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Full text of "Garibaldi, Vittorio Emanuele, Cavour nei fasti della patria, documenti inediti, dieci lettere di Vittoria Emanuele a Garibaldi nel 1860. Scritti di Cavour, Mazzini, Cattaneo, Pallavicino, Cosenz, Cialdini, etc., di Garibaldi all'imperatore Guglielmo I ed a Bismarck, con facsimili e quattro illustrazioni"

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GIACOMO EMILIO CURÀTULO 



Garibaldi 
Vittorio Emanuele. Cavour 



NEI FASTI DELLA PATRIA 






DOCUMENTI INEDITI 



Dieci lettere di Vittorio Emanuele a Garibaldi nel 1860. 

Scritti di Cavour, Mazzini, Medici, Cattaneo, Pallavicino, Cosenz, Cialdini, etc; 
di Garibaldi all' Imperatore Guglielmo I ed a Bismarck 

Con sessanta facsimili e quattro illustrazioni 




A 



BOLOGNA 

NICOLA ZANICHELLI 
MCMXI 



PROPRIETÀ LETTERARIA E ARTISTICA 
VIETATE ANCHE LE RIPRODUZIONI PARZIALI 



/ diritti di riproduzione e di traduzione sono riservati per tutti i paesi, compresi 
la Svezia, la Norvegia e l'Olanda. 



Copyright by Nicola Zanichelli, 1911. 



Ciascun esemplare di guest' opera deve portare la firma del Prof. Doti. Giacomo 
Emilio Curàtulo. 






VITTORIO EMANUELE III 

RE D'ITALIA 



Sire, 



In questo anno sacro al ricordo e alla celebrazione della più alta 
gloria della Patria, depongo nelle mani della Maestà Vostra questo volume, 
nato e cresciuto dal lungo, paziente e religioso amore d'un Italiano per 
quella schiera di eroici spiriti, i quali nella dolente vigilia della libertà e 
dell'unità della Nazione, sono vissuti e sono morti con sola e viva dinanzi 
agli occhi la sublime fiammeggiante imagine della nuova Italia. 

Vissuto, per l'arte mia, in mezzo alla lacrimevole quotidiana esperienza 
degli umani dolori, io, cittadino di questa nuova Italia, ho sperato di compiere 
opera non indegna, raccogliendo e illustrando, nelle ore di riposo, alcune pagine 
della più gloriosa nostra storia, nelle quali sono segnati a caratteri indelebili 
di sangue le titaniche lotte dei magnanimi artefici della Patria, il cozzare vio- 
lento delle passioni, le vie e i metodi della preparazione eroica, diversi a seconda 
delle diversità degli animi e delle energie, ma nobili tutti, ma tutti intesi con 
disperata tenacia e con invincibile intima concordia ad un unico e altissimo fine. 

Chi studia con intelletto d'amore le fortunose vicende del passato di 
questa nostra Italia, e con libero cuore e limpidi occhi contempla l'opera di 
ciascuno dei massimi fattori della sua unità, non può non riconoscere, nello 
svolgersi di quelle e nella missione di questi, quasi l'oscura forza ordinatrice 
di un'unica volontà suprema. 

Nell'esule di tutta la vita, in Giuseppe Mazzini, il suscitatore primo di 
una sopita coscienza nazionale italiana ; nel conte di Cavour, la misura più 
alta, attinta forse mai nella storia dalla cauta antiveggenza diplomatica posta 



vili 



a servigio di vasti ed arditi disegni; nel Vostro Avo glorioso, il re che all' au- 
dacia e al valore contemperò, come nessun altro mai, la saggezza e la lealtà; 
in Garibaldi, l'espressione più generosa del più puro amore della terra nativa 
e, per usare le parole pronunziate da uno dei Vostri Ministri in una data 
memorabile: la sintesi armoniosa e perfetta di tutte le antitesi, sacerdote e 
guerriero, candido come colomba e sublime come aquila, luce di aurora e 
fulgore d'incendio, poesia di tutti gli ideali, esempio di sofferenza incrollabile 
verso tutte le asprezze della realtà, gigante colla forza di un fanciullo. 

La prima serie di documenti inediti, che trovansi raccolti in questo volume, 
e che ho integralmente trascritti dagli autografi esistenti nel mio archivio, 
riguarda in massima parte quel periodo di storia nostra più di ogni altro 
soffuso di vera gloria, un'epoca, se pure prossima a noi, già avvolta nello 
splendore dell'epos o del mito. Neil' illustrarla, o Sire, ho liberamente mani- 
festato il mio pensiero. La storia è ricerca indefessa di luce e di verità : e V una 
e r altra, queste quasi inattingibili mete, non si raggiungono, se libera e sincera 
non è la discussione, se il nostro spirito non è spoglio da ogni idea preconcetta. 

Neil' augusta Torino, unico rifugio, d'allora, in terra italiana ad ogni 
anima insofferente di tirannia, il Vostro grande Avo, il 18 febbraio 1861, 
inaugurando il primo Parlamento Italiano, diceva : « Una valente gioventù, 
condotta da un capitano, che riempì del suo nome le più lontane contrade, 
fece manifesto, che ne la servitù, ne le lunghe sventure valsero a scemare la 
fibra dei popoli italiani. Questi fatti hanno ispirato alla Nazione una grande 
confidenza nei propri destini. Mi compiaccio di manifestare al primo Parla- 
mento d' Italia la gioia, che ne sente il mio animo di Re e di soldato ». 

E le cronache del tempo narrano, che una salve prolungata di applausi 
accolse le parole di Vittorio Emanuele II. 

Sono trascorsi cinquant' anni da quel giorno memorabile ed oggi un 
popolo libero dall'Alpi al mare acclama, in Roma immortale, Colui che i 
popolari plebisciti indicarono primo Re d' Italia, mentre sulle pendici del colle 
glorioso, testimone al mondo di due civiltà, si scopre il monumento al Padre 
della Patria. 



DC 

Ma i monumenti, o Sire, sono ben effimera cosa, se essi non poggiano 
sulla incontestata virtù di coloro che si è voluto onorare. Se una folla stolta 
volesse abbattere dal Campidoglio la statua di bronzo del pensoso Imperatore 
filosofo, i ombra di Marco Aurelio sorriderebbe neW alto dei cieli, ironicamente, 
forse, come al tempo della sua vita mortale, ma la sua grandezza e // suo 
splendore resterebbero immutati nel cuore e nella storia delle umane genti. 

Gli è che nessun monumento, per quanto ricco d'oro e di marmi, e opera 
di mano eccelsa di artista, è stato mai così duraturo come quello che la 
Storia ebbe a consacrare nelle sue pagine eterne. Onde bene è, io penso, che 
mentre oggi l' Italia glorifica, al cospetto di tutto il mondo civile, la sua rina- 
scita ultima, più vera e maggiore d'ogni altra che la precedette, vengano alla 
luce alcune pagine di storia a testimoniare quelV unità di sentire, quella comu- 
nanza d'intenti, che nell'epoca più memorabile dell'azione unì il cuore del Vostro 
grande Avo a quello del più popolarmente glorioso degli Eroi della Patria. 

Sire, 

Nel 1860, nell'anno eroico, mentre un pugno di prodi compiva nella forte 
e generosa Sicilia la marcia liberatrice, che meravigliò il mondo, Vittorio 
Emanuele e Garibaldi, insofferenti entrambi, magnanimi cuori di soldati quali 
erano, di ogni diplomazia interna o straniera, cospiravano insieme contro tutta 
V Europa reazionaria. 

Una Monarchia sorta dall'unione di queste due grandi anime non teme 
crollo. E finche il sole di Roma saluterà, nascendo, la vetta alborata del 
Gianicolo e l'alto Campidoglio, naturai monumento alzato nel centro stesso 
della Nazione, e il cuor Vostro, o Sire, pulserà con quello del popolo, rinato 
finalmente nel sentimento santo della sua nazionalità, nel sentimento perfetto 
delle sue radici, il sorriso della gloria farà lieto il suolo della Patria, di tutta 
quanta la Patria una e libera, di fatto e di diritto. 

Roma, ultimi di maggio 1911. 

GIACOMO EMILIO CURATOLO 



INDICI 



INDICE DEL VOLUME 



CAPITOLO 1. 

Nel cammino della gloria 
(1848-1854). 

Ritorno di Garibaldi dall'America, nel 1848. — Statuto e formula di giuramento del 
« Battaglione Italiano della Morie ». — Caduta la Repubblica Romana. Garibaldi 
riprende la via dell' esilio. — Lettere a G. B. Cuneo ed alla Madre. — Atto 
di matrimonio di Garibaldi con Anita, dall' autografo di Lorenzo S. Fernandez, 
parroco della chiesa di S. Francesco di Assisi in Montevideo, dove il matrimonio 
fu celebrato. — Commovente lettera inedita di Garibaldi ad Anita, partita da 
Montevideo per l' Italia. — 11 secondo esilio. — Garibaldi nell'America del Nord. 
— Stanco di fabbricare candele, parte con un passaporto rilasciatogli dal Mayor 
di New-\'ork. — Cittadino del Perù, ottiene la nomina di 2." Pilota di Altura 
in Callao. — Una lettera inedita di Rosa Garibaldi al figlio. — Ritorno in Italia 
sul " Commonwealth ,, ; si ferma a Nev^castle. — J. Cowen gli offre, a nome del 
popolo inglese, una spada di onore ed un telescopio. — Le diffidenze del Governo 
Piemontese cessate. — Lettera di Massimo d' Azeglio a persona che s interes- 
sava della sorte di Garibaldi. — 11 Generale a Nizza. — Convenzione autografa 
fra Garibaldi e i vari proprietari di Caprera, per l'acquisto dell' isola. — Garibaldi 
ottiene dal Governo Piemontese il diploma di Capiteujo di lungo corso. — La 
profezia di Nino Bixio in una lettera diretta a Garibaldi. — Due pagine del 
giornale pastorizio ed agricolo di Garibaldi a Caprera, nel 1858. — Passaporto 
del Console francese a Nizza, sotto il falso nome di « Joseph Pane » , col quale 
Garibaldi doveva andare a liberare Settembrini, Poerio ed altri patrioti rinchiusi 
nell'ergastolo di S. Stefano Pag. 1-19 



Avvertenza. — Essendo il numero dei documenti contenuti nel testo di questo volume 
considerevole, i brani sui quali bisognava richiamare l' attenzione del lettore sono stati stampati 
in neretto. 



XIV INDICE DEL VOLUME 



CAPITOLO li. 
La camicia rossa nel campo ufficiale della guerra. 

La lettera diretta dal conte di Cavour a Garibaldi nel 1859, pubblicata in tutta la sua 
integrità. — Decreto di nomina di Garibaldi a Maggior Generale dell' Esercito 
Piemontese e Comandante il corpo dei Cacciatori delie Alpi. — Il « Programma 
Italiano » di Garibaldi nel 1856. — Giorgio Pallavicino scrive a Garibaldi, che 
gli spropositi del Governo non debbono sconfortare i veri patrioti. — Decreto 
che conferisce la medaglia d' oro, al valor militare, a Garibaldi per le prove 
d' intrepidezza e di bravura nei combattimenti contro gli Austriaci. — Una curiosa 
lettera inedita di Massimo d' Azeglio. — Dopo la pace di Villafranca. — Lettera 
di Garibaldi a Finzi per il « Milione di fucili ». — Nuova luce sul dissidio 
sorto fra Fanti e Garibaldi nell' Italia Centrale. — Un* importante lettera di Enrico 
Cialdini a Garibaldi, partente per 1' Italia Centrale. — Fabrizi, Bertani e Bargoni 
a Salvatore Calvino. — Lettera di Nicola Fabrizi al generale Ribotti . Pag. 21-33 



CAPITOLO IH. 

Timori e speranze degli esuli siciliani. 
Il precursore dei mille. 

Un patriota non abbastanza conosciuto. — Salvatore Calvino ricusa al vecchio padre 
di chiedere al Re di Napoli la grazia per rimpatriare. — Interessanti lettere di 
Vincenzo Fardella, marchese di Torrearsa. — La politica del carciofo. — Timori 
e speranze, degli esuli siciliani, dopo la pace di Villafranca. — Le due gigantesche 
figure del prologo della spedizione dei Mille. — Rosalino Pilo e Francesco Crispi. 
— L' opera del grande statista siciliano. — La lettera inedita di Crispi a Garibaldi, 
a proposito del processo intentato all' editore dell' epistolario Lafariniano, che 
provocò la bella risposta del Generale. — Un curioso giudizio di Giorgio Palla- 
vicino su Giuseppe Mazzini. — Mazzini scrive a Rosalino Pilo subito dopo l' infelice 
spedizione di Pisacane. — Arresto di Pilo a Bologna. — Importanti lettere inedite 
di Rosalino Pilo. — La sua vita fu un continuo tormento. — Proclama diretto ai 
Siciliani il 25 aprile 1 860, in Carini. — L' ultimo scritto del precursore dei Mille, 
partendo per la Sicilia. — Il canto della morte. — Una strana lettera di Francesco 
Carrano a Garibaldi, prima che questi partisse per la Sicilia. « / Siciliani hanno 
ragione di odiare lutti i Napoletani » Pag. 35-57 



INDICE DEL VOLUME xv 



CAPITOLO IV. 

La presa dei vapori, la traversata, Io sbarco. 
Victor Hugo e Quinet al Duce dei Mille. 

Domenico Cariolalo narra la drammatica presa del " Piemonte „ e del " Lombardo ,, 
e la traversata da Quarto a Marsala. — I Mille partirono senza le àncore. — Lo 
sbarco e particolari inediti. — Un' eroina dimenticata. — La grande estimazione 
che Garibaldi ebbe per Rosalia Montmasson-Crispi. — Scritti profetici di Francesco 
Anzani e di Giacomo Medici. — Due belle lettere di Victor Hugo ed Edgard 
Quinet a Garibaldi, dopo la pubblicazione francese del libro del Generale « I Mille ». 

— 11 merito di Raffaele Rubattino e di G. B. Fauché nella spedizione dei Mille. — 
Corrispondenza del Console Sardo di Palermo e di Marsala col Dittatore. — 11 
ricupero del " Lombardo „. — L' " Utile „ e la spedizione di Carmelo Agnetta. 

— Una nobile risposta di Ambrogio Zucoli a Garibaldi Pag. 59-81 



CAPITOLO V. 

Da Marsala a Palermo. 
Kossuth invoca la benedizione del Dio della vittoria. 

Alcuni particolari sconosciuti sulla partenza dei Mille da Marsala, all'alba del 12 maggio. 
— Le lettere dirette da Garibaldi a Rosalino Pilo nella marcia verso Palermo, 
dagli autografi. — L' ultimo scritto di Pilo al Generale. — Un testimone oculare 
racconta come morì Rosalino Pilo e come avvenne lo scontro coi Borboni. — La 
marcia delle squadre siciliane. — Il movimento strategico col quale Garibaldi 
ingannò i regi ed un ordine del generale Lanza, in autografo di Maniscalco. — 
Kossuth scrive da Londra a Garibaldi, invocando la benedizione del Dio della 
vittoria Pag. 83-89 



CAPITOLO VI. 

L' armistizio a bordo dell' " Hannibal „ . 
L' " Alter Ego „ di Francesco II e Garibaldi. 

Il debutto deJ generale Lanza a Palermo. — L'armistizio del 30 maggio e la drammatica 
scena a bordo della nave ammiraglia inglese " Hannibal „ . — Un cimelio prezioso 



XVI INDICE DEL VOLUME 



di quel memorabile convegno. — Le condizioni imposte dal Borbone nella cabina 
dell' ammiraglio Mundy, trascritte da Garibaldi. — La capitolazione del 6 giugno. 
— Dieci lettere inedite del generale Lanza al Dittatore. — L' Alter Ego di 
Francesco II, prima di partire da Palermo, ringrazia Garibaldi per tutte le cortesie 
usategli. — Documenti storici ed umani Pag. 91-100 



CAPITOLO VII. 

Dissensi dopo la partenza di Garibaldi. 
L'opera di Agostino Bertani. 

II retroscena a Genova dopo la partenza di Garibaldi. — Mazzini e Bertani vogliono, 
a tutti i costi, la spedizione nello Stato Pontificio, non più voluta da Garibaldi. — 
Medici e Cosenz dicono che bisogna andare in Sicilia, dove si combatte. — Vittorio 
Emanuele manda sovente il generale Sanfront da Biagio Garanti per chiedere 
notizie di Garibaldi. — L' interessamento del Re alle gesta garibaldine. — 1 diplo- 
matici e gì' intriganti sorvegliano il re ed hanno corrotto persino i suoi valletti di 
camera. — Lettere inedite di Medici, Cosenz, Malenchini, Corte, Pinzi, Besana, 
Garanti, Coltelletti al Generale. — Agostino Bertani scongiura Garibaldi di nomi- 
narlo suo unico rappresentante in Genova e di ordinare, che tutto il denaro 
affluisca a lui soltanto. — La spedizione nello Stato Pontificio fu il pomo della 
discordia. — Bertani contro Medici e Cosenz. — Garibaldi, in tanta tempesta, 
ascolta tutti, ma segue la sua volontà soltanto. — Lettere di Enrico Brusco al 
Dittatore. — Corrispondenza inedita di Bertani a Garibaldi. — Bertani presenta 
Antonio Mordini ed Alberto Mario, che si recano in Sicilia. — Una lettera 
inedita di La Farina, mandata a Garibaldi. — Giacomo Medici, dopo la pubbli- 
cazione dell'opuscolo « Ire politiche d'oltre tomba » si difende energicamente. 

— Scrive a Garibaldi : « è grarì favore, se a noi concedano quel tanto di capacità, 
che ne basti per andare a farci ammazzare » . — Antonio Panizzi e Garibaldi. 

— Importanti particolari sulla spedizione Zambianchi e forze delle quali essa 
disponeva Pag. 1 01 -124 



CAPITOLO Vili. 

La politica del conte di Cavour nel 1860. 
L' Uomo di Stato e l' Eroe. 

L'unità d'Italia sognata da principio dal conte di Cavour non era l'Italia una. — 
Giudizi di Giorgio Pallavicino su Cavour. — Pallavicino e Daniele Manin. 
— La missione e la gloria di Cavour nel riscatto nazionale. — Perchè il gene- 



INDICE DEL VOLUME xvii 



rale Ribolli, nel 1860, non andò in Sicilia. — Parlicolari inediti. — Una lettera 
di Garibaldi a Paolo Bovi per la cessione di Nizza. — Le condizioni della 
Sicilia dopo il moto del 4 aprile. — Lettere inedile di Nicola Fabrizi a Salvatore 
Calvino. — Il rifiuto delle carabine depositate a Milano e la missione di Francesco 
Cucchi. — Lettere inedite di Garibaldi a Pinzi e a Crispi. — Un drammatico 
colloquio fra Cucchi e Massimo d'Azeglio a Milano. — Cavour aveva dato 
l'ordine di non consegnare le armi. — Le giustificazioni di alcuni storici. — 
L'approdo di Garibaldi a Talamone e la sorte del tenente colonnello Guerrini. 
— La quistione delle armi colle quali partirono i Mille da Quarto. — Il non 
avere impedito la partenza della spedizione, fu merito di Cavour? — La parola 
di Garibaldi e le affermazioni dello stesso Cavour chiudono il dibattito. — La 
politica del primo Ministro di Vittorio Emanuele e le intese amorose colla 
Corte di Napoli. — Giudizi non sospetti del generale Della Rocca. — La lettera 
di Garibaldi ad A. G. Barrili, pubblicata nel « Movimento ». — Un attento 
esame dei documenti già pubblicati. — Cavour sapeva che la spedizione andava 
in Sicilia e non nello Stato Pontificio. — L' ordine d' arresto dato da Cavour a 
Persano, se Garibaldi si fosse accostato ad uno dei porti della Sardegna. — 
Un' importante lettera inedita dell' ammiraglio di Persano a Cavour, in seguito 
all'ordine di arrestare Garibaldi. — La giustificazione di Cavour presso Persano, 
dopo lo sbarco felicemente avvenuto a Marsala, non è in relazione con i documenti 
storici, che la precedono. — Cambiamento della politica cavouriana, dopo la vittoria 
di Calatafimi e l' entrata dei Mille a Palermo. — La missione Litta Modignani 
nel 1860. — Il foglio confidenziale del Re non pervenne nelle mani del Ditta- 
tore. — Un brano autografo inedito di Garibaldi. — Ipotesi che sia stato 
il conte di Cavour a non far pervenire il foglio autografo di Vittorio Emanuele 
nelle mani di Garibaldi. — Molteplici ragioni che rendono quest' ipotesi verosi- 
mile. — Le istruzioni diverlend date da Cavour a Litta Modignani. — Psicologia 
cavouriana. — Rapporti antichi e recenti fra Vittorio Emanuele ed il suo primo 
Ministro. — // vero re sono io. — Rosina Mirafiori ed il conte di Cavour. — 
II documento trovato fra le carte di Luigi Carlo Farini conferma, che Ira Re e 
Ministro non si seguisse la stessa politica. — Giudizi di Bolton King e di 
Emile Ollivier sul conte di Cavour. — Gli sforzi del grande statista per far 
cadere Napoli, prima della venuta di Garibaldi. — Corrispondenza di quei giorni 
con Persano. — Nuovo mutamento nella politica del conte di Cavour per il 
fiasco dei suoi emissari a Napoli — Bisogna rassegnarsi al trionfo di Garibaldi. — 
Il pensiero intimo di Cavour verso Garibaldi e i garibaldini. — La lettera di 
Cavour a Costantino Nigra e Raffaele de Cesare. — L'ordine al maggiore Tripoti 
nel settembre "60, fu dato senza consultare il Dittatore. — I sentimenti di Garibaldi 
verso l'Esercito regolare. — Un giudizio del generale Osio. — Garibaldi non 
autorizzò mai il titolo di garibaldino. — Lettera inedita di Vittorio Emanuele al 
generale Fanti e la promessa fatta a Napoleone. — Scritti inediti di Garibaldi 
sulla spedizione del 1860 Pag. 125-177 



XVill INDICE DEL VOLUME 



CAPITOLO IX. 

La spedizione di Giacomo Medici. 
Carteggio fra V ammiraglio Persano e Garibaldi. 

L' aiuto del Governo piemontese nella seconda spedizione garibaldina. — Carteggio 
inedito di Giacomo Medici con Garibaldi. — 11 luogo dove la spedizione doveva 
sbarccire. — Garibaldi scrive all'ammiraglio PersEino. — Lettere inedite di Felice 
Orngoni, comandante del " Franklin ,, a Garibaldi. — ■ Carteggio inedito fra 
Persano e il Dittatore. — Quello che Persano scriveva a Garibaldi di La Farina. — 
Istruzioni segrete date dal Dittatore ai comandanti De Rohan e Trafiletti. — Il 
Vice-Governatore di Brescia a Garibaldi. — Nicola Fabrizi forma il corp>o dei 
" Cacciatori del Faro ,,. — Ricciolti Garibaldi racconta la grande stima che suo 
Padre ebbe per Nicola Fabrizi. — I Delegati Consolari Sardi di Pozzallo e di 
Catania scrivono al Dittatore Pag. 179-199 

CAPITOLO X. 

Tentativi per assassinare Garibaldi. 
Leggenda sulla sua morte. 

La vita dell' Eroe nelle mani dei sicarii. — Tentativi fatti nel 1 859 per uccidere 
Garibaldi. — Griscelli, il famoso barone di Rimini, e De Vezzani, le due 
celebri spie mandate nell'Italia Centrale. — Alcuni rapporti segreti, sequestrati 
da Luigi Carlo Farini, diretti da Griscelli e De Vezzani al Legato Apostolico 
di Pesaro ed Urbino ed al rappresentante del Re di Napoli in Pesaro. — 
Tentativi fatti nel 1 860 per assassinare Garibaldi. — Il marchese di X'iUamarina 
scrive al comandante D' Aste per prendere le opportune misure su di un certo 
Valentini, partito da Napoli per assassinare Garibaldi. — L'ammiraglio Persano 
scrive a Garibaldi di stare in guardia, perchè si attenta ai suoi giorni. — I due 
sicarii Luigi Roxas ed Antonio Roscitto. — Lettere dall' estero al Dittatore. — 
La leggenda sulla morte di Garibaldi, ed una curiosa manovra dei morenti satelliti 
di Francesco li. — Una stampa anonima. — Garibaldi dopo il 1860 non era il 
vero Garibaldi. — Altre leggende sorte a Palermo ed a Napoli intorno cJI' Eroe 
popolare. — Uno stornello di F. Dall' Ongaro Pag. 201-213 

CAPITOLO XI. 

Le lotte intorno a Garibaldi a Palermo. 
Istruzioni segrete e piano del Borbone. 

Il primo Ministero sotto la dittatura non vuole dipendere dal Capo dello Stato 
Maggiore di Garibaldi. — Protesta inviata a Garibaldi. — Il Dittatore mantiene 



INDICE DEL VOLUME XK 



gli ordini dati. — Decreto dittatoriale scritto di mano del Sirtori. — Indirizzo 
del Senato di Palermo a Garibaldi trascritto dall' autografo. — La dimissione del 
Ministro Casimiro Pisani per la non avvenuta annessione. — Sua lettera a Gari- 
baldi. — Quello che, in quei giorni, si pensava a Torino. — Importanti lettere 
inedite di Angelo Bargoni a Salvatore Calvino. — Un curioso scritto di Luigi 
Naselli Flores a Garibaldi. — / Siciliani non vogliono essere trattati come popolo 
conquistalo. — Giuseppe Ricciardi a Garibaldi — Istruzioni segrete da Napoli 
e dalla Calabria al Dittatore. — Piano del Borbone comunicato a Garibaldi. — 
Istruzioni segrete dalla Calabria Citeriore. — Uno scritto clandestino del Comitato 
Centrale di Napoli. — Proclami e Bollettini della rivoluzione. . . Pag. 215-251 

CAPITOLO XII. 

Cavour e l'indipendenza della Germania. 
La politica dell' Inghilterra nel *59 e '60. 

II rappresentante della stampa liberale tedesca di Berlino chiede al conte di Cavour 
un dispaccio giornaliero in cifre. — Lettera di risposta di Cavour. — L' indi- 
pendenza d' Italia e della Germania sono per Cavour le pietre angolari del nuovo 
edifizio europeo. — 11 pensiero di Garibaldi sull' unità della Germania. — Lo 
spirito pubblico in Francia ed Inghilterra, nel 1860, verso l' impresa di Garibaldi. 
— Una lettera di Carlo Arrivabene a Garibaldi. — John Bull del 1860 non 
era John Bull del '59. — Una rara stampa a colori, pubblicata a Londra nel 1859, 
« // bacio di Giuda Iscariota ». — ^ La seduta dell' 1 1 giugno 1 860 nel Parlamento 
inglese. — Una dedica di Garibaldi alla Inghilterra. — Lettere inedite di Gideon 
S. Lang a Garibaldi. — Uno storico colloquio con Lord Russell. — Gideon 
S. Lang scrive a Federico Campanella. — L' interessamento del popolo inglese 
per le gesta di Garibaldi. — Lettere inedite di A. Saffi, Ashurst, Forbes al Duce 
dei Mille Pag. 253-279 

CAPITOLO XIII. 

Garibaldi e Mazzini. 
Il Guerriero e 1' Apostolo. 

Il « Credo» di Giuseppe Mazzini. — Mazzini scrive a Madeleine de Mandrot. — 
Discordia fra il guerriero e 1' apostolo. — Le accuse dei repubblicani dottrinari 
contro Garibaldi. — Garibaldi non appartenne ad alcun partito. — I nobili tentativi 
fatti per avvicinare le due gigantesche figure. — Sara Nathan scrive a Garibaldi. — 
Il pensiero di Ricciotti Garibaldi su Mazzini. — Il dissidio sorto nel '49 fra Mazzini 
e Garibaldi si acuì nel 1867. — Una lettera di Missori a Garibaldi sulle defezioni 



XX INDICE DEL VOLUME 



avvenute prima della battaglia di Mentana. — Una lettera di Giorgio Pallavi- 
cino a Garibaldi in cui gli dice di guardarsi tanto da Cavour che da Mazzini 
e dai mazziniani. — Mazzini scrive a Garibaldi congratulandosi per le gesta compiute 
e lo interessa per la spedizione nello Stato Pontificio. — Il 1 860 fu per l' Apostolo 
r anno della più grande amarezza. — Conati fatti per attirare nell' orbita delle sue 
idee Garibaldi. — Giudizi di Mazzini su Garibaldi e Rattazzi. — Importanti 
lettere inedite, dirette da Mazzini a Garibaldi, a Bezzi, Pianciani, Stefano Canzio 
ed agli amici di Genova. — 1 moti repubblicani del '69 e 70. — L' ultimo appello 
fatto nel ' 70 da Mazzini per proclamare la repubblica prima che la « Monarchia 
traditrice profarìasse Roma ». — Un cifrario inedito Pag. 281-336 



CAPITOLO XIV. 

Vittorio Emanuele II e Garibaldi. 
Mutui rapporti e Carteggio inedito. 

La figura di Vittorio Emanuele fu 1' unica che esercitò un' influenza su Garibaldi. — - 
Ragioni psicologiche e politiche. — « 5e sapeste quanto mi pesa questa livrea di 
re ! ». — La devozione di Garibaldi per re Vittorio non fu mai servile. — Giudizi 
inediti di Garibaldi su Vittorio Emanuele. — Gli sdegni dell' eroe per il re, 
dopo Aspromonte, erano il naturale risentimento verso una persona, che si è amata 
e che ancora si ama. — Gli ambasciatori fra Vittorio Emanuele e Garibaldi 
nel 1860. — L'ambasciatore più accreditato fu il marchese Gaspare Trecchi. — - 
Alcune considerazioni sull' ultima lettera diretta da Vittorio Emanuele a Gari- 
baldi da Napoli, dopo la campagna del 1860. — Certi meriti furono conquistati 
a spese del cuore del re e della magnanimità di Garibaldi. — La « compagnia 
malvagia e scempia », che attorniava Garibaldi a Napoli e il Comitato regionale 
piemontese per la Storia del Risorgimento Italiano. — L' ultimo pensiero di uno 
fra i più venerati dei Mille. — Alcuni atti compiuti dal re a Napoli non 
debbono ritenersi 1' epressione del suo animo. — La testimonianza non sospetta 
di un aiutante di campo di Sua Maestà. — Lettere inedite dirette da Vittorio 
Emanuele a Garibaldi nel 1 860. — Il re seguiva una politica sua, all' infuori di 
Cavour ; talvolta contro Cavour. — Una correzione autografa di Garibaldi nella 
lettera scritta da Crispi mostra la grande anima dell' eroe. — Lettera inedita del 
generale Della Rocca a Garibaldi, appena cominciato l'assedio della Piazza di 
Capua. — Rapporti fra Vittorio Emanuele e Garibaldi dopo il 1860. — La 
spedizione nella Gallizia meditata dal re nel *64 e che doveva essere capi- 
tanata da Garibaldi. — Promemoria di Garibaldi contenente le idee sue da 
esporsi al re. — Un po' più di luce intorno ad un momento storico poco cono- 
sciuto. Due lettere misteriose di Guerrazzi a Garibaldi. — Antonio Mordini scrive 
al Generale. — Storico colloquio fra Vittorio Emanuele ed Enrico Albanese, 



INDICE DEL VOLUME XXI 



trascritto a Garibaldi. - // re ha sete di vendetta. — Un fiero scritto di Giorgio 
Pallavicino a Vittorio Emanuele. — Come parlavano al re i martiri della libertà 
e dell' unità della patria Pag. 337-37 1 

Nola. — A proposito dell' incontro di Vittorio Emanuele e Garibaldi, nel 1 860. 
— Le parole pronunziate da Vittorio Emanuele e Garibaldi, nello storico 
incontro a Teano Pag. 371-372 



CAPITOLO XV. 

La battaglia del Volturno ed il Plebiscito. 
L' Eroe diventa agricoltore. 

Descrizione particolareggiata della battaglia del Volturno e di Caserta Vecchia con 
i piani di attacco e di difesa ; dall' autografo inedito del generale Menotti Gari- 
baldi. — Una lettera di Deidery a Garibaldi sulla cospirazione di Cavour e 
Farini per fermarlo nella marcia vittoriosa. — Le condizioni di Palermo nel 
settembre 1860, riferite dal Segretario generale del Pro-Dittatore Mordini. — 
L' impopolarità di Crispi a Palermo. — Le lotte intorno a Garibaldi a Napoli, 
neir ottobre 1860. — I fautori per 1' assemblea e quelli per il plebiscito. — • Corri- 
spondenza inedita di Bertani con Garibaldi. — Si dimette dal posto di Segretario 
generale della Dittatura e parte per Torino. — Le dimissioni di Giorgio Palla- 
vicino da Pro-Dittatore. — Duello epistolare fra Carlo Cattaneo e Pallavicino. — 11 
Ministero dimissionario. — Andrea Colonna incaricato da Garibaldi di ricomporre 
il Ministero. — L' impopolarità di Crispi a Napoli. — Importante lettera diretta 
da Pallavicino a Garibaldi 1' 8 novembre. — Mordini insignito anch' egli del 
collare della SS. Annunziata. — Pasquale Stanislao Mancini scrive a Garibaldi 
di non allontanarsi dalla scena politica, ma di stare sempre vicino al re. — Una 
bella lettera di Laura Beatrice Mancini al Liberatore. — Pallavicino, sul finire 
del '60, espone, in tre importanti scritti diretti a Garibaldi, la situazione politica. 
— Bisogna combattere la volpe con armi volpine. — Gesuitismo cavouriano e 
gesuitismo mazziniano. — Don Juan di Borbone, pretendente al trono di Spagna 
scrive a Garibaldi, rinunziando ad ogni eventuale diritto al trono di Napoli. — 
Due decreti di Garibaldi che assegnano una pensione alla madre ed alle sorelle 
di Agesilao Milano ed alla figlia di Pisacane. — • Una commovente lettera della 
giovanetta Silvia Pisacane a Garibaldi. — Giuseppe Avezzana parte dall'America 
per raggiungere Garibaldi a Napoli. — 11 plebiscito dell' 8 novembre ed un 
particolare sconosciuto. — Un collare della SS. Annunziata che dà fastidio. — 
11 sogno di Garibaldi di affratellare sullo stesso campo le camicie rosse ed i 
cappotti grigi dileguato. — Partenza di Garibaldi e suo arrivo a Caprera. — 
Comincia ad annotare, giorno per giorno, le giornate di lavoro dei pastori ed 



XXII INDICE DEL VOLUME 



il ricavato della vendita dei formaggi e dei vitelli. — Un quaderno prezioso 
del Generale. — Brano inedito delle Memorie di Garibaldi sulla spedizione dei 
Mille. — Un' introduzione al racconto dell' impresa dei Mille ed un proclama 
ai militi della prima gloriosa spedizione, inediti. — Ulteriori rapporti fra Vittorio 
Emanuele e Garibaldi. — Importanti particolari in due lettere dirette dal generale 
Tiirr a Garibaldi. — L' étìqueUe di Corte infranta. — Menotti e Tiirr ballano 
la « contradance » colla Duchessa di Genova Pag- 373-415 



CAPITOLO XVI. 

Garibaldi apostolo di pace. 
Lettere all'Imperatore Guglielmo e a Bismarck. 

Memorandum diretto da Garibaldi alle Potenze, subito dopo la battaglia del Volturno. 

— Vuole la fratellanza dei popoli ed una sola lingua mondiale. — Garibaldi 
sognò pure una sua Religione del Vero. — Lettere a Filopanti. — La campagna 
di Francia chiude la vita dell' Eroe guerriero. — Quello che scrisse della strategia 
garibaldina il generale tedesco Manteuffel. — Ricciotti Garibaldi racconta particolari 
inediti ed interessanti sulla presa della bandiera. — La sua spada per quarantotto 
ore sotto gli ordini di S. M. 1' Imperatore Guglielmo. — La collera di Bismarck 
contro Garibaldi ed uno storico colloquio fra il Cancelliere e Jules Favre. — Garibaldi 
avrebbe dovuto passeggiéire per le strade di Berlino con un cartello sul dorso. 

— Un abile colpo di spirito del conte di Hérison. — Bismarck e Garibaldi diventano 
grandi amici. — Filippo Villani fu il trait d'union fra i due personaggi. — 
L' ammirazione di Garibaldi per il Cancelliere tedesco. ^ Scambio d' idee poli- 
tiche. — Garibaldi nel '72 scrive all' Imperatore Guglielmo I ed a Bismarck di farsi 
iniziatori di un Arbitrato per la pace e la fratellanza dei popoli . . Pag. 417-428 



ELENCO DEI FACSIMILI E DELLE ILLUSTRAZIONI 



1 . Statalo del « Battaglione Italiano della Morte • con osservazioni e firma 

autografe di Garibaldi. (Firenze, 5 ottobre 1848) Pag. 4 

2. Formula di giuramento, che doveva essere sottoscritta dai volontari del 

« Battaglione Italiano della Morte » » 4 

3. Lettera di Garibaldi alla madre. (Maddalena, 16 ottobre 1849) .... » 8 

4. Atto di matrimonio di Garibaldi con Anita, in autografo di Lorenzo 

Fernandez, parroco della chiesa di San Francesco d'Assisi in Mon- 

tevideo, dove fu celebrato il matrimonio (Montevideo, 16 giugno 1842) » 8 

5. Firma autografa della madre di Garibaldi, in una lettera a lui diretta. 

(Nizza, 3 gennaio 1852) » 12 

6. Lettera di Garibaldi ad Anita, partita per 1' Italia con Menotti, bambino, 

e Ricciotti, lattante. (Montevideo, 10 marzo 1848) » 12 

7. Convenzione autografa per 1' acquisto di Caprera, stipulata fra Garibaldi 

ed i vari proprietari dell'isola. (Caprera, 29 dicembre 1855). ... » 15 

8. Lettera diretta da Garibaldi ad Anita durante la difesa della Repubblica 

Romana, prima che essa ivi lo raggiungesse. (Roma, 2! giugno 1849) » 16 

9. Passaporto rilasciato a Garibaldi dal Mayor di New -York, con firma 

autografa del Generale. (New- York, 2 aprile 1851) » 24 

10. Certificato di secondo pilota di Altura, rilasciato a Garibaldi nel Perù. 

(Callao, 31 ottobre 1851) » 28 

1 1 . Diploma di Capitano di lungo corso dato dal Governo Piemontese a 

Garibaldi, con firma autografa del Generale. (Torino, 8 agosto 1835) » 32 

1 2. Passaporto ottenuto da Garibaldi dal Console francese a Nizza , sotto 

il falso nome di « Joseph Pane », in autografo di Garibaldi, e che 
doveva servirgli per andare a liberare Settembrini, Poerio, Spaventa 
dall'ergastolo di Santo Stefano. (Nizza, 31 gennaio 1856) » 40 

13. Originale della lettera diretta dal conte di Cavour a Garibaldi, con la 

quale gli affida il comando del Corpo dei Cacciatori delle Alpi. 

(Torino, 17 marzo 1859) » 40 



XXIV ELENCO DEI FACSIMIL.I E DELLE ILLUSTRAZIONI 



14. Decreto di nomina di Garibaldi a Maggior Generale dell'Esercito Pie- 

montese e di comandante il Corpo dei Cacciatori delle Alpi. (Tormo, 

17 marzo 1839) Pag. 48 

15. 11 « Programma Italiano » di Garibaldi (1856) » 48 

16. Decreto che conferisce la medaglia d'oro al valore militare a Garibaldi 

per le prove date d' intrepidezza e di bravura nei combattimenti contro 

gli austriaci. (Torino, 24 luglio 1859) » 56 

1 7. Lettera del generale E. Cialdini a Garibaldi, partente per 1' Italia Cen- 

trale. (Castenedolo, 26 agosto 1859) » 56 

18. Lettera di Victor Hugo a Garibaldi, dopo la pubblicazione francese del 

libro del Generale « / Mille ». (Paris, 18 septembre 1874) » 64 

19. Lettera di Edgard Quinet a Garibaldi dopo la pubblicazione francese 

del libro del Generale « / Mille ». (Versailles, janvier 1875) ...» 72 

20. Lettera di Garibaldi a Rosalino Pilo dopo la battaglia di Calatafìmi. 

(Calatafìmi, 16 maggio 1860) » 76 

21. Lettera di Garibaldi a Rosalino Pilo. (Partinico, 18 maggio 1860). . . » 76 

22. Lettera di Garibaldi a Rosalino Pilo. (Partinico, 18 maggio 1860). . . » 76 

23. Lettera di Garibaldi a Rosalino Pilo. (Misero Cannone, 19 maggio 1860) » 76 

24. Lettera di Kossuth a Garibaldi, nella quale invoca la benedizione del 

Dio della Vittoria. (Londres, 20 mai 1860) » 80 

25. Ordine del generale Lanza al colonnello Bonanno, in autografo di Mani- 

scalco. (Palermo, 26 maggio, 1 2,30 pom. , 1 860) » 88 

26. Le condizioni dell' armistizio , che si voleva imporre a Garibaldi a 

bordo della nave ammiraglia inglese " Hannibal ,,, in autografo di 
Garibaldi. (Palermo. 30 maggio 1860) » 92 

27. La firma del generale Lanza in una lettera diretta a Garibaldi. (Palermo, 

1." giugno 1860) » 96 

28. Lettera di Giacomo Medici a Garibaldi contro Mazzini e Bertani. 

(Genova, 25 maggio 1 860) » 1 04 

29. Lettera di Bertani a Garibaldi con la quale gli presenta A. Mordini 

ed esprime giudizi su La Farina e Cavour. (Genova, 8 giugno 1860) » 120 

30. Lettera dell' ammiraglio Persano al conte di Cavour, nella quale gli chiede 

se deve veramente arrestare Garibaldi, se questi avesse toccato le 
coste della Sardegna, e risposta autografa di Cavour. (Cagliari, 
8 maggio 1 860, 7 ore pom.) » 144 

31. Brano autografo di Garibaldi sul divieto del passaggio del Faro nel 

luglio 1860 » 144 

32. Lettera del conte di Cavour a Costantino Nigra, in cui si dice che i 

soldati di Fanti e di Cialdini non desiderano di meglio che sbaraz- 
zare il paese dalle camicie rosse. (Torino, 22 settembre 1860) ... » 168 

33. Lettera di Garibaldi all' ammiraglio Persano relativamente al luogo dove 

doveva approdare la spedizione comandata da Giacomo Medici. 
(Palermo, 1 5 giugno 1 860) » 1 76 



ELENCO DEI FACSIMILI E DELLE ILLUSTRAZIONI XXV 



34. Lettera di Medici a Garibaldi, in cui gli dice di essere giunto a Castel- 

lamare. (Castellamare, 17 giugno 1860) Pag. 176 

35. Lettera dell' ammiraglio Persane a Garibaldi riguardante La Farina. 

(Palermo, 22 luglio 1860) >> 192 

36. istruzioni segrete date da Garibaldi al comandante De Rohan. (Palermo, 

22 giugno 1860) » 192 

37. Lettera dell'ammiraglio Persane a Garibaldi con la quale lo avvisa di 

essere sbarcata gente in Palermo col proposito di assassinarlo. (Palermo, 

9 giugno 1860) >> 208 

38. Firma di Gideon S. Lang, in una lettera diretta a Garibaldi. (London, 

6 june 1860) » 263 

39. Lettera di A. Saffi a Garibaldi, con la quale gli fa noto l' interessa- 

mento che la nazione inglese prende all'impresa garibaldina. (Oxford, 

4 giugno 1860) » 272 

40. Lettera di Giorgio Pallavicino a Garibaldi. Gli dice di stare in guardia 

tanto da Cavour che da Mazzini. (Torino, 19 giugno 1860) » 288 

41. Lettera di Mazzini a Garibaldi. (17 giugno 1860) » 296 

42. Appello di Garibaldi agli italiani. (Caprera, 28 novembre 1860). ... » 312 

43. Lettera di Vittorio Emanuele a Garibaldi. (Torino, prima metà di luglio, 

1860) » 344 

44. Promemoria di Vittorio Emanuele per Garibaldi. (Torino, prima metà di 

luglio, 1860) » 344 

45. Lettera di Vittorio Emanuele a Garibaldi dopo l' entrata di questi in 

Napoli. (Torino, 12 settembre 1860) » 348 

46. Lettera di Vittorio Emanuele a Garibaldi, in risposta ai desiderio da 

questi espresso di licenziare il Ministero. (Torino, verso il 1 5 set- 
tembre 1860) » 352 

47. Lettera di Vittorio Emanuele a Garibaldi, dopo la battaglia del Volturno. 

(Ancona, 9 ottobre 1860) » 356 

48. Lettera di Vittorio Emanuele a Garibaldi. (Probabilmente da Presenzano, 

il 25 ottobre 1860) » 364 

49. Lettera di Vittorio Emanuele a Garibaldi, dopo l' incontro a Teano. 

(Teano, 26 ottobre 1860) » 364 

50. Lettera di Vittorio Emanuele a Garibaldi, con la quale lo prega di 

portarsi verso Capua e d' intendersi col generale Della Rocca . 

(Teano. 27 ottobre 1860) » 364 

51. Brano della lettera diretta da Garibaldi a Vittorio Emanuele, il 29 da 

Caserta, in autografo di F. Crispi, con correzione di pugno di Garibaldi » 368 

52. Lettera di Vittorio Emanuele a Garibaldi in risposta a quella del 29, 

con la quale il Dittatore gli rimetteva il potere su dieci milioni 
d'Italiani. (Sessa, 31 ottobre 1860) » 372 

53. Ultima lettera diretta da Vittorio Emanuele a Garibaldi durante la 

campagna del 1860. (Napoli, 7 novembre 1860) » 372 



XXVI ELENCO DEI FACSIMILI E DELLE ILLUSTRAZIONI 

54, 55, 56, 57. Piani di attacco e di difesa nella battaglia del Volturno e 
di Caserta vecchia ; I " e 2 ottobre 1 860, disegnati dal generale 
Menotti Garibaldi Pagine 375, 377, 379, 380 

58, 59. Due pagine di un quaderno in cui Garibaldi, appena ritornato in 

Caprera, nel 1860, comincia ad annotare i lavori agrari e pastorizi. Pag. 408 

60. Lettera di Garibaldi al principe di Bismarck, in cui gli propone di farsi 
iniziatore di un Arbitrato mondiale per rendere la guerra impossibile 
fra le Nazioni. (Caprera, 20 dicembre 1 872) » 428 



1. Cavour » 124 

2. Stampa allegorica pubblicata in Londra, il 10 aprile 1859 » 256 

3. Vittorio Emanuele » 336 

4. Garibaldi » 360 



GARIBALDI 
VITTORIO EMANUELE, CAVOUR 

NEI FASTI DELLA PATRIA 



CAPITOLO I. 



NEL CAMMINO DELLA GLORIA 
(1848-1854). 



LJn placido mattino di luglio del 1848, un uomo nato dal popolo con 
l'amore per la patria nel cuore, tornato in Italia dopo quattordici anni di esilio, 
si presentava al cospetto di un re, che il poeta dell' Italia rinnovellata nomò 
•« r Italo Amleto » . 

Come r anno innanzi dalla lontana terra d' America, palestra di eroiche 
gesta, egli, libero pensatore, aveva offerto il braccio ad un Pontefice, che in un 
momento di fatua ispirazione da una loggia del Quirinale invocava la benedizione 
di Dio suir Italia ; repubblicano, veniva ora ad offrire spada e cuore a quel 
re, dal quale era stato condannato alla pena di morte come ribelle ; che si 
era fatto il difensore della patria contro il dominio dello straniero. Ed il 
Sovrano, narrano le cronache di quel tempo, accolse con principesca cortesia 
il biondo guerriero nella sua rossa assisa ; egli non respinse, ne accettò ; ma 
lasciò che uno dei suoi Ministri rifiutasse la generosa offerta ! 

Non per questo però, il milite della libertà rimase inoperoso, e la sua spada, 
che aveva combattuto contro la tirannide in terra straniera, rifulse di gloria 
contro i nemici della patria sulle pianure lombarde, a Luino e a Morazzone ; 
poi, epicamente sul Gianicolo, rinnovellando al mondo i fasti dell antica italica 
virtude. 

Prima di venire a Roma, durante un breve soggiorno in Toscana, chiama- 
tovi dal Montanelli e dal Guerrazzi a spalleggiare la Costituente, Garibaldi, 
spinto dal desiderio di accrescere la sua Legione, ammontante a soli 85 uomini, 
aveva fatto appello alla gioventù per formare un battaglione di scelti ed animosi 
individui, i quali avessero la volontà irremovibile di conseguire l' intera indipen- 
denza d' Italia o morire. 

CURÀTULO I 



NEL CAMMINO DELLA GLORIA 



Una pagina commovente, inedita, della storia di quei giorni è il Programma 
del « Battaglione Italiano della morte », stampato clandestinamente nel luglio 
del *48 in Roma e che qui si vede riprodotto. Le osservazioni scritte alla fine 
del prezioso documento, sottoscritte da Garibaldi, provano essere esso lo Statuto 
originale mandato al Generale, perchè lo approvasse. La qual cosa egli fece 
il 5 ottobre, manifestando il desiderio, che nell' uniforme dei volontari fosse tolta 
l'insegna della morte al cappello, lasciando soltanto quella sul petto. 

Leggendo oggi quel Programma e la formula di giuramento, che ciascun 
volontario doveva sottoscrivere, un senso di commozione mvade l' animo. 

« Io prometto solennemente sul mio onore e sull'anima mia di combattere 
e morire per la totale indipendenza d'Italia ». 

Questo giurava la gioventù italiana nel 1 848 e dopo sessantadue anni 1* indi- 
pendenza della Patria, secondo i naturali geografici confini, è ancora di là da venire! 



* 

* 



Ma r alba di speranza che aveva illuminato, in quell' anno fatidico, il cielo 
della patria, si dileguava sul campo infausto di Novara, e la gloriosa Repub- 
blica Romana periva per opera di una Repubblica sorella. 

Una notte lunga, tenebrosa, piombò suU' Italia e fu necessario che il 
sangue di altri martiri tornasse a scorrere su questo sacro suolo, prima che 
dall'albero della libertà maturassero gli eventi fortunosi del '59, i fasti memorabili 
del 1860. 

L' eroe del 30 aprile rimette la spada nel fodero in attesa di nuovi cimenti, 
e, condannato novellamente all' esilio, diventa l' umile operaio fabbricatore di 
candele di Staten Island, presso New- York. Poi, stanco di quel mestiere, va 
errando per il mondo, affrontando la tempesta degli oceani con la tempesta 
neir animo ; lontano d' Italia, ma sempre con l' Italia nel cuore. 

La via del secondo esilio fu per Giuseppe Garibaldi sparsa di amarezze e 
di dolori. Respinto dal Bey di Tunisi per opera di Napoleone III, va a Malta; 
da qui ritorna alla Maddalena, aspettando le decisioni del governo piemontese 
sospettoso del difensore della Repubblica Romana. E appunto di quei giorni 
l'importante lettera inedita seguente, diretta all'amico del cuore, a Giovanni 
Battista Cuneo. 



NEL CAMMINO DELLA GLORIA 



Garibaldi a G. B. Cuneo. 

Maddalena, 14 ottobre 1849. 
Fratello mio, 

Ho ricevuto la tua del 30 settembre e te ne ringrazio, come pure delle tante 
cure a prò mio. Io mentre desideravo passare alcuni giorni di quiete colla mia fami- 
gliola, non mancai di pormi all'altura della circostanza, preparandomi a qualunque 
risultato. Non mi ha sorpreso adunque, ciò che avvenne e sono, come sempre, rasse- 
gnato a tutto. Ebbi una lettera di Pacheco invitandomi a scegliere Montevideo per 
residenza ; egli mi scrive desiderare un abboccamento ed io gli rispondo : farò da parte 
mia il possibile, non so se vi riusciremo. Anzitutto io bramavo rimanere in patria; 
non polendo, preferirò tornare da dove venni, qualora non vi siano inciampi. Ho lasciato 
r incarico di rispondere in tal guisa a Matteo Antonini, essendosi a lui diretto il 
Ministro degli Esteri ed aspetterò la decisione. La lettera all' Intendente di Chiavari 
è reale; lo stile è di Paolino {Fabrizi?). Mi avrai certamente favorito coi dovuti 
ringraziamenti ai generosi propugnatori della mia difesa alla Camera e ti prego di 
salutarmeli. Abito in casa del comandante dell' Isola, che mi tratta egregiamente, come 
questa buona popolazione tutta. Passo la maggior parte del tempo a caccia e pesca, 
procurando di scacciare certa maledetta malinconia, che mi aveva invaso da qualche 
tempo. L'affare di Tunisi non ti avrà sorpreso, a me neppure. La simpathie francaise! 
ed a Montevideo li troverei ancor più belli, più simpatici che mai! Povera Monte- 
video ! L' unica ripugnanza nel rivederti sarebbe quella ! 

TuUo tuo 
A tergo della lettera : G. GARIBALDI 

G. B. Cuneo 

Deputalo all'Assemblea Nazionale 

Torino 

Due giorni dopo scriveva alla Madre. 

Garibaldi alla Madre. 

Maddalena, 16 ottobre 1849. 
Amatissima madre, 

Questa è per dirvi che sto bene, e non so ancora cosa di me abbia deciso il 
Ministero. Passo il tempo a caccia e pesca. Abbraccio i figli, saluto i parenti ed 
amici. Scrissi a voi ed Augusto varie lettere. 

Vostro 

G. GARIBALDI 
A tergo della lettera : 

Vedova Rosa Garibaldi 
Porto Nizza Marittima 



NEL CAMMINO DELLA GLORIA 



Il 24 ottobre del *49 Garibaldi partiva dalla Maddalena per Gibilterra, 
luogo d' esilio assegnatogli dal governo piemontese ; lo trasportava il brigantino 
da guerra a vela " Colombo ,,. Ma il Governatore non gli permise di sbarcare, 
e respinto pure dalla Spagna, il 1 4 novembre partì per Tangeri, dove alfine 
trovò un po' di riposo fino all' estate del 1850, ospite di Giovanni Battista 
Carpanetti. Poi, nei primi di luglio, nella speranza di trovar lavoro come marinaio, 
va a New- York, passando per Gibilterra e per Liverpool. 

Dissi che la via del secondo esilio fu per Garibaldi piena di amarezza. 
Egli aveva lasciato l' Italia con l' anima lacerata da una grande sventura ! Là, 
nella pineta di Ravenna, alle Mandriole, in un triste meriggio, aveva perduto 
la sua Anita, la dolce compagna, che nelle lontane terre d' America e sugli 
spalti fumanti di S. Pancrazio aveva con lui diviso le ansie di mille pericoli, 
i sorrisi di tante vittorie. Anita, cavalcandogli al fianco, lo aveva seguito nella 
lunga e difficile ritirata da Roma a San Marino ; ma, affranta dalle fatiche, 
portante nelle viscere il frutto del suo amore, spirava nelle braccia del marito, 
che, inseguito dagli Austriaci come una belva, era stato costretto ad abbando- 
nare le amate spoglie, ancora calde, alla pietà di umili contadini. 

Sulla legittima unione dell' eroe con Anita Riveiro de Jesus molto fu 
discusso. Si disse che Garibaldi, innamoratosi della forte figlia brasiliana, la 
rapisse dal tetto coniugale. La pubblicazione dell' atto di matrimonio fatta dal 
Guerzoni pose fine ad ogni dibattito ; ma l' atto di matrimonio edito dallo storico 
garibaldino, che è una copia in data « Montevideo, 27 gennaio 1881 », pre- 
senta qualche inesattezza. Il documento originale del tempo, scritto tutto di pugno 
di quel Lorenzo Fernandez, parroco della chiesa di S. Francesco d' Assisi, dove 
Garibaldi si era sposato, è quello che qui si vede riprodotto in facsimile dall' ori- 
ginale. Esso porta la data «Montevideo, 16 giugno 1 842 », tre mesi dopo la 
celebrazione del matrimonio, avvenuto il 26 marzo. 



Atto di matrimonio di Garibaldi con Anita, scritto dal Rettore della Par- 
rocchia, dove essi sposarono. (Dall'autografo dell'epoca). 

Certifico }fo el infrascrito Cura Redor de està Parroquia de S. Francisco de Asis en 
Montevideo que en el libro primero de casados de està Parroquia al folio veinte 1; 
siete, à la Vuelta està la partida, que es del tenor siguiente: 

El dia veinte y seis de Marzo de mil ochocientos quaranta y dos, el Presbitero 
D. Zenon Azpiasu mi lugarteniente en està Parroquia de S. Francisco de Asis en 
Montevideo autorizó el matrimonio, que in facie Ecclesiae contrajo por palabras de 




BATTAGLIONE mmm DELLA MORTE 



1. v^uesto Battaclio><e si compone di scelti, e volonterosi individui italiani. 

2. La sua insegna porta per epigrafe invariabile « Inteba Indipendenza , 
o Morte » La slessa epigrafe è segnata nel negro vessillo con cravatta trico- 
lore, che si dispiega dal Battaglione. 

3. Ogni individuo addetto al Battaguone della Morte , nello iscriversi , 
lirnierà la scheda corrispondente, e farà solenne promessa sul proprio onori- 
di sostenere la nazionale indipendenza sino al totale suo conseguimento, e di 
non abbandonare le bandiere, finche la medesima non sia proclamala secondo 
i naturali geografìe! confini dell' Italia. 

4. Questa solenne promessa verrà confermala , e ratifìcata ad alta voce 
in ogni Rivista del Comandante il Battaglione, o del Generale, portando cia- 
scheduno la mano al cuore, e la seguente sarà la formula da pronunciarsi: 

• Solennemente phometto, e cubo e meco Voi, Commilitoni, promet- 
■ tete, di combattere, sostenendo l'italica bandiera fino al pieno consegli- 

• mento della NA710NALE INDIPENDENZA ». 

Tulli risponderanno • giuro •. 
j. Il Battaglione si comporrà di ottoccnlo individui almeno, di eivil con 
dizione, e di provati principiì. 

Si riceveranno dagli anni 18 ai .10. I provelli . ed anche maritati si 
riceveranno dai io ai 60, purché sia dagli ufTiziali sanilarii giustilìcalo lo sialo 
di fisica robustezza. 

I minori dal 14 al 18 si riceveranno, se giunti alla prcscritla, misu- 
ra , e col consenso de' loro genitori; molto più poi se al dello Corpo Militare 
il genitore appartenga. 

6. L'uniforme è descrilto nel Fignriiio annesso. I distintivi degli UlTiziali 
e Sotlo-UITiziali saranno stabiliti mediante contrassegni particolari. 

7. L' uniforme é a carico dell' individuo ; a carico però del Governo sarà 
l'armamento, e mantenimento. 

8. Il Generale Gabibaloi ha già a.ssunto per iscritto l' impegno di coman- 
ilare il Battaglione , che si pone dircllamenic sotlj gli ordini Suoi. 



— 2 — 
t). V inramia è appannaggio del vile , che ariliscc ritirarsi dalle (ile , pri- 
ma del icrmine della guerra sacra dell' InDireKVEN/A , senza motivo evidente- 
mcnle legittimo, e comprovato. 

in. Gli avanzamenti non saranno conrerìlì , che per capacita , e per di- 
stinzioni nel militare servizio. Sarà indegno d'avanzamento, o di qualunque 
siasi grado quegli clic invece della capacità, e del merito yiuTARE per soSle- 
iioflo, cercasse invece procurarselo con impegni, od altri illeciti, e poco ono- 
revoli niezzj.-' Questo Articolo dovrà essere da tutti. compreso, .ed osservalo in 
tutto ìj senso Ultissimo delle parole. 

'11. Il tempo che decorrerà dalla sottoscrizione alla chiamata sotto le ban- 
diere. verrà impiegato da ciascun indivìduo nella particolare istruzione intorno al 
mestiere delle armi. E dovendo questo Battaglione ancora completarsi del numero 
.'^UfTiciente ,' e regolarsi in' modo che corrisponda alla dignità, ed alla forza del 
suo nome, perciò se frattanto qualcuno degl'individui che lo compongono >o- 
lesse anticipatamente presentarsi al campo, e prestar T opera sua sotto il 
inedesinM SiG. Generale GARI6,4LDI , o nella Venezia, o sotto qualunque 
altro Coudottiero in Italia , potrà fari» purché non indossi l'uniforme della 
jMobte , la qoale potrà solo indossarsi dopoché il completo Battaglione avrà 
«vulo Governativa facoltà ed ordine di presentarsi alla guerra, ed avrà per la 
prima volta spiegato la sua Bandiera- 
io. La nomina del primo Stato Maggiore , e dei primi llfliciali, e sotto Uf- 
ficiali verrà fatta dal Sig. Generai e GAHIBAI.DI a pieno sao libito, avuto 
^emp^e iii visla anche per questa prima nomhia 1' Arlieolo decimo. 

13. Il Baitaclioxe vien posto sotto la diretta protezione, .e sorveglianza 
non solo del Goicrno, ma eziandio di lutti i CincoM-liAi iani. Perciò ad ognuno 
di E-ssi sarà dato un elenco dei Soggetti componenti il Battaglione racilesimo con la' 
relazione delle eroiche imprese di ciascun individuo, le Xerite, e le'promozioni 
riportale. Verranno però ai medesimi Circoli notificate, come le prove di va- 
lore di ogni uno, cosi i cenni di qualche fallo riprovevole, o di zelo intiepi- 
dito per la causa llaliana, do\e mai queslo sinistro eienlo si verificasse. 
Pregansi i Cittadini Presidenti dei Circoli medesimi a >olpr lenere nella Sala 
delle adunanze pubhlicamentt; esposto i' albo dei soggetti che il Battagijone 
PEi.LA Morte compongono, e .id ogni circostanza pubblicare sotto il medesimo, 
con analogo Bollettino le glorie, o i denierili d'oj^ni individuo, a qualunque 
grado , ed a qualunque classe esso appartenga , non riconoscendo il Batta- 
glione che una perfettissima Eoi aglianza in tutti i cittadini , salvo la più ri- 
gorosa dipendenza , e sulMrdioazione tra militi nella Gerarchia militare. Perciò 
verrà dallo stesso Sic. Generale GARIBALDI nominala nel Battaglione una 
CouMissioNE DI Sorveglianza die dovrà mettersi in diretta corrispondenza con 
i detti Circoli. La Commissione perù non potrà spedire alcun rapporto se prima 
le cose in esso esposte non saranno pienamente provale, e .sancite dall'Illu- 
stre Gekerale. I tre più acciedilati Giornali di Roma, Firenze, e Torino sa- 
ranno incaricati di pubblicare le prove di valore e liceversa di ciascfaetlun 
individuo. 



— 3 — 

li. Nella disgraziata Ipolesi- (la quale Iddio protcltore d'Italia tenga lon- 
laoa ), die lo stesso Signor Genehale GARIBALDI restasse prigioniero , o 
mancasse ai rivi , il Battagliore rinaito ha il diritto di prescegliere un nuovo 
Generale , dal suo seno. da qualuhquealtro corpo di Milizia esclusiva- 
mente italiana. ^.n . -N 

J5. Il Cappellano del Battaglione sarà il Reverendo ' r t'^»'^ '''^ 

' IG. Fcr il rimanente il Battaglione si UDiTormerà ai Regolamenti discipli- 
nari in cor^o. 



Roma t8 Luglio i8i8. 

ctavi'iMt.i, OKr^'aic, •■ U ai/ojt .i-V oy^' ~J'^'^' n<*-*^ ■ ^t. 






\,vJ^ 



Originale dello Statuto del " Battaglione Italiano delia Morte „ con 
osservazioni e firma autografe di Garibaldi. (Vedi pag. 2). 




BATTAGLIONE [TAUAI^O DELLA MORTE 




lo infrascritto 
di condizione 
domiciliato a 

dichiaro di far parte nella qualità di comune nel Battaglione Ita- 
liano DELLA MonTE comandato dal Sig. Generale G. GARIBALDI , du- 
rante l'attuai guerra sacra della Indipendenza Italiana, e prometto 
solennemente sul mio onore, e sull'anima mia di seguir sempre fe- 
delmente l'italico vessillo, di uniformarmi alle condizioni del Pro- 
gramma 18 Luglio 4 848 da me in copia ricevuto , e di -combattere 
e morire per la totale indifendenza d'Itaua. 

Così Iddio mi ajuti! 



li 



1848. 



Formula di giuramento che doveva essere sottoscritta dai volontari 
del " Battaglione Italiano della Morte „. (Vedi pag. 2). 



NEL CAMMINO DELLA GLORIA 



presente D. Jose Domingo Garibaldi naturai de Italia, hijo legitimo de D. Domingo 

Garibaldi, y de D" Rosa Raimunda : con D" Ana Maria de Jesus naturai de la Laguna 

en el Brasil hija legitima de D. Benito Riveira y de D' Maria Antonia de Jesus: 

habiendose leido una sola proclama por haberse dispensado las otras dos, practicadas 

las demas diligencias, que previene el Derecho Canonico ; no recibieron las bendi- 

ciones nupciales : siendo testigos de su otorgamiento D. Fabio Semidei, y D' Feli- 

ciana Garcia Billegas: lo que por verdad firmo. 

LORENZO A. FERNANDEZ 

Està conforme al originai al que me remito en caso necesario y para los fines que 
convenga. 

Montevideo, 16 de junio de 1842. 

LORENZO A. FERNANDEZ 

Eccone la traduzione letterale: 

Certifico io sottoscritto Rettore di questa Parrocchia di S. Francesco di Assisi di Monte- 
cideo, che nel libro primo dei matrimoni di questa Parrocchia, al foglio ventisette, 
vi è // certificato seguente: 

li giorno ventisei Marzo mille ottocento quaranta due, il Sacerdote D. Zenon 
Azpiasu mio Vice-Parroco in questa Parrocchia di S. Francesco di Assisi di Mon- 
tevideo autorizzò il matrimonio, che in facie Ecclesiae contrasse, essendo presenti gli 
sposi, D. Giuseppe Domenico Garibaldi, nativo di Italia, figlio legittimo di D. Dome- 
nico Garibaldi e di D' Rosa Raimunda, con D" Anna Maria de Jesus nativa di La 
Laguna nel Brasile, figlia legittima di D. Benito Riveira e di D° Maria Antonia de 
Jesus, essendosi letta una sola pubblicazione per essersi dispensate le altre due, e dop>o 
aver fatte le altre pratiche, che prescrive il Diritto Canonico : non ricevettero la bene- 
dizione nuziale: furono testimoni del loro matrimonio D. Fabio Semidei e D' Feli- 

ciana Garcia Billegas: il che attesto e firmo. 

LORENZO A. FERNANDEZ 

E conforme all' originale, al quale mi rimetto in caso necessario e per tutto ciò che 
possa convenire. 



Montevideo, 16 giugno 1842. 



LORENZO A. FERNANDEZ 



La morte di Anita, la sola donna che Garibaldi amò di vero amore, fu 
per la sua anima un grande dolore. Storici e biografi ci hanno narrato quale 
immenso affetto l' eroe nutrisse per la sua compagna ; ma nessuna pagina di 
storia fu mai così commovente e così vera, come quella consacrata nella lettera 
inedita, che Garibaldi scriveva da Montevideo all'eroica donna, partita per l' Italia 



NEL CAMMINO DELLA GLORIA 



nel dicembre del '47 con Menotti e Teresita bambini, e Ricciotti ancora lattante. 
La lettera, come si vede dal facsimile, è scritta in spagnuolo ; ne do qui la 
traduzione letterale. 

Garibaldi ad Anita. 

Montevideo, marzo IO, 1848. 
Mìa cara Anita, 

Incidenti piuttosto spiacevoli ritardano la nostra partenza di alcuni giorni. Anzani 

è stato colpito dalla sua malattia in modo molto violento e Sacchi è stato ferito in un 

ginocchio, e poco è mancato che non perdesse la gamba ; però entrambi si trovano 

migliorati e spero, che non passeremo marzo in Montevideo. La nave che ci porta si 

chiamava " Bifronte ,, quando era sotto bandiera Sarda e si chiamerà " Speranza ,, 

con il cambio in bandiera Orientale. Questa ti giungerà a Nizza o a Genova, ed in 

qualsiasi luogo con mia Madre. Tu prenderai cura della mia povera vecchia per amor 

mio; tu le farai dimenticare le preoccupazioni, che la vecchiaia le cagiona. E sfata 

sempre tanto buona mia Madre! Se questa ti raggiunge a Nizza, desidero vivamente 

che ti trovi contenta; desidero, che tu ti goda il bel cantuccio di terra, che mi vide 

nascere; che ti sia caro come lo è sempre stato al mio cuore. Tu conosci la mia 

idolatria per l'Italia, e Nizza è certamente uno dei più splendidi luoghi di questa 

patria tanto infelice e pur tanto bella, e che io giustamente più amo. Amala anche 

tu, Anita mia, ed io gradirò questo amore. Quando tu passeggi per i luoghi, che mi 

videro fanciullo, ricordati del compagno delle tue pene che tanto ti ama, e salutali a 

nome mio. Desidero che tu conosca mio fratello Felice, affinchè possa giudicare da 

te stessa, che mi resta ancora un fratello buono e degno di me. I miei parenti Gustavin, 

Court, Garibaldi, ti avranno, senza dubbio, ben accolto, come pure mio fratello, Pepin, 

Giaume e tutti gli altri amici miei. Sarò eternamente grato a tutti per quello che 

faranno per te. Abbracciami Menotti, Tita e Ricciotti e la mia cara Mamma, e tu 

pensa al tuo fedele 

G. GARIBALDI 

P. S. - Ti raccomando tutte le mogli degli ufficiali che mi accompagnano. 

Questa lettera non ci rammenta i versi del Poema ? 

« Posa redenta, accanto alla gentile 
Mia genitrice, o Anita, e ben rammenti 
Quel d' angiolo sorriso e la soave 
Di lei favella incantatrice, e il dolce 
Che t' accoglieva cunplesso, allorché stanca 
Del lungo andar presso l' amata Madre 
Riedevi, e intorno i festeggianti allegri 



NEL CAMMINO DELLA GLORIA 



Tuoi pargoletti. Le passate angoscie 
Si cancellavan dal tuo cuore, e immerso 
Io nell'ebbrezza degli affetti, il pondo 
Dimenticavo degli affanni e tutta 
Come di cielo m' apparia la terra ! » 

Parlando della compagna di Giuseppe Garibaldi non so, in verità, tratte- 
nermi dal ripubblicare dall' autografo, anch' esso da me religiosamente custodito, 
la lettera che egli le scriveva nel giugno '49 da Roma, prima che Anita quivi 
lo raggiungesse. Il documento fu pubblicato nel '82, subito dopo la morte di 
Garibaldi ; ma è bene che sia rammentato in quest' anno di sacri ricordi. 

Roma, 31 giugno 1849. 
Mia cara Anila, 

lo so che sei stata e che sei forse ancora ammalata; voglio vedere dunque la 
tua firma e quella di mia Madre per tranquillizzarmi. I Gallo-Frati del Cardinale Oudinot 
si contentano di darci delie cannonate e noi, quasi per perenne consuetudine, non ne 
facciamo caso. Qui le donne ed i ragazzi corrono addietro alle palle e bombe, gareg- 
giandone il possesso. Noi comballiamo sul Gianicolo, e questo popolo è degno della 
passata grandezza. Qui si vioe, si muore, si sopportano le amputazioni al grido di 
« Viva la Repubblica ». Un'ora della nostra vita in Roma, Vale un secolo di vita!... 
Felice mia Madre di avermi partorito in un'epoca così bella per l'Italia! Questa notte 
30 dei nostri, sorpresi in una casetta fuori le mure da centocinquanta Gallo-Frati, se 
r hanno fatta a baionettate ; hanno ammazzato il capitano; tre soldati , quattro prigionieri 
del nemico ed un mucchio di feriti. Noi un sergente morto ed un milite ferito. I nostri 
appartenevano al Reggimento •< Unione ». Procura di sanare; baciami Mamma, i bimbi. 
Menotti mi ha beneficiato di una seconda lettera: gHe ne sono grato. Amami molto. 

Tuo 
A tergo del foglio: G. GARIBALDI 

Anita Garibaldi 

Nizza Marittima 

Dopo la difesa di Roma e la miracolosa ritirata, Garibaldi riprende la via 
dell' esilio a lui già nota. Lunghi giorni di dolore dovevano ancora trascorrere 
prima che si dileguassero diffidenze e sospetti ; prima che egli potesse vedere realiz- 
zato il gran sogno della sua esistenza e combattere per la libertà della patria. 
E l'eroe canta : 

« Prosegui il tuo cammin. Proscritto ; un pugno 
Troverai sempre d' insoffrenti il peso 



NEL CAMMINO DELLA GLORIA 



Delle catene. Invano la birraglia 
Di quattro Re t' insegue ! Il santuario 
Che porti in cuore per l' Italia, infranto 
Non sarà questa volta. A dure prove 
Tu sei serbato ancor, e degli sgherri 
Tutt' ora i sonni turberai. L' impronta 
Del ferro del tuo baio, alle regali 
Stanze stampata, insegnerà a' protervi 
Che anche per loro giunge l' ora, e il pane 
Assaggeran della sventura, e il duolo ». ' 

Non mi propongo di seguire 1' eroe in tutte le vicende dolorose, che gli 
occorsero dal '49 fino all' epoca del suo definitivo ritorno in Italia, al 1 854. 
Ma poiché è questo un periodo appena trattato dai suoi biografi, credo utile, 
nell interesse della storia, il pubblicare alcuni importanti documenti inediti, che 
riguardano il futuro Duce dei Mille negli anni amari dell' esilio, alla vigilia delle 
sue glorie. E bene intanto tener conto di alcune date. 

Garibaldi arrivava in New- York il 30 luglio del 1850 e la New-Yorl^ Tri- 
bune V annunciava così : « La nave " Waterloo ,, è giunta a Liverpool questa mat- 
tina portando Garibaldi, l'uomo di fama mondiale, l'eroe di Montevideo e difensore 
di Roma. Egli sarà accolto da quanti lo conoscono come si deve al suo carattere 
cavalleresco ed ai suoi servizi in favore della libertà ». Rimasto quasi un anno, 
lavorando da semplice operaio nella fabbrica di candele del Meucci in Staten 
Island, presso New- York, il 2 1 aprile del ' 5 1 riprese la vita di marinaio e la 
New- York Tribune stampava: « Fra i passeggeri del " Prometeus ,, che fece 
vela ieri dopo pranzo era il generale Garibaldi, l' illustre patriota italiano ed esule, 
che partì in compagnia di un amico commerciante. Che la fortuna gli arrida ! » 
L' amico cui si allude è Francesco Carpanetto, venuto da Genova per iniziare 
una speculazione commerciale fra l' Italia e l' America centrale e meridionale, 
servendosi di una nave di sua proprietà nominata " S. Giorgio ,, partita da 
Genova verso la fine di gennaio, avendo per ultima destinazione Lima, nel Perù. 

Il grande proscritto lasciava New- York con un passaporto rilasciatogli dal 
Mayor di quella città. L'importante documento, qui riprodotto dall'originale, 



' Garibaldi - Poema autobiografico ecc., canto X, pag. 77. 
' H. Nelson Gay - In « Nuova Antologia > 1910. 



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Lettera di Garibaldi alla Madre. Maddalena, 16 ottobre 1849. (Vedi pag. 3). 





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/Ilo di matrimonio di Garibaldi con Anita in data del 16 giugno 1842 e in autografo di Lorenzo A. Fernandez, 
Parroco della chiesa di S. Francesco d'Assisi in Montevideo, dove essi sposarono. (Vedi pag. 4). 



NEL CAMMINO DELLA GLORIA 



portante la firma autografa del Generale, rimette sul tappeto la dibattuta quistione 
della cittadinanza americana del Garibaldi. 11 passaporto dice : « The bearer 
Joseph Garibaldi, who has declared to become a citizen of United States of 
America » (11 portatore Giuseppe Garibaldi, il quale ha dichiarato diventare 
cittadino americano) ; dopo, come di solito, si danno i connotati, e si enume- 
rano i diritti, che il portatore del passaporto può godere e che, nel caso speciale, 
erano quelli stessi dovuti ad ogni cittadino americano, che si reca all'estero. 

Garibaldi adunque, il 2 aprile 1851, sebbene non avesse ancora adempito 
alle formalità necessarie per ottenere la cittadinanza americana, con quel foglio 
veniva di fatto a goderne. Un vero decreto di cittadinanza fino al 1855 non 
gli era stato dato. Infatti, il 9 marzo di quell'anno, ritornando in Italia, scriveva 
da Nizza al suo amico Cesare Augusto Vecchi una lettera, nella quale, fra 
r altro, diceva : « Io ho tentato invano 1' acquisto della cittadinanza americana 
e per ciò fui obbligato a prendere un capitano e venire come passeggiero a 
bordo del " Commonwealth ,, che io comandava. Questo ad onta di avere 
abitato negli Stati Uniti quasi un anno durante due soggiorni ; di avere previa- 
mente navigato con bandiera americana ed avere impiegati quanti conoscenti ed 
amici potei incontrare in quel paese. La legge per essere naturalizzato vuole una 
dichiarazione formale di voler diventare cittadino, fatta in una città dell' Unione, 
col giuramento di volersi sottrarre dalla sudditanza di qualunque Stato straniero, 
con indi un soggiorno di cinque anni sulla terra americana » . 

Nel 1 862 però, dopo la tragedia di Aspromonte, quando il Generale si 
trovava prigioniero al Varignano, in data del 1 4 settembre scriveva la nota 
lettera al Console degli Stati Uniti a Vienna, in cui si diceva : « Signore, io 
sono prigioniero e pericolosamente ferito, per conseguenza mi è impossibile di 
disporre di me stesso. Tuttavia credo, che se io sarò restituito a libertà e se le 
mie ferite guariranno, sarà giunta l'occasione favorevole, nella quale potrò sod- 
disfare il mio desiderio di servire la gran Repubblica Americana di cui io sono 
cittadino e che oggi combatte per la libertà universale ». ' 

Dopo avere traversato più volte insieme all' amico Carpanetto 1' istmo di 
Panama, il nostro eroe il 1 5 agosto si trovava a S. Juan de Nicaragua ; di 
là passò a Lima, dove era già arrivata da Genova la nave " S. Giorgio ,,. 
Fu allora, che egli potè mettere in esecuzione il piano da tempo vagheggiato, di 



' E. Ximenes - Epistolario di Garibaldi, voi. I, pag. 47. 

' D. Ciampoli - Scrìtti politici e militari di Garibaldi, pag. 291. 



IO NEL CAMMINO DELLA GLORIA 

navigare come capitano di un legno mercantile e guadagnare così i mezzi di 
sussistenza per se e per la sua famiglia, che aveva lasciato a Nizza. 

La nave della quale prese il comando aveva nome " Carmen ,, ed appar- 
teneva al suo amico nizzardo Pietro De Negri, il quale da vari anni erasi 
stabilito nel Perù. Ma per ottenere quel comando Garibaldi dovette subire un 
esame preso le autorità marittime di Callao ed ottenere il titolo di 2 ° Pilota 
di Altura. 1 documenti che qui trascrivo, traducendoli dagli originali esistenti nel mio 
Archivio, si riferiscono appunto a questo esame ; da essi apprendiamo inoltre un 
particolare fin oggi sconosciuto, quello della cittadinanza peruviana del Garibaldi : 

REPUBBLICA PERUVIANA 



SELLO QUINTO DOS REALES EN EL BIENIO DE 1850 Y 1851 



Manuel De La Haza Capitan de Navio de la Armada Nacional, May or de Ordenes del 
Deparlamento, Comandante de Arsenales i; Accidental del Cuerpo de Pilotos etc... 

Certifico, che in virtù del superiore Decreto spedito nella stessa data dal bene- 
merito Signor Generale Comandante Generale di Marina ho esaminato don Giuseppe 
Garibaldi, naturale di Genova cittadino del Perii, conforme al supremo Decreto del 
4 agosto 1 840 e r ho trovato di sufficiente intelligenza nella nautica e nel pilotaggio 
e con abbastanza pratica marinara, acquistata in 29 anni di navigóizione per i mari 
di Europa e delle due Americhe, nel qual tempo ha fatto moltissimi viaggi, in numero 
molto maggiore di quello che si richiede per aspirare alla classe di 2° Pilota di Altura. 

In virtù di questo esame e degli Articoli 6" e 7", Trattato 4°, Titolo 1' delle 
ordinanze di Marina, gli rilascio la presente carta di esame, affinchè possa navigare 
con bastimenti nazionali di questo commercio con il titolo di 2" Pilota di Matricola. 
Egh è obbligato inoltre, ad usare le carte e gli strumenti approvati da questo Comando 
ed a presentare al ritorno di ogni viaggio, il giornale di navigazione, come è prescritto 
dall'articolo 6° del sopradetto Decreto, senza il quale requisito questo Documento 
sarà nullo e di nessun valore. 

Dato nell'Arsenale di Callao, addì 30 ottobre 1851. 

Firmalo: MANUEL DE HAZA 

El Ciudadano Alejandro Deustua, benemerito a la patria en grado heroico y eminente 
General de Brigada de los Ejercitos Nacionales, Gohernador politico de la Pro- 
vincia }) Comandante General del Departamento de Marina etc... 

Siccome Don Giuseppe Garibaldi, naturale d' Italia e cittadino del Perii, ha fatto 
constatare per mezzo della carta di esame, che ha presentato a questo Comando Gene- 



NEL CAMMINO DELLA GLORIA 1 1 



rale, che si trova idoneo per disimpegnare l'ufficio di 2" Pilota nei bastimenti mercantili, 
gli conferisco in virtù di detta carta la presente nomina, affinchè in conformità al supremo 
Decreto 4 agosto 1840 egli possa navigare come Pilota nei bastimenti mercantili nazionali. 

Pertanto, ordino alle autorità soggette alla mia giurisdizione, che gli siano dovuti 
tutti i privilegi cui la ordinanza di matricola, nel suo titolo 8" gli dà diritto ed in 
virtù della quale egli è pure soggetto agli obblighi prescritti. L'anzidetto sarà pure 
certificato dalla Capitaneria del Porto e dai Comando nel quale sarà iscritto e dal 
medesimo gli sarà spedita la matricola, che gli indicherà il Dipartimento cui appartiene. 

Dato in Callao, firmato dalla mia mano, timbrato da questo Comando Generale 
e vidimato dal mio segretario il 30 ottobre 1851. 



Capitaneria del Porto, Callao, ottobre del 1851. 



Firmato: DEUSTUA 

In fede : FEDRO JOSE CARRENO 



Signor Comandante Generale della Marina, 

Don Pedro Denegri proprietario del bastimento nazionale " Carmen ,, espone 
a V. S. : Che dovendo oggi salpare detto bastimento per le Isole di Chincha a pren- 
dere un carico di guano e non essendo terminate le pratiche necessarie per ottenere 
la patente del Supremo Governo, onde evitare i danni che qualunque ulteriore dimora 
potrebbe occasionare al sopradetto bastimento, supplica V. S. che si degni ordinare 
si dia un passaporto provvisorio fino al ritorno del bastimento dalle Isole di Chincha ; 
favore che spera ottenere da V. S. 

Callao, ottobre 31, 1851. Finnaio: PEDRO DE NEGRI 

Visto e risultando che ancora non si è spedita la patente del Supremo Governo 
per il bastimento nazionale " Carmen „ e che la sua permanenza nel porto occa- 
sionerebbe danni, che conviene evitare: gli serva il presente come passaporto per il 
suo viaggio alle Isole della Chincha e ritorno a questo porto, dove gli si darà la patente. 

Firmalo: DEUSTUA 

Firmalo : FRANCISCO GUERRA 

La gioia di Garibaldi per l'ottenuto comando fu tale, che ne scrisse alla Madre, 
la quale gli rispondeva con la seguente lettera inedita, in cui la sola firma è autografa. 
E questo l'unico autografo che si conosca della madre dell'eroe dei due mondi. 

Rosa Garibaldi al figlio. 

Nizza, 5 gennaio 1852. 
Carissimo figlio. 

Ho ricevuto la tua cara lettera del 5 novembre 1851, dalla quale vedo che 
prendesti il comando di una nave Peruviana in viaggio per Canton. Godo moltissimo 



12 NEL CAMMINO DELLA GLORIA 

di tale nuova e spero che simile incarico ti riuscirà gradito e fruttuoso. Augusto si 
darà cura di vedere il figlio De Negri qui in collegio ed informerà i suoi parenti di 
quanto gli occorra. Scrivemmo varie lettere a te dirette, di cui non sappiamo se ne 
ricevesti alcuna. Comunque sia, nulla vi era in quelle di particolare. Esse t'informa- 
vano che Menotti era in questo Collegio Nazionale e che molto vi si piaceva; che 
la Teresita viveva in pensione particolare, ove meglio si educa, che non in quella ove 
era prima, e che il Ricciotti, lui pure, andava ad una scuola al Porto ; tutti d' altronde 
molto sani e godenti gioia e quiete. Tua zia Angelina ti prega d* informarti, se sua 
figlia Maddalena dimora in Lima e come vi si trova. Non sa, a dir vero, se ella sia 
in quella città, ma di certo deve essere nelle circonvicine di quella regione. Tutti i 
parenti e gli amici ti salutano. 11 signor Richier specialmente mi prega d' inviarti i suoi. 
Tutti qui stiamo sani e più o meno lieti, ma la tua presenza, ti assicuro, non lasce- 
rebbe in nessuno più luogo alla tristezza. Ti abbraccio con affetto di madre. 



(x^fci^^ C/, <:C^u^r'i^^^^^^^ 




Durante la permanenza nel Perù, Garibaldi adunque ottenne la nomina di 
Pilota in 2° dal Comandante delle forze navali di Callao, come si vede dal 
decreto riprodotto qui in facsimile. 

Il 10 gennaio del 1852, separatosi dal Carpanetto, salpò da Callao, porto 
di Lima, e preso il comando della nave " Carmen ,, del suo amico Pietro 
De Negri, fece vela per Canton. Si fu appunto, in quella traversata, durante 
la tempesta del 1 ° gennaio, che egli ebbe in sogno la triste visione della 
morte della Madre, visione che egli stesso dopo descrisse con grande finezza 
di sentimento. Nel settembre del *53, dopo aver fatto molti viaggi, si trovava 
a Boston ed il Boston Dail^ Journal di quei giorni stampava : « Il generale 
Garibaldi, 1' illustre capo italiano nella lotta per la hbertà, durante la rivolu- 
zione del 1 848, giunse in questa città martedì passato, comandando la barca 
peruviana " Carmen ,,. Proveniva dal Perù, dove egli è stato per qualche 
tempo occupato come capitano di nave. La " Carmen ,, aveva un carico di 
rame e di lana. Il generale Garibaldi si trova attualmente a Nev^^-York». Da 
Boston, molto scoraggiato, scriveva a Cesare Augusto Vecchi in Torino una 
lunga lettera, nella quale fra 1* altro si dice : « Che vi dirò dell' errante mia 
vita ? Io ho creduto la distanza potere scemare 1' amarezza dell' animo ; ma 
fatalmente non è vero ed ho trascinata un' esistenza assai poco felice, tempestosa, 
ed inasprita dalle memorie. Sì, io anelo sempre all' emancipazione della nostra 
terra e non dubitate, che questa vitaccia sarebbe onoratissima dedicata ancora, 



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Lettera di Garibaldi ad Anita che lo aveva preceduto in Italia. 
Montevideo, IO marzo 1848. (Vedi pag. 6). 



NEL CAMMINO DELLA GLORIA 13 

or che è logora, ad una causa così santa ; ma gì' italiani di oggi più alla pancia 
che air anima pensano, ed io raccapriccio alla probabile idea di non maneg- 
giare più un ferro od un fucile a prò dell' Italia. »■ Parole che mostrano tutto 
lo sconforto, che in quei giorni dominava l' anima del grande patriotta ! 

Finalmente, dopo tante peregrinazioni, fece vela per 1' Italia su di una nave 
americana nominata " Commonwealth ,, passando per 1' Inghilterra. Infatti, nel- 
l'aprile del * 54 è a Newcastel on Tyne accolto entusiasticamente. Fu iniziata 
una pubblica sottoscrizione per offrire in un meeting al grande campione della 
libertà, un telescopio ed una spada di onore ; ma Garibaldi volle che il dono 
gli fosse offerto senza pubbliche cerimonie. L' I 1 aprile, a bordo del " Com- 
monwealth ,,, una deputazione presentata al Generale da Joseph Cowen, jun., offrì 
il telescopio e la spada, opera quest' ultima dei Messrs. Heel and Son di Birmin- 
gham con la seguente iscrizione : « Presenled to General Garibaldi b}) the people 
of Tyneside, friends of European freedom. Newcastel on Tyne, aprii 1854». 

Prima di lasciare l' Inghilterra, Garibaldi inviava al Cowen la seguente bel- 
lissima lettera rimasta sconosciuta, non essendo stata riportata dai suoi biogreifì. 
Ne dò la traduzione letterale da una pubblicazione inglese del tempo. ' 

* Ship Commonwealth » Tynemouth, 12 aprile 1844. 

Mio caro Cowen, 

La generosa manifestazione di simpatia, con cui sono stato onorato da voi e dai 
vostri concittadini, da per se stessa è più che sufficiente per ricompensare una vita del 
più gran merito. Nato ed educato, come sono stato, per la causa dell'umanità, il mio 
cuore è interamente devoto alla libertà: libertà universale, neizionale «ora e sempre ». 
{Queste due parole nel testo inglese sono in italiano ). L' Inghilterra è una grande e 
potente Nazione, che non ha bisogno di aiuti, all' avanguardia dell' umano progresso, 
nemica del dispotismo, 1' unico sicuro rifugio dell' esule, l' amica degli oppressi. Ma 
se un giorno 1' Inghilterra, la patria vostra, dovesse trovarsi in circostanze tali da richie- 
dere il servizio di un alleato, maledetto sia quell' Italiano, che non si metterà avanti con 
me per difenderla. Il vostro governo ha dato all'autocrate uno scacco ed agli Austriaci 
una lezione, in conseguenza tutti i despoti di Europa sono contro di voi. Se in qua- 
lunque tempo r Inghilterra dovesse aver bisogno del mio braccio per una causa giusta, 
io sarò sempre pronto a sguainare la nobile e bella spada, che ho ricevuto dalle vostre 



' V. Vecchi - La Mila e le gesta di G. Garibaldi, 1882, pag. %. 
'^ Francis Young and W. Slevens - Garibaldi bis life and limes, London, S. O. Beeton, 
248 Strand. 



14 NEL CAMMINO DELLA GLORIA 

mani. Siate interprete della mia gratitudine presso i vostri degni concittadini. Io pro- 
fondamente mi dolgo di dovervi lasciare senza potervi stringere ancora una volta la mano. 
Arrivederci, mio caro amico ; ma non addio ! Fate un posto per me nel vostro cuore. 

Vostro sempre e poi sempre 
G. GARIBALDI 

PS. - Al Rio de la Piata io ho combattuto in favore degli Inglesi contro la 
tirannia di Roxas. 

Intanto i sospetti del governo piemontese si erano dileguati. Massimo 
D'Azeglio, a persona che s' interessava delia sorte di Garibaldi, aveva scritto la 
seguente lettera inedita : 

Ill.mo Signore, 

Ella m' ha domandato, se posto il caso che il sig. Garibaldi divenisse capitano 
di un legno mercantile potrebbe liberamente approdare a Genova ed esercitarvi il suo 
ufficio. Mi fo un pregio di risponderle, che il Ministero non vi trova nessuna obbie- 
zione. Mi creda con tutta stima. 

Dev.mo 

MASSIMO D- AZEGLIO 

Nel '48 una piccola nave, dal nome simbolico " Speranza ,, , aveva por- 
tato in Italia, dopo 1 4 anni di esilio, il proscritto di re Carlo Alberto, 1' eroe 
di Montevideo, il futuro difensore della Repubblica Romana; nel '54 un' altra 
nave dalla libera terra di America la " Commonwealth ,, toccate le coste della 
ospitale Inghilterra porta in Italia, dopo un esilio più breve, ma ben più dolo- 
roso, il proscritto di Re Vittorio, il futuro vincitore di Como e di Varese, colui 
che sarà il duce dei Mille. Diritto sul ponte, la testa al vento, lo sguardo fìsso 
suir orizzonte lontano, il Liberatore veleggia verso la patria non ancora redenta. 



* 



Ritornato in Italia Garibaldi passò il rimanente del '54 a Nizza, facendo 
frequenti viaggi m Sardegna. In uno di questi viaggi, colpito dalla tempesta nelle 
Bocche di S. Bonifacio, non potendo continuare per Porto Torres, fu costretto a 
rifugiarsi nelle coste della Maddalena. Innamoratosi di quei luoghi cominciò ad acca- 
rezzare r idea di acquistare l' Isola di Caprera con i risparmi fatti nei suoi ultimi 
viaggi e con una piccola somma, che aveva ereditato dopo la morte del fratello Felice. 



NEL CAMMINO DELLA GLORIA 15 

« ET ermo, 

Anelante, cercai sul derelitto 
Lido della Sardegna e te trovai 
Caprera venturosa. Oh ! caro scoglio, 
Refugio amato dal mio cuor, qual donna 
Amata ! E se scordar potessi il Mondo 
Tra i tuoi dirupi, nulla più vorrei 
Desiderar su questa terra, e un sasso 
Chiederti del superbo tuo granito 
Per ricoprirmi! ».' 

Il 29 dicembre del 1855 stipulava con i vari proprietari di Caprera 
la convenzione, che qui vedesi riprodotta in facsimile dall' autografo di Garibaldi. 



Autografo della convenzione per l'acquisto di Caprera stipulata fra Garibaldi ed i vari 
proprietari dell' Isola, il 29 dicembre 1855. 

Ma il mare era sempre la grande attrattiva del Generale, e desideroso di 
compiere grandi viaggi conseguì in quell' anno il diploma di Capitano di lungo 



' Garibaldi - Poema autobiografico etc, canto XVI, pagg. 118-119. 



16 NEL CAMMINO DELLA GLORIA 

corso, che qui vedesi riprodotto. In esso è da rilevare la curiosa omonimia 
fra il nostro eroe ed il Console della marina di Genova. 

Di quei giorni è infine documento commovente, una lettera inedita diretta a 
Garibaldi dall'eroico Nino Bixio. Innamorato anch'egli, come il suo Duce, della 
vita marinara, Bixio aveva avuto, verso la fine del 1855, il comando della nave a 
vela " Goffredo Mameli ,, e su di essa s'imbarcò da Genova per lontani lidi. 
Temperamento di vero soldato, coraggiosissimo ed impulsivo, il più temuto degli 
ufficiali di Garibaldi, Bixio fu, negli affetti intimi, di una tenerezza veramente 
commovente! Le sue lettere dirette alla moglie Adelaide, pubblicate dallo Sciavo 
e dairOxilia, sono piene di dolcezza e di bontà e rivelano nell' uomo che le scrisse 
una seconda personalità. 

Bixio partiva da Genova sposo da un anno e padre da pochi giorni. 

Nino Bixio a Garibaldi. 

Genova, 27 novembre 1855. 
Mio caro Generale, 

Sono al momento di partire, e non posso partire prima di mandare un saluto a 

Lei, che io tengo il migliore di tutti noi quanti siamo. Cenni mi ha recato le sue due 

lettere per Manilla e per Canton, nonché la lettera per me. Lei mi ha fatto piangere ; 

eppure a 34 anni non sono più tanto facile al pianto; ma lei mi dice cose che mi 

toccano al vivo ed al cuore. Io la ringrazio, come so meglio, delle parole che mi dirige 

tuttoché sappia di non meritarle ; ma farò di tenermi sempre alla portata di poter 

meritare, almeno un poco della sua stima, alla quale tengo moltissimo. Del resto, mi 

stia bene, mio caro Generale, e Dio voglia, che presto mi faccia mordere le labbra 

per fatti, che io non potrò presenziare di persona che a tempo. Mi scusi della brevità 

della mia ultima riga da Genova, ma sono piuttosto in faccende ; e poi mi si serra il 

cuore: lascio qui la mia famiglia, particolarmente la mia bimba e mia moglie, che 

mi spezzano il cuore. 

A lei di cuore 

A tergo della lettera: NINO BIXIO 

Al Generale Giuseppe Garibaldi 

Nizza 



* 



Parte dello spazio di tempo, che va dal 1855 al 1858 fu da Garibaldi 
trascorso, facendo brevi viaggi con un piccolo cutter chiamato " Emma ,,, compe- 
rato con i risparmi fatti sul Pacifico, e che gli serviva a trasportare la legna 



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Lettera di Garibaldi ad Anita. Roma, 21 giugno 1849. (Vedi pag. 7). 



NEL CAMMINO DELLA GLORIA 17 

ricavata dalle macchie, di cui era inselvata Caprera e che il Generale vendeva 
agli amici del continente. Nel mio Archivio sono alcuni fogli del giornale di 
bordo del cutter " Emma ,,, nei quali oltre alle annotazioni riguardanti il 
vento, il tempo etc. si trovano scritte, di pugno di Garibaldi, numerose equazioni 
algebriche e problemi di trigonometria sferica, che occupavano la mente del 
Generale nelle ore di ozio delle traversate. Ma quasi tutta la sua attività fu, si 
può dire, in quegli anni dedicata ai lavori agricoli e pastorizi di Caprera. 

Veramente interessanti sono i registri nei quali Garibaldi annotava di suo 
pugno con grande scrupolosità le spese più minute, i contratti agrari con i pastori 
dell' isola etc. Da questi registri riporto qui alcune pagine. 

Giornale pastorizie-agricolo di Garibaldi (dall' autografo). 

1858. 

Gennaio — Il 9 sono giunti i pastori : Giovanni Piluzzi Pronto, Narciso nipote e 

Francesco figlio. 
Idem. — IO si consegnano agli stessi : 

Bovi 2 

Vacche 27 

Capre 79 

Capretti 32 

Pecore 69 

Agnelli 30 

Vitelli 13 

Bovi agricoli 2 

Vacchette 2 

Torito I 

Idem 14 — Si passò contratto e si stipularono di comune accordo le seguenti condizioni : 

Condizione 1° — Il pastore, figlio e nipote, sono obbligati a servire per un anno. 

Idem 2' — ■ Egli deve aver cura di quanti animali piace a Garibaldi d' incaricarlo, 
mugnere il latte, far formaggi, butirro, ricotta, cagliatto e difendere i luoghi colti- 
vati dalle aggressioni bestiali, sotto pena di pagare il danno. 

Idem 3° — Nel decorso delle giornate, in cui egli non avrà occupcizioni pastorizie, 
si occuperà di agricoltura, far muri, infrascare ed infine qualunque cosa gli venga 
comandato. 

Idem 4" — Egli ubbidirà agli ordini di Garibaldi ed alla persona dallo stesso 
designata. 

CURÀTULO 2 



18 NEL CAMMINO DELLA GLORIA 

Condizione 5' — Il pastore percepisce il quarto di qualunque beneficio, accrescimento 

di animali nati, di cui è incaricato, latte, formaggio, butirro, ricotte, cagliatto etc. 
Idem 6" — Garibaldi si obbliga di alloggiarli, nutrirli, e vestirli. 
Idem 7" — Le bestie perdute o morte saranno a carico del pastore e prelevate 

dalla sua quarta parte. 
Idem 8' — Qualunque oggetto di vendita : bestie, formaggio od altro, il pastore deve 

venderli di preferenza a Garibaldi. 
Idem 9° — Gli oggetti di vestiario da somministrarsi saranno quelli che abbisognano 

alla loro classe e specificati nell'articolo ! I . 
Idem 10' — Gli alimenti saranno pane, un mogio per settimana ciascuno, e latte la 

loro quarta parte e carne di capra, quando piaccia a Garibaldi darla. 
Idem 11" — Il vestiario d'obbligo sarà per un anno. 

1858 - Somministrato : 

Un pantalone di panno usato. 

Un calzone di tela, un paio di scarpe usate. 

Una pentola, tre piatti. 

Un calzone di tela. 

Un pantalone buono ed una camicia buona. 

Un paio scarpe nuove. 

Due camicie. 

Cessa Piluzzi e suo figlio di servire. 

Narciso continua colla cura delle pecore. 

Narciso riceve due camicie di colore. 

Riceve due calzoni. 

In altri quaderni sono scritte, sempre di pugno di Garibaldi, le diverse regole 
per innestare, per trapiantare, per semmare l' erba medica, le canne da zuc- 
chero etc, e subito dopo nella sua calligrafìa nitida, come quella di una fan- 
ciulla, si leggono i conti del grano seminato, quelli dei formaggi, delle patate, 
del baccalà; perfino si vede segnato il soldo dei zolfanelli comprati. 



* 
* * 



Amo chiudere questo capitolo, che comprende documenti garibaldini storici 
ed umani, pubblicando un altro prezioso ed importante documento storico di quel 
tempo. E il passaporto rilasciato il 3 1 gennaio 1 856 a Garibaldi, sotto il 
falso nome di Joseph Pane dal Console francese residente in Nizza, passaporto 



Gennaio 


12 


Idem . . 


14 


Idem . . 


14 


Idem . . 


16 


Idem . . 


23 


Febbraio 


7 


Idem . . 


1 


Idem . . 


20 


Idem . . 


20 


Idem . . 


20 


Idem . . 


28 



NEL CAMMINO DELLA GLORIA 19 

per mezzo del quale il Generale, traversando la Francia, doveva recarsi a Londra, 
prendere il comando di un legno a vela acquistato da Antonio Panizzi, allo 
scopo di far evadere dall'ergastolo di Santo Stefano Luigi Settembrini, Silvio 
Spaventa ed altri insigni patriotti, ivi rinchiusi dal Borbone. Progetto, come 
è noto, che non potè essere messo in esecuzione, perchè la nave a quello 
scopo destinata e che si chiamava " Isle of Thanet ,, si era naufragata sulle 
coste dell' Inghilterra. ' il documento, come si vede dal facsimile che ne dò, 
porta la firma di Joseph Pane in autografo di Garibaldi. 



' Interessanti particolari si trovano sul proposito nella recente pubblicazione : The birlh 
of modem Italy - Posthumous papers of Jessie White Mario, edited whith an introduction 
by the Duke Litta- Visconti-Arese. London. T. Fisher Unwin, 1909, pagg. 255-256. 



CAPITOLO II. 



LA CAMICIA ROSSA 
NEL CAMPO UFFICIALE DELLA GUERRA. 

(IL '59) 



Ìl.ra scritto nel libro del destino, che 1' indipendenza d' Italia doveva com- 
piersi per opera di popolo e sulla terra di Dante, abbeverata dal sangue di 
mille martiri, il fato, nell'umile marinaio di Nizza, aveva prescelto 1' uomo che 
doveva guidare il popolo nella sublime impresa della redenzione della patria. 
Che cosa potevano valere, adunque, le condanne e gli esili inflitti da Re, le 
paure o le diffidenze di Ministri ? 

Dieci lunghi anni erano trascorsi da quel placido mattino di luglio del 1 848, 
e già il sole della libertà cominciava a spuntare sull'orizzonte lontano. Gli eventi, 
per l'arte eccelsa di un diplomatico e statista e per virtù di un re, si erano 
mutati. Il 26 agosto 1858 Giorgio Pallavicino, il martire dello Spielberg, scriveva 
da Torino a Felice Foresti una lettera ancora inedita, che comincia così : 'Dira/ 
al nostro Garibaldi che Cavour gli vuol parlare e che uno di questi giorni lo 
aspetta alle ore 6 del mattino. 

Camillo Benso di Cavour, la più alta mente politica di quel tempo, chia- 
mava a segreto convegno l'uomo della rivoluzione, il quale tornato dall' esilio 
aveva scelto a dimora le roccie granitiche di una piccola isola ed accettava la 
spada, che questi novellamente offriva per la indipendenza della patria. In quel 
convegno Popolo e Re si davano la mano ; la camicia rossa entrava nel campo 
ufficiale dell'azione e le vittorie garibaldine del '59, sulle pianure lombarde, 
preparavano i fasti gloriosi di Calatafimi e di Palermo ! 

Che se, in verità, l'alleanza con la Francia segna l'alba della redenzione 
della patria, un'altra alleanza non meno memorabile, che decise dei destini 
d' Italia, si compiva nel '59 : il patto fra il Popolo e la casa di Savoia, fra 
Garibaldi e Vittorio Emanuele. Vero è, che le sfere gallonate guardarono con 



22 LA CAMICIA ROSSA 



diffidenza l' ingresso delle camicie rosse nel campo ufficiale della guerra ; che 
il conte Cavour, per non dare sospetti alla diplomazia, voleva che Garibaldi 
facesse capolino, comparisse e non comparisse ; vero è, che il primo Mini- 
stro di Re Vittorio molto diffidava del difensore della Repubblica Romana, 
dell'uomo che tanto fascino esercitava sul popolo ; ma che importa ? Lascio ad 
altri l'andar sofisticando, se Cavour siasi servilo nel '59 dell'istituzione del Corpo 
dei Cacciatori delle Alpi come uno strumento della sua politica o come un mezzo 
di provocazione contro l'Austria ! La pagina di storia, che grandemente onora il 
patriottismo della camicia rossa ; il documento pensato e scritto dal sommo 
diplomatico, che rimane scolpito nel bronzo della Storia è quello, che egli inviava 
a Garibaldi il 17 marzo del '59, e che oggi vede la luce in tutta la sua 
integrità dall'originale, esistente nel mio Archivio. 



Cavour a Garibaldi. 

MINISTERO DELL- INTERNO Torino, addì 17 marzo, 1859. 



Il Governo del Re ha accolto con soddisfazione la spontanea offerta fatta dalla 
S. V. nelle supreme circostanze in cui versa il paese. Esso è persuaso, che il saldo 
valore e la provata abilità della S. V. nelle fazioni di Guerra saranno per riuscire 
assai utili alla Patria, quando il momento sarà venuto di combattere per il suo onore 
e per la sua indipendenza. 

E volendo sin da ora dare alla S. V. una non dubbia testimonianza della confi- 
denza, che in Lei ripone, ha determinato di affidarle il Comando del Corpo di 
volontari, che si sta formando nella città di Cuneo. 

Il Governo confida, che l' esperienza e 1' abilità del Capo che destina a questo 
Corpo, e r energica disciplina, che egli seppe ovunque mantenere nell' esercizio del 
Comando, suppliranno all' incompleta istruzione militare e al difetto di coesione, che 
accompagnano i corpi di nuova formazione, per quanto grande sia la buona volontà 
dei singoli membri, che li compongono, e che potrà rendere all' evenienza utili servizi 
all' Esercito del quale sarà un aggregato. 

Alle considerazioni, che saranno facilmente apprezzate dal senno della S. V. 
costringono il Governo del Re a fare per il momento un oggetto affatto confidenziale 
di questa comunicazione. Ma egli non ha voluto più a lungo ritardare di manifestarle 
il conio in cui tiene V offerta degli utili servizi della S. V. 

C. CAVOUR 

Al signor Generale 

Giuseppe Garibaldi. 



NEL CAMPO UFFICIALE DELLA GUERRA 23 

Lo stesso giorno in cui il primo Ministro di Re Vittorio scriveva questa 
memorabile lettera, il condannato alla pena di morte ignominiosa da Carlo 
Alberto, il difensore della Repubblica Romana, 1' uomo della rivoluzione, veniva 
nominato Maggior Generale dell' esercito piemontese. E 1' eroe rispondeva con 
le note parole : « // Governo del re, dandomi cosi onorevole prova di fiducia, 
ha acquistato il diritto alla mia riconoscenza ed io sarò felice, se la mia condotta 
potrà rispondere alla buona volontà, che ho di ben servire il Re e la Patria ». 



* 



Quanto dovette gioire l* anima di Garibaldi, che dopo tanti anni di 
amarezze vedeva realizzato il suo sogno, è facile immaginare! La sua devozione 
giammai servile, ma sempre leale verso Vittorio Emanuele ebbe, ben si può dire, 
inizio in quei giorni memorandi. « Io bacerò piangendo, scriveva, la mano che 
ci solleva dall' avvilimento e dalla miseria » ; e non si stancava di raccomandare 
una Dittatura Regia, e che Vittorio si fosse messo alla testa dell' esercito. 

Ben s' ingannano, io penso, coloro i quali affermano, che a Garibaldi 
mancasse il senno dell' uomo politico. Cuore aperto ad ogni idea generosa, 
uomo di fatti e non di parole, egli pensava, è vero, che tutte le quistioni 
potessero e dovessero risolversi con la spada, ed a lui mancò certamente l'arte 
dei raggiri del diplomatico, come della parola egli non usò mai, se non per 
esprimere il proprio pensiero. Ma Garibaldi ebbe fin da principio, davanti agli 
occhi della mente, insieme alla sublime visione dell'indipendenza e dell' unità 
della patria, la sola via, l'unica via, che poteva condurre alla meta, l'alleanza 
fra il Popolo e la Monarchia. Fu questo suo convincimento, senza del quale 
r Italia non si sarebbe fatta, che gli fece sacrificare sull' altare della Patria la 
sua fede di repubblicano. Né valsero a farlo deviare, per un solo momento, 
da quel sacro programma le disillusioni patite, le ingratitudini, né le acri ram- 
pogne dei repubblicani dottrinari, che non gli risparmiarono accuse. « Circa 
alle suggestioni che potrebbero venire da quei di Londra (Mazzini), state 
pur tranquillo, scriveva il 30 gennaio del '59 al La Farina, io sono corrobo- 
rato nello spirito del sacro programma, che ci siamo proposti, da non temere 
crollo o retrocedere, né davanti ad uomini, né davanti a considerazioni ». 

Quale si fosse il programma di Garibaldi lo dice il seguente prezioso 
autografo inedito, da lui vergato fra il 1855 ed il '56 con quell'olimpica 
semplicità e chiaroveggenza, che sono le qualità degli esseri predestinati. 



24 LA CAMICIA ROSSA 



Programma italiano (dall' autografo di Garibaldi). 

Bisogna fare un' Italia avanti tutto. 

L' Italia è composta oggi dagli elementi seguenti : Piemonte, Repubblicani, 
Murattisti, Borbonici, Papisti, Toscani, ed altri piccoli elementi, che benché vicini al 
nulla non mancano di nuocere all' unificazione Nazionale. Tutti questi elementi debbono 
amalgamarsi al più forte o essere distrutti ; non e' è via di mezzo. Il piìi forte degli 
elementi Italiani lo credo il Piemonte e consiglio di amalgamarsi a lui. Il potere che 
deve dirigere l' Italia, nell' ardua emancipazione dal giogo straniero, deve essere rigo- 
rosamente dittatorio. 

Il programma di Garibaldi è quello della triade gloriosa di quei giorni, con 
Daniele Manin e Giorgio Pallavicino. Il 15 settembre 1855 Manin aveva fatto 
la seguente dichiarazione : 

« Fidèle à mon drapeau — indépendance et unification — je 
repousse tout ce qui s' en écarte. Si l' Italie régénérée doit aooir un roi ce ne 
doii étre qu* un seul, et ce ne peut étre que le roi de Piémont », ed il 
20 maggio 1857 il martire dello Spielberg scriveva a Manin: « La solenne 
adesione di Garibaldi ai nostri principii è un fatto immenso ». Più tardi Pallavi- 
cino, che combatteva a tutta oltranza il municipalismo piemontese capitanato dal 
conte di Cavour, a Garibaldi, che gli aveva raccomandato il prode compagno 
d' armi Cenni, scriveva la seguente lettera inedita. 



Giorgio Pallavicino a Garibaldi. 

Torino, 5 marzo 1858. 
Carissimo amico. 

Tempo fa raccomandai il Sig. Cenni ai Ministri : con qual risultamento voi lo 
sapete. Ora l' ho raccomandato all' Intendente di Genova, ma con poca speranza di 
vedere accolta la mia raccomandazione. Il Governo mal consigliato e mal servito, 
commette in questa congiuntura spropositi imperdonabili. Ma gli spropositi del Governo 
non debbono sconfortare i veri patriotti. I quali sapranno fare V Italia, spalleggiando 
il Re o combattendolo, secondo gli atti dei suoi Ministri. Intanto è utile, necessario, 
indispensabile, 1' organare una forza, che possa in circostanze favorevoli abbattere gli 
ostacoli, che attraversano la nostra via. Questa forza noi 1' avremo, quando 300 mila 
italiani, atti alle armi, avranno aderito al nostro programma. Io sono tutto vostro 

GIORGIO P.ALLAVICINO 



NEL CAMPO UFFICIALE DELLA GUERRA 25 



* 



Le vittorie garibaldine sui campi lombardi sono consacrate nelle pagine 
della storia ed il decreto, che conferisce a Garibaldi la medaglia d' oro per 
le prove d' intrepidezza e di bravura rìei combattimenti contro gli Austriaci, 
che qui si vede riprodotto dall' originale, è documento, che oggi non si può 
avere sott* occhi senza sentirsi invasi da un sentimento d' intima commozione. 

L' entusiasmo di quei giorni era grande in tutti i cuori. Massimo d'Azeglio, 
due giorni dopo la battaglia di Magenta, scriveva ad un suo amico la seguente 
lettera inedita, che tolgo pure dal mio Archivio e che mi pare sia degna di 
essere conosciuta per le allusioni che vi si contengono. 

Massimo d'Azeglio ad un suo amico. 

6 giugno 1859. 
Caro Magnelio, 

La ringrazio dell' informazione, che m' ha data. La considero come una nuova 
prova di amicizia. Ma stia pur queto, che ho ancora V odorato fino e sento gV imbrogli 
e gl'imbroglioni a dieci miglia. Perciò non c'era pericolo, che mi lasciassi cogliere 
nel vespajo, che mi indica. 

Le cose canno di galoppo e benissimo. Già saprà le nuove, ma al caso del no, 
gliele dico. Gran vittoria a Magenta: 15000 fuor di combattimento, 5000 prigioni, 
40 pezzi presi. Sospensione d' armi chiesta dagli Austriaci per seppellire i morti negata. 
Milano e il Castello evacuato. A chi arriva prima all' Adda, ora. 

Credo che presto ci rivedremo, ma non per quel che suppone. 

Suo di cuore 
MASSIMO D- AZEGLIO 

La pace di Villafranca, che dai più era stata considerata una sventura, 
non fu ritenuta tale da Garibaldi. La continuazione della guerra avrebbe forse 
condotto alla liberazione della Venezia ; ma a qual prezzo ? ed il predominio 
francese non avrebbe avuto limiti! Il sogno di Napoleone Ili, di una Confede- 
razione itahana con a capo il Pontefice, sarebbe forse divenuto realtà. Garibaldi 
vedeva, che era verso l' Italia centrale, che bisognava ora volgere lo sguardo, 



26 



LA CAMICIA ROSSA 



profittando del movimento, che vi si era iniziato; e Giuseppe Mazzini, con l'accento 
del profeta, tuonava da Londra: « Al Centro, al Centro, mirando al Sud ». 

Verso la metà di agosto, per ispirazione del Farini, i quattro nuovi Stati 
di Toscana, Romagna, Modena e Parma avevano concluso una lega militare. 
Garibaldi accolse, festante, l' invito che gli fece il Ricasoli, per mezzo del 
Malenchini, di mettersi al comando dell' esercito toscano ed il 23 luglio lanciò 
il noto proclama, ispirato ai sentimenti più alti dell' amor per la patria, che 
terminava così : « Non dimenticate sopratutto, qualunque sia 1' intenzione della 
diplomazia Europea sulle nostre sorti, che non dobbiamo staccarci dal sacro 
programma: Italia e Vittorio Emanuele ». 

Il generale Manfredo Fanti, nominato Capo militare dell' esercito, ripartiva 
le truppe in tre divisioni, comandate rispettivamente da Roselli, Mezzacapo e 
Garibaldi. Quest' ultimo fu nominato Comandante in secondo dell' esercito della 
Lega e dopo di aver chiesto di esser dispensato dal comando del corpo dei 
Cacciatori delle Alpi . il 30 agosto partiva per Modena , dove si trovava il 
Quartiere Generale della sua Divisione. Di là, nei primi di ottobre, lanciò la 
patriottica iniziativa di una sottoscrizione nazionale per un milione di fucili, accolta 
con entusiasmo ovunque. 

E di questi giorni la seguente lettera inedita, diretta al Pinzi : 

Garibaldi a Giuseppe Finzi. 



ESERCITO ITALIANO 
UNDECIMA DIVISIONE 



Quartiere Generale di Bologna, 11-10- '59. 



GENERALE COMANDANTE 
o 



Siimatissimo e carissimo Amico, 



Io devo una parola di affetto e di gratitudine per i sensi gentili prodigatimi, per 
il favore con cui accettaste l' idea patriottica del « Milione di fucili » . Io non aspettavo 
meno dal generoso patriottismo vostro, a me noto da molto tempo. Io devo pure 
un cenno di plauso e di gratitudine ai cari vostri concittadini, il di cui ardore, nel- 
r accettare la sottoscrizione da me iniziata, è certamente augurio felice alla bella, 
sublime causa da noi propugnata. Io sarei fortunato, se in qualunque occasione voleste 
comandarmi. Sono con vero affetto 

Vostro 
G. GARIBALDI 



NEL CAMPO UFFICIALE DELLA GUERRA 27 



* 

■ * 



11 dissidio sorto fra il Fanti e Garibaldi e fra questi ed il Farini, non 
sarebbe avvenuto (in questo tutti concordano), se il comando supremo dell' esercito 
della Lega fosse stato dato ad un uomo soltanto, al Garibaldi. Le istruzioni 
emanate da principio dal Fanti in senso molto liberale, riguardo all' invasione 
delle Marche, e poi ritirate ; 1' atteggiamento del Farini prima benevolo, poi ostile 
verso Garibaldi ; la presenza a Bologna del Cipriani, persona interamente ligia 
a Napoleone ; le influenze che si esercitarono sulla persona del re ed infine 
gli intrighi del La Farina, mandato da Cavour (come poi nell' anno seguente 
a Palermo) per sorvegliare, ruppero quell' armonia, che era regnata nei primi 
tempi neir Italia centrale. Garibaldi, messo al confine, lo avrebbe certamente 
passato, se ordini perentori del Fanti, arrivati all' ultima ora, non l' avessero 
impedito. 

Che Vittorio Emanuele, nel colloquio avuto con Garibaldi, il 27 ottobre a 
Torino, gli avesse dato il tacito consenso di fare, non è a dubitare. Ma 1' audacia 
del re cospiratore, più che dalla responsabilità del manto regale, fu vinta dalle 
influenze, che su di lui si esercitarono. La lettera del re diretta al Fanti il 
29 ottobre è documento abbastanza significativo ; essa è nota, ma è bene qui 
trascriverla, garentendone l' assoluta identicità al testo originale : 

Torino, 29 ottobre 1859. 
Caro Generale, 

Temo che dall' Italia Centrale vada a seguirsi qualche fatto, che turbi lo stato 

attuale delle cose. Ho gran motivo di convincermi, che si tolga a lei ed a Garibaldi 

il comando delle truppe ; in questa condizione di cose credo, che sarebbe meglio che 

Lei dia le sue dimissioni e ritorni qui ; suggerisca la stessa determinazione a Garibaldi 

e qualora esso si rifiutasse lasci a lui la responsabilità di quel che sarà per succedere. 

Arrivederla fra breve. 

VITTORIO EMANUELE 

il documento, per chi vuol leggere fra le linee, è nella sua parte finale 
abbastanza significativo. Il re non poteva, e se ne comprende facilmente la ragione, 
assumere la responsabilità degli avvenimenti, che si andavano maturando, come 
non volle assumerla I' anno seguente per la spedizione di Sicilia. Egli sapeva sin 
da principio, che Garibaldi, messo al confine, non era uomo da starsene con le 



28 LA CAMICIA ROSSA 



mani alla cintola e se Vittorio Emanuele, costretto da fatti nuovi, consigliava 
ora il Fanti di dire a Garibaldi di dimettersi, ciò era per salvare le apparenze ; 
ma intanto lo lasciava libero di fare, e certo sarebbe stato lieto, se Garibaldi 
avesse operato. Grandi influenze senza dubbio avevano agito sull' animo del re non 
solo da parte di Napoleone, ma anche da parte di Cavour ; il quale, sebbene in 
quel momento lontano dal potere, pure ne reggeva sempre le fila. Il 1 2 novembre 
da Leri egli scriveva al Rattazzi : unico mezzo per soffocare ogni discordia 
essere quella d'invitare tosto Garibaldi a deporre il Comando. Due giorni 
dopo il Re chiamava Garibaldi a Torino ed in seguito ad un lungo colloquio, 
questi rassegnava le sue dimissioni, lanciando il famoso proclama « Agli Italiani * 
riboccante d' ira e di sdegno, onde 1' Eroe non immemore, due anni dopo can- 
tava sulla sua cetra rosseggiante di sangue : 

« Vaga lontano, avventurier, le sponde 
Non varcherai del Rubicone. I Regi 
Te 1 vietan, consci che di libertade 
Ferve l' anima tua. Un simulacro 
Voglion di quella ad abbagliar le plebi 
E a te non fldan ». ' 

Che infine, la missione di Garibaldi, quando partì per l' Italia centrale si 
fosse quella di agire ; che essa non fosse un mistero od una delle solite audacie 
dell' eroe, lo prova la lettera inedita direttagli dal Generale Cialdini al momento 
della partenza. 

Enrico Cialdini a Garibaldi. 

COMANDO GENERALE 

DELLA Q UARTA DIVISIONE Caslenedolo, 26 agosto 1859. 



ile ed 



amico, 



Permettete che io vi mandi un saluto dal cuore ed un augurio. Mi dolse di 
sapervi partito senza avervi dato una stretta di mano e volli rimediarvi in parte scri- 
vendovi queste poche righe. Abbiate salute e fortuna e non dimenticate ne per tempo 

ne per casi 

il Vostro affezionatissimo 

ENRICO CIALDINI 

' Garibaldi - Poema autobiografico, canto XVll, pag. 144. 



HCilicias navales de la Repùblica. 



TBRCIO DE LIMA. 



FARTlDODELCÀllAO. 



^1, Qt^ll^&l $1 IS^l SllllQ 

•S' COm^KBAmrS P^aUVCIFAkXi 9S3L SCUCIO STAVAi 

a>£ £IOSA. 



FlIilAC10]%'. 

Estatura ^^^^^-z^ — -- 
Edad 'HJì Ct^ut-*^ 
Eslado ^^-^/^-ro 
Color i^/of^i^^-^ 
Cara /i^a^f-t^ /£.*t^^ 
Ojos ^^^t.^-^ — ' 
ÌHariz 
Boca ^""^r^y 

oa 
Sefktl^s particulares. 





^^^>^c^ ^^ ^^^Z^ 



CERTIFICA: %^ «^^^j.^^^^^j^^^-^^ ' ^.ifc^f;*-,^^-^^ 

t^ _ 

para e'i servìcio del Eslado en el ejercìcio de su 

prof'esion en los Bajeles de Guerra y Arsenales, se 

P»' esenterà sieinpre que sea ìlamado el efeclo ; ea 

cuya '«ritt44iebe gozar del fuero y privilejios que as 

orÀenanzas jenerales de la armada y de matriculas 

roncedenàlosdesuclase,quedandopreyenidodepre- 

senlarsearefrendar està malricula cada tresraeses, 
sin cavo requisito no le sera vàlida , y queda ins- 
criplo su nombre en el libro de inalriculasde ma- 
fina con su coriespond.enie filiac.on en el tolio 

N o ^asienlo IS ? y de conformidad con el 

Supremo Decreto de 5 de Agosto de 1840, se le ex- 
pide la presente enei Callao, à ^^e ^^2^y^ 
dei8f/ 







Diploma di Pilota in 2' di Altura rilasciato a Garibaldi dal Capitano del Porto di Callao (Perù) 

il 30 ottobre 1851. (Vedi pag. 10) 



NEL CAMPO UFFICIALE DELLA GUERRA 29 



* 

* * 



Gli avvenimenti che si seguirono sullo scorcio del '59 ruppero per sempre 
i buoni rapporti, che prima erano esistiti fra Fanti e Garibaldi e prepararono le 
ostilità del futuro Ministro della Guerra del 1 860 verso le camicie rosse durante 
e dopo la campagna di Sicilia. 

Per la storia di quei giorni sono importanti le seguenti lettere inedite di 
Fabrizi, Bertani e Bargoni a Salvatore Calvino. 

Nicola Fabrizi, il grande patriota, si trovava nell' estate del '59 in 
Modena, sua patria. Mente equilibrata, non dominato da idee dottrinarie, 
Fabrizi vagliava uomini e cose con serenità di giudizio. Lo stesso non si può 
dire di Agostino Bertani, in cui lo spirito di parte faceva spesso velo agli 
occhi della mente. Fra i due stava Angelo Bargoni, che fu nel '60 Segretario 
del prodittatore Mordini a Palermo ; ma appunto, perchè diverso era il tem- 
peramento degli uomini , che queste lettere scrivevano , il loro apprezzamento 
riesce più utile per illustrare il momento storico di cui parliamo. Degna altresì di 
essere conosciuta è una lettera, che Fabrizi, ritornato in Malta, scriveva al 
generale Ribotti. 

Nicola Fabrizi a Salvatore Calvino. 

Modena, 25 agosto 1859. 
Carissimo amico, 

Scrivo a voi e non al Generale (Ribolli), perchè so che egli guarda le mie lettere 
in prospettiva e voi avete la pazienza di leggerle ed indovinarle. Non replicai una 
visita alla Mirandola per una serie d'incidenti, che me ne sconsigliarono. La prima è 
che la precedente mia visita, nella malignità ignorante, ebbe un' interpretazione poco 
conveniente. Si dice che faceva propaganda tra ufEciali e soldati e ciò fu riferito all'In- 
tendenza, così intelligente essa stessa per farne oggetto d' indagini. Propaganda di che? 
Non sanno neanche adattare le calunnie alla natura e alla condizione degli individui ! 
Recarmi a simili inopportune missioni, dove comanda un mio amico (Ribolli) oltre 
tutto, è suppormi, stando amichevolmente al suo fianco, capace della magoior inde- 
licatezza. Poi, non so farmi idea di che cosa possa farsi propaganda alla Mirandola, 
se non fosse per qualche pretendente, che si costituisse erede dei Pico. 

Però, i nostri amici, con inopportunità ed improntitudine, burlano se stessi e chi 
ha nome di loro amico. Non vogliono intendere, che nella fase attuale occorre tenerci 
in disparte ed opachi dal lato politico. Noi abbiamo avuto un allarme di sospetti. 



30 LA CAMICIA ROSSA 



inquietudini e forse avremmo avuto peggio, se non era il tatto politico di Farini. A 
Bologna è stato arrestato, e me ne duole all'anima, poiché è in pessime mani, Rosa- 
lino {Pilo) con un carico di lettere, circa 40, tra cui so di certo una per me, altra 
per il Generale, senza dire di altre. 

Vidi Farini, invitato da lui, e lo trovai giusta apprezzatore delle cose. Ne infatti, 
poteva esservi responsabilità mia per ciò che a me fosse diretto. Seppi l' argomento 
principale delle lettere essere il desiderio di far servire la situazione del Centro al Sud. 
Ma le lettere sono tutte (da ciò che ho potuto dedurre) esclusive ad ogni rapporto 
precedente ; sono lettere d' iniziativa e d'insinuazione con frasi forse di poca fiducia 
per gli uomini predominanti nella situazione. Ad ogni modo, io credo che anche il solo 
muoversi delle persone oggi sia inopportuno ; non fa che allarmare in senso reattivo. 

E certo, che le cose di Bologna non vanno rette, e dubito assai che quel paese 
che dovrebbe basare la situazione del Centro, per le pessime mani che lo maneggiano, 
venga meno alla missione sua ; ma è pur certo, che noi, conosciuti nelle nostre credenze, 
nulla vi possiamo ; anzi vi possiamo solo gettare, pel sospetto, il turbamento e peggio- 
rarle. Fui ier sera alla serata, ove Farini mi distinse con modi cortesi e cordiali. 

Finisco con l'abbracciarvi. 

Vostro affezionalissimo 

NICOLA 

Modena, 1 1 settembre 1 859. 
Carissimo amico. 

Ho le vostre linee. Farò domani la commissione. Tra dimani e dopo vedrò l' indi- 
viduo (F. Crispi) reduce dal vostro paese con notizie e proposizioni certe. Mi rego- 
lerò sovr' esse. 

La situazione del Centro si disegna sempre più in senso sfavorevole. Dio voglia, 
che non si verifichino i pasticci, che si denunciano dalla stampa, per esempio un' inve- 
stitura del solito principe Napoleone da parte del Re di Piemonte. Ad ogni modo, 
nonostante le chiacchiere che recano i Deputati presso Napoleone 111, il Monitore dà 
fuori un brutto articolo. L' Assemblea bolognese ha rinnovata la delegazione dei poteri 
a Cipriani. In Toscana intrighi Piemontesi. Qui, ove le cose vanno bene abbastanza, è 
luogo troppo stretto e secondario. Il vero imbarazzo è l' intermedio tra qui e Toscana. 
L' unione è impossibile dal lato politico fra i tre Stati ; e la lega è una vera legatura 

nelle condizioni in cui sta. 

Affezionatissimo 

NICOLA 

Agostino Bertanì a Salvatore Calvino. 

Genova, 6 dicembre 1859. 
Caro Calvino, 

Uniformalo e gerarchizzato, con grame teste ed infedeli sentimenti personificati 
innanzi a te, tu, mio ottimo ed integerrimo amico, vacilli e ti si annebbia, chinando 



NEL CAMPO UFFICIALE DELLA GUERRA 31 

il capo per rispetto, l'intelligenza delle cose e del momento. Buon Dio! E tu sei 
dei migliori! 

Tu mi scrivi: che gravi torti hanno Fanti e Garibaldi e che infine tu credi, che 
qualcosa bisognava sacrificare alla nemica diplomazia. 

Lasciamo da parte le persone, che poco meritano. Ma come scrivi e predichi 
tu i torti fra il fare e il non fare, fra il volere e non volere, fra il dare caparra di 
potere e quella di non potere e sapere, fra la vita e 1' iniziativa italiana e la sogge- 
zione e la morte nazionale nell'obbedienza allo straniero? Come predichi tu? 

Ed il Fanti non era completamente d' accordo col Garibaldi per fare ciò che poi 
riprovò e tradì? O egli mistificava dapprima Garibaldi e lo accusò d'intemperanza, 
quando gli parve opportuno, o egli cambiò d' un tratto, e per 1' obbedienza servile di 
cui diede tante prove e per la nessuna fede politica e nessuna energia, che lo carat- 
terizzano, tradì il mandato italiano, il collega, la pubblica fede ed aspettativa. Di qui 
non si scappa e si pubblicheranno i documenti. 

Anch' io lo credeva altra cosa, quantunque avessi avuto già da lui prove baste- 
voli nel '49 della sua freddezza ; ma ormai è giudicato. Egli rappresenta un sistema 
e non portò ad esso che le sue qualità opportunissime a farlo valere. E tu vuoi sacri- 
ficare alla nemica diplomazìa la nostra iniziativa? Oh! Calvino, tu ti dimentichi di aver 
cospirato per dieci anni per ottenere ciò che la diplomazia ti contrastava, ed ora, 
arrivato più prossimo al tuo lido, alla tua patria, tu sacrifichi alla diplomazia 1' ardi- 
mento santissimo di aiutarla ! Oh ! Calvino, non guardare iVi su per ispirarti, ma 
ritorna in te. 

Tuo a_ff.mo amico 
AGOSTINO BERTANI 



Infine, Angelo Bargoni scriveva 1' 1 i dicembre ai Calvino così : 

I guai non finiscono qui. Una cospirazione cavouriana contro Rattazzi si fa ogni 
dì più viva, sopratutto in Toscana e in Lombardia, mentre qui il Re e Rattazzi 
sono ogni dì più indignati contro Cavour. Mi si assicura che il Re, due sere sono, 
ha chiamato a se parecchi dei più influenti uomini politici per fare loro comprendere, 
come sia inutile che lavorino per il ritorno al potere del Conte di Cavour, E siccome, 
per massima generale, al Re non si vogliono dare dispiaceri, cos) non glielo vorranno 
imporre a suo dispetto. D' altra parte, sembra, che Cavour non accetterebbe di andare 
al Congresso, se non vestendo prima la qualità di Ministro ed è questa che non gli 
si vuol conferire. Se il Congresso va in lungo e Rattazzi può aprire il Parlamento, la 
sua consolidazione sembra certa, perchè si presenterà con un diluvio di leggi, una più 
liberale dell'altra. Così si dice! 

Nicola Fabrizi, ritornato in Malta scriveva al generale Ribotti, coman- 
dante le forze militari di Modena, la seguente lettera : 



32 LA CAMICIA ROSSA 



Nicola Fabrizi al generale Ribotti. 

Malta, 21 ottobre 1859. 
Carissimo Ignazio, 

Vidi dai giornali il nuovo tuo comando; ne accolsi la notizia a buon preludio, 
sembrandomi che la delicatezza della nuova posizione affidatati indicasse alla fiducia 
dei tuoi servizi presso quei, che sanno dei tuoi precedenti politici e militari, della tua 
carriera travagliata nel passato tra sacrifizi ed ingiustizie. 

Mi fu sensibile, come ad ognuno che intenda della situazione nostra delicata, il 
fatto disgraziato di Parma e mi parve corrispondere assai bene alla sua gravità, il con- 
tegno sin ora osservato e le disposizioni, che ne seguirono; talché il giornalismo stra- 
niero, nulla avendo più ad aspettarsi dal vigore della condotta, siasi poi dato esso 
stesso ad attenuare la portata collettiva del fatto, per le cause provocanti. E mi piacque 
la forte, subitanea, occupazione militare, che tolse occasione, pretesto e spazio a quel- 
r immischiarsi di ospiti vicini. 

Mi piacque che Fanti, nel suo breve proclama, ricordasse titolo alla fiducia pub- 
blica i precedenti dei Capi, ed io, gli amici comuni ed altri che non conosci, ci augu- 
riamo che questo sfortunato incidente sia ultimo e che la giustizia esca vera, cioè per 
giudizio indipendente da ogni pressione, proporzionale al fatto per le sue circostanze 
di ogni natura. 

Avrò gratissimo che Calvino, con le sue e tue nuove, mi dica della maniera 
vostra di vedere delle cose del Centro. Io vi dirò di quelle di Napoli e di Sicilia 
per ciò che saprò e giudicherò. Per il momento, nonostante il partire di vascelli inglesi 
sotto chiamata telegrafica, ora di Palermo, ora di Napoli (ier l'altro due) siamo scon- 
fortati sulla imminenza, che si appressa. La banda insorta fu dispersa, dopo che cinque 
si presentarono, si assicura che il resto della Hotta (vascelli tre) va a Corfìi e poi ad 
Ancona, tra oggi e domani. Se credi utile, comunica la nuova come accreditata. 

Ora io ho d' uopo della tua attenzione e farai 1' uso che credi della mia comuni- 
cazione. Se sarò assecondato da mezzi, quali che spero e non sconfortato da eccessivi 
intrighi nuovi, mi porrò attivamente a veder di ricomporre relazioni per un progetto 
per cui mi occorre per altro, prima di tutto, di essere sicuro dei mezzi per potere 
adempiere a quanto sarò per offrire. Intanto però, Y abnegazione più assoluta di inte- 
ressi e di persona in prò dell' attualità riconducendo uomini provati sul terreno, non 
basta per imporsi contro le mene di chi vorrebbe tutto paralizzare o condurre a fini 
tristi. I quietisti predominano nei Comitati di Sicilia e riescono nel dimostrarsi negli 
accordi e poi deluderli ; i separatisti, più o meno mascherati, li assistono. E l' antica 
altalena del 1848, meno la viva attività di presenza del Ribotti. Ma pure amici non 
mancarono per due volte al loro posto all'ora designata, che poi fu mancata. ' 



Si allude all' insurrezione siciliana fissata il 4 ottobre, poi rimessa al 1 e fallite entrambe. 







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^Diploma di Capitano di Lungo Corso rilasciato dal Governo Piemontese a Garibaldi 

1*8 agosto 1855. (Vedi pag. 16). 



NEL CAMPO UFFICIALE DELLA GUERRA 33 

Se avessi voluto assistere e secondare lo spirito, ormai vivo, d' irritazione contro 
la prevalenza di alcune individualità inteme ed esterne lo avrei potuto. Ma la situa- 
zione è molto delicata e tutto si dissiperebbe, con disgrazia generale, in lutti di fazione. 

Bisogna vedere di modificare senza urti. 

Sento dall' Italia il riproporsi della così detta Società Nazionale ed il riprodursi 
del Piccolo Corriere. Con la più profonda convinzione e coscienza ti dico, che il per- 
sonale introdottosi alla Direzione durante la guerra, ricevendo le ispirazioni della cosi 
detta Società Nazionale, fu quello che sostenne dover dipendere il moto di Sicilia e 
di Napoli da un ordine di Napoleone III; prometteva una spedizione Franco- Sarda ed 
allora, come oggi, si lusinga da parte di Garibaldi e temporeggia tramandando sempre 
in aspettazione di nuove complicazioni. 

