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Full text of "Giornale Arcadico di Scienze / Lettere ed Arti"

GIORNALE 



DI SCIENZE, LETTERE ED ARTI 

Voi. 415 416 417 




ROMA 
Tipografia delle Belle Arti 

1855 
Piazza Poli num. 91. 



GIORNALE 

ARCADICO 

/ 

DI 

SCIENZE, LETTEREED ARTI 

VOLUME CXXXIX 

APRILE, MAGGIO E GIUGNO 
1855 



ROMA. 

Tipografia delle Belle Ar li 
1855 



// pontefice Nicolò V ed il risorgimento delle lettere 
delle arti e delle scienze in Italia. Frammento della 
Monografìa del pontefice Nicolò V che quanto prima 
va a pubblicare il sacerdote D. Zanetti. 



CAPITOLO I. 

Risorgimento delle lettere greche e latine. - Mecenati, 
Cosimo de'Medici. - Alfonso di Napoli — I duchi di 
Milano - I marchesi d'Esle • I Gonzaga - Alessan- 
dro Sforza - Mulatesla - Federico di Urbino - Ni- 
colò V - Perchè protettore dei dotti ? - Origine dei 
segretari apostolici — Loro collegio abolito — Gio- 
vanni Aurispa - Poggio Bracciolini - Flavio Biondo, 
Antonio Loschi - Cinzio Rustico , Orazio Rinuzio 
di Arezzo e Giovanni Toscanella - Tortelli, Ami- 
dani, Perotti, Decembrio, Trapezunzio, Valla e Pie- 
tro da Noceto. 



\Juando si parla dei pontefici che hanno accordata 
la loro protezione agli studii, e che gli uomini dotti 
hanno onorati, sogliamo mai sempre ricordare il de- 
cimo Leone, come se fosse il solo, e come se nes- 
suno vi fosse stato più mecenate di lui. Questo pon- 
tefice fu certamente munifico e grande, diede incre- 
mento ad ogni sapere, sollevò ad onori e dignità o 
diede ricchi premi ai sapienti , che gli t'accano am- 



4 

pia corona: ma Nicolò V gli fu non poco superiore. 
E perchè chi legge queste pagine non creda ciò falso 
od esagerato, ci segua nella narrazione dei fatti , e 
ne andrà interamente convinto. Quanto narriamo e 
storia fondata su documenti contemporanei , a cui 
nessuno può negare l'autenticità : e assai di buon 
grado esponiamo questa storia, perchè serve a get- 
tar molta luce sul periodo letterario e scientifico del 
secolo decimoquinto, ed a sempre più mostrare la 
grandezza e la munificenza dei romani pontefici. 

All'epoca luminosa di Dante, di Bcocaccio e di 
Petrarca, uomini che ogni nazione invidia all'Italia, 
era suhbentrata una tal quale sonnolenza: dopo quel 
glorioso triumvirato gli studi incominciarono a lan- 
guire ed a mancare gli uomini dotti. Gli avveni- 
menti politici e religiosi d'Italia ne furono in parte 
cagione. La Santa Sede da Roma portata in Avi- 
gnone e lo scisma di Occidente furono una grande 
sventura anche per gli studi , i quali non incomin- 
ciarono a risorgere che dopo il concilio di Costan- 
za. Martino V chiamò intorno a sé in Vaticano uo- 
mini assai distinti per ingegno e dottrina, come il 
Bracciolini, Antonio Losco, Cinzio romano, Giuliano 
Cesarini e Nicolò Todeschi. Quest'ultimi, grandi giu- 
riconsulti, insegnarono nella romana università, indi 
furono uditori di rota, finché il primo fu innalzato 
all'onore della porpora ed il secondo alla dignità di 
arcivescovo di Palermo. Stettero alla corte di Mar- 
tino V Domenico Capranica, Giovanni Torrecremata 
ed altri distinti nelle scienze canoniche e teologiche. 
E tanta protezione non venne meno sotto l'imme- 
diato successore Eugenio IV , il quale ben sapendo 



5 
che i letterati possono tramandare la nostra me- 
moria alla posterità, gloriosa o coperta a" infamia, 
quantunque dentro di se non fosse loro tanto ami- 
co, non solo trattenne alla sua corte coloro, che in 
qualità di segretari apostolici , od in altro officio , 
aveano servito il pontefice Martino : ma chiamò a 
sé Flavio Biondo, Maffeo Vegio , il dottissimo e pio 
monaco Ambrogio camaldolese, cui affidò gelosi ne- 
gozi , il valente giureconsulto perugino Angelo Per- 
silli e non pochi altri. Mentre stette a Firenze fu 
largo di doni e di cortesia a Carlo Aretino a Nicolò 
Nicoli e ad ogni uomo dotto venuto di Grecia al 
concilio. 

Ma salito sulla cattedra di Pietro Nicolò V, ee- 
clissò nel proteggere lettere, arti e scienze la glo- 
ria di tutti i suoi antecessori: e come fra tanti prin- 
cipi era il maggiore nella dignità, lo volle essere an- 
che nella munificenza. All'età sua i potentati italiani 
gareggiavano nello accordare protezione ad ogni u- 
mano e divino sapere : ma questo pontefice fu in 
modo straordinario superiore a tutti. 

E per vero a chi non è noto Cosimo de'Medici, 
l'uomo cui l'ammirazione o la riconoscenza saluta- 
rono padre della patria ? Egli al molto senno civile 
e politico unì una grande dottrina letteraria: cono- 
scitore di molte lingue e declassici greci e latini, 
in tutto munifico, e come magistrato e come sem- 
plice cittadino accordò grandissimo favore ai dotti del 
uuo tempo. 

Egli in stretta domestichezza col monaco Tra- 
versari , coli' aretino Leonardo Accolti , con Carlo 
Bruni, Nicolò Nicoli, Poggio, Manetti e molti altri. 



f) 

Esule a Venezia, lasciò in questa città come monu- 
mento di sua magnificenza una biblioteca, che a sue 
spese fece nel chiostro di S. Giorgio. Richiamato 
in patria e composte a quiete le cose della repub- 
blica, fece di sua casa il centro di ogni uomo dotto, 
consacrò ingenti somme a far disotterrare codici , 
moltiplicarne le copie collo spedire a manuensi e let- 
terati in ogni parte d 1 Italia: fece in S. Marco una 
ricca biblioteca ordinala da Tommaso di Sarzana , 
e con essa la chiesa e il chiostro attiguo : sul di- 
segno del grande Brunellesco innalzò S. Lorenzo ; 
di statue, di argenti, di vasi sacri arricchì le chiese 
di S. Croce dei serviti , degli Angeli e di S. Mi- 
niato. Per sé poi fabbricò palagi in città e in villa, 
e pe' religiosi, chiostri a Fiesole, al Mugello, un aque- 
dotto a beneficio de'frati di s. Maria della Porziun- 
cola presso Assisi: e stese il suo pensiero fino a Ge- 
rusalemme, ove fece uno spedale a favore de'pelle- 
grini. Non fuvvi pittore di grido che non lavorasse 
per lui, o da lui avesse consiglio e incoraggiamento: 
egli affidò lavori al beato Angelico , e per amore 
delle arti belle richiamò dall'esilio il Massaccio , e 
fece far statue al Donatello. Finalmente stabilì scuole 
di greco, accademie scientifiche, e ristaurò le patrie 
università. Onde i letterati e gli artisti lo chiama- 
vano il Pericle italiano : e il suo nome venne con 
grandi encomi tramandato alla posterità. 

E di Cosimo non meno grande e munifico fu 
Alfonso re di Napoli, cui le guerre, nelle quali fu 
quasi sempre occupato , non valsero a distoglierle 
dal coltivare e proleggere gli studi. Avido di sapere, 
nessun principe consacrò più di lui tanto tempo alla 



7 

lettura: egli portava sempre con seco Tito Livio ed 
i Commentari di Cesare cui studiava anche nel campo 
delle battaglie e teneva sotto l'origliere per leggere 
nelle ore che rubava al sonno. E di Livio fu tale 
ammiratore, che fece di tutto presso i veneziani onde 
gli fosse data una parte del braccio di questo scrit- 
tore , le cui ossa stanno a Padova; e avutala, con 
solenne pompa la fece trasportare a Napoli. Egli com- 
piacevasi di essere circondato da'sapienti, e con loro 
metteva in campo ardue questioni, nelle quali mo- 
strava gran senno e dottrina. Non vi era uomo dotto 
che appo lui non avesse accesso : trovavano in lui 
un mecenate tutti quelli che o per colpa propria o 
della sventura non ne avevano nessuno. Furono alla 
sua corte e magnificamente trattati Trapezunzio , 
Grisolara e Lascari, grecisti valenti: Valla , Facio , 
Beccadelli, Paris del Pozzo, celebri latinisti, Lodo- 
vico Pontano, insigne giureconsulto, e Alfonso Bor- 
gia , illustre cattedratico , suo consigliere e primo 
presidente del celebrato tribunale di S. Chiara , e 
poi sommo pontefice. Amante dei libri antichi, spedì 
letterati e amanuensi in traccia di essi per dovun- 
que , e in siffatta guisa formò ricca biblioteca. E 
nelle espugnazioni e nei saccheggi delle città non 
vi era soldato da lui tanto encomiato, come chi po- 
teva farsi trovare un buon libro nel suo bottino. 
Rivale e nemico di Cosimo, potè conciliarsi e seco 
lui stringersi in amicizia col mezzo di un bellissimo 
manoscritto di Livio speditogli in dono. I suoi am- 
miratori ( e dovunque ne avea ) lo chiamarono a 
buon diritto il magnanimo. 



8 

Principe di pessima indole fu il duca Filippo 
Maria Visconti : nulladimeno era stato educato al- 
l'amore delle lettere sì, che predilegeva assai Dante 
e Petrarca; e spesso questi due classici poeti si fa- 
ceva leggere da Marziano di Tortona: e talvolta stu- 
diava anche Tito Livio. Dedito passionatamente alla 
caccia e distratto dalle guerre, gli mancava tempo 
per attendere alle lettere: però non fu mai sprez- 
zatole dei letterati. Egli fece grandi accoglienze a 
Francesco Filelfo, dandogli ampia abitazione, cit- 
tadinanza milanese e grosso stipendio, perchè umane 
lettere insegnasse e filosofia: grande protezione ac- 
cordò a Pietro Candido Decembrio , che poscia ne 
scrisse la vita: e chiamò ad insegnare in Milano A- 
pollinare Offredi, distinto filosofo, il dottissimo mi- 
. norita Antonio del Rò ed il celebre Panormitano. 
Il suo successore Francesco Sforza sarebbe stato 
più di lui alle lettere e alle scienze favorevole , se 
la necessità non l'avesse tratto a condurre il più 
di sua vita in campo , tra gli orrori delle battaglie 
e lo strepito delle armi guerriere: tuttavia dal mo- 
mento che ebbe il ducato di Milano, volle circon- 
darsi di uomini dotti , a' quali mostrossi di molto 
generoso. 

Nondimeno più del Visconti e dello Sforza me- 
cenati e amanti de' buoni studi furono Leonello 
marchese d' Este ed il suo successore Borso. Al- 
lievo di Guarino da Verona, e sortito da natura in- 
dole dolce, mite, generosa, e pronto ingegno, Leo- 
nello diventò elegante scrittore in verso e in prosa, 
in latino ed italiano: amante delle lettere amò an- 
che i letterati, a cui fu cortese e benefico, come a 



9 
Vittorino da Feltre , a Teodoro Gaza, Ugo Benci , 
Ambrogio Traversali. P. Alberto da Sartiami, Giano 
Pannonio, Pietro Candido Decembrio, Francesco Bar- 
baro, e molti altri dotti, co'quali conversava o te- 
neva carteggio. Con grande applauso assunse la ri- 
forma della ferrarese università incominciata dal suo 
genitore, e vi chiamò ad insegnare distinti profes- 
sori, allontanando i meno abili e gli inetti: così che 
furono veduti in questa università professare medi- 
cina Giovanni da Ascoli, matematica Giovanni Bian- 
chini, fisica Pietro Boni, lettere greche e latine Gi- 
rolamo Castellani, Lodovico Casella, Francesco Fi- 
lelfo, Guarino, ed altri; di modo che non meno di 
cinquantaquattro erano i professori. Ed il fratello 
suo Borso, che gli fu successore, mostrassi anche 
egli inchinevole a proteggere gli studi : per cui la 
corte di Ferrara era un meraviglioso raduno di uo- 
mini dotti. 

In Mantova il marchese Giovanni Francesco Gon- 
zaga, quantunque assai meno potente dei signori di 
Milano e di Ferrara, dava anch'egli luminose prove 
dell' alta sua protezione a' buoni studi. Ei volle la 
educazione de'suoi figli affidata ad un precettore, che 
sebbene nessuno scritto abbia lasciato , è divenuto 
sì celebre nella storia letteraria d' Italia. Era que- 
sti Vittorino da Feltre , uomo pieno di dottrina e 
di grandi virtù morali e cittadine. Lieto il Gonzaga 
di tanto maestro , assegnogli venti scudi d' oro al 
mese e una ricca casa, ove a comodo del maestro 
e dei discepoli fece fare gallerie , ameni passeggi , 
e dipinti analoghi all' indole dei fanciulli 



10 

I monografi di Vittorino fanno un piacevole qua- 
dro della educazione che da tale maestro ricevevano 
non che i figli del Gonzaga, molti cittadini, a'quali 
era dato di poterlo frequentare, accorrendo a lui da 
tutte parti d' Italia , dalla Francia , dalla Germania 
e dalla Grecia. Vittorino nella sua scuola, che avea 
fama superiore alle più illustri università, parea un 
padre amoroso a'mezzo i suoi figli, e l'animo de- 
gli allievi non formava soltanto alle lettere, ma alla 
religione e alla morale, l'utile mescolando al dolce, 
ìa giocondità al raccoglimento, il sollievo allo stu- 
dio (1). A questo illustre precettore il Gonzaga volle 
affidata anche la educazione della propria figlia , la 
quale bene apprese la letteratura, e andò poscia a 
santamente vivere in un chiostro. Vittorino sendo 
di cuore generoso, e soccorrendo molti giovani po- 
veri, trovava non essergli sufficiente quanto guada- 
gnava colla scuola ; onde avea spesso ricorso alla 
magnanimità del Gonzaga , o della di lui consorte 
Paola Malatesta, e tosto riceveva più di quello che 
desiderava (2). I due principi allievi di tanto mae- 
stro divennero anch' essi , Lodovico specialmente , 
mecenati e ammiratori degli uomini dotti. 

Allievo di Vittorino fu anche Federico conte e 
poscia duca di Urbino. Egli salì in grande rinomanza 
in tutta Italia tanto per la sua onoratezza , per i 
suoi talenti militari e per la sua lealtà, quanto per 
essere stato mecenate dei dotti, co'quali spesso di- 



(1) Girigliene, Storia della letteratura italiani. Firenze 1826 
Tom. IV. 

(2) Vespasiano Fiorentino, Vita di Vittorino da Feltre. 



11 

sputava, e mecenate delle aiti belle, cui fece fiorire 
in Urbino , innalzando templi , facendo dipingere 
cappelle , ed erigendo una grande biblioteca. Egli 
alternava colle armi lo studio delle lettere, della 
filosofia , della musica e dell'architettura : nessun 
uomo dotto andava a lui che non partisse onorato. 

Non meno prode guerriero che cultore de'buoni 
studi fu Alessandro Sforza, signore di Pesaro. Egli 
spedì a Firenze e in altre parti d'Italia a raccogliere 
libri, e quanti aver ne poteva, comprava, e formò 
in tal modo una biblioteca assai ricca di scrittori 
greci e latini. Usava tener con seco uomini dotti, 
co'quali spesso disputava di filosofìa e di teologia. 
E quando avea tempo libero chiamava il valente 
filosofo Gasparino , perchè gli leggesse S. Tommaso 
d'Aquino (1). 

Lo stesso Sigismondo Malatesta, detestabile per 
vizi e delitti, fu amico alle lettere ad allearti: egli 
chiamò a Bimini il grande architetto Leon Battista 
Alberti, e gli die incarico del maestoso tempio di 
S. Francesco , cui volle adornato poi di pitture e 
sculture. Tenne alla sua corte Basinio da Parma 
distinto poeta latino , autore di vari poemetti , e 
morto nel 1457. Anche i tristi andavano a gara nel 
molto proteggere i letterati, quasi sperando di così 
coneellare le loro infamie, e di passare onorati alla 
posterità. Appo ogni città italiana regnava un intel- 
lettuale movimento : dovunque entusiasmo per la 
scienza, e dovunque ammiratori e mecenati dei dotti. 
E in questo grande fervore gli uomini di lettere e 

(1) Vespasiano Fiorentino, V'ita ci i Alessandro Sforza. 



J2 

di scienze erano cercati a gara , ora per officio di 
corte e di stato , ora per cattedre e scuole erette 
e patrocinate, ora per la educazione dei figli , ora 
per feste, teatri, spettacoli, ed ora per puro diletto 
di erudita conversazione o per pompa di genio 
erudito: talché l'essere mecenate parea divenuta una 
passione di quei tempi. 11 solo pregio dell'ingegno 
e della scienza fu considerato come merito ricono- 
sciuto per ogni premio e onore: per cui letterati 
e scienziati furono veduti innalzati alla carica di 
ministri, di dogi, di gonfalonieri, di senatori, di 
consiglieri , o segretari , ed alla dignità di vescovi 
e cardinali (t). 

Ma sopra tutti costoro, nel modo che mai il più 
grande, sollevossi il pontefice Nicolò V , il quale 
quanto superiore per dignità e potere , altrettanto 
per munificenza , per incoraggiamento agli uomini 
dotti , per grandezza nel proteggere ed ingrandire 
il tesoro di ogni sapere. Allorquando era ancora un 
semplice sacerdote, egli non sentiva compiacimento 
maggiore di quello di trovarsi in compagnia di uo- 
mini dotti, di onorare e di vedere onorati gli ingegni: 
onde sollevato sulla cattedra di Pietro non ebbe 
miglior desiderio che di promuovere gli studi, cui 
tanto amava , e beneficare i dotti , pei quali avea 
tanta venerazione. Il farsi mecenate delle lettere , 
delle scienze e delle arti era un bisogno del suo 
cuore : ma ragioni di convenienza , di politica , di 
civiltà e di religione gli furono sprone ad esserlo 
maggiormente. E prima ragione fu il bisogno di di- 

(I) Bettinelli, Bisorgimento d'Italia cap. fi. 



13 

strarre le menti dalle idee guerresche , che tanto 
si coltivavano a quei dì, e di richiamarle a pensieri 
di gentilezza, di pace e di tranquillità. In secondo 
luogo ei conobbe , che l'autorità della santa Sede 
avrebbe di molto guadagnato dalla scienza raccolta 
nel Vaticano, dai sapienti di ogni genere, che fos- 
sero stati all'ombra del papato : conobbe che si 
sarebbe ampliata la pontificia dignità, quando egli 
si fosse posto alla testa del movimento intellettuale, 
e quando col raccogliere intorno a se uomini dotti 
avesse mostrato non esservi istituzione più del pa- 
pato amica della civiltà. Vi sono poi nella vita dei 
popoli dei momenti, in cui Io accarezzare i sapienti, 
il sostenere le lettere e le scienze è una necessità 
politica. Gli uomini tutti hanno bisogno di un pa- 
scolo , perchè tutti hanno ricevuto da Dio più o 
meno ingegno: e questo pascolo diventa maggiore 
in quelli che hanno sortito ingegno grande, accesa 
fantasia, anima ardente. Questi o lasciati in abban- 
dono di se o disprezzali, se non sono da' moderatori 
della cosa pubblica guidati, coirono là dove la na- 
turale loro inclinazione li conduce: e nessun frutto 
potendo ritrarre dai loro studi e dal loro ingegno, 
muovono lamenti, guardano con disprezzo chi pre- 
siede alla cosa pubblica, anelano a novità, sperando 
in esse miglior fortuna. 

Tutto ciò ben comprese il pontefice Nicolò V, 
l'uomo cresciuto all'amore delle lettere e delle 
scienze. E se nessun'altra ragione avesse avuta per 
farsi mecenate dei dotti , sarebbe bastata quella 
della religione. Ei sapeva che la santa Sede, mai 
sempre combattuta dallo spirito delle tenebre, ab- 



u 

bisogna della luce del vero , di forti difensori che 
ne sostengano i diritti: sapeva che il pontefice, sta- 
bilito maestro di tutti i popoli, avea grande bisogno 
di uomini sapienti, che gli fossero di aiuto nel go- 
verno della chiesa. Onde i dotti d'Italia conoscendo 
questi pensamenti del pontefice, tutti gioirono quando 
il seppero esaltato sulla cattedra di Pietro: solle- 
varono l'animo alle più belle speranze; e non an- 
darono delusi: imperocché egli nella sua duplice 
autorità di principe temporale e di pontefice uni- 
versale con inviti , preghiere , promesse , premi e 
onori chiamò all'ombra del Vaticano quanti aveano 
fama di dotti nelle scienze divine ed umane, quanti 
erano in estimazione per grandezza d'ingegno e per 
sapere. Tutti piacevolmente accogliendo e rimune- 
rando, parea dicesse: La cattedra di Pietro non solo 
è la custode della fede , ma anche delle lettere e 
delle scienze: da essa parte la luce del vero e della 
civiltà. E nelle varie cure del suo apostolato, Nicolò 
V trovava per tutti quei dotti opportuno colloca- 
mento ; a ciascuno dava occupazioni conformi al 
loro ingegno ad ai loro studi. 

E una delle grandi e principali occupazioni della 
santa Sede essendo quella di rispondere ai principi, 
a'governi, ai vescovi, a'capitoli, alle famiglie e alle 
comunità, per diritti, grazie, privilegi, indulti, be- 
nefìcii, prerogative ed altre cose: quella di ammo- 
nire, esortare, correggere e paternamente rimpro- 
verare ; tornava necessario avere scrittori , che di 
ciò principalmente si occupassero. Soleano quindi i 
pontefici tenere presso di sé un certo numero di 
scrittori, chiamati segretari apostolici , cui davano 



15 

incarico di scrivere le allocuzioni, le bolle ed i brevi, 
che nella moltiplicità dei negozi suole contiuua- 
mente fare e spedire la santa Sede. E consultando 
la storia , se non possiamo dire quando incomin- 
ciassero gli scrittori apostolici, sappiamo però che 
esistevano fino dai primi secoli. S. Gregorio primo, 
avanti che fosse pontefice, scrisse lettere per Ge- 
lasio II: S. Girolamo per Damaso (1): ma le me- 
morie le più certe abbiamo dopo Giovanni XXII , 
che ordinando la cancelleria , formò degli scrittori 
apostolici un collegio, con regole che ne determi- 
nassero il numero, i diritti , i privilegi e l'officio. 
Durante il soggiorno dei papi in Avignone a nuove 
regole furono sottoposti questi scrittori da Benedetto 
XII e Gregorio XI: ma lo scisma d'Occidente avendo 
tutto sconvolto , fu mestieri che Martino V rifor- 
masse il collegio degli scrittori apostolici : riforma 
però che non volse a bene riordinarlo, come sem- 
brava necessario: onde salito sul trono Eugenio IV 
emanò una costituzione , colla quale determinò il 
numero e le attribuzioni degli scrittori , il modo 
per cui potevano essere eletti, l'abito che doveano 
indossare , e altre simili cose (2). E tale costitu- 
zione venne confermata dallo stesso Nicolò V, im- 
ponendo pene severe a chi avesse fatto diversa- 
mente (3) : contuttociò il numero fu di molto di- 
minuito , fino a che Callisto III lo ridusse a sei 

(1) Philippi Bonamici: De claris pontificiarum epislolarum 
scriptoribus. Romae 1733. pag. 70, 71. 

(2) Vedi codice eorsiniano 874 intitolato: De cancelleria apo- 
stolica, eiusque officialibus, ec. 

(3) Vedi codice eorsiniano 874. 



16 

soltanto , come negli altri collegi della segnatura , 
della sacra rota e della camera. Salito sulla cat- 
tedra di Pietro Innocenzo Vili , nuovamente ac- 
crebbe il numero degli scrittori apostolici portandolo 
a ventiquattro ; e ciò fece per trarre dalla tassa , 
che impose alla nomina di tale officio , la somma 
necessaria a redimere il triregno ed altri sacri ar- 
redi, che avea dato in pegno per cento mila ducati 
consacrati nella guerra contro i turchi (1). Ma tal 
disposizione pare fosse la rovina di quel collegio : 
imperocché sebbene questo pontefice avesse con altro 
breve stabilito , che nessuno potesse essere nomi- 
nato segretario senza rigoroso esame intorno alla 
scienza, chi avea comprato l'officio non volea certo 
perderlo: onde nel bisogno di conservare in sua fa- 
miglia tale benefìcio, faceva in modo di conseguirlo 
a favore de'suoi per ogni mezzo , o vendendolo o 
serbandolo anche senza che avesse dottrina suffi- 
ciente chi lo copriva. Da ciò avvenne che i pon- 
tefici non più scegliessero, come in passato, da questo 
collegio chi dovea essere segretario per brevi ai 
principi , e per le altre cose più importanti della 
santa Sede. E da collegio di uomini, che doveano 
risplendere per dottrina nelle scienze canoniche e 
civili, e per letteratura, essendo divenuto un corpo 
di uomini la più parte inetti , che tenevano tale 
officio, o perchè comprato o perchè avuto in ere- 
dità , e alcuni posti essendo anche stati alienati, 
Innocenzo XI venne nella risoluzione di intieramente 
abolirlo : e in vece sua creò due soli segretari o 

(1) Bullarium romanum. Voi. IH pari, ili pag. 212. 



17 

scrittori , uno che a nome del pontefice scrivesse 
ai re ed ai principi , e l'altro che facesse le bolle 
ed i brevi. 

Fino dai tempi di Nicolò V sembra che l'of- 
ficio di segretario apostolico fosse venale, e che si 
comprasse a contanti , dapoichè Pietro da Noceto 
scrivea nel 1443 all'amico suo intimo- Enea Silvio 
Piccolomini, dicendo: Scripèoriarh, stenti nosli, pe— 
cuniis emi (1). Ma questo pontefice, conoscendo la 
necessità di affidarlo a uomini distinti per ingegno 
e dottrina , tolse via questa venalità , e introdusse 
in tale collegio letterati che la maggiore riputazione 
godevano in quei tempi in Italia. E un cenno sui 
principalissimi suoi segretari farà conoscere qual 
senno ei mostrasse nella scelta, e quanti amasse di 
avere alla sua corte uomini distinti per ogni specie 
di dottrina. 

I. 

Giovanni Aurispa. 

Un de'primi dotti che espressamente chiamò a 
se il pontefice Nicolò fu il siciliano Giovanni Au- 
rispa (2). Avido di bene apprendere la lingua di 
Omero e di Demostene , non che di raccogliere 
codici di antica sapienza, egli lasciò di essere can- 
tore di chiesa e mise vela alla volta di Costanti- 
nopoli , ove collo studio e colla sua attività fece 
tanto , che indi a qualche anno giunse a Venezia , 



(1) Aeneae Sylvii, Opera omnia ^»ag, T44. 

(2) Nacque nel 1309. 

G.A.T.CXXXIX 



18 
dotto del greco idioma, e ricco di ducento trenta 
manoscritti di greci autori. Le poesie di Pindaro e 
Callimaco , e quelle attribuite ad Orfeo , le opere 
di Platone, di Proclo, di Senofonte, di Plotino e di 
Luciano , le storie di Ariano , di Dione , Diodoro 
Siculo, di Procopio e di altri formavano le gemme 
migliori del suo tesoro. In Costantinopoli contrasse 
amicizia con molti, e fu amato dallo stesso impe- 
ratore Giovanni Paleologo, col quale appunto fece 
il viaggio di Venezia: ma l'amicizia di questo prin- 
cipe non valse a toglierlo dalla inopia, in che lan- 
guiva (1). Dopo non lungo soggiorno sulle venete 
lagune , l'Aurispa trasse a Bologna , invitatovi ad 
insegnare greca letteratura. Accollo con grande ono- 
ranza, poco vi stette, perchè nella bolognese uni- 
versità la numerosa gioventù intenta, più che alla 
lingua greca , ai gravi studi della giurisprudenza 
canonica e civile, trovossi circondato da pochissimi 
discepoli, e mal soffrì non ricevere quelli onori che 
credea a sé dovuti. Onde indignato sen partì e ri- 
fugiossi a Firenze , ove altamente era desiderato , 
e in modo speciale da Palla Strozzi , che spesso 
l'avea invitato con grossa mercede a dettarvi lezioni 
di greco. Andò lieto del suo nuovo soggiorno l'Au- 
rispa : ma le contese insorte fra lui ed i letterati 
firentini, glielo fecero poscia odiare: e bisognoso di 
mecenati corse a Ferrara presso il marchese Nicolò 
d'Este, il quale piacevolmente l'accolse e tenne fra 
suoi amici (2). Trattato con quella generosità, che 

(1) Epislolae Ambrosii Traversar! lib. V. 

(2) Aenea Sylvius. De Europa cap. 52. 



19 

a vero principe si conviene, egli andò lieto di sua 
fortuna: e apertosi in quella città il concilio, venne 
presentato ad Eugenio IV , il quale volendo ono- 
rarne il merito , il fece segretario apostolico. Ve- 
nuto a morte quel pontefice, egli allontanossi: ma 
Nicolò V richiamollo in sì onorevole officio, e per 
soprappiù il volle provvedere di benefìcii ecclesia- 
stici , per cui avea agio di vivere con decoro. Se 
non che sotto di tanto pontefice egli assai poco 
tempo tenne la carica di segretario: perchè essendo 
molto vecchio volle ritirarsi in Ferrara, ove nella 
pace e nel riposo, ricco delle beneficenze del papa, 
visse fino al 1459. - L'Àurispa fu dotto di molto 
nel greco e nel latino: in greco scrisse molti epi- 
grammi , e in latino tradusse Pitagora ed il libro 
Oeeonomicus di Senofonte (1). Egli ha lasciato molte 
lettere, nelle quali tuttavia cerchiamo invano la ele- 
ganza di Cicerone; e scrisse versi alquanto aspri, i 
quali sembra abbiano , come asserì il Giraldi in- 
torno a'poeti de'suoi tempi, un non so che sicularum 
gerrarum. La gloria maggiore di questo letterato si 
è quella di avere insegnato molti anni, innamorando 
gli italiani dello studio della greca favella, e quella 
di avere trovati e raccolti moltissimi libri greci e 
latini, di cui facea anche commercio; della qual cosa 
ne lo riprendeva il Filelfo dicendo: « Ti veggo tutto 
in lento a mercanteggiare libri: ma vorrei piuttosto 
vederti intento a leggerli; il che sarebbe meglio per 
te e per le muse » (2). L'Àurispa a tutti chiedeva 

(1) Enea Silvio scrisse di lui: Graecae et latinae linguac peri- 
tissimus. Comment. pag. 103. 

(2) Epistolae lib. HI. foli. 62. 



20 
libri per copiarli , e a nessuno volea dare in pre- 
stanza i suoi : pronto nel ricevere , era restio nel 
dare (1). Egli fu sacerdote, ma i suoi costumi di- 
sonorarono il sacro suo carattere: bisogna compian- 
gere la depravazione di quel secolo, nel quale non 
si guardarono dal cadere negli eccessi del mal 
costume uomini i più distinti per dignità e per 
dottrina (2). 

Il, 

Poggio Buacciolini. 

Dal ravennate Giovanni Malpaghino e dal greco 
Emanuele Grisolora, ambidue maestri di altissima 
riputazione nella filosofìa e nelle lettere greche, in 
sua prima gioventù veniva educato Poggio Bracciolini 
di Terranuova presso Arezzo , ove da poveri pa- 
renti sortiva i suoi nata'i l'anno 1380. Fatto dotto 
e nel greco e nel latino, abbandonò Firenze, recan- 
dosi a Roma, ove nella assai giovane età di ven- 
tidue anni fu fatto da papa Bonifacio IX segretario 
apostolico. Il povero compenso ch'egli ritraeva da 
quell'officio gli impedì di abbandonarsi a voluttuosi 
dissipamenti, cui sentivasi trascinato, e lo concentrò 
nell'amore per gli studi, essendo il più delle volte 
la povertà madre di sapienza e maestra di virtù. 
La morte del pontifìce portò grave ferite al cuoio 
del Poggio, il quale non rasserenossi se non quando 

(1) Idem: lib. V (ogl. 92. e lib. VI. 

(2) Marini. Archiatri ponti!', toni. II, 



21 

dal pontefice successore venne chiamato a coprire 
lo stesso officio. Ma venuto a morire anche Inno- 
cenzo VII, e gravi turbolenze insorte in Roma, e 
orribili contese nella cristianità a cagione dello 
scisma, egli si tolse della corte pontifìcia e ritirossi 
a Firenze, ove si vide onorato da'letterati di rino- 
manza; specialmente da Nicolò Nicoli, uomo, di cui 
altamente gloriavasi la trentina repubblica. Ritor- 
nato nella carica di segretario apostolico sotto Gio- 
vanni XXIII, e intimato l'ecumenico concilio a Co- 
stanza, il Poggio vi accompagnò il pontefice , che 
ne fece in persona l'apertura; e là vide con grave 
dolore deposto Giovanni , quindi dispersa la corte 
che questi avea. Rimasto senza appoggio, come Leo- 
nardo di Arezzo, che stava seco, non volle ritor- 
nare in Italia , come fece costui ; ma guidato da 
altre mire restò a Costanza: e libero di se stesso 
prese a studiare l'ebraico , occupazione grave , ma 
che non valse a distrarlo dalle agitazioni che gli 
portavano nell'animo le amarezze de'suoi amici al 
concilio : e poco compenso trovando nello studio 
della lingua ebraica, prese a discorrere le provincie 
limitrofe, guidato dalla speranza di scoprire mano- 
scritti di classici autori, che tanto si desideravano. 
E non andarono sue speranze fallite: dappoiché an- 
dato in compagnia di altri amatori di libri nel mo- 
nastero di S. Gallo, trovò presso que'religiosi molti 
antichi codici, tra cui un intiero Quintiliano, i primi 
tre libri e la metà del quarto degli Argonauti di 
Valerio Fiacco, i Commentari di Asconio Pedano 
sopra otto orazioni di Marco Tullio. Tutti questi 
codici, anzi che negli scaffali di una biblioteca , 



22 

trovò nell'oscuro ed umido sotterraneo di una torre, 
dove, per usare le parole del Poggio, non si sareb- 
bero tenuti neppure de'colpevoli dannati a morte (1). 
Andato in Francia, trovò a Langres nel monastero 
di Cluny l'orazione di Marco Tullio a favore di 
Cecina, e avidamente la trascrisse per spedirla tosto 
agli amici suoi in Italia, che nel grande entusiasmo 
per le lettere greche e latine facevano allora mag- 
giori feste per la scoperta di un classico autore , 
che per la conquista di una provincia. 

In altri viaggi il Poggio rinvenne dello stesso 
Cicerone: De Lege Agraria contra Rullum, liber pri- 
mas et secundus. - Contra Legem Agrariam ad po- 
pulum - In Lucium Pisonem , ed altre orazioni. 
Coll'aiuto del suo compagno Bartolomeo da Mon- 
tepulciano diede poscia in luce il poema De secundo 
bello punico di Silio Italico , il trattato di Lattan- 
zio De ira Dei et opificio hominis: - Vegezio De 
re militari - Nonnio Marcello, Ammiano Marcellino, 
Lucrezio, Columella de Agricoltura, Cornelio Celso: 
De medicina, Eusebio De temporibus, Vitruvio De 
architectura, Prisciano grammatico e Giulio Fron- 
tino, opere tutte trovate, parte in Germania e Fran- 
cia, e parte in Italia, specialmente a Montecasino. 
A mezzo sì utili ricerche il Poggio venne fatto con- 
sapevole che in Ungheria si trovavano le perdute 
Decadi di Livio , e in Germania alcuni nuovi libri 
di Tacito : e impotente a sostenere le spese del 
viaggio, scrisse agli amici d'Italia, e specialmente 
a Cosimo, perchè vi spedissero taluno: ma non fu 

(I) Lenfant, Poggiano, tom, II pag. 309. 



23 

esaudito: pei' cui i dotti lamentano ancora la perdita di 
una parte delle opere di Livio, e non trovarono i 
cinque nuovi libri di Tacito , che ai tempi di 
Leone X. 

In Costanza il Poggio disse l'orazione funebre 
in morte dell'antico suo maestro e amico Ema- 
nuele Grisolora , quella del cardinale Zabarella , 
l'uomo che mostrò maggior zelo nelle discussioni 
preparatorie alle materie che doveano trattarsi nel 
sinodo; assistette al giudizio ed alla morte dell'ere- 
tico Girolamo da Praga; e nelle lettere che egli scrisse 
intorno a questo fatto, se mostra compassione per 
quello sciagurato, certo, come vogliono alcuni, noi 
difende. « Tutti gli spettatori, scrisse egli, speravano 

che Girolamo si liberasse abiurando gli errori che 
gli erano imputati, o che ne domandasse perdono. 
Ma fermamente sostenne di non avere errato, e non 
avere abiura alcuna da fare : indi fece l'elogio di 
Giovanni Huss , sostenendo essere stato uomo 
virtuoso e santo, ingiustamenta condannato, e di- 
chiarandosi pronto a sostenere la stessa pena . . . 

1 padri del concilio presi da grande tristezza avreb- 
bero desiderato che un uomo si straordinario pe' 
suoi talenti confessasse i suoi errori e si salvasse: 
ma egli persistette nelle sue massime , e facendo 
l'encomio di Giovanni Huss, pretese dimostrare nulla 
aver questi scritto contro la costituzione della chiesa; 
avere attaccato soltanto i vizi del clero .... Io 
noi posso lodare per aver insegnate massime con- 
trarie alla fede della chiesa: ma ne ammiro la eru- 
dizione , la vasta dottrina , la facile eloquenza , la 
grande abilità nel rispondere, e tosto mi sento rac- 



24 
càpricoiare, considerando aver egli avuti da natura 
tanti doni solo per perdersi . . . Ostinatamente 
fermo ne' suoi errori fu dal concilio condannato 
come eretico ...» Nulladimeno Leonardo Aretino, 
a cui fu questa lettera diretta, fece rimprovero al 
Poggio di avere in essa mostrata troppa stima dei 
talenti e del carattere di un eretico, e del troppo 
interessamento che si prendeva della di lui causa; 
per cui esortollo a volere in tali materie andare 
più cauto. E Poggio approfittò degli avvertimenti 
dell'amico. 

Eletto pontefice dal concilio Martino V, il Pog- 
gio venne con lui fino a Mantova, di dove prece- 
pitosamente partì, senza che se ne abbia potuto co- 
noscere il motivo , e andò in Inghilterra presso il 
vescovo di Winchester, cui avea conosciuto a Co- 
stanza. Ma ben tosto ebbe a pentirsi di questo suo 
viaggio; dapoichè là dove avea sperato fortuna, in- 
contrò solo quei dispiaceri , che danno il distacco 
dalla patria, la mancanza di amici, la ignoranza de- 
gli abitanti, e la poca cura che avea di lui il suo 
mecenate. Questo e il sapere in discordia i suoi amici 
Nicolò Nicoli e Leonardo Aretino, come anche il non 
poter leggere l'opera di Cicerone De oratore, scoperta 
a Lodi dal vescovo di quella città, Gherardo Lan- 
driani, e già diffusa in Italia, bastarono per fargli ab- 
bandonare ben tosto l'Inghilterra, il paese ove le 
tante speranze e le grandi promesse del suo me- 
cenate si risolsero in un meschino beneficio ecclesia- 
stico. Ed arrivato in Italia, non andò guari che fu 
chiamato da Martino V a suo segretario apostolico: 
ed a mezzo le ordinarie occupazioni del suo officio 



25 

attese a riconciliare l'Aretino e il Nicoli, ed a scri- 
vere qualche opera, tra cui il Dialogo sull'avarizia, 
dove acremente se la prende contro i predicatori 
di quel tempo, ed i francescani riformati punge con 
tale violenza e libertà, che mal s'addicea ad un se- 
gretario pontifìcio. Succeduto a Martino il quarto 
Eugenio, egli continuò a tenere il suo officio; e aper- 
tosi il concilio di Basilea, scrisse al cardinale Ce- 
sarmi per slaccarlo dai partitanti del sinodo, e farlo 
difensore del pontefice. E deplorandole contese in- 
sorte, » non sarebbe stato meglio, scrisse, che questo 
misero concilio non si fosse mai adunato ! Il clero 
sotto certi riguardi avea una condotta scandolosa , 
ma non era sì grave il male da esigere un sì vio- 
lento rimedio » (1). 

Accaduta la rivolta di Roma , Poggio seguì a 
Firenze il fuggito pontefice : ma per via cadde fra 
le mani delle milizie del Piccinino, dalle quali non 
potè uscire, che mediante grossa somma. A Firenze 
francamente sostenne il partito di Cosimo, cui non 
abbandonò mai: anzi quando il vide confinato, mag- 
giormente lo difese, e scrisse satire pungenti con- 
tro chi insultò alla di lui sventura, e in modo par- 
ticolare contro Filelfo. Da ciò l'origine degli insulti 
vicendevoli, della contese e degli scandali che spar- 
sero nella repubblica letteraria questi due distinti 
uomini, che facevano a gara chi meglio sapesse vo- 
mitare veleno 1' uno contro 1' altro. In tempo che 
papa Eugenio stette a Firenze , il Poggio diedesi 
a studiare antichità, scrisse lettere ed orazioni, abi- 
li) Podii Epistolae pag. 223. 



26 

tando un bellissimo podere comprato in Valdarno. 
Fino allora egli avea vissuto una vita assai licenziosa; 
da una donna, che non gli era moglie , ebbe vari 
figli, ed il cardinale Cesarini mal comportandolo di 
condotta sì guasta l'esortò spesso a contrarre ma- 
trimonio. Ma egli chiuse sempre 1' orecchio a' quei 
paterni ammonimenti ; finche arrivato a cinquanta 
cinque anni, determinossi di condurre moglie. Della 
qual cosa ne volle rendere informato il Cesarini, di- 
cendo: « Spesso a voce ed in iscritto mi esortavate 
a togliermi dalla vita vagabonda, ed ora vi ho ob- 
bedito; dovea scegliere tra la carriera ecclesiastica 
e la secolare. I penosi doveri del sacerdozio m'hanno 
spaventato, ho avuto paura di star solo, e per con- 
tinuare a vivere più tranquillo nel mondo ho preso 
moglie. » E chi lo riprendeva perchè tanto avesse 
tardato a ciò fare, rispondeva: Sera nunqimm est ad 
bonos mores via. Ma il rimprovero a lui dovuto si 
è quello di non avere sposata la donna che più volte 
lo avea fatto padre: egli crudelmente abbandonò lei 
ed i figli; e quantunque vecchio, impalmò una gio- 
vanetla di diciotto anni , di nome Selvaggia Ghini 
Manenti Buondelmonte, la quale portogli la dote di 
soli seicento fiorini, ma rara bellezza e grandi virtù. 
Il Poggio seguendo il pontefice a Bologna ed a 
Ferrara strinse amicizia coi greci venuti d' oriente 
pel concilio, e amicizia speciale strinse con Tom- 
maso da Sarzana , cui volle dedicare un' opera. E 
tornato a Firenze scrisse invettive contro 1' anti- 
papa Felice V. Fatto pontefice Nicolò V, egli fu con- 
fermato nell'officio di segretario apostolico non solo, 
ma ebbe segni della più alta stima ed affetto: così 



27 

che ebbe a dire che Nicolò V 1' avea riconciliato 
colla fortuna (1). All'ombra di tanto pontefice con- 
sacrossi liberamente a'suoi studi, pubblicando opere 
e mordaci e gravi, e traducendo dal greco. D' in- 
dole altera e collerica , ebbe pungenti contese con 
Giorgio Trapezunzio e Lorenzo Valla , ambedue di- 
stinti letterati: e le invettive e le ingiurie , che si 
scagliarono a vicenda, sarebbero a dì nostri argo- 
mento di severo giudizio presso i tribunali. Poggio 
tenne la carica di segretario apostolico fino al 1453, 
sendosi in quell'epoca ritirato a Firenze, ove fu e- 
letto cancelliere della repubblica. Papa Nicolò il vide 
partire con dolore, e gli diede arra grandissima della 
stima, in che lo teneva: e Poggio volle dedicato al 
pontefice il discorso di inaugurazione, ch'ei fece co- 
me cancelliere di Firenze. Sempre operoso, fino agli 
ultimi giorni di sua vita occupossi a scrivere opere, 
tra cui la Storia di Firenze. 

Nicolò V amava questo grande letterato ad onta 
dei molti e gravi difetti che lo disonoravano: da lui 
tollerava franche parole, e gli perdonava i traviamen- 
ti. Dissoluto in gioventù il Poggio volle a gran sven- 
tura lasciare documento di dissolutezza scrivendo in 
vecchiaia le Facezie: fu mordace e insolente, facile alla 
calunnia e alla maldicenza : ebbe però delle buone 
qualità: fu buon amico, ottimo cittadino: e di mezzo 
ad un vivere disordinato mai sempre serbò animo 
religioso. Onde all' amico Antonio Losco scrivea : 
« Bisogna considerare come nostro gran bene tutto 
ciò che ne viene dalla mano di Dio. » Ed a Fran- 

(1) Poggi Opera pag. 32. 



28 
cesco da Padova dicea: «io non sono tornalo in corte, 
che temo assai, e non la morte: il che sarebbe ri- 
dicolo. Temerei di morire come la più parte delle 
persone di corte, che hanno appena tempo di curar 
la loro salute, e poco l'anima, e che vivono come 
le bestie. Non vi sono ricchezze, non guadagni, non 
dignità , di cui io faccia tanto calcolo per acqui- 
starle a scapito della mia vita. Se avessi tanti beni, 
quante sono le persone non stimate per ciò, io non 
penserei che al ritiro , che a prepararmi a morire 
per conseguire la beata immortalità. Mi contente- 
rei di coltivare di lontano la corte di Roma, come 
quella , cui debbo la mia educazione e sussistenza. 
Nulla di più bello e degno di un uomo onesto che 
starsene in sua casa co'libri, e trattenersi con gente, 
che ti può informare a virtù. Là non vi sono pas- 
sioni, non vizi e pericoli : tutto porta alla indiffe- 
renza dei beni terreni e a pensare solo agli eterni »(1 ). 
Il Poggio come uomo di lettere fu ingegno pe- 
netrante, dotto in greco e in latino , profondo co- 
noscitore dei padri e della storia della Chiesa: nello 
stile dei discorsi imita Cicerone , e in quello delle 
lettere è semplice, naturale, insinuante; nella elo- 
quenza alquanto gonfio, nella storia mostra la gra- 
vità di Livio e di Sallustio: nelle satire assai lontano 
da Giovenale. Come cittadino fu caldo di patrio af- 
fetto : e sepolto in S. Croce di Firenze la repub- 
blica concesse ai figli di lui che potessero appen- 
derne il ritratto in una delle sale del palazzo , ed 



(1) Lenfant, Foggiana. Tom l. 



29 

i suoi concittadini gli fecero una statua nella chiesa 
di S. Maria del Fiore. 

HI. 

Flavio Biondo. 

La grande dottrina e 1' attitudine speciale nello 
scrivere latino fecero degno dell'officio di segretario 
apostolico anche il forlivese Flavio Biondo. Nato nel 
1388 dalla nobilissima famiglia Ravaldini venne as- 
sai per tempo guidato allo studio della rettorica e 
della poesia dal cremonese Giovanni Ballistario : e 
giovane ancora era venuto in tale riputazione presso 
i suoi concittadini , che gli affidarono di trattare 
importantissimi negozi con varie città italiane. Nu- 
trito ai vigorosi principii che apprese dallo studio 
degli antichi scrittori di Roma antica, non gli com- 
portava l'animo di vedere la patria sua languire sotto 
il giogo degli Ordelafìi: per cui se ne partì; ma il 
signore di Forlì per garantirsi dal timore eh' egli 
potesse nuocergli , tenne in ostaggio la di lui mo- 
glie ed i figli (1). Trovandosi a Milano, seppe la sco- 
perta fatta a Lodi del libro De Oratore, e tosto ac- 
corse in questa città per farne copia , onde poi lo 
potesse studiare a suo bell'agio. Andato a Venezia, 
e venuto in grande domestichezza col distinto let- 
terato e magistrato Francesco Barbaro, ebbe la cit- 



fl) Corniani , / secoli della letteratura Hai. Brescia 181 S 
Tom. II. pag. 96. 



30 

tadinanza veneta , e fu tosto spedito cancelliere a 
Bergamo: ed egli per gratitudine illustrò le geste dei 
veneziani in un' opera, che abbiamo a stampa. Ma 
non andò guari che papa Eugenio lo fece andare a 
Roma , e gli affidò vari e importanti negozi per 
Venezia e Firenze assieme al vescovo di Recanati: 
indi venne eletto segretario apostolico. 

Se non che V essere alla corte del papa gli fu 
di nocumento non poco e di grave dispiacere ; con- 
ciossiachè essendo stati male accolti in Roma gli 
ambasciatori forlivesi, FOrdeleffì ne attribuì la ca- 
gione al Biondo : per cui trattò la di lui famiglia 
con assai di malevolenza , e questa avendo potuto 
fuggire , egli versò il suo sdegno sopra il padre 
della moglie di lui, col carcerarlo, e sopra lo stesso 
Biondo, sequestrandone i beni. Ma questa sventura 
ebbe breve durata. In Roma il Biondo fu preso da 
tale entusiasmo per le cose degli antichi romani , 
che scrisse su di esse due opere, Roma instaurata, 
e Roma trionfarne; in una delle quali con ammira- 
bile erudizione descrive esattamente i monumenti 
antichi, che ancora a'tempi suoi sussistevano; e nel- 
altra fa conoscere degli antichi romani la religione, 
i riti, le costituzioni e altro. Tratte a termine queste 
due opere si accinse ad una terza non meno eru- 
dita, all' Italia illustrata, dove descrive tutti i paesi 
che a' tempi suoi erano nella grande penisola degni 
di attenzione : ei con somma brevità ci porge la 
storia di ogni provincia e anche di ogni città. Scrisse 
anche libri XXXI, in quattro decadi divisi, dal de- 
cadimento del romano impero fino al 1440 (1): ma 

(1) Tutte le sue opere furono stampate a Basilea nel 1553, e 
alcune furono tradotte in italiano da Lucio Fauno. 



31 

il desiderio di scrivere molto e presto lo fece non 
sempre diligente nella ricerca del vero. Egli fu lon- 
tano, dice il Gobellino, dall'antica eloquenza, e non 
ponderò con bastevole diligenza ciò che scrisse, avendo 
l'animo volto non tanto a scrivere cose vere, quanto 
cose molle (1). 

Nicolò V il volle tra'suoi segretari apostolici, e 
troviamo infatti molti brevi che portano in calce il 
nome di lui scritto. Visse da uomo onorato e reli- 
gioso : ottimo padre di famiglia , in mezzo ai suoi 
studi ed alle occupazioni presso la corte papale non 
omise di bene educare i suoi figli, a' quali se non 
ricco patrimonio, lasciò nome onoratissimo. Il suo 
tenue patrimonio divise per dote alle figlie: ai ma- 
schi nulla lasciò, tranne, la dottrina e i buoni co- 
slumi: e fu abbastanza contento di morire in tempo 
che i figli potevano provvedere a se medesimi. Morì 
povero, dice il Gobellino, come a iilusofo si addice (2). 

4. 

Antonio Loschi. 

Versato non solo nelle lettere , ma anche nella 
giurisprudenza, il vicentino Antonio Loschi fu desti- 



ti ) Commentarti lib. XI pag; 571 

(2) Mori nel 1463 e fu sepolto nella chiesa di Aracoeli colla 
seguente epigrafe dettata dal Campano - Biondo Flavio Forolivensi 
Histarico' celeberrimo — Summorum Pontif llnman. Eugenii IV 
Mcolai V Callisti IH pii li Secretano fidelissimo — Biondi quin- 
que fili - l'airi benemerenti unanimes posue e f iril annos LXXF 
ob pridie Non. /un An. sai. Chrislianac 1463 - l'io li P. M. sibi 
ftudiisq (avente. 



32 

nato prima ad assistere Francesco Barbaro nella re- 
visione e riforma dei palrii statuti. Spedito per af- 
fari in Roma dalla veneta repubblica fu dal ponte- 
fice Gregorio XII, che ne conobbe i distinti meriti, 
eletto segretario apostolico, officio che tenne anche 
sotto di Martino V, come ne fa testimonianza una 
lettera, che a lui diresse nel 1427 il Filelfo per rin- 
graziarlo dell' invito fattogli di recarsi a Roma, nella 
città, che sola potea dirsi il domicilio della dottrina 
e della eloquenza (1). E narrano taluni che papa 
Martino dopo aver lette alcune lettere, che gli avea 
date da scrivere, le sottoponesse all'esame di uno 
in cui egli avea grande fiducia: ma gliele consegnò 
nel momento , in che questi non avea più il cer- 
vello al suo posto per il troppo vino bevuto: onde 
furono trovate mal fatte, e venne ordinato di rifarle. 
A queir intimo Loschi disse a Bartolomeo Bardi , 
che stava presente: « Son fatti alle mie lettere quei 
cambiamenti che il sarto di Galeazzo solea fare a'dì 
lui abiti:» e raccontò il seguente annedoto. Galeazzo 
solea mangiare e bere moltissimo e all' eccesso , 
tanto al pranzo, che alla cena. Una sera levatosi di 
tavola sentissi gli abiti molto stretti : per cui fece 
chiamar tosto il sarto , di ciò rimproverandolo , e 
ordinando che li allargasse. Farò subito , rispose il 
sarto, quanto Vostra Altezza comanda: domani mat- 
tina 1' abito sarà quale lo desidera. E si dicendo 
prese l'abito, lo sospese entro l'armadio, senza toc- 
carlo, persuaso che all' indomani il duca non si sa- 
rebbe più lagnato. Infatti all'ora indicata lo riportò, 

(1) Epist. lib. 1. fogl. 23. 



33 

e Galeazzo indossatolo, va bene , disse , va anzi a 
meraviglia (1). Passati i vapori del vino, anche le 
lettere del Loschi furono trovate fatte bene, quan- 
tunque non mai corrette. 

Anche papa Nicolò volle conservare fra i segre- 
tari apostolici questo distinto uomo, avendo cono- 
sciuto a prova quanto valesse. Le opere che scrisse 
il Loschi gli aquistarono riputazione, e fra le molte un 
commento sopra undici orazioni di Cicerone, opera 
che il Facio chiama utile, e dai dotti è assai lo- 
data (2). E il Biondo ditfatti nella sua Italia illus- 
trata scrisse, che il Loschi sì chiaramente e diffusa- 
mente, nel modo spiegato da Cicerone, l'arte retorica 
in esso spiegò che sembra nulla vi sia di più utile 
per imparare la eloquenza (3). E in tanta riputazione 
era quest'opera venuta a quei dì, che il Piccolomini 
stando a Vienna fece molte pratiche per averne co- 
pia, e rese grazie le più cordiali al distinto teologo 
ed oratore Francesco Fuste, che gliela mandò in do- 
no (4). Il Loschi scrisse anche versi, che il Biondo 
chiama pieni di virgiliana maestà : e il Barbaro io 
disse grande poeta, ed eccitò il figlio di lui a rac- 
cogliere le opere degne di essere conservate (5). An- 
che il Guarino ne facea grande stima, chiamandosi 
di molti beneficii a lui debitore: il Poggio finalmente 
Io avea in tale onoranza, che spesso lo cita nelle 
sue lettere, lo chiama uomo faceto, e nel suo dia- 
li) Poqjjì, Facetiae. 

(2) De viris illuslribus pag. 3. 

(3) Opera omnia pag. 27'J. 

(4) Aeneae Sylvii: opera omnia paa> 7'»9. 
(6) Diatriba pracliminaris pag. CXI. 7 49. 

G.À.T.CXXXIX 3 



34 

logo sopra l'avarizia lo introduce come interlocutore 
che assume le difese dell' ordine serafico. Coluccio 
Salutati solamente scrisse contro di lui una invettiva 
che si legge nella Laurenziana a Firenze. 11 Loschi 
godette per poco tempo dei beneficii del pontefice 
Nicolò, perocché già vecchio morì nei primi anni del 
di lui pontificato (1). 

5. 

Cinzio Rustico e Orazio romani. 

Poco sappiamo di questi scrittori, perche la sto- 
ria letteraria del secolo XV li passa quasi in obli- 
vione. Sappiamo del primo, che fu in stretta rela- 
zione col Filelfo, e che fino dal 1434 era uomo di 
influenza alla corte di Eugenio IV, perchè il Filelfo 
nelle sue traversie a lui si raccomanda a tutt'uomo, 
onde lo voglia di qualche collocamento provvedere 
presso la corte pontifìcia (2). Nella Diatriba del car- 
dinale Quirini si legge una lettera che Cinzio scrisse 
con molta eleganza, e in fine alla Poggiano, una di 
lui orazione all'imperatore Sigismondo. La biblioteca 
vaticana serba da lui voltate in latino le lettere di 
Eschine (3). Cinzio ebbe domestichezza co'principali 
uomini di lettere del suo tempo, e fu compagno al 
Poggio nei viaggi che questi fece in Germania per 
cercar codici: e nelle lettere che abbiamo stampate 

(1) Tiraboschi, Storia della lett. ital. tom. VI part. Ili eap. 
IV § 2.°. 

(2) Epistol. lib. 11. fogl. 35. 

(3) Bonamici, De claris ponlif. epistol scriptoribus pag, 172. 



35 

nella Diatriba egli indica i libri trovati, e nomina 
Vitruvio e Lattanzio, di cui Poggio non dice parola: 
per il che a lui viene attribuito il ritrovamento di 
tali libri. Il Poggio l'avea in tale stima che lo intro- 
duce come interlocutore con Antonio Loschi nel 
Dialogo sulla avarizia. Nicolò V lo conservò nell'of- 
ficio di scrittore apostolico (1): e dopo lui sembra 
nominasse nello stesso officio il nipote Marcello Rus- 
tico, uomo, al dire del Volterrano, degno di ogni 
lode, di grande ed acre ingegno, di lingua pronta 
ed eloquente e assai esperto negli affari della curia 
romana (2). Egli morì nel 1481 e fu sepolto nella 
chiesa della Minerva, ove sett'anni dopo fu collocata 
un'epigrafe che indicasse la tomba. 

Orazio romano, grecista valente e assai esperto 
nella lingua di Virgilio, si accinse alla grande im- 
presa di assecondare il desiderio di Nicolò V, ch'era dì 
vedere tradotta in versi latini la Iliade. I primi ten- 
tativi piacquero al pontefice, sì che per eccitarlo a 
proseguire lo creò segretario apostolico , e gli die 
speranze di ricchi premi. Della qual cosa fa tes- 
timonianza Enea Silvio dicendo: Horatius romanus, 
qui scribatum apostolicum ea de re consecutus est y 
magnisque pollicitationibus illeclus, Iliadetn aggressus, 
nonnullos ex ea libros latinos fecil dignos, quos nostra 
mirarelur y prisca non improbasset aelas (3). Questa 
versione venne da Orazio dedicata al suo mecenate 
Nicolò V , e si trova manoscritta nella biblioteca 
vaticana (4). 

(1) Dom. Giorgi, Vita Nicolai V pag. 175. 

(2) Marini, Archiatri pontificii pag- 147. 

(3) Opera omnia pag. 459. 

(4) Codice 2756. 



36 



Rinuzio di Arezzo è Giovanni Toscanella. 

Se Rinuzio non pareggiò nel merito letterario 
e scientifico i suoi concittadini Leonardo Bruni e 
Carlo Marsuppini, salì tuttavia in molta riputazione 
nella conoscenza che avea grandissima della lingua 
greca e latina. E di questo suo sapere die prova 
colla versione latina delle favole di Esopo, fatte per 
eccitamento di papa Nicolò fino da quando non era 
ancora salito sulla cattedra di Pietro , come ebbe 
a dire lo stesso Rinuzio scrivendo al cardinale Anto- 
nio Cardano (1). Questa versione vide la luce in 
Milano nei primi anni, che vi fu introdotta le stampa: 
e Nicolò volle premiare Rinuzio col posto di segre- 
tario apostolico. Animato da si munifico mecenate 
il traduttore di Esopo si accinse a voltare in latino 
anchelelettered'Ippocrate,cuidedicòegualmenteal pa- 
pa per consiglio del valente medico Pilliccione archia- 
tro pontificio (2). Il Toscanella fu eletto segretario 
apostolico appena Nicolò V montò sulla catte- 
dra di Pietro , come ci viene fatto conoscere dal 
Filelfo, il quale a dì 15 luglio U47 da Milano gli 
scrisse, dicendo: « Mi congratulo colla vostra fortuna, 
o Toscanella, conforme alle vostre virtù, di avere 
conseguita una enrica ornatissima presso il som ino 
pontefice Nicolò V. Di buon grado ascolto gli ce- 



li) Codice valicano 39*3 pag. 223. 

(2j Giornale dei letterali di Firenze Tom. II. vari. U pag. 212. 



37 

eilamenli, che mi tate di venire in curia romana, 
e l'assistenza che mi promettete. Vorrei sapere però 
se mi scrivete a nome vostro, od a nome del pon- 
tefice: e conosciuto ciò, non lascerò di ben ponde- 
rare quello che mi torna meglio » (1). In questa 
lettera il Filelfo chiamava Giovanni Toscanella se- 
gretario apostolico. Nessun documento conosciamo 
della dottrina di questo protetto del grande pontefice. 

7. 

Giovanni Tortelli. 

Àvido di bene apprendere la lingua greca l'area 
tino Giovanni Tortelli, in assai giovane età recossi 
in Grecia, donde non dipartissi che dopo di averla 
imparata profondamente. Reduce in Italia attese a 
studiare teologia in Bologna sotto Gaspare monaco 
cassinese, e restituitosi in patria vi fu nominato ca- 
nonico e arciprete, Desideroso del meglio, risolvette 
di recarsi a Roma , dal suo parente abate Giro- 
lamo Aliati raccomandato a Francesco Coppini di 
Terni, a Nicolò Macconi da Pistoia, al veronese Ia- 
copo Rizzani ed al cardinale Torrecremala. Da tutti 
bene accolto, mediante le sue virtù religiose e intel- 
lettuali non tardò ad essere accetto ad Eugenio IV, 
che il fece suo cameriere d' onore e nello stesso 
tempo ordinogli di scrivere la vita di s. Atanasio* 
11 Tortelli, più che fare un'opera originiale, ampliò,) 



(1) Epistol. lib VI fogl. 115. 



38 
come osservano i Bolandisti (1), una leggenda 
greca di troppo sterile , togliendo da Eusebio , da 
Teodoreto , Sozomeno e Metafraste quanto fu scritto 
intorno a questo gran padre della chiesa orientale: 
e condotto a termine il suo lavoro, lo dedicò allo 
stesso pontefice. Scrisse la vita di s. Zenobio ves- 
covo di Firenze: ma l'opera sua principale si è De 
ortographia, che vide la luce colle stampe in Vene- 
zia nel 1471. In essa l'autore mostrossi espositore, 
cosmografo, istoriografo e profondo conoscitore del 
greco e del latino : e per questo suo lavoro ebbe 
molte lodi, ma anche delle critiche. Nicolò V ne ac- 
colse la dedica, e sommamente amandone l'autore 
lo fece suo segretario apostolico, consigliere e sud- 
diacono; di modo che non andò guari, che i negozi 
i più onorevoli e delicati venivano al Tortelli affi- 
dati (2). E tale era la domestichezza che avea col 
pontefice, che questi se Io teneva sempre seco, trat- 
tenendosi seco lui in colloquio il più confidenziale sulle 
cose pubbliche e private. Un dì avendogli detto Ni- 
colò, che avea deciso di far prendere e punire un 
tal cardinale quando veniva a palazzo, perchè amo- 
revolmente ammonito, non si era emendato, il Tor- 
telli corse a farne avvertito il porporato , il quale 
allora andò subito dal papa , facendo mille pro- 
messe di emendazione. Se non che il perdono non 
fece al colpevole cardinale mutar vita: onde pentissi 
il Tortelli di avere impedito che fosse punito (3). 



(1) Acta sanctorum. Maii Tom. 1. pag 249. 

(2) Zeno, Disseriazioni Vossiane Tom. 1. pag. 144, 

(3) Jcspasiano Fiorentino. 



39 

E prova della grande confidenza che avea col pon- 
tefice, e della forza che poteva esercitare sull'animo 
di lui, si era il rivolgersi che facevano a lui moltis- 
simi di quelli che aveano bisogno della sovrana pro- 
tezione: sono le lettere che stanno nella vaticana a 
lui dirette dai principali letterati di quel tempo , 
come al mediatore il più potente presso Nicolò 
V (2). Il Tortelli non si staccava mai dal pontefice, 
come ce lo fa sapere il Perotti, quando a lui scri- 
vendo da Bologna , dice : Te qui nunquam ex eius 
Intere recedis (3). Nella biblioteca laurenziana a Fi- 
renze (4) esiste del Tortelli la versione di alcune 
omelie del Crisostomo sopra il salmo misererei e? 
narra il Facio che scrisse anche un libro su la ori- 
gine della medicina (4). Questo amico del ponte- 
fice era uomo mite , umile e cortese : onde tutti 
1' aveano in grande onoranza : il Guarino veronese 
avea di lui tale una stima, che intento a tradurre 
per comandamento del papa le opere di Strabone , 
gii inviavai quinterni, perchè sulla versione esternasse 
il suo parere. E buono consigliere, il Tortelli ot- 
tenne al suo diletto Guarino generosi aiuti dal pon- 
tefice, onde potesse provvedere ai bisogni della nu- 
merosa famiglia (5). Venuto a morte Nicolò V, im- 
provvisamente mutossi la fortuna del Tortelli , il 
quale a chiunque scrivendo lettere non faceva che 
deplorare la perdita di tanto pontefice. Vissuto tino 

(1) Codice vat. 3908. 

(2) Codice vat. 3968. pag. 163. 

(3) Plut. XIX IS.° 26. 

(4) De viris illustribus. pag. 25. 

(5) Rosmini, Vita del Guarino voi. II. pag. 6fl. 



40 

al 1460 (1) egli nella sua virtù non sollevassi ;i 
superbia quando meli' auge della fortuna, e mostrò 
religiosa rassegnazione quando questa gli si fece con- 
traria, ben sapendo essere dovere del cristiano quello 
di adorare i decreti della provvidenza. 

8. 

Nicolo' Amidani e Nicolo' Pkkotti. 

Illustre giurecolsulto Nicolò Atnidaui di Cremona 
fu dapprima canonico in Mantova : e chiamato in 
Roma da papa Eugenio ebbe varie missioni per la 
santa sede. Intervenuto al concilio di Basilea con- 
trasse amicizia con Enea Silvio Piccolomini: e poscia, 
dotto com'egli era nella legge civile e canonica, stette 
con Nicolò palermitano, uno dei più insigni giure- 
consulti del suo secolo, ma che usò la sua potente 
eloquenza per ingrandire i mali dello scisma. Il 
Piccolomini, che conosceva l'ingegno e la dottrina 
dell'Amidani, gli predisse prospera la fortuna , e 
non ingannossi: dapoichè TAmidani tornato a Roma 
e continuando a vivere nella stima di papa Eugenio 
attese a molti e gravi negozi : e salito sul trono 
Nicolò V fu tosto annoverato fra i segretari apo- 
stolici. Ma questo officio tenne per assai poco, per- 
chè nel settembre del 1447 fu destinato a gover- 
natore di Bologna, carica che egli coprì fino a che 
fu eletto vescovo di Piacenza. Ritornato a Roma, 
venne fatto governatore: e in indi e non molto tras Io- 
li) Zeno, Dissertazioni Vossiane Tom. I. pag. 146. 



il 

eato alla sede arcivescovile di Milano, e in sua vece 
ebbe la chiesa di Piacenza Giovanni Campisio insigne 
filosofo, che fino allora, non ostante i molti servigi 
prestati alla santa sede in Italia e fuori, era vissuto 
circondato sempre dalla povertà: per cui ebbe a scri- 
vere al Piccolomini: «Nessuno è più filosofo di me, 
se tale deve dirsi colui, che di tutto è privo (1).)>L'A 
midani, quantunque vescovo e poscia arcivescovo, 
continuò a rimanere in Roma, come governatore: e 
in tale officio giovò di molto alla città, specialmente 
durante la congiura di Porcari. Andato finalmente 
al governo della sua diocesi , mentre incomincia- 
va a conoscere il sirene a lui affidato , venne a 
morte, e fu sepolto nel duomo colle seguente epi- 
grafe: 

Nicolao Amidano Av ci depi scopo Medio!.- ijni ohiit 
anno Clirisii 1 454 XII hai. Aprii is 
Yincenlins Fralri hoc P. M. 

Ma assai più distinto dell'Amidani fu Nicolò Pe- 
roni da Sassoferrato. Allievo di Vittorino da Fel- 
tre, giovinetto ancora fu chiamato a suo segretario 
dal cardinale Bessarione, illustre mecenate degli uo- 
mini dotti. E sotto di questo porporato egli attese 
a meglio imparare la lingua greca, della quale tra- 
dusse opere con universale ammirazione ed encomio. 
Seguendo il Bessarione a Bologna , il Perenti nel 
tempo istesso che esercitava l'officio di segretario, 
insegnò retorica e filosofìa. E ben tosto acquistossi 

(1) Aeneae Sjlvii, Opera omnia pag. 746. 



42 

gran nome, così che i bolognesi a lui vollero affi- 
dato l' incarico di recitare il discorso di felicitazione 
all' imperatore Federico , quando passò per quella 
città. E quel discorso gli meritò il titolo di con- 
sigliere imperiale, e la l'aurea poetica, che gli pose in 
testa lo stesso Federico. 11 Perotti non avea allora più 
di ventidue anni. Di carattere alquanto impetuoso 
e risentito scrisse una invettiva contro Giorgio da 
Trebisonda , per aver detto , che Y imperatore dei 
turchi era il più potente monarca di quella età ; 
un'altra contro il Poggio per avere calunniato il 
Valla. Molte sono le versioni che fece dal greco il 
Perotti, quella dell'Enchiridion di Epiteto dedicò a 
papa Nicolò V: e il Polibio, che fu stampato in Roma 
nel 1488 da Sweneim e Pannartz, è una traduzione 
avuta sempre da tutti in grande pregio. Scrisse an- 
che un commentario sulla lingua latina , per cui 
il Sabellico lo colloca fra i restauratori di essa : e 
scrisse la vita del Bessarione, di cui fu conclavista 
quando venne eletto Calisto III. 11 pontefice Nicolò 
per dargli prova di stima il fece segretario apostolico: 
quantunque le circostanze l'obbligassero a stare lon- 
tano da Roma. Finalmente venne eletto arcivescovo 
di Manfredonia : ma poco stette in diocesi , perchè 
sempre adoprato da'pontefici nei negozi della Santa 
Sede, e specialmente nel governo delle provincie del- 
l'Umbria. Fervido ingegno , e ricco di dottrina , il 
Perotti seppe temperarsi in modo, che nella sua con- 
dotta morale nulla fuvvi che potesse disonorare la 
sua episcopale dignità. 



m 

8 

Pietro Candido Decembrio. 

Se la morte di Filippo Maria Visconti tolse al 
Decembrio il suo mecenate, fu occasione però che 
egli ne trovasse uno più splendido nel pontefice Ni- 
colò V. Da Pavia, ove sortiva i suoi natali nel 1399, 
il Decembrio andò a Milano, e compiutavi appena 
la sua letteraria educazione fu segretario del Vi- 
sconti: e seppe lodevolmente lo studio delle lettere 
conciliare colla occupazione laboriosa de'pubblici ne- 
gozi. Estinto il duca Filippo , egli d' indole assai 
poco temperata alla quiete, mostrossi fervido soste- 
nitore della libertà , che proclamarono i milanesi , 
reggendosi a popolo. Però non perdette mai quella 
calma di spirito che è propria dell'uomo saggio, il 
quale a mezzo i politici sconvolgimenti sa discen- 
nere il vero dal falso, la realtà dall' illusione. Egli 
ci ha co' più vivi colori descritta la condizione di 
Milano, quando volle resistere al conte Sforza, e ci 
manifesta che pochissimi erano quelli i quali agi- 
vano per retto fine. La plebe ignara di ogni prin- 
cipio di politica mostravasi delirante pel nome di 
libertà, e non ne comprendeva il senso: volea go- 
derne i beni e non soffrirne gli inconvenienti (1). 
Impotenti a più oltre resistere, i milanesi affidarono 
al Decembrio l' incarico di andare al campo dello 
Sforza e consegnargli la città : ma egli rifiutossi , 

(1) Rerum Hai. Scriptores- Fila Franrisci Sfortiae. 



44 

chiamando quell'atto ripugnante a'suoi principii. Ri- 
masto senza mecenati, avvilito per la sorte di sua 
patria, e agitato per le contese gravi insorte tra lui 
e il Filelto, vide non avere altro scampo, che rico- 
verarsi all' ombra del Vaticano. Questo suo pensa- 
mento manifestò a Francesco Barbaro , il quale lo 
incoraggi ad attuarlo, dicendo: « Lodo il tuo pen- 
siero , perchè Nicolò splende per virtù e fortu- 
na , e gli uomini dotti e dabbene potendo in certo 
modo proteggere più di quello che voglia, sarà pro- 
pizio alle tue sventure sì che tutti comprendano , 
che sebbene le cose umane siano a mille eventi 
soggette , fino a tanto che vivrà Nicolò , non pos- 
sono mancare in Roma onori ai sapienti. » (I). E 
per vero il Decembrio fu dal pontefice bene accolto 
e fatto segretario apostolico con buona mercede 
(2). Nella sua nuova e fortunata posizione egli at- 
tese a scrivere in verso e in prosa , in latina ed 
italiana favella. I versi italiani si possono conside- 
rare pregevoli riguardo a quel tempo; ora non tro- 
verebbero un paziente lettore. Le molte opere scritte 
mostrano quanto ei fosse indefesso , e conosciamo 
per sue il libro De ignorantia vitae, un compendio 
della storia romana, che serbasi inedita nella biblio- 
teca Ambrosiana (3), le versioni italiane di Curzio 
e dei commentari di Cesare e di Appiano Alessan- 
drino , non mai stampate , esistenti nella Vaticana 
(i) , la versior.e di sette libri di Senofonte e di 

(1) Diatriba Card. Quirini. Tom. I. pag. 101. 

(2) Facius, De Viris Illustr. pag. 22. 
(oj Lettere P. IN. 163. 

(4) Codice 1871. 



45 

dieci libri della repubblica di Platone , cbe stanno 
nella biblioteca di Torino. La morte del pontefice 
Nicolò immerse nella maggiore tristezza il Decem- 
brio, il quale nulla sperando più a Roma , passò a 
Napoli sotto la protezione di Alfonso , cui dedicò 
l'ultima parte delle storie di Appiano. Fatto ritorno 
a Milano, scrisse la vita del duca Filippo Maria Vi- 
sconti stampata poi nel 1624, quella di Francesco 
Sforza tuttora inedita , e la vita di S. Ambrogio. 
In un codice dell'Ambrosiana esistono da 268 let- 
tere di lui, e il Facio ne fa manifesto che Decem- 
brio scrisse anche la funebre orazione di Leonello suo 
amico e marchese d'Este, due libri di declamazioni, 
cinque libri di storia arcana, e che tradusse cinque 
libri dell'Iliade. In tutte le sue opere, che, se dob- 
biamo credere a quanto leggevasi sulla sua tomba, 
ascendono fino a centosettanta due, egli manifesta 
sentimenti religiosi, deplora la cecità de' suoi tempi, 
in cui la religione si collocava nell' apparato este- 
riore , e non si osservava il Vangelo. Ed a questo 
fatale abbandono dei cristiani egli attribuiva le ca- 
lamità d' Italia e della Chiesa (I). Il Filelfo , assai 
facile alla maldicenza e alla calunnialo chiama mi- 
micissimo de'buoni e dei dotti (2); e se dobbiamo 
prestar fede a costui, il Decembrio morto a Milano in 
età di 78 anni , avrebbe peccato d' ingratitudine e 
di villania contro il Guarino , nel biasimarne dopo 
la di lui morte gli scritti in modo il più maligno 
e violento. 



(1) Epistola JO'i del codice cartaceo ambrosiano N. 23ìS. 

(2) Epistola lil>. VI l'urj. 12fi. 



46 

9. 

Giorgio Trapezunzio. 

Commendole per dottrina e per ingegno, ma in- 
vidioso, maldicente, superbo e litigioso, fu Giorgio 
Trapezunzio di Candia, così nomato dalla città di Tre- 
bisonda ove la sua famiglia ebbe la origine. Abbando- 
nata la Grecia e per cura di Francesco Barbaro fatto 
cittadino veneto, egli apprese assai bene la lingua 
latina sotto i due grandi maestri Guarino da Ve- 
rona e Vittorino da Feltre. Indi insegnò retorica e 
filosofia a Padova e Vicenza con grande concorso 
di scolari, tutti ammiratori della somma dottrina 
che mostrava in ognuna delle arti liberali: ma per 
l'indole sua inquieta fatti a sé stesso molti nemici, 
dovette abbandonare il veneto territorio , e riparò 
a Firenze, ove e in pubblico e in privato occupossi 
a dettare retorica e filosofia. In tempo del concilio 
fece amicizia col Bessarione, che conosciutone il sa- 
pere gli diede incarico di tradurre in latino : De 
deilate filii et processione Spirilus Sancii di Basilio: 
e queste versione dedicata a papa Eugenio fu ap- 
plaudita da tutti quei dotti che stavano allora in 
Firenze: e il pontefice, per dargli attestato di stima, 
il fece suo segretario apostolico. 11 perchè tornato 
Eugenio a Roma, andovvi anche Giorgio con tutta 
la sua famiglia, e non andò guari che vi aprì scuola 
di filosofia con grande concorso ed applauso. Nicolò 
V confermollo nell'officio di segretario e sapendo, lo 
esperto nella lingua greca l'occupò a tradurre opere 



47 
greche. E tradusse infatti Eusebio De praeparatione 
evangelica, Cirillo Alessandrino De sancta et con- 
substanliale Trinitene, e il commentario sul vangelo 
di S. Giovanni, S. Gregorio Nisseno de Vita Mosis 
sive de vita perfecta, di S. Giovanni Grisostomo le 
omelie posteriori sopra S. Matteo, di S. Basilio ma- 
gno cinque libri adversus Apologeticon Eunomii , e 
molti altri padri greci. Oltre di che tradusse molte 
delle opere di Aristotele e di Platone, e l'Almage- 
sto di Claudio Tolomeo (I). Però i molti uo- 
mini dotti che vivevano alla corte del grande pon- 
tefice non tardarono a discernere il merito reale di 
Giorgio dalla apparenza: e colle loro critiche giuste 
sì, ma severe, detrassero moltissimo alla fama che 
avea, e mostrarono la poca fedeltà nelle sue versioni. 
Infatti alla Preparazione evangelica tolse tanto, dice 
Corrado Gesnero (2), che se tornasse in vita Eu- 
sebio non avrebbe in quella versione riconosciuta 
l'opera sua. E il Petavio scrisse , che Trapezunzio 
non col tradurre Eusebio, ma col lacerarlo e de- 
pravarlo, lasciò ai posteri giuste cagioni di lamento (3). 
E queste colpe gli scoprì anche Nicolò V, il quale 
perciò assai malcontento fece emendare la versione 
De praeparatione da Andrea Contrario. Ma il Tra- 
pezunzio, uomo assai altiero, non sapendo tollerare 

(i) Quest'ultima versione si trova manoscritta nell'Ambrosiana, 
e in fine di essa si legge: P. S. Nicolao f volumen traducendum 
mense marta tradidit, et mense decembris anni eiusdem et librum 
traductum et commentarios vidil absolutos, propter quos me pustea 
detraxit, ut schedulae ostendunt, per ignoranlissimum lacobum Cre- 
monensem appositae. 

(2) Bibliot. universalis pag. 232. 

(3) Lib XIV cap. XI De Incarnatione. 



48 
questa umiliazione cominciò adire ingiurie a questo 
letterato e a quello: per guisa che sorsero gravi e 
scandalose conlese, portate poi all'eccesso dal Pog- 
gio. Imperocché essendosi i segretari apostolici riu- 
niti alla cancelleria, che stava allora presso il tea- 
tro di Marcello, il Poggio si fece lecita qualche sa- 
tirica osservazione sullo stile del Trapezunzio: onde 
questo greco isolano n'ebbe tale risentimento, che 
un potente schiaffo diede al suo indiscreto censore. 
E il Poggio non meno indignato scagliossi furibondo 
sul percussore , e così ebbe luogo una battaglia a 
pugni sì forte, che ambidue ne sortirono malconci. 
Di ciò non contenti, si sfidarono a duello; il quale 
se poi ebbe luogo fu di nessuna conseguenza trista, 
perchè nò l'uno nò l'altro rimase gravemente ferito (I). 
11 pontefice, che per mitezza d'animo e per ve- 
nerazione alla scienza sopportava negli uomini dotti 
anche i molli diffetli , non seppe più oltre soffrire 
l'audacia e gli scandali di Giorgio, il quale dopo di 
avere malmenato Platone , se la prese con modi 
violenti contro Bessarione , perchè difensore delle 
dottrine platoniche. Onde non solo lo allontanò della 
sua corte, ma il fece partire anche da Roma. Gior- 
gio al loia riparò presso Alfonso a Napoli, ove sentì per 
beneficio di quel principe meno grave il peso della 
sua sventura. E solo verso il 1453, mitigalo per 
intercessione del Eilelfo l'animo del papa , fu ri- 
chiamato a Moina , ove stette fino alla morte à'v 
venuta sotto Sisto IV (2). 



(1) Ilodius, De graccis illusi- pag- lOi. 

(2) Mori nel 1483 e fu sepolto nella chiesa delta Minerva. 



49 

11 Trapezunzio non solo tradusse dal greco in 
latino, ma scrisse anche opere originali nell'una e 
nell'altra lingua. Scrisse in greco una lunga lettera 
all'imperatore Paleologo , con che lo esorta a ve- 
nire al concilio di Firenze, lettera di poi pubblicata 
dal gesuita Pontano: altra lettera scrisse, sulla chiesa 
miai santa e cattolica: sulla processione dello Spi- 
rito Santo, e sulla elemosina : scrisse in latino un 
compendio de partibus orationis, cinque libri di re- 
torica, camparationes philosophorum Aristothelis etPla- 
tonis alcune violenti invettive, e altre opere di mi- 
nor conto, le quali, pitiche il grande ingegno, mostrano 
dell'autore la somma attività. 

10. 

Lorenzo Valla. 

Uomo non meno orgoglioso, molesto, acre e tur- 
bolento del Trapezunzio fu il romano Lorenzo Valla, 
tiglio di Luca avvocato concistoriale, oriundo da Vi- 
goleno, terra del Piacentino (1). Ammaestrato nella 
lingua latina de Giovanni Aurispa e da Leonardo 
Aretino, coltivò con tanto amore gli studi , che a 
ventiquattro anni fu dottore in teologia (anno 1430): 
e mortogli lo zio Scribani segretario apostolico, an- 
dò a Piacenza ed a Pavia per raccoglierne la ere- 
dità. Eccitato da molti assunse di insegnare in Pavia 
retorica ed eloquenza: ma indi a due anni abban- 
donò la cattedra , perchè fatto argomento di mal- 
dicenza, di accuse e di calunnie. Riparò a Milano, 

(1) Cristoforo Poggiali, Memorie intorno alla vita e agli scritti 
del Falla 1790 pag. 17. 

G.A.T.CXXXIX. 4 



50 

indi fece a Roma ritorno, ove fu assai bene accolto 
dal nuovo pontefice Eugenio IV. Ma indi a poco 
ebbe tale persecuzione , che gli fu necessario fug- 
gire. Gli storici nello investigare la cagione per cui 
il Valle fuggì da Roma, altri dicono per odio di 
ciò che egli chiamava schiavitù, altri per non aver 
potuto conseguire alcuna carica , molti finalmente 
per la sua opera Sulla falsa donazione di Costantino. 
Rifugiossi a Napoli , ove fu assai bene accolto da 
Alfonso, il quale con apposito diploma il dichiarò 
poeta: titolo ampolloso , ma che tuttavia al Valla 
s'addiceva: imperocché oltre all' essere dotto nelle 
lettere greche e latine, sapeva scrivere buoni versi. 
Sulla ridenti rive del Sebeto aprì scuola, e la gio- 
ventù fu veduta accorrere in gran folla alle sue le- 
zioni. Ma sempre libero troppo e nel parlare e nello 
scrivere, anche in Napoli non lasciò di tirarsi addosso 
molti e potenti nemici: ed i primi furono Bartolomeo 
Facio e Antonio Beccadelli, ambidue distinti let- 
terati, che stavano alla corte di Alfonso. Egli vo- 
mitò senza riguardo alcuno contro di loro una vio- 
lenta e furiosa invettiva divisa in quattro libri, nella 
quale sì leggono villanìe proprie della plebaglia. In 
oltre prese a deridere certo francescano predica- 
tore di grande riputazione , da lui chiamato voci- 
ferator egregius, perchè disse S. Girolamo romano, 
e che ogni apostolo avea composto un articolo del 
simbolo. Il frate indignato scagliossi dal pergamo 
contro il Valla e poscia Io accusò all'inquisizione. 
E sarebhe certo capitato male , se gli fosse man- 
cata l'assistenza del re; mal s'appongono coloro che 
hanno scritto fosse nelle carceri del sant'ofììdio battuto 



51 

«ori verghe. Uscito da tanto pericolo il Valla scrisse 
la sua apologia a papa Eugenio, per potere ritor- 
nare a Roma; ma non gli valse per nulla. 

Fatto pontefice Nicolò V, il Valla ebbe perdono 
e autorità di poter far in Roma ritorno : il quale 
beneficio dovette in parte alla mediazione di Pietro 
da Noceto. Egli tornò portando seco la versione in 
prosa di alcuni canti dell'Iliade, e un commento fi- 
losofico sul Nuovo Testamento. Il pontefice nel no- 
vembre del 1448 lo fece segretario apostolico e 
raccoglitore delle bolle antiche : indi professore di 
eloquenza alla università. E vanno errati coloro che 
dicono lo nominasse anche canonico a S. Giovanni 
Laterano: imperocché negli ultimi anni di Eugenio 
e sotto il pontificato di Nicolò i canonici in quella 
basilica erano regolari: onde egli non fu canonico che 
sotto Calisto III (1) , quando espulsi i lateranensi 
vi ritornarono i canonici secolari. 

11 Valla dalla cattedra mostravasi fanatico par- 
titante di Quintiliano, e inveiva villanamente contro 
Giorgio Trapezunzio, perchè insegnando eloquenza 
nella stessa università fosse sostenitore di Marco 
Tullio. Da ciò scandalose contese tra questi due 
letterati: ma scandalose ancor più furono quelle in- 
sorte tra lui e Poggio. Questi trovate alcune sue 
lettere acremente censurate mediante postille , ne 
incolpò il Valla, e arse di tanto sdegno , che non 
ostante le proteste di quest'ultimo di non aver fatte 
quelle postille, cominciò a scrivere invettive le più 
violenti, e ormai troppo note, le quali mostrarono chele 

(1) Regest. Vatic Tom. IV. pag. 64. 



52 
lettere non valsero ad ingentilire nel secolo decimo- 
quinto i cultori delle medesime. Il Valla rispose cogli 
antidoti, ne'quali mostrò che le postille erano opere 
di un catalano offeso da alcune mordaci espressioni 
del Poggio. Il pontefice, sia che occupato in cose 
più gravi non si avvedesse di quella guerra, sia che 
abituato non ne facesse gran conto, nulla fece per 
togliere quello scandalo : e solo valse a pacificare 
quegli animi irritati il Filelfo, il quale in questo 
negozio mostrò essere più facile dar saggi avvisi , 
che buoni esempi, perchè d'indole maligna e pes- 
sima parea non fosse l'uomo il più opportuno a 
metter pace. 

Il pontefice Nicolò diede incarico al Valla dì 
tradurre Tucidide dal greco in latino: e nel 1452 
questa versione essendo terminata, il Valla giovossi 
del suo posto di raccoglitore delle bolle antiche, per 
far nuove ricerche sulla falsa donazione di Costan- 
tino, opera che poscia die alla luce senza incontrare 
alcuna persecuzione. Scrisse poi tre libri di Dialet- 
tica, setto libri de Voluptate et vero tono , e altre 
opere; ma quella che gli ha dato maggior riputa- 
zione sono i libri delle eleganze. Disceso nel sepolcro 
Nicolò V, egli corse fra le braccia dell'antico suo 
mecenate Alfonso , e all'ombra di tanto principe 
scrisse De rebus gestis a Ferdinando Aragonum rege, 
opera stampata più volte : e si accinse a tradurre 
Erodoto: ma non gli fu dato di condurre a termine 
questo suo lavoro, perchè morte lo colse in Roma 
nel 1465 (1). Molti hanno portato giudizio sugli 

(1) Lib. VII. 



53 

scritti dal Valla, e degno di essere riferito si è quello 
di Erasmo » Chi ò colui di sì piccolo ingegno , 
scrive egli, che non lodi ed esalti ed ami il Valla, 
che con sì grande industria, studio e fatica ributta 
le inezie de'barbari, rivendica dalla morte le lettere 
sepolte , restituisce Italia all'antico splendore della 
eloquenza, e insegna ai dotti a parlare d'ora in poi 
con maggior cautela?» (2). 

11. 

GlANNOZZO MaNETTI. 

Ecco il distintissimo amico del pontefice, il fi- 
rentino Giannozzo Manetti, l'uomo caro alla repub- 
blica di Firenze e alla curia di Roma. Quantunque 
datosi agli studi in età non più giovanile, divenne 
assai dotto nel greco, nel latino* nell'ebraico e nella 
filosofia e teologia: fornito di straordinaria memoria 
egli avea imparato tutte le lettere di S. Paolo , la 
Città di Agostino e l'Etica di Aristotele. Alla grande 
dottrina associando vita onesta e religiosa, avvenne 
che tutti l'avessero in grandissima onoranza: la re- 
pubblica firentina usò dell'opera di lui ne'più gravi 
suoi negozi: lo mandò ambasciatore, quando a Ge- 
nova presso il doge Tommaso Fregoso , quando a 
Napoli per le nozze del duca di Calabria colla ni- 
pote del principe di Taranto: quando a Roma pres- 
so Eugenio. A Napoli mostrò la sua grande elo- 
quenza nella orazione che per quel matrimonio disse 
alla presenza del re e dei grandi del regno : a Ro- 
ma colla sua cortesia e dottrina acquistossi l'affetto 



54 
del pontefice e di tutti i cardinali. Reduce in pa- 
tria, eccolo vicario in Pescia: poi ambasciatore presso 
Alfonso che stava nelle Marche: indi presso il conte 
Francesco Sforza: sempre mezzano per la pace. In 
Firenze disse l'orazione funebre nelle sontuose ese- 
quie celebrate al cancelliere della repubblica Leo- 
nardo Bruni: e capitano appresso a Pistoia, consa- 
sacra le ore di ozio nello scrivere la storia di quella 
città: finalmente è collocato negli scanni della signo- 
ria. Amato da tutti, lo era specialmente da Tom- 
maso di Sarzana, il quale fatto pontefice andò lieto 
di vedersi a nome della fiorentina repubblica da lui 
suo benevolo complito. Per siffatta occasione egli fece 
pompa di sua maggiore eloquenza , e a cagione di 
onore ricevuto co' suoi colleghi in pubblico conci- 
storo, trasse gente da tutte parti per udirlo: sì gran- 
de era la sua nominanza. 

Ma lasciamo di considerare nel Manetti l'uomo 
di stato per ammirarlo soltanto come uomo di let- 
tere, e come protetto di Nicolò V. Reduce da una 
terza ambasciata di Napoli, ei passò per Roma , e 
il pontefice, che tanto lo stimava ed amava, pregollo 
a restare con lui. Avrebbe volentieri accettato, ma 
i negozi , cui dovea attendere , lo necessitarono a 
partire. Ne fu dolente il papa, ma per dargli prova 
di sua speciale affezione il regolò di cose preziose 
e lo fece segretario apostolico. Stette a Firenze lieto 
e onorato il Manetti, finché un disgusto sopraggiunto 
lo determinò a recarsi a Roma. Nicolò godette in 
certo modo che fosse accaduta tale sventura, per- 
chè gli restituiva l'amico: e per consolarlo, oltre il 
guadagno che dava 1' officio di segretario , gli fissò 



55 

uh' annua pensiono di seicento scudi. E ben degno 
egli era di tanto onore e di tanto premio , perchè 
allora nessuno più di lui erudito, eloquente, accorto,, 
ad un tempo cortese, onesto e morigerato. La vita 
di Dante, di Petrarca e di Bocaccio, quella di Ni- 
colò V e di Alfonso di Napoli , l'apologia del Sal- 
terio , la storia di Pistoia , le molte orazioni dette 
durante le sue ambascerie , il trattato sulla educa- 
zione dei figli, e la Bibbia tradotta per la maggior 
parte dall'ebraico, sono solenni monumenti della sua 
dottrina ed eloquenza. 

Erano pochi mesi che ei vivea all'ombra amica 
del vaticano, quando improvvisamente gli giunge un 
messo della repubblica patria che gli intima di pre- 
sentarsi a Firenze entro dodici giorni, pena l'esilio 
di lui e sua famiglia se mai non avesse obbedito. Il 
Manetti spaventato corse a narrare il caso al pontefi- 
ce, il quale mal comportando di saperlo perseguitato, 
die ordine al suo intimo segretario Pietro da Noceto, 
che gli facesse una lettera, mediante cui fosse dichia- 
rato ambasciatore pontificio: e consegnandola al Ma- 
netti: Partite, disse, e se osassero farvi ingiuria, mo- 
strate questa lettera. Egli partì, e a vero dire non ebbe 
molestia alcuna : fu bene accolto in Firenze , e vi 
fece le sue difese. Ritornato a Roma , continuò a 
godere dell'amicizia e protezione del pontefice fino 
alla di lui morte. Costretto allora di allontanarsi dal 
vaticano, riparò a Napoli, ove terminava sua vita a 
C3 anni, compianto e desiderato da tutta Italia,.,!» 






5G 

12. 

Pietro da Noceto. 

