no coiiiért'io. Vcrsos dii adolescència, 
parentes próximos dos Qiuidros Cambiunten, 
«e niio iitestain seiiwìvel inclhoria de fórma, 
registain Cijrtaniente imprcsnò.'s de urna qua- 
dra da existèiiL'ia, etn qiie a imagiiia(;i1o mais 
alto paira, e em que os afectos mais fundo 
se cnrai'.!am. Quem, dos 20 aos 2i ano», nào 
é poita, quase nào merece aa primaveras 
que Deus nos manda. 



Palavras de Pinheiro Chagas 



Tem o Diario de Noticias o formoso cos- 
tume de presentear todos os annos os seus 
assignantes com o brinde de um lìvro de 
prosa ou verso, e, comò ja vac em sete an- 
nos a existencia da foiba popular, dispòem 
OS seus fìeis soldados de urna bibliotbecazi- 
nha de seis volumes, que, valba a verdade, 
nalguns pontos do nosso scrtìlo, devem dar 
à casa do feliz possuidor a fama de ter den- 
tro dos seus muros uma livraria conventual, 
que nilo cederà em riqueza bibliograpbica 
sendo il Uvrarìa do mosteiro de Tibàes ou a 
bibliotheca de Strasburgo, antcs de os Prus- 
sianos a incendiarem. 

Foi o ultimo brinde, comò os leitores sa- 

* 



la-i 



bem, uni volume de po?8Ìa8 do sr. Candido 
de rigueiredo, ìntitulado Pariciarias. A cerca 
deste livro acho-me cu neste momento na 
mais originai das situagòes. Habituahnente 
o revisteiro bibliographico indica ao publico 
o merccimento de um livro novo e incita-o 
a que va compral-o. Ora o Icitor deste folhe- 
tim ou é assignante do Diario de Noiiciaf$, 
ou mìo; no primeiro caso ja leu as Parieta^ 
rias, no segundo nào pode tel-as. De fórma 
que OS elogios que eu fìzessj a essa formosa 
collec^ao despertariam os bocejos de urna 
parte dos leitores, e as maldigc^es da outra. 
Cesi irop de deux, madame, di/.ia o Ruy Go- 
mes da Silva do Ilernani em casos menos 
apurados. 

Troquemos comtuJo algumas palavran 
àcerca deste mo^o poeta. ì\ um talento ver- 
dadeiro, nào acha ? I^ensador e enthusiasta. 
'lem estrophes de uma adoravel melancholia^ 
e outras aquecidas por todo o calor de uma 
alma generosa. E delicadissima a poesia do8 
Tres rè US, magnifica a Ave, libertas, profun- 
damente reflectida a que se intitula Crengas* 
fen passe, et des meilleiires, direi eu ainda^ 



Vóli 



ja qiie decidida mente mìo favo neste folhetiin 
senAo tropegar, coin o devido respeito, naH 
barbagas brancas do venerando heroe de 
Victor Hugo. 

Kti 8Ìgo ha milito, coni verdadeira admi- 
ra^So, 08 passos do »r. Candido de Figiiei- 
redo na carrcira das Ictras. Niìo 8ao tao 
abundantes o8 talentos poetico8 da nova ge- 
ra^ao que 8e nfio sinta um verdadeiro prazer, 
quando 8e encontra uma inspiratilo tio ro- 
busta conio a do aiictor das Parictarias. 



riXIIEIRO ChACIAS. 



DKDICATORIA 



Quando i\ tarde o perfume dentan vàrzcas 

com fumo do alberane hc alcvniita 

ao ceti traaquilo; quando an auraH tépida8 

baloiv;ani lAii}^uida8 a mole acacia, 

e quando o hoI demnaia no ocidente 

e cAnticoH re-^altani dan balrteiran : 

debruvo-me i\ janela, a ver ao longe 

ai» palhetan doiradus que o e ju IVanjam ; 

e bebo, a loagon huuHtoH, o pc'rfiinie 

quc me banha e que venip ma» nAo nei donde, 

na corrente da» auran venpertinan. 



E o ceu è vanto mar I as nuvenn de <»iro 
hAo ondai* vaporonas que me levam 
por ignoradoH mundon de ha mio ni a ! 
K quando eu a^rtini vou, — ligeira pena 
boiando a ilor de um lago denniedido, — 
oigo harmonias que aprendi no bi^r^^o. 



(>ii;i in '.li/ <) i|r.i" e' s;ìiula».U'V N\'^»".i-* lioi 

• MI c|U«', ;i\n. j.inlo .1 ;ililll"i!s lìl;»! snlilia 

corro iìc p« lo a p<'»lt> o c'spn«,-o e o t<-mj* 
c>.ciil<» fiiilH'vt'c'ido o harpojo ij^iì<»:o. 
e vejo pcrj iiMt'ar aiìu- nu'iirt ollios 
a doida valsa de ligi-troH kìH'oh ; 
paHHani >;noiiiort; a^itaiii-HO j^riìialdas; 
t'Htrt'hiH trt niolii/.cni ; dcHhinibraiiU'H, 
joias dart ncte còrcs mi» dinpcrsani 
por tapi'tCH o plàcidi m liiclinioH ; 
canibiantcH de hi/, le vani oh oUioh 
prcMOH ao voltear de branca x HillìdcHl 
\\, iiiundado de hi/ e de h armonia, 
cu Minto uni vàcuo ininienno! — cMiendo i' 
e aMHonia a tua ima^eni tnelancòlica 
a di/.er-iiie dalcni : « >U*u canto è tiis e. 
porquo è ti ÌM!e a naudade ! mc nào pòdes 
cneravar cMMa roda que te eMinat;a, 



1.^57 



aurcolando de rof as minha fronte, 

c8cutou-iiic OH prelùdioH mntutìnoH, 

e ha de e8Ciitar-me os canto» magoadoH. 



Dcsalentado no arraiar da vida, 
disfa re a vi8ta pelo mnndo eni fora, 
e o8 crepe» ne me e«tendeni KÒbre a» flòre» 
que niatizavani niinha» doce» vàrzea»! 
Dizeni que a niocidnde è nempre alcgre I 
Talvez ! E que tem là qiie eu neja nio(;o ? 
Talvcz ! Antecipou-se a niinha tarde I 
Fatai entardecerl — Apalpo o niundo, 
e ]à Ihe »into a» pii»tula» que o ròeni ; 
tua», de entre a ingrata podridiio levanta-»e 
immaculado o arcanjo da poesia I 

— Sacode a» a»a» branca», e e»voava 
por cima do» marnèi» I Cài-lhe do» olho» 
sentido pranto »c>hre o tèrreo lodo I 
coni a dcxtra nevada aponta o« a«tro», 
e, na outra niAo, »egura unia coròa, 

— a coròa do gènio — entretecida 

de e»pinho», de martirio» e Kaudade» I 



Vai» e»cutar-me poi» ! Ma», »e entre o« canto», 

re» vaiar unia làgrima furtiva, 

para, e remira o rortto ne««a làgrima, 

por mini vertida ao relembrar tea nome I 



i;is 



DcpoÌH, iociia o incu livro, e os'eiidc 08 olho8 
a nuvoiii do pociite, que »e CMtira 
pehìH orlan do cèu. ao fìni da tarde I 
Kstende ! — ncMaa hora, oh nieus olharc8 
liào encontrar o8 teun no nicHino ponto I 
K doHva cnibora a noite I — e 8ono docc 
o dormìdo noA bra^^o8 da 8audadel 
— ivponla a lua, e a Hombra do pa88ado 
veni aportar-no8 cm abrado cHtreito, 
dormindo-Hc conoHCoT Eu voi^ bendigo, 
bi*ancaK vÌHòe8. que me cn]evaÌ8 a niente, 
ao iini do dia, uh lioraH da 8audade I 



HARPA NOCTURNA 

(A JoÀo Penha) 

Eh bela a88Ìm T No levante 
veni a hi a a deBpontar ; 
beija-te a aragem fragrante, 
e iluniina-te o luar! 

Agitam-8c 38 verdea frondes 
do mùrniuro laranjal, 
onde a revézea esconden 
e88a belifza ideal! 

Andani no ar una harpejo» 
quc, donde veni, nùo 8ei eu I 
Mao talyez louco8 de8ejo8 
de queni para amar na8ceu ! 



— Tu nao 8abeH o8 8egredo«, 
quc ne8ta8 noite8 de amor 
vAo por èssea arvoredoH, 
onde quer que a aragem fòr I 



* i» c-« iH-Ki conio a oiuliiia. 

N^'«:iila cU' fspunia e In/! 
coiiK» a c'siàuia alalìa.s:piiia. 
quc o gènio da arte tradii/ ! 

corno an criavòen lornioHan 
quc DoiiH ao hcu ludo quin! 
conio UH vimVft radioftas 
doH mciiK HonhoH inai« fobrÌH I 

Man queni poderà dizer-mo 
quc nAo uh urna vÌ8ùoV 
que a tua branca ciìidernie 
e o» tcuK olhoK algo hAo? 

Perdòal Ku tenlio Honhado, 
por noitoH de amor Keni ììtu, 
que vejo e ninto ao nieu lado 
OH faccH duni quenibini : 



141 



Eu tenho Honhado tanto 
que, iiicsnio aqui a tea» pèn, 
o8 111CU4 olhoH nùo levati to, 
Hem diividar de quem én I 

Mas tu nào rterAs uni Honho, 
que a aurora veni dcnfazer ! 
a« crciì(;aH, que ein ti deponho, 
jòmaiH no pò liei de veri 

E di/e-nic ; poi» uào hà-de, 
ao firn de tanto Honliar, 
de»eer-nie a lu/ da verdade 
nuni raio do teu olhar ?.. . 

Se deneerii ! Tantas grac;a» 

me enleiam o cora^ào, 

que 08 bragoK, eoni que me abras;a«, 

nAo nei 8e existem, ne nào ! 

Se nào exintem, ne mente 

o eneanto que me neduz ; 

«e 08 brav;o8, que eu beijo ardente, 

8ao bra(;o8 da minila cruz. . .; 

8e uni teu intimo 8U8piro 
foi araj;em que pa88ou ; 
8e apena8 8Ònlio e deliro ; 
8e atrà8 de miragen» vou. . . 



'1 IV 11 IV" 



.1 nintlrui;acia iipoiitar, 
i'inliala-Jììi' i-U rnanK'iitr. 
iiiìo Ilio doixcK acnrdar.. . 



A ALGUKM 

(A Teixeira de Queirós) 

Nflo ere io no teu pèrfido sorrir, 

noni croio no dul(;or do tcu falar I 

Eni balde me procura» 8eduzir : 

nAo me ncduz, mulhcr, teu brando olharl 

Vozen niaÌ8 franca» poderia ouvir 
queni ao» antro» do vicio fo»»e dar! 
O amor, a chama que tu ere» «entir, 
e conio o fumo que »e e» vai no ar I 

E eu »into uni cora^AoI eni quanto fòr 

vivendo vida encura, cu hei de crcr 

na luz que me enche o »eio de e»plendor I 

Eu croio, »ini I a Providoncia quer 

que o amor florcje ; ma», ho oxi»te o amor, 

mìo exi»te iium poito do mulherl 



AI.VORADA 

^A • ! >k. Ij <;; \|.i Ki. \>i 

,5. Nelli aj^ora Horrin? () tristo iiivorii 
K'voii coiimÌj^o gclos e nt'bliiias ; 
r uni mio desHa In/ do dia etcMMio 
bfija <» Hcio ffcuiulo dar* canipiiias! 

Cornucòpias di* llòivrt 
dcL'(»rani a cHplciuK'nto primavera ! 
'Judo o qiie rtcììU', — o lioiuoni conio ;' 
Hcnlf no peitt) o iV»f;o don aniori'Hl 



,:,Porqnc iiAo amas lu ? Se to pjv^unl 
o caminho qiie leva aox touH ivliros; 
so boni roparo iioh^o tea conjiiiito 
do porfoioòoH ideaix' 



145 



Eu quc, 8cm ti, choro»a vida arrasto, 
p0880 nio8trar-te onde a ventura exi8te I 
Nilo quero vcr-tc nolitària e triste, 
èrmo de j ubilo» teu neio canto I 

ha baixo aB alameda8 
enramam-8e e entrecriizani-8e virente8; 
e a8 avczita«, pipitando leda8, 
celchraiii 8eu8 ainoren innocentesl 

AvÌ8tam-8o triclinio8 de verdura, 

cascata» alvejando; 

e o doido e alegrc bando 
de cBquivaH borboleta8, que procura 

no8 nectiirio8 da fior 

a ambroHÌa do amor I 

Kncuta o que te di'/ 
o anjo do amor, que vela a mocidade : 
deixa à velliice o pranto e a 8oledade, 

ama, e seràa felizi 



10 



i 



A IISPANIIA LIVRK 



(18H1J) 



(A Daniel Corià/ar) 



V. II. 



A niAo, quo terra o mar o cèii governa 
dè^* qiie exÌHte a verdLuie, liiiha emerito 
Ilo eLeriio livro da verdade eterna 
— que lìavia ner liberto o povo aHiio 
qiie geniia entre ferron. . . Chega a bora I 
a luz iiuinda a Euroja, eorre, lavra ; 
na KHpanba faz-ne ouvir unia pai avrà 
qiie fala de rengaue!. . . Rompe a aurora 
da reden^ào bendila ; e a tre va enpèHHa 
dei\a liigar a vi da, à luz, a idei a ! 
deHi-edavam-He oh eloH da eadeia ! 

levanta-Ke a eabeva 
ao Hol que no tugùi io e na cidade 
eHpalha a nania luz da libeidade I 



147 



Olhai-o I fronte curva, de olho8 torvo», 

là Ibge, procurando a solidào, 

o fantasma da morte e da opressào I 

Vào-lhe no raato sanguinoso» corvos, 

que cheira a sangue o lùgubre fantasma. . . 

Leva na fronte o estigma do carrasco ; 

nos ombros o machado fratricida ; 

entre os bra^os o cànhamo, que à vida 

roubou da Espanha predilectos filhos ; 

C8Conde-se à vcrdade que o condena 

e à luz que o cega ; os olhos inquieto» 

fulgurani conio os da cativa hiena I 

Vestes, da cor do sangue. . . Quantas vitinia» 

mìo deixarani cair sóbre essas vestes 

o sangue que jorrava do patìbulo, 

que era ali o banqucte de Ties!:esl 

Kra a idade de ferro I — Os fariscus, 

curvadoH nos degraus do santuàrio, 

nùo mostravani aos liomens o sudàrio 

de qucni vinha cspaliiar a voz de Deus I 

Dos vampiro» a tè erica falange 

escavava o sepulcro desse povo ; 

e o crente, que buscava uni dia novo, 

sempre encontrava de Mafoma o alfangel. . . 

Nas cscalvada» rcclia» da» A»i:ùrias, 

a sombia de Pelalo suspirava, 

por ver immersa em trevas, triste, escrava. 



* 



(inr,!-) 



( A Dami.! (••ri a/ \k ) 



V-'il'i 'he ni hi' I 



A niflo, quo terra o mar e còli govorna 
iXÙH quo cxintc a vordado, linha oxcriio 
no elorno livro da vordado l'U-rna 
— qiic havia Hor libcrU) o povo atlit) 
qiie gcniia ontrc fcrron. . . Choj;a a bora 
a liiz iiiunda a Kuroja, corre, lavra ; 
nii KHpanha faz-ne ouvir uni a pai avrà 
quo lala de rcHgaie!. . . Rompe a aurora 
da redent^'iìo bendila ; e a trcva espòsna 



147 



Olhai-o I fronte curva, de olho8 torvo», 

là foge, procurando a solidào, 

o fantasma da morte e da opressào I 

Vào-lhe no rasto 8anguino808 corvo8, 

que chcira a 8anguc o lùgubre fantasma. . . 

Leva na fronte o estigma do carrasco ; 

no8 ombro8 o machado fratricida ; 

entre o8 bra^os o cànhamo, que A vida 

roubou da Espanha predi lecto8 lilho8 ; 

e8Conde-8e à vcrdade que o condena 

e à luz que o cega ; 08 olho8 inquieto8 

fulguram corno 08 da cativa hiena I 

Ve8te8, da cor do sangue. . . Quantas vitinias 

nAo deixaram cair sòbre essan vcstes 

o sangue que jorrava do patibulo, 

que era ali o banquete de TieslesI 

Era a idade de l'erro I — Os fariseus, 

curvados nos degraus do santuàrio, 

nào mostravani aos liomeus o sudàrio 

de quem vinha espalhar a voz de Deus ! 

Dos vampiros a tèirica falange 

escavava o sepulcro desse povo ; 

e o crente, que buscava um dia novo, 

sempre encontrava de Mafonia o alfange I. . . 

Nas escalvadas rccUas das Asiiùrias, 

a sombra de Pelaio suspirava, 

por ver immersa em trevas, triste, escrava. 



■ w-.t 

L?-. . -_ 



> 



i'Hrtii ra^a de heròis ! A Andaluzia 

voi lava an co«taB ao dragao da nonibra, 

e co*aH DiidaK uziieB do mar geniia I 

Ki a« uni circo immeiiHO, ò velha Knpanha I 

do uni lado, oh AlpcH ; de outro lado, a Entrela ; 

ao Hul, do Calpe a inÒHpita niontanha ; 

ao norte oh Pircncus. . ., era» o corno, 

eni que o genio dan trevas lacerava 

OH fillioH denta luz quo a todoH hanha I 

e, daqueian barreiran HÒbre o dorso, 

Porlugal. Frant^a, Italia le enpreitaval 

l'ni dia rebentou vulcùo entranho ; 

e. abrindo oh PirenéuH, a Entrèla e oh Alpe», 

deixou entrar uni CHplendor tanianlio, 

que a Enpanlia foi uni mar de luz e gloria, 

de Santander a CAdiz e Alcoléa, 

onde uni povo algemado He denpeia, 

e KHpàrtaco ergue oh hinoH da vitoria I 

Valen de Andaluzia e de Aragiìo, 
docen niargenn do Bétin, alastrai-voA 
de verdura e de llòreH ; o aquilìko 
jà voH levou o» repelenten l-aivo» 
que o Hangue de innocenten voh deixùra l 
e a luz da liberdade, que voh banha, 
foi a pincina que lavou a Enpanha 
da culpa originai que a maculava... 



\4J 



Filha8 do Manzanar, tccvi coròan 

ao» valente» da pàtria, aos iiihos dela I 

Ra8garain-vo» an iiiiven» da procela 

qiie inda obriuubava o cèii peiiin»ular ; 

arrancarani do nolo a maiicenilha 

quc a luz roubava à8 flòre» dcBHa» niargen» ; 

e a sombra, qiie »e fora le vantar 

Hob e»»e cèu quc de conlinuo brilha, 

do Manzanar na» vi ridente» vargen», 

fugiu deante do e»plendor cele»te, 

que a liberdade »obredoira e ve» te I 



Ei-la» eni terra a» tàbua» do» \ atibulo» ! 
IrniAo» a irnitìo» »e abra^ani ! Nova e»trèla 
a»»onia aleni no» vìko» da nionlanha. .. 

« 

E vo88a a luz, è vo»»a a glòria, ò bravo»! 
longe, bem longe o» ferro» do» e»cravo» I 
àvantel ei» o caminhol Avante, Eftpanha ! 



beloH conio quando 
quole trÌHtc ilial... 
igora contemplando 
(uiatt — teuH otibclos ! 
anto da agonia 
lodo, CH hoi de vè-loH. 
1 imagcm ct\ me cnvla 
•àlida leiiibran9a I 



lai»! — unta traila, 

ai;o cor do céu, 

guanto rcHta I 

a negra iKpultura 

«ter i otto vèu 

ilrar-te, ó alma piiral 



151 



Vcjo-te apeiinM. filha do marcirlo, 
quando cm noiten de fobre e de delirio» 
eu recordo o leu genti» e a tua voz ; 
e quando no ermi:ùrio eu vago a 8Óh, 
ou me ponilo a e«cutar falan tao doccs, 

conio He viva fòrtneHl 
•Vejo-te, quando, a Uva da madrugada, 
jà livrc de nocturnoH pesadelon, 
deixo correr a vinta embaciada 
por enta longa tranvia de cabelon I 

Como eu beijo esten fìon reluzenten, 
trÌHteH memòriaK de inn amor tAo triste I 

Cuidando ver prenenteH 
HH niAoH que im entranvarani. imagiiio 
urna daquehiH horan bem-fadadan, 
em que amparavam tuan mdoH nevada» 
cHta calu\*a que estuava : e inclino 
de novo a fronte ; e. do que «onho e vejo, 
HO a tranv*a orvalhada abrado e beijo I 



K«ta comprida trauma è uni fragmento 
dertne manto de seda, que te vinha 
da cabcs'a àn ewiaduas de marfìm ; 
e que, «e o baloiv^iva a tarde o vento, 
«e cruzava co'an frant,*aH do teu parque, 
e abnorvia o8 aromaH do jardini I 



DEUS NAO DORMI-: 



(AC) CONSEI.llKIRO Dr. Antumo Canmiix») 

A calma noi le iiiil faròin CMplcmUdos 
dcBenha ao fiindo de a/iiladas tclan ; 
ilumiiia-HC () eterno naiituàrio 
quo tcm por lànipadan niilhòcH de enlrèlaH. 

No eiitanto, nòbre a face dè«te ni mulo, 
uni veu de negras nonibran ne dcHdobra : 
o rei da criaviìo a fronte dobra, 
e ei-lo Hepiilto num dormir profundo. 



Diga-mc alguèni porquc palpita a vida, 
de88a8 entrelart na brilhante coor:e. 
quando bafo do «ono — irniao da morte — 
teda a terra fìcou adormecida I 



-■-■■.■; .U, ._■.., t -■ . , 



1 54 



Ku sei ! — aquelcH nòirt de hiz HuavÌ8HÌina 
tk'ixani-me adivhiliar outron fiilgorcn ; 
«ilo lùnipadaH HunpeiinaH no vestibulo 
do tempio doH oteniOH CHplcndore«. 



Minha alma, clova-te a amplidào don c^ubI 
Quc vcH là ?. . , — De continuo a Providéncia 
trabalha no niistèrio da exintència, 
e. . . o niundo adornieceu, mas vela I)eU8 1 



EGEU 



(A Ramalho OrtigÀo) 



Corre nercna a tarde. O canto don barqueiro» 
vai canar-Hc no Himeto à voz don pcgurciroH. 

Knpelha oh c juh azucH, dan àgiias o 1cmi(,*o1 ; 
nan tangentCH do mar vai re«valando o noi. 

E o mar arqiicja aii, conio aliniària enorme 
que, depoÌ8 de lutar, caiii, repoina e dorme I 

C) que Aaudade immenKa o peito veni cortar, 
Ah tioran do nol-pòr, na Grècia, jimto ao mari 

E o trèmulo anelilo, de can» ao vento dadan, 
contempla de uni fraguedo an ondas azuladanl 



Como pintam no llorcb an Icndan don Hebrcun 
tìH»e, que e»tende o olhar aoH campoH canaaneu». 



107 



Siirgc UHI vela preta ! O vclho treme, hcKÌta, 
OH olhoH ergile ao cèii, e ao mar He precipita I 

Eni circulos ahi iu-8e inimeiiHo boqueinìo, 
levando a dòr e a vida ao denditono aneiào I 



Foi-Be uni profundo ai rcpcreurtir iia» fràguas ; 
e ^ Ina coiitiiiuou niirando-ne nan àgiias. 



CARPK DIKM 



(A Crisiovam Airks) 

Meniòriji ! hiz HÌnintramente clara, 
quo doi\aH \cv o licgrejar de chooHioh, 
CH s«>r ellobio i|Uo me prendo <m olhoH 
j\h làbnart do baixol quo naufragara ! 

AooiuloM-ti', o o partsado roHsusei.a 
rodoado do tVinobre oortojo ! 
e, HO ori;o a visLa ai» al:o, apeiiaK vojo 
nuvoiiH loldatulo a ahòbada inlinita ! 

K, no oiilaiilo, l'u sou nio^'o, e a jiivonludo 
dovia-iiu* doirar a iaiUaHÌa, 
ooroai-ino de rosas, e devia 
do ro;'»as iidoriiar nioii alaude ! 

Pids Abiil, a l'Ktai^'iìo florida e bolla, 
quo varrò as nuvonn do horizoule oHouro, 
dÒHlo iiiou liisle inverno prematuro 
nào lovarà o Tri*) i^ue eni egela ? 



I 



lo!) 



Memòria I cu te maldigo ! Quando acorda 
a voz da8 ave» por matiliau» Boronan, 
(5urgc8 fatai e trÌ8te, e me ciivenonaB 
o calix de ambrosia, que de»borda I 

Quem te apagara, ó min ha luz lunenta, 
que énten olho8 dirige8 ao passado I 
quem mo8 guiara pelo verde prado 
que Abril enllora por manhans do festa 1 

So tu, mulher, ho tu me poderian 
apagar a memòria que me esmagn, 
trazer-me as rosas, que fremenia vaga 
lan(;ou no abÌHmo de pansados dias ! 

So tu po»8ÙÌ8 a vòz do Nazareìio 
que ao8 mortos dava luz e vida e fala : 
— nada no mando à tua voz »e igualal 
nada semelha o teu olhar sereno ! 

Derrama uni teu olhar na esconsa via 
que leva. . . nem eu nei aonde leva I 
8eguir-te-a meu olhar, que inda so eleva 
àquela triste luz que me alumia ! 

Sòlta essa voz ! mìo sei de rooha dura 
que, ao escutà-la, immòvel se lìoasso ! 
aproxima da minha a tua face! 
e eu saudareì a aurora da ventura! 



101 



iiadarcMiioH om niarort de deliciaB, 
Hcm que o vento do norire agite a« vaga8 ; 
cnibora an flòren, que no peito afaga», 
UeBmaiem entre beijo« e carician ! 

Qucro vazar a ehania que me hinpìra 
numa alma que me entenda, eomo a tua ; 
e ver se ante uma densa nemi-nua, 
um pcito lacera do inda nunpira I 

Quero ver teim eabelon denprendidoB 
num cabeval de flòre» ; quero vè-lo», 
o8 teuH longoH e nitido» cabelo» 
coni eHte meu eabelo confundido» ! 

Quero ver, face a face, e«Hc mirttcrio 

que me tem «ido uni penadelo enorme ; 

de mil InHÒnian a vìhAo informe 

eu quero ver se è mai» que um »onho aèreo ! 

Eu quero que oh tea» bra<?OH me comprimain 
bem contra o neio teu ; para que eu diga 
que uma cadeia »ò atn^ange e liga 
dua» alma» que tanto »e aproximani ! 

K, »e a noi re vier, «ltìi teu Icito 

a alfombra em que eu repoiwe o» membro» la»»08 ; 

terà» por almofada uni d2»te8 brajjo»^ 

da arageni o outro livrarà teu peito! 

11 



10-2 



K, dormi. andò ali, he! de onquccor-mc 
do quo KolVi ; julpir-iiK* grande e l'orto, 
e rir-iiio aloj;rc do anioavar da norto, 
HO do giganlo pòdo rir-Ho o voniio ! 



A COR 

(Ao Dr. Pereira de Lima) 

Confessa» qtle uni docc beijo 
pólle urna culpa remir, 
e ù. face te assoma o pejo, 
que te nào deixa mentir. 

E, conio a dolrada abelha 
que bebé o nèctar da fior, 
na tua face vermelha 
eu bebo o nèctar do amor I 

Quando a tua face cor a, 
tomando a cor da ronian, 
ticas linda conio a aurora. 
precurHora da nianhan. 



Sempre que uni louco de»ejo 
ao pé de ti me levar, . 
eu hei-de pedir-te uni beijo, 
HÒ para te ver còrar ! 



164 



NAo imaginas o gÒHto 

e a profunda devovtio 

quc eu 8Ìnto, quando eni tcu rosto 

«e eBpelha o tcu cora(;ùo ! 

« 
Còras, por que é8 unia 8anta ; 

e, ji\ quc tuo santa C8, 

nìnguéni por certo 8e e8panta 

de que cu me curve a teu8 pés ; 

neni pasma de que ob incu8 cantOB 
uni beijo vào celebrar I 
^, Queni ò que nùo beija p8 santoB ? 
^, Quem o8 nùo ha de cantar ? 

Feliz aquele quc pede 
uni beijo eni calma de amor, 
e matar nùo póde a 8éde, 
de uiiia8 face8 no calor I 

Ma8 al daquele que um dia, 
abrazado o cora^ào, 
encontra unia face fria 
e um peito gelado e vùo ! 

O ! 8e um dia, murcho o pejo, 
nào pudere8 ja còrar, 
nùo maÌ8 te 8uplico um beijo, 
8anta caida do aitar ! 



AVK, UBERI AS! 

Para ne recitar no teatro acadvmico de Coimhra^ 
no dia anii^ersàrio da independència de Por- 
tu gal, 

(Ao CoM>E i)K Cabrai.) 

Salve, aurora quo irradia8 
da CHcravidiìo non horrores^ 
bra^o aulico quo alHviaH 
ao CHcravo a Hiia cruz I 
Salve, Hol da mocidiìdo, 
antro de vivoH fulgorcHl 
Salve, docc liberdade, 
fUha do cèu e da liiz ! 



KHtamoH livron! paHKaraiii 
aquelcB dian de luto, 
cm quc orfaniH trintcH choi'arain 
a perda da pairia-niài ! 
Kenurgiu uni povo nobi e ; 
e hoje o noHHo ronto enxuio 
nem véu de trinte/a o encobro^ 
neni unia làgrima tcni! 



■ -!*■ . .■■ ■ 1. ^ t 



166 



Jà po88o erguer està fronte 
ao antro que me ilumina ! 
po88o jà, 8ubindo ao monte, 
de8cendo ao e8con80 vai, 
repetir de serra em serra 
e de campina em campina : 
— Sou livre na minha terra, 
e livre o meu Portugal I 



Jà podcmo8, 8em receio, 
l'alar do8 brio8 que foram ; 
podemo8 abrir o 8eio 
ao8 olho8 de no88o IrmAo ! 
ne a misèria no8 oprime, 
e se as màguas nos devoram, 
podemos hojc seni crime 
chorar e estender a mào I 



Ontem, n&o ! a tirania 
vedava-nos os gemidos ; 
ùquele, que mais gemia, 
mais se uniam os grilhòes ! 
e apenas, de quando em quando, 
uni ai de seiòs doridos 
rompia a medo, acordando 
OS ecos das solidòes ! 



1G7 



Quando a pàtria definhava 
entro an mùos de boum algozen, 
e jazia a nobre e8crava 
peada de algema» vi8, 
vinha o leAo de Canlela 
Hufocar-lhe altivo a8 vozen, 
in8ultà-la, e8carnece-la 
recai cando-lhc a cervi z I 



Mas, quando intìo imprudente, 
de8prezando a natureza, 
vai repre8ar a torrente 
que no 8cu caniinlio veni, 
a torrente cre8ce, engronwa, 
toca o8 bordo8 da reprc8a, 
dermi, a'rrasa, de8 trova 
08 dique8, e pa88a ìxìcm ! 



« 

Foi a8HÌni a liberdade, 
quando arredà-la quinerani 
de cada no88a cidade, 
de cada no880 ca8ai : 
nào houve barreiran ; que eia 
8orri do8 que a 8U8tiverani, 
pro8tra o Leào de Cawtela, 
»e veni banhar Portugal ! 



1()1> 



Se a Polonia, a Hungria, a Irlanda, 
cada qual ao chao ne vèrgi\ 
pcrante a «ombra nefanda 
quc Ihe algenia oh pc8 e a8 niao8, 
nflo no« algeniem I — na guerra, 
nào hi\ bra«;o que nao 8e erga 
por 8alvar a no8Ha terra, 
por 8alvar no8808 irniAo8 I 



Se è ti\o doce a liberdade, 
8e à pàtria tanto queremoH, 
8e è tao cren te a mocidade, 
8e e tuo negra a escravidào, 
remocem brio8 antigoH, 
e ne8te dia HaudemoH 
beni do peito, irmào8 e aniìgOH, 
a aurora da redengiìo. 



1868. 



AQUELA PEQUENA 



(A GOMES I,EAI.) 



Mora-mc aqui à esquerda urna vizinha, 
de olhoB azevieiro», tao ms^ganoH, 
quc uamora, apcHar do8 hcum dez annon, 
tutti quaiìii... Deixà-la, coitadinhal 



Aquilo hi\ de ir medrando, e Deu» bem 8abe 
corno prepara a8 coÌ8a8. 

Dà eHpran<;a 
a pcquciia; contudo, a vizinhanga 
olha-a de lado, e afina o rabecùo. . . 
Mà8 lingua8. Eu dc8Culpo-a e atc, an veze8» 
quando algum peralvilho ne avizinha, 
todo me delicio a ver conio eia 
repoÌ8a a face trinte HÒbre a niilo, 
debru(;ando-8e lànguida ù janela, 
corno quem jà tem penat»! Coitadinhal 



TRÈS VKUS 



(DcpoÌH ila Icitiira ile urna halada de Muiyer) 



(AO CoXSELHKIRO J. FREDERICO LaRANJo) 



Alvo, main alvo quc a neve, 
era o neu primeiro vèu ; 
diàfano, brando e leve, 
main do que an nuvenn do còu. 

Urna grinalda bordada 
nele havia, e tAo fiel, 
quc multa belha, enganada, 
Ihe vinha Hugar o mei. . . 



Dcbaixo daquèlc manto, 
Ihe batcu o cora^ào 
um 8Ó dia — o dia santo 
da primeira comunhAo ! 



a.) 



Ne»te vèu inda rcguarda 
o innocente coraviV): 
no8 ceu8 o anjo da guarda 
Ilio veBtiu por Hua inàq. 



■9^ 



17^ 



Là que tu prezan cimitaH 
a8 andorinhas, é certo ; 
ou tu nào fizeras perto 
do meu telhado o tcu hinho. 

Ma8 repara : se um vizinho 
cà tao debaixo te avÌ8ta, 
nào crcias que èie resinta 
ao calor do 8ol a prumo I 

Deu8 8abc que me connumo 
em re virar a cabe<?a, 
para ver a mfto travcHwa 
que agita o lencinho branco. 