I momenti sono preziosi e da non implicarsi a risuscitare chiacchiere imprecanti 
e lotte di fazioni. Accettare collettivamente il terreno presente, come convegno comune, 
sema sospetto e senza riserva. Unità, scopo cui tesero mezzi diversi, oggi si presenta 
formulata di mezzi e di modi propri all' opportunità. Suscitare 1' affinità di quanti con- 
cordano nella necessità del fatto per il principio, riconoscersi sul terreno dell' attualità, 
rispettarsi reciprocamente per i principi e per i sacrifici, che ognuno professò nella 
linea delle proprie convinzioni. 

Queste, a mio credere, sono necessità alle quali il disconoscere trascina a com- 
plicità in catastrofe, probabilmente non lontana e conseguente a tale disconoscenza. 
Bisogna completare i propri sforzi, onde superare gli ostacoli interni da qualunque parte 
o pregiudizio siano stati generati. Mi sono diretto a te per credere gravi le circo- 
stanze, influente la tua reputazione presso gli uomini di diversa opinione, che ti amano, 
e perchè teco doveva prima spiegarmi per 1' antica nostra amicizia e confidenza in 
argomento, che potrebbe farsi ognor più delicato. Ti abbraccio. 

Tuo aff.mo 
NICOLA 

PS. - Indirizza: Sig. Francesco Faelli, negoziante - Genova (dentro Malta). 

Al Sig. Ignazio Ribolli 

Maggior Generale Comandatile le forze militari 

Modena 



CURÀTULO 



CAPITOLO III. 



TIMORI E SPERANZE DEGLI ESULI SICILIANI. 
IL PRECURSORE DEI MILLE. 



I . alleanza con la Francia fu nel '59 causa di molte ed opposte discus- 
sioni ; ma specialmente fra gli esuli siciliani la nuova politica del conte di Cavour 
destò vive preoccupazioni. Il fior fiore del patriottismo di Sicilia, rifugiato in 
Piemonte, attendeva impaziente l' ora della riscossa e mentre alcuni, negli avve- 
nimenti che si erano andati maturando, scorgevano un raggio di speranza per la 
oppressa patria lontana, altri grandemente temevano. Oggi, che il sole della libertà 
risplende lummoso dall'Alpi al Lilibeo, è caro il leggere le lettere di quegli esuli, il 
vivere, per un istante, delle ansie che in quei giorni ne agitavano i petti. 

Tra i molti siciliani rifugiati in Piemonte erano Salvatore Calvino e Vincenzo 
Fardella, marchese di Torrearsa. Il primo aveva preso parte alla rivoluzione 
siciliana del 1 848 ed alla spedizione in Calabria, comandata dal generale Ribotti 
e finita infelicemente nelle acque di Corfù. Il Calvino con Ribotti, Giacomo 
Longo ed altri fu fatto prigioniero e, condotto a Napoli, stette rinchiuso in 
Castel S. Elmo per quattordici mesi ; poi fu esiliato. Modesto quant' altri mai, 
carattere adamantino, fece la campagna del '59 con l' esercito sardo ; finita la 
guerra fu nell' Italia centrale nello Stato Maggiore del generale Ribotti e nel I 860, 
date le dimissioni, seguì Garibaldi nella gloriosa impresa. 

Nobilissima testimonianza dell' intemerato patriota siciliano resta la lettera 
inedita che qui pubblico, scritta al fratello nei giorni dell' esilio, dalla Spezia, 
dove il Calvino si procurava i mezzi di sussistenza dando lezioni di matematica. 

Salvatore Calvino al fratello. 

Spezia, 28 marzo 1858. 
Mio amatissimo Gaspare, 

Tu ben sai che papà nelle sue lettere degli 8 e 22 dicembre propone ed insiste 
perchè io faccia a codesto Governo la dimanda per ottenere la grazia di rimpatriare. 



36 TIMORI E SPERANZE DEGLI ESULI SICILIANI 

E un affare delicatissimo del quale non volli scrivere a papà, ne volli scrivervene per 
posta, e credo preferibile tener pronta questa lettera per te e fartela giungere con la 
prima occasione sicura. Prima di ogni cosa, ti manifesto il mio rincrescimento per le 
espressioni usate da papà per indurmi a quel passo, quasi che io non ricordassi qual 
sia la cadente età di lui e della mamma, quasi che io non vedessi i pericoli cui siamo 
esposti di non vederci mai più in questo mondo, quasi che il mio affetto per loro e 
per voi tutti avesse bisogno, per stimolo, di tali ricordi ! 

Io ti assicuro, carissimo Gaspare, e tu lo comprenderai, che in questa vita trava- 
gliata dell' esilio, l' unico dolore che mi punge profondamente il cuore si è l' essere 
lontano da voi ; il resto non curo e disprezzo. Il desiderio che io nutro di riabbrac- 
ciarvi è sempre in me vivissimo ed alimentato da una speranza, che forse, quando 
meno ci attendiamo, potrà essere soddisfatta. Per affrettare anche di un giorno questo 
momento di riabbracciarvi, io farei qualunque sacrifizio, purché nei limiti dell'onesto. 
Ora, mi rincresce il dirvelo, io credo disonesto il fare una supplica chiedendo grazia 
a Ferdinando li, e mi dispiace che in questa idea siamo in perfetto disaccordo e 
ciò io inferisco dal consiglio che mi date ; poiché voi, se credeste quest' atto diso- 
nesto non mei consigliereste di certo. Io ritengo che questa differenza essenziale nelle 
nostre opinioni provenga, oltre che dal velo che fa la passione, anche dal diverso giudizio 
che noi facciamo del Governo del Re Ferdinando. Voi sotto il giogo, e quasi direi 
avvezzi ora di nuovo a sopportare le catene, non osservate e giudicate gli atti e gli 
effetti con disperata rassegnazione ; io, libero, inorridisco di un Governo spietato e 
mostruoso e non posso transigere con esso. Ne queste sono esagerazioni di passioni. 
Tutta r Europa civile, anzi tutto il mondo, ha già anatemizzato il Governo di Ferdinando, 
come uno dei Governi più empi, che abbiano esistito mai al mondo, e voi non potete 
essere giudici dello stato della pubblica opinione in Europa su cotesto Governo, poiché 
non la conoscete. Il richiamo degli Ambasciatori di Francia e d' Inghilterra da Napoli 
in seguito alle barbarie inaudite esercitate dal Governo Napoletano, che Gladstone 
chiamò negazione di Dio, vi dà una certa idea della pubblica opinione. Io non voglio 
entrare in molti particolari, ne narrarvi quello che si pubblica e si dice dalla stampa 
in tutta Europa. Solo sappiate, e ciò basterà a farvi sensazione, che i Governi dispotici 
stessi ed amici di Ferdinando, cioè la Russia, l'Austria e la Prussia lo hanno seve- 
ramente giudicato. Io dunque penso, come tutta 1' Europa civile, giudicando Ferdinando 
un mostro. Se voi pensate diversamente me ne duole, poiché crederete il mio rifiuto un 
capriccio e non vi rassegnerete, mentre ripensando l'atto di sottomissione una cosa 
disonesta, una viltà e perciò una cosa impossibile, sebbene con indicibile dolore, mi 
debbo rassegnare. Quand'anche voi aveste ragione e tutta l'Europa torto a giudicare 
disonesta la sottomissione ad un tiranno e molto più a Ferdinando II, si deve un 
galantuomo mettere in condizione di essere giudicato come disonesto e vile da tutti 
e specialmente dagli uomini cui professa grande stima? E non sono sempre dignito- 
samente a sopportare l' esilio con la fronte alta tutti gli uomini più rispettabili dell' emi- 
grazione, che invecchiano nell'esilio e soffrono rassegnati? E quanti lontani dalle famiglie? 
Quanti vecchi esuli hanno figli in patria, eppure si rassegnano a non riabbracciarli? 
Siamo noi che dobbiamo fare quest'atto di debolezza e di pusillanimità? Il vecchio 



IL PRECURSORE DEI MILLE 37 



principe di Trabia non invitò il figlio principe di Scordia? E morirono entrambi, l'uno 
in Sicilia e l'altro in esilio senza vedersi? Io non scriverò mai una riga per rientrare, 
sia in forma di supplica, sia come dichiarazione di sottomissione dopo ottenuta la grazia, 
anche chiesta da altri. Io solamente rientrerò, quando sarà accordata un* amnistia gene- 
rale, tanto larga da esservi io compreso, ma senza condizioni. Mi è doloroso il trovarmi 
in questa dura posizione e ti assicuro che per riabbracciarvi mi contenterei che l' esilio 
perpetuo fosse mutato in relegazione in Favignana, purché io non domandi e non scriva 
una riga, ne prima, ne dopo. A questo mi rassegnerei, ad umiliarmi non mai ! Addio, 
carissimo Gaspare, salutami gli amici e credi all' affetto del tuo fratello che caramente 

ti abbraccia. 

SALVATORE 



* 
* * 



L' altro esule siciliano, che aveva portato nei moti dell' isola natia la foga 
della sua anima ardente insieme all' influenza, che la ricchezza e la nobiltà del 
casato gli conferivano, fu Vincenzo Fardella, marchese di Torrearsa. Presidente 
del Parlamento siciliano nel 1 848, egli aveva retto con acume di diplomatico 
il Mmistero degli Esteri. Ripristinatasi la reazione borbonica, prese anch' egli 
la via dell' esilio e stette lungo tempo a Tonno ; per ragioni di salute si stabilì 
poscia a Nizza. 

Le quattro importanti lettere inedite, che qui si leggono dirette a Calvino, 
che egli amava con affetto di fratello e l' altra del Calvino a Cadolini, avanzo 
venerando di tutte le battaglie dell' indipendenza, illuminano sullo stato d' animo 
degli esiliati siciliani nel principio del 1859. 

Vincenzo Fardella a Salvatore Calvino. 

Nizza, 15 gennaio 1859. 
Mio carissimo amico. 

Alla fine dopo dieci anni di esilio, parmi che possiamo respirare con tutta la soddi- 
sfazione di chi si vede prossimo alla stazione, dopo lungo e faticoso camminare. Ormai 
il guanto è gettato ed a mio avviso l'Austriaco, o in un modo o nell' altro dovrà varcare 
le Alpi. Sarà questo il vero trionfo della causa Italiana, e Dio voglia che i partiti si 
avessero la saviezza e l'accorgimento di concorrervi con tutte le loro forze e di rimet- 
tere alla pace le quistioni di ordinamento interno. Capisco bene che molti non vedranno 
di buon grado l'esercito francese in Italia; ma essi dovrebbero riflettere alla pochezza 
delle nostre forze ed all'impossibilità della lotta nello stato attuale dell'Europa, senza 
r intervento diretto di alcuna delle grandi potenze e la forzata neutralità di qualche 
altra. Quanto a me, riguardando sommo bene la cacciata dello straniero ed ogni altra 



38 TIMORI E SPERANZE DEGLI ESULI SICILIANI 

cosa da verificarsi in un periodo più o meno lungo, non mi spavento affatto dei sacrifizi, 
che ci si fanno travedere, come prezzo dell'alleanza francese. Dalle parole della tua 
lettera, veggo che non hai l'intenzione di startene ozioso nel caso di poter menare le mani, 
ed interessandomi moltissimo ogni tua risoluzione, ti prego di farmi sapere opportu- 
namente quanto sarai per fare, e nel caso di una partenza da costì non lasciarmi lunga- 
mente privo di tue notizie. 

Sono sicuro che l'incendio una volta destato si propagherà rapidamente per tutta 
la penisola e quindi veggo già barcollante il trono di Bomba e come primo sintomo 
di crescente paura, dopo l' amnistia che sai, l' annunzio del Ministero Filangieri e com- 
pagni ; poscia avverrà la catastrofe che vorrei fosse solenne e completa ; ma qualcuno 
mi sostiene che con brodo di maccheroni nelle Vene non si fa nulla di buono. Ti abbraccio 

e sono per sempre 

tuo amico aff.mo 

VINCENZO FARDELLA 

Nizza, 31 gennaio 1859. 
Mio carissimo amico. 

Siamo in un periodo di altalena politica, che non mi scoraggia per nulla e che 
anzi, a mio avviso, servirà a semplificare la quistione prima di venire all' inevitabile 
guerra. Tu vedrai che 1' opposizione dell' Inghilterra servirà a mandare in fumo il 
regno di Pomplon e ad assicurare l' intero Lombardo- Veneto al Piemonte. La torta 
per ora, a parer mio, non soffrirà altre partizioni. La diplomazia e gli uomini della 
Borsa cercheranno di stornare la tempesta ; ma i loro sforzi non potranno giungere al 
desiderato scopo, perchè la posizione creata al Piemonte è talmente critica per quanto 
la Francia non può lasciarvelo senza positivo disonore e diminuzione di influenza in 
Europa. A parer mio, come l' ambasciata di Mensikoff ed il celebre manifesto di 
Nesselrode fecero inevitabile la guerra di Crimea, del pari le parole di Napoleone a 
Hubner, il discorso di Vittorio Emanuele e 1' ultima dichiarazione del Monitore, a 
proposito del matrimonio di Pomplon, han resa certa la guerra d' Italia o per meglio 
dire r uscita dell' Austria dalla Penisola. Non credere che Napoleone tentenna, e 
tieni per fermo, che quell' uomo è troppo fino per non misurare da lontano le conse- 
guenze della sua politica eminentemente scaltra ed avveduta. Egli dopo la gran bomba 
lanciata ha voluto contare i morti ed i feriti e lasciar fare gradatamente quella specie 
di travaglio digestivo (perdona il paragone), che bisogna per istornare l' opinione 
pubblica da una corrente d' idee e lanciarla in un' altra ed in effetto ci è riuscito. 
Cosa dicono i giornali Francesi all'unanimità? Pace, pace; ma salvo l'onore e gli 
interessi materiali e morali della Francia. E ciò basta all' Imperatore, che d' altronde 
ha di già annunziato, che quest' interessi sono identici con quelli del Piemonte. Il 
resto lo farà l'Austria, che non può assolutamente ammettere una quistione italiana e 
r ingerenza diplomatica di altra grande potenza nella penisola, ove sin' ora ha regnato 
senza controllo. Qualche mese ancora di dilazione e vedrai il campo delle ostilità più 
ristretto e meglio spazzato. La Germania si calmerà e si persuaderà, che il Po non è 



IL PRECURSOf^ DEI MILLE 39 



fiume tedesco e 1' Inghilterra anch' essa si rassegnerà all' accorcialìna, che si vuol fare 
all' Impero Austriaco. Gli articoli del Morning Posi sono significanti e comunque non 
si deve affatto contare sulle opinioni degli uomini politici pria di essere al potere, 
pure non bisogna disprezzarle del tutto. 

Infine, io credo fermamente alla guerra, perchè la trovo sommamente utile alla 
Francia Imperiale, che non potendosi allargare con le conquiste, ha d' uopo di gloria e 
di potenza morale e perchè parmi calcolo di avveduto politico rinforzare e far grande 
un alleato che potrà in un dato tempo prestare grandissimi servizi. Se Napoleone 
pensa ad ingrandire la Francia bisogna che attenda la caduta dell' Impero Turco e se 
allora avrà con sé 200 mila baionette Italiane e la Russia, parmi che le ambite fron- 
tiere del Reno non fossero impossibili. Napoli però, non mi lascia tranquillo ed il 
Bombino, appoggiato questa volta dagli Inglesi ci sta nel cuore come un peso enorme. 
Tu dici che bisogna contare con elementi popolari ; ma io ti confesso che in generale 
credo che con tanti eserciti che calpesteranno l' Italo suolo, questo elemento sarà com- 
presso e regolato a volontà e che in Napoli poi non so dargli molta importanza a 
fronte di un nuovo Prmcipe giovane e generoso di concessioni. Tu conosci i nostri 
vicini e sai qual fibra tenerissima essi si hanno. Per la Sicilia, credo bene che farà 
qualche cosa e le auguro con tutto il cuore ogni bene possibile. Tu sai il mio pro- 
gramma : r Italia una, la Sicilia parte di essa. L' Italia divisa ; e la Sicilia si abbia 
la sua amministrazione, per non dire la tremenda parola indipendenza e che si leghi 
con forti vincoli politici agli stati liberi della penisola; le parziali fusioni con Napoli 
o col Piemonte non mi vanno a sangue. Non ridere e rammentati, che ormai io sono 
vecchio e che i vecchi non possono cambiare le loro opinioni, comunque savii a 
sufficenza per rispettare o non avversare 1' operato della gioventù, che deve agire, e 
deve assicurare le sorti della patria. 

Tuo aff.mo amico 
VINCENZO FARDELLA 



Nizza, 13 aprile 1859. 
Mio carissimo amico, 

Tu sai che io non ho ragioni particolari di lodarmi di Cavour e quindi saprai 
apprezzare l' imparzialità del mio giudizio. Per me, egli è l' unico uomo, che s* innalza 
al di sopra della mediocrità fra quanti ve ne sono in Piemonte mischiati nelle cose 
politiche. E r unico, a mio avviso, che ha saputo comprendere la quistione Italiana in 
un modo più largo : è 1' unico che senza attentare alla vita politica di questo Stato, 
osa servirsene come di leva per la formazione di un regno, che volere o non volere 
deve essere la morte delle idee municipali Piemontesi, e l' iniziatore, se non il fondatore, 
di quella nazionalità Italiana, che tu fai consistere nell' unità politica di tutti i popoli 
della Penisola e che io riguarderò come di già esistente, allorché uno Stato forte sarà 
cosi solidamente costituito da riassumere in se gì' interessi maggiori e l' avvenire politico 
delle altre frazioni della Penisola. 



40 TIMORI E SPERANZE DEGLI ESULI SICILIANI 

In quanto alla politica del carciofo, ti confesso che io la trovo savia e che panni 
forse r unica dettata dall' illuminata ragion di Stato e per niente legata alla tal dinastia 
o alla tal forma di Governo ; ed assicurati poi, che Cavour è 1' uomo di mangiarlo tutto 
in una volta, se la sorte glie ne oSre il destro. I suoi desiderii non sono minori dei 
tuoi, lo so di sicuro ; ma non bisogna dimenticare le gravi difficoltà che si oppongono 
all' impresa e i doveri, che pesano su di un Ministro che deve nello stesso tempo 
pensare a conservare allo Stato, per il bene generale, la posizione e le franchigie 
acquistate. Infine, non essendo seguace dell' assurda teoria del tutto o nulla pare 
a me chiarissimo, come peraltro lo addimostra il buon senso della grande maggio- 
ranza della Nazione, che 1* aiuto nostro può essergli dato con la massima serenità di 
coscienza. 

Per esser liberi dobbiamo cominciare dall' essere indipendenti, ed essendo indi- 
pendenti saremo nazione ; quindi fuori lo straniero e da canto ogni quistione di forma 
governativa. Dopo la guerra, disgraziatamente, non ci mancherà il tempo per lacerarci 
tra noi. L' aiuto francese ci è necessario ; dobbiamo perciò accettarlo senza troppo 
sofisticare sulla moralità e le ragioni che spingono Napoleone 111. Io per me non temo 
ne la sua ambizione, ne l' intronizzazione di Principi Francesi nella Penisola, parendomi 
evidente, che la diffidente gelosia dell' Europa intera ce ne garentiscono. Per il Con- 
gresso siamo perfettamente di accordo: o non si riunisce del tutto o si riunirà per 
legalizzare il casus belli. Frattanto tu li domandi cosa debbono fare gli emigrati 
Siciliani ? E veramente vale la pena di farsi una tale quistione, ora principalmente che 
oltre la guerra italiana si ha la prossima morte del Re di Napoli, che può anche 
da un momento all'altro cambiare la condizione politica del nostro Paese. Quanto a 
me, tu sai la mia professione di fede : desidero che non potendosi 1' Italia unificare, 
si acquistasse 1' Isola nostra quanto più le sia possibile della sua autonomia, compiendo 
però tuttti i doveri, che in questo momento le impone il grande interesse della guerra 
nazionale. Riunire l'opinione degli emigrati e farla convenire in certi punti principali 
non parmi cosa facile ; ma pure, dal canto mio, sono pronto a tutto e ripeto a te ciò 
che ho detto ad altri, che nel momento crederei di grande utilità qualche buono scritto 
per istruire la Sicilia sul vero stato di cose nella Penisola e dell' Europa e per 
combattere le idee strane, che hanno dovuto lì necessariamente alimentare e il carattere 
immaginoso dei nostri compatriotti e i rigori polizieschi. Però, è ben probabile che gli 
avvenimenti, precederanno ogni nostro accordo e quanto resta a fare per ora agli 
emigrati Siciliani si è di appoggiare, per come e quanto possono, questo Governo e 
tenersi pronti a correre in Patria appena lo potranno. Per mettersi nelle fila come 
soldato, bisogna esser giovani, e tu cominci ad essere già nel numero di quelli che 
valgono più col senno che con la mano. Se sarò al caso di prendere qualche risolu- 
zione te ne terrò informato e tu fa lo stesso dal canto tuo. Salutami il Sig. Impet- 
donato e conservami quell' affetto che mi è tanto caro e credimi 

tuo amico aff.mo 
VINCENZO FARDELLA 




Tmllr ilun nii-lre . 

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thmuv ó/s^i^ i^'- 

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Passaporto rilasciato a Garibaldi dal Console Francese di Nizza il 31 gennaio 1856 
sotto il falso nome di " Joseph Pane „ per andare a liberare Luigi Settembrini, 
Carlo Poerio e Spaventa rinchiusi nell'ergastolo di Santo Stefano. (Vedi pag. 19). 




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Lettera diretta dal Conte di Cavour a Garibaldi il 17 marzo 1859, 
colla quale gli affidava il Comando del Corpo di Volontari. (Vedi pag. 22). 



IL PRECURSORE DEI MILLE 41 



Nizza, 18 luglio 1859. 
Carissimo amico. 

Il dolore e lo sbalordimento cagionatomi dall'inattesa pace con l'Austria mi hanno 
tolto la forza di rispondere alla tua buona lettera del 10 corrente, perchè mi è oltre- 
modo penoso toccare le nostre piaghe, sia parlando o scrivendo. Ma bisogna darsi 
pace e cercare di riacquistare la forza e la calma necessaria per giudicare gli uomini 
e gli eventi senza passione e per attenuare il male per quanto si può. Sin' ora io non 
so rendermi ragione di alcun fatto e cerco con avidità la causa di così strani ed 
inauditi avvenimenti. Come mai è possibile una confederazione Italiana con l'Austria 
padrona della Venezia? Col Papa, col re di Napoli nemici di ogni idea di naziona- 
lità? Io non lo comprendo; e cosa sarà della povera nostra Sicilia? Continueremo ad 
essere calpestati dai lazzaroni di Napoli, la feccia più vile dei mondo. Dammi tue 
nuove e tienmi al giorno dei fatti che costì avvengono. 

Tuo amico aff.mo 
VINCENZO FARDELLA 

Salvatore Calvino a Giovanni Cadolini. 

Spezia, 23 gennaio 1859. 
Mio carissimo Giovannino, 

Dopo le parole di Napoleone, ii discorso di Vittorio Emanuele, il linguaggio 
della stampa Europea e particolarmente della Francese e della Piemontese, dopo gli 
armamenti ed i concentramenti di truppa, che alacremente si fanno da ogni parte, le 
probabilità della guerra all'Austria sono molte. Però non possiamo esserne certi, perchè 
Napoleone, avendo nemici la Borsa ed i Leggittimisti m questa quistione, tentenna 
ancora. Credo intanto, che egli sia compromesso troppo con tutti e principalmente 
col Piemonte e con l'Esercito Francese per andare indietro. Vedremo! Frattanto la 
ritirata dell'Austriaco è molto probabile. Lo scopo della guerra, quella parte che 
riguarda all' Italia, sembra essere la ripartizione in tre grandi Stati ; quello del Nord 
con Vittorio, del Centro col Principe Napoleone e del Sud col primogenito di Bomba ! 
Vedi che pasticcio ! Vedi che noi poveri Meridionali saremo i più disgraziati ! Ma 
chi sa, che non abbiano fatto i conti senza l'oste. Napoleone per Napoli transige, 
per non avere nemica l' Inghilterra. La grave malattia del Bomba non so se migliora 
o peggiora le cose ; intanto è meglio che muoia. Io anzi dubito che sia morto e che 
non pubblichino la notizia per accordarsi prima sulle misure da prendere. Nella quistione 
attuale, se vi saranno moti popolari, secondo la loro importanza, le cose prenderanno 
diversa direzione, forse non preveduta dai motori. 

Questo Governo pare voglia fare davvero e tutti i partiti sono concordi nel volerlo 
aiutare nell'opera di cacciare lo straniero. Il solo Mazzini credo, che sia in parte 
avverso. A Genova c'è un movimento di Società, di adunanze, di indirizzi ecc. da 
far sbalordire. Angelo ( Bargoni) son certo che te ne avrà scritto. In quanto al nostro 



42 TIMORI E SPERANZE DEGLI ESULI SICILIANI 

concorso, eccoti il mio avviso. Aiutare il movimento nazionale in corpi separati lo 
credo impossibile ; questo governo non li accetterebbe, molto più che alcuni avevano 
messo in sospetto le adunanze di molti patriotti in Genova, sospetti fortunatamente ora 
dileguati. Non resta che aiutare alla guerra incorporati nei corpi organizzati militar- 
mente e la preferenza nei più disciplinati. Credo che questa sia 1' unica via. Anzi mi 
dicono, che questo Governo accetti i volontari e li incorpori divisi in diversi corpi, 
così, essendo dispersi, non ha motivi di sospettare. 11 corpo di Garibaldi non credo 
sarà di soli volontari ; ritengo piuttosto sarà un corpo fuso di truppa organizzata, mista 
a volontari. Insomma, mi sembra che non vi sia scelta : o incorporarsi o starsene a 
vedere ; cosa non decorosa quando si combatte l'Austriaco ! Quanto a me individual- 
mente, attendo di vedere che piega prendono le cose per risolvermi. Ozioso invero, 
non vorrò stare! Se ci saranno novità ti avviserò. Tu intanto scrivimi, che io sarò 
più puntuale a risponderti. Gli auguri che ti faccio sono, che le cose vadano bene 
questa volta. Salutami tuo fratello e ricevi un abbraccio fraterno dal tuo 

aff.mo 

SALVATORE 
Al Sig. Ing. G. Cadolini 

Oristano (Sardegna) 



* 
* ■ 



Ma i due esuli siciliani, che scrissero il loro nome nel bronzo della Storia, 
furono Rosalino Pilo e Francesco Crispi ; sono queste le due figure giganti del 
prologo di quel poema epico, che fu la spedizione dei Mille. Se, come giusta- 
mente fu scritto, a Mazzini e a Fabrizi si deve il merito di avere alimentato 
nel petto dei forti figli della Sicilia il sacro fuoco della libertà, di averli incitati 
senza mai tregua a spezzare le catene della servitù ed a mettere da parte ogni 
malsana idea di autonomia, si deve a Francesco Crispi il vanto di avere con 
coraggio, tenacia e sacrifizi preparato l' Isola a ricevere la schiera liberatrice ed a 
cooperare, con slancio sublime, alla vittoria finale. Ma un altro grande merito 
si ebbe il Crispi, quello di essere stato Io statista, il legislatore della rivoluzione. 
II volume di documenti recentemente pubblicato è il miglior monumento, che a 
lui poteva erigersi. 

Natura fiera ed inflessibile, egli ebbe amici, ma irreconciliabili avversari, 
non solo nella seconda parte della sua vita, quando cioè resse le redini del 
Governo, ma anche nei tempi memorabili dell' azione. 11 suo implacabile oppo- 
sitore di queir epoca fu, come è noto, un altro siciliano, Giuseppe La Farina, 
patriota anch' egli, ma che, messosi poi ai servizi del conte di Cavour, per ren- 



IL PRECURSORE DEI MILLE 43 



dersi gradito al suo signore e per soddisfare la propria vanità, esagerò il compito 
suo, onde egli fu, ben si può dire, il pomo della discordia nel 1 860 in Sicilia. 

Gli odi seminati in quei giorni ebbero il loro epilogo nel processo inten- 
tato nel 1 869 da Francesco Crispi contro l' editore del famoso epistolario 
lafariniano. Il veleno istillato, goccia a goccia, nelle lettere dirette al conte di 
Cavour dal La Farina mostrano la sconfinata ambizione dell' uomo, diretta sopra- 
tutto a criticare ed a calunniare l' opera del Crispi. 

Nel novembre del 1 869, mentre si svolgeva a Milano il processo contro 
Ausonio Franchi {Cristoforo Bonavino), editore dell' epistolario, Crispi, fortemente 
amareggiato dalle accuse, che gli si facevano, sentì il bisogno di una parola di 
conforto dal solo uomo, che era al caso di poter dire quale era stata l' opera 
sua in tutta la campagna di Sicilia ; onde egli scrisse a Garibaldi la seguente lettera 
inedita, che tolgo nel mio Archivio e che provocò la nota risposta del Generale. 

Francesco Crispi a Garibaldi. 

Milano, 1 1 novembre ! 869. 
Mio Generale, 

lo scrivo da Milano, ma voi potete rispondermi a Firenze, dove andrò stasera. 
Sono stato qui per il processo contro gli editori dell' Epistolario di La Farina. La 
Farina scriveva: 

« che sotto la Dittatura furono dati gradi e comandi ai Borbonici e che noi per 
» cercare i favori che ci negava il paese, ci appoggiavamo alle persone spregevoli 
» ed odiate; 

» che il popolo cacciò dal mio Gabinetto, a pedate, l' istruttore del Processo di 
» Bentivegna, che io vi teneva a scrivere ; 

» che da noi la finanza fu dilapidata e malversala e che si rubava senza ritegno ; 

» che avevamo disorganizzato tutto ed avevamo tutto disordinato ». 

lo mi querelai in Tribunale contro gli Editori del libro di quel miserabile oggi 
defunto. La causa cominciata il 15 continuò fino a ieri, 17, e venne rinviata al 27 
corrente. Io non ve ne ho scritto mai, quantunque nel libro di La Farina il mio nome 
sia lacerato ed insultato. Ve ne scrivo oggi, perchè l'avversario, leggendo all'udienza 
del 16 una lettera vostra al Medici, cercò interpretarla in guisa che gl'ingenui, e sono 
molti, dubitano delle vostre intenzioni a mio riguardo. 

Voi mi conoscete. Nessuno meglio di voi può giudicare le opere mie, la mia 
moralità come vostro Ministro. Io attendo da voi tale giudizio. Vi stringo con affetto 
la mano. 

Vostro di cuore 
F. CRISPI 



44 TIMORI E SPERANZE DEGLI ESULI SICILIANI 

E Giuseppe Garibaldi rispondeva con la lettera del 24 novembre di quel- 
l'anno e già pubblicata, chiamando il Crispi : « incontaminato amico mio, primo 
per senno nella gloriosa nostra impresa e oero organizzatore e reggitore dell' invi- 
diato Governo del '60 ». 



* * 



Rosalino Pilo, l'altro grande ma infelice esule siciliano, il precursore dei 
Mille, alla cui memoria vada, in questi giorni di sacri ricordi, dal petto di ogni 
italiano un palpito di gratitudine, cadeva esamine, sei giorni avanti l'entrata di 
Garibaldi a Palermo, colpito in fronte da una palla borbonica. Egli moriva senza 
aver potuto vedere realizzato il tormentoso sogno di tutta la sua vita ! 

Nato da nobile lignaggio, ricco di averi, consacrò tutta l'esistenza ed ogni 
sostanza per la redenzione della patria. Discepolo di Giuseppe Mazzini, fedele 
ai dettami del grande Apostolo, cospiratore indomito, ebbe quanto e più del 
Maestro, una grande sfiducia nel governo piemontese, da lui non ritenuto idoneo 
a compiere la liberazione nazionale. « Italiano unitario », come chiamava il suo 
partito, in opposizione a quello che egli diceva « municipale costituzionale * 
rappresentato dal governo piemontese, Rosalino Pilo non vedeva altra via che 
quella dei movimenti popolari. ' Scampato per puro caso alla morte, non avendo 
potuto partecipare, come era stabilito, all'infelice impresa del Pisacane, che partito 
da Genova il 25 giugno del '57 sul " Cagliari ,,, con Nicotera, Falconi, Daneri 
ed altri prodi doveva incontrare il Pilo in alto mare, ma che per errore di rotta 
o per la fitta nebbia, non vi riuscì, Rosalino se ne tornò in Genova ed unitosi 
a Mazzini ed agli altri dovevano tutti insieme di sorpresa occupare i forti, 
impadronirsi di un vapore, caricarvi i cannoni, le munizioni, ed imbarcarsi per 
il regno di Napoli in soccorso di Pisacane. 

Questo disegno disapprovato, come è noto, da Garibaldi e che lo stesso 
Mazzini, all' ultimo momento, avrebbe voluto impedire, venne a conoscenza del 
Governo e Pilo che doveva partecipare all'assalto del forte dello Sperone, riuscì 
a fuggire e fu condannato in contumacia. Nei primi di luglio di quell'anno lo 
troviamo rifugiato in Malta, dove gli pervenne la seguente lettera inedita 
di Mazzini, che trascrivo dalla copia di pugno di Rosalino ; lettera che è 



' Paolucci - Rosalino Pilo, in « Archivio Storico Siciliano », An. XXIV, pag. 211. 



IL PRECURSORE DEI MILLE 45 



uno dei tanti documenti psicologici, che attestano la grande tenacia e la non 
comune forza d'animo del grande esule genovese, che nessun insuccesso, per 
quanto tragico, riusciva ad affievolire e che in quei giorni faceva scrivere a 
Giorgio Pallavicino, in una lettera inedita a Felice Foresti le seguenti parole : 
•« Mazzini ha la natura del gatto ; per quanto caschi dall'alto non si rompe 
mai il collo ». 

Come si vede Giuseppe Mazzini, pur conoscendo la sorte toccata al Pisacane, 
ignorava ancora i particolari della spedizione e domanda, se Falcone era stato 
ferito. L'eroico Falcone anch'egli barbaramente massacrato ! 



Mazzini a Rosalino Pilo. 



Caro Fratello, 



Le vostre linee, in mezzo a tanti dolori ed a tanta rovina, mi hanno dato un vero 
piacere. Non dubitavo della tempra vostra, ma non sapevo ove foste, se libero, se 
presto ad essere attivo. li passato recente è triste ; possiamo attenuare con le spiega- 
zioni, ma non cancellare un gran fatto. Non basta una scintilla, ma è necessaria una 
splendida vittoria. Vi è in Italia malcontento, desiderio di cangiamento ; ma poco 
animo a slanciarsi, poca fede in se, poco slancio di sacrifizio. Siamo nati ieri, siamo 
fanciulli ed a forza di ragionare e di crederci pratici, siamo decrepiti in fanciullezza. 
Il Sud (e parlo di Sicilia, come di Napoli) dovrebbe agire ; dovrebbe aver risposto 
a Bentivegna ed a Pisacane. Non l'hanno fatto. L' ultimo caso è più lamentevole ; la 
delusione da parte della Provincia è più grave ; ma anche in Sicilia vi è guasto. 
Ragione di più, perchè noi rimaniamo fermi sulla nostra via di predicazione e di azione. 
Soltanto bisogna vedere chiara la posizione. Iniziativa provocata dalle nostre popola- 
zioni è inutile sperarlo. Possiamo cospirare, organizzare in Napoli, in Sicilia, altrove, 
quanto vogliamo : non sorgeranno ! Giungeranno sino al momento, poi si lasceranno 
svolgere dai moderati o sopraffare da un incidente. D'altra parte non v'ha dubbio, 
che il popolo della città è buono, che il malcontento ed il desiderio sono universali 
e che una villoria sarebbe seguita. Bisogna dunque, procacciarsi questa vittoria ! Questa 
vittoria è possibile, ma si esigono mezzi, non soverchiamente, ma abbastanza forti. 
Prima, unica nostra preoccupazione deve essere questa. Spendere tanto quanto è neces- 
sario per mantenere spirito e lavoro, e per questo poche corrispondenze e stampa. 
Poi, concentrare ogni cosa, ogni offerta, piccola o grande, religiosamente e formare 
una somma. Sprecare in viaggiatori, in progetti d'armi e contrabbandi, è male. Lo 
ripeto : non riusciremo mai a fare che inizino, e se giungessero ad una tale condizione 
di cose da farlo davvero lo faranno senza i nostri poveri aiuti. Qualche lettera per 
occasione, qualche scritto sentito, cercando di rifare parte della spesa con la vendita 
all' Estero. Non dobbiamo fare altro per l' interno. Se troviamo venti franchi, mettiamo 



46 TIMORI E SPERANZE DEGLI ESULI SICILIANI 



a parte due per la stampa tre al più ; mettiamo i diciasette in serbo per l' azione 
nostra. Se arriveremo ad avere in mano la certezza di un' azione nostra, un mese di 
cospirazione farà il lavoro di un anno o due, senza poter promettere cosa alcuna. So 
cosa vuol dire cercar danaro, però bisogna cercarlo. Vi mando una circolare ; qui dove 
sono, firmando, versano. Bisognerebbe che facessero così dapertutto. Bisogna insegnare 
ai nostri il valore dei franchi e bisogna dir loro: voi non appartenete al partito, che 
di nome se non contribuite. Questo non e' impedisce di cercar sempre le grosse somme ; 
ma la sottoscrizione mensile servirebbe, se non fosse altro, alla stampa etc... Riesciate 
o non riesciate, tentate! Dite almeno la verità. Gridate che un partito non può con 
onore ridursi all' attività di un uomo o di pochi uomini ! Un partito è una Società in 
grande ; deve adempire agli obblighi di ogni società. La carboneria lo faccia. Quei 
che dicono di appartenere al Partito d' Azione lo facciano, o cessino di ciarlare ! 
Dovunque avete amici, cacciate questo grido e la Circolare. Avremo fatto almeno il 
nostro dovere. E quanto al resto, agguantate giovani facoltosi, donne patriotte, se ne 
incontrate, e cercate di avere qualche offerta. Se vi riuscite, sia che concentriate in 
mano vostra, di Nicola (Fabrizi) o mia, non vada perdendosi in gocce per spese, 
che tornano inutili. Ho disegni definiti, ma ora è inutile discorrerne ; prima abbiamo 
fondi. Soltanto vorrei, che ciascuno di noi potesse trovarne da qui alla fine di febbraio ; 
a quell'epoca bisognerebbe concentrare in mie mani. La natura del disegno da scie- 
gliersi dipenderà in gran parte dalla cifra. Ditemi se avete nuove di Sicilia. Sapete 
se Falcone perì ? Scriviamo poco, lavoriamo sempre ! non parlo del passato, ne del 
povero Carlo {Pisacane), perchè ho troppo dolore e troppa ira nell'animo. Voglia- 
temi bene. 

Vostro aff.mo 

GIUS. 

P. S. - Dove non si può ottenere altro, cercate almeno di fare qualche abbonato 
all' Italia del Popolo. Perisce per difetto di collaboratori retribuiti, e non ha denari 
per retribuirli. Se trovate corrispondenze o corrispondenti, fate che ci aiutino. 11 Gior- 
nale guardato com' è, siccome organo del partito, è importante. 

Rosalino stette in Malta quasi un anno, ma fu spesso ammalato ; dopo si 
recò a Londra, da dove nel luglio dei '59, alcuni giorni dopo la partenza del 
Crispi per la Sicilia, si trasferì in Toscana, allo scopo di cooperare al disegno 
di Mazzini, di provocare un moto nelle provincia papali e poi nel regno di 
Napoli, che come diversione avesse agito in favore della sollevazione siciliana. 
Ma il 1 7 agosto, mentre da Firenze si recava a Modena, fu arrestato a Bologna, 
per ordine di Cipriani, insieme al Marangoni. In quei giorni furono pure impri- 
gionati Alberto Mario con la moglie. Nei primi di settembre uscito dal carcere, 
riparò a Lugano, dove rimase fino al dicembre ; poscia andò a Genova. 



IL PRECURSORE DEI MILLE 47 



* 
* * 



Le importanti lettere inedite di Rosalino Pilo, che qui pubblico sono 
dirette a Salvatore Calvino, che egli amava come fratello, ma dal quale sovente 
dissentiva per essere il Calvino temperamento più equilibrato, scevro da idee dot- 
trinarie e non facile a farsi trasportare dalla passione. Questo dissenso si manifesta 
con una punta d' ironia, talvolta assai acre e pungente e che deve considerarsi 
come r espressione di un' anima ammalata. Attraverso però, a giudizi spesso 
ingiusti o esagerati, si scopre sempre un'anima buona, ipersensibile, tutta inva- 
sata dalle dottrine mazziniane ; si scorge l' uomo che opera sotto l' imperio di 
un' idea fìssa, che è la sua vita ed il suo tormento. 

Perchè, in verità, l'esistenza di Rosalino Pilo non fu che una serie non 
interrotta di dolori fisici e morali ! 11 fuoco della passione che internamente lo 
divorava, ne indeboliva sempre più la sua debole compagine organica. In una 
delle lettere al Calvino, egli dice : « Ho scritto a Palermo per vendersi l' ultimo 
residuo per mio vitalizio; se mi si manderà il denaro presto, sarò anch'io in 
azione. Per ora lo stato mio è di morte, perchè dopo dieci anni di sacrifizi 
fatti, vedermi forzato a stare inoperoso, è un martirio non spiegabile! » 

L'ultima delle lettere, fu scritta il 25 marzo 1860 da Genova, un giorno 
avanti che egli, col prode Corrao, partisse per la Sicilia in una piccola paranza 
per preparare l' Isola alla venuta di Garibaldi, che, come si sa, era tutt' altro 
che decisa. La pericolosa traversata, l'arrivo in Sicilia hanno del romantico e 
del meraviglioso ! La lettera è diretta ai suoi due amici. Calvino e Cianciolo, 
entrambi arruolati nell' esercito sardo ed in quei giorni al seguito del generale 
Ribotti ; è un documento umano dei più interessanti in cui il grande patriota, 
attraverso al più fine sarcasmo, rivela il suo grande amore per la patria ed il 
presentimento della morte vicina ! 

Pilo e Corrao, sbarcati nelle vicinanze di Messina, si diedero con ardi- 
mento a correre per l' isola, infiammando le popolazioni con la parola, annun- 
ziando prossimo l' arrivo di Garibaldi e cercando che non si spegnessero del 
tutto gli entusiasmi della domata rivolta del 4 aprile, scoppiata al suono delle 
campane della Gancia. La marcia dell' eroico Rosalino verso Palermo in mezzo 
ai più grandi pericoli, la sua corrispondenza con Garibaldi sono pagine di storia 
conosciute. Ma inedito è il proclama, che il precursore dei Mille dirigeva il 
5 aprile del 1860 in Carini al Popolo Siciliano e che qui trascrivo. 



48 TIMORI E SPERANZE DEGLI ESULI SICILIANI 



Proclama di Rosallno Pilo ai Siciliani. 

FRATELLI SICILIANI 

L'ora è suonata del nostro riscatto. Era ornai tempo, che fossimo calati in piazza 
per abbattere l'infame, mostruoso, satanico Governo Borbonico. Nostri fratelli di fede 
e di suolo sono li sostenitori di questa gloriosa insurrezione da voi con tanto coraggio 
iniziata ; eglino si augurano di vedersi seguiti ed onorati di vostra fiducia. Sono con 
voi oggi uomini a voi non ignoti per essersi trovati nella gloriosa insurrezione del 12 
gennaio 1 848 e nella difesa eroica della città di Messina del detto anno ; per la qual 
cosa dodici anni di esilio essi hanno dovuto e saputo onoratamente soffrire. Eglino 
sono corsi e sbarcati clandestinamente al primo vostro agitarvi e non senza forti peri- 
coli sonosi frammischiati fra voi per sostenere la insurrezione già incominciata, che 
deve distruggere gli sgherri del borbone con l'ottenere dal popolo la vera libertà. 

Siciliani fratelli! Corriamo tutti ad imbrandire le armi e procuriamo a tutta forza 
di procacciarci le armi e le munizioni preparate dai sommi Italiani Generale Garibaldi 
e Giuseppe Mazzini. Eglino già ce le hanno preparate, onde senza l' aiuto straniero 
potessimo liberarci dall' infame governo borbonico e dagli stranieri oppressori della nostra 
grande Patria, l' Italia. 

Siciliani fratelli! Innalziamo in tutti li paesi, in tutte le città della bella e sventu- 
rata isola nostra, la bandiera Nazionale dei puri tre colori italiani e mostriamo all' Europa 
tutta, che non siamo figli degeneri della grande Italia nostra ; mostriamo che il nostro 
programma di rivoluzione è : Unità e Libertà d' Italia e la Sovranità del Popolo. 

Siciliani, in questo momento non discussioni inopportune, né discordie fraterne 
ci tengano divisi ; non imbarazziamoci per ora della nuova forma di Governo da 
adottarsi ; lasciamo alla Nazione libera la scelta della forma, tosto che potranno in Roma, 
sul Campidoglio, sedere i rappresentanti del Popolo ; per ora tutti al grido dell' Unità 
e Libertà combattiamo per distruggere il Governo del despota, che ci ha oppresso e 
ci opprime. Vendichiamo il sangue dei nostri martiri caduti dal '48 al '60. Chiunque 
cercherà di mettere la nostra bandiera retrograda od antinazionale sia tenuto come 
nemico d'Italia; chiunque, in questi supremi momenti, spargerà parole di tradimento 
o di falsi allarmi, sia tenuto e punito come traditore della Patria nostra e sia tosto 
consegnato al Comitato di Sicurezza Pubblica, costituitosi per la nostra difesa e per 
la conquista della Libertà. 

Siciliani ! Bando ai rancori privati ; rispetto sopratutto alla proprietà e subordina- 
zione ai vostri capi ed alla Legge. 

Siciliani ! Corriamo in massa alle armi ; siano nostre armi li fucili, le ronche, le 
accette e tutto quanto può offendere il nemico; valiamoci dell'arma popolare; la 
granata o bomba all' Orsini per sterminare i nostri nemici ; non date quartiere ai birri 
soldati e Capitani d' armi, che marciano alla testa della truppa Napoletana e che essendo 
Italiana, fin' oggi non ha inteso il suo dovere di essere truppa Italiana e non ha voluto 
imitare il bello esempio che la truppa Toscana gli diede. Li ricchi nostri concittadini 




ILPRESIBEHTE DEL CONSÌ&LI0 BEI MINISTRI 



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Decreto firmato da Cavour col quale Garibaldi è nominato Maggior Generale 
Comandante del Corpo dei Cacciatori delle Alpi. (Vedi pag. 23). 



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Il " Programma Italiano „ di Garibaldi scritto di sua mano verso il 1856. 

(Vedi pag. 24). 



IL PRECURSORE DEI MILLE 



49 



si apprestino ad aiutare con generose e forti offerte, in questi supremi momenti, con 
l'oro, il paese e non vi sia cittadino, anche poco agiato, che non porti il suo obolo 
al Comitato insurrezionale, onde ai nostri fratelli che combattono non manchi il neces- 
sario di vitto, munizioni ed armi. Tutte le Congregazioni religiose soddisfino da parte 
loro al presente appello ; non si metta il Comitato di sicurezza e difesa pubblica nella 
dura circostanza di prendere misure efficaci per ottenere quello che di dovere ogni 
buon patriotta nostro concittadino e corporazioni religiose, in simili frangenti, devono 
spontaneamente compiere verso la Patria comune. 

Siciliani, concordi ed uniti combattiamo il Borbone e morte agli infami satelliti 
ormai nemici d' Italia ! 

Siciliani, con la concordia, il sacrifizio, l'audacia e la fermezza di proposito vince- 
remo ; abbiate certa coscienza di ciò ! 

Animo dunque, corriamo tutti all'armi, perchè la causa nostra è santa per essere 
la causa del Popolo per il trionfo della Nazionalità ! 

Viva l' Italia, Una e Libera ! Viva la Sovranità del Popolo ! Viva la Sicilia ! 
Viva Roma ! Viva il Popolo Italiano ! 



Rosalino Pilo a Salvatore Calvino. 



Mio carissimo Salvatore, 



14, Alfred Place Bedford Square. 

Londra, li 30 maggio 1859. 



Dopo lunghissimo tempo, mi pervenne una tua breve letterina ed in essa trovai 
il rimprovero di silenzio da mio canto verso di te; ma io non credo di meritare il 
rimbrotto, perchè scrivendo al nostro Federico lo pregai sempre di mandarti le mie 
lettere, perchè scrivere a lui, intendevo scrivere a te, e mi sarebbe piaciuto in tempo 
opportuno conoscere da te direttamente le ragioni del tuo preso servizio sotto una 
bandiera fin' oggi non unitaria ed alleata a Napoleone, che non sosterrà mai, a mio 
credere, la costituzione della nostra Patria Una e Libera. Basta, tu credesti di non 
scrivermene, ed io non posso muovertene lagno. 

Amico mio, oh! non puoi credere quanto mi rincresca non poterti essere a fianco 
e di vivere al tuo lato li pericoli della guerra ; spero che la fortuna ti sarà propizia ; 
spero che tu e tutti gì' Italiani, che ti somigliano, non deporrete le armi fino a che non 
sarà r Italia nostra Una e Libera, ed in tutte le provincie libera dalla presenza di 
stranieri. Ho troppa buona opinione di te per dubitare di ciò. Ho troppa buona opi- 
nioni dei volontari corsi sotto le armi per temere, che le depongano prima di aver 
conquistato l' Unità della Patria nostra. Fate di tutto, perchè il grido dell' Unità del- 
l' Italia sorga sin da principio di questa guerra, per Dio! Non si cambi il Gran Duca 
di Toscana per Plomplon e via discorrendo. Si dichiari che vogliamo essere Italiani ; 
si dichiari che non vogliamo Tedeschi, né Francesi. 

Amico mio, vorrei scriverti a lungo, ma non lo posso ; ho scritto una lunga lettera 
ad Angelo nostro (Bargoni) ; prendine contezza, vi ha anche un rimprovero per te. Non 

CURÀTULO 4 



50 TIMORI E SPERANZE DEGLI ESULI .SICILIANI 

ti scrivo a lungo, perchè ancora convalescente di 1 8 giorni di grave malattia ; ora sto 
meglio, ma affranto di forze e abbattuto di morale per le tante contrarietà avute. Fra 
li dispiaceri che mi ho, non è lieve quello di trovarmi mancante di mezzi pecuniari 
per potere lasciare Londra e recarmi in un punto dove potrei combattere e spendere 
la mia vita per la Patria nostra sotto vessillo unitario, non infesto da Francesi ancora. 
Basta : ho scritto a Palermo per vendersi l' ultimo residuo del mio vitalizio ; se mi si 
manderà il denaro presto sarò anch' io in azione ; per ora lo stato mio è di morte, 
perchè dopo IO anni di sacrifizi fatti, vedermi forzato a stare inoperoso è un martirio 
non spiegabile. 

Addio, mio caro fratello ; se lo potrai, dammi le tue nuove. Ho letto un dispaccio 
del 28 maggio, che dice il Generale Ribotti essere riuscito ad entrare in Parma ed 
essersi proclamato nel Carrarese ed in Parma lo aderimento al Governo Sardo. Tu 
sarai, credo, con Ribotti e quindi mi congratulo del vostro trionfo ; salutami Ribotti. 
Addio, ti lascio ; accetta un bacio fraterno dal sempre 

luo aff.mo amico 
ROSALINO PILO 

Lugano, IO novembre 1859. 
Mio amatissimo Salvatore, 

Finalmente dopo tanto tempo, mi è stato concesso di vedere i tuoi caratteri e di 
rilevare dal contesto del tuo foglio, che la nostra amicizia non si è punto affievolita. 
E bene che tu sappia che io non prestai mai fede alle ciancie, che mi scrissero ; né 
feci motto al nostro Bargoni di quanto mi si era scritto, non mai perchè io avessi 
riposto fede a quello che mi si era vergato, ma piuttosto per conoscere la causa del tuo 
lungo silenzio, del non aver nemmeno riscontrato ad un' ultima lettera, che da Londra 
t'inviai; dubitai che tu fossi meco in freddo per non esserci trovati d'accordo negli 
ultimi fatti, come si era previsto, col tradimento di Villafvanca e con una maggiore 
influenza da padrone dell'uomo infame del 2 dicembre sulla sventurata Italia nostra. 
Basta, speriamo che gì' Italiani non depongano le armi senza vendicar Perugia, e se 
non prima avranno ottenuto libertà, unità ed indipendenza da tutta specie di stranieri. 
Amico mio, non posso fare a meno di dichiararti, che sono ben lieto di aver constatato 
da questo tuo foglio del 6, che la tua amicizia non mi si è punto diminuita e che 
sempre possiedo il tuo affetto da fratello. 

Conoscevo le mene dei signori indipendentisti e le conobbi minutissimamente dal 
mio passaggio a Parigi. Figurati che mi fu dato conoscere e positivamente, che se 
durava la guerra una spedizione Plomploniana sarebbesi fatta dalla Corsica, comandata 
da un tal Franchetti o Fraschetti e con l' appoggio di vari dei nostri fra i quali Enrico 
F. {Fardello), Giacinto C. {Carini), Cricchio etc. La spedizione dovevasi comporre 
di due o trecento corsi, vestiti da Zuavi e con un falso proclama di Garibaldi. Plomplon 
doveva essere proclamato Re di Sicilia. Tutto questo lo seppi prima in Londra, per 
confidenza fattamisi da uno, che doveva far parte della spedizione e poscia ne ebbi 



IL PRECURSORE DEI MILLE 51 

conferma a Parigi e Marsiglia da altri, che mi credevano alla conoscenza di tutto, 
per avermene io mostrato inteso. In Parigi vidi Fabrizio Viilafranca con Carini e da 
loro appresi che, essendo in campo dopo la pace e la conferenza di Zurigo un Con- 
gresso per stabilire un nuovo assetto d' Italia, al marchese di Torrearsa dagli indipen- 
dentisti si era affidata la missione di perorare e presso Napoleone 111 e presso Pal- 
merston, la causa loro, ossia il ricupero della costituzione del 1812 adallata ai tempi. 
Vedi un po' che tenacità insana d' uomini ! Oh ! sì, i suddetti indipendentisti sono 
stati fatali ! 

E bene che sappi, che dal nostro partito sino dagli ultimi di luglio, si era spedita 
persona (Crispi) in Messina, Catania e Palermo con mezzi che giunsero, e si era 
stabilito da tutti i Comitati, costituiti però da elementi discordanti tra loro di opinioni, 
che il 4 ottobre si sarebbe fatta la rivoluzione. Tutto era pronto ; 202 (Agazzini) era 
per r oggetto in Firenze ed io ero pure colà per andare in Catania, appena si riceveva 
r avviso. In quel frattempo, si pensò che io facessi una corsa sino a Modena per 
vedere Ribotti, te, Fabrizi, Cianciolo; ero fornito di lettere di 202 (Mazzini), che 
trattavano della importanza di portare a fine quel piano, che ora si conviene essere 
indispensabile a compiersi. Giunto in Bologna, per mancanza di partenza del treno, 
dovetti fermarmi la notte e venni arrestato. Dopo tre perquisizioni si rinvennero le 
lettere : ma quello che più si cercavano si erano proclami di 202 (Mazzini) d' insurre- 
zione repubblicana, e ciò per avviso dato dalle Polizie combinate. Francese e Toscana. 
Il mio arresto durò 40 giorni e fu fatale per ciò che verrò a dirti. La persona che 
si era, sin dagli ultimi di luglio, portata in Sicilia (Crispi), dopo preso accordo, fu 
dai nostri dell* interno spinta a portarsi a Firenze presso 202 (Mazzini) per dirgli 
che il 4 si sarebbe fatto il moto, per richiedergli un proclama, che potesse abbrac- 
ciarsi da tutti e per farmi andare in Catania prima del 4, dicendo di esservi atteso 
e che mi si era preparato il sito per starvi nascosto sino al giorno dell' insurrezione. 
Fatalmente io ero in prigione ; I amico spedì il Proclama ed annunziò il mio arresto. 
Neil' intervallo gì' Indipendentisti ed i Lafariniani sopratutto, si diedero moto a metter 
dissidi, ed amici del La Farina dalla Toscana, avvertiti da quelli dell' interno del 
convenutosi movimento da farsi con la nostra cooperazione e con i mezzi da noi 
somministrati, scrissero in Catania ed in Palermo perchè non muovessero, dappoiché 
una rivoluzione in quel momento avrebbe rovinato 1' Italia ; e con la solita infamia 
davano dell' Austriaco all' individuo, che si ebbe l' audacia di portarsi in Sicilia e 
starvi per più tempo. Nel frattempo di queste brighe infami, i nostri dell' interno, in 
minor numero nei Comitati dirigenti, ci avvisarono prima, che si era posposto il movi- 
mento del 4 e poscia scrissero che, nonostante l'opposizione del Comitato di Palermo, 
si sarebbe fatto il movimento e così la persona, che era stata in Sicilia, si rimise in 
viaggio con altri nostri di Malta ; ma passati da Messina furono avvertiti di non pren- 
dere terra, perchè si era di nuovo pensato a non agire. Io già mi avevo la libertà e 
stavo in attenzione di chiamata ; avevo scritto a Garibaldi, che da me era stato in 
Firenze parlato sul proposito di fornirmi di un Passaporto; intanto me ne cercai uno, 
ma r ebbi tardi e mi servirà. Se io non fossi stato arrestato e mi fossi potuto abboccare 
con voi il 4, senza fallo io mi sarei trovato al posto e sono certo che i Lafariniani 



52 TIMORI E SPERANZE DEGLI ESULI SICILIANI 

e gì' Indipendentisti non sarebbero riusciti nelle loro infami mene. Le quali che cosa 
hanno prodotto ? Che la Polizia è giunta a conoscere i preparativi ed ha cercato di 
prendersi le armi dei cittadini passando all' arresto di molti, che si erano mostrati 
attivi. L' 1 1 ottobre, dietro denunzia del fratello di Scordato, il famoso ladro, la 
Polizia cercò disarmare i campagnoli della Bagheria, Santa Flavia, Ficarazzi etc. ed 
una specie d' insurrezione ha avuto luogo ; sono corse notizie contradittorie, ma tuttavia 
nulla di positivo si sa. Io sono pronto ad andare e forse mercoledì prossimo non sarò 
in questa, ma in viaggio verso casa ; tu rispondi alla presente a rigor di posta. Rispon- 
dendo, fammi conoscere tutto quanto si è dai Generali amici stabilito, onde nel- 
r interno possa portare buone notizie e deciderli a fare, se già non sono in campagna ; 
perchè dicesi, come avrai veduto dai giornali, che verso Castrogiovanni vi ha una 
forte banda con alla testa li fratelli Mastricchi. 

Nicola (Fabrizi) e tornato forse costà? Ti domando, perchè ieri ricevei lettere da 
Malta da Crispi e Tamajo e non mi si parla appunto di Nicola ed è strano. Se è costà 
digli, che 202 {Mazzini) mi scrive, che aspetta sue lettere ed abbracciamelo. Vidi 
Interdonato ed Errante in Milano ; nelle poche ore che vi stetti con l'agente di Polizia di 
Bologna, parlai con li suddetti. Giovannino {Interdonato) mi premurava a che 202 {Maz- 
zini) rivolgesse tutti gli sforzi, perchè si facesse in Sicilia. L* accertai che da più tempo 
costì si era da noi tutto rivolto e che giusto si sperava il movimento; lo rimproverai 
del suo non concorso e rimproverai lui e tutti, che non si erano dati e non si davano 
pensiero a radunare mezzi per agire e si lasciava 202 {Mazzini) solo a fare spese di 
viaggiatori e di materiali ; Io rimproverai pure di non aver risposto mai giusto a pro- 
posizioni mie fattegli per mezzo di Angelo {Bai goni) durante il mio soggiorno a Londra, 
e precisamente nel principio della guerra, quando gli dicevo di metterci d' accordo 
sul campo dell' Unità, terreno comune. Lo trovai ora disposto a fare e mi disse, che 
tornava in Genova e Spezia e sarà certo colà. Se potrò vederlo prima di portarmi 
in casa, saprò con chi è in relazione ; se tu il sai comunicamelo, e dimmi pure come 
posso fare per mettermi in contatto con tuo fratello e legarlo ai nostri. Se non avessi 
avuto il pericolo di essere costà pure arrestato, sarei venuto ; ma purtroppo un secondo 
arresto mi nuocerebbe. Addio mio più che amato fratello, t' auguro buona fortuna, 
salutami Ribotti, Vincenzo {Cianciolo), Mistretta, Campo, Pisani, se trovansi costà. 
Dimmi, Regio ha preso servizio ? Salutamelo. Salutami Cosenz, se Io vedi, Bixio e 
Medici ed il FrappoUi, se mi ricorda più. Addio, vogliami bene ed in attenzione di 

tuo pronto riscontro, dandoti un bacio fraterno passo a segnarmi 

tutto tuo 

ROSALINO 

PS. - All' amico Bert. {Bertoni) dirai, che ricevei la sua lettera e che sapendolo 
in viaggio non gli rispondo, che 1' abbraccio e spero di vederlo, se la fortuna ci sarà 
propizia ai quattro Cantoni. ' 



E il luogo più centrale di Palermo, dove s' incrociano Via Toledo e Via Macqueda. 



IL PRECURSORE DEI MILLE 53 



Lugano, 22 novembre 1859. 
Mio carissimo Salvatore, 

La mia partenza la ho dovuta postergare per più motivi, starò forse fino al 29 
od ai primi di dicembre in questa ; quindi puoi scrivermi ed accusarmi ricezione della 
presente. Nella tua lettera, datata da Bologna, non trovai il biglietto per tuo fratello; 
mandamelo, potrà servirmi. Mi perdonerai, se con ritardo rispondo alla succennata tua 
lettera, ma causa ne è stata una malattia delle solite, che mi ha per ben quattro giorni 
tormentato. Amico mio, sapevo da qualche giorno che forti dissensi esistevano fra 
Garibaldi e Fanti, ne conoscevo i motivi, e sapevo pur troppo che il primo, pensava 
di dimettersi, se non si poneva fine una volta alla inazione da parte delle nostre truppe, 
e se non si poneva termine dal farsi giocare, guidare, e comandare dall'empio assassino 
del 2 dicembre, assassino al '49 di Roma ed oggi d' Italia tutta in Villa/ranca. Amico 
mio, ritengo che Vittorio Emanuele ha rovinato la causa d' Italia ed anco quella di 
sua famiglia col continuare a stare schiavo del suo alleato, che tradì a Villafranca. 
Vittorio Emanuele ha pure arrecato molto danno all' Italia col mancare alle promesse 
date al Garibaldi sin dall' ultimo ottobre, cioè di fargli passare la Cattolica, tosto che 
gli avesse dichiarato di trovarsi in forze d' assalire e combattere i papalini e portarsi 
avanti ; Vittorio Emanuele, se veramente campione dell' Unità e libertà d' Italia voleva 
farsi tuttavia ritenere, doveva secondare i consigli del Garibaldi ; dappoiché non v' era 
e non vi ha salute per l' Italia per liberarsi dal giogo straniero e dai tiranni, che 
r opprimono, se non la marcia di coleste ardimentose truppe nostre. Sì, la loro marcia 
verso Perugia e gli Abruzzi avrebbe suscitato la rivoluzione in tutte le provincie, che 
gemono sotto il dispotismo di Antonelli e del Borbone, e l' Italia d' un subito si 
sarebbe trovata unita sotto il vessillo tricolore e con un potente esercito da farsi 
rispettare. Dappoiché la rivoluzione in Napoli e Sicilia ci dava e ci darà (se si 
riuscirà a promuoverla) 200 mila soldati ed una squadra, che unita a quella del 
Piemonte potrebbe arrecare positivi vantaggi. Vittorio Emanuele, nel mancare alle 
promesse date a Garibaldi e neW accettare invece la dimissione sua ha rovinato la 
causa d'Italia. 

Il Fanti poi, ha avuto gravissimo torto nell' osteggiare il passaggio delle nostre 
truppe al di là della Cattolica, unica e sola àncora di salvezza, che si avea l' Italia 
per liberarsi del nuovo sedicente protettore e costituirsi forte, libera, e potente Nazione. 
Sì, per me è stata una fatalità il trovarsi il Fanti costà generale in capo. Egli ha ben 
servito Napoleone col farsi prescegliere da Vittorio Emanuele e dai suoi Ministri al 
Garibaldi. Quesl' ultimo poi ha mancato verso l' Italia, non dichiarando chiaramente il 
motivo del suo ritiro dall' azione ; egli non doveva cedere alle preghiere del Re Vit- 
torio Emanuele, accondiscendendo a tenere occulto il vero motivo del suo ritiro. Egli 
doveva restare al campo e far noto il suo pensiero all' armata, mettersi alla testa, 
agire rivoluzionariamente, e lo poteva e lo doveva per la salute d' Italia. Egli, se si 
fosse deciso ad oprare in detta guisa, avrebbe salvata la causa della Patria, dappoiché 
tutta r Italia avrebbe operato portenti al suo marciare e da soli, gli italiani si sareb- 



54 TIMORI E SPERANZE DEGLI ESULI SICILIANI 

bero resi indipendenti, liberi ed uniti. Ho letto 1' ordine del giorno del Fanti messo 
fuori, dietro il ritiro di Garibaldi. Egli consiglia la calma, consiglia di aspettare rasse- 
gnatamente la riunione del Congresso. Ma cosa mai di buono 1' Italia potrà aversi da 
un Congresso di rappresentanti di despoti e di eterni nemici nostri? Ah! sì, Fanti con 
tutta la sua scienza militare è stato questa seconda volta (atale alla Patria nostra ; dico 
seconda volta, perchè al '48 in Milano prestò tristi servigi all' Italia. Fanti, Cipriani, 
Ricasoli, Cacour, D'Azeglio e lutto la caterva dei ministri piemontesi e fra questi 
La Mormora, col suo odio ai corpi volontari ed al Garibaldi, hanno rovinato l' Italia 
e fatto r interesse di Napoleone IH. 

Ancora io spero. Spero che gì' Italiani si scuoteranno, apriranno gli occhi, insor- 
geranno tutti, come un solo uomo, e con un Vespro si libereranno dai nemici interni 
ed esterni. Se disgraziatamente la speranza, che ancora serbo non avrà il suo eflettua- 
mento, allora non meno di altri cinquant' anni di schiavitù l' Italia dovrà sopportare. 
Addio, mio buono amico. Ti lascio, salutami Vincenzo {Cianciolo), se è costà e gli 
altri amici, che mi ricordano e particolarmente Cosenz e Bixio. Scrivimi presto, saluta 

Ribotti. Addio. 

Tuo ajff.mo 

ROSALINO 

Lugano, 3 dicembre 1859. 
Carissimo Salvatore, 

Ho ricevuto due tue righe in data del 29 scorso novembre e le riscontro tosto 
brevemente, perchè mi è forza sortire, onde recarmi al Comissariato di Polizia, dove 
sono stato chiamato e si tratterà forse di volere internare li tre o quattro emigrati, che 
siamo qui e ciò per ragioni di buon vicinato col Piemonte. Uno già è stato intimato 
a partire, il Marangoni, giovane un po' leggiero, ma non cattivo. Basta ; sentirò se mi 
toccherà di dovermi portare in Locamo e di là poi in Zurigo, se piacerà ancora di 
perseguitarci. Mario è nella stessa mia condizione ; tu non pertanto, riscontrando alla 
presente, indirizzami in questa la risposta. 

Non rivengo su Fanti e sull' ordine datosi d' acquartieramento nelle caserme 
d' inverno delle truppe dei provvisori Governi dell' Italia Centrale, né sul famoso ordine 
del giorno di Mezzacapo ; purtroppo le nostre viste dal breve foglio del 29, vedo che 
sono diverse e quindi accetto la tua proposta di rimandare a miglior tempo e quando 
a voce un giorno ci sarà dato di ragionare suU' argomento dolorosissimo. Intanto, per 
ora, ti suggerisco di procurarti li due numeri del giornale // Progresso, che si stampa 
in Milano, e precisamente i numeri del 30 novembre e I *^ dicembre corrente ; mi 
piacerebbe che li leggessi. 

Ti mandai in Bologna, con la stessa data della lettera che ti fu consegnata, un 
opuscolo di Alberto Mario; lo ricevesti? Oggi ti mando altro opuscolo, stampatosi in 
questa da noi, dietro di aver ricevuto il manoscritto. Credo che troverai poco, anzi 
sono certo nulla a ridire su quanto Maz. {Mazzini) ha consacrato in quelle 60 pagine. 
L' opuscolo costa un franco. Se puoi farne smaltire fra li nostri un buon numero di 



IL PRECURSORE DEI MILLE 55 



copie, te ne sarò grato, molto più che mi sono indossato io il peso del pagamento di 
franchi 500 di spesa tipografica e di invio. Il bighetto per tuo fratello non esiste nel 
foglietto che mi mandasti, se vuoi rimandami due righe ; dappoiché io per muovermi, 
dopo tutte le cose successe, mi attendo nuove lettere dei nostri. Ho visto che in Genova 
è giunto un Francesco Campo, che slava a capo del movimento della Bagheria ; fin oggi, 
non ho, sul proposito del di lui arrivo, notizie particolari. 

Addio ; ora ti lascio, pregandoti di dirmi dove trovasi Vincenzo {Cianciolo) e se 
è costà nel salutarmelo digli che sono curioso di sapere la causa del suo silenzio. 
Addio, salutami Ribotti ed accetta una fraterna stretta di mano dal tutto tuo 

aff.mo amico 
ROSALINO 

Lugano, 12 dicembre 1859. 
Mio amatissimo Salvatore, 

Sono possessore della tua dell' 8 e sento che tu avesti la mia del 3, ma non 
l'opuscolo e ne sono dolentissimo ; mi piacerebbe che così tu che Ribotti e tutti li buoni 
lo leggeste ; potrai in Milano procurartelo da Bargoni, richiedendolo all' amico Sarto. 

La tua letterina per tuo fratello, la prima che mi spedisti, la trovai ed ora la 
seconda che m' inviasti ; ne ho due ; non è difficile che fra pochi giorni io ne possa 
fare la consegna, perchè domani lascerò Lugano e venerdì m' avvierò per casa. Tu, 
Ribotti e tutti li nostri, non mancate di fare quello, che è di sacro dovere (se la si 
farà) nel caso che non si potesse disporre di Pianell e suoi. Per ora ti raccomando 
di tener per te solo queste linee. 

Addio, mio amatissimo fratello, se si riuscirà ci riabbracceremo ; se farò viaggio 
inutile e scamperò, allora darò un addio a tutto. 

Addio, mille saluti con rimproveri a Vincenzo {Cianciolo). Ad Angelo {Bargoni), 
quando lo vedrai, salutamelo carissimamente e digli che, nonostante che tutto il pre- 
sente volga al male per 1' Italia nostra, pure non sono ancora disperato al punto di 
non riabbracciarlo in Roma. Digli che rilegga quella lettera, che da Londra gli scrissi 
sul principio della guerra, pregandolo di conservarla ; potrà servirgli, se per caso andrò 

a farmi , per far conoscere quali erano le mie idee e per qual principio mi 

muovo; digli pure, che parto non con convinzione di riuscire, ma per non mancare 
alla chiamata ed al paese e perchè ho ferma convinzione, che solamente il Mezzo- 
giorno potrà salvarci e si riuscirà, se voi tutti subitamente aiuterete (7 moto al grido 
dell' Unità e col puro vessillo tricolore. 

Addio, scusa se la presente è scorretta ; la ho scritta di tutta fretta essendo stretto 

dal tempo. Ricevi un fraterno abbraccio e credimi sempre uguale in fede politica ed 

amicizia. Addio. 

Tuo aff.mo amico e fratello 

Sig. Capitano Salvatore Calvino ROSALINO 

(Preme) Rimini 



56 TIMORI E SPERANZE DEGLI ESULI SICILIANI 



Ultima* lettera scrìtta da Rosalino Pilo prima di partire per la Sicilia 

Genova, li 25 marzo 1860. 
Miei cari Salvatore e Vincenzo, 

Non segno di vita ne da te, capo di uno Stato Maggiore, ne dall' illustre barone 
Capitano, mi ho avuto. Se fossero cominciate le battaglie, che da più tempo si aspettano, 
vi avrei pianto come morti sotto italica fervida pugna ; ma purtroppo vi so morti, 
aspettando che le battaglie si inizino dai Croati al servizio del Papa e da quelli al 
servizio del Bombino, degno figlio di papà, che sta nel regno dei cieli, e che sono certo 
lo si vedrà col tempo dichiarato Sanlo dal venerabile Collegio dei Cardinali e Papa. 
Ma basta alle celie, miei cari amici, vi dò un saluto ; io Cado ad adempiere il mio 
dovere; fate voi col vostro Generale, che mi saluterete, il resto. Ricordatevi che siete 
stati rivoluzionari e devoli ad un principio non attuato. Ricordatevi che V Italia non 
finisce alla Cattolica, ricordatevi e tenete per fermo, che se non si libera il Mezzo- 
giorno dalla schiavitù ed oppressione nella quale giace, le libertà che si hanno le 
Provincie del centro e del nord sono poggiate su fragile base e dureranno per quel tempo, 
che piacerà agli sgherri francesi ed austriaci, che sono quelli che al presente coman- 
dano in Italia. 

Non vi fate illudere dagli inni, dalle feste e fanfaronate Cavouriane. Io non dispero, 
anzi ho fede, che la gioventù italiana si scuoterà davvero ed aprirà gli occhi. Io spero 
che la maggioranza della gioventù, in tempo ancora, si avvedrà che i Francesi in Italia 
non vi sono venuti per sentimento magnanimo, ma per mantenervi padronanza e per 
spirito di conquista, molto più dopo il fatto, che oggi ha confermato quello che si 
rivelò da Mazzini sin da quando vi fu il colloquio di Plombières fra Napoleone ed 
il nuovo Farinata : Cavour, in cui quest' ultimo da Sultano aveva ceduto tutto il 
Nizzardo che è Italia, a Napoleone, più la Savoia con la promessa di cooperazione 
di propaganda, perchè la Toscana fosse caduta nelle mani di Plomplon. Quest' ultimo 
fatto non si è ancora potuto tradurre in effetto per la propaganda contraria salutare 
del partito unitario, non creato e sostenuto con martirii dagli adoratori del conte Fari- 
nata, ma creato e sostenuto per 30 anni dall' ottimo patriota Mazzini, oggi come Cristo 
rinnegato ed anche calunniato e biasimato dai suoi più attivi discepoli, banditore per 
più e più anni dei principii, che solo potranno fare l' Italia una e libera. 

Con dolore ho rimarcato voi due, miei cari amici e fratelli di lavoro, alquanto 
raffreddati al punto, che troverete queste mal vergate linee forse demagogiche e scritte 
da cervello leggiero; ma pure io prima di lasciare questo suolo, per forse mai pili 
tornarvi, ho voluto scrivervi in termini da fratello e schiettamente manifestarvi quello 
che penso, e ricordarvi il vostro debito verso l' Italia nostra, non perchè temo che voi 
lo abbiate dimenticato, ma per incitarvi ad attività e perchè facciate la vera, la giusta 
e santa proficua propaganda in tutta la gioventù, che sta sotto le armi. Molte cose sul 
proposito vorrei scrivervi, ma non ne ho il tempo e poi sarebbe superfluo per voi, 




MINISTERO DELLA CUERRA 
seghi: I \R BAIO <;ei\i:kaìi: 



Divisione, del Personale Numero d'Ordiiu- ^ff3. 






\'<cXoX, llllltltXlC, coft' aiiiicpuv^i/ Aoy>\ixò6o\òjo ^v Xixe 






if/VV^-- 




1 £A^ oS-t^tx^^f^^W^c/^^ 

Decreto che conferiva in nome di S. M. il Re la Medaglia in Oro al valor militare 
a Garibaldi per le prove date d' intrepidezza e bravura nei combattimenti contro 
gli Austriaci nel maggio 1859. (Vedi pag. 25). 



COMANDO GENEUALE 

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mentre 



Lettera diretta da Enrico Cialdini a Garibaldi 
questi si trovava nell'Italia Centrale. 26 agosto 1859. (Vedi pag. 28). 



IL PRECURSORE DEI MILLE 57 



che conoscete la storia passata del nostro paese. Ricordatevi solo, che anche Napoleone I, 
allorquando era generale Buonaparte si presentò come liberatore in Italia e (ini come } 
Lo sapete. 

Addio, mille baci, e un addio fraterno ricevete dal vostro 

aff.mo 
ROSALINO PILO 
* 



Un documento curioso, che trovo nella mia raccolta, scritto quattro giorni 
prima della partenza di Garibaldi, è la lettera che dirigeva al Duce dei Mille 
uno dei prodi difensori di Venezia e poi capo di Stato Maggiore di Garibaldi 
nella campagna del '59. 

Francesco Carrano a Garibaldi. 

Torino, 2 maggio 1860. 
Mio Qenerale, 

Sento dal nostro Calvino che si va : ma dove ? Se in Sicilia, io resto poiché non 
sarei buono ad altro colà, che a creare imbarazzi. / Siciliani hanno ragione di odiare 
lutti i Napoletani, perchè questa è la terza volta, che in tre rivoluzioni sono da quelle 
truppe insensate e cieche, vinti e repressi. In ogni modo mandatemi una vostra parola. 
Vogliatemi bene e credetemi 

castro amico aff.mo 
FRANCESCO CARRANO 

Quasi a delucidare il contenuto di questa curiosa lettera. Salvatore Calvino 
scriveva nelle sue Noie sulla spediziorìe dei Mille : « A Torino cercai 
d indurre i miei amici Enrico Cosenz e Francesco Carrano a prender parte 
alla spedizione ed essi, con mia meraviglia, mi addussero la difficoltà di essere 
Napoletani ; pregiudizio indegno di tali uomini, che credevano ancora poter 
rimanere risentimento in Sicilia verso i Napoletani, perchè il Borbone, adoperava 
truppe napoletane per tenere in soggezione la Sicilia ! Vedi come anche gli 
uomini di grande levatura soggiacciono ai volgari pregiudizi e ne fui dolentissimo, 
essendo io ammiratore ed amico affezionatissimo di quei due specchiati patriotti *. 

Infatti né Cosenz, né Carrano seguirono Garibaldi nella prima spedizione ! 



In F. Guardione - // dominio dei Borboni in Sicilia dal 1830 al 1861 . V. il, pag. 386. 



CAPITOLO IV. 



LA PRESA DEI VAPORI, LA TRAVERSATA, LO SBARCO. 
VICTOR HUGO E QUINET AL DUCE DEI MILLE. 



L/air autografo del tempo, inedito, di Domenico Cariolato, uno dei « Mille » 
e dei più valorosi soldati di Garibaldi, apprendiamo particolari interessanti e 
sconosciuti sulla presa del " Piemonte ,, e del " Lombardo ,. , la notte del 
5 maggio ; una scena degna della penna di Shakespeare ed alla quale il Cario- 
lato prese parte. Il racconto pieno di verità e di colore della partenza da 
Quarto, della traversata, dell'urto, per fortuna d'Italia, scongiurato col "Lom- 
bardo ,, ed ogni altro particolare scritto dal Cariolato appena finita la campagna 
di Sicilia, acquista importanza di documento storico. 

Domenico Cariolato narra la drammatica presa del " Piemonte „ e del 
" Lombardo „ e la traversata da Quarto a Marsala (dall'autografo). 

Le disposizioni per la nostra partenza erano state date dall' ardito condottiero per 
il 27 aprile; ma per vari incidenti, che si frapposero, fu obbligato a protrarre la 
nostra partenza al 3 maggio. 

La mattina di quel giorno istesso fu fatta una scelta dal Titano di 30 giovani, 
fra i quali fui anch' io, e posti sotto il comando del bravo marinaro Bixio dovevamo 
impadronirci dei due vapori. Ciò fu eseguito con la celerità di 30 patrioti, che non 
avevano altro in cuore, che di sollecitare l'ora della pugna contro gli sgherri del 
tiranno e render la santa libertà alla patria nostra. 

Allo scoccare della mezzanotte del 5 maggio, secondo le istruzioni ricevute dal 
nostro Capitano, ci portammo al Molo Vecchio. Colà fummo divisi e imbarcati su due 
piccoli canotti, uno di questi diretto alla volta del " Piemonte ,, e l' altro a quella del 
"Lombardo,, e, protetti dall'oscurità della notte e dal profondo silenzio che regnava 
dovunque, adagio, adagio giungemmo sotto ai predetti vapori e nel guizzar di un baleno 
fummo a bordo. 



60 LA PRESA DEI VAPORI. LA TRAVERSATA. LO SBARCO 

Sorpreso l' equipaggio nel suo profondo sonno, la prima nostra cura fu quella 
d' impadronirci del boccaporto dei marinai, che non tardarono a destarsi esterrefatti 
dalla sorpresa. Parecchi tra questi gridavano a piena gola : « Soccorso, soccorso » ; ma 
noi, prevedendo che una tal cosa dovesse succedere, ebbimo cura di chiudere il 
boccaporto, onde la voce non potesse echeggiare fuori e giungere agli orecchi di 
qualcuno, che potesse frapporre un ostacolo ai nostri disegni. Noi cercammo con tutti 
i mezzi di persuadere quella gente. Parte si persuase alle nostre buone parole e parte 
per paura, vedendoci muniti del necessario. Fatto ciò, vennero a bordo quei pochi 
marinai, che erano stati chiamati a tal uopo da Livorno, e sotto la direzione del Bixio 
ci mettemmo all' opera. Uno dei 30 venne incaricato, come esperto meccanico, di alle- 
stire la macchina del " Piemonte ,, . 

Garibaldi prevedendo che lo stridere delle catene nel levare le ancore, destar 
potesse nella placida notte qualche sospetto, aveva comandato, che fossero imbottite le 
estremità delle catene, che sopravanzavano a bordo e che fossero sfilate nel profondo 
del porto ; e così partimmo senza gli strumenti, in cui ripone V ultima sua speranza il 
marinaio, che si trova sopraffatto dalla burrasca. Ma questa non venne per virtù di 
quella stella, che accompagna ovunque l' uomo provvidenziale d' Italia. 

Una volta pronta la macchina del "Piemonte,,, mettemmo l'antenna del mede- 
simo verso r imboccatura del porto ; quindi col massimo silenzio passando sopra una 
piccola barchetta tra i due bastimenti, porgemmo a quei del " Lombardo ,, l'estremità 
di due grossissime funi, che stavano legate a poppa del " Piemonte ,, , onde rimorchiarlo. 
Quel vapore, per ordine del Generale, aveva tuttavia la macchina spenta. E questa 
fu un' astuzia per ingannare la corvetta da guerra francese, nel caso in cui uscendo 
dal porto avesse chiesto quale fosse la nostra destinazione. Certo, che gli si sarebbe 
risposto, che noi si rimorchiava quel vapore fino a Spezia per mettere in riparazione 
la macchina. 

Alla comparsa di quel legno francese nel porto di Genova, fummo presi da un 
grandissimo timore, dubitando che il medesimo fosse venuto colà per impedire la nostra 
partenza. Cessata questa paura, noi fummo gli uomini più felici di questa terra. 

Usciti dal porto, alle quattro del mattino del 6, vedemmo in lontananza una 
quantità di barche in balìa dell' onda, che si staccavano, come un quadro pittoresco, 
dall'orizzonte colorito dai primi raggi dell'aurora di un bel di. 

Avvicinandoci coi piroscafi, vedemmo che quelle barchette contenevano una quan- 
tità di persone una sopra l'altra, intirizzite dal freddo. Chi era coperto da mantello, 
chi no. Taluno era avvolto in una meschina coperta, che per dividerla col compagno, 
che non l' aveva, non copriva ne 1' uno ne 1' altro. Quella gara era degna di chi lasciava 
un soffice letto per cominciare, in una così disastrosa notte, la vita del vero soldato 
italiano. Tutti questi generosi avevano gli occhi rivolti all' imboccatura del porto. 
Chi erano? 

I Mille, che aspettavano i legni di trasporto con la medesima ansietà, che il 
popolo di Israele aspettava la luce dopo le tenebre di Egitto ! Giunti colà il Generale 
diede ordine, che si arrestasse la macchina e in un momento fummo circondati da 
quella nobile e generosa gioventù, che per sollecitare l'imbarco, onde recarsi presto 



VICTOR HUGO E QUINET AL DUCE DEI MILLE 61 



nel luogo della pugna, si arrampicava da ogni parte sul piroscafo con pericolo di cadere 
nel mare, ed alcuni realmente vi caddero. 

Quando tutti furono giunti a bordo, caricammo quei pochi viveri, che il Generale 
aveva procacciato per mezzo di vari buoni patriotti di Genova. Consistevano in biscotto, 
cacio ed acqua. Ciò fatto, Garibaldi ordinò di levare le due grosse funi, che rimor- 
chiavano il " Lombardo ,, , avendo il medesimo, secondo gli ordini ricevuti prima della 
partenza, acceso la macchina durante il tragitto. 

Il mare con la sua placidezza sembrava favorire l'ardua impresa, il cielo era 
sereno, come il volto dell' ardito Capitano. I Mille disinvolti e gai ! E cielo e terra 
parevano presagire pompose vittorie e gloriosi giorni alla patria. 

E noi fummo fortunati invero ; quei magnanimi, che con tanta intrepidezza ed 
abnegazione avevano tentato prima di noi l'ardua impresa, erano caduti. Capo di 
quella era un uomo prode e generoso, è vero ; ma cadde. Per nostra ventura noi non 
guidava un uomo, ma un Titano. 

Dopo due giorni di cammino giungemmo a Talamone. Colà e' impadronimmo di 
tre pezzi di artiglieria e di molte munizioni. Trasportati a bordo cotesti materiali da 
guerra, partimmo lieti cantarellando, alla volta di S. Stefano, altro paese della Toscana, 
per provvedere vettovaglie, che a Talamone non avevamo trovato. 

Giunti a quel villaggio, ad una frazione dei Mille fu ordinato di scendere a terra 
e far provvista di pane e cacio ; ma per la mancanza del tempo, non se ne potè fare 
che poca provvigione. Sceso quel drappello, venne salutato dagli abitanti del paese, 
che spinti dalla curiosità erano accorsi in folla e tutti facevano a gara per sapere cosa 
fosse quell'ammasso di gente, che trovavasi a bordo dei due vapori. Quelli risposero 
che erano garibaldini, che andavano a fare una gita di piacere col loro Generale. 
Appena pronunciate tali parole, la notizia fu propalata nel villaggio e la popolazione 
cominciò a fare dimostrazioni. 

E, da notare, in questa circostanza, una cosa che non è di lieve onore per l'eser- 
cito Sardo, oggi esercito Italiano. Trovavasi in quel villaggio di presidio una coorte 
di 800 bersaglieri, i quali appena saputo il nostro arrivo, a torme affrettavansi ad accor- 
rere alla spiaggia per far lieta accoglienza; gli uni tratti da curiosità, gli altri dalla 
speranza di vedere, se fra quei Mille vi fosse taluno dei loro commilitoni di Lombardia. 

Tutti chiedevano il luogo della nostra destinazione e noi non nascondemmo il vero 
ai valorosi fratelli di Palestre ; dicemmo apertamente, che stavamo per tentare uno sbarco 
in Sicilia, onde suscitare ivi una ribellione, che ponesse fine all' esosa tirannide bor- 
bonica, rompendo le irrugginite catene, che da lunga pezza stringevano quei popoli e 
fare l' Italia una e indipendente. A tali parole gli eroi di S. Martino rimasero attoniti 
per stupore e per invidia ; e potevasi scorgere sui loro volti il dolore suscitato in 
quegli animi ardenti di non poter essere anche loro in tanto periglio e in tanta gloria. 

Per più di un'ora s'alternarono ed " ilerarono le accoglienze oneste e liete,,, 
come direbbe Dante, quel divino ingegno, che solo saria stato degno di cantare quella 
sublime epopea! 

Debito di disciplina richiamò quelli nelle loro militari funzioni ; mentre noi, di bel 
nuovo, salimmo sui nostri legni dopo aver caricato il carbone e le vettovaglie. 11 



62 LA PRESA DEI VAPORI, LA TRAVERSATA. LO SBARCO 

Generale diede il segnale della partenza, quando ecco un nugolo di quei magnanimi 
bersaglieri invadere tutto ad un tratto il vapore, ov'era il Duce, arrampicandosi su 
per la carena con le carabine su gli omeri, e gridando a squarciagola, che volevano 
seguirci ! Sublime entusiasmo ; ma il loro comandante giungeva, implorando l' aiuto di 
Garibaldi per indurli a disbarcare. 

L' Eroe intravide il pencolo cui andava incontro, se avesse trattenuto a bordo 
quegli animosi. Indossò la vecchia assisa da Generale dell'armata regolare per essere 
più prontamente obbedito da quei generosi e li invitò a scendere a terra con lui e 
con sommo dolore si affrettarono ad ubbidirlo. Giunto in piazza li fece schierare dal 
loro comandante ed ivi li arringò e li invitò, in nome della patria medesima per cui 
ardevano di gettarsi in nuovi cimenti, a rimanere fermi al loro posto ; allegando loro 
per motivo il dovere non solo, ma il pericolo che correvano le nostre sorti, ove aves- 
sero lasciato quel punto strategicamente importantissimo sguarnito di presidio e perciò 
esposto alle scorrerie dei mercenari del Papa, i quali si aggiravano in quei dintorni 
a mo' di fiere, bramose di piombare nelle provincie di Toscana per suscitare reazioni 
e discordie civili. Detto ciò, li ringraziò del loro zelo per la causa della patria e poi 
risalì sulla tolda del suo battello. 

Questa piccola rivista finì con sonori: « Evvica Garibaldi! » e tutti rimasero al 
loro posto, eccettuati 5 bassi ufficiali, che appena sciolti i ranghi si affrettarono a deporre 
le loro assise militari, e profittando della confusione del popolo, che accompagnava il 
Generale a bordo, si mischiarono al corteo e salirono sul vapore. Giunti che furono 
sulla nave nostra, prima cura fu quella di nascondersi nel magazzino del carbone, onde 
sottrarsi dalla continua vigilanza dei loro superiori, nel caso in cui fossero ritornati a 
bordo col pretesto di salutare di bel nuovo il Generale. Cotesti generosi infatti, non 
sortirono dal carbone, se non quando ci fummo allargati di 20 miglia dalla costa. 

Partimmo da Santo Stefano con quell'entusiasmo, che non si desta che nei cuori 
di coloro, che sanno di compiere un sacro dovere, offrendo di buon grado la vita alla 
patria. Benché in preda alle onde ed agitati dal continuo moto delle ruote del piro- 
scafo, pur non di meno passammo la notte tutti quanti lieti. Il buio ne secondava, 
perchè a noi era necessaria la più grande oscurità, onde non essere scoperti dalle 
molte navi da guerra borboniche, che percorrevano le acque del Mediterraneo per 
catturarci. 

Il giorno seguente apparve in tutto il suo splendore Febo, che coi suoi raggi 
venne a riscaldare quella parte di valorosi, che per ristrettezza di locale dovettero 
sdraiarsi sulla tolda, esposti alla penetrante umidità, che tramanda l' acqua salsa. La 
notte seguente fu notte di terrore, perchè credemmo di essere scoperti dal nemico! 

Durante il nostro cammino i vapori tenevansi a lunga distanza l' uno dall' altro : 
se ciò fosse per non dare alcun sospetto, ovvero per non rimanere vittime tutti e due, 
in caso di uno scontro coi fedelissimi Borbonici, non saprei dire ; però, quello ove 
era a bordo il Generale andava sempre il primo. Il " Lombardo ,, , comandato dal 
prode Bixio, era scomparso. Garibaldi cominciò a dubitare, che gli fosse accaduto 
qualche sinistro e diede tosto ordine, che si rallentasse la macchina. Ciò fatto, aspet- 
tammo lungo tempo senza mai veder comparire il desiderato compagno di viaggio. 



VICTOR HUGO E QUINET AL DUCE DEI MILLE 63 



Cresceva a bordo ognor più il turbamento e ben tosto si diffuse in tutti gli animi ; 
tal che il Generale si decise a rintracciare l'altro vapore, e a tal uopo diede ordine 
di volgere l' antenna del piroscafo alla volta del cammino da noi già percorso. 
Quand' ecco apparire nella profonda oscurità della notte e a pochissima lontananza 
un legno ; ma non potevasi distinguere, se fosse a vela o a macchina. Esso veniva 
dalla via opposta a quella, che avrebbe dovuto tenere Bixio. Questo maggiormente 
accertava, che non poteva essere il " Lombardo ,, ; bensì un legno nemico. Fu quello 
il vero momento in cui il Duce ebbe campo di conoscere di qual tempra si fossero 
gli uomini, che lo seguivano. 

1 nostri giovanotti, a tale vista, posero tutti mano alle armi e per ottenere miglior 
risultato in caso di lotta, levarono le baionette dai loro fucili, onde essere più lesti 
in caso di rembaggio. In quel terribile momento, che avrebbe deciso la nostra sorte, 
se nemici fossero stati, regnava sul nostro legno il più profondo silenzio e tutti stavano 
in attenzione degli ordini del Generale. 

I supposti nemici esitando ad avvicinarsi, il Generale fece dare dalla tromba 
marina il chi va là ? più di una volta, ma nessuno rispondeva ; poi fece metter fuori 
delle fiaccole per segnale, ma neppur questo giovò ad iscoprirli. Allora mi die ordine 
di staccare la campana dei comandi di bordo, che trovavasi sul ponte del Capitano e 
trasportarla sulla prua della nostra nave, acciocché potessero udire meglio il nostro suono 
di richiamo ; ma tutto questo fu vano. Allora, il Generale comandò di osteggiarlo. Il nostro 
macchinista diede tutta la forza possibile alla macchina. Al timone si mise, dietro ordine del 
Generale, l'esperto capitano di mare Rossi, e Garibaldi, stando sul ponte, dava gli ordini. 

Noi andavamo velocemente e quelli fuggivano ; ma in un baleno fummo loro 
addosso. Fortunatamente 1' uomo provvidenziale ebbe, a pochi metri di distanza, l' ispi- 
razione di gridare a piena gola : « Bixio ! Bixio ! » Dio volle, per buona ventura 
d' Italia nostra, che quello rispondesse : « Sono io. Generale. Credeva di essere inse- 
guito! » A queste parole il Generale diede immediato comando al timoniere di 
divergere l'antenna della nostra nave, perchè l'arresto della macchina non sarebbe 
più stato in tempo per impedire l' investimento dei due legni, e ciò fu eseguito con 
una rapidità degna di un grande nautico, qual' è il capitano Rossi. 

Non potrei descrivere con parole il giubilo d' ambo le parti all' atto del ricono- 
scimento. Fu un grido di gioia sulla bocca dei Mille. In quel momento passammo 
dalla morte alla vita, anzi ci sembrava di essere risorti a vita novella ! 

Finalmente, il quinto giorno vedemmo, ad immensa distanza, apparire la terra 
sicula. A quella vista i Mille salutarono la classica Isola con un grido di esultanza. 
Il Generale diede immediatamente disposizioni per il personale. La prima cosa fu 
quella di raccomandare caldamente, che tutti stessero sdraiati, onde non dare sospetto 
che quei legni fossero carichi di soldati. Poi raccomandò a quelli che stavano di 
vedetta suH' albero di trinchetto con buoni cannocchiali un' esatta sorveglianza, affinchè 
potessero avvertire sollecitamente il Generale, se apparissero navi con qualunque bandiera 
neir esteso orizzonte del Mediterraneo alla loro vista. 

A bordo regnava il più perfetto silenzio. Nuli' altro udivasi che le sole voci 
delle vedette, che avvertivano il Generale in questo modo: « Un legno da guerra a 



64 LA PRESA DEI VAPORI. LA TRAVERSATA. LO SBARCO 



destra, che veleggia verso Nord-Est ». Poco dopo altro grido dei vigilanti, che 
annunciavano un altro legno da guerra a sinistra, che veleggiava a Levante. Così 
continuò lunga pezza questo alternare di voci, che per noi tutti suonavano morte. 

Confesso che quelli furono i momenti più agitati della mia vita. Tutto, in quei 
supremi istanti, mi si parò dinanzi agli occhi! La patria che avrebbe perduto il suo 
più grande Capitano, i miei dolci congiunti, nonché i cari amici ! 

Tutto questo rivolgimento negli animi nostri era suscitato forse dalla paura 
della morte? No per Dio! I pericoli li conoscevamo prima di cimentarci nell'ardua 
impresa, poiché avevamo la certezza che i fedelissimi Borbonici portavano l'ordine 
ricevuto dal loro clementissimo Sovrano di mandarci tutti a satollare la fame degli 
storioni e dei pescicani! Ma ciò fu indarno, poiché eravamo predestinati dal fato a 
rovesciare il trono della più esecrata tirannide. 

Finalmente, avvicinandoci sempre più verso terra, giungemmo a sapere, che 
quell'ombra di terra, che da una immensa distanza avevamo visto spuntare sull'ampio 
orizzonte, era 1' Isola della Favignana. 

Alla vista di quel castello, che trovasi sulla vetta dello scoglio, mi caddero le lacrime 
pensando a quei cari amici, a quegli eroi, che tre anni prima partivano da Genova col 
medesimo disegno di proclamare la santa libertà da un punto all'altro della penisola. 
Mirando con obbrobrio le mura diroccate di quell' ergastolo, dicevo fra me e me : 
« Dio solo sa, se noi potremo vendicarvi, o magnanimi ! O se pure ci toccherà subire 
egual sorte o forse peggiore ancora » ! Fra questi pensieri non esitai rivolgere la parola 
al Generale, accennandogli il luogo, dove gemevano i compagni dell' eroico Pisacane. 
Egli mi rispose col solito suo sorriso : « Non dubitate ; fra poco quei valorosi faranno 
parte delle nostre file ». E ciò avvenne! 

Il Generale volgeva sempre intorno il cannocchiale ; certo in quel momento supremo 
studiava il modo di poter trarre in inganno i Borbonici, che coi loro legni da guerra 
girovagavano a pochissima distanza dalla costa. Tutto ad un tratto, diede ordine al 
timoniere di portarsi con la punta del piroscafo in linea retta suH' Isola della Favi- 
gnana. Questa sublime idea dell'astuto condottiero giovò a coprirci dalla vista dei 
Borbonici, che bordeggiavano dalla parte opposta. 

Con questo stratagemma arrivammo quasi sotto la suaccennata isola. Frattanto , i 
legni borbonici si allontanavano sempre più da Marsala, e noi si passava inosservati 
alla loro vista. Quando il Generale vide, che era il momento opportuno per fare la 
traversata, comandò che si desse tutta la forza alla macchina, e si mise egli stesso 
al timone, suggerendo in pari tempo a Bixio di fare altrettanto. 

Appena fuori dalla mascherata, cademmo sott' occhio dei sorveglianti , i quali non 
tardarono a venire a cognizione, che quei due vapori erano precisamente quelli che 
andavano cercando ; cambiarono istantaneamente direzione e si misero alla nostra volta 
con tutta velocità. 

Il Generale accennò col portavoce a Bixio di sforzare la macchina, essendo di 
minore velocità di quella del " Piemonte ,, . 

Non si può immaginare quale fosse la nostra posizione in quel decisivo momento. 
Noi divoravamo cogli occhi il tragitto, che ci mancava per giungere a salvamento. 







^. 




Victor Hugo a Garibaldi 
a proposito della pubblicazione francese del libro del Generale I Mille ». (Vedi pag. 73). 



VICTOR HUGO E QUINET AL DUCE DEI MILLE 65 

Finalmente approdammo a Marsala. All' imboccatura del piccolo porto di questa città 
trovammo una fregata inglese, di cui il Generale seppe trarre profitto ponendovisi 
dietro. In tal modo, lasciava il passo libero al " Lombardo ,, , cui appena giunto in 
porto Garibaldi diede ordine di investire contro terra , onde rendere meno lungo il 
tragitto da bordo a terra. Ciò fu fatto per sollecitare lo sbarco del personale, perchè 
i Borbonici avevano durante la corsa guadagnato cammino. 



* 
* * 



Sullo sbarco di Garibaldi in Marsala non ripeterò quello, che già è stato 
diffusamente narrato. Amo solo intrattenermi su due punti, che sono stati più 
specialmente oggetto di dibattito e sui quali ancora da alcuni si discute. 
L' uno meno importante dal punto di vista politico, ma non trascurabile per 
la storia cittadina, riguarda l' accoglienza fatta dai Marsalesi alla schiera libera- 
trice ; r altro concerne il preteso aiuto, che le navi inglesi, " Argus ,, e 
"Intrepid,, stazionanti nel porto di Marsala, avrebbero dato al momento dello 
sbarco ai Mille. 

Dirò brevemente dell' una cosa e dell' altra con la più scrupolosa esattezza, 
come ho appreso in Marsala, mio luogo natio, da vari testimoni oculari e 
soprattutto dalla venerata memoria di mio Padre, presente in quel giorno 
memorabile. Ma debbo, anzitutto, correggere due inesattezze, in cui involon- 
tariamente è caduto il De Cesare nella Fine di un Regno. Quel marinaio, 
che fece da pilota a Garibaldi per entrare nel porto di Marsala si chiamava 
Antonio Strazzeri, non Alberto, e contrariamente a quanto afferma lo storico 
ora citato, egli fu fatto salire da Garibaldi a bordo del " Piemonte ,, nelle 
acque di Maretimo, dove lo Strazzeri, uscito la mattina, come di solito, dal 
porto, si era recato a pescare sulla sua piccola barca. Infatti, questa entrava 
in Marsala a rimorchio del " Piemonte ,, , come affermano tutti coloro, ancora 
viventi, che assistettero allo sbarco. 

Oddo, nel suo libro / Mille di Marsala scrive: « I vapori, a tutta forza, 
si dirigono verso il porto ; incontrano barche peschereccie ; ne chiamano una, il 
padrone di essa, un certo Strazzeri, sale sul " Piemonte ,, , Garibaldi lo inter- 
roga su molte cose. I vapori si avanzano ; uno di essi rimorchia la barchetta 
del pescatore, già sono vicini ; Strazzeri, pratico di quel mare, fa da pilota ; 
egli sta fra Garibaldi e Castiglia, dirigendo il " Piemonte „ nell'entrata diffìcile 
del porto ». Lo Strazzeri adunque, salì a bordo del " Piemonte ,, , contrariamente 

CURÀTULO 5 



66 LA PRESA DEI VAPORI, LA TRAVERSATA, LO SBARCO 



a quanto afferma il De Cesare, che dice di averlo saputo da Francesco Crispi ; 
ma evidentemente dovette fraintenderlo. 

Vengo ora a parlare dell' accoglienza fatta dai cittadini di Marsala alla 
schiera liberatrice. La prima impressione che il popolo si ebbe, è facile il com- 
prenderlo, fu di stupore ! Nessuno si aspettava lo sbarco. La città era ancora sotto 
r impressione del moto dell' 8 aprile, eco di quello del 4 di Palermo e per 
cui erano stati fatti numerosi arresti. Alcuni patrioti, fra i quali Abele Damiani, 
erano riusciti a mettersi in salvo, rifugiando in Malta. Il 6 maggio era passata 
la colonna del generale Letizia facendo molti arresti, disarmando tutti gli abi- 
tanti, compresa la colonia inglese, lasciando nel paese un' impressione di terrore. 

Svanito però, quel momentaneo ed umano sentimento di stupore, l' acco- 
glienza che i marsalesi fecero al Liberatore fu tale, che Garibaldi stesso, in seguito, 
avendo saputo da Abele Damiani le incresciose polemiche, che si eran fatte su 
quell'accoglienza, volle consacrarla alla storia nel famoso discorso tenuto in Marsala, 
il 1 9 luglio 1862, quando vi ritornò per rifare la strada di due anni avanti : 
la prima tappa del calvario di Aspromonte ! 

« Sono passati due anni, Garibaldi disse, dacché toccai questa terra coi 
mille prodi, che m'accompagnavano. Voi ci accoglieste festosi ed erano momenti 
di pericolo, di vero pericolo! Allora eravamo pochi, i nostri nemici erano molti, 
perciò erano momenti di grande pericolo; ma voi ci accoglieste festosamente, 
io lo ricordo ». La parola del Generale tronca ogni ulteriore discussione su 
questo punto. 

Ma r altro argomento sul quale ancora da taluno, e non sempre in buona 
fede, si discute è quello, che riguarda l' aiuto che le navi di S. M. Brittannica, 
avrebbero dato a Garibaldi per compiere lo sbarco. 

Si può affermare, in modo assoluto, che un vero aiuto, un aiuto voluto 
non ci fu e che nessuna intesa precedente vi era stata fra l' Inghilterra e Gari- 
baldi. Oltre che dalla discussione avvenuta nel Parlamento inglese, ciò risulta 
provato dalle stesse pubblicazioni dell' Ammiraglio Mundy e dei Comandanti le 
navi, il Marryat dell'" Intrepid ,, ed il Winnington-Ingram dell' " Argus ,,, che 
la mattina dell' 1 1 maggio stanziavano nel porto di Marsala. 

Il Trevelyan, un inglese studioso appassionato del Risorgimento Italiano e 
specialmente dell' epopea garibaldina, ha trattato esaurientemente questo argo- 



' Da un manifesto dell'epoca fatto stampare da A. Sarzana. Sindaco di Marsala nel 
1862 e che venne destituito telearaficamente. 



VICTOR HUGO E QUINET AL DUCE DEI MILLE 67 

mento. Del resto, che i comandanti le navi inglesi ignorassero, che in quel giorno 
dovesse avvenire lo sbarco di Garibaldi, non si può mettere in dubbio, quando 
si pensa che lo sbarco in Marsala non era ancora nella mente dello stesso 
Garibaldi, ma nel volere di Dio ! 



* 

* * 



Se però, nessun diretto è voluto aiuto fu dato da parte delle navi inglesi, 
è certo che anche allora la buona stella d' Italia illuminò il cammino di 
quei prodi e che la presenza a terra dei marinai inglesi sconcertò, come ebbe 
a scrivere lo stesso Garibaldi nelle sue Memorie, i comandanti le navi Borbo- 
niche e diede tempo di compiere lo sbarco. « Il nostro sbarco è dovuto, scrisse 
F. Crispi, all' intuito di Garibaldi e all' aiuto di Dio, il quale era con noi, come 
lo è sempre per le cause giuste e per la libertà dei popoli. Noi non ebbimo 
V aiuto di alcuno ». 

I Garibaldini appena entrati in Marsala, fecero fascio-armi nella piazza 
detta della Loggia. Garibaldi emanò il noto proclama e con la sciabola sulla 
spalla destra si mise a passeggiare solo, con aria evidentemente molto preoc- 
cupata, sotto i portici del palazzo municipale. Intanto il Decurionato, come 
allora si chiamava la Giunta Municipale, si riunì e poco dopo entrava nella 
sala consiliare lo stesso Generale, avvolto nel suo poncho. A dire dei testi- 
moni sopraviventi, appariva molto nervoso ; anzi un aneddoto curioso è il 
seguente. 

Avendo egli chiesto una carta della Sicilia e non essendovene che una 
dell' agro marsalese, appesa al muro in un quadro, fu messa sott' occhi del 
Generale sopra un tavolo. Ad uno dei Decurioni, il più giovane, l'avvocato 
Di Girolamo, che gì' indicava le tre strade provinciali, che da Marsala vanno 
rispettivamente a Salemi, a Trapani ed a Mazzara, il Generale domandò se 
Salemi era città montuosa e quali i suoi abitanti, ed avendo il giovane avvocato, 
che non aveva capito il latino, cominciato a fare una conferenza su Salemi, 
Garibaldi, nervosissimo, diede un pugno sul tavolo, mandando in frantumi il 
vetro, che ricopriva la carta topografica e con voce irata disse : « Ma non è 
questo che voglio sapere! ». In quel momento un uffìziale garibaldino chiese 
di urgenza un abboccamento col Generale e questi lasciò immediatamente la 
Decuria. 



68 LA PRESA DEI VAPORI, LA TRAVERSATA, LO SB.ARCG 

Garibaldi lasciava Marsala 1' alba del I 2 ; cavalcava una giumenta bianca 
regalatagli dal sig. Sebastiano Giacalone ; su di essa egli, il 27 maggio, entrava 
in Palermo. L' eroe ebbe sempre una grande affezione per la fortunata bestia, 
cui aveva posto nome " Marsala,,, ed in Caprera la seguente iscrizione 
segna il luogo, dove essa giace sepolta: « Qui giace la " Marsala ,, che portò 
Garibaldi in Palermo nel 1860, morta il 5 settembre 1876, di anni 30 ». 

I Mille marciavano con la carabina in spalla ed una pagnotta infilzata 
nella baionetta. Anche Bixio, Carini, La Masa, Nullo, Missori ed altri furono 
forniti di cavalli. Il colonnello Orsini ritardò la partenza per conchiudere con 
un certo G. B. Russo, fabbricante di polvere, un contratto per la consegna 
di una quantità della stessa ; contratto che fu poi lealmente eseguito. 

Fra la schiera dei Mille vi era una donna : Rosalia Montmasson, la fedele 
compagna di Francesco Crispi nell'esilio e nei giorni dell'amarezza. E poiché 
la storia deve essere giusta con tutti e ricordare ai posteri non soltanto i nomi 
di coloro, che assursero alle più alte vette della rinomanza e la fortuna compensò 
con giorni di letizia e di benessere gli anni del carcere e dell'esilio, ma onorare 
anche i militi oscuri, che tutto diedero alla patria e nulla raccolsero per se, 
bene è, io penso, che sieno rammentate le belle pagine che l'eroica compagna 
dello statista siciliano scrisse nel 1860 col sacrifizio della propria vita. 

Rosalia Montmasson nacque nel 1 826 in Saint-Jorioz sul lago di Ansi in 
Savoia. Francesco Crispi la incontrò nella via dell'esilio ; fu amato da lei ; egli l'amò 
e la fece sua. Nell'amara vita dell'emigrazione l'ebbe fedele compagna al suo 
fianco ; e se amore di donna può raddolcire le avversità della fortuna, Rosalia 
Montmasson fu balsamo alle piaghe del compagno e dello sposo. Cospiratrice 
anch' essa, questa fiera savoiarda, scrive Giacomo Oddo, disinteressata, piena 
di coraggio, ardita più di quanto una donna suole essere, dall' anima vivace, 
anzi di fuoco, dalla parola pronta, dall' animo schietto, nata alla libertà ed 
all' indipendenza, seguì i passi del marito ed in talune circostanze fece lunghi 
viaggi per servire alla causa dei popoli in ciò, che voleva esser fatto ali* insaputa 
dei potenti e della loro polizia. 

Quando Rosalino Pilo e Corrao partirono sopra un legno a vela per la 
Sicilia, Crispi, Garibaldi, Bixio e Bertani pensarono alla necessità di avver- 
tirne i liberali di Messina, affinchè a quei due generosi facilitassero il disbarco 
ed il viaggio nell' isola. Ma ne per dispacci, ne per lettere ciò riusciva possibile ; 
si voleva persona a cui fosse ben affidato il segreto e sulla quale gli occhi della 
polizia non venissero a fermarsi. La Montmasson si assunse il difficile incarico, 
ed imbarcatasi sopra un vapore postale giunse in Messina, adempì alla sua 



VICTOR HUGO E QUINET AL DUCE DEI MILLE 69 

missione, continuò il viaggio fino a Malta, portò notizie a Fabrizi e ne ricevette 
da lui ; poscia ritornò in Messina, s' informò dello stato delle cose e ripartì 
per Genova, dove recò lettere e corrispondenze dei liberali di Messina e di 
Malta. Quanto giovasse l'opera di questa donna è facile cosa il comprendere; per 
lei si potè conoscere in Sicilia la spedizione di Pilo e Corrao ; per lei si poterono 
rannodare in unità d'azione Genova, la Sicilia e Malta ; per lei i disegni, le aspi- 
razioni, la rivoluzione volarono dalle spiaggie della Liguria a quelle della Trinacria. 

Era il 4 maggio, continua lo storico dei « Mille di Marsala », quando 
la moglie di Crispi esternava al marito il desiderio di accompagnarlo in Sicilia. 
Crispi credette distoglierla da tale proponimento, dicendole che Garibaldi non 
voleva donne nella spedizione. A questa risposta ella si tacque ; ma appena 
avutone il destro, voltasi al Generale, gli manifestò il suo voto e caldamente 
pregollo, perchè non le negasse tal grazia. Garibaldi la guardò (forse in quell' istante 
volò col pensiero alla sua estinta compagna) e stendendole la mano le disse : 
« Venite dunque, se cost vi piace ; ma ricordatevi che vi esponete a grave rischio 
e pericolo, e che io non posso risponder di nulla ». Da quel momento Rosalia 
Montmasson appartenne alla spedizione ed a Calatafimi compi prodigi di valore 
e di carità, apprestando cure amorose di sorella e di madre ai feriti di quella 
memorabile battaglia. 

Garibaldi ebbe sempre per Rosalia Montmasson grande ammirazione ed 
amicizia. Nel novembre del '66, passando da Firenze egli era andato a farle 
visita e da Caprera le scriveva : 

Garibaldi a Rosalia Montmasson-Crispi. 

Caprera, 5 novembre 1866. 
Ma bien chère Madame Crispi, 

Je suis fier, que vous ayez bien voulu lenir mon coussin. Pouf mes cheveux, 

quoique biancs, il seront tous à votre disposition la première foi, que j' aurais le plai- 

sir de vous baiser la main. Mes affectueuses salutations à loules les personnes de 

votre maison si hospitalière, sans oublier mon petit Joseph. 

Votre de\>oué 

G. GARIBALDI 
* 

Lo sbarco di Garibaldi a Marsala è la prima tappa di quella marcia 
gloriosa, che rimase memorabile nella Storia. 



70 LA PRESA DEI VAPORI, LA TRAVERSATA, LO SBARCO 

Tredici anni avanti, il 4 settembre 1 847 Giacomo Medici aveva scritto 
da Montevideo a Nicola Fabrizi una lunga ed importantissima lettera rimasta 
inedita, che qui pubblico integralmente. 

« Credi tu, scrive con spirito profetico il Medici, che mille uomini 
agguerriti e beri ordinati sotto la direzione di un capitano come Garibaldi, 
piombando d' improvviso sull' Italia, varrebbero a portare V insurrezione tanto 
avanti da sortirne facilmente vittoriosa ? Bene, questi mille uomini si trovano 
in questo punto, si possono disporre ed applicare allo scopo nostro con pron- 
tezza, con segreto e con sorprendente facilità ». Dopo tredici anni i mille 
uomini, capitanati da Garibaldi, partivano non più da Montevideo, ma dallo 
scoglio di Quarto, male ordinati e male agguerriti e piombando d' improvviso 
sulla Sicilia decisero le sorti d' Italia ! 

Ma un altro patriota, il prode fra i prodi dei Legionari di Garibaldi nelle 
guerre di America, Francesco Anzani, quindici anni prima in una lettera diretta 
il 5 aprile del '45 a Manfredo Fanti, aveva vaticinato una spedizione capi- 
tanata da Garibaldi. « Credo, scriveva l' Anzani, che presto toccheremo tifine 
di questa guerra crudele e disastrosa ed in allora, te lo assicuro, penseremo 
seriamente ad una spedizione in Italia. Non ci mancano gli elementi necessari: 
una ufficialità decisa e coraggiosa, alcuni bastimenti di guerra a nostra dispo- 
sizione, un bravissimo marino pieno di coraggio ed amor patrio, 
quale è il Colonnello Garibaldi alla direzione ». 

Il povero Anzani non ebbe la gioia di partecipare ai grandi avvenimenti 
garibaldini in Italia. Nei primi di luglio del '48, agonizzante, stringendo la 
mano di Giacomo Medici, allora repubblicano intransigente, e che si mostrava 
crucciato della partenza di Garibaldi per il campo di Roverbella, dove si era recato 
per offrire la spada a Carlo Alberto, l' Anzani proferiva le profetiche parole : 
« Medici, non essere severo con Garibaldi; è uomo il quale ha ricevuto dal 
cielo tale fortuna, che è necessità assisterlo e seguirlo. L'avvenire d' Italia da 
esso dipende. E predestinato ! » . 

Giacomo Medici a Nicola Fabrizi. 

Montevideo, 4 settembre '47. 
Caro Nicola, 

Passano i mesi, poi gli anni, e se andiamo di questo passo trascorrerà infruttuo- 
samente anche la vita ! Quando penso che in questo punto, benché remotissimo 
dall' Italia, sono tali elementi da poter tentare per ^^sa una impresa più evidente ed 
efficace di qualunque altra operata nei nostri tempi, a me sembra che in luogo della 



VICTOR HUGO E QUINET AL DUCE DEI MILLE 71 

quasi dimenticanza in cui siamo lasciati, dovresti te ed altri pensare seriamente a noi 
e studiare il modo di mettere questi mezzi in attività. 

Credi tu che 1000 uomini agguerriti e ben ordinati sotto la direzione di un capi- 
tano come il G. {Garibaldi) piombando d' improvviso sull' Italia varrebbero a portare 
r insurrezione tanto acanti da sortirne facilmente vittoriosa ? Bene ; questi mille uomini 
si trovano in questo punto, si possono disporre ed applicare allo scopo nostro, con pron- 
tezza, con segreto e con sorprendente facilità. 

Qui siamo assediati da forze superiori e vittoriose, tutto il territorio di questa 
Repubblica essendo caduto in poter loro ; per modo che, ridotti alla sola Capitale, 
questa viene dilesa dalla Legione Italiana forte di 600 uomini, da un Battaglione di 
500 Biscaini, dalla Legione Francese di 1000 uomini, e da 600 Indigeni la maggior 
parte negri ; poi alcune centinaia di uomini della marina francese ed inglese. Ora 
però r Inghilterra, avendoci traditi, rimane soltanto la protezione delle forze nazionali e 
della Francia, che bloccano i porti del nemico ; se poi viene a mancare anche questo 
appoggio, la resa è quasi inevitabile. 

Egli è appunto nella crisi del dover capitolare, che le Legioni otterranno o si 
prenderanno facoltà di cercar asilo altrove, ed è quasi certo che Io stesso vincitore 
vedrà di buon occhio, anzi aiuterà la ritirata di un agente a lui tanto funesto. 

Dato poi il caso, che la Francia (caso da non credersi) s'impegnasse nel far 
prevalere questo partito, soccorrendolo con truppe e con moneta, coi quali mezzi si 
darebbe subito fine a questa guerra, non vi è dubbio che in allora le stesse Legioni 
avranno diritto di congedarsi non solo, ma oltre di ciò ottenere da questo Governo, 
in riconoscenza dei loro servigi, i mezzi e facilità di trasporto per dove vorranno 
ritirarsi. 

Sì neir una che nell' ahra delle due estremità sopradette, avrebbe facile esecuzione 
la nostra impresa, purché fosse già in ordine e si avessero i mezzi convenienti. 

La Legione Italiana, sia di un modo sia di un altro, tende a traslocarsi in Italia : 
ne occorre a muoverla stimolo alcuno, interesse ; alla chiamata di G. (Garibaldi) 
pochi o nessuno rimarrebbero indietro. Ma voglio calcolare soltanto sopra 500, così che 
il restante per arrivare al numero di mille bisognerebbe metterlo insieme con indigeni. 
Francesi o più facilmente col Battaglione di Baschi per esser più legato di simpatia 
alla nostra Legione, per essere gente avventuriera ed aver capi amici di G. {Gari- 
baldi). Non bisogna però dimenticare che è gente, cui più di qualunque altro argo- 
mento la persuade la moneta. 

Se adunque, le cose d' Italia sono mature (e se no fate che lo sieno) tu, Pippo 
{Mazzini), e con voi quelli che fra i nostri fossero disposti con mezzi a dar spinta 
ad un movimento d'importanza tanto palpabile, io credo che con poco più di 200 
mila franchi ci si darebbe perfetto compimento. 

Molti sono i modi, ma quello che mi sembra più degli altri efficace, sarebbe che 
quelli che danno i mezzi delegassero uno di loro confidenza a presenziare il modo 
come vanno impiegati. Lo stesso incaricato si porterebbe a New- York ; comprerebbe 
una nave capace per 5 o 6 cento uomini (può costare come 60.000 franchi) e vi 
caricherà per 50.000 franchi di viveri adattati al mare, e si dirigerà qui, dopo di 



72 LA PRESA DEI VAPORI, LA TRAVERSATA, LO SBARCO 

essersi procurato, per mezzo di Foresti, documenti od altro, che serva a far credere, 
che qui venga a cercar gente per trasferirla in una colonia negli Stati del Nord 
America (questa è soltanto misura di precauzione che può venir bene a taglio). Il 
restante del danaro servirebbe a persuadere il Corpo dei Baschi o altri a seguirci, 
quindi ad accrescere i mezzi di trasporto. Intanto, qui abbiamo disponibili una Goletta 
ben armata in guerra, capace per 150 uomini, più armi e munizioni in abbondanza. 

Caro Nicola, pensaci e fa che altri ci pensi seriamente; mi sarò male o non 
abbastanza spiegato, ma questo che ti scrivo è scevro di illusioni, è semplice verità. 
Il progetto è vasto ed i risultati immensi, eppure facile ad eseguire, soltanto può andar 
perso per mancanza di denaro o, avendolo, per esser stati troppo lenti nell' intrapren- 
dere, perchè questa è cosa che dovendosi fare e potendo, conviene farla subito. 

G. {Garibaldi) ed Anzani sono, non si potrebbe meglio, disposti, ed è tanta in 
loro la smania, che senza frapporre tempo ed intralciare questo con altri movimenti 
vorrebbero fare subito sia con molti sia con pochi in qualunque modo, e ti assicuro 
questi due capitani riunire, in sommo grado, le più preziose qualità sì militari che 
rivoluzionarie, e sarebbe veramente grave colpa che l' opera loro in un con quella 
della Legione andasse a sfogare altrove, benché ciò non avverrà mai, trattandosi dei 
capi e di alcuni altri ; i quali sono decisi, a dispetto di tutto, di far da soli, se non 
lo possono accompagnati. Intanto, aspettiamo da Pippo (Mazzini) decisioni importanti : 
tu fai male a non scrivermi ; se non Io merita l' amicizia il dovrebbe l' importanza delle 
cose politiche sul che ti ho scritto una lunga lettera e ne attendo impaziente il riscontro. 

Sono due mesi che mio padre è partito per l' Italia, cosi che sono più tranquillo. 

Anthony dev' essere sempre più contento di me ; molti sono i vantaggi commer- 
ciali che ne derivano, mi sarà grato sapere come si comporta con te e che affari 
fate insieme. 

Ricordati adunque di noi, e sta sicuro che dovendo tentare un movimento non 
troverai luogo dove siano elementi ne migliori ne più adatti di questi, perchè il 
Governo si può dire dipende in grande parte dalla volontà di G. {Garibaldi), e non 
credere che la distanza ne gì* intoppi per mare possano in nulla contrariare un'impresa 
ben ordinata. 

Ora si sta aumentando la Legione ; v' è probabilità si possa renderla forte 
almeno di 800. 



Addio, scrivi subito al tuo amico 



Francesco Anzani a Manfredo Fanti. 



G. MEDICI 



Montevideo, 5 aprile del 1845. 
Amico, 

Dopo sette anni alfine seppi di tue notizie. L' amico Giuseppe Marocchi, che 
venne a dare in questi paesi dopo le ultime catastrofi succedute in codesto regno, mi 
parlò a lungo di te e di molti altri amici, dei quali ignoravo interamente la sorte. 
Ho inteso ancora con piacere da questo amico, che sempre ti conservi buon italiano 






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Edgard Quinet a Garibaldi 
a proposito della pubblicazione francese del libro del Generale « I Mille ». (Vedi pag. 74). 



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VICTOR HUGO E QUINET AL DUCE DEI MILLE 73 



nel mezzo della corruzione generale. Io te Io confesso, non avrei mai creduto, che 
moltissimi dei nostri compagni d'arme fossero tanto deboli, per assicurarsi un pezzo 
di pane nella casa dello straniero, di tradire i loro principii. Eppure, per nostra ver- 
gogna, mi si assicura che non furono pochi ! 

Non ti parlo del mio viaggio in Italia, ne del poco o, per meglio dire, nessun 
profitto che tirai della mia missione, ne della mia prigionia ed esilio in America. 
Troppo lunga ne saria la descrizione. Sappi solo che, appena arrivato a Montevideo, 
ritornai all' antico mestiere. Ho militato in una provincia del Brasile, chiamata Rio 
Grande del Sud, che si era sollevata contro l'Impero, proclamando la sua indipen- 
denza e governo repubblicano. In seguito, essendosi formata una Legione Italiana in 
Montevideo per difendere 1' indipendenza di questo paese contro le ingiuste preten- 
sioni del governo tirannico di Buenos-Ayres, mi vi sono cacciato dentro con mani e 
piedi e sono già più di due anni, che questo corpo forma 1' ammirazione tanto degli 
abitanti del paese, che degli stranieri. 

Credo che presto toccheremo il fine di questa guerra crudele e disastrosa, ed in 
allora, te lo assicuro, penseremo seriamente ad una spedizione in Italia. Non ci mancano 
gli elementi necessari. Un' ufficialità decisa e coraggiosa, alcuni bastimenti di guerra a 
nostra disposizione un bravissimo marino pieno di coraggio ed amor patrio, 
quale è il Colonnello Garibaldi alla direzione, la simpatia di tutti gli abitanti 
di questa repubblica. Infine, se questa volta non si farà niente la colpa non sarà nostra. 

I miei saluti a tutti gli amici e principalmente a Castelli, uno dei pochi che 

merita tutti i riguardi, e tu conservati sempre. 

Tuo 

FRANCESCO ANZANl 

* 
* * 

Dopo cinquant' anni, in verità, non è senza un sentimento di commozione, 
che si rileggono i giudizi, gli scritti e i discorsi pronunziati nel 1 860 dai più 
eminenti personaggi d' Europa sulla marcia prodigiosa di Garibaldi ; soprattutto 
lo scritto di George Sand ed il meraviglioso discorso pronunziato da Vittor Hugo 
nel suo esilio di Jersey, il 1 8 giugno di quell' anno. Ma degne anche di essere 
conosciute sono le due bellissime lettere di Victor Hugo e di Edgard Quinet 
all' eroe leggendario, quando fu pubblicata 1' edizione francese del libro del 
Generale / Mille e che tolgo dalla mia raccolta. {Vedi facsimili). 

Victor Hugo a Garibaldi. 

Paris, 18 septembre 1874. 
Cher Garibaldi, 

Votre lettre m'émeut et je sens rémuer pour vous mon vieux coeur de frère. 
Oui, raccontez vous mème vos actions superbes, racontez-les à 1' Italie, racontez-les à 
la France, racontez-les au monde. 



74 L^ PRESA DEI VAPORI, LA TRAVERSATA, LO SBARCO 

Les Mille seront glorieux comme 1* ont élé les Dix-Mille, avec ceci de plus 
qu' ils sont vaincu, et qu' ils ne sont pas illustres pour avoir reculé, mais pour avoir 
avance. Comme Xénophon, vous faites l'epopèe, et après l' avoir faite, vous la dites; 
mais vous étes plus grand que Xénophon. Il n'avait en lui que l'ame de la Grece, 
vous avez en vous l' ame des peuples. 

Cher Garibaldi, je vous embrasse. VICTOR HUGO 

Edgard Quinet a Garibaldi. 

ASSEMBLÉE NATIONALE Versailles, janvier 1875. 



Cher grand Garibaldi, 

Avant de vous remercier, j' ai voulu vous lire et vous relire. Je viens de passar 
à travers toutes les émotions de vos Mille, et ce qui domine tout, e' est le sentiment 
d'une merveille. 

Oui, votre éxpédition est le miracle de l' àme, de l' eroisme ; je ne connais rien 
dans le passe, qui lasse tant d' honneur à la nature humain. Quelques jeunes gens, 
mal armès, sans equipages, sans artillerie, sans ressources d' aucun genre, mais à leur 
téte un grand homme, détruisent une armée puissante et conquièrent deux royaumes. 
Cela ne e' était pas vu depuis l'antiquité. C est la victoire de l' esprit sur la matière, 
d' un grand coeur sur tous les calculs de la force reglée, disciplinée, savante, injuste. 
Voilà pourquoi la parole me manque pour dire ce que je sens. J' admire, je bénis, 
je célèbre en mon coeur, et je me tais. 

Dans votre récit, je vous chercais à chaque pas ; par un modestie sublime, unique 
jusqu' à ce jour, le chef de l' éxpédition, celui qu' en est 1' àme, semble vouloir se 
dérober aux yeux; il exalte les Mille et il ne dit rien de lui. Il fait tout; il est par- 
tout, et il est le seul dont il ne parie pas. 

C* est là, cher grand homme, ce qui distingue votre récit de tous les récits mili- 
taires faits par des chefs d' éxpédition. 

Tous, depuis Xénophon, se mettent en lumière dans leur histoire ; ils se donnent 
le premier rang. Vous ètes le premier jusqu' ici des commandants d' armée, qui ait 
oublié le chef pour ne glorifier que l' armée. 

Mais la posterité saura vous découvrir, parmi les Mille. Elle vous fera la 

parte, que vous ne vous étes pais faite. Vous ne vous déroberez pas à la reconnais- 

sance de peuples. 

Pour toujours, votre 

EDGARD QUINET 

* 
* * 

Prima di chiudere questo capitolo amo intrattenermi su di un argomento, che 
ancora è discusso ; del merito che rispettivamente ebbero il Fauché e Rabattino 
nella spedizione dei Mille. 



VICTOR HUGO E QUINET AL DUCE DEI MILLE 75 

In una pubblicazione piccola di mole, ma densa di fatti è stato giustamente 
rivendicato a Giovanni Battista Fauché il merito di avere apprestato i vapori, 
che trasportarono la falange liberatrice. ' Quel merito si era voluto attribuire a 
Raffaele Rubattino e non mancano ancora oggi coloro che lo sostengono. 

È vero, che i due vapori appartenevano alla Società che portava il nome 
di R. Rubattino e C, ma è da notare, che questi aveva da due anni lasciata 
la gerenza dell' amministrazione, che era stata assunta dal Fauché. Nella pub- 
blicazione citata si trovano narrate le peripezie cui andò incontro quest' ultimo 
per r atto patriottico compiuto e che finirono colla perdita del posto. 

Già Garibaldi nelle Memorie aveva reso il giusto omaggio al merito del 
Fauché; ma nella mia raccolta trovo due lettere dirette nel '60 al Generale 
dal Fauché e dal Rubattino, che mi par utile nell' interesse della storia di 
pubblicare. 

Giovanni Battista Fauché a Garibaldi. 

Genova, 16 giugno 1860. 
Mio caro Generale, 

Spero che anche la mia del 9 corr. sarà ormai in suo potere. 

Io non posso trovare qui aiuto nelle mie idee per fondare la compagnia nazio- 
nale di navigazione a vapore. Al contrario Rubattino ed i suoi amici mi continuano 
una guerra iniqua con la mira di rovesciarmi. Io faccio sforzi immensi per resistere; 
ma ho poca speranza di riuscita, poiché mi mancano appoggi. 

Ella sa bene, mio Generale, qual parte io presi nella eroica sua spedi- 
zione. La nazione me ne dovrà, certo, riconoscenza. Ella, mio Generale, mi ha 
bastantemente mostrato la preziosa stima in cui mi tiene. Ella e Bixio mi dissero, che 
costì io sarei richiamato. Io verrò adunque; verrò dove l'opera mia può tornare utile 
alla patria, e dove può essere apprezzata. Qui mi si perseguita. 

Ventinove anni di esperienza amministrativa mi rendono abbastanza sicuro, che 
posso fare qualche cosa di bene e le mie cognizioni della parte marittima molto più 
me ne incoraggiano. Della mia fede e della mia onestà politica, ne diedi prova. 

lo posso avere la Direzione degli eiffari della Marina. Credo questa parte impor- 
tantissima in Sicilia. Mi chiami dunque e presto. 

Bixio, credo bene, applaudirà la mia determinazione. Ella, mio Generale, avrà così 
una nuova caparra della mia buona disposizione. 

Sento che il " Lombardo ,, è sempre arenato in Marsala. Io vorrei, con un altro 
vapore, venirne a fare il ricupero. Poi, con poco, si può acquistarlo ed avere così 
un eccellente battello. 



' Pietro Fauché - G. B. Fauché e la spedizione dei Mille, Roma, 1895. 



76 LA PRESA DEI VAPORI, LA TRAVERSATA. LO SBARCO 



Tosto che Ella avrà letto la presente, colla prima partenza di vapore per Cagliari, 
voglia incaricare qualcuno di darmi un avviso telegrafico ; perchè, se io devo aspettare 
il ritorno del vapore, perdo due settimane almeno. L'avviso basta che esprima una 
sola parola di affermativa, presa da un argomento qualunque, perchè io già compren- 
derò benissimo tutto, anche senza alcuna chiara spiegazione. 

La prego di fare i miei saluti a Bixio. 

Io sono disposto, venendo di non Venire colle mani vuote, come suol dirsi: Ella 
mi ha già conosciuto abbastanza. Mi creda, Generale, con affezione particolare 

lutto suo 
G. B. FAUCHÉ 



L' importanza di questo documento per il suo contenuto e per la persona 
cui è diretto, è grande! " Ella sa bene, mio Generale, scrive il Fauché, qual 
parte io presi nella eroica sua spedizione. La nazione me ne dovrà, certo, rico- 
noscenza ,,. Avrebbe il Fauché scritto così a Garibaldi, che doveva bene sapere 
come erano andate le cose, se il merito di avere apprestato i vapori, non fosse 
a lui dovuto? La lettera inoltre ci apprende la guerra iniqua, che gli muoveva 
il Rubattino in Genova, che finì col fargli perdere il posto. Infatti il 1 8 giugno 
il Rubattino gli toglieva la procura della direzione della società, che aveva 
tenuto fino dal 1858. 

Che la guerra era mossa al Fauché per avere egh apprestato i due vapori, 
indirettamente lo prova la lettera del Rubattino al Garibaldi in data del 7 giugno, 
che qui trascrivo. Se fosse vera o no, la voce corsa con insistenza m quei giorni 
a Genova, 1' essere cioè il Rubattino andato a Torino per presentare al Mini- 
stero una protesta per il fatto dei vapori presi da Garibaldi, non potremmo 
affermare ; ma la lettera da lui scritta al Generale, che qui riporto, non mostra 
altra preoccupazione che quella dell* interesse personale. 

Garibaldi riconobbe tanto V opera patriottica compiuta dal Fauché che lo 
invitò a Palermo, ed il 30 giugno, appena arrivato, stringendogli la mano, gli 
disse: " Io vi debbo eterna riconoscenza e la Sicilia vi deve molto; se per- 
deste la vostra posizione, io vi riparerò degnamente ,,. Il primo luglio, il Con- 
siglio dei Ministri, su proposta del Dittatore, nominava il Fauché, Commissario 
generale della marina ed egli restò a quel posto fino al 1 7 settembre, epoca 
in cui fu nominato Segretario di Stato della marina. Il I 5 ottobre, sotto la pro- 
dittatura Mordini, fu promosso al grado di Capitano di vascello di prima classe 
e fece parte di quel Ministero, che decretò l' annessione della Sicilia al Regno 
d' Italia. Ecco ora la lettera del Rubattino. 




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Garibaldi a Rosalino P,lo. Misero Cannone, 19 «.aggio 1860. (Vedi pag. 85). 



I 



VICTOR HUGO E QUINET AL DUCE DEI MILLE 77 

Raffaele Rubattino a Garibaldi. 

Genova, 7 giugno 1869. 
Carissimo Generale ed Amico, 

Non vi parlerò della mia ammirazione, ne dell'entusiasmo che destate, giacche 
sapete bene essere voi in questi tempi l' idolo di tutti i popoli civili. Ma scrivo ricor- 
rendo all'amico, non al capo della grande spedizione, per dirvi una parola dei miei affari. 

Dio avesse voluto, ch'io fossi stato in grado di dare più che non toglieste! Nes- 
suno, spero, dubiterà del mio amore alla causa che voi difendete con tanto eroismo; 
ma nella stretta suprema dei miei affari, minacciata la mia società di fallimento, stavo forse 
per scongiurarne la rovina, rinnovando col Governo il contratto postale, quando la man- 
canza dei due battelli rischia forse di rendere impossibile questo accomodamento, spìnto 
io probabilmente, senza rimedio, a quello scioglimento, che cercavo di evitare con 
tanti sacrifizi. 

Voi conoscete le moltiplicate disgrazie, che colpirono la mia società per capire, 
senza che io mi dilungi, come sono le cose e quanto è vero quello che vi dico. 

Scrivetemi dunque, in che possa sperare e quando, affinchè io mi faccia forte di 
queste speranze, e di una vostra parola presso chi può rilevare ancora questa società 
disfatta. 

Il vostro tempo è troppo prezioso, perchè io vi dica della mia personale posizione. 
Ne parleremo a momenti più riposati. Intanto, ve ne prego, scrivete a me che sono 

(7 vostro aff.mo amico 
RUBATTINO 

* 

* * 

Trova qui giusto posto una corrispondenza inedita, che ebbe luogo fra il con- 
sole sardo di Palermo, quello di Marsala e Garibaldi, a proposito di uno dei 
due vapori che avevano trasportato i Mille. 