Ma 1' uomo più potente presso il pontefice Ni- 
colò V è Pietro da Noceto , intorno a cui assai po- 
che cose ci hanno lasciate scritte i contemporanei. 
Egli viene fatto di origine piacentina, e così vuoisi 
chiamato da Noceto piccola terra situata a quattro 
miglia da Piacenza: quantunque sembra più credi- 
bile che fosse detto Noceto dal villaggio o castello 
di questo nome esistente nel Lucchese tra Pontre- 
moli e Bagnone. Forse la sua famiglia dal piacen- 
tino trasportata in Toscana avrà dato il nome a 
questo castello: dappoiché nelle carte della legazione 
di Perugia affidata al cardinale Capranica , e negli 
atti del concilio di Basilea, troviamo il Noceto che 
si sottoscrisse clericus placenlinas: e in una sentenza 
pronunciata da Nicolò cardinale Albergati, come ve- 
scovo di Bologna, leggiamo: Petrus de Noxelo cleri- 
cus placenlinae dioecesis publicus apost. et imperiai, 
auctoritate notarius , praefalique rcverend. domini 
cardinalis Sanctae Crucis secretarius. Datura et ac- 
tum Florenliae in domibus convenlus S. Spirilus , 
anno ìncarnat. 1441 indie, quarta. Il genitore suo 
andò a stabilirsi nella diocesi di Luni nel 1404: ma 
dove egli facesse i suoi studi , e dove passasse la 
sua prima gioventù , lo ignoriamo : sappiamo solo 
che andò al servigio del cardinale Capranica , ove 
trovò Enea Silvio allora giovane di cinque lustri. E 



57 

con lui varcando le alpi , e attraversando la Sviz- 
zera, andò a Basilea , ove prese parte al concilio. 
In questa città egli era sempre in compagnia del 
Piccolomini: avevano comune perfino la camera da 
letto: onde avveniva spesso che Pietro dicea all'ami- 
co, allorché lo vedeva fino a notte avanzata leggere 
quando un poeta, quando un'altro: A che ti logori 
tanto, o Enea ! La fortuna nel favorire non ha ri- 
guardo a dotti o ad ignoranti. Questi due amici in 
Basilea abbandonarono il Capranica , quando per la 
disgrazia da lui incorsa presso Eugenio fu d' ogni 
beneficio privato, e ridotto a povertà. Enea rimase 
in Basilea, e Pietro fece ritorno in Italia , ove di- 
venne segretario del cardinale Albergati. Alla corte 
di questo santo porporato stava già come maestro 
di casa Tommaso da Sarzana , suo affine e amico. 
E ritornato Enea Silvio a Firenze , Pietro fece in 
modo che l'Albergati chiamasse seco anche quel suo 
benevolo nel viaggio che imprendeva per recarsi al 
congresso di Arras. Parti anche Pietro , e finito il 
congresso , per Basilea : indi per il Beno e Trento 
ritornò col suo cardinale a Bologna. Enea Silvio fer- 
mossi a Basilea, e quantunque l'uno seguisse il par- 
tito del pontefice, e l'altro quello del concilio, non 
si rallentarono per nulla fra loro i legami di ami- 
cizia. Pietro stando in curia , col denaro avuto in 
parte a mutuo dagli amici , comprò un posto di 
scrittore apostolico , e l'officio delle contraddittorie 
in cancelleria : ma appena finito di pagare il suo 
debito, ecco accadere la morte dell'Albergati, e con 
essa svanita ogni speranza , dovendo vivere a pro- 
prie spese e colle sue fatiche. E scarsissimi erano i 



58 

guadagni, perchè a mezzo lo scisma di Basilea non 
tutti i popoli cattolici riconoscevano papa Eugenio: 
quindi pochi gli affari di cancelleria: onde Pietro di 
Noceto fu costretto per vivere a faticare da mane a se- 
ra, come copista. Egli avea una famiglia da sostentare 
e il padre vecchio e povero: gettate le divise cle- 
ricali, e tocco da rimorso di coscienza, avea condotto 
moglie, disposandosi ad una giovane fìrcntina, po- 
vera, ma bella, cui avea fatta madre prima del ma- 
trimonio (1). Colla sua attività però egli giunse a 
guadagnare tanto da poter avere una bella casa e 
tener servi e cavalli (2). 

Venuto l'anno 1445 Pietro ritirossi a Lucca , co* 
me ci viene fatto conoscere dal Gobellino, il quale 
ne dice (3), che Tommaso da Sarzana andando in 
Germania col Piccolomini, presso Lucca stettero un 
dì in casa di Pietro da Noceto, il quale gli accom- 
pagnò buon tratto per la Garfagnana. Ma il Paren- 
tucelli, appena eletto pontefice, chiamò presso di sé 
l'amico Pietro , e non solo confermollo negli offi- 
ci, che prima avea , ma lo fece suo intimo segre- 
tario, carica che a' dì nostri sarebbe quella di se- 
gretario di stato. E in tal guisa crebbe in tanta 
autorità, che a lui ricorrevano uomini di ogni fatta 
letterati, prelati, diplomatici e principi: immerso in 
tanti negozi, egli spesso negava l'udienza fìn'anco ai- 
cardinali (4). Salì a tanto, che Enea Silvio gli scri- 



(1) Lettera di Noceto ad Enea Silvio. Opera omnia pag. 744. 

(2) Lettera di Campisio ad Enea Silvio. Opera omnia pag. 743. 
(8) Commentar, pag. 19. 

(4) Aeneae Sylvii, Opera omnia pag. 757- 



59 

tea: Unus tu palatium apostolicuw gubernasti (1). Fe- 
derico imperatore venuto a Roma lo creò conte pa- 
latino, Alfonso di Napoli lo fece cavaliere; i geno- 
vesi, grati dei favori conseguiti per suo mezzo dal 
pontefice, lo crearono nobile loro concittadino , a- 
scrivendolo nella famiglia Spinola Luculana. Enea 
Silvio il chiamava il suo Pilade, e quante cose do- 
mandò al pontefice, per opera di Pietro sempre con- 
seguì. Se non fosse stato unito in matrimonio, Pie- 
tro avrebbe avuto anche la porpora: e non la po- 
tendo avere egli , la chiese per il suo amico Enea 
Silvio, e andò lieto nel trovare l'animo del pontefice 
già disposto ad esaudirlo. 

Ma una si grande potenza di Pietro improvvi- 
samente cadde colla morte del pontefice. Allora di 
subito le cose mutarono aspetto in modo che si 
vide perseguitato da quelli medesimi ch'ei avea be- 
neficato. Della qual cosa dolentissimo, scrisse parole 
di sfogo all'amico Piccolomini, il quale esperto assai 
delle cose del mondo, gli rispose dicendo: «Non tutti 
sono memori dei benefìcii ricevuti: la più parte de- 
siderano che muoia il benefattore, credendosi in tal 

guisa sciolti da ogni dovere di gratitudine 

Questi cominciarono a corteggiarti ed ossequiarti 
quando eri il primo al palazzo apostolico: correvano 
a te, come le mosche intorno al miele: in te non 
amavano Pietro, ma l'amico del papa: cercavano non 
l'uomo, ma l'officio tuo. Ora col tuo mutare anche 
eglino mutarono: quando cessò di stillare il miele» 



(1) Pag. 758. 



60 

se ne partirono : onde non ci trovo ingiustizia e. 
cosa alcuna che tu possa rimproverare loro. Cer- 
carono in te il gran segretario, ed ora noi trovando 
più, se ne vanno: è questo giuoco della fortuna, così 
vanno le vicende del mondo <c (1) ... E tu* Pietro, 
che queste cose ben conosci, non devi far le mera- 
viglie, che ella anco con te abbia conservato il vezzo, 
che serba cogli altri. Quale durezza ti ha usato ? 
Morto Nicolò è morta la tua potenza : ma tu ben 
sapevi, che dopo la morte di lui non potevi tenerti 
in quel posto: nulla di sinistro ti è occorso, che non 
abbia tu potuto prevedere » (2). E dopo ciò Enea 
Silvio fa conoscere all'afflitto suo amico, che anco 
appresso la morte di papa Nicolò, egli ebbe quella 
fortuna , che a pochi è data. « La Dio mercè , gli 
scrisse, ti sono rimasti non pochi beni di fortuna : 
hai potuto uscire di palazzo sano e salvo, hai potuto 
far di tue cose fardello, lasciare l'officio di segreta- 
rio senza che sia stata fatta ingiuria alcuna a te , 
alla moglie ed ai figli. E tutto ciò non consideri per 
un benefìcio , il quale è tanto più grande , quanto 
più raro: imperocché quali potenti in palazzo si ri- 
cordano, che morto il papa, non siano caduti nella 
massima sventura ! Abbiamo a' dì nostri veduto il 
nipote di Bonifacio IX mendicare il pane : appena 
estinto Martino V, quei che furono appo lui potenti 
si sono veduti spogliati d'ogni bene , gli uni tratti 
in prigione, gli altri banditi, questi appiccati per la 
gola, quelli in altra guisa morti. E non tutti quelli 



(1) Opera omnia- pag. 757. 

(2) Idem. 



61 

che predilesse Martino, erano meritevoli di castigo: 
ma invalse il costume, che sia da' successori ponte- 
fici odiato chi fu accetto all'antecessore ». Calisto III 
però offrì a Pietro di conservarlo fra i segretari apo- 
stolici: ma questi non accettò l'offerta, e uscì di pa- 
lazzo coll'opinione di uomo onesto: il che era una 
bella gloria .« Ora, prosegue Silvio, tu non avrai più 
tanti guadagni, come quando vive» Nicolò, nò do- 
vunque andrai gli uomini non si alzeranno più in 
piedi per salutarti: ma credo che tu abbia abbastan- 
za di che vivere , e se non potrai essere primo a 
Firenze, Io sarai a Lucca o Siena. Non dire che ti 
furono tolti gli onori ; gli avuti erano adulazioni , 
tutti facevano di cappello non a te, ma alla tua ca - 
rica: e spesso baciò la tua mano chi voleva la tua 
sottana. Fu quello un fumo e un vento, che cam- 
mina, non colle virtù, ma colla fortuna. Che di più 
miserando infine di quella potenza , che tanto de- 
plori ? Tu tolto da essa, sei passato dal mar tem- 
pestoso al porto: imperocché la curia romana che 
è per chi tiene la somma delle cose se non un mare 
sconvolto per ogni verso da procellosi venti ? L' in- 
vidia e l'avarizia non ne lasciano salvo uno: ti lo- 
dano in faccia e alle spalle ti lacerano. Chi può 
numerare gli strali slanciati contro ai potenti ? Ti 
erano tese tante insidie e lacci, che ora morto Ni- 
cclò puoi dire: Laqueus conlrilus est, et nos liberali 
sumus ... Tu lasciasti la servitù, non la gloria: fug- 
gisti la guerra, non la pace: eri schiavo di Nicolò, 
non avevi l'ora certa per mangiare e per dormire, 
non tempo per parlare cogli amici, per uscire a di- 
porto: vivevi in un acre tetro fra la polvere, il caldo 



62 

ed il fetore: ora interamente libero, vivi a tuo pia- 
cere ». 

Così da Napoli nel 1456 Enea Silvio scrivea a 
Pietro da Noceto, il quale disgustato di Calisto III 
nell'aprile del 1455 avea lasciato la curia e Roma 
(1) e s'era stabilito a Lucca, ove vivea come sem- 
plice cittadino. L'imperatore Federico lo invitò alla 
sua corte, ma egli non volle abbandonare Italia: e 
salito sul trono pontificio Enea Silvio, o questi di- 
menticossi dell'amico, o Pietro rinunciò a qualunque 
onore, dapoichè non si mosse da Lucca. Pio II però 
ciò che non fece a Pietro, fece al di lui fratello An- 
tonio, dotto in greco e in latino (2) , mandandolo 
legato in Francia e altrove (3). Paolo II nel 1466 
richiamò a Roma Pietro nell'officio di segretario apo- 
stolico : ma questi lieto del soggiorno di Lucca, e 
contento di starsene in famiglia e di vedersi ono- 
rato da quella repubblica, non si volle movere: fin- 
ché venne a morte nel 1472 , e fu sepolto nella 
chiesa cattedrale, ove Nicolò di Matteo Civitale suo 
figliuolo, architetto illustre, gli fece innalzare sontuoso 
monumento colla seguente epigrafe: 

« Petro Noxeto a multis regibus et a Nicolao V 
Pon. Max. honoribus et dignitatibus insignibus sua 
virtute decorato , qui vixit annos LXX, menses I. 
dies X. Nicolaus Parenti R. M. H. IL 1472 ». 



(1) Marini, Archiatri Pontificii, 

(2) Commentarti Pii II. 

(3) Marini, Appendice agli Archiatri pag. 164. 



63 
CAPITOLO II. 

Maffeo Vegio - Guarino - Timoteo Maffei - Vespa- 
siano Fiorentino. - Taddeo Adimari - Pietro Ti- 
fernate - Roverella - Domenichi - Iacopo Cassiano ■* 
Teodoro Gaza - Francesco Filelfo - Largizioni del 
pontefice - Entusiasmo dei letterati — Ricerche di 
codici - Versione dei classici greci e dei santi pa- 
dri - Forme pagane suscitate col risorgimento delle 
lettere greche e latine - Epistola del Bassarione - 
Vizi dei letterati del secolo di Nicolò. - 



Tutti gli uomini dotti, che ora abbiamo fatto 
conoscere, facevano parte del collegio dei segretari 
apostolici (1). Nicolò V volendo circondarsi di let- 
terati e scienziati, e a tutti dare una ben meritata 
retribuzione, li aggregava a questo distinto collegio, 
e perchè l'officio esigeva che fosse tenuto da per- 
sone dotte, e perchè dava tale un guadagno da o- 
noratamente vivere. Onde nel desiderio di provve- 
dere, più che alla persona, al posto, il pontefice guar- 
dossi dal concedere l'officio di segretario mediante 
lo sborso di una somma, come era antico costume, 
essendosi fatto officio vacabile: ma cercò uomini di- 
stinti per ingegno e per dottrina, ed a loro affidollo. 
In tal modo quel collegio divenne una ammirabile 
unione di sapienti , che nell'atto che lodevolmente 
servivano la Santa Sede, davano lustro e splendore 
al papato. Se non che il collegio dei segretari apo- 



64 

stolici non valse a provvedere a tutti i letterati e 
scienziati, che papa Nicolò avea a se intorno: tanto 
fu il numero di quelli che chiamò all'ombra del suo 
trono. Egli, come il maggiore per autorità in tutto 
il mondo, volendo che nessun principe gli fosse su- 
periore nella venerazione per l'umano sapere, e de- 
siderando di fare di Roma l'Atene del secolo quinto 
decimo, quanti filosofi, teologi, canonisti, letterati, 
poeti, oratori, artisti, quanti insomma uomini dotti 
sapeva in rinomanza, faceva venire a se, largamente 
retribuendo tutti , gli uni con cariche , gli altri 
con onori , questi con dignità , e quelli con da- 
naro: e in ciò era sì munifico, che a ciascuno dava 
più di quello che desiderava. Ma fra tanti che 
aveano maggiore celebrità , e che oltre ai detti 
innanzi , formano la gloria delle lettere alla metà 
del secolo decimoquinto, sono da annoverarsi i se- 
guenti. 

1. 

Maffeo Vegio. 

Sortito da natura grande ingegno il lodigiano 
Vegio (1), fu prima maestro all'università di Pavia: 
e commosso poi in Milano dalle prediche di Ber- 
nardino da Siena abbracciò lo stato ecclesiastico : 
e andato indi a Roma, fu da Martino V creato da- 
tario, quantunque, al dire dell'Audin e del Cave, non 
avesse più di venti anni. Il pontefice con quella ca- 

(1) Nato nel 1406. 



65 
rica volle proteggere in lui un giovane di svegliata 
mente e di vita esemplare. Eugenio IV il fece an- 
che abbreviatole e canonico della basilica vaticana: 
ma tutti questi offici non facevano il Vegio uomo 
agiato. « Egli è datario, scriveva di lui il Campisio 
al Piccolomini (1); ma questa carica non gli dà lu- 
cro, volendosi sempre conservare galantuomo come 
egli è. Nondimeno qualche cosa egli ha , essendo 
anche abbreviatore e di recente eletto canonico della 
basilica vaticana ». Il Giovio lo disse poeta di tanto 
merito, che da mille anni, non eccettuato io stesso Pe- 
trarca! nessuno fu di lui più valente: e pensando Ve- 
gio che il poema della Eneide non fosse compito, 
scrisse il libro decimoterzo , il quale fu ammirato 
sì che venne tradotto in francese e in italiano. Scrisse 
anche YAntoniados, poemetto in versi eroici in quat- 
tro canti diviso , dove si palesa poeta elegante e 
fluido. 

Religioso e pio, com'egli era, dettò le vite di al- 
cuni santi, come di Bernardino da Siena, del beato 
Celestino, e di S. Nicola da Tolentino; sei libri sulla 
perseveranza religiosa, un libro sopra i quattro no- 
vissimi, e la storia della basilica vaticana (2). Devo- 
tissimo di S. Monica , non solo ne scrisse la vita, 
ma da Ostia ne fece portare in Roma il corpo, de- 
positandolo nella chiesa di S. Agostino, ove ad onore 
di lei fece innalzare una ricca cappella e stabilì una 
somma, perchè ogni mattina vi fosse celebrato Fin- 



fi) Aeneae Sylvii, Opera omnia pag. 7<S6. 
(2) Bollandisti Tom. VII. 



G.A.T.CXXX1X 



66 
cruento sacrifizio (1). Egli fu inoltre dotto in greco, 
e maestro in giurisprudenza scrisse un libro De ver- 
borum signifìcalione. Accetto a tutti, lo fu in modo 
particolare a Nicolò V, perchè religione univa alla 
sua molta dottrina: e conoscendo le vanità della vita 
e i pericoli che s' incontrano nel mondo e che seco 
traggono gli onori , egli non volle accettare le lu- 
minose cariche che gli offrì il pontefice : per darsi 
maggiormente a Dio die a' poveri quanto avea , e 
corse a farsi canonico regolare di S. Agostino del- 
l'osservanza, o, come altri dicono, a vivere cogli ago- 
stiniani. Zelante della salvezza delle anime, assunse 
il ministero della predicazione e divenne grande o- 
ratore: egli eccitò il Bessarione a fare in Bologna 
un decreto contro il lusso rovinoso delle donne. Vo- 
lendo conciliare colla religione 1' indole e l'amor suo 
per la poesia, tradusse in bellissimi versi latini i salmi 
penitenziali, e morì nel 1470, lasciando di se bello 
esempio di vero letterato cristiano. 

% 

Guarino Veronese e Timoteo Maffei. 

In tempo del sinodo di Firenze, Tommaso Pa- 
rentucelli si strinse in bella amicizia con Guarino 
veronese , col letterato, che avido di imparare era 
andato espressamente a Costantinopoli, e che pro- 



li) Vespasiano Firentino. E per Mugolar divozione a S Monica 
egli scrisse anche 1' officio che si suole nella festa di questa santa 
recitare. 



67 

flessore a Venezia , Bologna e Ferrara , maestro a 
Leonello d'Este ed agli uomini più distinti di quella 
età, era universalmente onorato, perchè alla somma 
dottrina univa dolcezza di modi, animo religioso e 
miti costumi. Divenuto pontefice, fece subito pen- 
siero di valersi di lui, per tradurre in latino qual- 
che greco scrittore. Il Guarino volentieri accolse 
l'invito del papa: cominciò a tradurre, ed era tanta 
la fiducia che egli area in quel grande mecenate , 
che quando trovavasi in bisogno scrivea al Tor- 
telli, perchè gli ottenesse qualche aiuto. « Le do- 
« mestiche privazioni mi stringono, gli scriveva 
« nel 1454: onde vi prego a far sì che la munifi- 
« cenza della santità di nostro signore vi provve- 
« da )). Una grammatica latina, cinquanta orazioni, 
altre funebri ed altre in lode di principi e di 
uomini illustri, varie prolusioni, poi commenti so- 
pra Cicerone, Persio, Giovenale, Valerio Massimo , 
Aristotele e Marziale , elogi , epigrammi , versioni 
dal greco, tra cui Strabone e qualche vita di Plu- 
tarco, sono i frutti delle fatiche letterarie di Gua- 
rino giunti fino a noi. Egli sì distinto e rinomato 
in tutta Italia, maestro di tanti cospicui personaggi, 
non trovò nelle sue necessità miglior sostegno di 
Nicolò V. Morto in Ferrara e sepolto nella chiesa 
di S. Paolo, ove cerchi ora indarno il monumento 
che gli fu innalzato (1), nessun letterato lasciò come 
lui tanta fama e desiderio (2). 

Discepolo di Guarino fu il suo concittadino 

(1) Morì nel 1460. 

(2) Commotar. Pii li. pag. 228. 



68 
Timoteo Maffei, che fatto canonico regolare venne 
in tanta stima per la dottrina e la santità della vita, 
che per tre volte fu eletto generale del suo ordine. Edu- 
cato alla eloquenza e cresciuto nello studio delle 
sante scritture , diventò uno dei più grandi predi- 
catori di quel secolo. Difensore della pietà, ma an- 
che della scienza, egli coraggiosamente a voce e in 
iscritto si fece a combattere la opinione dei molti 
che a quei dì alla dottrina ed ai lumi profani an- 
teponevano una santa ignoranza : opinione che in 
ogni tempo avrà difensori , perchè sempre grande 
il numero di quelli che vorrebbero dignità e onori, 
stando colle mani alla cintola, e non avendo dot- 
trina , né attitudine ad acquistarla. Il Maffei prese 
a combattere i sostenitori della santa ignoranza con 
una opera in dialogo, che abbiamo letta manoscritta 
nella biblioteca vaticana (l), eia dedicò al maestro 
e proteggi tore di ogni scienza Nicolò V. « V'hanno 
molti, o beatissimo padre, che degni mi sembrano 
di riprensione, per ciò che essendo digiuni di ogni 
letteratura , non vergognano disprezzare e perse- 
guitare chi nello istruirsi la sua vita consacra. E ab- 
benchè io sia disposto a lodare i santi costumi di 
quei primi, la continenza, la sobrietà e gli altri pregi 
dei religiosi, nulladimeno quando gli odo scagliarsi 
contro gli studiosi e imprecare alle lettere umane, 
far pompa ridicola di una tal santa ignoranza, non 
posso a meno di infastidirmi, e di mal animo sof- 
frire siffatto errore. E com'eglino s'arrabattono di ri- 
trarre i giovani da'buoni studi, io notte e giorno mi fa- 
ll) Codice vatic. 5076 



tico per infiammarli e innamorare di essi. Onde 
sono perseguitato e detto corruttore della vita reli- 
giosa, quasi che tutti quei che agli studi attendono 
dovessero ascriversi tra gli epicurei , e gli sprez- 
zatori della dottrina fra gli Antoni ed i Macari. » 

Il pio a zelante religioso aggiunse, che non 
avrebbe mai questa sua opera pubblicata , se non 
avesse veduto un tal errore ingagliardire e guidare 
la gioventù a colpevole poltronerìa: che pubblican- 
dola, la dedicava la sommo pontefice Nicolò V, af- 
finchè colla sua grande autorità sostenesse la causa 
dei buoni studi. « Essendo voi, padre santo, colui 
che colla vostra autorità potete riparare questo 
male, ho creduto queste cose farvi manifeste. » 11 
Maffei in questo suo libro combatte le apparenti ra- 
gioni della santa semplicità, e con autorità tolte da 
scrittori sacri e profani dimostra di quanto sostegno 
gli studi siano alla religione, e di quanto danno alla 
innovazioni ed alle eresìe. 11 pontefice, che non pen- 
sava diversamente, bene accolse quest'opera, ed a 
prova di gradimento dapprima mandò all'autore 
ricchi doni, poscia destinollo ad arcivescovo di Mi- 
lano: ma il Maffei con una lunga lettera al pon- 
tefice si sottrasse a quel grave peso (1). Tuttavia 
il secondo Pio lo costrinse ad accettare il vesco- 
vato di Ragusi: e il santo religioso, sempre consi- 
derando i tremendi doveri del suo episcopale mi- 
nistero, da quello istante in poi non fu più veduto 
ridere (2). 

(1) Fedi Maffei, Verona illustrata png. 90. Il Mchus ha pub- 
blicata questa lettera nel lib. 25 delle lettere di Ambrogio Camaldolese 

(2) Carlo Rosmini, Vita di Guarino Tom. III. pag. Ctì 



70 
3. 



Vespasiano Fiorentino, Taddeo degli Adimari 
e Gregorio di citta' di Castello. 

Nicolò V nei primi giorni del suo pontificato 
trasse in disparte presso il vano di una finestra Ufi 
suo antichissimo amico, e ridendo gli disse: Ti sa- 
resti mai creduto, che un prete fatto solo per suo- 
nar campane venisse eletto papa ? Quell'amico era 
Vespasiano Bisticci, libraio di professione e grande 
ammiratore degli uomini dotti. E dotto egli me- 
desimo , specialmente della storia contemporanea , 
tramandava alla posterità scritte in buono stile ita- 
liano, sebbene disadorne e con idiotismi, molte ed 
esatte notizie intorno agli uomini principali del suo 
tempo (1). Ad onta di queste pecche, è degno che 
sia numerato fra gli scrittori più purgati della lin- 
gua italiana. Animo mite e temprato a virtù il Bi- 
sticci nelle sue Vite dei pontefici e dei principi 
loda la giustizia e la dignità, lo splendore dei co- 
stumi e la munificenza ; dei prelati, la gravità , la 
erudizione e la umanità ; dei magistrati e dei ric- 
chi, la civiltà, la liberalità, l'amor patrio e la onestà; 
dei dotti, la modestia, la semplicità della vita e la 
buona dottrina: se gravi vizi eglino ebbero, li copre col 
manto della prudenza. Ecco l'uomo semplice e onesto, 
cui papa Nicolò amava e dell'opera del quale giovossi 

(1) Furono pubblicate nel Spicilegium romanum del cardinale 
Mai e nell'archivio storico di Firenze presso Fiessieux. 



7! 

per raccogliere antichi codici; più fiale gli fece gene- 4 
rosa proferte , ma Vespasiano ancor più generoso 
tutte rifiutolle, lieto di poter vivere nella sua ono- 
rata condizione di libraio, e di avere un amico sulla 
cattedra di Pietro. 

Versato nelle lettere Taddeo Adimari di Treviso 
fu veduto a Costantinopoli disputare a lungo, come 
inviato di papa Eugenio , con Marco di Efeso in- 
torno alla unione della chiesa. Reduce in Italia con 
molti e preziosi codici , sollevossi in grande ripu- 
tazione come medico, e Nicolò papa per averlo seco 
nel 1449 il fece uno dei quattro custodi e maestri 
del registro delle bolle, carica importante nella can- 
celleria romana (1), quasi sempre occupata da un 
vescovo. Venuto a morte prima del pontefice Ni- 
colò (2) col destinare tutte le sue sostanze in bene- 
ficenza patria lasciava perenne documento di sua 
religione e carità. 

E non meno versato nelle lettere greche e mol- 
tissimo nelle latine era Gregorio di città di Castello, 
che da Milano, ove insegnava il greco, fu immedia- 
tamente chiamato da Nicolò a Roma , perchè si 
occupasse a tradurre. Fortuna gli arrise finché visse 
tal mecenate; ma quando venne questi a morire, 
egli partì rifugiandosi in Francia , ove non tanto 
ebbe propizia la sorte. Disperando di poter tornare 
presso il vaticano, andava a morire in Venezia nella 
fiorente età di dieci lustri. 



(1) Marini, Archiatri pontif. Voi. I. 

(2) Morì nel HS4. 



72 
4 



Lorenzo Roverella, Domenico Di; Domeniche 

Iacopo (Bassiano e Tiìodoro Gaza. 

Dalla città ferace sempre di assai distinti in- 
gegni, Ferrara , sortirono i loro natali i fratelli 
Bartolomeo e Lorenzo Roverella , ambidue di- 
stinti per dottrina e per dignità. Segretario apo- 
stolico di Eugenio IV il primo, poi arcivescovo di 
Ravenna , dopo avere compiute varie e importanti 
missioni per la santa sede in Italia e fuori, veniva 
fregiato della porpora. D'ingegno più svegliato il 
secondo e dottissimo nella filosofia e teologia, in- 
segnò prima nella patria università, indi in quella 
di Padova: e papa Nicolò sapendolo in grande ri- 
nomanza chiamollo a Roma per giovarsi del di lui 
senno e della dottrina. Destinollo nunzio in Francia, 
in Germania e in Ungheria. Fatto arcivescovo di 
Ravenna, ebbe campo di poi di far conoscere la sua 
profonda dottrina, quando fu destinato a disputare in 
Aracoeli alla presenza del pontefice Pio II intorno 
alla grande questione del sangue di Gesù Cristo. 
Alla qual questione prese parte per comandamento 
del papa anche il veneziano Domenico de Dome- 
nichi , che in sua prima gioventù maestro di lo- 
gica in patria e poscia decano della collegiata di 
Cividale nel Friuli , Nicolò V il volle a Roma ad 
insegnar teologia e Io creò vescovo di Torcello. I 
trattati di morale e di canonica, tra cui quello sulle 
cose necessarie a sapersi da un vescovo, e le opere 



73 

segnalate compiute nel governo di sua diocesi, fanno 
abbastanza conoscere che il pontefice onorava in lui 
uno degli uomini più distinti di quella età. 

Allievo di Vittorino da Feltre salì in riputa- 
zione nella fìsica, nelle matematiche, nella dialetti-* 
ca e nella lingua greca e latina il sacerdote cre- 
monese Iacopo Cassiano (1). Avido di leggere e di 
avere codici antichi, a tutti ne domandava in pre- 
stanza, e tardo mostravasi poi a restituirli: onde il 
Filelfo spesso gli scrivea per riaverne i suoi, spe- 
cialmente la dialettica di Aristotele, cui quegli tenea 
da quattro anni (2). Colpito dalla fama di Nicolò 
anch'egli recossi a Roma, e sotto la protezione di 
tanto pontefice molto tradusse dal greco in latino; 
ma la morte ben presto lo rapì a se e alle let- 
tere (3). Alla dottrina il Cassiano unì tutte quelle 
virtù religiose e morali , che tanto fanno risplen- 
dere la vita sacerdotale. 

Allora quando Tessolonica cadeva sotto il bar- 
baro dominio musulmano , un giovinetto' di bello 
ingegno le dava un dolente addio, perchè sua pa- 
tria diletla, e rifugiavasi in Italia: e fattosi scolaro 
di Vittorino, in tre anni progredì tanto nello studio 
del latino, che parea fosse nato non in Grecia, ma 
nel Lazio , quando vi fiorivano Cicerone e Livio. 
Era questi Teodoro Gaza. Il pontefice da Ferrara , 
ove il Gaza insegnava eloquenza con plauso ed era 
anco rettore dell'università, chiamollo nel 1450 in 



(1) Facius, De viris illus. pag. 27 

(2) Pilelphi Epist. lib. VII log. 140. 

(3) Crenionvnsium monumenta Romite etrtantia pag. 25. 



74 

Roma per giovarsi della molta di lui dottrina. A 
lui affidò l'incarico di tradurre in greca favella le 
lettere ch'ei scrisse all'infelice Costantino: a lui va- 
rie versioni di classici greci , a lui una cattedra 
nella romana università. Anima irrequieta e orgo- 
gliosa, il Gaza sotto la protezione di tal pontefice 
non seppe vivere in pace ; le acri contese insorte 
tra lui e il Trapezunzio gli furono cagione di gravi 
amarezze. Onde mancato alla vita papa Nicolò sen 
fuggì da Roma, e fu grande ventura di trovare un 
sostegno nel Bessarione, il quale da Alfonso di Na- 
poli gli ottenne un beneficio ecclesiastico nelle Ca- 
labrie. Egli illustrava la sua carriera letteraria colle 
grammaticali istituzioni della lingua greca, con un 
trattato sui mesi dei greci, col tradurre dal greco 
in latino alcune opere di S. Giovanni Grisostomo, di 
Dionisio d'Alicamasso e di Aristotele: dal latino in 
greco qualche trattato di Cicerone. Fatto sacerdote 
dal Bessarione, scrisse anche intorno alla teologia: 
spregiatore delle ricchezze e avido solo dei tesori 
della scienza, ei fu quasi sempre povero (1): ed il suo 
orgoglio gli fece disdegnosamente gettare nel Te- 
vere i cinquanta ducati, che si ebbe per la sua de- 
dica di una versione di Aristotele a papa Sisto IV: 
miserabile retribuzione, che mostrava quanto fossero 
rari i pontefici capaci di imitare la munificenza di 
Nicolò V. Moriva nelle Calabrie, ove si era ritirato, 
disingannalo delle illusioni della vita (2). 

{i) Il B assortone gli avea affidalo la custodia di tutte le cose 
sue, e rimproverato di ciò, rispondeva: Vivo sicuro; perchè Gaza fa 
più conto della scienza, che del danaro. 

(2) Tiraboschi, tom. VI. part. II. pag. 141 Hodius, De grae- 
cis illustrib, 



75 

fi. 

Francesco Filelfo. 

« Voglio che sappiate una cosa, che non vi sarà 
spiacevole, occorsami in Roma, senza che vi avessi 
mai potuto sperare. Giunto in questa città poco 
dopo il mezzo giorno, con intendimento di partire 
il giorno dopo per Napoli, avevo fatto proposito di ri- 
posare tutto quel dì , perchè a cagione del viaggio 
sollecito ero stanco io, i servi ed i cavalli. Però non 
mi stetti ozioso in modo da non curarmi di vedere 
gli avanzi dell'antica Roma. Ma a voi, sendo più volte 
stato in questa capitale e avendo ogni cosa veduta 
e conosciuta, di essa non parlo. Venuto il mattino 
del domani , nell' atto che stavo per montare in 
arcione , venne a salutarmi Flavio Biondo , uomo 
cortese e dottissimo, il quale posciachè ebbe par- 
lato meco alquanto intorno agli studi che ci sono co- 
muni, disse: E ora di andare dal papa, andiamo. Ed 
avendo io risposto, e forse con inurbanità, che avrei 
compiuto un tal dovere al mio ritorno da Napoli , 
che allora non potevo, avendo fretta, egli fece non 
poco le meraviglie: imperocché dal momento, disse, 
che sei tornato di Grecia, hai avuto col papa molta 
domestichezza, egli ti loda assai, per cui credo sia 
del tuo dovere di andarlo a visitare avanti la tua 
partenza: vieni, che ho motivo di credere che avrai 
donde esserne poi ben contento. Ma quando vide, 
che io persisteva nella mia risoluzione, malcontento 
sen partì. Io eia già montato a cavallo, quand'ecco 



7(i 
correre alla mia volta Pietro da Noceto, segretario 
apostolico, il quale sorridendo. Sei diventato, disse, 
più del papa, a cui anche desiderato ti rendi indo- 
cile: ma nel far tanto guardati che non t'accusino di 
superbia. E cortesissimamente prendendomi per un 
braccio mi trasse dal papa, il quale mi accolse con 
tanta bontà e cortesia , che non potei abbastanza 
detestare la mia rustichezza e ingratitudine (I). Il 
pontefice mi rimproverò perchè non fossi andato a 
Roma fino dai primordi di sua esaltazione, quando 
mi avea fatto invitare dal suo Giovanni Toscanella. 
Ma tu, disse, per un modo o per l'altro resterai con 
noi. Filippo Maria Visconti è morto e Francesco Sforza 
aver non può diritto maggiore di noi sull' antico 
nostro benevolo. Esortommi egli a non dipartirmi da 
Roma, e poi soggiunse: Ti faremo nostro segretario. 
E poiché io dissi che mi era forza ritornare a Mi- 
lano, e che nessuna offerta m' era lecito accettare 
per non mancare alla parola data, il papa aggiunse: 
che avrebbe scritto al duca, chiedendomi come fa- 
vole. Quando verrai a Roma ti darò un posto da 
scrittore, e poi un premio di seicento ducati all'anno 
perchè traduca in latino qualche egregia opera greca. 
E tratto finalmente di sotto la sottana una borsa, 
con lieta fronte: Ecco, disse, cinquecento ducati di 
oro, che voglio accetti come pegno di nostra ami- 
cizia rinnovata: sta di buon animo: noi provvederemo 
alle cose tue in modo, che né tu, ne'i tuoi avrete 
più a temere la povertà » (2). 



(1) Epistolarum Fran. Philelphi lib. XI- fog. 231. 

(2) Epistol. Philelphi lib. XXVI. pag. 181. 



77 
L'uomo, che come amico, e che con tanta cor- 
tesia e munificenza veniva accolto, era Francesco Fi- 
lelfo, uno dei più grandi letterati del secolo deci- 
moquinto. La storia delle lettere non presenta uno 
che abbia incorse tante avventure , e che abbia in 
se riunite tante passioni e vizi, tanta rinomanza e 
biasimo, come questo amico del pontefice Nicolò. 
Figlio di poveri parenti e sortito da natura potente 
ingegno, da Tolentino sua patria (1) andò a Padova 
per attendere agli studi e cercare mecenati. A di- 
ciotto anni già fu visto dettare eloquenza con plauso, 
e disonorarsi con turpi vizi, frequentando canto- 
niere e altra mala gente. Chiamato in Venezia a 
maestro della gioventù patrizia, ebbe la veneta citta- 
dinanza: e là fatto odioso per le sue turpitudini , 
fece pensiero di vestire 1' abito monacale: ma finì 
col gettarsi sopra una nave che andava a Costan- 
tinopoli, senza alcuno sostegno, tranne quella della 
provvidenza. Profondamente istruitosi nella lingua 
greca sotto il celebre maestro Manuele Giisolora , 
s'invaghì della figlia di lui e la sposò. Queste nozze 
e la sua dottrina gli aprono accesso al greco im- 
peratore, il quale ben tosto si vale di lui, invian- 
dolo ambasciatore straordinario e presso Sigismondo 
imperatore e presso Amurat. Reduce indi a sette 
anni in Italia, sperava di esservi ricevuto come un 
oracolo, ma trovò indifferenza. I veneziani travagliati 
dalla moria, e sapendo ch'egli era stato al servigio 
del greco imperatore, non si curano di lui: di modo 
che ci non può avere neppure le casse dei libri che 

(1) Nacque nel 1398. 



78 
seco avea portate d'oriente, perchè deposte là dove 
taluno era morto di peste. 

Disanimato, avvilito e già in preda alla miseria, 
riparò a Bologna; ove coll'annua mercede di quat- 
trocento zecchini imprende a dettare eloquenza. 
Quivi si stringe in amicizia col giovane Tommaso 
Parentucelli ; ma le armi pontifìcie comandate dal 
cardinale Capranica stringendo d'assedio quella città 
ribella, e distraendo gli animi di tutti dallo stu- 
dio, lo stringono a fuggire e passa a Firenze, grato 
al Parentucelli della offerta che a nome del mar- 
chese d'Este gli fece di andare a Ferrara (1). Sulle 
rive dell'Arno è invitato ad insegnare lettere gre- 
che e latine mediante una mercede di trecento zec- 
chini all'anno: incomincia le sue lezioni, e non meno 
di quattrocento persone s'aggruppano intorno alla 
sua cattedra: letterati, cavalieri e senatori corrono 
ad udirlo commentare quando le tusculane e le let- 
tere di Cicerone, quando le deche di Livio, l'Iliade 
di Omero e la storia di Senofonte, quando i mora- 
listi antichi, e Dante Alighieri nella chiesa di s. Libe- 
rata, nei giorni di festa (2). Eccolo fatto argomento 
di universale ammirazione: Nicolò Nicoli, Ambro- 
gio camaldolese, Carlo e Leonardo Aretini lo amano 
come fratello; ma egli dimenticando i rivolgimenti 
della fortuna, getta ingenti somme nel vivere con 
lusso, nel mantener servi e cavalli: sicché oppresso 
da' debiti viene minacciato della prigione , e per 
sottrarsi alla medesima gli è forza obbigarsi a far 

(1) Epistol. lib. I. fog. 19. 

(2) Ambrosii Traversari, Epislol. pag. 1016. 



79 

scuola per altri tre anni collo stipendio annuale di 
trecento cinque scudi d'oro (1). Il fasto superiore 
alla sua fortuna, l'ambizione da cui era dominato, 
l'indole altera, il partito degli Albizi che abbrac- 
cia a danno dei Medici, i>en tosto gli tirano ad- 
dosso molti nemici, i quali per nuocerli fanno di- 
minuire 1' annuo stipendio , dicendo che la repub- 
blica non poteva sostenere spese maggiori. Il Filelfo 
sostiene le ragioni del suo contratto e vince : ma 
Nicolò Nicoli gli suscita un rivale in Carlo Mar- 
suppini , uomo onesto e dottissimo , la cui scuola 
fa deserta quella del Filelfo. Allora il tolentinate 
letterato scrisse all' amico Parentucelli facendogli 
manifesta la situazione in che si trovava. « Tutti 
mi lodano a cielo , diceagli , tutti mi usano ogni 
riguardo: ma quanto più sembro beato, tanto più 
temo , e per due motivi. Il primo è la sedizione 
cittadina sempre pericolosissima: il secondo, la con- 
giura contro di me fatta dagli invidiosi. Voi cono- 
scete Nicolò Nicoli: egli è il sussurrone e leggero : 
ina Carlo Marsuppini quanto sagace e arguto per 
ingegno, altrettanto malvagio , nascostamente è il 
mio peggior nemico. Egli ha gran potere presso i 
Medici , e col mezzo di sue colunnie temo che 
diventino miei nemici: molte conghietture mi fanno 
credere ciò. Onde non mi veggo fra tante insidie 
sicuro, e voi prego ad esortare il vostro cardinale 
a provvedere alle cose mie quanto più presto egli 
è possibile » (2). 

(i) Foppius, Da vita et scriptis Frati. Philelphi in miscellanea 
lipsiana. Tom. V. 

(2) Epistol. lib. II. fog. 30 



80 
11 Filelfo di mezzo a' tanti rivali pieno d'ira se la 
prende con Cosimo, e gli scrive contro una satira. 
Cosimo non se ne cura: ma i suoi partigiani pen- 
sano alla vendetta, assalito una sera da un sicario 
con tanta veemenza, che sarebbe stato morto se col 
b,accio non riparava, il colpo,* Filelfo --pendo ogni 
ritegno vomitò le più atroci ingiurie contro Medici, 
ed esortava Firenze a mutare nella pena di morte 
il bando a lui dato dalla patria. Non pia sicuro a 
Firenze egli fugge a Siena, ove rivede U sicario di- 
sposto a ripetere il colpo: lo fa prendere: e quello 
sciagurato confessando fra le tortone il suo man- 
dato , senza dire per parte di chi , ebbe tronca la 
destra. Ei sarebbe stato dannato a morte, se non si 
fosse interposto il Filelfo, guidato però non da com- 
passione , ma da barbaro desiderio di vedere quel- 
l'infelice condurre una vita misera e disonorevole (0- 
Intanto i nemici del Filelfo si scagliano colla voce 
e colla penna contro di lui : il Poggio, amico dei 
Medici, in una invettiva lo chiama seduttore, inve- 
recondo, infame, ingrato, perfido e calunniatore .Vile 
quali ingiurie con altre rispondendo il fuggito to- 
lentinate, il pubblico vedeva che non sempre val- 
gono le lettere ad ingentilire gli animi. 
g Due anni rimane il Filelfo a Siena, occupato ad 
insegnare, a scrivere satire e invettive, gli Apofte- 
gmi di Plutarco, e le meditazioni Fiorentine^ passa 
quindi a Bologna, ove detta eloquenza per sei mesi: 
e nel 1439 eccolo a Milano, chiamato dal duca, 

m Lo dice egli stesso nella lettera a Enea Silvio: Afflimi"* 
J?£ESm at q ue «^«p Ver «p*»- mo, 
tem liberavi animi cruciato. Epist. I.b. 11. log. w. 



81 

che gli assegna generoso stipendio, casa riccamente 
fornita e cittadinanza. Con tanta fortuna egli passa 
sua vita alternando lo studio con sontuosi conviti 
e col maneggio dei cavalli: parea contento, ma la 
morte della moglie l'afflisse indi a poco in modo, 
che fece proposito di chiudersi in un chiostro. Scris- 
se su ciò a papa Eugenio, e non ebbe risposta; il 
duca, che lo volea presso di se, lo consolò facen- 
dogli sposare Orsina Bosnaga milanese, giovane ricca 
e bella. Ma anche questa felicità ebbe corta durata: 
mori Visconti, e proclamata in Milano la repubblica 
ambrosiana, il Filelfo senza mecenati ebbe a lottare 
colla miseria fino a che non fu duca lo Sforza. 

Vedovo per la seconda volta, scrive al pontefice 
Nicolò una lettera in versi per domandare la di- 
pensa dallo impedimento di aver avuto due mogli, 
perchè era risoluto di farsi prete. La grazia fu ac- 
cordata , e Filelfo nel ringraziare il papa fece co- 
noscere che la sua persona non sarebbe stata inu- 
tile a Roma, avendo studiato giurisprudenza, e pra- 
tico essendo in trattar negozi: e promise che i suoi 
costumi sarebbero stati conformi al nuovo stato , 
che andava ad abbracciare, avendo i digiuni e l'età 
mortificate abbastanza le passioni della carne. Ma 
Nicolò , che ben conosceva da che partiva questa 
vocazione , die al suo benevolo parole di lusinga , 
ma non promesse; noi volle esaudire: e Filelfo av- 
vedutosene, dichiarò di voler rimaner celibe ad onta 
che il papa fosse risoluto di non fare cosa alcu- 
na (1). Qual fede meritassero i propositi di Filelfo, lo 



(4) Cav. Rosmini, Vita di Francesco Filelfo Tom. 11. pag, 55. 

G.AT.CXXXIX 6 



m 

dimostrò ben tosto col condurre la terza moglie. 
Fuggendo la peste che flagellava Milano, ritirossi a 
Cremona , e qui venne in grande pericolo , perchè 
accusato di omicidio verso la sua fantesca morta 
in bqrca di pestilenza. Si pose indi in viaggio per 
Napoli, affine di presentare le sue satire al re Al- 
fonso: in quella occasione passò per Roma , e dal 
pontefice ebbe quel ricevimento descritto anzi. Re- 
duce in Milano ricco di doni e di titoli, egli gettò 
l'abito del filosofo, e vestì quello del militare: dava 
sontuosi banchetti, ed a suo piacere teneva sei ca- 
valli. In mezzo a tanto lusso vedeasi però doman- 
dar soccorso di danaro a tutti i principi italiani 
con una franchezza , che avea dell'audacia. Nicolò 
gli fece tenere per mezzo del figlio di lui ducento 
ducati , e conoscendo quanto valesse nel greco e 
nel latino, negli ultimi mesi del suo pontificato V in- 
vitò a tradurre in versi latini l' Iliade: e affinchè si 
accingesse a tale impresa, gli promise una casa in 
Roma, un podere nelle vicinanze atto a provvedere 
a tutta la famiglia, e dieci mila scudi d'oro da con- 
segnarsi quando fosse compiuta la versione. Questo 
fatto della munificenza di Nicolò è narrato dallo stes- 
so Filelfo, il quale a prova adduce l'autorità di Pie- 
tro da Noceto allora vivente (1456), e soggiunge che 
tale offerta non potè accettare, perchè colla morte 
del pontefice svanì ogni pensiero (1). 

Nessun letterato poteva essere più felice del Fi- 
lelfo: principi , municipi , repubbliche lo cercavano 
a gara , ricolmandolo di gloria e di danaro : tutti 

(I) livsmini. Vita del Fiklfo. Tom. II pag. 92. 



83 
ammiravano il suo profondo ingegno e la sua va- 
sta dottrini): ma non seppe godere di tanta fortuna. 
Prodigo nella prosperità, vedovasi dedito al fasto e 
superbo: circondato da bisogni, fu veduto adulare, 
avvilirsi, andare ramingo d'uno in altro luogo. Con- 
vivici mediolanensia, ove sono agitate gravi questioni 
morali e filosofiche, De morali disciplina, opera di- 
visa in cinque libri , la versione della Ciropedia e 
della retorica di Aristotele, le molte aringhe ed ora- 
zioni funebri, la Sforziade, un volume di lettere e 
le satire divise in decadi, sono i principali monu- 
menti letterari del Filelfo, e ce lo fanno conoscere 
per scrittore puro, elegante, robusto, ardito, licen- 
zioso ed osceno. I suoi commenti sopra il Petrarca ed 
alcune lettere mostrano che egli poco coltivava 1' i- 
taliana favella. E quest' uomo, che tanto odiò i Me- 
dici, ebbe bisogno che questi gettassero nell' oblio 
le ingiurie slanciate contro di loro : e quantunque 
vecchio, andato a Firenze per insegnarvi le greche 
lettere, vi moriva più che ottuagenario (1), circon- 
dato dalla miseria , per aver abusato troppo della 
fortuna. 



Furono questi i principali letterati, che stavano 
sotto la protezione del pontefice Nicolò V: diciamo 
i principali , perchè a far conoscere tutti gli altri 
sarebbe cosa troppo lunga. Questo munificentissimo 
principe , degli uomini dotti non cercava la patria 
e la condizione; per riguardo alla dottrina e all' in- 
gegno passava sopra i loro difetti , e talvolta per- 
donava anche delle colpe. Disposto ad accogliere 

(1) Mori nel 1481. 



84 
tutti non aspettava che spontaneamente andassero 
a lui, ma spesso ne li invitava con lettere le più 
lusinghiere: di maniera che uomo dotto non vi avea 
allora in Italia e fuori, che non sperimentasse i be- 
neficii della sua munificenza. Onde un dì essendogli 
stato detto che in Roma vi erano dei buoni poeti, 
cui egli non conosceva: Non possono essere buoni, 
rispose, dapoichò se fossero tali sarebbero venuti a 
me, che sono solito far buona accoglienza anche ai 
mediocri (1). Infatti egli durante il suo viaggio nelle 
Marche conferì la corona poetica a Benedetto da 
Cesena, quantunque non fosse un grande poeta. Fa- 
ceva bene a tutti, scrivea il Filelfo, chiamava a sé 
tutti quei che sapeva forniti di qualche ingegno e 
di dottrina (2). Nessuno andava a lui che non par- 
tisse contento: egli solea portare ai fianchi una bor- 
sa , entro cui era solito tenere parecchie centinaia 
di fiorini, e li traeva fuori a manate (3), e nel dare 
era solito dire: Prendete, che non avrete sempre Ni- 
colò V. 

E tanta munificenza suscitò un vero entusiasmo 
in tutta Italia, una generosa emulazione fra i lette- 
rati: per cui oratori, poeti, storici, filosofi, gram- 
matici , traduttori e scrittori di diritto canonico e 
di teologia ascetica facevano a gara nel comporre 
opere e a lui intitolarle. Infatti il Poggio , il De- 
cembrio, Guarino, Manetti, Filelfo, Tortelli , Valln, 
Perolti, Teodoro Gaza, Maffeo Vegio , Bessarione , 



(1) Tiraboschi. Tom. VI. 

(2) Epistolae lib. XIII fog. 257; 

(3) Vespasiano Fiorentino, Vita dì IN i olò V. 



85 
Timoteo MaiTei, Bartolomeo Facio , i romani Cia- 
zio e Orazio, il Trapezunzio e molti altri gli dedi- 
carono alcune loro opere «. Eccitò talmente gli in- 
gegni , esclamò Enea Silvio , che appena una età 
si può trovare, in cui più che nella nostra abbiano 
fiorito gli sludi di umanità, di eloquenza e delle al- 
tre buone arti. Nessuno certamente negherà che a 
Nicolò furono dedicati tanti volumi, che a nessuno 
de'suoi antecessori e a nessuno imperatore ne fu 
un egual numero dedicato » (1). 

Volle circondarsi di uomini distinti , non per il 
compiacimento di conversar con loro; che le immense 
cure della Chiesa glielo avrebbero vietato; ma per 
giovarsi del loro ingegno e dottrina ad incremento 
delle lettere per se stesse e a beneficio della reli- 
gione e della civiltà. Il perchè a tutti dava occu- 
pazioni, e dotto com'egli era, sapea scegliere i la- 
vori che agli studi e all' indole di ciascuno meglio 
s'addicevano. Conoscitore profondo del greco e del 
latino ei volle innanzi tutto restaurare lo studio di 
queste due lingue , nella certezza che ampliandosi 
i greci e latini esemplari sarebbe tornato il buon 
gusto nelle lettere, che dopo Dante, Boccaccio e Pe- 
trarca parea fosse andato perduto, e si sarebbe per- 
fezionato l'esercizio delle già risorte buone discipli- 
ne. Volle assecondare ed anche accrescere l'entusia- 
smo , che erasi in quel secolo destato nelle menti 
italiane, e rendere comune a'suoi contemporanei la 
sapienza di Grecia e di Roma antica. E questo pen- 
siero e volere fu di grande vantaggio alla posteri- 
fi) Opera Omnia pag 459. 



86 
là, dapoichè se si fossero più a lungo differiti lo stu- 
dio e le ricerche degli autori antichi, la perdita di- 
veniva in parte irreparabile, e tanti manoscritti di 
scrittori greci e latini, che allora esistevano, sareb- 
bero periti nei nascondigli in preda alla nancuranza 
e all'oblio. Fu pertanto circostanza produttrice di 
felicissime conseguenze, che le sollecitudini dei grandi 
fossero dirette piuttosto alla ricerca delle opere de- 
gli antichi, che allo incoraggiamento delle menti dei 
contemporanei. 11 che può servire in parte a dimo- 
strare la scarsezza delle originali produzioni lette- 
rarie di quell'epoca (1). 11 pontefice quindi, più che 
occupare i letterati a scrivere opere nuove, li volle 
occupati a raccogliere e tradurre dal greco in la- 
tino le antiche. Al Poggio infatti fece tradurre la 
Ciropedia, come lo dimostrano queste parole della 
dedica: Colla vostra autorità avete fatto in modo, che 
io truducessi Senofonte intorno alla educazione di Ciro, 
dove se feci abbastanza pei lettori, lo debbo a voi , 
autore di mie fatiche. Al (marino affidò la versione 
della Geografìa di Strabone colla promessa di cin- 
quecento fiorini per ogni parte: e avendo il dottis- 
simo veronese tradotto soltano 1' Europa, Nicolò di 
Città di Castello, uomo distinto nelle lingue greca 
e latina, nella matematica e nella filosofia (2), tra- 
dusse le altre parti , con egual premio : e poscia 
fece la versione dell'Etica di Aristotele e di alcuni 
brani di Luciano li Valla fu chiamato a tradurre Tu- 
cidide , e compiuto il lavoro nel 1452 ri; ebbe in 



(1) Rosoe, Vita di Lorenzo de 1 Medici. Pisa 1816. Tom. I. p. 26. 

(2) Facius, De viris illuslr. pag. 25. 



87 
premio cinquecento scudi ri" oro : e accintosi indi 
alla versione di Erodato , per ordine dello stesso 
pontefice, non potò prima della morte di tanto me- 
cenate condurla a termine: volle però nella grati- 
tudine dedicarla alla di lui memoria. Al Decembrio 
fece traslatare Appiano Alessandrino , compito in 
parte soltanto prima della morte di lui; al siciliano 
Aurispa, Pittagora e V Economico di Senofonte; al Tra- 
pezunzio, Platone De legibus, V 'Almagesto di Clau- 
dio Tolomeo , Aristotele de animalibus , e la sto- 
rio delle piante di Teofrasto: a Rinuzio Aretino le 
favole di Esopo e le lettere di Ippocrate ; a Gre- 
gorio Tifernate i libri di Dione; a Cassiano di Cre- 
mona otto libri di Di odoro Siculo e alcune opere 
di Archimede, a Teodoro Gaza i problemi di Ales- 
sandro Afrodiseo; ed a Lilio di Città di Castello gli 
opuscoli di Dione. 

Desideroso di vedere tradotta il latino la Iliade, 
scrisse alla repubblica di Firenze invitando a que- 
sta impresa il cancelliere della medesima Carlo Mar- 
suppini : ma questo dottissimo letterato rifiutassi ; 
ne fecero la versione Nicolò della Valla che fu as- 
sai lodato da Teodoro Gaza (1) e e Orazio Romano: 
ma forse poco soddisfatto, il pontefice invitò a farne 
una nuova Francesco Filelfo, promettendogli casa, 
poderi e oro in quantità. « Fino dai primordi del 
pontificato, scrivea il Trapezunzio a Francesco Rar- 
baro, Nicolò V mi ha ordinato di tradurre 1' Alma- 
geslnm di Tolomeo: ma spaventato dalla grandezza 
del lavoro e dal peso di molti negozi, stava per ri- 
fi) Giornale dei letterati di Fir. Tom, II pari. III. pag 213. 



fiutarmi, ma finalmente accettai . . . ora la Dio mercè 
l'opera è quasi finita , oggi (era il 1451) ho inco- 
minciato il tredicesimo ed ultimo libro. » (1) Al 
Perotti fece tradurre prima l'Enchiridion di Epiteto 
e appresso Polibio, del quale quando ebbe il primo 
libro compiuto, Nicolò pontefice così gli scrisse »: 
Ci tornò assai grata la tua lettera poc'anzi ricevuta, 
piena di gravità, di divozione ed atfetto per la no- 
stra persona: e grato assai ne fu il primo libro di 
Polibio, che ci mandasti tradotto. Siamo di questa 
versione molto contenti perchè facile ed eloquente, 
così che questa storia non sembra scritta in greco, 
ma fatta di getto in latino. Per cui lodiamo som- 
mamente il tuo ingegno, e per la tua gloria e com- 
piacenza ti esortiamo a proseguire l'opera incomin- 
ciata , perchè farai cosa degna del tuo ingegno e 
di, tua dottrina, e carissima a noi che ci ricorde- 
remo di queste tue fatiche e de' tuoi studi « (2). E 
con questa lettera gli inviò cinquecento ducati pa- 
pali nuovi (3). 

E perchè in cima a'suoi pensieri aveva sempre 
la religione, egli gioissi dell'opera di tanti letterati 
per tradurre in latino i padri greci della chiesa : 
per cui al Trapezunzio fece traslatare Eusebio De 
Praeparatione evangelica, S. Cirillo Alessandrino, la 
vita di Mosè di Gregorio Nisseno, le omelie postume 
del Crisostomo sopra S. Matteo (4): a Lilio Tifer- 



(\) Quirini Card, Diatriba pag. 84. 

(2) Georg. Dotti: Disquisitio ea pag. 206. 

(o) Vespasiano Fiorentino 

(4) Le prime 26 erano già tradotte da Àniano. 



89 
nate sedici discorsi dello stesso s. padre. E tradotte 
queste e altre opere, quando gliele portavano, dice 
il Vespasiano, dava buona quantità di danaro , af- 
finchè più volentieri facessero quello che avevano 
a fare. « Per tal modo il numero degli scrittori e 
traduttori crebbe sì , che negli ultimi cinque anni 
del suo pontificato, osserva il Manetti, sembra venis- 
sero scritte e tradotte opere, specialmente di uma- 
nità, più che non si era fatto da' suoi predecessori 
in tutti i cinque ultimi secoli » (1). E non contento 
di far tradurre dal greco, chiamò il Manetti a vol- 
tare dall'ebraico in latino la Bibbia , mediante la 
mercede di seicento ducati all'anno e un posto di 
segretario apostolico. E dotto com'egli era, tutte le 
versioni , che gli venivano portate , attentamente 
leggeva: e quando le trovava difettose, ad altri dava 
incarico di rifarle , come accadde della versione di 
Eusebio fatta dal Trapezunzio, cui die a correggere 
ad Andrea Contrario. In questa guisa il secolo de- 
cimoquinto vide tradotti e bene quasi tutti i greci 
scrittori. « Per la munificenza e la diligenza di que- 
sto santissimo pontefice, scrisse il Filelfo, aecadde che 
furono in latino tradotti un numero quasi infinito 
di greci volumi ai nostri ignoti: libri di filosofi , 
storici ad oratori. Fece lo stesso dei libri teologici 
e matematici, cosichè poco ci resta da invidiare ai 
greci scrittori » (2). 



(1) Rerum Italie. Scriptorcs Voi. III. pag. 928. 

(2) Epist. lib. XIII. Volendo poi che fossero scritto le gcsle 
dei santi, ne diede V incarico ad Antonio degli Agli , che fu poi 
vescovo di Volterra. 



90 
E torso il pè»nsiet*ò del pontifico di actibpàfé 
molti letterati nella versione dei santi padri fu un 
salutare freno a quello eccedente entusiasmo, che 
veniva destato da tutto ciò che riguardava l'antica 
Grecia e Roma pagana. Quei dotti avidamente cer- 
cando e più avidamente studiando le antiche opere 
classiche, non vedevano e non pensavano cose mi- 
gliori da quelle che siffatti classici aveano pensato 
e scritto : per cui alle idee loro conformavano le 
proprie, ovvero di quelle viveano: e ne assumevano 
il concetto e la forma. Da ciò nessuna meraviglia 
che nel secolo decimoquinto qualche letterato in- 
carnasse in sé idee pagane, che quasi dimentico del 
cristianesimo non vedesse altro hello, altro grandioso 
e sublime, che la religione di Socrate e di Platone, 
di Tullio e di Virgilio: nessuua meraviglia che molti 
anche le idee cristiane vestissero di forme gentile- 
sche. E questo studio appassionato dei classici fece 
si che le opere più segnalate del secolo di Nicolò V 
mancassero di quel religioso sentimento, di quello 
estetico cristiano che domina negli scritti del se- 
colo precedente. Si sarebbe detto che Dante fu V 
ultimo poeta veramente cristiano, perchè dalla re- 
ligione di Cristo prendeva il grande concetto della 
Divina Commedia, prendeva le ispirazioni, le imma- 
gini, le idee, spesso la forma e sempre il bello ed 
il sublime. E questo sentimento di fede e di pietà, 
questo estetico creato dalle santità e verità del cri- 
stianesimo, invano voi cercate nelle opere di Pog- 
gio, di Manetti, di Filelfo, di Guarino, di Leonardo 
Aretino, di Leon Battista Alberti, e di tanti altri, 
che vanno per le lettere illustri. Lo stesso Ambro- 



91 

gio camaldolese, uomo di somma pietà, adorando 
in certa guisa la forma dei classici, cui avidamente 
studiava, in leggendo le sue opere non si direbbe 
pio, come fu in vero: e Bessarione si sarebbe detto 
pagano , se lo dovessimo giudicare da ciò eli' egli 
scrivea ai tìgli del famoso Gemisto « Mi fu riferito, 
ei dicea, che il padre e maestro comune di noi lutti, 
deposto quanto aveva di terreno, è volato al cielo 
nel luogo di tutta luce per danzare l'arcane danze 
coi celesti iddìi. Io stesso certamente ini esalto di 
avere praticato un sì grand'uomo, di cui, dopo Pla- 
tone, né eccettuo Aristotele, il maggiore tifiti ebbe 
la Grecia: così che se vi ha chi non disapprova ciò 
che i pitagorici e Platone sentono dell' infinito sa- 
lire e discendere delle anime, io non avrei dubbio 
di aggiungere altresì, che l'anima di Platone dovendo 
rendersi schiava, quando fu mestieri, entro ai fra- 
gili legami del fato, e scendendo sulla terra per com- 
piere il necessario periodo , non si abbia scelto il 
corpo di Gemisto, e il suo modo di vita. E quanto 
a voi, se non gioite, e se non andate gloriosi d'es- 
sese nati di tanto padre, fate cosa la più indegna. »(1) Il 
Bessarione era cardinale amplissimo, eminentemente 
cattolico e pio, ma il linguaggio di questa sua let- 
tera affatto pagano: un severo censore direbbe che 
questo porporato ammetteva il principio della me- 
tenpsicosi. Ora qual cosa più facile che l'entusiasmo 
per l'antico non paganizzasse anime meno religiose 
del Bessarione ? E la mancanza di una fede ardente, 
di esemplare rassegnazione, di umiltà, di perdono , 

(1) Fabric. Bibliol. Grate Tom. X. pag. 757. 



92 

di pentimento, che si vedeva in tanti letterati, e la 
insopportabile superbia , lo spirito di calunnia , di 
satira e di sprezzo per gli uomini dabbene, non che 
la vita licenziosa, non si potrebbero ripetere dallo 
studio che quelli facevano delle opere pagane ? Ella 
è questa una questione che ad altri lasciamo per- 
chè sia sciolta: diremo però che di mezzo alla quasi 
idolatria per i classici di Grecia e di Roma pagana, 
lo spirito dei letterati conservossi cristiano: dapoi- 
chè nessuno di loro, non ostante lo scisma che fino 
allora aveva tenuto divisa la Chiesa, non ostante i 
gravissimi mali che regnavano nel santuario , e le 
eresie che trionfavano in alcuni paesi di Germa- 
nia, nessuno fu veduto ne'suoi scritti osteggiare la 
fede e morire da empio. Questa idolatria poi per 
le idee e la forma dei classici pagani poca o nes- 
suna potenza avea sulla religiosa moltitudine, per- 
chè non ancora la stampa era sviluppata in modo 
da rendere comune a tutti siffatte opere : e quan- 
d'anco ella fosse propagata, la mancanza dell' istru- 
zione impediva che il male, se era tale, si molti- 
plicasse, come può accadere a' dì nostri. 



93 

CAPITOLO II!. 

Prime biblioteche nella Chiesa Romana - Biblioteca 
Lateranense - Nicolò V fonda la Vaticana - Sue 
sollecitudini e suo dispendio nel raccogliere libri - 
Spedisce letterali e manuensi in tutta Europa — 
Prezzo dei Codici — Giovanni Tortelli primo bi- 
bliotecario. - 



La chiesa romana fino dal primo secolo di sua 
fondazione era solita tenere nei luoghi principali 
delle biblioteche destinate a conservare i libri ca- 
nonici, e gli atti dei santi e dei martiri. Papa Cle- 
mente primo in ogni rione di Roma stabilì sette 
notai, che mantenuti a spese della chiesa avessero 
V incarico di conservare le geste dei martiri: e sif- 
fatte geste raccolte furono poi dal pontefice Antero 
fatte collocare nelle chiese. Ai notari da papa Fa- 
biano furono preposti sette diaconi, i quali da Giu- 
lio primo ebbero incarico di raccogliere tutto che 
spettasse alla fede ed alla sua propagazione. E tutte 
queste notizie affidate al primicerio dei notai erano 
custodite nelle chiese in un luogo appartato, detto 
quando archivio o scrinio, quando biblioteca. Di che 
porge testimonianza S. Atanasio dicendo: Bibliothe- 
cas in ecclesiis christianorum fuisse librosque ma- 
gna cura conservatosi e questo sapientissimo e santo 
uomo incolpava gli ariani, che avessero tanti libri 
dati alle fiamme. Tali biblioteche venivano formate 
colla liberalità dei ricchi e coll'obolo di tutti i fé- 



n 

deli: ai vescovi ed ai preti era affidata la cura di 
custodirle. Ed esse s'andavano ad arrichirò di libri 
a misura che si moltiplicavano i martiri, e che sor- 
gevano valorosi sostenitori della fede: a misura che 
fervidi e ricchi cristiani si consacravano a racco- 
gliere tutto che spettava alla chiesa. Pantenio, ret- 
tore della scuola di Alessandria, fu raccoglitore di 
libri , e altrettanto Panfilo martire di Cesarea. S. 
[laro papa del quinto secolo stabilì due biblioteche 
in Laterano , perchè vi fossero custoditi gli scritti 
della chiesa romana , le lettere decretali dei pon- 
tefici, gli alti dei concilii, le palinodie degli ereti- 
ci, i libri dei santi padri, le eresie insegnate e com- 
battute : e volle che fossero per uso comune dei 
fedeli. Ma oltre queste, fuvvi un' altra biblioteca , 
dice il Panvinio, e forse di tutta maggiore, fabbri- 
cata nello stesso patriarchìo lateranense , piena di 
buoni libri; la quale in questo luogo eonservossi per 
ben mille anni: fino a che i papi abitarono in La- 
terano. 

Clemente V la fece trasportare in Avignone al- 
lorché per somma sventura di Roma e d'Italia sta- 
bilì in quella città la santa Sede. Se non che assai 
pochi doveano essere i libri: perchè un orribile in- 
cendio scoppiato nel 1308 entro la sacristia di S. 
Giovanni pare che quasi tutto distruggesse e con- 
sumasse. In Avignone rimase la biblioteca fino al 
terminare dello scisma: ma di mezzo a tanti rivol- 
gimenti un gran numero di libri andò perduto : e 
(juei rimasti , traslocati a Roma, furono posti nel 
vaticano , però confusi e sparsi qua e là in modo 
che tornava impossibile il poterne avere qualche- 



95 

duno per istudiarlo. La gloria di riordinare e, ciò 
che è più , di arrichire questa biblioteca era ser- 
bata al pontefice Nicolò V. Prima di essere esal- 
tato sulla cattedra di S. Pietro, egli solea dire: che 
se avesse potuto spendere, lo avrebbe fatto nel com- 
prare libri (1): e già dicemmo che nel grande amore 
che avea per essi, essendo prete di poche fortune, 
molti ne comprava con danaro avuto in prestanza. 
Fatto pontefice , avendo moltissimi mezzi , consa- 
crossi in modo straordinario a raccogliere libri di 
ogni fatta : il che fece anzi tutto per appagare 
l'amor suo, che avea grandissimo pei libri, poscia 
perchè giudicò necessario promuovere quell'ardore 
del suo secolo nelle ricerche delle opere antiche, 
ben conoscendo che il raffreddarlo avrebbe recato 
all'umano sapere danni irreparabili: finalmente per 
il desiderio di raccogliere all'ombra del Vaticano 
quasi tutto ciò che dalla mente dell'uomo era stato 
intorno alle cose divine e umane consegnato allo 
scritto nel giro di tanti secoli. 

Egli pertanto spedì letterati e amanuensi dovun- 
que perchè frugassero nei chiostri , nelle badie e 
nelle città : quanti codici poteano trovare compe- 
rassero , e non lì potendo avere anche a grosso 
pregio, li copiassero. Sembra che in ciò Io coadiu- 
vasse il celebre viaggiatore Ciriaco Pizzicolli di An- 
cona, che dottissimo in greco e in latino percorse 
più volte Italia e tutto l'Oriente, facendo tesoro di 
ogni sapere, ed ebbe parte sì onorevole e grande nelle 
cose della chiesa, finché venne a morte in Cremona. 

(1) Vespasiano Fiorentino, fila di Nicolò V. 



96 

Ma in modo particolare gioYossi il pontefice di Enoc 
di Ascoli, uomo di grande dottrina, il quale reca- 
tosi nei paesi i più lontani trovò per il papa di 
molti codici, tra cui Marco Celio Apicio, e il com- 
mentatore di Orazio , Pomponio Porfirione (1). Gli 
inviati di tanto pontefice penetrando nei chiostri , 
dove non mancavano mai codici trascritti o per 
penitenza o per amore alle lettere e alle scienze , 
poterono fare ricco tesoro di libri. E tutta Europa 
conoscendo la munificenza e le cure di Nicolò sul 
raccogliere opere letterarie , avveniva che tutti fa- 
cessero a saia nel farne ricerca: e inviandole rice- 
ve vano in premio più di quello che potevano spe- 
rare. In una lettera inedita nella Vaticana (2) il Pe- 
rotti scrive al pontefice per ringraziarlo dell'orò e 
dell'argento a lui mandato, e lo fa consapevole di 
avere spedilo per mezzo del Bessarione quattro opere, 
cioè i quattro Vangeli , le orazioni di S. Gregorio 
Nazianzeno, i problemi di Aristotele e le orazioni 
piivate dello stesso filosofo: e termina la sua let- 
lera dicendo: Hos libro* cum magna diligenlia , in- 
genti tarnen cum. diffìcultate reperìmus: et eos mitto, 
P. B., sperans me quotannis tot vel plures V. B. posse 
mittere. Midios enim simul invenire difficile forel , 
quatu&r vero vel quinque quotannis non erit impos- 
sibile velini quemdam censum V. B., cui me humi- 
liler commendo. 11 Filelfo ammirando la grande sol- 
lecitudine di Nicolò V nel raccogliere libri , così 
scrisse all'immediato di lui successore: « Egli spedì 



(1) Muzznchelli voi. /. pari. II. 

(2) Codice Val. 3908. 



97 

di nascosto nunzi e negoziatori in tutta quella parte 
dell'Europa e dell'Asia, che è soggetta ai turchi, a 
cercare e comprare codici greci, non risparmiando 
spesa e fatica. E tale impresa non fu vana : im- 
perocché fu portata in Italia, però con grande dispen- 
dio, una gran quantità di volumi. Onde si può dire 
con ragione , che la Grecia non è perita , ma che 
per clemenza del solo pontefice Nicolò è trasmi- 
grata in Italia, detta un di la Magna Grecia. E per 
non essere detto più greco che latino mandò mol- 
tissimi nunzi e incaricati in tutta Europa , conse- 
gnando loro grandi somme , perchè diligentemente 
investigassero se stesse ascoso qualche tesoro di la- 
tine eleganze, e non badando a prezzo facessero in 
modo che giungesse a lui. E so che uno di costoro 
fu Enoc di Ascoli, il quale un tempo fu mio sco- 
laro a Firenze in un con Enea Silvio: egli è pene- 
trato fino nella Dacia , e come dicono altri , nella 
Candavia, l'isola la più lontana, di cui sia memoria 
presso gli antichi , posta essendo nel mare setten- 
trionale di Germania « (1). Cosi il Filelfo e Galli- 



li) « Epistol. lib. XIII fog. 267. - Landatur hui'us ponlirìcis 
« liberalitas, quae in oimies usus est: maxime vero erga litleratos, 
« quoset pecunia et offioiis curialibus et beue'iciis mirifice invavit. 
« Eos enim praemiis ad vertendo» graecos auctore.s in latinum per- 
ii pulii, ut literae graeeae et lalinae, quae sexcentis iam anitra an- 
« iiis in situ et tenebris iacuerant, tutn de munì splendorem adeptae 
« autlt. Misit et litteratos per omnem Europam, quorum industria 
w libri conquirerentur, qui maiorum negligenza et barba romiti 
« rapini* iam perierant. Iuriuin libros ex tota Graecia perquisito» 
« ad se iussit adférrì, el in latinam linguai!) converti curavit, ìna- 
« gna praemia translatoribus praebens. Quinque dncatorum inillia 
» promisit et qui D. Alaltliaei Evangclimn hacbraicuni adlerrel. Il- 



G.A.T.CXXXVUl. 



98 
sto III nel 1456. Vespasiano Bisticci ebbe incarico 
di fare acquisto a qualunque prezzo di codici ebraici, 
greci e latini. In siffatta guisa Nicolò raccolse, dice 
il Manetti, grammatici, poeti, storici, retori, oratori, 
dialettici, cosmografi, architetti, geometri, musici, 
aritmetici, astrologi, scrittori di pittura, di scultura, 
di arte militare e di altro genere, moralisti, fisici, me- 
dici, scrittori di diritto civile e canonico, teologi e 
commentatori. Egli in ciò seguì egregiamente l'e- 
sempio dell'inclito re Tolomeo Fila^lelfo, nel formare 
quella sua tanto celebre ed ammirabile biblioteca. 
Quanti librai e greci e latini non avea al suo sti- 
pendio, mediante generoso premio, in Roma e fuori 
percomprar codici? Quanti dotti ricercatori non spedì 
non solo per tutta Italia, ma anche fino agli ultimi 
confini di Germania, per investigare a raccogliere 
libri ? Quanti nella stessa Costantinopoli, e prima 
e dopo l'eccidio di essa , uomini dotti non spedì 
con ingenti somme di danaro perchè vi facessero 
acquisto di codici ? « Così, conclude il Vespasiano, 
nella sua fine si trovò per inventario, che da To- 
lomeo in poi non si venne mai alla metà di tanta 
copici di libri di ogni facoltà. Pochi luoghi vi erano dove 
la Santità Sua non tenesse scrittori : che se i libri 
per nessun modo potea avere, li facea iscrivere. » 
Il che essendo chi può calcolare le spese, a cui 
egli andò incontro per comprare o far trascrivere 
tanti volumi ? Solo ne possiamo avere una idea con- 

» licium forte fuit, quo tot brevi deinceps tempore sub Malthaei 
« nomine Evangelia haebraice cusa et venditata fuerint. Libri sacri 
« eius iussu descripli, auro et argento redempli .... » (Ioannes 
Lomaier: De bibliothaccis caput. IV. pag. 18. voi. 111.) 



99 
siderando il caso, anzi l'enorme prezzo, dei codici 
e dei libri in quella età, in cui le stampa era nata, 
ma incerta e quasi senza vita si stava ancora nella 
sua culla (1). È noto che il Bracciolini vendette ad 
Antonio Palermitano un suo Tito Livio al prezzo 
di centoventi scudi d'oro; colla qual somma egli si 
comprò un podere in Toscana: è noto, che si fece 
pagare dal marchese Leonello di Este cento ducati 
due volumi di lettere di S. Girolamo: che il cardi- 
nale Orsini sborsò una grossa somma per avere le 
commedie di Plauto dal famoso investigatore di co- 
dici Nicolò da T reveri : che Melchiorre libraio di 
Milano domandava dieci ducati d'oro per una copia 
delle lettere famigliari di Cicerone: che Carlo VI re 
di Francia nel 1419 vendette al duca di Beaufort 
novecentoventi volumi, e gli furono pagati cinque- 
mila seicento quaranta scudi d'oro, somma a quei 
dì grandissima. E non meno grande fu il dispendio 
di papaNicoIò pergli amanuensi: egli ne avea moltis- 
simi al suo palazzo, e tale pensiero prendevasi di loro, 
che incominciata un'opera vigilava perchè presto la 
terminassero: e accadendo di partire da Roma, se 
li conduceva seco, assieme a'traduttori , come fece 
quando andò a Spoleto ed a Fabriano per fuggire 
la peste : seco li portò , perchè non fossero dalla 
morìa assaliti e potessero trarre a fine il lavoro 
incominciato (2). 

(1) Conosciuta in quel tempo, ma non diffusa, la stampa pre- 
sentava ancora tali difficoltà, ette tornava, meglio un libro copiare. 
Nella regia biblioteca di Monaco esiste però stampalo nel 1454 un 
opuscoletto in quattro carte per esortare contro i turchi, con indul- 
to di Nieolò V. 

(2) Rerum Hai. scriplores voi. Ili pag 928. 



100 

Gon questo mezzo Nicolò V fece la biblioteca 
vaticana: e vanno errati certamente coloro, i quali 
hanno scritto che tanti libri giacessero nel palazzo 
apostolico in Vaticano, senza alcun ordine e distri- 
buzione: imperocché il pontefice avea raccolto tale 
tesoro, perchè servisse ad arricchire le menti degli 
studiosi: l'avea raccolto per ingrandire il patrimonio 
della scienza. I libri manoscritti , perchè potessero 
essere ad uso pubblico, doveano occupare un grande 
spazio; perocché era costume di legarli ad un banco 
con catena, onde ciascuno potesse fame uso, senza 
timore che venissero sottratti. Della qual cosa un 
esempio presenta tuttora la biblioteca malatestiana 
nella città di Cesena. Altra prova che la biblioteca 
fondata da Nicolò fosse ordinata, si è l'avervi egli 
preposto un bibliotecario nella persona del suo af- 
fezionatissimo Tortelli di Arezzo, suo cameriere se- 
greto, segretario e suddiacono apostolico. Propter eru- 
ditionem latinae graecaeque litteralurae, dice Filelfo 
favellando del Tortelli (1), nobilissimae suae biblio- 
thecae Nicolaus praefecerat : e Io stesso pontefice 
solea andare spesso in biblioteca, trattenersi lunga- 
mente a colloquio di cose le più segrete col Tor- 
telli, perchè uomo dottissimo e probo, degno quindi 
della sua maggior fiducia. Prima però del Platina 
sembra che non vi fossero bibliotecari espressamente 
stabiliti. Un tale officio pare fosse riunito in quello 
di sagrista e di confessore del palazzo apostolico , 
come avea in Avignone ordinato papa Giovanni 

(1) Epistol. XIII pag. 182. 



101 

XIII (1): ma poscia passò nelle mani di un porpo- 
rato, e il primo bliotecario cardinale fu l'Aleandro. 

Nondimeno un si prezioso tesoro sarebbe stato 
impoverito e anche disperso se non montava sul 
trono il quarto Sisto: imperocché sotto l'immediato 
successoredi Nicolò gli studi rimasero nell'abbandono, 
e la biblioteca fu trascurata di modo che alcuni li- 
bri andarono perduti. Per cui il Filelfo dolentissimo 
ne scrisse allo stesso Calisto III dicendo: « Non tuam 
(qui innocentissimus es) sed tuorum quorurndam non 
tam subreptionem, quam incuriam istius bibliothecae 
nonnulli accusant , quae tanto nuper labore atque 
impensa ex universo prope orbe terrarum compa* 
rata est. Huic igitur crimini^ quod nulla tua culpa 
conflatum est, ut et quamprimum et quam accu- 
ratissime occurras oportet. Nam conflictis etiam ru- 
moribus prospicendum est > neque tibi tarttae pro- 
bi tati pontifici, notam, ubi neglecti fuerint, possint 
inuere. Animadvertendum enim fieri malo homi- 
num more , ut flagitiosorum famulorum errata in 
iustos et integerrimos dominos nonnumquam refe- 
rantur, Itaque tibi providendum arbitror, dum bellum 
pares in turcos, ne domi praedam ipse patiaris « (2). 
E la voce che i libri della biblioteca di Nicolò V 
fossero sotto l'immediato suo successore o dispersi 
o guasti , era sì fondata , che il Filelfo scrivendo 
anche al Crivelli diceva: Sento dire che per colpa dei 
tempi passati sia in gran parte spogliata (3). Onde 

(1) angelo Rocca: Bibliothecarii apost. MSS. all'angelica di 
Roma cod. Q. 3. 23. 

(2) Epistol. XIII. fog, 259. 

(3) Epistol. lib. XXI 11 pag. 182. 



102 

non si sarebbe apposto al vero il Rocca, se in par- 
lando di Sisto IV, disse: Ampliò la biblioteca vati- 
cana , ed i libri confusi e sprasi qua e colà pose 
in un luogo più nobile, in armadi e scrinii, e prov- 
vide così al decoro della chiesa e al comodo de- 
gli studiosi (1). 

CAPITOLO IV. 

L'università romana. - Sua restaurazione - Cattedra 
di eloquenza. - La teologia. - Risorgimento degli 
sludi filosofici. - Le scuole platoniche e le peripa- 
tetiche. - Nicolò V partigiano di Aristotele. - Ne 
fé tradurre le opere* - II Tapezunzio e il Gaza.- Bes- 
sarione difende Platone. - Università fondala a Bar- 
cellona. - a Treveri ed a Baiona. - Riforma delle 
università di Parigi e di Bologna. 

A comune utilità e dei cittadini e delle vicine 
Provincie, come anche a comodo degli stranieri , 
che continuamente da tutte parti correvano presso 
la santa sede, nel 1303 il pontefice Bonifacio Vili 
fondava in Roma uno studio generale per ogni fa- 
coltà, volendo tanto i professori , che gli studenti 
avessero a godere tutti i privilegi, le libertà e im- 
munità che soleano avere quelli delle altre univer- 
sità (2). E tale costituzione venne confermata dal 
successore Giovaani XXII, il quale concedette inol- 
tro al vicario di Roma il diritto di dar facoltà d'hi- 



fi) Angelus Rocca, opera omnia tom. II pag. 197. 
(2) Vedi Bullarium rom. tom. Ili, part. pag. 100. 



103 

segnare a quei dottori, che avesse trovati idonei! e 
prescrisse, che nessuno potesse essere dichiarato dot- 
tore in diritto civile, se non dopo di avere questa 
facoltà studiata per sei anni, o di aver in qualche 
università lette le istituzioni, e due libri del Dige- 
sto ovvero del codice : che nessuuo potesse esser 
dottore in canonica , se non dopo cinque anni di 
studio e dopo aver letto un libro delle Decretali. 
Intorno agli esami ordinò che fosse seguita la pra- 
tica della università di Bologna. 

Ma la traslazione della santa sede in Avignone 
e lo scisma d' occidente gettarono in tale decadi- 
mento la romana università, che parea non più esi- 
stesse. Papa Eugenio nel secondo anno del suo 
pontificato volse l'animo a l'istaurarla richiamando 
nel pieno vigore la costituzione di Bonifacio ottavo, 
e destinandovi maestri di grande merito, come An- 
tonio Rosselli, illustre avvocato Concistoriale, della 
cui opera si giovarono poi nel sinodo di Basilea ; 
Lodovico Pontano, distintissimo nellagiurisprudenza; 
Ivone Coppoli di Perugia, anch'egli avvocato con- 
cistoriale, e altri valenti. Ma colla rivolta romana 
del 1434 avendo dovuto esulare il pontefice , si 
dispersero anche i professori: e così V università, 
mentre parea destinata a risorgere novellamente, 
decadde sotto il peso delle religiose e politiche vi- 
cende dei tempi. Nicolò V volendo riparare a tante 
sciagure richiamò a vita le antiche istituzioni : e 
noi facendo maggiori indagini del Renazzi (1), che 
deplora non siano sulla romana università cono- 
fi) Storia delle università romana* 



sciute le leggi di questo grande pontefice, «abbiamo 
trovato di Nicolò una bolla, pubblicata dal Gomes 
vescovo di Sarna , con la quale altro non fa che 
ripetere quella di Bonifacio , rinnova a favore dei 
professori e degli studenti i privilegi, che li assol- 
vevano da tasse e gabelle: che ad ogni laico davano 
diritto di non essere chiamato , tranne il caso di 
omicidio , davanti al foro capitolino : che ad ogni 
cherico, prebendato o di qualuque beneficio, fosse 
concesso percepire i frutti di suo beneficio fino a 
che fosse rimasto all'università o come maestro o 
come dottore. Egli ristabiliva siffatti privilegi per 
trarre agli studi molta gioventù, a favore della quale 
volle che per due deputati, l'uno del municipio e 
l'altro della università, fosse determinato il fitto delle 
case. Però che avrebbero servito mai tanti privilegi 
e regolamenti, se non vi fossero stati ad insegnare 
uomini distinti per ingegno e dottrina ? Le univer- 
sità e le accademie non salgono in rinomanza con 
regole e statuti, ma mediante il merito dei profes- 
sori. Collocate in un archiginnasio dei grandi mae- 
stri, e da tutte parti vi accorrerà la studiosa gio- 
ventù. Nicolò pertanto accrebbe il numero delle cat- 
tedre in ogni facoltà, e assicurando ricca mercede 
vi chiamò ad insegnare uomini di somma riputa- 
zione, mal comportando che gli oracoli della umana 
sapienza non avessero quel premio che molti con- 
seguiscono per cosa di nessun momento, per fati- 
che affatto materiali (1). Non ci sono conti tutti i 

(1) Alle spese dell'università veniva provveduto col tributo 
che annualmente la città di Tivoli pagava al popolo romano, con 
quello della ripa, di Ripatransona, e colla gabella dei vini forestieri. 



105 

professori collocati da Nicolò sulle cattedre della 
romana università: ma molti ne conosciamo , spe- 
cialmente i maestri di umane lettere e di filosofia. 
Enoc di Asco'i , dotto come fu già detto innanzi 
e in greco e in latino , e già maestro dei figli di 
Cosimo dò Medici (1), prima di movere in traccia 
di codici, quivi insegnò retorica e poesia (2): Gio- 
vanni Ponzio eloquenza, e Pietro Odone di Monto- 
poli lingua latina. Il Trapezunzio vi fu destinato ad 
insegnare retorica e filosofia ; e la sua scuola, ne 
fa sapere Flavio Biondo, era frequentata con grande 
ammirazione da francesi, spagnuoli, tedeschi, e di- 
stinti italiani : ma essa cominciò a farsi deserta 
quando fu eletto ad insegnare eloquenza anche il 
Valla. Costui spiegò tale dottrina ed eloquenza, che 
tutta la gioventù traeva ad ascoltarlo. 

Il pontefice però nella romana università non 
pensò gran fatto agli studi teologici. Il secolo de- 
cimoquinto per vero non fu fecondo di grandi mae- 
stri in divinità : in Roma la teologia veniva inse- 
gnata, non presso l'archiginnasio , ma nelle scuole 
palatine e nei chiostri : tutti i maestri di questa 
scienza erano religiosi, ma anche questi non uomini 
di altissima dottrina. Onde il Capranica nel fondare 
il collegio che da lui prese il nome, e che anco a' 
dì nostri è fiorente, ebbe di mira il promuovere lo 
studio della teologia, quia, disse nelle sue costitu- 
zioni, theologiae stiidìum non miiltum vie/et (3). Non- 

(i) Martene tom. 111. 

(2) Angelus Spera, De nobilib. professor, gramm. lib. IV - Maz- 
zuchelli, voi. 1. pari. II. 

(3) Constitut. coJlegii Capranicae oap. 24. 



106 

dimeno il concilio di Basilea e quello di Firenze 
colle grandi controversie insorte mostrarono che 
anco quella età non era mancante di grandi teo- 
logi, specialmente tra prelati e cardinali. Pochissimi 
però hanno lasciato opere che si raccomandino alla 
posterità, se eccettuiamo il cardinale Cusano, Tor- 
recremata e S. Antonino arcivescovo di Firenze. E 
il Torrecremata per eccitamento di papa Nicolò 
scrisse anche un commento sopra il decreto di Gra- 
ziano De consecratione ; a cui dedicandolo disse : 
« Compiuta questa mia opera alla Santità Vostra la 
presento , perchè sia corretta ed emendata , a voi 
la sottoponendo non come a pontefice soltanto, ma 
anche come a giudice , che per la perspicacia del- 
l'ingegno, e la singolare sapienza avete una autorità 
che mai la più grande « (1). 

Lo studio cui maggiormente eccitò il pontefice 
nella romana università assieme alle lettere greche 
e latine fu quello della filosofia. Questa scienza nel 
medio evo ebbe per cultori grandi uomini, e tutti 
seguaci della scuola aristotelica. Alberto il grande 
fu il primo a determinare il grande movimento verso 
la filosofia di Aristotele: e profondo pensatore e cri- 
tico sagace , com' egli era , scrisse commenti sulla 
maggior parte delle opere di questo filosofo: di ma- 
niera che se la logica, la metafìsica e la teologia poco 
guadagnarono nell'avanzamento della scienza, gua- 
dagnarono in estensione. E di Alberto meno erudito, 
ma assai più profondo, S. Tommaso d'Aquino , co- 
coscendo la importanza dei filosofi greci ed arabi, 

(1) Dom Georgii, Appendix monumen. pag . 232. 



107 

ne fece tradurre le opere, e divenne il più grande 
metafisico dei secoli. Giovanni Duns Scoto, meno dotto 
di Alberto , e meno profondo di Tommaso, portò 
nella filosofia sagacità, precisione e grande analisi , 
per cui fu detto dottor sottile. Vennero contempo- 
ranei a costoro, o appresso , l'esaltato Raimondo 
Lullo , che dire si potrebbe filosofo avventuriere e 
inventore di una macchina dialettica; Rogero Ba- 
cone, che richiamò quei del suo tempo allo studio 
delle lingue e delle scienze naturali; Ocam, che nelle 
sue aberrazioni divenne il caposcuola dei nomi- 
nali e cadde in molti errori. Sorse poi V Aquila della 
Gallia, Pietro d'Ailly a combattere gli abusi della 
scolastica, e respingendo le idee, che avevano gui- 
dato al realismo e al nominalismo, portò lo studio 
della filosofìa e della teologia al misticismo , dove 
approfondarono Gersone e Tommaso de Kempis. 

In Italia però la filosofìa non aveva seguito che 
la scuola di S. Tommaso e di S. Ronaventura : e 
sostenuta da Dante e Petrarca, poi addormentossi: 
e non fu svegliato lo studio di lei che in parte dal 
greco Manuele Grisolora , il quale quantunque non 
insegnasse espressamente filosofia, nondimeno come 
maestro di lingua e letteratura greca in Firenze e 
altrove, fece in modo che venissero tratti dal sepol- 
cro i greci filosofi , e che fossero avidamente letti 
e meditati da'suoi discepoli Francesco Barbaro, Fi- 
lelfo, Poggio, Leonardo Bruni, Guarino, Ugolini, Am- 
brogio Traversari, Vergerio, Francesco Strozzi ed 
altri. Il Traversari colla sua versione di Diogene 
Laerzio, De vilis philosophorum, aprì la via alla sto- 
ria della greca filosofìa, e indicava le fonti, per cui 



108 

questa scienza poteva essere studiata. « Risorgendo 
l'uso e la cognizione della lingua greca, scrive Bru-* 
ckero, i dotti sottrattisi alla barbarie scolastica , e 
atti a ben parlare la lingua latina, in ciò si ado- 
prarono a tult'uomo, essendo dagli scolastici detur- 
pato Aristotele, per le cattive versioni , di mutare 
non tanto il sistema di filosofìa, quanto di correg- 
gere ed abbellire la forma esterna, che fino allora 
era stata squallida e grossiera. Però questo avrebbe 
poco giovato, se alla rarità delle opere aristoteli- 
che non avessero provveduto i principi, i quali con 
grande dispendio ne fecero venire dall'Oriente i co- 
dici, e li diedero ad uomini dotti e pratici del greco, 
onde fossero tradotti. Nel che fra tutti conseguiva 
gloria immortale Nicolò V P. M., il quale avuto il 
pensiero di fare mediante uomini dottissimi un ac- 
curata versione di Aristotele, sommamente promosse 
la filosofìa peripatetica » (1). Questo grande ponte- 
fice vedeva in Firenze risorta all'ombra di Cosimo 
la filosofia platonica per cura del greco Giorgio Ge- 
misto Pletone, il quale mal tollerando che la scuola 
peripatetica avesse dominato per tanti secoli prese 
a combatterla con tutta la forza della eloquenza : 
ma egli, senza disprezzare Platone , nella sua reli- 
gione dava la preferenza ad Aristotele. Profondo 
com' era nella filosofia vedeva Platone usare l'ana- 
lisi psicologica e logica per trarre dal fondo della 
umana coscienza un elemento che viene dai sensi j 
e che di tale elemento usa come di un punto di 
partenza, per slanciarsi fuori del mondo visibile; per 

(1) Hisloria critica philosophiae Tom. IV. part. I. pag. 61. 