Confe88o-tc, poin 8ou franco, 
que, 8e nflo fóra8 tAo bela. 
]àmai8 à tua janela 
He ergueria a minha vinta. 

Mas, em fini, urna conquista, 
que nùo 8e paga a cruzados. 
vale beni éstes cuidadon 
désde manhan ao Hol-pònto. 

Quando penso no teu ronto. 
e te vejo là tao alta, 
nào sei que medo me assalta 
de te ver ao pò da lua : 

13 



dcaiito da iniagcm tua, 
VÙI11-I11C un» HoiihoM di' po^init; 
porqiip dizem quc oh planetari 
HUHtontam vulcóen no neio. 

Se aHHÌin fÒKKc, o ineii recclo 
nunca tà» ju8to Kcria I 
Imagina tu quo uni dia 
te faziart nuni vcni'ivto ! 

e ver depoi» uni dilùvio 
de vhamaa cncandeHcento» ; 
e no« teuH olho» ardenten 
art fauce» de urna cratera 1 

• Conio Plinio, mìo quinera 
ver laharcdaet defronte, 
quanto mai» nalicr quo o monte 
(ica cni L'ima de Poaipcia. . . 

Tinha a\ minha idi'ia 
que è nieltior ver-to ao nieu lado, 
do que junto do telhado 
corno a timida andorinha. 

NAo eHtariaH xóxinha, 
tfio Bòxinhu corno agora, 
a ver «e urna nova aurora 
te leva a luz que te falta. 



I7i> 



Olha beni : quem ma in ho exalca, 
diz a Biblia, mais ho huniilha ; 
e a luz que de longe brilha 
iiunca tAo viva aparcce. 

E dize : ^, nao te parccc 
quc CHta Vida Hem amoren 
è conio Jardim «eni flòren, 
ou corno noiten 8em lua ? 

O 8ol, que no ciu ilutua, 
^, ama de longe ? !ffto ama : 
aproxima a nua chama 
do 8eu pàlido luzeiro. 

O amor, o amor verdadeiro, 
aproxima, prende e enla^'a. 
Olha para o noi que ^itiH8a : 
comò à lua ne aproxima I 

E tu inda la por cima, 
tuo longe d'jHten meun bra^oK I 
LanQo OH olhon aon e«pa<^OH, 
e Hcmpre o meu noi a prunio I 

(Efttou vendo que, kc o fumo 
que me 8obe da cozinha 
chega à8 face8 da vizinha, 
vào-8e paixòeH e beleza ; 



1S<) 



e, ainda quc a nature/a, 
a formou aHrtim tuo bela, 
8e «e conncrva è janela, 
tenio8 uni ro8to c8tupendo). 

Estava eu cà dizcndo 
com o8 botòc8 da casaca 
que me vem buscar a maca 
do hospital, se nào me acodes. 

Ku n{lo sou nenhuni llerodes 
neni Farrabràs barba^udo', 
que aterre e afugente tudo 
quanto encontre no caminho. 

Sou apenas boni vizinho, 
que te pedc a cada instante 
que atendas uni peito a Alante, 
e des(;as là dessa altura. 

Se mìo desces. uma jura 
favo aqui sóbre estas Hovan : 
— e quc me vès qualquer dia 
nas al tu ras onde moras. 



— «» » - f^~l 



LUZ PERPETUA 

A margcni ilo inlAÌzaro» de Henri Heine 

(Ao Con DE de ClrBERNATls) 

Na8 órbitiiH de fogo 08 olhon revolvendo, 

« 

-r-O mal, tu é« meu bcmi — ao mal Satan dizia. * 
Tu dize», vendo a terra, ù o ho! que te alumia ; 
— () mundo encantador, comò tu e» borrendo! — 

Oi<;o-te, e ouvi Satan ; e ainda mìo compreendo 
He do a vernai Satan a rinpida ironia 
maÌ8 punge que o nareasmo em horan de agonia, 
o HarcaHmo que vem 08 làbio8 teu8 rompendo! 

C) gènio ù 8empre gènio! — ao8 tìltimo8 iuHtanteH, 
o niArtir da matèria avÌ8ta nova idade, 
e o gènio folga entào conio folgava dante8! 

Ao por do 8ol da vida. a froixa claridade 

que ao gènio nio8tra ao cèu, Intani conio gigante8 

o espirito e a matèria, o tempo e a eternidade! 



1 Milton, Pa radine Lott. 



18:i 



leva connigo a timida crianva, 
a quem aponta a e»trela do futuro! 
veni anunciar-noH o cortcjo augunto, 
quo a nova^ cren^aB hà-de crguer altarcH; 
demora na cicuta o8 hcuh olharcH, 
lan<;a a primeira pcdra, e morre o junlo I 



Vcm depÓ8 eie o encanccido auciùo 

que abrada a liberdade agoni zante, 

e, com eia morrendo, ergue na niào 

a eApada que arremensa ao carro ovante 

do8 tiranoH do impèrio. Quando olharam 

a8 rodan cncravadaH do «cu carro, 

encrayava-aH a espada deCatào... 



La 8urgc o grande vulto da Judeia. 

o homem que é DeuH. e veni nalvar o niundoi 

no a8pecto cinmador, no olhar profundo, 

deixa e8pelliar-8e a luz da grande idei a 

que ha de alumiar coni urna nova lu/ 

08 que tempo8 que là veni. Sòlta unia» vozen 

maÌ8 doccH do que o amor ... ; e o» »eu» algoze8 

pregam o màrtir na infamante cruz, 

conio inimigo de neu culto vclho. 

() Mi\rtir ergue a vista à luz futura : 

e, eftgotandò o «eu calix de amargura, 

lan^a ao porvir a8 fòlban do Evangelho ! 



184 



ApÓ8 HcculoB niil de noi te e»cura, 
alvorecem o» tempo» I A verdade 
cometa a difundir-se em luz brilhante ; 
e a minerà, a cativa libcrdade 
algema» despeda^a, e mareha lavante I 



Percorre todo o mundo, e acha ho8pedageni 
ein todo o ueio generoso e nobre ; 
ma» ai do triste que hc nào encobre 
para llic dar abrigo na viagem ! 



— K crime ver o 8ol ! 08 farÌ8eu8 
andam de terra em terra apedrejando 
a8 nova8 luzc8 e o picdoKO bando 
que deixa a noice e negue o novo Deus! 



I)oÌK apÒ8tolo8 — vcH ? — Ìi\ vùo caminho 
do lugar afrontono do Huplicio I 
Cinza 8crtu> T e o principe da noite 
il noite ofertara o Kacrificio : 




I)o8 venerando» marti res a beira, 
Himbolo do martirio, ergue-8e a cruz ; 
e entòrno a cruz a» lingua» da fogueira 
levam a Deu» a queixa derradeira 
do» que se dizem Praga e Joùo llu» I 



186 



Nào te cant^s de ler comigo a8 paginan 

dènte martirològio do pansado I 

Hoje que a vida, hoje que o 80Ì è nado, 

apraz-no8 contar bem oh eetadioB 

que no8 Hcparam de88e8 ve uh 8ombriOH, 

antcpo8to8 a uni lùcido eldorado I 

Hoje, que e feita em pò a niùo de ferro, 
^ue 8ufocou a voz de Galilea ; 
hoje, que o derradeiro farineu 
calou a voz que defendia o erro ; 
hoje, que o mundo e oh mundo8 girani livren, 
8urdo8 à ronca voz do vulgo ignaro : 
penno no que jà Ibi ; e abnorto paro 
a contemplar an lutan e oh trabalhon 
do8 que andaram, valenten man HÒzinhon 
enmoitando (;ar<;aÌH. e abrindo atalhon 
que 8ào jà hoje amplifico8 caminhon ! 

Que ndo amo o pasnado I Poìh nùo ven 
corno piedoHO e reverente o enpirito 
8e me vai hoje pronternar aon pèn 
de88a8 imagen8 que trannuiontani hccuIoh I 

Poìh Galilea e Huh e Crinto e Sòcraten 
nAo foram do pannado ? Imagenn nantan, 
erguidan 8Òbre o aitar da liberdade, 
VÓ8 enninain a quem voh beija an plantan 
o caminho da luz e dà vcrdade ! 



1ÉM 



l'STRKLAS 

(Kesi»(»sìa a D. Mariana ANr.F.i.iCA J)K Andkade) 

K ha ver iiinda queiii iiiandc 
contemplar o8 enplemloreH 
dart cHtrèhìH qiie. alta noite. 
noH veni negredar anioren ! 

Por niaÌH que no cèu rebrilheni, 
por niaÌH que me canne a ve-lan, 
nùo creio, por vida minha, 
no« amorcH daH cHtrélanl 



SabcH porque? () poèta, 
a olha-lan, lìca-ne trinte ; 
man entrelan, que entrintevam, 
nunca cm vida tu an vÌ8tc I 



187 



Kiem-MC e brincam vaidosaH 
naquelc» azuc8 c8trado8, 
ao gemer da aura que leva 
da terra un» ai8 magoados. 

E pensa a gente quc 08 raion 
da» entrelaA no8 abra<;am ; 
ma8 ela8 8urgeni, esplendem, 
brincam, 8orriem e pasnaml 

A8 veze8, fazcm saudade, 
quando a» nuven» da procela 
ne levantam, escondendo 
a face de cada esLr^^la. 

MaK Kc rai<gaH8e8 1^8 nuvens 
que an velaram, ^, acreditas 
que a» achava» toda» trinten 
ncHHan zona» iniinita»? 

Nunca I — Surprende-UiH-ias 
trocando froixos de ri»o, 
anjo8 mauH tripudiando 
118 porta» do paraisol 

Sertlo forni ona», concedo ; 
ma» 8^0 ingrata», nùo »entem : 
»e a luz dela» no» inunda, 
«e falani de amore». . ., mcnteml 



.\;l<) Ilio apOlltC'H lìM OHtlvhìH 

cjiK* brilhaiii iioh cC*ii« Homios 
lalvcz quo c«n cliirt da terra 
brilhem main o miiitain iiienoH 



O BERgO 

(Ao ViscoNDE di: Caknaxide) 

Como ella ne rem ira, a denvelada mùi. 
no fùlgido cri8tal de unn olhon de crianva. 
crintal em que He eHpelha o antro da enperanva, 
crlMtal em que o porvir ne vai mirar tambèni I 



Criani^a! fÒHHen tu a lingua do futuro! 
e, dÙHHe menmo leito erguendo a tua voz, 
pudenneH nova luz moHtrar a todon non, 
e OH olhoH mergulhar pelo horizontc encuro ! 



VcriamoH o cèu que uni dia hc ahrira 

ao fim do teu caniinho, e que hoje mal ne a vinta ! 

Bcria belo erguer oh olii oh a conquinta 

da prometida luz que non HonhamoH jàl 



VM) 



Se 80 Viìo abalando 08 velho» pardieiro». 
onde an ave» da noi te abrigo iam buHcar, 
Mo ja ne alicert^ou da liberdade o al:ar, 
e cHcorrc inda o 8uor de apòsiolos e obreipo» ; 

Se o derradeiro alento, o derradeiro ai 
de iim paBHado que morre e quase esinorecido,. 
«e o mal cedeu ao bem, e recuou vencido ; 
He a noi te cede à luz, e o 8ol Burgindo vai ; 

a inda a voz do amor nfio abateu o bra^o 
qtie a nombra do pasnado estende BÒbre nÒ8 ; 
aìnda recontado ao tùmulo de avÒH 
algiiòm vai maldizcr o sol que rompe o cspa^o T 

inda o felà e o guebro, erguendo a vista ao cèu, 
HtiHpiram por que chegue a aurora que ob redima ; 
e OH CresoB desta idade ainda estuo acima 
do paria seni irmìlos e que entre irmilos nasceu I 

(> I mas vira uni dia, em que o manà do povo, 
caindo, sen\ dado a todos por igual ; 
ver-Kc-a. unindo o mundo, amplexo fraternal, 
e, sòbre uni velho culto, erguido uni culto novo I 

E tu, loira crian«?a, has de viver talvez 

na terra, de que fala a voz das profecias ; 

em nova Canaan, tu passanVs os dias. 

e eu morrò, vendo àlèm o sonho de Moisésl. . . 



k 



11)1 



Vejo a abundantc mc«8C a loirejar ondeaiite, 
e Ruth erguendo o trigo e Henicando a paz ; 
vejo a mentirà e o mal fugir, voltando atra» ; 
vejo a verdade e o beni erguer-ne, andar àvante I 

Ó 8onho ventarono, e8plèndido ideal T 
embala-nie a existéncial e, ne è» uma mentirà, 
nào queiran apagar a cren^a em quem sunpira 
por èsse novo »ol de um eden perenal I 

Mas nùo I a noi te pa88a I e o antro precurnor 
de lùcida manhan nào é mentida imagem, 
nào è Bubtil vÌ8ào, nem e falaz miragem, 
mas o nùncio fìel da paz, da luz, do amor I 

Levanta-te, criancja T A estrela de alva agora 
convida-te a marchar ! Descerra-me o porvir T 
quero, ao rasgar-ne o vèu, por nòbre mini »enlir 
08 fùlgidos claròes dessa brilhante aurora I 

Vai ! o caminho abriu-se I o8 passos teu8 conduz 
a estréla que assomou àlèni sóbre a montanha I 
Vai, poi», crian<;a, vai I chama-te voz entranha, 
a voz que Deus soltou, quando ne fez a luz ! 



■1. 



! 



't ' 

1- 



JORNADA IV 



O POEMA DA MISERIA 



(EXTRACTOS) 



13 



ADVERTENCIA 



De todoj* OS meu8 livros de versos. Poe- 
ma da Misèria foi o mais diversamente apre- 
ciado. 

A par de urna grande e geral benevolèn- 
cia, que reverteu na extrac^So de duaa edi- 
(^es da obra, o lìvro susitou reparos, e até 
criticas um tanto apaixonadas. Nùo era a 
fórma lìterària o que dava ausa a ésses re- 
paros e critica» : era a ideia, profundamente 
democràtica* talvez revolucionuria, que re- 
passava toda a obra. Alexandre Herculano, 
nas palavras que adeante se reproduzem, hon- 
rava-me com amigàveis conselhos, receando 
talvez que o prurido democràtico me arraa- 
tasse até à injusti^a. E o meu confrade Fer- 
nandes Costa, vendo no livro um repto às 



V.){\ 



suas convicgòes de conservador, azedou-se 
devèras e coni o scuazedumc encheu nào sei 
quantos follictin.sdo Diàrio Ilustrado, dizendo 
do Poema da Misèria o quo Mafoma nao dis- 
se do toicinho — dedculpem a vulgaridade do 
paralelo. Apodou-me de comunista, anar- 
quista, carbonario ... ; e, se nao tingiu no 
meu sangue a sua espada de capitilo, foi por- 
que, aproximando-se mais de mim, verificou, 
talvez nao seni espanto, que o autor do mal- 
dito Uvro era a criatura mais pacifica e ino- 
fensiva dos quatro bairros de Lisboa e quin- 
tas adjacentes. 

Coni opostos fundamentos, o meu caro 
Silva Pinto, que, passando por Coimbra, ali 
ouviu ler entusiasmado a Introdiiqùo do 
Pot'i/?a,e deledisse maravilhasna Ac^na/irfac/e 
do Porto, virou de rumo, quando se publicou 
o livro, porque a IntrodiiqCio era o que era, 
mas o resto do livro era todo lirismo e senti- 
mentalidade, — coisas que nao ficam beni a 
uni revolucionario que se preza. 

Nao sji, — nem me compete a mim aflr- 
ma-lo, se o livro era boni ou mau. Que nùo 
era obra de revolucionario, no sentido pejo- 



v.n 



rativo desta palavra, s?i-o eii, que nuiica da- 
rla urna gota de sangue do meu próximo por 
uni eldorado social ; mas era, talvez, obra de 
socialista moderado, quc d prenderà em Mi- 
chelet a amar o povo, e que na Universidade 
recebera desafogadas nogòcs sòbre a filoso- 
fia do traballio, sòbre a eterna luta do opera- 
riado e sòbre a história da misèria através 
dos séculos. Ao autor, nioQO de vinte e ciuco 
anos, entusiasta e comniovido, nào deve- 
riam ficar mal, comò neni aos velhos ficani, 
sentimentos de revoltada piedade, para com 
OS fracos, os oprimidos, os miseraveis ; conio 
a ninguém fica mal a aspirapào a melliores 
tenipos, sobretiido se cles podem chegar por 
evoluvào, ou sem as convulsòes politicas e 
sociaes, em que a fera cliega a encarnar-se 

no lioniem. 

* 

A parte pois mellior conceito, e enibora 
em desacòrdo com dois ou très dos meus 
amigos, julguei sempre que o Poema da Mi- 
sèria é livro inocent.^ ... e humano. . 



iyo8. 



C. DE F. 



Pa/ai^ras de Herculano 



Ill.*»o Snr. 

Val'de-Lobos, 20 Maio, 74. 

Teve V. S.* a bondade de me remeter o 
seu Poema da Miseria, que eu desejaria agra- 
decer logo, o que nào pude fazer por 8obra- 
das occupaQòes. Àpenas tinha alcangado de- 
dicar-lhe urna leitura incompleta e interrom- 
pida. . 

Reduzido hoje a condigào quasi de profa- 
no em materias litterarias, nào seria da mi- 
nha parte sufficientemente modesto dar a 
V. S.a opiniào sobre o seu livro, e ainda me- 
nos quando ainda nem sequer o li todo. 

O que é patente aos olhos mediocremente 



t 



2i M ) 



perspicazcs é a unidade de pensamento que 
dà nexo a essas diversas poesias. E' um pen- 
Hamento generoso e justo que predomina em 
muitos escriptores da nova geragào, mas cu- 
jas manifesta^òes silo frequentes vezes exa* 
geradas e por consequencia menos justas» 
Quando interesses até certo ponto oppostos 
traduzem as mùtuas repugnaneias em convì- 
cios acerbos e em factos de bruta ira, pare- 
ce-me que a poesia e a sciencia deviam ser- 
vir de instrumento de concilia(;ào e de paz, e 
ndo avivar chagas que manam sàngue, e 
excitar paixòes jìi de sobejo ardentes. 

C)s homens da gera(;jlo que trouxe a està 
terra a liberdade e mais alguma justi^a dor- 
mem pela maxima parte nos bra(;os da mor- 
te. Os poucos que restam nilo tardarào a 
imitiì-los. Aconselhando os inexperientes, tìSlo 
defendem os seus interesses: defendem os 
dèstes. Da-lhes direito a faze-lo a dolorosa 
experiencia das convulsòes sociaes, experien- 
cia beni provada de amarguras, e, o que peor 
é, de desenganos. 

De todos OS progressos que a liberdade 
tem feito desenvolver, nenhum talvez maior 



2()l 



do quc a desenvolu'^ao do talento acinia do 
vulgar. Sao disso bom documento a nossa 
epoca e a nossa terra. Pela forga das cousas, 
nas màos da mocidade intelligente, dos espi- 
ritos superiores que surgem, estarà dentro de 
duas ou tres dccadas o regimen do pais. Qui- 
zera eu por isso que clles tivessem sempre 
presente uma verdade, que por ser antiga e 
trìvial nào deixa de ser a verdade : Quem se- 
meia as ventanias recolhe as tempestades. 

Desculpe V. S.* estas sinc^eridades de um 
velilo que, se ainda prestasse para alguma 
cousa, se offereceria gostoso ao seu servi(;o. 



A. Herculano. 




INTRODL(;ÀO 



(Ao Dr. Bernardino Machado) 



Genio! dilecto fìlho da vcrdadc, 
eterno campeador dan leÌ8 eternai, 
que 08 enpa^oB e oh 8èculo8 governa», 
encarna^ào talvcz da dìvìndade ; 
tu, que no longo caminhar da hÌHtòria 
ten8 levantado niarcoH miliàrion, 
por celebrar vazio8 cineràrion, 
onde pa880U o gladio da viteria ; 
tu, que teuH con8Lruido altanpeanliaH, 
em'que o8 gucrreiroH da8 paHHadaH eraH 
mal eBCondiam o òdio da8 panteran 
8ob a8 memòriaB de ideai8 fav^nhan ; 
genio I tu, que exal<;a8te o nome e a fama 
do8 XÒB e de Rama, de heròi troiano, 
e de quanto» o cego culto humano 
cm ara» e panteòe8 memora e aclama : 
dize-me, — ^onde è que 8e cHCondia acano 
o povo que nùo vÌ8te, e que olvida8te ? 



£.-^:'>-:-t .. > 



■ ^J-^K- jr 



204 



,1, porque, atravèn do» toinpo8. o jiilgante 
para oh aronian tciin impuro vaso ? 
,», porque o nfto levantante da poeira 
Olii quc o pé do» herói» e e»niigalhava, 
e eni quc »e contorcia a ra^a e»crava, 
coiiipriinida por ferrea gargalhcira ? 

Li Valniiki, Firdù»i, e li Ilomcro, 

Vergilio, o iiieii Cainòe», o» trovadore», 

e o« canto» de e»curri» aduladore» 

qiie ìncen»avain do» rei» o vulto au»lero. 

K a face afogiieou-»e-ine de pejo, 

pelo de»prèzo a quc vota»te, ò gènio, 

o» ìnterlocu torca de Menenio, 

que »e eie varani, no mai» nobre adejo, 

por »òbre o c»terquiiìnio nau»ean^e, 

eiii que o patricio, o impàvido nmuano, 

ne rebolcava nenhoril e ufano, 

à sombra do» laurei» da Roma ovante I 

Fez-me vergonha a grande vox da hi»:òria, 

que de Alexandre elernizou o nome, 

e nào di»»e uma vez : — Jacque» Bonhonie, 

compartilha de heròi» a ju»ta glòria I — 

Senti que a dor me lancinava o pcito, 

quando vi que da hi»tòria o ingente brado 

deixava em »ombra e»cura o de»herdado, 

o que è faminto e o que nAo tem um leito ! 

Nunca tive»te, e»pe»inhado povo, 

qiiem te arranca88e à» tre va» d}»8e olvido 



205 



-e in8tila8HC ein tcu t»cio dolorido 
confòrto, beiK^am, luz de um dia novo I 
Ma». . . n&o importa I 08 grandcs epopeian 
contrapòÌ8 tu, penante o herói que panna, 
o poema infinito da de8gra<;a, 
rico de profundÌ8HÌma8 ideia8 ; 
poema tinto cm 8angue de innocente8, 
doirado ]:elo8 raio8 da esperanya, 
raio8 fagueiro8 que a ju8ti<;a lanya 
na e8ouridùo do8 niarlire8 e crcntc8. 

Tra(,'a8te coni leu nungue o teu poema ; 
cobrÌ8tc cada e8trofe coni teu nangue: 
quando 8urgiu o CrÌ8to, ergue8te unixanto ; 
8Óbre a8 Piràniide8 grava8to um lema ; 
e 0Ì90 ainda o gemido rude e trÌ8te, 
que para nempre reboou no e8pa<;o, 
quando 08 nangrenton arraiaÌ8 de C ranno 
o pé te fal8earam e caÌ8te. 
Aquela grande e8trofe, — a Jacqucria, — 
arrebata de dòr e 8entimento ; 
e, a cada in8tante, um 8ubiimado acento 
ergue8 na tua doloro8a via. 

\\dmiro o teu poema, povo obncuro ; 
andei deletreando-o, follia a foiba, 
e, por que o mou e8pirito o recolha, 
reconip6-lo na integra procuro. . . 
Meu canto e para ti, martir nublime! 



2()iì 



Na8 horaB longaB da c8ta<;ùo gelada, 

tenho cBCutado a queixa atnargurada 

da mài que ao scio 08 filhoB nu8 comprime^ 

Tenho visto a misèria confundida 

no8 puroB ÒBCuloB do amor materno ; 

e tenho visto no caudal do inverno 

arrastada a cabana derruida. 

Tenho pensado no profondo estigma 

que a fome orava em faces macilentas ; 

e, do futuro às portas nevoentas, 

tenho implorado a solui^ào do enigma. 

Tenho visto os prostibulos patentes, 

comò voragen^egra e irresisti vel, 

onde o anjo degnai, anjo in visi vel, 

num sòpro extingue luzes esplendentes. 

Tenho ouvido no esconso da caserna 

OS murmùrios pungentes do soldado ; 

e OS condoidos olhos mergulhado 

nos mistérios do jògo e da taberna. 

Inteligéncias nobres, afogadas 

no fel da corrup(;ùo e da ignorància ; 

cuspido o velho ; desvalida a infAncia ; 

a mentirà e a doblez galardoadas ; 

da oficina ao bordel, perdida a fèria ; 

prostrada a turba às plantas do argentàrio ; 

morto de aspira(;des o proletàrio 

na mansarda insalubre da misèria : 

suo as imagens que tu, povo, estampas 



207 



na necròpole immensa, em quc a deagrat^a 

tantoB eetira e friamente abra<;a, 

corno um vampiro a doidejar na» campa». 

E é8ta8 imagens Hurgcni fantaHÌo8aB, 
descerram alta noite a8 minhas porta», 
e conversam comigo a bora» mortas, 
no meu leito espargindo pranto e rosa». 
Meu canto è para ti, marti r sublime ! 
Tu hàs de compreender o amor immenso 
que do scio me brota, quando penso 
na escura noite que a tua alma oprime I 
Tu hàs de soletrar cada palavra, 
donde a justic^a, o amor por ti, ressuHm*e : 
e hàs de achar em meus brados um vislumbre 
do incèndio enorme que em teu peito lavra. 

Meu canto e para ti, màrtir sublime I 
Chamam-te ocioso e débil os avaros ; 
julgam-te ignaro e vii os vis e ignaro», 
e ultrajam-te os idòlatras do crime ; 
se te acendem a febre do delirio, 
nomeiam-te assassino o» que te esmagam ; 
e, quando os lustres nos salòe» se apagam, 
pisam, na sombra, a cruz do teu martirio. 
E eu quero, em teus momento»^ de amarguru,. 
dar-te o confòrto de uma voz amiga, 
e o bàlsamo sua ve que mitiga 
no teu colmado a tua dor obscura ; 



'" "•' """"> «VHpleiido.i 



oii.l,. .. I. "■"l'ieinu'i 



NOVA MUSA 



(A GurCRRA JUNgiEIRO) 



Tu quc, avoejando u ìnimensidùo do» areH, 
canta» de amor cm pàranioH dìntantcH, 
e habita8 ncHHCd inundoH coruHcanteH, 
— ilha8 de luz eni bonaiit^oHOH niaren ; 

estende »óbre a terra cm teim olhare», 
deixa a regìAo daH àguian trìunfanten, 
e presta ouvido àn queixas lancinantcn 
que soani, cada bora, eni nosnos laren. 

Sòlta o verbo de apòstolo, poèta ; 
lancia ao porvir uni brado de profeta; 
da luz à sombra e espirito à matèria! 



P'eriu-se a luta em baixo! Desco, e escuta! 
seja parnaso a cbo^a; glòria, a luta; 
pàlida musa o arcanjo da misèria ! 



14 



HISTÒRIA VULGAR 

(A D. Mafalda Mousinho de Albuquerquk) 

— Sentada ao pè de88a enquina, 
andrajosa, semi-nua, 

^, nào 8ente8 fria a ncbrina, 

friaB a8 pedra» da rua ? 

* 

— Sinto. 

— E que fazcB cntAo, 
por C8ta8 noite8 80tnbria8 ? 

— Scnhor, e8tendo a8 mào8 frias» 
pedindo aga8alho e pùo. 



— Aqui è tudo deserto ; 
alevanta-te da lama 

e procura abrigo certo. 

— NAo tenho casa ncm cama. 



211 



— Erguc-tc ao menoB. 

— Nfto po88o; 
quebra-nie o corpo o can«a«;o ; 

a fome prcnde-mc à terra, 
o frio tolhe-me o pa880. 

— Pobre nicndiga ! No niundo 
^, nfto tcns carinhoB de mdi ? 
de irmAo8 o afecto profundo ? 
n(lo ten8 familia ? 

— Ninguém ! 

— PoÌ8 neBta vida de c»pinho8 
^, nunca acha8te, deBgrat^ada, 
a fior do8 doce8 carìnho8, 

o perfume do amor ? 

— Nada ! 

— ^, E ncm 118 vagaB e8cura8 
da vida, mar irrequieto, 
num momento de veiitura8 
confiaBte o teu afecto ? 

— Confici, ó I confici I 
a 8erpe da Aedu(;Ao 
adormentou-me, e acordei 
no abÌ8mo da perdi^Ao. 



— Ma» dé»iM.' uhÌHiiiu de horror 
podi» salvur-to o brilho 
de uinn lùgrlma de d6r 
Oli de UHI Horrixo de filho I 



— Perdilo, HenhorI é»»c nome 
veni agnwar a terìda 
quo }orrii Hniigtie iia hitttòrJa 
da poh re mulher perdi da. 



— Tivente lìlhoM? 

— l m tlvc, 
man, . . Delibai quo tiiaÌH iifto diga ! 

— Nilo Mei «e vive, 
max... iiai OKinola à mendica. 



— Qiie liwHtc de tou llllio ? 

— hiz n qw fazeni aqiielaH 
qiie, «cado iropiiraH, prociinii» 
mo«trar-»*e lioiietttaH e helaH. 



Que era miil rei'oalieei ; 
man o «er imùÌ era criini 
que HÒ o erinie redime ; 
coni oiitro erlaic u remi. 



•213 



Tonici meu filho no» bra^OK, 
(8orria a crian<;a mia I) 
dei para fora doin pasnon, 
e cxpu-lo a poria da ma. 

Em quanto cu cHtrcmccia 
entrc cruci e mcdroHa, 
a crianv*a dcHditona 
abra(,^ava-nic, e »orria. 

Perdi nicu fìlho. A clcmcncia 
fugiu do Hcio materno; 
man a clcmcncia do K terno 
abeirou-8e da innoccncia ; 

e, dittpcnnando-lhc ala^on 
de caridadc e de amor, 
velou de mi»èria e dòr, 
o8 meUH dian aziagoH. 

— ^, Enniaga-tc a cxpjai;tlo ? 
quo adniira, se Dcum nào dorme ! 
Nunca falta a um crime enorme 
o cHtigma da maldivào ! 

^, Tu nabc» o que e um liiho, 
no8 bragort de wua mài ? 
<i. SabcH de cifraH que abranjam 
todo o valor que eie tcm ? 



v 

: 

■■: 



li 



f* 



è catlcia dia mani ina 
que religa a mài ao pai, 
cadcia quc a mài ferina 
póde CHpcdavar n uni ai ; 



é urna gota de nectar, 
j que do 8eio do infinito 

j* orralha unn lùbio» unidon 

I por um ÓMCulo henidito. 

I 

! 

Se erguc8 déle oh olhoH teuH, 
de8via-loB denhuniana 
de um pcn8amento de Deun, 
encarnado cm fórma huniana. 

VÓ8, m&Ì8, 8oÌ8 a cHtrèla de wìs 
para quem entra na vida ; 
86 a luz vo88a no8 nfto 8alva, 



•t' 



215 



O cora^ào, a centelha 
que Ihe emprcsta o Criador 
hà-de apagar-se na» treva», 
8umir-8e à mingua de amor. 

E o homem, tornado fera, 
nùo terà para ninguém, 
carinhoB, que nùo tivera 
no8 bra^od de 8ua mili. 

£ aqucla alma solitària, 
em perpètuo paroxinmo, 
irà de abismo cm abinmo, 
à mercé da sorte vària. 

EÌ8 o teu crime ! Expiando-o, 
de teu fìlho te hàs lenibrado, 
tu, defmhando de fome, 
diile..., morto, ou denprezadol 

• 
A mài, que cm scio impoluto 

recebeu o 8ol do amor, 

di88e Deu8 : — Pàlida fior, 

abeuQoado o teu fruto I — 

Fo8te surda à voz celeste 
que em ti se repcrcutira : 
seduziu-te a van mentirà, 
e a fior e o fruto perdeste. 



A 



I ■ 



iMiiguein V Se toiiK milita foni 
«e a iH)ito ò IVia e seni l^rilho, 
He t) renn)r«o te coiiHonie, 
ergue-te. . . Screi tea fìlho ! 

Nào respondcH ? poÌ8 iiAo ere»' 
n&o tcoB fé na voz amiga ? 
Jà me nfto ouvc» talvez ? 
Morreste T Pobrc mendiga ! 



S 



•IM GRUFO 



(AO CONSKMIKIKO ]lUAO I)K ViLHENa) 



Eli tenho à ciibeceira do meu leito, 
nùo um poema, conio o hcriM aiitij^o, 
ma» doÌ8 rctrato» que cni convivio entroito 
conver»ani alla noite a hòh coniigo. 

« 

A» vezes, quando a innónia mt» dcscerra 

an pàlpebra^ canHadan, 
contemplo esHas imagenH adoradan 
de »erc8 que nào vcjo 8Òbre a terra. 



Suo dol8 vultort que vi veni na memòria 
da» gcrac^ocH liberta» do» tirano», 
e que »ò morrerào quando o« ga»ano» 
carcomerem a» pàgina» da hi»tòrla : 



I (■ 



218 



Tinham por nome Knpàrtaco, Bonhome ; 
mi\rtirc8 ambos, ambos torturado8, 
da oprcBsAo cntrc oh bra(;o8 bronzcado8* 
da dc8honra e da fonie. 



II 



Knpàrtaco nentiu profondo o travo 

do fel de cHcravidtio : 
tentou uni golpe non grilhdeH do escravo, 
e rcHvalou exànime no chào. 

Caiu vcncido I O nangue do valente 
foi para a humanidade 
ubèrrima nemente 
de luz e liberdade. 

Oh HcculoH branqueiam a8 088ada8 

4 

dan vilima8 de Cra88o; 
mas de entre ennaB necrópole8 caladas 
de Knpàrtaco He eleva o hirto bra^o ; 

marco erguido nan Hombran do pa88adOy 
niOHtra beni alta unia legenda eterna: 
— Protento I — ei8 o que ìù, pannando ao lado 
a gera^ùo hodierna. 