L' 1 1 maggio, dopo che lo sbarco a Marsala era felicemente avvenuto, 
Garibaldi, per non dare in preda al nemico il " Lombardo „ , che come è noto, 
si era arenato all'imboccatura del porto, ordinò di farlo affondare aprendo i rubi- 
netti delle macchine. La corrispondenza, che qui si legge riguarda appunto il 
ricupero, che più tardi si voleva fare di quel piroscafo. Ho trascritto pure una 
lettera diretta dal console sardo in Marsala a Garibaldi riguardo al vapore 
Utile ,, comandato dal capitano Lavarello. L' " Utile ,, aveva condotto in 
Sicilia i volontari capitanati dai valorosi Carmelo Agnetta e Fardella; la spedi- 
zione, partita da Genova la notte del 25 maggio con 70 uomini, 3000 
fucili e 60 casse di munizioni, sbarcò anch' essa in Marsala e rappresenta, 
cronologicamente, la seconda spedizione fatta nel 1 860 in Sicilia. 



78 



LA PRESA DEI VAPORI. LA TRAVERSATA. LO SBARCO 



II Console Sardo di Palermo a Garibaldi. 



CONSOLATO DI S. M. SARDA 

IN PALERMO 



Palermo, 16 giugno 1860. 



N. 719 



lUuslrissimo Signore 

Il R. Delegato Consolare Sardo in Marsala, con suo rapporto del 12 stante, 
n. 1 28, del quale mi fo un dovere compiegarlene copia, m' intrattiene suH' arenamento, 
in quelle vicinanze, del piroscafo il " Lombardo ,, e della possibilità di poterlo salvare. 

Le comunico ciò per di Lei intelligenza e mi approfitto dell' opportunità per 

ridedicarle i sentimenti del mio ossequioso rispetto. 

// Console 

G. BOCCA 
All' lll.mo Signore 

Sig. Generale G. Garibaldi 

Dittatore in Sicilia 



Il Console Sardo di Marsala al Console Sardo di Palermo. 

REGIA DELEGAZIONE CONSOLARE 
DI S. M. SARDA IN MARSALA 



N. 128 



Marsala, 12 giugno 1860. 



Signore, 

Il vapore " Lombardo „ , che fu uno dei due legni che portava in queste spiagge 
il generale Garibaldi con la colonna degli italiani, rimase all' imboccatura di questo 
porto affondato in acqua per disposizione dello stesso signor Garibaldi , onde non 
darlo in preda ai legni Napoletani, che erano in quel tempo in questi paraggi. 

L' anzidetto piroscafo è senza alcuna custodia, e continuamente vi si commettono 
degli spogli. Ora mi si assicura, che potrebbe agevolmente salvarsi ed io lo reputerei 
necessario, poiché potrebbe totalmente perdersi, se un forte vento o da scirocco o 
da ponente lo assalisse. Non volendo io intanto prendere da me stesso alcuna inge- 
renza in quest' affare, mi rivolgo a Lei, pregandola di darmi le sue istruzioni , alle 

quali sarò a conformarmi. 

// Delegato Consolare 

SEBASTIANO LIPARI 
All' lll.mo Sig. Console 

di S. M. Sarda di Palermo 



VICTOR HUGO E QUINET AL DUCE DEI MILLE 79 

Il Console Sardo di Marsala a Garibaldi. 

Marsala, 24 giugno 1860. 
Signor Generale Dillatore, 

Avrei voluto darmi allo rialzamento del Vapore il "Lombardo,, che qui portò 
Lei, signor Generale, con la colonna degli Italiani ; generosi tutti che correste al soccorso 
dell' infelice Sicilia, immersa nel dolore di un' abbominevole tirannia, se non fossi stato 
informato, che qui veniva come incaricato il signor Santocanale. Mi davo pensiero a 
tale rialzamento per la esecuzione dei di Lei ordini, dei quali mi onorava nel giorno 
in cui lasciava questa fortunata città; e prima che il fuochista del Vapore si fosse da 
qui allontanato, mi faceva dichiarare in quali luoghi si erano aperti i rubinetti del 
Vapore e mi diceva che innanzi alla caldaia si sono aperti quattro rubinetti ed un 
altro sotto la macchina, che pompa l'acqua nella caldaia ed altri due ai piedi dell'asi- 
netto. Soggiungevami pure, che forse sono anche aperti i due rubinetti di estrazione 
e che le chiavi di tali rubinetti dovrebbero trovarsi al piede della scala. Aveva io di 
già disposto sette pompe, onde avvalermene per vuotare il Vapore e stavo per richia- 
mare da Favignana Leonardo Ettore, abile palombaro. 

Ho creduto bene ciò rassegnare a Lei, signor Generale Dittatore, perchè se il 

crederà, possa darmi quelle disposizioni, che opinerà nella sua saggezza convenevoli. 

Le soggiungo, che qui trovansi vendibili sessanta bottacci di polvere inglese, venuti 

da Malta, che si potrebbero acquistare al prezzo di Oz. 26,20 per ogni quintale. Serva 

ciò per la di Lei alta intelligenza e nel caso crederà farne acquisto mi potrà dare i 

di Lei ordini. 

Con il più profondo rispetto passo a rassegnarmi 

// Cittadino 

SEBASTIANO LIPARI 

Marsala, 21 giugno 1860. 
Eccellenza, 

Mi fo un pregio di confermare all'È. V. i due rapporti del 1. e 15 corr. ed 
ora mi si presenta l' occasione di compiegarle una lettera di due individui rimasti qui 
ammalati e raccomandati dal Capo dello Stato Maggiore di V. E., sig. Sirtori, i quali 
si metteranno ben tosto in viaggio per raggiungere il loro Generale. 

Con sommo mio dispiacere, è corsa voce che il vapore sardo « Utile » che per 
mia opera, quando venne in questa con la colonna degli italiani guidata dal signor 
Agnetta e colonnello Fardella non fu preda del vapore napoletano per lo impegno, che 
ebbi a farlo subito ripartire, sia stato arrestato dai Napoletani nelle acque di Monte 
Circelli con taluni italiani, che venivano al soccorso della Sicilia, e che sia stato condotto 
a Gaeta. Speriamo che la notizia non fosse veridica. 

Su tale proposito mi credo in dovere di portare a conoscenza della E. V. un 
certificato, che spontaneamente mi volle lasciare il bravo e coraggioso capitano Fran- 
cesco Lavarello. 



80 



LA PRESA DEI VAPORI, LA TRAVERSATA. LO SBARCO 



Fra pochi giorni, per qualche affare di servizio, mi troverò obbhgato di trasferirmi 

m cotesta Capitale e ciò mi darà occasione di venirla ad ossequiare personalmente. 

Con i sensi della più distinta stima sono 

dell' E. V. Dev.mo servitore 

SEBASTIANO LIPARI 
A S. E. il generale Garibaldi 

Diltatore in Sicilia. 



Certificato rilasciato dal capitano Lavarello dell' " Utile „ al Console Sardo 
di Marsala. 

REGIO VICE CONSOLATO 

DI S. M. IL RE DI SARDEGNA 

IN MARSALA 



N. 715 



Porto di Marsala, 1° giugno 1860. 



A bordo del battello a vapore /'" Utile,, 

lo, capitano Francesco Lavarello, mi sento in obbligo di coscienza di dichiarare 
al sig. Console di S. M. Sarda residente m Marsala, signor Sebastiano Lipari, che, 
nelle poche ore di mia dimora in questo porto, ho ricevuto dallo stesso immensa assi- 
stenza e favori e per mia spontanea gratitudine gli rilascio il presente foglio. 

Il Comandante del Battello 1'" Utile,,, di bandiera Sarda 

FRANCESCO LAVARELLO 

# 

* * 



Mi sembra pure opportuno di pubblicare un altro documento inedito, che 
anch' esso può essere utile per la storia della spedizione. E una lettera di 
Ambrogio Zucoli, proprietario di una Società di vaporetti di Genova. 

Per maggiore intelligenza rammenterò, che allorquando Garibaldi per il 
numero dei volontari radunati si accorse che il solo vapore, che aveva promesso 
Fauché non sarebbe stato sufficiente, pensò di rivolgersi allo Zucoli e conchiuse 
con lui il noleggio di un altro vapore che aveva nome " Roma ,, . Quando 
però a Villa Spinola, il Generale, discorrendo in presenza di Bixio, col Fauché 
dei mezzi di trasporto necessari all'impresa, questi promise di apprestare oltre 
al "Lombardo,, anche il "Piemonte,,, si rese inutile il noleggio già contrat- 
tato del " Roma ,, , che del resto era un vapore assai piccolo, che non avrebbe 
potuto soddisfare al bisogno. Garibaldi però in quei supremi momenti, non dimenticò 



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Kossuth scrive a Garibaldi invocando la benedizione del Dio della ViUoria. 

(Vedi pag. 89). 



VICTOR HUGO E QUINET AL DUCE DEI MILLE 61 

di scrivere allo Zucoli una lettera in data del 5 maggio, poche ore prima della 
partenza, offrendogli un' indennità per la rottura del contratto. La nobile lettera 
dello Zucoli, che qui segue, è la risposta alla lettera del Generale. 



Genova, 17 giugno 1860. 
Mio caro Generale, 

Posso appena oggi rispondere al suo prezioso biglietto del 5 maggio prossimo 
passato, col quale ella mi offre un' indennità per i disturbi del non combinato noleggio 
del piroscafo " Roma ,, . Ho accettato caldamente il di lei gentile invito, ma ho creduto 
e credo mio dovere non accedere alla di lei proposta, essendo troppo dolente, che la 
piccolezza dei miei legni non mi abbia permesso, che ella non ne avesse approfittato 
per sì giusta causa ; del resto, ne io ne l' Amministrazione da me diretta ha avuto 
scapito dal di lei rifiuto, e se vi ha un dolore si è quello, che il nostro materiale 
non abbia potuto servire allo scopo. E fortuna per me, che questo Comitato, secondo 
il mio divisamento di iniziare un servizio tra Genova e Palermo, mi abbia generosa- 
mente animato, affittando il " Veloce ,, per un mese. Io non ho esitato e mi permetto 
di consegnare questa mia al cap. Giuseppe Faggloni, mettendolo sotto la di lei salva- 
guardia. Attendo a momenti un bastimento a vapore dall' Inghilterra, che adempirà 
forse al suo dovere nel mese, se pure il Comitato vorrà continuare, o non volendo, 
servirà per mio ordine. 

Dire a lei di proteggere il Capitano è inutile. So soltanto, che ella generoso, 
com'è, non isdegnerà favorire il raccomandato del sempre di lei 

SerW) ed amico per la vita 
AMB. ZUCOLI 



CURÀTULO 



CAPITOLO V. 



DA MARSALA A PALERMO. 

KOSSUTH INVOCA LA BENEDIZIONE DEL DIO 
DELLA VITTORIA. 



La prima sosta, che i Mille fecero dopo aver lasciato Marsala, fu nel 
feudo di Chitarra e Buttagana ; ivi i garibaldini si rinfrancarono, bevendo del 
buon vino, che un certo signor Alagna aveva messo a loro disposizione. Il 
Generale mangiò pane e formaggio. 

Verso sera la colonna giunse a Rampingallo, a metà strada tra Marsala 
e Salerai, feudo del barone Mistretta; quivi passarono la notte per proseguire 
r indomani verso Salerai. Fu in quello storico casale, che corainciarono a raggiun- 
gerlo le bande arraate capitanate dai fratelli Sant' Anna, dal barone Mocarta 
ed Alberto Mistretta, che si trovavano sparse in quelle vicinanze. Ripresa 
la marcia la mattina del 13, la colonna giunse a Salerai nelle prime ore del 
meriggio. Non è qui il caso di intrattenersi sui decreti ivi emanati, che sono 
a tutti noti. A Salerai la banda arraata di 175 uomini capinata da Giuseppe 
Coppola di Monte Sangiuliano si unì a Garibaldi ed anche Fra Pantaleo, l'Ugo 
Bassi del 1 860, si aggregò alla schiera liberatrice. 

La partenza da Salerai, la battaglia di Calatafimi, il passaggio per Alcamo 
e Partinico, l' arrivo al campo di Renda, il movimento strategico col quale 
Garibaldi ingannò i regi, che lo inseguivano a Corleone, mentre egli il 26 a sera 
occupava la montagna di Gibilrossa, alle porte di Palermo ; infine la battaglia 
del ponte dell' Ararairaglio e 1' entrata a Palerrao sono aweniraenti ormai narrati 
dagli storiografi. Ma, sebbene conosciute, non tornerà discaro il vedere qui ripro- 
dotte con qualche breve illustrazione, le lettere scritte in quei giorni memorabili da 
Garibaldi al « Precursore dei Mille », a Rosalino Pilo, il grande patriota 
siciliano colpito in fronte da una palla borbonica il 21 maggio. Le lettere 
si seguono per ordine cronologico. {Vedi i facsinìili). 



84 DA MARSALA A PALERMO 



Garibaldi a Rosalino Pilo. 

Calatafimi, 16 maggio 1860. 
Caro Rosalino, 

Ieri abbiamo combattuto e vinto; i nemici fuggono impauriti verso Palermo. Le 
popolazioni sono animatissime e si riuniscono a me in folla. Domani marcerò per 
Alcamo. Dite ai Siciliani, che è ora di finirla e che la finiremo presto. Qualunque 
arma è buona per un valoroso : fucile, falce, mannaia, un chiodo alla punta di un 
bastone. 

Riunitevi a me ed ostilizzate il nemico in quei dintorni, se più vi conviene. Fate 

accendere dei fuochi su tutte le alture, che contornano il nemico ; tirar quante fucilate 

si può, di notte, alle sentinelle e posti avanzati; intercettare comunicazioni, incommo- 

darlo, infine, in ogni modo. Spero ci rivedremo presto. 

Vostro 

G. GARIBALDI 

La mattina del 1 7 Garibaldi arrivò in Alcamo ; la sera riprese la marcia 
ed il 18 entrava in Partinico, dove i soldati borbonici avevano commesso atti 
di orrore. Rosalino, intercettata la corrispondenza del nemico, 1* aveva spedita 
al Generale ; nello stesso tempo gli aveva chiesto armi e munizioni. Garibaldi, 
non possedendo ne l' una cosa, ne 1' altra, raccomanda a Rosalino di dire ai 
Siciliani, che col ferro faranno più che col fuoco. 

Partinico, 18 maggio 1860. 
Caro Rosalino, 

E tempo di marciare verso Palermo; approfittare dell'entusiasmo del popolo e 
dello sconforto dei Regi. Fate quanto vi ho detto nell'antecedente e più, se potete. 
Io marcio verso Monreale e sarò vicino a quel punto questa sera. 

Avvicinatemi per le munizioni e vi farò parte di quelle che abbiamo. Assicurate 

però i nostri prodi, che col ferro faremo pili assai che col fuoco contro i nostri nemici. 

Con affetto 

Vostro 

G. GARIBALDI 
E lo stesso giorno Garibaldi gli scriveva un' altra lettera. 

Partinico, 18 maggio 1860. 
Caro Rosalino, 

Bisogna dire ai nostri prodi di Carini, che si preparino a coadiuvare l'opera 
nostra di domani. Io marcerò alle 3 pom. verso Monreale. Frattanto si accendano 



KOSSUIH INVOCA LA BENEDIZIONE DEL DIO DELLA VITTORIA 85 



falò questa notte su tutte le alture, che avvicinano Palermo e si molestino i Regi con 

fucilate di notte in tutte le posizioni che occupano, e di giorno in ogni modo possibile. 

Dile ai bravi Siciliani, che un ferro qualunque nelle loro mani vale un fucile. 

A'''^'^- Vostro 

G. GARIBALDI 

Dopo di avere accampato nell'altipiano di Renda, la mattina del 19 il 
Generale si spinse fino alle prime case di Pioppo, a cinque chilometri da 
Monreale ; quivi, da un* altura chiamata sin dai tempi degli Arabi Misel- 
cannone (non Misero-Cannone, come Garibaldi per errore scrisse) inviò al Pilo 
la seguente lettera. 

Misero-Cannone, 19 maggio 1860. 
Caro Rosalino, 

Ho risposto alla lettera vostra annessa ai dispacci sequestrati. Non posso per ora 
mandarvi munizioni e cannoni. Penso marciare verso Monreale nelle ore tarde della 
giornata. Con la vostra gente coadiuvate il possibile alle nostre operazioni, incommo- 
dando il nemico in ogni modo. 

Dite ai vostri compagni: che in Lombardia ed in Sicilia noi abbiamo sempre 
vinto il nemico, che aveva cannoni e noi no; che i Siciliani sanno perfettamente com- 
battere a ferro freddo e che in ogni modo noi vinceremo. Osservate i nostri movimenti 
con mezzi svelti e sicuri, e regolatevi in conseguenza. 

Si stanno confezionando munizioni, e subito che ne avrò delle pronte ve ne farò 
parte. Salutatemi i vostri bravi compagni. „ 

G. GARIBALDI 

Rosalino il giorno seguente riceveva un dispaccio da Sirtori, che lo pre- 
murava, a nome del Generale, di marciare sollecitamente sopra S. Martino per 
cooperare con lui su Monreale e lo pregava di avvisarlo appena vi sarebbe 
arrivato. 11 dispaccio fu spedito dal Sirtori alle ore 2 pom. del 20 dal campo 
presso Renda. Eseguito immediatamente l'ordine, Rosalino arrivò la sera a 
San Martino ed inviò tosto il seguente dispaccio, che è l' ultimo scritto del 
patriota siciliano ucciso nelle prime ore del giorno seguente. 

San Martino, 20 maggio, ore 10 pom. 

Arrivato qui con 250 uomini. Domattina richiamerò Conrao coi 1 50 uomini dal Monte 
della Neviera. Le altre (squadre) spero arriveranno fra stanotte e domani di buon'ora. 

Al Monastero di Valverde nella strada di Monreale, ad un miglio da Palermo, 
4 grossi cannoni mascherati. 

Al Generale Garibaldi 



86 DA MARSALA A PALERMO 



La mattina del 21 Garibaldi, avendo visto il nemico avanzarsi per la 
cresta del Boarra sino a Pioppo, comprendendo che non si sarebbe più mante- 
nuto sulla difensiva e ritenendo ancora in vita Rosalino, gli mandava la seguente 
lettera, di cui la sola firma è autografa. 

Misero-Cannone, 21 maggio 1860. 
Caro Rosalino, 

Ciò che fece il nemico questa mattina, non è altro che una ricognizione. 

Da parte vostra continuate ad ostiHzzare e ad allarmare il nemico quanto è possibile. 

Dite poi ai vostri Picciotti, che se vogliono andare a Palermo a liberare il loro 

Paese, che si conformino a fare la guerra provvisti di tutto qualche volta, e mancanti 

di tutto qualche altra. 

Vostro 

G. GARIBALDI 
* * 

L'ultima lettera che Rosalino Pilo aveva scritto partendo per la Sicilia era stata 
per il suo amico Salvatore Calvino (vedi Gap. 111). Essa era il canto della 
morte ! ed il fato volle che Galvino, distaccato da Garibaldi per andare a rag- 
giungere il Pilo dovesse assisterne la tragica fine. I particolari del doloroso 
episodio si desumono da un autografo inedito del Calvino, che è anche impor- 
tante per le notizie riguardanti la marcia delle squadre siciliane in quei giorni. 

Salvatore Calvino racconta come morì Rosalino Pilo. 

« 11 giorno 19 maggio 1860 il Generale Garibaldi mi spediva dal passo di Renda 
colla squadra di Paolo Cocuzza, forte di cento individui, a raggiungere Rosalino Pilo, 
che trovavasi alla testa di una banda di circa ottocento uomini sulle alture di San 
Martino, un Convento di frati Benedettini poco distante da Palermo. Raggiunsi il Pilo 
sul far della sera e gli recai le istruzioni di molestare, in tutti i modi, il nemico di 
giorno e di notte. 

La mattina del 20 le pioggie dirotte e la temperatura rigidissima non permisero 
alle bande di restare sulle posizioni che occupavano, sfornite di case e di capanne ; 
onde il Pilo ordinò che si andasse alle case nuove di Sagana per ricoverarsi. Ivi 
giunse ordine del Generale Garibaldi di andare al Convento di San Martino per 
molestare al solito il nemico ; ma con ingiunzione di non impegnare con esso un serio 
combattimento, se non quando il Generale cominciasse un attacco generale sopra 
Palermo. Pernottammo nel Convento di San Martino, mentre il compagno del Pilo, 
il bravo Giovanni Corrao, tenevasi con alquanta gente sulle vicine alture. Al fare del 



KOSSUTH INVOCA LA BENEDIZIONE DEL DIO DELLA VITTORIA 87 

giorno 21, il Pilo ordinava la sua gente per distribuirla sulle alture circostanti, 
poiché, essendo il Convento dominato da queste alture, era prudenza farle occupare e 
mettersi di fronte ai Borbonici in attitudine di osservazione. Il nemico, che era nel 
forte di Castellaccio sopra Monreale, distaccava dalla fortezza alcune compagnie e 
le faceva situare sopra le alture, che si stendevano dal Castellaccio verso le nostre 
posizioni. Alcuni delle nostre bande, veduto il movimento dei Borbonici, credettero 
che non si avanzassero per occupare quelle posizioni per mettersi in osservazione, 
ma che venissero ad attaccarci, onde spingevano il Pilo ad ordinare, che ci avan- 
zassimo ad incontrarli. 11 Pilo fece di tutto per ricondurli alla ragione, spiegando 
loro, che il movimento che faceva il nemico era lo stesso che intendevamo far noi, 
colla differenza che pel nemico, che nel forte di Castellaccio stava sicurissimo, era 
una ricognizione, mentre per noi, che ci trovavamo nel Convento in una posizione 
dominata dalle alture, era necessità di difesa. Le bande insorte, disgraziatamente, non 
hanno la disciplina delle truppe regolari, e quando non si può persuaderle, bisogna 
trarne quel partito che si può. 

Fatto il Pilo ogni sforzo per frenare quella gente, e visto che sarebbe andata 
incontro al nemico alla spicciolata, pensò essere migliore consiglio di condurla ordi- 
natamente al combattimento, facendosi guidare dagli eventi. Occupate le posizioni, 
rimpetto a quelle del nemico, da tutte le nostre forze, essendoci già riuniti colla parte 
che comandava il Corrao, i Borbonici ed i nostri cominciarono il fuoco alle ore 6,30 
circa a. m. Respingiamo il nemico da alcune posizioni e lo riconduciamo sulla cima 
di un' altura detta il Cristo, se ben mi ricordo, che è collegata col Castellaccio da una 
bassa collina. Questo monte del Cristo è più elevato dell' ultima posizione da noi occu- 
pata e dalla quale avevamo sloggiato il nemico. Ciò malgrado tenevamo non solo la 
posizione, ma coi nostri tiri impedivamo, che truppe dal Castellaccio andassero a rin- 
forzare il nemico. Erano le 8 antimeridiane all' incirca, quando una palla borbonica 
colpiva il prode Rosalino Pilo sul capo e lo fece cadere, privo di sensi, a pochi passi 
di distanza. Accorsi col Corrao e col medico, ma il caduto non udì la voce degli 
amici, e fra non molto la sua vita generosa fu spenta ! 

11 Corrao ed io continuammo a vegliare l' azione sino ad un' ora pom. 11 nemico 
intanto, visto che i nostri fuochi gì' impedivano, che truppe da Castellaccio andassero 
ad ingrossare le file, fece sì che da quel forte e anche da Monreale, partissero dei 
distaccamenti, che facendo più lungo cammino andassero a rinforzarlo coperti dallo 
stesso monte, che occupava. In quell'ora, diventati di numero importante i Borbonici 
SI avanzarono ed i nostri, mancanti di munizioni invano chieste al Quartiere Generale, 
che ne era sprovvisto, sforniti di forze per le fatiche e pel lungo digiuno (non avendo 
preso cibo dal giorno precedente) furono costretti a ritirarsi. 

Corrao ed io, poiché la ritirata già si convertiva in fuga, rimanemmo gli ultimi 
per frenare la gente e corremmo gravissimo pericolo di essere uccisi o fatti prigionieri. 
Alcune squadre si ridussero a Montelepre, altre in paesi circonvicini, o raggiunsero 
il generale Garibaldi. Restammo sul posto un numero così sparuto, che credemmo 
più opportuno, dopo di aver scritto ai monaci di S. Martino che ritirassero il cadavere 
del Pilo, di raggiungere la gente, che in maggior numero erasi ridotta a Montelepre. 



88 DA MARSALA A PALERMO 



Fatti accorti dall'accaduto, poiché le bande erano composte di buoni e di cattivi 
elementi, con Corrao ed altri buoni patrioti, che erano alla testa di esse, si deliberò 
di organizzarle, purgandole degli elementi cattivi e riducendole a tre o quattrocento 
individui scelti specialmente tra coloro, che si erano condotti coraggiosamente nella 
azione. Corrao specialmente assunse l'incarico di organizzare e comandare la gente 
ed io r indomani, 22, andai a raggiungere il generale Garibaldi con Pietro Tondù 
e col Rev. Salvatore Calderone, che con tre suoi fratelli ci aiulaoa non col crocefisso, 
ma col fucile, per informare Garibaldi del numero e dello stato delle bande e 
chiedergli istruzioni. Trovammo il Generale al Parco, ove era andato per vie impra- 
ticabili. Approvò la riorganizzazione delle bande e le istruzioni furono le medesime : 
molestare sempre il nemico, non impegnare un combattimento, che contemporaneamente 
all' attacco generale di Palermo. 

Il 23 ritornammo a Montelepre. 

Il 24 si riorganizzarono le bande, che avevano di già rioccupato le alture di 
S. Martino e restarono ivi sotto il comando di Corrao, che assunse di eseguire le 
istruzioni ricevute. Con Pietro Tondù e con G. B. Marinuzzi andai a Torretta e la sera 
a Carini, ove eccitammo i Municipi a fornire denaro, munizioni e viveri alle bande. 

Il 25 partii da Carini con Marinuzzi per raggiungere Garibaldi e per fargli 
noto, allo stesso tempo, lo stato migliore delle truppe di Corrao. Passammo la notte 
sopra un monte vicino S. Giuseppe delli Mortilli, ove era una banda di quel paese, 
comandata da un certo Migliore, ed il 26 passammo avanti gli avamposti borbonici 
della Piana dei Greci e raggiungemmo il Generale in Misilmeri. Demmo a lui tutti 
i ragguagli delle bande di Corrao e delle truppe borboniche di Piana dei Greci e la 
sera partimmo per Palermo. 

La mattina del 27 ho la fortuna di entrare da Porta Termini a fianco del gene- 
rale Garibaldi, del generale Tùrr e del capitano Stagnetti. 

Sento il dovere di tributare il dovuto elogio al coraggio mostrato dal povero Pilo 
e dal Corrao nel fatto del 21 che, sebbene non abbia importanza come fatto militare 
(che anzi doveva essere evitato, come era prescritto, e come il Pilo desiderava), pure 
ha dato occasione di provare come questi ed altri bravi al cospetto dei Borbonici 
poco curavano la vita. 

Inoltre, è giusto che dichiari che il Pilo, nei pochi giorni che fui presso di lui, mi 
faceva i più alti elogi di molti patrioti, che seco lui dividevano le fatiche ed i pericoli 
e m' indicava specialmente tre di essi G. B. Marinuzzi, Pietro Tondù ed Andrea 
Ramacca, come caldissimi patrioti, preparatori e parte principale dei moti di quei paesi ». 



* 



E noto come il movimento strategico col quale Garibaldi aveva ingannato 
i Borbonici era riuscito a tal segno, che la colonna von Mechel e Bosco si 
era data ad inseguirlo verso Corleone. Il generale Lanza esultava e con lui il 



COMHESSiRIATO STRIIOROINARIO 



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Ordine del generale Lanza, Alter Ego di Francesco II al colonnello Bonanno 
in autografo di Maniscalco, 26 maggio 1860. (Vedi pag. 89). 



KOSSUTH INVOCA LA BENEDIZIONE DEL DIO DELLA VITTORIA 89 

famoso Maniscalco, il quale il giorno 26, la vigilia dell' entrata di Garibaldi 
a Palermo, alle ore 1 2 e mezzo scriveva per incarico del Generale in Capo, 
di suo pugno nel gabinetto di quest' ultimo il dispaccio seguente al colonnello 
Bonanno. {Vedi facsimile). 

COMMISSARIATO STRAORDINARIO 
COLLE 

FACOLTÀ DELL'ALTER EGO IN SICILIA ^6 maggio 1860, 12 e mezza merid. 



Sua Eccellenza al Colonnello Bonanno, 

Tenga fermo il divieto di far penetrare in Monreale ufficiali stranieri. La banda 
di Garibaldi in rotta, si ritira disordinatamente pel distretto di Corleone. Egli è incalzato. 

IL GENERALE IN CAPO 

Dalla libera Inghilterra intanto, fino dal 20 maggio, era arrivata la voce del 
grande patriota ungherese Luigi Kossuth per invocare sul Liberatore la benedizione 
del Dio della Vittoria. {Vedi facsimile). 



Kossuth a Garibaldi. 

Londres, ce 20 Mai 1860. 
General, 

Le porteur Mr. Zaffiro Gemignani se rend en Sicile en qualité de correspondant 
du journal Morning Post. 

Sur la demand de la redaction du dit journal, je lui donne ces lignes, pour lui 
servir d' introduction. 

Que la benediction du Dieu de la victoire veìlle sur Vous dans Votre 
grande, noble, et glorieuse entreprise est V ardent souhait de 



A l'illustre Garibaldi. 



Votre amie et admirateur 
KOSSUTH 



CAPITOLO VI. 



L'ARMISTIZIO A BORDO DELL' " HANNIB AL „. 
L' "ALTER EGO,, DI FRANCESCO II E GARIBALDL 



Lyopo la sconfitta del generale Landi a Calatafimi, la posizione del prin- 
cipe di Castelcicala, comandante in capo le armi di Sicilia , divenne insoste- 
nibile. Chiamato dal re nel mese di marzo, egli aveva assicurato che 1' isola 
era tranquillissima, mentre quasi contemporaneamente scoppiava 1' insurrezione 
del 4 aprile. Gli avvenimenti di quegli ultimi giorni diedero 1' ultimo colpo, 
e, riuscite vane le pressioni di re Francesco su Filangieri, il I 5 maggio veniva 
nominato Commissario Straordinario, con tutti i poteri dell' Alter Ego, il siciliano 
Ferdinando Lanza, un vecchio di 72 anni, un vero generale da operetta! 

Il debutto del Lanza fu il proclama ai Siciliani del 1 8 maggio , in cui, 
dopo le solite promesse, aveva avuto il coraggio di dire : « Nel nome augusto 
del Re, ampio e generoso perdono accordo a tutti quei che , ora traviati , 
faranno la loro sottomissione alla legittima autorità ». Il popolo di Palermo 
rispose a quel proclama il giorno 20 con un manifesto affisso su tutti i muri 
della città e che terminava con queste parole : « Tenetevi pure il generoso 
perdono, o figlio di una corte pretesca.... Risparmiateci novelli insulti; rispar- 
miateci la vergogna di vedere più oltre il vostro nome a pie di proclami ed 
ordinanze.... Non ci fate arrossire.... per voi! È questa l'ultima risposta, che 
dal popolo si dà agli agenti della Jena di Napoli. Un' ultima risposta ancora.... 
col moschetto! Viva l'Italia! Viva Vittorio Emanuele! Viva Garibaldi!». 

Gli avvenimenti erano andati precipitando. Garibaldi il 27 entrava trion- 
fante in Palermo e la mattina del 30 un parlamentario era stato mandato dal 
generale Lanza per ottenere un armistizio dal filibustiere Garibaldi divenuto , 
ipso facto. Sua Eccellenza Garibaldi. Questi rispose che non avrebbe avuto 
difficoltà di accordare quanto gli si chiedeva, che avrebbe conferito ad un' ora 



92 L'ARMISTIZIO A BORDO DELL' " HANNIBAL ,. 

pomeridiana, a bordo della nave ammiraglia inglese, con i due generali borbo- 
nici, e che r armistizio sarebbe cominciato a mezzogiorno, dando ordini perchè il 
fuoco cessasse un ora prima. 

Come è noto, quell' armistizio di poche ore fu una vera fortuna per i 
garibaldini, i quali non avevano più munizioni ! Infatti, la mattina Garibaldi 
aveva mandato al marchese D' Aste, comandante la fregata sarda " Governolo ,, , 
un giovine palermitano, suo fidato, un certo Alessandro, per chiedere della 
polvere, ma era stata rifiutata. Tale rifiuto il Generale non dimenticò mai, ne 
parlava sovente e ne scrisse nelle sue Memorie. 

Non m* intratterrò sul conflitto avvenuto nella mattinata in piazza della 
Fieravecchia fra la colonna von Mechel e Bosco, che ritornava da Corleone , 
dove era andata ad inseguire Garibaldi e le squadre capitanate da La Masa, 
dal Sirtori e poi da Garibaldi stesso, il quale poco mancò non rimanesse 
ucciso per una bomba scoppiatagli vicino. L' episodio è stato esaurientemente 
narrato da tutti gli storici ed è certo che se il Wilmot, Luogotenente bor- 
bonico, non fosse riuscito a persuadere i Regi a retrocedere, le cose sareb- 
bero andate male per i garibaldini, i quali, come si disse, non avevano più 
munizioni. 

* * 

Quando i generali Letizia e Chretien , i due delegati borbonici per la 
conferenza, si trovarono al Molo della Sanità, Garibaldi — scrive 1' ammira- 
glio Mundy, la cui narrazione interessantissima fu riportata dal Guerzoni " e 
recentemente anche dal Trevelyan — era là prima di loro , facendo segnali 
col fazzoletto ai soldati del forte di Castellamare, i quali, sebbene fosse stato 
chiesto r armistizio, facevano fuoco su di lui. I due generali borbonici , che 
avevano sperato di trattare soltanto con 1' ammiraglio inglese , rimasero sorpresi 
quando si videro nella stessa lancia col filibustiere ! Essi non sapevano dove 
volgere lo sguardo, quando Garibaldi, dopo di loro, prese posto nel battello e 
l'ufficiale inglese comandò ai marinai: « out boathooks», « shove off». La loro 
sorpresa si accrebbe quando, salendo sull' " Hannibal ,, , la sentinella salutò 



' Mundy - H. M. S. " Hannibal „ at Palermo and t^Caples durìng the ìtalian revo- 
lution, 1859-61. 

^ G. Guerzoni - Garibaldi, voi. Il, pag. 109 e seguenti. 

' M. Trevelyan - Garibaldi and the thousand, pag. 318 e seguenti. 














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L'armistizio che si voleva imporre dal Generale Lanza a Garibaldi a bordo della nave ammiraglia inglese " Hannibal „ 
il 30 maggio 1860 e che Garibaldi copiò di suo pugno nella cabina dell'Ammiraglio. (Vedi pag. 93). 



L-" ALTER EGO.. DI FRANCESCO II E GARIBALDI 9i 

Garibaldi — che in quell' occasione aveva messo fuori il suo uniforme di 
Generale piemontese — cogli stessi onori accordati a loro , che erano i rap- 
presentanti del re di Napoli. 

La drammatica scena, che si svolse nella cabina dell' ammiraglio Mundy, 
avrebbe potuto servire a Guglielmo Shakespeare per un episodio di una 
sua tragedia, come il pennello di Rembrandt ci avrebbe dato un quadro 
meraviglioso, se avesse potuto ritrarre sulla tela, nella luce misteriosa della cabina 
dell' " Hannibal ,, , i vari personaggi di quello storico convegno nelle loro 
diverse uniformi, e la figura di Garibaldi farsi terribile alla proposta di presen- 
tare un' umile petizione a S. M. il Re di Napoli. 

Ma di quel memorabile convegno resta un foglio di carta, formato proto- 
collo, di manifattura inglese, di colore bleu pallido, che lascia vedere, a tra- 
sparenza, lo stemma dell' Inghilterra e che il Dittatore prese dal tavolo dell' ammi- 
raglio Mundy per copiarvi di suo pugno le condizioni dell' armistizio, imposte 
dal Lanza per mezzo del generale Letizia, e che questi — come afferma lo 
storico La Cecilia — aveva presentato per iscritto a Garibaldi. Trascrivo il 
prezioso documento, dal quale si apprende con esattezza quali furono le condi- 
zioni imposte dal Borbone in quella memorabile conferenza , e che fino ad oggi 
erano slate pubblicate incomplete dai diversi storici, a cominciare dal La Cecilia 
venendo al Guerzoni, alla Mario, al Bizzoni etc. 

Condizioni dell' armistizio, imposte dal Borbone il 30 maggio a bordo del- 
l' " Hannibal „ , trascritte di mano di Garibaldi nella cabina dell'ammi- 
raglio Mundy {Vedi facsimile). 

1 ." - Sospendersi le ostilità per quel tempo che si giudicherà fra le parti. 

2.° - Rimanere i belligeranti ciascuno nelle posizioni in cui si trovano in questo 
momento. 

3.° - Che fosse permesso, durante l' armistizio, di fornire i viveri giornalieri. 

4.° - Trasportare i feriti a bordo dei reaH legni e fare imbarcare le famiglie 
dei militari. 

5.° - Il Municipio dirigerebbe un' umile petizione a S. M. (D. G.) per appagare 
gli onesti desideri della città ; petizione che sarebbe sommessa a S. M. 

6." - Provvedersi di viveri i reclusi del R. Albergo e delle famiglie rifugiate 
nel monastero. 

7." - Potere durante 1' armistizio fornirsi di viveri le truppe, pigliandoli dal castello. 

LANZA 



' G. La Cecilia - Storia degli uliimi avvenimenti della rivoluzione siciliana, pag. 131. 



94 L'ARMISTIZIO A BORDO DELL* " HANNIBAL „ 

La conferenza cominciò alle 2, 1 5 del pomeriggio ed il Letizia aprì 11 
fuoco, protestando per la presenza dei comandanti le navi estere, che stanziavano 
nel porto di Palermo : Lefevre , comandante la fregata francese " Vauban ,, ; 
il Palmer, la fregata americana " Iroqois ,, ; il marchese D' Aste, il legno sardo 
" Governolo ,, . Soltanto il comandante la fregata austriaca non aveva voluto 
intervenire ! Ma il generale borbonico protestò più vivamente per la presenza 
di Garibaldi, asserendo che il pensiero del generale Lanza, nel proporre la con- 
ferenza, era stato quello di stabilire , d' accordo con Y ammiraglio Mundy , i 
termini dell'armistizio, che il capo dei ribelli (Garibaldi) poteva accettare o 
rifiutare. 

« Garibaldi — continua il Mundy — mantenne la sua calma abituale 
davanti al linguaggio insolente del Delegato borbonico ; ma il Palmer ed il 
Lefevre si mostrarono indignati, finche il Mundy, dominando la situazione, 
disse che egli da parte sua non intendeva agire come mediatore ; che aveva 
offerto la sua cabina come terreno neutro, dove le due parti avrebbero 
potuto conferire in condizioni uguali. Il Letizia si calmò ; ma la tempesta non 
tardò a scoppiare pochi minuti dopo, e questa volta da parte di Garibaldi, il 
quale, alla lettura della quinta condizione dell' armistizio, cioè che « il Municipio 
dirigerebbe un' umile petizione a Sua Maestà per appagare gli onesti desideri 
della città » , balzò in piedi e tuonò : « No ! il tempo delle umili petizioni al 
Re o a chicchessia è finito; oltre ciò, oggi non ci sono più municipalità.... La 
municipalità sono io. Io rifiuto il mio consenso ! » . 

La conferenza — soggiunge 1' ammiraglio inglese — non avrebbe avuto 
esito alcuno, se il Letizia in fondo non fosse preparato ad accordare ogni 
cosa, malgrado il suo contegno arrogante ed offensivo, che però non era quello 
del suo collega Chretien. Onde, vedendo che Garibaldi si mostrava perfetta- 
mente indifferente alla rottura delle negoziazioni, ritirò la condizione dell' unìile 
petizione, e fu firmato un armistizio, che doveva durare fino al mezzodì del 
giorno seguente. 

Prima di lasciare la nave ammiraglia e mentre il Mundy parlava con 1 
Generali borbonici, Garibaldi chiese al Palmer, comandante la fregata americana, 
ed al marchese D'Aste della polvere, di cui era rimasto privo. Il D'Aste si rifiutò, 
come si era rifiutato la mattina, quando Garibaldi gli aveva mandato uno dei 
suoi allo stesso scopo ; il Palmer sembra che desse la poca polvere che aveva ; 
al resto — scrive il Guerzonl — pensò la provvidenza! 

Garibaldi lasciava 1' " Hannibal ,, verso le ore 5, assai preoccupato per 
la mancanza di munizioni, ^tanto che gli era balenata in mente l'idea di una 



L' •• ALTER EGO „ DI FRANCESCO II E GARIBALDI 95 



ritirata sulle montagne. Ma, giunto al Palazzo Pretorio, dopo di avere arringato 
il popolo, che da tre ore attendeva 1' esito della conferenza, ed aver detto che 
stava ora ai forti figli della Sicilia il decidere, se essi volevano spezzare Y ultimo 
anello di quella catena, che sì lungamente li aveva avvinti al servaggio, un urlo 
terribile, simile al ruggito di un leone, rimbombò nella piazza: «Guerra! 
Guerra! ». 

« Oh ! son tant' anni ! 

E mi risuona ancor 1' alto rimbombo 

Di quel grido terribile di sdegno 

E di disprezzo!... E mi par 1' irta vedere 

Nero - cigliuta ed inarcata fronte 

De' superbi liberti. "A morte! Guerra! 

,, E seppellirci sotto le ruine 

,, Della natia città, pria che segnare 

,, L' atto nefando di servaggio e d' onta ,, . 

E qui Palermo io riconobbi, e degna 

Delle passate glorie ! E nelle vie 

Nacquero i baluardi, e sulla fronte 

Sino de' bimbi io la certezza lessi 

Della vittoria ». 

E la guerra continuò ! L' armistizio fu 1' indomani, a richiesta del generale 
Lanza, prolungato fino al 3 giugno ; ma il Governo di Napoli, visto che ogni 
resistenza sarebbe stata inutile, si decise a capitolare, ed il giorno 6 fu firmata 
dal Letizia, dal Garibaldi e dal colonnello Bonopane, questi per parte del generale 
Lanza, la capitolazione, il cui testo è stato pubblicato da quasi tutti gli storici. 

Il 7 giugno più di 20 mila soldati borbonici, comandati dal generale Lanza 
e da von Mechel, lasciavano il palazzo reale, la cattedrale e la Fieravecchia, 
e tutta r armata del Borbone , forte di 24 mila uomini , fu in dodici giorni 
imbarcata sui legni napoletani. 11 1 9, mentre Garibaldi ritornava da Castella- 
mare, dove era andato ad incontrare la spedizione Medici, che era felicemente 
sbarcata, l' ultimo residuo dell' esercito borbonico lasciava Palermo, si evacuava 
il forte e venivano lasciati liberi i sette detenuti politici, che vi erano stati rinchiusi. 
Lo stesso giorno Y Alter Ego di Francesco II lasciava Palermo! 



Garibaldi - Poema autobiografico etc. , canto XX, pagg. 165-166. 



96 L'ARMISTIZIO A BORDO DELL' •■ HANNIBAL „ 

Trascrivo qui dagli originali del mio Archivio dieci lettere dirette in quei 
giorni dal generale Lanza a Garibaldi ; lettere che per la forma e per il 
contenuto sono degne di essere conosciute. Esse vanno dal 1 .° giugno al 1 9, 
il giorno della partenza del Lanza e si completano con quelle pubblicate nel 
volume F. Crispi e i Mille. I detenuti politici, dei quali si fa cenno nelle 
lettere del 1 ." e del 1 8, erano i sette gentiluomini palermitani arrestati il 7 
aprile dal Maniscalco. La loro liberazione era stata chiesta dal Dittatore, 
ed il Lanza gli aveva risposto con la risetvatissima del primo giugno. I pri- 
gionieri appartenevano alla classe più aristocratica di Palermo ; essi erano : 
il duca di Cassero, Don Ottavio Lanza dei principi di Butera dell' ordine 
di san Filippo Neri, figlio del principe di Trabia , già ministro del Culto a 
Napoli sotto il regno di Ferdinando II, il marchese di San Giovanni, il barone 
Riso, il principe di Monteleone Pignatelli, il principe di Niscemi figlio, ed il 
principe di Giardinelli. 

Il generale Ferdinando Lanza, Alter Ego del Re di Napoli, il 1 8 giugno 
si accomiatava da Garibaldi con « r più sentiti ringraziamenti per tutte le cor- 
tesie usategli » e si faceva premura di avvisarlo che « il frumento depositato 
nel lazzaretto trovavasi intatto ». 

Si poteva essere più cavallereschi di così con un ex.... filibustiere} 

L' "Alter Ego ,, di Francesco II a Garibaldi. 

COMANDO IN CAPO 

DELLE ARMI E DELLA STAZIONE NAVALE Palermo, 1° giugno 1860. 

OLTRE IL FARO 



Signor Generale, 
(Risercatissima) 

Quanto Ella desidera è nelle mie intenzioni di fare, cioè la liberazione dei dete- 
nuti politici, di cui forma effetto il riverito suo foglio di oggi stesso, e però sono dolente 

non poterla contentare pel momento. 

// tenente generale 

Al signore 
Sig. generale Garibaldi 

Palermo 




L- •• ALTER EGO ,. DI FRANCESCO II E GARIBALDI 



97 



COMANDO GENERALE 

DELLE ARMI IN SICILIA 



N. 184 



Palermo, 15 giugno 1860. 



Signor Generale, 



L' Aiutante Maggiore Marotta, che era del 9° Battaglione Cacciatori, rimanevasi 
in Monreale ove tuttora rattrovasi. 

E poiché egli era membro del Consiglio di amministrazione di detto Corpo, era 
quindi in possesso della contabilità del Battaglione, al quale deve dare conto ancora 
di una resta di lire 868,05. 

Cosicché, prego Lei di far presentare al cennato Consiglio in questo campo il 
Marotta per dare le debite delucidazioni, che in opposto denegandole, gì' importereb- 
bero una macchia incancellabile al suo onore. 

// generale in capo 

Al signore FERDINANDO LANZA 

Sig. generale Garibaldi 

in Palermo 



COMANDO IN CAPO DELLE ARMI 
IN SICILIA 



Palermo, 16 giugno 1860. 



N. 188 



Signor Generale, 



11 Capellano dei Veterani D. Girolamo Di Marzo mi ha ufficiato di trovarsi 
infermo nella sua abitazione in Palermo, desiderando di raggiungere il suo destino non 
appena si sarà guarito ; sarebbe perciò della bontà di Lei permettere, che egli si abbia 
un ordinativo per aver libero il passaggio. 

// generale in capo 

Al signor generale Garibaldi FERDINANDO LANZA 

Palermo 



COMANDO IN CAPO DELLE ARMI 

IN SICILIA 



N. 194 



Signor Generale, 



Palermo, 16 giugno 1860. 



Sarebbe della sua bontà far tenere l' accluso ufficio al Signor Minneci, fornitore 
del Casermaggio Militare, ingiungendogli di dare una risposta al medesimo, che per 



CURÀTULO 



98 L'ARMISTIZIO A BORDO DELL' " HANNIBAL „ 

di Lei mezzo mi farebbe tenere, o pure recarsi personalmente a darla in questo campo. 
Le sarei grato di un riscontro. 

// generale in capo 

Al signor generale Garibaldi FERDINANDO LANZA 

Palermo 



COMANDO IN CAPO DELLE ARMI 
IN SICILIA 
♦ Palermo, 16 giugno 1860. 

N. 195 

Signor Generale, 

Fra le due parti combattenti venne stabilito, che le regie truppe avessero l'estremo 
avamposto a Santa Lucia del Borgo, e che il posto di Porta San Giorgio dovesse 
esser coperto dai suoi soldati e non dalle squadre, rimanendo la strada dello stesso 
Borgo come terreno neutro da potersi trafficare dai naturali di Palermo senza armi e 
le truppe regie avessero libera comunicazione col Forte Castellamare. Ora, le ripetute 
squadre si fanno lecito farsi vedere a gruppi armati nel terreno neutro, e nel momento 
che scrivo si osservano 7 individui col fucile, prossimi al posto Santa Lucia ; sarebbe 
nella consueta compiacenza di Lei emettere ordini precisi ad ovviare tale inconve- 
niente, che potrebbe condurre a tristi conseguenze, malgrado gli ordini severi da me 
emanati alle truppe sotto i miei ordini. 

// generale in capo 

A l signor generale Garibaldi FERDINANDO LANZA 

Palermo 



COMANDO IN CAPO DELLE ARMI 

IN SICILIA 
« Palermo, 17 giugno 1860. 

N. 211 

Signor Generale, 

Ho saputo che vari individui trattenuti dalle squadre, perchè dispersi o sortiti 
dagli OspedaU, desiderano rientrare nelle file dei corpi ai quali essi appartengono e 
ne vengono impediti dalle squadre medesime. 

Prego perciò, la di lei bontà voler fare in modo, che essi possano ritornare alle 
bandiere senza tema alcnna. 

// generale in capo 

Al signor generale Garibaldi FERDINANDO LANZA 

Palermo 



U '• ALTER EGO „ D\ FRANCESCO II E GARIBALDI 



99 



COMANDO IN CAPO DELLE ARMI 
IN SICILIA 



Palermo, 18 giugno 1860. 



N. 171 



Signor Generale, 



Andando a muovere per la Capitale e sapendo di esservi ancora dei feriti ed 
ammalati sotto cura per diversi punti dell'Isola, come quelli rimasti a Calatafimi ed 
altri Comuni, sono a pregare la di Lei bontà affinchè, quando costoro saranno al caso 
di poter muovere, fossero mandati in Napoli, potendo Ella avvertirne con anticipo 
quel Comando Generale, onde spedire qualche legno a riaverseli. 



Al signor generale Garibaldi 

Palermo 



Il generale in capo 
FERDINANDO LANZA 



COMANDO IN CAPO DELLE ARMI 
IN SICILIA 



Palermo , 1 8 giugno 1 860. 



N. 216 



Signor Generale, 



Siccome fra domani o dopo domani andrò a muovere col rimanente della truppa 
di mio comando, così giusta quanto Ella piacevasi farmi sentire per lo mezzo del gene- 
rale Letizia e colonnello Bonopane, la prego essere compiacente disporre, che i suoi 
avamposti da quest'oggi non permettano l'entrata nel mio campo a qualunque individuo, 
che vi vorrebbe entrare senza plausibile ragione, come pure di allontanare le squadre, 
che farebbe sostituire dai suoi soldati. 

Profitto di questa occasione per esprimerle i piìi sentiti ringraziamenti miei per tutte 

le cortesie usatemi. 

Il generale in capo 

Al signor generale Garibaldi FERDINANDO LANZA 

Palermo 



COMANDO IN CAPO DELLE ARMI 
IN SICILIA 



Palermo, 18 giugno 1860. 



N. 226 



Signor Generale, 



Siccome domani a mezzogiorno la guarnigione di Castellamare ne uscirà per andarsi 
ad imbarcare al molo, così la prego, giusta il convenuto, di mandare quivi i suoi sol- 



100 L'ARMISTIZIO A BORDO DELL' " HANNIBAL ., 

dati per impedire, che le squadre e la gente curiosa si metta sugli spalti ed entri nel 
Forte, producendovi inconvenienti. 

Come pure la prego di fare, verso la istessa ora, trovare al molo qualcuno dei 
suoi Ufficiali di Stato Maggiore per riceversi i sette detenuti, finito che sarà l'intero 
imbarco delle truppe. 

Mi giova finalmente prevenirla, che il frumento depositato al Lazzaretto trovasi 
intatto, ma sarebbe però mestieri mettervi persona a custodia per evitare, che qualche 
mano possa profittarne, ora che quel locale sarà abbandonato dalla truppa. 

Il generale in capo 
Al signor generale Garibaldi FERDINANDO LANZA 

Palermo 

COMANDO IN CAPO DELLE ARMI 

IN SICILIA Palermo, 19 giugno 1860. 



Signor Generale, 

Movendo io con la Colonna sotto i miei ordini, prego la di Lei bontà disporre, 
che non sia molestata la casa della signora Duchessa di San Martino, sita vicino la 
5' Casa, che ho occupato fino al momento della mia partenza. 

Accolga i miei anticipati ringraziamenti. 

// generale in capo 

Al signor generale Garibaldi FERDINANDO LANZA 

Palermo 



CAPITOLO VII. 



DISSENSI DOPO LA PARTENZA DI GARIBALDI. 
L'OPERA DI AGOSTINO BERTANl. 



VJaribaldi, salpando da Quarto, aveva scrìtto al Bertani la lettera a 
tutti nota, che ritengo opportuno qui ripubblicare , affinchè si possano meglio 
comprendere e valutare gli avvenimenti, che si svolsero in Genova dopo la 
partenza dei Mille. Sulla base di numerosi documenti inediti balza fuori in queste 
pagine tutto il retroscena di quei giorni agitati dal turbine delle passioni. ' 

Genova, 5 maggio 1860. 
Mio caro Bertani, 

Spinto nuovamente sulla scena degli avvenimenti patri, io lascio a voi i seguenti 
incarichi : 

Raccogliere quanti mezzi sarà possibile per coadiuvarci nella nostra impresa. 

Procurare di far capire agli italiani, che se saremo aiutati dovutamente, sarà 
fatta r Italia in poco tempo e con poche spese ; ma che non avranno fatto il loro 
dovere, quando si limiteranno a qualche sterile sottoscrizione. 

Che r Italia libera di oggi, in luogo di centomila soldati , deve armarne cin- 
quecentomita ; numero non certamente sproporzionato alla popolazione : e che tale 
proporzione di soldati I' hanno gli Stati vicini , che non hanno un' indipendenza da 
conquistare. Con tale esercito I' Italia non avrà più bisogno di padroni stranieri , che 
se la mangiano a poco a poco col pretesto di liberarla. 

Che ovunque sono Italiani che combattono oppressori , là bisogna spingere gli 
animosi e provvederli del necessario per il viaggio. 

Che r insurrezione siciliana non solo in Sicilia bisogna aiutarla, ma nell' Umbria, 
nelle Marche, nella Sabina, nel Napoletano etc. , dovunque sono nemici da combattere. 



' Si legga pure sul proposito il bel volume pubblicato dal Senatore Alberto Dallolio : La 
spedizione dei Mille nelle memorie bolognesi. Zanichelli, Bologna, 1910. 



102 DISSENSI DOPO LA PARTENZA DI GARIBALDI 

10 non consigliai il moto della Sicilia; ma venuti alle mani quei nostri fratelli, 
ho creduto obbligo di aiutarli. 

11 nostro grido di guerra sarà : « Italia e Vittorio Emanuele » e spero che anche 

questa volta la bandiera italiana non riceverà sfregio. Con affetto 

Vostro 

G. GARIBALDI 

Agostino Bertani restava adunque in Genova 1' Alter Ego di Garibaldi. 
Patriota dei più caldi, egli aveva accettato il programma del duce del Mille ; 
ma d' indole poco conciliante, dottrinario come il Mazzini ed il Cattaneo , ai 
quali era legato da antica e costante amicizia e dalla stessa fede repubblicana, 
il Bertani, non può tacersi, suscitò non poche difficoltà in seno a quel nucleo 
di patrioti, che erano rimasti a preparare le altre spedizioni in aiuto di Garibaldi, 
combattente in Sicilia. I dissensi non avvennero soltanto con Giacomo Medici 
ed Enrico Cosenz, ma col Pinzi e col Besana, i quali ultimi erano , come è 
noto, alla direzione del Comitato per il « Milione di Pucili ». Costoro volevano 
trarre dal Governo piemontese tutto quell' aiuto, che era possibile di ottenere 
senza comprometterlo agli occhi della diplomazia , mentre il Bertani combat- 
teva, per principio fisso, il Governo. 

Il pomo della discordia fu la spedizione nello Stato pontificio, che Garibaldi, 
è vero, aveva consigliato quando partì da Quarto ; ma che da lui fu poi abban- 
donata, quando in Sicilia le cose erano tutt' altro che sistemate e si aveva 
bisogno urgente di uomini e di armi. I documenti che qui si leggono, illuminano 
r importante momento storico e meritano di essere presi in tanta maggiore con- 
siderazione, in quanto sono tutte lettere dirette a Garibaldi dai principali perso- 
naggi di queir epoca. Ciascuno fa giungere la propria voce all' uomo, che tutta 
Italia salutava in quei giorni come il suo « Liberatore », e che affascinava il 
mondo con i suoi prodigi di valore. 

Udremo la voce calma di Giacomo Medici, dello strenuo difensore del 
« Vascello » ; quella affettuosa di due prodi soldati, il Corte e il Malenchini ; 
la voce sobria del Pinzi e del Besana ; il pensiero sereno di Enrico Cosenz ; 
quello amichevole del Coltelletti ; la voce devota di Biagio Caranti , il futuro 
segretario del prodittatore Pallavicino, che ci fa noto 1' interessamento che Re 
Vittorio prendeva ai successi di Garibaldi, ed udremo, infine, la parola appas- 
sionata, concitata, e talvolta supplichevole di Agostino Bertani, il quale, rimasto 
solo a sostenere una linea di condotta non creduta idonea dagli altri, prega, 
scongiura Garibaldi di proclamarlo /' unico e cero rappresentante del di lui 
programma in Genova. 



L'OPERA DI AGOSTINO BERTANI 103 

Giacomo Medici a Garibaldi ( Vedi facsimile). 

Genova, 25 maggio 1860. 
Caro Garibaldi 

Riceverai con questa un carico d' armi e munizioni spedite in battello a vapore. 

Capirai che, per mettere insieme un tanto soccorso, ho dovuto, oltre a Bertani, 
La Farina e Finzi, ricorrere ad una cassa più forte , che se continuerà a rimanerci 
aperta, io potrò presto raggiungerti con duemila uomini ed altri quattro o cinquemila 
fucili e corrispondenti munizioni. 

Malenchini ed io facciamo di tutto per mettere in tuo aiuto il concorso di tutti 
i partiti liberali e non avere il Governo realmente ostile ; ma non so per qual motivo 
il partito mazziniano e V avanzato del Bertani lavorino invece in senso di dissolvere. 

Mi pare non sia il momento, mentre voi combattete, di occuparci di quistioni 
politiche, e per me non Vedo V ora di trovarmi con te. 

Ti raccomando il latore, che mi pare un buon ufficiale, come pure Vassallo e 
Fardella, quasi tutti di questo distaccamento. Addio. 

Tuo affezionatissimo 
MEDICI 

Vincenzo Malenchini a Garibaldi. 

Genova, 25 maggio 1860. 
Mio Generale, 

Profitto dell' occasione per dirle, che con Medici faccio quel poco che posso 
per secondare il di Lei desiderio, nella speranza di riunirci tutti insieme in Sicilia: 
nella Sicilia libera ed italiana! 

Medici si adopra, con attività giusta e ferma, alla quale io interamente deferisco. 

L' Italia commossa applaudisce al successo della sua spedizione. Ho fede che 
presto applaudirà alla di Lei completa vittoria. 

Sempre suo amico ^- MALENCHINI 

Clemente Corte a Garibaldi. 

Torino, 25 maggio 1860. 
Mio caro Generale, 

Il trovarmi a Londra mi ha impedito di partire con Lei e ne ho molto rammarico. 
Sono qui da qualche giorno con Medici, e spero che presto potremo raggiungere Lei 
e gli antichi nostri compagni. 

L' entusiasmo in favore di Lei e della santa e giusta nostra causa è grande qui, 
grande a Londra, grande ovunque ! 

Con auguri di felice successo e speranza di potervi partecipare, Le sono, con 

filiale rispetto ed affezione 

CLEMENTE CORTE 



104 



DISSENSI DOPO LA PARTENZA DI GARIBALDI 



Giuseppe Finzi a Garibaldi. 

Illustre Generale, 



Torino, 9 giugno 1860. 



Gli sforzi della Direzione pel « Milione di Fucili » , da voi delegata , riescono 
finalmente coronati da successo, ed attraverso i più gravi e svariati ostacoli si compie 
ora una spedizione sotto la condotta del bravo colonnello Medici , da voi designato, 
sulla cui importanza ed efficacia attendiamo il vostro imparziale giudizio , unico con- 
forto a noi, dopo ì' amore di cooperare al bene di questa nostra travagliata Patria, 
che invochiamo sempre una, concorde ed intera. 

Fedeli alla nostra divisa, di agire sempre con consiglio amico a questo nostro 
Governo italiano, ebbimo comuni i pensamenti col colonnello Medici, e conforme alla 
sua, fu la nostra condotta ; dovemmo però discostarci da Bertani, non già negli intenti 
e nei mezzi, bens) nel modo di applicarli: noi cogliamo trarre dal Governo italiano 
il maggiore aiuto possibile, associandolo ai nostri divisamenti e sospingendolo senza posa ; 
temprando però la nostra condotta per modo da non creargli degli imbarazzi, che lo 
paralizzino. 

Bertani non acconsente in questa veduta: s'inspira da sé stesso, e si atteggia, se 
non ostile al Governo, almeno come Governo non vi fosse o non dovesse esservi. 

Siate voi, illustre Generale, nostro giudice, e diteci se come facciamo, ne potremo 
mai fare altrimenti, meritiamo tuttavia la vostra fiducia. 

Le stupende vostre gesta sono ammirate da tutta Europa ; già scompaiono i fatali 
preoludizi lungamente nutriti contro di voi, ed il convincimento che l' Italia può essere, 
si fa strada, attraverso 1' entusiasmo dei popoli, infino ai gelidi Gabinetti diplomatici. 

Deh ! non sorga mai evento, che turbi quest' ora di provvidenziale sorriso sullo 
svolgimento del nostro destino, ed indicandoci dissidenti e ciechi delle esigenze del- 
l' epoca, converta le simpatie soccorrevoli in invincibili rennitenze. 

Generale, in mezzo alla riconoscenza, onde vi è devota tutta 1' Italia , abbiateci 

tra i più grati e devoti amici vostri. 

Per la Direzione 

GIUSEPPE PINZI 
Enrico Besana a Garibaldi. 



DIREZIONE DEL FONDO 

pei il 
" Milione di Fucili „ a Garibaldi 



Contrada di S. Dalmazio, n. 5. 

Milano, 9 giugno 1860. 



N. 1099 



Generale, 

La Direzione si tiene altamente onorata delle vostre lettere del 17 e 28 scorso 
maggio, pervenutele regolarmente. Essa plaude di tutto cuore ai vostri successi, ed 



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Lettera di Giacomo Medici a Garibaldi. Genova, 25 maggio 1860. 

(Vedi pag. 103). 



L'OPERA DI AGOSTINO BERTANI 105 



esulta vedendo trionfare in voi la causa del giusto, della libertà e della indipendenza 
d' Italia. Le vostre notizie le giungono desideratissime. Con essa, tutti i buoni, gì' Ita- 
liani tutti, accolgono con avidità, col massimo interesse e piacere, i particolari concer- 
nenti r eroica spedizione da voi capitanata. Appena le tante e gravi vostre occupa- 
zioni ve lo permettano date — la Direzione ve ne prega — più frequenti ragguagli 
da potersi pubblicare. Solo le vostre parole bastano a destare l' entusiasmo. 

La Direzione si adoperò sempre, con alacrità, a disimpegnare gì' incarichi da voi 
affidatele: essa fa continue istanze a coloro che tengono a disposizione delle somme 
devolute alla vostra sottoscrizione, e ne affretta la trasmissione. 

Essa ebbe la soddisfazione d* incassare, per tal modo, ragguardevoli somme, le 
quali ha erogato interamente a vantaggio della causa dei fratelli siciliani. 

Così fu precipuamente coi fondi forniti dalla Direzione, che si poterono acqui- 
stare i vapori coi quali sta per salpare la forte spedizione Medici. 

Slanle le tante e Dice pratiche fatte dallo scrivente presso il Ministero si potrà final- 
mente passare al ritiro delle armi, che giacevano nel deposito di Milano. 

Duemila carabine Enfield, cinquemila fucili francesi, cento revolvers Colt, conse- 
gnati dalla direzione al predetto colonnello Medici, e branditi da giovani animosi com- 
pletamente equipaggiati, saranno al certo di grande efficacia. 

Alla Direzione non restano ora che i quattromila fucili prussiani. Essa dispone, 
perchè vengano debitamente riparati, e si farà premura di spedirveli con una prossima 
spedizione, o come meglio troverete di ordinare. 

Generale, la Direzione continuerà ad adoprarsi con tutto lo impegno, onde por- 
tarvi aiuti; vi arrida sempre favorevole la sorte come sin' ora; cessi quell'odioso governo, 
che è un insulto all' odierna civiltà ed alla dignità dell' uomo ; che l' Italia nostra sia ! 

Con tali voti, o Generale, la Direzione vi esprime i sensi della più sincera e 

rispettosa amicizia. 

Per la Direzione 

ENRICO BESANA 
Enrico Cosenz a Garibaldi. 

Genova, 9 giugno 1860. 
Generale, 

Nel mentre avevo combinato di raggiungervi a Palermo con Medici, avendo 
saputo che la città veniva sgombrata dai borbonici e che per ora non si combatte, 
ho ceduto alle istanze di molti amici, i quali desiderano, che si venga preparando una 
terza spedizione. Io quindi rimango; ma vi pregherei caldamente. Generale, di volermi 
indicare in una vostra lettera dove e quando la credete più opportuna, poiché vi hanno 
qui fabbricatori di progetti più o meno aerei, che si fanno scudo del vostro nome. 

Non sarebbe meglio riunire tutti gli sforzi in Sicilia e da quella base partire per 
la conquista o rivoluzione della terraferma ? 

Vi saluto ed attendo con premura gli ordini vostri. 

Vostro 

ENRICO COSENZ 



106 DISSENSI DOPO LA PARTENZA DI GARIBALDI 

SOCCORSO A GARIBALDI 

Genova, li 10 giugno 1860. 

CASSA CENTRALE IN GENOVA * * 



Generale, 

Sono restato nell' oggetto di poter guidare una terza spedizione di armi ed armati ; 
ma quello che io vi prego caldamente farmi conoscere si è il punto, ove meglio cre- 
dete, che si debba dirigere. Vi ha chi vorrebbe che si andasse per le Marche e per 
colà penetrare negli Abruzzi, altri in Terra di Laooro, altri in Sicilia, lo penderei 
piuttosto per quest' ultima opinione, se le forze napoletane si concentrano in Messina ; 
perchè così si formerebbe un nucleo d' esercito. Perdonate la mia insistenza e cre- 
detemi sempre 

Vostro 

ENRICO COSENZ 

Biagio Garantì a Garibaldi. 

Torino, 2 giugno 1860. 
Carissimo Generale, 

Approffitto di un* occasione sicura per mandarvi di mie e chiedervi di vostre 
notizie. Dopo che ebbi la fortuna di abbracciarvi a Quarto, caddi gravemente infermo, 
e fui in pericolo di vita. Ora però miglioro e quantunque vi scriva ancora dal letto, 
sono però in grado di parlare e scrivere per eccitare questa gente tiepida a correre 
in soccorso della santa causa che voi propugnate, contento a sì meraviglioso volere. 
Voi al contrario, in così poco tempo, quante gloriose opere avete fatto ! Io seguo le 
notizie che giungono di Sicilia, con quella trepidanza, che ha origine nella più sin- 
cera e calda amicizia. 

// Re manda sovente il generale Sanfront a domandarmi, se ho di vostre notizie. 
Quanto sarei lieto di soddisfare alla generosa ansietà del Re Galantuomo! 

Quando Tiirr, da Telamone, scrisse poche righe alla Pallavicino e le mandò un 
vostro proclama e un ordine del giorno, io li feci prontamente tenere al Re e ne fu 
lietissimo. Se non voi, che avete troppo prezioso il tempo, ma Tiirr o qualche altro 
vostro fidato, mi facesse pervenire un rapporto di quanto avete già fatto, spoglio di 
tutte le contraddizioni, che corrono costì, io sono certo che non gli si potrebbe fare 
regalo più gradito. Ma badate bene, che bisogna procedere con tutta la massima pru- 
denza, perchè i diplomatici e gì' intriganti lo sorvegliano costantemente ed hanno cor- 
rotto persino i suoi valletti di camera. Voi li conoscete, e sapete di quanto essi sono capaci. 

A proposito d' intriganti, badate bene che viene giù il La Farina, ed ora, che è 
passato il pericolo, verrà per cogliere i fruiti; ma voi lo conoscete e non avete bisogno 
dei miei avvertimenti per guardarvi da lui. 

Voglio dirvi una mia idea : badate se essa vi pare attuabile. Quando chiamerete 
il popolo siciliano al plebiscito, ponete ad esso la condizione, che i ministri sardi non 



L'OPERA DI AGOSTINO BERTANI 107 

possano alienare altra parie d'Italia; altrimenti, mentre voi unirete la Sicilia, forse l'Italia 
perderà la Sardegna e noi poveri piemontesi che da 12 anni sopportiamo sacrifici di ogni 
genere, perchè un tempo si chiamava Gallia Cisalpina, forse ci Oenderanno alla Francia. 
Organizzate quanto più prontamente vi è possibile forze regolari. Date ai reggi- 
menti il numero progressivo ai nostri, cioè, 53, 54 etc. Promulgate lo Statuto Sardo 
e le altre leggi cardinali, onde cominciare 1' annessione legislativa, prima che sia fatta 
la politica. Oh ! potessi essere al vostro fianco, per sventare gì' intrighi di tutti coloro, 
che cercheranno di farsi belli dei risultati ottenuti dal vostro valore e dal sangue dei 
valorosi vostri compagni d'armi! 

Circondatevi di uomini franchi, schietti. Direte, che mi arbitro darvi consigli. 
Non è a titolo di consiglio, che vi dico tutto ciò. Voi sapete quale amicizia vi pro- 
fessi, quanta venerazione abbia per voi e vi dico con franchezza ciò, che parmi potrà 
rendervi più facile la grande impresa, che avete generosamente tentata e condotta 
fin' ora con tanta sagacia e valore. 

I Pallavicini vi salutano caramente. Salutatemi tanto Tiirr e Menotti. Guardate, 
che darò qualche biglietto di raccomandazione a dei miei amici e connazionali, che 
vengono a raggiungervi. Voi avrete la bontà di dir loro una parola d' incoraggiamento. 

Fateci sapere ciò di cui principalmente abbisognate, acciò possiamo adoperarci a 
procurarvelo. 

La Pallavicino ha già spedito 48 e più casse di oggetti atti alla medicazione dei 
vostri gloriosi feriti. 

Insomma, tutti pensiamo a voi ed ai vostri ; voi pensate qualche volta a noi, quando 
le gravi occupazioni vostre ve lo permettono. Dite a Tùrr che ci scriva. Anche i 
Pallavicini fanno la stessa raccomandazione. 

Permettetemi, che vi abbracci caramente e che mi protesti qual sono 

Vostro aff.mo amico 
BIAGIO GARANTI 

L. Coltelletti a Garibaldi. 

Genova, 31 maggio 1860. 
Amico, 

Per chi vi conosce come io, le vostre gesta non sorprendono I Voi siete l'uomo man- 
dato da Dio a liberare 1' Italia e quindi i portenti, che operate hanno del soprannaturale. 

Avanti dunque, finche la vostra missione non sia compiuta. Le benedizioni degli 
Italiani fanno scudo alla vostra vita, ma per Dio ! non la esponete tanto ; essa non è 
più vostra, è dell' Italia ; e questa infelice cadrebbe con voi. 

La vostra Dittatura è la risoluzione, che più conveniva ed approvata da tutto il 
mondo, che tiene per certo non la deporrete, finche 1' Italia non sia unita. 

Tanti saluti a Menotti e credetemi sempre vostro leale amico 

L. COLTELLETTI 

P. S. - Bertani ed io ci occupiamo per mandare ad effetto le vostre istruzioni. 
Medici non si comprende ancora. Non ci lasciate privi di lettere per carità. Vale. 



108 DISSENSI DOPO LA PARTENZA DI GARIBALDI 

Genova, 9 giugno 1860. 
Caio Generale, 

Spero avrete ricevuta la mia consegnata a Dumas. Io non ho che ripetervi quanto 
vi dissi nel dispaccio : che sopra tutto diffidiate di La Farina e a nessun patto lasciale 
la Dittatura. Gli occhi di tutto il mondo sono fissi su di voi, dunque non vi fidate 
che di voi solo. 

Qui ieri sera si è parlato in Borsa del prestito ; ma nulla si potè conchiudere 
per la poca confidenza dei borsaiuoli. 

Posto che trovaste denaro assai, vedete se non sia meglio spedirne per Cagliari, 
e di là per Genova. Mi pare l' espediente migliore. 

Perchè non scrivete, perdio! una riga al vostro amico? 

L. COLTELLETTI 

P. S. - Teresa e Deidery saranno fra noi per il 15. Salutate Menotti e Bixio. 
Carlotta con i figli vi baciano la mano. 



* 
* * 



Ecco ora le lettere dirette da Agostino Bertani a Garibaldi e che si 
seguono per ordine cronologico e come tutte le altre ho fedelmente trascritto 
dagli originali autografi. 

Bertani a Garibaldi. 

SOCCORSO A GARIBALDI 



Genova, li 23 maggio 1860. 

CASSA CENTRALE IN GENOVA ** 



(Qui è stampala la noia lettera scritta da Garibaldi a Bertani, 
il 5 maggio, che ho in principio del capitolo ripubblicala). 

Caro Generale, 

Vi prego di gittare 1' occhio su queste carte. Io ho accettato nella parola, e nello 
spirito il programma vostro, che voi sapete, quanto sia anche il mio ; l' ho diffuso 
ovunque colla unita circolare, e non ne devierò d' un capello. Ho fatto ogni sforzo 
per compierlo e credo di avere già preparato il paese, in modo ne possiate disporre 
fin d'ora. Ma voi partito, mi si attraversò la via dai vostri stessi amici, contrastan- 
domi il denaro! 

Quelli che voi avete autorizzati a raccogliere sussidi per la Sicilia, limitano all' isola 
il loro intento, avversando il proposito di quel più largo campo di azione, che solo 
può salvare la Sicilia e 1' Italia. 



L- OPERA DI AGOSTINO BERTANI 109 

Per tagliar corto a questa opposizione, è necessario che tutti i mezzi refluiscano 
là, ove è il vostro programma, lo vi prego, perciò, di far qui pervenire un' istruzione 
vostra nei seguenti termini : 

« Alla mia partenza per la Sicilia commisi al sig. Bertani l' attuazione di un 
programma sul modo col quale intendeva si dovesse dagli Italiani soccorrere la Sicilia. 
Esso corrisponde al concetto, che io ebbi dalla Pace di Villafranca, circa la via che 
tutti dovevamo battere per salvare la patria; e la proposta del " Milione di Fucili „, 
il progetto di passar la Cattolica, e la fondazione della Società la " Nazione armata „ 
sono altrettanti sforzi per condurre il paese nella strada, che la Rivoluzione siciliana 
aperse poi larga e luminosa. Affinchè quel programma possa più presto e più facil- 
mente compirsi, urge che il sig. Bertani, che ne è il solo depositario, possa anche 
disporre di tutti i mezzi, che il patriottismo di ciascuno va raccogliendo. Io sollecito 
perciò, la Commissione del " Milione di Fucili „ e tutti quelli, che si sono fatti col- 
lettori di soccorso per la Sicilia ad affidare tosto ogni mezzo raccolto al sig. Bertani, 
continuando nella loro patriottica impresa coli' usato fervore » . 

Ricevo adesso la vostra lettera da Salemi. ' Vivano i trionfi vostri, e di cotesti 
bravi; il cuore d'Italia palpita commosso per voi e tutti i suoi figli prediletti! 

Adempirò gì' incarichi che mi date. 

La Commissione pel « Milione di FuciH » , ed io cogli aiuti che vi sono noti, 
vi spediamo oggi armi e munizioni. 

// Medici si è lasciato per debolezza deviare dal vostro programma, riguardo al 
Pontificio, fino ad avversare qualunque impresa, che non sia una seconda spedizione 
in Sicilia, che stassi preparando e che egli capitanerà. Io continuo a lavorare pel pili 
largo progetto nel Pontificio negli Abruzzi e nelle Calabrie; e se i più noti capitani 
mi verranno meno, andranno per essi i giovani. Voi vedete anche da ciò quanto sia 
urgente, che mandiate le istruzioni, che sopra vi raccomando. 

Lo Zambianchi, dopo uno scontro, ha dovuto ritirarsi, e per ragioni che potete 
immaginare ; tento ora inviarlo in Sicilia. 

Vi raccomando di prestare la massima attenzione al progetto di prestito che 

vi unisco. 

Vostro sempre 

AGOSTINO BERTANI 

Come si vede dalla lettura di questa lettera i dissensi fra Bertani ed il 
Medici e la direzione del Comitato del « Milione di Fucili » cominciavano 
già sin dal 25 maggio. La causa della discordia era l* invasione nello Stato 
pontificio, non voluta dal Cavour perchè avrebbe suscitato le proteste di Napo- 
leone 111, non desiderata dal Pinzi e dal Besana, perchè non credevano pru- 



' La lettera di Garibaldi scritta da Salemi porta la data del 1 9 maggio e fu pubblicata 
dalla Mario neW Agostino Bertoni e i suoi tempi, voi. Il, paig. 36. 



DISSENSI DOPO LA PARTENZA DI GARIBALDI 



dente di urtare la volontà del Governo, creandogli imbarazzi ; non creduta utile 
infine, in nessun modo, ne dal Medici, ne, come vedremo, dal Cosenz, i quali 
vedevano che la maggiore urgenza ed il dovere del momento era quello di 
aiutare Garibaldi in Sicilia e liberare l' isola completamente. Bertani vuole 
essere il supremo direttore di ogni cosa ; gli mancano i mezzi pecuniari e sol- 
lecita Garibaldi di mandare le istruzioni, che egli stesso gli detta. Riguardo al 
progetto di prestito, che viene raccomandato, avrò occasione di parlarne in seguito, 
pubblicando sul proposito due lettere dell' avv. Enrico Brusco. 

SOCCORSO A GARIBALDI 

Genova, li 31 macsio 1860. 

CASSA CENTRALE IN GENOVA "^^ 



Caro Generale, 

Un certo De Micheli, che arriverà col battello portante armi costì, vi darà mie 
letter» pressanti. Mi raccomando per esse. 

La guerra dei lafariniani vuol farmi impotente per eseguire il Vostro programma : 
aiutatemi, mandandomi pieni ed esclusivi poteri come Vostro rappresentante. 

Posso mandarvi 30 mila fucili e qualche cosa di meno di 15 mila franchi. Sono 
fuciH prussiani usati, ridotti, dell'armata, in ottimo stato. E importantissimo, che voi 
siate indipendente per l' armamento. // Governo qui non vi potrebbe servire così presto. 
Se li volete, scrivete. Io intanto, conto di farli venire qui. Potreste armare il popolo 
e servirvene per la Calabria, lo ne comprai già. 

Mi si attraversa ogni cosa per lo Stato Pontificio. Medici abbandonò e adesso 
quel progetto sono io il solo a proteggerlo ; ma ho il popolo che lo vuole. Rispondetemi. 

Vostro di cuore 
A. BERTANI 

SOCCORSO A GARIBALDI 

Genova, H 1° fliuono 1860. 

CASSA CENTRALE IN GENOVA 



Caro Generale, 

Per mezzo di Borelli di Mantova, che vi mando espressamente, voi avrete quanto 
m' interessa come e più della vita, ed ansioso attendo il vostro riscontro. 

Qui si tenta di giuocarvi ancora, opponendosi all'esecuzione del vostro programma. 
Guardatevi dai Lafariniani come dagli aristocratici. E causa di democrazia, non d'altro, 
e con ciò di libertà ! 

Rispondetemi per mezzo di Borelli a tutto, a tutto! 



L'OPERA DI AGOSTINO BERTANI III 

Voi potete fare davvero l' Italia ; siete provvidenziale. Per altra via non si pub. 
Combiniamo e guidiamo le forze. Siamo ansiosi di notizie di Bixio e Sirtori e degli 
altri. Leggete, se potete, cosa dissi di voi in Parlamento. 

Vostro di cuore ed anima 
A. BERTANI 

P. S. - Mi si chiede conto di un Riccardo Luzzatto sotto Bixio. Si potrebbe 
saperne? Vi raccomando caldamente Alessandro e Carlo Antongini. Di nuovo addio. 

Vostro, vostro, vostro 
A. BERTANI 

* 
* * 

Nella lettera che segue, anch' essa del 1 ° giugno, si ripetono le stesse idee, 
quasi con le stesse parole, ma con maggiore vivacità, espresse in quella del 25, 
alla quale sembra che Garibaldi non abbia risposto. E una vera febbre, che 
divora il Bertani ; egli è contro tutti. Il suo temperamento poco conciliante è 
causa di discordie; nulla egli tralascia per influire sull' animo di Garibaldi. La 
sua attività è straordinaria. Importante è la lettera del La Farina, che il Ber- 
tani trascrive in copia a Garibaldi per metterlo in guardia ; lettera che non hi 
pubblicata nell' epistolario lafariniano. 

DOTT. A. BERTANI 

Genova, li 1" giugno 1860. 

VIA NUOVISSIMA. Num. 15 '66 



Caro Generale, 

Io ho accettato, ne//e parole e nello spirito, il programma vostro che voi sapete 
quanto sia anche il mio; 1' ho diffuso ovunque coli' unita circolare e non ne devierò 
di un capello. Ho fatto ogni sforzo per compierlo e credo di avere già preparato il 
paese in modo, che voi ne possiate disporre fin d' ora. Per l' insurrezione dell' Umbria, 
delle Marche e del Continente napoletano comperai 1 5 mila fucili, ed altri 25 mila eguali 
offro a voi, affinchè possiate fare, in un subito, 1* armamento dell' Isola, indipenden- 
temente dal Governo Piemontese, che vi darà armi solo a patto di sostituire all' ini- 
ziativa nazionale V intrigo diplomatico che già voi esperimentaste. 1 fucili sono quelli 
dismessi dall'armata prussiana, a capsula bene inteso, ed abbastanza buoni ancora e 
del calibro di quelli di Piemonte. Vi costeranno dai 1 3 ai 15 franchi l'uno e li potete 
avere tutti in pochi giorni, solo che mi scriviate subito di mandarveli. 

Debbo avvertirvi però che, partito voi, mi si attraversò la via dai vostri stessi 
amici, contrastandomi il denaro. Quelli che voi avete autorizzato a raccogliere sussidi 



112 DISSENSI DOPO LA PARTENZA DI GARIBALDI 

per la Sicilia vogliono limitare all' Isola il loro intento : ma , per acquistare il favore 
del paese, che approva il progetto di più larga azione propugnato nel vostro programma, 
fanno vedere di averlo essi pure adottato ; mentre di fatto lo avversano. A me poi 
attribuiscono di lavorare per la Repubblica. Io feci le piìi solenni dichiarazioni di 
volere attenermi al programma vostro ; ma per tagliar corto alla opposizione è neces- 
sario che dove trovasi il vostro mandato refluiscano anche tutti i mezzi. Io vi prego, 
perciò, di far qua pervenire una istruzione vostra nei seguenti termini: 

« Partendo per la Sicilia commisi al dott. Bertani 1' attuazione di un programma 
sul modo, col quale io intendeva si dovesse soccorrere dagli Italiani la Sicilia. E la 
stessa via, che io indicai proponendo il " Milione di Fucili ,, , cercando passare la 
Cattolica, instituendo la nazione armata; e questa via apersero poi a tutti larga e 
luminosa, i Siciliani. Ma, affinchè quel programma possa più facilmente e più presto 
compiersi, urge che il dott. Bertani, che ne è (7 solo incaricato, possa disporre di 
tutti i mezzi, che il patriottismo di ciascuno va raccogliendo. Io sollecito , perciò , la 
Commissione pel " Milione di Fucili ,, e tutti quelli che si sono fatti collettori di 
sussidi per la Sicilia ad affidare, di mano in mano, ogni mezzo raccolto al signor 
Bertani. Che gì' Italiani sappiano una volta guardarsi dagli addormentatori e la Patria 
sarà salva! ». 

Ricevetti la vostra lettera da Salerai; vivano i prodi! Adempii agli incarichi, 
che mi deste. La Commissione pel « Milione di Fucili » ed io, cogli aiuti che vi sono 
noti, vi spedimmo il 25 sera armi e munizioni. Medici si è lasciato per debolezza 
deviare dal vostro programma riguardo al Pontificio; ma non monta, perchè se per 
questa impresa mancheranno i più noti capitani, andranno per essi dei giovani. Voi 
vedete quanto sia urgente perciò, che mi mandiate poteri pieni ed esclusivi. 

Lo Zambianchi dopo uno scontro ha dovuto ritirarsi ; la sua impresa, quantunque 
commessagli da voi, fu dai governatori avversata, ed egli è ora in prigione. 

Vi unisco un progetto di prestito, al quale vi prego di prestare la massima atten- 
zione. Vi mando il mio discorso al Parlamento per Nizza ed una lettera per chiarire 
la mia posizione con La Farina. Addio, addio. 

Vostro, Vostro 
A. BERTANI 

Generale leggete: 



Lettera di La Farina al dott. Pietro Monteverde di Piacenza, attualmente 
Intendente a Massa. 

Torino, 18 gennaio 1860. 

Avrà veduto a quest' ora la misera fine del Ministero Rattazzi. Rovinò Garibaldi, 
si suicidò e lasciò molto più potente di prima la Società Nazionale. Questa povera 
Società Nazionale e, adunque, ancora buona a qualche cosa , se ha potuto efficace- 



L'OPERA DI AGOSTINO BERTANI 113 

mente cooperare a togliere il paese da una situazione anormale, che avrebbe rovinato 
la causa italiana. Per meglio intendere da quale crisi siamo usciti, basti sapere che 
Brofferio, Garibaldi e compagni avevano proposto al Re nientemeno che la sospensione 
delle libertà costituzionali.... Ringraziamo la Provvidenza, che ci ha dato un Re galan- 
tuomo ed una sede di governo tranquilla, onesta e costante come questa buona città 
di Torino. 

* 
* » 



Dissi di sopra come il dissenso fra Bertani e Medici cominciasse pochi 
giorni dopo la partenza di Garibaldi da Quarto. Quel dissenso non si placò 
mai nel!' animo del Bertani. Nella pubblicazione che questi fece nel 1 869 del 
citato opuscolo : /re politiche d' oltre tomba, egli non solo dava delle puntate 
a Garibaldi e ad altri uomini del partito d' azione, ma specialmente a Medici. 
A questi rivolgeva l' accusa di avere avversato la spedizione di Garibaldi 
in Sicilia e di avere, contro la volontà di quest' ultimo e cedendo alle istiga- 
zioni del La Farina, condotta la seconda spedizione in Sicilia, anziché nelle 
Provincie pontifìcie. 

A queste accuse il Medici rispose — com' è noto — con un breve ed 
esauriente scritto: Una pagina di storia del 1860, dove, fra l'altro, egli 
accenna alle mali arti dei mazziniani, i quali avevano insinuato nell' animo di 
Garibaldi che egli, il Medici, era « venduto anima e corpo a Cavour ed al La 
Farina » ; che era andato in Sicilia non già per cooperare al di lui successo , 
ma per osteggiarlo, riuscendo così a raffreddare i cordiali rapporti, che sempre 
erano esistiti fra di loro. 

« Arti certamente non leali — scrive Giacomo Medici — smentite dai 
fatti ! Un* amicizia che datava da Montevideo , diventata sacra sulle mura di 
Roma, non si poteva distruggere in un giorno ; e Garibaldi potè toccare con 
mano, che la mia missione anche in Sicilia era quella di combattere nemici 
sui campi di battaglia ». « Ciò che accade a me — soggiunge — seguì pure 
ad altri amici e compagni d' arme di Garibaldi. Si direbbe che gli uomini, i 
quali si adoperavano a questo fine, si fossero prefissi di isolare Garibaldi, spe- 
rando di condurlo fx>i a modo loro. E nella prima parte del loro intento pro- 
babilmente riuscirono ; nella seconda non credo. Perocché Garibaldi é di tal 
tempra, che mentre pare dia ascolto ai consigli altrui, mantiene sempre celato 
ed in riserva quello sul quale egli si determina, e che é il suo proprio ». 
■K Un'altra qualità — continua il Medici — che possiede Garibaldi, è quella 

CURÀTULO « 



114 DISSIDI DOPO LA PARTENZA DI GARIBALDI 

di non credersi infallibile ; e se talvolta gli avviene di cadere in qualche equivoco, 
egli conforta gli amici ad obliare con modi di una gentilezza e modestia, che 
dimostrano tutta la grandezza e nobiltà dell' animo suo. Io , che durante la 
campagna del 1 860, trangugiai in silenzio gli amari effetti di quella opposizione, 
che mi si faceva intorno a Garibaldi, non potei, a guerra finita , trattenermi 
in un giorno di sconforto dall' accennarglielo in una lettera, e la risposta che 
ne ebbi fu la seguente : 

Brescia, 14 aprile 1862. 
Caro Medici, 

Nella tua lettera del 3 ho osservato una certa tinta di melanconia, che mi addolora. 

Io conosco di avere con te qualche torto ; e certo mi proverò di provarti in ogni occasione 

che, comunque ti sia stato dispiacente il mio procedere, ciò non deriva da cattiva volontà. 

Per te sono non solo amico, ma fratello : ed ove involontariamente ti avessi dispiaciuto, 

il mio cuore me ne ha avvertito subito. Perdonami adunque, ed amami, che io sento 

di meritarlo. Quanto alle miserie di cui siamo vittima, poco m' importano e tu devi fare 

lo stesso. Addio di cuore. 

Tuo per la vita 

G. GARIBALDI 

Ecco il linguaggio — soggiunge il Medici — dell' uomo grande, che ha una 
sola passione, la Patria e che non dice mai nulla di se e non si vanta di nulla». 

Mi è sembrato opportuno riportare questo brano dell' opuscolo del Medici 
per la sua grande importanza ed il compagno d' armi di Garibaldi inviava a 
quest' ultimo quella pubblicazione con la seguente caratteristica lettera inedita, 
che è nella mia raccolta. 

Giacomo Medici a Garibaldi. 

Palermo, 3 luglio 1869. 
Caro Garibaldi, 

Accompagno con affettuoso saluto e poche righe l' unito mio opuscolo, in cui si 
contengono alcuni dati storici, con i quali ho voluto ristabilire la verità dei fatti, che 
il dott. Bertani nel suo scritto Ire politiche aveva svisata, a scapito dei miei principi e 
del mio carattere. 

Era perciò indispensabile, che come documenti io v' inserissi talune tue lettere. 
Ho dovuto anche emettere giudizi, che ti riguardano. Se mai in ciò avessi errato, 
vorrai essere meco indulgente. 

Certo è che alieno, come sono, da ogni polemica, fu bene a malincuore, se uscii 
dalla usata riserva ; ma questa volta non si trattava di me soltanto, vi era di mezzo la 



L'OPERA DI AGOSTINO BERTANI US 

fama di quei bravi giovani della seconda spedizione, che più volte tu hai veduto combat- 
tere e guidasti alla vittoria I 

E ben dura cosa vedere talvolta avvocati e dottori, con un tratto di penna, erigersi 
a giudici supremi, e quasi inappellabili della politica e della guerra, ed è gran favore 
se a noi concedano quel tanto di capacità, che ne basti per andare a farci ammazzare. 

Ti saluto di cuore. 

Tuo ajff.mo 

G. MEDICI 



Relativamente al progetto di prestito, che il Bertani aveva raccoman- 
dato al Generale nella lettera del 25, si leggano le due seguenti lettere del- 
l' avvocato Enrico Brusco ed un' altra del Bertani. 

Enrico Brusco a Garibaldi. 

SOCCORSO A GARIBALDI 

Genova, li 25 maggio 1860. 

CASSA CENTRALE IN GENOVA ^^ 



Generale, 

Nel mentre, che con tanta virtù di sacrifizio e di eroismo voi combattete per 
l'impresa della Sicilia, incombe ai rimasti l'obbligo di preparare i mezzi di aiutare 
non solo il trionfo del moto siciliano, ma l'attuazione dell'intiero programma vostro, 
che è la esplicazione e l' adempimento della Causa Nazionale. 

Ora, a questo non si può giungere con semplici volontarie elargizioni : maggiori 
mezzi vi abbisognano, che possano corrispondere alla grandezza dell'impresa. 

Sembrò pertanto, a molti patriotti italiani, a vari Comitati della Penisola, alla 
coscienza insomma dei più, che potrebbesi ottenere lo scopo, emettendo un prestito, 
che potrebbe essere di 50 milioni a quelle condizioni ravvisate migliori per assicurare 
r esito di tale operazione. Ma, per essere sicuri del successo della stessa, per darle 
una garanzia, che sarebbe accettata da ogni patriota italiano, dovrebbe emettersi sotto 
la responsabilità del vostro nome ; dovrebbe essere da voi domandato e questa è l' opinione 
di tutti ; questa è la speranza di chi vorrebbe fare una volta l' Italia ! 

Volete accordare il vostro consenso a questa proposta? Se sì, avvertiteci subito, 

perchè subito possa mettersi ciascheduno all'opera: e noi confidiamo, che allora si 

riuscirà, e in vostro nome, a fare veramente l' Italia e presto. 

Per il Comitato della Nazione 

ENRICO BRUSCO 

A piedi della lettera di pugno di Bertoni si legge: 

Vi raccomando il progetto 

A. Bertani 



116 DISSIDI DOPO LA PARTENZA DI GARIBALDI 

SOCCORSO A GARIBALDI 

Genova, 16 giugno 1860. 

CASSA CENTRALE IN GENOVA * ^ 



Generale, 

Ho ricevuto la vostra lettera del 10 corr. colla quale mi autorizzate a contrarre 
un prestito per la Sicilia. 

Nel ringraziarvi dell' incarico, mi fo un dovere di parteciparvi, che ho già preso 
gli opportuni concerti con Bertani per eseguire immediatamente i vostri ordini, e speriamo 
che ne verremo a capo. 

11 Paese non può non rispondere al vostro appello e darvi i mezzi per compiere 
la generosa e patriottica impresa. Mi unisco però, al Bertani per domandarvi i regolari 
decreti, che ci facilitino l'opera. 

Gradite i saluti cogli augurii del Vostro 

ENRICO BRUSCO 

Il Generale, come si vede, aveva risposto al Brusco autorizzando il prestito ; 
lo stesso aveva scritto al Bertani. Ma dopo, in una lettera del 1 7 luglio diretta 
a quest' ultimo, diceva delle difficoltà che erano sorte in proposito, prevalendo 
in Palermo l' avviso di effettuare il prestito nell' isola. 

Le lettere che seguono del Bertani a Garibaldi sono di un crescendo 
rossiniano ; il dissenso con Medici si è accentuato. E una vera ossessione nella 
mente del Bertani l' invasione nello Stato pontificio e preme la mano su Garibaldi 
per avere pieni poteri. Venuto meno il Medici, le sue speranze si fondano su 
Cosenz ; ma anche queste dovevano presto svanire ! Seguendo l' ordine crono- 
logico, trascrivo prima le due belle lettere con le quali egli presenta al Dittatore 
Antonio Mordini, tempra di cavaliere antico, colui che sarà il Prodittatore della 
Sicilia, ed Alberto Mario, soldato valoroso, scrittore arguto, discepolo fedele di 
Giuseppe Mazzini, amico del cuore del Bertani. 

Bertani a Garibaldi. {Vedi facsimile). 

SOCCORSO A GARIBALDI 

Genova, li 8 giugno 1850. 

CASSA CENTRALE IN GENOVA *" * 



Caro Generale, 

Antonio Mordini, fiorentino, Deputato, dei nostri, viene costì a recarvi aiuto colla 
sua capacità, lealtà ed abilità per debellare i vostri nemici! 



L'OPERA DI AGOSTINO BERT ANI 117 

Egli ha fatto le migliori intelligenze con Cattaneo, l' uomo più illustre nelle scienze 
politico-amministrative in Italia. 

La Farina tentò di fare tanto male costì, quanto ne ha fatto all' Italia del Nord, 
addormentandola e rendendola stupida. 

Non mi sono pentito mai tanto dei falli miei, come d' avervi rimesso fra i piedi 
La Farina. Ed egli forte di un vostro mandato mi ha fatto il maggior male possibile. 

Attendo i vostri pieni poteri ed esclusivi qui, perchè possa buttare per 
aria lo Stato Pontefìcio. 

Ebbi i vostri poteri pel prestito e la vostra lettera del 31 maggio. Grazie! Grazie! 

Stasera raduno i banchieri. 

Mi racconiando; tenete duro contro La Farina e Cavour, altrimenti 
moriamo asfittici nell'isola. 

Mordini vi potrà essere di grande utilità. 

Vi prego di farmi avere regolarmente la nota dei morti e dei feriti. Acerbi 
dovrebbe farlo. 

Vostro di cuore 
A. BERTANl 

SOCCORSO A GARIBALDI 

Genova, li 9 giugno 1860. 

CASSA CENTRALE IN GENOVA * * 



Caro Generale, 

L'amico Alberto Mario viene a voi coi miei voti, coi miei desideri di esservi 
vicino, e viene ad offrirvi servizi militari di braccio, di penna, di devozione in quella 
qualunque carriera voi vogliate avviarlo. 

Intorno a voi s'aggruppano gli uomini i più ardenti e devoti, quelli, che hanno 
pugnato e patito e che sperano in voi, perchè l' Italia sia una, libera, e degli italiani. 

Mario è uno dei valenti campioni della lotta, che si preparò e si rafforzò in dodici 
anni di scaramuccie nei giornali ed in tanti sacrifizi individuali ma solenni, che sarebbe 
sconoscenza il dimenticare e non pensare ad esso. 

Mario vi ama e vi stima quanto meritate, e sarà fido a voi come l'amico il più 
franco e leale. Io sono lietissimo di sapervelo al fianco. 

In Mario voi troverete un'anima generosa, ma accorta ad un tempo, per difendervi 
contro le mene, nelle quali gli uomini della vostra tempra sono presso che sempre 
perduti. L'aiuto degli onesti e dei fidi vi difenderà a tutta oltranza. 

Addio Generale ; 1* Italia si farà quest' anno, se voi terrete fermo in Sicilia il 
vessillo della libertà e farete armare tutto il paese, mentre i vostri compagni d'armi e 
d' idea vi prepareranno altre Provincie libere per le quali possiate sentire che V Italia è fatta. 

Vostro di cuore 
AGOSTINO BERTANl 



118 DISSIDI DOPO LA PARTENZA DI GARIBALDI 

SOCCORSO A GARIBALDI 

Genova, li 9 giugno 1860. 

CASSA CENTRALE IN GENOVA ^ * 



Caro Generale, 

Per attuare il prestito occorre: 

« Che voi mandiate, col ritorno dell' amico latore, un Decreto dittatoriale, contro- 
firmato da chi spetta, perchè sia un atto governativo. In questo decreto autorizzerete 
me a contrarre un prestito in nome vostro come Dittatore ». 

Poi occorre : 

« Che dichiariate con altro o collo stesso Decreto quali fondi, o entrate, o pos- 
sessioni, serviranno a garentire il prestito, che io contrarrò. 

» Finalmente, mandatemi una facoltà di disporre del denaro del prestito secondo 
gli ordini ed intelligenze fatte con voi, rendendo i conti a voi, e io vi comprerò 
cannoni e fregate ». 

Con questa facoltà, che attendo il più presto possibile, il prestito è fatto. 

Ora ad altro : 

Sapete che Medici non ha voluto attendere alla spedizione dell' Umbria e delle 
Marche. Egli ha creduto fare bene, stando anche un po' troppo con La Farina. 

Cosenz rimane per quell'impresa, se l'approvate, e per passare negli Abruzzi. 
Egli è con me. 

Ora, in mome suo, vi prego di scrivermi quando credete, che sia il momento 
opportuno per incominciare e dove. Io me l' immagino, che risponderete subito ; ed io 
vi dico, che subito è impossibile. Ci vogliono altri 1 5 giorni, e poi sarà cosa che fatta 
in nome vostro e del vostro grido di guerra, sarà degna di entrambi. 

Rispondete quindi, di grazia, che volete il molo e la vittoria il più presto, e 
completa possibile. 

Vi manderemo altre armi e munizioni ed armati, se ne vorrete ancora, ma fate 
grazia, fate unico centro presso il vostro incaricato. 

Ho ricevuto anche la vostra lettera del 31 maggio, la prima da Palermo. 

Sono avvertito da un negoziante di Londra, che furono là comprati e si cercavano 
mezzi di trasporto per 70 mila fucili in Sicilia. Si sospetta una compra ed una mena 
Napoleonica. All' erta ! 

All'erta col La Farina e compagnia! 

Eccovi l'ultima parola per ora del Vostro affezionato 

AGOSTINO BERTANI 

Il Bertani scriveva nello stesso foglio quest' altra lettera : 

Caro Generale, 

Ho trovato chi mi darebbe qui fondi con tratta sopra voi costì. Fatemi grazia, 
avvisate, col mezzo il più pronto possibile, il signor Gerolamo Tessi di Malta, agente 



L'OPERA DI AGOSTINO BERTANI 119 

della Casa Rocca di qui, se accetterete e soddisferete le mie tratte e fino a qual somma. 
Rocca è disposto con altro banchiere, il Parodi, per qualche milione. Appena avuto 
l' avviso telegrafico del Tessi qui, io toccherò i denari. Intanto, si organizzerà il prestito 
alquanto meglio. 

Dietro consiglio di persone capaci, vi propongo i due Decreti uniti. Ne ricono- 
scerete l'importanza. Ogni ostacolo è sgombrato e voi rimarrete padrone del campo. 

Oltre e meglio che coi fucili già proposti, vi posso forse nel mese far avere costì 
100 mila fucili tutti eguali, buoni, ed a discreto prezzo. Ma fondi e prestito e regolare 
autorizzazione per esso. 

Rispondetemi di grazia, sono momenti. Voi, armi e libertà in Sicilia, e V Italia 
sarà fatta in quattro e quattro otto. 

Vostro 
A. BERTANI 



« Considerando che la Causa Nazionale, che si agita in Sicilia ha bisogno di 
grandi mezzi per trionfare ; 

» Considerando, che non solo gì' Italiani per la solidarietà d' interessi, ma altri 
popoli, sentendo il debito di aiutare una causa giusta e generosa, vogliono concorrere 
a questa opera; 

» Considerando, che per evitare le dispersioni dei fondi, e somministrare le mag- 
giori garanzie agli offerenti, interessa stabilire un solo centro fuori dell' Isola, incari- 
cato di raccogliere ed erogare questi mezzi ; 

» IL DITTATORE DECRETA: 

» Art. !'')-£ instituito in Genova un unico centro per le finanze della Sicilia 
fuori dell' Isola ; 

» Art. 2°) - A questo è data facoltà di promuovere le sottoscrizioni, ricevere 
e riunire tutte le somme offerte in qualsiasi luogo sì dai privati che dai corpi morali, 
contrarre prestiti tanto in Italia che fuori, e prestare tutte quelle garanzie, che saranno 
specialmente indicate ; 

» Art. 3°) - Il dott. Agostino Bertani viene proposto alla direzione di questo 
ufficio col titolo di Ricevitore Generale. 

» In virtù, etc. 

» Visto il Decreto etc. 

» IL DITTATORE DECRETA: 

» Articolo unico - Il dott. Agostino Bertani, Ricevitore Generale per le Finanze 
della Sicilia fuori dell' Isola, è munito di pieni poteri per provvedere quanto occorre 
all' armamento completo dell' Isola ». 



120 DISSIDI DOPO LA PARTENZA DI GARIBALDI 

Il bisogno di fondi, intanto, aumentava ed il Bertani in data del I 2 spediva 
al suo amico avv. Sulliotti di Cagliari un telegramma, che questi inviava al Generale 
con la seguente lettera : 

Cagliari, 17 giugno 1860. 
Il imo sig. Generale, 

Fino dal 12 ho ricevuto l'accluso dispaccio n. 15899, con incarico di rimetterlo 
prontamente alla S. V. III. ma in Palermo. Per mancanza di occasione non lo potei 
mandare prima ; ora profitto della partenza dell' " Icnusa „ per compiere tanto dovere. Altra 
copia ne ho consegnata al capitano Cianciolo, il quale è partito ieri dal nostro porto 
coi vapori, che conducono i volontari guidati dal colonnello Medici. Il Cianciolo è 
incaricato di una missione presso la S. V. e a questo scopo è partito il 1 da Genova ; 
voglio augurarmi arriverà prima della presente alla sua destinazione. 

Attendo un cenno di riscontro per accusarmi recapito della presente, onde io ne 
possa telegraficamente avvertire il deputato Bertani ; attendo pure qualsiasi ordine dalla 
S. V. per trasmetterlo nello stesso modo alla sua destinazione, essendo stato di tanto 
incaricato dallo stesso dott. Bertani. Ho l'onore di dirmi della S. V. Illma 

Dev.mo Servitore 
Aw. ANNIBALE SULLIOTTI 
Dispaccio del Bertani: 

Avo. Sulliotti - Cagliari 

Mandate con qualunque spesa il seguente dispaccio a Palermo al generale Garibaldi. 
« Presentatevi alla Casa Ingham e Whitaker ed l. e V. Florio ; fatevi dare cre- 
denziali o tratte Inghilterra e Francia a mio favore, intendetevi costì con i medesimi 

per l'equivalente. Urge danaro ». 

BERTANI 

Le speranze riposte sul Cosenz per 1' invasione dello Stato pontificio erano 
svanite ; ma il Bertani spera ancora nella parola autorevole di Garibaldi e scrive 
la seguente lettera. (Si veggano, in proposito, le due lettere del Cosenz a Gari- 
baldi del 9 e 10 sopra trascritte). 

SOCCORSO A GARIBALDI 

Genova, li 17 giugno 1860. 

CASSA CENTRALE IN GENOVA ^ ^ 



Caro Generale, 

Vi mando il primo vapore, che farà le corse quanto più regolari sarà possibile, 
fra qui e Palermo. Vedete che ci adoperiamo. 



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Agostino Beitani a Garibaldi, 8 giugno 1860; 
presenta Antonio Mordini al Generale e dà dei giudizi su La Farina e Cavour. (Vedi pag. 1 16). 



L'OPERA DI AGOSTINO BERTANI 121 

Vi confermo le mie antecedenti e vi raccomando ogni cosa. 

Ribotti mi fa dire di abboccarmi con Cavour per irìtendersela. Vorrebbero ravvi- 
cinarsi a Voi. Io vorrei mettere per condizione la libera e consentita invasione del ter- 
ritorio pontificio. Ma voi raccomandatelo, ve ne prego, imponetelo a Cosenz, che 
ritornò oggi da Torino, freddo come un ghiaccio per l'Umbria e Marche per l'influenza 
governativa. 

Dipende dalla vostra parola i avere Cosenz con noi o di lasciarlo andare ai suoi 
destini e fare senza di lui. 

L' Avvocato Ponte è il corriere che ritornerà coi vostri dispacci a me. Dipen- 
derà dai vostri ordini la sua partenza e la strada che prenderà per ritornare. Appena 
avuti un po' di denari da costì avrete nitro, polvere e piombo. 

1 fucili viaggeranno nella prossima settimana da Londra a qui. Li avrete, i primi 
30 mila, a buonissimo prezzo e buoni, benché riformati. I secondi a prezzi conve- 
nienti e bene riformati. Potete contare per il 15 di luglio, se ho denari, di avere 
costì 100 mila fucili. Al resto penso. 

Ma serbatemi I' unità di potere in nome vostro. Ve ne scongiuro. 

Con affetto vostro 
A BERTANI 



A dimostrare ancora più lo stato d' animo del Bertani in quei giorni, 
durante i quali egli avrebbe voluto far denaro dai sassi ed il dolore che pro- 
vava, vedendo che le somme raccolte non andavano a lui, è caratteristica la 
lettera scritta al Generale per presentargli un inglese, il doti. Callaway, che 
veniva raccomandato a Garibaldi anche dal Panizzi da Londra. 



SOCCORSO A GARIBALDI 

Genova, li 17 giugno 1860. 

CASSA CENTRALE IN GENOVA ^ *" 



Caro Generale, 

Vi presento il sig. doti. Callaway, inglese, raccomandato dal comune amico 
Panizzi. Egli vi porta dei danari. 

Gli inglesi, sempre eccentrici, vogliono portare Vasi a Samo e denaro a Voi, 
quindi non ho potuto ottenere lasciasse qui il suo denaro. 

Se voi poteste persuaderlo a scrivere ai suoi compaesani che paghino a me, sarebbe 
ottima cosa. 

Vostro 
A. BERTANI 



122 DISSIDI DOPO LA PARTENZA DI GARIBALDI 

Antonio Panizzi a Garibaldi. 

British Museum, 4 giugno 1860. 
Mio illustre e caro Amico, 

Il signor Tommaso Callaway, che ti recherà la presente, è ammiratore caldissimo 
tuo, amatore della nostra Italia e nemico acerrimo dei despoti di tutto il mondo. EgU 
viene a raggiungerti per servir la causa, come potrà meglio. È chirurgo di professione ; 
ma è agiato di beni di fortuna ; ha viaggiato molto, servito nelle truppe ed è pronto 
a far di tutto per servirti. Lo troverai franco, onesto e sincero amico nostro. Spero che 
i suoi servigi ti possano tornare utili. 

Dio ti mantenga salvo per la salute e l'onore della nostra patria! Credi all'ammi- 
razione, stima e rispetto, che nutre per te 

il tuo sincero amico 
A. PANIZZI 

Bertani nelle lettere del 25 maggio e del 1° giugno a Garibaldi aveva 
scritto della sorte toccata allo Zambianchi. Intorno a questa spedizione, che è 
stata chiamata una diversione, ne scrisse anni fa il generale Pittaluga e più 
recentemente l' egregio e colto capitano Del Bono dell' Archivio storico dello 
Stato Maggiore, nonché il senatore Cadolini. Sul proposito è importante la 
seguente lettera inedita del garibaldino Cesare Orsini, che poi si battè da 
prode in Sicilia, al suo colonnello, che ritengo fosse Benedetto Cairoli. 

Dalle carceri di Fortezza da basso. 

Firenze, 4 giugno 1860. 
Mio Colonnello, 

Già Ella sarà informato della spedizione Zambianchi ; io però non voglio man- 
care al mio dovere, che credo di essere quello di darle alcuni dettagli su ciò che 
riguarda il modo con cui ci ha guidati il nostro Capo. 

Non so quali fossero le istruzioni, che egli aveva ricevuto dal Generale, ma certo 
erano o di passare il confine o no. Nel primo caso, noi dovevamo gettarci nella mac- 
chia della Maremma, lasciare da parte i paesi abitati e giungere ad Orvieto, dove 
vi era un solo distaccamento di 25 gendarmi ; oppure, ingrossata la colonna colla com- 
pagnia di Sgarallino, che veniva da Livorno con altri volontari armati, che l' infatica- 
bile Siccoli ci spediva continuamente, arrivare a Viterbo, dove vi era un battaglione 
di Cacciatori indigeni, che è il più mal visto dal Governo papale, perchè è composto 
di gioventù bravissima. In questi due punti avremmo vinto sicuramente e ci sarebbe 
stato facile lo sviluppare l' elemento rivoluzionario e formare subito una colonna di 2000 
uomini. Nulla di ciò fu fatto! 



L'OPERA DI AGOSTINO BERTANI 123 

Nessuna comunicazione tenne Zambianchi col Bertani, ne cogli altri amici del 
Generale. Egli si slanciò verso il confine a marcie trionfali ed / solili canti ed evvica, 
visite, pranzi, toast, eie, in tutti i paesi della Maremma. A Scanzano tre giorni di 
inutile fermata ; a Petigliano otto ; non aveva relazioni nell' interno ; non aveva una 
spia da potersi fidare, ma grandi rodomontate, vittorie in aria etc. lo mi sforzavo a 
metterlo nella via più prudente, ma sempre inutilmente. Intanto il Governo pontificio, 
avvertito, fece muovere un reggimento di Svizzeri da Civitavecchia ed un altro da 
Roma; cosicché le due vie di Orvieto e Viterbo ci erano tagliate. Nonostante egli 
voleva passare il confine e lo passò. 

Noi tutti eravamo contenti, perchè volevamo almeno, anche morendo infruttuo- 
samente, che il Generale vittorioso in Sicilia non avesse potuto lamentarsi di noi. 
Invece di percorrere quella seconda strada coperta, e così sorprendere qualche punto 
dei nemici; invece di usare tutte quelle astuzie necessarie ad una piccola colonna, 
che va incontro a due o tre reggimenti regolari, Zambianchi camminò diritto sulla via 
maestra, come un corpo che va ad una parata. Alle Grate io entrai con venti uomini 
nel paese, che alle prime si mostrò favorevole e ci somministrò i viveri etc... Zambianchi 
intanto, sceglieva fuori del paese e lungo la via uno spazio dove accampare la colonna. 
Appena trovatolo, fece fare i fasci, e senza curarsi ne di posti avanzati, ne di guardie, 
di nulla infine, lasciò che Uffiziali e soldati, tutti, abbandonassero le armi ed entrassero 
in paese. 

Io che mi trovavo colà, incaricato di spedire i viveri al campo, mi vidi addosso 

questa invasione di truppa, che subito si sbandò dirigendosi ai caffè, bettole etc 

senza disciplina, perchè Zambianchi non aveva saputo acquistare il prestigio, che vale 
assai più di tutti i codici militari. Mi accingevo, dopo due ore di fermata, a requisire 
armi e cavalli, quando all' improvviso entra in paese uno squadrone di gendarmi a 
cavallo, con alla testa il colonnello Pimondan francese, e vari Uffiziali. Essendosi 
avveduti che ci avevano colto di sorpresa, s' imbaldanzirono e cominciarono a correre 
pel paese, scaricando colpi a destra ed a sinistra, senza però ferire nessuno. Perchè 
sono sempre i soldati del Papa. 

I primi a far fuoco furono i pochi uomini, che aveva raccolto io sulla piazza e 
che seppero dirigere così bene i loro colpi, che atterrarono cinque o sei gendarmi. 
Appena inteso il nostro grido di allarme, tutti accorsero a prendere le armi ; alcuni non 
poterono, perchè era intercettata una parte della strada ed allora gli posso giurare, 
che i soldati hanno mostrato di essere veri soldati di Garibaldi, poiché chi con baionetta, 
chi con sciabola, con sedie dei caffè, tavolini ecc. pugnarono con un esito tale da 
sbalordire ; sempre però facendosi scudo dell' ignoranza e viltà dei nemici. I tenenti 
Guerzoni e Licardi, essi soli furono gli eroi della pugna, perchè armati di un solo 
revolver, alla intimazione di arrendersi fattagli dal colonnello francese, risposero: " I soldati 
di Garibaldi muoiono, ma non si arrendono ,,. Poscia, fatte le loro scariche di revolver 
scavalcarono 5 gendarmi ed un uffiziale. A tal vista il resto fuggì e cadde in mano di 
altri nostri soldati sparsi qua e là ; 25 morti lasciarono sul terreno i gendarmi, molti 
feriti e 12 cavalli in nostro potere. Noi, un ferito gravemente e quattro leggermente. 
La popolazione ci faceva fuoco dalle case. Sono tutti preti e basta ! 



124 DISSIDI DOPO LA PARTENZA DI GARIBALDI 

Dopo, il Colonnello per tema, diceva, di essere circondato dagli svizzeri si ritirò 
nuovamente in Toscana, dove fu ordinato lo scioglimento e disarmo della colonna. Io 
non mi opponevo, ma almeno esigevo che ciò fosse fatto con dignità. Un giorno dopo 
tale imposizione, partì solo, lasciando la colonna in balìa non si sa di chi, ma si può 
dire delle truppe Piemontesi. 

L'incaricalo del Re ci promise che non saremmo siati molestati e siamo slati tutti 
incarcerati. Ecco come il Governo ricompensa gli sforzi del Generale ! 

Intanto, io la prego di accettare questa mia narrazione fatta senza alcuna pretesa, 
ma collo scopo, che il generale Sirtori, Bixio e lei conoscano la verità, e che quando 
da qui a pochi giorni, se sarò liberato, potrò raggiungerli in Sicilia, non si creda che 
alcuna responsabilità tocca a me ed ai miei compagni del mal esito della spedizione. 

Mi creda di cuore 

Suo Vero amico e sertìo 
CESARE ORSINI 



li documento che segue, anch' esso riguardante la spedizione Zambianchi, 
è scritto da Stefano Siccoli ; quel garibaldino che era stato mozzo di Garibaldi 
quando questi comandava la " Carmen ,, e che poi raggiunse il Generale in 
Sicilia, seguendolo in tutta la campagna fino a Napoli mancante di una gamba, 
che gli era stata amputata in America. 

Forze delle quali disponeva il colonnello Zambianchi alla sua entrata nello Stato 
Romano. (Ne Malenchini, ne Dolfi vollero appoggiare l'impresa!) 

237 uomini, uniformati con blouse rossa e buffetterie. 

130 fucili a fulminante. 

22 carabine dei bersaglieri. 

40 moschettoni di cavalleria. 

50 fucili a pietra. 

20 fucili da caccia. 

13 pistole a pietra. 

8 revolvers. 

1 cassa di granate a mano. 

15000 cartucce col loro fulminante. 

2000 fulminanti di riserva. 

2000 lire in mano al Comitato di Grosseto da me istituito. 

Maggiore STEFANO SICCOU 




CAMILLO BENSO DI CAVOUR 



CAPITOLO Vili. 



LA POLITICA DEL CONTE DI CAVOUR NEL 1860. 
L'UOMO DI STATO E L'EROE. 



* Lasciate che dicano ! Non siamo noi abbastanza contenti di aver fatto 
ciò che facemmo? E se domani volessero scrivere, che Cavour comandava il 
Piemonte ,, e Farini il " Lombardo ,, , che ne importerebbe a noi? Purché 
facciano 1' Italia o purché la lascino fare a noi, noi stessi diremo che fecero 
tutto essi. Addio ! Tenete desti i vostri compagni di Pisa e arrivederci sulla 
via di Roma ! » 

Così nel 1 865 Garibaldi rispondeva ad un suo giovine ospite, che in 
Caprera lo pregava gli dettasse, nell' interesse della verità, la storia della spe- 
dizione dei Mille. 

Da queir epoca fino ad oggi si è discusso e polemizzato intorno all'aiuto, 
che il conte di Cavour avrebbe dato alla partenza della gloriosa impresa 
garibaldina, che rappresenta l' avvenimento più audace del secolo XIX, il fatto 
più memorabile nella vita dell' eroe. 

•« La storia ricorderà le virtù del gran Capitano, la strategia e le risorse 
nel campo di battaglia, il coraggio col quale seppe vincere un nemico dieci 
volte superiore di forze, ma l' epopea di Garibaldi, il suo grande poema è la 
campagna del 1860. Dittatore e Capitano, libero delle sue azioni, ha provato 
quanto egh sapeva e quanto poteva ». 

Dopo cinquant' anni, credo che la storia possa essere fatta senza preoc- 
cupazioni ; come risulta al lume della critica ed all' esame dei documenti già 
noti e di quelli rimasti inediti. Che se, per avventura, la verità tornerà sgradita 



' F. Crispi - Garibaldi. Profilo in « Nuova Antologia », giugno 1882. 



126 LA POLITICA DEL CONTE DI CAVOUR NEL 1860 

ad alcuni, non potrà mai oscurare la gloria o menomare la gratitudine , che 
ogni italiano sente per il grande che riposa a Santena, per il sommo uomo di 
Stato, la cui figura è ormai entrata nel dominio della storia, come quella di uno 
dei massimi fattori della redenzione della patria. 

Chi oserebbe disconoscere i grandi, gli immensi servigi resi dal conte di 
Cavour alla grandezza d' Italia? Ma la grandezza d' Italia fu nella mente del 
primo Ministro di Vittorio Emanuele II, nei primi anni in cui egli resse le fila 
del Governo, quella sognata da Giuseppe Mazzini nelle cospirazioni e nell'esilio ; 
voluta da Garibaldi fin da quando, lasciate le terre d'America, ancora echeggianti 
degli atti di eroismo compiuti , veleggia cogli avanzi della sua Legione verso 
la patria? 

« L* unità d' Italia, sognata da principio dal conte di Cavour non era 
r Italia una. Essa era ancora il regno di Eugenio Beauharnais : un' Italia ben 
diversa da quella, che con l'apostolato mazziniano fu creata dalla rivoluzione».' 

L' unità d' Italia anelata dagli uomini del partito di azione — a che il 
negarlo ? — era ritenuta dal Ministro piemontese un sogno irrealizzabile , il 
prodotto di menti esaltate. 

Il 19 settembre del '56 Giorgio Pallavicino scriveva a Daniele Manin: 
« Le cose nostre prendono una piega, che non mi garba. I Murattisti acqui- 
stano forza di giorno in giorno , ed io non dubito di segrete intelligenze fra 
Murat ed il Ministero sardo. Noi siamo in uggia ai Ministri del Re, pei 
quali il concetto dell' " unità italiana ,, è un vero spauracchio. Intanto, si 
lusinga il bravo Garibaldi, per corbellarlo in appresso. Mi duole all' anima 
per quel valentuomo, il quale presta fede alle parole di Camillo Cavour. 
Senza un cambiamento di Ministero in Piemonte, V Italia non si farà in eterno : 
abbilo per Vangelo » . E nell' epistolario fra il Pallavicino e Daniele Manin, 
pubblicato dal Maineri, in una nota dello stesso Pallavicino, si legge : « Cavour, 
in seguilo, sforzato dagli avvenimenti, contribuì a fare V Italia, ma suo mal- 
grado e in qual modo ? » . Più tardi , il primo ottobre dello stesso anno , il 
martire dello Spielberg, scriveva : « Noi abbiamo nel piemontesismo un nemico 
sommamente pericoloso, un nemico implacabile. I Piemontesi, tutti i Piemontesi 
— dal conte Solaro della Margherita all' avvocato Angelo Brofferio — 
sono macchiati delta stessa pece. All' Italia con una metropoli: Roma, essi 
preferiscono un' Alta Italia con due capitali: Torino e Milano. Camillo Cavour 



' Italo Raulich - In « Rassegna Contemporanea », 1909. 



V UOMO DI STATO E V EROE 1 27 

è piemontesissimo !.. Allora solo noi potremo avere speranza d'incatenarlo 
al nostro carro, quando gli avremo posto il coltello alla gola. » 

La corrispondenza di quell' epoca fra i due grandi patrioUi è del più 
alto interesse. In una lettera di Manin in data 27 settembre , si dice : 
« Cavour è una grande capacità ed ha una fama europea. Sarebbe grave 
perdita non averlo alleato; sarebbe gravissimo pericolo averlo nemico. Credo 
bisogna spingerlo e non rovesciarlo. Conviene lavorare incessantemente a for- 
mare r opinione. Quando V opinione sarà formata ed imperiosa, sono persuaso 
che ne farà la norma della sua condotta » . E più oltre soggiunge : « Se in 
seguito, la pubblica opinione domanderà imperiosamente V impresa italiana, e 
Cavour vi si rifiuterà, allora vedremo. Ma io credo Cavour troppo intel- 
ligente e troppo ambizioso per rifiutarsi all' impresa italiana, quando 
la pubblica opinione la domandasse imperiosamente. » E si rilegga 
pure nello stesso epistolario la lettera , che Pallavicino dirigeva a Cavour il 
25 giugno 1860, che termina con le seguenti parole: « Oggi, per sommo 
beneficio della Provvidenza, V eroica Sicilia vi offre V occasione d' impegnarvi 
alla causa patria con uno di quegli atti d'italianità splendidi e solenni, che 
non lasciano altrui balìa di retrocedere ; afferratela, e avrete salvato V Italia / » . ' 

In verità, fu soltanto verso la seconda metà del 1 860, che 1' unità d'Italia 
cominciò ad apparire nella mente di Cavour di esito probabile. In una nota 
lettera, inviata il 3 agosto di quell' anno al Cabella, Cavour afferma che « se 
la grande impresa era reputata un utopia due anni avanti, ora poteva dirsi 
di esito probabile »/ 

In un'altra lettera, pur essa pubblicata e diretta al Rattazzi, nel '56, 
all' epoca del Congresso di Parigi, si dice : « Ho avuto una lunga conferenza 
con Manin : è sempre un utopista, non ha dimesso 1' idea di una guerra schiet- 
tamente popolare, crede all' efficacia della stampa , in tempi procellosi ; vuole 
V unità d' Italia ed altre corbellerie ; ma , nullameno , al caso pratico , se ne 
potrebbe tirar partito ».■' 

Il nome di Roma è nel cuore di Garibaldi e di Mazzini fin dalla fine 
del 1 848. Cavour fìssa gli occhi su Roma, dopo che gli austriaci erano già 
stati cacciati dalla Lombardia ; quando era avvenuta l' annessione dell' Italia 
Centrale e la liberazione del regno delle due Sicilie ; quando, come ebbe a 



' Daniele Manin e Giorgio Pallavicino. « Epistolario politico ». Milano, 1878, pag. 430. 
* A. Luiio - La Spedizione Medici-Cosenz. In * Lettura », giugno 1910, pag. 491. 
' E. Oilivier - L'Empire Liberal. C. IV. pag. 5%. 



128 LA POLITICA DEL CONTE DI CAVOUR NEL 1860 

scrivere Gaspare Finali, « il proclamare Roma futura capitale d'Italia era una 
necessità storica e politica, che non poteva sfuggire al suo sagace intelletto ».' 

Che se, rispetto a Roma, secondo 1' uomo illustre ora citato, Bettino 
Ricasoli va innanzi a Cavour ; un altro uomo, io affermo, va innanzi a Cavour 
rispetto alla liberazione del Mezzogiorno : e questi è Luigi Carlo Farini. Che 
se gli entusiasmi del Farini durante la campagna di Sicilia s' intiepidirono, ciò 
avvenne appunto quando egli entrò a far parte del Governo con Cavour, e 
subì r influenza di questi. 

L' ideale nasce grande nell' animo di Garibaldi e tale esso resta, sia che 
lo allieti il sorriso della fortuna, sia che lo conturbi la palla di Aspromonte ; 
r ideale nella mente di Cavour diventa grande, mano mano che il partito di 
azione, creato dall' apostolato di Giuseppe Mazzmi lo ha reso reahzzabile. 

Cavour, fu detto, concepiva la grandezza d' Italia non come un concorso 
equanime di parti alla formazione di un intero, ma come un Piemonte ingrandito, 
come una dilatazione piemontese, e Guerrazzi sentenziava : « L' Italia è troppa 
per il Piemonte che vuole piemontizzare » . Neil' uomo di Stato è il partito, la 
regione che domina ; nell* eroe è solo 1' ideale, la visione di un' Italia libera dalle 
Alpi al Lilibeo. Per il conseguimento di questo ideale egli versa il suo sangue ; 
e repubblicano, si spoglia da ogni idea preconcetta di dottrina e proclama quel 
motto, che soltanto poteva unificare la patria : « Italia e Vittorio Emanuele » . 

Ne valsero a distoglierlo da questo sacro programma la ingratitudine dei 
conservatori o le disillusioni patite ; né la tragedia di Aspromonte o le rampogne 
del partito repubblicano, che, con Giuseppe Mazzini alla testa, lo accusava di 
avere rinnegata l' antica fede e di essere zimbello della monarchia. 

Questo significa essere veramente grande ! Non è che Cavour mal tollerasse 
r ombra, che su di lui gettava la gloria di Garibaldi ; ma egli non voleva che 
r Italia si sottraesse all' egemonia della sua regione ; che il partito monarchico 
si esautorasse davanti al partito unitario, che la corona d' Italia fosse messa sul 
capo del suo Re dalle mani soltanto del popolo e della rivoluzione personi- 
ficati in Garibaldi. 

* * 

Per quanto riguarda l' impresa del 1 860, in verità, si può comprendere 
il desiderio di alcuni di voler rivendicare al Cavour il merito di averla voluta 



' Gaspare Finali - La vtVa politica di contemporanei illustri, pag. 143. 



L'UOMO DI STATO E L'EROE 129 

ed aiutata anche alla partenza da Quarto. Sarebbe certamente bello, il poter 
aggiungere ai rami di cui è intessuta la corona, che cinge la fronte del primo 
ministro di Vittorio Emanuele li, quella e più ricca fronda di quercia, che 
germogliò dall' avvenimento maggiormente glorioso del nostro Risorgimento ; ma 
non si può giustificare, come ciò non essendo possibile dimostrare sulla base 
di documenti storici inconcussi ed irrefragabili, alcuni se ne mostrino quasi 
crucciati. 

Si diano pace ! io vorrei poter dir loro : II conte di Cavour fu un grande 
uomo politico nel senso più alto della parola, il più grande uomo di Stato e 
diplomatico del suo tempo, il discendente più vero di Niccolò Machiavelli. La 
sua gloria non risiede soltanto nell' aver mandato 1' esercito del piccolo Piemonte 
alla guerra di Crimea ; non scaturisce soltanto dalla parte da lui presa al Con- 
gresso di Parigi od al convegno di Plombières, dall' aver intimato la guerra 
all' Austria con il concorso di una grande potenza ; né infine, dall' aver saputo 
fare della questione italiana una questione europea. La sua vera e maggiore 
gloria è 1' aver saputo incanalare, nell' interesse della dinastia sabauda e dell' Italia, 
le onde turbinose della rivoluzione, dominato e disciplinato elementi discordi e 
potenti, r aver saputo trarre profitto, con l' acume del suo alto senno politico, 
dei sacrifizi e delle vittorie degli uomini del partito di azione. Questa fu la sua 
missione ; per questo Camillo Benso di Cavour assurge alle più alte vette 
della gloria come diplomatico ed uomo di Stato. La sua figura non sarà certa- 
mente mai popolare, perchè egli non offrì ne la sua vita, né il suo sangue 
suir altare della patria ; non soffri né carceri, né esili ; ma il voler fare di lui, 
perchè acquisti questa popolarità, un personaggio diverso da quello che fu e 
che doveva essere nell'interesse d'Italia significa toglierlo dal posto, dove la 
Storia lo ha messo e per cui il suo nome vivrà nella memoria delle generazioni 
future. Ed io penso, che se il grande uomo potesse dal sommo dei cieli ritor- 
nare fra i vivi non plaudirebbe certamente all' opera di coloro, i quali oggi 
vogliono quasi raffigurarcelo vestito da garibaldino. 



* * 



Egli è vero, che quando nell* aprile del 1 860 giunse in Torino la notizia, 
che la rivoluzione era scoppiata in Palermo, Cavour fece chiedere, per mezzo 
del Fanti al generale Ribotti, se questi, date le dimissioni di generale piemon- 
tese, volesse recarsi in Sicilia a capitanare l' insurrezione. Ma non è esatta 

CURÀTULO 9 



130 LA POLITICA DEL CONTE DI CAVOUR NEL 1860 

l'affermazione del generale Pittaluga *, che il saggio Rihotti misurasse la por- 
tata ed il significato dell' incarico offertogli e che, col semplice buon senso, 
facesse cadere nel nulla la meditata missione. Ben altra fu la ragione ; essa 
r apprendiamo da Calvino, il quale, come si è detto, si trovava in quell' epoca 
capitano di Stato Maggiore nell' Italia Centrale, al seguito del generale Ribotti ; 
e nessuno meglio di lui, che del Ribotti era amicissimo, potè sapere come erano 
andate le cose. 

Il Calvino nelle sue Note sulla spedizione dei Mille, ' dopo di avere nar- 
rato la gita del suo generale a Torino per intendersi con Cavour, scrive : « Dopo 
qualche giorno, Ribotti ritornò assai malcontento, avendo trovato Cavour e Fanti 
titubanti; essi volevano aspettare qualche giorno per vedere la piega, che pren- 
devano le cose a Palermo, fiibotti voleva andar subito, perchè diceva essere 
assurdo l' aspettare. Tardando, se la rivoluzione avesse vinto, 1' aiuto sarebbe 
arrivato inutile; come sarebbe stato inefficace, se fosse stata già spenta. Allora 
(continua il Calvino) dissi al Ribotti, che io lo avrei seguito, se egli si fosse 
recato in Sicilia ; ma poiché ciò non avveniva, e sapendo che il generale Gari- 
baldi voleva andarvi a capo di una spedizione, io ero risoluto a seguirlo. Egli 
non seppe contraddirmi ; diedi le mie dimissioni gh ultimi giorni di aprile I 860 e 
le recai io stesso a Torino col rapporto del Ribotti al generale Fanti, il quale 
tentò invano dissuadermi per il pericolo grande dell' impresa ». 

E da notare d'altra parte, che nell' animo del conte di Cavour, Gari- 
baldi non aveva lo stesso posto del Ribotti ! Le diffidenze ed i sospetti verso 
il difensore della Repubblica Romana, verso 1' uomo che tanto fascino eser- 
citava sul popolo, erano tutt' altro che svaniti ; in quei giorni, ancor più egli 
ne diffidava per l' interpellanza presentata dal Generale sulla cessione di Nizza ; 
interpellanza svoltasi nella memorabile seduta del 1 2 aprile. 

Che cosa non aveva tentato Garibaldi per impedire, che la terra che lo 
aveva visto nascere non fosse venduta allo straniero? Dopo di avere invano 
cercato d' influire sull' animo del re per mezzo del Tiirr, scrisse lettere di 
fuoco agli amici lontani, pregandoli ad affrettarsi a mandare indirizzi e pro- 
teste. Al Bovi di Bologna, suo compagno d' armi d' America, che con un 
braccio amputato Io seguì poi nella spedizione di Sicilia, scriveva la seguente 
lettera inedita : 



* Generale Pittaluga - La ditìersione. Note garibaldine sulla campagna del 1 860, pag. 46. 
" In Guardione - Loco citalo. 



U UOMO DI STATO E L- EROE 131 



Garibaldi a Paolo Bovi. 

Torino, 6 aprile 1860. 



^aro 



Bovi, 



Abbisogno dalla città di Bologna di un indirizzo, che esprima il desiderio che 
il Parlamento non sanzioni la vendita vergognosa di Nizza a Napoleone. Vedete i 
nostri amici e procurate di averlo al più presto, con quante firme potete e lo dirigerete 
a me. Lo spero dall'amicizia vostra e dal generoso patriottismo dei nostri bravi Bolognesi. 

Vostro sempre 
G. GARIBALDI 

La seduta al Parlamento subalpino del 12 aprile 1860 rimase memorabile; 
essa fu recentemente rievocata dalla penna scultoria del senatore Giovanni Fal- 
della. « La melopea di Terenzio Mamiani serìtiva la traversata delle Acca- 
demie. La melodia della \>oce di Garibaldi era di uri metallo primitivo. Ad un 
tratto quel metallo si fa corrusco: — Io sarei forse più adatto, egli annunzia, 
a prendere una carabina, che non a discutere alla presenza di onorandissimi 
sapienti — ».' Ed il Guerzoni scrive : « Il Generale, dopo la seduta della Camera, 
era uscito dal palazzo Carignano con V anima ribollente d' ira e di amarezza, 
nauseato di quella politica barattiera e codarda, e guardava da quell' istante 
il conte di Cavour con lo stesso occhio con cui si guarderebbe colui, che ha strap- 
pato dal braccio vostra madre e l' ha gettata al mercato ». ' 

Cavour non ignorava questi sentimenti di Garibaldi ; le sue diffidenze si 
accrebbero e nell'eroe popolare egli vide d'allora in poi il più potente nemico 
suo e della monarchia. 

E noto altresì, che quando il Generale si decise a partire, le notizie venute 
dall' isola erano sconfortanti. Dopo il moto di Palermo del 4 aprile, al suono 
della campana della Gancia, Fabrizi aveva scritto da Malta le due seguenti 
lettere, degne di essere conosciute. 

Nicola Fabrizi a Salvatore Calvino. 

Malta, 19 aprile 1860. 
Carissimo Calvirìo, 

Come vi preveniva in una mia di or sono otto giorni, scoppiò il movimento a 
Palermo ed alle varie notizie degno, ma anticipò di quattro giorni il convenuto, dicesi 



' G. Faldella - La Camera dei Deputati nel 1860, in « Nuova Antologia », 1° luglio 1909. 
'' G. Guerzoni - Garibaldi, voi. II, pag. 10. 