109 

far sì che le idee generali dello spirilo lo condu- 
cano alle idee assolute, e queste a Dio , loro sub- 
bietto. Al contrario vedeva Aristotele anzi che par- 
tire dalle idee dello spirito, le quali colla sperien- 
za sensibile non possono spiegarsi, innalzarsi, me- 
diante 1' astrazione , alla loro invisibile sorgente , 
e seguirle nella realtà e in questo mondo, in Pla- 
tone egli scorgeva il dialettico , il confutativo, che 
con maravigliosa polemica mostra la insussistenza 
delle nozioni particolari e conduce alle idee , base 
di ogni certezza e di ogni scienza: in x\ristotele il 
logico, che non confuta , ma dimostra , e che usa 
della confutazione come fine secondario; laddove in 
Platone la confutazione è tutta intera dimostrazio- 
ne. Nel filosofo ateniese ammirava l'induzione , e 
nello stagi rita la deduzione; e mostrossi propenso 
più per questo che per quello. Onde ricercato un 
codice delle intere opere di Aristotele , volle ne 
fosse fatta un' accurata versione , ben consapevole 
quanto fosse difettosa quella fatta per cura di S. Tom- 
maso d'Aquino. Della qual cosa rende ampia testi- 
monianza il cardinale Bessarione dicendo: « Gli an- 
tichi tradussero sì male in latino Aristotele, che il 
santissimo e clementissimo nostro signore Nicolò V 
pontefice massimo, il quale dottissimo in ogni scienza 
divina ed umana, salito sulla cattedra di Pietro, e 
come teneva il primato di luogo e di autorità, così 
lo teneva in filosofia , teologia ed in ogni ramo di 
sapere, volle che uomini esperti dell'una e dell'al- 
tra favella traducessero in latino quasi tutte le opere 
di Aristotele ». E per siffatta versione giovossi di 
Giorgio Trapezunzio, di Teodoro Gaza, di Lorenzo 



110 

Valla e dello stesso cardinale Bessarione , uomini 
tutti non solo atti a ben tradurre, ma assai adden- 
tro negli studi filosofici. E di ciò non contento, col- 
locò nella università, perchè dettassero filosofia pe- 
ripatetica, il Trapezunzio e il Gaza , grecisti e fi- 
losofi fra loro rivali , de' quali il secondo corresse 
la versione De novo Aristolelis problemate fatta dal 
primo (1). Così avvenne che tra barbari rumori delle 
scuole incominciasse, dice Brukero, la voce canora 
della filosofìa , e gli ingegni incominciassero a ca- 
stamente filosofare , e ritornare questa scienza a 
vero splendore (2). E di taluno dei professori eletti 
dal papa Nicolò fu tale l'entusiasmo per la scuola 
peripatetica, che affine di sostenerla fu veduto dalla 
cattedra e colla penna inveire contro la filosofia pla- 
tonica e seguaci. Fu questi il Trapezunzio , uomo 
di grande acume, ma assai mordace e irrequieto, il 
quale colla sua intemperanza concitossi l'odio di tutti 
e specialmente del Gaza e del Bessarione, non avendo 
avuto nella critica e nel confutare alcuna modera- 
zione. 11 Trapezunzio e il Gaza avevano avuto ambi- 
due incarico dal papa di tradurre Aristotele De pian- 
US, scabrosa impresa per molti nomi tecnici, che a 
slento potea presentare la lingua latina. Tutti e due 
s'arrogavano il merito delle superate difficoltà : e 
Gaza nel far pubblica l'opera sua scrisse nella pre- 
fazione di non aver avuto soccorso da alcuno , di 
non mettersi in gara con nessuno traduttore, per- 
chè il vincerli era cosa di assai poco momento. 

(1) Hodius, De graecis scriptoribus. Londra 1782. pag. 61. 

(2) Tom. IV. part. 1. 



Ili 

Queste parole irritarono il Trapezunzio in modo , 
che non contento di attaccare Gaza, si scagliò anche 
sul di lui benefattore Bessarione, scrivendo e pub- 
blicando l'opera De comparai ione Avistotells et Pla- 
lonis. L' illustre porporato, allievo di Gemisto Ple- 
tone, era per principio platonico, ma di molto mo 
derato: ne'suoi scritti , che sono in parte divulgati 
colla stampa, egli sostenne la filosofia dell'Accade- 
mia riformata dalla scuola alessandrina. Però non 
mai s' indusse a disprezzare Aristotele , ed a pro- 
fessare principii filosofici contrari alla Chiesa cat- 
tolica (1): e nelle acerbe dispute tra Platone ed Ari- 
stotele egli usò la sua dottrina ed autorità per ten- 
tare di amichevolmente finirle. Tuttavia acerbamente 
assalito dal Trapezunzio giudicò suo dovere rispon- 
dere, e scrisse quattro libri Contro il calunniatore di 
Platone, non tanto per abbattere chi 1' avea insul- 
tato, quanto per dare della dottrina platonica una 
giusta idea. Egli prese nell'opera sua a dimostrare 
in quanta estimazione sia mai sempre stata presso 
i padri della Chiesa la filosofìa platonica: traccia il 
metodo scientifico di questo filosofo, addita le parti 
delle materie insegnate, e la eloquenza mostra con 
che sono trattate : come in ciò V ateniese sia allo 
stagirita superiore. E superiore lo dimostra anche 
nelle dottrine e nei principii, presentando questi e 
quelle più vicine al cristianesimo che le dottrine 
aristoteliche : perchè Platone ha professata la im- 
mortalità dell'anima, e l'origine e conservazione del 
mondo per la provvidenza , mentre Aristotele ha 



(1) Brukero, Tom. IV. pari. I. pag. 47. 



112 

dato al mondo e alla materia l'eternità (1). A breve 
dire questo scritto del Bessarione è un elegante ed 
erudito compendio della rinnovata filosofia platonica, 
essendo in esso con piacevole e dotta trattazione 
esposto il più dei capi della scuola platonica rifor- 
mata ed emendata secondo le idee ammoniane e 
pletoniane (2). Bessarione poi non omise di indicare 
al suo avversario Trapezunzio gli errori da lui fatti 
nel tradurre De legibus di Platone , e mandò fuori 
un libro di correzioni : il che gettò nel massimo 
avvilimento il Trapezunzio. 

Non ostante però sì glorioso campione della scuola 
platonica , in Roma , sia per seguire i pensamenti 
del pontefice , che educato alla teologia scolastica 
non poteva non essere peripatetico, sia che tale fosse 
realmente il modo di vedere , prevalse la filosofìa 
di Aristotele. 11 Valla nella sua dialettica in quanto 
al metodo vi si allontanò alquanto, e nella filoso- 
fia morale , diremo col Brukero , egli passò negli 
orti di Epicuro colTopera De voluplate et vero bono> 
scritta non senza disonore di sua fama (3). La fi- 
losofìa platonica spiegò tutto il suo vigore a Fi- 
renze mediante X accademia stabilita da Marsilio 
Ficino. In essa il filosofo di Egina era considerato 
siccome un nume; di lui solo ragionavano e scrive- 
vano: e tale idolatria die origine a tutte quelle paz- 
zie che ora non si possono leggere senza ridere (4). 



(1) Brukero. Idem. pag. 48. 

(2) Brukero. Id. 

(3) Tom. IV. part. I. pag. 35. 

(4) Tiraboschi. Tom. VI. part. II. pag. 278. 



113 

Ma il grande mecenate che tanta luce spandeva 
dal Vaticano non pensò a far rifiorire gli stadi in 
Roma soltanto, ma anche altrove. Ovunque vedeva 
sorgere istituzioni scientifiche e letterarie, accorreva 
coll'opera e col consiglio a prestare valido aiuto. 
Con Breve dell' ottobre 1450 concede al re di A- 
ragona di fondare una università a Barcellona, do- 
ve oltre alle lettere e alla filosofìa, fosse insegnato 
diritto canonico e civile, e teologia: Onde così, di- 
cea egli, si illuminassero le menti, si illustrassero gli 
ingegni, istruissero gli ignoranti, e dilatasse la fede 
cattolica (1). Un' altra università fondava in Treveri 
tanto per la teologia, il diritto canonico e civile , 
quanto per qualunque altra facoltà ; affinchè , per 
usare le parole dello stesso pontefice, venisse mol- 
tiplicata la semente della sana dottrina, si produces- 
sero germi salutari per la gloria del santo nome 
di Dio e la propagazione della fede. E perchè i 
professori aver potessero conveniente provvedimento, 
diede diritto all'arcivescovo di incorporare alla uni- 
versità sei canonicati colle corrispondenti prebende, 
tre parrocchie e le loro rispettive vicarìe perpetue (2). 
Approvò e confermò, ampliandone i privilegi e le 
franchigie l'università, di Bajeux in Normandia, dove 
fu stabilito lo studio del diritto, della teologia, della 
medicina e delle arti liberali (3). 

E fondando nuove università volgeva il pensiero 
anche a riformare od ingrandire le antiche: e una 

(1) Bainaldi, Annales Eccles. Tom. IX. an. 1450. 

(2) Historia Trevirensis Diplomatica Tom. II. 

(3) Achcry, Spicilegium Tom. FI. 

G.A.T.CXXXIX. 8 



114 

grande riforma fece in quella di Parigi. Nessuna 
università ha avuto tanta rinomanza e tanto potere, 
quanto questa: perchè nessuna più di lei ha avuta 
parte grandissima nelle cose della chiesa e dello 
stato : nessuna più di lei frequentata da tanti uo- 
mini grandi per santità o per dottrina, e per que- 
sta e quella insieme. Ma nel secolo decimoquinto 
era venuta in assai decadimento, sicché il bisogno 
di una riforma era universalmente sentito. E fino 
dal 14-44 si era a ciò volto il pensiero: onde india 
tre anni vi sì destinarono alcuni deputati : ma fu- 
rono sì lente le loro operazioni, che in quattro anni 
nulla fu fatto. Lo stesso re Carlo chiese che vi fos- 
sero corretti i grandi abusi introdotti: sullo scorcio 
del 1451, per una grave rimostranza fatta dal can- 
celliere della cattedrale , vennero abolite le pazze 
festività, per cui i giorni sacri ai santi patroni delle 
varie nazioni , di che 1' università si componeva , 
erano non onorati , ma assai profanati. Il cancel- 
liere mosse lamenti anche intorno alla negligenza 
dei professori ed ai disordini degli scolari: e que- 
sti lamenti, giunti all' orecchio del pontefice , lo 
indussero a provvedervi con una riforma radicale. 
Onde Nicolò, nello inviare in Francia il cardinale 
d'Estouteville, legato a latere presso il re, gli diede 
anche pieni poteri di visitare e riformare capi- 
toli , collegi , ginnasi e università in tutto il re- 
gno (1). Questo porporato dopo di avere col soc- 
corso di commissari esaminato quanto si era fatto 



(1) Crevier, Histoire de l'università de Paris. 1767. Tom. IV, 
pag. 169. 



115 

pei' introdurre nella parigina università la neces- 
saria riforma, nel 1452 la stabili formalmente con 
statuti pieni di saggezza, di moderazione e di fer- 
mezza. Tali statuti furono divisi in quattro parti, 
secondo le quattro facoltà, di che la università com- 
ponevasi. E riguardo alla teologia anzi tutto fu sta- 
bilito che nessuno potesse essere ammesso nel por- 
tico teologico che non fosse commendevole per senno 
ed illibati costumi, e fosse respinto dalle lezioni 
intorno alle sante Scritture chi avesse voce di cat- 
tiva condotta, o fosse conosciuto insolente e sedi- 
zioso nelle assemblee delle nazioni: che ai maestri 
non fosse lecito eccitare i baccellieri ad intervenire 
a' premi introdotti per gli atti scolastici: che ogni 
studente di teologia si guardasse dall'ebrietà e ves- 
tisse abito grave e dignitoso: che i teologi nei loro 
circoli si ascoltassero a vicenda, senza interrompersi, 
ciascuno aspettando per rispondere la sua volta: che 
gli studenti di Scrittura e delle Sentenze prestas- 
tassero un attestato di avere frequentato il corso 
per sei anni : che ognuno degli ordini mendicanti 
avesse un baccelliere, che insegnasse sacra Scrittura, 
sotto pena di essere privati del diritto di avere il 
baccelliere per spiegare il libro delle Sentenze (1)« 
Vogliamo che sia riformato lo statuto, cosi decretò 
il cardinale , secondo cui niun lettore di Sentenze 
può leggere le sue questioni sui quaderni o altri- 
menti in iscritto: perchè siffatte lezioni essendo per 
causa ragionevole introdotte a prò degli studenti , 
debbono esser fatte in quel modo e ordine che può 
allo studio più utile tornare. Ora da uomini dotti 

(1) Crevier: Tom. IV p;i[j. 175. 



116 

e degni di fede avendo appreso che sarebbe più 
utile per apprendere e più sicuro al baccelliere il 
far le lezioni leggendole sui quaderni, che recitan- 
dole a memoria (essendo questa labile, e potendo 
venir meno specialmente sulla materia astrusa di 
teologia), noi ordiniamo che un baccelliere, se sarà 
dal suo maestro ammesso a leggere il libro delle 
Sentenze, il possa fare mediante i cartolari, in modo 
però che non legga su codice altrui, né ripeta le- 
zioni copiate da'cartolari dei passati baccellieri: ma 
con elaborato studio le scriva ei medesimo, secondo 
sua capacità, svolgendo e consultando libri e volumi 
che egli troverà opportuni : o altrimenti non gli 
giovi tale lettura per conseguire il grado » (1). 11 
maggior peso dello insegnamento gravitava sui bac- 
cellieri: le lezioni dei dottori in teologia erano as- 
sidue, e bastava , secondo che prescrisse il cardi- 
nale , che avessero luogo di quindici in quindici 
giorni. Il far prediche e orazioni fu giudicata parte 
essenziale degli esercizi teologi, affidati altri a bac- 
cellieri, e airi a dottori. Il cardinale pose pene se- 
vere a chi vi si fosse sottratto. 

Nella facoltà del diritto il porporato cominciò 
i nuovi statuti collo esortare gli studenti ad ono- 
rare questa scienza colla dignità di una buona con- 
dotta, col ricordare che il buono e il giusto deb- 
bono essere il fondamento e la base del loro studio, 
e che la santità delle cose, che lo riguarda, lo sol- 
leva ad una specie di sacerdozio. Per impedire le 
frodi ordinò che ogni studente presentar dovesse 

(1) Crevier. Tom. IV. pag. 176. 



117 

l'attestato di assiduità alle lezioni , sia per aver la 
matricola di scolare, siaf per avere i gradi : che 
tale attestato fosse fatto dai lettori del mattino, 
che erano i baccellieri, le cui lezioni doveano 
finire quando incominciavano quelle dei dottori, 
il che avveniva allorché sonavasi Prima dal capi- 
tolo della cattedrale. Oltre di ciò stabilì regole per 
gli esami, per le tesi e gli altri atti ordinati pei 
gradi. Il saggio cardinale emanò leggi severe per 
regolare bene i diritti che i dottori esigevano dagli 
scolari, diritti ineguali secondo la inegualianza delle 
fortune degli studenti. Ognuno di questi era tassato 
di quattro borse e mezza; ma il valore di esse va- 
riava: dovea equivalere a ciò che uno studente spen- 
deva per suo mantenimento in una settimana. E 
siffatta varietà die origine a soprusi ed arbitrii, e 
fu incentivo alla avidità dei dottori meno onesti e 
delicati, che tassavano le borse a loro mal talento: 
e un ricco candidato non osava far parola di la- 
mento , finché avea bisogno del suffragio e spesso 
della indulgenza del suo professore. Per occorrere 
a questi inconvenienti stabilì il cardinale, che la 
borsa d'un ricco candidato non eccedesse per il bac- 
cellierato la somma di sette scudi d'oro, e di do- 
dici pel dottorato: quella de'poveri non eccedesse 
il dispendio necessario al vitto di una settimana. 
Chiunque avesse osato chiedere e ricevere di più , 
restava sospeso da ogni diritto e retribuzione fin- 
ché non avesse restituito il doppio di ciò che gli 
era dovuto. Ordinò finalmente che nessuno venisse 
ammesso all'esame per il licenziato, se prima sotto 
il proprio dottore non avesse sostenuta pubblica 
disputa. 



118 

Poche , ma efficaci furono le riforme nella fa- 
eoi là di medicina, dove il cardinale nei nuovi sta- 
tuti disse empio ed irragionevole il paragrafo degli 
antichi, quo coniugati a regentia in facultate medicinae 
prohibentur: interamente lo tolse, dichiarando, a nes- 
suno convenire meglio che ai coniugati l'insegna- 
mento della medicina: quindi nessuno di chi atten- 
deva allo studio di essa non essere più tenuto al 
celibato. 

Le maggiori riforme furono fatte nella facoltà 
delle arti, perchè più numerosi i regolamenti. Gravi 
erano gli abusi introdotti sul modo con cui veniva 
eletto il rettore , capo della facoltà delle arti e di 
tutta l'universi là. Onde volendoli sradicare il por- 
porato stabilì che ogni elettore desse il suo volo 
senza condizione , condannò ogni patto pecuniario 
decretando gravi pene a' colpevoli. Prescrisse che 
non fossero ammessi a maestri che uomini di spec- 
chiata condotta: venisse severamente punito chiun- 
que avesse porto scandolo a'suoi discepoli : proibì 
cgni pratica per aver di molti scolari, e l'eccessivo 
prezzo per chi teneva giovani a dozzina od in cu- 
stodia: condannò i modi odiosi nel percepire le tasse 
per il baccellierato, i sontuosi pranzi per queste ed 
altre circostanze e lo spendere superfluo. Per serbare la 
disciplina stabilì una magistratura che vegliasse sulla 
osservanza degli statuti: quattro censori probi e ti- 
morati di Dio, che visitassero i collegi e le case di- 
pendenti dalle facoltà delle arti, e abitati da'studenti 
delle medesime : esaminassero qual vita vi si 
conduceva , e come i maestri insegnassero alla 
gioventù. Coi nuovi statuti non fu tolto l'antico co- 
stume, che gli studenti, quando udivano dal maestro 



119 

le lezione, non dovessero sedere su banchi, ma in 
terra, e ciò per togliere ogni occasione di orgoglio. 
Finalmente il cardinale fece un regolamento sui li-* 
bri e sul metodo : dichiarò obbligo lo studio della 
grammatica prima di passare alla logica: per la fi- 
losofìa prescrisse Aristotele: stabilì che le lezioni si 
facessero a viva voce; che si potesse scegliere un trat- 
tato , ma proprio ; che fossero rigorosi gli esami * 
frequenti le dispute. Tali furono i principali rego- 
lamenti che per riformare la università di Parigi 
fece il legato del pontefice Nicolò V. 

Ed un altro porporato certo più dotto e non 
meno assennato del cardinale d'Estouteville, intro- 
dusse vitale riforma nella egualmente celebre uni- 
versità di Bologna. Fu questo il Bessarione, del quale 
nihil habiiit romana sedes , disse il cardinale Pa- 
piense, quo gloriari amplius posset. Le intestine di- 
scordie , e più le frequenti rivolte di Bologna, fu- 
rono una grande sventura per tutti, ma principal- 
mente per la sua università. Gli studi hanno mestieri 
della quiete e della pace: il legato Bessarione avendo 
potuto conseguirla nella città a lui affidata, mece^ 
nate com'egli era degli studi , sommamente occu- 
possi a ritornarli in fiore nella università. Fornito 
di ampio potere , e ciò che più monta di grandi 
mezzi , per attuare tutto che avesse pensato come 
legato del pontefice, cominciò col riparare il locale 
della università: indi rimise in pieno vigore i buoni 
statuti, che esistevano, riformando quelli soltanto 
che non erano più nell'indole dei tempi: e final- 
mente vi chiamò ad insegnare uomini assai distinti 
per ingegno e dottrina, tra cui il suo segretario 



120 

Nicolò Perotti, insigne grecista, Alessandro Tartagni, 
chiamato il vero e l'immortale dottore (1) , Andrea 
Barbazio giureconsulto di alto grido, Alessandro Bo- 
lognini professore dei canoni, Leonardo Leonori, di 
fìlosolìa , Antonio Alberghine di medicina e altri. 
E per avere professori distinti non guardava a prezzo, 
imitatore in ciò del pontefice che in quella dotta 
città l'avea spedito suo legato. Affinchè la gioventù 
fosse eccitata allo studio , egli proponeva premi e 
onori: generosamente porgeva soccorso agli studenti 
poveri (2). In questa guisa arrivò a destare gara 
ed entusiasmo : la gioventù non mostrava miglior 
desiderio di studiare, ed i bolognesi chiamavansi fe- 
lici di sì grande mecenate, non lasciando nella loro 
gratitudine di tributargli gli encomi e gli onori de- 
vuti. Nel chiostro dei servi di Maria aveano collocata 
la breve ma eloquente epigrafe: 

Bessarìoni Episcopo Tusculano 
Card. Nicgno benefactori nostro (2). 

(1) Panziroli, De claris leguminlerpr elibus, Lipsiae Ì72\pag. 110. 

(2) Gymnasium vetutissimum negligentia et seditionibus civium 
pene intermissum et collapsum non modo aedifìciis, verum etiam - 
institutis et melioribus salaris instauravit, ac restituii , conduclis 
grandi pretto liberalium disciplinarum doctoribus. Excitabat ado 
lescentes ad studia bonarum arlium , proposita praemii atque ho- 
noris spe: multos ob inopiam a studiis defecturos liberalitate et 
munificentia sua iuvit, et in instiluto continuit. (Platina). 



121 
CAPITOLO V. 

Risorgimento dell'arti del disegno. - Il bealo Ange- 
lico dipinge al Vaticano. - Pietro della Francesca - 
Squallore di Roma. - Lamenti del Poggio. - Fab- 
briche innalzate da Nicolò. - Ristaura le mura. - 
Stazioni. - Principio della basilica vaticana. - Bor- 
go nuovo. - Gli architetti Rossellini e Alberti. - 
Attività del pontefice. - Innalza fabbriche fuori di 
Roma. - Provvede arredi sacri di gran pregio. - 
Nicolò V e Leone X. 

Ma non meno grande fu la munificenza del pon- 
tefice Nicolò V per le arti belle. In quel secolo el- 
leno erano salite a moltissima prosperità: lo scarpello 
di Nicolò Pisano e di Arnolfo dei Lapi, e il pennello 
di Giotto, del Menimi e di altri, da timide e smar- 
rite che erano le arti del disegno, le fecero intre- 
pide e sollevarono a tale una eccellenza , che co- 
minciò ad essere meravigliosa. E un grande numero 
di artisti nelle opere immortali di costoro inspi- 
randosi, coraggiosi si getterarono nel nobile arringo, 
e in tal guisa Italia riempirono di opere stupende. 
Le chiese di S. Antonio di Padova, di S. Francesco 
in Asisi, il Campo Santo di Pisa , il Battistero di 
Firenze, S. Maria Novella, le cattedrali di Orvieto, 
di Pisa , di Firenze e di Siena sono monumenti 
che formeranno la meraviglia di tutti i secoli , e 
mostrano a quanta perfezione fossero prima del se- 
colo quintodecimo solite la pittura , la scultura e 
l'architetture. Gli artisti abbandonati i tipi bisan- 



122 
tini, che dominarono in Italia fino a che le nostre 
contrade furono schiave delle leggi e dei costumi 
dell'impero d'Oriente, e inspirandosi nella religione 
pura e soave del cattolicismo , la quale più che 
forme squisite, come l'arte pagana , porge le caste 
gioie del cielo, e alle superne delizie solleva col far 
disprezzare le terrene , gli artisti consacrarono la 
mano a rappresentare sulle tele e sui marmi i mi- 
steri della redenzione: e più che a dilettare intenti 
ad istruire e commovere , occupavansi a presen- 
tare allo sguardo del credente Cristo, la Vergine 
ed i santi , avversando quantunque argomento che 
fosse non solo immorale, ma profano: e quasi 
disdegnando di copiare dal vero, andavano nelle 
loro heate inspirazioni cercando fra le celesti sfere 
i modelli delle loro angeliche e devote figure: le 
cercavano nella fervida prece che facevano a'piè 
degli altari , prima di accingersi al lavoro, nella 
viva fede che animava loro il genio, e nella ar- 
dente carità, che loro scaldava il petto. 

E fra tanti egregi artisti a tutti fu superiore nel 
religioso sentimento, nei soavi affetti, nelle caste 
inspirazioni frate Giovanni da Fiesole chiamato 
dall'amminirazione l'angelico. Egli nel chiostro dei 
predicatori , ove si era rinchiuso, la prece e la 
meditazione alternava col dipingere: se pure lo stesso 
animare delle sue tele non era per lui una continua 
preghiera, l'arte per tenere la mente sempre assorta 
in Dio, il mezzo per esprimere i suoi santi af- 
fetti. Nutrito alla suola di Giotto, di Memmi e di 
Spinello, egli corse ad abbellire de'suoi dipinti i 
deliziosi monti dell'Umbria, i colli di Fiesole, le 



123 

ridenti rive dell'Arno e la città di Cortona. A Fi- 
renze Tommaso Parentucelli ebbe campo di ve- 
dere gli affreschi, che questo piissimo artista avea 
fatti nel chiostro di S. Marco: ebbe a vedervi la 
Crocifissione di Cristo ed i misteri della Vergine: 
e innamorato di un artista, che avea fatte opere sì 
stupende, appena eletto pontefice, mandò per lui, 
onde dipingesse in Vaticano. Obbediente alla voce 
del supremo gerarca della Chiesa, l'Angelico recossi 
a Roma, seco conducendo il valente suo disce- 
polo Bennozzo Gozzoli. Papa Nicolò gli fece di- 
pingere la cappella del Sacramento, e poscia l'altra 
che da lui prese il nome, costrutta dalle fonda- 
menta. Nella prima il religioso artista colorì a fresco 
alcuni fatti della vita di Cristo , e vi fece i ri- 
tratti di persone illustri di quell'epoca , tra cui 
il pontefice Nicolò, Federico imperatore, Antonino 
arcivescovo di Firenze, Flavio Biondo e Ferrante 
di Aragona. È grande sventura che questa cappella 
siasi atterrata da Paolo III per drizzarvi la scala 
del palazzo (1)! Nella seconda cappella poi , ove 
solca il pontefice celebrare e udire la messa, il 
beato Angelico ritrasse un deposto di Croce, e al- 
cune storie pinse di S. Lorenzo martire, che anco 
a' dì nostri si veggono dall'amatore delle arti, il 
quale vi ammira dolce colorito, armonioso chiaro- 
scuro, vigorosa tinta, graziose e nobili le figu- 
re, esatte le acconciature e il vestire, meravigliosi 
gli atteggiamenti. E in tempo che erano dipinte 

(1) Vasari. Vite dei ■pittori, part. II. 



124 

queste cappelle, il pontefice andava spesso a tro- 
vare l'artista, compiacevasi stare seco lui a do- 
mestico colloquio sulle arti belle, e anche su cose 
affatto estranee , perchè lo avea in grandissima 
estimazione ancora per le molte di lui virtù mo- 
rali e religiose. E un giorno vedendolo di molto 
stanco lo esortò a cibarsi di carni, dicendo che lo 
dispensava dalla regola dell'istituto, che impone a' 
religiosi domenicani l'uso continuo di cibi magri. 
Venuta la state l'Angelico interruppe i suoi lavori 
al Vaticano, per recarsi a respirare aria migliore: 
e andò in Orvieto, ove era stato chiamato a di- 
pingere nel duomo. Vi stette tre mesi co'suoi di- 
scepoli Gozzoli e fra Giovanni di Pietro, dipingendo 
otto cappelle e il giudizio universale, che rimasto 
incompiuto, perchè l'Angelico tornato nel settembre 
a Roma per continuare gli interrotti lavori non 
andò più in Orvieto, fu tratto a termine dal va- 
lentissimo Luca Signorelli (1). 

Il pontefice al suo diletto artista fece miniare 
anche alcuni libri, che, al dire del Vasari, erano bel- 
lissimi: così che occupato da tal mecenate l'An- 
gelico non più dipartissi da Roma, dove moriva 
nel marzo del 14-55, con grandissimo dolore del 
pontefice, che infermo e sugli ultimi giorni anch'egli 
di sua vita, a prova di stima e ammirazione gli 
fece innalzare marmoreo monumento nella chiesa 

(4) Marches: Memoria dei principali pittori domenicani. Tom. 
I. lib. II. cap. 8. 



125 

della Minerva, col ritratto dall'artista ed una epi- 
grafe, che taluni dissero dettata dallo stesso papa (1). 
Ma oltre 1' Angelico ed il Gozzoli, papa Nicolò 
fece venire a Roma altri valenti artisti: e il Vasari 
ci ricorda Pietro della Francesca di S. Sepolcro, il 
quale lavorò in palazzo due storie nella Camera di 
sopra a concorrenza di Bramante da Milano, le quali 
furono gittate per terra da papa Giulio II , perchè 
Raffaello da Urbino vi dipingesse la prigionia di S. 
Pietro, il miracolo del corporale di Bolsena, insieme 
con alcune altre che aveva dipinte Bramanlino pittore 
eccellente ai tempi suoi (2). E se maggior copia di 
pittori non chiamò a sé questo grande mecenate 
delle arti, fu perchè volea prima fabbricare i luoghi 
che poi avrebbe fatto di pitture adornare: per cui 
parve che più della pittura amasse 1' architet- 
tura. Egli allorché era tuttora semplice segreta- 
rio del cardinale Albergati solca dire, che se fosse 
stato dovizioso e potente avrebbe speso grandi som- 
me nel murare : e fatto pontefice volle appagare 
quel suo desiderio, specialmente conoscendo essere 
ciò utile e necessario. Utile e necessario , perchè 
Roma avea grande bisogno di essere fortificata, avea 
bisogno che si provvedesse alla salubrità dell'aria , 
e alla magnificenza del culto. Ella presentava an- 
cora grandi tracce dello squallore, in cui l'aveano ri- 
dotta il soggiorno dei papi in Avignone, le guerre 

(1) Hic iacet veri, pictor. - Fr. lo. de Fior. ord. P. MCCCCLV. 
Non mihi sit laudi quod eram velut alter Apelles.- Sed quod lucro 
tuis (pauperibus) omnia Christo dabam. - altera nani terris opera 
exlant, altera caelo. - Urbs me Ioannem flos tulit Etruriae. 

12) Vite dei pittori. 



126 

civili e lo scisma d'Occidente. Il pontificato di Mar- 
tino V e di Eugenio IV non bastò per cancellarle: 
onde negli ultimi anni dell'antecessore di Nicolò, il 
Poggio seduto sulla collina del Campidoglio escla- 
mava dolente: « La fantasia di Virgilio ha descritto 
« Roma nel suo stato primiero, quale potea essere 
« all'epoca, in cui Evandro accolse il profugo tro- 
« iano. La rocca Tarpeia, che vedete, non pre- 
te sentava allora che un viottolo solitario: ma al 
« tempo del poeta era sormontata di templi e tetti 
« dorati. Quel tempio però non esiste più , e fu 
« tolto l'oro che lo copriva. La ruota della for- 
« tuna ha compiuto il suo corso: i cardi e le spine 
« nuovamente ingombrano quel sacro terreno. La 
« collina del Campidoglio, su cui sediamo, era un 
« tempo il capo del romano impero , la città del 
« mondo e il terrore dei re: onorata dal passag- 
« gio di tanti trionfatori, arricchita dalle spoglie 
« e dai tributi di tante nazioni, ahi quanto è de- 
« caduta ! come si è mutata ! Le vigne ingombrano 
« le vie dei vincitori , il fango cuopre il luogo , 
« ove sorgevano i banchi dei senatori. Gettate lo 
i( sguardo sul Palatino, e fra quelle enormi ed uni- 
te formi rovine cercatevi il marmoreo teatro , gli 
« obelischi e le statue colossali , i portici della 
« casa di Nerone : esaminate gli altri colli della 
« città, e ovunque troverete spazi deserti , solcati 
« solo da rovine ed orti. Il foro, dove il popolo 
« romano faceva le leggi e nominava i suoi ma- 
li gistrati, oggi contiene recinti destinati alla col- 
« tura di legumi , o spazi percorsi dal maiale e 
« dalla bufala. Tan f i edifìci pubblici e privati, che 



127 
« per la solidità parca sfidassero i secoli, giacciono 
« rovesciati , sparsi fra la polvere come membra 
a di robusto gigante, e le opere imponenti soprav- 
« vissute agli oltraggi della fortuna e del tempo, 
« fanno più sensibile la distruzione del restan- 
« te » (1). E poi minutameute egli descrive le opere 
rimaste, cioè la piramide di Cestio, undici templi , 
più o meno conservati, cominciando dal Panteon , 
ancora intatto, fino ai tre archi e alla marmorea co- 
lonna del tempio della pace, le terme di Dioclezia- 
no e di Caracalla adorne ancora di colonne e mar- 
mi, quelle di Tito, gli archi di Severo, di Costan- 
tino e di Tito ancora intatti, il Colosseo, le colonne 
Traiana e Antonina. Ma nessuno obelisco ritto, tutti 
sepolti: occupati da case di cittadini privati i tea- 
tri di Marcello e di Pompeo, il mausoleo di Augu- 
sto non era che un monte di terra, e quello di A- 
driano una forzza. Di tante statue uscite da sì va- 
lenti artisti , cinque sole restavano , tra cui i due 
cavalli di Fidia e Prassitele. Il tempo, che fa di- 
sparire le generazioni, come le foglie di autunno, 
gli uragani, i terremoti, che spesso scossero Roma, 
gli incendi, stromenti attivi di distruzione, le inon- 
dazioni non corrette, i guasti dei soldati d'Alarico, 
di Genserico e Totila, agli occhi de'quali erano cose 
abbominevoli statue , templi e altari , la supersti- 
zione del popolo, l'avidità o le cittadine discordie, 
devastarono Roma antica e non innalzarono una 
Roma moderna. Onde quando Poggio mandava i 
suoi lamenti su Roma antica , la Roma moderna 

(I) De varietale Forlunae pag. 21. 



128 

non presentava che chiese abbandonate, spesso mu- 
tate in fortezze: palagi fatti più per combattere che 
per abitare, strade e piazze fangose, ponti senza ri- 
pari e case squallide. Martino ed Eugenio si occu- 
parono a togliere tanto squallore, abbatterono molte 
torri, scoprirono statue e obelischi. 11 secondo fece 
le porte di bronzo alla basilica vaticana , restaurò 
in parte il palagio pontifìcio , e un nuovo ne fece 
a S. Giovanni Laterano, sgombrò dalle case, che le 
coprivano, le colonne del Panteon; ma le rivolte e 
lo scisma troncarono a mezzo si bella impresa di 
restaurare Roma. 

E questa impresa con uno ardimento, che mai 
il più grande assunse il successore Nicolò V. Chia- 
mato a sé Bernardo Rossellini architetto e scultore 
da lui bene amato, sotto la sua direzione si accinse 
a moltissimi e grandi lavori. « Egli nel fabbricare , 
« dice Vasari, mise Roma sottosopra, e tante cose 
« incominciò, che difficilmente si crederebbero, se 
« testimoni oculari non le raccontassero ». Grande 
spettacolo in vero vedere per Roma , e intorno al 
Vaticano, là per le vigne, e presso la mole Adria- 
na , a S. Maria Maggiore , e quasi in ogni angolo 
della città, uno sterminato numero di manuali, ma- 
neggiare chi la cazzuola , chi lo scarpello , e chi 
portar pietre e calce: per ogni dove trascinarsi dalle 
bufale i grandi massi di travertino da Tivoli fatti 
venire per l'Aniene; qui piantare fondamenta di chie- 
se , di palazzi e di case , là innalzare mura e ri- 
sarcire le fabbricate : parea venisse fabbricata una 
nuova città. 



129 

Il munificentissimo principe avea stabilito di re- 
staurare tutte le mura in molti luoghi crollate o 
guaste, di rinnovare le quaranta stazioni, di costrui- 
re un borgo nuovo dalla mole Adriana fino alla 
piazza di S. Pietro, di ridurre il palazzo papale a 
vera reggia, e dalle fondamenta fabbricare la basi- 
lica vaticana (1). I restauri delle mura incomincia- 
rono da porta Nomentana trapassando le porte 
Collatina, Viminale , Nevia, Latina e Capena , fino 
alla Trigemina, nel qual spazio tutte minacciavano 
rovina : ed in alcuni luoghi innalzò torri , perchè 
servissero di riparo. Dalla parte superiore di porta 
Nomentana procedendo verso occidente fino alla mo- 
le Adriana le rifece quasi di nuovo. Dalla porta S. 
Angelo alla Palatina nulla innovò, perchè le mura 
erano forti: però rifece quasi tutte quelle che da 
porta Portese arrivano all'ospedale di S. Spirito in 
Sassia : e verso questa parte fece innalzare anche 
dei forti a difesa della città. 

Intorno alle stazioni , ne fa sapere il Vasari , 
che papa Nicolò stabilì e quasi condusse a termi- 
ne, le quaranta chiese , nelle stazioni già istituite da 
Gregorio Magno. - Cosi restaurò S. Maria in Tran- 
stevere. S. Prassede, S. Teodoro, S. Pietro in Vin- 
coli e mollo altre minori. Ma con maggior animo , 
ornamento e diligenza fece questo sopra sei delle sette 
principali, cioè S. Giovanni Laterano, S. Maria mag- 
giore , S. Stefano in monte Celio , i SS. Apostoli , 
S. Paolo , e S. Lorenzo extra muros. A S. Maria 
Maggiore innalzò dalle fondamenta anche un pala- 
ti) Manetli, Rerum Ital. Scriptores, Tom. lib par. il. png. 929, 

G.A.TCXXXIX 9 



130 

gio per soggiorno dei pontefici: e onde i canonici fos- 
sero ricompensati di alcune camere, che tolse loro, 
cedette due case , cui distaccò dal chiostro di S. 
Prassede(l). Le basiliche di Roma, scrive il Manetti, 
in parie fortificò, in parte adornò ed in parte rifece. 
Che diremo della basilica vaticana ? Egli fece pen- 
siero di innalzarla dalle fondamenta con una ma- 
gnificenza che mai la maggiore. Volea fosse a cin- 
que navate, adorne di colonne e di bronzi, con una 
piazza davanti, tutta da portici cinta , e avente in 
mezzo il grande obelisco vaticano posato su quat- 
tro colossi di bronzo rappresentanti i quattro evan- 
gelisti, e sormontato da una statua di nostro Signo- 
re. 11 Manetti , contemporaneo e amico di Nicolò , 
ci ha fatta minuta descrizione di tutto quello che 
il grande pontefice avea stabilito di fare nella ba- 
silica vaticana. 

Da una piazza attigua alla mole Adriana egli 
avea deliberato di far partire tre maestose vie , di 
cui la mezzana dovesse mettere alla porta grande 
della basilica, la destra guidasse alla parte palatina, 
e la sinistra verso il fiume, ove aveva destinata }' 
abitazione dei canonici vaticani. Tutte e tre queste 
vie doveano essere fiancheggiate da portici e a de- 
stra e a manca, onde in qualunque stagione po- 
tesse il cittadino essere al coperto, e doveano es- 
sere con fabbriche destinate a botteghe e officine 



(1) Nicolaus magna reverentia est hanc basilieam proseculus, 
ubi splendide domicilium, summis pontificibus eoctruxit. ( De Ange- 
lis. Basilicae S. Mariae Maioris descriptio pag. 71). 

(2) Manetti, pag, 931. 



131 

assai comode , le urli più nobili separando delle 
volgari. « E già avea fatto il torrione tondo , che 
si chiama ancora il torrione di Nicolò. E sopra 
queste botteghe o logge venivano case magnifiche 
e commode, fatte con bellissima architettura e uti- 
lissime, essendo disegnate in modo, che erano di- 
fese e coperte da tutti quei venti, che sono pesti- 
feri in Roma, e levati via tutti gli impedimenti o 
d'acque o di fastidi, che sogliono generare mal'aria. 
Volea oltre ciò edificare il palazzo papale con tanta 
magnificenza e grandezza e con tanta commodità e 
vaghezza, che ei fosse per l'uno e per l'altro canto 
il più bello e maggiore edificio di cristianità , e 
volendo che servisse non solo alle persone del som- 
mo pontefice, capo dei cristiani, e non solo al sa- 
cro collegio dei cardinali, che essendo il suo con- 
siglio e aiuto, gli avrebbero a essere sempre intor- 
no, ma che ancora vi stessino comodamente tutti 
i negozi, spedizioni e giudizi della corte, dove ri- 
dotti tutti insieme gli offici e le corti avrebbero 
fatto una magnificenza e grandezza e una pompa 
incredibile » (1). In Roma fece inoltre racconciare 
Campidoglio, fabbricandovi il palazzo dei conserva- 
tori, ampliò la torre della mole Adriana, e da una 
parte e dall'altra di essa fece appartamenti da re: 
edificò due cappelle rotonde a ponte S. Angelo, per 
due volte rifece la chiesa di S. Teodoro, restaurò 
l'acquedotto dell'acqua Vergine, perchè rotto e gua- 
sto (2), la fontana di Trevi , con quelli ornamenti 

(1) Vasari: Vita di Bernardo liossellini. 

(2) Cohcllins: Notitia Cardinal cap. XV. 



132 

di marmo , ne'quali erano le armi del pontefice e 
del popolo romano: e, secondo che ne dice il Pla- 
tina, fece lastricare quasi tutte le vie della città. 

Nella direzione di tante opere il pontefice tenne 
sempre con seco il Rossellini, artista valente ; ma 
poi venuto a Roma Leon Battista Alberti, e a lui 
presentato dal Biondo, volle che in appresso il Ros- 
sellini si consigliasse sempre con questo grande uo j 
mo. E non male apponevasi il pontefice: imperoc- 
ché l'Alberti fu uno degli uomini i più grandi che ab- 
bia avuto Italia. Considerato come letterato fu uno 
dei principali restauratori della eloquenza italiana , 
fu lo scrittore più grande nell'italiana favella, che 
circondasse papa Nicolò. A vent'anni, essendosi ri- 
tirato per cagionevole salute dagli studi di giuris- 
prudenza in Bologna, pubblicò uno scherzo comico 
in latino , detto Filodossia , che anonimo essendo 
fu in tutta Europa creduto per antico. In Firenze 
sua patria fu veduto primeggiare nella corsa, nella 
lotta , nel maneggiar armi e cavalli , in filosofia e 
poesia volgare. Le piacevolezze matematiche , Della 
comodità e incomodità delle lettere , il dialogo 
sulla tranquillità dell'animo, e La famiglia, libro da 
cui Angelo Pandolfìni tolse e quasi copiò 1' aureo 
trattato , che corre per le mani di tutti, queste 
e altre opere fanno dell'Alberti uno de' più distinti 
letterati italiani. Come artista egli fu uno de più 
straordinari, specialmente nell'architettura. Decaduta, 
come le altre arti, dopo la barbarica irruzione, ella 
rialzavasi per opera di Orgagna, di Arnolfo e Bru- 



133 

nelesco: ina chi primo dopo Vitruvio raccogliesse 
in regole piene di filosofica ragione le sue meravi- 
glie fu Leon Battista Alberti colla sua opera latina 
di architettura , nella quale di Vitruvio notò i di- 
fetti, trasse il meglio, liberandolo da tutto ciò che 
è intralciato: e tutto riducendo a'suoi principi]', ana- 
lizzò, compose, e omise quanto gli parve meno im- 
portante, e tutto con esattezza e chiarezza. Grande 
architetto in teoria, mostrossi tale anche in pratica, 
e ne fanno solenne testimonianza in Firenze la tri- 
buna dell'Annunziata, lavoro bizzarro, ma ammira- 
bile; la facciata di S. Maria Novella , la cui porta 
di mezzo è uno dei più bei lavori della moderna 
architettura; i palazzi Rucellai e Strozzi ; in Man- 
tova la chiesa di S. Andrea , a Rimini la basi- 
lica di S. Francesco. In tutti questi lavori trion- 
fa la semplicità e la grandezza, la varietà e 1' in- 
venzione , castigati ornamenti e solidità. Papa Ni- 
colò che prese ad amarlo e lo stimava, anche perchè 
al grande ingegno e alla somma dottrina univa ani- 
mo mansueto , giocondo , alieno da ambizione , e 
costumi esemplari (egli era ecclesiastico, e canonico 
a Firenze), volle che il Rossellini si consigliasse con 
costui; e ne avea tale una stima, che volendo ìu-m 
nalzare una sontuosa basilica a S. Pietro, e gittate 
avendo perciò altissime fondamenta, ed essendo ormai 
sorto di tredici braccia il muro, questo lavoro per rifar- 
lo a modo di un disegno di Leon Battista (al qual uopo 
fu consultato) primieramente dismise, e forse nella 
seconda maniera avrebbe veduto il suo fine , se la 
morte troppo presta non avesse rapito il pontefì- 



134 

ce (I). Papa Nicolò co! parere dell'Alberti e collo ese- 
guire del Rossellini fece immensi lavori: ed egli era 
di animo sì risoluto e intelligente , scrisse Vasari , 
che non meno guidava e reggeva gli artefici ch'e- 
glino lui. La qual cosa fa che le imprese grandi si 
conducono facilmente a fine, quando il padrone in- 
tende per sé, e come capace può risolvere subito : 
dove un irresoluto incapace , nello stare fra il sì 
ed il no , fra vari disegni ed opinioni, lascia pas- 
sar molte volte inutilmente il tempo senza opera- 
re (2). Se non che molti monumenti incominciati 
in Roma da un tanto pontefice, con sì grande at- 
tività, per moite insidiosa di tanta gloria rimasero 
come gigantesche rovine, e solo come eloquente do- 
cumento della costanza e dell' ardire degli uomini 
grandi. Se tutti avesse potuto condurli a termine, 
nessuno, esclama Enea Silvio, degli antichi impera- 
tori l'avrebbe vinto nella magnificenza. E bene a 
ragione nella orazione per i funerali di lui potè dire 
il vescovo di Arras. « Qual luogo vi ha in Roma, 
qual chiostro o tempio, in cui non siano stampate 
le orme di sua virtù e liberalità ? Ne fanno prova 
la basilica di S. Pietro , cui portò a tanto splen- 
dore, che da negletta, ora è ornatissima e ricca: la 
basilica di S. Paolo, cui arrichì di chiostri: ne fanno 
prova le chiese di S. Stefano al monte Celio, e di 
S. Teodoro, cui costrusse delle fondamenta: la chiesa 
di S. Maria Maggiore , ove fece atri e finestre in- 
crostate di marmo, e innalzò un superbo palagio , 



(1) Opere volgari di Leon Battista Jlberti. Fir. 1S44. p. LVll 
(2/ Vile dei pittori. 



135 

le chiese della Rotonda o Panteon , e di S. Maria 
in Transteverc, chiese vastissime, cui coprì di piom- 
bo e metallo. Ma a che più a lungo mi trattengo, 
conchiudeva egli , quando tutti i templi di questa 
città, in pria rovinati e pieni di squallore, sono ora, 
come vedete , per opera di Nicolò nitidi e orna-- 
ti »(1)?- 

E nello innalzar fabbriche con tanta munificenza 
il pontefice non pensò a Roma soltanto, ma anche 
alle altre città dello stato : perchè volea che non 
i soli romani godessero dei suoi beneficii, ma tutti 
i sudditi dello stato papale: pensiero che non hanno 
avuto sempre tutti i pontefici. Andato a Spoleto* 
vi ingrandì e fortificò la rocca , opera difesa dalla 
natura e dall'arte, e fatta dal cardinale Egidio AI^ 
bornoz: dentro vi fece belli e comodi appartamenti, 
perchè servissero di abitazione ai governatori ed al 
papa , allorquando fosse passato per quella città. 
Nicolò V due volte fu a Spoleto, e vi fece un sog- 
giorno di molti giorni. Quivi in un pubblico conci- 
storo dichiarò estinto lo scisma di Amedeo di Sa- 
voia ; qui la sua genitrice , dopo di essere stata a 
ftoma a visitarlo per l'ultima volta, moriva nel 1451 
in età più che ottuagenaria , e le spoglie mortali 
furono di poi trasportate in Sarzana e sepolte nella 
cappella Calandrini eretta nella chiesa principale , 
per cura del fratello di tanto pontefice , il cardi- 
nale Filippo (2). Andato a Fabriano, durante la sua 

(ì) Codice rat. 3675. 

(2) Sul di lei sepolcro veniva collocata la seguente iscrizione' 
D. 0. M. An&reola de Calandrinis, quae Nicolaum V Pont. Max. 
et Filippum Card. Bononien. maiorem poenilenliarium esse natas 



136 

dimora in questa città, il pontefice vi ingrandì l'a- 
rea, vi fece innalzare un ergastolo, la restaurò dove 
era guasta, fabbricando molte e comode botteghe. 
La chiesa di S. Francesco, che andava in rovina , 
rifondò con molta spesa. Anche a Gualdo Tadino , 
oltre molti fabbricati , costrusse quasi di nuovo la 
chiesa di S. Benedetto. In Assisi la chiesa di S-. 
Francesco, fatta un santuario meraviglioso dal genio 
di Giotto , di Giunta Pisano e di altri artisti, era 
in alcune parti guasta, e minacciava rovina: il 
pontefice la rifondò gagliardamente e la ricoperse 
tutta. Molti e belli edifici fece a Civitavecchia : 
in Orvieto innalzò un nuovo e bellissimo palagio , 
opera di grande spesa e magnificenza (1). A Narni 
ingrandì con nuova muraglia la fortezza : a Gi- 
vitacastellana rifece meglio che la terza parte 
delle mura , e con molta magnificenza il palaz- 
zo episcopale , destinandolo quasi refugio in una 
persecuzione che fosse scoppiata (2). A Viterbo con 

flomae materno affec'u salutavit. Spoleti moriens eiusdem Card, pie- 
tate in palriam delata humilihoc tumulo foelix tanta prole quie- 
scet. Obiit anno MCCCCLI. Alcuni scrittori spoletini tengono per 
fermo che non mai furono le ceneri di Andreola portate a Sarzana; 
ma nessun documento hanno per ciò dimostrato. Nel secolo deci- 
moquinto Giano Pannonio vescovo delle Cinque Chiese, nelle sue 
elegie stampate a Venezia nel 1552, parlando del sepolcro di An- 
dreola a Sarzana dice: Andreola hoc sacrabat conclusa sepulcro — 
Membra solum reperunt, spiritus astra tenet. — Un poeta contempo- 
raneo non avrebbe così parlato, quando il corpo della madre di 
Nicolò non fosse stato traspostato da Spoleto. E se non avesse 
avuto luogo la transazione , certamente che il cardinale Calandri- 
ni le avrebbe fatto innalzare un monumento anche a Spoleto: del 
che non abbiamo traccia alcuna. 

(1) Vasari- 

(2) Commentar. Pii il pag. 72. 



137 
animo regio restaurò ed abbellì i bagni del Buli- 
came, facendovi abitazioni che non solo servissero 
per gli ammalati, che giornalmente vi andavano a 
bagnarsi, ma che fossero atte e convenienti ad ac- 
cogliervi ogni gran principe (1). Dovunque questo 
pontefice movea il passo lasciava sempre qualche 
monumento di sua munificenza; per cui se quando 
dipartivasi da Roma, rallentavano in essa alquanto 
i lavori intrapresi, là dove recavasi ne faceva dei 
nuovi. Onde che sarebbe divenuta la città dei sette 
colli, che sarebbero divenute le città soggette alla 
santa Sede, se tale pontefice avesse lungamente 
vissuto ? 

Qual maggiore incremento e splendore non 
avrebbero avuto le arti sovrane ? Nessuna ve 
ne fu , della quale egli non fosse grande me- 
cenate. Egli protesse e promosse la musica, toglien- 
dola dall' avvilimento , e nobilitando la musica 
sacra già fatta troppo profana. Pio, religioso e 
amante della magnificenza in tutto ciò che riguarda 
il culto, fece fare tessuti preziosi di argento ed oro, 
provvide gemme in quantità, tappeti di grande la- 
voro, mitre tempestate di smeraldi, di sardiole, di 
topazi, di carbonchi, di zaffiri, diaspri, amatiste e 
di molte altre gemme finissime (2). 

A dir tutto, fu tale la munificenza di questo pon- 
tefice, che noi domandiamo quel altro papa hai mai 
fatto altrettanto ? Forse il decimo Leone ? Tutti , 
e meritamente, innalzano a cielo questo pontefice 

(1) Vasari, Manelti, Bussi. 

(2) Manetti, Vita Nicolai IL Rerum ìtal. scriptores Tom. III. 
pag. 923. 



138 

che diede il suo nome al secolo decimosesto; tutti am- 
mirano Leone, come il più grande mecenate , che 
abbia seduto in Vaticano: perchè furono sollevati 
a molta dignità Bembo, il letterato pagano, e Sado- 
leto, il cristiano: quindi alla porpora il Bibbiena, l'am- 
miratore delle arti, Tommaso da Gaeta, il teologo pro- 
fondo, il dottissimo, ma umile Egidio da Viterbo; 
perchè il Vaticano fu abbellito dai stupendi freschi 
di Raffaello e di Giulio Romano, e Roma dai di- 
segni del Sansovino: perchè l'università fu rianimata 
con nuovi statuti e con professori di altissimo grido: 
perchè largo compenso ebbero i versi dell'Ariosto , 
del Berni, del Vida, del Sanazzaro e di altri poeti, 
le fatiche degli orientalisti Sante Pagnini, Valeriano 
Bolzani , Ambrogio Teseo ; perchè a nome di tal 
pontefice percorrevano Italia , Francia e Germania 
Beroaldo Giuniore e Agostino Beazzano, spediti in 
traccia di codici per arricchire la biblioteca vaticana: 
perchè fra le rovine dell'antica Pioma venivano di- 
sotterate statue e bassolievi di grande pregio; perchè 
rallegravano le cene del grande mecenate i cattivi 
versi di Baraballo , di Gezoldo , di Brittonio e di 
Querno, i quali più che poeti erano degni di essere 
chiamati giullari, che recitavano poesie le più gros- 
solane e matte per estinguere la fame e più per bere 
generoso vino. Sì , Leone , quantunque alcune arti 
avvilisse facendole indegno stromento di una vita 
forse troppo piacevole, fu pontefice grande, fu me- 
cenate magnanimo e munificentissimo : ma la sua 
munificenza non fu certo superiore al quinto Ni- 
colò. E non fu questi , che vissuto mezzo secolo 
prima, preparava la via al risorgimento delle lei- 



139 

tere, che sollevaronsi in tanto splendore a'tempi di 
Leone ? Egli prima del successore di Giulio II pre- 
miava colla porpora la teologia in Antonio Cer- 
dano, le umane lettere in Latino Orsini, ogni scienza 
nell'uomo più dotto di quel secolo, Nicolò Cusano: 
onorava colla mitra la politica e la erudizione in Enea 
Silvio Piccolomini , la filosofìa nel Campisio. Egli 
non ampliava , ma fondava la biblioteca vaticana , 
mandando letterati e amanuensi in ogni parte del 
mondo, perchè a qualunque prezzo comprassero o 
trascrivessero codici: ristaurò la decaduta università, 
richiamando in vigore gli antichi statuti, moltipli- 
cando le cattedre, e collocandovi ad insegnare gli uo- 
mini che a quei dì erano in maggiore rinomanza 
in tutta Italia. Fece fiorire le lingue greca e latina, 
la poesia e la eloquenza sacra e profana coi premi 
grandissimi accordati ai Filelfo, ai Valla, ai Perotti, 
ai Decembrio, e a tutta quella schiera di uomini di- 
stinti che ora già conosciamo. Il palazzo vaticano non 
risonava dei versi faceti di Baraballo e di Querno, 
ma dei gravi di Cencio Romano e di Loschi. Dal- 
l'alpi al mare non vi era opera, la quale non ve- 
nisse in luce sotto gli auspici di tanto pontefice : 
non vi era uomo distinto per ingegno e per sapere, 
che non avesse trovata protezione presso il Vaticano. 
In ogni città e provincia si trovavano letterati, scien- 
ziati e amanuensi, che scrivevano, traducevano o co- 
piavano per ordine di Nicolò. Egli occupava il pen- 
nello di frate Angelico, di Gozzoli, di Pietro della 
Francesca, e del Bramante da Milano; la matita e 
la squadra del Rossellini e dell'Alberti; toglieva Roma 
dal suo squallore con chiese e palagi , con mura , 



140 

piazze, strade , obelischi e fontane. Che se i poeti 
ed i letterati che stavano alla corte di Nicolò non 
furono inventori coinè quelli di Leone, non si deve 
attribuire a merito od a biasimo dei mecenati, ma 
all'indole del secolo. Nel quintodecimo secolo pre- 
valse l'opinione di poter salire all'apice della dot- 
trina collo estendere ed agevolare l'intelligenza e 
l'uso dei classici antichi, di perfezionare il gusto se- 
guendo gli scrittori di Grecia e di Roma, nelle opere 
de'quali credeasi fosse il deposito di ogni eccellenza. 
E da tale opinione uscì quella straordinaria mol- 
titudine di ponderosi eruditi, di servili imitatori e 
di filosofi adoratori dellWccademia e del Peripato. 
Di mezzo ad essi però sorsero quegli arditi, che trac- 
ciarono vie nuove; ed anco i mediocri hanno diritto 
alla riconoscenza pubblica. Senza di loro sarebbero 
smarriti i molti tesori della scienza e della dottrina 
antica: se tutti questi non avessero trovato un grande 
mecenate in Nicolò V, non sarebbe sorto certamente 
il secolo di Leone X. 



È questo un frammento della storia che abbiamo 
scritta di Nicolò V. 

Domenico Zanelli. 



141 



Risultamenti di sludi idrodinamici , nautici e com- 
merciali sul porlo di Livorno e sid miglioramento 
ed ingrandimento del medesimo, ottenuti dal com- 
mendatore Alessandro Cialdi, socio di più accademie. 

MOTIVO DI QUESTO SCRITTO. 



lj 'amore della scienza fa che da parecchi anni io 
mi versi negli studi idrodinamici del litorale ita- 
liano, de'quali offersi al pubblico qualche saggio (1). 
La lunga e tranquilla dimora fatta nel paese che 
fu culla al gran Leonardo da Vinci mi ha permesso 
dirigere più specialmente alle spiagge toscane le 
mie investicazioni. 

Resa pubblica la determinazione di quel prov- 
videntissirno granducale governo di dare nuovo porto 
alla bella ed industre città di Livorno , mi sentii 
spinto a fermare più particolarmente i miei studi 

(1) Questo giornale ha pubblicali alcuni degli articoli a cui 
allude il eh. Cialdi. Cioè, sulla navigazione del Tevere e sulla foce di 
Fiumicino: tomo 105, 106, 107 e 108, 1845 - 46. Paralello geo- 
grafico ed idrografico fra i porti di Civitavecchia e Livorno: tom. 
109; 1846. Quale debba essere il porto di Roma e ciò che meglio 
convenga a Civitavecchia e ad Anzio: tom. 109 1846. Sul Tevere, 
sulla linea più conveniente per la unione de' due mari e sulla ma- 
rineria mercantile dello stato pontificio: tom. Ili e 112, 1847. 
Sopra le ultime disposizioni date ai lavori nel porlo canale di 
Fiumicino: tom. 116, 1848. Osservazioni idraulico-nautiche sui 
porli Neroniano ed Innocenziano in Anzio: tom. 117, 1848. Cenni 
sui moto ondoso del mare e sulle correnti di esso: tom. 138, 1855. 

Nota del Gior. Are. 



U2 

a quel lido. Profittando delle note relative a detta 
spiaggia, che io possedeva, ed intraprese più spe- 
ciali ed accurate indagini sul luogo, ne compilai i 
risultati. Questi, applicati a due progetti di porto 
presentati dal sig. ing. Poirel mi persuasero che 
siffatti progetti, per la indole del lido in discorso , 
non avrebbero raggiunto lo scopo voluto dal go- 
verno. Quindi mi parve non inutile pubblicare le | 
osservazioni sugli effetti de'lavori precedenti nello 
stesso porto, i risultati di appositi esperimenti, le 
convinzioni cui per questa via sono stato condotto. 
È per lo meno arditezza erigermi a critico in 
tanta opera; io lo sento pienamente, convinto come 
sono di mia pochezza: ma studioso amatore della ' 
scienza delle acque, non debbo declinare dall'occa- | 
sione di essere corretto. In una parte però della 
mia fatica sento bisogno di maggiore indulgenza : 
e questa è quella dello stile. E voce generale che , 
i marini non dicono con eleganza, ma dicono il vero: , 
io sarei contento di appartenere a quelli che pos- 
sono trovarsi compresi in questo detto: sarebbe su- 
perbia molta se desiderassi di più. 

i 
ARTICOLO I. 

Cenno sull'infelice slato del porlo di Liiorno, e ne- 
cessità di utile e conveniente miglioramento ed in- 
grandimento del medesimo. 



1. Come porto frequentato non avvene altro 
così pericoloso, incomodo, e per vari titoli dispen- 
dioso, come l'attuale di Livorno. La grandezza della 



143 

bocca non è che apparente , perchè in realtà non 
lascia che 40 metri di canale navigabile presso la 
punta del molo per quei bastimenti che pescano 
soltanto 5 m., e ne lascia 70 m. per quelli di 4 m. 
d'immersione. E la esposizione e giacitura di questo 
canale non permette l'approdo ai citati bastimenti, 
che quando il mare è in calma , o poco agitato. 
Quindi quei legni, che abbracciano il più economico, 
ricco e generale commercio, non possono essere ri- 
cevuti nel porto, e tanto meno, appena il mare è 
sensibile. 

Né si creda che col mare in moto ed il vento 
fresco possano facilmente approdarvi bastimenti di 
minor portata: perchè il detto canale viene ad es- 
sere di molto più ristretto dai bastimenti, che ivi 
sono ancorati, in guisa che l'entratasi deve praticar 
fra il molo e la poppa di questi bastimenti, i quali, 
a dar passaggio a quello ch'entra, sono obbligati a 
mollare successivamente l'una e poi l'altra delle 
due cime o gomene a cui sono assicurati, onde so- 
pra possa passarvi il sopravvenuto legno. Qual sia 
il pericolo , quale l'incomodo di una tal manovra 
(al tutto impraticabile di notte) è facile immagi- 
narlo. Un momento che fallisca uno de'tanti ele- 
menti, che in natura contribuiscono alla direzione 
di un bastimento, oppure un momento che si tardi 
dai bastimenti ormeggiati di mollare le suddette 
cime da poppa, le avarìe sono generalmente sensi- 
bili, e non possono sempre evitarsi. Che se pur vi 
si praticano de'felici approdi, ne'tempi alquanto cat- 
tivi , questi si devono alla bravura e sveltezza de' 
piloti e marinari del porto, i quali con de'cavi, o 



144 

corde , a tempo afferrati e ben diretti , frenano e 
conducono il legno nella retta via. Ma, secondo il 
giudizio di uno de'più rispettabili consessi sulle cose 
di mare, non si deve mai ritener come porto quello, 
nel quale un bastimento ha di bisogno del soccorso 
di una corda per entrarvi ed uscirne (*). 

2. Come è apparente la bocca, così lo è la su- 
perficie galleggiabile del porto. Difatti la superficie 
totale del medesimo è di metri quadrati 167881 , 
quella del banco, che ostruisce il centro essendo di 
di. quadrati 76720, resta la superfìcie atta a tenere 
ancorati i legni, che vi frequentano, soltanto di m. 
quadrati 91161: cioè dodici volte inferiore a quella 
di Genova, e persino inferiore di quasi un terzo a 
quella del porto di Civitavecchia che ha fama di 
piccolo (**) ! 

3. Mentre per queste ingrate condizioni ha tutti 
gl'inconvenienti apporti-canali , non ha poi i van- 
taggi di questi. Imperocché la stazione nel porto 
per la risacca, o sia rimbalzo de' flutti, che i venti 
da ponente a tramontana vi producono, è causa di 
avaree non poche aumentate ancora dall' affluenza 

(*) Sentenza del consiglio del corpo degli ingegneri di Francia 
riportata dal distinto idraulico signor de Cessart. Descriplion des tra- 
vaux hydrauliques- Paris 1808, tom. 2 pag. 30. 

(*') Si avverte che nell'opera meritamente accreditata di Sgan- 
zin, della quale più volte si fa uso in questo scritto, per errore 
di manuale, le scale delle piante de'porti di Livorno e di Genova 
non sono esatte. Noi per trovare la superficie di questo secondo 
porto ci siamo serviti di quella esattissima che fa parte della co- 
rografia d'Italia, opera vasta che tanto onora la nostra penisola e 
che rende benemerito il già chiaro nome dell'autore sig. cav. At- 
tilio Zuccagni Orlandini. 



1 i5 

devastimeli ti e dalla ristrettezza dello spazio gal- 
leggiabile. Tutto ciò rende inoltre tarde , inco- 
mode e dispendiose le operazioni di carico e disca- 
rico; e pel ritardo stesso aumenta sempre più 1' in- 
gombro, conseguenza del troppo prolungato soggior- 
no de' legni nel porto. 

4-. Il poco fondo, i pericoli e la ristrettezza del 
porto fanno preferire V ancoraggio della rada ad 
un gran numero di bastimenti, quantunque debbano 
tare operazioni di commercio colla città; ma il eh. 
avv. Vivoli, che con improba fatica e perspicacia 
tanti documenti patrii ha riuniti ne'suoi Annali di 
Livorno, qualifica la rada stazione aperta senza ri- 
paro , esposta a tutti i venti e pericolosa massima- 
mente nell'inverno (1). Difatto i portolani ci dicono 
che il sorgitore o ancoraggio, che giace a due o tre 
miglia dal porto verso tramontana difeso in qual- 
che parte dalle secche della Meloria, non è egual- 
mente buono in tutta la rada : dalla parte del fa- 
nale il fondo è di scogli, in qualche luogo irrego- 
larissimo e formato di prominenze, sopra le quali 
lo gomene si corrodono con i venti da ostro, que- 
sti producono grosso mare , che i bastimenti non 
sufficientemente grossi e solidi temono di sprofon- 
darsi sopra le ancore. In tali casi, non infrequenti, 
se i detti bastimenti hanno avuto 1' avvertenza di 
porsi ad una data direzione filano o abbandonano 
le loro gomene o catene, e vanno ad arrenarsi, o 
dar in secco, presso la torre di Marzocco. Cessalo 
il mare , non senza una sensibile spesa ed anche 

(1) Annali di Livorno. Epoca XIV lom. 4, jiag. 12!?. 

<;.a.t.<;xxxix io 



146 

non senza avaree, possono tornare a galleggiare: ma 
se essi però non hanno avuta la sorte di far terra 
presso la suddetta torre sono quasi sempre in gran 
parte distrutti, col sagrificio anche della vita di qual- 
che individuo ! Mentre si è in rada , veruna ope- 
razione di commercio si può fare col porto , se il 
mare non è in piena calma (1). 

Nulladimeno cotesta rada è una preziosa risorsa 
come luogo di rifugio e di stazione momentanea , 
e pone per questo possesso la città di Livorno in 
posizione da poter essere uno de ? più grand'empori 
del Mediterraneo, imperciocché non avvi buon porlo 
senza rada (2). 

Da questo breve esposto risulta adunque dimo- 
strato l'infelice stato dell'attuale porto di Livorno, 
e la poco conveniente sua rada per le lunghe sta- 
zioni e per le operazioni commerciali. 

5, Da altra parte se per lo passato riconosce - 
vasi la necessità di migliorare ed ingrandire il ri- 
petuto porto, questa necessità sentesi oggi tanto di 
più. Ed invero , per il molto maggior numero di 
persone che oggi viaggiano per mare, l'umanità e 
la civiltà comandano , che il porto sia di approdo 
più facile e comodo che per lo passato. La navi- 
fi) Nouveau portulan de la Mediterranée eie. Par Magloirede 
Flotte d'Argencon. Toulon 1829 tom. 2 pag; 134 e 135. 

(2) Le rade sono particolarmente necessarie e più specialmente 
utili ai bastimenti al di sopra di 500 tonnellate. Questi bastimenti 
Dello avvicinarsi al porto hanno a temere de' casi più sfavorevoli 
che non i piccoli, i quali sfuggono le tempeste rifugiandosi nei porti 
stessi o in altri ricoveri, ove non è permesso per la grande im- 
mersione ai grossi legni , ovvero non è facile ai medesimi 1' ap- 
profittarne senza la guida di un pilota locale. 



U7 

gazionc a vapore, sempre creso ente e ohe terminerà 
per formare del Mediterraneo il suo regno, richiede 
più spazio libero ed a ridosso dalle onde, di quello 
che abbisognava per i soli legni a vela. La guerra 
di centesimi, che oggi si fa il commercio , vuole 
che al minimo possibile siano ridotte le spese di 
operazioni commerciali onde far fronte alle altrui 
concorrenze. Che anzi avendo questa città perduto 
il gran traffico che gli dava l'esser'emporio di de- 
positi specialmente per i commestibili e coloniali , 
e perduto eziandio il vantaggio materiale della leg- 
ge Livornitia, e la privativa di quello morale e ma- 
teriale, che le accordava la legge Leopoldina, deve 
ora nella sicurezza e comodi del suo porto far ar- 
gine alla concorrenza de non molto discosti porti 
italiani, raggiungendo con ciò il buon mercato, leg- 
ge suprema del commercio. È massima che il com- 
mercio fugge quegli stali; i cui porti sono di cat- 
tivo accesso ed incomoda stanza: il porto di Livorno 
protetto da speciali leggi ha potuto per lo passato 
far' eccezione a questa massima : ma in oggi tro- 
trovandosi in pari condizioni di quelli di altri sta- 
ti , si va verificando anche in esso la verità sulla 
quale la ripetuta massima si posa. 

Una città opulenta, grande, bella, sempre cre- 
scente in proporzioni romane, e delle più commer- 
ciali d' Italia, ha bisogno di migliorare ed ingrandire 
lo scalo, che dà vita e ricchezza alla sua industriosa 
popolazione nello stesso rapporto che ha ingrandito e 
migliorato il materiale delle case e de'palazzi: altri- 
menti tutte coleste opere diverranno monumento di 
solo lusso, e senza avere il pregio dell'antichità. 



148 

Sperare che nuove famiglie vengano a stabilirsi 
in Livorno senza che il porto possa somministrare 
loro ulteriori risorse col necessario aumento del 
commercio, è un assurdo. Prolungandosi questo stato 
di cose avverrà invece l'emigrazione di molte delle 
famiglie esistenti. 

Né ciò basta: ancor più estese e potenti ragioni 
consigliano rilevanti miglioramenti nel porto. La 
strada a guida di ferro, che ha posta la città a sole 
tre ore da Firenze , ne ha formato il porto della 
capitale, e le altre ferrovie già eseguite o di pros- 
sima esecuzione, ne formano e ne formeranno sem- 
pre più in grande l'emporio commerciale del gran- 
ducato tutto e dell' Italia di mezzo. La sua pros- 
simità all'Arno, il possesso di canali navigabili che 
serpeggiano fra le sue vie e la pongono in comu- 
nicazione interna per acqua col suddetto fiume , 
sono elementi preziosi di comodo e di economia 
generale. 

Il prodotto de' porti è espansivo. Il comodo ed 
il buonmercato di essi formano la più gran ricchez- 
za dello stato, perchè vi si pongono a fruttato tutte 
le ricchezze del paese ; quindi spendere utilmente 
per essi è spendere per benefìcio comune. 

In forza dunque del pessimo stato del porto , 
ed in virtù di tutti questi titoli, non può non ri- 
conoscersi la necessità di renderlo utile e conve- 
niente. L'umanità, la civiltà, la vita di Livorno, la 
ricchezza di Firenze ed il benessere della Toscana 
tutta lo richiedono. 

G. E come si richiede ha inteso di renderlo il 
provvidenlissimo sovrano quando con decreto del 



149 

13 maggio scorso no ordinava il miglior cime alo ed 
ingrandimento sulle basi del progetto formato dal cav. 
Poirel ingegnere in capo nel corpo dei ponti e stra- 
de di Francia (1). E siccome con saggio consiglio, 
nell'articolo quarto del citato decreto, si scorge in- 
certezza nei felici effetti del progetto Poirel , e se 
ne comandano le modificazioni che l'esperienza fa- 
cesse riconoscere utili e necessarie nelle primitive di- 
sposizioni del progetto in discorso; così si crede li- 
bero il campo di esporre quelle idee e riportare 
quei fatti che si ritenga possano essere di vantag- 
gio ad opera di tanta mole, e di tanto utile o fu- 
nesta conseguenza (a). 

7. Le considerabili somme che debbono impie- 
garsi per una intrapresa cotanto grande , e 1' im- 
menso interesse che lega la toscana tutta al suo 
felice successo, raccomandano un profondo studio. 
È di fatto questione del presente e dell'avvenire , 
e per ravvisarne l'importanza, si deve prendere in 
considerazione sotto tutti i suoi rapporti. Molti esem- 
pi di opere di questa natura ci fan sentire « che 
non si dee riputare saggiamente immaginalo o ese- 
guito ciò che ha in se del maraviglioso, ciò che è 
protetto dalla sola autorità, e da un nome che ab- 
bia grido , se fiancheggiato non si trova dalla ra- 
gione » (2). E la ragione in questa opera si basa 

(1) Si veda il Monitore toscano del 15 maggio 1852, o il Ma- 
nifesto giornaliero del porto franco di Livorno del 17 maggio num.110. 

(a) Non abbiamo che accennato di volo i titoli di economia 
pubblica, i quali si addicono alla idea di dare a Livorno un vasto 
e sicuro porto : noi lasciamo ad uomini speciali lo adequato svi- 
luppo di essi. 

(2) De Fazio, Intorno al miglior sistema di costruzione di por- 
ti. Napoli 1828. pag. 61. 



150 
sulla sperienza locale : e l'esperienza , al cui gran 
potere le più sublimi teorie s'inchinano , è , come 
saggiamente rammenta il sullodato cav. Poirel, in- 
dispensable pour retlifìer les conceplions de V esprit , 
ménte le plus pénélrant (1). Così essendo, la guida 
che condur ci dovrà a scegliere quanto di meglio 
la scienza e l'esperienza oggi forniscono pel nostro 
soggetto, saranno i fatti: e nelle scienze di fatto più 
gli occhi han veduto, più vede la ragione. 

ARTICOLO II. 

Costituzione idrografica della spiaggia e costa compresa 
fra Piombino e la Spezia, e più particolarmente 
del lido fra Montenero, la Meloria e la foce del- 
l' Arno. 

8 I porti adunque costituiscono il fondamento 
della prosperità commerciale delle nazioni : e sic- 
come richieggono enorme spesa per la loro costru- 
zione, così la scelta del luogo e la forma e la dis- 
posizione delle opere vogliono essere sottoposte ad 
un rigoroso calcolo di paragone. Con questa ricerca 
giungeremo a distinguere le condizioni essenziali da 
quelle meno necessarie , specialmente quando non 
possono tutte interamente conciliarsi, come nel ca- 
so nostro si presenta. 

9 È noto che le qualità principali di un buon 
porto devono essere: 

1.° Facilità di entrata ed uscita con tutti i venti 
o almeno con tre quarti de'32 rombi: 

(1) Mémoire sus les travaux a la mer. Paris 1841 pag. 26. 



151 

2." Conservazione del massimo fondo dell'acqua 
col minor possibile sagrificio: 

3.° Conveniente tranquillità, e buona tenuta: 

4.° Comodità economiche per le operazioni com- 
merciali: 

5.° Benintesa economia di spesa in rapporto col 
beneficio che si raggiunge. 

10. Per iscorgere se il nuovo porto che si vuole 
dare alla città di Livorno conseguirà queste neces- 
sarie condizioni, è d' uopo cominciare dallo studio 
della indole e della confìgurazine del luogo. Quivi, 
diremo col nostro illustre Cavalieri, quivi convien 
che si studi di mettere a profìtto le naturali dispo- 
sizioni del sito, di supplirne le mancanze, e di emen- 
darne i difetti con opere avvedutamente stabilite e 
combinate, onde ottenerne un porto, in cui si adem- 
piano le varie condizioni volute (1). 

11. La nostra prima ricerca è stata quella di 
conoscere se veramente siavi stato o no cangia- 
mento sensibile di livello nel mare che bagna il 
nostro litorale; ma dopo accurato esame delle opere 
che accennano o trattano di questo importante ar- 
gomento fisico-geografico , ci siamo convinti esser 
pel caso nostro trascurabile un tal cangiamento * 
perchè , se esiste , è ben insensibile. Nulladimeno 
in prova del nostro asserto noteremo che se lo Zen- 
drini, uno de'padri della moderna scienza idraulica, 
lo ammette, l'illustre geologo Paoli ed il distinto 
geografo Repettilo escludono. Il primo dice: « Quanto 
a Viareggio sia cresciuta la superficie del mare non 

(1) Istituzioni di architettura statica e idraulica. Mantova 183t 
§ 786. 



152 

può ben costarmi , ma al certo tal aumento non 
può essere minore di un braccio ( metro 0,58 ) e 
forse più se i luoghi terreni di alcune case, situ- 
ate non lungi dalla fossa e dal torrione, sono quasi 
affatto perduti, perchè sempre annegati , il che al 
certo nei tempi addietro non sarà succeduto; e pure 
tali fabbriche non sono molto antiche: onde con- 
cludentemente si raccoglie che il mare al presente 
riesce più alto di quello fosse in passato: e che il ri- 
tiro che fa, nasce dal ristringersi il vaso, perlochè 
è obbligato a salire più alto nelle sue maree (1). » 
Quantunque il fatto riportato dallo Zendrini sus- 
sista , la conseguenza che questi ne deduce e che 
il Targioni approva , viene dimostrata erronea dal 
Paoli. Dalle ricerche di questi si raccoglie doversi 
un tal fatto all'avvallamento parziale del terreno e 
non all'inalzamento del livello del mare; altrimenti, 
per i confronti fatti in seguito con altri punti, sa- 
rebbe in opposizione colla legge principale dell'idro- 
statica. Sino ad oggi è da lui provata l'invariabilità 
del livello del Mediterraneo (2). Il Repetti si mos- 
tra quanto il Paoli sicuro, e dice che dal secolo di Au- 
gusto fino al sècolo di Leopoldo non appariscono 
variazioni sensibili nel livello de'n ostri mari (3). 

12. Camminano per altro, diremo collo stesso 
Repetti, camminano assai diversamente le bisogne 

(1) Relazione che concerne il miglioramento dell'aria e la ri- 
forma del porto di Viareggio: nella raccolta d'autori italiani che trat- 
tano del moto delle acque. Bologna 1826 Tom. 10, pag. 67. 

(2) Del sollevamento e dell'avvallamento di alcuni terreni. Pe- 
saro 1838. pag. 9 e seguenti. 

(3) Dizionario geografico, fisico, storico della Toscana , al 
vocabolo litorale toscano. Firenze 1855, V. 2. pag. 704. 



153 

in quanto spetta al ritiro delle onde marine dalla 
spiaggia toscana, e al prolungamento del suo litto- 
rale nel giro di pochi secoli in molti luoghi , ma 
con diversa misura accaduto. « Basterà, dice egli , 
basterà di dare un' occhiata al periplo dell' Italia 
antica per convincersi che la posizione delle marem- 
me toscane più vicine al lido fu già un fondo di 
mare , stato aggiunto al continente della penisola 
in un 1 epoca che la geologia suole appellare recen- 
tissima, perchè è l'opera naturale, costante, progres- 
siva dell'abbassamento de'monti, e delle materie che 
le acque correnti seco trascinano col rialzare la 
sottoposta pianura, ed accrescere la spiaggia a furia 
di tomboli o dune parallele fra loro, e così respin- 
gendo sempre più lungi le acque del mare » (1). 

Noi restringeremo le nostre ricerche al tratto 
di litorale che può avere diretta influenza sul porto 
di Livorno, ed in ciò fare saremo anche brevi il 
più compatibile, rinviando il lettore per maggiori 
e più sviluppate notizie sull' argomento al Dizio- 
nario geografico del sullodato Repetti. Noteremo 
in oltre che nel presente articolo tratteremo solo 
dello stato della costituzione idrografica del lido , 
rimettendo all'articolo quinto lo studio degli effetti 
di questa costituzione più specialmente diretto a 
mostrare la natura del luogo che occupa il porto 
di Livorno. 

13. L'andamendo idrografico che si estende da 
porto Baratti, presso Piombino, alla punta Corvo, 
presso il golfo della Spezia, corre , partendo dal 

(l) Opera citata tot 2. pag. 548 



154 

primo punto, il rombo di tramontana 19°. maestro 
passando fra Livorno e la Meloria; e misura fra i 
due punti estremi 67 miglia marine. Livorno siede 
nel mezzo. 

14. A sinistra ed a destra il litorale forma due 
segmenti di cireolo o seni, approssimativamente 
regolari ed eguali , aventi il primo 5 miglia di 
saetta o freccia, e l'altro 6: quindi Livorno forma 
capo. L'intero tratto non ha che undici miglia di 
costa presso ed a sinistra di Livorno, formata dai 
monti livornesi , di piede poco elevato , protratto 
sotto acqua , e quivi abbondante di vaganti arene 
ed alighe marine : il rimanente, spiaggia sottile e 
progrediente in mare tanto a sinistra che a destra 
de'detti monti. Il tratto di costa compreso fra torre 
Calafuria,alla falda di Montenero, sino a Livorno tro- 
vasi sempre abbondante di alighe quanto più si av- 
vicina al porto. 

15. La spiaggia sinistra, come abbiamo accen- 
nato, progredisce in mare: ma, secondo osserva il 
Repetti, con andamento poco sensibile: ed il tratto 
di costa che costituisce il lembo marittimo dei sud- 
detti monti livornesi non offre indizio di alterazione 
sensibile nella sua ripa (1). Noi abbiamo osservato 
che questo lato di sinistra prossimo a Livorno, per 
la costituzione della sua sponda , e per essere più 
scoperto ai venti del largo di quello destro, forni- 
sce ai flutti ed alle correnti masse maggiori da tra- 
sportare verso Livorno di quello ch'esso ne con- 
servi. Ivi nelle grandi tempeste i flutti zappano 

(1) Dizionario citato, al vocabolo Litorale, pag. 705, 706 e 707. 



155 

piuttosto che formano le rive di arena e di alighe, 
e la risacca trae seco discendendo sul piano incli- 
nato della sponda più alluvione di quello che possa 
ricondurvi il frangente : quindi in forza di questo 
lavoro , i materiali sono molto più lungo tempo 
tenuti in sospensione, e per ciò la massa maggiore 
di essi deve viaggiare lungo il lido. 

16. La spiaggia a destra è più progressiva in 
mare della sinistra per le materie che sboccano 
dal Calambrone, dall'Arno, dal Serchio, e per es- 
sere, a parer nostro , il termine e il deposito de' 
materiali convogliati, da sinistra a destra dai flutti 
e dalle correnti litorali , come vedremo a suo luogo. 
Intanto qui noteremo che il Calambrone sbocca 
molta torba a due miglia circa da Livorno, l'Arno 
a miglia 8 |, ed il Serchio a 14. 

17. Le secche e banchi della Meloria sono fram- 
misti di alighe, arena e melma. La stessa costitu- 
zione ha in genere tutto il litorale, di cui si parla, 
e sino a 5 miglia almeno dalla riva in fuori. Per 
il lido livornese tutto ciò rilevasi dagli scan- 
dagli dell'accurato Pian de la rade de Livourne , 
leve en 1846 par MM. Le Bourguignon-Duperrè et 
Bégat ingénieurs eie. Publié an Depót general de la 
marine en 1848. E per il tratto più a sinistra, cioè 
a sopravvento, non compreso in questo piano, si tro- 
vano utili dati nella citata opera del Repetti ed in 
una dotta memoria dell'esimio commendatore Ma- 
netti, direttore generale del corpo degli ingegneri 
toscani. In questa si legge che in detta spinggia le 
alighe triturate in frammenti minutissimi, dopo 



156 

svelte dal fondo del mare, vengono in grandi masse 
spinte al lido (1). 

18. Si vedrà in seguito sempre più chiaramente 
dimostrato come i moti ondosi ed il giuoco delle 
correnti zappano e trasportano le suindicate mate- 
rie, e come in molta maggior quantità vengono 
convogliate da sinistra a destra: quindi tutta la linea 
rigorosamente parlando è di natura importuense. 

19. In questo stato di cose, la buona riuscita 
del lavoro dipenderà più dall'accurato studio della 
costituzione del lido, che da un ben delineato con- 
cetto. Ed invero , in un luogo ove le acque non 
hanno alcuna materia in sospensione, e dove il fondo 
non è suscettibile di corrosioni , la disposizione e 
struttura de'moli per costituire un buon porto non 
dipende principalmente che dalle considerazioni nau- 
tiche, commerciali e militari. In questo caso, cono- 
scendo la direzione de'venti nelle tempeste, la pro- 
fondità dell'acqua, l'estensione dell'ancoraggio o zona 
di stazione necessaria al massimo numero dei ba- 
stimenti di una data grandezza, ai quali convenga 
e possano frequentare il porto , si perviene facil- 
mente, da una mente esercitata nelle grandi opere 
idrauliche, e circoscrivere convenientemente il campo 
per i suindicati bisogni: ma noi non siamo in que- 
sto fortunato caso. L'ingrata costituzione del posto 
ci obbliga a percorrere spinosi sentieri per raggiun- 
gere la meta. » La questione (si legge in una delle 
migliori opere francesi che trattano della struttura 
e costruzione de'porti di mare) la questione si com- 

(1) Sulla sistemazione delle acque della Val di Chiana e sul 
bonificamcnlo delle Maremme. Firenze 1849. 



157 

plica al più alto grado nelle rade e porti , le cui 
acque tengono sospese delle materie ostruenti , o 
siano per tenerne in seguito della disposizione stessa 
de'moli. Perciocché in mare un' opera qualunque 
sorgente o isolata, necessariamente modifica la in- 
dole delle correnti, quella delle maree, l'azione de' 
flutti nelle procelle , e la situazione delle zone di 
acque stagnanti e calme. Da queste modificazioni 
possono risultare, sia un aumento più rapido negli 
interrimenti esistenti, sia lo spostamento di essi in 
altri punti, sia ancora formazioni d'interrimenti in 
una rada o porto ove avanti la costruzione del molo 
non esistevano. È anzi presumibile che le zone di 
ancoramento attigue all'interno di detti moli, pre- 
cisamente perchè esse sono le più calme, saranno 
le più soggette agli interrimenti » (1). 

« Da queste sventure, ci dice il chiaro Afan de 
Rivera, da queste sventure rifugge lo sguardo di 
alcuni de'moderni costruttori, i quali sperano che 
non abbiano effetto o per lo meno non si rendano 
gravi durante la loro vita: e fatti audaci dalla si- 
curezza di non poter essere prontamente puniti 
della loro colpevole ignoranza, prescelgono il modo 
più facile di esecuzione, e menano vanto di aver 
renduto perfetto il porto per la sua tranquillità » (2). 
20. Termineremo questi avvertimenti con un 
altra eccellente massima dedotta dalla sopra citata 



(1) Programme ou résumé de leeoni d'un cours de construclions, 
ole. Ouvrage de f'i'u M. J. Sganzin, quatriéme éclition, enrichie 
Reibell. Paris 1840, tom. 2 pag. 316. 

(2) Del bonificamento del Lago Salpi coordinato a quello della 
pianura della Capitanata. Napoli. 1845 § 138, pag. 479. 



158 
opera francese. « Se d'altronde si considerano le 
difficoltà tecniche dell'esecuzione e del manteni- 
mento, l'enorme spesa di qualcuna di queste opere, 
(la dìgue de Cherbourg aura cónte plus de 18,500 
fr. le métre couranl), ori reconnaitra que Von ne 
saurait apporler trop de circonspection dans X elude 
et V examen des projets de brise-lames et de mòles. 
Le concours des armalenrs, des piloles et des hommes 
de mer expérimentés y est plus nécessaire encore que 
pour des projets de jetèes » (1). 

La necessità di essere assistiti dagli uomini 
pratici di cose di mare e della località è stata ri- 
conosciuta non solo dagli autori del suddetto libro, 
ma da tutti quelli che hanno trattato di questi la- 
vori. I marini, diceva l'illustre C. Dupin, i marini 
rappresentano l'interesse il più generale ed anche 
il più importante per tali opere (2). Ed i governi 
hanno pur essi riconosciuta questa necessità. Quello 
di Francia, per esempio, dopo aver restaurato l'an- 
tico e piccolo porto di Algeri ha voluto crearvi un 
porto militare adatto e ricevere bastimenti di alto 
bordo. Diversi progetti furono successivamente pre- 
sentati dagli officiali di marineria e dagli ingegneri: 
In quello dell'ingegnere sig. Poirel incaricato dei la- 
vori del porto di Algeri venne in virtvi del parere 
emesso da uno de'più abili ingegneri de'lavori ma- 
rittimi, sig. Bernard, appuyé de Vautorilè de plu- 

( 1 ) Del bonificamento del lago Salpi coordinato a quello della 
pianura della Capitanata. Napoli 1845 § 138, pag. 470. 

(2) Sgazi n e Reibell opera citata tom. 2 pag. 318. 

(3) Rapport fait a la chambre des pairs au nom d'une com- 
mission speciale chargée de l'eramen de projet de tot rclalif d 
Vam'eli orationde ports, inserito negli annali marittimi e colonialij 
numero di agosto 1844, alla parte scienze ed arti pag. 438. 



159 

sieurs officiers supérieurs de la marine royale, la di- 
rezione del molo principale e la disposizione del 
porto sensibilmente eambiata. E quantunque questa 
nuova direzione veniva a rendere il nuovo molo 
più esposto ai violenti attacchi de'flutti, di quello 
che lo sarebbe stato col progetto dell'ingegnere » 
pure si eseguì senza replica quanto la marineria 
aveva riconosciuto più vantaggioso per la pratica 
della navigazione (1). Tanto è il peso del parere 
de'marini in queste opere. 

Il citato governo ha voluto inoltre dare a Mar- 
siglia un nuovo porto, come oggi dal governo to- 
scano si vuole dare a Livorno. « Di tutti i progetti pro- 
posti il più ingegnoso era quello del sig. Bernard , 
ispettore generale de'ponti e strade. La di lui idea 
venne dagli ingegneri trovata heureuse , cependant 
elle rì eut point V assentiment des marins du pori : 
quindi si rinunciò a quel progetto. 

« Cosicché le principali disposizioni di queste 
opere esterne ( di moli o antemurali ) come ancora 
della maggior parte di quelle de' porti non possono 
essere deliberate, arrètées, che di concerto con i ma- 
rini, ed anche con gli ufficiali di terra e di mare , 
riguardo alla difesa delle coste » (2). 

21. Le nostre prime riflessioni, nella compila- 
zione di questo scritto si sono basate sopra tutto 
ciò eh' è relativo ai bisogni nautici, e a ciò che con- 
cerne i lavori idraulici. Quindi , e per i consigli 

(1) Poirel, opera citata png 98 e 99. 

(2) Minarci, Cours de construction des ouvrages hjdrauliques. 
de ports de mcr, professe à Cccnle des ports et chaussécs. — Paris 
ÌMG pag. 57 e 83. 



160 

delle riportate autorità , e per nostra convinzione, 
gli uomini pratici sono stati la nostra guida non 
perdendo però di vista i principii della scienza delle 
acque. Ed invero « il puro e semplice pratico ar- 
chitetto d' acqua si mette a pericolo d' ingannarsi 
ogni qualvolta intraprende una operazione dove va- 
riano le circostanze, alle quali d'uopo è aver rifles- 
so; e come queste spesse volte si cangiano , così 
non è meraviglia se spesse volte riescono inutili , 
se non anche dannose , certe operazioni d' impor- 
tanza affidate a puri pratici. La pratica senza là 
teoria è cieca, come riflette il Guglielmini (1). iV at- 
tendez rieri du praticien borné et dépourvu de prin- 
cipes: conduit par une routine aveugle, il vous mon- 
trera sans necessità, ou à son insù, le méme fait sous 
différentes faces; ou il assemblerà au hazard plusieurs 
fails, dont il lui sera impossible d'expliquer les diffé- 
rences individuelles (2). 

In tanta necessità di aver uomini competenti , 
ci consola il conoscere che in questa classica parte 
della nostra Italia non avvene penuria, e noi ci sia- 
mo data cura di far tesoro delle loro cognizioni. 



(t) Zuliani, Ùissertasioni sopra il quesito. Quali vantaggi o 
danni, e in quale stato d'acqua produca nel sistema generale d'un 
fiume la moltiplicità de' suoi sbocchi in mare. ec. Raccolta citala. 
Tom. 12 pag. 111. 

(2) Bossut, Traile théorique et erperimental d' hydrodynami- 
que. Paris 1797 pag. xxxi- 



11)1 

ARTICOLO ih. 

Durata annua de venti. Vento regnante e quello do- 
minante. Traversìa del litorale , del lido e quella 
del porto. Moto de flutti e direzione di essi. 

22. I moti che hanno luogo sulla superficie del 
mare sono quelli che richieggono le più accurate 
ricerche : è da essi che principalmente dipende il 
successo di un porto. D'uopo ò però distinguere i 
moti del largo da quelli che si verificano presso il 
lido, e contro le opere idrauliche. 

Noi qui non entreremo nell'analisi del moto on- 
doso, di cui, dopo Leonardo da Vinci , molti altri 
distinti scienziati si sono dati cura di cercare la 
legge, ne ci occuperemo delle ricerche sperimentali 
di Leonardo stesso, del signor di La Coudraye , di 
Brémontier, dei Weber, di Emy , di Poncelet , di 
Virla ed altri : il nostro scopo in questo articolo , 
ed in altri susseguenti, è quello di conoscere sol- 
tanto gli effetti, che il detto moto produce nel lido 
livornese. Nulladimeno crediamo pregio dell' opera 
fare la qui appresso digressione. 

23. Se giudicar dobbiamo dalle opere pubbli- 
cate, siamo condotti a credere, dover far meravi- 
glia veder citato il nome di Leonardo da Vinci par- 
lando del moto ondoso del mare. In verun' opera 
di nostra cognizione è stato mai citato, anzi tutti 
gli autori di esse credono che il gran Newton est 
le premier qui se soit occupò du mouvement des on- 

G.A.T.CXXXIX. 11 



162 

des (1). Eppure due secoli avanti che l' illustre geo- 
metra inglese accennasse a questa importante ri- 
cerca, il nostro Leonardo nella sua ammirabile o- 
pera Del moto e misura dell acqua se n' era occu- 
pato e seriamente (2). Ed egli fin d'allora non solo 
aveva studiato e descritta la formazione e natura 
dell'onda , ma aveva altresì raccolto e dimostrato 
una lunga serie di leggi e di fenomeni di questa 
complicata ed utile parte della scienza de'fluidi; nul- 
ladimeno fino ai nostri giorni si crede eziandio, che 
tutti ceux qui ont écrit sur les ondes noni parie que 
des ondes couranles (3). Quindi non solo molto 
prima , ma ben anche con molti più particolari di 
Newton, di De la Hire, La Place, Lagrange, Biot, 
Poisson, Cauchy, ed altri, il nostro autore si occupò 
del moto ondoso dell'acqua. Noi non possiamo in que- 
sto scritto analizzare sì vasto lavoro; e nella speran- 
za che sapiente penna rivendichi il primato all'Italia 
anche di questa interessante parte dell'idrodinamica, 
ci contenteremo riportare soltanto quanto possa , 
per alcuni lettori, facilitare l'intelligenza degli ef- 
fetti del moto ondoso per gli studi di cui ora trat- 
tiamo. 

24. L'onda, dice Leonardo, é impressione di per- 
ii) Eray, Du mouvement des ondes et des travaur hydrauliques 
maritimes. Paris 1831; pag, V. De la Place. Suite des recherches 
sur plusieurs points du systéme du monde: inserito nelle Mcmoi- 
res de Vaccademie royale des sciens de V Institut de France anné 
1776 pag. 342. De Montferrier, Dictionaire des sciences mathema- 
tiques pures et appliquées. Paris 1838 »om. 2 pag. 265. 