219 



111 



Protesto I — e a bande ira levantada 

no bravo de Bonhonie, 
ao expandir a niàgoa que o consome, 
vendo a Mua cabana incendiada ; 

vendo oh algozes vis da liberdade 
violarem-lhe a filha estremecida, 

asHolarem-lhe a herdadc, 
roubarem à consorte a luz da vida. 

A dòr fez-te gigante, 
ergueste a consciencia recalcada, 

e ca min baste àvante, 
soltando a voz que ainda hoje brada! 



IV 



Algai a fronte nobre, 
lilhos augustos de unia era ingrata ; 
e possa herdar de vós o escravo e o pobre 
a fòr«;a que alevanta e que resgata. 

Aos vossos cineràrioH, 
cobertos <le sarcasmo e esquecimento, 
vSlo hoje eni romaria os proletarios, 
para adorar o santo monumento ; 



22U 



e vùo 08 oprimidoB, 
08 pariiiH, 08 ilota8, o Qnjeitado, 

faminto8, mal ve8tido8, 
dar-vo8 o preito quc vo8 foi negado. 



E e8tC8 romeiro8, é8te povo tnÌ8to, 
inìo 8alvar do olvido a vo88a glòria, 

conio o Bouilion da hÌ8tória 
foi libertar o tùmulo de CrÌ8to. 



NA SOMBRA ^ 

(Ao General J. E. Moraes Sarmento) 

Qucm me diria, ó pàlida DolorcH, 
quc 08 pcrfumcH da tua niocidade 
haviain de cvolar-8e conio an llòrcH, 
cortadan pela mùo da tempe^lade ? 

Levou-tc o gèlo OH prÌHtino8 vivorcn, 
e um frio tumular teu Heio invade ; 
deHconhecc» oh càiididoH amorcn, 
nào Henten enperanc^an nem naudade. 



1 Estcs vcrsos lo^arani ahonra da ^ciJuìntc tradiii^ào sueca 

Bleka Dolores, kundc vai ja^; ana, 

o 
att sa «nart din ungdoms doft skulle tìy 

e 

likt rosens, da den stror vid stormens gny 

o e 
bojd till jord bina kronblad j)a var bana ? 



222 



Choras ? Ningucm condcna a» tua» làgrima»» 
e eu aben^òo a làgrima quc iiiunda 
a desempenhada fior do tamarindo. 

Sofram anatema pe»ado e infìndo 
08 que te lan^am na voragem funda, 
e que passam além, cantando e rindo. 



Den oskuld, fOrr jag sag din tjusniog dana» 

o 
af dddskall varfrost svedts och sànkts i dy. 

Kysk kàrlek kan ej i din sjiil mer gry. 

o o 

Framat som bakat skyr din blick àtt spana. 



Du grater? O, jag signar dessa tarar ! 

o 
Vid deras dagg en sista flàkt jag sparar 

o o 

iln fran den tid, da du ej bruten var. 



Men ve den, som sin ofard djerfdes valla, 

o 
ve ock dem, som i dyn nu qvar dig halla- 

strafTri hord, som sjalsmord till noje har I 



Portugals Samtida^ pag. 49. 

GoRAN BjoRKMAN, Ur 



O ESQUECI MENTO 

(Ao Dr. MagalhÀes Lima) 

E pobre e é pai. Abrasa-se na febre, 
naquela fcbre que a misèria atcia. 
Caminha triste, e para ao fìm da aldeia, 
à porta de um casebre. 

f 
E negra a frontaria. 

Uà nos ombrais um ramo de loireiro ; 

e OS vapores da orgia 

lan^am cà fora nauseante chciro. 

E eie entra, sòfrego. A alegria inunda 
as faces sensuais da taberneira, 
que, num recanto da locanda immunda, 
se sorri prazcn teina. 

Ha umas cartas velhas, enscbadas, 

ao pò dos cangi ròes. 
Saem de um canto glaciaes risadas, 

e de outro... imprecavòes. 



224 



PcrU) de unia guitarra, que inda geme 
na» niiìoH do adorniecido tocador, 
a candela de ferro oHcila e treme, 
pendurada no antigo velador. 



Um grupo de caturran temulento» 
algunn vintens arriéca, 
jogando a velha bi8cu, 

no melo do8 comparnaH nonolentoH. 



— Lugar ao recèm-vindo, — diz alguéni. 
O recem-vindo abeira-ne ao balcfto, 

enipunha um cangirAo, 
e bebé, e diz : — Quero jogar tambcm. — ^ 



E jogou. li perdeu, 

— Ola, parceiro, 
«e ha fraqueza, dflo fòr^a e8teH tonéi» . 

Renta-nie algum dinheiro 

Fiquem oh dedoH, percam-we oh anèin.- 



E tornou a jogar. 

— Tórno a perder. 
He enta nota de paun, magrinlia e trinte, 
que parece . . . talvez niinlia niulher, 
aoH azarn da Horte niio reninle. 



t- 



225 



E perdeu, outra vez. 

— A Horte è beni cruci I Ma8 . . . Canibaleio T . . . 
Venha de là mai» uni copito cheio. 

Quem perdeu duan vezen, perde trC»8. 

Doìh trunfoH ! e e»te à8»de oiro8 è bonito I 

r 

ro8ado I Faz lembrar 

o meu José, aquele pequenito. . . 

Vai-me fazer ganhar. 

E perdi I E ha quem diga, ne me afundo 
no abismo que ne cava ao pe de mini, 
que a mulher e a crian^a hùo no mundo 
anjo8 da guarda! HintòriaH! ma» em fini ... — 

E adormeceu na ourela do balcìlo. 
E em ermo albergue a enpósa unia ao pcito 
faminta prole; e, ne88c amplcxo estreito, 
dava em amor o que fa Ita va em pAo . . . 

Um diàlogo, no entanto, 8e derrania 
pelo e8pirito do ebrio 8onolento : 

— Quem é8? 

— Ninguèm ! 

— E que vcH tu ? • 

— A lama. 

— Que procura8 ai ? 

— O e8quecimento . . . 

15 



I Tf ' "ili fi Mai- 1 I li - 



ALVORADA » 



Ao Dr. Sousa Viterbo) 



Lcvanta-tel A alvorada 
desponta alegremente I 
o rio è tranBparente ; 
a margcm perfumadal 

Oi<;anio8 a linguagcm 
da intima ventura, 
e apre8te-8e a rom agoni 
ao8 teniploH da e8pe88ura T 



^ O grande lusófilo e humanistn Wilkelm Storck fez déstes 
versos a seguinte tradu92lo aleman : 

MORGENGRUSS 

Steh nuf ! Im Ost die Luft 
Erschimmert rothlichhelle ; 
Klar fliesst des Baches Welle, 
Seìn Rand ist Tollcr Duft. 



2-27 



A verde trepadeira 
aoH temploH fecha o cumcl 
exala-8e uni perfume 
de flòr de laranjeira. 

O vanto pavimento 
è todo de ennieralda ! 
a eada lado o vento 
haloi(;a urna grinaldal 

adejam o8 amoren 
entre an folhuda» naven ; 
cantani eni còro an ave» ; 
ergueni incenno an floren I 



Komni, lauschcn wir zu Zwci^n 
Der J.iel>e Liist und Lallen 
Uncl wandeln durch die Hallen 
Im lauh'gen Temiìelhain ! 

Die Winndeiirank'umhiillt 
Das Thor mit blum*gem Kranze ; 
Vom Hauch der Ponieranze 
Ist ali der Raum erfùllt. 

Ringsher am Bodcn liegt 
Smaragdenes Gewebc ; 
Umgriint ist Siùtz'und Sirebe 
Und sanft vom Wind gcwicgt. 



MCi^uaMMiAd 



.1 ■*■ 



^■■«Jl^K 



228 



e an trèniulaH virgultaH 
do Hinceiral frondente 
inclinani-HC, àn ocultaK, 
no Hcio da corrente. . . 

VamoB I A primavera 
veni pompeando galaH, 
chove rubÌH e opalan, 
inllora-noK Citerà ! 

Levanta-tel A alvorada 
é bela, rexplendente I 
a margeni, perfuniada ; 
o rio, trannparente I 



Schifi* iind Gewnlb'cntl.Tnj» 
Hinwallt (ieséufz der Liebc. 
Weihrauch der Bliuentriebe, 
Der Vngcl Chorgesaiig. 

Die W'eid nci;»t jjcinach 
Jhr Kaupt hinab /um Boden 
Und beut geheim die T.oden 
Zum Hussc dar dem liach. 



So komm ! iin Prachtgewand 
Retritt der Lene die Wiosc ; 
Opale, (ìold, Tilrkise 
Streut er mit voller T fanti. 



229 



e pela ondeante margeni 
revoain indecÌ808 
gònioH de amor, quc eHpargeni 
aroman e sorrino» ! 

Sigamo-lo8 1. ^, Quelli hà-de 
furtar o neio uh chaman, 
quc pròdiga derraniaH, 
eterna claridade ? 



Steli auf ! Dcr Morgen gliiht 
Im Ost mit hellcm Strahle ; 
Klar rinut der Bach zu Thale ; 
Scin Ufer steht crbliiht. 

Dort schweifea ohne Ziel 
Umher der Liebe Geìster, 
Schcii dicsc, jene dreister, 
Und treil)cn Scherzund Spici. 

So komm und lass uiis geni 
Der Flamine weih'ii das Lcl)en, 
Die alleni Scin gegebeii 
Keichlich die Iluld des Herrn. 



(Aus PoRTUGAL UND Brasilien aus gcivahìtc Gedichte^ 
vtrdcìitSihtj von AVilhelni Storck, 1892, Munster, p. 233). 



LOUVERTURE E BONAPARTE 



(Ao Dr. Ji'lio Cksak Ferreira de Mesqx:ita) 



Na8 triHtcK HolidòcH do monte Jura, 
que a fronte cinge de giacial diadema, 
vagani oh «on» perdidim de uni poema 
e OH ecoH froixoH de uma hin Loria obncura. 



KHtrondeava aleni a artilheria. 

que ahalava a granito dan Piramiden; 

panmava o niundo: a Europa eHiremecia; 

e o fumo, que dan hontcH irrompia, 

doH Alpen ennombrava an nìvean clamideHl 

Pannava nòbre a terra o enorme gladio, 

que, medindo o uni verno, a cada entàdio 

partia uni ceptro, le vantava uni trono, 

e tentava evocar do eterno nono 

a8 àguian, que no tùmulo de Arci\dio 

tinham buncado o extremo paradeiro, 

cannadaB de correr o mundo inteiro I 



231 



Na8 trl8tc8 8oliddc8 do Monte Jura, 
num rece880 de lòbrega enxovia, 
uni màrtir longa8 horas consumia, 
vitimado aon capricho8 da ventura. 



Na8cera c8cravo ao pé de irniùo8 e«cravo8 ; 
no berQo o iluminara o 8ol da America ; 
e encantaram-o, bravo entre o8 mais bravo8, 
as 8eduQde8 de uma conquista homérica. 



¥Ac vira oprimidos «eun irnitlo», 
nas terras onde a pobre liberdade 
esmorecia nas ferinas mùos 
do8 que albergavam òdio e crueldade 
no manto de francewes e cristAow. 



Dentro da sua pàtria, era estrangeiro ; 
seu ber^o, uni patrimònio de invasores ; 
e OS brancos eram surdos aos clamores 
da negra escravidào, que sucumbia, 
entre os bra^os ferozes do negreiro. 



E nas faces crestadas ressentira 
a indignat^ào que os fracos robustece; 
e dos roxeados pès erguéra a mira 
ao sol que os horizontes esclarece 



2.-Ì2 



j C) eacravi) tornou-HC honieni. A verdade 

1 inoHtrou-lhe a lama do a vii tante ecùleo ; 

I 

i e a 8alvadora iiiAo da liherdade 

ungiu-lhe <> peito e armou-lhe o brat,^o hercùleo. 

C) eatrùnuo héròi lutou, arca por arca ; 
I man no relògio, quo oh dcntinoH marca, 

nào havia 8oado a hora extrcma 
do imperio atroz do hVtego e da aigema. 

Venceu-o a Frau^'a. O negro Louvcrture 

dobrou o colo ante o poder don brancoH, 

rolou ainda no cairel do abirtnio, 

e vili fé ita peda^on a neciire 

que renvalara peloH ncdioH flancon 

da fera conniilar do denpotinnio. . . 

^ Chaniaram-lhe traidor : e, apò» uni dia, 

roubavam-lhe a famiiia, a pàtria, tudo ; 
e o dewditoHo herói e»niorecia 
nmn rec4?H»o, conio eie triste e mudo, 
num rcce88o de lòbrega enxovia. 

Km uma noi te, (a noi te nào findava 
na gèlida inanHAo do prÌ8Ìoneiro !) 
quando o nobre cativo contemplava 
118 àlgidaH vÌ8ÒeH do cativeiro, 
à8 portaH do 8eu carcere a8Homava, 
e8tranho vulto, audaz e 8obranceiro. 



233 



E eiitrou. 

— Quelli 08 ? — interrogou altivo 
o bravo Louverture, erguendo a fronte. 

— Bonaparte. 

— NoH geloH dente monte, 
^. a quem procuran tu ? 

— Ao nieu cativo. 
Tu era« uni valente, Louverture ; 
eu eHtinio o» valenten e infelizen. . . 
procuro vé-lon. . . e hi\ quem asnegure 
que o» valenteH me prezani... Tu que dize»? 

— Xada ! 

— Beni nei : a voz e-te oprimida 
pela connciència da trai(?ào infame.. . 
Quem quer que contra mini horrore» trame, 
na8 minhas mào» deponi tou a vida. . . 

— luHultaH uni cHcravo, Bonaparte ; 
^,e 8abe» quanto vale quem o innulta ? 
vale mcno8 do que èie eni toda a parte, 
porque uni eacravo ainda pckie dar-te 
o dò, a Iróco de uma ofenna inulla. .. 

— Porque te irrita», negro? A ira tua 
mìo curva o 8enii-deu8 : a claridade, 
que precede o ribombo do trovào, 
tcnho desafiado a tempe8lade, 

e a tempentadc, trèmula, recùa, 

8c eu Ihe respondo em vozea de canhùo. . . 



— K ou vcjo-tc poqiitMio, Hona 
ii'H Icliz, e giierrciro . nacla iiu 
A mùo, que oh ceptro» e an na 
dcixa eni teu ranto maldivòcH * 
Sobc8 alto num nólio de onquel 
quc dcHcarnan, vampiro, eni ti 
e cu. qui» Halvar oh rèprobo», < 
Balvar o ber<;o de iiicuh pain e i 

m 

- '■ Tu, nAo Halvan ninguéin I a tua 

ignea ranoira, ilamejante panna, 
ccifando a vida aoH fiihoH da de 

i ' ' correndo o mundo, torva, ennaii 



r 



* 
^. Ett grande poin ? trinte grande: 

r • A Ycrdade que, timida, flutua 

aO Ioni 



t>Rr> 



DÌHHc, c fìcaram cm nilencio o» doÌH. 
Bonapartc naiu. Ano8 dcpoin, 
o mundo abnorto, extàtico, Haudava 
do moderno Alexandre o poderio ; 
e o negro, a in»pntc vitima, expira va 
no 8CU carcere e»curo, a forno e ao frio. 



AOS IIIPÒCRITAS 



Partì fra m' era nijàlica 



(Ao Dr. Josk Carlos Rodrk.lks) 



E pregava Jchub aos houh dÌKciptiloH : 
— Scntaram-Hc na ciitcdra nionaica 

o8 iiiincroB hipócritan 

da turba farinaica. 

Ah iludidan multidòen agregam. 
o, coni palavran naiiH, an edifìcam : 
recobci a vcrdadc qiie élen pregani, 
man nì\o o quo praticarli. 




FardoH inipòeni aon hombroH de koiih nervort, 
doB iamiiitoH, doH HimpleM, do» pequenoH ; 
porcili nunca sobra^'am 08 protervo» 
uni fardo, o niain Homonon. 



237 



Alardciam ciència e piedade, 

e 08tentam-8c vaidosoB, 
arrastando nas ruas da cidade 
a fimbria do8 ve8tido8 precio808. 

E rindo aceitam reveréncia8 pùblica8 ; 
recamam de oiro e pcrolas a8 toga8; 
am^ni a ceia lauta, e rcfe8telani-8c 
no primciro lugar da8 8Ìnagoga8. 

VÓ8 que me ouvÌ8, ó turba8 e dÌ8CÌpulo8, 
tomai diverso trilho : 
o que 8C huniilha exalta-ne ; 

e aquele, que 8e exalta, é quem 8e humilha. 

Ma8 ai do8 farineus, ra^a de viborasl 
que andam pulindo o exlerior da ta^a I 
e deixam dentro a iniquidade e o vicio 
que o cora(,*ào trespanna. 

Nào 8entem fonie, nao 8e expòem ix» chuvas, 
e dom inani o8 frùgeÌ8 coravòes, 
devorando o alimento da8 viiìva8 
a tróco de ora^cVs. 

Imita o 8eu espirito falaz 
a8 tuniulares pedras branqueadas; 
uni tùmulo formoso à vista apraz, 
mas tem no seio podridào e ossadas. 



1 

I 



MURMURIOS NA CASERNA 



(Ao Dr. Trinuade Coelho) 



— Que horas nerAo, camarada ? 

— Mcia noi te, pouco main. 

— Se jà rompesHe a alvorada. . . 

— Porqiie ? 

— Nùo He dorme nada 
neMtan enxerga8 fatain. 

IXnta-»e a gente coni fonie, 
enrola-He nenta manta, 
e, anteH que o Hono non tome, 
veni o cuidado, que enpanta 
quanto nono poH8a haver. 



— A hem dizer, o bocado 
nùo è là de apetecer. 
Ma» que quere» ? C) Holdado, 
quando nabe obedeeer. 




231^ 



dizem que teni o bastante, 
porque Ihe basta o dever 
e as ordens do comandante. 

— Isso é vclha ladainha 
de bonecoB galoados. 
Servir o rei e a rainha 
sera dever de soldados ; 
mas, homem, eu tenho lido 
ai por essas gazetas 
que Ì8to de rei» sào muletas 
de uni sistema entorpecido. 

Demais, nfio compreendo beni 
que eu tenha um dever estreito, 
e a final de contas ninguéni 
me reconliecja uni direi to. 
Là fora, em aiguns paises, 
de outra forma as coisas suo : 
o cidadào è soldado, 
e o soldado è cidadào. 

Isso sim, que è acertado ; 
mas ver-se um homem no campo 
amanhando as suas leiras, 
livre, feliz, sossegado, 
cnxugando com cuidado 
as làgrimas derradeiras 



2U ) 



de alluma extremoMa mùi ; 
e chegar-Hc a nò» alguèni, 
dizendo : «Km nome da lei, 
larga a enxada, a tua herdade, 
o prazer, a liberdade, 
e paHHa a nervi r el-rei » ; 
palavra de honra, eu iifto «ei 
He OH boÌH, a que eu punha o jugo, 
H&o maiH livre8, mai» ditoHOH 
que OH batalhòeH numeronon 
de que o Entado è verdugo ! 
Se iiAo, dize-me tu là 
conio te chamam ? 

— Teni grava ! 
eu era Antonio, man cA, 
depoin que eu annentei pra^a, 
de Antonio que me ehamava 
fiquei o Xovc da oitava. 



— Ai teuH ! OH meuH boin, ao menon, 

niain regalia» logravam : 

uuH, Cahanos 8e chamavani ; 

Chaniavam-He outroH, Morctios. 

Tu, depoin de te roubarem 

ao Heio de tua mài, 

e depoin de pearem 

eni nome do patriotinnio, 

roubam-te o nome tambèm 

Ai chaniam-te.. . uni algarinmo. 



241 



— Tu falas bem. Vinte e uni ; 

mas se o Quatorze da quinta 

ouvÌ88e agora o que eu oi<;o, 

aquela rez de tnà pinta , 

espiào conio nenhum, 

levava-te ao calaboi^o. .. 

Ainda hontem o Trinta, 

8Ò por queixar-se ao sargento 

de que. ha nào sei quantos dias, 

Ihc davam pào bolorento, 

là foi para as enxovias ; 

e o sargento das escolas, 

todo pimpào, todo ancho, 

farejou as cagarolas 

e achou magnifico o rancho. 



— Coitado de quem nào mostra 
quatro divina s no bra<?o : 
è trazer sempre o baralo 
atado ao nò do pescoi^o. 
Se o desespéro nos prostra 
na trabalhada carfeira, 
lant^am-nos a gargalheira 
corno se lancia a uni molosso! 
Ninguém pensa cni fazer guerra, 
podre de paz, tudo cai ; 
e no entanto a gente vai 
percorrendo toda a terra. 



1A 



i 



nictido em dura prisao : 
tinham-lhe ouvido a palestra, 
e fora denunclado 
corno iadòcU e impUcado 
em negra con«pira<;ao).— 



243 



rLTIMOS ADEUSES 



EpÌHÒdio 



(Ao Padre Francisco Marques Dinis Hkxriques) 



I 



Entorna chbc teu pranto. fior de neve, 

que o pranto da innocencia é puro e nanto ! 

Sini, chora, que oh teuH pranton, branco lirio, 

hao-de enmaltar-te a c'ròa do martirio I 

Chora I que acinia do celente manto 

ha Alguèm que pe8a a« bagan do teu pranto I 



n 



Toda a tarde e»molou de porta em porta 
a innocente Luininha, e nabe Deus 
corno CHcutaram o8 geniidos neuH 
e viram nuan h^grimaHl — qi!e importa. 



245 



que iniporia a niuita gente que a dengra^a 
mate de fonie ou cabra coni andrà jo» 
a queni na rua pasna I. . . 



Ili 



Là vai eia caniinho do ca»ebre, 
que aleni ne avÌHta ao firn da sua aldeia. 
É ao calr da tarde. O fumo ondeia, 
erguendo-8e da» chovan e canain ; 
do» monte» do levante, a lua cheia, 
coando-»e por entre ok pinheirai», 
veni projeciiar kcuh raio» prateadon 
no tee lo doH colmados. 



IV 



Espira enilim a tarde melancólica. 
A penumbra indecÌHa do crepù«culo 
jà domina o canebre nolitàrio, 
8ÌlencioHO e tri» te conio uni tùmulo ! 

Se o vÌ8HeÌH ncHHa bora, 
talvez di»Hè«8ei» que dali a vida 

fugira e8pavorida, 
av'oitada da morte a88oladora ! 



Ma» ora engano I — Dentro do ca8ebre, 
can»ada da vigìlia diuturna, 
e8niorecia a luz 



•J*- 



246 



de urna vida que a febre 
alimentava, — conio a fràgil urna 

que, junto de urna cruz, 

renguarda 08 claròen ba<;o8 

de um tri8te lampadàrio, 
e espera trèmula o roc^ar do vento, 

por He fazer peda<;o8 
contra oh degrau8 de fùnebre moimento I 



V 



EntremoH com Luininha 
ao canebre. Quem ve a rude ombrelra 
para logo adivinha 

a minéria que lìi por dentro mòra. 

EntremoH. Na larcira 
enfriaram an cinzan, dende a bora 
em que arderam oh ultimoH gravatOH 
que a pobre mùi da pobre innocentinba 
trazia em tempo don maninhoH niatoH. 

A candela apagada 

entava pendurada 
em a parede denegrida e nua I 
O canebre outra luz nAo reccbia 

nenùo a luz do dia, 
que entrava ho pelo portai da rua. 
Se 08 olbo8 bu8cam mai8, apenas veni, 
por mòvein, a pobreza a cada canto ; 



247 



por ]òia8, o8 aljófares do pranto 
08 CÌ1Ì08 orvalhando à triste mài, 

que tinha por colchào 
humida» palha» no gelado chào I 



VI 



— «Yem na paz do Senhor, incu pobre anjinho; 
vem matar a8 saudades que me dàs, 
quando nào gòzo, filha, o teu carinho, 
quando de mim bem perto nào estàs I 
Tu bem viste o innocente passarinho 
buscar as balnan, e ainda agora vena I 
Talvez adormecenses no caminho, 
]à cansada dan noites que tu lenn 

pa88ado desveladas, 
a murmurar-me falas abenc^oadan, 
e coni teu8 bcijo8 de innocéncia e amor 
a refre8car-me as faces abrasadas 

da febrc no calor. . .» — 
~ « Mài. nào adormcci ; a caridade 

è a que me parece 

que àft vezea adormece 

e que de nÓ8 8e quece 

8em dò e seni piedadc I. . . 
Toda a tarde eamolei de porta em porta, 
mas dentro nào entrava a minha voz, 
que dentro a gente estava surda ou morta. .. » 



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M" arcani,, di „ ■ 



249 



quelli um momento entendeu 
atè là acima um olhar, 
corno querendo contar 
08 lampadàrio» do cèu : 

diga o que sentiu entòo 
nesBa hora misteriosa, 
em que o no88o corav&o 
n&o 8abe 8e pena ou goza. 
Eu nào 8ei beni 8e é tri8teza, 
neni 8ei beni 8e e alejgria 
o que no88a alma extasia, 
quando no88a alma està présa 
ao iman da natureza. 

Curvenio-no8 ao mistério, 
e a cren(;a fique de pé T — 
Seja pena ou alegria 
o que a no88a alma extasia, 
8ÌléncioI porque a poesia, 
ninguém diz o que ella è I 



E conio a noi te vai linda ! 
As torrentes de harmonia 
de cùpula azul e infinda 
ressumbram cà para a terra 
ésses jorro8 de poesia, 
que nos astros Deus encerra. 



2r)( ) 



E do belo panorama, 
alumiado pelo alvor 
da lua que a luz derrama 
«óbre a 8 obra» do Senhor, 
reHBalta uni grupo de amor ; 
que, por noiten de luar 
o amor chove, gota a gota, 
e nào sei que voz ignota 
a gente convida o amor. 



Pela8 iendan de uni colmado 
entra o luar prateado, 
aliando o neu palor 
ao palor que trinte brilha 
nan facen da tenra fllha, 
unida 8U a veniente 
ao 8eio da niùi doente, 
refrigerando-lhe o ardor 
da i'ebre que Ih'a devora. 
Niko V08 nienti, vede agora : 
eÌ8 o nieu grupo de amor! 



Diga-me alguèni 8e o e8copro 

de Canova talharia 

grupo de tanta magia 

conio e88e outro, a que ni uni 8Òpro 

de I)eu8 ajuntado ha via. 



Dciiadu Hobre o «cu Iclto 
de paUiaH, eiii terra fria, 
a mfil unla ao eeu pclto 
a fìlhlnha que dorniia, 
e, a dormir, a mM hcijavu. 

H a trlitte da mfil velava : 
velava. 8Ìm, porquc a fobre 
as noitCH Ihe ainargurava ; 
mas Hc, à rctttla do luar 
quo alumìava o cascbrc. 
vìhhcì» hcuk olhoit ìnccTtOK 
a diva);arom nn» órbitan. . . ; 
ftc d(»t lAbloH meio-nbcrtoH 
ouvìhkcU o murmurar. 
e apalpùitHcì» èttnc fo^o 
quo a» tace» Ihe in quclmar, 
certo, n&o dirieiH In^o 
He <;Hta%'a a trUte a velari 

1-: velava. — He alguém vela, 
quando n fobre do delirio, 
revelando atroz. martirio, 
a loucura noH rcvela I. , , 

A pililida luu, ermando 
na abòbada a/.ul e erma, 
refrangta um raio brando 
por Hòbrc o r6Hto da enfcrma. , 



•252 



E no8 cerroH do levante 
repontou a niadrugada, 
ergueiido-He radiante. 
-^ toda timida e co rada, 
pudibunda e pregui(;o8a, 
do neu leito de encarlata, 
toda ventida de rona, 
toda toucada de prata. 



^ 



O AGIOTA 

(.\.> CONSF.MIF.IRO J. M. l.K Al.CC 
I 

Quando cu. vtncoml.) cMCiùpuloH. uk- .■ 
ao vampiro f'iiiiii-lico da imura. 
tìiK-me C'io rwordiir polii tigurn 
o OKfudcirrt (ìel do hori'ii iiiHnchi'go. 

Conlfiiiplo jiqtiòk'H l'óiiim (.• o relt'Ho 
quc Ihc- ondula a ik-liiplvii vMiitttii-u, 
e n faco qtii'. Ila ciìr e iiii )ri>rduni, 
triÌ7. a idcla o prcmiiito do l.amì-go. 

laHJnùa. mi v<>7. fata/ d<^■ura. 

t^iii eMtilo paroiiti' do t;alL-);o, 

f ji>ga a bim-a t-oni o padre-cara ; 

paHHcìa m'ì, à lii'ìra dii Moiidfgo; 
V, »e traja uipoto cui noi lo ohcuih, 
dU-o-cì« cnvolto CUI «rtai* de niorccgo. 



254 



lì 



De livro8, leu cm tempo8 o Lunàrio ; 
fundo na 8ua peculiar ciència, 
colhe 08 frut08 da velha experiència 
e nem le an noticia8 do Diàrio. 

Tràz con8Ìgo arqucològico rosàrio, 
vai à inÌ88a, é beato na aparencia, 
e costuma lavar a consciéncia 
ao pè do expurgador confessionàrio. 

Km feliz e invejàvel indolència, 
explica ao iìlho, em volta do laràrio, 
IK'òes de economia e de prudencia. 



Nunca dà cinco reis a um proletàrio, 
mas fala muita vez da Providència, 
e nunca falou beni de um usuràrio. 



A FOME 



CanQjlo popnlar em Franca 



(Ao Dr. Zeferino Candido) 



Quando na niargeni do rio 
a azenha é silencioBa, 
e o jumento dos nioleiro8 
8088ègo constante goza, 
a penùria em pieno dia 
penetra no8 no8808 lares, 
o céu tolda-8e de negro, 
e o8 ai8 perdem-8e no8 are8. 



Nada embarga ao povo a queixa, 
quando a tome o curva ao chào; 
que a natureza nào deixa 
na terra viver seni pfto. 



2bi\ 



A fonie corre a» aldeia», 
a cidade, toda a terra; 
ide là tolher-lhe o panno 
com V08H08 clarins de guerra I 
Eia abre as anas e vòa 
sòbre pólvora e metralha, 
e firma o »eu negro làbaro 
8Òbre a mai» alta muralha. 



Nada embarga ao povo a qucixa, 
quando a fonie o curva ao chào, 
que a natureza nào deixa 
na terra viver neni pilo. 

Que valem vo»ho« exèrciton? 

A fonie dà dinciplina, 

e dà fc)r«;a e fornece arnia« 

à multidào campenina: 

o 8Ìno toca a rebate, 

ha foiccH, pà8 e forcado8 ; 

e atè iiiulhere8 coniprinieni 

fu'/Ì8 ao8 peito8 nevado8. 



Nada embarga ao povo a queixa 
quando a fonie o curva ao chtìo ; 
que a natureza nào deixa 
11 a terra viver ne ni pào. 



267 



Tirai a foice e a cBpingarda 
de entre as màos da popula^a» 
e ievantai guiihotinas 
8Òbre 08 àngulos da pra^a ; 
quando o machado sangrento 
vidas niil haja cortado, 
ao8 olhoB das turbas tristcs 
do sangue «aire um brado ! 

Nada embarga ao povo a queixa, 
quando a fome o curva ao cMo, 
que a naturcza n{ko dcixa 
na terra viver »em pSo. 

Como a àgua, o ar e o fogo, 
o pào è preciso à vida; 
o pào é divida santa 
pelo Criador contraida. 
Deus pagou a sua divida: 
pois nos deu a terra inteira ; 
e o sol, que no alto csplende, 
secarli o pAo na eira. 

Nada embarga ao povo a queixa, 
quando a fome o curva ao chào; 

que a naturcza nùo deixa 

na terra viver seni pùo. 



17 

i 



. _> .>- 1 . . . _.-.-- 



ma 



TREVAS 



(A. F. Ramos Paz) 



Qui» ver o carcere. So nele havia 
une vultoB pàlidos de torvo aHpecto ; 
respirava-se a cu8to, e parecia 
que me esmagava o ennegrecido tecto. 

Era um mar de paixde» em calmaria ; 
mar outrora re vólto e irrequieto ; 
apena8 pela abóbada sombria 
revoava, a zumbir, nocturno iiiHccto. 

Cheguei-mc à turba vii, encarcerada, 
em cuja face se cravara o estigma 
do crime, que nos faz estremecer. 



E preguntei : — ^, Que doloi^osa estrada 

vos trouxe aqui? — E a turba, a esfinge, o enigma 

rugiu na sombra : — Nào sabemos ler. . . — 



VOZES LONGINQUAS 

(A Delfim Guimaràes) 

^. Quc valc8 tu, c»cravo, 8ob o làtego 

do teu Hcnhor brutal ? 
^, Quc valeM tu, colono, junto ao8 pliiitOB 

do castelo fcudal ? 

^. Que valem oh teun brados mal dintintoB, 

em luta dcsigual, 
misero proletàrio, recalcado 

pelo gènio do mal? 

— Nada ! — responde a Hombra do passado. 

— Nada ! — urna estranha voz inda responde, 

alèm, do poente encuro. 



— Tudo I — clama a justi^a em alto brado. 

— Tudo ! tudo I — repetem nào sei onde 

OS ecos do futuro. 



NO CAMPO 



(A Alberto Pimentel) 



— Bom dia, Jacqucn; C8tu8 hoje trintel 

— E fruto do trabaiho, mcun vizinhoH ; 
can8a-8e a gente a de»bravar maninhoH 
e neni a pianta neni o grAo reninte 

à aridez do terreno. 

— Ainda anHim. 
tu amanhaHte oh canipon do morgado ; 
deram boan Hearan, e por fini, 
«al va a renda, terias compenHado 
a despCKa, an fadigan e o cuidado. 

— Gra^aH a Deii«, o trigo nasceu beni ; 
correu-llie favoràvel a e«lat;ào ; 
poréni a a vela anie»quinhou-lhe o gnìo, 
e, conio aoH pobre» um «ó mal nfto vem, 
rebcntou unia negra tenipestade 

e da8 eHpigaH rechat;ou me la de. 



