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Full text of "Giornale Arcadico di Scienze / Lettere ed Arti"

^■:/^-^-- 







$' L!Mj-. 



GIORNALE 

ARCADICO 

DI SCIENZE , LETTERE , ED ARTI 

TOMO IX. 

GENNARO 5 FEBBRARO5 E MARZO 

MDCGCXXI. 




ROMA 

KELLA STAMPERIA DEL GIORNALI 
PRESSO PAOLO SALVIUCCI E FIGLIO 

Con licenza de Superiori. 



/^ -è" -V' •V'^'-A 



,^ i^.f o n 



a.TA'/T^' 



fisTTr/ 



.1 ..>'v,.v.\'i *b\i Jiil.\. 



■ COMPILATORI 

DEL GIORNALE ARCADICO . (*) 



AMATI ab. Girolamo , scrittor i^reco alla vati- 
cana , 

BIONDI caKK Luigi . 

BORGHESI Bartolomeo . 

CARPI Pietro , professore aggiunto di chimica 
e mineralogia nelt archiginnasio romano . 

DE CROLLIS Domenico. 

FOLCHI Giacomo , professore aggiunto di me^ 
dicina nelf archiginnasio romano . 

MARTORELLI conte Luigi. 

DEL MEDICO Giuseppe , professore d anatomia 
neir insigne accademia di s. Luca . 

PERTICARI conte Giulio . 

RUGA avv. Pietro , professore di diritto civile 
nelf archiginnasio romano . 

TAMBRONI cav. Giuseppe . 

Pietro de' Principi ODESGALGHI , Direttore. 



(*) Il catalogo de' signori collaboratori si darà nel tomo avvenire. 



IL DIRETTORE 

A' DI S GRE T I LETTORI 



c 



ompiuto il secondo àniio de' nostri lavori, ci fa- 
remo a dare uno sguardo a' tre fonti da' quali ri- 
ceve alimento questo giornale, onde vedere se al- 
cuno possa imputarci d aver mancato a quanto per 
noi si era promesso. Abbìaraio offerto nel!' anno scor- 
so a' nostri associati sessantatrè articoli di scienze , 
settantadue di lettere, venticinque di belle arti. 

Nella parte delle scienze, oltre a molti estratti 
critici di opere gravissime , abbiamo ancìie dato 
alcune memorie originali, delle quali ci piace lare 
menzione. Il Bellenghi ne ha favorita una intorno 
al modo di tinger la lana in colore scarlatto. Il 
Marperger Asters ne ha data un' altra intorno la 
guarigione d' un fanciullo rachitico ottenuta coft 
mezzi meccanici e farmaceutici . li Poggioli ha 
illustrate le tavole fitosofi che del principe Federi- 
co Cesi. Si è parlato intorno ad un nuovo baro- 
metro del marchese Origo. Il cavalier Tambroni ha 
scritto fra noi sulle capre di Kachemire . Il dottor 
Tonelli sulla digitale purpurea, e sull' uso del rus 
radicans. Finalmente il professor Morichiui ci è 
slato cortese di due memorie; nella prima delie 
iqnali ha trattato di varii argomenti di fisica , 
chimica, e storia naturale; e nella seconda del gas 
iaJiamnitiLile del Tevere. 

Come abbiamo date originali operette nella 
parie drlle scienze, così ne abbiamo ancor date uel- 
ia par{c delle Ltl.ere. L' Amati ha in»/ MhI^ •f.'' 



) IV ( 

antica iscrizioue greca pesarese, eà un prezioso 
amuleto greco. Il Biondi ha illustrato un verso del 
Tasso, e ha dato la spiegazione d' un'antica lapi-^ 
da rinvenuta helle maremine sanesi. Il Cardinali 
ha scritto di una lapida veliterna; e finalmente da 
un uomo di molte lettere abbiamo avuto il dotto 
ragionamento sali' architettura del tempio di Ro- 
ma. Aggiungi à questi tutti gli articoli datici da 
monsignor Mai , dal conte Perticar!, e dal profes- 
sor Ruga, e quelli altresì del Borghesi sull Eusebio, e 
suir ara d' Edimburgo, i quali sono tali per merito 
di buona critica da essere riputati pii!i altamente 
che semplici estratti d' opere ^ 

Nella parte delle belle arti 6i 4 dato Conto di 
tutti quasi i lavori , che sono stati condotti a fine 
da' migliori artefici che stanno in Roma , Fra' 
pittori di storia abbiam parlato e del Wicar, e 
Grassi, e dell' Agricola, e del Pozzi, e del Ripen- 
liausen, e del Pellegrini; fra que' di paesaggi ab- 
biamo scritto e del Rebel, e del Catel, e del Bas- 
si; né si è taciuto de' quadri di prospettiva del 
Roberti, e di quelli, eh' ora si vogliono chiamare 
di genere dipinti dal Bombelli- Finalmente abbiam 
dato lode alle incisioni del Longhi, ed al Teseo del 
divino Canova. 

E siccome il giornale arcadico unisce alle 
scienze, alle lettere, allearti anche la pubblicazione 
delle cose inedite de' nostri antichi e valenti , ecco 
perciò quelle dello scorso anno * Alcune lettere 
del Guarini , e qualche maggio della traduzio- 
ne di Omero del cardinal Litta date da noi me- 
desimi . I dialoghi del Gravina pubblicati dal 
cavalier Biondi . 11 Betti ha posto in luce e un so- 
netto . del Tiisso , e alcuni tratti della Fiorila d' 
Armanino , e le rime d' Andrea da Vogliarana , e 



)v ( 

linaìmcnte le notizie aneddotte sopra il sepolcro di 
Giulio II. fatto dal Buonarroti . 

ideila parte lapidaria , alla quale si pregierà, 
sempre dar luogo questo giornale, abbiamo offerto 
oltr.^ alle antiche lapidi che ci hanno date e l'A- 
mati , e il Borghesi , e il Tambroni, e il Biondi, 
e il Nardi , e il Cardinali: ancara quelle inedite 
del Morcelli, del Labus, del Zannoni, del Cancel-^ 
lieri , del Betti , del Ferruzzi , e del Borda . 

Sono stati questi i principali nostri lavori ^ 
e ce ne riputiamo: ben sapendo che i letterati ita- 
liaui ce ne sanno buon grado , e ci onorano del- 
le loro benevolenza . Se anche in questo terz' an- 
no meriteremo co' nostri lavori il voto di coloro 
che sanno , avremo ottenuto il solo premio , al 
quale aspiriamo , e soddisfatto così a quel!' unico, 
fine che ci siamo proposti , di mostrare cioè a 
tutti che Roma non dee al certo tenersi 1' ultima 
fra le città italiche, dov'è in pregio l'umano sapere. 



Pietro Odescalchi 



SCIENZE 



Dissertazione stòrico- critico-legale del co. Leopoldo 
Armar oli., sulla questione — .S'è il cittadino intjuisi- 
to j o accusato di un delitto^ abbia dritto di es- 
ser dichiarato innocente quando dagli atti non ri" 
sullino ne prove , ne indizj , che lo abbia com-' 
messo S. 4° f— Macerata 1820. 

JLja giuiisprudenza romana non conobbe nella mae- 
stà delle sue criminali instituzioni né X ambiguo 
calcolo della prova semipiena , ne T assoluzione ab 
instaniia , né le speciose lormole del non tro~ 
voto colpevole , del trovato non colpevole . Os- 
servò già il mio eh. institutore avvocato Renazzi , 
che : lìoninnis legibus , nioribusque , nisi aìnplian- 
die causce judex locum esse extimaret , quod si- 
bi nondum res liqueret , vel absolvere , vel condem- 
nare reuin omnino debebat. Absolutio autem ficbat 
a crimine ita^ ut qui absolutus esset numquam p os- 
sei amplius prò ilio molesiiam aliquam pati^ aut rur- 
sus in judiciwn vocari («).Ma sotto le rovine deiriai- 
peio restò sommerso 1 edificio della latina sapienza. 
Dalle spesse invasioni de' barbari degenerarono le no- 
stie razze , e tatti furon crudeli i nostri cosiumi; 
la potenza feudale , imponendo silenzio alla lagione 
invilita , fece succedere all' antico splendore dei no- 
stro orizzonte una spessa notte d'ignoranza. JN^e 



(«y Eleinen. jur. ci Un. ab. o. cap. 17. §. 4- nunv. 2. 

G.A.T.IX. i 



a Scienze 

risentì i tristi effetti V obbliata giurisprudenza ro- 
mana , e singolarmente quella parte nobilissima , che 
ne criminali giudizj determinava la solennità delle 
forme , e la misura delle pene . Ne' secoli di mez- 
zo la vita , la libertà , la estimazione de' cittadi- 
ni più non aveva un palladio di sicurezza contro 
gli attacchi della prevalente ferocia delle inumane 
consuetudini. Col risorgimento delle scienze , e del- 
le lettere, e specialmente colle italiane scuole di 
dritto Giustinianeo, si resero a poco a poco più man» 
sucti i nostri costumi , e meno indegne del clima 
nostro dolcissimo le forme de' giudizj criminali • 
Mollo ancora però vi restava per ischiantare dalle 
tenaci radici la ferocità dell' invecchiala osservan- 
za . Mercè lo splendore , che a poco a poco ditluse 
la filosofia , fu dall' umanità e sapienza de' prin- 
cipi ricondotto il dritto criminale al rango delle 
scienze politico - economiche . Anche fra noi con 
benefica sovrana disposizione veggiamo abolito fuso 
crudele della tortura. Pur tuttavia il signor conte 
avvocato Armaroli , alle opportunità di una causa 
con felicissimo esito difesa , ha dovuto lottare con 
qualche residuo delle instituzioni ne' bassi tempi in- 
trodotte . Questo giureconsulto filosolo , che con 
laudevole , e non frequente esempio , professa ju- 
rispruilentiam mmime qucestuariain , accorse vo- 
lenteroso a sostener X innocenza d' un accusato da 
quel campestre silenzio , ove lungi dallo sliepito 
del gran mondo coltiva quetamente lo studio delle 
più gravi discipline . Colla dissertazione, di cui vo- 
gliam dare un saggio, accompagnò la dotta difesa, 
eh' è pure alle stampe, e pnse francamente a com- 
battere 1' uso del foro criminale intorno la distin- 
zione fra r assolutoria a crimine e 1' assolutoria ab 
%nstantia . Sostiene che abbia a risolversi per la/- 



GlUniSPRUDENZA 3 

fermatìva la questione , che mette in fronte dell' 
erudito e profondo suo lavoro : ed assai interes- 
sante ne sembra il soggetto. L' onore de cittadini 
è quel terso cristallo , cui appanna ogni fiato leg- 
giero : consiste in quello la vita civile, altrettanto 
preziosa che 1' esistenza , e si appartiene alle leg- 
gi di natura e di società vitamqiLe famamque tueri 
incolumem . Si riduce pertanto il quesito ad esami- 
nare se lestimazione d'un cittadino abbia ad essere il 
bersaglio dell' imprudenza , o della malizia d' un de- 
latore per modo, che T accusato, posto che abbia 
una volta il piede nelle soglie sacre di Temide , soffra 
lo scapilo della propria fama rimanendosi in socie- 
tà né condannato, nò assoluto dall'imputazione, seb- 
bene scevra d' appoggio, come se sulla porta vi fos- 
se scritta, per ciò che riguarda la pubblica stima , la 
fatarle sentenza delf Alighieri : uscite di speranza , 
o voi che entrate ; o in altri termini , se abbia ad 
offuscarsi per sempre la fama d'un cittadino sulF 
asserzione sconsigliata d' un accusatore, quante vol- 
te r accusato, assistito dalla legale presunzione di 
probità e dì onoratezza , non si carichi della pro- 
va positiva di sua intaccata innocenza. 

Incomincia il eh. A. dal rilevare il contra- 
sto di questo sistema colle norme fondamentali di 
dritto , che alf attore , e specialmente all' accusa- 
tore , ingiungono il peso di giustificare 1' assunto 
apertissiinis documenlis , induhitatis , et luce clario- 
rihus. Leg. ult. Cod. de probat. ; e 1' opposizione 
diretta di tal consuetudine col naturale teorema , 
che giammai 1' attore : reum necessitate mostrandi 
contrarium non adstringit , leg, 2 3. Cod. de pro- 
bat. ; e colle umane disposizioni de' sacri canoni, 
fra' quali giovi il ricordare l'autorevole pistola di 
di i>. Gregorio a Massimo ( Caus. 6. qua'st. 5. 

2* 



q S e 1 E K E E 

cnp. I- ) , in cui ligetlnncio T assurtlltà si un- 
cuaììt ratio ei^ qui accusatui\ necessiidlem proba- 
tionis impoìieret , conchiude saggiamente : non tibi , 
sed accusantibus hoc onus incuinbit . 

Rintracciando T origine di sì fatta distinzione 
fra r assolutoria a crijnine , e l'altra ahistanfia^ il 
eh. A. torma un rapido e schiettissimo quadro 
sulla trista condizione della eliminale giurispru- 
denza per r infelicità de' secoli , che precedettero 
il risorgimento delle scienze. Per antesignani dell' 
ingiusta pratica designa in Italia due milanesi ma- 
gistrati , Egidio Bossi e Giulio Claro; in Ispagna 
Covarruvias , e Rebuffo in Francia. Invano il col- 
tissimo Andrea Alciato., primo restauratore della pu- 
ra giurisprudenza, redarguì con isdegno e disprez- 
zo r ingiurioso stile nel comento alla legge Si 
cah'itor 200. ff- de V. S. JNon i'u as ;oltalo . La 
plebe de' prammatici scrittori non avendo forza 
bastante a sollevarsi dail antica palude , abbrac- 
ciò lo stesso errore, perchè sanzionato dal fiero 
Farinaccio in que' zibaldoni , ne' quali contraddit- 
torio a se stesso tacciò egualmente come iniqua tan- 
to la sentenza che alla pratica si accomodasse , 
quanto T altra che i principj seguisse del comune 
diritto . 

Tentarono indarno di far un' argine ai pro- 
gressi del i'orense errore il celebre Andrea FaC" 
chini professore in Pisa : e non giunse dal Belgio se 
non troppo tardi in Italia 1' egregio trattato di An- 
tonio Mattei^ che riportando ai testuali precetti la 
scienza criminale guasta da' prammatii i, scrisse: tria 
sunt ex quibus unum judex elicere dcbi^t , vel ab- 
solvere , vel condemnare reum , vel ampliare cau- 
sam : quartum ab solatio ab instantia non datar. i\è 
gioTÒ a ricondurre sul retto sentiero i traviati lo- 



Giurisprudenza 5 

rensi Lodovico Maria Sinistrari frate minore, co- 
nosciuto sotto il nome di padre Ameno ^ che aper- 
tamente disapprovò 1' opinione del Claro , e de'suoi 
seguaci . Prevalse 1' antico pregiudizio , ad onta 
che li stessi fautori ne conlessassero le perniciose 
conseguenze . iSUrsaja^ che seco trascinava il fiore 
della romana scolaresca mentre la cattedra del chia- 
rissimo Gravina era quasi deserta d'ascoltatori , non 
ebbe ribrezzo d' insegnare, che la sentenza assolu- 
toria ex defectu prohationuni , infamiam ex illa re- 
sultantem non tollit. Instit. Crini, lib. 4- tit.S.mcm.g, 
Secondo questo sistema un' accorto calunniatore » 
che sappia velare 1' accusa con qualche leggiera ap- 
parenza di verità, diviene impunemente l'arbitro del- 
la fama dell' accusato . Un' assolutoria ab instantia. 
non gli rende l'onore presso la società, in cui ri- 
torna col sospetto del reato impresso ancor sulla fion- 
te : non gli rende la tranquillità e sicurezza per- 
sonale , perchè soggetto a nuova inquisizione per lo 
stesso delitto anche dopo lungo intervallo. Conob- 
be quest assurdo l'encomiato Antonio Mattei, e per- 
ciò sclamava : ferendum non est , ut vix unquain 
de salute sua certa s sii reus . 

Si ribattono in fine dal eh. A. le osservazio- 
ni del professor Nani , che nelle note all' edizio- 
ne torinese deli' opera di Mattei inclinò a soste- 
nere il crollante edificio de' prammatici , e conchiu- 
de di esser ben fortunato , se fosse il suo lavoro 
in qualche modo efficace a rimuovere dal foro una 
massima vieta ed irragionevole , ed a ripristinare 
i giudizj criminali nella prisca semplicità de' no- 
stri maggiori , presso i quali: judices aut ubsol- 
vo , aut condemno solummodo respondebant . So- 
no queste le parole usate dui eh. sig. avvocalo 
concistoriale Filippo Invernizj nell' aureo comeu- 



6 Scienze 

tario de puhlìcis et crimwalih.judic Uh. 2. cap. 2. ., 
che al conte Armaroli è sfuggito nella enumerazione 
de' recenti scrittori sulla materia. Verità, Ijuon senso, 
ed erudizione sceltissima sono i tre pregj «ìì que- 
sto lavoro , che meritano la nostra comm(MitIazio- 
ne. Il nobile disinteresse del eh. A. rende il di lui 
nome ben degno di essere registrato con quello 
degl' antichi oratori C. Asinii^ et Me<:snl(e , et re- 
centìorian Arruntii , et JEseinini , die rìgidi osser- 
vatori della legge Cincia, ne quis ob caiisam oran- 
dam pecwiiam donumve accipiat ; furono, per te- 
stimonianza di Tacito, ad summa provtitcti incor~ 
rupta fide et facundia ( Armai, lib. II. cap. 5. 
e G. ). 

Pietro Avv. Rugì. 



Exercitationes patholo£Ìcae aiictore Joaime Bapti" 
sta Palletta eijuite a corona ferrea , honorisque 
legione etc. ( ^rt. 1 1 . ) 



J[l cap. Vili, risgnarda alcuni vizj della coscia. 
E qui TA. incomincia dal dire, che dopo scoperta 
ai tempi di Pareo la frattura del collo del iemore , 
la maggior parte dei chirurghi è stata sempre nell' 
opinione che più facilmente accada questa , che la 
lussazione dell' osso medesimo , avuto riguardo alla 
molla resistenza da superarsi inn-anzi che il capo 
del femore possa svincolarsi dalla sua cavità . A 
loro disinganno si fa 1' A. nelf art. i. ad esami- 
nare ad una ad una le mentovate resistenze, e 
iquanto all' acetabolo osserva essere questa cavità 
più ampia di quel che richit gga il capo del fé- 



EXERCITATIONES PATHOLOGICAE .^ 

more ; ed avendola egli scoperta in varj punti nelT 
interno del bacino , ha veduto che nei movimenti 
del femore sempre vi rimane un poco di vuoto , con 
il quale spiega come dopo un colpo o cadutasi 
allunghi talvolta , ovvero si accorci la coscia , e 
naturalmente poi riprenda la sua ordinaria dimen- 
sione . Il legamento orbicolare ( prosiegue FA. ,) 
è abbastanza lasso , e la sua origine ed insersia- 
ne è abbastanza lontana dall' articolo , onde permet- 
tere alla testa del femore di scostarsi dal fondo 
deir acetabolo : e che ciò sia vero , lo prova V os- 
servazione di Kirkland , che nelle lussazioni questo 
legamento non viene lacerato , ma soltanto sbar- 
bicalo un poco dal collo del femore , ove s' in- 
serisce , probabilmente per la gagliarda distensione . 
Il legamento interno, o terete così detto, non è tam- 
poco da, salutarsi gran fatto ; esso è lungo al se- 
gno , che quando sieno tolte le altre resistenze , 
non impedisce che il capo del femore sia portato 
sino al margine dell' acetabolo : e ciò basta per la 
lussazione interiore ed interna . NelJa superiore poi , 
che è più frequente della prima , esso si rompe 
più presto che rattenere V osso nella articolazio- 
ne ; e la rottura non osta che \ osso rimesso in 
sito dall' arte vi rimanga costantemente pel tratto 
successivo della vita , come risulta da una osser- 
vazione del sig. Palletta, e da altra di Plattner . 
Che dirassi poi quando si sappia dal Genga , da 
Caldani, da Palletta , Sandifort, Bonn ed altri, che 
in alcuni individui, i quali non hanno mai sofferto 
lussazione , si è trovato mancante il medesimo lega- 
mento , e in vece di esso una macchia rosseggiante 
nel capo del femore coperta da tenue membrana , e 
nel punto corrispondente dell'acetabolo un bricciolo 



8 SciKwr» 

informe di pinguedine (a) ? Ci sembra dunqtie che a 
buon diritto concliiuda il nostro A. , che le accen- 
nate resist(Mize non sono tali da rendere pin fa- 
cile la rottura del collo del femore , che la lus- 
sazione ; e , più che ad esse, deve per avventura tri- 
buirsi di possanza a quella cartilagine , che for- 
ma il margine dell' acetabolo , ed abbraccia all' in- 
torno il capo del femore . 

Dopo aver mostrato che il legamento intorno 
non vai molto a ritenere il capo del femore nella 
cavità , si fa V A. nelf art. 2. ad esaminarne la 
struttura, e a desumere da questa V uso princip:de 
di esso . JNotomizzato pertanto nei fanciulli il le- 
gamento, si trova composto di tre fascicoli , i quali 
nascono dal fondo dell' acetabolo con triplice e di- 
stinta origine , ed insieme riuniti formano un lu- 
nicolo a guisa di prisma triangolare , con gli an- 
goli retti nella prima età , e ritorti nella età adul- 
ta : cotesto funicolo ricoperto dalla membrana pro- 
veniente dal pericondrio va ad impinntarsi nel cnpo 
del femore . Ciò che p\ù importa rimaic'ire si è , 
che il medesimo limicolo con prende nel suo in- 
terno una cavità imbutiforme , larga dalla parte dell' 
acetabolo , e più angusta verso il femore , e che 
questa cavità pervia nel suo principio riceve i 
vasi sanguigni , i quali nati dai turatori oltrepas- 
sano r incisura dell' acetabolo , e protetti dal le- 
gamento trasverso penetrano in essa . Il ramo ar- 



(ft) Qui il sig.Weiizel in una nota avverte, che la mancanxa del 
legamento interno ha luogo per ordinario in quelli , che sono stati 
lunga pezza malmenati dall' artritide: questa malattia dell' ari ii.ola- 
aùone distrugge il legamento, riempie la fossetta di sostanza ossea, 
• prolungando il margine dell' acetabolo rassicura nella carità il cap* 
4«ir osto . 



EXERCITATIONES PATHOtOGI«AE f) 

terioso ffinnto al mezzo dell' imbuto si divide in 
due ramicc'lli , uno de' quali si porta sino alla fos- 
setta della testa del femore , 1' altro tenendo op- 
posta direzione va a disperdersi nella fossa sca- 
brosa doli acetabolo . Tralasciamo di descrivere i 
mutam 'uti che soiFre il funicolo coli' avanzar dell' 
età , e deduciamo coli A. dalia sua struttura , che 
egli sembra destinato a tenere sì in freno 1' osso , 
cui s'inserisce, ma in speziai modo a proteggere 
e dirigere i vasi , che servono al nodrimcnto della 
giuntura . 

Ora scende l'A. al 3. art. , dove parla di 
certe lussazioni del femore ; e dopo avere dichia- 
rato con Plaltner che il sanare <[uesta malattia non 
è si facil cosa , come da taluni si crede , narra 
eh' egli in due casi si è felicemente servito del me- 
todo d Dupovy , eh è in poche parole il seguente . 
Tiene un ministro ben fermo 1' osso innominato , 
un altro distende la gamba , ed il professore af- 
llsrrando il ginocchio dopo aver cooperato per al- 
cun poco alla distensione , lo spinge indentro sino 
a che si avvede essere T osso rientrato nell' arti- 
colazione . Animato dal felice successo , volle TV. 
tentare il medesimo metodo iu una terza lussa- 
zione superJuie ed esterna , la quale due mesi in- 
nanzi era slata trattata da un chirurgo, e da un 
empirico . Fu vano ogni tentativo , e quando il 
malato ebbe il permesso di abbandonare il letto, do- 
vette ricoirere ad un sostegno per camminare , ra- 
dendo il suolo con le dita . Qui T A. con Scìnta 
ingenuità , osiam dire , propria di pochi scrit- 
tori, si duole di non aver praticato tutti i mez- 
zi dell'arte a prò dell'infermo, e ramirìcnla a suo 
carico che Cabanis avea sanata una lussazione di 
due anni preparando prima T articolaiione con il 



IO Scienze 

lungo uso degli ammollienti , e poscia servendosi 
della macchina di Petit; che Cai bendala , o altro 
chiunque, avea riposto in sito il femore lussato da un 
anno, disponendo prima V articolo con bagni, e raf" 
fermando dopo Y operazione la giuntura con fasce; 
e però aneli ei probabilmente sarebbe riuscito nell' 
intento , ove alla operazione avesse premesso i sa- 
lassi, i bagni , i cataplasmi , e simili altri soccorsi . 
Quantunaue avendo assicurato l'infermo che men- 
tre giaceva in letto nella sua casa , festremilà in- 
feriore erano eguali , entra il sospetto che il femo- 
re non siasi lussato per l'urto della caduta, ma 
per effetto di lenta infiammazione dell'articolo; tan- 
to più che questo era ancor dolente , quando fin- 
fermo fu congedato dall' ospitale. In tal caso ognun 
vede , che una maggior diligenza del nostro A. non 
avrebbe certamente migliorala la condizione di quell 
individuo. Comunque sia la cosa, è però da lodar- 
si da un altro canto il sig. Palletta per non essersi 
contentato in appresso in simili circostanze di un 
sol metodo, ma per aver messo a profitto anche 
gli altri. Venne difatto alf ospitale un giovane , il 
quale cadendo da un albero incontrò il suolo con 
i piedi, e stramazzò poi sul lato sinistro; egli avea 
la gamba sinistra più lunga di un pollice; poteva 
volgerla all' esterno, ma non aU' interno senza gra- 
ve dolore; il trocantere maggiore erasi portalo in- 
dietro, il solco della natica quasi cancellato, ed in- 
tanto niun tumore appariva all' intorno della giun- 
tura. Tutto annunciando una lussazione del femo- 
re, fu tentata la reposizione delf osso col metodo 
di Dupovy, rinforzando le distensioni anco con i lac- 
ci ; ma essendo riuscito infruttuoso, furono in\ ita- 
ti a consulto gli altri professori delf ospitale, i qua- 
li esclusero ia lussazione delf osso. Allora fu che il 



EXERCITATIONES PATHOLOGICAE II 

sig. Palletta tenendo opinione contraria , si appigliò 
al metodo di Paolo Egineta (b) , e coricato il ma- 
lato in letto, fece elevare da un ministro orizzon- 
talmente la gamba , mentr' egli applicata una mano 
all' anguinaja, e posta l'altra al poplite, piegò il 
femore con la gamba in modo che ambedue con- 
corressero ad angolo acuto: quindi portò infuori il 
ginocchio, e muovendolo quasi sopra un asse lo ri- 
condusse indentro; in ultimo fece volgere l'infer- 
mo sopra il lato sano , crebbe l'inflessione, e gli co- 
mandò di conservare cotesta posizione. Ripetuto lo 
stesso artifizio, potè il malato dopo un certo tem- 
po alzarsi di letto, se non che nel caminare gli si 
abbreviava la gamba; al qual difetto rimediò 1' A. 
col distenderla ogni giorno in linea orizzonlaie. JNon 
è da tacersi, che con il metodo si. esso di Paolo con- 
seguì un altro individuo la guarigione , ritardata al- 
quanto dalla flogosi sopraggiunta all' articolo, e dis- 
sipata con r uso della raoxa. 

Continua l'A. nell' art. 4- a ragionare delle lus- 
sazioni , e fa delle riflessioni generali sulla loro dia- 
gnosi , e piano curativo. S' intrattiene in particolare 
su le lussazioni del femore, analizzai segni di quel- 
le esposte neir articolo antecedente, e veggendo che 
alcuni ne mancano, e che spesso l'allungamento, 
o abbreviamento della gamba non corrisponde all' 
evasione totale del capo del femore , crede che oltre 
le quattro spezie cardinali di lussazioni stabilite da- 
gli autori se ne dieno alcune intermedie. Passando 
poi alla loro cujia, dopo avere accennato che Ip- 



(b) Qui troverà il lettore citato il lib. VI cap. 116 di Paolo; 
noi però lo avvertiamo che, nella nostra edizione diAldo Manuzio 
1590, sta al cap, 1*8 il metodo di che si tratta. 



12 Scienze 

pocrate ha proposto tre metodi, uno de' quali è ora 
disusato 1 quello cioè di sospendere 1' ini'eimo j' r 
i piedi, che pure in qualcJie circostanza poUi'bbe 
essere utile , vuole che la cura sia variata secondo 
la spezie della lussazione: che quando questa è su- 
periore, convengono le distensioni della gamba fat- 
te , giusta i! precetto d' Ippocrate , con le mani a 
preferenza de' lacci e macchinamenti , i quali re- 
cando violenza ai muscoli e v:isi, impediscono che 
possa al bisogno ripetersi l;i medesima operaziotìe. 
Questo è anche il metodo di Dnpouj, del quale ab- 
biam parlato di sopra : e se esso talvolta non rie- 
sce, non però dcbb essere trasnudato da' pratici. Quan- 
to poi alla lussazione iche asx iene sotto l'acetabolo, 
ossia inferiore, le distensioni assolutamente nuoco- 
no, e contribuiscono, a detto di Petit, a rassoda- 
re il femore nel forame ovale . Per questa spe- 
ajie Ippocrate ha oscuramente accennato il suo me- 
todo, che in appresso è stato sviluppato da Paolo 
ii-gineta, come poc' anzi si è veduto; nel quale me- 
todo è da notarsi che con la inflessione della gam- 
ba si ralleutauo i muscoli , e con la elevazione del 
membro , e volgimento in giro, si scosta dalla nuo- 
va sede, e sì riconduce nella ca\ilà naturale. La con- 
trazione però de' muscoli a dispetto della volontà 
è alcune volte tale, che a diminuirla non basta T in- 
flessione dell'arte: allora conviene ricorrere ad al- 
tri mezzi , tra' quali ai bagni ed ai cataplasmi ado- 
perati da Gabanis a C^arbondala per le inveterate lus- 
sazioni. Dee anche chiamarsi a memoria , che in si- 
mili casi si è servito Chester della bevanda eme- 
tica, sino a debilitare l'infermo Joung dei purganti; 
che il salasso al deliquio è parimente efficace,» 
sempre poi utile 1' uso parchissimo del cibo. L' ope- 
razione ài dee ripetere quante volle V osso nou sìa 



EXERCITATIONES PATOLOGICAE l3 

p rG^ttamente tornato in sito, ed a rilenerlo in es- 
so si farà uso di fasce, bagnuoli corroboranti «e. Né 
fra le ultime cautele dee noverarsi quella di far gia- 
cere 1 infermo sul lato sano, poiché su questo ri- 
ivosa meglio e piti lungo tempo, tiene i muscoli nel- 
lo stato di rilassamento, e permette il confronto del- 
l'. due estremità. 

Art.5. Delle semilus sazioni . È opinione di mol- 
ti che le ossa articolate per enartrosi non possano 
subire lussazione imperfetta, ed è sostenuta dall' 
autorità d' Ippocrate, Paolo Egineta, e Fabrizio d'Ac- 
quapendente . Già ha rilevato ilN. A. che in al- 
cuni casi i segni non corrispondono interamente ad 
una delle quattro specie cardinali, e che da questa 
circostanza si possono arguire le lussazioni interme- 
die: riflette poi nel presente articolo, che lasciando a 
parte le semilussazioni per interne cagioni, come per 
debolezza de' legamenti, per tumore nato nel seno 
articolare , per corrosione dell' osso, possono elle av- 
venire ancora per esterna violenza, quando questa 
è tale da non vincere del tutto V opposizione de mu- 
scoli: ed allora il capo del femore, distendendoli le- 
gamento orbicolare, resta sopra il margine dell'ace- 
tabolo; ovvero quando l'urto sopra il femore è vio- 
lento al segno, che il capo di esso frange il lembo 
dell'acetabolo, e ne rimane sopra le rovine. Molti 
esempli di simil fatta sono stati raccolti da Andrea 
Bonn, tra' quali v' ha quello di un fanciullo, nel di 
cui cadavere fu trovato l'acetabolo destro più am- 
pio del naturale, poiché nella parte esterna e po- 
steriore era smarginato, ed avea comunicazione con 
un' area concava, coperta da sottil membrana, e mu- 
nita anch'essa di margine osseo, al di fuori al- 
quanto scabroso. L'origine di questa novella cavi- 
tà prova quanto ora si è detto. L' A. stesso addii- 



i4 Scienze 

ce una sua osservazione spettante ad un fanciullo 
mal conformato, nel quale il femore sinistro ai trovò 
mancante del capo, ed articolato mediante il suo 
collo rostrato in una nuova cavità a canto di quel- 
la naturale, che era quasi tutta riempiuta e cancel- 
lata da una materia cartilaginea . Non può supporsL 
che nella prima età si spezzasse il collo del femo- 
re, e che il capo disfatto fosse succiato dai linfa- 
tici, mentre T esperienza ne ammaestra che la testa 
del femore suol rimanere nella articolazione; ma 
è più naturale il credere che accadesse una semi- 
lussazione, per la quale avendo il capo del femo- 
re spinto il lembo dell'acetabolo al di fuori, scol- 
pisse sopra di esso una nuova cavità, e che poi 
molle di natura, e sotto un continuo attrito, s'im- 
picciolisse, e cangiasse del tutto la sua forma, re- 
stando coperto dallo strato cartilagineo. Ma più mi- 
rabile si è, che il capo medesimo semilussato pas- 
sa talvolta da un sito all' altro , e va imprimen- 
do delle cavità piìi o meno profonde , secondo 
il tempo dell' attrito ; e ciò appunto ha veduto 
r A. nelle pelvi di un zoppo. Poche linee lungc dall' 
acetabolo naturale apparivano le vestigia di altre tre 
cavità di ampiezza e profondità differente, che il 
capo del femore avea successivamente scolpite , e 
nel! ultima delle quali trovossi all' apertura del ca- 
davere. Dal sin qui detto apparisce, che pur trop- 
po si danno le lussazioni imperfette, e non solo si 
danno riguardo al femore, ma ben anche nell' arti- 
colazione dell' antibraccio con il carpo, e del me- 
desimo coir omero: lo che il N. A. conferma con le 
sue patologiche osservazioni. 

L' ultimo art. di questo capo ha per iscopo la 
claudicazione congenita^ la quale si manifesta quan- 
do il fanciullo incomiacia a camminare . Egli allora 



EXERCITATIONES PATHOLOGiCAE l5 

presenta 1' arto nella sua positura, e può con esso 
eseguire i consueti movimenti; ma lo mostra più 
corto del compagno , ed è perciò costretto a soste- 
nersi sulla pianta del piede ; ha la natica di quel la- 
to, e il di lei solco cangiati nelle l'orme; se gli si 
distenda la gamba, cede alla distensione , e va ad 
agguagliare l'altra, sì contrae però di nuovo quan- 
do è lasciata a se stessa. La cagione di questo vi- 
zio congenito sta talvolta nell' acetabolo , il quale o 
è troppo profondo, ovvero ha la figura variata in 
oblonga , ovale , ovvero anche ha il margine carti- 
lagineo ed osseo depresso nella parte superiore, men- 
tre nella inferiore è più facile che lo abbia rotto. Al- 
cune volte la cagione si scontra nell' osso innomi- 
nato, il quale ha un giro più ampio, o è posto più 
in alto, oppure ha l'osso sacro non ben connesso 
in uno dei lati ; lo che sebbene accada assai di rado, 
pur talvolta avviene o per lassezza de' legamenti, o 
per mala costituzione delle ossa, e rende zoppo 1 in- 
dividuo in quella parte ov'è la diastasi. Si scontra 
ancora la causa della claudicazione congenita nel ca- 
po del femore, il quale o è acuto, o depresso, o 
conformato a foggia di un rostro , oppure manca del 
tutto, e la superfìcie articolare sta nel collo di es- 
so. ISè questo sempre va esente da colpa, poiché si 
è trovato in alcuni casi brevissimo, o prolungato 
trasversalmente , o diretto in una posizione troppo 
obliqua. Oltre queste cagioni, le quali già 1' A. ha 
in un particolare cemento , ne aggiunge due altre 
nell'opera presente, vale a dire la lussazione del fe- 
more e della rotula avvenuta nell' utero stesso del- 
la madre. Quanto alla prima , della quale fa men- 
zione anche Ippocrate in più luoghi de' suoi scritti, 
n' ha veduto 1' A. un esempio in un bambino che 
Tisse un mese e mezzo circa . Egli avea gli aceta- 



iG Scienze 

boli in parte occupati da un legamento trasverso , 
morbosa espansione di quello die compie i'tlerior- 
mente il margine delle mentovate cavità, ed in par- 
te ingombrato da materia simigliante alla pinguedi- 
ne: i legam-^-nti interni erano molto più proiissi dell' 
ordinario: i femori per conseguente stavano fuori 
degli acetaboli, ritenuti dalla cassa articolare, e ade- 
renti verso la spina inferiore dell ileo. Se il fanciuU 
lo avesse vissuto più a lungo , ognun vede che le 
teste dei femori si avrebbono scolpite nuo\ e cavità. 
Quanto poi alla lussazione delia rotula , non essen- 
do quest' osso collocalo precisamente nel mezzo dell' 
articolazione, il condilo esterno del femore essendo 
alquanto minore, e più rubusli i muscoli della par- 
te esteriore della coscia, non è strano eli ella av- 
venga sin dalla prima età, e che la rotula sdruc- 
cioli al difuori sopra la faccia del condilo minore. 
Avvenuto questo disordine i muscoli estensori del- 
la gamba , e spezialmemcnte il vasto , retto , e 
e femorale, i quali in linea diritta andavano ad in- 
serirsi nella tibia, sono portati all' esterno dalla ro- 
tula, e però esercitano la loro azione in modo di- 
verso dallo stato naturale: nel contrarsi , ed esten- 
dere la gamba, la tirano al tempo stesso verso il la- 
to esteriore, e continuando sempre la loro azione 
in questo senso, la piegano infme ad angolo ottuso 
con il femore, e fan divergere i piedi. Due osser- 
vazioni anatomico-patologiche comprovano la veri- 
tà di questa causa della claudicazione congenita,e pon- 
gono line al capitolo . 

Capo IX. Dei tubercoli ossivi. La storia di quei 
tumori, i quali devastano le ossa, e sono ordina- 
riamente fatali all'uomo, non è a conto dellA- ba- 
stevolmente illustrata; e però egli nel presente ca- 
po , guidato dalle ispezioni de' cadaveri, si studia de- 



^: 



ExERClT.VTIOi\i;.S l'ATHOLOGICAE IH 

terminarne la sede, T indole, , e le diiìerenze dagli 
Lri tumori. JNcl i .'^ art- die ha per titolo dai tu- 
bercoli del capo^ riporta sette casi, dei quali noi da- 
remo una succinta no/.ione. 11 primo oiiVe varj tu- 
mori nel capo, i quali aveano la loro radice nel 
tramezzo l'aìciiorme della dura madre, e ne aveano 
tmato il seno longitudinale; erano zeppi di una ma- 
teria bianca, (riabile, sebacea, ulcerati nella loro 
superficie, ed aveano corroso in corrispondenza il 
C!;!nio. li secondo olire parimente alcuni tumori sfe- 
lici al capo, di varia grandezza, molli, un poco 
llnltuanti, coperti da pelle sana, tali insomma da 
rassembiiìr*; tumori cistici. Aperti in principio col 
lerro , gettarono una materia rossastia, poi sponta- 
neamente prolusero una materia corrotta, puzzolen- 
te; r inleimo si estenuò ; sopravvenne la l'ebbre, 
il delirio furioso, la morte. La sede di questi tu- 
mori eia in parte nel pericranio , e in parte nella 
dura madre, e per necessità T osso intermedio era 
corroso; la sostanza di essi alquanto solida, ine- 
guale, e rosseggiante, era ripartita in varie cellette da 
iilamenti e membrane, il terzo rii>uarda un indivi- 

o 

duo, il quale avea soiierto aiiezioni veneree loca- 
li, e non mai la lue; gi'insorseio dei tumori al ca- 
po, i quali passarono in suppurazione; fu preso più 
Volte da accessi epiletici, e dopo 2.0 mesi moii ò.i 
scorbuto. Di sotto alle ulcere si trovò cariato il Cia- 
rdo; ma mentre le tavole esterna ed interna di que- 
sto si osservarono più o meno intaccate, sui vii ne 
apparve il diploe. il quarto caso ci presentft; una 
donna, la quale nel cadere percosse fortemente Joc-!' 
cipite, e in seguito rimase sorda. Dopo alicunitem?. 
pò le pullulò un tumore nel mezzo deìbi. fionte, 
da principio indolente; quindi crebbe sino; a giu- 
gnere alla radice del na^u, si le' dolor(.;so yi itóccu- 
G.A.T.iX. u 



l8 S e I E \ / E 

rnonto e piilsantt^; la mahitn dopo aver soflerta una 
tlimimr/ioiie notabile eli visla, divrnne sUipiiia, e 
in nllinio morì apoplettica. Una massa saicoinato- 
sa , simile nella crnsistenza, colore, e striitlnia alla 
placenta umana, le germogliava dalla dura madre so- 
pra il volto delle orbite, e trapassando il cranio 
veni\a fuori; avea sospinto indietro gli emisterj an- 
teriori del cervello; la gianduia pituitaria, più gros- 
sa e dura del nalui'ale, conipiimeva i ncrxi ottici nel 
punto di loro iiitersecamento. 11 quinto caso poco 
differisce dall antecedente, se si prescinda dalla cir- 
costanza della caduta , e si aggiunga die , olire il 
tumore del capo Ibi malo da una massa simile ali 
ateroma , e perforante il parietale destro, un altra 
massa cerebriforme, nata dalla snperiieit^ interna dell 
ileo sinistro, avea forato lacetabolo , estera ,iper- 
ta una via al difuori , rendendo finierma ine;i;i al 
moto senza un sostegno. Ben dissinule si è la con- 
dizione morbosa nel sesto caso, nel quale furono tro- 
vate le parli molli intorno l'acetabolo tramutate in 
natura lardacea, e nello stesso acetabolo, ed osso 
innominato uno smemma sanguigno. Finalmente nell 
ultimo malato, defunto per nn'osteosarcoma aderen- 
te air osso sinistro delle scapole , fu veduto 1 omo- 
piata cangiato in una spezie di carne mucilaginosa . 
E piaciuto air A. di annettere alle altre queste due 
osservazioni , sebbene non appartengano ai tumori 
del capo . affini liè -lai luro couironto meglio apparis- 
se il diverso genere di alterazione ne le parti mol- 
li o dure. Ora dunque raccogliendo dai casi accen- 
nati qualcbe nozione generale intorno i tubercoli os- 
sivori del capo, ninno primamente vorrà poi re in 
dubbio che la loro sede sia entro il cranio , e per- 
chè non preceduti da esterna violenza, e quasi S(.'m- 
prc da fiero ed ostinalo dolor di capo, e perchè co- 



KÌ nr? ammaestra T isne/;ione anaicmica. In secon- 
do iiiugo , checché voglia dirsi sul modo col qua- 
le l' osso viene corroso, sarà sempre vero che il se- 
no del tumore covando una lenta flogosi , 1 osso 
né niolliiicato, e reso quindi soggetto al potere as- 
sorbente de iinlatici. Per U;rzo, contemplata la strut- 
tura e la materia contenuta nei tubercoli ossivoii , 
par che possa stabilirsi questo triplice genere ; di 
quelli cioè che nascono per vegetazioiie , ossia per 
espansione di vasi di ogni spezie, e per incremen- 
to soverchio della sostanza cellulare; di questi altri 
che nascono da separazione^ vfale a dire quando una 
parte od organo qualunque , ' che ha la facoltà di 
separare dal sangue un materiale , perverte il suo 
cilicio, e contra le ^ leggi naturali rende un umore 
morboso; di quelli inline che sorgono per tramuta- 
mento , mentre alcuna parte del corpo si converte 
in sostanza diversa dalla naturale , e si costituisce 
in carne, cartilagine , ovvero in o-jso. Che se a ta- 
luno prrndisse vaghezza di sapere a quali spezie si 
debbano riportare, e con quai nomi dinotare i tu- 
mori dei primi cinque casi , diremo che 1 A. S( n- 
za esitare annovera tra i fungosi quei della quarta 
e quinta storia ; e, avendo ragione della struttura, 
non è alieno dal porvi anche quello della seconda 
istoria, quantunque vegga che gli mancano inulti 
de' (Caratteri; gli altri poi, e sono della prima e ter- 
za istoria , li riconosce per quei tumori , che gli 
scrittori del barbaro evo han chiamato testuggini ,o 
talpe ^ 1 quali tumori deggiono ben distinguere t d^i 
cisLici^ o natte volgarmente detti, i.° perchè non cq- 
sta che sieno racchiusi iu un involucro ,3. nop 
sono così mobili, 3.** a guisa di quegli animali ser- - 
poggiando sotto la cute devastano il cvauLo, 4-**. per- 
chè assai pili diftìcile i/è la cura , e qnusi aw no^i 
giova r aprirli , o 1 estirparli . 2 * 



:20 SciEXZK 

Passa V.\. nel it. arf. a |>av]aro doi hihercnìl 
ddla spina ^ e inlende quella Sj)ezìe di tumore, che 
lia la sua sede in una parte della colonna vertebrale 
e logorando a poco a poco i legjimenù , Je cartilagi- 
ni, e Ja sosrani'.a ossea, la piegare in avanti la colon- 
na medesima , e solleva al di dietro una promi- 
nenza a guisa di gobba . Egli noma questa spezie di 
tu mure (ifosi ( gibbosità ) paralitica, l'er dare ai 
nostri lettori un cenno della sloiia , che fa YA. di 
questa terribile malattia, incominceremo dal dire , 
che il dolore e la lesione delle parti soggette all' 
impero del midollo spinale sono i primi fenomeni 
di essa . Se il tumore è por sorgere nelle vertebre 
cervicali , o dorsali , si annunzia col torpóre delle 
estremità superiori, con dillicoJtà di muovere il col- 
lo o il tronco, e di respiiai'e, coli inerzia dei mu- 
scoli del basso ventre ; e qiesti segni sono talvol- 
ta Iribniti dal medico ad altre inlerinità , e si di- 
ce che il tal individuo sollVe dispnèa , gonfiamen- 
to di sfomaco , e languore di ventre . Se il tu- 
more sta per sorgere sopra le \ ertebre lombari, ven- 
gono peilurbate le funzioni delle intestina grosse, 
«iella vescica, e delle infcrioii estremità; quindi sti- 
tichezza di ventre , iscuiia , e quindi una lenta 
perdita del moto e del senso negli arti inferiori . 
Tu odi i fanciulli , nei quali la malallia è più 
fre(juente , e si sviluppa con maggiore celerità, la- 
gnaisi di lassezza nelle gambe ; poi li vedi cammi- 
nare con istento , piegarsi loro le ginocchia, i pie- 
di pendere ingiù, gonfiarsi i malleoli, e in uili- 
jno li vedi privi della facoltà al moto, e in gran 
parte anche di sensibilità . Sorge intanto il tumore 
in uno dei mentovati luoghi della spina , e com- 
prende ora due , ora tre vertebre ; al suo crescere 
crescono in corrispondenza i sintomi ora esposti , 



EXERCITATJONES PATHOLOGICAE 



3 r 



sinché li tronco si piega in avanti, ed una proml- 
aenza ( gobba , o cilosi ) deforma la schiena. Ecco 
in compendio l'alterazione di organismo, che va 
operandosi entro il tumore. In 'principio del ma- 
le 1 legamenti delle vertebre s' ingrossano e si ral- 
lentano , si fanno anche un poco tumidi i corpi 
delle medesime vertebre, e le cartilagini, che so- 
no tra di essij, si ammolliscono: progredendo il mor- 
bo, si i'a. maggiore F alterazione di queste parti, 
mentre le cartilagini e i legamenti si disfanno ' 
1 osso è anco più o meno logorato , ed allora per 
necessità la colonna vertebrale inchina anteriormen- 
te , e forma nella parte posteriore una protuberan- 
za. Quella striscia legamentosa, la quale dalla som- 
mità della colonna scende al basso , onde tenere 
in freno le vertebi'c , è distesa in un sacco, ed ivi 
ristagna una materia ora saniosa , ora più densa 
in forma di sevo o di latte rappreso, ed in questa 
nuotano le squammette bianchissime dell'osso con- 
sumato. Né il vizio si limita a questo punto ; spes- 
so SI estende alle vicine costole , ne intacca il ca- 
po , e le separa dulie vertebre , nei casi fatali poi 
trovasi la membrana propria del midollo spinale 
tmta in fosco livido o in grigio; lo stesso midollo 
di color cinericcio , e più molle dell'ordinario ,• tro- 
vansiil gran simpatico, gli splancnici, e glmlGr- 
costali da lui provenienti, o avvolti e compressi dal 
tumore o in esso macerati , d' onde poi nascono 
gravi disordini nelle i unzioni del petto e delf ad- 
dome . I visceri stessi, e le membrane si scuo- 
prono talvolta viziate ; imperocché si vede il pol- 
mone contenere qua e là tubercoli suppurati ; la 
pleura anche zeppa di tubercoli del genere dei stea^ 
tomi , e slmilmenle deturpato il periostio delle co- 
stole: la sanie del tumore dorsale si fa strada al- 



22 Scienze 

cune volte in basso, e prorompe o nella natica, © 
neir anguìnaja ec. ec. Ma di un morbo così perver-^' 
so qual' ò mai la cagione prossima , e (jiiali le ri-' 
mote ? A parere del nostro A. , le profoiKl'* lesioni 
delle parti organiche nascono , se non luite, certo 
in gran parte , da infiammagione o moTiifesta, o la- 
tente , la quale allorché invade gli ossi , i legamenti , 
è le cartilagini , procede sì lentamente e nascosa- 
mente, che non si appalesa con il dolore se non 
dopo un lungo intervallo di tempo, e solo nei lan- 
ciulli si spiega più presto per la copia de" vasi san- 
guigni ,e per la forza piìi pronta de' nervi. L' in- 
fiammagione è dun(pie secondo lui la cagione pros- 
sima della cilosi paralitica ; o , per mi glio dire , una 
irritazione della spina dorsale , <l,e poi passa 
in flogosi , cagionata o da peicossa , o da dislui- 
sione , ovvero da deposizione dì umore rachiti- 
fo, scrolbloso , reumatico , e più trequenlc nn n- 
le da stcatoma , Y indole del quale sinora non 
ben si conosce . E se nel predominio di alcuno 
di questi umori sì voglia ravvisare una preceden- 
te morbifica disposizione dei solidi, si poti<i con- 
cedere al Racchettì che da questi incominci il mor- 
bo , e probabilmente ;ìbbia la [)rima origltu^ nel 
midollo spinale, e poscia si propaghi alle p.nti vi- 
cine . Di più , sapendosi che nella flogistica opeia/ào- 
ne si ammolliscono le parti organiche più dure , 
e che più attiva diviene la facoltà assorbente dei 
linfatici , potrassi con questi dati spiegare il di- 
struggimento delle ossa nella cifosi paralitica , quan- 
tunque a dilucidare questo latto bene anche si pre- 
sti la ipotesi di Marchelli ; vale a dire che V a< ido 
fosforico , in soverchia {[uantità separato , sciolga il 
fosfato calcare delle ossa , il (pjale si trova poi 
nella sania del tumore , nel latte , e nel!' oiina . 



ExERCITAT)ONES PATHOLOGICAE 2.1 

Ma venendo finalmente alla cura , interessa pria ■M 
tutto assiemarsi quale sia il luogo affetto della spi- 
na vertebrale , onde applicarvi le sanguisughe , ed 
il vescicatorio innanzi che apparisca il tumore . 
Gioveià per iscopiirlo portare , secondo il metodo 
di Copeland , insù e ingiù per la colonna vertebra- 
le una spugna inzuppata di acqua calda , sinché me- 
diante il calore si manifesti il luogo dolente , e 
su questo dovranno dirigersi i primi soccorsi doli' 
arte . Oltre adunque le sanguisughe ed il vescica- 
torio ripetuti a norma del bisogno , sarà utilissi- 
mo il cauterio, adoperato coraggiosamente da tutti 
gli antichi medici , e giudicato opportuno a spe- 
gnere r infiammazione , arrestare la carie , e pro- 
durre r anchilosi delle vertebre . L' illustre G. P. 
Franck risanò un giovanetto di kj anni nello spa- 
zio di 1 2 settimane , aprendogli i fonticoli , e poi 
dandogli internamente Y estratto di aconito nappel- 
lo , e la resina di guajaco ; corroborandolo a suo 
tempo con la corteccia peruviana , e la radice di 
arnica , facendo sul dorso le iregagioni o con li- 
nimento volatile o con mercurio, ed aggiungendo 
alla china-china la radice di Scilla , quando appa- 
riva r edema . Il Sig. Marchelli, stando alla sua ipo- 
tesi poc' anzi riferita , suggerisce l'uso interno del 
carbonato di calce, e del ferro porfirizzato, a fine 
di neutralizzare f eccessivo acido fosforico . 

Dopo queste nozioni generali ci possiamo di- 
spensare dair esporre quattro casi di cifosi che ven- 
gono in seguito ; come anco crediamo di non in- 
trattenerci neir art. iti, ove si tratta dei tuber- 
coli degli arti ^ tanto più che T A. rispetto a qiie- 
sti si esprime così : -Tuberculis in cyphosi occurren- 
tibus non dissimilia sunt alia , quae artiMim o^~-i 
occupant , quippe eadem ralione eorum sliuctiuaia 



a4 Scienze 

vastant destninntqur . Tllud a utem peculiare iis inest, , 
quod fere miiiquani sol li aria sint , et qiiod unum 
quodque ossis , cui incunibit , aiiqnara partoin aver- 
tat- . Diremo soltanto che in questo articolo sono 
inclusi otto casi di stcatonia in \aij punii delle 
estremità inferiori con alterazione dell' osso , si dà 
1 analisi della materia contenuta in quel tumore ; 
si ripropone la quislione sopra la cagione immedia- 
ta del dislacimento delle ossa ; e , por compiere la 
storia delie malattie di cotesto sistema , trattasi 
ancora brevemente della spina ue/itosa , ossia tu- 
mefazione dell' osso ; della spina velenosa , della da 
altri pedartrocace , ossia carie delle apolisi e del 
tessuto spongioso con Ulcerazione delle parli molli , 
stillicidio di umore sanìoso , e dolor pungente ; della 
spina pia mite , delta dai moderni jì aerosi ossea , 
la quale non importa né carie né fetore , ma solo 
la separazione di frammenti , o lamine di osso 
bianche , pesanti , e non corrotte . 
( Sarà continuato ) 



Osservazioni notoniico -fisiologiche sult epidermide 
di B. Mojon dottore in medicina ed in chi- 
rurgia , professore emerito della R. Uni^'cisità di 
Geno'i'a , membro di molte illustri accademie . Se- 
conda edizione . Genova dalla stamperia e fon- 
dei ia Poti tìt enier 1820. 



u. 



na lettera dedicatoria al eh. sig. Prockiiska , 
ed. un elegante epigramma del sig. Gagliufii pn^ce- 
dono la dissertazione - In principio di questa si [iro- 
pone r A. di con5^.iderare \ epidermide sotto faspel- 



Oss. slll' Epidermide a5 

to fli un corpo organizzato , sensitivo , e canace 
di subire tutte quelle organiche e vitali modi- 
ficazioni proprie alle altre parti della macchina ani- 
male ; e dichiara che in questa impresa gii sa- 
ranno di scorta alcune sue microscopiche o.sscr- 
vazioni , molte fisiologiche ricerche, 1' ajuto nolo- 
mico comparativo dell' epideimide di alcuni anima- 
li , e lo stato patologico del medesimo . INoi per 
soddisfare al nostro instituto , e colla maggior Li^e- 
vità possibile appagare la curiosità del lettore , tra- 
sceglieremo nella disseriazione tutto ciò che ci sem- 
bra appartenere all' A. , lasciando indietro quella 
erudizione , che può lacilmente trovarsi ne' lihii di 
fisiologia , notomia umana , e comparata . 

Ognun sa , che gli anatomici diversamente han- 
no opinato intorno la conformazione esterna dcìhx 
cuticola ; altri ha detto essere sotto V aspetto di 
scaglia , altri sotto quello di filamenti , o perfet- 
tamente levigata ec II nostro A. ci assicura che 
questa diversilà di opinioni dipende dall' aver os- 
servato la cuticola in varie parti del corpo ; poi- 
ché al suo occhio armato di lente, la cuticola , che 
copre il petto , gli arti , e il dorso , ha offerto sem- 
pre piccole squame imbricale come quelle de' pe- 
sci ; r epidi rmide che sta sul polpastrello delle di- 
ta , sotto il calcagno , ed in alcune altre parti , ha 
presentato un tessuto di fibre in forma di piccoli 
cilindri tortuosi, tra gì' interstizj de' quali si scor- 
gono minutissimi globetti e pori . 

Ha voluto in oltre il sig. Mojon prendere in 
disamina T opinione generale che l' epidermide ester- 
no ripiegandosi nelle diverse aperture del corpo , 
tali che la bocca , le orecchie , le narici , la vul- 
va , r uretra , Y ano ce. , si prolunghi entro le me- 
desime senza ni( ule alterarsi o cambiar di nalu- 



26 Scienze 

ra , ii\ ostrrifìonp inili tulle le ravità come sareb- 
bero 1 esofago , Io stomaco , gV intestini , Y utero, 
la vescica orinaria ec. A rendersi certo della ve- 
rità di celesta opinione , ha slaccato colla maggiore 
accuralczza alcuni pez/1 di cuticola da varie in- 
terne cavità , gli ha passati in rivista sotto 1' esa- 
me di un attivissimo londinense microscopio , e 
si è convinto che essa vaiia assaissimo di tes- 
situra ne diversi organi , per cui non si può conside- 
rare in verun modo come una continuazione dello 
stesso esterno epidermide che riveste tutto il coi- 
po . E per vero, l'epitelio dcgV intestini , e spe- 
cialmente dei tenui, ^li ha olTerlo coir ispezione mi- 
croscopica un' imniens;! qunntilà di piccoli lori a 
lembi rialzati , tra i quali lia scorta una specie di 
glutine trasparente e condensalo , che lega assieme 
un' infinità di minutissimi linfatici . Per qur.nto ei 
siasi studiato di ben esaminare questa membrana , 
non gli venne mai fatto di vedervi la pretesa am- 
polla delle villosità intestinali , di cui parla Lieber- 
kuhn ; onde a ragione si arroga il diritto di ne- 
garne l'esistenza , siccome già fecero altri fi.'iolegi . 
Le villosità figurale nelle tavole chilografiche di Shel- 
don non sono , a suo credere , elie le estrciautà de' 
vasi assorbenti intestinali . La pellicola poi, <'he ve- 
ste internamente la vagina e la matrice , si mo- 
strò all' A. sotto r aspetto di nna reticella o ma- 
glia tessuta di sottilissimi vasi ; tessitura afl'atto dis- 
simile dall' epidermide esterno . E che le interne cu- 
ticole de' visceri cavi non sieno nna continuazione 
dello stesso esteriore epidermide, oltre la diversi là 
delle indicate strutture dall' A. più e piìi volte \e- 
rificata , e fatta ostensibile a' suoi allievi in una pub- 
blica prelezione di notomia e fisiologia , viene ezian- 
dio provato dalla natura de' fluidi che le bagnano 



Qss. sull' Epidermide 2^7 

di continuo , e dal vario lor grado particolare di 
s<'nsibililà , di maniera che il raziocinio e V espe- 
rienza sen vanno bene d' accordo nel combatter la 
contraria opinione, generalmente , ma indebitamente 
ammessa . 

Ci sembra anche meritevole di attenzione ciò 
che r A. dice intorno la formazione dell' epidermi- 
de , su la quale molte e varie sono state le ipo- 
tesi dei notomìci , che lungo e inutile sarebbe il' 
riportare . I progressi della tisica animale ( così 
egli ragiona ) latti in questi ultimi tempi su qnaulo 
spetta la formazione e lo sviluppo dogli organi ani- 
mali tutti , non permettono più che si muova al- 
tro dubbio che T epidermide sia , siccome ogni al- 
tra membrana , il risultato di un processo orga- 
nico e nutritivo . Le osservazioni e le esperienze 
ingegnose di Guglielmo Hunter sulla membrana cai- 
duca, non che quelle di Giovanni Hunter sulla co- 
tenna flogistica del sangue , corroborano vieppiù la 
detta ojjinione sulla natura organica , e sulle pro- 
prietà vitali dell' epidermide : qualità che pur gli 
si vogliono contendere da molti . .Né varrà il dire : 
che le più scrupolose indagini su di questa mem- 
brana non abbiano fatto intravedere in essa alcuna 
vascolarità , e che le più line injezioni Ruj'Schiiine 
non abbiano potuto penetrarne il tessuto . Impe- 
rocché v' ha pure qualche osservatore più fortu- 
nato , il quale dicesi riuscito in questa ricerca , 
come quel Saint-André , qui non soliim vasa epi- 
dermide adscripvit , veruni edam affirmasse dicitur 
se vasa haec ita replere posse , ut rubra materia 
injecta valde turgerent , utque uhique libero oculo 
copiosissima apparerent (a) ; e come si è detto di 

(a) Heiit. Comp. A;: ni. 



28 Scienze 

un gentiluomo inglese possedei e alcune preparazio- 
ni , nelle quali la cuticola era injettata (b) . iì poi 
non vi sono altre parti nella macchina animale; che 
tali vascolarità . non presentano, e non ostante non 
fu mai negata loro un' organica struttura ? Le in- 
dagini di Eichat (e) pongono in dubbio la pre- 
senza di un sistema vascolare sanguigno nella; tes- 
situra (Ielle membi ane sierose ; ma chi ha mai pre- 
teso sostenere che quelle membrane non sieno or- 
ganizzate/* D'altronde v'hanno delle aiiezioni cutanee, 
per le quali l'epidermide staccandosi a brani offre an- 
che ad occhio nudo un tessuto di minutissimi a asi , 
i quali è lorza supporre dalla malattia dilatali e 
resi percettibili , mentre non pare verosimile che 
ne sieno stati generati . 

K qui cade in proposito 1' aggiungere che , se- 
condo il nostro A. , i piccoli filamenti cellulari , le 
ultime estremità de' vasi esalanti, e le radici de- 
gli assorbenti legano strettamente la cuticola al cor- 
po mucoso ; e che queste parti tutte intrecciate 
tra loro in mille diversi modi , e legate assieme 
con una materia albuminosa , iormano l'intiero tes- 
suto dell' epidermide ; che tanto rilevasi dalh; os- 
servazioni microscopiche , e dall' analisi delle sue 
funzioni . Sono appunto questi vasi o tubi che , 
allorquando 1' epidermide si stacca dal corpo mu- 
coso , formando una vescica per 1' azione degli epi- 
spastici , lacerandosi e corrugandosi su dì loro stes- 
si , e sopra la cuticola , ne chiudono la porosità ; 
e con ciò si spiega la cagione , per cui le am- 
polle prodotte da vescicanti , o dalle scottatuie si 



(|j) Huiiter Med. Obs. arni. Kn.(. voi. 2. pag. 5-^. 
(e) Tiiiilc do» uiciiil)raijci 



nfiv.irngono gonfie per molfo tempo , seriza lasciar 
«i'neeiro attraverso \ epiriermide il siero traversato , 
o Tarla che esse riiicbindono ; l'obliquità a inser- 
zione (levasi esalanti, clv< altiaversiano questa mem- 
brana t vende pure rtìgionf" di un, tale fenomeno . 
Posta r organica tessitura della cuticola, ne di- 
scende per legittima conseguenza la di lei facoltà 
di sentire . K come m^ii potrebbe questa membra- 
na ( così argomenta FA. ) assorbire alcuni fluidi 
che la 'bagnano , e rigetlarne altri, senza esser do- 
tala di una propria particolare sensibilità ? Vano 
si è r opporre che i vasi linfatici, e le estremità 
esalanti che la forano in mille luoghi diversi , non 
le appartengono . Ma come spiegheremmo noi , sen- 
za accordarle una vitale qualità , le varie altera- 
zioni morbose , cui va soggetta , e che noi pos- 
siamo correggere , ed anche prevenire con un me- 
todo curativo appropriato ? Questa pellicola non 
peicorre essa quelle stesse moditicazioui , che acca- 
dono agli altri organi della macchina animale nelle 
differenti epoche della vita ? Non la vediam noi 
sommamente sottile nella infanzia , più dènsa in 
una età più avanzata , molto compatta nella vec- 
chiaja , e riprodursi pi^ontamente ove sia distrut- 
ta? Se adunque V epidermide cresce , si nutre , e 
si riproduce , come si potrà negargli una organica 
struttura e delle vitali qualità? Anzi una comunità 
di vita e di azione col rimanente delfanimale al qua- 
le appartiene? Il suo stato morboso sviluppa soven- 
te in esso una sensibilità sì squisita, che non si può 
certo attribuire al derme, od al corpo mucoso che 
esso ricopre. „ //i erisipelntis ^ dice Krause (r/), ge- 
nevibiis leviorihus cutis lìon magis quam ciiticula 

(il) De sensilibvisparlibvis huniani corporis 



3q 



e I I^ \ Z E 



affcctce , et pruritus sc.des in hac ceqnn al quo in il- 

la esse i'idefur atgue hcec quiiìcm de scw 

su epidermidis satis dieta sunto ,, . S' innalzano so- 
vente alla radiciì tifile nngliie delle jjipile di puro 
epidermide, le qu,di si gonfiano, e diveuf',0110 do- 
lorosissime. Vi sono degli insetti che si rendono as- 
sai molesti col solo percorrere, benché leggermente, 
sull'epidermide; il taon, le ostri, la pulce, h» ci- 
mice, il pidocchio, 1 ichnenmone ec. ce ne danno 
lina prova. Non si può disconvenire che la'sonsibi- 
lità dell'epidermide è mollo oscnra ed ottusa, ed 
anche da perer nidla in alcune esperienze; mi non 
e perciò concesso il riiiularglicia intieraiiienlc, msn- 
ti;q fa mostra di se in parecchie circoitan/.e, e spe- 
cialmente in alcuni casi patologici. Niun artilìcio 
notomico, a dir vero, riesce a svelare alcuna rami- 
licazione, nervosa nella culicula ; sai'ebbe per altro 
Rudimento il dichiararla per ciò solo priva di ner- 
vi. E ormai riconosciuio e stabilito dai moderni fi- 
siologi , che i corpi oig:tnizzali godono tutti di una 
pailicolare sensibililà ali'-ilto indipendente dal siste- 
ma nervoso; sensibililà conosciuta sotto il nome di 
oti^aìdca ^ e che può considciarsi come il primo gra- 
do delia sensibilità di relazione^ o di vita animale. 
JJichat, liicherand, e Dumas osservano che vi sono 
d ile vene, delle arterie, de' legamenti, delle car- 
tilagini, e deije ossa, che non hanno, per quanto 
Sembra, alcun nervo, e che nel loro slato naturale 
di salute non olirono alcun sentimento percettibile, 
quanti' anche si tormentassero in mille modi di aver- 
le isolale ; pure esse debbono a\eie una maniera 
propiiu di sentire, distinguendo negli umori che le 
penetrano ciò ch(; loro conviene per nodrirle, e ri- 
getlaudo ciò che è loro inutile e nocivo. Queste stes- 
se parli, che per molto tempo lurono credute in- 



OSS. SLILl' EpiDE^tVI' de 3i 

seuslbill, non soiTroiio esse quando sono infilate una 
S(|iil.slta sensibilità, che dallo stato dirò cosi latente 
passa allo stato di relazione? Ogni parte del corpo 
animale sente e vive alla sua maniera; T epidermi- 
de, l'aceudo parte di questo corpo, ha conseguente- 
mente delle proprietà vitali sue proprie, che invano 
gli sì vorrebbero contrastare. 

Si è addotta di sopra , come prova dell' organis- 
mo e vitalità della cutìcola, la di lei pronta ripro- 
duzione, ove sia distaccata dal corpo mucoso. Mol- 
le cause possono durante la vita separarla dal re- 
ticolo malpighiano: una forte pressione, uno stio- 
iinauK ìlio continuato per molto tempo, T applica- 
zione dell acqua, dt 13' olio, o di qualimque altio 
liquido bollente, Tazione del fuoco, t!el fulmine, 
gli epispastici, le infiammazioni violenti della p.^l- 
k\ specialmente 1 eresipola, le affezioni erpetiche, 
parecchj esantemi, ed altre malattie. Ora in que- 
sti ella prontamente si rigenera, e non solo in quel- 
le parti che si trovano esposte ad un immediato con- 
latto con Varia, ma altresì su quelle, che coperte 
sono da un empiastro o da un Huido qualunque; e 
nel riprodursi passa per tutte quelle gradazioni di 
accrescimento , proprie a qualuuipie altro tessuto or- 
ganizzato. Sul principio rassomiglia ad una materia 
glutinosa, indi a poco a poco prende T aspetto di 
una esìlissima membrana É osservabile che la riprodu- 
zione deir epidermide procede contemporaneamente 
su tutti i punti del reticolo malpighiano, che n è sta- 
to spoglialo, mentre il derme non si riproduce che 
per il prolungamento de' suoi lembi. La cuticola in 
alcuni casi si rigenera iiiìmediatamen te sul cuojo: 
accade ciò nelle ferite con perdita di sostanza, o 
sulle piaghe, che hanno suppurato qualche tempo, 
per cui il corpo mucoso è stato intieramente dislrut- 



32 S e I r X z E 

to. Qucsi' opidermidc e alquanto diverso iicila stia 
slruttura dn quello, elio suol rigenerarsi snl icllco- 
lo mucoso; esso, corno già osservarono IVicliat, Cha- 
ussier , e Adelon, non si può slaccare dalla soUo- 
j)osta cute con gli stessi mezzi, che sogliono prati- 
carsi per ottenere la cute isolata. Nel callo poi il 
primo strato cuticolare, che viene slaccalo dalla ri- 
petuta compressione, e confricazione de corpi, è suc- 
ceduto da altri strati, i quali formano una j)romi- 
nenza dura, ed insensibile sino ad un certo limite, 
come nelle ginocchia, nelle mani , e ne' piedi. 

Questo breve sunto ci sombra- snltìf-iontc a 
guarentire la verità della tesi del sig. Mojou , che 
]' epidermide sia un corpo organizzato , sensitivo , 
e capace di subire le vitali modilicazioni proprie 
delle altre partì del corpo . 11 lettore troverà poi 
nella dissertazione molle notizie desunte dalla no- 
tomia comparata sulla struttura deiT epideimide ; 
vi troverà i mezzi per separarlo nel cadavere ; la 
chimica composizione , e gli usi: in poche parole 
V opuscolo è assai pii'i pregevole , di quel che pos- 
sa qui comparire ; e conferma la ripula/ione , di cui 
meritamente gode presso il pubblico T autore delle 
preziose Leggi Jisioìogiche . 

G. F. 



33 



tUT'Tn'inilWH'TIilirniMIP*— PliWIMIMIf ^Wl 'P'WIWIIili' J> I tl»tlMH'M ■!>* ff 



De hlenna - pyoderrhagia sjphilitica dissertatio in 
duas partes tributa , diagnosim , prognosim , et 
curntionem complectens . jéucturc Josepho Cccsa- 
re Fenolio Ripuleiisi , pJiilosophue et medicince 
doctore . Mediolani 1820 . 

autore per trattare della gonorrea sifilitica , 
che egli dice hlenna pjuderragia sjplillitica , di- 
vide la sua dissertazione in due parti . Nella pii- 
ma è compresa la diagnosi , e la prognosi di que- 
sta malattia . E nella seconda è soltanto il modo 
da curarla . 

i\eila diagnosi si notano i varj sintomi della 
gonorrea da qualsivoglia cagione prodotta . Si asse- 
risce che questo male ha tre generi , de' quali il 
primo è nominato blenna-pjoderragi^-idiopatliica , 
cioè gonorrea-idiopatica ^ perchè prodotto da uno sti- 
molo esterno ; il secondo simpatica , o sintomati- 
ca , perchè deriva da un altro male ; ed il terzo 
( qui son necessarie le" parole dell' A.) metastatica , 
ob humorum moìbijicorum super vaginam , ure- 
tliram , reliquasque partes repercussionem „ . Si mo- 
stra dipoi , che ciascun genere contiene molte spe- 
cie , nominate con i nomi delle varie cause spe- 
cijiche , le quali producono la gonorrea . 

La quistione , che molti scrittori tanno per sa- 
pere se la natura della gonorrea- sifilitica sia , o 
no diversa dalla essenza delle altre malattie ve- 
neree , è acconciamente esaminata . Egli espone 
gli argomenti , i quali provano che questi non han- 
no la stessa natura . JNomina gli autori che tengo- 
no questa dottrina ; e coloio , i quali vi si oppon- 
G.A.T.I X 3 



34 Scienze 

gono . Reca sei osservazioni fatte da se medesimo . 
K por queste , e per ciò cIk; Iianno sciitto moìti 
jainosi medici e cliirurgi , ragionando , allei ma 
rssei- uno quello ignoto principio , che genera le 
diverse malattie veneree . Dice che non prova es- 
sere speciale la natura della gonorrea sililitica il 
mostrar questa i suoi eflfetti in una sola parte , e 
le altre in molte parti del cor[)o . Poiché ciò av- 
viene dal che sovente quel principio , il quale pro- 
duce la gonorrea, stimola soltanto la membrana mu- 
cosa degli organi della generazione, e colà si ri- 
mane . Forse perchè il muco impedisce 1 azione 
de' vasi assorbenti . 

Dopo aver ragionato alquanto della natura 
della gonorrea prodotta dal veleno venereo , T A. 
vorrebbe farci sapere con quali segni possiamo ri- 
conoscerla . Ma egli medesmio ci avverte non esser- 
vene alcuno sicuro . Tutte le specie di gonorree 
]ianno spesso sintomi comuni . i:.d è diflicil cosa 
distinguere V una dall' filtra ; se non son palesi le 
cause, da cui procedono. 

Parlando l A. della cura della gonorrea sifili- 
tica nella seconda parte del suo ragionamento , 
considera ciò che avviene , quando incomincia il 
male , quando questo si accresce , e quando di- 
venta minore . Égli nomina questi tre tempi perio~ 
do d infezione , periodo di Jlogosi , e terzo sta- 
dio delia hlenna pioderagia . E siccome crede , e 
giustamente , che il veleno venereo non in altro 
modo operi , se non stimolando soverchiamente ; 
così egli vuole che nel principio , e nell' accresci- 
mento della gonorrea sifditica siano opportuni i 
rimodi , che diminuiscono il valoi'e degli altri sti- 
moli , non potendo scacciar quello , che cagiona la 
malattia . E stima che contrarie in qualche modo 



De BLE.VNA. PYODERRIIAGIA 35 

a questi rlm^^dj debbono essere quelle cose , le 
quali convengono al terzo stadio della blenna-pio- 
deragia . 

L' oggetto ultimo del nostro A. ò la cura 
de' tristi elFetti della gonorrea sifilitica , cagionati 
o per la malignila di sua natura , o perchè i ri- 
medj non l'urooo convenevolmente adoperati . 

J\oi abbiamo ragionato con queste poche pa- 
role della dissertazione del Fenolio , non ad al- 
tra cagione , se non per brevemente maniiestare ciò 
che a noi ne pare delle infinite opere , che in qual- 
che parte somigliano questa ; e , ciò facendo , desi- 
deriamo che altri non creda essere nostra inten- 
zione il mordere chi che sia . 

I dotti di chiaro ingegno , e forse anche co- 
loro , che ne hanno 1' apparenza , e non la so- 
stanza , gridando , vituperano la turba degli scritto- 
ri , i quali pubblicano con le stampe le loro ope- 
re o per aver gloria , perchè ingannati dal me- 
desimo loro giudizio ; o per ingannare altrui , ed 
averne ingiusta mercede . Molti buoni gioi'nali cer- 
cano di Irenare la dannosa voglia di questi tali , 
biasimandoli più che a gente costumata non con- 
verrebbe . Ma ciascuno grida , ed opera imlarno . 
Le biblioteche ognora soa caricate di nuovi libri 
inutili , o nocivi ; quasi non mai senza utilità, de' 
loro autori . 

JNoi crediamo che questo male proceda da due 
principali cagioni , delle quali luna è nel giudicio di 
quei lamosi , i, quali o scrivendo o parlando esa- 
minano le opere altrui . L altra è nella mente di co- 
loro , che né sono del tutto ciechi , né abbastan- 
za illuminati . E , per dir chiaro; 

Alcuni dotti scrittori o perchè natura'mente 
cortesi, o perchè tali m lor prò diventarono, sti- 

J 



36 Sciente 

mano dannevole il vituperare ingiuslaniPTite - Ma , a 
parer di questi , non è mai sconcia cosa il lodare 
chi che sia. Perciò talvolta sicuri della loro auto- 
rità, giudicano, e lodano, non mostrandone la ca- 
gione. E sovente periodare, ed apparire giusti, esa- 
itìinano lo scritto, al quale vogliouo dar lode. E con 
il loro sapere, e con il loro ingegno acconciano in 
hella forma quella scarsa materia, che quivi trova- 
no non guasta. Della qual cosa coloro, che dicem- 
mo benigni per natura, se ne compiacciono. Quel- 
li, che lo sono per arte ( e meglio si direbbe per ma^ 
lizia ) ne vivono lieti, o perchè n ebbero, o perchè 
ne aspettano mercede. L' autore dello scritto loda- 
to da coloro , che meritano lode , diventa più ar- 
dito, e meno ingegnoso. Il suo esempio sprona e 
guida mille sciagurati scrittori. E nascono infinite 
opere, che recano non picciolo danno alle scienze, 
ed alle buone lettere. 

A far conoscere il valore della seconda causa, 
che produce questo cattivo effetto, diciamo: To- 
stochè si manifesta un libro , lo stuolo di quelli, 
che son detti leg-isti, medici, letterati, ec. i quali 
seco trasportano il volgo cieco, per apparir dotti, 
devono leggere questo scritto novello,© almeno far- 
ne vista, e darne sentenza. E ciascuno di questi, 
se si tratta di ciò che si crede sua materia, deve 
più arditamente giudicare. Per sapere però se il giu- 
dicio sarà o nò giusto, consideriamone il giudice , 
Questi mal volentieri sofferendo che altri diventi 
famoso, sospinto da invidia desidererebbe che il li- 
bro, e diremmo anche V autore, più non esistes- 
sero. E non potendo ciò avvenire per suo mezzo; 
vorrebbe almeno biasimare ogni cosa. Ma si ritiene; 
e loda invece; conoscendo potersi lo biasimo facil- 
mente rivolgere contro se medesimo. Ed in vero. 



De blenna pyoderrhagia Sn 

allorché taluno loda altri, se coloro, che ascolta- 
no, ne chiedessero la cagione, mostrerebbero forse di 
essere maligni. Al contrario, se si biasima, colui che 
biasima deve manifestarne il perchè; onde non ap- 
parir malvagio , o stolto. E chi non sa trovare que- 
sto perchè, deve di necessità lodare. Questo argu- 
mento ha maggior forza nel nostro proposito; poi- 
ché lo scritto pubblicato con le stampe dispone la 
^enle volgare ad onorarne Y autore. Chiaro è dun- 
que essere il giudicio de' loschi la seconda cagione, 
onde molti arditi, non senza loro utilità, scrivono; 
e le scienze e le lettere spesse volte o non ricevo- 
no alcun nutrimento da' libri novelli , o vi son pa- 
sciute a tosco. Ma poiché le cose insino a qui da 
noi significate mostrarono già il nostro soverchio ar- 
dire ; possiamo senza nostro danno metterne la 
giunta. 

Ci sono non pochi scrittori, i quali fanno sì 
gran conto de sopradetti giudici, che per non es- 
sere offesi dalla invidia di quelli, e per renderseli 
amorevoli, non solo intitolano ad uno di essi le lo- 
ro ciancìe; ma scrivendole, cercano ogni modo on- 
de o commendare, se è possibile, alcuna cosa ope- 
rata da quei cotali, o almeno onorevolmente nomi- 
narli. E ciò più volentieri fanno, se que' mezzani del- 
la gloria adulterata sono in alto luogo, tanto che 
per la loro voce possa ficilmente spandersi il no- 
me dei dannnevoli dicitori delle vere e delle fal- 
se dottrine altrui. 

Afiìnchè però non paja, voler noi dire, non es- 
serci alcuno , il quale dia giusto giudicio intorno le 
opere eli cui ragioniamo; è necessario soggiugnere* 
che essendo stati anche da' veri dotti o por invidia, 
o per altra cagione, alcuna volta biasimati gli scrUli 
di coloro, i quali a buon dritto sono gloriosi; quei 



38 S e I K re Z E 

pochi giusti, che rettamente g'uidlcano, non sono 
intesi. Poicliò se questi biasimano , i biasimati se 
ne dan vanto , mentre additano quei chiari e fa- 
mosi ingegni, che ingiustamente furono vituperati. 
E la gente, la quale crede aver tutte la m(Hh'SÌma 
natura quelle cose, che in qualche parte T una T al- 
tra somiglia, anche per questa sagrilega compara- 
zione rimane ingannata. 

Ritorniamo ora alla dissertazione del Fenolio , 
che ci ha dato occasione di mostiaro una piccola 
parte della ventraja di coloro , i quali benché pri- 
vi di ogni buon valore , non possono essere fe- 
riti per punta, ma sì ben per taglio - Noi cre- 
diamo clie r A. siccome giovane , per quello che 
egli dice , dall' amor della gloria , e non da al- 
tra cagione sia stato tirato a pubblicare il suo scrìt- 
to . Perciò , lasciando stai-e le cose di sopra det- 
te , che tutte non sono per lo suo dosso , gli fac- 
ciamo sapere , non poterci noi lodare del suo li- 
bricciuolo . Noi slimiamo degno di essere mani- 
festato con le stampe quello scritto soltanto , il qua- 
le o mostra nuove cose con giusti argomenti , o 
ne insegna un modo , onde pii'i facilmente si possa 
apprendere ciò che altri prima significarono ; o ab- 
batte le dottrine ingiustamente credule vere ; e di- 
lettando guida r ingegno al ben oprare . Il Fe- 
nolio scriv-endo ciò che era a molti palese ; os- 
servando e notando cose già osservate e nota- 
te piìj volte ; aggiiigncndo la voce hlcnvn - pjo~ 
derragia al vocabolario de' medici , dal quale con- 
verrebbe toglierne mille di sì fatte : molto meglio 
avrebbe operalo , se ad un buon censore avesse 
mostrata la sua dissertazione . Non per sapere , se 
doveva o no pubblicarla , ma solo per esser certo 
di aver ben appresa la scienza altrui . Quello il 



De blenna byoderrhagia 39 

quale trama" di sapere , ed ammaestrare coloro che 
sanno molte altre cose , mettendosi per la via del 
vero , prima deve seguitare attentamente la guida 
che lo conduce , finché non giunge là dove altri 
giunse . Dopo ciò convien che provi col parere de' 
savj , se le cose scontrate per lo cammino fuio- 
■no da esso sì o no osservate , e ben comprese . 
Poscia è necessaiìo che egli torni indietro per fare 
la se solo k seconda volta lo stesso viaggio ; e 
cercare se mai vi l'osse un sentiero più breve , e più 
àcìle ; se chi lo ha guidato la prima volta gli ha 
nosti'ata ogni cosa, che ce; e se nel miglior mo- 
Od . E quando di nuovo viene al termine , se sente 
«1 certo valore, e desidera di andar più oltre, 
COI ogni buon'ardire deve sforzarsi di abbattere quell' 
osacolo , da cui gli altri furono ritenuti . Per 
qiHUo , e non per altro mezzo noi crediamo , che 
alctiia volta alcuni pochi possano scrivere per dirsi 
auto] giustamente . li se f autorità di molti non. 
CI vjitasse di ombrare la fama di coloro , i quali 
scrissero nuovi libri , perchè iL caso e non la scien- 
za li indusse a veder nuove cose ; noi mostre- 
remmo rf infiniti danni recati dalle strane conse- 
guenze, r^he questi trassero dalle ìoro scoperte per 
nomuiars autori dì grossi volumi . La storia della 
medicina ola basterebbe per farne mille luminose 
prove . 

1 er Crnpiere il nostro proposito , come me- 
glio per noi!;i possa , parleremo alquanto dello stile 
«el nostro j. Egli scrisse latino ; non però con 
quelle voci ,^ con quei belli modi , con cui parlò 
la gente , 

„ Che vissta Roma sotto il buon Augusto ; 
ma con quel ^gnagglo , che da parenti di na- 
tura guasta nac(je nel Lazio , sotto ben altro im- 



4o Scienze 

pero . Molti nostri cittadini , non vedendo a quple 
altezza è giunto il nostro idioma per lo nnlrimento 
avuto nel decimo quarto secolo , fecero poco con- 
to del parlare italico . Per far prova del loro sa- 
pere , inventarono una lingua, che dissero delle 
scuole. E con un ardire assai più stolto di quel- 
lo, che ebbero le Piche e Marsia allorché pro- 
vocarono Apollo , credettero che le loro voci 
somigliassero quelle degT antichi e gloriosi . No 
recheremo alcune parole dell' oratore romano , l< 
quali non disconvengono al nostro ragionamento 
affinchè il nostro A., mosso da coscienza, consi- 
deri più attentamente i libri di questo latino ; e i 
sovvenga del nostro giudìzio. iVè vogliamo cred;- 
re che , essendo stato Cicerone letterato e scici- 
ziato insieme , non si possa paragonar questi ou 
chi tratta di scienze ; essendo certi che il lete- 
rato e lo scienziato , comechè talvolta non car- 
lino nel modo stesso, e Inno e l'altro d(*ono 
sapere e mostrare nei loro concetti 1' art del 
ben dire . 

Il Fenolio , come dicemmo, pare eh' desi- 
deri di essere glorioso : ognuno sa che qu'^to de- 
siderio è buono. Cicerone asserisce cìie Taror della 
gloria ci sprona , e ci ia operar bene . ,, Joiios alit 
artes omiiesque incendimur ad studia , glota . ,, 

Ma questa gloria , come tutte le cse deside- 
rate da molti, è speso falsificata; e là dove fia sua for- 
ma, sempre non è la sua sostanza. L'orgofio, per sod- 
disfare la brama de'molti suoi seguaci ,i quello che 
sogliono fare taluni artefici, i quali danno l'ap- 
parenza di gemma orientale ad una nateria vile ; 
ed appagano così la vanità delle antescho , 1<« 
quali vogliono somigliare le donne'iccamenle or- 
nate . Affinchè il nostro A. non si vago di queste 



De blenna pyoderrhagia 4* 

ingannevoli Immagini, ponga mente, alle Tuscolane, 
là dove si legge : „ Tu ergo quae habent speciem 
gloriae^ collecta ex inanlssimis splendoris insignihns^ 
contcmne : bragia , fugacia et caduca existiina ,, . 
Se egli con nuovo valore , e con miglior ardire vo- 
lesse cercare la vera gloria per mercede de' suoi scrit- 
ti, sappia che il suo volere sarà vano, se la sua 
opera non recherà vantaggio o ai cittadini , o alla 
patria , o all' umaa genere . Questo ci fa sapere Ci- 
cerone parlando a favore di Marcello : „ Gloria est 
ilìustris et pervadala multorum et magnorum , vel 
in suos cives , vel in patriam , fé/ in oniìie genus ho- 
minum Jnnia meritorum . „ 

L' arte e la scienza de' medici , di cui è 
piccolissima parte lo scritto del Fenolio , più clic 
ogni altra cosa ci rende facile il sentiero di quel- 
la gloria , della quale Tullio ragiona . I medici , se- 
condo che scrisse questo principe della romana elo- 
quenza , operando perla salvezza degli uomini, mo- 
strano di aveie una parte della divina potenza . Ma 
non può ognuno posseder quest' arte , e scrivere del- 
la sua materia ; 

„ Che non è impresa da pigliare a gabbo . „ 
La medicina non è vana , come taluno crede . 
Vane però sono le parole , e gli scritti di molti , 
i quali ingiustamente hanno lama di tenere questa 
scienza . Se il Fenolio brama di ragionar di me- 
dicina ; prima di pubblicare con le stampe i siud 
concetti , mostri la sua opera a quei pochi , che 
a buon dritto sono lodati ; e se eglino la terran- 
no per buona, la faccia palese ad ognuno , e 
sia certo di esserne glorioso . 

A noi è piaciuto, parlando della disertazione 
del F-enolio , dir queste poche cose intorno talune 
opere ; circa X inleiuioue de' loro autori \ e ri- 



42 Scienze 

Spetto ai giudici che danno valore a quelle . Non 
crediamo j)oi'ò clie le nostro parole possino ti'at- 
tenere taluni scrittori, o guidarli per la dritta via. 
Per liberare le scienze e le arti dal velenoso 
incliioslro di coloro , noi vorremmo muovere quei 
valorosi , i quali beti potrebbero fare quello , che 
noi non possiamo . 

„ Poca favilla gran fiamma seconda ; 

„ Forse di retro a me con miglior voci 

„ Si pregherà perchè Girra risponda. 

Né, perchè abbiamo parlato con molto ar- 
dire de' difetti altrui, alcuno può riprenderci con 
le parole di Orazio : 

,, Quid tu? 

,, Nulla ne habes vitia ? 

Poiché , proseguendo il medesimo canto , risponde- 
remmo : 

,, Imo , alia , haud fortasse minora . 

Non ci è ignoto il nostro scarso ingegno . Noi 
abbiamo solamente mostrato di conoscere la strada 
del vero ; e di sapere come si deve andar per 
essa . I giornalisti possono ripetere a buona ra- 
gione questo che Fiacco per sua modestia diceva : 

„ Fungar vice cotis , acutum 

„ Reddere quae ferrum valet exors ipsa secatidi . 

De Crolli* 



Annotazioni alla storia del feto mostruoso ec. ylr- 
ticolo II ed ultimo di G. Tonelli . 



J_Ja forza iriimagìiiatlva dell' uomo ha un grande 
impero Sn di esso. Lo comprovano il delirio melan- 
conico di un Socrate, di un Pascal, di un Euge- 
nio, di un Petrarca, di un Tasso, di un Abelardo, 
di un Pìgmalione (a), di un Gaspare Barloeo, e per 
fine ( tacendone molti altri ) di un Pietro lurieu'i, 
il quale, celebre per dispute teologiche, scritti po- 
lemici, e pel suo comcntario sopra l'apocalisse, si 
abbandonò alla melanconica affezione di ritenere i 
suoi colici dolori, che lo bersagliavano, prodotti dall' 
animale fornito di sette capi e dieci corna, di cui 
si fa menzione nell' apocalisse medesimo (b). Lo at- 
testano altresì i sintomi della idrofobia per effetto di 
esaltata immaginazione sperimentati da Temisone , ed 
osservati da Franck, da Schmucker, e da Brera; i 
sconcerti morbosi, dei quali si querelano gì ìpo-^ 
condriacirle moltiplici affezioni delle ovaja delle fem- 
mine (e) , e r istessa formazione dei corpi lutei, di 
che Buffon e Vallisnieri di già parlarono, e che dall' 
ili. Roose si credettero ancora in virtù di esaltata im- 
maginazione generati. (d) Ne starò io qui a rammentare 
la leucorrea, le polluzioni, la ninfomania, e l'onanismo 
derivanti da' ripetuti esaltamenti del potere imraa- 

(a) V. Brera. Traduzione di Borsieriec: K Prolegomeni pag. iSi. 

(b) V. Tissot, Reil, 5'prengel. 
(e) Brera. 1. cit. 

(d) Cvivier-Lecons d'anatomie coraparée ec Lecon XXIX section I. 
Artide IL 



44 Scienze 

ginatlvo, bastando sol che io rammenti esservi sta- 
ti in ogni tempo li più eruditi scrittori, che sul 
potere, e sui danni dalla forza d' immaginazione pro- 
dotti, bau consegnato alla posterità le più pregevoli 
cognizioni (e). Emerge da tali premesse una conse- 
guenza giustissima ed evidente , qual sì è, che la 
facoltà della immaginazione ha un dominio positivo 
ed assoluto sull' umano organismo^ mentre lo assog- 
getta alla tirannia dei morbi i più gravi, i più tur- 
pi, ed i più incurabili non solo, ma ben anche lo 
rende talvolta folle vittima, o unicamente del suo 
insano trasporto , o semplicemente di malattie le più 
miti, come diverse osservazioni ne leggiamo alla pag, 
5o del voi. XX. della Bibhoflièque Medicale sp^^t- 
tanti a varj individui, che colla morte han pagato 
realmente il tributo della loro stolta credulità a so- 
gnate predizioni- Maggior peso acquista V enunciata 
conseguenza, ove al finquì esposto aggiunger voglia- 
si un' opportuna distinzione fondata sul lume della 
giornaliera esperienza, che la muliebre immagina- 
zione trovisi neir epoca della gravidanza in un gra- 
do maggiore di esaltamento. Agevole in tal guisa 
riuscì al sagace Arnoldo Wlenholt (f) di sostenere 
il potere della immaginazione materna, e virilmente 
combatterne tutte le obiezioni in proposito. 

Ciò premesso, a me sembra che non riesca dif- 
ficile a concepirsi \ idea del rapporto della mater- 
na immaginazione colf organismo del feto racchiuso 
neirutero. Il dott. Adolfo Krause, che nella sua citata 

(e) Meritano fra qucsù onorevole ricordanza; Zimmcnnann, Clel- 
ia esperienza nella medicina. Gap. ii. e 12 del Uh. 4-, non die 
Adolfo Krause, De damnis, qu.T ad corpus huinanuni ex imagiria- 
tionc rcilnudam (V. Brera. Syllog;C Cc: voi. VII.) 

(f) Lezioni sulla origine dei mostri ce: ' '• 



Feto mostruoso 4^ 

opera tatti affidò alF azione dei nervi gli effetti i piiì 
nocivi da esaltala immaginazione derivanti, conchiu- 
se su ir argomento in discorso con augurare che si sa- 
rebbero un dì scoperte le occulte vie finquì ignote, 
ma atte a svelare il fenomeno di cui si tratta. ,, Nam 
„ etsi neutiquam sura nescius ( 'son sue parole), 
,, neminem fuisse inter anatomicos, qui haec or- 
„ gana reperisse sibi visus fuerit, ea tamen vere ades- 
,, se dubitari non potest, et certissime mihi per- 
,, suasLim habeo, ea aliqiiando inventum iri, prae- 
„ sertim cum videam, simile quid aliis partibus 
,, corporis nostri din prorsus ignotis, tandem vero 
,, piena luce illustratis accidisse ,, . (g) . E se il 
Wieusscns, il Bradlej, ed altri ebbero ricorso all' 
opera 'dei nervi; V autorità però assai veneranda di 
im uomo sommo, qual si fu l'Hallero, oscurò per 
incanto le opinioni di quegli scrittori col franca- 
mente asserire : a maire in Jrstum nulli nervi tran- 
seunt . (Il) . Né per f inverso ordine riuscì a que- 
sto insigne fisiologo il persuadersene ; giacché se 
dietro X esposizione di Bertrandi soggiunse in ap- 
presso : etsi aliqui ah hepate ad ligamenta , et ad 
umbilicum utique venire possunt ; era per altro di 
avviso, che fuori dell' ombelico fosse a lai nervi 
precluso Y egresso, e che ivi avessero il lor termi- 
ne; sì perchè nemo ( così egli si esprime) accura- 
tiorum infunicido .... nervos vidit (i); come an- 
che perchè a lui sembrava non essere il tralcio om- 
belicale una continuazione delle parti del feto, ma 
bensì lo giudicava inserito, aderente semplicemente 



(g) L. cit. pag. 143. ( vcd. not. (e) ) 

(h) L. cit. 

(i) Voi. X. lib. 29. sect. III. secundce. §. XIX. 



40 Scienze 

alla cute del feto is tesso : funicAtlus in ciifis fls' 
suram potiiis inscr/us videtiir . (k) Mu sembrami 
( se mal non mi appongo ) trovarsi la cosa oggidì 
sotto altro aspetto in grazia delle luminose sperien- 
ze Agì chiar. prof, di anatomia umana in Bologna 
il dottor Francesco Mondini. Questo celebre anato- 
mico è giunto a dimostrare con rigorosa evidenza in 
virtù dei suoi moltiplicì esperimenti (I), che dal fe- 
to si espande, e si prolunga per una continuata in- 
tegrità della sua propria sostanza, la cute e 1' apo- 
nevrosi dei muscoli dell' addomine, onde formarsi la 
robusta ed elastica guaina dei vasi ombelicali . Più: 
da tale inviluppo del cordone ombelicale continuan- 
dosi progressivamente l'espansione delle accennate 
parti del feto, giungono fjuestc lamine alla placenta, 
si prolungano sulla interna superficie di rpjesta, ed 
oltrepassando il lembo circolare della medesima si 
rivolgono d' intorno al feto in modo da costituire 
le due membrane amuio e corio , nelle quali tro- 
vasi il feto rinchiuso lino al momento di vedere la 
luce. Or questa produzione di parti organiche del 
lèto medesimo ne istruisce, che dette parti sian for- 
nite di vasi e rossi e linfatici , non che di pro- 
pagini nervose . Né X estrema sottigliezza dei va- 
sellìnì, che per la placenta serpeggiano, può esclu- 
dere ivi la presenza dei nervi. Giacché dopo le os- 
servazioni di Wrisberg, e di Soemmering, il pri- 
mo dei. quali depone aver veduto tanto più molti- 

(k) L cit. §. IV. li punto, ili cui disse Hallcro, che gT integu- 
menti formano un nolal>iIe anello d'intorno al fuaicolo, si è quel- 
lo, in cui la cuticola, giunta alla cosi detta origine del tralcio, non 
si estende più oltre mentre la rute si prolunga. 

(I) i-ascic. XVII. degli opuscoli scicntilìci di Bologna e Osserva- 
zioni iìilorno ag;^ iiiv^lluppi del J'clo umano ce: =3 



Feto mostruoso 4? 

plicarsi iutorno ai vasi i filamenti nervosi, quanto 
più si vanno quelli ad assottigliare; è di parere il 
prof. Racclìetti , che le propagini nervose, le qua- 
li dappertutto siegiM)no ì andamento dei vasi, fini- 
scano Doi in confondere ed immedesimare la lor 

i. 

sostanza midollare colle ultime estremità capillari, 
dalle quali si effettua la nutrizione (m) . 

Che se è vero ( come tiensi per dimostrato dal- 
le dottrine fisiologiche ) esser grandissimo il coo- 
perar dei nervi alla nutrizione, spiegando questi uno 
speciale dominio su i vasi secernenti e capillari , 
non che sulle loro l'unzioni di secrezione e di 
assorhìmenlo ; e se è vero altresì ( come riceviam 
conl'ermalo dalla osservazione ), che Tesercizio del- 
la nutrizione, essendo maggiore e più attivo al pri- 
mo isvolgcrsi del ieto nell' utero col rendersi succes- 
sivamente minore fino al periodo del di lui ultimo 
esistere, richiede, che ì efficacia della forza nervo- 
sa dehba essere certamente maggiore nella prima età 
delTuomo, che in tutte le rimanenti della vita: ne 
discende per logica conseguenza, che T attività dei 
nervi sia generalmente più energica, più pronta in 
quella età delf uomo, che nell utero conosciamo 
sotto lo stato di embrione e di feto. Sappiamo d al- 
tronde, che dopo essersi le baihoiine della esterior 
superficie dell' uovo fecondato rese aderenti ad una 
porzione della matrice, ivi principalmente avviene la 
nutrizione e T incremento; perchè la di lui placen- 
ta, in virtù dei vasi linfatici (n) , dei quali a do- 
vizia ridonda questo corpo spugnoso nella sua or- 
ganica struttura, è capace per mezzo loro a foggia 

(m) L. cit. scz. t|uai-ta cap. Vili. 

(n) Schregcr , De funct. placenta uterina; ec; ( V.Brera Sj l!o- 
jc ce: voi. 111. pag. 64, e seg.) 



48 S e I E >- 2 5 

di pianta parasita, a cui la paragonò Osiander (o), 
di succhiare nelle cellule dell' utero 1 umor nutri- 
zio atto a somministiare al nuovo ospite i mate- 
riali del suo rapido ingrandimento. Resta così coti 
piena evidenza riconosciuta una immediata corrispon- 
denza del feto colla madre; coirispondenza di vasi 
e di nervi della madre con quelli del feto,- corri- 
spondenza per altro ben diversa da quella delle ana- 
stomosi già confutata da Monrò, Simson, Roederer, 
ed altri. Che se poi, mentre Haller, Walter, Wris- 
bcrg, Meckel giuniore, Schreger, Kunter, Dubois , 
Gardieu impugnano il passaggio di alcun liquido dai 
vasi della madre a quelli del feto, piacesse nulladi- 
meno di valutare le osservazioni, gli esperimenti, e 
pur le induzioni, che da questi ha potuto desumere 
lo Ghaussier, si avrebbe una idea di una piij imme- 
diata (dirò cosi), più diretta corrispondenza, mer- 
cè la comunicazione delle radicule della vena om- 
belicale colle vene uterine (p). 

Rimane dunque in un modo plausibile provato: 
cKè grande T imporo della immaginazione sull'or- 
ganismo: cK h maggiore il dominio di qu:>sta nelle 
Icmmine pregnanti: che direttamente colla madre 
comunica il feto mercè del prolungamento della cute, 
e dell' aponevrosi dei muscoli addominali: che. que- 
sta comunicazione non è solo di vasi rossi e lin- 
fatici; ma che havvi altresì una certa corrisponden- 
za dei nervi dell'una con i nervi dell'altro, giac- 
ché le nervose rarailicazioni sìeguono ovunque il cor- 
so dei vasi , fino ad immedesimarsi colle loro ul- 
time estremità capillari: e lilialmente che vi esiste 

(o) De causa inserlionis placenta; ec. (v. Urerasylloge ec.Vol. 
I. pa;^. 27.) 

(p) V. BuUctin de la faculic de incdiciuc de Paris, lanvier ì8ì4- 



Feto mostriìoso 49 

una maggiore altìvità ed energia del si<;fema nervo- 
so del feto in un epoca di tempo, in cui questa cir- 
costanza coincide con il grado di maggiore esalta- 
mento' della materna immaginazione; esaltamento clie 
si disse deriìsnte dalla forza istessa dei nervi. Chia- 
ra quindi dalle cose dette emerge la concliiusione, 
clic il sistema nervoso della donna incinta posta già 
in un maggior grado di esaltamento, se in conse- 
guenza di sopraggiunto terrore, spavento, o altro 
soBjiglieyol patema d«bba dal suo naturale stato de- 
viare, uopo è che ai nervi dell' utero specialmen- 
te partepipi una tal deviazione un certo straordina- 
rio org;'ismo liipidamente questo comunicatosi alle 
i^ertose, propagini appartenenti al feto, e nelle cel- 
lule dall utero immedesimate coli' estremità capil- 
lari dei vasi, induce quindi col mezzo di esse per 
la via degf inviluppi letali fino al luogo della loro 
origine una certa impiessione, che riferita ai gangli 
del feto istesso determina la produz.ione di quelle 
trasfbrmizionì , cambiamenti, mostruosità, che la 
giornaliera esperienza ci pone sott' occhio; giacche 
ognun sa, che i filamenti nervosi sono disposti in 
guisa che non solo si i^accolgono, e riuniscono in 
l'ascetti sempre maggiori, ma formano nei gangli cer- 
ti centri, e precipuamente , nel cervello ed anzi nella 
midolla allungata un centro massimo costituiscono. 
Ma, dirassi, in che mai consiste una tal de- 
viazione dei nervi dal loro stato normale ! in che 
quest'orgasmo! in che questa impressione ' Sarà mai 
essa ( rispondo ) quella impercettibile azione, clii^ nel 
sistema nervoso si desta dopo il patema; sarà m li 
essa che vaglia a produrre un pervertimento nella 
composizione naturale dell' umoi^e nervoso, o tur- 
barne la proporzione nella di lui secrezione ed assor- 

G.A.T.IX. 4 



5o Scienze 

bimento, per valermi delle idee di Soemraeiing (q)? 
Sarà mai essa che riesca a cangiare 1' affinità chi- 
mica delle melecole di questo umore nervoso, o a 
modificare la di lui l'orza vitale col variare la mo- 
bilità , la preponderanza o dell' ossigeno, o del flui- 
do elettrico, o del galvanico? Potrà forse essa con- 
sistere in una specie di oscillazione, e di scuoti- 
mento del principio proprio dei nervi, presso a po- 
co somiglievole al comunicarsi del suono per V aria, 
se fia lecito adottare la teorica dottrina di Le Pal- 
lois (r) ? Si potrà forse dessa stabilire nell' altera- 
zione dell' equilibrio delle azioni reciproche di tut- 
ti gli elementi delle melecole nervose , ove sia per- 
messo di qui applicare le fisiologiche idee del som- 
mo Gallini? Or se questa perdita di equilibrio va- 
da neir istante istesso a produrre un' analoga altera- 
zione nelle vicine melecole, si concepisce agevol- 
mente il rapido trasmettersi di una impressione da 
una estremità all'altra, dalle estremità senzienti al 
centro massimo dei nervi, e quindi per mezzo di 
altre diramazioni nervose ai vari tessuti, che van- 
no ad essere da queste penetrati. Diffusa così V im- 
pressione al sistema nervoso dell' utero, si ricevo- 
no queste medesime impressioni dai filamenti ner- 
vosi del feto , dotati tutti della stessa forza insita: 
ma quinci dalle estremità senzienti del feto diffon- 
donsi al centro massimo dei nervi di quesfto nuovo 
organismo, donde poi le istcsse alterazioni si comu- 
nicano ai nervi diretti alle parli, nelle quali si van- 
no ad operare quelle trasformazioni, mostruosità. 



(q) Dell' umore che si riassorbe dai nervi del corpo umano 
co ce. Memoria coronata in Amsterdam Tanno 1810. 

(r) Experienccs sur le principe de la vie, ce. , Paris 1812. 



Feto mosirloso 5 i 

cambiamenti, che nella lor somiglianza punto non 
si discostano il più delle volte dal genio della cau- 
sa primordiale, che eccitò la materna immagina- 
zione. 