(2) Raccolta citata tom. 10. Rendiamo tributo di grazie all'eru- 
dito sig. F. Cardinali per avere pubblicato questo prezioso codice 
di Leonardo. 

(3) Emy, opera citata pag. 1. 



163 

cussionc riflessa dell'acqua il di cui impelo 

( ossia propagazione di moto ) è mollo più veloce , 
che V acqua ; perché molle sono le volte che V onda 
fugge il luogo della sua creazione, e V acqua non si 
muove dal sito. A similitudine dell'onda [alla il mag- 
gio nelle biade dal corso de' venti, che si vede cor- 
rere l'onda per le campagne e le biade non si muo- 
vono dal loro silo ce. Questa diffinizione della na- 
tura dell'onda non può essere più esatta e chiara; 
e la similitudine del nostro autore è ripetuta dai 
più recenti trattatisti di questa materia (1). Anzi 
T ispettore Fèvre ha basato un ingegnoso e sapiente 
lavoro sull'analogia esistente fra le onde marittime 
e quelle formate in un campo di grano sommesso 
all' azione del vento (2). Il fatto che il moto dell' 
acqua, nella propagazione orizzontale dell'onda, non 
sia sempre apparente , come fa rimarcare il Leo- 
nardo, oggi si ammette non solo presso il lido, ma 
anche al largo: Ori doit croire que les vagues, mème 
au large, soni animées dans les plus grands venls d' 
une vitesse horizontale nolable (3). 

25. L'onda, ovvero V impeto dell'onda, osserva la 
sua linea infra l'onda immobile fatta nella grandis- 
sima corrente dell' acqua, non altrimenti che faccia 
il raggio solare nel corso de' venti ec. Ed invero in 
molti casi le onde non alterano il corso naturale 
delle acque, nelle quali esse si sviluppano; ainsi un 

(1) Emy, opera citata §. 6 Sganzin e Reibell come sopra p. 171. 
ed altri. 

(2) Annales des ponts et chaussées. Paris 1839, premier seme- 
stre, pag. 1. 

(3) Ninanl, opera citata pag. 14 e lo. 



164 

corps flotlanl à la surface des eaux d' un couranl , 
chemine uvee le courant malgré les ondulalions su- 
perficielles (1). Ma questo fatto soffre eccezione an- 
che contro la corrente de' fiumi , come avverte il 
chiarissimo ispettore Reibell averlo rimarcato il di- 
stinto colonnello del genio Emy (2), ed il nostro 
autore aveva avvertito che l'onde rompono contro il 
corso del fiume, e non mai per il verso del suo corso. 

26. Tanto fa a muoversi l'onda contro all' altra, 
quanto a muoversi V un'onda per se nelf acqua im- 
mobile. Questa é manifesta per la dodicesima e pro- 
vasi ancora per follava che dice, molte sono le volle 
che fonda fugge il luogo della sua creazione, e f ac- 
qua non si muove dal silo ce. Ecco la dodicesima. 

Se getterai in un medesimo tempo due piccole 
pietre alquanto distanti funa dall'altra sopra un pe- 
lago d'acqua senza moto , tu vedrai causare in- 
torno alle dette due pietre due separate quantità 
di circoli , le quali quantità accrescendo , vengono a 
scontrarsi insieme; domando, se futi cerchio nello scon- 
iarsi con suo accrescimento nelf accrescimento del- 
l' altro, esso entra nella sua onda penetrando f onda 
dell'allibo. Come passa n in e nel medesimo tempo , 
che n passa in d (fìg. 6). Ovveramente se tali loro 
percussioni risaltando indietro infra eguali angoli. Co- 
me se e entrando in n saltasse in d , e così d per- 
colendo in n risaltasse in e. Questo è bellissimo que- 
sito e sottile. Al quale rispondo, che se il molo deli' 
impressione dell'acqua fia accompagnalo col molo della 
medesima acqua come occorrerebbe; se i circoli fos- 

(1) Sganzin e Reibell nag. 171. Emy §. 7. 

(2) Sganzin e ReibeJI pag 171. 



165 

sero cagionali da grandissime percussioni, non è dub- 
bio che, ivi creandosi nuovo moto riflesso per la per- 
cussione nell'onda , si cagioni ancora nuova impres- 
sione in modo, che le prime restano distrutte, e così 
e entrando in n, non risalta in d ; né d percotendo 
in d , risalta in e ; ma se il moto dell impressione 
dell acqua fia solamente accompagnato dalV impeto, 
e non dal moto della medesima acqua, dico che rr 
passa in e nel medesimo tempo che n passa in d. E 
la ragione è, che benché ivi apparisca qualche dimostra- 
zione di movimento, l acqua non si parte dal suo sito; 
perché l'aperture fatte dalle pietre subilo si rinchiusero, 
e quel moto fatto dal subilo aprire e serrare dell'acqua 
fa in lei un certo riscotimento, che si può piuttosto di- 
mandare tremore che movimento: e che quello io dico, 
ti si faccia più manifesto, poni mente a quelle festu- 
che, che per loro leggerezza stanno sopra Vacqua, e 
vedrai, che per l'onda fatta sotto loro per V accre- 
scimento di circoli, non si partono però dal loro si- 
lo; essendo adunque questo tale risentimento di ac- 
qua piuttosto tremore che movimento , non si pos- 
sono più incontrarsi, rompersi l un l'altro, perché 
avendo l'acqua tutte le sue parti di una medesima 
qualità, è necessario che le parti attacchino esso 
tremore luna V altra senza mutarsi dal loro luogo; 
perchè stando l'acqua nel suo sito facilmente può 
pigliare esso tremore dalle parti vicine, e porgerle 
alle altre vicine , sempre diminuendo sua potenza 
insino al fine. E perchè in lutti i casi del moto del- 
l'acqua é gran conformità collana, io allegherò per 
esempio l'aria, nella quale benché le voci, che la pe- 
netrano, si parlano con circolari movimenti dalle 



166 

loro cagioni, niente di meno li circoli mossi da di- 
versi principii si scontrano insieme senz'alani impe- 
dimento, e penetrano e passano V un V altro mante- 
nendo sempre per centro le loro cagioni. 

Quando le onde non hanno il vento per causa 
efficiente, come dall'esperienze fatte da Leonardo, 
così da quelle ripetute ai nostri giorni risulta adun- 
que che delle ondulazioni possono incrociarsi in tutti 
i sensi , a similitudine di quelle della luce e del 
suono senza essere arrestate, ne spezzate l'una dal- 
l'altra (1). Les ondulalions coexisleront eri se super- 
posant et se croisant les wies les aulres sans s'in— 

fluencer réciproquement sans que lenr forme en 

soit aucunemenl alter ée (2). 

27. // moto riflesso dell'onda infra V acqua mula 
tanti corsi riflessi per qualunque verso quanti sono 
li obbietti vari in obliquità, che ricevono il molo in- 
cidente di taVacqua ec. Ciò che noi chiameremo col 
commendator Minard risacca per riflessione (3). 

28. L'onda mai è sola, ma mista di tante onde 
quante sono le inequalità che ha V obietto, dove tal 
onda segue. Questa nasce dalla difinizione dell'onda ec. 
Fenomeno della simultaneità di più sistemi di onde, 
per il quale Emy ne fa soggetto di articolo speciale. 

29. Molte onde si possano generare fra la super 
fide al fondo di una medesima acqua in un mede- 
simo tempo, le quali siano voltale a vari aspetti ec 



(1) Sganzin e Reibell, pag. 172. Emy §. 2. 

(2) Poucelet. Notice sur quelques phénoménes produif, à la sur- 
face libre des (luides etc. eie. Annales de Chimie et de phisique. 
Gennaro 1834,. pag. 14 e 15. 

(3) Minarci pag. 22. Sganzin e Reibell. pag. 172 Emy §. 71 a 80. 



167 

Lo studio di queste onde sottomarine rivive a' 
nostri giorni soltanto ; per lo innanzi , secondo ri- 
marca Emy, on ne considerati dans le phénoméne , 
que les ondes de la surface (1). Il existe dono , à 
une certame profondeur , des lames d' une direction 
opposée à celles que Von remar que à la surface (2). 

30. L' onda del mare rompe contro l'acqua che 
fugge dal lido, ove è percossa, e non contro il vento 
che la spinge ec. Quelle que soit V intensità du vent, 
elle ne produil que une nouvelle ondulalion qui croise 
celles existentes, et il nen résidte qu'une ondulalion 
multiple (3). 

31. L'impressione de* moti fatti dall'acqua in fra 
acqua sono più permanenti che l'impressione ch'essa 
acqua fa infra l'aria. Un esempio riportato da Bré- 
montier conferma questo fenomeno. Delle pietre di 
150 a 1200 libbre vennero trovate poussées de plu- 
sieurs pieds , la mer etani ealme. Le vere ras de 
marèe delle Antille possono anche esse avere ana- 
logìa col succitato fenomeno: esse hanno un effetto 
très remarquable sans que le vent paraisse y pren- 
dile pari, e quantunque il mare del largo abbia une 
apparence de calme (4). 

32. L'onda quanto più si muove più si abbassa , 
e più si dilata e più si fa veloce ec. Les ondes qui 
diminuent de hauteur , augmentent presque loujours 
en mime temps d'amplitude, à mesure quelles s'è- 



(1) Opera citata §. 50. 

(2) Frissard, Ecole nationele des ponts et chaussées. Session 1848 
1849, Cours de ports de mer, pag. 39. 

(3) Emy §. 80. 

(4). Emy §. 134, e 143 sino a 148. 



168 

loignent du ccnlre cV agilation (1). Le monvement 
des ondes »' est donc pas uniforme, ainsi que M. 
Lagrange Va suppose dans sa Mécanique analylique, 
mais uniformémenl accelerò (2). 

33. Noi vediamo il mare mandare le sue ondo 
verso terra: e benché Fonda che termina colla terra 
sia V ultima delle compagne , e sia sempre scaval- 
cata e sommersa dalla penultima , nondimeno la 
penultima non passa di là dall'ultima, anzi si som- 
merge nel luogo dell'ultima. Essendo così sempre que- 
sto sommergimene di continuo moto, dove il mare 
con/ina colla terra è necessario che dopo quella sia 
un contrario molo in su il fondo del mare, e tanto 
ne torni di sotto inverso la cagione del suo mo- 
vimento, quanto esso motore ne caccia da se dalla 
parte di sopra ec. Questo contrario moto forma sul- 
le fonds des courans de retour, vers le large , qui 
rcpoussenl les bourrelels de sahle et galels, et les main- 
liennent qtielquefoil à de grandes distances qui dé- 
pendent de la violence hahituelle de flots de fond (3). 

Daremo termine a questo breve estratto del va- 
sto libro di Leonardo sul moto ondoso, avendo noi 
più estesamente trattato questo argomento , nella 
memoria pubblicata nel tomo antecedente di questo 
giornale. Torniamo quindi al nostro principale as- 
sunto. 

34. I venti per la marina sono ad un tempo 

;'t) Fevre, opera citata § 36 

(2) Cauchv, Théoric de la propagation des ondes etc. Memo- 
ria inserita fra quelle presentate a I' Académie royale des sciences 
de Vlnstitut de Fravce etc. 1827. tom. \, pag. 90. 

(3) Emy (j. 178. Boscovich. Del porlo di Rimini raccolta ci- 
tala loro. 7 pajj. 381. 



169 

motori e distruttori; e In loro azione è quasi sem- 
pre funesta ai lavori idraulici. Chiameremo vento 
regnante quello che spira nel nostro lido più giorni 
in un anno che ogni altro: chiameremo dominante 
quello che vi soffia con più forza. Qui appresso avrem- 
mo voluto unire una tavola sinottica che racchiu- 
desse la media di un decennio della direzione, du- 
rata e forza de' venti e delle onde : ma un sifatto 
complesso di osservazioni non esiste registrato in 
Li\ovno (a). 

35 De'trentadue rombi di vento, diciotto sono 
nocivi al porto di Livorno, cioè quelli compresi da 
ostro-sciìocco a tramontana passando per ponente; 
ma non Uriti nello stesso grado e per la stessa 
causa. Pei brevità, e per non ripetere quasi gli 
stessi effetti, parleremo dei detti rombi riunendoli 
due per due, ed intendiamo sieno in essi compresi 
i rombi limitrofi. 

36. L'ostro-scirocco e l'ostro l l A scirocco cor- 
rono il litorale per giungere a Livorno : quindi il 
moto ondose di questi venti non dovrebbe dirsi 
pregiudicevole; ma essi e quello di ostro sono molto 
da tenersi a calcolo per la direzione loro, perchè 
tende ad animar di molto la corrente, che da si- 
nistra a destra si dirige rendendola dominante. Essa 
già per altra causa è la regnante del nostro lito- 



fa) Luogo acconcio per stabilire le macchine necessarie a que- 
ste osservazioni meteorologiche sarebbe il fanale : le persone ad- 
dette al servizio del medesimo e del telegrafo del porto, possono 
con facilità registrare in un giornale a slampa i dati richiesti. La 
sorveglianza di una tal raccolta, affidala all' intelligente cura del- 
l' ispettore de'fanali, non lascerebbe nulla a desiderare. 



170 

rale, come a suo luogo vedremo. Di più è da ri- 
marcarsi che nel lido livornese, quando soffiano 
detti venti , il ilutto giunge alla sponda con dire- 
zione più da libeccio , perchè essi al largo hanno 
una direzione più forcina dovuta allo sbocco del 
canale di Piombino, alla posizione geografica del- 
l'isola di Elba e di Corsica , ed alla tendenza che 
ha il nostro litorale di difendersi. Le alte monta- 
gne della Corsica debbono esercitare sensibile in- 
fluenza in tale deviazione. Così è da osservare che 
la costa dell'isola stessa non può non avere una 
simile azione sul moto ondoso. La sua giacitura 
forma gran baluardo al moto de'marosi che fin 
dallo stretto di Messina, senza aver incontrato altro 
ostacolo, vi percuotono : la naturale riflessione di 
un tal urto li propaga a noi con direzione più da 
libeccio. Quindi quantunque il vento luago il lido 
soffi, per esempio, come ostro-scirocco, il mare 
scende come da ostro */ 4 libeccio. 

In fine noteremo che il vento di ostro , o ivi 
presso, non ha bisogno di molta forza per formare 
delle onde atte a sconvolgere il fondo del nostro 
lido. La natura di questo (17 e 18) e la sua poca 
profondità (figura 2) permette di essere zappato 
da flutti di mite potenza. Il celebre idraulico Mari 
ci fa osservare che non richiedonsi le tempeste più 
forti per sollevar le arene dal fondo del mare. 
Sono a portata di essere prese in collo dall'onde 
ne'venti più discreti (1). E lo Zendrini, anche prima 
del Mari e contro la teoria in allora in vigore 

(1) Mari, Idraulica pratica ragionata. Guastalla 1780 toni. 2 
J?ag- 104. 



171 

sul moto delle onde, avvertiva che le sabbie del 
mare erano tirate da' empi fondi dalle burrasche ; e 
recenti esperienze ci assicurano che la potenza de' 
flutti è molto sensibile anche a 20 m. sotto la su- 
perficie del mare: quindi tutto il paraggio o tratto 
di mare da noi preso ad esame risente sul fondo 
l'azione delle onde (a). 

37. L'ostro-libeccio avvicinandosi alla traversia 
del litorale italiano produce marosi di gran potenza. 
Esso solea il fondo, zappa la sponda e per la sua 
direzione incalza, come l'ostro e suoi affini, la cor- 
rente: e le materie vengono da esso obbligate, 
più ancora che da quelli, a radere il lido e pas- 
sare appoggiate al molo Cosimo (fìg. 2. Si veda 
la linea dello scorrimento delle materie). Quindi 
tanto pel moto ondoso, quanto pel trasporto de' 
materiali d'interrimento, è uno de'più nocivi. 

38. Il libeccio è la traversia del titolale ita- 
liano, ma sulla base del lido livornese forma un 
angolo di 45 gradi. Questo vento è quivi, come 
nel rimanente del suddetto litorale, il più forte, 
ed è quello che più di ogni altro produce po- 
tenti e grandi marosi. Ma nel suddetto lido per 
la sua direzione più che altrove è dannoso nel 
lato degli interrimenti. « Il sig. Lamblardie padre 
ha fiuto rimarcare che, quando la direzione de' 
venti regnanti e de'flutti è perpendicolare ad un 
lido, l'azione di corrosione ò al maximum, ma 
che non avvi traslazione lungo la riva, e che al 

(a) Il padre Castelli, molto avanti lo stesso Zendrini, aveva 
detto che il mare agitato da'venti va sollevando dal suo profondo 
moli immense d'arena trasportandole coli' impeto delle onde .... 



172 

contrario , la prima azione sarà nulla quando il 
vento e paralello alla riva. Egli ne ha concluso 
in forza della decomposizione dello sforzo de'flutti 
battenti contro le pareti ascendenti del lido, che 
il maximum di velocità di traslazione delle materie 
corrisponde ad un angolo di 45.° del vento con il lido. 
Vingénièur italien Zendrini avail déja fait la mème 
observalion dans la Mediterranée (1). Dunque questo 
vento per la sua potenza, per la sua direzione e 
e durata de'flutti e marosi ch'esso, i suoi affini, 
e la idrografica disposizione delle terre circonvi- 
cine propagano, è quello che nel lido livornese 
deve classificarsi come dominante non solo, ma per 
i suoi effetti anche regnante , quindi più nocive 
di ogni altro. 

39. Il ponente-libeccio per la sua forza e per 
la sua direzione deve considerarsi quasi tanto no- 
cevole quanto il libeccio. Esso anzi più di questo 
obbliga il moto delle materie a radere il lido nella 
loro progressiva azione da sinistra a destra. 

40. 11 ponente rigorosamente parlando è la tra- 
versia del lido di Livorno, ed è quello più pros- 
simo alla perpendicolare del molo Cosimo. Esso, 
come i suoi affini verso ostro, è potente e nocivo; 
inoltre produce rilevante risacca nel porto e dentro 
la darsena. 

41. I flutti di ponente-maestro sono raffrenati 
dalle secche e banchi della Meloria che devono pas- 
sare per giungere nel porto: nulladimeno per la 
residuale loro potenza, e per quella che nuova- 

( 1 ) Sganzin, opera citata, lom. 2, pag. 204. Minard, pag. 66. 



173 

inente acquistano nel lungo tratto dalle suddette 
secche al lido, zappano il fondo della rada e pre- 
gni di materie giungono al porto con rilevante azione. 
La risacca da essi prodotta è sempre più sensibile. 

42. 11 maestro è vento di bel tempo. Non 
pertanto dopo aver traversata la rada, le sue onde 
sono molto moleste nel porto, perchè può dirsi 
traversia di questo. E siccome delle volte é po- 
tente, così gli effetti della risacca che produce son 
dannosi ed in tutta la superfìcie del porto. 11 
banco, che ostruisce il centro del porto, salva 
una gran parte de'legni da rilevanti avaree. Colla 
sua direzione questo vento anima di molto le cor- 
renti che da destra a sinistra si dirigono. 

43. Finalmente il vento di tramontana maestro 
e quello di tramontana corrono la spiaggia e sono 
pur essi venti di tempo buono. Ma anche miti in- 
vigoriscono anch'essi la corrente che va in ostro, e 
producono risacca nel porto, molesta ai legni che 
sono al molo Cosimo per la soverchia prossimità 
che debbono fra loro conservare. 

ARTICOLO IV. 

Classificazione delle correnti. Direzione y velocità ed 
effetti delle medesime. 

44. Il mare, oltre al moto ondoso, ha quello 
delle correnti: questo in alcuni casi può avere in- 
fluenza nociva nella direzione che deve tenere un 
bastimento, ma esso può essere sempre dannoso 
per la parte che ha nel cammino degli interrimenti. 



174 

Quindi è di somma importanza per l'ingegnere de' 
porti, di ben conoscerne la direzione e la velocità 
lungo il lido, ed a qualche distanza da questo. Il 
benemerito Belidor parlando della formazione de' 
porti ci dice che « prima di cominciare simili pro- 
getti bisogna esaminare bene le disposizioni de'luoghi, 
specialmente le correnti, per timore che dopo l'e- 
secuzione vi si formano degli interrimenti cagionati 
dalle continue deposizioni di sabbia e di belletta , 
che potrebbero rendere inutili le spese, che vi si 
farebbero. Siccome è cosa rara incontrare delle rade 
perfette, il più gran servigio che possa rendere allo 
stato un uomo incaricato delle costruzioni marit- 
time, è quello di ricercare i mezzi più sicuri e meno 
dispendiosi di migliorare quelle, delle quali si e co- 
stretti a far uso » (1). 

45. Essendo nostro scopo la ricerca di tali 
mezzi, dopo aver trattato della configurazione del 
litorale e del moto ondoso, passeremo ora all'esa- 
me delle correnti, che vi si verificano. Di esse, per 
migliore intelligenza, ne formeremo quattro classi: 
la prima accennerà al flusso e riflusso; la seconda 
al moto litorale o radente; la terza a de'fenomeni 
locali, e la quarta ai canali, o fossi interni. 

46. Si crede da molti che nel Mediterraneo 
non vi siano maree : il certo si è , eh' esse sono 
molto deboli o molto irregolari. Nulladimeno in 
alcuni punti della Sicilia, dell'Adriatico, in diversi 
posti dell'Arcipelago e nei seni della costa di Af- 
frica si rimarcano sensibili cambiamenti di livello, 
e sufficiente regolarità ne'tempi di flusso e riflusso. 

(l) Architecturc hydraulique §. 698- 



175 

Di questo movimento nel litorale toscano ne 
hanno parlato, fra gli altri, l'illustre Zendrini, il 
distinto osservatore Giovanni Targioni-Tozzetti ed 
il chiaro geografo Repetti. Questi per Livorno ri- 
riporta quanto in proposito disse il Targioni , il 
quale copiò dal trattato del flusso e riflusso di Mon- 
signor Ugolino Martelli il seguente passo: « Si vede 
manifestamente alla bocca del Calambrone e di Fiu- 
me-morto, e nel fosso de'navieelli cotesto flusso 
sensibile fino al catarattone di S. Pietro in Grado, 
sicché aiuta il moto de' navicelli troppo carichi , i 
quali sovente sono forzati ad aspettare Vempifondo, 
o l'acqua piena della luna (che così ivi chiamasi il 
flusso del mare ; ) e notasi che vi è stato chi ha 
creduta che il mare Mediterraneo non abbia flusso 
e riflusso, come gli altri mari, ma il fatto è chiaro 
al contrario (1)». Dall'ottimo lavoro dell' ispettor Ma- 
terassi rileviamo che il fondo dell'Arno da Pisa al 
mare riscontrandosi acclive di mezzo braccio circa 
(metro 0,292 ) rende sensibili fino alla detta città 
gli alzamenti occasionati dalle burrasche, e le va- 
riazioni del pel d'acqua dipendenti dal flusso e ri- 
flusso (2). 

47. Per la misura dell' alzamento ed abbassa- 
mento di questo moto nel porto di Livorno, per i 
fenomeni e gli effetti che vi produce, avremmo ama- 
to trovare un giornale mareometro che avesse re- 
gistrato il movimento dell'acqua nell'idrometro; ma 



(1) Dizionario citato al!a voce Mare toscano. 

(2) Del fiume Arno nel compartimento pisano, e de' lavori in 
quello eseguiti dal 1840 al 1847 Pisa 1849. pag. 8 e 9. 



176 

questo studio nel Mediterraneo è quasi ovunque ne- 
gletto. È vero che per poter giungere a sottomet- 
tere questo moto ad una legge permanente e rego- 
lare, d'uopo sarebbe possedere una serie ben lunga 
di minutissime osservazioni ; ma queste cure non 
mancherebbero d' interesse. Contemporaneamente 
alle stesse osservazioni dovrebbe notarsi la dire- 
zione e potenza de'venti, non che la linea marcata 
dal mercurio nel barometro : avvegnaché sembra 
certo che si trovi la causa principale di quel moto 
nella durata di alcuni venti, e nello stato di pres- 
sione della nostra atmosfera. 

11 Manetti , da noi già citato , avendo fatti ri- 
levanti lavori nei canali e nel porto di Livorno si 
è data la cura di tener nota di tal movimento. Ei 
dice: « La differenza fra il basso livello del mare 
e quello alto fu più volte da noi riconosciuta di 
mezzo braccio (0,'" 29). In tempo di burrasche di 
braccia 1, 20 e. ( 0,'" 70). 11 matematico Fantoni 
dice aver più volte verificato alla bocca del Tevere, 
a porto d'Anzio , a Livorno e al Calabrone, anche 
con osservazioni contemporanee, che 1' altezza del- 
l'ordinario flusso ascende a circa nove soldi di brac- 
cio (0,'" 26) » (1). Noi in alcuni casi eccezionali ab- 
biamo osservato che tale altezza giunge sino ad un 
metro quando il tempo sente molto di fuori, e così 
viceversa quasi altrettanto nel riflusso quando sente 
molto di terra: ma in questi casi non può dirsi moto 
di flusso e riflusso. A questo proposito lo Zendrini 
parlando di Viareggio riporta « che quando spirano 

(1) Opera citala pag. 48. 



177 

i venti dall'ostro a maestro > e più di ognuno dal 
libeccio, tanto verso dell'ostro che verso ponente , 
dai quali sconvolto il mare col massimo di sua for- 
za, resta anche stranamente elevato sopra un brac^ 
ciò e mezzo (0,'" 88) dall'ordinario suo stato , co- 4 
me fu riconosciuto con la livellazione praticatasi alla 
fossa di confine il 25 aprile 1735 (1). Lo stesso 
fenomeno rimarca il citato distinto ispettore gene- 
rale Minard. Uinfluence des venls, egli dice, est re- 
lativemenl plus sensible sur la Mediterranée, où les 
marées sont plus faibles que sur VOcean. Les marées 
sur les cótes de la Mediterranée eri France, ne sont 
que de 0, m 15 à 0, m 30, et peuvent ètre portées à 
un mèlre par Veffet des vents, et à des époques ir- 
régulières (2). Passiamo al moto litorale. 

48. Le persone che fino a questi ultimi anni 
più specialmente si sono occupate del miglioramento 
o della formazione de'porti, senza fare distinzione 
di luogo , si accordano quasi tutte a ritenere gli 
interrimenti de'porti o de'lidi come prodotti, in gran 
parte, se non in totalità, dalla corrente che si os- 
serva presso le sponde e che perciò si nomina cor- 
rente litorale o l'adente, (a) 

Per gli effetti di questa corrente, dal Monta- 
nari sino al Brighenti, si è conservata una specie 
di manìa tanto fra i nostri autori quanto fra quelli 
esteri. Noi crediamo essere ciò derivato dall'erro- 
nea teorica del moto ondoso e dal rispetto, in questa 

(1) Relazione e Raccolta citata toni. 10. pag. 33. 

(2) Opera citata pag. 7. 

(a) Secondo il Montanari il moto radente sarebbe di mei. 0,05 
per l" prossimamente. 

G.A.T.CXXXYIX. 12 



178 
parte soverchio , ispirato da quell'illustre astrono- 
mo (a). Ma il profess. Brighenti, abilissimo osser- 
vatore come lo qualifica il Paoli, ha dato impulso 
ad una nuova era; ed oggi quasi tutti hanno ab- 
bandonata la teorica del Montanari. Il cav. Bri- 
ghenti adunque esclude per l'Adriatico l'efficacia 
della corrente litorale, come rilevasi dai suoi scritti, 
fra i quali nei due dotti rapporti sul porto di 
Cesenatico del 23 aprile 1834 e del 13 giugno 1835. 
Egli dichiara risultare dalle esperienze da esso fatte, 
che « in detto porto non verificasi la legge del 
Montanari né quella modificata del Tadini , e 
che perciò inclina a pensare che la direzione del 
moto ondoso delle burrasche valga a guidarci con 
maggior sicurezza Dell'intendere questa maniera di 
fenomeni e nell'applicarvi i rimedi. » Lo stesso 
autore già aveva pubblicato queste sue osservazioni 
nella occasione della sapiente analisi da lui fatta alle 
opere del Tadini [Di varie cose alla idraulica scienza 
appartenenti) nella biblioteca italiana tom. LXV, anno 
17°. gennaio febraro e marzo 1832 Milano (1). Quindi 
ei troviamo naturalmente condotti, dietro il parere 
di questo distinto conoscitore della meccanica de' 
fluidi , a cercare il veicolo àedetritus del fondo , 
nel moto ondulatorio del mare, o piuttosto, come 

(a) Con ciò non intendiamo menomamente fare onta alla me- 
moria di tanto nome e dì quelli, pur anche distintissimi, che 
pieni di fiducia in lui lo hanno seguito senza eccezione. Noi 
come lo crediamo illustre astronomo, così benemerito idraulico 
lo atteniamo. 

(1) Il Paoli aggiunse nuove osservazioni, e sempre pili con- 
fermò l'asserto del Brighenti. Fatti per servire alla storia de'rnu- 
tomenti avncnuli sulla costa d'Italia da Ravenna ad Ancona ec. 
Firenze 1842 pag. 46. 



179 
osserva l'esimio ingegnere idrografico Mounier, nella 
formazione de flutti dei fondo ch'è, secondo la teo- 
rica del colonnello Emy, la conseguenza di questo 
moto (1). 

49. Conveniamo dunque pienamente sulle os^- 
servazioni ed avvertenze del Brighenti, ma sentiamo 
altresì l'obbligo di notare che nel litorale toscano, 
e specialmente presso Livorno, il corso della cor- 
rente è sensibilmente più potente che nel punto 
dell'Adriatico dal sullodato professore esperimen- 
tato. Lo Zendrini avverte che « essendo il movi- 
mento del mare qui nel Mediterraneo (fuori del caso 
delle burrasche) assai debole, non arrivando ad al- 
zare la di lui superfìcie, ne'punti più forti della luna 
che arrivano nella congiunzione del sole, nemmeno 
un palmo romano (0,'"22): e contrastando per con- 
seguenza assai poco questa forza al corso radente, 
succede che questo molto vegeto si conservi : cosa 
che non accade nell'Adriatico, e molto meno nelle 
parti più vicine a Venezia, ove il moto del flusso 
ascende sino all'altezza di quasi due braccia (l, m 16), 
molto rimesso e debole scorgesi il radente « (2). 

Nel portolano inglese del sig. I. W. Norie par- 
lando di Livorno si legge: « Vi è sempre una cor- 
rente dalla tramontana o ostro che manda a tra- 
verso alla rada ; la sua corsa comune è maestro e 

(1) Monnier, Consìdératìons sur la formation des altérrissemenst 
dans les ports, rades, embouchures de riviéres, et sur les études 
qu'il y aurait à (aire avant de projeter des travaux pour l'ami- 
lioralion de ces positions maritimes. Annales maritimes et colo- 
niales, partie non ofliciclle. Paris 1S37 pag. 1299. Emy, opera ci- 
tata § 91 a 142. 

(2) Relazione, e raccolta citata, pag. 32. 



180 

ponente maestro, spesso correndo fortissima: ma ciò 
è molto dipendente dall'azione dei venti » (1). Si 
osserva infatti che se i venti non sono ben sensi- 
sibili, la prora de'bastimenti ancorati in rada non 
si dirige a quelli, ma invece alla corrente (tanta è 
la sua forza), la quale quando è più potente corre 
da ostro-scirocco a tramontana-maestro. Nota D. 

Ma ammessa , nel nostro paraggio , doppia ed 
anche tripla la velocità della corrente rimarcata 
dal Montanari, essa , col mare calmo , come nel- 
l'Adriatico così nel Mediterraneo sarà impotente a 
smovere dal fondo e mantenere incorporate alle 
acque le arene. Se poi il mare è mosso ed agisce 
nel senso della corrente, non abbisogna che questa 
sia molto vegeta per aver sensibile parte nel tra- 
sporto delle arene del nostro litorale e specialmente 
delle melme e delle alighe. 

50. Noi siamo pienamente convinti che fuori 
dei canali lunghi ed angusti, sempre al moto delle 
onde si debba l'intera azione dello smovere , e la 
principale parie nel trasporto de'materiali. Ma ad 
onta di ciò non siamo egualmente persuasi di dare 
ai flutti del fondo , o corrente sottomarina creata 
dalle onde stesse, una velocità tanto grande quanto 
quella di propagazione delle onde, come il colon- 
nello Emy vorrebbe: noi seguiamo volentieri anche 
in ciò il sullodato Mounier. Tuttavolta tal velocità 
orizzontale del flutto la crediamo sempre mag- 
giore a quella delle correnti, che esistono nel Me- 
diterraneo , la quale può essere stimata , quantità 

(i) Traduzione di P. 1, Papanti. Livorno 1849 pag. 13S. 



181 

media, mezzo miglio l'ora, fuorché tra i banchi, 
all'estremità di un capo avanzato e in un canale 
stretto non internato nel lido, ove in qualche caso 
vi sono correnti di un miglio di velocità ed anche 
di due miglia e più ancora. Gradazione che veri- 
ficasi nel capo livornese negli accennati diversi casi 
(dal 36 al 43) (a). 

Lo scopo del presente scritto non obbligandoci 
ad entrare nella sapiente lotta fra i partitami della 
esistenza de'flutti del fondo e suoi effetti , capita- 
nati da Emy, e quelli che ciò non ammettono, alla 
di cui testa è il chiarissimo ing. Virla (1), siamo 
contenti qui accennare soltanto che il flutto solca il 
fondo, e i grani di arena s'inalzano e discendono con 
moto intermittente, descrivendo un'ondulazione pro- 
pria dipendente dalla potenza e dall'angolo d'incidenza 
del flutto sul piano del fondo. Ed è poi facile a 
concepirsi che l'effetto di detta ondulazione, quanto 
allo spostamento delle materie, sarà coadiuvato 
dalla corrente prodotta dal flutto e coadiuvato an- 
cora, o sviato dalla direzione e forza della corrente 
litorale propriamente detta o altra qualunque. 

51. Applicando ora questi studi al nostro lido 
diremo , che quantunque dalle osservazioni da noi 
fatte dobbiamo desumere che la principale corrente 
esistente in questo lido, e che lo rade da sinistra 

la) Resta ben inteso cbe la velocità della corrente, di cui par- 
liamo, si riferisce alla superficie del mare e non al fondo: quivi 
per l'attrito e sempre minore. 

(1) Notes sur le muovement des ondes et sur les travaux h\f- 
drauliques maritimcs. Annales dcs pontsel chaussées. Tom. X. 1S35, 
seni. 2. pag. 215 a 273. Tom. XV. 183S, sem. 1 pag. 70 a 93. 



182 
a destra, acquisti alcune volte velocità anche mag- 
giore a quella che generalmente le viene accordata, 
pure siamo convinti che nelle circostanze in cui il 
mare non è abbastanza mosso da zappare il lembo 
della spiaggia, solcare le sabbie e carpire le alighe 
dal fondo, detta corrente non ha sufficiente potenza 
per sollevare o spingere innanzi le materie in ade- 
sione col fondo e per conseguenza formare o di- 
struggere significanti interrimenti in qualunque punto 
del lido in discorso. Nota E. Ma abbiamo veduto 
quanto facilmente il mare è mosso ed attivo nel 
nostro paraggio , e come le arene sono prese in 
collo dalle onde ne'venti più discreti (36), ed in fine 
come per la costituzione del lato sinistro del lido 
livornese la massa maggiore delle materie smosse 
dai flutti ò obbligata a viaggiare verso il porto (15). 
Sarà quindi facile convincersi , che in queste fre- 
quenti circostanze , ritenuta anche per non vegeta 
la corrente di cui sopra abbiam parlato, essa sarà 
sempre sufficiente veicolo per la natura delle ma- 
terie che fanno corona al porto di Livorno. Resta 
dunque ben fermo . che anche in tempo di mare 
poco mosso devono passare radenti detto porto delle 
masse di materiali d' interrimento, che saranno tanto 
più grandi, quanto la corrente in discorso ha maggior 
rapidità. 

52. Ciò che noi dobbiamo inoltre registrare è 
la durata dell'azione attiva pel trasporto delle ma- 
terie. Poste queste in moto dall'agitato mare , a 
poco a poco col ristabilirsi della calma , il flutto 
diminuisce, la sua azione scema, e giunge al punto 
nel quale essa non può più far muovere le materie 



183 

pesanti. Allora si fa una scelta , una specie di ri- 
parto: le materie leggere si separano e continuano 
ad avanzarsi in ondulazioue. Se la calma si rista- 
bilisce, queste particelle tendono anch'esse a depo- 
sitarsi, discendendo verso il fondo con caduta più o 
meno rapida secondo il grado loro di tenuità (I), se- 
condo l'altezza dell'acqua e la residuale potenza di 
traslazione. Se sono sabbie per esempio, la durata 
della caduta di esse varia da qualche secondo a più 
ore. La conservazione di un giorno , ed anche più 
della zona di acqua torbida che vediamo presso Li- 
vorno dopo ristabilita la calma , ci dà prova del 
tempo che le materie sabbiose ivi sono sospese. Se 
tutto ciò si applica alle melme ed alle alighe di 
cui abbonda il lido in questione (14 e 17 ), dob- 
biamo ritenere che riunendo i giorni di mare agi- 
tato atto a smuovere e trasportare le arene, con il 
tempo necessario alle parti più leggere di esse a 
tornare in riposo, ed in fine con i giorni che oc- 
cupano le triturate alighe per mollemente adagiarsi 
sul fondo, troveremo che presso Livorno una gran 
parte dell' anno vi sono materiali ostruenti galleg- 
gianti. 

53. Or dunque concludiamo, che quantunque la 
corrente da per se sola non ha efficacia di solcare 
il fondo e corrodere il lido, essa però deve aversi 
molto a calcolo: 1.'"° perchè anche debole ha valeg- 
gio di convogliare le nostre smosse materie; 1 d0 per- 
chè la sua direzione regnante e dominante è nel 
senso del moto ondoso più potente e di maggior 

(1) Leonardo da Vinci, Opera citata, libro settimo. Delle cose 
portate dall'acqua. Raccolta citata pag. 39 Li e seguenti. 



184 
durata, ossia di quel moto compreso da ostro-sci- 
rocco a ponente; 3. so perchè la sua azione quando 
anche sia lenta, con tutto ciò gli effetti sono no- 
tabili per la quasi continua presenza, e per la quasi 
costante operazione della causa. 

55. Teniamo ora parola delle correnti della 
terza classe , cioè di quelle prodotte da fenomeni 
locali. Sotto questa categoria noi intendiamo par- 
lar di quelle che a cause accidentali si debbono. 
Nei be' tempi di estate, e specialmente quando do- 
minano i maestrali, ha luogo una corrente che da 
destra a sinistra si dirige, ma la sua durata si pro- 
lunga ben poco oltre quella del vento. Nulladimeno 
essa prende potente parte al trasporto delle mate- 
rie smosse e spinte dal moto ondoso prodotto dai 
venti compresi da ponente a tramontana. Questo 
moto, quantunque generalmente mite, è atto ad agire 
sul sottile fondo che si trova da terra delle secche 
della Meloria: molto più che le materie che Io co- 
stituiscono sono poco pesanti. Lo sbocco dell'Arno, 
e più assai quello del Galambrone tanto più pros- 
simo al porto di Livorno (16), contribuiscono a for- 
nire materiali di facile trasporto. E siccome da que- 
sta parte il porto non ha verun riparo , esso ab- 
braccia ed ingoia tutte le torbe che vi sono dirette. 

55. Resta la quarta classe, sotto la quale abbia- 
mo posto le correnti provenienti dai canali interni. 
Questa è quella prodotta dal fosso, il quale parten- 
dosi dall'Arno presso il ponte a mare in Pisa , e 
percorrendo la pianura, s' introduce nella città di 
Livorno nel punto ove trovasi la bella fabbrica 
detta Dogana d'acqua ed il porto de navicelli} opere 



185 

di pubblica e fiscale utilità dovute al più volte ci- 
tato commendatore Manetti (1). Da qui serpeggiando 
in più sensi nelle vie della città sbocca nel porto 
in due rami, mio per la bocca della darsena , e 1' 
altro sotto il ponte alla sassaia. 

ARTICOLO V. 

Materie mosse dai flutti e dalle correnti , ed effetti 
di esse. 

56. È assioma riconosciuto, cbe per potere ripa- 
rare ai mali ed ai disordini sia necessario inten- 
dere le cause di essi. 

Le materie che interriscono un porto possono 
aver provenienza da sbocchi di fiumi vicini, da li- 
mitrofe spiagge e dal fondo del mare: zappate, so- 
spese e spinte dai flutti o convogliate dalle correnti, 
o da queste due cause riunite nello stesso momento, 
o successivo in un ordine qualunque (§. 50). 

57. In questo lido anche i più leggeri venti di 
fuori agitano le acque presso la sponda e scon- 
volgono le sabbie e staccano le alighe : e le pic- 
cole tempeste possono agire sul fondo del mare fino 
ad una rilevante distanza dal lido, perchè la pio- 

(1) Questa dogana trovasi presso la stazione della via ferrata. 
Si è progettato fabbricare una nuova stazione sulla riva del mare 
presso il porto e condur colà la ferrovia, prolungando questa così 
di oltre 1200 metri. Ma piuttosto che fare tal prolungamento e la 
suddetta fabbrica, non è molto più semplice condurre il mare alla 
stazione esistente ? Con un canale di 160 metri di lunghezza si ot- 
tiene T intento. Noi crediamo che un tal progetto meriti partico- 
lareggiato studio. 



186 

fondita dell'acqua è sottile e le materie sono di fa- 
cile trasporto (§. 36) (a). Quindi siccome l'azione de! 
mare sul fondo è proporzionale all'altezza delle on- 
de , alla profondità dell' acqua , all' andamento del 
fondo stesso, ed alla natura de'materiali che lo com- 
pongono, così per la costituzione della nostra spon- 
da sotto-marina noi vediamo presso Livorno una 
zona torbida molto più estesa e densa che in altri 
luoghi a pari circostanze di vento e di mare. Os- 
servata questa zona da una eminenza presso il porto, 
si vede distintamente eh' essa è più aperta a sini- 
stra ed a destra del porto, quantunque relativamente 
al mare l'ultimo suo limite è più fuori sulla punta 
del capo di Livorno. Il colore è meno denso dalla 
sinistra che dalla destra , il massimo di densità è 
generalmente sul capo. Lo sporto del capo stesso 
inoltra e restringe la zona e perciò ne aumenta la 
densità del colore. Questo fenomemo è il naturale 
prodotto del moto de' flutti , del giuoco della cor- 
rente e delle materie convogliate. Ciò premesso, ve- 
diamo gli effetti di questo lavorìo della natura nel 
lido preso ad esame. 

58. Abbiamo già accennato che tutto il nostro 
litorale , che si estende a sinistra e a destra dei 
monti livornesi, è progressivo in mare (§.14). Così 
pure notammo che nel bacino a sinistra de' detti 
monti non molto sensibile apparisce l'accrescimento. 
Avvertiremo inoltre che uno dei più estesi banchi, 
dopo quello della Meloria , nascondesi sotto la su- 

(a) Gli organi, mercè de'quali le alighe si affissano al suolo, non 
esercitano vere funzioni di radici. ( Meneghini — Lezioni orali di 
geografia fisica — Pisa 1851 pag. 484. 



187 

perfide del mare di Vada alla distanza di circa cin- 
que miglia da terra e dodici da Livorno. 

Vedemmo ancora che il tratto che abbraccia 
il lembo marittimo dei monti livornesi non offre in- 
dizio di alterazione sensibile, sia rapporto all' avan- 
zamento, come all' erosione della sua riva. Quindi 
questo tratto di costa ha la sua indole stabile; ma 
ci rammenteremo sempre ch'esso ha prossima e so- 
pravento, ossia a sinistra, una spiaggia instabile con 
esteso banco ( mar di vetro, conosciuto comunemente 
per secche di Vada ) e che il suo piede subacqueo 
è frammisto di vaganti arene ed alighe marine, le quali 
sospinte dai flutti alla costa, e dalla risacca respin- 
te in mare, sono obbligate a viaggiare lungo esso 
lido verso il porto (§. 15). 

Abbiamo puranco accennato, che la spiaggia a 
destra si avanza più sensibilmente della sinistra. 11 
ricordato Repetti riporta la notizia istorica che la 
torre di Viareggio, situata attualmente dentro terra 
un mezzo miglio, era stata edificata nel 1172 sulla 
riva del mare: e che Pisa all'età di Strabone, os- 
sia nei primi tempi del romano impero, era a due 
miglia geografice dal mare, mentre oggi dista poco 
meno di 5 miglia (1), e di circa 6 3 / 4 (chilometri 
12,402) qualora si faccia la via dell'Arno , come 
rileviamo dal citato lavoro del Materassi (2). Ed in 
fine registreremo, che secondo il Brighenti la pro- 
fi) Opera citata V. 2. pag. 1 J5. Secondo nota il Boscovich l'an- 
damento di detta spiaggia sarebbe più progressivo. Del porlo di Ri mi- 
ni. T. 7. della raccolta di autori italiani che trattano del moto delle 
acque. 

(2) Opera citata pag. S. 



188 
trazione della foce dell' Amo si stima 5 braccia 
( metri 2,92) all'anno (1). 

59. Ma avviciniamoci a Livorno: in questo luogo 
le nostre ricerche devono essere più estese. Anzi 
più scrupolose ancora, particolarmente quanto più 
i fatti sono prossimi ai nostri giorni: quindi non en- 
treremo ad indagare la precisa superficie del vasto 
seno di mare esistente una volta a destra ed in 
prossimità di Livorno, ove presso il fondo vi sor- 
geva la famosa Trilurrita e circoscriveva il celebre 
porto pisano tulio ornalo di stallie e di cospicui edi-~ 
fici (2): né investigheremo il tempo occupato per 
riempire sì vasta superfìcie , molto più che il suo 
interrimento si deve a cause naturali ed artificiali, 
e perciò ben difficile, se non impossibile , sarebbe 
ricavare un medio annuo naturale progresso del lido, 
onde servir di norma ai nostri studi. Noi crediamo 
essere più utile al nostro scopo il dirigere le no- 
stre indagini ai tempi a noi prossimi , ed agli ef- 
fetti prodotti dalle opere di arte per la indole del 
lido. Nulladimeno osserveremo colla valida autorità 
del Targioni, che nei tempi andati le cause natu- 
rali sono state le più gagliarde , e fra queste si é 
distinta una immensa quantità di aliga ed altre piante 
marine, come lo comprova, oltre l'autorità di an- 
tico scrittore , l'escavazione che si fece dirimpetto 
alla fonte S. Stefano, cioè sull'orlo del seno del porlo 
pisano, ove si trovò moltissima aliga putrefatta e quasi 

(1) Sulla bonificazione dei paludi di Bientina e di Massacciu- 
coli. Ferrara 1852. §. 9. 

(2) Tronci, Annali di Pisa, rilusi e corretti da Valtancoli 
Montazio pag. 57. V. 1. Lucca 1842. 



189 

ridotta terra (1). Abbandoniamo adunque i tempi 
antichi e veniamo ai nostri. In questi vedremo che 
l'arte ha lavorato più della natura per l'avanzamento 
del lido. 

60. Livorno a tempo della potenza pisana non 
aveva altro ricovero per i legni, che l'attuale dar- 
sena e neppur dell'attuale grandezza: in essa gì' in- 
terrimenti erano sensibili e si spurgava non di rado 
anche con volare prima tutta V acqua (2). Cosimo I, 
riconosciuta la necessità di ampliare il porto di Li- 
vorno, si determinò alla rilevante opera. Egli sta- 
bilì che un molo da terra ferma giungesse al fanale 
esistente già ove orasi vede fin dal 1303 per opera 
dei pisani; ed un secondo molo si portasse dal fanale 
verso tramontana, e secondo nota il Vivoli, sino di 
faccia alla fortezza vecchia giungesse descrivendo una 
curva per difendere il porto dalla traversìa di mae- 
stro. Tutta l'opera doveva misurare la lunghezza di 
braccia diecimila cinquecento ( pari a metri G090). 
E nel 1587 vi si dette principio (3). 

61. Il granduca Ferdinando I suo figlio nel 1590 
intraprese con zelo la continuazione de' lavori del 
padre, e nel 1606 cominciò il secondo braccio, par- 
tendo dal fanale con dilezione a tramontana-maestro, 



(1) Targioni, Relazione d'aliuni viaggi fatti in diverse parti 
della Toscana ec. Firenze 1768. S edizione, tom. 2. pag. 390 e 391. 

(2) Targioni, opera citata pag. 363 e 373. 

(3) Vivoli, Opera citata, Epoja XI pag. 37, e 60- del t. 3. Gal- 
luzzi , Storia del Granducato di Toscana. T. 3, p. 33, a 37. Fi- 
renze 1781. In questa misura di traccia 10500 dev' essere errore 
di slampa, quantunque dopo il Galluzzi la ripetono eguale il Re- 
petti ed il Vivoli. 



190 

e si chiamò Molo Ferdinando; ma venne tralasciato 
dopo la morte di lui (1). 

« 11 troppo esteso porto, nota l'esatto Galluzzi, 
immaginalo da Cosimo I e non ben eseguito da Fer- 
dinando per i molti ostacoli che s'incontrarono, ol- 
treché non soddisfaceva appieno alle necessarie oc- 
correnze della marina e ai comodi dei naviganti, 
esponeva i legni alle tempeste del mare, assorbiva 
le immondezze del medesimo producendo insalubrità, 
e finalmente cagionava V interramento della fortezza 
vecchia, che posta in isola formava la più valida di- 
fesa e la sicurezza della città. Conosciuta V impossibi- 
lità di tenere nella con V arte tanta estensione di 
acqua, fu risoluto (nel 1611) il ristringerla con una 
forte muraglia a calcina atta a resistere a qualun- 
que colpo di mare, e situala in forma da rigettare 
Valiga marina, e impedire che le fortificazioni restas- 
sero in secco (2)». E l'accurato Vi voli si fa ad av- 
vertire i suoi lettori, come un così sostanziale cam- 
biamento avesse avuto luogo dettato al certo dall'espe- 
rienza, avendo «l'ingegneri osservato il movimento 
ed il corso delle alghe , le quali in copia immensa 
anche allora coprivano il letto del mare (3). 

62. Consideriamo ora questo primo e rilevante 
lavoro ed i suoi effetti. Esso è uno de' fatti molto 
utili per guidarci nella nostra ricerca. Per esprimerci 
più concisamente e chiari avvertiamo, che tauto il 

j 

(i) Targioni, Opera citata toni. 2, pag. 366. 

(2) Gallitzzi, Opera citata T 3, pag. 314 e 315. 

(3) Epoca XII tom. 3 , pag. 173 e 179. In questa parte del- 
l'opera si trovano anche i nomi degli ingegneri riuniti per risolvere 
un tal cambiamento, alcuni de' cuali di nome distinto. 



191 

lavoro del primo braccio cominciato da Cosimo I 
e compiuto da Ferdinando, quanto la parte del se- 
condo cominciata ed eseguita da questi, li compren- 
diamo sotto il vocabolo Molo Ferdinando. Il Molo 
Ferdinando era dunque un braccio, un guardiano, 
un pennello, che dalla costa si prolungava sino al 
fanale , cioè per la lunghezza di circa 880 metri , 
e con un tratto di soli 120 metri dal ripetuto fanale 
si voltava verso tramontana-maestro. Come tale per- 
tanto non copriva i bastimenti da tutti i venti no- 
civi , ma bensì alterava la indole della costa con 
troncare il libero corso delle materie. Quali furono 
i suoi effetti rapporto agli interrimenti ? Quelli di 
assorbire, ossia di ritenere lo materie trasportate dal 
moto de' flutti e dalle correnti in quantità da pro- 
durre, in cinque o sei anni, insalubrità, porre in secco 
la fortezza, di convincersi dell' 'impossibilità di tener 
netto il porto con arte, e quindi obbligare ad un so- 
stanziale cambiamento. Torniamo ai lavori del molo. 

63. Fu Cosimo II che avendo smesso nel 1609 
di continuare il molo Ferdinando , fece nel 1611 
eseguire ciò, che si credette rimedio a tanto male, 
cioè la forte muraglia, ossia il molo Cosimo, detto 
dal volgo Molo Nuovo, il quale dal Molo Ferdinando 
al punto chiamato la sassaia, cioè a metri 400 dal 
fanale verso terra, venne diretto a tramontana 30.° 
ponente con scogliera verso la punta più all' alto 
mare rivolta, cioè per maestro. Questo molo dice- 
vasi condotto al grado di dar ricetto ai bastimenti 
nel 1617. 

64. A quest' epoca una parte dell' antico seno 
pisano eia ancora servibile per i bastimenti di lungo 



192 

corso, mentre fino al 1621 vediamo, che quelli con 
patente brulla si facevano ancorare fra le torri an- 
tiche esistenti alla bocca del porto pisano (1). L'in- 
gegnere Ferdinando Morozzi delineò nel 1618 la parte 
di seno ancora navigabile colle fabbriche che tutta- 
via esistevano. Ed il Targioni nel 1768 scriveva : 
« Non è grand'anni che si poteva col barchetto gi- 
rare attorno, e rasente a queste torri; ma in oggi 
non si può più fare, perchè vi si sono radunati tanti 
tassoni di aliga , che hanno formato delle isolet- 
t.e (2) ». 

65. In quanto alla torre del Marzocco, fino a do- 
dici anni or sono era isola discosta da terra ferma 
180 metri, ed una scafa traghettava dalla riva alla 
torre i militali ed inservienti della medesima. Nel 
1840, con cattivo consiglio, si volle con diga riu- 
nire la torre alla spiaggia : ed il 16 giugno dello 
stesso anno ebbe principio il lavoro che terminò il 28 
aprile 1841. Vediamone gli effetti, perché questo è 
un secondo rimarchevole fatto molto utile per i no- 
stri studi. Questa diga o strada è un ostacolo o pen- 
nello che si è opposto al libero corso delle materie, 
nella stessa guisa che vi si oppose il molo Ferdi- 
nando (§.62). Quali ne sono state le conseguenze? Non 
appena compito il lavoro, si manifestò sensibile au- 
mento della spiaggia da ostro, cioè verso il porto. 
Questo aumento oggi è tale, che si è avanzato a 180 
metri a collo alla diga , lasciando dentro terra ed 
all'asciutto le succitate torri, le quali prima di que- 



(1) Vivoli, Opera citata, Epoca XIV, toni. 4, pag.123 e 162. 

(2) Opera e tomo citalo pag. 379. 



193 

sto lavoro erano tuttavia bagnate e circondate dal 
mare. Misurato sul luogo questo grande ammasso 
d'interrimento si trova di 83,520 metri quadrati di 
superficie, e la massa di metri cubi 125,280 (1); 
e questa massa non è tutta quella cbe percorre que- 
sto paraggio, come ora vedremo. 

La causa di questo grande interrimento è facile 
a spiegarsi. Abbiamo veduto che il moto pili potente 
de' flutti ed il corso più veloce delle correnti pog- 
giano sul capo di Livorno e convogliano i materiali 
da ostro a tramontana (§ 36 a 40 e 51): obbligati 
questi dalla direzione del vento e dalla natura della 
corrente stessa a radere il lido, dopo che hanno ol- 
trepassata la punta del molo Cosimo devono pie- 
gare da tramontana verso greco e dividersi in due 
masse (figura 2. a ). Una di queste, cioè quella che 
dalla direzione del vento viene spinta più diritta- 
mente alla spiaggia, e che corre una linea più verso 
terra di greco-tramontana incontra la citata diga e 
vi si addossa sviluppandosi per forza de' flutti nella 
base ed a sinistra della diga. L' altra massa , che 
segue più d' appresso lo spirito della corrente, ol- 
trepassa la torre del Marzocco e si sviluppa lungo 

(1) Per trovar la massa si k supposto che esistesse prima della 
diga 8 decimetri andati di profondità sotto il pelo ordinario del 
mare in tutta la superfìcie; i quali uniti a sette decimetri raggua- 
gliati di colmo che vi si verifica , abbiamo un metro e mezzo di 
altezza. E da notarsi che presso la galilta, il colmo è molto mag- 
giore: ivi si ammontano a braccia di uomo le alighe che ivi presso 
restano ancora in masse galleggianti dopo le mareggiate, le quali 
molte volte occupano la vasta superficie che dalla spiaggia si 
estende fino sotto le finestre dell'ammazzatoio , cioè sino alla let- 
tera B (figura 2). 

G.A.T.XXXIX. 13 



194 

il lido pisano, più o meno distante dalla detta torre 
secondo la forza e direzione della corrente , del 
vento e de' flutti, come risulta dalle ispezioni della 
spiaggia. 

66. Nò questi effetti mancano di altri esempi: 
la storia delle opere idrauliche ne somministra a 
dovizia : ma noi citeremo soltanto quelli del Me- 
diterraneo e de'più prossimi al nostro lido, e pro- 
dotti per effetto del giuoco stesso delle onde e delle 
correnti che verificasi in Livorno; trascurando an- 
cora quelli relativi allo sbocco armato de' fiumi. 
« Nulla, diremo colle valide autorità dello Zendrini 
e del Manfredi, nulla più può sempre viemaggior- 
mente illuminarci, che il vivo e fedele esempio de- 
gli altri vicini porti di questa spiaggia, onde poter 
trarre sicuro argomento per porre il porto, di cui 
trattiamo, nel miglior possibile sistema (1) ». 

67. La marina di Vico-Equense è formata da 
un piccolo seno di mare pochissimo nella terra in- 
cavato. Alla punta di questo seno dal lato del 
largo è nel mare un grande scoglio, dalla terra di- 
stante oltre cento palmi. Questo scoglio , simile 
quasi ad un piccolo molo, si riunì (per guadagnar 
territorio) alla terra costruendovi una diga. La 
spiaggia non tardò ad ampliarsi. Il furioso mare 
ruppe la diga ed introducendosi di nuovo colla cor- 
rente nel seno di Vico, vi scavò in poco tempo e 
distrusse quella porzione di spiaggia che di recente 
si era formata. L'apertura fu nuovamente barricata, 

(1) Relazione per la divisione de' fiumi Ronco e Montone, Rac- 
colta citata tom. 8., pag. 402. 



195 

e di nuovo la spiaggia tornò ad ingrandirsi; ma per 
la seconda volta ancora la barricata fu distrutta dal 
mare, ed ugualmente disparve la spiaggia. Un fatto 
tutto simile a quello della marina di Vico ha avuto 
luogo nel piccolo seno della marina di Atrani nella 
costa di Amalfi (1). 

68. Due altri esempi abbiamo in Anzio: uno di 
questi fu il guardiano ossia molo Panfilio, spiccato 
dalla spiaggia coll'intendimento d'interrompere il 
passo ai sabbioni che si supponevano venir da le- 
vante, come vengono infatti. Ma con questo impedi- 
mento altro non si faceva che ammucchiarli e ra- 
dunarli in maggior copia davanti alla bocca del 
porto : e il danno fu così evidente , che convenne 
ben tosto abbandonare l'opera incominciata , anzi 
distruggerla (2). L'altro è questo. Il molo Innocen- 
ziano è innestato al braccio sinistro del Neroniamo, 
come il molo Cosimo è innestato al molo Ferdi- 
nando, colla sola differenza che quello apre il porto 
a levante, e questo a tramontana. Colà il molo si- 
nistro Neroniano s' inoltra ancora in mare più 
dell' lnnocenziano , ed all' angolo che questo for- 
ma col Neroniano è un' apertura come quella 
che vediamo fra il molo Ferdinando e quello Co- 
simo. In Anzio, come poi a Livorno, si volle 

(1) De Fazio Opera citata pag. 42. 43. e 44. E da rimarcare 
che in questi due fatti si voleva, da chi eseguiva i lavori, aumentare 
l'interrimento ossia la spiaggia : in questi casi I' arte agiva 
con giudizio. 

(2) Venturoli, Dell'antico e del presente stato del porto d'An- 
zio. Memoria inserita fra quelle di matematica e di fisica dalla so- 
cietà italiana delle scienze residente in Modena T. 23. art. il 
pag. 327. 1842. 



196 

chiudere queir apertura: ebbene, che cosa accadde 
in allora ? Tanto lungo il molo Innocenziano, quanto 
lungo quello chiuso Neroniano , di mano in mano 
le arene si alzarono , e giunte al livello ordi- 
nario dell'acqua lo superarono ancora da formarne, 
un passeggio, ove, anche col mare alquanto mosso, 
si percorreva a piedi asciutti. Minacciato perciò 
l'interrimento dello intero porto, fu riaperto il tratto 
chiuso; e le onde e le correnti liberarono di nuovo 
gl'interriti moli (1). Quindi accadde in Anzio quello 
che, come or ora vedremo, è accaduto in Livorno: 
e se qui non si passeggiò a piedi asciutti da fuori 
la scogliera del lazzeretto S. Rocco sino verso la 
punta del molo, si fu perchè la maggior quantità 
de'materiali trattenuti era aliga, la quale tarda molto 
a rendersi praticabile. 

69. A Brescou, alla dritta del monte d'Agde, si 
voleva creare un porto prendendo sul mare lo spa- 
zio necessario, come ora si è progettato per Li- 
vorno. Un molo venne a quest'effetto costruito, il 
quale attaccato alla falda del monte direttamente 
si opponeva al passaggio delle materie; mais les 
ensablemenls, qui s'ètaienl manifestés aussitòt, avaienl 
fait renoncer a cette entreprise (2). 

70. A Celle quantunque il piede del monte si 
avanza poco in fuori della linea generate del lido, 
formava nulladimeno un piccolo promontorio , che 

(1) De Fazio, Opera citata pag. 213. Venturoli, Memoria ci- 
tata art. 12. e 18. 

(2) Raffineau de Li le, Extrait d'un rapport sur les proiets 
d'amélioration et d'agrandissement du port de Cette. Extrait de* 
Annales des ponts et chaussées. Paris 1841. pag. 7. 



197 

sembrò agli stati di Linguadoca favorevole per 
piantarvi un porto. All'opposto del resto di quel 
lido, sopra l'intero sviluppo del quale non si rin- 
veniva che una spiaggia sottile che non permetteva 
ai bastimenti di avvicinare alla sponta, si trovava 
immediatamente al piede del monte di Cette una 
profondità di 6 a 8 metri, ed il fondo era di sco- 
glio non ricoperto da sabbia. Questa posizione e 
la costituzione del lido hanno molta analogia con 
la nostra. Prevaleva in chi aveva l'incarico del pro- 
getto qiCon devait faire moins atlention a la possi- 
bililé des ensablement, qiCà la necessitò de protégcr 
Vembouchure du cariai et de mettre en sùreté les na- 
vires qui se présenteraient pour y entrer. E egli vero 
che per sostenere un recente progetto per Livorno 
si vuole anche qui far prevalere un cosi rovinoso 
principio ? Fatalmente il progetto di Cette venne 
approvato ed eseguito: il che speriamo non accada 
in Livorno. La prima pietra del molo S. Luigi fu 
posta con gran sollennità il 29 luglio 1666 , esso 
partiva dalla punta dello slesso nome. Poco tempo 
dopo si lavorò all'altro molo detto di Frontignano; 
Protratto il molo S. Luigi a 317 tese di lunghezza 
(pari a m. 618) esso produceva di così buoni effetti, 
che si credette essere inutile ulteriore prolunga-a- 
mento. Ma dopo soli dieci anni le port, aprèc avoir 
d'abord tenu les vingl-quatre galéres du voi , s'était 
lellement ensablé, quHl ne pouvait plus recevoir qne 
quatre rangs de barques ou petiles navires sur un fond 
9 a 15 pieds d'eau ! A quest'epoca si valutava a 
ducento mila lire tournois la spesa per Io spurgo, 
sans compier Ventreiien: sicché avuto risguardo alla 



198 
differenza di eosto, la stessa quantità di spurgo co- 
sterebbe in oggi seicento mila franchi. Dopo questo 
primo spurgo vi restava una enorme spesa annua 
per siffatto solo titolo (1). Il celebre Vauban, visi- 
tato nell'agosto del 1681 il porto, emise in una me- 
moria questa osservazione: Si l'ingénieur èut en du 
bon sens et un peu de science, il aurati connu que 
pour combler et atterrir promptement un endroit de 
la mer ou d'autre eau qui a du mouvement, le plus 
sur moyen est de fluire une digue opposée au courant 
joignant et au-dessun de a"endroit qiion veut com- 
bler, parce qualors feau étant presque sans mouve- 
ment n'a plus la force de soulenir ni pousser plus 
loin les sables, terres, etc. que le courant entrarne . . . 
L'ingénieur devait s'en rapport à Vexpérience qu'il 
avail ù trois lieues de Celle au pori d'Agde sous le 
fort Brescou (2) della quale noi abbiamo par- 
lato ( § 69 ). 

In virtù delle immense spese già fatte, e dei 
molti interessi locali, si è voluto tentare ogni mezzo 
d'arte per eliminare almeno i difetti della natura: 
quindi nuovi moli , prolungamenti degli esistenti , 
spurgo incessante e vistosissimo, ma tutto con poco 
frutto. Chiuderemo quest'esempio con rimarcare, che 
ad onta di tanti sagrifici si può oggi ripetere quello 
che diceva il chiaro ingegnere Mercadier, cioè che 
on est convaincu que ce port, de Celle, n'a qiCune 
existence précaire (3). 

(1) Raifeneau de Lile, Opera citata pag. 7. e seguenti. 

(2) Vauban, In Minard opera citata pag. 231. e 232. 

(3) Bescherches sur les ensablemens des ports de mer , et sur 
les moyens de les empécher a l'avenir. Montpellier, 1788. §§ 77. 



199 

71. Ma torniamo a Livorno, ove |un' altra pre- 
ziosa esperienza non lascia più nulla a desiderare: 
essa sola basterebbe ad ammaestrarci sugli efletti 
che produr debbono ostacoli posti al libero pas- 
saggio delle materie presso il molo Cosimo. 

Prima di riportar questa esperienza sarà pre- 
gio dell'opera far osservare al lettore che da una 
veduta dell' antieo Livorno allorché fu comprato dai 
fiorentini l'anno 1421 (1) si rileva che ove ora si 
trova gran parte della piazza di Marte e tutto il 
lazzaretto S. Rocco era mare. Quindi da quell'epoca 
ad oggi si è aumentato il lido di circa 550 metri. 
Non abbiamo potuto rintracciare una storia artistica 
delle precipue cause di questo aumento : ma cre- 
diamo poter asserire, senza tema di essere con- 
traddetti, ch'esso si deve al molo Ferdinando e pur 
anco ai lavori di costruzioni e d'interri. In una ve- 
duta della città e campagna di Livorno, presa dalla 
cima del fanale l'anno 1784 , del bravo Terreni 
livornese, esistente in casa del gentilissimo sig. Bor- 
ghini, si rileva che i molinacci, poco fuori la porta 
a mare, erano a quell'epoca lambiti dal mare; oggi 
distano da questo circa 100 metri. 

In comprova della nostra opinione sulla causa 
principale della protrazione del lido accollo il porto 
di Livorno, riporteremo un passo del più volte ci- 
tato Vivoli. Questo passo ci da auche ragione sul 
motivo che indusse a lasciare una certa apertura nel 
molo Ferdinando, che poscia ne' nostri giorni venne 
chiusa. Ecco le parole del eh. Vivoli: « Ora avendo 

(1) Pubblicata dal sig. Gio. Battista Guerrazzi Livorno 1814. 



200 

gl'ingegneri osservato il movimento ed il corso delle 
alighe, le quali in copia immensa anche allora co- 
privano il letto del mare in tutta l'estensione della 
rada sino alle secche della Meloria, e fatta seria at- 
tenzione alla direzione, che a seconda dello spirare 
de' venti e della violenza delle correnti , le alighe 
stesse regolarmente tenevano, risolvettero senza più, 
coli' annuenza al certo di Ferdinando, di non pro- 
trarre per intero dal fanale alla terra il braccio del 
molo, che doveva chiudere il porto dal Iato di oriente 
e della sassaia , e di lasciarlo invece per una por- 
zione aperto , onde dar luogo in quel punto al li- 
bero correre delle alighe, ed impedire che ivi for- 
massero degli ammassi pregiudicevoli al porto stesso. 
E che in effetto ciò si eseguisse in correzione e mo- 
dificazione del progetto ec. (1) ». 

Veniamo ora all'esperienza, di cui sopra, la quale 
sarà un terzo fatto capitale perchè locale. 

72. Con più cattivo consiglio di quello della diga 
di Marzocco, si era voluto nel 1838 unire anche il 
fanale col lazzaretto S. Rocco, chiudendo quella por- 
zione di molo lasciata aperta come dice il Vivoli. 
Compito questo lavoro, non potevano non risentir- 
sene subito i suoi tristi effetti. Le materie, di cui 
sopra abbiamo parlato, rattenute da questo non più 
interrotto ostacolo , vi si accollarono a sinistra ed 
a destra , ma più da questa che da quella parte. 
Un tal fatto produsse un ben fondato allarme ne' li- 
vornesi che vedevano in ciò l'intera rovina del porto, 
ed una, causa di cattive esalazioni, e nel 1845 si ria- 

(1) Vivoli, Epoca XII, tom. 3, pag. 178, e 179. 



201 

prì in parte quanto era stato chiuso. Ma ciò non fu 
sufficiente, e l'inquietudine durava: quando il prin- 
cipe di persona visitò il luogo e decretò subito si 
riaprisse interamente il tratto chiuso. E V interri- 
mento venne dalle prime mareggiate spazzato. Ciò 
accadde nell' anno 1850, epoca in cui i lavori del 
porto erano passati col primo di gennaro al corpo 
degli ingegnieri, alla cui testa vi era l'attuale diret- 
tore sig. commendatore Manetti. 

73. Prima di tirar conseguenza da questo e da- 
gli altri esempi, crediamo necessario rendere ragione 
del perchè la massa delle materie era maggiore dalla 
destra che dalla sinistra. E per verità questo accumu- 
lamento di materie dovendo essere il prodotto delle 
stesse cause di quello alla diga del Marzocco (§ 65), 
si ha luogo di rimarcare che la massa più grande 
delie medesime si è verificata nella parte di tramon- 
tana dell'ostacolo, mentre al Marzocco si trova sol- 
tanto dalla parte di ostro : e questo fenomeno si 
vede ripetuto anche in oggi , perchè dopo le ma- 
reggiate de' venti di fuori una certa quantità di alighe 
si trova addossata all' estremità interna del tratto 
di molo che tuttavia dal fanale alla terra si dirige. 
Le persone pratiche del luogo da noi interpellate 
per spiegare questo fatto, suppongono l'esistanza di 
una corrente proveniente da maestro, la quale rac- 
cogliendo le sconvolte alighe a traverso le secche e 
banchi della Meloria per scirocco le conduca. Noi 
non persuasi della esistenze ed efficacia di questa 
corrente particolarmente nelle circostanze in cui sof- 
fiano i venti suddetti, e volendo eseguire il saggio 
consiglio del Lorgna, il quale dice che « giova bene 



mi 

spesso cogliere la natura nel suo lavoro , essendo 
più agevole accorgersi de' suoi artifici nell'atto stesso 
dell' operazione che non ad operazione compiuta: » 
siamo appoggiati all'osservazione che di persona ab- 
biamo fatto sul luogo. Con essa spieghiamo il fe- 
nomeno, senza ammettere altro veicolo che quello 
stesso che opera al Marzocco. 

Si porti uno alla parte di fuori del molo Cosimo 
quando il mare è in procella, e rimarcherà che ivi 
si verificano le risacche , con tanta precisione de- 
scritte dal nostro Leonardo da Vinci (§ 27), ed ivi 
si scorgerà altresì la quantità di alighe, di cui sono 
pregne le onde. Difatti quando i flutti, fiotti o ma- 
rosi percuotono una parte degli scogli del molo sud- 
detto, stante la giacitura di questi e la direzione di 
quelli, vengono in parte respinti nell'interno del molo 
Ferdinando a tramontana del fanale , e da questo 
colla diminuita energìa tornano riflessi verso l'altro 
pezzo di braccio, che dal fanale stesso è diretto a 
levante. Ed è tale la potenza del flutto riflesso dal 
molo Cosimo, che si vede elevare e frangersi con- 
tro la parete interna del braccio di tramontana dal 
fanale, da contrastare il passaggio de' flutti del largo, 
i quali, percosso al di fuori questo braccio, lo sca- 
valcano. Nel ricovero formato dai suddetti due bracci 
del fanale, cessata nei flutti la potenza di riflettersi, 
e trovando uno spazio di acqua meno agitato che 
altrove, vi depositano le materie. E questo deposito 
doveva essere tanto più sollecito ed esteso quando 
era interamente chiuso il braccio dal fanale alla co- 
sta, ossia quello diretto per levante. 

Questo lavorìo di risacche non può aver luogo 



203 

addosso alla diga a tramontana della torre del Mar- 
zocco, perchè quivi i flutti o marosi si frangono in 
una regolare e sottile spiaggia sabbiosa di dolce in- 
clinazione , ove essi si sviluppano liberamente ; e 
quella risacca, che tuttavia ne consegue, allontana e 
non avvicina le materie alla diga; e di più la sud- 
detta torre non ha un braccio che dal piede di essa 
si protragga verso tramontana, come esiste al fanale. 
Oltre alla spiegata risacca , due altre cause di 
minor efficacia ebbero parte, a parer nostro, ad ac- 
cumulare più vasto interrimento dal lato di tramon- 
tana del fanale che da quello di ostro. La prima fu 
quella delle materie sbalzate dagli sbruffi de' flutti che 
dalla sinistra alla destra oltrepassano lo stretto brac- 
cio che univa la costa al fanale. L'altra dev'essere 
stata il noto fenomeno che soffre la direzione della 
corrente lungo una costa. Toute saillie ou renfonce- 
ment brusque dans le fond des alterrages ou sur les 
còles donne lieu à des tournoiements, à des change- 
ments de directions; ces effets sont d'automi plus sen- 
sibles que la vitesse des courants est grande (1). Fe- 
nomeno de' ritrosi, una lunga serie de' quali è stata 
raccolta da Leonardo (2). 

Questa spiegazione ci sembra sufficiente per di- 
mostrare che ad una sola causa si deve V interri- 
mento del fanale e quello del Marzocco; e se taluno 
non fosse di ciò abbastanza persuaso, rimarcheremo 
inoltre che se 1' interrimento alla parte destra del 
fanale fosse stato il lavoro della supposta corrente 
da maestro, noi riteniamo che simili masse di ma- 
li) Minarci, Opera citata pag. 31, e 32. 
(2) Opera e Raccolta citata tom. 10 pag. 342 a 356. 



204 

terie si sarebbero dovute verificare , e si verifiche- 
rebbero nella parte di tramontana della diga di Mar- 
zocco, e più ancora nel vasto sacco che costituisce 
il bacino dell'attuale porto di Livorno. Il che non 
ha avuto e non ha luoeo. 

74. Che se ai fatti locali sopra descritti se ne 
volessero aggiungere altri molti, basta fare una pas- 
seggiata lungo la costa da Livorno a Montenero. Da 
essa si raccoglierà che ogni sporgenza , ossia ogni 
diga naturale di scogli o seno qualunque, è il ricet- 
tacolo di materie ostruenti, e tutte nella stessa guisa 
e per la stessa causa rattenute. 

75. Da questi esempi risulta adunque ampia- 
mente dimostrato che in Livorno, anche più che al- 
trove, i tristi effetti del moto delle materie sono lo 
studio principale per l'utile riuscita del nuovo porto: 
car, à quoi seri de savoir construire ces ouvrages avec 
solidità , si V on ne saìl déterminer les emplacemens 
qui leur conviennent, pour cmpècher les ensablemens 
au lieu de les favor iser (1) ? Non basta al eerto che 
l'ingegnere, a cui è stato affidato il progetto e l'ese- 
cuzione di un nuovo porto, non lasci nulla a desi- 
derare di meglio per i mezzi di esecuzione , per i 
metodi ben intesi e per le macchine più ingegnose; 
mais est-ce dans ces détails seulement que doit se 
trouver la garanlie du succes, n est-ce pas plutòl dans 
la base du projet quii faut chercher les molifs d'une 
entière sécurité pour Vavenir (2)? 

76. Daremo fine a questo articolo riportando 
colle parole del benemerito professor Cavalieri una 

(1) Mercadier, Opera citata pag. vi. 

(2) Emy, Optra citala §: 282. 



205 

massima importantissima da aversi non solo pre- 
sente nel caso de' porti di mare, ma egualmente ap- 
licabile ad ogni altro genere di grandi costruzioni 
idrauliche: « doversi, cioè, dirigere l'operazioni del- 
l'arte a correggere i difetti naturali del sito, sempre 
però studiando non solo d'accertarsi che quelle val- 
gano alla prima a produrre un soddisfacente effetto, 
ma ben anche di presagirne le future conseguenze; 
poiché non di rado accade che un espediente con- 
facentissimo dal bel principio per un divisato scopo, 
diviene col progresso del tempo , pel cangiamento 
che esso medesimo induce nello stato delle cose, ad 
esso scopo contrario , ovvero cagione di nuovi in- 
convenienti: il che prevedendo l'accorto architetto si 
deciderà ad abbracciare più adattato temperamento. 
E quando il raziocinio o l'esperienza facciano an- 
tivedere, ovvero il fatto dimostri 1' inutilità d' ogni 
umano sforzo a soggiogare la potenza e la pertina- 
cia di qualche naturale contrarietà, il vero consiglio 
si è quello di abbandonare ogni tentativo tendente 
a violentar la natura, e di scegliere piuttosto altri 
mezzi, i quali per così dire blandendola, la disar- 
mino, e la rendano propizia ai nostri divisamene (1).» 

(1) Cavalieri, Opera citata Jj. 790. 



206 

ARTICOLO VI. 

Succinta descrizione e breve parere de* priticipali pro- 
getti presentali al governo per migliorare il porto 
in discorso, prima della presentazione del progetto 
Poirel. 

77. A nostra notizia tre sono i progetti princi- 
pali presentati al governo prima del progetto Poirel. 

PRIMO PROGETTO. 

78. La sostanza di questo è la costruzione di 
un molo sanitario, così chiamato nel progetto stesso. 
Il molto soffrire, a cui van soggetti i bastimenti in 
rada (§4) ove sono obbligati ad ancorare per consu- 
marvi la contumacia, suggerì un tal molo. Con esso 
si darebbe ai bastimenti conveniente ricovero. 

Questo molo (figura 1) dovrebbe partire dal brac- 
cio di tramontana del fanale continuando in linea 
retta, per metri 241, la stessa direzione di quello 
incominciato da Ferdinando I; e proseguendo curvi- 
lineo svilupparne altri 425, in tutto 666 metri. Da 
tali disposizioni risulterebbe una bocca di porto di 
metri 70 netti, formata dalla punta del molo Co- 
simo e da quella del sanitario. Il tratto dal fanale 
al lazzeretto s. Rocco resterebbe con l'apertura che 
ora vi esiste. Un taglio da praticarsi nel molo Co- 
simo permetterebbe ai legni a vela ed ai piroscafi 
la comunicazione interna fra un porto e l'altro (1). 

(1) Rendiamo grazie al bravo capitano della marineria toscana 



207 

Vediamo quale sarebbe, a parer nostro, il risultato 
di questo progetto. 

79. L'apertura fra il fanale e il lazzaretto salva 
il progetto dagli inconvenienti relativi alla chiusura 
di essa; cioè dall'interrimento verificatosi dalla parte 
di ostro quando detta apertura venne chiusa. Essa 
infatti lascia libera l'entrata alle materie provenienti 
da ostro. Ma deve ragionevolmente ritenersi che per 
le forma del progettato molo, per 1' angusta bocca 
che esso lascia da tramontana, per il taglio del molo 
Cosimo, per gli effetti de' flutti di sinistra che im- 
boccano nella suddetta apertura e per la natura del 
giuoco delle correnti, le materie non potranno es- 
sere egualmente libere e dirette nella uscita dalla 
bocca. E nostra opinione ch'esse si dividerebbero in 
quattro parti principali. Dna si fermerebbe nel nuovo 
tranquillo ricovero fra gli angoli de' bracci del fa- 
nale, fra la curva del nuovo molo ed i bastimenti 
in esso ormeggiati, ivi condotta dalle risacche de' flutti 
di sinistra e dalle correnti: 1' altra entrerebbe nel 
taglio del molo Cosimo e s' introdurrebbe nell' at- 
tuale porto: la bocca, per essere stretta ed adiacente 
alla punta del molo Cosimo, obbligherebbe una parte 
di essse materie a radere di molto questa punta ed 
entrare, anche per questa via, nell'attuale porto: la 
quarta finalmente uscirebbe di nuovo nel libero mare. 
Che se il taglio del molo Cosimo col mezzo di una 
porta si chiudesse nelle circostanze di maggior af- 
fluenza di materie , queste lascerebbero tracce più 
vistose nel nuovo ricovero. Dunque sotto il rap- 

sig. Giuseppe Bartolani che ci favori copia del disegno di questo 
progetto, 



208 
porto degli interrimenti il progetto in discorso si pre- 
senta con gravi difetti. 

80. Ma esso presenta altro difetto più grave an- 
cora, sotto il rapporto nautico. Una sola bocca, non 
più larga di 70 metri ed aperta per tramontana, 
non sarebbe di certo atta a permettere l'entrata ai 
legni a vela , quando questi ne avrebbero maggior 
bisogno. Con tutti i venti più nocivi, cioè di sini- 
stra, e quando il mare è sconvolto, i detti legni di 
ogni grandezza sarebbero scartati dalla ripetuta boc- 
ca: e se alcuno di essi entrar vi potesse, l'attiguo 
molo Cosimo, e sottovento al legno entrato , non 
potrebbe evitarsi senza straordinari, e non sempre si- 
curi aiuti: quindi 1' approdo sarebbe anche più peri- 
coloso e di più serie conseguenze di quello che lo sia 
nell'esistente porto. Ogni uomo pratico delle cose 
di mare e' intende benissimo senza ulteriori dimo- 
strazioni. 

81. In complesso poi ci sembra, che la grande 
spesa dell'opera non darebbe un corrispondente be- 
nefìcio. Difatti un braccio più lungo di 166 metri 
dell'esistente molo Cosimo, e quanto questo per ne- 
cessità solido e comodo, non aumenterebbe che di 
due terzi la superficie dell'attuale porto, e di que- 
sti la sola parte del molo nuovo darebbe conve- 
niente stanza ai bastimenti , perchè lungo il molo 
Cosimo verrebbero ad essere molto danneggiati dal 
mare di ostro, ch'entra nell'apertura del molo Fer- 
dinando, e molestati dalla corrente e materie, che 
lunghesso il molo Cosimo camminano. Questo molo 
solido, grande e comodo, e che ha costato allo stato 
rilevanti somme, passerebbe a fare l'ufficio di muro 



209 

di tramezzo senza che i legni dalla parte del nuovo 
porto vi potessero operare: quindi anche sotto que- 
sto ristretto officio resterebbe oggetto incomodo se 
non si vuole nocivo. Noi invece riteniamo che sia 
cosa utile e lodevole il ricavare il massimo bene- 
ficio possibile dalle opere esistenti, e specialmente 
da una di sì gran valore. 

82. In genere questo progetto ha la simpatìa di 
molti, non esclusi i marini. Esso sarebbe in certo 
modo il compimento del progetto di Cosimo I (§.60), 
ed ogni storico , che dopo queir epoca ha parlato 
del porto di Livorno, consiglia l'esecuzione del con- 
cetto del primo granduca de'Medici. Ma oggi esiste 
il molo di Cosimo li, il quale non può essere tra 
scurato, e per noi forma 1' ostacolo principale alla 
convenienza del molo sanitario nel modo come è 
stato proposto. Nulladimeno sì favorevole e gene- 
rale opinione dovea per certo esser presa in parti- 
colare considerazione , e l'abbiamo con molto im- 
pegno studiata. Trovare il modo di ricavare pro- 
fìtto de'braeci del fanale, ed avere conveniente nuovo 
porto innestato al vecchio, tale è il quesito che si 
può proporre per aderire alle suindicate brame : e 

! tale per l'appunto ci venne proposto dal più volte 
citato commendator Manetti. Noi rendiamo sensi di 
gratitudine al sullodato commendatore, perchè la 
soluzione che di esso abbiamo fatta ci ha fruttato, 

ia parer nostro, la composizione di uno de'migliori 
progetti che convenga effettuare per dare nuovo 
porto alla città di Livorno. Tal risultato ci pro- 
verà pur anche la giustezza dell' opinione generale 
>ulla preferenza del progetto in genere. 
G.A.T.CXXXIX. 14 



210 

83. Preso adunque in serio esame il progetto 
sanitàrio, ecco quali rilevanti modificazioni ed ag- 
giunte crediamo debba subire. Andrebbe chiusa 1' 
apertura fra il fanale e lazzaretto S. Rocco al di- 
fuori della bocca dell'esistente canale (1) (Figura 2). 
Ciò produrrà l'inconveniente del gran raduno di ma- 
teriali di sopra rimarcato, il quale dovrà assodarsi 
il più presto possibile onde togliere 1' infeste esala- 
zioni, che dalle putrefatte alighe emanano. Questo 
interrimento, giunto che sarà all'angolo della base 
del fanale, cesserà di protrarsi, perchè ivi si deve 
verificare quanto è accaduto per il molo Cosimo. 

L'altro tratto del molo Ferdinando andrebbe 
prolungato ancora di 500 metri , in direzione non 
paralella a quello Cosimo , ma a tramontana qua- 
ranta gradi ponente : e ciò nelle viste di raggiun- 
gere maggior profondità di acqua , guadagnare più 
superfìcie e respingere le materie all'alto mare quanto 
più si possa. Noi per maggior solidità dell' opera 
avremmo preferita una linea curva in questo brac- 
cio: ma essa non opporrebbe alle materie, poste in 
movimento da ostro a tramontana, tale efficace mez- 
zo, per essere allontanate , quale si raggiunge con 

(1) Questo canale o fosso era per lo passato chiuso perchè 
spesso veniva ostruito dalle alighe; oggi dal eav. Poirel {stato 
riaperto, e non manca di essere come prima assalito, e gravosa e 
costante è la spesa per tenerlo spurgato. Un amico del suo paese 
mi scriveva a questo proposito, che il mantenimento dell'apetrura 
di detto canale costa moltissima spesa e non poche diflicoltà, av- 
vertendo che dopo aver dato principio al lavoro non abbiamo es- 
perimentato temporali forti. Venendo a far parte del nuovo porto 
sarà difeso , e darà a questo un'utile comunicazione coli' esistente 
porto e coli' interno della città. 



211 

un braccio rettilineo così giacente. A rendere meno 
sensibile siffatto difetto di solidità, ed ottenere che 
i flutti vengano respinti fuori la punta del detto 
braccio, e non prendano a traverso i bastimenti che 
entrano nel porto ne'casi più tristi , proporremmo 
che verso la detta punta terminasse curvilineo con 
il centro della concavità rivolto a ponente 50" ostro. 
Il ripetuto braccio vorrebbesi nominar LEOPOLDO 
a perpetuare il nome del principe magnanimo che 
si uccupa a dar nuova vita al porto di Livorno. 

84. Questi cambiamenti al progetto sanitario ci 
danno un porto di forma e grandezza presso che 
eguale all'attuale: quindi il nuovo porto dalla parte 
dei venti di provenza, o sia da ponente a tramon- 
tana-maestro, avrà gli stessi difetti del vecchio por- 
to, ed anche più che in questo dannosi, perchè il 
nuovo è più aperto, e perchè non ha la nociva secca 
nel mezzo del suo bacino, V esistenza della quale 
salva in gran parte il vecchio (§. 42). 

85. Lo scopo della curva nel molo sanitario 
(figura 1) è quello di rimediare a questi difètti con 
restringerne la bocca; ma abbiamo veduto (§. 80), 
che sì fatta bocca non permette 1' ingresso ai ba- 
stimenti, e precisamente quando essi ne hanno mag- 
gior bisogno: e se cotesta bocca più larga si la- 
sciasse, non rimedierebbe ai difetti in discorso: quin- 
di è di necessità provvedervi con altro espediente. 

E questo a parer nostro sarebbe uno spezza- 
flutti ossia scogliera (fìg. 2) che facesse l'ufficio di 
antemurale per le onde del quarto quadrante. Que- 
sto spezza-flutti dovrebbe correre da ostro 20° li- 
beccio a tramontana 20° greco, con lunghezza to- 



212 

tale di 700 metri; ma divisa in due tratti, l'uno di 
300 metri, l'altro di 400, e discosti fra essi 130 
metri. Le cime di queste scogliere crediamo suffi- 
ciente che giungano al livello massimo del mare 
calmo: renderle praticabili, come si fa de'moli e dei 
veri antemurali, lo crediamo non necessario e non 
utile. Lo scopo loro è quello di porre sufficiente 
ostacolo ai flutti, onde sia riparato il porto. Alcuni 
massi fuori di acqua anche quando il mare è on- 
doso, posti alle estremità e ad intervalli lunghesso, 
sarebbero bastanti segni per essere evitate dai na- 
viganti. Un fanale, secondario relativamente a quello 
esistente, posto sulla punta del molo Leopoldo com- 
pirebbe di notte la necessaria indicazione per 1' e- 
stremità del molo , non solo , ma per le scogliere 
puranche. 

Dalla punta di queste molo , 1' estremità della 
piccola scogliera che guarda 1' alto mare dovrebbe 
corrispondere per ponente 10" tramontana, con 240 
metri di distanza fra una punta e l'altra, e l'estre- 
mità che guarda la terra si traguarderà per tramon- 
tana 22° maestro. Dalla punta del molo Cosimo la 
estremità più infuori della gran scogliera si vedrà 
per ponente 10" tramontana, e quella più in terra 
per tramontana 35, a ponente. La prima estremità 
sarà 280 metri distante dalla punta del molo Leo- 
poldo, e la seconda 550 metri dal molo Cosimo. 

86. Lo scopo della lunghezza totale di queste 
due scogliere ò quello di difendere non solo il nuo- 
vo porto , ma sibbene anche una parte del porto 
vecchio, cioè quella parte che lasoia scoperto il nuovo 
moletto (A) e che costituisce la bocca dell'esistente 



213 

porto da noi riformato, come si vedrà all' articolo 
ottavo. La disposizione di dette scogliere, mentre 
esercita questo interessante officio , raggiunge pur 
anche quello interessantissimo di lasciare libero cor- 
so ai flutti più potenti e nocivi , ed alle materie. 
Quelli e queste potranno proseguire il loro viaggio 
senza che i due porti ne risentano nocumento al- 
cuno. Di più questi godranno i benefìcii propri di 
tre bocche, profonde , e comode. Crediamo in fine 
che queste scogliere, completando la conveniente 
calma fra un porto e 1' altro, possano far rispar- 
miare il taglio del molo Cosimo , da noi ritenuto 
opera rilevante , meno che non si limitasse per il 
passaggio de'piccoli bastimenti. Intanto abbiamo la 
comunicazione interna per il canale del lazzaretto 
che la crediamo molto utile (83 nota). 

87. Questo progetto, in tal guisa ridotto, siamo 
di parere che racchiuda molto di buono , ma non 
quanto di meglio convenga fare per prima cosa. 
L' articolo ottavo darà ragione di questa eccezione. 

SECONDO PROGETTO. 

88. Questo avrebbe l'utile scopo d' internare i 
bastimenti fra le strade della città. Il ponte fisso alla 
Sassaia verrebbe sostituito da uno girante. Resa per 
questa via praticabile la entrata de'legni nei canali, 
chiamati localmente fossi, i bastimenti verrebbero a 
fare le operazioni di carico e discarico sulle sponde 
dei canali stessi. Pratica eminentemente economica, 
e conveniente per ^a conservazione delle merci. L' 
estensione dei canali da percorrersi sarebbe propor- 
zionale al bisogno del commercio. 



214 

89. Questa idea può essere appoggiata da esempi 
tratti da' popoli i più commercianti del mondo. L'ap- 
plicazione di essa raggiungerebbe in genere, e vo- 
lendo anche in specie, l'ufficio de' docks (1) ossia 
bacini, l'utilità de'quali è incontrastabile. » Gli in- 
glesi non hanno timore di moltiplicare i bacini, non 
solo a Londra, ma in tutti i porti di mare di qual- 
che importanza, perchè essi li considerano come un 
elemento indispensabile ai progressi della navigazione 
e del commercio. » (2) 

Il già citato barone Dupin così si esprime sul- 
l'uso de'docchi. « Il commercio ha guadagnato nella 
istituzione de'bacini una più gran celerità nello sca- 
rico e per conseguenza nelle vendite; inoltre , una 
diminuzione del 18 per 100 nelle spese di scarico 
e nel collocamento in magazzino. I bastimenti or- 
meggiati in acqua tranquilla ed al ridosso de' moti 
del mare, conservano meglio i loro scafi o corpi, i 
loro attrezzi e soprattutto i loro ormeggi; posti in 
un recinto diligentemente guardato , non hanno a 
temere veruna depredazione. In quanto al governo, 
ha guadagnato non solo i diritti imposti alle mer- 
canzie tolte all'occasione del contrabbando, ma tutta 
l'economìa che risulta da un numero minore d' im- 
piegati necessari alle operazioni doganali e de'bal- 
zelli ( diritti indiretti) in bacini esattamente chiusi, 
con magazzini spaziosi , regolari e contenenti , in 
luogo separato , ciascuna specie di prodotto sog- 



li) Dock flal grpco So^ìou ricettacolo. 

(2) Si veda Montbrion, Dictionnaire uninerscl du commerce, 
P«ris 1856: al vocabolo Dock. 



215 

getto a tasse differenti » (1). Oltre di che i ripetuti 
doccili facilitano la circolazione de'valori commer- 
ciali, togliendo il bisogno di consegnazione mate- 
riale, e sostituiscono a trasmissioni costose ed 
inutili il semplice negoziato del ivarranl o sia at- 
testato del magazziniere. 

L'utilità somma di avvicinare, anzi d'immede- 
simare, le operazioni commerciali nel centro stesso 
della città, che vi si occupa, è stata sempre viepiù 
sentita. Gli inglesi stessi che intendono sicuramente 
il commercio quanti altri mai, e che sono forniti di 
ogni mezzo che l'industria de'trasporti abbia potuto 
suggerire, pure han preferito di conservare il porto 
nel centro stesso della loro capitale, ed han voluto 
favorirlo a costo anche d'immense spese. E fra le 
altre avendo determinato di congiungere due grandi 
bracci della città, per non gitlare sul fiume un 
ponte che allontanasse anche di poco dall'interno 
della medesima l'approdo delle merci , hanno ese- 
guito il più ardito, il più vasto, il più dispendioso 
progetto de'nostri tempi col costruire il gran pas- 
saggio sotto Io stesso Tamigi. 

In Glascow si sono eseguite delle opere ri- 
levantissime per ottenere che i bastimenti s'in- 
ternassero fra le strade di quella industre città (2). 
Ed in Trieste non si sono risparmiati sagrifici per 
raggiungere lo stesso intento. 

Se si volesse, molti e molti altri esempi di 
questa specie si potrebbero citare. Ma passiamo ad 
altre considerazioni. 

(1) Foyages dans la Grande Bretagne, force commerciale, có- 
tes et ports. Paris 1826, tom. 2, pag. 36 e 37. 