132 LA POLITICA DEL CONTE DI CAVOUR NEL 1860 

per una delazione e fu origine di molti danni, e forse occasione fatale ! Messina fu 
tardiva a seguirlo ; però la forza vi prese un' attitudine atroce. Si cominciò il fuoco 
contro un paese appena agitato ; furono scarcerati i ladri, che con la polizia si die- 
dero a rubare e la cittadella scaricò qualche bomba ; ciò gettò il terrore, disperse, e 
fece abbandonare la città. L'ottimo Rosalino {Pilo) col suo compagno (Corrao) arri- 
varono r 1 1 a notte, ricoverandosi in un paese quasi sconosciuto ed è Rosalino che 
ci scrive. Potete figurarvi l'ambascia dell'animo nostro! Aspettiamo per istruzioni un 
barlume, che possa guidarci. Ho l'animo tormentato in corpo malato ! Catania fu fre- 
nata dall' Intendente, che per esser nipote di Ruggero Settimo, ancorché sbirro bor- 
bonico, passa per liberale e persuase la buona gente ad aspettare le sorti di Palermo. 
Palermo non comunicava, sino a ieri, con alcuna delle provincie. Le barche portano 
voci assai contradditorie, sintomi poco propizi in generale. Ma la crisi è grande, e 
se è vero che il Re di Napoli dispone della sua armata d' Abruzzo per credersi ras- 
sicurato dalla parte delle Marche, mentre Napoli sta quieta o in dimostrazioni minime, 
veggo male assai. Bisogna dirlo : non cessate di raccomandare di spedir gente per 
intendersi e fare arrivare materiali. Se fosse possibile a Rosalino (Pilo) di raccogliere 
un po' di gente, faremo il possibile noi pure di soccorrerlo. / direttori mancano di 

concretazione e il popolo manca di capi. Vi abbraccio in tutta fretta. 

Ajff.mo 

NICOLA 

Malta. 21 aprile 1860. 
Carissimo Calvino, 

Le ultime nuove dell'insurrezione sono del 18, arrivate ieri con vapori da guerra 
inglesi e da lettere inglesi da Palermo. 

Palermo occupata dalle truppe, assediata dall' insurrezione ! Le truppe, avendo 
preso Monreale, si vocifera da ieri in poi ripreso dagli insorti. Il resto dell' isola 
pressoché interamente sottomesso ; squadre di cinque-seicento, dominano le campagne. 

R. {Rosolino) e l'amico suo (Corrao) lasciarono Messina ed i dintorni il 16 e 
dopo sforzi riuscirono a ristabilirvi comunicazioni con Catania, cui resistette il genio 
di quel paese confidente nell' Intendente, perchè nipote di Ruggero Settimo. Da Tra- 
pani alternative, come vi dissi ; ma le barche vengono poco favorevolmente espressive, 
sia per paura, o per verità di situazione ! 

// fatto è che Palermo con l'onor suo scrive {se abbandonata) una brutta pagina 
per il Regno di Napoli e per la maggior parte della Provincia e proporzionalmente 
per tutta V Italia libera. Ogni diversione, che avesse imbarazzato il Governo di Napoli 
sarebbe stata salutare; forse di assoluta salvezza. C'è ancora il tempo, ma per poco. 
Noi dipendiamo da disposizioni di R. {Rosalino) ; io da qualunque circostanza, che 
ci dia un palmo di terreno e pochi uomini, che ci attendano. Ma se Napoli non 
muove o una diversione qualunque non sorge, o un incidente straordinario non s' immi- 
schia, Palermo potrà resistere, ma non durare e vincere. Addio in fretta. 

Ajff.mo 

NICOLA 



L- UOMO DI STATO E L- EROE 133 

P. S. - Un abbraccio a Ribotti. Avvisate sempre in Malta dove vi trovate; e 
se sapete cose che possano deciderci, allora Em. Scebras il punto di convegno. li 
grido di Palermo (u quello del Centro d' Italia : Unità e annessione. R. (Rosolino) e il 
suo compagno erano a Termini il 1 6 e all' ultimo momento gli amici di Messina 
inviavano notizie, che erano arrivati a Cefalìi. La lettera di R. {Rosolino) a me, data 
del 1 3 sera, mentre si decideva a partire. La condotta di quei due è veramente pro- 
digiosa e degna del loro paese. La notizia fu data a Messina il 1 3 con Tondìi. Riguardo 
air incidente che accenno, accadendo, lo sapreste prima di avvisarvi io. 

A me pare, che la quistione della nazionalità italiana si decida molto fondamentale 
restando monca, pregiudicatissima con 1' impostarsi di questo moto, che mette fuori di 
azione il punto dimostratosi unico vitale al sud. 

Scrivo a Messina perchè dirigano le notizie a Orlando, che le comunicherà a voi. 



* 

* * 



Il conte di Cavour sapeva che la rivoluzione era stata domata ; e lo stesso 
Garibaldi, come è noto, non si sarebbe deciso alla partenza, se Crispi non si fosse 
presentato a lui con un dispaccio in cifre e parole convenzionali « fabbricato sia 
detto in sua lode, scrisse il Turr, da lui medesimo, e che decise alla spedizione >».' 

Agostino Bertani, in un opuscolo di poche pagine pubblicato nel '69, 
e causa di acri polemiche, scrive : « Sirtori nel 1 860, al ritomo dalla visita 
a Cavour, narrommi che questi rifiutatosi a dare qualsiasi soccorso, interpellato 
cosa pensasse della fortuna di quegli arditi patriotti, rispose, sorridendo e fregan- 
dosi le mani: io penso che li prenderanno ».' Ma senza fondarsi sull'afferma- 
zione del Bertcmi, che in molte pagine di quello scritto si espresse in maniera 
partigiana, è certo che Cavour, a conoscenza di tutto, riteneva l' impresa una vera 
follia ; e non potendo impedirla, come egli ebbe ad affermare pochi giorni 
dopo, per le immense simpatie che la spedizione destava, fece, come suol dirsi, 
di necessità virtù, mostrando di aiutarla. In verità però, ciò egli fece con mezzi 
irrisori, ordinando al La Farina di dare i mille vecchi fucili, che si trovavano 
nei depositi della Società Nazionale e che, scrive Garibaldi : « Io accettai senza 
rancore; liberalità pelosa delle volpi altolocate, e realmente noi fummo privi 
dei nostri fucili, che restarono a Milano *.' 



' S. Tùrr - Risposta all'opuscolo di Bertani " Ire politiche d'oltre tomba ,, . 1869, pag. 6. 
" A. Bertani - L' Epistolario di La Farina in « Ire politiche d' oltre tomba ». Firenze, 
1869. pag. 61. 

^ G. Garibaldi - Memorie autobiografiche. Edizione diplomatica, pag. 306. 



134 LA POLITICA DEL CONTE DI CAVOUR NEL 1660 

Il dono dei pessimi fucili fu fatto dopo che erano stati rifiutati, come si 
sa, quelli eccellenti che si trovavano presso il Comitato del « Milione di Fucili » 
in Milano ; rifiuto che fino ad oggi si è voluto attribuire a Massimo d'Azeglio ; 
il quale vero è che obbiettasse « non potere ammettere, che si potesse avere 
un rappresentante presso il re di Napoli e mandare fucili in Sicilia »'; ma 
che, essendo Governatore di Milano agli ordini di Cavour, doveva necessaria- 
mente obbedire quest' ultimo. 

Garibaldi aveva inviato a prendere i fucili il Crispi ; ma avvertito delle 
difficoltà, che si mettevano avanti, scrisse da Torino le seguenti due lettere, che 
non sono nel mio Archivio, ma delle quali ho potuto avere copia e che non 
mi risulta siano state mai pubblicate. Una è diretta al Pinzi, che, come è noto, 
insieme al Besana era alla Direzione del Comitato del « Milione di Fucili », 
r altra al Crispi. 

Garibaldi a Finzì. 

Torino, 19 aprile 1860. 
Caro Fimi, 

Potete assicurare d'Azeglio sulla verità della destinazione delie armi e sulla fiducia 
di Crispi. Se d' Azeglio insistesse sulla lealtà governativa, non indugiate a recarvi 
qui. Faremo in modo di far torre il veto. 

Vostro 
GARIBALDI 

Garibaldi a Crispi. 

Torino, 19 aprile 1860. 
Caro Crispi, 

In questo momento ho scritto al Pinzi. Non mancate di accortezza, poiché non 
sono pochi gli uomini disposti a contrariarci. Se d'Azeglio continuasse a tergiversare, 
ostacolando così la nostra impresa, non indugiate a ritornare qui con Pinzi. 

Vostro 
GARIBALDI 

Il rifiuto delle carabine fu dato per ordine di Cavour. 
La verità 1' ho appresa alcuni anni fa dalle labbra di un valoroso, che 
fu uno dei Mille, dal senatore Francesco Cucchi. 



' Lettera di Massimo d'Azeglio a Monsieur Benda, 15 maggio 1860. 



L'UOMO DI STATO E L'EROE 135 

Fallito nella missione il Crispi, Garibaldi aveva inviato Francesco Cucchi, 
delle qualità diplomatiche del quale il Generale ebbe spesso a servirsi per mis- 
sioni assai delicate. Fra Cucchi e d'Azeglio ebbe luogo un dialogo assai vivace : 
il primo stava in piedi nel gabinetto del Governatore ; e poiché questi teneva 
un contegno piuttosto altezzoso e non gli aveva offerto nemmeno da sedere, il 
baldo garibaldino prese posto da se, comodamente, su di una poltrona, incro- 
ciando una gamba suU' altra. Al rifiuto che il d'Azeglio opponeva, l'altro faceva 
osservare che dopo tutto quelle armi, non appartenendo al Governo, non si aveva 
il diritto di sequestrarle ; ma d'Azeglio mostravasi inflessibile ed avendo il Cucchi, 
a più riprese, insistito nel nome di Garibaldi, quegli troncò di botto la discus- 
sione, dicendo : Insomma, io ho avuto ordini perentori dal Cavour di non con- 
segnare le armi. La discussione aveva assunto un tono assai violento, tanto che 
r inviato di Garibaldi lasciò il d' Azeglio senza salutarlo, dicendogli che un 
anno avanti, in quello stesso luogo, egli era stalo ricevuto da un Governatore 
austriaco in forma assai più cortese. 

Garibaldi nelle sue Memorie scrive : « Coloro che avevo mandato a ricevere 
i fucili a Milano trovarono alla porta del deposito i carabinieri reali, che inti- 
marono di non pigliare un solo fucile! Cavour aveva dato un tale ordine ». 

E fuori di dubbio adunque, ed ogni argomentazione contraria cade, che 
nel 1 860 il divieto di prendere le buone carabine esistenti in Milano fu dato 
da Cavour ; come poi per ordine di Cavour furono le stesse armi lasciate pren- 
dere per la seconda spedizione capitanata da Giacomo Medici ; quando, cioè, 
non era più da dubitare che dell' impresa di Garibaldi vi era da trarre profitto. 
E le carabine questa seconda volta furono date, malgrado che Massimo d'Aze- 
glio, ancora Governatore di Milano, non vi consentisse e per questo più tardi 
abbandonasse quel posto. 

11 1 6 luglio egli scriveva al Persano : « // Governo {Cavour) mi ha ordi- 
nato di consegnare i fucili e li ho consegnati. Con tutto questo non posso dirti 
che mi sia andata molto a genio tutta questa commedia. Avrei amato meglio 
una dichiarazione ed una condotta aperta, piuttosto che usare tante arti delle 
quali, del resto, nessuno è stato dupe. Garibaldi, lui, non aveva Ministro a 
Napoli ; lui è andato avanti mettendoci la pelle ! Evviva la sua faccia ! Ma 
noi? Basta, lasciamola fi/ ». ' 



' G. Garibaldi - Memorie autobiografiche. Edizione diplomatica, pag. 306. 
' Carteggio jra Massimo d'Azeglio e D. Pantaleoni, pag. 430. 
* C. di Persano - Diario, pag. 91. 



136 LA POLITICA DEL CONTE DI CAVOUR NEL 1860 

Massimo d' Azeglio aveva poca attitudine all' arte e alle malizie della 
diplomazia, nelle quali Cavour era maestro ; non è però giusto, per scagionare 
quest* ultimo di un episodio increscioso, addossare al primo responsabilità, che 
non ebbe. Governatore di Milano, il d'Azeglio era sempre un subordinato del 
Cavour e non poteva non ubbidirgli. Egli ubbidì all' ordine ricevuto la prima 
volta con grande entusiasmo, non consegnando le armi, perchè quest'ordine si 
accordava con le sue idee; ubbidì ugualmente la seconda volta consegnandole, 
malgrado che egli fosse di opinione contraria ed in seguito si dimettesse. D'Aze- 
glio, scrisse Giovanni Faldella, fu « un ingenuo della più bell'acqua classica 
e della più buona pasta apostolica » e 1' illustre scrittore, volendo attenuare 
r acre giudizio dato dal Cavour sull' ingenuità azegliana : « a l' è na ciùla, a V e 
na ciùla »,^ soggiunge: « Se per qualche parte della vita politica del d'Aze- 
glio i posteri dovessero ratificare la proclamazione fatta dal furibondo Cavour, 
sarebbe giustizia aggiungere un epiteto e dire, che d' Azeglio fu qualche volta 
un minchione st, ma un eroico minchione ». 

La questione dei fucili coi quali furono armati i Mille è essenzialissima, 
se si vogliono considerare i rapporti fra Garibaldi e Cavour durante i prepa- 
rativi della spedizione, scrive il Guerrini; ' e per giustificare Cavour di aver 
dato le carabine inservibili della Società Nazionale e negate le buone, che si 
trovavano a Milano, si affretta soggiungere, che il Governo sardo, * non potendo 
ne dovendo palesemente amtare la spedizione, anzi poiché esso doveva e voleva 
simulare opposizione per coprire 1' aiuto, il palese divieto del trasporto dei fucili 
da Milano non può che parere opportuno ». 

La giustificazione, per quanto sottile, non riesce a persuadere. Sorge spon- 
tanea la domanda : forse che il trasportare mille buone carabine da Milano a 
Genova con le dovute cautele, come fu fatto per la seconda spedizione, quando 
il Governo comprese che dall' impresa di Garibaldi vi era molto da profittare, 
avrebbe più facilmente scoperto 1' aiuto {se serio aiuto si voleva dare), che appre- 
standone mille rugginite direttamente a Genova? 

Era però, nel volere di Dio che la spedizione dovesse riuscire e per essa farsi 
r unità d' Italia ; onde quello che fu un grande sconforto, al momento della 
partenza, divenne poi un coefficiente non trascurabile di vittoria ! 



' M. Ricci - Rilratti e profili politici e letterari. Firenze, 1882. 

' G. Faldella - Prefazione al Carteggio inedito jra Massimo d'Azeglio e D. Panta- 
leoni, pagg. 115-116. 

^ D. Guerrini - Rivista storica del Risorgimento Italiano. Voi. I, 1908, pag. 773. 



L- UOMO DI STATO E U EROE I 37 

Senza i fucili-catenacci del conte di Cavour, mi diceva un valoroso dei 
Mille, il colonnello Cariolato, noi non avremmo vinto a Calatafimi ! Fu il comando 
disperato di Garibaldi: « Alla baionetta! confondetevi col nemico! » deter- 
minato dall' assoluta mancanza di funzionamento dei nostri fucili, che come leoni 
ci spinse all' estremo attacco e che decise della vittoria ! 

Cavour, adunque, non diede a quei generosi, che si votavano alla morte, 
che vecchi fucili ed ottomila lire per mezzo del La Farina. 11 denaro, che Gari- 
baldi si ebbe alla partenza da Quarto, venne in parte dalla famiglia Cairoli, 
pronta sempre a versare sull' altare della patria sangue e denaro. La madre dei 
Cairoli, Donna Adelaide, portante ancora il lutto del suo primogenito, morto 
r anno avanti combattendo contro gli austriaci, si presentò a Garibaldi, condu- 
cendogli il figlio minore Enrico (Benedetto era già presso il Generale) e lire 
settantamila; denaro ricavato dalla vendita di una proprietà presso Groppello. 
Le altre somme furono date dal Besana, il quale aveva pure apprestato armi 
e munizioni, come si rileva da una lettera da lui pubblicata e rimessa in luce 
dal Guerzoni. La sorte che quelle armi e le relative munizioni si ebbero, è nota ; 
essa si presterebbe ad interpretazioni odiose, che sono da respingersi. Caricate 
sopra due paranze, che dovevano aspettare, con un fanale alla prua, il " Pie- 
monte ,, ed il " Lombardo ,, all' altezza di Bogliasco, furono abbandonate dal 
capo delle paranze, uno sciagurato : un certo Selle. ' 

E un fatto storico intanto, che non ammette discussioni, che senza l'approdo 
a Talamone, avvenuto la mattina del 7, e senza 1' audacia di Garibaldi di far 
chiedere al comandante il forte di Orbetello quante munizioni e polvere si avesse, 
quel pugno di prodi sarebbe partito per la liberazione di un regno senza una 
sola cartuccia. 

Da quanto ho detto e documentato si può, senza offendere la verità, par- 
lare di vero ed efficace aiuto da parte di Cavour, quando i Mille partivano 
in quelle condizioni? E dove sono « gli apprestamenti alla partenza, al viaggio ,, 
di cui fece tanto rumore Nicomede Bianchi ? * Dove gli aiuti di cui pariava 
r illustre storico Alessandro Luzio, che ci aveva fatto sperare avere in mano 



' Da una conversazione da me avuta con Donna Elena Cairoli. 

' Guerzoni - Garibaldi. Voi. I!, pag. 38. 

' Per ulteriori dettagli su questo episodio si legga 1' opuscolo : Dichiarazione presentala 
allo illustre Gen. Garibaldi da Gaspare Ballanti il 18 luglio 1860 sul vapore di mare, 
che li conduceca da Palermo a Patti, onde dare V attacco a Milazzo. 

* N. Bianchi - Storia documentata della diplomazia europea in Italia. Voi. Vili, pag 289. 



138 LA POLITICA DEL CONTE DI CAVOUR NEL 1860 

documenti decisivi sul proposito? Cavour, se veramente avesse voluto, senza 
compromettersi, non avrebbe potuto fare di più? Ed il merito di avere chiuso 
gli occhi ; di aver lasciato fare, può lontanamente rivaleggiare col sacrifizio che 
compiva quel manipolo di eroi? 

Pure, non v' ha chi non vegga come, specialmente nell' occasione del cin- 
quantenario della data memorabile, alcuni abbiano raddoppiato gli sforzi per 
rivendicare al Cavour il vanto di avere favorito ed aiutato la spedizione dei 
Mille, anche alla partenza da Quarto ! E stato scritto, fra 1* altro, che, poiché 
nella lettera del Garibaldi al Tiirr per il colonnello Giorgini, comandante il 
forte di Orbetello, chiedente le munizioni, si dice che esse dovevano servire 
« per una spedizione patria, che non può comparire ufficiale »; queste parole, 
insieme all' affermazione del Generale al De Labar, comandante il presidio di 
Talamone (che gli negava un piccolo cannone da 5), che la « spedizione che 
egli Garibaldi, capitaneggiava, era riconosciuta ed autorizzata dal Governo, 
queste parole, è stato affermato, permetterebbero di asserire che Garibaldi potesse 
scrivere quello che scrisse senza offendere la verità ». 



* 
* * 



Si è inoltre detto, che il modo come finì il processo del colonnello Gior- 
gini e r essersi esso svolto a Torino invece che a Firenze, dove per giurisdi- 
zione avrebbe dovuto trattarsi, significherebbe un opportuno riserbo sull' inci- 
dente, che, conosciuto, avrebbe messo in chiaro come l' impresa di Garibaldi era 
di nascosto favorita da Cavour. Ma chi non comprende, che tanto la lettera 
del Garibaldi al Tiirr per il colonnello Giorgini, quanto l'affeimazione del Gene- 
rale al Comandante il presidio di Talamone, non furono che semplici strata- 
gemmi di guerra, messi in opera dall' ardito Condottiero per ottenere quello 
che nel momento supremo gli era indispensabile, e che per una fatalità disa- 
strosa gli era venuto a mancare al momento della partenza? E lo stratagemma, 
non fu forse rilevato dallo stesso Tiirr, da quasi tutti i biografi di Garibaldi e 
da Garibaldi medesimo? Ne mi sembra, che la lealtà dell' eroe debba per 
questo soffrirne ; poiché nessuno oserebbe accusare Garibaldi di avere offesa la 
verità, quando ciò egli fece per riparare ad una estrema necessità del momento 
e per uno scopo così nobile e grande! 



' N. Brancaccio - Garibaldi a Talamone. Memorie storico-militari, Fase. I, 1909. 



L' UOMO DI STATO E L- EROE 139 

Né, d'altra parte, il modo come si svolse il processo contro il povero 
colonnello Giorgini, mi pare sia argomento atto a suffragare la tesi, che la par- 
tenza dei Mille sia stata favorita da Cavour. Tutt' altro ! 

Il Giorgini, è bene rammentarlo, fu arrestato qualche giorno dopo aver 
consegnato le munizioni e durante il processo che, si noti bene, non finì prima 
del 29 giugno, avrebbe corso serio pericolo, se non fosse venuto in suo aiuto 
il Tiirr, il quale, ammalatosi in Sicilia, fu obbligato a lasciare per poco i suoi 
compagni ed intraprendere una cura sul continente. Nel mio passaggio per 
Torino, scrive il Tiirr, seppi che il comandante della fortezza di Orbetello 
era stato arrestato e rinchiuso in quella di Alessandria. Andai tosto da Sua 
Maestà dicendogli, che se qualcuno meritava di essere processato, ero io ; giac- 
ché io avevo indotto il Comandante in errore, avendogli fatto credere che 
agivo per ordine del re. 11 re mi disse, sorridendo : « E vero, noi abbiamo 
un conto da regolare ; mi avete svaligiato una fortezza » . « Ma la corona di 
Vostra Maestà, gli risposi, si è arricchita della Sicilia e ben presto lo sarà 
anche di Napoli ». Il re mi promise che al Comandante non sarebbe fatto 
alcun male ; però mi ordinò di parlarne al Ministro della guerra, generale Fanti, 
al quale feci una minuta esposizione del modo come furono date quelle munizioni. 
In seguito a ciò, ottenni che il processo non avesse corso per il comandante 
Giorgini. 

* 
* * 

Dicono alcuni, che il grande merito di Cavour nel *60 fu quello di non 
avere impedita la spedizione di Sicilia. 

Ora, a parte la considerazione che i sentimenti che egli in quell' epoca 
nutriva per Garibaldi dovevano consigliarlo a non preoccuparsi gran che del 
pericolo, che questi correva in un' impresa che egli, Cavour, aveva sconsigliato 
ad uno dei suoi generali, perchè la riteneva follia ; a parte questo, è da inda- 
gare, 5e anche volendolo, Cavour avrebbe potuto impedire la spedizione. 

Garibaldi scrive : « Mi si dirà che il Governo poteva impedire quella 
spedizione, se l'avesse avversata. Io dico di no, perchè l'opinione pubblica era 
divenuta irresistibile, tostochè si ebbe notizia dei movimenti insurrezionali della 
Sicilia, neir aprile del '60 ; ma se il Governo si asteneva dal frapporre un 



' S. Tiirr - Loco citalo. 



140 LA POLITICA DEL CONTE DI CAVOUR NEL !860 

assoluto impedimento alla partenza della spedizione, non tralasciò di suscitarci 
un infinità di ostacoli ». ' 

Dieci giorni dopo la partenza della spedizione, Cavour scriveva a Ricasoli : 
« Che Garibaldi faccia guerra al re di Napoli non si può impedire. Sarà un bene, 
sarà un male, ma era inevitabile. Garibaldi trattenuto violentemente 
sarebbe divenuto pericoloso all' interno ».^ Quest'ultimo concetto espresso 
dal Cavour concorda, in sostanza, con quanto afferma Garibaldi nel brano sopra 
citato. Infatti, se si esamina attentamente il facsimile dell* autografo che ne ha 
dato r Arno, sotto ad una cancellatura di mano stessa di Garibaldi, si legge : 
« // Governo corroborato dalla speranza di vedersi sbarazzato per sempre da 
una mano di rompicolli, fece st che si dovette avere V aria di chiudere un occhio 
alla partenza della spedizione ». 

Intanto, è bene prender atto e constatare che per Cavour il muover guerra al 
re di Napoli era dubbio, se potesse essere un bene. Ciò a sostegno di quanto avrò 
occasione di dire più oltre, intorno alla politica seguita in quell' epoca dal primo 
ministro di Vittorio Emanuele. E si noti, che molti dei soliti puntini, così cari al 
Chiala, precedono il brano della menzionata lettera al Ricasoli, nella pubblicazione 
che quegli ne fece. Luigi Chiala aveva l'abitudine di rendere monchi alcuni docu- 
menti, come a me è capitato di potere constatare con un documento originale alla 
mano. E lecito quindi il supporre, che molto più di quello che egli pubblicò ed altri 
brani più compromettenti si dovessero contenere in quella lettera. Ma non basta ! 

Cavour, dopo di avere scritto al Ricasoli, il giorno dopo scrive al colon- 
nello Cugia, suo intimo amico : « La spedizione di Garibaldi è un fatto gra- 
vissimo. Tuttavia reputo che non si poteva, ne si doveva impedire. Essa era 
apertamente favorita dall' Inghilterra, e mollemente contrastata dalla Francia. 
Molti dei nostri amici e dei più devoti la secondavano. Dovevo io mettermi in 
opposizione con questi? Sarebbe stato un errore, che avrebbe credo 
creato difficoltà grandissime all' interno ». 

A che vale adunque, 1' andare sofisticando per sostenere il contrario, se è 
lo stesso Cavour, che afferma in lettere scritte a due suoi amici, quindi lettere 
non diplomatiche, pochi giorni dopo la partenza della spedizione di non averla 
egli ne approvata ne aiutata, ma soltanto subita} 



' C. Arno - Garibaldi e Cauour e la Spedizione dei Mille. In « Rivista storica del 
Risorgimento Italiano >•. Fase. I, 1908. 

' L. Chiala - Raccolta delle lettere del caritè di Cavour . Voi. III. 
' L. Chiala - Ibidem. 



L- UOMO DI STATO E L- EROE 141 

Per comprendere la condotta de! conte di Cavour in quei giorni memorabili 
bisogna conoscere, come suol dirsi, quello che bolliva in pentola ! 

Il grande diplomatico non voleva compromettere le intese amorose da lui 
iniziate con la Corte di Napoli. A Torino — a che il dissimularlo ? — non 
erano ancora svanite le dolci speranze di un accordo col Governo delle due 
Sicilie e si temporeggiava. La missione del Villamarina, inviato dal Governo 
sardo presso la Corte di Napoli, era stata quella « di sgombrare i sospetti, che 
impedivano il riawicirxarsi di quella Corte al Governo sardo, preparando così 
la via ad accordi più stretti e di maggiore vantaggio alla patria italiana », * e 
si raccomandava « di badare di non dare il minimo impulso a moti violenti, 
giacche qualsiasi rivoluzione nelle due Sicilie, sarebbe riuscita ruinosa all' Italia».' 

Una simile missione, ma senza risultato, era stata data al marchese di Grop- 
pello ed al conte di Salmour. Il primo, per i suoi buoni rapporti col conte di 
Siracusa, si era fatto da questi promettere di preparare 1' animo del nipote, il 
futuro re Francesco, a sentimenti italiani ; 1' altro, il Salmour, era stato inviato 
da Vittorio Emanuele in missione straordinaria per condolersi per la morte di 
Ferdinando II e per salutare il suo successore; ma ciò in apparenza, perchè lo 
scopo vero della missione era stato ben altro. 

Il Salmour, amico intimo del Cavour, tanto che questi non avendolo nel 
1 860 riassunto all' antico ufficio di Segretario generale agli Esteri, sapendolo 
a Nizza in difficoltà pecuniarie per le sue abitudini di gran signore, gli aveva 
spontaneamente aperto un credito illimitato sul proprio banchiere nizzardo, il Sal- 
mour, dico, aveva avuto le seguenti istruzioni : « Procurare V unione delle due 
Corti in stretta comunanza di pensieri e di opere ed indurre il nuovo Principe 
ad assicurare col Piemonte V impresa dell' indipendenza nazionale. Stipulare 
una lega offensiva e difensiva con la reciproca guarentigia dell' integrità dei 
due Stati. » ' Cavour faceva riflettere poi, ali* inviato sardo : « essere utile V al- 
leanza delle due maggiori monarchie italiane, e che la quistione siciliana era 
da lungo tempo la piaga insanabile del Governo Napoletano. 

La politica del conte di Cavour ci è anche palesata da un personaggio 
autorevole e non sospetto : dal generale Enrico Della Rocca aiutante di campo di 
S. M. «Al principio del 1859 Napoli e la Sicilia, egli scrive, sembravano, se 
non rassegnate, assopite sotto 1' implacabile dispotismo di Ferdinando II. Morto 



' N. Bianchi - Loco alalo, pag. 650. 

' Lettera di Cavour al Villamarina. Torino, 30 gennaio 1860. 

' R. De Cesare - La Fine di un Regno. Voi. H, 1909, pag. 44. 



142 LA POLITICA DEL CONTE DI CAVOUR NEL 1660 

lui, nella primavera, rinacquero le speranze del partito liberale ; tanto più che 
Francesco, suo primogenito, era figlio di Maria Cristina di Savoia, una delle 
quattro figlie di Vittorio Emanuele I, sorella della duchessa di Lucca, del- 
l' imperatrice d' Austria, della duchessa di Modena. Il conte di Cavour appro- 
fittò di questa circostanza per tentare un trattato d' alleanza del Piemonte col 
giovane Sovrano. A tale scopo gli aveva mandato un nostro caro amico, il conte 
Ruggiero Gabbaleone di Salmour, dotato di un tatto finissimo e di modi squi- 
siti. Invano l' Ambasciatore straordinario tentò di persuadere Francesco II, eh' egli 
avrebbe tutti i vantaggi in queW unione e salverebbe V Italia, già tutta in ar- 
denza da gravi complicazioni, che potevano anche compromettere il suo trono. 
Francesco non volle intendere nulla, e protestò che nulla sarebbe stato cambiato 
alle forme di Governo lasciate da suo padre, del quale avrebbe fedelmente con- 
tinuate le tradizioni politiche. 

Cavour, contmua il Della Rocca, tornato al Ministero, aveva mandato 
ambasciatore residente a Napoli, il marchese Pes di Villamarina, con istruzioni 
di riprendere le trattative iniziate da Salmour ; il Villamarina incontrò i medesimi 
ostacoli. Franceschiello, come famigliarmente chiamavano il re di Napoli, rimase 
irremovibile. 

Ma nelle istruzioni date al Salmour, vi era di più ! Cavour faceva osser- 
vare, che il nuovo re non poteva di un sol colpo risolvere difficoltà inerenti 
alle condizioni storiche della Sicilia ; ma che egli « poteva impedire, che il male 
si aggravasse ed usare tutti i migliori espedienti per mettere in buona con- 
cordia i Siciliani con i Napoletani ; che la Corte di Torino era pronta a met- 
tere in opera tutti i mezzi morali, che possedeva per raccomandare la concordia, 
la moderazione, V unione di tutte le Provincie del reame e tanto più volentieri 
essa eserciterebbe questo ufficio, in quanto che giudicava la disgiunzione poli- 
tica della Sicilia dal reame di Napoli come una sventura nazionale irre- 
parabile ».' 

Ma era appunto questa sventura, che noi si voleva far succedere, scrisse 
un patriota siciliano ! « Noi vi contavamo, anzi lavoravamo da dieci anni, perchè 
essa succedesse ed eravamo corrisposti a via di torture e stragi. Fortuna per 
noi, che Francesco II, dei bei consigli che gli venivano dal Piemonte non volle 
sentirne ; come non volle neppure sentire il timore dell' irreparabile sventura ; e 



' Generale Enrico Della Rocca - Autobiografia dì un Veterano, pag. 29. 
' N. Bianchi - Loco citato, pag. 125. « Istruzioni di Cavour a Salmour ». 



f UOMO DI STATO E L' EROE 143 



ciò non per suo intendimento soltanto, ma anche per quello che gli suggerivano 
i suoi Ministri, che, educati alla scuola del padre, mettevano in dispregio ciò 
che si poneva innanzi sia dal Piemonte, sia da altre potenze, a turbare il cosi- 
detto equilibrio europeo ». 



•K- 



Tale essendo, sulla stregua di documenti, il pensiero e la politica del conte 
di Cavour, pensiero e politica così distanti da un' Italia una, ben si comprende 
come la spedizione dei Mille dovesse apparire all' uomo di Stato piemontese, 
che continuava a portare le pagliuzze per fare il nido con re Francesco, un fatto 
gravissimo ! 

Ma un documento, che dimostra a chiare note come egli nulla tralasciasse 
per non urtare, non tanto le suscettibihtà delle potenze estere quanto e più i 
rapporti con la Corte di Napoli, è l' ordine perentorio dato al Persano di arre- 
stare Garibaldi, ove questi si fosse accostato ad uno dei porti della Sardegna ; 
la qual cosa non solo poteva accadere per ragioni imperiose di mare, ma che 
doveva aver luogo, come ebbe ad affermare lo stesso Garibaldi nella sua lettera 
diretta nel 1 869 ad Anton Giulio Barrili, direttore del giornale // Movimento, 
subito dopo la pubblicazione del Diario dell' ammiraglio Persano ; lettera che è 
una stringente requisitoria della politica cavouriana e fiera risposta alle accuse 
del partito repubblicano. Giova il tornarla oggi a pubblicare. 

Caprera, 25 agosto 1869. 
Caro Barrili, 

Date posto, vi prego, ad alcune osservazioni sul " Diario ,, dell'ammiraglio Persano. 

La mia corrispondenza con 1' ammiraglio, comincia il 4 giugno 1 860 (vedi lettera 
riferita in detto " Diario „). I combattimenti da Calatafimi a Palermo sono del 15, 
26, 28, 29 e 30 maggio ; dopo quei giorni, armistizio e capitolazione dell' esercito 
borbonico. 

Egli è quindi, dopo il felice esito della spedizione, coronata dagli anzidetti fatti 
d'arme, che cominciano gli amorì cavouriani. 

Sarà superfluo avvertire, che al popolo dei Vespri bastarono le notizie del nostro 
sbarco e dei primi felici successi, perchè l" isola intera fosse in armi contro l' oppres- 
sore, a cui non restavano che le fortezze di Milazzo, Messina, Augusta e Siracusa. 



' R. Salvo di Pietraganziii - // Piemonte e la Sicilia. Voi. I, pag. 413. 



144 LA POLITICA DEL CONTE DI CAVOUR NEL 1860 

Si sa pure, che cosa facemmo di tali fortezze e che, sbarazzato Milazzo, 1' eser- 
cito meridionale, coadiuvato dalle popolazioni in armi, proseguì vittorioso fino al 
Volturno. 

Perchè, se la spedizione dei Mille doveva essere aiutata in ogni miglior modo 
possibile dal Governo monarchico, perchè, dico, non ci si permetteva di prendere le 
nostre 15 mila buone carabine, che possedevamo in Milano, acquistate dai fondi del 
« Milione di fucili » ? 

E perchè, in quella vece, si permise al La Farina di concederci mille cattivi fucili ? 
E perchè la protezione ed aiuto millantati non cominciarono dalla nostra partenza 
da Quarto ? 

E perchè, quando si combatteva ancora nelle vie di Palermo, ove si fabbricava 
una libbra di polvere per adoperarla subito, il comandante D'Aste del " Governolo „ 
ancorato in quel porto, rispondeva ad un giovine palermitano mio inviato : « Non vi 
darò polvere, ritiratevi » ? 

// divieto governativo di passare sul continente è fatto storico. 1 maneggi del La Farina, 
per conto di Cavour, per trattenerci nell' isola sono storici del pari. 

Persano è conoscenza mia di lunga data, cioè dal Rio della Piata fino all' epoca 
accennata dalle sue lettere. E debbo confessare, che nella circostanza in cui stetti suo 
prigioniero a bordo del " Carlo Alberto ,, da lui comandato nel 1849, io ne rice- 
vetti molte gentilezze. Non è strano quindi, che io Io trattassi con distinzione nel 1860, 
ed egH a me fosse personalmente cordiale. 

Ciò non toglie, che egli mi assicurò di aver avuto ordine d' inseguirmi 
e d' arrestarmi ; e ciò non fu, perchè felicemente la spedizione che avrebbe 
dovuto costeggiare la Sardegna per giungere alla parte occidentale del- 
l' isola, fu sviata verso la Toscana per circostzunze impreviste, e perciò non 
caddi nelle ugne della squadra italiana. 

Perchè si continuò tutto il tempo, che durò la spedizione a suscitare la Sicilia 
contro di me col prelesto dell'annessione, ed obbligandomi finalmente a lasciare l'eser- 
cito sul Volturno, alla vigilia d' una battaglia, per recarmi a placare la popolazione 
dell'isola? 

Ed i maneggi degli agenti cavouriani sul continente napoletano per suscitare una 
rivoluzione contro il Borbone prima del nostro arrivo, per toglierci il merito, mentre 
il Governo sardo protestava amicizia a quell'infelice Francesco II? 

E il calcio dell' asino dato dallo stesso Governo sardo a quel monarca coi 40 mila 
uomini destinati a combattere la rivoluzione personificata in Garibaldi? (Lettera di 
Farini al Bonaparte) ! 

Se tutto ciò sia aiuto e protezione, lo lascio pensare agli Italiani! 
Si dica dunque piuttosto, che quando la spedizione dei Mille e l' odio delle popo- 
lazioni meridionali contro il borbonismo lo avevano scosso al punto da non lasciar 
dubitare della sua caduta, allora il solito sfogliatore del carciofo, stupito da tanti eventi 
a cui non si aspettava, e continuando nei meschini destreggiamenti, gettava la mano 
sulla Sicilia, rimandando a tempi migliori e dopo un altro cumulo di astuzie e di 
menzogne, il raccogliere la foglia continentale. 



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Lettera autografa dell'ammiraglio Persane al conte di Cavour, 8 maggio 1860, nella 
quale gli chiede se deve sul serio arrestare Garibaldi, toccando le coste della 
Sardegna, e risposta autografa del conte di Cavour. (Vedi pag. 146). 



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Brano autografo di Garibaldi sul divieto di passare, nel 1860, il Faro. (Vedi pag. 154). 



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L- UOMO DI STATO E L- EROE 145 

Così non pensava l'Italia lanciata lealmente nella via di rigenerazione intera e 
stanca dell' ignominioso cammino, in cui ora l' hanno obbligata a sdraiarsi. 

Garibaldi ha promesso di arrestare Mazzini, dice Persane 1 Tutti sanno, che Mazzini 
fu da me protetto a Napoli contro l' ira popolare suscitata dai Cavouriani ; e perchè 
lo avrei arrestato a Palermo? L'idea sola mi fa ribrezzo. 

Siccome molti archimandriti del dottrinarismo mi hanno chiamato fanciullo ; io, 
fanciullo o no, ho la coscienza di non aver mai piegato al capriccio dei potenti, ne 
ai consigli dei dottrinari; quando gli uni e gli altri volevano sviarmi dal sentiero del 
mio convincimento e ne risulta che qua e là da certi imbrattafogli epistolari e diplo- 
matici si vede accennato: « il fanciullo Garibaldi, sempre male altornialo, mal consi- 
gliato, in preda ora al Mazzini, ora cieco servo alla monarchia ». 

Intorno a ciò, bramerei si facessero meno parole ; e che gì' Italiani ricordassero 

aver bisogno di rilevare il loro decoro nel mondo. 

Addio, ed abbiatemi sempre vostro 

G. GARIBALDI 



L'ammiraglio Persano nel Diario della campagna navale del 1 860-6 1 
pubblicato, si noti bene, nove anni dopo V impresa dei Mille, glorificando la 
condotta di Cavour, sente il bisogno di scusarla in qualche particolare. 

E prezzo dell' opera l' esaminare attentamente alcuni dei documenti già 
noti e dopo leggere quello decisivo, rimasto fin oggi inedito : il testo della let- 
tera scritta tutta di pugno del Persano al Cavour 1' 8 maggio 1 860, in risposta 
all' ordine ricevuto di arrestare Garibaldi, se questi si fosse accostato alla 
Sardegna ; lettera che il Persano credette bene di non pubblicare in tutta la 
sua integrità ! 

Si tenga presente che il 3 maggio, quando la partenza di Garibaldi era stata 
decisa, 1' ammiraglio riceveva istruzioni da Cavour di partire da Livorno « senza 
fare uso delle macchine e di recarsi ad incrociare con i legni " Maria Ade- 
laide ,, , " Vittorio Emanuele ,, e " Carlo Alberto ,, , fra il Capo Carbonaro 
e quello dello Sperone dell' isola di Sant' Antioco della Sardegna ». Persano 
entrava nel golfo di Cagliari il giorno 7 e nella notte veniva raggiunto dalla 
Ichnusa ,, comandata da Saint-Bon, che gli recò un ordine ministeriale in data 
del 6, in cui si diceva « di aderire alle richieste, che potrebbero essergli fatte 
dal Governatore di Cagliari ». ' Ciò prova che fino dal giorno 3, Cavour agiva 
e dava ordini secondo un piano nella sua mente stabilito. Il dispaccio mandato 
al Governatore di Cagliari e comunicato al Persano, diceva: « Garibaldi s' est 



' D. Ghiaia - Loco citalo. Voi. HI. 

CURÀTULO IO 



146 LA POLITICA DEL CONTE DI CAVOUR NEL 1660 

embarqué avec 400 (?) volontaires sur deux oapeurs de Rubattino pour la Sicile. 
S' il entre dans un pori de la Sardaigne, arrétéz V expédition. Au hesoin, je 
vous autorise à disposer de l' esquadre commandé par le compie Persane. » 
Quest' ordine fu fatto seguire dall' altro : « N' arrétéz pas V expédition en plein 
mer; seulement si elle entre dans un pori ». 

Ora questo secondo dispaccio, che il Persano cerca di far comparire favo- 
revole alla spedizione, mentre sul primo non si sofferma, in sostanza non lo è. 
Infatti, a giudizio dei competenti, non sarebbe stato possibile ad una squadra 
ancorata in Sardegna, pur volendolo, 1' arrestare in pieno mare due vapori par- 
titi da Genova alla volta della Sicilia, senza sapere la rotta che essi tenevano, 
come del pari sarebbe stato difficile il coprirli e difenderli. 

Cavour, seguendo la direttiva della sua pohtica ed i sentimenti del suo 
animo, non aveva alcuna ragione di preoccuparsi della spedizione in alto mare; 
egli r abbandonava nelle braccia del fato. Quello che invece preoccupava il diplo- 
matico e per cui dava ordini perentori si era, che Garibaldi si fosse accostato alla 
Sardegna ; la qual cosa lo avrebbe seriamente compromesso, non tanto davanti 
alle potenze estere, sapendo egli essere 1' Inghilterra apertamente favorevole e la 
Francia non ostile ; ma davanti alla Corte di Napoli. 

Avanti di procedere alla disamina dei documenti e per meglio potere 
giudicare la condotta posteriore del conte di Cavour, giova tener presente quel 
brano del primo dispaccio, dove si dice: « Garibaldi s' est embarqué avec 
400 (?) volontaires sur deux vapeurs de Rubattino pour la Sicile ». Come 
vedremo, ciò è in contrasto con quanto lo stesso Cavour scriveva al Persano 
il 1 4 maggio, appena aveva avuto la notizia ufficiale, che la spedizione era 
felicemente sbarcata in Marsala ed il conte, a notte tarda, rincasava a Torino, 
modulando 1' arietta sua preferita : « Di quella pira V orrendo fuoco » ! 

Leggiamo intanto l' importante lettera fin' ora rimasta inedita, che il Persano 
scriveva al Ministro, appena ricevette l'ordine di arrestare Garibaldi. 

Persano al conte dì Cavour {Vedi facsimile). 

REGIA DIVISIONE NAVALE SARDA Cagliari, addì 8 maggio 1860. 

7 ore pomeridiane. 

Eccellenza, 

Manco forse al dovere nell' indirizzarmi a V. E. , ma il caso non ammette dila- 
zione; quindi le chiedo di perdonarmi se fallisco, e voler soltanto considercire il mio 
passo nel suo buon intendimento. 



L- UOMO DI STATO E f EROE 147 

Eccomi a V. E. 

Nel mio giudizio mi sembra difficile, che il Governo non fosse informato della 
spedizione G. (Garibaldi). Su tale congettura mi dico: Se il Governo non ha creduto 
di fermarla colà, perchè vorrà arrestarla nei porti della Sardegna? Da ciò vien naturale 
il mio argomentare, che gli ordini mandati al Governatore siano per ragioni di diplo- 
mazia ; e tanto maggiormente mi ci confermo, riflettendo al dispaccio in cifre di lasciar 
libera navigazione in alto mare. 

Ora il Governatore di qui, ai cui inviti mi è ordinato per il dispaccio di V. E. , 
di aderire, mi chiede che io fermi la spedizione di cui è parola , ove 1' incontri nei 
porti dello Stato, e mi manda alla Maddalena a tale proposito, come luogo cui egli 
crede il G. {Garibaldi) sia per far sosta momentanea; e ritiene il " Vittorio Ema- 
nuele „ in questo golfo allo stesso oggetto, essendo voce che pure a Cagliari sia 
per toccare. 

10 mi penso che ne alla Maddalena, ne a Cagliari si fermerà il G. (Garibaldi) per 
r appunto perchè sono gì' indicati ; ma ove prendessi abbaglio ed avessi ad incontrarlo 
in quel sorgitore, devo o non devo efficacemente agire per ritenerlo, secondo 
mi è stato ingiunto? Voglia 1' E. V. rispondermi per telegrafo Malta, se intende di 
no ; e Cagliari, se intende di sì. Io mi regolerò sempre da non compromettere la politica 
del Governo. V. E. conti su me per la vita e per la morte. Si può dare grande 
apparenza di azione e far nulla: ciò sarebbe per la risposta no; mentre 
si può far molto e comparire far nulla: questo sarebbe per il caso sì. 

Nella peggiore delle ipotesi V. E. getti tutto su me e sia sicura del 
segreto, dovesse costarmi la vita. 

11 Governatore di Sassari ha gran premura di avermi alla Maddalena, ciò mi 
pone in guardia per la ragione che V. E. potrà intendere. 

Siccome poi, militarmente parlando, io devo ubbidire prima di tutto V. E. , tenga 
per positivo che gli ordini avuti saranno eseguiti, ove non mi venga con- 
tramandato. 

Con profondo rispetto 

di V. E. 

il Contrammiraglio Comandante la Squadra 
PERSANO 

Nella stessa lettera, come si vede dal facsimile, Cavour scriveva di sua mano 
il testo del telegramma di risposta : « Le Mìnistere est décide pour Cagliari » . 

* * 



Si ponderi bene il contenuto di questa lettera. Le riflessioni che in essa 
si contengono, le domande che il Persano rivolge al Ministro sono cosi 
stringenti ed esposte con quella chiarezza e precisione, che certamente esigeva 



148 LA POLITICA DEL CONTE DI CAVOUR NEL 1860 

la gravità dell' ordine ricevuto ; onde la risposta laconica, imperativa, vergata di 
mano del Cavour e telegrafata al Persane non può dar luogo a dubbi sulle 
vere intenzioni, che in quel momento animavano il primo Ministro di Vittorio 
Emanuele. 

« Si può — scrive l'Ammiraglio — dare grande apparerìza di azione 
e far nulla : ciò sarebbe per la risposta no {Malta) ; mentre si può fare molto 
e comparire far nulla : questo sarebbe per il caso si {Cagliari) ». E un po' prima 
egli domanda : « Devo o non deoo efficacemente agire ? » La parola « effi- 
cacemente » è sottolineata nell' autografo del Persane ! 

Si poteva essere più chiari di così? 

Ma ben s' ingannava l' ingenuo ammiraglio ! Altro che ragioni di diplo- 
mazia, per le quali bastava dare grande apparenza di fare e far nulla ! Cavour 
voleva che si facesse sul serio ; il suo pensiero laconicamente manifestato nel 
telegramma di risposta : « Le Ministere est décide pour Cagliari » viene fuori 
chiaro, senz' altre possibili interpretazioni, dopo di avere letto in tutta la sua 
integrità la lettera direttagli dal Persano. Il quale nove anni dopo, quando era 
bello rivendicare al Cavour il merito di avere voluta ed aiutata la spedizione, 
arzigogola così : « Questo specificarmi che la decisione era stata presa dal Mini- 
stero mi fa comprendere che egli, Cavour, opinava diversamente ; quindi per tran- 
quillarlo mi faccio premura di replicargli : Ho capito e risolvo di lasciar procedere 
l'ardito condottiero al suo destino, ove mai approdasse nei porti in cui erami 
ingiunto di arrestarlo, facendo ogni mostra atta a far credere sul serio essere 
io stato neir intendimento di trattenerlo » . ' 

Oh ! la grande perspicacia del signor di Persano ! Gli era agevole scrivere 
in quel modo dopo l' esito fortunato della spedizione ; dopo che, per fortuna 
d' Italia, gli ordini ricevuti non avevano potuto essere eseguiti ! Ma avrebbe 
egli, servitore umilissimo del conte di Cavour, agito, come nove anni dopo scri- 
veva, se Garibaldi si fosse accostato ad uno dei porti della Sardegna? Egli, 
che termina la lettera dicendo : V. E. tenga per positivo, che gli ordini avuti 
saranno eseguiti, ove non mi venga contramandato} 

Io penso che se Cavour avesse potuto, quando il Persano pubblicò 
quel Diario, ritornare fra i vivi avrebbe preso per un orecchio 1' ammiraglio 
per tutte le vanità e le bugie di cui egli ha infarcito quel libro ! E ci vuole 
davvero un grande feticismo, che annebbi la mente per affermare, come oggi 



' C. di Persano - Diario, pag. 20. 



L" UOMO DI STATO E L" EROE 149 



ha fatto taluno, che l' ordine di arresto fu dato dal Cavour per assicurare 
alla spedizione una valida tutela nel caso di un cattivo incontro con la flotta 
borbonica ! 

Ciò che avvenne in seguito è noto ; ma è bene vagliarlo cum grano salis. 

Il 1 4 maggio, Cavour avuta la notizia ufficiale dello sbarco felicemente 
avvenuto in Marsala, presago del successo, da abile nocchiero, mutò rotta e lo 
stesso giorno, quasi per giustificarsi davanti al Persano dell' odioso ordine datogli 
di arrestare Garibaldi, confermatogli telegraficamente, scrive : 

Signor Ammiraglio, 

Ho trasmesso al Governatore di Cagliari 1' ordine di fare arrestare la spedizione 

del generale Garibaldi, quando mi venne assicurato che egli intendeva sbarcare sulla 

sponda romana. Ora che il Generale è in Sicilia e che i legni sui quali era imbarcato 

sono distrutti, non è più il caso di ritornare sulle passale istruzioni ; ma bensì di proo- 

Vedere alle esigenze delle eventualità, che possono essere la conseguenza del tentativo 

dell' audace Generale. Ella dovrà quindi riunire nel golfo di Cagliari i' intera squadra 

sotto i suoi ordini, etc. 

CAVOUR 



Come si vede, Cavour si prepara a raccogliere il frutto dell* impresa ; ma 
tiene a giustificarsi agli occhi del Persano dell' ordine datogli di arrestare GaribcJdi. 

E strano, che un uomo di cosi alto intelletto abbia potuto avere una 
grande opinione del Persano ; ma come ebbe a scrivere il conte di Salmour, 
che conobbe intimamente il Cavour, questi « s'incapricciava facilmente di 
quelli che gli tornavano realmente utili » ; ed il Persano era certamente una di 
quelle tempre di uomini, che al grande diplomatico tanto servivano ! 

Se non che, la giustificazione che egli avesse dato quell' ordine, quando 
gli era stato assicurato che Garibaldi intendeva sbarcare sulla sponda romana, 
non corrisponde ai fatti. Il dispaccio del 7 inviato al Governatore di Cagliari 
è chiaro : in esso Cavour afferma quello che tutta Genova sapeva e che il 
Governo non ignorava. « Garibaldi s'est embarqué avec 400 (?) volontaires 
pour la Sicile ». Dunque per la Sicilia e non per le sponde romane, come 
invece dopo egli afferma ! Ne nel secondo dispaccio, dove si dice di non arre- 
stare la spedizione in pieno mare, ma soltanto se si fosse accostata in un porto 
della Sardegna, si fa alcun cenno a possibile sbarco sulla sponda romana. 
Questo secondo telegramma è in rapporto al primo, in cui si parla dell' imbarco 
di Garibaldi per la Sicilia. 



150 LA POLITICA DEL CONTE DI CAVOUR NEL 1860 

Oltre a ciò, le istruzioni date al Persane fino dal 3 maggio di partire da 
Livorno, dove si trovava ancorato con la squadra, confermano come il Ministro, 
sapesse fin d' allora, che nessuna seria spedizione si avesse intenzione di fare sullo 
Stato Romano ; perchè diversamente egli non avrebbe ordinato all' ammiraglio 
di allontanarsi dalla costa e andare in Sardegna. Era in quest' isola, che Cavour 
aveva la certezza che Garibaldi si sarebbe fermato, andando in Sicilia; ne si 
può infine dire che egli avesse avuto sentore della sosta del Generale a 
Talamone, perchè i due dispacci al Governatore di Cagliari, in cui si parla 
dell' imbarco di Garibaldi per la Sicilia portano la data del 7 ; del giorno 
stesso di queir approdo, dal Garibaldi non preveduto e che il Ministro non 
aveva potuto ancora conoscere. 

Ogni diversa interpretazione adunque, sulla condotta del Cavour in rapporto 
alla spedizione dei Mille alla partenza da Quarto, si noti bene : alla partenza 
da Quarto, non resiste all'esame dei documenti storici e al lume della critica. 

« / Mille, disse Francesco Crispi, nella sua eloquenza tacitiana, ebbero 
sul mare Garibaldi e Dio ! Sbarcati, ebbero, da Marsala a Palermo, Garibaldi 
ed il Popolo siciliano ». ' 



* 

* * 



Continuando ad esaminare la politica del grande statista in quell'anno 
memorabile debbo intrattenermi di un altro argomento, sul quale in questi ultimi 
tempi si è molto discusso. 

Che Vittorio Emanuele, con una lettera ufficiale inviata a Garibaldi il 
27 luglio 1 860, gli avesse proibito di passare nelle Calabrie, è cosa che si 
sapeva ; ma un autografo messo in luce dal Guerrini nel 1 909 ' proverebbe, 
come anche il re desiderasse e consigliasse quel passaggio. Latore di questo 
segreto foglio sarebbe stato lo stesso conte Giulio Litta Modignani, il quale in 
quei giorni ebbe la missione di portare al dittatore la lettera ufficiale del re. 
In questo secondo foglio Vittorio Emanuele scriveva : 

« Ora, dopo avere scritto da re, V. E. le suggerisce di risponderle presso 
a poco in questo senso, che so già essere il suo. Dire che il Generale è preso 



' F. Crispi - / Mille e la Sicilia, discorso tenuto al Politeama " Garibaldi ,, in Palermo 
il 27 maggio 1885, pag. 6. 

' D. Guerrini - // Risorgimento Italiano. Rivista storica. Fascicolo 1, 1909. 



L- UOMO DI STATO E L- EROE 151 

di devozione e riverenza per il re ; che vorrebbe poter seguire i suoi consigli; 
ma che i suoi doveri verso l'Italia non gli permettono d' impegnarsi di non 
soccorrere i Napoletani, quando questi facessero appello al suo braccio per 
liberarlo da un governo, nel quale gli uomini leali e i buoni italiani non possono 
aver fiducia. Non potere adunque aderire ai desideri del re, volendosi riservare 
la sua libertà d'azione ». 

10 ho già esposto in un pubblico scritto ' le non poche ragioni per le 
quali questo autografo, venuto fuori dopo cinquant' anni dall'Archivio di un uffi- 
ciale di ordinanza del re, apparisse misterioso e sostenni, come non risultava 
provato essere esso pervenuto nelle mani di Garibaldi ; dimostrai anzi come 
risultasse precisamente il contrario. 

Vi sono molte cose che non si riescono a spiegare, quando ci facciamo a 
considerare attentamente questo autografo confidenziale del re. 

Non si comprende anzitutto il fatto che, mentre il Litta non mancò di 
annotare nel suo Diano ogni piccola notizia, perfino l'ora in cui andava a 
coricarsi ; che Garibaldi lo invitò a déjeuner, che lo fece sedere alla sua destra, 
che il trattamento fu buono ed abbondante e che Garibaldi mangiò di buon 
appetito ed allegramente, si fosse poi dimenticato di segnare un fatto così im- 
portante quale sarebbe stato l' ordine ricevuto da Sua Maestà di farsi resti- 
tuire dal dittatore il segreto foglio, ovvero 1' averlo il Generale per delicatezza 
ridato. Ma, pur ammessa una deHe due ipotesi, non si riesce a comprendere, 
come un documento così compromettente per la persona del re ; che questi non 
aveva voluto fosse lasciato nelle mani di Garibaldi o che il dittatore aveva pei 
delicatezza restituito, non si riesce a comprendere, dico, come esso poi restasse 
nelle tasche di un semplice ufficiale di ordinanza, perchè tale era il Litta in 
queir epoca, e come esso venga fuori dopo cinquant' anni dalle sue carte. 

Non è verosimile d' altra parte ammettere, che il re non avesse richiesto 
al Litta, al ritorno della missione, il compromettente autografo, che questi si 
fosse dimenticato di restituido, o infine che Sua Maestà gliene avesse fatto 
grazioso dono, come si è voluto affermare. 

11 Guerrini scrive : •« Reduce a Torino, il Litta Modignani rese perso- 
nalmente conto al re della missione compiuta; il re lasciò al Litta Modignani 
l'originale della seconda lettera, che esce oggi per la prima volta dopo quasi 



' CE. Curàtulo - Lettera aperta al tenente colonnello D. Guerrini. in « Rivista 
storica del Risorgimento Italiano ♦, fascicolo IIl-IV, 1909. 



152 LA POLITICA DEL CONTE DI CAVOUR NEL 1860 

mezzo secolo dall' Archioio, dove fin' ora è stato gelosamente custodito per docu- 
mentare un punto di storia nostra ». 

Non so in verità, come si possa fare una simile affermazione, quando 
nessun documento la conferma e quando lo stesso Litta, il quale, come si disse, non 
tralasciò di annotare ogni piccolo particolare e specialmente di quelli che potes- 
sero solleticare la sua vanità, non ne fece parolai 

Ne mancai di rilevare il fatto, che la ricezione di un documento così 
importante non venne mai a conoscenza ne allora, ne dopo, dei più fidi ed 
autorevoli compagni di Garibaldi, come, ad esempio, il Crispi ed il Tiirr. Il 
primo, commemorando nel 1 897 la battaglia di Milazzo, diceva : « La vit- 
toria di Milazzo ci aprì la via del continente. E nella reggia di Napoli se ne 
capì la importanza e si tentò per mezzo della diplomazia di evitarne le conse- 
guenze. Il 26 luglio giungeva un messo di Vittorio Emanuele con una lettera 
a Garibaldi. Il re chiedeva al vittorioso capitano di arrestarsi nella sua marcia. 
Francesco Borbone rinunziava al dominio della Sicilia, la quale sarebbe stata 
libera di disporre dei suoi destini. Napoleone III proponeva al gabinetto britan- 
nico d' intervenire con le flotte per impedire ai volontari il passaggio dello Stretto. 
E chiaro in ciò il segreto pensiero della Francia, che lo manifestò dappoi in 
tutti gli atti suoi durante il periodo della nostra costituzione nazionale. Garibaldi 
rispose con un rispettoso rifiuto. John Russell rispose a Napoleone consigliando 
ed imponendo il non-intervento nelle cose italiane. Il Borbone così era abban- 
donato al suo destino » . 

Ne il fatto venne a conoscenza del Tiirr, il quale sapeva tutto ciò che si 
passava fra il re e Garibaldi ; quel che è più, non ne fece mai cenno lo stesso 
Garibaldi nei suoi numerosi scritti pubblici e privati, pubblicati molti anni dopo, 
quando nessuna ragione vi sarebbe stata di mantenere il segreto. Risulta, invece, 
avere il Generale affermato il contrario ! 

Garibaldi nelle sue Memorie, che il Guerrini riconosce essere racconto one- 
stamente storico, dice : « Non avere il re consentito il passaggio dello stretto 
di Messina » e nella lettera diretta al Barrili, pubblicata nel 1 869, di sopra 
trascritta, il Generale categoricamente afferma : « // divieto governativo del pas- 
saggio sul continente è fatto storico ». 

Come mai, osservavo in quel mio scritto, soltanto oggi, quando tutti coloro 
che potrebbero testimoniare sono morti, vien fuori un documento, che riguarda un 
momento storico così controverso, che avrebbe dovuto essere messo in luce nei 
momenti in cui intorno ad esso si discuteva ; quando ferveva la lotta contro il 
partito garibaldino, per distruggere le pubbliche affermazioni contrarie del Gari- 



L" UOMO DI STATO E L- EROE 153 

baldi ? Come mai, non pensò a pubblicarlo Io stesso Litta dopo la morte del 
re ? Né mancai di fare osservare le molte e strane contraddizioni, che si notano 
nel Diario e la solita riprovevole abitudine di mettere dei puntini, in quei luoghi 
nei quali più che mai è necessario // parlar chiaro. Questi puntini, che si trovano 
nel Diario del Litta e che lo rendono monco, sarebbe bene sapere (e non credo 
sia indiscrezione il dimandarlo), se esistono nel manoscritto originale o se non 
rappresentano reticenze di chi lo ha pubblicato. 

Fra le tante contraddizioni, rilevai che mentre il 22 luglio Litta annota, 
che il re gli aveva dato due lettere per Garibaldi, una diplomatica e l' altra 
confidenziale. Io stesso giorno scrive alla moglie: « Mi recai dal re, mi lesse la 
lettera, mi diede molte istruzioni e mi congedò », ed il giorno dopo rivela alla 
moglie, senza alcun riserbo, tutta la sua missione e scrive : « La mia missione 
consiste nel consegnare una lettera a Garibaldi del re, in cui è detto di 
fermarsi e non entrare nelle Calabrie, e ciò per poter dire alla diplomazia, 
che si è fatto il possibile per non distruggere la dinastia napoletana ; ma poi 
la mia parte segreta consiste nel lasciar capire, che se è capace di fare, 
faccia pure » . 

A chi credere, di grazia ? al Litta che scrive alla moglie privatamente, 
senza riserbo, ovvero al Litta che scrive un Diario, infarcendolo di notizie e 
di apprezzamenti che sono, a giudizio di tutti, non sempre conformi a verità ? 

Che Vittorio Emanuele abbia dato istruzioni di parlare, e di consegnare il 
foglio confidenziale, soltanto nel caso che lo avesse ritenuto indispensabile, si 
può ammettere. Che il Litta abbia parlato col dittatore, nel senso delle idee 
personali del re, dopo avergli consegnato la lettera ufficiale, Io credo ; ma che 
quel foglio pervenne nelle mani di Garibaldi, ora come allora, dico : è da provare. 

Né ripeterò le osservazioni, che allora ebbi a fare intorno alla busta con- 
tenente r autografo reale e che hanno pur esse, in una quistione così complicata, 
il loro valore. Basta dare uno sguardo al facsimile, che ne fu dato, per essere col- 
piti dal fatto, certamente insolito, che detta busta non presenta alcuna lacerazione, 
né sulle due faccie, né sugli angoU e che il sigillo reale è completamente intatto 
in ogni sua parte ; ciò che dimostra com'essa dovette essere aperta da uno dei 
margini con un sottile tagliacarte e con tale scrupolosa diligenza, che non poteva 
essere adoperata, se non da chi ne aveva l' interesse. 

Tutte queste considerazioni fecero uscir di gangheri 1' egregio scrittore, che 
queir autografo aveva messo in luce ; e me ne dolsi. 

Me ne dolsi, perchè se la storia é ricerca di luce e di verità, l' una e l' altra 
non si ottengono senza una discussione libera e sincera. Né quelle mie osserva- 



154 LA POLITICA DEL CONTE DI CAVOUR NEL 1860 



zioni possono essere ritenute superflue, quando si tratta di dover discutere un 
documento così importante, e sull'appoggio del quale chi lo ha pubblicato si è 
affrettato a dedurre le due seguenti ipotesi ; delle quali una certamente né logica 
ne verosimile ; che, cioè, se Garibaldi nel '60 si decise a passare il Faro ciò 
egli fece, perchè sospinto dai consigli del re e del conte di Cavour, compar- 
tecipe del diplomatico maneggio ; l'altra, annunziata con una certa timidità, che 
anche la storica lettera scritta da Garibaldi al re, alla vigilia della partenza da 
Quarto, gli fosse stata da quest' ultimo dettata. 

Ebbene, alle argomentazioni allora addotte, tendenti a dimostrare come 
non risulta provato, che il segreto foglio del re sia pervenuto nelle mani del 
dittatore, io sono oggi in grado di portare una prova esauriente : un brano 
inedito, scritto di pugno di Garibaldi, che qui si vede riprodotto in facsimile 
ed il cui originale trovasi nella mia raccolta garibaldina, fra i tanti numerosi 
appunti e brani autografi dell' eroe. Garibaldi scrive : 

■«< Monarchia m' ha impedito tre volte : andare in Sicilia, pas- 
sare il Faro, passare il Volturno ». 

Si potrebbe obbiettare, che Garibaldi non dice: il re m'ha impedito, ma 
monarchia ; come nella lettera al Barrili non disse : il divieto del re, ma i7 di- 
vieto governativo. Ora, a parte 1' osservazione che se una distinzione Garibaldi 
avesse voluto fare, l' avrebbe fatta, la sua affermazione distrugge ad ogni modo 
la tesi di alcuni storici, con tanto calore sostenuta, che cioè il Governo {Cavour) 
desiderasse il passaggio del Garibaldi sul continente. 



* 
* * 



Stando così le cose, a me sembra che non si possa uscire da questo 
dilemma ; o le affermazioni di Garibaldi sono false, o l' autografo confidenziale 
del re messo in luce in piena buona fede, è apocrifo ! 

Ma, se la prima ipotesi è da mettersi da parte, perchè essa non solo con- 
trasta con la lealtà di Garibaldi da tutti riconosciuta, ma urta contro la logica ; 
poiché nessuno di coloro i quali allora avrebbero dovuto smentirlo sorsero a farlo ; 
d' altra parte, non si può negare autenticità al segreto scritto del re, perchè esso 
è in armonia non solo col noto temperamento di Vittorio Emanuele, ma con 
quanto in questo volume è luminosamente provato : 1' esservi stato, dopo 1' en- 
trata della schiera liberatrice in Palermo, un carteggio diretto fra Re e Capi- 
tano del Popolo, dal quale risulta che queste due gigantesche figure nel 1 860 



L'UOMO DI STATO E L'EROE 155 



cospiravano in barba a tutte le diplomazie ; come Vittorio Emanuele non fosse 
sempre d' accordo col suo primo Ministro, ma che invece seguisse la sua politica 
personale. « Si fidi di me e di nessun altro », scrive il re a Garibaldi in una 
delle lettere, che in questo volume si leggono. 

Né mi par giusto impicciolire 1' importanza, che indubbiamente ha quel 
segreto autografo e che illustra ancor più la maschia figura di Vittorio Ema- 
nuele per servirsene come un' arma di partito ; come documento dal quale si 
possa dedurre, che il passaggio di Garibaldi sul continente si debba ai consigli 
del re segretamente datigli, compartecipe, anzi ispiratore, il conte di Cavour ! 

Chi vorrebbe sostenere che Garibaldi, partito da Quarto con mille uomini 
male armati e senza munizioni, sbarcato miracolosamente a Marsala, vittorioso 
a Calatafimi, a Palermo, a Milazzo, non avrebbe completato l' impresa senza il 
consiglio del re e del di lui Ministro ? Egli, quel Garibaldi che si era rifiutato a 
fare l' annessione tanto desiderata da Cavour e che voleva incoronare Vittorio 
Emanuele, re d' Italia in Campidoglio ? 

Si è detto, che poiché nella lettera di risposta del dittatore al re si 
seguono le traccie indicate nell' autografo confidenziale, questa sarebbe la prova 
decisiva che quello scritto pervenne nelle mani di Garibaldi. 

In verità, tenuto conto delle stranissime e misteriose circostanze, che si 
notano intomo a questo segreto foglio del re, il fatto con tanta enfasi indicato 
come decisivo, che nella risposta di Garibaldi, si noti bene, conosciuta da 
mezzo secolo, si vorrebbero vedere seguite le traccie dello scritto reale, venuto 
alla luce oggi soltanto ; ed il volere sostenere che Garibaldi scrisse come un 
giovinetto, al quale si dettano le traccie per un componimento ; questo fatto, se 
mai, potrebbe avvalorare il sospetto, in alcuni già sorto, della non autenticità di 
quello scritto ; la qual cosa è da escludere. 

Senza però dilungarsi in discussioni, non è inutile il rilevare, come l'anda- 
mento della risposta di Garibaldi non si può affermare sia tale da non potersi dire, 
che essa non risponda alla lettera ufficiale del re. Ma vi è ancora da osservare, 
che in questa quistione noi discutiamo sulla base di documenti non storicamente 
accertati nel loro testo preciso. Noi infatti non conosciamo, né il testo autografo 
della lettera ufficiale che Vittorio Emanuele scrisse a Garibaldi, né quello della rispo- 
sta fatta da questi al re. Il presunto testo della prima ci fu dato nel '60 da 
un'agenzia francese, 1' Agenzia Bullier ed i giornali italiani ne fecero la traduzione. 
Di essa se ne hanno due versioni : una é quella pubblicata dal Bandi, l'altra dalla 
Mario. Non parlo poi della risposta del Garibaldi al re, della quale se ne hanno 
ben cinque versioni, alcune delle quali in data del 27 luglio, altre del I agosto. 



156 LA POLITICA DEL CONTE DI CAVOUR NEL 1660 

L' on. Rava ha, poco tempo fa, messo in luce un importante documento ', 
trovato fra le carte del Farini e che suona così : 

Messina, 30 luglio 1860. 
Sire, 

Io penso di passare il 15 del venturo mese, piuttosto prima. Avrei bisogno ancora 
di 10.000 fucili con baionetta, prima di quell' epoca. Saluto la M. V. con affetto. 

Dev.mo sempre 
G. GARIBALDI 

P. S. - La M. V. farà un gran bene, mandandomi alcune centinaia di sciabole 
per cavalleria. 

Il re inviava questa lettera al Farini, aggiungendovi di sua mano : 

Caro Farini, 
Guardi di fare il possibile per queste cose richieste dal Generale. 

VITTORIO EMANUELE 

Non io potei essere sorpreso alla lettura dell' importante autografo pub- 
blicato dall' on. Rava ; una delle tante lettere, che debbono essere state scritte 
in quei giorni da Garibaldi al re, e che è a sperare saranno ora messe in luce ; 
ora che conosciamo quelle del re al dittatore. Ne mi sorprese il fatto, che 1' illustre 
uomo che quel documento pubblicava, avesse ravvisato in esso la risposta di 
Garibaldi al foglio confidenziale di Vittorio Emanuele ; non conoscendo egli quello 
che oggi dai documenti da me editi viene provato a luce meridiana, che cioè 
fra il re e Garibaldi vi fu nel *60, dopo l' entrata vittoriosa a Palermo, unità 
di sentire, per cui queste due figure restano indissolubilmente unite nella storia 
del nostro Risorgimento. 

Da una delle lettere dirette dal re al Garibaldi (vedi Gap. XIV), si vede 
come già fino dai primi di luglio Vittorio Emanuele, per mezzo del conte Amari, 
aveva fatto pervenire a Garibaldi, che gli aveva manifestato 1' intenzione di 
passare nelle Calabrie, un promemoria, nel quale si diceva : « Notì partire per 



' Io « Nuova Antologia », febbraio 191 1. 



L'UOMO DI STATO E L'EROE 157 

Spedizione Napoli senza che io lo sappia per non imbrogliare i miei progetti e 
per essere sempre d' accordo » . 

11 passaggio nelle Calabrie era adunque nel cuore di Garibaldi, come in 
quello del re, assai prima del foglio confidenziale, che il Litta avrebbe conse- 
gnato al dittatore alla fine di luglio, e la lettera messa in luce dal Rava deve 
ritenersi non in relazione a quel foglio, ma alla corrispondenza precedente avvenuta 
fra quei due grandi personaggi. Ecco perchè, in una pubblica lettera ', io dicevo : 
« La missione data nel 1860 al conte Giulio Litta Modignani, la quale oggi 
assurge ad importanza di un fatto storico di primissimo ordine, diventerà, quando 
noi avremo conosciuta tutta la storia vera di quei giorni, niente altro che un 
semplice episodio ». 

* 
* * 

Ma ritornando all' autografo del re, trovato nell'Archivio Litta, se tanto le 
esplicite affermazioni contrarie di Garibaldi, quanto l'autenticità di quello scritto 
sono da ammettersi, è mestieri prima che qui manifesti il dubbio, che nella mia 
mente si è venuto formando in questa questione, l' indagare non tanto se Cavour 
fosse a conoscenza del diplomatico maneggio del re, perchè di questo non è 
a dubitare, è lo stesso Litta che lo afferma ; ma è da sapere piuttosto, se Cavour 
desiderasse anch' egli, in quel momento, il passaggio di Garibaldi sul continente. 

lo affermo, che per sostenere simile tesi bisogna o non conoscere, o dimen- 
ticare la direttiva politica del conte di Cavour in quei giorni memorabili. 

Bolton-King, r illustre storico inglese profondo conoscitore del nostro Risor- 
gimento, paragonando, come altri han fatto, 1' opera di Cavour con quella di 
Bismark, dice : « che in questi due grandi uomini vi è di comune una qualità : 
la disposizione a mentire, quando il mentire serve ai loro fini », e si affretta 
a soggiungere, « che mentre le bugie di Bismarck arrivavano a valanghe, le 
bugie di Cavour arrivavano ad una ad una ». ^ 

Emile Ollivier scrive del Cavour : « // se faconna aux duplicilés volpines, 
qui sont la condition de certains succès», e soggiunge: « Il n'avait pas hésité, 
nonobstant sa droiture, à devenir un fourbe sans retenue, lorsqu' il aoait cru 
ne pouvoir arréter autrement la revolution ». ^ 



' In * Giornale d'Italia », 5 febbraio 1911. 

* BoUon-King - Storia dell' Unità Italiana. Voi. II, pag. 238, 

' Ejnile Ollivier - L' Empire Liberal. Tomo IV, pagg. 568 e 574. 



158 LA POLITICA DEL CONTE DI CAVOUR NEL 1860 

II giudizio di questi due storici non italiani, la cui autorità è da tutti rico- 
nosciuta, non è da trascurarsi. 

In nessun altro periodo della sua vita politica il grande Ministro mise in 
pratica i dettami di Niccolò Machiavelli, quanto nel 1 860 ! Nella solitudine 
forzata di Leri, dopo il disinganno di Villafranca, Cavour lesse il Principe e seguì 
i suggerimenti del grande Segretario della repubblica fiorentina : « seppe essere volpe 
a conoscere ì lacci e leone a sbigottire i lupi », e praticò la massima che 
« nelle azioni di tutti gli uomini, dove non è giudicio da reclamare, si guarda 
al fine ». 

Nei mesi di luglio e di agosto l' arte più fina del grande diplomatico fu 
adoperata per il conseguimento della sua meta ; che era quella di troncare la marcia 
vittoriosa di Garibaldi con l'annessione pronta della Sicilia e la caduta di Napoli 
per opera dei suoi più fidi agenti, colà inviati : Visconti- Venosta, Pinzi, Ribotti, 
De Vincenzi, Oliva, Nisco, Mezzacapo, Schiavoni ed altri. 

Raffaele De Cesare, storico non sospetto di garibaldinismo, con frase molto 
espressiva, scrive : « Cavour in quelV epoca non aveva requie » e Giovanni 
Faldella, come un pittore della nuova scuola, che prende dalla tavolozza i colori 
e li butta sulla tela per ottenerne effetti e contrasti più vivi, discorrendo della 
politica del Ministro piemontese, dice : «• Qui nel settentrione, il mago Cavour 
alimenta, regola e spinge la macchina prodigiosa; uccella il conte di Siracusa, 
accivetta Liborio Romano, addormenta come una sirena la flotta partenopea, 
rimpasta la Farina, che non va in crusca ». 

Per dimostrare che nel luglio del 1 860, Cavour fosse dell' opinione del 
re, che anch' egli cioè, desiderasse il passaggio di Garibaldi nelle Calabrie, si 
è citata una sua lettera al Persano del 23 di quel mese, portata in Sicilia 
dallo stesso Litta. Ma 1' impressione, che si ha oggi leggendo quella lettera ; 
oggi che si conosce il segreto foglio di Vittorio Emanuele è, che re e Mini- 
stro in quei giorni cospirassero per conto proprio ed in contrasto 1' uno all' altro. 

Il conte Giulio Litta, scrive Cavour al Persano, recasi in Sicilia apportatore 
di una lettera. Si noti bene che è detto di una lettera; e consiglia l'ammiraglio 
« di non influire sulle determinazioni di Garibaldi riguardo al passaggio sul 
continente ». Nessun lontano accenno si fa del desiderio suo, che questo passaggio 



' N. Machiavelli - // Principe, cap. XVIII. 

' R. De Cesare - La Fine di un Regno. Voi. 11, pag. 366. 

' G. Faldella - Commemorazione di Garibaldi. Torino, 4 luglio 1907. 



L' UOMO DI STATO E L' EROE 159 



avvenga. Ora se si considera, che in tutto il resto della lettera si danno al Persane 
chiare e precise istruzioni sulla condotta, che egli deve tenere con Garibaldi ; 
se si pensa, che nella frequente corrispondenza il Ministro si aprì sempre col 
Persano senza alcun riserbo, mettendolo a parte di ogni segreto, esprimendo giu- 
dizi compromettenti, affidandogli missioni segrete, delicatissime, il suo riserbo in 
quel punto fa pensare, che il Cavour seguisse in quel momento una politica diffe- 
rente da quella del re, e che per non scoprirsi, ciò che sarebbe certamente 
avvenuto se egli avesse dato al Persano ordini contrari e categorici, si limita a 
consigliarlo di non influire sulle determinazioni di Garibaldi. 

Non si potrebbe in verità spiegare, perchè proprio e solo in quel punto 
della lettera, che riguardava l' esplicito desiderio del re e che questi non aveva 
esitato di manifestare a Garibaldi con un foglio confidenziale scritto di sua mano, 
il Cavour dovesse esprimersi in maniera sibillina, limitandosi a dire al Persano 
di non influire sulle determinazioni di Garibaldi ; quando poi, nella stessa lettera 
gli scrive : « Fece e farà ottimamente, conservando col generale Dittatore ottime 
relazioni. La consiglio però, a non confidare senza riserva in lui. Ricordi, che 
egli ha vissuto più anni in America e più ancora nella solitudine, ha quindi 
contratto abitudini di eccessivo riserbo e di necessaria diffidenza ». Parole prezio- 
sissime per compiere quell' indagine psicologica indispensabile, se si vuole spiegare 
tutta la politica di quei giorni del grande statista. 

Se, replico, il re per manifestare il suo personale desiderio, contrariamente a 
quanto aveva espresso nella lettera ufficiale, non aveva esitato di scrivere di sua 
mano a Garibaldi un foglio confidenziale ; perchè, se questo stesso desiderio 
animava il suo Ministro, non doveva questi in quel momento stesso manifestarlo 
al Persano, invece di consigliare quest'ultimo a non influire sulle determinazioni 
di Garibaldi, come invece egli stesso ebbe chiaramente a manifestare più tardi 
allo stesso ammiraglio? 

In una lettera posteriore Cavour scriveva al Persano : « Sono lieto della 
vittoria di Milazzo, che onora le armi italiane e che deve contribuire a persuadere 
r Europa, che gì' Italiani sono decisi ormai a sacrificare la vita per riconquistare 
patria e libertà. Io la prego di porgere al generale Garibaldi le mie sincere 
congratulazioni. Dopo sì splendida vittoria non vedo come si potrebbe impedirgli 
di passare sul continente. Sarebbe stato meglio, che i napoletani compissero od 
iniziassero l'opera rigeneratrice. Ma poiché non vogliono o non possono muoversi, 
si lasci fare a Garibaldi. L' impresa non può rimanere a metà. La bandiera 
nazionale inalberata in Sicilia deve risalire il regno ed estendersi lungo le coste 
dell' Adriatico, finché ricopra la Regina del mare. Si prepari dunque a piantarla 



160 LA POLITICA DEL CONTE DI CAVOUR NEL 1860 

con le proprie mani, caro ammiraglio, sui bastioni di Malamocco e sulle torri 
di San Marco ». 

Avrebbe Cavour scritto « non vedo come si potrebbe impedire a Gari- 
baldi di passare sul continente », se prima qualcuno quel passaggio non avesse 
cercato di ostacolare? E chi mai aveva potuto essere costui, se non lo stesso 
Cavour? Il re? Ma il re non aveva manifestato privatamente a Garibaldi il suo 
desiderio, che il passaggio dello stretto avvenisse? 

In questa lettera, io credo, noi abbiamo la prova della condotta del vero 
discendente di Niccolò Machiavelli. 



* * 



Ma qui sorge spontanea una domanda : qual mutamento era avvenuto sulla 
scena politica, perchè il grande statista, da esperto pilota, dovesse ordinare 
macchina indietro, cambiare di rotta, desiderare il passaggio di Garibaldi sul 
continente ed il compimento da parte dell' eroe popolare dell' altra metà 
dell' impresa ? 

Che r annunzio della vittoria di Milazzo dovette impressionare Cavour e 
convincerlo sempre più del non comune valore di Garibaldi, è da 2unmettersi ; 
ma la mente sua era mente di matematico. Cavour agiva pensatamente, non 
per impulsi. Come un'aquila, egli sapeva piombare dall' alto e far sua preda 
la conquista degli altri ; ma egli non era uomo da lasciarsi trascinare dall'entu- 
siasmo del momento. Egli aveva nel suo alto intelletto politico un piano pre- 
stabilito da attuare, una meta da conseguire ; non era uomo da rinunziarvi per 
la nuova vittoria di Garibaldi, che grandemente ne aumentava il prestigio. 

Oltre a ciò, del valore e dell' audacia di Garibaldi, egli aveva avuto non 
dubbie prove ; quindi se la vittoria di Milazzo potè entusiasmarlo fino al punto 
da farlo correre col pensiero all' italico vessillo « sventolante sulla torre di San 
Marco » per mezzo, si noti bene, del valore dell' ammiraglio di Persano, 
ma non per quello di Garibaldi ; non è eunmissibile d' altro lato, che l' esito di 
quella battaglia sia stato il vero movente, che fece mutare la direttiva della sua 
politica. 

La verità è, che in quei giorni si era venuto preparando a Napoli, non una 
vittoria, ma un fiasco ; il fiasco degli emissari ivi mandati dal Cavour, perchè 
la bella Partenope cadesse senza l'aiuto di Garibaldi. Fra gli emissari era il 
giovane Emilio Visconti- Venosta, « il più autorevole degli agenti di Cavour » 



L- UOMO DI STATO E L- EROE 161 

scrive il De Cesare ; quel Visconti- Venosta, soggiunge il Persano, « andato a 
Napoli a soffiare nel fuoco ». 

La tempesta, che in quei giorni dovette agitare 1' anima e la mente del 
conte di Cavour dovette esser ben grande ! Che egli non avesse requie ; che un 
giorno vedeva dileguarsi il sogno con tanto amore carezzato di far cadere Napoli 
senza l' aiuto di Garibaldi, mentre il dì seguente gli tornava a nascere nel cuore 
la speranza di vedere quel sogno realizzato, è chiaramente provalo dalle lettere 
da lui scritte in quell' epoca memorabile. 

Dopo quella del 25 al Persano, gliene invia un'altra, per mezzo del 
Nisco, il 1 " agosto, nella quale gli dice : « Non aiuti il passaggio del gene- 
rale Garibaldi sul continente, anzi veda di ritenerlo per via indiretta il più 
possibile » e contemporaneamente scrive al Villamarina : « E grandemente desi- 
derabile, che la liberazione di Napoli non proceda per opera di Garibaldi ; 
giacche ove ciò avvenga il sistema rivoluzionario prenderà il posto tenuto dal 
partito costituzionale monarchico ». Il 3 agosto torna a raccomandare al Per- 
sane « di fare quanto può per far scoppiare il moto a Napoli »; il 5 scrive 
ad un suo intimo amico : « Dieu veuille que Garibaldi ne nous devance pas 
à Naples, ou qu il n arrive pas sans y trouver un gouvemement a\)ant Liborio 
Romano à sa téte » ; infine in data del 1 6, con accento disperato, scrive al 
Ricasoli : « Se Napoli racchiude elementi di rivoluzione essa deve scoppiare, 
altrimenti io non so che farci e bisogna rassegnarsi al trionfo di Garibaldi». 

Ma tutti gli sforzi del sommo statista s' infransero contro le ineluttabili 
difficoltà delle circostanze ! 

Il 1 2 settembre Cavour scriveva ad un suo amico : « Vous savez tout 
ce que j' ai fati pour devancer Garibaldi à Naples. J' ai poussé l'audace 
jusqu'au point, ou elle pouvait aller sans courir le risque de voir 
éclater la guerre civile, et je n'aurais pas méme reculé devant 
cette éxtremité, si j'avais pu espérer d'avoir pour moi l'opinion 
publique ».' 

Il conte di Cavour, scrive lo storico della Fine di un Regno, convinto a 
malincuore, che un pronunciamento a Napoli non era più possibile; che un'azione 
diversa e distinta da quella di Garibaldi sarebbe stata, al punto in cui erano 
giunte le cose, occasione di far correre il sangue (Cavour però, ci fa sapere 
nella lettera ora citata, che non avrebbe indietreggiato anche davanti a questo 



' L. Ghiaia - Loco citato. Voi. Ili, pag. 3. 
CURÀTULO 



162 LA POLITICA DEL CONTE DI CAVOUR NEL 1860 

estremo, se avesse avuto per sé l' opinione pubblica), telegrafò al Persane di 
non insistere. Egli aveva preso il suo partito e decise la spedizione nelle Marche 
e neir Umbria per continuarla, occorrendo, nel Napoletano. Spedizione decisa, 
come è noto, dopo il beneplacito di Napoleone dato a Chambéry ai due 
inviati Cialdini e Farini, con le parole ripetute in una lettera autografa a Vittorio 
Emanuele, che il generale Della Rocca ebbe occasione di vedere : « Allez, 
allez, mais sourtout faites vite ». 

Non è più a Napoli, egli tuonava da Torino, che possiamo acquistare la 
forza morale necessaria a dominare la rivoluzione, è ad Ancona ; ed al Gual- 
terio scriveva : « L' ora di agire nell' Umbria e nelle Marche si avvicina. Il 
Ministero è deciso non solo di secondare, ma bensì di dirigere il movimento. 
Giunta l'ora di agire saremo non meno decisi, non meno audaci del Bertani » 
e ad altri : « La monarchia non può permettere, che Garibaldi le dia tutto ; 
deve anch'essa conquistarsi qualche cosa ». 

E la monarchia ricalcava 1' opera della rivoluzione, e 1' esercito piemontese 
vittorioso faceva quella marcia, che già Garibaldi aveva un anno prima dise- 
gnato da Rimini e che Napoleone 111 aveva impedito ! 



* 



Dopo quanto sono venuto esponendo sulla stregua di documenti, dopo avere 
rilevato il mistero, che avvolge 1' autografo confidenziale di Vittorio Emanuele, 
dirò francamente il forte dubbio, che nella mia mente si è venuto formando su 
questa questione. 

Con la più grande riverenza verso il sommo uomo di stato, il culto della 
cui memoria non è in me inferiore a quello che altri gli tributa ; con tutto il 
rispetto al conte Litta, a me sembra che non vi sia che una sola ipotesi, la quale 
possa riuscire a dileguare 1' aria di mistero, che avvolge quel segreto autografo 
reale ; una sola ipotesi, che possa mettere d' accordo il fatto, altrimenti incom- 
prensibile, dell'autenticità del documento con le esplicite affermazioni contrarie 
di Garibaldi ; che possa spiegare come un documento di natura tanto delicata 
e compromettente per la persona del re diretto a Garibaldi, invece di restare 
nelle mani dell' uno o dell' altro, rimanesse invece presso colui, che aveva avuto 
la missione di portarlo insieme alla lettera ufficiale. 



* Generale Enrico Della Rocca - Loco citalo, pag. 36. 



L- UOMO DI STATO E L- EROE 163 

L* ipotesi che sia stato il conte di Cavour stesso a non fare giungere nelle 
mani del dittatore quel foglio, che sconvolgeva tutto il piano architettato con 
r arte più eccelsa della sua mente politica, potrà a prima vista sembrare assai 
ardita. Ma è poi essa così inverosimile ed insostenibile P Io credo che no, ed 
in suo sostegno militano, oltre a quanto ho di sopra esposto, non pochi argo- 
menti di fatto ed altri di natura psicologica. 

Dei primi, a me pare che tre sieno d' importanza grandissima e danno 
alla mia ipotesi una grande probabilità di certezza. L' uno è il riserbo, anzi più 
che il riserbo, il segreto tenuto dal Litta, durante tutta la sua vita, dell' esi- 
stenza di questo autografo, che vien fuori oggi soltanto, frugando nel suo Archivio. 
Si osservi che il Litta moriva nel marzo del 1878. 

Il secondo argomento è il seguente. Il conte Litta ci fa sapere di essersi 
recato, dopo avere veduto il re che gli consegnò la lettera ufficiale ed il foglio 
confidenziale per Garibaldi, dal Cavour col quale, egli scrive, « si scherzò pia- 
cevolmente sulla parte garibaldina, che andavo a rappresentare » e contempo- 
raneamente, in una lettera, alla moglie dice di essere stato, dopo la visita al re, 
dal Cavour col quale, sono sue parole, « ebbi un colloquio ed istruzioni molto 
divertenti ». Si noti, che queste due ultime parole nel Diario sono stampate 
in carattere corsivo ; la qual cosa significa, a dire del Guerrini che nella pre- 
fazione a quella pubblicazione lo avverte, che nel manoscritto originale quelle 
parole si trovano sottolineate. 

Ora, quali poterono essere queste istruzioni molto divertenti, delle quali 
il Litta parla sottolineando la frase? Debbono esse riferirsi soltanto alla doppia 
parte, che questi andava a rappresentare presso Garibaldi? Ammesso, che 
abbia potuto scherzarsi piacevolmente sulla parte garibaldina, che il Litta andava 
a rappresentare, questi però parla di istruzioni ricevute dal Cavour ; e quali 
esse poterono essere? E forse indiscreto il supporlo oggi che, insieme alle affer- 
mazioni categoriche del Garibaldi, noi vediamo venir fuori dalle carte del Litta, 
dove rimase gelosamente custodito per ben cinquant' anni, il segreto foglio del 
re, che sconvolgeva completamente il piémo politico del suo primo Ministro? 
I giuochi di bussolotti, nei quali, come disse Massimo d'Azeglio, il conte di 
Cavour era abilissimo, ' furono anche questa volta eseguiti? 

Ma un altro argomento non meno importante vi è da considerare, ed è 
che fra Vittorio Emanuele e Garibaldi prima di quell'epoca vi era stato un 



' R. Bontadini - Vita di Francesco Arese, pag. 297. 



164 LA POLITICA DEL CONTE DI CAVOUR NEL 1860 



carteggio autografo non meno compromettente e quel carteggio rimase non negli 
Archivi degli ufficiali di ordinanza del re o di altri, che avevano avuto la mis- 
sione di portarlo, ma presso Garibaldi. 

In un foglio autografo del re portato dall'Amari nei primi di luglio (pedi 
Gap. XIV) Vittorio Emanuele di sua mano, scriveva: 

Riguardo alla lega (col re di Napoli), non accetto; strascinerò in lungo 
facendo proposte e contro proposte che lui {il re) non possa accettare. 

Riguardo ad impedire a Garibaldi di continuare secondo la domanda 
della Francia, mi ci sono opposto. 

Fare subito annessione e manderò Depretis. 

Non fidarsi che di me e di nessun altro. 

Non partire per spedizione Napoli, senza che io lo sappia per 
non imbrogliare i miei progetti e per essere sempre d'accordo. 

Stabilita lega tra Austria, Russia e Prussia contro di me per quest'anno 
venturo. 

Io prendo le mie misure per fare convenzione con la Francia per fare 
attaccare V Austria sul Reno, quando ci attaccherà. 

Tanti saluti al mio amico Garibaldi. 

Come si vede, Vittorio Emanuele qui paria contro tutta 1' Europa reazio- 
naria e contro la Francia, e parla pure di spedizione per Napoli ; argomenti che 
lo avrebbero grandemente compromesso. Ebbene, questo foglio rimase presso 
Garibaldi ! 

Bisogna riportarsi con la mente e con 1' anima a quei giorni memorabili, 
nei quali uomini ed ideali erano cotanto diversi da quelli della generazione nostra, 
tutta intenta a tenere gli occhi sul listino della Borsa ; a quei giorni animati deJ 
turbine delle sante passioni, in cui le vie ed i metodi per raggiungere la nobile 
mèta erano diversi ; in cui mentre Garibaldi guerreggiava sui campi di battaglia, 
Cavour cospirava nel suo gabinetto. 

Lotta di veri titani fu quella, che si combattè in quell* epoca ! Che se 
r audacia di Garibaldi non aveva limiti nel campo aperto della battaglia, l'au- 
dacia del conte di Cavour non era inferiore in quello tenebroso della politica. 



L- UOMO DI STATO E L- EROE 165 

Egli non era uomo da arrestarsi facilmente davanti alle difficoltà, che gli si pre- 
sentavano e da non osare, per i suoi fini, di magnetizzare perfino un ufficiale di 
ordinanza del re, che aveva avuto, si noti bene, una missione politica e non mi- 
litare ; una missione politica che mandava in aria tutto il suo piano. 

Voi sapete quello che io ho fatto per prevenire Garibaldi in Napoli. Ho 
spinto l'audacia fin dove essa poteva arrivare! Così egli scriveva ad un suo 
amico nella citata lettera del 1 2 settembre. 

Che la politica del re e del suo primo Ministro, nei riguardi di Garibaldi, 
fosse in quei giorni divergente ; che fra Vittorio Emanuele e Cavour non vi 
fosse accordo, ne abbiamo anche una prova nella lettera del Garibaldi al Te 
del 30 luglio da Messina, trovata fra le carte del Farini. 

Vittorio Emanuele rimise la lettera del Generale con una sua aggiunta 
autografa, che raccomandava la richiesta di Garibaldi non al conte di Cavour, 
che era il suo primo Ministro, ma al Farini. 

Ora, che il re non siasi rivolto al Fanti, il quale come Ministro della guerra 
sarebbe stato la persona più adatta per soddisfare la richiesta di armi del Gari- 
baldi, si può spiegare ; se si pensa che dopo il dissidio sorto nell' Italia Centrale, 
fra quei due personaggi non vi era più buon sangue ; ed il re questo non ignorava. 
Ma il fatto di essersi egli rivolto al Farini e non al Cavour avvalora 1' affermazione, 
che in quei giorni, nei riguardi di Garibaldi, non vi fosse fra il re ed il suo primo 
Ministro accordo. 

Non era questa, del resto, la prima volta in cui fra Vittorio Elmanuele e 
Cavour questo accordo era mancato ; in cui l' opinione di quest' ultimo avrebbe 
voluto prevalere su quella del re. 

Nel famoso colloquio avvenuto la notte di Monzambano, dopo la pace di 
Villafranca, colloquio al quale, come scrisse Isacco Artom, poche scene di Sha- 
kespeare potrebbero essere paragonate, avendo Vittorio Emanuele detto al Cavour, 
il quale lo consigliava di abdicare, che a questo doveva pensarci lui, che era 
il re, il ministro rispose : « // re ? il vero re sono io » ed al Nigra, in una 
lettera del 22 settembre, il cui originale è nel mio Archivio e che più oltre si 
legge, pariando di Garibaldi e dei garibaldini, che 1' armata di Fanti e Cialdini 
non avrebbe desiderato di meglio che di buttare a mare, Cavour dice : « Le 
Roi est décide à en finir. D' ailleurs, je n' admetterais pas d* hésitation ». 
Ciò che, in sostanza, significa che egli, Cavour, non avrebbe esitato di agire 
anche contro la volontà del re. 

E sempre lo stesso leitmotiv che domina : il vero re sono io I 



166 LA POLITICA DEL CONTE DI CAVOUR NEL 1860 

Dissi, come a sostegno della mia ipotesi militano non solo argomenti di fatto, 
ma altri di natura psicologica, che è bene qui di prendere in giusto esame. 

Fra Vittorio Emanuele e Cavour non esistette mai una vera simpatia ; lo 
afferma un personaggio autorevole e non sospetto, Michelangelo Castelli, amicis- 
simo del Cavour. 

Non era soltanto la diversità del temperamento, che disuniva questi due 
personaggi ; anima aperta di soldato 1' uno, 1' altro abilissimo nell' arte dei rag- 
giri o dei giuochi di bussolotti, come diceva il buon d'Azeglio. Ma gli è, che 
fra Re e Ministro vi era stato un incidente, che aveva lasciato nell' animo del 
primo traccie indelebili ; che aveva soffocato ogni germe di simpatia per Cavour 
e che giova richiamare alla memoria per la psicologia di questi due grandi fattori 
dell' unità della patria. 

Vi fu un'epoca, scrive Michelangelo Castelli, in cui il conte di Cavour temette, 
che Vittorio Emanuele finisse per sposare la bella Rosina Mirafiori, ed in cui 
egli si credette in obbligo, per alte ragioni politiche, di cercare ogni mezzo per 
allontanarlo da essa. Anche in quella occasione 1' audacia di Cavour fu immensa 
ed essa arrivò a tal punto che, dice il Castelli « potevano nascere scandali gra- 
vissimi». « Io doveva cercare, continua l'amico del conte di Cavour, di arre- 
starlo in una via, che non poteva che riuscire fatale per tutti. Ricordo di avergli 
detto, presente Costantino Nigra, tutto ciò che poteva suggerire la situazione ; di 
averlo affrontato francamente, condannando il tentativo che faceva, sia come Mi- 
nistro politicamente, sia come uomo privato, entrando in segreti cui non era lecito 
ad alcuno di scrutare ; ma tutto fu inutile, finché Cavour giunse al punto in 
cui dovette convincersi, che non rimaneva più che fermarsi e ringraziare la sorte 
se era ancora in tempo » . 

« L' ultima volta, nel 1 860, che Cavour entrò Presidente del Consiglio 
dei Ministri, l'ostacolo principale, è sempre il Castelli che parla, sorse da quanto 
ho qui sopra narrato. Il Re mi fece chiamare ed entrò in tutti i particolari 
dicendo : « La mia sola posizione m' impedì allora di chiedere ra- 
gione a Cavour ; furono cose da coltello ; ma devo pensare ora al 
paese. » Egli sapeva quale era stata la mia condotta in tale circostanza e voleva, 
che io lo assicurassi dell'animo di Cavour. Era passato del tempo da quei giorni, 
ed io sapevo come la pensava Cavour, perchè me ne aveva parlato molte volte, 
spiegandosi schiettamente ; non esitai adunque a dare al re le più ampie assi- 
curazioni su tal proposito. Riferii tutto al conte di Cavour, il quale m' incaricò 
d' impegnare la sua parola d* onore, che giammai più avrebbe pronunziato il 
nome della Signora, dolente del passato. Fatta la risposta al Re, questi si mostrò 



L'UOMO DI STATO E L'EROE 167 

persuaso, ma fissandomi in volto, disse : « Sì rende garante lei della parola 
del conte ? ». ' 

Ora, precedenti come questi debbono certamente aver lasciato traccie nel- 
r animo di quei due grandi personaggi, anch' essi soggetti alle passioni umane e 
sono coefficienti psicologici degni di essere tenuti in conto. 

Si consideri poi, che la bella Rosina, la Signora, come la chiamava il re, 
era a conoscenza di tutto il retroscena, e riteneva nel suo animo il conte di 
Cavour come suo nemico ; si pensi che essa esercitò un grande ascendente nel- 
r animo di Vittorio Emanuele e che nel 1 860 partì con lui da Torino, accom- 
pagnandolo ad Ancona, negli Abruzzi ed a Napoli. 

Che fra Vittorio Emanuele e Cavour nel luglio '60 non si seguisse la 
medesima politica, nei riguardi di Garibaldi, lo apprendiamo anche dal La Va- 
renne, il quale il 1.° luglio, appena sceso dal castello di Torino, dove aveva 
avuto un colloquio con Sua Maestà, scriveva al Crispi : « Ho chiarito al Re 
la situazione a Palermo. Sua Maestà, che è al corrente di tutto e segue mi- 
nuziosamente r affare mi ha detto, che desidera V accordo tra V altro partito 
Siciliano e Voi; accordo che vi darà la forza sufficiente per governare risolu- 
tamente, organizzarvi e prendere le vostre precauzioni contro l'invasore. Ho 
raccontata tutta la storia del signor La Farina. Il re estremamente con- 
trariato, mi ha manifestato il suo vivo rammarico per la condotta 
del sig. di Cavour e del suo agente in questa circostanza, soggiungendo che 
avrebbe fatto in modo, perchè fosse richiamato subito ». E più oltre soggiunge : 
« In conclusione, Vittorio Emanuele è con voi ; corpo ed anima. 
Egli ha piena fede in Garibaldi, ma teme qualche tradimento mazziniano, 
che potrebbe rovinar tutto e compromettere per molti anni le sorti d' Italia. 
Tenete ciò presente » . ' 

Infine, ad ancor meglio documentare la divergenza politica fra Re e Mi- 
nistro, riporto un brano di una cronaca di quell' epoca assai rara, e che non è 
quella citata dal De Cesare. In essa, in data del 24 luglio si legge : « La si- 
tuazione è più complicata che mai ; ognuno segue la sua via. Tutte le autorità 
discordanti ; conflitto di influssi contrari sconcertano 1' opinione : la diplomazia, 
il signor di Cavour, Vittorio Emanuele, mostrano di non intendersi, ed ope- 
rano separatamente. In questo garbuglio, vi ha un uomo, un solo uomo 



' M. Castelli - Appurili biografici sul conte di Cavour. In « Ricordi di Michelangelo 
Castelli », pag. 126 e seg. 

' Francesco Crispi e i Mille, pag. 240. 



168 LA POLITICA DEL CONTE DI CAVOUR NEL 1860 

logico, immutabile, inflessibile, che va innanzi senza deviare di un capello, che 
sfida le potenze, le leggi ed anche le opinioni : cotesto uomo è Garibaldi, quel 
Garibaldi che prenderà Napoli » . ' 

La politica del primo Ministro di Vittorio Emanuele fu nel '60 ecces- 
sivamente e, sia detto con sopportazione, ingiustamente diffidente verso Garibaldi. 
Essa ci viene così riassunta da Francesco Crispi : « Al 1 860 Garibaldi, sal- 
pato da Quarto, poco mancò non lo arrestassero nelle acque della Sardegna. 
Dittatore di Sicilia e di Napoli, la sua amministrazione fu continuamente insi- 
diata ed i suoi uomini continuamente bersagliati dalle calunnie. Nulla di meno 
giunto a Marsala, egli aveva proclamato : Vittorio Emanuele Re d' Italia ; tutti 
i suoi decreti portavano in capo le parole : « Vittorio Emanuele » ed erano in 
nome del re intestate le sentenze dell' autorità giudiziaria e tutti gli atti pubblici. 
Dopo il suo ingresso a Palermo, fu elevato lo stemma reale in tutti i pubblici 
edifizi e lo stemma reale fu impresso nelle bandiere » . 

E dopo ciò, perchè dubitare di lui ? Perchè dubitare degli uomini suoi ? 
Vi era forse uno solo fra coloro che lo circondavano, che non volesse l' Unità 
con la Monarchia ? Garibaldi, imbarcatosi a Quarto, aveva inalberato la bandiera 
con lo scudo di Savoia, tanto che alcuni cittadini, i quali non credevano in 
quella bandiera, non vollero imbarcarsi ed altri scesero a Talamone. Sul finire 
del luglio del 1860 il mondo ufficiale gli suscitò ostacoli per passare il Faro. 
L' impresa siciliana sarebbe stata infeconda, se i garibaldini non avessero cacciato 
Francesco Borbone dalla sua capitale. Allora si temè, che se la rivoluzione fosse 
penetrata sul continente, la monarchia ne avrebbe patito. Impertanto, i nostri 
avversari congiurarono con un generale borbonico {Nunziante) e con un Ministro 
fedifrago {Liborio Romano) e mandarono emissari, perchè avessero provocato 
un' insurrezione militare. Si ideò, strano progetto, che si desse provvisoriamente 
il Governo ad un principe borbonico, affinchè questi avesse preparato il nuovo 
regno di Vittorio Emanuele. Vani conati, che spiegavano il malvolere e susci- 
tavano sospetti in un momento, in cui era necessaria la concordia per il compi- 
mento dell' unità nazionale. Coteste sono macchie che non salgono in alto, ma 



' Garibaldi e la conquista delle Due Sicilie, raccontata da un testimonio oculare. 
Livorno, 1861, pag. 211. 



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Lettera autogiafa del conte di Cavour a Ccslanlino Nigra. 22 settembre 1860, in cui 
si dice che i soldati di Fanti e di Cialdini non desiderano di meglio, che sbaraz- 
zare il paese dalle camicie rosse. (Vedi pag. 171). 



L'UOMO DI STATO E LEROE 169 

si arrestano sotto i gradini del Irono. 11 7 settembre 1860 Garibaldi entrò 
trionfante in Napoli, ed il primo suo atto fu di affidare la squadra napoletana 
all' ammiraglio Persane. Quale pegno maggiore si poteva avere da lui ? ' 



* 



Quanto ho fin qui esposto non ha avuto altro scopo, che la ricerca della 
verità. Onde il richiamare oggi alla memoria l' invio a Palermo del La Farina 
per cercare di togliere autorità a Garibaldi o il rileggere alcune lettere dirette 
in quei giorni dal grande statista, significa volere oscurare i meriti di lui ; ma 
desiderio di compiere quell' indagine psicologica che, a mio modesto modo di 
vedere, è indispensabile per comprendere la condotta del Ministro piemontese 
verso Garibaldi in quei giorni memorabili. 

Delle tante lettere scritte in quei giorni dal Cavour basta citarne una per 
tutte : quella del 1 3 luglio al Persane, la quale, come scrisse il Guerzoni, storico 
da tutti riconosciuto imparziale, potrà forse onorare la previdenza del Cavour, 
ma non la sua lealtà. « Sarebbe difficile, egli scrive, argomentare da quel 
documento contenente le istruzioni di un complotto contro Garibaldi, quali dei 
tre personaggi : se il conte di Cavour, l' ammiraglio Persano o il comandante 
Piola, facesse la più triste figura. // conte di Cavour cospirava con un ammi- 
raglio del re ed un ministro di Garibaldi stesso, tentando ammutinargli contro 
o portargli via la flotta. L' ammiraglio doveva farsi complice della trama, 
dando a Garibaldi degli ufficiali di marina infidi, disposti a un dato momento 
ad abbandonarlo e tradirlo. Il Piola, ministro della marina di Garibaldi, voluto 
da lui e depositario della sua fiducia, doveva dare V ultima mano al complotto, 
mettendo a bordo quegli ufficiali e consegnando, al momento, anche la squadra » . 

« Fortunatamente, soggiunge il Guerzoni, quel disegno, nato da un triste 
incubo del conte di Cavour, non ebbe bisogno di essere mandato a compimento ; 
ma quel disegno prova però, che se Garibaldi credeva di essere attorniato da 
insidie, non aveva tutti i torti ». 

Pur troppo il triste incubo, di cui parla lo storico garibaldino, non abbandonò 
Cavour che nei momenti in cui la psiche, mano mano che si attenua la compagine 



' F. Crispi - Commemorazione di Garibaldi. Bologna, 1884. 
"' G. Guerzoni - Garibaldi. Voi. Il, pag. 1 32. 



170 LA POLITICA DEL CONTE DI CAVOUR NEL 1860 

organica, acquista maggiore luminosità, sul letto di morte! Fra le ultime parole 
proferite nell' agonia dal grande Ministro furono queste : « Garibaldi è un 
galantuomo! ». 

Ma per meglio conoscere il pensiero intimo di Cavour verso Garibaldi ed 
i garibaldini, è documento prezioso la lettera diretta il 22 settembre 1 860 a 
Costantino Nigra, nostro ambasciatore presso Napoleone III. Il documento, che 
Luigi Chiala aveva pubblicato, mutilandolo nei punti più importanti e più signi- 
ficativi, fu da me in tutta la sua integrità messo in luce anni fa, appena avevo 
avuto la fortuna di acquistarlo per la mia raccolta storica ; e poiché esso venne 
allora a conoscenza di pochi, parmi utile oggi il ripubblicarlo. Ma un' altra 
ragione, in verità, mi spinge a farlo ; essa è la seguente. 

Raffaele De Cesare, storico geniale, ma tinto della più genuina e classica 
pece moderata, avendo avuto un giorno occasione di vedere in casa mia l'im- 
portante autografo cavouriano, rimase sorpreso ; e non potendo essere messa in 
dubbio r autenticità del documento per la sua provenienza, mise avanti l' ipotesi 
che esso avesse potuto essere scritto dal Cavour per ragione diplomatica. La solita 
ragione diplomatica, la quale si mette avanti quando, per il sostegno della tesi 
prediletta, torna acconcio l' interpretare allo rovescio gli scritti di Cavour ; salvo 
però, ad accettarli quali sono, se a quella tesi essi convengono! Il De Cesare 
quindi, pensava che quella lettera non rispecchiasse il sentimento intimo di Cavour 
e volle chiederne notizie a colui, che solo poteva essere al caso di darle pre- 
cise e sicure : allo stesso Nigra cui la lettera era stata diretta. 

Il vecchio ambasciatore, chiuso a tutti come una cassaforte, faceva eccezione 
per il De Cesare, col quale amava sovente intrattenersi intorno a momenti sto- 
rici sconosciuti e assai delicati, lasciando quell'abituale riserbo, che la vita di 
diplomatico lungamente vissuta gli aveva conferito. Egli adunque, anche questa 
volta, e con grande mio compiacimento, si aprì con lo storico della Fine di un 
Regno ; e dissi con grande mio compiacimento perchè, in verità, non poteva 
essere convalidata con maggiore autorità e, vorrei aggiungere, con maggiore 
solennità, l' importanza di un documento della mia raccolta storica garibaldina. 

Raffaele De Cesare nella sua opera Roma e lo Stato del Papa, riferisce, 
in parte, i particolari della sua inchiesta e conclude col dire : « La lettera 
è vera ». ~ 



' Marchesa Giuseppina Benso di Cavour - Malattia e morte del conte di Cavour. 
In « Letture del Risorgimento Italiano » di G. Carducci, pag. 525. 

'" R. De Cesare - Roma e lo Stato del Papa. Voi. II, pag. 59 e seg. 



L'UOMO DI STATO E L'EROE 171 

Cavour a Costantino Nigra (Vedi facsimile). 

22 septembre (1860). 
Morì cher Nigra, 

Vous avez ralson. Demandez à 1' Empereur une audience de congé. S' il insiste 
pour que vous restiez, nous ne nous montrerons pas trop susceptibles ; mais s' il n' insiste 
pas, vous vous bornerez à lui exprimer votre regret de devoir vous éloigner de Paris 
par suite d' événements qu' ont pu lui déplaire ; en manifestant l' espoir de voir bientòt 
se rétablir les relations intimes, qui doivent exister entre nos deux pays. 

Ne cherchez pas à justifier par des arguments subtils notre conduite. Avouez 
qu' aux yeux de la diplomatie elle est blàmable. Ce qui nous absous e' est la néces- 
sité, oìi nous étions d' agir pour sauver le cause de l' Italie des excès de la revolution. 
N'a\)arìl pu arrèter Garibaldi à Naples, il fallail à tous prix V arrèier dans les états 
Romains, sans cela il nous aurail enlrainé à un ruine ceriaine, quand mème il aurail 
renoncé à marcher sur Rome. En ne l' arrelant pas, il aurail marche jusqu à nos 
frontières et aurail boulecersé le pa\;s. 

Garibaldi esl un illumini, enioré par des succès inespérés. Il croil avoir recu une 
mission providenlielle et Sire aulorisé pour l' accomplir de lous le moyens. Maintenant 
il s'imagine que e' est avec les hommes de la revolution qu' il doit marcher. 11 s'ensuit 
qu' il seme sur la route le désordre et 1' anarchie. Si nous ne portions pas remède à 
cet état de chose, 1* Italie périrait sans que l'Autriche $' en mèlat. 

Nous sommes décidés à ne pas le souffrire. Déclarez-le bien nellement à V Empe- 
reur ; si Garibaldi persévère dans la Moie funeste oli il est engagé, dans quinze jours 
nous iron rélablir V ordre a Naples et a Palermo, fallut-il pour cela jeter tous 
les Garibaldiens à la mer. 

L* immense majorité de la nation est avec nous. Les débats du Parlement le 
prouveront. Gianduia est furieux cantre Garibaldi. La Garde nationale de Turin 
marcherait contre lui si besoin était. 

Les soldats de Fanti et de Cialdini ne demandent pas mieux que de 
débarasser le pays des chemises rouges. 

Dites à r Empereur de n' avoir inquiétude à cet égard. Nous avons attendu, 
nous avons été conciliant, méme faible, en apparence, pour avoir le droit de frapper et 
de frapper lort, lorsque le moment serait venu. Il fallait attendre que ces Messieurs 
jettassent le masque monarchique qu' ils portaient. Maintenant le masque est jeté et nous 
iron de l' avant. Le Roi est décide à en finir. D' ailleurs je n' admettrai pas 
d' hésitation. 

Votre présence à Turin me sera fort utile. Si je vais à Naples, je vous confierai 
la régence du ministère des affaires étrangères. 

J' ai envoyé plusieurs telegrammes à Fanti pour connaìtre les noms des offìciers 
frangais morts, blessés ou prissoniers, mais jusqu' ici e' est à peine si j' ai réussi à 
obtenir la note de nos propres morts. 



172 LA POLITICA DEL CONTE DI CAVOUR NEL 1660 

Rassurez le noble faubourg ; les fils des croisés seront renvojés dans leurs familles, 

guéri, j' espère, de la manie de convertir les Italiens. 

Croyez, tnon cher Nigra, à mes sentiments dévoués. 

C. CAVOUR 



* 



Dunque la lettera è vera, esclama il De Cesare ; e per scagionare Cavour 
dei sentimenti manifestati verso Garibaldi si affretta a richiamare alla memoria 
il colloquio avuto luogo a Caserta fra il dittatore e Silvio Spaventa, quando 
Garibaldi, battendo con la punta della sciabola sul pavimento, disse : « Cavour 
ha il cuore più duro di questo marmo e Napoleone III ha la coda di paglia 
alla quale darò fuoco » ed al tempo stesso rievoca il famoso ordine, che si 
volle fosse stato telegrafato, nel settembre di quell' anno, al maggiore Tripoli in 
Teramo : « Ricevete i Piemontesi a fucilate ». 

Non è un fuor d' opera, il soffermarsi sulle due rievocazioni del De Cesare ; 
sebbene sulla prima, non mi pare sia il caso di attribuirvi quell' importanza, che lo 
storico citato vorrebbe. A Garibaldi, uomo di azione, anima aperta alle più grandi 
audacie per ogni nobile scopo, le astuzie ed i raggiri della diplomazia, anche 
quelle che potevano avvantaggiare la causa italiana, apparivano odiosi. Egli cre- 
deva, che ogni impedimento si potesse e si dovesse vincere con la spada ; si 
aggiunga poi, che la cessione della sua Nizza era la piaga insanabile del suo 
cuore ed il motivo del dissidio con Cavour. Riguardo però al dispaccio al Tripoli, 
è bene spendere qualche parola, onde chiudere, una volta e per sempre, 
questa quistione non su affermazioni personali, ma sulla base di documenti 
irrefragabili. 

Quel dispaccio, che si disse essere stalo spedilo per ordine di Garibaldi 
da Berlani, in quell' epoca Segretario della Dittatura, non fu mai spedito ; ne 
valsero a trovarne il testo le faticose ricerche del De Cesare. L* ordine invialo 
dal Berlani al maggiore Tripoli, il 23 settembre diceva : « Se / Piemontesi volessero 
entrare, dite loro che prima di permetterlo dovete chiedere istruzioni al Dittatore. » 
Quest'ordine, checche dicano alcuni, è ben diverso dall' altro, col quale si sarebbe 
ordinato di ricevere i Piemontesi a fucilate. 



' Carteggio della campagna del 1860-61 pubblicato nelle « Memorie storico -militari 
del Corpo di Stato Maggiore ». Fascicolo 1, pag. 50. 



L'UOMO DI STATO E LEROE 173 



Agostino Bertani, natura certamente non scevra di passione, ma leale, se 
queir ordine avesse dato, non lo avrebbe smentito così solennemente, come fece 
neir opuscolo Ire politiche d' olire tomba ; ivi, rivolgendosi a Crispi, scrive : 
« Anch' io, che non ho i tuoi meriti, sopportai lungamente il peso del dispaccio 
attribuitomi a Napoli : di ricevere i Piemontesi a fucilate. E non valsero le dene- 
gazioni e le testimonianze ; il vero senso del dispaccio fu falsato per ottenere 
fede. Se non lo scrissi lo pensai e tutto fu detto». 

Che r ordine del Bertani abbia un tono un po' spavaldo, non si può negare ; 
ma occorre riportarsi a quei giorni di passione e di lotta ; bisogna pensare che 
Bertani era il Segretario generale della Dittatura e che, dopo tutto, perchè non 
dirlo ?, in quel momento il padrone di casa, nel territorio napoletano, era Gari- 
baldi, lui che ci aveva messo la pelle, come ebbe a scrivere d' Azeglio ! 

Ogni discussione però cessa, quando rimane provato che non solo il dit- 
tatore non autorizzò Bertani a spedire quel dispaccio, ma che esso fu dato a sua 
insaputa e Garibaldi lo disapprovò. 

In un lungo e importantissimo scritto autografo del Generale, che in altra 
occasione mi deciderò a pubblicare in tutta la sua integrità, affinchè nulla venga 
sottratto al giudizio dei posteri, si legge : « A Napoli vidi Bertani la seconda 
volta, ove fu nominato Segretario generale della Dittatura e da dove fulminò 
il famoso telegramma al Comandante della frontiera : " di non lasciare entrare 
r esercito italiano nello Stato di Napoli „ ; ciò arbitrariamente senza con- 
sultare il Dittatore». Che si vuole di più? 

Garibaldi non mandò al Tripoli altro dispaccio, che quello nobilissimo del 
25, in cui si diceva : « Se i Piemontesi entrano nel nostro territorio accoglieteli 
come fratelli » ^ ed appartengono alla storia le parole pronunziate dal dittatore 
e riferite dal Villamarina a Cavour; « All' udire che i soldati Piemontesi si appa- 
recchiavano ad entrare nelV Umbria e nelle Marche, Garibaldi manifestò gioia 
schiettissima ». 

Questi, non altri, erano i sentimenti del duce dei Mille verso 1' esercito 
piemontese ; il quale, capitanato da Fanti e Cialdini, a dire dello stesso Ca- 
vour, non desiderava di meglio, che sbarazzare il paese dalle camicie rosse 
e buttare tutti i garibaldini a mare ! Tali sentimenti non vennero mai meno 
neir anima dell' eroe, anche nei momenti più dolorosi della sua vita, quando la 
palla di Aspromonte lo atterrava sulla via di Roma. 



' A. Bertani - Loco dialo, pag. 87. 
' Carteggio della campagna eie. - L< 



,oco dialo, pag. 31. 



174 LA POLITICA DEL CONTE DI CAVOUR NEL 1660 

Garibaldi in ogni occasione impedì, che i soldati dell'esercito regolare 
abbandonassero le fila, trascinati dall' immenso fascino che il suo nome esercitava. 
Ed è bello il sentire oggi affermare da uno scrittore militare, il tenente colon- 
nello Guerrini, già insegnante di Storia nella Scuola di guerra a Torino, come : 
« Garibaldi non abbia mai, in nessuna circostanza, messo i volontari in contrap- 
posto coi soldati regolari, ma sempre glorificato questi ultimi » ; come è anche 
ragione di orgoglio il preannunzio, che questo egregio storico ha fatto, di un 
suo libro dal titolo « La sapienza militare garibaldina ». 

Non meno caro è altresì il riportare qui il pensiero di un uomo di cultura 
profonda e soldato d' indomito valore prima sui campi lombardi, poi all' assedio 
di Capua e nella campagna del '66 ; di colui che fu 1' educatore di Vittorio 
Emanuele III. 

11 generale Osio nel suo Diario, l'indomani della morte dell'eroe, annota: 

3 giugno, sabato. — Apro 1' " Opinione ,, listata in nero e vi trovo l' annunzio 
della morte di Garibaldi. Ecco un'altra grande individualità, ecco un altro dei fattori 
d' Italia che sparisce dalla scena del mondo. Noi che, di tanto in tanto, dovevamo 
subire gli scatti della sua stravagante natura e gli abusi, che nel nome di lui si opera- 
vano, noi, dico, trovavamo Garibaldi qualche volta incomodo. Ma i posteri lo chia- 
meranno un Eroe e lo considereranno come un mito leggendario di amor patrio il piti 
puro, di valore, di disinteresse; come una forza a cui nulla resistè mai e che attirava 
le masse con un fascino paragonabile solo a quello dei grandi profeti, degli apostoli, 
dei fondatori di religione. 

IO giugno, sabato. — Sono ritornate le Commissioni e le rappresentanze da 
Caprera. L' impressione generale è, che tutto quanto Veniva direttamente da Garibaldi 
era nobile, bello, buono, generoso. 

E poiché mi trovo a discorrere dei sentimenti di Garibaldi torna qui utile 
il far conoscere un importante brano di un suo scritto. 

Garibaldi non ha mai autorizzato il titolo di garibaldino. 

« Alcuni chiederanno, perchè io non menziono i Garibaldini, ed io rispondo : 
1.*) Che mai ho autorizzato quel titolo. 

2.°) Che gli uomini del '34 con Mazzini, del '40 al servizio delle Repubbliche 
Americane, del '59, del '60, del '66 al servizio dell' Italia monarchica e dittatoriale, 
del *67 a Monterotondo e Mentana, e del '70 e '71 alla difesa della Repubblica 
Francese ; tali uomini, dico, non sono esclusivi, non appartengono a partiti. I loro 
principi repubblicani consistono nel bene dell'Italia e dell' umanità ». 

G. GARIBALDI 



LUOMO DI STATO E LEROE 175 

Questi, replico, erano i sentimenti di Garibaldi. 

Vero è che alcuni lo accusarono di avere avuto l' audacia di inviare, 
r I I settembre del 1 860, per mezzo del Treccili, una lettera a Vittorio Ema- 
nuele, invitandolo a licenziare il Ministero e promettendogli, dopo di avere fugato 
i Francesi da Roma, di proclamarlo re d' Italia, sul Campidoglio. Ma gli per- 
donino la nobile audacia ! 

Chi sa ! Forse, se in quell'epoca non fosse stata data una certa promessa, 
chi sa, se l'audacia di Garibaldi non ci avesse condotto a Roma dieci anni 
prima e più italianamente ; senza aspettare che le armi tedesche fiaccassero a 
Sedan l' orgoglio e la potenza di Napoleone III ! Chi sa ! 

Generale, si ricordi che Garibaldi non dece passare il confine del regno di 
Napoli; così io diedi parola all' Imperatore. Questo si legge nella seguente impor- 
tante lettera inedita, diretta da Vittorio Emanuele al Fanti, il 20 settembre 1 860. ' 

Fatale coincidenza di date ! Dieci anni prima della breccia di Porta Pia ! 

Vittorio Emanuele al generale Fanti. 

Veneria, li 20 settembre 1860. 
Caro Fanti, 

La ringrazio di quel che fece ad onore e gloria delle nostre armi. Io sono piena- 
mente soddisfatto e 1' Italia tutta le sarà riconoscente. Ora sbrighi, al più presto, la 
questione di Ancona e subito che la piazza si sarà resa, conto di andarla a raggiun- 
gere e combineremo di marciare sugli Abruzzi con uno o coi due corpi di armata, 
per potere andare a Napoli, se però l' Austria non ha progetti offensivi ; ciò che non 
credo, perchè fin' ora non ha dato segni di vita. Non so quale sarà la condotta di 
Garibaldi ; ma se segue la via iniziala ed alla quale cerco di porre un freno, essa sarà 
certamente cattiva e bisognerà prendere qualche determinazione. £aso mi scrive che 
m' invitava a sciogliere il Ministero e che mi proclamerebbe re d' Italia sul Campidoglio, 
dopo che egli avrebbe fugato i Francesi da Roma. Si ricordi, Generale, che 
Garibaldi non deve passare il confine del regno di Napoli; così io diedi 
parola all' Imperatore. 

Fra breve spero di vederla in Ancona e e' intenderemo meglio a viva voce. Ma 
credo, che sarò obbligato di andare io stesso a chiedere a Napoli, se si fa l' annessione, 
sì o no. Caro Generale, rinnovo a lei ed a tutto l' esercito le mie congratulazioni. 

// suo affezionatissimo 
VITTORIO EMANUELE 



' L' originale non si trova nel mio Archivio. 



176 LA POLITICA DEL CONTE DI CAVOUR NEL 1860 



Brano Inedito di Garibaldi sulla spedizione dei Mille, in risposta ad una 
pubblicazione del colonnello Frapolli {Dall' autografo). 

E ormai noto, che si volle rivoluzionare Napoli prima del mio arrivo in quella 
Capitale e che perciò si spesero ingenti somme e s'inviò nel mezzogiorno tutto quanto 
la setta aveva di piìi emmente nel militare e nel civile. // principale motivo di tante 
mene era quello di togliermi le redini delle cose e così poter dire, che di noi più non 
si abbisognava ! 

Tutti sanno quanto si adoperavano gli agenti della setta, e nelle Capitali e nelle 
Provincie, per dissuadere i volontari dall' arruolarsi e dal raggiungerci, proibendone 
r imbarco nell' Italia settentrionale. 

Tutti sanno, che per due volte, prima della battaglia del Volturno, io fui obbli- 
gato di allontanarmi dall' esercito in presenza di un nemico ancora potente, per andare 
la prima volta a Palermo a placare il popolo, che avevano suscitato col grido : « Vogliamo 
l'annessione! ». La seconda a Napoli, dove facevano gridare per le strade: « Morte 
a Mazzini », mentre il povero popolo non sapeva, se Mazzini si trovasse a Napoli. 

Delusa nelle sue speranze di fermarci cogli intrighi e la corruzione, la setta spa- 
ventò il mondo diplomatico e gridò a tutta gola: « Non li vedete? Nulla può arrestarli! 
Già sono sulla via di Roma, di Venezia, di Vienna, i rivoluzionari ! >> e cosi poterono 
gli eroi del colonnello Frapolli muovere 1' esercito contro di noi : gì' Italiani ad una 
guerra fratricida. {Documenti diplomatici di quell'epoca, firmati da Farini). 

Demenza, stoltezza, scelleraggine della setta, che se avesse invece avuto un po'di 
vergogna di veder schiava la terra nativa, avrebbe potuto chiedere l' esercito per la 
occupazione delle Marche e dell' Umbria ; ritirare quella nuvola di agenti provocatori, che 
offuscavano ed appestavano l' Italia meridionale ; permettere ai volontari di tutta la penisola 
di raggiungerci ed aiutarci con mezzi materiali. L' Italia era fatta certamente allora ! 
Perchè, non vengano a canzonarci i teorici, col pretesto delle fortezze ! 11 modo con cui 
noi sappiamo farle cadere non lo conoscono loro ; e prova ne siano i forti di Castellamare, 
di Milazzo etc; quest'ultimo, padroni come erano i Borbonici del mare, formidabilissimo. 

// pretesto della Francia era pure vano ed il suo Imperatore avrebbe, per certo, 
fatto buon viso alla nostra occupazione di Roma, senza esporsi una seconda volta alla 
reprobazione del popolo di Parigi. Poi i fatti compiuti etc. 

Furono dunque altri i motivi, che arrestarono la rivoluzione del '60 e non quelli 
allegati dal sig. Frapolli e compagni, cioè che la rivoluzione non aveva direttori e che 
i volontari non avevano capi nei combattimenti. Concludo col dire, che i cenni storici 
del signore suddetto altro non sono, che un' alterazione della verità ed una calunnia. 

Fu più legale la spedizione di Sicilia nel 1860 di quella di Roma nel 1867 ? 

(Dall'autografo di Garibaldi inedito). 

Assai meno legale fu la prima non avendo io in Sicilia, allora, veruna rappresen- 
tanza, all' infuori del diritto e del dovere di propugnare la causa degli schiavi a cui 



-««asoBODsai»- 



Lettera autografa di Garibaldi all'ammiraglio Persano, 15 giugno 1860, 
relativa al luogo dove la spedizione Medici doveva sbarcare. (Vedi pag. 182). 



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Giacomo Medici scrive a Garibaldi di essere giunto a Castellamare. il 17 giugno 1860. 

(Vedi pag. 183). 



L-UOMO DI STATO E LEROE 177 

ho consacralo V intera mia vita. Invece, più del diritto suddetto, esiste per me quello 
della rappresentanza legale. Poiché niuno più ignora oggi, che io sono mandatario del 
popolo romano sotto il titolo di Generale romano con pieni poteri, costituiti dal Governo 
proclamato dal suffragio universale. 

La differenza sola, che esiste tra la spedizione del '60 e quella del '67 si è, che 
la prima fu felice ed il Governo se ne pappò il prodotto di alcune ricche foglie del 
carciofo, frutto del sangue di molti generosi italiani. Mentre, non essendo felice questa 
ultima, il Governo si fa vilmente accusatore nostro per compiacere alla libidine di domi- 
nazione di un dispregevole tiranno. 

Ognuno sa, che anche nella spedizione del '60 il Buonaparte tentò di gettare il 
suo veto, e che, ligio agli ordini suoi, questo Governo gettò nella bilancia contro di 
noi, anche a rischio di una guerra fratricida, che il buon senso ed il patriottismo nostro 
seppero evitare. (Nota del Farini a Buonaparte: « Andiamo a combattere la rivoluzione 
personificata in Garibaldi »). 

Nel '60 una squadra Italiana perseguì la spedizione e questa ebbe la fortuna di 
non essere incontrata. Nello stretto di Messina erano pronti i vascelli francesi per impe- 
dire il passaggio ed una nota dell' Inghilterra, con allora un Ministro energico, impose 
il non intervento al 2 dicembre. Fu dunque la spedizione del '60 contrariata dal Governo 
Italiano e dall' Imperatore menzogna, come questa ; con la differenza ripeto, che quella 
fu felice, con grossissima preda appropriata da questo Governo senza fatica e pericolo. 

Mi si vorrà imputare di avere agitato il paese e non lo niego ; quella fu la mia 
missione di tutta la vita, cioè accennare al paese i suoi doveri ed i suoi diritti, e dal 
'48, in cui ebbi la fortuna di direttamente lavorare per il mio paese sino ad oggi, io 
credo non essermi smentito. 

Discussioni in Parlamento relative alla Sicilia mi hanno messo nell' obbligo 
di fare di ragione pubblica le seguenti verità, senza entrare nei meriti 
del barattiere di Nizza. {Dall' autografo di Garibaldi, inedito). 

1 Mille contavano per la spedizione, su 20 mila fra fucili e carabine in buono stato, 
che si trovavano a Milano ed altrove, appartenenti al « Milione di fucili », cioè agli 
slessi « Mille ». E Dio sa ! quanto sarebbero stati utili ai Siciliani in quell* epoca ! 

// Governo di Cavour non volle permettere, che si toccasse una sola di quelle armi 
e ci fece dare, quando si accorse che era arduo attraversare la via a chi voleva dividere 
le gloriose pugne siciliane, mille fucili suoi, che credo non esagerare asserendo, che su 
dieci, nove non prendevano fuoco (vorrei vedere, chi impedirà agli italiani di aiutare i 
romani e / veneti, il d) in cui quei poveri schiavi meneranno le mani contro i loro tiranni). 

Nel combattimento di Palermo, trovandosi gl'italiani esausti di cartuccie, ed essendo 
conoscente mio il Comandante del legno sardo da guerra, stazionato nel porto, mandai 
un decente giovane palermitano, Alessandro, per chiedere un po' di polvere. Ales- 
sandro tornò, credo, un giorno dopo, per esservi molto pericolo, e mi disse : « Sono 
slato a bordo del legno sardo, ho presentato al Comandante il vostro biglietto ed egli 
mi ha caccialo da bordo dicendomi: Voi potete essere una spia ». 

CURÀTULO 12 



CAPITOLO IX. 



LA SPEDIZIONE DI GIACOMO MEDICI. 
CARTEGGIO FRA L'AMMIRAGLIO PERSANO E GARIBALDI. 



Se nessun valido aiuto fu dato dal Governo piemontese, personificato nel conte 
di Cavour, alla partenza dei Mille da Quarto, lo stesso non può dirsi dopo 
che la spedizione era felicemente sbarcata in Marsala. 

Cavour, pur continuando a diffidare di Garibaldi, si diede ad aiutarlo, 
prima fornendo di armi e cartuccia la piccola spedizione di Carmelo Agnetta, 
partita da Genova la notte del 25 maggio; poi, dopo le vittorie di Calatafimi 
e di Palermo, per mezzo della flotta comandata dall' ammiraglio di Persano, 
il quale il 6 giugno gettava l'ancora nel porto di Palermo e protesse la spedi- 
zione comandata da Giacomo Medici. 

E intorno a questa spedizione, che si riferiscono i documenti inediti che 
qui trascrivo dagli autografi e consistenti in cinque lettere di Medici a Gari- 
baldi, tredici del Persano al dittatore, una di Garibaldi all' ammiraglio. Delle 
lettere del Medici, una soltanto, quella del 1 2 giugno fu dal Persano pubbli- 
cata nel suo Diario, ma non conforme all' originale. 

Non è del resto, come avremo occasione di vedere, questo il solo docu- 
mento, che r ammiraglio pubblicò non perfettamente conforme all' autografo. 



Giacomo Medici a Garibaldi. 

Cagliari, 12 giugno 1860. 
Caro Garibaldi, 

Sono giunto stamane in rada di Cagliari con due battelli a vapore carichi ; aspetto 
stanotte altro vapore carico da Livorno con Malenchini ed un Klipper americano a 
rimorchio. Domani notte saremo, spero, tutti riuniti in flottiglia ; ma quanto a direzione 



180 LA SPEDIZIONE DI GIACOMO MEDICI 

non so dove, ne come ; aspetto notizie ed istruzioni, a norma di quanto ti scrissi pre- 
cedentemente. Scrivimi con mezzo di bastimenti da guerra sardi. 

A rivederci presto. 

Tuo aff.mo 

Totale spedizione: ^ medici 

3500 uomini 
8000 fucili 
400 mila cartuccia 

A tergo della lettera, di carattere del Persane, si legge quanto segue : 
« Autografo di Medici al generale Garibaldi; gli notifica il suo arrivo a 
Cagliari con 3500 uomini ». 

Le altre quattro lettere di Medici sono completamente inedite ; due di 
esse furono da Garibaldi comunicate al Persane. 



Rada di Cagliari, 14 giugno '60. 
Caro Garibaldi, 

Questa è la terza e sarà l' ultima lettera, che da qui ti scrivo. Spero stasera ricevere 
tue notizie ed istruzioni ; aspetterò fino domani a mezzogiorno, e poi mi metterò in marcia, 
seguendo la rotta descritta nei!' accluso piano, del quale mando copia anche al conte 
Persane. 

Siccome poi i miei vapori figurano di proprietà americana, portiamo bandiera 
americana, ed è con noi il capitano americano De Rohan, che figura essere il proprie- 
tario. Questi ha stimato bene di rivolgersi direttamente al Comandante dell' " Iroquois ,,, 
che si trova a Palermo, informandolo della rotta, che si terrà ; senza però dire il vero 
scopo nostro e tutto nella lusinga, che detta nave da guerra americana si decida ad 
incrociare per incontrarci ed all'occorrenza proteggere la nostra bandiera. Siccome è 
probabile, che tu sia in buoni rapporti col comandante dell'" Iroquois ,,, potresti forse 
deciderlo in favor nostro. 

Sono in pena pel ritardo della nave americana partita da 5 giorni da Genova 
con 1200 uomini rimorchiata da un vaporino, e non se ne ha alcuna nuova. 

Sono indeciso, se dirigermi a Marsala, oppure addirittura in Palermo : inclino però, 

per quest'ultimo partito, se non ricevo, entro 24 ore, notizie sulle quali basarmi meglio; 

ad ogni modo partirò coi tre vapori, che stasera avrò pronti di tutto, come pure gli 

uomini organizzati ed armati a combattere. Tanto per tua norma. 

Tuo aff.mo 

MEDICI 

P. S. - Tu riderai di vedermi così imbrogliato in queste cose di mare, e di più 
tormentato sempre dal mal di mare. 



CARTEGGIO FRA LAMMIRAGLIO PERSANO E GARIBALDI 



181 



A tergo della lettera, di mano del Persane è scritto : « Medici al 
generale Garibaldi e da questi a me mandata, perchè sapessi i movimenti del 
Medici e potessi proteggerli ». 



Caro Garibaldi, 



Cagliari, 14 giugno '60. 