2G1 



Quando na8 eiran 8c media o pùo, 
corrcu-me pelo corpo uni calefrio 
e a tristeza cobriu-me o corav;i\o : 
é que cu tinha de dar ao Benhorio 
uni nioio e dez alqueire» de pennào, 
e, depoÌ8 mesnio de entremado o joio, 
vi que, joeirado, apena« tinha um moio. 
Procurei o morgado. Dkeni dele 
que tem nobreza na alma e no8 bra8òe8 ; 
expu8-lhe a8 minhaB trÌ8te8 condi^óeB, 
e pedi-lhe que ao nienoB, por piedade, 
8Ò me exigi88e o pùo que deu a herdade. 
Nào qui8 ouvir-me. Quando entrei em ca8a, 
meu8 filho8 dormi La vani na soleira, 
can8ado8 jà de trabalhar na eira. 
De8pertei-o8. Tomaram 8Óbre 08 ombro8 
o pfio que èlen haviam joeirado ; 
levaram-no ao8 celeiros do morgado, 
e un8 mÌ8ero8 lenvòÌ8 dei a pinhora. 
por completar a renda e8poliadora. . . 
Na primavera e no verào calmo80, 
trabalhei, dia a dia, nia8, ao fini, 
nào ha para o trabalho, para niim, 
unia bora Bcquer de paz e gòzo. 
Po» Ì880 cu entrÌ8te<,*o. A fonie e o frio 
vao 8entar-8e comigo no nieu lar ; 
e, quando vir mena filbos e8fomeado8, 
cu, tri8te pai, 8Ó poderei... chorar! 



DEZEMBRO 



(AO COiNSELHEIRO ALBANO DE MELO) 



Para o nicndigo cm «ilio «oli tarlo. 

Nào acha qucm o acoite. 

E ao longc o campanario 
trintcmeiite anuncia a moia noi te. 

A neve cai em fUìcoH na caK'ada, 
dendobrando uni len^ol alvinitente ; 
e là ne entira o minerò indigente 
neHHa cania gelada. 



Dorme ? Nùo «ei. O nono è-Ihc tal ve z 
conio o quc afaga a entàtua de um nioimento. 
llirto» o8 membroH e nevada a tez, 
flutùa entro a vida e o pa»Kamcnto. 



263 



O siléncio apavora, 
engcndrando vÌ8Òe8 luciferinas ; 
8Ò, donde em onde, a ave nocturna chora, 
de um negro pardieiro entre as ruinas. 

Ao longe, nunia gòtica janela, 

de argenteo candelabro esmaia a luz. 

É findo um baile, e uni camarim ne entréla 

8Òbre a ventura que ali chove a flux. 

Cai a neve incensante, 
tran8formando-8e em alvo8 pavimento8. 
Tudo silèncio. Man, apÒ8 momento8, 
pa88a nan trevas um rumor distante. 

Fau8toHa sege hc aproxima em breve 
do entorpccido vulto 
que entre montòea de neve 
repoisa melo oculto. 

Mas a Hege nùo para um 8Ó instante, 
ao trope^ar no vulto miserando. 
Ouve-se o extremo ai do agonizante, 
e a sege. . . ^ai rodando. 



PROGREDIOR 

(A BuLHÀo Pato) 

O tempio estava aberto, o tempio do traballio I 

brilhavam BÓbre o aitar — cinzcl, e«copro e malho ; 

e o8 càatico8 da indùntria, erguendo-8e atc Deu8, 

falavam-no8 ^e paz, e enchiam terra e céusl 

O mundo, entAo feliz, da8 8ua8 cinco parte8 

romeiro8 enviava ao panteào da8 artes; 

filho8 de estranilo clima e ra(;a8 desiguais 

vinham trocar ali amplexos fraternais ! 

— Vinha o felà do 8ul, o8 8ervo8 do occidente, 

o8 è8quimo8 do norte, oh pariiiH do oriente ! 



I 



De entre a piedosa turba, em que Horria a fé, 

um velho resaia, altivo, erguido em pé, 

^18 portas do santuàrio! O olliar, profundo e vivo; 

neve o cabelo e a barba; o aspecto, nobre e altivo; 

as falas, de vidente T 

E a turba preguntou : 



265 



— Queni ès ? Donde vcns tu ? 

— Quem 80U? Nào nei qucm 80u! 
Sei que ao8 vo8808 avÒ8 eu embalei o ber<;o, 
e que tenho 8eguido o8 povo8 do universo I 
Venho de toda a parte! E 8e8tro meu andar 
correndo toda a esfera, a ver, a preguntar 
8e o mundo vai marchando ; e a interrogar as campas 
que a enxada abrindo vai, desde o8 extensos pampas 
da America florente, atè junto ao8 ombrais 
do indico pagode, e ao8 gelos boreais, 
onde Imer, Frcda, e Odin tiveram culto e altares. — 



Fixarani-8e no velho atónii:o8 olhares ! 
A turba ouvia atenta o encanccido anciAo ; 
deixava-8e tornar de assombro e admira(^ào, 
e tado preguntou : 

— Acaso 08 tu Ahsvcro? — 
— Que V08 importa uni nome ? ou vide-me. eu 8Ò quero 
que, à luz da fé mais pura, o vades soletrar 
na biblia do progresso. Ao meu peregrinar 
nào sei marcar principio! — Inda o judeu da lenda 
espinhos nào trilhava em sua eterna senda, 
e jà no meu caminho as flòres, mil e mil, 
dobravam-se aos meus pés; e, todo uni mar de anil, 
o céu estrelejado a mente me cnlevava ! 
e, do homeni ao surgir, a natureza escrava 
curvava-se ao podcr do rei da cria^ào, 
formando no seu scio a tribo e a na^ào ! 



'2M 



O homcm 8CU8 ollio» de i\guia eBtende i>elo cHpa<;o, 
e centra a «elva rude alevantou o brav^o : 
onde niedrava a var^a, a mense loirejou ; 
e ondo rugia o tigre, uni canto ne e8CUtouI 
DepoÌH, aonde a vida entreniecia apcnan, 
Palmira a fronte ergueu, Cartago, Roma e Atenas! 
don meandroH ilorestain, coalhados de reptin, 
Hurgiu Tiro, e Numància, e Tcbas, e MenfÌ8T 
e, em meio de areaÌ8, no enbraseado Eglpto, 
entronizou-8c a indùstria em nioles de granito ! 

() honiem havia lido a sua grande lei I 

a natureza olhou, conio senhor e rei, 

e disse-lhe : — Descobre o scio teu profundo, 

quero niarcliar e veri quero abra<;ar o mundoT 

K tudo caminhouT A vida, a luz, i\ ideia, 
rasgam-se novos cùus! — nos ernios da Caldeia, 
as nuveiis se renionta eni asas de condor 
e OS astros conta e observa incògnito pastori 

Vaguei por na^'òes ni il, e ouvi em cada uma 
falar ora Confucio, ora Licurgo e Nunial 

K coni o tempo andeil e a sonibra, a mais e mais, 
o seu lugar codia a esplcndidos fanais : 
lioje, era no Occidente o Sòcrates sublime ; 
àmanhan, na Judeia,.o que expiou o crime 
de ter aniado multo e ter prògado o bem I. .. 



267 



Nào pude inda parar! Chamavani-me dalém 
as luzcs da ciéncia, o resplendor da8 arteB T 
Raiavam novos sòi» ! — o gènio de Descarte» 
pòde abarcar a terra, e a terra iluminouT 
Kepler, olhando o céu, a òrbita marcoii 
ao mundo que gravita em volta de outro mundo I 
e Hcrschell, devastando o céu azul, profundo, 
eni pÓ8 de ignoto deus, seguiu coni passo igual 
Newton e Galilea, Copernico e Pascal! 



Dilata-^e a ciéncia, ao arraiar da imprensa! 
o espirito rcnionta ti liberdade, e pensa! 
e, à voz de Guttenberg, os astros do saber 
nos céus da imprensa veni, mais vivos resplender! 



Vi renascer a indùstria! A velha autoridade 

tinha cedido o passo à jovem liberdade! 

e, em novo panteào, triunfante erguer-se vi 

o màrtir do traballio, o grande Palissy ! 

O artista sobe a uni trono ; e da arte o manto règio 

exorna Rafael, Camòes, Tasso e Corrègio! 



Recrescc a fòr^a huniana! O impetuoso mar 
parece ante essa fór(^a agora recuar ! 
— acurva o dorso ingente à voz que o gènio aclama, 
deixa passar Colombo, e Laperouse, e Gama ! 



2t)S 



Depoin, era na Franva ! era là onde vi 

eni dia» de tormenta a Saint-Harthèlemy T 

Era no mesnio nolo, onde jà foi gigante 

o déHpota enibalado eni bravon de bacante I 

Era na mennia terra, onde a Arvore do mal 

cobria ao menmo tempo o trono e a naturnal I 

Era na Fran<;a ! embora! — o tempo tinha andado, 

e, ao firn de larga noi te, o noi tinha raiado. 

() Kol ? Nào era o noi ! — Dos cl*u»4 na vantid^o 
rompeu entranho, immcnHO, e»plèndido clar&o I 
Inunda-He de luz o vclho e o novo mundo, 
e ci\i o deHpotÌHmo, e arqueja moribundo T 
levanta-He a junti^a, e traz ao povo rei 
iìH tàbuan, onde I)eu8 tra^ara a nova lei ! 

KouHHeau e MonteHqieu. qiie jà no pò dormiam, 
na Kua obra gigante, em Honho8, »e rcviara... 
Enpalha-He e renplende o fogo da ra/ào ! 
a voz de povoH mil è voz de irmào a irmào I 
e <» verbo Salvador, conio evangelho novo, 
instila vida nova e nova luz no povo I 

De Fulton e de Watt o improbo labor 
rouba às fòr^as do mundo a fòr^a do vapor I 
Rasga a electricidade a vastidào do espavo» 
à ideia, ao pensamento, acelerando o passo T 
e, em torno ao pedestal do secalo da luz, 
flórcs de eterno Abril o céu derrama a llux! 



269 



liei de ver maÌ8 ainda I — O» bra^os do progresso 
hào de entrar do casal no incògnito recesso, 
abra^ar a indigéncla, e dar-lhe luz e pào, 
dar flòres ao deserto e vida à solidào T 
E eii hei de me banhar nesses iminensos brilhos, 
e, levantando a voz, contar aos vossos filhos 
que amastes o traballio e a luz que é sua irman, 
que enflorastes o ber^o aos honiens de àmanhan I 

Chamam-me novos sòis e mundos que adivinhoT 
Coniigo caminhai T segui o meu caminho I — 

E o velho caminhou I viram-no sempre andar, 
transpór os alcantis, o vale, a selva, o algar, 
e OS passos dirigir ao lùcido Oriente 
donde costuma erguer-se a aurora resplendente I 
Sau demo-Io, o bom velho! Esqueceremos nós, 
ó filhos do progresso, aquela augusta voz 
que diz às geragòes — amor, futuro e glòria ? 



A voz do peregrino èra o pregio da històrial 



JORNADA V 



NICTAGINEAS 

(EXTRACTOS) 



N 



fi 




PALAVRAS PRÉVIAS 



Oh vcvhoh, conti Jdh no valnme \ICTA( U X KAS, pnhli^ 
cado eni 1ii8:i, crani prccedidon das HCijuintcH li- 
nhas do autor : 



Ao fini do dia, quando a penumbra do 
crepùsculo espallia Hilèncio e mistério na» 
pradarias cm tlCn\ abre timidamente as suas 
pétalas a modesta nictaginea. 

Eni quanto o .sol estira os seus raios de 
oiró nas alfombras alegres e vivazes; em 
quanto no ar se cruzam os murmùrios e as 
vozes que denunciam a vida, a felicidude e a 
esperan^a: conserva-se a nictaginea oculta, 
retraida, conio que homisiada entre os es* 
plendores dti natureza. 

17 



127 1 



Adormccida durante o dia, acorda à noite 

f 

para os suavcs mistcrios da sua existència 
dosambicio^a, tranquila e casta. () lampcjar 
das estrèlas, o palidcjar da Ina, o canto amo- 
roso e vago de alguni rouxinol ao longe, o 
IVcmito das auras porfumadas quo a cinba- 
lum cariciosamente, o orvalho quc Ihe pratcia 
e Ihc constela as fòlhas, cercam-lhe a exis- 
tència de urna simpatia doce e calma, e dtlo 
a sua tristeza e a sua soledade o indefinido 
encanto das venturas intimas, e a estranha 
fascina^^ào das lagrimas silenciosas, 

Os versos que vao lèrrse, — pohres nicta- 
gineas, — nasceram na obscuridade e nAo pro- 
curam o sol da gloria. Vi(;aram suavemente 
nas sombras, mais ou menos densas, de urna 
existència escassamente aliimiada pelos sor- 
risos da fortuna, e rudemente batida de tem- 
porais e lutas. 

Devo a essas nictagineas alguns momen- 
tos de paz. 

Por isso Ilies quero e as guardo. 

C. DE F. 



( Xo alto do Marùo) 

(Ao Dr. Paolo Mantecazka) 

Quanto mai» eu contemplo os ciìuh e a terra, 

e afundo o» olhoe no que nAo exiHte, 

mal)» ermo o cora^fio de si dc8tcrra 

uà vclhatt llusòea que u pelto cncerra : 

e o \aiia exclama : — Ó natureza ! lia triste 1 

Tenho salvado a aresta do» rochcdos, 

e mergulhado a vista nos algarcs, 

e dormitado à sombra de arvoredos, 

e ouvido OK melancólicos eegredo» 

que às crmas praias v&o dizcndo os marea; 

e em cada fòiba que aos meus passos range, 
cm cada nota que o oceano exala, 
no monte que se alteia e se confrange, 
cm tudo quanto a minha vieta abrange. 
apcnas oii;o um cora^fio que eetala. . . 



27(1 



Ò doida fantania, poniba errante, 
que dcmandan unn mundoM qtie entreviste, 
n^lo te cansee no vàcuo I. . . a alma do Dante 
jà nào busca a Beatrice deslumbrante ; 
que è morta a cren^a, e 8Ò o Xada exÌ8tc. .. 



K ha quem diga que a fé no8 alumia. 

He ao alto non erguemon dan montanhas I 

Olha no abismo a dùvida nombria, 

oncolhe a» aHan, doida fantasia, 

e abrava o niu8go que revoHte a» penhas. . . 

1874 



AOS PÉS DA DEUSA 

(Xiim aniversàrio liberal) 

(A Anselmo Vieira) 

Imaginai um tùmulo gigante 

no centro de floreata impenetràvel, 

onde nunca parou o caminhante 

a contemplar o nada, 
o nada profundissimo e impalpàvel, 
que prende a fantasia extraviada. 



Imaginai que em roda dè88e tùmulo 
8oltam a8 fera» uni rugir feroz, 
e andam o8 vento8 imitando a voz 

que fere conio o anatema, 
a voz qpe 8Ó a consciéncia exprime 

depoÌ8 de um grande crime. 



278 



O mundo era a 8iuibòlica flor«8ta. 
NcBttc tùmulo enorme e nolitario 
jazla morta a conBciéncia hunìana, 
amortalhada em rùbido sudàrio. 
A ìnju8ti9a folgava. A nua festa 
era a do cani bai Banguissedento; 

que à sua pobre victima 
almeja ouvir o derradeiro alento ! 

Porèni, um dia, entrou na selva densa 
o audaz, o austero, o impàvido direito ; 
e flamejantc comò o sol da crcn^a, 
crgueu as pedras do funèreo leito, 
e disse à conscièncìa : — Ressuscita I 
Surge I Caminha I Eu seguirei teu rasto I 
nfio importa que o mundo seja vasto ! 
dominaràs quanto no mundo habita! — 

Krgueu-sc a consciencia. A liberdade, 

sua dilecta tilha, 
foi cspalhando foros de cidade 
em cada continente e em cada ilha. 
atè que o mundo inteiro, resgatado, 
de polo a polo repeti u um brado, 

o brado da vitòria, 
que vive em ecos atravès da histórial 

Quem te nào ama. eterna ciaridadc, 



L>70 



quc abres o oèu eni càrccres sombrion, 
que enches de amor e fé a mocidade, 
e no8 velhos accndeB vclho» brio8 
que Ihes relembram a primeira idade T 

Tu 08 a inen8ageira 
da paz e da ventura que anelamoA ; 
o« ramo8 da tua àrvore 8iio ramo8 

da propicia oliveira 
que 8e reclina 8Óbre a no88a festa, 
e que a nÓ8 todos carinhoBa presta 

a Bombra hoBpitaleira. 

Tu dà8 lorga à palavra 

e a8a8 ao pensamento : 

a ardente fé, que em nesso peito lavra, 

expande-8e, transcorre nuni momento 

a terra, o mar profundo, 
OS hemisterios ambos, todo o mundo T 

Tu, inundada de uma luz divina, 
alumias os fracos e oprimidos ; 
surgindo tu, rolam grilhòes partidos ; 
prestes se apaga a lutuosa crina 
do cometa fatai do despotismo ; 
extinguem-se as alàmpadas da orgia ; 
OS fariseus ocultam-se nas trevas ; 
e so tu, deslumbrando-nos, te elevas 
«òbre as cinzas da velha tirania I 



280 



No tempio da juntìt^a, eÌ8-no8 curvado» 
porantc a aurèola que" te cinge a frente ! 
lÀ fora, OB vendilhòcH e o« renegadoH ! 
Cà dentro, a le e a anpira^^uo do cren te T 
E a aHpiravAo altÌ88Ìnia, que invade 
o 8eio generoBo de quem te ama, 
o voto que o8 teu8 crenteB niaÌ8 inflama» 
é morrer eni teu8 bra«,*08, Liberdade T 



A PASTA DE UM MINISTRO 



(Ao Dr. Gama Finto) 



I 



Eia saia triunfantc, cheia, 
^legrc, rubicunda e Batinfeita, 
tornando pela rua mai8 di reità 
que leva ao real pa^o, onde pompeia, 
entre festòea e pùrpuraH e renda», 
a chancela das grac^aH e prebendaH. 



II 



E todo» e8tcndiani olho8 àvidoH 
para o bojo da pasta, hùo, repleto ; 
e, Hofreando o cora^ào inquieto, 
abriam alas aos corcèin imp^vidos, 
que levavam a pasta deslumbrante 
conio uni raja num dorso de elefante. 



282 



III 



K a» ala8 munnuravam em Bcgrcdo : 

— « Que leva a pasta ? Nào haver quem entrc 
iiaqucle estranilo e avermelhado ventre I » — 
E urna viùva suspirava a medo : 

— « È talvez a pensào I talvez, . . »^— E uni padre : 

— «Tcm inaÌ8 um bÌ8po a noBsa Santa Madre.. . » 



IV 



— « Eni iitn vou ser barAo I » — otitro dizia, 
poÌ8ando an niàon na refegada pan^a. 
Um patriota : — « Firma-He a alian^*a 
de Albion coni a nossa monarquia I » — 
Uni politico : — « Eu jà o tinha dito : 
vai A8trcia reinar no nieu distrito. » — 



Uni servidor da patria : — « Os nieus servi^os 
vào ter o galardAo, o justo premio!» — 
Uma elegante . — « Eie pcrdeu no (ìràmio 
uns quatro contos» mas o8 nieus feiti(;o8 
conquislarani da sàbia ditadura 
para nÒ8 doÌ8 a perenal ventura. » — 



28;i 



VI 



Uni trufìcante ; — « TemoB jà Governo 
que reinunere amigo» prcstadioB ; 
entro na alfàndcga ; e o cunhado e o8 tiott 
là -entrarào, quando chegar o inverno. » — 
Um proletàrio ; — « Mcsmo assim servente, 
jà se pòde ter cana e cama quente. » — 



VII 



Um nàbio, quane a crer na Providencia : 

— « Ale que em tini houve um ministro auiigo, 
qt|e me viu e que di88e là consigo : 

— nào é bonito enlbnicar a ciéncia T — 
e por decreto vai mandar-me em breve 
tratar de bombas, que è oficio leve T » — 



Vili 



K a pasta prosseguia em 8eu caminho, 
serena, impermeàvel . . . Quando a abriram, 
um rato e uma gran-cruz dela sairam, 
um cònego, um fiscal, um baràozinho, 
um sino, trés comendas, uma estrada, 
um escàndalo relcs e. . . mais nada. 



ATALANTA 

(A GoNCÀLVES Viana) 

Era urna vcz um rei. Tinha iinia filha, 
tiìo formoBa o galante rapariga, 
que era a mai» decantada maravilha 

de loda a Grècia antiga. 

Aleni da» gra^OH. era ennobreeida 
de tanta agilidade e tanta ior^a, 
que deccrto cxccdia na corrida 

a rapidez da cor^a. 



Reque»tavani-na niil; ma» cntrc todo» 
,», queni «cria o fcliz, <> ospòno eli ito? 
Ci«niava o rei, buncando tra^a e modo» 

de decidir o pleiio ; 



2s:> 



e rcHolvcu-o eni firn doHia maiieira : 
— Se alguiii de vòh portJ*iii deHtrcza tanta, 
quo velica tninha filha na carroira, 

p08iiuirà Atalaiita. — 

Ei-loH a poHtoH. Cada qual se enipcnha 
por correr ma in que a cnplèndida priiicewa. 
Ma8 e dobalde: ninguùni ha quo tenha 

a iiic«ina ligeireza. 

llipònieiieK, um nio^o dennaH eras, 
provado atleta, donairono e amante, 
rocca va. e pungi a-lhe de ve ras. 

nào Hair triunfante. 

Connultou tudo : o amor, a eiència, o agoiro ; 
e, a voz do amor, «ecrela e li^onjeira, 
Hobravou um cahaz de pomoH de oiro 

e lanv'ou-Hc a carreira. 

Corre a par Atalanta, acompanhando 
OH largoH paHHOH do nagaz vizinho, 
que a pouco e pouco oh pomon vai largando 

ao longo do caminho. 

^, Quem pòde renintir a pomon de oiro? 
l)Ì8trài-He a velocipede garbona, 
e, Hcm temer derrota nem dcHdoiro, 

OH pomoH collie anniona. 



28(> 



K, eni quanto eia 08 apanha, o movo atleta 
Hofregamente o8 panno» agiganta, 
do percurno ajuntado chega à meta, 
» e. .. venceu Atalanta. 



Venha a moralidade. VÒ8, leitoran. 
perante quem nò», homenn, nada uomo», 
^, Heriei» por ventura vencedora», 

perante aquele» pomo»? 

1875. 



ALMA VIL VA ^ 

(AO CONSELHEIRO I.. G. REIS TORGAL) 

Passaste junto de mim, 
e nào me esqueceste, ere : 
no mundo, que te nào ve, 
nunca vi tristeza assim ! 

Nos olhoB, bagas de aljòfre, 
o Bèlo da dòr na face. . . 
Gusta crer que aiguém passasse, 
sem ver que tua alma sofre I 



* Éstes versos lograram urna bel^ tradufSo alcman do Dr. 
Wilhelm Storck. É a scguintc : 

VERWAIST 

Gingest rasch an mir voriiber, 
Doch ich mcrktc wcr du bist ; 
Auf der Wclt, die dein vergisst, 
Sha ich nie ein Wcsen triiber. 



oss 



So o pobre cantador, 
que cBpreita a» dorè». e o» ai», 
pòde ver que, entrc o» dcmaÌB, 
nfto ha litgar para a dór. 

l'm ai é grito imprudente, 
que vai desiblhar as rosa» 
da» alegrias ruidonas 
de UHI tripudio pernianenle. 

PansaT Nào chore» aqui, 
no meio da multidùol 
nùo abra»'o cora<;iìo 
aort que 8e rieni de ti I 



Dei ne Perlenaugcn tragen 
Eingepragt dein Schmerzgeschick : 
Wer elicli streift mit fliicht'gem Blick, 
Ahnt, dass Weh'n dein Ilerz zernagcn, 

Xur der Sanger, der hienieden 
Mitempfindet Leid und Last, 
Wciss, dass solchem Grame Rast 
Untcf Mcnschen nicht beschicden. 

Seufzer sind verhasste Hauche ; 
\Vo sic weh'n, da werden niatt 
Und verwelken Blut'und Blatt 
An der Weltlust Roscnstrauche. 



289 



Vai! A8 Aolidòes procura, 
onde habitam as pantera» : 
talvcz a0 bàrbaras feran 
tq reHpeitem a amargural 

£, quando a noi te surgir 
do fundo da solidào, 
chora, expande o cora^ào, 
quc i\H fera» nao Habcm rirl 



Geh vorbei und birg die* Leiden 
Vor der Nfenge, kalt wie Erz ; 
Klagst du, wird sie deinen Schnierz 
Doch verhclien unde dich meiden. 

Kern bei Panthern und Hyiinen 
Snche R uh 'und Aufenthalt, 
Ob vielleicht das Wild im Wald 
Habe Mit;^efuhl fìir Thrànen. 

Wenn alsdann auf Còh'n upd Thalen 
Ue^t ^cbreitct dust're Nacht, 
Weine nur ! kein Wesen lacht 
In der Oed'ob deinen Qualen. 

(Aus PoRTi'OAL UND BRASI L1EN, Augavahltf Gtddihtey 
^ P. 235). 



IH 



A UMA PIANISTA 



^, Nào vez aquclc Era ni, uni nioiiHtro de madtlra, 
abandonado, trinte, ao canto de uni a naia ? 
Parecc dormitar ; nfto ouve, nfto te fala ; 
dcHcanna ali, tal vez, prostrado de canneira.-' 

PoÌH beni I E«cuta-o agora : e«trenicceu ! suspira I 
e cinnia T e devaneia unn intimon «egredos I 
() monntro chora e ri I exalta-ne I delira I. . . 
E que 8entiu no dorso oh teuH forniosos dedos. 



CONSOLAgóES 

(A M[NHA Dora) 

Teni e8trèla8 no seio a noi te fria ; 
a nuvem negra beija o 8ol na altura ; 
no carcere penetra a luz do dia, 
e o pirilampo na caverna escura. 

Aonde haja urna Bombra ou amargura, 
dence uni confòrto, um raio de alegria, 
poÌ8 até a algidez da sepultura 
Hcnte o calor do8 beijoB da poesia. 

So eu. . . DirieÌB que um azar daninho 
anda eBtendendo em todo o meu caminho 
8onibra8 tri8tc8 de tristes mancenilhas. . . 



Ma8 nào I sei que é feliz quem tem ao lado 
o còro alegre, meigo e dcscuidado 
de umas crianc^as a que chame fìlhas. 



DISTICO 



(A MiNHA Antonia) 



O tcu pintor foi infici ; jà sabes ? 
delineou-te, è verdade, a face pura ; 
nào eequeceu o olliar que refulgura 
e eni quc o meu pòbre cora^Ao abranatf ; 
copiou fìelmente cada linlia, 
cada 8uave curva do teu ro8to, 
teu cabelo a ondear ; ma». . . adivinhal 
man occultou-tc a» ana». 



ESPOSA ^ 



I 



Venho do mar. . . E8cuta-me T 8ou nàufrago, 
que vem cumprir um voto, e descansar. 
E sagrado o meu voto ; se è sagrado I 
Ter fé, mal sabe quem nAo ha lutado 
com as tormentas eni revòlto mar. . . 



1 G admiràvel poliglota e poeta italiano Marco Antonio Ca- 
nini honrou éstes versos com a seguiate tradu^So, no seu monU' 
mental Libro delV Amore ^ (voi. Ji, p. 178): 



Vengo dal mar: m'ascolta. . . Sono un naufrago^ 
Che vuol compiere un voto e riposar. 
Oh, come sacro è il voto ch'ho formato! 
Mal tiene fede chi non ha lottato 



294 



II 



A Vida e o mar cavado, o negro vòrtice, 
em que se abisma a fior das ilusóes ; 
e è dènse mar que eu falò, ò oiinha santa! 
mar que amiùde ruge e se ale vanta 
nas suas infìnitas solidòes. 



Ili 



Sempre aos ouvido8 um concèrto horrisono, 
ondas e vento», raios e escarcéus, 
ó I lutei, lutei multo I e nos escolhos 
a noi te era tao densa, que meus olhos 
em vào se erguiam, procurando os céus I 



Con le procelle di sconvolto mar. 

Profondo è mar la vita, è negro vortice, 

Ove d'ogni illusion si perde il fior. 

Da questo mare, o mia santa, vengo io, 

Che turge con imn\enso fragorio, 

Ne' cui vasti ermi pian sede ha l'orror. 

Il terribil concerto udia, che i fulmini, 

I gonfi cavalloni e i venti fan. 

Molto ho lottato ! . . . Alzando gli occhi miei — 

Si densa era la notte — non potei 



295 



IV 



Algumas vezc8, um fugaz relàmpago 
ronipia a cu8to a cerra^ùo fatai ; 
e a voz distante de ignorada ondina 
penetrava no neio da neblina, 
quase impondo 8Ìlcncio ao venda vai. 



V 



E que eni teu seio virginal, ca»tÌ8»imo, 
ecoàra do naufrago a oragào ; 
e quando, extenuado, aemi-niorlo, 
alcancei o sereno e amigo porto, 
meu olhar nào buncou os ciùs eni vào. 



Scorgere il cielo, e l'ho cercato invan. 

Talora il tenebroso aere un fuggevole 

Lampo fendeva a malappena, e in sen 

Della nebbia la voce penetrava 

Di sconosciuta ondina: impor sembrava 

Ala procella che venisse men. 

Nel tuo petto castissimo di vergine 

La preghiera del naufrago trovò 

Un'eco, e allor che stanco, mezzo morto, 

Il tranquillo raggiunsi amico porto, 



^Ju^ 



«niàiÉÉJttinBy* I 



296 



VI 



Cumpro o meu voto; e, corno ofrcnda htunilima» 
todo o meu ser depónho eni teu aitar. 
Pertcn^o-te I e 08 joelhos dobrar quero 
junto a teu8 pès, no santuàrio austero, 
no tempio augusto, que se chaiua — o lar I 



L'occhio mio il cielo invano non cercò. 
Compiendo il voto, l'esser mio, qiial umile 
Offerta, ecco depongo sul tuo aitar ; 
£ chinare i ginocchi ora a' tuoi piedi 
Me nell'augusto santuario vedi, 
Che tetto conjugal suolsi chiamar. 



IRMANS ? 



(AO CONSELHEIRO VENCESLAU DE LiMA) 



Ku vcjo-a8 tao diferentes 
no ro8to e no cora^ào, 
qtie éstes pequenino» entes 
parcce que irmans nAo 8ào. 
Unia, — Lili, — a main velha, 
toni no8 olho8 tran8parcnte8, 
azuc8 conio o céu de um lar, 
a 8uaye ondulaQào 
e aquela fugaz centelha 
que a 8uperfleie do mar 
ca8a ao8 beijo8 do luar 
e ao8 beijo8 da vira^ào. 



Qucni a vir dirà que é feita 
de ro8a8 e de marfìm. 
Alta, e8for9ada, perfeita, 
nùo admira se é vaidosa.; 
e tenho atè para mim. 



2!)8 



que eia pròpria »c dcleita 
por 8C conhecer formoaa. 
È volùvel, caprichona. 
obaervando as tradi(?òc8 
do 8eu 8exo. 

Aiiibicio8a, 
eia entre8onlia 8aiòe8, 
paÌàcio8, dianiante8, 8ÒÌ8, 
e embriagain-na o8 te8t6e8 
que a fama vota ao8 lieróÌ8. 

No 8eu càicuio lià frieza 
e aitibi^ào profunda e rara 
a8 vezes, pói-8e a inedir 
a di8tàncìa que a 8epara 
do8 pa<;o8 de urna duque8a, 
e a ver 8e lià de preferir 
ao8 arminlio8 da reaieza 
o turbante de um oniir I 



II 



Outra, a maÌ8 nova, — Corina, 
mode8ta corno a8 vioieta8, 
guarda na8 pupila8 preta8 
a luz casta e diamantina 
que consteia e que iluminu 
a 8olidào do8 ascetan. 



299 



O aeu roBtinho moreno, 
docemente contornado, 
rclembra o tra^o inspirado 
de um Velà8quez retocando 
um belo quadro pequeno 
para um tempio venerando. 

Meiga, timida e 8ingela, 
<)8 bardoH do romantinnio 
eram capazes de pò-la 
junto de alguma gazela, 
e ao lado de alguma ròla. 

Ambi^òen, beni poucas teni : 
o 8eu niaÌ8 vivo de8ejo 
cifra-8e 08 veze8 num beijo 
de 8eu pai ou 8ua mài. 

Outra8 veze8, 8e procura 
diver8de8 em ponto e8tranho, 
toda 8e prende e medita, 
vendo um formoso desenho, 
uma gravura bonita. 

Tem uma e8quÌ8Ìta e88ència 
comò a llòr do sentimento : 
treme e descora, se o vento, 
a^oitando coni violència 



300 



as mioBotes dos canteiron, 
espalha no firmamento 
comò que um triste lamento 
de pà88aro8 agoireiros. 

Devaneia, é cismadora 
e tem 8UBpiro8 na vòz ; 
à8 veze8, medita a bòs, 
parece quase senhora, 
eia, que pede ao8 avÓ8 
conto8 para adormecer, 
e a ben^am consoladora 
que dito8a a ha de fazer. 

Ili 

Kstan dua8 criancinhaB, 
tao diferenteB em tudo, 
vede, Bào irmans contudo, 
e, vede, s&o ambaB minhaB. 

O Bangue le-laB irmauB ; 

ao nieu bra^o ambaB se amparam ; 

Bào duaB freBcaB manhauB 

que ao meBmo boI arraiaram ; 

comò Be cu ìobbc um pintor 

de duaB diversaB telaB, 

o amor que Binlo por elaB 

é BÓ um e o mcBmo amor. 



DEUS 



(De uni a poema dan eacólas») 



(A Alberto Osório de Castro) 



I 



Ser do8 sercs, grande, iniinenso, 
omnipotente Senhor, 
a ti o Bagrado incenso 
do no88o candido amor. 

Tu, quc CHpalhaB luz eni tudo, 
do univcrno na amplidào, 
aluniia o nosso estudo, 
acendc a nonna razào. 



Tu, que én nàbio nem segundo, 
mo8tra-no8, deixa-noa ver 
08 precipicio8 do mundo 
e 08 caminhoB do dever. 



302 



Tu, que a terra e o8 cèus domina». 
e8cuta-no8 coni amor, 
que 38 no88a8 mftos pequeninas 
para ti se erguem, Senhor. 