Rimarrà per altro sconosciuto sempre il mec- 
canismo, con cui vadano (per dir così ) a dipin- 
gersi questi effetti nel corpo del feto; rimarrà ad 
onta di ciò sconosciuto V ordine, che i nervi ten- 
gono neir operare quei cambiamenti, quelle trasfor- 
mazioni, che air atto della esaltata immaginazione 
materna sussieguono. Con\fintissimo quindi io so- 
no, che gli esposti raziocinj non abbiano squar- 
ciato il velo, che cuopre il mistero di siffatte opera- 
zioni; ma si potrà almeno dire intanto con maggior 
fondamento, che in virtù di una violenta emozio- 
ne deir animo di una donna incinta avvengano real- 
mente certe mostruose alterazioni, alcuni difettosi 
cangiamenti nella organica struttura e sviluppi dei 
feti. E se per lo innanzi vi era una insormontabile 
difiicoltà a concepirli avvenuti, sol perchè a igno- 
ravano le vie di reciproco rapporto della madre col 
feto; or che io fra gli esposti documenti ho pro- 
Jfittato il primo delle anatomiche osservazioni del 
sig. Mondini, sembrami ( se mal non mi appongo ) 
di aver potuto additare la strada di comunicazione 
fra la madre ed il feto , onde conoscere la produ- 
zione del fenomeno. Fatto un passo nella scienza', 
havvi tutta la probabilità, che rinvenir si possa il 
sentiero da battersi per progredire innanzi, sol che 
si vadano a proseguire ulteriori indagini con inces- 
santi fatiche- Non ad un tratto si toglie lo stupore 
dell' animo alla contemplazione di certi arcani. Ed 
in vero quanti sono, di grazia, i fatti che colpii 
scono di maraviglia il patologo nella teoria delle ma- 
lattie nervose? Si è mai data soddisfacente e cer- 

4* 



52 Scienze 

tissimà é[)icgazione dol pcrch;'; p. e. il snono deli' 
organo lichiamiss» 1 accesso di una rcbbrc terzana 
a queir uomo conosciuto da Michel? Del perchè la 
donna, di cui fa menzione Felice Plaler, venisse 
posta in terribili convulsioni alla sola vista dell' ac- 
qua^ do|30chè alla riva di un finine venne abban- 
donata dalle sue compagne? Del perchè il soldato, 
di cui parla Fabrizio Hilduno, al vedere un dì il 
suo nemico, da cui ricevuto avea in duello una fe- 
rita, morisse in breve tempo vittima di ribelle 
emorragia dalla piaga, che già cicatrizzata riaprissi 
alla vista del vincitore/ Sì dice, che la potenza 
nervosa ha una certa disposizione naturale a ripro- 
durre delle sensazioni vive, che lo hanno una vol- 
ta agitato : ma e con ciò abbiam penetrato la se- 
greta maniera di agire delia potenza nervosa? Quan- 
ti sono ancora gli esempj di persone attaccate da 
convulsioni nel momento in cui ne resta un indi- 
"viduo sorpreso? Un assai memorabile fatto ne ab- 
biamo nel morbo convulsivo propagatosi per la so- 
la forza d immaginazione nella casa dei poveri di 
Harlem, che ci riferisse Boeraave. Il riso, lo sba- 
diglio, le lagrime, ed altri movimenti di tal fatta 
entrano pure nel medesimo ruolo. Del terrore , dell' 
aramirazioTie, del coraggio, del disprezzo s' investe 
ad un tratto una numerosa schiera di persone agi- 
tate da' medesimi patemi. Dei quali effetti se rin- 
tracciar vorremo la spiegazione; ci verrà soggiun- 
to, eh è grande il potere della imitazione negli atti 
delia-potenza nervosa; clie per questo magico po- 
tere della sensibilità imilaliva tendono tutt i siste- 
mi nervosi a porsi ali unisono: ma e con silfatta 
spiegazione .abbiam conosciuto Y intima maniera di 
prodursi tai fenomeni? Così finalmonle ( e qui chiu- 
derò le mie riflessioni onde non rendermi so ver- 



Feto mostruoso 53 

chiamente prolisso ) se della osservazione di Wer- 
Ihoof, il quale vide vari€ donne dopo i parti ialsi 
soffrire nel nono mese evacuazioni copiose ed aven- 
ti qualche rapporto con i lochj; o se della osser- 
vazione di Alibert, il quale vide una signora sog- 
giacere ad una specie di travaglio dì colica nel dì 
dell'anno, ch'era anniversario di quest'accidente, 
si vorrà ricercare una ragione: sentiremo risuonar- 
ci air orecchio, che 1' abitudine ha un singolare im- 
pero sul sistema nervoso . Ma e da ciò qual idea 
ci formiamo di quel processo morboso, che vor- 
remmo sapere in qual maniera si eseguisce? Or 
quanto più si va ciò ad avverare nel complesso 
dei fenomeni tutti risguardanti la generazione, per- 
chè ( come avverte fra gli altri Roose ) (s) la cau^ 
sa generatrice è superiore alle nostre medesime co- 
gnizioni! TONELLI. 



(s) Raccolta di opere mediche co: Tom. XXIX. „ Fondamenti 
della dottrina concernente la energia della Vi7« " J= VenezU iSoa. 



54 

LETTERATURA 



Opere di Orazio Fiacco recate in versi italiani 



da Tommaso Gargallo 



Tentavit quoque rem si digne vertere posset 
Hor. ep. i. l. 2. V. 164. 

In Napoli ^ nella stamperia reale 1820. 



ì^ono già nove anni decorsi da che il sig, D. 
Tommaso Gargallo pubblicò in tre vokimi la tradu- 
zione delle odi di Orazio , od il suo lavoro riu- 
nì i suffragii della lettrerattira in sua lode. Da 
quell epoca si accinse a recar in versi italiani le 
opere tutte del Venosino , e di queste la ora do- 
no alla repubblica delle lettere . Accompagna la 
traduzione con giudiziose note , ed è preceduta da 
un ragionato proemio , nel quale e nelle note che 
vi sono riunite immensa copia s])iega di erudizione, 
e la più savia manifra di ragionare. 

Incomincia egli dal porre in vista i migliori 
metodi di tradurre, sulle difficoltà moltìplici che 
in essi s' incontrano , e lassi in una nota a porre 
in ischiera la non scarsa turba dei traduttori 
d'Orazio, i^spone gli oblacoli , che oppone ad un 
traduttore la soverchia venerazione per T originale, 
e vuole che in una specie di gara o duello stia 
la traduzioTie col suo origitiale , onde il tradut- 
tore come schiavo non si avvilisca , e non si p(iu- 



Orazio tradotto dal Gargallo 55 

ga ai piedi dei ceppi, che povero , meschino , 
tremante lo rendono . Adotta la divisione del 
d' Alambert sul vario carattere degli autori , cioè 
quelli che dallo stile traggono la loro eccellenza , 
quelli che per 1 loro concetti l'acquistano, quel- 
li finalmente che in ambedue i prcgii riportano 
la palma . Passa poscia ad osservare i tempi ne' 
quali scrisse Orazio , i legami che i costumi di 
queir epoca e le politiche circostanze gli poneano 
d' intorno , ed avvedutamente rileva qualche lam- 
po di libertà eh' egli lasciò balenare in quel se- 
colo di schiavitù . Nel ponderare la disparità clie 
nelle odi passa fra Pindaro e Fiacco , oserva co- 
me questi abbia imitato i diversi lirici greci , e 
come sia il solo lirico , che oppone alla greca 
la poesia latina , la quale fino ai tempi di Au- 
gusto non ebbe verun lirico , e dopo di Orazio 
altro lodevole non sa proporne. 

Nella nota decimiquarta ci dà il ritratto di 
Orazio , e simiglianlìssimo , perchè dagli stessi 
suoi scritti ne trae il disegno ed il colorito , non 
avendo quel gran poeta tralasciato di dipingere il 
suo corpo, il suo animo, il suo ingegno, e fino 
gli stessi suoi diletti . Espone con acutissima pe- 
netrazione il carattere di Orazio riguardato come 
scrittore, ricavandolo dal suo modo di concepire , 
imagiuare , ed esprimere le sue idee ; e da questo 
carattere fa risultare la somma difficoltà , che 
porta con se la traduzione delle opere sue : ed 
esamina anche con qualche rigore gli svantaggi 
della nostra lingua in confronto della latina . 

Nella decimasettima nota estrae da Orazio 
tutti i più importanti precetti , eh' egli ha dato-^ 
nelle sue opere suU' ingegno che debbono posse- 
dere gli scrittori , supU studii cui debbono dedi- 



5C Lettì-raturì. 

carsi , sul metodi che debbono seguitare , èv.ìY ele- 
ganza che adattare debbono ai costumi del secolo. 
Orazio quasi sempre reca se stesso ad esempio in 
ciò che insegna , e dimostra che quanto vuol che 
si faccia tanto fece egli stesso . 

- Dopo aver osservalo il N. A. assai fondata- 
mente , che talora spontanea allo scrittore si pre- 
senta la traduzione dell' espressione o del concet- 
to dell' originale , riconosce che lavoro di dispe- 
rato esito sarebbe il tentare simile continua fedeltà 
Della traduzione di un opera; ma che però se il 
compenetrarsi colf originale è impossibile , 1 av- 
vicinarsi ed andargli a fianco è permesso ; e leg- 
giadramente adotta il detto del sig. De la Harpe , che 
la musica dev' essere la stessa, ma sonata sopra 
diverso stromento . Quindi , come geloso della fe- 
deltà, per quanto è possibile , osserva che nelle sue 
traduzioni si è ingegnato di cercare una simiglianza 
di metà con quella delle o di oraziaìie . 

Accenna poi con molto buon giudizio il pa- 
ralello che Ira molti anlichi e moderni poeti po- 
trebbe farsi, e decide che Cicerone, ed Orazio 
con lui , non possono trovare fra gli italiani chi 
li accoppi!. É ben naturale che parlando della sua 
versione parli ancora della nostra lingua, e si pon- 
ga in mezzo alle guerrieie zuffe , che su di essa 
a' dì nostri si sono riaccese, e che incominciano 
dal dubitare del suo nome, e contrastare se tosca- 
na o italiana debba chiamarsi . Egli però entra 
fra le discordie colla divisa piuttosto di media- 
tore che di combattente : quindi non se la pren- 
de totalmente contro coloro , che appoggiali al 
gran triumviiato di Dante Ftlrarca e lioceaccio , e 
difesi dai baloardi del dizionario della crusca , vo- 
gliono che la lingua che parlasi di qua da le 



Orazio tradotto dai, Gargallo 5^ 

Alpi debba nominarsi toscana , e dalla Toscana so- 
la debba ricevere leggi , ed obbediente osservarle . 

Air incontro poi il N. A. non volle farsi 
totalmente campione di coloro che, contrastando 
alla Toscana il privativo vanto di dar nome al- 
la lingua , vogliono che T Italia tutta ed i tanti 
dialetti che in essa si parlano abbiano diritto ad 
ampliare la lingua stessa , e che la siepe del di- 
zionario della crusca non sia impenetrabile a co- 
loro che non bevono le acque dell Arno . 

Qualche arma a favore di questo diri Ito 
comune all' Italia tutta , non proprio della Toscana 
sola , la somministra lo stesso Alighieri , e non 
può dirsi che per mal umore contra la patria la 
somministri . 

Dopo il primo sommo triumvirato , che fiorì nel 
secolo decimoquarto, il A\ A. ne riconosce un altro nel 
secolo decimosesto nelT x4riosto , nel Tasso, e nel 
Chiabrera . Il terzo triumviro prevede anch' egli 
che da tutti non sarà accolto eoa lieto viso , n^a 
trova in lui il pregio di aver alla nostra favel- 
la nuove fonti e grecite e latine dischiuse , di 
averci risparmiato ulteriore copia di lunghi la- 
menti platonici , e finalmente di avere spinto in- 
nanzi come promotore il verso sciolto, ed avere 
usato in esso epitetare ardito , voci alla maniera 
greca composte , nuovo ondeggiamento nelle frasi , 
nuovo gusto di accentuazione , ed in una parola 
di aver mirabilmente aumentata la dovizia poetica. 
In questo luogo spiega egli tutta la sua propen- 
sione a favore dei versi sciolti , e della rima si 
dichiara non dirò apertamente nimico, ma sicu- 
ramente poco partigiano e fautore. Però egli molto 
saviamente desidererebbe, che nelle vastissime regio- 
ni poetiche si dividessero in certo modo le proviu- 



58 Letteratura 

eie , ed alcune se ne assegnassero alla rima, come 
r anacreontica , la lirica; ed altre poi, come la di- 
dascalica , 1' epistolare , V umile e pedestre sermo- 
ne restassero proprii del verso sciolto. L' epica an- 
cora inclina ad assoggettare al dominio dei verso 
sciolto ; ma parmì che dillìcilmente otterrà il ver- 
so sciolto superiorità sulle ottave, che coi sublimi 
poemi deir Ariosto e del Tasso hanno acquistato 
già i diritti di prescrizione in loro favore . Ancora 
non abbiamo imponente esempio di poema epico 
eseguito in versi sciolti , e f Italia liberata da Go- 
ti ne dà uno non molto soddisfacente, se pure non 
vuoisi riflettere che scritto fu quel poema prima 
che tal verso fosse dal Chiahr.'ra alzato a maggioro 
dignità . Egli destina Ja provincia delle traduzio- 
ni al verso sciolto , e non gli si può opporre il 
suo proprio esempio che così bene nelle tradu- 
zioni delle odi fece uso della rima ; perchè avea 
egli già concessa la provincia della rima alla lirica. 

I precetti e le massime , che va TA. svilup- 
pando e -nel proemio, e nelle note , chiaramente 
dimostrano quanto gli è a cuore la diffusione de' buo- 
ni principii nella gioventù . 

IVeir annoverare i pregii del verso sciolto e di 
coloro che tal modo di poetare adottarono , non 
lascia di osservare che , dopo la metà dello scor- 
so secolo , il Frugoni ed altri , fra' quali eminente 
grado occupa il Parini , diedero esempii della no- 
biltà delia vaghezza della iacilità con cui per 
mezzo di esso il poeta può libc-ro dalle stretture 
della rima esprimere , nobilitare , ingentilire ogni 
concetto . 

Per prova che ciò anche nelle tiatluzioni ac- 
cade , cita la traduzione del Cesarotti e in parti- 



Orazio tradotto dal Gargallo 5<) 

colare quella cV Ossian , sicuramente la prima Ira 
le altre di simile scrittore . Crede il N. A. simi- 
le il verso sciolto ad una cera , che V impressio- 
ne del modello che vuol copiarsi fedelmente 

ricava . 

Riconoscendo lo scrivere in verso anteriore 
sempre allo scrivere in prosa , fassi a sviluppare 
r influsso che ha il verso sopra la prosa , ed ispi- 
ra poi agli studiosi della lingua il dissetarsi ai i'onli 
greci € latini , ed a ragione argomenta che se so- 
pra questi il Dante, il Boccaccio, il Petrarca forma- 
rono il loro stile , aucor noi detti originali dob- 
biamo prendere a nostri esemplari . Pur troppo li 
perde di vista il seicento , e nelle tumide metafore 
e negli acuti concetti andò ad ingollarsi ! E li 
perde di vista anche il seguente secolo in buona 
parte della sua età , quando si fece vanto delle 
altilature francesi , senza ponderare quanto dalla 
francese sia V ìudo\e della nostra lingua diversa . 
Esamina il nostro autore eh' è vana scusa il cre- 
dersi obbligati a ricevere esempii di semplicità , 
o concisione , di vibrazione , di energia presso gli 
scrittori oltremontani , quando non vi ha foggia di 
scrìvere in cui gli antichi non sieno stati eccel- 
lenti ed imitabili . Finisce il proemio giovandosi 
deir esempio del sommo Alighieri , che a Virgi- 
lio come a fonte di ogni sapere si volse, e ben 
avvedutamente lo chiamò suo maestro e precetto- 
re di quello stile, che gli procacciò tanto onore. 

Ci siamo ingegnati di dare una qualche idea 
di questo proemio ; ma è impossibile il darne un 
esatto estratto , perchè tante e tante cose racchiude 
altre magistralmente trattate , altre accennate più 
rapidamente , ma sempre con bravura e Tcrità , 

/ 



6ò Letteratura 

che bisogna riraeltere i loggilori all' opera stessa. 
Sì nel discorso che nelle copiose note tro\ ansi ad 
ogni passo , e savii precetti , e forti argomouti , 
e belli esempii: onde ne ritrarrà certamente istru- 
zione somma la gioventù , ed i dotti saranno ben 
soddisfatti dei lumi e del sapere di cui sono 
sparsi , 

È giusto il notare , che quanto il N. A. in 
tanti e sì varii modi dice ed insegna , tutto pe- 
rò si riduce ad aver relazione al suo Fiacco , e 
tutte le sue idee come raggi al centro nella sua 
traduzione coincidono . Lo stile con cui ò sciit- 
to questo proemio è sostenuto ed elegante , sen- 
za affettazione e armonioso; onde la giacitura del- 
le frasi alla fecondità dei pensieri assai ben cor- 
risponde , Anclie le note sono elegantemente scrit- 
te , ma con un modo più fluido e più semplice, 
quale si conviene a materia che deve istruire . 

Ripetiamo , che poco abbiam detto in parago- 
ne del molto che potea dirsi di questa prosa , che 
precede la traduzione di tutte le opere del Ve- 
nosmo , di cui daremo un saggio nel seguente ar- 
ticolo . 

( Sarà contimaito ) . 

Gian Gherardo de Rossi 



La corona ferrea del regno (T Italia:,^ considerata i.** 
come monumento di arte^ 2." come monumento 
storico, 3.'* come monumento sacro . Memoria apo- 
logetica di Angelo Btllani canonico nella regia 
insigne basilica di Monza ec. , Milano dalla ti' 
pograjìa Girtori 1819. 

\X sig- canonico, Bellani dimostra con molto suo 
.onore la sciocchezza di quella volgare ' ^Opinione, 
che le persone assiduamente occupate nelle sagre 
salmodìe non sieno ordinariamente applicate agli 
si^udj- Vero è che i corpi ecclesiastici più illustri , 
come il suo capìtolo, sono lodevolmente tenaci de' 
loro privilegi e delle loro prerogative: ma è vero 
ancora, che se il desiderio e lo zelo per sostener- 
le è in quelli comune, non sono spesso comuni i 
mezzi per difenderle scrivendo . 11 signor canoni- 
co Bellani dà un esempio degno d imitazione di- 
fendendo la corona ferrea, 'la cui il suo capitolo 
riceve tanto splendore , con gran copia di scelta eru- 
dizione, con satia critica, e con uno stile sodo, e 
adattato al soggetto : nel che egli ha un doppio me- 
rito, mentre egli scrive giustamente così come il 
suo argomento richiedea, benché si vegga chiara in 
lui r inclinazione per quelli, che il recentissimo ed 
eccellente traduttore di Ciazio sig. Tommaso Gar- 
gallo chiama graziosamente puritani . 

Parca \ eramente , che avendo di questa co- 
rona parlato sin dal secolo XV il gran Pio li, 
più conosciuto sotto il nome ài Enea Jsilvio, aven- 
done poi sul principio dello scorso secolo ampia*- 
mente trattato il Muratori , e il Fontanini , e lo 



(>2 Letteratura 

stesso gran pontefice Benedetto XIV , mentre era 
ancora promotore della fede , e avendo finalmen- 
te la sagra congregazione de' riti sin dal 1717. 
pronundato il suo oiacolo in favore del culto im- 
inemorabile di essa corona , fosse ormai tempo di 
tacere . Ma la iavenzione della stampa , che pur 
tanto si loda , facilitandone i mezzi , ha moltipli- 
cate pur troppo le occasioni di pubblicar cose inu- 
tili , se non anche spesso dannose . La sola sco- 
perta di un monumento sino ad ora sconosciuto, 
da cui meglio si rilevasse la storia di questa co- 
rona , con cui più agevolmente potesse formarse- 
ne giudizio , sarebbe a parer mio capace di giu- 
stificar nuovi scritti. JNulla si è scoperto di nuo- 
vo , ma r autore dell' opera S Del costume an^ 
fico , e moderno di tutti i popoli . Milano 18 17. S 
Ila creduto di accennare e di ripetere ciò , che 
già cento volte era stato detto contro la corona 
di ferro , eccitando così la collera del sig. cano- 
nico Bellani, e facendogli scrivere il libro , di cui 
ora si tratta ; nel quale per verità ammiriamo , 
come si è detto , la varia erudizione , la buona 
critica , ma nulla similmente vi troviamo di nuo- 
vo . Contro 1 autore del costume egli non ha ve- 
ramente scritto se non che il discorso preUmina' 
re , ma la sua opera la corona ferrea , di cui par- 
liamo , è stata scritta in questa occasione . Il peg- 
gio poi si è, che , come il sig. canonico accen- 
na nel suo avvertimento (1), il sig. abate D. Giu- 
lio Ferrarlo autore del cosiume ha pubblicata un' 
appendice contro la corona ferrea anche prima 
ciie il sig. canonico avesse terminato di scrive- 
re , e peggio ancora sarà , se questo mio debole 

estratto , in cui non si trovano nuovi documenti, 

■ I II I I - i '' 

CO P. 208. 



Della corona ìehuea 63 

ma riflessioni nuovissime , darà inoli vo all' uno e 
air altro di scrivere ulteriormente ; il che però io 
bramerei , se le nuove mie congetture si trove- 
ranno fondate . 

Nel discorso preliminare il sig. canonico si 
fa carico di osservare diverse cose del costume , 
che nulla hanno di comune colla corona ferrea . 
Per esempio non approva (»3 ) che il sig. abate 
D. Giulio chiami /' Europa la pia piccola della 
parti ond' è composto il ^lobo terrestre , quasi che , 
dice il sig. canonico , si trattasse di niente più , 
di un granello di sabbia ; e dimanderebbe volen- 
tieri, quali saranno le altre parti piccole del nostro 
globo , e quali poi dovranno essere le grandi • La 
picciolezza dell' Europa viene dal sig. canonico con- 
siderata Jìsicamente , essendo egli assai versato nel- 
le scienze fìsiche , ed essendo venuto una volta 
a Roma (4) a solo oggetto di veder ripetuta Y es- 
perienza del professore Morichini intorno al ma- 
gnetismo de' raggi solari , e andato a Napoli per 
vedere la fusione del sangue di s. Gennaro . E 
certamente considerando 1' Europa in senso Jisico 
egli avrebbe ragione di non ammettere , che que- 
sta fosse la più piccola parte del globo , nientre al- 
meno ci sarebbe per esempio Monza eh' è ancor 
più piccola . Ma X autore del costume considerava 
ginstamente 1' Europa secondo il suo oggetto in 
senso geografico , e in questo senso essendo so- 
lamente quattro le parti del globo , è una verità 
manifesta , che 1' Europa è la più piccola , seppu- 
re il sig, canonico per il granello di sabbia non 
intende le terre australi di fresco scoperte , 

(3) P. 3. 

(4) P. i85. 



C)4 L 1^ 'f i' E H A T U Tl A 

Ma lasciando , che il sig. canonico si di- 
verta per ben venti pagine del suo discorso pre- 
liminai'e col sig. ahate in simili censure , che 
per niente appartengono all' argomento della coro- 
na , non po'^sianio non convenire con lui degli er- 
rori del sig. abate nel supporre , che le cronache 
iwonzesi asseriscalo, chq, la, corona tu donata, da 
s. Gregorio Magno alla regina Teodelinda , che la 
corona imperiale era dalla monzese diversissima» 
e nei dire altrettali cose dette già cento volte prima 
eli lui , alle <juali il sig. canonico rispontle sirail- 
hiente con altrettsinte cose già dette, è che noi 
per non cadere in ripi'tizioni in questo stesso estrat- 
to ci riserbiamo di brevemo'ute or ora esaminare, 
passando ìdal discorso preliminare alla memoria 
apologetica del sig. canonico . 

Questa opera è divisa in tre pai '^ 7 come 
promette il suo titolo; nella prima ,. in cu^ si con- 
sidera la corona come monumento di arte , si dà 
una diligente e minuta descrizione di essa , la 
quale esaminata , tenendo sotto gli occhj 1 incisio- 
ne che accompagna il frontespizio , ne (là una ba- 
stante idea anche a chi non ha vedutp T origina- 
le . Si maraviglia il sig. cauonicp (5) clic in uno 
de' due campi quadrilunghi, ppsti all' estremità del- 
la corona, non si siegua il medesimo disegno degli 
altri, mentre trovandosi In tutti tre gemme, iil 
questo si vede una sola gemma in nie/-zo a due 
rose d' oro , e crede che iiivano si cercherebbe 
d' indovinare i motivi di qubsta diversità . Non 
pare peraltro così dillicile lo spiegarla , mentre p 
si consideri la corona come un diadema, che do- 
vea cinger la parte anteriore della IrouLe , e legar- 

(5j P. 6. 



Della corona ferrka C5 

si nella parte posteriore del capo con fosco penden- 
ti sugli omeri , coni' era proprio di tutti i dia- 
demi , o si consideri come vera corona, riunite le 
due estremità del diadema con una cerniera e sen- 
za fasce , per mettersi o nella sommitìi del capo in 
una momentanea cerimonia , o per mostrarsi al po- 
polo sopra un altare, die non dovesse essere ar- 
bitrario ed indifferente il porvela ora in un modo , 
ora in un altio , di modo che quella parte , die 
una volta fosse posta nel Lasso , e in conlatto col 
capo o coir altaie , potesse un' altra volta esser 
la più alta . La diiferenza dunque di uno de' due 
estremi era sempre necessaria per ottener questo 
elFetto , servendo per coUocar sempre uno de' due 
nel lato sinistro , 1' altro nel destro . E volendo 
anche aprir la corona , non era egualmente neces- 
sario un indizio per conoscere da qual parte con- 
veniva tentarlo . 

Trovo poi giustissime le due conseguenze (6), 
che l'autore deriva dalla descrizione ; cioè i. che 
in origine questa corona era un vero diadema , 2. 
che questo diadema non fu in origine destinato 
a contenere il circolo di ferro , e che questo cir- 
colo fu adattato posteriormente al diadema , ed 
è da esso indipendente. Il diadema essendo aper- 
to , egli soggiunge , nella parte posteriore veniva 
allacciato al capo con fibbie o con bende , e si 
Vede perciò , che il circolo di ferro vi fu adat- 
tato posteriormente . Ditfatti a che servivano le c^n- 
niere , e che bisogno vi era di fare un civcolo 
di oro gemmato che potesse aprirsi in sei parti , 
se doveva essere circoscritto da un altro circoio 
di ferro tutto di un solo pezzo ? 

(6) P. 9, 

G.A.T.IX. 5 



CG L E T T ;é R A T u n A 

Riflette ancor giuslunirnte T autore (7) , die 
se un rozzo pezx-o di (erro , eh' è Ira i metalli il 
più ignobile , fu coperto , e custodito frali' oro 
e le gemme, è lòrza supporre in esso un qualche 
non comune valore. E qui il sig. canonico anche 
prima di terminar la prima parie cle>iinata al mo- 
numento d arte, passa (8) all' improvviso al testi- 
monio di sant'Ambi ogio , che pai èva dovesse aver 
luogo nella seconda desLinata al monumento storico. 
Ma ciò poco importa . Aoi ci trattenemo alquan- 
to sul testimonio di sant' Ambrogio , che al parer 
nostro è 1 unico monumento , che merita in questa 
fiialeria un profondo esame ; e ci pare in veri- 
tà , che questo esame non sia stato fatto , come 
si convenix a , non già solamente né dal sig. cano- 
nico né dal sig. abate , ma neppure dal Murato- 
ri impugnando 1' autenticità e la santità della co- 
rona , e neanclie dal Fontanini , che intraprese a 
difenderla . 

Il santo arcivescovo di Milano nella sua ora- 
zione funebre dell imperatore Teodosio , che reci- 
tò in presenza di Onorio iiglio di Teodosio stes- 
so , e dal padre dichiarato già imperatore di oc- 
cidente , dal paragrofo 4^ ■> secondo 1 edizione de' 
padri di s. Mauro, sino al § jG , cioè sino al 
iine parla sempre di sant' illena, della croce del 
divin Redentore da lei trovala , e piiì specialmen- 
te de' chiodi di quella , e dell uso , che sant* fi- 
lena e Costantino ne fecero . In somma un' in- 
tiero terzo dell orazione in niente altro si aggi- 
ra , che sopra questi chiodi , ricavandone bensì di 
tratto in tratto delle riflessioni morali . 11 sig. ca- 

(7) P- 20. 

(«) P. 2-2. 



Dklla coroxa terrea 67 

nonico di questa orazione non riporta che un 
breve estratto , appena eguale ad un solo dei sedici 
paragrafi , ciie il santo impiega in parlare de'chio- 
di ; ed io in gran parte lo scuso , mentre nulla di 
pili avean latto il Muratori e il l'^ontanini . 

10 sto scrivendo un aiticolo per il nostro gior- 
nale , e non già un trattato sulla corona di t'er- 
ro . Credo dunque dì esser ben dispensato dallo 
scrivere un' opera suU' orazione di sant' Ambrogio. 
Comunicherò solamente al sig. canonico alcune 
mie idee , che approvandosi in tutto o in parte 
da lui , potranno dargli occasione di rispondere all' 
appendice del sig. abate e di produrre argomenti , 
che da nessuno ancora sono stati prodotti. Convie- 
ne però riflettere , che non si possono aspettare in 
questa materia delle piove geometriche; bisogna con- 
tentarsi di una probabilità morale . 

11 Muiatori , il Fontanini, e il sig. canonico si 
contentano di considerare ciascuno pel loro ogget- 
to il semplice cenno del fatto , e le parole col- 
le quali sant' Ambrogio dice', che sant' Elena, oltre 
la croce, cercò e trovò anche i chiodi, e di que- 
sti chiodi , fraenos fieri praecepit , et diadema in~ 
texuit , unum ad decorem , alterum ad devotionem 
vertit, Misit itaijue filio suo Constantino diadema gem- 
mis insignitum . Misit et fraenum . Il Fontanini , 
te il sig. canonico da queste parole concludono , 
che la corona di Monza è quello stesso diadema , 
che sant' Ambrogio dice fatto da sant' Elena , e 
non parlano del freno di Milano . Il Muratori poi 
tacendo anch' egli sul Treno di Milano , prende ar- 
gomento , come il sig. abate D. Giulio , dalla 
dissomiglianza delle medaglie per concludere, che 
la corona di Monza non è il diadema da sant' E- 
ena mandato a Costantino . 

5 '^ 



G8 Ij ette u a T V R A 

Io domando perdono a tutti e tre , o a tilt-, 
ti quattro , se mi Io ardito di sospeltarc; , che U 
corona ferrea sia il vero diadema da s. Eiena man- 
dato a Costantino, appoggiando però la mia conget- 
tura sopra fondamenLi afl'atto nuovi , e affatto di- 
versi dai loro . Dirò in appresso perchè io sia in- 
timamente persuaso , che quando sant' Ambrogio 
pronunziò la sua orazione , il freno e il diadema 
erano già in Italia . Per ora osserverò , che non 
è niente incredibile , che alla morte di Costantino 
queste due preziose reliquie passassero in dominio 
di Costante di lui lìgliuolo . 1 figli , che Costanti - 
no lasciò , furono tre , e fra questi egli divise 
r impero . Ognun sa , che F Italia toccò in sor- 
te, a Costante ; ognun sa , che Costantino II in- 
Tano tentò d'impadronirsi degli stati di suo Catel- 
lo Costante e brevemente visse e regnò . JNessu^ 
no ignora del pari , che Costanzo , altro figlio di 
Costantino , eh ebbe in sua porzione F oriente , 
non fu imitatore del padre ne sentimenti di religio- 
ne , perseguitò sant'Atanasio , e protesse gli ariani ; 
al contrario di Costante , che loro si oppose , e 
difese sant' Atanasio contro il fratello , fece con- 
vocare il concilio di Sardica , e procurò di estin- 
guere in Africa lo scisma de donatisti. Ora io do- 
mando a quc' quattro signori nominati di sopra , 
o almeno ai due vivi che possono rispondermi , 
cioè al sig. canonico e al sig. abate , a quale di 
questi tre figli di Costantino è più probabile, che 
fosse a cuore d impadronirsi , e di conservare i 
due preziosi pegni ^ Sarà ben forza , eh' essi con- 
vengano, che la probabilità è per Costante , buon 
cattolico , che mai non ismentì questi suoi senti- 
menti . E Costante fu padrone d' Italia , e vi por-' 
lo i sagri pegni . Se F amor proprio iioii m' io- 



Della, corona terrsa 69 

^•ànna , non è questa cougettura da disprezzar.si . 
Ma sia per vana . Facciamone un' altra . 

Nulla sappiamo di que' sagri pegni sotto Giu- 
liano , Gioviiìno , Valontiniauo , Vaiente , Grazia- 
no , e l'altro Valentiniano , che successero nell im- 
perio sino a Teodosio . Sappiamo però , che Teodo- 
sio morì in Milano , dove sant Ambrogio pronunzio 
l'orazione funebre; ; sappiamo , eh' egli divise il ro- 
mano imperio in orientale ed occidentale , e che 
quest' ultimo toccò in sorte ad Onorio ; sappiamo , 
che aggravandosi lidropisia di Teodosio, egli chiamò 
a se Onorio a Milano , e fialle sue braccia mori . 
Sappiamo dalla stessa orazione di sant' Ambrogio , 
che Onorio dovendo attendere al goveruo di occi- 
dente, l'utilità pubblica , come dice il santo , gì im- 
pediva di accompagnare il cadavere del padre a Co- 
stantinopoli . Ora a chi sa tutlo questo , eh è della 
più incriticabile certezza, io domando come sia pos- 
sibile d'immaginare , che sant' Ambrogio impiegasse 
un terzo della sua orazione , pronunziata in presen- 
za di Onorio , in parlar sempre de' santi chiodi , se 
questi chiodi non fossero sin d' allora in Milano , 
anzi forse nello stesso luogo ove il santo declamLi- 
va , o portativi prima da Costante , o da Teodosio , 
o posteriormente da Onorio quando vi fu dal padre 
chiamato ? È egli possibile di concepire , che il san- 
to vescovo per sì lungo tratto del suo discorso vo- 
lesse trattenere Onorio su di un fatto accaduto più 
di sessant' anni prima , su de' chiodi , che o non 
si sapeva dove fossero , o erano in- Costantinopoli 
in tanta lontananza , e tutti gli altri ascoltatori , 
che forse di tutto questo erano ignari ? 

Principium itacjue credentium imperatorum , di" 
ce s. Ambrogio in un luogo non allegato dal sig. ca- 
nonico né dagli altri , l'adendo allusiou© al profa- 



^o Letteratura 

ta Zaccaria , sanctum est quod super fraenum ; ex 
ilio Jides ìtt persecutio cessarci , devotio succederet. 
Mette poi in bocca ai giudei — Ecce et clavus in 
honore est , et quem ad nwrtem impressimus , reme~ 
dium salutis est . Ferro pcduni ejiis reges inclinan- 
tur , reges adorant , et photiivani di^'iiùtntem ejus 
negant ? Clavum crucis ejus diademati suo praefe- 
runt imperatores , et arriavi potestatem ejus im-^ 
ininuunt ì Sed quaero : quare sanctum super frae- 
nwn^ nisi ut imperatoriam insolentiam refraenaret^ 
comprimeret licentiam tjrannorum , qui quasi equi 
in libidines adhimdrent , quod liceret illis adulte- 
ria impune covimitlere? Quae Neronum^ quae Cali- 
gularum , caeterorumque probra comperimus , quihus 
nonjuit sanctum super fraenum. Quid ergo egit aliud 
Helenae operatio, ut fraena dirigerete nisi ut omni' 
bus imperutoribus sondo dicere spiritu viderelur — 
ìtolite fieri sicut eqitus et mulus , sed in fraeno et 
chamo maailìas eorum comtringeret ? 

Gli ultimi sedici paragrafi dell' orazione sono 
tutti scritti dello stesso tenore , volendo Ibrse il 
santo nello stesso discorso , in cui lodava le virti'i 
del delonto padre , ammonire il figlio che T ascol- 
tava , e preservarlo da qualunque pericolo potes- 
se esporlo alla penitenza , che il santo stesso avea 
già coraggiosamente imposto al padre per }a stra- 
ge di Tessalonica . Nessuno potrà mai persuadermi, 
che tutte queste morali sentenze potesse il santo 
dedurle dai sagri chiedi , se questi fossero stati 
mille miglia lontani , o non si sapesse dove fos- 
sero . A me pare alT opposto , che tutte queste 
allusioni ai sagri chiodi in sì lungo tratto del di- 
scorso , possano a maraviglia concepirsi, qualoia 
essi fossero in quel medesimo luogo , ove V ora- 
zione si pronunziava, qualora anzi forse, doven- 



Della corona, ferrea 



71 



do Onorio prender possesso del suo irhperio oc- 
cidentale , avesse già fatto uso o dovesse farlo in 
quei giorni del freno e del diad ma , e molto più qua- 
lora li avesse il padre o egli stesso portati poc anzi da 
Costantinopoli . Diversamente Onorio , e la numero- 
sa udienza che ascoltava quella lunga perora >;ioae , 
si sarebbe assai maravigliata di tale inaspettata 
digressione , allusiva a cose che specialmente il 
volgo doveva affatto ignorare . E Onorio avrebbe 
potuto pensare in cuor suo , che quelle ammoni- 
zioni punto non lo riguardavano , perchè desunte 
da due chiodi , clie egli non aveva mai avvici- 
nati , e non dovea mai più vedere , non andando 
a Costantinopoli : ed erano solamente applicabili 
ad Arcadio suo fratello , eh' era rimasto in orien- 
te , e che non ne profittò esiliando e persegui- 
tando il gran Crisostomo . 

Non sono io solo , che mi maraviglio della 
incongruenza di que' sedici paragrafi . I padri di 
s. Mauro se ne sono anch' essi maravigliati . Sed 
quorsum ^ essi dicono, in Theodosii laudatione Im- 
jusmodi excursio in crucis inveniionem ? La ma- 
raviglia dunque par giusta , e non trovo altro 
modo di escluderla se non supponendo la presen- 
za de' santi chiodi . Se fosse mai possìbile , che 
io avessi l'onore di divenir canonico di Monza, 
vorrei fare un lungo studio per renderla assai più 
probabile e forse evidente , esaminando ben minu- 
tamente quanto narra la storia , prima de' tre figli 
di Costantino , poi de'due figli di Teodosio , e dì 
luì stesso , e forse non mancherebbero i mezzi per 
appoggiar sempre meglio queste mie congetture . 

Io non posso assolutamente adottare le con- 
getlure altrui , ne il dono fatto da s. Gregorio 
Magno a Teodelinda regina de' longobardi , e mol- 



^j Letteratura 

to meno quello di Foca al di lei figlio Agilulfo . 
La prima di queste ipotesi , benché il sig. cauoni- 
00 la dica sostenuta dalla comune tradizione , non 
pare egli molto inclinato ad ammeltc^rla . Ed ò 
A ero , che s. Gregorio fu inviato apocrisario a Co- 
stantinopoli dal papa Pelagio II, e che ivi mol- 
to bene T accolse T imp<-rator Tiberio secondo, ma 
il dedurre da questa sola buona accoglienza , che 
Tiberio gli donasse il diadema, mi pare in veri- 
tà un sogno . Altro sogno mi pai'e , che s. Gre- 
gorio innalzato al pontKicato si privasse del do- 
no , e r inviasse a Teodelinda ; tanto più che nel- 
le lettere, eh' egli scrive a Teodelinda, si trova 
la nota delle molte reliquie che le mandò , e 
non si parla mai de chiodi , che sarebbero stati 
i primi a notarsi , 

Il Muratori poi dice , che s. Gregorio non 
fra molto facile a privarsi delle preziose reliquie, 
e negò a Gostantina augusta il sudario di s. Paolo . 
E aggiunge, che il Sigonio non asserisce che s. (ìre- 
gorio donò la corona a Tcod(;linda , ma che la co- 
rona fu l'atta fare originalmente da questa regina . 
E si crede, eh' ella fece coprire il circolo di l'er- 
ro dalla lama di oro giinmata per avvertire i so- 
vrani , che la corona r, un peso , che soveiJe op- 
prime colui che la porla , e di cui ciò non ostan- 
te il peso si dissimula per lo splendore delf orna- 
mento , che abbaglia la vista . Ma se questa prin- 
cipessa avesse voluto fare questo metallico epigram- 
ma , giù non si tratterebbe più di alcun chiodo , 
avrebbe fatta una corona non divisa in sei pe/./i , 
e avrebbe fatto corrisponderti al buon lavoro dell* 
ornamento , che non è certamente opera de' suoi 
tempi , una maggior nettezza nel circolo di l'er- 
ro più forbito , che al coulrario sappinmo 



t)ELLA CORONA FERREA ^3 \ 

dal sig. canonico eli' è assai rozzo , e conserva 
le vestigia del martello e della lima . Un altro 
epigramma sullo stesso proposito è del famoso giu- 
reconsulto Baldo 1= Quippe Daniel propheta , egli 
dice , quatuor orbis regna niajora describens , ul- 
timiim , quod nostri romamim esse volunt , ferro 
comparavit , quoniam sicut ferrimi onuiia metalla 
comminuit , sic omnia regna romanum imperium 
detrivit. Ma Enea Silvio , che lo riporta , chiama 
giustamente questo legale epigramma : slulta iii- 
terpretatio . 

L' altra ipotesi poi del dono della corona fat- 
to da Foca ad Agilulfo, benché sia più gradita 
al sig. canonico (9) , a me in verità piace assai 
meno ; mentre Foca usurpatore, che a^evct scan- 
nato Maurizio e i suoi tigli , affettando da prin- 
cipio molta divozione , è improbabile die voles- 
se privarsi di quel sagro diadema ; e dal caratte- 
re rapace , che la storia ne fa , sarebbe forse cre- 
dibile , che si fosse privato del solo chiodo , ma 
non mai delle gemme che \ adornavano . E d' al- 
tronde non per altro il sig. canonico inclina di più 
a questa assurda ipotesi , se non perchè Paolo Dif(-> 
cono , che scrisse tre secoli dopo Foca , dice, eh' 
egli rimandando in Italia Stabiliciano , che A^'i- 
lulfo gli aveva spedito insieme co' suoi ambascia- 
tori , questi : Agilulfo regi imperialia numera obtu- 
lere. In queìi" imperialia mimerà, che realmente nien- 
te altro significa che i co zi delt imperatore , il 
sig. canonico trova il diadema . 

Io non mi occuperò punto della seconda pai- 
te destinata al monumento storico, mentre in que- 
sta non si fa che confutare capo per capo T o- 

^y; Jf. lai. 



y4 -J^E TTERATURA 

pera del Muratori , e dlconrlo lo stesso sig. cario* 
nico (io) che poco importa , che un re o un 
imperatore di più o di meno sia stato coronato con 
quella corona , e in queste ricerche difTondendosi 
piincipaìmente il Muratori sino al cap. i8, po- 
tè a in verità sino al detto capo , che si esamina 
nella terza parte, risparmiarsene la fatica . Il Mura- 
tori cessa allora di parlare delle coronazioni, e par- 
la della corona . A lui pare più probabile , che 
sant' Elena facesse inserire il santo chiodo nelf el- 
mo di Costantino piuttosto che nel diadema , co- 
me dice sant' Ambrogio . Et prqfecto ^^ adhi- 
hita quam par est Sniicti Amhrosii ve? bis re- 
verentia , cequiiis vedebatur cassidi quam coroiice 
Costantiìii clavum inserere\ ut enim singuli aneto- 
res fatentuì\ covsilium Imjusmodi Helena augusta 
inivit , ut (ìlium dum ade cum hoste co njligeret^ 
divina virtute clavis indita incolumem tueretur. E 
continua poi osservando al contrario, che nella guer- 
ra portandosi alia vista degT inimici ornamenti pre- 
ziosi , questi accrescono il pericolo di chi li por- 
ta. E il sig. canonico , per evitare X obiezione del- 
la picclolezza della corona incapace di cingere una 
testa adulta, si figura, colfauturìtà di qualche scrit- 
tore, che Costantino non la portasse in capo, ma 
sopra l'elmo, adattatavi in qualche modo . Mi pa~ 
re che s' ingannino ugualmente il Muratori e il 
sig. canonico , mentre questi espone Costantino al 
pericolo di esser più facilmente conosciuto , e più 
avidamente combattuto: e il Muratori non ha ri- 
flettuto , che portandosi quel sagro chiodo e quel 
diadema per ottenerne niiracolosamentc la salvez- 
za , era br-n IndifFtTente il portarlo nascosto nel pet- 
to , e anche in tasca, piuttosto che sopra rehno. 

(io; P. 72. 



Della corona ferr?:a ^5 

Al Muratori , che non vorrebbe assolutamen- 
te che in quel diadema vi fosse il sagro chiodo, 
pare impossibile che sant' Elena abbia commes- 
sa r irriverenza di assoggettare un ferro così san- 
to al fuoco, e al martello, e alla lima. Sant'Am- 
brogio nulla trova d' indecente in questa ope- 
razione , che loda molto : e il Fontanini riflotte 
bene , che anche la santa croce ha dovuto sotto- 
porsi ad esser divisa in tanti minuti pezzi per au- 
mentare da per tutto la venerazione , e tutto gior- 
no le reliquie si tagliano per moltiplicarle . T*o- 
veva il Muratori piuttosto maravigliarsi de' due 
tanto diversi destini de' sagri chiodi , mettendone 
uno sulla testa dell' imperatore, e 1' altro nella boc- 
ca di un cavallo . Bcncliè neppur questo Secondo 
uso sembri indecente a sant'Ambrogio, tuttavia io 
credo che ne nostri tempi non si adotterebbe ; e 
dirò anch' io , cuìhihìta quam par est reverenda tan- 
to a 6. Ambrogio che a sant' Elena , sospetto , 
che a questa principessa ne venisse il pensiero dal 
suo antico stato ; mentre , sebbene il card. Ba- 
roni© la creda figlia di un piccolo re britanno , 
sant' Ambrogio nella medesima orazion funebre di 
Teodosio , in cui , come ho detto , tanto lunga- 
mente si occupa di sant' Elena , dice di lei : sta- 
bulariam hanc primo Julsse oderunt^ sic CGgnitam 
Constantio seniori^ qui postea. reg^num adeptus est; 
e molto poi discorre su questa antica condizio- 
ne di sant' Elena. San Girolamo poi cementan- 
do il profeta Zaccaria non chiama espressamente 
indecente , che un santo chiodo fosse destinato al- 
la bocca di un animale , ma sembra che lo pen- 
si , non approvando 1' applicazione a quel freno del 
passo di Zaccaria ^ Sanctuni est quod super J'rce- 
num c elidivi a quodam , dice s. Girolamo , reni 



'jti Letteratura 

sensu quidem pio dictam ^ sed ridiculam^ cla^'os r/ò« 
minicce crucis , e quibus Constantinus aiigùsfus 
J'r<enos equo suo fecerit , sanctum domini appclla- 
ri ti; Quibus verbis , osservano i maur'mi, Ambro- 
sium ab eo tacite vellicari jiou ambigimus. 

In somma se il sig. canonico vorrà fare una 
bdlisslma opera , avendone sicuramente i talenti 
opportuni , come ha mostrato in questa , dovrà 
scordarsi affatto di tutti gli scrittori più moder- 
ni e bruciare ancora Tristano Calco , e il Morigia, 
e il Bayer, e tanti altri , e specialmente liusul- 
so Dita Mundi, che taiìto spasso cita per occulto femo- 
re di purismo , e far. un ostinato studio suìFo- 
razione di sant' Ambrogio:, e sulle varianti lezioni 
de' diversi codici in cui si trova : quindi esami- 
nar minutamente la storia de' figli di Costan- 
tino , e quella di Teodosio e di Onorio . Fingia- 
mo per un momento, che non esìstano quegli au- 
tori ignoti di sopra nominati , e neppure il gran 
Muratori , né il Fontanini, eh' era anch' esso un 
valent' uomo , e che ora per la prima volta in qual- 
che codice rescritto , o palimpsesto , come a tor- 
to sì chiama , si trovi 1 ora/ione di sant Ambro- 
gio , nella quale tanto si parla del freno e del dia- 
dema . Trovandosi un freno e un diadema in quel- 
le stesse contrade , ove sant' Ambrogio la pronun- 
ciò , potrebbe forse da alcuno dubitarsi , che non 
sieno gli slessi , de' quali il santo vescovo par- 
lò , e che sin d' allora nelle stesse contrade sì tro- 
vassero? Non potrebbe assolutamente dubitarsene, se 
tutti quelli scrittori non avessero, invece di schiarii- || 

la , oscurata affatto la questione . Io sono intima- 1 

mente persuaso, che so prima dell' invenzione del- 
la stampa fosse stata universalmnnle conosciul.i, 
coxue io è al presente, quell' orazione, non si sa- 



DòM.A CORONA FERREA ^y 

rebbe giammai posla in dubbio Y iiidentità , Tau- 
Ipnticità , e la santità della corona ; e Pio II , 
che morì appunto quando la stampa nacque, par- 
lando della corona ferrea avrebbe senza dubbio par- 
lato ancora dell' orazione - 

Il Muratori stesso , che sebbene assai incli- 
nato alla ruggine dell' erudizione , avea tuttavi i 
wu ingegno superiore , pare che sciolto dall' im- 
pegno di contraddire i monzesi, sarebbe stato della 
medesima opinione che qui sì sostiene . Nel suo 
cap. 2 2. dopo aver conlossato , che in tutti que- 
gli epigrammi di metallo, di cui ne ho accenna-! 
ti due , non vi era sale , ricerca come mai, es- 
sendosi per molti secoli dimenticato il sagro chio- 
do , benché si facesse menzione della corona, sia 
potuta finalmente nel XYl. secolo nascere T idea, 
che quel sagro chiodo fosse il medesimo circo' » 
di ferro inserito nel diadema di Monza ; e ne at- 
tribuisce r origine alla lettura dell' omilia di saut' 
Ambrogio , non riflettendo però , che prima delia 
stampa, trovata appunto nel line del secolo prece- 
dente, questa lettura invece di esser generale dove- 
va essere rarissima : Quod si cjuis cjucerat , egli 
dice , undenam haec opinio tandem invaluerit^ con- 
Jectura f orlasse non inepta ad respondeiidum utar. 
Saeculo proxime elapso fonasse inquirthatur cur 
modoetiensi coronae ferrus circulus insertus fu- 
isset. Qiium vero in interpreiationibns , quas ad 
Jinnc rem explicandam jurisperiti aliioue scripto- 
r€S excogitarant , sai desideraretur , et f or san cui- 
dam legenti s. Ambrosii orationem , de costan- 
tiniana corona sermo occitrrisset ^facile in eam sen- 
teiìtiam is abiit^ ut eandem Costantini Magni cO'- 
roriam acferream esse ccnseret. Plausibilis sane opi- 
mo , et cui haud aegre niodoetienses reliqui ma^ 



78 L E T T i, n A T U R A 

num darent , qitippe qimm nostra laudantur , dui- 
ce indetur falli . Bisogna notare , che questo più 
grande avversario della corona chiama quell' opi- 
nione plausdìde , e che se avesse pensato , che il 
leggere X omilia di s. Ambrogio non fu per mol- 
ti secoli prima della stampa concesso che a po- 
chissimi , avrebbe confessato , che questa opinio- 
ne plausibile sarebbe nata molti secoli prima sen- 
za un tale impedimento . 

Io non trovo altra difficoltà nelle mie nuove 
idee, se non ch« il giuramento del papa Vigilio ri- 
portato dal Fontanini , in cui si nominano i santi 
chiodi e il freno , come se questi nell'anno 55o. 
si trovassero ancora a Costantinopoli. Mi sorpren- 
de, che il Fontaniai difensore, e non piuttosto il 
Muratori avversario della corona e tanto più dot- 
to del Fonlauini, abbia riportato questo giuramento 
cavato dal Baluzio . Dubito peraltro assai delf au- 
tenticità di questo giuramento, che si suppone fat- 
to dal papa Vigilio ali imperator Giustiniano, pro- 
mettendo il papa , il capo della Chiesa all' auto- 
rità temporale, di non più aderire agli errori cono- 
sciuti soito il nome de' tre capitoli . Non è del 
mio istituto, né del mio tempo, il dimostrare ades- 
so che quel giuramento è apocrifo . Ma sia pur 
genuino. In esso non si nomina mai il diadema, 
ma solamente il freno e i chiodi . Poteva il fre- 
no esser rimaso a Costantinopoli, e non già il dia- 
dema . Poterono farsi coi santi chiodi più freni , 
e non un solo , come lo stesso s. Ambrogio ac- 
cenna colla parola fracnos , ed esserne uno in Ita- 
lia , e UJi altro a Costantinopoli . Poteano final- 
mente esservi in Costantinopoli altri chiodi della 
croce diversi da quelli del diadema , annoverando 
lo stesso Fontanini non meno di quattordici chio- 



I 



Della corona feurea n() 

di, che si venerano anche adesso , se non come 
quelli , che trafissero le mani e i piedi del di- 
vin Redentore, almeno come adoperati per la co- 
struzione della croce . 

lo prego il sig. canonico ad occuparsi di tut-* 
ti questi esami , ne quali egli riuscirà al certo fe- 
licemente . Vorrei perù , che fosse più lei ice nell' 
applicazione de' classici , mentre lasciando (i i) an- 
cora il passo dell' aureo opuscolo di Plutarco del- 
la tranquillità dell animo , eh' egli riporta a pro- 
posito del dolore di testa del card, Litta guarita 
col contatto del santo chiodo, dicet>da , che non 
è più vero ciò che dice Plutarco , che né i ric- 
chi calzari guariscono la podagra , uè un prezioso 
anello il pannericcio , né il diadema il dolor di 
capo, che si dice da Plutarco in senso di 
morale filosofia ; i versi delia satira decima 
dì Giovenale (12) sono veramente poco appli- 
cabili alla corona di Federico secondo . E molto 
meno alla falsa opinione , che in Milano si custo- 
disse la corona di ferro , e in Motiza un altia di 
paglia, viene a proposito V altro verso di Giove- 
nale (i3) 

Quis tam 

Perditus ut dubitet Senecam praeferre JVeroni ? 

seppure non intende , che Seneca era un uomo di 
paglia , e Nerone un uomo di ferro . 

Vero è però che il sig. canonico, avendo per 
le mani il Fontanini apologista della sua corona , 

(il) P. 20». 
(12) p. 99. 
(x3) P. i5o. 



So Letxekatuka 

ha potuto facilmente esser sedolto ad imitarlo in 
simili strane applicazioni , citando il Fontuniiù 
Orazio a proposito delle reliquie di s. Gregorio 
mandate a Teodelinda , e Tacito a proposito del- 
la gara che vi è fra Milano e Monza . Si fanno 
presto così de' libri sostituendo alle prove le ci- 
tazioni, e alla forza degli argomenti la pompa 
dell' erudizione . Gli scrittori più illustri cadono 
talvolta in questa vanità , e Grozio nella stessa pa- 
gina cita Omero , sant' Agostino , Esiodo, san Glo: 
Crisostomo , Ovidio , e l'Alcorano . 11 sig. cano- 
nico non ha però abusato nel numero , ma solo 
un poco nella giustezza . 

Luigi Martoreih 



I) ella forza dell' eloquenza nella poesia. 



L. 



|a bella orazione del eh. sig. abate Girolamo Rug- 
giu professore di sacra eloquenza nella università 
di Bologna , inserita nel fascicolo I. de' letterarj 
bolognesi opuscoli de vi poeseos in sacìam prae- 
sertim elof/uentiam , mi risvegliò il pensiero di scri- 
vere, quando che fosse, alcuna cosa sulla forza dell' 
eloquenza nella poesia ; il che intendo ora di fare 
brevissimamente per mezzo di tre esempj tolti tut- 
ti dal quarto libro dell Eneide . 

Al terzo pon fine il lungo e raaraviglioso di- 
scorso tenuto da Enea alla regina di Cartagine, ed 
ai grandi del regno intorno ai destini degli dei so- 
pra di lui appresso l' eccidio di Troja . 



Eloquenza nella, poesiì^ 8i 

„ Sic pater Aeneas , intentis omnibus , iiniis 
„ Fata renarrabat divum , cursusque docebat . 
„ CoiiUcuit tandem , liactoque hic fine quievit. 

Primo esempio tolto dal primo colloquio 

fra la regina di Cartagine, e la sua 

sorella Anna . 

Enea dormiva tranquillamente ; ma la reina ve- 
gliava, smaniosa della profonda ferita che il dardo 
di cieco amore aperto le aveva nel petto . Da ciò 
trae principio il quarto libro, dove si prosegue 
la intrapresa storica nai-razione de' fasti dell' eroe , 

„ At regina, gravi jamdudum saucia cura, 
„ Vulnus alit venis , et cacca carpitur igni . 

La reìna , anzi che curare la piaga, le porge- 
va alimento. 11 giudizioso poeta descrive qui l'a- 
more di essa, qual era veracemente, fuor d'ogni mi- 
sura; affinchè poi si conosca quanta parte ne asco- 
se cautamenle alla sorella nel colloquio che ebbe 
con esso lei. Altrimenti ottenuto non avrebbe l'inten- 
to di essere consigliata alle nozze con Knea più as- 
sai ( come ella desiderava ) in vista di ragioni di 
slato , che di alcun'altra ; siccome vedremo in ap- 
presso . Appartiene all' arte oratoria il far sì che 
il virtuoso pretesto, donde ne venga laude, pre\ al- 
ga neir altrui opinione alla verità donde biasimo 
ne veiTebbe . 

Sinché Virgilio fu Titiro pastorello, spiegò sen- 
timenti umili acconci alla capanna : divenuto po- 
eta epico spiegò sentimenti quali a sorrano si con- 
venivano , e degni della reggia . Perciò introdus- 
se la reina ad amare , non mica qual donniciuola 
G.A.T.IX. G 



Sa L E T T k. R A T i; R A 

volgare e leggiere , colpita soltanto dall' avvonen- 
7a dell' ospite e dal suo dolce favellale , ma pre- 
cipuamente sorpresa dalle grandi sue virtù, e dall' 
essere egli duce di popolo bellicoso , cinto di 
gloria . 

„ Multa viri virtus animo , multusque recursat 
,, Gentis honos ; haerent infixi pectore vultus, 
5, Verbaqueinec placidam membris dat cura quietem. 

Scelse Virgilio avvedutamente la notte , qual 
tempo più d' ogni altro opportuno a chi veglia 
agitato, per meditare nei silenzio e nella solitudine su 
la propria passione . Aveva già la rosea Aurora dis- 
gombrate le tenebre dell umida notte, e già Febo illu- 
minava co' suoi raggi la terra: quando la reina, impa- 
ziente di ristare, balzò di letto in traccia della sorella, 
» cui aprire il suo cuore per trarne conlorlo . Piacque 
il più delle volte a' greci poeti di dare la nudri- 
ce a confidente della sovrana ; ma il nostro poeta 
le diede con maggior avvedimento la sorella, e 
tale , da dirsi che un' anima sola l'osse ne' due cor- 
pi divisa . 

„ Posterà Phoebea lustrabat lampade terras, 

„ Uumentemque aurora polo dimoverat umbram; 

,, Quum sic unanimem adioquitur male sana sororem: 

Come il poeta ebbe esposto quanto richiedevasi a 
rendere il colloquio di più alto pregio ; introdus- 
se a parlare la reina , la quale cominciò dal cat- 
tivarsi r animo della sorella chiamandola per no- 
me . Poi senza preambolo di alcuna loggia ( giacché 
la passione non tolleia pieamboli), eccita in lei com- 
passione ad un tempo e curiosità , manilestaudole il 



Eloquenza nella poesia 83 

raccapriccio end' era compresa pe' funesti sogni che 
la tenevano agitata, e priva di consiglio. 

,, Anna soror,quae me suspensam insomnia terreni ! 

Né si perde ella a raccontare i sogni ; sì per- 
chè simili racconti di rado vanno scevri da leg- 
gerezza ; sì perchè il focoso amore non le consente 
che d' altro, parli che del nuovo ospite , ammira- 
bile pel militare aspetto , pel coraggio , pel valo- 
re nelle armi . ' ^^sl^ 

,, Quis.novus hic noslris successit sedibus hospes ! 
„ Quem sese ore ferens! quara forti pectore et armis! 

tale insomma da non essere piii in forse eh' e' di- 
scendesse dagli dei : 

„ Credo equidem,nec vana fides, genus esse deorum. 

Perochè siccome il timore esclude questa origine ; 
cosi la convincono le sostenute fatiche , e le bat- 
taglie coronate dalla vittoria : 

,, Degeneres animos timor arguit . Heu , quibus ille 
„ Taciatus fàclis ! quae bella exhausta eanebat ! ,- 

n 

È finissimo Y ingegno della reina di mette- 
re in vista alla sorella i tanti e sì rari prcgj 
dell'ospite per somministrarle argomenti da con* 
fonarla alle sospirate nozze, precisivamente anche 
dalla ragione comune ad ogni amante di seconda- 
re il proprio naturale affetto . ^ • '"" 

La reina , innanzi di scoprire la sua inclinazio- 
ne , protesta di abborrire le seconde nozze : né ^ik 

0* 



84 Letteratura 

perchè fosse estinta in lei ogni fiamma amorosa, 
di che per anche non aveva parlato ; ma perchè 
ingannata una volta da amore , inoriidiva al pen- 
sare di poterlo essere di nuovo . 

„ Si mìlii non animo fixum jnmotumqne sederet , 
„ Ne cui me vinclo vellem sodare jugali, 
„ Postquam primus amor deceptam morte fefellit t 
„ Si non pertaesum Uialami taedaque fuisset ; 

Che fatto avrebbe ? 

„ Huic uni forsan potui succumbere culpae. 

Ogni sillaba di questo verso è d' inesplica*» 
lille bellezza . La reina mette in dubbio anche la 
sola possibilità di soccombere •.forsan potui. Per- 
chè soccombere ? Per dinotare che nel caso di 
passaggio a seconde nozze , avrebbe ella a viva for- 
za , e non di sua volontà, ceduto al destino. E a 
qual destino ? Di accoppiarsi ad un eroe che trae- 
va la sua origine dal cielo , ed era dagli dei pa- 
lesemente piotetto . Perchè colpa ? Per esclude- 
re qual si fosse ragione , sebbene fortissima , dì 
scusa ; onde far credere alla sorella di essere per 
ugual modo aliena dalle nozze con Enea , che dal 
macchiarsi di colpa . Ma siccome ciò non le to- 
glieva i sentimenti di afFelto verso l'ospite; co- 
si ben conoscendo ella oramai che tornava inu- 
tile il nascondere affatto alla sorella un amore che 
da se troppo si palesava , mostra di farlene stret- 
ta confidenza , sebbene con tanta riserva da in- 
durla ad opinare , che ella finalmente non aves- 
se pei* Knea che al più una semplice inclinazione. 



Eloquenza nella poesia 85 

,, Anna , fatebor enim , miseri post fata Sycliaei 
„ Conjugls , et Sparsos fraterna caede penates , l 
„ Solus hic inflexit sensus , animumque labantem 
„ Inpulit. Adgnosco veteris vestigia flammae. 

Accostandosi la reina al punto di palesare al- 
quanto più la sua passione , fa di nuovo sentire 
alla sorella il suo affetto chiamandola per nome, 
ed aprendole il suo cuore con igenua confessio- 
ne : Anna , faiehor enim . Dà all' estinto Siclieo 
l'epiteto di mìsero : epiteto piiì di compassione, che 
di affetto . Si riferisce ad Enea per mezzo del pro- 
nome hic , benché innanzi non avesse parlato che 
di Sicheo ; perchè il solo Enea tutta occupava la 
sua mente in guisa, da non curare che il prono- 
me fosse costretto di andare in traccia della per- 
sona . Soggiunge che il solo Enea le aveva pie- 
gati i sensi , adoprando le soavissime parole : so~ 
lus hic inflexit sensus . E poco stante confes- 
sa alla fin fine con is tento di sentir pure qual- 
che vestigio deir antica fiamma . Chiunque sia co- 
stretto di scoprire un secreto che ferisca la pro- 
pria estimazione, comincia il discorso di lontano, 
quasi per prender tempo ; e da ultimo parla in 
modo che altri intenda piìi di quello che egli dis- 
se ; anche a fine di poter all' uopo negare di aver 
detto ciò che fu inteso . 

Temette non ostante la reina di aver detto 
troppo ; e quasi per correggersi desidera che le 
si apra la terra sotto i piedi, e Giove la colpi- 
sca di fulmine , anziché violare il primo talamo^ 

„ Sed mihi vel tellus optem prius ima dehiscat , 
„ Vel pater omnipotens adigat me fulmine ad umbras, 
„ Pallentes umbras Èrebi , noctemque profundam , 
,, Ante, pudor , quam te violo , aut tua jura resolvo- 



86 LETTERATURA 

E perchè la sorella si persuadesse che la fat- 
ta imprecazione era effetto del suo amore per Y e- 
stinto consorte , aggiunge : 

„ Ille meos, primus qui me sibi junxit, amores 
IT Abstulit ; ille habeat secum , servelque sepulcro. 

Quanto affetto nella replica del pronome/7/e! quanta 
decenza nella espressione qui me sibi junxit ! quanta 
delicatezza dell' intero distico ! 

Terminato il discorso mal potè la reina rattenere 
il pianto dirotto: 

„ Sic effata, sinum lacrimis inplevit obortis: 

pianto che sembrar potea dì tenerezza alla memoria 
di Sicheo, quando lo era di tenerezza verso il nuo- 
vo ospite. Ben se ne avvide la sorella , la quale 
fatta accorta che il lagrimare della reina le chie- 
dea quel consiglio che tacque il labbro, cominciò la 
risposta là dove la reina avea compiuto il discorso. 

,, Anna referet: O luce raagis dilecta sorori, 

,, Solane perpetua maerens carpere juventa? 

„ Nec dulccs natos, veneris nec praemia noris? 

„ Id cinerem aut manes credis curare sepultos? 

Corrisponde pur bene Anna alla fiducia in lei 
riposta dalla sorella, mettendole innanzi la solitudi- 
ne di vedova in età giovanile, la melanconia di ta- 
le stato, la privazione de' figlhioli, frutti di con^ 
cesso amore, ed il vano sospetto che il cenere de- 
gli «tinti si dolga, se le vedove ad altri sposi si 
congiungano ! Poscia si fa incontro alla obbjezione 
de' tanti partiti ricusati dalla reina; rispondendo che 



Elo<ìuen«a nella poesia Sj 

i rifiuti accaddero quando, trapassato dì corto il 
manto, era sì intenso il suo dolore, da non con- 
sentire eh' ella desse ascolto agT inviti di sposi sco- 
nosciuti; ma che ora, ritornato l'animo alla calma 
non dovea più resistere alla propria inclinazione. 

„ Esto: aegram nulli quondam flexere mariti; 

„ Non Ljbiae, non ante Tjro; despectns laibas, 

„ Ducturesque alii, quos Africa terra triumphis 

„ Dives alit: piacitene etiam pugnabis amori? 

Ne tarda ( non altrimenti che accorto primo 
ministro di stato ) a lame alla reina un obbligo 
preciso coi rappresentarle i grandi pericoli che ^ le 
sovrastano da ogni lato, dove ella non risolva di 
associarsi al trono sì valoroso capitano , il quAe 
le sia di scudo contro i lormidabili nemici che k 
circondano. 

1, Nee venit in mentem, quorum consederis arvis? 
„ lime Gaetulae urbes, geaus insuperabile bello, 
5, Et JYumidae infreni cingunt, et inhospita syrtis : 
„ Hinc deserta siti regio, lateque furentes 
,, -Barcaei. Quid bella Tyro surgentia dicam, 
•), Germauique minas? 

E da uno passando Anna ad altro argomento vie 
più torte, attribuisce a singolare provvidenza de^li 
ciii, e spezialmente di Giunone protettrice di Car- 
tagine, lo sbarco de trojani ne' porti cartaginesi , 
aggiungendo così all'obbligo di stato, quello di re- 
ligione per indurre la reina a dar la mano ad 
Enea. 

,. Dis eqnidcm auspicibus reor, et Junone secunda, 
„ Hunc cursum iliacas vento touuisse carinas. 



88 Letteratura 

Indi, come se fosse divinamente ispirata , pre- 
dice con tutta franchezza per mezzo di nobilissimi 
versi r ingrandimento di Cartagine e del regno , 
stretta che siasi dalla reina V alleanza co' trojani, 

Quam tu urbem, soror, hanc cernes, quae isur- 

gere regna 
Conjugio tali! Teucrum comitantibus armis. 
Punica se quantis adtoUet gloiùa rebus ! 

Maraviglioso contrapposto di sciagure e di pro- 
sperità! Quelle nel caso di rifiutare le nozze dagli 
dei preparate; queste nel caso di acconsentirvi. Po- 
teva la reina dopo ciò rimanere in l'orse? Si com- 
pie dalla sorella il discorso insinuando alla reina 
di placare co' sagrifizj gli dei, che ne' sogni fune- 
sti le sì mostrarono sdegnati, e di proseguire a 
tenersi benevolo l'ospite, sinché il mare levato ia 
burrasca gì' impediva di mettersi in corso. 

„ Tu modo posce deos venìam; sacrisquè Htatis 
,, Indulge hospitio, caussasque innectc morandi: 
„ Dum pelago desaevit hiems, et aquosus Orion, 
„ Quassataeque rates, dum non tractabile coelum. 

L' uomo brama ardentemente eh' ogni sua azio- 
ne sia riputata laudevole: però gode dove si tro- 
vino motivi che facciano velo alla sua passione. La 
reina si diede vinta alle ragioni di stato; perchè 
era già vinta da un amore che più non sentiva il 
freno della ragione. JNon era possibile che un di- 
scorso tessuto con tanta arte, con tanto ingegno, con 
tanta religione, non rendesse più ardente il luoco 
di che avvampava la reina Didone; la quale ab- 
bandonato oramai il troppo severo contegno, passe 
dal (hjLbio alia spenmx.a- 



Eloquenza nella poesia ■ ^Sq 

„ His dictis incensum animuni inflammavit amore, 
,, Speitìque dedit dubiae menti, solvitque pudorem. 

Oh forza invincibile della eloquenza ! Voleva 
la reina ricevere quel consiglio, che ella era già 
vicina a seguire; ma senza chiederlo. Qual miglior 
mezzo a ciò , che di manifestare alla sorella un amo- 
re, che dopo di aver fatto per lungo tempo la vir- 
tuosa comparsa di eroico, anziché di passionato, 
tradisce tutto ad un tratto se stesso, convertendo 
i due occhi della reina in due copiosi fonti di lagri« 
me che le innondassero il seno? 

„ Sic effata, sinum lacrimis implevit ohortis. 

Secondo esempio tolto dal discorso della reina 
di Cartagine col duce trojano. 

Avvedutasi la reina che Enea si preparava al- 
la fuga, divenne furibonda al jDari di baccante. 

„ Saevit inops animi, totamque incensa per urbom 
,, Baccliatur; qualis conraotis excita sacrìs 
,. Thjias , ubi audito stimulant trieterica Baccho 
„ Orgia, nocturnusque vocat clamore Cithaeron. 

Ed accesa di un furore che la trasse di sen- 
no, avendo incontrato Enea , obbliò per poco il rea- 
Je contegno, le tante insigni qualità del duce, eia 
sua discendenza dagli dei, per trattarlo ingiuriosa- 
mente qual perfido che tradiva V ospitalità e F amo- 
re; che non dubitava di recar morte a lei, e dì. 
metter se stesso in pericolo di naufragio scioglien- 
do le vele nel tempo che il mare era procellosu; 
il che fatto non avrebbe né anche, se invece di 



go Lettehatura. 

andare in cerca dì terre straniere ed ignote, aves- 
se dovuto ritornare alla propria patria. 

Dissimulare etiam sperasti, perfide, tantum 
Posse uefas, tacitusque moa decedere terra? 
Nec te uoster amor, nec te data dextera quondam, 
Nec moritura tenet crudeli funere Dido? 
Quin etiam liiberno moliris sidere classem. 
Et niediis properas aquilonibus ire per altum, 
Crudelis? Quid? si non arva aliena domosque 
Ignotas pateres, et Troja antiqua maneret, 
Troja per undosum peteretur classibus aequor? 

Veggendo la reiiia che Enea, avvolto in pro- 
fonda meditazione, non si risentiva ai rimprove- 
ri, sperò di ammolirne il cuore colla dolcezza e 
con r affetto. Piange quindi, prega, gli rammenta 
gF intrapresi imenei , gli rappresenta la propria di 
lei desolazione, i pericoli a' quali per sua cagione 
rimane esposta, il pudore da essa perduto, la vi- 
cina di lei schiavitù e morte. 

„ Mene fugis? Per ego has lacrimas dexteram- 

qne tuam , te, 
„ (Quando aliud mihi jam mlserae tiihil ipsa rcliqnì) 
„ Per connuLia nostra, per inceptos hymenaeos; 
„ Si bene quid de te merui, fuit aut tibi quidquam 
,, Dulce meum: misercre domus labentis, et istam, 
„ Oro, si quis adhuc precibus locus, exue mentem. 
,, Te propter lib} ciae gentes Nomadumque tyranni 
„ Odere; infensi tyrii; te propter eundera 
,, Extinctus pudor, et, qua sola sidera adibam, 
,, Fama prior. Cui me moribundam deseris,hospes? 
„ Hoc solum nomen quonìam de coniuge restat. 
„ Quid moror? an mea Pygmajion dum moeaia frater 
„ iJestrnat, aut captam diicat Gaetulus larbas? 



Eloquenza nella poesia 91 

Sebbene ognuna delle portate ragioni fosse di 
se atta a piegare il cuore di Enea, tuttavolta ad 
ogn' altra di gran lunga prevaler dovevano gli intra- 
presi imenei , come quelli che lo accusavano d' in- 
gratitudine senza pari , e de' quali perciò la reiua 
fa rimembranza per ben quattro volte in breve trat- 
to di tempo, e sempre con tutta decenza ts JNec 
„ te noster amor, nec te data dextera quondam . . 
,,..,. Per cunnubia nostra, per inceptos Hime- 
„ neos ... . . .Si fuit tibi quidquam dulce me- 

,, um Te propter exctinctus pudor, 

„ et, qua sola sidera adibam, fama priorS Quan- 
ta passione esprime il verso che succede al voca- 
bolo hospes ! t=; Hoc solum nonien quoniam de con- 
juge restat. 

Sarà continuato. 

V. Berni degli Antoni 



Patera etrusca inedita , descritta e spiegata 



R 



dal sig. Luigi f^escovali. 



.eputiamo propizia sorte de' letterati e nostra , 
che il sig. Vescovali abbia voluto farne presente 
Qeir annesso erudito ed esatto suo scritto . Datosi 
egli nella sua giovinezza agli studi veramente ro- 
mani delle antichità , promette di segnalarsi in es- 
si , come già in quelli di Euclide. Che mai non 
può r amore del bello e della virtù , allorché al- 
ligni in animo ben fatto ! Da un pezzo di metal- 
lo, che altri avrebbe gittato come inutile ( tanto 
era coverto di alta e tenace ruggine) , ha egli trat- 
to in luce una delle così dette patere eti usche , 
e la più bella che conosciamo. I\on contento di 



,QrS ' L-E TTERATUKl. 

ciò , ha Voluto produrla ornata di fedel tavola in 
rame , resa più pregevole con acconcio schiarimen- 
to . Mentre perciò a lui attestiamo la gratitudin 
nostra , e le giuste lodi che si merita ., speria- 
mo questo esempio dover essere di stimolo ad altri 
studiosi giovani , onde alla impresa nostra col frut- 
to delle loro cure si accostino , e questa incontri 
vieppiù , come pure incontra , l' approvazion de' 
sapienti , ed il favore di tutte le persone , che 
amano una lettura di solida insieme e piacevole 
istruzione . 

I COMPILATORI. 

Mi affretto a comunicare al pubblico una di 
quelle finora dette patere etrusche, ossia uno di 
que' dischi di metallo , che pieni da una parte 
d' incisioni a contorno , tanto interessano per la 
più dotta mitologia de' greci , e per l' istoria di 
un popolo primitivo della nostra Italia , che poco 
ancora conosciamo , non che per quella de' roma- 
ni , i quali ne adottarono in ispecial modo le co- 
stumanze. 

Dopo ciò che ha scritto eruditamente il sig. 
cav. Inghirami , seguendo il parere di alcuni va- 
lentuomini , da' quali era stata proposta una tale 
osservazione , credo non doversi più dubitare , che 
questi dischi manubriati tenessero le veci de' nostri 
specchi . Vorrei di più che non sì chiamassero 
mistici , come chiamar non si debbono bacchiche 
quelle ciste, o arcule, nelle quali si rinvengono 
per lo più simili dischi, tra le strigili , gli aghi 
crinali, ed arnesi di tal guisa cosmetici, o pa- 
lestrici . E cortamente errano coloro , i quali cre- 
dono , che siffatte lamine orbicolari fossero patere 
da sagridzj . Imp:;rocchò nò hanno labbri rilevati. 



I 



Patera etrusca qS 

né superficie tanto concava , che le renda capaci 
di un qualunque fluido . Molti sono in vero i 
marmi e le medaglie , che presentandoci o sa- 
grifìzj , o cose a questi appartenenti , sempre mo- 
strano le patere assai concave, senza manubrio , e 
quali da Virgilio e da altri vengon descritte ; 
mentre poi altrettanti ne sono, che ci offrono le 
finora chiamate patere in mano di donne , le qua- 
li in atto di acconciarsi , o vagheggiare loro stes- 
se , non possono aver nelle mani un utensile da 
sagritìzio . 

Nò ometter si debbono due altre considera- 
zioni . La prima è , che in parecchi de' dischi in 
quistione , tra' quali anche quello di cui parlo, ed 
in uno singolarmente del rriuseo Kircheriano , ve- 
desi sulla parte opposta alle figure qualche avanzo 
di un lucido ancor sufficiente a rifletter 1 imma- 
gine . La seconda è , che i popoli orientali usano 
anche a' dì nostri specchi metallici della como- 
dissima forma di questi antichi . 

Il nostro è stato rinvenuto nelle vicinanze di 
Viterbo , malconcio da varj colpi fendenti , ri- 
cevuti;; sulla parte liscia , e passati ali' altra con 
qualche danno delle figure , e ricoperto di ossi- 
dazioni , prodotte dai differenti metalli che lo 
compongono . Il suo diametro è di un palmo ; ed 
ha un picciolo avanzo del manubrio . 

Il graffito è d'uno stile perfetto; e non sembra 
lavoro di rozzo ed inesperto etrusco, ma di va- 
lente e peritissimo greco . Tanto son belli e re- 
golari i contorni , ragionati e ben disposti i musco- 
li , eleganti e maestri i panneggi , graziose impo- 
nenti e ben aggruppate le figure ; e naturali e 
semplici le forme degli animali . Ma eccone uA 
cenno più circostanziato * , ^ 



o4 Letteratura 

Immaginate due circoli concentrici. Nel cir- 
colo interno, il quale occupa quattro delle cinque 
parti del raggio di tutto il disco , vcggonsi rap- 
presentati cinque personaggi . NelT esterno , o per 
dir meglio in quella fascia , che cinge il primo 
ed il secondo cerchio , espressa si scorge una 
battaglia di animali, che fieramente si azzuffano. 
In ogni gruppo, uno di natura più debole vìen 
assalito da due più forti . Gli assaliti son due 
cavalli, un cervo , un asino, un bue , un cingliia- 
le , ed un becco . Gli assalitori son cani , tigri , 
leoni , e grifi . A me pare , che questi non ab- 
biano alcuna relazione col soggetto principale , ma 
che siano solamente destinati a formare un orna- 
to per chiudere la composizione. 

JNè il manubrio manca di lavoro; essendovi 
disegnato un vecchio Sileno seguace di Bacco , 
quale ce lo descrive Luciano , basso , pingue , 
panciuto, calvo, col naso schiacciato , con grandi 
orecchie dritte , il quale , sebbene mancante ora di 
una gamba, pur si conosce essere in atto di cor- 
rere saltando, alzando colla destra una clava, da 
cui pendono forse alcune di quelle strisce di cuojo, 
colle quali , nelle licenze delle feste lupercali o 
licee del Dio Pane, pcrcuotevansi le femmine spe- 
cialmente che bramavano di essere fecondate . 

Tra le cinque figure , che occupano , come 
)ìO detto , il circolo interno , Apollo accompa- 
H^ato dall' epigrafe Vs)1/l , involto T estremità in- 
feriori nel suo pallio riccamente ornato a' lembi, 
siede qual protagonista su d' un sedile , che po- 
trebbe forse essere quel medesimo tripode , sul 
quale dicevasi eh' egli sedendo proferisse gli ora- 
coli ; dal che gli venne il cognome di vate. Ap- 
poggia i piedi sopra un di que suppedanei , © 



Patera etrusca <)5 

panchetti, che gli attici chiamarono 9'payoi . Stringe 
eolla sinistra un lungo scettro , che termina in 
fronzuto ramo di alloro , pianta a lui sacra e dilet- 
ta, e da lui destinata ad essere il distintivo de' 
vincitori e de' poeti ; e riposa la destra sul cor- 
rispondente ginocchio, stendendone 1' indice in at- 
to di favellare . 

Sul suo volto egregiamente espressa si nota 
quella serenità , effetto della eterna giovinezza con- 
cessagli dal padre; e le sue chioma, elevate sul 
vertice in doppio ciuffo, vezzosamente increspate 
e raccolte da uno strofio, o cordone, proprio de' 
numi e de' re , si mostrano esser quelle , che i poeti 
^ dissero ondose, auree, intonse, e stillanti unguenti. 
La soavità delle forme è quale conviénsi al più 
bello degli Dei ; ed è lontana dalla morbidezza 
di quelle di Bacco, egualmente che dalla durezza 
di quelle di Ercole. 

Segue in giro a destra una Dea , che io credo 
essere Giunone, pel velo specialmente, che le scen- 
de in maestosa foggia dal capo- Ravviso in esso 
quella specie di rete, ìiixpu<pet\op , o ìipnlt^vav^ di cui 
si coprivano e le vergini, e piìì pomposamente le 
novelle spose; e di cui fece pur uso Giunone stessa, 
allor quando, per comparir più bella, ed accender 
tf amorosa fiamma a danno de' trojani il Tonante 
marito sulle vette delf Ida, lavatasi, profumatasi, 
acconciatesi le chiome, sulle altre vaghe vesti infe- 
riori si sovrappose un velo^ bello ^ nuovo ^ e candi- 
do al par del sole, (i) 



(t) Homer. lliad. 2 • XIV. v. 184. 
K/Dv^t/^''^ he(pij'jrtp3i xu\u^oito J/a dtàcoy . 
KaKa yn-^XTe'p ' KtuKoy Ìyi'v ìiicKios èÒi , 



qG Letteratura 

JVè 11 leggiadro atteggiamento di sollevar dal 
petto calla destra uu' estremità dell' abito, fu po- 
sto quivi senza ragione; poiché ben ò stato os- 
S6r\ato, che T adoperarono gli antichi artelici in 
quelle figure, alle quali volevano dar grazia e di- 
gnità; ed è per ciò conveniente alla veneranda so^- 
rdla e sposa del sommo Giovq, padre e sovrano 
degli uomini e degli Dei. 

Continuando coli' istess' ordine, vedesi al fian- 
co di Giunone un altra Dea, che nuda in tutto il 
resto del corpo, ha coperte le sole gambe, reggen- 
do colla mano sinistra un lembo del peplo di una 
terza vicina, sulla di cui spalla appoggia il braccio 
destro, che ripiegato le fa ritornar sul petto la ma- 
no^ nella quale tiene un ramo di mirto, pianta a 
\eiiere consacrata forse per la facilita d' allignare 
sulle dve. del rtiare, donde la Diva delle spume 
trasse i suoi natali. Senza di ciò anche T avvenen- 
za del Volto, la soavità dello sguardo, il capo dol- 
cemente inclinato, le delicate membra, la molle 
espressione di tutta la persona, sarebbero bastanti 
^ farci ravvisare in essa la Dea delle grazie, degli 
amori, e della bellezza. 

La decisa passione per gli ornamenti, con som- 
ma proprietà indicataci dalla collana, che le fre- |, 
già U collo , assai più ricca di quella onde si 
contenta la sua vicina a destra, forma un nuovo 
argomento, che posto a cnmolo con gli altri distin- 
tivi, toglie ogni dubbio di riconoscere in essa la 
bella signora di Cipro, di Palo, di Guido , e di 
Citerà. 

La figura seguente, coli' epigrafe >?I](lH3Wk, 
Menerva^ vestita ci si, olTre di un'ampia ricca to- 
naca, alla quale è sovrapposto il vasto peplo, la- 
Toro ammirabile di sua mano, e l' orrenda egida 



II 



Patera etrlsca oa 

adorna di fibbie, nel cui mezzo sta fissa la spo- 
glia del . terribile capo di Medusa, cangiate in ser- 
pi le belle chiome emule delle immortali della Di- 
va. Il movimento di tutta la persona, ed il volto 
su cui rifulge il coraggio ed il sapere, esprimono il 
carattere bellicoso e feroce della vergine guerrie- 
ra , Dea del consiglio e del valore, che tanto pro- 
tesse Tarmata greca nella presa di Troja ; non ri- 
sparmiando di mischiarsi nelle battaglie tra le fol- 
te schiere de' popoli pugnaci, giungendo persino a 
ferire, e forzare ad abbandonar T attacco io stesso 
Dio della guerra. 

L'egida, che aggruppata in segno di pace, le 
pende dal petto , i piedi non coperti di calzari 
ma nudi, ed il capo ornato, non dell' alta celata, 
Wa del divino diadema, ne po^:-gono indizj , chela 
Dea qui sta, non accesa dal furore militare, pre- 
parandosi a romper le intere squadre degli eroi, 
ma tranquilla scorrendo la paterna reggia. 

Ercole, tal confermato dall' epigrafe 34903 M , 
e la quinta ed ultima figura del nobil gruppo. Mo- 
strasi diritto,, tenendo il pie sinistro sopra qualchq 
l>aso, o sasso, che eie stato tolto dall' ossido; J|i 
.guai positura fu usata dagli antichi artefici nelle 
immagini de' laboriosi eroi, per depotare un ripor- 
.80 degno di essi, che non avesse in tutto dei ne- 
ghittoso . Appoggia la destra alla clava i eia &li]j^ 
stra, che si dirige .verso, il giiiocchio, non appa^ 
nsce abbastanza distipta. Ha' gitULa siiì collo la spo- 
glia del leone nemeo, che scendendo gli cade sul- 
la coscia sinistra. La folta barba, che gli veste 
il mento ( sebbene gli Ercoli degli etruschi sieno- 
qiiasi sempre imberbi), il carattere della fisono- 
mia, eie membra di tutto il corpo giustamente 
significano la velocità e la fortezza di un eroe 
G.A.T.IX. ^ 



98 Letteratura 

al quale mai sempre vincitore avean ceduto uomini 
e fiere; ma che ora deificato e latta immortale, ha 
lasciato gV impeti di quella gagliardìa, di cui fé' 
prova sulle rive del Ladone, raggiungendo la cer- 
va instancabile, fornita d auree corna e di pie di 
bronzo, o traendo vivo dall' isola di Creta in Arga 
il toro adultei-o di Pasifae . 

Forse nella sinistra potrebbe aver tenuto que 
pomi delle esperidi , sua penosissima conquista , 
che fu r ultima delle prescritte fatiche ; attestando 
così con essi di aver già soddisfatto a tutte le dif- 
fìcili condizioni , e dover quindi godere a buon dirit- 
to del soggiorno e della vita degl" immortali - (i) 

Mi par dunque , che 1' arrivo alf Olimpo del 
figlio di Giove e di Alcmena riputar si debba il sog- 
getto di tutta la rappresentazione . Sappiamo che 
r eroe , dopo essersi posto indosso la mortifera 
"veste, lorda delT avvelenato sangue di Nesso, invia^ 
tagli dalla gelosa moglie , stanco di sollVire , ìnvan 
tentando di spogliarsene, sdegnato contro Timplaca- 
bile matrigna, distesosi sul rogo Oeteo , si lasciò 
consumar dalla fiamma , eh' egli stesso intrepida 
accese; e dal padre Giove fu quindi ammesso nel 
concilio degli I)ei , dove lieta accoglienza da tut- 
ti ottenne, per le tante sue lodevoli imprese. 

Le divinità , che nel nostro monumento lian- 
Bosi in atto di riceverlo, non disconvengono cer- 
tamente al soggetto ; perchè né Apollo è collo- 
cato fuor di proposito, come quegli eh' essendo 
Pio della luce , siede qual sovrano là dove risplende 



(1) Secondo Diodoro, Apollodoro, e la maggior parte degli anti- 
chi lavori , che ci rimangono sulla vita di Ercole . 



Patera etrusca gg 

un giorno eterno , e può simboleggiarci il cielo (i) : 
rè Giunone dirsi vuole avversa in questa scena ; 
poiché, sebbene stata contraria a quel figlio adul- 
terino in tutto il corso della vita, costretta alla 
fine da Giove , con esso si pacificò , e diedegli 
Ebe sua figlia in isposa (2) . Venere poi qui com- 
parisce opportuna , che benigna le tante volte 
confortato lo avea tra le improbe sue fatiche ; e 
talora ,. come se da lei sola vinto fosse , lasciar 
gli fece la clava e le frecce , per torcere il fuso 
lavoleggiando tra le ancelle della regina di Lidia, e 
mostrare il volle minor di se stesso inverso V amata 
fanciulla di Eurito. La principal parte però d' in- 
tervenienza spetta giustamente a Minerva, che dal 
giudizioso artista all' immediato fianco gli è stata 
posta; mentr essa sola era la scorta solenne de' va- 
lorosi, essa avea per ciò sempre mai protetto il 
massimo fra tutti, Alcide; ed è pur noto, che a lei 
sola toccò r incarico d' introdurlo alla meritata 
sempiterna dimora. (3) 

Così le tre Dee maggiori dell'Olimpo rimiran con- 
cordemente r ospite novello , sul di cui volto eleva- 



(1) Anche Seneca, nell' atto IV. dell' Ercole Oeteo, fa che il 
suo protagonista , giunto suU' Olimpo vicino a Febo , ne ammiri la 
chiara luce . 

„ Video nitcntcm regiam clari aetJicris, 

„. Phoebiquc tritam flammea zonam rota . ce. 

(2) Apollodor. Biblioth. Lib. II. cap. 7. EunStf ìt rrux^f 
àSAyxffletr Kctì itxWuyat H/j^twV 'fKay/it Sv^/ur^ pet HSny 
i'^VUt» , Qui'idi oUenuta rit\iinortciUtù « e riconcUiuiosi con Giu- 
none , la di lei Jiglia Ebe sposò . 

(3) Pausatiias, Lacon. seu. Lib. Ili- cap. i5. pag. aSS, edit. Kuhnii. 
ASityx ie if^ouax ìipxY.Kix au>oiy.tiaovTX xir'o toÙtov Stili . 

7 



100 



Letteratura 



to dipinta si vede la sorpresa e la maraviglia^ che 
nascer gli doveano al primo aspetto delia fulgidis- 
sima reggia. Egli comincia a sentirsi scorrere per 
le vene il vigore della immoi taiità ; e di tanta 
espressione credo che V ingegnoso Ovidio a noi dia 
un tocco, preso da' greci modelli, là dove dice: 
( Metamorph. lib. IX. v. 2 69. et seqq. ) 

„ Sic ubi mortales Tirj^nthius exuit artus, 
„ Parte sui meliore viget, majorque videri 
„ Coepit, et augusta fieri gravitate verendus. \ 

L. Vescgvali 



Lettera delt ab. France&co Cancellieri al eh. 
signor Sjlfatohe Betti ^ sopra la permanenza 
di Federico IV ^ redi Danimarca^ in Firenze 
ed in Bologna nel 1^09, e la grazia della sen- 
tenza capitale da lui ottenuta al marchese Filip- 
po Bejitii'oglio ad istanza di suor Teresa Maria 
Maddalena Trenta lucchese ^ monaca carmelitana^ 
col diploma di protettore perpetuo delf accademia 
volsca di Velhtri a S. M. il regnante Federico VI- 

Ifuanto cari mi sono stati gli elogi tributati da' 
giornali napolitani, e ripetuti al n." 90 del 
diario di Roma de 6 dello scorso decembre , alle 
LL; AA. BK. il Principe e la Principessa di Da- 
nimarca ! Le loro singolari attrattive hanno incan- 
tato gli abitatori del Sebeto , i quali, quantunque 
avvezzi a veder ad approdare di continuo a quel- 
le deliziose spiagge i personaggi di ogni nazione, pu- 



Permanenza di Fed. IV. m Italia ioi 

ì'c giustamente confessano di non averne mai am- 
mirato uno più degno di rispetto e di amore: aven- 
do ancora potuto la bella Partenope aver la sorte 
dì vagheggiare per lungo tempo nell' avvenenza e 
nelle grazie xlell adorabile di lui sposa il vivo ri- 
tratto d' una delle sue tanto decantate sirene , che 
•perciò sarà stata forse tentata a non creder più fa- 
volose. Chi potea goderue e compiacersene p.ù di 
me, che eblii dai regio console signor cav. Luigi 
Chiaveri ronorevole commissione di stendere e di 
■dare alla luce le notizie della cenuta in Roma di 
Canuto II e di Cristiano /, re di Danimarca , ite- 
gli anni 1007 e i474i ^ di- Federico If^ giunto a 
Firenze con animo di venirvi nel 1709; con lu bi- 
blioteca delle cose danesi! Se peiò mostrai allora 
la mia esultanza, con applaudire al primo loro ri- 
torno dalla stessa città, al fine dello scorso mag- 
gio; voglio farla palese anche in quest' altro col 
pubblicare varie annedote memorie relative a Fe- 
derico IV ed alla monaca Trenta, la quale il ce- 
lebre Cav. Ippolito Pindemonte finse ingegnosamen- 
te che qual Eloisa novella scrivesse allo stesso re Fe- 
derico una lettera la più patetica e commovente, 
in leggiadrissime terze rime, inserita nel voi. VII 
del parnaso degf italiani viventi p. 89. , che voi 
avete avuto la bontà di prestarmi con singoiar gen- 
tilezza, e col mio maggior gradimento. 

Il signor Galluzzi nella storia della casa Me- 
dici racconta , clic questo sovrano , mosso dall' 
esempio del czar Pietro, si pose a viaggiare, e venne 
nel 1709 in Italia , ov'era stato incognito \in' altra 
volta nel iGyi prima di salire sul trono. Avea nel 
suo primo viaggio concepita un' ardente passione 
per la figlia di un gentiluomo lucchese, per cui 
prolungò il suo soggiorno in Lucca, così che la gio- 



102 Letteratura 

vane, che molto pure lo amava, potò concepirò le 
più grandi speranze. Lasciolla peraltro il re, ben- 
ché con gran pianto: ed ella, che aveva prima ri- 
cusato i migliori partiti di nozze, e che poi <ia qual- 
che altro era stata lusingata senza veruna conclu- 
sione, risolvette di chiudersi in un monastero de' 
piìji osservanti di Firenze. Il re ivi la rivide, e le 
fece molte visite, avendo con essa colloquj asce- 
tici, e separandosi da essa con lagrime, ed espres- 
sioni di parzialità pel cattolicismo. 

Non contento io di essere giunto a scoprire 
nel T. V. deir istoria del marchese Francesco Ma- 
ria Ottieri (i), che la suddetta monaca , da tutti 
gli altri scrittori sempre indicata col solo cogno- 
me , aveva il nome di Maddalena , non ho cessalo 
di continuare le mie istanze all' eruditissimo signor 

(i) Nacque in Firenze a' 5 di luglio del i655 da Lotario, conte 
di Montorio e di Sopaiio, e da Olimpia Maidalchini , e fu paggio pre- 
diletto di Cosmo III G. D. di Toscana. Nel 1728 pubblicò il primo 
tomo della sua storia delle guerre tn'yenuie in Europa, e pariico- 
larinenie in Italici per la successione alla monarchia delle Spaiane 
dui 1696 al 1726, che fu inserito nell' elenco de' libri proibiti, con 
la privazione della sua carica di cavallerizzo del papa, per cui si ri- 
tirò ne' suoi feudi. Tornato in Roma nel pontificato di Benedetto XIII, 
vii:nperò il suo impiego coxi maggiori emolumenti; e vi fu conferma- 
lo dal successore Clemente XII, che fece togliere dalT indice il sud- 
detto primo volume della sua storia, che proseguì. Ma essendone ri- 
masta manoscriua una buona parte, dopo la sua morte seguita a'i3 
di maggio 174-i» fn poi ultimata da Lotario, unico suo figliuolo, il qua- 
le nel 17C2 la pubblicò pe' torchi del Barbiellini, con la ^ ita del pa- 
dre, e con r indice di tutte le materie trattate ne' IX volumi della 
medesima, avendo anch' egli cessato di vivere in età d'aTini i<o a' i>r> 
febbraro 17H9, ed essendo stato sepolto nella sua parrocchia di s. Ca- 
terina delUi Rota. 



Permanenza di Fed. IV. in Italia io3 

canonico Domenico Moreni per averne "ulteriori no- 
tizie; finché non mi è riuscito eli esserne pienami>n- 
te informato Poiché egli con lettera, in data dei 
6 dello scaduto maggio da Firenze, favorì di scri- 
vermi : Quel che /inora non avea potuto ottcTiere 
t ho ottenuto adesso. Morì suor Teresa Maria Mad- 
dalena Trenta a 9 dicembre 1740 , in età di anni 
80. mesi 4i giorni 19, essendo rimasta nel mona- 
stero delle carmelitane di s. Maria Maddalena de 
Pazzi ^ detto degli angeli , 4?' <^'"" •> ^i^s^<^ ^ ^ e gior- 
ni G. Stette inferma mesi i5. Essendo adunque na- 
ta agli 2 agosto nel iG59, avea già nel 1G91, in 
cui conobbe per la prima volta in Lucca il prin- 
cipe Federico, anni 32; ed essendo stata monaca 
47 anni, essa ne prese l'abito nel 1G93, due an- 
ni dopo la di lui partenza. Allorché poi tornò a ri- 
vederlo per la seconda volta nel 1709, era già ar- 
rivata all'età di 5o anni. All' incontro Federico, fi- 
gliuolo di Cristiano V , essendo nato nel 1G70 , e 
morto di $9 anni nel lySo dopo di essere salito 
sul trono nel 1G99, andò in Lucca nel 1G91 di so- 
li anni 21; e quando tornò nel 1709 ne aveva so- 
li 39. Onde la monaca alle esterne convien che 
unisse le più belle doti dello spirito, se potè co- 
tanto interressarlo ambedue le volte, benché a lui 
superiore di età di anni undici. Ma non sono rari 
gli esempj di quelle donne, che anche nel loro 
autunno hanno superata la freschezza della prima- 
Vera di molte altre. 

Questa virtuosissima monaca , come seguita a 
narrare \ Otlieri , a<^>ea riconosciuta in se stessa la 
vanità del mondo ^ e la fallacia delle promesse degli 
uomini-, perchè il marchese Filippo^ Bentivoglio ( da 
lui scambiato col conte, poi principe Filippo Erco- 
lani ) essendo povero figliuolo , tavea assicurata dì 



loi L-ETTilRATCRA 

volerla sposare : e divenuto ricco per la morfr (Jel 
padre ^ noìì soddisfece alla promessa. El'a senza 
lagnarsi di lui , come altra donna avrcì.>he Jcllo , 
si rivolse con fortezza e con iLsuìnzione a chi non 
le putea mancare. Pertatilo non soìo si volle con- 
sagrare a Dio, Tacendosi monaca, ma, benché da 
lui ingiustamente abbandonata, usò \ eroismo d' im- 
pegnare il principe Federico ad. intercedere da Cle- 
mente XI la grazia delia vita allo stesso marchese , 
reo di delitto capitale. Ma non essendosi spedii- 
cala né da Pietro Polidori, né dal Raboiilet, scrit- 
tori della vita di quel pontefice, né da veinn' altro 
ìstorico, la qualità della sua colpa, io m impegnali 
di farne ricerca con varie lettere scritte a Fano, 
a Lucca, a Ferrara, a Bologna, a Firenze, ed a 
Milano; giacché /' isloria genealogica della famiglia 
' Bentivoglio scritta da Vincenzo Armanni è anteriore 
a tal fatto; né avea potuto rinvenire nella storia di 
Bologna del Savioli il motivo della sua condanna , 
Flsseudo percià state inutili tutte le mie ricerche, 
fui costretto a divulgare le mie notizie danesi senz' 
averlo potuto indicare . Ma poco dopo la pubbli- 
cazione delTc i¥Krdesinie , potei addattare a me stes- 
so r adagio : extra quaeris., quod intus habes. Poi- 
ché mi rammentai , ma fuor di tempo , che io 
stesso ne aveva rilevato la ragione in due diver- 
se mie opere ; avendo prima ne' possessi pontiji- 
cj p. 4o5 , e poi nel mercato p. 77 , riferito il 
c( l;brc fatto , nanato in questo modo nel diario 
dì Francesco Valesio . Martedì 4- settembre yro'6. 
^4 n gelo Gavotti fu ucciso in un duello da Sci- 
pione Santacroce in Campovacciiìo , alla presen- 
za del marchese Filippo Bentn'oglio , e del mar- 
chese Nereo Corsini. Mercoldì 5. // Gavotti Ju 
esposto a s. Nicola di Tolentino , ove fu umaio 



Permaneivza di Fed. IV. IN. Italia io5 

nella cappella della Madonna di Savona . È ve- 
nuto fuori il seguente madrigale : 

È morto il buon Gavotti, 
' Come già Cristo in croce ^ 
Da Scipion Santacroce 
In mezzo a due assassini 
^ Bentivoglio e Corsini . 

In ambedue i luogìii mi ristrinsi soltanto a da- 
re copiose notizie di Scipione Santacroce, e del 
Corsini , processato per questo duello , perchè as- 
sistè da padrino all' ucciso Govotti , dal fisco clie 
stampò una scrittura avanti monsignor governato- 
re, intitolata: lìomana praetensae moderationis mo- 
nitora . Ma nulla dissi del Bentivoglio , che ser- 
vì da padrino al Santacroce . Tutti e tre i con- 
dannati però furono contumaci . Il Corsini si ri- 
fugiò in Toscana ; il Santacroce a Vienna ; ed il 
Bentivoglio a Venezia ; senza che per interposizio- 
ne di valevoli uihij avesse luogo per lui la con- 
fisca de beni . La sua consorte Camilla Caprara, 
sorella del celebre maresciallo Enea Capraia che 
gloriosamente si distinse nel!' assedio di Vienna , 
lo andò a trovare alla metà di dicembre del ii^oo. 
Ai 24. di lebbrajo nel 1709. il senato di Bo- 
logna fu avvisato dal cardinal legato Niccolò Gri- 
maldi del prossimo arrivo del re Federico IV. sot- 
to il nome di conte dì Oldemburgo , acciocché 
sì usassero verso di lui tutte le dimostrazioni d o- 
iiore e d' ossequio , e che si scegliesse uno do' 
più nobili palazzi di quella città , per alloggiarvi 
comodamente e decentemente quel sovrano . 

Ai 35. furono perciò eletti i senatori Vin- 
cenzo Bargelli ni , Antonio Bovio, ed i conti C-i- 



I oG Le tteratura 

nullo BologneLti e Vincenzo Ranuzzi , che come 
cleputati assistessero e servissero S. M. dall' ingre5* 
so nella legazione fino a' confini . Ai medesimi fu- 
rono aggiunti per colleghi i conti Frangiotto e 
Gio. Niccolò Tanara , Alessandro Fava , Girola- 
mo Bolognetti , il marchese Paris Grassi , ed i no- 
bili Orazio Bargellini, Alessandro Sampieri, e Giu- 
seppe Carlo Ratta . 

Ai 2'j. fu spedito a Venezia il slg. Luca Pe- 
derzani , persona molto abile e manierosa , con 
lettera dell' assunteria al suddetto marchese e se- 
natore Filippo Bentivoglio , figliuolo del senatore 
Ulisse , che ancora vi dimorava durando la sua 
contumacia , affinchè appena giunto il re cercasse 
d' indagare la intenzion;; di S. M. sopra la sua par- 
tenza da quella città , suo viaggio , ed arrivo a 
Bologna, la qualità della sua corte e famiglia, uso 
di servirlo a tavola, ed i regali ricevuti da quel- 
la repubblica , descritti nelle mie Notizie dane- 
si p. 2 0. 

Ai 5. di marzo arrivò a Bologna M. Wolff 
consigliere di giustizia e medico di S. M. , dal 
quale si seppe che il re sarebbe venuto per acqua. 
Ónde subito furono allestite le barche , due delle 
quali erano dipinte e dorate per di fuori , e co- 
perte d' un padiglione vellutato. La prima era di- 
visa dentro in due camere chiuse da doppie bus- 
sole di cristallo . La seconda conteneva un letto 
reale; ed amendue apparate di damasco, trinato 
d' oro , con placche d' argento appese alle pare- 
ti . I barcajoli erano vesùti con giubbone e cal- 
zoni e berretta , alT uso di Venezia , di panno 
turchino , trinato d' oro ; ed i cavalcanti vestita 
di panno , di colore conforme . 

Si ebbe avviso che ai 9. dopo la colazione , 



Permanenza di Fed. IV. in Italia 107 

alle ore 18. sarebbe partito il re da Ferrara per 
Malalbergo . P erciò i senatori deputati , verso Vave 
Maria ^ con varie carrozze con mute a sei , ac- 
compagnati dà cavalieri loro colleghi , si porta- 
rono a Corticella . Ma il re pernottò a Malalbergo . 
Nella domenica del io. alle ore 18. appro- 
dò il re alla Corticella , ove il senator Bargelli- 
ni ^ come decano , lo complimentò . Dopo che il 
re montò in carrozza , ed arrivò a Bologna a ore 
20. circa , andando al palazzo destinatogli del se- 
natore Vincenzo Ferdinando Ranuzzi , in me2zo a 
folto popolo . Arrivato al luogo dì sua dimora, 
fu ricevuto dalle tre donne Ranuzzi, cioè dalla con- 
tessa Maria Virginia Pucci moglie del senatore Vin- 
cenzo , dalla contessa Anna Campeggi vedova del 
senator Gio. Carlo Ranuzzi ^ e dalla signora Orin- 
tia Ranuzzi in Ratta , ed anche dal figliuolo del 
senator viveate . La Pucci diresse il complimen- 
to al principe , che subito andò a pranzo - La 
sera passò nel quartiere a pian terreno del pa- 
lazzo , dove gli fu data una brillante e magnì- 
fica festa di ballo , nella quale il re aprì la dan- 
za colla contessa Maria Virginia, e vi si tratten- 
ne lietamente fino alle ore cinque della notte. 

Agli II. desinò co' quattro senatori deputa- 
ti , come avea fatto anche il giorno jjrecedente . 
Dopo andò in una stufìglia al passeggio ordinato 
nella strada di Saragozza . Aveva alla sinistra il 
decano Bargellìni , il Bovio occupava il terzo po- 
sto , ed il quarto il generale Ravenelò . La sera 
si restituì ai palazzo Ranuzzi , dove fu ripetu- 
to il ballo . 

Ai j2. andò a vedere il palazzo di Zola della 
famiglia Albergati: ed ivi fu accolto con magni- 
ficenza e con musica e rinfreschi . 



.IOi8 LÈTtTEftATlJRA 

Ai i3. il maresciallo di corte presentò uu 
medaglione d' oro al senatore Ranuzzi ; e poi par^ 
ti il re per la via di s. Stefano alla volta di To- 
.scana . A tre ore dopo mezzo , dì arrivò a Sca-^- 
ricalasino , dove fu trattato a lauto pranzo da'pa* 
dri Olivetani . Il corteggio bolognese V accompagnò 
fino a Pianoro . Egli aveva 86. persone di segui- 
to , 39. cavalli , e due cani . Il senato gli fece il 
solito regalo di vini e comestibili . Il re lasciò di 
regalo 253. ungheri . 

( Sarà continuato ) 



Continuazione e fine delle osservazioni su la clisser-- 
taziofie del processore Michelangelo Lanci intor* 
no gli omireui. 

g. 5o. Iluella che l'importanza e il midollo dell' 
opeia e la grave fatica del dotto scrit- 
tore vie maggiormente palesa ; quella che può a 
buon dritto chiamarsi ardimentoso tentativo del ta- 
glio dciristmo : si è \i\ parte secondatili cui scen- 
dendo allo scopo precipuo del suo lavoro , si po- 
ne egli a provare, che omirene sono le inscrizioni 
di que' codici vaticani ; e a magistralmente snoc- 
ciolarne il significato . Non farò che ristringere la 
serie delle sue prove , e de' principii da lui cre- 
duti esserne fermissima base . 