Dopo scritta l' altra mia, che riceverai con questa, ho calcolato che se io partissi 
dimani sarebbe forse troppo presto, perchè tu avessi tempo, dopo ricevuta la presente, 
di combinare il modo di proteggere la spedizione. Per cui, senza trascurare di fare 
quanto più potrai, come se io partissi dimani, disponi le cose anche come se partissi 
dopo domani (tempo e mare permettendo). Ma io confido, che stanotte giungerà qualche 
vapore da Palermo con notizie ed istruzioni, che mi tolgano da tanta incertezza. Addio. 

Tuo aff.mo 
MEDICI 

P. S. - II punto di San Vito, mi pare conveniente, come anche quello di Sfer- 
racavallo ; ma ci vorrebbe, in ogni caso, qualche bastimento da guerra nostro o americano, 
che ci fiancheggiasse. 



Intanto da Trapani, saputosi prossimo l' arrivo di altri volontari, si stava 
in guardia. Il Governatore di quel Distretto, il giorno 1 3, scriveva a Garibaldi 
il seguente foglio : 



SEGRETERIA 

del 
GO\'FJ^NATORE DEL DISTRETTO 
DI TRAPANI 



Trapani, 13 giugno 1860. 



Signor Dittatore, 

Stamane si è presentata una corvetta a vapore napolitana nelle nostre acque, 
venendo da maestro ; passò al di qua di queste Isole Formiche, arrivò innanzi Marsala, 
e voltando di nuovo per maestro, passò fuori Favignana colla rotta verso Maretimo ; 
quindi si è messa in crociera dietro lo stesso. 

Sembra avere di mira di opporsi ad un possibile sbarco di italiani, lo perciò, ho 
spedito una barchetta armata a vele ed a remi con persona di fiducia, cui ho dato il 
santo, che la spedizione di Genova fosse per arrivare ed uscir fuori a vedere, se possa 
avvisare i nostri delle mosse della succennata corvetta. Nel mentre ho fatto abbassare 
la bandiera tricolore, che sventolava sopra il Castello di S. Caterina, e che era il con- 



182 LA SPEDIZIONE DI GIACOMO MEDICI 

venuto segno della sicura entrata in questa o in Marsala. Però, ho lasciato quella della 
Colombaia e l'altra di Marsala per indicare, che in terra trovano sicurezza. 
Serva ciò di sua intelligenza. 

// Governatore 
Al signor Generale G. Garibaldi GIROLAMO B. ADt^GNA 

Dittatore in Sicilia. 

Per seguire l' ordine cronologico, trascrivo ora la lettera diretta da Gari- 
baldi a Persano. 

Quest' ultimo nel Diario scrive : « La partenza del Medici da Cagliari 
entr' oggi stesso, mi determina a segnalare senz'altro al " Carlo Alberto ,, ed 
alla " Gulnara ,, di tenersi pronti a muovere da queste acque al primo segnale, 
ed ai comandanti loro di venire a bordo a prendere le istruzioni, concernenti 
la missione che devono adempiere. Significo intanto, al generale Garibaldi questa 
mia risoluzione, e l' ordine che sarà dato ai regi legni di scortare la spedi- 
zione Medici a salvamento, venendo anche a partiti estremi, occorrendo. 11 Gene- 
rale mi risponde la seguerìte lettera autografa »:' 

Ammiraglio, 

Mi avete proprio data una cara notizia, e ve ne attesto la mia viva gratitudine. 
Sotto r egida vostra potente vivo tranquillo. Credo anch' io come voi, che sarà meglio 
che la flottiglia venga direttamente qui. Significo quindi al Medici d' entrare addirit- 
tura nel piccolo porto, ove 1' aspetterò. Con affetto 

G. GARIBALDI 

La lettera autografa di Garibaldi invece, dice fedelmente così : 

Garibaldi all' Ammiraglio Persano ( Vedi facsimile). 

COMANDO GENERALE 
DELL'ESERCITO NAZIONALE Palermo, 15 giugno 1860. 



Ammiraglio, 

M' avete proprio dato una cara notizia e ve ne sono tanto riconoscente. Sotto 
r egida vostra potente io credo anche che sarà meglio, che Medici venga qui con 



' C. di Persano - Diario etc, pag. 45. 



CARTEGGIO FRA L'AMMIRAGLIO PERSANO E GARIBALDI 183 



tutta la flottiglia e che entri addirittura nel porto piccolo — cioè, nella calla a levante 
del castello — attaccando la parte orientale della calla. Io lo aspetterò dunque, in 
detto punto, preparato, se a caso per proteggerlo. Con affetto 

Vostro 
G. GARIBALDI 

P. S. - Ricevo la vostra seconda lettera : coli' " Authion ,, mandavo (a dire) a 
Medici di venire nel golfo di Castellamare. Ditemi allora, se lo devo aspettare in questo 
porto o in quel golfo. 

Vostro sempre 

Ammiraglio Persona 
Comandante in capo la Squadra Italiana. 



A tergo della lettera, anche di mano di Garibaldi, sta scritto : 

Medici nella sua lettera mi parla di Marsala e sarebbe male che prendesse quella 
direzione per motivo della Corvetta napolitana sul Maretimo. In ogni modo, io sono 
tranquillo quando voi, Ammiraglio, volete essere tanto buono d' impegnarvi in questa 
faccenda. 

Vostro sempre 



La spedizione Medici arrivava in Sicilia precisamente il 1 7 giugno notte. 
Essa componevasi dei vapori " Washington ,, , " Franklin ,, ed " Oregon ,,. 
Medici era sul " Washington ,, e Malenchini sul " Franklin „. 

I particolari' dello sbarco del Medici, avvenuto a Castellamare, si rilevano 
dalle seguenti lettere. Malenchini imbarcato sul " Franklin „ sbarcava, presso 
Castellamare, a Favarotta, nel luogo detto Trappeto. 

Giacomo Medici a Garibaldi {Vedi facsimile). 

Castellamare, 1 7 notte, giugno *60. 
Caro Garibaldi, 

Eccomi giunto a Castellamare, punto scelto dietro consiglio del Comandante la 
" Gulnara „ venuto al mio incontro. Il " Franklin „ con Malenchini e i Toscani furono 
in tempo avvisati e sbarcarono a Favarotta. 

Quando mi giunse 1' avviso di Bixio la mia gente era già a terra stanca, e pensai 
bene lasciarla rinfrescare. Quanto alle armi e munizioni le sto scaricando e le avvierò 



184 LA SPEDIZIONE DI GIACOMO MEDICI 

per Alcamo e Palermo : sarà la strada che terrò anch' io, partendo dimani verso sera ; 

a meno che tu non disponga altrimenti. 

Scusa la brevità di un uomo stanco e male in salute. 

Tuo affezionatissimo 

MEDICI 

P. S. - Sono inquieto sulla sorte del reggimento Corte imbarcato sulla nave ame- 
ricana rimorchiata dall' " Utile „ , del quale non si sa cosa sia avvenuto. 

Castellamare, 18 giugno 1860. 
Caro Garibaldi, 

Partirò stasera alle sei ; sarò ad Alcamo alle 9, seurò a Partinico alle 3 a.m. domani. 
Da Partinico, insieme colla gente di Malenchini, partirò domani sera per giungere a 
Palermo posdomani all' alba : tanto pel tuo avviso e pel caso tu avessi ordini diversi 
a darmi. 

Sono a piedi : se mi facesti trovare, almeno a Partinico, uno dei tuoi cavalli, anzi 
tre o quattro, perchè anche Malenchini, Simonetta e Carissimi sono con me, sarebbe 
un aiuto ; quantunque dopo essere stato in mare, anche le lunghe marcie a piedi mi 
sembreranno tanto zucchero. 

Bada, che se si presentano a te ufHciali stranieri avventurieri, senza una mia racco- 
mandazione, non prendere impegni di sorta con loro. Ti assicuro, che la gioventù, che 
porlo meco è tale da dare i migliori soldati, come i migliori ufficiali e tutto per devo- 
zione a te ed alla causa nostra. Addio, caro Garibaldi. 

Tutto tuo affezionatissimo 
MEDICI 

P. S. - Saluta Bixio. Ho ricevuto la sua lettera ; i vapori partiranno per Trapani 
a tua disposizione. 

Ulteriori notizie sullo sbarco della spedizione Medici si hanno dalle due lettere 
dirette a Garibaldi da Felice Orrigoni, un grande amico del Generale e che coman- 
dava il " Franklin „. Da una di esse si rileva anche l'aiuto che aveva dato 
a questa spedizione il Console americano di Genova. 

Felice Orrigoni a Garibaldi. 

Di Bordo del " Ben. Franklin „ , 17 giugno *60. 
Caro Garibaldi, 

Sono a bordo del " Franklin „ , e se non ho tuoi ordini in contrario, riparto inune- 
diatamente per Cagliari per carbone ; indi per Genova per armi ed armati. Se non ho 



CARTEGGIO FRA L'AMMIRAGLIO PERSANO E GARIBALDI 185 

ii piacere di abbracciarti, riceverai le qui accluse carte, che ti riguardano per favore 
del comune amico Malenchini. 

Saprai, che siamo tutti con bandiera americana, e che le bandiere sono coperte 
da Mr. De Rohan, antico amico tuo, che ti diede una sciabola in Gibilterra ; l' altra 
da Mr. Nevens, amico e segretario del Console, che viene come presta-nome, a sue 
spese e pericolo ; 1' ultima da me. Dovresti per riconoscenza, anzi gratitudine, dirigere 
prima al Console americano Mr. L. Patterson in Genova, che ha fatto per noi tutto 
quanto potè, giocando la sua posizione, nonché agli altri soprannominati, due parole 
autografe di ringraziamento, che a mio giudizio, ed a detta loro, è l' unica ricompensa 
cui agognino. 

Vidi Lombardi a Cagliari, e con mille cose per te m' informò, che Menegolo, di 
lui fratello, volle assolutamente venire con te. Egli è un eccellente ufficiale telegrafico, 
e potrebbe servirti in simile capacità con una fedeltà e segretezza incomparabile. Scrivi 
dunque, due righe in Sassari a Vincenzo, aggiungendovi due righe di permesso per 
imbarcarsi su qualche piroscafo regio per recarsi in Sicilia. Addio, sta sano, salutami 
Menotti e gli amici; a rivederci fra poco per mettermi a tua disposizione. 

FELICE ORRIGONl 

P. S. - Ti raccomando il figlio dell' amico Adamoli di Varese, che venne col 
Vaporino. Tutti i particolari del viaggio li saprai da Malenchini. Addio. 



Trapani, 18 giugno 1860. 
Caro Garibaldi, 

Sono in Trapani a tua disposizione col " Ben. Franklin „, e ti spedisco oggi stesso, 
col mezzo il più celere, tutto il resto dell'armamento, che non potei sbarcare senza 
troppo pericolo pel Vapore, essendo già le otto del mattino quando salpai. Bixio ti 
avrà narrato la causa di questo ritardo, che occorse mentre eravamo fermi nella cabina 
per aspettare una sua lettera per Medici. Bisogna, che pensi a farmi avere subito 
un' altra ancora ed una catena di 6 o 7 lunghezze, e 3 inches and 6/8 of an inch, 
icitfi an anchor in proporiion. 

Saprai a quest' ora, che capitan Lavarello, senza dirne il perchè, e senza che io 
Io potessi indovinare, lasciò il bastimento ; sono dunque solo con Gattorno, capitano 
in 2°. Sono però, sempre disposto a servirti in tutto e per tutto, ed in qualsiasi modo. 

Nella speranza di presto abbracciarti sono 

Tutto tuo 
FELICE ORRIGONl 



P. S. - Ti spedisco quanto segue : 



Casse fucili 64 

Fiaschette, vestiario, buffetterie; colli 68 
Fucili sciolti 144 



186 LA SPEDIZIONE DI GIACOMO MEDICI 

Carabine Enfield 40 

Casse cartuccie 2 

Cappotti 44 

Ti avverto, che appena giunto mi sono valso del sig. Agostino Bulgarella e la 
roba è già partita prima di ricevere la cara tua da Alcamo. 

Tutto tuo 
FELICE ORRIGONl 

* 
* * 

Della spedizione Medici doveva far parte anche Clemente Corte. Partito 
con i suoi da Cornigliano 1' 8 giugno su di alcune barcacce, il Corte aveva 
raggiunto in alto mare il klipper americano " Charles and Jane „ , al comando 
del capitano Wathson, che, a rimorchio del vaporino " Utile ,,, doveva raggiungere 
il Medici a Cagliari. Ma, nella traversata, i due legni furono catturati dalle fregate 
napolitane " Fulminante ,, e " Fieramosca ,, e rimorchiati a Gaeta vi rimasero 
fino al 30 giugno, venendo rilasciati per intercessione del Governo americano. 
Fu solo allora, che il Corte con i suoi potè raggiungere Garibaldi. 

Trascrivo ora, anch' esse dagli originali, le lettere inedite del Persano a 
Garibaldi, riferentisi alla spedizione Medici. Farò seguire a qualcuna di esse un 
breve commento per maggiore intelligenza del lettore. 

L* ammiraglio di Persano a Garibaldi. 

GABINETTO PARTICOLARE 
DEL CONTR" AMMIRAGLIO 

COMANDANTE LA SQUADRA ^'^'^' '^ 8'"g"o '860. 



Caro Generale, 

I vostri desideri sono ordini per me, quindi 1' " Authion ,, toccherà Cagliari nella 
sua andata a Genova. 

Partirà domani sera. Con ammirazione ed affetto 

Vostro affezionatissimo 
C. DI PERSANO 

P. S. - Questa sera, dopo la mezzanotte, partirà il " Governolo „ per Messina 
a tutela dei R. sudditi. 



CARTEGGIO FRA L'AMMIRAGLIO PERSANO E GARIBALDI 187 

Questa lettera è in risposta ad una direttagli da Garibaldi, in cui lo pregava 
di far passare il comandante Piola per Cagliari, onde consegnare una lettera al 
Medici. ' 

GABINETTO PARTICOLARE 
DEL CONTR" AMMIRAGLIO 
COMANDANTE LA SQUADRA Addì 15 giugno 1860. 



Il Comandante dell' " Ichnusa „ dice, che Medici non partirà più il 15, cioè oggi; 
ma che partirà domani, istruitemi in conseguenza. Il ritardo darebbe loro tempo di 
ricevere la vostra lettera, mandata coli' " Authion ,, . 

Tulio vosiro 
C. DI PERSANO 

GABINETTO PARTICOLARE 
DEL CONTR' AMMIRAGLIO 
COMANDANTE LA SQUADRA Palermo. 15 giugno 1860. 



Caro Generale, 

Ho bisogno di sapere, se Medici è partito oggi o se partirà domani, onde man- 
dargli incontro. Medici mi scrive oggi. 11 comandante dell* " Ichnusa ,, mi assicura, che 
hanno scritto a voi che partirà domani ; avendo cambiata idea schiaritemi su cotal punto. 
// Valentini, mandato per assassinarvi, è ritornalo ieri sera a nuoto a bordo della 
fregala napoletana " Partenope „ , vestilo a modo dei vostri. Egli rapportò che venne 
da voi, che vi baciò la mano, che si disse diseriore di altro corpo che non di marina, 
e che trovandosi che altri disertori del corpo, che nominò, erano pronti a provare, che 
egli non vi apparteneva, temendo di essere conosciuto, si diede a gambe per salvarsi. 
Ciò che preme ora è il Medici ; sapere se ha lasciato Cagliari oggi, o se la 
lascierà domani. 

Con affetto vostro 
C. DI PERSANO 



Di quel tale Valentini, di cui si fa menzione nella lettera del Persane e che 
era stato mandato da Napoli per assassinare Garibaldi avrò occasione di parlare 
a lungo nel Capitolo X. 



' C. di Persane - Diario, etc, pag. 41. 



188 LA SPEDIZIONE DI GIACOMO MEDICI 



GABINETTO PARTICOLARE 
DEL CONTR" AMMIRAGLIO 
COMANDANTE LA SQUADRA ^^^' '^ giugno 1860. 



Caro Generale, 

Mando r " Ichnusa „ ad incontrare Medici, partito oggi 15 alle ore 11 antimeri- 
diane da Cagliari. Ditemi, se può venir qui direttamente ; anzi segnatemi ciò che deve 
fare, ed io glielo farò dire. Aocenga che puh. 

Tutta la flottiglia era riunita a Cagliari, 1' " Utile,, compreso, ed il " Klipper „ a vela. 

Di fretta, ma con cuore 

Vostro affezionatissimo 

C. DI PERSANO 

GABINETTO PARTICOLARE 
DEL CONTR" AMMIRAGLIO 

COMANDANTE LA SQUADRA Palermo, 16 giugno, mattina. 



Caro Generale, 

Penso sia meglio il golfo di Castellamare, che non Palermo. Scrivo quindi al colon- 
nello Medici pel primo. Lo sbarcare qui potrebbe dar luogo a pretesti, per non resti- 
tuire gli ostaggi. 

Se volete altrimenti, ho ancora tempo, perchè aspetto la vostra risposta prima di 
spedir fuori la " Gulnara ,, . Così sarà il terzo Vapore che mando, onde dare infor- 
mazioni e non farne mancare a Medici. Non vorrei però, vi fosse Mazzini. Speriamo 

che no. 

Tutto vostro 

C. DI PERSANO 

Gli ostaggi di cui si parla erano i sette gentiluomini palermitani, fatti pri- 
gionieri il 7 aprile e che, come si disse nel Gap. VI, erano stati rinchiusi nel 
forte di Gastellamare. 

GABINETTO PARTICOLARE 

DEL CONTR- AMMIRAGLIO _,i 1 1 • iQ/r> 

raiermo, 1/ giugno lo6U. 
COMANDANTE LA SQUADRA 



Caro Generale, 

Il " Carlo Alberto „ arrivato in questo momento, rapporta che non ha trovalo 
nessun incrociatore napoletano, ne al Maretimo, ne a Trapani, ne a Marsala. 



CARTEGGIO FRA L'AMMIRAGLIO PERSANO E GARIBALDI 



169 



Si può quindi credere, quasi con certezza, che la spedizione non corre nessun 
pericolo. 

Le notizie date dal Console di colà non si devono attribuire, che ad un eccesso 
di zelo. Con affetto 

// Contr' Ammiraglio comandante la Squadra 
Al prode generale Garibaldi C. DI PERSANO 

Dittatore in Sicilia 
per V. Emanuele II, re d'Italia 

Palermo. 



R. DIVISIONE NAVALE SARDA 



Palermo, 18 giugno 1860. 

I ora aniimeridiana. 



Caro Generale, 



Arriva in questo momento la " Gulnara ,,. 

E fortuna che l'abbiamo mandata ad incontrare la spedizione, perchè essa abbi- 
sognava di guida. La " Gulnara „ servì di esploratore. 

Alle 8 di stasera entrarono a buon termine nel golfo di Castellamare ; ma il 
Klipper ,, e 1'" Utile „ non erano arrivati a Cagliari; il che non so spiegarmi dopo 
la nota, che abbiamo avuta da Medici, in cui si segnava come faciente parte del con- 
voglio. Ma così è. Pazienza. Speriamo ancora. Medici intanto e tre dei suoi legni 
sono in salvo. Mazzini non è con loro. 

Dio protegge l' Italia ! 

Tutto vostro, con quel cuore che mi sapete 

Il Contr' Ammiraglio 

C. DI Pt-RSANO 

P. S. - Nel pomeriggio di oggi spedisco la " Gulnara „ a Cagliari per incon- 
trarvi e rimettere la corrispondenza al corriere, che parte mercoledì per Genova. Cosi, 
se voleste qualche cosa per quelle parti, bisognerebbe che mi faceste tenere le vostre 
commissioni a bordo, prima di mezzogiorno od a mezzodì più tardi. 



GABINETTO PARTICOLARE 

DEL CONTR' AMMIRAGLIO 

COMANDANTE LA SQUADRA 



20 giugno 1860. 



Caro Generale, 

Il ministro Farini mi scrive di dire che Montecchi è a Londra, « et quc si le 
goutìernement de Sicile voulait profiter de lui, il serait en état de pouvoir procurer des 
batiments de guerre avec cannons perfectionnés. Qu'on repond par télégraph ». 



190 LA SPEDIZIONE DI GIACOMO MEDICI 

Aspetto quindi, che vogliate dirmi in conseguenza, giacche mando un piroscafo 

a CagHari questa sera alle ore 9. 

Tutto vostro, con quel cuore che mi sapete 

Aff.mo 

C. DI PERSANO 
GABINETTO PARTICOLARE 

DEL CONTR- AMMIRAGLIO . , ,. __ , . ,_ 

Addi 22, 1860. 

COMANDANTE LA SQUADRA 



Generale, 

La " Gulnara ,, ha scortato il vapore il " Veloce ,, nel golfo di Castellamare 

con 80 passeggeri. Nove persone furono sbarcate dalla " Gulnara ,, di cui vi acchiudo 

i nomi. Tenetemi sempre col massimo affetto 

Tutto vostro 

C. DI PERSANO 



Palermo, addì 22 giugno 1860. 
Mio caro Generale, 

Ricevo r invito che vi unisco, ma mi pare strano che mi venga dal Console, essendo 
la persona di cui si tratta mandata per ordine vostro. Sono in dubbio ; quindi oso 
disturbarvi col domandarvene prima di accordare il passaggio chiestomi. Vostro del 
miglior cuore e colla massima venerazione. 

C. DI PERSANO 



Ignoro a che cosa alluda il Persano in questa lettera , ne mi fu dato 
trarne notizia dal suo Diario. 

Palermo, addi 24 giugno 1860. 
Generale, 

Sarà fatto quanto mi domandate pel vapore " Veloce „. 

Con affetto Sempre vostro 

C. DI PERSANO 

Qui si parla della richiesta da parte di Garibaldi di fare scortare da Cagliari 
a Palermo il capitano marittimo Giuseppe Faggioni, che doveva portare dei 
volontari.' 



' C. di Persano - Diario, etc, pag. 55. 



CARTEGGIO FRA L'AMMIRAGLIO PERSANO E GARIBALDI 191 



Addi 25 giugno 1860. 
Generale, 

Le diserzioni della squadra, per incitamento dei vostri, vanno dichiarandosi 
ogni giorno. 

Questa cosa è assolutamente antitaliana, e mi accora non poco il vedere, che 
mentre io mi adopero tutto per voi, a mio rischio, mi si venga a bordo a sedurre la 
mia gente e tentare alla disciplina. 

Sono sicuro, Generale, che voi non ne avete conoscenza : ricorro quindi franca- 
mente alla vostra lealtà per avermi restituiti i mancanti, che so positivamente arruolati 
nelle file delle vostre truppe, senza che possa sapere in quale. Dobbiamo tutti com- 
battere per la stessa causa ; perchè dunque togliermi uomini, che servono allo stesso 
oggetto ? 

Ho proibito, con dispiacere, 1* entrata a bordo di ognuno di terra ; vedete a che 
sono ridotto, comparire inurbano ; e Dio sa se lo sono ! 

Vengono pure da me ogni giorno dei vostri a chiedermi passaggio per Genova, 
disertando la nostra bandiera ; e non solo ebbero rifiuto, ma furono rimproverati per 
il loro passo. 

Perdonate la mia franchezza e tenetemi sempre con vero affetto 

Tutto Vostro 
C. DI PERSANO 



Anche questa lettera, che il Persane dice essere rimasta senza risposta 
fu da lui pubblicata, come al solito, differente dall' originale. 

GABINETTO PARTICOLARE 

DEL CONTR" AMMIRAGLIO .,,^^, ,. .„.^ 

Addi 22 luglio 1860. 
COMANDANTE LA SQUADRA 



Carissirrìo Generale, 

Vi mando la lettera che ricevo da La Farina. Egli non sa, ne poteva supporre, 
che io ve 1' avrei mostrata. Io non lo conosco, se non dacché mi fu presen- 
tato a Cagliari. Sentitelo, e per il bene d'Italia cessi ogni freddura; oso 
supplicarvene. Vostro ad ogni prova. 

C. DI PERSANO 

Il Persane nel Diario parla della lettera ricevuta da La Farina, scrit- 
tagli nel momento in cui questi stava per essere espulso, e soggiunge : « Peccato 
invero, che un così capace, onesto e leale uomo non possa andare 



192 LA SPEDIZIONE DI GIACOMO MEDICI 

ai versi del Generale Dittatore! Devono essere pur cattivi quelli 
che ne sono la causa ». Mentre adunque egli nel Diario, pubblicato nove 
anni dopo la spedizione, scrive cosi sul conto di La Farina, a Garibaldi, nel 60, 
nella lettera sopi a trascritta ( vedi facsimile ) aveva scritto : « Io non lo conosco, 
se non dacché mi fu presentato a Cagliari ». 

* 

* * 

Dopo r arrivo della spedizione Medici, Garibaldi si aspettava la terza, 
quella capitanata dal Cosenz, nonché i volontari partiti da Livorno ; onde così 
procedere alla liberazione del resto dell' isola. In data del 22 giugno, egli scriveva 
le seguenti istruzioni segrete ai comandanti De Rohan e Traffìletti. 11 De Rohan 
veniva poi raccomandato dallo stesso Garibaldi, con lettera del 1 8 maggio 1861, 
al conte di Cavour ed a S. M. per i servizi resi nella campagna di Sicilia. 

Garibaldi al comandante De Rohan. (Vedi facsimile). 

Palermo, 22 giugno '60. 
Istruzioni segrete al comandante de Rohan, 

Il comandante de Rohan prenderà il comando dei " Washington „ , lo preparerà 
con tutto il necessario, per mettersi in viaggio al più presto possibile. La sua desti- 
nazione sarà per Genova, ove imbarcare gente per condurla in Palermo. 

Essendo pronto alla partenza, egli passerà al mio Quartier Generale per rice- 
vere ulteriori istruzioni. 

In tutto ciò che riguarda la sua missione, egli ha pieni poteri. 11 maggiore Sic- 

coli è incaricato di provvederlo del carico. 

G. GARIBALDI 

Garibaldi al comandante Traffìletti. 

COMANDO GENERALE 
DELL- ESERCITO NAZIONALE Palermo, 22 giugno '60. 



Istruzioni segrete al comandante Traffìletti, 

Il comandante Traffìletti prenderà il comando dell'" Oregon „, lo preparerà con 
tutto il necessario per mettersi in viaggio al più presto possibile. 



' Vedi la pubblicazione fatla dal « Comitato Piemontese per la storia del Risorgimento 
Italiano» nel primo centenario della nascila di Camillo Cavour. Torino 1910, pag. 31. 



GABINrJTO PARTICOLARK 

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COMANDANTE LA SQUADRA 




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Lettera dell'ammiraglio Persane a Garibaldi riguardante La Farina. 

(Vedi pag. 191). 






Istruzioni segrete autograie di Garibaldi al comandante De Rohan. (Vedi pag. 192). 



CARTEGGIO FRA L'AMMIRAGLIO PERSANO E GARIBALDI 



193 



La sua destinazione sarà per Livorno, ove imbarcherà gente per condurla in 
Sicilia. Essendo pronto alla partenza, egli passerà al mio Quartiere Generale per rice- 
vere ulteriori istruzioni. 

In tutto ciò che riguarda la sua missione, egli ha pieni poteri. Il maggiore Sic- 
coli, che va con lui, provvederà per l' imbarco. 

L' attività di Garibaldi, in quei giorni, era veramente sovrumana. Le spe- 
ranze di liberare completamente l' isola dal Borbone si erano rafforzate per il 
nuovo contingente di volontari. Il 28 giugno, egli aveva ricevuto il seguente 
dispaccio : 

TELEGRAFI SARDI 

Stazione di Genova. Ricecimento. 

Presentato alla stazione originaria di Parigi il giorno 18 giugno, alle ore pom. 5,56. 

Ricevuto il 19 giugno, alle ore ant. 5,15. 

TESTO DEL DISPACCIO: 

General Garibaldi, 

Palerme, poste Génes. 

100 mille fusils ootre disposition, je pars. Donnez vos ordres Hotel Malte, Génes. 

PERELLI ERCOLINI 

E pure di quei giorni la seguente lettera inedita. 

II Vice-Governatore dì Brescia a Garibaldi. 

GOVERNO 
DELLA PROVINCIA DI BRESCIA 

Brescia, 14 giugno 1860. 



N. 7500/1136 



Secondo i desiderii espressi da V. S. 111. ma col foglio p. p. maggio diretto alla 
Deputazione di questa provincia, veniva consegnata al signor maggiore Giovanni Ferrari 
la somma di lire italiane 90.000 (novantamila), quale prezzo di tre mila fucili da lei 
ceduti alla Provincia stessa per uso della Guardia Nazionale, nonché l'altra somma 
di lire italiane 8.000 (ottomila), quale introito della sottoscrizione al milione di fucili 
da lei medesima proposta. 

Trovandosi però, ora in cassa per quest' ultimo titolo, un ulteriore introito di italiane 
lire 9234,63, che la Deputazione Provinciale nella seduta di ieri ha dichiarato di met- 



CURÀTULO 



13 



194 LA SPEDIZIONE DI GIACOMO MEDICI 

tere a piena disposizione della S. V. 111. ma, così mentre io mi pregio di raggua- 
gliamela per sua direzione e norma, starò in attenzione di conoscere il mezzo, che 
verrà da lei designato pel versamento dell' indicata somma. 

Colgo con vero piacere l' occasione per tributarle, lll.mo signor Generale, i sensi 
della speciale mia considerazione. 

IL VICE-GOVERNATORE * 

Airill.mo signor generale G. Garibaldi 

Palermo. 



Per comprendere meglio questo documento, bisogna tenere presente la lettera 
che il 27 aprile, Depretis, governatore di Brescia, aveva scritto a Garibaldi 
pubblicata da Jessie White Mario." Depretis, dopo che la spedizione di Gari- 
baldi era partita, si era dimesso da governatore di Brescia ed eletto Deputato 
aveva votato contro la cessione di Nizza. Le 98.000 lire di cui si parla 
nella lettera a Garibaldi furono poi versate nelle mani di Bertani e figurano 
nel Resoconto, da lui fatto, come ricevute dalla Cassa provinciale di Brescia. 
I fucili comperati con detta somma per la Guardia nazionale vennero dal Depretis 
restituiti a Garibaldi per la rivoluzione. A maggiore intelligenza, giova ripubblicare 
la lettera, che allora scriveva il Depretis a Garibaldi : 

Caro ed illustre amico. 

Mi faccio un dovere di notificarvi, che la Deputazione provinciale di Brescia ha 
deliberato quest'oggi di acquistare i tremila fucili, che le furono somministrati dietro 
vostro ordine dalla Commissione pel milione di fucili, residente a Milano. Il prezzo, 
in ragione di Hre trenta ciascun fucile, verrebbe pagato nel termine di tre mesi o a 
voi direttamente, o a persona munita di vostro mandato. La Deputazione provinciale 
si farà un dovere di effettuare i pagamenti anche prima della scadenza suddetta nella 
misura dei fondi provinciali, che avrà disponibili. 

Vi prevengo pure, che la stessa Deputazione provinciale avrebbe deliberato di 
mettere a vostra disposizione le somme, che si sono raccolte nella Provincia e furono 
versate nella Cassa Provinciale, e queste verrebbero parimenti pagate a chi si pre- 
senterà munito di vostro mandato. La somma ora incassata sarebbe di circa ottomila lire. 
Di tutto ciò avrete, spero, fra breve termine la notizia ufficiale. 

Credetemi qual mi dico, con distinta stima vostro 

devotissimo 

A. DEPRETIS 



' Nel documento la firma è illeggibile. 

' Jessie White Mario - A. Bertoni e i suoi tempi, voi. IH, pagg. 38-39. 



CARTEGGIO FRA L'AMMIRAGLIO PERSANO E GARIBALDI 195 

Quel Giovanni Ferrari di cui si fa menzione nella lettera del Vice- 
Governatore ed al quale furono consegnate le lire 98,000 fu un prode bresciano. 
Aiutante del generale Giacomo Durando nella difesa di Venezia, capitano nei 
bersaglieri lombardi nel 1 849, amico e compagno di Manara, si preparava 
ora ad andare in Sicilia a combattere con Garibaldi. 



* 

* * 



Debbo qui spendere qualche parola sulla venuta di Nicola Fabrizi in Sicilia 
e sulla formazione del Corpo dei Cacciatori del Faro. 

Ricciotti Garibaldi, un giorno, chiese a suo Padre quali degli uomini, che 
egli aveva avuto compagni nelle avventurose vicende della sua vita, godettero 
tutta la sua ammirazione. Il Generale rispose : « Ricciotti potresti contarli sulla 
punta delle dita della mano » ; ma il figlio insistendo, Garibaldi disse : « Francesco 
Anzani, Giuseppe Avezzana, Nicola Fabrizi.... ». 

Qui Garibaldi si tacque, pensoso : ne volle più continuare. 

Nicola Fabrizi è una delle più nobili figure del nostro Risorgimento. Cospi- 
ratore e soldato valoroso, mente equilibrata, spirito critico ed equanime, egli ebbe 
pari al merito dell' opera compiuta, una grande modestia. Alto, magro, dalla 
figura di profeta, dalla barba lunga e folta che ne contornava la faccia, Nicola 
Fabrizi anche in tempo di pace parlava sottovoce, come se stesse sempre a 
cospirare, mi diceva un giorno Raffaello Giovagnoli. Condannato a morte nel '3 1 , 
perchè complice di Ciro Menotti, chiuse la sua carriera militare come Capo di 
Stato Maggiore di Garibaldi alle porte di Roma, nella campagna del '67. 

Giuseppe Cesare Abba, che nel 1 860 vide il patriota modenese al Faro, 
lo tramandò ai posteri con queste parole : « Vidi Nicola Fabrizi ; una figura 
da condottiero biblico. Se quest' uomo fosse comparso m un congresso di re a 
domandare giustizia per l' Italia, i re si sarebbero alzati a riverire in lui il 
popolo, che può dare un cittadino della sua sorte. Semplice, non mai acci- 
gliato, pare che spanda intorno un' aura di benevolenza ; passa e si vorrebbe 
mettersi a camminargli dietro, sicuri di andare con lui a buona mèta. Se un 
fanciullo gli si abbracciasse alle ginocchia, in un momento che per Fabrizi fosse 
di vita o di morte, egli si chinerebbe a carezzarlo. Dai tempi di Ciro Menotti 
va innanzi costui ! Ha creduto ; gli è cresciuta la fede ogni dì, non si è mai 
volto addietro : gli anni non gli hanno fatto cadere le penne ed ebbe sempre cer- 
tezza di vedere il gran giorno d' Italia. Ora che si comincia a sapere, come il 



1% LA SPEDIZIONE DI GIACOMO MEDICI 

dittatore potè lanciarsi a questa impresa, si sa che Fabrizi da Malta, Crispi 
e Bixio in Genova gli hanno messo nella coscienza, che 1' Italia si deve farla 
in quest' anno o forse mai più » . 

Il Quartiere Generale di Nicola Fabrizi fu sempre il suo luogo d'esilio : 
r isola di Malta. Là egli cospirava e si manteneva in continua corrispondenza 
col flore dei patriotti di Sicilia e del continente. La sua scrittura, inintelligibile, 
era 1' incubo degli amici ed il leggere le sue lettere, scritte nei giorni dell' esilio, 
non è lieve fatica per gli studiosi della storia, che hanno occasione di compul- 
sare i di lui autografi. 

Quando Garibaldi si ritirò su Piana dei Greci mandando l'artiglieria, coman- 
data dall' Orsini, verso Corleone per ingannare i Borbonici, inviò contempora- 
neamente a Malta, Castiglia e Mustica per avere delle armi da quel comitato, 
diretto da Fabrizi e da Giorgio Tamajo. Dopo varie peripezie i due patriotti 
siciliani giunsero al destino, e mentre il Mustica ripartiva subito alla volta di 
Genova sul vapore il " Quirinale „ , in cerca di altre armi e munizioni, il 
Fabrizi, condotto da Salvatore Castiglia, con pochi uomini e 1 500 fucili, il 
7 giugno sbarcava a Pozzallo, trovando in quel luogo larghi aiuti, specialmente 
per opera del Delegato consolare sardo, il quale aveva scritto il giorno avanti a 
Garibaldi la seguente caratteristica lettera. 



Il Delegato Consolare Sardo in Pozzallo a Garibaldi. 



DELEGAZIONE CONSOLARE 

DI SARDEGNA 

IN POZZALLO Pozzallo, 6 giugno 1860. 



Signor Generale, 

Un umile e tenue penna, mossa però da un cuore fervido, che si sente altamente 
italiano, e quale rappresentante di quel Re {Dio guardi) grande e glorioso, di cui il 
serto viene intrecciato colle magiche parole Montebello, Magenta, Solferino, si rivolge 
oggi a Colui, che col proprio sangue, unito a uomini generosi e di sommo valore gli 
hanno acquistato il santo diritto di libertà !.... Deh ! Che Ella si degni di accettare i 
miei sentiti !.... si pienamente sentiti, voti di gratitudine ; nonché quelli di una popola- 
zione intera, che ogni dì, ogni ora non fa che dar libero campo ai moti del suo cuore, 
gridando: Viva l'Italia!.... Viva Vittorio Emanuele !.... Viva Garibaldi!.... 

Mi corre l' obbligo, sì per la carica affidatami, che per essere vero cittadino quale 
mi credo, sottometterle che questa mia residenza Consolare è la più vicina all' isola di 



CARTEGGIO FRA L'AMMIRAGLIO PERSANO E GARIBALDI 197 

Malta, e come tale, molti disbarchi di emigrati e di gente magnanima, che viene in 
soccorso della nostra santa causa sonosi avverati, ed in ognuno di essi da me non si 
è giammai trascurato di andarvi all' incontro e riceverli con quelli onori, che si con- 
veniva, come parimenti si praticò pel signor Castiglia, il quale gliene potrà far fede. 
Ugualmente non ho tralasciato di mettere a disposizione della Nazione tutti i legni 
della mia casa di commercio, che tiene un traffico attivo con suddetta isola ed ho avuto 
la sorte, che se ne sono avvalsi, facendo trasportare emigrati, cannoni, fucili, munizioni, 
ed altro. In tale stato di cose mi animo pregarla, anzi supplicarla, che qualora creda 
onorarmi di qualche comando, mi farebbe una grazia particolare, una grazia che mi 
renderebbe al sommo felice e superbo. Con tale speme e lusinga, ho l'onore di 

segnarmi 

// delegato consolare di Sardegna 

EUGENIO AVITABILE 
Sig. Generale G. Garibaldi 

Dittatore in 

Palermo 

Oltre al Console Sardo in Pozzallo, anche quello di Catania si era messo 
a disposizione del Generale, inviandogli la seguente nobile lettera. 

Il Delegato Consolare Sardo in Catania a Garibaldi. 

DELEGAZIONE CONSOLARE 
DI SARDKGNA 

IN CATANIA Catania, Il giugno 1860. 



Ill.mo Signore, 

Se la politica del Governo, che ho l'onore qui di rappresentare, non permette 
alcuna ingerenza, anzi impone la massima circospezione nei fatti, che nell' isola succe- 
dono, pure non posso trattenermi di dirigerle queste brevi righe, onde manifestare, con 
tutta r effusione dell' animo, i sensi della mia più alta stima, ammirazione e deferenza 
verso di Lei, signor Generale, che animato dal più santo e puro amor di patria, con 
coraggio singolare ed unico al mondo, si è accinto a sì ardua impresa, sfidando i più 
tremendi pericoli. Ma vi è un Dio, che veglia sui supremi destini delle Nazioni, ed 
Egli sorridendo alla fine all' infelice ed oppressa Italia, benedice le di Lei armi e bene- 
dirà sino alla fine l' alta meta di ogni italiano ! 

Come per tutta 1' Isola, come per 1' Europa intera e per tutto il mondo, è pure 
qui idolatrato il di Lei nome ; dall' imo all'alto della popolazione si comprende la 
santità della causa, e Catania mostrerà sempre di non restare indietro fra le altre sue 
italiane sorelle. 



198 LA SPEDIZIONE DI GIACOMO MEDICI 

Accolga, signor Generale, i miei ardenti voti per la di Lei persona, cotanto 
necessaria pel bene della Patria ; disponga di me in tutto quello che possa credermi 
utile nella mia pochezza e si degni gradire i sensi della mia profonda stima e consi- 
derazione. 

// delegalo 

ANTONINO GIUSTI 
A S. S. Ill.ma 

Signor Generale G. Garibaldi 
Dittatore in Sicilia 

Palermo. 



Appena sbarcato, Fabrizi si diresse alla volta di Siracusa e di Messina, 
cercando di trarre profitto dell' entusiasmo, che i successi di Garibaldi avevano 
suscitato per raccogliere volontari ; ed il patriottismo anche di questa parte della 
Sicilia rispose al nobile appello. Onde il Fabrizi, in data del 16, poteva scri- 
vere al dittatore la seguente lettera, colla quale gli annunziava di avere formato 
il primo nucleo di un corpo di volontari, al quale aveva dato il nome di 
Corpo dei Cacciatori del Faro. 

Nicola Fabrizi à Garibaldi. 

Palazzolo, 16 giugno 1860. 
Mio Generale, 

Dopo quanto ebbi l'onore di scriverle, nella mancanza delle sue disposizioni, io 
ho seguito quei movimenti ai quali era destinato, mentre che dalle Provincie di Catania 
e Messina mi venne avvisato, che mi si attendeva con impazienza. E difatti ho ridotto 
il tanto difficile convoglio in modo da trafficarsi su muli ; ne ho lasciato una piccola 
quantità nella provincia di Noto e vado a lasciarne altrettanta in Catania, portandone 
il grosso nella provincia di Messina. 

A maggiore sicurezza del convoglio istesso e a preparare un utile elemento al 
paese, io, tuttoché scarso di mezzi, ho ricevuto tutti quei volontari, che sono venuti a 
trovarmi uniformandosi alla regolarità della nostra marcia ed in questa Provincia mi 
han fatto seguito molti; tanto che arrivato in Noto con 17, ne ho fino ad ora 125, ed 
è tanto più rilevante in quanto che è, col pretesto della leva, che il partito reazionario 
cerca guadagnare terreno. 

Da quello che ho dovuto osservare nella mia marcia m argomento politico, ne ho 
scritto al suo Ministro dell' Interno, essendo cose che riguardavano l' autorità di Lui, 
e voglio credere, che ne l' avrà informato. 

Frattanto ciò che con maggiore interesse vengo ad esporle, è che al momento della 
mia partenza da Noto, persone apposite da Siracusa venivano ad avvisarmi di avere 



CARTEGGIO FRA L'AMMIRAGLIO PERSANO E GARIBALDI 199 

a Lei diretta comunicazione del come le trattative intraprese con alcuni ufficiali di 
quella Guarnigione, fossero tanto inoltrate da potere con la sicurezza dei loro posti 
produrre un movimento militare per la cessione della Piazza col suo materiale; ma 
che la conclusione di questo fatto, oltre di richiedere una autorizzazione ufficiale presso 
chi la tratterebbe dalla parte nostra, esige anche la scelta di una persona autorevole 
e conosciuta. 

E probabilmente la vicinanza del nemico, che tiene i partiti in vigore nonostante 
il procedere dei successi più lontani. 

Debbo, per sentimento di verità e di riconoscenza, dirle, come la condotta di 
alcune primarie famiglie della città di Noto sia stata d' impulso a questo slancio di 
arruolamento ; giacche, oltre all' accoglienza ospitale fatta al nostro arrivo, furono esse 
le prime a dare i loro figli ai nostri ruoli, inviandoli alla caserma nel tempo stesso, 
che durava il breve nostro soggiorno : primo fra tutti il Governatore di Noto in tale 
generosa abnegazione diede il proprio figlio ; vi fu chi ce ne diede due. Alcune signore 
si misero a capo di una soscrizione per provvedere mezzi di abbigliamento. 

Mi parve in tale iniziativa potermi arbitrare, fino al ricevimento di ordini precisi, 
di dare il nome a questo arruolamento di Corpo di Cacciatori del Faro, denotante così 
il destino attuale a quella Provincia verso cui restano a dirigersi i principali sforzi. 

Neil' assoluta mancanza di ogni relazione col centro politico e militare dopo il 
mio arrivo in Sicilia, voglio lusingarmi che questa mia condotta, spinta dal sentimento 
della circostanza, non possa incontrare la di Lei disapprovazione. 

N. FABRIZl 



CAPITOLO X. 



TENTATIVI PER ASSASSINARE GARIBALDI. 
LEGGENDA SULLA SUA MORTE. 



La vita di Garibaldi fu più volte la meta della mano di sicarii. Già 
nel 1859, quando egli era nell' Italia Centrale, il Governo pontificio ed il borbo- 
nico avevano cercato di farlo assassinare col pugnale o col veleno. A tale scopo 
era stato inviato colà, insieme ad un certo Alpi, quel tale Griscelli, il famoso barone 
di Rimini, celebre spia di diversi governi, che Tanno dopo troviamo a Palermo, 
agente segreto cavouriano, espulso da Garibaldi insieme a La Farina. 

Nel mio Archivio si trovano le copie, fatte fare nel '59 da Farini , di 
alcune lettere del Griscelli ; il quale in quell'occasione aveva preso il nome di 
De Vizzani. Sono documenti caratteristici di questa losca figura, che per ren- 
dere più preziosa la sua missione, inventava notizie e fatti con una fantasia 
ariostesca. Due delle lettere sono indirizzate a monsignor Tancredi Bella, Legato 
apostolico di Pesaro e Urbino ; le altre a monsignor Sommariva, rappresentante 
di S. M. il re di Napoli presso la Legazione apostolica di Pesaro. Il Fcirini, 
dittatore dell' Emilia, messo a parte della congiura che si ordiva contro Gari- 
baldi, fece intercettare all' ufficio postale di Modena le lettere delle due spie e, 
dopo averne fatta prendere copia, le rimandò al loro destino. Trascrivo qui inte- 
gralmente, senza mutare l' ortografia, le lettere del Griscelli. 

Griscelli, il famoso barone di Rimini, a Monsignor Bella, Legato apostolico 
di Pesaro e Urbino. 

Fuori: A Son Eminence Monseigneur T. Bella, Legai Aposlolique à Pesaro. 

N. 15. (Bollo postale di Verona). 

Entro : indirizzo come fuori. 



202 TENTATIVI PER ASSASSINARE GARIBALDI 



Testo della lettera : 



Momeigneur, 

Ma mission à travers l'Armée revolutionnaire a été une suite de renseignements 
precieux. Renseignements, Monseigneur, que j' ai eu 1' honneur de vous adresser de 
Fayence, de Ferrare, de Rovigo et de Verone. Mais ma visite à Verone, ou j' etais 
venu pour m' eclairer sur les forces que nous pouvions compter , m' a brisé le coeur 
— pas d' hommes, pas de direction, pas de Cornile.... Rieri, Rien, Rien ! ! ! 

Monsieur le Commandeur d' Alpi, seul, est le seul homme, qui soit digne de 
passer le Po. Mais, pére d' aimable famille, et epoux d' une epouse adorée, on lui a 
Uè les mains, en le mettant dans 1' impossibilité de servir la cause que par son talent, 
par son devouement et son coeur, son courage et 1' energie qu' il employdrait pour le 
triomphe de la religion et de 1' humanitè sont soumises a S. A. I. de Modene , qui 
5' amuse à Vienne avec son beau frère de Chambord, qui tous deux oublient que la 
Sainte empoulle à été ecrasée sous les murs de la Bastille, attendent que le Droit 
Divin par 1' huile de S.' Remy et Chilperich, les conduisent sur leur trone : de France 
et de Modene. 

Cette deception, Monseigneur, n' a fait qu' enflammer mon courage, parce que nos 
moyens nous permettent de gagner sans eux. Et votre gioire n' en sera que plus grande ! 
Je recommande à votre discrelion de Ministre de Dieu les noms ci-après: 

Roselli, General à Rimini, que j' ai connu particulièrment a Bologna, ou il etait avec 

Falicon ; nous avons mangé à la méme pension au Canon d' or plus d' un mois ; 

il m' a bien regu à Rimini ; se vend. 
Cenni, aide de camp de Garibaldi, avec lequel je suis lié depuis long lemps, se vend 

et s' engagé à me mettre Sylla {Garibaldi) dans une volture, dans laquelle je 

serais ; je vous jure, Monseigneur, que l' ours sera baillonné ou poignardé, et que 

mort ou vii, Sylla arriverà à Pesaro, ou il passera le Po. 
Vincesini, capitain avec Fanti, mon ami et compatriote, fera tout ce que vous ordon- 

nerez ; il attend ! ! ! 

Leca, mon compatriote, chargé des écritures de 1* Armée , viendra à Pesaro avec sa 

compagnie, dès que Monseigneur 1' ordonnera ; il est ò S. Archange. 

Avec moyens, Monseigneur, avec le secours du Clergé et des masses, qui souffrent, 
nous chasserons les Pillards de Garibaldi de Legations. Cette gioire sera a Monsei- 
gneur seul ! 

De la prudence, du courage; que peu de gens connessent votre pian d' altaque 
et celui que vous choisirez, Monseigneur, soit un battaille rangée, une reaction avec 
r achat des Chefs, 1' enlevement du Monstre, le poignard.... ou le vin ! ! I Je vous 
garantis de la reusite. 

Faites-le savoir par plus-tot possible, soit par le telegraphe à votre Noble amie 
Alpi, soit par lettre.... 



LEGGENDA SULLA SUA MORTE 203 

Votre tres umble serviteur attend et croyez, Monseigneur, que le plaisir de faire 
trionpher notre cause ne lui (era pas dementir son passe. 

Le Banqueroutier Cipriani a fait un affiche dans les places de son Empire ; un 
reglement, dont je vous envois quelques articlcs. 

Il est defendu de mendier. 

Il est defendu de chanter. 

Il est defendu de (aire de la musique. 

Il est defendu de rester dans une ville, si on n'y a pas ou des renles, ou un 
emptoi. On arretera tous les oisifs, et on leur fera payer Jes amendes et de la prison. 

Le nouveau Neron, Farini, n' en dit pas long dans les siens.... ; mais e' est du 
bon, trois fois bon, pour une reaction. 

Tous les employés de la police de l' ancien Gouvernement sont destitués !.... quels 
auxilieres pour nous ! Je suis avec respect, Monseigneur, 

le Ires devouc seroUeur 
Mon adresse: G. de Vizzani - P. R. S,>.?; G. DE VIZZANI 

Verone 



Fuori : A Son Eminence Monseigneur T. Bella, Legai Apostolique à Pesaro. - Presse. 

(Bollo postale di Verona). 

Entro la lettera : A Son Eminence Monseigneur Bella, Legai du S. Pére à Pesaro. 

Testo della lettera : 
Eminence, 

y ai eu r honneur de vous écrire deux rapports : le premier d' Imola, le second de 
Ferrara, dans lesquels je vous ai donne tous les renseignements sur les villes, sur les 
populations, sur l' armée, leurs position, leur nombre et les noms de leurs chefs ; je vous 
disais de vous méiìer du voiturier et de Herva, qui sont deux espions de la police 
de Rimini. Dans celui-ci, Excellence, je ne vous parlerai que de la possibilité de la 
reaction...., soit en achetant un General, soit en le faisant disparaitre par le plomb, le 
poignard, ou le poison ! 

La reaction marche à pas de geants dans les Legations ; nos ennemis eux mémes 
font les affaires de 1' Eglise en faisant ce qu' il font. 

Aujourd' bui, on a affiché dans toutes les Communes de la Romagne un reglement 
interieur copie sur celui de 1' Empire Frangais, ou il est dit : " Defense de mendier ; 
defense de jouer ; defense de chanter dans les rues ; defense d' y faire de la musique ; 
defense d' étre oisif ; arreter tous ceux qui n' ont pas des moyens d' existence ; chasser 
des Legations ceux qui n' ont pas domicile élu. Aussitot que cet affiché a été pose, des 
gruppes d' hommes se formaient et des imprecations avec des mota de trahison, d'enfamie 
étatient lancés à haut voix contre le Gouvernement. J' assure, Excellence, que ce regie- 



204 TENTATIVI PER ASSASSINARE GARIBALDI 

ment nous a fait plus de partisans que les dix-mille soldats, qui sont à Pesaro. Encore 
deux ou trois affiches come ga, et les affaires vont loules seules. Tout ce peuple et ces 
familles aisées, qui ont été volées et pillés et dont les impositions fsont encore doublces, 
demandenl une reaction. 

Deux officiers surs, energiques et devoués, un est à la Catolica, l'autre est avec 
Garibaldi, s' engagent à contrairer leur compagnie pour une reaction. Un General 
demande à se vendre, si S. Saintété lui donne 200,000 livres et le grade de Comandant 
en chef à Rome. Le cuisinier de Garibaldi est une connaissance de Paris, 
qui pour de l'argent empoissonnerait Jesus Crist. Voilà nos moyens, tous certains 
et tous tres puissants. 

Prevenez Rome et Naples ; et j' attends vos instructions avec la plus vive impa- 

tience et comptez sur un fait certain. En attendant vostre reponse, Exellence, je suis 

avec le plus profond respect votre servileur 

Signé : E. DE VEZZANl 

Mon adresse est : E. de Vezzani 

à Verone, poste restante, 
y attends vos ordres. 

Griscelii, il famoso barone di Rimini, a Monsignor Sommariva, rappresen- 
tante il Re di Napoli presso la Legazione apostolica di Pesaro. 

Fuori : Monsieur Sommariva, Répresentant S. M. le Roi de Naples chez S. Em. le 
Legai Apostolique à Pesaro. 

Entro la lettera : A Monsieur Sommariva, Répresentant S. J^. le Roi de Naples. 

Testo della lettera : 

Monsieur, 

La précipitation à faire partir hier mon rapport par le courrier de soir m'a fait 
oublier les faits ci aprés, dignes d' appeller toute votre attention. Il n' y a pas encore 
des depots d' armes ni a Pesaro, ni a Naples. Je vous 1' assure. Je vous assure aussi, 
que je le sauraì, dès qu' il y en aura par les amis {d' anciens amis, d' anciens fréres 
d' armes) qui sont l' un chez Garibaldi, et l'autre chez Fanti; 27000 fusils sont 
arrivés a Ferrara cette semaine à l' adresse de Garibaldi, qui a ordonné que ces fusils 
soient dirigés sur S. Marino. En faisant voir cette lettre à S. Em. Tancredi Bella, il 
ordonnera que ses trouppes doublent de vigilance du coté d' Urbino. Le journal 
"La Nacion ,, si contraire aux interéts de votre Maitre s'imprime en Toscane et est 
porte à Naples par les marins des batteaux à vapeur. Ecrire que la douane sorveille, 
et elle prendra le paquet entier. 

Il n' y a pas à Naples de Comité proprement dit, chargé d' une direction politique. 
Toutes ces alarmes, ces arretations, et les proclamations Muratistes sont des inventions 



LEGGENDA SULLA SUA MORTE 205 

et des affaires de Police. Dites qu' on charge des controleurs actifs, intelligents et 
devoués et le Gouvernement verrà, qua ces sont ceux qui sont chargée de Ics saisir, 
Ics proclamalions qui le font. 

Je suis dans une impatience fébrile, en attendant votre response à fin de savoir 
si mes rapports, que j' ai envoyé de Fayenee, de Ferrare et de Rovigo vous sont arrivés 
en main. 

Souvenez-vous bien, que nous avons un General, deux officiers, 1' aide de campo 
et le Cuisinier du nouveau Siila {Garibaldi) avec nous et pour nous, que nous avons 
aussi tout le clergé. L. L. Em. d' Imola, de Fayenee, de Bologne et de Ferrare, que 
j' ai vu, me V ani assuré. Le Venerable Cardinal de Bologne : Viale Prelà, prendra 
un fusil pour la reaction. 

N' oubliez pas non plus, que le peuple souffre, que la division de Mezzacapo est 
en revolution, que Ics hommes qu'ont une famille à défendre, des biens à conserver, 
demandent une reaction, et nous préteront la main pour la faire reussir celle reaction; 
des qu' il verront des hommes (pour la pousser et la faire triompher) actifs, energiques, 
avec les armes à la main et non avec les Pastorales sur le papier. 

Le peuple des Legations est tellement revenu de ses erreurs et tellement outré 
de se voir humilié et chassé de chez lui, que le 25 courant, à Fayenee, on a place 
les armes de Savoie sur la porte de la Mairie, à 7 heure Je malin ; que je jure en 
conscience et devant Dieu que pas un Cappeau, pas une casquette ne s'est leve et 
que pas un cri de W. V. Emanuele n a pas été prononcé. 

il y' a un mois, que le peuple à qui 1' on avait promis l' age d' or criait devant 
une image du Roi, Homme Galant. 

Ne soyez ni surpris, ni inquiet de me savoir à Verone. /' ai Moulu Voir tout, aoant 
d engager ma vie. ]' ai voulu entendre aussi les partisans des Duchés ; en m' en retournant, 
je passerai en Toscane pour ne pas me montrer à Rimini. En passant et en repassant 
par les Legations, j' eveillerais les soup?ons de la police. En passant par les Duchés, 
je sais si nous pourrons compter dessus et j' arrive tout nouveau à Rimini pour preparer 
ou le poignard, ou le stylet, ou.... le vini! Activez, poussez Rome et Naples, parce que 
j' attends pour agir et de 1' argent pour dépenser en marchant. 

A vous de coeur 
Mon adresse : Mr. G. de Vezzani G. DE VE2ZANI 

Poste réstant à Verone. 



A monsieur Sommariva, Agenl secret de S. M. le Roi de Naples 

Pesaro. 
Monsieur, 

Je vous ai écrit d' Imola, d' ou je vous annongais que j' irai jusqu' à Bologne et 
de la à Ferrara. Je suis à Rovigo et en route pour Verone pour le service de Dieu, 



206 TENTATIVI PER ASSASSINARE GARIBALDI 

de r Eglise, et de la Religion. Je vous donnais donc, dans le rapport d' Imola, des 
renseignements sur l' esprit des populations, qui demandent, à grands cris, une réaction 
sur les armées des Légations, depuis la Catolica j'usqu'à Imola, leur nombre, les noms 
de presque tous leurs Chefs et leurs position actuelles, qui sont entièrement differents 
des renseignements Herva ; qui je vous prie de ne plus occuper, parce que e' est un 
Agent de la police de Rimini. 

Nou» avons un General, des Officies, et le peuple en masse pour une réaction. Seu- 
lement depéchez-vous, parceque la réaction se fera sans vous et elle sera au profit de 
Mazzini. Un aide de camp de Garibaldi, qui a sa mère à Roma, se charge de me 
le litìrer dans une coiture. Cet aide de camp a sa mère, qui est comblèe de bienfaits 
par le S. Pontife. Le general Garibaldi sort tous les soirs seul dans les campagnes; 
il singe Whashington. — Toutes les fois qu' il va à Bologne, ou à Modena, // i; va 
toujours la nuit; un seul aide de camp l' accompagne !... 

J' ai envoyé trois rapports à S. E. et j' ai oublié de lui faire part du fait suivant. 

Cinq prétres, qui ne voulaient pas livrer leur Eglise au prétorien de Garibaldi, 
ont été attachés par le cou et conduits dans les prisons de Bologne. 

J attends avec impatience de vous une lettre avec des instructions et de l'argent 
pour me mettre à l' ouvre, dont je vous garantis le succés par mon passe. 

En attendant votre réponse, je suis avec respect 

Vostre Irés obéissant serviteur 

G. DE VEZZANl 

poste restante à Verone. 



* * 



Anche nel 1 860 furono fatti tentativi dal Governo borbonico per assas- 
sinare Garibaldi. 

Il Ministro sardo, marchese di Villamarina, avuto sentore della congiura, 
si era affrettato di avvisarne il marchese d'Aste, comandante il " Governolo ,, 
con due lettere, che il Persano menziona nel suo Diario ed il cui contenuto 
apprendiamo dalle copie esistenti nel mio Archivio, di carattere di Basso, allora 
segretario di Garibaldi ; il quale, dopo averne fatto prendere copia, le restituì. 

Persano scrive : « Non perdo un momento ; corro io stesso ad informare 
il Generale. Ma se egli si mostra riconoscente dell'avviso ed a chi glielo manda, 
altrettanto è noncurante del pericolo, che lo minaccia. L' ho sempre conosciuto 
così fin da Montevideo, nel 1 845, ove mi trovavo al comando del R. brigan- 
tino r "Eridano ,,. Fu solo per compiacermi, giusta le mie reiterate istanze, 
che, sorridendo, ne fece parola ad un suo Aiutante di campo ; ma sì legger- 



LEGGENDA SULLA SUA MORTE 207 

mente, che mi sono creduto in dovere di parlargliene io poi, e con che calore 
si pensi ».' Ed il giorno 9, egli scriveva al dittatore la lettera inedita, che qui 
trascrivo dopo le due menzionate del Villamarina. 

Il Marchese di Villamarina al comandante d'Aste. 

(Copie) 

LEGATION DE SARDEGNE 

(Confidenziale) Napoli, 5 giugno 1860. 



Ill.mo sig. Comandante, 

Ho r onore di porgerle i miei vivi ringraziamenti per le interessanti notizie con- 
tenute nel rapporto del 1" corrente mese di giugno, che subito trasmisi a S. E. il 
conte di Cavour. 

Certo cav. Luigi Galvani, veneziano, dimorante da più anni a Napoli, si è recato 
presso di me, onde farmi avvertito, essere partito alla volta di Palermo un tale 
Valentini, caporale di marina, giovane di alta statura, il quale si sarebbe volontaria- 
mente offerto per attentare alla vita del generale Garibaldi. Benché, io non faccia gene- 
ralmente gran caso di tali asserzioni, credo nulladimeno, nell'attuale situazione delle 
cose, doverla pregare di farne parola, se ciò è possibile, a chi di ragione, affinchè 
qualora un individuo di simil nome si presentasse, sia convenevolmente sorvegliato. 

Gradisca signor Comandante ecc. 

// ministro 
All'Ill.mo sig. Marchese d'Aste VILLAMARINA 

Comandante della R. pirofregata sarda " Governalo „ 

Palermo. 



LEGATION DE SARDEGNE 



Ill.mo sig. Comandante, 



8 giugno 1860. 



Profìtto della partenza del vapore inglese, per trasmetterle la qui annessa lettera 
diretta al Duca della Verdura, cui prego di farla recapitare il più prontamente possibile. 
Col mezzo dell'avv. Galvani già menzionato nella mia precedente, mi pervennero nuovi 
ragguagli intorno al caporale Valentini ; è uomo di circa 30 anni, alto e magro della 
persona, pallido in viso, con occhi celesti. 



' C. di Persane - Diario etc. , pag. 36. 



208 TENTATIVI PER ASSASSINARE GARIBALDI 

Da sorgenti diverse, e non indegne di fede, mi risulta inoltre essere stato inviato 
allo stesso fine un tale Giosafatte Tallarino, già celeberrimo bandito calabrese. Egli 
imbarcavasi il 6 corr., alle ore 23 sul legno mercantile alla volta di Palermo. Dicesi 
accompagnato da IO o II individui per secondarlo. La prego adunque, signor coman- 
dante, di volere con ogni maggior diligenza, trasmettere questi nuovi particolari a ciò 
sia provveduto prontamente e come si conviene. 

Colgo questa opportunità per offrire i miei anticipati ringraziamenti e rinnovarle 
le proteste della mia distintissima considerazione. 



lll.mo Signor Marchese d'Aste 

Comandante della R. pirofregata sarda " Governalo ,, 

Palermo. 



L'Ammiraglio di Persane a Garibaldi {Vedi facsimile). 



GABINETTO PARTICOLARE 



// ministro 
VILLAMARINA 



DEL CONTR'AMMIRAGLIO 

COMANDANTE LA SQUADRA A^'^' ^ 8'"8"° ^^^^- 



Caro Generale, 

Ora che sono le 1 1 di sera, un Ufficiale della marina napoletana, condotto da 
altri suoi compagni, quali remiganti, è venuto per confermarmi quanto scrisse Villa- 
marina. La cosa parrebbe dunque, assai più vera che non ci sembrava. State quindi 
sulle vostre guardie e fate le ricerche necessarie : lo dovete all'Italia. 

Mi rapportò, che anche si ritiene imminente in Napoli un' insurrezione contro la 
casa regnante. Iddio lo voglia, e faccia che non gridino Murai. 

Addio, buona notte e tenetemi per la vita 

Tutto vostro 

C. DI PERSANO 
P. S. - Chi vi reca questa lettera è mio figlio. 



Questa lettera è in rapporto con quella diretta a Garibaldi dallo stesso 
Persane pochi giorni dopo, il 1 5 giugno, e che già trascrissi nel Capitolo IX. 
In essa si diceva : « Il Valentin! mandato per assassinarvi è ritornato ieri sera, 
a nuoto, a bordo della fregata napoletana " Partenope ,, , vestito a modo dei 
vostri. Egli rapportò, che venne da voi, che vi baciò la mano, che si disse 
disertore di altro corpo che non di marina, e che trovandosi che altri disertori 



GABINETTO PARTICOLARE 

DEL CONTR' AM)IIRA(;LI0 

COMAiNDANTL LA SQUADRA 



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^/^f-^l-c'fJ ^ ^^ À fKyy--<-*^ /' ^.'li.xy /'y^<^*<J ^7^ù()^<.<^-^ 
^^y<^ <^-^^ /-^/-'- 



Lettera dell'ammiraglio Persane a Garibaldi. Palermo, 9 giugno 1860. 
Lo avvisa essere sbarcata gente per assassinarlo. (Vedi pag. 208). 



LEGGENDA SULLA SUA MORTE 209 

del corpo che nominò, erano pronti a provare che vi apparteneva, temendo di 
essere conosciuto, si dette a gambe per salvarsi ». 

Questo episodio, che dalla lettera originale risulta essere accaduto il giorno 
1 4, nel Diario è inesattamente riportato come avvenuto il 1 9. 

Ma vari altri tentativi furono fatti dal Governo borbonico nel '60 per 
togliere la vita a Garibaldi. In alcune istruzioni segrete inviate da Napoli al 
Generale e che in fine a questo Capitolo ho trascritto, si dice : « Ella a quest' ora 
ha già ricevuto degli avvisi, che riguardano la sicurezza dei suoi preziosi giorni : 
ora debbo dirle, che due emigrati napoletani di pessima condotta : Luigi Roxas 
ed Antonio Roscitto saranno già arrivati in Sicilia con sinistre intenzioni. Essi 
probabilmente domanderanno di entrare nel suo esercito; li faccia strettamente 
sorvegliare ». 

Perfino dall' estero pervenivano lettere in questo senso, scritte da gente 
fanatica per il nome dell' eroe. Da Dover, un certo Stella scriveva a Garibaldi 
la seguente curiosa lettera : 

M. Stella a Garibaldi. 

Dover, 13 giugno 1860. 
Caro Generale, 

Io non so, se questa lettera arriva nelle vostre mani, ma vi scrivo, al rischio, due 
parole d* importanza. Vi aspetta un tradimento da parte di chi non ve 1' aspettate : 
state all'erta! 

Per salvare l' Italia e conservarvi la vostra vita, necessita una forza maggiore di 
uomini al vostro comando e al più presto possibile. Io potrei realizzare un' idea mia 
per contribuire ad una felice soluzione ; ma io non sono conosciuto da Voi per doman- 
darvi r autorizzazione di quello, che io vorrei fare, e che io non potrei senza il Vostro 
consentimento. Per cui vi prego, in nome dell' amore alla Patria, scrivete direttamente 
a me, o mandate persona di vostra fiducia, se ne avete una qui a Dover ; io credo 
che fareste meglio a dirigervi direttamente a me, perchè quello che io vi chieggo non 
vi può compromettere. Io dunque, vi chieggo, che mi autorizziate a procurarvi uomini, 
volontari, armi e qualunque altro necessario, per venirvi in soccorso, lo attenderò, 
e forse otterrete un Capo degno di Voi. 

Mi direte altresì, come io posso dirigere per la corrispondenza. 

Dirigete a 

M. M. Stella 
(Ship Hotel) Dover - Inghilterra. 

Tutto ai vostri ordini. STELLA 

CURÀTULO 14 



210 TENTATIVI PER ASSASSINARE GARIBALDI 

Il partito borbonico, non essendo riuscito ad uccidere Garibaldi durante 
la campagna di Sicilia e di Napoli, cercò dopo di spegnere l'entusiasmo che il 
di lui nome destava, facendo credere alle masse, che il vero Garibaldi era morto 
nel '60, e che quello che, dopo quell'anno, si diceva fosse Garibaldi era invece 
un altro individuo ! 

Sul proposito, documento veramente curioso e che trovo nella mia raccolta 
è un foglietto a stampa, mandato agli uomini del partito liberale accompagnato 
da una lettera anonima, scritta evidentemente da una spia. La lettera dice così : 

29 giugno 1865. 

Il partito borbonico immaginò una strana manovra. Fece stampare in Inghilterra 
ed impostare a Londra a destinazione dell' Italia uno scritto senza indicazione della 
stamperia, tendente a convincere il popolo italiano, che Garibaldi morì a Capua nel 
1860, in seguito a ferite ricevute nel combattimento. Questo scritto è destinato ad 
avere nel mezzodì dell' Italia una grande pubblicità. Ecco i nomi di alcune delle persone 
alle quali fu trasmesso. 

1. - Copolino, a Formio di Gaeta. 

2. - Giulio Bucci, a Mola di Gaeta. 

3. - Luigi Caccietta, a Piedimonte d'Alife. 

4. - Al Capitano della Guardia Nazionale a Caserta di S. Prisco. 

5. - Colini, avv., a Capriate. 

6. - Pasquale Montanari cap., a Traetto. 

7. - Luigi Sticco, a S. Maria di Capua. 

8. - Felice Stocchetti a Piedimonte d'Alife. 

9. - Luigi Crismo, medico a S. Maria di Capua. 

IO. - Al Capitano della Guardia Nazionale di Casa Tulla a Caserta. 

11.- Abate Giuseppe Falcone a Caserta. 

12. - Mons. Vincenzo Gola ad Aversa. 

13. - Luigi Forcina a Formio di Gaeta. 

14. - Pasquale Spina a Formio di Gaeta. 

E ad osservarsi, che tutti questi individui abitano all' antico Regno di Napoli. 
Un esemplare dello scritto a stampa è stato pure trasmesso al signor Vacca, senatore 
a Firenze. 

Il foglietto a stampa, mandato insieme alla lettera, è il seguente : 

MORTE DEL PRETESO EROE 

La setta, forza occulta, diabolica, che muove anche i Sovrani senza avvedersene 
contro i loro propri interessi, è giunta a far continuare e dar vita ad un uomo, 



LEGGENDA SULLA SUA MORTE 21 1 

Garibaldi, che col mettere in esecuzione le infami teorie del Mazzini ha messo a 
soqquadro il mondo tutto ! Ma egli non è più ! Ed a disingannare i gonzi e special- 
mente le artistiche associazioni, per opera dei settari quasi in tutti i paesi installate, 
le quali mensilmente pagano una tangente per venire a capo della utopica Unità Italiana, 
mi accingerò a mettere loro sott' occhio le seguenti prove per dimostrarne la sicura 
morte, sfidando chicchessia a volerle rintuzzare. Son certo però, che l'avvelenata penna 
del lurido rivoluzionario giornalismo non giungerà a smentirle e a ritenere nell' inganno 
tanta povera gente. 

Il corifeo, in abito rosso, morì dietro ferite ricevute in sulla strada nuova, tra il 
villaggio S. Angelo in Formis e S. Maria di Capua ; ed il suo freddo cadavere, chiuso 
in tre casse, delle quali una di zinco venne, circa la metà di ottobre del 1860, alle 
ore 4 e mezzo pomeridiane, disceso, alla presenza di pochi marinai tra i quali Domenico 
Forcina di Mola di Gaeta, nel bacino della Darsena di Napoli, accompagnato da un 
individuo del suo Stato Maggiore, in abito garibaldino, dell'età di anni 40, basso e 
pienotto, che dirottamente piangeva ; le lagrime asciugando con un fazzoletto bianco. 
Di là, messo su di una fregata a vapore, salpò per Genova, ove con la massima segre- 
tezza gli resero i funebri onori. Tutto ciò potrà essere constatato da un tal Maccariello 
di S. Prisco, presso S. Maria di Capua, celebre ladro e galeotto, il quale, al pari 
del moro del 1849, era il fido compagno e corriere del Dittatore, e che, confuso, 
povero, addolorato, ne piange tutt' ora la grave perdita : perdita grandemente sentita 
da tutti i repubblicani, che spesso fra di loro accennano, non volendo, alla morte di 
Garibaldi. Così di fatti, si è molto pianto, come ben so, dal sig. Luigi Sticco, Capitano 
della Guardia Nazionale di S. Maria di Capua e dal Delegato di Polizia di Pozzuoli 
e dal decotto padre Pantaleo, che per mantenere viva la memoria di Garibaldi finge di 
essere stato a Caprera e dispensa agli operai ed alle famiglie fanatiche, da cui potrà 
ritrarre qualche danaro per vivere, oggetti e trastulli, che egli battezza come una 
volta appartenuti a Peppariello ! 

Inoltre; perchè nel meglio, quando ferveva la guerra sotto Capua, anzi quando 
i garibaldini stavano per perdere, e necessaria era quindi la presenza ed il comando 
di Garibaldi, perchè costui tutto ad un tratto spariva? Mi si adduca, per ciò, una 
plausibile ragione e non quella frivolissima, che cioè a Garibaldi fu giocoforza partire, 
perchè così, venne imposto dal Piemonte, che mal ne soffriva la cattiva influenza ! 
Dappoiché, se fosse stato così avrebbero dovuto sciogliersi anche i corpi garibaldini, 
i quali, al certo, erano fedeli strumenti e membri di un tanto capo ! Mentre invece, 
costoro continuarono a combattere coi Piemontesi fino alla resa di Capua, in cui sotto 
lo più stretto divieto a nessun camiciotto rosso fu lecito entrare ; cosa che sommamente 
dispiacque a tutti i volontari garibaldini. 

Il preteso Eroe di Caprera, nel partire 1' ultima volta da Napoli, perchè partì solo 
con le patate, pochi maccheroni e castagne, giusta i giornali rivoluzionari ? e non invece 
menò seco la figlia ed i figli, che afflitti e mesti poco dopo partirono anch' essi, accom- 
pagnati dal Colonnello Deideri e la sua famiglia? Era morto e partì cadavere! 

Siccome quell'altro, che lo si dice piantare i porri, coltivar le piante del giardino, 
pescare a Caprera, sedere nel Parlamento etc. , non è d' esso ; perchè molti ve ne sono 



212 TENTATIVI PER ASSASSINARE GARIBALDI 

della sua fisionomia, ed io mi ricordo di un tale Alfonso de Sortis, garibaldino, che 
in tutto lo rassomigliava ; ed a battezzarlo per l' Eroe la rivoluzione è spinta per non 
far perdere il gran prestigio del nome, che nelle ardue imprese è la molla principale 
a muovere e tirarsi dietro la plebe ignorante. 

Ne alcuno del partito piemontese, in altri termini ministeriale, potrà dire che non 
sia desso, perchè non vi sarebbe più allora il tornaconto ; mentre ben si sa, che i due 
partiti, detti Italianissimi, vanno d' accordo negli infami segreti mezzi e quindi amici, 
finche in ultimo 1' uno non cacci l' altro, sebbene tendano a scopo differente : l' uno per 
l'unità repubblicana, l'altro per l'unità monarchica. Ed ecco, perchè nel Parlamento, 
niuno osò rivelare e discoprire il non vero Garibaldi, ad onta delle lizze nate con 
esso lui. E poi, quante volte sedette nel Parlamento? Una sola! e per il fatto fiasco 
a Torino, in sulle mura della Locanda, dove prese alloggio, si affìssero dei cartelli col 
motto: « Morie a Garibaldi », cioè si voleva dire: è morto il vero Garibaldi! 

E come simile ingiuria a chi pur donato aveva le provincie meridionali al Re 
Galantuomo ? Fa meraviglia ! E non fa meraviglia émcora come il Garibaldi, se vivente, 
non facesse rispettare, secondo l' adagio, il cane pel padrone, i garibaldini, che famelici, 
a torme, presentatisi il giovedì Santo sotto il Banco di S. Giacomo a Napoli per avere 
del danaro da far Pasqua, furono presi dai soldati piemontesi a calata baionetta, rima- 
nendone feriti anche alcuni? Perchè è morto e freddo cadavere! Altrimenti già da 
gran tempo sarebbe di nuovo corso nelle Provincie Meridionali ed avvalendosi della 
anarchia in cui giacciono, avrebbe costituito la repubblica, unico suo pensiero, la quale 
solo con l'anarchia puossi ottenere. E poi, chi ce ne assicura dell'esistenza? Non sono 
tutte persone mosse da spirito di parte? Ogni altro non è, se non colui che forse lo 
vedrà allora per la prima volta, e che ritiene per Garibaldi quello che tale sente accla- 
mare ! Il certo si è, che taluni marinari dell' Isola della Maddalena e Caprera affermano 
di non aver mai veduto, dopo la battaglia del Volturno, fra di loro il vero Garibaldi ! 

Dopo queste serie riflessioni nutro fiducia, che non più i poveri artisti e mercanti 
si faranno abbindolare dai birbi, che cercano di iscriverli nelle così dette Società 
Operaie ; e che quel quattrinello, che mensilmente pagano ad impinguare il patrimonio 
di iniqui settari, lo impiegassero, invece, per la loro civile e religiosa educazione e 
della loro famigliuola ; e loro siano di esempio gli artisti ed i negozianti delle provincie 
ironicamente redente, i quali colla rivoluzione credevano di acquistare mari e monti, 
ma vivono nella più squallida miseria col tardo pentimento in core ! ! ! 



* * 



11 mezzo al quale ricorreva il partito borbonico per spegnere nel popolo 
1 entusiasmo verso Garibaldi dopo il '60, se da un lato era degno dei morenti 
satelliti di Francesco II, (il documento di sopra trascritto ne è una prova), non 
poteva però non far breccia nella fantasia di un popolo superstizioso e credulo 
come il napoletano ; onde la leggenda, che il vero Garibaldi fosse già morto. 



LEGGENDA SULLA SUA MORTE 213 

suscitò nel popolino non poche ed animate discussioni. E mentre alcuni sostenevano, 
che r Eroe con la camicia rossa non poteva morire ; altri asserivano che non si trat- 
tava di un solo Garibaldi, ma di dodici fratelli, tutti biondi e valorosi, portanti tutti 
la camicia rossa ed una spada fatata con la quale uccidevano qualunque nemico. 

Del resto, già fin dal 1 849, dopo la battaglia di Palestrina, il nome di 
Garibaldi era divenuto, fra i soldati Borbonici, fonte di mille leggende ! Raccon- 
tavasi, ad esempio, che egli aveva venduto l'anima al diavolo per mettere sotto- 
sopra r Italia con l'aiuto di un' infinità di folletti, che erano i suoi legionari ; e 
se si volessero raccogliere tutte le leggende, che si formarono mtorno all' Eroe, 
ci sarebbe da scrivere un volume molto interessante. 

Il popolo di Palermo al quale Garibaldi per 1' aspetto, per la foggia 
di vestire e per le gesta compiute era apparso, più che altrove, 1' uomo dei 
miracoli, lo mise in rapporto con Santa Rosalia, protettrice di Palermo ; e poiché 
questa Santa apparteneva alla famiglia Sinibaldi, così per una certa analogia 
di nome, il popolo nella sua fantasia immaginosa pensò ad una discendenza 
dell' Eroe dalla Santa ; la quale lo proteggeva e lo rendeva invulnerabile. Si 
credeva, ad esempio, che Garibaldi aveva avuto in dono da Santa Rosalia, 
durante il tragitto da Quarto a Marsala, un cinturino di cuoio bianco, che egli 
portava sempre in mano e col quale scacciava le palle e le bombe nei giorni 
della battaglia. La leggenda inoltre, narrava che il Dittatore ogni sera, non visto, 
si ritraeva in luogo appartato e parlava con la Santa. Questa lo ammaestrava 
sulle mosse e le imprese da farsi e gli diceva le parole, che egli doveva pro- 
nunziare ai soldati, perchè combattessero da valorosi. La notte che precedette 
la battaglia del Volturno il popolo raccontava che Garibaldi venne, inosservato, 
a Palermo a supplicare la Santa, perchè l' indomani gli stesse sempre a fianco e 
lo facesse vincere. Santa Rosalia accondiscese, e la battaglia di Capua fu vinta ! 

Francesco Dall' Ongaro, in uno dei suoi celebri « Stornelli » canta con i 
seguenti versi un' altra leggenda su Garibaldi : 

E nato d' un demonio e d' una Santa 
In un momento, che han sentito amore ; 
Gli è tutto il padre, quando il ferro agguanta, 
Ma della madre ha la dolcezza in core. 
Quando combatte, il genitor gli manda 
La sua feroce ed invincibil banda ; 
Quando riposa, gli sorride in viso 
Un raggio che gli vien dal paradiso. 



CAPITOLO XI. 



LE LOTTE INTORNO A GARIBALDI A PALERMO. 
ISTRUZIONI SEGRETE E PIANO DEL BORBONE. 



Le lotte che si agitavano a Palermo intorno al Dittatore , nei mesi di 
giugno e di luglio, per la pronta annessione della Sicilia, erano state accresciute 
da un dissidio fra i componenti il primo Ministero sotto la dittatura e Gari- 
baldi, in seguito agli ordini da questi emessi, che i ministri dovevano dipendere 
dal Sirtori, capo dello Stato Maggiore. 11 conflitto, rimasto sconosciuto, si rileva 
da un documento inedito della mia raccolta, che trascrivo dall' originale. Lo 
scritto colle firme autografe fu certamente ispirato e redatto da Francesco Crispi, 
sebbene vergato da diversa mano ; ad esso fa seguito la copia del decreto ditta- 
toriale, emanato il giorno dopo, redatto di pugno del Sirtori ; da quest' ultimo 
documento si apprende come le ragioni addotte dai Ministri nella loro protesta 
non fossero accolte, e mantenute invece le precedenti disposizioni. La qual cosa 
dimostra, come Garibaldi seguisse sempre negli atti del suo governo la sua 
volontà, conservando quella libertà di azione, che qualcuno avrebbe voluto 
mettere in dubbio. 

Il primo Ministero della Dittatura a Garibaldi. 

SEGRETERIA DI STATO 

Palermo, 6 giugno 1860. 

Signore, 

I Segretari di Stalo hanno ricevuto comunicazione dei di Lei ordini, con cui 
dispone, che i medesimi dipendono dal capo dello Stato Maggiore Generale come 
emanazione dei Dittatore. 

I Segretari di Stato, i quali accettano con gratitudine la di Lei persona come 
Capo Civile e Militare della Sicilia, trovano una incompatibilità nella loro esistenza, 



216 LE LOTTE INTORNO A GARIBALDI A PALERMO 

qualora il servizio da loro diretto debba dipendere da tutt' altra autorità o persona, 
che non sia quella del Dittatore. 

La Dittatura, tre volte conferita nel Piemonte al Re, ci ha dato 1' esempio del 
modo come è stata esercitata. Il Re ebbe sempre presso di se un Ministro Segretario 
di Stato per gli affari civili e politici. Ed il suo Capo dello Stato Maggiore Gene- 
rale limitavasi alle operazioni strategiche della campagna. 

Ella può, signor Generale, dare all' attuale Capo dello Stato Maggiore altro titolo, 
altre funzioni ; ma in questo caso egli assume un nuovo carattere, e lascia per 1' eser- 
cizio delle nuove funzioni la sua qualità di Capo dello Stato Maggiore. E finche ciò 
non venga ordinato, ogni potere che gli si dia muta 1' andamento dell' amministrazione 
e mette la confusione nell' esercizio dei vari poteri. 

I Segretari di Stato sono pronti all' esecuzione di qualunque ordine, che venga 
da Lei. Ma, responsabili innanzi a Lei dello incarico assunto, non possono sobbcU'carsi 
allo stesso, senza accennare i mezzi che ne rendono possibile 1' attuazione. 

In conseguenza, i sottoscritti la pregano a volere prendere in seria considerazione 
le osservazioni, le quali non hanno altro scopo, se non quello di potere corrispondere 
alla fiducia, che si è degnata riporre su loro. 

I Segretari di Stato 

BARONE PISANI 
GIOVANNI RAFF.AELE 
DOMENICO PERANNl 
GREGORIO UGDULEN.A 
VINCENZO ORSINI 
FRANCESCO CRISPI 
ANDREA GUARNERI 

Decreto Dittatoriale scritto di mano del Sirtori. 

Palermo, 10 giugno 1860. 

II Generale Dittatore, convinto della necessità di un Governo Militare e di un 
forte concentramento di poteri, finche tutta 1' Isola non sia Ubera dalle forze nemiche, 
decreta : 

Art. r — 1 Segretari di Stato di qualsiasi dipartimento ed ogni altra autorità 
civile e militare, dipenderanno dal capo dello Stato Maggiore Generale, siccome 
rappresentante immediato del Generale Dittatore. 

Art. 2" — Ogni volta che il Generale impartisce ordini diretti ai Segretari 
di Stato e alle altre Autorità civili e militari, il capo dello Stato Maggiore Gene- 
rale ne sarà tosto avvertito per cura di coloro medesimi, che ricevessero detti ordini ; 
ciò a fine di mantenere assoluta unità nel Comando e la piena armonia nell' esecuzione. 

Art. 3 — Il Capo dello Stato Maggiore Generale è incaricato del presente 

decreto. 

IL DITTATORE 



ISTRUZIONI SEGRETE E PIANO DEL BORBONE 217 

Si era appunto in quei giorni, nei quali gì' intrighi lafariniani avevano 
raggiunto il diapason più elevato, creando intorno a Garibaldi una situazione 
difficilissima, e bisognava essere eroe per dominare sì grande tempesta e conservare 
quella serenità, senza la quale non si sarebbe raggiunta la nobile meta. 

Dopo la formazione del terzo Ministero sotto la dittatura, che manteneva 
Orsini alla Guerra, portava La Loggia agli Esteri, Amari all' Istruzione, Errante 
alla Giustizia ed Interdonato all' Interno, il Senato di Palermo aveva presentato 
a Garibaldi, il I 5 giugno, un nobile indirizzo, che sebbene noto, trascrivo qui 
integralmente dall' originale colle firme autografe dei Senatori e nel quale nessun 
accenno si faceva sull' annessione. 

Il Senato di Palermo al Generale Garibaldi. 

A GIUSEPPE GARIBALDI 

DITTATORE IN SICILIA 
IN NOME DEL RE VITTORIO EMANUELE 

A voi, terrore dei nemici d' Italia, a voi, vindice invitto delle sciagure della Patria 
comune, il Senato di questa città, interprete dei voti del popolo, offre il tributo della 
più viva gratitudine. 

Noi duravamo, fin dal 4 aprile, la lotta aspra e mortale, per frangere il ferreo 
giogo borbonico e redimerci da un principe a nostra maggior vergogna nato in Italia, 
ma turpe vassallo dello straniero. 

Questo nemico nostro e d' Italia tutta erasi molto innanzi preparato al minacciato 
cimento ; ma questo popolo, tutto spregiando, insorse quasi inerme al solo grido d' Italia 
e del magnanimo RE VITTORIO EMANUELE. Sopraffatto in città, pugnò sui monti, e 
vi sostenne il benedetto vessillo dell' italiano riscatto. Pendeva la lotta terribile, ma 
incerta. Dubbie erano le nostre sorli e grave il pericolo, quando voi, compresa l' impor- 
tanza del nostro riscatto, qui correste a pugnare fra noi, circondato dai più bravi e 
generosi campioni dell' italiana libertà. 

Dal giorno in cui voi ed i vostri prodi metteste il piede su questa terra, la vittoria 
doveva esser nostra. 

E Io fu. 

Il vostro nome atterrò i nemici comuni. Intorno a voi accorsero le popolazioni tutte 
dell' isola ; voi le infondeste la fede del vincere, voi le guidaste vittoriose in seno alla 
nostra città a scacciare gli strumenti del dispotismo. 

La città intera insorse a coadiuvare la grande opera vostra, ma Palermo procla- 
mava voi il liberatore della Sicilia ; Palermo, ove voi avete colto la più bella palma 
tra tutte quelle, che onorano la vostra vita. 



218 LE LOTTE INTORNO A GARIBALDI A PALERMO 

Grazie, o prode ! Guidateci ora a novelli cimenti. Il Dio della vittoria e della 

giustizia sarà sempre con voi ; che l' odialo nemico d' Italia sparisca da questo suolo, 

onde stringerci lutti liberi, concordi e forti, intorno alla gloriosa Croce di Savoia, 

simbolo della redenzione d' Italia. 

GIULIO BENSO, DUCA DI VERDURA - Pretore 
PRINCIPE DI S.AN CATALDO - Sena/ore 

ANTONINO FEDERICO 
SALV.ATORE DE CARCAMO » 

Al generale G. Garibaldi p^^^O AMARI 

Ditlalore ìtì SALVATORE CUSA » 

Sicilia VINCENZO FA VARA » 

Dopo alcuni giorni, per le mene incessanti di La Farina, una deputazione 
del Consiglio civico si presentava a Garibaldi per manifestargli il desiderio del 
popolo di volere 1' annessione immediata della Sicilia. Ed il Generale rispose : 
« essere venuto a combattere per 1' Italia e non per la Sicilia sola » ; che 
egli « non poteva aderire a quel desiderio, senza precludere da se stesso la via 
della sua impresa. Perchè, fatta l'annessione, il Governo sardo non avrebbe potuto 
tenere in Sicilia Garibaldi e il suo esercito, il quale già cominciava a minac- 
ciare il Regno di Napoli, senza mettersi in gravissime complicazioni. Una volta 
annessa la Sicilia al Regno sardo, o il Governo doveva licenziare e sciogliere 
i volontari di Garibaldi, ciò che non era facile e poteva iniziare una guerra 
civile, o permettere che quest' esercito ed il suo popolo passasse dall' isola nelle 
Calabrie ; ciò che sarebbe stata una grave offesa ai diritti internazionali e un 
potente motivo cJle suscettibilità della diplomazia europea ». 

Il rifiuto di Garibaldi venne approvato dall'opinione pubblica, non senza però 
le proteste dei sobillati dal La Farina. Qualcuna di queste proteste fu dignitosa, 
come quella del barone Casimiro Pisani, che si dimise dal Ministero insieme al 
marchese di Torrearsa. Il Pisani mandò a Garibaldi la seguente lettera inedita. 

Casimiro Pisani, Ministro della Dittatura, a Garibaldi. 

Palermo, 24 giugno 1860. 
SigTìore, 

Ducimi profondamente che, in giorni così importanti per la Sicilia, io abbia dovuto 
abbandonarmi da Voi ; dall' uomo nella cui virtù ciascuno di noi confida e pone oggi 
ogni speranza di salvezza. Ma la risposta da Voi data al Consiglio civico di Palermo, 
che credendo di andare a seconda delle vostre intenzioni, vi porgeva forse inoppor- 



' La Cecilia - Storia degli ultimi rivolgimenti siciliani. Voi. I, pag. 171. 



ISTRUZIONI SEGRETE E PIANO DEL BORBONE 219 

tunamente un indirizzo che Voi rigettaste, m' impose 1' obbligo di rinunziare ad un 
ufficio, il quale io d' altronde sentiva essere troppo grave soma per le mie spalle. 

Io ebbi r onore di dirvi, a voce, tutte le ragioni, che mi spingevano a fare quella 
rinunzia ; e Voi degnaste cortesemente ascoltarle, benché venissero alquanto in oppo- 
sizione alla volontà da Voi con militare franchezza espressa e promulgata ; onde non 
è d' uopo, che io qui le ripeta. Solamente vorrei far noto a tutti, e persuadere ciascuno 
dei miei concittadini, che la discrepanza di opinioni non mi ha separato da Voi ; che 
entrambi miriamo allo stesso scopo, tendiamo allo stesso fine : la liberazione dell' intera 
Italia, e che in altro non differiamo se non nella scelta della via da tenere; differenza 
che anche potrebbe trovare facile spiegazione nel divario, che passa tra Voi e me. 
Voi uomo di alta mente e di gran cuore, sprezzando le scabrosità del cammino, vi 
levate a volo e volete correre dirittamente alla sublime meta ; io, nella mia picciolezza, 
messo in apprensione alla vista difficoltà, penso che si debba andare di passo, compiere 
ciò che si è bene incominciato, e poi passare a nuove imprese; aggrandire, insomma, 
a pezzo a pezzo il regno d' Italia, annettendovi le provincie, che riescono a frangere 
il giogo ed a ripigliare la loro indipendenza e con le forze, in questo modo accresciute, 
aspettare 1' occasione di portare efficace aiuto alle provincie, che rimangono tuttavia 
oppresse dal duro servaggio. 

Fatta questa dichiarazione, non mi resta che caldamente raccomandarvi questa cara 
e travagliata Sicilia : rassodate la sua sorte, ve ne scongiuro ; non la lasciate in preda 
alle fazioni, che potrebbero insorgere alle occulte insidie od all' aperta violenza degli 
aborriti borbonici. Pensate, che portando intempestivamente nel regno di Napoli il 
terrore del vostro nome e delle vostre valorose armi. Voi potreste forse giovare a chi 
meno apprezzate, a chi potrebbe destramente valersi dell' opera vostra, senza neppure 
sapervene grato. Sia la Sicilia la vostra patria ; amate, come Voi sapete amare, questa 
vostra madre di adozione, la quale non è indegna di si illustre figlio. 

Gradite, signor Generale, i sensi di profonda stima, coi quali ho il bene di 
soscrivermi 

Vostro gratissimo amico e sincero amiratore 
BARONE PISANI 



Ma per avere un' idea più esatta dell' ambiente di quei giorni, è bene 
conoscere anche quello, che si pensava a Torino. Sul proposito sono importanti 
le seguenti lettere inedite, che di là Bargoni scriveva al Calvino in Palermo. 

Angelo Bargoni a Salvatore Calvino. 

Torino, 21 giugno 1860. 
Mio carissimo amico, 

1 vostri prodigi trovarono un' eco di plauso e di commozione dapertutto, anche 



m 



questa fredda città. Io, tradito da voci che correvano a Genova, sperava proprio 



220 LE LOTTE INTORNO A GARIBALDI A PALERMO 

nella guarigione di Rosalino, che meritava davvero, come tu dici, di rivedere libera 
la sua Palermo. Non v' è, che un coro di lodi e di compianto sulla sua tomba : ma 
pur troppo è tomba ; e quel suo cuore onesto, leale, e generosissimo ha finito di battere ! 
Immaginati, se ne fui dolente, per lui e per te; che avesti il dolore di perderlo così 
repentinamente. 

Tu intanto, di pericolo in pericolo, te la cavasti egregiamente colla soddisfazione 
di avere finalmente menato le mani. Meno male una ferita, se fu tanto leggiera da 
permettere alla tua fermezza di non badarvi durante il combattimento e da poter essere 
curata senza aiuto degli scortichini. 

Alla tua carissima da Talamone già risposi. Faccio propaganda delle tue notizie. 
A tutti fece piacere il sentirti Direttore del Ministero della Guerra. 

Ora, ti obbligo a perdere dieci minuti del tuo tempo prezioso e ad ascoltarmi. 
Si tratta di Sicilia e d' Italia. 

Noi abbiamo sul conto vostro notizie contradittorie. Ti accludo due corrispondenze 
dell' Opinione : se ne fosse vero il contenuto, sarebbe stata carità di patria il non 
pubblicarle. Se il contenuto è esagerato, e lo deve essere, è bene scoprirne 1' autore 
e combattere il giornale, che pubblicò. Ma occorre una relazione, calma, fredda, impar- 
ziale e sopratutto onesta, cioè tua. 

L' Espero annunziò lo sbarco di La Farina a Palermo fra un clamoroso entusiasmo. 
La Gazzetta di Torino parlò di simpatie e vive dimostrazioni, che gli furono fatte. 
L' Opinione tacque. Il Diritto ed altri giornali la smentirono. L' ammiraglio Persane 
parve confermarle; ma altre fonti pervenute al Governo le negarono. A chi credere ? 
Manca assolutamente sulle vostre condizioni civili una voce imparziale ed onesta, 
che esponga le cose con esattezza. Ed è gran danno ! Non puoi credere il bene, che 
si sarebbe fatto, se essa fosse venuta. Il generale Ribotti è richiesto ad ogni momento 

o da Cavour o da Farini per informazioni, consigli etc Ma come fa a giovarvi 

efficacemente, se ci lasci così all' oscuro e fra tante incertezze e contraddizioni ? 

Dalle interpellanze passo alle confidenze. Anche qui ho bisogno della tua atten- 
zione e di conoscere le tue intenzioni su ciò che sono per dirti, anche allo scopo di 
sapermi regolare in avvenire ; se pure il telegrafo non cangerà da un momento all' altro 
lo stato delle cose. 

Arde la guerra tra i La Fariniani e i Bertaniani. I primi sono a gruppi ed oggimai 
mancano di direzione : vi fu perfino qualche tentativo di ricostituzione della Società 
Nazionale con altri auspici, ma fu un fiasco ; ad ogni modo la Società Nazionale diede 
danari ed anche in misura discreta. Il Governo si è servito di essa ; ma ora non può 
più farlo, perchè è rimasta acefala, tanto più essendosi dimessi alcuni Vicepresidenti. 
D' altra parte, il Governo, finche non vi sia dichiarazione di guerra, non può far molto 
scopertamente ; donde la necessità d' intendersi con Bertani. Convinti di questa neces- 
sità e sopratutto dei vantaggi di un ravvicinamento in cosa tanto importante, io e Regnoli 
accettammo di tentarlo. Trovammo Bertani assai dominalo dall'idea, forse esagerata, 
della potenza sua e dei suoi, e ad un tempo dalla diffidenza verso il Governo ed alcuni 
Ministri in particolare. Si venne alle condizioni : (ricordati, che queste cose sono per 
te solo). // Governo si dichiarava pronto a fornire a Garibaldi i mezzi di ferire i Borboni 



ISTRUZIONI SEGRETE E PIANO DEL BORBONE 221 

al cuore, andando a Napoli. Ma siccome è Pippo (Mazzini) nell'isola, e gli uomini che 
sono intorno a Garibaldi gli sono amici, cos) teme o dice di temere, che si voglia o si 
desideri, un d] o l' altro di fare un colpo e cambiar la bandiera : domanda perciò, una 
garanzia. E per tutta garanzia vuol mandare una persona, che abbia all' uopo dei poteri 
in tasca : persona che Garibaldi sceglierebbe fra una nota presentata dal Governo. 
Credo infondato il timore, ma non sconveniente la dimanda. Il Dottore volle alla sua 
volta, che non si parlasse di altra persona, fuorché di Depretis e che invece di pro- 
messe vi fossero fatti. Si aiutasse cioè, la spedizione di Cosenz e si fornissero i mezzi 
per avere un legno da guerra. Il Governo accettò subito il nome di Depretis, che 
interpellato da noi si disse pronto. Ma siccome, contemporaneamente, arrivò Amari 
coir incarico ufficiale di rappresentare la Sicilia presso il nostro Governo, così Cavour 
domandò, se doveva trattare con Amari o con Bertani ed esternò il desiderio d' intendersi 
verbalmente e senza intermediari. Siccome e' era ordine, che per farlo venire a Torino 
si dovesse ricorrere a Mauro Macchi si parlò a quest' ultimo, che deve aver guastato 
tutto ! Invece del Dottore arrivò una sua lettera a me, la più strana, la più inconce- 
pibile ! 

11 Generale, io, Regnoli ce ne siamo lavati le mani; ed oggi o domani incomin- 
ceranno i soliti scandali, che noi italiani siamo costretti a vedere ripetersi tutti i momenti, 
per quistioni di persone, anche nelle cose più gravi. Tutto cesserebbe, se il rappre- 
sentante ufficiale di Garibaldi fosse un uomo della portata necessaria in queste contin- 
genze. Ma tu conosci il conte Amari, mettilo fra Bertani e Cavour, e di' se è capace 
di uscirne ! Cosenz ha una lettera di Garibaldi che lo chiama, non più in Calabria ma 
in Sicilia. Il Dottore dice che Cosenz vuol partire e che per riuscire si darebbe anche 
al diavolo ; ma che esso non conosce ne i progetti, ne i mezzi del Dottore medesimo. 
E perchè glieli ha taciuti ? Del resto, il Dottore crede di poter fare la nuova spedizione 
anche senza il Governo, esservi in ciò solo quistione di giorni. Ma anche la quistione 
di giorni è suprema ! 

Quel che tu chiami Gianduia, benché sia Meneghino, soffia ad alimentare la irre- 
conciliabilità del Dottore col gridare, che il Governo non è di buona fede. Io salto 
questa quistione e guardo ai fatti. I fatti sono, che la spedizione Medici costa al Governo 
quasi due milioni e che fu portata da una nostra nave da guerra. 

Garibaldi avrebbe fatto una santa cosa nominando tutl' altri che il conte Amari. 
Per esempio, il tuo generale Ribotti era persona adatta, perchè uomo d' azione, che 
conosce cotesto paese, che ha relazioni amichevoli col Governo e con Ministri esteri 
e che può intendersi col Dottore. Il fatto è irreparabile? Lo temo. Rimane una via 
per accomodare tutto, mi pare. Nel momento più o meno vicino che Garibaldi lascerà 
r isola, dovrebbe lasciare i suoi poteri civili a Depretis. Egli riaccomoderà tutto ed 
anche così s'imporrà agli intriganti e sventerà le mene separatiste, che si attribuiscono 
al vostro patriziato. E ciò possibile ? 

L' Opinione, in un articolo di fondo, mantiene la veridicità delle sue corrispon- 
dente contro le smentite del Diritto; ma conchiude che La Farina non può, né deve 
essere fatto Ministro in Sicilia, perchè lo fu quando rientrarono i Borboni e perciò 
divenne e rimase impopolare. Credo inutile mandarti 1' articolo. 



222 LE LOTTE INTORNO A GARIBALDI A PALERMO 

Tra i 900 catturati del Clipper americano sono : Titta Fardella, Natoli, Campo, 
non Cianciolo, che saprai altrove. In un diverso altrove e il nostro amico, che chiama- 
vamo il Ministro. Si crede nella prossimità di un tentativo rivoluzionario a Napoli, ove 
certo la polizia è diventata cieca, perchè non vede gli uomini, le armi e le munizioni, 
che vi entrano tutti i giorni. Ma sembra vero, che Garibaldi non possa muoversi 
dall' isola, finche non abbia maggiori forze, perchè i siciliani non si prestano alla leva. 

Vivi sano e felice nella felicità del nostro comune paese, che sta per essere assi- 
curata interamente. Mandami o trova alcuno, che mi mandi ragguagH biografici minu- 
tissimi del nostro povero Rosalino. Mio caro, ricevi un abbraccio dal 

Tuo aff.mo 
ANGELO BARCONI 



Torino, 29 giugno 1860. 
Mio carissimo. 

Le cose sono cangiale di assai dopo quella mia lettera, perciò occorrono nuove 
spiegazioni. Tu dovresti mandarmi proprio il diario della cita inlima di Garibaldi. 
Ha nominato un vice-dittatore. Poi ha dichiarato di volere ritardare l' annessione. Poi 
il vice-dittatore si è dimesso. Poi fu promulgata la legge elettorale. Poi si riparla, che 
il vice-dittatore rientri al potere. Sono le solite notizie di Napoli, che hanno provocato 
tutte queste vicende, in parte contradittorie. 

Quale parte giuoca La Farina, che il « Piccolo Corriere » dice non potere uscir 
di casa, senza che la popolazione gli corra incontro, e lo saluti e gli baci le mani? 
Avete, o fortunatamente non avete pericoli di dissidenze civili? La costituzione separata 
con un vice-re potrà tentare alcuno, sopratutto nei paesi ancora occupati ? La peste 
del separatismo è veramente distrutta ? E intorno alle disposizioni popolari dobbiamo 
credere a chi ci dice i siciliani recalcitranti alla leva, o a chi asserisce il contrario ? 
Sono vere le innumerevoli diserzioni di Napolitani da Messina e altrove ? Ecco alcune 
delle domande, a cui si desidera una risposta precisa, veritiera ed imparziale. 

Di qui poco posso dirti. Cosenz si affretta a venire, e il Governo gli dà tutto. 
11 dottore {Bertani) mi scrisse, che se avesse aspettato alcuni giorni gli avrebbe dato 
tutto egli stesso. Ma da quell* epoca è già scorsa una settimana ed il dottore lamenta 
ancora la mancanza di denaro. Ieri faceva appello colle stampe anche ad un prestito, 
cui fu autorizzato da Garibaldi. Ma non si fanno prestiti in aria ; bisogna eleggere una 
commissione ed esporre dei patti etc Ma col dottore le commissioni diventano impos- 
sibili, perchè egli pone, per prima condizione, l'assoluta dipendenza da lui. Va bene 
che è l'alter ego; ma il mondo distingue! D'altronde, perchè un prestito si faccia è 
necessario un decreto di cotesto Ministero delle Finanze colla firma del Dittatore. 
Credo, che la dittatura non escluda la regolarità. Con un abbraccio, mi confermo 

Tuo aff.mo 
ANGELO BARCONI 



ISTRUZIONI SEGRETE E PIANO DEL BORBONE 223 



Torino, r luglio 1860. 
Carissimo amico. 

Ti ringrazio dei dolorosi e più minuti ragguagli, che mi dai sulla morte del nostro 
eroico amico Rosalino e attendo il resto. Nomini S. Domenico : è forse il luogo dove 
si tengono i cadaveri mummificati? Se trasportate quelle illustri ceneri in Palermo, 
(atelo in momento, in cui ciò possa aver luogo con ogni pompa militare e civile ! 

/ parliti sono sempre ingiusti. Da quanto mi dici, veggo che i timori di questo 
Governo erano ispirali da cosi), e pub immaginarsi da chi. D'altra parte lessi, che si 
accusa il nostro Governo di aver dato ordini a Medici di fare imprigionare a Cagliari 
Mario e la moglie, e di avere invitato Garibaldi a fare altrettanto. Mi pare assurda 
r accusa, perchè a Cagliari l' ordine sarebbe stato dato ad altri che a Medici, se lo 
si fosse voluto dare ; e con Garibaldi, che io sappia, il Governo non ha rapporti diretti 
e non li avrebbe voluti cominciare con la certezza di un fiasco! Pure le son cose, 
che si scrivono da costì e si aggiunge pure, come fai tu, il nome di Mordini fra i 
repubblicani, cosa che il Governo stesso non può più ammettere, perchè questi è 
deputato. 

Le notizie da Napoli sono eccellenti ; e la costituzione inaugurata con lo stato 
di assedio è proprio un frutto degno di quella Reggia. Le parole dette in Parlamento 
da Mancini e sopratutto da Poerio avranno un' eco, sperasi, eccellente ! 

Ricevi un affettuosissimo abbraccio dal 

Tuo amicissimo 
ANGELO BARGONI 



Torino, 15 luglio 1860. 
Mio caro amico, 

Ho ricevuto la carissima tua del 9 andante. Quanto te ne ringrazio! La tua 
lettera l'ho letta per intero al solo Generale {Ribolli), lì suo tenore voleva comuni- 
carlo al « Diritto ». Ma quel direttore, senza prima sentirne la lettura, mi ha mostrato 
il desiderio, che ne facessi un articolo. L'ho fatto, e te lo comunico. Ti piacerà? Lo 
spero. Mordini aveva scritto a Marazio, che tu mi autorizzavi a fargli stampare la tua 
lettera. Invece, tu mi dicevi il contrario. Ma ora, quel che è fatto è fatto ! Ho lasciata 
la sola parte, che riguarda /' opposizione di Pippo {Mazzini), perchè gli fa torlo. 

Che cosa dica e faccia La Farina, qui tornato, te lo spiega V « Espero » , suo 
organo. L'articolo, che lo riguarda può credersi scritto da La Farina stesso. Come 
insozzarsi a confutarlo? Bisogna rompere la faccia al caperai Fabiola, e per verità 
oi sono offese sanguinose contro voialtri ! A me darai mezzo di spiegare le stragi ivi 
accennate. Ti comunico anche ciò, che dice 1' « Opinione ». Forse riceverete tutto 
costì ; ma ti sarebbe meno facile vederli. Ciò che non ho visto io, è il « Piccolo 
Corriere » d'oggi, che pure amerei tanto avere sott' occhio. 



224 LE LOTTE INTORNO A GARIBALDI A PALERMO 

Non so, se il racconto dello stato d' anarchia, che La Farina dipinge a tutti coi 
più foschi colori, riguardo alla vostra Isola, o se la notizia delle due altre fregate a 
voi disertate, o se un altro movente qualunque sia quello, che ha determinato il Governo 
a chiamare per telegrafo Depretis da Stradella e a pregarlo di partire per costì, nel 
punto stesso che Minoli gli faceva eguale preghiera a nome di Garibaldi. Depretis 
non attendeva che un cenno o dal Governo o da Garibaldi, ed ora perciò parte. 
Garibaldi aveva dato incarico di chiamarlo al marchese Trecchi, celebre donnaiuolo ; 
ma Trecchi se ne dimenticò o trovò chi volle farglielo dimenticare. D' altra parte, 
Cavour disse ripetutamente a Ribotti, che il Governo voleva far partire Depretis ; ma 
che Depretis non voleva andare per stare sotto gli ordini di Garibaldi, volendo partire 
solo come commissario straordinario. Ribotti non è ancora persuaso, che ciò è comple- 
tamente falso. Comunque sia, il fatto è favorevole e basta. Depretis farà di tutto per 
partire domani sera. Non so come trovasti così certo, eh' io venissi con lui. Sarei venuto 
certissimamente, se fossi stato deputato. Invece, anche stavolta feci fiasco ! Come depu- 
tato mi sarei potuto offrire. Qual sono, no ; sembrerei un sollecitatore d' impieghi e 
nulla pili. D* altronde, Depretis mi conosce da poco tempo, e per relazioni altrui, più 
che per conoscenza diretta. Quando sarà costì e gli mancasse, cosa impossibile, il 
personale per formarsi il Gabinetto privato e qualcuno gli ricordasse, che io sarei pronto 
a venire, verrei subito, e verrei con trasporto, sia per la soddisfazione d'amicizia di 
lavorare, ne sopra ne sotto, ma teco, sia per la soddisfazione patriottica di contribuire, 
in qualche modo, all' opera della definitiva costituzione dell* unità italiana, perchè ormai 
vi giungiamo, vo' credere, di sicuro. 

Qui l'opinione pubblica e commossa e in parte fuorviata; una numerora classe 
di persone da diversi anni non prende le sue ispirazioni, che da questo o quel giornale. 
Inoltre, oi sono i portavoce della vostra vittima (La Farina), che pei caffè e nei clubs 
spargono notizie orrende! Ma i nomi dei nuovi ministri: Amari lo storico. Errante e 
Interdonato, faranno del bene ; e più ne farà la notizia, che Depretis parte per cast). 

Quando il generale (Ribalti) doveva partire per Napoli, Amos (Ronchei, aiutante 
di Ribotti) fece una gita a casa sua e poi andò ad aspettarlo a Genova. Il Generale 
sai, che non scrive; ed Amos è ancora là. Ora il Ministero ha deciso che Ri'ootti 
vada anche senza passaporto regolare, purché vada. Ed egli va. Credo, che parta 
domani o per Genova, o per Livorno. C'è la convinzione, che la faccenda caschi 
entro il mese ! * 

Qui si aspettano gli ambasciatori che manda Napoli, già sbarcati a Livorno, 
trattivi del cattivo tempo, mentre facevano rotta per Nizza, onde sbarcarvi la Greca, 
che va a Parigi e Londra. Non combineranno nulla, perchè le domande del nostro 
Governo sono inaccettabilissime. 

Amari è tornato costì. Bisogna svestirlo. Nessun uomo serio vorrà fare il rappre- 
sentante del Dittatore, finche Bertani ne è Valter ego. Dunque bisogna, non c'è via 



' Si allude alla caduta di Napoli per opera degli emissari del Cavour. 



ISTRUZIONI SEGRETE E PIANO DEL BORBONE 225 



di mezzo, fare rappresentante Bertani stesso ; ne il Governo nostro può rifiutarlo, perchè 

deputato al Parlamento ed amico di Depretis. Macchi, d'altronde, mi dice che ora 

Bertani è in relazione anche col Re, all' infuori del Ministero. L' •< Unità Italiana » 

di Genova lavora al solito, male! Ha una corrispondenza da Palermo, che giudica i 

nuovi Ministri in modo stolido e poco favorevole ad un tempo. Fa giungere i miei 

saluti al maggiore Cadolini ed al capitano Cianciolo, e salutami Pisani e gli altri amici. 

Amami e credimi sempre 

Tutto tuo 

ANGELO BARCONI 

P. 5. - Il *< Piccolo Corriere ^> fa le difese di La Farina, ma fu impossibile 
trovarlo. L' « Espero > solo ne parlò, e te lo mando. 



Torino, 20 luglio 1860. 
Mio carissimo, 

11 nuovo Ministero ha nomi eccellenti. Ma Amari, uomo europeo, doveva essere 
agli Esteri, almeno pro-forma. Sta bene agli Interni la capacità di Interdonato. Ed ottimo 
effetto fa la presenza di Errante, che personifica il purismo dell' onestà. La venuta di 
Depretis completa il quadro. E i buoni effetti già si vedono nell' essersi Garibaldi 
mosso da Palermo per andare al campo di Medici, a mascherare forse la prossima 
discesa sul continente. Non ho bisogno di dirti quanto piacere mi faccia il sentirti 
accanto al Dittatore. Il generale {Ribotti) mi disse domenica, che sebbene si sia persi- 
stito a rifiutargli il visto, voleva partire con qualunque altro passaporto, che si trovasse 
e gli promisi di trovarglielo ; col mezzo di Minoli glielo avrei trovato. Ma mi levò la 
commissione, dicendosi certo di trovarlo a Genova per se e per Amos {Ronchei). 
Invece, sino a ieri 1' altro, non avevano nulla. E sì che per fare qualche cosa davvero, 
non e' è tempo da perdere. A dirtela poi schietta io preferisco, che sia cos). Se un 
altro prende la direzione di un moto a Napoli, questo assume un carattere, passi ancora 
la parola, piemontese, e può trovarsi sopra una linea diversa di quella su cui Gari- 
baldi porterebbe il moto nelle Provincie, che venisse occupando. Di qui una serie di guai, 
tra cui non ultimo quello di trovarsi paralizzati ad estendere il moto nello Slato Ponti- 
fìcio, cosa tanto temuta da questi Signori Ministri. Nondimeno, nelle Marche ed Umbria 
si lavora sempre. Pichi, Zambeccari ed Annoni volevano tentarvi qualche cosa ; ma 
non possono essere seguiti. Ora si vocifera, che si tenga pronto Pianciani e, per Dio, 
è tempo che cessi di scrivere per operare con la spada ! Le notizie dell' esercito di 
Lamoricière sono sempre eccellenti : diserzioni, anunutinamenti, etc... E quando Gari- 
baldi compaia sul confine par certo, che gli indigeni diserteranno in massa ! 

Non mi hai risposto niente sulle informazioni biografiche, che ti chiesi per Rosa- 
lino {Pilo), lo vorrei fare una cosa esatta; per ciò bisogna avere i particolari dalle 
persone, che lo avvicinarono nelle diverse epoche della sua vita. E a dirti intiero il 
mio pensiero, vorrei profittare di questa sua vita per parlare con moderazione di forma, 

CURÀTULO 15 



226 LE LOTTE INTORNO A GARIBALDI A PALERMO 

ma con franchezza e senza mezzi termini, dei servizi resi dal partilo repubblicano 
all' Italia in questi ultimi anni. Anche ciò è rendere omaggio alla sua memoria ; e poi, 
è tempo che si osi dire la verità. E vero, che le Cassandre 1' hanno detta ; ma 1' hanno 
detta con Hnguaggio che non poteva essere creduto, perchè alla loro volta non avevano 
giustìzia per gli altri partiti. Io ho cercato e fatto cercare un ritratto del nostro povero 
amico ; ma fino ad ora invano. Quello che teneva a Genova, egli stesso, sopra il tavolo, 
dove si trova ? Non si può riprodurlo ? 

Avrei curiosità di sapere come si condusse e dove si trova il conte Capaci, che 
era intendente di Palermo pel Borbone. ' 

Possiedo il Piccolo Corriere con l' integrale difesa di La Farina, ma lo avrete 
costì. Bisogna in Palermo rispondergli. Stampare due colonne a fronte : la sua difesa e 
le confutazioni ; sprecare qualche centinaio di lire ; farne un opuscolo ; mandare migliaia 
di copie e venderli a pochi centesimi per la Sicilia. Pare, che ogni riga meriti una 
parola, che metterà in luce la sua mala fede. E vero, che si tratta ormai di un uomo 
morto ; ma quella sua difesa è così riboccante di ingiurie da non poterla subire in pace. 

Mio caro amico, continua a scrivermi e ricevi un abbraccio dal 

Tuo aff.mo 
ANGELO BARGONI 

Infine, a meglio illustrare l'ambiente di quei giorni in Palermo, così carico 
di elettricità, si legga la seguente caratteristica lettera, che trascrivo dall'originale. 

Luigi Naselli Flores a Garibaldi. 

Palermo, li 13 giugno 1860. 

Signor Generale, 

Il mio vecchio amico Giuseppe Ricciardi mi ha scritto da Genova il 24 dello 
scorso maggio, mandandomi per lei la letterina, che troverà qui annessa e che mi è 
giunta ieri sera. In quella a me diretta trovai il paragrafo seguente, e che il Ricciardi 
mi ha incaricato di comunicarle. 

« Vorrei deste costì la maggiore pubblicità possibile ai motivi che mi vietarono 
di far parte della spedizione cui mi dolse tanto più di non aver potuto partecipare, 
in quanto che il mio nome trovasi a pie dei Proclami diretti dal Generale agli abitanti 
del reame di Napoli. I miei nemici profitteranno al certo di cotal fatto per scagliarmi 
la pietra, dimentichi di ciò che osai in Calabria pressoché solo nel 1 848 e del duplice 
esilio ventiquattrenne >. 



Il fratello di Rosalino Pilo. 



ISTRUZIONI SEGRETE E PIANO DEL BORBONE 227 



Profitto di questa occasione, signor Generale, per lagnarmi amaramente con lei 
dei modi più che villani, che ebbi a subire ieri da parte di uno dei di lei commili- 
toni, colonnello Tùrr. 

Venliquattranni di onesti servizi nell' Amministrazione militare francese, dei quali 1 8 
attivamente nell' armata di Africa ed il posto di Maggiore Ispettore alle rassegne, che 
occupai nell'esercito nazionale siciliano, nelle vicende del 1848-49, decisero i miei 
amici politici a confidarmi le medesime funzioni presso questo Intendente Generale, 
r ottimo sig. Acerbi. 

Questi mi diede ieri incarico di prendere in custodia il locale, che teste occupava nel 
quartiere di S. Giacomo la Vice-Intendenza militare del cessato Governo borbonico, e nel 
quale i regi han lasciato intatti gli archivi di quell'Amministrazione e tutte le stampe, libri 
e registri ed altri documenti utilissimi per l'armata nazionale siciliana, che deve organizzarsi. 

10 mi sono quindi recato ieri dal signor Tiirr per domandare la cessione alla 
Intendenza di quel locale da lui destinato allo Stato Maggiore di uno dei battaglioni 
acquartierati a S. Giacomo, locale che ho trovato in disordine. 

11 signor Tijrr rifiutossi formalmente alla cessione di quel locale, e rispose villa- 
namente in presenza di un impiegato della sciolta Vice-Intendenza, che mi accompagnava 
e con parole indegne di un sedicente Uffiziale Generale e patriota. 

Tutt' altro men di me penetrato dei riguardi, che debbonsi a degli stranieri, che 
sotto il di lei comando han fatto gloriosamente risorgere la pressoché abbattuta rivo- 
luzione siciliana, avrebbe risposto per le rime al signor Tùrr; ma vecchio patriotta a 
57 anni; passati nell'esilio 26 anni, indefessamente lavorando per l'italiana rigenerazione, 
io ho creduto dover fare atto di abnegazione e mi sono quindi limitato a voltar le 
spalle al signor Tiirr e andar via. 

Ma siccome so, che simili disgustose scene hanno già avuto luogo con altri miei 
compatriotti, e che la riproduzione delle stesse potrebbe essere, sopratutto in Sicilia, dove 
gli elementi di discordia non mancano, oltremodo nociva alla sacrosanta causa italiana, io 
la prego, signor Generale, di far conoscere al signor Tiirr e agli altri suoi commilitoni, 
che i siciliani non intendono essere trattati da loro come popolo conquistato 
e che importa agli uni e agli altri, che si usino scambievolmente quei riguardi e quella 
moderazione, dai quali e come italiani e come patrioti essi non dovrebbero mai dipartirsi. 

Mi creda, signor Generale, coi sentimenti della più alta stima e venerazione 

Devotissimo suo 
LUIGI NASELLI FLORES 

Maggiore Ispettore 
alle Rassegne dell' ElMrcilo nazionale siciliano. 



G. Ricciardi a Garibaldi. 



Egregio signor Generale, 



Genova, il 24 maggio 1860. 



Annovero fra i più gravi dolori della mia vita quello di non aver potuto partire 
con lei la mattina del 6 maggio, siccome aveva divisato ad onta dei di lei consigli 



228 LE LOTTE INTORNO A GARIBALDI A PALERMO 

in contrario. Ma ahimè ! fui costretto esclamare : Spiritus adest, caro aulem infirma est. 
Spero che il signor Giaccio ed altri due o tre da me incaricati ad hoc, le abbiano 
esfwsto i motivi, che mi obbligarono a scendere dal Lombardo alle 4 e mezza anti- 
meridiane del dì 6 stante, e che ella perciò non sia stata meravigliata di non trovarmi 
nella nobile schiera da lei capitanata con tanta gloria ed utilità della nostra carissima 
Italia. Dopo un quarto di secolo speso a prò della sacra causa, dovetti, a cagione delle 
deboli forze del corpo, rinunziare ad unire i miei sforzi a quelli dei generosi da lei 
guidati all' impresa più bella e gloriosa, che sia stata mai tentala a prò della grande 
patria comune ! Nella speranza, che non voglia affatto dimenticarmi in mezzo alla gioia 
dei suoi trionfi, la prego, caro Generale, di accogliere i miei più cordiali saluti. 

a RICCIARDI 

ISTRUZIONI NAPOLETANE. 
ANNOTAZIONI PER S. E. IL GENERALE GARIBALDI. 

{Dall' autografo). 

1. - 11 governo di Napoli ha teste spedito in Messina un giovine ufficiale del 
genio Biagio de Benedictis per accrescere le fortificazioni dei forti Gastellaccio e 
S. Salvatore nei dintorni della cittadella. Questo uffiziale è stato sempre di patriottici 
sentimenti ed è disposto a rendere qualunque servizio alla patria, anche a prezzo della 
sua vita. Egli, partendo, mi ha lasciato un motto d' ordine, che io le trasmetto, onde 
ella possa mettersi prontamente in relazione con lui. 11 motto d'ordine è questo: Dieci 
giugno milleottocentossessanta alla Croce di Malia. 

2. - Una gran parte degli Uffiziali del genio e dell'artiglieria della guarnigione 
di Capua vorrebbero disertare, se trovassero un mezzo. Questo è il fiore dell' esercito 
e potrebbero rendere i più grandi servizi. Essi vorrebbero con un suo proclama essere 
assicurati dei loro gradi e della loro vita : dico della loro vita, perchè il Governo ha 
diabolicamente fatto spargere nelle file dell' esercito, che ella ha consegnato, loro mal- 
grado, tutti i disertori alle autorità napoletane. Aspetto questo suo proclama, che sarà 
cura mia di far pervenire alla sua destinazione : ella potrà servirsi dello stesso mezzo, 
che le porterà questa carta per inviarmelo. Mi dia intanto, istruzioni per questi Uffiziali. 

3. - Ella a quest'ora ha già ricevuto degli avvisi, che riguardano la sicurezza 
dei suoi preziosi giorni : ora debbo dirle che due emigrati di pessima condotta. Luigi 
Roxas e Antonio Roscitto, saranno già arrivati in Sicilia con sinistre intenzioni: essi 
probabilmente chiederanno di entrare nel suo esercito : li faccia strettamente sorvegliare. 

4. - Ella saprà, a quest'ora, la cattura di un legno americano e di un vapore 
sardo a 12 miglia da Capo Corso con volontari italiani. Villamarina si conduce ener- 
gicamente, ma sventuratamente è poco o nulla appoggiato dallo incaricato d'afiari ame- 
ricano. L'avverto intanto, per dichiarazioni avute dal Capitano del legno sardo, che il 
Giuda che ha avvisato il Governo di Napoli sta a bordo coi volontari, poiché uno 
dei volontari ha tentato fuggire, ma è stato ritenuto dai compagni. 



ISTRUZIONI SEGRETE E PIANO DEL BORBONE 229 

5. - li Governo di Napoli ha già ordinato una formidabile spedizione contro la Sicilia : 
saranno due corpi di 20 mila uomini ciascuno, comandati forse dal generale Pianell, 
quello famoso degli Abruzzi. Bosco è stato fatto colonnello, per non so che bravura, 
ed ha il comando di tre battaglioni cacciatori, i movimenti sono diretti da Napoli dal 
generale Filangieri ; il generale Clary, distintosi per gli eccidi di Catania, è stato fatto 
Maresciallo di Campo. Le guardie urbane del Continente sono state mobilizzate. La 
indisciplina nelle truppe è giunta al colmo : queste minacciano di massacrare i loro 
Ufiìziali, che riguardano come traditori. Avant' ieri un Aiutante maggiore del 1 3" cac- 
ciatori disse al suo battaglione, ordinato nel quartiere : Figliuoli, è cenulo il tempo di 
arricchirsi! Non e' è da fidare in truppe simili. 

6. - Le trasmetterò, se Io crede opportuno, una memoria sulla fortezza di Capua, 
che è formidabile ed è posta sulla strada di Napoli ; elaborata da Uffìziali del genio 
ed artiglieria : vi è indicato il modo di attacco ed i punti deboli della piazza. Me ne 
scriva e l' avrà subito. 

7. - Ho creduto di conservare l'anonimo, ma avrà tutte le assicurazioni possibili dal 
porgitore. Del resto, se lo crede, non esiterei a dire il mio nome. La prego di scrivermi 
per lo stesso mezzo e darmi istruzioni, se lo crede diriga al signor Giorgio Valenti. 

P. S. - Il Governo napoletano mette in libertà tutti i facinorosi e quelli di Favi- 
gnana e li getta sulle coste della Sicilia, sperando di provocare il disordine e l'anarchia. 



ANNOTAZIONI SULLE CONDIZIONI DI NAPOLI E DELLA CALABRIA. 
AL GENERALE GARIBALDI. 

{Dall'autografo). 

20 giugno 1860. 

Le condizioni del Reame napoletano sono in gran parte diverse da quelle della 
Sicilia. In questa, il movimento rivoluzionario ha potuto concentrare nei dintorni di 
Palermo, luoghi montuosi, epperò di convenienti posizioni, e popolarli di uomini armi- 
geri. Napoli, per contrario, è circondata quasi interamente, da pianure abitate da popoli 
piuttosto molli. Questa differenza fa che nel Continente la insurrezione dovrà più lun- 
gamente durare, perchè l' onda rivoluzionaria si porti dalle provincie sulla capitale, la 
conquista della quale deve decidere il trionfo. 

Nelle Provincie la gran maggioranza dei liberali, stanchi tutti della persecuzione 
del Governo, ha accettata l' idea dell' unità italiana, per modo che oltre gli uomini 
guasti dai favori del potere, non si ha ora che il solo partito annessionista, niuno pre- 
stando più fede ad una dinastia avvezza allo spergiuro ed essendo caduta quasi inte- 
ramente la vecchia aspirazione murattiana. Nella capitale poi la presenza della Corte, 
i suoi immediati favori, han corrotto o cattivato un maggior numero di creature ; ed 
il pregiudizio che Napoli non debba divenire città di provincia aliena pure dalla causa 
italiana alcune menti volsari. 



230 LE LOTTE INTORNO A GARIBALDI A PALERMO 

Il Comitato napoletano è in comunicazione con quelli delle provincie e vi eser- 
cita la sua influenza. Ha mediocri mezzi di stampa, scarso di denaro. Le Puglie, volon- 
terose, non possono nella loro parte piana prestare la loro opera che per diversioni, 
perchè troppo esposte all' azione della cavalleria. 

Le altre provincie sono abbastanza disposte al movimento, ma quelle di Basilicata, 
Salerno e delle due prime, Calabria sopra tutto, sono pronte ad iniziarlo. 

La provincia di Cosenza offre come sicuri 1300 uomini, 800 già provveduti di 
armi da caccia, oltre quelli che si riunirebbero, appena che il movimento fosse 
cominciato. Sarebbe necessario un buon numero di armi per le Calabrie, ma si aspet- 
tano le notizie opportune per fare conoscere il punto preciso in cui potrebbero essere 
ben ricevute. 

La provincia di Basilicata, più animosa, offre d' iniziare il movimento e non chiede 
ne armi, ne denaro. Quella di Salerno crede poter disporre di 3000 uomini armati 
e risoluti ; ha in cassa 4000 ducati e ne domanda altri 1 200 per potersi mantenere 
10 o 13 giorni. Il contado di Molise, il Principato ulteriore, Benevento e la parte 
montuosa della Puglia accorrerebbe, con tutti i mezzi, alla insurrezione. Le altre 
parti la seconderebbero almeno con fatti parziali e con dimostrazioni inermi. Dovunque 
gli insorti cercherebbero di impadronirsi delle casse pubbliche per mantenersi, rispet- 
tando la proprietà privata. 

Generalmente, si dichiara che sia imprudente di far cominciamento alla insurre- 
zione senza preventivo largo soccorso di denaro. 

Nella capitale vi è un nucleo rivoluzionario abbastanza bene disciplinato e risoluto, 
che le sinistre tradizioni della plebe ed i rigori della poHzia hanno finora impedito 
di ampliare ; ma è sperabile che cominciata la insurrezione se ne allargherebbe di 
molto la sfera. Nei Comuni circostanti si ha un buon numero di gente pronta ad 
accorrere. In generale si difetta di armi, e sarebbero circa 2000 fucili. II punto 
preciso dove questi dovrebbero sbarcare sarà fatto noto col primo mezzo al Comitato 
di Genova. 

Su queste notizie gettate in carta, così in fretta, si vuol sapere dal magnanimo 
Eroe, destinato dalla Provvidenza a compiere la redenzione d' Italia quando il movi- 
mento debba incominciare e qual piano debba seguirsi. 

Non sarà superfluo il far noto, che dal Comitato di Genova si fa sperare come 
prossimo l'arrivo in Napoli di taluni capi militari, che potrebbero dirigere le bande 
insorte fino allo sbarco delle spedizioni. 

Con altro rapporto si farà sapere tutto quello, che si potrà conoscere intorno ai 
movimenti delle armi regie ed i loro piani di difesa. 

P. S. - Dopo la presente relazione ci si è fatto sapere che le Calabrie, princi- 
palmente quelle di Cosenza e Catanzaro, non solo sono pronte ad insorgere, ma non 
possono ritardare il movimento senza pericolo delle persone, già entrate in troppo 
grave compromissione verso il Governo. 



ISTRUZIONI SEGRETE E PIANO DEL BORBONE 231 



Le armi di cui avrebbero bisogno, oltre quelle che già hanno, cioè 4000 fucili 
circa colle corrispondenti munizioni, dovrebbero essere trasportate al più presto alla 
marina di S. Eufemia, nel golfo dello slesso nome. 

I molti Comuni della Terra di Lavoro e buon numero di uomini sono pronti a 
prendere le armi ed a correr sia nelle altre provincie, dove già fosse cominciata la 
lotta, sia alla Capitale. Per essi e per Napoli sono indispensabili almeno 2000 fucili, 
che dovrebbero essere trasportati alla spiaggia fra le Sancta di Satria ' e quelle di 
Castel Volturno, e propriamente in un punto intermedio, ma più vicino a Satria, dove 
è un Casino del Re molto visibile a chi viene dal mare. 

Quelle Sancta di cui si parla sono poste, 1' una sulla foce del lago di Satria, l'altra 
su quella del Volturno, e il punto dello sbarco è precisamente presso la foce dei regi 
laghi, là dove mette capo una strada per le carrette. L' approdo dovrebbe avvenire 
sul cadere del giorno, perchè si abbia il tempo di caricare i carretti e giungere al 
luogo del deposito, prima che spunti il nuovo sole. Dovremmo essere avvertiti dell'arrivo, 
almeno tre giorni innanzi, per apprestare i mezzi di trasporto e far trovare sulla spiaggia 
un uomo, il quale agiterà un' asta con sopra un cappello bianco nelle ore del giorno, 
ed un lume in quelle della notte, facendo piegare sempre un po' più verso il punto 
in cui la nave deve approdare ; quando questa sarà entrata nella direzione, l'asta sarà 
agitata m senso verticale e finalmente piantata a terra. 

Nel precedente rapporto si omise far motto degli Abruzzi, perchè le relazioni in 
quella linea erano ancora monche ; ma ora taluni uomini stanno per partire colla mis- 
sione di stabilirle più strettamente. Si crede, che talune bande sieno quivi insorte, sebbene 
ancora poco numerose ; ma la notizia dovrebbe essere confermata. 

Si buccina che due Napoletani, i quali hanno combattuto in Lombardia con brevetto 
del Generale Garibaldi, corrotti ora dal Governo, canno in Sicilia ad attentare ai 
giorni dell' Eroe. 

I rigori del potere rendono difficile anche il raccogliere denaro. Ciò non pertanto, 
qui ve ne ha abbondantemente per la cospirazione, ma quasi nulla per mantenere le bande 
armate dopo le insurrezioni; le quali mancheranno di mezzi, se le casse pubbliche, 
di cui cercheranno d' impadronirsi, non ne forniranno abbastanza. 

Sono alle dette bande indispensabili i capi militari, e la Basilicata sopra lutto li 
domanda, come condizione sine qua non. 11 Bertani li aveva promessi, ma non li ha 
spedili. 

Per quanto si è potuto sapere, il Governo prepara una spedizione di 24.000 
uomini per la riconquista della Sicilia da parte di Messina, secondo un piano che si 
attribuisce al colonnello Luigi Cianculli. 

La spedizione, secondo la voce più accreditala, dovrebbe essere comandata dal 
generale Nunziante, Duca di Mignano. 

IL COMITATO SUPERIORE NAPOLETANO 



' Chiamansi Sancta in quelle contrade alcuni luoghi boscosi. 



232 LE LOTTE INTORNO A GARIBALDI A PALERMO 



PIANO DEL BORBONE. 
{Dall' aulografo) . 

Annolazioni. — Il Re ha scritto una lettera a Lamoricière per domandargli un 
abboccciinento a Terracina o a Gaeta e sottomettergli un piano militare, il quale consiste 
nella divisione del Regno di Napoli in cinque grandi comandi superiori: 1°, a Napoli, 
2", ad Aquila e Campobasso, 3°, a Vierti e Taranto, 4", in Calabria, con colonne 
volanti all' uso arabo, 5", in Sicilia. 

La Marina bloccherà Palermo ; per terra ó.CXX) uomini sortiranno da Messina 
per avanzarsi verso Cefalìi fino a Termini ; 6.000 uomini sbarcheranno a Marsala 
marciando sopra Salemi ; dove giunti, si divideranno in due colonne. La prima pren- 
derà a sinistra verso Trapani ; la seconda seguirà la riviera bellica, fino a che abbia 
potuto congiungersi colla colonna uscita da Messina. 






Oltre che da Napoli, arrivavano a Garibaldi inviti ed istruzioni segrete 
dalla Calabria, scritte su pezzi di carta con caratteri piccolissimi. Ne trascrivo 
qui alcuni. 

IL COMITATO DI CALABRIA CITERIORE 
ALL' EROE ITALIANO GIUSEPPE GARIBALDI, SALUTE. 

(Dall' autografo). 