(2) Dupin, Mémoires sur la marine etc. Paris 1818 pag. 78. 



216 

90. Per i bastimenti entrati e per gli equipaggi 
dc'medesimi non vi può essere progetto più utile e 
comodo. È utile difatti per i bastimenti ormeggiati 
essere circondati da casamenti. Abbenchè un porto 
costudisca sempre l'acqua tranquilla, i bastimenti 
saranno spesso incomodati nelle frequenti occasioni 
dì vento forte, se sieno difesi dalla sola altezza de' 
moli. Il distinto ingegnere De Cessar, riconoscendo 
di quanto benefìcio sono i fabbricati che circondano 
la stazione de'bastimenti, consiglia de maisons oa de 
magasins de 30 pieds de hauteur , pour mettre les 
navires a Vabri des vents (1). 

E comodo in fine agli individui che compon- 
gono gli equipaggi de'legni trovare nel luogo di sta- 
zione tranquillo ricovero. Essi, dopo aver sofferto 
non poco per i disagi inevitabili nei viaggi, hanno 
diritto a vivere in pace i pochi giorni che restano 
nei porti. Oltre la fatica del carico o discarico delle 
merci e delle riparazioni e pulizia del loro basti- 
mento, Tessere obbligati a sorvegliare la sicurezza 
del medesimo anche ormeggiato, è loro molto in- 
comodo ed inquieto. In più casi, per esempio, pre- 
feriscono la vita dell'alto mare a quella che passano 
nell'attuale porto di Livorno. 

Così, concludiamo, economìa per il bastimento, 
economìa per la mercanzia, miglioramento nell'am- 
ministrazione , liberazione dagli ostacoli doganali , 
semplificazione di lavoro per il negoziante , pron- 
tezza di trasmissione de'valori commerciali, ecco i 
benefìcii di un docche. Dunque uno di tali Stabili- 
ti) Opera citata, tona. I § 316. 



217 

menti adattato al commercio di Livorno non può 
non essere di gran benefìcio. Come ne possiede uno 
comodissimo per i grani, così ne dovrebbe posse- 
dere un altro per manifatture e coloniali. Il rima- 
nente de'canali, che si destinassero a ricettacolo de' 
bastimenti, daranno corso a quella parte di movi- 
mento commerciale che non conviene depositare 
nel docche. 

91. In quanto ai lavori idraulici di questo pro- 
getto si riconoscerà facilmente da ognuno essere 
più facili e più sicuri di buona riuscita, che quelli 
di ogni altro. Essi infatti si eseguirebbero in per- 
fetta calma, e, se si vuole, anche all'asciutto. Questi 
comodi, la sicurezza dell'esito de'lavori, e l'esistenza 
de'canali in parte già adatti al nuovo ufficio , ci 
fanno credere inoltre che questo progetto, in pio- 
porzione dell'utile superficie acquistata, sarebbe più 
economico di quanti altri mai. 

92. Dunque sotto il rapporto commerciale, sotto 
quello di stazione de'legni , e sotto quello econo- 
mico, non si può desiderare di meglio. Resta a 
studiarsi sotto il rapporto nautico. 

93. Per quanto è a nostra notizia, il progetto 
in discorso lascerebbe l'attuale porto come ora si 
trova, quindi con i rilevanti difetti, che vi si rimar- 
cano. Cosicché a noi sembra che manca di una 
parte essenziale, cioè quella di migliorare prima la 
condizione dell'esistente porto e specialmente la en- 
trata in esso. Vedremo nell'ottavo articolo come 
questo progetto, che chiameremo debacini, potrà 
avere utilissima applicazione: esso completerà un 
sistema di lavori, compito il quale crediamo che la 



218 

città di Livorno, sotto questo rapporto , non avrà 
più nulla a desiderare. 

TERZO PROGETTO. 

94. Questo propone la protrazione del molo Co- 
simo onde guadagnare superfìcie. Se la costituzione 
del lido non fosse progrediente, e se in continua- 
zione del detto molo i scandagli dessero un au- 
mento di profondità di acqua, il progetto potrebbe 
aver del pregio; ma disgraziatamente il lido cam- 
mina, e quel ch'é peggio, quanto più si prolungasse 
il ripetuto molo, tanto meno acqua si troverebbe. 
Difatti a duecento metri di protrazione si trove- 
rebbe scemata di un metro: quindi si diminuirebbe 
il numere de'grossi bastimenti che dovrebbero en- 
trare nel porto , e si aumenterebbero per tutti le 
difficoltà già gravi di cui abbiamo parlato. In fine 
osserveremo che quando anche questo progetto non 
peggiorasse le condizioni dell'attuale bocca del porto, 
ma vi conservasse quella profondità di acqua che 
oggi possiede, lo scopo di guadagnar superfìcie viene 
tanto meglio e con più economìa raggiunto dal pro- 
getto de'bacini, che da questo: quindi quello sarebbe 
sempre di molto preferibile. 



219 

ARTICOLO VII. 

Descrizione succinta del progetto Poirel. Applicazione 
degli studi locali al progetto medesimo, e conseguenti 
risultati. 

98. Il porto progettato dal cavalier Poirel è del 
tipo del Traiano in Civitavecchia: questo è un vero 
porto modello. Belidor dice: On ne peut disconvenir 
que la disposition qu on a donnée au port de Civi- 
tavecchia, ne soil fort heureusement imaginée, étant 
la seule qui parait convenir, lorsqiCil s'agit d'eii éla- 
blir un sur une plage batlue de la mer (1). Ed è an- 
che le port le miux place de la còte d'Italie (2). Il 
porto di Poirel adunque è formato da due bracci 
e da un antemurale (figura 3). Noi non esamineremo 
che le sue parti principali. Uno di detti bracci, cioè 
quello di destra, prende origine d'appresso la for- 
tezza vecchia, s'inoltra in retta linea al mare, passa 
a metri 150 discosto dalla punta del molo Cosimo, 
e misura in lunghezza 870 metri. L'altro parte dal 
detto molo presso la sassaia , s' incorpora in esso 
1' estremità di tramontana del molo Ferdinando, e 
paralello a quello di destra si prolunga misurando 
in tutto metri 650. L'antemurale con metri 1200 
di lunghezza copre la grande apertura formata dai 
due bracci, e lascia due bocche, una da tramontana 
e l'altra da ostro, di metri 50 apparenti. 

(1) Architecture hydraulique, 2 parte, libro 3, §. 651. 

(2) Auniet , Note sur les ports de état romain. Annales de» 
ponls et chaussées 1834, Sem. 1. pag. 148 



220 

96. Noi crediamo che coteste bocche di soli 50 
metri sopra la superficie del mare sieno strette di 
molto. Quando il mare è grosso, e più ancora se 
contemporaneamente il vento è debole, dette boc- 
che non permetteranno ai bastimenti di approfit- 
tare del porto. E se uno di essi tentasse l'approdo 
in detti casi , nei quali generalmente le vele sono 
con i bassi terzaruoli , e fallisse 1' entrata , la sua 
perdita deve ritenersi per certa: e, ciò che molto 
peggio sarebbe, col sagrifizio forse della vita di al- 
cuno dell'equipaggio. Il porto di Civitavecchia domi- 
nato dagli stessi venti e flutti che dominano il lido 
livornese , e disposto nella direzione delle bocche 
pressoché come quello progettato da Poirel, ha grido 
di pericoloso approdo con i grossi tempi di mora, 
perchè le sue bocche sono strette. (Grido invero so- 
verchio, come noi col fatto più volte abbiamo pro- 
vato). Ebbene, quelle bocche hanno oltre 100 me- 
tri utili di apertura e 150 apparenti. Il Poirel sta- 
bilisce maggiore sporto nell' antemurale sopra la 
punta de' bracci di quella che siavi in Civitavecchia, 
collo scopo, crediamo, di coprire le bocche dai ma- 
rosi: ma noi opiniamo che sì fatto scopo non sia 
raggiunto. Si potrebbe osservare che al nuovo porto 
di Marsiglia hanno stabilito quaranta metri di aper- 
tura alla bocca di ostro : ma 1' essenza di questa 
bocca è ben diversa da quella del porto Poirel re- 
lativamente ai venti che formano i marosi più po- 
tenti: essa è convenientemente difesa contro i venti 
di terra dallo sporto dell'antemurale che forma un 
avanporto di sei ettari di superfìcie, la quale cor- 
risponde a sei ventesimi dell'intero porto; ed è van*» 



221 

taggiosamente riparata contro i flutti e contro i venti 
di fuora dalla vicina anzi prossima costa opposta, 
ove trovasi la batteria del faro, dimodoché il mare 
è sempre calmo nelle sue vicinanze. Dunque come 
crediamo ben appropriato al porto Poirel l'esempio 
di Civitavecchia , così riteniamo che mal sarebbe 
appropriarvi quello di Marsiglia. 

Dopo ciò ci sembra, che V autore del progetto 
in discorso non si trovi d'accordo col gran principio, 
que toni dans un pori de mer doit ètre subordonné 
a la facilité de V entrée et de la sorde (1). 

97. Il Poirel tanto per i bracci quanto per l'an- 
temurale ha preferito le linee rette invece delle curve 
praticate nel porto Traiano. In ciò ha seguito, non 
quelli che pour resister plus efficacement à V action 
normale des vagnes convengono che la direction de 
Valignemenl devrait ètre convexe verse le large; ma 
sibbene quelli, i quali recherchant avant tout la fa- 
cilitò et l'economie d'execution, préfèrent des aligne- 
ments droils (2). Mais une economie mal-entendue de- 
tieni une faule capitale en administration, puisqiielle 
compromel les fonds publices et le succès des travaux; 
ce nest que dans la àuree des monumens que l\m 
trouve la vérilable economie, la grandeur nalionalc, 



(1) Sentenza del consiglio del corpo de' ponti e strade di Fran- 
cia riportata dal signor di Cessart: opera citata tom. 2, pag. 30. 

(2) Sganzin e Reibell, opera cit. toni. 2, pag. 289 e 290. Più 
recenti ed accurate esperienze fatte dall' ingegnere Bellinger con- 
fermano pienamente l'utilità maggiore de' moli curvi a confronto 
de' rettilinei. Egli ne Ita compilata un'interessante memoria col ti- 
tolo: Observalions sur la forme quii convieni de donner aux ou- 
vrages à la mer. Annales citati. 1 semestre 1849, pag. 334. 



222 

le caractère et le genie qui les ont concus et execu~ 
lés (1). 

98. Il porto Poirel disposto nel surriferito modo 
s'inforca o innesta al capo di Livorno e prolunga 
in mare la lingua per ben 800 metri. Quindi cre- 
diamo che breve sarà la durata utile di esso. Ve- 
diamo. 

È massima che un porto non si deve costruire 
alla testa di un capo: aulant que [aire se peul, un 
port se place au forni d'une rade ou d'une baie (2). 
E questa massima è rispettata da des ingénieurs di* 
slingués, e per i porti de la Mediterranée onde porli 
à Vabri des ensablements (3). Il porto di Traiano in 
Civitavecchia si è conservato a traverso ai secoli di 
barbarie; esso è a ridosso del capo Linaro: quelìo 
vasto e superbo di Nerone in Anzio è invece giunto 
a noi ricolmo di arena: questo è innestato al capo 
di Anzio, ed alquanto più di questo capo protratto 
in mare. 

Abbiamo veduto che il capo di Livorno è la 
linea di passaggio della massa maggiore de' mate- 
riali, i quali da ostro a tramontana si dirigono ed an- 
che viceversa (§ 51, 54 e 57). Abbiamo veduto inol- 
tre che opporre ostacoli a siffatto passaggio pro- 
duce aumento di spiaggia addosso agli ostacoli e 
dentro di essi (§ 62 e 72). Or bene , ces exemples 



(1) De Cessart, Opera citata tom. I, pag. 9 e 10. 

(2) Minarci, Opera citata pag. 49. 

(3) Sganzin e Reibell, Opera citata , tona. 2, pag. 208. Per i 
porti militari può essere preferibile la testa di un capo, ma que- 
sti per esser più convenientemente militari devono essere più na- 
turali che artelalti. 



223 

prouvent quon ne doit changer le regime d'une cóle 
que avec riserve (1). Invece di opporsi, il faut au 
contraire suivre en quel que sort la nature, en ne pré- 
senlant point aux flots un nouvel obstacle qui pùl in- 
lerrompre leur effet et arrèler le passage du galet (2). 
E i tristi effetti di questi esempi li abbiamo veduti 
prodotti non solo altrove, ma benanche addosso il 
nostro porto , ed abbiamo altresì veduto di quali 
funeste conseguenze sarebbero stati per esso, se non 
vi si poneva rimedio col togliere l'appostovi ostaco- 
lo (§ 72); ed è assioma, che la marche des alluvions 
a la plus funeste influcnce sur Vaccession des ports (3). 
Ora, il braccio sinistro del progetto Poi rei essendo 
la ripetizione di quanto si fece al Marzocco (§ 65); 
alla marina di Vico e in quella di Atrani (§ 67); nei 
due punti del porto d'Anzio (§ 68); a Brescou (§ 69); 
a Cette (§ 70), ed in fine quanto si operò in Livorno 
nel 1590 quando si congiunse il fanale alla co- 
sta (§ 62), e quanto si è praticato a' nostri giorni 
unendo lo stesso fanale coll'attuale lazzaretto s. Roc- 
co (§ 72); ne consegue che coll'ostacolo identico e 
coll'eguale costituzione del luogo avremo gli stessi 
risultati. La nature, toujours constante dans ses moyens, 
Va toujours été dans ses effets (4). Ma questi risul- 
tati saranno , per effetto dei lavori progettati dal 
Poirel, anche di maggior entità, e quindi più no- 
civi di quelli: perchè il detto braccio e l'antemu- 

(1) Minarci, pag. 63 e 64. 

(2) D'Arey e Borda in De Cessart, Opera citata tom. 2, pag. 40. 

(3) Minarti, Opera citata pag. 69. 

(4) Larablardie , Mémoire sur les cótcs de la haute Norman- 
die ec. Havre 1789, pag. 31. 



224 

rale si prolungano in mare molto più di quanto 
trovasi il fanale , e così più di quest' ostacolo ab- 
bracceranno materie ostruenti, e ciò in un rapporto 
anche maggiore del maggior prolungamento (1). 

Oltre di che fa mestieri notare, che l'indispen- 
sabile sporto dell'antemurale relativamente al brac- 
cio del molo , stabilito anche soverchio , ma non 
sufficiente per lo scopo di assicurare l'approdo nel 
porto (§. 96), sarà altra causa di vieppiù sollecito 
interrimento. E legge universale delle acque corren- 
ti , il radere 1' ostacolo che incontrano per via : e 
questa legge è applicabile tanto al sinistro , che al 
destro braccio. Or bene « il movimento de'sabbioni 
(od altre materie) è come una corrente di acqua : 
se a questa viene sbarrato con chiusa il canale, s' 
interrompe per breve tempo il suo corso, finattan- 
tochè, alzandosi essa, superi la sommità della tra- 
versa: superata la quale, si continua il primitivo mo- 
to, come se la chiusa non esistesse. In simil guisa 
la palizzata (il braccio, l'ostacolo in line) arresta il 
corso di una mano di sabbioni , finché questi , ad 
esso addossandosi, superino la sua estremità, dopo 



(1) Noi possiamo garantire perfettamente eguali all'originale 
le misure e la disposizione ilei progetto Poirel. Ma quand'anco le 
nostre misure non fossero esatte, sarà sempre esatto il nostro ra 
ziocinio; pochi metri più o meno sulla lunghezza cle'moli non al- 
terano punto il merito della questione. I difetti gravi del progetto 
in discorso sono difetti di principio, di massime,, di regole: le sue 
parti come il suo lutto crediamo nello stesso modo difettose; ri- 
dotte anche al minimo le misure di esse, se con ciò cesseranno di 
presentare infelice risultato, resteranno altresì inutili allo scopo. 
Si abbia la pazienza di continuare la lettura del testo, e ci lusin- 
ghiamo che sempre più chiara si manifesterà la verità. 



225 

di che proseguono come prima da sinistra a destra 
il loro cammino , nulla più giovando a trattenerli 
la superata palafitta » (1). Giunte adunque le mate- 
rie alla estremità del braccio , mentre trovano la 
bocca del porto per potervisi introdurre , trovano 
altresì lo sporto dell'antemurale, che le obbligherà 
ad introdursi senza potere neppure in parte deviare. 
E, come è naturale a comprendersi, entrata che sia 
la torbida corrente, nella tranquilla acqua del ba- 
cino del porto, vi deporrà i materiali di cui è ca- 
rica, e così si rende inevitabile 1' interrimento del 
medesimo (§. 19). xVbbiamo veduto quanto è la massa 
annua delle materie che il moto de'flutti e le cor- 
renti fanno passare dinanzi al capo di Livorno (§ 65 
e 52): quindi dobbiamo desumere che questa massa 
dovrà accollarsi all'ostacolo o braccio Poirel ed avere 
ricetto nel porto. E connu que pour combler et at- 
lerir promplement un endroit de la mer ou a" autre 
eau qui a du mouvement, le plus sur moyeu est de 
faire une digue opposée au coltroni joignant el au-des- 
sus de Vendroit quon veut combler ec. (2) Cosicché 
con i lavori progettati dal Poirel avremo in fine i 
risultati che hanno avuto le provincie neerlandesi. 
Queste, quand V estran qui [orme la base des dunes 
est insaffìsant ou altaqué, on Ventrelien ou on déve- 
loppe au moyeu d'épis appelés palhoofdt, ou lèles de 
mar, qui ont jnsaiCa 100 et 150 métre de longuenr 
et dont la direction est normale à la còte (3). Ma 

(1) Tadini, Di varie cose alla idraulica scienza appartenenti. 
Bergamo 1830. pag. 238. 

(2) Vauban in Minarti pag. 234. 

(3) Jules Lacroix, Essai sur fhìstoirc hydraulique de la Nèer- 

G.AT.CXXXIX. 15 



226 

noi abbiamo bisogno di conquistare e conservare 
profondità di acqua e non di territorio. 

99. Quali sono i rimedi al male che presenta il 
progento in esame ? Ecco come ragiona sopra que- 
sta questione Lamblardie padre , uno dei più di- 
stinti idraulici che la Francia abbia avuto: noi non 
facciamo che applicare il ragionamento alle condi- 
zioni del nostro lido ed al caso nostro. Si può in 
effetto domandare: Da ove vengano le materie ? dal 
fondo e dalle sponde del mare. Si può impedire che 
questo accada ? Ciò è impraticabile. Dunque è im- 
possibile d' impedire che le acque s' impregnino di 
esse. Quali sono le cause che conducono le mate- 
rie a radere il nostro lido ? La direzione e l'azione 
dei flutti unita a quella della corrente , principal- 
mente quando soffiano i venti compresi fra ostro- 
scirocco e ponente , i più costanti e i più violenti 
che soffiano sopra questo lido (§ 36 a 40), può op- 
porsi agli effetti delle onde e delle correnti , o al- 
meno deviarli, colla esecuzione del progetto Poirel ? 
La cosa è impossibile. Le materie dunque verranno 
sempre ; et a quelque distance que vous prolongiez 
vos jeléas, lassez agir la nature, le gaìet ( e più fa- 
cilmente le materie che costituiscono il nostro su- 
bacqueo lido), les aura bienlot dépassées: c'est Vaf- 
faire du temps', et le lemps et la nature seront luu— 
jours au-dessus de vos ejforts (1). 

Dunque l'interrimento, è sollecito del porto Poi- 
rei, è certissimo ed inevitabile. Or le manque de 
profondeur d'eau est un mal permanent très-grave , 

lande. Annales des ponts et chaussées. Seplembre et Octobre 1S46 
pag. 189. e 190 Eroy § 220 e 223. 
(1) Lamblardie, Opera citata § 66. 



227 
qui affecte tous les tcmps et tous le navigateurs, qui 
petit anéantir à la longue la prosperile du commerce 
dans un port, et dans les còtcs limilrophes (1). 

100. Al grave male dell' interrimento, il Poirel 
suggerisce il trito rimedio dello spurgo. Che questo 
mezzo debbasi usare per conservare un porto già 
esistente, si trova logico: ma che debba proporsi co- 
me assoluto rimedio di esistenza per un porto che 
deve costruirsi, si troverà poco lusinghiero. Il sug- 
gerito rimedio d' altronde suppose le malfait , ed i 
meccanismi dello spurgo cxigent des dèpenses con- 
linueUcs, et n'operent qiCà la longue, et apre un tra- 

vai! assida et couleu V homme est trop fai- 

ble pour de pareille entreprises (2). Les ruines d'an- 
ciens ports et l'hisloire apprennent que ce moijen, tou- 
jours abandonné ou sospenda deus les périodes de cri- 
ses politiques et commerciales, rìa point empèché un 
grand nombre de ports célèbres de Vanliquilé et du 
moijen àge de disparaitre som les allérissemenls (3). 

101. Oltre ai citati in questo scritto, molti al- 
tri distinti uomini si sono occupati colle più accu- 
rate esperienze, ed anche analitici studi, di trovare 
il modo di vincere coll'arte i difetti de'porti come 
quello del Poirel costituiti, ma tutti han confessato 
che la scienza e l'esperienza non somministrano ef- 
ficace rimedio. Tutti perciò consigliano di abban- 
donare ogni tentativo tendente a violentar la natura, 
e di scegliere piuttosto altri mezzi, i quali per così 

(1) Sganzi n e Reihell pag, 346. 

(2) Forfait, Encyclopédie mcthudique. Patloue 1785 al voca- 
bolo Curar, pag. C5S e 659. 

(3) Sganzin e Reibell pag. 316. 



228 
dire blandendola, la disarmino, e la rendano propi- 
zia ai nostri divisamenti (1). 

Dunque , se mal non ci apponiamo , il porto 
Poirel opponendosi ai consigli degli uomini sommi 
in queste materie, violentando la natura e non ri- 
spettando l'esperienza che abbiamo della nostra stessa 
località, non può non aver che breve durata utile. 

102. Per l'ossequio che personalmente il sullo- 
dato Poirel e' ispira ; e per quello dovuto ai suoi 
rimarchevoli talenti scientifici e pratici de' lavori di 
mare, con dispiacere non lieve ci siamo trovati for- 
zati a queste conclusioni. Preghiamo quindi il di- 
stinto ingegnere a compatire la nostra pochezza se 
abbiamo fallato, ovvero rispettare in noi il dovere 
che sentiamo, come ogni altro amatore della scienza 
e del bene della Toscana, nell'esporre francamente 
il nostro parere in opera pubblica e di tanta im- 
portanza. Ma anche senza queste riflessioni trovia- 
mo in Poirel stesso la nostra difesa. Se il progetto 
da lui proposto non si trova soddisfacente, si deve 
senza dubbio a difetto di locale esperienza, ed è sen- 
tenza di lui che 1' esperienza è indispensable polir 
rectifier les conceptions de V 'esprit, mème le plus pé- 
nétrant (2) (a). Quindi dobbiamo ritenere eh' egli , 
guidato dalla giustezza naturale del suo spirito , e 
consultando i risultati dell'esperienza che gli ponia- 
mo sott'occhio, sarà per venire nel nostro parere , 
o almeno far buon viso alla nostra intenzione. 

(1) Cavalieri, Opera citata § 790. 

(2) Opera citata pag. 26. 

(a) Egli infatti è caduto in gravi errori per non essersi ram- 
mentato del primo canone della scienza de'porti, il quale avverte 



229 

ARTICOLO Vili. 

Necessità di nuovo progetto che risolva con utilità e 
convenienza il problema. Analisi di esso. 

103. Se per la cattiva costituzione del lido, se 
coli' arma dell' autorità di uomini di scienza e di 
arte, se con l'altra degli esempi de'porti vicini, ed 
in fine con quella più potente ancora dell'esperienze 
locali, ci è stato facile attaccare, con fondata spe- 
ranza di trionfo, il progetto Poirel quantunque co- 
perto dall' egida del chiaro nome dell'autore , non 
così facile ci sembra proporre quanto di meglio possa 
farsi per dare un utile e conveniente porto alla bella 
città di Livorno : quindi in questa difficile ricerca 
sempre più sentiamo il peso della nostra insuffì- 
cenza ed il bisogno di dar termine al nostro lavo- 
ro. Ma dimostrato avendo la necessità che Livorno 
abbia porto , ed avendo avuto il coraggio di con- 
durre il lavoro fino a questo punto , sentiamo al- 
tresì l'obbligo incorso di proporre quel rimedio che 
migliore crediamo agli esposti mali. Nel ciò fare 
protestiamo però che noi offriamo il lavoro come 
un saggio , il quale si raccomanda unicamente per 
la importanza del suo soggetto. 

104-. Questo lavoro adunque lo presentiamo come 
un avanprogetto. La compilazione particolareggiata 



che les circonstances locales ont une trés grande influènce sur la 
manière de disposer les parties esscntielles d'un pori. (Frissard opera 
citata pag, 18). 



230 
di sì grand'opera esige non solo molte cure e fati- 
che, ma bene anche una serie di dimostrazioni che 
renderebbe questo scritto più che doppio volumi- 
noso. Un tal lavoro, di già incominciato, farà forse 
seguito al presente. Nulladhneno speriamo compen- 
diare in questo articolo tanto che basti a dare e- 
satta idea dell'opera che abbiamo avuto in mira di 
progettare. Questo riflesso ci scuserà, speriamo, per 
la lunghezza dell'articolo. 

Nelle ricerche per la soluzione del problema , 
ma che ci siamo imposto , abbiamo sempre avuto 
in mira di congiungere la efficacia de'mezzi, la con- 
servazione massima de' grand' interessi commerciali 
e governativi esistenti , e 1' economìa del pubblico 
tesoro. 

E siccome ogni cosa deve procedere gradata- 
mente, e che l'aspirare di primo slancio al meglio 
è sovente grave ostacolo al bene , così noi propo- 
niamo dividere l'effettuazione del nostro progetto in 
tre parti: nella prima eseguirsi quanto crediamo ne- 
cessario per migliorare senza ritardo e con spesa 
mite, in proporzione del benefìcio raggiunto, 1' at- 
tuale porto, onde somministrare conveniente ricetto 
al commercio esistente. Circondati come siamo da 
imperfezioni, ci contenteremmo di sollecito miglio- 
ramento, rimettendo al seguito , o eseguendo con- 
temporaneamente secondochò si voglia quanto rite- 
niamo utile e conveniente non solo all'esistente mo- 
vimento commerciale, ma benanche a quel naturale 
sviluppo, che non può mancare di aver luogo. Que- 
sto pensiero guiderà la seconda parte. Si propone 
in fine di effettuare la terza quando il detto svilnp- 



231 

pò saia più pieno. Prendiamo a trattare le suddette 
tre parti. Si veda la figura 4. 

PRIMA PARTE DEL PROGETTO 

105. All'esistente moletto se ne congiunge uno 
nuovo e praticabile (lett. A fìg. 2 o 4) : questo s' 
inoltra in linea retta verso il molo Cosimo sino ad 
essere in direzione ponente-levante colla estrema 
punta del medesimo , lasciando una bocca di 150 
metri; il cbè sviluppa 220 metri di moletto. L' e- 
stremità tramontana del vecchio moletto si chiude 
verso terra con un braccio di 250 metri* Lo spazio 
circoscritto da questo moletto e da questo braccio 
formerà utile darsena per i legni del governo: essa 
avrà nel fondo una porta d'aprirsi a piacere pel pas- 
snggio delle barchette in tempo di bagnature, e per 
altri servigi. 

106. Questi nuovi bracci veruna influenza avran-* 
no col sistema idrodinamico del lido livornese: essi 
possono considerarsi opere interne, perchè il molo 
Cosimo le cuopre dai flutti e dalle correnti più in- 
feste: quindi saranno sotto ogni rapporto benefici , 
e specialmente il primo. 

107. Vediamo V utilità di questi lavori. Cinque 
sono i principali beneficii che ne derivano, senza cal- 
colar quello, anche rilevante, del nuovo ricettacolo 
da noi proposto come darsena militare. Il primo 
sarà quello di liberare in gran parte il porto e la 
darsena dei legni di commercio, dalla molestissima 
risacca a riflessione. Questa ivi danneggia molto ed 
anche spezza gli ormeggi; produce avaiee nelle ab- 



232 

Mozzature de'medesimi, ne' loro incrociamenti, nei 
punti di appoggio sopra i navigli ec. Ma danni mag- 
giori ne soffrono i bastimenti per lo sforzo che ne 
risentono, e per la vicinanza in cui fra loro si tro- 
vano. Essi infatti, tratti con violenza per un verso, 
e tosto pel verso contrario, tessono e si urtano for • 
temente l'un l'altro ; e da ciò quel ferale cigolìo 
che sloga la chiodazione, apre i commenti delle ca- 
rene, allarga le commessure degli bai e degli scalmi. 

Il secondo beneficio sarà una conveniente tran- 
quillità dell'acqua nel porto. Essa sarà utile non 
solo per la stazione de' bastimenti , ma necessaria 
per il profondamento e lo spurgo del bacino costi- 
tuito dal porto stesso. Come scorgesi dalla pianta, 
quattro decimi della superfice totale del detto ba- 
cino sono ostruiti da un banco. Questo forma uno 
de'difetti maggiori del porto, ma esso è quello che 
ora lo rende in qualche parte servibile (§2 e 42). 

11 proposto braccio adunque permetterà di to- 
gliere il banco, e l'aumento di tranquillità da esso 
braccio prodotta , permetterà eziandio un regolare 
spurgo. Del sistema di profondare e spurgare il porto 
terremo proposito nello scritto che abbiamo accen- 
nato al paragrafo 103 ; intanto ora noteremo che 
nostro parere sarebbe di dare a tutto il bacino del 
porto cinque metri di profondità, cioè quella stessa 
quantità che si ha rasente la punta del molo. 

Il terzo beneficio sarà quello di ricavare mag- 
gior profitto dalle correnti interne. Abbiamo veduta 
la provenienza di esse (§ 55): obbligate dal nuovo 
moletto ad uscire dal porto per la bocca ristretta a 
150 metri, avranno maggior valeggio per condurre 



233 

seco le materie che nel bacino del porto troveranno 
sospese dal fondo. 

Il quarto sarà quello di tenere il porto in gran 
parte difeso dai materiali, che da destra a sinistra 
le onde e le correnti v'introducono (§41, 42 e 43), 
Essi, quantunque in molta minor quantità di quelli 
convogliati da simili veicoli da sinistra a destra , 
pure non vanno trascurati. Lo Zendrini ed il Man- 
fredi ci avvertono, che una delle condizioni di un 
porto è quella « che sottovento non abbia fiumana 
torbida in distanza, che sia minore di 3 miglia » (1). 
Noi abbiamo notato , che la distanza dello sbocco 
del torbido Cialambrone da Livorno non è più di 3000 
metri, quindi nocivo al porto quantunque sottovento; 
e tale già l'avevano rimarcato il Meyer e Giuseppe 
Santini, come riferisce lo Ximenes (2). Abbiamo 
altresì notato la mobilità del fondo de'banchi e 
secche della Meloria (§17); cosicché non può non ri- 
conoscersi l'utilità del proposto moletto, anche dal 
lato degli interrimenti. 

Il quinto finalmente sarà quello di acquistare 
con poca spesa un 200 e più metri di banchina , 
proda o calata per ormeggiarvi i bastimenti del 
commercio. 

108. Il porto così ridotto, cioè profondato di 5 
metri, andanti, e difeso anche dal lato di destra, darà 
certamente esso solo una nuova vita all'attuale com- 
mercio di Livorno. Esso si renderà ovunque prati- 
cabile per tutti quei legni grandi e piccoli che in 

(1) Raccolta e relazione citata, tom. 8. pag. 406. 

(2) Raccolta delle perizie ed opuscoli idraulici. Firenze 1786. 
toni. 2 pag. 10. 



234 

oggi possono entrare nel porto: quindi non si vedrà 
più quell'ammasso di andane o fde di bastimenti 
che ora ingombrano per due terzi e più il molo 
Cosimo e rendono difficoltosa e dannosa la entrata 
nel porto (§ 1). Sgombrata che sia la punta del 
molo, i legni potranno con molto meno incomoda 
manovra approdare nel porto , il quale inoltre gli 
presenterà un vasto o profondo bacino da poter 
smorzare quella velocità, che gli è stata necessaria 
per ben guidarsi nella bocca. Essendo che l'effetto del 
timore è tanto maggiore, quanto è maggiore la ve- 
locità del bastimento. 

Esso adunque è il primo passo , che si deve 
fare, perchè provvede subito la città di un porto; 
perchè ricava il massimo utile possibile dalle grandi 
opere già esistenti; e perchè per la sua posizione e 
il naturale e conveniente centro per la massa mag- 
giore de'legni in azione, sia che si voglia adottare 
il progetto del molo sanitario riformato (§ 83 a 88) 
o altro simile; sia ehe si voglia dare effetto a quello 
de'bacini o canali interni (§ 88). 

Senza di essi, o si allontanerebbe di troppo dalla 
città il movimento commerciale , o non potrebbe 
avere conveniente sviluppo un interno movimento. 
In una parola, pel progetto de'bacini è la porta onde 
entrare: per quello sanitario, o simile, è l'anello 
indispensabile per unire la città al nuovo porto. 

109. Ciò premesso, e ritenuto come eseguita la 
prima parte del nostro progetto, vediamo quali ne 
sono i difetti e come vi si possa provvedere. 

110. Ridotto il porto in questa guisa, rimane 
sempre con una sola bocca, e quantunque stabilita 



235 

più larga della reale che oggi possiede, perchè por- 
tata a 150 metri invece di 40 (§1), pure è stretta 
per i bastimenti a vela in alcuni casi della navi- 
gazione. Ed in realtà sarà anche più stretta de'150 
metri; perchè è molto diffìcile, se non impossibile, 
profondare e conservare 5 metri di acqua nell'in- 
tero tratto compreso fra la punta del nuovo mo- 
letto e quella del molo Cosimo ed anche al difuori 
di questa linea. Quivi, come si vede dall'unite piante, 
esiste un banco , che si prolunga verso maestro. 
Ora, il togliere tal banco per quella parte soltanto 
che rende nocumento alla entrata del porto, è da 
credersi lavoro frustraneo, « perchè, come sagace- 
mente osserva l'illustre Ventinoli per un caso si- 
mile , perchè dove l'agitazione del mare mantiene 
perpetuo il trasporto e la corrente della sabbia, le 
arene vengono subito riportate dal mare a misura 
che si levano » (1): e nei stessi abbiamo di fatto 
proprio verificato tale effetto fuori di Fiumicino , 
fuori porto d'Anzio e fuori Senigallia. Oltre a ciò 
la quasi costante agitazione del mare , non ripa- 
rato da veruna parte , permette pochi giorni 
dell'anno e poche ore del giorno alle macchine ef- 
fossorie di esercitare il loro ufficio. Nulladimeno 
con costante sorveglianza e ben diretto lavoro cre- 
diamo che un qualche benefìcio vi si possa ot- 
tenere. 

La bocca dunque di 150 metri di luce è stretta, 
e pili stretta ancora di molto per i bastimenti, che 
pescano fra i 4 a 5 metri ; non pertanto essa è 

(1) Memoria citata art. 37. 



236 

troppo larga per le onde, che vi si introducono 
con i venti di Provenza: quindi per esse e per la 
conseguente risacca, nociva alla tranquillità de'ba- 
stimenti in alcuni luoghi del porto. 

111. Col fondo di cinque metri alla bocca non 
vi potranno entrare a mare agitato bastimenti che 
pescano oltre i quattro metri, o poco più , per il 
naturale beccheggio, che il mare stesso gli cagiona. 
Ora, è noto che il più gran bastimento che deve 
prendersi per norma per la profondità di acqua in 
un porto di esteso commercio, è almeno di mille 
tonnellate metriche: questo richiede G m , 40 di pro- 
fondità: dunque non meno di sette metri sarà la 
quantità di acqua voluta. 

112. Se a tutto ciò uniamo il bisogno di prov- 
vedere per l'avvenire a quel naturale sviluppo com- 
merciale, che in più luoghi abbiamo accennato, si 
troverà necessario non solo rendere perfetto l'at- 
tuale porto ridotto, ma benanche conquistare ul- 
teriore superficie di mare con profondità non mi- 
nore di sette metri. Questa ricerca forma il sog- 
getto della 

SECONDA PARTE DEL NOSTRO PROGETTO. 

113. Se ci facciamo ad esaminare il progetto 
sanitario dopo le riforme ed aggiunte, che vi ab- 
biamo proposte (§ 83 a 88 e fìg. 2), ci sembra tro- 
vare nella esecuzione di quello il rimedio ai difetti 
dell'attuale porto ridotto , enumerati nei tre ante- 
cedenti paragrafi (§ 110, 111 e 112). Dopo fatto il 
primo passo, cioè dopo eseguito quanto proponiamo 



237 

nell'esistente porto, opiniamo, clic il progetto sa- 
nitario riformato non vada più soggetto all'eccezione 
da noi emessa al paragrafo 87. 

114. Si potrebbe dire, che aggiunto questo nuovo 
porto al capo di Livorno come quello progettato 
dal Poirel, sarà anch'esso in opposizione colla giu- 
sta massima di non costruir porti di commercio 
alla cima de'capi, ma sibbene a ridosso di essi, onde 
evitare gl'interrimenti: ed il riportato esempio del- 
l'infelice risultato del porto neroniano in Anzio con- 
ferma la verità di questa massima (§98). Ad una tale 
obbiezione possiamo rispondere , che la bocca del 
nostro nuovo porto è rivolta a destra, cioè a ridosso 
del braccio principale, mentre quello del neroniano 
si lasciò aperta a sinistra, cioè esposta ad ingoiare 
le materie ostruenti che là, come qua, viaggiano da 
sinistra a destra. Questa da noi è stata riconosciuta 
e dimostrata per la precipua causa che perdette 
quel vasto porto dell'antica Roma (1). 

Si potrebbe inoltre osservare , che quell'avan- 
zamento di spiaggia al di fuori del lazzaretto S. 
Rocco, di cui si fa tanto carico al progetto Poirel, 
si verificherà anche colla esecuzione del progetto 
sanitario ridotto. Ma ci sembra aver già prevenuta 
una sì giusta osservazione (§83): qui basterà lo ag- 
giungere che il braccio sinistro del progetto Poirel si 
protrae ben più oltre del fanale, ove cesserà l'interri- 
mento del progetto sanitario: ma ciò che maggior- 
mente e a carico del progetto Poirel si è, che le 



(1) Osservazioni idraulico-nautiche sui porti neroniano ed in- 
nocenziano in Anzio. Roma 1848 Giornale Arcadico tom. 117. 



238 

materie ostruenti dopo essersi addossate al braccio 
sono obbligate ad entrare nel porto, che ha una 
delle bocche aperte a sinistra (§95 e fig: 3). Dunque 
nel progetto Poirel non è questione soltanto di 
avanzamento di spiaggia , ma benanche di perdita 
del porto, perchè le materie resterebbero ivi rin- 
chiuse (§ 98 a 101), mentre nel progetto sanitario 
dovranno passar oltre (§83 e 86). 

Finalmente si potrà rimarcare, che settecento 
metri di scogliera portata da rilevante profondità 
fino a fior d'acqua, non daranno un metro di ban- 
china utile al commercio. Questo in verità è gran 
difetto. Una sì rilevante spesa non può dare altro 
benefìcio che quello di riparare dalla provenza il 
nuovo porto e parte del vecchio. 

115. Vediamo se vi può essere altra opera salva 
dai sopra esposti difetti , e specialmente da que- 
st'ultimo, il peso del quale al certo non è parago- 
nabile agli altri. Noi ora andiamo a proporre un' 
opera, l'idea della quale concepimmo non appena 
uscito il decreto del 13 maggio e quando ignora- 
vano ancora i progetti diversi che abbiamo analiz- 
zati: idea che a quell'epoca accennammo a per- 
sone intelligenti residenti in Firenze ed a Livor- 
no, e che ora dimostriamo. 

116. Gli architetti dell'antica Roma , secondo 
dimostra l'erudito De Fazio, hanno conosciuto il se- 
greto della conservazione della profondila ne'portì; e 
consiste nello accrescere e non già nel diminuire 
V energia delle correnti (1). Questo assioma veniva 

(\) Opera cilata pag. 69. 



239 

da quei savi uomini dell'antichità posto in pratica, 
per quanto era possibile, con costruire i moli ar- 
cuati Essi ben comprendevano ridursi in fine a due 
i principali requisiti che si debbono aver presenti 
nella formazione de'porti artificiali. Consiste il primo 
nella conservazione di una convenevole profondità 
d'acqua, aftinché vi possano galleggiare i bastimenti 
che vi si debbono ricoverare. Il secondo è quello di 
ripararli e renderli sicuri dagli effetti de'flutti. La qual 
sicurezza sta nel conseguimento di una conveniente 
calma delle acque nel porto, e non già di una calma 
assoluta equivalente a quella delle acque stagnanti; 
dappoiché questa sarebbe manifestamente opposta 
all'indispensabile requisito del facile approdo e della 
conservazione della profondità. Una calma perfetta 
si deve cercare nelle darsene e neibacini (§88), e 
non pretenderla nei porti. 

117. Abbiamo veduto quali e quanti sono i ma- 
teriali d'interrimento, che assalgono il capo di Li- 
vorno, ed a quale giuoco essi vanno soggetti in forza 
de'flutti e delle correnti che ivi regnano (§35 a 75). 
La qual cosa basta per farvi condannare l'uso dei 
moli continuati verticali al lido ; perchè interrom- 
pendo il libero corso delle materie, fanno l'ufficio 
di pennelli o dighe, che col rendere stagnanti le 
acque promuovono le colmale. Essi inoltre oppo- 
nendo ostacolo allo spandimento de'flutti ch'entrano 
nella bocca de'porti, li fanno riflettere e formano 
quell'agitazione tanto molesta ai bastimenti, cioè la 
più volte ripetuta risacca. 

118. Ingegneri moderni molto valenti trovano 
interessante il lavoro del sullodato De Fazio, e non 



240 
escludono l'utilità del sistema de'suddetti moli ar- 
cuiati: e fra questi ingegneri ritroviamo con piacere 
il sig. Poirel (1). E da osservarsi però che all'an- 
tico sistema della costruzione de'moli, risuscitato 
dal ripetuto De Fazio, si fanno pur anco da inge- 
gneri di vaglia delle obiezioni ; ma siccome l'opera 
principale, e può dirsi l'unica nel progetto di cui 
trattiamo, che possa avere influenza sulla indole del 
lido livornese, è un antemurale, così crediamo di 
poter omettere ogni disquisizione a ciò relativa. Noi 
lasceremo alle correnti il loro pieno e libero giuoco 
senza incorrere nelle obiezioni che si fanno ai moli 
interrotti: quindi noi riuniremo il buono degli an- 
tichi e quello de'moderni. Vediamo s'è vero. Ecco, 
per primo , la parte topografica del detto ante- 
murale. 

119. La testa ostro dell'antemurale (fig. 4) dista 
dal centro della punta del molo Cosimo 600 metri 
per libeccio. Dalla punta del moletto che abbiamo 
proposto (§105 e lettera A) all'estrema punta di 
tramontana del suddetto antemurale corrono 1*250 
metri per maestro: quindi per la curva stabilitagli 
avremo 1450 metri di antemurale , e le due teste 
interne si guardano per ostro tramontana dieci gradi 
a ponente e tramontana a ostro dieci gradi a levante. 
Passiamo alla parte idrodinamica. 

120. Quantunque il detto antemurale o isola, 
formi poco seno colla sua faccia interna, nulladi- 
meno per la giacitura di esso i legni ivi ormeg- 
giati saranno coperti da tutti i venti che danno 
flutti al nostro lido. Esso inoltre corre pressoché 

(1) Opera citata pag. 62. 



241 

ostro tramontana, cioè la linea generalmente te- 
nuta dalle materie: esso quindi tende a conservare 
la profondità dell'acqua esistente perchè seconda e 
non si oppone al passare delle medesime. In una 
parola, allontana le cure e le spese sempre gravi e 
spesso inutili de'nettamenti, e concilia la necessaria 
calma per i bastimenti che vi si orrnaggiano. La 
sua curva darà più solidità all'opera perchè opporrà 
molto meno presa alla potenza de'flutti , in con- 
fronto di un ostacolo rettilineo (97). A queste di- 
sposizioni adunque non si possono fare le obbie- 
zioni da noi emesse su i moli del progetto Poirel, 
relativi all' interrimento ed alla solidità : quindi il 
nostro antemurale non incorre i gravi difetti di 
quelli, vince la difficoltà massima che la costituzione 
di questo lido oppone alla utile costruzione di un 
porto, e raggiunge il primo scopo, che deve aversi 
nella soluzione del nostro problema, quello cioè 
de facililer la navigalioìi dans louts Ics instante 
possibles (1). 

121. Esso però lascia aperta una molto larga 
bocca ai venti ed ai marosi più potenti di questo 
lido, ossia a quelli compresi fra ostro 1 / i libeccio 
sino a libeccio. Questi comprometteranno la tran- 
quillità di gran parte della superfìcie compresa fra 
l'attuale porto ed il progettato antemurale, e non 
renderanno molto comoda la entrata nel ripetuto 
porto. Inoltre, in forza della distanza, in cui è posto 
l'antemurale dal molo Cosimo, esso ha bisogno di 
gran lunghezza perchè la bocca del porto venga co- 
fi) De Cesari, opora citata torci. 2 jiag. 8. 

G.A.T.CXXXIX 16 



242 

perla da libeccio a maestro. A queste gravi obbie- 
zioni, che ci siamo fatte, ecco cosa rispondiamo. 

122. Noi abbiamo creduto proporre sì fuori l'an- 
temurale e lasciare si larga bocca per quattro 
gravi riflessi. Il primo si è quello del costante 
avanzamento annuo della spiaggia, specialmente da 
destra. Queste grandi opere devono antivedere lungo 
avvenire; quindi imprudente sarebbe edificare o 
protrarre grandi moli, o antemurali, troppo presso 
una spiaggia che progredisce. 

Il secondo riflesso ha per soggetto il bisogno 
di acquistare conveniente profondità di acqua. Ab- 
biamo veduto, che il bastimento da prendersi per 
norma per un porto di esteso commercio è per 
lo meno della misura di mille tonnellate metriche. 
Tale bastimento con pieno carico pesca 6"', 40: 
quindi se l'antemurale fosse più vicino al porto, 
non vi sarebbe abbastanza profondità di acqua 
per permettere facile accesso a detto legno quando 
per il mosso mare beccheggia. La mancanza di 
conveniente profondità di acqua è un male perma- 
nente e gravissimo (§ 99): sarà quindi molto utile 
che la nuov'opera si stabilisca ove l'acqua sia 
piuttosto abbondante che scarsa. 

Jl terzo tende a dar comodo passaggio alle 
correnti. E legge idrodinamica di essere molto cir- 
cospetti nel costruire opere, che possono produrre 
bruschi cambiamenti nel sistema fluido: ed il lido di 
Livorno è quanto altri, e più di altri ancora, ge- 
loso di conservare la sua indole» Esso ci ha date 
ripetute prove che fa pentire chi tenta di al te- 
larla (§ 72). E poi, ò di massima che nella ibi- 



243 

inazione di un porto bisogna abbondare nelle pre- 
cauzioni e mezzi di riuscita, non essendo lecito 
nella materia sempre contingente dell'acque, e spe- 
cialmente di mare, di potere a capello prevedere 
gii effetti, che ne sono per derivare (1). 

L'obbiezione della lunghezza dell'antemurale , 
ossia la vastità dell'opera, forma il soggetto del 
quarto riflesso. Quando in Livorno si costruiva 
l'attuai duomo, il granduca si portò a vedere la 
fabbrica e disse in atto di rimprovero all'archi- 
tetto, che credevi di dover fare il duomo a Fi- 
renze ? A cui rispose: Serenissimo, quando si fanno 
fabbriche per uso pubblico non sono mai troppo 
grandi (2). 11 fatto ci prova la giustezza della 
sentenza dell' architetto per il duomo non solo , 
che già da gran tempo più non si presta ai bi- 
sogni del pubblico, ma anche per il porto. Que- 
sti esempi, ed altri che si potrebbero citare , ci 
devono servire di norma per non ricadere nel- 
l'errore. Quando anche per opere di questa fatta 
si dovesse lasciare ai posteri un debito vistoso , 
sarà da essi di buona volontà pagato, perchè frui- 
ranno dell'oggetto che lo produsse. Arroge che 
potrebbe essere stabilito un moderato e tempora- 
neo diritto sulle cose che fruiranno del nuovo por- 
to. E massima generale che le spese de'pubblici la- 
vori devono pagarsi da coloro che ne fruiscono, 
giusta la regola di diritto la quale insegna: es- 
sere conforme all'equità naturale che quegli, il quale 



(!) Zenririni e Manfredi, Opera e raccolta citala toni. 8. pajj. 409. 
(2) Targioui, Opera citala Tom. 2 pai*. 361). 



244 

ha i vantaggi di qualche cosa ne porli anche gli 
svantaggi (1). « Il principio economico, dice il eh. 
Cordier, di far pagare i lavori da quelli che ne pro- 
fittano, è stato stabilito e consagrato dagli editti 
di Enrico IV e de'suoi successori durante il seco- 
lo XVII. Esso è ora ammesso come un adagio e 
una legge generale in tutti gli stati ben diretti. 
11 merito, o piuttosto la gloria legislativa della in- 
venzione di questo sistema, appartiene ad Enrico 
IV ed a Silly » (2). 

La equità di questo principio è infatti ora ri- 
conosciuta da tutti. Ma per incidenza noteremo 
che, senza riandar l'antichità, diciotto anni innanzi 
che regnasse Enrico IV il nostro filosofo Andrea 
Bacci proclamava questo principio in una sua opera 
che tratta del Tevere, stampata in Venezia per 
Aldo nel 1576 alla pag. 271 lib. Ili: ed altri 
scrittori italiani continuarono a promoverlo, come 
si vede in Bonini, II Tevere incatenato, edizione 
di Roma 1663 pag. 399, nelle Memorie di San 
Nonnoso abate di Soratte, pubblicate da Antonio 
degli Effetti in Roma 1675, pag. 236, e nel Te- 
vere navigalo e navigabile di Leone Pascoli pag. 70 
della edizione romana del 1740, nell'anno cioè 
in cui Smith, nato nel 1723, entrava nel colle- 
gio di Oxford. 

123. Dunque la questione si restinge soltanto 
a vedere se si spende bene, e | non solo per i 
presenti, ma anche per i futuri, o per meglio dire 
per tutti quelli che dovranno pagare. 

(1) Leg. 10. Digesto Delle regole del diritto. 

(2) Mémoires sur les travauoc publics Paris 1841 pag. 79 e 80. 



245 

124. Oltre di che tutto in città è fatto e pro- 
gredisce per un avvenire grandioso : ampie piazze, 
comode vie, belli palazzi; grandi case e fabbricati: 
maestoso nuovo duomo; vaste passeggiate; solide e 
ricche opere idrauliche per i canali interni : tutto 
in fine ha l'impronta d'idee gigantesche, e il solo 
porto dovrà continuare ad essere in disarmonia ? 
Il porto, da cui dipende il bene della stessa città 
non solo, ma della Toscana tutta, dovrà essere parto 
d'idea meschina ? Noi noi vogliamo supporre. 

125. Ma i riflessi sopra esposti, onde difendere 
dalle accuse la proposta giacitura ed ampiezza del- 
l'antemurale, non provvedono alla giusta obbiezione 
della larga bocca molto aperta dalla parte de'venti 
infesti. 

La natura non favorevole per la costruzione 
di un porto presso Livorno, in questo però ci fa- 
vorisce. Ad ostro dieci gradi a libeccio distante 1500 
metri dalla punta del molo Cosimo esiste una secca 
con vocabolo Vigliala. Essa è in parte visibile ed 
in parte sottomarina: questa parte si dirige a mae- 
stro. Ora, a 100 metri dallo scoglio fuori di acqua 
si faccia una scogliera per ponente 20° tramontana 
protraendola per metri 250, ed avremo in complesso 
un'utilissimo spezza-flutti di 400 metri circa (fi. 4.). 
Esso sarà un quidsimile di quanto è stato prati- 
cato negli stati uniti di America nella baia del 
Delaware (1). 

Né si creda che quest' isolata e discosta sco- 
gliera aumenti pericolo alla navigazione, giacché ne 

(1) Sganzin e Reibell, Opera citata tom. 2 pag. 322. 



2ì<; 

diminuisce invece d'assai l'attuale. Ed invero la 
parte subacqua della secca obbliga oggi i prudenti 
naviganti tenersi molto più discosti dalla parte vi- 
sibile ed a formarsi così un pericolo più esteso di 
quello che in realtà vi sia; mentre quando sarà tutta 
visibile diverrà molto meno temibile: e ciò quando 
anche si protraesse alquanto più fuori de'proposti 
250 metri. 

126. È noto che le onde entrando in una rada 
per un passo stresso si affievoliscono propagandosi 
in tutta la superfìcie (1) : e siccome lateralmente 
noi abbiamo un vasto spazio ove possono estendersi 
e quindi calmarsi , così innocue saranno ai basti- 
menti ormeggiati all'antemurale. Riunendo dunque 
la parte che difende 1' esistente molo Ferdinando , 
l'attigua piana, e quella del proposto spezza-flutti, 
troveremo a sufficienza difesa la larga bocca , e 
quindi eliminata d' assai l'obbiezione che abbiamo 
posta innanzi. 

Tuttavia può esser che nelle tempeste le bar- 
chette non potranno dal molo Cosimo andare all'an- 
temurale: ma questa interruzione del traffico delle 
piccole barche per qualche giorno nell'anno è uno 
svantaggio comune a tutti i moli isolali, e la spe- 
rienza mostra non essere ciò un grave inconvenien- 
te (2). Cotesti moli possono però interrompere più 
spesso e per più lungo tempo il trasporto delle 
merci dall'antemurale alla città e viceversa; questo 
inconveniente farà sempre più sentire la necessità 



(1) Emy, Opera citata §. 253 e 264. 

(2) Rivera, Opera citala peg. 483 §. 141. 



247 

di avere fra la città e l'antemurale un porlo tran- 
quillo, profondo e di facile accesso. 

In ultimo se colla esperienza non risultasse suf- 
ficientemente tranquilla la stazione all'antemurale, e 
comoda l'entrata nel porto, sarà facile cosa prolun- 
gare ancora di altri metri il ripetuto spezza-flutti. 
Sembraci quindi vinta questa grave obbiezione, con 
un espediente molto conveniente ed economico. 

127. Resta vedere quale de'due progetti sia da 
preferirsi, cioè quello del molo sanitario da noi ri- 
formato, o questo dell' antemurale ; una stringente 
conclusione è necessaria. Ma sì fatto paralello e la 
conseguente conclusione sarà posta sott' occhio nel 
seguente articolo. Qui ora dobbiamo parlare della 

TERZA PARTE DEL NOSTRO PROGETTO. 

128. Provveduto colla prima parte alla tran- 
quilla e conveniente profondità di acqua nell'atttuale 
porto per il più gran numero de' legni che oggi lo 
frequentano , e provveduto colla seconda al neces- 
sario facile accesso in detto porto , e all' adequato 
ricovero ai più grossi bastimenti , sentiamo inoltre 
il bisogno di provvedere ad una più ampia, ma, ciò 
che più interessa , più tranquilla e più economica 
stanza per il naturale e sempre crescente sviluppo 
commerciale, che l'effettuazione delle due prime parti 
darà certamente alla città di Livorno. 

120. A questa nostra ricerca nulla meglio prov- 
vede che l'esecuzione del progetto de'bacini ( dal- 
l' 88 fino al 93): ed esso adottiamo. Questo progetto 
quanto più si studia tanto più si trova artistico, e 



248 
quanto più sarà esteso, tanto più sarà utile e con- 
veniente al commercio ed al governo. 

Di tutti gli stabilimenti economici di che il genio 
commerciale ha saputo arricchire i porti , nessuno 
è più vasto, più ingegnoso e più energico nei suoi 
effetti quanto il doccile. Esso è agli attuali porti 
ciò che la macchina è alla mano d'opera ordinaria. 
Precisione, sicurezza, celerità e huonmercato , tali 
sono i risultati di questo sistema di stazione e di 
amministrazione delle mercanzie: esso ha per base la 
centralizzazione intelligente, e per scopo la sempli- 
cizzazione de'metodi meccanici della circolazione fra 
la riva ed il mare: esso in una parola è l'ordine e 
la semplicità applicati in grande. 

Se 1' attuale porto di Livorno avesse o potesse 
avere un approdo qual si richiede , effettuato che 
fosse il profonda mento nel suo interno, la seconda 
parte del nostro progetto sarebbe 1' esecuzione dei 
lavori fra i canali onde al più presto possibile dare 
alla città questo gran comodo ed al commercio que- 
sto gran beneficio; ma abbiamo veduto eh' è neces- 
sario rendere prima sicura , facile e conveniente 
l'entrata nel porto. 

J30. Chiuderemo quest'articolo, già troppo lun- 
go, con dire , essere nostro parere che il progetto 
da noi proposto racchiuda in se tutto ciò, ch'è buono 
negli altri, ne scarta il cattivo, o ne compie la parte 
imperfetta. Di fatti , ammesso prima il profonda- 
mento dell'attuale porto, su di che non può esservi 
disquisizione , il proposto antemurale è il braccio 
voluto dal progetto sanitario (§ 78 e fig. 1), ma stac- 
cato dal fanale per non opporsi in modo veruno 



249 

al passaggio dello torbe e pei- avere due bocche e 
comode. Esso guadagna inoltre più di quello vasta 
superficie di mare profondo. 

È T indispensabile avanporto per i legni di mag- 
gior portata di cui manca il progetto de'bacini (§ 88) 
e completa se stesso con quello (§ 129). 

È la protrazione del molo Cosimo voluta dal 
progetto che una tal protrazione propone (§ 94); ma 
staccata dal molo onde conquistare la necessaria 
profondità di acqua, che non si ha, né si può avere 
in continuazione di quel molo. 

È in fine l'antemurale del cav. Poirel (§ 93 tìg. 3): 
ma senza i suoi lunghi bracci, ricettacolo di sover- 
chiane materie. Anzi il nostro nell' essere curvili- 
neo è anche più solido , e per trovarsi più a tra- 
montana è pure più a ridosso dalle secche della 
Meloiia: quindi per l'uno e l'altro presenta, in con- 
fronto di quello , rilevante economìa nella grande 
spesa di manutenzione. 

ARTICOLO IX. 

Par ai elio idrodinamico, nautico, commerciale ed eco- 
nomico fra due de' descritti progetti. Osservazioni 
generali. 

131. Utilità, tempo, e danaro dovranno essere i 
tre principali moventi nella scelta di un progetto 
sull'altro ; e per le infelici condizioni dell' attuale 
porto di Livorno, il tempo è quello di maggior po- 
tenza. Ivi in vero è urgentissimo porre riparo al 
sempre decrescente commercio. 



250 

Questa necessità non ci farà mai abbastanza 
raccomandare l'esecuzione della prima pai'te del no- 
stro progetto (§ 105), l'oggetto principale della quale 
è il profondamento dell'attuale porto. Noi crediamo 
non illuderci su questo lavoro : sappiamo che per 
l'ingrata natura del fondo, non è né facile ne di pic- 
cola spesa; ma siamo persuasi, e sarà a suo luogo 
dimostrato, che in tre anni al più può essere tutto 
ultimato. Non così può dirsi della esecuzione del 
progetto Poirel, di quello dell'antemurale, e dell'al- 
tro sanitario riformato. Non e' illudiamo: queste ope- 
re hanno bisogno di più lustri per produrre utile 
risultato ! Anche questo sarà dimostrato. Intanto per- 
chè ognuno si possa formare una idea del tempo 
e della spesa che richiede uno qualunque de' 
sunnominati progetti , citeremo un esempio de- 
dotto dalla ripetuta opera del sullodato cav. Poi- 
rei, la quale è preziosa per queste cose. 

132. Ivi è registrato, parlando del vecchio molo 
di Algeri, che en employant des blocs de beton au 
lieti de blocs nalurels , on a pu, dans fespace de 
cinq années et avec une dépence audessous de denx 
milions , reconslruire cet ouvrage à neuf sur une 
longueur de près de 200 mètres et lui donner une 
solidiié à tonte épreuve (1). Dunque il sig. Poirel 



(1) Opera citata pag. 10. In seguito lo slesso Poirel ci dice, 
che per questo lavoro ha impiegato sept campagnes consecutives, 
de 1833 à 1840: e conclude: On a pu aitisi, dans t 'capace de sept 
années et avee une dépenso de deux millions sedlement ec. (pag, 98) 
Noi volendo essere favorevoli il più ch'é possibile ai risultato del 
lavoro iu Algeri, abbiamo preferito prendere per tipo il tempo eia 
spesa minore che il Poirel ci dà. 



251 

per ricostruire, ossia riprendere e fortificare a nuovo 
due cento metri del vecchio molo del porto di Al- 
geri, vi ha impiegato cinque anni e vi ha speso due 
milioni di Franchi. E si noti che l'autore ci fa ri- 
marcare questo fatto come prodotto di lavoro sol- 
lecito ed economico. 

133. Noi per facilitare 1' applicazione di questo 
esempio alle opere progettate per il nuovo porto di 
Livorno, non faremo entrare nel calcolo il grande 
vantaggio che il cav. Poirel ha potuto ri trarre dalla 
esistenza del molo in Algeri; qnivi si è fondato en 
avanl de V ancien mòle, ed i massi sono stati pre- 
parati sur berge; invece che in Livorno si tratta di 
dover fondare e costruire in prolungamento ed an- 
che isolato, cioè senza quell'utile punto di appog- 
gio, e senza quel conveniente spazio nel luogo stesso 
dei lavori. Di più il Poirel , nell' opera di cui si 
tratta, non è incorso in tutta quella serie d' Ricon- 
venienti propri delle nuove e grandi opere di mare 
così formulata da uno de'più distinti ingegneri dei 
porti: « I lavori idraulici si eseguiscono sotto le ac- 
que quasi alla cieca sopra un terreno necessaria- 
mente ineguale nella sua configurazione e nella sua 
natura: il loro avanzamento è ritardato dagli sforzi 
distruttori ed incalcolabili dell' elemento al quale 
sono esposti. E allorquando, dopo aver vinto que- 
ste numerose difficoltà , si crede essere giunti al 
termine, s'incontrano nuove cause di distruzione (1). » 
Noi inoltre, per sempre più semplicizzare il calcolo 
ed essere maggiormente al sicuro di qualunque tac- 

(ì) De Cessart, Opera citata toro. I. pag. 3. 



252 

eia di inesattezza favorevole al nostro scopo, trascu- 
reremo pure la maggior profondità di acqua che s' 
incontra nella esecuzione della più gran parte dei 
lavori che risultano dai progetti di Livorno, a fronte 
di quella che il Po irei ha incontrata nel molo da 
lui riparato (1). In fine trascureremo puranche la 
base maggiore di che le nostre opere hanno biso- 
gno , in confronto di quella di Algeri. Tutto ciò 
condonato, stabiliremo dunque che là, come qua , 
si tratti di opera interamente nuova ed eseguibile 
cogli stessi mezzi e ad eguale profondità di acqua 
e di superficie, tanto sotto marina quanto sopra. 

1 34. 11 progetto Poirel sviluppa per il nuovo 
porto e parte del vecchio come negl'altri progetti, 
cioè dalI'À in fuori (fìg. 3), (2), compreso V ante- 
murale, 2400 metri: dunque avrà bisogno di 60 anni 
ossia 12 lustri e di 24 milioni di franchi per ef- 
fettuarsi: quello dell'antemurale, con lo spezza-flutti 
in tutto 1700 metri di lunghezza, impiegherà otto 
lustri e mezzo, e 17 milioni: il terzo in fine, cioè 
quello sanitario riformato, misura in tutto 1200 me- 
tri , quindi sarà compito dopo sei lustri e con la 
spesa di 12 milioni (3). 



(1) Dalla pianta del porto di Algeri, unita all'opera di Poirel, 
si rileva che questi, per il molo di cui si tratta , ha lavorato in 
profondità di acqua non maggiore di quindici piedi e sopra suolo 
di scogli: mentre in Livorno si deve lavorare in profondità an- 
che oltre il doppio di quella, e sopra fondo generalmente tenero. 

(2) Diciamo parte del vecchio, perchè gli altri progetti ancora 
ne coprono la bocca sino a maestro. 

(3) De'1200 metri, settecento non dovendo essere praticabili, 
si avrà grande economia di tempo e di spesa in confronto degli altri 



253 

135. Quest' esempio di confronto può essere ap- 
poggiato da tatui altri di eguali risultati : nondi- 
meno noteremo che ve ne sono di quelli che in pro- 
porzione hanno occupato tempo più lungo , come 
degli altri che si sono eseguiti in un rapporto di 
tempo più breve. Nel citato nuovo porto di Mar- 
siglia, verbi grazia, il tempo, e crediamo anche la 
spesa, è stato minore in proporzione di quello im- 
piegato in Algeri: ma noi non dovevamo scegliere 
uno degli esempi estremi. E poi, l'esempio del porto 
di Algeri preso per tipo, lo abbiamo come un fatto 
compiuto e registrato per modello dall'autore stesso 
ch'è il cav. Poirel , ingegnere del nuovo porto di 
Livorno. Con quest' esempio abbiamo dunque 1' i- 
dentica persona, gli slessi materiali e modi di co- 
struzione che in Algeri furono adoperati, e per Li- 
vorno vengono proposti. Ciò posto, ci troviamo in- 
dotti alla conclusione che Livorno, seguendo il Poi- 
rei, non potrà avere compiuto il nuovo porto, che 
ei progetta, in meno di mezzo secolo. 

E vero che, non attenendosi al Poirel , si può 
aver nuovo porto conveniente ed utile in molto mi- 
nor tempo e con molta minore spesa; ma si riduca 
il tempo a venti ed anche a quindici anni , un tal 
periodo nello stato di regresso che va soffrendo il 
commercio marittimo di Livorno ridurrà quella città 
basta così. 



progetti. Rammenteremo, che del progetto Poirel non abbiamo preso 
ad esame che le parti principali (§ 9o). Se si ponesse nel cal- 
colo ogni opera da lui proposta, aumenterebbe di molto la cifra 
del costo, e quella del tempo al progetto stesso relative. 



254 

136. 11 sig. Poirel, per ridurre a metà il tempo 
e la spesa della vasta opera sua, divide in due parti 
l'esecuzione del suo porto, nella vista, dicesi, di farlo 
in due epoche. Egli propone di eseguire prima per 
intero il braccio destro e metà dell'antemurale. Ve- 
diamone i risultati. 

S' immagini eseguito tutto il braccio destro e 
1' antemurale sino alla lettera B ( Figura 3 ). Noi 
avremo una gran diga perpendicolare alla costa e 
metà dell'antemurale paralello a questa in guisa, che 
tanto l'una quanto l'altro lasciano scoperta la bocca 
dell'attuale porto ai venti da ostro a ponente-libeccio 
precisamente a tutti i più nocivi. Or bene, col soffiar 
di questi noi vedremo i marosi, che ne conseguono, 
percuotere liberamente la parte interna di detta diga 
e quella esterna del molo Cosimo: e da ciò un con- 
trasto di flutti diretti e riflessi da formare tal bulli- 
carne presso la bocca e tal cozzo di frangenti nella 
bocca stessa da rendere impossibile ad ogni specie 
di bastimenti 1' entrata nel porto. Nel porto poi si 
avrà potente risacca riflessa per ogni senso, dimodo- 
ché verun bastimento potrà essere saldo sopra i suoi 
ormeggi. E tutto ciò è il solo effetto de'venti: esa- 
miniamo ora quello delle materie. 

Cotesta diga ed il tratto di antemurale è , a 
parer nostro, quanto di meglio si possa immaginare 
per rattenere tutte le materie che abbiamo dimostrato 
radere lungo il capo di Livorno. Queste , e per la 
potenza de'flutti, e per l'azione della corrente, do- 
vranno essere interamente raccolte e stivate nel ba- 
cino dell'esistente porlo. Quindi a noi sembra di non 
potere essere smentiti asserendo, che in due anni esso 



255 
sarà interamente colmato. E dopo il porto, con poco 
più tempo, tutta la diga e l'antemurale daranno luogo 
a nuova passeggiata. 

Dai quali effetti ne consegue, che come abbiamo 
creduto aver dimostrato cattivi i risultati dell'intero 
porto Poirel, così crediamo poter assicurar pessimi 
quelli della proposta metà di esso. 

137. Resta dunque ampiamente dimostrato, che 
la prima parte del nostro progetto (§ 105 e 131) è 
quella che riunisce le condizioni di tempo, di uti- 
lità e di spesa proporzionate a soddisfare gl'incal- 
zanti bisogni, in cui trovasi la città di Livorno. 

138. Dopo questa indispensabile premessa, pas- 
siamo al paralello fra il progetto sanitario riformato 
e quello del solo antemurale ( figura 2 e 4). Sotto 
il rapporto idrodinamico abbiamo veduto ch'entrambi 
non hanno a temere i tristi effetti degli interrimenti: 
così pure sotto quello nautico entrambi sono buoni, 
perchè raggiungono conveniente profondità di acqua, 
e presentano comode bocche per entrare e per 
uscire. 

In vero, quello dell'antemurale è più marina- 
resco: l'approdare in esso da qualunque lato è co- 
modissimo: ci sembra anche più artistico, ossia più 
bello agli occhi, di certo più semplice assai. Ma vo- 
gliamo avvertire, che nell'apprezzar queste qualità, 
onde lo crediamo superiore all'altro, può avervi in- 
fluenza essere marinaio chi lo concepì, ed anche 
quella naturai disposizione che si sente per sostenere 
un primo e tutto proprio concetto. 

Però , se poniamo spassionatamente i due pro- 
getti a confronto di utilità , di tempo e di spesa , 



■Iòti 

troveremo, che quello sanitario riformato è sensi- 
bilmente migliore dell'antemurale. A parità nelle al- 
tre condizioni crediamo , che 1! utilità maggiore o 
minore di un porto dipenda dalla misura delle ban- 
chine, ossia dallo spazio utile somministrato al com- 
mercio. 

In fatti la stessa superficie di acqua , secondo 
la sua distribuzione e destinazione, può essere più 
o meno utile. Un porto militare, per esempio, può 
senza inconveniente essere soltanto un ridosso per , 
fare stazione; ma in un porto di commercio all'in- 
contro non si sta fermi, si lavora; ed il lavoro è 
scaricare e caricare colla maggiore possibile cele- 
rità. Dunque un porto di commercio più offre co- 
modo per queste operazioni, più è utile: quindi il 
grado di utilità di tal porto si dovrà basare sull'esten- 
sione delle banchine. Or bene, il progetto sanitario ri- 
formato sviluppa 1565 metri utili di banchine (1): 
quello dell'antemurale ne dà 1150: quindi il primo 
è più commerciale del secondo. E lo è anche per 
economia rilevante di tempo 
tutto ciò si aggiunga, che 

tario ha il gran beneficio di essere innestato all'at- 
tuale porto, cioè per terra si può andare da un porto 
all'altro; e che per mare mai sarebbe interrotta la loro 
comunicazione, perchè anche senza il taglio del molo 
Cosimo, e quando non si voglia lare il giro della 
punta di questo molo , si ha la comunicazione per 
il canale del lazzaretto (§.86). 

(1) E ben naturale che nella misura vi è compresoli molo 
Cosimo , il quale con questo progetto viene ad essere utiliz- 
zato anche dalla parte che oggi è esposta ai flutti: ma ne abbia- 
mo sottratti 150 metri nella punta. 



ondo, t lo e anche per 

pò e di spesa (§. 134). A 

il nuovo progetto sani- 
di aacoi'a ìnnact^tn 'ili «1 fr 



257 

1 39. Cosicché lutto visto e tutto calcolato, noi 
terminiamo per preferire il progetto sanitario rifor- 
mano a quello dell'antemurale. 

OSSERVAZIONI GENERALI. 

140. A compimento de'sucsposti studi abbiamo 
sentita la necessità di conoscere V azione massima 
del flutto contro un metro quadrato. È ben noto 
che essa non è costante, anzi è variabilissima, per- 
chè deriva dai venti, dalla loro durata nella stessa 
direzione, dalla impetuosità e lontananza delle pro- 
celle , ed infine da un gran numero di circostanze 
locali , le quali alcune volte contribuiscono ad ac- 
crescere o moderare il furore de'marosi. Una siffat- 
ta ricerca per il lido livornese ci ha impiegati in 
un campo difficile oltremodo per l' intera man- 
canza di dati diretti. Nulladimeno coli' esperienze 
fatte dai distinti ingegneri Virla, T. Stevenson di 
Edimburgo ed altri , con quelle desunte dall'ante- 
murale di Cette, e più ancora dal nuovo molo di 
Algeri, si può giungere a conoscere quale minima 
cubicità deve avere il inasso per resistere immo- 
bile all'urto de'marosi del lido suddetto : risultato 
possibile, perchè la suddetta azione è proporzio- 
nale alla superfìcie percossa , e la resistenza dei 
massi cresce come il cubo di essi. L' antemurale 
di Civitavecchia avrebbe potuto essere, per la sua 
posizione, più delle citate opere utile alla nostra 
ricerca: ma pel difetto proprio dei nostri ingegne- 
ri, i quali poco o nulla stampano dei lavori, anche 
grandiosi, ch'eseguiscono, ci priva di preziosi aiuti, 
Fortunatamente però, altrove non è così. 

G.A.T.CXXXIX 17 



258 

141. Da un ingegnere francese sappiamo, almeno 
in parte, quello che per intero ci avrebbero dovuto 
dire i nostri. Il signor Auniet ingegnere in capo dei 
ponti e strade di Francia, parlando dell'antemurale 
di Civitavecchia, dice: « Un ingénieur italien, M. Ca- 
lamatta, entreprit en 1776 la réparation de Vèàtré- 
mite nord-ovest de cet onvrage. Pour en garantir le 
pied et délruire le premier choc de la lame y il coula 
d'abord des blocs en maconnerie de beton . . . . ces 
blocs avaient 3 mètres de coté sur 2 métres de hau- 
teur (1), ossia 18 metri cubi di volume, cioè poco 
più grossi di quelli , che si sono riconosciuti ne- 
cessari per Algeri, come fra poco vedremo. E giac- 
che siamo su tale argomento, sia permessa in que- 
st'ultimo articolo una digressione come nel terzo 
(§. 23), affine di porre alcune altre cose al suo posto. 

I massi di smalto del Calamatta erano com- 
posti ad un dipresso delle materie che han servito 
per quelli di Algeri: essi furono formati sur Varile- 
muraille du cóle de la mer, come in Algeri si sono 
fabbricati sur berge: essi aprés quelques jours èlaient 
parvenus a un degré suffìsanl de durelé, precisamente 
come si è verificato in quelli di Algeri: essi, dopo 
ciò, sopra dés plans inclinés on les lancait a la mer, 
ed in Algeri par un pian incline on les lancait 
à la mer : essi in fine vennero usati per lo stesso 
ufficio, cui sono stati destinati quelli di Algeri (2). 

(1) Note sur les ports de fÈtat romain. Annales des ponts et 
chaussées tom. VII. 1834, Sem. 1. pag. 151. 

(2) Per tutto ciò che si riferisce a Civitavecchia è dedotto dal- 
l'opera di Auniet stampata in Francia nel 1834, e per quello ch'è 
relativo ad Algeri è preso dall'opera di Poirel stampata nel 1838 



259 
Dopo una tale descrizione ed una si fatta pratica ci 
sembra che il Calamatta, e non il Poirel, si dovrà 
ritenere per il primo fra i moderni, che abbia usato 
in mare i massi di smalto invece degli scogli vivi nei 
moli a pietre perdute. E diciamo fra i moderni, perchè 
il passo di Vitruvio sopra questo sistema di fonda- 
zione ci sembra abbastanza chiaro per assicurarci 
dell'uso che ne hanno fatto i nostri antichi (1). Né 
siamo soli a veder chiaro in quel passo: ognuno che 
voglia non può intendere altrimenti, e fra questi il 
più volte citato Emy senza ambaci ci dice: Vitruve 
vous apprend qua défaut de blocs naturels d'un vo- 
lume suffisant, ori les formail de rochers factices, on 
fabriquait sur des plale-formes en sable sufjisamment 
élévées au bord du travati déjà hors d'eau de grands 
massifs en maponnerie quon laissait sécher environ 
deux mois; en faisant ècouler le sable de la piale 
forme d'un seul coté, ces blocs se précipilaient dans 
la mer (2). Cosicché non solo non fu primo il Poirel 

negli stessi annali ove aveva stampato Auniet, e ristampata poscia 
separatamente dallo slesso Poirel nel 1841. 

(1) Per provare viepiù quanto chiaro sia il passo di Vitruvio 
nella descrizione ed uso del sistema di fondazione in mare, di cui 
parliamo, rimarcheremo che il traduttore e commentatore Berardo 
Galiani dice in nota: « Dalla presente descrizione chiaramente si 
comprende, che non ebbero in uso di prolungar bracci e ripari col 
mezzo di gran sassi vivi gettati in mare rimo sopra l'altro, come re- 
golarmente oggi facciamo. » (Edizione di Siena del 1790, lib. V, 
pag. 128). Cosicché si giunge persino ad ammettere che fino ai 
giorni di Vitruvio il sistema di fondazione a pietre perdute era in 
uso con massi artificiali soltanto. Questo modo di fare i moli é de- 
scritto da Virgilio al IX dell'Eneide vers. 710 e seg. con questi versi; 

Quaiis in Euboico Baiarum litore quondam 
Sarea pila cadit, magnis quam molibus ante 
Constructam iaciunt ponto, sic Ma ruinam 
Prona trahit , penitusque vadis illisa recumbit. 

(2) Opera citala j 2 1; pubblicata nel 1831. 



260 

a far uso iti mare di questi massi artefatti , ma 
neppure il Calamatta; ed in vero il metodo di di- 
fendere une localilé exposée a la violence des va- 
giies con lo jet a Veau de blocs de beton construits 
à terre, era uno de'divers procédés en usage an temps 
de Vilruve (1). Dunque dopo quanto ha stampato 
Emy ed altri su questo uso degli antichi , e dopo 
quanto ha stampato Auniet nel 1834 sull'uso fattone 
dal Calamatta, non ci sembra giusto che il Poirel 
se ne faccia credere il primo, e non ci sembra 
esatto che questi dica nel 1841, che l'enunciato uso 
n'a e/e' reproduit dans aucun autre ouvrage (scritto), 
et que Von nen connait aucune application pratique: 
in una parola che questo sysléme de fondation n'avait 
pas encore été applique jusquici (A). 

Per altre opere è antichissimo l'uso in Toscana 
ed in Piemonte de'massi artefatti (3), e li troviamo 
adoperati dagli antichi idraulici Leon-Battista Al- 
berti, Barattieri, Michelini, Viviani, ec. In fine essi 
erano e sono di comune uso in Italia anche per 
la difesa delle sponde de'fiumi e garanzìa delle pile 
de'ponti. Nell'Arno abbiamo rilevante esempio di 
questo sistema di difesa. Il distinto ingegnere Fe- 
lice Francolini con de'massi artificiali fabbricati 
al posto, alcuni dei quali hanno la cubicità di 100 



(1) Poirel Opera citata pag. 21. 

(2) Poirel, Opera citata pag. 22 e V. Ed è tanto meno esatto per 
il cav. Poirel che conosceva ed aveva citato nel 1838 l'opera di 
Auniet e quella di Emy, e nel 1841 cita ed analizza il passo 
di Vitruvio. 

(3) G. Goury, Souvenirs poìylechniqncs. Paris 1827, tom I, 
pag. 93. Borgnis, Traile élémentairc de construction. Paris 1823, 
pag. 65. 



261 

metri, giunse ad assicurare a metri 7 sotto acqua 
la fondazione dei muramenti ripetutamente fatti per 
consolidare la pescaia di S. Michele a Rovezzano 
sul punto dove fu strappata dall'impeto delle cor- 
renti nel 1812. 11 resultato ottenuto, malgrado della 
battuta dell'Arno che ivi cade dell'altezza di metri 
3 , 50, prova l'efficacia del rimedio applicato dal 
sullodato ingegnere , e sarà utile esempio per chi 
coltiva la scienza idraulica quante volte siano resi 
di pubblico diritto i lavori da esso eseguiti. Quindi 
lo invitiamo a non ritardare la pubblicazione della 
storia di questa interessante opera da lui compilata 
con molta dottrina fino dall'anno 1844 (1). 

142. Un'altra notizia non meno interessante 
abbiamo raccolta nella citata opera del sig. Auniet: 
con essa andiamo a porreuna quarta cosa (§ 23, 122, 
141) al suo posto. Ei dice: Quand ce travail de pro- 
leclion était aitisi termine (ossia dopo aver lanciato 
in mare i massi di smalto) il (il Calamatta) con- 
struisait des caissons sans fond quii adossait au re- 
vers de la pariie du mole d ràparer, et qiiil y fì- 
xait par de fortes et longues clefs en bois . . . . On 
les remplissait ensuile de beton ec. (2). Ora queste 
casse sono quelle stesse usate dal Poirel in Algeri: 
ma colà nel fondo delle medesime si è inchiodata 
una tela, colla quale il creduto inventore venne a 
chiamarle caisses-sacs, ed il sullodato Auniet non 

(!) In questa aspettativa noi ringraziamo intanto il sig. Fran- 
colini per averci con molta gentilezza e particolare fiducia per- 
messo far tesoro della sna scelta libreria idraulica. Cosi eguale rin- 
graziamento facciamo al sig. Luigi Mancini, architetto costruttore 
navale, per averci dato in Livorno lo stesso permesso nella sua 
ricca libreria della vasta arte della marinerìa. 

(2) Opera citata pag. 151. 



262 

ci dà notizia se il Celamatta vi usasse la tela. Noi 
sapevamo che in Italia prima che in Affrica si 
erano usate le casse col fondo di tela a borsa, ma 
la curiosità ci ha spinto a rciercare se Io stesso 
Calamatta l'avesse così usate. Cosicché ci siamo 
diretti alla fonte, cioè agli archivi ed alle persone 
speciali di Civitavecchia: ed ecco cosa abbiamo rac- 
colto e possiamo legalmente provare. 

143. « Michel'Angelo Calamatta, semplice boz- 
zellaio dell'arsenale, favorito dalla S. M. di Pio VI, 
eseguì i lavori dell'antemurale di cui parla Auniet, 
ed altri in quel porto sino al 1787. Da Cicita vecchia 
passò nel 1788 a dirigere i lavori nel porto Inno- 
cenziano in Anzio, de'quali fa parola il De Fazio (1). 
Vivono ancora in Civitavecchia il capo mastro 
costruttore camerale Michelangelo di Giovanni, ed 
i capitani della marineria Giacomo Gazzi e Matteo 
Padovani, testimoni oculari de'suddetti lavori di- 
retti dal Calamatta, nei quali più di ogni altro 
lavorarono i defunti mastri d'ascia Giuseppe Cam— 
miglieri, Pasquale Baldacchini e Vincenzo di Gio- 
vanni. Egli, il Calamatta, taceva i citati cassoni di 
cerro , senza fondo, di 5 o 6 metri di lunghezza , 
e di altezza in proporzione della profondità del- 
l'acqua, ed alcuni molto profondi. Tre lati erano a 
piombo, il quarto, cioè quello che doveva ricevere 
la percossa de'flutti, era a scarpa: cinti da tre 
grossi telari di circa pollici 7 in quadro, e ben ca- 
lafatati. Essi erano costruiti fuori dell'arsenale nel 
piccolo piazzale a levante, ove sono quei magaz- 
zinetti già destinati per la bozzellerìa: vi metteva 
nell'interno e per disotto ima tela, olona, mollo lenta 

(1) Opera citata pag. 100 



263 

acciò facesse delle borse pei' adattarsi nei diversi 
vani degli scogli, ove poi doveva fondare. » 

Dunque del probléme qui a été résolu camme 
on vieni de Vexposer, la caisse ci-dessus décrite 
nélant autre chose quun grand sac en toile dont 
les parois sont fortiftées par une charpenle (1), se 
ne deve il merito al Calamatta. Dappoiché se la 
toile qui forme le fond de la caisse est la parlie 
essentieUe et capitale de ce mode de eonstruction, 
celle sans laquelle il serait compi étemenl de feclueux (2), 
è il Calamatta che l'usò in Civitavecchia molto prima 
che si usasse in Algeri. 

Noi non sappiamo se altri prima di lui usasse 
tal espediente: dopo lui, e prima che in Algeri, è a 
nostra notizia che il Castagnola ed il Brighenti l'u- 
sarono nello stesso antemurale verso la punta di le- 
vante presso la lanterna negli anni 1815 a 1817, 
e poscia il secondo l'usò egualmente nel 1822 per 
la protrazione del molo destro di Senigallia : il Ma- 
netti nel molino del callone di Castelfranco di sotto 
nel 1826, ed il Della Gatta per un tratto di 150 
metri nel porto di Ancona nel 1827 (3). Questi in- 
gegneri invece di casse hanno usato paratìe, che me- 
no la diversità del nome, la materia e l'ufficio sono 
eguali. 

Tornando a Civitavecchia ed al Calamatta, i detti 

(1) Poirel, Opera citata pag. 6. 

(2) Poirel, idem pag. 6. 

(3) Nel piano di esecuzione di questa ultima opera leggiamo i 
« Nell'interno poi (delie paratie) si farà il rivestimento con tela da 
stagno, a cui, come situazione poco esposta, potrà impiegarsi la 
tela ricavata dalle antiche fondazioni, quando ne esista in magazzi- 
no ». Il che prova che non era nuovo un tal sistema ni quel porto. 



264 

cassoni a borsa si costruivano nella bozzellerìa , e 
posti in acqua venivano rimorchiati all'antemurale 
nel punto di loro destinnzione: in Algeri ces caisses- 
sacs sont préparées sur le chantier et lancées dans le 
port, cVoù elles sont remorquées par des ponlons et 
emenées en f ottani sur la place qiCelles doivent occu- 
per (1). In Civitavecchia dopo un certo tempo, eoe 
quando il materiale aveva fatta la necessaria presa, 
si toglievano le pareti de'cassoni per servirsene per 
altri consimili, e si riempivano di bitume i vani fra 
un cassone e 1' altro. Con questo metodo si fece 
tutto il tratto, su cui oggi si passeggia dalla punta 
di ponente a mezzo antemurale (ossia circa 140 me- 
tri) che trovavasi portato via dalle burrasche. In Al- 
geri les qualre panneaux de la caisse soni assemblés 
par des équerres en fer à charnièrcs, de manière à 
pouvoir se démonter facileìnent. On Ics enlève au boul 
de dix à douze jours; et pour les faire servir de nou- 
veau, il suffily soit en les découpanl, soil en les allon- 
geanL de les profder à peu près suivanl la forme 
da sol (2). 

144. Dunque in tutto e per tutto eguale, sia per 
i massi di smalto, sia per le casse con tela nel fon- 
do, sia per l'uso cui questi manufatti servono, e sia 
per il modo di servirsene, si era già praticato dal 
Calamatta quello che un mezzo secolo dopo si è 
praticato dal Poirel. 

Ma in Civitavecchia si è fatto in qualche parte 
anche meglio che in Algeri. Nella prima, le profonde 
buche e verso l'alio mare rivolte, che spesso risul- 

(1) Poirel, pag. 6. 

(2) Poirel, pag. 6. 



265 
tano fra i massi, senza fidarsi che la tela nel fondo 
della cassa, per quanto lenta fosse, le riempisse tutte 
ed a sufficienza, si è praticato di empire prima dette 
buche quasi per intero con sacchetti pieni di smalto, 
e quindi la cassa colla tela sotto compiva il pareg- 
giamento dell'opera. Con questa precauzione oggi 
ancora si passeggia sopra il lavoro del Calamatta. 
Per i lavori di Algeri non troviamo registrata sif- 
fatta precauzione, anzi abbiamo motivo di credere 
che in essi non si è avuta , giacché una parte di 
quel nuovo molo venne conquassato dall'urlo diretto 
delle onde all'esterno, et par le siphonnement à Vln- 
térieur (1) : conquasso che crediamo evitabile coli' 
intero sistema del Calamatta. Torneremo fra poco 
su questo fatto : rientriamo ora nel nostro assunto. 
145. Dalle surriferite notizie trasmesseci dall'e- 
gregio ingegnere Auniet risulta, che i massi di smal- 
to di 18 metri cubi fabbricati dal Calamatta non 
furono stabili: e, secondo opina l'autore francese, 
non lo furono per difetto di peso specifico, mentre 
vi fece parte nella composizione un tuf calcaire léger 
appelé dans le pays scaglia-morta (2); quindi, ei pro- 
segue, les blocs protecleurs forme, avec une pierre trop 
légère, furent déplacés par l'action de la mer y et en 
grande panie repoussés dans la passe de sud-est (3). 
Questo è un utile esempio, e ne rendiamo grazie al 
sullodato e distinto ingegnere Auniet che ce lo ha 
trasmesso. Ne abbiamo poi de'buoni anche nei la- 
vori di Algeri di sopra citati. 

(1) Minard, Opera citala, pag, 97. 

(2^ Roccia trachitica nelle vicinanze di Roma, chiamata dal Broc- 
chi Necrolito. 

(3) Auniet, opera citata, pag. 151. 



266 
146. Ed invero due libri che abbiamo so n'occhio 
non lasciamo nulla a desiderare. Difotti da quello 
del cav. Poirel posto a confronto con quello del- 
l'ispettore Minard si desumano dati preziosi. Nel 
primo si legge, che Vexpérience des ouvrages exé- 
culés au port d'Ahjer a démontré, aitisi quoti Va 
vu, que des blocs de beton de 10 (dieci) métres 
cubes, échoués irréguliérement les unslesaulres,s'arran» 
geni entre eux de manière a former une masse 
dans la quelle les vagues ne peuvenl opérer auctui dépla- 
setnent, en raison de la résislance que chaque bloc 
isolément oppose ù leur action (1). Questo si stam- 
pava nel 1841. Nel secondo, dovuto al commendat. 
Minard, rileviamoche nello stesso porto di Algeri aprés 
une forte tcmpèle de janvier, gennaro dell'anno 
stesso 1841, in una parte del nuovo molo si è ri- 
conosciuto un tassement assez considérable . . . do- 
vuto iiniquemcnt a un léger déplacemenl des blocs 
produil pour le choc direct des vagues a Vexlérieur, 
et par le siphonnetnent a Vinlérieur. La tempèle de no- 
vembre 1843 a donnélieu àdesabaissements cncoreplus 
jtrononcés .... Les 25 derniers métres du couronne-* 
meni ont presque disparii pendant le coup de mer. 
Aprés le calme, quelques fragmenls seulement se mon- 
traient ancore audessus de Veau, mentre ai primi 
di novembre le sommet élait a 3 métres au-dessus 
du niveau de la mer. Quindi egli ne desume fra 
le altre cose, que les blocs de dix métres cubes peu- 
vent élre remués et déplacés par les plus violents 
coups de mer de la còte d'Algerie .... e che au- 

(l) Poirel, Opera citata, pag. 25. 



267 

jourdlmi, on porte le volume des blocs a quinze 
métres cubes (1). Ecco di quali utili lumi possono 
essere le pubblicazioni di fatti appartenenti ad una 
scienza che ha tanto bisogno dell'esperienza ! 

147. Ma non basta conoscere il volume ed il 
peso che dovranno avere i massi per resistere im- 
mobili all'impeto delle procelle nel lido livornese : 
è necessario sapere ancora, per la parte economica 
del lavoro, fino a qual profondità si comunica attiva 
l'azione de'marosi: e per questa ricerca sono di aiuto 
l'esperienze di Brémontier, di De la Béche, di Siau di 
Ai me, ed altri. Alla fine del paragrafo 36 abbiamo 
in genere stabilito fin dove è sensibile siffatta azione : 
resta dimostrarlo e farne l'applicazione. Inoltre de- 
vono far seguito a questi studi quelli relativi alla 
estrazione de'scogli o costruzione de'massi, al tra- 
sporto e collocazione in opera di essi, in fine tutto 
ciò che abbraccia la interessante parte meccanica 
nella costruzione di un porto; per la quale parte , 
oltre alla magistrale opera del Cavalieri e di altri 
periti ingegneri italiani e stranieri, quelle più re- 
centi che trattano de'lavori di Algeri sono di 
molto apprezzabili. 

148. Finalmente il lavoro non sarà compito se 
non si esamina la sicurezza del porto nel senso mi- 
litare. Due specie di protezione seno infatti indi- 
spensabili per un porto; quella che garantisce la na- 
vigazione contro gli elementi, quella che lo difende 
dagli attacchi del nemico. Della prima abbiamo di- 
scorso, resta la seconda. Ma per lo scopo principale 

(i) Opera citata, pag. 97, 98 e 99. 



268 
del presente scritto basterà ora notare, che delle opere 
di difesa esistenti nel porto di Livorno se ne può ri- 
cavar conveniente partito coll'esecuzione del progetto 
dell'antemurale, meno con quello sanitario riformato, 
e meno ancora col progetto Poirel. 

149. Ricerche di questa natura, e per la loro 
difficoltà, e per la vastità loro, abbiamo creduto riu- 
nire in altro scritto che farà seguito a questo, come 
abbiamo di già avvertito (§ 104). Ivi, per quanto le 
nostre deboli forze lo permetteranno, saranno parti- 
colareggiati i titoli del prò fondamento dell'attuale 
porto di Livorno, quelli che abbracciano il vasto 
lavoro del nuovo porto, e quelli della sua nuova 
difesa militare. 

30 dicembre 1852 (1). 

APPENDICE. 

Esame del secondo progetto Poirel. 
Conclusione. 

150. 11 cav. Poirel ci dà oggi un secondo pro- 
getto pel nuovo porto di Livorno: e lo dà, dicesi, 
perchè richiesto di un'opera meno grandiosa della 
prima. Del primo abbiamo discorso negli articoli set- 
timo e nono: esaminiamo ora il secondo. Saremo 
brevi , e lo possiamo essere perchè da'principii 

(1) Avendo preferito conservare il lavoro come venne presentato 
manoscritto a S. A. I. e R. Leopoldo li, a S. E. il ministro de'la- 
vori pubblici sig Senatore Baldasseroni ed al commendator Ma- 
nctli direttore del corpo degl' ingegneri , i quali si compiacquero 
gradirlo, ne conserviamo altresì la data, nella quale fu compilo. 



269 
preallegati sappiamo che la posizione e direzione 
de'moli dipendono dalla direzione dei flutti , dei 
venti regnanti, delle correnti, e delle materie; dalle 
profondità del mare, dalla estensione che si vuole 
dare al porto, dai bastimenti che si vogliono ri- 
cevere e dalle considerazioni dell'entrata e della 
uscita. Dai premessi studi conosciamo pur an- 
che la costituzione fisica del lido ed i bisogni del 
porto e città di Livorno. Quindi l'esame cadrà 
soltanto su i risultati principali. 