§. 5i. Dopo aver parlato quella penisola per 
molto tempo uu linguaggio unitoime, si divise que- 
sto in due dialetti diversi ; e ciò derivò dalla es- 
pulsione che una parte del popolo del paese chia- 
mato Adramauth fece delf altia partR, la quale fu 



Sugli Omireni '109 

obbligata rifugiarsi nell' Egiazze . I discacciatorì 
che furono gì invitti purpurei omireni , portati in 
seguito dal furore delie armi oltremare-^ ( cioè pri- 
ma che si circoncidessero per la paura ) e fre- 
quentando a motivo di commercio India Etiopia 
Persia Samarcanda Fenicia Siria e Caldea : adotta- 
rono fogge varie di straniera lingua ; e la propria 
scostando da fonti originali^ e nuovi vocaboli so- 
stituendo agli antichi: il dialello loro ibrmarono. (a) 
I discacciati che furono i tamudei^ tribù di tal no- 
me , non fecero altro miscuglio di linguaggio, che 
conformando il proprio dialetto a quello che nelV 
Egiazze parlavasi . La lingua egiazzea chiamavasi 
la coraiscita , in memoria di un Corais discenden- 
te da Ismaele . A costui , rappresentato dalla gene- 
si quale abitatore di solitudini e saettatore (b) , 
quelle contrade chiamansi debitrici del perfeziona- 
mento del loro linguaggio, e suo avvicinamento al- 
le ebraiche maniere (e) . 

§. 52. Che che fosse della purezza de' due dia- 
letti dopo la divisione : pretende il signor Lanci, 
che prima di essa, quello degli omireni fosse più 
puro: per la ragione, che la civilizzazione loro pre- 
cede a quella de' tamudei^ e scrissero prima di que- 
sti nella propria favella ; e anche per T altra ra- 
gione maggiore di tutte, che non ebbero un Ismae- 
le ^ il cjuale diverso linguaggio 0^ ebraico o' caldeo 
nelt arabo trapiantasse (à). Ond' è che se i filolo- 
, gi più elegante il coraiscita decantano : ciò debba 
intendersi de' bassi tempi , in cui l'Arabia felice 

(a) P. 98. 

(b) C. 21, V. 21. 

(e) D. p. 98. 

M) P. 99- 



no Letteratura. 

da principi etiopi fu dominata ; e 1' Egiazze all' 
incontro di elegantissimi scrittori abbondava. 

§. 53. Decidere, in che il coraiscito dall'omo- 
reno dissenta, è stato finora dalla mancanza di mo- 
numenti reso inpossibile. Hanno alcuni creduto, 
che come all' ebraico il primo , così al siro il se- 
condo si avvicinasse ; e ne Iianno preso argomen- 
to dal narrarsi, che un arabo ( forse dell' Egiaz- 
ze ) da certo re omireno invitato a sedere con la 
parola teb^ la quale in siro significa siedi, si po- 
nesse a saltare : per lo motivo che nella parte 
d'Arabia dove colui soggiornava interpretavasi sal-^ 
ta, (a) Il signor Lanci a dir vero da tale avvi- 
cinamento dissente; ma ne dà una ragione che non 
persuade. Se l'omireno linguaggio era diverso dall* 
arabo odierno: come può provarsi, che quello non 
partecipasse continuamente del siro , solo perchè il- 
secondo vocaboli contiene derivanti da ebraiche ra- 
dici ? (a) Perlochè nel golfo arabico, rimpetto la 
provincia di Seger , collocandosi dal geografo di 
Nuhia le due isole di Cartaii e Mortori abitate da 
una razza di arabi qui diversis et antiqids utuntur 
linguis;. (b) e dal signor Lanci riputandosi questa 
una colonia omirena , emigrata a motivo delle guer- 
re e devastazioni dello lemen: (a) trovo molto giu- 
sto il desiderio di lui , che qualche sagace viag- 
giatore d'Europa a que' lidi approdando, torni poi 
con la propria sperienza a sciogliere la questione, (b) 
DigiULS vindice nodusy e dispendio bene impiegato. 



(a) P. loi. 
(a) P. 104. 
(a) P. 101. 
(1.) ivi 



Sugli Omireni ih 

Siccome a questa età nel clima in che viviamo dif- 
ficilmente tale spedizione egli vedrebbe secondata : 
chi ha zelo per la interpretazione rilevantissima di 
due mezze righe di que' due codici arabi vaticani, 
non può non incoraggirlo a invocare gli auspicii 
per questo di alcun mecenate straniero, (a) 

§. 54. In quanto a me , bastami che anche 
prima del fausto ritorno e della relazione dettaglia- 
ta del sagace viaggiatore , abbia il signor Lanci 
deciso , che 1' antico omireno dialetto dalf odierno 
comune parlare di molto si allontanava:, (a) e che 
non solo soggiaceva air unione di asprissime con" 
sonanti , le quali dal linguaggio de' coraisciti^ eh era 
il più nobile ed elegante , e V arabo purissimo (b) 
iùrono eliminate: (e) ma assai radici conteneva molto 
diverse dal senso nel quale i coraisciti le usava- 
no • dal che diversità ne' due dialetti nasceva, (a) 

§. 55. Dal linguaggio passanda alla scrittura: 
égli, come a suo loco accennossi, suppone, che 
i primi omireni, per instituzione di re Saba , le 
loro idee col mezzo di geroglifici propagassero : il 
quale scrivere inosservato fino a lui , è stato da 
esso scoperto e raccolto da pia manoscritti ara- 
beschi , che sotto esteri auspicii promette render 
pubblici; (a) ed è a bramarsi che le sue discussio- 
ni conducano alla consueta evidenza. Dal simbolico 
passò la scrittura alla composizione per elementi:- e di 
essa avendo preso scuola da Salomone quella regina 

(a) P. 109. 

(a) P. 4 00. 

(b) Lett. sul mon. cuf. f. p. 42. 
(e) P. 104. 

(a) P. 104. 
(a) P. 109; 



112 Letteratura "^ 

Balchis^ la quale abbiam risto cbe non potè essere 
coetanea di lui: a essa e non ad altri egli vuole, 
che tal cambiamento si attribuisca. Non nega egli, 
da qualche arabo scrittore asserirsi , essere stato 
introdotto in Arabia da un viaggiatore venuto da 
rimotissime terre . Ma se da rimotissime terre egli 
venne : perchè quel viaggiatore , ( dice il signor 
Lanci ) esser non potrebbe quella regina medesi- 
ma ? (a) Quindi dopo aver dichiarato , mostrarsi 
col fatto, che le due inscrizioni omirene tutte 
risentono delle forine samaritane , fenicie e assi- 
rie: diasi, egli esclama, la gloria de primi ca- 
ratteri tra tobbei alla gran donna di Saba e a 
Salomone, (b) ' 

§. 56. Quest' antica scrittura agli ardui sim- 
boli succeduta , i quali non eran pel volgo , non 
fu pel volgo né pur essa , ma joe' primi sapienti e 
per le regie famiglie ; impiegata si vide n^ 
grandi affari di religione , in memorie di tempi e 
in regii fatti ; (e) ne si poteva apprenderla sen-^ 
za permesso . (d) Cercare un saggio di tali carat- 
teri, fuori de' codici vaticani esaminati dal signor 
Lanci, è cosa inutile totalmente. Son troppo lon- 
tani da noi il secolo di Nassernem successore di 
Balchis il quale scolpì caratteri omireni sul segna- 
jle lasciato in Africa, per avvertire ciascuno a guar- 
darsi da quella arenosa solitudine; (e) quello in 
cui altjri; ne furono scolpiti su le mura di Scia- 



in) P. 112. 

(b) P. 11 3. 

(..) Ivi 
(d) P. Ili- 
ce) P. ii4. 



, Sugli Omireiji ii3 

irpi^ramd ; (a) e quello in cui furono- incisi i se- 
polctt'ali epitaffìi di Gìassan figlio ài Amr Alcali^ e 
di Ta<^a ligi ia di Safar\ (b) e il tempo fu sì sol- 
lecito a distruggere tali monumenti: che nessuno 
di quanti ne fanno menzione può darsi vanto d a- 
verli visti. Tale scrittura fu riformata da Marai\ (e) 
•filologo anteriore a Maometto ; (d) e la ri l'orma con- 
sistè in attaccare l'un l'altro gli alfabetici elemen- 
ti, i quali nel primo antico stile, continuato fino 
a quel persiano governatore Badan che maomettano 
divenne, erano perfettamente isolati. Adottata allo- 
ra la maravica scrittura , fu abbandonata \ oinire- 
na., (e) e tanto assolwto fu \ abbandono : che è 
passato finora per erudito abbastanza, chi ha det- 
to , le scritture degli omlrenl esser certe; ma non 
essere state da nessuno vedute, (f) 

§. 5^. Che le inscrizioni, rinvenute dal signor 
Lanci ne' due codici vaticani, non sieno capric-' 
dose forme di bizzarro calli^rrifo , ma compo- 
ste degli elementi medesimi in Arabia telice usati 
prima di xVlaomeUo : egli prevede, che non debba 
èssere facilmente creduto ; e die la bassa età de' 
codici stessi possa agli oppositoii servir di prete- 
sto, (g) Imperciochè Gemaleddin, scrittore del co- 
dice lao, visse il nono secolo egirico ò sia quindi- 
cesimo dell era nostra ; (h) e quegli che scris- 

(n) P. li 5. 

(b) P. n6. 

(() P. 114. 

(dj Lettera p. 44> . • • 

(e) P. iiG. 

(ij P. 119. 

(è) P. 123. 

(il) P. 120. 

G.A.T.IX,. 8 



ii4 Letteratura 

se il codice i55 fiorì circa un secolo dopo, (a) 
Kgli per altro tale difficoltà non la reputa grave. 
Potrà mai dirsi fatto a capriccio quel genere di 
scrittura , di cui vedonsi due inscrizioni segna- 
te in manoscritti un secolo l uno dati altro discO" 
sii ? (b) Poteano esser guidate due mani maestre 
a notare in vario paese e in età varia due scrii-' 
ti, in essenza e qualità perfettamente concordi? (e) 
a, forse improbabile^ che essendo il primo codice au-^ 
tografo ^ fosse dal calligrafo miniata V epigrafe a 
piacer delf autore ; e ehe il secondo fosse copia do» 
riginaley in cui già la bella inscrizione esisteva ? (d) 
Perche non poterono gli scrittori delle storie in 
que codici contenute aver rinvenuto quelle epigra» 
Jì in fronte e in fine di rimotissime croniche ; e 
prendersi la premura di serbarle^ quantunque forse 
( giudiziosissima ipotesi ! ) non le capissero ; ò alV 
opposto forniti essendo di erudizione ;, e penetrane 
do le cose de trapassati ^ aver voluto, per argomen-^ 
to della scienza e perizia loro e instruzione de pO" 
steri , che fossero su que volumi vergate ? (e) 

§. 58. E se in dette epigrafi le componenti 
lettere non sono ne nischie cioè corsive ; ne car~ 
niatiche ossia impiccolite; vie cz/y^cAe ovvero ornate, 
come gli amanuensi solevano in Gufa città di Me- 
sopotamia; ne tamuree ^ il che vuol dire lo stessa 
che cufiche : ( identità stabilita nella lettera lancèa 
sul cufico sepolcrale monumento portato da Egitto 



(a) P. 123. 

(b) ivi. 

(e) P. 124. 

(A) ivi. 

(e) P. 125; 



StÌG-Lt Òài'hrM 



lìti 



in lìnma ; (a) nella prèsérite dissertazione peral- 
tro dimenticata : (b) che mai esser possono fuor- 
c/iè omirene^ (e) cioè di qud daratter'e,il quale, venuto 
Maometto , andò in disuso, è gli si dà nome di 
carattere perduto^ (A) Ed èssendo esse dipìnge di ros- 
so ; e gli omirew ., come sopta' si è detto, con 
tal nbnie chidnMjidosi\, ih ti/lesso delle regie ros' 
se vestimenfa : chi non' rinverrà in talìé circostan- 
za un sopracaiico di ragione, onde le epigrafi at- 
trib(jire a quel popolo f (e) Questi sono gli argo- 
nienti , da' quali il signor Lanci credesi confortato 
a giudicare , che gli sberleffi segnati su que' co- 
dici sono realmente inscrizioni ; e inscrizioni pre- 
cisa meute o//i//'<?«<? . Noni repiito i leggitori bisogno- 
si dì prolisso esamo . Si tratta di logica , le cui 
operazioni sono lacilissime per chi ha sano in- 
telletto . 

§. 59. Ma ecco che il signor Lanci s' incam- 
mina alla spiegazione del significato delle due ra- 
iissime epigrafi . Seguitiamo il magnanimo viaggia- 
tore , per tutto il corso dèi siio viaggio corag- 
gioso . 

§. Co. Egli comincia da nominare- all' ebrai- 
ca i quattordici distìnti elementi dì dtìi le crede 
Composte; e dice che sotiù Innied he' jod samech 
copìi vau tlicth phe hétt* nuli' àdph' ddlei aiin 
resch. (f) Dal nome pàsSà alla nazìonaiità e quali- 



(a) Letterat p. 55^ 

(b) P. 127. 
(e) ivi. 

(d) P. 4. 

(e) P. 128. 

(f, P. xSi., e seguenti. 

8* 



tiG Letteratura 

tà ; e ne riconosce dieci per samaritane^ una per 
palmirena^ simile ad altra nelle epigrafi capitoline^ le 
quali ci avverte che non hanno veduto ancora la 
luce , ma avremo la felicità di vedervele colloca- 
t e per mezzo di lui ; (a) una araba odierna , (b) 
una cufica , (e) e una nischia . (d) 

§. tìi. Fermiamoci alquanto. Dopo essersi det- 
to, ciie queste lettere non sono nischie: (e) come 
ora ne esce fuori qualcuna di lai genere? E se nel- 
la prefata lettera sul sepolcrale cufico monumento^ 
che si dà per bussola, con cui far, vela nel pelago 
della dissertazione^ (f) si dichiarano autori di tal 
niodo di scrivere ò Ehn Moclia ò suo fratello, vis- 
suti nel quarto secolo dopo f egira : (g) come let- 
tere inventate da costoro possono essere state in- 
castrate in una scrittura , la quale cessata era, ap- 
pena Maometto comparve? (h) 

§. 62. Dopo essersi detto altresì , che quelle 
Jettere.non son cufiche : (i) come ora , per tro- 
var lettere in quegli sberleffi , al carattere cufico 
si ricorre? E se il carattere arabico moderno è 
una riduzione posteriore alla soppressione dellow/- 
rcno : come dunque inscrizioni omirene possono 
qualche elemento contenerne ? 

§. 6ò. Per convincermi della rassomiglianza 
di que' segni co' caratteri samaritani identilici co' 

(a) P. i35. 

(b) r. i38. 
(e) P. i4o. 

(d) P. 142. 

(e) P. 127. 

(0 p- 137. 

(g) Lettera p. 4?- 
(h) P. 116. (i) ivi. 



SlJGLl OmIRENI I i'j 

fenica, confesso uon aver avuto tal dose di fidu- 
cia da riposare su la tavola seconda , posta dal si- 
gnor Lanci in fine del libro ; e aver voluto all'in- 
contro la ta\>ola prima contenente le inscrizioni con- 
frontare con quanti alfabeti samaritani mi è riusci- 
to vedere: cioè con quelli di Samuele Bochart nel- 
la celebre opera Geogiriphia sacra ; (a) di Chiuse p^ 
pe Scaligero nelle sue jtnimadversiones in cìiro^ 
ìiicon Eusebii ; (b) di Bernardo Montfaucon nella 
Palaeogìaphia graeca ; (e) di Eduardo Bernard 
presso Ezechiele Spanemio De praestantia et nsit 
niimismatum anticjuorum\ (d) di Luigi Giuseppe Ve- 
lazquez nelT Ensajo sohre los alphahetos descono- 
cidos ; (e) di Arrigo TValton ne' suoi Prolegome- 
jia alla famosa bibbia poliglotta di Londra ; (fj di 
Edmondo Chisìiull nelle sue Antiquitatcs asiatricae-^{^^ 
e di alti'i ò più moderni ò meno autorevoli - Non 
§o , s' io debba gloriarmi di mia diffidenza ; ov- 
verameute rinfacciare a' tipografi di que' libri la 
poca fedeltà con cui hanno impresso quegli alfa- 
beti : i quali son forse gli stessi che i confron- 
tati dal signor Lanci , e da luì rinvenuti unifor- 
mi in dieci lettere ad alU'ettante delle due iii- 
scrizioni di cui si tratta . 

§. G4- Impcrochè di que' dieci segni negli al- 
fabeti di Bochart e di Scaligero due soli co' sa-' 
morii ani analoghi elementi hanno qualche rasso- 
miglianza ; in quello di Chishull con tre soli ; e 

(a) Chaii. L. i. e. 20. 

(h) Auiiiail. p. ilo. 

(e) L. 2. e. 1. 

C<1) (lisscrt. 2. p. 8, 

(e) T;iv-. 3. in l\u, 

(0 Pfolo;-;. -1. p. 11. (e) Tali, pò t p. 24- • 



Il8 LlTTERATURA 

in quelli di Monifaiccon , di Bernard^ e dì WaUon 
solamente con quattro .Se la residuale dissomiglian- 
za sempre si verifica sopra sei di que' segni ; ed 
essa sia elfetto non di tipografica inesattezza , ma 
della vera figura di que' caratteri : ( il che si re- 
puta più probabile : ) lascio considerare , quan- 
to felicemente poss*ano interpretarsi due inscrizio- 
ni composte di quattordici segni , tra cui quattro 
soli si sospetta eh' esser possano lettere ; ( e di- 
ciam pure che il sieno : ) e gli altri dieci ò non 
son lettere in nessun conto i ò non appartengono 
all'alfabeto samaritano al quale vogliono gli altri 
quattro riferirsi . E uniscansi pure a queste lette- 
re , con supposizione di vero significato , e la pal- 
mirena e la cufica e la niscìiia e 1' araba mo- 
derna . Sfido qualsivoglia a decidere , che inscri- 
zioni, di cui si è supposto conoscere quattordici let- 
tere , abbiano il significato medesimo , allorché si 
provi , essersi equivocato sopra di sei : alcune del- 
le quali essendo ripetute , rendono il numero de- 
gli errori maggiore d' assai . 

g. 65. l{ipren.diamo il cammino, e teniam die- 
tro al signor Lanci , il quale considerando , che 
il solo eseguito confronto non condurrebbe al si- 
gnificato da lui voluto : trasforma que' caratteri 
quattordici e i ripetuti consimili in altretanti ara- 
^i corrispondenti , cioè in lam he je sin koph vaii 
Ut jjhe hha min hapli dal, <jn re . Quindi questi 
Mualtprdici caratteri arabi, disposti da prima nel mo- 
do stesso che quelli cui gli ha surrogati , e cosi 
vicini tra loro che non appaja division di parole^ 
in separate voci li riduce: talché una delle inscri- 
zixinl mi^assicnran che dica: lahnn jàski va'hata- 
pJia hanviin khlla kàsta iuìkdi ; e l'altra: lahìin 
jàiki vahatapha hanvun kàpphi so k e ah vakàrri j 



Sugli Omireni i 19 

§, 66. La pritna dì queste imprese non è sta- 
la malagevole; e poiché al signor Lanci è piaciu- 
to decidere ,, che i suoi caratteri omireni somigli- 
no a' samaritani , palmireni^ cufici et coetera : quan- 
tunque parlando ingenuamente manchino per la mas- 
sima parte della rassomiglianza che per approssimazio- 
ne ha il capitello corintio con un paniere di foglie d* 
acanto: poca fatica sembra aver dovuto costare il ri- 
durli in caratteri arabi corrispondenti. La fatica gran- 
de incomprensibile maravigliosa sembra essere stata 
quella di far sì, che caratteri arabi moderni, separati 
in vocaboli di lingua araba letterale moderna , ren- 
dano il significato medesimo , che parole formate 
Con caratteri bensì corrispondenti, ma di una lin- 
gua la quale e per sostanza e per meccanismo dal 
moderno comune parlare e Ietterai modo di scri- 
vere assai si allontana . Se quell' antico scritto si 
riduce, senza variazione di scritturai giacitura. 
Si parole arabe moderne : dunque gli omireni parla- 
vano Tarabo moderno. Ma essi, dice il signor Lan- 
ci , parlavano lingua assai diversa: (a) dunqua 
i caratteri antichi di quello scritto trasportati, sen- 
za Variazione di scritturai giacitura , in caratteri 
arabi moderni, non sembra che possano parole pro- 
durre , le quali abbiano il significato stesso delle 
parole omirene . 

g. 67. Come è possibile, che le due epigrafi 
scritte co' caratteri analoghi di due lingue diver- 
se , rendano naturlalmente questo stesso significato 5 
( poiché tale interpretazione è la gioconda meta e 
il non plus ultra del signor Lanci : ) Iddio inaf- 
Jìa ( ecco la prima ) e /a piovere benig'io sopra 



(a) Si Tede qui sopra il §. ^iw 



120 LETTERATURA 

Ogni parte del mio lavoro : Iridio inaffia ( ceco 
la seconda ) e fa piovere benigno : la mia /na- 
no n è stata irrigata e il mio scritto altresì ^ Se 
a Pitagora , esclusa antecedente premeditazione , 
fosse riiiscito tale portento : credo che inirnolito 
avria l'ecatombe per questo, e non pel teorema no- 
tissimo . (a) Trovare a caso la quadratura dol cer- 
chio e il moto perpetuo, è qualche cosa di mr^no. 
, §. 08. Facciasi una sperienza con sciiver<> in 
gieci caratteri , senza separazione di vocaboli, T o- 
nierico verso (b) 

Tts Tup ff(pàt (fiùv ipi^t ^vvixi f^it^toSui- 

e trasportisi in lettere latine corrispondenti senza 
nessuno spazio . Fin qui T operazione non eccede 
i limiti d' una fanciullaggine : come anche fanciul- 
laggine sarà separare il verso greco in distinti vo- 
caboli , e far lo stesso del copiato latino: talché 
le parole gieche scritte in latino stieno sotto l'al- 
tre scritte in greco ; e le greche e latine lettere 
stiano a perpendicolare contatto - Da queste fan- 
ciullaggini si passi in fine alla operazione virile , 
ossia interpretazione del verso. Qual signiiicalo ab- 
biano le parole greche scritte ò in greco ò in la- 
tino , i grecisti lo intenderanno bensì, ma riducen- 
dole sempre ali idioma greco , senza che i eaiat- 
.teri latini, in cui sono state trasportate, dieno al 
senso la menoma variaziont;. Quelle; j):trole greche 
peraltro nei latino idioma nulla sigtiitichera'nnu ; e 
gì ignari di greco, lungi da intendere che il \er- 
.so \ uol dire : Quis nani eos deoruni conti/ifione 



^.i) Lac;i. T. ?. p. m. 217. 
(b; likd. L. 1. V », 



SrOI.I OiVIIRENl 12 I 

commisit ut pugtiàrentl non faranno distinzione da 
que' greci vocaboli a vocaboli giapponesi e messi- 
cani ; e rendeninno a noi sempre più portentosa la 
ventura del signor Lanci , il quale a voci scritto 
in caratteri non arabi di lingue non arabe, fa signi- 
ficare lo stesso , quando scritte sieno in caratteri 
arabi corrispondenti . 

§. 69. Diranno, clie il greco dista ora da! latino più 
di quello die distar potesse ìì samaritano dalfarabo ; e 
che per conseguenza la prova non col greco e coi la- 
tino ; ma esige la rettitudine che si faccia col la- 
tino e coir italiano : cioè con due lingue in gra- 
do più prossimo aflini , e la prima delle quali sa- 
ria cecità non riconoscere per immediata e mo- 
dei'na origine dell' altra . Letterati poliglotti , per- 
mettetemi aderire a tale obiezione . Qual frutto ne 
trarrà T oppositore ? Vediamolo per curiosità , ma 
senza fìar caso di pochi , studiati, laboriosi, e tou 
lunghe ripetute prove combinati rapporti , di po- 
che parole latine , cui siasi procurato conservare 
il senso unito alla giacitura letterale nello idioma 
toscano : come sarebbero i due versi premessi da 
Saverio Mattei alla sua versione dell' ujizio di no- 
stra signora^ i quali tanto in latino quanto in 
volgare dicou lo stesso : 

hi mare irato , in subita procella , 
Invoco te , Maria benigna stella . 

Un artiiiziale conato non prova mai 1' andamertlo 
ordinario e invariabile della natura . Si scriva il 
passo biblico latinizzato : Nihil est opertum quod 
non revelabitur . (a) Il carattere latino , fuori di 
due elementi greci non variati, è lo stesso che 
quello de' toscani : perloehè non abbiamo la fatica 



132 Letteratura 

di trasmutare uno nelT altro * Ma come capirà V 
italiano il senso delle suddette parole latine ? Non 
in altro modo che traducendole in italiano : il che 
a' detti vocaboli dee dare altra giacitura i come 
potranno convincersene quelli che scriveranno in 
una linea il detto latino passo ; e in altra linea 
inferiore : Nulla è coperto che non si rivelerà . E 
lincile le parole resteranno in suono e giacitura 
latina : lifaliano ignaro di latino resterà ignaro an- 
die del senso di que' latini vocaboli . 

§. jo. Sarebbe pur facile il mestiere del tra- 
duttore , se in altro non consistesse che in traspor- 
tare per esempio. in italiani caratteri ciò che scrit- 
to in arabi in greci in ebraici ; e ne risulterebbe 
una lingua universale, parlata dalla baja di Baffin 
alla nova Zelanda , e dal Senegal alle isole ma- 
riane . Tali inconcludenti lavori lasciar dovendo 
necessariamente incognito il senso della scrittura 
originale : non v' è altro mezzo per dilucidarlo , 
Se non cambiare le parole dell' originale nel lin- 
guaggio del traduttore ; il che darà un suono e 
una giacitura diversa . Perlochè applicando tale 
principio alle inscrizioni omirene del signor Lan- 
ci : se esse erano veramente omirene , cioè scritte 
in un linguaggio il quale non piiì in Arabia si 
parla : riducendosi all' aiabo dialetto , pare che non 
potessero ritenere il suono e la giacitura di pri- 
ma . E nel libro del signor Lanci tale diversi- 
tà non rilevandosi: quasi quasi viene la tentazio- 
ne di dire , eh' egli prese nel leggerle equivoco ì 
poiché neir opposto caso dovea trovar parole di 
■significato diversissimo dallo immaginato da lui . 

§. 'ji. Ciò mi fa ricordare di cosa narrata- 

.mi da Cosmo mio bono e dotto padre t cioè d'un 

antiquario , il quale rinvenuta una lastra di pie- 



Siigli OMIRE^fl i23 

tra irregolarmente scolpita da capo a fondo con 
caratteri ignoti e strani, in ness un'altra cognita in- 
scrizione occorrenti : si pose in testa che , appar- 
tenessero a certa nazione di cui non ben mi sov- 
viene . Per accreditare il sogno §uo , incomin- 
ciò egli dal dire , che uno de' piìi saggi e dotti 
di quella età , da tutta Europa veneralo , avea 
riconosciuto que' caratteri per quelli eh' egli stes- 
so opinava. Nessuno tuttavia credè mai, che quel 
valentuomo tal giudizio formasse. Poiché attual- 
mente noi possiam dire, la tale inscrizione è ara- 
La, la tale è greca, la tale è latina , in forza di 
averne visto più migliaja consimili. Ma come mai 
può dottamente decidersi della nazionalità d'un mo- 
numento , irquale essendo unico, non può porsi con 
alcun altro a confronto ? Fu dunque voce pubblica, 
ch'egli stesso comunicasse a quell'insigne soggetto la 
sua capricciosa sentenza ; e facendo il francone , con 
millantare di provarlo : si trovasse poi nell'impe- 
gno , né potesse tirarsene a dietro . 

§. ^2. Che fece , per riuscir nelf intento ? 
Lasciando di emaciarsi nello spremere la inscri- 
zione , la quale tanto meno gli si dava a capire, 
quanto più la propria erudizione coartava a pe- 
netrarne l'arcano : incominciò da comporre ceivel- 
loticamente una sentenziosa epigrafe in volgare,; 
poi proseguì a trasportar questa in un idioma di 
qualche supposta alfinità con la nazione a cui vo- 
leva che il sassaccio originale spettasse : badundo 
bene , che il numero degli elementi formanti le 
parole corrispondesse a quello de' segni sul sassac- 
cio incavati . Quindi terminò con una lunga ana- 
lisi di que' segni , ostinandosi a sostenere , senza 
argomenti ne' morali ne fisici , ch'essi erauo le tali 
h'tlcre e non le tali ; e generalmente le medesimi^ 



ia4 Letteratura 

di cui la inscrizione aveva mestieri , por signi- 
ficar qnalche cosa . 

§ ^3 Alcuni forse invidiosi della gloria a cnl 
poggiava il signor Lanci con la spiegazione di diKì 
inscrizioni oininme quasi uniformi , le quali con- 
sliluiscono IH) monumento unico in tutto il mon- 
do ; ò anche sbalorditi dalla inaudita novità di vo- 
caboli di dnc diverse lingue , sempre uniformi nolKi 
giacitnva nel suono e nel significato : hanno conce- 
pito il sospetto , che imitando egli queif antiquario , 
abbia incominciato dallo idearsi 1" epigrafe dello 
inaffiamento , con qualche analogia ad altre ara- 
be poesie , in cui si nomina Y acqua • (a) e poi 
conciliato tutlo il resto in modo da gettar la pol- 
vere agli occhi de' pochi leggitori che si è propo- 
sto d' avere . Tale sospetto è intieramente maligno . 
Il signor Lanci è universalmente conosciuto per esat- 
tissima probità e bona fede, per ricco l'ondo dì 
dottrina , per (ino criterio , per indefesso studio; 
e ogtii circostanza di tal questione contribuisce a 
convincen; chi per sì belle doti sì vanta di giu- 
stamente apprezzarlo , che s' egli , per una di quelle 
fatalità spesso comuni anche agli uomini di supe- 
riore ingegno , fosse caduto in equivoco : dalla 
sola ìntima e costante persuasione propria derivalo 
sarebbe il vendersi da lui questo equivoco per 
geometrica dimostrazione . Quindi è , che la mi- 
sura della più snblime carità essendo T amor di se 
stesso : non si potrebbe incolparlo d' averci indotto 
fraudolentemente in errore : quando la prima vit- 
tima di questo erroie fosse slato egli medesimo. 
§. ^'4- Iniperochè pviiua di i'arlo credere a 
noi 1 sembra certissimo, che avrà egli stesso cre- 
duto 1 , po!eisi giudicare della nazionalità d' ww 
nionumento uìjÌ'_'j al mondo , mir-ivantc il; cuuiron- 



SUGT.I OiIlRElVI 125 

to , e segnato a caratteri non più visti ; 2 , quegli 
sLorleiìi de' codici arabi vaticani, essere precisamen- 
te una inscrizione omirciia ; 3, essa, rassomigliare a 
lettere di aliabeti conosciuti, bencliè non abbiano 
co' m.^desimi la necessaria somiglianza ; 4, potersi 
diro di conoscere un aliabeto, il quale avrà avuto 
ventidue battere per lo meno, in l'orza della erro- 
nea cognizione di sole quattordici; 5, le quattordi- 
ci lettere d' un ai; theto obliterato ridotte a lettere 
di alfabeto moderno , coqs ituire parole di moder- 
no idioma , escluso ogni cambiamento di giacitura 
e di suono ; 6 fmalmente , le supposte inscrizioni 
uinireìie avere il significato da lui voluto . Glie 
se egli non fosse stato il pilmo a credere queste 
cose : come , onesto e probo qual è , si sarebbe sfor- 
zato di liìrle credere a noi , con un libro di du- 
cento e più pagine ? Così sono d' avviso, farsi la 
migliore apologia e dell' autore e del libro . 

§. 75. E eh' egli non abbia antecedentemente 
ideato da se il significato di quelle epigrafi , risul- 
ta anche dalla sciocchezza di detto significato. Se 
il benigno cielo avesse fatto dirottamente piovere 
sopra ogni pagina della sua dissertazione intorno 
gli omireni , mentre egli stava scrivendola : come 
avrebbe potuto proseguire a scriverla e ringranziarnc 
Giove pluvio umilmente? Si può egli scrivere so- 
pra carta bagnata , ò si è potuto ciò mai : quan- 
do questa non sia una delle cose che gli antichi 
sapevan liare ; e noi dimenticato ne abbiamo e mo- 
do e ricetta? Se dunque il signor Lanci ideato aves- 
se quel senso : concepito avrebbe, contro ogni re- 
1 -àco principio , una cosa allegorica , la quale è 
leLteralmente chimera . Or siccome è letteralmente 
iiipossibile di scrivere sopra carta tutta inzuppata 
fi pioggia; e i libri , bagnati che intieramente sie- 



I aG Letteratura 

no , vanno a perire : a me sembra impossibile non 
mono, che un uomo, quale è certamente il signor 
Lanci , non imbecille , ma savio assai , abbia in- 
ventato di pianta, per intrerpretazione di quelle epi- 
grafi , che lo scrittore , omireno compiacevasi del- 
ia celeste benignità della pioggia . 

§. jG. Senza né ingolfarmi in illustrazioni ulte- 
riori, né dire liberamente ch'io creda capricci e non 
altro i segni rossi di quegli arabi vaticani co- 
dici , e tanto li reputi inscrizioni omirene, quanto 
il signor Lanci è romano : qui aveva io risoluto dar 
fine a questo forse troppo lungo articolo. Se non 
che, mi è sembrato , che alcuni rigidi e anche in 
discreti censori, tirandomi pel sajo , e che ? mi do- 
mandino , 7iulla dir vuoi dello stile del libro ? Nul- 
la delle vecchie ammuffate parole , appassite foglie 
d' un albero che Placco dice rinovarsi di quando 
in quandoì Nulla delle talora inintéllii^ibdi frasil Nul- 
la della intralciata e confusa composizione ? Amici 
miei , permeltetèrai dirlo -• avete il torto voi soli. 
Primieramente il libro non è scritto sì male , co- 
me qualche emolo, prima di leggerlo ed egli e voi» 
forse vi ha descritto sinistramente . Il suo stile -| 
mi è sembrato ' a dir vero alquanto inelastico . Pur 
ne traspare molte volte T ingegno ; e non sempre 
è privo di nobiltà . Poi dovete comprendere , da 
nessuno negarsi, che Boccaccio Machiavello Davan- 
zali Casa Caro Bembo e altri purissimi, con cui tut- 
todì conversate , contribuiscano alla floridezza all' 
amenità alla venustà dello scrivere . Ma un pove- 
ro letterato, il quale dall' aurora alla sera ha sempre 
per le mani Hariri Gcrfialcddini Caliduni Gali- 
cani e altri arabi barbassori : il quale dalla cat- 
tedra insegna arabo, e arabo parla, e arabo ascol- 
ta-- parare ^ il quale quando di cattedra scende , si 



SuGfLI OmiRENI IV'.'J 

tóiccia nella biblioteca del Vaticano , e ivi è di no- 
vo in conversazione eoa arabi vivi e morti , e nul- 
la esamina e nulla medita che arabo non sia : co- 
me pretendete , che scriva nel modo che scrivete 
voi ? Egli scrive talora un po' duro difficile ara- 
bizzato ; ne potrebbe diversamente succedere . Ri- 
cordatevi di quel celebre scrittore latino , il quale 
obbligato alla reci'a del breviario , implorò la dis- 
pensa , per non corrompere il favellare tulliano , 
in cui era rigorosissimo . È ben vero , che qual- 
cuno vedendo il signor Lanci soverchiamente pro- 
penso a pubblicare operette , a lui potria dire : (a) 

Su questo di Procuste orrido letto 
Chi ti sforza a giacer ? 

Ma non potrebbe forse egli rispondere : se le cose 
mie non ti piacciono : e tu lascia di leggere ? Credo 
dunque , che non gli si debba recare a colpa qual- 
che malagevolezza di stile ; e che anzi, come egli 
incoraggisce nel fine della dissertazione il chiarissima 
e valoroso sig. Girolamo Amati a pubblicare la sua 
tachigrafia greca , che né vaticani codici dice ino- 
norata giacersi : (b) ( frase che non approvo : per- 
chè inonorato non può dirsi mai ciò che conser- 
vasi nella prima biblioteca del mondo ; né la cu- 
stodia di Apollo palatino formava al tempo d'Au- 
gusto infamia di autore alcuno : ) così non solo a 
lui stesso debba inspirarsi coraggio di pubblicar* 
la promessa raccolta di geroglifici omireni , (e) e 

(a) Mcrzini Art. poet* 

(b) p. i8i. 

(e) V. sopra §. 55i 



ia8 Letteratura 

delle epìs^rvfi capitoline'^ (a) come: anclie la ver- 
sione dell' articolo di Eben Caliduiio sali antica e 
varia arte di scrivere appresso gli arabi . che non 
si sa per qua] titolo ci ha dato in ajjpendice ^la 
dissertazione di solo arabo linguaggio e caraftere : 
ma eccitare altresì l'ottima e intraprendente sua vo- 
lonlà a sollecitamente prestarvisi : acciò un conti- 
nualo e indefesso studio di esotici monumenti , non 
renda il suo stile viemeno gradito a gentili ama- 
tori e zelatori del bel parlare ; e la relazione non 
pienamente propizia de' medesimi, con lo scoraggi- 
la i lettori , estenui quel pubblico profitto , a cui 
teiide chi , a imitazione del virtuosissima signor 
Lanci , dedica la sua vita alla illustrazione di cose 
dotte . 

TrOFiLo Betti . 



.•«) V. sopra 5' Go. 



t2Q 



ARTI 

BELLE ARTI 



Pittura —^ Berti Giorgio ^Jiorentino^ 

*i buon grado ci facciamo a parlare di questo 
giovine ar;e'lce,il quale ebbe le discipline della pit- 
tura da uno de più valenti maestri italiani , da 
quel Benvenuti che può meritamente chiamarsi splen- 
dore e decoro delle belle arti toscane. 

Ha il Berti tra le altre opere sue condotto di 
recente un gran quadro, nel quale è rappresentato 
Bacco sedente vicino ad Arianna nell'isola di Nas- 
so • Le figure sono di giandezza quanto il vivo, 
e operate con tanto vigore di colorire ed espressione 
dì senlimento , che si può risguardare l'arletice sic- 
come già pervenuto ad alto grado di valore. Una 
scena di paese assai vago e grandioso torma il cam- 
po a questo composto, che per la sua semplicità 
e vaghezza di forme riempie f animo dello spetta- 
tore. Il disegno è robusto , ed i particolari sono 
toccati con assai bravura di pennello; né citeremo 
tra questi che la sola pelle della tigre che serve 
di vestimento a Bacco , la quale è fatta con tanta 
verità e diligenza , eh' ei ti sembra di poterla toc- 
care . Il modo delle pieghe è largo e maestrevo- 
le, il colorire delle carni, soprattutto in Arianna, 
è trasparente e armonioso . Un piccolo Amorino che 
sta sulla dritta del quadro j, dietro le ligure prin- 
cipali , guardandole con aria di maliziosa compia- 
G.A.T.IX. ' 9 



i3o Belle Arti 

cenza , è il solo episodio di questo componimento : 
ma è però sufficiente per se a dichiarare il trionfo 
che la bellezza d* Arianna ha riportato sul cuore 
di Bacco. E in ciò loderemo la sobria convenienza 
dell' artefice, il quale si dimostra penetrato del prin- 
cipio, che quanto più son semplici i composti tan- 
to sono meglio; essendo che la moltiplicità delle 
figure, allor quando non sono necessarie e volute 
dalla storia, distraggono l'attenzione, e nuocono al 
soggetto principale. 

]Non sapremmo che incoraggiare il Berti a 
proseguire animosamente la sua carriera, e a soste- 
nere così ed accrescere la lama della sua patria , 
alla quale va debitrice di lanta gratitudine i Euro- 
pa , per essere stata la principale e più onorata culla 
delle belle arti italiane. 

Pittuta di paesi — Teerlink Alessandro ^ 
di Dordrecht^ 

J2jgll è gran tempo che desideriamo parlare dì 
questo valentissimo artelice, le opere del quale vani- 
rò per tutta Europa lodatissime. Ond' è che im- 
prendiamo a descrivere, fra gli altri lavori suoi-, 
due quadri di diveise maniere e grandezze. Per- 
chè troppo ci vorrebbe a tener dietro minutamente 
•alle tante produzioni de' pittori di paesi operate in 
questa città, e che meriterebbero singoiar menzione 
nel nostro giornale, nel quale, lino dal suo co- 
'ihinciamento, si dimostrò che per noi non sareb- 
besi avuta ragione che, di quelle cose, che con- 
tengono in se maggiori pregi che deformità. Es- 
sendo troppo bassa e vile compiacenza degli scrit- 
tori r adoperare \ ingegno a dichiarare i difetti 



I 



Bej.le Arti i3i 

aUrui, nel ;mentre che il silenzio intorno le cose 
tli poco pregio, è la più nobile e generosa censura 
che per essi si possa seguire. 

Ora dunque comincieremo dal minore de' due 
quadri detti, nel quale è rappresentata una vedu- 
ta delle paludi pontine tolta non lontano da Ci- 
sterna. Di ,prinio tratto ti sembra vedere una scena 
orientale: tanto è il .calore della tinta ganerale, eh' 
è, prodotta dall' eftetto della luce del sole cadente. 
Palla parte destra incomimcia una dolce catena di 
colline, che discende verso il mare ripiegandosi sul 
mezzo. l'ochi pini altissimi stanno sul davanti, e 
incontro a loro alia destra è un abbeveratojo con 
alcuni hwol e pastoii . iQuesto gentile composto è 
in taut' armonia coU'ariJ»,, da non lasciar nulla a de- 
siderare nella sua artificiosa semplicità, la^ quale 
pcoduceil effetto voluto dalF artefice, di è di i;i- 
, scaldale T animo dello spettatore. Il quadro è sta- 
to condotto a richiesta della dama inglese miss 
Oliver. 

Il maggiore -dei detti quadri, che il Teerlink 
ha operato in servigio del cav. Poublon , è tutto 
di composizione, ed è di molto mcsliero, perchè in 
esso è con singolare artificio rapprescmata una va- 
sta scen^ mirabilmente .divisa , onde renderla piiì 
grandiosa. X^ai lato destro si vede scorrere preci- 
pitosa dall' alto di u]^a rupe , tutta .rivestita di bo- 
schi ,, un ruscello di lin^pidissime acque a traver- 
so a grossi sassi che le rompono e le rendono spu- 
mose. Poco dopo si vede lo stesso ruscello corre- 
re più tranquillo, e venir formando verso il mez- 
zo una lama o seno d' acqua slagnante., al di so- 
pra della quale s'innalza, un grosso scoglio, tutto ri- 
coperto di cespugli e piante salvatiche. Alla sini- 
stra parte ;mouta ,un»i stvadasuUa costa d' una mott- 



iSa Belle Arti 

tagna, e ìa circonda volgendosi in curva sulla sini- 
stra, con una piccola cappella che posta sul ciglio 
della detta strada. L' aria è tresca e ridente, e qua- 
le si dimostra sulle prime ore d'un mattino di state, 
e tutto il composto è animato da una greggia di 
pecore e di capre, e d' alcuni buoi sparsi qua e là 
con assai naturalezza, fc.d è in questa parte del di- 
pingere animali che il Te.^rlink si dimostra valen- 
ti >sinio, secondo il genio e valore de' pittori fiam- 
minghi . E basti a noi di citare in questo quadro 
quel toro , che dopo essersi abbeverato nella lama 
d'acqua detta di sopra^ si ferma riposatamente in 
mezzo a quella, quasi che voglia godere della fre- 
scura dell acqua, che gli bagna parte delle zampe- 
Questo fiero animale è con tanta verità e fini- 
tezza espresso , che ben ricorda il magistero dei 
Poter e dei Wovermann . Il rimanente degli ani- 
mali risponde alla bellezza e al naturale del toro 
per noi descritto. 

Schoenberger di Vienna 

Jl_j poi che abbiamo intrapreso a parlare de' va- 
lenti artefici , de' quali non ha latto peranche men- 
zione questo nostro giornale , ci faremo pure a ra- 
gionare de' paesi del sig. Schoenberger, pittore mol- 
to conosciuto in Germania , e che ora ha fermata 
la sua dimora in Roma . E tra le tante ope- 
re , delle quali egli ha ripiena la sua officina , ci 
contenteremo di parlare soltanto di due paesi per 
lui condotti bellamente e con un effetto maraviglio- 
so di luce, a dimostrare la quale egli è sopra ogni 
modo valentissimo . Perchè ove si volesse di tutti 
i suoi lavori ragionare , noi consentirebbero i ri- 
stretti limiti di questo foglio . 



Belle Arti i 33 

Il primo quadro è uno di que' tanti ritratti Io- 
tali, che la costumanza del giorno impone disgra- 
ziatamente agli artefici di eseguire a grave danno 
del sublime e difficile concetto d' inventiva: ond' è 
che per questa parte si vede pur troppo declinare 
al basso la più nobile prerogativa dell' arte . Ma così 
Yogliono le condizioni de' tempi presenti . 

La veduta è tolta un poco innanzi 1' arco di 
Tito, guardando inverso il Campidoglio . Sulla di- 
ritta del quadro si vede quasi di profilo la porta 
degli orti farnesiani ; e dopo questa la linea si pro- 
lunga coi muri che chiudono le falde del Palatino 
fino alle colonne di Giove statore , o del comizio . 
Si presenta in faccia e nel fondo il Campidoglio, e 
sulla costa di questo le poche reliquie, che tutto- 
ra stanno dell' antica magnificenza. Sulla sinistra è 
il viale d' alberi che dall' arco di Tito conduce a 
quello di Settimio , e che mde risponde alla via 
sacra , la direzione della quale stava più alla sini- 
stra . Nel mezzo del quadro è la strada moderna . 
L' ora del giorno è sul tramonto del sole , ond' è 
che tutti gli oggetti sono tinti e colorati da un 
vapore caldo , che bene si accorda col cielo ros- 
seggiante , Questi composti di prospettiva rettilìnea 
sono difficili ad eseguirsi senza una perfetta co- 
gnizione dell' arte . E noi non potremmo dare che 
grande lode all' artefice , il quale si è tratto di 
questa difficoltà in modo maraviglioso , e con tan- 
ta illusione, da far sembrare vastissima in poca tela 
questa scena , la quale è nelle sue rovine augustis- 
sima , e parla assai più alla mente , che agli oc- 
chi . 

Il secondo quadro è tutto opera di compo- 
sizione ideale. Il qual modo è lodevolmente pre- 
ferito da questo valente artefire. Rappresenta esso 



i34 Belle Arti 

il mare tranquillo , in una notte mal rischiarata 
dalla luna, che si mostra involta da nubi, a traverso 
le q uali ella mauda deboli raggi. Sulla diritta è una 
selva, nel mezzo di cui vedesi acceso un gran fuo- 
co. Sul davanti una pianta maestosa, e di nobi- 
lissima forma, signoreggia tutta la scena. Alla [)arte 
sinistra un' alta montagna si avanza nel mare, a 
tale che questo si spinge verso lo spettatore a gui- 
sa di seno infra le terre ove forma una lìnea curva. 
Sopra alcuni sassi seggono a ragionamento tre guer- 
rieri, che air abito e all'armi sembrano greci. Gli 
scarsi raggi della luna . che si rifrangono nelle 
onde increspate dal vento, contrastano collo splen- 
dore del fuoco che arde nelf interno della Ibresta, 
Il luogo solitario, e l'aria melanconica che lo cir- 
conda, producono un effetto tristo e singolare a chi 
lo rimira. JNel che non poca lode si deve al pitto- 
re , il quale ha avuto in mente di destare questo 
effetto iieir animo dello spettatore; e ciò ha prati- 
cato con assai magistero e bravura di pennello. Il 
che facendo, ha dimostrato che la pittura, sicco- 
me la poesia, ha i suoi artificii per volgere a suo 
grado le umane passioni. 

Tambroni. 



i-3r") 



VARIETÀ' 



NECROLOGIA . (i) 

Annunzio ai leggitori la perdita irreparabile , che l' Italia e V Eu- 
1ropa hanno fatto po::' anzi nella morte acerbissima dell' abate Stefa- 
no Antonio Morcclli , principe de' latinisti ili questa età , e creato- 
re immortale della difiicìiissima scienza epigrafica . Nato in Chiari , 
terra fertiie ed agiata della bresciana provincia , da Francesco e da 
Gio^a^nla Rocca , di onorevole condizione il 17 gennaio lySy, e avuti 
al sacro fonte i nomi di Giovanni Antonio , da lui poscia malato il 
primo in quello di Stefano , per essersi da fanciullo votato a que- 
sto gran santo, ebbe a maestro nei primi rudimeiili del sapere cer- 
to ab. Faustini, per verità con poco frutto del vivace ingegno del 
discepolo , ma con moltissimo della mente . Imperocché inviato di 
quattordici anni a Brescia nel collegio de' gesuiti , gli angelici costu- 
mi , la innocenza e il modesto contegno di luì unito a non comu- 
ne acutezza , piacquero tanto a que' padri , che secondando la de- 
cisa sua volontà. Io annuissero di 16 anni nel chiostro, e il man- 
darono a Roma . 

Quivi ebbe la sorte di trovar precetterò di retorica il padre 
Raimondo Gunich , la cui rara dottrina e P ingenuo costume , da 
quanti Io conobbero , si citano tuttora ad esemplo . Dagli ammae- 
stramenti di lui quanto profitto traesse il Morcelli , basti a mostrar- 
lo ciò solo , che nei 4^ anni che quel dottissimo raguseo ivi compi 
r ufizio di retore , solca dire egli stesso : fra tanti discepoli , pochi 
avere tanto amato, niano aver superato nel riamarlo il Morcelli . 
Ne' teologici studi fu istruito dal eh. padre Favre : e se ignoro gli 



(1) Quesi' articolo è stato già pubblicato nella gazzetta di Mi- 
lano degli 8 gennaro ; ma senza quelle aggiunte che il eh. autore 
vi ha fatte nelle seconde cure , e di cui ha voluto esserci cortese . 



l36 V A R I 1 T à' 

altri maestri , son però conscio , che in ogni fai^oltà fu egli vprso 
ciascuna si tutto e si propriamente disposto , che parve a questa so- 
la il portasse r nnato pcso dell'istinto suo naturale, dal che venne 
r essere in molte riuscito per f coellenza . 

E per dire di quelle sole che di proposito professò, spcdifo ad 
insegnare la gramatica a Fermo, vi destò subito il più caldo amore 
della incontaminata latinità . Condotto a Raglisi institutore di umane 
lettere, vi fece sorgere il gusto de' greci e latini esemplari. Fatta 
poi la solenne dichiarazione de' quattro voti ( 1771 ) » e prescelto 
a spiegare nel col!e,",io romano la beli' arte del dire , non so come 
appieno esprimere I' approvazione che dai più dotti ne riportò . Né 
polca ciò tornare altrimenti: avvegnaché in questo svio magistero 
si principale per l'uso di molte virtù, con tanto cuore l'ampio ca- 
pilalc delle poderose sue forze impiegò, ed usò di tutte l'arti per 
meglio riusciri;i, massimamente di carità, di pazienza e umiltà, che 
i suoi moltissimi allievi in lui trovai-ono più presto 1' amico che il 
precettore, piuttosto il compagno dei loro stndj che il moderatore di 
quelli . An?i a tenerne sempre più fermo e svegliato il fervore, in- 
stitui r accademia archeologica , che a giorni determinati adunavasì 
nelle sale del museo Kircheriano di cui era prefetto , nella quale sì 
recitarono dottissime dissertazioni, e due di queste per sagjiio fu- 
rono pubblicale pochi anni sono in Milano, quattro altre tuttora ine- 
dite vedranno in breve la luce . 

Ma abolita nel 1770 la compagnia di Gesi'i, e fatta il Morcelli 
una scorsa a Chiari, tornò presto a Roma, ove fu accolto, ricove- 
rato , e protetto dal gran cardinale Alessandro Albani vero mecenate 
doj;li uomini letterati . Datagli da esso in cura la sua splendida biblio- 
teca , ideò la grand' opera de siilo inscripfìonuin , edita in Roma dal 
Gi'inthi nel febbrajo del 1781 . Intorno a che non credo iperbolica 
né ofii' Ica r espressione che udii dal Mor<:elH , cioti che avrebbe sem- 
pre avuto di cIjC ringraziare quell'ottimo prin'ipe , e di rallegrarsi 
fino alla tomba del favore allora impartitogli , più assai che se do- 
na» o gli avesse centies sestertiuin: perchè senza 1' uso pronto e con- 
tinuo dì quell'immenso deposito dell' umana ragione non mai avreb- 
be potuto dettare quelle /joi/cre e^^er/ccj«oZe ( cosi soleva qualltìcar- 
Ic ) ch'egli avca fatte, non già per ostentazione di sapere, che in- 



Varietà' 1^7 

SttfRcicTitissìmo riconoacevasi , ma per gloria maggiore del padre de' 
lumi e della sna relij^ione . 

Fra le quali open'cciiwle ^ userò ia sua frase) la testé ricordata 
fu detta Insigne dall' ab. Marini, eccellente da Ennio Visconti, me- 
ramente aurea dal La«zi , di sceltissimo gusto e piena di erudizione 
non meno piacevole de recondita dal Dacier, e da tutta la còlta 
Europa , prosicgue Antonioli , appro^fata e applaiutitu di cpuiHià , ut 
cardinalis Garampius, termina il Caballero, i-ir eie ^antissi/nus le- 
pide ajebat , neminem , cjui illum consulat , pravam inscriptinnem -, 
fel si velH cjuidem, componere posse. So molto bene, che chi por- 
ge facile orecchie al gracchiar d'uno stolto, crederà questo libro non 
che pernicioso ma inutile . A che dettare latine iscrizioni , dice co- 
stui , se tra' principi e magistrati , tra' militari e popolani, non avvi 
oggidì chi conosca lo stile oscurÌ3simo lapidario? Qual affetto , qual 
sentimento possono destare le venerande tabelle , che ad esprimere 
la mestizia od il gaudio nelle maggiori solennità si sogliono appor- 
re agli sguaidi dei cittadini? Se le scritte sono ingombre di cifre 
e vocaboli tenebrosi, non è ciò ammutolire in cospetto d' ognuno ! 
Tristo colui, che suscita un' arte da niun coltivata, che scrive cose 
che niun sa leggere, che perpetua la impostura e la idiotagine 
degli arcavoli nelle città? Le quali cose, dirò col Lanzi, se nellx 
Scizia o neir India si disputassero , forse di leggieri si potrebbero 
comportarci ma che si dicano seriamente in Italia, ove ha seo-i^io 
da venti e più secoli la lingua di Tullio e d' Orario , ove ognuno 
può chiedere la spiegazione di poche ma nervose parole,nii pare strano 
e veramente maraviglioso . Se i monumenti si espongono al pub- 
blico nelle occasioni solenni , il pubblico che vi accorre è già com* 
mosso da se dalle cose medesime , né oltre bada allo scritto sul fion- 
tale del foro o della basilica: se poi si presentano per serbarne me- 
moria, non si dee forse usare lo stile che meglio alla cosa coiiven'a, 
e che più. onori la dotta posterità? Non] si dee forse preferire il lia- 
guaggio, che stabilmente radicato nel consenso di tutt' i tempi « 
di tutti i popoli, è il meglio inteso dalla gran famiglia dell' uni- 
Terso ? Non parlo dell' attitudine della latina lingua', ben altri- 
menti che delle moderne, per questa sorta dì componimenti. Grave, 
•numerosa, breve, varia, elegante l'una, non cosi l'alfre. Ma nou 



l38 V A R I E A 

è del presente luogo (e men duole) il discorrere i pregi del? opera 
de stilo inscr/f)lionum;ììc tampoco il parlare delle i/ixcriplirtnes com- 
mentariis subjccUs (1785.), né del FlAPEPrON ( 1818 ) , con 
amendue le quali opere si riducono, dirò losi, a pratica materiale 
le sublimi teoriche da lui riirovate per la più elegante e pcrfetia 
maniera di comporre iscrizioni . Non mi è permesso neppure di 
trattenermi intorno i due libri sermotium ^( iy8o), V indicctzinnc 

antiquaria di casa Albani ( 1 786 ) , il kalendariwn ecàlesicc Coii- 
stantinnpolilancB, che supera, gli altri tutti in antichità, da luì volto 
dal greco in latino ed illustrato ( 1788) . Toccar anche di volo tutte 
queste opere adorne della più scelta eleganza e dottrina, non che 
ì dièci libri greci latini e.rp'wuilione\ ccch\'ia<tticce dì s. Gregorio 
vescovo di Gìrgenti ( 17891), i due 'ibri electorwn (1814)5 1' Agape- 
ja (1816 ), la bolla tt oro de'' fanciulli romani ( 1816 ), Vacano 
capitolino ( 1817 ) , la MIXAHAETA ( 1818 ), i tre volumetti di 
cose ascetiche ( 1820 ) , e, omessi altri opuscoli , la studiatissima 
ed elaboratissima Africa Christiana in tre grossi volumi in quar- 
to ( j8i6 ) , mi recherebbe più oltre che i contini di una breve no- 
tizia necrologica non mi concedono. Elleno, altronde, sono tra le 
mani dei veri sapienti , che le applaudono e sen profittano , e i 
veri sapienti per onorarne 1' autore non hanno mestiere di nuovi ap- 
plausi . 

Farò piuttosto un certno brevissimo delle amabili e sommamente 
ammirevoli sue qualità . Pregato dalla sua patria nel 1791 , perchè 
venisse a reggerla in qualità di prevosto, comecché non- se ne tro- 
vasse punto contento per lo gran carico cui gli si veniva ad impor- 
re , non perciò vi si è adattato di buona voglia : e qual fosse in si 
dilicato e importantissimo uftzio la virtuosa sua vita , qual bene d'ogni 
maniera procacciasse al suo gregge, quanti abusi sradicasse , quante 
opere laudabili e pie promovesse, come insomma in trcnt'aiìni di 
non interrotto prepositurato coli' esemplare adempimento de' suoi do- 
veri si acquistasse la stima, V affetto e la riverenza d'o;:,ni genere 
di persone , le caltllssime lagrime universali che, mentre scrivo e pian- 
go io pure , si spargono da quel popolo, ne fanno apertissima testi- 
monianza. Parecchi oratori, anche insigni e per pietà rinomati, mi 
venne fatto di udire in mia vita, ma niuiio si copioso, si cfììcace , 



Varietà' 189 

si erudito come il IVToroelli. La voce di Dio si dal pulpito e sidaif 
altare era nella sua bocca la più soave, la più viva, la più giocon- 
da. Pia:e\a agl'idioil ed ai dotti, oginino la intendeva, ognuno sta- 
va tacito e intento, e per essa rapito da inesplicabil diletto . Eia 
poi speciale sua proprietà, cosi nel parlare, come in ogni pubblica 
e privata azione , mo3trarsi sempre intero e libero, sopportando mai 
volentieri e con fatiraiti altrui, e detestando in se sleiso , la doppiez- 
za e sopratatto V audacia e la prosunzione . Fu al suo gregge ogni co- 
sa: ed ebbe, per dir cosi, tanti cuori quante furono Te sue pecore, 
tanti affetti diversi quanto differenti avean elle nature , in ciò solo 
a loro dissimile, circgli non altro cercava , nò ad altro colla sua in- 
dustria^ colla doì e '.za e col fervido zelo intendeva , fuorché a pro- 
cacciare la quiete costante al paese, alle famiglie la dome-tìoa pace, 
a tutti la bramala felicita^ La carità sua verso la patria fu tale , che 
quella prepone alla proprin grarnìezza ; perchè offertogli dalla repub- 
LÌica di Ragusi quél pa o archiepiscopale, modestamente rispose: di 
questi onori faa'/ius carco. Avuto il prezioso dono dal S. P. Pio VI 
del sacro corpo della santa martire Agape, trovato nel cimitero di Ca- 
listo, ne ha promosso in Chiari il culto , e vi è venerato con mei-» 
tissima divozione. Radunata con tanti anni di studj e risparmi una 
sceltissima libreria, ne ha fatto in vita libero dono al paese , ed 
ha fondalo e provveduto tìn dove ha potuto un decente gineceo per 
l'educazi'.ne gratuita delle fanciville . La sua pensione, come socio 
del R. C. iiistituto , dal primo di che spontaneamente gli fu asse- 
gnata lino al di cPoggi , fu da Ivti convertita in beneficio delia sua 
chiesa e dei poveri » Il tempo maggiore di Chiari , la chiesa di s. Ma- 
ria , r edìcoletta di s. Michele , il pubblico cepotafio , per lui fu- 
rono o fondati o restaurati abbelliti . Riordinò le pubbliche scuole 
che ivi rigogliosamente fioriscono , ed eccitò 1' esercizio di molte pra- 
tiche di pietà con solerzia osservate dal suo clero e dal popolo, da 
lui ben diretto ed edificato . Fu amico benigno di tutti, né sì sa c'ie 
fosse da persona richiesto , cui mancasse mai ne di consiglio nò di 
opera . Delle mutazioni di stato avvenute in Italia e in Europa non; 
si è mai mostrato contento : non già pèrch' egli abborrisse la savi» 
e ragionevole libertà civile, che i prudenti governi e promuovono e 
favoriscono; xna perchè T animo suo interiisimo e pio non poiw non 



1 4o Varietà" 

rimanere (conturbato , come si espresse meco più volte , dal vedere 
impunemetitc cosi le regali come Tecclesiasii-he istituzioni dispre- 
giate e poste in abboininio da tante ardile scritture , rotto ogni ie»- 
game di giuramenti e di voti , scio.'te le professioni e i patti solenni i 
vuotati i monasteri di religiosi, riempiuto il mondo di riijclli e d'apo- 
stati . Ondi; i principi Io riverivano , i sapienti lo consultavano el' esal- 
tavano, Roma e l'Italia tutta lo adorava. La sua maestosa presenza, 
il portamento composto, le regolari e graziate forme del volto , iJ fui» 
gido sguardo, e sopratatto la grave e sempre dotta sua convcrsazio^ 
ne, e la fama d' uomo giusto , pio , e caritatevole, che ovunque voi-» 
gevasi il prccorrea, a se traevano tutti gli occhi , >: gli procacciava- 
no la universale ammirazione . Perciò a Chiari da lontani paesi uo- 
mini di sommo rispetto chi per nobiltà , chi per lettere , o a null'al- 
trn o principalmente a questo fermaronsi, di vederlo, di conoscerlo « 
d' ossequiarlo . 

Mori il primo giorno del presente anno 1821., alle ore otto 
pomeridiane. Le sue spoglie mortali, ottenutone preventivamente il 
permesso dall'I. K. Governo, furono imbalsamate e deposte presso 
il corpo di quella santa martire Agape, per la quale ebbe in vita 
divotissima tenerezza . Tre giorni continui fu esposto alla pubblica 
contemplazione, e al suo feretro è concorso il fiore della città e dei 
. paesi circonvicini . Felice l'ingegno che si rivolge per tempo agli 
studi coir animo agli onori fagaci non incliinevole , non signoreg- 
giato dall' avarizia e dall' ambizione , non irritato dall' odio , né vinto 
dalla paura! Costui del poco si appaga, che poco pane lo pranza, 
rozza veste lo copre , umile abituro il ricovera; e libero come l'aria, 
e sovrano di se medesimo , acceso solo d' amore del giusto e del ve- 
ro, dalia virtù consegue il premio delle sue veglie , dalla coscienza il 
ripoio della sua vita, dalla religione il conforto <!c' mali suoi, dalla 
giusta e imparziale posterità gli onori ed i planai immortali . 

G. Labus 



Varietà* i 4 1 

Saltatore Bitti al conti Fbaitciìsco Cassi 



P 



erchc non abbi a dir sempre, eh' io ti venga innanzi così a 
mani vuote , eccoti un bel regalo , degno di te e di quanti amano 
la buona epigralia : tre iscrizioni d' un celebre fiorentino e mio pre- 
giatissimo amico il sig. ab. Giambatista Zannoni , segretario dell' im- 
periale e reale accademia della crusca, ed antiquario di quel gran- 
duca. Elle sono ta.i per niiidezza di latinità , da farci bene deside- 
rare , che l'autor loro ne ponga presto alle stampe l' intera raccol- 
ta : onde ajutare cosi con utili esempi uno studio , eh' é a dirsi 
iiaiiaiio per eccellenza , e crescer de("Oro a quel paese nobilissimo 
di Toscana , il quale siccome patria d' alti intelletti non finirò mai 
d'onorare . Il che valga a toglier d' inganno tutti coloro , i quali pel 
tenero amore che da tanti anni mi stringe al dottissimo conte Giu- 
lio Perticari , credessero di me il contrario : perciocché ho sempre 
stimato le opinioni letterarie esser libere e generose , né da mino- 
rare la stima che vuoisi avere pe' sommi uomini ^ e il Perticari me- 
desimo , di cui non v' ha spirito più cortese , e ne' colloquj e nelle 
opere sue m' è stato sempre maestro d' usar la critica secondo il mo- 
do de' savj . Non nego che circa le cose della lingua , le quali fan- 
no presentemente una gran parte delle cure d' uomini valentissi- 
mi , non tenga io coli' immortal pesarese . E come no , dopo aver 
letta la sua difesa di Dante "^ Questo però non fa eh' io sempre non 
mi ricordi , come non se n' e mai il Perticari dimenticato , che non 
pur siamo tutti cittadini di questa diletta Italia , ma che alla Tosca- 
na principalmente si dee quanto abbiamo avuto di sano scrivere e 
ragionare, ed ora colà fioriscono tali nobili ingegni, che sono Ivtme di 
questa età,e da durare lontani colla memoria della sapienza europea. 
Ma tornando alle lapidi del sig. ab. Zannoni , sappi eh' elle mi sono 
carissime non solo per le cose fin qui discorse , ma si per vedervi 
onorato il Pederzoli , che fu uomo chiaro a' di nostri per gravità di 
Lojtumi e dottrina , e specialmente pel suo grande amare il santo 
iiome di patria . Gradiscile , o Cassi mio , siccome la miglior cosa 
i 11' ora ti possa dare ; e bacia e saluta per me il Perticari , 1' An- 
laldi, il Paoli , il Pctrucci, il Baldassini, il Ciaccki , i Mamiani » 



Varietà' 142 

con tutti gli altri tli quel numero eletto di gentili e dotti cavalie- 
ri , che fanno bellissima la tua Pesaro . A Dio . -Di. Roma il di 24- 
gennaro iS<2i . 

I. 

TTO-RESIAiE . WriNERBETTAE 

MARCH. NICOLAI - SAjMCTIKII . LVCENSIS . VIDVAE 

SOBOtiI . POSTREIVIAE . NOBILISSIMAB . GEJJTIS 

qYA?E . PATB.ICIAE . HAVD . IMPAR . IKSTITVTIONI 

CIVE-S . EXTEROSQVE . COMPLVRES 

INGENIO. DOCTRINA. ALIAVE . LAVDE 

COMIKENDATOS 

SERM05VF . ALACRI. ET. COMI. SIBI. DEVIXXIT' 

FA.CVLTATIBVS . SAPIEXTER. VTENS 

EAS. VITAE. CVM. DIGKITATf. DEGENDAE 

AMICORTM. COMMODIS. ET. PAVPERVM. LEVAIVIINI 

IMPEJSDIT 

RELIGIONE . ÌRECJTA 

AiERVWKAS fiAEViISSlMI . MORBI. PATIBNTER. TVLIT 

mortejm:. fortis. constans. oppetiit 
tictoria. 5aì4ct1n1a. petri. torrigiani. march. vxor 

■ST. m. ANNA. SANCTINIA 

MABCU. LAVRENTIO. MONTECATIWIO. NVETA 

EILIAE. ET. HEREUES 

;SVPPLICAT10NE^ INDlCffA 

.A..-I1É6V.., PRO. HOMINIBJJS. IMMOLA-TO 

CA"PrriA. SEMPITERNAE. BEATITATIS . EXPOSCVNT 

DA. REIJVIEM. HVIC, ANIMAE. DEVS. ET. MISERERE . PRECANXVDl 

FAC. PAtBAT. CVNCTIS. REGIA. SANCTA . POLL 



Varietà' i43 

2. 

lACOBO . PEEERZOT.IO . DOMO. SALODIO 

V2TVSTISSIMAE.. OPTIMAEQVE. DE. PATK.1A. MERITAR 

CEXTIS.. POSTREMO. 

QTI . SOLLERTISlilMVM 

CVM . BONITATE . NATVRAE . SORTITTS . INGENIVM 

ELOQVIO. IVBICIO . DOCTRINA . xVIAXIME . INCLARVIT 

OMNES. VEL. QVOS . INFENSOS. ERAT . EXPERTVS 

RE . CONSILIO . AVCTORITATE . COiMSTANTER. IVVIT 

lULVSTRiA. MVKERA. SEDVLO . ET . ABSTI3MENTER . GESSIT' 

AMPLIORA . IN . EXEMPLVM . MODESTVS ■ RECVSAVIT 

Piva. VIXIT. AN. P. M. LXVIII .. 

DECESS . INTER. PVBLICAS - LACRYMAS 

VII. ID. SEPTEMBR . AN , M. DCCC. XX. 

AMICI. AD. QVANTVMCVMQ . DOLORI S . SOLATIVI^ 

TIRO . VSQVEIJVAQ . LAVDABILI . RARISSIMO . POS- 

3. 

SONORI 

ALOISII . IiANZII . MONTVLMIENSIS 

QVEM 

SAPIENTISSIMA. DE. ETRVSCORVM . VETERVM . LINGVJt 

ITAEICISQ . PICTORIBVS . TOLVMINA 

AD. FAMAM. PERENNEM. PROTVLEI^VNT 

CAIETANVS . FRATRIS . FILIVS . HERES 

MARMOR. POSVIT. IN. FRONTE. AEDIVIVI 

QVAS . TIR. MAGNVS 

A. MAIORIBVS. ACCEPTAS , INCOLVIT 

VTI. ANIMI. ERGA, TALEM. PATRVVM, GRATISSIMI 

MEMORIA . IN. SBRIVS. PERMANEAT. AEVVIkl 

VTIQ, POSTERI. SVI. CIVESQ . 

TANTO , EXCITATI . EXEMPLO 

PATRIAE. GLORIAE . EMIXIYS. STYDEAJfT. INSERVIANTQ. 



; IMPRIMATUR, 

Si videbitur Reverendissimo Patri Mag. Sacri Palatii 
Apostolici. 

C. M. Frattini Jrchiep . Philippensis Vices^. 



IMPRIMATUR. 

Fr. Philippus Anfossi Sac. Pai. Jpost. 3Iag. 



Osservazioni Meteorologiche fatte cdla Specola del Colleg.Rom. 






Osservazioni Meteorologiche faiìc alla Specola del Colleg. Rom. 




Gennajo 1821- 






MATTINA 


GIORNO 


SERA 






e 


Stato Eva- 






Stato 


Meteore 




Stato 


1 '" 






dei por. Vento 


del Piogg. 


Vento 


del 


Vento 






'3 

1 


Cifelo 


Cielo 




Cielo 








s. 


15 


tra. I 


s.p.n. 




tra. I 


n. 


me.lib.i 


ne.br. 




2 


s. 


25 


ira. I 


s. p.n. 


I '. 


gre. I 


s.p. n 


pon. i 


pi8g. 2 




3 


n.p- y. 


I 


tra.gr. i 


n. 




gre. _ i 


n. 


mez. I 


n.p.+ a 




4 


IL. 


2 


uxe.sir. I 


n. 


4 22 


me. SI. i 


s- p.n. 


mez. si, I 


n.p.g.2 




5 


n. p. s. 


> 24 


/ne. .fi. 1 


n. 


I 96 


sir. I 


n. 


iir, I 


pu)g. a 




_6„. 


I I 1 


me. SI. 


s. n. 


3 12 


me. si. 2 m 


n. 


mez, I m 


piog.g. 2 




7 


s. n. 


2 I 1 


/nes. 1 


n. 


6 100 


mez. im n 


mei. «.2 


ac. p. 2 




8 


n. 


I 2 I 


me. SI. I m 


n. 


5 72 


mez. 1 va. n. 


mez, I m 


piOg. g.2 




y 


s.p. n. 


2 32 


me. im 


n. 


48 


me. SI. 2m 


s. p.n. 


mez..fj.i 


plOg. 2 




10 


s.p. n. 


2 IO 


me.sir. im 


n. s. 




me.sir.i m 


s. 


me, 1 


piog. 2t 




IX 


n. 


I 25 


77ie. .fi. 1 m 


n. 


I 2 


me.lib. 2 


n. 


mez, I m 


P'Og'g- 




12 


n. 


2 22 


me. I m 


n. 




mez. I 


n.s. 


77ie2. m 






n. 


2 22 


gre. 


s. 




tra. 


s. 


tra. 1 


neb.* 




'4 


n.p.s. 


I ,s» 


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n.p..;. 




nie.sir.i m 


n. 


lev, 1 m 


ne. pio. 




IS 


s. n. 


1 22 


/r(7. I 


s. p.n. 




tra. i 


s. 


tra, i m 






16 


s. 


I 2 


tra.gr, 


s. 




tra. 


s. n. 


grec. 


aeb* 




17 


s. 


I 9 


o-z-e. I 


s.p. n. 




tra. I 


s. p n. 


tra, 


neb. 




18 


s. 


1 21 


Ira, I m 


s. 




tra. I m 


s. 


tra. a 






s.p.n. 


2 ! 


l'ra. 2 


s. 




tra I m 


s. 


tra, m 






20 


s. 


I 22 


tra.gr. i 


s. 




gr.lev. I 


s. 


tra, I 






31 


s. 


ài 


/ra. I 


s. 




tra. I 


s. 


tra. 1 


brin. 1 




22 


s.p. n. 


1 21 


Ira-gr. i 


s. 




/'•. gr. I 


s. 


tra. 2 


brin. + 




2^ 


s. 


2 29 


/m. I m 


s. 




tra. I m 


s. n. 


tra, I 






24 


n. s. 


2 3' 


/ra. I 


n. s- 


' 


gre. lev. 


s.p. n. 


tra, I 


neb. 




25 


s. n. 


2 2,S 


tra. i m 


s. p.n. 




tra.gr. ilm 


s. 


tra, I 






26 s. 


t H 


/r«. 1 


s. 




tra. i 


s. 


tra. 






27 J. 


I 


tra. I 


s. 




tra. 


s. 


tra. 


brin. gel. 




28 J. 


.so 


tra.gr. i 


s. 




gre. 


s. 


tra. I 






29 ^. 


52 


tra. I 


s. 




Ira. I 


s. 


tra. 


brin. gel. 




30 J. 


54 


^r.gr. 1 


s. 




tra. 1 


s. 


tra. 






3 1 n .p. s 


42 


/ra. 


s. n. 




Ira. I 


s.p. il. 


tra. 


brin. 




Volendosi da' eh. Astronomi abbondare per diligenza, pongonsi le Osservazioni | 




Triplici in e 


gni giorno 


e volendosi da noi ristringere in pagin.i , affinchè 
erdano , usiamo alcune abbreviature . Pertanto nella 




meno farilm 


ente si disp 




colonna delle Meteore pi signilica pioggia 1 lampi t tuoni n nei)bia g gelo 




b brina. E nelle colonne dello iV^ato del Ciclo s vuol dire sereno n nuvolo, 




p poco. Le nltre abbreviature nelle colonne de^ venti sono per se stesse in- 




telligibili. Quando segue uu ast»risco s'inteuJe gran quantità j ove trovasi 




una f croce s'intende piccola quantità. 


k 



.4; 

SCIENZE 



N, 



Sopra le acque fermali di Civitavecchia , 
Memoria del prof. Moriehini. 



ell'antica Tuscia fra i monti Falisci e Cimini, 
e fra questi ed il mar Tirreno, scaturiscono nume- 
rose sorgenti di acque minerali, per la maggior 
parte termali, che sembrano essere state conosciu- 
te dagli antichi, come può chiaramente rilevarsi dal 
seguente passo di Stratone (a) - . Thuscia quoque , 
uhi Romae est propinquior , ubertatem calidarum 
habet aquarum , nec minus ahundat quam Bajae , 
quae reliquas omnes nobilitate praecellunt . Gli 
antichi però non ci lasciarono alcuna descritione 
esatta di queste acque, e se qualche volta ne in- 
dicarono alcuna con un nome particolare, il fecero 
senza quel dettaglio e precisione, che sarebbero ne- 
cessarii per far concordare le antiche con le mo- 
derne denominazioni. 

Quindi non è che per congetture più o meno 
probabili che si asserisce, essere le acque stigie de- 
gli antichi lungo la via Aurelìa le moderne acque 
di Stigliano, e le ceretane quelle di Cerveteri {h). 
Delle vescicarie è più difficile d'indovinare la 
vera ubicazione. Scribonio Largo che viveva sotto 
Tiberio , e Marcello Empirico medico sotto il pri- 



(a) Geogr. lib. 2. 

(b) Itùìerar, Antonin, 

G.A.T.IX. ?o. 



i/^6 Scienze 

mo Teodosio , non ci dicono altro se non clic es- 
se erano distanti cinquanta miglia da Roma , sen- 
za aggiungere neppure sé per la via Aurelia o Cas- 
sia ; locchè ha latto credere a (iirolamo Mercu- 
riale ed a Giovanni Rhodio , che le vescicarie de- 
gli antichi potessero essere le acque termali di Vi- 
terbo , ovvero quelle di Civitavecchia (e). Che se 
poi potesse riporsi la più piccola fiducia nelle no- 
zioni di Scribonio Largo e di Marcello Empirico 
sopra i principii dell'acque termali della Tuscia, 
eh essi chiamano vescicarie ^ perchè utili in alcuni 
mali della vescica urinaria, siccome le dicono yè/*- 
ratae , e non lo sono né quelle di Civitavecchia , 
rè quelle di Viterbo, potrebbe in questo caso ri- 
vocars' in dubbio 1 opinione di Mercuriale e di 
Bhodio. 

Comunque ciò sia , le acque termali o le terme 
di Civitavecchia ricevettero ancora il nome dì (ter- 
me Taurine, e così trovansi per la prima volt;^ 
denominate da Rutilio (d^ per una ragione però pu- 



(c) Torraca. Delle terme taurine, part, 2. art. 1. 

(d) Itiiicr. Poet. a versu 249 «<1 Centumullas ec. 



©Tosse juvat Tauri dicias de nomine thermas. 
£ dopo : 

Credere si dignum famae , flagranti» Taurut 

Investigato fonte lavacra dcdit. 
Ut solet ex.cussis pugnam proeludere glebis 

Stipite cum rigido cornua prona terit. 
Sive Deus faciem mentibus et ora juvenci 

rtoluit ardentis dona iaterc soli. 



Acque term. di Civitavecchia 147 

ramente poetica . Ma siccome Plinio (e) annovera 
fra i popoli della Tuscia gli Aquenses , Tauri- 
ni cogiiominc , se dessi potessero supporsi abitato- 
ri della contrada, ove sono poste le acque Tauri- 
ne, r origine di questo nome saiebbe assai più na- 
turale e ragionevole . Diffatti ai tempi di s. Gregorio 
Magno esisteva tuttora in vicinanza di queste terme 
una borgata cospicua chiamata Tauriana (t), ed in 
tutt' i scrittori posteriori , che fanno menzione del- 
le antiche terme di Gentocelle, si trovano chiama- 
te col nome di Taurine (g). 

Le grandiose rovine che tuttora rimangono di 
queste terme, attestano nel tempo slesso la loro an- 
tichità e la loro passata magnificenza. Si è con- 
getturato che Trajano , il quale fece fabbricare il 
porto di Gentocelle , ed ebbe in quelle vicinanze 
una superba villa, 1' ornasse altresì di queste ter- 
me; ma il silenzio di Plinio il giovane sopra ta- 
le oggetto nella lettera 3i del sesto libro, dove par- 
la e del porto e della villa, danno argomento a pen- 

Qualis Ageiiorei rapturus gaudia furti 

Per frcta rirgineum sollicitavit onus. 
Àrdua non solos deceant miracula Grajos 

Auctorem pecudem fons Heliconis habet. 
Elicitns simili credamus origine lymphas, 

Musarum latices ungula fodit equi. 

(e) Hist. nat. lib. 3. cap. 5- 

(f) Di*^. Grej. Magn. Dial. lib. IV. cap. 55. 

(g) È degna di osservazione la nota di Arduino al precitato pas- 
so di Plinio, s Ariolanlur ( egli dice ) i^ni Accjicapciidente in He- 
fruria oppidum signari hoc loco pidunt. A CeniwncelUs hoc est Ci- 
vilavecc/iia , ut diximiis, prope hctc Aquunsiuin icrirum abfuerunt. t=3 
Questa e altresì l'opinione d' Holstenio, Baronio, Clucrio, Cellario ec. 
citati dal Torraca sopra quest'argomento. 

IO* 



i/j3 S e 1 E i-i e E 

sare cl:e fossero fabbricate in appresso . Ma sopra 
ciò possiamo sperare più sicure notizie dalle ricer- 
che che ha iiìtrapreso sul luogo il eh. sig. Manzi, 
e dallo illustrazioni che promette il eel. sig. avv. 
Fea . Più certa è V epoca della loro rovina ac- 
caduta dall' 828 air 833 della nostra era opera dei 
saraceni , che venuti all' Africa occuparono Cento- 
celle , e di là mossero verso Roma, ove dettero 
il guasto alla città Leonina , e ritirandosi quindi 
per rimbarcarsi a Centocelle misero a ferro e a 
fuoco quanto vi rimaneva ancora della villa im- 
periale , le terme Taurine , e la città (h) • 

Sopra la natura poi di queste acque, ed i lo- 
ro usi medicinali , rare e scarse sono le notizie che 
ce ne hanno trasmesse gli antichi, ed anche imo- 
derni , se ne venga eccettuata V opera del dottor 
Gaetano Torraca medico in Civitavecchia , pubbli- 
cata in Roma l'anno l'^Gi per le stampe del Pa- 
gliarini. E, per rapporto agli antichi, non è giunto 
fino a noi che ciò che ne dissero Scribonio Largo 
e Marcello Empirico, seppure con il nome di ve- 
scicarie intesero parlare delle acque di Civitavec- 
chia; e tutto si riduce alla guarigione di un' affe- 
zione calcolosa sofferta dal pretore Milone Gracco, 
come lo chiama Scribonio, ovvero Brocco, come 
si legge in Marcello. Girolamo Mercuriale e Gio. 
lìhodio, che parlarono certamente delle nostre acque, 
ed il primo soprattutto che vi accompagnò un car- 
dinal Farnese , non ce ne hanno trasmesse osserva- 
zioni più dettagliate . L'uno le riguarda come ferru- 
ginose ed inutili nei mali della vescica, e le asserisce 
a tal'uopo usate a'suoi tempi; e l'altro di questi scrit- 
tori (i) dice solamente, non essere queste acque uti- 

(h) Torraca. Op. cit. p;irt. i. art. 11. ,■ 

(i) Ad Scrib. Lai'^. emciid. et uoiae in composit. i46. 



Acque term. di Civitavecchia i49 

iì in bevanda, ma solamente per uso esterno nei 
vizii dei nervi, ulceri, torpidezza di cute e mali 
di fegato, escludendo la loro convenienza nei ma- 
li della vescica. Il dott. Torraca per conciliare que- 
sta contraddizione , e spiegare inoltre come Pai ti! io 
abbia escluso ogni odor sull'ureo e disgustoso delle 
acque delle terme Taurine (1) , ed i due medi- 
ci sopracitati le abbiano riguardale piuttosto come 
ferruginose, cbe come soliòrose; racconta (m) che 
poco prima de' suoi tempi altra sorgente eli acque 
acidule trovavasi nel recintò delle terme, e che 
di quella facévasi uso internamente e ilei mali del- 
la vescica , ma che coli' incuria e con il tempO 
dispersa questa sorgente o riunita alle acque solfu- 
ree molto pii^i copiose, non sia siato più possibi- 
le di riconoscere nelle moderne acque Taurine le 
qualità descritte da Rutilio, e non contraddette da 
Mercuriale e da Rhodio. 

In mezzo a tante incertezze non reca minot 
sorpresa il vedere , che Andrea Baccio nella sua 
grande opera de thermis , nella quale ha rac- 
colto tuttociò che si conosceva fino ai suoi tem;»! 
di acque termali e terme, non abbia fatta alcuni 
menzione delle acquee terme Taurine; locchò It 
cedere che dopo il guasto ad esse dato , come si <) 
detto, nel principio del nono secolo, la loiu cfli- 
brità fosse aifatto estinta, o almeno tanto climinuitu 
Adi non conservarsene più memoria che fra gli abitanti 
dei luoghi più vicini. 

'" 

(1) Non illic gustu lacites vitiàntvir amaro, 

Limphaque funiiiìco sulphure lincia calet ; 
Purus odor, moUisi^ne sapor dulntarc lavaiitem 
Cogit , qua melius parte petaiuur a(^w«e, 

.(ili) Pfirt. a. Art. ». 



IDO 



Scienze 



In questa oscurità si trovavano ancora le acque 
Taurine, quando intraprese ad illustrarle il Torraca 
con r opera citata, nella quale, oltre una vasta 
erudizione , si trovano riunite tutte le nozioni che 
potevano convenire a quel tempo sopra le qualità 
chimiche e mediche delle medesime . Questo la- 
voro aveva ridestata la loro fama, e si era accinto 
a sostenerla con successo il dott. Costantino IVuccì 
medico di Civitavecchia , rapito da una morte im- 
matura alla sua famiglia ai suoi amici ed alla 
scienza che professava con candore e con zelo. 
Egli aveva incominciato da quindici anni a tenere 
un registro esatto di tutti gì' infermi che andavano 
a prendere i hagni termali a Civitavecchia , ed i 
risultati di queste osservazioni dovevano formare 
la parte medica , ossia la parte più utile di questa 
memoria, la quale però non sarà perduta, se, come 
è sperabile, qualcuno de' suoi amici potrà racco- 
gliere ed ordinare le note che si troveranno fra le 
sue carte . 

Non poco ancora ha contribuito a rialzare il 
credilo delle acque termali di Civitavecchia una 
spiritosa lettera del chiariss. sig. cavaliere Tambioni 
inserita nel quaderno 58 del giornale letterario 
lo spettatore stampato in Milano il i5 agosto i8i(5, 
nella quale 1' illustre autore rende conto della sua 
guarigione da' molesti incomodi di gotta cronica, 
ottenuta per X uso delle medesime . Dopo questo 
tempo altre cure iclici operate da queste acque in 
soggetti assai ragguardevoli determinarono il prov- 
vido nostro governo ad ordinarne un' analisi, . ed 
un piano di slaLilimeuto , che ne rendesse d'ora 
in avanti 1' uso più comodo e piTi profittevo- 
le. Il sig. Girolamo Scaccia, abilissimo ingegnere 
idraulico , uno degl" ispettori del consìglio per la 



Acque term. di Civitavecchia i5i 

direzione d' acque e strade , e già noto per varii let- 
terarii lavori sulle paludi ponLiue , e sul flusso e 
riflusso del mare nella costa del Mediterraneo , eb- 
be Tincarico della parte idraulica ed architettonica 
della commissione, ed il sig. prof. Alessandro Conti 
ed io quello dell analisi chimica delle acque. Ed 
è di quest'ultima che io mi sono proposto di render 
conto »in questa memoria , avendo già dato il suo 
progetto sopra V altra parte della incombenza il 
sullodato sig. Scaccia . 

Le acque termali di Civitavecchia hanno tre 
sorgenti distinte. La prima e più lontana dalla 
città (a quattro miglia di distanza circa ) si rinviene 
in un colle al di là delle terme Taurine ; e chiamasi 
la sorgente di sferra-cavalli ; la s 'conda è quella che 
trovasi dentro le rovine delle terme stesse , e la 
terza all' occidente di queste, e si nomina 1' acqua 
della ficoiìcella per una pianta di fico selvatico 
che vegeta sullo scoglio, dal quale scaturisce. Le 
due ultime non sono lontane dalla città più di Ire 
miglia , e tutte sono poste al nord - est della me- 
desima . 

La sorgente dì sferra - cavalli è la più eleva- 
ta fra le tre , ed essendo altresì la più lontana , non 
se ne fa alcun' uso ; e perciò noi non faceftimo 
sopra di questa alcun' osservazione, tanto più cho 
le sue qualità sensibili sono affatto simili a quelle 
delle altre due sorgenti più vicine e più usitate . 
Il prof. Biiriocci, eh' ebbe la compiacenza di ac- 
compagnarci in questa spedizione , e di prender 
parte a tutte le sperienze che l'urono eseguite, de- 
terminò l'altezza delle due sorgenti , delle ter/ne 
cioè e della Jiconcella . La prima , presa dal piano 
della vasca dentro cui si raccoglie 1' acqua , si 
trovò elevala sul livello del mare piedi (> ?4 » ^ 



i5:2 SelKrrzE 

— . La seconda , presa dallo scoglio donde sca- 

JOO 

tiirisce , piedi 564 , ed — . Il sig. prof. Mauri , 

della di cui compagnia godevamo ancora in que- 
sta occasione , li'a le piante più singolari vegetan- 
ti in quei contorni osservò la Brignolia pastina* 
caefoUa di Bertoloni , X onobrjchis caput - galli , 
r oenanihe pimpinelloides -, la salvia lun'uiatìiodes , 
il tencrium iva , e comunissime poi d" ogn' in- 
torno riirovò la pistacia levtiscus , e la scahio- 
sa Transilvanica. La roccia, dalla quale sgorga 
V acqua d<'!la Jiconcella ., e che si mostra a nudo 
in gran pai le del monticello , sul dorso del qua- 
le ritrovasi questa soigente , è una calcoìia di tran-' 
sizione Lianco- grigia , della stessa specie di quella 
che , scendendo dai monti della Tolla , giunge fino 
al mare , e della quale si tagliano gli scogli che si 
traspollano a difesa dell' antemurale del porlo di 
Civitav«>cchia . 

jNeir analisi di queste acque noi al)biamo se- 
guito il iiìetodo di Bergman combinato a quello di 
Murray , Incendo servire 1' uno di criterio all' al- 
tro ; e ci siamo proposti per modelli le migliori 
analisi da noi conosciute delie acque minerali sol- 
lòrose, cioè quella di Fourcroy delle acque di En- 
ghien , quella di Giobert delle acque di Vaudier, 
e quella Hi JViojon delle acque di Vollri . 

La proprietà fìsiche e chimiche delle due acque 
termali di Civitavecchia sottoposte all' analisi , so- 
no statte per brevità rinchiuse in un quadro sinot- 
tico , non esigendo alcuna dichiarazione ; giacché 
le proprietà fisiche non sono che risullali puten- 
ti di sperien/e dirette , e le proprietà ehimithe , 
ossiano gli eflelti dei reagenti, sono semplici jiro- 



Acque term. di Civitavecchia i53 

ve indicanti il numero e la natura dei principii 
mineralizzatori , die si determinano poi esattamen- 
te coi processi analitici , tanto per la loio quaii- 
tità , che per lo stato di combinazione , in cui 
ai trovano disciolti nelle acque. 

S' incominciò T analisi dal raccogliere i flui- 
di elastici dalle due acque appena attinte dalle lo- 
ro sorgenti ; V una e 1 altra furono rinchiuse suc- 
sessivamente in un vase graduato fino alla misu- 
ra di ventiquattro pollici cubici. Il rimanente del- 
la capacità del vase e del sifone annesso egua- 
gliava esattamente tre alìri pollici cubici . I flui- 
di elastici, sviluppati e mescolali con l'aria atmo- 
sferica della parte vuota del vase e del tubo , fu- 
rono raccolti siil mercurio, e misurati sotto la piés- 
sione barometrica di ventotto pollici, e la tempe- 
ratura di 2 0. del term. di R. Dalf acqua dcììe 

3 
terme Taurine si raccolsero poli. cub. 1 1 ? di gas, 

e da quella della Jìconcella poli. cub. 12 • L'aria 
dei vasi essendo eguale a tre poli: cub: nell' una 
e r altra sperienza, i fluidi elastici sviluppali dall' 

acqua delle terme uguagliavano poli, cub, ^Ti e 

9 quelli dell' acqua della JiC07ìcella . 

L' analisi di questi gas si eseguì nel modo se- 
guente . Si liscerò prima attraversare la soluzione 
di nitrato di piombo , e quindi V acqua di calce 
sino a che nell una e nell' altra sperienza fosse ces- 
sato rintorbidiimento . Si notò dopo ciascuna ope- 
razione r assorbimento del gas , riportato alla stes- 
sa temperatura e pressione del principio della spe- 
rienza . Il rimanente si espose all' azione del fosl'o- 

10 neir eudioiiietro di Berthollet . 

iNel gas dell' acqua delle terme gli assorbì- 



i54 Sci e ly z e 

menti furono come segue . La soluzione di piombo 

assorbì un poco più di ^ dì poli : cub : di gas 

idrogeno solforato ; Y acqua di calce un poco me- 
no di sette poli : cub : di gas acido carbonico . Il 
fosforo assorbì da uno dei quattro poli : cub : re- 

sidui 7oTI ^^ g^s ossigeno, e siccome i tre poli. cub. 

di aria atmosferica non ne Contenevano per ciascbe-p 

duno che ^^-^ , dunque l'aria atmosferica dell' acqua 

equivalente ad im poli: cub: conteneva -^ di gas 

ossigeno e ^-^ di gas azoto in volume . L' aria dell* 

acqua della Ficoncella conteneva in numeri roton- 
di un poli: cub: di gas idrogeno solforato , uno 
di aria atmosferica colle indicate proporzioni di 
gas ossigeno ad -azoto , e sette di gas acido car- 
bonico . 

Volendo ora ridurre le misure di questi gas 
a quelle corrispondenti ad una libbra medicinah; di 
acqua , sì comincierà dal riflettere che un poli : 
cub: di acqua alla temperatura di 20. R., ed alla 
pressione ordinaria , pesa 4oo grani ; e che perciò 
i 24 pollici cub : di acqua pesavano yOoo grani . 
Ma la libbra medicinale pesa 6912 grani , ed occu- 
pa il volume di poli : cub : ly , a8 . Se dunque 24 
poli: cub: di acqua eguali a grani 9600 sommi- 
nistrarono alla sorgente della Ficoncdla 9 poli: 

cub: di gas , ed 8 -y in quella delle terme, una lib- 
bra della prima conterrà G, 4^3 poli: cub: di gas, 
e G , 29G una libbra della seconda ; e ripartendo 
questa quantità di gas secondo le proporzioni in- 



Acque term. di Civitavecchia i55 

dìcate dalla sperienza , l'acqua della Ficoncella si 
troverà contenere poli: cub: 5 , o5 di gas acido 
carbonico, o, 72 di quel idrogeno solforato, e o, 72 dì 

aria atmosferica a ^^ di gas ossigeno . L'acqua poi 

100 ^ 

delle terme conterrà prossimamente poli : cub : 5 
di gas acido; carbonico, o , 65 di gas idrogeno sol- 
forato , e o , 04 di aria alla stessa proporzione 
di ossigeno . Infine è da osservarsi , che la quanti- 
tà di gas, contenuta nelle due acque di Civitavec- 
chia, supera di poco il terzo del volume del li- 
quido . 

Si procedette quindi ad ottenere i prodotti fis- 
si , svaporando in vasi di vetro cinquanta libbre di 
ciascuna delle due acque , e si ebbe dall' acqua 
delle terme un residuo salino-terroso pesante 899 
grani , e 901 dall' acqua della Ficoncella ; locchè in- 
dica il rapporto dei principii fìssi al fluido acquo- 
so= 1: 383 , ossia la proporzione di dicciotto ^rani 
di questi principii in una libbra medicinale di 
acqua - 

Il residuo salino-terroso delle due acque ave- 
va un colore bianco gvigio , un sapore stdso e leg- 
germente amaro , ed era privo di ogni odore . Sic- 
come la svaporazione dell' acqua era stata condot- 
ta a fuoco lento verso la fine , ed il sedimento era 
stato disseccato al moderato calore di trenta gra- 
di Pi. in una stufa , per determinare quant' acqua 
di cristallizazione fosse stata ritenuta dai sali esi- 
stenti in questo sedimento , cento grani del me- 
desimo furono esposti ad un calore di loo*' di R. , e 
perderono circa trentotto grani di acqua . Quella 
che si ottenne dal deposito dell' acqua delle terme 
aveva seco tratta una piccola porzione di acirlo mu- 
riatico , la quale , come si vedrà dall' analisi , non 



l56 SciEHZE 

poteva provenire che dal rauriato di magnesia i, il 
solo fra i sali contenuti nel sedimento , che potes- 
se decomporsi a quel grado di calore . 

Si passò quindi all' esame del sedimento dis- 
seccato , come si è detto , semplicetnente alla stu- 
fa , incominciando da quello dell' acqua della Ficon- 
ccll'a . Cento grani del medesimo si tennero ìii di- 
gestione neir alcool di una densità uguale a o , 8 <o. 
Il residuo asciugato a 3o° R. e pesato , si tro\ ò ri^* 
dotto a grani novantasei . - Sciolti gr: 4 • 

I q6 grani indisciolti dall' alcool furono trat- 
tati a varie riprese con acqua a 4^° ^- i li '^ che 
questa non manifestasse più alcun sapore . Il re- 
siduo, asciugato e pesato come sopra , si trovò 
Uguale a quarantaquattro grani. - Sciolti gr : Sa . 

I 44 grani residui furono trattati con V acido 
acetico concentrato , finche fosse cessata ogni elfer- 
vescenza . Ciò che rimase dopo l'asciugamento non 
pesava piià che grani otto . - Sciolti gr: 36 . 

Si mescolò a questo residuo il doppio di pol- 
vere di carbone puro , e si sottopose ad un colpo 
di fuoco di fucina in un crogiuolo . Quindi si la-» 
vò con r acido debole, che sviluppò una sensibi-' 
le quantità di gas idrogeno solforato . Si disseccò 
ciò che rimaneva ai fuoco , e si ritrovò del peso 
di tre grani * 

Sopra quest' ultimo residuo si fece bollire per 
qualche tempo un' oncia di acido muriatico , che 

raffreddata si trovò averne sciolto -^^ di grano , he 

sciando due granì e - di sabbia terruginosa o si- 
licato di ferro . 

Dopo queste sperienze si passò all' esame par- 
ticolare di ciascuna delle soluzioni oltenute . Ln so- 



Acque term. di Givita-vecchia 157 

luzlone aleoolica fu svaporata , e ridisciolto il re- 
siduo in acqua stillata . Questa soluzione fu divisa 
in tre vasi , e trattata nel primo con V ossalato di 
ammoniaca , nel secondo col nitrato di argento , 
e nel terzo con l'ammoniaca liquida perfettamente 
caustica . I primi due reagenti produssero un pre- 
cipitato abbondante , e niun cangiamento si otten- 
ne col terzo , neppure coli' ajuto del calore : locchè 
prova cbe i quattro grani discioltì dall' alcool erano 
fermati di solo muriato di calce, senz'alcuna trac- 
cia di muriato di magnesia . 

La soluzione acquosa fu parimenti divisa e 
trattata in vasi separati con i seguenti reattivi ; i° 
coir acido muriatico , e non si ebbe alcuno svilup- 
po di gas acido carbonico ; 2° coli' acido solforico , 
e si ebbe sviluppo sensibile di gas acido muria- 
tico ; 3° col muriato di barite , e si ebbe un pre- 
cipitato di solfato di barite , che proporzionato alla 
quantità totale della soluzione acquea corrisponde- 
va a 26 grani di solfato di barite bene asciugato 
e pesato; 4° col nitrato di argento nello stesso vase, 
nel quale era stato precipitato il solfato di barite . 
Si ottenne un precipitato abbondante di cloruro di 
argento , cbe diminuito della quantità dovuta al 
muriato di barite precedentemente affuso , e quin- 
di proporzionato alla quantità totale della soluzio- 
ne acquosa , equivaleva al peso di 28 grani ; 5** 
col carbonato neutro di potassa , che non pro- 
dusse a freddo alcun' effetto , ma che somministrò 
coir ajuto del calore un precipitato di magnesia, il 
quale indicava grani 2 , 5 di questa terra in tutta 
la soluzione acquosa ; 6° col nitro-muriato di oro 
che indicò la soda con la formazione del così detto 
muriato triplo . Dalle quali sperienze risulta , che la 
soluzione acquosa conteneva due soli acidi , e due 



i58 Scienze 

sole basi , cioè gli acidi solforico e muriatico , la 
soda e la magnesia . Quest' ultima base doveva es- 
sere in totalità unita all' acido soHorico , perchè 
se fosse stata unita anche in parte all' acido mu- 
riatico , avrebbe formato il muriato magnesìaco , 
sale deliquescente , e che non sarebbe sfuggito all' 
azione dell' alcool adoperato prima dell' acqua . 

La soluzione acetica non conteneva che la cal- 
ce combinata prima con 1' acido carbonico , che 
si svolse durante 1' azione dell' acido acetico . Fu 
precipitata la calce con 1' ossalalo di ammoniaca ; 
ed esposto il precipitato ottenuto in un crogiuolo 
di platino ad un fuoco sostenuto, se n' ebbero 20 
grani di calce caustica , che aggiunti all' acido car- 
bonico , necessario per la loro saturazione , rappre- 
sentano 36 grani di carbonato di calce , quanti ap- 
punto ne vennero disciolti dall' acido acetico . 

Si è detto di sopra , che l'ultimo residuo di 
otto grani fu esposto prima al fuoco con il dop- 
pio del suo peso di carbone puro , e quindi trat- 
tato coir acido nitrico debole , che ne svolse del 
gas idrogeno solforato, e che lasciò soli tre grani 
di residuo . Questa soluzione nitrica neutralizzata pri- 
ma con r ammoniaca e quindi trattata con 1' ossa- 
lato di ammoniaca, somministrò una quantità di 
calce uguale a gl'ani 2 ed una frazione , che unito 
all' acido solforico, dimostrato dall' azione del car- 
bone e dallo sviluppo del gas idrogeno solfora- 
to, somministrano appunto cinque grani di solfato 
di caJce , che separati dal residuo per mezzo del 
trattamento descritto , lo ridussero a soli 3 grani . 
Questa stessa soluzione nitrica dopo la preci- 
pitazione della calce, con 1' aggiunta di una solu- 
zione di carbonato neutro di potassa, e col successi- 
vo riscaldamento, indicò qualche traccia di magne- 



AcQCE TERM. ni Civitavecchia iSq 

sia. Per rendersi ragione dì questo fenomeno, con- 
viene supporre che verso il fine della eviiporazio- 
ne, fatta per raccogliere i principii fissi , quando 
il calore si avvicina a quello della ebollizione dell 
acqua, ed il fondo del vase esposto al Inoco, e 
ricoperto da un strato considerabile di deposito , 
concepisce un alto grado di riscaldamento, si de- 
componesse la piccola quantità di muriato di ma- 
gnesia contenuta nell'acqua della Ficoncella, come 
si ritrovò in quella delle terme Taurine: giacché 
si sa, che questo sale abbandona a secco il suo aci- 
do ad un calore anche inferiore a quello dell acqua 
"bollente, e lascia la magnesia insolubile. 

Finalmente ciò che Y acido muriatico potè cli- 
sciogliere dell' ultimo residuo di grani tre, e che, 

come si è detto, non eccedette - di grano , era un 

poco di ferro precipitabile in bleu per mezzo del 
prussiato o idrocianato di potassa ferruginoso, ed 

6 
i due ^rani e ^ quella combinazione di silice e fer- 
ro, che alcuni credono una lega di silicio e di 
ferro, e che altri riguardano come una combina- 
zione salina, nella quale la silice fa funzione di aci- 
do : e questa è la più comune opinione, che ha 
fatto dare al composto il nome di silicato di fer- 
ro. I chimici moderni i pii^i esatti, fra i quali ba- 
sterà nominare Davy e Èerzelius , hanno osservato 
che le acque minerali saline contengono quasi sem- 
pre questa combinazione di silice e ferro. 

A rendere completa V analisi del sedimento dell" 
acqua della Ficoncella altro ora non manca , che de- 
terminare il modo di combinazione che affettavano 
i principii rinvenuti nella soluzione acquosa del me- 
desimo , e che sono i due acidi muriatico e solfo- 



' *'>o ' S e 1 E ^t T 

rico, e le due basi soda e ni?jgnesla . Fu già av- 
vertito di sopra , che la magnesia in questa solu- 
zione non poteva trovarsi riunita coli' acido muria- 
tico, perchè questa combinazione essendo delique- 
scente , se ave?»' esistilo sarebbe stata disciolta 
nell' alcool, la di cui azione si fa precedere a quella 
cìeir acqua nel metodo di Bergrnan da noi adotta- 
to. Ciò posto, tutto r acido muriatico o idroclo- 
rico indicato dal cloruro di argento, si deve sup- 
porre combinato con la soda. Ora , secondo le ta- 
vole di Thorasom,38 di cloruro di argento conten- 
gono tanto di cloro da equivalere a 7 di acido 
idro-clorico, o muriatico, e queste equivalgono a 16 
di muriato di soda con la sua acqua di cristalliz- 
zazione. Per determinare dipoi le combinazioni dell' 
acido solforico con la magnesia e con la soda , bi- 
sognava conoscere prima la quantità assoluta di aci- 
do solforico, e quella di una delle due basi satu- 
rate da questo acido nella soluzione di cui parlia- 
mo : ciò che appunto fu fatto, come si è di so- 
pra esposto , precipitando tutto l'acido solforico con 
il muriato di barite , e la magnesia con il bicar- 
bonato di potassa a caldo . Il precipitato ottenuto 
col muriato di barite pesava 26 grani , locchè de- 
nota 8 , ^5 grani di acido solforico . Quello otte- 
nuto col bicarbonato di potassa ugualiava grani 2 , 
.5o , Ora 2 , 5o di magnesia saturano 4 ■» ^5 di aci- 
do solforico reale , cui aggiungendo 8, 2 5 di acqua , 
che ritiene il solfato di magnesia non anidro , si 
avranno i5 grani o parti di solfato di magnesia . 
Rimangono 4 1 ^^ f^i acido solforico , capaci di 
saturare circa 3, 5o di soda , ed otto parti di 
solfato di soda anidro potendo prendere undici 
parti di acqua di cristallizzazione , si avranno 19 
parti di solfato di soda . Ora i6-f« i5 + i9 = 5o 



Acque tirm. di Civitavecchia iGi 

non corrispondono esattamente ai 52 grani dì so- 
stanze saline disciolte dall' acqua , locchò potreb- 
be far credere che quaich errore fosse incorso 
nel processo di analisi. Ma se si considera, i.° che 

il sedimento dell' acqua della Ficon cella conteneva 

Zìi 

^g'^di acqua, come si è provato di sopra con espe- 
rienza diretta, e che valutando le quantità dei tre 
sali contenuti nella soluzione, come affatto privi 
<ii acqua, la loro somma sarebbe i5, 6, y5 ed 8 --39, 
^5, alla quale aggiungendo la proporzione di acqua 
competente secondo la sperienza diretta = 19, y5, 
si ha prossimamente lo stesso risultato di 5o gra- 
ni di sostanze saline sciolte dall' acqua ; e 3.° che 
per le numercse filtrazioni occorrenti in questo ge- 
nere di sperienze, si perde e rimane aderente ai 
filtri qualche porzione di sostanze saline anche di- 
sciolte nell'acqua; se, ripeto, si considerano que- 
ste due circostanze, si potrà rendere facilmente ra* 

gione del deficit di ~— 

*" 100 . 

Riassumendo dunque, i cento grani del deposi- 
to dell'acqua della Ficoncella svaporata sono for- 
mati come siegue, ossia contengono le sostanze, se» 
guenti. 

Sioluzione alcoolica -^ Muriato dì calce grani 4 

) Muriato di soda grani 16 

Soluzione acquosa ) Solfato di soda gr. 19 

) Solfato di magnesia i5 

Soluzione acetica — < Carbonato di calce gr. 3G 

liesiduo insolubile ) Solfato di calce gr: 5 

) Silicato di ferro gì: 3 

Somma - gr: — > 98 

Perdita 2 

»» « 

G.A.T.IX. n. 100 



iGa Scienze 

E siccome i cento grnni del deposito dell' 
acqua della Ficoncella non sono che la nona par- 
te «li quello ottenuto per lo svaporamento di cin- 
quanta libbre di acqua , così per avere T espres- 
sione della quantità di ciascuno dei principii rin- 
venuti neir intiero sedimento , basterà moltiplica- 
re per 9 ciascuno dei medesimi principii , ed al- 
lora i <;oo grani del sedimento si troveranno com- 
posti di 

, Muriato di calce — 36 

di soda — i44 

Solfato di soda — i^i 

Solfato di magnesia — i35 

Solfato di calce — 4^ 

Carbonato di calce > — 824 

Silicato di ferro — 27 

Perdita — 18 



Totale — 900 

E finalmente dividendo per 5o ciascuno di 
questi prodotti si avrà la loro quantità propor- 
zionale ad una libbra di acqua, come può veder- 
si nella Tav. I. 