Cosenza, 7 giugno 1860. 
Signor Generale, 

Il popolo della Calabria citeriore fin dal principio della guerra d' indipendenza, 
la cui storia porterà in cima il Vostro nome e lo rimanderà ai più tardi nepoti, quale 
simbolo d' indescrivibile patriottismo, di virtù incontaminata, di sublime disinteresse, 
di eroici sacrifici, di sovrumano ardire, ha durato gli sforzi più terribili dovendo lan- 
guire in una inerzia incompatibile con cuori ferventi e volontà decise a sacrificare 
tutto pel bene della Patria. Senza sgomentarsi però, dietro la pace di Villafranca, 
tutti gli sforzi diresse allo scopo di preparare il movimento, che deve por termine ai 
dolori d' Italia, ed ha motivo di rallegrarsi dell' opera sua. Allorché, in novembre 
ultimo, il vostro slancio patriottico venne fatalmente impedito e distolto, ritenete che 
il vostro sacrificio fu da noi pienamente diviso ! Non ci fu ignoto fin dal principio, 
che da noi si aspettava una scossa potente e decisiva pei destini della Penisola ; e 
questo riguardo, unito alla tema di attraversare io svolgimento di essi, calmò il nostro 



ISTRUZIONI SEGRETE E PIANO DEL BORBONE 233 

entusiasmo. Nulladìmeno, senza desìstere dalla iniziata impresa, raddoppiammo le 
premure ai nostri capi di Napoli per procurarci uno sbarco di uomini, di armi e 
munizioni e almeno disporre, che una parte delle altre provincie del continente napo- 
letano concorresse al moto. Poteva in tal caso supplirsi al difetto di uomini istrutti 
al mestiere delle armi, ma non mai a quello degli altri mezzi necessari ed indispen- 
sabili. Le calde nostre preghiere restarono per allora non appagate ; ci si raccomandò 
di attendere fiduciosamente il segnale ; appianate talune difficoltà della politica europea 
r insurrezione della prode ed eroica Sicilia ci ha reso impazienti ; ma coli' animo deli- 
berato a procurare il vero bene d' Italia abbiamo fatto pervenire il nostro appello a 
Napoli, Salerno, Basilicata e nelle due altre Calabrie. Fin d'allora abbiamo vissuto 
giorni di supplizio e di morte! L'incertezza della sorte dei fratelli dell'isola prima, 
poi qualche disaccordo intorno alla opportunità del moto tra noi e le altre provincie, 
e la permanenza del difetto di mezzi, fra i quali non ultimo quello di Capi militari, 
accrebbe e va perpetuando lo strazio del nostro cuore. 

Il vostro arrivo in Sicilia fu 1' eco del riscatto italiano. Non sono cessate, è vero, 
le titubanze delle confinanti provincie; ma una vostra parola basterà a scuotere tutti 
ed armonizzar tutti. Fin' ora ci è stato impossibile accogliere da Voi tale oracolo ; 
speriamo che ora ci arrida miglior fortuna. Vi sono noti i nostri bisogni, le nostre 
condizioni; a Voi non rimane che disporre di noi. Una sola vostra parola, un solo 
accento, una promessa sola; e noi siam pronti ad affrontare qualunque sacrifizio! 

Il vostro cuore magnanimo non esiterà un istante di interessarsi alla sorte di 
sventurati, ma volonterosi italiani. L' Eroe di Varese non fu mai sordo al grido del 
dolore ! Vi offriamo da questo medesimo istante la Dittatura : assumetela con quella 
di Sicilia e disponete di noi. Qui non vi sono orecchie, che per accogliere il grido 
d'Italia e Vittorio Emanuele! Non altre aspirazioni che le unitarie; e Voi, la più 
salda speranza d' Italia, siete l' arbitro dei nostri cuori. 

IL COMITATO DELLA CALABRIA CITERIORE 
A Sua Eccellenza 

il Generale Giuseppe Garibaldi 

Dillalore della Sicilia 

Palermo 

AL GENERALE GIUSEPPE GARIBALDI 
IL COMITATO DELLA CALABRIA CITERIORE, SALUTE. 

{Dall' autografo). 

9 giugno 1860. 

Da due giorni è qui cominciato il mobilizzamento della guardia urbana. 1 diversi 
contingenti sono per lo più formati dai congedati dell' armata. 

Nella Basilicata si stava facendo la stessa cosa sin da ieri l'altro. S' ignora che cosa 
succederà di questa agglomerazione di forza. Da alcuni si pretende, che si destini a 



234 LE LOTTE INTORNO A GARIBALDI A PALERMO 

guardia del littorale. Da altri alla custodia di Cosenza. E tutta gente malissimo armata, per 
la maggior parte mal contenta, e solo fra i congedati offre qualche elemento pericoloso. 

Nella nostra Provincia, le coste dell' Jonio sono già munite di cordone marittimo, 
il quale è fornito degli urbani, che vi attendono, e da una compagnia di soldati del 
12° linea e di un'altra compagnia di gendarmi, la quale nello stesso tempo presta 
molti altri servizi. Neil' Jonio, Cariati, Rossano e Corogliano offrono più facilitazioni 
per uno sbarco. 

In Cosenza il presidio è di tre compagnie del 12", una compagnia di gendarmi 
e di squadriglie, specie di briganti in uniforme, che ammontano a circa 150. 

Nella marina del Tirreno ancora non vi è cordone, ma forse si metterà. Non vi è 
truppa di linea, ma solo dotazioni di gendarmi in piccolo numero. 

Per uno sbarco nel Tirreno, Paola offrirebbe la maggiore facilitazione. Poscia 
Sant' Eufemia, o Marina di Nicastro, nella provincia di Catanzaro, e quindi Sapri in 
quella di Basilicata. Ma dovrebbesi sempre preferire Paola, perchè offrirebbe una 
strada rotabile, molte barcaccie per lo sbarco, molti carri e carretti pel trasporto del 
materiale, e molte bestie da soma per quello dell' artiglieria. 

IL COMITATO DELLA CALABRIA CITERIORE 

Il documento che segue è uno scritto clandestino emanato dal Comitato 
Centrale di Napoli, che era in continua relazione col Bertani e con Garibaldi. 
Questo Comitato aveva per motto la parola " Ordine ,, , impressa su tutti i proclami. 

Ordine. 

COMITATO CENTRALE DI NAPOLI. 

{Dall' autografo). 

Un avvenimento importantissimo si prepara. Esso è tale da destare entusiasmo 
anche nei sassi. Capitanato da uomini conosciutissimi, non si deve lasciarlo solo. Non 
possiamo indicarvi il luogo ; ma le notizie vi arrivano prima di noi ; accorrete con 
tutte le forze, qualunque siano le armi. Terrete preparati due o almeno un messo riso- 
luto, intelligente abile, il quale si recherà sul luogo dell' avvenimento, presentandosi a 
Wilson {Fanelli) in nome di Hudson e di Falanza. Se avete notizie del fatto prima, 
che vi fosse partecipato da noi, agirete con forza e ce ne avviserete celerissimamente. 
Vi facciamo tenere il segno per essere riconosciuti. 

* 
* * 

Per r interesse storico che hanno, credo utile qui trascrivere dalle rare stampe 
di queir epoca da me raccolte, alcuni proclami, istruzioni, bollettini della rivo- 
luzione, emanati nel '60 dal Comitato Unitario Nazionale. 



ISTRUZIONI SEGRETE E PIANO DEL BORBONE 235 



COMITATO UNITARIO NAZIONALE 



Concitladini ! 

Una classe di politici senza forte fede politica, e senza forti aspirazioni nazionali, 
v' inculcò r inerzia ne' silenzi di una fiera servitù e siegue stolidamente ad insinuarla 
oggi che fatti magnanimi sovrastano e santi doveri e* incalzano ad agire. 

Se non che il genio del popolo in due parole, Garibaldi e Vittorio Emanuele, 
di già comprese la vitale quistione del giorno, determinando e mezzo e fine. 

Al presente la classe medesima, devota ad uomini la cui incapacità non è ugua- 
gliata che dalla cieca e forsennata ambizione, si studia a tutta lena di disseminare 
discordie e calunnie, per raccogliere fiacchezza e servitù, che ne sono le inevitabili 
conseguenze. 

Concittadini ! 

Voi deste l' iniziativa ; il vostro martirio ha ingigantito la lotta ; debito nostro è 
compiere la gloriosa impresa : siate fidenti. 

L' aiuto de' nostri giungerà d' ora in ora. Ma 1' onor nostro comanda non aspettar 
tutto d' altrui. Date prove adunque, di saper combattere e vincere da soli. 

Ecco il nostro programma : 

Unità — Respingete ogni altra combinazione politica : rigettate ogni concessione 
che l'attraversa. 

Libertà — Emancipatevi dalla trepidante scuola degli evirati politici, e scher- 
nite le paure, che questa scuola vi predica tuttodì. 

Sovranità della Nazione — Il paese salvi il paese ; la forza collettiva rivendichi 
i suoi diritti imprescrittibili. Il paese si costituisca in nome di questo dritto; elegga a Re 
dell' Italia ringiovanita e forte VITTORIO EMANUELE, col trono nell' eterna città di Roma. 

Napoletani ! Italiani d' ogni provincia ! perseverate sotto la nostra bandiera, gareg- 
giate ed attuate il nostro programma, e ben tosto sarete potenti ed invidiati. 

Il Comitato Unitario Nazionale rifugge dal mal vezzo di metter fuori una colluvie 
di programmi ed ordini. Queste parole sono il complesso di tutte le sue aspirazioni. 
I fatti diranno il resto col linguaggio più convincente. 



IL COMITATO UNITARIO NAZIONALE 



COMITATO AZIONE 
UNITARIO NAZIONALE 



ALLA GUARDIA NAZIONALE DI NAPOLI 



Giovani della Guardia Nazionale ! 

ì momenti sono solenni: voi siete chiamati a compiere un santo dovere; gli sguardi e le 
speranze di tutti sono rivolti su di voi, e voi non mancherete a voi stessi, all'onore, alla patria. 



236 LE LOTTE INTORNO A GARIBALDI A PALERMO 

Una dinastia esecrata, cui furono gioja le nostre sventure ; una dinastia che la 
civiltà ha posta in bando, che si è pasciuta delle nostre lagrime, che ha torturato i 
migliori fra i nostri cittadini e bombardate le più belle nostre città, una dinastia il cui 
nome sarà in tutte le lingue sinonimo di crudele, oggi si precipita alla fuga fuori di 
questo Eden d' Italia dinanzi al lampo della spada di Garibaldi, arcangelo di guerra. 

Serrate le vostre file, e con calma e fermezza difendete le sostanze e 1' onore dei 
cittadini ; accogliete fra le vostre braccia quei soldati che si ricordano di essere italiani, 
e siate pronti a qualunque evento. 

L' inevitabile tempo, il giorno supremo è giunto pe' Borboni di Napoli. La rivo- 
luzione spazza la mala pianta che si adagia su questa terra : il mondo civilizzato accoglie 
con gioia la lieta novella, e ci augura migliori destini. 

Mostriamo dunque al mondo, che noi siamo degni della libertà e degli alti destini 
a cui aspiriamo. 

Propugnate il grande pensiero unitario, che è l'espressione del paese. Siate baluardo 
incrollabile contro qualunque attentato di sfrenatezza, e scudo alla proprietà ed alla 
vita dei cittadini. 

Non a caso usiamo a voi un tale linguaggio. Gli avvenimenti marciano più rapidi 
delle nostre speranze ; la soluzione è vicina. Calmi ma fermi, ma irremovibili, uniamoci 
tutti in un sol volere, in un sol grido : Viva l'unità d'Italia, viva Vittorio Emanuele re 
d' Italia, viva il Dittatore Garibaldi ! 

Napoli, 26 agosto. 

IL COMITATO UNITARIO NAZIONALE 



ALL'ESERCITO NAPOLETANO 



Ufficiali, Sotto Ufficiali, Soldati tutti! 

A voi che ancora potete intenderci, per 1' ultima volta stendiamo fraternamente 
la mano in questi supremi momenti. Voi mostrate di essere valorosi, ed ogni volta che 
i soldati napoletani hanno combattuto per una causa santa furono eroi ; Venezia, Goito, 
e Curtatone ricordano mirabili fatti. Noi abbiamo ancora fiducia, che fra poco voi schierati 
sotto il vessillo dell' unità d' Italia, al fianco degli altri fratelli italiani, pugnerete le sante 
battaglie della patria ed eternerete il vostro nome. 

Il nostro, il vostro paese ha bisogno di voi ; 1' Italia tutta vi apre le braccia, e 
Venezia memore de' valorosi guidati dall' immortale generale Pepe, vi aspetta e spera 
da voi. 

Fra voi evvi massima parte, che sente tutta la santità della causa eppure non osa 
distrigarsi da una rete di soprusi, di violenze, d' inganni e di spie di cui il Borbone 
vi circonda. Molti fra voi temono compromettere la futura esistenza delle loro famiglie ; 



ISTRUZIONI SEGRETE E PIANO DEL BORBONE 237 

e noi a questi precipuamente ci rivolgiamo, assicurandoli che siano fidenti, e che noi 
stendiamo loro la mano lealmente, come si fa tra fratelli, tra figli d'una medesima 
madre: che come sacre stimiamo le sostanze dei cittadini, così vi promettiamo di 
garantire e tutelare e serbare le vostre condizioni. Nei soldi vostri, nei vostri gradi, 
nel ruolo, nelle pensioni, infine negli emolumenti tutti voi sarete rispettati. 

Confortate dunque le vedove, gli orfanelli, confortate gli onorevoli vecchi militari 
e fate che tutti confidino in noi. 

Fate che non si versi più sangue fraterno ; non vi opponete alla vittrice spada di 
Garibaldi ; unitevi a lui ed avrete la vostra parte nel grande riscatto d' Italia. 

Siate nostri fratelli, unitevi a noi nel pensiero unitario, nelle aspirazioni di 28 milioni 
di Italiani e formeremo tutta una famiglia sotto il re galantuomo Vittorio Emanuele. 

Con Vittorio Emanuele e Garibaldi alla testa, noi saremo padroni dei nostri destini 
e rispettati da tutte le potenze. 

Viva r unità d' Italia, \>i\)a Vittorio Emanuele, vioa il Dittatore Garibaldi ! 

Napoli, 26 agosto. 

IL COMITATO UNITARIO NAZIONALE 



COMITATO AZIONE 
UNITARIO NAZIONALE Dal Bosco di Vandra , 27 agosto 1860. 



PROCLAMA 



Popoli della Campania ! 

Vi sono de' momenti in cui il fremito delle battaglie echeggia di rupe in rupe, 
di città in città, ed arma il braccio de' più renitenti. 

Chi non sente quella voce è un sciagurato che merita commiserazione, perchè 
Dio degradò la sua natura. 

Giuseppe Garibaldi evocò il genio della vittoria, e ricordò agli Italiani che in 
essi fremeva la grande anima di Roma. 

Chiunque può armare il braccio di un ferro, ci segua. 

Noi li condurremo alla vittoria, perocché un ordine imperscrutabile di cose conduce 
necessariamente alla vittoria un popolo, che vuol diventare ncizione al cospetto del mondo 
e che costante combatte per questo. 

E r Italia sarà ! 

Vioa /' unità d' Italia, viva Vittorio Emanuele, viva il Dittatore Garibaldi ! 

COMANDO DELLA LEGIONE CACCIATORI DEL VESUVIO 



238 LE LOTTE INTORNO A GARIBALDI A PALERMO 

COMITATO AZIONE 
UNITARIO NAZIONALE 

BOLLETTINO DELLA RIVOLUZIONE 



N. 9 — 28 agosto. 

Dall' Indipendente di Messina : 



Messina, 26 agosto. 



il generale Sirtori riceve in questo momento il seguente dispaccio dal Dittatore: 
Le due brigale : Melendez e Briganti si sono arrese a discrezione. Siamo padroni 
delle loro artiglierie, armi, animali, materiali, e del forte del Pizzo. 

G. GARIBALDI 

11 Comandante militare della provincia di Messina, Nicola Fabrizi, riceve in questo 
momento il seguente dispaccio dal Dittatore : 

Palmi, 25 agosto 1860. 

La nostra marcia è un trionfo, le popolazioni sono frenetiche: le truppe regie si 

sbandano. 

G. GARIBALDI 

Viva l'unità d'Italia, cica Vittorio Emanuele, cica il Dittatore Garibaldi! 

IL COMITATO UNITARIO NAZIONALE 

COMITATO AZIONE 
UNITARIO NAZIONALE 



BOLLETTINO DELLA RIVOLUZIONE 



N. 10 — 28 agosto. 

// Governo Pro-Dittatoriale Lucano al Comitato Unitario Nazionale di Napoli. 

VITTORIO EMANUELE RE D' ITALIA 
II Generale Garibaldi - Dittatore delle Due Sicilie 



// Governo Pro-Dittatoriale Lucano 



ORDINA 



Art. I . — L'Amministrazione generale della provincia è affidata ad una Giunta 
centrale di amministrazione. 



ISTRUZIONI SEGRETE E PIANO DEL BORBONE 239 

Art. 2. — La Giunta suddetta sarà composta di sette direttori e di un Presidente. 
Art. 3. — 1 sette direttori sono Capi di altrettanti offici, e ciascuno avrà un 
aggiunto di sua scelta ed un corrispondente numero d' impiegati. 
Art. 4. — Saranno incombenze 

del primo officio : 

Guerra — Forza pubblica — Guardie nazionali — Armi — Munizioni — Alloggi — 
Barricate — Telegrafi — Spedali militari — Ambulanze ; 

del secondo officio : 

Finanze — Esazione di ogni natura — Offerte — Prestito nazionale — Dazi diretti 
ed indiretti — Poste e procacci ; 

del terzo officio : 

Sicurezza pubblica — Giornale uffiziale — Lavori pubblici provinciali e municipali — 
Amministrazione delle prigioni — Statistica ; 

del quarto officio : 

Amministrazione provinciale e municipale — Affari demaniali ; 

del quinto officio : 

Istruzione pubblica — Agricoltura — Industria, commercio — Servizio forestale — 

Salute pubblica ; 

del sesto officio : 

Grazia e giustizia — Pubblicazione degli atti del governo ; 

del settimo officio : 

Affari ecclesiastici Amministrazione di beneficenza. 

Art. 5. — Ciascun direttore provvederà indipendentemente al buon andamento 
degli affari del proprio officio. — Per quelli di maggior rilievo, e per ciò che concerne 
la parte governativa ed il progetto degli atti del governo, le deliberazioni saranno 
prese da tutti i direttori in periodiche tornate da fissarsi dal presidente, il cui voto 
è preponderante in caso di parità. 

Art. 6. — Con i direttori corrisponderanno, secondo la diversa natura degli affari, 
tutti i Comitati, le Commissioni e le Giunte municipali. 

Art. 7. — Ciascun direttore è risponsabile degli atti del suo officio. 

Art. 8. — Gli atti del Governo saranno firmati dai pro-dittatori e dal direttore 
dell' officio correlativo e controsegnati dal presidente della giunta centrale. 

Art. 9. — E nominato presidente della Giunta centrale il signor Francesco 
Antonio Casale. 

Art. IO. — Sono nominati direttori: 

del I " officio il signor Francesco Livot ; 
del 2" officio il signor Ercole Ginistrelli ; 
del 3" officio il signor Saverio de Bonis ; 



240 LE LOTTE INTORNO A GARIBALDI A PALERMO 

del 4° officio il signor Giacomo Racioppi ; 

del 5° officio il signor Niccola Alianelli ; 

del 6° officio il signor Angelo Spera ; 

del 7° officio il rev. arciprete Gerardo Lapenna. 

Potenza, il dì 25 agosto 1860. 

Pel Dittatore Garibaldi 

I Pro - Dittatori 

N. MIGNOGNA - G. ALBINI 
I Segretari 
GAETANO CASCINI — ROCCO BRIENZA - NICOLA MAGALDI 
GIAMBATTISTA MATERA - PIETRO LACAVA 



VITTORIO EMANUELE RE D'ITALIA 
II Generale Garibaldi - Dittatore delle Due Sicilie 



// Governo Pro-Dittatoriale Lucano 

Visto il nostro Atto de' 19 agosto 1860: 

Nella considerazione, che il personale delle Autorità ed impiegati tutti messi alla 
direzione e dipendenza dell' Amministrazione civile di questo capoluogo è stato rego- 
larizzato per la volontaria accettazione di coloro, che han riconosciuto il nostro nuovo 
esordito reggimento civile ; 

Nella considerazione, che simile disposizione è necessaria per le altre autorità, 
impiegati di questo capoluogo e dei diversi distretti, circondari e comuni della 
Provincia : 

ORDINA 

I ." A tutte le Autorità ed impiegati de'diversi uffici, officine e dipendenze diverse 
di questo capoluogo, distretti, circondari e comuni della Provincia, che fra tre giorni 
dalla pubblicazione del presente atto dichiarino innanzi ai Sindaci dei rispettivi municipi, 
se intendono accettare il novello ordine di cose, redigendone analogo verbale. 

2.° Che scorso il termine prescritto e non adempiendo le Autorità tutte ed impie- 
gati di ogni specie a quanto si è di sopra prescritto, restano dichiarati dimissionari 
di fatto senza aver mai diritto a pretendere cariche di qualunque genere nell'avvenire. 

Potenza, il dì 24 agosto 1860. 

Pel Dittatore Garibaldi 

I Pro -Dittatori 

N. MIGNOGNA - G. ALBINI 
I Segretari 
GAETANO CASCINI - ROCCO BRIENZA - NICOLA MARIA MAGALDI 
GIAMBATTISTA MATERA - PIETRO LACAVA 



ISTRUZIONI SEGRETE E PIANO DEL BORBONE 241 

VITTORIO EMANUELE RE D' ITALIA 
Il Generale Garibaldi - Dittatore delle Due Sicilie 



Nicola Mignogna e Giacinto Albini, Pro - Dittatori : 

Considerando, che ogni lieve turbolenza può spingere le popolazioni a gravi fran- 
genti ed arrestare il rigeneramento, al quale con tante cure e sacrifìci il Governo 
provvisorio intende ; 

Considerando, che sotto l'aspetto di volere assicurare vantati diritti si nasconde 
bene spesso lo spirito più maligno d' insensata reazione, che bisogna con severissime 
pene prevenire; 

DETERMINANO QUANTO SEGUE : 

Art. 1." Chiunque, sotto qualsiasi pretesto, senza autorizzazione o mandato dal 
Governo Provvisorio, organizzi bande, sieno o no armate, o faccia parte delle mede- 
sime o dia istruzione per organizzarsi, turbando in modo qualunque l'ordine pubblico, 
sarà punito di morte ; 

1." La Guardia nazionale è principalmente incaricata di arrestare e condurre nelle 
carceri, a disposizione del Governo provvisorio, gli autori di simili reati ed i loro 
complici. 

Dato a Potenza, 24 agosto 1860. 

I Pro- Dittatori 

N. MIGNOGNA - G. ALBINI 
I Segretari 

GAETANO CASCINI - ROCCO BRIENZA - NICOLA MARIA MAGALDI 
GIAMBATTISTA MATERA - PIETRO LACAVA 



COMITATO AZIONE 
UNITARIO NAZIONALE 



BOLLETTINO DELLA RIVOLUZIONE 



N. 1 I — 29 agosto. 

// Governo Pro-Diltalore Lucano al Comitato Nazionale di Napoli. 

Potenza, 27 agosto. 

Sono incredibili gli sforzi di volontà e di sacrifizi, che fa questa Basilicata. Non 
è da deplorarsi finora alcun atto anarchico nei numerosi volontari e nei paesi. 

Il Governo Pro-Dittatoriale ha, mercè il divino favore, la fiducia e la simpatia 
di tutti. 

curAtulo 16 



242 LE LOTTE INTORNO A GARIBALDI A PALERMO 



Qui tutto procede con grande energia ed è commovente, che le persone più emi- 
nenti della Provincia si (anno pregio de' più faticosi lavori sempre con armi al braccio, 
e i Preti degnissimi e i Frati, novelli Savonarola, e le sacre vergini dei chiostri. Pare 
incredibile ! Al suono armonioso delle bande musicali, le donne e tutti di ogni età e di 
ogni condizione, non fanno da mane a sera che trasportar sassi e tavole e quanto altro 
occorre alla costruzione delle barricate. Delle strade e di tutti i punti più importanti 
della Provincia nulla vi diciamo, poiché già sapete come meglio di 15,000 armati a 
cavallo ed a piedi li guerniscono. Alla loro testa vanno i più ricchi e distinti signori 
della Basilicata come sono : il marchese Cotinelli, il marchese Donnaperna ; il signor 
Fittipaldi di Anzi, il signor Fortunato di Rionero, nipote dell'ex ministro, Assalto di 
Potenza, il barone Attolino, il signor Ginestrelli, il cav. Vigiani ; tutti alla testa delle 
loro bande vanno incontro ad ogni disagio. 

Insomma, la rivoluzione di questa Provincia è completa, poiché tutti i ceti vi hanno 
preso parte e 1' entusiasmo supera ogni immaginazione. Danari non ne mancano : difet- 
tiamo solamente di armi ; ciononostante quelle che abbiamo sono suffìcientissime a 
sostenerci in caso di attacco. 1 nostri hanno predato in Auletta 40 centinaia di galletta, 
6 botti di vino, 150 prosciutti, varie botti di spirito d'anici, molti barili di polvere 
e 95 fucili. 

Fate che la rivoluzione sia generale, per poter dire all' Europa intera, che noi 
siamo popoli degni della libertà. Abbiamo notizie sicure delle Puglie ; il giorno di oggi 
era destinato per la insurrezione, come pure della provincia di Salerno. Speriamo che 
adempiano alle promesse ; in tal caso fra giorni ci riabbracceremo a Napoli. 

Viva r unità d' Italia, viva Vittorio Emanuele, viva il dittatore Garibaldi. 



COMITATO AZIONE 
UNITARIO NAZIONALE 



COMITATO UNITARIO NAZIONALE DI NAPOLI 



BOLLETTINO DELLA RIVOLUZIONE 



N. 13 — 30 agosto. 

La rivoluzione si dilata con la celerità del fulmine ; e come una fiamma agitata 
dal potente soffio di Dio circonda da tutti i lati la casa dell'empio. Gli eserciti fug- 
gono dinanzi ai passi dell' uomo fatale o si convertono a lui : le fortezze cedono al solo 
rumore delle sue trombe. 

Le lettere che riceviamo da Calabria ci narrano come i distretti di Castrovillari, 
di Rossano e di Nicastro insorsero primi, e come tutte le Calabrie siano in completa 
rivoluzione. In Castrovillari la gendarmeria si unì agli insorgenti. A Rossano fu disar- 
mata. A Cosenza la truppa non fece atto di opposizione al movimento nazionale. 



ISTRUZIONI SEGRETE E PIANO DEL BORBONE 243 

Abbiamo fiducia, che il generale Caldarelli voglia fare atto di adesione al nuovo 
governo unitario e così risparmiare lo spargimento di una sola stilla di sangue. 

Molte compagnie della divisione del generale Bosco sono disertate. Speriamo, che 
tutta la divisione, fra pochi giorni, innalzerà il vessillo dell'Unità nazionale. 

Uno sbarco dei nostri si è operato ad Ostuni. Lecce ha spezzate le catene 
borboniche. 

Si può affermare con sicurezza, che fra pochi giorni, non vi sarà una città sola, 
un solo paesucolo che non inalberi la bandiera nazionale al grido di: 

Viva l'unità d'Italia, oioa Vittorio Emanuele, viva il dittatore Garibaldi. 



Molto importanti sono i due seguenti proclami, che accennano alle mene 
dei cavouriani per far cadere Napoli prima della venuta di Garibaldi. 



COMITATO AZIONE 
UNITARIO NAZIONALE 



Napoletani ! 

Varie Provincie sono nel pieno possesso de' diritti loro e se ne valgono per adem- 
pire al dovere, che tutti gì' Italiani hanno di ricostituire l' Italia Una. E le cose ormai 
sono in tale stato, che la vigliacca monarchia borbonica è nel suo crollare. Questo 
glorioso movimento è un prodotto di quell' idea Italiana, che da secoli si sta elabo- 
rando e che ora è diventata guida di popolo. Non un partito è padrone del campo 
d' azione ; ma il popolo italiano guidato dal valore e dalla grandezza eroica di Gari- 
baldi. Ecco il pensiero da cui si è fatto e si fa dirigere sempre il Comitato Unitario : 
per noi, e re e generali e sacrifizi e vittorie non sono che mezzi per raggiungere la 
Unità Italiana, raggiungerla per la virtù del dovere, per la grandezza dei sacrifizi, 
per l'opera e gli sforzi del popolo italiano. La meta ormai si tocca con mano ; e 
bisogna evitare solo gì' intrighi di chi è sempre pronto a svegliarsi in uomini, che 
intrigano per trar profitto delle vittorie del popolo. A sventare simili insidie ci 
vogliono idee determinate, chiare, seguite insino all' ultimo ; ci vogliono affetti non 
solo puri, ma vigili e illuminati. Vincere è il primo passo, ma importante è altresì 
d'agire in modo, che della vittoria si cavi buon frutto e s' impedisca che i mestatori 
d'oggi, addormentatori di ieri, facciano traviare il moto. 

Napoletani, noi con fiducia invochiamo il vostro senno politico. Guardiamoci dagli 
adulatori : dinanzi al grandioso concetto dell' Italia, chi adula è un imbroglione ; e la 
popolazione che accogliesse l' adulazione sarebbe dissennata. Voi siete, Italiani, parte 
nobilissima d' Italia ; e tali ancor sono i generosi abitanti delle Provincie. Non a Voi, 
non a Noi, che sol per compier doveri vi rappresentiamo, ne a nessuna frazione è 



244 LE LOTTE INTORNO A GARIBALDI A PALERMO 

dato di decidere le sorti di sei milioni d' uomini, con incomposti intrighi diplomatici o 
di uomini, che amano mestare nel disordine delle idee, che da per tutto cercano di 
produrre. 

Il Comitato Unitario ha il dovere di parlar franco. Son dichiarati nemici d' Italia, 
coloro che si dan da fare per condurre Napoli a pronunziamenti, a manifestazioni, a 
governi provvisorii indipendentemente da Garibaldi, uomo integro e puro, e perciò 
temuto dai cavouriani e lafariniani : i quali cercano ingradimento d' una provincia italiana, 
non la ricostituzione dell' Italia una, senza alcun predominio d' una provincia su d' un'altra. 
Noi cerchiamo il Piemonte non come figliuoli prodighi, che per grazia sieno ammessi 
nella famiglia italiana, ma come uomini liberi, che delle varie provincie vogliono fare 
la grande unità nazionale. Napoli per noi non è la testa, che debba pensare per le 
Provincie, ma è braccio e mente che unita alle altre braccia e menti deve concorrere, 
come nobilissima città allo scopo comune. GÌ' intriganti vogliono fare senza Garibaldi 
e talvolta si servono maliziosamente senza mandato del suo nome. 

Non è che il Comitato Unitario, il quale per l' intermezzo del dottor Bertani ha man- 
dato da Garibaldi; e noi siamo con lui, perchè egli è per l'Italia. Perciò noi avvertiamo 
il pubblico, che vi sono insidiatori contro i nostri propositi, e ricordiamo agi' intriganti 
che se è lor difficile il vincere, assai facile è disonorarsi. 

Viva V unità d' Italia, viva Vittorio Emanuele re d' Italia, viva il Dittatore 
Garibaldi ! 

Napoli, 30 agosto 1860. 



COMITATO AZIONE 
UNITARIO NAZIONALE 



Napoletani ! 

Pubblicammo ieri un manifesto a voi diretto, che esprimeva sensi italiani. Tra gli 
altri passi v' era questo : « Per noi, e re e generale e sacrifizi e vittorie non sono che 
« mezzi per raggiungere 1' unità italiana, raggiungerla per la virtù del dovere, per la 
* grandezza de' sacrifizi, per 1' opera e gli sforzi del popolo italiano ». Qualcuno ha 
detto : Qui si accenna a repubblica. E abbiam così avuto altra prova, che uno degli 
effetti del lungo dispotismo è d' insegnare nelle menti un impeto vivacissimo a sotti- 
lizzare in tutto, a investigare le intenzioni altrui, a vedere in alti e sinceri propositi 
una tendenza verso ciò che si teme. Noi consideriamo nella storia non l' azione 
dell' umano braccio, ma 1' azione magnanima della provvidenza ; poiché nella storia si 
manifesta Dio. Ora il corso storico delle cose vuole 1' unità d' Italia ; e a fronte del 
volere di Dio, che cosa sono gì' individui, se non mezzi di cui si serve ? L'altissimo 
scopo provvidenziale è 1' unità. Garibaldi, Vittorio Emanuele, il popolo italiano con 
le loro imprese, col loro disinteresse ed eroismo non sono che i mezzi potenti, di cui 
Dio si serve. Ora è quistione di repubblica ? Dissennato sarebbe chi pensasse a repub- 



ISTRUZIONI SEGRETE E PIANO DEL BORBONE 245 

blica, quando si deve ricostruire la nazione. Ecco il proposito fermo degli italiani d' ogni 
partito ; fare l' Italia. Uniamoci tutti e 1' Italia sarà. Vittorio Emanuele, re che onesta- 
mente ha serbato lo statuto, è chiaramente indicato dalla provvidenza per essere stru- 
mento d' unità. Noi r accettiamo, e l' Italia sarà. 

Viva l'unilà d'Italia, viva Vitlorio Emanuele re d'Italia, viva il Dittatore Garibaldi. 

Napoli, 31 agosto 1860. 



COMITATO AZIONE 
UNITARIO NAZIONALE 



COMITATO UNITARIO NAZIONALE DI NAPOLI 



BOLLETTINO DELLA RIVOLUZIONE 



N. 17 — 2 settembre. 

IN NOME DI VITTORIO EMANUELE RE D' ITALIA 

E DEL GENERALE GARIBALDI DITTATORE DELLE DUE SICILIE 

IL GOVERNO PROVVISORIO DI SALERNO 



ORDINE DEL GIORNO 

Volontari Salernitani ! 

Avete compiuta la nostra gloriosa rivoluzione : ora vi riunite armati sotto ta ban- 
diera, onde difenderla e sostenerla. 

Mi desideraste per vostro capo ed io accettai, fiero di tanto onore, trepidante, 
perchè in me non potete ne dovete attendervi altro, che un desiderio vivo di dividere 
i vostri pericoli e le vostre fatiche. Ricordatevi, che io calcolo sul vostro coraggio e 
patriottismo, senza di che sarebbero inutili le vostre fatiche. 

Ricordatevi, che il nostro grido è l' unità italiana e che quindi non dobbiamo 
soltanto essere pronti a combattere i regi borbonici ; ma bensì a correre alla guerra 
suprema, che deve punire e scacciare l' abborrito tedesco al di là delle Alpi. 

Vi raccomando concordia e fratellanza fra voi, fiducia ed obbedienza ai vostri 
capi. Desiderio ardente di servire la patria per lutto e sempre, e con ogni vostro sforzo. 

Ricordatevi, che non è combattendo che il soldato dà vera prova di se ; ma 
bensì nel sopportare i disagi, le privazioni, le fatiche, perchè il giorno di combatti- 
mento è giorno di premio pel soldato, che difende la Patria. 

Coraggio dunque, disciplina e volontà ferma di conseguire lo scopo del gran 
movimento italiano, e uniti a 27 milioni d' italiani gridate con me : « Viva l' Italia 
unita, viva Vittorio Emanuele, viva Garibaldi ». 

Firmato : // Comandante militare 
LUIGI FABRIZI 



246 LE LOTTE INTORNO A GARIBALDI A PALERMO 

Ogni giorno è testimone di una nuova vittoria : ogni sera il nostro Dittatore si 
riposa sopra un nuovo campo di battaglia. 

Sono scorsi appena pochi mesi, da che il despota di Napoli minacciava il nuovo 
regno italiano; il despota superbo di IO milioni di oppressi con un esercito di 140 mila 
uomini, ed una flotta di meglio che 100 legni da guerra, ora fugge davanti la spada di 
Calatafimi. Quei IO milioni oggi diventano liberi cittadini. Il redi Napoli fu: questa 
ombra del medio evo proiettata in pieno secolo decimonono svanisce dinanzi alla luce 
della civiltà. 



Dispaccio telegrafico elettrico ricevuto in Sala il 31 agosto 1860: 

A Sala — // Dittatore Garibaldi al Prodittatore diovanni Matina, di risposta. 

•« Restate fermi ed organizzate la vostra rivoluzione. Non fa bisogno venirmi 
all' incontro, sarò io che verrò quanto prima tra voi ; dite al mondo che ieri , con i 
miei prodi Calabresi, feci abbassare le armi a diecimila soldati comandati dal gene- 
rale Ghio; il trofeo della resa fu dodici cannoni da campo, diecimila fucili , trecento 
cavalli, un numero poco meno di muli ed immenso materiale da guerra. Trasmettete 
in Napoli ed ovunque la lieta notizia. Addio. Parto per Rogliano ». 

D'Agrifoglio 31, ore 8 ant. 

L' impiegato di servizio 

GAETANO CICERARO 



Dispaccio telegrafico elettrico da Sala il 31 agosto 1860 : 

« Viva Garibaldi e 1' Unità d' Italia su tutta la linea. Vi do una delle buone 
notizie. Ieri al giorno fu disarmata una colonna di diecimila uomini comandati dal gene- 
rale Ghio. 11 Dittatore adesso è partito da qui per Rogliano. Stasera sarà in Cosenza ». 

D'Agrifoglio 31, ore 9 ant. 

L' impiegato di servizio 

GAETANO CICERARO 

DISPACCI. 

4 settembre 1860, ora I pom. 

♦ Stamattina alle ore 9,30 si è proclamato il Governo Provvisorio in Ariano ». 



« Le Bande del Malese sono già a poche miglia distanti da Isernia ». 



ISTRUZIONI SEGRETE E PIANO DEL BORBONE 247 



Ci perviene il seguente proclama : 

GOVERNO PROVVISORIO IRPINO 

Ariano, 3 settembre 1860. 
Fratelli Irpini, 

Quest' aria che ne circonda, dai sospiri dei più illustri martiri della sventura 
infiammata, ci pone nelle vene il fuoco sacro d' odio alla tirannide e ci scrive sul cuore : 
vendetta del fraterno oltraggio. 

Questo vessillo che tanto ne allieta e che segna il termine dei nostri dolori, è 
per la regia dei Borboni il panno funerario. 

Quel Dio che depone i potenti ha segnato per 1' Italia il termine degli affanni 
suoi. Salutiamo la terra dei portenti e degli eroi, indipendente ed una, sotto popolare 
scettro del re guerriero. 

Irpini ! il vostro valore è noto. Il cherubino della guerra è con noi, con lui pugniamo 
da forti, e, se anco ci vedessimo tronche le braccia, con lui e per lui pugneremo coi 
petti e r ultimo sospiro nostro sarà : 

Viva l'unità d'Italia, viva Vittorio Emanuele re d'Italia, viva il Dittatore 

Garibaldi ! 

Air armi, all' armi ! 

R. BRIENZA 



COMITATO AZIONE 
UNITARIO NAZIONALE 



COMITATO UNITARIO NAZIONALE DI NAPOLI 



BOLLETTINO DELL A RI V O LU ZI O N E 



N. 23 — 4 settembre. 



La rivoluzione si propaga ogni dì più, sempre con Io slesso Programma ed il 
medesimo grido : Unità d" Italia, Vittorio Emanuele, Re d' Italia e Garibaldi, Dittatore. 
Un corriere or ora giunto ci reca i particolari della insurrezione e del Governo Prov- 
visorio proclamato in Ariano. 



AL COMITATO UNITARIO NAZIONALE DI NAPOLI. 

Miei carissimi amici. 

Ho ricevuto la vostra lettera e vi ringrazio in nome di tutti per la premura, che 
vi date per il felice esito della causa dell' Unità Nazionale. 



248 LE LOTTE INTORNO A GARIBALDI A PALERMO 

Già in Ariano sono raccolti più di 600 persone ; questa notte si aspetta De Marco 
con altri mille; piccoli contingenti arriveranno nella giornata di domani. Dopo dimani 
arriveranno quelli di Molise e forse anche quelli di Piedimonte; in una parola per 
il giorno 5 vi saranno un 4000 uomini e per il giorno 7 conto dare battaglia al gene- 
rale Flores, che si avanza da Bari ed è già alla Cerignola. Flores ha un reggimento 
di linea, due battaglioni di cavalleria, con 600 gendarmi e mezza batteria ; in tutto 
oltre 2000 uomini. 

Spero co' miei volontari rendere un servizio notevole alla Patria ; in tutti i casi 
son pronto co'generosi, che mi seguiranno a versare il sangue per la causa nazionale. 
Il Governo provvisorio sarà proclamato domani ; i componenti sono il colonnello 
De Conciliis, Vito Purcaro e il Padre Nitti; il Segretario generale, Rocco Brienza. 

Ariano, 3 settembre 1860. 

// vostro amico 

VINCENZO CARBONELLl 



COMITATO AZIONE 
UNITARIO NAZIONALE 



COMITATO UNITARIO NAZIONALE DI NAPOLI 



BOLLETTINO DELLA RIVOLUZIONE 



N. 24 — 4 settembre, ore IO 



pom. 



IL GOVERNO PRO-DITTATORIALE LUCANO 
AL GENERALE DITTATORE GIUSEPPE GARIBALDI, SALUTE. 

Signore, 

La insurrezione Lucana non s' iniziava che nel nome vostro, il quale felicemente 
riassume la santa Idea dell' itala nazionalità. 

E noi, che ci troviamo al potere nel nome vostro, e per rassegnarlo a voi quando 
vi piaccia, sentiamo indeclinabile il dovere di esprimervi i voti, le speranze e le feli- 
citazioni di questa civile e meravigliata popolazione. 

Per fare ciò, basterà tradurre a brevi e schiette parole quello che fu ed è gene- 
rale, irresistibile, quasi ispirato movimento di unica e cospirante famiglia. 

1 Lucani non tendono se non a quello, cui tutta l' umanità tende : la civiltà ; ai 
Lucani altro non è a cuore, se non quello che i Popoli civilissimi già conseguirono : 
la Hcizionalità ; nei coraggiosi Lucani altra aspirazione non palpita se non quella che 
caratterizza la forza del vostro genio guerriero : far l' Italia indipendente, libera, una ; 
che è dire : onorata, felice, potente ; eh' è dire, farla completamente tersa dalle onte che 
le inflissero secolari tirannidi e solennemente inaugurarla a passi grandiosi pel cam- 



ISTRUZIONI SEGRETE E PIANO DEL BORBONE 249 

mino del vero Progresso. E il Dio de' cristiani benedirà ; quel Dio che sulla vostra 
fronte scrisse : il puro Patriota, il maggior Prode, l' incomparabile decoro d" Italia 
che sorge. 

Generale, l'ardente gioventù lucana è con voi: fate cenno, e il fiore de' prodi 
reputerà sua gloria il seguirvi ovechesia. Dittatore, il senno de' Lucani è all'ordine 
del giorno: disponete, ed il fiore delle capacità Lucane si farà bello dell'ordine, cui 
saprete indirizzarlo. 

Accogliete, o Valentissimo, queste che sono sincere manifestazioni de' cuori lucani 
e del cuor nostro: non isgradite, o Magnanimo, queste che sono lodi dovute a merito 
che quasi non ha riscontro nella storia. 

Potenza, T settembre 1860. 

N. MIGNOGN.^ C. ALBINI 



IL GOVERNO PRO- DITTATORIALE SALERNITANO 
AL COMITATO UNITARIO NAZIONALE DI NAPOLI 



Sala, 3 settembre 1860. 

Qui siamo in entusiasmo ed in lavoro: l'opera dell'organizzazione procede. Il 
Dittatore Garibaldi sarà fra noi in giornata, e forse in giornata del pari muoveremo 
con forti colonne su Salerno. ! Regi sono scoraggiati ed avviliti; questa nostra gio- 
ventù è piena d' ardore. Vi saluta il Pro-Dittatore Mignogna, che parte in sul momento 
per andare incontro a Garibaldi. 

Vioa l'unità d'Italia, viva Vittorio Emanuele re d'Italia, 
viva il Dittatore Garibaldi. 

Il Pro-Dittatore 

GIOVANNI MATINA 



UNITA D'ITALIA 



VITTORIO EMANUELE RE D' ITALIA 
Il Generale Garibaldi - Dittatore delle Due Sicilie 

Il Pro-Dittatore della Provincia di Salerno: 

Volendo fare esperimentare ai popoli del Salernitano, che tanto volonterosamente 
han concorso all'istallazione del nuovo Governo Unitario Italiano ed al movimento 
insurrezionale della Provincia, i benefizi del nuovo regime ; 



250 LE LOTTE INTORNO A GARIBALDI A PALERMO 

DECRETA 

I ." Un indulto ampio è concesso in tutto il perimetro di nostra giurisdizione agli 
imputati e condannati per qualunque siasi delitto ed a tutti i multati a pene pecuniarie ; 

2." Sono esclusi dal presente indulto tutti gli imputati o condannati per reazione, e 
gli imputati per asportazione di armi senza autorizzazione. 

Sala, 3 settembre 1860. Pel Dittatore Garibaldi 

11 Pro-Dittatore 
GIOVANNI MATINA 

COMITATO AZIONE 
UNITARIO NAZIONALE 



COMITATO UNITARIO NAZIONALE DI NAPOLI 



BOLLETTINO DELLA RIVOLUZIONE 



N. 27 — 5 settembre. 

Due telegrammi militari trasmessi da! Governo, dopo il consiglio di questa notte : 

Comando generale ad Afan De Rivera : 

« Tutta la truppa che è in Salerno si concentri a Nocera passando per Cava, e si 
metta subito in movimento, tenendo occupata la posizione di Cava con due battaglioni. 
» Attenderà 1' arrivo dell' altra divisione ». 

Da Napoli, 5 settembre alle ore 2 ant. 

Comando generale al Governatore d' Avellino : 

« Nel caso la posizione della truppa esigesse imperiosamente ritirarsi innanzi a 
forze maggiori, passerà ad occupare le gole di Monteforte, donde, essendo (orzata da 
gravi perdite, ripiegherà per Nola a Nocera». 

Da Napoli, 5 settembre, ore 2 ant. 



Riportiamo gli altri due telegrammi giunti, oggi non perchè rechino nuove notizie, 
ma perchè confermano quelle da noi già date. 

Gallenga ad Ulloa : 

« Brigata Calderelli unita a Garibaldi, a Sapri quattromila sbarcati. Altri sbarchi 
in punti più vicini a voi. Tutto perduto da parte vostra. Vi avviso da amico privato 
quantunque vostro nemico politico » . 

Eboli, I e mezza ant. 5 settembre. 



ISTRUZIONI SEGRETE E PIANO DEL BORBONE 251 

Afan De Rivera al colonnello Anzani : 

« Si è saputo da due sottuffìziali reduci da Calabria, che la brigata Caldarelli si 
è unita a Garibaldi. Che Garibaldi è in Auletta. 

» Che in Sapri si è avverato uno sbarco di 4000 uomini comandati dal generale 
Tùrr ». 



ULTIMI DISPACCI. 



La brigata di Bosco si è rifiutata di battersi ; quella dei Bavaresi si è tutta rivoltata. 

Nel ricevere queste notizie, il Borbone ha chiamati tutti i Maggiori della Guardia 
Nazionale e loro ha indirizzate queste precise parole '■ 

* Giacche il vostro.... (ripigliando) il nostro comune amico D. Peppe si avvicina, 
» la mia incombenza ha finito ; ora incomincia la vostra. Mantenete la tranquillità ; ho 
» dato ordine alla truppa di rientrare dietro capitolazione ». 

Dopo di che ha disposto la sua partenza, la quale è imminente. 

Viva V unità d' Italia, viva Vittorio Emanuele, re d' Italia, viva il Dittatore 
Garibaldi. 



COMITATO UiNlTARIO NAZIONALE DI NAPOLI 



BOLLETTINO DELLA RIVOLUZIONE 



N. 31 — 6 settembre. 

Il Comitato dopo aver ricevuto una credenziale del Dittatore Garibaldi di cui 
pubblichiamo il testo, si è affrettato ad andargli incontro in Auletta, dove ha avuto da 
Lui l'onore di un non breve colloquio. Il Dittatore verrà fra poco in Napoli, e ha 
dato a noi le opportune disposizioni per la organizzazione del Governo. 

Altra più lusinghiera credenziale ricevemmo dal Dittatore, e molto ancora di più 
apprendemmo dalla bocca dello stesso colla facoltà di pubblicarlo. 

Ecco le parole del Dittatore : 

* Riconosco il Comitato Unitario Nazionale di Azione rappresentato da' signori.... ». 

Fortino, 4 settembre 1860. 

a GARIBALDI 

Concittadini ! 

Noi vi parliamo in nome del Dittatore, perchè egli stesso ce ne ha dato facoltà ; 
e siate certi che in questi pochi momenti, che precedono il suo ingresso nella capitale 
vi terremo avvisati delle sue intenzioni. 

Viva r unità d' Italia, viva Vittorio Enìanuele, re d' Italia, viva il Dittatore 
Garibaldi. 



CAPITOLO XII. 



CAVOUR E L* INDIPENDENZA DELLA GERMANIA. 
LA POLITICA DELL'INGHILTERRA NEL '59 E '60. 



INei primi di settembre del 1 860 uno dei rappresentanti più noti della 
stampa liberale tedesca, il signor Elisanter , erasi recato a Torino coli* intento 
di ottenere dal conte di Cavour , per mezzo del Ministro di re Vittorio a 
Berlino, un dispaccio giornaliero in cifre sugli avvenimenti, che si andavano svol- 
gendo in Italia. Alla richiesta del giornalista tedesco , Cavour rispondeva con 
la seguente lettera inedita, molto importante per i giudizi che il grande statista 
vi manifesta e che ebbi la fortuna di acquistare recentemente a Berlino. 

li conte di Cavour a Elisanter di Berlino. 



MINISTERE 
DES AFFAIRES ÉTRANGÈRES 



CABINET 



Turin, le 9 septembre 1860. 



Monsieur , 

Je régrette beaucoup de ne pouvoir pas adhérer à la demanda, qua vous m'avez 
adresséa. Je fais le plus grand cas de 1' appui de la presse liberale allamande et da 
la Deutsche Zeitung en particulier ; et je crois fermement qu' elle n' aura pas de peine 
à demontrer que V indépendence de V Italie et celle de l'Allemagne au lieu de s'exclure 
se supposent implicitement fune V aulre ; car elles soni les deux pierres angulaires du 
noucel édifice européen. 

Cependant, je ne puis m' engagar à vous transmettre, jour par jour, au moyen 
d' une dépéche chiffrée et par l'entremisa du Ministre du roi à Berlin, des nouvelles 
de r Italie. Pour vous aidar dans la tacha da defendre en Allamagna la grande cause 
à laquelle j' ai consacré ma vie avec joie , je pourrai , si cela vous convient , vous 



254 CAVOUR E V INDIPENDENZA DELLA GERMANIA 

tnettre en rapport avec le Comte de Launay et le prier de vous {aire de temps en 
temps, et sous le sceau du secret le plus ahsolu, des Communications confidentielles sur 
la situation politique. 11 suffirait ainsi à votre journal de recevoir de l'Agence Télé- 
graphique Stefani les nouvelles qui concernent 1' Italie pour acquerir, par vos justes 
appreciations sur 1' état de la peninsule, une renommée serieuse en Allemagne. 
Agréez, Monsieur, les assurances de ma consideration distinguée. 

C. CAVOUR 

P. S. - Cette lettre était ecrite lorsque j' ai re^u votre billet d' aujourd' hai, auquel 
je m' abstiens de répondre par égard aux sentiments, que vous avez manifeste en 
faveur de mon pays. 



Il conte di Cavour adunque, nel 1 860, riteneva 1' indipendenza d' Italia e 
della Germania le due pietre angolari del nuovo edifizio europeo, 

profetizzando V alleanza di queste due grandi nazioni libere ed unite. Se il 
sommo statista potesse aprire gli occhi, vedrebbe oggi la sua profezia realizzata; 
ed è con legittimo orgoglio per noi italiani che qui riporto ciò che, a propo- 
sito della politica del primo Ministro di Vittorio Emanuele II, un autorevole 
giornale tedesco ' recentemente scriveva : « Bìsmark, aveva già, come ambascia- 
tore, conoscenza dei progetti di Cavour e li approvava. Nel dicembre del '58 
il grande uomo di Stato italiano scriveva: " La Prussia è inevitabilmente per 
r idea nazionale. L' alleanza colla Prussia è scritta in lettere d' oro 
nel libro della storia futura ,,. // Ministro prussiano però, von Schleinitz, 
era di diverso parere, quando il Piemonte iniziava la spedizione nelV Umbria 
e nelle Marche e mandava, per mezzo dell' Ambasciatore conte Brassier de 
St. Simon, una lunga protesta alla quale Cavour rispondeva: " Potrei con- 
traddire con assoluta certezza ogni punto del richiamo : ma ad ogni modo è una 
consolazione per me il pensare, che io ho dato un esempio che 
probabilmente la Prussia fra poco imiterà con gioia ,,. Così è avvenuto! 
Ugualmente aspri, come i clericali di oggi, (continua l'articolista) erano i con- 
servatori di Prussia d' una volta contro V Unità italiana. Essi non volevano 
saperne del riconoscimento del " Regno d'Italia ,, , che ironicamente mettevano 
fra virgolette, e mandavano al cacciato re di Napoli uno scudo d'onore in 
argento. Bismarl^ invece, compiva la profezia di Cavour; nel ì 866 la Prussia 
e r Italia erano alleate, ed oggi lo sono V Italia e V Impero tedesco. E quando 



* Vossische Zeitung, n. 74, 13 febbraio 1911. 



LA POLITICA DELL' INGHILTERRA NEL 59 E 60 255 

Guglielmo I ritornava, dopo V incontro con Vittorio Emanuele II a Milano, 
nel suo saluto di addio, diceva: " Il destino ha messo noi due alla testa 
di due popoli nazionalmente uniti. Possano i nostri posteri restare 
sempre amici fedeli! ,, ». 

Sullo stesso argomento è del massimo interesse conoscere il pensiero di 
Garibaldi e 1' apprendere come 1' uomo di Stato e l'eroe avessero in proposito 
uniformità di vedute. All' Elisanter di Berlino, Garibaldi pochi mesi dopo, scri- 
veva la seguente lettera inedita : 

Garibaldi a Elisanter. 

Caprera, 29 marzo 1861. 
Signore, 

Ho ricevuto la vostra lettera del i 3 del corrente mese, e vi sono molto grato 
delle interessanti notizie, che mi avete dato. Spero me le continuerete e sopratutto in 
queste gravi circostanze in cui l' Austria, concentrando imponenti corpi d' armata nel 
Veneto, accenna a voler tentare qualche colpo disperato con una nuova aggressione 
all' Italia. 

Vi sarò pure grato, se mi comunicherete i nomi di quei tali gentiluomini, che mi 
menzionate. 

Perseverate nella nobile missione di far conoscere ai generosi popoli 
della Germania, che il loro supremo bisogno è 1' unità come lo è per 
l' Italia. La fratellanza di queste due nazioni risulterebbe a sommo bene- 
fìcio dell' umanità, rendendo impotente 1' ambizioso egoismo dei despoti. 

Con distinta stima credetemi 

Vostro 

C. aARIBALDI 
Signor Elisanter 

in Berlino 



Non meno importante è ora il conoscere per mezzo di altri documenti 
inediti, lo spirito pubblico ed il pensiero delle alte sfere politiche in quei 
giorni, m Francia ed in Inghilterra, verso 1' impresa garibaldina. Le lettere che 
seguono dirette a Garibaldi nel giugno 1 860, 1' una da Carlo Arrivabene, allora 
a Parigi ; le altre da G. S. Lang, uno scrittore influente del Times ed amico delle 
personalità politiche inglesi più spiccate, ci danno nuovi particolari. 

Carlo Arrivabene, nato a Mantova, esule fino dal 1849, si era sta- 
bilito in Londra, dove, familiarizzatosi con la lingua inglese, cominciò a 



256 CAVOUR E V INDIPENDENZA DELLA GERMANIA 

scrivere in vari giornali, fra i quali il Dail}) News. In qualità di corrispon- 
dente di questo giornale, egli , nell' aprile del '60, aveva seguito Vittorio 
Emanuele nell' Italia Centrale. La lettera che segue fu diretta al dittatore da 
Parigi, dove l'Arrivabene, andando a Londra, si era fermato. Da Londra poi 
egli, ripartì ben presto per andare a combattere con Garibaldi, e fatto prigioniero 
davanti a Capua fu condotto a Gaeta; ma poco tempo dopo, per interces- 
sione del governo inglese , che considerava l' Arrivabene come suo cittadino, 
venne lasciato libero. 

Carlo Arrivabene a Garibaldi. 

Parigi, 16 giugno 1860. 
Illustre Generale, 

Giunto da o!to giorni a Parigi per recarmi a Londra, mi prendo la libertà di 
scriverle per metterla al corrente di quanto mi venne fatto raccogliere nelle regioni, 
dove di ordinario sogliono agitarsi le grandi quistioni di Europa. 

Da altre fonti Ella potrà indubbiamente attingere le notizie che le invio ; ma due 
versioni varranno meglio di una. E inutile, che io abbia a dirle come il di Lei nome 
sia oggi popolare non solamente fra le classi operaie, ma ben anche nelle più influenti 
adunanze della Chassé d' Autin e del Sob. Sant' Honoré. Persino alla Corte Imperiale 
è oggi di moda 1' esaltare le gesta del Gran Capitano d' Italia ! In uno degli ultimi 
Consigli di Ministri, il signor de Thouvenel, avendo pronunziato con qualche asprezza 
il di Lei nome, 1' Imperatore lo interruppe dicendo : << Cosa vi ha dunque egli fatto 
Garibaldi, questo mio compagno di armi della campagna d' Italia ? » l Ministri corti- 
giani, visto da che parte spirava il vento, cambiarono di andazzo, ed è ora di moda 
a Versailles il far precedere il di Lei nome dall' aggettivo di Eroe. Questa 1' opinione 
dei francesi per ciò che riguarda la di Lei persona e le di Lei gesta meravigliose. 
In quanto alla situazione politica della Sicilia, si ragiona generalmente così : •< E impro- 
babile, che i siciliani abbiano a pronunziarsi per l' autonomia politica, come è del pari 
improbabile, che essi vogliano accettare le promesse concessioni di Ferdinando II o 
del Siracusa. Antiveggendo l' influenza, che la Francia tenterà esercitare sui negozi 
politici dell' isola, Garibaldi, dicono i più, sarà forse obbligato a ricorrere al voto univer- 
sale, come già si fece m Toscana e nell' Emilia. L' annessione della Sicilia al Regno 
d' Italia sarà così compiuta, ed un Principe della Casa di Savoia sarà chiamato a reggere 
quella stessa isola dalla quale, or fa un secolo e mezzo, derivava il suo regale titolo. 
I nomi di Garibaldi e di Vittorio Emanuele sono troppo identificati con quelli d' indi- 
pendenza e di libertà, e sopratutto con quello di ostilità ai detestati Borboni, perchè 
essi non abbiano a cementare la fortunata unione dell' isola col resto d' Italia ' . 

Se vi è fatto, che abbia impressionato le menti dei francesi e degli inglesi, dopo 
il di Lei eroismo e quello dei di Lei soldati, è certamente l'accordo manifesto dei 




London, Published by T. Me. Lean. 26 Haymatket, lOlh Aprii. 1859. 

Thts fine painling newly dìscovered in Florence is atlnbuted lo Giotto, v.ho flourished in ihe (ìfteenlh century. 
1(9 subject is believed lo be '* The kiss of Judas Iscariot ,,. Stili upon this point opinions differ, bui ihere is 
no doubt ihal il represents Two Saints. 

Traduzione : 

(Questo bel dipinto, scoperto rccenlemente in Firenze è attribuito a Giotto, il quale \isse nel secolo decimoquinlo 
Il soggetto si crede che sia ** Il bacio di Giuda Iscariota ... Ma le opinioni sul riguardo non sono concordi: 
non v' ha dubbio però, che il dipinto rappresenta Due Santi. 



(^DaUa collezione Jel Doli. Curàlulo in Roma). 



LA POLITICA DELL' INGHILTERRA NEL -59 E '60 257 



siciliani e 1' aiuto prestato dal clero alla causa nazionale. Ne le folgori del Vaticano 
avranno potenza di intimorire le coscienze di cotesti magnanimi isolani ! Piemontesi, 
lombardi, toscani, siciliani, modenesi e parmensi, scomunicati per scomunicati, si uniranno 
in quel fraterno abbraccio, nel quale sono alla vigilia di confondersi le sparse genti 
d' Italia. Ne qui, ne a Londra, si crede possa Vittorio Emanuele rifiutare l' annessione 
dell' isola. L' Austria è impossente a contrastarla ; 1' Inghilterra, la ne sia certa Generale, 
r Inghilterra, mi diceva ieri un influente membro del Parlamento Britannico, la saluterà 
con gioia. In quanto alla Francia, si affretterà a riconoscerla, quantunque non sian\>i 
altre Provincie da barattare. Ne valga il dire, che il Piemonte essendo in pace con 
Napoli non consentono le leggi internazionali, che per esso si accetti la Corona di 
Sicilia. Qualsiasi Governo ha il diritto di riconoscere l' indipendenza di un territorio 
straniero ed accettarne quindi, la sovranità, se liberamente ed universalmente offerta. 
D' altra parte, la di Lei spada ha, per ciò che riguarda 1' Italia, squarciato le pagine 
di quei contratti, che da secoli hanno costantemente sanzionato i dolori, i martirii della 
nostra patria ! Garibaldi conquistatore e dittatore non vorrà certamente rinunziare al 
diritto, anzi all' obbligo di assicurare l' annessione dell' isola alla patria comune. £i non 
è uomo da transazioni codarde ; ei saprà dar vita alla nazione ! 

Ho voluto abborracciare così, alla rinfusa, queste idee, perchè esse riflettono, a 
mio credere, la vera condizione della pubblica opinione di questo paese e dell' Inghil- 
terra. In questo secondo paese le speranze sono, a dir vero, più ardenti ; perchè i 
patrioti inglesi, e primi quelli del Daily News, attendono ad ogni momento avere 
r eroico Capitano mosso il passo ardimentoso fra le balze della Calabria. Intanto, le 
sottoscrizioni procedono favorevolmente ed i meetings, in favore della Sicilia, si molti- 
plicano. Non mancherò di tenerla al corrente di quanto avviene in Inghilterra ed in 
Francia; e questo farò fino al giorno nel quale potrò raggiungerla. Il commendatore 
De Martino, inviato da Re Ferdinando alle Corti di Francia e d' Inghilterra fu ieri così 
freddamente ricevuto dall' Imperatore che ha perduto, a quanto mi dice un personaggio 
autorevole, ogni speranza di successo. Sembra, che egli abbia per ora rinunziato al suo 
viaggio a Londra, nella quale città non troverebbe certamente accoglienza più favorevole. 

Il discorso pronunziato 1' altra sera da Lord Palmerston nei Comuni deve avere 
persuaso il diplomatico napolitano, che i Ministri della Regina Vittoria non sono disposti 
ad assistere una dinastia, che ha già il rantolo della morte alla gola. Ardire adunque, 
e r Italia sarà, per Dio, degli italiani ! 

Ove valga a servirla, mi faccia scrivere a Londra : " Cacendish Club Regent 
Street „ . Un saluto fraterno a Don Gusmaroli, a Nino Bixio, ad Acerbi, a Corte e 
Boldrini. A Lei, mio illustre Generale, tutta la devozione, tutto 1' affetto reverente 

Del suo devoto 
CARLO ARRIVASENE 

•to esposto dall' Arrivabene in questa lettera, relativamente al diritto 
che ogni Governo ha di riconoscere l' indipendenza di un territorio straniero e 

CURÀTULO 17 



258 CAVOUR E L' INDIPENDENZA DELLA GERMANIA 

di accettarne la sovranità, corrisponde perfettamente con quanto Lord John Russell 
aveva scritto alla Regina Vittoria nella lettera del 30 aprile di quell'anno, e che 
è bene di avere sottocchio. 



Camera dei Comuni, 30 aprile 1860. 

Lord John Russell presenta i suoi umili omaggi a Vostra Maestà ; egli è dolente 
di non potere consentire colla Maestà Vostra, che vi sia alcunché di scorretto nello 
incoraggiare chi vuol rovesciare il Governo del Re delle due Sicilie. I più autorevoli 
scrittori di diritto internazionale considerano come un merito il rovesciare un governo 
tirannico, e pochi governi sono stati tanto tirannici quanto quello di Napoli. Certo, il 
Re di Sardegna non avrebbe il diritto di aiutare il popolo delle due Sicilie, se non 
fosse da quel popolo stesso invocato, siccome il principe d' Grange fu chiamato dalla 
miglior parte d' Inghilterra, onde rovesciare la tirannia di Giacomo II; atto che ricevette 
r unanime plauso dei nostri grandi scrittori, e che è 1' origine della presente nostra 
forma di governo. 



* 



La prima delle lettere dirette a Garibaldi da Gideon S. Lang, per la sua 
importanza, mi parve utile trascrivere nel suo testo inglese, e darne in seguito, 
per maggiore comodità del lettore, la traduzione letterale. Ma giova anzitutto 
qualche breve considerazione. 

Chi si dà a giudicare serenamente, sulla base di documenti, la politica 
dell' Inghilterra, verso 1' Italia nel '59, non troverà esagerate le parole, che 
un illustre storico nostro, ebbe a scrivere in proposito : « Prima di baloc- 
carci in Italia con frasi stereotipiche sulla tradizionale amicizia inglese, scrive 
il Luzio, bisognerebbe procurarsi il piacere di leggere o la vita del Principe 
Consorte di Sir Teodoro Martin, o il carteggio della Regina Vittoria, o la 
" Correspondence respecting the affairs of Italy ,, dal gennaio al maggio 1859, 
dove riboccano le testimonianze del malvolere pertinace, opposto da Corte, 
Governo ed in fondo anche dal popolo britannico, alla guerra redentrice 
d'Italia >•>. 

Però, la politica inglese, durante la campagna garibaldina di Sicilia, fu ben 
diversa da quella dell' anno avanti. John Bull del 1 860 non era più John Bull 
del '59! Vero è, che le predilezioni della Regina Vittoria furono nel '60 per 
il Borbone, come nel '59 erano state per l'Austria; ma con questa differenza, 



LA POLITICA DELL- INGHILTERRA NEL -59 E '60 259 

che mentre il Gabinetto conservatore di Lord Malmesbury aveva condiviso ed 
appoggiato la politica della Regina, il Gabinetto di Lord Palmerston segui 
nel '60 una direttiva diversa ed opposta a quella della Sovrana. La corrispon- 
denza fra la Regina Vittoria ed i suoi Ministri, fra la Regina e lo zio, il re 
del Belgio, ha gettato nuova luce sull' argomento. 

Uno storico inglese, il Treveiyan, a proposito della politica seguita nel '59 
dall' Inghilterra, scrive : « In Inghilterra, i Ministri conservatori dell'epoca, credendo 
che le sciagure d' Italia avrebbero potuto aver (ine senza il bisogno di cacciare gli 
austriaci, si misero alla testa di un forte movimento di pace ; ma con spiccata ten- 
denza austriaca {wìih a strong austrian hìas). Essi miravano, come scrisse Lord 
Malmesbury, alle combinazioni territoriali del 1815, le quali avevano segnato il 
record della pace più lunga. Molti inglesi, sebbene simpatizzassero per l' Italia e 
fossero meno disposti verso l'Austria, partecipavano però al terrore dei Ministri, che 
cioè quella guerra avrebbe potuto essere il preludio di un' altra era di conquiste 
napoleoniche. L'ostilità nostra verso la Francia, scrive il Treveiyan, raffreddo 
in quel momento il nostro entusiasmo per /' Italia, come sei mesi dopo invece 
servì ad accrescerlo ». 

Non v' ha dubbio come nel '59, non soltanto le alte sfere politiche, ma, ben 
si può dire, quasi tutta la nazione inglese fossero favorevoli all' Austria. Una 
stampa a colori pubblicata in quei giorni a Londra, divenuta oggi rarissima, 
che tolgo dalla mia raccolta, dà un idea dell' ostilità inglese all' alleanza italo- 
francese ( Vedi l'annessa riproduzione). Detta stampa fu pubblicata il 1 aprile 
del '59 con la seguente caratteristica leggenda: « This fine painting newly disco- 
vered in Florence is atiributed to Giotto, who flourished in the fifteenth century. 
Its subject is believed to be " The kiss of Judas Iscariot „. 5/(7/ upon this 
point opinions differ ; bui there is no doubt thal it represents two Saints. 
{Questo bel dipinto, recentemente scoperto in Firenze si attribuisce a Giotto, che 
visse nel secolo decimoquinto. Il soggetto sembra essere " Il bacio di Giuda 
Iscariota „. Ma le opinioni su ciò non sono concordi; non v' ha dubbio però, 
che il dipinto rappresenta due Santi) ». E da notare moltre, che nella stampa 
la veste che indossa Napoleone è di colore verde, mentre è rossa quella di 
Vittorio Emanuele ; sembra qumdi, stando alle dimostrazioni pittoriche della 
passione di Cristo, che nella mente dell' autore il Giuda dovesse essere 
Napoleone III ! 



Macaulay Treveiyan - Loco citato, pag. 115-116. 



260 CAVOUR E L" INDIPENDENZA DELLA GERMANIA 

Dicevo dianzi, come John Bull del 1860 non fosse più quello del '59! Il 
Trevelyan scrive : " La gelosia della Francia, che aveva raffreddato il nostro 
entusiasmo per l'Italia, durante la guerra, ci spinse, dopo Villa/ranca, ad offrire 
qualche cosa di più dello stesso Napoleone per ottenere la gratitudine dell'Italia, 
ora che quegli esitava ; e ci stimolò ad aiutare la formazione di uno Stato 
italiano, forte abbastanza per divenire indipendente dalla protezione di Napo- 
leone ». Più oltre soggiunge: « La guerra era ancora violenta e la vera ori- 
gine della neutralità inglese destava dei dubbi, avuto nguardo alle predilezioni 
per r Austria del Gabinetto Derby ; il quale restava ancora in funzione, in 
attesa del discorso della Corona. Uno degli ultimi atti del Ministero conserva- 
tore era stato quello di mandare Henry Hellyott a Napoli con ordini di dis- 
suadere il re di Napoli d' unirsi al Piemonte nella guerra contro l' Austria. 
Quindi, non soltanto l' Inghilterra, ma anche la Francia, 1' Italia e V Austria 
attendevano impazienti il risultato dell'emendamento al discorso del giovane Lord 
Hartington. Nelle prime ore del mattino dell' 1 1 giugno, una maggioranza di 
1 3 voti fu annunziata nel Parlamento, affollato da più di 630 membri, ed il 
Ministro piemontese, il quale con altri stranieri presenziava nella tribuna, gettò il 
cappello in aria e si buttò nelle braccia di Jaucourt, attaché francese ; un atto 
cui nessuno ambasciatore si era mai abbandonato in un luogo così pubblico. 
E quando il vecchio Lord Palmerston si presentò, raggiante nel viso torvo, 
gì' Italiani raddoppiarono le grida. In verità, continua il Trevelyan, la loro 
condotta non fu ne corretta, né avveduta ; essa ferì il Ministero sconfitto. 
GÌ' Italiani avevano dimenticato dove si trovavano e pensavano soltanto all' Italia, 
alla tragica terra di cui ben pochi di quegli Inglesi, ricchi e liberi, avevano 
nozione ; una terra, dove il pensare era pericolo, il parlare una rovina, l'agire 
la morte ; dove gli uomini di Stato venivano incatenati insieme ai delinquenti ; 
dove infine, le donne erano trattate con la sferza e gli uomini fucilati! Quando 
gì' Italiani videro comparire Palmerston lo applaudirono, perchè egli era 1' uomo 
che, nella sua maniera ruvida e brutale, aveva sovente detto tali verità, che 
diplomatici ed uomini di stato sogliono nascondere, e quell* uomo tornava al 
potere ancora una volta. Nella luce crepuscolare di quel mattino, gì' Italiani 
videro l' alba di speranza per la loro patria ; e veramente 1' Italia con quel 
voto aveva vinto molto più di quanto essa credette, molto più di quello che 
Jaucourt, Y attaché francese avrebbe desiderato ! Quel voto, conclude il Trevelyan, 
fu l'abbraccio di congedo dato dall'Italia alla Francia!». 



' Macaulay Trevelyan - Loco citato, London, 1909, pag. 80-81. 



LA POLITICA DELL' INGHILTERRA NEL 59 E 60 261 

Il mutamento della politica inglese, coli' avvento al potere di Palmerston, 
Russell e Gladstone, balza fuori con tutta la vivacità di colori dalle lettere di 
quell'epoca di Lord John Russell, ministro degli affari esteri alla Regina Vittoria. 
Cambiamento di politica che ebbe inizio, si può dire, con la lettera del 1 3 luglio '59; 
in essa Lord Russell diceva : « Non v'ha dubbio, che l'Imperatore Napoleone è 
all'apogeo della potenza. Ciò accadde, perchè lo si lasciò essere il solo campione 
della causa del popolo italiano ». 

La verità adunque si è, che lo stesso sentimento, che aveva indotto 
r Inghilterra a vedere di malanimo la guerra, che noi combattevamo nel '59 
contro l'Austria, la spinse poi nel 1 860 ad aiutarci contro il Borbone : il timore 
cioè, di una preponderanza napoleonica in Europa. 

GÌ' Italiani però non furono, come non saranno mai, immemori del grande 
aiuto, che dall' Inghilterra venne alla gloriosa impresa di Garibaldi, anche se 
queir aiuto fu ispirato da fini particolari. Noi non dimenticheremo, che il popolo 
inglese mandò denaro ; che molti inglesi combatterono con Garibaldi e soprattutto 
rammenteremo che l' Inghilterra fu la terra prediletta dagli esuli nostri con Giuseppe 
Mazzini alla testa ; la terra che 1' Eroe amò e dalla quale fu tanto amato ! 

Quando, nel '64, Garibaldi andò a Londra, ricevendo un' accoglienza 
rimasta memorabile, si pensò di fare dei bazars, allo scopo di raccogliere fondi 
da mandarsi ai Comitati insurrezionali italiani per la continuazione della guerra 
dell'indipendenza. Uno di questi bazars fu tenuto a Bradford, e Garibaldi vi 
mandò una sua grande fotografia, che qualche anno fa io ebbi la fortuna di acqui- 
stare a Londra e sulla quale l' eroe aveva scritto di sua mano la seguente dedica : 
^ Al libero paese! All'Inghilterra, ove palpita il cuore di un popolo, che si 
commuove ai patimenti di tutte le oppresse nazionalità e che accoglie benevolmente 
la sciagura » . 

Quel ritratto fu acquistato da un signore inglese per il prezzo di 1 00 guinee : 
(Lire 2600). 

Ma, senza oltre indugiarmi, ecco il testo delle importanti lettere. 

Gideon S. Lang a Garibaldi. 

To his Excellencv General Garibaldi, Dictalor of Sicil};. 

London, 6 June 1860. 

31, Albion Street 

Please your ExcellencX), 

Since I had the the honour of receiving your Iettar of 2.^^ May, and more parti- 
culary since the publication of my letter in the Times of first June which 1 enclose, I 



262 CAVOUR E L' INDIPENDENZA DELLA GERMANIA 

find myself undesignedly in the position o{ your representative, and, so being, have 
used every effort to prepare our public men for the crisis evidently ahead of you, 
namely the interference of Napoleon to prevent the estabUshment of a united Italy 
under Victor Emanuel. 

2. Lord John Russel hearing that I was in corrispondence with you expressed a 
wish to see me, and 1 called at his private residence. After reading your letter, we 
had a rather a long conversation, of which I will send a statement in two days (inclusing in 
this a key to the same) ; his Lordship having cautioned me to beware letting it become 
public. I will only say now, that he spoke freely and the result was very satisfactory. 

3. I have been in communication with several of our most able politicai writers, 
many M. P. and other men of great intelligence, and the following is an embodiment 
of their opinions. First, that the suspicion and dislike of Napoleon is almost universal 
and increasing in intensity every day ; second, that Italy should be free, independent 
and united and third, that the Italians should be allowed to settle their own affairs 
without interference from any quarter. 

4. The difficully will be to make the nation shake in such a voice that Napoleon 
will see that we are in earnest. It may very probably be however for several reasons. 
First, there is a strong conviction that we will have, sooner or later, a war with Napoleon ; 
second the Ten Millions of Income tax has originated the idea that may just as well 
have the war at once and be done with it as pay for it indefinitely and third, there 
are now 200,000 men on foot, volonteers and regulars ; we feel prepared and not at 
ali inclined to be hunbugged by Napoleon, as the Nation indignantly feels that it has 
been. Only the application of the match is required to cause such an explosion as wouid 
force any Ministery to interfer in your behalf. Mr. Worsman (M. P.) in discussing 
the matter with me fast night, said "< that upon no subjects could the House be more 
unanimous than in their desire to see an united and indipendent Italy, and suspicion of 
of Napoleon 's interference there, and on no subjects more helpless ; but he added, 
« if Lord Palmerston will make such a speech as he has made perhaps once in twenty 
years, 600 members will go with him as one man ; if he will only give the real roar 
of the Britsh Lion, the whole country, every town and village will be up in arms » , and 
1 believe him. I need scarcely point out to you however, that before such a demonstration 
could be attempted, it must be palpable to the Nation that Napoleon is actually interfe- 
ring dangerously in Italy ; it is now, in the eyes of the general public a mere suspicion 
that he looks to the throne of Naples for a Murat, and its effect upon Europe is not 
at ali realised. He is so insidious that, with Cavour to work with, the mischief may 
be done before John Bull realises the danger. 

5. With a view to this, I am now acting. Besides conversations, I am preparing a series 
of letters forth the Times of which the enclosed is the first ; the fast, when the time comes 
for it, will be a careful and bitter resumé of Napoleon 's frauds and deceptions m Italy, and 
of the trikery of his dealings with England. I will then again point out the concequences 
to Europe, and appeal for fair play to the Italians for our own sakes as well as theirs. 

6. My last move will be the pubblication of your letter to me ; which it is believed 
will raise the whole country from one end to the other. I have been strongly advised 



LA POLITICA DELL'INGHILTERRA NEL '59 E '60 263 

not to publish it until Napoleon 's proceedings will justify the Governement in giving 
expression to the feehngs of the nation, and then it will act like the springing of a 
mine. I would, however, respectfuliy ask your permission to leave out Cavour 's name ; 
it will not diminuish its force against Napoleon, and will avoid so public a proclamation 
of a faci, which many most able men regard as one of the greatest dangers of the 
present struggle, namely the differences between you and Count Cavour, which gives 
Napoleon a fearful advantage. The extract N. 2 is upon this subject. 

Through Madame Schwabe, a devoted friend of yours, I bave an apportunity of 
sending my Times letter of Frieday to Baron Bunsen, and through him to the Prince 
Regent of Prussia, with a letter adressed to ber pointing out the importance to Prussia 
of an united Italy, and the danger of allowing a Murai to reign in Naples. Madame 
also gives a party in a few days on purpose to introduce me to Mr. Milner Gibson, 
Minister, Board of Irade and other politicai men. Madame is also eslablishing an Asso- 
ciation of Ladies to raise subscriptions for the wounded and widows of your volonteers. 
Il was intended to be locai and to enlist the efforts of a number of ladies in London, 
bui I am now engaged in it with ber on purpose to make il a National demonstration, 
which may form a powerful lever, when the lime comes. If the minds and sympathies 
of ali the women in England are actively engaged in behalf of your widows and wounded, 
an attempi of Napoleon to deprive them and ali they had foughl and bied for, will 
present itself as a monstruosity. 

Il has been suggesled to me by a very able writer, that you would very much 
strengthen your politicai position by resuscilating the Constitution of 1812, and calling 
togelher the states, thereby placing yourself in exactly the same position as the Dutchies 
when ihey called togelher their Assemblies. But for you stili to retain the Dictator- 
ship, even when advancing upon Naples ; which every one expects you to do. 

I feel very proud of the honour that has been forced upon me, and the labour is 
a labour of love ; bui I need noi say that I am very anxious to bear from you again. 



'^^icuuUT'CfiLU, Autf-*c-^-<. -^ à^ 







P. S. - May I engagé your attention to signor Zeffiro Gemignani correspondenl 
of the Morning Post and of Mr. Montgomery Stuart mentioned in te " key „ ? 



264 CAVOUR E L" INDIPENDENZA DELLA GERMANIA 

Traduzione. 

A Sua Eccellenza il Generale Garibaldi, Dittatore della Sicilia. 

Londra, 6 giugno 1860. 

31. Albion Street. 

Dopo che ebbi l'onore di ricevere la vostra del 2 maggio, e più precisamente dopo 
la pubblicazione della mia lettera nel Times del 1" giugno che vi accludo, io mi trovo 
involontariamente nella posizione di essere vostro rappresentante e come tale ho fatto 
ogni sforzo, onde predisporre le nostre personalità politiche alla crisi, che evidentemente 
sta loro davanti, cioè l' inf ramettenza di Napoleone per impedire il compimento di un'Italia 
unita sotto Vittorio Emanuele. 

2. Lord John Russel, sapendo che io era in corrispondenza con voi, manifestò il 
desiderio di vedermi e andai a trovarlo nel suo domicilio privato. Dopo di aver 
letto la vostra lettera, noi ebbimo una conversazione piuttosto lunga, della quale vi manderò 
ragguaglio fra due giorni (accludendole in questa un cifrario per essa), avendomi Lord 
Russel prevenuto di stare bene attento, che quella conversazione non diventasse pubblica, 
lo vi dico ora soltanto questo : che ho parlato liberamente e che il risultato fu soddisfacente. 

3. Sono stato in comunicazione con diversi dei più esperti dei nostri scrittori di 
cose politiche, molti deputati ed altri uomini di grande intelletto ed il riassunto delle 
loro opinioni è il seguente : primo, che il sospetto e 1' avversione verso Napoleone è 
quasi universale e crescente in intensità ogni giorno ; secondo, che l' Italia dovrebbe 
essere libera, indipendente ed unita ; terzo, che agli Italiani dovrebbe essere permesso 
di aggiustare le cose loro, senza l' intervento di alcuno. 

4. La difficoltà sta nello scuotere la nazione in maniera, che Napoleone si accorga 
che diciamo sul serio ; questo però è molto probabile che accada per diverse ragioni. 
Anzitutto, vi è la forte convinzione che noi avremo, presto o tardi, una guerra con 
Napoleone ; secondo, che i dieci milioni della tassa d' entrata hanno fatto nascere l' idea, 
che la guerra possa aver luogo subito ed esser fatta con queUi ; terzo, che abbiamo 
sul piede di guerra 200.000 uomini, volontari e regolari. Noi siamo preparati e non 
vogliamo essere messi nel sacco da Napoleone, come la nazione sdegnosamente sente 
di essere stata messa finora. Una sola scintilla basterebbe a provocare tale esplosione, 
che obbligherebbe il Ministero ad intervenire in vostro aiuto. 

Mr. Worsam, membro del Parlamento, discorrendo sul proposito con me ieri sera, 
diceva che su nessun altro argomento la Camera potrebbe essere così unanime, come 
su quello che riguarda un' Italia libera ed indipendente e sul sospetto che Napoleone la 
ostacola ; ma che nulla essa potrebbe fare. Poi soggiunse : " Se Lord Palmerston farà 
un discorso tale, come egli ne ha fatto forse uno in venti anni, 600 deputati lo segui- 
ranno come un sol uomo ; se egli farà sentire soltanto il vero ruggito del leone inglese, 
r intero paese, città e villaggi, sorgeranno in armi ,, , ed io lo credo. Non occorre, 
però che vi dica che, affinchè una tale dimostrazione possa avvenire, è necessario che 
la nazione abbia le prove palpabili, che veramente Napoleone cerca di ostacolare e 



LA POLITICA DELL' INGHILTERRA NEL 59 E '60 265 

danneggiare 1' Italia. E attualmente negli occhi del pubblico un semplice sospetto, che 
Napoleone miri al trono di Napoli per un Murat e gli effetti di questo avvento sull' Europa 
non sono ancora completamente realizzati. Egli è cos'i insidioso che, lavorando insieme 
con Cavour, il male può esser fallo prima che John Bull realizzi il pericolo. 

5. In vista di ciò, io sto agendo. Oltre delle conversazioni, preparo una serie di 
lettere per il Times, delle quali la prima è quella che vi accludo : 1' ultima, quando 
il tempo sarà venuto, sarà un accurato ed amaro riassunto delle frodi e delle disillusioni di 
Napoleone verso Italia e della sua artifiziosa condotta verso 1' Inghilterra. Metterò allora 
di nuovo in rilievo le conseguenze per 1' Europa e la necessità di un movimento per 
gì' interessi nostri e per quelli degli Italiani. 

6. L* ultima mia mossa sarà la pubblicazione della vostra lettera a me diretta ; la 
quale, si crede, solleverà tutto il paese, da un' estremità all' altra. Mi si è caldamente 
raccomandato di non pubblicarla, finche la condotta di Napoleone non giustificherà il 
Governo di attuare i sentimenti della nazione ed allora si avrà come 1' espolsione di 
una mina. Vorrei però, chiedere rispettosamente il vostro permesso di mettere da parte 
il nome di Cavour ; ciò non toglierà forza contro Napoleone ed eviterà una procla- 
mazione così pubblica di un fatto, che molti dei nostri più abili uomini politici con- 
siderano come uno dei più grandi pericoli della lotta presente, cioè le divergenze fra 
voi e il conte di Cavour, che danno a Napoleone un temibile vantaggio. Il paragrafo 
N. 2 è su questo argomento. 

Per mezzo di Madame Schwabe, un' amica a voi devota, ho 1' opportunità di 
mandare la mia lettera del Times di venerdì al barone Bunsen e per mezzo di lui al 
Principe Reggente di Prussia, con una lettera indirizzata ad essa in cui rilevo l' impor- 
tanza per la Prussia di un' Italia unita, ed il pericolo di permettere il regno di un 
Murat a Napoli. Madame Schwabe, inoltre, fra pochi giorni, darà un ricevimento allo 
scopo di presentarmi Mr. Milner Gibson, ministro, ed altri uomini politici. La signora 
sta pure fondando un' associazione di dame per raccogliere fondi per i feriti e le vedove 
dei vostri volontari. Si pensava di farne una cosa locale ; ma io sono ora impegnato 
a farle avere un significato nazionale ; ciò potrà essere una leva potente in vostro favore, 
al momento dato. Se tutte le donne d' Inghilterra sono fortemente impegnate in sollievo 
dei vostri feriti e delle vedove dei vostri volontari, ogni sforzo di Napoleone tendente 
a privarli di questo aiuto sarebbe da per se stesso una mostruosità. 

Mi è stato suggerito da uno scrittore molto abile, che voi aumentereste moltissimo 
il prestigio della vostra posizione politica, risuscitando la Costituzione del 1812, convo- 
cando insieme gli Stati, mettendovi con ciò nella identica posizione dei Ducati, quando 
essi riunirono le loro assemblee. Ma ritenete ancora la Dittatura, anche avanzando su 
Napoli ; la qualcosa ognuno si aspetta voi farete. 

Io mi sento molto orgoglioso dell' onore, che mi è stato dato e 1' opera mia è 

opera di amore ; non è necessario però, che vi dica quanto sia ansioso di ricevere 

vostre lettere nuovamente. 

Ho r onore di essere col massimo rispetto 

Di vostra Eccellenza 

GIDEON S. LANG 



266 CAVOUR E L'INDIPENDENZA DELLA GERMANIA 

L' altra lettera che traduco dall'autografo inglese fu scritta da Lang a 
Garibaldi dopo la conversazione avuta con Lord Russell. Mancando sfortuna- 
tamente il cifrario, non mi è stato possibile il decifrare qualche nome. 

Gideon S. Lang a Garibaldi. 

Londra, 9 giugno 1860. 
Caro e rispettato Amico, 

Voi avrete già ricevuto, prima di questa, una lettera contenente il mezzo per 
interpretare la presente e vi do subito ragguaglio della mia conversazione con 0, 1 {Lord 
Russell), il quale, sapendo che io era in corrispondenza con voi, manifestò il desiderio 
di vedermi. 

2) Comincio però coli' assicurarvi sull'autorità di 50 (?), che le opinioni ed il 
sentimento di 25 (Consiglio di Ministri?) sono interamente cambiati riguardo a 38 
(Napoleone). Al principio della quistione di Nizza e Savoia ebbe luogo una discus- 
sione in 25 (Consiglio dei Ministri?), in cui 17 (Palmerston ?) parlò così efficace- 
mente sulla poHtica di 38 (Napoleone) e sulla necessità di ostacolarla, che la direttiva 
politica del Governo d' allora in poi è stata assai influenzata dalle sue osservazioni. 
Tutti convennero che la politica di Napoleone era pericolosa per la pace della Europa ; 
personalmente disonorevolissima a lui stesso e tale da mettere in condizione gli uomini 
di Stato del nostro paese e degli altri a non nutrire alcuna fiducia sulle sue assicu- 
razioni e sulle sue intenzioni. 11 vero stato delle relazioni fra questo Governo e quello 
di.... (Francia?), a parte delle convenzioni diplomatiche, è quello del più grande disin- 
teresse da parte di quest' ultimo e della massima sospettosa gelosia da parte del 
nostro Governo. Si giudica così ignobile la di lui condotta, che 9 (Gladstone ?) spesso 
chiama 38 (Napoleone) coli' appellativo di 28-4-20-6-28, 19-16-15-1 (?) ; e 50 (?) mi 
disse che 0.1 (Lord Russell), dopo la mia intervista, andò a trovare una gran dama 
sua amica e che parlando della lettera di 90 (Garibaldi) a me diretta, abbia esclamato 
che essa sarebbe stata per loro un'occasione assai propizia. 

3) Appena mi sedetti diedi a 0.1 (Lord Russell) la vostra lettera colla mia; 
quest' ultima era tutta intorno alla Sicilia ed all' avvenire, mentre la vostra non parlava 
ne dell'una ne dell'altro, sebbene vi si riferisse. Egli disse supporre, che forse voi 
non credevate di farne parola in questo momento. Dopo, lesse tutte e due le lettere 
accuratamente (la vostra con grandissimo interesse e nell'originale) ed alla fine disse, 
sorridendo, come se quella lettura l' avesse mollo divertito : ■» E molto forte contro 38 
(Napoleone) ». Io risposi, che certamente lo era; ma che non avevo mai avuto diversa 
opinione di 38 (Napoleone). 

4) Gli dissi, che consideravo la vostra lettera a me diretta, scritta non soltanto 
per mia personale informazione ed egli aggiunse che non avrebbe dovuto, per nessuna 
ragione, essere pubblicata. Risposi, che non l' avrei fatto per ora ; ma che se fosse 



LA POLITICA DELL' INGHILTERRA NEL "59 E 60 267 

stato necessario il pubblicarla, per illuminare il paese a sostegno del Governo contro 38 
(Napoleone), l'avrei ritenuta mollo utile ed efficace. 

5) Disse che aveva ricevuto un telegramma da Napoli, annunziante che l' armi- 
stizio era stato rifiutato e che il bombardamento era forse ricominciato, manifestando 
grande sdegno e sentimento di orrore, al quale io mi associai. Continuò poi, dicendo 
che non v' era più dubbio ormai che la Sicilia dovesse ritenersi perduta per Napoli, 
e che mai più l'avrebbero riacquistata. Replicai, che il vostro successo era certo e che 
avreste sicuramente mantenuto il potere. 

6) Mi chiese allora, se io sapessi se fosse intenzione vostra di marciare su Napoli. 
Risposi, che non avevo nessuna personale informazione su ciò; ma che ritenevo che, 
appena avreste sottomessa 1' isola ed organizzato 1' armata ed un governo, avreste 
marciato su Napoli. Che consideravo unico pericolo gl'intrighi dei Murattisti, che da 
mesi si erano andati preparando per ottenere una manifestazione m favore di un Bona- 
parte. Che un largo numero dei Generali e dei più alti Ufficiali dell'armata del Re 
erano già stati conquistati dalla Francia ; che se la elezione di un nuovo Governo 
fosse stata diretta da loro non vi sarebbe stata quella libera manifestazione della volontà 
popolare, che era tutto ciò che i patrioti avrebbero desiderato. Quello che 90 {Garibaldi) 
teme, dissi, è 1* influenza di 38 {Napoleone). 

7) Egli affermò, che certamente considerava non esservi più possibilità di conci- 
liazione fra Re e popolo ; che le cose erano andate troppo avanti ; ma non prestava 
molta fede nella cospirazione Murattista. Gli diedi le prove che avevo e molte, dopo 
la pubblicazione delle mia lettera, fornitemi principalmente dal Dr. Chapman, editore 
del Westminster Review, che aveva scritto molto efficacemente sul proposito e che è 
fonte di larghe corrispondenze. Sembrò assai impressionato e pensieroso, e disse a 
bassa voce, quasi parlando con se stesso : " E impossibile di dire ciò che si deve fare 
o che si può fare », e pronunziò due volte le parole: « che si può fare ». Mi parve 
come se volesse dire, che non era possibile di precisare quale condotta 38 {Napoleone) 
sarebbe per tenere e m conseguenza che cosa sarebbe stato necessario a 17 {Palmerston?) 
di (are. 

8) La conversazione si era arrestata, quando io feci notare che temevo che voi 
avevate compromesso il Mezzogiorno d' Italia, agendo così esclusivamente per Vittorio 
Emanuele, invece di tenere quello che voi andavate conquistando sulla base del voto 
popolare, fino a che le cose non si fossero definitivamente sistemate. 

9) 0.1 {Lord Russell) m'interruppe abbastanza rudemente per dirmi, che egli 
non divideva la mia opinione, che voi avevate fatto bene e replicò : «^ Se gì' italiani 
non lavorassero tutti, avendo in vista uno stesso obiettivo, le loro forze andrebbero divise 
e perdute ». 

10) Risposi che non intendevo dire questo. Garibaldi, dissi, prende ogni cosa 
in nome di Vittorio Emanuele ed incorpora le conquiste che va facendo al regno di 
Sardegna, così che esse sono subito poste nelle mani di Napoleone e Cavour per 
tagliarvi e trinciarvi sopra. Mentre, se egli ritenesse tutto il Sud d' Italia nelle sue 
mani, fondandosi semplicemente sui diritti del popolo, esso sarebbe sempre di Vittorio 



268 CAVOUR E f INDIPENDENZA DELLA GERMANIA 

Emanuele, ma diventerebbe meno facile un intervento napoleonico. Del resto, aggiunsi, vi 
è una considerevole minoranza in favore di un Bonaparte, di un Murat e di un regno 
separato, e si può dire con giustizia che la corona è data a Vittorio Emanuele non 
dalla voce del popolo, ma dal volere di Garibaldi. Infatti il compenso richiesto da 
Napoleone della Sardegna sarebbe forse facilmente avvenuto, se il Sud non fosse 
ancora nelle mani vostre, come Dittatore ed aperto alla libera volontà del popolo. 

11) 0.1 (Lord Russell) allora replicò: « Ma il conte di Cavour dice che non 
darà Genova nemmeno per la Venezia ». Io mostrai con un sorriso e con un gesto, 
il mio scherno per le assicurazioni di Cavour, aggiungendo : « Ma questo non è cer- 
tamente sufficiente dopo i affare di Nizza e Savoia » . 

1 2) Dopo, dissi : « So di certo e lasciateli smentire come possono, che Genova è 
già promessa ; se non ne hanno parlato formalmente, è certamente chiaro fra Napoleone 
e Cavour il pensiero, che Genova deve andare alla Francia, ed io ne sono sicuro » . 

13) Quindi feci capire, che andavo a scrivervi con un mezzo sicuro ed egli 
disse subito, con cordialità : « Bene ; io posso soltanto affermare che noi tutti qui siamo 
suoi amici; noi tutti gli auguriamo bene ». 

1 4) Ripigliando la conversazione sull' argomento del paragrafo 9", disse : « Credo 
sarebbe bene, che la Sardegna e Napoli fossero sotto Governi separati; essi non sono 
facilmente governabili » . 

15) « Forse, replicai, questo è vero con gli Stati del Papa e l' armata francese in 
mezzo a loro *. Indi lo salutai e stavo per andare, quando egli disse, con una certa 
enfasi: « Dite a 2 1 -I -1 6-1 0-19-28-1 6 (?) di guardarsi dall' immischiarsi negli Stati 
della Chiesa; voi sapete che tanto la Francia che l'Austria sono inflessibili su questo 
soggetto e certamente lo impedirebbero >. 

16) Risposi, che io vedevo in ciò il pericolo, specialmente perchè si sarebbe data 
a Napoleone un'opportunità di immischiarsene per i suoi fini. 

1 7) Non fecimo altre osservazioni : ma mentre lasciavo la stanza potei comprendere 
dall' atteggiamento del viso, che egli aveva capito la mia osservazione. 

18) L'impressione infine, che ebbi in tutto il complesso si è: che egli spera ed 
aspetta che voi riusciate nel fare l' unità d' Italia sotto Vittorio Emanuele ; ma che la 
sua grande paura è che voi darete alla Francia ed all'Austria qualche occasione che 
possa impedirlo. 

19) Il punto da me toccato nel paragrafo 9' e 10", mi pare importante ed in 
una prossima occasione vorrei dire di più ; ma solo se voi lo desiderate, perchè non 
vorrei annoiarvi con delle lunghe lettere sugli affari d' Italia ; per quanto grande sia 
il mio interessamento in essi, ragione per cui voi forse 1* avete accolte così gentilmente. 
11 giuoco in Italia per la sua libertà e indipendenza deve essere ora giocato fra voi 
e Napoleone ; e da questo punto politico, mi sembra, dipenderà principalmente chi sarà 
il vincitore. Vittorio Emanuele e Cavour, non meno che il Papa ed il Re di Napoli, 
sono altrettanto impotenti come le pedine in una scacchiera. Credetemi 

Vostro sempre devotissimo 
21-26-19-15-20-21 



LA POLITICA DELL' INGHILTERRA NEL 59 E 60 269 

Per meglio completare questo retroscena della politica inglese nel 1 860, mi è 
sembrato utile trascrivere dal numero del Times del I ° giugno la bella lettera che 
Gideon S. Lang vi pubblicò e della quale egli fa menzione nella sua diretta 
a Garibaldi il 6 dello stesso mese. 

1." giugno 1860. 

13, Albion Street. Hyde Park. 

All' Editore del " Times,, 

Gli avvenimenti in Italia progrediscono così rapidamente, che il punto culminante, 
cioè la cacciata o la fuga dei re di Napoli può avvenire da un momento ali' altro. 
Il destino d' Italia sarà allora deciso forse in poche ore, e se per suo bene o per suo 
male, ciò dipenderà molto dalla condotta, che sarà seguita dal Governo inglese. 

Il vostro corrispondente da Napoli rilevava chiaramente, giorni fa, che non appena 
il re avrà abbandonato Napoli, la classe rispettabile dei Napoletani si troverà in balìa 
di un'armata di mercenarii senza comando e di una folla furiosa di fanatici, di lazza- 
roni, condotti da preti, assetata di sangue e di denaro ; e che per sfuggire ad un 
massacro, come quello del 1849, essa farà eco al grido di una miserabile cricca di 
Murattisti per l' intervento di Napoleone a garantirsi la protezione della Francia, che 
avrà pronta ogni cosa per l' occasione. 

Una rivoluzione in Napoli avrebbe per 1' Europa più serie conseguenze di quelle di 
qualunque altro avvenimento dopo Waterloo. Suppongasi da una parte, che un Bona- 
parte venisse eletto al trono vacante ; 1 2.000.000 di uomini sarebbero di un tratto 
aggiunti al potere aggressivo della Francia ed altri 12.000.000 di uomini, posti fra 
quelli e le Alpi Francesi, sarebbero inevitabilmente messi sotto di essa ; così pure tutto 
il litorale d' Italia. D' altra parte, suppongasi che i sudditi di Bomba votassero per 
l'adesione a Vittorio Emanuele, allora si avrà una nazione unita di 25.000.000 di 
uomini liberi, sotto un governo costituzionale, forte abbastanza per mantenere intatto 
il loro territorio contro tutti, ispirati da un grande amore per la libertà e da un pro- 
fondo sentimento di gratitudine per l' Inghilterra, che l' ha favorita per ottenere quella 
libertà. Con tale nazione al sud, la Prussia e la Germania al nord, l' Inghilterra 
vedrebbe fortificata la libertà costituzionale ed allontanato il giorno, in cui milioni di 
abitanti di Europa debbano tremare solo perchè un uomo, un solo uomo, domiciliato 
alle Tuilleries parlò con ciglio severo ad un ambasciatore ! 

Nessuno sa tutto ciò meglio di Napoleone ; e nessuno sforzo egli risparmierà per 
fare prevalere la tradizionale politica francese ed impedire la formazione di una sesta 
grande potenza al sud delle Alpi. Vedemmo, nell' affare di Nizza e Savoia, di quanto 
egli fosse capace per arrivare al suo intento mediante il suffraggio universale : giuoco 
di mano così sfacciato ed eseguito in maniera così grossolana, che la votazione fu 
fatta senza nemmeno salvare il rispetto alla decenza. Le speranze e gli intrighi dei 
Murattisti sono così manifesti e conosciuti, come lo è il desiderio ardente di Napoleone 
di un ingrandimento; e non vi è dubbio sui preparativi, che si stanno facendo per 



270 CAVOUR E V INDIPENDENZA DELLA GERMANIA 



profittare della crisi e mettere un Bonaparte sul trono di Napoli, senza alcun riguardo 
all' opinione pubblica di Europa ed alla libera volontà dei Napoletani. 

L' obiettivo del partito francese è di assicurarsi la sola occupazione della Francia, 
finche il nuovo re sia eletto ; e nel caso di abbandono della capitale da parte del re 
Francesco, il piano è di fare presentare una Deputazione, della quale facciano parte 
uno o due membri ufficiali della municipalità all'Ammiraglio e all'Ambasciatore francese, 
per essere protetti dall' armata e dai lazzaroni. La richiesta sarebbe accordata ed una 
potente forza verrebbe sbarcata sotto il pretesto di mettere l'ordine; ma in sostanza, 
col proposito d' influire sulla votazione, che sarebbe fatta per un regno separato sotto 
un Bonaparte o per l'unità e Vittorio Emanuele; ed il risultato certamente sarebbe 
2.695.461 per il primo e 269 per il secondo. Per impedire che questo piano di Napoleone 
si attui ed ottenere che le elezioni si facciano liberamente, il nostro obietto dovrebbe 
essere di fare un' occupazione unita, a mano armata, se un' occupazione sarà necessaria ; 
e questa dovrebbe durare fino a che il governo provvisorio non dichiari di potere mante- 
nere da se la sicurezza pubblica. Noi non possiamo garantire il successo agli insorti: 
ma se l' occupazione unita fosse rifiutata dalla Francia, in tal caso noi avremmo il diritto, 
come grande potenza navale e per la sicurezza del mondo, di sbarcare una sufficiente 
forza neir interesse dell' umanità. Ma se dovessimo aspettare, per puntiglio, finche 
fossimo richiesti, il nostro Ammiraglio può stare sicuro, che i patriotti italiani sono 
altrettanto pronti ad invocare l'aiuto britannico, quanto i Murattisti quello francese. 
Ora, siamo noi pronti a quello ? 

Se i napoletani formassero un governo provvisorio sotto Garibaldi, come han fatto 
i siciliani, l'occupazione straniera sarebbe necessaria, finche egli arrivasse a Napoli 
colle sue forze e chiamasse la nazione a dare il suo voto onestamente, come tutta 
r Europa ne ha fede. Ma questo non piacerebbe a Napoleone, e la stampa francese 
ad arte rappresenta Garibaldi come un capo di guerriglia e niente più ; e ciò allo 
scopo di preparare le menti prima che egli arrivi a Napoli e far credere, che la sua 
presenza non può essere considerata come garanzia di buon ordine. Nel mio resoconto 
intorno a Garibaldi ed i suoi volontari a Como, pubblicato nel Times nel giugno dell'anno 
passato, io affermai essere convinto, che la vera grandezza di Garibaldi si sarebbe 
mostrata nella rigenerazione politica e nel governo del suo paese e non ho fin' ora 
alcuna ragione per dovere cambiare di opinione. La sua presenza nella guerra fu 
sempre garanzia di successo ; il suo avanzare fulmineo colpisce coloro, che non cono- 
scono il suo grande potere di organizzare, come pure la rapidità e il suo metodo di 
trattare, sia come capitano di un legno mercantile, che come liberatore di una provincia. 
Anche prima della pace di Villafranca, egli vedeva lo sforzo che dovevano compiere i 
suoi concittadini, e quando io gli mostravo i miei dubbi riguardo alla loro tenacità nel persi- 
stere senza lo stimolo della guerra, egli mi assicurava ciò che pochi allora immaginavano, 
cioè che il buon senso e 1' unanimità dei suoi concittadini erano arra sicura del destino 
d' Italia ! La corrispondenza che accludo per essere presa in esame, dimostra che Garibaldi 
si diede alla presente impresa, non soltanto con abile e previggente perizia di Generale, 
ma anche con larghe vedute di uomo di Stato. Del resto, sia che Io si consideri da 
questa parte delle Alpi come un uomo di Stato o come un condottiero di guerriglie, il 



LA POLITICA DELL'INGHILTERRA NEL"59 E 60 271 



fatto certo si è, che gì' Italiani hanno mostrato di essere capaci di maneggiare i propri 
affari e che Garibaldi è alla testa del presente movimento col loro unanime consenso. 

Lord John Russell e Lord Palmerston parlano di buon grado di Garibaldi e 
favorevolmente, e la nostra nazione sottoscrive somme da inviarsi ; ma a che servono 
le buone parole e i denari agli Italiani, se poi, col non agire, permettiamo che 
Napoleone giri tutto a suo esclusivo vantaggio, lasciando gl'Italiani lontani dall'indi- 
pendenza, come lo erano prima ; e che Lord Russell possa poi dichiarare con dolore : 
la cosa è un fatto compiuto e che non vi si può più rimediare ? Non si può questo 
evitare ? Molte navi francesi sono già a Napoli e sono per andarvi. Dove è la nostra 
flotta, e quali istruzioni sono state date all'Ammiraglio ? 

Se un Murat fosse eletto dalla libera voce del popolo, noi potremmo riguardare 

il fatto come una grande disgrazia ; ma se tale elezione si compisse o per negligenza 

o per miserabile servitù del nostro Governo a Napoleone, allora ciò non potrebbe 

essere considerato da parte nostra, che come un grande delitto. GÌ* italiani si sono 

mostrati degni e capaci, per ogni riguardo, di fissare i loro destini come un popolo 

libero, e questo è un loro diritto. Poiché adunque, in nessun altro campo l'opinione 

del popolo inglese potrebbe essere più unanime come in questo : che cioè l' Italia sia 

libera ed indipendente, è da sperare che in questo diffìcile momento il Governo inglese 

non risparmierà i suoi sforzi per assicurare agli Italiani la sola cosa della quale essi 

hanno bisogno al presente: « // non intervento ». 

Vostro obbedientissimo 

GIDEON S. LANG 



Più tardi, dopo 1' ingresso di Garibaldi in Napoli, Lang scriveva a Federico 
Campanella l' importante lettera inedita, che qui pure traduco dall'autografo. 

Gideon S. Lang a F. Campanella. 

Selkrich-Scotland, 29 settembre 1860. 
Caro e rispettalo amico, 

Pochi giorni fa, mentre mi trovavo in Londra, ebbi una lunga conversazione con 
Mr. Stuart sulla presente situazione di Garibaldi e le difficoltà in cui si trova, e vi 
accludo il di lui articolo, pubblicato nel Morning Post e sul quale richiamo tutta la 
vostra attenzione. Io pure desidero dire qualche parola e dare un suggerimento, 
assicurandovi che la mia devozione a Garibaldi ed alla libertà non è minore ; ma io 
peso ogni argomento freddamente e deliberatamente, e parlo di Garibaldi semplicemente 
come un elemento del mio ragionamento. 

2) L'obiettivo degli Italiani deve essere di liberare interamente l'Italia con una 
guerra contro l' Austria e possibilmente contro la Francia e di riunire tutto sotto 
Vittorio Emanuele. 



272 CAVOUR E L" INDIPENDENZA DELLA GERMANIA 

2) Per raggiungere questo scopo essi hanno il Nord d' Italia con un Governo 
già stabilito ed una armata regolare di Sardegna sotto Vittorio Emanuele ; il Sud, 
per il patriottismo e l'energia di tutta l'Italia, è guidato da Garibaldi. Questo è 
abbastanza, perchè con tatto e prudenza si possa riuscire ad ogni cosa. 

3) Commciando le operazioni, due cose dovrebbero essere tenute bene in vista ; 
primo, assicurarsi l'appoggio morale dell'Inghilterra e dell'Europa, in caso di un disa- 
stro ; secondo, evitare di compromettere Vittorio Emanuele più di quello, che è asso- 
lutcmiente necessario. 

4) Per ottenere ciò è ovvio, che Garibaldi dovrebbe tenere Napoli e la Sicilia 
con un'azione indipendente, finche egli proclamerà Vittorio Emanuele dal Quirinale 
ed moltre, che Garibaldi dovrebbe cominciare coli' attaccare la Venezia e tirarvi 
dentro V. E. con una guerra contro 1' Austria, voglia o non voglia. Allora, sebbene 
alleati indipendenti, essi dovrebbero lavorare come una sola mano ed una sola mente, 
per lo stesso scopo. 

5) Io sono bene al corrente delle molte difficoltà, che circondano Garibaldi nel 
conseguimento della sua meta ; ma credo, che molte di esse scomparirebbero davanti 
alla chiara manifestazione della sua espressa volontà. Su alcuni lati della quistione 
desidero manifestarvi la mia opinione secondo il punto di vista, che credo possa essere 
il migliore per 1' Italia ! ! Tutti gli altri non si addicono all' uomo, al quale Dio ha 
data la missione di rigenerare la sua patria e forse anche le altre nazioni, che seguono 
ansiose i di lui passi. 

6) Garibaldi intende proclamare Vittorio Emanuele dal Quirinale. Benissimo! 
Ma dovrebbe farlo prima o dopo di avere conquistato la Venezia ? lo dico dopo, per 
le seguenti ragioni. Primo : tulle le forze d' Italia essendo portate subilo contro l' Austria, 
esausta dall' ultima guerra, in pericolo per I' Ungheria, senza una probabilità di aiuto, 
con la Venezia in insurrezione, un rapido successo ottenuto in principio potrebbe 
indurla a cedere subito. Secondo : che il continuato aiuto morale dell' Inghilterra 
sarebbe assicurato, ed in caso di disastro essa non solo non permetterebbe che Vittorio 
Emanuele fosse severamente trattato (essendo stato quasi obbligato alla guerra), ma 
impedirebbe che Napoleone se ne immischiasse ; giacche debbo assicurarvi, che per 
quanto non soddisfatto possa essere il conte di Cavour della risposta chiara e positiva 
di 0. 1 {Lord Russell) essa fu redatta in tale maniera da impedire delle complicazioni, 
che certamente sarebbero avvenute, se avesse risposto nei termini che il sig. C. {Cavour?) 
forse si aspettava. D' altra parte con un tentativo su Roma ora, uno sforzo combinato 
di Vittorio Emanuele e Garibaldi sulla Venezia si renderebbe quasi senza speranza 
di successo. Inoltre 1' amor proprio della Francia favorisce l' intervento di Napoleone 
in Italia e gli permetterebbe di trattarla secondo la potenza, che 1' esito della guerra 
gli darebbe ; infine, nel tafferuglio, l' Austria potrebbe fare un tentativo di ripren- 
dere la Lombardia, e certo gì' Italiani perderebbero la simpatia dell' Inghilterra. Il 
prestigio di Garibaldi sarebbe rovinato o seriamente compromesso per questa semplice 
ragione, che si rinunzierebbe alla chance così lungamente attesa, semplicemente per 
mostrzu"e un sentimento per Roma e suscitarne un altro d' indignazione da parte dei 



ÌCulÙ tvctr^ Jcn^ vt^^c^^i- a~ l/ci~ c-i^t^iS^ 
atcttécL i^ outjf-a, c^A. /cà^x $i a/vh^x^,_ 

avere ut/ix ua^vi'x . J^^i^o^ n<»n o'tVa-ù^te. 



Y4CC0 Ha oAi. /a^A. yc^/ i/A^Jif A^-fif ^ ^i ^U^ 
U/i^f^a.J' ^4^/^ ìaoTi^t'A. irti. <Vi^»i^^/W»-«. 

t\A^ OMVle Sc^h/^o -^^ c^tV*. <^'/ ;-\*-/rf^'M^ 






^■yi^ 



Lettera di A. Saffi a Garibaldi 
suir interessamento del popolo inglese all'impresa di Sicilia. (Vedi pag. 274). 



LA POLITICA DELL- INGHILTERRA NEL '59 e '60 273 

Francesi. Garibaldi, invece di riunire e dirigere i sentimenti e gì' impulsi degli Italiani 
ad un solo grande scopo, andrebbe incontro a pericoli, senza alcuna necessità strategica 
o politica. Tutta la (orza dell'Italia deve essere concentrata contro l'Austria, anche 
se la Francia è a Roma; e quando la Venezia sarà assicurata, Roma, come Nizza e 
Savoia potranno forse essere tolte alla Francia senza pericolo per l' indipendenza italiana 
e con non maggiore perdita di quella che ordinariamente segue una grande guerra. 

7) Il conte di Cavour ha fatto il suo possibile per attraversare ed umiliare Gari- 
baldi; ha perfidamente sacrificato Nizza e Savoia e si mischia negli Stati Romani, 
io credo, soltanto per sconcertare Garibaldi ; però tutto ciò che egli faccia, non impe- 
disce che sia il padrone della situazione e che la sua astuzia, senza scrupoli, sia neces- 
saria a tenere Napoleone in giuoco lo dimostra il fatto che egli, Cavour, può rivoltarsi 
a lui, come fa spesso un briccone contro l'altro. Nessuno meglio di Cavour preparerà 
e porterà avanti le risorse della Sardegna fino al punto d' attaccare la Venezia. Riguardo 
ai sentimenti personali di Garibaldi sul proposito, l' Italia non può seguirli ora. Se 
Nizza e Savoia furono sacrificate, questa non è una ragione, perchè tutta l' Italia lo 
debba pure essere. Voi avrete potuto osservare quante delle nostre operazioni navali 
e militari sono andate a male attraverso quistioni fra un Generale ed un Ammiraglio ; 
ma chi oggi non li biasima entrambi? Così la posterità biasimerebbe Garibaldi e Cavour; 
e per quanto grandi i torti del primo possano essere, essi, da qui a sessant' anni, sem- 
breranno agli italiani una misera ragione da non giustificare di avere sacrificato la loro 
indipendenza. 

8) Molta incertezza ed inquietudine hanno cagionato fra i veri Italiani ed amici 
dell' Italia e molto incoraggiamento è stato dato ai repubblicani e reazionari ed un 
mezzo nelle mani di Cavour, per combattere Garibaldi, le cariche affidate ai Mazzi- 
niani e ai radicali. Si può dire, che essi, personalmente, meritano ogni rispetto ; ma 
questa non è la quistione. I loro servizi destano molti sospetti nell'altra parte. Lord 
Palmerston perdette 1 2 voti su 24 nell' ultima votazione, che stava per compromettere 
il Ministero, solo perchè egli sorrise ad una tirata di un Membro Irlandese su Gari- 
baldi. Ora Garibaldi, nella sua posizione, agisce, parla ed anche sorride non per i 
voti soltanto, né per armi, ma per i popoli in armi e non importa quali che sieno 
le sue private opinioni e sentimenti verso alcuni particolari individui ; egli deve 
regolare i suoi alti e le sue parole in accordo colla politica generale di Vittorio 
Emanuele e sua. Come i nostri leaders parlamentari, egli deve evitare di compromet- 
tere 1 colleghi o di indebolirne la situazione con atti o parole, che potrebbero essere 
evitati onorevolmente. E indubitato, che solo i grandi successi hanno impedito, che la 
posizione di Garibaldi fosse seriamente danneggiata dalla sua apparente inconsape- 
volezza dell' immenso peso politico di ogni suo atto o parola. 

9) In conclusione, io vorrei rilevare che la decisione della Camera Sarda darà 
a Garibaldi un' opportunità simpatica per porre fine alla presente difficoltà con V. E., 
cedendo alla voce del popolo italiano, espressa dal suo solo organo esistente. Rite- 
nendo Napoli e la Sicilia con azione libera ed indipendente, finché egli avrà proclamato 
V. E. Re di tutta 1' Italia unita, dal Quirinale, e rifiutando di fare ogni concessione a 

CURÀTULO 16 



274 CAVOUR E L'INDIPENDENZA DELLA GERMANIA 



Cavour personalmente, Garibaldi può con dignità cedere alla pubblica voce la sua 
opinione privata per quanto riguarda il mantenimento di Cavour come Ministro e la 
necessità di occupare Roma al presente. Entrambi V. E. e Garibaldi avranno tutto 
r inverno davanti a loro, onde preparare per la primavera ventura una campagna contro 
r Austria e Garibaldi per organizzare la sua armata e tempo per stabilire un Governo 
sicuro per 1' Italia ed assicurante per 1' Europa. Ho 1' onore di essere il vostro devoto 

amico. 

GIDEON S. LANG 
Signor Campanella 

Napoli 



Le lettere inedite che ora trascrivo dagli autografi e dirette a Garibaldi da 
Aurelio Saffi, da W. H. Ashurst, T. Tower, Ugo Forbes e da altri mostrano 
il grande interessamento, che tutta Y Inghilterra prendeva all' impresa garibaldina. 

Aurelio Saffi a Garibaldi {Vedi facsimile). 

Oxford, 4 giugno 1860. 
Caro Generale, 

Vi recherà questa mia l' inglese sig. Callaway, il quale viene ad offrire i suoi 
servizi all' Esercito italiano in Sicilia, come medico-chirurgo, lo non lo conosco, ma 
mio cognato Craufurd me lo raccomanda come ottima persona ed esperta nell' arte 
sua ; oltre di che, è devoto a voi ed all' Italia per affetto verso la santa causa e verso 
chi fa tanto per la medesima. Vogliate, adunque essergli cortese, come è vostra natura 
di essere cortese coi buoni e devoti, e gradite che io vi mandi col cuore un saluto di 
venerazione per ciò che avete fatto e ciò che farete a creare 1' Italia. 

Qui tutti sono rivolti a voi come ad uomo, che rappresenta una virtù antica in 
questa età scarsa di grandi cose, e gì' italiani sentono che a voi e al drappello di eroi, 
che vi accompagnarono nell' avventurosa spedizione, dovranno il beneficio di avere una 
patria. Però, non vi isolate nell' isola. NapoH e Roma sono la meta della vostra missione. 
Dio vi custodisca e vi conforti, e la nazione italiana tutta quanta, non pochi eletti 
soltanto, sorga ad azione degna di un tanto duce. 

Qui, italiani ed inglesi, ci adoperiamo a raccogliere denaro per la lotta, che soste- 
nete ; le sottoscrizioni continuano, mandiamo le somme raccolte a Genova a Bertani e 
ad Amari : altri mandano ad altri. Ma importa, che tutti in Italia si mettano d' accordo 
ad agire per lo stesso fine, lo non fo che raccomandare, scrivendo, associazione di 
sforzi sul terreno comune dell' unità della patria da conquistare, e bando a differenze 
di parte. 

Spero, in breve, potere ritornare in Italia : spero cessate le diffidenze e le recizioni, 
che attraversarono nell' anno scorso la via del ritorno a molti patrioti ; e sarà per me 



LA POLITICA DELL' INGHILTERRA NEL -59 E 'ÓO 275 



un momento solenne della mia vita quello, in che mi sarà dato stringere la mano a voi 
e ai vostri prodi compagni. 

Addio, addio. Dio vi conservi all' Italia. 

y ostro dev.mo amico 

A. SAFFI 



Oxford, il giugno 1860. 
Caro Generale, 

Alfonso Scalia, che viene a dare 1' opera sua al paese nativo ed a servire sotto 
di voi la causa della patria comune, vi reca questa mia. Gradite, con essa, un mio 
ricordo ed un saluto. 

Come vi dicevo in altra mia, che a quest' ora, spero, avrete ricevuta per mezzo 
dell' inglese Callaway, che con essa io vi raccomandava, quanti italiani aspirano ad 
avere una patria indipendente ed una, mirano a voi come all' uomo, che può coi forti 
fatti dare effetto alla grande speranza. E sono, inoltre, con coi le simpatie della nazione 
inglese, perchè la medesima vede in voi una garanzia, che il moto italiano si manterrà 
puro ad ogni nuova influenza di falsi alleati e andrà diritto all' intento di fare dell' Italia 
una potenza capace di operare e sostenersi da se. 

L' eroismo vostro e dei vostri e la devozione alla patria vi hanno guadagnato in 
Inghilterra tutti i partiti. In Oxford (Università, che fu sempre conservativa) professori 
e studenti hanno contribuito, con premura, alle soscrizioni aperte per la Sicilia; esempio 
notevole dell' unanimità dell' opinione in favor vostro. 

Il Comitato da noi costituito a raccogliere fondi in vostro aiuto è stato circondato 
dal favore universale, ed ha già ottenuti risultati abbastanza soddisfacenti. Scalia, che 
ne è membro, potrà ragguagliarvi di ciò che si è fatto. Ma sarebbe molto utile al 
progresso delle offerte ed a stringere sempre più i vincoli di simpatia, che esistono fra 
r opinione pubblica in Inghilterra ed il moto italiano, se voi mandaste al Comitato due 
parole d' incoraggiamento pei soscrittori inglesi, da pubblicare nei giornali. Io rimarrò 
qui ancora per pochi giorni ; poi vengo io pure in Italia per compiere più dappresso 
il mio dovere verso il paese. Addio. 

Vostro di cuore 

A. SAFFI 
W. H. Ashurst a Garibaldi. 

À MONSIEUR LE GENERAL GARIBALDL 

6, Old Jewty. London E. C. 

5 June 1860. 
Mon cher General, 

Salut et loute honneur à vous et à vos braves compatriotes ! 
Je viens vous présenter mon ami, Mr. le Dr. Callaway, médecin anglais et chirurgien, 
qui a servi avec distinction dans la guerre des Indes Orientales. 



276 CAVOUR E L' INDIPENDENZA DELLA GERMANIA 

Il cherche, maintenant, à s* acquérir de nouveaux lauriers, en se mettant sous vos 
ordres pour la cause de la liberté italienne. 

Mr. Callaway s' est fait aussi le représentant de pleusieurs amis anglais, qui lui 
ont confié une certaine somme, qu' il ne doit remetlre qu' à vous personellement. 

Mon " Garibaldi Fund „ fait des progrès, comme vous voyez par l'annonce pris 
du Dai/y News, ci-incluse. 

Je me permets de vous suggerer, que Mr. le Dr. Callaway, qui a eu une grande 
expérience dans les Hopitaux civils, pourra vous étre d' une grande utilité dans 1' Etat- 
Major. 

Je vous serre la main de coeur et vous prie de me croire, mon cher General, 

Voire bien deooué 
W. H. ASHURST 



GARIBALDI FUND. 

Having been appointed by General Garibaldi to receive and forward subscriptions 
for " Un milione di fucili „ (the milion muskets), I beg to state that I am ready to 
receive and duly remit any sums ci money, that may be subscribed for the above 
object. 

Sums already received : 

From Glascow, first instalment L. 200 00 

- P. A. Taylor » 200 00 

» W. H. Ashurst » 10 00 

» W. Pare » 1 00 

» S. H. Braysher » 1 10 

» Mappin and Co » 5 00 

» G. Hyde » 3 30 

» For Prolestant Englishmen » 6 60 

» J. H. Dillon » 5 00 

» W. Jackson » 5 00 

- Charles Buxton • 100 00 

» S. Statham » 1 00 

» Rawlinson » I 00 

» Gustave Ardler » 1 00 

» C. MacuUoch ' 1 00 

» A. M. F • 3 00 

- e » 20 00 

» Rev. J. P. M » 1 00 

» L. T - 1 00 



LA POLITICA DELL' INGHILTERRA NEL '59 E "60 



277 



From S. T L. 5 00 

» James Epps * I IO 

» T. Dighi » 2 00 

» W. e. Vivian » 2 00 

» J. V. Porter » 1 00 

» A Friend of italian liberty » 500 

» Professor F. W. Newman » 20 00 

» Two Sisters » 1000 

» Frank Dillon » 5 00 

6, Old Jewrey, London. 

W. M. ASHURST 



Treasurer 



T. Tower a Garibaldi. 



My dear General, 



Oxford and Cambridge Club. Pali Mail. 

June 8, 1860. 



Mr. Callaway 's professional experience and his ardent wish to join you and assist 

te his utmost in your noble cause wouid be sufEcient introduction to you, but I must 

bring him to your special notice. He is most strongly spoken of by two very warm 

(riends of the cause, and therefore I recommend him under the belief, that he will be 

of use to it and wellcome to you. He conveys a small sum privately collected for 

your disposai and 1 hope that will soon be folloved by more. I leave it to him to teli 

you how high England 's pulse beats for you. There seems now to be but one feeling 

throughout the country on the subject, intense admiration at the brilliant atchievements 

of yoursel and your truly noble band of Patriots, and the ardent hope, that complete 

success may reward the efforts and altain the great object to which your precious life 

has been ever so honorable devoted. 

My dear wife sends you her kindest regards. It gladdens our hearts to see how 

fully you are earning the most noble apellation a man can attain in this worid, that of 

being the « Liberator » of his country. God bless you, my dear General, and long 

preserve you for it and for the happiness of ali those within and without it, who so 

love and admire you. Amongst the latter you will always count upon your most sin- 

cerely attached friend. 

T. TOWER 



Traduzione. 



Mii 



ile. 



Oxford e Cambridge Club. Pali Mail. 

8 giugno 1860. 



L' esperienza personale del sig. Callaway ed il suo vivo desiderio di raggiungervi 
e di aiutarvi, nel miglior modo possibile, nella vostra nobile impresa, sarebbe già suf- 



278 CAVOUR E L' INDIPENDENZA DELLA GERMANIA 



ficiente presentazione; ma io debbo richiamare su di lui la vostra attenzione. Egli è 
fortemente raccomandato da due grandi amici della causa italiana, e per conseguenza 
io ve lo presento con la certezza, che egli potrà essere utile ad essa, ed a voi il ben- 
venuto. Egli porta una piccola somma, raccolta privatamente per metterla a vostra 
disposizione e mi auguro che ad essa ne seguiranno altre. Egli vi dirà quanto forte- 
mente il cuore dell' Inghilterra batte per voi. Sembra che oggi non vi sia nessun altro 
sentimento in tutto il nostro paese, che quello di ammirazione intensa per i brillanti 
fatti compiuti da voi e dai vostri prodi compagni d'armi, e la viva speranza che un 
completo successo riesca a coronare i vostri sforzi e raggiungere così la grande meta, 
alla quale la vostra preziosa vita si è così nobilmente consacrata. 

La mia cara moglie vi manda i suoi migliori complimenti. Ci riempie l'animo 
di gioia il vedere come voi avete meritatamente guadagnato l'appellativo più nobile che 
un uomo possa meritare in questo mondo, quello di essere chiamato il Liberatore della 
sua patria. 

Dio vi benedica, mio caro Generale; e lungamente vi preservi al vostro paese 

ed alla felicità di tutti coloro, che dentro e fuori di essa vi amano e vi ammirano. 

Fra questi ultimi contate sempre nel vostro sincero amico * 

T. TOWER 



La lettera che segue fu diretta a Garibaldi da un inglese molto eccentrico e 
pieno di coraggio, che aveva combattuto nel *48 per la difesa di Venezia e 
poi nel '49 al seguito del Generale, in Roma. 

Ugo Forbes a Garibaldi. 

Londra, 24 maggio 1860. 
Mio caro Garibaldi, 

Colgo r occasione della partenza del capitano Fontana per inviarvi una lettera ed 
augurarvi buon successo in Sicilia. 

Appena fu conosciuto in Londra, che partiste per aiutare l' insurrezione in Sicilia, 
ero deciso di spedire un bastimento carico di uomini e di armi per servire di nucleo 
per una Legione straniera sotto di voi : ungheresi, svizzeri, tedeschi, francesi ed inglesi, 
come anche italiani. 

Io ero invitato per guidarla e volontieri accettai l' incarico : ma pare, che abbiano 
scritto dall'Italia di non mandare nessuno e di spedire i soli quattrini raccolti. Ciò 
mi sembra strano; perchè dal vostro proclama abbiamo letto, che sopratutto chiedete 
degli uomini. La formazione di una Legione straniera e la partenza dall' Inghilterra 



' A proposito di questa lettera si riscontri quella diretta il 16 giugno da Bertani a 
Garibaldi, trascritta nel Capitolo VII. 



LA POLITICA DELL- INGHILTERRA NEL '59 E 'óO 279 

avrebbe avuto un cerio significato politico utile assai. La presenza di alcuni inglesi 
avrebbe portato il suo bene in più di un modo. 

In quanto a me, potete immaginare quanto mi sarebbe grato di essere un' altra 
volta con voi. Al principio della guerra lombarda dell'arino scorso, vi scrissi non colere 
in nessun modo mettermi sotto Luigi Napoleone : ma dal momento che sareste stalo 
indipendente da lui, ero pronto a mettermi a vostra disposizione. Non capisco, perchè 
ci scrivono dall' Italia di non mandare di qua nessuno. Se siete dell* avviso contrario, 
inviate uno in Londra con una lettera vostra, e presto ci metteremo all'opra. 

In ogni modo, scrivetemi sott' involta al sig. G. ÌV. Reynolds, 4 1 , Holborn Square, 
London. E un mio amico, editore di un giornale liberale di Londra. Addio. 

Vostro aff.mo amico 
UGO FORBES 

P. S. - Mi pare, che non avete bisogno di soccorso in Sicilia ; ogni uomo dovrebbe 
essere spedito al più presto negli Abruzzi e nell' Umbria. Ci sono qua molti, deside- 
rosi di andare dove possono essere utili. L'Austria ed i Principi si preparano. 



CAPITOLO XIII. 



GARIBALDI E MAZZINI. 
IL GUERRIERO E L'APOSTOLO. 



iJe la fredda analisi dello storico dovrà un giorno dividere due dei più 
grandi personaggi della storia nostra : Mazzini e Garibaldi, perchè discordi furono 
i mezzi con i quali essi operarono per raggiungere il nobile intento, come diverse 
erano le qualità della loro psiche, nel cuore di ogni italiano però, queste due 
gigantesche figure non andranno mai disunite. 

La vita di Giuseppe Mazzini, non è usare un luogo comune, fu vita di 
apostolo, nel senso più alto e più vero della parola. 

Cospiratore fino all' ultimo battito del cuore, esule di tutta la vita, ogni 
energia di questa grande anima e di questo forte intelletto si svolse entro ad un 
circolo magico, come intorno ad un pernio fisso : Unità e Repubblica. 

Quale era il suo Credo} Lo trascrivo dall' autografo, che religiosamente 
conservo. 

Il " Credo „ di Giuseppe Mazzini. 

Luglio, '50 - Londra. 

Dio — Umanità — Patria. 

Dovere — Amore. 

Costanza: complemento di ogni umana virtù. 

Il Genio, duce. 

L' Unità d' Italia mezzo dell' Unità Europea. 

Questi sono gli estremi termini della mia fede. 

GIUSEPPE MAZZINI 

Il sentimento di fratellanza dei popoli ebbe in lui il più tenace ed illustre 
propugnatore. 



282 GARIBALDI E MAZZINI 



« Qual' è, scrisse Pasquale Villari, la ragione per cui la figura storica 
di Mazzini ha esercitato un così grande e misterioso fascino suH' animo degli 
uomini e delle donne, degli italiani e degli stranieri, sì che ne troviamo traccie 
visibili in tutte le letterature moderne, in Victor Hugo, nel Carlyle, nel Swinbume 
ed in tantissimi altri? Egli è, che il Mazzini non solo dedicò la sua vita intera 
alla patria ; ma per lui 1' unità, 1' indipendenza e la libertà d' Italia erano inse- 
parabili dalla indipendenza e libertà degli altri popoli : le une erano per Ili 
ugualmente necessarie alle altre. Grande ammiratore delle opere di Dante, sopra- 
tutto della Divina Commedia , per la quale ebbe un vero culto, riunendo il 
sentimento della patria con quello dell' umanità, egli riuscì a santificare nei suoi 
seguaci il patriottismo, facendone quasi una religione. Vide chiaramente, che se 
la vita dell' individuo acquista il suo valore e la sua dignità sacrificandosi alla 
patria, quella delle nazioni s' innalza tanto più quanto efficacemente contribuisce 
al progresso civile e morale del genere umano. Questo ci spiega non solo il 
fascino esercitato dal Mazzini, ma ci spiega ancora come avvenne che alcuni 
suoi discepoli, i quali divennero poi eroi del nostro Risorgimento, sembravano 
portare sul capo 1' aureola dei santi. 11 Mazzini fu un eroe umano ; il suo spirito 
animatore è quello stesso spirito di fratellanza, che ispirò il De Monarchia, 
che penetrò m tutte le opere di Dante ». 

Ogni scritto del grande esule è pensiero di filosofo o canto di credente. 
Leggete la preghiera per i piantatori di cotone, mandata nel 1 846 a Guglielmo 
Shaen, che aveva domandato al Mazzini il suo contributo sul tema dell' aboli- 
zione della schiavitù in America. Quando sarete giunri alle ultime linee, sembrerà 
anche a voi di avere pregato, e vi sentirete voi stessi credenti. 

« Apri, o Signore, il loro intelletto e intenerisci il cuor loro. L' angelo, che 
inspira i pensieri di bontà, scenda la notte nei loro sogni. Giunga ad essi nella 
sua voce il grido di orrore di tutta 1' Umanità, che crede ed ama ; il grido 
di dolore di tutti coloro, che soffrono e lottano in Europa per il bene ed 
ebbero scossa la fede dal loro ostinato delitto ; il grido di scherno dei principi 
e dei re della terra, i quali allor che i sudditi tumultuano, additano i superbi 
repubblicani d'America, i quali solo mantengono l' ilotismo delle età pagane ; 
sentano in quelle voci la lunga angoscia di Gesù, che per colpa loro soffre 
oggi ancora sulla croce ! E quando si destano al mattino, fa che i loro bambini 



^ Pasquale Villari - // " De Monarchia ,, di Dante Alighieri. In « Nuova Antologia », 
1.' febbraio 1911. 



IL GUERRIERO E L'APOSTOLO 283 

porgano gli innocenti capi ricciuti ai loro baci, e mormorino da Te inspirati : 
" Babbo, oh babbo, libera il nostro fratello negro; non comperare, non vendere 
più il figlio dell' uomo per trenta denari ; vedi, anche il negro ha una madre, 
anch' egli ha dei bambini come noi. Oh, possa la sua vecchia mamma avere 
la gioia di vederlo libero e fiero ! Possano i suoi bambini sorridergli al mattino, 
lieti e felici, come noi sorridiamo a te, babbo ! ,, . 

« Dio di pietà. Dio di pace e d'amore, perdona, oh perdona ai piantatori ! 
Grande è il loro peccato, ma infinita la tua misericordia. Fa scaturire, nel 
deserto delle loro anime, il fonte vivo della carità. Scenda l'angelo del penti- 
mento e si accosti al loro letto di morte. E tra essi e la tua giustizia nell' ultima 
ora — per essi e per la patria che disonorano — si elevi la preghiera di 
tutti coloro che, come me, soffrono per la tua santa causa, per la tua santa 
libertà, per la liberazione dei popoli e dell'anima umana». 

A Madeleine de Mandrot, una fanciulla sedicenne di Losanna, nella cui 
casa Mazzini aveva trovato rifugio, che gli si affezionò così fortemente da esserne 
compromessa la fragile vita e che l'esule amò di un amore spirituale, a Made- 
leine de Mandrot, egli inviava queste linee piene di mistica bontà, che pure 
trascrivo dall' autografo del mio Archivio. 

Giuseppe Mazzini a Madeleine de Mandrot. 

Le 10 juin 1836. 

Quand Dieu voit venir devant lui une ame de {emme, ce n* est pas à elle-méme 
qu' il démande compie de sa vie passée. II le démande à l'Ange du Souvenir. 

L'Ange du Souvenir le démande à son tour aux àmes, qui se sont rencontrées 
avec sa protegée; et chacune lui donne une fleur, si elle se souvienl de quelque bien 
que r àme protegée par l'Ange lui a fait dans le monde. 

C est par le nombre de ces fleurs que Dieu juge des benédictions, qu' il doit 
verser sur celta àme de femme. 

A ce jour-là, soyez-en sfire, Madeleine, parmi les fleurs que votre Ange pre- 
senterà à Dieu, vous trouverez la mienne. 

JOSEPH MAZZINI 

Ogni lettera del grande cospiratore, scritta su piccoli fogli trasparenti, con 
caratteri lapidari, ed in cui ogni parola sembra incisione fatta col bulino del 
pensiero, contiene la trama di una congiura, il piano di un' insurrezione ordita 
nelle tenebre per scoppiare all'aperto, all' ora designata. E in tutte quelle migliaia 
di piccole pagine, dense di concetti, di ammonimenti, di istruzioni, la cui lettura 



284 GARIBALDI E MAZZINI 



mette ancor oggi il fuoco nell' anima, havvi la febbre del cospiratore che non 
ha mai tregua; e ben si comprende come quei pezzetti di carta, che qualche 
volta per raggiungere il loro destino venivano arrotolati in pallottoline e nascoste 
in bocca, dovessero come guizzi di folgore infiammare tanti giovani eroi, per 
i quali la visione della patria era il sogno più bello della giovinezza, e come essi 
andassero incontro alla morte col sorriso sulle labbra. 



* 
* * 



Sebbene lontano dai più ferventi patrioti, con i quali comunicava soltanto 
per mezzo di scritti ; quantunque fuori dal contatto del popolo, Mazzini portò 
nella rivoluzione, col suo incessante apostolato, il fuoco sacro della libertà e lo 
tenne sempre desto ; ond' egli fu il vero formatore di una coscienza italiana e la 
sua figura giganteggia sopra tutte le altre. 