Questo progetto si compone di un antemu- 
rale e di una diga (fìg. 5.): l'antemurale misu- 
ra 1000 metri: la nuova diga 550. Questa diga 
sporge in fuori, o sia sopravanza il molo Cosimo, 
più o meno quantità di metri, secondo la direzione 
del rombo di sinistra o di destra. 

EFFETTI DEL MOTO ONDOSO IN QUESTO PROGETTO. 

151. L'estremità ostro dell'antemurale dista dalla 
batterìa alla sassaia 730 metri, e 400 dall'asse del 
fanale. Questo tratto costituisce la bocca di ostro 
dell'antemurale: esso per 200 metri è praticabile 
per i bastimenti, e tutto il tratto de'suddetti 730 
metri lascia scoperto l'intero molo Cosimo ai ma- 
rosi compresi fra ostro L / A scirocco a libeccio. I 
due bracci del fanale interrompono parte de' sud- 
detti marosi: ma tanto gl'interrotti, quanto quelli 
che liberamente percuotono il molo Cosimo ed il 
tratto di sinistra della nuova diga Poirel che so- 
pravanza il molo , terranno agitato il mare lungo 
il ripetuto molo e nella nuova bocca dell'esistente 



270 

porto. Così essendo, ci sembra poter desumere che 
il molo Cosimo dalla parte dell'antemurale resterà, 
come oggi , inservibile per le operazioni commer- 
ciali, e che la nuova bocca dell'attuale porto sarà 
pericolosa assai, se non impraticabile , col soffiare 
de'venti regnanti e dominanti nel lido livornese. 

Difatto i flutti compresi fra l'ostro i / i libeccio 
e ostro-libeccio, che sono de'più potenti nel nostro 
lido (§ 37), danno direttamente dentro la diga , e 
quantunque affievoliti pel passaggio dalla bocca sini- 
stra dell'antemurale, pure si rifletteranno con molta 
forza nell'intero bacino del porto suddetto (1). Né 
vi si può porre, a parer nostro, conveniente riparo 
con prolungare il braccio di tramontana-maestro 
del fanale, come si potrebbe far credere. Un tal 
prolungamento nel produrre del benefìcio alla bocca 
del porto, darà più sviluppata risacca all'interno 
dell' antemurale, ed il danno sarà maggiore del 
benefìcio. Così se si prolungasse la testata ostro 
dell'antemurale, in modo da difendere la ripetuta 
bocca, si avvicinerebbe di troppo alla secca della 
piana. Dalla parte destra, cioè da tramontana della 
punta dell'antemurale, il rombo compreso fra po- 
ponente */ 4 maestro e ponente-maestro urta la estre- 
ma punta del molo Cosimo, imbocca nel porto 
e vi produrrà la ben nota risacca di provenza (2). 



(1) I flutti di questi rombi vengono a percuotere direttamente 
dentro la diga Poirel sino a 200 metri circa dalla sua punta; e per 

il residuale grado di potenza da essi conservato, la ripercussione 
sarà risacca più dannosa di quella che ora soffre il porto dai venti 
di destra. 

(2) Questa nuova bocca di 125 metri, stretta e mal diretta, nella 



271 

Come nella sinistra, così anche nella destra parte, se 
in avvenire si vorrà porre rimedio ad un male, si 
incorrerà in un altro. Dunque a noi sembra tale la 
condizione di cotesto progetto, che se si evita Scilla 
si cade in Cariddi. 

152. Abbiamo veduto l'effetto delle risacche dal 
molo Cosimo ai bracci del fanale (§ 73): or bene , 
essendo eguale la distanza dal detto molo al fanale 
e da questo all'antemurale Poirel , le risacche che 
nascono dalla percossa de' marosi più potenti del 
nostro lido (dal § 36 al 39), nel braccio di tramon- 
tana-maestro del fanale , saranno di danno a quei 
bastimenti che all' antemurale fossero ormeggiati , 
nella stessa guisa, ed anche più, che se ormeggiati 
fossero nell'interno de'bracci del fanale. 

Ed in vero, nell' interno dell'antemurale si ve- 
drà salire il mare sulle banchine e calata, con mag- 
gior veemenza di quella colla quale oggi sale sulla 
banchina e scala che conduce alla porta della torre 
del fanale (1). E diciamo con maggior veemenza per 

maggior parie de'casi per le manovre de'bastimenli, è larga per il 
mare che scende dal detto rombo. Mare che, percotendo l'estrema 
punta di tramontana del molo Cosimo, deve essere in parte riflesso 
e diretto alla metà circa della prossima diga Poirel , e da questa 
anche esso respinto nel bacino del porlo. Come nel caso de'flutti 
della sinistra, così per questi della destra, cotesta bocca non farà 
che dividerli e comprimerli, ma lungi di essere da essa distrutti, 
i risultati delle ondulazioni riflesse e di quelle dirette saranno 
sempre a carico de'legni in stazione nel bacino del porto. 

(1) In conferma di quanto abbiamo detto sull'esistenza della 
risacca ai br«cci del fanale, e per stabilire con competente au- 
torità locale 1' altezza del fluito reflesso contro le pareti interne 
di detti bracci, riportiamo un sunto di lettera scrittaci dall'esperto 
capitano della marinerìa ed ispettore generale de' l'ari toscani sig. 



272 
due speciali motivi: 1 .° perchè i marosi di libeccio, 
senza aver incontrato per via verun ostacolo che ne 
reprima la potenza, percoleranno nel suddetto brac- 
cio rettilineo del fanale, e con angolo il più adatto 
alla riproduzione e sviluppo del flutto verso il cen- 
tro interno dell'antemurale : 2." perchè difuori alla 
Piana ed al ripetuto braccio del fanale il fondo è 
a picco, mentre presso il molo Cosimo è a scar- 
pa e di scogli (1). Quindi la stazione de'bastimenti 
all'antemurale Poirel sarà , a parer nostro , spesso 
incomoda assai e non di rado funesta. 

153. Come pure quei flutti, che provenienti dalla 
destra percoleranno la estremità della nuova diga 
dalla parte di fuori, contribuiranno a rendere, an- 
che co' venti di destra, incomoda la stazione dei 
legni all'antemurale. Ma non è tutto. Tra le diverse 
specie di risacche, due sono le più nocive alla sta- 
zione de'legni ne'porti. Minard chiama l'una di ri- 
flessione e l'altra di trasmissione laterale delle onde. 

Antonio Parenti. Egli scrive che « una forte risacca succede Ira 

il molo e molelti (o bracci) del fanale la quale in certi casi 

ha persino montato la metà della scala che conduce alla porta del 
faro, cioè 25 piedi {metri 8,10) sopra il livello ordinario del mare". 
Cogliamo questa occasione per rendere grazie al sullodato capitano, 
il quale con costante gentilezza ci ha favoriti i suoi lumi sul la- 
voro di cui trattiamo. 

(1) Non crediamo dover appoggiare colle autorità la diffe- 
renza che, per il rimbalzo de' flutti, passa fra l'urto di essi in un 
ostacolo verticale , e l'urto in uno più o meno inclinato. Solo 
prevederemo la possibile idea in un rimedio: si potrebbe dire , 
sarà demolito il braccio del fanale : sia pure, ma in questo caso 
resterà sempre la Piana e la secca ove posa il fanale, e peggio- 
rerà molto la già cattiva condizione della nuova bocca dell'attuale 
porto, perchè resterebbe molto più scoperta di quel che lo sia 
colla esistenza del braccio. Scila o Cariddi. 



273 

Queste due specie di risacche devono risultare dalla 
percossa de'flutti nello sporto del suddetto braccio: 
la prima agirà, come abbiamo detto, all'antemurale; 
la seconda al molo Cosimo, ed in alcuni casi an- 
che dentro l'attuale porto, come si desume dall'utile 
raccolta di esempi di altri porti , dovuta al prelo- 
dato commendator Minard (1). In oltre nel porto 
attuale, così ridotto dal Poirel, questa specie di ri- 
sacca sarà incomoda anche più quando essa pro- 
verrà dalla percossa de'flulti di sinistra nella punta 
ostro dell'antemurale, nei bracci del fanale e nella 
punta del molo Cosimo ; in questi casi essa agirà 
pur anche lungo la diga nuova. 

154. Dunque come per i flutti diretti così per 
quelli delle risacche crediamo , che l'antemurale e 
la diga Poirel, il molo Cosimo ed il bacino del porto 
di Livorno daranno risultati difettosissimi. 

EFFETTI DELLE MATERIE. 

155. Abbiamo veduto che la massa maggiore 
delle materie ostruenti rade il molo Cosimo da si- 
nistra a destra (§ 51, 64 e 57); dunque noi abbia- 
mo per dimostrato eh' essa nel suo moto naturale 
sarà interrotta dallo sporto che ha la diga Poirel sul 
molo Cosimo (2): quindi la maggior parte delle ci- 

(1) Opera più volte citata dalla pag. 21 a 28. Anche nel ci- 
tato lavoro dell'ingegnere Bellinger si trovano osservazioni e di- 
mostrazioni utilissime per antivedere gli effetti che produrranno 
le onde nell'opere del progetto in discorso. Cosi pure nell'opera 
più volte citata del distinto professore Frissard si trovano ri- 
petuti esempi. 

(2) Per stabilire lo sporto della diga atto a rattenere i ma- 

G.A.T.CXXXIX 18 



274 
tate materie pev effetto delle descritte risacche, e 
per la tendenza naturale a trattenersi nei bacini 
più calmi, si depositerà nell'attuale porto; il rima- 
nente scorrerà lungo la nuova diga per depositarsi 
come appresso. Se il moletto sarà conservato , 1' 
arena che fa parte di questa rimanenza di materiali 
si radunerà prima nei lati che tendono a formare 
l'angolo fra la nuova diga ed il moletto , e chiuso 
che 1' abbia , si spanderà nella darsena e nel por- 
to (1). Se si fora la spesa di togliere il moletto, il 
primo deposito avrà luogo verso la spiaggia ( let. B 

teriali provenienti dalla bocca di sinistra . si tiri una linea dalla 
punta di ostro dell'antemurale Poirel alla punta dì tramontana del 
molo Cosimo, e s' incontrerà la diga presso che al piede di essa, 
cioè a 460 metri dalla sua testa di libeccio. Questo sporto re- 
sterà ancora di 200 metri per uno de'venti più potenti che ob- 
bligano le materie a radere il molo Cosimo (37): e se per gli al- 
tri si presenta meno inoltrato in mare, lo è sempre abbastanza 
a raccogliere rilevanti masse di materiali ostruenti per la di- 
stanza che ha la punta della diga da quella del molo; distanza che 
non può diminuirsi perchè è già poca per altri principali bi- 
sogni della navigazione, cioè per quelli dell'entrare ed uscire dal 
porto. 

(1) Si potrebbe credere che la corrente non permetterà che si 
formi interrimento nel detto angolo perchè aperto. Noi crediamo 
Iche la corrente in cotesto punto non possa aver forza da spazzare 
i materiali pesanti che vi si dirigeranno: tutto al più potrà ri- 
tardare alquanto l'effetto accennato. Noi abbiamo fatto apposite 
esperienze presso il detto moletto e dentro e fuori; quindi ar- 
gomentiamo con cognizione di causa: e solo perchè la nuova diga 
potrà conservare la corrente alquanto vegeta, ammettiamo che que- 
sta possa aver valeggio a convogliare la parte de'materiali leggeri 
alla prossima spiaggia. Ma si ammetta pur che abbia forza bastante 
da spazzare 1' intera massa de'materiali, questi saranno depositati 
all' attigua spiaggia presso il punto B. In oltre noteremo che 
l'esistente opera del moletto resterà non solo inutile, ma inco- 
moda, ed infine dannosa. 



275 

fìg. 5). Allora la spiaggia non si avanzerà più se- 
condo le naturali tendenze lungo tutto il lido, nla 
si avanzerà di più verso il porto; perchè le mate- 
rie verranno guidate e costrette dalla nuova diga a 
fermarsi in questa ultima direzione. Colmato che 
abbiano la breve distanza che stacca la diga dalla 
spiaggia, contribuiranno potentemente, come nel pri- 
mo caso , a colmare la darsena ed il porto. Gli 
esempi da noi citati ai paragrafi 62, 65, 67y 68 , 
69, 70, 72 e 74 sono alcuni in genere ed altri in 
specie, tutti applicabili alla diga Poirel. 

156. A maggior convinzione aggiungiamo un al- 
tro esempio locale. Nel 1812, essendo la Toscana 
occupata dai francesi, fu ordinato da quel governo 
di ampliare e migliorale il porto di Livorno. Un 
molo proposto dal srg. Garella, ingegnere in capo 
del dipartimento del Mediterraneo, doveva difendere 
il porto dalla parte destra e garantire 1' imbocca- 
tura del medesimo dal vento di provenza. In una 
parola fare 1' ufficio a cui è destinata la diga del 
Poirel. « Il capitano del porto sig. Ranieri D' \n- 
giolo protestò contro quel l'avoco, e ne insorse scis- 
sura col Garella che aveva fatto costruire buon 
tratto del molo suddetto. H D'Angiolo sosteneva che 
il nuovo molo avrebbe fatto interrireil porto con depo- 
siti di alga. La questione fu discussa a Parigi nel consi- 
glio dei ponti e strade, di cui faceva parte Prony, e 
dopo sei mesi circa fu ordinata ^demolizione del molo 
in costruzione , perchè in fatto avevano già avuto 
luogo degli interrimenti di alga ». Si potrebbe dire 
che il molo Garella prendeva piede alla fortezza 
vecchia, mentre la diga Poirel è staccata dal lido: 



276 

ma il difetto dell'opera Garella o Poirel non è di- 
fetto nell'attacco, è difetto di posizione della estre- 
mità superiore. La testata di fuori, ossia quella i- 
noltrata in mare, dell'una e dell'altra opera, non co- 
prendosi colla punta del molo Cosimo da tutti i 
venti di sinistra fino al ponente , deve l'attenere i 
materiali d' interrimento e somministrarli al porto, 
alla darsena ed alla attigua spiaggia. 

Finalmente abbiamo veduto che anche da de- 
stra e dal vicino e torbido Calambrone provengono 
materiali d'interrimento (§ 107, verso il fine); quindi 
da questa parte ancora sarà sollecitato l'avanzamento 
di detta spiaggia. Lo ripetiamo: la poca distanza del 
piede della diga Poirel dal lido, la sottile profondità 
dell'acqua dal detto piede alla spiaggia , la niuna 
azione delle onde di sinistra in questo punto nel- 
1' interno della piga , e quella potente de' fluiti da 
ponente-libeccio a destra che liberamente si svilup- 
pano verso il piede esterno della diga medesima , 
sono tutte cause di sollecita colmata nel perimetro 
circoscritto dal ripetuto piede, dall' interrimento del 
Marzocco, e dalle mura del fabbricato della città. 

187. Questa diga Poirel, oltre ad essere dannosa 
al porto esistente, la crediamo anche inutile al com- 
mercio. Per gli effetti delle onde dirette, per quelli 
delle risacche , e per essere barriera alle materie 
che dalla parte sinistra provengono, non permetterà 
presso di essa conveniente ed utle stazione ai ba- 
stimenti. 

158. Anche l'antemurale non sarà esente da ri- 
levante interrimento: le risacche del braccio del fa- 
nale faranno quello stesso lavoro d' interro che ab- 



277 
biamo dimostrato operato dalle risacche del molo 
Cosimo ai bracci del fanale (§ 72 e 73): e la curva 
tanto inscnata del ripetuto antemurale deve ratte- 
nere i materiali che dalle suddette risacche le sa- 
larino inviati , e quelli pur anche che le correnti 
vi condurranno. 

158. Dunque e per gli effetti del moto ondoso* 
e per quelli delle materie, il nuovo progetto ei sem- 
bra, come il primo, condannabile. 

EFFETTI NAUTICI. 

160. Nell'antemurale Poirel sarà facile l'accesso 
ed il regresso ai bastimenti dalla parte di tramon- 
tana, ma non può dirsi così dalla parte di ostro. La 
secca della Piana , il rettilineo braccio del fanale 
che si inoltra dentro l'antemurale con direzione tra- 
montana-maestro, e le conseguenti risacche che fra 
questi ostacoli e la punta dell' antemurale si deb- 
bono verificare , renderanno in alcuni casi mollo 
incomoda cotesta bocca. Realmente cattiva sarà poi 
quella dell' attuale porto. Lo sporto e la giacitura 
della diga Poirel renderanno impossibile 1' uscita e 
l'entrata in questo porto nei casi di mare molto 
agitato. In quelli di tempo mite l'accesso ed il re- 
gresso sarà spesso molto incomodo, ed alcune volte 
anche impraticabili senza aiuto di persone estranee 
al bastimento, o di straordinarie manovre. E questi 
inconvenienti e danni saranno molto sensibili per i 
piccoli bastimenti impiegati al giornaliero commer- 
cio: ed il movimento commerciale fra cotesto an-* 
temurale e la città sarà incomodo assai più, e più 
spesso e più lungo tempo interrotto , di quel che 
accada in altri antemurali. 



278 

Difetti , tutti gli antemurali hanno (lavanti ad 
essi un vasto tratto di mare, o almeno l'intero ba- 
cino del porto, onde quella parte de'flutti, che s' in- 
troduce dalle due bocche , possa avere il massimo 
possibile sfogo senza pregiudizio, o col minimo pos- 
sibile, degli antemurali stessi se si vogliono prati- 
cabili, e dell'attiguo porto. 11 solo antemurale Poi- 
rei ci sembra che formi eccezione a questa utile 
vista: i flutti che entrar dovranno dalle sue bocche 
si troveranno ristretti dai bracci del fanale, da tutto 
il molo Cosimo e dallo sporto della diga : respinti 
in più direzioni da cotesti ostacoli, tutti rettilinei, 
ed obbligati a cozzare fra essi, terranno nelle pro- 
celle agitatissima la superficie circoscritta da cote- 
ste opere. In questi casi, ammesso che i legni pos- 
sano stanziare all' antemurale , è facile convincersi 
che veruna comunicazione sarà possibile fra 1' an- 
temurale e l'attuale porto. 

Soffiando miti i venti del largo, non si creda 
che resti calma la suddetta circoscritta superfìcie ; 
anche in questi casi essa sarà mossa dalle onde ti- 
tubanti, come le chiama Leonardo, clapoteuses, co- 
me le dicono i francesi , comunemente conosciute 
sotto il nome di maretta. Quindi anche in tali fre- 
quenti circostanze sarà interrotta la comunicazione 
fra l'antemurale ed il porto per i navicelli e per le 
barchette cariche. 

Nella brevità che ci siamo proposta, non entre- 
remo a particolareggiare i bisogni d' una barca a 
vapore in attività, di un bastimento alla vela e quelli 
de'piccoli legni addetti al giornaliero commercio di 
pesca di altro , onde dimostrare per ogni specie 



279 
di essi i danni che dai suddetti difetti dovranno ri- 
sentirne. Le persone dell'arte, senza più, ne saranno 
convinte: quindi solo rammenteremo che anche in 
questo progetto non si è per lo meno dato il pesò 
che merita al gran principio, che tulio in Un porto 
di mare dev'essere subordinato alla facilità dell'en- 
trata e dell'uscita (§ 96, in fine). 

161. In conclusione, dai fatti sopra esposti e 
dalle necessarie conseguenze che abbiamo dovuto 
dednrne risulta, che il nuovo progetto Poirél, a pa- 
rer nostro, è sotto ogni rapporto condannabile e più 
ancora del primo. Ed in vero il porto che risulta 
dal primo progetto, una volta che i bastimenti vi 
fossero potuti entrare, avrebbe almeno dato ad essi 
tranquilla stauza; ma nel secondo, neppur questa u- 
nica condizione può risultare per la difettosa posi- 
zione e disposizione delle opere che lo costituiscono. 

162. Si potrebbe da taluno dire: Il vostro an- 
temurale andrà soggetto a eguali difetti di quello 
Poirel. Domandiamo perdono. Davanti al nostro (fig.-i) 
si apre vasto spazio per dare sfogo a quella resi- 
duale potenza de' flutti ch'entreranno dalle sue boc- 
che. Con ciò si avrà molto più facile approdo nel no- 
stro che in quello Poirel, e sì avrà molto meno in- 
terruzione di commercio fra la città e il nostro ante- 
murale, e niuna interruzione per i legni da pesca. Le 
paranze , per esempio, col nostro progetto, potranno 
con qualunque fortunale scegliere a piacere l'approdo 
nell'antemurale o nell'attuale porto; con quella di Poi- 
rel non potranno approdare che all'antemurale. 

La distanza della punta del nostro antemurale 
più prossima al molo Cosimo è di 600 metri, men- 
tre quella dell'antemurale Poirel è di 420 (fig. 5). 



280 
La punta di tramontana del nostro dista 1250 me- 
tri dalla punta del moletto da noi proposto, men- 
tre quella del Poirel soltanto 290 metri dalla testa 
della sua diga. La distanza dalla Piana alla testata 
dell'antemurale Poirel è di 270 metri : questi due 
punti nel nostro progetto lasciano 4-00 metri di luce. 
Queste distanze, la loro differenza e la diversità nella 
direzione, di cui ora parleremo, devono aversi molto 
a calcolo negli effetti delle risacche. 

Dalla metà del braccio di tramontana del fa- 
nale traguardando la punta ostro del nostro ante- 
murale si troverà presso che in angolo retto con 
il libeccio , cioè per ponente 30.° maestro; mentre 
che quella del Poirel corrisponde dallo stesso punto 
e collo stesso vento in angolo acuto, cioè per po- 
nente 20." libeccio. Questa diversa posizione influi- 
sce molto sull'effetto delle risacche (1). Che se in 

(1) Nel luogo «li cui si Iratta, per la limitala profondità del- 
l'acqua (36), la natura primitiva dell'onda (24) si trova alterata, 
perchè lo sviluppo di essa è interrotto dalla reazione del (ondo. 
Quindi una parte del moto orbitale, o verticale di ondulazione si 
trasforma in velocità orizzontale, e di significante azione. Or bene 
di questo fenomeno si faccia applicazione alle distanze diverse ed 
alle diverse direzioni de'due antemurali dall'ostacolo riflettore del 
flutto, e si troverà quanto sia benefico anche il flutto diretto nel 
caso del nostro antemurale. Questo flutto incontrando quello rifles- 
so in angolo quasi retto, non aumenta difficoltà all'approdo de' le- 
gni, e facilmente devia il suo avversario dalla primitiva direzione 
che lo conduceva verso P antemurale. Questi benefici ell'etti non 
possono aver luogo nel caso dell'antemurale Poirel ; perchè i due 
flutti incontrandosi in angolo acuto, il cozzo di essi farà aumen- 
tare d'assai l'agitazione nella bocca di approdo, e perchè quello ri- 
flesso è poco dopo abbracciato e difeso dall'attiguo antemurale , 
e così può dentro di questo, senza ulteriore contrasto, sviluppare 
la sua dannosa azione contro i bastimenti che vi fossero ormeg- 
giati. 



281 

pratica risultasse incomoda la stazione oVlcgni nel 
nostro antemurale, vi si può con convenienza prov- 
vedere prolungando alquanto la scogliera alla Vi- 
gliala; un eguale rimedio al piccolo antemurale Poi- 
rei è troppo gravoso: noi avendo preveduto il caso 
abbiamo, al paragrafo 126 , accennato al rimedio. 
Egli, se vi ha pensato, ne avrà sentito il peso (I). Ad 
opera compita se, come dicevamo , nel nostro an- 
temurale non si godrà conveniente calma, si potrà 
ancbe porvi rimedio senza prolungare la suddetta 
scogliera. Nelle due punte di questo antemurale si 
potranno fare quelle aggiunte che meglio piacerà. 
Per esempio un molo arcuato di cento metri di- 
retto per levante ed innestato alla punta ostro del 
nostro antemurale potrà al certo togliere ogni specie 
di risacca che potesse risultare dai venti più no- 
civi del nostro lido senza cadere in verun inconve- 
niente. Questo comodo non si può avere nell'ante- 
murale Poirel, perchè la punta di esso è addosso 
alla secca della Piana. Cariddi o Scilla. Ma a che 
perder tempo in questo paralello ? Noi abbiamo pre- 
ferito altro progetto; e non senza grave motivo ab- 
biamo nel paragrafo 139 concluso, che tutto visto e 
lutto calcolato terminiamo per preferire il progetto 
sanitario riformalo a quello del nostro antemurale. 

RISULTATI ECONOMICI DEL NUOVO PROGETTO POIREL. 

163. 11 nuovo progetto Poirel misura in tutto 
1550 metri di moli. Ora, prendendo lo stesso Poirel 

(1) Certo che la fondazione di un 500 metri di scogliera per 
difendere da questa parte l'antemurale Poirel non è compensata da 
soli 700 me* i di banchina utile che in tutto esso darebbe ; bene 
inteso se no avesse altri difetti. 



282 
a modello (§ 132), troveremo che bisognano circa 
otto lustri per avere l'opera compita, e 15 milioni 
e mezzo di franchi di spesa (1). Per il tempo re- 
sta adunque sempre preferibile la prima parte del 
nostro progetto (§ 137): né questo secondo Poirel 
è meglio divisibile del primo (§ 136 (2). Per la 
spesa questo nuovo progetto potrebbe meritare con- 
fronto con i nostri, ma non così per l'utilità. Noi 
non crediamo necessario istituire paralello di utilità 
fra questo e quelli : perchè dall'esame di questo 
nuovo progetto ci sembra risultare che le banchine, 
da esso sviluppate, si debbono ritenere presso che 
interamente inutili al movimento commerciale : 
quindi solo aggiungeremo qualche altro schiari- 
mento sulla spesa. 

164. Sentiamo ripetere per Livorno e per Fi- 
renze, che la perizia del sullodato Poirel per il nuovo 
progetto ascende a sei milioni: anzi ci si assicura 
che tolte da essa alcune opere accessorie, come due 
serie di magazzini da lui progettati sul molo Co- 
simo, la suddetta cifra è ora ridotta a soli quattro 
milioni: dunque noi, basandosi sul fatto del Poirel, 

(1) E vero che 53 J metri del suddetto progetto, cioè quelli 
che costituiscono la diga, si devono fondare in luogo meno esposto 
dell'antemurale alla percossa de'flutti, ed in profondità di acqua 
quasi la metà minore di quella in cui Poirel fondò in Algeri il 
molo preso a modello; ma è altresì verissimo che gli altri 1000 
metri, cioè l'antemurale, si devono fondare in quantità di acqua il 
doppio maggiore di quella in cui il ripetuto Poirel fondò in Algeri. 

(2) Se, per esempio, si costruisce prima la diga, questa per- 
metterà a tutti i marosi di entrare riflessi nel bacine* del porto, 
e quelli di ponente e suoi affini v'imboccheranno direttamente. Se 
si fonda prima l'antemurale, il porto stesso resterà come oggi 
aperto dalla destra per tutto il lungo tempo del lavoro. 



283 
diciamo 15 e mezzo, mentre la voce sparsa dice 4; 
la differenza non è piccola ! Ma in fine, se fosse 
vera, che maraviglia? Non sarebbe il primo e non 
l'ultimo preventivo che terminato il lavoro non con- 
fronti col consuntivo. Ci consola però che questo 
titolo non è uno degli oggetti primari de'nostri at- 
tuali studi, e che ci è chi ci pensa senza bisogno 
di noi e della rigorosa legge di Efeso per gli ar- 
chitetti, che da taluno si vorrebbe in vigore (I). 

Ma quantunque in questo scritto il nostro 
scopo non sia quello di occuparci della spesa, pure 
essendo stati obbligati a citarla per istituire con- 
fronto fra un progetto e 1' altro , crediamo nostro 
dovere trattenerci anco un poco su questo titolo. 

Per istabilire il paralello di tempo e di spesa 
per j lavori del nuovo porto, noi, ond'essere in per- 
fetta armonìa col cav. Poirel, ci siamo serviti de'ri- 
sultati di fatto da lui stesso registrati e resi di pub- 
fi) Si legge in Vilruvio: •» Iu Efeso, celebre e grande città 
della Grecia, si dice, che fosse stata dagli antichi fatta una legge 
dura si, ma non ingiusta; che l'architetto cioè, quando prende a 
dirigere una opera pubblica, debba assicurare della spesa, che vi 
può occorrere; e consegnatone l'apprezzo, si obbligano i suoi beni 
presso il magistrato, finché sia compita l'opera. Finita questa, se 
la spesa batte coll'qpprezzo, resta assoluto, e premiato con decreti 
di onore: anche se si spendesse fino a un quarto di più si ag- 
giunge all'apprezzo fatto, se gli somministra dal pubblico, e non 
è tenuto a pena veruna: ma se vi si consuma più di un quarto , 
per tutto il compimento si cava da'di lui beni il danaro. Oh se 
gli dei immortali facessero , che fosse questa legge stabilita pure 
per il popolo romano, non solo per gli edifici pubblici, ma eziandio 
peri privati! Mentre cosi non saccheggerebbero impunemente gl'i- 
gnoranti, ma senza dubbio farebbero gli architetti solo coloro , che 
sono pratici per la gran sottigliezza del sapere ec. » Opera ed 
edizione citata pag. 222. 



284- 

blica ragione; e ci sembra aver nel paragrafo 133 
condonato abbastanza per non cadere nella taccia 
di parzialità favorevole alla nostra applicazione; nulla- 
dimeno si potrebbe osservare che il costo di alcuni 
materiali posti in Livorno è minore di quelli posti 
in Algeri. Ma noi rispondiamo, che l'economia ri- 
sultante da questa verità viene assai compensata 
dalle concessioni che abbiamo già fatte nel suddetto 
paragrafo. E se ciò non si crede sufficiente aggiun- 
geremo, che come pel materiale si avrà minore 
spesa in Livorno, così in Algeri si è avuta spesa mi- 
nore per il personale. Difatti, presa soltanto ad esame 
la classe più numerosa, risulta dagli stati de'lavori 
eseguiti in Algeri che oltre due terzi del personale 
impiegato si è tolto dai militari condannati, i quali, 
lutto compreso, non hanno costato più di 75 cen- 
tesimi ogni dieci ore di lavoro; c'esl-à-dire que la 
journèe de travail du condamné étail à peu prés 
deux fois et demi, moins cliére que celle du manoeuvre 
civile qui coùtoit moyennement un franco e 85 cen- 
tesimi (1). Questa rilevante economìa, ottenuta anche 
su persone idonee ai lavori e tanto vantala dallo 
stesso Poirel, non si può avere in Livorno. Ma se 
tutto ciò non basta ancora, aggiungeremo in fine, 
sempre guidati dal Poirel, che l'applicazione da noi 
fatta sarà tanto meglio appropriata al caso di Li- 
vorno, perchè del Poirel si parla e perchè egli stesso 
conclude che i prezzi che risultano dall'opera di lui, 
bien que relatifs à la ville d'Alger, soni, a quelqucs 
différences prés, sensiblement applicables a nos ports 
de la Mediterranée (2). 

(1) Poirel, Opera citata pag. 101. 

(2) Opera citala pag. 63. 



285 
Dunque non potendosi porre in dubbio l'esi- 
stenza del fatto e del detto del Poirel, crediamo es- 
serci con prudenza e giustizia regolati, se abbiamo 
preso per norma di quanto si deve fare ciò che 
egli stesso fece e disse. In questo titolo poi non 
si può, nò si deve pretendere precisione matema- 
tica: la stessa legge di Efeso ammette, ne'limiti di 
un quarto, l'incertezza. 

PARALELLO 1DROD1NAM1CO , NAUTICO E COMMERCIALE FRA 
IL NUOVO PROGETTO POIREL E QUELLO DA NOI 
PREFERITO (1). 

165. Il progetto sanitario riformato è per la po- 
sizione e per la forma una ripetizione dell'attuale 
porto. Lunga esperienza prova che la stazione in 
questo porto può dirsi eccellente con i venti di si- 
nistra fino al ponente; dunque il sanitario lo de- 
v'essere egualmente. Non può dirsi così del nuovo 
progetto Poirel; noi lo riteniamo molto difettoso 
con questi venti tanto nell'antemurale che nell'at- 
tuale porto; e crediamo averlo dimostrato (§ 151 
e 152). 

Con i venti di destra l'esistente porto di Li- 
vorno ha grave difetto , quindi quello sanitario Io 
avrà egualmente: anzi di più, perchè non ha il banco 
nel centro che rende beneficio al porto attuale. Ma 

(1) Questo è il sanitario riformato ($113 e 139) figura 2. 
Per essere brevi in questo paralello, i nostri ragionamenti saranno 
degli esempi, e le nostre prove saranno uVfatti locali. Il passato 
guiderà l'avvenire, quindi a noi sembra che non siavi obbiezione, 
alla quale con tali mezzi non possa rispondersi trionfantemente. 



286 

a ciò noi abbiamo provveduto con gli spezzaflutti; 
nò può dubitarsi dell'efficacia del rimedio , perchè 
si porrebbe in dubbio il buon ufficio degli ante- 
murali, il quale sicuramente non può mancare quando 
cuoprono tutta la superficie che si vuole difesa. Non 
così può dirsi del nuovo progetto Poirel; noi cre- 
diamo aver dimostrato che anche i venti di destra 
agiscono a danno del medesimo (§ 153). 

Dunque risulta che il nostro progetto è ben 
difeso da ogni direzione e specie di moto ondoso, 
che i nostri argomenti basano su fatti incontra- 
stabili, e che quello del Poirel è sotto questo titolo 
difettosissimo. Che se non si voglia dar peso di ve- 
rità alle nostre dimostrazioni, né credere pienamente 
agli effetti delle onde dirette e delle risacche , da 
noi presagiti al progetto Poirel, veruno potrà pro- 
porre convincenti dimostrazioni in contrario, e lutti 
dovranno per lo meno dubitare della felice riuscita 
del detto progetto. Il che nel caso nostro dove 
far propendere a favore del progetto sanitario, la 
cui felice riuscita è assicurata da quella di opera 
eguale. Esaminiamo adesso i due progetti sotto il 
rapporto degli interrimenti. 

166. L'attuale porto di Livorno, che conta oltre 
due secoli di vita, per la felice direzione del molo 
Cosimo si è salvato dalle affollate masse di materiali 
ostruenti, dalle quali è costantemente assalito: ed il 
debole annuo spurgo ha conservato i fondali presso- 
ché nel primitivo stato (1). Dunque il nostro nuovo 

(1) È noto clic il banco nel centro del porto ha sempre esistito: 
esso è di formazione identica alla cosi detta panchina che abbonda 
nel lido livornese. 



'287 
porto avendo un egual molo, ed essendo egualmente 
disposto, deve egualmente essere difeso dagli interri- 
menti. Non così può dirsi del nuovo porto Poirel: 
se le risacche hanno riempito di alighe i bracci del 
fanale, devono riempire l'antemurale Poirel. I flutti 
che han formato l'interrimento al molo Garella, al 
Marzocco, e in tutti gli altri porti da noi citati , 
devono, in forza della diga Poirel, interrire l'attuale 
porto (§ 155 e 156) (1). Che se anche su questo 
capo non si voglia dar peso di certezza alle nostre 
dimostrazioni, quantunque basate sopra fatti locali, 
si dovrà concepire per lo meno rilevanti dubbi sul- 
l'esito felice del progetto Poirel. E questi in og- 
getto tanto rilevante devono far preferire per la ra- 
gione antedetta il progetto sanitario a quello del 
Poirel. Passiamo agli effetti nautici. 

167. L'approdo all'antemurale Poirel è da una 
parte comodissimo, dall'altra passabile, e così cer- 
tamente è per lo meno anche nel nostro nuovo porto. 
Ma l'entrata e l'uscita nell'attuale porto migliora 
assai col nostro progetto; perchè può quasi conside- 
rarsi coperta da ostro a maestro come se fosse tutto 
un antemurale. Colla diga Poirel l'entrata e l'uscita 



(1) Lo scopo de'nostri spezzaflutti è eguale a quello della diga 
Poirel, cioè la difesa del lato destro; ma crediamo far torto al buon 
senso il supporre la credenza che anche essi possano essere nocivi. 
La nostra linea di difesa è divisa in due pezzi, quella del Poirel è 
di un solo: la nostra ha direziene ben diversa dall'altra: la nostra 
è interamente esposta e sommergibile a tutti i marosi del nostro 
lido, i quali debbono spazzare e coudur seco le materie: quella del 
Poirel ha il piede nella parte interna con mare sempre calmo: la nostra 
infine è ih molta maggior profondità di acqua e in molta più disuuiza 
dal lido, di quel che lo sia quella del Poirel. 



288 
peggiora di molto (§160). E se anche in questo 
rapporto si volesse dubitare, noi ripeteremmo la pre- 
cedente conclusione. 

168. Prendiamo finalmente ad esaminare il pro- 
getto Poirel sotto un aspetto a portata anche delle 
persone prive affatto di sapere idraulico-nautico. 
Concediamo, in ipotesi, che quel progetto non ab- 
bia i difetti da noi dimostrati: che anzi sotto il 
rapporto idrodinamico e nautico sia tanto buono, 
quanto quello da noi preferito (§ 105, 113 e 139) (1). 
Trascuriamo per il tempo e per la spesa il mo- 
dello ch'egli ci dà del suo lavoro in Algeri. In una 
parola prendiamo a considerare soltanto la lun- 
ghezza de' moli e la rispettiva utilità commerciale. 
Avremo: 



(1) Cioè il nuovo molelto da noi proposto all'attuale porto, ed 
il progetto sanitario riformato, ossia quanto è dimostrato dalla fi- 
gura 2, meno il braccio che costituisce la nuova darsena, perchè il 
Poirel non la dà in questo progetto. Noi per maggior semplicità ce- 
diamo anche il beneficio della suddetta darsena. 



289 

MUOVO PROCETTO POlREL. 



Antemurale lungo 
Wgà - 



Totale. 



1000 
550 



1550 



banchina servibile 
(a) Idem 



Tota 



LE. 



700 
300 



1000 



PROGETTO SANITARIO RIFORMATO 



banchina servibile 



Molo Leopoldo . . 


500 


Spezzaflutti .... 


700 


Tratto per chiude- 




re il passo fra il 




fanale e il lazza- 




retto (1) 


30 


Nuovo moletto . . 


320 



Totale. 



1550 



Idem 



Idem 
Idem 



Il molo Cosimo meno 150 metri alla punta 

1 due bracci del fanale 

Braccio all'imboccatura del lazzaretto .... 

Totale .... 



350 



100 
200 



662 
346 
125 



1783 



(0) Diciamo banchina servibile dopo aver tolti 150 metri per 
parte alla lunghezza dell'antemurale, perchè, come è ben noto, presso 
la testata de'moli non possono starvi bastimenti ormeggiati, 

(1) Questo tratto sarebbe più lungo , cioè di 100 metri : ma 

G.A.T.CXXXIX. 19 



290 

Da questa semplicissima dimostrazione, che parte 
anche essa da fatti e che non ammette dubbio ve- 
runo, risulta che ambedue i progetti hanno bisogno 
di 1550 metri di molo; ma quello sanitario rifor- 
mato produce 1783 metri di banchina, mentre quello 
di Poirel ne dà soltanto 1000. Dunque se per en- 
trambi sarà eguale la spesa ed il tempo per costruir- 
li (1), quello sanitario è circa quattro quinti più 
utile dell'altro perchè somministra in più 783. m di 
spazio utile al commercio (§ 138 verso il fine). 

Se a questa utilità uniamo quella di essere il 
nostro nuovo porto innestato al vecchio, e 1' altra 
di avere, senza veruna spesa ed in ogni tempo, pra- 
ticabile la comunicazione interna per il canale del 
lazzaretto , noi aggiungeremo gran peso al di già 
molto che fa traboccare la bilancia dalla nostra 
parte. 

Dunque mal non ci apponemmo se nel paragrafo 
163 abbiamo detto non essere da istruirsi para- 
lello di utilità fra l'un progetto e l'altro. Abbando- 
nata in fatti l' ipotesi di sopra ammessa, ci trove- 
remo convinti che anco il secondo progetto Poirel 
è sotto d'ogni rapporto senza paragone inferiore al 
progetto sanitario riformato. 



esso è in punto di poco fondo, e non ha bisogno di essere difeso 
da scogliera, perchè sarà subito difeso dal naturale interrimento 
(83) : quindi si troverà conveniente aver ridotto a 30 metri la 
parte passiva, ossia quella che produrrà la spesa. 

(1) Rammentiamo che 700 metri del progetto sanitario non 
devono essere praticabili (§ 85) : quindi il loro costo e tempo è 
molto minore di quello necessario alle altre parti del progetto, e 
specialmente in confronto all'antemurale Poirel. 



291 

^"•■'■cinivE 

169. Quando ci dispiacque trovarci astretti a di- 
sapprovare il primo progetto del cav. Poirel, ci con- 
solava alquanto il riflesso che quello fosse stato parto 
immaturo (§ 102). Supponemmo allora eh' egli per 
dare, senza frapporre tempo, un disegno che figura 
di porto avesse, non aveva fatto precedere V indi- 
spensabile studio della località. Ma oggi, dopo che 
il sullodato Poirel ha consumato un anno di sta- 
zione in Livorno , dopo che ha potuto disporre a 
piacere di uomini e di cose, governative e private, 
nel trovarci obbligati a disapprovare anche questo 
secondo progetto, non possiamo aver più quel com- 
penso. Oggi il dispiacere è dunque tanto più intenso, 
perchè oggi ci assale il timore che possa accadere 
in Livorno quanto è accaduto altrove per fatto dello 
stesso Poirel. Quindi ci crediamo in dovere di pro- 
curare che non accada, perchè questo governo e 
questo paese non abbiano a risentire l'inconvenienza 
ed i danni che altrove accagionò. Ci spieghiamo. 

Abbiamo veduto che il governo francese , dopo 
aver riparato l'antico e piccolo porto di Algeri, volle 
nel 1838 crearne uno militare ( §20). Il cav. Poirel 
che fin dal 1833 era direttore de'suddetti lavori di 
restauro del vecchio porto, venne incaricato del pro- 
getto def nuovo. Quando questo progetto era già 
stato non solo approvato, ma benanche cominciato 
ad eseguire, furono promossi dubbi sulla di lui plau- 
sibilità. Ciò bastò perchè il governo francese in- 
viasse sui luoghi l' ispettore generale Raffeneau de 
Lile , sul cui rapporto , ed al seguito di matura 



292 

,. . „ ,i rt ii a ,i„i:u pn „«..v.io del consiglio ge- 
discussione e della denr»™ & & 

..„x U uè ponti e strade, il progetto venne cam- 
biato (1). Questo fatto ci prova che anco i con- 
cetti degli uomini distinti, come il cav. Poirel, ponno 
meritare notevoli modificazioni, perchè le genie et la 
science ne sont pas cncore Vexpérience (2), 

Jntendesi che con questo noi non vogliamo sen- 
tenziare che il distinto architetto tanto in Algeri 
quanto in Livorno abbia mal concepito; noi ci ar- 
rogheremmo un sapere ed un diritto che non ab- 
biamo. Ma da quel che abbiamo riportato sul fatto 
di Algeri , e da quanto abbiamo esposto in questi 
studi sopra i due progetti presentati dal cav. Poi- 
rei per Liverno, ci sembra di aver potuto porre in 
dubbio l'esito felice e la convenienza commerciale 
del di lui secondo progetto ancora. Anche il solo 
dubbio sarà largo compenso al nostro lavoro. E 
noi siamo contenti di questo. 

170. Perchè una volta messo in dubbio il me- 
rito del secondo progetto, siamo sicuri che l'avve- 
duto ed accurato governo toscano disporrà , come 
quello francese , che competente concesso giudichi 
la questione. 

Ciò non deve punto sospendere i lavori prepa- 
ratori incominciati ; essi possono essere continuati 
anche in proporzioni più estese. Inoltre siamo certi 
che questa proposizione incontrerà piacevole acco- 

(1) Notice nécrologique sur M. naffcneau de Lil e, decedè à Pa- 
ris le 10 avril 1843. Par M: Néhou, ing. en chef. Annali citali 
1844 primo sem. pag. 12. 

(2) Goury, opera citata, nella prefazione. Il distintissimo ing. 
Noel, direttore de'lavori idraulici di mare, noli si sazia nei suoi 
dotti scritti di ripetere l'adagio, apèrience passe science. 



293 

glienza da parte del sullodato Poirel. Egli, se sicura 
del fatto proprio, si sentirà chiamato a cingere di 
nuovi allori il suo già chiaro nome; che se sicuro 
non fosse, non solo dovrà piacergli la nostra pro- 
posta, ma sì bene dovrà volerne l'effettuazione: per- 
chè non si tratta soltanto del di lui nome , ma 
della convenienza di questo governo , di una gran 
somma di denaro, e dell'avvenire di questo paese. 

Di Firenze 9 aprile 1853. 

A. Cialdi. 
(sarà continuato) 



294 



Terapia dei bambini. Di Vincenzo Catalani 
dottore in medicina e chirurgia. 

PROEMIO 

Ci difficile cosa 1' efficienza dei puerili morbi di- 
scorrere. Non già perchè eglino abbiano un'essenziale 
modalità morbosa , e le comuni malattie non sof- 
frano. L'organismo individuale si muove all' ingran- 
dimento , ritorna in sé stesso , e al comune stato 
morboso si sottopone. Le aborigenee forze dispie- 
gano le modalità, e fannole percorrere le naturali 
estensioni; e le cause, che il movimento vitale de- 
terminano, T istesso movimento conturbano. 

L'efficenza dello stato di malattia dei bambini 
non consiste nelle modalità morbose, né nelle cause 
che le determinano, e sì I'une e sì l'altre sono gene- 
rali e comuni; e nella peculiare fìsica condizione dee- 
si collocare l'essenza della puerile morbosa moda- 
lità; ed a cui dee corrispondere la cura, che tende 
nei bambini a sciogliere lo stato di malattia; e che 
noi ci proponiamo discorrere. 

CAPO I. 

Asfissia. 

II feto che nasce debole, non grida né respira , 
ed ha la pelle pallida. La circolazione Iangue , e 
debole è il cardiaco movimento. La morte sarebbe 
evidente senza Io spirante calore, ed i manchevoli 



e 



295 
movimenti del cuore. Tale estrema debolezza dei 
neonati è volgarmente espressa eoi nomi di morte 
apparente, di vita latente, di sincope , di anemia e 
di asfissia. Fenomeno patologico, che pare dipendere 
da ciò che il sangue non ha subita la naturale mo- 
dificazione; e perchè l' interna venne meno , prima 
che si stabilisse l'esterna respirazione. 

In simile contingenza non devesi rovesciare il neo- 
nato per costringere le mucosità a scappare per la 
trachea: e devonsi levare o col dito, o col pennello 
prima asciutto e poi inzuppato nella soluzione di 
muriato di soda. E se la placenta mantiene le na- 
turali uterine relazioni, ed il cordone freme e batte? 
devesi allora seguire il consiglio di Levret , Smel- 
ile, Borbaùt, Freteau, Piett, Chaussier , e non af- 
frettarsi ad eseguirne la sezione. Ma se sonosi tron- 
cate le relazioni utero-fetali ; allora devesi prima 
legare , e poi il cordone prestamente tagliare. Ed 
il neonato asfittico o devesi riscaldare, o invergerlo 
fino alle ascelle nel bagno tiepido-eccitante. Ed a 
cui devonsi leggermente percuotere il petto, il dorso, 
le natiche ed il basso ventre. E gli si soffregano le 
tempie, le narici, la fronte, la base del collo e la 
colonna vertebrale, per riscuotere il diaframma e 
mettere in giuoco il movimento ispiratorio e respi- 
ratorio. Si sollettica ancora l'interno della bocca e 
delle narici colla barba di una penna , o insinuan- 
dovi dell'aceto, dello spirito di vino o altro liquido 
eccitante; e si introduce il fumo di pannolino, o di 
carta bruciata, o di nicoziana nel retto intestino. 

Si ricorre infine al soffiamento polmonare , cui 
compiesi mediante sciringa di gomma elastica. Che? 



296 

introdotta per hi bocca, si spinge fino al fondo della 
faringe; e nel mentre che premesi, se ne incurva 
l'estremità col mignolo per costringerla ad entrare 
nella laringe. Chiudonsi quindi le narici e la bocca, 
e si incomincia il soffiamento. Riempiti ambi i pol- 
moni di aria come in una ispirazione, si ferma né 
più soffiasi , e si comprime leggermente 1' addome 
ed il petto per compiere l'espirazione. 

L'elettricità e le galvaniche correnti furono utili;e 
maggiori resultati si ottennero con l'elettro-puntura. 
Le correnti furono dirette o attraverso del petto, o 
dalla bocca all'ano- Mentre si praticano simili cose 
devesi il feto tenere caldo, altrimenti non havvi al- 
cun resultato. Talvolta dopo mezza ora , tal altra 
dopo una o due ore di cura, gli sforzi dell'arte ven- 
gono coronati da felice successo. 

CAPO IL 

Apoplessia. 

Anziché anemico ed esangue egli viene alla luce 
rosso-azzurro o livido, con le membra flosce , im- 
mobili ed ingorgate; non respira , né in esso coni- 
piesi la circolazione del sangue. E le cause deter- 
minanti l'apopletica condizione nei neonati sono il 
laborioso travaglio, l'applicazione di tocologici istro- 
menti, la compressione del cordone, lo strozzamento 
determinato dallo stesso cordone, e la sproporzione 
tra la massa dell'embrione e le parti , per cui egli 
dee passare per venire alla luce. 

Prima di ogni altro deonsi togliere le cause che 
l'apopletica condizione determinano, e poi troncare 



297 

il cordone, e da esso fare sgorgare abbondantissimo 
sangue; che talora, per facilitarne lo scolamento, si 
preme lievemente il petto, l'addome ed il cordone, 
di cui devesi spesso rinnovare la sezione con un 
colpo di forbice. Se questo non basta , si tuffa il 
bambino nel bagno caldo-eccitante , e gli si appli- 
cano dietro alle orecchie le sanguisughe. Se perduta 
che egli abbia convenevole quantità di sangue si ri- 
mane ancora asfittico, deonsi allora praticare le cose 
che si convengono all'asfissia. 

CAPO 111. 

Contusioni. 

Talora nel travaglio il neonato comporta vio- 
lenti compressioni, e nascono contusioni, lacerazioni, 
lussazioni, fratture, e l' infossamento del parietale e 
del frontale. Alle contusioni si convengono i risol- 
venti, alle lacerazioni la comune medicatura; e nell'in- 
fossamento del parietale e del frontale nulla può 
l'arte; e la ricollocazione può solo compiersi dalle 
semplici forze della natura. 

CAPO IV. 

Anchiloblefaro, 

La preternaturale aderenza delle palpebre è o to- 
tale, o parziale, o semplice, o al globo dell' occhio 
e la palpebra congiunta. Nella completa adesione dap- 
prima, in vicinanza alla tempia, si apre una piccola 
fessura, per la quale si introduce una sonda scanalata e 
su di essa si fa scorrere il bistorino dall'interno all'è- 



298 
sterno. Se invece è incompleta, si introduce la lenta 
senza fare precedere la incisione. Le aderenze delle 
palpebre col globo dell'occhio si staccano benissimo 
col bistorino, e si previene la preternaturale riunione 
con iterate iniezioni. 

CAPO V. 

Sinezìsi. 

Al bambino manca talora la pupilla, tale altra 
essa è turata dalla membrana pupillare. Si opera 
allora per incisione - coretomia, - o per escisione - 
corectomia, - o per dislacco dell'iride - coredialisi. 
Wenzel incide la cornea trasparente, la solleva, ed 
afferra l'iride con pinzetta, e colle forbici curve la 
escide in guisa da formarne una circolare apertura. 

CAPO VI. 

Adesione delle narici. 

L'otturamento delle narici si compie talora dalle 
mucosità , tale altra da preternaturale membrana , 
ed infine dall'adesione delle ale col tramezzo , che 
le separa. Nel primo caso basta il semplice puli- 
mento delle materie che insozzano le narici : nel 
secondo si apre nel mezzo della membrana una cro- 
ciata incisione; e nel terzo può tentarsi una longi- 
tudinale apertura. 

CAPO VII. 

Imperforazione del condotto uditorio. 

L'otturamento del canale uditorio deriva talora 
dal ravvicinamento delle carnee o delle parti ossee, 



299 
o da una membrana collocata alla superficie o nel 
basso del canale. Nel primo caso incidesi a croce, 
e se ne staccono i lembi ; e nell'altro forasi col 
trequatri. L'obliterazione incompleta , determinata 
dal ravvicinamento delle parti carnee, si cura prima 
coi dilatatori, e poi con una cannuccia di avorio o 
di metallo, che o si lascia a permanenza, o di cui 
rinnovasi ad intervalli l'applicazione. 

CAPO Vili. 

Obliterazione delle labbra. 

Tale obliterazione preternaturale è totale o par- 
ziale, immediata, o mediata, e le labbra sono l'una 
all'altra riunite da una interposta membrana, sem- 
plice e aderente alle sottoposte gengive. Operasi la 
imperforazione labiale come la palpebrale. 

CAPO IX. 

Imperforazione dell' 1 ano. 

Tal volta il retto intestino è chiuso ad una 
certa altezza, tale altra apresi nella vagina, o nella 
vescica. L'ano può essere o ristretto, o da una men- 
brana turato. Nel primo caso dilatasi ; e nell'altro 
la membra si taglia. 

GAPO X. 

Obliterazione della vulva. 

La imperforazione della vulva è immediata, o 
l'imertura è turata da una interposta membrana. 



300 
Nel primo caso devesi fare una lungitudinale inci- 
sione, e nell' altro si incide la membrana a croce 
e se ne escidono i lembi. Se il meato orinario è 
libero, non havvi di bisogno di pronta operazione. 
Ma se egli è turato da membrana, devesi tagliare; 
e se 1' uretra è completamente obliterata , si fora 
la vesciva con un trequatri , e nel foro si lascia 
una sonda per formare un canale artificiale. 
CAPO XI. 
Imperforazione del prepuzio. 

Nella perforazione prepuziale osservasi un pic- 
colo tumore, determinato dal liquido che non può 
scappare. Apresi questo tumore, ed escidesi una 
parte del prepuzio, come si pratica nel fimosi. I 
margini del meato orinario riunitisi deonsi separare; 
e se non havvi alcuna traccia di apertura, si incide 
lungo la direzione dell'uretra, e si compie la per- 
forazione coll'istromento pungente; e si colloca una 
minungia nell'artificiale canale , di cui continuasi 
l'applicazione per impedirne il ristingimento. 

CAPO XII. 

Ipospadìa. 

Si distinguono tre varietà d' ipospadìa. Nella 
prima l'uretra apresi nella fossa navicolare , nella 
seconda nella vicinanza dello scroto , e nella terza 
lo scroto e diviso Iungitudinalmente, e rappresenta 
una specie di vulva. Nel secondo e nel terzo in- 
conveniente non havvi convenevole operazione da 
praticarvi; solo nel primo caso può tentarsi la per- 
forazione del glande. 



301 
CAPO XIII. 

Adesioni della lingua. 

Se briglie legamentose attaccano la lingua alle 
contigue parti, si chiudono le narici, affinchè il par- 
golino apra la bocca, e con una sonda s'innalza la 
non aderente lingua, e con le forbici le preterna- 
turali aderenze si tagliano. E spesso introducesi il 
dito per le adesioni prevenirne. , 

CAPO XIV. 

Unione, e dita soprannumerarie. 

Le preternaturali adesioni delle dita e delle mani 
devonsi o col bistorino o colle forbici tagliare. Le 
soprannumerarie dita colle altre congenite escre- 
scenze , se formano mostruosità, ne sonovi pres- 
santi pericoli, alla deformità rimediasi amputandole. 

CAPO XV. 

Labbro leporino. 

Il preternaturale spaccamento del labbro talora 
è semplice, tale altra volta è doppio, e in certi altri 
casi è complicato. Se l'apertura del labbro non impe- 
disce il succhiamento del latte, non havvi ragione 
d'istantaneamente operarla; che se poi il succhia- 
mento è difficoltato dalla preternaturale spaccatura, 
allora cruentati i margini, riunisconsi le parti di- 
vise colla sutura attortigliata. 

CAPO XVI. 

Viscerali spostamenti. 
Nel neonato come nell'adulto compionsi i vi- 



302 
scerali spostamenti; ed in esso osservasi il prolasso 
del retto, della massa encefalica, degli intestini, e 
principalmente l'ombellicale ernia. Le cose conve- 
nevoli a praticarsi in simili contigenze riduconsi al 
ricollocamento , e al mantenere le parti spostate 
nelle naturali posizioni. 

CAPO XVII. 

Idrocefalo congenito. 

L'idrocefalo è un fenomeno consecutivo di altre 
cerebrali lesioni, le quali terminano con produrre 
un'esalazione di sierosità, che dà origine ai feno- 
meni della cerebrale compressione. Cosicché il bam- 
bino, che l'idrocefalo soffre, è sonnolento, letargico, 
gli si dilata la pupilla , è insensibile, né agli sti- 
moli reagisce. Pochi sono i soccorsi che l'arte ci 
somministra : e tranne qualche tonico , e qualche 
sciroppo o diaforetico o diuretico, niun'altra cosa 
devesi somministrare. Meno che il versamento sie- 
roso sia consecutivo alla soppressa ulcere, o alla 
ripercossa esantermatica eruzione; mentre allora gio- 
vano i vescicanti ed i cauteri. 

CAPO XVIII. 

Spina bifida. 

Nella idrorachitide in principio giovano i rivul- 
sivi interni e gli esterni. Formatosi il tumore, de- 
vesi prevenirne la rottura con fomentazioni aroma- 
tiche. Ed il tumore si comprime leggermente con 
convenevole fasciatura. Agli altri rimedi, che furono 
applicati, non corrisposero i resultati. 



303 
CAPO XIX. 

Idrocele congenito. 

Le sierosità , che dall' addome attraversando 
l'anello inguinale si accumolano nello scroto, de- 
vonsi, mediante leggiera e graduata pressione, farle 
risalire nell'addome ascendendo per la medesima 
via per cui egliono discesero. Ed applicasi all'anello 
congrua pressione, che ne impedisca la ridiscensione. 

CAPO XX. 

Infiltrazione genitale. 

La causa efficente dell'infiltrazione degli organi 
genitali dei neonati dell'uno e dell'altro sesso è mi- 
steriosa; e solo in essa rilevasi di rimarchevole, che 
talora è persistente , e tale altra istantaneamente 
dileguasi. Alla persistente giovano le lozioni risol- 
venti ed aromatiche; ed alla sfuggevole le istesse 
cose giovano, ma possono tralasciarsi. 

CAPO XXL 

Sifilide congenita. 

Non hawi alcun dubbio, che nel seno materno 
si contraggano l'ereditarie e le malattie contagiose. 
Sicché pare essere erronea l'opinione di quelli che 
sostengono solo il neonato contrarre la sifìlide nel 
mentre che egli scorre per la vagina. Ma o la con- 
tragga nel seno materno, o nel canale che lo con- 
duce all'esterno, la convevole cura è sempre la stessa. 
Ed al neonato lattante per due o quattro settimane, 



304 

ed allo slattato per due o quattro mesi, si sommi- 
nistra in ciascun giorno da una a tre once di sci- 
roppo di salsapariglia. None cosa morale, né utile 
amministrare il mercurio alla nutrice; ed essendovi 
di bisogno di questo preparato, devesi preferire l'en- 
dermica propinazione; con unzioni praticate come 
nel sifilitico adulto. La nettezza del neonato ed 
il convenevole coprimento sono altre indispensabili 
cose. 

CAPO XXII. 

Ritenzione del meconìo. 

Se il primo materno latte non vale a scac- 
ciare il meconio, si ricorre ai lievi purganti, ver- 
bigrazia allo sciroppo di cicoria e di rabarbaro. 
Che se l'azione purgativa degli sciroppi non è suf- 
fìcente, devonsi ad essi unire altre sostanze di mag- 
giore forza purgativa , o veramente aumentarne 
la dose. 

CAPO XXIII. 

Costipazione. 

Nella semplice costipazione giovano gli sciroppi 
purgativi congiunti ad altre sostanze di maggiore 
attività rilassante. Giova ancora la manna disciolta 
nella infusione di senna. Se sopravviene lo spas 
mo è convenevole cosa seguire il consiglio di 
Hoffmann e di Tissot e di invergere il bambino 
nel caldo bagno; e non essendovi pronto il bagno, 
di fomentare il basso ventre con una matassa di 
filo bagnata nell'acqua calda. 



305 
CAPO XXIV. 

Colica. 

Il bambino nervoso ed irritabile, col basso ventre 
teso, e dolente , si tuffa nel bagno caldo; o questo 
mancando gli si fanno sul basso ventre delle fo- 
mentazioni emollienti. Rilassato ed ammollito il ven- 
tre, ed essendovi delle zavorre nelle prime vie, gli si 
amministrano alcuni grani d'ipecacuana sciolta nel- 
l'acqua zuccherata, o alcune cucchiaiate di sciroppo 
della stessa pianta medicinale. Se non vi sono 
zavorre nelle prime vie , gli si fanno propinare 
i convenevoli purganti. Giovano ancora i rilassanti 
clistieri, ai quali devesi aggiungere piccola quantità 
d'oppiata dissoluzione. Che se vi sono flatulenze gli 
si fascia il basso ventre con flanella; e si danno, 
purgato che sia convenientemente il bambino, l'in- 
fusioni toniche e carminative; e gli si fanno i clistieri 
di camomilla. 

CAPO XXV. 

Acidità. 

Le acidità delle prime vie dei bambini, che non 
sanno esprimere i mali che soffrono che con il pianto, 
si riconoscono dall'odore acre , e dal colore verda- 
stro delle alvine evacuazioni, e dalla insofferenza e 
continua inquietudine. La cura consiste nell' assor- 
bire, nel neutralizzare e nell'espellere gli acidi. Gli as- 
sorbenti sono la magnesia ed il muriato di calce , 
che mescolansi, alla dose di cinque a venti grani, ne- 
gli alimenti. Giovano ancora i tonici, verbigrazia la 
G.A.T.CXXXIX. 20 



306 

cannella ed i marziali a piccole dosi, il succo delle 
caini ed il vino. 

CAPO XXVI. 

Diarrea. 

La diarrea complicatasi o no alle gastriche za- 
vorre devesi trattare cogli evacuanti; nel primo caso 
onde cacciare dal corpo le gastriche sozzure, e nel- 
l'altro per eccitare il gastro-enterico canale, e pre- 
disporlo maggiormente a risentire l'astringente azio- 
ne. Si promovono le superiori evacuazioni , o con 
qualche cucchiaiata di dissoluzione di tartaro emeti- 
co, o collo sciroppo d'ipecacuana; e l' inferiori co'pur- 
gativi sciroppi agiuntavi altra sostanza maggiormente 
rilassante. Dipoi amministransi il decotto di orzo , 
di riso ed il succo delle carni; e si fanno clistieri 
di gomma arabica, in cui disciogliesi piccola quan- 
tità di narcotica dissoluzione. Che se havvi sete , 
calore, secchezza o rossore di lingua, e addominale 
irritazione, sono giovevoli il bagno caldo, l'addomina- 
li fomentazioni, e le rilassanti bevande. Se la irri- 
tazione persiste o aumentasi ancora, applicansi al- 
l'ano le sanguisughe. E dileguata che siasi 1' irri- 
tazione e lo spasimo, e ancora la diarrea persisten- 
do, giovano i leggeri astringenti e i narcotici, ver- 
bigrazia lo sciroppo diacodio ed il laudano disciolti 
in aromatica infusione. Che se persiste, perchè essa 
dipende dalla ripercossa eruzione cutanea , devesi 
questa richiamare all' origine primitiva coi bagni , 
colle frizioni e coi vescicanti volanti ; altrimenti a 
nulla giovano i terapèutici sussidi. 



307 
CAPO XXVIF. 

Lienteria. 

La lienteria infantile altro pare non essere che 
l'adinamica diarrea: ed eccetto i casi, in cui havvi 
esulcerazione intestinale, non havvi dolore né spasmo, 
e le alvine evacuazioni sono bianche , e pare che 
elleno siano i triturati alimenti. Diminuiscesi l'atti- 
vità plastica, e ne segue la consunzione e la tabe, 
e l'adinamica febbre. Si espone il neonato alla li- 
bera aria ed al sole, gli si frega il dorso ed il basso 
ventre con flanelle insuppate di liquidi aromatici e 
spiritosi, gli si amministrano i brodi consumati, le 
gelatine ed il succo delle arrostite carni, il vino , 
la crema di riso, le acque ferruginose ed il lattato 
di ferro con la cannella. 

CAPO XXVIII. 

Vomito. 

AI vomito, determinato dalle zavorre delle prime 
vie, è giovevole l'emetico, verbigrazia mezzo grano 
di tartaro emetico sciolto in convenevole veicolo , 
o la polvere d' ipecacuana o il suo sciroppo. Al con- 
secutivo della gastrica debolezza convengonsi gli 
amaricanti , e gli antispasmodici se dallo spavento 
fu provocato, verbigrazia il rabarbaro, l' infusione di 
china , e alcune cucchiaiate di canforata pozione 
animata dal laudano. Giova ancora il fregare il ven- 
tre con lozioni aromatiche. Gli acidi dello stomaco 
colla magnesia si neutralizzano , e se ne previene 



308 
la rigenerazione eogli amari, e col convenevole ali- 
mento. 

CAPO XXIX. 

Dentizione. 

Alla naturale dentizione il nulla conviensi : ed 
alla difficile giovano la libera aria , i bagni tiepidi 
che rilassano la fibra e diminuiscono l'erettismo, e 
le frizioni sulla superficie esterna del corpo, le san- 
guisughe ed i vescicanti dietro alle orecchie , ed i 
piediluvi. Il ventre dee tenersi libero; e se il bam- 
bino è debole e languido , gli si amministra poco 
vino, e una qualche infusione aromatica, o sciroppo 
tonico, verbigsazia di china, di rabarbero e di gen- 
ziana, All'atassico devonsi somministrare gli antis- 
pasmodici, come 1' acqua di camomilla , di fiori di 
arancio e di lattuga animata da poche gocce di 
laudano. Se ad onta di ciò che si è praticato la spa- 
smodìa persiste, altro rimedio non havvi che d' in- 
cidere le gengive. 

CAPO XXX. 

Entowari, 

Devesi prevenire lo sviluppo dei vermi , e cac- 
ciarli al di fuori del corpo sviluppati che siansi, e 
ripararne la recidiva. Se ne previene la genesi prin- 
cipalmente cogli amari , che animano il tubo inte- 
stinale , e ne rendono spediti e liberi i naturali 
movimenti. Giovano ancora i tonici, che fortificano 
l'economia. E cacciansi al di fuori del corpo o col 
semplice purgante, o col purgante congiuto all'an- 



309 

telmitico, verbigruzia uno scrupolo di santonico me- 
scolato a dodici grani di sciarappa. La totalità, di- 
visa in tre parti eguali , si amministra nel corso 
delle venti-quattro ore. E la recidiva previensi con 
quanto ne impedisce lo sviluppo (1). 

CAPO XXXI. 

Incontinenza, ritenzione e calcoli orinari. 

L'incontinenza dell'orina deriva principalmente 
dal rilassamento e dalla semi paralisi; e ad essa gio- 
vano i tonici, e l'iniezioni di alcune once di acque 
termali, i vescicanti alle cosce , e le compresse 
sull'ipogastrio imbevute di spirito di vino allungato 
in acqua aromatica. Che se poi l'incontinenza de- 
riva dalla irritazione della vescica, in tale contin- 
genza giovano i dolcificanti e gli antispasmodici. Il 
fenomeno morboso contrario all'incontinenza è la 
ritenzione spasmodica. Ad essa giovano il bagno e le 
fomenta emollienti; e se queste non giovano ricor- 
resi al cateterismo. I calcoli orinari sono altro fu- 
nesto inconveniente, contro di cui poco valgono i 
rimedi; e le mucilaginose bevande ed il bagno ot- 
tundono l'asprezza dei calcoli. Il calcolo, che per 
la relativa grossezza non gli è permesso di scappare 
dalla vescica traversando l'uretra, solo può estrarsi 
colla cistotomia e la litotrizia. 

CAPO XXXII. 

Itterizia . 

L'infantile itterizia mostrasi talora consecutiva 

(1) Degli entozoari ne discorriamo alla lunga in inedita memoria. 



310 

alla ritenzione del meconio ed alle lattee zavorre^ 
tale altra all'ingorgo ed alla infiammazione del fe- 
gato; e in certi altri casi ella è consecutiva allo 
spasmo gastro-epatico. Al meconio che irrita il 
tubo intestinale giovano il primo materno latte coi 
diluenti, verbigrazia il decotto di orzo e di cicoria; 
o il siero allungato con l'acqua di fiori di per- 
sico; o lo sciroppo composto di cicoria e di ra- 
barbaro allungato nel triplo di acqua di orzo; cui 
amministrasi a cucchiai finche siasi espulso il 
meconio. Che se le gastriche zavorre inquinano le 
prime vie, primo amministrasi la dissoluzione di 
tartaro emetico, o la radice o lo sciroppo d'ipe- 
cacuana; e poi si danno i diluenti. Nel semplice 
ingorgo del fegato giovano gli aperitivi, come i 
cicoriacei, e l'infusione e lo sciroppo di rabarbaro; 
e alla infiammazione, oltre agli aperitivi, si conven- 
gono le piccole emorroidali sottrazioni sanguignie. 
Nella spasmodica itterizia giova al pargolino l'acqua 
di fiori di arancio e di camomilla animata con 
poche gocce di laudano. Il bagno tiepido e l'e- 
mollienti fomentazioni, ed il clistiere composto di 
acqua di camomilla unita o alla decozione di teste 
di papavero, o alla canfora e all'assafetida, calmano 
i colici dolori ed i tormi all'itterico spasmodico. 

CAPO XXXIII. 

Efflorescenze cutanee. 

Alla semplice risipola, tranne l'igieniche pre- 
cauzioni, nulla havvi di convenevole, mentre a sé 
è sufficiente la stessa natura. E oltre alla nettezza 



311 

di niuna altra cosa abbisognano l'efflorescenze oc- 
casionate dal sucidume, e dall'intempestivo freddo. 
E parimente coila nettezza prevengonsi le screpola- 
ture della pelle , che si formano ove ella ripiegasi 
e forma rughe, verbigrazia nel collo e negli inguini; 
e se ne sollecita la cicatrizzazione colle lozioni di 
acqua risolvente. Talora la parte posteriore dell'orec- 
chio ulcerandosi fornisce un patologico stillicidio: ed 
è un em un torio che bisogna rispettare. Si lava con 
acqua tiepida; ed a cui giova applicarvi un foglio 
di ingrassata bietola. Ed applicasi il vescicante alla 
nucca, se di soverchio dilatasi. Al pafgolino , che 
rapidamente passa dal caldo al freddo, e da questo 
a quello, alle dita delle mani e de'piedi, ai talloni, 
alle orecchie, al naso e alle labbra comparisce una 
gonfiezza, petignone, che in principio non cagiona 
che un poco di dolore e di pizzicore; ma che ella 
non risolvendosi può suppurare e gangrenarsi. Poi- 
ché deriva dalla sensibilità della pelle, e forse an- 
che dalla qualità degli umori, e dalla rapida alter- 
nativa di caldo e di freddo, e di freddo e di caldo; 
così per prevenirla bisogna indurire la pelle, cor- 
reggere la viziosa temperatura, e schifare la ip- 
eomportevole alternativa di caldo e di freddo. 

CAPO XXXIV. 

Eruzione del capellalo derma. 

All'eruzione del capellato derma si riferisce 
eziandio la prodigiosa multiplicazione dei parassiti, 
che naturalmente annidonsi tra i capelli. Che per 
esterminarli questi tagliansi, e si tiene pulito il capo; 



31-2 

e se ciò non giova, ricorresi alla mercuriale pomata. 
E le stesse cose giovano alle croste secche del ca- 
pellato coio; che per mitigarne il prurito , che el- 
leno destano, lavansi con acque emollienti animate 
da poca oppiata dissoluzione. Che se poi l'eruzione 
è mantenuta o da peculiare acrimonia, o dall'acore, 
che si asconde nei follicoli mucosi; ella non cede 
né viene meno senza i sussidi dell'arte ; ed è su- 
periore alle naturali forze 1 che tendono a dileguare 
le condizioni morbose. Allora tagliansi i capelli , e 
le croste si staccano con emollienti lozioni , e le 
denudate cicatrici lavansi con acqua insaponata : e 
se queste non cicatrizzano, si ungono con mercu- 
riale pomata. E tornansi a fare le medesime cose 
fino a che l'eruzione siasi dileguata. 

CAPO XXXV. 

Vajuoìo. 

Al benigno vaiuolo lasciasi la natura liberamente 
e da per sé stessa operare. All'infiammatorio gio- 
vano i rilassanti e gli antiflogistici. L' imbarazzo 
delle prime vie sbarazzasi coll'emetico; e l'addomi- 
nali zavorre cacciansi fuori dal corpo col purgante. 
All'atassìa rimediasi cogli antispasmodici, e nell'a- 
dinamìa ricorresi al vino. E al vaiuolo o che non 
viene fuori, o che ritorna dentro, giovano il bagno 
tiepido coi volanti vescicanti. 

CAPO XXXVI. 

Rosolìa. 

Nella semplice rosolìa solo favoriscesi la cuta- 
nea traspirazione con tiepide e leggermente diafo- 



313 

rctiche bevande. La gastrica complicazione scioglie- 
si o coH'emelico o col purgante; ed abbattesi l'in- 
fiammatoria febbre colle bevande rinfrescati e di- 
luenti, e cogli antiflogistici. Se le macchie cambia- 
no forma, impallidiscono, inlividiscono e si deprimono, 
ricorresi al vino , alla canfora ed al vescicante. Se 
o fermasi l'eruzione, o indietro ritorna, convengonsi 
allora e il tiepido bagno, e la bevanda diaforetica. 
All'irritazione dell'aeree vie giovano i mucillaginosi; 
ai movimenti convulsivi gli antispasmodici; ed alla 
ritenzione dell' orine le fomentazioni ipogastriche e 
la emulsione leggermente nitrata. 

CAPO XXXVII, 

Scarlattina. 

Alla semplice scarlattina bastano le dolcificanti e 
leggermente diaforetiche bevande. E le gastriche za- 
vorre si disciolgono coi rilassanti, e fuori dal corpo si 
cacciano cogli emeto-catartici. E rimediasi alla febbre 
ardente colle subacide sostanze, verbigrazia colla cas - 
sia, e colla polpa di tamarindi ;e con le piccole sottra- 
zioni sanguigne. Alla infiammazione laringo-tracheale 
si applicano le sanguisughe al collo , ed il catapla- 
sma emolliente. Sydenham applica allo scarlattinoso 
convulso il vescicante alla nucca, e gli prescrive lo 
sciroppo diacodio; ed una rigorosa dieta. L' adina- 
mìa combattesi coi tonici e cogli eccitanti, e la de- 
litescenza e la metastasi si previene col rianimare 
le languenti forze; e l'eruzione scomparsa richiamasi 
alla superfìcie del corpo coi rubefacenti. Onde pre- 
venire il consecutivo anasarca alcuni consigliano di 



314 

rimanere in letto per due o tre settimane; altri pei' 
quaranta giorni; e di assuefarsi gradatamente all'im- 
pressione della libera aria. Che se ad onta delle prese 
precauzioni siasi confermata l'anasarca; devesi essa 
curare col rianimare l' interne e l'esterne secrezioni 
coi purganti, cogli emetici, coi diuretici e coi dia- 
foretici. 

CAPO XXXVIII. 

Oftalmia. 

Si mantiene la dolce ed uniforme temperatura; 
ne si espongono gli occhi alla luce; e spesso si la- 
vano col decotto di malva, o con il tiepido latte; e 
rendesi dipoi, coi colliri astringenti, alla congiuntiva 
la naturale tonicità; verbigrazia coi composti di tre 
once di acqua di rose e di tre grani di acetato di 
piombo, ovvero di solfato di zinco. Che se questi ri- 
medi non giovano, applicasi il vescicante alla nucca 
o alle braccia; e se il bambino è pletorico, appli- 
caci le sanguisughe alle tempie. Allorché 1' oftal- 
mica infiammazione è sostenuta o dal vizio scrofo- 
loso, o dall'erpetico o dal sifilitico, a nulla valgono 
i rimedi, se la peculiare condizione morbosa non si 
discioglie. 

CAPO XXXIX. 

Afte. 

Consista pure la sede dell'afte nella escoriazione 
della mucosa, o delle papille, o delle glandole dello 
stesso nome; se elleno sono benigne, al bambino lat- 



315 

tante e sutfìcente il materno latte; ed allo spoppato 
giovano l'acqua di riso, la zuccherata, e le bevande 
rinfrescanti. Queste cose persistendo , devonsi toc- 
carle coi semplici risolventi, verbigrazia con una dis- 
soluzione composta di acqua di orzo addolcita col 
miele, e resa attiva con poche gocce di acido sol- 
forico; o con l'acqua d'orzo animata col solfato di 
zingo. 

CAPO XL. 

Corizza. 

II bambino di sovente infreddasi, e la corizza con- 
trae. E alla benigna irritazione della mucosa, che tapez- 
za le narici, sono bastevoli le sole igieniche precauzio- 
ni. Se persiste, si esacerba e maggiormente si diffonde 
conviensi amministrare le bevande diluenti , e leg- 
germente diaforetiche; si introducono i vapori emol- 
lienti nelle esacerbate narici; e si invergono profon- 
damente i piedi nel tiepido bagno. Altre cose pra- 
ticansi, ma queste sole bastano. 

CAPO XLI. 

Angina. 

Alla benigua angina bastano la dieta, e le dol- 
cificanti e leggermente diaforetiche bevande. E nella 
maligna ricorresi alle locali e generali sottrazioni 
sanguigne; ai piediluvi ; e si applicano i senapismi 
ed i vescicanti, ed il cataplasma emolliente nel collo. 
Giovano ancora i dolcificanti colluttori, ed alla inol- 
tratasi le leggermente aromatiche infusioni. Nella 



316 

gangrenosa in principio secondatisi le nausee ed il 
vomito o coll'infusione di tè, o di camomilla o colla 
ipecacuana. All'adinamìa ed alla colliquativa diarrea 
rimediasi colle infusioni aromatiche animate da poco 
vino. Giovano ancora i colluttori aromatici e deter- 
sivi, e l'uso interno degli antisettici , verbigrazia i 
preparati di china. 

CAPO XLI1. 

Grup. 

11 grup ha la sua sede nelle aeree vie, e consiste nel- 
la flemmasia laringo-tracheo-bronchiale innalzatasi al 
massimo grado. Cosicché noi non accordiamo ad esso 
alcuna specifica infezione; né gli accomodiamo spe- 
cifica cura; e lo curiamo coi rimedi convenevoli alle 
intense e legittime flogosi. Laonde apresi col pur- 
gante il ventre, si cava sangue, si applicano le san- 
guisughe al collo, e le coppette o alla parte supc- 
riore del petto, o nella nucca, o nelle vicinanze della 
trachea ; si fano i piedi! uvi senapati, e iterati cri- 
stieri purgativi: e si applicano i vescicanti alle parti 
prossime alla sede del male, verbigrazia nel petto, 
o nelle parti maggiormente distanti, come o nelle 
braccia o nelle cosce. 

CAPO XLI1I. 

Catarro, 

Al benigno catarro giovano le tiepide bevande 
dolcificanti e leggermente diaforetiche, verbigrazia il 
decotto di orzo, l'infusioni di fiori di malva e di tiglio, 
o il brodo dolcificato collo sciroppo di capelvenere. 



317 

Che se egli mantienine con queste cose vien meno, si 
amministrano gli emetici, verbigtazia l'ipecacuana ed 
il chermes minerale a minime dosi, si applicano o 
i volanti vescicanti , o i permanenti alle toraciche 
superiori parti; e i piedi invergonsi nel tiepido ba- 
gno , o ad essi fannosi senapate fomentazioni. E 
all' inoltratosi giovano gli espettoranti e l'aromati- 
che bevande; e passato che egli sia al cronico stato, 
dannosi le sostanze maggiormente toniche , verbi- 
grazia il decolto di cicoria , l'infusione di rabarbaro 
e di china. 

CAPO XL1V. 

Cellulare indurimento. 

La cura derigesi principalmente a rilassare l'in- 
duritosi tessuto o colle fomentazioni, o col tiepido 
bagno; e internamente prescrivonsi gli alteranti, co- 
me lo sciroppo di salsapariglia. Gionano ancora le 
galeniche fumigazioni, le quali compionsi col ver- 
sare la gomma ammoniaca disciolta nell' aceto su 
mattone rovente, e col dirigere il vapore, che n'e- 
mana, nell'induritosi cellulare tessuto. 

CAPO XLV. 

Scrofola. 

Lo scrofoloso bambino tiensi caldo, né si espone 
alle intemperie, e vestesi di flanella per mantenerlo 
caldo. Si nutrisce coi tonici e colle animalizzate sostan- 
ze, verbigrazia col vitto animale, col succo delle car- 
ni, cogli amari e col vino. Gli si convengono il ma- 



318 
to, e le frizioni secche ed aromatiche, e principal- 
mente gli giovano i bagni che detergono la pelle, 
ne rianimano le funzioni, ed accelerano il corso dei 
fluidi nel tessuto cellulare; e così prevengono i glan- 
dolari ingorghi. Hufeland amministra nella scrofola 
inoltrata la decozione di dulcamara mescolata a quel- 
la del lichene islandico, e di cui ne aumenta quo- 
tidianamente la dose. In genere i fondenti coi tonici 
sono indicati ; ed agli esterni tumori poco giovano 
gli alteranti topici senza la quotidiana propinazione 
di quelli. L'ingorgo estesosi alle meseraiche glando- 
le, rendesi superiore alle risorse dell'arte. Ed altro 
non gli si conviene che le animali gelatine, gli ama- 
ri, e gli antiscorbutici sciroppi. 

CAPO XLVI. 

Rachitide. 

Al bambino predisposto alla rachitide si fa re- 
spirare la tiepida aria , e si espone liberamente 
alla benefica influenza dei luminosi raggi del sole ; 
e vestesi di lana per difenderlo dal freddo. Si ali- 
menta colle sostanze di facile digestione , e nello 
stesso tempo toniche ed eccitanti. Gli si prescrivo- 
no il moto passivo e l'attivo, ed il bagno aromati- 
co. Internamente gli amari e principalmente gli si con- 
vengono i marziali (1). 

CAPO XLVII. 

Convulsioni. 
Il trattamento delle infantili convulsioni variasi 

(1) Monografia della rachitide. Tom. DXVIII. 



319 

nel variare le cause , che le determinano. Si pre- 
scrivono 1' emetico e gli assorbenti se derivano da 
gastrico imbarazzo e dall'acidità delle prime gastri- 
che vie, e gli antelmitici se da vermi vengono pro- 
vocate. Se antecedono l'eruzione di qualche diffici- 
le esantema , o lo spuntare dei denti , nel primo 
caso giovano il bagno ed i vescicanti volanti; e nel- 
l'altro detergonsi le gengive con sostanze emollien- 
ti e calmanti; e se queste non bastano a calmarle, 
si incidono. Che se poi dal terrore o d'altra spas- 
modica cagione furono suscitate, giovano gli anti- 
spasmodici, ed il cambiamento dell'aria. 

CAPO XLVIII. 

Chorea. 

Nella cura del ballo di s. Vito, non cenvengono 
i pratici che ne' rimedi che allontanano le morbose 
complicazioni. Il Sydenham prescrive i purganti ed 
il salasso; Cullen la china ed i marziali; Serres al- 
l'occipite, e Peltz le sanguisughe alle tempie ; Pri- 
chard e Richerand il salasso, ed i cauteri ed i ve- 
scicanti lungo alla spina ; Elliotson il sotto-carbo- 
nato di ferro; De-Haen 1' elettricità e Baudelocque 
il sulfureo bagno. Le docce e l' effusioni di acqua 
fredda, i bagni caldi, di mare e di riviera, il noto 
e la ginnastica , e tutti gli esercizi del corpo fu- 
rono alternativamente magnificati: e noi non li cre- 
diamo , e le sole naturali forze della natura ma- 
gnifichiamo. 



3^t) 
CAPO XL1X. 

Tetano. 

Al fetano t come malattia di condizione occulta 
ed indeterminata , non ò convenevole ne possibile 
determinare ragionevole cura. L' empirica posa in 
questo terapeutico tripode, cioè al bagno caldo, alle 
sottrazioni sanguigne ed alla propinatone dell'oppio. 
Gli altri rimedi o sono ausiliari di questi, o allon- 
tanano le complicazioni e le cause remote, o a nulla 
giovano, o sono contrari e funesti (1). 

CAPO L. 

Epilessia. 

All'epilessia o caduco male si applicano le cose 
medesime, die noi esponemmo nel discorrere il ballo 
di s. Vito. Vale a dire che i pratici solo conven- 
gono gli uni cogli altri nell'amministrare le cose, che 
le complicazioni e le cause determinanti allontanano, 
e che nel rimanente discordano né uniformansi gli 
uni agli altri. L'epiletica essenzialità ascondesi , ne 
conoscesi ragionevole cura che le convenga , e le 
semplici forze della natura valgono solo a debellarla. 

CAPO LI. 

Spasmo laringo-tracheale, e tosse convulsiva. 

Allo spasmo laringo-tracheale ed alla tosse con- 
vulsiva, allontanate le complicazioni e le determi- 
fi) Teoria del tetano. Tom. GXXX1V. 



321 

nanti cause , le si convengono gli antispasmodici. 
Giovano ancora i rivulsivi , verbigrazia le fomenta- 
zioni senapate, ed i volanti, coi permanenti vesci- 
canti. Principalmente giovano allo spasmodico bam- 
bino gli antispasmodici epicraticamente sommini- 
strati. Cosicché devonsi in simile modo prescrivere 
i preparati di oppio, il castoro, il muschio, la vale- 
riana, la canfora, i fiori di zinco , Tassa-fetida ed 
i preparali di giusquiamo. 

LII. 

Remittenti e morbi intermittenti. 

Le febbri intermittenti e le remittenti non sono 
malattie infantili , ma eglino le soffrono, e pecu- 
liare qualitativa cura non comportano ; e solo ad 
essi la quantitativa devesi accomodare. Dalle cose 
esposte facilmente rilevasi: e senza farne verbo, ter- 
miniamo il terapeutico puerile discorso. 



G.A.T.CXXXIX. 21 



322 

Cenno storico 

relativo alla ribellione di Narni alla chiesa, 

e assolutoria di Giovanni XXII. 



AL N0B1L UOMO 

IL SIG. CONTE CATUCCI 

GONFALONIERE DI NARNI. 



Mino sig. conte 



& 



ado lietissimo di poter oggi soddisfare al nobile 
di lei desiderio nella pubblicazione della bolla, colla 
quale il sommo pontefice Giovanni , per chiarezza 
cronologica chiamato XXII, assolve cotesta città di 
Narni di certa ribellione contro la potestà di santa 
chiesa. 

E a dolersi che la mancanza di storie speciali 
di Narni non permetta di conoscere con esattezza 
il soggetto di tale rivolta: poiché per infinite con- 
getture si va perdendo la fantasia in traccia di tem- 
pi ove l'una città l'altra , e tutte se medesime la- 
ceravano, ampia lasciando e sanguinosa preda al più 
audace invasore : né bastando le intestine fazioni , 
s'aggiungevano gli stranieri partiti, tra 'quali fierissimo 
fu quello di Lodovico di Baviera, il quale per aver 
senza il consenso del papa usato le insegne impe- 
riali, il nome ed autorità di Augusto, voltosi in que' 
tempi ad offender la Chiesa, ebbe l'audacia di farsi 
in Roma incoronare da Niccolò V, da lui assunto al 



323 

papato, invece di Giovanni ch'ei dichiarò decaduto. 
Non vennero però meno il consiglio e l'industria alla 
grandezza d'animo di quel pontefice: che anzi l'an- 
tipapa ebbe carcerato in Avignone. Onde atroce- 
mente que' vicari di Lodovico, ch'egli avea lasciato 
in varie terre della Chiesa, infierivano contro alcuni 
abitanti, d'altri, colla prepotenza o colla perfidia, gua- 
dagnavano il favore, e le menti. 

E per dimostrare più da vicino il mio argo- 
mento, riporterò qui appresso le parole stesse del- 
l' Angeloni (*) , il quale dice come di quel tempo 
« Conuennero, viuente papa Giouanni, li sindici di 
« Narni, con li Ternani per togliere le contese, di 
« spianare il castello di Perticara, con alcuni patti , 
« come si ha dall'instrumento rogato in Terni, en- 
« tro la Chiesa di S. Pietro, da Matteo q. Luca, 
« da Todi; e tutto in odio , e contra alcuni , che 
« iui si chiamano intrinseci Narnesi; per la cui parte 
« interuennero, Giacomo Commari, e Giovenale D. 
« Garosi sindici di essa Città, con altri, al numero 
« di 70. e per li Ternani Filippetto Petrucciano, e 
« Nicola Raineri s indici: hauendo a quest'effetto il 
u pontefice, commesso con suo breue, al Cardinale 
« Giouani del titolo di S. Teodoro suo Legato, che 
« senza strepito, per gl'interessi, che hauere vi po- 
« teua la Chiesa, terminasse le controuersie, e contese 
« de' i Castelli di Perticara, e di Carleo, con le Roc- 
« che, come si può credere, che seguisse: hauendo 
« ben egli considerato, dalle passate risse, che non 
« solamente era necessario il tagliare il tronco del 

O Francesco Angeloni Hist. di Temi; Roma MDCXLVI. 4 ° 
pag. 107. 



324 

« cattiuo arbore, che tali effetti produceua, ma lo 
« sbarbarne etiandio affatto le radici ». 

Il cardinale Giovanni di s. Teodoro, a cui que- 
sta bolla è diretta, fu di casa Orsina, del qual ceppo 
dovea esser puranco queir Orso de filiis Ursi pò- 
testa di Narni, di cui nella bolla è parola, tale es- 
sendo la comune appellazione di quella in allora 
potentissima famiglia, oltre i soprannomi di Rubei, 
Boboni, etc. Era desso uomo di grande ingegno e 
probità , e carissimo al papa, come può rilevarsi 
nella epistola del medesimo sommo pontefice al ve- 
scovo di Conventry. Nella opera del P. Francesco 
Antonio Zaccaria intitolata: Anecdoloriim medii ae- 
vi, Aug. Taur. ex T. R. 1755, in f.° a pag. 57, 
riportansi di lui delle savissime costituzioni per ri- 
formare la disciplina del clero: donde bene appari- 
sce con quanta lena e capacità ei rispondesse alle 
brame del pontefice, superandone forse l'espettazio- 
ne, per colpa de'tempi che correvano pieni d'igno- 
ranza e d'incuria. 

Né rechi maraviglia se veggiamo da sì lungi 
e con tanta formalità deputarsi una espressa e so- 
lenne ambasceria, la quale spiegate le sue creden- 
ziali a'piedi del vicario di Dio, ne impetrasse il per- 
dono delle infrante leggi di fedeltà e di religione , 
quando ci facciamo a considerare esser questo 
l'unico mezzo di potere allora ricevere le assoluzio- 
ni. Testimonio ne sia Giovanni Hochsemio, riferito 
da Stefano Baluzio nelle sue vite de'papi d'Avigno- 
ne, ove leggesi come nel 1334, essendo fiera nimi- 
cizia in tra Adolfo vescovo di Liegi , e Giovanni 
duca di Brabante, e volendo il re di Francia ridurli 



325 

a concordia col domandare al papa di sciogliere il 
giuramento di una delle parti, nacque grave dispu- 
ta tra' cardinali, quibusdam dicenlibus absolutionem 
nisi petentibus indidgendam. 

Eran più di 20 anni allo spedire di questa bol- 
la che era stata trasferita la S. Sede in Avignone, 
divenuto poi proprietà della Chiesa , allorché nel 
1348 Clemente VI ne fece acquisto da Giovanna I 
regina di Napoli , conlessa di Provenza e di For- 
calquier , e signora d' Avignone, per la somma dì 
80,000 fiorini d'oro; ma non si prolungò più in là 
del declinare del XIV secolo l'assenza dei pontefici 
dalla capitale del mondo cattolico , sendo stabilito 
ne' decreti soli infallibili, che ivi il nome cristiano 
più bello ricevesse lo splendore e il trionfo, ove 
maggiormente se lo avea prima procacciato con 
ampio lavacro di sangue e retaggio di patimenti. 

Per quanta diligenza io abbia fatto nelle più 
cospicue raccolte, non mi fu dato di rinvenire men- 
zione di tal documento, il quale interessa altresì 
in particolar modo la storia dei tempi. 

Ecco, lllmo sig. conte, le scarse notizie che io 
potei raccogliere su questo argomento * e che mi 
faccio un dovere di spedirle, per rispondere, benché 
poveramente , alle generose di lei brame. In ogni 
modo mi ascriverò a somma ventura se non all'en- 
tità della cosa , ma al buon desìo che mi mosse « 
vorrà avere alcun riguardo. Pieno frattanto di stima 
e di ossequio, mi pregio di essere 
Di V. S. Illma 

Roma li 25 Settembre 1855. 

Umo Devino Servitore 
E. Nardlcci. 



326 

Iohannes episcopus seruus seruorum dei dilectis 
fìlijs lohanni sancti Theodori diacono cardinali apo- 
stolice sedis legato et Roberto de Albarupe Archi- 
diacono de Sexa in ecclesia Legionensi capellano no- 
stro patrimonii beati Petri in Tuscia rectori salu- 
tem et apostolicam benedictionem. 