L' analisi del sedimento delle acque delle ter- 
me Taurine fu eseguita sul medesimo piano , e 
con le stesse cautele, e dette i seguenti prodot- 
ti sopra cento grani . 

Muriato di calce — 3 Ì 

di magnesia — 0*2 

di soda •— 19 

Solfato di soda — . 21 



Acque term. di Civitavecchia iG3 

di magnesia — i4 

di calce — 07 

Silicato di ferro — - o3 

CaibonaLo di calce — 3o 



Totale 98 

Perdita 02 

E trasportando questa valutazione sopra i 900 
grani ( trascurando la piccola frazione in diletto ) di 
sedimento ottenuto da libbre 5o di acqua , si avran- 
no i stessi prodotti nelle seguenti proporzioni. 

Muriato di calce — 3 1 7 

di magnesia 

di soda 
Solfato di soda 

di magnesia 

di calce 
Carbonato di calce 
Silicato di ferro 
Perdita 

Totale -— • 900 

E dividendo similmente questi prodotti per 
5o , si avranno quelli cbe corrispondono ad una 
libbra di acqua, come può vedersi nella Tav. I. 

JNon essendo infrequente il caso di ritrovare 
nelle acque sollbrose fra i principii mineralizza- 
tori ancbe qualche idrosolfuro, o , come ora dice- 
si idrosolfato , specialmente di calce, né mancan- 
do questa base e T idrogeno solforato , o acido 
idro - solforico nelle acque termali di Civitavecchia, 
noi volemmo assicui'arci con la sperienza se esi- 



04 1 


171 

189 

126 


63 


270 


^7 
18 



iG4 Scienze 

stesse d mancasse questo composto nelle medesi- 
me , ed a tale oggetto fu istituito il seguente pro- 
cesso analitico. 

Sì fece bollire in vasi separati una quantità 
eguale di acqua della Ficoncella e delle terme Tau- 
rine , tino a che Tuna e Y altra fossero ridotte al 
quarto del loro peso . Quindi si lasciarono raffred- 
dare , e sì separarono dai depositi di carbonato e 
solfato di calce , che avevano formato , e si fe- 
cero sopra ciacuna di esse le sperienze seguenti 
in separati vasi di vetro . i°. Si affuserò le tinture 
di viole, di alcea, e di curcuma, e non si os- 
servò in esse alcun cangiamento di colore . Se 
qualche idrosoliato si fosse trovat* in alcuna o 
in ambedue le acque , le tinture di viola e di 
alcea si sarebbero colorate in verde , ed in rosso 
quella di curcuma . 2". L' acido solforico concen- 
trato produsse uno sviluppo sensibile di gas aci- 
do idro - dorico , e non isvolse alcuna bolla di gas 
idrogeno-solforato , locchò sarebbe necessariamente 
accaduto , se vi si fosse trovata qualsivoglia quan- 
tità apprezzabile d' idro - solfato . 3''. Il nitrato di 
argento e l' acetato di piombo produssero abbon- 
danti precipitati bianchì , che tenuti al coperto del- 
la luce , dopo a4 ore non avevano presa alcuna 
tinta fosca o nera: locchè rende affatto complete 1« 
prove esclusive della esistenza degT idrosolfati nel- 
le acque termali della Ficoncella , e delle terme 
Taurine. 

Sopra le due acque ridotte al quarto del loro 
volume per la svaporazione si fecero anche alcune 
prove per verificare i risultati ottenuti nelf analisi 
dei loro sedimenti. 1°. Si mescolarono le due acque 
termali con le soluzioni di ammoniaca e di cal- 
ce , che produssero ambedue un precipitato sola- 



Acque term. di Civitavecchia i03 

bile neir acido solforico , locchè somministra una 
Controprofva sicura della esistenza dei sali magnesìaci, 
a**. Il muriate di barite ed il nitrato di argento conti- 
nuarono a dimostrar sempre gli acidi solforico e mu- 
riatico. 3*. L'ossalato di ammoniaca non mancò di se^ 
gnare in una maniera assai sensibile la calce, la quale 
non potendo essere più quella del carbonato di 
calce che si era pi-ecipitato intieramente , ed es- 
sendo molto più abbondante di quella che avreb- 
be potuto competere a qualche atomo di solfato 
di calce, che fosse ancora rimasto disciolto in quel 
resto di acqua , forza è credere che appartenesse 
al muriate di calce, la di cui coesistenza (in pic- 
cola quantità, come nelle acque termali di Civita- 
vecchia ) con i solfati solubili è perciò diretta- 
mente provata contro r opinione di Bergaman e di 
Fourcroy , rivocata in dubbio da Bertholìet per il 
primo nelle sue memorie sopra V influenza delle 
masse nelle azioni chimiche. 

A compimento del nostro lavoro sopra le 
acque di Civitavecchia, noi sottoponemmo all' ana- 
lisi anche il deposito spontaneo delle acque del- 
la Ficoncella lungo il canale che le raccoglie. I 
depositi furono presi, i ^ vicino alla sorgente prin- 
cipale , 2 ° air altra sorgente lontana dalla prima 
circa 23o canne Romane; e 3*. quelli raccolti 
più al disotto alla distanza di altre 5o canne. Tut- 
ti questi depositi si trovarono per la massima parte 
composti di carbonato di calce, unito a piccole 
quantità dì solfato di calce e silicato di ferro . Le 
quantità di queste ultime sostanze, benché sempre 
tenuissime, andavano tuttavia crescendo dalla sorgen- 
te principale alla maggior distanza a cui questi 
depositi yeuuero presi ^ iu guisa che nei primi 



lG6 S e I KOf Z B 

si rinvennero —^ solamente fra solfalo di calce più 

4 
abbondante , e silicato di ferro più scarso, — nei 

secondi, e — neijli ultimi ; loccliè si accorda bcnis- 

lOO " 

simo con le leggi della solubilità del solfato di calce, 
eh' essendo sempre esilissima, cresce tutta\ia con la 
temperatura, e scema con es.sa. 

Uno dei problemi clic ci venne proposto a ri- 
solvere neir adempimento della nostra commissione 
sopra le acque termali di Ci\ itaveccliia, fu di esa- 
minare, se una di esse, o ambeduf^, salve le loro 
proprietà medicinali , si fossero potute condurre a 
canale aperto o chiuso dentro la Città, ove i balneanti 
avrebbero trovato comodi alloggi, e tutte le altre 
cose necessarie alla vita. 

L' accpia della Ficoncclla essendo la più cal- 
da, e scorrendo dalla sua prima scaturigine in un 
canale aperto, ma profondo angusto e bene incassa- 
to per un lungo tratfo, et sembrò la più opportuna 
per fare le osservazioni necessarie sopra il progressi- 
vo raffreddamento dell'acqua in un canale aperto, 
e sopra gli elfetti di questo raffreddamento nella 
composizione chimica di queste acque termali, cioè 
rapporto ai principii in esse contenuti. 

E primieramente fu osservato, che a pochi piedi 
lontano dalla sorgente, nel principio stesso del ca- 
nale, dove l'acqua si è appena raffreddala dì un 
grado, si forma alla superticie della medesimaAina 
pellicola di carbonato calcare abbastanza solida per 
sostenere qualche lucertola che noi vedemmo attra- 
versare il cauale senza romperla, e molti licheni 
di varii colori gialli e verdi, che simulavano de- 
positi ocracei e vitiiuolici, ma che all'esame non 
esibivano alcuna particola di ferro. Questa pellicola, 



Acque tkrm. di Civitavecchia 167 

giunta ad una certa spessezza, o cade per il suo 
proprio peso, o vien rotta e fatta cadere dallo svi- 
luppo dei gas che Irovansi nell'acqua, e si for- 
mano così quei depositi al fondo, che stratiJi- 
cati in forma dì spato lo rialzano tanto piiì rapi- 
damente, quanto più T acqua si allontana dalla sor- 
gente, e si railicdda. Quindi la necessità di ripu- 
lire il canale di tempo in tempo , perchè V acqua 
scorra liberamente lino ad un mulino, eh' essa mette 
in movimento, riunita a quella che proviene dulie 
terme Taurine e da altre sorgenti vicine . 

Sembra dunque non potersi avere alcun dub- 
bio sopra l'impossibilità di condurre quest'acqua 
fino a Civitavecchia in canale aperto, senza che venga 
affatto snaturata nei suoi principii, perdendo i suoi 
gas acido carbonico ed idrogeno solforato, e depo- 
nendo il suo carbonato calcare. Ma non sarebbe que- 
sto il solo disordine, cui si andrebbe incontro, vo- 
lendo condurre l'acqua della Ficoncella fino a Civi- 
tavecchia, che n'è lontana circa tre miglia. Altro 
gravissimo sconcerto s' incontrerebbe per la perdita 
totale di quella quantità di calorico, che rende que- 
st'acqua così eminentemente termale. A tal'uopo si fe- 
.cero osservazioni termometriche di 45 in ^j canne 
romane lungo il canale della Ficoncella, e queste os- 
servazioni trovansi raccolte nell'annessa tavola 2. re- 
datta con somma diligenza dal nostro collega sig. 
Scaccia. Si rileva dalla medesima, che alla distanza di 
sole canne romane ij./^S , ossia di un miglio e 

^dalla sorgente, l'acqua si era ridotta alla tempe- 
ratura di gradi 19, cioè di un grado più fredda dell' 
atmosfera all' ombra. 

E bensì verisimile che questi abbassamenti di 
temperatura e questi depositi calcarci sarebbero mi- 



iGS S e r E ^' z E 

nori in pari tempo, conducendo l'acqua per un canale 
chiuso; ma la necessità di lasciare per intervalli qual- 
che comunicazione coli aria per l'uscita di quella del 
canale spinta dall'acqua , rarefatta dal calorico svi- 
luppato dalla medesima, ed aumentata nella sua massa 
dallo svolgimento dei gas dell'acqua stessa: tutte que- 
ste circostanze potrebbero ritardare, ma non annullare 
gli effetti osservati nel canale aperto^ e si può sup- 
porre con fondamento, che se in un canale aperto 
r acqua si raffredda dalla temperatura di 44-" ^ quel- 

la di 19.° per il corso di un miglio e 'J non si 

raffreddarebbe meno in un canale chiuso della lun- 
ghezza di tre miglia, e si troverebbe alla fine del 
suo corso eh' essa avrebbe perduto verisimilmente 
tutto il calorico, e tutt'i suoi principii elastici, de- 
ponendo altresì in questo tempo il carbonato ed il 
solfato di calce, che ostruirebbero il canale chiu- 
so nella stessa guisa che ostruiscono il canale aper- 
to; ed allora la necessità di ripulirlo portando se- 
co quella di romperlo o di aprirlo, renderebbe per 
questo solo riflesso incompatibile con ogni econo- 
mia un tal sistema di condurre le acque a Civi- 
tavecchia. 

Finalmente non è da trascurarsi la considera- 
zione , che le acque termali per calde eh' esse siano 
al pari della nostra, non si amministrano in bagni 
in tutta Italia e fuori, che alla sorgente stessa, do- 
ve con opportuni mezzi si modera il calore dell' ac- 
qua senza perdere in tutto i suoi principii elastici e 
qualcuno dei fissi. 

Non rimangono dunque che due soli partiti a 
prendere per mettere il pubblico in istato di far uso 
più comodamente delle acque termali di Givitavec- 
thia. L'uno è quello che attualmente si pratica, dì 



Acque term. di CiviTAyEccHiA iQcf 

trasportare cioè in barili o in botti V acqua cbe at- 
tinta alla sorgente della Ficoncella giunge così chiu- 
sa in Civitaveccliia ancor calda di Ò5.° R.; e T altro 
di formare uno stabilimento allo Ficoncella stessa, o 
alle lernie Taurine, profittando degli avanzi delle 
medesime. In verità tlurante la stagione estiva l'at- 
mosfera di questi due luoghi non va esente da ogni 
sospetto d'insalubrità ; ma le fabbriche, le piantagio- 
ni di alberi verso il mezzogiorno, ed altri mezzi 
d' igiene potrebbero togliere in tutto o in parte que- 
sto grave disordine. Conviene però confessare che le 
spese occorrenti per una intrapresa di questa natu- 
ra, non potrebbero essere che grandi nella prima 
erezione dello stabilimento, e questo riflesso obbliga 
almeno per il momento a dare la preferenza al tra- 
sporto , come ora si eseguisce , delle acque ia 
città. 

Ma i poveri che non sono in istato di sop- 
portare le spese del trasporto , meriterebbero che 
si disponessero negli avanzi delle terme Taurine tre 
o quattro piccole camere con le necessarie vasche, 
nelle quali potessero bagnarsi con comodo e de- 
cenza . E per quest' oggetto poi , e per V altro del 
trasporto delle acque , si dovrebbe condurre a ter- 
mine la comoda strada già incominciata , e clie do- 
vrebbe menare tanto alle terme Taurine , che al 
colle della Ficoncella , e fiancheggiarla di alberi per 
garantire dai colpi di sole gì' infermi che voles- 
sero colà condursi a prender bagni . 

Infine alla sorgente della Ficoncella, dove si va 
ad attingere 1' acqua che si trasporta in Civitavec- 
chia, dovrebbe puranche costruirsi un locale coper- 
to con le opportune comodità per il facile riem- 
pimento dei barili e delle botti , locchó si fa ora 
con difficoltà Qtl allo scoperto • Ma di tutte le 



ino Scienze 

previdenze dì questo genere ha già dato il suo 
narere a parte il nostro collega sig. Scaccia , e 
confidiamo che il Governo abbraccerà il partilo dal 
medesimo proposto , e manderà ad effetto le mi- 
sure reclamate non solo dalla popolazione di Ci- 
vitavecchia , ma dagl' infermi di tutti i paesi , a 
quali potesse giungere la fama di queste acque 
e nascere la speranza di trovarvi rimetlio ai loro 
mali . 

E qui duolci di nuovo di non potere addur- 
re una serie abbastanza numerosa di latti bene os- 
servati ed autentici , onde stabilire sopra le basi 
della sperienza le virtù medicinali delle acque di 
Civitavecchia , e somministrare così a coloro che 
Terrebbero larne uso una "uìda che clixiene sicura 
quando è rischiarata dall' analisi chimica. Contut- 
tociò noi non vogliamo lasciare aifatto mancante 
questa parte del nostro lavoro , e in difetto di più 
recenti osservazioni , noi formeremo la nostra opi- 
nione sopra le antiche , specialmente quando o$se 
sono conformi alle analogie dedotte dall' analisi 
chimica . 

Le acque di Civitavecchia pertanto sono ter- 
];nali , e del genere salino solforose, locchè fa pre- 
sumere di già che le medesime, potranno essere utili 
in tutt' i casi , nei quali si adoperano con frutto 
le acque congeneri di altri paesi , come quelle d 
Ischia in Aapoli, le acque Caje di Viterbo, quelle 
di Abano a Padova , di Valdieri in Piemonte , di 
Veltri nel Gcnovesato , e tante altre celebrate in Ita- 
lia e fuori . Dilfatti nelle vecchie piaghe , negli erpe- 
ti e reumatismi cronici, nei teli podagrici, nelle ostru- 
iiioni di fegato e di milza , negf infarcimenti delle 
glandole prodotti da umori freddi e scevri di sin- 
.tomi flogistici , nelle rigidità degli articoli prodot- 



Acque term. di Civitavecchia ini 

te da contusioni antiche , ed accompagnate da gon- 
fiezze ossee , sarcomatose , ed anche edematose , le 
acque termali di Civitavecchia hanno esibite feli- 
cissime guarigioni , come viene indicato dal cita- 
to passo di Pihodio. come risuha «ia molte osser- 
vazioni riportate nel libro dj Tonaca , e come ab- 
biamo noi stessi veduto in moìte circostanze . Ed 
a produrre questi eifetti, le acque termali di Civi- 
tavecchia, non altrimenti che la maggior parte delle 
acque congeneri d Italia, furono amministrate in ba- 
gni , cioè esternamente . Ma si possono adoperare 
queste acque internamente, ed in quali casi ? A 
questa domanda risponde affermativamente ma trop- 
po timidamente il Torraca ( part: 2, art: VI ) per 
potervisi affidare con sicurezza , ed il defunto mio 
amico D. Nucci mi aveva annunziato di avere am- 
ministrata internamente Y acqua della Ficoncella a 
pijj di un' infermo , alcune volte con vantaggio 
reale , come in casi di affezioni arenulari e di ca- 
tarro di vescica , e sempre senza danno . 

JViuno diffatti dei principii fissi o volatili con- 
tenuti nelle acque di Civitavecchia può ispi- 
rare alcuna diffldenza sopra T uso interno delle me- 
desime , meno il solfato di calce . Ma la sua quan- 
tità è tanto esile , e si trova unito con tanti al- 
tri sali solubili , ed in quantità tanta maggiore , 
che non è in v^run conto da temersi la sua jjre- 
senza . Il carbonaio di calce, reso solubile dal gas 
acido carbonico , rende le nostre acque in qualche 
modo simili alle così dette acque mefitiche alca' 
line , r utilità delle ouali nella litiasi , e nei ca- 
tarri di vescica è già da lungo tempo riconosciu- 
ta . Infine tutti gli altri sali perfettamente solubili 
rendono le acque di cui parliamo analoglie alle 
acque saline , che sono cotanto utili negf infarci- 



1^3 Scienze 

menti mucosi , pltuitosi , nell' inerzia della bile , 
nelle ostruzioni dei visceri addominali , e nelle ca- 
cliessie in genere . Dalle quali considerazioni si ri- 
leva, che r uso interno delle acque di Civitavecchia 
amministrato con ponderatezza e con misura può 
riuscire innocuo , anzi utile in tutt' i casi conve- 
nienti , e potrebbe giustificare pienamente il nome 
di f^escicarie che , come abbiam veduto , si sup- 
pone dato dagli antichi alle medesime . 

Infine Civitavecchia per la sua posizione ma- 
rittima offre a quelli che vi accorrono per profit- 
tare delle sue acque termali anche il comodo di 
usare i bagni di mare , utilissimi e non di rado 
necessarii per completare le cure eseguite con ogni 
genere di acque minerali , e qualche volta per cor- 
reggerne gli effetti sfavorevoli . Vero è che niuno 
stabilimento è colà preparato per T amministrazio- 
ne dei bagni di mare ; ma è da sperarsi che qual- 
cuno di quei zelanti cittadini , o la città stessa , 
prenda a cuore u>n' intrapresa che sarebbe di un 
utilità assai più generale di quella dei bagni ter- 
mali , tanlopiù che sopra la lunga costa dei stati 
pontificii sul Mediterraneo niun altro punto più fa- 
vorevole potrebbe rinvenirsi ad un pari stabilimen- 
to, e gli abitanti della capitale, e quelli delle pro- 
vincia cis-appennine accorrerebbero in folla a pro- 
fittare di un rimedio utile egualmente ai sani , ai 
valetudinarij, ed agF infermi, e eh' è divenuto di 
un' uso universale e veramente europeo. 



73 



Fatti per sennre alla storia delf oro , Memoria 
del sig. Pelletier, letta ali accademia delle scien* 
ze di Parigi, (a) 

ESTRATTO 

llnantunque molti chimici non solo antichi, ma 
anche moderni, fra i quali i celebri Proust, Vau- 
quelin , Oberkampft, e Ber/elius , si sieno occu- 
pali a studiare le proprietà dell' oro e delle su» 
combinazioni , ed abbiano arricchito la scienza di 
fatti importantissimi , pur nonostante esistevano 
tuttora delle lacune , che rendevano incompleta 
la storia di questo metallo. S' ingnoravano infatti 
le proprietà dei sali d' oro , o piuttosto si erano 
descritti dei sali , che non potevano esistere , e 
si erano presi per sali tripli sostanze, le quali non 
erano che semplici miscugli . Si era rilevato da 
molti chimici la difficoltà di precipitare 1 oro dal- 
la sua soluzione nelf acqua regia per mezzo del- 
le basi salificabili : si era veduto che un' eccesso 
d' acido nella soluzione di questo metallo si op- 
poneva alla precipitazione dell' ossido d' oro : ma 
non si era spiegato in una maniera soddisfacente 
come un' eccesso d' acido, che verrebbe saturato 
dalle prime porzioni di basi salificabili impiegate , 
poteva opporsi alla precipitazione ulteriore dell'os- 
sido, o piuttosto si era fatta una supposizione trop- 
po azzardata, ammettendo in questo caso la for- 
mazione d' un sale triplo indecomponibile da nuo- 



(a) Annal: de ehiai: et phys: septembre et octobre 1820^ 



l'ji Scienze 

ve quantità di basi. Finalmente non si era fatto al- 
cuna distinzione nella natura dei precipitati for- 
mati nel cloruro d' oro per mezzo di diverse basi 
stìlificabili , ed ereno stati considerati tutti come 
identici . Questi sono slati gli oggetti , dei quali 
si è particolarmente occupato T A. in questa me- 
moria , di cui presentiamo V estratto . 

Azione degli acidi minerali sopra i cloruri 
d oro . 

Per meglio conoscere 1' azione degli alcali so- 
pra i cloruri d' oro, TA. incomincia dall esporre 
i risultati ottenuti nel trattare, con gli acidi mi- 
nerali , i cloruri e gli ossidi d' oro . 

Il primo acido messo in azione sopra il clo- 
ruro d' oro è stato \ acido solforico concentrato. 
Quest' acido non produce alcun cambiamento sul- 
la soluzione di cloruro d'oro; ma esposta la me- 
desima air azione del fuoco si sviluppa il cloro, 
e si precipita come all' ordinario, prima il sotto 
cloruro d' oro , e quindi Toro metallico, eh' è l'ul- 
timo risultato dell' azione prolungata dell' acido sol- 
forico . 

Gli acidi fosforico , arsenico , e generalmente 
tutti gli acidi minerali saturi di ossigeno e suscet- 
tibili di poter essere elevati ad un'alta tempera, si 
comportano sul cloruro d' oro , come 1' acido sol- 
forico ,. 

L' acido nitrico , e gli altri acidi volatili sa- 
turi di ossigeno non hanno parimenti alcun' azio- 
ne particolare sul cloruro d' oro : essi si volatiz^ 
.7ano per mezzo del calore, e lasciano il medesi- 
mo intatto. Se però, si continui a riscaldarlo dopo 
l'evaporazione dell' acido straniero , si decompone, 
come air ordinario . 



Storia deil' oro l'jS 

Gli acidi saturati di ossigeno messi in contat- 
to col sotto - cloruro d' oro presentano un' altr or- 
dine di fenomr^ni . Lssi pare che agiscano in vir- 
iù dell' acqua che contengono . Si sa che questo 
liquido decompone il sotto - cloruro d' oro , pre- 
cipita cioè una parte di oro che abbandona il suo 
cloro, meni re 1 altra parte portata allo stato di 
cloruro si scioglie nell' acqua . Se dunque gli aci- 
di sono privati di questo liquido , come Y acido 
fosforico vetroso , e V acido borico , non v' è al- 
cun' azione Ira queste sostanze , ed il sotto - clo*- 
ruro ; se poi contengono dell'acqua, allora ha luo- 
go la medesima decomposizione, che produce que- 
sto liquido , ed è tanto piià pronta, quanto è mag- 
giore la sua quantità . In queste diverse circostan- 
ze non si sviluppa ne' cloro , né acido idroclori- 
co, e se vi si aggiunga V azione del fuoco, i fe- 
nomeni sono i medesimi : solamente la decompo- 
sizione è più rapida . Tali risultati provano , che 
non si possono ottenere sali d' oro dall' azione 
degli acidi sopra i cloruri di questo metallo , e 
che il cloruro d' oro sciogliendosi nell' acqua non 
passa allo stato d' idroclorato . 

lezione degli acidi sult ossido d' oro. 

Gli acidi che hanno Y ossigeno per principio 
acidificante non possono sciogliere 1' ossido d' oro 
né combinarvisi , eccettuati il nitrico ed il sol- 
forico , e questi ancora non formano combinazio- 
ni permanenti . Per conseguenza non ammette 1' A, 
che gli acidi possano formare vere combinazio- 
ni saline con 1' ossido d' oro , e le soluzioni del 
medesimo negli acidi nitrico e solforico non pos- 
sono neppure considerarsi come tali , Infatti sono 



1^6 SciErrze 

esse estremamente acide; la quantità dell'ossido che 
contengono è piccolissima per rapporto alla mas- 
sa del dissolvente . D' altronde non si può para- 
gonare r azione delF acqua su queste soluzioni con 
quella, che lo stesso liquido esercita sopra alcu- 
ni sali metallici , come il nitrato di bismuto ec. 
Poiché in quest' ultimo caso si forma un sale con 
eccesso di base, ed un sale con eccesso d' aci- 
do, e solubilissimo, ciò che non ha luogo nel- 
le soluzioni d' oro . Finalmente queste medesime 
soluzioni sono prive delle propri<ità che compe- 
tono alle combinazioni saline , nelle quali !e pro- 
porzioni di ossigeno della base sono in rapporti co- 
stanti con quelle dell' acido . 

Azione dei sali sopra il cloruro et oro. 

Se gli acidi , dice 1' A., fossero suscettibili di 
unirsi air ossido d' oro formando vere combina- 
zioni saline , le circostanze più favorevoli per ot- 
tenere tali combinazioni s' incontrerebbero senza 
dubbio nel giuoco delle affinità doppie. Ciò non 
ostante neppure con questo mezzo si può giun- 
gere a formare sali d' oro. Versando egli delle so- 
luzioni di solfato , e di fosfato di soda nel cloru- 
ro d' oro non ha ottenuto che semplici miscugli . 
Il solfato però ed il nitrato di argento versati nel 
cloruro d' oro producono un precipitato d' un co- 
lore giallo - brunastro; raz^ questo precipitato esa- 
minato dall' A. non è altro se non un miscuglio 
intimo di cloruro d' argento , e d' ossido d' oro. 



Storia dell'oro \nn 

Azione delle basi salificabili ( ossidi metallici ) 
sopra i cloruri d'oro. 

Le basi salificabili cbe TA. ha messo in azio- 
ne sopra il cloruro d'oro, sono state la potassa, la 
soda, la barite, e la magnesia. Versando la potassa, 
che però non sia in eccesso per rapporto alla quau- 
tià del cloro, in una soluzione di cloniro d'oro non 
si forma al momento il precipitato, ma il liquido perde 
il suo colore dorato per prendere una tinta rosso- 
brunaslra. Qiiest elTctto è dovuto alla saturazione 
dell acido idroclorico, che contiene quasi sempie. 
il cloruro d' oro. Dopo alcune ore incomincia a ma- 
nifestarsi il precipitato, la di cui formazione può de- 
terminarsi prontamente elevando la temperatura. 
Questo precipitato è di un colore giallo-rossastro^ 
leggerissimo, e molto voluminoso; la sua quantità 
Taria secondo alcune particolari circostanze, ma è 
sempre minore dell' oro' impiegato , ed è uguale tut- 
to al più ai cinque sesti. 

Se venga impiegata per la precipitazione dell' 
ossido d' oro una quantità di potassa in eccesso, sì 
ottiene un precipitato inlinitamente minore, anzi se 
1 alcali vi sia stato aggiunto a poco a poco, il pre- 
cipitato formato dalle prime porzioni d' alcali sì 
ridiscioglie in gran parte nelle seconde. Il precipita- 
to che si ottiene in quest' ultimo caso non solo diil'e- 
risce dal precedente per la sua quantità, ma anco- 
ra per il suo aspetto, e per la sua natura. I liqui- 
di, nei quali si sono formati i precipitati, sono anco- 
ra diversi. Nel primo caso hanno un colore gial- 
lo-rossastro; nel secondo un colore verde giallastro 
tanto più debole, quanto maggiore è stata la quan- 
tità della potassa . 

Il primo precipitato ottenuto dalla potassa non 
G.A,T.L\. 12 



jnS Scienze 

in eccesso, prova TA. eh è formato di ossido d' oro 
mescolato ad un poco di cloruro d'oro o di cloruro 
di potassio, che nasce dalla reazione delia potassa, e 
non è un muriato d'oro con eccesso di ossido , come 
ha preteso Oberkampi't. Il liquido, nel quale si è for- 
mato il precipitato d ossido d'oro per mezzo della 
potassa, dà coli evaporazione un miscuglio di dorare 
di potassio, e di cloruro d'oro. 

Allorquando si versa in una soluzione di clo- 
ruro d' oro una quantità eccedente di potassa, il li- 
quido, il quale da principio per le prime porzioni 
d' alcali era divenuto più cupo, si scolora rapidamen- 
te sopra tutto per mezzo del calore , e non conserva 
che una tinta gialia-verdastra, la quale ancora spari- 
sce diluita che sia coli' acqua. Mentre hanno luogo 
questi cambiamenti, si precipita una polvere nera- 
stra, la quale è tanto meno abbondante, quanto mag- 
giore è stata la quantità dell'alcali. In tutt' i casi 
non arriva mai al decimo del peso del metallo im- 
piegato. Questa polvere nera è un' ossido d'oro non 
idrato, che ritiene un poco di potassa. Se dunque 
questo precipitato non rappresenta che la più pic- 
cola parte dell' oro impiegato, bisogna necessaria- 
mente, che il resto si ritrovi nella soluzione. Ma 
in quale stato vi esisterà ? Vauquelin ha creduto 
che vi fosse in fórma di sale triplo , che la so- 
luzione cioè contenesse un muriato triplo d' oro 
e di potassa ; e siccome con altre basi salificabili 
lianno luogo le medesime combinazioni, per con- 
seguenza le ha tutte considerate come sali tripli • 
Ma r A. ha provato, che l'oro in queste soluzioni 
si trova allo stato di ossido combinato con le ba- 
si salificabili, e nel nostro caso con la potassa fa- 
cendo le veci d'un' acido: forma cioè un aurato di 
potassa ; così egli chiama una tale combinazione , 



Storia dell'oro * iy(^ 

come r ossido di stagno e quello di antimonio 
formano stannati ed antimoniati di potassa . In- 
fatti r opposizione , che presenta V ossido d' oro 
ad unirsi agli acidi, non dimostra forse che tende 
piuttoso a fare le funzioni di acido con Je basi 
salificabili ? Ammettendo quest' ipotesi , che sem- 
bra appoggiata a tanti latti da poterla considerare 
come una verità dimostrata, ed ammettendo anco- 
ra che ì oro nella sua soluzione nelf acqua regia 
si trovi allo stato di cloruro , tutte le anomalie 
operate finora realmente a questo metallo si spie- 
gano con gran facilità, e rientrano nella teoria ge- 
nerale . Così si spiega perchè l'addozione degli ai- 
cali nelle soluzioni d' oro non precipita immedia- 
tamente questo metallo allo stato di ossido , co- 
me accade in quelle soluzioni saline , nelle quali 
il metallo si trova allo stato di ossido . Ma nel- 
la soluzione d' oro nel cloro , questo metallo non 
è ossidato : bisogna dunque che 1' ossido si formi 
per la presenza della base salificabile: così, nel ca- 
so della potassa, l'ossigeno della medesima si por- 
ta sull'oro, mentre il cloro si unisce al potassio. 
Allor quando si versa poca potassa , una parte del 
cloruro deve restare indecomposta, ma quando fal- 
cali è in maggior quantità, tutto il cloruro d' oro 
è decomposto, e feccesso di potassa si unisce all' 
ossido d oro , che discioglie , meno una piccola 
quantità , la quale perdendo V acqua con cui era 
combinata , acquista una certa coesione , e si sot- 
trae così ali azione dissolvente della potassa. La 
soluzione scolorata consiste dunque in un miscu- 
glio di aurato di potassa , e di cloruro di potas- 
sio. Da ciò si concepisce la ragione , per cui la 
medesima è decomposta, e diventa colorata versan- 
dovi gli acidi : poiché al momento in cui un a-» 

»2 



i8o Scienze 

ciclo , por quanto sia debole , si trova in contatto 
deir aurato di potassa e del cloruro di potassio, 
r ossigeno dell' oro deve portarsi sul potassio, au- 
mentare la massa della potassa , che si combina 
con r acido , mentre il cloro si unisce all' oro ri* 
dotto alio stato metallico. 

La soda agisce sul cloruro d' oro nello stesso 
modo della potassa . La barite perù presenta qual- 
che di/Fercnza, la quale consiste in un afiluità mag- 
giore dell'ossido d' oro verso questa terra : alTmità 
tale, che impiegando anche poca barite si trova sem- 
pre una parte della medesima in combinazione coli' 
ossido d' oro precipitato, benché una certa quantità 
di cloruro d' oro resti nel liquido . Il precipitato 
ritiene ancora ostinatamente del cloro dovuto pro- 
babilmente alla presenza della barite . 

Impiegando una dose eccedente di barite per 
la decomposizione del cloruro d' oro , si ottiene 
uira polvere nera, eh' è V ossido d'oro non idrato 
con una certa quantità di barite , che si può to- 
gliere per mezzo dell' acido nitrico : la soluzione , 
da cui è stato precipitato l'ossido, è senza colore , 
e contiene un miscuglio di cloruro di barium , e 
di aurato di barite . Quest' ultimo gode delle me- 
desime proprietà dcdl' aurato di potassa , modificate 
da quelle che sono proprie della barite. 

li precipitato ottenuto dal cloruro d' oro per 
mezzo della barite essendo sempre più abbondante 
di quello somministrato dalla potassa , i farmaci- 
sti ed Oberkampf't stesso hanno indicato questo mez- 
zo per prepaiare 1' ossido d' oro; ma questo proces- 
so , dice 1 A., dev' essere rigettalo, poiché l'ossi- 
do d' oro così ottenuto ritiene sempre della bari- 
te , dalia quale è difficile di privarlo . 

Quanto alla magnesia , se questa terra si faC- 



Storia dell'oro i8i 

eia riscaldare in una soluzione di cloruro d' oro , 
e che non sìa in una dose eccedente, si ottiene un' 
ossido d'oro idrato impregnato di cloruro. Questo 
precipitato ritiene sempre un poco di magnesia ; la 
soluzione è di un colore gialio-brunastro , e con- 
tiene del cloruro d' oro , e dell' idroclorato di ma- 
gnesia (i). Versando una quantità di magnesia ec- 
cedente, il precipitato è egualmente .ormato d'ossi- 
do d oro idrato , e di magnesia in eccesso una par- 
te della quale dev' essere combinata all' ossido. II 
liquido contiene 1' idroclarato ,6 1' aurato di ma- 
gnesia ; non ha per se stesso alcun colore , ma di- 
venta colorato per mezzo dell' acido idi^oclofico . 

Il trattamento del cloruro d' oro con la ma- 
gnesia offre, secondo TA., il miglior processo per ot- 
tenere r ossido d' oro. Impiegando infatti un' ecces- 
so di magnesia , ì oro che resta nella soluzione è 
in piccola quantità , e la magnesia che resta me- 
scolata air ossido può facilmente operarsi per mez- 
zo dell' acido nitrico . 

Dei pretesi sali tripli d' oro. 

Non potendo V ossido d' oro formare combi- 
nazioni binarie con gli acidi, mentre 1' A. non con- 
sidera conica tali le soluzioni del medesimo negli 
acidi nitrico e solforico concentrati, egli non am- 
mette neppure i sali tripli . Infatti tutti questi pre- 
tesi sali tripli sono stati fatti con la soluzione d' 
oro neir acqua regia .In questa soluzione Y oro è 



(i) L'A. si è servito dell' espressione d' idocloralo perchè è mol- 
to probabile che il cloruro di magnesivim trovisi in questo stato in 
io'uzione neir acf^ua . 



iSa S e 1 Jì jx z E 

allo slato di cloruro; Y addizione d'.un cloruro stra* 
niero , come sarebbe quello di sodio e di potassio , 
deve dar luogo solamente a' cloruri doppj . Un fo- 
sfato , od un un solfato, non produce egualmente 
alcun cambiamento, e non si avranno anche in que- 
sto caso se non semplici miscugli . 

Ma neir aggiungere un cloraro alcalino al clo- 
ruro d'oro, se non si forma un sale triplo , ha al- 
meno luogo una combinazione fra i due cloruri? 
L'A. crede il contrario, poiché ha osservato che nell* 
unione di questi cloruri non v' è alcuna proprietà , 
di cui non si possa l'endere ragione supponendoli 
semplicemente mescolati , e la cristallizzazione di 
questi pretesi sali tripli è sempre quella del cloru- 
ro alcalino impiegato -. osservazione eh' è stata fat- 
ta anche da Obeikamplt, il quale ammetteva V esi- 
stenza dei sali tripli . 

dizione del j'odo sult oro. Jodiiro d' oro. 

Il jodo non ha un' azione molto sensibile sull' 
oro : ne altera appena il suo splendore . L' acido 
idriodico non ne ha alcuna; ma l'acido idriodico 
jodurato al lacca e scioglie ancora 1' oro . Il mi- 
glior mezzo, secondo l'A., per ottenere una tale so- 
luzione consiste nel prendere 1' oro molto diviso , 
e tarlo bollire con 1' acido idriodico , al quale si 
aggiunge a poco a poco nel corso dell' operazione 
r acidonitrico.il liquido filtrato bollente lascia spes- 
so deporre col ralìVeddamenlo il joduro d' oro d' un 
colore giallo di cedro , lucenlissimo , e come cri- 
stallino ; ma la maggior parte resta in soluzione nell' 
acido idriodico jodurato . Per mezzo allora dell' aci- 
do nitrico , che decompone 1 acido idriodico , e del 
riscaldamento che separa 1' eccesso di jodo , sì prc- 



Storia dell'oro i83 

clplta tutto il joduro d' oro sotto forma d' una pol- 
vere gialla verdastra . Con altri mezzi ancora si 
può ottenere lo stesso joduro d' oro, p. e. o metten- 
do l'ossido d' oro in cotatto con 1' acido idriodico, 
o versando sul cloruro d' oro 1' idriodato di po- 
tassa . 

Il joduro d' oro preparato o in un modo o 
neir altro è insolubile neil' acqua fredda ; pochissi- 
mo se ne scioglie nella bollente . Gli acidi idro-clo- 
rico , nitrico , e solforico a freddo non lo decom- 
pongono : per mezzo dell' ebullizione con questi aci- 
di concentrati , il jodo si sviluppa , e 1' oro ripren- 
de la forma metallica . Esposto ad una temp. di i5q 
si decompone egualmente . Gli alcali producono lo 
stesso effetto ; con la potassa si ottengono il jo- 
dato , e r idriodato di potassa , e 1' oro resta allo 
stato metallico sotto forma polverulenta . 

L' A. ha istituito molte sperienze per determi- 
nare le proporzioni del joduro d' oro . I risultati so- 
no stati sempre uniformi. Stabilisce dunque che il 
joduro d' oro è formato di : 

Jodo — 34 — 100 

Oro — 66 — 194» 1176. 

Dall' analisi di questo joduro, corrispondente 
cioè al protossido di questo metallo, determina an- 
cora le proposizioni degli ossidi d' oro, che sono 
come siegue . 

Protossido d' oro f «'^'§^"^ ^ ^' ^^^^' 
( oro — 100. 

Prossido d'oro f °''^S*^"° - io, o3. 
( oro — 100. 



l84 SciiiNZE 

E' stata esaminata ancora dall' A. V azione , 
eh' esercitano alcune sostanze vegetali , e special- 
aiiente gli acidi ed i sali vegetali sopra il cloru- 
ro e 1 ossido d oro . ^Si sapeva ohe tali sostan- 
ze generalmente precipitano 1 oro più o meno pron- 
tamente allo stato metallico dalla sua soluzione nell' 
acqua regia; ma supponendosi, che 1' oro in ta- 
le soluzione fosse allo stalo di ossido, si spiega- 
va la sua riduzione per mezzo dell idrogeno e 
del carbonio delle sostanze vegetali . Ora che la 
soluzione dell' oro nelT acqua regìa è considerata 
come un cloruro, la precipitazione dell'oro si spie- 
ga per 1 idrogenazione del cloro, che si fa per mez- 
2o dell' idrogeno contenuto nelle sostanze organi- 
che. Ma non tutti questi corpi agiscono nella stes- 
sa maniera . Dalle sperìenze dell' A. risulta , che 
se si eccettui i' acido ossalico , gli acidi tartari- 
co, citrico , ed acetico non decompongono ( al- 
meno in un dato tempo ) i cloruri d' oro : ma 
ha luogo una tale decomposizione se questi aci- 
di siano uniti ad una base, come accade col tar- 
trato acidulo e neutro di potassa e di soda , 
con i citrati alcalini , e gli acetati, sebbene que- 
sti ultimi agiscano più debolmente degli altri: in 
questo caso il cloro è tolto all' oro dalla base, che 
vi si combina col favore d' una parte dell' idro- 
geno dell'acido vegetale; idrogeno che serve a ri- 
durre la base, se si forma un cloruro alcalino» 
o a portare il cloro allo stato d' acido idroclori- 
co per Ibrmare un' idroclorato. 

Il solo acido ossalico, decomponendo il cloru- 
ro d'oro con isviluppo di gas acido carbonico, de- 
ve avere, secondo l'A., una costituzione partico- 
lare , e le sue spericnze confermano 1' opiuione 
del sig. Dulong, il quale lo considera come for- 
mato di acido carbonico o d' idroo^eno . 



Storia dkll'ojio ì85 

Finalmente gli acidi ossalico , citrico , tarta- 
rico, ed acetico tutti decompongono l'ossido d'oro 
portandolo allo stato melaliico . Con il solo aci- 
do ossalico una tale decomposizione ha luogo con 
jsviluppo di gas acido carbonico . 



Pomona italiana ossia trattato degli alberi fruttiferi, 
di Giorgio Galesio : tomo /, fascicoli due . Pisa 
pel Capurro ^ 1818, infoi, con S tav. superba- 
inerite miniate. 



N. 



on si potrebbe rendere conto di quest' opera sen- 
za incominciare dal fare conoscere i pregi materiali 
dell' edizione , che vince di gran lunga tutte quelle di 
simil geneie che sono stale con grande splendidezza 
intraprese oltramonli.L'eleganza dei caratteri e la niti- 
dezza della carta sono i minori di questi pregi, venendo 
l'occhio singolarmente trattenuto dalla squisitezza delle 
miniature che servono di corredo al libro e che ne 
sono anzi parte essenziale . Oltre all' esprimere con 
evidenza e con verità gli oggetti che rappresentano, 
sono eseguite con tutta quella delicatezza e, se così 
possiamo esprimerci , con tutto quel lusso a cui 
possa mai attingere quest' arte. 

In un breve preliminare avvertimento dichiara 
r A. che nelle figure e nelle descrizioni comprese in 
quest' opera non si è attenuto a verun metodo, atteso 
che gli fu d' uopo adattarsi all' opportunità di rin- 
venire in istato di perfezione i fiori e le frutta dei 
varj individui. Per la qual cosa i fascicoli conten- 
gono e conterranno varietà di spezie diverse e spezie 
di diverso genere insieme senza ordine mescolate. 
Avverte inoltre che compiuta che sia l'opera si pò- 



i86 Scienze 

tra mediante un indice metodicamente distribuire 
così le tavole come le pagine, nelle quali è stata per 
tale oggetto ommessa V indicazione numerica. 

In questi due primi fascicoli si descrivono al- 
cune spezie o varietà dei quattro generi ciliegio, 
pesco, susino, poro e fico; e sono il ciliegio susi- 
no e napoletano; il pesco mela e poppa di venere; 
il susino settembrino damaschino; il pero Allora; il 
fico pissalutto e gentile. Le tavole rappresentano al 
naturale un ramo fronzuto corredato di frutta matu- 
re, e talvolta, come nel fico, con frutta acerbe; 
indi il frutto spaccato per farne conoscere 1 interno, 
e quando si riputi conveniente si esibisce il fiore co- 
me vien fatto nel pero Allora. 

La descrizione di ogni spezie incomincia con 
quella del frutto fatta con frasi tecniche latine, ag- 
giungendovi il nome vernacolo e qualche sinoni- 
mo ancora. Si passa poscia ad acceonare in idioma 
italiano i principali caratteri dell'albero rispetto al 
tronco, alle foglie ed al fiore, indi si dà una più di- 
stesa esposizione del frutto considerato così nell'ester- 
no, come internamente; s'indica il luogo ove la pian- 
ta alligna in Italia ed in qualche estero paese, e 
succintamente si conciliano alcuni sinonimi tratti da 
opere o nostrali ovvero oltramontane. 

Perchè ad un'opera così splendida e di caro co- 
sto non s'abbia ad apporre l'epigrafe oculos pictura 
pascit inani ^ essendo assai sobria e succinta la par- 
te descrittiva prometjte l'A. nel frontispizio de' fa- 
scicoli che essa conterrà di mano in mano la clas- 
sificazione delle frutta, gli avvertimenti sulla loro 
cultura, e sarà preceduta da un trattato elementare 
di pomologia. Questo trattato, a quel che sappiamo, 
non è ancora comparso,- né potremmo abbastanza 
esortare X A. che ne afiVetti la pubblicazione acciò 



POMONA. ITALIANA l8y 

die sieno meglio gustate e meglio intese le sue descri- 
zioni. Senza di ciò s' ignorerà quali frutta consideri 
spezie, quali varietà, e qual valore conceda a que- 
sti termini allorché ne fa uso. Non saranno tampo- 
co bene comprese alcune proposizioni dipendenti dal- 
le sue particolari teorie. Così, per esempio, allor- 
ché parlando del ciliegio susino dice che le sue for- 
me sono state modiiicate dall' influenza del s Jsino, 
ciò, se non erriamo, significa che quando un cilie- 
gio trovasi in vicinanza di un susino la polvere 
fecondati ice di quest' ultimo passando nel fiore dell' 
altro induce alcune modificazioni tiel frutto; ma 
questa proposizione lestamente annunziata non po- 
trebbe così di leggieri essere accettala da alcuni fi- 
siologi. L'agricoltore inoltre attenderà con impazien- 
za questo trattato a fine di acquistare istruzioni sulle 
pratiche necessarie per innestare e per educare buo- 
ni alberi da frutto, e crederà che allora solo abbia 
r opera compiutamente soddisiatto al titolo di Po- 
mona che porta in fronte. Lo scienziato dall' altro 
canto sarà ben contento di apprendere quale sia il 
tipo e la genuina spezie di quelle tante varietà che 
si ottengono con 1' artifizio della cultura; investiga- 
zione che costituirà la parte veramente filosofica del li- 
bro. Su tale proposito non possiamo astenerci dal con- 
siderare che ottimo divisamento sarebbe stato se alla 
descrizione delle diverse qualità di alberi fruttiferi 
si avesse voluto premettere senza iudugio quella del- 
la spezie salvatica quando esista; se per esempio 
alla testa della serie dei peri, e dei meli fossero com- 
parsi il Pjrus pjraster^ ed il Malus sjlvestris che 
allignano nei boschi e che sono gli alberi della Na- 
tura. 

^ero è bensì che le dotte opere antecedente- 
mente scritte dall' A. e (juella nominatajaiente che 



1^8 S e I E N z » 

porta per titolo Teoria della riproduzione vegetale 
possono avviare il lettore ad intPDtlere quanto nella 
presente va egli esponendo; ma poiclìè questa si mo- 
stra così slarzosa, dovrebbe essere da sé stessa com- 
pleta senza dipendere dai sussidj delle altre minori. 
L' A. intanto ha dato un saggio della parte 
scientifica coli avere pubblicato il trattato del lieo, 
che quantunque stampato in l'orma di ottavo debb 
essere annesso alla Pomana italiana. Egli ha raccol- 
to quanto intorno a quest' albeio può dirsi, e sicco- 
me tale è il disegno che sembra avere delibei'ato 
di seguire ragionando di tutte le altre frutta, così 
ragion vuole che ci occupiamo a porgerne un di- 
steso ragguaglio. 

La prima indagine che egli saggiamente -intra- 
prende quella è di riconoscere quale sia il fico ti- 
po da cui derivano le varietà coltivate. Egli rav- 
visa per tale il caprifico ossia quella ficaja che 
nasce spontaneamente ne' luoghi salvatici ( Ficus ca- 
rica caprificus ); e dopo di avere descritto i suoi 
particolari caratteri e la sua maniera di vegetare e 
di crescere, lungamente si trattiene intorno alla frut- 
tificazione. Questo albero è uni fero, vale a dire non 
produce frutta che una sola volta alfanno,edin 
primavera sbocciano dalle gemme situate nelle 
ascelle delle foglie i piccioli fichi che acquistano 
la maturità botanica al cadere della state. L A. dà 
loro il nome di Grossi, nome adottato da parecchi 
scrittori latini per indicare i fichi primaticci o Fio- 
roni, benché alcuni altri intendano con questo vo- 
cabolo i fichi caduchi i quali non maturano. Ciò 
gli apre il campo a molte erudite investigazioni a 
fine di stabilire il vero significato della parola. 

Questi Fioroni o Crossi consistono in un ri- 
cettacolo mqjnbranoso e parenchimatoso che costi*- 



POMONA ITALIANA l8j) 

tuisce la borsa del fico, la quale nel suo interno 
racchiude gran numero di fiorellini parte maschi 
e parte femmine. I primi sono posti nella parte su- 
periore del concavo verso quell' apertura conosciu- 
ta sotto il nome dì occhio del Jico; gli altri In mag- 
gior copia sono ragunati nella parte inferiore più pros- 
sima al peduncolo. I fiori maschi costano dì un 
calice o perigonio diviso in tre o in cinque laci- 
nie, dal cui centro sorgono gii stami in numero di uno, 
e di due fino a nove, ma più sovente di quattro 
o di cinque; qualche volta scorgesi nel mezzo un 
corpicciuolo equivoco che senza ragione fu preso 
pel ludimeuto di un pistillo abortito. I fiori fe- 
minei poi sono essi medesimi corredati di calice eh» 
abbraccia un ovay'o fornito di uno stilo terminato da 
due stigmati ritorti e ineguali, e che racchiude un 
solo seme rotondo. 

Tali sono dice 1' A., i caratteri costanti del- 
la fruttificazione del caprifico d' onde appare che 
è una pianta spettante alla classe Monoecia , poi- 
ché porta i due sessi in due fiori diversi ma riu- 
niti sullo stesso individuo. Questa classificazione si 
discosta da quella di Linneo che aveva riposto il 
fico nella poligamia trioecia in quanto che suppo- 
neva che avesse fiori maschi , fiori l'emine e fiori 
ermafroditi sopra tre distinti individui . Ma 1' A, 
è di avviso che osservazioni equivoche ed illusorie ab- 
biano dato motivo a tale ripartizione; che i frutti con 
fiori solamente maschi sieno stati veduti nelle ficajc 
selvatiche in cui talvolta sono per accidente abor- 
titi gli organi feminei; che gli altri con fiori femi- 
ne siensi riscontrati nelle ficaje domestiche ove per 
mostruosità non havvi mai maschi; e che gli erma- 
froditi non esistano punto essendo stati scambiati 
€ou essi certi fiori staiiiiniferi del caprifico che sem- 



IQO Scienze 

brano avere nel loro centro un rudimento ài pistillo . 
Alcuni botanici mal paghi della classi tìcazione di 
Linneo riposero il fico nella poligamia dioecia ed 
altri come Persoon nella dioecia triandria; ma TA. 
dopo di avere impugnato tutte queste sentenze sta- 
bilisce, come abbiam detto, che la vera sua classe è 
la monoecia , ed in quanto all'ordine si attiene al- 
la triandria per non introdurre inutili cambiamenti, 
bencliè sia molto variabile il numero degli stami 
come lo mostra in un'apposita tabella. Termiua que- 
sto articolo con la descrizione della specie del I^i~ 
cUs carica stesa in latino col metodo e coi termi- 
ni della scienza . 

Se il caprifico è il prototipo dei ficbi come ne 
provengono tutte le varietà che si coltivano negli 
orti e nelle campagne? La ficaja selvatica porta frut- 
ta spugnose , asciutte , senza polpa , senza buon sa- 
pore talché non sono mangiabili; la domestica ali* 
opposto ne produce di succolente e di mielate clie 
riescono soavi al palato. Tutto il mistero di siffat- 
ti cambiamenti, soggiunge 1 A., si riduce ad un'al- 
terazione che soffrono in questa gli organi della ri- 
produzione, ossia, come egli si esprime, al mulismo. 
Questo termine di cui abitualmente si vale allude 
presso di lui a quello stato in cui trovansi le ficaje 
domestiche , le quali sono incapaci di generare o di 
produrre seme fecondo per mancanza o per difetto 
dei sopraddetti organi: esso equivale a quello di ca- 
strazione o , diremmo noi , di spadonismo se si 
volesse adottare un termine di provenienza latina che 
non sappiamo se sia tale da potere fare fortuna. Cer- 
to è che la parola mulismo non esprime quello che 
si vuole dare ad intendere e che ogni qualvolta in 
queste pagine s'incontra forma sempre intoppo nel- 
la mente del lettore che è necessitato di tradurla giù- 



POMONA ITALIANA i^l 

Sta il significato che dall' autore le viene attribuito.' 
Muli chiamanslnel linguaggio comune quegli indivi- 
dui che provengono dall' accoppiamento di spezie 
dissimili? 1 infecondità è bensì uno de' loro attri- 
buti , ma nuli dipende né da mancanza , né da di- 
fetto apparente degli organi della generazione; e quell* 
attributo non è la principale, né la più ovvia idea 
che occorra alla mente pronunziando o udendo il 
vocabolo. Perciò una donna sterile ed un uomo pri- 
vo della facoltà lécondatrice e un eunuco non si 
chiamerebbero muli . 

Allorché adunque le parti destinate alla gene- 
razione o maschili o feminee o f una e Y altra in- 
sìpme sono così viziate ne' fichi che non possono 
adempiere airufUzioloro,ne addiviene a senso delVA, 
che quell'umore proUlico, quella soprabbondanza di 
vita ditr;rmaia nel frutto una separazione straordi- 
naria di sostanza per cui esso maggiormente ingros- 
sa , diviene più succolento e polputo ed acqui- 
sta la maturità pomologica. Questa sorta di natu- 
rale castrazione può essere di due spezie; o total- 
mente dispajouo i fiorì maschi e rimangono i femi- 
nei ; o questi e quelli sono del pari obbliterati. Si 
chiederà ora da quali cause derivino queste alte- 
razioni nel sessuale organismo. L'A. dice che le fi- 
caje incapaci di portare fiori perfetti nascono da* 
semi del caprifico che hanno ricevuto nella conce- 
zione loro i caratteri dello spadonismo . Allora quan- 
do addivenga che nelle ovaje di un caprifico siavi 
soprabbondanza e promiscuità d' influenza maschile 
gli >embrioni in tal caso ;non giungono a perfezione, 
ma combinasi , die' egli , un germe complicato , il 
quale per un principio delle leggi eterne della crea- 
zione é privo di sesso o lo porta imperfetto (pag.zS ). 

Questa proposizione meriterebbe qualche ri- 



192 S e I B N Z B 

schiaramento perchè si dovessero senza titubanza 
ammettere le conseguenze che ne ricava 1 \. Con 
la frase di promiscuità dell in /licenza maschile inten- 
de egli forse la concorrenza di molti fiori maschi o 
dì molti individui della medesima spezie che disper- 
dano la loro polvere prolifica per fecondare un ger- 
me? Se così è come adunque addiviene che questa 
promiscuità e la copia di umor seminale che pe- 
netra nelle ovaje abbiano la capacità di alterare sì 
fattamente i germi stessi che debbano da essi de- 
rivare piante mutilate negli organi della generazio- 
ne ? Noi non veggiamo in tali casi succedere nien- 
te di simile negli animali; se non che sembra che 
r A. «sia persuaso che i vegetabili costituiscano in- 
torno a ciò una particolare eccezione a nonna del- 
le esperienze da lui riferite nella Teoria della ripro^ 
dazione vegetale (pag. 64 ) a cui rimettiamo il let- 
tore. Duriamo per altro fatica a comprendere co- 
me ciò succeda per un principio, come egli si espri- 
me , delle leggi eterne della creazione ; poiché non 
sì conosce in natura la necessità che da un gf»rme 
fecondato da soprabbondanza di seme debba prove- 
nire un individuo incapace di prolificare. 

Comunque ciò sia sembra almeno confermato 
dalle osservazioni dei botanici che i fichi domesti- 
ci sieno castrati . Essi mancano del tutto di fiori 
maschili; ed i feminei sono infecondi perchè van- 
no forniti di un seme coriaceo e voto, mentre la 
sostanza destinata a formare la mandorla crede si che 
si sviluppi in una polpa succulenta e mielata. 

Ma non sono questi, seguita l'A., i soli effetti 
della soppressione dei sessi. La ficaja che di sua na- 
tura sarebbe unilera che, vale a dire, non produr- 
rebbe frutta, che una sola volta all' anno diventa 
spesso bifera cioè fruttifica due volte. I primi fi- 



PoMONA ITALIANA . l()3 

chi sono quelli che provengono dalla crescita e dal- 
la maturazione degli embrioni appartenenti alle gem- 
me fiorifere sbocciate nell antiinno dell anno ante- 
cedente. Essi si fanno manifesti nella primavera del 
susseguente, maturano presso noi verso luglio e so- 
no que' fichi chiamati primaticci e precoci e vol- 
garmente fichi-fiore o di primo fiore o fioroni. In- 
tanto per un rigurgito di sostanza nutritiva prorom- 
pono sulla fine di giugno altre gemine d'onde esco-, 
no fichi la cui maturazione comincia in agosto e 
continua per due e tre mesi , Questi sono i fichi 
serotini, autunnali e settembrini. Riflette per altro 
giustamente TA. che il serotino o tardivo sarebbe 
propriamente quello di primavera poiché erasi già 
formato nel precedente anno, mentre al settembrino 
competerebbe piuttosto il nome di precoce e più ve- 
ramente di abortivo . Non tutte pertanto le ficaja 
producono queste due generazioni di fichi : alcune 
maturano il fiorone ed abbandonano i fichi autun- 
nali, come succede al così detto fico gentile; ed 
altre si diportano victì-versa come vedesi nei bro- 
giotti e nei dottati. 

Esposte queste cosepassaTA. a svolgere più am- 
piamente la storia delfico salvatico o caprifico. Esso, 
come abbiamo già detto, costituisce il vero tipo ; 
esso è il fico fecondo, quello a cui è affidata la con- 
servazione della spezie benché sia affatto inutile all' 
uso delfuomo. Nonpertanto questa pianta è soven- 
te soggetta a particolari modificazioni che senza al-* 
terare gli spezifici suoi caratteri ne variano i mo- 
di di essere e producono insigni aborti . Ben- 
ché in generale il suo frutto o veramente il suo ri- 
cettacolo vada corredato di fiori maschi e femine 
tutti perfetti, nondimeno talvolta i femiuei sono abor- 
titi in.totaliià o in parte i ed ora gli organi delitti 
Q.A.T.IX. ■ i3 



194 Scienze 

generazione dell' uno e dell' altro sesso sono cosi 
mutilati che non vi appare distinta organizzazione. 
Tutte queste fruita soao precoci o fioroni , e se al- 
cuni autori dicono esservi caprilichi uniferi die pro- 
ducono in cambio frutta serotine, assicuraTA. che non 
gli riuscì mai di vederne. 

11 caprifico è bensì anch' esso qualche volta 
bifero; ma in questo caso i fichi che sbucciano in 
estate e che maturano nel prossimo autunno sono 
aborti che contengono soltanto fiori feminei con un 
grano senza ovolo e perciò infecondi. Talvolta an- 
cora invece di fiori liavvi una peluria insignifican- 
te ed allora cadono avvizziti, mentre i primi sono 
capaci di acquistare la maturità pomologica . Addi- 
viene eziandio in alcuni paesi che simili fichi se- 
rotini portano fiorì feminei perfetti e racchiudenti 
un grano suscettibile di fecondazione . Tale capri- 
fico è descritto dal Cavolini e dal Pontedera. 

Finalmente questa pianta diviene anche trifera- 
Tale razza è sconosciuta Ira noi ma alligna nelle iso- 
le dell'Arcipelago, ove trovausi ficaje salvatiche che 
danno tre sorta di frutta niuna delle quali è buo- 
na a mangiarsi . Tournefort ce ne ha lasciato una 
circostanziata descrizione . Il primo frutto chiama- 
to in quel linguaggio Ornos spunta in primavera, il 
secondo detto Fornites si maniliesta in agosto e du- 
ra fino a novendare. Sulla fine di settembre ne com- 
pare un terzo detto Cratitires che si sostiene per 
tu Ito l'inverno. 11 solo Ornos è un fico perfetto cor- 
redato di iiori maschili e di fiori feminei , mentre 
il Pornites ed il Cratitires ne portano solamente di 
questi ultimi. Osserva 1 A. che siffatto caprifico tri- 
fero non potn bbe essere in rigore che un vero bi- 
fero, imperocché le due ultime generazioni estive di 
J^ornites e di Cratitires nascendo ambedue nel gei- 



POxìIONA ITALIANA J qS. 

to novello dell'albero potrebb-^o in sostanza essere 
una sola generazione che continuatamente e succes- 
sivamente si sviluppasse. 

Per compiere Ja storia naturale del caprifico 
avrebbe dovuto Y A. soddisfare a varj quesiti che, 
se non erriamo, potrebbero essere proposti . i . Se 
è vero , come egli crede , cliP il fico domestico ca- 
strato negli organi sessuali maschili e viziato ne' 
feminei produca per tal causa frutta dolci e pol- 
pose , d' onde avviene che non hanno tal qualità 
quelle del caprifico quando sono in esse medasime 
obbl.iterati ambi i sessi , come si avvera allorché 
in caniljio dei fiori mostrano una tenue ed inutile 
peluria ? a . Se il fico domestico i cui fiori sono 
castrati deriva dai semi di que' caprifichi che ri- 
mangono fecondati da un' abbondanza di polvere 
prolifica quale origine hanno le frutta serotine del 
caprifico bifero clie oiTrono la stessa mostruosità ? 
e perchè quest'ultima pianta produce in estate frut- 
ta ermafrodite perfette , ed in autunno così muti- 
late? 3 . Se la castrazione tanto influisce sull' or";a- 
nismo del frutto da farlo riuscire succolento e mie- 
lato , perchè i Fornltes ed i Crafidres a cui man- 
cono del pari gli organi maschili sono insipidi e 
caduchi ? 4 • Se le ficaje domestiche sono bifere 
mercè un rigurgito di sostanza nutritiva prodotto 
dalla soppressione dei sessi , perchè bifero eziandio 
è il caprifico che ne' frutti primaticci è fornito di 
tutti gli organi sessuali ? Noi siamo di avviso che 
r A. saprebbe dare con la sua sagacità una sod- 
jdisfacente risposta a tutte queste inchieste . 

Dopo di avere esibito la storia del caprifico 
si trattiene a più particolarmente ragionare del fico 
domestico . Egli ne riconosce due varietà , Y una 
perfettamente castrata, e Y altra semi-castrata ( mu,- 

i3* 



njG Scienze 

la e semi-mula ) . La prima non isviluppa mai fio- 
ri capaci di fecondazione mancando degli organi 
uecessaij per darla e per riceverla , e costituisce 
le diverse qualità di fichi domestici che si colti-» 
vano in Italia, in Francia, in Ispagna. Questi non 
portano mai fiori maschili ed i feminei che inter- 
namente vestono tutto il ricettacolo non sono for- 
niti che di un ovajo coriaceo e voto , poiché la 
sostanza destinata a formare la mandorla si svilup- 
pa invece, dice TA., in una polpa che ingrossa il 
ricettacolo stesso ed i pedicelli de' fiori , ed in un 
miele che gli inviluppa . 

Gotal fico domestico può dividersi in due prin- 
cipali classi ; in unifero cioè e bifero . L' unifero è 
o precoce quando dà frutta nella stagione estiva ; 
o serotino se le porge in autunno . Nel primo ca- 
so è o a gemma semplice che appare in estate , si 
condiziona in autunno, e perfezionata nelV inverno 
fa sbocciare nella primavera dell' anno seguente i 
fioroni che poi maturano in luglio ; o a gemma 
doppia allorché olti'e a quella sopradescritta un'al- 
tra ne caccia in primavera da cui immediatamen- 
te sì schiudono fichi imperfetti che abortiscono e 
sono caduchi: la fica j a unifera serotina ammette la 
divisione medesima . Quella a gemma semplice è co- 
mune e non poita mai che fichi autunnali ; 1' al- 
tro a gemma doppia è piiì rara e produce una se- 
conda volta ne' nodi delle gemme che hanno già 
fruttato in autunno ; ma questa produzione è im- 
perfetta e abortiva - 

Quanto alla ficaja bifera essa è quella che di 
àiie successioni di fichi ambe castrate , ambe ma- 
turescenti ed ambe mangiabili . Essa presenta mol- 
te varietà così nella forma come nel colore le quali 
sono metodicamente descritte dall' A. La polpa stes- 



I^OMONA ITALIANI Ifjy 

sa e la forma delle foglie sono soggette a diver- 
se modificazioni . 

Abbiamo fatto osservare che tutti questi fichi 
domestici sono per intiero castrati . Rimane ora a 
parlare dei semi-castrati i quali s' incontrano nelle 
isole dell' Arcipelago ed in alcuni paesi del regno 
di JNapoli . Essi mancano del pari di fiori maschi- 
li , ma i feminei sono perfetti e contengono un ovajo 
che può essere fecondato dalf azione de' primi e 
produrre veri semi . Siffatto fico non è mai né bi- 
fcro , né serotino , ma sempre unifero e precoce . 
Le sue gemme sono costantemente semplici , ne mai 
ne ammette di quelle secondarie che immediatamen- 
te si sviluppino in tanti ficolini ora maturescentì 
ed ora caduchi come avviene nelle altre ficaje. Un 
altro particolare carattere che lo distingue si è che 
la maturazione delle sue frutta è sempre contem- 
poranea, quando ne'fìchi domestici bifcrì e negli uni- 
feri a gemma doppia essa è graduata e successiva. Ciò 
addiviene perchè la messa che spunta in questi ul- 
timi nella primavera non acquista tutta la sua lun- 
ghezza che sul finire della state, nel quale corso di 
tempo vansi via via formando sempre nuove gem- 
me florali da cui più presto e più tardi si svi- 
luppano le frutta . Nel fico semi-castrato dell' Ar- 
cipelago all' incontro la messa della primavera non 
fruttifica mai nell' autunno , e le sue gemme tutte 
e contemporaneamente si svolgono nel seguente an- 
no , perciò i fioroni nascono anche essi tutti ad 
un tratto . 

Il fico di cui parliamo somministra argomen- 
to air A. di tessere un lungo capitolo intorno al- 
la capri ficazione. È questa una curiosa pratica co- 
nosciuta sino dagli antichi tempi ed accennata da 
l'rodoto , da Arislolele, da TeofrastQ e, da Pli- 



IQÒ Scienze 

Ilio , mediante la quale le fruita di tali ficaje che 
cadn-bbero dall' albero imrjiature acquistano quel 
grado de maturità necessaria |3er essere mangiabi- 
li . Ciò consiste nelF appiccare ai rami di questa 
pianta filze di fichi salvatici tolti dal caprifico, en- 
tro aiquàli annida un insetto volante simile ad un mo- 
scherlno chiamato da Linneo Cjnips psenes e dell'A. 
Chalcis psenes . Ora questo insetto abbandona le 
frutta del caprifico e trasmigra in quelle del fico 
domestico o semi - domestico , come egli lo cliia- 
nia , le quali giungono per suo mezzo alla ma- 
turità . 

Molto è stalo quistionato dai fisici intorno al- 
la causa di questo fenomeno . Pretendono alcuni 
che la maturazione con tale spediente conseguita 
sia r effetto della morsicatura di questi insetti me- 
diante la quale producasi ne' fichi uno stravaso di 
succhi. Altri, nominatamente Linneo, si avvisa- 
no che sia una conseguenza della fecondazione de' 
fiori feminei della fìcaja semi - domestica impre- 
gnata dalla polvere prolifica de' fiori maschi del 
caprifico portata dai moscherini che ne hanno in- 
triso il corpo e le ali . Altri ancora , e fra que- 
sti il sig. Olivier, qualificano questa pratica come 
un mero pregiudizio . 

L' A. si attiene alla seconda di queste sen- 
tenze benché conlessi di non essere stato in pae- 
si dove potesse ocularmente osservare la caprifìca- 
zione , e così la va discorrendo . I fichi che so- 
no prodotti da simili ficaje sono castrati negli or- 
gani sessuali maschili, ma hanno fiori feminei per- 
fetti racchiudenti un ovolo capace di essere fe- 
condato. Questi fiori destinati a perfezionare il se- 
me hanno una co litigai; ione necessaiia col ricetta- 
colo su cui sono impiantati. Se la mancanza di 



PoMONA ITALIANA Ì()0 

fecondazione arresta la vita loro si disorganizzano 
innanzi tempo , e la morte di essi seco porta per 
conseguenza la morte del ricettacolo che cade avviz- 
zito . Ma se potranno adempiere a quelF uffizio a 
cui sono destinati dalla Natura, se rimarranno fe- 
condati dalla polvere portata dai moscìierini la 
loro vita sarà allora prolungata; il ricettacolo stes- 
so che gli sostiene parteciperà di questo beneficio , 
avrà tempo di elaborare i succhi determinati in es- 
so dalla soppressione dei maschi, ed acquisterà la ma- 
turità pomologica . 

Se così va la bisogna potrebbesi chiedere per- 
chè le ficaje domestiche e nostrali perfettamente ca- 
strate negli organi maschili e viziate ne' feminei 
nulla ostante T incapacità di ottenere fecondazione 
producano frutta mature, mangiabili e persistenti - 
L' A. risponde che siffatte piante hanno sortito que- 
sta castrazione fino dalla nascita mediante una par- 
ticolare modificazione del loro organismo ; perciò 
i fiori femine mostruosi in origine, abortiti, e sen- 
za principio di seme non vanno soggetti a quella 
morte che colpirebbe gli altri della ficaja caprifica- 
bile quando mancasse T azione maschile a ricevere 
la quale sono essi disposti per la loro conformazio- 
no. Non succedendo per tale motivo la morte de'fio- 
ri persevera in vita lo stesso ricettacolo e giunge 
a maturità . Tali almeno ci sembrano essere le idee 
deir A. benché non sieno con bastante estensione 
sviluppate. 

Ma un' altro dubbio potrebbe insorgere biso- 
gnoso di rischiaramento. Se i frutti delle ficaje capri- 
ficabili acquistano la maturità mediante la feconda- 
zione , e se questa è veramente una condizione si- 
ile qua non , come addiviene che le ficaje salvati- 
che o i caprifichi ne' quali essa ha luogo no.n dan- 



aod S e 1 1. ìn z E 

no malgrado a ciò che fruita insulse, senza polpa 
e senza succo? Benché T A. direttamente non rispon- 
da a questo quesito si può dal complesso della sua 
teoria argomentare che egli supponga che ciò suc- 
ceda perchè oltra ai feminei essendo i caprifichi 
forniti di orgaiii maschili troppo succo nutritivo si 
disperde per la preparazione dell' umore prolifico, 
e perciò il ricettacolo non ha campo di impinguar- 
si . Queste ficaje si fecondano a spese delle pro- 
prie forze ; nelle capriiicabili all' opposto la fecon- 
dazione si compie mediante il sussidio di un al- 
tro individuo , di un individuo maschio - 

Ingegnose senza fallo e lilosoliche sono queste 
induzioni . Nulladimeno impegniamo l' A. a volere 
esaminare, quando l'opportunità gliel conceda, se non 
fosse piuttosto possibile che la maturazione delle 
frutta nelle ficaje capriiicabili rientrasse nella re- 
gola generale a cui sono soggette quelle domesti- 
che ; se in cambio di attribuirla alla fecondazione 
fosse un effetto di completa castrazione ; se i mo- 
srherini che vien supposto essere pronubi di que- 
ste nozze in quanto che introducano la polvere pro- 
lifica del caprifico ne' fiori femine della pianta ca- 
prificabile non fossero piuttosto norcini, se così pos- 
siam dire, che castrino del tutto qua' fiori o ro- 
dendo la mandorla del seme , o mozzando lo sti- 
lo , o in qualunque altra maniera decurtando que- 
gli organi prima che abbiano conseguito T intiero 
sviluppo, e sieusi messi in istalo di appetire in cer- 
ta guisa r azione del maschio . 

Terminando la relazione di questa parte del 
libro dell' A. soggiungeremo che 1' opera della ca- 
prificazione in Sicilia ove abbiamo veduto usarla , 
e nominatamente a Castel Termini , chiamasi tic- 
rhiaroì^e , poiché ticchiara dicesi in quel paose il 



POMOXA ITALIANA. a Oli 

frutto del caprifico . A Reggio di Calabria si de- 
nota col vocabolo armare . Essa viene praticata dalla 
metà di giugno fino all' incominciamento di luglio 
infilando le ticchiare piene di moscberini in un vì- 
mine a guisa di corona (jd appendendole a molti 
rami dell albero . Le ficaje caprificabili si cliiama- 
no a Reggio Flcazzana , Melisa e Molignana , ma 
così in questo paese come in Sicilia fummo raggua- 
gliati che darebbero fichi anche senza la caprificazio- 
ne benché in minor copia , e se è vero quanto ci 
fu narrato molte volte sono bifere . Quelle che frut- 
tificano senza questo artifizio sono le Ottate o Dot- 
tate , le Catalane , le Trojane , e le Gentili . Sul 
proposito di queste ultime dove f A. nella sua Po- 
mona ne dà la descrizione avverte nella lista de' si- 
nonimi che corrispondono alla Ficus Tihurtina di 
Plinio , e parlando dell'altro fico chiamato Pissalut- 
to ( o piuttosto Pizzaluto che ne dialetti delf Ita- 
lia meridionale vorrebbe dire appuntilo ) indica che 
è il Ficus Liviana dello stesso autore e di Go- 
lumella. Ma gli scrittori latini non fanno che nomina- 
re queste due razze di fichi senza menomamente 
dichiararne i caratteri , per la qual cosa sarebbe 
molto difficile di decidere a quali delle nostre spe- 
zie appaFtengano . 

All' articolo della caprificazione di cui abbia- 
mo dato contezza un altro ne succede sulf Ingal- 
lazione e sulla Ogliazione . Definiamo questi termi* 
ni o a meglio dire esponiamo a quale oggetto si 
riferiscano . Narrano i viaggiatori , ed è cosa po- 
sta fuori di dubbio, che il fico di Egitto chiama- 
to sicomoro ( Ficus sjcomorus ) non matura se 
non che qualora venga scarificato nella buccia con 
un uncino di ferro o con cdtro equivalente istrur 



:i02 S e 1 E N Z E 

mento . In conseguenza di ciò è stato da molti na- 
turalisti inimjiginato che la maturità a cui giun- 
gono i lìchi per mezzo della caprificazione sia un 
effetto disile punture cagionate da que' moscbeiini 
di cui abbiamo parlato . E siccome queste ferite 
possono paragonarsi a quelle fatte da alcuni insetti 
nella corteccia degli alberi e da cui derivano le 
escrescenze conosciute sotto il nome di galle , così 
l'A. dà a tale operazione eseguila nei fichi il titolo di 
ingallazione . Quanto alla oliazìone, questo termine 
allude ad una pratica comune ne' paesi meridionali 
ove si accostuma di fare maturare i fichi ungen- 
done r occhio con una gocciola d' olio . 

Non è da disconvenirsi che gli effetti prodot- 
ti dalla scarificazione sul sicomoro non sieno tali 
che possano estenuare la teoria della caprificazione 
fondata sulla fecondazione ^ poiché sembra che essi 
si prestino senza di questa alla spiegazione del fe- 
nomeno. Perciò VA. si va industriando di interpre- 
tarli in guisa che non rechino nocumento al siste- 
ma da lui adottato; ma per amore della verità ci 
sia lecito il dire che questo capitolo è meno argu- 
to degli altri; che leggermente si trascorre su alcu- 
ne importanti obbiezioni; e quasi/^che si volesse sot- 
trarle allo sguardo immediato del lettore vengono in- 
sieme con le risposte confinate in una nota alla li- 
ne del libro quando dovevano fare parte integrante 
del testo- Prima di tutto conviene egli che i sum- 
mentovati moscherini trapanino il seme del fico per 
depositarvi le loro uova , ma nega che questa ope- 
razione possa produrre nn risultato simile a quello 
che deriva dall ovo di un insetto chiuso in un frut- 
to il quale accelera la maturità di esso . Questa 
maturità, die' egli, non ha luogo che dopo lo svi- 



POMONA ITALIANA. 4o3 

Juppo della larva la quale sola può coi suoi morsi 
cagionare uno stravaso eli umori che produca nel 
tessuto vegetale un intenerimento che somiglia alla 
maturazione. Ma l'evo del moscherino non può svi- 
lupparsi nel seme del fico se non che dopo a die- 
ci o dodici giorni, mentre il fico caprificato matu- 
ra prima di questo tempo. Dunque, soggiunge, la 
sua maturazione precedendo l'azione della larva non 
può esserne la conseguenza. 

Questa induzione non ci sembra abbastanza le- 
gìttima; imperocché come può egli assicurare che 
im corpo estranio animato introdotto in un piccio- 
lo e delicato seme non possa di botto in esso pro- 
durre quelle alterazioni che indurrebbe una larva in 
un grosso frutto? 

Ma, prosegue l'A-, l'ovo dell' insetto è deposi- 
tato nei grani racchiusi nel ricettacolo ed in que- 
sti grani si sviluppa e vive la larva del moscheri- 
no. Essi sono dunque i soli che possono risentirsi 
della sua influenza, la quale non si può estendere 
al ricettacolo stesso. E che! non ha egli esposto in 
un altro luogo, come già abbiamo avvertito, che 
tanta è la collegazione tra il ricettacolo ed i semi, 
o il fiore di cui sono parte, che la morte di que- 
sto cagiona il deperimento dell' altro? In conse- 
ofuenza di ciò non sarà anche lecito di dire che un* 
alterazione per cause esterne succeduta negli orga- 
ni florali si possa per consenso estendere al ricet- 
tacolo? Se queste nostre considerazioni potessero ave- 
re qualche valore, verrebbero in sussidio dell'opinio- 
ne o piuttosto del sospetto manifestato che la ma- 
turazione dei fichi prodotta dai moscherini possa es- 
sere un effetto della castrazione . 

Quanto alfoliazione dichiara l'A. in conseguen- 



2o4- Scienze 

za delle osservazioni e delle esperienze da Ini fatte 
che essa è inutile ne' fichi delle varietà caduche , 
e che non giova nelle altre se non che quando il 
frutto è giunto ad un cetto grado di perfezione o 
di sviluppo per cui sia capace di ricevere quel prin- 
cipio di fermentazione indotta dall' olio. Tale ope- 
razione non rende maturescenti i fichi, ma accele- 
ra soltanto la maturità di quelli che di loro natura 
sono fatti per acquistarla . Gonchiude perciò che 
essa non ha nulla di comune con Ja caprificazione. 

Gli ultimi capitoli della parte di questo trat- 
tato finora pubblicata sì aggirano sulla storia natu- 
rale di due insetti che vivono nel caprifico; del Chal- 
cis o Cjnips Psenes e del Chalcis Centrinus o Ichneii-' 
mon ficnrius del Cavolini, non che della coccini- 
gia del fico , Cocus ficus caricae^ e di alcuni in- 
setti che vivono nel fico in America . Il Chalcis 
psenes è quello che veramente serve alla caprifica- 
zione , ma l'A. si attiene in gran parte a quanto 
ne è stato scritto dagli autori e particolarmente dal 
Cavolini, poiché non si è trovato in luoghi ove po- 
tesse esplorare tutte le abitudini di questo insetto- 
Importante è 1' osservazione da lui fatta su quelli 
che vivono ne' caprifichi uniferi del Finale e del ter- 
ritorio di Pisa assicurando di avere verificato che 
vi sono individui maschi ed altri femine, laddove 
il Cavolini aveva preleso che fossero androgini . 

La parie non per anche stampata di questo 
trattato conterrà, come l'indice lo dimostra, un di- 
scorso sulla cultura e sugli usi del iico e sulle 
varietà di questa pianta in Italia . Intanto da quan- 
to è stato finora pubblicato non potranno i fisici se 
non che ammirare la sagacità , il genio osservatore, e 
le viste originali dell' A. ed incoraggiarlo alla conti- 



POMONA ITALIANA ao5 

nuazione di un' intrapresa da cui tanto onore ridonda 
a lui ed alla sua propria nazione, vogliamo dire all' 
Italia. Se noi ci siamo fatto lecito dì arrischiare con. 
filosofica libertà alcune critiche osservazioni non ab- 
biamo menomamente avuto intenzione di estenuare il 
pregio di un opera tanto cospicua. Se tali esse sono 
che possano meritare qualche riflesso saprà egli met- 
terle a calcolo nel proseguimento del suo lavoro ; ia 
caso diverso saranno da lui trascurate e poste al pa^* 
ro di tante altre che si spacciano ne' giornali . 



3o6 

■ *■■ ' 

LETTERATURA. 



^l signor marchese Gian Giacomo Trivulzio 
VmcENzo Monti 



X oco tempo avanti clie T onorando professor pa- 
dovano Marsand ponesse mano alla magnifica sua 
edizione del Petrarca, dimandandomi egli se in quel 
passo del son. 80, v. 7, che fin dai tempi del Bem- 
bo mise in tanta battaglia i grammatici , tornasse 
bene o no l'ammettere la nuova lezione Ciò che non 
è in lei^ io gli diedi liberamente il consiglio di ri- 
fiutarla, e tener ferma l'antica Ciò che non e lei ; 
promettendogli, nel caso che altri gliene desse bia- 
simo, di pigliarne, per quanto fosse in me, le di- 
fese . 

So che questa lezione fa gridare alcuni dotti 
allo scandalo , come quella che , per loro avviso , 
rimette nel primo stato d'accusa il Petrarca, gravan- 
dolo d'un fallo grammaticale fuor di perdono; e so 
che l'altra, promossa primieramente dal Manni, poi 
suggellata dal celebre bibliotecario cav. Morelli , di 
cui piangiamo ancora la perdita, ha trovato ultima- 
inente negli atti dellT. K. accademia della Crusca 
due altri insigni avrocati, Francesco Del Furia e 
Luigi Fiacchi, uomini di bella riputazione e molta 
dottrina . GoU'autorità adunque di nuovi testi, con- 
sultati da quegli eruditi, rimanendo finalmente pur- 
gato il Petrarca di quella colpa, parrebbe, dirà ta- 



Verso del Petrarca difeso 207 

luno , ornai tempo di oiFerire un'ecatombe ad Apol-» 
lo a simiglianza di qiiplJa già di Pittagora pel ritro- 
vato dell'ipolenusa. Tuttavia , trattandosi d'un sa- 
crifizio di molta spesa , io fo istanza che si sospen- 
da fin a tanto che combattendo il xMorelli e i due 
seguaci accademici, o bene o male io liberi coU' 
amico la mia promessa. Dovendosi però porre Ja 
lite davanti ad un giudice d' intendimento a molte 
prove sicuro, io mi affido di averlo in voi, prestan- 
tissimo sig. marchese, in voi c|ie per assiduo no- 
bilissimo studio ne' classici vi siete fatto, per cosi 
dire, loro contemporaneo; e spendendo tesori nell* 
acquistarne i codici più preziosi, e, ciò che più mon- 
ta, attentamente volgendoli e confrontandoli e po- 
stillandoli avete presa in essi tal pratica della lin- 
gua e di quelle loro maniere, che singolari li ren- 
dono dai moderni, ch'io non so chiosatore più acu- 
to di voi, nò più pronto. Piacciavi adunque di se- 
der giudice della contesa ; ed eccomi nell arena. 

Su quali principi pretendono essi Y espulsione 
della volgata Ciò che non è lei? 

Quel lei primo caso , risponde il Fiacchi ( Att. 
Accad. Grus. f. iGy ), fa reo il Petrarca d' un gravis- 
simo solecismo che a guisa di puledra idomita senza 
capestro salta a pie pari i canapi delle regole della 
grammatica : e non si dovendo mai credere (soggiunge 
il Del Furia, ib. f. 3o) che un così puro ^ corretto 
e grave scrittore sia caduto in tal mancamento, ne- 
cessità vuole e ragione che a lavare il Petrarca di 
questa macchia, e a por fine a tanta letteraria contesa, 
a tanta grammaticale discordia , ricorrasi ai testi €L 
penna più autorevoli e fedeli. E qui , portanti la 
preziosa variante C^ò che non è in lei., egli cita tre 
codici Laurenziani , che uniti a quello del Recanati , 
al Riccardiano, allo Strozziano e al. Pucciano al- 



2o8 Letteratura 

legati dal suo valente collega, fanno sette codici in 
tutto: ai quali debbonsi aggiungere tre conformi 
antiche edizioni ricordate dal Morelli. Ed ecco in 
ischiera dieci belle testimonianze , innanzi alle quali 
o^ni contrasto men tolto , e libero pur finalmente 
rimane dalla sferza di molti severi ed accigliati 
Aristarchi il gentilissimo nostro poeta ^ e quel passo 
dai copisti malamente ridotto così viene restituito 
alla sua vera lezione: 

liasciai quel eh' ìl più bramo ; ed ho sì avvezza 
La mente a contemplar sola costei, 
Ch' altro nou vede; e ciò che non è in lei 
Già per antica usanza odia e disprezza. (Ib.f.So.) 

Così gli egregi accademici dietro al Morelli, sen- 
za alcun sospetto d'aver errata la strada. Lasciamo da 
parte la gravissima considerazione, che dove per auto- 
rità dì stampe e di testi s avesse a decidere la 
quistione , sarebbe cosa da riso il pretendere che 
sette di questi e tre di quelle debbano prevalere 
alle centinaia per non dir le raigliaja di altri e di 
altre tutti contrarj . Concediamo assai volentieri, 
anzi vogliamo che mantengasi intatta come una del- 
le più sante la regola grammaticale che danna il 
pronome lei in caso retto y vogliamo , che nella 
discordanza delle lezioni si debba sapere ricor- 
rere ai testi a penna piìc autorevoli e fedeli . Ma 
di questa maggiore autorità e fedeltà chi decide? 
La critica . E che quella regola rimanga infranta 
nella volgata , a chi spetta il farne giudicio ? Alla 
grammatica. La grammatica adunque e la critica sienoi 
eolie veri giudici della liter e voi, mio signoreed amico, 
secondo la preghiera che ve n'ho fatta, sostenetene 
la persona. Intanto comincino gii avversar] a prò- 



Verso del Petrarca difeso 209 

▼are che il verbo essere non ammettendo compagnia 
di nome che in caso rotto , ne sogue di neccssitft 
che la lezione Ciò che non è lei sia dannata . Qui 
fermino le loro forze, qui badino a trincerarsi; 
perchè, perduto quel nominativo, tu^to è perduto . 
Or che dicono essi , che ianno a dilesa di 
questo importantissimo punto? Nulla. Le buone 
regole grammaticali insegnano che lei per ella non. 
vuoisi usare nel caso retto , ib. f. 3o. Ecco tutto 
il loro argomento oltre i salti che avete visti di 
quella scapestrata puledra . Ma che in buona lor 
pace sia falso che la puledra corra senza capesl. o , 
Vale a dire che lei in quel passo non è altrimenti 
primo caso, ma quarto, insorgono a dimostrarlo 
tanti scrittori di primo seggio , e grammatici severis- 
simi , e legislatori della più corretta favella , che il 
Marsand non solamente andrà bello e assoluto di 
quella supposta col|>a , ma, se a Dio piace , lodato. 
Imperciocché V autorità del Morelli e de suoi il- 
lustri seguaci , per quanto vogliasi reverenda , io 
dubito fortemente eh ella possa stare a bilancia 
con quella di Dante , del Boccaccio , d' Anuibal 
Caro, del Varchi e di altri sommi scrittori, cha 
a tutto rigor di grammatica colla stessa stessissima 
costruzione del Petrarca a bello studio dispero lei 
e lui quarto caso di essere . jNè gioverà indurre 
sospetto di scorretta lezione di testi , perchè cor- 
rettissima la proveranno i più austeri custodi delle 
dodici tavole della lingua , un Bembo , un Gastelve- 
tro , un Daniele Bartoli , un Luigi Lamberti : i quali 
nulla curanti il vantaggio delf immenso maggior 
numero de' codici e delle stampe che parlano a 
lor favore , unicamente armati di critica e di ragione 
promettono di mostrare sincera elegante e diritta 
come raggio di luce V antica lesioue . E a soc- 
G.A.T.iJt, 14 



210 Letteratura 

corso di quogti , che meritamente chiameremo filosofi 
della lingua, perchè non si ajutano della sola e 
spesso fallace aulorità dei testi a penna , ma rigo- 
rosamente ragionano , vedrete l'arsi innanzi un filo- 
logo che ne vale ben molti , il parmigiano ab. Co- 
lombo , cui vivo e sano (e il sia lungamente per 
onore delle nostre lettere ) io citerò come antico , 
perchè mi sembra ingiustizia T attendere che la 
morto renda classica T autorità degli eccellenti 
scrittori. 

Messa su questo piede la controversia, stiamo 
un poco ad udire ciò che in prima sentenza pro- 
nuncia r oracolo della grammatica . 

Jl Gorticelli, 1.2. cap.4. append. prlm. , espres- 
samente dice : // V. essere si trova coli' accusativo : 
e cita il passo, che tra poco verremo più intima- 
mente considerando , della novella 7 , g. 3 del Boc- 
caccio: credendo egli eli io /ossi te. Ma perchè al 
tempo eh' egli scrivea la sua grammatica accadde 
ciie il Manni trasse fuori la nuova lezione , e il 
Gorticelli Tammise come quella che gli parea doves-? 
se terminare la disputa, perciò noi rlserbandoci di far 
constare piij avanti il suo torto nell'accettarla, ci ter- 
remo per ora contenti che anche ilsuifragio di questo 
insigne grammatico apertamente concorra a porre 
in sodo r essenziale dotlrina che in certi incontri 
attribuisce al verbo essere \ accusativo : vinto il 
guai punto sarà vinta tutta la lite. 

Porgiamo adunque secondamente Torecchio al 
grande avvocato del volgar fiorentino. Bemb. ling. 
volg. 1. 3 . „ Lo avere il Petrarca posta questa vo- 
„ ce lei col verbo è, non la eh' ella sia voce del 
„ primo caso: perciocché ò alle volte che la lingua 
„ a quel veibo il quarto caso appunto dà, e non 
„ mostra che la maniera della toscana favella por- 



VeUso del Petra-Rca difeso aii 

., ti die gli si dia; si come non gliele diede il me- 
„ desimo Boccaccio , il quale nella novella di Lo- 
„ dovico disse : credendo egli eh io/ossi te^ e non 
„ disse, ch'io fossi tii^ che la lingua no \ porta, ,, 
E seguita con più altre belle ragioni a chiarire la 
sua sentenza. 

Dunque, o si dia querela al Boccaccio d'aver 
violata nella più perfetta delle sue opere la soprap- 
posta regola ( violazione che quei signori non ardi- 
ranno pretendere, nò noi potremmo concedere ) ; o, 
s'egli hanno retta coscienza, confessino che il non 
e lei del Petrarca è quarto caso come il fossi te 
del Boccaccio. 

Questa singolare proprietà di favella, questa 
incontrastabile prerogativa del verbo essere , che 
collocato fra due sustantivi piglia 1 andar dei tran- 
sitivi, s'illustra per tanti eserapj, che il porli tutti 
in presenza sarebbe vanità troppo lunga. Faremo 
perciò scelta d' alcuni , e li piglieremo da' più cor- 
retti scrittori , da quelli che noi teniamo a maestri 
della più purgata favella. 

Nuovamente adunque il Boccaccio, g. 3. n. 7. 
Marm'igliossi forte Tedaldo che alcuno in tanto il 
simigliasse^ che fosse creduto lui- Al qual passo il 
postillator milanese avendo apposta la noterella 
Avverti lui primo caso , il filologo parmigiano con- 
trappose quest'altra , a cui vuoisi far attenzione: 

„ Io credo che sia quarto caso; e così han- 
„ no creduto il Gastelvetro, il Bartolì e il Manni. Il 
„ verbo essere , quando trovasi in me^zo a due 
,, nomi sustantivi, significa ( per usare la frase del 
„ Castelvetro ) trasmutazioni. Ragion vuole pertan- 
,. to , che si costruisca alla foggia de' verbi tran- 
„ sitivi ancor esso. Allora si considera come agen- 
,1 t« la sustanza che in alcuna guisa trasmutasi, e 

ir 



ai2 LETTERATtRA 

„ come paziente l'altra in cui , per così dir ,-7 si 
,, trasmuta : ond' è che il nome della prtma dee por- 
,, si nel primo caso , e il nome della seconda nel 
,, quarto. A questa osservazione dà molto peso il 
,, seguente esempio del Boccaccio ( G. ^. n. 7. ) 
,, Credendo esso c/i io Jvssì te , rrì ha con un ba~ 
„ stone tutto rotto. Certo nessun s' avviserà mai dì 
,, dire, che nelV esempio or addotto te possa essere 
„ primo caso. E perchè si dirà dunque che sia pri- 
,, mo caso lui in questo luogo, se la costruzione è 
,, anche qui la medesima affatto ? ,, 

Dunque di nuovo quel lei del Petrarca , co- 
me questo lui del Boccaccio , è accusativo. Pro- 
cediamo negli esempi : e ne vedremo uscir tanta 
luce, che i Morellisti non sapranno dove nasconder- 
si. Dante Conv. nella canz. Le dolci rime ecc., str. 
3. V. i3. Poi chi pinge figura Senon può esser lei ^ 
non la può porre. 

Varchi , Ercol. 80. Tu mi vuoi far Calandri- 
no ., e taholta il Grasso tegnajuolo , al quale fu 
fatto credere eli egli ncn era lui- ma diventato un 
altro. Esempio allegato dalf autorità più d ogni al- 
tra inappellabile del vocabolario della Crusca ( pa- 
role del sig. Del Furia ). V. Far Calandrino. 

CiritF. Cai 7. 2. 43. Ma primamente ti ringrazio 
assai dell esser te sì magnalmo e cortese. Esempio 
similmente prodotto dalla soddetta inappellabile au- 
torità. V. Magnalmo. 

Morg. I. I, In principio era il Verbo appres- 
so a Dio , Ed era Iddio il Verbo , e il Verbo lui. 

Salv. Granch. 1. 2. Ella sapeva che^ per es- 
ser lui a questo modo povero e di bassa mano, non 
era mai per ottenerlo. 

Ann. Caro , Lett. voi. i. pag. io3. ediz. railan. 
Fece quasi credere a chi noi conosceva che egli non 



Verso del Petrarca difeso aiS 

fosse lui. E poco prima avea detto : Quel ( Ver- 
tunno ) che è ogni altro uomo che lui. 

Il med. , voi. 3. pag. 223. Accettatelo per ami- 
co con tutte quelle accoglienze che vi detta la vostra 
gentilezza., e che fareste a me proprio., o se iofos^ 
si lui. 

Il med,, Apol. pag. 128 , ediz. milan. 1820. 
Con ciò sia che vedendone tanti ( enimrai ) quanti 
ne veggo ne vostri scritti , io vo pensando se per 
avventura voi foste lei ( la sfinge ), o ella fosse voi. 
K nota bene che se mai vi fu scritto in cui il Ca- 
.ro ponesse tutta correzione di lingua, fu questo di 
materia tutta grammaticaJe, e in risposta ad un av- 
versario così sottile e diftlcile come il Gastelvetro . 

Firenz. Lagrim. Che il padre el Jiglio una co- 
sa medesma Sieri, riputati-^ ond' io son lui , ed egli 
£ me . 

Il med. , nov. 6 col verbo e/^a sottinteso. E* 
non aveva mai bene se non quando era dove lei. 

Il med., Lucid. 2. 2. Di sorte che io sto infra 
due , se egli è lui egli., o s^ io sono me. 

Allautorità di questi esempj, fortissima pel con- 
senso di tanto chiari scrittori, sulle cui opere non 
può cader sospetto di negligenza né ignoranza del- 
le più strette regole dello scrivere, s' aggiugne la 
grande ragione della consuetudine, maestra certissi- 
ma del parlare., come Quintiliano l'appella, 1. i. 
pag. 4- JNel raccomandare ex. gr. un carissimo ami- 
co non diciamo noi tuttodì : stimerò fatto a me il 
bene che a lui farete , perchè egli è un altro me 
stesso? E mi parrebbe sproposito il dire: egli è un 
altro io stesso. Così nella seconda persona diciamo 
correttissimamente : egli è un altro te stesso , e non 
mai un altro tu stesso. Così nella terza: egli è un 
altro lui stesso-^ e darebbe da ridere chi dicesse: 



ìli 4 Letteratura 

e^li è un altro egli stesso. Né ci muova il {)oc*an2Ì 
arrecato esempio del Firenzuola se egli è lui egli -. 
perciocché quivi, solamente per dar più forza, l'i- 
petesi la voce egli che agisce, ma niente mutasi deL 
sentimento in che dapprima fu posta. Della quale ri- 
petizione infiniti sono gli esempj, come i seguenti 
del Boccaccio allegati pure dai Bembo, a cui inte- 
ramente ci rimettiamo: e so che tu fosti desso tu: 
io non ci fu io- qual donna canterà s* /' non cant'iol 
Da buon filosoTo adunque parlò il Castelvetro, 
allorché nella gran lite dai grammatici suscitata so- 
pra qneif emistichio, acutamente osservando la par- 
ticolare innegabile proprietà del v. essere di cangia- 
re in accusativo il secondo dei sustantivi che talor 
l'accompagnano , sciolse il nodo della quistione , e 
l'ondò sopra quel verbo la sana dottrina di trasmu- 
tazione poc' anzi veduta nelf osservazione dell' ab. 
Colombo, e confermata prima di lui da quel som- 
mo conoscitore dei più segreti arcani delta favella 
il Bartoli nel torto e diritto del non si può, cap. XLV, 
con queste parole: 

,, Il verbo essere, singolarmente colà dove ha 
,, forza di esprimere trasformazione d'uno in un al- 
,, tro, accetta dopo sé il quarto caso: così doven- 
„ dosi per chiarezza alla distinzione , che ragion 
,, vuol che sia, fra due termini quasi per azione e 
,, passione diderenti . Altrimenti, se amendue fos- 
,, sero in un medesimo caso, non s'intenderebbe qual 
,, di loro sia il trasmutato, e quale colui in che 
,, si trasmuta. Così ne filosofa un sottile grammati- 
,, co; e sia vero: che il disputarlo punto più non 
,, rileva che il crederlo. ,, — • E qui dopo gli esem- 
pi e di Dante e del Boccaccio poco ia n.'citati, al- 
loga quel del Petrarca, e conclude che il gran ru- 
more fatto sovr'esso è nato dal non sapere là pro- 
prietà del verbo essere, tanto già ripetuta. 



Verso dkl Petrarca difeso 3i5 

Conforme a quella del BaiMoli è l'opinione del 
cav. Luigi Lamberti, di cui quanta si fosse la ca- 
stigatezza dello scrivere e la profonda perizia in fat- 
to di lingua, a niuno , che ne conosca gli scritti, 
è nascoso. Nelle sue aggiunte al Ginonio ecco coni' 
egli la discorre; 

„ 'Lei nel verso del Petrarca , allegato dal Gino- 
,, nio , debbe sicuramente , siccome a noi pare , 
,, aversi per quarto caso , dipendente dal verbo 
,, essere. Ciò che non è lei vorrà dunque sigiii- 
,, ficare ciò che non forma lei , o come interprc- 
,, tò il Gastelvetro : ciò che non dimostra lei . „ — ^ 
Indi, riportato il ragionamento che quel critico vi 
fa sopra , il Lamberti soggiunge : ■•' A più chiara 
,, dimostrazione di quello che dice il Gastelvetro , 
,, recheremo altri due esempj fra i moltissimi che 
„ si potrebbero allegare, ne' quali il verbo essere 
„ regge manifestamente il quarto caso , per espri- 
„ mere sensi non punto diversi da quello che si 
„ riconosce nel verso del Petrarca .Bemb.Asol. i.3. 
„ Ma non perciò ne viene che non s' ami cosa che 
„ noìi si desideri : perciocché se n amano molte , 
„ e non si desiderano ; e ciò sono tutte quelle cose 
„ che si posseggono . Dove il ciò non può essere 
„ che quarto caso - Pandolf. -yG. Coli altre donne 
„ sempre diceva che io era i suoi ornamenti . 

Dopo esempj sì splendidi , dopo il giudicato 
d' uomini così consumati nella cognizione e nell' ar- 
te della favella, non è più lecito , non è più da uo- 
mo di sano intelletto il negare che , in virtù della 
regola stabilita sul verbo essere situato fra due 
sustantivi , quel lei del Petrarca sia un manifestis- 
simo accusativo .E se le regole dello scrivere risul- 
tano dall'autorità de' sommi scrittori, se nel con- 
corde loro consenso fondasi la ragione di queste re- 



a i G L E T T E K A T U R A 

gole , qiial altra venne mai fermata e provata da 
più solenni raaestn con esempj più luminosi? Noi 
siamo bens] presti a concedere che la contraria au- 
torità del Morelli sia grande grandissima in fatto 
d' erudizione ; ma in fatto di bella lingua , nei mi- 
steri dell' eleganza , nelle materie di gusto , sicco- 
me la presente , in verità il suo modo di scrivere 
non la mostra eh egli abbia sacrilicato troppo alle 
grazie; meno ()0Ì alle muse.iNe volete una prova? 
Colla nuova lezione egli ha creduto di preseivare 
il Petrarca da un solecismo; e certamente la frase 
Cifj che non è in lei , in quanto a grammatica , è 
senza pecca; ma in quanto a frase poetica, gesum- 
maria ! lilla scende sì abbasso nelF inlimo della pro- 
sa , che questo solissimo Ciò che non è in lei ba- 
sterebbe a rovinar un poeta : mentre nella contra- 
ila Ciò che non è lei si sente un parlare diviso 
dall' ordinario , e chi conosce la proprietà prc^di- 
cata del verbo regolatore, ne gusta subito l'ele- 
ganza . Ma egli è poco 1' aver gittato il Petrarca 
nell'uliima umiltà della prosa ; il Morelli per giun- 
ta ne ha depresso ancora il concetto . K qui vor- 
rei che con animo riposato e ben certo eh io noa 
parlo per disistima ckgii avversar] ( cui protesto 
di avere in altissima riverenza ) , ma unicamente 
per andare in cerca di quel medesimo vero a cui 
essi stessi han dritta la mira ; qui , dico , vorrei 
si ponesse ben attenzione allo spirito di quei ver- 
si , onde afferrarne netto il pensiero , ed entrare , 
per modo di dire , neir anima del poeta . Egli dice 
di avere la mente cosi avvezza a contemplare la 
sola sua Lauta , che altro non vede clie Laura , 
e ciò chr non è dessa , ciò che non gli presenta 
r immagine di questa donna adorata , gli diviene 
og^'ctto d odio e di spergio . INon è questo in pa- 



Verso del Petrarca difeso 2 in 

role sciolte il concetto ? E si può egli aver il cuo- 
re di credere, che alla passione in quel concetto rac- 
colta risponda bene la frase ciò che non è in lei, 
perfettamente sinonima di quest' altra ciò che in lei 
non si trovo , o sia ciò che ella non possiede ? 

Tale essendo lo schietto intero valore di quella 
miracolosa lezione, qui è dove la critica si alEa sde- 
gnosa, e querelasi che per sospet'o di una chimeri- 
ca scorrezione grammaticale il delicatissimo senti- 
mento del poeta sìa stato miseramente tradito , e 
per ristoro strascinato nel fango di una trivialissi- 
ma locuzione. E arditamente dico tradito, perchè 
il caldo amatore non solamente non pensa, non cal- 
cola , non esamina punto il bello che nell'amato 
oggetto non è, ma né manco per ombra gliene può 
supporre il difetto; e mostrerebbe di amare assai po- 
co se gii avvenisse di riconoscere in altra donna 
un' amabile qualità di cui fosse priva la sua. Per- 
ciò colia benda su gli occhi ei tiene fisso il pen- 
siero unicamente nel bello della sua amata , e que- 
sto ei trova perfetto , in questo è tutta la somma 
de' suoi desideri : che tale è la vera natura dell' 
amorosa passione, figurarsi nella donna amata ogni 
pregio e di corpo e di spirito , e non fare stima 
di qual siasi altro oggetto , se non in quanto ci 
rende somiglianza e figura di quello di cui siamo 
presi : e dove manca la realtà supplisce la fantasia , 
la quale ognun sa che in modo maraviglioso esa- 
gera tutto , massimamente in capo a' poeti . Quindi 
è che r innamorato Petrarca per lunga usanza ac- 
costumato a non contemplare che la sua Laura , 
non sa vedere che Laura , e gli nasce odio e 
disprezzo di tutto ciò che non gli reca innanzi 1 im- 
magine di questo idolo , in cui la rapita sua men- 
te non solo non ravvisa , i»a non le ò possibile 



:^iCk. L E T T B R A T u n A 

di ravvisare alcuna mancanza . Di che segue che il 
concetto racchiuso nelle parole ciò che non è m 
lei , oltre T essere insensato è anche oltraggioso , 
perchè suppone in Laura il difetto di qualche ciò , 
che è quanto dire di qualche pregio , di qualche 
cosa pur degna d' essere considerata ; mentre il suo 
amante in lei trova tutto il desiderabile , e in tut- 
ta la perfezione . Questo era per mio avviso il gran 
punto da meditarsi prima di accettar ciecamente 
quella lezione che agghiaccia tutto l'affetto del sen- 
timento , e r estingue . Onde mi do a credere che 
ne' pochi codici che la portano , i copisti abbiano 
alterata la genuina per la stessa falsa persuasione 
che mosse il Manni , poi il Morelli , ed ultima- 
mente i due lodati accademici a seguitarla ; persua- 
sione nata dall' ostinarsi a prendere per caso retto 
quel lei , e dal non aver latta la debita osserva- 
zione alla parti colar maniera con cui il verbo es- 
sere spesse volte si costruisce . . 

Vi ho schierate davanti le forze messe in cam- 
po dai promotori delle due contrarie lezioni t vi ho 
posti i combattenti in cospetto : da una parte il 
Manni, il Morelli, il Fiacchi e il Del Furia con 
gli ajuti di sette testi a penna e tre stampe: dall' 
altra con molte centinaja di testi e di stampe (la- 
sciate addietro per corpo di riserva ) , ed armati 
soltanto di buona critica sotto le bandiere del Boc- 
caccio , di Dante , del Pandolfini , degli autori del 
Ciriffo Calvaneo e del Morgante , del Varchi, del 
Salviati, del Firenzuola e del Caro, i sommi ana- 
litici della lingua Pietro Bembo , Lodovico Castel- 
vetro , Daniele Bartoli , Luigi Lamberti e V ab. Co- 
lombo . Avete udito hinc inde i loro argomenti , e 
la quistione parmi esaurita . Profferite or voi la 
sentenza . Se uscirà contraria al mio voto , farò di 



Verso del Petrarca difeso 21^ 

tutta questa diceria solenne ritrattazione . Se V avrò 
favorevole , ripeterò il mille volte già detto , ch« 
la fede cioè dei codici senza la confermazione della 
critica non vai nulla , e concluderò che dietro alla 
sola guida dei testi a penna ( per Io piiì opera ma- 
teriale d' ignoranti copisti ) , spesse volte , creden- 
do di risanarli, si storpiano gli antichi nostri scvit- 
tori . State sano . 



imi II II I u«»^»»'»ug'.f<iagarfngia»» 



Dionigi' d' Alicarnasso^ intorno lo stile ed altri mo^ 
di di Tucidide. Volgarizzamento di Pietro M(Oi~ 
zi. Roma pel de-Romanis ,1819. 