II 



À noite, em funda abòbada, 
a lua palideja, 
comò 8uave làmpada 
em solitària igreja; 

e, num sonhar dulcissinio, 
as timidas crian<;a8 
elevam-te a alma ingenua 
num còro de e8peran<;a8. 

De dia, entre o murmùrio 
que a vida denuncia, 
a no88a voz e clntico 
de cstranha melodia ; 

harpejo de innocència, 
dulci88ima quimera, 
que vai unir-se às mùsicas 
da celestial esfera. 



Ili 



É magcBtoso e desmedido o oceano ; 
do etereo espa^o ninguèm viu a méta ; 
nAo tem limite o pensamento humano ; 
ndo tem eonfin» a a8pira<^^Ao do poèta. 



303 



Porém mais vasto que a amplidào do espa^^o, 
mais magestoso que o oceano immenso, 
raaior que a ideia com que o mundo abrado, 
ÒH tu, que o mundo tens na mào suspenso ! 



O LIVRO DE CORINA 



Kìh o teu livro, filha : cntuda, apreiide 
quanto eie em ni contem, 

quo deHrtc e^tudo è que talvez depende 
() teu ùnico beni. 

AquoloM livros grande», eni que esludo 
a Vida, o enigma, o xÌ8. 

nào dizem, meu amor, nào dizem tudo 
o que o teu livro diz. 



EI08 tiram a fé, liram o alento, 
para o vàcuo deixar ; 

e o teu livro avigora o penHamento 
para crer e lutar ; 



:50:> 



4:rcr no» milagrcH que o trabalho «péra 

ao8 olhoH da razào ; 
lutar para vcncer da »orte fera 

o ignòbil hintrìào. 

Para que cedo no teu livro colha»« 

a ciencia do beni, 
o livro teni apenan duan follia^, 

— teu pai e tua mai. 



i . 



Vt 



O MIA P()1;MA 



(A Mani LI. Diakii-, ih-: Almeida) 



Suo diian tnlhas de rima 

«IH tuan fiK'CH, LUÌ : 

e, ao niemiK) tcinpt», »no iolhuH 

da opopt ia gloriola 

quc cni Kli as do cìm l'Hcrovi. . . 



II 



\\H o iiieii iiiilhor poema, 
o nunca li ouLro aHHÌiii : 
Lc'Hbin, ì.ronora, nratricc. 
Cariota, flrtldOa, Iratvina, 
valein nirnoH para mini. 



:i()7 



III 

« '^ 

E88a plèiade hrilhante 
clan glórian que te apoiitei, 
cleHile Ti buio a tè Goethe, 
e desde Homero atè Dante. . . 
adiiiir(>-a8l nunca an aniei. 



IV 



Kh o poema que eu leio 
coni efuHào, coni amor ; 
e, quando niaÌH te comtemplo, 
e quando te apèrto ao 8eio, 
confundeni-8e obra e autor. 



V 



Te UH radioHOH oihare8 
hAo opt8ÓdioH, ao8 mil, 
eni que a8 docc8 serenatan 
dan noite8 peninHuIareK 
elanguecem no arrabil. 



* 



308 



VI 



SàO doÌ8 VCr808 08 tCU8 h\bio8, 

de rima tao naturai, 
qttc até, por aì 8Ó, 8eriani 
no conceito do8 niaÌ8 sàbion, 
uni perfeita madrigal. 



VII 



A tua voz argentina 
reaalta, vibra. 8eduz, 
niai8 frc8ca, niaÌ8 perfumada 
que a toada canipe8ina 
de um trovador andaluz. 



Vili 



08 raio8 azuc8, etéreon, 

do teu doce e ca8to olhar, 

•ào corda8 de urna harpii e8tranha 

ou inyÌ8ÌveÌ8 8altério8, 

de urna harmonia sem par. 



Ot) te ut» dcdoH pequcnlnoH 
— e nfio se ria niagiièml — 
HiVo prlmoroaaM qutnlilhaK ; 
e n\aì» delicadoit hinott 
.Safo e Pindaro nfko tòni. 



t) teu cubelo, tAo loiro 
l'omo o» trigais do verflo, 
é a harmonia que ha multo 
te cxpandiu em chuvn de oìrt 



a orlai,' fio. 



Até dormiiido, parcce 
que Irrompe do tcu Honhar 
Ulna tonda tAo santa, 
conio iiin murmùrlo da prece 
1) tiorn crespuHcular. 



310 



XII 



^, Nào C8 poi» o meu poema ? 
o nielhor que ainda li ? 
Lesbia, Leonora, Beatrice, 
Cariota, Haidùa, Iracema... 
todan enqueQo por ti. 



XIII 



Na tua cùti8 de ncda 
encadernado a primor, 
tenho o meu livro sagrado, 
— o Alcorao, a Bihlia, o Veda, 
que me enche de fé e amor. 



XIV 



Quando na bora nuprema 
meu8 olboH nfto posHam ler, 
eu quero, iilba dilecta, 
na8 fòiba» do meu poema 
reclinar-me e adormecer. 



Ol TRA IIl-RO 



Iteiii nei : tcn» noM>u> iilhni' i> lucilo detti uni brìi li te, 
H Istillici) Kit:, q in^gL-o ortplL-iidor. 

1 l.t'iiiìtlro, o pobro ntiiunle. 



MiiH ole ora uiti oiiitadii i- doHtro nadador, 

e e» niHl loiihci,-» « mar, do«i.omunal gigante, 

t[ii(.' i> Mangilo me enregtìla e nio cnchc de pavnp. 

Apag:), a|iii)ra poÌH eHito fui'ol bi'iihaiitc, 
i|uf eli niVo Mei «optar da» <mdatt o fragor, 
e niiiien ehegarei à tua lu/ diittantc. 

NAO nii: eittendtiM <> olhur; ijiie. «e iitrae dùlc eu f6r 
por èie e pura èie, hA« de no meanio imitante 
«entir qiie naiifraguei no mar do tcii amor. 



VM PRÒLOGO 



(Ao Padkk Am«')MO José de Almeioa) 



l'in verHÌHUi, na epoca prcncnte, 
vc-Hc CHI apertoB 8Ùrio«, e eu que o diga, 
A quoKtru) è de a8»unto. Toda a gente, 
ha tcmpoB a e8ta parte, nata e briga 
por enccmtrar o xis de mil probleman, 
entre oh quacrt Hobrenài, valha a verdade, 
dencobrir excelència e utiiidade 
ein vcPHOH e poeman. 



Se alguem se Icnibra de cantar a Ina 
cu o Hubtil aroma dan violetaa, 

apenan Hai a rua 
è pònto na irniandade don pateta». 



Se outro poèta, meno» vittiomirio, 

aceita o inundo conio ole é, e o canta, 

e tal o borborinho qiic Icvanta, 

que O pai a Hlha diz : — Nflo Iciaa, pomba I — 

K o rcalÌHtno, «egulndo o scu fndàrlo, 

maldito pela» dotnas, nolltàrio, 

atìra ao vento iniprecai;òes do arromba I 

e o còro angelical 

da» Fillias de Maria 
opOi a llòr do Bcm à fior do Mal ; 
filli horatt de dulcioeiina ironia, 
)oólha noM cittrado»» do nratòrin ; 

t', crj^iiondo a» niAo» ao cl'U, 

Huplica para o atea 

a lu/. do pur^ratòrio. 

So alguèm invoca a mumi Hocìaliitta 
A milita deitgrcnhadtt do» conibates, 
apelidam-no logo de utopista, 
HO o iiAo inelcm na caHa do» oratCH. 
Dizcni qtie a liberdade preiÌona 
mìo mareha ao non de rAncidaH eantigat : 
qitereni que o bard»> fin,-a ao estro fignH 
ou que Kc L'spliquc um prosa ! 

Se outro, guiado pelo deus da parrà, 
eru/.a, alta noitc, o» beco» e a» viela», 
tirando da guitarra 

» que Hoheni A» janelaH, 



:n4 



<)8 HÌnÌ8tro8 ageiitcrt da policia 

nào o perdein de vÌ8ta ; 
HotVe do ba(?o e morrc da ictericia 

o languido fadìsta. 

Ma» nùo pcQBem quo tòmo aqui a peito 
urna cauHa em que ha tantas desavcav^H : 
jur/ oni causa pròpria, hou Huspeito. 
luìo devo neHtc caHo dar 8enten<;a8. 
Ku quisera vingar-vo8. ò poèta», 
ciiigir-vo8 de esplendente claridade, 
quebrando impàvido a» ervada» seta» 
do8 vÌ8 iconocia8ta8 desta idade. 

Quisera, ma» nùo jossol 
nào 8iii das treva» a inimiga gente, 
o ninguùm rezaria uni padre-nosso, 

por alma do valente I 

() que eu posso e abrir o vosso nome 
no meu àlbum da» intimas memòria», 
e confiar que o tempo córte ou dòme 
a» jubas irrisòria» 
de un» pobre» hi»triòe». 
que veni ao circo em traje de leòc». 

Vinto que o» deu»e» e o» lieròi» antigo» 
deixaram a» pièrides viùvas, 
sercis, ò nieus amigqs, 

im meus heròi» de chapeu alto e luva». 



in 5 



O aHHunlo mìo è velho, è don mais novos ; 
reapeita as cren(;a8, nùo cscandaliza ; 
nao cnvenena o cora^ùo do8 povo». 
e nào é fittil, porque nao 8oÌ8 brÌ8a. 

Talvez que aesim algum burgues rotando, 
de rubra face e tùmidos redcnhos, 
demore a vinta, ao mcno8 uni 8egundo, 

no8 rsìpidos desenho», 

que cu dcHCuidoso tra^o 
Hobre umaH ti ras de papel alniav*o. 

Nclan bei de enquadrar uman fìguras, 
que eu mìo juigo retrato8, francamente ; 
tiìo pouco a8 chamarei carìcaturan, 

que fa^am rir a gente : 
Hcnìo pertì8 de certa8 criaturaH. 
CUJ08 avoengo8 deram volta ao Pindo, 
pa»8aram as vertente8 do Piério 
e pelo mundo foram de8parzindo 
o 8om, que ao no88o ouvido inda retumba, 
da lira, da teorba, do salterio, 
e talvez do realejo e do Zabumba. 



TRANSFORMISMO 



(A SiiA'A Gra<;a) 



Vaciln-no8 a razào, 
ao ver quc a filonofìa 
vai de teoria em teoria, 
da dùvida a nega^ùo 
e da negaQAo à crcnva, 
deixando um tenue clarùo 
no enpirito de quem pensa. 

Por 8CU lado, a natii reza 
guarda non neion profundo» 
aquele cadinho màgico, 
em que oh àtomoH e oh mundon 
«e trannibrmam, Hob o impèrio 
de minterioHO alquiminta 
que OH nùo deixa perecer : 
quando oh pcrdemoK de vinta ^ 
apenan mudam de ser I 



A estriil», a nuvcin. a pianta, 
o rochcdo, a fera, o homem, 
a alma vii e a alma «tanta, 
a matèria 

nfto morrcm, n&a ne e 
Hùo BK eterna» crimtlidaH, 
da mala variada eKHèncla, 
quc, no cHpaV'o de um ttegundo, 
paHHam de uni a outro mando, 
è ile urna a oiitra c\ÌHt£nciaI 



À I quando otta lei suprema 
OH noHtto)! lare» Invade. 
e dei>padat,-a o poema 
da no8Ha felieidadu, 
levandonoe e mei mente 
' um filhodouoxKo amor: 
aquele «er innocente, 
HO deixar-no» na anniedade, 
KC);ue a eterna e fatai norma : 
— transforma-ne. . . na Haudadc I 
ma» eata... nùo «e trat>MforniaI 



OUVINDO MUSICA 



(A MiMiA Flavia) 



AntroH caddi tCH do nieu cju de cHtio, 
nuveiiH erguidaB de le tal paùl, 
fréiiiitoH de alma eni virginal ciclo. . . 
perdei- V08, notuM, na ainplldAo azul I 

Mànica, ensencia de igiioradan tlòren, 
Kilfo Hubtii qiie niiiguèm pòde olhar, 
oi^o-té iiH vezcH HU8pirando amores ; 
outran, te Hiiito de prazer arl'ar. 



K8cuto Verdi, e ao all:o creio erguer-me ; 
Bellini cHCiito, e eÌ8-iiie cinmando a mìa : 
^, onde te c8Conde8 do terreno verme, 
gènio quo innpiran a terrena voz ? 



O );ùni(> exiurel ha urna Tòri,-» ignota, 
vibrando a» corda» quc noHi«a tilma tem I 
no tènue hnrpcjo v nu Hublime nota 
miHicrioH h&, quc nunca viu iiinguómi 

Man cu, ó gùiiio. leio oh leu» iwgrodoH 
no livro oculto. onde poinantc a ni&o ; 
i' ptVro ubsorCo. a contemplar una dedoK 
qtw «òbrc a» tecliitt adcjando vflo ! 



■ 



! 



JORNADA VI 



O LIVRO DE JOB ' 



(EXTRACTOS) 



21 






!■ 









i 



Palavras de Bulhào Paio 



Hontem, Coelho de CarvalhAo, eom oh 
Sai mas ; hoje. Candido de Figueiredo, coni 
O Livro de Job. Tivera cu pulso^ que ainda 
me deitava às visòes de Lsaias : 

«Ail da multidùo de numerosos povoH, 
semelhante ao estrondo do resoriante mar ; 
e desgragado o tumulto das gentes, que é 
comò o sonido de muitas aguas T » 

Como o8 versiculos do genio, que inspirou 
a Miguel Angelo uma das suas mai8 arreba* 
tadoras fìguras, deviam sobresair nos nossc^ 
amplos e resonantes decasylabosT O livro 
de Job é o reportorio de todas as trintezas 
humanas. Salteadorcs Icvam o gadoe passam 
a ferro trio o8 famulos do homein justo, O 



■Ifrt 



:)'JI 



fogo do celi abrasa-lhe as ovelhas e fulmi- 
na-lhe o8 pastores. Uni desgarr&o, improvi»o, 
arrasa-lhe a casa, onde se banqueteiam os 
filho8, e sepulta-lhe a prole. Agora leàmos 
este» masculinos e formosos versos de Can- 
dido de Figueiredo : 

K di88e : — « Nù nai do ventre niaternal, 
iiù deixarei a vida, e nào me adtnira : 
Deu8 concedeu-me intiito, e Deu8 o tira. 
So ó, poÌ8, de teu agrado que o mortai 

gema 8ubmer80 em dór, 
bendito peja o nome do Senhorl» 

E em tudo quanto dinne, 
nunca do8 lùbic)8 «euH 
Baili lima palavra 
Con tra Deu8 1 

Quando as serpentes, em fogo, mordem 
a carne viva de Job, a fibra humana nào 
póde com a dór incomportàvel, e, o proprio 
exemplo da paciencia rompe em gemìdos. 
Que bellos versos, e^tes do auctor do Tixsso 
e das Parietàrias, lyrico eminente, e mastre 
da lingua: 



'A2:'y 



Como um escravo, a quem o 8ol requefma, 

sombra procura ; 
comò o trabalhador, que anela o termo 

da faina dura, 
asBÌni eu tenho, cheiae de agonias, 

noites e dias. 
Oxalà, quando ao sono inclino a face, 

nào despertassel 



• i 



Quem trabalha sabe do esforQo que em- 
pregaram os traductores dos Salmos, e do 
Livro de Job, no lavor da sua obra. O gran- 
dioso d'estes extraordinarios poemas està 
principalmente na concisao e fia simpleza; 
duas das mais dittlceis. 

Condic^ào da arte, a que se reune uma 
terceira : a clareza. Concisào, simplicidade e 
clareza, na arte — ia ^ dizer em ludo — é o 
segredo do genio. O nebuloso, ainda que se 
tome perceptivel, a forcja de empregar atten- 
gfto, nào póde jumais hombrear com a 
transparencia, que nos deixa vèr claro o 
pensamento, comò o lago limpido entremos- 
tra, là no fundo, a areia loira, a vegeta9ào, 
OS seixos polidos, ou os coraes e as perolas^ 



:J2(» 



He a8 tiver. H'ahi, para o8 ti*ÌEiductore8 don 
Saltnos, do Livro de Job, de Jeremias, de 
Isaias, do Cantico dos Canticos, numa pala- 
vra, muitas vcze» impossibilidade de bater e 
apriniorar o verso, por que d'essa feitura 
resultarla uni rclevo nocivo a naturalidade 
do assumpto. 

Àinda, nesta cnienta, offerego alguns ver- 
^os aos leitores da Tarde: 

SorrÌH-lhe uni pouco e, apó», lan^aB 8obre elle 

negro tormento ! 
Quando perni iliraH que eu HÌnta alivio 

por uni momento ? 
Pequei ! Tu, cujo olhar o mundo abrai^a 

di/o o que eu faqix, 

Por que e que a ti contràrio me (ìze8te, 

e a mini penado ? 
Por que nao queren expungir clemente 

o meu pecado ? 
No pò irei dormir : de madrugada, 

nào »5c»rei nada ! 

Job implora a Deus que o nao aterre: 

Tira de nobre mini a vara que me enniaga. 

nào me prenda o terror, que a inteligencia apaga. 



327 



e falarei cntAo, deixando de tremer, 

que, chcio de pavor, nào posso rcHponder. * 

Apesar da e8tagna9ao do mercado, nos 
ultimos nieses a corrente de versos tem sido 
abundante. 

Haja, ao mcnos, alguns devotos verda- 
•deiros na religiao da arte, ju que na do 
tempio a maior parte dos beatos... suo 
falsos I 

Monte de Capa ricci — Torre. 

(No iornal Tarile, de 20— vii— 94. 



BULHAO PATO. 



I 



L 









' (! 



t. 



Paiwras de Trìndade Coelho 



E dever de nÓ8 todos felicitarmo-nos pela 
difflcilima obra emprehendida e levada a 
cabo pelo sr. Candido de Figueiredo, e agra- 
decer-lh'a multo. A tradu;;ào em versos por- 
tuguezes da historla de Job constitue uni 
verdadeiro monumento, erigido na história 
litteraria de Portugal a fama e à gloria dum 
poema que, tendo de existencia quasi très^ 
mil annos, pussue, todavia, a actualidade 
das eternas maravilhas do espirito humano. 

«Traduzido embora em quasi todos p» 
idiomas antigos e modernos, — diz o sr. Can- 
dido de Figueiredo, — é certo que a poesia 
portuguesa ainda o nào transplantara para 
as suas fórmulas, conio tem feito aos Salmoi^ 



a30 



ao Cantico don Cànticos, ou fòsse porque a 
muitos 86 aflgure ingiório o mister do tradu- 
tor, ou porque muitos hajam hesitado p2- 
rante as enormes dificuldades de urna accei- 
tavel traduyào, em verso, do livro de Job.» 

Fez, pò rem, rosto à difficilitna e honro- 
sissima tarefa o sr. Candido de Figueiredo, 
e honra Ihe scja pela coragem. Sào.hoje 
muito numerosos, é certo, os trabalhos de 
erudi^^ào interpretativos da historia de Job, 
Mas tao difflcil é ella de entender, e tao di- 
vergente», em muitos pontos, os juizos dos 
exegetas, desde S. Gregorio de Nauzianzo e 
S. Jeronymo, atc Renan e Hirzel, que é difti- 
culdade critica, chela de temerosas respon- 
sabilidades, adoptar està ou aquella exegese, 
ontre tantas e de tamanha auctoridade T . . . 

Somme-se com isto, ademais, a difficul- 
dade accidental, mas litterariamente de pri- 
meira monta, de vazar ani verso o obscuro 
texto, — é a impressào que nos advirà do 
traballio do sr. Candido de Figueiredo ha-de 
rerider-nos, deante d'elle, na mais justa e 
perduravel admirai^ào. 

Quem conhece o illustre escriptor sabe. 



3rii 



ile antemào, quanto elle é meticuloso em 
assumptos litterarios, — e tem, por isso, a 
convicQào antecipada da superioridade e ex- 
cellencia da sua obra. Erudito alem de poeta, 
e philosopho alem de erudito, ninguem com 
effeito, melhor do que o sr. Candido de Fi- 
gueiredo, podia, entre nós, cometter aquella 
empresa. E pelo que respeita à execupao lit- 
teraria do poema, aguentado de principio a 
firn, numa corageni que or^a pela temerida- 
de, em versos sempre rimados, basta dizer 
que o proprio Joào de Deus, o genial adivinho 
do Cantico dos Canticos e dos Proverbiosi, 
subscreveria sem objecgòes a grande maio- 
ria das suas paginas, e as mais diffìceis. . . 
O advento, por conseguinte, do Livro de 
Job, tao castigo e formoso na sua linguagem, 
comò correcto e commovido na sua poesia, 
marca na moderna historia litteraria de Por- 
tugal uma das suas ephemerides mais nota- 
veis. A ella fica indissoluvelmente ligado o 
nome do sr. Candido de Figueiredo, e pode 
contar, por isso, com beni perduravel t'ama. 

Trixdade Coelho. 



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O LIVRO DE JOB 



CAPITI LO HI 



Job amaUl'u^òa o dia eni quc ììUHceu, e lamenta-He 



Job, tlcpoÌH cUhlO, 08 labìoH dcnprcndeu, 
anialdìvoou o dia em quc nasceu, 
e la8timou-8c andini : 

— « Maldito 8eja o dia, 
eiii que cu ao mundo vim, 
e a noi Le em que 8e dtsne, 
falando-8e de mini : 

— foi conpebidolim homeni! 



Tal dia as 8ombra8 tomem, 
Hombra mortai Ihe a88Ì8ta, 
e Deu8, do alto céu, 
mìo poÌ8e nele a vi8ta, 
neni èie se ilumine. 



au 



Cerquc-o o mais den»o véu, 
e onvolva-o a amarj^ura. 
l'ma tormenta c»cura 
pene uaqucla noi te! 
entro as noites e oh dian 
nao 8cja nunca iuKcrita, 
e a menni a noi te Hcja ^ 
8(>li::ària e maldita ! 



Nenhuma clara eBlrèla 
Ihe rasgue a encuiidùo; 
nì\(> tenha uni bò clarùo, 
cnpere-o a toda a bora ; 
o CKpere sempre eni vào 
o repontar da aurora ; 

pois nao cerrou as porta» 
do ventre em que eu e«tava, 
iicm de«viou mcun olho8 
do mal que me enperava. 



<s. Porque e que nào morri, 
ante8 que vÌ88e o dia ? 
<i, Porqut» nùo morrcria 
no dia em que naHci ? 



j, l*orque è 4110 r 
ntiH jnùlhort L'Olii cuidado? 
^. Porquc e i)uc allmcntHram 
coni Mx o rccim-nado? 

Morrciido oiitAo. o trlitic, 
quo Hc l»Htiiiin e choni. 
di'HcaiiHtiria a^ora 
onde nò y.a?, exittte. 

DexcHiiHiiria om pa/. 
ao lado dv a ripentii rio», 
e iittì d»> rei quc Jan 
oni itinploH ciiicri\rlo«; 

ao Indo dènwH prÌHcipCH, 
qiie, opulcntadu» de oiro, 
de piata a eatta cnilicrnm, 
formando o i)on tettoiro. 

Ou nftì» exlHtiria. 
Como exoondido abtìrto, 
e inda conio o i|uc i mO)rio 
«■111 ver a Iuk do dia. 



Ali, iiAo tripudi 
o impio i-.CH.. 
ali iiehoii dcitci 
queni fatli;ado 



:m 



e qircni pcnado ha 
cm 16brega8 priaòun 
ali nfto Honte ja 
rilido do glilhòcH. 

Toni <) pcqucno e o grande 
ali igual valor, 
o o CHcrav(kHC liberta 
da» leÌK do hou Honhor. 

<5. Porque foi ooaoedida 
a luz ao doKgravado ? 
,5. Porque è qae hc deu vi da 
a uni uniargurado, 

a queni anda osperando 
a morto, Konho de oiro, 
conio OH quo andani cavando 
fin buKoa de uni tonoiro; 

o quo" HO vò ot)n!:onte, 
da ak'gria mais pura, 
Mo enoontra tinalmonto 
a 8 li a HopuUura V 

a uni honiom, quo mìo nabc 
u trilho quo toniou, 
V a quem i> hou Senhor 
de trevav* rodoou ? 



t 



:ì37 



Vou a corner, e o pranto 
inunda-me em torrente, 
por dar-8e exactanientc 
•o qiie eu temia tanto. 

Xunca abriguei na mente 
urna ideia ruim; 
nem ruim tenta(;ào 
me veio ao cora^jào ; 
•contudo, sobre mini 
pesou a indignai^ào I 



il 



CAPITILO X 



llnmilha-Hc Job deanto de Dcìih e pvde-lìw inu\ un- 
ics da morte, Ihe de alffum aiicio. 



Sìnto <) tèdio da vida, e contra inim me volto : 

cs na aniargura da alma, oh meuB (lueixunicH 8olto. 

DeuH, nào quciran IVrii'-me, e condenar-mc a mini : 
ou dì/e-me porquù hou eii julgado ansìm. 

^. Sera juHto oprimir queni Hcgue o» tcuH mandadon, 
e impioH favoroccr, do bem extravlado8 ? 

^. Acano o olhar de Deiin è corno o humano olhar. 
que MÒ pòde o exterior dan coinan ohnervar ? 

^. Acano oh dian teuH mìo comò a humana idado, 
para inqiiirircH tu da mìtiha iiiiquìdade. 



conhecendo que o mal nao me entra ao coravùo. 
cnibora «em cennar me enmague a tua niAo ? 



339 



Obra do teu podcr, ^ deìxas-me, e me deepenhan, 
e ein reduzir-mc a pò, Senhor, assim te empenhaa» ? 

O teu carinho e amor ao nada me arrancou, 
de 08808 e nervos, pele e carne me formou. 

Fizeste ainda maÌ8 : piedade me outorgaste, 
e, 8em me abandonar, minha alma cu^todiaete. 

Inda que no teu seio ocultes coisaB tais, 
creio que delas nAo te esqueceràs jàmais. 

Se contra ti pequei e perdoaste logo, 
déste longo penar liberta-me, eu t'o rògo. 

E, 8e eu me tornar mau, desgrai^ado de mim I 
8e fòr juBto, a cabè^a abaixarei por fim. 

Se eu fòr soberbo, entào, meu sér amaldi^òa, 
faze-me perseguir, conio à feroz leòa I 

Oi<;o ao8 amigos meus falsa» acusac^òes, 

e ao meu lamento a ira e as penas contrapòis. 

Oxalà que eu da mùi no ventre sucumbisse, 

ou morresse ao nascer e que ninguém me visse I 

Do ventre materna! ao tùmulo descer, 
Hcria nào ser nado, ou ter sido, e nào ser. 



--■» — — ~" 



340 



^.Nfto ha de fiiidar breve ,c»te viver ein fragiian? 
Deixa-me poin que eii chorc uni pouco a» minhan 

niàgoan. 

anteB que a terra eu va, cheia de CHCuridùo, 
donde nAo voltani niain o» que para ali vAo ; 



a nii8eri\vel terra, aonde a morte habita. 
a coniuHùo. e a treva, horrorosa, infinita. 



CAPITULO XL 



Continua Deus a mostrar a dista noia do Criador a 
criatura. 



Do nimbo, respondendo a Job, t)cu8 continua ; 

— DÌ8pói-te para ouvir-me, e ve 8e a ciència tua 

responde ao que eu pregunto. ^ Acaso mostraràn 

K^ue é vào o nieu juizo, e me condenaràs 

para provar que és justo? ^ Ansim comò eu, braceja»? 

e, coni voz «emelhante à minha voz, troveja»? 



Ergue-te eni alto 8Òlio, enche-te de e«plendor, 
de glòria te circunda, e adorna-te a primor ; 
com tua ira aniquila ob grande» e 08 valente»» 
e, com um 8Ò olhar, humilha o8 ia8olente8 ; 
para 08 8oberbo8 olha, e abate-08 seni cessar,, 
e OS impios atormenta em seu pròprio lugar ; 
esconde-o8 sob o pò; lan^a-os na cova a esmo ; 
e entào conseguiràs salvar-te por ti mesmo. 



342 



Repara no elefante, o qual criado foi 

contigo, e se repasta em feno, corno o boi. 

A fortaléza dele està no seu costado, 

<?, o »cu vigor, do umbigo e ventre é derivado ; 

41 sua cauda é rija, iguala o cedro até, 

-e cada nervo seu conio urna corda é ; 

4«eu8 08808 8ào dc bronze, e em comparar nào erro 

as cartilagen8 dele a làmina» de ferro. 

No8 caminho8 de Deus, tem principal lugar, 

•e Deus, que o criou, sabe a espada dele usar. 

Nasce erva para eie em cada monte ou boi^a 

« outro animai qualquer sòbre èie se retoi^a. 

£m hùmido lugar, entre os canaviais, 

dorme, e fazem-lhe sombra os verdes salgueirais. 

Pòde absorver um rio e a sède nào mitiga ; 

e espera que o Jòrdào Ihe caiba na barriga. 

^, Com um simples anzol, pòde-o alguém apanhar 

e com agudos paus as ventas Ihe furar ? 

^, E qucm ha de pescar, com anzol, a baleia ? 

^, E quem, com uma corda, a lingua Ihe encadeia *f 

^, Dc pòr-lhe em o narlz argolas és capaz ? 

^, E furar com anel seus queixos poderàs ? 

^, A ti dirigirà seus rogos por ventura, 

e contigo terà palavras de ternura ? 

^, Com eia poderàs acòrdo algum fazcr ? 

^, Póde eia, para sempre, escrava tua ser ? 

^. Contigo brincarà conio avezinha mansa ? 

^, Por ti atada em casa, ao pé de ti descansa ? 

^. Acaso amigos teus a saberào partir. 



343 



o OH honicns de negòcio a podcm dividir ? 

Dize He a tua rede a «uà pele abraija, 

e He a cabé^a dela abarcan numa na<;a. 

Pòi nela a tua inùo ; nào deixen de lenibrar 

o que póde8 valer, e deixa de falar. 

Que eia, apenar de quanto eni 8i confia e esperà, 

doH honienn na preHen^a ha de acabar, a fera. 



CAPITULO XLII 



E, quando Job orava coni fervor 

pc'lo8 amigoH 8eu8, 

conipadcceu-8e Dcuh 

da 8ua grande dór, 
e cni dobràda porc^ào Ihe re8titiiiu 
quando èie noutro tempo po><8uiu. 

E todoH o8 irniào8, irnian8, e aqueles 
que antc8 o conhecerain, 
dcle 8e aproximaram 
coni eie pao conierani ; 

de tudo, quo 8otreu, o conKolarani, 
brindando-o coni ovelhan 

e pondo-lhe arrecadaa na8 orelha«. 

Eoi Job, pelo Senhor, abent^oado, 

no neu ùltimo e8tado, 
ainda maÌ8 que no 8eu tempo antico, 

chegando a ter couBigo 
quatorze mil òvelhas, niil jumcnton, 

e inda 8ei8 mil canielo8 

e mil junta8 de boin. 



345 



Te ve tainbéni depoi» 
fillio» 8ete, e tréH filhas em que havia 
gratta» tuo opulentas, 
que a urna chamou Dia ; 
à eegunda, Caneh\ nonieou, 
e Vaso de perfumes, à terceira. 

Ninguéni de facto achou 
formo8ura malor na terra inteira, 
do que a daquelas filhaH, 
àn qual8 Job deu partilhas 
coni o8 irniao8 eiii tudo que deixou. 



Alnda depol8 dÌ8to, 
por cento e quarenta ano8 Job viveu, 

coni a con8ola<;Ao 

de a 8eu8 filho8 ter vinto, 

e coni a8 alegria8 
de ver, até à quarta geracjào, 
08 filho8 de 8eu8 filho8. E morreu 

vclho, cheio de dia8. 






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JORNADA VII 



CRISANTEMOS 



(EXTRACTOS) 



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VAGA LUNA 



SAbro a minhii nuiti'. linmciiHu 
corno uinH noitc polar, 
irradi Oli ènee olhar 
qiie me tctn a alma Muspeni>a ; 
li a notte, t>em luz, sciti cretina. 
fez-HC noltc de luar. .. 

l.iiar quc rcHpk'iidc e afaga. 
luar quc bciju e palpita, 
conto lunilnoita vaga, 
quc anHcia, e ouitpira, e afiiga 
urna aridez intlnlta... 
Luar, de uitia ìuz bendila, 
luar qua o sol nflo apaga. . . 

Nào apaga o sol do ex ti o 
fl» raioH do teu olhar. 
ncni pòde o Inverno sombrio 
cncobrir o meu luar... 



ìSmmMH 



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Liiar quo renplende e aftiga, 
luar quc beija e palpita, 
liiar quo me hanha e alaga . 
de urna dovura infinita... 



Tu, que me prenden e eleva» 
noH raioH do teu olhar, 
nùo me arremeH»e» à» trevan, 
de que me fonte Halvar ; 
que eu tenho medo da noite, 
deHsa noile nem luar... 



INTERCEDENDO 



(A D. Amelia Janny) 



Sabe« ? Eu tcnho pena, muita pena, 
•do corai^Ao que algemas em teu peito ; 
e nùo Bei afinal com que direito 
tua ra/ilo despòtica o condena. 

Nasceu livre e sentiu em cad{\ fibra 
arder intenso de ideal ventura ; 
e quÌ8 librar-se na azulada altura, 
eni que o condor impàvido se libra I 

Na fcbre de uni desejo esbraseado, 
sonhou auroras de esplendor infìndo ; 
e, em sonhos encantados, foi subindo 
a uni paraiso estranilo e constelado ! 



Nascerà para a luz esplenderosa, 
que alaga o èden onde o amor floreja ; 
e, onde mais alto a aspirando adeja, 
eie pairou em nuvens cor de rosa I 



kw^-fc' ^-^w-SmU 



uttMI 



:ir)2 



MiiH, vàoH dcHCJOHl nia8, fatai contrante I 
So todo o ni lindo Ihe era e8pa(;o cBtreito, 
^. conio ibi que, là dentro de teu poito, 
o opri minte e mei e o encadeante ? 