Ma, appunto perchè visse lontano dal popolo e dagli altri patrioti e per 
le qualità della sua psiche Giuseppe Mazzini stimolò, seminò, ma non raccolse 
per se che dolori e disillusioni. Ed egli fu un grande infelice ; la figura più tragica 
del nostro Risorgimento ! 

Occorreva, che il seme sparso dal suo continuo apostolato si adattasse, 
per divenire fecondo, alle ineluttabili necessità delle circostanze ; ma se la coscienza 
degli italiani da lui formata questo comprese, 1' apostolo rimase sempre lo stesso. 
E verme il giorno in cui la sua parola non fu più ascoltata, in cui non ebbe 
più proseliti ; ond' egli fu il vinto di coloro stessi, che egli aveva moralmente 
creato, dei suoi stessi discepoli. 

« / principii prevalgono ai fatti; e se un principio è vero, le applicazioni 
debbono riuscirne inevitabili », Mazzini scriveva. 

Ora, come era possibile il fare astrazione dai fatti in uno sconvolgimento 
politico, come quello che allora avveniva in Italia? In un paese, dove il soffio 
della rivoluzione era venuto da diverse e lontane regioni ed aveva trovato sicuro 
rifugio nel libero Piemonte, il cui re erasi fatto banditore di libertà ; in un paese, 
come il nostro, verso cui più di una testa coronata d' Europa volgeva lo sguardo 
ora diffidente ora rapace ; dove 1' influenza della diplomazia era stragrande, come 
era possibile il fare astrazione dai fatti, i quali ammonivano che senza l'alleanza 
del Popolo con la Monarchia il conseguimento della nobile meta non sarebbe stato 
realizzabile ? 



IL GUERRIERO E L' APOSTOLO 285 

Ma ciò che non era la missione dell'Apostolo, fu il compito dell' Eroe, 
onde se Mazzini rappresenta nella rivoluzione italicma il pensiero, Garibaldi è 
l'azione. Convinto anche questi, essere la repubblica la forma più libera di governo, 
repubblicano anch' egli, a qualunque principio dottrinario, a qualunque pregiudi- 
ziale, Garibaldi antepose la patria. 

Servir la causa italiana capitanata anche dal diavolo ! Con questo motto 
Garibaldi era tornato in Italia con gli avanzi della sua Legione. Senza che 
se ne mostrasse consapevole, egli agiva come se avesse ricevuto da Dio una 
missione da compiere ; e mettendo da parte ogni dottrinaria quisquilia andava 
diritto alla mèta. Ond' egli portò nella rivoluzione, fra il cozzare violento delle 
passioni, insieme alle straordinarie qualità di stratega, quella nota intonata, che 
fra il suono di strumenti discordi riunì sul terreno pratico dell'azione tante nobili 
energie. Col non consigliare mai un' impresa senza essere egli il primo ad esporsi 
al pericolo ed a capitanarla, Garibaldi esercitò sull'anima del popolo un fascino 
immenso, ed il popolo lo seguì, anche quando sapeva di andare a morte sicura. 

In un suo lungo ed importantissimo scritto, ancora inedito, e che in altra 
occasione renderò pubblico, alle rampogne dei repubblicani intransigenti, che lo 
accusavano di essere: « zimbello della monarchia », « eterno fanciullo, cui 
non bastò la palla di Aspromonte » , Garibaldi risponde : « Ma avete mai 
inteso, che io appartenga a qualche partito ? Io ho sempre inteso 
di appartenere alla nazione italiana ! » 

Non è in questa sublime esclamazione, l'analisi e la sintesi dell'anima di 
Garibaldi ? 

Ribelle pur egli come Mazzini, la sua ribellione non era il prodotto di 
dottrinarismi ; ma l' effetto del suo immenso amore per l' Italia, il desiderio di 
vederla al più presto libera da ogni tirannide. Onde, tutto ciò che a lui sembrava 
fosse causa d' ostacolo per la nobile meta rendevalo impaziente. 

Ostinato come Mazzini, l' ostinazione di Garibaldi non serviva ad un 
principio astratto. Natura di marinaro, fu la negazione del cospiratore. Le 
sue cospirazioni erano battaglie combattute alla luce del sole, e quando aveva 
un piano da attuare, che sarebbe stato opportuno tenere nascosto, egli lo bandiva 
ai quattro venti. 

Nel '60 scrive a Vittorio Emanuele di licenziare Cavour, promettendogli, 
dopo di aver fugato i Francesi da Roma, d' incoronarlo re in Campidoglio ; e 
nel '62 rifa da Marsala la marcia, che lo conduce al calvario di Aspromonte 
con un pubblico e violento discorso contro Napoleone III , al grido di : 
« Roma morte ». 



286 GARIBALDI E MAZZINI 



Mentre nel 1854 Mazzini scrive al suo amico Taylor « // Piemonte è la 
nostra maledizione » Garibaldi ha fede in Vittorio Emanuele e consiglia il 
popolo di unirsi a lui. 

In quello stesso anno, tornando dall' America, avendo toccato le coste 
dell' Inghilterra, Alessandro Herzen, il grande agitatore russo, fu presentato a 
Garibaldi da Felice Orsini. Il Generale era in quel tempo addolorato per la 
tattica del Mazzini, da lui non ritenuta giusta, e discorrendone coli' Herzen gli 
disse : Mi rincresce tanto, veramente tanto, che Pippo {Mazzini) si lasci trasci- 
nare in questo modo e fare, per una santa causa e colla sua innegabile integrità, 
tante e tali corbellerie. Egli si rallegra di avere insegnato ai suoi discepoli 
ad odiare il Piemonte. Ma cosa accadrà, se il re di Sardegna si dà tutto 
nelle mani della reazione? Allora non sarà più possibile profferire in Italia 
una sola parola libera, e noi perderemo il nostro ultimo appoggio. Si, capisco 
la repubblica ! Io sono stato sempre repubblicano in tutta la mia vita ; ma 
adesso non si tratta della repubblica. Io conosco meglio di Mazzini le masse 
del popolo italiano, colle quali ho fatto sempre vita comune. Mazzini conosce 
soltanto r Italia intellettuale, dominata dalla sua influenza. Ma con quella 
Italia non si può formare eserciti e scacciare l'Austria e il Papa; per il popolo 
italiano non e' è che un unico scopo, cioè 1* unità e la libertà dal giogo stra- 
niero. Ora io non so, come si possa raggiungere un tale scopo se, invece di 
allearsi all' unica forza in Italia che, sia pure spinta da motivi speciali, tende ad 
aiutare gli italiani, vale a dire al Regno subalpino, che inoltre è ancora titubante 
e pauroso, si fa di tutto per inimicarsela. // giorno in cui questo giovanetto 
{Vittorio Emanuele) incomincerà a credere di essere più vicino agli arciduchi 
che a noi, la sorte d' Italia si troverà rigettata indietro di due o tre secoli, e ogni 
progresso sarà ostacolato ! » . 

E r Herzen dava completamente ragione a Garibaldi ; per il primo Mazzini 
era un monaco del medioevo modernizzato, che non conosceva che un solo 
lato della vita e questo lo conosceva perfettamente ; ma il resto egli lo creava, 
inventandolo di sana pianta, mediante la sua immaginazione. Egli viveva ne suoi 
pensieri e nelle sue passioni, ma non nella luce meridiana della vita. Mazzini 
fu perciò, secondo Herzen, socialista prima che vi fosse un movimento socialista 



' Alex. Herzen - Erinnerungen, Aus dem russische ùbertragen, herausgegeben und ern- 
geleitet von Dr. Otto Buek, Berlin, 1907. pag. 277. 



IL GUERRIERO E U APOSTOLO 267 

e divenne ostile al socialismo, quando questo movimento, lasciando le vaghe 
generalità, si fece nitido e cosciente per diventare una forza rivoluzionaria. ' 

Martire egli stesso, Mazzini, fu creatore di martiri ; Garibaldi, eroe, fu 
creatore di eroi. Del popolo questi conobbe tutta la sua forza, come le sue 
debolezze ed egli non urtò mai alcuni sentimenti della folla, anzi ne trasse 
vantaggio. 

A Palermo, nel I 860, Garibaldi non sdegnò di andare in pellegrinaggio alla 
grotta di Santa Rosalia al monte Pellegrino ; e nella cattedrale assistette alla messa 
pontificale, assumendo la dignità di Legato apostolico e di giudice della monarchia ; 
ed al momento della lettura del Vangelo, montato sul trono in camicia rossa, 
sguaina la sciabola in difesa della fede ! Più tardi, appena entralo a Napoli, 
assiste al miracolo di San Gennaro e nel '62 a Marsala, dopo di avere ascol- 
tato la messa detta da un suo milite. Fra Pantaleo, nella chiesa della Madonna 
delle Cave, sguainata la sciabola ed avvicinatosi all'altare, giura sul Vangelo, gri- 
dando : Roma o morte] 

Ma pure, a traverso ad errori nell' applicazione pratica, la figura di Giuseppe 
Mazzini, come dissi, giganteggia sopra tutte le altre del nostro Risorgimento, siccome 
quella che veramente creò una coscienza italiana. La missione dell' apostolo 
finisce quando incomincia il periodo eroico, nel I 860. Dopo quest'anno egli fu il 
prigioniero di se stesso ! 



Come è noto, già fino dal 1 848 in Lombardia e dopo più apertamente, 
nel '49 a Roma, Mazzini e Garibaldi si erano mostrati discordi nel campo 
dell'azione. D' allora in poi, pur mirando entrambi con uguale amore all'unifica- 
zione della patria, discordarono nei metodi per raggiungerla, e le loro relazioni 
non furono mai cordiali. Le lettere inedite, che qui appresso si leggono ne 
sono nuova prova. 

Vi era qualche cosa di sostanziale e d' inconciliabile, che divideva queste 
due anime elette ; e vani riuscirono i nobili tentativi fatti per riavvicinarle dalla 



' R. Michels - Le memorie di Herzen e l' Italia. In « Nuova Antologia », 1" dicem- 
bre 1908. 



268 GARIBALDI E MAZZINI 



Jessie White Mario, da Aurelio Saffi, Sara Nathan e molti altri. Importante è 
sul proposito la seguente bella lettera inedita, che trascrivo dall'autografo. 

Sara Nathan a Garibaldi. 

Lugano, 5 novembre '63. 
Generale nostro ! 

Amato e venerato Amicai 

Non vi spiaccia, se oso così chiamarvi. Sul suolo di quella cara cameretta. Voi 
vi dichiaraste tale ed io ne feci tesoro; e tesoro è, e sarà sempre per noi, la memoria 
del nostro soggiorno, allorché godemmo della graziosa Vostra ospitalità in quell' iso- 
letta, scoglio prezioso per tutti, e vieppiù per le generazioni avvenire. Non vi parlerò 
di gratitudine, a ragione dei miseri mezzi. Voi ci avete tutti devoti. Per ragioni di 
famiglia, dovetti ritardare la mia partenza fino alla terza settimana del mese corrente. 
Se amaste d'inviare nuove comunicazioni all'amico {Mazzini), se qualche 
felice ispirazione vi decidesse a dare un momento di contento a quel vero 
fratello Vostro ; io ne sarei beata. 

10 aspetto per partire il ritorno del vapore dalla Sardegna. 

11 colonnello Corte desidera, che io comunichi con la signora Chambers sugli inte- 
ressi nostri ; se a Voi non spiacesse mandarmi un saluto per essa ed un altro per il 
bravo amico Mr. Peter Stuart, accusandogli ricevuta delle Profezie di Daniele e ren- 
dendovi conscio della sua operosità nel '62, allorché prese cinque cartelle, io mi sentirei 
forte a rinnovare le mie istanze presso di lui. Se vi spiace, sia come non chiesto. 

Seppi che il quadro Aspromonte sarebbe rilasciato più volonterosamente e con 
sacrifizio dal sig. Induno a colui, che ne facesse dono al grande Martire; pregai il 
sig. colonnello Corte di farne acquisto per me e presentarvelo, aggiungendovi che qua- 
lora voi lo apprezzaste, vi chiedesse il permesso di farne una lotteria (bene inteso 
iniziata da Voi), e ciò farebbe supporre che il ricavato formerebbe una somma assai 
maggiore del costo a beneficio dell' ultimo appello. E con questo pregai pure il signor 
Corte di far palese a Voi solo il compratore del quadro, non perchè io tema la 
luce degli atti fatti a riguardo vostro o della santa nostra causa ; ma perchè odio la 
pubblicità. 

Non so, se il bravo e caro vostro Menotti sia presso di Voi : ovunque sia ram- 
mentatemi ad esso e così al vostro Ricciotti. Presentandovi i sentimenti devoti ed affet- 
tuosi del mio Ernesto e benedicendovi con tutta l' anima. 

Ora e sempre 

Vostra devota e aff.ma 
SARINA NATHAN 

P. S. - 11 sig. Guerzoni vi darà l' indirizzo sicurissimo. 






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Lettera di Giorgio Pallavicino a Garibaldi, 
in cui lo ammonisce di guardarsi tanto di Cavour che di Mazzini. (Vedi pag. 293). 



IL GUERRIERO E L'APOSTOLO 289 

Garibaldi disapprovava il sistema consigliato da Mazzini delle piccole 
insurrezioni, 1* anteporre alle ineluttabili necessità delle circostanze l' ideale repub- 
blicano, che egli riteneva un ostacolo all' unificazione della patria. Ma quello che, 
sopra ogni altra cosa, Garibaldi disapprovava era il rigido dottrinarismo, che 
emanava da ogni atto, da ogni scritto di Mazzini, il volere guidare il popolo 
stando lontano da esso. 

L' esilio di tutta la vita dalla tena che egli adorava : il sacrifizio più grande 
che anima umana abbia mai compiuto a sostegno di un principio e che fu la 
manifestazione più elevata del carattere del Mazzini, appariva all'eroe guerriero 
un sacrifizio praticamente inutile. 






11 dissidio fra queste due gigantesche figure si acuì nel '67, durante la 
campagna garibaldina nell' Agro Romano ; ed io penso di non dovere qui tacere, 
per r importanza del contenuto e per la persona da cui proviene, una lettera del 
figlio superstite di Giuseppe Garibaldi, in risposta ad alcune domande da me 
rivoltegli. 

Il pensiero di Ricciotti Garibaldi su Mazzini. 

Rio-Freddo, 19 ottobre 1909. 
Mio caro Dottore, 

La questione da voi postami, francamente è abbastanza difficile a trattare. 

Non è che la storia, cioè la riunione collettiva di pareri, duramte almeno mezzo 
secolo, che può dare un giudizio che si avvicini alla verità. 

Ma ciò nonostante io credo, che sia un dovere sacrosanto in ciascuno di noi, che 
può dare a questa storia futura un contributo di fatto, come ricordo o scritto di una 
impressione ricevuta, di non perdere il tempo, essendo preziosissimi i ricordi personali 
dei sopravviventi. 

Prima di tutto debbo lealmente dichiarare, che per me fra le personalità dei grandi 
fattori del nostro Risorgimento, che meritano più considerazione^ la maggiore è preci- 
samente quella di Mazzini. 

Se uno ha una chiara visione di ciò che furono gli ostacoli, le ostilità, che la sua 
propaganda per l'unità della patria incontrò, la costanza e la tenacia dimostrate da 
quest uomo lo mettono fra i più grandi non solamente dell' Italia, ma del mondo intero ; 
e certamente lo mettono al di sopra, non parlo di Cavour, ma di Garibaldi, la cui linea 
di atticità s'imponeva ai ricalcitranti, obbligandoli ad utilizzarla per l'immensa popo- 

CURÀTULO 19 



290 OMllBALDI E MAZZINI 



larilà suscilata dai clamorosi succesii militari. Successi clamorosi ed appariscenti, che 
non confortavano l'opera di cospiratore e di propaganda del Mazzini. 

Ed io ritenso che la storia darà questo giudizio : che l' opera che più con- 
tribuì e più assicurò il nostro Risorgimento fu precisamente quella di 
Mazzini. 

Però, egli ebbe una disgrazia e fu quella di essere nato ligure ! 

Una delle principali caratteristiche di questa brava gente è il profondo egotismo, 
che domina il loro carattere. Egotismo, che nelLi maggioranza dei casi è sorgente di 
atti\-ità benefica : ma in qualche raro caso, come in questo di Mazzini, diventa una 
qualità negativa. 

Per .Mazzini non li era che un Dio, ed egli era il suo unico profeta. Ecco, perchè 
nei suoi coadiuvatori, egli non vedeva che degli isirumenti ! 

Mio Padre sintetizzò questo, quando scrisse : 

« Con Mazzini non vi è che un solo modo di andare d'accordo ed è ; obbedirlo ; 
e questo non me lo sento » . 

Quanto era diverso il profondo ed esteso altruismo di Garibaldi ! 

Da questa difierenza di carattere, non dico 1' ostilità, ma certamente il mutuo males- 
sere fra questi due uomini. 

Poi vi erano delle ragioni collaterali. 

Non parlo della gelosia esistente fra i due Stati Maggiori, che pure in qualche 
cosa influiva sulla posizione reciproca dei due Capi. 

11 mazzinianismo considerava sempre il giirihaldinismo — mi si passi la parola — 
come prodotto suo : e perciò non solamente si aveva a male, che questo agisse indi- 
pendentemente, ma siccome era difficile lo stabilire dove finiva il mazziniano e inco- 
minciava il garibaldino o viceversa, il primo si serviva sempre di questo per tentare 
di riacquistare l'ascendente perduto. Le campagne del 'ÓO e del 'ó7 informino. 

// .Mazzini non capì mai, che il genio è assai difficilmente unicersale ; ma che anzi 
è quasi sempre specialisla e che perciò gli uomini che preparano, raramente sono i 
più adatti ad eseguire. Cosa che non si Vuole capire nelle nostre organizzazioni militari, 
nelle quali si ha per dogma, che più la testa dell'Ufficiale di Staio Maggiore rassomiglia 
all' Enciclopedia Britarmica — credo la più poderosa di tutte — più sono le probabilità 
di trovare in lui il futuro condottiero vittorioso : mentre la storia, non ad " usum delphini ,, , 
ma v-era e cruda insegna precisamente il contrario. 

Mazzini commise V errore di volere ancora guidare ciò che era veramente il prodotto 
dell'opera sua. il giorno in cui quest' opera entrava nella fase dell'azione attiva ; fase 
che non era una delle atlribuzioni del suo genio. 

Questa pretesa lo portò a commettere il gravissimo errore della nomina del comando 
in capo dell' Esercito repubblicano romano; errore che fu, probabilmente, la causa princi- 
pale della caduta di questa repubblica. 

Mio Padre invece, sia per calcolo, sia per intuito, non sortiva mai dalla propria 
sfera di azione ; e quando una volta Io vollero come influenza nelle elezioni politiche 
(nel \'eneto), si accorse subito dell' errore, che commetteva e si ritirò, dicendo : « La 
professione di agente elettorale non è per me ! > 



IL GUERRIERO E L' APOSTOLO 291 

Neil' ambiente di Caprera, quando questa era veramente garibaldina, il Mazzini, 
pure riconoscendosi le sue altissime benemerenze patriottiche, era ritenuto più come un 
guasta-mestieri ; e questo fu specialmente in seguito alla parte presa da lui alla fine 
della campagna di Napoli. 

Infatti, se è vero il detto che i grandi uomini dovrebbero sapere morire in tempo, 
il Mazzini avrebbe dovuto sparire prima del '60. Perchè non saranno certamente dalla 
storia p>ortate a suo credito le difficoltà, sempre a buono scopo, create al, chiamiamolo 
pure, garibaldinismo, sia in quella campagna, sia in quella del 1867. 

E parlando di questa, posso anche parlare di quella piccolissima parte, che io 
ebbi nella vita di questo grandissimo uomo. 

Durante la visita di mio Padre a Londra, nel 1864, lui informato che Mazzini 
desiderava vedermi ; e siccome questo era anche un grandissimo desiderio mio, accettai 
subito di andarlo a trovare in casa di comuni amici. 

Evidentemente, durante la lunga conversazione, che abbiamo avuto insieme, egli mi 
studiava, e probabilmente non fui trovato idoneo, o forse abbastanza maturo (avevo 
18 anni); perchè questa conferenza non ebbe seguito. 

10 subii un secondo tentativo di questo genere, più tardi ; mi pare prima del 70 ; 
ma questa volta 1" incaricato fu, credo, il carissimo amico 1' on. Pantano. 

Nel 1 867 fui incaricato di andare in Inghilterra a raccogliere fondi per la campagna 
neir Agro Romano, già principiata ; ma sul punto di fallire per mancarua di (ondi. 

11 Comitato di Firenze mi consegnò per diverse centinaia di mila lire dei famosi 
biglietti di banca, che, realizzati, dovevano essere il fondo di guerra. 

La mia gita fu un disastro ! 

I nostri amici acquistarono qualche biglietto di piccolo taglio per ricordo; ma 
rifiutarono di provvedere fondi di qualche entità, perchè Mazzini aveva scrillo a tutti, 
che egli disapprovava la spedizione. 

Nei pochi giorni, che mi erano stati dati, non potei rinvenire che qualche migliaio 
di lire, se ben ricordo cinque o sei mila ; quando, per fortuna, la buona signora Chambers, 
vedendo come andava male l' affare, mi versò mille lire sterline (lire 25,000). 

Non perdetti tempo a ritornare in Italia, evitando di passare per la Francia ; ma 
ben deciso di andare a trovare Mazzini a Lugano. Infatti, lo trovai in casa della esimia 
signora Sara Nathan e la conferenza fu piuttosto \ivace. 

Registro questo per la storia : che egli mise sulle spalle dei suoi luogotenenti la 
colpa delle ostilità da me incontrate in Inghilterra ; ne io p)otei dire cosa in contrario, 
visto che nessuno mi aveva fatto leggere le lettere, che si dicevano scritte da lui. 

Mi ricordo le sue ultime parole : * Dite a vostro Padre, che io intendo fare tutto 
ciò che egli vuole e che lascio completamente nelle sue mani la direzione di ogni cosa ». 

Quando riferii queste parole a mio Padre, che trovai già informato di ciò che 
era successo a Londra, egli mi rispose : * E tu ci credi ? * 

Con tutto ciò, nel 1867 a Monterotondo, dopo la sua presa, si parlava ap)erta- 
mente, nel nostro circolo intimo, dell' esistenza di un Comitato mazziniano, che aveva 
per scopo di fau"e rimpatriare la gioventù, che era sotto le armi. 

Era possibile, che questo esistesse senza che il Mazzini ne fosse informato ? 



292 GARIBALDI E MAZZINI 



A me fu fatta conoscere la piccola coccarda, che portavano al cappello i compo- 
nenti di questo Comitato o i loro agenti per farsi riconoscere, e si dava per certo che 
il suo capo fosse il Valzania. 

Si sapeva anche, che gli argomenti usali erano basati sul fatto, che probabilmente 
andando a Roma, invece di proclamare la repubblica, mio Padre vi avrebbe chiamata 
la monarchia. 

Una grande parte di volontari, e certamente tutti i romagnoli, erano repubblicani ; 
perciò, questo argomento era molto effettivo ; specialmente su della gente, che la ritirata 
da Casale dei Pazzi aveva male impressionata e che soffriva orribilmente per mancanza 

di cibo. 

Perciò non è a meravigliarsi, che circa tre mila della migliore gioventù abban- 
donò il campo, tre giorni prima di Mentana. Mi ricordo, che una delle colonne, 
credo quella comandata dal Missori, che la sera all'appello contava quasi seicento 
baionette, l' indomani mattina era ridotta a circa quattrocento. 

La battagha di Mentana non fu una battaglia perduta, nel senso ordinario della parola. 

11 maggior numero di una delle parti combattenti (i nostri) abbandonò il campo 
di battaglia, quando non vi era alcuna ragione per questo ; anzi la " debandade „ cominciò 
precisamente, quando al nemico si erano riprese tutte le posizioni perse la mattina, in 
causa della sorpresa. Ne si può parlare della comparsa dei francesi ; questa non era 
conosciuta. 

Ciò non è un caso isolato nella storia dei volontari. 

Intanto, sta di fatto, che i punti più importanti del campo non furono occupati che 
r indomani mattina dal nemico ; e mio Padre aveva pienamente ragione, quando gridava 
ai volontari : ■>( Sedetevi, che la battaglia è vinta ! » 

Le cause della " debandade „ furono un po', il malessere conseguente all' insuffi- 
cienza di cibo ; ma si sapeva che si andava verso Tivoli ed i castelli romani, dove 
ogni grazia di Dio era abbondante. 

La causa plausibile : la mancanza di cartuccie ; questa risposta 1' ebbi io stesso 
da alcuni gruppi, che rimproverai perchè si ritiravano. Ma la ragione principale fu 
r effetto deprimente della forte propaganda mazziniana. 

Da quanti mi sono io stesso sentito rispondere : « Ma che ! Qui non vi è più nulla 
da fare ; bisogna andare a fare le barricate nelle città italiane ! » 

Questo era il nuovo programma annunziato dal gruppo mazziniano. 

Ecco tutto ciò che vi posso rispondere, mio caro Dottore, e mi riassumo in questo : 
Pure avendo la più alta stima e considerazione di Mazzini, come il maggiore 
fautore della liberazione ed unità della patria nostra, io non ebbi dei suoi metodi perso- 
nali (sempre in materia pubblica) buona impressione ; e francamente credo che mio Padre 
fosse dello stesso parere. 

Abbiatemi sempre 

Vostro aff.mo 

RICCIOTTI GARIBALDI 
Jll sig. doti. Giacomo Emilio Curàtulo 

Roma. 



IL GUERRIERO E f APOSTOLO 293 

A proposito delle defezioni avvenute fra i volontari garibaldini nella 
campagna del '67 e di cui parla il generale Ricciotti Garibaldi, trova qui giusto 
posto una lettera del Missori, che trovo nella mia raccolta. 

Missori a Garibaldi. 

Roma, 22 gennaio 1681. 
Generale, 

La lettera, che ella si compiacque dirigermi a Milano mi venne spedita a Roma, 
ove attualmente mi trovo. Quindi il ritardo della risposta. 

Conosciuta la causa, ella non vorrà farmi carico. M" affretto, pertanto, a darle a 
volta di corriere, le chieste informazioni. 

// numero di uomini dei quali disponevo al mio giungere a Monteroiondo ascen- 
deva a 560, formati in due battaglioni. 

A Mentana, per le defezioni del giorno precedente al combattimento, l'effettivo dei due 
battaglioni raggiungeva appena la cifra di 400 uomini ; 1 60 erano mancati all'appello. 

In altri corpi le defezioni raggiunsero proporzioni molto maggiori. Da chi e per 
quale motivo provocate? Mistero! 

Godo, caro Generale, di saperla assai migliorata in salute, da quando ebbi la 

fortuna di vederla in Milano, e nell'augurarle, dal più profondo del cuore, il più completo 

ristabilimento, le mando un' affettuosa stretta di mano. 

Di Lei devotissimo 

MISSORI 

A meglio illuminare questo episodio, nei limiti impostimi nel presente volume 
e riserbandomi in altra pubblicazione di far noti i documenti inediti, che sulla 
campagna del '67 trovansi nel mio Archivio, giova qui riprodurre, dall'originale da 
me posseduto ', la nota ed importante lettera che Mazzini diresse a Garibaldi 
r 1 I febbraio 1870, nella quale il grande esule si sforza, con tutte le energie 
che gli restano, di rimuovere dall' animo di Garibaldi ogni diffidenza che lo 
tengono lontano da lui e spingerlo ad agire per un moto repubblicano. 

Mazzini a Garibaldi. 

1 1 febbraio 70. 
Caro Garibaldi, 

Vi reca questa il signor Nani, romano, milite vostro fedelissimo. Egli è incaricato 
di parlarvi della situazione attuale e dell' urgenza di una decisione. Malgrado il lungo 



Un facsimile si trova nella Biblioteca « Vittorio Emanuele » di Roma. 



294 GARIBALDI E MAZZINI 



silenzio, malgrado diffidenze che mi sono inconcepibili, sento che non debbo prendere 
questa decisione senza un' ultima parola a voi, che avele tanto fatto per la Patria e 
che potrete avere tanta parte nei suoi destini futuri. 

Un cenno solo per queste diffidenze, colla mano sul cuore, io vi dico : 
non possono essere fondate che su calunnie sparse a dividerci. 

Taluno mi ha detto, che voi mi accusate d'avere contribuito a rovinare l' ultima 
vostra impresa. Voi sapete, che io non credevo nel successo ed ero convinto esser meglio 
concentrare tutti i mezzi sopra un forte movimento in Roma, che non irrompere nella 
provincia ; ma, una volta l' impresa iniziata, giovai quanto potei : venni per questo alla 
frontiera : diedi a Missori il nucleo dei romagnoli raccolti in Faenza, che dipendevano 
da me : confortai ad agire la colonna meridionale, nella quale era Procaccini e della 
quale poi prese il comando Nicotera. Voi li conoscete e potete interrogarli. A me, 
del resto, basta la mia parola d' onore. E concedete, che io vi dica che tra 
uomini come noi, le accuse dovrebbero non nutrirsi nel buio, ma essere 
direttamente comunicate e dar luogo a spiegazioni leali. 
Vengo alla situazione : 

Noi camminiamo rapidi ad un movimento che, rovesciando la Monar- 
chia traditrice, conchiuderà, dopo un periodo, diretto da un governo d' in- 
surrezione, in un' Assemblea Costituente da raccogliersi in Roma. 

S' intende, che la parte repubblicana non può sostituirsi a quella che 
oggi regola, se non movendo, dieci giorni dopo il trionfo interno, su Roma, 
voi guidatore. 

L'organizzazione è compiuta e forte. Siamo certi (colla condizione che ora dirò 
dell' iniziativa in Genova, Milano, nel Nord) di quella dell' intera Sicilia e della zona 
Calabra nel Sud, di quella di Bologna, appena udite le prime nuove del centro, e 
del seguire immediato delle Romagne, dell' Emilia e delle Marche. Abbiamo forte 
lavoro generale nel basso dell' esercito. Abbiamo agenti in parecchi punti del Piemonte 
e in Napoli, città, non sufficienti ad operare per se : pochissimi nel Veneto. Dei 
contadini sapete come, dopo il macinato, sieno malcontenti. 

La condizione che s' aspetta è un* opportunità : un qualche cosa, che metta, come 
r attentato Lobbia, un' agitazione in piazza ; una predisposizione nel popolo verrà senza 
fallo. Può sorgere ad ogni istante, e la coglieremo. 

Questo come stanno ora le cose. Ma se voi aderiste e credeste bene 
d' intenderci, saremmo padroni della situazione. 

Credete, l' opportunità è in mano nostra. Non ci sarebbe che scegliere tra Genova, 
la Sicilia o altro punto : comparirvi uniti o dividerli in due zone, perchè operino 
simultanei. Col vostro intervento, i piccoli ostacoli, che ci fanno aspettare l' oppor- 
tunilò, sfumerebbero tutti. 11 resto è materia d'una comunicazione tra noi, o anche 
meglio di un abboccamento ; e per questo sarei a vostra disposizione in Lugano, Genova, 
Milano o qualunque punto da voi scelto, fuorché Caprera. 

Pensate e decidete. A voi, come a me, deve pesare ogni giorno che passa : è un 
giorno di disonore pel nostro paese. 
Una parola ancora. 



I 



IL GUERRIERO E L'APOSTOLO 293 

S' io anche , ciò che non è , v' avessi tremendamente offeso , dovreste , 

voi, Garibaldi, sommergere ogni sentimento individuale nel pensiero unico, 

regolatore della base della nostra fede. Io sento che Io farei. 

Addio. 

Vostro 

GIUS. MAZZINI 

* 

L' anno eroico, il 1 860, fu per l' Apostolo l' anno del dolore e del- 
l' amarezza ! 

Abbiamo visto dai documenti pubblicati nel Capitolo VII, che voci più 
serene di quella del Bertani avevano ammonito Garibaldi di stare in guardia dai 
diplomatici e dagli intriganti. Biagio Garanti, persona devota a re Vittorio, il 
quale in quei giorni spesso gì' inviava il generale Sanfront per avere notizie di 
Garibaldi, scriveva a quest'ultimo : « A proposito d'intriganti, badale che viene giù 
il La Farina, ed ora che è passato il pericolo verrà per togliere i frutti ; ma 
voi lo conoscete e non avete bisogno dei miei avvertimenti per guardarvi da lui ». 

Tutti, indistintamente, erano d' accordo nel mettere in guardia il dittatore 
da La Farina ; e certamente nessuna figura raccolse e suscitò nel '60 tante ire, 
quanto quella di questo patriota, che pure aveva scritto qualche bella pagina 
nella sua vita. Inviato a Palermo dal conte di Cavour, come controllo gover- 
nativo (come l'anno avanti era stato mandato nell' Italia Centrale), egli esagerò 
il suo compito, nocque allo stesso suo signore e fu causa di grandi discordie. 

Ma altre e diverse voci erano, in quei giorni, pervenute a Garibaldi per 
metterlo in guardia dalle mene dei mazziniani. Fra queste voci vi era stata 
quella di Giorgio Pallavicino, del martire dello Spielberg. Ecco l' importante lettera 
inedita inviata a Garibaldi. 

Giorgio Pallavicino a Garibaldi {Vedi facsimile). 

Torino, 19 giugno 1860. 
Amico carissimo. 

Profitto di questa occasione per scrivervi due righe e ripetervi ciò che vi ho già 
scritto con altro mezzo. Guardateci dagli intriganti, che vengono a voi con missioni 
segrete di un governo, che non ha più libertà d' azione. Noi siamo i vassalli del Due 
Dicembre ; il quale non Vuole l'Italia, ma una confederazione di Stali italiani, più o 
meno deboli, per poterli signoreggiare lutti a suo beneplacito. Diffidate della diplo- 
mazia ! E diffidate, in pari tempo, di Mazzini e dei mazziniani : costoro 



2% GARIBALDI E MA221NI 



guastano tutto ciò che toccano. Affrettatevi. Per compiere imprese miracolose, voi 
non avete bisogno, come gli altri grandi capitani, di un esercito disciplinato, secondo 
le regole della scienza : a voi bastano un pugno di volontari ed il vostro nome. Ciò 
che avete fatto in Sicilia, ripetetelo nelle Calabrie, e voi manderete ad effetto, in poche 
settimane, il magnifico programma della « Società Nazionale » : « /' Italia col re sardo ». 
Spero, che le ferite di Giorgio Manin non avranno conseguenze funeste. Vi racco- 
mando il caro giovine quanto so e posso ; e voi, amatissimo, siate un po' più curante 
di una vita, che non vi appartiene. Ve ne prego, ve ne supplico, in nome di tutto il 
popolo italiano. Anna vi dice dolcissime cose. Caranti nostro è partito per la campagna 
in discreto stato di salute. Egli vi ha scritto più volte : avete voi ricevute le sue lettere ? 
Amatemi e scrivetemi due righe, se lo potete, lo vi abbraccio coli' anima, riprotestan- 
domi 

Tutto vostro 

GIORGIO PALLAVICINO 
P. S. - Una stretta di mano al bravo Tiirr. 



Le frasi che si contengono in questa lettera, richicimano alla memoria 
quelle, che, quattro mesi dopo il Pallavicino, prodittatore in Napoli, scriveva 
nella nota lettera a Mazzini. E prezzo dell' opera qui il ripubblicare quello 
scritto, facendolo seguire dalla fiera risposta. 

Napoli, 3 ottobre 1860. 
Al chiaro signor Giuseppe Mazzini, 

L' abnegazione fu sempre la virtù dei generosi, lo vi credo generoso, ed oggi vi 
offro un' occasione di mostrarvi tale agli occhi dei nostri concittadini. Rappresentante 
del principio repubblicano e propugnatore indefesso di questo principio, voi risvegliate, 
dimorando fra noi, le diffidenze del re e dei suoi ministri. E però, la vostra presenza, 
in queste parti, crea imbarazzi al governo e pericoli alla nazione, mettendo a repentaglio 
quella concordia, che torna indispensabile all' avanzamento ed al trionfo della causa 
italiana. Anche non volendolo, voi ci dividete. Fate dunque atto di patriottismo, allon- 
tanandovi da queste provincie. Agli antichi aggiungete il nuovo sacrifizio, che vi domanda 
la patria : e la patria ve ne sarà riconoscente. 

Ve lo ripeto : anche non volendolo, voi ci dividete ; e noi abbiamo bisogno di 
raccogliere in fascio tutte le forze della nazione. So che le vostre parole suonano con- 
cordia, e non dubito che alle parole corrispondano i fatti. Ma non tutti vi credono : e 
molti sono coloro, che abusano del vostro nome, col proposito parricida d' innalzare in 
Italia un' altra bandiera. L* onestà v' ingiunge di metter fine ai sospetti degli uni ed 
ai maneggi degli altri. Mostratevi grande, partendo, e ne avrete lode da tutti i buoni. 

Io mi pregio di dirmi 

Vostro devotissimo 

GIORGIO PALL.A VICINO 



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^« Jf^Ùt>, (ini/if ' Uff'' fii-e^ UJ<* 11*^ /v»^<»"^ 6'/*.' 
• itU/f^ 'h'U*^ ct<t-^ <J ' A- ì'tcTo^ Wl>*^ /J Uo,^e.t- 



Lettera di Mazzini a Garibaldi, 17 giugno 1860. (Vedi pag. 299). 



a 



IL GUERRIERO E L'APOSTOLO 297 

E Giuseppe Mazzini rispondeva. 

Napoli, 6 ottobre 1860. 
A! signor Giorgio Pallavicino, 

Credo d' essere generoso d' animo, e per questo rispondo alla vostra lettera del 3 
con un rifiuto. S' io non dovessi cedere che al primo impulso e alla stanchezza dell' animo, 
partirei dalla terra eh' io calco, per ridurmi dove la libertà delle opinioni è sacra ad 
ogni uomo, dove la lealtà dell' onesto non è posta in dubbio ; dove chi ha operato e 
patito pel paese non crede debito suo di dire al fratello, che egli pure ha operato e 
patito : parlile. 

Voi non date ragioni della vostra proposta, fuorché l'affermazione che io, anche 
non "volendo, divido. Io vi dirò le ragioni del mio rifiuto. 

10 rifiuto, perchè non mi sento colpevole, ne artefice di pericoli pel paese, ne 
macchinatore di disegni, che possono tornargli funesti ; e mi parrebbe di confessarmi tale 
cedendo ; perchè italiano, in terra italiana, riconquistata a libera vita, credo di dovere 
rappresentare e sostenere in me il diritto, che ogni italiano ha di vivere nella propria 
patria, quand' ei non ne offende le leggi, e il dovere di non soggiacere ad un ostracismo 
non meritato ; perchè, dopo aver contribuito a educare, per quanto era in me, i popoli 
d' Italia al sacrificio, mi par tempo di educarli coli' esempio alla coscienza della dignità 
umana, troppo sovente violata, e alla massima dimenticata da quei, che s' intitolano 
predicatori di concordia, e moderazione : che non si fonda la propria libertà senza 
rispettarne 1' altrui : perchè mi parrebbe, esiliandomi volontario, di fare offesa al mio 
paese, che non può disonorarsi agli occhi di tutta Europa, farsi reo di tirannide ; al re, 
che non può temere d' un individuo, senza dichiararsi debole e malfermo nell' amore 
dei sudditi ; agli uomini di parte vostra, che non possono irritarsi alla presenza di un 
uomo dichiarato da essi, a ogni tanto, solo e abbandonato da tutto quanto il paese, 
senza smentirsi ; perchè il desiderio non viene, come voi credete, dal paese : dal paese 
che pensa, lavora e combatte intorno alle insegne di Garibaldi, ma dal Ministro tori- 
nese, verso il quale non ho debito alcuno, e che io credo funesto all' unità della patria ; 
da faccendieri e gazzettieri senza coscienza di onore e di moralità nazionale, senza 
culto, fuorché verso il potere esistente, quale ch'esso sia, e eh' io per conseguenza disprezzo ; 
e dal vulgo dei creduli inoperosi, che giurano, senz' altro esame, nella parola di ogni 
potente e eh' io per conseguenza compiango ; finalmente perch' io, scendendo ebbi 
dichiarazione non revocata finora dal Dittatore di queste terre, eh' io era libero in 
terra di liberi. 

11 più grande dei sacrifizi, eh' io potessi mai compiere, 1' ho compiuto, interrom- 
pendo, per r amore dell' unità e della concordia civile, 1' apostolato della mia fede ; 
dichiarai, eh' io accettava non per riverenza ai ministri e ai monarchi, ma alla maggio- 
ranza, illusa o no poco monta, del popolo italiano, dalla monarchia ; presto a cooperare 
con essa, purché fosse fondatrice della unità e che mai mi sentissi un giorno vincolato 
dalla coscienza a risollevare la nostra vecchia bandiera, io lo annunziai lealmente anzi 
tratto, e puhhlicamenle ad amici e nemici. Non posso compirne altro spontaneo. 



298 GARIBALDI E MAZZINI 



Se gli uomini leali, come voi siete, credono alla mia parola, debito loro è d' ado- 
perarsi a convincere non me, ma gli avversi a me, che la via d' intolleranza per essi 
calcata è il solo fomite di anarchia, che oggi esiste. 

Se non credono ad uomo, che da trent' anni combatte per la nazione, che ha 
insegnato agli accusatori a balbettare il nome d' unità e che non ha mai mentito ad 
anima viva, tale sia di loro. L' ingratitudine degli uomini non è ragione, perch' io 
debba soggiacere volontariamente alla loro ingiustizia e sancirla. 

GIUSEPPE MAZZINI 



-5f -» 



Un* altra voce, sebbene più modesta, ammoniva in quei giorni il Generale 
di stare in guardia tanto dal Cavour, che dal Mazzini ; quella del capitano 
Augier, una natura franca e leale di marinaro e grande amico di Garibaldi. 

Augier a Garibaldi. 

Genova, 15 giugno 1860. 
Mio buon Generale, 

Tutti vi scrivono, tutti millantano l' intimità e l' influenza che hanno sopra di voi, 
quindi trovandomi coli' amico Galin, che parte per costì, e confidando nell' amicizia, 
che graziosamente mi avete sempre accordato, mi sono deciso scrivervi ancora io, 
assicurandovi però, che avendo osservato come vanno le cose maneggiate da quelli 
che si dicono vostri amici qui in Genova, e l'amore che sempre ho nutrito per voi, mi 
hanno indotto a fare questo passo. 

Generale ! Fra tanti di coloro che si chiamano vostri amici, pochi sono quelli che 
lo sono di cuore; dietro tanti sacrifizi da voi fatti per la patria comune, io prevedo 
che il vostro premio non sarà altro, che quello di avere la coscienza libera e pura per 
aver fatto tutto quanto da voi dipendeva per il bene dell' Italia. 

Voi, Generale, avrete da lottare contro due partiti : il primo il Cavou- 
riano ed il secondo il Mazziniano e compagni; quest'ultimo è sempre 
stato vostro nemico acerrimo, ogni qual volta non ha potuto fare di voi 
ciò che desiderava. 

Qui Bertani, Mazzini e compagni tramano contro di voi, quindi dovete 
stare all' erta. Questi signori vogliono farvi deviare dai vostri principii; essi vi diranno 
che sono con voi, ma non ci badate, che io posso assicurarvi tutto il contrario ; persino 
quella buona donna di C. della T. (Contessa Maria della Torre), che credevo tutta 
per voi, ora disapprova il vostro operato ed è tutta per Mazzini, ed ho dovuto per- 
suadermi, che era degna della fama, che ha sempre goduto. 

Proseguite la vostra impresa. Generale; e non badate a quelli, che sono sempre 
stati non solo vostri nemici, ma nemici della causa che voi difendete. 



IL GUERRIERO E L'APOSTOLO 299 



Ho sentito con piacere che Menotti sta meglio della sua ferita; salutatemelo e 
con lui l'amico Basso, Froscianti etc. 

Io assisto alla costruzione del mio bastimento e credo che sarà bello. Aspetto, 
Generale, che voi gli diate un nome dei vostri latti di Sicilia. 

Ho lettera di Deidery ; lo aspetto con il vapore di martedì insieme alla signora 
Teresita. Accettate i saluti della mia famiglia e credetemi sempre di cuore 

Vostro aff.mo servo ed amico 
AUGIER 

P. 5. - E partito con voi Emilio Evangelisti, figlio della povera vedova mia 
vicina, che voi Generale conosceste ; questo giovane è istruito e credo che sia nella 
prima compagnia « Cacciatori delle Alpi ». 

Dissi che il '60 fu per Mazzini l' anno dell'amarezza ! Egli vide crollare 
r edifìcio edificato in lunghi anni d' incessante apostolato repubblicano, abbeverato 
dal sangue di tanti giovani martiri. Anche il progetto vagheggiato di un'invasione 
nello Stato pontifìcio non potè aver luogo. Nel giugno del '60, egli scriveva a 
Garibaldi la lettera inedita, che trascrivo dall' autografo. 

Mazzini a Garibaldi {Vedi facsimile). 

17 giugno 1860. 
Caro Garibaldi, 

Permettete, che anch' io vi mandi una stretta di mano d' Italiano riconoscente pel 
tanto operato da voi pel paese ; ne vi dico altro, perchè non curate di lodi e tutta 
Italia vi loda, e meritate. 

Se voi non mandate contr' ordine, e noi credo possibile, pensando alle vostre parole 
del 5 maggio e al modo con cui vedete la causa della Nazione, si entrerà, come vi 
avrà detto Bertani, alla fine del mese, avendo il Regno per obbiettivo. A voi di pensare, 
se potete irrompere allora da parte vostra. Stretto da due parti, il Regno sarebbe di 
certo nostro e l' Italia fatta d' un getto. 

Lavoro io pure alio scopo ; e ve lo dico, perchè 1' ultima vostra lettera mi con- 
fortava a credervi amico. So gì' inconverìienti del mio nome, e non mi mostro ; né mi 
mostrerò, se non a vittoria conseguila nel Regno. E quanto all' andamento politico, 
vivete tranquillo. Non proferisco io il grido vostro , ma lo accetto come 
accettato dal popolo ; e serbandomi personalmente libero, m' opporrei ora, 
per dovere, a chi cercasse innalzarne un altro. Sono leale, e quanto udiste 
mai di diverso è calunnia. 

Mandate dunque, vi scongiuro, a Bertani per Cosenz una parola, che 
dica fate. Siamo certi dell' esito. 



300 GARIBALDI E MAZZINI 



E quanto a voi, serbate, quanto più lungamente potete, i vostri poteri che avete ; 
guardatevi da La Farina e respingete qualunque tentativo di intervento diplomatico. 

Ebbi, suir autorizzazione che mi mandaste, un mille lire sterline (23 mila franchi) 
da Glasgow. Le serbo, perchè ora voi non ne avete bisogno e perchè le andrò spendendo 
neir impresa, della quale vi ho detto. Ma se poteste rubare un solo minuto di tempo 
e scrivere una linea di ringraziamento e conforto a quei buoni sottoscrittori, indirizzando 
commissione di parteciparla ad essi a William Ashurst, fareste cosa gratissima a lui, 
che è il tesoriere ed a me. Qualunque cosa mandiate per me ai fratelli Mosto, mi giungerà. 

Addio. 

Vostro tulio 

GIUS. MAZZINI 

Maurizio Quadrio, il discepolo fedele di Giuseppe Mazzini, pochi giorni 
prima della partenza dei Mille da Quarto aveva scritto a Garibaldi la seguente 
lettera pur essa inedita : 

Maurizio Quadrio a Garibaldi. 

Genova, 28 aprile '60. 
Al generale Garibaldi 

a Quarto 

Una lettera di M. {Mazzirìi) va' incarica di ripetervi ciò che già vi propose : irru- 
zione nelle Marche, come potere diversivo. Se Io desiderate verrà, benché malato. 

Sembra, che voi abbiate scelto il mare. 

Se voi mi date parola, che non sarà ai Siciliani imposta bandiera diversa da quella 
che avranno alzato, e che fino a lotta terminata non sarà in alcun modo violata la 
loro Volontà, e se coi permettete ad un soldato del '21 di andar con voi, verrò. 

M. QUADRO 

* 
* * 

11 1 9 giugno Mazzini scriveva agli amici suoi, Nicotera, Mosto e Savi la 
lettera già nota, e che rivela tutto il dolore dell' anima dell'apostolo. 

« Ho io bisogno di snudarvi l'animo mio ? Spero di no. Ma io non ho creato la 
posizione attuale. U Italia è travolta , ebbra di un materialismo , che adora 
la forza, o ciò che crede la forza. Ne io, né altri può ora mutarla. 1 fatti 
soli, le disavventure, le disillusioni lo possono. Il ritirarsi, l'esiliare la Patria da noi, 
perchè essa esilia, moralmente o materialmente noi, non gioverebbe, se non alla dignità 
dell' individuo. Ora V individuo in me è morto, inesorabilmente da un pezzo. 



1 



IL GUERRIERO E L' APOSTOLO 



301 



Non avrò più gioia dall' Italia. Non 1' avrò, se domani l' Unità fosse procla- 
mata da Roma. Il Paese col suo disprezzo di ogni ideale, mi ha ucciso 
I' anima ». 

E poco prima aveva scritto : 

« .... Se quei che saranno pubblicamente capi dell' impresa, si ostinassero nel 
grido col quale Garibaldi scese in Sicilia, non mi ritrarrò e non dirò agli elementi 
nostri di ritirarsi. Seguirò la colonna in silenzio, non firmando beninteso atto alcuno, 
non giurando ad anima viva, * en amateur ». 



Le lettere seguenti, che vanno dal 23 settembre al I .° novembre 1 860 
e che, meno quella del 1 7 ottobre, trascrivo dagli autografi, sono, per quanto 
mi consta, inedite. Esse ci mostrano sempre più, quale fosse lo stato di animo 
del Mazzini in quei giorni. Specialmente importanti sono quelle del 23 settembre 
e r altra del 1 ° novembre, forse l'ultima lettera diretta da Mazzini a Garibaldi, 
prima che abbandonasse Napoli. Nella prima egli consiglia il dittatore di 
comparire in Parlamento, come uri aerolite , con un indirizzo firmato da 
ventimila volontari, in favore del compimento rapido dell' impresa e di dire 
al Re che egli, Garibaldi, farebbe l'annessione lo stesso giorno in cui Vittorio 
Emanuele avrebbe annunziato la dimissione di Cavour e la guerra pel Veneto. 
Neil' altra del 1 .° novembre, lo scongiura a non partire da Napoli senza prima 
vederlo. « Uri quarto d'ora soli, se potete », gli scrive con animo concitato. 
In tutte le lettere di Mazzini si vede, quanto fosse vivo in lui il desiderio 
di potere attirare il Generale nell' orbita delle sue idee e farne uno strumento 
delle sue cospirazioni. Ma Garibaldi restò sempre saldo nelle sue convinzioni e 
alle istanze del grande agitatore. 



Mazzini a Garibaldi. 



Caro Garibaldi, 



(Leggete, ve ne scongiuro : la mia 
proposta può essere importante). 

23 settembre (1860). 



Se, per caso dolorosissimo, le mie proposte di ieri fossero inaccettabili, e doves- 
simo aspettar tempo, allora, vi prego, fermarvi un minuto a quest'idea. 

Un indirizzo firmato dai 20.000 Volontari vostri al Parlamento in favore della 
unità e del compimento rapido della nostra impresa. 



302 GARIBALDI E MAZZINI 



Comparile con quello, come un aerolite, in mezzo al Parlamento nei primi giorni, 
ed esponete in modo reciso la causa vostra e del paese. Sarete appoggiato fortemente 
e tanto da rovesciare probabilmente Cavour. 

Al re, dite che la non annessione non è che un pegno per voi ; che la fate subito il 
giorno in cui egli annunzia al Parlamento la dimissione di Cavour e la guerra pel Veneto. 

Poi, tornate subito, facendo un giro per le provincie. Avrete un altro esercito 
numeroso. Lasciate qui, ben inteso, un potere forte ed omogeneo. 

L' indirizzo dei volontari sarà avversato da molti dei vostri Capi dei corpi ; ma se 
voi esprimerete il permesso di firmarlo, tutti i volontari lo firmeranno. 

Vi scrivo invece di vedervi, perchè la mia presenza al Palazzo D'Angri sarebbe 
inutile e inoltre, perchè siete sempre circondato da gente. 

Addio ; contate in quel poco che io posso, giacché il paese possa contare su 

voi, ciò che sarà sempre, non ne dubito. 

Vostro 

GIUSEPPE 

Quando vorrete, una mezz'ora di presenza vai più di cinquanta proclami. 

P. S. - Avete bisogno di un' organizzazione militare nella provincia. 

Mandate un commissario militare energico, non napoletano, con pieni poteri, dipen- 
dente direttamente da voi. In ogni provincia. Ne troverete fra i nostri e ve l' indicherò 
io, se lo voleste. 

Fate, che organizzino una milizia obbligatoria dappertutto, dalla quale poi si cavereb- 
bero i volontari. 

Un commissario civile a fianco della provincia. 

Incamerate non solo ; ma vendete i beni che incamerate, il palcizzo di Caserta 
per cominciare. 

Caro Garibaldi, 27 settembre. 

Domagaliki, polacco, militare, membro del Comitato centrale residente in Londra 
per la Polonia, vorrebbe servire sotto di voi, e nello stesso tempo dirvi qualche idea 
de' suoi fratelli d' esilio e dell' interno del suo paese, lo lo conosco d' antico e ve lo 
raccomando volentieri. 

Spero che l' accoglierete cortese, come al solito, e che trarrete partito da lui, dai 
suoi lumi e dalle sue qualità morali. 

Credetemi vostro GIUSEPPE MAZZINI 

Caro Garibaldi, ' °«°bre (1860). 

Il latore, maggiore Venturi, v'è già noto. Ha una proposta da farvi, conducente 

allo scopo d'accrescere il numero dei volontari. Io lo conosco intimamente per uomo 

capace di eseguire quello, che vi proporrà. 

Vostro sempre 

GIUSEPPE M.AZZINI 



IL GUERRIERO E L' APOSTOLO 303 

IO Ottobre (1860). 
Caro Garibaldi, 

Cacace, napoletano, stabilito da lungo tempo a Marsiglia, ha giovato, quanto qua- 
lunque altro, e più continuamente alla causa. 

Desidera vedervi. Vogliate accoglierlo, e credetemi sempre vostro amico 

GIUSEPPE MAZZINI 



17 ottobre (1860). 
Caro Garibaldi, 

11 latore è Gennaro Rizzo, capo popolano influente, noto a me da anni e lavo- 
ratore indefesso sotto la tirannia Borbonica, per la causa nostra. Egli ha qualche cosa 
da chiedervi ; e concedetemi di raccomandarvelo caldamente. 

Qui il Ministero segue a spargere le più stolide cose contro di noi. Il disegno 
è di convocare continuamente la Guardia nazionale, stancarla, e farla insistere pel 
nostro sfratto. Io, prima che il mese finisca, andrò, ma non intendo cedere a giorno 
fisso, a questo sistema e a Conforti. 

Dovreste, secondo me, avere assemblea e plebiscito : discussione prima, votcìzione 
popolare dopo. 

In verità così si cedono troppo le armi da voi. Ma di queste cose siete arbitro. 

Abbiatemi sempre vostro 

GIUSEPPE MAZZINI » 



1 (novembre 1860) 
Caro Garibaldi, 

Non partite, vi prego, senza vedermi. Ditemi dove e quando. Un quarto 
d'ora soli, se potete. Può giovare l'intenderci. Io sono a Capodimonte; ma verrò 
dove vorrete. 

Vi scrissi intorno a Nicotera per T unico favore, che io vi abbia chiesto per altri. 
Aveste la domanda ? 

Vostro serrìpre 

GIUSEPPE 



Ma, per uno studio più coscienzioso sulla condotta di Mazzini nel 1 860, 
ed i suoi rapporti con Garibaldi è utile l'avere sott* occhio alcuni brani delle 
lettere dirette in quei giorni al Saffi ed a Caterina Craufurd. 



' L" originale di questa lettera non e nel mio Archivio ; fu dato da Achille Fazzani a! 
Missori per essere custodilo nei Museo del Risorgimento di Milano. 



304 GARIBALDI E MAZZINI 



In data del 1 3 maggio, Mazzini scriveva ad Aurelio Saffi : 

Temo, da un buon ragguaglio dato sulla Gazzetta di Milano, che tu sia andato 
troppo in là, abdicando, in nome del Partito, nelle mani di Vittorio Emanuele. Noi 
non abdichiamo: accettiamo dal popolo italiano. Noi non gridiamo: viva V. E., impo- 
nendolo in Sicilia o altrove : gridiamo « Unità e Libertà » : chiniamo la testa ai grido, 
quand'esce dal popolo, che combatte. 

E questa la nostra linea, e non bisogna disertarla. Ma se l' hai fatto, tienti almeno 
fermo per ciò, che concerne l'azione. Il Governo ha oggi migliaia di fucili, prodotto 
dalla sottoscrizione e che non vuol dare. 

E nel giugno, da Genova : 

Amari è ora eletto intermediario officiale da Garibaldi col Re; quindi va in 
Torino, e ad ogni modo non può più cospirare per la Sicilia. Dovrebbero quindi 
intendere, che il continuare a mandargli denaro ha del comico. La scelta è del resto 
cattiva, come inutile quello che fa, da qualche tempo, Garibaldi. 

E più oltre soggiunge : 

Garibaldi manda al Re per mezzo d Amari « due milioni d' Italiani ». In verità, 
è farla un po' troppo da dittatore. Accettando tutto, come facciamo, se avessero almeno 
la generosità di salvarci un po' di dignità, e lasciare che le unioni escissero dal popolo, 
da votazioni! 

Il 24 luglio scriveva a Kate Craufurd : 

lo non so, se potrò farvi contenta di me. Lo tenterò fra non molto ; ma fra noi 
e il fine stanno troppi nemici, e i pessimi sono quei che si dicono amici. Vedremo. 
Questi due mesi meriterebbero, che io riuscissi. Ho fatto tanto la parte di 
subalterno; ho ingoiato tanti bocconi amari come fossero ciambelle, ho 
rinnegato, per un fine da raggiungersi, me stesso con tanta pazienza, che 
credo dovrei avere per ricompensa il risultato. E non di meno ne sono incerto 
assai. Dite al babbo, che /' Unità d' Italia si farà " malgré tout ,, . E l'unico punto 
moralmente conquistato. Strano a dirsi! Se /' Unità fosse conquistata materialmente, 
il mio primo desiderio sarebbe quello di Venire a morire in Londra. 

Più tardi, 1' 8 agosto, scriveva : 

Dovete sapere, che avete due apostoU in Quadrio e in me, e che molti dei 
nostri sanno già, che voi siete una delle migliori italiane che siano. Insistete dunque 
a persuadere babbo, perchè venga a vedere 1' Unità d' Italia farsi. Quanto a me, non 
pensate. Se mai ho iniziato qualche cosa, è legge che V iniziativa perisca moralmente 



IL GUERRIERO E L' APOSTOLO 305 

e materialmente nelV iniziazione. E a me non ne importa, purché la cosa cada. In fondo, 
noiato e stanco come sono, il frastuono che, in circostanze diverse, si farebbe d' intorno 
a me, mi riuscirebbe intollerabile. Siamo ora in una crisi, dalla quale ignoro come 
esciremo: 6000 uomini, la spedizione organizzala dal Partito d'Azione, che doveva 
recarsi in un punto, è osteggiata dal Governo e mandata altrove. Nondimeno, vedremo. 

E qualche giorno dopo : 

Il Ricasoli non vuol dare che 1 5 mila franchi ; insufficienti per muli da portar le 
munizioni e biscotto. Non resterebbe un soldo per un giorno di vita, ovunque scen- 
dessero. Dunque, impossibili ; e non so che cosa avverrà. Ho suggerito un ultimo 
tentativo ; cangiare i cavalli che abbiamo con muli ; mandato uno a Livorno ; telegrafato 
a Genova per scarpe e coperte, che potrebbero partire col vapore di questa sera e 
giungere domani ; fattosi scrivere da Nicotera a Ricasoli per un aumento. Ma lutto ciò 
può tornare in nulla; nel qual caso, « à la garde de Dieu ». 

Ma le speranze per una spedizione negli Stati pontifici erano svanite, e 
verso la fine d' agosto scriveva : 

Non so nulla di nulla ; ma è chiaro, che bisogna finire per andare a Napoli prima 
di rintanarsi, non fosse attro per la chance d'una marcia su Roma. E Garibaldi tien duro. 

E il 5 settembre : 

Odo del vostro disegno per l'ottobre. Viene anche Aurelio? Spero di no. Il 
suo posto è in Italia. Soltanto, spero non sia tornato da Torino più monarchico di prima, 
come mi farebbe temere la conclusione di un suo articolo. Io divento più repub- 
blicano di prima ; e sento che andiamo, checche si faccia , a quell' ideale. 

Più tardi, il 1 7 settembre : 

L* ingresso in Napoli è la cosa più magnifica, che io abbia veduta mai ; cielo, 
color del mare, aria, tutto diverso : il golfo un incanto : v' è da rifar la vita per chi 
può rifarla. La città è ingombra, gremita. Sei alberghi toccati, prima di poter trovare 
una stanza. Garibaldi non è qui, ma lo raggiungerò. Nicotera è qui, lo vedrò questa 
sera. Bandiere ad ogni finestra. Sacchi è qui pure. Non so nulla ancora ; vi scrivo 
tre ore dopo giunto; ma credo che in un mio senso le cose andranno. Nel 
nostro davvero, quando sarò morto. 

11 1 8 settembre infine, scriveva a Saffi : 

Aurelio mio. 

Mi dicono, al mio giungere, nientemeno che d' una gita probabile di A. Lemmi 
per venire a chiederti, da parte di Garibaldi, d'andare da lui coli' intenzione di farti 

CURÀTULO 20 



306 GARIBALDI E MAZZINI 



Pro-dittatore in Sicilia. Non ti scrivo per darti pareri. E un affare di coscienza. Se 
tu credi, in coscienza, dover rimanere disgiunto da ogni combinazione monarchica, allora 
ricusa; ma allora t'incombe, non il silenzio o lo star fra i due, bensì il farti apostolo 
della fede avvenire, qualunque sia il tempo in cui essa debba trionfare. Se la questione 
per te non è quella, allora, te ne prego, accetta ; non t' indugino altre ragioni indi- 
viduali o di tendenza al riposo. Son tempi questi, nei quali una missione deve assu- 
mersi. Non è concesso il riposo. Inoltre ti dirò chiaro, che Garibaldi è irreconciliabile 
con Cavour, e che quindi la questione italiana ha da decidersi coli' uno o con V altro : 
coi due non può. Dato questo, e dato quindi che tu ti decida per Garibaldi, allora è 
chiaro che la tua nomina accelera la soluzione e diventa importante, come un passo 
fatto da Garibaldi verso noi. Pensaci: puoi pesare sui destini del Paese. O abdicare 
ogni intervento nelle cose patrie, o sostenere Cavour, o rovesciarlo. Accettando, tu 
potresti fare con te stesso e con Garibaldi la riserva che , conchiuso il provvisorio, 
quando il Paese avrà legalmente da Roma confermato il verdetto monarchico, tu sarai 
libero di tornare a vivere privato, se non ti piacerà il principio proclamato. 

Addio. 

Ama il tuo 

GIUS. 



Dopo il 1 860, Mazzini, ferito al cuore, si trasse In disparte ; ma non per 
questo cessò un solo istante dai cospirare per fare la repubblica. I suoi scritti sono 
sempre guizzi di folgore, piani di congiure, istruzioni per un' msurrezione repub- 
blicana. Tolgo dal mio Archivio una serie di lettere inedite, dirette dall' apostolo 
a Garibaldi, a Stefano Canzio, a Pianciani, agli amici di Genova ; lettere tutte che 
rivelano il continuo dissidio fra lui e Garibaldi, e come il pensiero di una 
repubblica italiana fosse il circolo magico intorno al quale si aggirò costante- 
mente il suo spirito. Ma credo utile prima riprodurre uno scritto del Mazzini 
poco conosciuto, diretto alla signora Philipson, una signora inglese grande amica 
del nostro paese, e che è molto importante per i giudizi, che vi si contengono. 



Giudizi di Mazzini su Garibaldi e Rattazzi. 



Cara signora Philipson, 



London, 5 agosto (1867). 

18 Tulham Road. W. 



Vi mando poche linee della nostra amica Jessie Mario. 

Noi siamo legati nell'amore e nell'odio. Io amo Roma, non siccome parte d' Italia, 
ma come l'anima, come la parola Italia, ed odio Rattazzi come un mefistofele 



IL GUERRIERO E f APOSTOLO 307 

in 32' . Spero, che Garibaldi non riuscirà a determinare un movimento : un tale moto, 
ora, o sarebbe represso con un secondo Aspromonte da Rattazzi, o sarebbe, se riu- 
scisse, monopolizzato da lui e Roma sarebbe governata da una politica piccina, immorale, 
da avvocato intrigante, corrotta e corruttrice. 

Roma deve essere o una grande rovina profetica, ovvero il tempio della Nazione 
Italiana. Un anno di più o di meno di schiavitù è nulla; ciò che imporla è, che il 
vessillo della Repubblica Italiana sventoli dal Campidoglio, e la bandiera della religione 
del progresso dal Vaticano ! 

E questo un sogno ? Io credo fermamente, che non lo è. Io cercherei di realiz- 
zarlo, se avessi mezzi e tempo. Ma non ho ne l' una cosa, ne l'altra: sono povero e 
non avrò ancora molto tempo da vivere. Qualche altro lo realizzerà. Garibaldi lo 
potrebbe, se egli fosse un uomo più intellettuale che non sia. Egli ha l'amore, 
non la religione di Roma. Non dite, che egli è troppo onesto per un uomo politico. 
Egli dovrebbe essere un credente ; ma non lo è : egli vede più il lato materiale della 
quistione, che quello morale; egli si cura più del corpo d'Italia, che dell'anima. Egli 
non pub essere altrimenti ; non lo accuso, constato solamente il fatto. 

E Valoroso, nobile, buono, coerente ed unico ; ma egli è incompleto e non alla 
altezza dello scopo. 

Vi terrò al corrente, se qualche cosa avviene o sarà per avvenire. 

Il vostro fedele 

GIUSEPPE MAZZINI 



Mazzini ad un " Fratello „. 

Dicembre 7 (1859). 
Fratello, 

Ho ricevuto ogni cosa e sono lieto del vostro accogliere le mie proposte. Strin- 
gete fraternamente la mano per me a Cec. 

Mandate il ricavato delle quote mensili e di ogni altra offerta, che potete avere 
ad Alberto Mario in Lugano. Se il Cec, come mi dicono, ha conti con l'Agr. potete 
valervi di quella via, mandando biglietto per lui, all'ordine, della signora Maria Fra- 
schina Gaerri (?), amica dell' Agr. e nostra ottima. Essa consegnerà fedelmente ad 
Alberto Mario del quale avrete ricevuta. Con Alberto Mario potrete corrispondere, 
occorrendo, all' indirizzo sig. Fioratti, libraio, sotto coperta : a Mario. 

Cercate di aumentare il numero dei contribuenti, e ad ogni modo siate esatti nei 
piccoli versamenti, cercando da un lato di affratellare italiani sparsi nelle località del 
Cantone, in Bellinzona etc. ; dall'altro afferrare ogni opportunità di affratellamento nelle 
piccole città sarde o lombarde del Lago. Bisognerebbe avere un individuo, non fosse 
altro, in ogni località e moltiplicare i mezzi sicuri d'introduzione o di scritti o lettere; 
non saranno mai troppi. Anche per quest' ultimo scritto mio dovrò fra poco ricorrere 
nuovamente a voi. 

Il giornale escirà probabilmente prima ; di certo e regolarmente con 1' anno. 



308 GARIBALDI E MAZZINI 



Il vostro scritto sulla guerra giunge, non ve lo celo, un pò* tardi. Mandatelo non- 
dimeno a Mario, a Lugano. Non v'accerto d'inserirlo. Gli eventi possono costringerci 
ad empire con altro il giornale. Ma se avremo modo, l' inseriremo. 

Avviato una volta il Giornale, vedete che cosa possiate fare; e segnatamente 
per Napoli. 

Manderò la lettera a C. e vi aggiungerò un biglietto mio. Conosco C. e non 
credo riusciremo. E troppo recinto d' influenze moderate. Ciò che bisognerebbe avere 
in Napoli, sarebbe una triade di giovani nuovi, intelligenti, arditi, i quali spargessero 
prima l' affiliazione segreta ; poi, forti di quella, facessero proposte come la vostra. 
Questi giovani, questi dei ignoti devono esserci : la difficoltà sta nel trovarli ! 

// lavoro nel quale io sperava di essere riuscito e che la debolezza di Gari- 
baldi verso la persona del Re mandò in fumo alla vigilia, sommava allo stesso 
compito; un moto d'offensiva dal Centro al Sud, congiunto coli' insurrezione in senso 
nostro, cioè unitario, della Sicilia ; insurrezione che, se poteva aversi, poneva Napoli tra 
quel moto e V insurrezione degli Abruzzi, che avrebbe seguito il moto d'offesa. 

Quel moto ha da essere per sempre nelle nostre mire. Quando il Cong. {Congresso) 
avrà deliberato contro di noi, com' è più o meno inevitabile, sarà necessario prote- 
stare a ogni patto coli' insurrezione e colle armi ; è necessario diffondere fin d'ora 
r idea, perchè l' opinione universalmente sparsa d' un fatto aiuta a crearlo. 

Cercate contatto coi viaggiatori italiani, veneti, o altri, che traversano il Lago. 
Ogni nuova delusione ci accosta gli animi e bisogna profittarne ; affratellamenti, fattisi 
per diffusione di scritti, dati che riguardano l' interno, qualche offerta per una sola 
volta, ogni cosa giova. Su voi, col consiglio degli altri due, potete concentrare quanto 
lavoro vi verrà fatto di ordinare, dandone conto sommario a Mario. 

Ho letto or ora i vostri versi : belli e sentiti. Se ne avete una copia, vorrei la 
mandaste, scrivendo a Mario, alla Mario (l'antica miss Mario). 

Se riescite a stendere qualche filo in Luino, Laveno o altro punto lombardo, ne 
manderete indicazione a me, perchè io accentrerò gli elementi a Milano, ove abbiamo 
centro attivo dell' associazione. 

Addio : consociamoci a un ultimo sforzo per la terza o quarta vita d* Italia. Tendo 

a credere, che la civiltà si sia biforcata in Italia ed in Grecia e che la vita abbia 

avuto sviluppo simultaneo nei due paesi. Ma ora siamo militi dell'avvenire, anziché 

ricercatori del passato. ,, , 

Vostro sempre 

GIUS. 
Mazzini a Garibaldi. 

Caro Garibaldi, 8-1861. 

V'annoio di lettere; ma la salute del paese sta nelle vostre mani, abbiate pazienza 
per dieci minuti e leggetemi. 

Vi mando una lettera inglese: leggetela. Ciò che vi dicono è vero. Se veniste, 
fareste miracoli per offerte e per l' allontanamento dei Francesi da Roma. Sarebbe 
un giro di dieci giorni in Inghilterra e Scozia. Pensateci bene. 



IL GUERRIERO E L'APOSTOLO 309 

Se non volete venire, scrivete poche linee da pubblicarsi, ad un dipresso, come 
quelle che vi suggeriscono nella lettera. Non faranno quel che farebbe la vostra 
presenza ; ma faranno molto. 

Vi chiesi due linee per Ashurst. Mi sarebbe assai caro 1' averle. 

Ora sentite. 

Non so quanto sia di vero in ciò che dicono, che la vostra prima operazione 
sarà in Ungheria. Per la via di mare non può essere : dunque sarebbe per la 
Transilvania. 

Per r amore che porto all' Italia e per quello che porto a voi, non posso a meno 
di protestare, se è vero. 

Prima di tutto, andare a cercare la salute del Veneto in Ungheria, quando abbiamo 
22 milioni d' Italiani da sommovere, non è degno di voi, incarnazione dell' Italia 
militante ; ed è un rimprovero all' Italia, che l' Italia non merita. In secondo luogo, 
voi non siete certo del soccorso dell' Ungheria. Quando l' avrete liberata, nasceranno 
questioni inevitabili tra gli Ungheresi ed i Rumeni, tra essi ed i Croati etc, che 
costringeranno per lungo tempo le loro truppe a stare a casa. 

Sarete deluso nel vostro piano. 

In terzo luogo, voi forse ignorate che nella loro foga di avere aiuti, essi, cioè i 
loro capi Kossuth e altri, sono legati con L. N. (Luigi Napoleone) e gli promettono di 
accettare Leuchenberg, Napoleone Bonaparte o altri della famiglia. Volete prestarvi 
ad un raggiro bonapartista? 

Finalmente, il giorno in cui voi sarete in Ungheria e avrete trascinato con voi 
il fiore dei nostri militi. Luigi Napoleone occuperà Gaeta e Napoli per cercare 
di collocarvi un Murat o Napoleone Bonaparte, il cugino. E il disegno del quale, 
probabilmente, è complice Cavour. 

Le truppe di Roma e quelle di Algeria comandate da Pellisier non hanno altro 
oggetto. 

Assalendo, invece, il nemico nel Veneto e provocando la diserzione Ungherese, 
voi date il segnale all' insurrezione della Ungheria. Quella dell' Ungheria trascinerà 
il resto. Ogni moto sul Veneto può essere seguito dal moto degli Italiani e Slavi 
della costa orientale dell' Adriatico. Rendete così possibile ogni diversione nostra per 
mare su quella parte. Riconquistate, così, d' un getto le frontiere d' Italia e rendete 
lo stesso servizio alla nazionalità. 

Cominciato il moto sul Veneto, la diserzione dei reggimenti Ungheresi (alla 
quale gli esuli ungheresi dovrebbero dirigere tutto il lavoro) ed il concentramento 
necessario delle forze d'Austria dalla parte nostra, rendono facile l' insurrezione in 
Ungheria, nell' interno. E se anche hanno bisogno, ciò che io non credo, d' una inizia- 
tiva dal di fuori, la decima parte della forza che sarebbe necessaria, prima d' una 
iniziativa in Italia, basterà. 2000 uomini, facili a radunarsi nei principati, che entrino 
in Transilvania e vi si riuniranno in Szekley sulla frontiera, basteranno. 

La rivoluzione ha ora trovato un punto di appoggio alla leva e non lo abban- 
donate : un centro ; creandone due, indebolisce invece di fortificare. Oggi qualunque 
cosa si farà in Italia, avrà l'approvazione europea: fuori, no. Avendo 1' Italia la rivo- 



310 GARIBALDI E MAZZINI 



luzione, sarà forte dapertutto : avrà uria base. Cominciando in Ungheria, perdete la 
base; cominciata appena, avrete la Russia nella Galizia, e dovrete, presto o tardi, 
sostenerne 1* urto. 

Garibaldi, per tutto ciò che amate, non abbandonate l' Italia : non smembrate le 
forze o correte rischio di perdere tutto, e di servire, senza volerlo, ad un intrigo 
Bonapartista. 11 vostro posto è nel Trentino, dobbiamo averlo per sorpresa nelle mani ; 
date il segnale all'insurrezione del Cadore e del Friuli; sollevate in entusiasmo l'Italia, 
costringete il Piemonte ad entrare. Possiamo fare tutto questo, se mi aiutate con una 
parola vostra che dica : è bene che il Tiralo italiano si prepari ad insorgere, e se 
potete con un aiuto d' armi da depositarsi dove dirò. 

Preparerò io il terreno per voi: poi quando venite, se credete che io mi ritragga, 
mi ritrarrò. 

Non ho come voi che uno scopo al mondo: veder l'Italia una. 

Una parola ancora. 

Voi predicate in ogni vostra linea il re : io non divido la vostra opinione su di lui. 
Non potrei chiamare sempre re galantuomo, V uomo che accettò la Lombardia in dono 
dallo straniero, che accettò il mercato di Nizza e Savoia, e che tiene Cavour alla 
testa del paese. 

Ma la quistione non è qui. E in quello che vi scrissi un anno addietro : 
agirò pel Re, ma indipendentemente dal Re. Tutta l' Italia datela a lui, 
nessuno obietterà; ma non fissatevi nelle sue ispirazioni, non ne chiedete 
gli ordini, se volete farlo. Il re è per lo meno una macchina conscia o 
inconscia di Luigi Napoleone. Ora Luigi Napoleone non vuole V unità, tende alla 
Confederazione : tende ad aver la Sardegna : tende a mettere un principe della famiglia 
in Napoli. E Cavour è disposto a secondarlo. Agite, dunque, indipendente, e sopra- 
tutto non lasciate l' Italia. 

Vostro 

GIUS. MAZZINI 

P. S. - Scrivetemi, se lo credete, una parola sulle vostre intenzioni : dove no, spreche- 
remo le nostre forze in direzioni diverse. Del mio silenzio assoluto potete essere certo. 



23 gennaio (1861). 
Caro Garibaldi, 

Il generale Wilson ed altri ufficiali irlandesi sdegnosi degli aiuti dati dai cattolici 
d'Irlanda al Papa, organizzano ciò che essi chiamano un battaglione, composto di 1046 
uomini che vogliono riabilitare l' Irlanda e combattere con voi le battaglie dell' unità 
d' Italia e dell' emancipazione di Roma. Gli elementi appartengono alla milizia, ed 
hanno quindi serie cognizioni militari. Sono quasi tutti protestanti. 

Ora essi chiedono alcune linee vostre, che approvino, che accettino il battaglione 
com'è, cioè gradi etc. e che dicano, se i mezzi di trasporto possono essere sommi- 
nistrati per giungere in Italia quando vorrete. 



IL GUERRIERO E L- APOSTOLO 311 



Volete mandarmele? Antonio Mosto, se gliele farete avere, me l'invierà. 

Del resto il mio indirizzo a Londra è William Ashurst : 6, Old Jewry Cheapside. 

V'ho scritto più Molte: voi non mi rispondete. Credo che prima dì morire 
conoscerete di avermi giudicato male ; ma ciò poco importa. Ciò che importa 
è l'Italia: la sua unità: Roma e Venezia. Importa alla loro emancipazione l'accordo 
(ra tutti quelli che esercitano una influenza qualunque. Che io l' eserciti, voi non potete 
dubitarne ; e 1' elezioni del sud ve lo proveranno. E questo accordo fra noi ? Da parte 
mia, v'è. Da parte vostra, non so. 

Volete assalire il Veneto? Posso giovarvi. O volete andare in Ungheria? Per 
mare non potete. Per terra dunque. E un abbandonare l' Italia. Garibaldi, non cangiate 
base, quando ne avete una eccellente e vostra. Correte rischio di perdere voi e 1' Italia. 

11 Tirolo e r alto Veneto : là è il nostro vero teatro di operazione. Non vedete 
voi che r Ungheria ci seguirà da per se ? 

Qui dicono che Tùrr riesca a riconciliarvi con Cavour. Se ciò è vero 
è sciagura. E il segnale dell'anarchia: conosco Cavour: io non mi riconci- 
lierò mai con lui, a meno che egli non rompa pubblicamente con Luigi 
Napoleone. 

10 vi dicevo un anno addietro : " lavorate pel re „ giacché non so 
perchè lo volete; " ma senza il re „. 

11 re è Cavour, Cavour è Luigi Napoleone. Possibile che voi, difensore 
di Roma, possiate sottomettervi a quella influenza ? 

Garibaldi, facciamo l'Italia: non dipendete da anima viva; la dau-emo 
poi a chi vorrete. 

Scrivetemi una parola sulle vostre intenzioni. E l'ultima volta che ve Io chiedo, 
perchè mi avete scritto che m' eravate amico. 

Vostro 
GIUS. MAZZINI 

P. S. - Se mai preferite scrivere direttamente agli Irlandesi, scrivete al sig. A. C. 
Marani, 5, Trinity College, Dublin. ' 



5 febbraio (1861). 
Caro Garibaldi, 

Il Segretario del Comitato Irlandese è lohn Spear, 36, Upper Fitzwilliam Street, 
Dublin. Marani è il nostro intermediario italiano. Vi ringrazio delle ultime linee 
scritte ad Ashurst. 



' Gli autografi di queste due lettere, dell' 8 e dei 23 gennaio 1861, non sono nel mio 
Archivio ; essi furono dati da Achille Fazzari a Missori per essere custoditi nei Museo del 
Risorgimento di Milano e ne ho potuto avere copia. 



312 GARIBALDI E MAZZINI 



L' Universo vi dice riconciliato con Cavour. La stampa bonapartista dichiara, 
che avete consentito a non muovere arma sul Veneto o in Ungheria, a meno che il 
re non ve l' ordini. In quel caso siamo perduti. Lo dico con un dolore nel!' anima 
difficile ed esprimersi. 

Il re non ordinerà mai l'assalto sul Veneto, come non osa chiedere a L. N. 
{Luigi Napoleone), pubblicamente e appoggiandosi sul Parlamento, l'allontanamento 
delle sue truppe da Roma. Un uomo come Voi, che ha dato dieci milioni di 
sudditi al re e che ha, se lo vuole, il paese con se, ha diritto e dovere di 
dire al re di 22 milioni di uomini, che egli può e deve avere, con una 
Legge, 800,000 uomini in armi, e dichiarare pubblicamente a L. N. {Luigi 
Napoleone) essere tempo che ci lasci Roma. E se non fa, non è degno che 
uomini come voi lo seguano ciecamente. 

Se anche, non volendo lottare, proferiste pubblicamente una parola che dicesse agli 
Italiani « è tempo che diciate tutti al re vostro, che volete Roma libera di soldati 
stranieri » un milione di firme accompagnerebbe i due indirizzi che vi si recano al 
Parlamento. 

Se redigeste un progetto di legge per l' armamento generale e diceste agli 
Italiani : « firmatelo e presentatelo alla Camera » , un altro milione di firme lo coprirebbe. 

Se apriste un imprestito in nome vostro, con una serie di cedole dai 5 franchi ai 
10 e ai 500 fr. con cedole intermediarie di 25 fr., di 50, di 200, 300, 400 fr., si 
raccoglierà fuori e dentro il necessario per l'armamento e risparmiereste il Tesoro. 

Noi tutti vi appoggeremmo. 

Addio ; e Dio vi serbi forza per fondare l' Unità in questo anno. Voi lo 
potete. II re non lo farà mai. Accoglierà, accetterà, non inizierà. 

Vostro 
A Gius. Garibaldi GIUS. MAZZINI 

Caprera. 



7 marzo 1861. 
Caro Garibaldi, 

Ebbi la vostra e ve ne sono grato. 

Sentite; non discutiamo sul re; sarà onesto e patriota; ma accettò la 
Lombardia in omaggio, firmò la cessione di Nizza dopo di avere giuralo il contrario, 
disse e disdisse con voi, con noi, dieci Colte; v' impedì di andare a Roma, tra voi e 
Cavour scelse Cavour, ed oggi con 22 milioni di uomini non ha il coraggio di armare 
con un decreto il paese; diplomatizza per avere Roma e aiutare Bonaparte sul Reno, 
e segue la politica di quando aveva quattro milioni di sudditi. Io, dunque, non posso 
amarlo, né stimarlo. Non osa emanciparsi dal Bonaparte, mentre avrebbe Inghilterra, 
Germania, Prussia e tutti con se. Ha coraggio fisico, non ombra di coraggio morale. 
Non ispero, dunque, che dal paese. 



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^t^i^c-c..^ ^K'^^e^ ^e.^*^^ ^<SÌ^ tié't^^a ^e<i- c.(-t.i.^^o~^i^ £..^^i^'-.^:^r^<^^*''^-^- 



Proclama di Garibaldi agli Italiani. 
Caprera, 28 novembre 1860. (Vedi pag. 341). 



IL GUERRIERO F. L'APOSTOLO 313 

Con tutto questo non può esservi ombra di dissidio fra noi. Ho ceduto alla fatalità 
che il paese e anche un po' voi avete creato e ho accettato, di buona fede, il vostro 
programma « Italia una e Vittorio Emanuele ■• . Salvo il caso di nuove cessioni terri- 
toriali, o di delitto contro gli altri popoli o del suo avversare apertamente la causa 
dell' Unità, o di cangiamento in voi e nella maggioranza del paese, non lo abbandonerò. 

Ma tutti e due fidiamo, credo, per l'azione più nel paese, che in lui o in altri. 

Pensiamo dunque all' azione e a trascinarlo in essa. 

Dopo avere ripensato, persisto nella mia idea, che il nostro terreno è il Tirolo e 
r alto Veneto, con finte dalla parte dei distretti al di qua del Po, del Ferrarese. 

11 terreno è contiguo col paese già emancipato. Se riusciamo ad averlo in mano, 
i volontari vi affluiranno senza indugi dalla Lombardia e da ogni punto. 

11 quadrilatero è tagliato dalla sua base. 

L' Ungheria è matura e risponderà, siatene certo, senza indugio, all' impresa. 

Stendendosi pel Cadore e per il Friuli, diamo la mano al moto Slavo-Ellenico 
dell' Oriente. Ho contatto con quegli elementi e, seguendo il vostro consiglio, cerco 
moltiplicarlo. 

Per avere il Tirolo Italiano in mano, credo necessari 4000 uomini incirca, i quali 
operino congiuntamente, per sorpresa, coli' interno. 

3000 di questi dovrebbero essere italiani e vostri ; un migliaio incirca di svizzeri 
dovrebbe completare la cifra ed operare dai Grigioni. 

Tutto questo è possibile, ma ci vuole il danaro : un mezzo milione di franchi 
incirca. Io cerco raccogliere, ma non potendo ne volendo nuocere al concentramento 
degli elementi e dei mezzi intorno a voi, devo lasciare che i Comitati raccolgano per 
voi. Posso dunque raccogliere poco. 

E necessario dunque che, se approvate il disegno, il denaro venga da voi. 

Voi potete dar ordine ad Ashurst di rimettere il denaro, che raccoglierà, qui a me : 
potete dare ordini a Genova che il denaro italiano sia amministrato da Bellazzi, Sacchi 
e Mosto, per disegno che conoscono : potete scegliere qualunque altro mezzo vi piaccia. 

Io non opererò che segretamente e senza mostrarmi. 

Vorrei preparare e aver sui luoghi tutto il materiale necessario, prima di pensare 
agli uomini. Gli uomini si hanno in dieci giorni. E così può mantenersi il segreto. 

Mia intenzione sarebbe, se voi m' aiutate pei fondi, di preparare ogni cosa, di 
avvertirvi, perchè diate le ultime vostre istruzioni, poi d'effettuare la sorpresa. Riescita, 
verreste immediatamente a prendere il comando supremo, e tutto rimarrebbe in 
mano vostra. 

Fate, vi prego, di rispondere due parole. 

Quanto a Roma, pazienza. Credo che, forse per essermi male spiegato, abbiate 
creduto, che io vi domandassi più che non faceva. Urge ottenere l' allontanamento delle 
truppe francesi, E dacché ora non possiamo ottenerlo colla baionetta, non v'è altro 
che provocare una grande manifestazione d' opinione in Italia, che il Governo inglese 
appoggerebbe. Una linea che dicesse: « firmale gì' indirizzi al Parlamento per questo 
oggetto » avrebbe procacciato mezzo milione di firme. 

Come vedete non vi do consigli ; ne chiedo a voi. 



314 GARIBALDI E MAZZINI 



Dalle notizie mie di Parigi risulta l' intenzione di far guerra per conquistare le 

Provincie Renane nell' autunno. 

Addio, caro Garibaldi ; credetemi 

Vostro 

GIUSEPPE MAZZINI 

P. S. - Dopo r azione, la stampa nel senso del vostro programma è la cosa la più 
essenziale. 11 « Popolo d' Italia » di Napoli, diretto da Saffi e da De Boni, è il migliore 
giornale del Sud, e vi è sempre stato devoto. E diventato una piccola potenza, ma le 
spese gravissime hanno impoverito la cassa ; così che, quantunque gli abbonati crescano, 
ogni giorno, s' esigono ancora sei o sette mesi, perchè si sia a livello : intanto il giornale 
è minacciato di morte. Saffi mi scrive desolato, pregandovi di dirvi che dovreste venire 
in aiuto di un 3000 ducati al giornale. Se decideste, potreste, secondo lui, scrivere a 
G. B. Cuneo, che è in Napoli, perchè disponga di non so quali fondi. Devono avervi 
scritto essi stessi. Ma fo la mia commissione. Non v' è dubbio, che la caduta del giornale 
sarebbe una grave perdita pel Sud. 



24 aprile '6 1 . 
Caro Garibaldi, 

Per quanto penda fra voi e me qualche cosa di oltremodo disaggradevole — Cowen 
ve ne ha scritto — , credo mio assoluto dovere indirizzarvi queste poche linee. 

Le decisioni del Parlamento, il rifiuto di conciliazione reale, la lettera di Cialdini, 
gli articoli dei giornali governativi francesi e tutto ciò che odo e vedo, mi convincono 
che le cose del paese sono giunte a un punto, in cui è forza prendere decisioni 
positive. 

Gli oltraggi, le diffidenze, le ingratitudini sono nulle. Ma la doppia dichiarazione 
di Cavour porta : che avremo Roma quando piacerà alla Francia di darcela e al par- 
tito cattolico d* essere convinto, che avremo Venezia quando piacerà all' Austria di 
darcela pacificamente, per danaro. 

Potete voi rassegnarvi a questo? Non vi sentite vincolato dal vostro 
amor patrio, dalle vostre promesse al paese? 

lo, di certo, non mi rassegno ; e se solo, prenderò liberamente la via che il core 
mi detta. Individualmente sono convinto, che quanto accade è logico — che siamo vit- 
time di una falsa posizione presa — che il guasto è fatale e risale all' istituzione. Il 
Re sarà quel che voi dite a tutti: ma è Re, alleato di Corti, diffidente di 
quanti hanno genio d'iniziativa etc. Tra voi e Cavour sceglie Cavour; e 
con qualunque altro Ministro sarebbe più o meno la stessa cosa. 

Ma, se io posso far dieci, voi potete far mille. 11 bene, l' Unità Italiana, l'eman- 
cipazione dalla fatale politica bonapartista, stanno nelle vostre mani. Pel bene del 
paese, abdico quindi tuttavia le mie opinioni individuali e sono pronto a 
cooperare, mantenendo il vostro programma con voi. E vi domando solamente : 



IL GUERRIERO E L'APOSTOLO 315 



cedete o persistete? Date più importanza a Cavour, Cialdini e alla maggioranza parla- 
mentare, o al paese che è tutto con voi, purché vogliate? 

Se cedete e ci fate indefinitamente passivo, ditemelo, perchè io con dolore mi ponga 
a lavorar solo, io non ho vincoli, fuorché col paese e con voi. Solo non ne ho che 
col paese e colla mia coscienza. 

Se non cedete e volete compire 1' esecuzione pratica del vostro programma, vogliate 
dirmelo pure. E in quel caso, fate soltanto ciò che è in voi, purché si raccolga denaro. 
E parlate chiaro al paese. 

Bisogna agire sul Veneto. Là sta la chiave del moto nazionale di mezza Europa. 

E con mezzi lo possiamo. 

Garibaldi, Dio vi ispiri ! E badate che il tempo è tutto per noi, perchè in que- 

st' anno i disegni napoleonici e cavouriani si smaschereranno ; e noi, a salvarci dalla 

vergogna di perdere la Sardegna e andare a far da birri a Bonaparte sul Reno, non 

avremo altra risorsa che la guerra civile, per la quale il Sud si fa rapidamente maturo. 

La vostra iniziativa sopprime questo pericolo. 

Vostro 

GIUS. MAZZINI 
Generale Garibaldi 

Torino 



Nella lettera che segue si allude ad una pubblicazione fatta da Pianciani 
dal titolo : « Abbiamo guadagnato o perduto ? La corìverìzione e // (rasloca- 
mento della sede del Governo ». 

Mazzini a Pianciani. 

Venerdì (1864). 
C. P. 

Ricevo la vostra del 12. Dovreste a quest'ora avere ricevuto due lettere mie; 
una diretta a G. B., l'altra a C. Countess Pianciani, aux Delices, perchè non potei 
intendere l' indirizzo, che mi pare ora d' intendere. Non ripeto quindi le cose che vi 
diceva ; se non che da certi rintocchi che mi vengono, temo che Garibaldi ceda, 
e per non operare sul Veneto contro il desiderio del re, si prepari a tentar l' Ungheria 
per terra, come io indovinava ; dico per terra, perchè per mare persisto a credere la 
cosa impossibile. 

Sul finire del mese saprò, credo, positivamente le intenzioni. 

Non una, ma dieci edizioni vorrei si facessero del vostro libro, al quale non 
vedo che cosa vi sia da aggiungere, quando non fosse qualche cosa toccante la con- 
versazione regia. 

Se vi eleggono, accettate : è il mio consiglio. Non di meno, non vorrei, se fossi 
in voi e nei nostri più noti, trascinarmi lungo discussioni inutili per leggi di polizia o 



316 GARIBALDI E MAZZINI 



altro ; andrei e proporrei, sulle basi svizzere a un di presso, l'armamento immediato della 
Nazione e altre due o tre cose, tra le quali : negoziati aperti e pubblici per l'allonta- 
namento dei Francesi da Roma : poi, rifiutate quelle misure, darei la mia dimissione, 
dicendo: Signori: repubblicano di fede, sormontai la ripugnanza dell'animo mio alla 
formula del giuramento per la speranza di far udire ed accettare la Uerità, che può 
dar salute al paese : lo vedo impossibile, e mi ritiro. 

Pensateci. 

Persisto, come posso, nel mio progetto. E quand' anche ei, Garibaldi, si portasse 
altrove, rimarrebbe a noi consacrarci al nostro e se egli avesse una prima vittoria, assa- 
lire dall'altro lato. Desidero sapere la vostra opinione e se, occorrendo, potrei calco- 
lare sulla vostra cooperazione. 

Addio in fretta; vogliatemi bene. Vostro sempre 

GIUS. 

P. S. - Avete il Popolo d'Italia e L' Unità} Dovreste scrivere qualche cosa pel 
primo, mandando a Saffi all' ufficio del Giornale. Aiutate le firme vi prego. 



Queste due lettere furono scritte nel '64, dopo i moti nel Friuli. 
Mazzini a Ergisto Bezzi e compagni, nelle carceri di Alessandria. 



Fratelli. 



n 



nov. 



Voi primi intendeste, che 1' unica risposta da darsi al grido degli insorti nel Friuli 
era d'accorrere; che il grido venuto dalla Venezia è grido d'Unità, di Nazione e 
vincola gì' Italiani al di qua del Mincio come al di là : che riuscendo o no, atteste- 
reste la solidarietà italiana e protestereste a prò del Dovere, che è in tutti. Lode a voi! 

Non so quanto possa giovarvi la mia parola di conforto e d' ammirazione ; ma ve 
la mando per debito di fratello e di patriota verso voi tutti ; per debito d'affetto indi- 
viduale verso taluno di voi. Durate forti e sorridenti. Ogni tentativo generoso frutta. 
A una serie di tentativi, fraintesi ad uno ad uno e biasimati, è dovuto, checche altri 
dica, quel tanto d' Italia che oggi esiste ; a una serie di simili insistenti, crescenti ten- 
tativi dovremo, checche altri faccia, la conquista del resto. 

Addio fratelli. Abbiatemi vostro 



Mazzini a Tacchini e Pelizzari in Alessandria. 



Fratelli, 



GIUS. MAZZINI 



16 die. 



Mandai una stretta di mano a tutti i buoni e prodi compagni dell' amico mio 
Bezzi : ma sento il bisogno di mandarne un' altra, caldissima, a voi. So la vostra risposta 



IL GUERRIERO E L' APOSTOLO 317 

agli operai di Alessandria; so la fede dell'anima vostra; so il modo costante con cui 
la rappresentate negli atti menomi della vita. Non intendo lodarvi, perchè voi sapete 
di compiere un dovere. Ma intendo dirvi, che son lieto di trovare esempi siffatti in 
una classe di uomini che amo specialmente da lungo, e nella quale io confido per 
l'avvenire della patria comune. Addio. Amate come fratello il vostro 

GIUS. MAZZINI 
Le lettere seguenti riguardano i moti del '67. 

Mazzini a Garibaldi. 

Caro Garibaldi, 26-1867. 

Ho la vostra del 15. 

Concedetemi di dirvi, che non m' aspellava cangiamento siffatto da voi. 

Quando vi fu parlato di quel materiale, rispondeste al Comitato Romano : « Quel 
che chiedete sarà jalto » . 

Rispondeste a me : « Datemi il nome della persona a cui dovranno consegnarsi 
gli oggetti e manderò V ordine » . 

Con mia del 21 dicembre '66, vi diedi il nome avuto da Roma: e sulla fede 
della vostra lettera, 1' individuo fu spedito da Roma a Terni, dove è stato fin' ora. 

Oggi negate l'assenza. Perchè ? Perchè non biasimaste allora? Perchè biasimate oggi? 

Ciò che dite dei fratelli italiani e di Palermo, non ha che fare con noi. 

Il nostro scopo è appunto quello di rimanere soli là, come un violento appello 
all' Italia dal Campidoglio ; o di costringere la monarchia che, senza ciò, non v'andrà 
mai a entrare. Se Roma fosse emancipata e l' esercito italiano venisse, come venne a 
Napoli per levarvi di là, noi naturalmente, non resisteremmo ; ma accetteremmo, con 
una protesta per la Metropoli, l' intervento. Dov' è dunque il pericolo ? 

Voi ascoltate ogni uomo, fuorché me. E nell' intervallo, Montecchi, Caldesi 
ed altri che istituiscono, non so perchè, un terzo Comitato in Roma, devono avervi 
svolto, dicendovi Dio sa che cosa. 

Sia! 

Io mando la vostra lettera, a scarico mio, in Roma. Vedranno il vostro parere ; 
non ho premura alcuna e l' avevo già detto più volte ad essi. Ma se persistono, 
aiuterò, come potrò. 

Per 17 anni, tutti hanno gridato: * Quando i Framesi partiranno faremo » . Lavi 
è una pagina onorevole da scrivere, che redimerebbe V Italia dalla vergogna di non aver 
tirato un sol colpo di fucile di popolo agli austriaci in Lombardia e nel Veneto e di 
ricevere le proprie terre in elemosina dallo straniero. Mi sorprende e m' addolora 
il vedere, che non sentite come me. 

Pazienza ! 

Addio. Vostro 

GIUS. MAZZINI 



318 GARIBALDI E MAZZINI 



P. S. - Badate : scrivendo a stampa, io devo dire ciò in cui credo. Ho quindi 
parlato di repubblica, soggetto probabilmente del Destro allarme. Ma, su terreno pratico 
e nella mia corrispondenza privata, la quistione principale è quella di Roma Capitale. 
Il Governo vostro si è vincolato a Firenze. E necessario, dunque, venire a patti. Patti 
non si (anno con plebisciti. E necessario, quindi, emancipandosi, fondare un corpo collet- 
tivo : Governo Provvisorio o Assemblea, che proponga e discuta. 

22 aprile 1867. 
Caro Garibaldi, 

V ho detto, per debito di coscienza, ciò che credo dovremmo e potremmo fare : 
ciò per cui agirei con quanto mi rimane di vita e d' energia. 

Ma se dissentite; se persistete a fare senza programma repubblicano, 
fate almeno questo, per amore dell' Italia e per onore di Roma. Non plebi- 
scito puro e semplice alla Bonaparte, ma condizioni assolute poste alla 
monarchia : Roma Metropoli e Patto Nazionale per mezzo di Costituente : 
se no no. E il meno che si possa chiedere, pensando al primo articolo dello Statuto : e il 
programma adottato dagli amici in Roma : ed ora accettato da Mon. {Monlecchi), benché, 
con mia sorpresa, non si accenni nel manifesto. 

Addio di nuovo. Vostro 

GIUS. MAZZINI 

Mazzini a Vent.... in Roma. 

30 marzo 1867. 
Fratello, 

Ebbi la vostra del 23. 

È inutile e lo dico a voi e a D., che ringrazio delle sue linee. Io non ho, ne 
posso avere le somme, che sarebbero necessarie per compiere l' impresa da per noi ; 
e del resto, colla posizione presa dai nostri in Roma sarebbe a un dipresso impossi- 
bile, lo, mandando un piccolo aiuto ai nostri, ho, per richiesta loro, promesso un tremila 
lire pel momento dell* azione, tanto da potere avere essi qualche cosa indipendentemente 
da ciò, che avranno dal nuovo Centro. Non posso revocare quella promessa: ed è tutto 
ciò che io poteva fare. 

Non credo a fusione assoluta dei nostri ; 1' art. della sv. è andato al di là, ma 
credo vero ciò che dicono nella lettera a voi. Il lavoro del nuovo Centro non e' impe- 
disce di realizzare il nostro programma. Possiamo andare all'azione concordi. Se nell' azione 
i nostri sapranno assumere una parte prominente ; se un certo numero dei nostri capace 
di guidare s' introdurrà, venuto il momento, in Roma, dalle barricate sorgerà l' influenza 
che dominerà la formazione del Governo Provvisorio. Il popolo combattente segue chi 
r ha guidato. 

Il nuovo lavoro, appoggiato dal nome di Garibaldi è un fatto, al quale 
non possiamo, né dobbiamo contrastare, dacché i nostri di Roma lo accettano. 



11. GUERRIERO E L'APOSTOLO 319 

Bisogna mantenere i nostri in Roma, saldi al programma ; spingere quanto più è possi- 
bile r apostolato repubblicano. Tra gli emigrati romani preparare un piccolo numero 
d' individui nostri e capaci di guidar nuclei nell' azione e introdurli, venuto il momento, 
in Roma. Ecco tutto per ora. Bisogna lasciare consumare l'esperimento dei nuovi biglietti, 
vedere che n' esce e stare in accordo per 1' azione, dichiarando lealmente, che il dì 
dopo, ciascuno farà quel che potrà a prò della propria bandiera. Addio per ora. 

Vostro 
GIUSEPPE 

Fratello, 20 luglio 1867. 

Ebbi la vostra del 1 3. 

Il Com. Naz. è, da quando i Francesi abbandonarono Roma, in contatto diretto 
col governo francese e ne riceve istruzioni. A che possa giovare la fusione, pensatelo 
VOI. A me pare che tutti insaniscano. 

Se Garibaldi non è in pieno accordo col Governo italiano per agire su 
Roma, non riescirà nei suoi nuovi disegni. E il lavoro, instaurato dopo il nostro, 
atìrà rovinato quanto s' andava facendo, seminato lo sconforto, sperperato uomini e mate- 
riale : non altro ! 

I nostri di Roma son deboli : l' impazienza d' agire in ogni modo, il concerto delle 
bande al di fuori, gli accordi subiti, oggi il dire « ci dimettiamo », me lo provano. 
Anche in venti o dieci dovrebbero rimanere ; e se, come temo, tutto questo subuglio 
di tentativi ci ricaccia in lunghi indugi, rappresentare nettamente d'ora innanzi il principio 
repubblicano : qualche bollettino di tempo in tempo, riproduzioni di scritti nostri e 
apostolato per quelli, che per le ripetenti delusioni si stancheranno degli altri, son cose 
che non richiedono grandi mezzi, ne largo numero. Perchè dimettersi ? 

Addio. Bisogna dar tempo al tempo. Bisogna, che gli Italiani si convincano della 
necessità d' avere un solo fine, una sola via, una sola direzione e di non disviarsene 
ad ogni tanto, com' oggi fanno. Fin là saremo giuoco di governi astuti, di uomini raggi- 
ratori o incapaci e di circostanze imprevedute e mutabili. 

Vostro 

GIUSEPPE 

Le lettere seguenti furono scritte fra il '69 ed il '70 ; le trascrivo anch'esse 
dagli originali. 

Mazzini a Stefano Canzio ed amici di Genova. 

Caro Canzio, 

Voi e io siamo ora, se non m' illudo, non solamente patrioti, ma un tantino amici. 
Comunicate, vi prego, 1' unità ai vostri colleghi. 



320 GARIBALDI E MAZZINI 



Voi avete in voi una scintilla di genio militare. Convertitela in scintilla di genio 
insurrezionale ; e siete sicuro di vincere. 

Ma {atelo : in verità, coi fatti che da più mesi hanno luogo, non si dura partito 

serio, senza una seria e decisiva battaglia. 

Vostro 

GIUSEPPE 

P. S. - L' amico vi dirà la mia determinazione. 

Parto con vero dolore ; ma qui ho l' incerto ; là ho la mia parola impegnata. 

Calcolo su voi tutti, perchè se si smaschera l'Alleanza, agiate subito ; e se io giun- 
gessi e facessimo calcolo, nel caso di vittoria, sulla rapida azione di Genova ; 1' avete 
promesso ai deleg. palermitani ; è essenziale al successo italiano. 

Se faceste prima, seguiremo immediatamente : contateci. 

Naturalmente, se giungo vi scriverò, avvertendovi. Voi, se avete avviso da mandare, 
consegnate a Dagnmo, che manderà per mezzi che abbiamo sul vapore. 



Amia, 

Non bisogna dissimularci la situazione. Abbiamo perduto una battaglia, senza 
averla data. 

Abbiamo avuto un' opportunità come l' avevamo invocata, e l' abbiamo lasciata 
passare. Colpevole come voi, perchè non sarò io franco? Abbiamo ragionato, fatto piani, 
militarizzato, quando bisognava agire. Se il tre, quando i giovani cominciavano le barri- 
cate, ci cacciavamo tra il popolo, gridando i nostri nomi, insurrezione, e davamo i nostri 
nomi all' Alleanza, di là avevamo le migliaia con noi. 

Non possiamo più dir cosa alcuna di Milano : abbiamo fatto quel che hanno fatto là. 

Il quattro, tutto il popolo credeva nella battaglia : aspettava i capi. Vi fu, nella 
sera, delusione completa. 

11 senso di questa delusione è fortissimo : lo è nell'Alleanza : lo è fuori dell'Alleanza. 
Il giovine che la sera del 4 cacciò il suo revolver sul tavolo, davanti ai membri del 
Comitato dell' Alleanza, dicendo : « ve lo restituisco : tanto, con voi, vedo che non lo 
adoprerò mai », esprimeva il senso, che pervade ora gli affiliati dell'Alleanza. 

E al di fuori, malgrado tutte le spiegazioni eh' io cerco di dare, questi fatti di 
Milano e di Genova riescono fatali : diffondono sconforto e fanno credere alla nostra 
impotenza. I Comitati delle grandi città cominciano ad apparire simili al Comitato 
Nazionale di Roma coi suoi eterni tentennamenti, col suo eterno dichiararsi pronto e 
non esserlo mai. 

Bisogna pensarvi seriamente, tanto pel paese che traversa una crisi e può essere 
trascinato ogni momento ad infamie, quanto — benché in seconda linea — per l'onore 
del Partito Repubblicano, il cui discredito nuocerebbe all' avvenire del paese. 

Ciò che abbiamo guadagnato è la prova, che il popolo degli ignoti in Genova è 
veramente pronto : ragazzi, uomini e — in Portoria, Ponticello etc. — donne del 
popolo. Non si può ormai dubitare che, con noi in piazza e con un nucleo d' armati 



IL GUERRIERO E L'APOSTOLO 321 

la sommossa non si convertisse in battaglia. Il popolo e' è ; ma s' è avvezzato a udire 
dei Capi, e li vuole ! 

Voi sapete le mie idee. Per me l'opportunità è giunta colla guerra. Ogni giorno 
è buono per agire. Probabilmente i rinforzi diminuiranno, s' allontaneranno di nuovo : 
le misure di precauzione straordinaria, non durano eterne. Bisogna giovarsi del primo 
momento di calma governativa, e fare. Una voce sparsa nei quartieri più energici, che 
si fa davvero, li troverà tutti pronti: sono irritati. E se avete bisogno di un tafferuglio 
di piazza, coi giovinetti dei Vespri etc, vi è facile crearlo. 

E quanto all' Alleanza, ormai le istruzioni devono essere di non aspettare istru- 
zioni, nel caso d'agitazione; ma d'armarsi, scendere in piazza, fare barricate, suonare 
a stormo, guidare con qualche drappello il popolo alle botteghe degli armaiuoli e pre- 
parare pacchi di cartucce pei popolani, che s* armerebbero a quel modo. Vi trove- 
ranno in piazza e là riceveranno istruzioni ulteriori. L' ispirazione vi verrà sul terreno. 

Quanto a me, l'amico Stefano vi dirà. 

Vostro 

GIUS. MAZZINI 

P. 5. - E indispensabile accrescere il numero delle cartucce. Dovendo armare 
i popolani non nostri coi fucili degli armaiuoli o altri, è indispensabile dar loro un 
mazzo di cartucce. 

Pensate dunque, nuovamente, a provvedere un po' di denaro e un po'di polvere. 



Caro Canzio e amici, 

Due parole serie sulle conseguenze dell' affare di Milano. Non potete voi, ne gli 
altri amici del Comitato accusarmi, a meno d' ingiustizia, d' avventatezza. Ho piantato, 
per base di ogni cosa mia fin da principio, che non s' agisse senza l'accordo dei due 
elementi, e non ho mai deviato d'una sola linea. Posso errare quindi nelle mie vedute, 
ma partono, ad ogni modo, da convinzione profonda. 

Fra r iniziativa di Genova e di Milano, io ho sempre preferita la Genovese ; e 
accolsi con certo timore la decisione presa in Bologna. Le ragioni erano molte, una 
tra r altre, che non esiste in Genova un elemento attivo contrario ; ed esiste in Milano. 
Avrei voluto, che l' iniziativa fosse in Genova e Milano seguisse : d' avanti all' esempio 
altrui, eravamo certi del seguire di Milano. Questo senso di lieve diffidenza del disegno, 
io l'ho lasciato trapelare davanti a voi. 

Ma credo debito mio dirvi che sareste, secondo me, in errore, se vi esageraste 
l'importanza, quanto alle condizioni generali del fatto milanese; o se credeste, che 
Milano non possa seguire una iniziativa vittoriosa altrove. 

Ciò che ha nociuto, principalmente in Milano, è stato, non bisogna dimenticarlo, 
r improvviso posporsi del meeting un' ora prima dell' ora fissata per il moto. Il meeting 
era la parola d'ordine per tutti gli elementi. Il subito mutamento li scompigliò, li divise. 
Molli credettero ad un cangiamento di decisione, e se ne andarono per i fatti loro ; 

CURÀTULO 21 



322 GARIBALDI E MAZZINI 



molti videro nel contrordine una scissione scoppiata tra i segnatari della convocazione, 
e si ritrassero. Quel contrordine, a tanta poca distanza di tempo, fu fatale ! Gli stessi 
amici vostri e nostri si allontanarono dal concetto del muovere. Voi sapete che Pantaleo 
s' inframise spontaneo ; quei che lo seguirono, agirono spontanei, lo non dico positiva- 
mente, che dovessero farlo : eran là a giudicare ed io non v' era. Non di meno, se 
Missori e gli altri nostri si fossero, cominciato quel parapiglia, cacciati in piazza, senza 
calcolare sul disegno del Marino fallito o altro, a innalzare barricate, lasciando escire 
dalle circostanze un nuovo disegno, non so se la cosa non sarebbe diventala seria davvero. 

Il male è certo ; e sta sopratutto nella perdita del materiale. Ma rimane la qui- 
stione : può iniziativa uscire da un' altra forte città, Genova ? 

Io sono convinto che noi, volendo, possiamo sorgere e vincere. E sono convinto, che 
il molo vittorioso di Genova è seguito in Italia dall' Emilia, dalle Romagne, dalle Marche, 
dal Sud, da Milano : poi dai punti non calcolati : carrarese, località piemontesi e toscane. 

Voi lo credevate come me, giorni addietro. Io Io credo oggi, come allora. Che 
cosa è mutato nelle condizioni generali del partito ? 

Lascio che in tutte le corrispondenze, in tutti i convegni, gli accordi furono, che 
il partito seguirebbe un moto di Milano o di Genova. Lascio che se, invece di Mis- 
sori proponente in Bologna l'iniziativa milanese, Genova avesse proposta la propria, 
il Congresso avrebbe, senza esitazione, dato la stessa risposta. Ma è della natura delle 
cose, eh' io parlo. L' Italia è presta ad insorgere : diffida della possibilità di vincere. 
Una vittoria su di un punto importante sopprime per essa quell' unico ostacolo. 

E quanto a Milano, tutti quei mezzi che sono necessari a una insurrezione arti- 
ficialmente preordinata e iniziatrice, noi sono al seguire. Col fermento popolare, che 
nascerebbe dalle nuove insistenti del nostro conflitto, l'insurrezione diventerebbe insur- 
rezione di barricate; potrebbe, come furono fino ad oggi tutte le insurrezioni. Ricordatevi, 
che non è fra noi italiani, che l' insurrezione è diventata operazione di guerra. 

Voi stessi diceste, che se l' insurrezione di Milano avesse luogo vittoriosa o 
prolungatamente lottante, l'insurrezione di barricate potrebbe, anche senza tutti i mezzi 
preordinati, aver luogo in Genova. Perchè non varrebbe la reciproca ? 

Io credo e da lungo, che andiamo dietro a un concetto errato e non abbiamo 
afferrato quello dell' insurrezione. Ne abbiamo fatto, ve lo dissi dal primo giorno, un 
problema di guerra, e non è. La guerra può venire dopo. Ma il problema d'insur- 
rezione si compone principalmente di questi elementi. 

Possiamo riescire in Genova ? 

Saremo seguili, voi o io dal popolo ? Dagli ignoti ? 

Sarà il movimento, trionfante in Genova, seguito altrove ? 

Sull'anima mia, con tutto il maturo esame possibile, per tutto quel ch'io so del 
Partito organizzato e delle disposizioni generali in Italia, alle tre quistioni rispondo: S). 

L' organizzazione in Genova è tanto scelta, tanto diversa da quella d' altri luoghi, 
che credo di potere calcolare ciecamente sovr' essa. 

Ho toccato in tutti i punti la Consociazione : ho la convinzione sancita, da Casaccia (?) 
e altri membri del Consolato, che, due o tre infuori, le numerose società componenti 
la Consociazione seguirebbero immediatamente il moto. 



IL GUERRIERO E L* APOSTOLO 323 

La Marineria verrebbe con noi. 

Tutta una classe di giovani di classe media, commercianti, impiegati negli uffici 
d' avvocati, procuratori, bottegai etc. seguirebbero dopo breve tempo. 

Davanti al popolo sollevato, la truppa si smembra. 

Di queste cose ho acquistato lentamente la convinzione. 

Quanto all' essere Genova seguita, non vi pongo dubbio. E se v' è cosa, che mi 
sorprenda è il vostro dubitarne; il vostro credere che il moto di Milano debba pro- 
vocare il seguire italiano e quel di Genova no. Genova ha oggi prestigio forse superiore, 
di certo eguale a Milano. 

La situazione si riduce dunque sempre a decidere, se Genova è diseredata o no 
del diritto e del dovere d' iniziativa in Italia. M' ha sempre sorpreso, e sembrato me- 
splicabile in voi, il senso di subalternizzazione inflitto alla città vostra e mia. Con un 
popolo come il nostro, coli' assenza unica d' ogni partito nemico, coi mezzi che abbiamo, 
con capi come voi, con quel po' di prestigio, che il mio subito apparire in mezzo alle 
barricate può esercitare sulla classe operaia, perchè esitiamo ? Perchè voi, che accet- 
tavate come opportunità Piacenza, non sentite la ben altra opportunità, che potete 
creare ? Perchè ci ostiniamo a lasciar disorganizzare il partito e scoprire, presto o tardi, 
inevitabilmente, il materiale raccolto ? Perchè lasciar cadere il discredito sui repub- 
blicani, che da oltre un anno parlano di fare e non fanno ? Perchè, mentre gli Italiani 
dichiarano Genova la più inoltrata città d' Italia, vogliamo condannarla all' inerzia e a 
una taccia d' incapace e d' impotente, che non è meritata ? Rompiamo, per Dio, questo 
fascino, che ci tiene immobili e sia la nostra Genova iniziatrice dell' impresa ! Una splen- 
dida giornata è quello che si richiede. Abbiamola, e rileviamo al partito la sua potenza. 

lo ve ne fo proposta formale. Ve la fo meditatamente : meditate voi pure la vostra 
risposta. Essa deve decidere le mie determinazioni. Cosi non può durare. Bisogna, che 
qualcuno rompa questo cerchio magico per entro il quale giriamo da un anno e mezzo, 
e che uccide, a poco a poco, uomini e forze e fiducia del partito. 

Se avrò da voi risposta negativa, penserò s'io debba assumermi, anche solo, la 
responsabilità di un fatto nella nostra città, o se devo tra pochissimi giorni andare a 
cercare, dove sapete, l' iniziativa, che non ho potuto trovare altrove. 

Vostro sempre 
GIUS. M.-XZZINI 

P. S. - Badate : da Milano mi scrivono, che possono seguire : forse lo diranno 
a voi tra pochi giorni. Sapete che Pozza, Scotti, Marcora, Bezzi sono nascosti, ma liberi. 

E badate, insisto su questo, il subito posporsi del meeting pose lo sconforto, e 
la credenza, che tutto fosse contromandato dagli elementi. I capi non ebbero l'istinto 
insurrezionale di scendere in piazza ed iniziar guerra di barricate, dalla quale sarebbe 
escito un nuovo disegno. Esagerarsi le conseguenze del fatto sarebne un errore, come 
quello d' immobilizzare l'iniziativa dell'insurrezione italiana in Milano. 

Bisogno di una vittoria sopra un punto importante ; probabilità d' averla qui. Sono 
questi i due motivi, che determinano la mia proposta e mi determineranno (orse a far 



324 GARIBALDI E M.AZZINI 



/imia, 

Ho la vostra. 

Trapela da essa un senso del mio operare, eh' è mal (ondato e quindi concedetemi 
di ricapitolare, in poche parole, la mia condotta in tutto questo subuglio. Non credo, 
e me ne duole come d'un po' d'ingiustizia, che da voi sopratutto mi pesa, che non 
mi conosciate ancora. 

Voi credete ch'io sproni a bande, ed agitazioni di qualunque sorta, per trasci- 
narvi. Se avessi voluto trascinarvi, avrei operato in quel senso sugli elementi di Genova, 
non d'altri punti. Ho desiderato vivamente un altro modo di vedere le cose in voi; 
ma ho deciso da lungo di non trascinare, fuorché scrivendo per la stampa, anima viva. 

La banda delle Calabrie sorse senza eh' io ne sapessi, fuorché dai giornali. 

Ignota m' era la banda di Reggio. 

Quella di Lugano coi militari nostri doveva apprestarsi per seguire quelle nell'alta 
Lombardia, nel convegno del quale l'amico Stefano mi scrisse. Mi celarono la loro 
determinazione : la seppi soltanto un giorno e mezzo prima : scrissi protestando, vietando 
per quanto poteva : o non giunsi in tempo o non mi badarono. 

Pavia, Carrara, etc. m" evano ignote. 

Lucca m' aveva offerto moto di tutta la provincia : Pisa lo stesso ; un inviato dalla 
Spezia lo stesso. Si trattava d' un disegno collettivo importante ; e accettai. Nondi- 
meno, volli aggiungere Livorno. Proposi e accettarono. Ebbi qui l'accettazione dei 
quattro punti, scritta e firmata. Fu allora, che diedi istruzioni. Il giorno prima del fis- 
sato tre parti mutarono : esitarono. Telegrafai, perchè nessuno facesse, se non facevano 
tutti. Scrissi a Firenze, perchè facessero sostare una bamda, che doveva escire simulta- 
neamente da Perugia. L' amico C. {Canzio) sa tutto questo. Perchè Tito abbia voluto 
egli solo mantenere la parola, non so. 

Ecco tutto di me. 

Ma voi dimenticate, che poco tempo addietro chiedevate voi stessi bande; che 
esortavate a farne escire, purché non sottraessero elementi importanti alle città ; che 
dichiaraste, con mia sorpresa, determinazione d' agire, se escivano le due bande pie- 
montesi: che approvaste la decisione accettata da Missori etc. di far sorgere bande in 
Valtellina. Perchè ora la biasimate, e sembrate attribuire ad essa il non aver voi o 
Milano fatto? E in che cosa mai v'impedirono.^ 

Non temete, del resto, imprudenti premure da me. Stanco di promesse, delusioni, 
incertezze, che per me durano dall' aprile dell' anno scorso, non consiglio orma i, né 
rispondo. A quei poveri di Milano, che anche ieri mi scrivevano essere imminente 
il loro muovere, ho risposto che mi lasciassero in pace : aveva già ripetutamente detto, 
che senza l'accordo dei due elementi, io non credeva il riuscire possibile ; né poteva 
dir altro. Se facevano, e ci davano, quando che sia, vittoria o lotta protratta, avremmo 
fatto il debito nostro. 

E così farò con tutti, fuorché col Sud. Là continuo il lavoro, perché mi sento 
ancora un po' di fede nelle loro serie intenzioni. Se avrò di là conferma alla decisione 
del 25 scorso, farò individualmente il debito mio e v' avvertirò. 



IL GUERRIERO E L' APOSTOLO 325 

Quanto a nuovi accordi con Missori, lasciatemi dire che non condurranno a cesa 
alcuna. Qualunque ne sia la cagione, Missori evidentemente non ha voglia di fare. 
E quanto a voi, il semplice fatto di cercar questi nuovi accordi mi convince, che non 
farete. Dopo l'ultima gita a Milano, Stefano (Canzio) mi dichiarò, che finalmente 
non v' era più bisogno di nuovi convegni : s' era deciso che Genova facendo, Milano 
seguirebbe immediatamente e reciprocamente. 

Poi, a che gli accordi? 

Concedetemi di ripetere, che voi guardate all' insurrezione come guardereste a una 
guerra regolata, nella quale bisogna accertare le operazioni di tutti i corpi, la sicu- 
rezza dell' ala diritta, della sinistra, il conservarsi della base d' operazione e via così. 
Sul terreno del calcolo troverete un nemico sempre con forze maggiori delle vostre. 

Per me ho creduto e credo, che una insurrezione sia principalmente un fatto di 
calcoli morali. Ho creduto e credo, che il paese è maturo ; che il Governo è sfasciato : 
che un fatto splendido e dimostrante forza sarebbe seguito; che Genova e Milano 
dovrebbero costituire questo fatto : che poco importa la simultaneità del quarto d'ora : 
che come Milano sarebbe seguita da Genova, Genova lo sarebbe inevitabilmente da 
Milano, che quando uscirono le prime bande bisognava : o farne escire altre immedia- 
tamente, o immediatamente fare in una delle due città ; che se, ogni qualvolta una 
opportunità si presenta, corriamo a convegni, accordi, disegni comuni prima di fare, 
non faremo mai. L'opportunità passerà. 

E un' altra cosa credo : che il Partito non può durare per un anno coli' idea d' un 
moto vicino, senza tradirsi o sfasciarsi. Dopo Lucca, Livorno etc. perderemo altri punti, 
scoperte seguiranno scoperte : gli elementi si sperderanno. Se m' inganno tanto meglio ! Se 
un giorno ancora potrò fare con voi pel paese, benedirò quel giorno. Intanto abbiatemi. 

Vostro 
GIUS. MAZZINI 

Amici, 

Non credo oramai più in anima viva sul Continente d'Italia, finche non vedo. 
Sono nondimeno nell' obbligo di comunicarvi come stanno le cose. 

In Sicilia, in un congresso tenuto il 25 tra delegati di Palermo, Catania, Mes- 
sina e Reggio di Calabria (notate che la nostra organizzazione di Reggio abbraccia 
Cosenza etc.) è stata decisa l' iniziativa, non fissato il giorno ; ma l' indugio deve essere 
brevissimo, e un avviso ultimo mi verrà, probabilmente, fra un giorno o due da 
Palermo. Fidano naturalmente in noi per esser tosto seguiti, e per averne certezza mag- 
giore, rinunziano alla mia presenza, onde io secondi qui, e soltanto desiderano, che io 
vada per due giorni dopo il trionfo di vittoria. Nelle Calabrie sono impazienti di fare 
e dichiarano conquistate all'azione Menotti. Il Salernitano promette seguire le Calabrie. 

Se nulla accade altrove, io farò di recarmi colà prima, perchè ho fede nella serietà 
del lavoro siciliano. Ma intanto, è chiaro che, decisi come sono a prendere l' inizia- 
tiva, seguirebbero immediatamente un moto nostro. 

Ora, pongo in voi (chiedendovi ancora per due giorni segreto assoluto con tutti 
al di fuori del Comitato, tanto che nessuno possa accusarmi di aver nociuto per impru- 



326 GARIBALDI E MAZZINI 



denza) la decisione presa in iscritto, firmata e veduta da me di agire in Lucca, Pisa, 
Spezia, Carrara, etc, nella notte dal sabato alia domenica. Livorno aderì, firmò ; ma 
oggi una frazione tentenna e solleva difficoltà di non so quale materiale, che importe- 
rebbe un mille lire chieste a me e ch'io, esaurito fino all'ultimo soldo, non ho! 

Spero nondimeno, che le difficoltà su quei punti si appianeranno. 

Firenze ha preso accordo coi tre punti. Umbria, Marche e Roma seguirebbero subito. 

Se attengono la promessa, ho dato fede d' azione tra noi. Fido ciecamente, se 
fanno, in voi ; e a ogni modo, se il moto ha luogo, dovessi scendere in piazza con 
dieci uomini, lo farò. 

Se avrò nuove il sabato mattina, le avrete. Intanto, ben inteso ho avvertito Sicilia, 
Calabria, il Napoletano e ogni punto, perchè, in caso di moto nel centro o nel nord, 
seguano immediatamente. 

Son certo che, facendo noi, determineremo il moto generale ; ma io non insisto 
su questo punto. 

Addio. Vostro sempre 

GIUS. 

Caro Canzio, 

Ho trovato e vi mantengo la parola. 

Per dovere di cronista, e non perchè io creda, vi dirò che in Milano si parla 
di fare tra giorni. Il bello è, che uno dei più ardenti di questo nuovo nucleo è un 
Membro del Comitato misto, che firmò cogli altri la dimissione. 

Ho risposto, che non credo, senza l'accordo, a successo e non m'assumo quindi 
responsabilità di consiglio. Che del resto, se faranno e vi sarà vittoria e lotta protratta 
Garibaldi risponderà. 

Da Sicilia le notizie pubbliche sono sfavorevoli ; manco sempre di notizie dirette. 

V è agitazione universale ; paura nel Governo su tutti i punti, aspettazione e, 
secondo me, certezza di débàcle per ogni dove, se un punto importante riportasse una 
vittoria. Ma credo, che se quelle di Milano sono ciarle e se in Sicilia il progetto è 
sventato, unica via di fare rimarrà pur sempre quella di meetings popolari da convocarsi 
per farne escire scioglimento, resistenza etc. Contro l' avviso di alcuni fra voi, credo 
che un meeting per le gravi tasse o per altro, convocato in pictzza, all' Acquasola o altrove, 
annunziato da un migliaio d' affissi, facendo base sulla Consociazione, e di domenica, 
trascina, per curiosità o altro, una massa di popolo, come a Bologna. Parli chi vuole, 
studenti, operai. Manderò io una lettera da leggersi. Scioglieremo un tantino di resistenza 
individuale facile ad organizzarsi. Il partito presto a profittarne ; e da cosa nasce cosa. 

E idea da discutersi. Fatelo. Stampa proponeva il 5 maggio l'anniversario di 
Quarto, e non vedo perchè la Consociazione, invece d' andare a Quarto, non andrebbe 
quel giorno a celebrare in un altro punto. 

Parlatene un po' fra voi, e di qualunque cosa che importi, fatemi avvertilo. 

Una stretta di mano agli amici. 

Vostro tutto 

GIUS. 



IL GUERRIERO E L'APOSTOLO 327 



Il die. 
Fratello, 

Ebbi la vostra. Non risposi — e lo indovinate di certo — perchè la malattia 
me lo impedì. Ma deliberai di spiegare le espressioni che vi spiacquero, pubblicamente, 
appena potessi. Lo feci pochi dì sono in una lettera, che io mandai all' Unità, che fu 
sequestrata ; ma che spero abbiate veduta. Mandai quella lettera simultaneamente al 
Dovere a Napoli e a Palermo. Ignoro, perchè il Dovere non la inserisse. 

Quelle linee furono da voi fraintese ! Ammirai i tentativi passati e credo, che 
senza quelli non saremmo ove siamo. Ma ora — e voi stesso ne siete convinto — 
dobbiamo far altro. Era questo il senso delle mie parole. Concedetemi di credere, 
che la mia dichiarazione pubblica vi abbia soddisfatto. E concedetemi di credere 
egualmente, che davanti al grande fine cercato da tutti noi ed alla possibilità della 
proclamazione della Repubblica in Spagna — opportunità che bisognerebbe cogliere — 
voi non vi ritrarrete dal lavoro comune e non darete esempio di scissioni, funeste 
sempre ; oggi più che mai. 

Vorrei scrivervi più a lungo, ma il farlo mi richiama i dolori, appena sopiti, 

allo stomaco. 

Vostro sempre 

GIUS. MAZZINI 

Caro Canzio, 

Prima di tutto lasciate, eh' io vi dica che ho avuto vero dolore, quando lessi 
inopinatamente sul Mov. {Movimento) la perdita fatta da voi. 

Immagino il dolore vostro e quello della povera madre. So che il fanciullo era stato 
con essa e voi, poco tempo addietro, a Rapallo, e so che lo amavate molto. Sono di quelle 
sciagure per le quali i luoghi comuni di consolazione irritano ; e non v' è da dire, se 
non: « mi dolgo con voi: soffrite, ma siate forti per quei che rimangono ». E ve lo 
dico col cuore. Sulle cose nostre, so ciò che avete detto all' amico mio : ed è quello 
ch'io prevedeva. Canzio, come non sentite, che invece di stare in riserva, appunto per 
quelle trattative, urge il fare? Come non sentite, che è l'unica via per salvare 
Garibaldi dai pericoli della sua debolezza verso la Monarchia traditrice, 
per salvare il paese e noi da una eterna vergogna ? Come non sentite, che 
il giorno in cui, anche come custode del potere temporale, la Monarchia 
entra con Garibaldi in Roma significa due anni d' indugio al partito ? Come 
non sentite la massa dei tiepidi e dei timidi a dire : " è un passo : calma, 
pazienza „ ? 

Per me, non v'è che conquistare l' iniziativa, agire, rompere tutti i disegni; con- 
quistare Garibaldi, col fatto compiuto. 

E qui credetemi, Canzio : voi, gli amici ed io in piazza, solleviamo tutto quanto 
il popolo di Genova : vinciamo, com' è vero Dio ! lo lo studio questo popolo nei menomi 
sintomi : è in esso un istinto, che non resiste all' azione ; l' abbiamo, volendo. 

E una battaglia vittoriosa ci dà l' Italia ! 



328 GARIBALDI E MAZZINI 



Non ho esagerato il fatto di Milano. Milano non può iniziare, per la perdita del 
materiale : ma segue. 

Perchè vogliamo noi pure tentennare sempre e perdere il momento, appunto come 
Io hanno perduto non cacciandosi in piazza Missori e gli altri? Perchè Genova, la nostra 
Genova, deve essere diseredata dalla iniziativa? Perchè abdichiamo o ci ostiniamo a 
farne una città di secondo rango? Una dimostrazione qualunque, suscitata negli ignoti, 
per la Convenzione, Stallo, Roma qualunque cosa ; e mentre l' attenzione del Governo 
è rivolta là, le operazioni da voi divisate cogli ordinati nostri ed io in piazza colla dimo- 
strazione o dove volete, Canzio, credetemi, vinciamo ; e il nostro vincere straccia questo 
manto di vergogne, tessuto intorno alla nostra povera Italia. 

Una parola vi prego. 

Voslro 

GIUSEPPE 



Caro Canzio, 

E bene che sappiate, tanto che non crediate, che io abbia parlato di ciò che 
non doveva, che Garibaldi ha scritto ad Aldisio Sammito a Pietraperzia, che si stava 
stampando l' opuscolo. Ne ha scritto pure a Pantaleo. Sammito ha mandato la lettera 
a Milazzo, e se conoscete Sammito è uno da empirne il mondo. 

Se non pensassi che a me individuo, vi giuro che desidererei l' accusa : so che 
ne escirei trionfante. Ma la divisione aperta sarebbe oggi fatale a ben altro 
che a noi; e in verità, mi riesce inesplicabile il come Garibaldi non pensò 
al trionfo della stampa moderata. 

Ho scritto a Milazzo, pregando intanto di silenzio assoluto. 

Addio. 

Vostro sempre 

GIUS. 

P. S. - Ora ditemi: Mi viene informazione con richiesta di consiglio, che è 
imminente una spedizione contro gli Stati Romani, ordinata ed aiutata con mezzi da 
Garibaldi, che uno degli agenti principali è Galiani, che il moto deve cominciare dalla 
Maremma, che Menotti e voi siete informatissimi. E vero ? 

Penso a ciò che mi avete detto dell' idea di scendere in Genova ; se sapevate, 
perchè non dirmi del progetto ? 

Come sapete, il progetto limitato all' antico programma mi parrebbe colpa e follia. 
Ben inteso, la riuscita, quanto a Roma, è impossibile e i risultati sarebbero sconforto 
e sviamento del Partito dal segno. Pensateci bene, lo non posso rispondere a chi mi 
chiede consiglio, se non quello che ho già detto privatamente e a stampa. 

Se poi la cosa è vera, e se (ciò che non credo) ha luogo, vedrò il da farsi a 
seconda delle circostanze. Ma vorrei sapere, se entrate nella cosa e con quali intenzioni. 
£ impossibile, che col colpo d'occhio che avete, crediate nella riuscita. 



ÌL guerriero e L'APOSTOLO 329 

Caro Canzio, 

Per diverse ragioni, il fatto è rimesso a domenica che segue questa. Vedremo. 

Suir idea del domani e sentendo il bisogno di vedervi, mi sono riaccostato. Ma 
ora con questo indugio, è forse più prudente partito il non vederci per ora sull' avvi- 
cinarsi del fatto ; se persisteranno, ci abboccheremo. 

Non avete a dirmi cosa alcuna del vostro contatto con Miss. (Missori) etc, della 
corsa di Menotti, e d' altro ? 

Ho scritto, ben inteso a norma di quanto mi diceste, per Garibaldi. 
Peraltro, un giorno o l'altro, bisognerà pure ch'io mi sfoghi un po' in 
amicizia con voi sul modo con cui, senz'ombra di ragione, sono trattato 
da lui. 

Ciò, del resto, non influisce menomamente su me, quanto alla condotta da tenersi 
pel bene ; e sono d' accordo con voi. 

Vostro sempre 
GIUS. 

Caro Canzio, 

Proscritta alla lettera di ieri. 

Oggi» P^'' viaggiatore già ripartito, ricevo una interminabile lettera da Mil. {Milazzo) 
mezza in cifra, annunziandomi, che se possono far domani, faranno ! Si fondano sopra una 
serie di piccole cagioni, tra le quali è quella dei coscritti, i quali domani appunto 
devono andare ai corpi, dei parenti fuor di se, del concorso etc, poi su paure che 
gli animi si lascino sedurre dalle promesse diffuse su Roma. 

Ho scritto, ben inteso, disapprovazione assoluta, riflessioni sulla immensa rovina, 
che verrebbe dal non riescire etc. Credo non faranno. Ma ve ne avverto per con- 
ferma a ciò eh' io diceva ieri a Mis. {Missori). Ritenete ciò che dico. Oltre il mese, io 
non ho più voce, ne modo, ne intenzione di trattenere anima viva. A la garde de Dieu! 

Non ho creduto di dover dire tutto ciò, eh" io aveva nell'animo ieri a Mis. (Missori). 
Ma hanno messo fuori il bollettino d' invito a un meeting, senza indicazione di tempo o di 
luogo! Vi pare che proposte nel caso di questo genere, diano credito a un Partito? 
Vi pare che quando, in circostanze come queste, si fondano speranze su tattiche sif- 
fatte alla stampa, si cammini all'azione? Amico, credete a me: se aspettiamo l'inizia- 
tiva di là, e' illudiamo. 

Con un' opinione generale come l' attuale è possibile, che non troviamo in noi un 
elemento di decisione? E possibile, che non vi venga il bisogno di dire: •< rompia- 
mola una volta : lanciamo una dimostrazione qualunque : troviamoci presti : facciamo 
iniziare da due o tre dei nostri la resistenza agli arresti o ai soprusi violenti ; e 
commciamo ". 

Devo confessarvi francamente una cosa. 

Questa lunga esitazione mi sembra così inesplicabile in voi, che deve esservi una 
ragione speciale. Voi volete il moto iniziato da Garibaldi. Quindi gli indugi. 