( Seconda parte. Vedi il volume XIV p. aj^.) 

I l/ueslo Dionigi d'Alicarnasso fu veramente noni© 
d'arditi spiriti: e mostrò colfesempio suo che 
nella grande repubblica delle lettere entrano alcuna 
volta cavalieri bizzarri che cercano belle brighe, e 
le trovano. Donde poi traggono jjlauso non vile, quan- 
tunque sfidino i campioni più valorosi. Perchè al 
coraggioso che lotta col piìi possente, perfino la scon- 
fitta mutasi in onore: non essendo breve parte di 
gloria l'essere stato a fronte de' gagliardissimi: e 
l'avere tenuto il campa- con buona prova di brac- 
cia: non latrando, ma combattendo: e combatten- 
do a legge di buon cavaliere, senza movere il dispet- 
to, il riso o la compassione de' savii. 11 che poi sem- 
pre incontra a que' miserabili, che nudi e dispera- 
ti d Ogni bene, cercano fama dallo stare contro i 
lodati: e sì ne hanno quella lama infelice eh' è peg- 
giore della morte. Perchè venuti in ispregio anzi in 
ira a ogni gente, sono poi segnati dal ditj di chipas- 



►520 Letteratura. 

sa, e fuggiti siccome i cani, che corrono la via col- 
la rabbia e col veleno nel morso. Misera e vera- 
mente cieca famiglia! cui sarebbe stato assai meglio 
o il non essere mai venuta fra i vivi, o f avere sem- 
pre vissuto senza conoscimento di lettere. 

2. Ma Dionigi , facendosi in campo contro Tu- 
cidide, ha ornata la sua disHda di sì oneste paro- 
le, che scusato è per quelle dal reo titolo dell ar- 
roganza. 

Dopo avergli dunque renduta la debita lode, cer- 
cheremo fino al termine il suo ragionamento: pro- 
cacciando di riprendere il riprenditore di Tucidide 
in que' luoghi soli, dove paja eh' egli abbia com- 
battuto più presto colle umili insidie del sofista che 
coir armi nobilissime del filosofo. 

3. Al capitolo XVII la censura è intorno fuso 
delle concioni: che sono que' tali arringhi cui lo sto- 
rico induce nella sua narrazione, abbandonando egli, 
il parlare, e attribuendolo ad alcun personaggio, se- 
condo r artificio deir epopea e della tragedia. Qui 
chiamasi in colpa Tucidide: e specialmente di que- 
sto: che rechi egli in mezzo qualche belle orazioni: 
e altre ne taccia che pur potevano riuscire bellissi- 
me. Del qual peccato si leva esempio dal terzo li- 
bro, dov' è discorsa la guerra de' mitilenesi: e sono 
raccontati i due grandi parlamenti che tenne il po- 
polo re d'Atene. Ivi Tucidide ha riferite le concio- 
ni del secondo parlamento: e taciute al tutto quel- 
le del primo. E fu pure nel primo che gli ateniesi, 
seguendo l'impeto e l'ire de' più concitati oratori, 
stanziarono quella dura legge: che i prigioni e i ^io- 
vani di Mitilcne fossero tutte inorti^ e menate infer- 
ri le donne co" figli loro. Ma nella seconda tornata 
quel decreto fu rotto: fu il rigore ^vinto dalla pietà; 
« le fiere voglie si mutarono in mansuete. Per la 



Dionigi d' Alicarnasso 221 

qual cosa pare a Dionigi , che Tucidide narrando 
la più umana concione, dovesse pur narrare la più 
crudele: essendo uflcio dello storico il rendere in- 
tera la imagine delle cose, ed il vario favellare de- 
gli uomini di che narransi i fatti: o sieno destri e 
santi , ovvero sinistri ed iniqui. 

4. Tucidide è qui adunque non d'altro accagio- 
nato che di ommissione . Or veggiamo com' egli se 
ne scagioni . 

E posto primamente da banda il trattato di Dio- 
nigi, apriamo quell'aurea storia di Tucidide al ter- 
zo libro, là dov'è scritta la guerra e'I danno di Mi- 
tilene. Jeri il popolo cieco dall'ira condannò a mor- 
te i cittadini tutti di quella sfolgorata città. Oggi 
ha sentita nel cuore una punta di misericordia: og- 
gi vuole che le sue mani sieno caste dal sangue degl' 
innocenti. Quindi chiede il parlamento: congregasi: 
sta nella piazza: va sussurrando, che la legge di je- 
ri è stolta ed inumana: non vi essendo cosa né tan- 
to inumana, né tanto stolta quanto l'uccidere per 
pochi ribelli tutti gli uomini d una terra. Ed ecco 
sale la ringhiera Cleone figlio di Gleeneto: il seve- 
rissimo degli ateniesi : e di autorità eguale al severo 
suo animo. Si fa silenzio: e il rigido oratore favel- 
la. Or fatti presso Dionigi, ed ascolla il parlare di 
costui. Che ragiona egli? Che vuole? Forse il per- 
dono? Non già. Egli é quel Cleone che jeri gridò» 
che i vinti di Mitilene si uccidessero, ed oggi torna 
a gridare che si uccìdano i vinti di Mitilene. Cho 
se il partito de' pietosi va sopra, questo si dee al- 
la concione del buon Diodoto con cui si segue, e si 
risponde, e si vince. Ma intanto già tu conosci qua- 
le orazione fu quella del parlamento primo , perdi* 
ella ripetesi nel secondo: ed oggi ella tutte pur t'apr© 
le cagioni che jeri incitarono il popolo a quella noa 



3»3 Lktteratura 

credibile ferità. Vana è dunque, o Dionigi , la tua 
censura, siccome sarebbe stato vano a Tucidide il 
riferire due volte Y arringa dell' oratore carnefice . 
E che altro potea colui dire nel primo giorno, che 
noh dovesse con più di veemenza ridire nel secon- 
do? Anzi quella concione qui collocata mette un più 
tetro lume, perchè si vede di costa all'arringa di Dio- 
doto tutta soave, e quieta, e traente gli aiFetti de- 
gli ascoltanti nella cara dolcezza della pietà. Ed è 
perciò da conchiudere, che dove il retore di Alicar- 
nasso cercò una colpa, quivi medesimo trovasi quell' 
artificio finissimo, che ha nome economìa: la quale 
spesso si nasconde anche agli occhi più acuti. Ma 
perchè si viene per noi usando sovra Dionigi quel 
severo consiglio eh' egli usò sovra Tucidide, tan- 
to noi cureremo di abbondare in argomenti, quan- 
to sappiamo le nostre forze inferiori a quelle di sì 
Talente avversario. E perciò considereremo alcuna 
parte dell'arringa di Cleone tonde il giudicio de' leggi- 
tori non si appoggi nelle parole nostre, ma nel co- 
noscimento dell'arte da noi svelala in Tucidide. 

5. Gleone, così com' è dipinto dal greco stori- 
co, rassembra quel Marco Porcio che fulminava nel 
foro i tristi repubblicani di Roma. Anzi Gleone vin- 
ce Marco nell ira: perciocché veggendo come la mat- 
ta plebe oggi disvole quello che jeri volle, egli s'in- 
fiamma contro i reggimenti popolari, e prende co- 
minciamento dal bestemmiare la democrazia . Uà 
oratore nato in repubblica, capo di parte plebea , 
arringante in piazza, non può adoprare più franchez- 
za né ardire. Ho conosciuto (figli grida) ho co^ 
nosciuto die governo di popolo è cosa che non è 
ferina: è cosa che non è atta a correggere la repub- 
blica. Ora li veggo ^ ora da questo medesimo pentii 
mmto vostro , ateniesi, per cui volete oggi vivi que 



Dionigi d' Alicarnasso 233 

di Metilene , cui decretaste jeri la morte . Indi se- 
gue con quel libero animo suo, numerando i mali 
che flagellano quelle città che si reggono a stato ^i 
plebe. E l altre (egli dice ) V altre ^ le cui leggi so- 
no men buone e pia forme , sono sempre meglio or- 
dinate die queste che hanno buone leggio ma non 
Vhan ferme. E talvolta è migliore ignoranza ch& 
s' accompagni a gravità ed a modestia^ che non è il 
favore colla compagnia della leggerezza e della fó- 
merità. Perciò spesso i meno sapienti meglio iìif re- 
nano e meglio guidano che non farebbero i sapien- 
tissimi . Perchè i sapientissimi vogliono alcuna vol- 
ta mostrare d essere pia prudenti che non sono le 
leggi: nei parlamenti contendono a soprastare: que- 
sto tengono pel miglior campo dove provisi la loro 
gloria : e così crollano e diroccano f edificio della re* 
pubblica. Ma intanto qué pia discreti^ che meno fi- 
dano nel lor valore^ si confessano servi alla leggez 
non fanno contrasto a savi dicitori : e girano diritto 
il governo della città ^ perchè delle cose sono giu- 
dici gravi: e astuti disputatori non sono. E grave 
giudice io dunque deggio essere^ io: né farmi vento- 
so per poter di parole e d'arguzie : ne nulla persua- 
dere alla moltitudine^ cìi io prima non abbia bene 
estimata neW animo. Sappiate or dujujue ^ che nella 
sentenza di jeri io mi sto; e solo meravigliomi di 
coloro^ che nuovamente si congregarono a parlare 
di Mitilene. In questo ei procede agli argomenti che 
deggiono persuadere la neccessità della strage: e af- 
ferma e prova, che la citt^ de' mitilenesi ha fatto 
ad Atene il gravissimo degli oltraggi. E tutta in que- 
sto principio fondasi l'orazione. Dì che dunque la- 
gnasi il buon Dionigi ? Vuol' egli udire per quali sti- 
moli si movessero gli ateniesi a quella legge di mor- 
^? Legga egli in questo luogo: vi conosca le arti 



324 LeTTEIIÀTURA 

del severo Cleone ; vi sappia le parole esterne dal- 
le odierne, ed anzi oggi le vegga meglio dipinte ed 
accese : e dove descrivesi la ribellione di Mitilene : 
e dove si segna il gran danno che n'aspetta la patria: 
e dove si chiarisce la malizia d'un popolo che per 
mille ricevuti beni rende ora Tinfame prezzo del tra- 
dimento. E qui r oratore tuona: e qui mostra co- 
me per quegl ingrati il beneficio fu la semenza di 
tante colpe: com' elll fatti orgogliosi per gran fidu- 
cia^ come tutto arrogando alla potenza loro^ aveano 
impresa la guerra •. credendo che fosse bello^ l an- 
teporre la/orza: alla giustizia. Perciocché, non ingiu- 
riati da persona d'Atene , mossero guerra ad Ate- 
ne per la sola speranza del poterla vincere. E quin- 
di l'oratore rammenta le cortesie usate da' suoi ver- 
so que' malvagi: onde meglio s' inQammi lo sdegno 
e la vendetta del popolo ; e grida: che con tale razza 
sarebbe stata virtù f essere villani : perciocché l'uo- 
mo naturalmente ha in ispregio chi lo carezza^ e me- 
ravigliasi di chi non s' inchina . Sieno dunque pu- 
niti secondo la grandezza della ingiuria loro • uè 
il castigo sia già di pochi- ne il popolo sia perdo- 
nato', ma se già tutti insieme furono assalitori , e 
tutti insieme ora trucidati. Così Cleone: il quale poi 
segue, compitando i mali che verrebbero da una scon- 
sigliata clemenza per la certa ribellione degli altri 
confederati; e mette sotto gli occhi il pericolo che 
ogni ateniese incontrerebbe in ogni città della Gre- 
cia: né vuole che si dica scusa alf errore la fralez- 
za umana; avvegnacchè i ribelli non hanno olleso per 
umana fralezza, ma per forte voglia, ma per aper- 
to consentimento, e tutti hanno confessata la par- 
te de' traditori . 

Dichiarate queste ragioni , 1' oratore discende 
a pregare i giudici che no» pecchino in tre cose c|^ 



JD IONICI »* AlICARNASSO 22? 

grandissimo danno all' imperio : i.* nel muoversi 
troppo a pietà : a° nel lasciarsi piendere all' esca 
dell eloquenza : 3*^ nel troppo usare atti magnanimi . 
Vuole che la pietà non s abbia a operare con chi 
non la prezza; ed è fatto avversario dalla sventu- 
ra . Vuole che gli scaltri oratori si lodino per 1' arte 
loro , ma che il piacere che se ne coglie non val- 
ga la ruina della città. Vuole da ultimo che i ma- 
gnanimi atti sieno usali in quelli eh' esser ponno 
fedeli , non in coloro , che mentre ricevono il per- 
dono , si giurano inimici eterni di chi perdona . 
Imperocché ognuno eh' è offeso d' offesa ingiusta , 
s' egli scampa , è più crudele nella vendetta che noa 
è colui il quale per giusta offesa è nimico . Così con- 
dotta a' suoi termini conchiudesi 1' orazione eoa 
arte maravigliosa , ed esclamasi agli ateniesi . Su , 
decretate morte a quelli di Mitilene per non easere 
ucciditori di voi medesimi . Considerate quanta era 
in voi la sete del costoro sangue . Considerate den- 
tro dair iinimo , che travagli e che pene vi aspet- 
tavano , se eravate voi vinti . Or via contr essi os- 
servate il contrapasso . Ne inteneriscavi il cuore la 
presente loro sventura : né guardate al misero staio 
loro; ma sì guardate a pericoli che vi stavano sul- 
la testa . Rendete lor dunque il prezzo della' loro 
opera ; e questo solenne esempio n abbiano gli al- 
leati : eh" ei sappiano , che qualunque tradisce AtC' 
ne , egli è morto . E se tutti il sapranno , voi non 
dovrete pia lasciare di far guerra a nemici per guer- 
reggiare gli amici . 

Questo fu il sermone del figlio di Cleeneto » 
uomo principale della fazione plebea . 

^ noi r abbiamo esaminato a lungo , perchè 
si vegga aperto T artificio di Tucidide e 1' errore 
di Dionigi . Perchè Dionigi accusa Tucidide per noa 
G.A.T.IX. i5 



226 Letteratura 

avere narrata V arringa d' alcuno degli oratori di 
parte plebea : e quest' arringa di Cleone è di colui 
che i'u principe di quella parte. Dionigi accusò Tu- 
cidide, peicTiè nulla disse di ciò che mise negli at-^ 
tici la voglia del sangue di Mitilene : e Tucidide 
ha propriamente qui dette quelle cose che furono 
recitate per volgere gli attici a quel fiero e sangui- 
noso proposto . Laonde è da credere che allorché 
Dionigi slimò dì vedere questa colpa, avesse al tut- 
to chiusi gli occhi deir intelletto : togliendo ragione 
d' accusa , dove era materia di lode : e specialmen- 
ee in quella maestra economia , senza la quale Tu- 
cidide non avrebbe mai conseguita quella sua dote 
mirabile della brevità . 

'j. Ma basti al fine di ciò . Seguasi la comin- 
ciata inchiesta : e si legga il capo diciottesimo della 
censura . 

Quivi si tocca dell' orazione funerale , che nel 
primo anno della guerra fu detta sulle ceneri di que' 
gloriosi , eh' erano morti per la patria in battaglia . 
iVè in vero ci rimane per le greche storie conclo- 
ne alcuna, che si mostri più alta, o, per mieglio 
dire , pili tragica di questa . Così tulli credettero « 
credono. Ma il solo Dionigi noi crede . E comec- 
ché non possa egli negare , eh' ella non sia cosa 
rarissima per la morale filosofia, e adornata d«' piiì 
chiari lumi dell'eloquenza, pure il rigido .censore 
cerca ogni modo per abbassarne 1' altezza . E viene 
dicendo : che quel tanto panegirico era da lasciarsi 
a più nobili tempi : che troppa retorica si spende 
per pochi morti ed oscuri: che quelle alte parole si 
convenivano meglio a que' soldati che caddero in 
pilo, sterminando 1 eser ito de' lacedemoni : che que' 
plebei da Tucidide celebrati non crebbero gloria né 
potenza ad Aleue ; ma coloro , egli sclama , colo- 



Dionigi d' Alicarnasso n^'j 

ro la fecero veramente immortale , i quali si stese- 
ro ai piedi que' superbi spartani , che aveano mossa 
guerra alla patria: coloro i quali capitanati eia De- 
mostene e da Nicla , o perirono sotto il ferro ni- 
mico , o in miserabil fuga si spersero per le terre 
e pei mari di tutta Grecia : ed erano pn^sso ai qua- 
rantamila : e non ebbero pur la trista mercede di 
dormire ne' patrii sepolcri . 

8. Queste cose dice Dionigi : e n'aggiunge al- 
cun' altra di simile tempera: le quali a roi. pajo- 
no venute più tosto dalle scuole de' retori, clie da 
quelle de' filosofanti . Perchè se entrei^emo ad esami- 
nare in quali argomenti Tucidide si fondasse, quan- 
do fra l'altre orazioni scelse questa soia di Pericle, 
vedrassi a un tratto eli' elli furono argomenti chia- 
ri, buoni, gravissimi, e tutti degni di qu/iF arguto 
ingegno . 

E primamente dicasi : eh' ei volle donarci dì 
ima orazione del più nobile tra gli antichi autori: 
di quel Pericle, di cui, per testimonio di Cicerone > 
fu detto da Aristofane eh' ei seppe balenare , tico- 
tiare ^ e mescere tutta Grecia' (i) di quel Pericle, 
di che Plutarco afferma tanta essere stata 1' auto- 
rità e r eccellenza , che gli ateniesi non dubitaro- 
no di nominarlo /' Olimpio , Cuomo so\>rapposto al 
segno degli altri , la vera prole di Gioue . ( i ) Or 
questo sia qui notato per difendere la scelta dell'ora- 
tore . Il quale non era certamente da posporsi a 
que' dicitori di minor grido , che nelle seguenti guer- 
re celebrarono il nome e la virtù de morti . E do- 
vendosi tra le cose bufone sempre scegliere la mi- 



(i) eie. de Orat. e. tj,. 
(i) Plut. Vit. E«x;, 



228 Letteratura 

gllore , era certo da scogliere Y arringa di questo 
Pericle: r scegliere quella detta in questo primo an- 
no : perchè nel secondo eì tacque : e nel terzo era 
morto . La quale arringa fu di tanta fanna per tutta 
Grecia , che ne troviamo in Plutarco il seguente 
bellissimo testimonio . Ritornato in Atene fece Pe- 
ricle solenni esequie a coloro ch'erano morti nelt ar- 
me : e recitò a loro laude ( come s^ usa pur anche ) 
una orazione funerale , per cui fu sommamente am- 
mirato ì perchè , sceso lui dalla ì^inghiera , le don- 
jie gli furono attorno , e gli fecero festa stringen- 
dolo per mano , e incoronandolo di ghirlande e di 
bende , siccome ad atleta che tornasse dalla vitto- 
ria . (^i) Per grido adunque di sì degno sermone 
s'era fatto debito dello scrittore il serbarne memo- 
ria , e il mostrarlo come ad esempio di quanti vo- 
lessero onorato di utili lodi gli eroi . E diciamo di 
lodi utili , perchè Tucidide badò principalmente a 
quel fine , che degno d' ogni filosofo , cioè al gio- 
vare la sua cittadinanza . Quindi non solo intese a 
narrare i fatti d'Atene, ma anche ad accenderne i 
cittadini nelf amore della gloria : e pose quasi nel 
principio de' suoi libri il grave panegirico di quella 
morte, che fra i valorosi è tenuta in migliore prez- 
zo che non è la vita . £ voile che i suoi leggito- 
ri conoscessero , che il cittadino che muore per la 
patria si fa sacro ai posteri : o muoja egli nella più 
grande delie battaglie , o in un breve scontro di 
pochi assalitori . Perchè la virtù si loda per se stes- 
sa : né la fama de' buoni dee dipendere o dal nu- 
mero de' nemici , e da quello de' morti . 



(i) Plut. vit. Perici. 



Dionigi d* Alicarnasso 239 

Q. Ma vogliamo che questo consiglio di Tuci- 
dide chiaro apparisca , cercando Lene in quel di- 
scorso che si vuol condannare . Il quale non è già 
una gonfiata ciancia in lode dì pochi uomini del 
volgo , spenti in una piccola zuffa • ma è un parla- 
re tutto nuovo , ardito , utilissimo ai cittadini vi- 
vi , perchè onorino il nome de morti gloriosamen- 
te , e adoprino fatti simiglianti ai loro , quando la 
comune necessità lo richiegga . E in somma un ser- 
mone tutto degno di quel Tucidide, che scacciato 
in esilio , ne potendo più giovare la patria colla 
spada , intese a farla potente e forte colle sue pa- 
role . Per ciò si prende cominciaraento dal lodare 
que' primi avi , i quali fondarono gli ordini civili 
d' Atene : poi s' innalza il nome c\e padri , che ne 
allargarono V imperio , il vigore e la libertà : se ne 
descrive il bello e fiorente stato , e se ne racconta 
la già compiuta grandezza.. Dalle quali cose non 
solo si tiae un' alta e secreta lode a quelli che per 
Atene morirono , ma si mette nel cuore degli as- 
coltanti un acuto stimolo che li mova a farsene 
imitatori . 

IO. Quindi Pericle dice : che la sua repubblica 
non imita le leggi altrui : ma che gU altri imitano 
quelle di lei ; che in essa non è cittadino che ali* 
altro cittadino non si pareggi : ma chi giunge alle 
insegne del maestrato , vi giunge per la vera e sola 
eccellenza o della mano o del senno ; che la pover-» 
tà non si attraversa fra gli onori e V uomo , e non 
vieta ad alcuno il giovare di se la patria ; che gli 
ateniesi sono del privato avere datori allegri, e del 
pubblico ministri severi ; eh' ei temono la pena 
rompendo le leggi scritte : e rompendo le non iscrit- 
te, temono la vergogna . E qui recita i piaceri della 
città , e i teatri , e i giuochi , e le feste , e i sagrili- 



iSo Letteratura 

cii per tutto Tanno , e le belle pompe, e i com- 
mercii , e quante sono le cose che recano il bene 
e la gioja nelf animo de' mortali . Donde viene con 
sottilissim arte a parlare della guerra , e delle cose 
pertinenti alla guerra . E mostra come gli uomini 
d' Atene non si confidano ne' grandi apprestamenti 
d' arme , e nelle scerete pratiche e neile insidie , 
ma solo nella grandezza e nella l'orza diagli animi e 
delle braccia ; eh' ei non chiudono la città a stra- 
niero alcuno : che lo fanno comune ad ogni gene- 
razione di genti , benché inimiclie ; che agli [spar- 
tani, che crescono i giovinetti nella virile fortezza, 
non bastò mai il cuore d' assalire Atene : ma che 
gli ateniesi , soli , e senz' altri compagni , seppero 
asscìlire e prendere coloro che si difendevano nel 
chiuso dellp propria case . Né per ciò adoprano si- 
nistrameJite la forza : ma più seguono il valore delle 
leggi , che quello dello spade . Splendidamente vi- 
vendo usano continenza : e sopportono povertà lie- 
tamente; e le richezze spendono ne bisogni, e non 
prr ventoso animo e vile . Ciascuno ha cura de' 
ncgozii comuni , e de' privati : perchè quegli che 
intende alle bisogne dimestiche, non per questo per- 
de la scienza del governare le pubbliche . li qui ag- 
giunge altre cose intorno la prudenza , e il buon 
coraggio , e la cortesia , e i benefìcii , e la libera- 
lità, e conchiude: che Atene è noima di tutta Gre- 
cia : che la potmza sua, per tali modi acquistata , 
L'me addimostra che tutte queste lodi non si de- 
rivano dalla gloria vana , ina dal solo vero . Per 
che non h fanno bisogno i versi del cantore di Troja 
o d' altro sacro poeta , che la renda famosa e vi- 
va ; ma le basta il suo valore , che già s' ò aper- 
to una via per ogni mare e per ogni terra, e v ha 
lasciato la stampa de beni resi agli amici , e de' 



Dionigi n' Alicarnàsso ùZì 

mali fatti a'nimici, si che il popolo che non V ama, 
già la paventa. E in questo luogo con una inaspet- 
tata transizione 1' oratore si volge al suo subietto , 
ed esclama : per cotale città combattendo adunque 
costoro sono morti da generosi : per cotale città : e 
il fecero perdi' ella non gisse a ruina : e per tal fine 
ognuno di voi , ognuno de' posteri dee sudare e pe- 
rire. La vita degli uomiai si dimostra dalla virtù, 
e confermasi dalla morte . Costoro adunque sono 
stati quali loro si conveniva d' essere secondo la 
dignità d una patria sì grande . E per essa hanno 
acquistato una lunghissimi gloria e questi onorati 
sepolcri . Ne già solo questi , in che si pongono le 
ceneri e 1' ossa loro , ma quelli , onde il lor nome 
si farà lontano , finche duri T imitazione e la ri- 
cordanza de' buoni . Perchè ogni terra è buon sepol- 
cro agli eroi - Né la virtù loro si mostra dai titoli 
delle domestiche pietre , ma dalla memoria che ne 
rimane per ogni loco , senza essere scritta ; e me- 
glio si scolpisce ella negli animi che ne' sassi . Qui 
r oratore si volge ai padri che sono presenti ; e vuo- 
le , che non si dolgano , ma si rallegrino : dicen- 
do : che veramente beato è 1' uomo , cui data è dal 
cielo una gloriosa morte , ed un finir felice col con- 
forto del pubblico pianto . Vuole che i padri ancor 
giovani si consolino nella speranza de' figli che po- 
tranno ancor nascere ; che il padre, il quale ha per- 
duto i figliuoli per la patria , le dà migliore con* 
siglio di chi non ha per lei perduto i figliuoli . Poi 
que' vecchi , che non hanno più speranza di prole, 
comanda che si consolino della loro gloria . Per- 
ciocché la sola magnanimità non sì fa vecchia giam- 
mai : e ne' tardi anni dà minor gioia il guadagno 
che non ne dà la vita magnifica dell' onore . Indi 
rivolto a' figli ed a' fratelli , mostra loro il diffi- 



J2 3 3 L E T T E U A T U R A 

cilc esempio , pcicliè pure anelino ad imitarlo , e 
loro grida, eh' elli sono ancora inferiori a que' mor- 
ti . E finalmente loda la virtij di quelle donue che 
durano la vedovanza per la patria , e npn m'atten- 
do vani lamenti , si coronono sid loro sesso - Do- 
po di che conchiude Y arringo , parlando parole da 
principe della città : e promc^ttcndo eh' ella nudrirà 
i figliuoli de' morti in premio de' loro padri , e la 
utile di tutto il popolo. Imperocché dove sono po- 
sti gran premi alla virtù , ivi si trovano i valo- 
rosi . 

11. Questo è in breve il sermone di Pericle: 
che a noi pare di tale bontà che ogni lode gli sa- 
ria scarsa . E bene si conosco posto da Tucidide per 
mostrai-e non pure la eloquenza di colui, ma l'intero 
aspetto della sua repubblica , e le semenze di quel 
valore , di che ne' seguenti libri si veggono frutti 
sì copiosi e sì belli . Onde questo parlamento può 
bandirsi per un vero panegirico d' Atene , e degli 
ateniesi,] e della greca libertà, e dell' onor mili- 
tare . Dopo ciò , se alcuno , seguendo il censore Dio- 
nigi , amasse leggere un orazion funebre d' altro ge- 
nere , noi senza invidia lasceremo eh' egli segua 
Dionigi ; ed ami un' altra orazione , che sia posta 
negli ultimi libri della storia : che ragioni ai morti 
che pili non odono : che descriva alcuna battaglia 
già raccontata : e che parli di poche migliaja d' uo- 
mini : dimenticando il bisogno vero dell' intera re- 
pubblica , e le riposte ragioni dell' arte storica . Che 
dove arte non è , la quale è legge dell' opere , noi 
non sappiamo pensare com' esser possa che si tro- 
vi il bene o il male, e la miglior cosa discernasi 
dalla peggiore . 

12. Ma si passi ali altra censura, la quale si 
legge al capitolo decimonono : e tratta i vi^ii del 



PioNiGi d' Alicarnasso 333 

Proemio in modo assai più sottile di quello , che 
la ragione concede . 

Dionigi vi chiama in colpa Tucidide per aver 
fatto di quel proemio quasi un camentario delle co- 
se deir antica Grecia , e mostrato che quelle vec- 
chie geste furono di minor mole che non le mo- 
derne . Poscia il buon retore insegna, che i proe- 
mii sieno come indici , che brevemente tocchino 
quelle sole cose, di cui hanno a ordinarsi le nar- 
razioni seguenti . Aggiunge : che il greco istorico 
non operò da pio cittadino svelando i rozzi prin- 
cipi! della patria , e mostrando come i greci vi- 
vessero in antico , senza la loro dignità . Stima che 
dovesse tacersi , come al tempo della guerra di Tro- 
ja ei non aveano comune neppure il nome : che per 
rabbia di cibo si facevano corsari rubatori del 
mare : e scesi a terra , poneano a sacco le città che 
allora erano senza muro : e del pane dei rubati si 
satollavano ; che è vanità il raccontare , come i 
vecchi ateniesi si vestissero a pompa : e portasse- 
ro le zazzere torte in anella , e le cicale d' oro sul 
capo ; e come i lacedemonii si traessero i primi 
le vestimenta , e nudi si ungessero nella palestra . 
Non vuole in somma che lo storico narri altra co- 
sa fuor questa delia guerra del Peloponneso, e delle 
ragioni che la mossero . Nò pago a tanto , giunge 
anche a' termini di più fino coraggio. Perchè , pre- 
so lo stile, cancella una gran parte di quest' aurea 
scrittura: rifa egli medesimo tutto il proemio : e non 
dubita di tenere col gran Tucidide il modo , che 
tiene il pedagogo co suoi fanciulli , quando per ar- 
te di scarabocchi ne fa più bello il latino . La qual 
follia pur vedemmo a nostri dì rinnovarsi : mentre 
due grandi ingegni teneano il campo delle lette- 
re : r uno de* quali volle (;jiuc«llar« i tre quarti del 



234 LuTTERATUnl. 

poema di Dante , per farlo tutto soave : e Y altro 
empiè Omero di frasche , perdi' egli si maraviglias- 
se delle frondi non sue . 

i3. Ma veggasi se l'ardimento di Dionigi gli 
torni a lode . 

I principii de' libri deggiono essere ronsidera- 
ti sempre ed esaminati con molta cura. P» rciocchè 
gli errori che si cacciano dentro i proemii , quasi 
mala radice posta in terreno fecondo, vanno poscia 
di tale maniera crescendo e moltiplicando , che a 
gran fatica si possono indi diradicare e divellere . 
Diasi dunque lode a Dionigi, perchè ci richiama a 
sì necessaria osservanza . Ma le mancanze e gli er- 
rori eh' egli vuol trovare in questa introduzione , 
ove sono? Nella sola mente del retore. Perchè egli 
si lagna che, per dir cose vane, non abbia Tucidi- 
de manifestate le ragioni delia guerra. E poi scri- 
ve egli stesso il nuovo proemio : e non aggiunge una 
sola ragione di essa guerra , che già non fosse nel 
vecchio proemio significata. Quale ingiustizia sìa que- 
sta, o lettore, noi chiedere: chèqui noi si scrive. 

i4- Passiamo dunque più oltie. Sì vuole, che 
Tucidide abbia vituperata la patria per averla mo- 
strata povera, inerme, agreste mentre fu antica. Ma 
si può egli pensare più vana accusa ? Quale è quel 
popolo che non sìa venuto dal misero stato nel si- 
gnorile ? quale è quella città che prima d'essere di 
marmo non fosse latta di sassi? Anzi di fango pri- 
ma che di sassi? Dionigi dunque direbbe vitupera- 
tori degli uomini que' filosofi , i quali ci segnano i 
primi padri d'ogni gente nudi, tremanti, selvati- 
chi, ripararsi alle caverne, e contendere sotto Telci 
le ghiande cogli animali. Se v'ha popolo cotanto 
folle che sì creda nato con indosso le porpore e Toro, 
e posto per incanto in una città di palagi e di tem- 



Dionigi d' Alicarnasso 335 

pli *, egli sarà un popolo guidato da ciurmatori e 
da negromanti ; né questo potrà mai credersi il po- 
polo di Grecia, pieno d' alto Ingegno, e cresciuto 
in tutte l'arti della civile sapienza. E sapeva egli be- 
ne , come ogni cosa muove da prìncipii tenui e qua- 
si non visibili ; come il lompo, gli uomini e la foi- 
tuna tutto governano, allargano ed afforzano; come 
le prime congreghe di poche famiglie si mutano irv 
belle cittadinanze : che poi si laiino genei'ose na- 
zioni ornate di città, di magistrati, d' armi e d'in- 
dustrie, di virtìi civiche e di vittorie. E così esse- 
re accaduto alla Grecia vedesi in questo proemio 
di Tucidide: dove tutte queste cose sono dipinte e 
strette in poche e brevissime note; sicché lo spec- 
chio d'una lente meglio non potrebbe stringere nel 
breve suo cerchio finterò aspetto d'una vasta cam- 
pagna e del cielo. Perchè vi conosci gli esordii di 
que' popoli , i quali poi vengono a fare di se stes- 
si spettacolo ne' seguenti libri ; e vi trovi le cose 
che lo storico avrebbe dovuto narrare altrove con 
digressioni moleste; e vi conosci le ragioni del for- 
te sito d' A.tene: e il modo con che quelle v&rie 
genti si annodarono in un solo nome: e la eterna 
indole di coloro , onde si raccontano le imprese e 
1 danni , ed i peccati e le glorie. 

( Sarà continuato.) 

GlUilO PERTICARI 



;i36 

Canzoni inedite d' Angiolo Firenzuola , 
e 6r/o. Matteo Faetani. 

à. S. K. IL SIGNOR D. PIETRO Dk' PRINCIPI ODESCALCHI 
GIO. BATISTA VERMlGL,IOLI 

X vecchi codici , comunque elli sieno , a prò del- 
le lettere non mai si consultano in damo. Accade 
poi soventemente , che da essi preziosissime gomme 
si traggano, le quali per avventura se decentemente 
non si collocano, e se a chi n è meritevole in pla- 
usibile dono non si destinano , corrono gian risico 
di perdere gran parte del pioprio valore. 

Se così è , chiarissimo signore , io non saprei 
a chi meglio destinare 1 otferta d una non dispre- 
gevole gemma per me ripescata per entro un co- 
dice del secolo XVI. Ella con si grande amore del- 
le lettere , e con tanto zelo della nazione presiede 
ad un assai dotto giornale , ove lodevolmente un 
dignitoso posto alle cose inedite de' nostri italiani , 
anche mercè delle sue cure, si serba; penso che 
debba essere preferita nel dono. Il nome oscurissi- 
mo del donatore potrebbe scemar di pregio rolFer- 
ta ; ma in questa circostanza ella di riguardare si 
degni la sincera ambizione di lui , che da sì lun- 
go tempo un attestato di doverosa stima esternarle 
bramava. 

Il codice pertanto, in forma di 4-" •> ^^ "on 
perfetta conservazione, di qualche foglio forse man- 
cante , ed esistente presso di me , contiene rime di 
Bartolomeo Carli Piccolomini , di qualche accade- 
mico Intronalo di Siena, di allri accademici, del 
13erni , del Coppetta , del Caro , del Molza, di Raf- 



Canzoni del Firenzuola e del Faetani aS^ 

faello Gualtieri, del Gasa, e di altri poeti meno co- 
gniti , ed al foglio 7 si legge una canzone del Fi- 
renzuola. Ella mi sembra non dispregevole cosa , e 
non immeritevole d' ottenere nel giornale medesimo 
posto distinto. Sebbene il Firenzuola sembrasse mi- 
glior poeta nel burlesco che nel grave e nel serio , 
pare a me , se pure non erro , che la canzone non 
sia destituita di quella nobile gravità che il sublime 
argomento richiede. Ella , chiarissimo signore , già 
bene e lodevolmente per lunga stagione accostumata 
a gentilmente gustare le grazie dell' italiano parnas- 
so , assai meglio di me potrà adequato giudizio me- 
narne, mentre io le ne fo semplicemente 1' offerta, 
credendola inedita, e come a lei piacque di conveni- 
re. Intanto nella raccolta rarissima di sue poesie 
pubbHca^a dal Giunta nel i549, ^ procurata da Lo- 
renzo Scala, non si rinviene, come neppure nella 
recentissima edizione che fa parte de' classici ita- 
liani pubblicati in Milano, ove le poesie del Firen- 
zuola furono ordinate dietro a quella stessa del i549. 
JVella copiosa raccolta di rime pubblicata da Dio- 
nigi Atanagi (Venezia i565 ) fra que' -yS e più ri- 
matori non trovo che v'abbia posto il Firenzuola: 
e sono quasi certo, che questa canzone neppur s' ab- 
bia nella raccolta poetica d'Agostino Gobbi pub- 
blicata in principio del secolo scorso. Così neppure 
è da supporsi, eh' esso componimento sia nella rac- 
colta rarissima di poesie data in luce in Venezia 
al segno della speranza nel i55o, ove il Firenzuo- 
la ha pur qualche cosa: imperocché la stessa rac- 
colta non è che di rime sagre. 

Ella è forse una di quelle composizioni di mes» 
ser Angelo, di cui Lorenzo Scala nella dedica a 
Francesco Miniati lo smarrimento compiange, co- 
me noi d' averla felicemente ritrovata rallegrare ci 



a38 Letteratura 

dobbiamo. Né io sono lungi dal credere, che una 
tale canzone sempre ascosa nel codice perugino ri- 
manesse, e che il Firenzuola medesimo in Perugia 
la travagliasse:, imperocché è da sapersi come egli 
vi era stato allo studio ; notizia che ci perviene 
primieramente da Pietro Aretino, ove fu suo con- 
discepolo ed amico ( lett. voi. r. p. 239. aiS. ), e 
quindi ripetuta dal Mannì nelle sue veglie piacevo^ 
li (il. 5'j. ). E per maggior sicurezza di ciò , io 
le aggiungo , come in una vecchia matricola degli 
scolari del perugino studio, spettante al secolo XVI, 
Angiolo stesso così di propria mano sottoscritto si 
trova : Angiolus Florentiolanus de Florenzia die 
XXXI mnj i5i6 (Ibi. 4'-)- 

Intanto al suo finissimo gusto di qualche mi- 
nor pregio potrebbe sembrare una nuova poesia , 
•nnedota anch'essa, ma che la singolarissima cir- 
costanza , per cui fu fatta , potrebbe rendere non 
immeritevole del tutto d' ottener qualche posto in 
codesto dotto giorqale. Ella è pertanto una canzone 
di frate Giovanni Matteo Faetani da Rimini, in mor- 
te dell' Ariosto , e indrizzata al duca Ercole Esten- 
se. Del Faetani mi è ascosa ogni notizia : so per 
altro non essere oscuro del tutto nella storia della 
poesia italiana , imperocché egli ha rime fra quel- 
le di molti altri rimatori raccolte da Giovanni Offre- 
di , e pubblicate in Cremona per Vincenzo Conti 
nel i5(3o, e raccolta di qualche rarità. Un nuovo 
motivo di crederla inedita sembra a me eh' esser 
possa il vedere che tace di essa il signor Barrufal- 
di nella sua recente e diligentissima vita dell' Arió- 
•sto. E siccome il dotto biografo non dimenticò 
Lorenzo Frizzolio riminese, anch' esso autore d'un 
elogio di Lodovico, così io penso che neppure il 
Faetani avrebbe dimenticato 7 quante voltq cono- 



Cannoni del Fireit^uolà i del Faetani 23^ 

scinto lo avesse. Che se poi non fosse stata cosa 
di qualche eleganza , il Faetani non Y avrebbe in- 
dirizzata al duca Ercole, come a quello ch'era be- 
ne incaminato nella via delle lettere amene, e che 
nudrì per V Ariosto stima ed affetto. 

E perchè ella, chiarissimo signor principe, pos- 
sa comprendere come io anche col. mio pochissi- 
mo sarei ben disposto di contribuire all' incremen- 
to di sì dotto giornale , alla di cui compilazione fui 
onoratamente, ma immeritamente, chiamato; appro-* 
fitto di questa circostanza onde nuova offerta umi-* 
liarle, semprechè la sua approvazione possa incon- 
trare. Sarebbe questa l' illustrazione d' una rara ed 
annedota medaglia coniata in onore di Malatesta IV 
Baglioni , soggetto ii quale nelle storie de' ponti- 
ficati di Leon X e Clemente VII tiene un posto 
luminoso e distinto. È pur singolare che assai, e 
molti scrittori avendo parlato di lui , fu ascoso ad 
ognuno un monumento, il quale per essere ezian- 
dio di quel dottissimo secolo merita d' essere co- 
nosciuto: e lo merita poi in un tempo in cui, nien- 
te dimenticandosi che possa la storia italiana illu- 
strare, con lodevole cura ed impegno si prende 
eziandio a cercare studiare e sporre con dotti co- 
menti la numismatica moderna non altrimenti clhe 
l'antica. La mia illustrazione brevissima, tratta dal- 
la vita assai copiosa che ne scrissi , 1' ho model- 
lata sulla foggia della lapidaria italiana, impercioc- 
ché neppur questi studi oggi si dispregiano, e le ho 
dato la mtitolazìone di fasti in fronte. 

Pongo fine ad uno scritto, che potrebbe averla 
annojata: ma mi conforto nel pensare, ch'ella da 
esso passando ai versi del Firenzuola , si ristorerà 
dalla sua noja medesima; mentre io pieno di stima 
f asso a nuovamente confermarle il mio rispetto, 



a40 IjETTETlATtJRA 

Canzone d' angiolo Firenzuola 

Beir intelletto, entro del quale alberga 
Sì largamente quel gran don d' Iddio, 
Ch'era il lemminil ostro in quei primi anni, 
Come fora mestier eh' al pensier mio 
Nodosa sferza e non pietosa verga 
Fella non pigri i miei timidi vanni , 
Acciò eh' insin sovra i celesti scanni, 

• È d' onde s' erge il sole 
E che più splender suole, 

E dove han triegua i suoi più lunghi affanni, 
E là 've i monti e state e primavera 
Sempre han bianche le chiome. 
Portasse il nome tuo mattino e sera. 

Ma chi ha oggi così bello stile 

Che di tant' alta impresa non paventi? 
Quale isnodata lìngua ha tanto ardire. 
Che presuma alle orecchie delle genti 
Portare il suon dell' opre sue gentile? 
Come avrò speme io mai poter venire. 
Senza tema eh' io meco non m' adire, 
A celebrare in carte 
Di te sola una parte ? 

Ma supplisca , ov' io manco , il gran desire; 
E sieme almen per mio piacer concesso. 
Quando eh' alcun non m' ode , 
Narrar le lode tue solo a me stesso. 

£cco queir alma , che sì lungo tempo 
Delle grazie del ciel stata è ricetto, 
E del ben di lassù la pompa e l fregio , 
Disces* è al calle, che, ben eh' or sia stretto. 
Dette la via per tutto il mondo un tempo , 



Canzoni del Firenzuola e del Faetani 24ì 

E fatto ha via più chiaro il nome egregio 

Dì quella, ch'entro Roma fu in tal pregio. 

Che delle sue contrade 

Con adirate spade 

Scacciò per sì gran tempo il nome regio. 

Nel cui bel seno ognor virtute nuove 

Piovendo, alzano un grido: 

Qui dentro è '1 nido nostro, e non altrove. 

E per vietar che la terrestre gonna 
Non le macchiasse il perfido tiranno , 
Che per turbar di lei la pace venne. 
L'alma gentil , e per fuggirre il danno 
Che mal seppe schivar Y antica donna , 
Nelle sue caste mani \ velen tenne, 
E quel , per sigurtà del suo onor, fenne 
Che '1 gran cartaginese 
Allor che '1 nome intese 
Di quei, eh' a fuggir lui bramar già penne. 
Né forza ebbe '1 signor : che 1 eie! non volse ; 
Oh singolare esempio ! 
Anzi neir empio miostro il furor volse. 

Pili che mai vaga , leggiadretta , e bella 
Tornò la donna poscia ; e così piacque 
Anzi al cospetto del divino Amore 
L' atto pudico e 1 cor là dove nacque. 
Che tutto r arse con la sua facella. 
Da indi in qua sol bel desìo d' onore 
Si muove in essa, e d'indi a noi vien fuore 
Là onde 1 dolce sguardo 
Rende vii , pigro , e tardo 
Qual sia rozzo pensier eh' uscir vuol fuore S 
E le poche parole accorte han forza 

G.A.TJX. i6 



242 Letteratura 

Ogni villan costume 

Spegner, qual fiume picciol fuoco ammorza. 

Poscia che le latine alme cortesi 
Restaron , saziando le lor voglie , 
Far ricchi i templi , e de i vinti nemici 
Ornar tanti trionfi, e le lor soglie 
Spogliar per rivestir i lor paesi , 
JNou ebber speme mai queste pendici 
Ritornar come pria liete e felici , 
JVè ristorare 1 danno 
Che fea maggiore ogn' anno , 
A mal grado di noi, le sue radici: 
Finché questa gentil pianta novella 
Scoprìo la bella chioma , 
E te che Roma ancor spera esser bella. 

Quanti ved' or per Y antico viaggio 

Drizzare i passi, e girsen con costei ! 
Quanti s'ascoltan su per gli alti poggi 
Sonare or cetre ed or cantare Orlei ! 
Quanti Titiri stansi , a pie d'un faggio , 
Colla sampogna lor, sonare anch' oggi 
A quante piante il dolce umore appoggi ! 
D' Arno la bella riva , 
Ch' in un sol già fioriva , 
Veder può ognun, che a questi colli or poggi. 
Come crede che Fidia e 1 grande Apelle 
Dichin col viso tinto: 

^' Vedi e' han vinto pur 1 opre novelle. 

Non scese mai con sì celesti tempre 

Anima , o di virtù sì colma unquanco. 

Sorga '1 sa ella, e questi nostri regni ; 

Che quando torna al cicl non ci sie almanco 



Canzoni pel Firenzuola e delFaetani 243 

Chi la tenghi fra noi viva mai sempre ! 

Destinsi adunque i più purgati ingegni, 

E in stile uguale a' fatti egregi e degni. 

Con dolce onesta gara. 

La bella donna e rara 

Farsi immortai ognun di lor s'ingegni: 

E tal la mostri V incude e 1 martello 

. . . •. • ; - . O 

Come casto fu mai corpo sì bello. 

Canzon, s' io ti vedessi 

Esser più. eh' altra dar lode a costei , 

Di cui uomihi e dei 

Non vider mai né vederanno anch' altra. 

Forse eh' io ti direi: raddoppia '1 stile; 

Ma , sendo vile assai, 

JMiglior farai tacer povera e umile. 

Canzone di fra Janmatteo Faetani d Arimino 

nella morte dell Ariosto^ al signor 

Ercole da Este. 

Ercol, spietata morte oggi ne ha tolto 
Il maggior uom che mai vergasse carte . 
E piagato di doglia a tutti il cuore: 
Io '1 posso dir, che n' ho lagrime sparte, 
E sospirato le parole e 1 volto 
Che del mondo stordito era V onore. 
Benché, malgrado suo , vedrassi fuore 
Del sepolcro ir pascendo mille ingegni , 
Che dopo lunga età vedran la terra , 
D' amor di gelosia d' arme e di guerra: 



(*) M»nca un verso » e nel codice v' è il vacuo d'una riga. 

l6' 



a44 Letteratura. 

E tra que' che quaggiù son chiari e degni 

Vedrà molto più regni 

Che non fé' , su V alato e bel destriero 

D' Atlante, il vostro ardito e gran Ruggiero. 

Da Marocco al Catai , da Borea ali* Ostro , 
Di scrittor in scrittor, di grido in grido. 
Veggio 1 bel nome andar carco di piume. 
E , poi che di se pieno avrà ogni lido , 
Restarne in fregio via più che 1' ostro; 
]Nè fia fuoco né età che le consume; 
Quasi un bel sol , eh' ogni intelleto allume , 
E scopre rose gigli e verdi fronde 
Sul Po quant' è sul mezzo, o in riva d'Arno; 
Talché gelo crudel tenterà indarno 
Spogliar le rugiadose altiere sponde , 
E turbar le belle onde 
Che del figlio del Sol bagnano 1' ossa , 
E alla nostra città fanno ampia fossa. 

Onde tempo verrà , che ognun che arrivi 
Sotto le mmacciate ed alte mura , 
Felice voi dirà d' un parto tale : 
Che questo gran miracol di natura , 
Che sfrondò lauri , mirti , edre , ed olivi , 
Qui prese quel che in voi lasciò mortale. 
Poich' ebbe agli onorati omeri 1' ale. 
Che già figurò qui quel primo cigno 
Che , di potente re , divenne augello ; 
Quindi prese le penne , e tutto bello 
Vinse r invidia e ogni rumor maligno , 
E tanto ebbe benigno 
Il cielo , eh' insegnò fino a le piante 
Le battaglie di Cano e d' Agramante. 



Canzoni del Firenzuola k del FAETAin ^45 

Talché con Tugne verdi e fuor dei balli 
Corser le semplicette verginelle , 
Concie intorno le trecce a mille fiori. 
Per sentire iterar tra le mirtelle , 
E fra tutte le ripe e fra i cristalli , 
Le donne i cavalier V armi gli amori. 
Qua s'alzavan le gregge sopra i tori 
Per udir tutto il suon , tutto il concento : 
Là rotando passava il Sol più basso : 
Quei senz' altro pensier pendea da un sasso , 
O appoggiavasi a un tronco , tutto intento ; 
Stavausi 1' acque e 'I vento 
E le fronde e gli augei , mentre s' udia 
De le vostre virtù 1' alta armonìa. 

Or se al mondo insensato , che mal viv« 
E mal scorge virtù , piacque qui tanto 
Mentre squarciò tutto a la lingua T gelo, 
Qual puote esser di lui stima nel santo 
Coro, ove l' inventrice delle sagre olive (i) 
Ed u' Febo l'ascolta e tutto '1 cielo ? 
Certo sempre desìo , sempre alto zelo 
Di por fra quella turba , tanto ingorda 
D' udir quel che già i vostri potè porre 
Lassù dal fango , or che farà se sciorre 
Vorrà quel che non fé' fra gente sorda ?• 
Altro stile altra corda 
A le squallide ripe d' Acheronte 
Farà sentirne grido a Rodomonte. 

Non fia più che di pallide viole , 

O pur di quella fronde , che da 1' ira 



(i) Cosi nel codice. M* quel sa^re è fors» di più- 



:ìj^Q ' Letteratura 

Del fulminar di Giove ognun difende , 

I capei d' oro e la dorata lira 

S'orni, (i) ma un h^ggiadro e vivo sole 

Che molto più che il nostro avanza e splende . 

Là si trarran quei grandi , a cui non fende 

Morte la chiara fama , ancor che '1 resto 

Tronchi e guasti a suo modo, e gli anni e '1 viso; 

Indi su le gran stelle in paradiso, 

E più vicini al nobil canto onesto 

E gli atti e ogni suo gesto , 

Staran chiari ed illustri appo 1 bel raggio 

Carlo, Orlando, Kuggier , Guidon Selvaggio. 

Onde se meritar grido ed alloro 

Quei eh' alle lor citlà dier manco fregio. 

Che sarà di costui che 1 mondo inaura? 

Vedrassi, in ógni luogo di più pregio 

Di finissimo marmo e di fin' oro 

La bella imraagin sua drizzata all' aura , 

Talché né mar di Scizia od onda Maura 

Bagnerà cosa sì , superba e vaga. 

E in maggior sua memoria il Po già mena 

II ricco elettro e la dorata arena 
Ove l'onda che frage il sito allaga, 
Ferito d' aspra piaga , 

Che fu io più onor ch'i rivi d' Elicona , 
Sentendo onorar tanto Este e Dordona. 

Benché non sarà mai , che fra i due colli 
Suir alba al mezzo giorno e ver la sera 
Non s'oda in lode sua qualche bel verso. 
Che in parte allenterà la pena fera 



(x) Deve dire : imi iViiii le^^iudro^ 



Canzoni del Firenzuola e del Faetani z^'J 

Cìì entro ne rode , e fa umidi e molli 

Gli occhi per la pietade a T universo. 

Ond' oggi fra le lagrime è sommerso 

Il piacere e le grazie e 1 rìso e 1 giuoco : 

Oggi perde la terra ogni bellezza : 

Oggi al fìgliuol d' Alfonso il dolor spezza 

Il petto , e n' escon fuor sospir di fuoco, 

E la luce e ogni luoco 

Ha in odio , e pensa sol d' entrar volando 

Ove ha il sangue d'Ettor con quel d'Orlando» 

Anima benedetta , per quel dolce 

Amor che mi portasti in vita , accetta 
Tutto questo mio pianto e questi versi. 
Ch'altri già in onor tuo fior gialli e persi 
Al tuo sepolcro ed al tuo tempio assetta ; 
Anima benedetta, 

Ch' or più contenta e in miglior stanza vivi « 
E malgrado di morte canti e scrivi» 



Z)elle Opere di Q. Orazio Fiacco , recate in versi 
italiani da Tommaso Gargallo , stampate in Na" 
poli nel 1820 nella stamperia reale. 



SECONDO ESTRATTO 



,À, 



.llorchè parlammo del proemio di questa tra-* 
duzione fu accennato il metodo seguito dall' au- 
tore nel tradurre , e come egli siasi studiato di tra- 
sportare nella nostra lingua i versi di Orazio , schi- 
vando la servilità di rendere parola a parola , e fa- 
cendosi padrone del sentimento dell' originale , ondo 
vestirlo di equivalenti frasi , quando il nostro idio- 



a45 Letteratura 

ma non ne ha corrispondenti alle latine . Egli ha 
cercato allora di servirsi delle espressioni stesse di 
cui avrebbe fatto uso il poeta , se in italiano aves- 
se scritto . 

Ha cambiato l'autore nelle odi i metri , adot- 
tando a vicenda i più corrispondenti ai latini o per 
la fluidità , o per V elevazione , o per la robu- 
stezza . 

Sono veramente ingegnosissime le sue osserva- 
zioni sopra r animo di Orazio , e sui motivi che 
lo costringeano , per adattarsi ai tempi ed alle cir- 
costanze , di addottar modi delicali e pregevoli , e 
piegarsi alquanto alia cortigianesca adulazione . La 
sua sort'j dipendeva dai grandi , ed ai grandi erasi 
egli dedicato per rendere ali" ombra loro felice la 
sua esistenza . 

Non potiemmo seguire tutte le note , di cui 
egli ha ornato ogni componimento oraziano , ora 
riguardanti il gusto della poesia , ora la forza dell 
esprp«>si(ìne , ora l allusione al costume . Ci si per- 
metta però di rilevare il pregio di alcuna di 
esse . 

JVeir ode 2^ del i libro , esponendo ai suoi 
leggitori le antiche leggi de conviti , e 1 ordine con 
cui orano forzati a bere i convitati , toglie l'epiteto 
selcerò al vino di Falerno , cui era stato finora ma- 
le applicato, e Io rivolge ai commensali, che se- 
veri neir esecuzione della legge de' conviti forza- 
vano il poeta a bere . 

Nello slesso libro 1 all' ode Sa egli non fa 
che cambiare Tortograiìca punteggiatura, e con ciò 
rende chiarissimo quel verso che parca tanto oscu- 
ro , e fa che ragionevolmente il poeta esprima alla 
cetra il suo desiderio , che si accinga a cantare cose 
più sublimi . 



Orazio tradotto dal Gargallo sj^g 

Anche r ode 35 alla Fortuna è con chiarezza 
e verità al suo vero senso ridotta , e separando i 
sentimenti , e distinguendo la narrazione del poeta 
dair implorazione, rende tacile ad intendersi il com- 
ponimento , e totalmente coerente ai senlimenti , 
che sempre trionfano ne' versi oraziani . 

Nel libro 2. non è sfuggita all' annotatore 1' o- 
de 7 che parla della- fuga d' Orazio , abbandonato 
lo scudo . Rileva pur troppo con verità quanto sie- 
no distantì fra loro il valore poetico ed il milita- 
re , e poi discopre una delicata ironia nell' invito 
che fa Orazio a Pompeo Grosfio , perchè venga a 
riposare all' ombra dell' alloro . 

Con giustissime animadversioni ha esaminato 
l'ode ly , in cui Orazio con tenerezza , e con una 
certa quasi confidenza , si esprime verso Mecenate 
sulla durata de' loro giorni . In verità quest'ode mo- 
stra r estrema finezza d' ingegno onde Orazio era for- 
nito , e come sapea mescolare per piacere al suo 
signore, espressioni delicate , rispettose , amichevo- 
li , e proprie ad allacciare 1' animo di esso . 

Ma, non volendo, troppo ci diffondiamo sopra 
le parti di un lavoro che deve leggersi intero . 
Terminiamo col dar saggio delle traduzioni stesse, 
protestando di non aver fatto veruna scelta , e so- 
lo aver preferito alcuna per la brevità . 

LiB. I. Ode V. 

J Pirra . 

Sparso di liquide gomme odorose 

Sotto fresc'antro , Pirra , qual giovint 
Ti avvince tenero tra folte rose ? 

Linda , ma semplice , il crine aurat© 



aSo Lette RATU HA 

Dell ! per chi annodi ? Ahi quante lagrime 

La fé volubile , il ciel cangiato 
Gli farà spargere ! Da' negri venti 

Oh come a un tratto cort ciglio attonito 

Vedrà sconvolgersi V onde frementi ^ 

Chi gode or credulo te d' auree tempere 

JNè avvezzo a V aure malfide , e libera 

Sempre , ed amabile te spera sempre ! 
Mal per que' miseri ^ cui tu sorprendi , 

JVuovo cimento , con quelle grazie , 

Onde qual folgore abbagli e accendi ! 
Mie vestì naufraghe mostra dal nuoto 

Sul sacro muro dipinta tavola , 

Al Dio del pelago appesa in voto . 

LlB. I. 

Satira settima . 

Qual de la tabe del proscritto Rege 
Rupilio , e del velen T ibrida Persio , 
Trasse vendetta , io credo ornai che tutti 
Gli scerpellati ed i baibier lo sanno . 
Egli avea questo Persio , uom facoltoso , 
Gran traffichi in Clazomene , e col Rege 
Moleste liti : era caparbio , e tale , 
Che nel livor lo stesso Re vincea . 
Prosuntuoso inoltre , pien di se , 
Mordace si, che precedea con b'ianchi 
Corsier trionfator Barri e Sisenna . 
Torniamo a Re . Vistosi alfin che in nulla 
Entrambi convenian ( giacche non altro 
Dritto gli uomini han mai d' esser molesti , 
Che in quanto essi son forti , alior che avvenga 
Ostil pugna fra lor: ne capitale 



Orazio tradotto dal Gargallo :i5i 

Odio , cui sol r estremo fiato estinse , 
Già per altra cagion arse fra Ettorre 
A Priamo figlio , e V animoso Achille , 
Che sommo perchè in ambi era il valore. 
Ma due codardi se discordia aizzi , 
O se fra due , come fra ì licio Glauco 
E Tidide , non pari arda contesa , 
Del campo esce il più pigro, e sin previene ' 
Con doni Y avversario ) , essendo Bruto 
Pretor de V Asia doviziosa , a 1' arme 
Scende di Persio e Rupilo la coppia , ' ' • 
Sì egual , che non poria meglio assortito *' ' 
Dirsi Bacchia a Biton : corrono ardenti *'^-^ 
In tribunal , spetlacòl fiero ! entrambi. 
Persio la causa espone : un generale 
S' ode ne l assemblea scroscio di rìsa . 
Dà lodi a Bruto i lodi a la coorte; 
Appella Bruto sol de T Asia , e appella 
Tante stelle benefiche i compagni; 
Toltone Re . Quel sirio cane apparso 
De la terra a' cultor astro maligno , 
Traboccava il suo dir, come torrente. 
Ove rara la scure i colpi addoppia . 
A r avversario allor , lingua tabana 
Garrula troppo , il Prenestin le ingiurie. 
Quasi da la sua pergola , ritorce . 
Provano egli è vendemmiatore invitto , 
Cui spesso avria ceduto il viandante. 
Alto gridando sol : cuculo , canta . 
Ma il greco Persio al fin , quando sentissi 
Stropicciato ben ben d' italo aceto ; 
Pe' sommi numi , esclama , o tu , che suoli 
Esterminare i re , Bruto , ti prego : 
A strozzar questo Re , che tardi ancora ? 
Degn« , il evedi , d'un Bruto impresa è questa. 



^5a LlTTIRÀTUHA 

LIB: I. 

EPISTOLA III. 

A Giulio Floro. 

Floro , in qual terra militi d'Augusto 
Claudio privigno , io di saper anelo . 
La Tracia forse , e di nevosi ceppi 
Avvinto r Ebro , o il mar , che mugge stretta 
Fra le vicine torri , or vi ritiene , 
O i colli d' Asia , ed i ferraci campi ? 
Quai medita lavori or la coorte 
Sacra a le muse ? E questo ancor mi cale. 
Chi d'Augusto le gesta a scriver prende ? 
Chi le guerre , e le paci al corso eterno 
Regger farà degli anni ? In che si adopra 
Tizio , che in breve udrà volar suo nome 
Per le romulee bocche ; ei , che a gran sorsi 
Ber di Pindaro al fonte , immoto in viso , 
Laghi sdegnando e aperti rivi , ardio ? 
Qual ha vigor ? Qual ha di noi memoria ? 
Modi adattar tebahi a latin plettro , 
Auspice Clio, s'ingegna ; o del pugnale 
Di Melpomene armato infuria e tuona ? 
Di che si occupa Celso , egli ammonito <, 
E da ammonirsi assai , perchè si giovi 
Di sue dovizie , e non toccar que' libri 
Osi , che accolse il palatino Apollo ; 
Onde sue piume un dì se mai 1' alato 
Gregge a ripeter vien , cornacchia , ignuda 
De' furtivi color , non desti il riso ? 
Dove tu stesso drizzi il voi ? Intorno 
A quai timi volteggi agii su l'ale ? 
INon tenue e incullo ingegno, e informe ed irto 



Orazio tradotto dal Gargallo a55 

Sortisti . O vibri acuta lingua in foro , 
O li civil dritto a interpetrar ti accigni , 
O i carmi amor ti detta ; i serti primi 
D' edera vincitrice al crin ti attendi . 
Che se stracciar i gelidi fomenti 
De le cure potessi ; ove t' è guida 
Sofia, per Tetra batteresti il volo. 
Qua accorrer , qui a sudar grandi e plebei 
Amor di patria , e di noi stessi ajffretta , 
Viver se amiam cari a la patria , e a noi . 

Dei rescrivermi ancor, se, qual conviensi. 
Caro ornai t' è Munazio, o mal commessa 
Concordia or si combacia, or si rescinde; 

' E aizza voi, feroci per non doma 

Cervice, o caldo sangue, o età inesperta. 
Degni non mai di rompere il fraterno 
Nodo, ovunque viviate, una giovenca 
Pascesi al vostro ritornar votiva. 

G. Gherardo de Rossi 



Della forza delV eloquenza nella poesia • 
( Continuazione e fine dell' estratto ) 

I j ultimo sorprendente sforzo dell' umana elo- 
quenza è r augurarsi che fa la reina un piccola 
Enea che gli scherzi d' intorno , e che al genitore 
somigli; di che tale avrebbe una gioja da credersi 

non al tutto abbandonata. 

„ Saltem si qua mihi de te suscepta fuisset 

„ Ante fugam saboles; si quis mihi parvulus aula 

„ Luderet Aeneas, qui te tamen ore referret; 

„ Non equidem omnino capta ac deserta viderer. 



^54 I^ ^ T T fi R A T U R A 

Sì diede egli vìnto Enea ad un tanto parlare? 
Mai no. Dunque, diva taluno, qual forza ebbe qui 
r eloquenza ? Grandissima , rispondo io , quanta 
avere ne dovea a fine che trionfasse la somma pie- 
tà di Enea nel sommo contrasto della passione. 
Volle qui Virgilio qual filosolo morale ì^nmaestrar 
l'uomo, che non v'ha ragione, non afr(4io, non 
pianto che servire gli posija di scusa dall'adompiere 
la volontà del cielo. Niuna mostra di se avrebbe fat- 
to la virtù di Enea, se fosse §tal^ lieve l'obbedien- 
za agli dei. L'eloquenza pertaiito in questo luogo 
adoperata da Virgilio debbe couvincere chi ascol- 
ta, o legge il discorso della reina; ma non il pio 
Enea , il quale ppr non esser vinto tenne sempre 
fisso il pensiero ne' comandi di Giove; soffocanda 
r acerbo dolore di abbandonar la reina, e di veder- 
la in tanta desolazione. 

„ Dixerat. lUe lovis monitis inmota tencbat 

„ Lumina, et obnixus curam sub corde premebat. 

Virgilio, conoscitore perfetto del cuore umano, 
non acconsentì che il suo eroe mirasse giammai in 
volto la reina , o pronunciasse parola che ravvi- 
var potesse r amorosa fiamma . Sì 1' una che T al- 
tra cosa era piena di pericolo . 

JNfon sì tosto Bidone ristossi di dire , che il 
duce trojano gravemente rispose : che non porreb- 
be mai in dimenticanza i reali beneficj ; eh' egli 
non pensò mai a partire di nascosto ; e che non 
recossi in Cartagine per contraivi nozze . 

,, Tandem panca refert : Ego te , quae plurima fando 
„ Enumerare vales , nunquam , reina , negabo 
„ Promeritam ^ nec me meminisse pigebit Elisae , 



Eloquenza nella Poesia a55 

„ Dum memor ipse mei,dum spiritus hos regit artus. 
„ Prore paucaloquar. Néque ego hanc abscondere 

„ furto 
„ Speravi , ne finge , fugam; nec conjugis umquam 
,, Praetendi taedas , aut haec in foedera veni. 

E perchè la reina al tutto disperasse di averlo 
consorte , le dice , che non potendo egli render pa- 
go il suo desiderio di riedificare Trojà , e dovendo 
approdare in Italia, questa era la Sita patria, que- 
sta il sdlo oggetto dell' amor suo . 

,, Me si fata nieis paterentur ducere vita ni 
,, Auspiciis , et spontc mea componere curas : 
„ Vrbem troianam primum dulcisque meorum 
„ Reliquias colerem; Prìami tecta alta manerent , 
„ Et recidiva mano po»uissem Pergàma victis . 
„ Sed nunc Italiani magnam Gryneus Apollo , 
,, Italiani lyciae iussere capessere sortes . 
,, Hic amor, haec patria est. 

Quanta forza ? Quanto affetto in queste ultime 
espressioni ì 

Prende in seguito Enea a giustifi(iare la sua 
risoluzione , allegando i sogni , i comandi , le ap- 
pariizioni , i doveri verso Ascanio che lo affretta- 
vano a partire , 

11 Si te Garthaginis arces 

„ Phoenissam , libyciaeque adspectus detinet urbis r 
„ Quae tandem , Ausonia teucros considere terra ^ 
„ Invidia est? et nos fas extera qnaerere regna. 
„ Me patris Anchisae, quoties humehtibus umbris 
„ Nox operit terras , quoties astra ignea surgunt, 
„ Admonet in somnis et turbida terret imago . 
„ Me puer Ascanius , capitisque iniuria cari , 



a56 Letteratura 

„ Quem regno Hesperiae fraudo ,et fatallbus arvis. 
,. Nunc etiam interpres divom, love missus ab ipso, 
,, (Tester utruraque caput) celeris mandata per aura» 
„ Detulit . Ipse deum manifesto in luniine vidi 
„ lutrantem muros, vocemque bis auribus bausi. 

Termina Enea persuadendo la reina a non esa- 
cerbare il mutuo dolore co' suoi lamenti, percbè do- 
vendo egli partire non per sua volontà , ma per 
quella degli dei , non meritava rimproveri . 

,, Desine meque tuis incendere teque querelis ; 
„ Italiam non sponte sequor 

La reina , allorcbè il duce ragionava , ardeva 
di sdegno ; ed ora lo guatava biecamenle , ed ora 
volgeva gli ocelli irrequieti in giro per ogni dove ; 
come sogliono coloro cbe reprimono la rabbia fin- 
che sono costretti a tacere . 

„ Talia dicentem iamdudum aversa tuetur , 

,, Huc illuc volvens oculos , totumque pererrat 

„ Luminibus tacitis , et sic adcensa profatur : 

Lasciato eh' ebbe Enea dì favellare , la reina , 
in cui pila assai della religione poteva V amore , 
più non pensò che a vilipenderlo ; che a rinfacciar- 
gli la sua ingratitudine ; che a dinegargli ogni fe- 
de ; che a scagliargli contro imprecazioni ; che a pa- 
lesargli sentimenti di vendetta . 

Cominciò dal contrastargli V origine umana , 
nonché la divina ; affermando eh' egli era figliuolo 
del Caucaso , ed allattato dalle tigri . 



Eloquenza nella. Poesia aS^ 

,, Nec tibi diva parens , generis nec Dardanus au- 

„ ctor, 
„ Perfide ; sed duris genuit te cautibiis onens 
,, Caucasus, hyrcanaeque admorunt ubera tigres. 

Di che rende di presente la ragione nella perfidia 
di Enea , giunta al segno da non poterne essere al- 
tra maggiore , che la rattenga dall' ingiuriarlo . 

„ Nam quid disimulo? Autquae me ad majora re^- 
,, servo? 

E quasi temesse di eccedere nell' ingiuriare il 
traditore, la coraggio a se stessa, considerando ch'egli 
punto non si commosse ai suoi gemiti, al suo pian- 
to; e parla di lui presente come di terza persona 
lontana. 



„ JYum fletu ingemuit nostro? Num lumina flexit ? 
„ JNum lacrimas victus dedit,autmiseratus amantem 
est ? 



il 



Poi interrompe all'improvviso il suo discorso , 
persuasa che tutte sieno eccessive le sceleratezze, e 
tutte per ugual modo in odio a Giunone ed a Gio- 
ve; onde non sia d'uopo di cominciare dalle mino- 
ri per salire alle più detestabili. 

„ Quae quibus anteferara ? Jam, jam , nec maxum?» 

„ Juno , 
„ Nec Saturnius hacc oculis pater adspicit aequis. 

Indi ritorna a ciò che lasciato avea per rinfac- 
ciare ad Enea la tradita fede, e la sua ingratitudi^ 
ne ai ricevuti benefizi. 

G.A.T.IX, 17 



^5& Letteratura 

„ Nusqiiam tuia fides. Eiectum litore, egentem 
„ Excepi, et regni demeiis in parte locavi ; 
,, Amissam classem, socios, a morte reduxi. 

Interrompe la reina di nuovo il suo parlare,scla-» 
ynando di sentirsi invasa dalle furie: 

„ Heu furiis incensa feror ! , , . 

Passa in seguito a mettere in novelle le appa-' 
yizioni e le sorti vantate da Enea-. 

„ Nunc augur Apollo, 

,, Nunc lyciae sortes, nunc et Jove missus ab iO 
,, Interpres divom fert horrida iussa per auras. 

Sino a lasciarsi trasportare dall'impeto della passio- 
ne air empietà, negando la divina provvidenza. 

„ Scilicet is superis labor est: ea cura quietos 
„ Sollicitat 

Cadde in questa orribile empietà anche Filode- 
pio ; ma Sellano , dimenticando di esser satirico « 
gli chiuse la bocca da oratore e da filosofo in isti-» 
le di poeta epico: 

,, Vivit, io, Deus: et quamquam sis perditus amens, 
„ Non tamen ex animo poteris divellere numen , 
„ Cognatum . Quodcunque vides , quodcunque mo- 

„ \etur 
„ Est Deus; et grandi vestitur imagine mundus. 
,, Audi: quid cerio redeuntia sidera gyro, 
„ Et verni flores , et laeto murmure rivi, 
,, Et quaecunque virens agitatur /latibus arbor, 



Eloquenza nella Poesia aSp 

,, Quldnobis, muto quamvis sermone, loquuntur? 

,, Si nescis, clamant: non est haec machina casus 

„ Fortuiti ; aeterna sed fluxit condita mente, 

„ Factorisque sui surdis niiracula narrat. 

Torno in carriera. Cessa la reìna di parlare in 
terza persona, e si volge ancora ad Enea per dar- 
gli una mentita, per dichiararlo indegno di risposta, 
per imprecargli funesta navigazione, per minacciar- 
gli vendetta, per manifestargli la sua gioja quando 
neir Averno avrà notizia de' disastri da lui sofferti. 

„ Neque te teneo , neque dieta refello. 

,, I, sequere ftaliam ventis; pete regna per undas. 
„ Spero equidem mediis,si quid pianumina possunt. 

( Chi spiega la mente di chi è in balia di cieca pas- 
sione ? Colei che poco stante negò la Provviden- 
za «— Scilicet is superis labor est ec ■ — • ora la dà 
per sicura ) 

,, Supplicia hausurum scopulìs, et nomine Dido 
„ Saepe vocaturum. Sequar alris ignibus absens ; 
„ Et, quura frigida mors anima seduxerit artus , 
,, Omnibus umbra locis adero.Dabis,improbe,poenas. 
„ Audiam;et haec manis_ veniet railii fama sub imos, 

L'agitazione di questo discorso fa testimonian- 
za dell'agitazione della reina. Quando l'animo è in 
disordine egli è impossibile che il parlare sia ordi- 
nato. Francesco Petrarca nella canzone — -Che deb- 
„ bo far ? Che mi consigli , amore ? r — Parla pri- 
ma con amore, poi col mondo, poi con se stesso, 
poi alle donne che conobbero la sua Laura, poi tor- 
na ad amore. 

«7* 



aCo Letterat ura 

T^erzo esempio nel secondo colloquiojta la rein» 
e la sorella Anna. 

La reina , spento il furore di che arse , vide 
la flotta trojana pronta alla vela. A tal vista 

„ ]N e quid inexpertum frustra moritura relinquat, 

lia un secondo abboccamento pieno di artifizio con 
la sorella; e , per indurla a parlare in suo favore ad 
Enea, afferma che il perfido lei sola rispetta , che 
in lei sola tutta ripone la sua confidenza, e che es- 
sa soltanto sa le vie del suo cuore, e conosce il 
tempo opportuno di parlargli per impetrar grazia. 

„ Solam nam perCdus ille 

„ Te colere, arcanos etiam tibi credere sensus; 

„ Sola viri mollis aditus, et tempora noras. 

„ I, soror , atque hostem supplex adfare superburri. 

La reina è convinta che Enea sia un perfido , 
ma lo ama non pertanto. Terribile slato di amante 
luor di senno, che la perfidia conosce dell' oggetto 
amato , e non sa disprezzarlo ! 

Due cose singolarmente danno coraggio a chie- 
der grazia. Ciò sono, che il chieditorc non abbia al- 
cun demerito presso la persona che può esaudirlo, 
e che onesta sia la preghiera. Ambedue si espongo- 
no dalla reina : la prima ne' versi : 

„ Non ego cum danais trojanam exscindere gentem 

„ Aulide iuravi, classemve ad Pergama misi, 

„ iS'cc patris Anchisae cinerem manisve revelli: 

^, Cur mea dieta ncgat duras demittere in auris? 



Si 



Eloquenza nella Poesia 361 

L'altra ne' versi : 

Quoruìt?extreniuin hoc miseraedet miinus amanti: 
Expectet facilemque fugam, ventosque ferentis. 
Non iam conili giù m antiquum, quoti prodidit, oro; 
]\ec palerò ut Latio careat,regnumque relinquat: 
Tempus inane peto, requiem spatiumque furori; 
Bum jnea me victam doceat furtuna dolere. 



L' arte oratoria è qui spinta al grado più ele- 
vato . La reina commette alla sorella di domandar 
^d. Enea due grazie, la prima per lo stesso Enea, 
r altra per lei. Per Enea, che aspetti i venti pro- 
pizj; per lei che le accordi breve tempo, che agio 
le dia di cangiar il furore in affanno. Evvi pure 
grande artifizio nel rammentare ad Enea la tradita 
fede neir atto stesso di protestare che non lo prega 
a mantenerla! Ciò che segue è diretto a risvegliare 
neir animo della sorella tutta la compassione. 

„ Extremum liane oro veniam ( miserere sororis ): 
'4^ Quam mihi dederis cumulatam morte remittam. 

Anna, udito ciò, eorse senza dir motto ad Enea, 
a cui fece più volte ritorno, portando sempre la 
(disgustosa risposta di nuova ripulsa. 

Vr Talibus orabat, talisque miserrima fletus 

91 Fertque refertque soror. Sed nuUis ille movetup 

„ Fletibus, aut voces ullas tractabilis audit; 

„ Fata obstant,placidasque viri deus obstruit anris. 

Tanto è vero che anche i gentili tenevano per fermo 
non poter V uomo operare virtuosamente, ss non 
assistito da Dio. . 



aGa Lettjkrat u r a 

Le ripetute ripulse di Enea furono altrettanti 
argomenti dell' invitta sua religione, e della sua per- 
severanza nella massima di adempiere ad ogni costo 
il volere degli dei : paragonato quindi nobilmente 
dal poeta ad annosa quercia robusta agitata dal fu- 
ribondo Borea su la vetta delle Alpi. La compara- 
zione è viva in guisa, che ti sembra di udire lo spa- 
ventoso sibilo prodotto dall'impetuoso vento; dì ve<- 
dere una nube di frondi che , divelte da mille ra- 
mi e sparse per l'aere , nascondono il sole; ed il 
piegare e ripiegare de' rami stessi; rimanendo non 
pertanto sempre saldo , e sempre immobile il ro- 
busto tronco, sicuro nelle profonde radici che si 
«distendono fino alle viscere della terra. 

„ Ac vielut annoso valldam quum robore quercum 
,, Alpini Borae nunc bine nunc flatibus illinc 
,, Kruere inter se certant: it stridor; et alte 
,, Gosternunt terranì concusso stipite frondes; 
„ Ipsa baeret scopulis; et, quantum vertice ad auras 
„ Aetherias, tantum radice in tartara tendit: 
„ Haud secus adsiduis bine atque bine vocibus liero» 
„ Tunditur, et magno persentit pectore curas. 
,, Mens inmota manet; lacrimae volvuntur inanes. 

Intento l'illustre poeta a far sì, che sempre 
rlsplenda di chiarissima luce la eroica virtù di Enea, 
ne palesò i gemiti, e le amorose ambasce per la sua 
Didone, nel tempo stesso che cecamente obbediva 
agli dii ^iK 'ó()ó. 

„ At plus Aeneas, quamquam lenire dolcntem 

„ Solando cupit, et dictis avertere curas; 

„ Multa gemens,raagnoque animura labclactus amore. 

„ Jussa taraen divom cxequitur , ciassemque revisit. 



Eloquenza nella Poesia 263 

Dov'è quel poeta che , dopo il riferito ultimo 
discórso della reina, non avesse trattenuto la sorel- 
la a dirle qualche parola eli conforto, ed a promet- 
terle di compiacerla con ogni maniera di uffizi pres- 
so Enea ? Ma Virgilio ben vide che Ogni remora 
sarebbe rincresciuta all'amante reina pel tixTiore che 
frattanto Enea non isciogliesse le Vele; perciò in- 
dusse la reina ad esprimersi coti tanta eloquenza j 
da obbligare Anna a partire nell' istante, senza aprif 
Bocca. 

I pochi tratti da me comentati lasciano dub- 
bio se Virgilio , oltre ad essere sì gran poeta , fos- 
se ancora od oratore più eloquente, o filosofo piii 
profondo. 

Vincenzo Bernì bEGti Anton* 



Frammenti di fasti consolari e trionfali ultimamen-^ 
te scoperti nel foro romano e altrove , ora riuni- 
ti dalt avvocato Carlo Fea^ commissario delle anti- 
chità^ Roma presso Bourliè 1820. in \f * difac-* 
ce i54 in tutto -^ con tavole in ramd 



N. 



iuno ignora quanto rumore sì menasse per l'Eu- 
ropa nel mezzo secolo XVI pel ritrovamento di quel- 
li antichi marmi, ne' quali efaUo scritti i magistra- 
ti ed i triofatori romani. E quanto vantaggio iie ri- 
cevessero i buoni studj si fa chiaro a chiunque vo- 
glia confrontare la parte delle storie corrette per que* 
tnonumenti, con quella che raanCa tuttora di lumi 
uguali. Rinvenuti que' sassi nel foro per opera del 
cardinale Alessandro Farnese, furono da questo do- 
nati al senato che li allogò nel Campidoglio; d'on- 



a04 Letteratura 

de gii venne il nome di fasti capitolini. Quella di- 
scoperta però, non saziava, aguzzava le voglie de' 
letterati, perchè troppa parte ne mancava. E il ri- 
trovamento di un altro pezzo delle tavole trionfali 
presso alle radici delTEsquilie, avvenuto pochi an- 
ni .appresso ( nel i5G3 ), bastò a nutrire la speran- 
za di futura discoperta. Questa rinverdì dopo oltre 
due secoli e mezzo, quando nel j8iG molti altri pez- 
zi furono estratti da una cava nel foro . Il che ve- 
nuto a cognizione dell' accademia archeologica , que- 
sta fu sollecita a deputare il chiarissimo sig. Barto- 
lomeo Borghesi s acciò prendesse cura di que' mo- 
numenti , de' quali ha somma e celebrata perizia . 
Ciò fu posto ad effetto senza indugio per quelfin- 
defesso letterato, che lesse la sua dissertazione non 
inolti giorni dopo lo scuoprimento de' marmi; ed 
ognuno ha per le mani la prima parte che ne pub- 
})licò in Milano sin dal 1818. Ora questi stessi fram- 
menti ( preoccupata la seconda parte della illustra- 
zione del Borghesi ) ha raccolti il eh. Fea nell'ope- 
ra di che abbiamo tolto a ragionare. E principian- 
do colle parole stesse di lui alla faccia CXXV del 
libro, diremo che esso: „ È divìso in due parti, ol- 
„ tre la dedica che può considerarsi come parte del- 
„ la prefazione. La prefazione contiene la storia dei 
,, fasti capitolini antichi e nuovi senza alcun co- 
„ menlario. Vien dopo un giusto comentario a mol- 
,, te iscrizioni in marmo contenenti per lo più con- 
„ solati in ordine di tempo ; molte inedite ; altre 
,, corrette. Sieguouo le note ed osservazioni a piiì 
,, bolli di mattone che portano il consolato. La spie- 
,, gazione delle quattro tavole in rame chiude que- 
,, sta prima parte dell'opera \ che nella stampa por- 
„ ta numerazione romana dalla pag. I alla pag.cxxv. 
-, La seconda parte è numerata con cifre arabiche 



Fasti consolari e trionfali 265 

„ dall' I al iS. Contiene i.° i nuovi frammenti dei 
„ fasti , ai quali va unito il Kircheriano : 2° il 
„ frammento dei fasti colocclaiii ^ ed altre iscrizio- 
,, ni edite e inedite col consolato : 3.° le figuline. Il 
„ tutto interessa non solo i fasti; ma la storia an- 
„ tìca romana ; e molto la topografia della città, e 
„ varie delle sue più nobili fabbriche antiche. „ Noi 
però non staremo contenti a così brevi parole: sti- 
mando degno il lavoro di essere più minutamente 
considerato. Diremo brevemente deWu prefazione-, poi 
esamineremo le iscrizioni comprese nella pi ima parte 
e nella seconda. Seguiteremo con alcuna osservazio- 
ne suir appendice ., e suìh^ Ji gul/fie . Faremo parola 
da ultimo delle rimanenti iscrizioni sparse nell'ope- 
ra, e delle tavole che l'adornano- Non toccheremo 
le quistioni che hanno rapporto alla topogr(ifia di 
Jìoma; le quali volentieri lasciamo ad altri. 

§ I. Incomincia la prefazione con la storia del- 
la antica e nuova scoperta de marmi capitolini. De' 
primi indica il N. A. gli editori , ed i comentarj 
che se ne hanno in istampe : de' secondi narra il 
modo pel quale tornarono come a nuova vita pres- 
so il tempio di Castore e Polluce. E propone una 
congettura circa il .luogo , in cui anticamente furo- 
no allogati questi marmi. La vicinanza del tempio 
de' Dioscuri lo indurrebbe a sospettare che si leg- 
gessero affissi alle mura esterne di esso : ma il rac- 
conto che abbiamo da Pirro Ligorio del primo ri- 
trovamento, e la forma dei marmi ultimamente tro- 
vati nel dissuadono. Ligorio chiaramente scrisse ap-« 
partenere i l'asti ad un Giano qiiadrijronte-. ed il N.A. 
avvalora quella asserzione, citando a proposito mol- 
te testimonianze di antichi scrittori. Passa quindi 
a ricercare l'epoca della incisione de' l'asti. France-» 
SCO Bianchini, ed altri assai, li stimarono opera d$' 



a66 Letteratura 

tempi di Augusto. Con essi conviene il Fea , ag- 
giugnendo due osservazioni che sembrano avvalo- 
rare quella sentenza . I fasti giungono sino agli 
ultimi anni dell'impero di Augusto: onde è da cr&- 
dere che non prima di questa epoca fossero stati 
sculti. E non dopo : per quelTaltra osservazione del 
nominato Bianchini, convalidata dal primo illustrato- 
re archeologo: cioè, che ne' luoghi ne' quali in que- 
ste tavole era segnato il nome di M. Antonio , si 
vede essere stato quel nome prima cancellato e poi 
riscritto. L'epoca della riscrizione non è certa. È pe- 
rò probabile che avvennisse sotto Claudio: il qua- 
le sappiamo da Sv ctonio quanto onorasse la memo- 
ria del triumviro suo avolo. Quella della cancella- 
zione accadde nel 724 di Roma; quando il senato 
ne promulgò decreto ad istanza del figliuolo di Ci- 
cerone, che fu consolo surrogato in quest' anno. Se 
dunque que' nomi furono scarpellati nel 724 -. chi 
non vede che i marmi contano un' epoca anterio- 
re ? Né qui si ferma il N.A. , ma cerca altri argo- 
menti, desumendoli dal marmo ancirano e da Orazio- 
Che se Augusto ebbe il merito d' innalzare o 
restaurare questo Giano espressamente per allogarvi 
i fasti, forse il progetto, secondo l'A.N. , non fu il 
Suo. Certo poi si servì dell' opera altrui per com- 
pilarli. Stefano Vìnando Pighio congetturò, che quel 
Ibrtunato pacificatore del mondo approfittasse a que- 
sto fare delle molte cognizioni di Tito Pomponio 
Attico: e nella sentenza del Pighio scende volentie- 
ri il eh. A., adducendo alcune testimonianze dell' 
oratore arpinate, di Cornelio Nipote, e di Asconio 
Pediano, per le quali si conosce quanta opera aves- 
se spesa Pomponio nella compilazione degli annali, 
che, a parere del sig. Fea , altro non furono se non 
che i fasti de' quali teniamo discorso. Egli toUere- 



Fasti consolari e trionfali 267 

rà, speriamo, che per noi si tenga dubbiosa questa 
sentenza . Ma siano essi opera di Attico o di aU 
tri, vero è che non si conosce il perchè Livio e Dio- 
nigi non li seguissero negli scritti loro. Discordano 
certo que' classici dalle tavole capitoline in più cose(e 
moltissimi l'osservarono ) : ma specialmente ne' pre* 
nomi e spesso ancora cognomi de' magistrati. É da 
credere che queste differenze provengano da errori 
fatti dagli amanuensi nelle copie di quelle storie. 

Queste cose; che brevemente abbiamo accenna- 
te, sono a lungo discorse dal N. A. in quindici fac- 
ce piene di varia erudizione . La quale omettiamo 
di notare , pel non si potere restringere in poche ri- 
ghe. Solo diremo di quella nota nella quale impren- 
de a difendere Pirro Ligorio ( pag. xii. nota 2 ). 
Ammettiamo che Pirro moltissimi fra gli innumere- 
voli monumenti che lasciò ne' suoi manoscritti, co- 
piasse dagli originali: e non discenderemo nella opi- 
nione , che qualsiesi cosa provenga da fonte ligo- 
riano sia da rigettare senza esame. Diciamo però 
che quanto il JN.A., e prima di esso Lodovico An- 
tonio Muratori , e più altri scrissero in difesa di 
Pirro, non è di tal peso da bilanciare i fatti reca- 
ti in mezzo dal cardinale de Nosis (i), da Antonio 
Agostino (2), da Raffaello Fabretti (3), claGaetano Ma- 
rini (4), da Annibale Olivieri (5), da Stefano Morcel- 



(1) Episi. cons. ari. 836. et 900. 

(2) Dial. XI. 

(o) De col. Truj. cap.i. 

(4) Atti de' fiatelli arvali pag. 101. n4- e spesso altrove. 

(5) Negli «sami del Bronzo krplri«no , e della isg-ri/sicHe di AnH* 
éio Feroce. 

f 



a68 Le T TIRATURA 

li (G);e, per tncere di altri molti, da due concittadini 
diLigorio, Jacopo Martorelli (7) ed Alessio Simmaco 
Mazzocchi (8). Ezechiello Spanheim, comunque par- 
tegiano di Pirro, ebbe a confessare, che incontran- 
si nelle costui opere plura quae aut duhine fidei 
aut confessae videntur novitatis (6) . Oud' è che 
noi sempre saremo riservati nello ammettere con 
facilità troppa, come nel rigettare inconsideratamente, 
le merci ligoriane . Nel seguito di quest* articolo 
vedranno i leggitori come a ciò ne muova più as- 
sai il fatto nastro proprio, che non l'autorità di 
altrui. 

-h ' S II. Sette frammenti di fasti sono compresi 
nella prima parte dell' opera. Cinque appartengono 
a quelli che diciamo consolari • due a' trionfali . 
Di questi ultimi sono il quarto ed il settimo fram- 
mento. 

Costa di 2 5 righe il primo frammento consola- 
re^ ed abbraccia un tempo di dieci anni: dal 29^ 
di Roma, al 3o5. Volle la propizia fortuna che que- 
sto marmo esattamente combaciasse con quello esi- 
stente già nel Campidoglio: e lodevolmente il N. A. 
riprodusse insieme al nuovo il già conosciuto . Lo 
che fece pure pel secondo frammento anch'esso con- 
solare', il quale si compone di 32 righe, e dal 349 
giunge al 353 , quando i tribuni militari reggevano 
la repubblica. Undici righe si leggono nel terzo; e 
questo serve a correggere alcuni errori corsi ne' fa- 
sti circa 1 censori del 3Gi, ed i tribuni militari dell' 



(6) De siylri liKcr. pag. 11. 

(7) De regia iheca ccdam. voi. 2. pag. 432. 

(8) De dedlc sub ascia p. i43- 
(•j) De iL\(i et pra:st. mim. Uiss. 4< 



Fasti consolari e trionfali 269 

anno istesso, e del seguente. Gol quarto, che è dei 
trionfali , ritornano a luce nove righe, mancanti pe- 
rò di principio e di fine: e forse bene vi riscontra 
r A., quel trionfo che Claudio Marcello riportò con- 
tro ì galli nel 35o. Vien dopo il quinto , nel qua!» 
si hanno sole venti lettore : resta incerto a qual an- 
no possa appartenere : ed incerto è pure se spetti 
ai consolari: non sembrandoci di molto peso la con- 
gettura che ne vuol trarre l'A- dalla grossezza del 
marmo. Bello sopra ogni altro è il sesto frammen- 
to consolare diviso in due colonne : la prima del- 
le quali costa dì dieci righe, e indica i magistra- 
ti dal 4^9 al 474 ì 1^ seconda di diecinove , e nota 
quelli dal 6ó5 al 538. Viene da ultimo il frammen- 
to trionfale già edito da Giano Grutero , da Ste- 
fano Vinando Pighio , e eoa piìi esattezza da Ga- 
spare Luigi Oderici nella lettera latina sulla meda- 
glia di Orcitirice . Lo riproduce il Fea , perchè 
bene con esso combacia un picciolo frammento, del 
quale già diede notizia son pochi anni in una operet- 
ta che intitolò Prodromo: appresso la quale notizia 
ne vedemmo ripetuta la stampa sulla biblioteca ita- 
liana. . , 
Questi nuovi tesori in ispecie per la cronolo- 
gia sono aperti dal N. A. E sono schietti di note; 
che attendono dalle cure del celebre Borghesi. Il qua- 
le dottamente illustrando il primo frammento con 
una dissertazione pubblicata in Milano Tanno i8i8, 
promise al pubblico che gli altri ancora avrebbero 
conseguita eguale illustrazione. In attenzione della 
quale, ci restringiamo a dir qualche cosa di quel 
primo frammento. Questo ci dette un consolo affat- 
to sconosciuto; due ne espulse dai fasti; due alle 
vere genti restituì ; discoperse sei nuovi cognomi ; 
e molti prenomi corresse o raJTermò , Il Fea scris- 



ìyo 



Letterati; R A 



sé (pag- XXIV ) di dare lezione di questo marmo in 
più cose diverse e pia esatte della linora conosciu- 
ta. Eccone le varianti che trovammo nel confrontare 
la sua con la lezione del Borijhesi. Neil' indicare le ri- 
ghe ci atteniamo all' unione del nuovo frammento 
nel capitolino , che si leggono continuali in ambe- 
due le opere. 



Lezione del Feci 

Tair. 1 riga i POPLIGOLA 

2 4 MALVGINESISVR.... 

3 € IN.MA.... 

4 li SP.VERGINIV^S.A.F.M.... 
4 »5 CAPITO 

6 i6 SABIN. 

7 17 VT.D..EM.VIRI 

8 18 ... . ERIO 

9 19 CRASSINV 
10 24 RIGILL 



Lezione del Borghesi 

PORLI COLA 

M^LVGINES-IS.VI... 

IN.M... 

SP.VERGINIVS.A.F.A.. 

CAPITO....TICANVS 

SABINVS. 

VT.D....MV1RI 

.... RIO 

CRASSIN 

RIGIL 



JLa prima e la nona variante si riferiscono alle 
vecchie tavole capitoline , e nulla tolgono o accre- 
scono di pregio alla lezione . Lo stesso diciamo del- 
le altre varianti 3. 6. 7. 8. e io : le quali, abbenchè 
vertano sul nuovo frammento , nulla e' insegnano 
d' nuovo. Non così della variante seconda: coronan- 
do essa le fatiche del Borghesi ; ed assicurando il 
secondo cognome di L. Cornelio Maluginese -. il qua- 
le si disse Uritinus non Cossus , come dopo il Si- 
gonio scrissero tutti i fastografi , Sulla quinta va- 
riante noi staremo col Borghesi : perchè questi eb- 
be a scrivere ( i oj : mi è parso leggere con bastevol 



(to) Dissert. citata pag. 81^ 



Fasti consolari e trionfali 271 

fondamento ticanus . E molto più stare- 
mo col Borghesi sulla quarta . Noi sappiamo che 
Spurio p^erginioTricostoCpUmontano^ consolo nel 2 98, 
nacque d" Aulo f^erginio consolo anch' egli nel 260 : 
sappiamo pure che quest' yéulo , secondo Dionigi 
di Alicarnasso (i i), ebbe per padre un altro Aulo. 
La testimonianza dell' Alicarnasseo sarebbe contraria 
al vero , se si dovesse ritenere il consolo del 298 
per nipote di un Marco ; come vuole la lezione 
del N. A. Il quale speriamo voglia perdonarci que- 
sto nostro assentire alla lezione del JBorghesi , piut- 
tosto che alla sua , che pure dice pia esatta . Per- 
chè essendo conosciuta ai lettori la molta diligen- 
za che adopera il Borghesi in leggere gli antichi 
monumenti , è da tenere che non sia questo il solo 
caso nel quale egli siasi da così lodevol costume 
allontanato . Alla quale osservazione se voglia unir- 
si , come si deve , la testimonianza di un antico 
storico, di rado o non mai colto in errore; si vedrà so- 
pra quali fondamenta noi rigettammo in due soli luo- 
ghi la lezione proposta dal Fea: e non saremo , è 
sperabile, redarguiti di troppa sofistichezza, né di spi- 
rito parteggiano, 

§ III. Una collezione di 48 iscrizioni , dove si 
ricorda alcun consolato , compone la seconda par" 
te di quest' opera . Molte delle iscrizioni erario già 
conosciute . Tra le inedite ricorderemo il frammen- 
to IO. In esso si hanno i consoli di tre anni, non 
già consecutivi gli uni agli altri ; ma di varj anni, 
secondo portava il bisogno del collegio che lo fece 
scolpire . Incomincia da L. Cornelio Sulla : il mar- 
mo essendo rotto appunto laddove era segnata la 



(li) Lib. VI. cap,69. 



syr Letteratura , 

nota del di lui consolalo , non è certo se si rife- 
risca al secondo , cioè al Gy4 di Roma : ovvero 
al 66G , quando egli per l;i prima volta tenne i fa- 
sci . Vengono dopo i consoli ordinar) del 714 ; e 
sieguono i surrogati neir anno istesso . Da ultimo 
è scritto il nome di Q. Cecilìo Cretico che pro- 
cedette consolo nel 760 . Così minutamente abbia- 
mo descritto questo frammento , perchè ci sembra 
avere ilsig. Fea errato, scrivendo ( pag. xxxii ) com- 
prendersi in esso una serie di consoli dal OyJ al G79: 
quando a noi pare che appena vi si abbiano quelli 
del 674 (forse del GQQ) e del 714 , e del 7G0. E 
questo non annotiamo per osservazione grammati- 
cale ; ma sì per osservazione cronologica : che al- 
tro è dire dal G73 al 679, altro dal (Ì74 al 7G0 , 
altro finalmente ( che è il vero ) degli anni 674,714» 
je 760. 

Era inedita la lapida n. 12 , dalla quale rile- 
viamo come Vejo fosse eretto in municipio da Au- 
gusto, ed avesse a patrono M. Erennio Picente con- 
sola surrogato alle calende di novembre del 720 
di Roma . Quella segnata col n. i5 , ed il fram- 
mento n. 18 si leggono anch' essi la prima volta; 
e ci danno i consoli degli anni 22 ed 81 dell' era 
volgare . Ugual pregio di novità ha un cippo con 
le note indicanti l'anno io3 , che porta il n. 20: 
e quella lapida n. 22 , di un L. Minucio Natale 
consolo e proconsolo in Affrica regnando 1' impero 
romano Trajano. A quale anno il consolato di que- 
sto Minucio possa spettare non fu scritto dal N. 
A; ma noi non dubitiamo di attribuirlo al ii5, 
seguendo in ciò l'opinione di Gaetano Marini (12}. 

(12) Fr. Arriili pag. 142- 



Fasti consolari e trionfali ^n'ò 

Le lapidi segnate co' numeri 26, ay, 35, e 38, era- 
no inedite anch' esse ; e ci ricordano i consoli 
degli anni 120, i4i,iGi,e 198 dell' era volgare. 
A quest' ultimo anno scrisse il N. A. appartenere al- 
tresì il marmo recato al n. 4o ( pag. lviii ) : e sti- 
miamo andasse errato , perchè Late- ano e Rufino 
tennero i lasci nel 197; Tanno innanzi cioè a Gallo, 
e Saturnino •■ e vorremmo crederlo errore di stam- 
pa , se la frase non fosse affatto diversa dall' an- 
tecedente . Vien dopo un bronzo spettante all' an- 
no aSy ; lo leggiamo per la prima volta , ed è se- 
gnato col n. 46. Al seguente , quel marmo che fa 
menzione di un Z. Ovinio Curio Proculo Modiano 
Affricano , consolo non si sa in qual'anno , era pure 
inedito . All' anno SyS , non come vuole il N. A. 
al 397 ( pag, Lxiv ) appartiene la lapida cristiana 
che porta il n. 5i: inedita così questa , come quella 
al n. 55 ^ la quale si riferisce all' aano 4^< ^'^ 
era volgare . 

Tutte le altre iscrizioni di questa seconda parte 
erano già cognite . Tra le quali tiene il primo pò»» 
sto il frammento conosciuto sotto nome di fasti 
colocciani : che descriviamo così . Costa di due co- 
lonpe : nella prima si legge il iv consolato di G. 
Giulio Cesare nel 709 di Roma , e sieguc a tutto 
l'anno 714- La seconda colonna incomincia da uà 
Lucio Sestio consolo sulfetto nel 731 ,e giunge a 
tutto il 74 a. Oud' è che non esattamente scrisse 
il N. A. (pag. XXIX ) trovarsi nel marmo coloccìano 
la serie de" consoli dal 708 al 742 : dove anclie 
aggiunse di darne una lezione pia vera e più co- 
piosa delle precedenti . Pia copiosa non pare , non 
leggendosi in essa pure una riga oltre quelle che 
SI leggono nella gruteriana : più vera forse , perchè 
CI accade osservare che uno de' consoli surrogati 

aA/f.ix. 18 



Qni Letteratura 

neir anno 711 è <^. Pedio , non Q. Lepido come 
finora fu scritto ne' fasti . Ma perchè non si creda 
volersi per noi aggravare la memoria di Giana Gru- 
tero , e perchè sia palese , ambir noi piucchè ogni al- 
tra amicizia r amicizia della verità , diremo a vi- 
cenda , non trovarsi da noi vero quello che il N. A* 
asserisce ( pag. xliu ) di dare corretta anche la 
lapida N. 16. Perchè Grutero nella edizione corae- 
liniana non legge nvminìo , ma nvmmio ; ( i3 ) e 
se r errore sta nelle schede chigiane , noi non sap- 
piamo vedere come possa dall' errore arguirsi la 
csatezza delle schede stesse ; né sappiamo conoscere 
il perchè il signor Fea non traesse la sua iscrizione 
dalle altre schede che dice aver nvmmio , piuttosto 
che trarla da quelle errate , onde poi correggerle 
ed implicare neir errore Grutero : presso il quale tro- 
viamo il marmo in diversa e migliore disposizio- 
ne di righe ; e apprendiamo di quali sculture fosse 
ornato quel monumento . In luogo di che avrem- 
mo desiderato eh' ei non tacesse T anno di questo 
consolato . Vie maggiormente essendogli facile l'os- 
servare che nei fasti si segnano come surrogati alle 
calende di luglio dell' anno 779 Q. Marcio Barea 
e T. Rustio Nummio Gallo-, è più facile il cono- 
scere che Gaetano Marini dubitò grandemente che 
fossero ben collocati («4) • 

E giacché siamo in questi confronti fra le la- 
pidi pubblicate dal Grutero , e quelle ripetute in 
ìsl arapa dal N. A., altre quattro osservazioni ci oc- 
corre per ora di fare . Primamente la iscrizióne se- 
gnata col N. 17 è senza meno quella iitessa che si 



(i3) Pag, CVII, 8. 

(x4) Fr. Arvali pag. 644- 



Fasti copfSOLARi e trionfali 2'jS 

legge nel tesoro gruteriano (i5) , ed appartiene all' 
anno 81 4 di Roma. Come ne potesse egli dubita- 
re, non sappiamo conoscere ;; e non troviamo 1^ tan- 
te differenze che vi suppone gratuitamente . In se- 
condo luogo , il marmo segnato col n. a'ò , nel qua- 
le si hanno i consoli surrogali nell anno m dellera 
volgare , ci sembra molto più corretto in Grute- 
ro (itì) che in quest opera non sia. Può farsene 
certo il Fea ogni qiial volta voglia leggerlo ijel 
museo capitolino , dove noi son già pochi mesi Io 
trascrivemmo . A proposito di questo sasso è d« 
notare l'errore di Francesco Eugenio Guasco (17) 
che lesse gerviano , quando vi sta la S marcata 
a grossa linea . In terzo luogo diciamo che il fa- 
moso bronzo feren tinaie ci sembra più completo in 
Grutero (18), di quello che presso il N. A- che lo 
diede al m. 2/^: di questo si convincerà qualsiasi uo- 
mo voglia farne leggier confronto . A proposito dì 
quesrto bronzo , non sembra inutile il ripetere la 
osservazione di Filippo della Torre (19) : cioè che 
la sintassi richiederebbe che si leggesse, decreto. 
Hoc. TABVLAE. HospiTALi, INCISO, nou come sta peir 
originale : tabvla . hoìspitali . incisa . in hoc . de- 
creto . In ultimo la lapida n. 3i , che il N. A. co- 
più dalle schede chigiane , secondo che a noi pare 
è anch' essa molto più caretta nel tesoro gruteria- 
ao (20) . Ed infatti chi ne indicherà chi si foss^ 



(i5) Pag, LXIV. 9. 

(16) Pag. CLXXV. 10. 

(17) mas Cap. Voi. I. p. i3g. 

(18) Pag. GCCGLVI.I. 

(19) Monuin . Vet . Antii 

(20) Pag. XVIII. 5. 



ajG Letteratura 

quel p. SALL. socio nel consolato a C BelUcio Tor- 
auato ? I iasti noi ricordano certo : ricordano però 
un Manio Acilio Glabrione consolo nel 124 insie- 
me a Torquato^ e con i fasti si accorda la lezione 
grnteriana AA/. acil. 

Interessante è la lapida segnata col n. 33. Que- 
sta poteva considerarsi come inedita: sendo ben diffi- 
cile e veramente meraviglioso che un antiquario la 
ripescasse nella leonologia di un Cesare Ripa. Per 
essa si assicurano i veri nomi dei consoli del iSy 
èra volgare ; un solo de' quali fu pienamente co- 
nosciuto da Gaetano Marini (21). Il marmo n. 34, 
che ilN.A. scrisse essere stato pubblicato dal solo 
Almelovenio , fu da noi letto tra le iscrizioni edite 
da Raffaello Fabretti , il cui libro è per le mani di 
tutti gli studiosi di questo genere di antichità (23). 

S- IV. rVon sappiamo ved^^re il perchè le qua- 
quaranta iscrizioni che si leggono nell' appendice , 
non siano state unite a quelle pubblicate nella ser 
conda parte dell'opera. Ma qualunque ne sia il mo- 
tivo , tralasciamo di ricercarlo: e come usammo 
nel paragrafo precedente, così in questo vogliamo 
indicare quelle lapidi che ora veggono per la pri- 
ma volta la luce, senza molto soffermarci sulle altre. 

Inedita pare senza dubbio la lapida n. iii, ma 
ci proviene da fonte ligoriano; del che bastante- 
inenle dicemmo nel primo paragrafo. In essa sì 
hanno i consoli del 1 1 4 ; già cogniti per la cele- 
bre base giuteriana (23), nella quale è scritto (non 
sappiamo se meglio ) ninnio. Inedite erano la quin- 



(21) Fr- Arvali pa^. 654 

(22) Gap. 111. pa-. 128. N. ho. 

(23) Pag. CCXIV^. 



Fasti eojrsoLARi e trionfali iznn 

ta e la 'settima; e ci danno i consolati del 177, 
e del 210. 

Più interessante è la nona. Per essa sappiamo 
che il consolo del 234 si nomò L. Lurenio Crispino. 
iVon perciò assentiamo al eh. A. (pag. lxxxviii ), 
che r opinione esternata da Gaetano Marini circa i 
nomi di questo consolo sia poco convincente. Scris- 
se quel dotto che il consolo dei 324 ebbe nome 
L. B razzio Quinzio Crispino : e noi non trovia- 
mo alcuna difficoltà in ammettere cosi gli uni come 
gli altri nomi in una stessa persona ; dicendo che 
chiamossi (forse) L. Lo renio B razzio Quinzio dispi- 
no. Sa ognuno come col mancare la romana libertà, 
mancasse anche ogni regola circa i nomi e cognomi, e 
come alcuni ne'monumenti adoperassero Homi diversi 
da quelli che gli antichi scrittori avevano loro attri- 
buiti. Sappiamo infatti che il consolo surrugato nel 
69 era volgare C Arrunzio Catellio Celere fu quel- 
r istesso che Tacilo chiamò Pompejo Vopisco : che 
Marco Bruto fu detto talvolta Q. Cepione Bruto-. 
che Z. Rosaio Eliano si nomò pure L. Mecio Celere. 
Del qual costume lungamente ebbe a scrivere e dot- 
tamente in più luoghi il teste nominalo Gaetano 
Marini ; perchè non ci sembri bene tacciare di leg- 
giera la sua opinione. 