Kmhalde Ihc dennuda a primavera 
a tentagùo de divinaÌ8 aroman ; 
embalde clamani inspirado» gnoma» 
que a ventura nùo e uma quimera ; 



e embalde ve que da8 enpéssas fronde^ 
a harmonia o 8eduz e o amor Ihe acena. 
Sahe8 ? Eu tenho pena, multa pena, 
do cora(;fto que no teu 8eio e8Conde8 1 



OUTRO MAR . . . 



<A D. A. Madai.fna de Albuquerque da Camara Leme) 



Dcram-mc por desterro a larga pradaria, 
onde floreja o amor e onde palpita o gòzo ; 
e, ao lado do prazer, do fausto e da alegria, 
achei-me triste e so. Tantalo desditoso. 

Corri o continente, a ver se encontraria 
regimo, oni que eu nSo visse alheio amor ditoso : 
cheguei à beira-mar, mas... — perfida ironia I — 
o mar beijava a rocha, ébrio, febril, nervoso I 

Ergili a vista ao alto ; e, no dossel flamante, 
que abrigava do mar o tàlamo gigante, 
a vira^*ào tecia os cantos niipclais. . • 

Senti fugir-me a vista ; andei uni passo àvante : 
era o pontal da rocha I e, comò a Safo amante, 
^fundei-mc no mar dos loucos ideais T 

ffS 



MICROLOGIA 



La i'fiti mròHie dit comi c't'</ Ut 

BArzAC. 



Nart hora» trintcH, oiii que a dòr C8crevc 
longoH poemaH iium trovar piangente, 

niev'o e comparo atònito 
ao nicii profundo coravAo ardente 
teu pequenino cora^fto de neve! 



* Èstes vcrsos nicrcceram a Wilhelm Storck a scgiiinte e cs- 
pléndida tradu^^So nlenian : 

MrKROLOGlE 



In trùbcn Stunden, wciin das herbe Weh 
Langc Gedichtc schreibt in\ Ton der Schinerzen, 
Mess' und verglcich'ich staunensvoU 
Mit mcincm tìefeii, j»hitcrfiillten Iler/eu 
Dcin winziiikleines Her/. von Ei.s und Seìinec l 



355 



Tìio pequenino que, se bem o mei^o, 
vcjo que nada tao pequeno existe ; 
pois que, no8 seus mimosos penetrais, 
apenas cabe urna lembran<;a triste, 
o tèdio. . . e nada mais I 



So winzìgkein, dass nichts, wenn recht ich messe, 
Ilwn gleicht, wohin sich rings die Blicke lenken ; 
Denne dierem niediichen Gemach gebrichts 
Au Platz ; drin birght sich kaum eìn triib Gedenken, 
Der Ueberdruss. . . sonst nichts I 

^lunstety (U'esi/alenJ, 2 de Janeiro de iSgy, 



VlLHELM StORCK. 



r^m,^^ -^ 



ROSA BRANCA 



(Ao Dr. Gonzaga Filho) 



Tenho urna rosa branca na lapela, 

e tu, ao ver a ro8a, 

« 
tlizcH, 8orrindo: — E bela! — 

E cu, ao vcr-te sorrir, digo: — És formosa I- 

Ainbo» temo» razùo : 
porque a rosa, quc eu trago na lapela, 
nào e mais branca nem è mais formosa, 

do que tu, llòr singela, 
que me encheste de amor o cora^ào, 
ungindo-me de essencia preciosa. .. 

Discordamos num ponto : — Eni teu conceito» 

a fior, que cu trago ao peito, 
seria a fior das flòres, um primor, 
se nào tivessc espinhos. . ., um defeito I 
E eu, minha rosa branca, meu amor» 



357 



amo-te toda e tanto, que nào minto, 
dizendo que, feliz e 8em temor, 
irei colar o8 làbios, 8e quieeres, 
nòbre o8 espinhos quc entrevejo e sinto, 
HÒbre 08 espinhos, com que tu me feres ! 



PENSAMENTOS DE MUSSET 



(A H. LOPES DE Mendon(,'a) 



Loira do8 olhoH ncgro8, 8c eu di88e88e 
quanto te amo ^, qucm nabe o que diria» ? 
O amor é um mal, e, quem o tem, padece ; 
por Ì880, quando a contl88ào fìze88c, 
creio que tu jamai8 me perdoaria8. 

Se cu te contante an àn8Ìa8, o tormento 
que, em te nào vendo, me è punhal agudo, 
tu, que 08 fada e penetra8 num momento 
o mai8 mister io8o pensamento, 
respondias talvez : — Beni sei. . . sei tudoi — 

Se eu te dissesse : — Sou a tua sombra, 
o no teu sor o meu vejo fundido, — 
tu, a quem a tristeza cobre e ensombra 
da tua mocidade a verde alfombra, 
dirias melancólica : — DuvidoI — 



359 



Se eu te dÌH8e88e : — Guardo na alma quanto 
teu làbio exprima e meu ouvido abrace, — 
ofendida e trocando o doce e n canto 
do teu olhar em raios de ira e espanto, 
mandarian talvez quc eu me afasta^ae. . . 

Se eu te dÌ88e88e : — Noites tormentosan 
vélo, pensando em ti, na 8oledade, — 
tua boca cntreabrindo, conio a8 rosas 
ao8 beijo8 da8 abelha8 voluptuo8a8, 
havias de 8orrir ; ^nào e verdade? 

Mas nada saberàs I Quando te falò, 

digo-te tudo, nieno8. . . Tenho medo I 

Se a tua voz me dà prazer e abaio, 

tu poderas 8orrir, adivinhà-lo. . . 

mas teu8 olhos nào vém o meu segrédo I 

Quando de ti a noite me separo 
e volto à solidiìo, levo presente 
a tua imagem, uni tesoiro raro ; 
e no siléncio, a sòs, descerro avaro 
meu cora^Ao, cheio de ti sómente. . . 

Amo,' e sei re velar indiferen^a ; 

amo, e so eu o sei, ninguém o alcan<;a. 

E contudo bendigo a chania intensa 

que me esbraseia ; e, na mais pura cren^a, 

jurei amar, amar sem esperan(;aT 



- -■- 



360 



Sem espcraiK^ta, «ini, nào scm ventura^ 
porque te vejo ao menos, e iluminas 
com leu olhar a niinha noi te eitcura, 
em quanto o nieu abrada com doc^iira 
tuas 8uave8 formas peregrina» I 



Nào' naeci para mai8 1 E-mc vedada 

a suprema ventura, as alegrias, 

o viver a teu8 pé8, ò minha amada, 

o morrcr em tc«8 bra<?o8 e. .. MaÌ8 nadat 

Se cu te di«He88e tudo ^,quc dirian? 



LAUSPERENNK 



(AO VlSCOJNDE DE CaSTILHO, JÙLIO) 



Aberto e iluminado o santuàrio, 
^onde de ha niuito a minha cren^a habita, 
o orgam geme, e o piangente Stradivàrio 
tem BuspiroM, comove-se, palpita... 

Casta e serena luz se ateia e agita, 
envolvendo o meu santo relicàrio, 
e espargindo-se em tórno ao cenobita 
que, no siléncio, a adora solitàrio. 

A luz, que assim me beija docemente, 
ergo-me em éxtases, devoto e crento, 
nas asas de urna prece dolorida ; 

e aos pés da hóstia santa e redentora 

ficàra eternamente, se nào fora 

para tào-loRgo amor tao curia a x^icìa T 



1 



CORRESPONDÉNCIA 



(AO VlSCONDE DE SaNCHES DE FRIAS) 



Bilhete postai 

lloje, pa»»ou-me ao lado alguem que eu aborre<;o, 
— 80 é que aborrevo alguém, — e eni tua casa cntrou. 
Sempre que encontro o tal, aflijo-me» entriste^o, 
porque. . . porque afinal beni 8abe8 o que eu 80U. 

K fui, pù ante pc ; cheguei à tua porta, 

a onibreira me enco8tei, e a e8cuta o ouvido pu«. 

Ha via de dizer que era uma ca8a morta, 

ne no teu camarìm nAo avi8ta88e luz. 



^, Falava8 eni segrodo ? ,», E8tava8 dormitando ? 
^. ou e8tava8 ouvindo alguem de confì88ào ? 
Tremi, perdi a cor ; e, o bratto alevantando, 
toquei da campainha o elòctrico botào. 



363 



Abriu Jo(^o a porta ; e eu, cheio de respeitos : 
— A VÌ8Condc88a està? — Nào, meu senhor, saiu. — 
Joào, o bom porteiro, observa o8 teus preceitos, 
e è sempre tao fìel, que, setti còrar, mentiu I 



2 



Telegrama 

» 
A Viscondetisa de A., Rua da Cruz, Lisboa. 

Nào negues. Certo é que eu nada ouvi nem vi ; 

a comédia porém, que apenas exprimi, 

meu cpra^ào presago e triste adivinhou-a I 

A dar-tc ora um conselho o caso me conduz, 

e nosso amigo è quem nos avisa e exorta : 

— £m circunstància igual, e antes que eu bata à porta» 

abaixa um pouco a voz, e apaga sempre a luz. 



3 



Por mfto pròpria 



Ofendes-te ? De qué ? Olha que tinha graqa 
veres que sempre fui mais do que teu amigo, 
que por amor de ti a màgoa me trespassa, 
e acabares em fim por te zangar comigo I 



364 



Quo culpa tenho cu da8 dùvidas sombrIaM 
quo tu, mcu anjo mau, no 8eio me inoculaH ? 
Ku Vfcjo mal, bem 8ci : sào noites o» nicu8 di oh, 
e com tni»tério8 Aempre o8 dias me atribulan. 

Se eu nAo dencantto, ha niuito, em bunca da verdade» 
ne, por 8ondar-te o ^ìcito, em febre me con8unio, 
entorna 8obre mim a doce claridado 
que do8 teu8 olho8 niana, e irei por outro rumo. 



Nfto mai8 te oienden^H de uma 8Upo8ta injùria 
ou de uma acusa^ùo, que eu nào tivera em mente ; 
e, cm vez de acu8av6e8, de queixas e lamùrla, 
tcrà8 can<;òc8 de amor, e amor principalmente. 



O ULTIMO CHARUTO 



(A D. Branca de Carvalho) 



De cima do balcào, enimoldurado 

de verdes parietàrian, 
Capraia va» o olhar enamorado 
atravert das devcBas solitària». 

Eftniorecia o 8ol languidamente ; 

e, dando ao cèu franja» de opala e roHa, . 

tecia lima coróa luminoBa 

noH cénro8 do ocidcnte. 

Eu comprimia a tua mSo de fada 

a pequenina mào, que mal se ve, 

e inclinava a cabecja esbraseada 

no teu ombro, a cismar. . . nao sei em què. 



(> meu olhar seguia o tènue fumo 
do meu charuto tepido e olorante, 
comò quercndo acompanhar o rumo 
da minila louca aspirando de amante. 



366 



De sùbito, urna nttvem pcquenina 
daquele fumo ounado e petulante, 
nulli bafejo de aragem vespertina, 

desviou-Be uni instante 
e foi turvar-te a lùcida retina. 

Urna lagrima entAo surgiu à beira 

dos leus forni osos cilios ; 
urna làgrima, — sabes ? — a primeira 
que eu vi banhar a fior dos meus idilios I 



Doeu-me tanto a làgrima, arrancada 
por um fùtil charuto impertinente, 
que o arroiei à estrada, 
para que toda a gente 
esniague o vii, que dosastradamcnte 
te fez chorar, ò niinha doce amada I 



AUTOPSIA 



(AO CONSELHEIRO SÒUSA MONTEIRo) 



Nào sabcB ? Aqui ha dias, 
de urna enlranha enfermidade 
niorri . . . 

— Morreste ? 

— E verdade ; 
nào te a88U8te8, nem te ria8... 

— Ma8 conta là I 

— Eu te digo : 
dc8de que um dia te vi, 
de8dc que falei contigo, 
nunca niai8 tive descanso : 
cismei, cismei e. . . morri T 

— Ninguém chorava por ti ? 

— Ningucm I ninguém I 

— Pobre aniigo I 
atù na morte os carinhos 
te faltaram, malfadadoT 
E depois ? 

— Os meus vizinhos 



368 



correrani do cada lado, 
curioHOH, lcvJano8, 
a »aber do caHo CHtranho. 
Dizia uni dclcH : «Coitado I 
nào foi o pcHO do8 anon I » 
Juntava cmtro : « Talvez 
aniargura». . . dcHcnganoB. . . » 
K todoH elcH, beni vè«, 
queriani sondar arcanoB 
quo nem tu nondas.. . Xa dùvida. 
forani chaniar o doutor 
para me fazer a autopsia.. . 

— Autòpnia, dize«? que horror I 
unia autòpHia! e con8entirtte ? 

— C^Ttamente, nieu amori 
uni cadiVver nì\o reninte 

lì vontade don entranhoH 
que dt'le querem dispor. 
Veio <> mèdico. AuHCultou-me, 
<?, coni ar de Habichào, 
dendenhoKo, grave e mudo, 
comevou a opera^'ilo... 

— Nùo digan mai» I 

— Ouve tudo ; 
Ergucu-Hc, aperlou na mào 
o binturi reluzente, 
para rangar friamente 
o meu peito ainda quente. 
<j ver beni o cora^ilo. 



— No m;?*iiiio iiiHtante, 
o« golpeK do bitturi 
dc-isaram-lhc ver iili 
iim cora^ao de gigante... 

— Dt' gigante? 

— Exnc:ainpnte ! 
l'ili coravfio qiic antnonibruva, 

e ningiiém acivditava 
io»«e cora^Ao do gente I . 

— Eodoutor? 

— ha«o iipontoii 
o bisturi ttim vcntriculos 

e de um Hò golpe rasgou 
o corai^Ao eiii fanciculon I 

— Por DeuH. cala-te ! 

— McdroKa I 
Con ci 111 da a opcraijflo, 
VÌU-8C tudo. viii-«e cTitfto ' 
là dentro do corai,flo, 
eoino cni urna prcciosa. 
urna iniagcm detlumbrantc. .., 
a criatura mais formosa 
que CI) aindn eonbccl : 
viva, inteira, palpitante, 
era» tu qucm cotava ali I 

Quando o doutor hc cnfonjava 
por «eparar-nie do ti. 



b^rt^^rf4a 



370 



trucidando o filamento 

quc ao nieu peito te ligava, 

nieu cada ver, que hirto e»tava, 

soltou enorme lamento, 

uni grito ImmcnHO, profundo, 

de que ni vai deixar o mundo» 

apÒ8 suplicio infinito I . 

O doutor ouviu o grito 
e ponderou coni frieza : 
« E»tà vivo. . ., cataléptico ; 
e a imagem que llie e»tù prè8a 
è que llie con«erva a vida. » 
DepoÌ8 coseu a ferida, 
recompó» o cora^ào 
e a imagem nele contida ; 
fez-me aspirar nào nei quo, 
e abri 08 ollion por fini. 

Surge o Lùzaro, e caminlia T 
Ma8, 8e eu vivo e l'alo a88Ìm, 
é porque eu, ò vida minila, 
te guardo dentro de mini I 



ANDORINHAS 



( A JuLio Dantas ) 



Como urti bando de alegrcs andorinhas, 
ao suave calor da primavera, 
as minhas e8peran<;a8 virginaÌ8 

.poisaram nos beirais 
do palàcio encantado das qulmerad. 

Nè88e momento, vinhas 
asBomando à janela emmoldurada 
de janminB e baunilha perfumada, 
e da8 mai» viridenteB trepadeiras. 



Ouvindo as harmoniae, 
o còro das alegres forasteiras, 

di88e8te-lhe8 : — Bons dia8, 
minha8 amigas, gratas menBageiras. — 



MH 



M«B 



'612 



K a8 niinhas enperant^aB virginais 
quedarani-»e tranquila» no8 beirais, 
levando tardcB e manhane intciras 
a conntruir un» ninho» ideais. . . 

Mas uni dia acordaBtc bruscamente ; 
e, chegando à janela einmoldurada 
de jasniins e baunilha perfumada, 
crguedte a ni fio nervosa, indiferente, 
e derribaste, fria e cruelmcnte, 
aqueles ninhos tèpidos e cheios 
de intenso amor e matinais gorgeios I 



K, ao debandar das pobres avezinhas, 
as minhas esperangas nialtratadas 
fugiram pelo espat^o, amedrontadas, 
corno uni bando de tristes andorinhas. 



MEMORIAS 



(A Antonio Feijó) 



Quando eu morrer, e se algum dia fore» 

latitar na minha campa algumas flòres 

« 

nascidas do remorso e dà piedade, 
pede à tua memòria, 
na ausència da saudade, 

que do8 nieus tristes e ùltimos amore» 
te conte a breve h istòria. 

Tu, 8Ò tu a conhece», tu a ouviste 
e tu a paginaste descuidada, 
comò se lesses de algum bardo triste 
a estranha e melancòlica balada. 



Foi uma história curta : os seus capitulot» 
tinham a dura^ào de uma volata, 
que prende num allegro estreitamente 
o amor que salva com o amor que matarl 



374 



E C88a hÌ8tória pa88ou, corno a corrente 
quo leva ao mar, ao vòrtice fremente, 
cm folha 8Òlta, um nome e alguma data T 
vibrara comò a nota viva e ardente, 
de8ferida por mào de Paganini ; 
e cxpirou num murmùrlo tristemente, 
corno uma melodia de Bellini. 



Quando cu morrcr, e 8e algmn dia fore» 

do nieu sepulcro à borda, 
pen8a no que eu senti, abre, recorda 
a història do8 mcus ùltimos amores. 



faWlAl 



Qtie caatclcKt Hobcrbon e riitonhoK, 
que formolo» cautelo» conulriii 
nu arcia mnvedK'a doti nicuit Bonhoi 
don <«onh<is que falavam nò de ti 1 



0« cavoucns de marmorei* de Paros, 
df pòrflro wt bastiùe» e harbacan». 
o» mcutt caKteloa, munumentn» raro», 
craii) iiiveja a altivaa caatclan». 

Ah ponte» levadi^-an eu fundira 

de preciottoi) e nitidoH inetatH, 

que oanior, mincir» intrepido, cxtraira 

da^ eacantada» mina» orientai». 



37(5 



Ao Hol, nicrlòe» clcntado» chaniejavain, 
Hcndo, cada uni, fenomentìl rubini ; 
e a8 tórren de mcnagom poni pea vani, 
fabricada» de nùcar e caulim. 

KncTUHtavòes de onix e de ametista 
monqueavani Hcteiran de cristal : 
e doH balcòe» de janpe a nilnha vinta 
abrangia paiwagcni Keni igual. 

De uni lado, o oceano niiìrniuro ; galeótai* 
i^queni e iMcni ; barqueiro» a cantar ; 
ondan enpregui^'ando-ne ; e a» gaivotan 
trtn;ando curvan entre o céu e o mar ; 

do outro, jardiuH e bonqucH ondeante» ; 
o tintilar de arroio« ; palmeirais. 
HiindaloH, caneleiran odorante»*, 
adanHÒniaK e loiros triuniaÌH ! 

La dentro, do8 caKtelos no recinto, 
luz cHti anha alagava oh penetrain. 
colunan de àgata, eni gracioHOH plinton, 
ogiva8 de ambre, gòtico^ vitraÌK. 

Km panèplian, aliange« dama«cenoH, 
montantcH, bacinelen e naiòtH, 
adagan e turbanten agarenoft, 
crcf ccntCH, HÌgnan, là bar oh, balsòes. 



377 



, Dragóes e hipògrifos de aspccto bélico 
eBguardavatn das quadras o linlia^, 
e do8 tor808 de niàrmore pentclico 
nianar parciam rcBlea» de luar. 

Lapi8lazùli o8 lecto8 reve8tia ; 
e a piirpura fenicia e o8 brocatéÌ8 
nie8clavam-8e ein profa8a8 la(,*aria8, 
8ob a 8eda perBiana do8 do88èÌ8. 

Nuvem tenue de mirra e de heliotrópio 
da8 ca(;oila8 8e erguia em e8pirai8 ; 
e, evocando a8 vi«óc8 do haxixe e do ópio, 
08 narguilhÓ8 funiavam 8en8uaÌ8. 

Cabota Ì8, otomanaB e triclinio8 
convidavam a flacido torpor; 
o eni jarra8 de Nifòo cact08 8anguineo8 
fcbricitavam de cntranhado amor. 

Mas.. . Urna noite, teniporaÌ8 niedonho8 
8Òbre niinha cabeija ouvi rugir ; 
e a areia nio vedila do8 meu8 8onho8 
nieuH ca8telo8 entào deixou cair. 



■riMÉ 



LEGADO 



(A Fernando Leal) 



Sol, que no mcu inverno irradiaste espléndìdo, 
ma» frio, glaeial, corno o Itiar do norte, 
Galateia de gèlo, ó bela fior de marmore, 
tu nào podes trenier, se eu te falar da morte I 

Escuta pois ! — Ao dar-te as despedidas ùltimas, 
lavo o meu testamento, em trevas redigido ; 
e a ti, que me feriste o corac^ào seni màgoa, 
dcixo, conio lembran<;a, o cora^ào ferido. 

Coni uma condi(;ùo : — Na urna rescendente, 
om que encerres, amor, o fùnebre legado, 
està simples legenda hàs de gravar semente : 



— « Repoisa ncsta urna o cora^ào gelado 
do escravo mais fìel, do trovador piangente, 
que aniou até à morte e nunca foi amado l» — 



x\ • • • 



(AO Con DE DE MONSARAZ) 



Nome que nSo se diz, nome que nHlo se escreve, 

A. DK QUKNTAL. 



K levementc pàlida e franzina, 
corno visào de lenda cscandinava, 
corno a8 VirgeiiB que Angelico 8onhava, 
no ardor da 8ua inspira^ào divina. 



Cintilam conio a entrèla vespertina 
o8 8eu8 olho8, que abra8ani conio a lava ; 
e um sorriso, que teni ininha alma escrava, 
resaUa-lhe da boca pequenina. 



^gàèeiÈÉÈ^^mÈm 



380 



No 8eu andar, gracioso e nobre, imita 
o volitar da timida andorinha, 
e a 8ua voz e mùsica bendi ta. 

Tom arc8 de princcsa ou de rainha ; 
e, junto à perfei;ào que nela habita» 
8Ò Ihe cncontro um defeito : — Niìo é minha I 



II 



Se eu pude88e chamar-Ihe minha um dia, 
minha comò òste amor infurtunado, 
comò a tri8teza de nfio 8er amado, 
conio e8la doida e ccga idolatria ; 

8e eu pudesne encutar-lhe a melodia 
de um aniO'tc febril e 8egredado, 
que, ao 8air-lhe do làbio pcrfumado, 
me inunda8He a exi8tcncia de poenia ; 

havia de abrat^à-Ia doidamente, 
mirando-me em 8eu8 olhoH radio808, 
conio num cèu immenso e transparente ; 

e o8 8eu8 làbio8 vermelhos e mimosos 
sentiriam poisar-lhes de repente 
um enxame de beijos sequiosos. 



Abundoiin o tcu niundo rcaplcn dente, 
ò doida fuiitaslu, ò àgula ousada, 
que proL-urna um antro, urna alvorada, 
dondi* H Vida dimane eternamente I 

E tu, que me «urgiste no ocldcntc, 
ao fini da minha dolorosa estrada, 
acolhe em tua climidc nevadn 
minha ùltima làgrima candente, 

Ao deHcer um gclado nevoelro, 

do nieu outuno àa derradeiran flóreit, 

da luiaha vida ao alcnto derradeiro, 

colheu-me ii noite ao pù do» tcu» fulgorcit, 
porquu ènte adcutt è o ùltimo e o prlmeiro 
do8 meutt primciro» e ùltimo» amores. 



IV 



K Icvcmente p&lida e franzina; 

e OH Huurt nlhos, que abrattam corno a lava, 

cram Tarol divino que eu buacava, 

e »Ao agora o ralo que fulmina. 



ìidi 



382 



Daqucla formonura peregrina, 
do cHpirito gentil que me enleava, 
da8 minhan enperant^as ilu8Ória8, 
daquele 8er que o belo e bem re8uine, 
re8ta-mc ainda o mistico perfumc 
na8 fòllia8 do meu livro' de memórias I 



Nfio «e evapora tiìo 8uave aroma, 
neni 8e aniquila enna criat^&o divina 
que, ao mais leve rumor, treme e desmaia : 
auran propicia8, bafejai-lhe a coma, 
quando o ho! na8ce e quando o sol declina : 
ondas que rebramis de praia em praia, 
vendavain e tormentos, respeitai-a, 
que è le veniente f àlida e franzina. . . 



JORNADA Vili 



ESPARSAS 



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l' 



I 



MORTE 



DE 



lAGINADATA 

KHlSf'^DIO DO l>OKMA }tpiCO INDIANO 
— O « RAMÀIANA • 



S5 



Palavras de Camìlo 



lU.mo Ex.mo Sr. 



EscC opusculo, com que V. Ex.* brindou 
08 amantes da boa poesia, é com effeito urna 
formosa copa cheia de lagrimas. E poesia 
que faz poetas, porque punge, eleva, desata 
a alma das dores triviaes, e concilia cada 
coraQào com as suas proprias. Os versos 
sào singelamente maviosos. A agonia im- 
mensa estala em expressoens de simplici- 
dadc tragica. É V. Ex.* duas vezes poeta 
nestas paginas : identificou-se na antiga ins- 
pira^ao e feriu as cordas mais gementes da 
harpa moderna. Nào levante mào deste gran- 
de intento. Dè-nos estes paineis do passado. 



3S8 



a ver se por este modo consegue crear lei- 
tores de versos. 

Aperta-lhe a mào com affectuosa cordea- 
lidade e adinira<;ào o 



Scu collega e amigo. 



Porto, 1 do Dczembro 
de 1873. 



Camillo Castello Branco. 



Palavras de Viale 



111."^° Sr. 



Estou em divida para com V. S."^ Ha huns 
quinze dias, recebi pelo correio, com offe- 
recimento mui gracioso, hum exemplar do 
folheto intitulado: «Morte de lagin'adata », 
traducQào em verso de hum interessante epi- 
sodio da Ramayana. 

Nao sou indianista, e por tanto so pelas 
versòes de Gorrezio e de Fauche tenho al- 
gum conhecimento (na verdade imperfeitis- 
simo) da immensa epopèa de Valmiki. Pelo 
pouco que della tenho lido, e ainda mais 
pelo juizo que della fazem os eruditos orien- 
talistas, principalmente Eichkoff, estou per- 



390 



suadiJo d? que multo ouro se pode extrahir 
de mina tilo rica, ainda que pouco accessi vel 
li niaior parte dos lilteratos. Vejo que V. S.^ 
a^sim o entende, e procura attrahir para 
taes estudos os cultore» das boas letras, 
dando-lhes louvavel exemplo. Quanto ao 
desempehho da tarcfa que V. S.* se inipoz, 
parece-me ter-se havido corno S3 devia es- 
perar do scu talento, de que ja tem dado 
brilhantes provas. Na realidade, he diffìcil, 
se nao absolutamente impossivel, verter em 
verso hunia obra poetica, de huma maneira 
que satisfarà cabalmente o appetite dos lei- 
tores fastientos e severos. Assim o experi- 
nientei com as minhas tentativas homericas 
e dantescas. Continue, porem, V. S.* as suas: 
eu Ihe presagio os mais felizes resultados. 
Todavia, permitta-me que tambem aqui Ihe 
exprima hum voto, que me he inspirado por 
hum espirito de parcialidades, de que alias 
nào me envergonho, antes me ufano. Ne- 
nhuma litteratura antiga possa fazer-lhe es- 
quecer ou preterir as duas litteraturas clas- 
sicas por excellencia, a grega e a latina. 
Relativamente ao proprio excerpto por V. 



S.' primorosamente nacionalìzado entre nós, 
ahi està no vii livro das Metamorphoses de 
Ovidio a narrafjSo do tragico firn de Proeris, 
tao semelhante ù do asceta indiano, e, se- 
gundo o meu gosto, ainda mais bella e mais 
pathetica. Mas cu devia hum agradecimento, 
e ia-me des[i/.ando em hum conseiho. Sirva- 
«e V, S.' aceitar com benignidade os mcus 
agradecimcntos, e de ao conseiho a impor- 
lancia que Ihe merecer a auctoridade do ve- 
Iho fossilista, que tern a honra de se subscre- 
ver com a maior considera^So 



Ven." e Cr." Obd.'" e Obrg.*- 



Linboa, 10 de Dt;7.i.'mbro 
de 1873. 



Antonio José Viale. 



I. 

I. 






I 

l 



lAGINADATA 



Quando Kanià, do» hoiiicns i> iiitiU bravo, 
partìu pam a» florcstu», Dni^arutn, 
— aquelc rei outrora tSo dUotto, — 
dclxou-8e pouituir de nii^goa enorme. 
Exilados oeus fìlho», o monnrea, 
tao alto corno ladra, eitL'UreecU'tte 
nas trcva» do inl'orcùnio, corno quando 
a sonibra d<.' uni eelipite o» cùao invade, 
tapando no ttol a face. 

A pò» «ci» dia» 
de prantoH e «audadc, o rei e);róg[o. 
acordando urna ve* à nieia noito, 
Icinbrou-xe de urna fahn cometida 



39-t 



em afantado tempo, e dirigiu-«c 

denta torma a Cao^àlia, Kua enpòna ; 

— Se òs tambòm acordada, ouve-mc atenta, 

Caoyàlia. Quando uni homem. dama ilustre, 

faz urna aci^fto, ou bòa ou ma, nilo pòde 

evitar no porvi r oh fruto» dela. 

Qualquer que em nuan eoina» nùo dintingue 

o beni e o mal, e ì\h cega»* vai obrando, 

08 Ȉbio8 apelidam-no crianc^a. 

No8 bon8 tempOH da minha adole»céncia, 

em que eu, movo imprudente, me ufanava 

de frechar toda a fera que avintaHse, 

cometi uma l'alta. .. por aeaHo. 

A deHgrat;a prenente è fruto acerbo 

denna culpa. Cao<;alia. corno a morte 

è fruto de uni veneno que ne bebé. 

Ma« filila de ignorància foi a culpa, 

conio a morte talvez de envenenado. 

Ainda tu ni\o eran minha enpòna, 

e eu era apenan da coròa herdeiro. 

Xenne tempo, a eHtat^ào da« manhanB frenca» 

entornava alegrian na minha alma; 

o Hol. que havia eHbraseado a terra 

e bebido a humidade daH campinas, 

canna do jà de procurar o aorte. 

mudara de heminlerio. Gracio«aH, 

an nuveuH enpalmavam-Hc non aren, 

e o« grouH, e oh cinnew, e oh pavòcH iblgavam 



repletoe tic a[cgria. Ob aguaceìroo 
obrigavani o» rioa a cBpalharem 
dgua lodoHa om cima dait alpondrax. 
<.>8 cainpoH, Horridcntes «oh a chuva. 
OHtcntavuin hcuh viride» relvadoH 
cin quc aH ave», nlegrcs, volitavam. 

No correr de eiitai;fto Iflo pra/.entcira, 
tome! H6brc incus hoinbroH doitt carcazen. 
otnpunhci o nieii arco, e fal-nie andando 
cin direcijilo à» margenH do «paralo. 
Ao abcirar-me do fonnoHo rio, 
levava ein mira, coiisoniitc os hàbìtoH, 
àe Icrns atirar, quc uni rumor leve 
dcnuiicia>4HC, ttcm quc cu lucsiiio a» vìsne ; 
e C0condi-mc na sombra, de arco armado, 
ao pc doH bcbcdulroH 8olÌLArioH, 
quc ali dc«Bcdcntavam, aUa noite, 
OS animai» quc liahitam aH IlorcstaH. 
E era n caHo, quc Ai» vezep dcspcdia 
nlguma iVccha para nqucla banda 
donde rumor Hnira, e ai«8lm matavn, 
uni bùfalo da «clva. uni elefante, 
ou qualquer fera quc buscanHo a« Aguas. 

K ncHMa horn, quando o« mciìs olhare» 
ncnhuni objccto dixtlnguir podiam. 
Olivi o »iom coiifumo de urna bilha 



;}0() 



que alguèm euchia de àgua ; som quc imita 

o niùrmuro beber de uni elefante. 

E preste» eaviihando no areo a ireclia, 

freeha a88à8 empennada e penetrante, 

cego pelo destino, de»pedi-a 

contra o lugar donde o rumor nairu. 

Mal a Irecha voara, unia voz de honicni, 

lanientoKa, ehegou a nieuB ouvldo» : 



— Morto T e8tou morto ! ^.Como de8pedir-8e 

uni dardo contra mini, contra uni erniita ? 

^ De queni sera o bra^o desh umano 

que despediu a seta ? Vini de noitc 

a bilha enclier no solitario rio : 

^, queni o assassino? ^. a queni tenho ofendido '^ 

Oh I està freeha, tendo penetrado 

o cora<;ì\o extininie do iilho, 

irà cravar-se no magoado scio 

de uni velho anacoreta, pobre e cego, 

que ai vegeta a sombra da miseria, 

no melo destes bosques. Clióro nienos 

o desastrado fini da minha vida, 

que a sorte de nieus pais, dois velho8 cegOH* 

Avergados ao peso dos invernos, 

e por mini amparados tanto tempo, . 

^ conio viverao eles, sòs e cegos, 

8eni o aniparo do fìlho? ^.Queni seria 

o honieni seni alma, cuja freeha aguda 



matou a todoH trós, a mim e a ^Ics, 
que de friifoH, raizett e legutnct» 
numa pa/. innocente aqui viviamo» ? — 



Diaee. K, pcrantc a minha eslranha falta, 

eu, abn)aclo. coinovido e tri^mulo, 

deixel cnir da« mao« carcaz e arco. 

Corri, e aclici, poxtrado na àgua, um jovcni 

quc trajnva de pclc» de antllòblo 

e Urtava o iliwtrc )ata ' do» asceta». 