Uenientes nuper ad sedein apostolicam dilecti 
filij nobiles viri Bartolus de Aluenino et Couatus So- 
maroni ambaxiatores et nuntij dilectorum filiorum 
potestatis consilij et communis ciuitatis Narniensis 
suum exhibuerunt syndicatum in nostra et fratrum 
nostrorum presentia cuius tenor dinoscitur esse ta- 
lis. In nomine domini amen anno eiusdem natiui- 
tatis millesimo trecentesimo vigesimoseptimo tem- 
pore sanctissimi patris et domini domini Iohannis 

di 
pape XX (sic) mensis maij die quarta intrante 
indictione decima conuocato et congregato Consilio 
generali speciali communis et populi ciuitatis Nar- 
nie in palatio communis ipsius ciuitatis ad sonum 
campane et vocem preconis ut moris est de man- 
dato et auctoritate magnifici et potentis militis do- 
mini Andree domini Vrsi de fìlijs Vrsi honorabi- 
lis potestatis diete ciuitatis idem potestas cum au- 
ctoritate presentia consensu atque decreto ipsius con- 
silij et ipsum consilium totum cum auctoritate pre- 
sentia eonsensu atque decreto dicti potestatis ipso- 
rum nemine discordante unanimiter et concorditer fe- 
cerunt constituerunt creauerunt et ordinauerunt domi- 
numBartholumde Aluenino ac dominumCouatum So- 
maroni nobiles et caros ciues diete ciuitatis et quem- 
libet eorum presentes et susci pientes eorum et di- 
cti communis et populi syndicos actores factores 
et nuncios speciales ad representandum se coram 
sanctissimo patre et domino domino summo pon- 
tifice et ad parendum mandatis ipsius libere et 
se ipsos in ipsius manibus dumtaxat libere ponen- 
dum necnon ad submictendum se ipsos et commu- 



327 

nitatcm ciuitatis predicte ordinationi et dispositioni 
ipsius domini Iohannis patris sanctissimi summi pon- 
tificis dumtaxat prout uoluerit et sibi placuerit prò 
suo libito uoluntatis et iurandum fìdelitatem et o- 
bedientiam sacrosancte romane ecclesie et domini 
nostri predicti (sic) et ad recongnoscendum quod ipsi 
sunt fideles et deuoti sancte romane ecclesie et do-* 
mini nostri predicti et ad promictendum quod di- 
cti commune et homines satisfacient de excessibus 
per eos perpetratis a temporibus retroactis necnon 
et de debitis in quibus tenentur romane ecclesie 
prout prefato domino placuerit et sibi uisum fuerit 
expedire et prout dictus dominus noster duxerit or- 
dinandum promictentes ratum gratum et firmum ha-- 
bituros quicquid per dictos syndicos et quemlibet 
eorum in predictis et singulis et circa premissa et 
quodlibet premissorum actum gestum et procura- 
tum fuerit sub obligatione omnium honorum dicti 
communis. Actum in palatio communis diete ciui- 
tatis presentibus hijs (sic) testibus scilicet domino 
Andrea de Marginata domino Egidio Gentilis do- 
mino clerico domini Cardoli Gentile domini Nicho- 
lai Louo domini Massei lohanne Scoto de sancto 
Vito huiusmodi rei rogati sunt testes et ego Pe- 
trus Andree Iacobi de ciuitate Narnie imperiali 
auctoritate iudex ordinarius et notarius constitutus 
et nunc cancellarius dicti communis Narnie predi- 
ctis omnibus interfui rogatus scribere scripsi et pu- 
blicaui. Subsequenter uero prefati ambaxiatores et 
syndici prius coram nobis et eisdem fratribus factis 
submissione promissione recognitione ac fìdelitalis 
et obedientie iuramento prestito et aliis exhibitis 
nomine potestatis consilij et communis predictorum 
que facere prestare ac exhibere poterant iuxta te- 
norem sui syndicatus predicti et a nobis receptis 
sicut in instrumentis publicis per dilectos fìlios Iohan- 
nem de Regio et Iohannem de Lescopon notarios pu- 



328 
blicos et clericos nostre camere inde reccptis ibi- 
dem plenius continetur nomine Regiminum Vniuer- 
sitatis consilij et communis ciuitatis Narniensis 
predicte nobis humiliter supplicarunt quod cum 
dudum ex eo quod predicta eiuitas per seuam quo- 
rumdam dei et ecclesie rebellium detineretur ti- 
rannidem occupata et per consequens contra nos et 
romanam ecclesiam dampnabiliter rebellaret non- 
nulli processus aduersus eosdem potestatem regi- 
mina consilium et commune ipsorum officiales ac 
ciuitatem predictam per te fili rector quam prede- 
cessores tuos rectores eiusdem patrimonij et quos- 
dam alios auctoritate apostolica habiti et diuerse 
sententie promulgate peneque spirituales et tem- 
porales imposite fuerint et inflicte ipsique potestas 
consilium et commune predictaque eiuitas expulsis 
inde rebellibus ad nostram et ecclesie memorate ue- 
ram obedientiam et deuotionem redierint in illis 
permanere de cetero stabiliter proponentes quatenus 
eis simun aperire pietatis et misericordie sibique pro- 
ludere de oportunis in hac parte remedijs de beni- 
gnitate apostolica dignaremur. Nos autem illius 
cuius licet immeriti vices in terris gerimus qui su- 
per conuersione aduersorum ab eo letatur admodum 
eisque misericorditer consueuit offensas remictere 
ac gratias impertiri prout est nobis possibile ue- 
stigijs inhetentes ac sperantes quod ipsi uitatis of- 
fensis de cetero que deo nobis et ecclesie memo- 
rate grata erunt et placita exequi uigilanti studio 
procurabunt supplicationibus huiusmodi benignus 
inclinati potestatem regimina consilium commune 
ac ciuitatem predicta ipsorumque officiales ab omni- 
bus predictis processibus per te rector tuosque pre- 
decessores uel alios quoscumque, ac qualitercumque 
occasione inobedientiarum et rebellionum per ipsos 
hactenus contra nos et predictam ecclesiam teque 
rector predicte aliosque rectores predecessores tuos 



329 

et nfficiales nostros et eiusdem ecclesie commisso- 
rum habitis ac omnibus penis bannis et sententijs 
spiritualibus et temporalibus quibuscumque aduer- 
sus eos ac ciuitatem et officiales predictos promul- 
gatis premissorum occasione impositis seu infli- 
ctis quas incurrissent et ex quibus nobis et eidem 
ecclesie obnoxij tenerentur ex certa scientia et de 
potestatis plenitudine absoluimus ac etiam libera- 
mus adiecto tamen specialiter et expresse quod si 
ipsos vel eorum aliquem seu aliquos contra nos et 
ecclesiam prelibatam (*) seu rectores uel officiales 
eiusdem ecclesie de cetero quod absit contingeret 
rebellare rebellantes huiusmodi et in rebellione ipsa 
contumaciter persistentes relabantur easdem penas 
et sententias ipso facto. Ceterum nostre intentionis 
nequaquam existit quod condempnati de heresi uel 
fautoria hereticorum siqui forsan existerent in ab- 
solutione huiusmodi quomodolibet includantur. Rur- 
sus iuribus eiusdem romane ecclesie que in ciuitate 
predicta eiusque comitatu ac castris et uillis eius- 
dem eidem competunt nec etiam iuri nobis com- 
petenti ratione concessionis nobis facte de regimine 
potestaria et capitaneatu ciuitatis et comitatus pre- 
dictorum quod specialiter quo ad Castrum Mirande 
quod ad nos et memoratami ecclesiam pertinet pie- 
no iure preiudicare non intendimus quomodolibet 
per premissa. Quocirca discretioni uestre per apo- 
stolica scripta mandamus quatenus uos et uestrum 
quilibet in solidum per uos uel alium seu alios 
quando et ubi cognoueritis oportunum predictas ab- 
solutionem et liberationem publicare curetis. Datum 
Auenione iiij Idus lunij pontifìcatus nostri anno 
duodecimo. 



O Pro supradiclam; babet Du-Cangius. 



330 



Intorno ad alcuni passi del Novellino. 

longo qui alcune mie noterelle ad alquanti passi 
del Novellino, i quali mi sembrano errati qua e là 
nelle edizioni che ho riscontrate. Confesso però di 
non aver veduta quella che ne pubblicò in Modena 
il celebre professor Parenti: non trovatala in Roma 
per quanto n' abbia cercato. Ho avuto bensì sotto 
gli occhi la bella e riputata ch'esci in Milano nel 
1825 per le cure di un letterato in opera di lin- 
gua chiarissimo, cioè dall'ab. Michele Colombo. Di 
questa mi prevarrò per le citazioni, anche perchè 
è , 1' edizione sincera delle cento novelle, tratta da 
quella del Gualteruzzi, senz'esservi stato niente tol- 
to o sostituito , come fecero per loro arbitrio il 
Borghini, il Manni ed altri : dichiarando che se le 
cose da me qui dette si trovassero mai essere state 
avvertite pure dal Parenti e da altro dotto filologo, 
è ciò solo per caso, o, a dir meglio, per comune 
ragione nel ben considerare il testo. Nondimeno il 
primo merito dell'emendazione (se emendazione ci 
avrà) intendo che sia tutto di chi mi avesse pre- 
ceduto. 

Nov. VII. Un giorno avvenne che cavalcando 
David, vide Vangelo d 1 Iddio con una spada ignuda 
eli andava uccidendo, comunque elli volle colpire uno: 
e David smonloe subitamente , e disse: messere, mer- 
cé per Dio , non uccidere li innocenti , ma uccidi 
me cui è la colpa. Il passo è punteggiato ad er- 



331 

l'ore: ed oso affermarlo. Dopo andava uccidendo pon- 
gasi un punto, ed altresì una virgola dopo colpire 
uno, e se ne trarrà il vero senso: perciocché l'av- 
verbio comunque sta qui elegantemente per come, 
subito che. Perciò scrivo con sicurezza così: Un gior- 
no avvenne che cavalcando David, vide l'angelo d'Id- 
dio con una spada ignuda, ch'andava uccidendo. Co- 
munque elli volle colpire uno , e David smonloe su- 
bitamente, e disse ec. 

Nov. IX. // fumo non si può ricevere , e torna 
ad alimento, e non ha sostanzia né proprietade che 
sia utile: non dee pagare. Così anche il codice va- 
ticano 3214. Ma queir e torna ad alimento è certo 
errato , e dovrebbe ragionevolmente dire né toma 
ad alimento. Se non che io credo che la vera le- 
zione sia quella dell'edizione del Borghini e della 
Biblioteca enciclopedica italiana voi XII, dove si ha 
che torna ad aulimenlo: come a dire: perchè si muta 
in odore, né ha sostanza. 

Nov. XII. // re David si mosse incontanente, et 
andoe nel campo. Aminadab suo mariscalco doman- 
doe: Perché mi ci hai fatto venire ? Aminadab ri- 
spose ec Forse dee dire con maggior chiarezza: A 
Aminadab suo mariscalco domandoe. 

Nov. XX. Un giorno, per troppa sicurtà, li venne 
un quadrello per la fronte disavventuratamente, che 
la contraria fortuna che 7 seguitava, l'uccise. Parodi 
che la vera lezione debba essere: che, per la con- 
traria fortuna che 7 seguitava, l'uccise. 

Nov. XXV. Un giorno donava a uno ducento mar- 
chi , che V avea presentato uno paniere di rose di 
verno ad una stufa. Il tesorieri suo dinanzi da lui 



332 

si scriveano ad uscita. Scrivasi li avea presentato; e 
così pure li scrivea, come ha il codice vatic. 3214. 

Nov. XXVIII. Ohi mondo errante, et uomini sco- 
noscenti di poca cortesia. Anche il codice vaticano 
dice cosi. Ma forse la vera lezione sarà ( come io 
credo), et uomini conoscenti di poca cortesia: ovve- 
ro, secondo che ha la edizione del Borghini: et uo- 
mini sconoscenti, e di poca cortesia. 

Nov. XLIII. E poi che Vehbe così lavato, molto 
girò la mano. Scrivasi: E poi che Vebbe così lavato 
molto, girò la mano. 

Nov. LXII. Allora rispose il sire: Ciò non è ma- 
raviglia, che Balig ante v'é piaciuto vivo, s'elli vi pia" 
ce di morto Forse è errore di stampa questo di morto 
invece di sì morto, come io credo doversi leggere; 
benché noi trovi avvertito dall'editore nell'errata-cor- 
rige del libro. 

Ivi. E questo si conta in novella che è vera. Che 
ve quel costume, che quando etti vi passasse alcuno 
gentiluomo con molli arnesi, et elle il faceano invi- 
lare, e faceanli grandissimo onore. Ho per fermo che 
debba dire, che è vero: cioè, e in novella si conta 
questo che è vero. 

Ivi. La mattina sì si levava, trovatali V acqua 
e tovaglia: e quando era lavato, et ella li apparec- 
chiava un ago voto et un filo di seta , e convenia 
che s'elli si volea affibbiar da mano, ch'etti mettesse 
lo filo nella cruna dell'ago. Forse dee dire affibbiar 
da mane. 

Nov. LXIV. In quello giorno ordinaro la festa, e 
poneasi un sparviere di muda in su uri asta. Or 
venia chi si senlia sì poderoso d'avere e di coraggio 7 



333 

e ìevavasi il detto sparviere in pugno. Conveniva che 
quel cotale fornisse la corte in quello anno. Panni 
chiaro il senso esser questo : « Or avveniva che 
chi sentivasi sì poderoro d'avere e di coraggio, e 
Ìevavasi in pugno quello sparviere , costui conve- 
niva che in quell'anno fornisse la corte. « Perciò 
dopo pugno pongo una virgola, e non un punto. 

Nov. LXX1 Dunque perché piangi ? Se mi di': 
Piango il figliuolo mio, perchè la sua bontà mi fa- 
cea onorare; dico che non piangi il danno tuo, onde tu 
piangi te medesima, et assai é laida cosa piangere al- 
tri se slesso. Nell'edizione del Borghini questo pas- 
so è più ampio, e dice così: Dunque' perchè piangi? 
Se mi di\ i piango il figliuolo mio , che per sua 
bontà mi facea onore, dico, che non piangi lui , 
ma il danno tuo, e piangendo lo danno tuo, piangi 
te medesima 9 , et è assai laida cosa piangere altri se 
stesso. Or chi non vede che nell'edizione del Co- 
lombo dee scriversi non il danno tuo, ma il danno 
suo ? 

Nov. LXXV1I. Un giorno andando il donno a 
sollazzo con altri cavalieri , e messere Rinieri era 
grande della persona, et avea le gambe lunghe , et 
era su un magro ronzino, et avea queste calze li- 
ne in gamba. Il donno il conobbe , e con adiroso 
animo il fé" 1 venire dinanzi a se. Nell'edizione del 
Borghini dopo queste calze line in gamba si pone 
un punto e virgola: e parmi con buona ragione 

Nov. LXXIX. E' fue un signore , che avea uno 
giullare in sua corte, e questo giullare l'adorava sic- 
come un suo Iddio. Un altro giullare, vedendo que- 
stOy sì liene disse male. E disse: Or cui chiami tu 



884 

iddio ? Elli non è mai neuno. Sembra veramente 
impossibile che tal dottissimo critico, qual fu certo 
il Colombo, abbia potuto darci la sì rea lezione: Etti 
non è mai neuno. 11 Borghini ha: Elli non é machè 
uno: ed altre edizioni hanno mai che uno. E machè 
dee scriversi: perciocché queste novelle non solo han- 
no molto del provenzale, ma sono anzi la maggior 
parte tradotte in italiano da quella lingua. Ora machè, 
come oggi ognun sa, vuol dire in provenzale fuorché, 
se non: e piacque usarlo anche a Dante nella divina 
Commedia. 

Nov. LXXX. E quando etti li vide affisati ad 
udire, e que\ìisse: Signori , ogni cosa tratta della 
sua natura, ma tutta è perduta. Nota a questo luogo 
il Colombo: « Qui manca, pare a me, qualche cosa, 
la qual sarebbe necessaria a renderne compiuto il 
senso ». Niente manca, io rispondo. Forse il testo 
dee dire stratta: verbale di strarre (estrarre) di cui 
nel vocabolario del Cesavi si ha un esempio delle 
favole di Esopo. Ma anche tratta (dal verbo trarre) 
può ben correre. È solo di più il ma: e vuoisi to- 
gliere. 

Ivi Et elli disse, chi fumo dell'aloè e dell'am- 
bra, da loro perduto il buon odore naturale. Scrivasi: 
Et elli disse, che 7 fumo dell'aloè e dell'ambra dà 
loro perduto il buon odore naturale. Di che non re- 
cherò qui ragione essendo la novella una delle in- 
decenti. 

Nov. LXXXIV. Messer Azzolino romano. Altre edi- 
zioni dicono Messer Azzolino da Romano: e così leg- 
ge la crusca alla voce Invitala, e così vuol correg- 
gersi. 



335 

Nov. LXXXIX. Brigaia di cavalieri cenavano una 
sera in una gran casa fiorentina, et aveavi un uomo 
di corte, il quale era grandissimo favellatore. Quando 
ebbero cenato, cominciò una novella che non ne venia 
meno. Forse in vece di favellatore dee scriversi fa- 
volatore. 

Nov. XC. Videsz sotto una guglia giovane: per- 
cossela a terra, e tanto la tenne che Vuccise Qui 
avverte il Colombo : » Guglia qui vale aquila. In 
questo significato manca al vocabola?'io. Il Borghini 
e il Manni leggono aguglia. n Vorrei vedere pur que- 
sto, che il vocabolario della crusca registrasse gu- 
glia per aguglia, fondato solo sul sopraddetto esem- 
pio: quando sembra certissimo che l'antico novelliere 
dovette bene scrivere: videsi sotto uri aguglia giovane. 

Nov. XCIX. Et ella li si pittò giustamente in 
groppa, et andaro via. L'edizione del Borghini dice 
vistamente in vece di giustamente: ed è lezione si- 
cura: perciocché gitisi amente non dà senso che corra: 
ma vistamente vuol dire con prestezza. 

Ivi. Ma salto questi a cavallo, et ella si gittò 
in su un altro dei migliori che v'erano, et andavo 
via. L'edizione dei Borghini dice, ed è buona lezione: 
Ma salto questi a cavallo , et ella si gittò in su un 
altro de'migliori che v'erano : e poscia lutti i freni 
degli altri cavalli tagliarono, e andarsi via. 

Salvatore Betti. 






336 

Necrologia. 



G 



Giuseppe Arcangeli nacque a' 13 dicembre 1808 
in San Narcello, la maggior terra di quella monta- 
gna pistoiese a cui la natura e gli uomini han ga- 
reggiato in dare celebrità. 

Una non comune attitudine del giovinetto per 
gli studi, come ne fece concepire liete speranze , 
così persuase i genitori a lasciare che vi attendesse; 
e lo volsero al sacerdozio. Ed egli, che pari alla bon- 
tà dell'ingegno avea sortita quella dell'animo , e a 
rara vivacezza di spirito accoppiava onestà di co- 
stumi, fece sua la volontà de'parenti. 

La educazione dell'Arcangeli si compiva nel se- 
minario di Pistoia; dove gli fu gran ventura l' in- 
contrarsi nel canonico Silvestri, potente eccitatore 
d'ingegni (1), e uno de' primi che facessero riso- 
nare nelle scuole il nome di Dante, e la seconda 
letteratura d'Italia volessero a parte dell'insegnamen- 
to non meno della latina. Il Silvestri, circondato da 
eletta schiera di giovani, ebbe agio di osservare co- 
me le più belle doti, che variamente risplendevano 
in molti, fossero riunite ntl solo Ascangeli: che in 
lui facile vena di poeta, in lui passione per la let- 
tura delle istorie; in lui studio indefesso nei clas- 
sici, o sia che alla eccellenza dei concetti o sia che 
alla bellezza delle forme volgesse la mente; in lui 
culto maraviglioso del bello, per cui, come volesse 

(i) Così fu chiamato il Silvestri dall' Arcangeli medesimo in 
un' Epistola consolatoria all'avvocato Gioacchino Bcnini. 



337 

per più sensi tramandarne all' anima le immagini, e 
si dilettava delle arti e nella musica si addestrava; 
-in lui finalmente , amore grandissimo per i buoni 
studi , e grandissima facoltà di accenderne in altri 
V amore. Per la qual cosa I? ottimo maestro , nell' 
accommiatare un discepolo di tanta espettativa, non 
potò a meno di non rivolgergli queste parole che 
seppero di vaticinio: « Voi , al quale la natura fu 
« cortese d' ingegno, che per voi si è coltivato con 
« ogni studio, ed anche ha prodotto con lode i suoi 
« primi frutti, dovete da quindi innanzi unirvi meco 
« a rendere a' giovinetti servigio cotanto. Voglia il 
« cielo che presto ve ne sia data buona opportu- 
« nità (1) !. w 

E la opportunità non si fece molto aspettare. 
Il Silvestri tornava in patria a reggere o meglio a 
rinascere il collegio Cicognini; e là seguivalo }' Ar- 
cangeli , come maestro di letteratura" e di greco. 
Rammentare la floridezza in cui venne di subito il 
pratese collegio, la frequenza dei giovani, il fervore 
degli studi, la emulazione degP ingegni, basta a far 
V elogio di chi ebbe parte alla direzione e all' in- 
segnamento: né l'Arcangeli fu a nessuno secondo. 
Vive (e viva lungamente a onore delle lettere) l'egre- 
gio Silvestri, alla cui testimonianza io appello (2)° 
Corsero così gli anni più belli per il nostro Ar- 

(1) Qusste parole si leggono in una lettera, con la quale il Sil- 
vestri dedicava all' Arcangeli una sua Lezione sopra la divina 
Commedia. Prato, stamperia Vestri, 1831. 

(2) Il collegio, oggi liceo Cicognini di Prato, è retto egregiamen- 
te dal canonico Gioacchino Limberti , che fu de'cari e valenti di- 
scepoli dell' Arcangeli. Quivi pure è maestro di umane lettere un 
altro suo buon discepolo, il canonico Ernesto Nesli. 

G.A.T.CXXX1X 22 



338 
cangeli; né i viaggi mancarono a rendergli la mente 
più ricca di cognizioni, e a farlo meglio conoscere. 
Al che pure conferivano gli scritti, brevi ma inge- 
gnosi , che d' ora in ora consegnava alle stampe. 
Alla poesia 1' aveva chiamato la natura; e conosci- 
tore di tre letterature , sapeva derivare da quelle 
fonti inesauribili sempre nuove bellezze. Ma la prosa 
pure curava, tanendosi cautamente 

• Fra lo stil de moderni e il sermon prisco. » 

E se talora parve troppo dall' autorità disco- 
starsi, o lo fece per servire a quello che della lin- 
gua è signore, o per manco di sofferenza nel tornar 
su gli scritti. Del resto , non gli dispiacque talora 
d' intertenersi con i grammatici, e ragionare di cose 
minutissime ; sempre però con quella festività che 
serve come a srugginire certe materie , e ne tien 
lontana la noia. N' avesse avuta 1' occasione, a me 
pare che 1' Arcangeli avrebbe trattato le cose della 
lingua come il Monti; con la grammatica del buon 
senso, e 1' amenità della poesia. 

E la Crusca lo chiamava fra i suoi residenti. 
Assiduo sempre ai lavori che da tre secoli occupano 
queir accademia , dopo che recenti riforme lo po- 
nevano fra i quattro compilatori che quotidianamen- 
te debbono attendere alla formazione del vocabola- 
rio, solo i colleghi possono raccontare con quanto 
zelo , con quale assiduità compiesse il proprio do- 
vere. Ma i colleghi e i colti fiorentini , cui sta a 
cuore che la Crusca viva e viva onorata, ponno di- 
re quanto bene sodisfacesse ad un ufficio che dalla 
sola stima gli venne affidato e pel solo affetto ver- 



339 

so 1' accademia fu da lui sostenuto; vo' dire 1' ufficio 
di vicesegretario : nel quale tanto bene si diportò, 
che potemmo ricordare i tempi dello Zannoni e del 
Becchi senz' invidia e senza rossore (1). 

L' Arcangeli si apparecchiava a presentarsi anche 
quest' anno nel mezzo ai colleghi, per ragionare dei 
lavori accademici al pubblico, e dire le lodi dei soci 
Rosini, e Rosmini, ultimamente mancati. Chi avreb- 
be detto: — Questi elogi tu non gli compirai di scri- 
vere ; 1' accademia dovrà con la perdita di quegli 
egregi annunziare la tua ? — Niuno certo di quanti 
lo videro testé pieno di vita, e tutto inteso a ren- 
dere questi nuovi onori alla Crusca. Ma egli parve 
presentire il suo prossimo fine. Passando da Prato, 
ìiell' andare a San Marcello per riabbracciare la ma- 
dre , dettò all' avvocato Gioacchino Benini ( il più 
caro e provato de' suoi amici ) un distico, dicendo 
che lo desiderava scritto sovra il suo sepolcro, per 
tutta epigrafe. E il sepolcro indicò in quel chiostro 
di San Domenico, dove l' infelicissimo amico avea 
pochi giorni prima deposto gli avanzi mortali dell' 
ultima figlia , presso alle ceneri della consorte e 
di un' altra figliuola : care vite spente sul primo 
fiore , e dall' Arcangeli lacrimate con versi pietosi. 
Renduto alla madre quell' ufficio d' amore, che ahi 
fu 1' estremo, lasciava la sua montagna: ma già vi 
avea bevute quelle aure che in ogni più sana e ri- 
dente parte d' Italia spirati maligne. Il male lo con- 
sigliava a fermarsi in Prato; ve lo costringeva l'amo- 
revolezza dell' amico: presso al quale rese 1' anima, 

(1) Anche 1' Ateneo Italiano volle che 1' Arcangeli succedesse al 
canonico Casimiro Basi ncll' ufficio di segretario generale. 



340 

nel bacio del Signore, sull' alba decimottava di que- 
sto settembre. 

Fu tale 1' Arcangeli nella vita quale nell' inge- 
gno; facile, aperto , vivace: ma come la facilità non 
gli vietò di scrivere cose pensate e corrette, né la 
franchezza lo portò a mancare negli scritti al de- 
coro , né la vivacità a soverchio discorrere con la 
penna; così con i costumi non detrasse alla dignità 
dell' uomo, dello scrittore e del sacerdote. Ebbe qual- 
che idea singolare nelle lettere come nel vivere; e 
in quelle apparve tenace dell' antico, in questo in- 
chinevole forse al moderno. Le sue scritture però 
mostrano la sua tolleranza; e chi molto lo conobbe, 
può dire quali sentimenti nutrisse nell' intimo cuore. 
Amò i discepoli che ben promettevano, quasi com- 
pagni di studi: sentì 1' amicizia fortemente, e ogni 
virtù che a lei volentieri si accompagna. Né a lui 
mancò 1' affetto degli amici, e la riconoscenza dei 
discepoli. Un amico ha raccolto il suo ultimo re- 
spiro; un discepolo gli rende questo tenue ma sin- 
cero tributo di riverenza e di amore. 

CESARE GUASTI 

Descrizione del monumento sepolcrale 
eretto in Pesaro a conte Giulio Perlicari. 

Ci già un anno passato da che le ceneri di Giulio 
Perticar]*, dopo anni 32 dalla sua morte avvenuta 
nella terra di San Costanzo , furono di quivi tra- 
sportate in Pesaro sua patria, e di monumento de- 
gno onorate. Questo monumento, opera del valente 
scultore modenese Luigi Mainoni, sorge nella chiesa 



341 

tìi S. Giovanni in Pesavo, e si appoggia all' inter- 
colunnio del pilone sinistro della cupola. La sua al- 
tezza da imo a sommo è di metri 5, 40: la mag- 
gior larghezza di metri 2, 63. 

Sovra uno zoccolo di marmo grigio di piombo 
s' alza un gran basamento di marmo bianco venato 
di grigio , nel cui mezzo tra due faci riverse sta 
scritto a lettere di bronzo dorato: 

A GIULIO PERTICARI 

ONORE E LUME 
dell' ITALICO IDIOMA 

1 FRATELLI 
GIUSEPPE E GORDIANO 

In sul basamento si leva un tempietto marmo- 
reo d' ordine corintio: il quale ordine , come dice lo 
stesso professore Mainoni in una sua lettera al conte 
Giuseppe Perticari, meglio di tutti allude alla semplici- 
tà e vaghezza nello scrivere, in cui nel primo fior degli 
anni, quasi aquila, salì a tanta altezza il nostro Giulio. 
Nel mezzo del tempietto vaneggia una nicchia, nella 
quale sovra un piedistallo ornato di una corona d'al- 
loro sorge il semibusto di Giulio. Non si può signi- 
ficare a parole quanta maestà congiunta a gentilezza 
abbia saputo V egregio artista stampargli in viso, e 
così tener fede alla verità. 

In ciascuno dei due pennacchi dell' arco della 
nicchia vedesi una corona d' alloro che richiama 
molto bene quella eh' è nel piedestallo del semibu- 
sto ; e nel timpano del frontone è una cetra , con 
che lo scultore ha voluto chiaramente significare che 
il Perticari fu nella poesia valente così come nella 



342 

prosa. Tra i piedistalli delle due colonne del tem- 
pietto, ornati dello stemma gentilizio, in bel marmo 
bianco di Carrara è a vedere un bassorilievo, rap- 
presentante 1' Italia, la quale al cospetto dell' Ali- 
ghieri incorona d' alloro il Perticala per esser egli, 
col suo Trattalo degli scrittori del trecento e de' loro 
imitatori, entrato mediatore, siccome dice egli stesso, 
tra i satelliti della licenza e quelli della superstizione. 
Innanzi al simulacro della Sapienza ( che facil- 
mente riconoscerai per tale alla stola ond' è vestita, 
e al peplo che dall' omero sinistro le scende nobil- 
mente in sul destro braccio , non che al libro che 
tien alto levato colla sinistra, e al volume o rotolo 
che stringe nella destra ) tu miri due alati Geni, i 
quali stendendo le mani sovra un ardente tripode si 
giurano pace ed amistà. Quello de 1 due eh' è alla 
tua dritta, e che veste una tunica stretta a'fìanchi e 
succinta sì che gli giugne appena al ginocchio , ti 
raffigura coloro ( e il puoi anche argomentare dalla 
tramoggia che gli è a' piedi ) i quali, come dice il 
Costa, per troppa religiosità scrupolosi e servili non 
vedevano essere salute fuori che nel beato secolo dell' 
oro ; ed oro purissimo agli occhi loro pareva lutto che 
rinvenivano nelle cose dei vecchi scrittori, e però la 
nostra gentile favella al solo trecento ristrigneano. 
1 quali per voler seguire alla lettera un principio 
del Machiavelli , che le cose umane tralignate che 
sieno fa mestieri ritrarle ai loro principii, dimenti- 
carono poi che esse umane cose , e in ispezie le 
lingue interpreti del pensiero, sono, secondo la sen- 
tenza del nostro Mamiani, la conservazione, rinnova- 
zione e V armonia. 



343 

L* altro Genio che ti sta a mancina , e che 
1' infcrior parte della persona sino a mezza la gamba 
sinistra ravvolge in ricco manto, raccogliendone un 
capo colla destra, mentre il resto girandogli vaga- 
mente intorno riesce a spenzolargli sovra il destro 
braccio, ti rappresenta coloro che volevano in fatto 
di lingua ogni larghezza, e direi quasi lecito il libito. 
La quale libertà, anzi licenza, lo scultore intese ap- 
punto di significare nel largo manto onde s' odorna 
quel secondo. 

La quale idea de* due Geni io crederei che il 
Mainoni avesse molto a proposito imitata da quel 
bellissimo sonetto del Marchetti per il Monti e il Ce-* 
sari. In fatti V uno di essi, com uom se pentimento il 
tocchi, par proprio che nel bassorilievo dica all'altro, 
come nel sonetto dice il Monti al Cesari: 

Del mio garrir teco m] escuso: 

Gridai che legge aW idioma è V uso, 

Lasso, é V uso è de' più, che son gli sciocchi 

E V altro: (come appunto il Cesari al Monti) Or ben 
vègg* io che guai raccoglie 
Viete e squallide voci, s' affatica 
A ravvivar disanimate spoglie. 

E mentre V un la destra alV altro stende, 

Solo é bello, dicean (e dicono questi pure,) che 

quel Vantica 
Età là consente, e la moderna intende. 

E questo escusarsi vicendevole è dall' un Genio 
chiaramente indicato col toccarsene in segno il petto 
colla sinistra. 



344 

Il Perticari che s' è or ora levato dal leggere 3' 
Dante e all' Italia , che quinci e quindi gli stanno 
seduti» il suo Trattato, volge il viso all' Alighieri, e 
colla sinistra accenna ai due Geni , cioè alla pace 
che sua mercè si è stretta tra i dissidenti. La de- 
stra tiene appoggiata sopra il suo libro, che insieme 
ad alcune revolute pergamene giace sopra un tavo- 
lino che gli è daccanto. È in ricchissima clamide, 
la quale ravvolgendogli dalla cintola in giù tutta la 
persona fino a' piedi, con bel partito di pieghe ri- 
sale poi per le reni in su la destra spalla, e viene 
con graziosissimo lembo a sovrapporsi all' altro che 
sottesso è nascosto. Ha un piglio e un portamento 
tra baldo e gentile, e par che dica a Dante. È tua 
mercè, padre mio, s' io ho potuto tanto. E 1' Ali- 
ghieri, che meritamente siede a scranna per giudi— 
dicare il gran lavoro, accenna colla destra all' Italia, 
che dicontro gli siede, essere il Perticali degno dell' 
alloro premio alle dotte fronti; e 1' Italia dal suo 
trono stende tutta lieta la corona verso il capo del 
suo benamato figliuolo. 

Bellissima il Mainoni ha fatta 1' Italia ( e chi 
potria negarle anche questo vanto ?) e coronata di 
torri con nella destra quello scettro onde un giorno 
era usata regere imperio populos , parcere subiectis 
et debellare superbos. 11 seggio in cui posa è locato 
sovra una predella a due scaglioni: sicché ella dopo 
il Perticari, eh' essendo il protagonista è figurato in 
piedi , signoreggia tutta la composizione. Di sotto 
al suo trono, a dimostrarne la ricchezza, lo scultore 
ha posto un cornucopia da cui si versa fiori e fruiti 
d'ogni ragione. E 1' Italia in una ricca veste che 



345 

le fluisce in bei seni sino a' piedi, de' quali 1 ? uno 
tien posato sopra uno sgabelletto , Y altro nobil- 
mente protende. La veste la porta graziosamente 
cinta sotto alle mammelle, le quali benché più d'una 
volta abbiano allattato quelle nazioni che or le vo- 
glion far le maestre e peggio, son tuttavia colme e 
distese. 

Dante col suo volto contegnoso e severo fa bel- 
lissimo contrasto col gentile d' Italia. Ha egli in capo 
il solito focale o berretta a gote, e sopravi la co- 
rona dell' allo*). Lo ricopre un manto eh' è per 
cadérgli dalla spalla sinistra , e che gli scende da 
mezzo la persona in giù fin sovra i piedi , i quali 
e' tiene così un po' accavalciati sovra uno sgabello, 
come il Giove olimpico di Fidia. Daccanto alla sua 
scranna è uno scrigno scoperchiato, ove son posti 
vari rotoli di pergamena, che sono le opere sue im- 
mortali , quelle opere nelle quali il Perticari pose 
tanto studio ed amore, e per le quali 1' Italia dura 
ancora una d' intelletto, di volontà e di lingua dalle 
Alpi al Pachino. 

Pesaro 6 settembre 1855. 

GIULIANO VANZOLINl. 



346 



Lettere deW ab. Pietro Matranga e del cav. Salvatore 
Belli soci ordinari della pontificia accademia roma- 
na di archeologia. 

I. 



AL SIC. CAV. SALVATORE BETTI. 



0, 



'bbligatissimo oltre ogni credere mi reputo, 
onorando amico e collega, alla vostra cortesia, che ha 
voluto, con facondia pari a squisita critica, lodare la 
mia opera poco fa pubblicata intorno alla città di 
Lamo , che è rappresentata da due degli antichi di- 
pinti scoperti negli scavi di via Graziosa (*). Ma non 
poco mi duole eh' io non possa concorrere a mutare 
in certezza il dubbio che saviamente avete esposto ri- 
spetto a quella figura , la quale in uno di essi di- 
pinti poco sopra il capo ha scritta la leggenda greca 
NOMAI pascoli, e che io sostengo altro non essere 
che Apollo Nomio. Sin da quando io vidi venir fuori 
le preziosissime pitture esquiline , due gravi ragioni 
mi distolsero dal riconoscere in quella figura rappre- 
sentato Giove Anxure, preside delle campagne terra- 
cinesi, a chiare note rammentato da Virgilio nel v. 
779 del VII dell' Eneide, sopra la cui autorità si ap- 
poggia precipuamente la vostra osservazione. Per- 
mettete che io ingenuamente ve le esponga, rimet- 
tendone il giudizio al vostro raro sapere. 

La rappresentanza figurativa di Giove Anxure, 
anche nella varietà della monete della gente Vibia, 



(*) V- V Album n.° 49 del 28 gennaio 1854. 



347 

comunque giovine ed imberbe, nulladimeno conserva 
sempre il carattere del supremo tra i numi; e ciò è 
chiaro dalla sua attitudine e dal suo maestoso pa- 
ludamento. Al contrario non mi sovviene aver ve- 
duto nei monumenti d' arte figurata un Giove cal- 
zato di regali coturni, abbigliato di distintissimi e 
ricchi pastorali vestimenti, appoggiato su rozzo ba- 
stone, ornato in testa di due piccole corna che leg- 
giadramente vi si ergono. Lascio poi da parte la 
significazione delle corna ritorte, delle quali andò su- 
perba la virile e rubusta testa di Giove Ammone , 
e tutto che ha rapporto al simbolo delle due cor- 
nette dell'Apollo Nomio: perocché voi, impareggia- 
bile maestro di siffatte mitiche scienze, ben lo sa- 
pete, ed io ampiamente ne discorsi nella mia opera 
pag. 4-1 — 9. 

II. Quindi per niun conto doveva io sovvenirmi 
del virgiliano detto Quis Iuppiler Anxurus arvis-prae- 
sidet, ed appropriare alla nominata figura delle an- 
tiche pitture esquiline il nome di Giove Aaxure, per- 
chè costui viene assegnato dal poeta qual preside 
delle campagne terracinesi. Devo pure confessarlo , 
onorando collega, mei vietò imperiosamente la cro- 
nologica circostanza, che in quelle pitture senza om- 
bra di dubbio è indicata. Perocché se è vero , se- 
guendo la omerica narrazione, 1' arrivo di Ulisse nel 
porto della città di Lamo, e se io ho provato all' 
evidenza che la situazione di quella città fu poscia 
occupata dalla Anxur volsca; sarà altrettanto vero, 
che ai tempi accennati da Omero , i quali poco a 
presso coincidono coli' epoca dell' arrivo di Enea 
alle coste d' Italia , quella medesima città non 



348 
potè allora esseve distinta per il culto attribuito a 
Giove Anxure. E riflettei che in quelli dipinti non 
ci si e pone avanti agli occhi una scena di fatti ac- 
caduti in tempo di volsca dominazione , che ebbe 
cultura, serie di adorale divinità, civilizzazione assai 
avanzata, e che con vocabolo nazionale appellò An- 
xur la metropoli della valorosa nazione: ma ben si 
tratta di epoca barbara, d' inospita genìa, antropo- 
faga , della città insomma fondata da Lamo, padre 
del terribile Antifate, trattasi dei feroci lestrigoni 
che non conoscevano numi di sorta alcuna. Però r 
favoloso ed immaginario per quanto si voglia 1' arri- 
vo di Enea alle nostre spiagge , di certo niun uomo 
di senno oserà defraudare Virgilio di sue profonde 
ed autorevoli cognizioni istoriche e monumentali , 
che espertissimo della geografica descrizione del La- 
zio ci tramandò nella sua Eneide. Onde 1' autorità di 
tanto scrittore agevolmente può trarre in inganno, 
quante volte la sua mente e le sue parole non sia- 
no ben intese: ed ecco la interpretazione che par mi 
più consentanea a quel passo sopra allegato. II poe- 
ta non volle imbarazzarsi nelle ricerche del nome 
che anticamente avevano gli abitanti delle campa- 
gne circostanti al Circeo , i quali si fìngono aver 
concorso in aiuto di Turno, ma con analoga circol- 
locuzione e con termine collettivo li additò con dire 
Quis Juppiter Anxurus arvis-Praesidet : cioè le antiche 
popolazioni , cui al presente è preside delle campa- 
gne Giove Auxure. 

Se poi all' artista, che eseguì le omeriche pitture, 
piacque dipingervi quell' episodio, del quale indarno 
se ne cercherebbero le tracce in Omero, io già os- 



349 
servai che il fece con gran senno, rappresentando in 
barbara contrada I' animatore dell' universo , ed in 
quella foggia come cel ricordò la teogonia pagana, 
né ivi più in attività di pastoral servigio , bensì 
qual vigile protettore dei pascoli , che è 1' espres- 
sione figurata dell' Apollo Nomio. 

Dichiarata così la mia opinione intorno al testo 
di Virgilio, che intendo sommettere al vostro giu- 
dizio, non apporrete a colpa di mal calcolata osti- 
nazione se io persisto a non cambiar di sentenza su 
quanto scrissi circa la più volte menzionata figura. — 
J)i Roma 25 di febbraio 1854. 

PIETRO MATRANliA, 
IL 
AL S1G AB. PIETRO MATRANGA (*). 

Se quella breve mia lettera pubblicata neh" Al- 
bum dei 28 del passato gennaio ha meritato una sì 
gentile vostra risposta, io non so che reputarmelo 
ad onore, mio dotto amico e collega, e mostrarme- 
ne a voi gratissimo. Così disputando con fran- 
chezza onesta si perviene a trovare il vero: il qua- 
le è il solo fine degli studi, chi ben comprende la 
dignità ed utilità delle lettere. Permettete però che 
alcune altre cose io vi soggiunga , ritornando siili' 
argomento di quella figura , la quale in una delle 
pitture di via Graziosa ha la parola NOMAI scritta 
sullo scoglio alquanto sopra il suo capo. 

(*) L'illustre letterato siciliano, mentre si stampava questa lette- 
ra, è passato agli eterni riposi in Roma il dì 3 di ottobre 



350 

Non ho inteso certo di recarvi offesa ( né potre- 
ste mai dubitarne ) dicendo d' esservi caduto di men- 
te, nel parlare di quella figura, il verso 779 del VII 
dell' Eneide: Queis Juppiter Anxurus arvis-Praesidet: 
perciocché so bene che, dotto qual siele, non pote- 
vate ignorarlo. Ma sì potè accadere anche a voi quello 
eh' è spesso accaduto e accade ad altri non meno 
dotti: cioè, in mezzo ad un gran tesoro di erudizio- 
ne dimenticarne alcuna per puro fallo di memoria. 
E questo ho appunto creduto essere stato il vostro 
caso: non parendomi possibile che un passo tanto so- 
lenne di Virgilio intorno all' antichissima divinità di 
Terracina potesse da voi esser trascorso in silenzio, 
se non per altro, almeno per avvertirci eh' esso non 
giova nulla a dichiarare il significato di quella figura. 

Vi reca maraviglia in Giove quella sua foggia. 
Ma in qual altro modo il pittore avrebbe potuto rap- 
presentarlo? Giove non è ivi né olimpico, né egioco, 
né tonante: ma sì è preside delle campagne che sono 
intorno alla città di Lamo, o sia Anxur. Se egli fosse 
non un Giove, ma un Apollo Nomio (non venerato 
forse altrove che nell' Arcadia), io credo che appa- 
rirebbe o ignudo del tutto, o con una sola leggiera 
clamide in dosso: tale essendo rappresentata quella 
divinità nella miglior arte antica de' greci , e tale 
mostrandosi nella statua pur greca e nomia del museo 
Ludovisi, e soprattutto ne' famosi Saurotoni di Pra- 
sitele, ne' quali il Winckelrnann riconobbe appunto 
le immagini di Apollo Nomio. Ma Giove del tutto 
ignudo , salvo se non fosse effigiato nel nascere o 
nella culla fra i cureti, oserei dire che non sia stato 
mai rappresentato da' greci de' buoni secoli delle arti: 



351 

benché valga in altre loro rappresentazioni (fino però 
ad un certo segno) la celebre sentenza, graeca res 
est nihil velare : e molto meno crederei che tale 
fosse rappresentato nel severo secolo in cui fiorì Po- 
lignoto, del quale voi ingegnosamente opinate essere 
i dipinti di via Graziosa o una copia o una imita- 
zione. Infatti il Giove Anxure del denaro della gente 
"Vibia, benché giovane e imberbe , e benché opera 
certa dell'arte romana all'età di Giulio Cesare, non è 
nudo, ma con dignità seminudo. E così dovevasi ritrar- 
re da un artefice che voleva tenersi immune delle tan- 
te licenze, che contra gli antichi canoni della reli- 
gione pagana ci occorre osservare nelle altre monete, 
tanto degli ultimi tempi della repubblica , quanto 
degl' imperiali. Ora essendo debito di Polignoto, o 
di qualsiasi altro maestro greco di quel dipinto (cer- 
tamente non vissuto prima che la città di Lamo di- 
venisse ed Anxur e volsca), essendo debito, dico, di 
rappresentar Giove senza una nudità impropriissima 
al sommo re degl' iddii, in qual' altra maniera pa- 
storale o campestre lo avrebbe ritratto fra que' le- 
strigoni, se non come appunto ve lo vediamo, cioè 
con la tunica e clamide (così mi pare) in dosso, co' 
calzari ai piedi, col pedo in mano, e (perchè meno 
si errasse nel riconoscerlo) con due piccole corna 
in capo, sicurissimo indizio de' raggi, ond' è adorno 
il jTdtBs Anxur del denaro della gente Vibia ? 

Ma ditemi di grazia, che avrebbe a far ivi Apol- 
lo Nomio ? Il bel giovanetto , V armonioso citare- 
do, il custode (come precisamente lo chiama Omero) 
delle cavalle di Admeto , anzi il nume particolare 



352 
•degli arcadi (*) , che inai avrebbe a fere tra que" 
salvatici, immanissimi ed antropofagi? Niente affatto. 
Non così Giove: primo , perchè egli fino da secoli 
remotissimi era stimato la divinità che praesidebal 
arvis di quella contrada, sicché può dirsi che im- 
periosamente sta in mezzo a' suoi: secondo, perchè 
per la sua presenza viene chiaramente a significarsi 
il luogo dove si crede avvenuto il fatto : cioè di- 
mostra che la città di Lamo è veramente Anxur. 
Di che vedete, amico dottissimo , quanto si fa ivi 
preziosa ed opportuna quella figura , non postavi 
assolutamente a caso, come sarebbe I' arcade Apollo 
Nomio : recandoci anzi un' altra gran prova a ren- 
der certa la sentenza di monsignor Testa e vostra, 
che Terracina sia realmente la città di Lamo. 

Resterò dnnque ancor fermo in quel mio dubbio 
(così continuerò a chiamarlo) finche non mi sia de- 
dotto altro che meglio persuada la mia ragione: e 
dirò che il pittor greco senza molto pretendere (co- 
me se ne hanno tanti esempi) in sottili cognizioni o 
dispute archelogiche e cronologiche intorno alle tra- 
dizioni dell' Italia, sapendo bene che la città di Lamo 
da più secoli denominavasi Anxur , rappresentò ivi 
appunto la nota divinità del paese , la topica, anti- 
chissima, famosissima, che già non deve stimarsi al- 
tro che il Sole. E attendete, che ciò che fu permesso 
al pittore, per ugual diritto fu permesso pure al poe- 
ta, il quale dal pari non ha obbligo alcuno di tenersi 
stretto alla cronologia e alla storia: sicché Virgilio 
non dubitò appunto di nominare Giove Anxure nel 
cantare le imprese italiane di quegli stessi tempi , 

{") Cic. De nat. deor. III. 23. 



353 

che Omero favoleggiava le avventure di Ulisse fra 
i lestrigoni. 

Se poi quel NOMAI possa essere veramente il 
titolo della divinità ivi presente, sarà un' altra que- 
stione che non intendo qui disputare con un sì va- 
lente, come voi siete, in fatto di lingua greca. Av- 
vertirò nondimeno , parermi che se fosse il titolo 
della divinità avrebbe dovuto scriversi NOMEYC, pa- 
store, datore, e non NOMAI pascoli. 

Non crediate con questo eh' io faccia men conto 
dalla vostra dottrina, o meno pregi la vostra opera 
intorno alla città di Lamo : che anzi giovami qui 
protestare, che assai stimo e questa e quella, non 
altrimenti che ho scritto nella prima lettera. State 
sano ed amate il vostro di cuore. — Di Roma 26 
di febbraio 1854. 

SALVATORE BETTI 



G.A.T.CXXX1X. 23 



354 



Iscrizioni della rocca d 1 Ostia per la prima volta 
riunite e pubblicate nella faustissima occasione che 
la santità di N. S. papa Pio IX si reca ad os- 
servarla. S' aggiungono alcune singolari iscrizioni 
cristiane antiche scoperte in Ostia, dove si trovano 
infisse nelle pareti del palazzo vescovile. Il tutto 
umiliato alla santità sua dal commendatore P. E. 
Visconti commissario delle antichità. 



Iscrizione posta nella rocca d' Ostia , in occasione dei 
ristami eseguiti in essa d' ordine della santità di 
N. S. papa Pio IX felicemente regnante. 

Nel baluardo maggiore, dal lato che guarda la piazza 
cT Ostia, sotto V arme di sua santità. 

PIVS . IX . PONT . MAX 

ARCEM . HANC 

TEMPORIS . HOMINVMQ . INIVRIIS 

VNDIQVE . FATISCENTEM 

MVRIS . RENOVATIS 

TECTORVM . CONTIGNATIONIBVS . REFECTIS 

MVN1FICENTIA . SVA . RESTITVIT 

ANNO . SACRI . PRINCIPATVS . IX 

Iscrizioni esistenti in vari luoghi della rocca a" Ostia 
disposte secondo V ordine de' tempi. 

In più sili del recinto esterno. 

sixtvs . pp . mi 



355 

Sulla porta del primo recinto. 

!VL . SA0NENS1S . EPISCOPVS . CARD.OSTIENSIS 
FVNDAV1T 

Sopra la seconda porta ornata di pilastri a" ordine 
corintio. NeW alto è V arme di Giulio II come 
cardinale. 

IVLIANVS . SAONENSIS. EPISC 
CARDINALIS . 0ST1ENS1S . FVNDAVIT 

Nella fascia superiore della porta a saracinesca. 

SIXTO . UH : PONT . MAX . PATRVO . S. P. 

IVLIANVS . SAONAS . CARD . OST . ARCEM . AD 

PROC . OSTIA . TIB . ET . VRB . OST . MVN 

Nella fascia inferiore della porta stessa. 

HOSPES . IN . ARCE . SOLVITO . METVM=CVSTOS. 
FIDE . CAVETO . DOLIS 

Nel maschio sotto alle armi di Sisto IV, Innocenzo Vili 
e Giulio II, presso alle quali é quella di Martino V. 

IVLIANYS . SAONAS . CARD . OSTIEN . ALBAE 

MAR . EXCIPIEND . ERGO . PRO . Q . AGRO . R. 

SERVAN . OSTIA . Q. MVNIEN. . TYB . Q. ORIB 

TYEND . ARCEM . QVAM L XYSTO . IIII. PONT 

MAX . PATRVO . S . COEP . SVCCESS. INNOCENTIO 

Vili . P . M . AMNE . DVCTO . CIRCVM . SVA 

IMPENSA . A. FVND. ABSOLVIT 

AN . HVMAN . SAL . MCCCC LXXXVI 

AB . OSTIA . CON . MMXCV 

AB . ANCO . VRB . AVCT . Z . C . XXIX 



356 
Sulla porta della torre. 

1VLIVS . EPISG°PVS . CAR. OSTIEN 

Su le porte degli ambidacri e delle feritoie. 
IVL1VS . LIGVR . PP. II. 

Sotto l'arma di Leone X collocata neW alto della 
porta principale. 

LEO . MEDICES . PP . X 

Dopo V ingresso nella parete a sinistra. 

ARCEM . HANG 
PROPE . DIRVTAM 
IMPENSA . PAVLI 
III . PONT . MAX . ST 
EPHANVS . AMERIN 
VS . RESTITVIT . V. KL 
IVL . M. D. XXXVI 
Iscrizioui cristiane le più singolari fra quelle rinve- 
nute in Ostia, e quivi collocate nel palazzo vescovile. 

(sic) 

ANICIVSAVCIIENVSBASSVS VC ET TVRRENIAHONO 
RATAGFE1VSCVMFILIISDEOSANCTISQVEDEVOTI P 



IVLIAE ANTONIAE 

PONTIVS MVSEVS 

CONIVGI SANTISSIME 

QVAE FYIT IN SECVLO 

ANN XXI . DEP. VI ID MAI 

TERTVLLA . INNOX 

QVE VIXIT ANNIS Villi 

M VII . ET D VII MG 

DORMIT IN PACE 



357 

LOC. 

ÀPHRODISIAES 

CYM DEVS 

(sic) 

PERMICERIT 



CAELIVS 

HIC.DORM1T 

ET . DECRIA 

QVANDO DEVS 

BOLVERIT 

Nel maschio sotto Varine di Paolo ìli. 

PAVLVS . Ili . PONT . MAX . ARCEM 

HANC » FVLMINE . QVASSAM 

AC . MAGNA . EX . PARTE 

LABEFACTATAM 

RESTITVIT 

Esternamente nella parte volta a nordovest, sotto 
V arma di Pio IV. 

PARTEM . HANC . MVRI . SVB 

PAVLO . UH . TORMENTIS . BELLICIS 

DIRVTAM . INSTAVRAYIT 

PIVS . IIII . PONTIFEX . MAX 

AN . SAL . MDLXI 



358 
VARIETÀ' 



Memorie Colonnesi compilate da A. Coppi. 8.° Roma r 
tipografia Salviueci 1855, (Un voi. di pag. 431 con 
una carta geografica e tre alberi genealogici). 

Lia storia della famiglia de' Colonnesi è gran parte 
di quella di Roma e d' Italia: importantissima per- 
ciò non meno alla civile che all' ecclesiastica. Noi 
n' avevamo diverse alle stampe: ma piene qua e là 
di favole. Nò in tutto vi riparò Pompeo Litta nella 
genealogia Colonnese fra le sue Famiglie celebri ita- 
liane. Or ecco questa del nostro illustre Coppi, la 
quale non si fonda in fine che su certi documenti, 
e non ci reca diligenlissimamente che fatti positivi. 
Egregio lavoro e da renderne all'insigne continuato- 
re degli annali del Muratori una lode meritatissima. 
La famiglia de' Colonnesi, o Colonna, è derivata 
dal Coppi, con certissime prove , dalla famosa de' 
conti tusculani. Primo stipite di essa, di cui 1' au- 
tore ahbia trovato notizie, è quella potentissima Teo- 
dora, quasi sovrana di Roma, e madre del ponte- 
fice Giovanni X, che sedette dal 914 al 928. Di quale 
stirpe ella fosse, non si sa con quella certezza che 
il Coppi vuol solo ammettere nel suo lavoro. Ma ne T 
discorsi famigliari egli assai propende a crederla 
della stirpe nobilissima del gran pontefice Adriano l. 



V Illustre Italia , dialoghi del cav. Salvatore Belli 
professore della pontificia accademia romana di 



359 

san Luca , accademico della crusca , Con discorso 
ed illustrazioni estetiche di Francesco Prudenzano. 
Edizione seconda napoletana, settima delV opera , 
con correzioni e aggiunte deW autore. 8". Napoli * 
Giovanni Pedone Lauriel editore 1855 (Un voh di 
pag. XIII e 435.) 
Il testo è assai corretto: ma le illstrazioni, ben- 
ché rispettosissime al Betti , mostrano nondimeno 
essere il Prudenzano uno di coloro che troppo sono 
presi da quella che Vincenzo Monti (con tanto plau- 
so di Carlo Botta) chiamò epizoozia romantica, non 
degnando chiamarla epidemia. 



Viri durissimi Gabrielis Laureani ovationCs carmina 
ad iscriptiones. 8. Romae ex tijpographia bonarum 
artium 1855. (Un voi. di pag. 192.) 
Monsignor Laureani fiorì a 1 nostri anni fra i più 
dotti e puri e tersi scrittori latini così di prosa, 
come di versi; e ben meritò d'aver cattedra per ven- 
ti anni nel liceo gregoriano, poi di succedere al Mai 
ed al Mezzofanti neh" insigne prefettura della biblio- 
teca vaticana. Sia lode agli amorevoli suoi discepo- 
li d' aver raccolto in questo libro quanto di più aureo 
e prezioso egli dettò nella lingua di Cicerone e di 
Virgilio: e sappiano che quando la presente sazietà 
del vero bello darà luogo ( oh sia presto ! ) a più 
gentili studi, e si tornerà con amore all'eterna scuo- 
la de 1 classici greci e latini , le opere del Laureani 
saranno non pur delizia di quanti vorranno bearsi 
nelle caste forme del più leggiadro scrivere del Lazio, 
ma onore di questa età , e del magistero italiano 
nelle romane lettere. 



3G0 

Dei soci esteri delV accademia della crusca, lezione 
detta nel di 1 1 di aprile 1 855 dal socio corri- 
spondente Alfredo Reumont di Aquisgrana ec. 4°. 
Firenze coi tipi nella galileiana 1855. ( Sono 
pag. 31.) 

Bello e degno di lui è il tributo che il chia- 
rissimo signor barone Reumont intende pagare all' 
accademia della crusca con questa lezione, la quale 
ognun vede quanto debba essere importante alla 
storia non meno di esso famoso instituto, che della 
letteratura europea. Noi ne rendiamo all' illustre au- 
tore la meritatissima lode, ringranziandolo insieme 
del tento affetto eh' egli costantemente mostra all' 
Italia, e della sì nobile cura che ha d' illustrare le 
nostre memorie sì di lettere e sì di arti, egli auto- 
re soprattutto del bellissimo e diligentissimo libro 
intitolato: Tavole cronologiche e sincrone della storia 
fiorentina. 



Il cantico de^ cantici parafrasalo da Pompeo Gherardi. 
8. Sinigaglia dalla tipografia Farina 1855. {Sono 
pag. 24). 

Seguita il giovane signor conte Gherardi di Sini- 
gaglia i nobili suoi lavori su' libri della Bibbia : ed 
eccone un altro saggio testé pubblicato, e merita- 
mente intitolato da lui ad uno de' più solenni mae- 
stri che in eleganza di lettere ci fioriscano, intendia- 
mo dire al P. Antonio Bresciani della compagnia 



361 

di Gesù. Polimetra è questa parafrasi del cantico dei 
cantici, e ridotta al modo drammatico, avendo in- 
terlocuteri lo sposo , la sposa , ed il coro delle 
donzelle. Chi ne chiedesse un saggio , eccolo nello 
stesso capo I del cantico. 

Sposa 

Apri a baciarmi Io porpuree labbia 
Che di cari profumi asperge amore, 
Fa che diletto ne' tuoi baci ie m' abbia. 
E' balsamo di dolce e grato odore 
Il nome tuo che va sonando intorno, 
Ed incatena delle belle il core. 
Traggimi al fianco tuo, nel tuo soggiorno 
Regalmente odorato, ai penetrali, 
Al dolce loco di letizia adorno. 
Esulterò dimenticando i mali, 

Rimirando nel mio candido amante 
Venerato dai saggi e senza eguali. 
di Solima figlie, il mio sembiante 
Come di Cedar, Salomon le tende (1) 
E' bruno è ver, ma di bellezze sante. 
Non badate se il sol bruna mi rende: 
Mi locarono i miei fratelli irati 
Dove la vigna lor bella si estende. 
E guardiana di quelli, abbandonati 
Furo i vigneti miei del mio cospetto, 
Colti tanto da me, tanto sudati. 

(1) Questo verso sembraci assai oscuro, né rende il chiarissimo testo 
latino: Nigrasum, ad formosa, filiae Jerusakm, sicut tabernacula Ce- 
dar, sicut pelles Salomonis. 



302 

Dimmi, dell' alma mia verace affetta, 
Dove pascoli il gregge ? ove riposo 
Dai nell' arsura al fianco tuo diletto ? 

Perchè invano non torca il pie desioso (2). 

Sposo 

bellissima mia fra le più belle, 
Se tu non sai la mia dimora, vieni 
Seguendo V orme delle dolci agnelle. 

Giunta alle tende dei pastor, rattieni 
La gregge a pascolar: tra i tuoi capretti 
Breve dimora, per amor, sostieni. 

I' l'assomiglio ai bei destrieri eletti 
Dell' egizio monarca, o mia donzella, 
Al cocchio avvinti coi vivaci aspetti. 

Bella la fronte, la tua guancia è bella, 
D'avorio il collo e di monili adorno 
Similissimo tutto a tortorella. 

E più vaga sarai se intorno intorno 
Ti brilleran le gemme unite all' oro, 
Ch' io ti preparo e donerotti un giorno 

Coli' argento conteste in bel lavoro. 



Istruzioni al pittò? cristiano, ristretto delV opera la- 
tina di fra Giovanni Interian de Ayala fallo da 
Luigi Napoleone Cittadella con note storiche ed ar- 
tistiche ec. 8°. Ferrara coi tipi dell' editore Dome- 
nico Taddei 1854. (Un voi. di pag. 372.) 
Ciò che tolleravasi ne' pittori e scultori de' secoli 

(2) Crediamo che ne' huoui poeti non trovasi esempio di desioso 
trisillabo, essendo essenzialmente quadrisillabo. 



363 
XIV, XV e XVI quanto al ritrarre le usanze e le 
fogge del vestire ed edificare artico così sacro, co- 
me profano, non è più tollerabile oggi: perciocché 
se quegli ottimi e famosi vecchi poco affatto sa- 
pevano di dotta antichità , noi al contrario già da 
due secoli n' abbiamo maestri ed illustratori solenni. 
Utilissimo libro ad ogni maniera di artisti sarà que- 
sto volgarizzamento e ristretto dell'opera latina dello 
spagnuolo fra Giovanni Interian de Ayala, dell'ordine 
della mercede , il quale pubblicolla in Madrid nel 
1730: trovandovi per entro quanto è necessario per- 
chè i lavori di pittura e di scultura sacra vengano 
condotti secondo i canoni dell' archeologia. E si dia 
lode al signor Cittadella, che non solo ha fatto esso 
ristretto e volgarizzamento , ma sì lo ha di molte 
ed importantissime note arricchito. 



Errori occorsi Dell' antecedente tomo CXXXV1II, 
nell'articolo del eh. sig. cav. Cappello. 

Pag. 181. Iin. 27 decipienti, leggasi decipiendi. 

187. nota 1 lin. 2: pag. 241. S, leggasi p. 101. 5. 



365 

INDICE 



/.anelli-, Il pontefic e Nicolò V e il risorgimento 
delle lettere , delle arti e delle scienze in 

Italia p. 3 

Cialdi, Risultamene di studi idrodinamici, nau- 
tici e commerciali sid porto di Livorno (con 

una litografia) » 141 

Catalani , Terapia de" 1 bambini .... » 294 
Nar ducei, Cenno storico relativo alla ribellione 
di Narni alla chiesa, e assolutoria di Gio- 
vanni XXII. . , » 322 

Betti, Intorno ad alcuni passi del Novellino » 330 
Guasti , Necrologia di Giuseppe Arcangeli » 336 
Vanzolini, Descrizione del monumento sepolcrale 

eretto in Pesaro a Giulio Perticavi . . » 340 
Matranga e Betti , Lettere archeologiche . » 346 
Visconti, Iscrizioni della rocca d" Ostia . » 354 
Varietà » 358 






IMPRIMATUR 
Fr. Dom. Buttaoni O. P. S. P. A. M. 
IMPRIMATUR 
Fr. A. Ligi Bussi Ord. Min. Conv. Episc. Icon. 
Vicesgerens. 




GIORNALE 

DI SCIENZE, LETTERE ED ARTI 

Voi. 418 419 420 




GIORNALE 



DI 



SCIENZE, LETTERE ED ARTI 



TOMO CXL 



LUGLIO, AGOSTO E SETTEMBRE 



1855 




ROMA 

Tipografia delle Belle Arli 






"v A' W< 



J2PL 



SCIENZE, LETTERE ED ARTI 

APPENDICE SECONDA 

Al 

Risultati di sludi idrodinamici, nautici e commerciali 
sul porto di Livorno., e sul miglioramento ed ingran- 
dimento del medesimo. Per Alessandro Cialdi, com- 
mendatore di più ordini, e socio di più accademie. 

V expérience est indispensable pour re- 
ctifler les conceptions de Vesprit, méme 
le plus pénélrant. 

Poirel, Travaux p. 26. 

172 (*) i^i è veduto che nell'uscire dell'anno 1852 
io dava compimento al mio lavoro relativo al primo 
progetto del sig. ing. cav. Poirel (§ 149 in calce). 
Dopo aver reso palesi in Livorno le mie principali 
idee comprese in quel lavoro , e dopo aver sotto- 
messo il manoscritto a persona che poteva darmi 
utili consigli, tre distinte copie ne furono fatte. Una 
di esse aveva l'onore di giungere a S. A. I. e R. il 
granduca Leopoldo II, per organo dell'eccellmo sig. 
marchese Antinori; una seconda aveva io stesso il 
vantaggio di presentare a S. E. il sig. senatore Bal- 
dasseroni ministro de' lavori pubblici ; la terza al 

(*) Questo numero eli paragrafo fa seguito a quelli contenuti 
nei sudetli studi, pubblicati nel volume de' p. p. mesi di aprile, 
maggio e giugno di questo Giornale, 1855, ed a quelli stessi nu- 
meri si riportano i citati in quest' appendice; quindi per la in- 
tera intelligenza di questo scritto si deve aver solt'occhio il primo. 



4 

più volte citato commendator Manctti. Molto sod- 
disfatto io mi tenni nel vederle tutte bene accolte, 
e fu poscia ampiamente compensata la mia fatica 
quando seppi abbandonato il ricordato primo pro- 
getto Poirel da me in genere ed in ispecie condan- 
nato in quello scritto. Difatti il cavalier Poirel 
tracciò un secondo progetto (fìg. 5), ed il Monitore to- 
scano del 5 aprile 1853 n. 79 rendeva di pubblica 
ragione le opere principali che lo componevano, le 
quali per le forme e per le disposizioni essenzial- 
mente lo diversificavano dal primo (fìg. 3); mentre per 
il solo numero e per la qualità delle parti, corrisponde- 
va ad uno de'miei fìg. 4 e §.162. Ma, disgraziatamente, 
presto dovetti avvedermi, che questo nuovo parto dello 
stesso signor cavalier Poirel per la postura e per 
le dimensioni era non meno dell' altro infelice. 
Laonde , senza por tempo in mezzo , dettai un' 
appendice alla scrittura già presentata, perchè ri- 
sultassero dimostrati i gravissimi errori incorsi dal 
sullodato ingegnere anche nel secondo progetto ; e 
nell'aprile stesso dai tipi granducali di Firenze usciva 
pubblicato l'intero mio lavoro sul porto di Livorno. 
Questo lavoro è precisamente quello riprodotto nel- 
l'antecedente volume di questo giornale, al quale ag- 
giungo la presente seconda appendice. 

Essa ha per iscopo di corrispondere in parte agli 
impegni assunti nei §§147 a 149: di dare degli schia- 
rimenti ad alcuni principali articoli che allora sarebbe 
stato superfluo o intempestivo di trattare più distesa- 
mente: e di riunire alcuni cenni storici delle cose 
avvenute dopo, e de 'lavori eseguiti fino al p. p. mar- 



5 

zo , epoca dell' ultima mia visita a quelle opei'e ; 
abbracciando così due anni dall'approvazione ed ese- 
cuzione del secondo progetto Poirel , e quasi tre 
dall'approvazione del primo. Il lettore non si aspetti 
uno scritto condotto per filo; esso contiene una se- 
rie di note, quali più quali meno ordinate ed eslese, 
secondo che la natura degli schiarimenti lo richiede, 
oppure che i materiali da me posseduti lo per- 
mettono. — Al solito fo preghiera per essere favorito 
d' indulgenza su lo stile — . 



173. Prima di tutto siami lecito rendere tri- 
buto di grazie a quei benevoli, che si sono dati la 
pena di render soggetto di esame quel mio povero 
lavoro. — Il giorno 5 giugno 1853 se ne dava con- 
tezza con eloquenti parole all'adunanza de'Georgo- 
fìli dal socio ordinario e eh. ing. Felice Francolini, 
il quale con gran perspicacia e chiarezza in poche 
pagine riassunse esattissimamentel'intero mio scritto; 
annunzio che quell' illustre e benemerito consesso 
volle reso di pubblico diritto ne' suoi atti (1). Più 
particolarizzato e non meno esatto Ragguaglio con 
osservazioni veniva letto all' i. e r. istituto veneto 
di scienze, lettere ed arti dal membro effettivo sig. 
Giovanni Casoni, ing. in capo, ed imp. reg. diret- 
tore locale delle fabbriche marittime in Venezia, nel- 
T adunanza del 20 febbraio 1854 : e quel preclaro 
dottissimo corpo ordinava la pubblicazione di un es- 
tratto di quel ragguaglio negli atti suoi (2). In questo 

(1) Volume XXXI. 

(2) Atti dell' I. e R. Istituto veneto rli scienze , lettere , ed 
arti. Venezia tom. V 1S54 p. 76 al 91 



6 

elaborato scritto il Casoni, dopo avere nel modo più 
lusinghiero per me reso conto del lavoro mio , vi 
aggiunse delle sagaci sue osservazioni, nel lodevole 
economico scopo di trar partilo da quegli annega- 
menti di massi , che all' epoca in cui egli scriveva 
erano stati eseguiti dal Poirel al punto culminante 
dell 'antemurale. Prima del Casoni il dotto ed eru- 
dito professor cav. Ferdinando de Luca, segretario 
perpetuo della società reale borbonica e presidente 
della classe matematica nella r. accademia delle 
scienze di Napoli, faceva onorevole e ripetuta men- 
zione del ridetto mio lavoro nelle sue magistrali 
Considerazioni generali sulla coslruttura de'porti (1); 
mentre i chiarissimi ingegneri compilatori degli ac- 
creditati Annali delle opere pubbliche onoravano, a 
mia insaputa, lo scritto mio, riproducendolo per in- 
tero in detti Annali, e premettendo ad esso poche, 
ma oltremodo incoraggianti parole per me (2). Ed 
ultimamente l'illustre professor cav. Salvatore Betti 
lo favoriva dello stesso onore della ristampa com- 
pleta nel presente Giornale Arcadico, come ho so- 
pra accennato. Non parlerò delle lettere direttemi 
da più esimi idraulici, né delle gazzette che si oc- 
cuparono del mio lavoro, perchè, nessuno avendolo 
censurato, non mi trovo in obbligo di farne l'apo- 
logia. Che anzi prego il lettore a credere che il solo 

(1) Annali civili del regno delle due Sicilie. Napoli 1853, fase: 
XCV1I. 

(2) Annali dell'opere pubbliche e dell'architettura , opera pe- 
riodica compilata a cure di G. Rossi, N. De Rosa e L. Carrieri 
ingegneri del carpo di acque e strade. Napoli, anno 3,° 1853. 



7 
titolo di gratitudine mi ha fatto risolvere a par- 
lare del fortunato esito delle meschine mie fatiche. 



174. Taluno può aver giudicato, e non senza 
ragione, essere io caduto in errore per aver adot- 
tato in un progetto di nuovo porto, de'scandagli di 
una carta idrografica fatti fin dal 1846 e da chi 
non aveva tanto delicato scopo, quanto quello della 
costruttura di un nuovo porto (§. 17). Egli è certo 
che io non doveva ignorare che il faut d'abord avoir 
les sondes en avant de la còte quando si progettano 
des móles ou brise-lames (1), e che ogni trattatista 
ha di ciò formato il primo canone della scienza 
de'porti. Senza una rigorosa conoscenza della fìsica 
costituzione e disposizione del Ietto del mare e del- 
l'altezza delle acque sopra di esso esistente, è un 
vero lavorare alla cieca ! Né questa conoscenza deve 
limitarsi allo spazio soltanto che racchiude i moli* 
ma deve bensì estendersi a più miglia di raggio di- 
nanzi, e a destra ed a sinistra dal centro del porto. 
Io però posso addurre due scuse per la mia man- 
canza , le quali spero saranno ravvisate plausibili. 
La prima è quella che il lavoro mio non era un 
progetto definitivo, ma un semplice abbozzo di pro- 
getto (§ 104); la seconda , che doveva io ritenere 
per certo che l' ing. Poirel , incaricato di un pro- 
getto particolarizzato e della esecuzione di esso, lo 
averebbe fatto precedere da convenienti scandagli, ed 

(1) Minard, Cours de comtruction des ouvrages hydrauligues des 
ports de mer, professe a fècole des ponts et chaussées. Paris 1846: 
pag. 82 e 83. 



8 
io, come ognuno, ne avrei potuto approfittare. Ma il 
cav. Poirel , quantunque ricco di mezzi per que- 
sta importante e necessaria operazione, pure non ha 
creduto darsi carico di praticarla'. Io non poteva per- 
suadermi della verità di questa omissione , abben- 
chò le indagini da me fatte me ne facessero certo; 
ma quando vidi ne' suoi progetti ( il secondo dei 
quali fatto poi da lui stesso incidere in rame in 
scala di 1 / 5000 ) che gli scandagli erano quelli me- 
desimi da me adottati, dovetti convincermi della o- 
missione del Poirel, e servirmi di quelli che il piom- 
bino aveva dato sette anni avanti ed a persone che 
avevano uno scopo di molto minore importanza del 
nostro. 

L'esperienza avendo dimostrato le dannose con- 
seguenze prodotte dalla negligenza del succennato 
canone, con ragione si condanna ogni ingegnere che 
non lo rispetta: ed il triste esempio della diga di 
Cherbourg, di quell'opera che è costata alla Fran- 
cia l'enorme somma di settanta milioni, deve es- 
ser sempre presente ad ogni uomo, a cui è affidata 
la esecuzione di un nuovo porto. 



175. Essendo io fra quei pochi che nell'azione 
del moto ondoso riconoscono la causa principale 
che interrisce e perde i porti, mentre una schiera 
di uomini dottissimi e per tanti titoli benemeriti 
nella scienza delle acque accagiona di sì tristi ef- 
fetti l'azione delle correnti, non poteva non sentire 
il dovere di rendere ragione del mio modo d'inten- 
dere detto moto. A tale effetto io compilai dei 



9 

Cenni sul moto ondoso del mare e sidle correnti di 
esso, i quali trovansi ora sottoposti all'esame ed al 
giudizio di tre illustri consessi scientifici. Questi 
Cenni serviranno a soddisfare una delle promesse da 
me fatte nel citato paragrafo 147. 

Ma intanto qui dirò che nel sostenere la pre- 
valenza che debbono avere i flutti come causa de- 
gli insabbiamenti de' porti e della protrazione dei 
lidi, non intendo di escludere interamente le cor- 
renti in questo lavorìo , se non che la parte che 
esse possono avervi è quella di produrre leggieri 
sedimenti e lentamente operati colle minute mate- 
rie dai flutti smosse; quindi non capaci di effettuare 
vasti e solleciti accumulamenti e trasporti di mate- 
riali, come sono atti a fare i marosi. Che se poi 
teniamo dietro agli effetti della più volte menzio- 
nata nostra corrente littorale , quando il mare è 
mosso dai venti che tendono nella stessa direzione 
di essa , li troveremo allora notevolissimi. I venti 
hanno infatti molta influenza su tutte le correnti , 
e l'esperienza mi prova che , come nell'Adriatico , 
così nel Tirreno ne hanno eziandio in quella ra- 
dente. In questa, quando soffiano da terra, ho os- 
servato che ne aumentano la larghezza superficiale 
a detrimento della velocità, la quale di sua natura 
mite diviene mitissima ; se soffiano nella direzione 
della corrente, ne conservano la normale larghezza 
e ne aumentano la velocità, più o meno , secondo 
la forza e durata del vento: se la direzione di que- 
sto è opposta a quella della corrente ed è di due 
o tre giorni di durata, cessa l'azione della corrente 



10 

littorale, e ne subentra un'altra nella direzione del 
vento, la quale dura quanto la causa che la produce: 
se i venti scendono dall'alto mare, obbligano la stessa 
corrente a stringere sensibilmente la zona, e ragione 
mi detta che aumentano l'azione di essa in profon- 
dità, aumentandone in ogni punto la velocità pro- 
porzionatamente alla direzione, forza, e durata del 
vento. In questi casi la radente può divenire po- 
tentissima; ed io posseggo lunga serie di fatti che 
lo comprovano. Qui basterà riportarne due accaduti 
in Livorno , i quali vengono in conferma de' rile- 
vanti effetti che può produrre nel lido livornese 1' 
unione della forza de' flutti e della corrente. Il primo 
mi è stato favorito dal sig. Luigi Mancini distinto 
architetto navale in Livorno, ed io lo riporto colle 
stesse sue parole. « Nel mese di gennaio 1831 uno 
scuner inglese fu da una forte libecciata gettato a 
traverso della spiaggia a ponente di Livorno, e pre- 
cisamente fra la torre del Gombo e la foce del 
Fosso-morto. Cessata la burrasca , lo Scuner restò 
del tutto all'asciutto a traverso e paralello alla bat- 
tigia del mare alla distanza di 3 metri, ed immer- 
so nell'arena l m , 25. I proprietari del detto Scu- 
ner avendone fatto l'abbandono agli assicuratori, que- 
sti lo venderono all' asta , e mio padre in società 
con un suo amico lo acquistò. Per ricuperarlo fu 
mestieri in prima di scaricarlo del poco carbone 
fossile che aveva per zavorra, estrarlo dalla sua buca 
e metterlo in angolo retto colla spiaggia. Dopo di 
che fu invasato regolarmente e varato. Con facilità 
si potè trarlo fuori fino al primo cavallo (essendo 



11 

ben noto che la spiaggia tra bocca d'Arno e bocca 
di Serchio è assai secca , e sonovi i così detti ca- 
valli da sormontare prima di trovare una profon- 
dità di oltre due metri) , il quale non aveva su di 
esso che otto decimetri di acqua. Quindi fu stesa 
un'ancora con una catena aggiuntata ad una gomena 
per fargli sorpassare il cavallo, nel tempo stesso che 
alcuni uomini procuravano estrar 1' arena sotto la 
prua ; ma nel tempo che si eseguiva questa ope- 
razione il vento girò nuovamente a libeccio, per cui 
scendendo un mare piuttosto grosso, gli uomini im- 
piegati a tagliare il cavallo non poterono più lavo- 
rare, e quelli destinati a virare sulla gomena al mu- 
linello, scorgendo che il vento ed il mare andavano 
aumentando, temendo di perdere la comunicazione 
con la terra, dopo aver messo in forza la gomena 
non vollero più restare a bordo, e verso sera ven- 
nero alla spiaggia. Durante la notte, il vento ed il 
mare infuriarono maggiormente , e noi ci aspetta- 
vamo di vedere il bastimento rompersi per le forti 
battute che cominciava a dare sul fondo; quando , 
con nostra sorpresa, ci sembrò , che il bastimento 
si movesse a destra della spiaggia. Si alzarono al- 
lora de' traguardi, ed accertammo che il bastimento 
andava a poco a poco realmente a destra, e nel corso 
della notte la sola corrente fu capace a fargli mon- 
tare di fianco e diagonalmente tutti i cavalli girando 
sempre il bastimento sull'ancora come a centro, e 
la catena e gomena come raggio. Nella susseguente 
mattina il bastimento si manteneva col fianco nella 
direzione di circa 45° con la spiaggia , a distanza 



12 

dalla medesima di circa 80 passi, del tutto disca- 
gliato, in circa 3™, 50 di acqua, e mostrando il fianco 
al mare ed al vento che lo facevano fortemente rol- 
lare (barcollare) essendo che il vento era ponente 
libeccio ed il mare veniva a frangersi precisamente 
perpendicolare alla spiaggia. Né può supporsi che 
l'onda scorrente alla superficie del mare abbia in- 
fluito sul discaglio del detto bastimento , perchè 
anzi questa ed il vento dovevano fare una resistenza 
contraria al detto discaglio per le circostanze so- 
vraccennate. Solo, io credo, potrà supporsi che la 
corrente di ritorno delle onde che vengono a fran- 
gersi sul lido, si riunisca e prenda la direzione della 
corrente radente da mezzo giorno in tramontana , 
regnante lungo il nostro lido in occasione dei venti 
forti da scirocco fino a ponente, e che queste due 
correnti insieme costituiscano la corrente potentis- 
sima sovra descritta. Il giorno appresso il basti- 
mento in discorso venne condotto a Livorno. 

« Quanto precede sembrami acconcio a stabilire 
incontrastabilmente la potenza e la direzione dulia 
corrente del mare lungo le nostre coste, allorquando 
spirano forti venti da mezzo giorno , libeccio e po- 
nente. Inoltre io osservai in detta circostanza, che 
i pezzi di legno , rami , radiche di alberi ec. che 
trasporta al mare il fiume Arno, vengono da quella 
straccati (trasportati e lasciati) sulla spiaggia a tra- 
montana della foce di detto fiume, mentre che dal 
lato di mezzo giorno non rinvenni quasi nulla , e 
soltanto le consuete alghe, come si trovano in tutto 
il lido nelle vicinanze di Livorno ». Ossia, aggiun- 



13 

gerò io, vi rinvenne, quasi esclusivamente , que'ma- 
teriali che provengono direttamente dal fondo del 
mare. 

In proposito dello scagliamento dello Scuner, mi 
fo lecito notare che in verità V onda ed il vento 
avrebbero prodotto un effetto contrario quante volte 
però il bastimento fosse stato libero, cioè senza una 
gomena stesa che ne avesse stabilito la chiamata 
verso l'alto mare; gomena che venne messa in forza, 
prima che gli uomini abbandonassero il lavoro di 
ricuperamento. Nella posizione, nella circostanza e 
nella condizione in cui si trovava il bastimento, sette 
furono, a parer mio, le forze che influirono a to- 
glierlo dall'incaglio: 1.° l'azione solcatrice del flutto 
intorno la chiglia del bastimento : 2.° il moto di 
alternativo sollevamento del bastimento stesso dal 
fondo del mare , comunicatogli dall' ondulazione 
de' flutti: 3.° i fluiti-corrente: 4.° la corrente litto- 
rale: 5.° il flutto di ritorno (risacca): 6.° la tensione 
della gomena: 7.° l'acque piene. La direzione di 45.° 
coll'andamento della spiaggia tenuta dal bastimento 
dopo scagliato, era la direzione della risultante delle 
forze, vento, corrente e flutti corrente (1). 

Il secondo fatto mi è stato comunicato dall'is- 
pettore capitano della marinerìa sig. Antonio Parenti, 



(1) Dell' esistenza, della causa e. degli effetti di questo feno- 
meno , che io chiamo flutti-corrente , do ragione nei citati Cenni 
sul moto ondoso del mare. V idea che di esso già detti nella Cor- 
rispondenza scientifica in Roma num. 10 del 18 marzo 1854 credo 
che abbia l'atto scorgere non doversi confondere coWonde coltrante, 
né colla lame de fond e né col (tot de fond. 



14 

ed è che sulla lingua di roccia che forma la punta 
Cavalleggieri, in una libecciata, e non delle più forti, 
sei dei massi di smalto di circa sedici metri cubi, 
fabbricati presso il ciglio della detta punta per di- 
fendere dai flutti il nuovo cantiere , sono stati ri- 
mossi, ed un muro di recinto presso i bagni del Coc- 
chi è stato rotto. La corrente portò via tutto il ma- 
teriale depositato nel cantiere ; la pozzolana tinse 
di rosso una vasta superficie di mare, ed una gran 
parte del legname fu ricuperato presso Portammare, 
traversandolo sopra la spalletta della strada coll'im- 
piego di più centinaia di persone per un intero giorno. 



176. Per fatto mio, e per notizie raccolte dai 
pratici della località, mi sono reso sicuro che ve- 
rificasi spesso un contrasto di venti nelle vicinanze 
del porto di Livorno (§. 36). Ecco come mi descri- 
veva tal fenomeno uno dei migliori capitani toscani 
sig. Giuseppe Bartolani. « Esso accade sovente nel- 
1' autunno e orili' inverno e particolarmente quando 
i venti sono da mezzogiorno ed aria piovosa. In al- 
lora mentre i detti venti e grosso mare accompa- 
gnano i bastimenti fino anche ai paraggi della Ve- 
gliaia a distanza dalla costa di circa miglia 2 o 2 |, 
sulla nostra rada (ed anche lungo il tratto di costa 
tal volta fino a Vada, ma ben in terra) spira vento 
fresco da grecali e greco-levante, che è quello da 
noi detto volgarmente del Calambrone. Quando il 
vento di fuori sente più da libeccio , allora quello 
di terra è schietto da levante con piccola pioggia, 
e tanto l'uno come l'altro de' tempi finisce sempre 



15 

con fortunale di fuori ». Ora unendo il disopra ripor- 
tato a quanto io ho detto nel paragrafo 160, ognuno 
vede che in questi frequenti e tristi casi i legni a 
vela, per la difettosa disposizione e lunghezza della 
diga Poirel, non potranno mai approfittare del porto; 
e se potranno approdare nell' antemurale, non po- 
tranno però aver comunicazione colla città fino a 
che il mare non sia presso che calmo, e cessato il 
vento da terra. Si opporrà dunque al facile e co- 
stante ingresso e regresso nell'attuale porto la diga 
Poirel, per lo sporto e la giacitura di essa ; e per 
questo difetto il commercio, particolarmente di ca- 
botaggio, ne risentirà grave danno. Si opporrà l'an- 
temurale di lui ad una comoda entrata in esso, e 
molesta e dannosa stazione somministrerà ai legni 
di ogni grandezza, come meglio si prova nel susse- 
guente paragrafo. Quindi se altrove ogni altra consi- 
derazione deve essere subordinata alla facilità della 
entrata e della uscita dal porto, in Livorno questo 
gran principio (§. 96), per la particolare costituzione 
del luogo, deve aversi in maggior rispetto. 



177 In conferma di quanto è stato detto sulla 
esistenza della risacca ai bracci del fanale (§. 152), 
e per stabilire con competente autorità l'altezza e 
gli effetti del flutto riflesso contro la parte interna 
di detti bracci , stimo bene riportare un brano di 
lettera direttami dal sullodato sig. Parenti ispettore 
generale de' fari toscani. Egli adunque scrivevami : 
a Una forte risacca succede fra il molo e i moletti 
(o bracci) del fanale la quale in certi casi 



16 

ha persino montato la metà della scala che conduce 
alla porta del faro, cioè 25 piedi sopra il livello or- 
dinario del mare ». E ad appoggiare questa osserva- 
zione valgono maravigliosamente alcuni fatti che lo 
stesso sig. Parenti mi favoriva di poi, puranco in 
iscritto. « Nel luglio 1839, mentre era a due terzi 
eseguita la nuova scala esterna presso la piazzetta 
della torre del fanale, fece una libecciata. Il mare 
di risacca smurò e portò nel fondo della piazza presso 
il muro l'ultimo scalino; e gli altri più bassi, come 
quelli ove la calce aveva fatto più presa, vennero 
smossi, e nelle commessure si era talmente insinuata 
l'alga, che fu necessario smurarli per intero e ri- 
murarli di nuovo. Lo scalino portato via era 12 
piedi al disopra del livello ordinario del mare, cioè 4 
piedi dal mare alla banchina e 8 dalla base allo 
scalino, e 40 piedi in linea orizzontale dal ciglio della 
banchina alla base della scala. 

« Il 15 gennaio 1843, essendo vento e mare da 
libeccio, la barca di servizio del fanale , lunga 21 
piedi, venne affondata dalla detta risacca, non ostante 
che avesse una bozza da prua di 4 passa sopra un 
cavo di posta che pur doveva cedere. La detta barca 
dopo affondata ruppe gli ormeggi, e venne perduta 
presso la scogliera del molo. 

« Il 27 gennaio 1850 per la stessa causa venne 
affondata la barca del suddetto servizio e fu vedula 
in pieno giorno sommergersi colla prua. 

« Nel mese di novembre 1851 furono cambiate 
le ferrate ed il pietrame delle finestre del magazzino 
posto a tramontana della torre del fanale. Sullo scalo, 



17 

alto dall' acqua 4 piedi ed a distanza dal ciglio di 
esso piedi 20 circa , venne situato il pietrame di 
dette finestre. Una libecciata spazzò ogni cosa , e 
trascinato il detto pietrame in mare lo portò di- 
stante dal posto circa 60 piedi. I pezzi più grossi 
di dette finestre erano lunghi braccia 2 §, alti brac- 
cio 1, e larghi 2 / 3 di braccio: e due di questi pezzi 
erano congiunti dalle sbarre della ferrata. Nella stessa 
occasione la risacca portò via da un angolo remoto 
della piazzetta 9 scalini di pietra di musulmano del 
peso ognuno di circa 800 libre: i quali furono tro- 
vati in mare sotterrati dal fango e dall' alga , tutti 
arrotati ». 

Ancora un fatto e poi smetto, giacché ne ab- 
biamo a dovizia per convincerci de' cattivi effetti 
che dovranno risentire i bastimenti ancorati nell'an- 
temurale Poirel. 

E riconosciuto che l'antemurale di Civitavecchia 
è disposto nel miglior modo possibile (§. 95); nul- 
ladimeno in esso , come in ogni altro antemurale 
di porto , la risacca vi rende sempre incomoda la 
stazione. Quando il mare percuote presso la testata 
la parte esterna del rettilineo ed internato molo 
del lazzaretto , i bastimenti , che per necessità si 
trovano ormeggiati in detto antemurale , corrono 
grave pericolo. I propri ormeggi non bastano a sal- 
varli; duopo è spesso accorrere con gherlini som- 
ministrati dal magazzino di soccorso che il governo 
tiene a tal uopo provveduto. Né solo i bastimenti 
ne soffrono, ma puranco le banchine ed il fondo del 
mare in qualche punto lunghesso l'antemurale si os- 
CXL. 2 



18 
truisce. La risacca urta con tale impeto nella ban- 
china sotto il fortino Gregoriano, che la smantella e 
demolisce sollecitamente: lascia molti ciottoli sulla 
punta di ponente e con altri misti ad arene per- 
corre tutto l'interno circolare dell'antemurale e ne 
forma un secondo deposito sotto la lanterna. Quivi 
la stessa risacca quantunque abbia fatto un tra- 
gitto di 450 metri , incomodando , investendo o 
spezzando tutto ciò che incontra per via, conserva 
non pertanto potenza da innalzarsi spumante a più 
metri al di sopra della banchina della lanterna ove 
muore. Buono è che l'antemurale di Civitavecchia non 
deve servir per se stesso come un porto, altrimenti 
questa città ne sarebbe priva. 

Ammesso, se così piace, che l'antemurale Poi- 
rei sia egualmente ben disposto come quello di Ci- 
vitavecchia ( relativamente al libeccio , dominante 
nel Tirreno), il che non è; i bracci del fanale di Li- 
vorno e la secca su cui posa essendo ostacoli ret- 
tilinei e verticali dal fondo del mare, il fenomeno 
della risacca vi si sviluppa con massa e violenza 
ben maggiore di quel che verificasi in Civitavecchia. 
Ma di più , e questa è gravissima considerazione : 
l'antemurale Poirel non deve far l'officio di coprire 
il seno di un porto , come venne destinato quello 
di Civitavecchia, e come di fatto esso non fa per il 
porto che attualmente possiede Livorno; ma deve, 
per soddisfare ai termini ed allo scopo del decreto 
del Principe che I' ordinava , essere parte integrale 
del porto ed essenziale all'uso di esso, giacche deve 
non solo ingrandire, ma migliorare quello esistente, 



19 

ossia deve essere un porto commerciale per se stesso 
e preferibile all'attuale. Or bene, meno un prodigio, 
questo scopo non può essere mai raggiunto (1). Dun- 

(1) Nel Rendiconto dell'amministrazione del granducato di To- 
scana per l'anno 1 854, compilalo da. sua eccellenza il sig. ministro 
delle finanze, lavori pubblici ec. Baldasseroni, è esplicitamente detto 
indie consiste il miglioramento e l'ingrandimento del porto: colle 
nuove opere si vogliono ottenere quelle condizioni che meglio con- 
vengono per offrire ai bastimenti un comodo e sicuro ricovero, e dei 
fondi più, considerevoli e quali si esigono dalla grossezza dei ba- 
stimenti, che, or specialmente, si adoprano nella navigazione (Mo- 
nitore toscano 23 ottobre 1865 n. 247). Cioè quella grossezza al- 
meno di bastimenti accennata nel $ HI, la quale esige dei fondi 
non minori di sette metri. La massima profondità di acqua nella 
bocca dell'attuale porlo non supera e non potrà mai superare 5 m , 
50, e ciò in un breve tratto presso la puuta del molo; nel rima- 
nente sono fondi molto minori: ma questi potrebbero farsi aumen- 
tare. Bene si apponeva il sullodato ministro dell» finanze nell' ac- 
cennare che la grossezza de'bastimenli ora specialmente adoprata è 
molto più considerevole di quella usata comunemente per lo pas- 
sato: e non può negarsi che le dimensioni giornaliere, e tuttavia 
crescenti , danno maggior vantaggio al commercio. Difatti un pic- 
colo bastimento è generalmente condotto da un capitano che può 
dirigerne uno grande: il numero degli uomini dell'equipaggio non 
cresce in proporzione alla capacità del bastimento, e lo stesso di- 
casi del costo primitivo e della stia manutenzione; in una parola 
le spese generali sono a carico di una maggior quantità di mer- 
canzia nell' ipotesi di un più gran tonnellaggio. Per le barche a 
vapore tutto ciò è anche più sensibile. La forza necessaria per vin- 
cere la resistenza dell'acqua è proporzionale al quadrato delle misure 
lineari dello scafo, ed il carico che questo può portare, essendo 
proporzionale al cubo di queste misure, havvi più vantaggio ad im- 
piegare piti grandi barche. Inoltre il peso ed il costo della mac 
china non aumentano in proporzione della sua potenza, e l'approv- 
vigionamento del combustibile non siegue la proporzione dc'numeri 
ehe esprimono la capacità della barca. 

Le quali osservazioni tutte mentre pongono sott'occhio 1' uti- 
lità del commercio esercitato con bastimenti di maggior tonnellag- 
gio, provano per conseguenza la trista condizione di un porto che 
non sia in grado di riceverli e dargli tranquilla stanza. 



20 

fjue non si troverà esagerato quanto conclusi nel 
paragrafo 152, cioè che la stazione de' bastimenti 
all'antemurale Poirel sarà spesso assai incomoda e 
non di rado funesta. 



178. Sembra che l'ing. Poirel, per la struttura e 
forma e per i materiali da usarsi nella costruzione dei 
moli di un porto di mare, preferisca quella ch'egli 
pratica esclusivamente, cioè a gettata di massi di 
smalto , di cui si fece l' inventore (§. 141). E fino 
qui meno male , mentre potrebbe essere una sua 
particolare predilezione. Ma credo necessario porsi 
in guardia, giacché egli dice preferire questo sistema 
dopo aver prouvé tonte Vinstiffisance des procédés en 
usage, ed essersi convinto che l'efficacia di esso ne 
saurait plus ètre mise en doute (1). 

Così egli sentenziava nel 1838, lo ripeteva nel 
1841, e nel 1853 eseguiva questa sua sentenza in 
Livorno, Io però sono convinto che il soggetto non 
sia tanto semplice quanto sembra che egli lo creda, 
e che il vantato buon successo della pratica da lui 
tenuta in Algeri e che ripete ora in Livorno , an- 
che con più assoluta confidenza, non sia sanzionato 
dalla esperienza e dal voto di uomini periti nella 
materia. Senta egli da loro quanto grave sia un tal 
argomento e quale sistema sia preferibile. — Con que- 
sta nota spero sdebitarmi in gran parte di un'altra 
promessa che pur feci nel citato paragrafo 147 — . 

Nel 1846 una commissione degli uomini più 

(1) Poirel, Mémoirc sur les Iravaux à la mer. Paris 1S41. 
Pag. V e seg. 