Interessante ed inedita era lapida n. x. Il con- 
fronto di essa con altre corona le lati che del dot- 
to scrittore àe Fratelli Jrvali (24), e rafferma i 
veri consoli del 244: i quali apprendiamo, che d'ora 
in appresso dovranno ne' fasti scriversi così: J. FuU 
vius Jemilia?iusr,et L Armenius Peregrinus. Ven- 
gon dopo le lapidi iv. xii. xin. xv. xri. xix. xxi. 



(24) Pai'. 5oi. 



j^8 Letteratura 

XXIV, tutte pubblicate à quel che pare la prima vol- 
ta; e spettanti agli anni 336. 34 1. 355. 358. 364- 
3G9. e 3'ji. dellera volgare. Dal marmo ^. xxvii 
ci confermiamo nella Igzione che il consolo del 38 1 
avesse nome Euterio , non Eiccherio come scrisse- 
ro Almelovenio e Belando. Sieguono le iscrizioni 
de' N. XXX. xxxii. xxxiii. xxxiv, inedite anch' es- 
se ; e si riferiscono agli anni dell' era volgare òg'j. 
4oi. 4o5. e 4^0. JNotiamo approposito di quest' ut- 
timo , che il JN. A. Jjeir illustrarlo ( pag. G. ) se- 
guì r opinione di Tommaso Reinesio e di altri, i 
quali supposero che il sigma - tau indicasse il 
numero v. Non ricordò allora il N. A. quanto 
scrisse a questo proposito Raffaello Fabretti (aS) 
il quale restituì indubitatamente quel segno al nu- 
mero VI, ne vide forse un codice presso il Mabil- 
lone (2G) ; nel quale quella nota è costantemente 
adoperata pel numero senario. lira inedita la lapi- 
da N. xxxvi, nella quale si legge il consolato del 
470: ed inedita era quella al numero xxxix; di 
•consolato incerto, secondo il J\. A; a noi sembra 
poterla asserire dell anno 326; quando procedero- 
110 consoli r imperatore Flavio Valerio Costantino 
per la settima volta, insieme a Flavio Giunio Co- 
stanzo cesare . 

Delle altre lapidi pubblicate in questa appen- 
dice non facciamo parola, perchè già cognite. Vo" 
gliaimo però osservare che la correzione che il eh. A. 
ià della lapida .v. ii, portante i consoli del iiìs), 
edita non esattamente da Luigi Gaspare Oderici, 
era già stata fatta , e con le medesime parole da 



(2 5) Inscr. dom'ist. e. Vii. n. 54o. 

(26) De re diplomili, lib. II. cap. 28. N. 12. 



Fasti consoiari e trionfali 27^ 

Gaetano Marini (27)- Che quanto il Fea scris- 
se intorno la lapida n. viii per provare come L. 
Roseto Eliano Meda Celere fosse consolo ordina- 
rio nel 223 , non getta a terra, a creder nostro, il 
ragionamento del Marini stesso (28): il quale ad- 
dusse più forti' argomenti per restituirlo ad un con- 
solato sufFetto negli ultimi mesi del iio. Non cono- 
sciamo inoltre perchè all' anno 5 £ i , e non piutto- 
sto al 428 abbia il Fea attribuito il marmo 
N. XXX VII. Da ultimo domandiamo la ragione per 
la quale al n. xl egli ci abbia data la sola iscri- 
zione del lato sinistro di quella base di travertino 
trovata in Otricoli, che intiera fu pubblicata da es- 
so Marini (^9): e non vediamo che sia vero ricor- 
darsi in quel marmo un consolato di anno inóerto; 
avendo il Marini stesso fatto cenno in più luoghi 
di quel costume degli antichi d' indicare i con- 
solati con le note , preteriti i nomi de' Cesari e 
degli augusti consoli : ciò che cagionò alcuni erro- 
ri, e molte incertezze. Se nel nostro marmo si de- 
ve leggere tertio ( o tertiiim ) et semel cos. , ciò 
ne' indica a creder nostro 1' anno i4o dell'era vol- 
gare. 

Termina quest' appendice con altre tre iscrizio- 
ni. Ai numeri xli, è xlii, sono ripetute le due notis- 
sime lapidi esistenti al sepolcro de' Plauzj vicino al 
ponte Lucano sotto Tivoli. Al xlih pubblica il N.A- 
una iscrizione inedita, non segnata di consolato, 
ma interessante, secondo lui, per la parola glvti- 
MARivs ignota finora nei lessici e negli autori. Co- 
noscevamo però in antichi scrittori, ed in lapidi 
i.« > I > i 1 1 ' '■ " > 

(27) tr. Arv. pag. 116. a. 

(28) Fr. Arvali pag. 177. 6- 

(29) Iscri/,. Aliane png. 49- 



a^'o I Letteratura 

ancora glutinator (3o); e molte altre derivazioni 
da gluten. Quanto alle due iscrizioni de' Plauzf dice 
il sig. Fea di ripeterle in istampa, perchè tutti fi- 
nora le pubblicarono scorrettamente. Noi conoscen- 
do da questo che il dotto A. non ha notizia di una 
dissertazione di Domenico de Santls sul sepolcro 
de' Plauzj ( non saremo mai della opinione di al- 
cuni che sono tentali di credere il contrario ) , ab- 
biamo stimato non inutile farne il confronto: dal 
quale sono nate le seguenti verianti. 

Le3Ìonc del Feu Lezione del De Santis 

Iscr. 1 riga 8 GN CU 

Iscr. li riga 3 sodal. SODALI 

6 CLAVDI. CLATD 

7 BRITTANNIA BRITANlA 
12 PRmCIPIBVS PRIKCIPIB 
2 3 SCYTHARVIVI SCYTARTM 

23 ACHER03JENSI ACHERROXENSI 

24 BORVST£N£IYI BORVSTHENEN 
27 IN.HISPANIAM HXSI'AKIAIVI 

Il De Santis altronde diligente scrittore, vide 
replicate volte questi marmi , e replicate volte li tra- 
scrisse: egli pel primo corresse i molti errori corsi 
nelle copie degli antecedenti editori; e ne scrisse 
ima dissertazione piena di scelta erudizione; nella 
quale non è cosa che il ÌV. A. abbia notata di que- 
ste famose epigrali, che egli pure non avesse già 
notata. Dopo di che resti libero l'abbracciare la le- 
zione- del Fga; la quale però senza meno è errata \ 



(3o) Gnu. p. DXCiV. 6. 



Fasti consolari k trionfali aUt 

nel principio della riga a'j (iscrizione seconda) do- 
ve si lia la ripetizione dell' iiv; che non si legge 
certo neir originale. 

§. V. Vengono da ultimo le figuline. Di queste 
il N. A. ne produce ^i, tutle segnate di conso- 
lati: incominciando da cpieilo che dette nome all' 
anno 107 deir era volgare; fhio a quello in cui 
leggiamo i consoli del 229. Facendo attenzione al 
numero de monumenti, ed agli anni che corsero dal 
107 al 229, vedrà ognuno come queste figuline non 
presentino una serie contmuata di consoli: nèl'A. 
aveva ciò impromesso: anzi lo teniamo fino ad ora 
per cosa disperata, volendosi ristringere ai soli bolli 
de' mattoni. Diciamo però come ci sembrava util co- 
sa il riempire alcune lacune, riproducendo bolli 
già cogniti: che già non alterava il suo piano. Era 
anche facile ad esso il confrontare molte altre figuline 
esistenti nel Vaticano, improntate di consolati: co- 
me, a cagion di esempio, quelle che spettano agli anni 
ii6. 124- i3(5. 142. i47- i55. 558. 2o3. era vol- 
gare; le quali tutte furono in proprietà di Gaeta- 
no Marini. Eragli vieppiù facile, quando egli con- 
fessa di aver consultata la raccolta manoscritta delle, 
figuline, opera del lodalo Marini tnttora inedita nel- 
la libreria Vaticana. Era poi utile, perchè con que-- 
sta ristampa saremmo stati più certi della lezione 
de' monumenti ; avendo questo impromesso replica- 
te volte il JN. A. ( alle pag. xxiv. xxvm. cvn. ). 
Utile infine era, perchè ne pareva miglior consi- 
glio, dar monumenti di consolati diversi, che non 
ripeterne molti di uno stesso consolato: come egli ha 
fatto per Tanno 128; del quale riporta ben l'j. te- 
goli, e tutti, o quasi, già cogniti. 

Si la strada il N. A. a quest'ultima parte dell' 
opera, con ripetere la notissima osservazione sulla 



ardi Letteratura 

importanza delle figuline in ristabilire o assicu- 
rare i consolati. Siegue dicendo, che Gaetano Ma- 
rini ristrinse i tegoli segnati di consolato ad uno spa- 
zio di ottanta anni. Noi avremmo scritto novaìita ; 
perchè ci ricorda che il Marini pubblicò un tegolo 
del 1 14 (3a) ed uno del 2o3 (33). Ma come si è fat- 
to che il N. A. prolunghi questo Spazio sino a i23 
anni; chetanti ne corsero dal 107 al 229? Si co- 
nosceva presso Onofrio Panvinio ne' fasti un matto- 
ne segnato con il consolato di L. Licinio Sura per 
la terza volta, e C. Sosio Senecione per la quarta; 
cioè dell' anno 107: in tutto simile a quello ripro-» 
dotto dal Fea : ma sì sapeva pure che era sta- 
to giudicato suppositizio. E perciò che ci permet- 
tiamo di domandare all' A. J\: donde desunse que- 
sto monumento, echi lo possegga.Fino a che egli non 
dà risposta, non saremo certo redarguiti se restiamo 
l'ermi nella sentenza di que' dottissimi che già giu- 
dicarono il tegolo: e se diremo che questo matto- 
ne merita di andare a pari con quelli del ^4^ ^^ 
Roma, e del 55 e 101 dell'era volgare: già rico- 
nosciuti apocrifi, e sentenziati per baje ligoriane (34)- 
Ugual dimanda ci sia permessa intorno all' altra fi- 
gulina N.° 69 portante il consolato del 229. Di que- 
sta pure il N. A. tace la provenienza: ciò che ca- 
giona in molti esitanza d' ammetterla come vera; 
comunque una simile se ne abbia presso Panvinio, 
di cattivo fondaco perchè ligoriana. Diciamo adun- 
que per amore del vero e per la convenienza di que- 
sti studj, come fino a che non si provi co' monumeu- 



(Sa) Lettera a Rosini pag. V. 

(33) Fr. Arvali pag. 544- 

to4) Marini lett. a Rosini pag. Vt> 



Fasti coiysolari e trionfali aSS 

ti originali, e con sode ragioni il contrario , piace 
ai più di non abbandonare l'opinione del lodato Ma- 
rini ; e tenere come il più antico bollo quello ii4; 
e come i più a noi vicini quelli che contano l'epo- 
ca dell'impero di M. Aurelio e L. Vero. 

Dalla figulina n.° G si hnnno^ son parole del 
JV. A. ( p. evi II ), più decisi che in altri monumen- 
numenti i nomi de consoli L. yenulejo ^promano e 
Q. Articulejo Pelino , cioè dell'anno 12^. Le mol- 
te dispute, che vi furono a questo rapporto , cessa- 
rono fin da quanto dottamente e quasi contempo- 
raneamente ne scrissero Enrico Sanclemente e Gae- 
tano Marini: anzi non è inutile ricordare a giusto en- 
comio de' trapassati, che quest'ultimo pubblicò una. 
suafigulina del tutto simile a quella data dalN.A.(35). 
Ora però non si desidera più sculto in marmo quel 
consolato : e ne sia prova la seguente lapida vatica- 
na: che volentieri riproduciamo in istampa (si legge 
nell'opera del eh. monsignorNiccolaMariaJXicolaj sulla 
basilica Ostiense), perchè il N.A. non ne fece paro- 
la: abbenchè per più titoli si meritasse un posto nell' 
opera che abbiamo fra mani . Sei meritava perchè 
corona le fatiche del Marini e del Sanclemente, e raf- 
ferma un consolato tanto malmenato prima che essi 
ne scrivessero: sei meritava perchè trovata nel i8i5 
in una cava romana , acquistata dal principe, e da 
■noi vista nel Vaticano : moltoppiù non doveva es- 
sere ignorata dal N. A. che tanto lodevolmente pre- 
sieìde ai pubblici scavi. 

^ " '■■■-■■■ ■ ■ ■■■■■■ wmmxmn m » II» i*«^wi»»» ■ ■* ■■>■■■■■ ^ i p i iwiiw^Nfw»w«^ 

(35) Fr. Anali pag. ijS. 



58^ < Letteratura 

L . VENVLFIO . APKONIANO ^_- 
Q . ARTICVLEIO . PAETIWO ^^^ 



MAG . ET . MINIS . FONTIS 

TI.CLAVDIVS.SALVIVS.IIII 
P.MARCIVS.TITHASVS.IIX 
M.FTKIVS.SYMPHOR.II 
G.IVLIVS.HIMBR.I. 

DEDIC . V . K . AVG . 



ZOSIMVS.AQVILl.il 
GBRMANVS.PACTVME.l 
CALLINICVS.OLAVDI.l 
BaARlNVS.£VTVCHI.I 



Interessante è senza meno il mattone segnato 
col N.° 62, come quello che pone fine alla incortez- 
za del secondo consolato di O.Giunio Rustico nel iCa 
dell'era volgare, lira questa figulina conosciuta, per 
averla altra volta il N. A. pubblicata: ma allora les- 
se RVSTIC. ET . AQVl . COS: ora, correggendo con 
lodevole sincerità se medesimo,legge KVòT . IT. ET 
AQVl . COS. 

Alla faccia cix leggiamo quella opinione tut- 
ta del N. A., però inculcata da lui in diverse oc- 
casioni ed in varie slampe : potersi cioè dai te- 
goli segnati di consolalo aver prova sufficiente a 
determinare V età della fabbrica nella quale i te- 
goli si rinvengono . Per tal modo egli crede , che 
il tempio di Roma , giacente fra la porteria di san- 
ta Francesca romana e 1' arco di Tito , fosse molto 
avanzato nella fabbrica \ anno i23. , perchè dai 
ruderi di esso egli tolse un tegolo segnato col 
consolato eli Pelino ed Aproniano . La quale opi- 
nione non vediamo come la buona critica del 
signor Fea trovi fondata . Imperocché ammettia- 
mo che un sasso , o una figulina , o una mone- 
ta , o un monumento qualunque di età certa , tro- 
vato in un muro ci obblighi a confessare , che 
quel muro non fu fabbricato prima dell'epoca che 
conta il monumento trovato nella muraglia : ma 
niuna cosa ne impedisce a poter credere quella 



FAStl CCRSOLARI E TRIONFALI aSS 

muraglia posteriore di gran lunga al sasso , alla 
figulina , alla moneta . E questo toccammo spesse 
fiate con mani : avendo trovato in fabbriche del xiv 
e XV secolo alcune figuline , segnate con il con- 
solato terzo di Serviano ; altre con quello di Gio- 
venzio e Marcello ambi perla seconda volta; al- 
tre con quello di Petino ed Jproniano : cioè de- 
gli anni ia3, 129, e i34, dell' era volgare. Se 
que' tegoli furono impiegali in fabbriche posteriori 
alla loro data di X)ii e xiv secoli, non vediamo il 
perchè non potessero essere impiegati ugualmente 
in fabbriche posteriori di due o di trecento anni . 

Termina questa raccolta di mattoni , dandone 
due di anni incerti . Nel primo si legge kano ixt 
CAMERiN COS. Uno simile ne ebbe in proprietà Gae- 
tano Marini (66) , che fu pure incerto a quale 
anno si appartenesse . Niuno penserà ai Camerini 
consoli negli anni di Roma :ìG^. 409. ^Ga. e 788. 
Forse meglio potrebbe credersi del 89 1 ( era vol- 
gare i38 ) : ma di quest' anno abbiamo altri bolli 
ne quali si legge ni grò bt camerin cos ; e ne' fa- 
sti il collega di Sulpicio Camerino è detto Quin- 
ctus Niger Magnns . Ora chi opinasse che Ne- 
gro fosse cognominato anche Ka?io anderebbe forse 
molto lungi dal vero? Ma queste ricerche lasciamo 
al dottiss. sig. Borghesi, il quale da molti anni at- 
tende alla correzione e compilazione degf interi y^^/i 
consolari: egli pure dirà a quaf epoca appartenga l'ul- 
timo tegolo, in cui si legge severo et arriano 
COS. A noi sembra impossibile che possa dirsi 
dell'anno 243 era volgere, quando tenne i i'asciC. Giu- 
liano Arriano . 

§ VI. Promettemmo di scrivere in ultimo luogo 
delle altre lapidi pubblicate dal N. A. in que- 

iZ6) Fr, Arval. p. joo. 



a86 Letteratura 

st' opera . Belle cinquantotto che sono , noi tra- 
lasceremo, secondo il metodo adottato, dì parlare 
delle conosciute : fra le quali vediamo replicata 
quella in cui si legge svbiscalire ( pag. xc ) , 
parola che tanto esercitò finora V ingegno di chi 
ToIIe spiegarla : e che noi vorremo interpuntare 
svB 1. S.C. AURE, e leggere svb . luriS condii 
tionibuS ADiRK . (**) Le inedite sono quattordici . 
La prima ( pag. xvx ) è un frammento di bronzo 
dei tempi di Augusto ^ in cui si discorre delle 
ristorazioni fatte ai così detti Giani : vien dopo 
un marmo sepolcrale di Tiberio Claudio littore , 
e capo di una decuria de' puUarj ( pag. xxxii ) . 
Due se ne hanno alla faccia xxxix : appartiene 
il primo air anno 794 di Roma ; il secondo ri- 
corda un M. Rufino F'aleriano prefetto di Roma : 
bella scoperta del N. A. che aggiunge un nome 
di quella magistratura alla serie datane dal Cor- 

■?■ _ ' *• ^ 

(*•) Non si tosto venne alla lupe questa iscréione , che in Ro- 
ma seppesi dagl' intelligenti il vero significato della frase ET. RE- 
POSSONE. SVBISCALIRJ^ Tropix> son conosciute tic' monumenti 
le parole depossio per deposUio , compossio per composilio, perchè 
non potesse dubitarsi repossonti essere lo stesso che rcpositionem , o 
repositoruin , ed iscaUre pretto idiotismo italiano in vece di sca- 
lare^ o scalari. Non face» quindi mestieri che altri producesse la 
sovrapposta spiegazione di sforzo, né che, a premura del eh. sig. 
ab. Cancellieri, sulla gazzetta Notizie delgiorao, 7. genwijo 1820., 
si pubblicasse una lettera del sig. professore Ciampi , in cui so- 
stiensi come atto di donazione quella eh' è manifestissima particola 
di testamento, si legge in accusativo insulain Sertorianwn^ puro 
caso di stato in luogo , un' Jurclia si fa Auria , e liglia di un Ser- 
torio , e le si danno dieci tabernc in vece di undici ; errore pro- 
pagato dalle male copie, che il sig: Fea suol procurarsi. 

( Nota de' compilatori. ) 



Fasti consolari e triqnpali 287 

sini . Quel rnarmo ( pag. xlv ) dedicato a Giove 
Ottimo Massimo Dolicheno da Sesto Procilio Pa^ 
piriano prefetto de' vigili nelF anno 92 dell' era 
volgare , è ligoriano : e restiamo dubbiosi che sia 
sincero , perchè il consolo Volusio Saturnino vi 
è prenominato Marco ; non Quinto come realmente 
si chiamò (37). La lapida sepolcrale di un Tra- 
ce per nome Aurelio Vitusto^ soldato nella quinta 
coorte pretoria, si legge alla faccia lvu : ed al- 
la LXvi una lapida cristiana che conta 1' epoca 
del 377. Siegue ( p. lxx ) un tubo di piombo 
col nome di Sesto Mario servo di L. Nonio Aspre" 
nate , Alla faccia lxxxii è riportata una iscri- 
zione dedicata a Garacalla dai vigili della quinta, 
coprte stazionata al monte Celio : e ci duole che 
il N. A. tralasciasse di pubblicare i sopra a iioo 
nomi scritti ne' lati di quel piedistallo . Un mar- 
mo di Stiaccio Corano , uomo illustre così per i pre- 
mj ottenuti, come per le esercitate magistrature, 
si legge alla faccia lxxxv, ed alla xcix una la- 
minetta di bronzo che ricorda il famoso Flavio 
Stilicone . Vien dopo ( pag. ci ) un frammento 
cristiano \ ed un marmo dedicato ad Adriano dal 
collegio degli eliani addetti al culto di Minerà 
va ( pag, ex ): e l'ultima lapida inedita ( pag. cxv ) 
è quella sepolcrale di Genicia Cupita • 

Crediamo che già a quest' ora il N- A. , non 
mancando a lui gli ajuti maggiori , de' qua- 
li sa cotanto approfittare , si vada occupando 
della compilazione e pubblicazione delle altre ope- 
re impromesse (38) , Soffrirà però che colla inge- 

(3-]) Grutero p. CCC. 1. 

(38) In questa sola opera da noi esaminata , altre quattro il 
N. A. ne ha promesse : Y una sul creduto tempio di Bucci nelUi vi& 



agS Letteratura 

nuìtà solita lo preghiamo a noti omettere cosa , 
perchè i tipografi ce le diano più corrette nelle ci- 
tazioni (39) ; ed a non trascurare troppo il lucido 
ordine della distribuzione, raccomandato per uno 
scrittore che ad esso è carissimo , ma forse non 
osservato nella presente opera de fasti . (4©) 

Della quale è tempo chiudere il discorso , ri- 
cordando le quattro tavole in rame che 1 adorna- 
no . La prima è copia di quella che si conosceva 
neir opera di Enrico Sanclemente sulla emendazio- 
ne dell' era volgare . In essa si ha il prospetto della 
camera capitolina, dove per cura de' conser» atori 
di Roma , e d'appresso il disegno di MicherAngìoIo, 
furono allogati i frammenti dei fasti. Alcuni numeri 
aggiunti indicano i luoghi , ne quali dovrebbero col- 
locarsi i frammenti or' ora scoperti . La pianta del 



T^oìnenfana , provando che fu il sepolcro di. s- Costanza (pag. XXXI): 
r altra sopra il corpo dei Vigili ( pag. LXXXIII ) : la terza sopra i 
ieinpj di Roma e Venere ( pag. CX ) : V uHiina sul foro romano e 
me adiacenze ( pag. CXXII ) . 

(39) A cagione di esempio , sono errate le citazioni seguen- 
ti -"pag. XXIX Nota 4 (doveva scriversi pag. 298. 1 )-pag. XXXVII. 
nota 5 ( doveva scriversi pag. 196. 1.)- Pag. XLVII. nota 8 (doveva 
scriversi p. 678, 1. ) ~ P^S- ^^' nox.?L 6 ( doveva scriversi p. 223). 
Altre più ne omettiamo . 

(40) Diciamo ciò perché molte iscrizioni contenenti consolati 
non sono poste per ordine di tempo , come aveva promesso il St. 
A. alla faccia CXXV. Terminiamo con pregarlo a volerci spiegare 
■[tielle parole che si leggono alla fkccia XXVII: e ci éuva V an- 
no 642 replicato dei trionfi contemporanei , anno e giorno dei due 

fratelli Metelli . A noi è stato impossibile diciferarne il riposto si- 
gniticatoj non meno di quelle altre alla la;cia LXX.I1I: si potrà di- 
re Qhe a FmnUiia premorta dopo tre ajnni al marita imperatore , 



Fasti consolari e trionfali 289 

tempio eli Castore e Polluce è data nella seconda 
tavola . Un frammento di bronzo dei tempi di Au- 
gusto è inciso nella terza . E nella quarta un pic- 
colo frammento dei fasti trionfali . Queste tavole 
sono a lungo descritte dal JV. A- alla faccia cxx e 
seguenti dell' opera . 

C. Cardinali 



Continuazione e fine della lettera deU ah. F. Cancel- 
lieri al eh. sig.S. Betti, sopra la permanenza 
' di Federico IV , re di Danimarca., in Firenze e in 
Bologna ec. (V. il voi. XXV. a face 100.) 



N. 



elle mie notizie danesi ho esattamente riferito tut- 
to quello, che operò il re Federico nel suo soggiorno 
in Firenze, e le visite fatte alla monaca Trenta, in 
grazia di cui interpose i suoi uffizj per ottenere il 
perdono al marchese Filippo Bentivoglio. Egli poi 
a' 25 aprile .ritornò in Bologna, rientrandovi alla 
ore i5 per la porta di s. Stefano, scortato da' ca- 
valleggieri. Restituitosi al palazzo Ranuzzi, fu visi- 
tato da' principi Carlo ed Alessandro Albani, che 
colà si erano portati a prestargli omaggio, ed a tri- 
/butargli xvii volumi in foglio atlantico, e riccamen- 
te legati , di carte geograliche le più scelte, e del- 
le principali antichità di Roma, acquistate dalferc- 
dità della regina Cristina di Svezia, per parte del 
sommo pontefice loro' zio, che aveva finallora spe- 
rato di vederlo in questa capitale, dove gli avea 
fatto preparare dal cardinal Pietro Ottoboni il più 
magniiico alloggio nel palazzo Riario , ora Corsini, 
Il re si mostrò grati&sirao a queste attenzioni e a tut- 
G.A.T.IX. 19 



2[)o Letteratura 

ti i favori ricevuti nel suo passaggio e dimora nel- 
le città dello stato pontificio; ma principalmente per 
la grazia della sentenza capitale accordata al mar- 
chese JBenlivoglio, il quale perciò potè in quello stes- 
so anno ripatriare , ed essere ascrìtto nell' ultimo 
quadrimestre dello stesso anno lyoy nel magistrato 
de tribuni della plebe, I medesimi nipoti del pa- 
pa , regalati di varie gioje e di preziose galanterie , 
furono amniessi alla sua tavola unitamente alle due 
dame Ranuzzi, Pucci e Ratta, al gonfaloniere Alaman- 
no Isolani, e a diversi cavalieri tino al numero di 33 
coperte. Finito il pranzo , il re si rimise in viaggio 
alle ore 19, partendo per la porta di s. Felice al- 
alia volta di Modena. JVel dopo pranzo ebbe luogo 
il corso con maschera per la strada di santo Ste- 
fano, permessa a' soli cavalieri e cittadini, quan- 
tunque fosse di già partita S. M. 

Questo sovrano, d'anni ^9, era di statura me- 
no che mediocre, quadrato di spalle, con petto ri- 
levato, ristretto ne' fianchi, sostenuto da gambe mi- 
nute, disinvolto ma grave, con volto isoscelico, di 
.fronte spaziosa , di ciglio biondo , folto , e inarca- 
to, d occhio grande, di pupilla cerulea, di naso aqui- 
lino, con bocca ampia, con labbra sottili, dentatu- 
ra bianca, mento ristretto, faccia magra, segnata di 
piccioli vajuoli, guancia scavata , color chiaro , in- 
carnato. Portava una parrucca bionda chiara e leg- 
giera di capelli. 

11 senatore conte Emilio Paolo Fantuzzi giu- 
niore pubblicò in quest' occasione uno de' suoi elo- 
gj colle slampe, che però non si tro va indicato neìV 
elenco delle sue opere, nel t. iii, degli scrittori bo~ 
lo^iiesi del conte Giovanni Fantuzzi p. 299 , e fu 
. distiibuilo aJlu nobiltà ed a tutti i virtuosi. 

La maggior parte di queste notizie mi è stata 



Venuta di Feo. IV. jn Italia jìqi 

gentilmente favorita dal signor Giuseppe Guidicci- 
ni bolognese , versatissimo nella storia patria , e in- 
defesso raccoglitore di tutto ciò che può illustrare 
e onorare la sempre dotta Bologna. Le seguenti poi 
mi sono state cortesemente comunicate dall' orna- 
tissimo monsignor Camillo Ranuzzi, camerier segre- 
to di N, S., il quale calcando le vestigia de' due 
insigni porporati Angelo Maria , e Vincenzo , della 
sua nobilissima famiglia, con la ;sua savia condot- 
ta e colla sua indefèssa applicazione potrà ^innovar- 
ne le glorie. 

A' 20 di marzo 1709 fu scritta questa let- 
tera al card. Fabrizio Paolucci segretario di sta- 
to dal conte Ferdinando Vincenzo Ranuzzi. Sortf 
maggiore non pote^'a ricevere fUill alloggio fatto in 
mia casa del re di Danimarca , richiestone da que- 
sto legato , per f onore di servire Sua Beatitudine , 
verso della quale tanto devo e omne erede de sen- 
timenti del già conte Annibale mio padre , e come 
colmo di tante beneficenze. Supplico V. £"., che fu 
sempre sì generosa per me ^ nel prostrarmi ai santis- 
simi piedi ^ renderle umilissime grazie dionor così di- 
stinto . E mentre mi farò gloria d impiegare i miei 
giorni nel pregare il deh per la lunga vita e pro- 
sperità di S. B.^ come lo/arawiQ i miei teneri Ji- 
£li, re^io col supplicar lE:. V. di coaidonare l ardir 
presole di comandarmi^ accio con giusto titolo pos- 
sa far pompa di quella serenili , che le professo : 
e prostrato le baqio la. sacra poppora. 

Il signor cardinale a' 27 di marzo gli diede 
questa risposta. Non poteva fare V. S. cosa più ac- 
cetta a N. S. , quanto quella di concedere il suo pa- 
lazzo per f alloggio del re di Danimarca ; perchè , 
siccome premeva grandemente a S. B. che si usasse^ 
ro verso la maestà sua tutte le maggiori dimo^tra- 

19* 



3QZ Letteratura 

zioni di stima e di ofiore^ così è riuscito di molta sua 
soddisfazione , che sia stata collocata in una abita- 
zione così comoda e signorile . Può dunque V. S. 
esser certa d'aver incontrato in modo distinto il gra- 
dimento della S. S. , dalla quale potrà perciò spe- 
rare benigni effetti nelle aperture opportune. Io in- 
tanto rendendole 'vivissime grazie delle cortesi espres- 
sioni , colle quali V- S. ha voluto J^avorirmi nella 
sua cortesissima lettera dei 20 corrente^ ini rassegno 
sempre disposto a tutte le occasioni di suo servigio, 
e le auguro dal cielo copiose felicità. 

Per eternare la memoria di sì grand'ospite, sot- 
to un quadro del pittore GiosefFo Gambarini , che 
rappresenta 1 ambasciata del senato di Bologna allo 
stesso re, nel salone del palazzo , fu posta questa 
iscrizione : 

FRIDERICVS . IV . 

DANIAE . NORVEGIAE . GOTHIAE 

AC . VANDALIAE . REX 

RANVTIAE . DOMVS . BIS . H0SPE« 

CIDIDCCJX 

In un cartello poi messo ad oro nella camera 
del letto reale, dell'appartamento nobile, tra le dne 
finestre che guardano il mezzo giorno , fu posta 
quest' altra : 

FRIDERICO . IV . 

DANIAE . NORVEGIAEQVE . REGI 

DOMVS . HOSPITl 

QVIETIS . AC . SOMNI . LOCVS 

MDCCIX 



Venuta di Fed. IV. i» Italia 293 

,.,,^*A ^^ ™^^^''' '7" ^^ gazzetta di Bologna 
pubblicò la presentazione, la lettera, e l'accettazione 
fatta da quel senato, di un diploma inviato dallo 
stesso re Federico IV ai fratelli Ratta nipoti del se- 
natore, col quale li creò marchesi di Mandai con 
tutta la loro discendenza in infinito. 

Ma essendo ereditaria ne' monarchi di Danimar- 
ca la più generosa beneficenza , il regnante Federi- 
co VI ne ha data nel ijgcj Ja più luminosa ripro- 
va verso la eh. mem. del cardinale Stefano Borgia, 
il quale essendo stato costretto in quella catastro- 
fe di rifugiarsi a Padova , fu da luì soccorso con 
una cambiale di cinquecento scudi, e con fassegna- 
mento d' un'annua pensione di quattromila lire. Al- 
la testimonianza dei cav. Millin nella notice sur la 
vie du cardinal Borgia, dans le Magazin Encjclo- 
ped. ami. 1807 t. I. p. 276 , da me recata nelle 
Jiotizie danesi p. 3 , voglio qui aggìugner l'altra del 
padre Paolino da s. Bartolommeo, carmelitano scalzo, 
nella Fitne sjnopsis Stephani Borgiae S. RE. cani. 
Romae i8o5 apud Antonium Fulgonium p. 17. Com^ 
mwiem omnium nostrum laetiiiam hisce diebus non, 
parum auxit magnifica sapientissimi Daniae regis in 
òtephanum card, liberalitas. Is enim, cognito huju.v 
i>iri exilio, eidem mille numos ardenti, monetae Da- 
niae , Pdtam annumerari curavit -. quae summa , ut 
eidem etiam in posterum in singulos annos pendere- 
tur, clementissimo decreto sanxit. Ratio hujus exi-^ 
mi benefica et tantae optimi principis in cardina- 
lem benevolentiae, in ipso Stephano Borgia est quae- 
renda. Nec ea cjuempiam latere potesf, qui novit.quaìi- 
ta bemgnitate , quam dulci et amoena suavitate is 
omnes Romae danos ad se adventantes. complexus 
Juerif Judeo dicere, ampli, simum virum plerosque 
ax illis vclut sHos germanos fratrcs dilexisse : /ru- 



294 Letteratura 

gali , sed cìeganil , sua mensa semper exceptos , mo- 
dis omnibus in politiores literas^ et varia honesta- 
rum artium studia pcrtraxisse . Hiijus rei luculentt 
testes sunt viri omni eaceptione majores Jacohus Geor- 
gius Chrlstianus Adler (i), Georgius Zoega(-2)^ Fri- 
dericus Munter (5), Nicolaus Scow ^ Torkillus Ba- 
den^ Georgius Pf^ad^ Fridericus Engelbret^ PJiamus, 
pp^'allich , et olii. 

In seguito l'accademia de' Volsci in Velletri , 
per dare un solenne e pubblico contrassegno della 
sua indelebile riconoscen/a a S. M. il re Federico VI 
per le indicale benelicenze usate verso il delonto car- 
dinale Borgia, lo elesse a suo augustissimo protetto- 
re. Quindi consegnò Tatto autentico della nomina , 
elegantemente miniato , e nitidamente stampato in 
candidissima pergamena, con sigillo delTaccademia 
rincbiuso in una scatola d'argento dorato , ed ap- 
peso con due ricchissimi Hocchi d'oro, al eh. sig. 
Federico Munter, affinchè lo spedisse a S. E. il sig. 
barone di hchubarl. L'eruditissimo signor Luigi Car- 
dinali, segretario assai benemerito di quell'accade- 
mia , mi ha l'alto la grazia di favorirmene la seguen- 
te copia, che ho il piacere di comunicarvi. 

Nel giorno 1 7 d aprde 1 8o5 si unirono nella 
solita sala gli accademici della società volsca , con- 
vocati d ordine de censori dal segretario : e tro^ 
vandosi nel ìiumero prescritto dalie leggi , il ditta- 
tore signor don Geraldo Macioti partecipò al ceto 
accademico la gravissima perdita che avea sofferta 
la società per la morte deli eminentissimo principe 

(1) Biographie tles hommes vivaiits. Paris i8i6. T. I. pag. i4- 

(2) V. il diario del Cracas n. 16. a' i5 febb. 1S09 , e le mie 
notizie danesi pag. 3. 

(o) Biographie dcs hommes vivants. T. IV p. 52g. 



Venuta di Fed. IV. in Italia 39$ 

cardinale Stefano Borgia , vigilantissimo di lei pro- 
tettore . Rappresento V impegno , col quale egli avea 
procurato il decoro dell' accademia , associando alta, 
medesima i più insigni letterati d' Europa , esten- 
dendone la fama alle più remote nazioni . Tra cpiC' 
Ste disse la danese averla fregiata d'uomini illustri^ 
quanto altra mai . V onoranda amicizia conceduta , 
e le regali beneficenze diffuse nella persona del 
cardinale defunto da S. M. il re di Daninuirca , aver 
obbligata la riconoscenza e la gratitudine di tutt(f' 
il corpo accademico . 4 darne però un attestato , 
creder egli convenevole alt onore delT accademia , ac- 
clamare suo protettore perpetuo il principe reale Fe- 
derico di Danimarca . aggiunse il di lui amore alle 
scienze ed alle lettere : /' affezione parziale dimo- 
strata al defonto cardinale pi'otettore , non che la 
regale benignità dell' animo suo , essere a sodi buo- 
no e sodo fondamento a sperare , che avrebbe ac- 
cettato di buon grado questa dimostrazione di ri- 
spetto ; 7iè scffrirebbe che andassero a vuoto le spe-» 
ranze meritamente concepute da essi di vedere per 
luì riparata la perdita sofferta , conservato ed este" 
so il nome e lo splendore dell accademia . 

Fu allora a pieni voti acclamato dagli acca- 
demici presenti protettore perpetuo della società vol- 
sca il principe reale Federico di Danimarca , e fu 
commesso al ceto degli elettori di segnarne pubbli- 
co atto , di trasmetterlo al sig. prof. Munter socio , 
perchè da questi sia umiliato alla R. A. S- 

Fatto ed approvato dal collegio de censori , il 
dì 1 mese , ed anno , e nel luogo sopra detto . 
Geraldo Macioti , arciprete della basilica veliterna^ 

dottore nelV uno e nell altro dritto , dittatore. 
Re gistr. foglio 35. 

Luigi Cardinali , bibliotecario pubblico di VeU 

tetri , segretario \ 



agO Letteratura 

Il ceto degli Elettori 

DELLA società' LETTERARIA VOLSCA VELITERNA . 

In vigore della risoluzione presa nelT adunan- 
za generale de sodi il dì l 'j aprile 1 8o5 , nomi- 
niamo il signor pro^'^essore Munter socio , perchè fac- 
cia presente a S. A. lì. il principe Federico di Da- 
nimarca t acclamazione fatta della R. A. S, in pro- 
iettore perpetuo della società , pregandola in nome 
della medesima a degnarsi d accettare questo con- 
trassegno di venerazione . Dato dall' archivio della 
società il di i maggio i8oL). 

Luigi Martorelli , canonico della basilica vatica- 
na , presidente della camera . 

Calisto Marini , canonico di s. Giovanili Latera- 
no , prefetto degli archivj segreti pontificii . 

Domenico Attanasio , protonotario apostolico , luo- 
gotenente civile del tribunale del vicariato di 
Roma . 

Appio Colonnesl , dottore in sacra teologia , de-* 
cano della basilica veliterna , uno de cen- 
sori . 

Gaetano Marini , prefetto della biblioteca vatica* 
na e degli archivii segreti pontificii . 

Gio- Antonio Riccj , archivista della S. C di pro- 
paganda fide . 

Giorgio Zoega , agente di S. M. il re di Da- 
nimarca , e professore di storia e antichità al 
servizio del medesimo . 

Egidio Carlo Giuseppe F'andervivere^ socio di varie 
accademie d" Italia, e di Germania . 

Micìielc Cella , cajionico della basilica veliterna , 
uno de censori . 



Venuta di Fed. IV. in Italia agy 

Giovanili David Àkerhlad , delV istituto di Fran- 
cia . 

Filippo Aurelio Visconti , accademico onorario di 
belle arti in s. Luca di Roma . 

Conte Cammillo Borgia , cavaliere gerosolimitano , 
ciamberlano di S. M. il re di Baviera , e con- 
sigliere di legazione intimo di S. M. il re di 
D(mimarca . 

Conte Pietro Natale Aletliy . 

La tenerissima lettera scritta a nome della mo- 
naca Trenta, che vi rimando , e che ora forse po- 
trete rileggere con maggior interesse, mi ha indot- 
to a fare tutte queste ricerche , che perciò à ve- 
run altro doveva io indrizzare fuori che a voi , 
che le avete promosse . Io ne rendo i più vivi rin- 
graziamenti alla vostra singoiar bontà ed erudizio- 
ne; e pieno di riconoscenza e di stima mi pregio 
di dichiararmi tutto vostro . 

Di casa a' 12 dicembre del 1820. 

F. Cancellieri 

P. S. La dilazione della stampa della 2 parte di 
questa mia lettera, fino al presente, mi ha dato tempo 
di ricevere, contro ogni mia aspettazione, l'albero ge- 
nealogico della lamiglia Trenta^ che avea inutilmente 
cercato finora. II eh. sig. march, consigliere Cesare Lue- 
chesini^xìon so se più rispettabile per la somma sua 
dottrina,© per la somma suaprobilà,appena giunto da 
Lucca, a' 17 del corrente marzo, si è compiaciuto di 
favorirmelo, onorandomi di una sua visita. Da esso 
risulta, che la monaca Maddalena Trenta nacque- 
in Lucca^ nella parrocchia di s. Maria ^ Jbris por- 
tam ; che fu hattemata in casa dal rev. Iacopo 



agS Letteratura 

Baldassari il di a 2 luglio 1670 ; che ai 20 furo- 
no supplite le cerimonie nella chiesa di s. Giovan- 
ni :> e che fu compare il sig. Bonviso Bonvisi^ e com- 
mare la sig. Cassandra , moglie del sig. Girolamo 
Benassai. J\on sussistendo adunque 1' indicazione 
trasmessami da Firenze della sua precisa età, da 
me pubblicata alla pag. io3. del precedente volu- 
me XXV di gennajo, non può più reggere il con- 
to da me ivi fatto. 



^Ó9 



I [iiwiiiiii ■iimnni'i'iiiiwìir iwnimiamTmTiMitoi 



ARTI 

BELLE ARTI 



Fabbriche pia cospicue di Venezia misurate illu-^ 
strate ed intagliate dai membri della veneta aC'- 
cademia delle belle arti dal i^io al 1820 - Ve- 
nezia dai torchi delt Ahnsopoli , per le cure di 
Bartolonheo Gamba . Due volumi in forma atlanti- 
ca^ in buona carta velina^ con 25 o tavole inta- 
gliate in rame. 



G 



(ontribuirono all' opera indicata il presidente ed 
i membri deHaccademia veneziana : però la spesa im- 
mensa che venne consecrata a questo lavoro, sic- 
come il piano e le dissertazioni più laboriose, furono 
fatte da solo conte Gicognara celebre presidente dell' 
accademia , il quale bramoso di dividere il meri- 
to di quest'impresa co membri dello stabilimento da 
lui presieduto , e può dirsi instituito , volle gio- 
varsi de' lumi e della pratica del sig. Antonio 
Selva architetto, e del N. U. Ant. Diedo segreta- 
rio dell'accademia , versati ssimo nelle architettoniche 
discipline; siccome vedesi al fine di ogni disserta- 
zione segnata del nome di chi la estese. 

Sembra incredibile che in un paese sì classico 
per le produzioni della moderna architettura e tanto 
dissimile dagli altri per 1 antica, non fosse ancora 
venuto in pensiere ad alcuno d' illustrare almeno 
i principali monumenti , prodiicendone i piani, i 



3«o Belle Arti 

prospetti, le parti con esattezza di contorni e dì 
misure: e non può abbastanza comprendersi come 
senza sussidio d' opere anteriori , e dì memorie 
storiche e critiche siasi potuto nel breve periodo dì 
cinque anni misurare, disegnare, intagliare , e illu- 
strare un sì gran numero dì edifici, che alcuni avreb- 
bero anche bramato più esteso , restandone gran 
copia, che , se non per V eccellenza del gusto, per 
la magnificenza certamente potrebbero aver luogo in 
questa scelta. Se un tanto sagrifìcio, e il caldo ze- 
lo d' un privato senza alcuna pubblica assistenza e 
sussidio rilevante , venisse imitato in ognuna delle 
principali città dell'Italia, s'avrebbe in poch' an- 
ni una sèrie di preziosità riunite da gareggiar quasi 
cogli avanzi della romana grandezza, che iu pur 
sempre italiana, e presenterebbersi così onorevol- 
menti i fasti dell' Italia antica e dell' l!alia moderna. 

Un indice cronologico, avvedutamente posto alla 
fine del secondo volume, divide quest' opera in cin- 
que parti od epoche che meglio riduconsi a quattro, 
e può guidarci a percorrere con ordine le materie 
trattate in ambo i volumi, ove le tavole e le dis- 
sertazioni progrediscono a seconda della più cen- 
trale o escentrica posizione degli edifici ; di modo 
che il primo tomo è conseciato agli edifici che so- 
no posti nella piazza e nelle vicinanze di s. Mar- 
co, e il secondo abbraccia gli edifici che stanno alla 
periferia , e nei punti più lontani dell'Estuario. 

L' opera è intitolata alla iM. I. e K. di Fran- 
cesco I., e la dedica è seguita da un breve proemio 
sulla veneta archileltura esteso dal segretario dell' 
accademia. 

Appartengono all' epoca prima, e sono da por- 
si fra gli edifici più antichi di Venezia, tutti quelli 
che innanzi al mille vennero fondati sino a tutto il 



Belle Arti 3*oi 

decimoqiiarto secolo. Trovansi quindi la torre di 
s. Marco , la basilica , alcune parti del palazzo du- 
cale, alcuni resti che veggonsi a Torcello e a Mu- 
rano, il gran gran tempio de' ss. Gio. e Paolo in- 
signe per la sua pianta, e alcuni privati palagi, fra' 
quali singolarmente quello della Cà et oro^ e altri 
monumenti, altari, are ec. 

Per ciò che riguarda il palazzo ducale, ad ogni 
epoca può riconoscersi appartenervi alcuna parte; 
ma la prima antichissima fondazione ìhdubitatamen- 
te appartenendo a questa prima , attesta la grandez- 
za della nazione, non meno di quello che la basi- 
lica ne attesta lo splendore irnmenso e la ric- 
chezza. 

Mancava del primo una storia, e viene ampia- 
mente e minutamente trattato il soggetto con 3i ta- 
vole accompagnate da una lunga dissertazione, ch« 
formerebbe per se sola un'opera a parte. Ammirasi in 
questi antichi monumenti veneti, come la primitiva 
provenienza del gusto e dei materiali degli edifici 
deriva direttamente dal rifugio che ebbero in que- 
ste isolette sparse nelle lagune i resti delle roma- 
ne colonie, dopo le distruzione diAquileja, d'Aiti- 
no , d' Opitergio ; e come poi resi forti , e com- 
mercianti questi popoli per le relazioni che con- 
trassero colle nazioni d'Oriente, trasportarono in 
Venezia il gusto arabo e bizantino , giacché i lo- 
ro navigli coi tesori condotti da Alessandria, dal 
Cairo, da Bagdad, da Damasco conducevano assie- 
me ai marmi e ai lavori, anche lo stile, gli arti- 
sti, e il gusto di quei paesi — Vi si aggiunse per lo 
stesso modo anche il gusto greco non tanto puro, 
che corrotto; poiché mentre traevano dal Pireo d'Ate- 
ne i leoni che posero all' ingresso dell' arsenale, la- 
vorarono per conto della veneta signoria anche gli 



3o2 .Belle Arti 

orefici» ì cesellatori, gli smaltatori allora esistenti 
a Costantinopoli nella pala d' oro, incominciata fi- 
no dal nono secolo; e sorgeva poi la basilica mar- 
ciana, la quale più ai templi di Bisan/40 clie ad ogni 
altra italica costruzione rassomigliava. Ecco i motivi 
qui indicati in iscorcio, pei queli a Venezia s incon- 
tra un miscuglio cosi singolare e interessante di 
arabo, di greco, e di romano, di ogni secolo, col 
predominio del primo, durante Tepoca del suo ori- 
ginario splendore. 

Non fu senza accorgimento il darsi in quest' 
epoca per la prima volta delineata con iscrupolo- 
sa accuratezza la pala d'oro, corredata di una lunga 
dissertazione , in cui rendesi conto deile varie epo- 
che in cui vi fu posta la mano per ampliarla, e re- 
staurarla, producendo una copia di recondite notizie 
storiche a questa relative, e rendendo conto delle 
artificiose meccaniche colle quali fu costruita. Fu in 
questa circostanza che vennero pubblicate e ridotte a 
chiara lezione le copiose iscrizioni di cui questa è 
ripiena , tanto greche che latine ; e non possiamo 
non meravigliarci come questo monumento cospi- 
cuo non venisse illustrato e prodotto nell'oliera sto- 
sìca del conte d'Agincourt, consecrata principalmente 
air epoca del basso impero cui appartiene , 

JNeir epoca seconda, che riguarda gli edifici del 
XV secolo, può dirsi che in Venezia si vide il buon 
gusto dell' edificare prima che nelle altre città dell' 
Italia: tanta si fu la copia delle belle e ricche fab- 
briche che vi costruirono Sante, Pietro, Tullio, 
Antonio, Martino Lombardi, maestro Buono , Gu- 
glielmo Bergamasco, il Leopardo, e taut' altri i cui 
nomi quasi ignorati nella sLoria dell' arte ofiVirono 
gli esempi più luminosi agli architetti dell' aureo se- 
colo che succedette. Il progresso che in questa età 



Belle Arti dò^ 

fece l'edificio veramente regio del palazzo ducale, 
il tempio di S. M. dei miracoli y la cappella emilia- 
na, la scuola di s. Marco, sono monumenti dì tanta 
ricchezza e venustà pe' loro ornamenti, e per le lo- 
ro trabeazioni, che se vogliasi riguardare anche l'ese- 
cuzione delio scalpello , si vedrà come potrebbero 
gareggiare co' getti della maggior purità. I palagi Fo- 
scaii, Pisani a s. Paolo, Gornaro a s. Angelo , Con- 
tarini a s. Luca , e a s. Samuello, e sopra tutti quello 
di Vendramln Calergi sul gran canale (che è uno de' 
più insigni d Italia) confermano questa verità vieppiù 
dimostrata dalla preziosità , e dall'eleganza con cui 
vennero ornati i monumenti sepolcrali dei Vendramin 
dei Marcello, dei Suriani, dei Golleoni , molti de* 
quali sono intagliati con gran diligenza, e dimo- 
strano in ogni genere d' invenzioni architettoniche , 
come i fatti della scultura non andassero mai la 
quella età disgiunti da quelli dell'arte edificatoria. 

Quantunque possa generalmente rimproverarsi al- 
le arti risorte in questo XV secolo un pò di magrezza, 
nondimeno è in Venezia ov' esse mossero più che 
altrove a quella larghezza di stile , che doveva por- 
tarle all' eccellenza per mano di Palladio , di Sca- 
mozzi , di Sammicheli , di Da Ponte, e del San- 
so vino che quantunque toscano , emerse particolar- 
mente in Venezia con tutta grandezza di stile , poi- 
ché fu ivi ove le circostanze , sempre protettrici 
degl' ingegni , diedero i veri impulsi ai voli' del 
suo genio creatore . > 

L' epoca terza in quest' indice cronologico ci 
sembra superfluamente accennata , poiché non pre- 
senta questa che un seguito della seconda , noa 
come successione di tempi , ma come produzioni 
degli stessi maestri che operarono in tutto il corso 
del secolo decimo quinto. 



3o4 Belle Arti 

r -«^ Fu infatti nel XVI secolo die T arcliilettura 
veneziana si presentò in tutto il suo splendore, 
senza che vi si vedessero per troppa licenza pro- 
fusi gli ornati , e senza che si uwùsse di troppo 
dalla severità de' principii che consci var la dove- 
vano a modello delle età posteriori , e d' ogni buo- 
na architettonica instituzione . Gli editici pubblici 
cominciarono ad ornarsi con ricchezza più elegan- 
te ve le scale, le porte, gli archi, le volte slog- 
giarono con tutti i tesori dell' arte , e veramente 
può dirsi che allora Venezia si pose in capo la 
corona di regina dell' Adriatico . 
r'' Le occasioni, che, come dicemmo, mettono 
« ' prova gì' ingegni, non apersero è vero a Palla- 
dio I adito per grandeggiare in alcun pubblico edi- 
iicio di residenza della signoria , non potendo co- 
struire che la sola casa dei canonici della ca- 
rità, ora reale accad- di belle arti. Un incendio ster- 
minatore distrusse quasi per intero il palazzo du- 
cale: ma Palladio fu impedito dal riediticarlo pel 
sommo ingegno del Da Ponte , che nella statica 
degli edifici eccellente , assunse il più difficil ri- 
stauro cRe mai fosse operato , e il più audace , 
apponendosi alla nuova edificazione a cui però non 
e strano credere lo eccitasse la gelosia di mestie- 
re - Potè nondimeno Palladio isloggiare nelle chie- 
se ; e a cinque pose la mano in Venezia , nelle quali 
ove gì' interni , ove i prospetti variando , e sem- 
pre migliorando , giunse a produrre il capo d' ope- 
ra de' templi moderni , la chiesa del Redentore . 
Molte altre chiese vennero costrutte dal Sansovi- 
no , come s. Geminiano , s. Giorgio de' greci , l' in- 
terno di s. Fantino , e più particolarmente pri- 
meggiò nella biblioteca , nelle procuratie , nella zec- 
ca, nel palazzo Gornaro , «ditìci lutti di tanta ma- 



Belle Arti 3o5 

gnificenza , che ne meritò ed ottenne dolio stesso 
Palladio gli encomii più lusinghieri . 

Le prigioni vennero rifabbricate con raaestà 
mista a quel genei'e ài eleganza che si conviene. 
a cosi solida fabbrica , e ne fu celebratissimo au- 
tore quelDa Ponte più sopra nominato , che voltò 
il grand' arco di Rialto - Lo Scamozzi continuò le. 
opere del Sansovino, e il Sainmicheli elevò nel pa-'> 
lazzo Grimani uno de' più grandiosi modelli agli 
architetti di tutte le età , oltre aver murate le in- 
signi opere di fortificazione , nelle quali arrivò 
tant'oltre con profondità di dottrine , che non mai lo 
raggiunge lo straniero ardimento, e la maestria della 
tattica oltramontana . La copiosissima serie che in 
queste due epoche vien presentata di pubblici e 
privati edifici , di chiese , palagi , monumenti se- 
polcrali , e bronzo, e marmi ,. e volte licchissi- 
xne, lussureggianti per oro o per ornamenti elegan- 
tissimi , tutto è riunito colla maggior solerzia del 
disegno e del bulino , a render chiarissima quell' 
epoca luminosa . 

L' ultim' epoca non contò in Venezia opere 
meno grandiose, quantunque non vi corrispose queir 
aureo gusto che la distinse nel tempo anteriore - 
JVon vengono prodotti che pochi monumenti di que- 
sta età ; e a dire il vero i prospetti delle chiese 
di s. Moisè , di s. Maria Zolenigo, di s. Salvatore ; 
le chiese degli scalzi , de' gesuiti , di s. Pietro a 
calstello ; i palazzi Pisani a s. Stefano , Rezzoni- 
00 , Pesaro , Grani sul gran canale , quantunque 
opere sfarzose e per alcuna parte rispptlabilissime, 
non possono far parte d' una collezione da cui vo- 
gliono gli artisti e gli amatori delle belle arti 
ritirare profitto. Nondimeno, malgrado la corruzione 
dei tempi , le chiese di *. Basso , della Salute , 
G.A.T.IX, 20 



3oi> Belle Arti 

di s. Simeone minore, dei Tolentini, della Mad- 
dalena offersero argomenti per non essere confuse 
colle opere sopra citate ; e Gio. Scalfarotto , il Lon- 
ghena , il Tirali , il Benouì , il Temanza e il suo 
allievo Antonio Selva produssero opere non vol- 
gari in guest' ultima epoca : siccome anche il tea- 
tro della Fenice , T idea primitiva de' pubblici giar- 
dini , e la fabbrica del palazzo regio rendono ra- 
gione dell' attuai modo dì costruzione in una città , 
la di cui decadenza non fu segnata che dall' ine- 
sorabilità dei destini . E sembra poter concludersi 
che le arti , la storia , la critica possono trar gio- 
vamento da un lavoro , cui finora V Italia non può 
contrapporre 1' eguale . (*) 

Tambroni 



(*) 1 pochi esemplari rimasti dei 3oo, che vennero impressi di 
quest'opera, stanno presso l'editore o l'autor principale in Vene- 
zia , che ne tiene alcuni parimente disponibili in Roma e in Fi- 
renze al prezzo di franchi 600 per ciascun esemplare » come da ma- 
nifesto pubblicato . 

Ke vejiuero anche tirate pochissime copie in carta sottile che, 
alla tipografia dove fu impressa . si rilasciano alla metà del prezzo 
suddetto. 



00' 



VARIETÀ' 



X-vssendo mancato a' vivi Bonifazio Stacchini , vecchio semdore del- 
la famiglia Belzoppi di Saftitìiariho , è piaciuto al celebre Chiassi di 
comporre iti onor del defonto un'aurea iscrizione, e al eh. signor 
prof. d. Ignazio Belzoppi un sonetto cosi gentile da meritare la ver- 
sione latina del dotto signor ab. Montalti di Cesena. Noi daremo qui 
e l'iscrizione e il sonetto e la traduzione: <? porremo insitme un pa-. 
ragrafo della lettera, colla quale il ptelódato signor Belzoppi ac- 
compagna il tutto al suo dolce amico e nostro collega signor Salva- 
tore Betti. Potefe benJìgwarvL, egli dice, cha neW attuale mia 
situazione ho abbandonato quasi affatto le muse . Nondimeno essendo 
fin da quasi un anno cessato dì Mvùrc Un vecchio e fede/ servo dì 
mia casa , ne fid tocco tcdmcnte , che non potei conteivermi di 
gittar gii't i quattordici versi chi vedrete stampati nelV accluso 
figlio , e tradotti con virgiliana eleganza daW arfiico Montala, f^i 
troverete puranche una bella iscrizione del fumoso Schiassi, ove sono 
ed vivo e con verifct dichiarate le rare i>irtuose cfucllità del defonto , 
L''onorare cosi la meiporia d'' un povero servidore sembrerei forse cosa 
ridevole a quelle anime vili, 'che credono dovuti slmilìvntaggi soltanto 
ed vizio fortunato e allo sjflendore deW ora ; ma non «' saggi 
che venerano il vero merito, e lodano ia virtii dovunque si trovi. 
Farmi che V argomento abbia un qucdcke grado di novità , e pos- 
sa somm-inistrare materia a molte filosofiche riflessioni ec. Felice U 
gioventù , a cui la buona sorte comeds di «injili precettori filosofi J 



30' 



3o8 Varietà' 

BONIFACIO . STACCHINIO 

MARmiENSI 

QTI . IN . FAMVLATV . ANNOR . LUI 

INNOCENTIAM . VITAE 

ET . FIDEM . IN . HEHOS . INVIOLATAM . PRAESTITIT 

IDEM . CONTEMPTOR . LVCRI . OSOR . ASSENTATIONIS 

SmCERVS . SINE . PETVLANTIA t 

FACETVS . OFFICIOSVS . AEQVI . OBSERVANTISSIMVS 

CVNCTORVTVl . LAVDEM , ET . BENE V OLENTI AM . MERVIT 

VIXIT . A . LXXXII . M - II . D. XIV 

DECESSIT . VII . K . MARTIAS . ANN . MDCCCXX 

BELZOPII . FRATRES . CVM . LACHRYMIS 

FAMVLO . SVPRA . EXEMPLVM .F.C 

rHILIFFI SCHIASSII 



SONETTO 



M 



erte n' ha tolto il vecchierel, eh' io m' ebbi 
Fida sc^rja e custode a' più verd' anni ; 
L' amico, il padre, dal cui labbro io bobbi 
Oblio sovente de' terreni affanni . 



Per lui del Ver, del Retto amante i' crebbi 
Nemico alla menzogna ed agl'inganni : 
Piansi al suo fato , ed a me stesso increbbi ; 
Né valse il pianto » ristorar miei danni . 

Anima pura, che de' lacci sciolta 
• Spiegate hai 1' ali disiose all' etra , 
De' mici gravi sospiri il suono ascolta; 

E se già carca di tuo fragii velo 

Tanto mi amasti in terra , ah tu m' impetra 
Che ratto io voli a rivederli in cielo . 



3)1 m. IGNAZIO BELZOr»! 



Varietà 3^^ 

IDEM LA T I ]Sr E 

T 

•* u (jiioqiie, scinde senex' , suprema fimeris fiora 
Corriperis tenero ciistos mihi fdiis ab iino^ue. 
Tu moniUs suefus , veluti pater alter ainicis 
Indurisse animo uerumnosac obllvia vilae . 

Crescenti interea , Veri Recfique setjuesfer 

Prospexti: hinc astus, cnnunenta^ue pro^idus oili : 
Niinc gras>is ipse mihi lacrymis te prosequor ; at non 
Fas lacrymis reparare homini discrimina mortis . 

qui corporea tandem compage solutus, 

Coelum inhians, ni^eis traims jam nulila pmnis, 
Accipe quos aegro cffimdmn Ubi pectore questus, 

Qiiod si tanta, aluit fragiles dum spiritus artus. 
Nostri cura libi, actulumfac, nota rev^isens 
Ora, novus superis succedam sedibus hospes. 

CAESARIS MOjSTTALTII CAISEWATIS 



r ' 

3^ anonimo, che nelP antecedente volumetto ci fece dono di alcu- 
ne congetture sulf i,erizione Osca di VcUetri , ha voluto questa 
volta produrre un suo avnso sulla leggenda dell' elmo di Olimpia 
TOIùITVPAN ' di cui favellammo nell'istesso voltimeito. E'ii si 
«sprime cosi . 

totl'iTvpa.i> uiroKvtins 

Veteres usi sunt ^ prò $ . 

*^ prò ff per rhotacismwn Doribus usitaium. 

Porte ^ seu N swnptwn petperam est prò P. 

iS^jm* ii^x»v . Homerus ) qu! praeliati smt apud Cumas. 

iSuyHy gubeniaculuin, cursum l '''"' ^'''■■""'* "^^ Oljmpiam dire- 

) cieriint a Citmis. 



3io Varijsta' 

J)i Cenriino Cenniiii intlkito dalla pillura^ messo in luce la prima 
folta con annotazioni dal cai'. Giuseppe ' Tambroni , socio onora- 
rio delV accademia di s. Luca , delt l. R. delle belle arti di Fien- 
TUi , deir archeoh^ica di Roma , della R. di scienze lettere ed arti 
di Farigiec. 8. Roma, co'' torchj di Paolo Salviucci,e Jiglio 1821. 

\J\ quest'opera insigne, da cui primamente sappiamo le pratiche più 
segrete delle antiche scuole di pittura e specialmente di quella veneran- 
da di Giotto, parleremo ampiamente ne'seguenti rollimi ; siccome pure 
dell' egregio lavoro fattovi sopra dal chiarissimo signor cav. Tambroni. 
Sappiasi intanto che il Ccnnini ebbe a maestro Agnolo Caddi , figliuo- 
lo di Taddeo lo scolare di Giotto ; e che con questo libro alla mano 
si confutano per modo trionfale tutti coloro, i quali attribuiscono 
a Giovanni da Bruggia l'invenzione del dipingere ad olio . 

IXifcrendo a face i43 del passato volume un' iscrizione del cele- 
bre signor ab. Zannoiii in onore del Ped^rzoli , fa stampato : amici 
ad iiuantumciimcjue doloris solaiium; e dovea dire ad (juantu' 
lumcumcjue . 

Risposta al si^. F. P. che nel qiuiderno XX. del giornale arcadi- 
co p, i4&. criticò la memoria sulla natura e rimedio de' carci- 
nomi del Ferminelii. 

Jja fredda ragione dee essere norma di ogni disputa scientifica. On- 
de j] sig. F. P. censore delia mia memoria, si degni esaminare con 
imparzialità le mie risposte. Da queste mi sarci astenuto, se le sue 
ragioni mi avessero persuaso; mcnire ho per massima , che convie- 
ne imparare da chiunque conduce a sì nobile scopo. 
1. Il sig. F. P. mi dà conuo, e havcdc nella p. i46. Gior. cit. 
Afferma, che io scrissi nella memoria aver detto j^lla Pagarotti quel 
testo di Celso: iiielius est anccp'i, rjuam nidlvm cxperiri reine- 
diiun; o che essa. forse intendente di latino fi arrese alla operazione. 
Ma io nelle p. p. io. 11, narrai che la inferma aderì alla opera- 



Varietà' 3 i i 

zioTie in vista della sua morte vicina: dunque è evidente, che quel- 
la troppo acerba critica non si tiene gentilmente alla storia de' fat- 
ti ; ed ella perciò titorna sopra quel medesimo , il quale nel pri- 
mo attacco non attese la verità che in tutte le cose è si necessaria. 

2. Accenna, che dalla storia del fatto trassi quattro coroHarj , de" ana- 
li il più nuovo é, che ne' casi in cui necessiti V operazione chi- 
rurgica, la medicina è inferiore alla chirurgia. 

Io non so davvero cos'egli intenda con questo. O il sig. F. P. li- 
mita il suo concetto alla sola novità del corollario , o lo estende 
al confronto della medicina colla chirurgia, perchè ne^ medesimo 
si disse , che a questa cede quella ne' casi i più disperati. Posta 
la prima proposizione del dilemma, risponda di grazia il sig- F- 
P., non si usa ancora in medicina la farragine de' vantati spe- 
cifici nel cancro^ e non si è forse abbastanza dimostrata l'inuti- 
lità di essi nella prima parte della memoria, afhnchè con irragio- 
nevoli tentativi non si procuri l'esacerbamento della malattia, o 
non fugga il tempo prezioso per l'opera della mano? Il sig. 
F. P. tace sulla stessa inutilità, ed ammette cosi, non volendo, 
il pili nuovo de'corallarj- Ammessa poi la seconda, provi la saa 
penna qviale influenza possa avere l'arte medica in que' mali , che 
per la inefficacia de' medicamenti di ogni genere non possono cu- 
rarsi senza la totale estirpazione, e neghi, se può, in tali casi la 
superiorità , che gode la chirurgia sulla medicina. 

D'altronde il sig. F. P. si persuada pure, che il controverso co- 
rollario preso nel ìvlo vero senso relativamente ai carcinomi non 
reca oltraggio alcuno all'arte medica; giacché deve aver letto cOm' 
io dica alla p. 97. ,lìn. 10., che essa è sorella della chirurgia, la 
quale è attorniata da minori incertezze. Ambedue strettamente 
iinite segnarono la prima epoca fatale della loro disunione , quan- 
do fecero passaggio dai greci agli arabi. Ma la loro natura non 
permette mai che vadano discordi, per quanto siasi procurato , o 
tuttora si procuri di tenerle svantaggiosamente separate. Si ascol- 
tino le parole di Pietro Franck , che senza far torto agli altri , 
è il vero medico illuminato. „ La medica istruzione non è meno 
necessaria al chirurgo di quello , che lo è al medico la chirur- 
gica, in modo che male a proposito è stata falla la divisione di 
ima sola scienza daunla dalP Interno n esterno fieli" nomo. ,, 



3 I 2 V A R I B T a' 

Farmi pertanto potersi i on.-ludcr'c, che il sig. F. P. dovea con ani- 
nrto più quieto esaminare i corollari, e specialmente quello che dice 
il più nuovo, onàa portarne miglior giutfi.io, e lifcrirlo (il dirò 
pure) colle medesime ptvrole mie, senza ninna mulilazione. 
Z. F;jli viene poi moltcggiando la prima parte del mio lavoro. Dì 
che slimo opera cortese i! non far parola. Avverte però che io 
volli dimostrare l'inutilità de' medicamenti. Perché non disse, che 
la dimostrai con cvidciiza? Dalla natura di essi, e da quella del 
cancro furono presi i più forti argomenti, ehe il sig. F. P. si è 
astenuto ' dal riferire , e molto p?ù daU' analizzare . Solo bran- 
colando qua eia si fa molto a discorrere sulla necessaria divisio- 
ne dello s'-irro in vero e spurio. Senza poi atterrare le ragioni che 
militano per distinguerlo in tal modo, stupisce come i medicamen- 
ti possano essere utili jicr lo spurio, inutili pel vero, cioè ppl 
cancro, perchè si disse, che in questo tace, ed in quello parla 
la natura. Sembra in sostanza che il sig. F. P. non abbia voluto 
conoscere la forza del discorso, e per fargli fronte si è servito 
(notisi bene) di una e legittima conseguenza, che mira ad al- 
tro scopo. Difatti la premessa antecedente all' argomento fu , che 
se un uomo può prendere equivoco nella distinzione dello scirro 
per mananza di vedute cliniche, lo può contemporaneamente 
prendere nella virtù del celebrato rimedio, il quale incontra a 
caso la quaiiià della malallia. 
La esperienza in medicina ha fatto più volte vedere, che un infer- 
mo trattato con moltissimi contrari medicamenti gxiarisce di vjn 
morbo grave, e che un altro tlieiro una esatta cura eseguita se- 
condo r arte muore dello stesso morbo , o di un morbo meno pe- 
ricoloso. Di grazia, sig. F. P. , in questo ultimo luce la natura, 
ed in quel allro parla. In chirurgia la forza medicatricc di essa 
è sempre inoperosa nello scirro vero, per cui necessita l'opera- 
zione locale; ma nello spurio va sicuramente d'accordo colle vir- 
tù medicinali, come si rileva dai falli. 
4. Asserisce, che moltiplicai gli enti senza necessità. Ma dove è la 
moltiplicazione degli ciui, so due generi di tumori diversi, che 
finora sono stati diitinti l'uno dall'altro co' nomi di si irri e di 
rancri, furono riilotti ad un genere solo-, cioè allo scirro vero. 



Varietà' 3,3 

scirro stabilito, o cancro? I varj stati del tumore i#rcinomatoso 
non possono costituire altri differenti tumori. Quegli stati, come si 
notò nella p. SS. 1. 22. , non sono che modificazioni dello stesso 
tumore , ed il sig. F. P. non può e non deve ritenerli per 
altrettanti enti diversi. 

5. Vuole egli, che i tre stati dello scirro, il torpido cioè, l'attivo, 
il corrotto, si riducano di nuòvo a due, perchè il primo talvolta 
è cosi oscuro , che appena può avvertirsi. 

Da ciò risulta, che il med. sig. F. P. confessa, che talora non è 
oscuro, e che talora è oscuro. Dunque talora ha i suoi proprj 
caratteri distintivi. Egli sa Lene , che ove questi s' incontrano, na- 
sce per necessità la distinzione ed il numero, che io proposi. 

6. Vuole di più, che lo stato toi'pido del tumore porti il nome di can- 
cro occulto,e gli altri duo stati, attivo e corrotto, quello di manifesto. 

Il suo modo di pensare, o io m' inganno, involge patente contra- 
dizioiie, e moltiplica enti senza necessità, mentre pretende che 
sì debba economizzare in essi., Ma inieuda il sig. F. P. , che nel- 
la vecchia divisione , la quale gli è molto a cuore , si marca un» 
differenza grande tra un' ente e V alti* , vale a dire tra lo scir- 
ro ed il cancro. L' uno non è dolorifico , V altro ha per compa- 
gni dolori insoffribili. Quando il cancro è intero dicesi occulto, 
ed allorché è aperto si chiama decisamente manifesto. Come dun- 
que inerendo egli a questa impropria divisione può chiamare cccr- 
cinoma occulto quello stato di torpore, che non ha senso dolo- 
foso; e come può rendere comune il nome di cancro mani/èst» 
agli altri due stati di attività e di corruttela, ne' quali il tumo- 
re, che è sempre accompagnato da forti pungenti dolori, suole 
presentarsi all'occhio tanto intei-o, quanto aperto? 

7. Venendo egli alla seconda parte della stessa memoria, esclama : S' 
intraprende L a confutazione delia diatesi, assicurando, che una 
località morbosa possa sussistere senza alcuna alterazione, 
delle parti intermedie, che inlefessano la vita ec.p. 76. Ma po- 
co dopo si paragona il carcinoma ad una potenza nemica, chs 
prende le posizioni le più. fiivorevoli al suo .dominio , ed in (ju(^' 
ste sjìiega le sue f.n'ze ec. p. 70. 

Paic che il ii^. F. V. iliiaciUicasse qui la v«ra guida doli» sana cri- 



8i4 Varietà' 

■ tica. La "Pt j^- n<>« viene forse pVima rìella p. 76.? In questa 
! finJla apparisce di ciò, che da lui si pubblica quasi per far na- 
scere un vano contradittorio. In qviella per potenza nemica non 
si volle intendere il cancro, ma il miasma canceroso, che ne è 
o la causa, o l'effetto, e che nell'assorbimento predilige alcune 
parti colla sua innegabile affinità elettira. Del resto il sig. F. P., 
piuttostochè leggere nella p. jd. il carclnoina , voglia leggere il 
micismci carcino/ìiaioso, e cosisi invccedi snervare il suo potere e 
con invasione generale, che potrebbe essere abbattuta, lo riuni- 
sce, e prende posto nelle parti , che sono più analoghe a se stes- 
so B. Legga poi cosi nella p. 70. Js In qualunque stadio dello scir- 
ro dichiarato la malattia è sempre locale in una o più parti del 
corpo K. Veda inoltre come resta impresso nella medesima pagi- 

• Jia quel sentimento , che egli ha cambiato , e che noti ha potu- 
to rinvenire nella p. 76- Ecco le precise parole. —Sono abba- 

■ stanza conosciute le metastasi, i trasporti cioè di materie morbo- 
se da un sito all'altro, anche in distanze significanti senza alcu- 
na alterazione delle parti intermedie , che interessano la vita. K 

8. Circa la diatesi ne desume egli le prove dai fatti che la ne- 
gano; ed, un poco imperioso, pretende che ai fatti medesimi non 
debba cedere qualunque ragionamento. Lasciando da parte tanti 
altri, prende di mira quello della Pagarotti ne' seguenti termini: 
in che se mai fosse, come panni che sia, qvialchc motteggio, vo- 
glia di grazia ricordarsi che i motteggi non istanno per ragione presso 
nessun prudente, e dovcano sempre schivarsi in un giomal.di 
cortesi com' ò 1' arcadico. In proposito della inentovata diatesi,' ci 

• dica la grazia sua il sig. Giambaiista, che ultra cosa fu sonori 
una diatesi promossa dall' affezione locale carcinomatosa nella in- 
ferma si^. Chiara, cjuando egli vide le perdite locali , la febbre 
continua, la diarrea caparbia, Vincipienta marasma ec p. n- 
La sua potenza nemica si contentava allora di rimanersi ne' suoi 
quartieri , o non piuttosto dava a tutta furia nelVoste, e dimen- 
ticata la subordinazione poneva a soqrjuadro coni cosa? 

Si risponde al sig. F. P., che nella suddetta inveterata affezione lo- 
cale non vi e bisogno di una virulenta diatesi diffusa, che ab- 
bracci tanto i solidi , quanto i fluidi nella loro totalità per la spie- 



Varietà' 3i5". 

. gazione di tatti quo' fenomeni morbosi. La PagarottJ, che vive 
coJla operazione, sarebbe senza dubbio morta con essa, non esclu- 
sa la diatesi generale nel njodo,in cui da me non si escluse ne- 
gli ultimi periodi della vita , quando cioè agonizza la forza vitale 

p. 103. I. 12, 

La spiegazione de' fenomeni dee partire dal giuoco deJlQ metastasi, 
che, secondo gli effetti, la esperienza fa distinguere in morbose e 
salutari . Nelle prime il miasma , che è in moto e die tende a 
fissarsi, forma altre località: e nelle seconde viene eliminato per 
qualche emuntorio dalle forze delia natura reagente . Onde è chia- 
ro , che la diatesi cancerosa anche dopo 1' assorbimento è limitati^ 
sempre in più tumori , ovvero Tiella sfera di uno , per cui la chi- 
rurgia può occuparsi con maggior fondamento . 
9. Ripiglia il sig. F. P. a vantaggio della lue universale quelle mie 
parole malamente interpretate. So il carcinoma si trascuTU di 
vantaggio , se si tratta con riinedj rìpercussivi , emollienti , sap- 
purcaiti , se soffre qualche leggiera compressione , il veleno, ac- 
cresce le sue forze , si sviluppa in maggior copia , di una qiut- 
lità pii't corrossiva , va ricercando dentro e fuori tutte le parti 
solide ec.p. SS. l. 12. \ 
Non vede il sig- F. P. che si tratta sempre di una malattia locale , 
in cui necessita V operazione , ed in cui qualunque medicatura 
accresce localmente la virulenza, ia quale fa monture in forti 
orgoglio il sistema nervoso , benché non parta dalla sua circoscrit- 
ta sfera di attività nel processo della spuria infiammazione ? Egli 
non deve ignorare, che il carcinoma nel secondo stadio, special- 
mente quando viene esacerbato dall'azione de' medicamenti, svi- 
luppa un miasma corrosivo , il quale o esercita la sua furia #ntro 
ì limiti del tumore, e mettendo a consenso altre parti senza attac» 
carie colla sua presenza , oppure esce ratto da que' limiti a pro- 
durre altri parziali disordini , mediante l' affinità elettiva. Cad« 
per consegvienza l' argomento più forte dei sig. F. P. ts Si é aper- 
io alla Fa^arotii un fonticolo ; dunque si è dubitato, che oltre 
«' solidi anche i fluidi se ne possano contaminare. S Ognuno sa, 
che i fonticoli si aprono ordinariamente per liberare dei qualche 
fissata acrimonia una parte, non il tutto; gincciiè se questo foie 



3i6 Varietà* 

-affetto quelli potrebbero essere mi::ìctia1i, come talv^olta sono sla- 
tti i vescicanti. Rilegga il sig. F. P. con maggior posatezza tutto 
- ciò, che si è detto dalla p. 96. alla p. ii3. 

*o. Ma ecco altra accusa. Bello e pòi, dice, che incnfre il sf^. 
FerininelU nera la dialesi nd cancro, il quale ha certo un 
' veleno piìc diffusivo, nan ha scrupolo di ammellerla net cur" 
boncello come si rileva da queste sue varale. t= É certo , che il 
deuiocloritro di mercurio adisce sid carboncello in mtmiera, 
che lo fissa nel luogo in cui nacque, ed impedisce cosi, che si 
produca la diatesi morbosa , la quale uccide con rapidità ec, t=: 
Egli però non si è avveduto che dal cancro p^ 53. ha fatto un lun- 
■ go e rapido passaggio al carboncello p. 129, come se non vi fos- 
se differanza alcuna tra il carcinoma e T antrace. Eppure nella 
medesima p. 5o. , avrebbe potuto leggere cosi e II carbonchio, che 
ha qualche rapporto colla gangrena, non lo ha sicuramente col 
cancro ulcerato, o non ulcerato. Nel carbonchio i rimedj agisco- 
no con valore , e nel cancro non hanno alcuna forza medicinale. 
In questo il caustico , o le scarificazioni accelerano il passo len- 
to colla morte. In quello arrestano i rapidi progressi colla vita e 
Il sig. F. P. dovea marcare una tal differenza per conoscere, che 
diverse cause devono produrre diversi fenomeni. Né so menargli 
bxxono quando assai facilmente riduce ad una fisica certezza an- 
che il vizio ereditario canceroso , di cui si ragionò abbastanza nel- 
la p. 82. 1. 17. 

11. Rapporto a quel verso di Angelo Dclci che il taglio ai cancri 
è la miglior riretta, rammenti, che è troppo generico in chi- 
rxirgia. Onde non può convenire colla esatta è limitata conclu- 
sione di quella memoria appoggiata su i fatti. 

12. Ritorna egli di nuovo al carboncello, di cui ha già detto qual- 
che cosa, e pone questi due argomenti: 

1. Noi, scrive, possiamo assicurare di averne veduti nella genie 
della provincia di Marittima e Campayui, dove un tal morbo 
può dirsi endemico in molle tdtre parti del corpo, e massiìne 
sulle braccia e sidle stesse mani. Dunque in egual modo devo- 
no vedersi ancora nella città di Terni, e sue adjacenze , dove il 
carboncello è Jreqttente, ed è sporadico^ 

2. Si è tanfo decla?nato nella prima parte dcl'a sua memoria "orr^ 



Varietà' 3ij 

irò. i secreil. Diinrjue esso propone un secreto^ quando rewde di 
pubblico diritto un rimedio, che ha sjìeriineniato gioi'ei'ole.(i) 
Mi scuserà se a tali cose non faccio risposta. Ne giudichi egli medesi- 
mo con mente più riposata, e da savio ! Ora a me conviene se» 
guirlo negli ultimi tratti della censura. 

1. p. 4^. Una materia qualunque eterogenea, che non può essere 
decomposta, perfettamente animalizzata, e resa utile alla sostanza 
degli organi, viene talvolta da una forza centrifuga spinta in un» 
parte esterna a fissare la causa prossima dello scirro estemo. Dun^ 
que essa è un rapido rijluto della ncitwu. | 

2. p. 47- 4^- I*' ingorgo scirroso nasce dalla circolazione dcg^ 
umori', la quale è ritardata nelle estremità vascolari, accresciutii 
ne' grossi tronchi più prossimi al centro del moto. Dunque Io scir^ 
ro è Jls^lio deW abuso di un meccanismo naturale 

3. p. So. Si deduce dagli effetti, che la forza vitalej si modifica 
seconda delle divisate modificazioni dello scirro. ,. j 

4- p; 57. La malattia si assomiglia ad una fiera, perchè quanto pii 
si procura assoggettarla coli' arte , tanto più si inasprisce , e ad- 
diviene superiore all'applicazione de'rimèc^.;; , \ 

5. p. 89. Per la natura de' carcinomi giust^neritè" si "fa riflettere al sigj 
F. P. essere inutili tutti i medicamenti, che finora occuparono 
senza frutto la mente de' medici, e che non sono pochi; giacché 
la sola mano del chirurgo può domare un morbo si fiero. }. 

6. p. 5o. Torni il sig. F. P. per la spiegazione alla p. 60. num; 74 
■j. p. 54- La dura massa, che a poco a poco si è formata dal cen-* 

tro alla periferia non si rassomiglia al vegetare di una pietra />er 
la rapidità, ma per la maniera, con cui si vedono crescere I 
suoi strati morbosi. ì 

' . i 

8. '11 sig. F. P. conclude confortandomi ad emendare la memoria^ 
acciò possa almeno gareggiare col merito dell'altro mio opusco» 
lo intitolato il cauto Jlebolomista~ ~ t 

Gom'io sia stato riconoscente alla sua gentilezza Io può egli vedere 

dalle risposte fin qui riferite. In queste se incontra cose degn«i^ 

di essere schiarite corrette , attendo da lui nuovi lumi. l 

GlAMBATISTA FERMINELLI. Ì 



(0 II signor Ferminelli poteva recare più fedelmente i passi del 
sig, F.P, , nò tirar da essi corollari fi suo capriccio, (nota de' compiL) 



Ossen>azioni Meteorologiche fciHc alla Specola del Colleg.Roin. 
Fehbrajo 1821. 



MATTINA 



Barometro 



Term. 



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28 5 
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G,IOKJSO 



Barometro 



Term. 



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27 11 4 



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Barometro Term. Igr. 



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27 8 
37 II 



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33 





0<:scrvaz 


ioni IV[efeorolo<>-tc 


he futie alla Specola del Colico^. Rom. 


Fehrajo 1 82 1 . 




M/TTINA 


GIORNO 


SERA 


Meteore 


e 


Stato siV.t- 


Statr^""^ " 




iitato 


3 


ilel por. Vento 


del Piocg. 


Vento 


del 


Vento 





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Cielo 




Cielo 







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n. s. 


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1 22 


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s. p. n. 


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26 n. 


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s. 


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gre. I 


s. 


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n. 


14 


incTn I m 


n.p.s. 


niez. 1 


Piog. 1 


29Ì 
















30| 

3Jj 
















Volendosi da' eh. Astronomi abbondare per diligenza, pongonsi le Osservazioni 


Triplici in ogni giorno ; e volendosi da noi ristringere in pagina , affinchè 


meno facilmente si disperdano, usiamo alcune abbreviature. Pertanto nella 


colonna delle Meteore pi significa pioggia 1 lampi t tuoni n nebbia g gelo 
b brina. E nelle colonne A^Wo Slato del Cielo s vuol dire sereno d nuvolo, 


p poco. Le iltre abbreviature nelle colonne Ae^ venti sono per se stesse in- 


telligibili. Quando segue uu asterisco s'intende gran quantità; ove trovasi 


una f croce s'intende piccola quantità. 


























li ; IMPRIMATUR , 

I Si videbitur Reverendissimo Patri Mag. Sacri Palatiì 
Apostolici. 

H v. C.M.Frattini Archiep.Philippensis Vicesg. 



IMPRIMATUR. 
i FV. Philippus Aiìfossi Sop' Pai. Apost. Mag. 

e 
[ 



'pfinniìe. 



Il II II imiiiu 



Tav. 



o idrocianaii 
potassa e calce 



Nessun 
cambiamento 



Iiiem 



IN 



SOLLZiOiNE 
ACETICA 



Carboiiato 

di calce 
grani 6,48 



5,4o 



RESIDUO INSOLUBILE 



Solfato 
di calce 
grani o.qo 



1,26 



Si 1 alo 
di ferro 
n-ani o.54 



0,54 



jotaiC dei priacipj iissi in una liblna grani iS, 00 
rerdita nello sperienze grani o, Su 



QUADRO 

Delle proprietà fisiche delle acque termali di Civitavecchia , dell' acqua cioè detta della Ficoncella e di quella delle Terme Taurine. 



Tau. 1. 



della 
Fi.-onceUa. 



A C L' A 

.toUe 
iTin Ta\irìi 



TEJIPRKATL RA 

44- R- 
in Luglio CilOltobrc 



LniPIDlTA' 
perfetta. 



ODORE 

di ^as idrogeno 

solforalo. 



SAPORE 
salino- amaro- 
gnolo 



i ;,A' HA 


U 1. 1- . t 1 o 


spPL-ifica 
So" R.- i.ooi4 

0.R.-l,OO2O.'i 


spontaneo 

bianco e copioso 

per il 



Proprietà chimiche ossiano effetti dei reagenti 



A CO VA 

dcUa 
Ficoncella 



ACyUA 
delle Terni( 



Con U tiniuia 

di LaccamutTa. 

e siroppo ai viole 



Arrossamento 



TliNiL LK.^ 
di 

Curcnma 



Kessun 
cambiamento 



IVesiun 
cambiamento 



Intorbidamento 
grande 



Intorbidamento 
grande 



ed a et 
di bari 



Intorbidamento 



liilOibiùainciUo, e 

cilimcnto che passa 

subilo dal bianco 

al grlj^io, 

e poi,,! Leno. 



,i..i.1ATj 

di 
piombo 

Intorbidamento 
precipitato bruno 



o idrociauaii 
di potassa e calce 



Principi costitutivi delle acque termali in ciascuna 



liììlirci delle medesime . 



A C V L A 

della 
Ficoncella 



A C 1^ L A 

delie Terme 

Taurine 



PK1>X1FJ P.LASTia IN POLLICI CUBICI 



Aria 

atmosferi 

0,-2 



Totale 
dei principi clastic 

fi. 483 



SOLUZIONE alcoolh;a 

DEI PKIKCIPJ tlbSl 



Idroclorato 

di calce 
grani 0.72 



SOLLZIOXE ACsILOjA DEI FRIiNClW IISSI 



bULl /.IONE 
ACETICA 



Carboiiato 
di calce 
grani 6.4^ 



RESIDLO IISSOLL'BILE 



>0!a. Ltiria nlino.Jerica ol.alla dalle dm: ac/u 
e „/v«cc„ -.j/ff-.f di ossigeno. 



ToUie dei priucj'pj hssì in una libbra ^r 
Peniita nelle sperìcnze gr 




1.0 

1.» 

o<>,5 

o°,75 

©0,25 

o«,5 
oo,S 



r Ja forte caduta. 

^"isce nel canale, ed ha una temperatura di 35.° 

haVchesfòT;"''/',' P'-'^^«"'l'*«'ft^ presa l'acqua 
i ^'" ' '»8^"^ ^^ temperatura del canale di Si. o 



Jlto 



minore velocità pe* essere il canale 



in pianura. 



ìl:„'l'"'S'':'ì^' -""-« "«' -»«ie, ,™i„„„„. 



osservata nei vaso. 



IO -i , segnar» 20.» 



sapore sensibile. 



proveniente dalle terme Tan^;»,» j 
si trovò dì ,g;.57™« Taurine e d^ altre sorgen- 



Tav. 



dalla sort^eiue 



canne romane 



45 
45 
46 
45 
45 
45 
45 
45 
45 
45 
45 
9° 
9° 
90 
90 

90 



C* y45 
Miglio 



TAVOLA 

Delle temperature osservate neW acqua minerale della Ficoncella presso Civitavecchia li G Luglio 1819 dalla sua sorgente 
Jino al Ponte di S. Antonio , occ conjluiscono nel medesimo canale altre acque. 



TEMPEKATUILV 
j; osservata 
colla scala 
di Reaumur 



44.° 
42.° 
S6.0 
34.° 
3i.° 
29.0 

27.0 
a6.» 

25-° 

24', 5 
24." 

22".5 
210,5 



19.0 



DEa>E]VlENTO 

delle temperature iii45 

canne di luugliezza 

di canale 



o°,5 
o«,5 

o»,5 
00,25 
o">,5 
00,5 



DltTEREN^E 

dei 

decrementi 



4-° 
4.» 



o».5 
0.° 

0°>25 
0°,25 
o',25 
0'',25 

0.0 



OSSERVAZIONI 



Temperatura alla sorgente. 

In questo tratto corre l'acqua con gran velocità per la forte caduta. 

In questo tratto vi è una nuova sorgente che si riunisce nel canale , ed ha una temperatura di o5. 

In questo tratto non potendosi entrare nel canale per ]a sua angustia e profondità, fu presa 1 acqua 
in un vaso, dove si trovò alla temperatura di 00 ——, dal che si è arguita la teroperaturadel canale dioi. 

3 

In questo tratto , e nei seguenti corre l'acqua con molto minore velocità pe« essere il canale in pianura. 



Si continuò sempre a prendere l'acqua in un vaso per la difficoltà di scendere n«l canale , aggiungen- 
do qualche frazione di grado alia temperatura osservata nel vaso. 



11 termometro al" ombra noli' aria, essendo le ore 10 -i , segn»Ta 20.' 



Si e quivi assaggiata l'acqua , e si è trovata senza sapore sensibile. 

A questo punto si riunisce nel canale altr' acqua proveniente dalle terme Taurine e d^ altre sorgen- 
ti, dopo la riunione della quale la temperatura si trovò di i8,»5. 



321 



SCIENZE 



Exercitationes pathologicae aiictore Joanne Bapti^ 
sta Palletta etc. ( Art. HI. ) 



\_^AP. X. Di alcuni morbi congeniti . art. I. Asces~ 
so sanguigno del capo nei bambini . Alcuni fan- 
ciulli di fresco venuti a luce , e spezialmente quelli 
usciti dell' utero con parto sollecito, sono assali- 
ti da un certo ascesso nel capo , vale a dire da 
un tumore molle , con oscura fluttuazione , non 
dolente , senza cambiamento nel colore della cute , 
ed intatta rimanendo la capellatura . Questo tu- 
more zeppo di sangue occupa talvolta F uno e T al- 
tro parietale , ma più spesso il parietale destro , e 
non malie ossa delia fronte, dell occipitale delle 
tempia ; è posto quasi traversalraente , di rado se- 
condo la lunghezza del sincipite ^ poco elevato , 
ed ora agguaglia un uovo ben grande , ora la gran- 
dezza di due uovi ; talvolta sin dalla nascita del 
fanciullo ha già la mole di un uovo di gallina, 
ma più spesso egli è picciolissimo , e cresce poi 
dentro pochi giorni al volume indicato . Palpando 
il tumore , e in ispecie la sua base , si sente un 
cerchio osseo , il quale essendo ineguale ed alquanto 
acuto fa credere che nell' aja occupata dal tumore 
manchi porzione del cranio . Ne il sospetto è on- 
ninamente falso , poiché 1' ispezione fatta nel ca- 
davere ne ammaestra, che in questo moibo manca 
una parte della lamina esterna del cranio , e che 
Q.A.T.IX, 2 1 



322 Scienze 

i vasi del diploe versando il sangue tra la interni^ 
lamina ed il pericnario sollevano il tumore . Esso 
è stato talvolta dissipato con fomenta aromatiche , 
ovvero col finimento volatile ; ma il modo più 
sicuro di sanarlo egli è il traforarlo col setone . 
Il nostro A. tenendo qiusto mietodo insegnato dall' 
ili. Pietro Moscati ne ha sempre ottenuto una cura 
felicissima . Aperto adunque il tumore con doppia 
ferita mediante 1 ago o la lancetta , esce una buona 
quantità di sangue nericcio e scorrevole che di- 
stendeva la cute , continua ad uscire , in dose però 
minore , il secondo ed il terxo giorno ancora : quin- 
di viene fuori un umor giallognolo , che poco a 
poco dalla apparenza di siero passa ad essere vera 
marcia : allora l unguento digestivo dapprima , po- 
scia corroborante , cui succeda il vino rosso , nel 
quale siensi cotte erbe aromatiche e simili rime- 
dj, sono sufficienti a compiere la cura nello spa- 
zio di i5 giorni : se la lebbre , la quale suole ac- 
compagnare la suppurazione , non ceda alla ammi- 
nistra/Jone di blandi purganti, si potrà moderare 
coir uso del decotto di china-china . Questo ar- 
ticolo è corredato di quattro casi pratici . 

Art. II. Del palato bifido . Qui \ A. ci pre- 
senta r osservazione di un bambino , il quale morì 
nel terzo giorno dalla nascita per impotenza di suc- 
ciare il latte dalle poppe della madre . Egli avea 
non solamente il labbro superiore , ma le ossa an- 
cora mascellari e palatine divise per lo spazio di 
sei linee , di maniera che nello scheletro si po- 
tevano da questa lessura mirare benissimo e le 
ossa turbinate , e i rivolgimenti delle cavità na- 
sali . La fessura era divisa in due dal tramezzo 
delle narici ; e dove questo termina , ne rimaneva 
ima sola ,. la quale continuava lungo il velo pa- 



EXERCITATIONES PATHOLÙGIC^ "' SsS 

latino e V uvola . Casi simili hanno osservato Hal- 
ler e la Faje, e siccome questi ha ottenuto di 
conservare il hamhino , e fargli anche per mezzo 
della sutura articolare la voce , così possiamo spe-;. 
rare lo stesso in simili circostanze , senza però lu- 
singarsi di una pronta e compiuta guarigione . 

Art. III. Della spina bifida. Si leggono in 
questo articolo cinque casi osservati dall' A. , dei 
quali i due primi mostrano che la dura madre ap- 
partenente al midollo spinale forma il sacco o tu- 
more , dove è contenuto il siero travasato , e che 
dessa apre le apofisi spinose in una parte o T al- 
tra della colonna vertebrale . Il terzo mostra che 
la spina bifida o idrorachitide ha origine talvolta 
dair idrocefalo interno , e in questo caso T acqua 
scende dal cranio nel tubo vertebrale : al qual pro- 
posito ricorderemo che Bernardino Ganga ha ve- 
duto un fanciullo con idrocefalo , il quale per la 
suppurazione di un tubercolo in vicinanza dell' 
ano ( probabilmente sul coccige ) fu libero di quel 
morbo , ma restò spento in seguito della evacua- 
zione del siero . Il quarto caso è di un fanciullo 
di due anni che fu presentato all' A. ond essei'e 
curato di un tumore , che avea sin dalla nascita 
tra r ultima vertebra lombare , e le due prime 
dell' osso sacro . Il tumore avea la figura di un 
uovo appianato , era posto trasversalmente , non sof- 
friva il toccamente , vietava al fanciullo di gia- 
cere sul dorso , e quando era lungamente palpato 
cagionava T evacuazione delle fecce . Alcuni so- 
spettarono che avesse comunicazione coli' intestino 
retto , ma un' esplorazione accurata dimostrò es- 
sere falso il sospetto . La di lui madre narrava 
che gli escrementi eran sempre venuti fuori con- 
tro la volontà , e che il tronco mal si reggeva so- 

21* 



3/!4 Scienze 

pra le estremità inferiori. Dopo due anni giunse 
notizia della di lui morte . Il quinto caso risguar- 
da un giovane , il quale dalla nascita portava um 
tumore sopra le vertebre lombari , e non ostante 
avea toccalo T anno xv 1 1 di sua età senz' altro 
incomodo , se non che una debolezza degli arti 
inferiori . Per un urto gli si lacerò la cute del tu- 
more, ne venne la febbre, e per tal motivo en- 
trò nell ospitale . Ivi fu osservato che inaspren- 
dosi la lebbre il malato sentiva una forte disten- 
sione al collo ed all' occipite , e però furono fatti 
due salassi , e ministrate bibite diluenti , onde tem- 
perare r interna infiammagione . Si ruppe finalmente 
il tumore, e tramandò una quantità grande di sie- 
ro : apparve allora un qualche miglioramento , ma 
ben pieslo la febbre divenne più intensa , mag- 
giore il dolor di capo , un senso di formicolìo si 
destò negli arti inferiori , e l' inlérmo pallidissimo , 
esausto di forze, morì . Nel cadavere si trovarono 
alcune alterazioni nel cervello , come per esempio 
il ventricolo laterale sinistro pieno di un' acqua 
torbida , e pili ampio del naturale . Tagliato il 
tubo spinale, Ibrmato dalle meningi, apparve privo 
di acqua . Tutto il guasto si notò essere nell' ul- 
tima vertebra lombare, e in quelle componenti il 
sacro ed il coccige ; imperocché le loro apofìsi spi- 
nose erano divise , e quelle della prima e seconda 
vertebra dell osso sacro lasciavano un'apertura ova- 
le , nella quale si era intromessa la dura madre 
in lòrma di sacco non affatto immune da siero 
travasato . Queste cose dimostrarono abbastanza che 
tutta la teca vertebrale avea sofferto infiammagio- 
ne , e che non era andata esente da questa nep- 
pure la sostanza del midollo, poiché goni] si ve- 
devano quei vasellini che sono dispersi tra le ner- 



Exercìtationes pathologic^ 3^5 

vose filamenta . Dopo la narrazione di questi cin- 
que casi si oppone l'A. all' opinione di P. Frank 
che non sempre l idrorachitide sia congenita • e 
poscia discute se la fenditura delle vertebre 'sia 
cagionata dall' umor sieroso raccolto entro la dura 
madre , e su questo particolare si appiglia al pa, 
rere di Gio. Andr. Murray , il quale pensa che 
Il siero SI raccolga là dove le vertebre sono mal 
conformate , e non abbastanza consolidate ; e così 
spiega come il tumore spunti talvolta su la cer- 
vice , talaltra sul dorso , oppure su i lombi e 
1' osso sacro ; Avverte infine 1' A. che l' aprire coli' 
arte, e il rompersi spontaneo del tumore accele- 
rano la morte dell' inlbrmo, e che illeso rimanen- 
do quello , può questi giungere all' vi 1 1 , ed anco 
al XV n anno di età, come il fatto ha mo- 
strato . 

Art. IV. Della diastasi del pube . Ha l'A. osser- 
vato nel cadavere di un uomo morto all' ospitale 
una massa spongiosa nell' ipogastrio , dagli angoli 
della quale gemeva continuamente l' orina t avea 
quella massa un' appendice lunga un dito trasverso 
rappresentante il pene , ed avea ih ciaScUn lalb una 
protuberanza ossea coperta di peli . Notomizzata 
ia parte , trovò che gli ureteri andavano ad aprirsi 
m quel corpo informe , e che desso era la ve- 
scica orinaria in parte mancante , e contrafatla 
la quale stava fra le spine del pube distanti tra 
loro di quattro dita , e sporgenti nelle mentovate 
dure prominenze . Da questa diastasi del pube ve- 
niva che la cavità del bacino era più ampia del 
naturale , i femori male appoggiati su Je ossa in- 
nominate, distratto lo scroto, il perineo , e l' ori- 
Tizio dell' ano, portati innanzi . Ha inoltre osservato 
1 A. che al yìzìo medesimo di struttura van pur 



32G Scienze 

soggette le femmine . Fu a lui presentata una bam- 
bina di ckte mesi , la quale dalla vulva sino al 
luogo deir ombelico ( mentre di questo non eravi 
traccia ) avea un' ulcera bislunga , ineguale nella 
superGzie , e rosseggiante , con due fori , dai quali 
stillava r orina , e che certamente doveano essere 
gli orifizi degli ureteri, poiché il rimanente eraj la 
vescica orinaria difettosa, lacerata, e aderente alla cu- 
te . Ai lati deir ulcera si sentivano due tubercoli , 
i quali erano senza fallo le spine del pube per la 
ragione che nel loro mezzo nulla si sentiva di duro 
ed osseo ; nel basso poi dell' ulcera si scorgeva 
un' apertura cinta da cerchio membranoso rappre- 
sentante la vulva . La madre della bambina ben 
conoscendo che a tanto difetto non poteva pre- 
starsi riparo , si accontentò di chiedere un qual- 
che rimedio alle molestie e dolori cagionati dallo 
Stillicidio dell' orina sopra la vescica denudata. Hopo 
la narrazione di questi due casi rammenta 1' A- 
quelli osservati da lluxam , da G. Flajanì , e da 
Gio. Walter , il quale per altr9 ha veduto le ossa 

del pube distanti per lo spazio di linee 20 2 » 

congiunte da un legamento invece della cartilagi- 
he , Senza alrun vizio nella vescica orinaria e sue 
dipendenze. Quindi si propone due quislioni ; 1. 
se la diastasi del pube sia rimediabile in un feto 
venuto appena alla luce; ed a questa riisponde che 
isebbene con opportuna legatura possano avvici- 
narsi le due ossa , pure attesa la loro resistenza , 
ed una certa solidità , e atteso ancora il difetto 
dell' organo genito-urinario , che n' è ordinariamente 
compagno , non possono mai perfettamente e sta- 
bilmente riunirsi . La seconda quistiono si è, se 
r uomo contemplato nel primo caso sarebbe stato 



EXERCITATIONES PATHOLOGIC^ Zin 

idoneo alla generazione ; e qui notando che per 
tale funzione si richiede il getto dell' umor proli- 
fico con una certa forza , e veggendo che in quello 
,si laprivaoo i condotti dei'erenti nella, superlìzie su- 
periore dei pene , e in conseguenza il seme mancar 
tlovea del necessario impeto e direzione , giudica 
che stato sarebbe inetto alla fecondazione (a) . Per 
r opposito siccome nelle femmine non è indispen- 
sabile la introduzione del membro virile nella va- 
;gina onde rimangano fecondate , ma la sola eia- 
culazione del seme in essa , siccome tanti fatti il 
-provano abbastanza , però conchiude che la bam- 
bina del secondo caso avrebbe potuto un gior- 
no prolificare , come gravida divenne là donna , 
.di cui parla Huxam , quantunque malissimo con- 
formata nei genitali . 

Art. V. iJel loxavtro , colla q'ual voce greca 
composta intendesi la obliquità degli articoli, o in 
.senso più largo la loro direzione cangiata dallo stato 
naturale. Questo vizio suol prendere le mani e i 
piedi^mapiù frequentemente questi che quelle. La 
mano così viziata è piegata all'indentro di maniera 
che il dorso di essa è volto all' insìà, e la palma ri- 
guarda il suolo ^ il pollice verge all'interno, il dito 
mìgnolo tiene la parte esteriore , e la mano non 
può essere liberamente sollevata : l'ulna in que- 
isto caso è prolungata più innanzi verso il carpo, 
il raggio è più breve , e con più ampia superfi- 
.zie riceve gli ossetti del carpo: questi poi sono 

(a) Ci perdoni 1' A. se noi dubitiamo di questo suo giudizio , 
poiché il solo aprii-si dei canali deferenti nella parte superiore del 
pene non ci sembra ragione sufficiente per escludere la facoltà di 
fecondare, e potremmo valerci dell' autornà stessa di Eistero , ch'é 
tiportata nel suo art. 



SaS Scienze 

scomposti in una foggia ben difficile a descriver- 
si . Quanto ai piedi, raro è che un solo di es- 
si sia storpio, ma ordinariamente lo sono ambe- 
due; sono cioè volti indentro in modo che la loro 
pianta sta un poco indietro, e alquanto tratta all' insù, 
il dorso in conseguenza guarda inferiormente il lato 
anteriore ed esterno, e gli apici delle dita di entram- 
bi i piedi convergono: talvolta il dorso è più con- 
vesso per essere prominenti in esso alcune ossa del 
tarso; talaltra sembra mancare il malleolo interno; 
e quasi sempre tutto il corpo sembra sostentato dair 
esterno margine dei piedi. Senza dilungarci nel ripor- 
tare le istorie che leggonsi in questo articolo,e le ispe- 
zioni sul cadavere, diremo che anche riguardo i pie- 
di il vizio consiste nella cangiala posizione e con-» 
nessione di alcune ossa, di quelle inspezie che com- 
pongono il tarso ; e diremo inoltre che nei fanciulli di 
fresco nati non è gran fatto difficile il ridurle ali* 
ordine naturale, ma è bensì difficilissimo il man- 
tenervele. Ciò non pertanto dovrà tentarsi la ma- 
novra suggerita dalFÀ., qual' è di dirìgere alla par- 
te interna il malleolo della tibia, e alla parte ester- 
na sospingere dirottamente Y osso del calcagno, con 
i quali movimenti le ossa che sporgono in diversi 
punti del piede concorrono tra di loro al sito na- 
turale. Dovrà anco tentarsi dopo Y operazione l'ap- 
plicazione delle fasce, pezze, e cerotto glutinoso nel 
modo eh' egli insegna, onde contenerle in sito; e 
dovrà infine a\ersi in considerazione l'ingegnosa in- 
venzione dell' ili. Scarpa di Tarie macchinette di- 
rette a sanare i piedi storpj. 