330 GARIBALDI E MAZZINI 



Ma in nome di Dio, Canzio, s' ha da posporre un' azione, che riguarda 
una nazione intera, perch' egli non può, per cagioni fisiche scendere a 
tempo ? Credete essenziale, eh' egli intervenga nella prima ora del moto ? 
Non è lo stesso, s'ei scende il giorno dopo a prendere il posto, che gli 
spetta nel Governo Provv., che l' insurrezione trionfando dovrà formare ? 
Non vi par meglio quasi, di dargli una prova che finalmente il popolo 
italiano è deciso a far davvero ? di lasciare che il popolo stesso proferisca, 
primo, il grido Repubblicano, invece di costringerlo a prendere egli l' ini- 
ziativa ? 

Comunque, caro Canzio, cominciata la guerra, non mettiamo tempo indefinito tra 
noi e r azione. Non lasciamo, eh' entri nel Partito l' anarchia della diffidenza o dei 
moti d' un solo elemento ; essa diventa inevitabile. Se Mil. (^Milano) ha fatto o fa al 
finire del mese, bene : se no facciamo noi. 

Non può Genova assumersi questa iniziativa, che comincia a ricordare la favola 
dei topi e del gatto? Di Mil. (Milano) siam certi e del resto. 



Vostro 

GIUS. 



19 - 7 - 70. 
Amici, 

Rompo, per un senso di dovere, il lungo silenzio. 

Ignoro, se abbia avuto o no la corsa di Miss. (Missori) tra voi, ma non muterebbe 
cosa alcuna alle mie proposte. Se Missori adempirà gì' impegni assunti, sarà seguito, e ho 
già scritto per questo in Romagna. Ma un incidente o altro potrebbe impedirlo; e 
per questo s' avrebbe da stare. 

La posizione vera della questione parmi diversa. 

Il dovere è comune. Data l' opportunità, ogni città, che può, deve afferrarla. Oggi 
convegni, contatti, promesse d' ogni sorta, accertano che chi inizia, sarà seguito. Deter- 
minare che s'aspetterà l' iniziativa dal tal punto è lo stesso, che ridursi volontariamente 
da tre o quattro probabilità, ad una. 

Suonata l' ora, ogni punto importante faccia, senza aspettare altri. Chi non ha fatto, 
seguirà. 

Se esciamo da questa semplice posizione di questione, l' ora suonerà. Noi aspet- 
teremo uno o due giorni Milano : se per caso non facesse il terzo giorno, manderemo 
un viaggiatore : tornerà il quarto : qualunque risposta rechi, nuove deliberazioni con- 
sumeranno il quinto. Intanto l' opportunità passerà. È storia d' un passato, che in verità 
il Partito, se non vuole cadere nel comico, dovrebbe evitare di rifare. 

Milano inizii, se può : seguiremo ; Genova inizii se può : Milano seguirà. 

L'opportunità è innegabilmente giunta. 

Uno dei più potenti argomenti, che si facevano contro il moto da una moltitudine, 
era questo : « In un molo repubblicano, la Francia aggiungerà le sue forze a quelle del 



IL GUERRIERO E L'APOSTOLO 331 

nostro Governo». Quest'argomento è sfumato. La Francia in guerra sul Reno avrà 
ben altro da fare che pensare a noi. 

L' opinione pubblica è avversa alla nostra alleanza colla Francia : crede in essa 
ed è facile avvalorare questa credenza : credenza del resto fondata per ciò che riguarda 
il Re ed i suoi. 

L' esercito deve essere, più che mai, disposto a smembrarsi : il commercio antivede, 
nella partecipazione alla guerra, rovina. 

Ma non si tratta soltanto di opportunità ; si tratta di dovere. Si tratta di salvare 
r Italia da una taccia d' infamia : combattere a beneplacito di Luigi Napoleone una guerra 
contro r unificazione di un altro popolo : aiutare la Francia ad usurpare la riva sini- 
stra del Reno. 

Bisogna dunque decidersi a fare, e fare. 

11 tempo è mdicato dalla situazione. 

Bisogna aspettare, che la guerra sia cominciata e le forze sieno impegnate. 

Non bisogna aspettare, che l' alleanza si smascheri. 

11 giorno in cui il Re dirà, con un manifesto, l'alleanza con la Francia, dirà pure 
che il compenso sarà Roma e l'appoggio francese per una rettificazione verso il Tren- 
tino. Lo farà, perchè sa, che senza quello avrebbe contro il paese. 

Ma quando lo dirà, perderemo la metà della forza. I moderati, i tiepidi, gì' immo- 
rali, diranno: « E un'importante concessione. Viva il Governo!» 

Notate, a voi non ho neanche bisogno di dirlo, che la promessa non si compi- 
rebbe, probabilmente, che al finir della guerra, cioè non si compirebbe. Ma se anche 
si compisse, prima o dopo, il Re, come al tempo del disegno di Gioberti, nel 1849, 
non entrerebbe in Roma, se non come vicario temporale del Papa, a sostenerlo invece 
della Francia ; Luigi Napoleone, anche volendo e non vuole, non può fare di più. 11 
partito clericale, che appoggia la guerra ed appoggia il plebiscito a di lui favore gli 
è troppo importante. 

Questo, e più di questo il disonore dell' elemosina a prezzo di un' ingiustizia, e 
dall' uomo di Mentana ; è ciò che dobbiamo ad ogni patto evitare. 

Ciò che vi propongo formalmente è dunque questo : 

Non fate dipendere l' azione di Genova dall' iniziativa d' alcuno : dite a Missori, 
che sperate eh' ei colga il momento e lo seguirete ; che farete voi pure di coglierlo e 
eh' egli, in tal caso, vi seguirà. 

Affrettate gli ultimi preparativi per esser pronti a fare nelle ventiquattro ore della 
decisione. 

Impegnate le due potenze, e quando ci parrà che la minaccia dell' alleanza possa 
realizzarsi, facciamo. Quanto a suscitare un incidente, che apra la via — se pure cre- 
deremo averne bisogno — è cosa facile: lanciate quei della Giovine Italia o altri a 
una dimostrazione e fate escire un cominciamento di resistenza e l'azione. 

Son queste le ultime proposte, eh' io posso ora farvi e che io credo degne della 
causa che il Governo rappresenta e di voi. 

Permettete, eh' io vi chieda risposta positiva. Sono momenti supremi pel paese. 
Io non m* arrogo diritti, che non ho ; ma ho, come voi, obblighi morali verso il paese, 



332 GARIBALDI E MAZZINI 



verso la causa nazionale repubblicana e verso la mia coscienza ! Ho bisogno di sapere 

le vostre intenzioni per regolare le mie. E se le circostanze non chiameranno ciascuno 

a seguire le proprie ispirazioni prima, ho assoluto bisogno di essere libero dei miei 

atti nei primi giorni del mese venturo. Addio, amici. 

Vostro sempre 

GIUS. MAZZINI 

P. S. - Un' ultima osservazione, che dovrebbe trasmettersi a Missori. Se un 
termine è determinato all' azione, posso trattenere i nuclei degli impazienti : se si rimane 
neir indefinito o nella scelta del momento, lasciata alla volontà d' un individuo qualunque 
ei sia, non posso, e me ne lavo le mani. Se, del resto, le manifestazioni continuassero, 
e crescenti, bisognerebbe abbreviare e cavarne un partito decisivo. 



Laro f^anzio. 

Una richiesta seria per voi e per gli amici. 

In Milano quasi tutto il materiale è salvo : l'organizzazione resta qual' è : ma come 
è naturale, dopo l' accaduto, non minacciano più improntitudini e aspettano desiderosi. 

Fra tutte queste imprudenze da un lato e fra 1' aver noi pure — senza colpa, ma 
per fatalità di circostanze — parlato da ormai un anno — e segnatamente in Milano, 
d' azione imminente senza mai attuarla, mentre anche gli ultimi fatti ci hanno fatto, 
checche si dica, guadagnare terreno e opinione di forza nel popolo in generale, il 
partito, la parte organizzata, si sfascia. 

Un partito — un partito che s' intitola d' azione — non può andare innanzi, che 
con programma chiaro, con un metodo e un intento definito ! Noi, da un pezzo in qua, 
non ne abbiamo. 

Come dissi già una volta : 

O determinare un tempo all' iniziativa ; o dichiarare nettamente al partito, che 
s'aspetterà indefinitivamente l' iniziativa del Governo e dirgli, che intanto rallenti il lavoro. 

O studiare i mezzi per creare da noi stessi l' opportunità che vogliamo. 

10 mi sento in debito di adottare una di queste tre vie. Non ho mai insistito, ne 
insisto per la prima. La seconda presenta forti danni : un Partito, che ha parlato d azione 
propria e a un tratto dichiara di aspettare ciò, che può affacciarsi in due mesi o in 
due mesi, abdica. La terza è quella, che io ho suggerito e suggerirei, se non avessi 
dichiarato impossibili i meetings, ciò che confesso non intendere. 

Intanto — e prima di decidere su ciò che io debbo fare — affaccio delle idee. 

11 cinque Maggio è l'anniversario della partenza da Quarto. Supponete, che la Conso- 
ciazione celebri al solito modo : supponete, che mercè i miei consigli, la manifestazione 
sia anzi numericamente più forte. Il ritorno non potrebbe somministrarci l'opportunità? 

Non è diffìcile far nascere necessità di sciogliere da parte del Governo : un grido, 
un discorso può crearla. Non è difficile far nascere resistenza, collisione. Le nostre 
forze preparate entrerebbero sul campo aperto dell' agitazione e troverebbero le migliaia 
in piazza, eccitate. 



IL GUERRIERO E L'APOSTOLO 333 

Forse, alia proposta della manifestazione, il Governo oggi in allarme osterebbe. 
Ma sia che si persistesse, sia che si trasformasse la passeggiata in manifestazione nella 
città, sia finalmente che si cedesse protestando, lo svantaggio sarebbe sempre pel Governo. 
La tradizione rotta, per il divieto, aumenterebbe il malumore. 

Se il Governo invece lasciasse fare non rimarrebbe, che cercare d' impedire che 
per discorsi avventati o altro, la manifestazione fosse sciolta fuori della città e modi- 
ficare il disegno a seconda del carattere d' insurrezione popolare spontanea, che il moto 
assumerebbe. E un affare d' organizzazione. 

Fate che si sappia dal Comitato la mia domanda sulle vostre intenzioni a questo 
riguardo. 

Se mai credeste possibile di giovarvi di quel giorno, c'intenderemo a voce sui 
particolari. Se noi credete, sarò libero di anticipare il mio allontanamento più remoto 
e darò alla Consociazione consigli diversi per quel giorno. 

Spero una risposta. 

Vostro amico 

GIUSEPPE 



Caro Canzio, 

Vive nel Cantone Ticino uno dei nostri buonissimi. Luigi Cecchini, che dovete 
conoscere. Fu, nell* ultima vostra campagna, luogotenente nella prima legione italiana, 
fu ferito il 21 gennaio. Era nel nostro esercito prima, e fu condannato a morte pei 
fatti di Pavia e di Piacenza. Non può dunque rientrare ed è per giunta tormentato 
anche nel Cantone, dove fu, pochi giorni addietro, cacciato da Lugano, città nella quale 
si buscava la vita, e confinato in Bellinzona. Non ha mezzi propri. Esistono più fondi 
d' aiuto in Genova ? Potrebbe il Comitato disporre di qualche cosa per lui ? Volete 
occuparvene? Se la mia raccomandazione vale, abbiatela caldissima. 

in Milano, i nostri ex amici vanno, piuttosto che attingere a fonte italiana, a cercare 
ispirazioni da un Cosacco. Se aspettano aiuti dall' Internazionale, fuorché per qualche 
sciopero — e probabilmente neanche per quello — stanno freschi ! Ma è dolore, a 
ogni modo. 

Ciò che vi dissi in Genova, intorno alla zorìa, dura tuttavia. E possibile, dovrei 
dire probabile, eh' io debba nparlarvene a tempo non lungo. 

Sapete, suppongo, del tentativo di Fari., tentativo ch'io credo inutile, ma al quale 
non ho creduto di dover frapporre ostacolo da parte mia. Ma perchè, ad ogni modo, 
non può farsi tra gli uomini che lo seguirono un ordinamento indipendente da me, 
ma inteso con noi per un momento dato ? Deve, veramente, un' impresa nazionale 
dipendere esclusivamente da un uomo ? E non verrebbe egli (Garibaldi) tre 
giorni dopo ? 

Addio; affetto e stima dal 

Vostro 

GIUSEPPE 
Martedì, St. C. 



334 GARIBALDI E MAZZINI 



L' importante lettera inedita che qui per ultima trascrivo, fu dettata da 
Mazzini negli ultimi giorni della sua travagliata esistenza. Sembra essere 1' ultimo 
appello dell' apostolo e in esso non manca, come sempre, il suo sdegno verso 
Garibaldi ; e questa volta per essere questi andato a combattere in Francia , 
sviando il partito d' azione in Italia , dove esso avrebbe dovuto proclamare la 
repubblica « prima che la monarchia profanasse Roma ! » 



31 - 8 - 71. 

Cittadino, 

Vi sono più che grato dell' invito fattomi, ma non posso accettare , e lasciando 
da banda che le mie condizioni di salute e di età non mi consentono più di parlare 
in pubblico, ne di dirigere dibattimenti, vi dirò francamente, come deve usarsi tra noi 
che cerchiamo il bene, il perchè. 

Non credo, che possa escir bene alla parte repubblicana da un Congresso come 
voi r avete, con eccellenti intenzioni, ideato. Ciò che importerebbe ora supremamente, 
sarebbe che le classi medie, moderate in gran parte, ma per difetto più di intelletto 
male informato, che non di cuore, ci sapessero o ci credessero uniti in un giusto pro- 
gramma, che sopisse paure e calunnie. Dal Congresso escirà appunto il contrario. 
Balzeranno fuori dieci programmi, nove dei quali impauriranno più che mai. Gli uni 
parleranno di abolire Dio : noi ci troveremo costretti a protestare. Altri tesseranno le 
lodi dell' Internazionale e del Comune parigino ; e quei che sentono con noi dichia- 
reranno volersene separare. L* educazione da dirigersi dalla Nazione collettiva o da 
lasciarsi all' arbitrio della famiglia, il modo di ordinare il lavoro, dieci altre questioni 
sorgeranno, sulle quali le opinioni divergeranno. La maggioranza deciderà, voi direte. 
Ma se la maggioranza fosse debole, rimarrà l'opinione funestissima dei partiti, i tiepidi, 
i timidi, gli incerti, che formano pure la maggioranza del paese, diranno : intendetevi 
prima ; noi intanto non affideremo le nostre sorti all' ignoto, e aspetteremo pazienti. 
Aggiungete che, per natura d' uomini, una falsa e pericolosa idea proferita, forse da 
tre o quattro individui, acquisterà, per le arti monarchiche ed i terrori borghesi, sem- 
bianze di minaccia reale. Ricordate ciò che vi dico : il Congresso, se ha luogo, frutterà 
al nemico. 

O si tratta d' Apostolato, o si tratta d' Azione. Se d' Apostolato, nessuno può 
sperare di mutare le idee con una seduta di Congresso ; è necessario una lunga pre- 
dicazione che ogni uomo, quando non v" è altro da fare, deve tentare , dicendo tutto 
quello che la coscienza gli detta ; se d' Azione, essa non può escir dal Congresso. Il 
Congresso non può che dar la sveglia al Governo e additargli più sempre gli elementi 
temibili. Per me, ve lo confesso, non vedo che 1' Azione, dalla quale nel guasto attuale 
delle idee, che appunto la lunga inerzia ha lasciato infiltrarsi nel campo, possa escire 
r unione. Nella discussione ciascuno sente il proprio diritto di pensar bene o male, e 
v'insiste. Nell'azione repubblicana, tutti checche pensino sui particolari, sono trascinati. 



IL GUERRIERO E L'APOSTOLO 335 

affascinati, se han cuore, ad unirsi ; poi, 1' onnipotenza delle ispirazioni popolari comanda 
la concordia intorno a certi principi e a certe norme d* esecuzione. Sul malcontento 
generale, scredito del governo, condizione dell' esercito, ogni cosa, il paese è moral- 
mente presto all' azione. Manca in tutti la coscienza della propria forza. Perchè esista, 
è necessario uno splendido fatto ; è necessario, che una o due importanti città sorgano 
e vincano. Vedrete lutti seguire; e l' edilìzio, minato, rovinare come un castello di 
carta al quale è sottratta la base. 

Ma una insurrezione e una vittoria non s* improvvisano a ora fissa ; è cosa questa, 
quando nessuno l'aspetta. E dunque indispensabile uno stato d'agitazione morale, un 
grado di fermento. Questo stato, questo grado verranno: verranno dall'estero o dal- 
intemo, dalla Questione romana o da altro. Prepararsi mutamente a cogliere, come il 
ciuffo della fortuna, l' occasione è per me ora la sola cosa da farsi. 

Quell'agitazione esisteva l'anno scorso: le bande, comunque inopportune in prin- 
cipio, i tentativi comunque falliti di Piace.iza, di Pavia etc. ne erano i sintomi, lo era 
allora in Italia, errante da un punto all'altro, per vedere di crear questo fatto al quale 
accenno. Ebbi convegni: ebbi promesse senza fine: poi, per la meglio, richiesto di 
danaro per armi o altro, lo diedi alla Sicilia, a Milano, a Bologna, ad Ancona, a 
Piacenza : spianai tutte le difficoltà, che via via s' affacciavano : Genova, Milano, Bologna, 
le Romagne, la Sicilia scrivevano e lo affermavano solennemente. Nessuno agì : quel 
senso d'estrema dubbiezza su noi stessi annullò tre, quattro volte decisioni supreme 
prese il dì prima. E cosa strana ma vera; quel senso fu più cospicuo negli ufficiali 
superiori garibaldini in Milano e in Genova, che non negli operai e nei giovani subal- 
terni. Più, dopo, al proclamarsi della guerra, fu nuovamente deciso di fare : e fu nuova 
delusione. Fu allora, eh' io tentai recarmi in Palermo. Sperai da Gaeta, che 
il grido di Repubblica proferito in Parigi avrebbe indotto il Partito a seguire 
in Italia, prima che la Monarchia profanasse Roma; e il seguito nostro 
avrebbe mutato anche le sorti di Francia ; ma il grido di Garibaldi sviò 
dal segno e vi trascinò in Francia dove, come io prediceva, le sorti non 
potevano mutarsi da alcuno. 

Esaurito ogni possibile tentativo, trovata Roma, all' uscir mio da Gaeta, 
ebbra della larva di libertà conquistata, mi strinsi nelle spalle e mi rassegnai 
dolorosamente all' Apostolato, nel quale m' è inevitabile dire ciò che io credo 
vero, piaccia o non piaccia. 

Ne posso altro. Non interverrò a Congressi, Commemorazioni, Inaugurazioni di 
statue o altro ; mi sembrano inutili o dannosi. L' azione sola può ribattezzare 
!' Italia. 1 giovani dovrebbero prepararsi, ordinarsi per ogni dove a piccoli gruppi 
armoniosi, cercando contatti amichevoli col popolo e coli' esercito, afferrare rapi- 
damente la prima opportunità ed accelerarla con 1' opera loro. S' io vivrò, sarò, nel 
momento supremo, dove crederò di poter meglio secondare l' azione dei 
generosi, che 1' inizieranno. Quanto a Congressi, non ne conosco che uno : 
quello d' un cinquanta o sessanta uomini, noti ai repubblicani e al paese, 
indotti a raccogliersi, in un punto dato, per emettere una legge elettorale 



336 



GARIBALDI E MAZZINI 



e convocare, in un dato giorno, il popolo italiano all' elezione d' una Costi- 
tuente. Chiamatemi a quello : verrò. 

Vi stringo fraternamente la mano e credetemi, nella fede repubblicana, 

Vostro 
GIUS. MAZZINI 



Un cifrario di Mazzini {Dall' autografo). 



Tirolo l 

Friuli 2 

Cadore 3 

Trieste 4 

Dalmazia 5 

Adriatico 6 

Venezia 7 

Roma 8 

Cavour 9 

Farini 10 

Re 11 

Svizzeri 12 

Danaro 13 

Armi 14 

Napoli 15 

Genova 16 

Kossouth 17 

Klapka 18 

Ungheria 19 

Ungheresi 20 

Cento 21 

Mille 22 

Gennaio 23 

Febbraio 24 



Marzo 25 

Aprile 26 

Partenza 27 

Arrivo 28 

Volontari 29 

Napoli 30 

Capo 31 

Vespro 32 

Garibaldi 33 

Mazzini 34 

Mezzo 35 

Piemonte 36 

Esercito 37 

Brescia 38 

Bergamo 39 

Valtellina 40 

Grigioni 41 

Croazia 42 

Austriaci 43 

Milano 44 

Londra 45 

Napoleone 46 

Deposito 47 




VITTORIO EMANUELE II 



CAPITOLO XIV. 



VITTORIO EMANUELE II E GARIBALDI. 
MUTUI RAPPORTI E CARTEGGIO INEDITO. 



Giuseppe Mazzini soleva dire che bastava soltanto che Vittorio Emanuele 
avesse scritto a Garibaldi, firmandosi: « suo affezionalissimo » , o gli avesse 
parlato, battendogli bonariamente la mano sull'omero, perchè l'eroe si arrendesse ; 
ed i repubblicani dottrinari più d' una volta apostrofarono Garibaldi, chiaman- 
dolo : << eterno fanciullo, cui non bastò la palla d'Aspromonte » . 

E certo, che di tutte le grandi figure del nostro Risorgimento, quella che 
esercitò una vera influenza sull' animo dell' eroe popolare fu la figura di Vittorio 
Emanuele ; e non sarebbe, io penso, un' indagine così difficile a compiersi, 
come a prima vista potrebbe sembrare, quella che si proponesse di conoscere 
la ragione psicologica per cui Garibaldi, repubblicano, sprezzante ogni grandezza 
umana, forte coi forti, subisse il fascino di un re. 

Se, anche per esseri superiori, non è facile il sottrarsi al prestigio, che cir- 
conda la persona di un Sovrano, non fu certamente questa la ragione della 
devozione e della simpatia, che Garibaldi ebbe per Re Vittorio. 

Nato l'uno nella Reggia, l'altro nella modesta casa di un marinaio, ave- 
vano entrambi, in fondo all' anima, qualche cosa che li accomunava . Di Vit- 
torio Emanuele, credo si possa dire che se il caso non lo avesse fatto nascere 
re, egli sarebbe stato simile ad una figura romanzesca del cinquecento o ad 
uno di quei Capitani medievali, che partivano per la guerra con l' émiante, 
che gli cavalcava al fianco. Egli non fu ambizioso, né desideroso del potere ; 
tanto meno poi fu un diplomatico, nel senso vero della parola. Tutto quel 
cerimoniale di Corte, che la carica di Principe richiede, era per lui una 
tortura. Pieno di coraggio, soldato anche nell'aspetto, il mestiere di re gli 
era di peso ! 

CURATOLO 22 



338 VITTORIO EMANUELE li E GARIBALDI 

Quando un giorno del '66, Enrico Albanese, il quale dopo Aspromonte, 
come avremo occasione di vedere, fu più volte presso il Sovrano l'estensore delle 
idee di Garibaldi, andò a trovare re Vittorio a Firenze (fervevano in quei 
giorni le acri polemiche fra Cialdini e La Marmerà) il re, ad un certo punto, 
mostrando chiaramente quale fosse il suo pensiero sulla questione, se ne uscì col 
dire : « Se sapeste, caro Albanese, quanto mi pesa questa 
livrea di Re » ! ' 

Nel dicembre del 1855, quando andò a Londra, « sbalordì la Corte 
inglese » , come ebbe a scrivere Lord Greville nelle sue Memorie ; e la Regina 
inviava allo zio, il re del Belgio, una lettera, che giova qui ripubblicare, perchè 
in essa, con verità e vivacità di colori, è dato il ritratto di Vittorio Emanuele. 



Castello di Windsor, 5 dicembre 1855. 
Carissimo zio, 

Mille scuse, se non vi ho scritto ieri per ringraziarvi della vostra buona lettera; 
ma venerdì e sabato tutto il mio tempo fu preso dal mio real fratello il Re di Sardegna, 
e dopo ho avuto molto da lavorare per guadagnare il tempo perduto. Egli ci lascia 
domani, ad un' ora poco ordinaria, le 4 a. m., come voi slesso faceste una volta o due, 
perchè desidera essere a Compiègne domani notte e martedì a Torino. Egli è « eine 
ganz besondere abenteurliche Erscheìnung » le cui maniere ed apparenze stupe- 
fanno da principio ; ma come dice Aumale, il faut l'aimer quand on le connaìt 
blen. E franco, aperto, tutto d' un pezzo, liberale e tollerante, e pieno di buon senso. 
Non manca mai di parola e ci si può fidare in lui; ma è selvaggio e stravagante, 
appassionalo di avventure e di pericoli, e con un modo di fare secco, breve e ruvido, 
che ricorda, esagerato, quello del suo povero fratello. In società è timido, il che lo 
rende anche più brusco ; non essendo mai fin' ora uscito di patria, ed avendo frequen- 
tato poca gente, non sa cosa dire a tutti quelli che gli sono presentati ; momento tanto 
poco piacevole, come so per esperienza. Egli è sinceramente devoto alla famiglia 
Orleans, particolarmente ad Aumale e sarà per loro un amico ed un consigliere. Oggi 
riceverà l' ordine della Giarrettiera. Egli è più un Cavaliere o un re del Medio 
Evo, che un uomo dei tempi nostri. ' 

Le passioni principali di Vittorio Emanuele furono la caccia, i cavalli e.... 
r eterno femminino ! Nel 1 860, fece la campagna dell' Umbria accompagnato 



' Da una conversazione da me avuta col prof. Manfredi Albanese, figlio dell' illustre 
patriota siciliano. 

' The Lettera of Queen Victoria- London, 1908, voi. 111. pagg. 155-156. 



MUTUI RAPPORTI E CARIEGGIO INEDITO 339 

dalla Signora, come egli chiamava la bella Rosina, divenuta poi contessa Mira- 
fiori ; quella Rosina che il re aveva veduto la prima volta nel Castello di Racconigi, 
ragazza a quindici anni, di cui s' innamorò pazzamente e la quale esercitò sempre 
suir animo del Sovrano una grande influenza ; che però non usò per nuocere 
o intrigare, come Madame de Pompadour o la Dubarry. 

11 generale Della Rocca, che segui il re nella campagna del '60, così 
descrive la bella Rosina : « Quantunque fosse già da 1 4 anni con Vittorio 
Emanuele e toccasse la trentina, essa dimostrava di essere molto più giovane 
e conservava la sua bellezza ; vestiva però in modo teatrale, senza garbo, né 
grazia. Rammento che una mattina, non avendo terminato il mio lavoro col 
re, egli mi trattenne a colazione per continuarlo dopo. La Rosina venne a 
tavola con una veste da camera larga e lunga oltre misura ; in capo aveva un 
diadema di brillanti, una collana di perle le scendeva sulla vita, e i polsi e le 
dita erano sopraccariche di gemme. Mi fece un po' il viso dell' arme ; ce l'aveva 
con me, perchè sebbene io 1' avessi conosciuta da piccola, non m' ero più fatto 
vedere da lei, dopo che era col re». 

Le qualità romanzesche di Vittorio Emanuele dovevano renderlo personal- 
mente simpatico ad un uomo della tempra di Garibaldi ; il quale, e questa 
fu la causa vera dell' unione di queste due gigantesche figure, era fermamente con- 
vinto, che r indipendenza e 1' unità d' Italia non sarebbero state possibili senza 
r alleanza della rivoluzione col re del libero Piemonte. Se Garibaldi non avesse 
avuto un profondo intuito della necessità del presente, un vero senno politico; 
se non avesse nutrito quest' intimo convincimento, per il quale egli aveva rinunziato 
alla sua fede di repubblicano, l' unità d' Italia, come dissi altrove, non si 
sarebbe fatta. 

Il brano autografo, trascritto nel Capitolo 11, ci ha mostrato quale fosse il 
programma dell'eroe, fin da quando egli, dopo il secondo esilio, ritornava 
definitivamente in patria: unirsi al Piemonte. D'allora in poi, il suo motto fu 
sempre « Italia e Vittorio Emanuele » e, liberato il regno delle Due Sicilie, 
con r anima lacerata per il trattamento, che si faceva ai suoi compagni d'arme, 
il suo grido ed il suo programma rimasero immutati. 

Nel novembre del 1 860, il giorno dopo del suo ritorno a Caprera, alle nume- 
rose lettere e telegrammi, che lo invitavano a ritornare in Napoli, Garibaldi 
rispondeva col seguente nobilissimo proclama, che venne allora pubblicato. 



' Generale Enrico Della Rocca - Loco citato, pagg. 64 e 65. 



340 VITTORIO EMANUELE II E GARIBALDI 

GARIBALDI AL POPOLO NAPOLETANO. 

Caprera, 1 1 novembre 1 860. 
Italiani di Napoli, 

Se allontanandomi da voi provai dispiacere, Io sa Iddio. Ciononostante la mia 
missione presso di voi era termmata e dovetti prendere congedo. Lo feci col cuore 
infranto. 

Ora, con le vostre lagnanze, aumentate il mio dolore e mi chiedete di ritornare in 
mezzo a voi. Io non Io posso amici miei, perchè promisi a me medesimo di non fare 
ostacolo colla mia presenza alla vostra prosperità, che si compirà sotto lo scettro del 
Re galantuomo. 

Credetemi adunque ; se la mia missione è questa : di liberare i popoli italiani dalla 
schiavitù e dalla tirannia, io la feci, o Napoletani, per mezzo delle vostre forze e del 
vostro coraggio. 

Sì, voi siete liberi, e la mia presenza in mezzo a voi non sarebbe di nessun profitto ; 
sarebbe un ritardo al vostro miglioramento. Voi foste ancora più felici degli altri, poiché 
vi sono italiani tutt' ora nella schiavitù. 

Perchè v' inquietate ? Perchè mi richiamate senza bisogno ? Lasciate che per alcuni 
mesi riposi il mio corpo e il mio spirito, perchè altre fatiche mi aspettano ; altri lavori 
ed altre sofferenze ! Ma ciò non è nulla ; si tratta dell' Italia ed è per I* ItaHa, che si 
consuma la mia vita. 

Roma e Venezia aspettano il mio aiuto. Esse pure fanno parte dell' Italia ; i loro 
abitanti sono nostri fratelli e gemono tutt' ora sotto la dura schiavitù dell' Austria. 
Lasciatemi riprendere la lena necessaria per far fronte alla tempesta che minaccia. 

Sentite il leone che rugge ? Il suo ruggito è di rabbia, poiché conosce che il suo 
orgoglio sta per essere abbattuto. Egli teme questo braccio, che Dio fece p>ossente 
per abbattere il suo orgoglio brutale. 

Vedete i nipoti degli antichi romani ? 11 sangue dei loro avi scorre ancora nelle 
loro vene ; ma furono rovesciati per terra, col volto nel fango e carichi di un peso, 
che li tiene tuttavia oppressi. Essi hanno bisogno di una mano, che li aiuti a rialzarsi 
e a riprendere la loro fierezza, e questa mano ha d' uopo di riposo per ricuperare la 
(orza, che gli è necessaria. 

Che la ragione e la filantropia cedano il luogo all' amore, che nutrite per me. Io 
ritornerò in mezzo a voi da qui a qualche mese. Mi rivedrete ancora ; ma allora mi 
abbisognerà una prova del vostro amore. 

Se è vero che voi mi amate, del che non dubito, seguitemi miei cari, seguitemi, 
allorquando ci riuniremo per liberare i nostri fratelli di Roma e di Venezia, e tutti, 
contenti, uniti gli uni agli altri, faremo l' Italia una, indipendente, e degli Italiani sotto 
lo scettro del Re galantuomo, Vittorio Emanuele II. 

Addio ! alla fine di marzo ci abbracceremo. 

a GARIBALDI 



MUTUI RAPPORTI E CARTEGGIO INEDITO 341 



E pochi giorni dopo, il 28 novembre, lanciava il seguente appello. {Vedi 
facsimile). 

Appello di Garibaldi agli Italiani. 

ITALIA E VITTORIO EMANUELE 

Gl'Italiani non devono staccarsi da questo programma: 
Vittorio Emanuele è il solo indispensabile in Italia, colui, attorno al quale 
decono rannodarsi tutti gli uomini della nostra penisola, che ne vogliono il 
bene. Io non mi curo che il Ministero si chiami Cavour o Cattaneo — ciò 
che mi preme e che devono esigere inesorabilmente gì' Italiani tutti si è : che 
il r di marzo 1861 trovi Vittorio Emanuele alla testa di cinquecentomila 
soldati. 

Questo nobile appello fu allora pubblicato nel « Movimento ». Ma 
fra r autografo e la pubblicazione che quel giornale ne fece, vi è una discor- 
danza. Nel primo si legge : Io non mi curo, che il Ministero si chiami Cavour 
o Cattaneo, mentre nella pubblicazione del « Movimento » è detto : Io non 
mi curo che il Ministero si chiami Cavour o Cattaneo (assai preferibile il 
secondo). E, probabile, che il Generale abbia dopo aggiunto la frase, che manca 
neir autografo, scritto di primo getto. 

Infine, in una lettera del 29 dicembre, scriveva al Bellazzi : 

« Nella sacra via che si segue, io desidero che scomparisca ogni indizio 
di partiti. I nostri antagonisti sono un partito ; essi vogliono l' Italia fatta da loro 
con il concorso dello straniero e senza di noi. Noi siamo la Nazione : 
non vogliamo altro capo che Vittorio Emanuele e non esclu- 
diamo nessun italiano, che voglia francamente come noi >^. 

Ma a dimostrare ancora meglio, quello che del Re pensava Garibaldi, è 
bene il leggere i due seguenti brani autografi inediti, che tolgo dal mio Archivio, 
il primo fa parte di un lungo scritto del Generale sulla guerra del '59. 

Giudizi inediti di Garibaldi su Vittorio Emanuele. 

« // re, che io credo l'unico uomo di capacità vera fra quanti sono al 
timone delle cose, ma che per disgrazia dell' Italia, egli crede non esserlo, si 
lascia traviare da faccendieri ». 



342 VITTORIO EMANUELE 11 E GARIBALDI 

L' altro brano vergato due anni dopo, quando il partito moderato cercava di 
influire sull' animo del re, suona così : 

« Vittorio Emanuele con la Nazione sarà sempre amato, sarà arbitro della 
Europa e la sua dinastia sarà etema in Italia. Ma egli, con i moderati 
(s' intende moderati per fare il bene, ma leoni per fare il male) e con 

un esercito di carabinieri, sarà sempre addolorato da rivoluzioni ed in pericolo 

la sua dinastia. 

G. GARIBALDI 

Caprera, 2 novembre 1861 ». 

Dopo la tragedia di Aspromonte, Garibaldi ebbe verso Vittorio Emanuele 
impeti di sdegno e di dolore, che egli, ancora la palla nelle carni, cantò sulla 
cetra rosseggiante di sangue. Ma quest' impeti di sdegno cantati in intimo colloquio 
con se medesimo, non erano se non il risentimento, acre quanto si vuole, verso 
una persona, che si è amata e che si ama ancora. Tale non fu lo sdegno 
di Garibaldi contro Cavour, contro i repubblicani intransigenti e contro lo stesso 
Mazzini ; sdegno che 1' eroe consacrò in lunghe pagine, ancora inedite, che la 
Storia dovrà un giorno pure conoscere. 

Disse il Pascoli, a proposito del Poema di Garibaldi : « Egli, non disse 
ad altri parole amare sul galantuomo ; a sé medesimo le disse : amare, ironiche, 
anche atroci parole. Ritorna anche all' accusa fatta a Cavour : 

A dar battaglia ei viene 

A chi del mondo la prima corona 

Pose ai suoi piedi. 

Sembra davvero di sentire alle pendici del Palatino, nel vespro tacito e 
luminoso del primo giorno di Roma, dopo 1' augusto augurio della sacra aratura, 
r aspro rissare dei due divini fratelli ! Due fratelli sì, e concordi sino allora ed 
anche dopo ; due grandi audacie : due possenti predatori di regni, in nome del 
diritto ! » 

* 

Che fra Vittorio Emanuele e Garibaldi vi fosse stata, nel I 860, una serie 
vicendevole di ambascerie non s' ignorava ; il fatto ci era stato anche recentemente 
confermato dalla pubblicazione del carteggio di Michele Amari. 



MUTUI RAPPORTI E CARTEGGIO INEDITO 343 

Gli ambasciatori fra i due grandi personaggi furono il conte Michele Amari, 
cugino dello storico, rimasto in Genova quale rappresentante ufficiale di Gari- 
baldi ; il conte Vimercati, ufficiale di ordinanza del re, il Brambilla ed anche 
il Tiirr ; il quale, essendo stato obbligato a lasciare per qualche tempo la Sicilia 
ed a recarsi ad Aix-les-Bains ad intraprendere una cura passò da Torino 
e si recò presso S. M. ad esporre le idee del Generale. 

Ma r ambasciatore accreditato fra Vittorio Emanuele e Garibaldi fu il 
cremonese, marchese Gaspare Trecchi ; il quale, per meglio disimpegnare la 
sua missione, aveva la carica di Aiutante di campo di Sua Maestà e al 
tempo stesso quella di capitano dello Stato Maggiore di Garibaldi. Appassionato 
anch' egli per la caccia e per i cavalli, il Trecchi era persona molto gradita 
a Vittorio Emanuele e devota al Garibaldi, ai cui ordini aveva combattuto 
r anno innanzi nel corpo dei Cacciatori delle Alpi. La recente pubblicazione 
delle carte del Trecchi ha, in parte, mostrato quale sia stata 1' opera di lui 
durante la campagna di Sicilia. 

Quello però, che s' ignorava si è, che vi fosse stato un vero carteggio 
personale fra il re e Garibaldi, senza la compartecipazione di Cavour, talvolta 
contro Cavour. Questo carteggio prova, che se il 1 860 fu per Giuseppe Mazzini 
r anno della più grande amarezza e per il conte di Cavour la palestra della 
sua politica, esso fu Tanno in cui Re ed Eroe cospirarono insieme contro tutta 
r Europa reazionaria, insofferenti entrambi, questi due magnanimi cuori di soldati 
quali erano, da ogni diplomazia interna o straniera. 

Dopo mezzo secolo, alcuni modesti fogli di carta, senza inutili stemmi, 
vergati dalla maschia scrittura di un re e passati nelle mani del più nobile 
figlio del popolo, mdurite per la libertà degli oppressi, vengono alla luce a 
testimoniare quella comunanza d' intenti, quell' unità di sentire, che nei giorni 
più memorabih dell' azione, unì Principe e Popolo e per cui l' Italia divenne 
libera ed una. Essi innalzano la figura di Vittorio Emanuele ; di questo 
Sovrano che, pur cospirando, conobbe la saggezza e che seppe essere Re ; ed 
aggiungono una nuova e più fulgida pagina nella vita di Garibaldi, che ad 
ogni giusto ed umano risentimento, antepose soltanto il sacro amore per la 
Patria ; che seppe essere Eroe. Perchè, in verità, è con l' animo invaso da 
un sentimento profondo di tristezza, che si legge 1* ultima lettera scritta. 



' G. Manacorda - Vitlorìo Emanuele II e Garibaldi nel 1860. In -^ Nuova .Antologia », 
I" giugno 1910. 



344 VITTORIO EMANUELE II E GARIBALDI 



nel 1 860, da Vittorio Emanuele al glorioso Duce dei Mille, due giorni avanti 
che questi ritornasse all' isola prediletta, modesto nella sua gloria, povero come 
era partito. 

Quando si pensa alla miracolosa opera da quest' uomo compiuta nello 
svolgersi di pochi mesi, alla sua lealtà, al suo magnanimo disinteresse, il rifiuto 
da parte del re alla domanda fatta da Garibaldi, di essere nominato, ne! supremo 
interesse del paese, luogotenente di quel regno, che egli aveva conquistato e 
donato, non può che apparire inopportuno. 

Si consideri, che se il regno delle Due Sicilie era stato liberato dal giogo 
dei Borboni, cosi non poteva dirsi della grande corruzione, che quel governo 
nefasto aveva lungamente esercitato su tutti i pubblici poteri ; onde, il concen- 
trare, temporaneamente, la direzione di ogni cosa nelle mani di un uomo non 
soltanto abile, ma davanti al quale ognuno s' inchinava, per il fascino del nome 
e la grandezza delle opere compiute, sarebbe stata opera antiveggente di senno 
politico ed era suprema necessità del momento. E chi, se non Garibaldi, poteva 
in se riunire tali qualità? 

Ma, nella storia del nostro Risorgimento, ciascun personaggio aveva la sua 
missione da compiere ; e Garibaldi doveva essere 1' eroe di quella grande 
epopea. Dopo i giorni della gloria, se Garibaldi fosse rimasto in Napoli, fra le 
meschine lotte dei partiti, si sarebbe impicciolito. Quello non era più campo 
per lui ! 

Caprera, lo scoglio venturoso, fu allora come sempre, per quella grande 
anima latina il nobile rifugio, la terra dalla quale, come Anteo, egli doveva 
riprendere le forze per continuare la missione, che la provvidenza gli aveva 
assegnato. 

Se gli eventi della Storia dovessero giudicarsi dal lato del sentimento, la 
lettera che Re Vittorio scrisse il 7 novembre del '60, per quanto redatta in 
forma affettuosa è — perchè non dirlo ? — una lettera di congedo all' uomo, 
che con le sue gesta aveva conquistato e donato un regno ; onde essa potrebbe 
apparire una pagina non bella per la storia della Monarchia ! Ma, come disse 
un giorno Francesco Crispi, queste sono macchie, che non salgono in alto ; 
ma si arrestano sotto i gradini del trono. Quella lettera e molti degli atti 
compiuti dal re in quei giorni animati, più che mai, dal turbine della passione, 
non vennero dettali dal cuore di Vittorio Emanuele ; ma gli furono suggeriti 
da coloro, che gli stavano intorno. 

Il Comitato regionale piemontese della Società Nazionale per la Storia del 
Risorgimento Italiano, in occasione del centenario di Camillo Cavour, pubbli- 




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Lettera di Vittorio Emanuele a Garibaldi 
portata in Palermo dal conte Michele Amari, nella prima metà del luglio 1860. (Vedi pag. 347). 













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Promemoria autografo di Vittorio Emanuele consegnato al conte Michele Amari, 
e contenente le idee da esporre a Garibaldi. (Vedi pag. 348). 



MUTUI RAPPORTI E CARTEGGIO INEDITO 345 

cava uno scritto apologetico del grande statista, in cui si parla della « compagnia 
malvagia e scempia», che attorniava Garibaldi nel 1860. Acri parole, che 
sono da riprovarsi in coloro che oggi si accingono a studiare, con animo libero, 
gli avvenimenti di quell'epoca ; onde bene fu, che l'ultimo pensiero di uno fra i 
più venerati dei Mille, di Giuseppe Cesare Abba, fosse rivolto a quella « compagnia 
malvagia e scempia, che attorniava Garibaldi e che dava all'Italia la sua unità ! >* 

In verità, se compagnia malvagia vi fu, in quei giorni memorabili, essa fu 
quella che, al bene della patria ed alla concordia degli animi, antepose la 
passione di parte e la gelosia di corpo ; quella che circondò e male consigliò 
Vittorio Emanuele ; che seminò la discordia ed allontanò i cuori, creando quel 
dissidio, divenuto poscia gigante, fra 1' Esercito regolare e gli avanzi dell'armata 
di Garibaldi. Fu essa, la compagnia malvagia, che amareggiò il cuore del 
re e quello di Garibaldi ! 

Giuseppe Guerzoni, storico imparziale, scrive : « Vittorio Ejnanuele, mal 
consigliato, mancò spesso in Napoli alle forme di cortesia, che sarebbero state, 
in quel caso, anche le forme della buona politica ». 

Si fece sloggiare Alessandro Dumas dal palazzetto di Chiatamone, che il 
Generale gli aveva prestato ; il dittatore mandava al Giornale Ufficiale alcuni 
decreti per essere pubblicati e gli si nspondeva, che il Ministero dell' Interno, 
per ordine superiore, aveva proibito 1' inserzione di nuovi decreti ; si fece scrivere 
al generale Della Rocca un ordine del giorno di encomio all' esercito garibaldino, 
che poteva e doveva essere scritto dal re stesso ; ed il 6 novembre, quando 
Garibaldi passò in rivista i gloriosi superstiti di quel pugno di prodi, che aveva 
affrontato la morte soltanto per la realizzazione di un grande ideale, si attese invano 
che il re venisse ad onorare di un suo sguardo i valorosi di Calatafimi e del Volturno. 
E come se ciò non bastasse, in quel giorno stesso si emanò il decreto, che nomi- 
nava Luogotenente generale del Napoletano l'autore del proclama del 9 ottobre ; 
di quel proclama, che aveva generato grande amarezza nell' anima di Gari- 
baldi ed impeti di sdegno nel corpo dei volontari ; proprio in quel giorno, dico, 
si nominava Farini al posto, che era stato rifiutato a Garibaldi. E Farini 
annunziava ai Napoletani la sua nuova carica, dimenticando perfino di nominare 
Garibaldi, come lo si fece più tardi dimenticare al re, nel suo proclama ai 
Palermitani ! 

Ma abbiamo, sul proposito, una testimonianza ed un giudizio assai più impor- 
tanti ed ancora meno sospetti : quelli di un Aiutante di campo del re. 

« Il colonnello Genova di Revel, scrive il generale Della Rocca, mi aveva 
accusato di avere fatto opposizione al Fanti, riguardo allo scioglimento dell'esercito 



346 VITTORIO EMANUELE II E GARIBALDI 



garibaldino e di avere suggerito al re soverchia indulgenza verso l'armata meri- 
dionale, a danno di quella regolare. Il Fanti, sempre Ministro della guerra, 
quantunque capo di Stato Maggiore del re, prevedendo i disordini e gì' impicci 
che avrebbero cagionato i volontari a guerra finita, faceva, certamente non a torto, 
qualche pressione sul re, affinchè si decidesse a scioglierli subito. A Vittorio 
Emanuele, che riconosceva i grandi servigi resi dal Garibaldi e la perfetta 
lealtà e generosità di lui, repugnava una troppo pronta, anzi precipitosa riso- 
luzione a jar cosa, che senza dubbio gli sarebbe dispiaciuta. Rammento benis- 
simo, che mi disse in quei giorni : « Mi spingono troppo, mi fanno fare 
cattiva figura : io non voglio assolutamente essere da meno del 
Garibaldi, in generosità ». Queste impressioni, affatto personali, di Vittorio 
Emanuele, nessuno gliele suggeriva, e io certamente non potevo contraddirlo, 
anzi forse ne sentivo l'influenza; ammirato, come ero anch'io, della condotta 
di Garibaldi, che verso di me, sotto Capua, non avrebbe potuto essere più corretta 
e più nobile. E siccome egli, nei suoi proclami, parlando dell' Esercito piemontese 
si era espresso con le parole : — / nostri fratelli — anch' io, dovendo emanare 
un ordine del giorno alle mie truppe, dopo la presa di Capua, credetti conve- 
niente e giusto di chiamare i garibaldini — 1' Armata sorella — , da questa 
espressione, che dispiacque al colonnello di Revel e da qualche mia dimostra- 
zione di affettuosa riverenza verso Garibaldi, egli traeva la conseguenza, che io 
fossi più favorevole agi' interessi dei volontari, che a quelli dell' Esercito regolare 
a cui appartenevo ». 

Lo schietto parlare dell' Aiutante di campo di Sua Maestà è la migliore 
testimonianza per provare, che se nel '60 certi meriti ebbero coloro che attor- 
niavano il re, (come in epoca posteriore nel '62 ad Aspromonte e nel '67 a 
Mentana) questi meriti essi se li fecero a spese del cuore di Vittorio Emanuele 
e della magnanimità di Garibaldi. 

Ma, senza oltre indugiarmi, trascrivo dagli aulogréifi del mio Archivio, e per 
ordine cronologico, le lettere di Re Vittorio, facendo seguire a ciascuna di 
esse un breve e necessario commento. A meglio illustrare i rapporti fra re e 
Garibaldi, mi parve utile pubblicare anche in questo Capitolo alcuni documenti 
di epoca posteriore che trovansi nella mia raccolta. 

I facsimili riproducono le lettere del re nella loro grandezza naturale. 



* Generale E. Della Rocca - Autobiografia di un Veterano, voi. II, pag. 88-89. 



MUTUI RAPPORTI E CARTEGGIO INEDITO 347 



VITTORIO EMANUELE A GARIBALDI. 



Caro Garibaldi, 

Vi mando Amari che ricevetti solo guest' oggi, 8 luglio, per ragioni a 
lui note. 

Fate il piacere di ascoltarlo attentamente nelle cose, che vi dirà da parte 
mia e di farmi subito risposta. Più tardi vi manderò Trecchi con nuove notizie. 
Grazie di quel che avete fatto voi ed i vostri per la nostra patria comune. Spero 
in Dio e in noi, che la Stella d' Italia continuerà ad illuminarci. 

Conservatemi la vostra cara amicizia. 

VITTORIO EMANUELE 



L* Amari di cui si parla è il conte Michele Amari rimasto, come già dissi, 
a Genova in qualità di rappresentante officiale di Garibaldi. La lettera è senza 
data ; ma credo sia stata scritta verso i primi di luglio, perchè in quell' epoca 
r Amari partì per la Sicilia, da dove dovette ritornare verso il 20 luglio. Infatti, 
in data del 22, scriveva da Genova al cugino, suo omonimo, a Palermo : 
« Ritornato da Palermo fui dal re ; egli mi accolse come un antico suo amico ; 
tu saresti diventato suo intimo, perchè, oltre alle belle doti del tuo ingegno, hai 
quel pregio che a Vittorio Emanuele piace assai ; essere cacciatore. Io andai a 
trovarlo sulle montagne di Valdieri. Mi parlò della Sicilia. Invidiava Garibaldi 
ed avrebbe desiderato potere menare le sue mani, tale quale fa il nizzardo 
Generale. Vittorio Emanuele davvero ama Garibaldi .... Ti avverto che 
Cavour, ogni volta che mi vede, mi domanda tue nuove, e quando seppie che 
tu eri al Ministero, ne mostrò vero piacere ....».' 

Pur troppo i soliti puntini, messi nel punto più culminante della lettera, 
fanno perdere al documento quasi tutta la sua importanza ! 

Che Vittorio Emanuele, alle notizie delle gesta di Garibaldi, desiderasse 
anch'egli di menar le mani lo apprendiamo da una lettera inedita del mio Archivio, 



' A. D'Ancona - Carteggio di Michele Amari, voi. li, pag. 108. 



348 VITTORIO EMANUELE II E GARIBALDI 



del 21 giugno, diretta da Vecchi a Garibaldi, nella quale fra l'altro si dice: « Pagai 
franchi 250 al Castaldi pel cavallo, che Cenni aveva fatto dubitare. Suo fratello, 
vostro aiutante, tornato qui, fu fatto in premio, tenente di vascello. Re Vittorio, 
saputolo in Torino, lo mandò a chiamare per sapere, da un testimone oculare, 
tutti i particolari della spedizione vostra. Die un pugno sul tavolino e 
disse : « E mi stai si, intant che el me amis Garibaldi s' batt, a fé 
la ciulla ». — Rotava gli occhi nelle orbite a far paura. Promise ci 
avrebbe fatto spedire armi e munizioni. E stimo le abbiate subito ricevute ». 



VITTORIO EMANUELE A GARIBALDI. 

II. 

Riguardo alla lega non accetto ; strascinerò in lungo, facendo proposte e 
contro proposte che lui non possa accettare. 

Riguardo ad impedire Garibaldi di continuare, secondo la domanda della 
Francia, mi ci sono opposto. 

Fare subito annessione e manderò Depretis. 

Non fidarsi che di me e di nessun altro. 

Non partire per Spedizione di Napoli senza che io lo sappia, per non 
imbrogliare i miei progetti e per essere sempre di accordo. 

Stabilita lega tra Austria, Russia e Prussia contro di me per guest' anno 
venturo. 

Io prendo le mie misure per fare convenzione con la Francia, per fare 
attaccare V Austria sul Reno, quando mi attaccherà. 

Tanti saluti al mio amico Garibaldi. 

VITTORIO EMANUELE 



Non occorre, che mi soffermi lungamente per rilevare la grande importanza 
di questo autografo, consegnato, credo, a Garibaldi dallo stesso Amari. In esso 
Vittorio Emanuele annotò le idee, che dovevano essere comunicate al dittatore 
dall'Amari. Questi lasciò nelle mani di Garibaldi il compromettente foglio. 

E da escludersi, che esso sia stato portato dal Trecchi ; il quale, sia detto 
incidentalmente, aveva dato le dimissioni di capitano di cavalleria il 1 4 giugno, 
ed era subito partito per la Sicilia ; il 1 6 lo troviamo a Cagliari ed il 19 a 
Palermo. Poi, con decreto del 20, Garibaldi lo nominò capitano di Stato Maggiore. 













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Lettera di Vittorio Emanuele a Garibaldi dopo che questi era eni.ato in Napoli. (Vedi pag. 351) 



MUTUI RAPPORTI E CARTEGGIO INEDITO 349 



Ma la presenza del Treccili a Palermo non fu che di pochi giorni : il dittatore lo 
utilizzò tosto, inviandolo a Torino con missione presso Sua Maestà di nominare un 
prodittatore. « Va il maggiore Trecchi, scriveva Garibaldi, in data del 2 luglio, 
in missione importante presso S. M. Vittorio Emanuele » . Fra i nomi dei prodit- 
tatori, che Trecchi portava segnati di mano di Garibaldi era quello del Depretis. 
Il 6 luglio, Trecchi scriveva da Genova la seguente lettera : 

Trecchi a Garibaldi. 

Genova, 6 luglio 1860. 
Carissimo Generale, 

Ho veduto la famiglia Deideri e la sua signora figlia, e tutti stanno benissimo. 
Il signor Bertani è ammalato, pure ho potuto parlargli e mi ha assicurato di aver 
comperato vapori, cannoni, fucih etc, e fra breve il tutto verrà spedito in Sicilia. II 
signor Gallino, unitamente al Finzi, tengono a disposizione 2000 fucili, 2000 buffetterie 
complete, 2000 uniformi, 2000 paia mutande, 2000 carabine, 4000 cappotti ; e tutto 
questo, entro la settimana, verrà spedito, o altrimenti porterò meco. A questo debbo 
aggiungere 2000 pezze di panno militare, più 50 pezze bleìi e 50 pezze rosse per gli 
ufficiali ; più diverse pezze di panno per vestire i carabinieri genovesi. Questa sera parto 
per Torino, dove spero entro la giornata di domani di cedere S. Maestà ; indi farò una 
gita a Milano per raccogliere tutte le armi, che tengono il Besana e Finzi. L' entu- 
siasmo per venire in Sicilia è indescrivibile ; qui sono 3000 individui, che altro non 

aspettano che il mezzo d' imbarco. Mi creda di tulio cuore 

aff.mo amico 

G. TRECCHI 



É noto, che Vittorio Emanuele aveva 1' intenzione di mandare in Sicilia, 
come prodittatore, Lorenzo Valerio ; ma Bertani aveva sconsigliato Garibaldi 
ad accettarlo, perchè lo riteneva « uomo molto manipolabile » ; dello stesso 
parere era La Varenne, il quale, mandato da Crispi in missione presso il re, 
dopo il colloquio avuto con questi, il l.° luglio, scriveva: « 11 re mi disse, 
che voleva mandare in Sicilia Valerio, uomo eccellente, mtelligentissimo » ; ma 
ho forti motivi per ritenere che, in questa circostanza, egli sarebbe d'accordo col 
signor di Cavour. 



' G. Manacorda - Loco citato, pag. 421. 

' L' originale di questa lettera si trova fra gli autografi donati dal generale Ricciotti 
Garibaldi alla Biblioteca Vittorio Emanuele di Roma. 
' F. Crispi e i Mille. 1911, pag. 241. 



350 VITTORIO EMANUELE 11 E GARIBALDI 



11 re fini coli' accondiscendere al desiderio di Garibaldi e mandò Depretis. 
L' autografo di sopra pubblicato è la risposta alla richiesta del dittatore. Infatti 
Vittorio Emanuele scrive : « Fare subito annessione e manderò Depretis * , il 
quale sembra arrivasse in Sicilia insieme a Trecchi. 

In quei giorni 1' ammiraglio Persano aveva scritto al Generale. 

L' ammiraglio Persano a Garibaldi. 



GABINETTO PARTICOLARE 

DEL CONTRAMMIRAGLIO 1 Q 1 r ^• 

1 o luglio , mattina. 

COMANDANTE LASQUADRA 



Carissimo Generale 

Vi mando una lettera, che mi è venuta da Genova al vostro indirizzo. Vi copio un 
telegramma del Ministro Presidente : 

Au Comic Persano — 16 juillet. 

Le Roi vous charge de dire au General Garibaldi, qu il fail partir ce soir 
Depretis, au quel il a donne lui mème des instructions, qu il est chargé de comuniquer 
au General. 

Firmato: C. CAVOUR 



La questione dell' annessione era in quei giorni il pensiero dominante nella 
mente di Cavour, che aveva finito coli' influire anche sull' animo del re con 
lo spauracchio di « un qualche tradimento mazziniano » ; la resistenza di Garibaldi 
però, fece argine ad ogni sorta di pressioni e d' intrighi e valse a non troncare 
la marcia liberatrice. 

Vittorio Emanuele scrive : « Riguardo alla lega non accetto; strascinerò in 
lungo facendo proposte e controproposte, che lui non possa accettare ». 

In queir epoca, è bene il rammentarlo, erano stati mandati a Torino, su 
proposta di una mediazione francese, il barone Manna ed il Winspear, allo 
scopo di concludere una lega fra il Piemonte e il regno di Napoh ; Vittorio 
Emanuele scriveva a Garibaldi « che avrebbe fatto proposte che lui {Re 
Francesco) non avrebbe potuto accettare ». 

« Non fidarsi che di me e di nessun altro » , e subito dopo il re 
soggiunge : * Non partire per spedizione Napoli, senza che io lo sappia per 
non imbrogliare i miei progetti e per essere d' accordo ». 



MUTUI RAPPORTI E CARTEGGIO INEDITO 351 



II cuore di Vittorio Emanuele batteva all' unisono con quello di Garibaldi, 
e la spedizione per Napoli era fin d'allora nella mente del re ; il quale, come 
ho documentato nel capitolo Vili, seguiva in quei giorni una politica sua, per- 
sonale, diversa da quella del conte di Cavour. Il volere sostenere il contrario, 
il dire che Vittorio Emanuele scriveva sotto dettatura del suo primo Ministro, 
dimostra il desiderio di alcuni di volere ingrandire, ad ogni costo, la figura di 
Cavour, anche impicciolendo quella del Re. 

VITTORIO EMANUELE A GARIBALDI. 

Ili. 



Caro Generale, 



Torino, 1 2 settembre 1 860. 



Sapendolo giunto felicemente a Napoli, mi congratulo secolei di quel 
che ha fatto per la causa comune. Sarà già stato prevenuto, d' ordine mio, 
che ho mandato la truppa ad occupare le Marche e V Umbria per congiun- 
gere le forze dell' Italia meridionale a quelle dell'Italia settentrionale; questo 
fatto, unito a quelli che Ella ha compiuti, hanno allarmato molto le Potenze 
e potremmo essere attaccati dall'Austria ; quindi conviene, che l'azione militare 
in Italia abbia una sola e concorde direzione e non si faccia nessuna spedi- 
zione od attacco senza V ordine mio. La persona che le mando le dirà ver- 
balmente i miei proponimenti. Lei dirà pure a questa stessa persona quante 
e quali delle vecchie truppe napoletane io posso disporre per V Italia setten- 
trionale e quanto materiale da guerra potrebbe mandarmi con quelle. 

Io confido pienamente nel suo attaccamento per me, perche abbiamo 

ancora delle grandi cose da fare. Generale, tanti auguri. 

Con una buona stretta di mano 

il suo affezionalissimo 

VITTORIO EMANUELE 



Questa lettera non ha bisogno di commenti ; è il re soldato , che scrive 
al suo grande amico Garibaldi ; essa, come fa presumere 1' altra seguente, fu 
portata dal conte Vimercati il giorno 19.' Dirò pure, sul proposito, come sembra 



' F. Crispi e i Mille, pag. 359. 



352 VITTORIO EMANUELE li E GARIBALDI 

probabile che l' importante documento, trovato fra le carte di Riccardo Sineo, 
pubblicato da Carlo Arno,' e contenente alcune idee del re da comunicarsi 
verbalmente a Garibaldi, sia stato anch'esso portato dal Vimercati. Giova qui 
avere sottocchio ciò che in quello scritto si diceva. 

ANNOTAZIONI 

1 . - Rimettere la lettera con mille affelluose tenerezze e ringraziamenli per quanto 
fu fatto per /' Italia e per la Dinastia. 

2. - Far conoscere le ragioni che determinarono la spedizione dell'Umbria e delle 
Marche. L'armata del re doveva pure prendere una parte attiva, mentre che quella 
del Dittatore tanto e sì grandi cose aveva già fatto sotto il suo comando. 

3. - 11 re desidera solo incaricarsi della questione romana, « che per ora deve 
essere limitata », onde non aver una intempestiva guerra contro la Francia, nel momento 
in cui stiamo per essere attaccati dall' Austria. 

4. - Pregare ed « insistere » a che, per il momento, il Dittatore rinunci a prendere 
r iniziativa di veruna spedizione, ne verso la Venezia, ne verso la Dalmazia, ne 
r Ungheria ; ma bensì, tenendo compatte tutte le sue forze, prepararsi per prendere 
quella parte che gli compete nella guerra comune, che avremo immancabile contro 
l'Austria, che verrà, a seconda delle opportunità di cui il re si riserva il giudizio, 
attaccata da noi, se questa non ne prendesse l' iniziativa. 

5. - Che il Plebiscito venga fatto al più presto sì nel regno di Napoli, che nella 
Sicilia, provando così all' Europa essere l' Unità italiana nel cuore di tutti. 

6. - Premunire la specchiata lealtà del Dittatore contro il partito repubblicano, 
che, sotto mentite vesti, lo circonda ; a questo proposito citare come esempio le spedi- 
zioni Nicotera e Pianciani ; quest' ultimo ebbe l' audacia di dire al re « che nulla 
aveva fatto per l' Italia, che disapprovate aveva le spedizioni da tutti acclamate, e che 
impedendole egli aveva disertata la causa comune " . Far sentire ancora al Dittatore, 
come il re abbia il cuore ulcerato per i discorsi, che si fanno da molte persone del 
suo contorno ; che questi discorsi tendono a far credere il Dittatore non amico del re, 
e che solo si valga del suo nome, di re italiano, per poi « a suo tempo fare opposi- 
sizione alla dinastia ». Che nessuno osa, certo, tenere al Dittatore simile linguaggio, 
ma che questo è il programma politico nascosto dei più fra i suoi. 

7. - Avvertire come il re si sia messo d' accordo col partito ungherese per il 
da farsi « fra brevissimo tempo » ; il Dittatore ne avrà tutti i più minuti dettagli da 
Klapka, che si reca a visitarlo ; che egli impieghi la sua autorità dittatoriale in Napoli 
onde fare rimettere per l' Ungheria i fucili che Klapka gli chiederà, non più avendone 
il governo del re nei suoi magazzini, mentre che in Napoli molti ve ne sono. 



' Nel giornale « La Lombardia », n. 337, 5 dicembre 1910. 



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Lettera di Vittorio Emanuele a Garibaldi 
in risposta al desiderio espressogli di licenziare il Ministero. (Vedi pag. 353). 



MUTUI RAPPORTI E CARTEGGIO INEDITO 353 

8. - Importanza grandissima si è, che venga conservato (7 più compatto possibile 
l'esercito napoletano; che anzi questo deve subito riordinarsi, richiamandolo a senti- 
menti di onore e di patria ; a questo scopo, il re conta mandare un suo progetto con 
persona capace per farlo eseguire ; essendo il Dittatore assorto da molte gravissime 
cure, non gli sarebbe, per ora, possibile l' occuparsi di questi minuti dettagli, e d'altronde 
il re avrà prestissimo bisogno di quelle truppe. 

9. - Chiedere istantemente al Dittatore di mandare subito, qualora ciò sia fattibile, 
la divisione dei Cacciatori di Torino, onde rinforzare le truppe che fanno fronte alla 
Venezia. 

IO. - Dire al Generale, come il re conti sopra la sua efficace cooperazione nella 
futura guerra, nella quale sarà dato al Dittatore un comando degno della sua capacità 
e del suo Valore. 



VITTORIO EMANUELE A GARIBALDI. 

IV. 

Caro Generale, 

Vengo di vedere Trecchi e Brambilla e ricevere le sue lettere. 

Riguardo al progetto del Ministero, per ora la cosa è impossibile e non 
opportuna per la gran causa comune ; cosi dico pure del suo movimento sulla 
città di Roma. 

Se ne tenga perfettamente a ciò che le scrissi per mezzo del conte Vimercati. 

Stiamo uniti e forti, l'avvenire sarà per noi. 

La saluto di tutto cuore. 

Il suo affezionatissimo 

VITTORIO EMANUELE 



Sebbene senza luogo, ne data, questa lettera credo sia stata scritta da 
Torino ; essa è in risposta a quella, che Garibaldi aveva mandato al re, 
r 1 1 settembre, per mezzo del Trecchi, con la quale Io invitava a licenziare 
il Ministero ; lettera che la <^< Presse » pubblicò in questi termini : « Sire, 
congedate Cavour e Farini; datemi il comando di una brigala delle vostre 
truppe ; datemi Pallavicino Trivulzio per prodittatore ed io rispondo di tutto » . 
Ma il testo autografo doveva essere alquanto diverso, perchè il re, il 20 settembre, 
nella lettera da me pubblicata nel capitolo Vili, pag. 175, scriveva al Fanti 

CURÀTULO 23 



354 VITTORIO EMANUELE 11 E GARIBALDI 

così: « Esso (Garibaldi) mi scrisse, che m'invitava a sciogliere il Ministero e 
che mi proclamerebbe re d'Italia in Campidoglio, dopo che egli avrebbe fugato 
i Francesi da Roma ». 



VITTORIO EMANUELE A GARIBALDI. 



Caro Generale, 



Ancona, lì 9 ottobre 1860. 



Ho ricevuto le sue lettere. Le faccio le mie congratulazioni sull'accaduto ; 
provvedere ai prigionieri. Le mie truppe, in buon numero, entrano domani negli 
Abruzzi. Io, pure, parto in persona; quando sarò in una città del Regno lo 
farò avvisare, onde intendermi con lei sulla quistione dei gradi e sulla condotta 
da tenere. 

Lo avverto che ho mandato delle truppe anche a Napoli. 
A rivederlo fra breve. 

Il suo affezionatissimo 
VITTORIO EMANUELE 



Le congratulazioni che fa il re a Garibaldi si riferiscono alla battaglia del 
Volturno, nella quale furono fatti, come è noto, più di 3000 prigionieri. Dal 
Diario del Crispi si rileva, come questo scritto pervenne nelle mani del Generale 
il giorno 1 3. Esso inoltre, è in risposta alla bella lettera, che Garibaldi aveva 
diretto al re il 4 ottobre, da Caserta, e che giova qui il tornare a pubblicare. 



cure. 

Mi felicito con la Maestà Vostra per le brillanti vittorie riportate dal nostro bravo 
generale Cialdini e per le felici conseguenze di queste vittorie. Una battaglia guadagnata 
sul Volturno ed un combattimento alle due Caserte pongono i soldati di Francesco II, 
io credo, nel!' impossibilità di più resisterci. 

Spero, dunque, di poter passare il Volturno domani. 

Non sarebbe male, che la Maestà Vostra ordinasse a parte delle truppe, che si 
trovano vicino alla frontiera abruzzese, di passare quella frontiera e fare abbassare le 
armi a certi gendarmi, che parteggiano ancora per il Borbone. 



MUTUI RAPPORTI E CARTEGGIO INEDITO 355 

Io so che la Maestà Vostra sta per mandare quattromila uomini a Napoli, e penso 
che sarebbe bene mandarli. 

Ricordi la M. V. le mie anteriori parole sui repubblicani, e pensi, nell' intimo 
del suo cuore, se i risultati hanno corrisposto alle mie parole. 

Tutta brava gente, hanno combattuto per l' Italia e Vittorio Emenuele, e saremno 
certamente i più fedeli alla sua persona. 

Pensi V. M. che le sono amico di cuore, e merito un poco anch'io di essere creduto. 

E meglio accogliere tutti gl'italiani onesti, di cui V. M. è padre, a qualunque 
colore essi abbiano appartenuto per il passato, anziché inasprire delle (razioni, che 
potrebbero essere pericolose nell' avvenire. 

Scrissi, in data di ieri, che mandavo a Genova i prigionieri Napoletani; penso 
di mandare pure alcuni corpi, che si sono dati a noi per capitolazione. 

La M. V. si compiacerà d'ordinare che sieno ben trattati e incorporati nell'esercito. 

Essendo ad Ancona dovrebbe V. M. fare una passeggiata a Napoli per terra 
o per mare. 

Se per terra, e ciò sarebbe meglio, V. M. deve marciare almeno con una Divisione. 

Avvertito in tempo, io congiungerei la mia destra alla divisione suddetta, e mi 
recherei in persona a presentarle i miei omaggi e ricevere ordini per le ulteriori operazioni. 

La M. V. promulghi un decreto, che riconosca i gradi de' miei ufficiali. 

Io mi adoprerò ad eliminare coloro che debbono essere eHminati. 

Mi resta a ripetermi con aiffetto 

G. GARIBALDI 



« Chi di questa lettera consideri il tempo, il contenuto, la forma — scrive 
il Guerzoni — ne vedrà risplendere vieppiù il significato. Essa fu scritta il 
4 ottobre, prima dunque che Garibaldi potesse conoscere il bando di Vittorio 
Emanuele ai Napoletani ; prima che l' esercito sardo si fosse levato d' Ancona ; 
prima assai, che il Parlamento avesse votato l'annessione dell' Italia Meridionale 
e sanzionato, con siffatto voto, la politica del conte di Cavour. Checche adunque, 
scriva, a lode e vitupero. Io spirito di parte, questo rimane incontrastato : che 
Cavour e Garibaldi, lo statista e l' eroe, quasi nel tempo stesso, ad insaputa 
r uno dell' altro, s' accordavano a dare al re quel medesimo consiglio, intomo 
al quale pareva dovessero restare divisi implacabilmente! I monarchici superla- 
tivi credevano d' essere costretti, o prima o poi, a dar battaglia alla rivolu- 
zione personificala in Garibaldi, e Garibaldi apriva loro le porte di quello, 
che ancora era suo Stato ; di nuli' altro ansioso che di incontrarli e schierarsi 
sotto le loro insegne » . ' 



' G. Guerzoni - Garibaldi. Voi. II, pag. 209-210. 



356 VITTORIO EMANUELE li E GARIBALDI 

VITTORIO EMANUELE A GARIBALDI. 

VI. 

Caro Generale, 

Grazie della sua lettera. Treccili le porterà, a viva voce, la risposta e 

le idee mie. 

Il suo affezionatissimo 

VITTORIO EMANUELE 
P. S. - A Napoli faccia custodire le cacete da Trecchi. 



Questo laconico biglietto, che ritengo sia stato scritto il 25 da Presenzano, ' 
non presenta nulla d' importante ; ma è da rilevare la raccomandazione, che 
si contiene nel post-scriptum, che delinea la caratteristica figura del re, il 
quale, in mezzo alle non poche e gravi preoccupazioni della guerra, pensava 
di raccomandare a Garibaldi di fare custodire a Napoli le cacete ! 



VITTORIO EMANUELE A GARIBALDL 

VII. 



Teano, li 26 ottobre 1 860. 



Caro Generale, 



Ritrovato il nemico, finalmente, alle 3 sulle alture di S. Giuliano per 
andare a Sessa. Due ore e mezzo di combattimento. Respinto per Sessa 
verso il Gordiano. Molti prigionieri cacciatori, ne abbiamo contato 16 batta- 
glioni e artiglieria che tirava assai bene. Nostre perdite sono piccole; prigio- 
nieri mi assicurano esservi solo un Reggimento e un battaglione in Capua. 

Le stringo amichevolmente la mano. 

Il suo affezionatissimo 

VITTORIO EMANUELE 



' Generale Solaroli - Diario della campagna del 1860, pag. 333, in Ghiaia - « Ricordi 
di Michelangelo Castelli ». 





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Lettera di Vittorio Emanuele a Garibaldi dopo la battaglia del Volturno. (Vedi pag. 354). 



MUTUI RAPPORTI E CARTEGGIO INEDITO 357 

Questa lettera credo sia stata scritta dopo 1' incontro con Garibaldi, 
avvenuto la mattina del 26. 

Crispi nel Diano annota, che l' incontro avvenne il 27 « tra Marzaniello 
e Vairano e che il re e Garibaldi marciarono per sei miglia insieme ».' Ma 
r annotazione è indubbiamente inesatta ; la prova 1' abbiamo nella lettera seguente, 
che Re Vittorio diresse al Dittatore appunto il giorno 11 e che comincia 
così: « Mi rincresce di non averlo visto quest'oggi, le avrei stretto la mano 
ben volentieri ». 

VITTORIO EMANUELE A GARIBALDI. 

Vili. 

Teano, li 27. 
Caro Generale, 

Mi rincresce di non averlo visto guest' oggi ; le avrei stretto la mano 
ben volentieri. Domani avanzo tutte le truppe, che ho qua sul Garigliano. 
Dopo domani conto passarlo. Quest' oggi il generale Della Rocca deve essere 
giunto con una Divisione sopra Capua. So che non piace alle sue truppe di 
rimanere inattive, perciò la prego di portarle da domani verso Capua, onde 
concorrere di comune accordo col generale Della Rocca alla resa della Piazza. 

Le auguro buona fortuna. A rivederla fra breve. 

Il suo affezionatissimo 
VITTORIO EMANUELE 

P. S. - Faccia avvertire il generale Della Rocca del suo arrivo e 
s intendano insieme. 



E importante intanto, conoscere quello che sul proposito ebbe a scrivere il 
generale Della Rocca : " 

« Dopo avere percorsa la linea di faccia alle fortificazioni di Capua, mi 
parve che la prima cosa da fare fosse di recarmi dal Garibaldi e intendermi 



' Su questo argomento tanto controverso leggasi la Nota, in (ondo al Capitolo. 
' Generale Della Rocca - Loco citalo, pag. 86. 



358 VITTORIO EMANUELE 11 E GARIBALDI 

con lui. Lo trovai sul monte Sant' Angelo, dove aveva stabilito il suo osserva- 
torio. Mi disse subito come il re l' avesse informato, a Caianello, degli ordini a 
me dati ; poi dopo un breve silenzio : — Sono d'opinione, aggiunse, che per questa 
impresa, come per tutte le altre azioni di guerra sia indispensabile V unità di 
comando. Mi ero già preparato a quella obbiezione ; non pretendevo al supremo 
comando delle sue truppe ; ma ad ogni modo non potevo, non volevo stare sotto 
di lui, per quanto lo rispettassi. Gli risposi, dunque, che, avendo percorsa la 
linea d' attacco della piazza di Capua, avevo osservato le posizioni delle sue 
truppe sulle alture alla destra e in parte sullo stretto piano delle colline e mi 
ero persuaso che, occupando io la sinistra del piano, si poteva lavorare in due, 
con utilità e senza darsi noia ; insomma, essere il nostro caso uno dei pochi, 
che potevano fare eccezione alla regola generale dell' unità di comando ; e che, 
mettendoci anticipatamente d' accordo, potevamo operare ugualmente e con un 
buon esito contro la Piazza. Mi ascoltò e rimase per un po' di tempo pensoso ; 
poi mi disse; « Se non le dispiace, potremo incontrarci un'altra volta. Oggi 
tra le 4 e le 5 e le darò una risposta » . Un po' prima delle 5 ero all' ap- 
puntamento. Vi trovai il Dittatore circondato da tutti i suoi generali : il Cosenz, 
il Medici, il Sirtori etc. Mi presentò loro, dicendo come io fossi stato incaricato 
dal re di assediare Capua e ridurre la fortezza ad arrendersi, nel più breve 
tempo possibile : e siccome egli era stato sempre contrario alla divisione del 
comando, per quelle operazioni, metteva tutti sotto i miei ordini. Ma questa 
disposizione potendo essere causa d'inconvenienti, quando fosse conosciuta dai 
suoi volontari, desiderava che essi lo credessero sempre in mezzo a loro. — Prego 
il generale Della Rocca e voi tutti a mantenere il segreto, concluse. Il generale 
Sirtori, nel quale ho piena fiducia, trasmetterà ai miei gli ordini del generale 
Della Rocca, come se fossero dati da me. Io intanto mi reco a Napoli, 
dove, per la Dittatura, sono chiamato da urgenti affari, pronto però ad accorrere, 
quando la mia presenza fosse necessaria. Cosi dicendomi mi strinse la mano, 
augurandomi buona fortuna ». 

E più oltre Della Rocca scrive : « Garibaldi mi aveva lasciato il 28 a sera 
dicendomi : — Vado a Caserta, ma domani sarò a Napeli dove ho molto da fare. 
Invece il giorno 30 seppi, che egli era tuttora a Caserta e ammalato. Mentre 
si preparavano le batterie, sotto la direzione del Genio e dell' Artiglieria, montai 
a cavallo e feci una scappata per andarlo a trovare. Sempre modesto nella 
sua vita privata, non aveva voluto abitare gli appartamenti del palazzo di 
Caserta e si era ritirato in poche camerette, sopra il corpo di guardia, allo 
ingresso del cortile. Nel mettervi piede, vidi al suolo parecchi barili di polvere ; 



MUTUI RAPPORTI E CARTEGGIO INEDITO 359 

salila la scaletta ed entrato nella camera del Dittatore, mi accorsi, che il 
letto stava precisamente al di sopra di quei barili e lo avvisai, pregandolo di 
promettermi di cambiare subito stanza. Sorridendo, me lo promise ; era seduto, 
sostenuto da guanciali, avvolto nel mantello militare; aveva in testa il solilo 
berrettino, e al collo un fazzoletto di seta senza fiocco. Vedendomi entrare mi 
aveva stesa la mano, e quando senfi che ero venuto soltanto per aver notizie 
della sua salute, si dimostrò commosso e pronunciò parole di affettuoso ringra- 
ziamento. La sua soddisfazione si fece sempre più visibile, quando gli parlai 
delle mie buone relazioni con i suoi generali Cosenz e Sirtori, spiccate perso- 
nalità ed eccellenti uomini, e quando gli dissi che rimpiangevo la mancanza 
del Bixio, caduto da cavallo pochi giorni prima e trasportato a Napoli. Non 
erano complimenti le mie parole: esprimevano cose da me veramente sentite, 
e mi accorsi che Garibaldi godeva di conoscere, cheto pensavo a quel modo». 
Il generale Della Rocca ci fa inoltre sapere, come, essendo con poca 
artiglieria, scrivesse al Valfrè p)er avere qualche batteria di grosso calibro e dà 
ogni particolare sulla resa della piazza di Capua. Ma un fatto, che pur valeva 
di essere ricordato e che egli passò sotto silenzio è quello, che ci viene oggi rive- 
lato dal documento, che qui trascrivo dall'autografo diretto a Garibaldi il primo 
novembre, cioè, il giorno stesso in cui fu aperto il fuoco contro la piazza di 
Capua. 

II generale Della Rocca a Garibaldi. 

S. Maria, 1° novembre 1860, ore 8 di sera. 
Signor Generale, 

lo prevedo che la guarnigione di Capua, avendo la porta Ubera sulla sponda destra 
del Volturno, invece di arrendersi, tenterà, per la strada di Calvi e Venafro, di portarsi 
verso Isernia, Solmona e Popoli, sia per inquietare gli arrivi da quella parte, sia per 
tener la campagna ed accendere di nuovo la reazione fra quelle popolazioni. Allora 
quando mi accorgerò di questa marcia, non mancherò d'inseguire il nemico in coda, 
nel mentre che il generale Sirtori, per la strada di Cajazzo e Aiiffe, l' inseguirà di fianco. 

Però, essendo necessario che l'inimico sia arrestato di fronte, prima ch'egli possa 
internarsi sulla strada di Venafro e quella di S. Germano, io scrissi in proposito al Re, 
onde vedesse di spedire una colonna di competente forza al bivio di quelle due strade, 
cioè, nel punto in cui io ebbi il piacere d' incontrare la S. V. III. ma. 

Nel mentre che la mia lettera viaggiava alla volta di Sessa, io incontrava 
il re stesso presso S. Angelo, che si trattenne un paio d' ore col sig. generale Sirtori 
e con me. 



360 VITTORIO EMANUELE II E GARIBALDI 

Avendo messo S. M. al corrente della mia idea, risposemi che, dovendo passare 
domami il Garigliano, egli abbisognava di tutte le sue forze massime, che già aveva 
dovuto dividere in due colonne ; una per star di fronte al fiume, l' altra per girarlo 
in alto, dalla montagna. 

Io non vedo, dunque, altro modo di rimediare a sì grande inconveniente, che di 
pregare la S. V. Ill.ma di spedire a Calvi, in posizione adatta, una forte sua brigata 
con artiglieria, la quale arresti o rallenti la marcia dell' inimico, se tentasse prendere 
quella direzione, onde dar tempo al generale Sirtori ed a me di raggiungerlo. 

lo la prego adunque, di volermi ragguagliare, se questa mano\Ta le pare conve- 
niente e se, in tal caso, le di lei truppe di riserva possono darmi l'appoggio su espresso. 

lo la prego intanto, di gradire i sensi della più alta considerazione. 

GENERALE DELLA ROCCA 

P. S. - Il fuoco incominciò dalle nostre batterie alle ore 4. La piazza risponde 
molto e bene. 



* 



Nel capitolo seguente, m' intratterrò sulle discordie sorte in Napoli intorno 
al Dittatore. Garibaldi animato, come sempre, di fare il bene del paese, avendo 
visto che r assemblea sarebbe stata causa di gravi discordie, sebbene da prmcipio 
contrario, si decise per il plebiscito, che fu votato il 21 ottobre. 

Documento conosciuto è sul proposito, la nobilissima lettera, che per mezzo 
del garibaldino Nullo, egli mandò al re, il 29 ottobre, e con la quale gli 
rimetteva « il potere su dieci milioni d'Italiani ». La lettera fu scritta dal 
Crispi ed essa è stata riprodotta nel volume pubblicato recentemente sul grande 
patriota siciliano. Ma, se da quella pubblicazione si rileva che Crispi fu nel 1 860 
r estensore dei decreti e di alcune lettere del Dittatore, questi però, non masi- 
cava mai di rileggerli e di correggerli. 

Nel mio Archivio esiste un' altra minuta della citata lettera, scritta pure 
di mano del Crispi, e che certamente rappresenta il testo definitivo di quella 
spedita al re. Ebbene, in essa non si nota che una sola correzione fatta di 
pugno di Garibaldi ; ma che basta a dare l' impronta della sua grande anima. 

Crispi aveva scritto : « Voi troverete in queste contrade un popolo docile 
quanto intelligente, amico dell' ordine, quanto desideroso di libertà, pronto ai 
maggiori sacrifizi, qualora gli sieno richiesti nelV interesse della patria e di un 
Governo nazionale. Nei sei mesi, che io ne ho tenuta la suprema direzione, 



^^^^^"^Ss^N 




V 





^ 



MUTUI RAPPORTI E CARTEGGIO INEDITO 361 

non ebbi che lodarmi dell' indole e del buon volere di questo popolo, che ho 
la fortuna di rendere all'Italia, dalla quale i nostri tiranni l'avevano disgiunta >». 
Ebbene ! come si vede dal facsimile, che ne dò, Garibaldi corresse questo ultimo 
periodo così : « . . .di questo popolo, che io ed i miei prodi compagni, 
abbiamo avuto la fortuna di rendere all' Italia ». 

Ed il re, per mezzo dello stesso Nullo, rispondeva con la seguente 
bellissima lettera inedita. 

VITTORIO EMANUELE A GARIBALDI. 

IX. 

Sessa, li 3 1 ottobre 1 860. 
Caro Generale, 

La sua lettera del 29 ottobre, da Caserta, è degna di lei, della sua virtù 
e del suo amore all'Italia. L'accolgo con quelli stessi sentimenti, che l'hanno 
dettata. Appena io potrò legalmente, per la pubblicazione del risultato del 
plebiscito, assumere il Governo, provoederò sui due argomenti dei quali ella, a 
ragione, si preoccupa. Senza stabilire ora le forme precise dei decreti, ella, caro 
Generale, non può dubitare della mia giustizia ed equità, riconoscente verso 
tutti quelli che hanno cooperato, col consiglio e colle armi, al trionfo della 
causa nazionale per la quale soltanto, e non per personale ambizione, ho 
combattuto e combatto. 

Lei, signor Generale, conosce il mio animo, come io conosco il suo ; 
e quindi non credo di aver bisogno di abbondare in parole per ripeterle i senti- 
menti coi quali le stringo la mano. 

Il suo affezionalissimo 

VITTORIO EMANUELE 

Il 7 novembre Vittorio Emanuele entrava nella bella e libera Partenope. 
Garibaldi gli sedeva alla sinistra, vestito in camicia rossa, col solito fazzo- 
letto sulle spalle. Dopo essere andati insieme alla cattedrale, il re si recò al 
Palazzo e cominciò a ricevere le autorità. « Nella sala del trono — scrive 
uno dei suoi Aiutanti di campo, il generale Solaroli, con un accento d* inop- 
portuna ironia — Garibaldi si era ritirato in un angolo , propriamente vicino 
alla porta di uscita ; era là in mezzo alla sua Corte. Non so, se credesse che le 



362 VITTORIO EMANUELE II E GARIBALDI 



deputazioni volessero anche presentarsi a lui; ma, vedendo che l'usciere indicava 
a tutti la porta per andarsene, gli montò un poco la bizza, prese il cappello, 
se lo mise in testa e se lo tenne, finche un ufficiale di servizio gli fece cenno ». 

Crispi nel Diario, a proposito di questo episodio, scrive : « Garibaldi stava 
in disparte, col cappello in testa. Un cortigiano se ne meraviglia; Breda 
risponde : — / grandi di Spagna avevano diritto di stare col cappello in testa 
dinanzi ai re, Garibaldi essere il Grande d' Italia ; può anche di più » . 

•« Finita r udienza — continua il generale Solaroli — il re congedò anche 
Garibaldi, dicendogli che lo aspettava alle 5, perchè voleva parlargli. All'ora 
indicata, Garibaldi tornò dal re e vi rimase più di un' ora. Uscendo, mi prese 
la mano e mi disse : — Addio, caro Generale. — Gli domandai se partiva, mi 
rispose : — Questa sera no, ma domani nella notte. — Più tardi poi seppimo, 
che sarebbe rimasto, se gli davano il comando civile e militare della Sicilia ».' 

La stessa sera, Garibaldi riceveva la seguente lettera, 1' ultima scrittagli 
da Vittorio Emanuele durante la gloriosa campagna del '60. 

VITTORIO EMANUELE A GARIBALDI. 



Mro Kjenera 



le. 



Napoli, li 7 novembre 1860. 



Essendo io in Napoli con pieni poteri , governerò sia militarmente , che 
civilmente. Quando io onderò via di qua, il Governo piglierà quella forma e 
quel carattere, che è conseguenza necessaria delle leggi fondamentali della 
mia Monarchia. Quindi Ella capirà, che non posso concentrare in Lei poteri, 
che costituzionalmente vanno divisi. 

Risoluto io, come Ella sa, a fare per V armata che Ella ha cos\ glo- 
riosamente comandata, ed anche per quelli che lo hanno onoratamente coadiu- 
vato nel civile, tutto ciò che è doveroso verso i benemeriti della patria, io spero 
che Ella, caro Generale, vorrà riconoscere la giustezza delle mie osservazioni. 

Io conto pur sempre sopra di Lei per V avvenire, come Ella può contare 

sulla mia sincera amicizia. 

Il suo affezionatissimo 

VITTORIO EMANUELE 



^ Generale Solaroli - Loco citato, paig. 344 e seg. 



MUTUI RAPPORTI E CARTEGGIO INEDITO 363 

Se, nel '61, per il modo come fu trattato l'esercito dei volontari e nel '62, 
per il fatto di Aspromonte, Garibaldi ebbe giustificati impeti di sdegno, la sua 
devozione per Vittorio Emanuele non venne mai meno ; egli parlò, in ogni 
occasione, al Sovrano con quella franchezza, che il supremo interesse della patria 
richiedeva. 1 documenti inediti, che qui trascrivo dagli originali, lo provano. 

Nel '64 Vittorio Emanuele meditava una spedizione nella Gallizia e cospi- 
rava con Mazzini e Garibaldi. A tale scopo, egli aveva inviato al Generale, che 
in queir epoca trovavasi a Londra, un tale signor Porcelli per indurlo a capi- 
tanare r impresa. Ritornato dall' Inghilterra, Garibaldi stette per qualche tempo 
ad Ischia, dove si ebbe un' altra visita dell* inviato del re. Ma durante la 
permanenza nel Napoletano, il Generale aveva potuto constatare il disordine 
e la corruzione che tuttora vi regnavano, e ritenendo, in quel momento, la 
sua persona di maggior profitto in patria che in una spedizione all'estero, aveva 
finito per rinunziare alla proposta del re, rinnovandogli, sembra, il desiderio espresso 
nel novembre del '60, di restare nel Mezzogiorno come suo Luogotenente. 

L' importante documento, che trascrivo dall' autografo di Garibaldi è la 
risposta, in forma di promemoria, che il Porcelli avrebbe dovuto portare a Vittorio 
Emanuele ; se non che le insistenze dell' inviato del re furono tali, che riuscirono a 
persuadere il Generale ad acconsentire all' impresa. Quel foglio rimase perciò fra 
le sue carte e rivela oggi il retroscena di un momento storico poco conosciuto. 



Garibaldi a Vittorio Emanuele (Da un promemoria autografo scritto sulla fine 
di maggio 1864). 

Dite: 

« Ch' io sono disposto ad andare dove mi manda, ma credo un altro potrebbe 
capitanare l' impresa, mentre io potrei essere più utile qui. 

« Lo stato dell' Italia meridionale è il seguente : 

« Qui il Governo è più odiato di quello del Borbone e gli amici suoi sono gente 
interessata, che lo tradiranno all' uopo e fuggiranno, come fecero gli amici dell' altro. 
Qui vi sono tali elementi di malcontento da spaventare, ed il giorno in cui il nostro 
esercito sarà occupato sul Mincio, vi sarà nel centro e nel mezzogiorno d' Italia un 
cataclisma di reazione, come mai si vide. 

« Qui piomberanno tutti i retrogradi del mondo e pensate con che potenza ; soste- 
nuti dal clero mondiale, da quasi tutte le aristocrazie, da tutti i detronati e dalla Santa 
Alleanza. 

« Che mi lasci nel mezzogiorno, che mi dia i poteri che vuole, che in 
sostanza mi lasci fare. Egli ormai non deve temere, che io mi faccia Re 
di Napoli, né eh' io voglia proclamare la Repubblica. 



364 VITTORIO EMANUELE II E C^RIBALDI 



e Organizzeremo qui duecento mila uomini, che saranno suoi, come V esercito 
regolare ; spero potremo sedare la reazione ed egli potrà disporre di tutto il suo esercito 
regolare ». 

Il Porcelli, ritornato a Torino, ebbe un abboccamento col re, il quale, a 
qucJunque costo, voleva fare la spedizione ed il Trecchi ne avvertiva il Generale ; 
che appena ritornato a Caprera, riceveva dal Porcelli la lettera seguente : 

A. S. Porcelli a Garibaldi. 

Torino, 2 giugno 1864. 

N. 10, via della Zecca. 

Mio illustre Generale, 

Giunto oggi alle 2 pom. ho subito parlato, e combinato quasi completa- 
mente. Però, siccome desidero fare tutto per bene, avrò un nuovo abboccamento, che 
sarà concludente. E.ssendomi perciò impossibile il ripartire domani, io mi fò un dovere 
di sasicurare V . S., che partirò da Genova per costà col vapore di venerdì prossimo 
10 corrente. 

Mio Generale ! Per 1' amore che noi portiamo alla nostra povera patria, io scon- 
giuro V. S. di non ascoltare i consigli di nessuno e non prendere veruna determinazione, 
pria della mia venuta a Caprera, perchè credo fermeimente che otterremo tutto ciò che 
ci occorre. 

Intanto mi creda 

suo det.mo subordinato e leale amico 

A. S. PORCELLI 

Ciò malgrado, la spedizione non ebbe piìi luogo e sembra per indelica- 
tezze e rivelazioni fatte, che scoprirono la persona del re. Non eran pochi, del 
resto, coloro che si erano mostrati grandemente preoccupati deD* allontanamento 
di Garibaldi dall' Italia. 

Sul proposito, sono del maissimo interesse le due seguenti misteriose lettere, 
scritte in quei giorni dal Guerrazzi. 

Guerreizzi a Garibaldi. 

Livorno, 26 giugno 1864. 
Garibaldi, 

Chi io mi sia, sapete ; non appartengo a sette ed il cervello non ho dato a nolo. 
Molto vi amo per voi ; pili molto pel bene, che avete fatto per la hbertà e per 
la patria ; piìi molto ancora per quello, che si spera da voL 



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Lellera di Vittorio Emanuele a Garibaldi 
direttagli probabilmente il 25 ottobre, da Presenzano. (Vedi pag. 356). 

















Lettera di Vittorio Emanuele a Garibaldi 
direttagli dopo l' incontro a Teano. (Vedi pag. 356). 











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Lettera di Vittorio Emanuele a Garibaldi. 
Lo prega di portarsi verso Capua e d'intendersi col generale Della Rocca. (Vedi pag. 337). 



MUTUI RAPPORTI E CARTEGGIO INEDITO 365 

Dopo CIÒ, badate .... 

Procedete con la barba sabre el hombro. ' 

Io so, che vi si tendono insidie. 

Non assicuratevi col dire : gì' idi di marzo sono venuti. — Ricordatevi della risposta : 
S), ma non passali. 

Errare la prima volta è da uomo, la seconda no. Addio ; vi assista il genio 
della libertà. 

Affezionatissimo vostro 
GUERRAZZI 



Livorno, 9 luglio 1864. 

Villa Torretta. 



Cittadino e amico della patria e mio. 



Vi scrissi giorni sono. 

Sto fuori della melma delle fazioni, e del Governo ; ma vigilo per la patria 
e per voi. 

So molto, se non tutto, che saria presunzione, almeno per accertarvi, 
che si trama contro di voi. 

Voi uso a perigliarvi nei campi ; ma né ancor a me trema il cuore nel petto ; e 
quando dico : badate, io non accenno a Volgare pericolo. 

Ne la sola vita, bensì la fama vi s' insìdia. Ricordate Carlo XII, Bender, 
e la turpe battaglia sotto il letto. 

Per amore dell' Italia, per amore della vostra fama, non partite ! 

Avete bisogno di consigli. Possibile non istimiate alcuno in Italia, degno di essere 
consultato da voi? 

Di più non dico, che se le parole possono bastare, queste basteranno : se no, altro 
a me non rimane che maledire il fato. 

Generale, cittadino, amico, fratello, e se ci hanno nomi più cari io vorrei adoperarli ; 
lasciate persuadervi. 

Le vostre ossa sono sacre alla vostra terra. 

Voi non potete, voi non dovete morire come un gregario colto nello 
agguato. 

Ho detto. 

E se vorrete calmare la tremenda ansietà in cui vivo, telegrafate : ho capito. Tanto 

mi basterà per comprendere che, o deponeste il pensiero di cimentarvi in fortune insidiose, 

o almeno volete dare luogo a piìt meditati consigli. 

Addio. 

Vostro amico 

GUERRAZZI 



State 



in guardia ». 



366 VITTORIO EMANUELE li E GARIBALDI 

Garibaldi, non dovette dare molto peso a queste lettere. Egli non era uomo 
da lasciarsi smuovere da una determinazione presa, per argomenti di simile 
natura ; non era la prima volta, che lo avvertivano che si voleva attentare alla 
sua vita. Ma è certo, che il contenuto delle lettere direttegli in quella epoca dcd 
Guerrazzi illuminano di nuova luce un periodo storico, sul quale ben poco si 
conosceva. Con le vicende di quel tempo ha pure rapporto la seguente lettera 
di Antonio Mordini, che trovo nel mio Archivio. 

Antonio Mordini a Garibaldi. 

Torino, 9 giugno 1864. 
Mio Generale, 

Nei documenti che le presenterà Benedetto Cairoli sta, per così dire, la relazione, 
che io dovei farle, circa l' incarico che ella si compiacque affidarmi. 

Ho sempre creduto inutile il negoziare col Ministero, per la di lei partecipazione 
ad una possibile insurrezione ungherese, ad un possibile moto dei popoli della valle 
Danubiana. Ancorché ella si tenga oggi di fronte a tali quistioni e tali eventualità in 
una passiva aspettazione, basterà poi che si presenti in quei paesi, quando è imminente lo 
scoppio, per trascinare dietro di se le masse entusiasmate. Per le opercizioni, che possono 
diventare necessarie colà, tutta la sua forza risiede nell' immenso prestigio del suo nome, 
nell'affetto universale dei popoU per la sua persona. Le trattative col Ministero non possono 
aggiungerle forza alcuna. Bastano le informazioni, che vengono di là e la buona intelli- 
genza con gli uomini, che in quelle località si sono dedicati al lavoro della preparazione. 

Spiegato così alla meglio il mio concetto. Ella comprenderà, come io reputassi 
le trattative col Ministero buone solamente pel caso di una guerra fra /' Italia e 
l'Austria, verificandosi la quale potrebbe il Governo darci i mezzi, che noi disgrazia- 
tamente non abbiamo. E però io tenni fermo sempre, che il Ministero per una even- 
tualità stratta si obbligasse a darle prima il comando della flotta per distrug- 
gere quella austriaca e rendersi padrone dell'Adriatico, e ciò ottenuto, mettere 
a sua disposizione un corpo d'esercito regolare, con quanti volontari vorrebbero aggiun- 
gersi, per operare uno sbarco sopra un punto dell'Adriatico da destinare, e portare la 
guerra alle spalle del nemico in paesi, dove troveremo poderoso sussidio in una insur- 
rezione Slavo-Magiara. 

Peraltro, neppure su questo terreno io voleva intavolare trattative, se il Ministero 
non consentiva prima ad alcune condizioni, fra le quali principale era : l'amnistia pei 
condannali d'Aspromonte. 

Il Ministero non accettò le mie proposte ed io non potei consentire a progetti, che 
mi sembravano poco seri. 

Sebbene io abbia fin qui parlato in mio nome solamente, debbo dichiarare che 
Benedetto Cairoli fu sempre d' accordo con me ed io con lui ; ed anzi considero 
come una vera fortuna di averlo avuto a compagno in un così delicato aSaxe. 



MUTUI RAPPORTI E CARTEGGIO INEDITO 367 

Finche il generale Klapka fu qua io non vidi alcun Ministro. Ne avevo visto 
uno precedentemente, ma senza entrare in particolari ; Benedetto Cairoii dirà il nome, 
come gli dirà pure gli abboccamenti, eh' io ebbi dopo la partenza del Generale sud- 
detto e in quali termini stanno le cose. 

Rimanendo sempre dentro lo stesso ordine d' idee esposte nella presente, quanto 
a una guerra possibile fra 1' Italia e l' Austria^ e quanto ai mezzi che il Ministero 
dovrebbe mettere allora a di lei disposizione, io, se invitato, non mi rifiuterò a nuovi 
abboccamenti, fintantoché al ritorno da Caprera Benedetto porti gli ordini suoi. 

10 non credo ad alcuna prossima insurrezione nel Veneto. Non credo, che siamo 
preparali a Roma. E credo poco ad una insurrezione in Ungheria, punto ad una 
levata d' armi in Gallizia. Tanto meglio se gli amici ed io e' inganniamo in questo 
modo di vedere. 

Alla sua saviezza il decidere, se sia utile o no che Missori vada nei Principati. 
Io mi permetto dire, che da questo viaggio può venire del bene , del male no. Se 
non altro, avremo relazioni esatte su quei paesi dopo il corpo di Stato di Couza. 

11 quale è un Vero furfante, capace d' ogni mala azione e soggetto al Governo 
francese. Ciò dobbiamo ricordare, pel caso che a lei si faccia il progetto di 
andare colà. 

Nella speranza di poterla presto riverire, le riconfermo i sensi della mia devo- 
zione illimitata. 

Suo subordinato 

ANTONIO MORDINI 



Lo scritto che segue, che trovo fra le mie carte, sembra essere la risposta 
di Garibaldi alla lettera di sopra trascritta. 

Garibaldi a Mordini. 

Assicurare il Re e il Governo, se ce lo chiedono : 

Che volendo fare la guerra per la completa emancipazione dell' Italia e dei popoli, 
che com* essa bramano di emanciparsi , noi saremo con loro ed agiremo sul 
punto che loro troveranno a proposito. 



* * 



Ma un' altra pagina di storia non conosciuta, che prova come 1' attacca- 
mento di Garibaldi per Vittorio Emanuele non fosse mai servile e come egli 
manifestò, in ogni occasione, con franchezza il suo pensiero al Sovrano è la 



368 VITTORIO EMANUELE II E GARIBALDI 

importante lettera inedita, diretta nel 1 867 da Enrico Albanese al Generale, dopo 
un colloquio avuto col re. 

Enrico Albanese, garibaldino senza macchia e senza paura , alleviatore 
dei dolori del duce dopo la ferita di Aspromonte, fu più volte latore, presso 
Sua Maestà, di alcuni misteriosi pezzetti di carta, sui quali Garibaldi mani- 
festava al re le sue idee, senza frasi cortigiane ; e Vittorio Emanuele ebbe in 
grande estimazione 1' ambasciatore garibaldino per il suo franco parlare. 

Lo scritto porta la data del 21 dicembre 1867, cioè, dopo la battaglia 
di Mentana, il drammatico arresto di Garibaldi a Figline, la prigionia al Vari- 
gnano e il ritorno condizionato a Caprera. Le sconfitte di Lissa e di Custoza, 
la cessione della Venezia, nel '66, e la disfatta di Mentana per 1' intervento 
delle armi francesi nel '67, avevano esulcerato l'anima di Garibaldi. « L' Italia 
è disonorata », egli scriveva al re, e questi, dopo avere bene riflettuto, esclamava : 
« Sì, è vero; bisogna armarsi e concentrare il tutto del paese a 
vendicarci. Ho sete di vendetta ; è troppo ! Dal 1859 a questa 



» • 



parte ce n e troppo! » 

Il colloquio dell'Albanese con Vittorio Emanuele, riferito a Garibaldi colle 
stesse parole dette ed udite, è, in alcuni punti, così vivace, per la parte presavi 
dall'Albanese, che potrebbe forse parere millanteria a chi non conobbe il 
carattere fiero di questo figlio della Sicilia. Ma era appunto questa qualità del 
carattere dell'Albanese, che mduceva Garibaldi a servirsi di lui per missioni 
così importanti ; e certo la sua nobile franchezza di parlare gli procurò la stima 
del re cavalleresco. 



Enrico Albanese a Garibaldi. 

Firenze, 21 dicembre 1867. 
Carissimo Generale, 

Non torno in Caprera, perchè non è di bisogno che io venga, e perchè brutte 
notizie di Emilia mi obbligano ad andare subito a Palermo. 

Le trascrioo intanto, per di lei regola, il discorso avuto con la nota persona, notando 
le stesse frasi dette ed udite. 

Appena fui ricevuto, mi domandò, se Ella era sempre suo amico. Risposi: «-Amore 
di amor si paga », e dopo una fucilata e tre arresti, V amicizia era una cosa un po' 
incerta, se non impossibile ; pure, siccome il Generale non ha mai fatto nulla di vera- 
mente personale contro Vostra Maestà, né contro la monarchia ; ma ha sempre lavorato 
pel bene del paese, così, se si doveva fare qualche cosa per 1' Italia era sempre pronto 
e si metteva a disposizione, colla speranza che questa volta le cose sarebbero andate bene. 



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Brano delia lettera scritta di mano di Crispi, il 29 ottobre, con correzione di Garibaldi. 

(Vedi pag. 361). 



MUTUI RAPPORTI E CARTEGGIO INEDITO 369 

Mi chiese, se avevo nessuna lettera per lui. Risposi : « No, ho semplicemente un 
pezzo di carta per mia norma, che, senza essere indiscreto, presento » ; e gli presentai 
quel pezzo di carta, dove Ella aveva notato quelle parole. Lo lesse; si meravigliò 
che non era firmato. — S), gli dissi, non è firmato, perchè il Generale non vuole natu- 
ralmente trattare con vera fiducia — nemmeno per mio mezzo — dopo tutte le belle 
promesse del 1866, svanite colla nostra gita nel Tiralo. Vostra Maestà ricorderà bene 
che cosa io fui incaricato di dire al Generale : di spedizioni in Dalmazia, di aiuti della 
divisione Bixio etc...., e poi il risultato fu così poco soddisfacente e tanto opposto alle 
idee stabilite, che il Generale ha finito forse per dubitare anche di me. 

Egli m' interruppe, dicendomi : « che era stato La Marmora ed i suoi 
compagni, che si erano opposti vivamente ai suoi disegni; che in quanto a 
lui fece ogni sforzo per riuscire e per mantenere quanto aveva promesso, 
ma invano ». « Ciò che non toglie, gli soggiunsi io, che possa accadere lo stesso 
ora e sempre. Allora fu La Marmora, oggi sarà Menabrea o Gualterio ', 

« No, mi soggiunse, non accadrà più ; ma è bene mettersi d' accordo » . 

* Io vorrei, disse egli, che il Generale mi prometta, che non farà nulla senza avvi- 
sarmi ; come io prometto, dal canto mio, di avvisar lui, appena qualche cosa si potrà fare » 

Leggendo le di lei parole disse: « Adagio, disonorata l' Italia non lo è*. 

lo gli feci riflettere, che era veramente disonorata per la perdita di Lissa e di 
Custoza, per la vergognosa cessione della Venezia e per il nuovo intervento francese 
a Roma. 

Sì, mi aggiunse, è vero : bisogna armarsi e concentrare il tutto del paese a ven- 
dicarci. Ho sete di vendetta; è troppo! Dal 1859 a questa parte ce n è troppo! 

Spero, soggiunse, che in questa primavera sorgeranno delle occasioni e che 
saremo in grado di fare qualche cosa. Noi ci armiamo; per marzo avremo, sicuro, 
quarantamila fucili ad ago. Il resto verrà dopo ; ma con ago o senza ago, faremo il 
nostro dovere, lo lo assicurai che, se si metteva su questa via, il di lei appoggio 
non gli sarebbe mai mancato, come non gli mancherebbe mai quello del paese. E 
badi, gli aggiunsi francamente: « è bene che ormai Vostra Maestà faccia qualche cosa 
di serio, perchè il paese chiama paura quello che a Vostra Maestà sembra prudenza 
ed il popolo non vede le parecchie umiliazioni di buon occhio. Il contegno del Governo 
è stato codardo. Vostra Maestà, volendo, potrebbe, ancora in tempo, lavare le vergogne 
nostre ». Mi disse, « se mai. Ella sarebbe disposta per un' impresa lontana, ma di sicura 
e bella riuscita? » Risposi, che credevo di no. « // Generale farà in Italia quello che si 
deve fare; volontà di allontanarsi dall' Italia non ne ha alcuna ». 

Promisi, che Ella avrebbe aspettato fino a marzo, senza lasciare l' isola ; che fino 
a marzo e' erano ancora tre mesi, e che in tre mesi potevano farsi miracoli. 

Non tanti, mi soggiunse. Se armiamo con gran fretta, e intimeranno il disarmo 
e bisogna andar cauti e piano ; ma, infine , faremo. Gli dissi ancora , che per lei 
era indifferente avere un Comando nell' armata regolare o dei volontari ; che avrebbe 
preferito il comando dei bersaglieri. « Va bene, mi replicò, vi farò chiamare a Palermo, 
se avrò bisogno del Generale ; e forse non sarà lontana l' epoca » . 

CURÀTULO 24 



370 VITTORIO EMANUELE II E GARIBALDI 

Così ci lasciammo. 

Questo discorso è genuino; io prego Lei di conservarlo. E stato scritto immedia- 
tamente dopo che lo lasciai. 

Spero che Ella sarà contenta del mio contegno. Ho voluto scriverle tutto, perchè 
possa in avvenire servirle questo scritto ; lo conservi per ora. 

Suo sempre da figlio 
E. ALBANESE 

N. B. - Soggiungo, che domandalo, se Ella era in intime relazioni con 
Mazzini e se era vero che Ella volesse in Roma proclamare la Repubblica, 
risposi: « Solite storie di gente che vuole darle a bere a V. M. Questo solo 
so e posso dirle, anche a nome del Generale : che Mazzini e Repubblica vengono dopo 
dell' Italia ; che l' Italia è in cima dei pensieri suoi; che non ebbe mai intenzione di 
fare questioni di partito della questione nazionale; la sua vita ne è una splendida e 
luminosa prova. Che ai Repubblicani, i quali più volte l'hanno rimproverato, dicen- 
dogli: « la Monarchia ci paga con l' ingratitudine », ha risposto sempre nella serenità 
della sua coscienza : « Io non ho servito mai la Monarchia, ne gì' interessi 
di Casa Savoia; ho servito il mio paese e lo servirò sempre ugualmente, 
rispettando la volontà della maggioranza. Se sono stato sulla strada della 
Monarchia, vuol dire che quello era il cammino dei patrioti italiani, e fu 
così che si compirono grandi cose. Io non farò mai questioni di forma! > 

Ho fatto bene? 

* * 

In quei giorni la voce autorevole di un altro patriota era venuta ad 
ammonire il re sulla gravità della situazione : era la voce del martire dello Spielberg, 
di Giorgio Pallavicino. Un giorno avanti, il 26 dicembre del '67, questi aveva 
inviato a Vittorio Emanuele la seguente importantissima lettera, che Anna Palla- 
vicino, fedele amica di Garibaldi, comunicava al Generale, in Caprera. La riporto 
dall' originale scritto dalla mano della nobile donna. 

Giorgio Pallavicino a Vittorio Emanuele. 

Pegli, 26 dicembre 1867. 
Sire. 

Nella « Storia di Francia » del Michelet, io leggo queste parole : « La situation 
avait fori empirie depuis Rosbarch. Un Condé battu, reculant jusqu au Rhin. Les 
Anglais déscéndant en France et démolissant Chérbourg, brùlant en sécurité cent vaisseux 
devant Saint- Malo. Cinq cent millions de dépense, trois cent millions de recette. Un 
déficit annuel de deux cent millions ». 



MUTUI RAPPORTI E CARTEGGIO INEDITO 371 

_^ _ 

Questo era lo stato della Francia nel 1758. La malattia era grave, era cronica: 
il rimedio fu terribile: ma il terribile rimedio, rovesciando la Monarchia, salvò la Nazione. 
L' Ottantanove salvò la Francia ! 

Tolgano i fati, che il vecchio patriota del '21 abbia ad essere testimonio 
di un Ottantanove Italiano! 

Oggi le condizioni d' Italia hanno molta somiglianza con quelle, che ci vengono 
descritte dallo storico francese. Abbiamo Cusloza, abbiamo Lissa, abbiamo V invasione 
straniera. II deficit cresce di giorno in giorno, e lo spettro del fallimento minaccia le 
nostre finanze. 

Sire ! 

In tale stato di cose, un uomo onesto deve dire la verità; tutta la 
verità. Allontanate da Voi i Menabrea, i La Marmora, i Ricasoli, i Minghetti, 
i Peruzzi, i Rattazzi ; sono peste d' Italia. Staccatevi dalla Francia, acco- 
statevi alla Prussia. Se non vi sentite il coraggio di spezzare i vincoli, che 
vi legano a Napoleone III, ed iniziare una nuova politica, la politica che 
vi fu imposta dalla Nazione coi suoi plebisciti, siete perduto ed è perduta 
la Dinastia. 

Avete già il caos nel vostro governo: dopo il caos, lo sfacelo. 

La logica è inesorabile. 

// Vostro suddito 

Senatore del Regno 
GIORGIO PALLAVICINO 

Questo era il linguaggio che parlavano al re coloro che, per 1' indipendenza 
e per 1' unità della patria, avevano sofferto torture, carcere ed esilio. 



NOTA 

(a pa». 357) 



A proposito dell'incontro 
di Vittorio Emanuele con Garibaldi nel 1860. 

Nessuno ignora le lunghe polemiche sorte per stabilire il luogo preciso, dove, 
nel 1 860, avvenne Io storico incontro fra re Vittorio e Garibaldi. L'egregio capi- 
tano Del Bono, dell' Ufficio storico dello Stato Maggiore, ha trattato l' argomento. 

Il dibattito però, non riguardava soltanto il luogo, dove 1' incontro era avve- 
nuto, ma le parole che i due personaggi si erano scambiate in quel solenne 
momento. Ciascuno raccontò 1' episodio a modo suo ed anche in questa 
occasione i testimoni oculari ed auricolari non fecero difetto. 



372 VITTORIO EMANUELE li E GARIBALDI 

Mi sembra opportuno porre fine alla controversia con la parola stessa di 
Garibaldi. 

Nel 1 882 il Circolo Universitario di Bologna commemorava, con una serie 
di scritti di eminenti uomini politici, la morte di Vittorio Emanuele. In quella 
occasione fu invitato a colloborare anche il prof. Quirico Filopanti, amicissimo di 
Garibaldi ed al quale egli scrisse la seguente lettera, che riproduco da un raro 
opuscolo di queir epoca. 

Bologna, 13 ottobre 1881. 
Caro Generale, 

Gli studenti che compongono il Circolo Universitario di Bologna hanno diramata, 
a me e ad altri, una circolare, colla quale chiedono qualche scritto da pubblicarsi nella 
ricorrenza dell' infausto anniversario della morte di Vittorio Emanuele. Una copia pure 
ne inviano a voi. Non ignari però dell' alta importanza, che aver potrebbe per essi e 
pel pubblico uno scritto, ancorché fosse brevissimo, dettato per questa occasione, deside- 
rano che io ve ne porga, come fo, in mio e loro nome, una speciale e calda preghiera. 

Nel giorno 9 febbraio 1849, tanto voi come io, votammo il decreto fondamentale 
della Repubblica Romana. Nondimeno la vostra abdicazione, nel 1860, alla dittatura 
dell' Italia meridionale da voi liberata, e la convocazione del plebiscito che la consegnò 
al governo costituzionale del re Vittorio Emanuele, lungi dall' essere una deroga, fu 
una conferma dei vostri gloriosi antecedenti, un leale e magnanimo omaggio alla volontà 
della nazione, al supremo bisogno della sua politica unità. 

Non esistono soltanto delle leggende antiche, ma ancora delle contemporanee. Voi 
e Vittorio Emanuele siete già due figure leggendarie. Una delle leggende, che vi riguar- 
dano, narra cos) il Vostro abboccamento con Vittorio Emanuele dopo la battaglia del 
Volturno : stando ambedue a cavallo. Voi gli diceste : « Salute a voi, re d' Italia » 
ed egli, stringendovi la mano, rispose : « Salute a voi, il migliore dei miei amici » . 

Le leggende, siano vetuste o moderne, sono per lo piìi inesatte nella forma, tuttavia 
veridiche nella sostanza. Sono certo che questa pure, nel fondo, è verissima. Volete 
voi dirci, o Generale, con precisione di circostanze, come il fatto, indubitatamente memo- 
rabile, avvenne ? 

Questi bravi giovani e con essi il pubblico contemporaneo, e la storia, ve ne saranno 

riconoscenti. 

// vostro 

FILOPANTI 



A questa lettera Garibaldi rispose : 

G. Garibaldi 
All' illustre professore Filopanti 

Roma. 
E vero. E vero. 



Maddalena, 21 dicembre 1881. 








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Lettera di Vittorio Emanuele a Garibaldi 
in risposta a quella del Dittatore con cui gli rimetteva il potere su dieci milioni di Italiani. (Vedi pag. 361). 












Ultima lettera scritta da Vittorio Emanuele a Garibaldi nel 1860. 

(Vedi pag. 362). 



CAPITOLO XV. 



LA BATTAGLIA DEL VOLTURNO ED IL PLEBISCITO. 
L'EROE DIVENTA AGRICOLTORE. 



La battaglia del 1" ottobre del Volturno e quella di Caserta Vecchia, 
avvenuta il giorno seguente, chiudono la gloriosa epopea del 1 860. 

Dall' autografo inedito del generale Menotti Garibaldi, prode figlio dell' eroe 
e che combattè con bravura a fianco del Padre, apprendiamo importanti partico- 
lari su quelle due memorabili battaglie. Trascrivo lo storico documento, ripro- 
ducendo in facsimili i picini d* attacco e la disposizione delle truppe, disegnati 
dalla mano stessa del generale Menotti. 

Menotti Garibaldi descrive la battaglia del Volturno. 

POSIZIONI DELLE TRUPPE DI DIFESA E DELLE TRUPPE DI ATTACCO. 

Mio Padre, per condizioni di cose e per disposizione del terreno, fu obbligato a 
distaccare le sue truppe nel modo che dirò più sotto ; e ciò perchè non era possibile 
difendere Napoli con un corpo di volontari, addossandoli alla città e dove sarebbe stato 
difficile ottenere quella con.pattezza, che occorreva per tenere fronte ad un esercito di 
circa 45 mila uomini con appena 20 mila. 

Nella pianura tra Napoli e Maddaloni e Caserta la cosa era anche più difficile; 
perciò era necessario occupare le alture, che, arrivando fino al Volturno, vanno a finire 
a S. Angelo, a S. Maria, la valle di Ducenta, fino a Maddaloni; ciò rendeva possibile 
ai diversi corpi di appoggiarsi a vicenda, tanto se il nemico avesse attaccato, sortendo da 
Capua o venendo da Caianno dopo avere passato il Volturno, o se avesse anche attaccato 
simultaneamente ; ciò che, in fatto, fece. E così venne disposto : il corpo di Milbitz 
occupava S. Maria, con alcune compagnie a S. Tommaso ; la divisione Medici occu- 
pava S. Angelo e per rendere più forte la posizione si era costruito un fortino dinanzi 



374 LA BATTAGUA DEL VOLTURNO ED IL PLEBISCITO 

a Capua, munito di alcuni pezzi di artiglieria. Medici occupava S. Angelo ed aveva 
la sua destra sulla strada verso S. Maria e la sua sinistra fino al bosco di S. Vito, 
dove sorvegliava anche il passo di Formicola. 

La brigata Sacchi a S. Leucio, col battaglione Bronzetti a Castel Morone con 
r incarico di sorvegliare la strada, che viene dalla scaffa di Zimatola. La divisione Tiirr 
a Caserta, come riserva ; e la divisione Bixio, col suo quartiere generale a Villa Gualtieri, 
a cavaliere delle alture, che difendono la strada di Ducenta per Maddaloni e la strada 
che conduce a Caserta. 

L' effettivo di queste truppe poteva ammontare a circa 20 mila uomini e non più, 
e con queste bisognava accettare battaglia campale contro un nemico, che aveva sulla 
nostra fronte più di 40 mila uomini ; ma nell' attacco non ne portò che 33 mila nel 
seguente modo ; una colonna, che sortendo da Capua, comandata dal generale Alan 
de Rivera, forte di più di 20 mila uomini, attaccò le nostre posizioni di S. Angelo e 
S. Maria con una punta verso S. Tamaro ; una seconda colonna di attacco, comandata 
dal colonnello Perrone, che passando la scafia di Zimatola, forte di 5 mila uomini, 
attaccò la posizione occupata da Bronzetti a Castel Morone ed una terza colonna, 
comandata dal generale De Mechel, forte di 8 mila uomini, che passando sotto Ducenta 
attaccò, pei ponti della Valle, la divisione Bixio. 

Ed ora mi si permetta un' osservaizione a chi critica il modo d' attacco del gene- 
rale borbonico. Io credo che, ben ponderato lo stato dei due eserciti, fu il migliore 
sistema di attacco, e mi spiego. 

Egli, avendo sotto i suoi ordini truppe organizzate, poteva sperare di farle mano- 
vrare meglio sopra un grande campo di battaglia, che i corpi di truppe volontarie, che 
manovrano per gruppi e manipoli, e così potè, per un momento, mettere a mal partito 
r esercito meridionale ; e ci volle tutta 1' energia e l' attività del Generale in capo, se 
quella giornata non ci fu fatale. Se invece egli avesse potuto disporre di tutte le sue 
truppe sulla linea fra S. McU"ia e Sant' Angelo la battaglia non sarebbe stata dubbia 
per un solo momento ; ma certamente per difendere una linea così estesa, sarebbe stata 
necessaria una forza molto maggiore. Ma non vi era scelta possibile ; era necessario 
difendere gli attacchi o da Capua o da Ducenta o simultaneamente, ed in ogni modo 
il corpo nemico, che avesse operato o da una parte o dall' altra avrebbe avuto, in men di 
due ore, sul fianco tutto 1' esercito meridionale. 

Nella battaglia del 1° ottobre la divisione Bixio aveva l'ordine di sorvegliare la 
strada, che da Ducenta conduce a Maddaloni ed in caso respingere il nemico. 

La divisione era disposta nel seguente modo : la brigata Dezza col centro a Villa 
Gualtieri e la sua destra su Montecaro e Monte della Siepe ; la brigata Eberarth 
occupava, con alcune truppe, le pendici di Monte Longano e col maggior numero i 
ponti della Valle ; la brigata Basilicata (P. Fabrizi) la posizione di San Michele, in 
riserva. Disposta in questo modo, la divisione aspettava l' urto del nemico ed infatti 
all' alba del I '' ottobre, la fucileria si fa viva alla nostra destra e vediamo impegnata 
la destra della brigata Eberarth, che lentamente si ripiega sui ponti della Valle. Qui 
la battaglia si fa generale, e dopo un vigoroso attacco, fatto dalle truppe borboniche. 



V EROE DIVENTA AGRICOLTORE 



375 



la brigata Eberarth abbandona i ponti della Valle e si ripiega, disordinata, su Maddaloni 
invece di ripiegare su Villa Gualtieri, ove era il nucleo delle nostre forze combattenti. 

Questo fu uno sbaglio grave commesso dal colonnello Eberarth, clie venne così 
tolto dal combattimento in tutto il resto della giornata ; e ciò si comprende facilmente 
da chi visitando la stretta gola, che unisce Maddaloni ai ponti della Valle, vede che 
un corpo di truppa instradatasi in questa non può più riprendere 1' ofiensiva contro 
un nemico padrone dei ponti e delle alture di Monte Longano. 

DUCENTA. 

Alla destra : Esercito Meridionale. 

Divisione Bixio (5000 uomini) attaccata dalla colonna De Mechel (8000 uomini). 



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I. — Brigata Eberarth. 
II. — Brigala Dezza — Quartiere Generale Bixio. 

III. — Battaglione Bambrini. 

IV. — Battaglione Menotti Garibaldi. 

V. — Brigata " Basilicata ,, - colonnello Paolo Fabrizi. 
VI. — Riserve di truppe borboniche. 
VII. — Truppe borboniche, colonne di attacco contro Montecaro e Monte 

della Siepe. 
Vili. — Colonne di attacco contro Monte Longano ed i ponti della Valle. 
IX. — Ultima posizione conquistata contro Villa Gualtieri. 



376 LA BATTAGLIA DEL VOLTURNO ED IL PLEBISCITO 

Contemporaneamente a quest' attacco, fatto con molta energia da parte delle truppe 
borboniche, altre forze del nemico erano lanciate sulle posizioni di Montecaro e Monte 
della Siepe : un battaglione operava contro Montecaro, uno contro Monte della Siepe 
ed un battaglione di sostegno. Questi battaglioni erano di truppe estere e forti di 1 200 
uomini : invece i battaglioni nostri erano così per dire. Il battaglione di Menotti Gari- 
baldi era di 350 uomini; ma il battaglione Boldrini era di appena 200 uomini. 

Le posizioni di Montecaro e di Monte della Siepe sono naturalmente fortissime, 
principalmente per chi viene dal paese di Valle. Questo primo attacco fu facilmente 
respinto ed il nemico obbligato a ritirarsi in disordine ; ma, disgraziatamente, il mag- 
giore Boldrini credette di proseguire la vittoria ed inseguire il nemico, scendendo con 
i suoi fin presso il paese di Valle, dove il nemico aveva le sue riserve di circa 2000 
uomini. Qui, naturalmente, la scena cambia e da attaccante, quel battaglione, si vede 
attaccato ; e dopo prodigi di valore inaudito fu quasi annientato ed i superstiti, in numero 
piccolissimo, poterono, a stento, riguadagnare le alture e riunirsi al mio battaglione. 

Intanto, il nemico aveva occupato Montecaro e due pezzi di artiglieria da montagna 
e da quella posizione sovrastante aveva già aperto il fuoco contro le nostre posizioni. 
Ma qui esso commise lo stesso sbaglio già da noi fatto. Senza aspettare di essere rin- 
forzalo e di essersi fortemente stabilito nella posizione acquistata, scese per attaccare 
alla baionetta il battaglione, che occupava Monte della Siepe e ad un contro-attacco, 
fatto dai volontari, non potè resistere e pressato dalle nostre baionette, invece di ascen- 
dere la montagna, ciò che era sommamente disagevole, fu obbligato di girarla. Il colon- 
nello Dezza, accortosi dello sbaglio del nemico, chiamati due battaglioni di rinforzo 
da Villa Gualtieri li mandò, sotto gli ordini del valoroso colonnello Taddei, morto poi 
a Custoza, a rioccupare la posizione di Montecaro. I volontari raggiungevano la vetta 
nello stesso tempo che altre truppe borboniche giungevano per rinforzare la posizione 
ed allora, come sempre, la baionetta dei volontari ebbe ragione ed il nemico disor- 
dinatamente si ripiegò su Valle. Altri attacchi furono poi tentati contro queste due 
posizioni, ma senza energia e perciò con poco successo. 

Intanto, la battaglia si faceva sempre più viva sul nostro centro e con svantaggio 
del corpo dei volontari. Questi avevano già perduto le posizioni di Monte Longano 
ed i ponti della Valle, abbandonando due cannoni, che fino all' ultimo avevano fatto 
fuoco sul nemico attaccante. 

Il nemico, padione dei ponti, avanzava verso Villa Gualtieri, dove era la maggior 
parte della Brigata Dezza, ed i nostri erano obbligati a ripiegare lentamente. 

Il generale Bixio aveva formato intanto, dietro Villa Gualtieri, una colonna di 
attacco di sei battaglioni per dare un colpo decisivo ; e quando il nemico giunse 
a qualche centinaio di metri dalla Villa, egli si lanciò alla testa di queste truppe sul 
nemico, che non resistette all' urto e ripiegò prima lentamente, ma poi in disordine 
completo e fu inseguito per la pianura fino quasi al paese di Valle. Allora sarebbe stato 
facile per noi cogliere il frutto della vittoria, perchè la demoralizzazione del corpo 
borbonico era completa e diffìcilmente avrebbe potuto ripassare il Volturno, senza 
lasciarci gran parte dei suoi. 



f EROE DIVENTA AGRICOLTORE 



377 



Ma le notizie che ci giungevano dalle altre parti del campo di battaglia erano 
contradditorie ; ed allora, con molta prudenza, Bixio ci ordinò di riprendere le posizioni 
per aspettare gli eventi. Alle due tutto era finito ed i nostri volontari aspettavano, 



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I. — Bai taglione Bronzetti. 

n. — Compagnia di osservazione. 

III. — Brigata Sacchi. 

IV. — Compagnia di osservazione. 
V. — Divisione Tiirr in riserva. 

VI. — Corpo borbonico forte di 5000 uomini che. attraversato il Volturno alla 
scaffa di Zimalola, attaccò Castel Morone, difeso da Bronzetti. 



378 LA BATTAGLIA DEL VOLTURNO ED IL PLEBISCITO 

coir arma al piede, di essere chiamati in altri punti, e sarebbero stati di ausilio 
prezioso, perchè, fieri dei successi ottenuti, avrebbero saputo compiere dei miracoli. 
Ma la vittoria volgeva propizia anche sugli altri punti e nessun ordine venne. 

Non è esatta la notizia data da altri, che il generale Garibaldi fu, durante l'azione 
del primo ottobre, ai ponti della Valle; non vi venne in tutta quella giornata. Egli 
aveva visitato col generale Bixio le nostre posizioni, quattro giorni prima, ed aveva 
disposto il modo di difesa, e mi ricordo che il generale Bixio diceva sempre che le 
fasi dell' attacco del nemico si erano svolte, come le aveva previste il Generale in capo. 

All' energia, all' attività, all' intelligenza del generale Bixio l' Italia deve, se essa 
può ascrivere, fra i suoi eventi fortunati, i fatti successi al ponte della Valle in un 
momento, quando tutto sembrava perduto. Egli si centuplicava e, colla parola e con 
l'esempio, otteneva dai volontari miracoli. 

Verso le dieci la colonna borbonica, forte di 5 mila uomini, che aveva attraver- 
sato il Volturno alla scaffa di Zimatola, attaccò i nostri avamposti sul davanti di Castel 
Morene. Essendo stati questi obbligati a ripiegare dinanzi al numero, il nemico venne 
ad attaccare la fortissima posizione di Castel Morone, che è quasi a cavaUere della 
strada, che conduce dalla scaffa di Zimatola a Caserta. Per molte ore il valore di 
Bronzetti e dei suoi pochi volontari seppe resistere all' urto di forze così superiori ; 
mancando però le munizioni, il fuoco dovette cessare da parte dei nostri ed il nemico 
allora potè occupare il paese, respingendo i nostri restati in piedi e fra questi il bravo 
Bronzetti, che si ritirarono nella chiesa e non volendo arrendersi vi furono baionettati. 
11 loro eroismo fu però di grande ausilio alla battaglia, perchè essi impedirono, in numero 
di 200, ad un corpo di 3000 uomini di entrare in linea di battaglia e di venire ad 
attaccare le nostre posizioni di San Leucio ; ciò che avrebbe obbligato una parte delle 
nostre riserve di Caserta di avanzare da quel lato e non sarebbe più stata pronta 
per accorrere su Santa Maria e dare, sotto gli ordini del Generale in capo, il colpo 
decisivo. 

Prima dell'alba del primo ottobre, un corpo di truppe borboniche sortiva da Capua, 
e passando fra Sant'Angelo e Santa Maria, si portava a prendere posizione sulle 
pendici del Monte Tifata, lasciando un battaglione sulla strada, dove sembra il nemico 
sapesse che il generale in capo passava tutte le mattine all'alba in carrozza, venendo 
da Caserta per visitare Santa Maria e Sant'Angelo. 

11 maggiore Basso, Segretario particolare del Generale in capo, mi raccontava, 
come segue, l'episodio. 

Giunti ai primi albori, a metà strada fra Santa Maria e Sant' Angelo, videro 
come se sorgessero dal terreno delle ombre e le carrozze, in numero di sei o sette, 
si videro circondate dal nemico, che aprì su queste una vivissima fucileria. 

11 cocchiere della prima carrozza, vicino al quale era seduto il Basso, fu ferito e 
fu ammazzato un cavallo; ma, coH'altro cavallo ancora sano, la carrozza potè prendere 
la strada incassata, che va quasi parallela alla nuova strada; e quando le carrozze 
furono al sicuro dalla fucileria, allora il Generale in capo col suo seguito scese a piedi 
ed in quel modo potè raggiungere i primi corpi dei volontari , che erano verso 
Sant'Angelo, appartenenti alla brigata Simonetta e potè così scampare ad un pericolo 



L" EROE DIVENTA AGRICOLTORE 



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gravissimo; perchè se il nemico, invece di aprire il fuoco sulle carrozze, lo avesse 
caricato alla baionetta, sarebbe stata quasi certa la cattura o la morte del Generale 
in capo ed un colpo di mano condotto con tanto studio ed accorgimento fallì per una 
momentanea mancanza di energia. Un attacco alla baionetta ben diretto e tutto sarebbe 
finito, e molte volte i volontari dovettero a questi attacchi il segreto delle loro vittorie. 




I. — Brigala Spangaro. 
lì. — Brigata Milbitz. 
III. — Brigata Milbitz. 

IV. — Dìoisione Medici. — Brigata Simonetta. 
V. — Divisione Medici. 
VI. — Battaglione borbonico che fucilò, alF alba, le carrozze del Generale 

in capo. 
VII. — Corpo di truppe borboniche, che aoeva occupato quella posizione 
dall' alba e che poi Ju scacciato da alcune compagnie della 
Brigata Simonetta. 



Intanto, le truppe di attacco borboniche, sotto gli ordini dal generale Alan de 
Rivera, sortite da Capua si avanzano sulle nostre posizioni di Sant'Angelo, Santa 
Maria e San Tommaso. L' attacco su Sant'Angelo, condotto con molto vigore, ci fece 
perdere la batteria costruita dinanzi a Sant' Angelo, che i volontari dovettero abban- 
donare, ripiegando più indietro e mantenendo a stento le posizioni, che formano le 
pendici del Monte Tifata verso Capua. 



380 LA BATTAGLIA DEL VOLTURNO ED IL PLEBISCITO 

La presenza del Generale in capo, che condusse fino alle undici 1' azione in quella 
parte, potè a stento ristabilire la battaglia e restare così padroni delle posizioni occupate, 
meno del fortilizio, che il nemico tenne per tutta la durata dell'azione. 

Le posizioni dinanzi a Santa Maria, attaccate dal nemico, (urono difese validamente 
dal corpo di Milbitz, che aveva la sua base in Santa Maria. Queste posizioni furono 
prese e riprese diverse volte ; ma i volontari restarono sempre padroni della città. 

Verso San Tommaso 1' attacco fu più fiacco, perchè il nemico aveva concentrato 
tutte le sue forze fra Santa Maria e Sant' Angelo ed aveva simulato verso San Tommaso 
per tenere a bada le forze nostre in quelle posizioni. Quando 1' azione fu ristabilita 



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\. — Colonna d' attacco partita da Caserta. 
11. — Truppe della Brigata Sacchi. 
in. — Quattro battaglioni della Divisione Bizio. 
IV. — ■ Corpo borbonico circondato e che capitolò. 



sulle alture di Sant' Angelo, il Generale in capo accorse a visitare il campo di battaglia 
di Santa Maria ; e vedendo il momento giunto per dare il colpo decisivo, fece avanzare 
le truppe, che erano di riserva in Caserta. Queste, appena giunte sul campo dell' azione, 
furono ordinate in colonna di attacco e, sortendo da Santa Maria, caricarono alla baionetta 
le truppe borboniche che occupavano la strada, che conduce a Capua ed ai fianchi 
di questa. A quest' attacco di truppe fresche, condotte dal Generale in capo in persona, 
il nemico non resse e cominciò il suo movimento di ritirata, che poi degenerò in fuga. 

Questo movimento vittorioso in avanti dei nostri mise la colonna di attacco borbo- 
nica, che operava verso Sant'Angelo, in pericolo di essere attaccata di fianco e respinta 
da truppe vittoriose sul Volturno e così cominciò prima il movimento di ritirata, che 
poi volse anche in fuga per potere rientrare nella fortezza di Capua. 

in questo modo, verso le tre, ebbe fine quella giornata del 1° ottobre, che fu 
combattuta con tanto accanimento da ambo le parti ; e si deve alla bravura dei volontari 
ed all' energia ed alla perspicaccia dei capi, se essa fu propizia alle forze nazionaU. 



L' EROE DIVENTA AGRICOLTORE 361 

La notte, le truppe dei volontari dormirono nelle posizioni occupate il mattino e 
solamente la colonna, che aveva annientato il corpo valoroso di Bronzetti si poteva 
avanzare verso il parco di Caserta. Il Generale in capo, avvisato della presenza di un 
corpo nemico nelle vicinanze di Caserta, ordinava l' accerchiamento ed infatti, all' alba 
del 2 ottobre, sortivano da Caserta alcuni battaglioni di volontari con due compagnie 
di bersaglieri e due compagnie di linea dell'esercito subalpino e attaccarono il nemico, 
che aveva occupato Caserta vecchia, e dopo un attacco condotto con molta bravura 
tanto dalle truppe regolari come dai volontari, il nemico, vedendosi circondato da tutte 
le parti e la sua posizione disperata, alzò la bandiera bianca e depose le armi. 

Per compiere 1' accerchiamento si erano avanzati da San Leucio la brigata Sacchi 
e da Villa Gualtieri quattro battaglioni della divisione Bixio, dei quali presi io il 
comando. 

La battaglia del 1° ottobre completava la disorganizzazione morale delle truppe 
borboniche, che si accampavano dietro la fortezza di Capua, al di là del Volturno ; 
ed essendo finito il pericolo di un colpo di mano borbonico per la Valle di Ducenta, 
per Maddaloni e Napoli, la Divisione Bixio scendeva a Caserta, dove prendeva i 
suoi quartieri ed allora 1' esercito meridionale si trovò sul triangolo : Caserta, Capua, 
Sant' Angelo, sorvegliando con alcuni battaglioni gli approcci della fortezza. Vi furono, 
in alcuni giorni, da respingere piccole partite del nemico fino al passaggio del Volturno, 
che fu eseguito su ponti provvisori alla scaffa di Formicola per and