Mortalmente Ibrido, crgucu o» olho», 

e, eravandii'O» cni mim, num desgrafado, 

dirìgiii-mc, niinha, citta» palavra», 

corno quercndo me abi'a»ar na» cliamas 

ila »ua radiante ttantidadc : 



— i Que ofensa contea ti hci comctldo. 
ò xàtria, < eu, hahitante da» tlorcatas, 
para qiic ri'eebe«He a ttia frecha, 
quando no rio cu mcrguthava a bilha 
por quc mcu j-ai deH»cdenta»»c o» làbio»? 
O» doi» vc[ho«. autore» de meua dia». 



Cabeleira especial e hmiorifica. 
Individuo ila casta militar e leal. 



398 



80111 um apoio nas dcnertas mata», 

aguardani minha volta ; pobre» cegOB I 

De urna ho vez, coni urna frecha apenas, 

trÒH 8ere8 vitiniastc : eu, a niùi terna, 

e o pai 1 Porque ? 8C nunca te ofenderam 't* 

A virtude e a ciencia nao produzeni 

na terra fruto algum, 8egundo creio, 

poÌ8 que meu pai nao 8abe que me niatasl 

E, dado que o 8oube88e, ^ que farla, 

èie que nada póde, porque è cego ? 

A8Hcmelha-8e a urna àrvore seni ior(^ 

para ainparar outra àrvore, arrancada 

pela buida 8ecure do lenhciro. 

Vai, filho de Kagù, vai, 8em deten(^a, 

ter coni meu pai, e dà-lhe a fatai nova, 

antc8 que a 8ua nialdivì^^o te abra8e, 

beni conio o fogo abra8a a8 8èca8 urzea. 

O atalho, que tu vè8, leva ao reliro 

onde habita meu pai! fala-lhe, abranda-o, 

ante8 que te maldiga eni 8ua còlerà ! 

Ma8. . . veni, arranca-me do 8eio a frecha : 

è8te dardo, cravado no iiicu scio, 

è, corno uni raio, ardente, e mal re8piro. 

Arranca-nie è8te dardo ; que eu ni\o morra 

coni èie no meu peito. Eu nAo 8ou bramane * ; 



1 Individuo da casta saccrdotal. 



nfio te roSBuas do terror que inspira 
o aBuaHcinio de uni biàmane. E verdadc 
quc de uni bramane', que èrma neate boaquo. 
eu filho (tou, niaa mlnha m&i è fudra. ^ — 

Eia o que dixac o moi;o, a niinha vitlina. 
À vista dèsie pobrc adolettcente, 
que, entre queixumcB taÌH, ne rcbolcava 
natt àguas do <^araÌo, deupcnhel-nic 
na mai» e»tranha proM'ra^ao de eapirito; 
e, atheado de mìm, tlrei a frecha 
do extenuado «eio do mancebo, 
coni uni cuidado igiiul no nicu dcHojo 
de conncrvar-lhc a vida. Ma» apenas 
o dardo mi extraiu, o nioi,'o ermlta, 
exalando um nuttpiro entrecorlado 
por gollada» nangrcnta»), trenieu lodo, 
e OBtran ha niente oh <ilho8 rcvulveiido, 
cxalou o Huepiro dcrradciro. 

Quando u fdho do ttanEo anacoreta 
cxpirou, abatcndo a minha glòria 
e a niim mcanio, fiquei-mc conarcrnadu, 
à vista do Incurdvel infortùnio. 



400 



Extra ida que foi a Hcta ardente, 

fatai conio o vencno de unia serpe, 

tornei a bilha, e dirigi os pa8808 

para a mannào do asceta. 0« pobre» vclho», 

li\ entavam «òzinhon, trintes, cegOH, 

Heni ninguèm qtie amparanHe oh desgraQados, 

conio dois pànsaroH que a8 asas perdciii. 

Agiiardavam «en lìlho, e eram sentadoH, 

ialando dcle allitoH, oh doÌ8 velho8 : 

aquelcrt que cu ferirà eni Hua prole 

auniavam a dica, que neu filho, 

voltando, lhe8 darla I NeHte lance 

è que eu, na con nei oncia remordido, 

achei, ermando oh pàlidoH ancetasl 

() ermita. ouvindo passo^ junto dèle, 

diz : — Filho nieu. porque tardante tanto ? 

Traze-me a biiha jà. lagiiiadata, 

meu boni ainigo. ha tanto que te andava» 

brincando na àgua I dava-no8 cuidado, 

a tua boa mài e a mini, meu fìlho, 

tao longa auHcncia. Se eu acaso cu eia 

nuni momento nequer te niagoàmo8, 

perdóa, e nunca ma in por tanto tempo 

te detenhan no ponto aonde fore8. 

Nùo pOHHO andar. . . tu èn an minhas pernaaw; 

nfto po««o ver. . . tu ch a nilnha vista : 

csta minha existencia eni ti descansa I 

^^ Porque nAo falas tu ? — 



A GHta« vozeH, 
lentamente abetrantlo-me do velho, 
u qucm o iinior de pai tanto in»pirnra, 
u L'oin a<* niilort o pefto eoniprì minilo, 
(lltiHe-Ihu, Hiifucado de hoIuvoh, 
e mima vnz tremente, lialbiieiante. 
mae qtic a miaha Jirmc/n reanlmava: 
— Eu... cu uni xjitria smi, mio sou teu fdho ; 
meu nome ù Davaratu ; e cÌH-iniì contigo, 
depuitt de eomctìdo infaiido erime, 
de quc a virtude tem liorror e enpanto. 
Ku, Kttnto »Hceta. liavin demandado, 
eom o areo em piinlio, at margena do (paralo, 
por cupri'Lnr oh anìmain bravÌo« 
qiie, da nidi- obrtsadon, ali fónnem, 
e qiic cu fi'celiaMHc Hem im ver. No cntnnto, 
o estiidor de ama hilha qiie «e cnchJa 
l<icou-mc o'ftuvido. dcHpedi a freeha 
e aMHaHHinci tcu lilho, iuiaglnaiido 
niatar um elefante. Aon (ji-itoM dò le, 
tirudott pela Ireelia qiie o varara, 
eori'l trèmulo ai> ponto dande vialinm, 
e vi entào um joveni penitente. 
V. eerto qiie eii pensava, anacoreta, 
ter em i'reiite de niim uni elefante, 
e ullrar a unia fera mio a vendo, 
quando eravou teu Jìlho o fèrreo dardo. 
Arranqueì-llie do Heio a minha freeha, 
e èie expii-ou, Hubindo uo cèu ; ma» anten 



hte 



402 



havia lantimado longameiitc 
a Horto do kcuh paÌ8. Involuiitàrio 
foi o as8a8HÌnio de teu fìlho aniado. . • 
Currado aHKiin ao peso desta culpa, 
iiierevo contra mim a tua còlerà. — 

Nlnto, ficou petrificado o velho ; 
iiiaH logo apÓH, recuperando alento, 
estan palavras proferiu, em quanto 
cu an niiloH juntas conservava humilde 
— Se. criminoso de unia falta enorme, 
tu m'a nùo confessasses espontàneo, 
mesmo sòbre teu povo caì'ria 
o castigo tremendo ; e o meu anatema 
havia consumi-Io comò o fogo I 
XAtria, se tu soubesses que era ermita 
aquelc que matavas, esse crime 
faria despenhar Brama do trono, 
que èie no entanto ocupa inabalàvel ; 
a sete descendentes e a outros tantos 
dos teus maiores cerraria as portas, 
ó mais vii dos mortais, o paraiso, 
se consciencia houvesses do teu acto. 
Foi crime inconsciente ; de outra 8orle„ 
nùo viverias jà, e a ra^a inteira 
dos raguidas ^ havia de apagar-se. 



^ Descendentes dos reis da ra^a solar. 



tnnto valor ne prende à vida tua I 
VamoB, cruci I conduzo-me depressa 
aonde asitasaìnaatc o infclìz nio<;o 
que era um bordùo de ccgo, e que sabia 
guiar minha ccgueira. Eu quero ainda 
tocar meu fìlho murto, ne a cxìtiti>ncla 
ine nùo abaiidonar, antca que o iihrace. 
Qucro, coni minha et»póea, tocar inda 
o cnuaiiguentado corpo de meu fiIho, 
Bolto o jata e o» cabelos em deuordem ; 
corpo de que a alma rettvnlou agora 
»ob o poder de lama. ' — 



Guici OS ce^oH, 
do intimo ahalados, a eutia eutiUicia 
e noia OH doi<4 eHpottos abrai;araiii 
o entirado cada ver de «eu fìllio. 
Miti 8uittendo ulna dòr que om avcrgava, 
ao tocarem, apenaa no cadàver 
ergueram da alma doloroso gri:o, 
caindo sobre o corpo enaanguentado. 
O csniaiado tteniblante de scu fìlho, 
a mfil beijou-o e dcitatou-se em prantott, 
e em lamento» t&o tristes, que lembravam 
OM da mAi do novìlho, a. que i'urtauttem 



OS, o Fiutilo indiano. 



404 



a c'rttreniecida prole: — laginadala, 

dizia eia, — <», nùo me qucres tanto 

conio a pròpria cxÌ8tencla ? Filho atiguBto, 

<i,porque iiào falan tu, quando te parte» 

para eH8a via geni que è tAo longa ? 

Beìja-me. e par t Iran eni me abrat^ando T 

^,Ji\ me Uiìo quercH beni? ^.porque nùo falas? 



O pai ali ito, dèbil, alquebrado, 

falou tanibèm conio «e vivo fònne 

o fìlho, a queni tocava o« membros gèlidos : 

— Meu fìllio, <»,nao conheeeB minha» voze», 

nem as de tua mai ? Ergue-te agora I 

veni ! em teus bra^ort non aperta a ambo8 T 

De quem ouvirei eu ne«te8 deserton 

urna vo/. grara que me leia oh Vcdas, 

na noi te pròxima, co'o mennio empenho 

que tinhan em naber oh nantOH dognias ? 

^, E quem, meu fìlho, levarà don bo8que» 

il niannào noHHa frutoH e legumes, 

«empre que a fonie dominar oh cego»? 

E CHta ceguinha, carregada de anoH, 

tua mai, està bòa penitente, 

conio a HUHtentarei, eu que hou fraco, 

que HOU cego conio eia e nem amparo ? 

NAo queiran delxar lioje entan paragens ; 

Amanhan, fìlho, partiremon todoH. 

Dep renna a dór obrigarà oh velhoH 



405 



a deixar e»ta vida pela morte : 

a sentenza, mcu fìlho, està lavrada. 

Apcnas cu de lama entrar no» reinoB, 

infeliz pai, mendigarei eu mesmo ; 

para o filho do Sol levando o8 pa8808, 

eu Ihe direi, por ti acompanhado : 

— dà camola a meu filho, ò deu8 dos morto». - 

DepoÌ8 das Bantas ora^òcB da tarde, 

depoÌ8 de feita a matutina prece, 

depoÌ8 do banho e da obla^ào piedo8a, 

iquem tocarà meu8 pé8 com as mào8 8ua8, 

para enlevar-me em Bcnsat^òes tao gratas ? 

Ao mundo do8 heròi8 que nào regre88am 

8obe, meu filho, que ès um innocente 

vitimado a imprudència dcBhumana. 

Alcanna o eterno mundo do» a8ceta8, 

do8 «acrifìcadore» e dos bràmanes 

que a» fun^òcs de guru preencheram dignos; 

o mundo dc8tinado ao8 penitente» 

que leram, linha a linha, o» »anto» livro», 

o» Vedati e o» Vcdanqafi; e onde habitam 

Ia»ti, Nahusa, e outro» rei» piedosos ; 

mundo aberto ao» bona chefes de familia» 

que nunca o 8en8ual prazer procuram 

longe do8 bra^o» da con»orte amada ; 

»erc» mode»to» e alma» generosa», 

que a piena» mào» armento» distribucm, 

e alimento» e terra ao» de»herdado». 

Vai, meu filho, acompanho-tc em e»pirito; 



— ' - - 



40(5 



8obe ao eterno mundo, aonde aobem 
aquelen que firmaram entre o8 povos 
a paz e a «eguran<?a, e cujo verbo 
foi a voz da verdade. Almaa eleita», 
que nancein nunia casta conio a tua, 
a inferior condiQào nfto baixam nunca. 
Expulrto ora daqui, vai a é88e8 niundo8, 
onde o mei em regatos serpenteia.. — 

Tanto que o solitàrio éstes lamcntos, 
e outro8 inda, soltou com sua espòsa, 
triste cumpriu a cereniònia da àgua 
eni honra de scu fìlho. 

Após instantes, 
de urna celeste fórma revestido, 
e al^ado num soberbo carro aèreo, 
o fìlho apareceu do santo ermita, 
e assim falou aos pais : — Em recompcnsa 
do puro amor que vos sagrei, obtive 
condivao valiosa : dentro em pouco 
sereis neste logar tao anelado. 
Nilo lastimeis do vosso fìlho a sorte, 
nem crimineis o rei ; era destino 
que eu sucumbisse ao tiro do seu arco. — 

Disse ; e, transfigurado em corpo aereo, 
erguido, entre esplendores, sóbre um carro 
de uma beleza extrema, sublimou-sc 



■o filho do richl no ciJu. E cm quanto, 
juntas aK niAo», cu era ao pè do crmita, 
que havia tcrmjnado coni a cepósa 
a ccrcmòiila da àgua cm honra ao fìlho, 
falou-me aneihi o santo penitente . 

— Eu panmo de que, itcndo vii e fAtiio, 
tu conte» por avòa oh Icsvaquidai*, 
rci8 santoH, };lorloso)i e inagiiùninioa. 
Entre nò» {limai» houve dettavenija», 
nem pleiteànioa campo» ou mulherea. 
Scndo atiHim, ^, porque a vlda tu me roubaa 
e a da conHurte minila com tea arco? 
Ma», j^ que ÓH innocente no teu erro, 

nfto te maldigo, man atcnto CHcuta : 

— Asttim conio-clicgou para meu» dia» 
inc8perndo termo, pela» màgoa» 

que me inntilou a perda de mcu fillio, 
aneim, ao cabo da carrcira tua, 
ha» de deìxar a vlda pesaroito, 
« chamartÌM dcbalde por leu fdlio. — 

Dcbatxo dL>Hte anatema pcaado, 

volte! para cidade. Dentro em pouco, 

& »ua dór o a»ceta »ucumbia, 

àqtiella tiVo violenta ddr paterna. 

A maldivi'it do bramane por cei'to 

ne cumpvc agora em inim: poi» oa pesare», 

e a» «audadc» que tenho de meu fìlho, 

a »eu termo cundu£cm minha vlda. 



408 



Os mcuH 0II108, rainha, nSo v^*om nada, 
mcHiiio an ideian vao-8C-inc apagando : 
Hào éntcB, dama iluntre, 08 nicnsageiros 
da fatai morto, qiie me apre»8a a marcha. 
Se VÌC88C a mim Rama 1, ou 8e cu apcnan 
ouvÌ88e a 8ua voz, cu rchaveria « 

a mìnha fòr«?a, corno uni moribundo 
que ambroHia bebc88e. E8ta 8audade, 
lilha da 8ua au8encia, C8tala 08 clo8 
da minha vida, comò a onda ra8ga 
a ramaria umbro8a que cre8cera 



de um rio nóbre as margcn8. Venturo808» 
08 que, ao termo de exilio de meu fUho, 
pa88ado na8 (lore8ta8. Rama virem 
voltar para Aiodia, conio ladra « 
dcHcendo là do cèu. Nào 8erao honiens, 
ma8 verdadeir()8 deu8C8, 08 que uni dia,, 
quando à cidade èie voltar do8 ermo8, 
a 8ua face bela contemplareni, 
tfto re8plendente conio a Ina chcia. 
O venturo808 vcm, que aH8Ìm puderde» 
ver a face a Rama, a augu8ta face, 
scmelhante a rainha da8 e8trcla8. 



1 O herói do Ramaiann, e fìlho de Da^arata. 
* O rei dos dcuscs, o Jùpiicr indiano. 



409 



e graciosa e bela, de alvo» dentcH, 
e de olho8 conio a» pétala» do lodarti. 
Felize» 08 mortais, que de mcu fllho 
virem a face augusta, cujo hàlito 
é igual ao perfume que reaccndem 
as pétalaB do lodam, pelo outono. 



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CRIAN9AS 



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Palavras do primeiro Editor 



Dr. J. M, PEkEckA 



Projectira urna elevada personagem or- 
ganizar um livro, colaborado psla maioria 
do8 nos8os escritores, e cujo produto rever- 
terìa erti benefìcio das crèches. Convidado 
para a colahorat^Ao o nosso ìntimo aniigo 
Candido de Figueiredo, escreveu o8 versos 
que adeante seguem. Gorou-ae, porém, ao 
que parecc, o projecto daquela publicai;i!lo, 
mas conseguimos que o autor dos versos 
às Crian^as no9 permitisse a publica^3o 
dèles. A aceita<;&o, que està poesia, logrou, 
quando apareceu em a nossa REVISTA DE LIS- 
BOA,_ assegura-nos que o acolhimento desta 
edi^ào nSo nos farà arrepender do nosso 



4U 



cometimcnto, que é ao mesmo tempo um 
preito as letras e um protesto de sincera 
amìzade ao autor dos versos. 



Teeeira de Lima. 



crian(;:as 



(ADouroRA Carolina Michaèlis) 



Dclxal agora os infanti» brinqueLloc 
dcixai agora de folgar e rir. 

e asecntai-voH comlgo 
à Hotnbra déitles triste» arvoredoa 

qiie o outono vai dcxpir. 



Qucro-vo8 muitol comò pafc atnigol 
e, cni quanto algunia fòlha, rcsaequlda 

pcloa eetivos eòi», 
vai caindo e buscando a voz perdida 
doe 8CUH cmmudccidoe rouxinòitt, 
havei» de catar quietas, ailcnciosaa, 
corno a «ombra do» triste» arvoredoB, 
que ec csqueceram da eata^fio da» rosae, 
e dizctn entro tii alguna segredos, 
ao antever aa noite» invemoaas.. . 



416 



K ficarein a88Ìm niai8 tcntadora», 

ni in ha 8 gentÌ8 amigae, 
conio aquchiH imagens cÌ8madora8, 
quc tende8 vÌ8to cni catedraÌ8 antigas. 

E que cu nAo qucro que deixeÌ8 de ouvir 
lima palavra 80 d«i8 que eu dÌ88er : 
falando-vo8, dirijo-nie ao porvir, 

ao homem, a mulher, 
e a VÒ8 niesmas havei8 de transmitir, 
coni a8 vo88a8 Haudade8 e e8peran<;a8, 

o que eu dirtser, crian(;a8. 

Nào V08 liei de contar, niuita8 histórian, 
porque nào qua«e sempre nientiro8a8, 
e è pecado enganar almas forni08a8 
coni lendas, sobre ab8urda8, irrÌ8Òria8. 

Eu falo-voH da vlda. — a hÌ8tòria enorme, 
que nào anda nos livro8 relatada, 
misteriosa odisscia, vasta, informe, 
sombrio pèndalo entre o indo e o naiia T 

Nào me entendeis decerto T ma8 uni dia 
devassareis talvez o meu segredo, 
ao trilhar 08 v^r^^ais quc o niundo cria. 
Por ora, ainda e cedo. 



Eu falovos da vida. Ao entrar nela, 

preclitaiB de saber 
«te o cèu da infàncla, (|ue ora ae conetela, 
tcrà sempre esita luz e éaite prazer, 
«eni que ott enturvc a «umbra da procela. 

A Vida faa lembrar 

im menti a galeri a, 
em quc una vultoe perpasttum aem cessar 
em melo de crlalals que a luz do dia 
faz reflectlr as nuvcna do pesar 

e OH antros da alcgria. 

EHHeH oristaiK cnmbiantcH 
sAo OS cspclhus da comèdia humana ; 
e eu quoro quc poìsein, alguns inslantcs, 
VOS0OS olharcs vivo*», cintilantea, 
ncHSCit cspclhoH donde a luz dlmana. 

Tcrei» em tais espclhoH 

proveltosa lii;iìo : 

e, se apcnait aos vclhos 
é pcrmiHdo dar vltaiit conselhos 

a qucm Ihcs bcija a.mùo, 
por milita vez a juventude iguala 
a sensata velhlce, quando fala 
pela discreta voz dos dcsenganos, 

— chama que abrasa e estiola 
a melindrosa fior da» e8peran<;ait. 



418 



Silcncio poÌ8, crian^aB : 
tendc8 aqui um velho de trinta ano8» 
quc tem cursado a bem-fazeja escola 

da luta e do trabalho, 
colhcndo a cxperiéncia, o doce orvalho 
que 08 8equio808 màrtire8 consola.; . 



^, Nùo conheccÌ8 ainda 08 mandamcntos 
que a vida ensina ao8 que na vida avan^am ? 
Sào tanto8 comò o8 ràpidoB moment oh 
quc no infìnito por milhòc8 se lan9am ; 
ma8 em mui pouco o8 podereÌ8 cifrar, 
se 8abcÌ8 crcr e amar : 



Amar a grande luz omnipotente 

que tendcB, e nào védc8, 
dentro do vo88o e»pirito innocente, 
onde 8e embateni a8 contràrias 8ède8 

do mal e da verdade, 
à 8emelhan<;a de caudal corrente, 
que, outra encontrando, o flòreo campo invade. 



Amar o beni I ^, mas conheceÌ8 aca80 
o quanto exprime està palavra, — beni ? 
Imaginai um crÌ8talino vaso, 
que mil essèncias dentro em si contém : 



419 



no bem ha mais fragrància, mais perfumes^ 

atractivo maia casto, 
do que em todo8 osnitidos cardumes 
das flòre» de um jardim, Bumptuoso e vasto. 

Delieia, consola e robustece, 

aquela estranhfl esséncia ; 

pois quando alguém padece, 
e a derrama no aitar da consciéncia, 
seca-se o pranto, e o jùbilo apparece* 
Se alguém védes alegre^ satisfeito, 
festejado, sem ódios de ninguém, 
è porque traz consigo, — no seu peito, — 
a esséncia de que eu falò, — a fior do bcnu 

Do amor ao bem, deriva a san dou trina 
que, semeada ao sol da juventude, 
ha de gerar a pianta peregrina 
que se chama — virtude, 

Nào pergunteis aos livros onde existe 
a augusta pianta e os seus benditos ramos : 
muitas vezes, se os livros consultamos, 
o que neles se colhe é triste T triste I 

Se no seio abrigastes com cuidado 
o per fu me do bem, a eterna esséncia, 
interrogai o livro da innocéncia. 



420 



o V0880 coravùo ininiaeulado, 
e eie dirà, nempre qua alguém o entude, 
onde exintc a virtude, 

Aniai-voH conio irmaon T — ein a legenda 
que a ni^^o da natureza grava e entampa 
em cada marco da eHpinhona Menda 
que vai do ber(;o à campa. 

• 

SomoH todoM irniAoH, encutai beni : 

o africano, o chinen, 
o Hclvagem, o ìndio, o portuguen, 
venham donde vierem, todoH tèni 
no banquete da vida o «cu lugar, 
banquete onde mìo vemoH primazian, 
ma» coniunhiìo de dorè» e alegrian, 
ama iamilia em torno do neu lar. 
ClaHHe», religiòe». idade», core», 
denapareccni ante o nonno amor. 
O Hclvagem, que adora coni fcrvor 
a luz enplèndida do koI naHcente ; 

o turco, que ne inclina 
ao ver a augunta nigna do crcHcente ; 
a cigana andrajona e peregrina, 
que iiaH linhan da mào le o futuro ; 
o catòlico, abnorto, extaniado, 
ante oh enigma» de uni mì»tério eKcuro; 
o proteatante, em pertinaz vigìlia. 



procurai] 

o M-ntitlo nuitt puro, 
. . .iiAo fazeiii niuiit do quo unia hù famili 

TuiioH sonioa irniiìoit I Sv al^uèm vox dì» 
— nlguéni que a vomto» olho» reve«H»*M; 

OS trajc'u de mciitor, — 
ne alguùin vuH ditueque o cHtraiiffoìro, o 
o hotcntote. o }udeu, o negro, it pAria, 
nAo voH iiieroconi fraternal amor 

tieni suo voxHOs irtnAot». 
por tercm rat,'a e«tranha e creii^a vària, 
liìio Ihc dei» fi>, purque eattc nlguòni... mei 
V. mau e hipòcru'a I da» ttuan m&oH 
HÒ viruo bèm;flo*' Mue ne tuniam logo 
eiii fcl de nialdlviìo 1 da (tua hoca 
■ a maÌB furta palavr» è corno o fogo : 
varri' e cu negre te, quando oh nAo devo: 

OH ponroH onde toea. 

TodiiH HomoH innitOK! O vohho anior 
«era eoriiii a eorreiite eHHtaliaa : 
iiu tranneorra o viileiro ou a campina, 
hrejo ou algur, por onde quer quo fòr, 

a tuiio hii de levar 
a froHciira que a« niargcuM opulenta, 
a abundància que o» povo« alimenta, 

a alegrìa, o hom ar. 

E urna corrente, — vede, — 



422 



nao moHtra preferència» por ninguèin : 
pclas vàrzeas que o 8ol, queimado tcni, 

onde apare<;a a »ede, 
onde a fome denenhc cscutoh tra<;oH, 

eia a todoB atende : 

a uni lado e a outro estende 

o8 providente» bra<;o8. 

Ma8 a8HÌni corno a limpida corrente 
primeiro beija a rocha donde sài, 
a88Ìm o V0880 eBpirito innocente 
primeiro lià de e8praiar-8e docemente 
tientro don lare8, em que vo880 pai 

coni a enpòaa partilha 
08 abra<^oH de uni fillio ou de urna filha. 

VÓH nào HabeÌ8 decerlo quanto vai 
o inengotùvel f»ròvido tenoiro 

do afecto ni a te rn al ; 

neni acharioin oiro, 
ou jòia de alto pre^o, que vale88e 
de um pai o niaÌ8 ligeiro pensamento, 

uni 8orrÌ8o, uni lamento, 

uni ÓHCulo, urna prece. 

Pagai coni vo8ho amor o amor immenso 
do8 que vo8 cmbalaram. Desvelados, 
^'les pensam por vòh ; os bcub cuidados 
todo8 convergeni para o foco intenso. 



aonde, por um sòpro do dcHtliio, 
ec foratn confundJr e recompor, 

num £xta»e divino, 
duHH rèatlae da luz do eterno amor. 



Mas f. tu ctiora», crianija, eni quanto an m 

prestali! uuvido atcnto ? 

l, Que eHtrantio pensamento 
te eneombra agora a» face» vlrginaiB ? 

^Tu nfio ten8 pai nem m&i? 
o teu beivo, ^ cmbalou-o a caridade, 
que te encontrou sòzinha, tiem ninguém, 
a uni canto da» vieiatt da cidade ? 



Chora, niait niio por ti ; eliora e lamenta 
aquclcH que nnit urflH do egoÌ8iiio 
depUHeram a vitinia incruenta 
do «eu fatai amor, foino a tormenta - 

que ù beira de um abinnio 
deixa a vergóntea debil, dcHpo|ada 
da vvrdura e do» miniott da alvorada. 



Quando nasceste, a Iilpocrittia infame 
crgucu-tte e disse aos dois : 

— Hucondcì-a ! que o iiiundo raiva e brame, 
se vos mostrai» quale soia ; 

afìvclal a mascara, a ilusAo, 



124 



moHtrai-voH hòh e livren e impolutOH, 

quo o mundo abHolve 08 maun e oh dissolutone 

quando Hubeni montrar o que nào nào. — 

E èlcH, a8 duaH feras sein ri va in, 
a qucm a natureza por engano 

um dia tornou pai», 
arrancaram do 8eio denbumano 
o mai8 grato pehhor do afecto puro, 
e atiraram-no àn onda» do futuro, 
aoH caprichoH da Hortc, iìh ventaniaH, 
a forno, ao anHanninio, àn enxovian, 

a vcrgonha, ao monturo. 

Cliora, niaH mìo por ti ! A hunianidade 
è niiìi que nùo cnjeiia a 8ua prole : 
aqui 8e denomina caridade, 
filantropia alèm : mas, quer con8ole 
aquele8 que vaHquejam na agonia, 
quer lance do 8eu CiMix de anibro8Ìa 
no CiMix do martirio uni doce gole; 
quer tome a ni o luto, a màgua, a 8orte 
do8 de8herdado8 da fortuna vària, 
ou entre pela entrada solitaria 
em que apÒ8 da minèria vai a morte, 
e de 118 noite8 da alma luz e vida, 
pào ao trÌ8te casal, fentas, beleza, 
cumprc e88a lei que vemo8 insculpida 



no còdigo immorCal da na'.iirc/.a, 
e que. Ite alguétn pronunclA-la fór, 
apcnea diz — amor! 



Amor a todo», por amor ao t>cni I 
vai nlHto a pax e a HÓIId» \ 
e o apanAgio tanibèni, 
da humana criatura. 



AmaI'VOit corno Irm&oa ; 
e a cada pattito ddxarclit hrilhando 

o Itolo da hondado ; 
e, (te dait vosttan pctiucnìnaK mftoH 
hflo de «air em miuteriotto bandoi 
OH dcHtinoH do mundo, a hunianidadc, 

— dc8lino8 i|uc vìrAo, 

quaiti alt pombaH da londa. 
anunciar a lu/. da redenijilo 
à humanidadi? oprcMtta e foragidii, 
quc, em trevas anelando ideal clariìo. 
anda fa/.endo e dcitfazcndo a tenda 

cm que ite gaHtn a vida ; — 
e, ac vÓH itoitt o arco da alian^n, 

quc nu hoHzontc eiteuro 
hd de eupalhar oit rluo» da cttgierani^a 

e a" benijao» do futuro : 
dcixai que voH repasuc' a ca^la ennència 



426 



do beni e da verdade ; 
ola è ìrnian doH lirios da innocencia 
e dà rcalee 21 ilòr da vonna idadc T 

Finde a homi Ha porùm. 
E pònto o Hol. O fumo don casal» 

tolda o poentc, além, 

Hubiiido cm espiralH. 
Vollnm do campo oh filhoB do traballio, 

a quelli fortuna esquiva 

negou o pfto ; ma» dà-lho 
o »uor que da» fonte» Ihe» deriva. 
A natureza eni lànguido cicio 

parcce convidar 
ao dcHcanno nocturno, à paz do lar, 
ao brando nono om cabe^al macio. 
A fada tutelar do» innocente» 
e»pera-vo» alèni, na« vo»»a»caHa»; 
ha de in»pirar-vo» nonho» norridente», 
zelarti o enplendor da» vo»Ha» a»a», 
e velar à por vò», anjo» dormente». 

Nfto a vede», ma» eia vo» embala; 
nfto a ouvi», ma» a» voze» que e»cutai» 
em »onho» de oiro, puro», virghiai», 

»ao dela, que vo» fala 
numa linguagem doce, immaculada, 
conio uni gorgcio em fre»ca madrugada. 



Dcltal-VOH e doTini ; mas ncm dormindo 
dcixeie eamorecer a luz bendila 
quc, aceea da verdade ao Bopro ìnfindo, 
dentro de vohhos cura^Oce habita. 

E, quando deupertardea, 
repeti cste canto, eeta II9&0. 
Ent todas as manhana, todaa a» tarde», 

à noltinha, ao errAo, 

paitaai peia lembran^e 
o meu canto de amor e de euperanga. 

l^u volto à luta inglórla, 
aoa trabaitios quc conto pelon dia», 
ni ine irò ob^curo de àureatt utopia», 

que nfio aspira à hlntória. 

Se alguma %'ez o frio dcMalento 

me qucbrantar a« fórva» e a coragem. 

tra rei ao pcnBamento 

a voM»a eaitta Imageni ; 
e o opcrtìrio canHado, dcsvaltdo. 
crerà que mc Ihe arquoia uni céu niain puro ; 
e, revocando o «cu vigor perdtdu, 
traballinrà por vòn, pelo futuro. 



PLATONISMO 

(Ao Con DE de Valenvas) 

lista imagi«ac5o r um tormfHto. 
JoÀo DE Dfi:s. 

No mcu àrido exilio, ein que a ventura 
nunca rot^ou a» asas columbinaB, 
e erti que a luz de alvoradas peregri nas 
nunca varreu a minila noi te ettcura ; 

Huave e luniinona orlatura 
caminhou para mim, dentre a8 neblinas ; 
e ergueu nan nuas niftos alabastrina» 
o farol mago, que o meu »er procura. 

Man, quando a apari^iìo renplandecia 

maÌ8 pròxima de mini, e dosvelada 

me apontava o arrebol de um novo dia ; 

em vez da 8ua boca pcrfumada, 

no8 meu8 labios tocou a noi te fria, 

e 08 meu8 bra^os cingiram... sombran, nada I 



(A Caetiko Alberto) 



Oe ciprentei» gemiain trinlctnciite 
cni volta do mcu tùmulo gelado ; 
e, na Timbrla de um manto constelado, 
a lua rccortava-se eni crescente. 

Tudo itllcDcloHo e triste I De repente, 
assomou o teu vulto idolatrado ; 
na nilnha campa, netMc frÌo eHtrado, 
foste ajoelhar entflo, picdosamente ; 

e urna làgrima tua dolorida, 

t&o docc, tao ardente e tao nentida, 

no meu àlgido Iclto ae embebeu, 

quc cu ecnliria, na feral jazida, 
meu corai;ao bater, ac acaao à vlda 
voltar pudeaHC quem por ti morrcu. 



DUAS ANDORINHAS 



(de e. Legouvé) 



(A VlSCONDESSA DE SaNCHES DE FrIAS) 



Ontcm, fui a8»entar-me junto ao lar; 

que a8 rajadan primeiran 
do frio inverno HÒeni convidar 
ao tepido ronianno dan lareiran. 
K o nordeHte me trouxe cnt&o 08 trinfo8 
de dua8 andorinha8 palradeira8 : 



— Filha, e niinter partir : 08 parvoncinho8^ 
o inverno anunciando, 
cruzam oh cèu8 ein bando ; 
e do8 freixoH vizinhoH, 

de8folhado8 e trÌ8te8, \ik hoou 

trè8 vezc8 no880 grito, convocando 

a8 no88a8 companheira8. Veni. 