Art. vi. Della lordasi. S' intende con que- 
sta voce queir affezione della spina vertebrale , per 
la quale essa inclina alla parte anteriore; ma 1' A. 
la usa in significato più ampio, e vi comprende le 



EXARCITATIONES PATHOLOGIC^ 32<> 

tieformità delle ossa tanto nella figura che nelle di- 
mensioni. Prende pertanto a considerare tali defor- 
mità in dettaglio, e incominciando dalle ossa del 
capo scende alla colonna vertebrale, ove s' intrat- 
tiene più a lungo. Novera le varie spezie di stor- 
cimento, cui va soggetta la colonna delle vertebre, 
e le varie cagioni produttrici, le quali egli classìfica 
in interne ed esterne. Fra le interne pone i tumori 
che insorgono addosso la spina , gli ascessi nel 
luogo medesimo, la carie, la rachitide, i profluvi 
violenti e pertinaci di ventre, infine il rammolli- 
mento del corpo delle vertabre e delle intermedie 
cartilagini , per il quale viene a mancare il suffi- 
ciente sostegno, e Y equilibrio al tronco. Ripone tra 
le cagioni estrinseche gli urti, le percosse, 1' abi- 
tudine di tener piegato lungamente il tronco, gli 
esercizj smodati del corpo , le allacciature, e cer- 
ti macchinamenti inventati a conciliare grazia alla 
persona; e vuole spezialmente intendere que' ma- 
landrini busti, coi quali una volta le vergini si ado- 
peravano di stringere per quanto era possibile la 
pancia, e rendere prominenti le poppe e le anche, 
e con i quali oggigiorno taluni scioperati giovani 
si studiano imitare, e diremmo quasi mentire le for- 
me muliebri . L'A. declama altamente contro que- 
ste detestabili mode , compagne della depravazione 
del costume, e mostra come il petto e V addome 
sottoposti ad ineguale pressione vadano a soffrire nel- 
la struttura, e contraggano alcune deformità che nel- 
la età avanzata si fanno maggiormente visibili . De- 
clama anche con ragione contro f uso di fasciare i 
bambini, di tenerli lungo tempo seduti, o sospesi 
per le ascelle mediante un laccio, e di portarli sul 
braccio premente la regione epigastrica , siccome 
fanno comunemente le nutrici; e vorrebbe che nel- 



33d Scienze 

la loro adolescenza badassero gì istitutori a mode- 
rarne i movimenti del corpo e dello spirito , per 
esempio il soveichìo saltare, il correre, lo studio 
intenso , le passioni di animo, e via discorrendo. 
Quanto poi alla cura medica della lordosi verte- 
brale prodotta vSpezialmente «la cagioni interne,!' A. 
confida molto sul vitto di buona qualità e di fa- 
cile digestione, su i bagni Ireddi , su le fregagioni 
lungo la spina dorsale, sul conveniente esercizio del 
corpo, e .sopra T opportuna giacitura del medesimo 
durante il sonno. Dopo ciò egli fa vedere come dal- 
lo storcimento della colonna vertebrale nasca per 
neOessità relevazione o depressione delle costole e 
dello sterno; tocca di passaggio le deformità dell' 
omero e della pelvi, e viene poi a parlare di quel- 
le delle estremità Inferiori. Qui descrive minuta- 
mente le strane fogge, nelle quali sono talvolta pie- 
gati o rilevati i femori e le tibie, e noi slimiamo inu- 
tile il ripeterne la descrizione, mentile tali diietti di 
struttura sono notissimi a chiunque abita popolose 
città. Quindi con la testimonianza di Orazio Plauto, 
Marziale ed altri prova che i medesimi vizj di confor- 
mazione non provenienti da esterne ingiurie si osserva- 
vano in antichi tempi, nei quali né il contagio vajo- 
loso e sifilitico, né la rachitide deturpavano Tuman 
genere. Riferisce ed illustra le voci stesse, colle qua- 
li i nòstri maggiori dinotavano gli individui deformi, 
la parola valgus significante un uomo si orto , va- 
ruy storpio, compernis con le ginocchia piegate ad 
angolo interno 4 paetus di piccìola statura, scaurus 
con i molleoli prominenti. Infine per mostrare che 
le deformità proprie di ciascun osso possono tutte 
concorrere io un medesimo individuo, descrive lo 
scheletro mostruoso di un uomo di 34 anni, così na- 
to secondo T asserzione della madre vivente alfepo* 



EXERCItATIONES t»ATtìOLOGICJE 33 t 

eia della di lui morte, e senza che le ossa fossero 
alleiate da tofi, gomme, esostosi, o veneree pro- 
tuberanze. 

Art. VII. Della mancati za dei muscoli gemel- 
li delle gambe. Che in una macchina Sanissima man- 
chi talvolta un muscolo , come sarebbe il palmare 
della mano , il plantare della gamba, il piramida- 
le dell'addome ec. non è cosa ignota agli anatomi- 
ci ; ma il trovarsi mancanti i muscoli gemelli del- 
la gamba, egli è un latto (dice il N. A. ) forse nuo- 
vo neir anatomia patologica . Una fanciulla di set- 
te anni gli offerse per la prima volta questo difet- 
to. Ella camminando velocemente zoppicava, e so- 
vente cadeva, quasi che la gamba sinistra fosse sta- 
ta inetta a sorreggere il Corpo ; piegava l'apice del 
piede al di fuori ; avea il calcagno più grosso e ro- 
tondo del destro, e camminando premeva con que- 
sto il suolo , mentre teneva la pianta alquanto da 
esso elevate. Là gamba sinistra appianata nel luo- 
go del polpaccio , e più gracile verso la giuntura 
del piede, manifestò la mancanza dei muscoli gemel- 
li e del gran tendine di Achille , e fece compren- 
dere che i muscoli flessori con la loro azione con- 
traria cagionavano il descritto disordine . Dopo co- 
testa fanciulla ebbe occaisione l'A. di vedere un con- 
tadino con il medesimo diletto, e ne riporta il ca- 
so: poi ragionando su quanto dice Alfonso Borelli 
di coloro , i quali tentano reggersi e camminare sul 
calcagno o 1' apice del piede , egli rende ragione 
del passo stentato e vacillante de' mentovati indi- 
vidui . 

Art. vili. Dei deserticoli della vescica orinai 
ria , e intestino ileo . Accenna 1' A. da -principio la 
discrepanza di opinioni dei sommi anatomici Mor- 
gagni G Sandifort intorno l' origine di coleste mor- 



33^ Scienze 

bose appendici; ma vi ritorna poi di proposito in 
fine deirar icolo dopo avere narrato tre casi, il pri^ 
nio osservalo da Sassard , gli altri da lui stesso . 
Vide pertanto il cliiruigo francese una vescica ori- 
naria , la quale in un lato del fondo avea le fibre 
muscolari separate, e tra queste insinuandosi le in- 
terne membrane aveano formata una dilatazione co- 
me un uo' o di gallo d India . JNulla di estraneo 
trovossi in questa, né tampoco entro la cavità del- 
ia vescica ; per lo che suppose il lod. cerusico che 
queir individuo andasse soggetto alf iscuria , e -che 
l'orina ritenuta avesse sfiancato a quel modo la pa- 
ret(^ più debole del licettacolo membranoso . LA. 
poi preparando gli organi orinarj per una pubblica 
dimostrazione , e avendo gonfiato di aria la vesci- 
ca, ha veduto m essa molte bolle, una maggiore sul 
fondo nel luogo propriamente dell' uraco , una nel- 
la parte laterale destra , e le altre nella posteriore- 
La maggior bolla era guernita di fibre muscolari , 
come anche alcune altre, e v'erano di quelle del 
tutto sguernite; è poi da notarsi che i li lamenti mu- 
scolari nel luogo di comunicazione con la caviti 
della vescica erano tra loro stretti e disposti quasi 
a foggia di sfintere . Oltre queste bolle più rileva- 
te , molte altre cellette si osservavano spaise nel- 
le pareti della vescica , ma non visibili ali ester-» 
no; e grossi oltre 1 ordinario si oss('rva>ano i fa- 
scetti muscolari: nulla intanto si rinvenne di estra- 
neo. Similm nte il N. A. apiendo il cadavere di uri 
vecchio vi ha trovato una vescica orinarla di pic- 
ciola mole, di forma conica , e munita nel fondo 
Idi un sacchetto , il quale sembrava sorgere dalla 
radice delf uraco , poiché le libre carnose che at- 
torniano la radice cava di questo, cangiate in tcn- 
dinose dappertutto lo rivestivano . Altri sacchcUi 



EXERCITATIONES PATHOLOGICjE 333 

niiiiori apparivano nella parte laterale e posteriore 
della vescica , tutti internati tra le fibre carnose che 
erano rilevatissime; e poi miravansi pareccliie cel- 
ette non .-Itrppassanti Io strato muscoloso, e quel- 
e in vicinanza del collo contenevano calcoletti del- 
ia grossezza di una linea . 
^ Quanto ai diverticoli delle intestina, osservali 
già e descritti da Littre, Morgagni, e Van Doeveren 
li nostro A. narra che notomizzando un fanciullo 
di 6 mesi, ernioso in ambi i lati, ha trovato il pe- 
ritonèo con due larghe aperture verso la cavità ad. 
dominale; e per quella sinistra scendeva un' ap- 
pendice dell intestino ilao formata dalle medesime 
di lui fibre obliquamente prolungate, lunga circa 
4 pollici, terminante in forma oiivare, e fermata 
da una produzione del peritonèo . Sulla quale os- 
servazione egli fondandosi giudica che le appendici ' 
intestinali tuori del naturale sono tutte connate, 
mentre non è supponibile che le fecce accumulate 
1 vermi, o altro corpo qualunque possa ledere in 
modo una parte delle intestina da dare origine ad una 
appendice costrutta come Tintestino medesimo. Pensa 
m egua modo riguardo alle ernie delia vescica ori- 
nana , che SI trovano nell'alto fondo , d onde nasce 
1 uraco ; e solo riguardo a quelle che si scontano 
nel corpo e nei lati della vescica, non abbastanza 
coperti dai peritonèo, ammette che provengano dalle 
interne membrane più ampie dello strato musco- 
lare distese da soverchio liquido , o premute da un 
solido, o in altra guisa sospinte, e così ravvicina 
le discordanti opinioni di Morgagni e Sandifort da 
principio accennate. 

Art. IX. Del/e ostruzioni. Con questa voce vuol 
esprimere A. l'ingrandimento di un viscere, o di 
una gianduia , sia per esuberante nutrizione, sia per 



334 Se I E N Z E 

il. ristagno di un umore qualunque, sia per la de- 
posizione di una materia eterogenea , o finalmente 
per essersi f^ttja dura e carnosa. Egli parla in pri- 
mo luogo àeìV iciroglosso , e d^ la storia di un fanciul- 
lo di 2 mesi avente una ramila , la cn\ sostanza re- 
ticolata era composta di grosse fibre biancastre , 
contenenti molte piccole caverne; essa prolungava- 
si inferiormente sotto la membrana del palato, ed 
ivi unita ad un poco di linfa stagnante ergendosi so- 
spingeva in alto r apice della lingua : la gianduia 
sottolinguale sinistra era voluminosa , ed avea gli 
acini poco coerenti per essere rilassata la cellulare 
interposta . Poi viene a parlare del b roncacele , e 
narra che in un feto estratto dall' utero per i piedi 
era formato dalla gianduia tiroidea gonfia, e che in 
entrambi i suoi lobi racchiudeva una materia stena- 
tomatosa : che in un altro feto di G mesi con la 
stessa malattia era la tiroidea estesa ai lati del col- 
lo , dura , incompressibile, di colore epatico , e di 
tessitura carnosa: che in ultimo in un terzo fanciul- 
lo parimente nato col broncocele, la tiroidea nulla 
conteneva di estraneo, ma presentava un soverchio 
ingrandimento e afflusso di umori , mentr era ros- 
sastra , gonfia di sangue, provvista di moltissimi 
vasellini , e divisa in quattro lobi discendeva ai la- 
ti della trachea . Riguardo alla gianduia timo rac- 
conta di averla veduta in un ragazzo di due -anni 
bianca , indurata , estesa sopra i vicini vasi , e co- 
me composta da tanti scirri: le glandule bronchiali 
ancora appartenenti al destrp polmone gli parvero 
ostruite . Delibi milza ci riferisce di averla osserva- 
ta in una fanciulla bimestre lunga sette dita tra- 
sverse, di buon colore , della consistenza del fega- 
to , in veruna parte ostrutta , di ipaniera che egli 
giudica aver conseguito cotesto accrescimento per so*^ 



EXERCITATIOK-ES PATHOLOGIC.E 335 

la ridondante assimilazione . Parla infine delle scro- 
fole^ e qui il soggetto della storia è una fanciullai 
di 3 anni morta di atrofia , il cui cadavere n offer- 
se una congerie numerosissima ; imperocché erano 
indurate le glandule del collo, le ascelleri, il timo, 
e le glandule della pelvi ; tubercoli bianchi e dì 
Tarla grandezza si osservavano nel polmone , dia- 
framma , fegato, milza , e mesenterio; ve n' erano 
ancora lungo la spina dorsale sotto la veha cava , 
e in numero grandissimo risaltavano sopra 1 ester- 
na superfizie delle intestina ; tagliati per il mezzo 
mostravansi bianchissimi , e come ripieni di sevo 
addensato . 

Art. X. Delle ernie. Volendo FA. parlare del- 
le ernie connate, premette che nel feto immaturo so- 
no collocati i testicoli nella cavità dell' addome in 
vicinanza dei reni, e stanno sopra una vagina cilin- 
drica proveniente dal peritonèo ; che questa pro- 
duzione peritoneale scende poco a poco nello scroto 
con il testicolo, in modo che questi rimane al di- 
fuori, come gli altri visceri del ventre, e n' ò al 
tempo stesso rivestito; cheinfine la medesima produ zio 
ne costituisce la tonaca vaginale dello scroto , la quale 
se per avventura rimane aperta dopo la discesa del te- 
sticolo, può dare adito al tubo intestinale, e cagiona- 
re r ernia connata . Premesse queste nozioni, viene 
a parlare AqW enterocele^ ed espone che in un' lanciul-- 
lo dì IO mesi morto di febbre trovò appunto aperta 
la tonaca vaginale nel lato destro , ed essa riceveva 
la massa intestinale composta di un ansa delf ileo , 
da tutto il cieco con la sua appendice , e da una 
parte del colon : il testicolo era posto in situazione 
inversa ; con una faccia giaceva nel fondo della 
vaginale, con T altra era rivolto all' ileo ed alla op- 
pendice vermiforme, cui era legato mediante un 



336 Scienze 

tenue legamento lungo nove linee circa nato dal 
peritonèo . Nota altre particolarità riguardo al testi- 
colo , e al rene del Iato opposto , nella cui pelvi 
e uretere trovò varie calcolose concrezioni ; e quindi 
passa all' om/alocele^ premettendo che il peritonèo 
dà eziandio una produzione ali ombelico , la qua- 
le a differenza di quelle inguinali è spinta indentro 
a norma che il feto va avvicinandosi alla maturi- 
tà , che i muscoli con i tegumenti vanno a forma- 
re e compiere la cavità addominale : che se per 
difetto di natura essi mancano , o non si stringo- 
no in modo da cuoprire , e chiudere Y ombelico , 
allora è che ha luogo più facilmente Vernia ombe- 
licale connata . Divide tali ernie in quelle che so- 
no rivestite dalla pelle e dai muscoli , e in quel- 
le altre che ne sono prive, e dice esser queste mol- 
to più rare delle prime: ciò non pertanto egli ne ad- 
duce varj esempj proprj ed altrui , tra i quali noi 
scegliamo il seguente . Una prirqppara diede alla lu- 
ce il feto , cui nel destro lato delladdome sporge- 
va un'ampia borsa, o tumor molle: erano ivi man- 
canti i muscoli e la pelle , la quale assottigliata 
aderiva con i suoi lembi al peritonèo , e questi for- 
mava il mentovato tumore. Stanziavano in esso pres- 
soché tutti i visceri del ventre, lo stomaco , le in- 
testina , eccettuato il retto , il mesenterio , il fe- 
gato , la milza , la Cassola renale destra , e il te- 
sticolo destro con la sua vagina . 

Art. XI. Scirro del cervello . Non può dirsi a 
rigore esser questa malattia congenita; ma essendo 
rarissima, dee bensì giudicarsi degaa di essere cono- 
sciuta . È perciò che il N. A. ne riporta due ca- 
si, de' quali il primo è il seguente . Fu esposto un 
fanciullo di un anno avente un biglietto, nel quale si 
j^nnunciava il suo mal di capo: egli trasse per qual- 



£XERC^TATJ0^'ES PATHOLOaiCX 33 7 

che tempo una vita torpida; e poi previa la stupi- 
dità , lipotimìa , e vomito cessò improvvisamente 
di vivere • Aperto il cranio , la dura madre aderi- 
va al parietale sinistro più fortemente di quel che 
suole nei fanciulli , ed avea sotto di se non poca 
linfa gelatinosa : i lobi anteriori del cervello erano 
sani ; il medio sinistro, rigonfio di acqua e diaf;mo, 
presentava un ammasso d' idatidi : entrambi i lobi 
posteriori erano scirrosi e duri al punto , che il 
midollo poteva risolversi in filamenta , anzi da que- 
sto poteva con tutta facilità separarsi la parte cor- 
tinaie , e ne scaturiva intanto una sanie abbondan- 
te, mista ad un tritume di sostanza granellosa : la 
durezza medesima sentivasi in qualche parte dei 
ventricoli laterali . Del resto niuna porzione del cer- 
velletto appariva offesa , né, a detta dell' A., appari- 
vano segni d' infiammazione (a) : il pancreas , le 
glandule soprarrenali e meseraiche erano dure , il 
corpo estremamente estenuato. Il secondo caso spet- 
ta ad una giovanetta di i3 anni, ornata di emi- 
nenti doti di animo e di corpo , 1% quale si diede 
ad una profonda tristezza dopo la morte di suo pa- 
dre : quindi incominciò a querelarsi di dolore nel- 
la parte anteriore del capo con vomito e sciogli- 
mento di ventre , e poco a poco perdette il vigo- 
re del corpo e le facoltà dell animo. In ultimo viep- 
piij aggravata dal mal di capo , dimentica di tutte 
le cose , immersa in continuo silenzio , con debo- 



(a) Quanto a noi la presenza del siero gelatinoso sopra i visce- 
ri è ttu indizio certo di precedente infiammazione. Laonde non poS-- 
siamo convenire col eh. autore che in questo caso maturassero se- 
gni di fiogosi; anzi osiamo asserire che la descritta alterazione or- 
giinica ne fosse il prodotto. 

G,A.T.IX. 22 



338 Scienze 

le udito, e più debole vista , perì. Tolto il cranio, 
e tagliata la dura madre , apparve il cervello più 
duro dell' ordinario : nei ventricoli laterali legger- 
mente infiammati ristagnaTa moltissima linfa: T in- 
ferior parte de'talami ottici in vicinanza della gian- 
duia pituitaria era dura e scirrosa, in particolare 
a sinistra osservavasi di color cenericcio , corrot- 
ta , e facilmente separabile dalla contigua midolla: 
ai lati della sella equina varie strisce gelatinoso-pu- 
rulente avvolgevano i nervi ottici, e quelli del ter- 
zo e quarto pajo , e la dura madre addetta alla mi- 
dolla allungata ^ra distesa da copioso umore. 
( Sarà continuato ) 



Memoria del conte Giuseppe Mamiani di Pesaro 
sulla vita e gli scritti di G. Ubaldo del Monte, 
matematico del secolo decimosesto. 



G> 



"nido Ubaldo del Monte nacque da una delle più 
cospicue famiglie d' Italia. Anzi, secondo il Baldi 
(i), convien credere eh' ella discenda dalla regia 
casa di Borbone: e l'Atanagi dà i più minuti det- 
tagli sulla di lei origine particolare (2) . Dice egli 
in fatti, che Raniero del Monte figlio di Girolamo 
e d' Ipolita Sforza de' conti di santa Fiora, vedova 
di Federico Farnese, fu il primo che da Perugia si 
l'ecasse in Pesaro : che fu padre del gran G. Ubal- 



(1) Cronica di matematici. Anno 1696. Ediz. Urbin. del 1707. 
pel Monticelli, 

(2) Lettere . lib. I. Venezia 1682 ( nella dedicatoria dei 28. 
piarzo i66i. scritta a Raniero del Monte.) 



Memorie ci G. U. del Monte 33g 

do e del card. Fraocesco Maria: che nel ìS-^ì dal 
ìluc^ G. Ubaldo secondo di Urbino fu investito di 
l^lonte Baroccio, e nel i547 ^" ^^^^^ nobile romano, 
capp delle lapcie spezzate del duca medesimo, e ge- 
nerale delle battaglie del suo stato, non che gover- 
natore della città di Pesaro. Egli, secondo l'Alme- 
Xici (i) ( che si riporta a un foglio di memorie dei 
siguori del Monte), nell' anno i544 ebbe dal du- 
ca per isposa una lìglia del cav. Pianqso, che poi 
nel 1545 agli 1 1 di gennajo glj, partorì Gujdo Ubal- 
do, ed altri figli in appresso. 

Vedesi dal fin qui detto, i ° che la famiglia di 
G. Ubaldo esser non può confusa con quella dei 
duchi della Rovere , conae anni sono a^ardarono 
di asserire alcuni oltyaniofitani , se pure non diede 
loro occasione la somiglianza del nome, e la paren- 
tela in seguitp ayut^ dal duca Guid TJbaldoIl, che gli 
die per moglie una sua figlia Felice (2) ; 2° che 
non deyesi attendere il ]\IonlucIa (3) quando assicu- 
jra essere sconosciuto ì\ teippo della di lui nasci- 
ta^y e quello della di lui morte, citando Bernardino 
iPaldi nelle sue croniche: mentre questi non ne par- 
1^ né pHplQ né ppcq , indicando solamente gli anni 
^ronolpgici de maternatici, ovvero Y epoca del lor 
fiorare pel jnondo. Errò adunque il medesimo Ti- 
;rabosc|ii phe in tal sentimento si unisce al citalo 
I^lpntucla (4); giacche se egli stesso ci fissa pel tem- 



(1) Spogli esistenti «ella biblioteca Oliveriana , siiuarcio C B. 
carte 2. 8. 

(2) Idem. 

(5) Histoire dcs mattcmatiiivies T.L pag. 690 . Edit. Paris Ajmo VII 
e precisaiii: alla pag. 709. 

(4) Storia etc. T.VII. parte I. l^b, II- cap. 2. §• 0$. 

22* ' 



340 S e ì E A' Z t 

pò della sua morte il principio del secolo XVII, 
e r anno prima del 1608, lochè si accorda con quan- 
to ne dice lAlmerÌGi (i), si è parimente veduta da 
questo assegnata V epoca felice del di lui nascimen- 
to air anno i545. Prese abbaglio perciò il Bossut 
se il fece nascere nel i553, e morire nel 1G17. (2) 
Non si tralascerà di dire, che l'illustre suo ge- 
nitore fu pure dotto e versato nelle figure sublimi , 
e eh ei diede alla luce due libri d' archittettura mi- 
litare, e tre libri d' astrologia, come avverte il San- 
tini ne' suoi eruditissimi elogi dei matematici del 
Piceno (3). Sotto i prosperi auspicj di un valente 
procuratole, e di un padre secondo tanto degno quan- 
to fu G. Ubaldo II della Rovere , cominciò egli 
a servire il principe Francesco Maria , con cui fa- 
migliarmente convisse, e si erudì sotto la scorta dei 
celebri ingegni Lodovico Corrado , Paolo Minuccia, 
e fra Costanzo Porta. Andò d'anni 19 allo studio 
di filosoiia in Padova, ove applicossi alle matemati- 
che, ed in patria tornato le coltivò sotto il grande 
Federico Cau.andino in compagnia di molti altri, 
e specialmente di Torquato Tasso (4)- Conversò co' 
più dotti uomini di quel tempo, quali furono Cesa- 
re Benedetti vescovo di Pesaro , Federico Bonaven- 
tura da Uibino , Bernardino Baldi abate di Gua- 
stalla , Pier Matteo Giordani da Pesaro , Galileo 
Galilei. Andò in Ungheria col Fregoso, e contro il 



(1) Loc. cit. 

(2) Saggio sulla storia generale delle matematiche. Ediz. pri- 
ma itàlica con aggiunte di G. Fontana. Milano 1802. T. 2. pap. 
ultima 

(3) Ediz. Mac«rat. Anno 1779. 

(4) Serassi. Vita del Tasso, pag. 90. 



Memorie di G. U. del Monte 34 1 

Turco col principe Francesco Maria ; ma inferma- 
tosi a Messina non intervenne alla battaglia de* 
Gurzolari . Fu poi nell' anno i588 fatto visitator 
generale di tutte le città e fortezze del gran diica di 
Toscana , e yisitolle di fatti in compagnia di Do- 
nato deir Autella commissario generale in quello 
stato: lo che prova che a questo ramo di matema- 
tiche applicazioni pure attendeva , sebbene non ab- 
biamo di lui opera alcuna che cel dimostri . Ed 
ecco che oscurissimo non visse, come pretendevano 
il Tiraboschi (i) ed il Montucla (2) ; e però non 
prima di questo tempo sarassi ritirato nel feudo di 
Monte Baroccio per meditare vie meglio e seguire 
la scientifica sua carriera, come da loro si opina. 
Morì il dì 9 gennajo dell'anno iCioy, e fu sepolto 
nella chiesa delle monache di s. Cliiara in Pesaro, 
dove leggevasi una iscrizione mortuaria, della qua- 
le a' tempi nostri non resta che la copia da me 
trovata nella biblioteca Oliveriana di Pesaro , cui 
le ingiurie del tempo non rispettarono ; sebbene 
da una altra parte fossero men crudeli verso un suo 
ritratto eh' esiste nella sud. biblioteca , e che è di- 
pinto sicuramente dalla celebre mano dell' urbinate 
Barocci. Vedesi ìnnoltre dall' albero genealogico di 
sua famiglia esistente nelle Memorie OUveriane ^ che; 
r ultimo di sua prosapia Raniero sposò Giovanna 
de' conti di Montelabate , e venne a mancare nclP 
stnno i644- (3) 

Le di lui opere coi proprj titoli sono. 
I .^ Mechanicorum liber dicatus ah auctare Fraii-' 



(1) Loco citato 

(2) Loco citato. 

(3) Tutto ncir Abnevici, spogli sninJicati. 



34^ S e I r N z E '■ 

cisco Marine II urhinatum amplissimo duci . Pisa- 
uri apiid Concòrd. 1677 ( in fog. ) . Fu il tne- 
desimo tradotto ed atinotato dal Pigàfetta , dedh- 
cato air illustrissimo sig. Giulio Savoi'grlano , e staiii- 
pato in Venezia presso Francesco de' Franceschi sene- 
se nel i58i in quarto , e presso Evangelista Deu- 
chino nel i6r5. 

3,** G. ribaldi e mnrcìiionihus Montis , plani- 
spheriorwn wiiversalium theoria. Pisduri apud Coti- 
cord >. 1679 (in 4=" )• ^'^ or 

3** De ecclesiàstici kalendarii resfitiitiohe t Pi- 
iaur. i58oi 

4° I?i duos Archimedis ecjuiponderantiurtì li- 
hros paraphrasis. Pisaur. apiid Concord. i588. 

in 4** • 

5° PerspectivK Uh. VI. Pisauri apud Con^ 
cord. 1600. in fol:*. 

6° Prohlemafiim astronomicorum Uh. VII etc. 
Veiictiis apud Bernardinum Tantum , et Jo. Bapt. 
Ciottum 1G09 in fol.** 

7** De cochlealib. IV. Venetiis apud Evang. Deu^ 
chinuni iGrS . 

Le quali opere vengono citate anche dal San- 
tini e sono in maggior parte esistenti nelle varie 
biblioteche di Pesaro . Debbonsi aggiungere due ma- 
noscritti in foglio appartenenti alla famiglia Gior- 
dani, che portano in fronte queste parole . 

i"* G. Uhaldi etc. In quintuni Euclidis elemen- 
torunì libriifn commentanus . 

"a° G. Ubaldi etc. De proportione composita . 
Opusc. 

Di queste le più comuni sono i libri delle 
mncaniche , quelli della vite d' Archimede , e della 
prospettiva :, opere ìniatti degne d' un più serio ri- 



Memorie dì G. Ù. del Monte 3^3 

guardo è per grandi citate dal Montucla (i) ^ dal 
JBossut (a) , dal Tiraboschi (3) ^ dall' Andres (4) 
da Millet de Chalés (5), dal Durantini (6), dal 
Baldi (7) , e dà tanti altt"i che troppo tedio sarebbe il 
riferire . 

Riguardo ai matemateci che lo precedettero * 
i primi elementari insegnamenti d' Euclide , d' Ar- 
chimede , d' Apollonio ; le opere quanto estese al-i 
trettaiito implicate d' Ipparctì e di Toloxnmeo i quel- 
le di EudoSso , Eratostene , Possìdonio , Anassi- 
mandro ili parte lasciate dalla mano del tempo , q 
in parte confuSanlente raccolte e tramandate da, 
quella de' posteri , erano i Soli matematici lumi 
é gli esemplari più scelti per i dotti di allora . 
Le fatiche di un Leonardo da Pisa , d' un Gior- 
dano Flemorìano , di Purbach , Regiomontano , 
Walter , è Cardano che a lui furotì d' appresso , 
per quanto in sé stesse grandi è serti^re degne di 
onorevole menzione, erano però frutto de' secoli » 
meno dotti , parto de' tempi i piij infelici , e se-^ 
quela inevitabile di male intesi prirtcipj . Glavio e 
Tartaglia, che fra i matematici di quel tempo ebber 
fama d' illustri , quanto agli òcchi imparziali e dì 
queste cose veggenti appajano non solo mancanti -^ 
ma talvolta inesatti , ognuno giudicar lo saprebbe . 
Avventasi inoltre, che i di loro scritti furono con- 



T^t 



(i) Loc. cit. pag4 690. e 70^ 

(2) ìiOc. cit. 

(3) Loc. cit. 

(4) T. 10. pag. 320. 

(5) Curs. Mathemat. ( in tract. proeminm ) 

(6) De Historià libri tres ( Lib 2. cap 14. pag. 73} . 

(7) Croniche loc, cit- 



544 ' Scienze 

temporaneamente a quelli di G. Ubaldo prodotti al- 
la luce ; e che di molti e molti ancora non avrà 
avuto contezza quella mente sublime, che pur gran- 
de in se stessa , di gran mezzi avea d' uopo per 
lo scientifico perfezionamento . Federico Comandino 
suo precettore era fra gli altri matematici d' al- 
lora stimato moltissimo , ed è perciò eh' ebbe po- 
sto fra i Muzi Giustini , gli Antoni Galli , i Ber- 
nardi Capelli , i Pietri Bonaventura , i Dionigi Ata^- 
nagi uomini chiari di quel secolo , ed ornamenti 
ben degni della corte di Urbino . Tuttavia il Co- 
mandino limitossi a molte per verità dottissime tra- 
duzioni dei matematici greci , quali furono quelle 
di Apollonio , Archimede , Sereno , Pappo , £u- 
torio , Aristarco , Euclide , Erone Alessandrino e 
Tolomeo . Che se stare vogliamo al detto ancora 
di un suo contemporaneo amico e discepolo. Ber- 
nardino Baldi, egli nelle sue croniche (i) ci ri- 
ferisce che del Comandino, ol're alle prefate tra- 
duzioni, non abbiamo del suo , che il libto del cew 
tro della gravità dei solidi ; opera da essere pa-- 
ragonata a quella delle più nobili degli antichi . 
E di Leonardo da Vinci che, come asserisce il 
Venturi nelle aggiunte al 2' tomo del Montucla 
( vedi r Essai sur les ouvrages phisico-mathema- 
tiques de Léonard de Vinci) (2), ragionò in me- 
canica secondo i veri principj sui rapporti delle 
forze e dei pesi applicati obliquamente alle brac- 
cia d' una leva , sui piani inclinati, e sul movi- 
mento dei pendoli ; noi sappiamo con sicurezza che 
le più belle idee matematiche sono state sepolte per 



(i) pag. i38. an. i5;5. 
(2) Paris. Ali. V. ?ti 1797. 



Memorie di G. U. del Monte 3^5 

Tarj secoli ne' suoi manoscritti , e che però niun 
soccorso hanno potuto sommiaistrare al lodato dei 
Monte . 

E volendo subito favellare delle cose inedite , 
la prima è un opuscolo in foglio di 55 pagine scrit- 
te dall autore medesimo, ( come si rileva dal con- 
fronto latto con alcune sue lettere esistenti nella bi- 
blioteca oliveriana , ) e eoi quale intende di diluci- 
dare il quinto libro di Euclide,che egli stima l'ottimo 
sempre fra gli scrittori di queste materie, e nel quinto 
il predica prestantissimo per la chiarezza e distinzione 
degli oggetti; onde asserisce che questo libro è fonda- 
mento di tutta la geometria elementare , e^ clip perciò 
si prefigge di non mutarne l'ordine , ma solo di ce- 
mentarne i passi pii^i importanti — iieque secundum 
propriam sententiam Euclidem facere^ intentia no- 
stra est . f^olumus enim ut Euclides , Euclides re^ 
maneat — (i) E perchè i comenti di Federico Co- 
mandino erano e sono tenuti per i più fedeli, chia-, 
ri , ed ordinali di que' tempi, così quelli si propo-» 
ne egli di seguire: e coi medesimi paragonerò io que- 
sto lavoro meritevole d' ogni elogio . 11 Del-|VIpute 
adunque volendo scrivere sugli elementi della geo- 
metria scelse il libro di maggiore importanza, e se- 
guì passo passo il suo maestro, riconoscendo in lui 
pregi non comuni, o superiori a tutti gli altri ^i 
quella età . 

Per dare poi alla scienza qualche cosa di nuo- 
vo, e specialmente per istruirne glindotti , egli di- 
lucida ed amplifica sul principio le definizioni dal- 
le quali dice restar appianato il restante, non per- 
dendo mai di vista l'ordine e la connessione delle 



(i^ Vedine i' introdaic. «Ila pagina jpvima . 



44^ S è f E N Z fe 

medesime i, che veramente si trova ammirabile ed 
litilissiiiia. Quindi le venti dcfitiìzioni d'Euclide met- 
te in chiaro lume : e dove il Comandino non ne 
coraenta che alcune dì volo ed altre lascia ine- 
splicate , G. Ubaldo si fa a trattare distintamente, 
e Supplisce in ispecìal modo al Comandino per 
quello che spetta la ottava e la nona sull'analogia, 
o simiglianza di ragioni ; la duodecima sulle quan- 
tità oriiologhe; la diecinovesimà sull'analogia ordi- 
nata ; e la ventesima sulla perturbata. Io non ista- 
rò qui a descrivere 1' esattezza con cui nota la ge- 
neralità delle prime defìniziohi,dove Euclide si espri- 
me col tèrmine di grandezza pel* applicarle poi a 
qualsivoglia 'genere di quantità ^ la necessità di cal- 
colare la forza delle equìmoltiplici ; la conoscenza 
esatta della proporzione, vale a dire il mutuo stato 
di due grandezze dello stesso genere : e perciò che 
risguarda la quantità , escluso sempre il paragone 
dì finito a infinito , il modo di distinguere quando 
quattro grandezze abbiano la stessa ragione , va- 
le a dire il conoscere che còsa sia proporzione , 
quali siano le gt-andezze proporzionali, quali abbia- 
no fra se una uguale , maggiore , o minore propor- 
zione ; la dettagliata spiegazione dell' analogia ; Id 
necessità di tre termini per costituirla, la forza del- 
le permutazioni , conversioni, e composizioni . Nel- 
le quali materie egli raddoppia gli esempj, fa il pa- 
ragone coi tìulneri , e mostra la necessità di par- 
lar sempre di quantità dello stesso genere, non ri- 
sparmiando di osservare come Euclide cotiservi l'or- 
dine naturale delle cose , quali dati egli prenda , 
ed in quài luoghi degli altfi libri applichi le de- 
finizioni di questo^ che forma la scorta e l'appog- 
gio di quelli . Che se paragonare vogliamo questi 
cementi con quelli del Comandino ^ io trovo che 



Memorie ih G. U. del Monte 44'^ 

G. Ubaldo oltre ad una maggior chiarez2i« ed esten- 
sione, iihièce il pregio di analizzare sempre lo spi- 
rito dì Euclide , e far vedere la connessione dei 
princjpj da lui dimostrati; metodo utilissimo ai 
giovani e necessario a tenersi in questo libro. e': 
Passando ai teoremi , egli he dilucida vetìtà^' 
cinque: la vedére che qucstisoli ad Euclide àppar-- 
tengono , noli curandosi delle aggiunte di Apollo- 
nio e di Archimede, collazionate da Pappo, ^acr^ 
che si propose di nulla accrescere a quanto EugIì-^ 
de avea scritto. Avverte qui elle il greco autore 
mantiene in essi V ordine osservato nelle definizio- 
ni, trattando prirrta sui multipli ed equimultipli y 
poscia sulle proporzioni, e in fine sui loro diversi 
stati . Palesa la distinzione che conviea fare ptìr le 
quantità appartenenti a generi diversi ,1' uso della 
decimaquarta proposizione che può servir di lem- 
ma alla decimasesta e decimaottava; la inutilità di 
Una particolar menzione latta dal Comandino sul* 
la decimanona, riguardo alle ragioni Sesquiterzie , 
e vesquialtere, mentre Euclide la fece comurie a tul»- 
té; Tintefpretazione del — (juae binde siiriimantilr et 
in endem proportione — per T analogia ofditiatai 
che, come si riporta nella decimhrtoha definizione^ 
sigUiGcat che ire grandezze con cdtr'e dello stesso nii-^ 
mero siano fi a loro in ordinata analogia ; \ appli- 
cazione del teorema vigesimoprimo comt^ lemma del 
vigesinio terzo ; la necessità in cui si trovò Eucli- 
de di non collocarle il vigesimoquarto tra il deci- 
Uno e decimoquarto teorema, dove l'avrebbe ri- 
chiesto la materia , ma bensì ivi dove per la sua 
intelligenza necessitava la dimostrazione del vigesi- 
raosecondó ; e finalmente la chiarezza , \ ordine, la 
sublimità deir autore , da Cui tutti han dovuto* 
ricevere le basi dell' elementat geometria , iuvoiuta 



348 Scienze 

da prima , cavillosa , specialmente rispetto alla su- 
blime teoria de' rapporti e delle proporzioni . 

Gomentasi dal Comandino il n.*', 13.**, i4.% 
i5.°, i6.°, 30,°, 22.°, 23.°, e 25.° teorema, lad- 
dove G. Ubaldo tutti rischiara , ma più diffusamente 
l'ottavo, il decimonono e ilvjgosimo primo, come più 
interessanti e più meritevoli di un' anali(;i partico- 
lare. Il Comandino varie volte si limita alla so- 
la interpretazione del testo greco , e alV induzione 
dì alcuni corollarj, mentre G. Ubaldo curandosi so- 
lo della materia , e della materia trattata da Eucli- 
de, la sviluppa, la chiarisce, e non manca pur 
egli di trarne le opportune conseguenze , nelle qua- 
li va dietro all'autore e fa apprezzare le ascoste veri- 
tà che dalle stesse sue dimostrazioni ampiamente ri- 
fluiscono. Ci si ammira la maggior precisione nel 
richiamare in margine le proposizioni antecedenti, 
nel mantenere le stesse indicazioni di lettere e di 
numeri dall'autore adoperate, e più di tutto la mas- 
sima premura affinchè il giovane conosca lo spi- 
rito delle proposizioni , riassumendone opportunar 
mente il filo; la qual cosa omette quasi sempre il 
Comandino, ed anche allora quando il soggetto la 
chiederebbe per essere o complicalo od oscuro. In 
somma egli è questo un comento ragionato profi- 
cuo e non comune, che in faccia ai moltissimi di 
que' tempi, porta in se il carattere di uno scritto- 
re matematico e di un profondo indagatore delle uti- 
li verità; questi è un comento che se fosse sta- 
to esteso agli altri libri del Megarcsc , otterrebbe 
un'applauso generale dai dotti, darebbe un'incre- 
dibile facilità d' intendere questo celebre autore : e 
se venisse ora pubblicato , potrebbe forse gareggia- 
fe con qualche opera elementare dei moderni . < 
Ma quanto si disse circa al primo opuscolo, 



Memorie di G. XJ. del Monte 349 

altrettanto dobbiam ripetere e a più buon dritto 
pel secondo , il quale tratta della proporzione com- 
posta : opuscolo di venti pagine e del carattere del 
primo, ma in varj luoghi corretto, ed ampliato con 
delle annotazioni e aggiunte riportate in margine. 
Ognuno conosce di quale importanza sia nella geo- 
metria elementare la proporzione composta, e quan- 
to su di essa abbiano scritto i greci e i latini ma- 
tematici. E però un soggetto così degno non volle 
trascurare G. Ubaldo , ma limitossi a trattarlo per 
ciò che riguarda il senso della quinta definizione 
del sesto libro di Euclide , della vigesimaterza pro- 
posizione del medesimo . — Qui quidem sensus ah 
omnibus praestantissimis mathematicis eodem modo 
acceptus fuisse videtur (r) — Di lui scopo pertanto 
è solo il dichiarare cosa intender si debba per pro- 
porzione composta, e come la definizione sopraddet- 
ta del sesto libro di Euclide servir debba alla ri- 
gorosa dimostrazipne della vigesimaterza proposi- 
zione . 

( Sarà cpntinunta ) 






^1) Pagina piFima- .^ .. . . 






Sopra atmm esperienze eletpricJ^e^ lettera del prof es- 
■ ., s.or, Sayeiiu Borlocci , r// chiwis^imQ sigilo r pro- 
fessor £l(im/2nico Morichini . 



N. 



el giornale di fisica di Parigi del sig. Blainvil- 
le fu inserito ^pl mesp di maggio deiranno scorso 
r articolo di upa lettera del professor Moli, mem- 
3)ro deir istituto dei Paesirii^ssi, dire|;ta al j;e£l^ttore, 
in cui si 4à conto di qn e^pprip]ent0 elettrico, che 
a parer dell'autore sembra d^^id^^f^ h que!>]tione dì 
Bufaj^ e di Franklin s.qilla eleitfvJcit^ . Voi m'in- 
vitaste a ripeterlo, p4 iO', eecon,diaw4P il lodevole ze- 
lo che vi aniiiia per i pc^gpe^i^i dplla scien?;.^, noi> 
mancai di occuparmenie , pome or^ rilevcfete dai ri- 
sultati che qi^i vi presento ideila V^iQ ricerche . 

Ecco quantp 1 qijtofiB a,ccenr;ia nell i<^di<^«it'0 ar- 
ticolo. ,, Situate ( egli dice ) verticalmente fra due 
,, verghe di ottone isolate e terminanti in due glo- 
„ bi distanti uno o due pollici ujip dftff filtro una 
it foglia di stagno molto sottile , e fate passare da 
,, una verga alt altra la scarica di una forte batte- 
„ ria elettrica . La lamina di stagno si troverà per- 
ff, forata in due punti ^ ed i labri dei due fori saran- 
„ no diretti in senso inverso. Io confesso la veri- 
'» <à ( egli prosiegue ) che non so comprendere co- 
„ me la disposizione delle lacinie di questi duefo- 
„ ri possa spiegarsi col sistema di un solo fluido , 
„ e col semplice ristabilimento alt equilibrio . Per- 
„ che la esperienza riesca, conviene che la scarica 
„ sia forte , e la foglia di stagno sottile : se fosse 
,-, altrimenti 'non vi si formerebbero fori , ma sareb- 
„ bero visibili due impronte prodotte da un urtq eserf 
^, citato sulla duo faQGG, opposte della lamina - 



J^SPERIENZE ELETTRICHE 35 1 

,, Questa esperienza., ripetuta da Ercole Lefe-^ 
,, vre-Gineau , ebbe lo stesso risultato , né era a, 
„ notizia di alcuno dei Jisici J'rancesi ai quali fu. 
,, rappresentata., e neppure al sig. Tremerj., che pia 
„ di ogni altro si occupò in questo gemre di ricer-^ 
,, che. Ne ha però rammentata una il sig. Lefe^^ 
,, vre-Gineau., che ha molta analogia colla descrit- 
^, ta ., che consiste nel far passare la scarica a tia-r 
„ verso un quinterno di carta , ed in questo caso nel 
„ solo foro aperto dal passaggio della corrente elet-, 
„ trica., gli orli si scorgono rfvplti (n due serpsi op^^ 
„ posti , „ 

Non deve per verità giunger nuovo ai fisici 
elettrizzatori cjqesto fatto , e specialmente agi' ita- 
liani , giacché molti anni addietro il p. Barletti, 
uno dei difensori della ipotesi dei due fluidi, in una 
sua memoria inserita negli opuscoli scelti di Mi- 
lano , che porta per titolo Dubbj e pensieri sulle 
teorie di alcuni elettrici fenqrneni , rese palese un 
fenomeno consimile da lui osservato in una ban- 
deruola di ferro di un campanile jn Cremo^a, che 
percossa e perforata da un fulmine p^ese^tavj^ le 
lacinie dei fori rivolte in sensi opposti ; dal chp 
trasse egli argonientp à\ persuadersi della esistenza 
delle due diverse specie di el^t^tri^jtà vitrea ,e resi- 
nosa . È parimenti flotissi^ ^a psperienz^ f igprda- 
ta di sopra del si^, h^{ev\^^^ì^^^^ cìpl quinterno 
di carta trapassato da qp^ ?jcafiea elettnc,^, ;n4}PfHT- 
te 1 afflusso di due pprr^Rli si^^iqljt^flpe §4 pppostp; 
ina peraltro a pae ppi^ ^eJ^j^r^, ;?lie 4? gn^sj^i f^^i 
possa desumersi ^na |>r9V?, icppvi^ce^t^ e decjsiya 
in sostegno della ipotesi 4^i 4^e fìyidi . Ayeyo ftp- 
che io considerato, mplte yoj^p q^fisjtq f(^Rp{^|io nel- 
le sc^ricl^p elettripl^p a fraViersQ le jar^i^^ WP^aiU- 
ehe , p ^tf^i 4i ^^rtp : ^ yq.1 poi^Y» ìn UW» m'V* 



35a S e I E N z K 

ambiguità l'in feertczza deiresperienza, presentando- 
sì in alcuni casi le lacinie dei fori aperti dal pas- 
saggio della corrente elettrica in una sola direzio- 
ne, ed in altri in direzioni opposte. Per accertar- 
mi adunque della verità del fatto, e per verifica- 
re insieme le circostanze in cui accadono i due di- 
versi effetti, istituii le mie esperienze nel modo che 
vengo ora ad esporvi. 

Disposi l'apparato destinato a presentare le la- 
mine metalliche al passaggio della corrente elettri- 
ca nel modo stesso che 1' autore lo descrive , in- 
terponendolo air arco scaricatore di una batteria 
di otto piedi quadrati dj superficie in riiodo , che 
una grossa catena di ottone a varie fila poneva in 
comunicazione una delle due palle, alle quali si frap- 
poneva la lamina colla superficie esterna della det- 
ta batteria , ed altra catena di egual lunghezza e 
grossezza partendo dalla palla opposta serviva a 
formare il contatto colla superficie interna nel mo- 
mento della scarica . Ponendo pertanto in azione 
la macchina della nostra università a disco di Sa pol- 
lici , portai le cariche alla tensione di So.** dell' 
elettrometro di Henly , ed in ogni scarica osser- 
vai costantemente la laminetta di stagno frapposta 
alle due palle di ottone, distanti 1' una dall' altra 
di un pollice , trapassata nel mezzo da un foro di 
circa mezza linea di diametro , le di cuf falde si 
rivolgevano verso 1' armatura esterna della batteria, 
ed intorno a detta apertura altri fori sottilissimi al 
numero dì tre , e qualche volta anche quattro, le 
di cui lacinie tendevano tutte in senso opposto a 
quelle del foro principale . 

Interponendo alle due palle laminette sottili 
di altri metalli , gli effetti sotto la medesima ten- 
sione di 5o.** si osservavano piìi o meno gli stcs- 



E.sp:^Rir.\'ZE ELEiruif-HS 3r3 

si; e colla sola diiTerenza di essere i fori più dila- 
tali , e più spaziosi nei metalli meno at!i a con- 
durre la elettricità . 

Stringendo fra le due palle un quinterno di 
carta , e portando la carica alla medesima tensio- 
ne , neir unico foro formato dalla scarica le laci- 
nie si dirigevano in due sensi opposti . 

Aumentandola carica sopra i do.**, le laminet- 
te metalliche restavan fuse iiiLorno ai fori aperti dal 
passaggio della corrente elettrica , né somministra- 
vano in questi casi alcun indizio sulla direzione 
delle correnti . 

Ma peraltro diminuendo la carica, e portando 
la tensione non oltre i 3o.° dell'indicato elettrome- 
tro , disparve ogn' indizio di contrarie correnti, e 
sì nelle lamiuette metalliche , che nella carta un' 
unico foro appariva, gli orli del quale sempre erau 
rivolti verso larmatura esterna della batteria . 

Io presentava nelle indicale esperienze nn li- 
bero e spazioso transito alla coriente elettrica per 
mezzo di grosse fila metalliche , di cui , come di 
sopra accennai, era formato 1 arco metallico scari- 
catore . Diminuendo però la capacità dì detto arco 
con sostituire un sotti! ilio di ottono a quel tratto 
che congiungeva uno dei due globi di ottone colT 
armatura esterna della batteria , sempre visibilissi- 
mi io scorgevo gì indizj di correnti opposte sotto 
diverse tensioni, tanto nelle lamine metalliche chi; 
nelle carte perforate dalle schariclie elettriche. Eran 
poi molto più manifesti questi eifetti quando al det- 
to filo metallico sostituivo dei conduttori imper- 
fetti di seconda classe, come dell' acqua e dei li^ 
quidi ed altre sostanze , che dilticil transito pre- 
sentano alla corrente elettrica . 

Sembrami dunque che dalle indicate espcricu- 
G.A.T.IX. -^3 



334 Scienze 

7e possa dedursi, che le lacinie dei fori aperti dal 
pnssaggio dell'elettrico, le quali nei casi di sopra 
esposti si presentano in direzioni opposte, sono pro- 
dotte da un riflusso di una sola identifica corrente, 
la quale quando la carica è ridondante in modo , 
che la capacità della esterna superficie delle batte- 
rie non ammette tutta quella quantità di fluido elet- 
trico accumulata neirinterno di esse e nel condut- 
tore con cui sono a contatto, rigurgita, e reflui- 
sce in direzione contraria . Ed infatti accade di 
sovente , che un incauto osservatore nelle scari- 
che di forti batterie risenta gli effetti di tali riflus- 
si nelle commozioni che si solfrono sostenendo sem- 
plicemente colle mani, senza il soccorso di manu- 
brj isolanti, gli archi metallici scaricatori . 

Tale rigurgito non ha luogo nelle deboli cari- 
che quando l'arco scaricatore ha sufficiente gros- 
sezza e capacità , perchè ha libero campo V elet- 
trico di circolare, e diffondersi nella superficie ester- 
na della batteria che gli presenta sufficiente capa- 
cità , e le lacinie dei lori mostrano in questi casi 
la direzione della corrente elettrica, che dalla inter- 
na superficie si versa alla esterna nel suo ristabili- 
nìento all'equilibrio , 

Quando infine 1' arco scaricatore metallico non 
dà libero e spazioso passaggio alle scariche elettri- 
t;he , interrotta rimanendo la circolazione o da fili 
troppo sottili e di non proporzionata capacità , o 
da sostanze non conduttrici dell' elettricismo , i ri- 
flussi han luogo precisamente in quei tratti , ove la 
libera circolazione rimane impedita; come appunto 
accade allorquando un torrente turgido di acque si 
scarica in un alveo inferiore che, incapace di ac- 
coglierne la piena , produce dei rigurgiti in direzio- 
ni opposte al filo della principale corrente . 



Esperienze elettriche 355 

Se dunque T ipotesi di un solo fluido soddi- 
sfa anche alla spiegazione di questo fatto, su cui tan- 
to si appoggiano i fautori della teoria di Dufay: per- 
chè, moltiplicando enti senza necessità , vorrem noi 
abbandonare la teorìa frankliuiana, che illustrata dal 
Beccaria e dal Volta semplicemente ci guida al- 
la spiegazione di tutti quei fenomeni , che la elet- 
tricità naturale ed artificiale presenta alla conside- 
razione del fisico? 

Sono con parziale stima ed amicizia. 

S. Barlocci 



Ricerche chimiche sopra le chine-chine, di Pelle" 
tier e Caventou , lette ali accademia delle scien- 
ze il dì II settembre 1820. (a) 

Estratto . 

à^s^'^bbe difficile il poter numerare tutt' i lavori 
intrapresi dai chimici sulla corteccia peruviana per 
conoscerne i suoi principj costitutivi, e soprattut- 
to per determinare a quale di esse fosse dovuta 
la virtù febbrifuga di questa droga . Chi potrà pe- 
rò tacere la grande dissertazione di Fourcroy , eh' 
è stata per lungo tempo cousiderata come un mo- 
dello di analisi vegetale? L' esame di i8 specie di 
chine intrapreso da Vauquelin sarà ancor esso in 
ogni epoca rimarchevole non solo per la sua va- 
stità , ma per i risultati ancora ottenuti , avendo 
arricchito la chimica vegetale d'un nuovo acido, ed 
avendo dato i caratteri certi per distinguere le chi- 
— — i— Il I I 1 1 I III —— 1— 

(fi) Annal. de chim. et phys. Novembre 1820. 

t3* 



356 S e 1 E N Z K 

ne veramente febbrifughe . Sopra tutti gli altri pe* 
rò merita una particolare considerazione il lavoro 
di Gomès di Lisbona per aver fatto conoscere nel- 
la china un nuovo principio particolare , eh' egli 
chiama cinconino , a cui, secondo questo chimico , 
è dovuta l'azione che ha questa corteccia sull'eco- 
nomia animale . La «coperta degli alcali vegetali , 
in cui si è veduto che risiedono le virtù delle pian- 
te che li contengono , avendo sparse^ molti lumi 
neir analisi vegetale , Pelletier e Gaventou hanno 
profittato di questi per analizzare di nuovo varie 
specie di china afline di assicurarsi se il principio 
attivo di Gomès fosse ancor esso di natura alca- 
lina. Ecco r oggetto principale che hanno avuto in 
mira questi chimici in tali ricerche . Ma nel corso 
delle loro sperienze si sono avveduti, che le pro- 
prietà del cinconino sono intimamente legate a quel- 
le degli altri principj della china , per cui sono 
stati naturalmente condotti a studiare di nuovo tut- 
te queste sostan-ce; ciò che rende tanto più interes- 
sante il loro lavoro . 

Della china grigia ( cinchona condaminea ) 

lì primo scopo che hanno avuto in mira gli 
A. A. è stato di procurarsi il cinconino col metodo 
proposto da Gomès tal quale è riportato nel trat- 
tato di chimica di Thenard . Ben presto però si 
avvidero che la sostanza ottenuta in quel modo 
non era pura , ma conteneva una materia grassa . 
Istituirono allora un'altro processo, che è il se- 
guente : 

Abbiamo trattato a caldo i kilogrammi di chi- 
na grigia con/usa con G kilogrammi di alcool ret- 
tificato i abbiamo ripetuto quattro volte qucs£ opc" 



Ricerche sulle Chine - Chine Soy 

razione ; le tinture alcooliche sono sfate riunite p 
distillate per riottenere tutto V ale noi . Si è astuta 
la cautela di aggiungenti 2 k ilo grammi d^ acqua stil- 
lata , affinchè la materia sciolta nelT alcool fosse 
garantita dall' azione immediata del calorico dopo 
la separazione dell alcool . Ricevuta questa sostan- 
za sopra un filtro, era di un colore rossastro , dun" 
apparenza resinosa . Fu kiyata sul filtro medesimo 
con acqua leggermente resa alcalina con la potassa . 
Il liquido^ eh era passato aitraverso d filtro^ servì per 
prima acqua di lavanda avendovi aggiunto piima 
nuova potassa : dopo molti giorni di lavatura , e 
quando i liquidi alcalini passavano limpidi e sen^ 
za colore , la sostanza restata sul filtro fu lavata, 
con una quantità considerabile di acqua stillata. Ave- 
va essa un colore bianco-verdastro^ era fusibilissi- 
ma , solubile neir alcool , e dava dei cristalli • era 
questa il cinconino del D. Gomès , ed in tale sta- 
to aveva alcuni caratteri delle sostanze resinose :, ma 
sciogliendola in un acido diluito in moli acqiui , ab- 
bandonava una quantità considerabile di materia gras- 
sa d un color verde , che aveva tutt i caratteri della 
sostanza verde ottenuta per la prima volta da Lau- 
ber facendo agire immediatamente sulla china V ete- 
re solforico : 

Il liquore acido ( eli era V acido idro-dorico ) 
aveva un color giallo dorato : svaporato dava del 
cristalli solubili nell alcool e neìl acqUa . Il suo 
sapore era amarissimo ; precipitava abbondantemen- 
te con le soluzioni alcaline-^ i gallati , gli ossalati al- 
calini 'vi formavano precipitati solubili nelf alcool ce 
Fu trattata la soluzione con la magnesia pura , ag- 
giungendovi un leggero calore . 

Dopo V intero raffreddamento il miscuglio fu 
gettato sopra un filtro , ed il precipitato 7na^:i:Jsic«:o 



358 Scienze 

fu lavato con acqua . Questa sul princìpio era giai^ 
la , ma finì poi eoi divenire scolorata . Il precipi" 
tato magnesiaco lavato sufficientemente , e dissecca- 
to a bagno maria^ fu trattato a tre riprese con al- 
cool a 40.°/ liquidi alcoolici leggermente giallastri^ 
e d un sapore amarissimo^ per mezzo delt evapora^ 
zione hanno dato dei cristalli aghiformi d' un color 
bianco sporco . Questi cristalli disciolti di nuovo 
nelf alcool , e rimessi a cristallizzare , hanno depo- 
sto una sostanza cristallina bianchissima e splen- 
dente , eh' è il cinconino purissimo . 

Avendo riconosciuto gli AA. che questo prin- 
cìpio gode di proprietà alcaline, per conservare Tar- 
monia della nomenclatura hanno proposto di dar- 
gli la stessa desinenza degli altri alcali vegetali , e 
di chiamarlo perciò cinconino . Ecco quali sono i 
caratteri di questa sostanza . 

La cinconina ottenuta dalla soluzione alcooli- 
ca per mezzo d' un evaporazione lenta si presenta 
sotto la forma di aghi prismatici sciolti , dei qua- 
li non si può determinare la forma . Per mezzo (T 
un evaporazione più rapida viene deposta in forma 
di lamine cristalline , traslucide , che rifoangono la 
luce . 

ìE" pochissimo solubile nell'acqua ; per iscioglier- 
si richiede due mila cinquecento volte il suo peso 
di acqua bollente : per mezzo del raffreddamento la 
soluzione diviene leggermente opalina , locchè prova 
che la cinconina è ancora meno solubile nelV ac- 
qua fredda . 

Ha un sapore amaro particolare , che tardi si 
sviluppa , ed è poco intenso attesa l insolubilità 
di questa sostanza . Unita però la medesima agli aci' 
di , e resa perciò più solubile , è allora amatissi- 
ma , ed astringente come una forte decozione di chi- 



( 
Ricerche sulle Chine - Chine Soq 

na ; sebbene ques£ ultimo carattere sia meno inten- 
so , essendo esso particolarmente dovuto nella china 
ad un altro principio . La cinconina esposta alt aria 
non prova alcun alterazione ; dopo molto tempo pe*- 
rò assorbe dell acido carbonico , per cui se si sciol- 
ga allora in un liquido acido produce una leggera 
effervescenza . 

Esposta alt azione del calorico in vasi chiusi 
non si fonde prima di decomporsi . I prodotti che 
somministra con la distillazione a fuoco nudo sono 
{quelli , che danno in generale le sostanze vegetali 
non ajotate . Distillata in un apparato conveniente 
con lossido di rame dà de U acqua e delt acido car- 
bonico . È dunque composta di ossigeno^ idrogeno, 
e carbonio in una certa proporzione senza contener 
re azoto . Bruciata col nitrato di ammoniaca non. 
lascia alcuna traccia di sostanze minerali alcaline o 
terrose. 

La cinconina è solubilissima nel t alcool^ soprat- 
' tutto per mezzo del calore ; una soluzione alcooli- 
ca , satura alla temperatura delt ebullizione^ cristalliz- 
za per mezzo del raffreddamento : queste soluzioni 
alcooliche sono amarissime ; ciò che prova semprep- 
pia che la poca amarezza della cinconina pura na- 
sce dalla sua insolubilità . 

Si scioglie la cinconina ncltetere ; è però mola- 
to meno solubile in questo liquido che nelt alcool 
soprattutto a freddo. Si scioglie ancora , sebbene in 
piccolissima quantità., negli olii fissi o volatili , al- 
meno nelt olio di trementina . Queste soluzioni sono 
amare . Z' olio di trementina saturo di cinconina ad 
una temperatura elevata , /' abbandona iìi gran par- 
te sotto forma cristallina per mezzo del raffredda- 
mento : non così accade allorché è sciolta tic^ìi olii 
fissi . 



óGo Scienze 

Le proprietà che hanno indotto gli AA. a riguar- 
dare la cinconina come una sostanza alcalina, sono 
il ridonare il color blu al tornasole arrossato da 
un acido , ed il Ibrniare combinazioni neutre con 
lutti gli acidi anche minerali più torti senz' aver 
alcun' azione sulla tintura di tornasole : finalmente 
ciò che dà una prova maggiore dell alcalinità della 
cinconina è, a seìitimeuto degli AA., il modo con cui 
questa sostanza agisce sul jodo . Trattando la cin- 
conina col jodo e coir intermezzo dell acqua , si 
ottengono gli acidi jodico e idi iodico , che resta- 
no combiuati con la cinconina allo stato di sai 
neutro . 

Dall'esame della cinconina sono passati gli AA. 
a studiare le combinazioni di quest alcali con gli 
acidi. 

L'acido solfòrico forma con la cinconina un sai 
neutro solubilissimo, che cristallizza facilmente in 
prismi a 4 lati" e terminati da un faccia inclinata. 
Questi cristalli sono un poco lucenti , flessibili , e 
xli un sapore amaiissimo , sono solubili nel!' alcool, 
mn non nell etere ; ad una temperatura poco su- 
peiiore a quella dell' acqua bollente si fondono co- 
me la cera ; riscaldati ad un grado maggiore si de- 
compongono . 

11 solfato di cinconina analizzato col metodo 
esposto nella loro memoria, sulla stricnina, contiene: 

Cinconina loo 

Acido solforico i3 , 0210 

Ovvero : 

Acido solforico 100 

Cinconina ■ — 7G8 , oG4G 



Ricerche sllle Chine - Chine y,Gi 

L'acido idroclorico sì unisce con la cinconi- 
na , e forma ancor esso un sale neutro solubilissi- 
mo , che può cristallizzare in aghi riuniti, di cui 
è impossibile di poter determinare la forma . L'idro- 
clorato di cinconina si scioglie neifalcool , e qual- 
che traccia ancora nelf etere sollbrico ; si fonde ad- 
una temperatura in priore a quella delf acqua bol- 
lente . Qifesto sale è composto di : 

Cinconina loo i 

/Acido idroclorico 9, o35 

I risultati del calcolo dedotto dall'analisi del sol- 
fato , e che gli AA. credono più esatti , sono : 

Cinconina 100 

Acido idroclorico 8 , goi 

Per preparare il nitrato di cinconina bisogna 
far uso d' un acido nitrico molto allungato, poiché 
se questo è concentrato reagisce sugli eicnienti del- 
la cinconina . Allorché la soluzione è molto con- 
centrata, sia a caldo sia a freddo, si separa una por- 
zione del nitrato sotto forma di gocce d'un' appa- 
renza oleaginosa ,' le quali ad una temperatura bas- 
sa assomigliano alla cera . Questo carattere distin- 
gue eminentemente la cinconina dagli altri alcali 
organici. Differisce ancora dai nitrati di stricnina, 
di morfina , e di brucina per la propiietà di non 
divenir rosso con un eccesso d'acido nitrico. 

L'analisi dirotta del nitrato di cinconina non 
è stata fatta ; ma siccome questo sale è neutro , 
sono state stabilite col calcolo le proporzioni se' 
gli enti . 



)6a S e I E N 



% S 



Cinconina — •— — - loo , ooo 

Acido nitrico 18 , $94 

I! fosfato di cinconina è solubilissimo, e cristal- 
lizza dilficilmente; ordinariamente si dissecca senza 
cristallizzare, e si presenta sotto la forma di lami- 
ne trasparenti . 

L' acido arsenico forma con la cinconina un 
sale neutro solubilissimo, che con grandissima dif- 
ficoltà cristallizza. Non v'ha dubbio ch'esso sia 
venefico come tutti gli arseniati . 

L'acido acetico scioglie la cinconina, ma il li- 
quido resta sempre acido ancorché vi si aggiunga 
un eccesso di alcali , mentre questo si depone al fon- 
do . Evaporando quest' acetato si ottiene una so- 
stanza salina sotto forma di piccoli grani , o pa- 
glietle traslucide. Questi piccoli cristralli lavati non 
sono più acidi, ma sono ancora poco solubili . La 
loro soluzione nell'acqua aguzzata con un poco d'aci- 
do , ed evaporata lentamente somministra una mas- 
sa d' un' apparenza gommosa , la quale trattata con 
un poco d acqua fredda dà un acelato acido che si 
scioglie , ed un acetato neutro , che resta al l'ondo 
del liquido . 

L acido ossalico forma con la cinconina un sai 
neutro pochissimo solubile a freddo, quando non vi 
sia un' eccesso d' acido . Si può ottenere facilmen- 
te versando l'ossalato di ammoniaca in un sale di 
cinconina neutro , e solubile . Si forma un pre- 
cipitato bianco insolubile nell' acqua fredda , che 
si ridiscioglic in un eccesso d' acido, solubilissi- 
mo neir alcool soprattutto a caldo , dal quale 
pelò in parte si precipita per mezzo del raffred- 
damento . 



Ricerche sulle Chine - Chine 363 

Finalmente la cinconina si unisce ancora con 
gli acidi tartarico e gallico, e forma con ciascu- 
no di questi acidi dei sali poco solubili . Il galla- 
to di cinconina si scioglie un poco più facilmente 
a caldo, e la sua soluzione per mezzo del raffred- 
damento s' intorbida e diviene lattiginosa. Dopo 
però alcune ore ritorna ad esser trasparente , e si 
trova allora il gallato di cinconina precipitato sot- 
to forma di piccolissimi cristalli granulari traslu- 
cidi attaccati alle pareti del vaso» . 

( Sarà continuato ) 



364 

LETTERATURA 



Dionigi cC Aìicanxasso , intorno lo stile ed altri mo- 
di di Tucidide ec. ( Articolo terzo . V. i volu- 
mi XIV p. 257 , e XX.VI p. 219. 

i.1 è qui si rimane T ulililà di questo artificioso 
proemio . Peichè la storia greca essendo tutta me- 
scolata con meraviglie d'eroi e di numi, Tucidide 
pone ivi ogn' ingegno nel sequestrare le favole dai 
fatti, affinchè la storia, ch'è la ministra della veri- 
tà, non si faccia la mezzana della bugia . Dice egli 
stesso : che gli uomini tengono per vera la fama del- 
le cose senza punto disaminarle : e loro basta die 
sieno del tempo antico . Onde il vero è stato sem- 
pre cercato con assai negligenza . Ma chiunque da 
segni dati da me 'vorrà giudicare delle cose da me 
narrate , non potrà entrare in errore ( i ) • Per tal 
modo egli laulore scuopre le ragioni del suo lavo- 
ro . E , narrando di Minosso e degli oracoli e di 
Troja , segna quel parti mento che divide i buoni 
racconti degli antichi annali dalle istorie fantastiche 
de' poeti e de gcrolanli. Dal quale accorgimento di- 
scende un alto pregio in Tucidide, che fu il primo 
a rischiarare alquanto una parte della vecchia sto- 
ria , la quale in Erodoto in Ecateo e negli altri 
era tutta piena di novellette e di sogni . E questa. 



(1) Tue procin. hist. 



Dionigi d' Alicarnasso 30^ 

e non altra, è la più nobile qualità per cui egli sia- 
si fatto singolare dagli a'tri . 

i5 Perchè si paragonino i tre principi della gre- 
ca storia: cioè Erodoto, Senofonte, ed esso Tuci- 
dide ; e si vedrà che questi in nulla cosa tanto si 
lontana da quelli , quanto nell' amore del nudo e 
semplice vero . Perchè Erodoto scorge in ogni vi- 
cenda un suo Giove maligno , inimico dell' uman 
bene , che senza ragione alza gF imperii al colmo 
d'ogni gloria, e senza ragione li trabocca al fondo 
d'ogni calamità . Senofonte vede la matta fortuna 
che gira la sua rota: e non sa ella il perchè né del- 
la sua voglia, né del suo lavoro. Ma Tucidide nel 
crescere e nel dechinare delle nazioni null'altro cer- 
ca né mostra che gli errori e le virtù dei re, dei 
popoli e degli eserciti . In questa guisa tutto é in 
Erodoto superstizione: in Senofonte è destino: e nel 
solo Tucidide tutto è prudenza civile congiunta col- 
la ragione delle cose. Così mentre gli altri servo- 
no alle fantasie ed al volgo, egli giova coloro che 
non aprono le storie per lo diletto della mente, ma 
per guidar bene la repubblica, o per innalzar l'ani- 
mo colfesempio de' valorosi . Per la qual cosa egli 
merita tanto piiì lode, quanto più la gloria degli 
autori fondasi nella utilità de leggenti: e 1' officio 
di chi narra è tutto nella narrazione del vero. Per- 
ché quantunque ogni arte sia fatta per conseguita- 
re la verità, la quale è il polo del nostro corso : 
pure l'istoria è quella che più da vicino le pertie- 
ne e più la conserva, e più la spande per maggio- 
re spazio così di mondo come di tempo. La poe- 
sia la dipinge meschiata al falso ; la retorica la dà 
a credere; la metafisica ce ne porge una cognizione 
ideale : e la sola dimostrazione de' fatti ce ne fa cer- 
ti; ma i latti e in certezza loro si farebbero cos^ va- 



366 Letteratura. 

na , dove la storia non li travasasse d'una terra in 
un altra , e dall' un secolo ne' seguenti . Quindi fu- 
rono per gli antichi sovra ogni cosa lodati gli an- 
nali: che scritti dai sacerdoti in Egitto, e da' pon- 
tefici in Roma , stavano nella custodia della reli« 
gione . 

Quelli , dice il filosofo , tutto liberamente par- 
lavano alla patria , perdi' ella imparasse da quel 
eh' è corso e passato , di conservarsi nello avve- 
nire . La quale dottrina fu già si cara a' lace^e- 
raoniì , che fatti accorti per prova , che in amplian- 
do r imperio assai perdevano tuttavia della bontà 
de' costumi , né signoreggiavano i lor vicini senza 
esser servi di molti vizii : con una nobile grandez- 
za d'animo, quale a Licurgo si conveniva, noume- 
no allegri si liberarono di tal dominio che altri far 
soglia di servitù (i) . Questi beni coglievano dalle 
cronache que' savii . Ma ora s'è perduto quell'one- 
sto modo , che pur durava ne' secoli del ferro : ed 
anche nel buon tempo de' Villani e de' Malispi- 
ni . Che se però si seguisse, non sarebbe indegno 
del senno italiano : e sarebbe forse libero il mon- 
do da tante storie or lusinghiere , or maligne , 
e quasi sempre presuntuose e bugiarde . E co- 
sì questa usanza ottima ed antica mostrerebbe ai 
tardi posteri la verità delle cose nostre : fareb- 
be che i rei meno si confidassero nelle loro ar- 
ti maligae : e che i buoni aspettassero il tardo e 
certo premio della virtù dalla giustizia de' nepoti e 
del tempo . 

iG. Ma è da tornare là onde ci partimmo , e 
seguire Dionigi, e conchiudere : che male si con- 



(i) Spec. dict. hist. Z47> 



Dionigi d' Alicarnasso 367 

dannò in Tucidide quel meraviglioso proemio , iu 
cui fu egli il primo fondatore della storica verità. 
E se lo empiè di origini, e di fatti eroici disciol- 
ti dalla oscurità e dalla menzogna , egli ne fu pu« 
ve lodato; e piacque l'esempio : e gli altri storici 
lo seguirono . Che nel principio delle loro storie 
non iscrissero già glindici delle materie, siccome 
insegna la scarsa musa di Dionigi; ma vollero de- 
scrivere le origini, i luoghi , i popoli e le più na- 
scoste memorie che ne restavano . E così abbia- 
mo ne' latini e negli altri greci : e ne' cronisti me- 
desimi de' più rozzi tempi: che le prime carte sem- 
pre consumarono narrando o di Fiesole, o di Troja, 
o di Roma. E per non tacere finalmente de' più 
lodati, basti l'esempio del segretario fiorentino: il 
quale nelle storie della sua repubblica tutto adope- 
rò il primo libro nel raccontare la caduta del roma- 
no impero, le incursioni de' barbari, le origini del 
regno di Napoli delle crociate e de' feudi , e i tu- 
multi di Roma, e i casi di tutta Italia e della più 
gran parte d'Europa ; prendendo poi a parlare nel 
solo secondo libro la fondazione di quella Fiienze, 
ond' egli ha in animo di registrare le memorie . Ne 
alcuno è sì avverso a ragione, che danni quello scrit- 
tore per lordine di quel primo libro; il quale è an- 
zi da tutti tenuto in conto di artificioso e bellissi- 
mo . Ma finalmente diremo cosa quasi non credibi- 
le, ed è: che il modo trovato da Tucidide è quel 
medesimo che fu poi imitato dallo stesso Dionigi 
ne' suoi libri della romana istoria . Talché si cono- 
sce che in questo luogo l'affetto del censurare lo 
fece dimentico non che d'altrui , ma di se stesso . 
Perchè aprasi quel suo primo libro : e si vedrà che 
per narrare le venture di Roma ei prende il discor- 
so dagli antichissimi abitatori d'Italia: e cerca de- 



303 Letteratura 

'•gli enotrii, degli aborigeni e de' palasgi: e ne reci- 
ta i viaggi , le venute e le fughe; e ne segna le va- 
rie sedi: e vuolis che i romani sieno di ceppo gre- 
co, cercando così di far bolla lusinga a' suoi citta- 
dini , e m "dicare con questi unguenti la ferita el 
dolore della loro schiavitù . Solo in una parte si fu 
diverso a Tucidide : che questi cioè è stretto , ra- 
pido, e ad ogni parola s' affretta a quel termine in 
cui cominci a narrare i fatti del Peloponneso ; e 
Dionigi tutto cerca sottilmente, e copiosamente, e 
alla lunga, e pare che più non ricordi la sua promes- 
sa del raccontare i gesti di Koma: ma solo voglia 
scrivere un libro delle italiche origini e delle pe- 
lasghe . A questi termini ci mona il martello e la 
furia del censurare : che mentre accusiamo la pa- 
glia nell'occhio del vicino, non veggiamo la trave 
eh' è già entrata nel nostro . 

ly. Qui terminandosi 1 una parte del trattato 
di Dionigi, siamo venuti all' altra . E come quel- 
la fu dintorno le cose, così questa è dintorno le 
parole . 

Entrando adunque il buon retore a parlare del- 
lo stile , ferma primieramente quelle dottrine , che 
già furono comuni a tutti i greci maestri . Le qua- 
li si riducono a due principalissime: luna, che i vo- 
caboli bene si scelgano: laitra, che bene si congiun- 
gano . E noi pure crediamo che da questo penda 
tutta la legge del dire , e la gloria degli eloquenti : 
perchè le altre qualità d' una perfetta sciittura si 
derivano più tosto dall'arte del pensare che da quel- 
la del dire . Quindi il nostro retore ragiona alquanto 
su queste due dottrine, e le divide, e le suddivi- 
de , e mostra gì insegnamenti che le conseguono . 

Si la pos(ùa a parlare degli antichi storici: an- 
Ai di quegli antichissimi , la memoria de' quali s'« 



Dionigi d' Alicarnasso 3G9 

già nascosta nel tempo; ne sa dire se i libri loro 
l'ossero aspri e rozzi , ovvero piani e magnifici. Ma 
procedendo infino a quelli che fiorirono inanzi la 
guerra del Peloponneso , ne fa quella stima che noi 
l'acciamo de' nostri autori del trecento ; dicendo , 
eh' elli furono meglio lodati per l'uso de' vocaboli 
che per altra bontà ; che i loro periodi erano d uno 
andare schietto e soave , senza alcun fumo d arte: 
la loro lingua pura, chiara , breve , sempre acco- 
stata al dialelto dello scrittore: che non vedevan- 
si in quelle carte le virtiì che poi furono trovate 
cogli artifici! : o se pure vi si vedevano , elle erano 
tenui e rare ; e quindi rare e tenui erano la gravi- 
tà , la magnificenza, il sublime . Gare di concio- 
ni non v'erano : non peso di sentenze : non affetti 
che incitassero gli animi : non finalmente quegli spi- 
riti sollevati , e fatti per la battaglia , pe' quali mo- 
vesi il mirabil impeto dell' eloquenza . 

1 8. Da quest' ordine di scrittori egli sotragge 
Erodoto • solo : che non di meno fu simigliante agli 
antichi nel difetto delle concioni ; ma in ogni altra 
condizione si dipartì da quel modo stretto e digiu- 
no: e delle migliori doti fu ricco più che in estre» 
mo: creando una tal sua prosa così venusta e leg- 
giadra, che disgradò ogni poesia la più gentile. Da 
iirodoto viene il censore a Tucidide: meschiando le 
lodi alle riprensioni : ma non tanto che la misura 
dell'amaro non vinca quella del dolce. Specialmente 
dove pone , che le parole di lui tenessero troppo dell' 
antico e del pellegrino: e le loro collocazioni ne fa- 
cessero l'armonia più tosto rotta e chioccia, che ro- 
tonda e soave. Ma non ci lasceremo noi andare cie- 
camente dietro l'autorità di Dionigi. 

Diremo adunque che alcuna parola antica acqui-^ 
sta spesse volte assai grazia alle nobili ed alte seri t- 



3to JLettera-tura 

ture, speciaìmente ove sieno d' istoria. Da che sap-? 
piamo che nel buon tempo <li Cesare e di Cicerone 
le storie pon liticali erano scritte colle solenni e gravi 
parole dell' antichità : onde la riverenza di que' vo- 
caboli accrescesse la dignità di que' libri tutti pieni 
di voti , di giuochi, di sacrificii, e di patrie glorie: 
e perciò sovr essi il consolo e Scapitano si consi- 
gliavano della guerra , della pace , e d'ogni caso del- 
la repubblica. Pei quale principio si dee dire , che 
alcuna maggior libertà è da concedersi allo storico : 
e non è da otìfendersi per poche voci e forme, che 
^Icupo eccellente abbia scrivendo rinverdite e rifio- 
rite neir usQ. Perchè se buono è il rinnovare ogni 
bella memoria de" latti andati , è anche buono il 
rammentare talvolta! a nepoti quelle parole degli avi, 
le quali essi hanno smarrite con danno della elo- 
quenza , ed anche del comun favellare: dove assai 
volte hanno posta 1 altrui barbarie nel luogo in che 
sta vasi la loro civiltà; simigliando colui che di- 
menticate le porpore ed i velluti che sono nella sua 
casa, cercasse il cencio del poverello per nasconde- 
re la nudità. Vero è, che in quest' uso delle paro- 
le vecchie vuoisi grande parsimonia e gran senno: 
senno, da che non tutte hanno la virtìi di rinascere 
dopo morte : parsimonia , da che se fossero troppo 
fitte , farebbero il parlare o squisito od oscuro: e 
quindi gì' idioti io direbbero strano, e i filosofi pue- 
rile. Ma non sappiamo credere che se Tucidide fos- 
se caduto in sì enorme colpa , Demostene avrebbe 
cercato d'imitarlo con sì fina cura; Demostene, di 
cui Cicerone djsse: che solo egli sorpassa ogni ot" 
timo in ogni genere di eloquenza. 

i[). l^er le quali cose dee sospettarsi che Dioni- 
gi sia caduto in lallo, anche in questa accusa del-' 
le parole. Siccome certo è caduto , laddove ne «le* 



Dionigi o'Alicarnasso Sti 

cusa le congiunzioni come chiocce e moleste. Men- 
tre Demetrio Falereo, il discepolo di Teofrasto, l'udi- 
tore di Escliine e di Licurgo , Demetrio Falereo lodò 
Tucidide per questa medesima condizione che daDio- 
nigi è dannata. In^perocehè egli dice, che veramente 
da quella moderata asprezza venne quella sua tanta 
magnificenza. Così è scritto alla particella trigesima: 
Tucidide sfug<^e ove puh la struttura piana & 
soave : e pare uomo che spesso intoppi come chi per 
via scabra va. Così quando disse — E VER^iiaEN- 

TE SALVO DA TUTT ALTRI MALI QUELL ANNO 

ASSAI FU — disse asprameììie. E più dolce avreb~ 
he detto — E veramente quell anno^ in cio^ 

CH ALL altre malattie s' appartiene , FU 

MOLTO SANO — Ma cJù togliesse quel pò di asprez- 
za^ ecco torrehbe tutta la magnijicenza . La quale 
procede così dalt aspra composizione , qome dalC as- 
pr^ voci. Quindi Tucidide anch' egli adoperò accen- 
ti crudi ^ e pia volentieri scrisse stridore che cri» 
X)o: più volentieri scisso che infranto: sempre ac- 
compagnando la composizione colla voce , e la voce 
calla composizione. 

Ora si paragoni questa dottrina di Demetrio a 
quella di Dionigi t e veggasi come sia vero ciò che 
dicemmo: cioè che Dionigi di là trasse biasimo, 
onde i migliori tolsero da lodare e da proporre in 
esempio. Perche bellissimo è questo insegnamento 
dello scegliere voci ruvide , e dell' unirle ruvida- 
mente in que' luoghi dove 1 autore dee significare 
cose lontane dalla mollezza e dalla soavità. E Tu- 
cidide quindi finì col monosillabo quel periodo eh' 
ei volle rigido. Il che bene conobbe quel sovra- 
no ingegno dì Virgilio , che ancora è il maestro di 
tutti coloro che sono giunti al dit'iicile segno dell* 
Qttimo. Perchè ne'luoghi magnifici che richiedevano 



3^2 Letteratura. 

struttura aspra, terminò anch' egli per monosillabi, 
seguendo la greca scuola. E se dipinse il grande 
orrore della tempesta , scrisse : 

Praeruptus aquae monsì 
se lo sdegno divino 

Asjersa Deae mens: 
se il volar della notte 

lìuit Oceano nox. 
Né può vedersi composizione più scabra di quella, 
con che dipinge Messenzio intrepido allo scontro 
di Enea: 

. . . manet imperterrìtiis ììle 

Hostem magnanimum opperiens , et mole sua stat^ 

Del quale avviso fu pur Cicerone, che adira- 
to contro l'avversario sclamò : ignoras haecl Men- 
tre in altro luogo , schivando col suo dolce stile la 
nota aspra, avrebbe detto: haec ignorasi Ma, con 
queir acuto suono da ultimo , bene imitò l' acerba 
voce dell' iracondo. Così il Boccaccio in Catella : 
Reo e malvagio uom che tu se I Nel qual luogo que- 
gli ultimi monosillabi 1' uno suU' altro ajutano mi- 
rabilmente r impeto di quel grido. Ma se in vece di 
reo uom che tu sé' , avesse detto tu sei malvagio , 
ecco a un tratto scemata la gagliardia per la man- 
canza di queir asprezza che viene da' monosillabi 
e dall'accento. E siccome rigida è la materia, co- 
sì lo sono in Boccaccio le voci e i legamenti loro, 
dove dice : // Rossiglione smentato con un coltello 
il petto del guardastagno aprì : e con le proprie ma- 
ni d cuore gli trasse. Né in meno rigide parole si 
rivolse alla donna , dicendole : E sappiate di certo 
eh' egli è stato desso : perciocché io con qu£ste mar 



Dionigi d' Alicarnasso S^S 

Hi glielo sfrappai , poco astanti cK io tornassi , dal 
petto. 

20' E Dante, il buono imitator di Virgilio, al- 
lorché volle con noba magnifica significare Anteo , 
che si rialzò dopo averlo deposto nel più fondo in- 
ferno , adoperò anch' egli I" artificio del monosillabo 
di Tucidide, cantando; 

Né sì chinato lì fece dimora^ 
Ma come albero in nave si levo^ 

E tanto è vero che Dante seguì questa dot- 
trina del Falereo, che dopo questi vèrsi chiaramen- 
te r espose. Avvegnaché disse di cercar rime aspre 
e chiocce , quali si convengono a quella trista fossa 
che serra Lucifero t ed ivi chiamò Tajuto delle mu- 
se , perchè il dire non fosse diverso dal fatto. Che 
se con questo intendimento ci volgeremo al vige- 
simo ottavo canto di esso (inferno , vedrassi come 
ivi r acerbità delle imagini s' accompagni a quel- 
la de' vocaboli e delle armonie. Sicché quell' om- 
bre smozzicate ti paiono colorite alla maniera di 
Michelangelo, quando non pur dipinge, ma intaglia- 
E dopo avere uditi quegli orridi vocaboli di m/- 
Tjugia , di corata , di tristo sacco con quel che se- 
gue ^ odi colui , che 

. . . con le man s' aperse il petto 
Dicendo : or vedi com' io mi dilacco * 

Il qual dilacco in ogni altro luogo sarebbe vo- 
ce bruttissima : ma quivi è un tocco del terribile 
Buonaroti , 

Poi ti viene avanti il Mosca, sì che lo vedi : 



3^4 Letteratura 

Che avea ì una e f altra man mozza , 
Levando i moncherin per laura fosca 
Si che 7 sangue facea la faccia sozza . 

Ma non saremo infiniti. Solo non taceremo di quel 
luogo del canto xxix , in cui la più misera e fie- 
ra imagine è sottoposta cos-ì agli occbi della men- 
te per Tartiiìcio de' suoni e delle voci , che non ve- 
de meglio chi vede il vero . Si hanno a mostrare 
due lebbrosi , e la loro sconcia e fastidiosa pena . 
Eccoli . 

Io vidi due sedere a se appoggiati , 

Come a scaldar s appoggia tegghia a tegghia» 
Dal capo a' pie' di schianze maculati . 

E non vidi giammai menare stregghia 
A ragazzo aspettato da sigrtorso , 
Né ida colui che malvolentier vegghia : 

Come oiascun menava spesso il morso 

D(il' ungliie sovra se, per la gran rabbia 
Del pizzicor che non ha più soccorso. 

E sì traean giù Tunghie la scabbia , 
Come colte! di scardo va le scaglie , 
O d'altro pesce che più larghe Tabbia * 

Noi così veramente veggiamo que' due miseri 
in questi versi , che più non vi bisognano gli oc- 
chi, ed il ribrezzo ce ne corre pel sangue . Ma se 
ancor se ne voglia conoscere la ragione , si vedrà 
chVlla è primamente riposta nella scelta de' vocaboli 
di suono scabro: fegghia^ schianze^ ragazzo, signor- 
so, vegghia , rabbia^ pizzicor , scabbia, unghie, coltela 
scardo\> a , scaglie: e poi da' paragoni tutti scelti da 
suggetti vili '. e dalla tegghia sovra la tegghia , e dal 
ragazzo della sfalla , e dal coltello che trae le scu- 



DiONiGi d*Alicarnasso 3«5 

glie: e finalmente dal collegare quéste imagini e 
queste voci cori armonie convenienti a loro . ISè 
Certo si porlno udire suoni veri piÙ di questi : 

' • • ' ^^ndvd spesso it morso 
Dell'unghie sovrd se per* la grati rabbia 
Del pizzicar . 

é di questi * 

E sì iraevan giù t unghie tà scabbia , 
Come cokel di scardom te scaglie. 

tenesti artificii degli scrittofl afltichi sì fanno igiio- 
ti, quando Tarli trabboccano iu certe leggi fanta- 
stiche, tutte lontane dalla casta e difficile natura 
Quindi i sonettierì della passata generazione si git- 
tavano sopra Dante, e lo stracciavano siccome bar- 
baro . E siccome èssi avrebbero descritta la lebbra 
simigliandola alle rose ed ai fiorellini del bosco e 
chiamando li zefiretti di tutt' Arcadia a temperarne' U 
fiioco, così non seppero intendere né Dante né Tar- 
tificio suo, che ad una cosa sovra l'altre intese col 
suo grande stile, cioè : ad ajutare in tutto l'imagi- 
ne col vocabolo , 

Sì che dal fatto il dir non sia diverso . 

Ma assai confutammo Dionigi colle dottrine del Fa- 
iereo , e gli eSempj de' più celebrati maestri . 

21. Udiamo accusa novella . E quale? di trop- 
pa diligenza. E perchè? Perchè Tucidide ponesse 
ventisett anni interi nello scrivere soli otto libri. 
Oh genere d'accusa veramente novello ! Anzi così 
maligno che il confutarlo snrebbe atto indegno del- 



o 



'jG Letteratura 



la filosofica gravità . E perciò passiam oltre; ma non 
senza lodare Tucidide , e in lui tutti que' diligen- 
ti autori, che col timore della pubblica luce mo- 
strano la loro Sapienza , e la cura della buona glo- 
ria , e il desiderio di giungere* a' lor nepoti . E co- 
sì il siigello di questo esempio disinganni quella 
gran turba di autori, che scrivono, al modo degV 
improvvisanti , ciò che loro detta il poco sapere 
e il guasto ingegno: e senza molto rivoltare di car- 
te si credono nati a lordare e correggere tutte le 
carte dell' universo . Pel quale esempio si ragiona, 
che Tucidide ponesse più tempo a scrivere un pe- 
riodo , che costoro non pongono ad impiastrare un 
volume. Ma chi lento sorge, lento pur cade: le co- 
se in fVelta venute, in fretta pure si partono: ed 
il giorno del loro nascere è spesse volte indiviso 
con quello del lor morire. 

22. Il nostro Alicarnasseo seguitando afferma, 
che quattro belle qualità fanno a* Tucidide uno sti- 
le proprio e singolare. Elle so^o: vocaboli usati e 
congiunti alla poetica: varietà nelle figure: austerità 
nel numero: e brevità nel significare . E quindi con 
ardita metafora ei dice : che furono colori di Tuci- 
dide faceibo, il denso , l'amaro , il ruvido , il ga- 
gliardo, il grave, il terribile; e che l'eloquenza di 
lui massiman:enle era fatta per isvegliare ne' cuori 
gli affetti più meravigliosi. Per ciò conchiude, che 
dove il suo potere fa pari passo col suo volere , 
egli stampa una orazione eletta , compiuta e che 
può dirsi divina . Ma quando le forze poi non gli 
bastano , e que' suoi nervi si stancano per la trop- 
pa rapidità, allora il suo dire si fa dubbio ed oscu- 
ro . JNè per questo capo ci discosteremo dal ripren- 
ditore di Tucidide . Perchè quantunque la bre- 
vità sia uno degli elementi della eleganza , pure 



BioifiGi d' Alicarptasso 3^'2 

quand'ella' è soverchia si fa elemento dell'oscurez- 
za . Dicono i retori che per due modi acquistasi 
essa brevità. L'uno, usando voci assai proprie; Val- 
tro , adoperando lelissi , o sia il tralasciamento . 
Dal che vogliamo fare una osservazione assai age- 
vole a farsi , ma pur non fatta: ed è questa. Che 
la brevità, la quale procede dal modo primo, non 
può mai farsi viziosa: ma quella che viene dal mo- 
do secondo , cioè dal tralasciamento , è di assai dif- 
ficile uso . Che se le elissi sono fiori dell'eloquen- 
za , elli somigliano certo a que' fiori che spuntano 
suir orlo delle rupi : che non si odorano - senza ri- 
schio del coglitore. <■..■■ 

23. Da questa seconda maniera dunque si de- 
riva troppo sovente la brevità di Tucidide : e quin- 
di il peccato suo . Il quale troviamo osservato da 
Cicerone medesimo, nel libro che detto' è l'orato- 
re : ove insegna : che Tucidide empiè alcuna nwl- 
ta le carte di sì oscuie e sì riposte sentenze^ chel-' 
le s intendono a ^ran fatica . (i) i^ nel giudicio di 
sì grand' uomo noi ci vogh'amo acchetare : a fine che 
la nostra difesa non sia più tosto governata dagli 
affetti che dalla ragione . Perchè sia pur grande 
l'amore che noi portiamo a Tucidide: egli non avrà, 
mai forza che basti a trarci fuori del senno . 

Vogliamo anzi aggiungere che il soverchio stu- 
dio della brevità , quantunque non faccia sempre 
oscuro il sermone . pure lo fa sempre arido , e 
crea quel genere di eloquenza che da Tullio è detr 
to ?ion limpido^ non isteso , non iscorrevole , ma 
tenue ^ conciso, rotto, puerile e minuto . E qui si 
consentono insieme Tullio , Dionigi e Demetrio Fa- 



(i) eie. orat. e. 9. 



il 



1» 



3^8 Letteratura 

lereo . Il quale ha insegnato che (i) „ trattandosi 
,, materie gravi è grande peccato il chiudere i pe- 
„ riodi con suoni acuti , che non facciano andar 
„ presto e dritto il discorso , ma sì lo tardino e 
lo facciano zoppo , come disse quel greco accu- 
„ sando Aristide, perchè non fosse venuto al con- 
flitto di Salamina : 

Ma .quivi di sito talento la stessa Cerere ■venne ^ 
e al nostro fianco pugnò . E Aristide nò . 
^ La quale frattura di periodo è senza ragione al- 
„ cuna e non ha decoro . ,, Cosi Demetrio. 

24- Laoade ci par utile il ricordare agl'italia- 
lian questo accorto insegnamento: da che ad alcu- 
ni l'arido stile de' ducentisti , e ad altri la serva 
imitazione degli stranieri hanno fatto dimenticare 
quelle nobili arti , che all'italico stile acquistarono 
dolcezza e copia , gravità ed armonia . Tolgasi in 
esempio alcuno di que' periodi del Boccaccio, ov' 
egli conservò quel vago temperamento di costru- 
zione, che senza farsi latina si fece meglio italiana, 
e singolare per soavità da tutte l'altre lingue viven- 
ti. Odasi il caro suono di questo periodo: 

Già per tutto aveva il sole recato Colia sua lu- 
ce il nuovo giorno : e gli uccelli pe verdi ra- 
mi , cavitando piacevoli versi ^ ne davano agli 
orecchi testimonianza . Quando parimenti tut- 
te le donne e i tre Giovani levatisi , né giardi- 
ni se n entrarono : e le rugiadose erbe con 
lento passo scalpitando , d una parte in un al" 
tra , belle ghilande facendosi ^ per lungo spa- 
zio diportando s'andarono . (2) 



(1) Dcmctr- Falcr. par. 72» 
\-ì.) Boc gior. 2. proem. 



Dionigi d Alicarnasso ^y^ 

Non cenosclamo nota che possa dirsi vaga « 
soave se non è questa . Ma ora s'ascolti, come ne 
torrebbero ogni dolcezza coloro che sono fra noi 
cresciuti nelle scuole degli stranieri : 

Spi f rideva il sole. Era giorno. Gli ucelìi cantane 
do il mostravano . Le donne e i giovani si le* 
varono : passeggiarono il giardino : vi federo 
ghirlande-, vi stettero un gran pezzo'. 
Ecco accomodato al raaico snono moderno il bel 
periodo antico. Ma ecco pure come d'un leggiadro 
corpo s'è fatto un mucchio di meilibia o affatto di- 
scolte, non bene congiunte . E questa calpa fu bo- 
tata ne* più rozzi lati-ni . Perchè in que' principii l'uo- 
mo non seppe sottilmente avvisare gli artifizi! dll- 
ficili della riposata giacitura e del numero . ';' 
35. Ma Tucidide fiori avanti que'trovati nòVèlÀ 
li . Né potè fare che Cratippo (i) non accusasse le 
sue orazioni , come spesso moleste agli orecchi', e 
Cicerone non dicesse, ch'ei non avrebbe saputo imi- 
tarle volendo, ne f avrebbe pur voluto, sapendolo. (2) 
Perciocché egli stimava che quella arguta brevità 
non potesse movere mai gli affetti , né volgere la 
moltitudine; e insegnava che essa brevità è lode in. 
alcuna parte del dire , ma che in tutto il dire non è 
mai da lodare (3). Né già lo spaventò l'autorità che 
viene dalla reverenda vecchiaja : ma disse : „ di 
",, somigliare colui che si piace del buon vino di 
,, Falerno : non però così giovane che sia nato sot- 
,, io il console del vicino anno , né così vecchio 
„ che si sigilli nel nome de' consoli Anicio ed Gpi- 



(1) Voas. Ret. f. 68. 

(2) eie. de ci. or. cap. 83. 

(3) Cic. 1. «. 



38o Letteratura. 

„ mìo» Questa vecchia data è rarissima : il credo. 
„ Ma il troppo vecchiume non sì patisce ; né tie- 
„ ne mai quella soavità che sì cerca . E il savio 
„ bevitore chiede mai questo? non già. Lo cerca 
„ d'età mezzana. Ed io così farò; io fuggirò que- 
„ sii novelli sermoni che sanno ancor del mosto e 
„ del tino : e non seguirò pur quelli di Tucidide, 
„ quantunque ei sieno così eccellenti . Ma li terrò 
„ come vino riposto sotto il console Anicio . Che 
,, se Tucidide fosse vissuto in più tardi giorni, io 
„ so ch'egli avrebbe vena meno austera e più ama- 
„ bile. „ 

a5. Ne qui trapassi da noi l'osservare ciò che 
nota Demetrio intorno il chiudere de' periodi, spe- 
cialmente dove l'orazione si posa. Percliè vuole ch'iVi 
/' ultimo membro sia pili lungo degli altri , e quasi li 
contenga , e li circondi colle sue braccia . Perciocché 
in tal m,odo il periodo acquista vera magnificenza e 
decoro da quel suo finimento magnifico e decoroso - 
Che se questa legge non sarà adempiuta , l orazione 
si faràtronca. (i) Del qual difetto se tra gli antichi è 
notato Tucidide , noi tra' moderni mal sapremmo 
difenderne Vittorio Alfieri : che spesso con questa 
Xhaniera di clausole stridenti e rotte si fa molesto 
agli orecchi : irrita l'animo , ma noi trascina seco : 
perchè gli affetti svegliati e condotti dalla parola s'ar- 
restano air arrestarsi della lor guida . Di che so- 
no infiniti gli esempj in quelle mirabili sue trage- 
die. E veggasi in quell' Achimelecco del Saul; do- 
ve coir acuto monosillabo e il finimento brevissi- 
mo toglie gran parte della grandezza dì quel tremen- 
do parlare profeCìco . E sonanti al vero sono que- 
sti versi, e quasi battuti alle incudini orientali : 

(i) Dcra. Fai. part. 19. 



Dionigi d' Alicarivassq 38i 

, . . Trema Saul. Già in alto 
In negra nube, sovra ali dì foco , 
Veggio librarsi il fero angel di morte . 
Già d'una man disnuda ei la rovente 
Spada nitri ce; dell' altra il crin canuto 
Ei già t'afferra dell' iniqua testa . 



Dov' è la casa di Saul ? Neil' onda 
Fondata ei Y ha . Già già crolla : già cade : 
Già in cener torna: è nulla già. (i) 

Il quale ultimo verso guasta e consuma tutta la 
magnificenza de' precedenti ; e lascia freddi gli udi- 
tori, e come sorpresi di quella frattura. Né saravvi 
mai buon recitatore che se ne chiami contento - Né 
già questo è il modo con cui mostrammo che Vir-^ 
gilio e Dante chiusero il periodo co' monosillabi; 
ma quel nulla è già è una clausola fatta sulla so- 
la norma di questa per Demetrio censurata: 

Quivi di suo talento la stessa Cerere ven- 
ne^ e al nostrojìanco pugnò. E Aristide nò. 
Che se il Falereo non perdona all' autore di quel- 
la prosa , comeckè antichissimo : non saremo noi 
tacciati di rigore notandone il difetto in un mo- 
derno poeta , comechè nobilissimo . Che anzi cre- 
diamo questa essere sovente una delle ragioni , pei»- 
cui esso tragico poche volte comraove l'animo , e 
pochissime il pianto . Perchè studiando a esser bre- 
ve, tiene di quella troppa aridità de' vecchi , che 
qui non si loda ; e pare che in quanto allo stile 
abbia scelto di farsi appellare più tosto 1' Eschilo 
che il Sofocle dell' Italia . Comunque però sia , egli 



(I) Alf. Saul, att. 4« 



3da Letteratura 

è certo, che terminandosi Torazioue per quegV in- 
cisi e per que suoni acuti ,. $i rompe il cerchio 
delle parole: siccome dice Tullio graziosamente: m- 
frin^itur ille verborwn quasi eunlfitus . O più ve- 
ramente accade quello che Aristotele con altra bel- 
la imagine dichiarò nel nono della sua retorica : che 
quel corto finire fa che l'ascoltante , mentre con te 
cammina, tutto a un tratto s intoppi , come il cieco 
che incontra il muro, (i) E qi^esto avviene , perchè 
quand uno sì ha proposto nell animo di correre a di- 
lunga Jìno a un termine certo ; se vi si trova esser 
giunto prima che non s^era imaginato , necessaria- 
mente conviene che si ritiri , e&me se avesse urtato 
in cosa che lo ributtasse . 

26. Disputate queste cose , Dioivigi si condu- 
ce a lodare assai quella pittura , che nel settimo li- 
bro Tucidide ha fatto della battaglia navale tra que' 
d'Atene e quelli di Siracusa . E la pone in esem- 
pio di tutte le virtù dello storico; e principalmen- 
te di leggiadria , di gravità , e di magnificenza. In 
questo dichiara una sua opinione , che a noi par 
degno che si rammenti . Ed è : che la vera eloquen- 
za dee prendere l'animo d'ogni generaziene di ascol- 
tatori : siccliè a lei s'inchini l'uomo che selvaggio 
di filosofia nuli' altro conosce fuor quello che gli è 
molesto o giocondo; e a lei s'inchini del paro chi 
è usato agli ordini di quel!' arte razionale , cha fa 
distinguere la bontà d'ogni umano lavoro . Quindi 
non sia voce, non figura che offenda il grosso giu- 
dìcio degl' insipienti : ma né pur modo , né stile 
che non trovi grazia presso que' sapien^tissimi che 
l'imperito volgo dispregiano. Simile ed una sia 1« 



(1) Arist, Ret. cap. ix. 



PiONiGi d' Alicarxamo 383 

sentenza così de' pochi , come della volgar genie ? 
e i dotti e gì' indotti si consentano in quella: per- 
chè degli pni e degli altri vuoisi atteso il giudicio 
in tutto che s'appartiene alla squisitezza di quelle 
arti, che sono latte a servigio della moltitudine. Que- 
sta sia S€ntenza che disinganni coloro , i quali di- 
sputando della tragedia , della musica , e del ser- 
mone , stimano che possa dirsi perfetto quel lavo- 
ro che si lodi per alcun solitario coltivatore dell* 
arte , e che al rimanente popolo paja brutto . La fa- 
miglia di costoro è già di mollo cresciuta ; a v'h^ 
chi si consola de'fìschj d'un intero teatro per le ma- 
gre lodi d un suonatore di zufFoli vieW orchestra : e 
v'ha chi non cura se la sua tragedia ha svegliate 1^ 
risa nel popolo, purché siavi un pietoso pedante che 
jcolle sue regole provi al popolo ch'egli doveva pian- 
gere dove ha riso , Ma noi con Dionigi stimia- 
mo , che costoro sieno in grande errore: conciossia- 
chè la bontà delle cose dee giudicarsi dall' adempi- 
mento del loro fine; né la spada è buona, se eli* ^ 
splende di rubini , ma s'ella fora: né buono è il ca- 
vallo s'egli è del colore dell' oro , ma s'egli corre. 
E perciò dove il fine è il piacere a tutti , e tutti 
persuadere , male a colui che a pochi piacque , e 
pochi ne persuase . Né vale il rispondere che al- 
cuna volta le opere non belle incontrano il favo- 
re del vario popolo ; percM questo avvenne ed av- 
viene pe' suoi non sani giudizii , e per le torte ima- 
gini che i sapienti falsi alcuna volta gli posero nel- 
la mente . Ma da ciò non iscende , che le cose ve- 
ramente ottime non piacciano ai più , e sempre . 
Perchè mentre quel bizzarro spirito del Borromino 
architettava la scomposta faccia del palazzo di Pro- 
pagaiida , pure il panteon e l'anfiteatro non cessava- 
no di parere i due miracoli dell'alta Roma . E co-. 



384 Letteratura. 

mecliè si lodassero dal guasto mondo le statue che 
l'ardito Bernino poneva nel Vaticano , pure ad una 
yoce dice vasi che l'Apollo, TAntinoo, e il Laocoon- 
te erano soli ancora . Può dunque la corrotta ple- 
be lodare alcuna volta le cose non belle : ed ora 
forse loda spesso molte sconcezze e assai mostri 
nelle poesie e ne' teatri ; ma ella non può non lo- 
dare le cose veramente bellissime di bellezza eter- 
na . Anzi quelle opere d'arte che manchino di que- 
sta lode npn si dirà che mai sieno giunte al termi- 
ne dell' eccellenza . E perchè questo vero si fa 
troppo invidiso specialmente negato da coloro, che 
dopo enormi fatiche non hanno poi colto il frutto 
del plauso popolare , noi conforteremo l'opinione di 
Dionigi e la nostra coli' autorità e colla filoso- 
fia di Cicerone . Il quale troviamo avere significa- 
te nel Bruto queste còse medesime: e averle chia- 
rite a lungo con quella sua lucidissima eloquenza . 
Ivi , parlando suU' oratore , egli dice : (i) „ Dote 
„ principalissima del sommo oratore è l'essere in 
„ voce di sommo anche presso la minuta gente . 
„ Né monta se quell' Antigenide suonatore di ti- 
„ bie, e quel suo discepolo che tutti nojava col suo 
„ suonare, gridò in udienza di tutti : suona a me 
„ ed alla muse. Io a Bruto , mentre arringava la 
„ moltitudine, gridai : o mio Bruto^ parla a me ed 
„ alla m,oltitudine ; perchè la plebe sappia che co- 
„ sa s'ha da fare : ed io il perchè s'ha da fare . Chi 
„ ascolta crede ciò che si dice : lo stima vero : 
„ approva: consente: e il discorso suo fa la sua cre- 
„ denza . Or tu coU'arte che più 4iw»andi ? La mol- 
„ titudine è presa all' esca del diletto , e si volge 



(i) eie. Br. cap. 5o. 



Dionigi d' Alicarnasso 385 

„ dove vuole rarringo , ed ha Tanima, dirò così, 
,, tutta infusa d una soavissima voluttà . Non acca- 
„ de più il disputare . Gode ella , si duole : ride, 
„ piange : odia , favoreggia : disprezza , invidia : è 
„ menata a pietà, a pentimento , a vergogna: s'adi- 
„ ra , si meraviglia, spera, paventa, è tutta sic- 
„ come imperano le parole , le sentenze , e gii atti 
„ deir oratore. Or qui che bisogno è 1' aspettare il 
„ giudicio del letterato? Ciò che in questi modi ella 
„ approva, sai'à dai letterati pure approvato . Que- 
„ sta è una foggia di popolare giudicio, in cui la scn- 
„ tenza del sapiente non si disgrega da quella dell' 
„ insipiente. — Quelli che per opinione del volgo 
,, vennero in voce d" eloquentissimi , furono pure 
,, levati a cielo dall'universal parere dei savii. Né 
„ Demostene avrebbe potuto mai dire ciò che nar- 
„ rasi che dicesse il poeta Antimaco da Glaro . Il 
,, quale, mentre leggeva ad una bella radunanza un 
„ certo suo grande libro, vcggendosi a poco a po- 
„ co abbandonare da tutti , fuorché da Platone : 
„ seguirò , disse , seguirò pur anche : il solo Platone 
,, mi varrà quei mille che qui non sono . E tlisse a 
„ dritto . Perchè quel poema era un'alta e riposta 
„ cosa : e potea starsi contenta all' approvale de' 
„ pochi . i\l£^ una orazione fatta pel popolo dee gi- 
„ rarsi dove il sentire del popolo lo richiegga . ,, 
E a questo passo ne si conceda Tosserrare , che i 
trattati di scienze e le disputazioni de' filosofi non 
cadono sotto questa legge: e nò pqre vi cadono le 
opere de' poeti , quando non sono fatte a piacere 
9 a bene di tutto il popolo ; siccome sono i poe- 
mi filosofici, e i canti lirici , dove dicono di odia- 
re il volgo e i profani . Ma la dottrina dcii'Alicar- 
nasseo e di Tullio si dee pienamente seguire nelle 
tragedie , nelle musiche , nelle commedie, nello scol- 
G.A.T.IX. 25 



380 Letteratura 

pire, nel pingere, ne sermoni pubblici, e in quan^ 
te sono le arti , delle quali è primo fine il dilet» 
to o la persuasione della moltitudine. Perchè stoU 
to è l'uomo che nell'opera non cura il pregio dell' 
opera; e come leggiadramente conchiude Tullio: se 
il suonatore soffia nella piva , ed ella non gli dà 
suono, il suonatore consigliasi di gittarla. Or quel- 
lo che sono le tibie per costui , sono le orecchie 
del popolo per chi parla al popolo . Che se elle 
non accolgono il fiato suo : se chi lo ascolta non 
Tolgesi alla sua voglia, può egli por fine air inutile 
suo soffiare . 

2y. Da queste considerazioni il censore discende 
ad osservare sottilmente alcuni vocaboli e tropi e 
collegamenti eh' egli crede viziosi . De' quali or sa^. 
rebbe assai diFfìcile e forse arrogante il far qui giudi- 
ciò . Perchè de'nomi , dc'periodi , delle ragioni armo- 
niche d'una favella che più non è , male da' posteri 
si può dispulare con quelli che vìssero quand'ella fu . 
E chi 'l tacesse , daiebbe segno di non essere fino 
conoscitore né pure della propria lingua : ignorando 
quanto sottili , e difficili a ponderarsi sieno le forze 
delle voci vive, e gli usi loro, e gli accompagna- 
menti, e i costrutti, e i suoni che se ne cavano, e per 
che litigiosi confini si dividano i solecismi dalle ele- 
ganze , le figure dagli errori , e le metafore dalle ana- 
polle . 

28. Finalmente abbandonata la disputazione de 
suoni , degli scontri , degli apici , si fa il censore a 
ragionare delle concioni . Né sappiamo quanto se ne 
giovi l'ordine del suo libro . Perchè avendo egli al 
cap. XVII e XVIII tenuto ragionamento sulle con- 
cioni di Pericle e Diodoto , o dovea egli tutta trat- 
tare allora la materia delle concioni , o riserbarne 
ogni discorso per questo luogo. 



I)lONIGl d' AlICARNASSO 887 

Qui tornando a quell'usato partimento delle cose 
dalle parole, incomincia il favellare dalle cose. E lo- 
da i sermoni di Tucidide pe' trovati degli argomenti 
e delle sentenze : e li dice squisiti , pellegrini , mi- 
rabili . Ma intanto U condanna, perchè non li adope- 
ri secondo le più ferme leggi dell' arte . E parla di 
quel genere di studiosi , QÌie fanno le maraviglie 
d'alcuno autore prediletto , e si prostrano ciechi a 
quello , come persone invasate dallo spirito di qual- 
che nume . Che se alcuno gli avvisa , e gl'insegna , 
je chiede loro il perchè d'alcuna parte o posta fuori 
di luogo, o non tiene accomodata alle persone e alle 
cose, o di soverchio allungata , ei n'hanno subilo mo- 
lestia grave . Talché rendono imagine di coloro , cui 
lungo desiderio punge dell' amore d alcuna cosa ? 
ardono di vederla: il desiderio si muta in incendio. 
E credono nella cosa da loro amata esser quelle tutte 
quante vaghezze , onde le cose si fanno vaghe . Che 
se alcuno intende a mostrarne i difetti , tosto lo fug- 
gono , siccome uomo di calunnie e d'invidia . Per 
simile questi idolatri d'un solo autore presi all'ingan- 
no di una sola virtù , gli tribuiscono pure quellaltre 
ch'egli non ebbe mai. E non è miracolo. Imperoc- 
ché quelle pose ch'egli desidera in colui eh egli ama 
ed ammira, quelle medesime ei facilmente in lui ve- 
de, siccome vogliono meraviglia ed amore. Ma chi 
non ha olfeso il giudicio , chi misura la ragione alla 
norma della dritta legge , né tutto adorna di lode , 
né di tutto prende noja ed affanno . Concede il debito 
onore a quelle cose che sieuo bene ritrovate e di- 
sposte : e poi dove trova peccato, quivi non gitta 
lode. 

Né questa dottrina bellissima di Dionigi lascere- 
mo noi senza onore : che anzi vogliamo ch'ella con- 
forti le cose da noi già scritte intorno 1' imilazioae 

2 



38S LSTTERATUHA 

degli antichi . E temperi la superstizione di coloro 
che nelle pQ.che colpe de' classici autori vorrebero 
troppo spesso trovare nuove eccezioni , per corrompe^ 
re le sane leggi della natura e dell'arte . 

29. Al capitolo XXXV I si celebra assai quel luo- 
go del secondo libro di Tucidide , dove è descritta 
1 ambasceria che gli uomini di Platea ordinarono di 
mandare ad Archidamo re , che guastava le loro ter- 
re . Non può certamente leggersi narrazione più vi-» 
cina al vero , né mostrata con più chiara eloquenza . 
Ma dopo questa breve lode , si prende subito a censu-» 
rare il quinto libro : dove è raccontata la guerra tra 
Milo e Atene : e i discorsi che si tennero tra gli 1^0- 
mini dell' isola e i nunzi degli ateniesi . I quali con 
modo nuovo e assai bello sono posti in dialogo se- 
condo lo stile de' tragici . 

E benché quelle alterne parole sieno sembrate 
assai nobili al comune de retori , pure a Dionigi noi 
sembrano . Anzi comincia dal notarvi alcune troppo 
ardite figure grammaticali , ch'egli intitola solecismi. 
E, procedendo più innanzi, nota assai mende nelle ra- 
gioni drammatiche di questa scena. Guardiamo nel 
fatto : e conoscasi il vero . 

30. Gl'isolani di Milo erano d'origine lacedemo-? 
nia : e superbi del principio loro , non volevano pie- 
gare il collo ad Alene . Non però erano a lei nemici : 
neutrali stavano. A questo l'orgogliosa Atene non 
si J'a paga : e , v inli i Medi , move ai danni di Milo . 
Cleom»=de e Tisia già sono nell' isola , e le minac- 
ciano li guasto . Per nascondere non di meno quella 
brutta violenza sotto il santo aspetto della magnani- 
mità, mandano ambasciatori a quella intrepida gente. 
Ella ucu vuole riceverli nell'udienza del popolo: ma 
in quella di pochi savii e de' magistrati . 11 dialogo 
è dunque nei palagio d^l comune di IV^ilo fra gli ot- 



l)lONIGI d' AliCARNASSO ^Sj 

timi della città, ei nunzi degli ateniesi. Udiamo- 
ne i sensi e le censure . 

Principalmente Dionigi avvicina tra loro alcn- 
ne sentenze degli ateniesi che in quel diaìogo sono 
divise : e ne cava , eh elli così ragionassero . ,, Fi- 
„ nora vi fummo amici : ed ora vi siamo nimici : ft 
,, questo senza essere offesi da voi . Ma / pùì forti 
„ mutano parole e consigli secondo il mutare de casi. 
1,, In questa congrega venimmo per provvedere alla sa- 
„ Iute della città , scegli 'vi pare si parli alla guisa dà 
„ voi proposta ,^ . Per poco fermiamo qui la lettura : e 
notiamo che Dionigi qui pone dette dagli ateniesi 
queste ultime paróle : le quali noi cercando in Tu- 
cidide véggiamo essére state dette da que'di Milo . 
Né lo scambio è leggero : o venga egli da innocente 
errore , o da malizia : perchè si fa grande variazione 
nel decoro , se le cose che si dissero dall' assalito 
si mettano sulle labbra dell' assalitore. Ma si segua. 
Gli ateniesi ripigliano. „ Qui non è mestieri 
„ lunga diceria vestita a grazie di lusinghe. Non 
^, vogliamo noi garrir di ragioni. Già noi sappiamo, 
„ e voi ben sapete , che si disputa della giustizia tra 
^, gli uomini quando gli uomini sono eguali. Ma dovfe 
non è uguaglianza , ivi non è piià giustizia; ivi i 
potenti vogliono tutto , e gì' impotenti gV inchi- 
„ nano. „ Questo parlare, dice il retore d Alicarnas- 
so, a pena si soffrirebbe sulle labbra dì qualche bar- 
baro: e non si conviene à que' greci ch'erano fio- 
re di senno e di cortesia . Onde risposero pur be- 
ne i valorosi di Milo in queste parole, che noi, ab- 
breviando Tucidide, riferiremo. 
Mil. ,, Non curate voi la giustizia? Or via pongasi. 
„ r utilità nel luogo della giustizia. Sia dunque 
„ nostra utilità il fermo stato della nostra rjepub- 
,, blica. E voi rimanetevi da questa briga , che 



»' 



3C)0 LETTEhATURA 

„ v' avrete pure alcun utile. Perchè se rhai voi 
„ forti incontraste alcuno più forte , n' avreste 
„ poscia gran pena , e 1 mondo n* avria grande 
„ esempio. 

Jten. „ JNoi potremmo vedere il nostro imperio di- 
„ velto dalie fondamenta: e non per questo lo 
,, piangeremmo estinto. Ma noi qui siamo per 
,, allargare questo imperio , e dar salute alla vo- 
„ stra città. Noi vogliamo essere signori di voi: 
„ a vostro bene, e anche nostro. 

Mil. „ E iu che modo sarà bene a noi il servire, co- 
^, me a voi il dominare? 

Aten. ,, Sarà meglio a voi l'obbedire che l'essere cal- 
,, pestati; e a noi sarà meglio l'avervi sudditi che 
,, l'uccidervi. 

Mil. ,, Non vi basta se saremo aitìici ? Se staremo 
,, cheti ed inermi? 

Aten.^^ Non basta. Perchè non ci è di tanto danno che 
,, voi ci siate nimici , quanto ci è di danno che 
,, ci siate amici. La vostra amicizia sarebbe se- 
,, gno dell' impotenza nostra: e l'odio vostro ci 
,^ è manifesto argomento della nostra possanza. 
E qui il dialogo procede con impeto , finche 

giunge alla esortazione che gli ateniesi fanno a que' 

di Milo: la quale è, di non si opporre a chi ha pili 

forza. E que' di Milo ripigliano: 

Mil. „ Noi sappiamo che la ventura della guerra è 
„ incerta : ed a tutti è comune. Ma sappiamo an- 
,, Cora che la vittoria non è sempre serva del mag- 
„ gior numero. Sappiamo che 1' uomo die si fa 
,, schiavo, non ha più, speranza di libertà: e che 
,, fin eh ei resiste non perde almeno essa spetan- 
„ za, l'ultimo bene degl'infelici. 

Atcri. „ La speranza è il conforto ne' pericoli a chi 
,, è potente: e non abbatte il forte che iu lei 



Dionigi d' AlìcarnAsso 3qi 

,, s' affida. Ma ella mette nel fondo della miseria 
^, que' ciechi che si gittano nelle sole sue hrac- 
^, eia. E la Conoscono tardi, quando si veggono 
il, neir inganno. Or voi cosi infermi di vigore , 
,, voi così prossimi a tanta guerra , non vi git- 
„ tate in tal perdizione. JNon imitate coloro , i 
^é, quali mentre ogni strada si dischiude allo scam- 
^, pO, abbandonano la loro salute f e poi si volgo- 
ii no alle cose buje , cioè agi' indovini , agli ora- 
„ coli , ed alle sorti , e a quante sono le cose che 
i, rinfrescano la Speranza per accrescere il danno. 
A questa esortazione degli ateniesi seguono al- 
tre generose risposte di que' di Milo. I quali mo- 
strano di Confidare nella forza e nella carità degli 
spartani , che già furono loro padri , ed or saran- 
no difenditori. Poi si ripetono altre cose degli attici 
per torre dalle menti degli avversarii questa vana fi- 
danza. E ultimamente con qualche affetto conchiu- 
dono : 

^ten. „ Tutte vostre fiducie si raccomandano al tem- 
,* pò a venire. E il tempo or piìi non basta a 
„ vincere le cose già pronte al vostro male, Sie- 
^, te già stolti, se non vi consigliate slubito da pru- 
„ denti. Perciocché non vi potrete scusare, né 
„ cuoprir la follia col pretesto della vergogna. 
„ Spesso ella precipitò le genti nelle spalancate 
,, voragini. E molti, quantunque sapessero di sca- 
„ gliarsi nella ruina , pure volendo fuggire la 
^, bruttezza del solo nome della vergogna , sì 
„ cacciarono nella miseria : e vinti da un voca- 
„ bolo , trovarono maggior vergogna di quella eh' 
„ essi fuggirono. 

Con queste ed altre poche parole degli ate- 
niesi, ed alcuna ostinata risposta degli avversarii, si 
terminò quella scena. Ed anche la guerra non fu 



3(^2 Letteratura, 

molto lunga. Perchè ai pochi cotro i moltissimi non 
bastò il larsi per disperazione sicarii. Ma dopo bre- 
vi conflitti si resero alla tirrannide degli ateniesi. 
I quali per quelle antiche ragioni di guerra scanna- 
rono tutti gli uomini di iVlilo: e i ianciuUi e le don- 
ne tutte menarono a schiavitù. 

( Sarà continuato ) 

G. iPlRTlCARr. 



Riflessioni ulteriori sulf opera intitolata - Degli 
uomini illustri ci Urbino , comentario - Urbino per 
P^incenzo Guerrini stampator camerale 1819. 

I^drucciolare in errore , è notì rara fatalità dì chi 
tramanda a'posteri laboriose produzioni d'ingegno . 
Siamo nomini e tanto basta . Se libri soli di qua- 
lunque equivoco scevri meritar potessero lunga vi- 
ta : in vece d'immense biblioteche , pochi vedrem- 
mo scaffali e angustissimi . Quindi è degna di al- 
tissima lode la massima del venosino , che di scritto 
il quale di molte bellezze risplenda , i leggieri di- 
fetti mover non debbano a sdegno ; e si preserva 
così il titolo di libro bono anche a quelli i quali 
non sempre all'esattissimo vero si appongano . Egre- 
gio è certamente ì\ Comentario degli uomini illustri 
d Urbino , impresso in quella città il 1819 da Vin- 
cenzo Guerrini . Ma è forse esente da nei ? Tor- 
to farebbesi al rispettabile autore , contro chi ne- 
gasse tale esenzione , capace .credendolo di conce- 
pire iracondia . È' la molta stima pertanto che gli 
professo quella che mi dà coraggio di rilevarne i 
seguenti : i quali pare a me, che si oppongano alla 



Uomini illustri d'Urbino SqS 

perfezione assoluta dell' opera . Tale rilievo trasan- 
dato di chi precedentemente ne ha fatto l'analisi , 
è in me per circostanze speciali divenuto anche un 
obbligo . 

Riflessione I. 

iVe' tempi felici de Feltrii e dei della Rovere , estese 

Urbino la sovranità sopra Casteldurante Santan- 

gelini>ado Monlefeltro Pergola Mondnvio Mondol- 

jFo Sancostanzo Gubbio Cagli Fossombrone Siniga" 

glia e Pesaro . {a) 

g. 1 . I signori dìMontefeltro non hanno mai avu- 
to che far nulla con Pesaro . Quindi era ben ne- 
cessario distìnguere ; e dire, che i tempi felici in 
cui Pesaro , ugualmente che Urbino , constituiva- 
no la dominazione di una stessa eccelsa famìglia , 
furon quelli del regno , non de signori di Monte- 
feltro , ma bensì di quelli della Rovere . 

§. 2. Poiché ingerirmi né voglio nò debbo delle 
storie di ogni altra città ò terra nominata di so- 
pra : mi limiterò a domandare , quando mai esten- 
desse Urbino la sovranità sopita Pesaro - Forse al- 
lora che i papi investiron di Pesaro i rovereschi , 
già signori di Urbino ? Ma questo non In esten- 
dere la sovranità d Urbino . Quella della casa della 
Rovere e non quella d'Urbino fu estesa in tal mo- 
do ; e Pesaro divenne suddita , non della sovra- 
na Urbino ; ma bensì della sovrana casa della Ro- 
vere , dì cui suddita era e fu in seguito Urbi- 
no ugualmente , 

§. 3. Acciò Pesaro potesse dirsi dipendente, per 



{(i) Coment. Prefaz. 



394 iLetteraturì. 

qualche giorno, dàlia sovranità d' Urbino , Bisognava, 
che i ghibellini urbinati , i quali tentarono inutilmen- 
te due volte, il 1294 e il i3a4, invaderla e conquistar- 
la, non avessero latto la prima sul momento fu- 
garsene ; e trucidarsi tutti la seconda e sepellirsi 
He'pozzi . 

§. 4- Bisognava altresì , che Urbino lei sot- 
toposto avesse alle proprie leggi ; lei gravato di 
tributi , lei per me^zo de'suoi proconsoli gover- 
nato i Ma tali dritti essendo stati esercitati sopra 
Pesaro , non mai da Urbino ; e sol qualche tempo 
dal padrone di Urbino , il quale a Urbino leggi 
dettava , tributi a Urbino imponeva ; e governava 
Urbino , indipendentemente da Urbino , e ugual- 
mente che Pesaro , per mezzo di suoi pretori e 
ministri : dunque la sovranità decantata di Urbino 
sopra Pesaro ha per unicti fonte un'assertiva , im- 
molante all'adulazione ogni principio teorico e pra- 
tico di gius delle genti ; e riputata goffa io credo , 
da Urbino medesima , così piena di dotti incapaci 
di essere illusi . 

§. 5. Così Roma fu sovrana , finche dettò leg- 
gi f impose tributi , e governò il mondo per mezzo 
de' suoi magistrati . Ma ora , benché prima città 
dello stato , gloriasi di essere , non già sovrana del- 
lo stato ; ma la più nobile suddita dell' augusto capo 
della chiesa . 

§. G. Ne alla sovranità d' Urbino sopra Pesa- 
ro giova in verun modo la riduzione in provincia 
di sei rispettabilissime vescovili chiese , tutte più 
antiche di quella d'Urbino ; tutte in territoriale giu- 
risdizione maggiori ; e prima di essere sottoposte da 
papa Pio IV al dritto metropolitico del vescovo 
di Urbino dichiarato arcivescovo , tutte immedia- 
tamente soggette al romano pontefice . Venero le de- 



UOMIWI ILLUSTRI b'UrbINO SqS 

fcisioni del Vaticano ; e non ardisco richiamare a 
esame ie ragioni , per cui quelle insigni chiese , e 
tra esse quella di Pesaro , così benemerita del culto 
ortodosso i in tempo del greco scisma d'Acazio ^ 
estinto mediante lo zelo di Germano vescovo pe- 
sarese , spogliate furono di antichissime esenzio- 
ni e prerogative . Solo osserverò , che questo novo 
regime sarebbe buffoneria nominarlo sovranità . An- 
che Crema Borgosandonnino Modena Parma •Pia- 
cenza e Re'ggio furono da papa Gregorio XIII sot- 
toposte al novo arcivescovo di Bologna : pur Bo- 
logna di quelle città suflFraganee non è certamente 
sovrana . 

R I F L E S S-I O N E II. 

Giddantonio , ottavo Conte d" urtino , sposò in secoli-^ 
de nozze Caterina Colonna nipote di papà Mar- 
tino- (a) 

§. i . Prima di sposarèi con Caterina , non ave- 
va avuto Guidantonio altra moglie legittima . Fer- 
vidamente bensì innamorato aveva di donna d' igno- 
ta prosapia , cui gli autori di quel tempo danno 
il nome di Aura ; e da essa Federico gli nacque , 
il quale, ucciso che fu Oddantonio, divenne duca. 
Di questa amasia dovè egli disfarsi, per uno de'pat- 
ti di quelle nozze ; e la diede in moglie a Ber- 
nardino TJbaldìni dalla Carda. Nacque da questi due 
coniugi Ottaviano, il qual divenne signore di Mer- 
catello , ed è nominato fratello di duca Federico . 
Ciò giustamente : poiché avendo avuto la madre stes- 
sa , eran fratelli uterini. 

§. 2. Aura dunque non fu moglie di Guidau- 



(a) Coment, p. 5. 



3()6 Letteratura 

tonio: altrimenti non avrebbe essa potuto, vivènte 
lui, passare ad altro talamo; e Federico non saria 
stato considerato per figlio illegittimo ; e perciò bi^ 
sognoso, onde godere i dritti signorili , che le circo- 
stanze de' tempi gli riservavano, della legittimazione, 
accordatagli con bolla papale da me veduta. Caterina 
Colonna fu in conseguenza prima moglie e non secon- 
da di Guidantonio ; e duca Federico il quale nel co- 
mentario si fa quasi nascere di padre senza madre , 
nato era da Aura fuori di matrimonio. Sono in- 
numerabili le autorità con cui queste cose possono 
comprovarsi. 

Riflessione III. 

Miuscito due volte duca Valentino a far ire duca 
Guidubaldo I ramingo e fuggiasco fuori del suo 
dominio : trovò quello scellerato la più forte resi- 
stenza alla sua tirannia neWodio de suoi (così) ur^ 
binati , e nella lor ostinata fede verso il legittimo 
Signore . (a) 

§. I. La più forte resisf.e?ii:a degli urbinati alla, 
tirannia di duca Valentino , potr^^bbe far credere a 
qualcuno , eh' essi a costui facessero fronte ; e con- 
tribuissero ad abbattere la potenza di lui : come ì 
romani la fecero a Brenno a Pirro ad Annibale , e 
con generoso e costante resistere , Italia ne libera- 
rono . Non credo , che il dotto Autore tanto hiatu 
abbia voluto dir questo , onde svolazzasse nel suo 
libro un farfallone di corpulenza eccessiva . 

§. 3. Fatto è peraltro , che se anche avesse 
inteso di limitare il senso di tal frase, in modo da far 



(fl) Coment. P. ii. 



Uomini illustri d'Urbino 3()'j 

credere , che la forte resistenza degli urbinati impe- 
disse i) Valentino da conquistare la patria : né pur 
questa sarebbe asserzione veridica . 

§, 3. JNon fuggì duca Guidubaldo due volte ? 
Non prese possesso il Valentino di tutto lo stato ? 
JVon fece governarlo, in tutto il tempo di sua do- 
minazione , da'proprii ministri , a'quali fu prestata 
da ognuno ubbidienza? Non era esule Guidubaldo, 
allorché , non dagli urbinati , ma dal celebre av- 
velenato fiasco fu la borgiesca potenza disrrutta ? 
E distrutta che fu , a qual partito gli urbinati si 
appresero ? Essi uccisero barbaramente , ( scrive il 
dottissimo urbinate autore Bernardino Baldi nella 
vita di detto duca Guidubaldo , (a) esistente inedita 
anche nella biblioteca vaticana: ) (b) tutti i partìtanti 
del Valentino . Siccome i partitanti uccisi è troppo 
naturale che fossero assai meno de' non partitanti 
uccisori : altrimenti non si sarebbero lasciati ucci- 
dere : dunque i più , in tempo che duca Valentino 
comandava , eransi fatti per la paura soprafare dai 
meno . 

§. 4- Ciò essendo , come si prova , che nelf 
odio degli urbinati quello scellerato trovasse la più 
forte resistenza alla sua tirannia ; e come si veri- 
fica la ostinata fede di quel popola verso il signo- 
re legittimo ? 

§. 5. Se poi non mi fosse riuscito capire, che 
cosa significhi la pia forte resistenza degli urbinati 
idla tirannia di duca Valentino : pregherò il cortese 
scrittore di benignamente spiegarmelo . 

{a) L. 8. p. 177. 

(è) BiLl. ivrb' vatic. cod. J012, 



$()$ Letteratura 

Riflessione IV. 

Duca Guidiihaldo I superò certamente se stesso , 
quel di che cangiata Iq. fortuna del Valentino^ la 
ebbe à, ^uoi piedi , e lo giudico pia presto degno 
di perdono che di vendetta . ,(a) 

§. 1. Chiedo scusa al chiarissimo autore,, ?e 
inquanto a me stabilisco, esser favola quanto egU 
qui asserisce e del Valentino e di Guidubaldo . Da 
qual fonte ha egli attinto la umiliazione del pri- 
mo e la generosità del secondo ? Non dalle storie 
di Guicciardini di Giovio e di Machiavello e dsC 
cronisti di que' giorni , tutti taciturni su que- 
sto punto ; e né pure da Baldassarre Castiglione , il 
quale nel Cortigiano ^ scritto per magnificare i fatti 
delle case di Mentefeltro e della Rovere, tesse ben- 
sì l'elogio di Gnidubaldo, ma osserva su tal ventu- 
ra uguale silenzio. Da qual dunque? O dalla ora-» 
zione funebre declamata, da Lodovico Odasio ne' 
funerali di detto principe suo discepolo , pubbli- 
cata da Pietro Bembo nel suo dialogo De Guido 
Ubaldo et Elisabetha Urbini, ducibus ; ò dalla suc- 
cennata vita che Baldi ne scrisse; ò più probabil- 
mente dall' una e dall' altra . 

§. 2. Il passo della orazione di Odasio è il 
seguente . — Sed clementiae atque mansuetudinis fio- 
bis^ cum saepissime alias , Uim eo sane tempore ve- 
rissimum ac pulcherrimum testimonium reliquit , quo 
Caesar Borgia valentinus omnis humani divinique 
juris contemptor atque perturbator , qui ei regnuni 
per amicitiae simulationem contrafas^ contra Jidem 
datam^ optiine etiam àe se merito^ perque vim ma- 

■ H I» .. w I .1., I I I I \ 

(a) Coment, p. 12. 



Uomini illustri d'Urbino 3gf) 

lis artibua abstulerat ; saluti atcjue vitae saepenu- 
mero insidias ftcerat , cum is ex magno imperio at' 
cjue fortwnis dejectus^ in Juìii pontijicis maximi po^ 
testatem atque custodiam venisset -^ noster autem dux 
ah eodem pontijice per literas atque nuncios Ro- 
mam accitus , hospitio amantissime honorifìcentissi'- 
meque susceptus , plurimis maximisque tractandis re- 
bus praeficeretur , consiliis omnibus interassei ; ro-i 
manis etiam exercitihus ejus imperio atque fidei tra" 
ditis , esset dli quasi quodam fato vendicandi se de 
Caesare facultas quam amplissime oblata : nihil eo- 
rum in illum egit^ quae quidem ipsumfacere aequis- 
simum atque justissimum fuit . Sed cum ejus ille 
genibus advolutus suo rum scelerum atque perjidia^ 
deprecatus veniam esset: homini supplici atque miser- 
rimo pepercit . Itaque qui in ejus fortunas atque 
sanguinem omnia tentaverat , milita perfecerat ^ ut 
s'idistis , ejusdem de liberiate atque salute^ tum cum 
sumere poenas posset , nihil imminuit . Existimabat 
enim^ idque dicere frequentar solebat, non iam pul- 
chrum esse ulcisci iniurias quam oblivisci : illud si- 
hi omnium hominum-^ perpaucorum hoCy eorunidem" 
que non nisi magni animi virorwn , suorumque Jh-^ 
ctorum conscientia fretorum atque nitentium vi- 
deri . (a) 

§. 3. Non do qui ora il lungo squarcio del- 
la vita di Guidubaldo scritta da Baldi , consisten- 
te nella descrizione del supposto abboccamento tra 
detto principe e il Valentino : perchè trascritto dall' 
originale dell' opera esistente in Pesaro con le cor- 
rezioni dell'autore presso il chiarissimo signor mar- 
fìhese Antaldo Antaldi, si vede inserito dal chiaris- 



(cf) Apvid Eem])< 1. e. p. m. 291. 



4oo Letteratura 

simo signor conte Giulio Perticari nella propria «o- 
ta intitolata — Della vita di Guiduba/do I duca d'Ur-r 
bino scritta da Bernardino Biddi — - e pubblicata in. 
Milano si da Stella nel tomo IV della biblioteca italia-t 
na^ (fi) che separatamente da Giovanni Pirotta. 

§. 4- Qwal giudizio formare di questi due 
scrittori? Amendue sono riputati di gran merito e 
di molta eloquenza . Ma Odasio incastrò nella sua 
orazione le favole; e Baldi non solo aderì a questo 
»utor favoloso; ma nel da me riportato racconto di 
lui imbastì ancora qualche favola propria . 

§. 5. Provo, che Odasio nella orazione sna fa-» 
voleggi . Egli narra , che duca Federico padre di 
Guidubaldo, avendo avuto da sua muglia Battista 
Sforza, figliuola d Alessandro signor di Pesaro, ot-r 
io figliuole, e maschio nessuno il quale gli succe- 
desse; e r età avanzata togliendogli la speranza di 
averne: la suddetta Battista afflittissima per questo, 
si diede a pregar Dio, che di maschil germe le cour 
cedesse la grazia : ottenuta la quale , morta saria 
volentieri . Dopo tale orazione addormenta ; e al- 
lora per quietem in altissimo arboris culmine ipsa 
sibi videtur avem phoenicem parere mirae pulchrir 
tu-dinis , quae sex atque triginta totos dies ei arbo-r 
ri cum incubuisset , caelum volatu peteret , tactoqu^ 
solis globo , alisjlamma combureretur , neque amplius 
apparerei . Haec illa viro cum enunoiavisset , Jit 
praegnans ; parit tempore puerum pulcherrimi sua- 
yissimique oris : Ipsa paucis post mensibus moritur. 
Puero Guidi Ubaldi nomen impositum . (b) 

g. 6. Altissima pianta ; araba fenice ; tren- 



(n) K.o IO. ottob. i8i6 p. 02. 
(è) Aj»ud B. 1. e. p. m. 2^6, 



Uomini illlstri d'Urbino 4or 

tasei giorni , allusivi al numero d'anni oltre cui Gui- 
dubaldo non protrasse la eita , e numerati in po- 
che ore di sonno , ignorasi con qual curioso calen- 
dario ; volo della fenice al cielo; suo contatto col 
sole , e abbruciamento e sparire della medesima : 
chi non convincono della favolosità di tal sogno, 
e del suo totale impianto dopo le cose accadute? 
Credo che lutti gli uomini sensati, relativamente 
al medesimo, ancorché altri autori lo riferissero , 
si approprierebbero le bibliche parole — nauseai ani^ 
ma nostra super cibo isto levissimo : — (a) poiché 
conspirazione tuttoché numerosa di testimoni i de 
retata , non farà mai che a cosa assurda ò strana 
fede si presti . Ma cresce qui l'argomento , per ve- 
dersi narrato il sogno da Odasio soltanto; e special- 
mente non travarsene menoma traccia nella orazio- 
ne funebre di Battista medesima, detta il 1470 ne' 
suoi funerali dal celebre Antonio Campano vescovo 
di Teramo : il quale narra soltanto , che Battista , 
nato il bambino, fecene ringraziar Dio , ut piane vi- 
deretur , non tam laeta esse de fillo , quam esse sol- 
licita , ne aliunde acccptwn munus putaretur quam a 
Deo • (b) cristiana gratitudine comune a chiunque 
riceve favori speciali dal cielo . Siccome se la co- 
sa fosse stata divulgata , vivente Battista, avria ri- 
dondato pili in onore di lei che del tiglio ; e l'im- 
pegno di scriverne esser doveva nel Campano mag- 
giore che in Odasio : deduco dal silenzio del pri- 
mo, che al suo tempo di tal sogno non si parla- 
va; e che fu esso un capriccioso ritrovato, mor- 
to Guidubaldo di anni trentasei , ò di Odasio stes-^ 



(«) Num. e. 21. 6. 

(Jb) Campan. op. omn. p. 62, • 

G.A.T.IX. 2^ 



.joa Letteratura 

so, ò delle donniccluole di cortc,alle cui ciance quel 
credulo letterato non ebbe rossore di deferire . 

§. 7. Provo adesso, che Baldi aderì a que- 
sto autor favoloso; e imbastì nel suo racconto dell' 
abboccamento la propria favola , Della adesione sua 
non voglio darne per prova la menzione anche da 
lui fatta del sogno , suH' unico fondamento dell'as- 
sertiva d'Odasio, ch'egli suppone aver potuto saper- 
lo da coloro i quali da Battista lo avevano udito: 
per lo motivo che alquanto egli men corribo di quel 
parentale panegirista , procura al possibile estenuar- 
ne la maraviglia . (a) Ma il perdono , eh' egli asse- 
risce essersi da Guidubaldo conceduto al Valenti- 
no, onde r ha preso , se non dalla stessa orazione 
d'Odasio?Chi è che, letto prima il passo di detta ora- 
zione da me riportato al S 2 , non riconosca aver 
esso a Baldi somministrato l'idea e la maggior par- 
te delle immagini, per coniare la conferenza del fel- 
tresco e del Borgia ? Perlochè sorprende assai, che 
il signor Perticar! a questo supposto avvenimento 
dia nome in quella sua nota , di parte di storia italia- 
na molto scura ^ per non dire appieno ignorata ; (6) 
e convien dire, eh egli familiarizzatosi, a motivo delle 
sue discussioni su la lingua nostra , con le opere to- 
scane di Bembo , abbia conversato meno spesso con 
le latine . Altrimenti se risovvenuto si fosse del 
dialogo di lui , mentovato al g 1 : gli saria tornata in 
mente la funebre orazione di Odasio , che anche 
Baldi asserisce pubblicata e celebrata da Bembo; (e) 
e memore,che l'avvenimento, narrato già fino dal i5o8 
fi I» Il . I I 1 

(et) L. 1 nel cod vatic* p. 4< 

(b) 6. e. p. 57. e. 07. 

(e) L. 12. cod. vatic. p. 243. 



Uomini illustri d'Ukbino 4o3 

in cui morì GuidubalJo , viepiù divulgossi, allor- 
ché Torazione fu fatta imprimere da Bembo nella 
sua latina operetta : non avrebbe attribuito lo spri- 
gionamento del medesimo dalle tenebre al benefi- 
zio della sua nota . 

S. 8. Che al racconto d' Odasio abbia agr- 
giunto Baldi qualche favola sua , è facilissimo pro- 
varlo; e basta confrontare ciò che scrivono , prima 
quegli e poi questi, circa il perdono che dicesi ac- 
cordato da Guidubaldo al Valentino. Costui da Oda- 
sio descrivesi siwricm scelerum atque perjidiae cle- 
precatus veniam : (a) il che vuol dire , ch'ei fece 
la spontanea e general confessione di tutti i delit- 
ti che gli venivano attribuiti , ed erano stati da lui 
realmente commessi . Nel dialogo di Baldi all' in- 
contro egli intraprende di questi, la confessione non 
già, ma bensì la difesa. Imperochè dice, che al- 
tri nel caso suo sariasi comportato assai peggio ; 
essere stato impossibile ch'ei rimanesse tra le gran- 
dezze a guisa d'uomo di legno ò di fango ; quan- 
do si ha animo grande e mezzi per dimostrarlo , 
non potersi stare ne' termini ; avergli bisognato es- 
ser terribile per armarsi contro il sospetto e l'invi- 
dia ; non esser lui stato usurpator dell' altrui , ma 
ricuperatore del tolto alla chiesa ; avere sparso ne- 
mico sangue , per assicurare sé stesso , come na- 
tura consiglia , e oppresso gli altri per non esser- 
lo egli medesimo ; ninno essere stato ucciso da lui 
senza ragione ; e non tiranno ma pacificatore esse- 
re stato lui di Romagna . (a) 

§. 9. È facile da tal confronto conoscere , 
quanto il perdono che si suppone accordato al va- 

(a) Apuil liemb. ]. e. 

(a) L. 10 cod. vatic. p. 200. 

2G' 



4o4 Letteratura 

lentìno rendasi più malagevole nel dialogo di Bai-, 
di , che nella orazione di Odasìo . Da un ofFenso- 
sore gettato a' piedi delVofFeso e implorante clemen- 
za per oltraggi e danni con ingenuità confessati : 
jion è strano che un cor generoso resti ammollito. 
Quegli air incontro che in faccia allo insidiato ali* 
oltraggiato all'oppresso al tradito fa l'audace difesa 
d'insidie di oltraggi di oppressioni di tradimenti , e 
quasi sen gloria; e fa con ciò presagire, che farebbe 
lo stesso, ristabilito in fortuna: sia pur colui ma- 
gnanimo della pietà del quale ha mestieri , inaspri- 
sce il risentimento di lui , in vece di estinguerlo. 
§. IO. Se si trattasse soltanto d innalzare im- 
maginoso colosso d'un eroe : Odasio in tal lavo- 
ro sarebbe superato da Baldi ; e il principe accor- 
dante presso il primo pieno perdono al nemico in 
apparenza umiliato e pentito , sarebbe di grandissi- 
ma lunga meno clemente di quello , il quale presso 
Baldi perdona al nemico ostinato superbo e del- 
le proprie malvagità lodatore; e per sopracarico lo 
benefica . So anch io , che quanto un' impresa è pia. 
malagevole , tanto maggior gloria acquistasi da co- 
lui che la compie . Ma qui siamo fuori del caso. 
Lo storico narrar dee ciò ch'è succeduto ; e non gli 
è lecito , a spese della tradita verità , ornare di fal- 
si pregii i suoi personaggi . Quindi se Odasìo , 
autore non solo primo , ma unico da cui , in- 
nanzi all'età di Baldi ,( il qual nacque il i553 cioè 
anni quarantacinque dopo 1 orazione funebre da quel- 
lo recitata , siasi parlato del perdono conceduto al 
Talentino da Guidubaldo ) narra che gliel conces- 
se spinto dalla confessione ingenua de' suoi misfat- 
ti : era vietato a Baldi far giungere la longanimità 
dell'offeso al grado, che non so quanto eroico es- 
ser possa , della dabbenaggine ; e inventarsi che sen-r 



tJoMiiXi iiLuSTRi d'Urbino 4^5 

tissi tutto intenerire ; e perdonò il nemico suo , il 
quale ponendo in luminosa mostra tutti i principi! 
dei Valentino encomiato da Machiavello ; ed esal- 
tando la necessità regolarità e rettitudine delle pro- 
prie colpe , non pentito , ma superbo sen palesava . 
JVel quale mancamento essendo Baldi caduto : dun- 
que non è calunnia asserire, che oltre aver seguito 
un autor favoloso , è anche reo d' avere aggiunto 
al racconto di lui una favola propria i 

§. II. Tornisi adesso allo scrittore del comeii- 
tario ; e poiché si è detto , ch'egli il perdono conces- 
so al Valentino improntò ò da Odasio ò da Baldi ^ 
ò più probabilmente da àmendue : ecco le conse- 
guenze a mio sentimento legittime di tale impron- 
to . S'egli si è fidato di Odasio: ( in fatti iion avreb- 
be forse usato la frase lo ebbe a suoi piedi , se non 
avesse letto in lui il genibus advolutus : ) dunque 
ha preso per fondamento dell' elogio suo una ora- 
zione funebre, genere di scritto , dal canto della ve- 
rità e fedeltà storica , screditatissimo fino dal tem- 
po di Livio; e a cui non dee la storia che una 
farraggine d'imposture grossolanissirae: come provar 
potrei , se non mi fosse vietato e dalla brevità pre- 
scrittami , e dal rispetto che rtiviolabile professo a 
rispettabili cause famiglie e persone . Se una gene- 
rai massima consiglierebbe diffidare di ciò che nel- 
la sua orazione dice Odasio ; e niuna fede presta- 
le al perdono di cui si tratta : quanto tal diffiden- 
za divien ragionevole per la favola del sogno ? Chi 
non comprende , essere stato coniato , morto Gui- 
dubaldo; e non ne pfende argomento da' giorni treii" 
tasei^ allusivo allo stesso numero d'anni da esso vissu- 
ti ? Guai alla impresa del lotto , se i sognati numeri 
con tanta precisione oggidì si avverassero ! E se favo- 
loso è stato Odasio in un pu«to ^ clii poUà fargli 



^oQ Letteratura 

malleveria, che tale non fosse negli altri: tanto piò. 
che nessuno autore contemporaneo conferma quan- 
to egli dice ? Esige quindi la critica, che non si 
presti fede né a Odasio , né a chi in lui si è fonda- 
lo , per asserir cosa solo da esso attestata . 

S. 13. Se poi ha improntato il fatto da Bal- 
di, cioè da chi non solo, come si è detto, ha pe- 
scato notizie in elogio sospetto assai di scrittore 
imico e favoloso : ma si è preso in oltre il piacere di 
alterarle e trasformarle in circostanze totalmente di- 
verse: non può che ripetersi conseguenza consimile 
all' altra : cioè che né a Baldi può credersi , né a 
chi prende lui delle proprie asserzioni per hase. Ces- 
si da me che con tale giudizio io detragga al me- 
rito singolare di tanto uomo, forse il massimo tra' 
letterati moltissimi dalla dotta sua patria prodotti ; 
e trovo air incontro molto giusta la stima eh' ebbe 
per lui l'egregio pesarese Curzio Ardizio , agli au- 
spicii e mediazione di cui dovè egli il proprio sta- 
bile e pingue collocamento in Guastalla: nel modo 
stesso , che a quelli dell altro inclito pesarese mar- 
chese Guidubaldo Borbon del Monte dovè il gran 
Galileo lo ìncominciamento di sue fortune . Vedo 
che in tale rapporto biasimar Baldi saria lo stes- 
so che biasimar Senofonte . Poiché siccome questo 
prestante attico ingegno , nella sua ciropedia^ non 
si propose descrivere la vera storia di Ciro, ma ( co- 
me anche Platone e Tullio conobbero ) (a) forma- 
re sotto nome di lui un modello di regia perfezio- 
ne , per ammaestramento^ di chi dee regnare: co- 
sì Baldi col libro , cui die titolo di vita di Gui- 
dubaldo^ non pare che intendesse tessere storia esat- 

(a) V. Diipiii bibl. univ. des hist. 1. i §. 27 p. aoo. 



Uomini illustri d'Urbino 407 

ta e rigorosa; ma comporre un esemplare noLilis- 
simo e filosofico di ardua insolita e sublime virtù, 
nel quale si specchiassero i principi del suo secolo. 
§. i3. In fatti se il signor Perticari , dal cui 
parere su le insigni filologiche prerogative di que- 
sto libro non mi dilungo , avesse avuto occasione, 
come qualche altro, di consultarlo per alcuno sto- 
rico lavoro : si sarebbe accorto , quanto equivoco 
sempre e spesso inutile affatto a tale oggetto si ren- 
da. Ond'è che non scuta storia e anzi appieno igno- 
rata avria voluto un suo racconto chiamare ; ma 
fin tascena di romanzo cognito e manifesto, a imita- 
zione del ciropedico sistema del figliuolo di Grillo. 
§. i4- Perlochè sono persuaso ^ il perdono 
che dicesi conceduto da Guidubaldo al Valentino , 
essere una specie di sogno simile a quello delia fe- 
nice. Se l'urbinate qualche lusinghiero discorso tenne 
col suo nemico;(il che né pure è sicuro.-) esige la pp- 
denza che credasi, aver voluto con ciò, di concer- 
certo con gl'interessati , facilitare la restituzione de' 
contrasegni delle fortezze e preziosi oggetti fuori dì 
Urbino esportati . Non si dissimula tale artifizio né 
pure dall' encomiastico Baldi, (a) Che se poi si pro- 
vasse , essere stato il Bolgia giudicato dal duca di- 
Urbino più presto degno di perdono che di vendete 
ta : siccome non è possibile purgare il duca eoa 
prove sufficienti da ogni complicità almeu presunta 
nel trattamento che gli si lece soffrire , in seguito 
di sue restituzioni è condiscendenze: sarebbe egli sla- 
to non solo traditore del Valentino ; ma traditore 
di sé medesimo : tale essendo chi opera contro i 
dettami della propria coscienza . 



(rt) L. 10 cod. vatic. p. 2o5, 



4o3 ^Letteratura 

Riflessione V. 

Duca Francesco Maria I ricuperò la dignità e lo 
stato pel favore e le pratiche de suoi buoni urbi'- 
nati . (a) 

§. I. Quando fosse verità , avere i buoni ur- 
binati contribuito con favore e con pratiche a ri- 
stabilire questo duca : divenuti sarebbero rei di fel- 
lonia ghibellina . i saggi lettori non riputeranno tale 
riflessione straniera all'oggetto . Poiché papa Leo- 
ne avendo solennemente detronizzato la casa della 
Piovere ; a essa sostituito in tutti i dominii Lo- 
renzo de' Medici ; e dopo la morte di questo , 
riunito i medesimi alf immediato governo della 
chiesa : sarebbe stato ribellarsi notoriamente da 
lei padrona sempre diretta , e allora anche utile 
di quegli stati , richiamandovi a regnare , dopo la 
morte del pontefice operatore di tali cambiamenti , 
e prima delia eie/ione possesso e deliberazione del 
novo, un principe privato del trono per incolpa- 
zioni gravissime . 

§. 3. Ancorché i suoi delitti esser potessero 
parte assoluti , parte supposti : era forse questa una 
conlesa da decidersi con arbitraria sentenza della 
piccola e suddita Urbino ? Se Francesco Maria dalla 
chiesa nemico si riputava : come poteasi accordar- 
gli favore e far pratiche , acciò il trono ricupe- 
rasse ; e non ribellarsi contro la chiesa ? 

§. 3. Ma rendasi a boni urbinati giustizia. Egli- 
no questa volta passivamente regolandosi , e la me- 
noma parte attiva non permettendosi : riconobbero 
il dovere di sudditi della chiesa . Chi al favore 

(rt) Coment, p. i4- 



UoiaiPfi ILLUSTRI d'Urbino ^09 

è alle pratiche loro attribuisce il ristabilimento di 
Francesco Maria ne'perduti dominìi : paragona Ur- 
bino alia esopica mosca , la quale stando sul ti- 
mone del cocchio , vanta esserne guidatrice . 

§. 4- Francesco Maria il quale , fino che visse 
papa Leone , stette nel mantovano : appena il sep-. 
pe delonto, radunò immediatamente in Ferrara ( di- 
ce il grave storico Guicciardini ) («) ducento uo- 
mini d arme ^ trecento cavalli e tremila fanti . I 
francesi e i veneziani permisero alle loro milizie 
seguirlo . Quelle de' nemici non pagate e perciò 
ostinate a non moversi , non gli fecero resisten- 
za ; e così non impedito Tesercito suo nella mar- 
cia , arrivò felicemente alla signoria di Pesaro e 
al ducato d Urbino . Chi avrebbe potuto opporsi 
validamente a questo principe ardito e prode ? I 
sudditi tranquillamente lo accolsero : il che se fatto 
non avessero , potea con la forza obbligarli . Ec- 
co il favore e le pratiche con cui fu di novo po- 
sto sul trono . Bajonette e focili hanno in questi 
affari molto efficace eloquenza . 

§. 5. Favore e pratiche deboni urbinatii E 
come fecero essi in que' rapidi momenti a conci- 
liare la cosa col duca di Ferrara , con la repub- 
blica di Venezia , e col re di Francia ? Essendo 
che finserzione di fatto non vero nella storia , co- 
me dice Luciano , (b) equivalga a porzione di cibo 
ò bevanda penetrata nella trachea : si può ben dire, 
che questo favore e queste pratiche formano un 
corpo estraneo di tal mole , che per espellerlo è ne- 
cessario uno sforzo assai violento di tosse . 



(«) L. 14. p. 419. 

(b) Quom. hisf;, scrib. sii. op. omn,. p. ayS. 



4id Letteratura 

Riflessione VI. 

Duca Francesco Maria I riimì al dominio di Ur- 
bino la città e contado di Pesaro . (a) 

g. I. E slam qui di novo col dominio ò sia 
sovranità d' Urbino . Quando mai Pesaro , prima 
di duca Francesco Maria I , fu unita al dominio 
d Urbino ? E se innanzi a Francesco Maria I non 
vi fu unita giammai : come vi potè essere riunita 
da lui? Si può forse riunire , cioè unire una secon- 
da volta , ciò che non è stato unito una prima ? 
§. 2. Pesaro soggetta , fino dal secolo tredice- 
simo , a' Malatesti; e dalf ultimo di essi del ramo 
pesarese , verso la metà del quindicesimo , venduta 
agli Sforzi, non, dipendè mai da' leltreschi , e mol- 
to meno da Urbino a feltreschi subordinata . Estin- 
to il lamo sforzesco pesarese , fu da papa Giulio II 
la signoria pesarese infeudata alla casa della Rovere 
signora anche d^ Urbino ; e ciò non chiamossi riu- 
nir Pesaro al dom,inio d Urbino-^ ma cumulare in 
unico signore dominii diversi : talché fosse e duca 
d'Urbino e signore di Pesavo ; e come duca d' Ur 
bino avesse Urbino per metropoli ; e come signore 
di Pesaro , Pesaro . Quindi si Francesco Maria I 
che Guidubaldo II ^ presero del ducato d'Urbino e 
della signoria di Pesaro investitura separata ; e ne 
furono loro spedite due papali bolle distinte ^ con 
obbligo di pagaie due distinti annuali censi : uno 
per lo ducalo d' Urbino , F altro per la signoria 
pesarese . 

g, 3. Invogliatosi papa Paolo' III. di dar Vit- 
toria sua nipote in moglie a detto duca Guidubal- 



(o) Coment, p. i4- 



Uomini illustri d'Urbino 4ii 

do vedovo di Giulia Varani t tra le altre concessio- 
ni che fece allo sposo , vi fu anche quella di al- 
leggerire e singolaiizzare gli annuali pesi inerenti a' 
•due separati dominiì ; e permettere che da unica 
bolla se ne conlérisse in avvenire 1' investitura , e 
un solo censo servisse di ricognizione delF dito do- 
minio della chiesa su 1' uno e su V altro . Volle il 
papa largheggiare cosj, per raddolcir l'animo di Gui- 
dubaido , forse non pienamente pago di tale allean- 
za , per la non estinta memoria delle vicende di 
Camerino ;^ e incoraggirlo a sposare quella donna , 
a dir vero virtuosa e santa , pur di Pierluigi fi- 
gliuola . 

§. 4- Tuttavia 1' unica bolla e V unico censo 
non produssero mai V effetto , che unico divenisse 
il dominio. Duca Guidubaldo , anche dopo la con- 
cessione , proseguì a chiamarsi nelle monete nelle 
lapide e negli stemmi Urbini dux Pisauri dominuSy 
nel modo medesimo fece continuamente chiamarsi 
Francesco Maria II suo figliuolo e ultimo duca ; e 
come Guidubaldo, seguita la morte del padre, pre- 
so avea del ducato di Urbino in Urbino , e della si- 
gnoria di Pesaro in Pesaro , distinto e separato pos- 
sesso : così possesso distinto e separato prese de' 
due stati il prefato duca Francesco Maria: il che 
limpidamente apparisce dagli atti pubblici i quali 
se ne conservano . 

^ §. 5. Né con queste formalità il regime poli- 
tico ed economico era in opposizione : essendo sta- 
ta sempre governata la signoria di Pesaro con se- 
parate sanzioni indipendenti dal ducato d'Urbino ;; 
e avendo goduto assoluta esenzione da' dritti presunti 
di quella città , senza mai riconoscerla per metro- 
poli : come diffusamente si narra nella relazione della 
vertenza tra Urbino e Pesaro , intorno alla visita 



'4iii Letteratura 

dell' urbinate protomedico , egregiamente distesa dal 
dottissimo e del decoro della patria zelantissimo 
pesarese gentiluomo signor Carlo Gavardìni * 

§. 6. Per le quali cose la giustissima e lode- 
volissima providenza del regnante papa l'^Io VII, 
il quale ha dichiarato delegazione aposlolica la si- 
gnoria di Pesaro , governata bensì dallo stesso 
prelato ( egli è attualmeute V egregio e d' alte lodi 
ben degno monsignor Lodovico Gazzolì ) cui è sot- 
toposta la delegazione apostolica del ducato di Ur- 
bino , ma total meote separata da questa : non può 
chiamarsi cosa nova del tutto . Essa è piuttosto un 
saggio ristauro del sistema , praticato sempre , fino 
dalle cessioni di Carlo magno ; e ragionata restitu- 
zione a Pesaro di ciò che per dritto le competeva . 

Riflessione VIL 

Mandati da Urbino dodici gentiluomini a duca Gui- 
Guiduhaldo II. ( non quasi sempre , ma sempre 
in Pesaro dimorante ) per placare lo sdegno che 
avea concepito contro di essa: nove f ecene de- 
capitare nella rocca di Pesaro , a molti altri con- 
Jiscar beni., e molti esiliò, (a) 

g. I. Se de' dodici individui spediti da Ur- 
inino a placare lo sdegno di Guidubaldo , egli 
ne fece nove decapitare : gli esilii e le confische 
non poterono dunque da lui fulminarsi che a danno 
di tre ; e tre individui in tal modo trattati come 
possono dirsi molti ? 

§. 2. Sia pur vero, che Guidubaldo , da Giam- 
battista Passeri , a motivo dello splendore a cui Ig 



(«) Coment, p. 16. 



Uomini illustri d'Urbioo 4i3 

pesarese città sempre a'suoi legittimi sovrani fede- 
lissima , gli piacque innalzare , detto TAugusto dì 
Pesaro , fosse imitatore di sì celebre principe an- 
che nelle sue proscrizioni ; e altresì vera sia la 
ferale condanna contro / 7iove urbinati : egli è ren- 
dere troppo atroce questo ngore , dicendolo adot- 
tato sopra lo scarso numero c/i dodici ; e in tal gui- 
sa si cade biasimevolmente nel falso , pel fine ma- 
ligno di eternare non solo , ma accrescere 1' odio 
contro di un duca , il quale in Urbino anche og- 
gi suol chiamarsi Baldaccio. Non dodici furono gli 
sconsigliati a Pesaro in quella occasione recatisi , 
ma settanta : i quali trattati in prima tutti del pari 
come gente di città ribellata , cioè con guardia di 
vista , e senza permesso di uscire dal pubblico al- 
bergo dove fissarono la dimora : di lì a non gua- 
ri , tranne alcuni riservati a severo processo , fu- 
rono rispinti liberi alla città stessa da cui eran par- 
titi . 

§. 3. Io che nella clemenza riconosco la più 
preziosa delle qualità per cui a Dio ì regnanti so- 
migliano : bramerei poter dire , che Guidubaldo ri- 
sparmiò il sangue di que'miseri . Ma poiché ciò si 
opporrebbe alla verità della storia : compete almeno 
a un pesarese , cioè a chi appartiene a città da lui 
amata teneramente, e poco prima di morire adottata 
per figlia, giustificare al possibile tale insolita austerità 
di questo benefico padre . Mi pregio averlo fatto diffu- 
samente nelle mie memorie storiche di Pesaro , ine- 
legante lavoro ma ingenuo : onde mi contenterò di 
qui accennare di volo, che i tumulti ins'orti in Ur- 
bino furono vera ribellione ; che tal ribellione , origi- 
nata dal novo dazio di un quattrino per libbra su le 
carni , (^ forte gravezza a dir vero ! ) (a) tende al ro- 

'sCi) P. i6, 



4i4 Letteratura 

vesciamento dello stato : avendo que'clttadiui offerta 
perfino la città al granduca di Toscana ; che papa 
Gregorio XIII , la cui clemenza e mansuetudine è 
nota , udendo vociferarsi , ch'ei quel rigore avesse 
condannato , dichiarò a Guidubaldo col mezzo d'un 
breve , esser falso ciò che diceasi ; che gli urbi- 
nati spedirono quella tumultuaria deputazione , sen- 
za averne ottenuto il permesso, e meschiarono in 
essa molti de'più pertinaci ribelli , non assicurati an- 
tecedentemente da salvocondotto ; che incaminati co- 
storo verso Pesaro , Guidubaldo fece incontrarli da 
persone autorevoli , le quali a nome di lui loro or- 
dinassero retrocedere : al qual comando ricusarono 
arrendersi ; che Urbino avea per ben due volte latto 
strage de'proprii dominanti , e che uno degli arre- 
stati ribelli era Ettore Seralini , individuo della fa- 
miglia autrice della congiura contro l'infelice Od- 
dantonio : perlochè da Guidubaldo si riputò neces- 
sario dare questo esempio strepitoso di giusta ven- 
detta ; e verificare , che sempre è de'principi sacer 
nepotibus cntor, (a) 

§. 4- Nel coraentario parlasi in guisa di que- 
sto fatto , e con tanto artifizio se ne sopprime l'apo- 
logia , da rendere , come ho detto , sempre più odio- 
sa presso quel popolo la memoria di Guidubaldo . 
IjO scrittore è nato in città non figliuola di lui . Ma 
è forse lecito mingere in cineres non patrios ? 

§. 5. Del così recatogli oltraggio è inutile compen- 
so il vanto non vero , che lui duca^ continuò la corte 
d Urbino ad accogliere nel suo seno gli uomini più 
celebrati di quel secolo . (^) Se Guidubaldo sem- 



(n) Epod. VII. 
(5) Coment, p. i6. 



Uomini illustri d'Urbino 4l5 

pre in Pesaro dimorò : dunque la corte di Pesaro 
quegli uomini celebrati accogliea , non quella d'Ur- 
bino . Per esempio , forse in Urbino e non in Pe- 
saro fu da Bernardo Tasso composta la maggior par- 
te dell' A ma di gi? 

§. G. Essendo la verità , come dice Dione Cri- 
sostomo, (a) amara et injucunda stultis : ignoro se 
la si possa alterare , senza fare a quelli a cui ò di 
cui si parla l'enorme torto di tenerli per imbe- 
cilli . 

Riflessione Vili. 

Francesco U gocciane Brandi (vescovo di Faenza 
e poi cardinale ) ito come nunzio apostolico per 
ordine di Urbano VI nella Francia e nella Spa- 
gna , contrastò con quel Pietro cardinal de Luna 
che poi fu antipapa ; e ne scoprì in molte emer- 
genze le macchinazioni , e ne ruppe i disegni . (b) 
§. I. Una delle emergenze in cui furono dal 
Brandi scoperte quelle macchinazioni e rotti que dì- 
segni , non fu certamente la grande adunanza dì 
Medinadelcampo , alla quale provocati furono ì 
due contendenti pel sommo ponteficato da Gio- 
vanni re di Castiglia a spedire i proprii delegati , 
per discutervi i dritti rispettivi ; e da Urbano ri- 
conosciuto per legittimo guccessor di s. Pietro nella 
città primaria del cristianesimo , fu inviato detto 
Brandi per tale oggetto , in compagnia di cardinale 
Gualtieri Gomez. In tale emergenza a chi non è no- 



(«) De GÌ. non capt. p. i5i, 
(b) Coment, p. 43. 



4iG Letteratura 

to , che toccò soccombere a quelli die soeteneva- 
no Urbano ; e che cardinal Pietro di Luna e An- 
gelo Peducci deir ordine de'minorì vescovo di Pe- 
saro sostenitori di Clemente ottennero piena vitto- 
ria : perlochè quel sovrano, uscendo dalla neutralità 
in cui re Arrigo suo padre poco prima era morto , 
riconobbe e volle che da tutto il suo regno fosse 
riconosciuto Clemente per papa legittimo : come fat- 
to aveva anche Carlo V re di Francia ; e ciò de- 
cìse per allora della ubbidienza di tutta la Spa- 
gna ? Dico di tutta , perchè Giovanni re d'Aragona 
e Carlo il nobile re di Navarra eransi già dichia- 
rati contro Urbano . Da niuno potrà questo chia- 
marsi scoprire le macchinazioni di cardinal di Lu- 
na e frastornarne i disegni . 

g, 2. JVon faccio questa riflessione per de- 
durne , che piti valse il Peducci in difendere la 
causa cattiva e scismatica , che il Brandi f or- 
todossa e la bona. La chiesa universale , dicono i 
teologi , non aveva ancora pronunziato , come poi 
fece nel gran concilio di Costanza , finfalllbile ora- 
colo sopra l'oggetto di tali macchinazioni e dise- 
gni ; e non sapendosi allora chi fosse papa legit- 
timo : i cristiani , divisi rapporto alle persone , chia- 
mare non si potevano aderenti allo scisma : poiché 
quantunque si fossero innocentemente ingannati , non 
lasciavano d'essere in perfetta relaKÌone col centro . 
§. 3. Siccome dice s. Antonino , che peritis- 
simos viros in sacra pagina et jiire canonico ha- 
huit loto tempore ilio quo duravit schisma utraque 
pars seu ohedientia , ac vere religiosissimos viros , 
et quod majus est^ etiam miraculis fulgentes : (a) 

(ft) Hist. P. 3. t. 22, e. 2. in princ. 



Uomini illustri d'Urbino 4 '7 

saremmo ugualmente ingiusti chiamando empio il 
Peducci perchè sostenne con fervido impegno Cle- 
mente ; e ponendo in dubbio , a motivo di sua 
soccombenza , il valore del dottissimo Brandi , po- 
sto in sì chiaro lume nel comentario, e a dir vero 
di eterna lode meritevole. 

§. 4- Che se anche tal soccombenza conslituis- 
se , come non constituisce , demerito: cesserebbe per 
questo nello storico l'obbligo del dire il vero ? Non 
sarebbe meglio il silenzio , che coniare false vit- 
torie ? 

Il resto in seguito . 

Teofilo Betti 



CI. Viro Achoc. Petro Ruga Antecessori Romano , 
Raphael Mecenate , salutem. 



N 



on dubito , quìn tibi nota sit censura de meo 
Messala. Neque enim puto te non legisse, quae publi- 
ci iuris flunt ut legantur a doctis et ponderen- 
tur , et tu maxime legas et lance pendeas exa- 
ctissima. Scire vellem propterea quid censeas. Ego 
vero gratus benignilati censorum quantum peperce- 
rint; quae ad bibliographiam peitiuent laudo, .pla- 
citura iis , qui graviora studia non sustinentes mi- 
noribus illis deliciis maxime occupautur in otio: at 
coetera non possum collaudare , nempe quod non 
patiantur scriptorem emergere ab ultima aetate la- 
tini sermonis. Kecte enim consideres velim, an istam 
sortem jure scriptorì portendant ea , quae severe 
reprehendunt ne veterem, mutata licet lectione, opi- 
nionem deserant. Ac primum graviorom crimina- 
tionem ex lectione pag. ^5 — adversoqiie Jlumine^ 
G.A.T,1X. 37. 



4 I 8 L E T r E n A T U K A 

quod Brentensia nuncnpatur -^ quìa non ante go* 
thorum adventum in Italia flumen Medoacus coe- 
perit Brintia vocari. Grave quidem. Veruni si aui- 
inadverlissent quam plures hujusmodi grammati- 
corum explicationes ope codicis disparuerint, judi- 
cium iJlud continuissent: quia torte quum legeretur 
eo loco — ^ adversoque Jlumine iJ/e^oaco— paedagogus 
per aetatem suam explicaverit, vel gramraaticus ad- 
notaverit margini — quod Brentensia dicitur- — in- 
deque corruptìo altera probabiliter libello accesserit; 
retinuit enim sequior calligraphus explicationem fu-» 
tilem , perinde meliorem uti suo intellectui et tem- 
pori magis accomodatam, — quod Brentensia dici- 
tur — praeteriens Medoaco veluti nomen arduura 
et antiquato m.Seposita vero quaestione de aetate mei 
codicis, notati! dignum est, hunc locnm controver^ 
sum collimare cum Strabone propemoduni Augusto 
coevo;lib. ò. Geographiae — - Ad eam urheni (Pata- 
vii ) a mari subvectio est y^n terso flumine . . . . t 
Bleodoco — pag. 326. tem. i. edit. Amst. 1707. 
Sic vero omnium corruptiones scriptorum, unius ad 
alterum subsidio , ad veram lectionem revocandae^ 
videntur, 

i\on erit proìnde libellus hoc crimine ad ima 
subsellia denuo damnandus, vix dum emergit a cor- 
ruptione, sed potius conjectura restituendus. Nam 
coetera, qnibus irritantur, le via suHt, nec satis matu- 
rata. Illud enim, quod legitur pag. 87. lin. 7. — et 
ingens robur armatorum auxilio secum duxit — , in- 
flatum nimis visum estcrilicis, cerliusque indicium 
declinantis latiiiitatis. At videant ne, dum Messalam 
carpunt , obliti Ciceronis videantur eadem dicendi 
vi uteniis — soboles et robur milifum interiit"-^ etiam 
in luimiiiori, fpist. 33. Jib. io. familiar., ne quid de 
i;i|\isf e^emplis dicam stylo graviori prò Cluentio 



Epìstola in Messalam Corvinum 4'1> 

sect. 56. — Cajus Flav. Pusio^ Cn. Titinnius , C. 
Maecenas , illa tohura populi romani ; cueterujue 
hujusceniodi ordinis. 

Vellicavit eliam aures delicatulas illud, quod 
illìtio legitur — digneris postulatione tua --^Bixis- 
sent tamen , an oilendantur veibu sculo — postula- 
tiene — vel alio— ^ di gneris — f-an utroque. J\am si 
hoc vile repulaiit deteiioris indicium servitiitis , 
quam sub Augusto; animadvertant primo, usitatuni 
fuisse Ovidio, Tristium lib. 3. eleg. i4- vers. peuult. 
Qualem cunique leges venia dignare libellum. 

Ki&ìveAhwscxAo - postulatione- initautur, videant 
hoc sensu adhibitum fuisse a Cicerone prò Muraena, 
sect.aS.edil.Oxonii i^SS tom. 5.;adQ.Fratrem lib- 2. 
epìst. IO. pag. 91. tom. 9.,Plaut. in Baceh. act. 3. 
scen. 3. vers. 45., Terent, in Hecira act. i. scen. 2. 
vers. io5. 

Graecissat scriptoF libelli yo^fg. i4- Un-ult.^ nec 
alio , quod quidem sciam , exemplo verbu sculi 
f^ cosmographi — . iVon leve crimen ad demerendum 
gradum Inter latinos scriptores. Sed forte scriptum 
erat hoc loco — ys.oay.o-^pa.<fou — iiiterscripla enim 
apud quosvis bonae aetatis scriptcìres occurrunt grae- 
ca verba , queis non adbuc pntrium sermonem di- 
laverai usus , quem pencs arhitrium est et jus et 
nonna loqucndi. Graecnm igitur paodagogus forsi- 
tan reddidit latinis literis in margine , et calligra- 
phns, graece rudis, adoptavit ut latinum quod oc- 
currebat in margine . i\on inde tamen plecLendus 
auctor, et de meliori sede depelieudus. 

Succensent praeterea anacronismo , ut ipsi qui- 
dem iudicant , istius scriploiis, referentis ad annum 
UC. 3oi decemvivorum depositionem abdicalio- 
nemve , perinde incertus scripserit aetale admodum 
posteriore. Sed yellem rccordarentur Dionysii Ua-r 

27 



^20 L E T T E R A T U H A 

licarnassei grave dictum lib. 7. sect. i fin. — Feren- 
dum esset in historicis si exiguo annoriim numero in 
insù tirmporum siipputatione fallerentur , praesertim 
Clini priscam et muitorum annorum historiam com- 
ponunt — Tanto magis in epoca decemvirorum , 
qua-", inteimortuis consulatibus, in romana histo- 
ria creavit perpetuam diJlìcuUatem supputandi an- 
nos. Qui quian summae auctoritatis historicus de- 
positionem decemvirorum reterai ad annum UG.So^, 
Varrò ad annum 3o5, Livms ad annum 3o4- , Ine 
Mossala ad annum Joi, et denique Diodorus Sic. ad 
annum secundum olimpiadis LXXXIV. aut omni- 
bus , aut nulli , gradus ob discrepantiam temporis 
coiitenilendus, ipso Dionysio judice. 

Ubinam vero legerint illud — serenissime au- 
guste — r» graviter notatum, quodqiie coeteris utcum- 
qne reraotis ibret argumento ultimae latìnitatis, pia- 
ne non video in ipsa mea recensione. In vulgatis 
qnidcm sect. 1 in fine legitur — r- accelerare ma- 
turoho. serenissime Caesar Auguste — , manifesta 
gi^ramatici- addillo : sed recensio ex codice de- 
simi — accelerabo — , nec ultra progreditur ad il- 
lud - — serenissime • — 

Kevocant praeterea censoies attentionem eru- 
ditorum per notulam pag.io. ad scriptoris frequen- 
tem ùsum versuum Virgiiii. Sed quorsum ^ An ut 
illuni Macrobio comparent vel Sex. Aurelio Victori , 
qui potius exeinpium videntur praecursoris Messa- 
lae sequuti, aut denique ut reprehendanl Messalam 
ipsum , quasi niliil scientem quam Virgilium ? Sed, 
pace eoium , posset inde contrarium indici um su- 
ini , Messalam voluisse morem gerere Augusto , qui 
Aeneida, a Virgilio legata flammis, tanti habuit , ut 
ed i cerei — Frangatur potius legum veneranda potè" 
stas , Quam tot congestos noctesque diesque labo^ 



Epistola in Messalam CorvInum 421 

res Hauserit una dies — Forte etiam Messala gra- 
tus Virgilio ob dedicationem Ciris , depravati quon- 
dam, et nunc redditi liuic libelli , blanditus clien- 
iulo fuit ipsius versus passim Augusto commen- 
dans . 

Plautino etiam sàie cohspergunt variantem le- 
Ctionem §. Sa. — ^)iùlatae f^irginiae^'— ut quam ad- 
versari pùtant Livio lib. 3. cap. 4. esistitnanti m- 
iemeratam . Verura si animadvertissent manus quo- 
que in Vlrgìniain yiolenlas luisse injectas ad illanl 
perducendam in servitutem M. Claudii , et libidi- 
Jiem Appii, teste Eiodoro Sic. bibl. la.sect. i4tom. 1. 
edit. Vesselingi Amst. iG^ij.-^Puellam eniin ab Uh 
( Appio ) in manus traditam ut niancipiuiu suum ne- 
hulo adducit' — \ piofecto temperàssenfc a loco qui- 
squis scripserit-^/j(jco amico della preziosa vergini^ 
tà di Virginia — Etenira illud violare non semper 
pertinet ad pudicitiam ; sed iu quavis injuria per 
contumeliam ^ manu ^ signis ^^ ferro ^ nece ^ usurpant 
optimi quique sciiptores aurei Saeculì . Accedit in- 
Certitudo ^ subacta libidini Appii , per artes nec 
ne fuerint Virginia, dubietatem ingerente Diony- 
sio lib. IL sect. i et 2. ■ — Oh lias igitur causas vi~ 
Sunt est mihi persequi omnia , quce in deccm^'ira- 
tus ahrogatione acciderunt ^ et quce memoratu di- 
gita pufo . De illis aulem agam , initio non ab ul~ 
timis ducto , quos m,ultis 'videhtur sola causa liber- 
iatisfuisse^ ah iis inquam , qUn: Appius amore con- 

REPTUS IN yiRGINEM COMMISIT ; ìlOiO eiliui L'St 

aliorum ejus facinorum appendi^ , . . in 
FORMOSAS eorum uxores impie se gerebant ^ 

ET IN FILIAS NOBILES CON TU M ELIOS I ERANT . i 

Ut ii^ quibus hcvc minime f erenda videbantur , reli^ 
età patria , cum conjugibus et liberis in proo'imas 
urbes migrarent- — . 



432 Letteratura 

Coeterum duoLus aliis , et siqui ultra irrepse- 
runt , erroribus operai um — prcemii — loco — premit-^ 
scropham — prò — scropìia — , correda decies vulga- 
tae menda; numquam ab operibus sublata : eis opto 
indulgeant recieati joco iesti\ issimo , qucm Michael 
Fernus praefixit recognifioni corruptoriim plusquam 
MILLE in editione sua elegantium operum Antonii 
Campani Romae 141)5 , raiis>ima quidam cum islis 
praesortim extremis loliis correctionum , sed apud 
me integra : qtiippe praefixum legitur — yis ex stiil- 
to demeiis ; idemqite ex demente insa?ms fieril Li- 
hros primits romm imprime — corruptorum recogni- 
tio millenorum — cui qnum damnatus fuerit sorti Mes- 
sala meus , ut bic impiimeretur , ignoscant censo- 
res , ne, dum videntur excitare — si/atti studj ^ pei 
quali Roma è ben tempo , che liprenda il vanto 
sopra le altre nazioin — ^acerbitate eliminent potius, 
quam sollicitent. 

Si quis autem sophista vel rhetor vellet su- 
scipere exercitationem controversiae ; an sit libellus 
I\Jcssalae Augusto coaevi , aliqua illi suppeterent ad 
siiasoriam argumenla. Ac primum quod omnes noti 
codices ideni nomea , eumdemque titulum praese- 
ferunt (a), meo quoque meliore in hoc consentien- 
te ; nisi quod codex valicanus 834, exscriptns ab 
alio antiquiore (6), addit grave aliud quidpiam— • 
Messala^ ora tori s disertissimi — ejus , qui coae- 
vus Augusto fuit per an tonomas iam o/}v/ro/? dictus : 

(«) Codex collegii LincaluicnsisaThorna Hcarno collaius in sua 
^ditione Oxonii i7o3,aUcr ojini resinai Christina; ii. n. 834- tran- 
slatus in bibliothccam vaticanam , alter collegii novi Oxonicnsis re- 
latus in biljliolhcca biblioiliecarum Monict'avicoxiii tom. i. pag. 665. 

(6) Legitur in fine libelli rubro colore scriptuu»— yf/7^'e/MS Fé- 
renUnales Rubano Iprensi scripsil in Urbe unno Xp. MCCCCLFJL 



Epistola in Messalam CoRviNuivt 42^ 

cui quidem univoco Messalae codicum consensui 
accedit animadversio , quod error in libris suppo*- 
sititìis numquam din viguit. Unum prò multis exem- 
plis comnaemorabo . Feiebatur enim Lacii Fene- 
stellce nomine libellus de potestatibus romanorum 
Inter disputationes criticorum, an esset liber nomi- 
ne dignus imposito , vel hoc essel appictum . Quae- 
stio sublata fuit prodeunte codice Wiitsii , qui il- 
lum retribuii Flocco fiorentino edit.Antuerpiae i56i. 
Pulas ne contra per tot saecula latere iraposturam de 
isto Messala ? Deinde argumento esse potest restitu- 
ta lectio libelli, adeo ut, si forte antiquìor prodi^ 
ret codex , qui residuos uaevos, si qui sunt, espun- 
gerei , ad aetatem Augusti retrogrado ordine libel- 
lus certo calculo pervenirci . Quis enim tantae con- 
fidentiae criticus ^ qui a st^ylo possit scriptorem de- 
terminare , quum quisque suo etiam stylo scribat 
impraesens , et antea scripserit , et sit quisque sua 
lingua disertus ? ut ajebat Messala apud Senecani 
eontrov* iib. 1. pag. 191. edit. Amst. iG^a ; 

IJlud vero praecipuum videtur àrgumeiitum , 
quod libellus Messalae nomen praeseferens , et Au- 
gusto nuncupatus , panca de ipso Augusto conti- 
neat cum dignitate modesta §. 35i - Europa ad 
extremos Jines per te undique pacata . i , . ^ ut 
nihil te imperante superesset indomitum - Quam- 
quam si confìcta Augusti panegyris vel exercita- 
tio rhetoris ultimae aetatis haec esset , ut visunl 
aliquibus fu4t, ampia proiécto rheloricae exercita- 
tionis suppetebat seges a mutato per beila civi- 
lia statu reipublicae , indeque laudandi Augustum 
commutantem . Esemplarla vero non deluisse di- 
cerentur rhetori , quibus se prò genio aetatis et 
exercitationis conformaret , luliani ad Costahtem , 
Libanii in Basilico, Cumcnii, l^azarii , Latini Pa^ 



424 Letteratura 

cali , Mamertini, Corrippei. Centra igitnr pauca scri- 
bens de Augusto, et ad Augnstum studiose mode- 
stns , Messala hic , auctorilatis argnmentum videtur 
perhibere : qnippe scribens probe noscenti sua , ef- 
ferre haud debebat gesta ejus, in quibus scriptor 
maximani partem babnerat . Messala siquidem mi- 
litari virtute scientiaqiie prudentiae civilis prae- 
stans , quantum ab antifjuis scriploribus collecta ejus 
vita demonstrat, scrib('bat Augusto , et de Augu- 
sto in eaclcm scieutin longe praestantiore , ut qui 
ex corruplione reipublicae occasionem arripuit blan- 
di principatus snscipiendi , adiutus Messalae vir- 
tute militali , non nihil et civili prudcntia ejus , 
et Ciluii Mecenatis . Postremo in ea scienlia utrum- 
que preslantem decebat propria dissimulare , ne re- 
center gestorum laudatioue invidiam mutati status 
reipublicae apud dissidenles a principatu excitarent. 
Sciipsissc praeterea de rebus Augusti Messalam non 
anceps indiciura perhibet Svetonius in Octaviano 
cap. TZ|. sect. 2, unde suspicìo, progressum ad istum 
{[uoque libellum fuisse . 

Non levis deniqne coniectura est versum Vir- 
gilii quasi florum sparsi© per tolum libellum , ut 
ante notavi, siveadulatio erga Augustum , sive blan- 
ditio Virgilii , denotans Messalam bJandientem : nam 
de assertoi e libei tatis factus est denique Messala au- 
licus , ut eius vita demonstrat . 

Interea , si non istius Messalae vitam , at il- 
lius, cui me sciibendae blautlissime provocasti, Mes- 
salae Augusto coaevi excipc , cui concinnandae im- 
pendi otium baccanalium , a quibus scis me esse 
alienissimum . Lege , corrige , et, quod invidiae de- 
clinandae opoi tuiiius iorcL , flammis tradè . Sed vale • 

Kx meo musaeo , nonis martiis 16:21. 



4a5 



Ali SIGNOR D, Pietro de' principi Odescalchi, 
Vincenzo Monti; 



À lusinga molto rintendere che la mia dichia- 
razione iì quel pnsso del Petrarca E ciò che non è 
lei ec. cagione di tanti litigi , vi sia sembrata tale 
da metter fine a tutte le dispute . Ma due errori in 
quel mio scritto sono trascorsi. Se la presente giu- 
gne a tempo , emendateli; se già sono andati alla 
stampa, pregovi di far pubblica nell' appendice del 
"vostro giornale questa lettera . 

Le allegazioni dell' esempio tratto dal Ciriffo 
Calvaneo: Ma primamente ti ringrazio assai DeU es- 
ser te sì magnalmo e cortese;^ dell'altro del Salvia- 
ti nel Gianchio, Ella sapeva pur troppo bene che per 
esser lui ec.sono fuor di proposito, anzi fuor di gram- 
matica a dirittura: perchè il pronome te nel primo, e 
lui nel secondo sono accusativi, non in forza della 
regola stabilita del verbo essere posto tra due su- 
stantivi , ma sì bene in forza delfinfinitivo , che di 
sua natura porta laccusativo . 

Questi due esempj adunque, manifestamente er- 
rati e affatto superflui , sopprimeteli . E se pure vi 
piace che anche 1' autorità del Salviati , clie è di 
molto momento nelT animo degh accademici, oltre 
quella del Boccaccio , del Varchi , del Caro , del 
Firenzuola e di quelgi altri concorra a farmi ragio- 
ne, sostituite al passo del Granchio quf^sto della j^pl- 
na 2 5. Costui qui è un altro me: parlate si ci tram ente. 

E veice sapere chi m ha tratto in errore/' Pri- 
mieramente la mia propria inconsidcuatez»a cungiun- 



^ùG. Letteratura 

la alla fretta di far contente le vostre brame: poi 
il Bartoli caduto nello stesso abbaglio nella ciLazio- 
ne deir esempio di Dante se non può esser lei ec, 
che cade, se non mi gabbo, sotto la stessa legge. 
Ma che bisogno, in mia mal' ora , avev' io di 
tante allegazioni, quando lo stesso Petrarca nel ter- 
zo dialogo tra lui e s. Agostino chiarissimamente 
spiega quel passo, e irrepugnabilmente conferma la 
mia opinione? 11 santo esorta il poeta a tentare tut- 
te le vie onde liberarsi dalla passione amorosa per 
Laura . Udite la sua risposta : hoc igitur unum sci- 
to me aliud amare non posse. Assuevlt animus illam 
tìdamare : assue^^erunt ocu'i illam intueri ; et quid- 
otcid non illa est, inamenum et /enebrosum dicunt* 
2\o\\ è questa la netta ed Inter;/ traduzione latina 
del sentimento espresso nellitaliano ? 

Ed ho si avezza 

La mente a contemplar sola costei, 

dì altro non vede ; e ciò che non è tei^ 

Già per antica usanza odia e disprezzo,. 

Se dopo quelle chiare parole quidquid non illa est.,ì 
promotori della moderna lezione E ciò che non e 
in lei persistono nella torta loro credenza , racco- 
mandiamoli a Dio, e diciamo requiem aeternam ali 
esquisito loro giudizio . 

A vieppiù stabilire l'antica lezione udite di gra- 
zia ciò che acutamente ne pensa il sommo filologo 
sig. ab. Colombo in una lettera all' esimio nostro 
Trivulzio . 

„ ... . Ho poi avuta non piccola compiacen- 
,, za nel trovare anche il Monti del mio stesso pa* 
,, rere intorno a quel luogo del Petrarca: E ciò che 
,, non è lei ec. Anche senza considerare che così 



Lettera di V. Monti 427 

appunto stava in quel testo di mano- del Petrar- 
ca medesimo , il quale ( se dobbiam credere ad 
Aldo Manuzio) era posseduto dal Bembo, basta 
fare un pò d'analisi al quadernario per rilevare 
la sconvenevolezza della lezione adottatasi nella 
stampa di Firenze del 1748. Che avea detto il 
poeta ne' primi due versi del quadernario? Ch'egli 
aveva avezza la mente a contemplare , non mi- 
ca le cose ch'erano in lei, ma lei propriamente, 
lei medesima , sola costei . E che dice negli al- 
tri due, secondo la consueta lezione? Che la sua 
mente, perchè è sì avezza a contemplar /e/, di- 
sprezza tutto quello che non è lei . Egli sta saldo 
nel suo suggetto, ed ha sempre davanti alla men- 
te Laura : dove che, secondo l'altra lezione, egli 
salta di palo in frasca, e ne' due primi versi Con- 
sidera lei , e ne' due altri non più lei , ma ciò 
ch'è in lei : il che toglie la giustezza della con- 
trapposizione, e guasta, pare a me , la bellezza 
del sentimento . Ora il nostro Monti a quel pas- 
so ha assicurata la^ sua vera lezione con sì con- 
vincenti ragioni , con tal apparato di dottrina , e 
con tanto garbo e maestria, che non potrà piiì ca- 
dérne il menomo dubbio . .. 

Proseguite, mio caro ed illustre amico, a ben 
sostenere con gli egregi vostri compagni la ragione 
e il decoro della scelta letteratura , e fate che la 
dotta Italia sempre più si consoli di avere per le no- 
bili vostre cure un giornale, che esercita la censu- 
ra senza vituperare, e distribuisce la lode senza av- 
vilirsi . State sano . 

Di Milano a' 20 marzo iSsi. 



'4>8 



ARTI 

BELLE ARTI 



Idea di un teatro adattato al locale detto delle Con- 
vertito nella strada del corso di Roma — Roma 
dai torchi di Carlo Mordacchini 1 8a i . 



JLia costruzione di un teatro, il quale alle moder- 
ne costumanze e agli usi e comodi delle presenti 
età riunisca in modo lodevole tutte le eleganze dell' 
antica architettura greca e romana , è divenuto pro- 
blema di difficile soluzione . JNè fin qui valsero a 
superare tutti gli ostacoli, che si frappongono allo 
scioglimento di questo nodo, le molle scritture e 
stampe dfite in luce intorno T argomento de' teatri 
antichi e moderni ; che anzi, per quanto siensi ado- 
perati valentissimi ingegni , non siamo ancora per- 
venuti a veder cosa, la quale abbia interamente l'at- 
to pago il comun desiderio. 

In mezzo alle diverse opinioni che risguarda- 
no questa parte de' luoghi dedicati al pubblico ser- 
vigio, è venuto alle stampe il progetto di un tea- 
tro imagìnato dui Sangiorgi , che si è proposto per 
area l'antica dimora delle Convertite, ora destina- 
ta ad altri usi , e posta sulla via del corso di que- 
sta capitale . Il quale progetto , fa d' uopo confes- 
sarlo, Q uno de' meglio ponderati e imaginati quan- 
do vogliasi seguitare il costume de' palchi divisi fra 
loro da una parete » Ma ci avvisiamo essere quc- 



Belle Arti 4^0 

jita costumanza principallssima cagione di que' tan- 
ti difetti da' quali è bruttata la scena italiana, ed 
anzi r abbiamo in conto di manifesto ostacolo al 
perfezionamento dell' arte drammatica . Imperoc- 
ché facf^ndosi d'ogni palco una conversazione iso- 
lata, nella quale la metà delle persone è costretta a 
volgere le spalle alla scena ( tranne I palchi di pro- 
spetto ) e due terzi sono condannati a non vedere, 
ne addiviene che niuna attenzione si dia alle cose 
recitate, e nascano i garruli discorsi , e le frequenti 
visite , e l'aprire e il chiudere delle porte, e il giuo^ 
co, e tutta quella schiera de' frastuoni che distrag- 
gono la platea e tolgono 1 amore dell' arte a' recita- 
tori . Ma in tale disgraziata situazione di cose e 
d'usanze il Sangiorgi ha certaxnente imaginato una 
curava interna, che dee tenersi eccellente e favorevo- 
le come pel vedere, così per l'udire: avendo essa 
i rami prossimamente paralelli all'asse. Sarebbe sta- 
to bensì a desiderarsi che la posizione de' tre cen- 
tri fosse determinata e stabilita da qualche regola 
che avesse potuto servir di norma certa a chi gli 
volesse seguire . 

L'ampiezza del teatro è di conveniente dimen- 
sione, ne va molto diversa dalla massima adottata 
e voluta dalle genti dell'arte, perchè l'onda sonora 
mossa e vibrata da una voce di tempra ordinaria 
possa egualmente farsi sensibile in ogni parte del 
luogo. Non ci pare però che l'autore abbia ba- 
stevolmente avuto a cuore di servire a' comodi 
del teatro e disporre così che sotto il medesimo 
tetto si potessero dipingere le scene, e tener ma- 
gazzeni di tutte quelle cose che si sono fatte indi- 
spensabili ne' moderni spettacoli . 

Felicissima idea è stata poi quella del Sagior- 
gi nel dare alla disposizione esterna della fabbricai 



43o Belle Arti 

la figura circolare , dalla quale sì annunzia di pri- 
mo tratto r interna destinazióne . Non peraltro ci 
sembrano con egual felicità ricavati gli avancorpi per 
uso delle carrozze, giacché moltiplicano essi gì in- 
convenienti di que' gra t'issimi sodi, e colonne an- 
golari, e risalti , pe' quali nascono non lievi fasti- 
dii e incomodi , e si genera una disgustosa veduta. 
E qui oseremo dire non aver tratto 1 autore tutto 
quel vantaggio ch'egli avrebbe potuto dall'area pro- 
posta . E a provargli che non crediamo ingannarci, 
gli chiederemo perdi' egli non abbia voltato ad uti- 
lità del teatro que' vani che rimangono su' lati del 
fabbricato , e per cagione de' quali vengono appun- 
to quattro gran risalti e due inutili rientramenti . 

Quanto poi alla solidità de' muri e delle volte, 
non vorremmo essere tratti in errore,ma converrà che 
il Sangiorgi ci permetta d intendere la volta del suo 
teatro costrutta in legno e non diversamente. Perchè 
ove ciò non fosse, ci pare che a distruggere la spin- 
ta di quella non valessero que' muri e nella gros- 
sezza e ne' piediritti . 

Discendendo finalmente alla decorazione , dire- 
mo ch'essa manca di uniformità. Perchè dove l'ester- 
na , abbenchè tormentata di soverchie linee e fo- 
ri , ha nullamsno in se molto di quel carattere di- 
gnitoso che s' appartiene agli antichi monumenti i 
intanto , ne si sa perchè , l'interna è di un modo 
tra il gotico ed il moresco , nò più si lega all'estcr-f 
na, di quello che tra loro si confaccino le stanze 
del Vaticano colle bambocciate del Calot . Credia- 
mo dunque poter dire al Sangiorgi esser egli cadu- 
to , per questa parte , in un grave abbaglio di ra- 
gionamento : e perchè tal condizione d ornamenti 
non si confà col suo maschio pensiero dell'esterno: 
e perchè ricondurrebbe , per altra via, il gusto biz- 



Belle Arti 43 i 

zarro e fantastico de' tempi andati : e perchè man- 
ca di quella solidità apparente che pur vuoisi os- 
servare nelle fabbriche de' teatri : e perchè infine 
si opporrebbe ad uno de' principali scopi ch'è la pro- 
pagazione delle onde sonore. 

Né queste nostre considerazioni riescano moy 
leste al giovane valoroso, il quale ci ha regalata que- 
sta sua idea . Perchè contiene essa tanto di buo- 
no, che con pochi mutamenti e correzioni sarà uu 
bel monumento del suo ingegno e valore architet- 
tonico , e potrà essere di molta utilità al pubblico. 

P. S. A. 



43a 

VARIETÀ' 



Di alcuni libri di rune italicate rari e rarissimi pubblicuti in Pe- 
rugia nella me/à del secolo xvi, a S. E. il sgnor marchese D. 
Giangiacoino Trimhio lettera dì^Gio. Battista l^enniglioli s '6. 
Perugia i8ai presso Frcmcesco Baduel, di pag. 19. 

V^uc<;ta lettera è da piacer granflcmcnte a tutti coloro , eh' amano 
gli studi utilissimi della bibliografia : e può servire di seguilo 
air altra opera del celebre autore , Hi che abbiamo ragionato con 
lode nel voi. xxi del nostro giornale . Essa è ripiena di molte e 
preziose notizie sulla tipografia perugina, e specialmente sulle per- 
sone degl'illustri tipografi Girolamo Cartolari e Bianchine dal Leo- 
ne: e fa dono alla storia letteraria italiana di varj nomi, che non 
avevano potuto durare contro la forza del tempo . Possa il sig. Ver- 
miglioli goder sempre di quella pace beata, ch'é il premio più de- 
siderabile e caro de' virtuosi, onde con le opere sue onorare 
per lunghi anni la patria e la nazione . 

Discorso di Finccnzo Berni degli Antonj intorno alla seconda par- 
te del secondo tomo degli elementi di zoologia delV ab. Camillo 
Ranzani ec. - 8- Imola, pel Benacci, di pag. 20. 

J. ratta il eh. A. di quella parte della zoologia del Ranzani , dove 
sono analizzati i mammiferi : e il fa con tali parole da non poterne 
restare offeso il dotto professor bolognese . Dove dice del leone ci sa 
pieno di spirito questo passo : potrà bensì il generoso lionc esser do- 
lente di trovarsi per opera de' moderni zoologi in camerata col gat- 
to : ma appartenendo e$U disgraziata/nenie alla famìglia de' carni- 
TOi'i,sarà costretto a fare di necessità l'irta; ed a restare co' gatti 



Varietà' 433 

cotne eamìvoro, e co^ sorci e col/c talpe come iHammifcro . ^/uh-à 
e^ii non ostante sempre sitpeibn-'bl'e C. Plinio lo QoUocttssa suLilo 
dopo Velefante innanzi che, cresciuta a "dismisura la (Quanta ci delle 
bestie, si fosse in necessitò di'divld'sì'le f/i orcUdi m fatóglie in se- 
zioni sia tribù ( in moneto nxsiUi /na:so-ióri delie ebrav he^ in ge- 
neri ed in ispeoie ec. , sidla quale dii'isione non sono già in con- 
cordia fra loro i iOo.'ó'i . Bella è po| non men che verissima la 
dottrina racchiusa ii quest'altro; e molti potrebbero farne senno. 
■4!tìmé è'eéftotMnlouifliitd sciente haìifio fittfó in (Questi iilfìftà tempi 
progressi ìkilissiipJ .. fra le qntdi la chimica, la Jìsicai la meccani^ 
vaec. Còsi non' può negarsi che ta/éina nhn siasi dilatata in óogni- 
zioni al tutto inutili , le quali rendono ben.i fuoino maravigliosa- 
mente scientifico, ina non hanno alcun Ji ne che ^'io^i :, nel modo slesso 
che non Z'«v, ebbe il sapere quante gocce WaCjUu firmino il n.are, 
quanti atomi nuotino nei V atmosfera^ 'luaùte sfelle risplendano m cie- 
lo - A quoi sert - il de savoir comiien de temps vii une puoi ; si Ics 
rayons du soleil entrent projvmle/tuint dans la iner ; d« rechorcher 
si les huitres ont un ame ou non? ( VoUtiire) ^ Molte cose finaLnente 
avverte intojno l'istoria de' Cam e de'^a//i, che sarebbe lungo qui 
riferire . 



Alle bene augurate notze de) conte Ruggero Ranieri coti quel fio- 
re di cortesia la baronessa Marianna (ìav^utti hanno creijoiulo gioja 
co' loro versi gli egregi signori Wiccola Brut alassi e Aiitonio Mezza- 
notte, quegli professor d'eloqaeaiza e poesia, qufcsti di lettere greche 
Jieir università di Perugia. Del Brucaiassi sono xxi sestine, sdruc- 
ciole , tutte piene di spiriti patrii , e delle antivfae glorio della fa- 
miglia Ranieri . Leviamone il saggio : 

„ Ma se non ami audace il brando string.cre, 
„ O in dotte carte venir macro e pallido, 
„ Suir òrme avite puoi (la te rispTngere 
„ L'onta che, reca il veglio edaoe e quallido, 
„ Nudrendo il lauro , che in j,iardino aonio 

G.A.T.U. 28 



434 Varietà' 

„ Pose l'amabil t«o saggio Alfeonio (*), 
» Chi con dirceo valor se rende orrevole, 

„ Più che di gemme ornato e d'ostro tirio, otTV5?k»b'\ 
„ Oltre la tomba fama ottien durevole; 
„ Ma ehi tra i plausi dcir uman delirio 
„ Ama nel fasto idi condurre e perdere, 
„ Vede il suo nome pria del fral disperdere . 

Del prof. Mezzanotte è la versione dell' inno a Venere tri- 
bnito ad Omero : né altro d'essa diciamo , se non che bene accusa 
la penna di lui, che ci diede il Pindaro fatto italiano. Queste sono 
le ultime terzine : 

„ Ivi da lunge chi accennar godea 

„ Neir estasi dell' alma desiosa 

„ La candida ridente Giterea ; 
M E chi nudria nel sen cura amorosa 

„ Di salutarla per gamelio rito 

„ Fra gli amplessi fecondi amica sposa» - 
„ Cosi possente e lusinghiero invito 

„ Agli attoniti fea numi presenti 

,. Delia belt.i di Cipri il fior gradito . 
., Salve, occhi - bruna dai soavi accenti ! 

„ E a me d' ambiti ognor lauri vocali ; 

„ Dona in agon febeo serti frequenti . J 

„ Dal delfic' arco tu i volanti strali jl 

„ Dirigi , o dea , che il tuo favor mi è grato ; j 

„ E , memore de' tuoi pregi immortali , 
„ Un altro avrai da me cantico alato. • 

L'edizione e di Pisa , fatta pe' nitidi torchi del Capurro gli 
ultimi mesi del 1820. 

/ 

(*) Costantino. Ranieri, fra gli arcadi RostiUe Alfeonio . 



Varietà* 435 



J^iiovì frammenfi de'' fasti consolari capitolini illustrati da Bartolo' 
meo Borghe'si. Parie seconda . Milano \%j.\ dalla iipo^nifia Ma- 
' nini e Rivolta, in t^ipag. 220 e una tavola. 



De 



'Gsiderata' Ha tutta l' Europa erudita esce finalmente alla luce la 
sectìnila' parte d'un opera, ch'onora grandemente il celelire autore 
e ritaiia. Ne conosce ognuno la prima parte, che comparve al pub- 
blico nel 1818 \ e Sa bene qual plauso ottenesse da tutti coloro ch'ama- 
no le 'memorie de' nostri avi grandissimi, e non istimano cosa vana 
il rendere per arte critica alla sincera loro lezione que' venerandi 
libri che primi cC le trasmiswSi . Noi n' avremo discoi'so ne' 
seguenti volumi. 

9^ite di diciassette confessori di Cristo del p. Giampietro Maffei della 
compagnid di Gesù „ premessavi uiui lettera di Pietro Giordani 
al dottor Già. Labiis, e la vita dcW autore - Milano 1821 , dalla 
tipografa e calcografa Manihi e Rivolta^ tomi iv, in i6. 

Jr acclamo plauso meritamente alla ristampa d'un' opera di quel pa- 
dre Maffei, che per Vistorià delle Indie e la vita di s. Ignazio scritte 
in latino tóeritó d' essère paragonato a' più nitidi autori del secolo 
d' Ottaviano . Egli però non seppe menò le grazie della lingua italia- 
na: ed a chi osasse negarlo, dee darsi a leggere (jueste vite tutte pie- 
na di modi elegantissimi . Escono elle còti due nomi chiarissimi in 
fronte: quelli cioè de' signori Pietro Giordani è dottoi'c Giovanni La- 
bus. -La vita del Maffei, aggiunta all' ciUzione , è quella compost* 
dal Serassi fatta volgare dal signor prof. Giuseppe Montani. 



J_ie tre iscrizioni che qui rechiamo sono le ultime del celebre Mor- 
celli . Basti questo sol titolo , perchè debbano aversi carissime , quan- 
tunque sentano un poco dell'età e della salute malferma di chi le 
scrisse . JJoi le dobbiamo alla gemii^zza del signor doit. Lalms , 



43^6 ';V,.lsM,B TA 



PKO . ACERBO . FVNBRl 

FAVSTJNI . AL . F . TAD12fl - COBI . 

AD . OMXEM . IJSGENII . 5T . VIRTVTIS . LAVDEM . ADOLESCKNTIS 

QV£M . PARENTES . VNIGENAM . IMPROVIDA . RVINA 

BXTINCTVM . LVXERE . IKCONSOLABILITER ; 

„. . LVGJiJJT . A . DIE . va - IDVS . DECEMBR . XSt . mSCCLXXXXlX 
HEV . RAPTTM • SIBl , . , , ; 

gVYJVI . ANKVM . AGERET . F1.0RENTIS . AEVI . aCXV . 
;, . ..{^SCEPTAE . IJfSTAR • VITAE . HABETE . LOVERBKSES 
S1G^"VI« . &0C . PVLCRVM . AMABILE 
JMAGJfl . EQ . CAUOVAE . i\IAKV 



JVITTs'IFICESTTIA . CLARISSIIVII . PRIIfCIPlS 

lOAJv'NIS . GALEATil . SERBELLONII 

LEGATO . AIVIPLISSIMO 

ÌLATVM . SECVUDVM . VOTA . GORGONZOLIBVS • PUS . FILICIEVS 

VT . PATx\lA.E . SVAE . P£RCVPIE:?ITI 

TflMPLVIVI . 3VIAGNVM . AVGVSTVIVI 

jr . o:\I?JI . CVLTV . EXORNATVM • IIVIPETRARENT 

VTIQVE . IMPEISSA . EIVSDEM 

A5PE5 . HOSPiTALES . ABQVIRERENT 

IX . EGENORVM: . SVBSIDIVM 

QVO . TA>'TORVIVI . POSTERIS . IVI03SVIVÌEMTVM . FORST 



KA-'.EXDIS . TVWIIS . ANN . M . DCCC . VI 

ALOISIA . SfiRBELLONlI . FILIA . C . F 
QVVM , AySPlCALEM . LAPIDEM . PRIMA 
\\0 . OPERI . EXABDH?1CAND0 . IPSA . POSVISSKT 
^aL . -NOVEUIBR . ANKO . DBMVM . M . DCCC . XX. 
RAROLVS . CAIETANVS . GAISRVCHIVS 



Varietà* ;^3^y 

BXAGNVS - ARCHIJPISCOpyS • XOSTER 
INTRA . AN:NIVIVr . XIIII . PAGO . OMNI . GAVDENTE 

P£RFECTVM . RITE . TEMPLVM 

SOILEMNIBVS . TRÌnaE . CELEBRATIS . CAEREMòìAs 

CONSECRAVIT 

lOSBPHO . ANTONIO . NICOLINIO . PRAEPOSITO . ECCMSIAE . If , 






»-*-f 



438 

t M DICE 



., DEGLI ARTICOLI CONTENUTI NEL TOiW. IX, 
DEL GIORNALE ARCADICO 



«ENNARO, FEBBRARO, E MARZO 182I. 



SCIENZE 

^Armaroli^ dissertazione storico-criti- 
co-legale p. I — — 

Palletta , exercitationes pathologicae 

(art. 2. e 3. ) p. 6 -—Sai 

Mojon ^ osservazioni sult epidermide p. 24 """* — 

Fenolio^ de blenna pjodcrrag. sjphil.p. 33 — — 

Tonelli , annot. sul foto mostruoso 
( art. 2. ) yo 4^ 

Morichini , sulle acque termali di Ci- 
vitavecchia yo. -— 145 — 

Pelletier, storia dell' oro . . . o. — in3 < — 

Gallesio , pomona italiana , . . p. — i85 — 

Mamiwii , memorie di Guid' Ubaldo 

del Monte ( art. i. ) . . . p. — — 828 

Barlacci , esperienze elettriche , p. — — 35 o 

Pelletier e Cavertou , ricerche sulle 

chine-chine p. —^ — 355 

LETTERATURA 

Gargallo, traduzione d Orazio . /?. 54 247 — 
JBellani y la corona forrea . . . p. 61 — — 



439 

Piaggia , eloquenza nella poesia . p. 80 253 — . 

f^escovali , patera etnisca spiegata p. 91 — — . 

Cancellieri , venuta di Federico IK. 

in Italia . . , . . . . yo.ioo aj 

Lancia degli omireni (art. 2. ) . 0.108 

Monti^ dij^esa d'un verso del Petrarca p. ■ — t ao() . 

Dionigi dAlicarnasso , dello stile di 

Tucidide p. . — ^219 36^ 

Firenzuola e Faetani^ canzoni ineditep. — . aSG ■ 

Fea^ fasti consolari e trionfali . p. — 2 63 — . 

Betti ^ riflessioni sul comentario degli ' 

uomini illustri d Urbino . . p. , 303 

Mecenate^ epistola de suo Messala Cor- 
vino p. — _ ^ly 

Monti ^ lettera sulla sua difesa d un 

verso del Petrarca , . . . n. — . .— , X^J 

ARTI — BELLE ARTI 

Pittura - Berti Giorgio ^ f or entino p.i2() — . 

Teerlink Alessandro , di Dor- 

,.,>/ ^^^^^ yt).i3o ►-- — 

'^'^^'^Scoenherger ^ di Vienna , p.iZ^ ■ —^ 

Architettura - Fabbriche pia cospicue 

di Venezia yo- — - 280 — 

Sangiorgi , idea d' un nuovo 

teatro ec p. -^ 4i8 



(?t^ 



^- Zh' 






^Oor. ■ — .c\r>". 



, '\ - Al'.i \^"^vn Ai à V\V)\v)'4V'i> 

1 M PRIM At U R V v.v . Aii 

Si videLitur Reverendissimo Patri Mag. Sacri Palatii 

Apostolici.. , . )V\ j . ... 

C. M. Eratt\ni , 4rGhiep .PhiUppensis Vicesg. 

IMPRIMATUR, 
Fh. Philìpfìus Aìifos^i Stic. Pai. Jpost Mag. 



AIv 



T 





Osserviaioni Meteorologiche fatte cdla Speco 


la del 


CoZ/e^. ilo/n. 


Marzo 1821. 




Barome 


ATTIN 


A 

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GIORNO 
Barometro Terr 




Barome 


SERA 




- 


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Terr 


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Igr- 


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Terra. 


Igr. 


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27 


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27 8 


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7 


9 


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27 8 7 


1 1 


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30 5 


27 


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9 





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33 9 


28 5 


II 


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28 





1 


9 


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27 IO 


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27 IO 4 


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27 


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5 


27 6 


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8 


22 3 


37 6 4 


1 1 


4 


30 2 


27 


8 


2 


6 


4 


27 2 


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27 IO 


2 


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27 '0 3 


10 


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27 


II 


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27 I I 


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28 7 


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2.3 





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7 


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25 3 





27 II 


3 


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4 


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27 


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2 


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28 5 


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I 


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28 I 4 


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31 2 


28 





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3 


24 3 




28 


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28 3 


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8 


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28 I 


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9 


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28 I 


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3 


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27 6 8 


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27 





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12 3 


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27 5 


II 


4 


25 9 


27 


8 


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23 8 


4 


27 6 


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34 2 


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27 IO 


a 


9 


I 


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27 10 6 


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20 8 


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27 


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28 3 


27 7 


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2 


24 b 


27 


7 


5 


IO 





•7 




27 8 


7 


II 





20 2 


27 8 9 


li 


9 


27 2 


27 


9 





9 


2 


;' 3 
1 



Oufte^vazioni Meteorolo's^iche fatte alla Specola del Colle^. Rorn. 



Marzo 1821, 



MATTINA 



3tat . 
del 
Cieio 



por 



Vento 



pn. 
s. p.ii. 



.p.s. 



7 ^• 

8 "• 

9 n. 



^[11. p.s. 
^^Y-p.n. 



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|22 "• ■«■ 

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28 n. p.s. 
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>o II. 

> I /i. 



* 25 



'l2 



I ni Vi. 



GlOfìNO 



Stato 
del I 
Cielo! 



Piogg- 



1 m ; /i 



me. jj. 

tra. I jj. 
po.lib. I 1/2, 
Ira. ma 2 \n. 

tra. 1 VIS, 



p.s. 



Vento 



4 14 



tra. 

mez. 

leu. 

Ira. 

Ira, 

sir. 



1 ìnls. p- Il 



I msM, p.s. 
I m 



liL. 

tra. 

lr.gr. 

tra. 

tra. 

tra- 



■p. n 



inc.lib.i 
inez. I m 
ira.gr. o 
tra.gr. o 
inrz. I 
ira 1 m 



ru. 
pua . 
•Hi z.si. 
mez. si. 

niz. 

j 

cv. 

ne. si. 



8 53 



me. si. 
m ae . 
tra. 
me. Uh. 
tra. 
tra. 



SERA 



Stato 

del 
Cielo I 



Vento 



mez. si. o 
me. sir. i 
gre.lev, I 
gr.lev. o 
mez. I 
mez. I 



■ p.n 

n. p.s 

s.n. 



s. pn. 
n.'s. 



s. ri. 
II. s. 



;. p II- 



p.n 
Il p. s. 



80 



me, lib. i 
mez, o 
gr.lev. I 
Ira, gr. i 
pon. o 
me. lib. i 



ine. si. I 
tra. 2 
pon. I 
gre. I 
lra.gr. i 
tra. I 



mez. 

tnez. 
me. si. 
me. si. 
me. si. 
mez. 



s. p.n_\pon. 
II. p. s mez. 
tra. 



Meteore 



pitg.g.a 



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■)ioa:. 



nicz, 
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mez. 
mez, 

tra. 

tra. 
pò II. lib. 



Il, p.s 



in. 



I iiìill' p. s. 



2 11- 



me.lib. I 
ine-sir, I 
21 ^tnez. I m 
b'.j'dcu. 2 
1 -'line. lib. l 



i. p. s 
• p.n. 



tra. I j 
pò. lib. I 
me. lib. I 



me?,, 
pon. 



.lib. 



piog. g. 
nèb + 

f.ÌOg.g.2 



tra. 



Ira. 

sir. 

mesi. 

mez . 

me. si. 

leu. 

mez. 



g 2 
pio.gr. g, 
nei) 
a p g l.t 

pio.g..^. 



|)10g.2. 

Il p.g.2. 

n p.2.g. 

Il fh. 
PS- 
1- g- 



Volemiosi da' (li. Astronomi abliondue per diligenza, pongonsi le Osservazioni 
l'riplici in ogni giorno ; e volendosi dd noi ristringere in pagina , affinchè 
meno facilmente ,si disperdami , usiamo alcune al)l)r<'viaturo . Pertanto nella 
colonna delle Meteore pi significa pi(iggia 1 lampi t tuoni n nelibia g gelo 
b brina. E nelle colonne dello iSiiz/o dil Citlo s vuol dire sereno n nuvolo, 
p poco Le oltre abbreviature nelle colonne de' ueiiii sono per se stesse in- 
telligibili. Quando segue un asterisco s'intende gran quaiililà ; ove trovasi 
una "f- croce s'intende piccol i quantità. 



-i-.V. 




Errori interessanti occorsi nel 1. volume 
del Giornale Arcadico. 



ERRATA 



CORRIGE. 



pag. 

gas- 



se. 1 

44. 1 

1 

52. 1 

85. 1 



effandis 

evocarunt? 

tamen 

nescio quem 

alle carra 

effetto che nel 
6. per il suo Me- a^^JM/i^i: S.E. il Conte Giaco= 
cenate mo Mellerio d- Milano 

jag. 458. Un. 17. con molto infini- con infinito rammarico, 
to rammarico 



pag. 265. 1 
pag. 456. I 



n. 12. effunderis 
n. 11. erocarunt , 
n. 21. tam 
n. 10. nescio, quem 

5. alla carra 
n. 10, effetto nel 












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