— Nfio vou 1 
— Veni. Olha tu conio o esquailr&o prlmeiro 
jà se alinha, formando-tte cm vanguarda I 
A hora da partida. ve» ? n&o tarda, 
delxamos està nolte o paradeiro : 

bem tmbes tu que a ettcuridào cerrada 
noH oculta de todoK, ao partir ; 
e que, fella neitn'hora a retlrada, 
nSo no8 p6de o milhafre perseguir. 

— Minila mài T tua fìiha nfio irà 

à paragem longlnqua, aonde vait» ; 

ncHta nolte, daqui n&o partirà, 

nem àmanhaa. nem ao depoU I jàinaltt I ■ 

— Porqué 7 

— No titesmo ninho, 
cin que tu me criaute, mìnba mài, 

orlando fui tambèm 
minila primelra prole ; o mcu cariniio, 
bàrbara mfto foi perturbar-mo ali : 
lan^ou-me fora, e trèpida fugl 1 

Aquela casa, por bem pouco tempo, 
do» mcus amore» foÌ quieta espànda ; 
e meu8 filhinltoit, de asas iaclpiente», 
nem »equer cliegarào a estas corrente». .. 



a:ì2 



— Veni : è timida a iniuncia ; 
e tu moHino, no ano, que là vai, 
reccavaB partir déstcA lugares. 

a tè que ein fini teu pai 
te amparou, e 8eguÌ8tc-o : 
anipara-o8, que Olen eeguir-te-ào no8 area. 

— Hepara nelen, mai : 
o corpo »eu frangino, 
beni ve», apenat» tem 

raro froixel, beni raro e inda niaÌ8 fino, 

— Ma8 que ha de ner de ti, pobre innocente ? 

O inverno aqui è àHpero. inclemente, 

e jùniaiH e8quece-lo poderei : 

Uni dia. pelo outono, un» ^a^adore» 

an anaa me feriram ; cà tiquei ! 

Quanto eu Hofri de horrore» I 
A neve cobriu tudo I nào havia 
inHtctoH ncni abrigo I e a cada lado 

imi piiHHaro ne via 
cair no chùo, morrendo enregeladi». 

— Enregelado, nuìi ? I 

— Viani-8e algun» tambèni 
percorrer o8 e8pa<;o8 a gritar, 
cair na terra, ao de8pedir da vida, 

e de fonie expirar ! 



433 



— De fonie, mài querida? 

— E eu Halvei a exÌ8téncia amargurada» 

parede8 habitando, 

coberta de gcada, 

e faminta buscando 
cadàveres de insecto» no tear 
dan aranhan. . . Teu8 filhoH vai chamar ! 

— Apcna8 tùin voejado 
em volta- do telhado. . . 

— Que importa? ade ja-1 hea em tórno ; ostenta, 
8U8pen80 do teu bico, algum insecto. 

Quem ó pequeno, a gulodice o tenta : 
8e dà um passo, recuamos outro ; 
e vai andando empòs daquele objecto 
que tanto o prende ; arroja-se, e por firn 
libra-se nos espa^jos pra7x*nteiro. 

Lembras-te ? ibi assim 
que recebeste o ensino meu prinieiro. 

— Mas se éles, pelas ceifas, 
inda nùo eram nados T 

— Ergue-te pois sòzinha a esses ares, 
e abandona comigo estcs lugares, 

coito de ruins fados. 

Ì8 



.«^d 



i'òi 



— ^, Deixa-lo8 niorrer, eu ? I 

— Ma8, se ficares, 
^. escaparào o« miseron ? 

— E que nào morrerào dc8amparado8 : 
inda que o frio enregelar-me venha 
coni elea achegado8 ao nieu peito 

cm no88o ninho C8treito ; 
inda que, além, do re8friado lar, 
reaccndendo-8e o lume, me vie88em, 

durante cada dia, 
onda8 de negro fumo 8ufocar, 

eu nunca 08 deixaria I 

Là dentro ou fora, e ou 8eja dia ou notte» 
buacarei sempre, coni afan e amor, 

que a todon o8 acoite 
e8te meu corpo. . . Eu croio que o amoi' 
me ha de alargar a8 a8a8. . . Se Deu8 veda 
que o meu sangue Ihen 8irva de alimento, 
nSo veda que Ihes de o 8eu calor. 
Quero, por cima deles entendida, 
8oltar a88im meu derradeiro alento ; 

e, para o8 defender 
mesmo depoÌ8 de me fugir a vida, 

eu quero-lhe8 fazer 
de meu8 re8to8 mortaes uma guarida I 



— Filha, procede» bem. 
Como tu, eu scria corajosa 
por ti, corno èie» débìl. nenten ttitioa. 

Fica. A turba anniosa 
de meu» filhon aguarda sua tnAl 

naquele freixo. alèm. 
O dcvcr que te prende è o quc me arrasta. 
É mister »eparar-no«, desligar 
do» teu» deslinos os destinos meu8. 
Oxalù quc te ueja este lugar 
propicio Hempre. AdeuH poi», filha. 



E n&o ouvi mais nada. 
O batcr de unias asaH revelou 
da andorinha mais velila a rctìrada ; 
dcpoirt, ttuspiro tenue r 



E eu disse a sós coniigo : 
— Nfto tcnhas medo, afàvel andorinha, 

que nùo correa perigo. 
Tornarci a meu cargo, em cada dia, 
dar-tc alimento e aos filhos, andorinha. 
Ilei de fazer que a tua moradia 

bem separada fìque 

do fumo da cozìnha, 

por um groaso tabique. 



480 



Ao ninho 8088cgado 
ha de chegar HÒmcntc 
uni calor tempcrado, 
HiiavÌ8HÌnio, innocente. 



E corno que ji\ 8Ìnto aquele j ubilo 
que hci de na primavera re88entir, 
quando te encontrar viva a mài saudosa ; 

e quando eia te ouvir, 

ainda duvidosa, 

a hÌ8ti)ria do8 teu8 dia8, 
que eu 8iìlvei para novaa aiegria8. 



'M * 



RELIGIO 

(Ao Cardial V. Vanutelli) 

limium est confiteti Domino et psalUre,,^ 

Salmo xci, 1. 

Ha uni poema enorme, uma cpopeia, 
que a88ombra an gera9ÒC8 

» 

maÌ8 do que o Inferno, a Iliiida, a Odinseia 
e o livro de Camòe8 : 

em lingua univer8al està encrito 

e em tra<;o8 immortai» ; 
tem por teatro o mundo e o infinito 

e maÌ8, 8e houvesne maÌ8. 

O pa88ado, o presente e a eternidade 

a data Ihe contem : 
da8 per8onagen8 nào ne conta a idade ; 

e a ac(?ào, resume-a o beni, 

È8te poema im mortai, em que fulgura 

suprema insplrac^^^o, 
se a humana lingua o noiiie Ihe procura, 

diz-sc — Religiiìo. 






DISTIQUi: 



Daiìs Val bum d'une jeunc fi Ile 



(Ao CuNSELHEIRO AOOSTINHO UE ('aMPOS) 



I/aniour qui, doux et joyeux, 
TrcHaillc j^aienient toujourn 

Da UH k'rt veux 
Kt daiiH le ct)eur naif, heureux, 
Den enfaiitH prcs de non pére, 
— Voici le ciel sur la terre, 
Voici l'amour den aniourHl 






CONTRASTES 

(a Malheiro Dias) 

Por ti, sem li, comigo cstou passando 
j\as mòrcs alegrias mòr iristeza. 

Fernào a. do Oriente. 

Vem a88oniando além, festiva, a primavera, 
recamada de luz, de pèrolan toucada. 
O ro8maninho exorna o vale e a cumcada ; 
nas ruinas verdeja a parietària e a hera ; 

a amendoeira em Ilór, noi va gentil, esperà 
o orvalho cristalino, o beijo da alvorada ; 
o sol vai abra<;ar a terra enainorada ; 
acorda para o amor o rouxinol e -a fera ! 

Mas... i que me importa a mini a natureza em festa ? 
se uni vento regelado as ilusòes me cresta I 
se nuvem tempestuosa o meu deserto cinge I 

se a ventura, que eu sonho, em meu casal nào mora 
se te nSo vejo nunca, ó inspirada aurora T 
se nào queres ouvir-me, ó suspirada esfìnge! 



SALVE 



VcrHOH rccitiUÌOH pelo actor Roque, na fonia dedi" 
cada aoH i^cnccdorcH don Cuamatas pelo Pe- 
droi(;()H'Cliih. 



(A MEUS KILHOS, ReINALDO E OCTAVIO) 



Ao longe. muiU) ao longc, alèni don mare», 
noHHOH avÒH, honrando a pàtria amada, 
ibram al^ar a cruz. brandir a CHpada, 
cni terra inònpira. eni »ertóeH e algarcH. 

K o Kclvageni daH terra« africanan 
curvou-HC k\ Cruz, rondeu-8C a enpada ovante ; 
e, cm rcf^iòcH immennaH fliituantc, 
viu-Hc <) balnìlo da» quinaH lunitanaH. 



Ma», coni o tempo, CHniorcceii a fama 
doH antigoH heròin armi potente» ; 
e o negro, dencerrando o» alvo» dente», 
mordeu a mAo que o levantou da lama. 



Cuinpria moiitrar boni ao ne(jro e ao mund 
quc, da Europa no ùltimo recanto, 
cxìtite PortUfi^al, que foi o onpanto 
dott continente» e (lo tnar profiindo. 

E montrou-ne I Um punhado de valente». ' 
heróix de terra e mar, lloróc» dn hiHtòrìa, 
lizerain rcviver a fama, a glòria, 
a bravura de heroico» adCcndentcK. 

A fronte dele», atravéH do» mutoit, 
relampaguenva urna brìlhantc cHpada, 
raogando selva» tf apontiindo a CHtrada 
do» Alhiiquerque» e don Viriato». 

K e»«a ewpada levoii-o« ù vitiiria I 

K OH loiro», que a afe»tòam viridcntc», 

cohrcm enKe punhadu do valenteH, 

e hfto de leva-lo» ao» coiifm» da hi«t<iria! 



NA PRAIA 



(AO CONSELHEIRO OlIVEIRA SiMÒES) 



Eia ia partir I De urna galera 
recliiiou-He Haudo^a na amurada. 
K eu fui dizor-lhe adeu8, 8em dizer nada, 
corno Hc eu presa a niinha voz tivera I 

l-ltinia llòr da niinha primavera. 

levei-lhe mna mioHÓte perfumada ; 

e eia beijou-a, trinte, niagoada, 

e negredou-me : — « Ku voltare! I E»pera I » 

Depoin, a barca navegou ligeira, 
deixando apenan luniinona esteira, 
eni que o hùniido olhar fìtando entoul 

E liquei-nie na praia, »ò e amante, 

a ver «e vejo ao longc a barca errante 

que ha de trazer-me quanto me levou I 



VERGISS-MEIN-NICHT 



(A D. Anna Bono Simììes Carneiro da Silva) 



A John HopiTcr altiva e purpurina, 
e QH grinaltla» da Splrea prateada, 
nSo valetn da Mionotc pcrfumada 
a bela flSr azul e pequenina : 

de L-ntrc a folhageni branda e ettmcraldlna 
rcxalta a fior, — a cùpula a/.ulada 
de um pequcnino céu, onde, enlevada, 
mlnha alma bcija o 8ol quo ine Uumlna... 

Vivo, porque eia vive I — te alcuni dia 
a eBtremccida fior, que me cnebrìa, 
batida fòr do» temporais do sul ; 

e se cu a vir no frlo chflo calda, 
irei caiuinho da final jazida, 
levando ao peito a tniatia fior azul. ,. 



ENCONTRO 



(A VlSCONDESSA DE SaN-CaETANO) 



— Tu, que choraB BÒzìnha, triste e pobre, 
^. que nome Icns ? 

— Eu chatno-me Orfandade ; 
e tu, que vaÌ8 8orrindo, meiga e nobre, 

dize : ^, quem és ? 

— Eu Hou a Caridadc, 

— Sé bcm-vinda. 

— Tene pai»? 

— A terra o« cobre 
e OH teu» ? 

— Nasci do Amor e da Piedade, 

— A tua pàtria ? 

— Quanto o olhar de»cobre I 

— Quem è tua familia ? 

— A humanidade I 



Vivo B semcar o berti e ine avizinho 
da tua cotùncla agreste, por que vejas 
enflorar-Kc o teu àrido caminho : 

ter&tt cm tiilm, se nada mais deaejas, 
paterno atnparo, matemal carinho 
e um grande corat;flo... 

— Bandita sejaal 



APOLOGIA 



(Ao Dr, Ribera y Rovira) 



Viva e rc8plenda o amor ! Embora a vida, 

(\c abrolhoH amcùde reveHtida, 

nort excrucic ., o amor e «cmprc o amor l 

Kle naùda o noi, corno a calhandra ; 

vive no fogo, corno a nalamandra, 

qiic a Vida cifra-Hc em morrer de amori 

(> Vèrtper, que ilutua no Ocidente ; 

(> Sol, que alaga em chama» o Oriente, 

nAo brilham mai8 que a eterna luz do amor I 



Copernico, afirmando temeràrio 
que o centro do nitt'rema planetàrio 
cHlà no Hol, crrou : — eatà no amor ! 



Km volta dele, ha oéculoH, gravitati! 
astroH, conatelacdes, o8 sòitt que habitam 
a» inflndas regides que rege o amor I 

Obedecem & sua otnnl potenzia 

a morte e a vlda : o facho da exiatéacia 

é humiidc satélite do amori 

Se ae apagaese o amor, voltando ao nada, 
— o mundo, a natureza fulminada, 
tambèm ne cxtinguiria, corno o amor ! 

Ma» n&o ae estingue o que è eterno e immenso, 
que nova vlda e novo ardor intendo 
no andar do» eéculos adquire o amor I 

L'm «èculo de ni&goaa e tormento 
È compennado por um ttò momento 
de intimo gózo de profundo amor I 

Se a morte queima a» flòrea da ventura, 
f, que Importa a vlda, a morte, a nepulturu, 
apó» um beijo de Infinito amor ? I 



A LILI 



(En lui offra nt un livre il' A, Daudet) 



Lili, quand tu liraH cch èblouÌ88ante8 pagcn 

D'amour et de beautè, 
SouviciiH-toi quc ten veux ont effacé len nuagen 

De« cieux de nion e tè. 

Et, b'ìI arriverà que ten larmeH benien 
Arronent doucemcnt le rècit du malheur, 
Sache que je pleure, en nongeant, mon amie, 
Que ton coeur bienfainant réfu»e le bonheur. 



Man je croÌ8 que ton àme acceptera peut-ètre 
Ce livre, ca tenioin d*attachement, de foi ; 
Et, puÌ8que je voudraÌ8 donner tout, j*ai pu mettre 
I)an8 ce petit cadeau tout ce qui e8t à mei. 

Koel de 18,.. 



NO MONTE DE CAPARICA 



A« rapuri^UH (tu Conta, 
qiiV ttoboni utc o .Moiitu, 
poiHani a giga, o defronte 
(.lo »cu mais nohrc frcgUL'tt, 
qucdam-iH- cheinr» de cnlfivo : 
— Bollilo velilo ! Nùo vétt ? 
\'ai jantai-. . , ehegou da caga. . . 
Poi» a Hardiiitià que cu luvo, 
dnva-lhn «ida do griit,» I — 

NAo Icroiii ]id(i an da Conta 
«111 livro, o lÀrni ilo Monti; 
ou iiìlo havcr qiiciii Ihen conte 
conio o velho dcla» got»tu, 
ne L-ondói daquela llda, 
e cni CHpirito ncarinhn 
a niitwria mal vcxtida. 



450 



que do Monte 8e avizinha I 
Ncnhuma, certo, adivinha 
OH afecto8 que Ihe deve I 
Alias, nùo Ihe daria 
a cestita de sardinha, 
mas de beijos cobriria 
aquelas barbas de neve I 



^ 



HUMORADAS 



ile Campoamor 



(Ao Dr. a. a. de Melo) 



Ao dar-te o meu adeun, formo8a Iria, 

eu qucro-te dizer 

o que o hebreu dizia : 
— « De mim me esque^a eu, se eu te esquecer )>. 



Embora, por modèstia, nào o creia», 
aa flòres. junto a ti, parecem feian. 



Conserva sempre um manto 
por sòbre os teus encantos mais valiosos ; 
que, em matèria de encantos misteriosos, 
se o mistèrio se rasga, adeus encanto I 



452 



A8 Gratta» eram trè« antigamcnte ; 

man, dé8 quc cHta nanceu, 

digo e 8U8tcnto cu 
quo a8 Gra(;a8 nào 8i\o tre8 : urna HÒmente. 



Tua virtudc e tal, quo eu a88eguro 
8cr vcrdade o quo dizem vària8 geiitea 

quo, à fòi\a de 8er puro, 
coni teu hàlito niorrciii an 8crpentc8. 



Conio te amava tanto, 
aiterei a jornada : 
poih ia i^ara Hanro, 
e, depoÌK que te vi, niudei de estrada. 



Se perturbada a tua | az mìo quere8, 

ere niuiro eni Deus, e nada nan niulhercH. 



Soire, Kofre, traidora que abomino I 
A vida, ao lado (/e/e, è-te uni inferno! 
Jà vè8 que niuitaH vezen o dentino 
e juiz e anlceipa a voz do Klcrno. 



453 



Quando comc(;a a falar 

da 8iia virtude rara, 

tape logo a minha cara, 
por vergonha, que tenho, de pennar 
o que peuHo, quando eia entra a falar 

da Hua viriude rara. 



Dizia unia leÌH8Ìma velhinha : 

— Quanto a virtude, creio ho na mInha. 



Con tra a infici, que et5ta minha alma odeia, 
porque matou a« minhan eHperan<;a8, 
tornei a maÌ8 terrivcl da8 vinganv'aa, 
p()Ì8 a deixo morrer de velha e feia. 



Quando èie preguntou 8C o amava, a e8pÓ8a 
dÌ88e que nini, . . pensando noutra cousa. 



454 



Poìh quo tanto te adniira 

a ciéncia do» velho», 
quero dar-te o melhor dos nicu8 con8elho8 
Nesta vcrdade ere — tudo é mentirà T 



Se a comprecnder aspira» 
a cit'ncia da» pura» realidade», 
acharà» que, de toda» a» verdade», 
metade pelo meno» »ao mentirà». 



De todo» è debalde apetecido 
teu amàvel »orrÌHo. 
poi» niìo ha i'arai»o 
Kcm fruto prò ibi do. 



E»»a niulher tiìo bela 
Ibi por mim tao qiierida, 
que, multa vez, para morrer por eia, 
pena» me falrou perder a vida. 



455 



Eu sempre que Ihe vejo 
o ro8to sedutor, 
8Ìnto o maior desejo 
de ser ainda padre e confe88or. 



A vira<?ao imploro 
que te repita a frase consagrada, 
que um autor dirigiu à sua amada: 
— Maldito seja eu, se nào te adoro! 



Nào e por deixar um nome, 
que deixo o mcu nome aquì : 
è so para que te Icmbres 
de que me lembro de ti. 



Um segredo, que tcnho dentro em mini, 

me vai enlouquecendo. 
Ouve-o. . . cliega-te aqui. . . mais perto. . . assim . . 
— « Inda que velilo sou, fica sabendo. . . » — 



456 



Deixa que, Huspirando, 
te conte o8 meu8 amores, 
poÌH Hou, tua beleza contemplando, 
àrvorc velha a de8atar-8e em fldres. 



QuÌ8 uni dia dizer-te que o meu peito, 
de amor por ti, em vivas chamas arde ; 
e nada dinse, que, para é88e efeito, 
cu na8ci cedo e tu na8ce8te tarde. 



Se vircH niulher feia, mas graciosa, 
fica Ha bendo que é, — regra infalivel, 
ni il veze8 maÌ8 terrivel 
que unia mulher formosa. 



Art niairt preciosas instrus^des me deu 
urna devota celebre e instruida, 
que na vida do8 santOH aprendeu 
an coinart meno8 santas desta vida. 



Eiixuga o praiito untarlo ; 
quc a tua Ooce filha ctttreiiiecida, 

no deixar onta vida, 
pa»Hou de uni «oiiho curio a uni Knnho lari^n. 



E uni Honho do ainur a itua hmtòrìa : 
— naitceu ; foÌ bela ; fui in^éuua e doce ; 
umou ; deu Ina ; inorrcu ; abriu-ae a glòria ; 
cntrou, e, logo apÓH, o céu fecliou-8C. 



DIALOGUES INNOCENTS 



(A Jaime de Séguier) 



— Bon jour, MargotI 

Comment va8-tu? 
Kt ton mari? — Lepauvrc «oti 

Il e8t battu. 

Il CHt pendu. 
K pluH encor. .. Din-tu le mot. 



II 



— Tu n'e8 pan franche ; 
Kn jour de tete, um beau dimanehe. 
Une petite larme arronc 
te8 yeux de feu . . . Quelle e8t la cau8e ? 
— Rien de nouveau... Toujour8 le poids 



■I \N|- 



459 



•de mon menage et d'un mari. .. 
Tu ne peu8 pas juger, ma mie, 

Comment la vie 

Ent lourde à moii 

Sai8-tu pent-étre 

Le poidd d'un maitre ? 

— Je le sai», oui 

— CcHiiment ? comment ? E»-tu marióe ? 

— Non, belasi mais — et tu le vois, — 
Je suis toujours si dediée 

à toi, toute à toi, 
que je partage 
le poids. . . le poids. . . 
de ton ménage I 



TRÉS KPOCAS 



l'nsos recilados pelo actor Chaby 
Pinheito HO ieatto « Dona Amelia ». 
no espectàculo de homenag;em ao rs- 
oitoi òrasi/firo Ar/ur AzrtYdo. 



(Ao Dr. Vicente R. Monteiro) 



ANTES 



Na tremuli lì a do ineii e laro Tejo 
palpitati! aiiHioHOH galeóen. 

Irromperli do Levante 

OH nitidoH claròcH, 
quc Hobredoiram de uma entranha luz 
a frota alcgre, ounada, palpitante ; 
e ve-8e flutua(* iMem, dinlante, 
lima C8pcran<;a, uni 8o:iho. — Santa Crii: 



461 



II 



DEPOIS 

De faces requeimada», o europeu 
trc8Bua, ao deabravar longa» florcntas; 
da naturcza à» eaplendenten fenta» 

reùne o grito »eu, 
que pòi eni fuga o tigre cspavorido. 

Surgeni nova» idaden ; 
ra»gam-8e CHlradaa ; ergueni-»e cidaden, 
cainpcia a Cruz na nel va tropical, 
e o 8clvagem murniura agradecido : 

— Beili hajas, Portugal ! — 



III 



AGORA 



Vao onda» e vem ondaa, 08Culaiido 
doiradaa orla8 de afaatados mundo8, 
e, por 86bre 08 abiamoB mai8 profundo8, 
perpa88a enèrgico, de quando em quando, 
uiTi bino inteii80, bino de amor febril, 

ma8 de fraterno amor, 
cuja letra pcdenio8 dcconipor 
ne8ta8 palavraa — Portugal I Era sii T 



mÈmm 



OLHOS QUE FALAM 



Unn h\bio8, que dizem nào, 
valcm meno8, para mim, 
que a doce e muda cxpressào 
de un8 olho8 que dizem nini. 



■i^'r ^v 



1 'Ni' ^- 



O MAR 



DepoiH do desafUre do <cAqind abati» 



(Ao Dr. F. Sim<5es Carneiro) 



— Minha mài, ique voz é aquela, 
quc vcm das bandaB do mar ? 

— Meu fìlho, e a voz da procela. 
8Ao as ondas a chorar I 

— Minha mài, ^.porquc e que choram,. 
HO ninguém Ihe» foi batcr ?. . . 

— Meu fìlho, é porque deploram 
o8 que nelan vào morrerl 



— ^.Porque è qtie o mar se lamenta» 
hoje e ontem, sempre assim ? 

— Porque encerra e representa 
pranto» e màgoan nem fini ; 



4('4 



OH gemidoH lancinantcn 
quo ao8 hibioH de filhoH veni ; 
prantoM de irmùon e de nnianteH, 
bendi toH pranloH de niAil 






■1 S">NÌ^ 



. -.\«' * -'ihci 



TROVAS DE CASTELA 



(A Fkrnandes Costa) 



Neni coiitigo, nem ne ni ti, 
nieuA nialcM fini podcni ter ; 
contilo, porque me niatan ; 
»eni ti, porque vou niorrer. 

Eu quero-te niain qiie à vida, 
que a nieu pai e a niinha mài ; 
e, ne nào fónne pecado, 
mai» do que a Virgem tambèm. 

Perdcu-ne uni dia urna e»trcla, 
do cèu denapareceu, 
eHCondeu-8e eni tua casa 
e eni teu roHto 8e acendeu. 



Oh teuK olhoH «Ao, querida, 
feiticeiroH e ladròcB, 
que andani nan encruzilhaduH 
a roubar o» corac^óes. 



»<) 



4f)6 



A quelli viva conio cu, 
coni a e»reran<;a perdida, 
nAo e preci80 que o entcrreni, 
quo C8tà enterrado cm vida. 

Por uni beijito, ou por doi>», 
por trcH, por quatro ou por ceni, 
a niulher niìo perde nada, 
e o homeni sente-ne beni. 

Quando an pedras nolteni griton 
e o 8ol deixe de girar, 
e o mar deixe de ter àgua, 
deixarei eu de te amar. 

NAo nei o que tém as flòre» 
que no cemiterio moram, 
poÌH quando a» baloit^a o vento 
pareee que todan choram. 

TeuH olhoB 8ào doÌ8 tinteiros, 
teu nariz pena delgada, 
teu8 dente8 le tra niiùda, 
e a boca. .. è carta fechada. 

No dia em que tu na8ce8te, 
na8cerani tres coÌ8a8 bela» : 
na8ceu o 8ol mai8 a lua 
e na8ccrani a8 e»trcla8. 



Quisera aer (apatinho 
do teu pcquenìno pè, 
para ver em ccrtatt horas 
o que o Qapatlnho ve. 



Mulher quc namora dois 
tem juizo com certcza; 
ne se Ihc apaga urna vela, 
inda Ihc fica outra accua. 

EHtive no purgatòrio, 
vi toda a cttpécie de pena, 
e notei que por amar 
iienhuina alma tte condena. 

Quiscra vcr-te. meii beni, 
trintu dia» cada mcs, 
dc7. vezes cada «emana, 
ceda minuto urna vcz. 

Para mini, sempre è de noite, 
e noite «emprc ha de scr, 
atù que, cticgando a morte, 
e ent&o a ver. 



Dcz anos depol» de morto, 
preguntou-me o frlo chào 
ne eu me eitquecera de ti, 
e eu reapondi-liie que nfio. 



— «^ -• -la 



4G8 



Caiu na cama da auséncia, 
doente, a ininha e8peran<;a. 
Prantos, tende paciéncia, 
porquc o tempo tudo alcanna. 

Quisera Ber urna aragem 
e entrar-lhe pela janela, 
para ver se a minha amada 
no 8eu quarto dorme "bu vela. 

Pomba, que andas pelo monte, 
olha que 80U cai^ador, 
e, »e te encontro e te mato, 
8Ò eu sentirei a dór. 



Quem vier aconsclhar-me 
a que te esquet^a, querida, 
sera o nieu inimigo 
no resto da minha vida. 



INDICE 



Pao. 

Hasho do livro v 

JOHNADA I — QUADROS CAMBIANTES 

Os «Quadros CanibianteS'^ xiii 

Palavras de Castilho xv 

Palavras do Bispo do Viseu • . xix 

Palavras de Mendes Leal xxi 

Palavras de Camilo xxiii 

Mariposas 25 

Margarida 26 

Rosa 27 

L'Amour c'est la vie 29 

Helena » 31 

0« meus deseijos 36 

Saudade 37 

Epigrama de Sannazzaro 40 

Horàcio a Nera 41 

Salmo de David 44 

Sulle rive del Bosforo 46 

Vinga-te! 49 

A fé 51 



470 



PrisAo (le amor 

Adous 

A providència dos pobres. 

Km firn ! 

l.Mtimo canto ... 



55 
&6 
60 
65 
71 



Jornada ii — Tasso 



O « Tasso » 

Palavras de Antero de Quental 
Palavras de Teófìlo 
I^alavras de I). Maria Amalia. 
Palavras de Miclielet . 
Canio I 



Canio II 
Canio III 
Canio VI 
Canto VII 



77 

83 

87 

91 

16 

97 

106 

110 

116 

1^) 



JORXADA III — PaRIKTÀRIAS 



As « Parietàrias » 

f^alavras de Pinlieiro Cliagas . . . . 

Dedicatória 

Harpa noci urna 

A alguéni 

Aivorada 

A Espanlia livre 

Memórias 

Deus nAo dorme 

Kgeu •. . , 



/ 



1^9 
131 
135 
13<) 
143 
144 
146 
150 
153 
155 



ili 



Carpe Dieni 

A cor . 

Ave, Libertaa . 

A urna crianya. 

Aquela pequena 

Trés véus . 

Rìmas . 

Luz perpètua . 

CreiK'as 

Estriìlas 

borgo 



Jornada iv — Poema da Misèria 



PAO. 

158 

163 

1(55 

170 

171 

173 

176 

181 

18i 

188 

ISl) 



Advertèncla . 
Palavras de Herculano 
InlrodiKjào 
Nova musa 
Hi stori a vuigar 
Um grupo .... 
Na soinbra. 
O esqueei mento 
Alvorada .... 
^ouverture e Bonaparle 
Aos liipócritas. 
Murmùrios na caserua. 
Ùltimo» adeuses . 
O agiota .... 

A fome 

Trevas 



11)5 
199 
^3 
209 
210 
2t7 



2^3 
230 

!i53 

i55 



ii; 



iS 



472 



Vozes longinquas 25i^ 

No campo '^'iì 

Dozembro AVì 

Projrrodior ^H 

.lOHNADA V - Nir,TA(;ÌNKAS 

F*alavras prévias i.!:) 

Ad astra . . , i75 

A OS pés (la densa -Ili 

A pasta de uni ministro -ISi 

Alalanta ^i 

Alma vi lì va :?*^7 

A urna pianista '. . ^) 

Consolavòes ^)l 

Distico ilhi 

ICsposa ^Xi 

JrnjansV "ìMl 

Deus :m 

O livro de Corina .*tt)i 

meu |)oema lVM^ 

Outra Nero «HI 

Unì prólojiro 'Mi 

Translormismo •HO 

Ouvindo mùsica 318 

.loilNADA vi -- () IIVKO 1>K JOH 

F*alavras de Bulhào l'alo 3i3 

Palavras de Trindade Coellio ìtìS^ 

Capitulo III 333 



Capitalo X 338 

CapiluloXL 341 

CjipituloXUI 344 

Jf>n\ADA VII — Cbisìntemos 

Vaga luna 34!» 

Intercedendo 351 

Oiitro mar 333 

Microlo|:;ia 354 

Uosa branca 35*> 

Pensamentos de MusRcl 33K 

Lauspe:i'nne 3CI 

Correppondfncia 'JCyi 

ultimo chanilo 3<ì5 

Autopsia _..... 31(7 

Andorinhan ...,■■.... 371 

Merai'irias ;t73 

Caslelos 375 

Legado 37S 

A 37ft 

.lORNAPA Vili — Esi'AllSAS 

1 - Morte (le laj(ina(latn 385 

PalavraadeCamìIo 387 

Palavras de Viale W.) 

|[ — Ciiancas ili 

Palavras do primeiro edilor 413 

III - l'Iiiloiiismo 438 



•^" - *.'.i.»i,lro. 

- No Monle de Ca;,, 
"iiraoradas 

-\ un -Troa època,. 
^" -<"l.o,,„efal.,„: 
•*-^ - mar . 



OBRAS DE CANDIDO DE FIQUEIREDO 



LITICRATURA 



( (^iiafìros Camliiaiiles. l voi. 
1 Tasso, 1 voi. 
1 l'ai-ieldrias. 1 voi. 
\ l'ili Atijo Milrtir. broch. 
]0 Poema da Misèria. 1 voi. 
fmii ( Mcfagineas. 1 voi. 
j-is Criancas. broch. 
iMorfe de laijinadala, brodi. 
I Ciiitiìntemos, I voi. 
I lAcro Ih Job. 1 voi. 
■ Antoìogia Poètica, scicela, I voi, 

I Ainores de ma tnarinheiro. 1 voi. 
1 Bacharel Itamires. 1 voi. 
fmtjHomeiin e Letras. 1 voi. 
! Fìijuras LUerOrìas. 1 voi. 
I Pirilamiios. 1 voi. 
' O Cendculo. 1 voi. 



I ' eHcer ttn mpn-éi 
lArn,i»h„. lìroch. 



^'''■o Oicioiuirin ,ta l 
-t'fÒM l'rdiicfis ,ìa Li 
t'alar e eacrever, H voi 
^'rangeirisMos. I voi 
froblemas da T.inguag 
'/«e M nSo deve due, 
'Vanual da Ciéneia da 
Subsidioit para «,« Die. 
Tosquin de um dram,!/ 
O Golpe de Misericòrdie 



POLIG 



llistéri, 



tona l'nifersal, 1 v 



^•'W^ 



\^pmm 



,•11 \N»^ 



477 



liudhnentoa de Direito Civil, Bireito Publico^ Diretto 
Administrntivo e Economia Politica, 4 voi. 

Manual dos Jmados, broch. 

I^sufnito e Fideicomisso, broch. 

O Govèrno Ci vii de Vila-lieal, broch. 

f m Bachftrel eni Mistica, broch. 

O Direito Penai na Ìndia, broch. 

Moral para fodos. (trad.), 1 voi. 

JRndimentns de Literatura, 1 voi. 

Manual dns Direitos e Deveres, 1 voi. 

Peqneno Diriondrio de Latitnde^ e Longitudes, broch. 

Primeiras Linhas de Corografìa, broch. 

No{'òes de deoffrafia Antiya, broch. 

Kpisódios e Fiijnras Cétebres da História de Portngaly 
1 voi. 

Noticia Ili stòrica dos Antigos Povos do Oriente, 1 voi. 

A Baia da Crn::ada, broch. 

O Conselho Super ior de Instru^ào Pnblicaf 3 voi. brc- 
chados. 

Pecapitnlavào da História das Literaturas, broch. 



4 



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