21 

preclari in idraulica e nautica che l'Inghilterra pos- 
siede, fu nominata dal governo per studiare e giu- 
dicare vari progetti compilati per dare a Dover un 
gran porto. Questa commissione ecco come si es- 
prime e risolve nell' articolo Struttura de moli , e 
materiali da impiegarsi nella costruzione di essi. 

« Gli ingegneri, i cui piani abbiamo sott'occhio, 
mostrano contrarie opinioni sopra questi importanti 
punti: e quando tali uomini differiscono sul miglior 
modo di costruire opera che resista alla forza del- 
le onde, sarebbe quasi superfluo il dire quanto sia 
grave la responsabilità nostra nell'adempiere gli or- 
dini de' lordi del tesoro, cioè riferire quale de'piani 
in questione dovrebbe, secondo noi, essere pifferilo. 

« Ma semplicizzeremmo molto questa parte del 
nostro rapporto, ove riassumessimo in brevi parole 
le diverse proposte degli ingegneri , e nel tempo 
stesso ponessimo nelle mani delle signorie loro i 
piani e le osservazioni con cui ciascuno di quelli 
sostiene la sua proposta. 

« Ci riferiremo primieramente alle opinioni di 
coloro, da cui noi abbiamo attinto delle informa- 
zioni sopra un subbietto di tanta importanza pub- 
blica , e sopra cui sono così necessari i consigli e 
le riflessioni di uomini cospicui per scienza e per 
osservazione pratica. Le opinioni degli ingegneri, i 
quali ci hanno sottomesso i loro piani, sono le se- 
guenti. 

« Mr. Walker , C. E. , propone la struttura di 
un muro quasi verticale dal fondo, da costruirsi in 
cassoni a Portland, e trasportarsi galleggianti a Dover. 



22 

« Mr Rende!, CI E., preferisce per principio un 
muro verticale; e per la mancanza di materiali con- 
venienti sul luogo e per la difficoltà di trasportarli 
da lontano, il che egli considera ineseguibile, vor- 
rebbe far uso di massi di duri mattoni uniti col 
cemento. 

« Il col. Harry Jones, II. E., è per massima fa- 
vorevole ad un muro verticale : ma nel suo piano 
propone, per motivi di economìa , una diga incli- 
nata composta di scogli naturali fino all'ultimo li- 
mite della bassa marea , dal qual punto vorrebbe 
innalzare un muro verticale di pietra. In una let- 
tera posteriore egli propone l'oso de'massi di smalto 
( concrete in Moks) cominciando dal fondo, ed alzan- 
doli in forma di muro perpendicolare. 

« Il capitano Denison , R. E. , è per un muro 
verticale formato di grossi massi di smalto, fino al 
limite di tre piedi sotto la bassa marea, ed il re- 
sto di granito. Egli preferisce i massi di smalto , 
perchè li considera di molto minor costo di quelli 
a mattoni. 

« Mr. Vignoles, C. E., propone di gittare massi 
di smalto formando un piano inclinato di 45 gradi, 
fino a tre piedi sotto la marea, dalla qual base vor- 
rebbe inalzare uni muro verticale. 

« Mr. George Rennie , CE., raccomanda una 
diga inclinata in pietre simili a quelle di Plymouth. 

« Sir John Rennie, C. E. , propone ancora la 
stessa costruzione di quella di Plymouth col mezzo 
di pietre da esser estratte da Portland e dalle 
isole del canale. 



23 

« Mi*. Gubitt, C. E., propone nel suo piano una 
lunga diga di pietre di Portland, o delle isole èeì 
canale: ma nella sua dimostrazione, avanti la coni^ 
missione del 1844, egli raccomanda un muro per- 
pendicolare da farsi in cassoni. 

« Adesso ci facciamo a dimostrare le opinioni 
degli individui, ai quali abbiamo fatto allusione. 

« Professor Airy, F. R. S., astronomo reale. 

« Professor Barlow, F. R. S. 

« Maggior-generale Sir, J. Burgoyne ,■ ispettore 
generale delle fortificazioni, e già presidente dell'of- 
ficio de'lavovi in Irlanda. 

u Sir Henry De le Beche, F. R. S. , direttore 
della ispezione geologica. 

« Ms. Hartley , C. E. , incaricato de' doccili a 
Liverpool. 

« Maggior-generale Pasley, R. E., F. R. S.* is- 
pettore generale delle vie ferrate. 

« Capitano Vetch, R. E., e C. E., F. R. S. 

« Tutti questi, o per teoria o per pratica, sono 
favorevoli alla struttura di un muro quasi verticale. 

« L'esimio ingegnere Reibell, direttore de' lavori 
a Cherbourg, sostiene il principio di un muro verti-* 
cale. 

« Mr. Brune], C E. , ha data la sua opinione 
per un muro verticale. 

« Mr. Bremner, C. E., che ha diretto moltissimi 
lavori marittimi nel littorale della Scozia, è anche 
per un muro verticale. 

« Mr. Alan Stevenson , C. L., F. R. S., di E- 
dimburgo, opina per una lunga scarpata. 



24 

« Le signorie loro scorgerà nuo che queste opi- 
nioni, tranne una soltanto, sono tutte in favore di 
un muro verticale: ed è cosa di grande soddisfa- 
zione per noi trovare che le nostre opinioni con- 
cordano con quelle di persone, dalle quali non po- 
tremmo differire senza ditììdar molto del nostro giu- 
dizio. 

u Si obbietta al muro verticale la ragione che 
esso non è che un esperimento: e non vi ha dub- 
bio che sia un semplice esperimento, imperocché 
non è stato mai intrapreso un lavoro tanto vasto, 
quanto quello di cui trattiamo. Ma le dighe fotte 
a pietre perdute formanti lunga scarpata, erano an- 
che esperimenti , ed esperimenti inoltre , i quali 
in molti casi ora servono come avvertimenti a 
coloro che debbono decidere intorno simili lavori. 

« Noi non conosciamo alcun esempio, in cui 
la lunga scarpata sia stata adottata senza incon- 
trare in progresso del lavoro i più distruttivi urti 
prodotti dalle onde — testimoni sono Cherbourg 
e Plymouth. 

« In Cherbourg, dopo che il lavoro nello spazio 
di 40 anni era stato innalzato tre volte al diso- 
pra dell'alta marea , la parte superiore altrettante 
volte è stata rovesciata dal mare : dopo che era 
stato adoperato ogni sforzo assistito da quanto 1' 
intelligenza e 1' esperienza potevano suggerire per 
dare stabilità ad un simile lavoro, questa struttura 
al disopra della bassa marea fu abbandonata, ed un 
muro verticale venne adottato come unico rimedio. 
Nel secondo, cioè in Plymonth, i disastri alla diga 



25 

sono così noti , che non è d'uopo farne qui men- 
zione (1). 

« In ambedue i luoghi citati le dighe sono pian- 
tate in baie molto internate; ma riportandosi alla 
pianta di Dover si conoscerà facilmente come que- 
sta baia sia poco insenata , e che i lavori ivi co- 
struiti con lunga scarpa, gittando massi nel mare, 
formerebbe, piuttosto che una diga, una secca arti- 
ficiale di scogli, estendentesi nel bel mezzo del ca- 
nale. 

« Uno degli ingegneri calcola che la quantità di 
pietra necessaria per formare la diga con lunga scar- 
pata sia di sette milioni di tonnellate. 

« Una comunicazione di recente fattaci dai sigg. 
lordi commissari dell' ammiragliato fornisce un ca- 
talogo istruttivo sul presente stato de' porti nella 
costa d' Irlanda, costruiti con lunga scarpata. 

« A Kingstown la parte esterna del molo orien- 

(1) Negli utilissimi documenti di prova, che i commissari in- 
glesi hanno unito al presente rapporto , sono registrati i princi- 
pali disastri a cui eglino fanno allusione. Io qui ne registrerò uno 
accaduto in seguito e di cui in persona ho verificati gli effetti. 
In luglio 1853 io visitava la detta diga di Plymonlh , assistito e 
favorito oltremodo dalla non comune gentilezza del sig. Stuart so- 
printendente generale dì quella grande opera idraulica, nella quale, 
quantunque non completamente terminata , si sono impiegati 
3830881 tonnellate di scogli. Fra le altre cose relative agli effetti 
de' fluiti, vidi una gran massa di scogli lungo l'interno della diga, 
e venni assicurato che nella notte del 25 al 26 dicembre 1852 
circa ottomila tonnellate di scogli furono dai marosi presi dalla 
parte esterna della diga e scavalcati nella parte interna; fra i quali 
erano di quelli di 10 a 16 tonnellate ognuno. Di più un vasto ed 
irregolare strappo, nella parte della diga non compita, si era operato 
in tutta la sezione traversale, profondo di qualche piede sotto la bassa 
marea. 



26 
tale ha avuto bisogno di continue e costose ripa- 
razioni, ed è tuttavia non ferma. 

« Il molo di Ardglass, fatto nel 1829 di grandi 
pietre con lunga scarpata, ora si trova in istato , 
insieme al suo fanale, di una massa di rovine nel 
mare. 

« Il molo di Donaghadee, costruito nel 1820 a 
massi di pietra con lunga scarpata, ha avuto i suoi 
spalti scatenati dal mare dei venti di scirocco, ed 
una parte dei suoi materiali gettati nel mezzo della 
bocca del porto. 

« Il molo di Portrush , costruito nel 1826 di 
grossi massi di pietra con lunga scarpata, fu rin- 
venuto tanto danneggiato nel 1844, che l'ingegnere 
chiamato per esaminarlo riferì, che 4000 tonnellate 
di materiale erano state rimosse dall'estremità della 
scarpata all' intorno della testa del molo , e che 
aveva formato una secca artificiale lunga 70 piedi 
ed alta tre piedi sulla bassa marea. 

a A Duninore , il molo fu fatto nel 1815 di 
grossi scogli in pietra con scarpa ragguagliata di 
3 di base ed uno di altezza. Nel 1832 i lavori erano 
in così rovinoso stato, che l'ingegnere riferì, che la 
base del lavoro nel mare erasi rotta , ed il molo 
crepato a traverso quasi in tutta la sua lunghezza, 
e le crepature si andarono allargando ed avanzando 
verso la testa del molo ad ogni nuova tempesta. 
Quando esso fu esaminato nel 1845 si trovò che 
molte grosse pietre erano state interiormente tra- 
sportate lungi della scarpata, ed allora formavano 
uno spostamento dalla testata del molo lungo 1 12 



27 

piedi sporgente in direzione obliqua a traverso della 
bocca del porto, che nella bassa marea restava 
scoperto. 

« In contrasto de' fatti sopra esposti noi dalle 
medesime comunicazioni officiali adduciamo una ci- 
tazione relativa al molo di Kilrush, che fa fronte 
all'Atlantico vicino alla bocca dello Shannon: — Quan- 
do nel settembre passato fu esaminato, si trovò in 
perfetto ordine, e non costò uno scellino di ripa- 
razioni finché venne compito. Il molo di Kilrush pre- 
senta un muro verticale al mare. 

« Queste pratiche illustrazioni, insieme col peso 
della dimostrazione relativa al soggetto, ci fanno senza 
esitazione abbracciare il piano di costruire un muro 
quasi vellicale , inguisachè formi il recinto del porto 
che si vuol dare alla baia di Dover. 

« Rispetto ai materiali da impiegare , abbiamo 
dovuto considerare le seriissime difficoltà che sor- 
gono dalia mancanza di pietra della qualità con- 
veniente nelle vicimanze di Dover. Se potesse tro- 
varsi granito delie dimensioni necessarie in quan- 
tità sufficiente e con ordinaria facilità, esso sarebbe 
senza dubbio il materiale proprio da impiegarsi. 
Portland e le isole del canale ci sono state indi- 
cate come luoghi ove potrebbe trovarsi la pietra 
voluta: ma entrambe giacciono ad una considere- 
vole distanza da Dover , dal che necessariamente 
seguirebbe molto ritardo. E però parecchi inge- 
gneri hanno raccomandato i massi di smalto, o di 
duri mattoni cementati, da sostituirsi alla pietra, e 
i primi supponendo che costino meno. 



28 

((Nondimeno noi crediamo, che non vi sia suf- 
ficiente esperienza dell'impiego de'massi di smalto da 
persuaderci ad adottarli per la parte esterna de'' la- 
vori da costruirsi in mare. Noi opiniamo che non 
potendosi agevolmente procurare la pietra, i massi 
di mattoni della qualità necessaria e cementati 
possono adoperarsi per ogni specie di lavoro al di- 
sotto della bassa marea, essendo perfettamente si- 
curi della forza e durevolezza di questo materiale; 
ma sopracqua è necessario il granito o altra pie- 
tra viva. 

« Noi non entriamo in una particolarizzata spe- 
cificazione delle dimensioni de'moli , imperciocché 
il farlo sarà dovere dell' ingegnere che verrà im- 
piegato. La loro larghezza dovrà essere determinata 
dallo spazio richiesto dalle banchine , dai depositi 
di carbone e di tutti gli altri bisogni del com- 
mercio. Noi pensiamo che l'interno del molo possa 
essere fatto con massi di smalto, e raccomandiamo 
fortemente che l'opera, per quanto sia possibile, 
venga cominciata in più punti nello stesso tempo. 

Firmati — T. Byam Martin, ammiraglio. 

J. Henry Pelly, maestro deputato della casa della 
Trinità. 

F. Beaufort, idrografo all'ammiragliato. 

J. Washington, capitano della marineria militare. 

J. N. Colquhoun , tenente colonnello di arti- 
glieria. 

R. C. Alderson, tenente colonnello de'regi in- 
gegneri. 



29 

H. R. Brandreth , regio ingegnere e direttore 
dei lavori dell'ammiragliato (1)». 

Nei primi di giugno 1853 io visitava i lavori di 
Dover diretti con ammirabile ordine e facilità dagli 
egregi ingegneri Walker e Burges, ove già oltre 200 
metri del primo molo erano condotti all' altezza 
massima stabilitagli. La struttura è precisamente 
quella preferita dalla suddetta commissione, cioè 
quasi verticale dal fondo alla sommità, ed il mate- 
riale è pur disposto nel modo indicato dalla com- 
missione stessa: ossia l'anima o l'interno del molo 
in massi artefatti o cantoni , e le parti esterne in 
massi di pietra viva, anche essi di forma regolare 
come pareti o rivestimento dello intero corpo del 
molo. 

Semplice e relativamante sollecito è il sistema 
meccanico per la collocazione in filari orizzontali 
delle due specie di massi dal letto del mare all'al- 
tezza massima, e semplicissimo sotto ogni rapporto 
è il modo di formare sul molo stesso i massi di 
smalto. Essi sono composti di ghiaia raccolta a lato 
del porto attuale , e con una malta che chiama- 
no roman — cement, il quale fa le veci della nostra 
calce e pozzolana. 

Dagli elaborati studi della ripetuta commissione 
inglese, e dalla pratica adottata per la grande opera 
del nuovo porto in Dover, ci viene dunque dimo- 
strato preferibile un sistema di costruzione essen- 
zialmente diverso da quello che l'ing. Poirel ese- 

(1) Iieport on the harbour of refuge tabe conslructed in Dover 
bay. London 1846, pag. VI, VII, Ville IX. 



30 

guisce in Livorno. Quella isodoma costruzione com- 
posta di paralellepipedi rettangoli, di 20 tonnellate 
fuori di acqua, con quanto maggior facilità ed eco- 
nomia potevasi praticare in Livorno (specialmente 
nel progetto sanitario riformato § 83) ove le correnti 
di marea sono quasi insensibili, ed ove il mare non 
è tanto spesso agitato, uè tanto profondo quanto in 
Dover! Da noi la manovra delle campane da maran- 
gone sarebbe molto meno difficoltosa che colà: e 
l'Etruria vedrebbe oggi risorgere la sua primitiva 
maniera di costruzione, d'infinita durata e della più 
bella imponenza, sotto uno de' più grandi Principi 
di Toscana. E dico uno de'più grandi Principi, non 
già per adulazione, ma per convinzione. La storia 
imparziale registrerà nelle sue indelebili pagine 
come Egli, nei decorsi trenta e più anni di re- 
gno , di continuo volse l'animo a dare, impulso, 
vita e sostegno ad opere pubbliche di civiltà 
e ricchezza perenni : essa fra le altre non potrà 
tacere quelle della Chiana e della Maremma ; e 
dirà soprattutto che se non fu Principe di esteso 
impero , fu però di gran cuore , giacché in tempi 
di guerra, peste e carestia presso che generale in 
Europa, Egli mentre in Livorno ordinava e faceva 
sorgere un nuovo porto, volle pure che presso Ca- 
scina si edificasse una solidissima botte , mediante 
la quale il canale esiccante il lago ed i paduli di 
Bientina sottopassasse al letto del fiume Arno, ta- 
gliando così per lungo e profondo tratto fin le vi- 
scere della terra, e costruendo ivi un nuovo e gran- 
dioso monumento di pubblica utilità. Ma quella stessa 



31 

storia registrerà puranco i nomi di quegP ingegneri 
che ebbero la fortuna della direzione di queste vaste 
imprese , e ne farà nota vituperevole ai posteri se 
per soverchia presunzione o, peggio ancora, per pro- 
lungata pervicacia non corrisposero ai paterni e no- 
bili intendimenti di Lui. 

Un minor bisogno di esattezza ed una mag- 
gior facilità nella esecuzione del lavoro può solo 
far preferire il sistema dal Poirel adottato: ma non 
già una ben intesa economia, come si potrebbe cre- 
dere. Ammesso anche che cotesto sistema sia di 
primitivo costo sempre minor dell'altro (il che non 
credo), io sono di avviso, che la spesa d'aversi prin- 
cipalmente a calcolo in siffatte opere debba essere 
quella di conservazione e non quella di primo impian- 
to. Quantunque col porre in opera de' massi per se 
stessi immobili all'impeto de'marosi si possa otte- 
nere un gran miglioramento nel sistema a pietre 
perdute, pure io sono convinto che questo sistema non 
sia preferibile ad ogni altro. Un più maturo studio 
sulla costituzione delle onde; sopra i fenomeni da esse 
sviluppati secondo che siano intere o frante; sopra 
gli effetti de'medesimi contro le spiagge , le coste 
e le opere idrauliche; un più pratico esame sopra i 
bisogni ed i comodi assoluti ed utili ad un basti- 
mento quando entra con fortunale in un porto, mi 
pare che debbano indurre a togliergli quella prefe- 
renza. 

I limiti di questa appendice non mi permettono 
di estendermi per ora di più sopra questo inte- 
ressantissimo argomento: ma dall'esposto in questa 



32 

nota mi sembra risultare ampiamente dimostrato , 
che l'ingegnere Poirel non è abbastanza cauto nel 
sentenziare e nell'eseguire in opere di gran rilievo: 
donde si prevede che proverranno dannose conse- 
guenze, tanto nel corso della sua costruzione, quanto 
nel progresso di tempo, compita che sia. Nella quale 
opinione sempre più mi conferma il vedere, che nei 
documenti uniti al rapporto della citata commissio- 
ne sono passati in rivista , e non approvati , i la- 
vori del Poirel in Algeri. 

Nota 

In questo § avendo dovuto far parola della vastis- 
sima opera del nuovo porto di Dover in costruzio- 
ne, non sarà, spero, discaro a qualche associato di 
questo periodico avere la pianta de'moli che la com- 
pongono, ed alcune altre notizie sull'andamento dei 
suoi lavori, le quali, quantunque incomplete, perchè 
troppo succintamente riportate, pure saranno di qual- 
che lume ; molto più che, per quel che io so, in 
Italia ed in Francia nulla è stato pubblicato su questo 
speciale proposito. Io posso garantir ciò che di essa 
opera ho detto e sto per dire: giacché nella favo- 
revole circostanza , che il governo pontificio mi 
spedì a Londra per prendere e condurre fra noi due 
piroscafi colà costruiti, ebbi l'opportunità di vedere 
il lavoro, e prendere da me stesso molti appunti ; 
facilitato in ciò dalla gentilezza de'soprintendenti ai 
lavori sigg. ingg. Walker e Burges, e dai rapporti tri- 
mestrali da loro diretti al segretario dell' ammira- 
gliato inglese. Qual contrapposto fra l'isolamento 



33 
usato dall' ing. Poirel in sì fatte opere di pubblica 
utilità edistruzione da lui dirette in Livorno, ed il 
socievole ed aperto procedere di chi presiede a 
quelle di Dover, di Plymouth, di Bientina e simili! 

Il pessimo stato del vecchio porto di Dover ed 
il bisogno di averne colà uno migliore e più vasto 
erano da molti anni sentiti. I commissari de' porti 
di rifugio ( Commissionerà of harbours of refuge ) 
presieduti dall' ammiraglio Giovanni Gordon nel 
1840 raccomandarono di provvedere a quel bisogno 
sottoponendo al governo alcuni sludi ad esso rela- 
tivi. Una seconda commissione, presieduta dall'am- 
miraglio T. B. Martin, nel i 844 tornò sub" argo- 
mento, unì altri studi ai già presentati , ed ordinò 
nuovi e più diretti esperimenti sulla costituzione 
di quel littorale. In ultimo, una terza commissione 
nominata espressamente per il solo nuovo porto da 
darsi a Dover, e presieduta dal sullodato Martin , 
completò gli studi locali, raccolse quanto in Italia, 
in Francia ed altrove erasi praticato dai romani in poi 
per i porti, esaminò i diversi progetti a lei presen- 
tati, ascoltò le opinioni degli idraulici regi e civili, 
quelle degl'idrografi, de'marini militanti e commer- 
cianti , quelle degli officiali del genio, de' geologi , 
degli astronomi, de'negozianti, e con sottil magistero 
estraendo da loro la parte migliore dello scibile, e 
con sana critica dal tutto un rapporto , nel 1846 
lo sottoponeva ai lordi del tesoro. 

Come ho trascritta quella parte del rapporto 
che tratta della struttura de'moli e de'materiali in 
«issi impiegati, così vorrei trascrivere l'altra che della 
CXL. 3 



34 

postura o disposizione degli stessi moli ragiona. Ma 
non sembrandomi ciò compatibile con una nota di 
paragrafo già per se troppo lunga , vi supplirò col 
dare la pianta dell'intero porto, che in fine si uni- 
sce, la quale se non istruisce, pone almeno sott'oc- 
chio il risultamento de'più scientifici, pratici, ma- 
turi e coscienziosi studi che mai siansi fatti sopra 
1' importantissimo soggetto della postura de' moli, 
come quello da cui precipuamente dipende la vita 
o la morte di un porto. 

11 primo molo, cioè la parte in costruzione, si 
spicca dal capo di Cheesman , a dritta e prossimo 
all'attuale porto (si veda la pianta, let. A). Nel lu- 
glio 1847 venne stipolato un contratto cogli in- 
traprenditori sig. Treeman e Lee, per la lunghezza 
di 800 piedi (244 metri), con tre banchine da sbarco 
(landing jelties), due da levante ed una da ponente, 
per comodo delle operazioni da farsi dai piroscafi 
in qualunque stato della marea , come meglio si 
desume dall' aggiunta pianta lett. B. La somma 
stipolata per 1' intero tratto di 800 piedi fu di lire 
sterline 243 , 862 , ed il tempo quattro anni per 
terminare il lavoro: la somma di preventivo , ap- 
provata dalle camere, è stata di L. 245,000, 

11 19 ottobre dello stesso anno 1847 si comin- 
ciarono dai suddetti intraprenditori le opere prepa- 
ratorie, dirette all'approvvigionamento de'materiali 
e delle macchine, non che ad erigere un' armatura 
o palco (scaffolding) ; e nei primi giorni del 1848 
quelli dell'effettivo molo. In questo anno, i muri di 
ambo i lati del molo e la riempitura furono con- 



35 

dotti a 270 piedi di estensione dal lido, ed alzati 
ad una media di 19 piedi dal fondo del mare. Il 
numero medio giornaliero de'lavoranti , non com- 
presi quelli delle cave, fu di 115: e la somma pa- 
gata in acconto agli intraprenditori ascese a lire 
36, 500. 

Nel 1849 la fondazione de' muri ed il ripieno 
vennero condotti a 460 piedi dal lido, de'quali 445, 
furono portati all'altezza di 30; cosicché V avanza- 
mento nel fondo del mare fu di 190 piedi. 11 numero 
degli uomini impiegati 106, ed un secondo acconto 
di L. 38, 000 si dette agli intraprenditori. 11 lavoro 
complessivo de'due primi anni si trovò di 25,000 
iarde cubiche. 

Le fondazioni nel 1850 sono state protratte di 
190 piedi, come I' anno innanzi , ed i muri ed il 
ripieno alla media altezza di 20. In questo anno i 
lavori sono stati ritardati dalla compagnia della strada 
ferrata del sud-est, per questione insorta sulle ghiaie 
che prendevano gli intraprenditori a ponente del 
porto, a fin di formare con esse i cantoni o massi 
di smalto, i quali, come ho già detto, servono per 
il ripieno del molo. Il numero medio giornaliero 
de'lavoranti è stato di 130, ed i suddetti intrapren- 
ditori han ricevuto L. 43,500. 

Nel 1851 i muri ed il ripieno sono stati innal- 
zati di 16 piedi in una lunghezza di 120. Nelle 
fondazioni non si è avuto che 27 piedi di utile a- 
vanzamento, perchè è stato necessario riformare il 
già fatto, che da ripetute e straordinarie tempeste, 
negli ultimi mesi dell' anno antecedente, era stato 



36 

dal suo luogo rimosso. Quella del 7 ottobre 1850 
portò via 26 iarde lineari della palificata ed im- 
palcatura (piling and slaging) con le campane da ma- 
rangone in essa appese, e varie macchine per col- 
locare le pietre. Porzione dell'opera in legname fu 
nuovamente eretta: ma nel 23 ottobre e 15 dicem- 
bre dello stesso anno venne dalle procelle una se- 
conda volta disfatta. Le parti sporgenti sott' acqua 
de'muri, essendo in istato incompleto, e non colle- 
gate dal reciproco appoggio (backing) che dà que- 
sta maniera di costruzione, non poterono resistere, 
e più di 200 tonnellate di massi furono tolte dal 
posto ; ma una parte di essi venne ricollocata. — 
I lavori resi stabili (permanerti), cioè compiuti, non 
soffrirono alcun danno — .Dette avaree causarono agli 
intraprenditori uua perdita di oltre due mila lire. 
Gli uomini impiegati in questo anno, 1851, furono 
110, media giornaliera, e la somma data in acconto 
1. 29, 000. 

Nel 1852 l'avanzamento de'muri nel fondo del 
mare è stato di 88 piedi ragguagliatamente, e l'in- 
nalzamento di essi di 36, eseguito quasi interamente 
coll'uso della campana. La fondazione dal princi- 
pio del molo era condotta a 765 piedi. Anche in 
questo anno il tempo, per essere stato notevolmente 
burrascoso (remarkabhj slormy), ha in modo conside- 
revole ritardato (considerabhj retarded) il progresso 
de'lavori. Il muro di difesa da ponente al disopra 
della calata (quay), o piano superiore del molo , è 
stato alzato di sei piedi per una lunghezza di 80. 
La cifra giornaliera degli uomini è ascesa a 123, e 



37 

la somma pagata agi' in traprenditori a L. 29, 000. 

Come ho già detto, nel mese di giugno 1853 io 
visitava questi lavori: quindi l'anno era a metà. Là 
fondazione la trovai al suo termine, l'opera per 750 
piedi era giunta all'altezza del piano della calata, re- 
stando così 50 piedi quasi interamente fuori di acqua 
a compimento degli 800 contrattati. I quali ultimi 50 
piedi, per essere l'impalcatura in perfetto stato ed il 
materiale pronto, si sperava portarli a termine dentro 
l'anno. Tre campane erano in servizio, e 112 gli 
uomini nei diversi lavori del molo. Nell'anno stesso, 
o poco dopo , si calcolava ultimare in ogni parte 
l'opera contrattata e quindi dare agli intraprendi- 
tori L. 67,862, residuo del prezzo convenuto. In sei 
anni dunque i primi 244 metri di molo si sarebbero 
trovati al suo completo; cioè due anni più tardi del- 
l'epoca contrattata. — La spesa si è conservata den- 
tro i limiti di quella stimata — . 

Non poche sono state le difficoltà gravi da sor- 
montare per la cattiva costituzione del luogo. Si è 
lavorato sino a circa dodici metri sotto l'acqua in 
bassa marea, e per l'intera lunghezza del molo nella 
media profondità di 4 metri in marea bassa ; ma 
questa non è la più grave difficoltà incontrata. La 
corrente di marea, di oltre due miglia e mezzo l'ora 
di velocità in quel lido , è aumentata di forza alla 
estremità progrediente de'lavori per 1' ostacolo che 
le forma il corpo del molo stesso : cosa che ri- 
tarda i lavori de'tuffatori ( ivhich relards the ope- 
ralions of the dlves). Oltre al danno prodotto dal- 
l'avarea del 1850, di cui ho parlato, ve ne sono stati 



38 
degli altri, ina di poca importanza, quantunque stra- 
ordinarie e ripetute procelle abbiano imperversato. 
Egli è però da deplorare la perdita di tre individui: 
un lavorante per propria inavvertenza cadde dal palco 
e morì, 1850; un primo calafato ed un altro lavo- 
rante nella tempesta de 1 giorni 26 e 27 dicembre 
1852 perdettero la vita per 1' impeto del mare. 

Malgrado delle succennate cause di ritardo, quan- 
to più sollecito è stato il lavoro in Dover di quello 
eseguito in Algeri dall'ingegnere Po irei, quantunque 
in ambo i luoghi non vi sia stata penuria di mezzi 
di esecuzione! Egli nel ricostruire a nuovo il vec- 
chio molo di Algeri pur una estensione di 192 me- 
tri vi ha impiegato sept armées conséculives (§ 132 
in nota), in una profondità di acqua minore di 4 
metri, con il comodo dell'appoggio del molo già esi- 
stente ed in un sito tranquillo in confronto a quello 
di Dover. Eppure il sistema da lui adottato è de^- 
cantato e creduto per il più sollecito; ma in fatto 
la sollecitudine si verifica soltanto nella parte im- 
mersa del lavoro. Quando si è a fior di acqua o 
quivi presso, allora il perditempo proprio di questo 
sistema, e le avaree a cui va soggetto fino a che 
l'opera sia interamente compiutalo rendono più lento 
al confronto di altro sistema qualunque. Inoltre , 
colla maniera etnisca praticata in Dover , appena 
compito il lavoro vi si può sopra operare e costruir 
fabbriche per qualuque officio, senza dover attendere 
il necessario assestamento , il quale nel sistema a 
gettata, può tardar più anni e forse mai perfetta- 
mente si ottiene, come pur troppo non mancano 



39 

esempi! Ma, si dirà, la spesa a metro corrente è stata 
più di un quarto maggiore di quella pagata per la 
diga di Cherbourg, e sarà forse più di un terzo di 
quel che costeranno i moli del nuovo porto di Al- 
geri. È vero, risponderò io: ma, prescindendo dal fatto 
che la manodopera in Inghilterra costa molto più 
che in Francia ed in Affrica, e prescindendo dalla man- 
canza della conveniente pietra da taglio presso 
Dover , di qual grave spesa annua di manuten- 
zione non sono sopraccaricate le opere fondate 
sopra cotesto sistema ? Bene a propostilo ag- 
giungeva 1' erudito colonnello del genio corn. F. 
Sponzilli, dopo aver accennato alla grande opera di 
Cherbourg, che il molo mostro, da cui è costituita, è 
risultato alla Francia come un esito perpetuo , nel 
cui vortice vanno ad affondare annualmente vistose 
somme della finanza dello stato (1). — Sentenza che, 
fatta ragione delle relative lunghezze degli altri moli 
simili, del volume e solidità degnassi impiegati, e delle 
respettive risorse degli stati che li posseggono, può 
essere generalizzata a tutte le opere a gettate — . 
E poi, quand'anche fosse inverso il risultamento eco- 
nomico nella parte della manutenzione, il magico utile 
effetto prodotto dalle opere verticali dalla parte all' 
alto mare rivolte per la conservazione de'legni nel- 
l'approdare nei porti in tempi di maggior bisogno 
d'assistenza per l'umanità, e l'effetto invece funesto 

(1) Disamina di otto memorie recate come soluzione del pro- 
blema proposto dalla reale accademia di belle arti di Napoli, per 
la ricerca di un novello gran porto sulle coste delle due Sicilie. 
(Annali di opere pubbliche citate, anno 4° p: 149). 



40 

prodotto dalle opere a gettate, non debbono aversi 
sopra ogni altra cosa a calcolo ? - Quando trattasi 
di vita, ogni altra considerazione deve cederle -. Mi 
si permettano due soli esempi in proposito, de'tanti 
che possediamo, per ciascuna delle due maniere di 
struttura. L' ing. Vetch ci racconta : « Neil' uscire 
dal piccolo porto di Scarnish nell' isola Tiree a 
bordo di un bastimento di 25 tonnellate, noi fummo 
trasportati per tre volte su e giù di uno scoglio, 
circa 30° inclinato dalla verticale, con vento molto 
fresco che spingeva in terra , senza però toccarlo , 
sebbene il lato del bastimento fosse alla distanza di 
una iarda da esso scoglio (1)». Nel 1835 io mi tro- 
vava a bordo della nostra regia goletta s. Pietro, 
in crociera nel littorale dello stato nel Tirreno, co- 
mandata dal ten. colonnello Reali, quando , per il 
grosso mare e forte vento da libeccio, fummo ob- 
bligati a cercar ricovero in Gaeta. Giunti presso 
l'imboccatura del golfo dalla parte occidentale , il 
vento ci rifiutò e si calmò in gran parte, e quindi, 
caduti a sotto vento, il grosso mare e il poco vento 
ci trasportavano a perdere legno e vita sotto il mon- 
te, nel quale il fondo è a picco ed il masso verti- 
calmente s' innalza. Si gittò l'ancora speranza alla 
distanza di circa tre gomene dalla roccia: e quan- 
tunque il mare, come ho detto, fosse grosso, la catena 
della nostra ancora non faceva punto forza, perchè 
l'onda di riflessione ci allontanava dalla terra in guisa 
che; quand'anche non si fosse fatto uso dell'ancora, io 

(1) Heport etc. citato p. 53. 



41 

sono di avviso che la goletta non vi avrebbe urtato. 
Invece per i moli a gettate , lo stesso ing. Vech 
ha registrato che « un bastimento di due cento ton- 
nellate carico fu trasportato da un'onda ( borne bij 
a wavé) sulla sommità della diga di Plymouth (])». E 
Civitavecchia , nel 1 848 , vide un piroscafo di 400 
tonnellate del governo francese, il Pericle, trasportato 
dai marosi sulla scogliera del molo del Bicchiere. 
Se la diga di Plymouth ed il molo di Civitavecchia 
fossero state opere verticali, o quasi verticali, quei 
bastimenti non si sarebbero perduti. 

Lunga e lagrimevole sarebbe la storia de' nau- 
fragi accaduti nelle scogliere che difendono i moli 
a gettate, alla quale vanno aggiunti tutti quei ba- 
stimenti che, per non esporsi a sì grave pericolo , 
preferiscono battere il mare e vi periscono ! Ma è 
ora che io passi ad un altro paragrafo. 



179. Nel paragrafo 169 io feci cenno del pro- 
getto Poirel per il nuovo porto di Algeri , e dissi 
pure qualche cosa della infelice sua riuscita, senza 
però renderne la dovuta ragione. 11 gran romore che 
di se levò pei lavori che ebbe diretti in quel luogo 
e per il libro intorno ai medesimi pubblicato ed 
approvato dal primo corpo scientifico dell'Europa , 
non poteva essere qualificato per mal fondato con 
poche parole e scarse prove, come io feci: anzi me- 
rita di essere in particolar modo e con diligente esa- 
me sviluppata la causa che lo produsse, e su prove 

(1) Jieporl etc. citato, pag. 53. 



42 

irrefragabili basata la contraria opinione, che lo ri- 
duce al suo giusto valore. 

Presuntuoso senza dubbio potrà sembrare 1' in- 
tendimento, e molto ardua V impresa di chi si ac- 
cinge a combattere le dottrine di tale che affaccia 
in suo favore il suffragio di consessi composti di 
uomini preelarissimi , giudici competenti di quelle 
dottrine ; ma quando noi vediamo quei medesimi 
consessi, spinti dall'amore della verità, recedere dal 
loro primiero favorevole giudizio e proferirne uno 
secondo che rettifica le idee del primo, allora cessa 
il sospetto della presunzione, e l'impresa della op- 
pugnazione allora appunto diviene facile, perchè fian- 
cheggiata da quelli stessi che prima si erano mo- 
strati di avviso contrario. 

Nel tessere in compendio la storia di ciò che 
avvenne in Francia dopo commessi all' ing. Poirel 
il progetto e la costruzione di un nuovo porto in 
Algeri, io mi atterrò strettamente a quanto e lo 
stesso Poirel e gli autori ineccezionabili e gli atti 
governativi di colà ne resero noto per mezzo della 
stampa. E produrrò le testimonianze nel loro idioma 
originale per maggior precisione e personale riguardo. 
Questa storia mi serve anco d'appoggio a quanto do- 
vrò dire in seguito sul porto di Livorno, e sarà utile 
esempio per chi assumerà la responsabilità di siffatte 
opere, i cui tristi o favorevoli risultamenti sono di 
danno o di beneficio incalcolabili per un paese. 

L' ing. Poirel nel 1833 fu chargé de reconstruire, 
au port d'Alger, le mòle doni la mine étail imminente: 
e dopo sept campagnes consecutive^ cioè nel 1840, 



43 

questo lavoro di restauro del malconcio molo arabo 
era compiuto (l). Oltre a ciò il governo francese 
volle che Algeri avesse un nuovo porto e fosse de 
guerre, propre à recevoir cles bàtimenlsde haut-bord(2). 
11 cav. Poirel ne fa il progetto , ed il 22 giugno 
1837 lo presenta al governo (3). 

Niuno più di lui era al caso di proporre un'opera 
degna della Francia: egli da oltre 5 anni dimorante 
in Algeri; egli, in sì lungo periodo, ivi direttore di 
importante opera idraulica; egli infine in posizione 
fortunata di fare delle esperienze dirette e di rac- 
coglier le fatte da tutti i pratici del luogo. Con questi 
belli auspici , il di lui progetto giunto in Parigi 
venne approvato , e nel 1838 egli stesso comin- 
ciò i lavori (4). Ma per fortuna di quel paese e per 
utilità de'naviganti tutti, questo progetto trovò op- 
posizione nella persona del sig. Rang, capitano di 
corvetta. 

Le projet de M. Rang (comparso in ottobre 1839) 
connu et apprécié par tous les rnarins qui fréquen- 
taienl la station d'Alger, ne fut-pas soumis à M. le 
ministre de la guerre; on ne s'eri occupa pas officielle- 
ment au conseil general des travaux , mais tout le 
monde marin comprénait V imporlance de conserver 
au veni V entrée du port, quel quii fui (cosa che non 

(1) Poirel, memoria citata pag. V, VI e 98. 

(2) Poirel, come sopra, pag. 98. 

(3) Bonfils, Exposé des projets fails pour le port <VAlger,par 
MM. Montluisant, Poirel, Garella, Raffeneau , Bernard et Bande , 
ingénieurs, et par MM. Bérard, Rang, Delasseaux et Leiné, officiers 
de la marine. Annales maritimes ec. 1842, tom. 2. pag. 303. 

(4) Poirel, come sopra, pag. 11. 



m 

sembrava e non sembra ancor necessaria all' ing. 
Poirel): et Von voyait bien , ó la direction donnée à 
la jelée eri construclion (del progetto Poirel) , com- 
bien Von engageait Vavenìr. 

Cet état de choses amena la nomination d'une com- 
mission mixle chargée aVémettre son avis sur les pro- 
jets Rang et Poirel. Cette commission, assemblée a 
Alger , et dans laquelle M. le contre - amirail baroli 
de Bougainville fui nommé rapporleur, decida à ZV- 
nanimilé : qiCil élait de la plus haute importance de 
changer la direction de la jelée alors en conslruction*, 
elle dcmandait la déviation immediate de celle jelée, 
et donnait son assenlimenl unanime au projet de M. 
Rang, à Vexclusion de celili de M. Poirel. 

La note envoyée au mintslère par V amirail partii 
éveiller Vatlention da gouvernement. Chi voulut (aire 
choix d'un ingénieur ayant une giwnde expéri enee des 
porls de mer et des travaux hydrauliques; on voulut 
confìer V importante queslion des ports de V Algerie 
à un homme savant et consciencieux: le choix s'arrè- 
ta sur M. Raffeneau de Lile, inspecteur divisionnaire 
des ponts et chaussées; sa brillante réputalion justifi- 
ait celle faveur (1). 

La queslion du pori oV Alger devait fixer d'abord 
Vatlention de M. Raffeneau. Les travaux qui s'y exé- 
cutaient d'après des projets anlérieurs marchaient avec 
rapidilé. Aux yeux de M. Raffeneau la direction qu 
on donnait aux digues compromettait V importante 
posilion marilime a" Alger. Dans celle circonslance, 

(') Bonfìls, opera citata pag. 304 e 305. 



45 

[aire un rapport au ministre, allenare des ordres, cut 
occasionile trop de lenteur. Qne fait M. Raffeneau? Il 
repasse la mer, accourl à Paris, expose lui-mème au 
ministre la siluation des choses,et le dix mai de lanterne 
année il présente un avant-projet duport mililaire d'Ai- 
ger. Le conseil general des ponts et chaussées approuve 
le travail, et M. le ministre de la guerre demande que 
Vélude détaìllée eri soit faite. 

En allendant, une décision minislérielle, confor- 
mémenl aux proposilions de M. Raffeneau , changea 
la direction de la jetée, et limita provisoirement sa 
longueur, de manière a laisser aux diverses opinions le 
lemps de se produire, et à rendre possible le projet, 
quel qii il fùt, qui serail ultérieurement adopté. Après 
celle décision, M. Raffeneau quitta Paris et retourna 
en Afrique (1). 

La discussione sul progetto in discorso dimostrò 
che le pori projeté (dal Poirel) eut d'abord été trop 
petit, ensuile ori objecla avec raison que les bàtimenls 
venant du nord seraient obligés de lourner brusque- 
ment et de remonter contre le vent ; si de plus ils 
manquaient V entrée, ils arrivaient sur un fond de ro- 
che rempli d" 1 écueils où ils ne pouvaient mouiller, 
et où ils eussent été infailliblement perdus (2). 

Dopo ciò l'ing. Poirel fece un secondo progetto, ma 
non più felice del primo. Dans ce second projet le 

(ì) Noticie nécrologique sur M. Raffeneau de Lite, decedè a 
Parts 1843. Par M. Néhou , ing. en chef. Annales des ponts et 
chaussées, 1844. primo sem: pag. 10 e 11. 

(2) Cours de ports de mer professe à i' ecole royale des ponts 
et chaussées. Par l'ispect. Bernard. Paris 1842-43. Pag. 17. 



46 

port était trop resserré contre la còte, et Vécueil Al- 
gefna se trouvait jusle à V entrée du port (1). 

La risoluzione poi del governo fu, l'abbandonare 
il già approvato progetto Poirel, e di attenersi ad un 
projet moyen risultante dagli studi dell'ispettor Ber- 
nard, da quelli dell' ammiraglio Lainé e del citato 
Raffeneau (2). Le 21 avril 1846 M. Béguin ingé- 
nieur en chef est rais à la disposinoli de M. le mi- 
nistre de la guerre, pour ètre cìiargé des iravanx du 
port d'Alger , en remplacemenl de M. Poirel (3)che 
troviamo , tornato in Francia , nell' Ètat general 
du personnel du ministère des travaux publics au 
V e aout 1846 , posto en disponibilité (4) : Ed in 
disponibilità si vede ancora neWEtut general du \' e 
seplembre 1851, e nel giorno in cui venne in To- 
scana (5). 

Passiamo agli scritti del sig. Poirel , nei quali 
io prenderò soltanto a considerare la prima parte, 
vale a dire se a buon diritto abbia ad attribuirglisi 
quel primato d'invenzione, che egli credette dover- 
sigli intorno alla costruzione in cantoni o massi 
di smalto; primato che gli venne di fatto confer- 
mato dalla illustre e benemerita francese accade- 



(1) Frissard, Conrs de ports de mer professe a fècole des ponts 
et chaussées. Sessione 1848-1849, p. 74. 

(2) Cours de ports de mer professati come sopra, e dettato dal 
professor Frissard. Paris 1848 49. p. 73. 

(3) Annales des ponts et chaussées. Lois et ordonances. Paris 1846 
pag. 111. 

(4) Annali e leggi citati 1846 pag. 117. 

(5) Annali come sopra 1851 pag. 122. 



47 

mia delle scienze ; giacche sull' indicato modo 
di costruzione riguardato in se stesso ho parlato 
abbastanza dal paragrafo 141 al 146,178; e quanto 
al rimanente che spetta alla maniera pratica di ese- 
cuzione, concernendo ciò piuttosto l'artefice, che P 
ingegnere, diviene estraneo al mio assunto. 

Vitruvio ci ha lasciato scritto a chiare note che 
fra i sistemi di costruzione de' porti, avuti in uso 
dai padri nostri, vi era pur quello a gettala di massi 
artefatti (§ 141); ed il cigno mantovano allude a 
questo sistema con i seguenti versi: 

Qualis in euboico Baiarum littore quondam 
Saxea pila cadit, magnis quam molibus ante 
Constructam iaciunt ponto, sic illa ruinam 
Prona trahit, penitusque vadis illisa recumbit (1). 

Il cav. Poirel nel 1838 pubblica un articolo nel 
primo numero des annales des ponts et chaussées , 
per dare un apercu des ouvrages à la mer en blocs 
de beton , e cita in questo articolo la Note de M. 
Auniet sur les ports des états romains, onde attestar 
coll'autorità di questo imparziale ingegnere, que les 
romains tirèrent pour leur pori d'Anzium des blocs du 
moni Circée (2). 

Ma l'esatto ing. Auniet non racconta questo fatto 
soltanto; egli ne aggiugne un altro dal Poirel di- 
menticato , quello cioè della pratica seguita anche 
nel passato secolo dell'antico sistema accennato da 

(1) Eneide lib. 9, vers. 710 e seg. 

(2) Annali francesi citati 1838 pag. 14. 



43 
Vitruvio. Ecco le parole di Auniet: Un ingétìieìir ita- 
lien, M. Calamatta, entreprit en 177G la réparation 
de Vexlrémilé nord-ovest dell'antemurale di Civita- 
vecchia. Polir en garantir le pied et délruire le pre- 
mier choc de la lame, il coula d' abord des blogs, en 

maconerie de beton ces blocs avaient 3 

mètres de coté sur 2 mètres de hauteur (1). 

In seguito (1841) il cav. Poirel a refondu dans un 
nouveau mémoire quel primo articolo avec des déve- 
loppements (2). In questa seconda edizione con più 
particolari è svolto il sistema di lavori praticato dal 
Calamatta in Civitavecchia e adottato in Algeri (§141 
al 144): ma non mai è ivi citato il Calamatta, e 
neanche 1' Auniet che aveva già con sufficienti 
dati descritto quel sistema , e precisamente de- 
scritto nella stessa opera dal Poirel antecedente- 
mente citata per altro oggetto. E qui non è tutto. 
Egli si fa credere essere il primo a praticarlo , e 
giunge per sino a pubblicare che 1' enuciato sistema 
n'à été reproduit dans aucun autre ouvrage (scritto), 
et que Von nen connait aucune application pratique: 
in una parola che questo système de fondation rìa- 
vait pas encore été applique jusqu' ici (3). Dopo ciò 
non deve far maraviglia se potè esser tratto in ab- 
baglio il relatore de' commissari nominati dall' ac- 
cademie des sciences per fare iìRapport sur un mémoire 

(1) Auniet, Note snr les ports de f ètat rotnain. Annali del 
corpo ilegF ingegneri francesi già citati tono. VII 1834 sem. pmo- 
pag. dol. 

(2) Poirel memoria già citata pag. VI. 

(3) Poirel opera citata pag. V e 22. 



49 

de M. Potrei, ayant pour objet la description rf un 
mode de fondation à la mer pour les jelées des ports, 
e non deve far maraviglia se quegli insigni scien- 
ziati riferissero all'accademia ed al mondo , che M. 
Poirel est le premier qui ait employé les blocs de 
beton à la mer, à l'instar des blocs naturels dans les 
jetées à pierres perdues (1). 

Il chiarissimo isp. Vicat ci dice in proposito de' 
massi di smalto che «il procedimento moderno usato 
in Algeri per la prima volta dal signor Poirel, diffe- 
risce essenzialmente dal curioso processo messo in 
opera da' romani » (2). Se, per non entrare in una 
lunga discussione, si vuole menar buona questa sen- 
tenza del sullodato Vicat, mi farò lecito rammen- 
tare soltanto, che i massi di smalto dal Calamatta 
usati in Civitavecchia furono composti di mate- 
rie pressoché identiche a quelle che il Poirel ha 
adoperate in Algeri; che la forma e le dimensioni 
di essi massi furono o eguali o simili nei due porti; 
che essi in Civitavecchia furono formati sur V an- 
timuraille du coté de la mer, come ci racconta Au- 
niet, e quelli in Algeri si sono fabbricati sur berge, 
che è la stessa cosa, come ci riferisce Poirel; che 
i primi, secondo le parole dell'Auniet , après quel- 
ques jours étaient parvenus à un degré suffisant de 
darete', ed i secondi au bout d'un mois ou de deux 
au plus (3); che essi, dopo ciò, soggiunge rAuniet, 

(1) Rapporto inserito dal Poirel nel suo libro pag. IX e XI. 

(2) An. des pon. et eh. 1849 p. 2G2. An. delle op. pub.an.l°p.89. 

(3) Differenza in più nell'induramento in quelli di Poirel, do- 
vuta al difettoso uso di mescolare nella pozzolana dell'arena. 

CXL. 4 



50 
sur des plans inclinés on les lancait à la mer , ed 
in Algeri, leggiamo in Poirel , par un pian incline 
on les lancait à la mer; e che in fine tanto in Ci- 
vitavecchia quanto in Algeri vennero usati per uno 
stesso ufficio. Dopo ciò se il procedimento moderno 
usato in Algeri costituisce un primato , questo si 
dovrà al Calamatta e non mai al Poirel. 



180. Dopo il mio scritto , e più specialmente 
dopo quanto ivi si legge nei paragrafi 7, 19, 20 e 
171, non potevasi non sentire dall' ing. Poirel la 
necessità di sottoporre i suoi progetti per Livorno 
a competenti giudici , e doveva pur prevedere che 
alla sua mancanza avrebbe infallibilmente supplito l'o- 
culatissimo governo toscano. Ed è per ciò che io sono 
indotto a credere purtroppo vera la voce corsa, che 
il cav. Poirel si rivolgesse al consiglio generale de'ponti 
e strade di Francia, e ne riportasse l'approvazione 
di entrambi i progetti; ma debbo ugualmente ere* 
dere che egli dimenticasse di spedir colà le osserva- 
zioni da me fatte sui progetti di lui. Se quei dotti 
ed imparziali giudici avessero avuto sott'occhio i ri- 
sultamenti de'miei studi, io ardisco supporre, che a- 
vrebbero emesso ben diverso giudizio. Difatti nel 
mio lavoro non campeggiano già dottrine mie, ma 
bensì dottrine di Vauban , Belidor , de Cessart , 
Lamblardie, Sganzin, Forfait, Reibell, Bernard, Mi- 
narci, Frissard; Leonardo, Zendrini, Mari , Tadini , 
de Fazio , Cavalieri , Brighenti ed altri maestri di 
color che sanno , e che erano chiamati a giudica- 
re. — Anzi in esso lavoro , non pensando affatto 



51 

al bisogno di rivolgersi a Parigi per un giudizio , 
io mi era dato particolar cura di tutto appoggiare 
a siffatte autorità, e più francesi che italiane, ripor- 
tando nel loro idioma i propri passi, onde l'ing. Poi- 
rei da per se stesso facilmente comprendesse le mie 
deduzioni e le naturali conclusioni che ne derivavano, 
e quindi provasse la necessità di tracciare un terzo 
progetto come 1' aveva sentita per un secondo — •. 
Ed alle dottrine di quei saggi io faceva precedere 
la descrizione particolarizzata del littorale toscano, e 
poscia raccoglieva i fatti di Vico-Equense, di Atrani,di 
Anzio, di Brescou, di Cette, della diga Garella in Li- 
vorno, del Marzocco, del molo Ferdinando, e di altri 
compresi nei paragrafi 59 al 74. Ora questi fatti, la 
maggior parte locali, non potendosi porre in dub- 
bio , essi soli sarebbero bastati a quel dotto con- 
siglio per condannare i progetti Poirel. Forse a 
vantaggio di verun'altra opera idraulica si sono mai 
posseduti dati locali e cotanto concludenti, per po- 
tere antecedentemente giudicare con sicurezza del- 
l'esito di un' opera da costruirsi, come si posseg- 
gono per un nuovo porto in Livorno. Che se tutti 
gli esposti fatti ad altro non avessero valuto che 
ad ingenerare dei dubbi, questi però io soggetto sì ri- 
levante avrebbero almeno indotto quel prudente con- 
sesso ad usar per Livorno quanto già si fece per 
Algeri. Nessuno potrà dubitare che un ispettore, un 
secondo Raffeneau per esempio, sarebbe stato spe- 
dito in Livorno: esso , veduta la località e consi- 
deratane la costituzione, come in Algeria , così in 
Toscana avrebbe fatto sospender subito l'esecuzione 



52 

delie proposte Poirel, e poscia, sentiti gl'ingegneri 
del paese e raccolte le opinioni de' pratici del luo- 
go, condannato avrebbe in Livorno i progetti Poi- 
rei, come accadde in Algeri. In quanto poi alla 
sostituzione di un altro progetto , o ne averebbe 
l'ispettore stesso compilato uno , o avrebbe forse 
adottato quello sanitario riformato (§.83a87). In que- 
sto trovava rispettati i principii della scienza, trovava 
l'annuenza degl'ingegneri, de'rnarini, del genio mi- 
litare, de' commercianti e de' pubblici economisti: 
qualità tutte che mancano nei progetti Poirel , e 
che credo difficili a riunire, nello stesso conveniente 
grado, in un altro progetto qualunque per quella 
località. 

Di grande importanza, a parer mio, deve essere 
per 1' ingegnere Poirel questo unanime consen- 
timento e quel paralello idrodinamico , nautico e 
commerciale fra il progetto sanitario riformato, e quello 
del Poirel stesso ora in esecuzione, che leggesi nei 
paragrafi 165 a 169. I fatti e gli argomenti, che 
in quel paralello contengonsi, non possono trascurarsi 
senza far torto all'esperienza ed alla ragione. Ed in 
vero, esso induce ad una conclusione finale troppo 
solida e troppo grave: giacché, ammesso pure , se 
così piace, che il progetto Poirel possa avere una 
perfetta riuscita nel rapporto dell'arte, nulladimeno 
esso sarà sempre molto inferiore alla utilità nautica, 
commerciale ed economica che risulta dal sanitario 
riformato. Dopo tutto ciò, potrà il cav. Poirel rite- 
nersi per esonerato dalla immensa responsabilità che 
pesa su di lui , perchè i suoi progetti sono slati 



53 

approvati in Parigi? Non senza motivo io in queste 
pagine gli ho rammentato quanto accadde a lui stesso 
in Algeri. Anche quel suo progetto era stato appro- 
vato in Parigi; eppure, dopo che le osservazioni di 
un capitano di marineria, dettate non per ufficiale 
ordine ricevuto , ma per solo zelo del bene della 
cosa pubblica e decoro del governo , giunsero alla 
capitale della Francia (§179), quel progetto già ap- 
provato, ed anche avanzalo nella esecuzione, venne 
disapprovato e condannato, onde non fosse compro- 
messa quella importante posizione marittima,® non fos- 
sero i bastimenti posti nella necessità di essere infal- 
libilmente perduti. Possa dunque esser salvato Livorno 
come fu salvato Algeri ; e possa ogni ingegnere 
persaudersi che, a sentenza de'più grandi idraulici, 
la questione della disposizione de'moli è materia da 
doversi decidere più dall'opinione de'pratici marini, 
ehe da quella degl'ingegneri {more bij the opinion of 
praciical seamen than bij engineers) (1)! 



181. Nel giorno pmo agosto 1853 s'incominciava V 

({) H. D". Jones e W. Denison, ufficiali superiori dei regi in- 
gegneri, nel Report già citato pag. 84. Si veggano anche i §§20 e 21. 

Il prudentiSsimo governo toscano anche in oggi ripete il 
pensiero, già basato nel decreto del 13 maggio 1852, di possibili 
modificazioni alle primitive disposizioni del progetto in corso di 
esecuzione. In un recentissimo decreto di concessione per la nuova" 
stazione della strada ferrata, da impiantarsi aderente alle opere del 
porto attualmente in costruzione,- l'ossequiato governo, nell'art. 5 
di questo decreto, ha posto a carico della società di quella strada 
di sottostare a tutte le modificazioni nel caso che fossero per at- 
tuarsi altri progetti tendenti a migliorare le condizioni del porto-. 
(Monitore toscano del 17 settembre 1855, n. 216) 



54 
opera del nuovo porto dandole principio coll'esecuzione 
del secondo progetto Poirel (§150 e fig. 5); laonde 
in quel giorno stesso si sommergeva il primo masso. 
La solenne sacra funzione di un tal atto veniva, il 
25 luglio, dalla commissione per i lavori <T ingran- 
dimento e di miglioramento del porlo di Livorno, no- 
tificata al pubblico col seguente programma , vero 
modello di buon ordine e di bella disposizione per 
ogni caso simile. 

« La funzione d'inaugurazione dei lavori d'ingran- 
dimento e miglioramento del porto di Livorno avrà 
luogo, tempo permettendolo, e salvo sempre qualche 
caso imprevisto, nelle ore pomeridiane del dì 1 ago- 
sto 1853, o dei giorni immediatamente successivi. 

« A ore 4 | il regio bargio e le altre imbar- 
cazioni del porto e della real marina militare con 
i respettivi equipaggi in uniforme di gala s'intro- 
durranno per la via di mare nel canale del cantie- 
re di s. Rocco a disposizione del real corteggio. 

« II regio piroscafo, il Giglio, pavesato si col- 
locherà fra il fanale ed il predetto cantiere, avendo 
a bordo la banda civica che rallegrerà la festa con 
alternnte sinfonie. 

« Alla banda imperiale austriaca per lo stesso og- 
getto sarà formata un'orchestra in punto adatto del 
fanale. 

« A ore 5 \ i componenti il clero della cattedrale 
di Livorno, che saranno scelti da monsig. vescovo 
per la sacra funzione, si riuniranno nella cappella 
di s. Rocco , di dove col prelodato prelato si re- 
cheranno nell'interno del cantiere, e di là con adat- 
tata imbarcazione alla torre del fanale. 



55 

« La commissione sorvegliatrice all'opera dell'in- 
grandimento del porto di Livorno, e le altre prima- 
rie autorità, saranno pronte alle ore 6 pomeridiane 
all'ingresso del cantiere s. Rocco, che guarda la piazza 
di Marte per ricevere sua altezza imperiale e reale 
il gran duca, sua augusta famiglia, e seguilo. 

« Sul primo ripiano del fanale saranno innalzati 
un padiglione con sacro altare per la funzione reli- 
giosa ed una tribuna per la real corte. 

«Nel terrazzo esterno superiore del fanale avranno 
posto l'uffizialità dei diversi corpi militari austriaci 
e toscani in gran tenuta , i componenti il muni- 
cipio, il ceto consolare, i membri della camera di 
commercio r i capi d'ufficio dei diversi dicasteri, e 
quelle persone distinte che saranno munite di bi- 
glietto da distribuirsi dalla commissione. 

« Un distaccamento militare comandato da due 
uffìziali sarà destinato a fornire due guardie nei due 
ingressi di terra e di mare del cantiere s. Rocco. 

« Un picchetto di artiglieria sotto il comando di 
un uffiziale sarà impostato per il medesimo scopo 
al fanale. 

« Appena sua altezza imperiale e reale avrà assi- 
stito ad alcune delle manovre interne, e le piacerà 
di ordinare il principio della funzione, la real corte 
prenderà imbarco sul proprio bargio comandato dal 
capitano del porto, e si dirigerà al fanale. 

« La commissione: 

« Il signor generale maggiore austriaco coman- 
dante militare della piazza e porto di Livorno: 

« Il general magginre della truppa toscana: 



56 

« Il tenente colonnello comandante della piazza: 

« Ed il gonfaloniere del municipio con apposita 
imbarcazione, precederà il regio bargio per ricevere 
allo scalo del fanale LL. AA. II. e RR. 

« Giunti appena al fanale, e collocato ai respet- 
tivi posti , si moverà dal cantiere il convoglio dei 
galleggianti imbandierati e rimurchiato quando oc- 
corra dal Giglio, fino al punto più prossimo al fa- 
nale che sarà possibile. 

« Allora avrà luogo la sacra funzione della bene- 
dizione dei blocchi destinati ad inaugurare i lavori col 
loro getto in mare. 

a Seguita la benedizione, il convoglio dei galleg- 
gianti rimurchiato dal Giglio si moverà e condurrà 
a indicazione degl'ingegneri assistenti, fino al punto 
ove dovrà effettuarsene il primo getto. 

« Una salva di 101 colpo di cannone della fortezza 
Vecchia annunzierà al pubblico l'adempimento della 
sacra cerimonia. 

« La imperiale e real corte godrà della festa dal 
fanale sotto altro padiglione, e quindi farà ritorno 
col suo seguito in città scendendo allo scalo regio 
dei Mori, ove sarà una guardia militare con uftì- 
ziale. 

« Il cav. capitano del porto farà invitare i capi- 
tani dei bastimenti ormeggiati nel molo ad inalbe- 
rare le respettive bandiere nazionali (1)». 

Ed il giorno prefisso aveva felice esito l' an- 
nunciata funzione, come si legge nella qui appresso 
epigrafe, che a stampa venne distribuita per la città 
di Livorno. 

(1) Manifesto giornaliero del porto-franco di Livorno N. 164. 



57 

LODE ONORE E RIGONOSCENZA 
A 

LEOPOLDO II GRANDUCA DELLA TOSCANA 

OTTIMO MUNIF1CENT1SS1MO 

CHE 

DELLE VIRTÙ DEI MAGGIORI SUOI 

EMULO GRANDE E FELICE 

IL PROVVIDO DECRETO DEL 13 MAGGIO 1852 

AD INCREMENTO ED UTILITÀ DEL COMMERCIO 

E DELLE NAVI ONERARIE 

A PIÙ SICURO E TRANQUILLO RICOVERO 

NELL'AMPLIAZIONE DEL PORTO LABRONICO 

VOLENDO COMPIUTO 

LA SACRA INAUGURALE CERIMONIA 

DEL GETTO DELLE PIETRE FONDAMENTALI 
CELEBRATA IL DI I ° AGOSTO 1853 

dal presule GIROLAMO GAVl 

INTERVENIENTI 

GIOVANNI BALDASSERONI 

DEI LAVORI PUBBLICI 
MINISTRO PRESTANTISSIMO 

E LA COMMISSIONE SORVEGLIATRICE 

COMPOSTA 

DEL CONSIGLIERE PRIMO RONCHIVECCH1 

REGIO DELEGATO STRAORDINARIO 

DEL COMMENDATORE ALESSANDRO MANETT1 

E DEL CAV. INGEGNERE VITTORIO POIREL 

DEL GRANDIOSO PROGETTO 

AUTORE ED ESECUTORE 

FRA L'ESULTANZA d'iMMENSO POPOLO ACCORSO 

CON L'AUCUSTA PRESENZA SUA 
E DELLA REGALE FAMIGLIA 

RESE PIÙ SOLENNE E PIÙ BELLA 



58 

182. Fra gli obblighi di un ingegnere , a cui 
è affidata la direzione di rilevanti opere idrauliche 
in mare , vi è quello di darne esatto e pubblico 
Avviso ai naviganti affinchè restino avvertiti dei nuovi 
pericoli, per cagion de' quali vanno esposti a danni 
nuovi. Quindi il Monitore toscano, sotto la data del 
15 settembre 1853 N. 213 , pubblicava per la se- 
conda volta tale importante e delicato avviso. Ma 
gravi errori esso conteneva; e però mi credetti in 
dovere d'inviare la seguente lettera al sig. profes- 
sore Giulio Cesare Casali direttore del suddetto 
giornale officiale. 

« Illmo signor professore. 

« Nel Monitore toscano di ieri è stato nuova- 
mente pubblicato V Avviso portante le indicazioni nau- 
tiche sulla situazione delle opere che vanno ad ese- 
guirsi al largo del porlo di Livorno : avviso che fin 
dal 5 aprile venne pubblicato nello stesso foglio 

officiale. 

«Oggi si riproduce ad lileram quell'avviso, aggiun- 
gendosi, che esso contiene le stesse indicazioni pre- 
cise sulla situazione delle opere fin da quel tempo 
approvate , e che i lavori hanno progredito e pro- 
grediscono alacremente , tanto che i blocchi gettati 
possono avvicinarsi alla superficie del mare. 

« 11 governo provvidentissimo, nell'interessedella 
umanità e del commercio, volle far palese ai navi- 
ganti di ogni nazione l'esistenza dei nuovi pericoli. 
Questo scopo lodevolissimo non sarebbe però rag- 
giunto se, come si esprime l'avviso slesso nel suo 
esordio, le fatte pubblicazioni non contenessero la 



59 

indicazione precisa sulla situazione delle nuove opere. 
Ora, siccome quell'avviso contiene rilevanti errori 
nella determinazione dei rombi che, diversificando 
sulle direzioni di più decine di gradi e sulle di- 
stanze di più centinaia di metri dal vero luogo dei 
pericoli, sono capaci di compromettere la vita e le 
sostanze di coloro che vi debbono prestar fede, mi 
credo in obbligo di prevenirne vra. sig. illma. onde 
possa essere raggiunto lo scopo che questo I. e R. 
governo si è proposto. 

« Quando il 5 aprile si pubblicò lo stesso avviso 
mi presentai a cotesta direzione, avvertendola essere 
incorsa in alcuni errori di stampa; ma mi si dimo- 
strò che la stampa era pienamente conforme al- 
l'originale. E siccome allora si trattava di cosa in 
progetto, credetti sufficiente una verbale indicazio- 
ne. Ma oggi che il lavoro è incominciato, oggi sento 
l'obbligo di pregare la s. v. illma perchè si com- 
piaccia rendere pubbliche le qui sotto correzioni. 

«Avendo io sott'occhio la pianta incisa in rame 
del nuovo porto che si costruisce in Livorno , sa- 
pendo che i massi si sommergono secondo le trac- 
ce di questa pianta, e vedendo che gli errori a cui 
alludo sono quelli stessi contenuti nell' avviso del- 
l'aprile, tengo per fermo di non prendere abbaglio. 
« 1 .° Ove si legge = La punta o testata del sud 
(dell'antemurale ) si determina per rapporto al faro 
nella direzione 0. 81° 40' SO. meridiano vero = si 
deve leggere S. 81° 40' ; oppure si potrebbe an- 
che essere intesi dicendo 0. 8° 20' SO; ma non mai 
come è stato stampato nel Monitore. Che se non 



60 

fòsse come io dico, non si troverebbero esatte le 
cifre delle distanze rispettive delle opere indicate 
nello stesso avviso , e si cadrebbe in errori mag- 
giori. 

«2.° Ove si legge = La punta o testata nord si 
determina per rapporto al punto estremo nord della 
testata del molo attuale nella direzione 0. 68" 30' 
NO. meridiana vero= si deve leggere N. 68° 30' 0, 
ovvero 0. 21*30' NO. 

«3.° Avendo detto che la diga è rettilinea e corre 
SO, ossia libeccio , ove dice === La testala ouest di 
questa diga, deve dire la testata SO, e ove dice = la 
testata nord di questa medesima diga, deve leggersi 
la testata NE. 

«4.° Parlando della ripetuta diga, ove si legge= 
nella direzione 0. 33° NO ==* si deve leggere 0. 57° 
N., o meglio ancora, N. 33°0- 

«Sono sicuro che, poste sott' occhio dell' inge- 
gnere sig. cav. Poirel queste correzioni , saranno 
trovate non solo esatte , ma indispensabili ad una 
pubblicità officiale. 

«Nella fiducia che queste mie osservazioni ver- 
ranno ben accette, la prego di sottoporle al supe- 
riore governo, nell'atto che con stima distintissima 
e particolare ossequio ho l'onore di rassegnarmi, etc. 
Firenze 16 Settembre 1853. A. Cialdi » 

Lettera eguale fu in seguito da me scritta al 
direttore del Manifesto giarnaliero del porlo franco 
di Livorno, il quale aveva riprodotto gli avvisi del 
Monitore, e quel gentilissimo signore fece onore al 
mio pensiero pubblicando l'intera lettera nel N. 223, 



61 
4- ottobre del suo accreditato giornale. Dopo circa 
due mesi da questa pubblicazione, sotto la data di 
ottobre, ebbi la soddisfazione di veder ripubblicato 
quell'avviso, e distribuito gratis all'ufficio della ca- 
pitanìa del porto di Livorno , avendovi fatte tutte 
le correzioni da me indicate nella suddetta lette- 
ra (1). E con piacere mi fo sollecito di aggiun- 
gere in lode del sig. Poirel, che a quest'ultimo av- 
viso venne unita una pianta del vecchio e nuovo 
porto* rendendone così sempre più facile la neces- 
saria esatta intelligenza ai naviganti. 

183. Dopo sommerso il primo masso di smalto, 
si è proseguito il sommergimento degli altri. Giovereb- 
be all'arte che, essendo già trascorsi tre anni di lavo- 
ro, s'indicassero i sistemi tenuti dall'ing. Poirel nei 
diversi rami di esso. Ma precluso l'accesso nei can- 
tieri ad ogni ceto di persone, niuno potè entrarvi 
se munito non fosse di speciale e personale per- 
missione del Poirel; quindi i lavori sono restati un 
segreto per tutti quelli che non hanno le simpatìe 
di lui; e ben pochi possono dire di averli visitati, 
e niuno, credo io, con profitto. Si racconta in prova 
del rigore estremo della consegna , che un giorno 
il commendator Manetti, direttore generale dei la- 
vori di acque e strade toscane, ed in allora uno 
de'trè della commissione de'lavori del nuovo porto, 
ed uno de'due, il Poirel compreso, della parte tec- 

(1) In Livorno si distribuirono le prime copie, di questo 
corretto avviso nel giorno ultimo di novembre. In Venezia era 
pubblicato il 16 dicembre (Atti dell'I. R. Istituto Veneto di scien- 
ze ec. tom. 5 p. 82). 



62 

nica di essi, volendo entrare nel cantiere di S. Rocco 
a fine di esercitare il suo officio , venne, quantun- 
que conosciuto, trattenuto dalla guardia perchè non 
provveduto del permesso. Io non garantisco questo 
fatto, quantunque raccontatomi da più persone de- 
gne di fede , ma garantisco però la straordinaria 
difficoltà di poter entrare nei cantieri. Ho detto che 
il Manelti era in allora uno de'due della parte tec- 
nica della commissione: giacché in seguito, sotto la 
data del 14 ottobre 1853, egli otteneva dopo rei- 
terate istanze di potersi ritirare da quell'importante 
scientifico incarico (1), nel quale niun altro più lo 
ha surrogato. 

Tuttoché non possa io per ora dare particola- 
rizzata contezza della parte meccanica de'lavori e- 
seguiti nei cantieri , posso però dire quanto basta 
sui risultamenti finali che si otterranno da quei la- 
vori. 

Abbiamo veduto nel § 178 che il sistema di 
struttura o forma dal Poirel adottato per i moli del 
suo nuovo porto , non è quello ad ogni altro pre- 
feribile, come egli asserisce ; ora vedremo essere 
non preferibile puranco la costruzione da lui pra- 
ticata. 

L' esclusivo suo adoperare massi artefatti , 
venne già a lui stesso apposto a mancanza in Al- 
geri dopo la visita d' ispezione fatta nello spirare 
del 1838 ai lavori di quel porto , per ordine del 
governo francese, dal direttore de'porti di commer- 

(1) Monitore toscano del 28 ottobre 1853, n. 230. 



63 

ciò del Mediterraneo sig. ing. in capo Garella. Que- 
sti propose invece 1' emploi exclusif des blocs na- 
larels (1), nella stessa guisa che proposto avrebbe- 
ro i commissari inglesi, se una conveniente quan- 
tità di pietra viva presso Dover Io avesse permesso. 
Il Reibell, discepolo dello Sganzin , uomo de' più 
eminenti della Francia, de'più pratici che l'Europa 
oggi possegga per l'affare de' porti di mare, ed at- 
tualmente direttore in capo dei lavori alla diga di 
Cherbourg, interpellato dal capitano J. Washington, 
membro della ripetuta commissione per Dover e da 
questa inviato a studiare e raccogliere notizie su quella 
opera la più vasta oggi nel nostro emisfero, si dichia- 
rava per un muro verticale e ne tracciava la se- 
zione trasversale che vedesi nella pianta Jet. C: ed in 
quanto al materiale ripeteva, granilo, granito, se potete 
procacciacene; e se no , la pietra più dura che vi si 
avvicini', ed il Washington riferiva alla commissione: 
Granite, granile if you can get it ; and if not that , 
the next hardest stone (2). 

Dopo la visita del Garella il molo di Algeri si 
compone, come quello di Dover, di massi naturali 
ed artificiali , se non che diversamente disposti e 
collocati ; mentre, secondo il Poirel, il devait ètre 
construit tout enlier en blocs de beton de 10 mètres 
cubes (3). Anche in Marsiglia, per il nuovo porto, 
è stato praticato il sistema misto (4) ; ed io , dai 

(1) Bonfìls, opera citata pag. 303. 

(2) Beport citato: Appendix to minutes of evidence on the har- 
bour to be construcled in Dover bay: pag. 96 e 97. 

(3) Poirel, Mémoire sur les travaux à la mer, già citata, p. 11. 

(4) Frisarci, Cours de construction des ports: école des ponts 
et chaussées, sessiou 184S-49. pag. 66. 



64 

materiali preparati , ho verificato in Bastia che il 
porto da costruirsi colà, sarà di due specie di ma- 
teriali come in Dover ed in Marsiglia (1). Basti così 
per il collocamento e natura de'materiali nella for- 
mazione della intera opera : vediamo la solidità e 
stabilità di essi. 

Dalle notizie che io ho potuto raccogliere dai 
terzi risulterebbe, che gli elementi adottati in Li- 
vorno dall'ing. Poirel nella composizione dello smalto 
per i cantoni o massi sono identici a quelli da lui 
stesso usati in Algeri. Quindi la malta sarebbe com- 
posta de un de sable , un de chaux, un de pouz~ 
zolane (di Roma) blulée; e lo smalto de un de mor- 
der avec deux de pierrailles (2). Posso poi di fatto 
mio proprio asserire che i massi hanno dieci me-- 
tri cubi di volume, e che la forma di essi è quella 
di un prisma rettangolo di 3'", 40 di lunghezza , 
2 metri di larghezza e 1"', 50 di altezza; da'quali 
massi tolto il vuoto della scanalatura praticata nella 
superfìcie inferiore, per non far scorrere l'imbraca, 
si hanno i suddetti 10'" cubi. Dunque anche il vo- 
lume e la forma de'massi sono perfettamente uguali 
a quelli usati dallo stesso sig. ing. Poirel nel suo 
nuovo molo di Algeri. 

Io non entrerò ad analizzare le molteplici ricer- 
che che da più anni si fanno dai dotti sulP azione 
distruttiva che l'acqua del mare esercita sopra le 



(1) Frissard, opera citata pag. 72, 

(2) Per tutto il resto de'particolari su questo medesimo pro- 
posito si consulti l'opera di lui già più volte citata, p.8,27 e seg. 



malie idrauliche, perchè non è quivi luogo oppor- 
tuno. Quindi io ini limito ad accennare i risultati 
da attendersi dalla solidità degnassi sommersi dal- 
l'i ng. Po irei. 

Viste di economìa indussero alcuni ingegneri di 
oltre alpi ad usare nelle costruzioni in mare poz- 
zolane artificiali , o quella romana mista con sab- 
bia. L'esperienza avendo dimostrato la poca solidità 
di questo uso, si è introdotto l'allarme, e giusta- 
mente, negli ingegneri e nei governi di quei paesi. 
« Nei lavori del forte Boyard nella Charante-Infe- 
rieure l'ing. in capo sig. Garnier ha visto massi , 
formati con degli smalti composti di un volume di 
calce mezzanamente idraulica, di un volume di poz- 
zolana artificiale e di altrettanta sabbia, essere at- 
taccati due anni dopo l'immersione, e distruggersi 
rapidamente, sebbene indurati all'aria per un anno 
prima di essere gettati nel mare » (1). Ma veniamo 
al nostro mare ed ai massi di Algeri, i quali sono 
in ogni parte eguali a quelli dell' ing. Poirel in Li- 
vorno- 
li citato isp. Vicat, a tutti ben noto, nel dire 
che i massi di smalto in Algeri si comportano in 
una manière satisfaisante, jusqu'à présent du moins, 
soggiunge: de meilleues proportions , que rien nem- 
pèchait d'adopler, eussent óté tonte inquiélude pour 
V avenir, e conclude: quand il s'agit de travaux de 
celle imporlance , il faul ètre deux fois certain du 



(1) Annali delle opere pubbliche già citati p. 96. 1850 

CXL. 5 



66 

succès (1). Quindi volendo usar massi artefatti do- 
vremo attenerci alla sentenza del eommendator 
Minard , giudice competentissimo , il quale accen- 
nando a colali massi ci dice: Un mezzo di salvezza lo 
abbiamo, ed è quello di proscrivere, sino a più ampia 
istruzione, le nuove combinazioni e ritornare alle antiche, 
cioè di unir e le pozzolane naturali energiche con le calcine 
idrauliche (2). L' ing. Poirel per economìa, ben più ma- 
lintesa in Livorno tanto vicino a Roma, ed in un 
paraggio battuto dai flutti-corrente e dai frangenti 
più potenti del Mediterraneo , usa le nuove malte 
e non le antiche. « Queste malte di antica combi- 
nazione (soggiungerò io colle parole dell'ossequiato 
commendatore) sono certamente dispendiose, ma du- 
rano lungamente; così, noi spendiamo il doppio per 
aver le porte di chiuse di ferro ed i ponti di ferro 
fuso, solo perchè i metalli durano più del legname; 
perciò cadremo in contradizione volendo rispar- 
miare sulle spese delle nostre fabbriche in mare , 
per quindi vederle esposte ad una breve durata ». 
Ciò basti per la incerta solidità de'massi composti 
dal Poirel; passiamo alla stabilità di essi. 

Nel paragrafo 146 già notai, che mal si appo- 
neva il cav. Poirel asserendo nel 1841 , che l'espe- 
rienza delle opere da lui eseguite in Algeri con de' 
massi di dieci metri cubi gettati irregolarmente , 
aveva dimostralo che i marosi non vi potevano ope- 

(1) Annali ed opera oilati: in quelli francesi pag. 260, ed in 
quelli italiani pag, 88. 

(2) Minard: Delle malte in mare. Anno A" de' citati annali 
delle opere pubbliche pag. 169. 



67 

rare vermi rimovimento y giacché V esperienza ha in 
fatto ivi dimostrato invece (nella tempesta di gen- 
naio dello stesso anno 1841 ) che il molo aveva 
sensibilmente sofferto e solo per il rimovimento ve- 
rificatosi nei massi, di maniera che in una seconda 
tempesta 25 metri di esso , già elevato a 3 metri 
sopra il pelo del mare, sono quasi spariti. Aggiun- 
geva in fine dello stesso paragrafo che dopo i sud- 
detti fatti i massi dovevano essere, e furono colà, 
non minori di 15 metri cubi. 

Nel paragrafo 145 riportai, coll'autorità dell'ing. 
Auniet, che nell'antemurale di Civitavecchia i massi 
di smalto di 18 metri cubi del Calamatta non fu- 
rono stabili : ed ora aggiungerò , che nello stesso 
antemurale, da qualche anno , i massi naturali , o 
scogli, che vi sono stati gettati, sono di trenta, qua- 
ranta ed anche più metri cubi, che però per deci- 
sione del nostro illustre consiglio di arte, motivata 
sulla convenienza nel trasporto, sulla facilità nel col- 
locamento , e sulla più facile maggior omogeneità 
nella massa, in oggi il volume degli scogli è limitato 
a 20 metri cubi. 

Darò fine a questa nota con un fatto accaduto 
nello scorso anno presso il porto di Livorno. 11 di 
già citato sig. Parenti , uno di coloro che mi ha 
più volte gentilmente favorito di notizie locali, mi 
scriveva che degnassi di circa 16 metri cubi (15 m. 
è la misura precisa) fabbricati dal Poirel sullo sco- 
glio che forma la punta di cavai leggieri nella vi-n- 
sta di difendere il nuovo cantiere, sono stati sen- 
sibilmente rimossi dal posto dalla prima libecciata. 



68 
Dopo questi fatti ben noti all'ing. Poirel, fra'quali 
alcuni accaduti sotto gli occhi suoi, debbo temere 
che sarà molto difficile al lettore il credere, che 
questo ingegnere abbia fino ad ora sommerso in Li- 
vorno massi di dieci metri. Eppure è così! (1). Ad 
onta dunque della esperienza, che l'ing. Poirel do- 
vrebbe possedere, si potrebbe dir di lui quel che 
diceva il sullodato commen. Sponzilli di un certo tale, 
cioè, che egli « crede quella buona lana del mare , 
essere non altro che alquanto vivace e bizzarretto, 
mentre di vero è un pazzo furioso, che non mai lo 
si mena ove vogliamo, se non quando si è potuto 
legarlo con quattro catene » (2). 

184. Ad intervalli io ho visitato le linee dei massi 
sommersi, e l'ultima mia visita è stata, come ho 
detto avanti, nel prossimo passato marzo. In que- 
sta visita trovai in certo modo effettuata la prima 
parte di quanto in nota all'ultimo avviso era stato 
annunciato: in esso si legge: 

a La costruzione dell'antemurale curvo ha avuto 
principio dal punto culminante , ove i blocchi im- 
mersi fino a questo giorno sono di già quasi a fior 
cV acqua. I lavori saranno continuati andando verso 
il nord dal punto culminante verso la testata nord, 
ed in seguilo andando verso il sud ». 

(1) Questa asserzione viene oggi officialmente confermala dal 
Monitore toscano del 6 ottobre 1855 n- 233 p. 1; ivi si legge: Nel 
corso del presente anno fino a questo giorno sono stati gettati 2314 
blocchi formanti un cubo pieno di gettata di 23,l40 mC »; il che 
dà dieci metri di cubicità per ogni masso. 

(2) Opera citata, pag. 140. 



69 

Nel suddetto mese di marzo era dunque effettuato 
l'annegamento dei massi dal mezzo dell'antemurale 
alla testata di tramontana, come diceva l'avviso; l'e- 
secuzione però di esso non mi è sembrata in ar- 
monia co' dettati della scienza e della esperienza. 
Vediamo. 

Ecco per prima cosa le principali regole che 
si dettano nella scuola di Francia per i travaux des 
enrochements da professori che riscuotono rispetto 
dagli idraulici tutti. — // importe que les enroche- 
ments presententi , dans loutes les zònes d' un mème 
ouvrage , une composition semblable de pierres de 
diverses grosseurs sur tout Vespace compris dans les 
alignements , et quils soient du mème àge. E però, 
on élève le massif par trancile successive sur tonte la 
surface de V enrochement , afm cT éviter les rissacs 
que produiraient de trop fortes inégalilés. Allorquando, 
soggiungono essi, i lavori a scogliera riposano so- 
pra la sabbia ad una profondità minore di quella 
ove si propaga l'agitazione de'marosi nei grossi tempi 
( che è precisamente il caso nostro ), si producono 
delle escavazioni (affouillements) al loro piede — . 

Ecco per seconda cosa la pratica tenuta dal- 
l'ing. Poirel. Io ho veduto nel mezzo dell'antemu- 
rale elevati al disopra del pelo dell' acqua gli an- 
goli di due massi formanti un nocciolo , la cui 
base non si estendeva su tutta la larghezza della 
sezione del corpo dell'opera; ho veduto qua e là al- 
tri punti fuori di acqua: ed altri ho scandagliato a 
più metri sotto il livello di essa, tutti con istretta 
base e con vasti e profondi intervalli fra loro; ho 



70 

veduto sulla testata sottovento, cioè di tramontana, 
un nocciolo più elevato (oltre un metro dal pelo 
del mare ) e più grosso di ogni altro; ed ho in- 
fine verificato , che niuna sezione era completata , 
cosicché tutti i tratti dell'opera avranno un' età dif- 
ferente. 

Ecco per terzo le conseguenze d' attendersi 
da questa sementa di noccioli. Gli ossequiati pro- 
fessori nei seguenti termini proseguono. — Se si co- 
minciasse ad inalzare dal fondo alla superficie del 
mare un nocciolo (noyau) aumentandone successi- 
vamente la grossezza , si sarebbe esposti a scavi 
più profondi, formantisi dalla parte dell' alto mare 
per le risacche, e dalla parte di terra per la caduta 
de'flutti che scavalcano i massi. Da ciò risulterebbe 
la necessità di riempire le fosse al principio di ogni 
campagna, e per conseguenza una eccedenza sul cubo 
presunto della scogliera — . E questa eccedenza fin 
dove potrà giungere colla pratica tenuta dal Poirel, 
e quali sono i dati che ci vengono su ciò sommi- 
nistrati dall'esperienza ? 

Ecco infine per brevità tre soli esempi di quanto 
è accaduto altrove. — In Algeri i massi artifi- 
ciali descendaient quelquefois de deax mètres dans 
le sable vif da fond. Al forte Boyard un volume di 
quattro mila metri cubi si è enfoncé dans le banc. 
E la stessa pratica essendo stata tenuta allorquando 
si costruiva l'antemurale di Cette, ori a éprouvé le 
mème mècompt — . Né con un impiego maggiore di 
massi si rimedia subito all' errore (fante) ; giacché 
non essendo il gettito du mème àge y ne conseguono 



71 

des tassements inégaux dans Vexécution de la mitratile 

supériure eri maconnerie ed in Cette aujow-~ 

dliui encore se ne pagano i dannosi effetti (\)i 

Anche nella diga rettilinea del Poirel il sommergi- 
mento de'massi è stato effettuato per circa due terzi 
soltanto della sua totale lunghezza ed a tratti fino 
a fior di acqua : cosicché questa opera ancora va 
soggetta agli stessi difetti di costruzione rilevati nel- 
l'antemurale. La parte della diga non principiata , 
corrisponde dinanzi alla bocca praticabile (§ 1 ) del- 
l'attuale porto. Si dice che neppure in seguito sarò 
la diga protratta in quella parte di tutta la lunghezza 
stabilitale nel progetto onde non risentir con essa i 
difetti ei danni da me notati nei §§ 155,1 60 e 176; 
ma in questo caso si lascerà esposta la bocca del porto 
ai venti di provenza, i quali sono causa di tanti in- 
comodi e di non poche avarie in detto porto. Quindi 
è che, se con la diga Poirel si evita Scilla, si cade 
in Cariddi. 

Chiuderò questo articolo con una osservazione 
cbe cade in acconcio sul metodo d' immergimento 
tenuto dal cav. Poirel. 

Se l'ing. Poirel avesse almeno seguito l'esempio 
datoci dagl'ingegneri americani nel loro antemurale 
in Delaware, cominciando cioè il suo annegamento 
a sopravvento, e lo avesse continuato secondo le re- 
gole dell'arte, più sollecitamente si poteva avere una 
prova di fatto de' tristi effetti, che dovrà produrre 
nel suo antemurale la risacca da me avvertita 

(1) Minarti, Cours citati pag. 90 — ■ Frissard , idem pag. 53 e 
64 — Sganzin e Reibell come sopra pag. 267 e seg. 



72 
nei §§. 152 e 177, e quindi più sollecitamente egli 
avrebbe veduto, per questo solo titolo, la necessità 
di un terzo progetto. Perchè quanto più presto 
sarà elevato fuori di acqua il tratto di antemurale, 
che da ostro si avanza verso il mezzo di esso, tanto 
più presto la risacca prodotta dalla base del fa- 
nale si potrà tranquillamente sviluppare nell'interno 
dell'antemurale e dar così la suddetta materiale pro- 
va per i meno veggenti. 



185. Mi si potrebbe opporre, che dai massi 
fino ad ora sommersi dall' ingegnere cavalier Poi- 
rei si risenta già una diminuzione di risacca , 
la quale tanto incomodo reca ai bastimenti ormeg- 
giali nell'attuale porto e darsena (| 3 e 107). Io 
lo credo facilmente ; né può essere altrimenti. 
Se si tira una linea dalla testata di tramon- 
tana dell'antemurale Poirel verso terra, essa passa 
a ducento metri dalla punta del molo Cosimo ; 
cosicché 1' annegamento de' massi già eseguito si 
presta a produrre in parte 1' utile effetto che pro- 
dotto avrebbe la protrazione di ducento metri 
nel suddetto molo. Ma è questo quello di cui ha bi- 
sogno Livorno ? Per ottenere gli utili effetti di 
uua protrazione nel molo (Cosimo , bastava allora 
eseguire il molto più sollecito, facile ed economico 
progetto che una tal pioli-azione proponeva (§ 94). 
Ma con saggio consiglio il governo riggettò questo 
progetto: perchè , per quanto è a mia notizia , se 
da una parte vuole render tranquillo l'attuale porto, 
dall'altra esso vuole che le nuove opere prestino ri- 



73 
coverò ai bastimenti di gran portata; ed il progetto 
della protrazione del molo Cosimo non conseguiva 
questo scopo (§. 94) (1). 

A proposito poi de'buoni effetti che producono 
subito i primi lavori che si fanno in mare, mi per- 
metterò rammentare due soli fatti. Laprimapietra del 
porto di (lette con gran solennità fu posta nel 1666. 
Non ancor compito il lavoro esso produceva di cosi 
buoni effetti, che si credette essere inutile ulteriore 
prolungamento del principale molo S. Luigi (§. 70). 
Grandi elogi e feste ne riscosse l'ingegnere in capo 
Regnier Yanse; ma dopo dieci anni la scena si cam- 
biò interamente, e la pessima disposizione o postura 
di quel lavoro si rese a tutti manifesta. In seguito 
di siffatto allarme, nel 1681 il celebre Vauban, in- 
caricato di visitare quel luogo e di proporre i ri- 
medi al mal fatto, dimostrò quel già festeggiato inge- 
gnere per uomo privo de science e de bon seus(§.70). 
Quindi il nome di lui è a noi giunto con la fama 
Che gli appartiene , e solo mi duole che la povera 
Cette non possa ancora risanar la piaga da lui aper- 
tale. Difatti, né il vasto sapere di Vauban, nò quello 
di tanti altri chiarissimi ingegneri, né le ripetute e 
vistose somme impiegatevi, hanno mai più potuto 
apportarvi un valido rimedio; ed ultimamente, nel 
1849, il professor Frissard, dettando nella scuola degl' 
ingegneri francesi la brutta storia delle opere idrau- 
liche del suddetto porto, concludeva con la seguente 
Réflexion generale: Tout ce qne nous venons de dire 

(1) Perciò che ha bisogno il porto di Livorno, e per ciò chi; 
'I governo toscano intende dargli, si veda la nota alla pag. 19. 



74 

sur le pori de Celle fait voir oombien de faules on 
a commises pour avoir fait des travaux sans pré- 
voir quelle s en seraient les conséquences (1). Ma ve- 
niamo ai giorni nostri: veniamo ad un fatto acca- 
duto al cav. Poirel, e che si identifica con quanto 
accade in Livorno. 

Il porto e la darsena di Algeri erano molto agi- 
tati dalla risacca, ed i bastimenti, nei grossi tempi, 
vi soffrivano danno , come in Livorno è accaduto 
più volte. L'ing. Poirel a questo proposito, parlando 
di Algeri, fa notare che appena il suo nuovo molo 
era giunto a 100 metri di lunghezza , V étendue et 
la sécurité duporl erano gikplus que doublées (2). Ma 
toulefois, si deve però soggiungere coll'autorità del- 
l'ispettore Minard, ma loutefois celle atlénuation du 
ressac , si prononcée dans l'origine du prolongement 
de la grande jetée (o nuovo molo Poirel ), a cesse 
en partie ; une autre agitation est venite de nouveau 
fatiguer les navirs de la darse et du port (3). 

Dunque in fatto di opere idrauliche, e special- 
mente in mare, non è il momentaneo beneficio che 
si ottiene da una parte del lavoro che possa assi- 
curare , o fare antivedere la buona riuscita finale 
di esso, ma bensì lo studio delle parti tutte che 
compongono l'intera opera in rapporto fra esse, e le 
differenti costituzioni de'moltiplici elementi che vi 
dovranno agire. 

Si potrebbe anche meco convenire sui rilevanti 

(i) Cours citati pag. 71, 

(2) Poirel, Opera citala p. 99. 

(3) Minard, Corsi citati, p. 27- 



75 

difetti del progetto Poirel,ma al tempo stesso osserva- 
re che in fine potrebbesi rimediare ai più gravi di essi 
con chiudere la bocca di ostro, cioè con unire !' 
antemurale alla base del fanale : in questa guisa 
non sarebbe sciupata V opera del Poirel perchè 
Livorno potrebbe sempre avere un nuovo porto 
come quello sanitario riformato, anzi più vasto an- 
cora, e solo il pubblico erario avrebbe incontrato una 
spesa molto maggiore della necessaria. A primo 
aspetto questo discorso può sembrare abbastanza 
soddisfacente per l'avvenire di Livorno; ma in esso 
non sono prese a calcolo due condizioni che di- 
struggono tutto il suo bello. — Come colla diga, così 
colf antemurale Poirel, se ti salvi da Cariddi , ti 
perdi in Scilla — . Poiché chiusa la bocca di ostro, 
non rimane che quella di tramontana. Or bene : 
questa bocca per la sua giacitura e per aver sotto- 
vento la testata della diga ed il molo Cosimo, non 
può permettere una conveniente entrata ai basti- 
menti a vela co' venti di sinistra e mare grosso 
di fuori; i quali sono i più forti e pericolosi del lido 
livornese. Quindi nelle circostanze di maggior biso- 
gno, il nuovo porto non può somministrare sicuro 
rifugio ai bastimenti di qualunque portata essi 
sieno senza esporli ad un egual grave pericolo di 
perdersi, come era quello che fu la principal cagione 
per cui venne condannato il progetto Poirel in Al- 
geri. In tempi belli poi, o di destra, sarà facile T 
accesso , ma per i soli bastimenti non grandi: quelli 
di portata più utile avrebbero sempre dovuto en- 
trare dalla parte di ostro. Ed invero, la testata di 



76 
tramontana dell'antemurale cade in cinque metri e 
mezzo di acqua (profondità che va in genere di- 
minuendo e che in specie più sensibile presenterà 
la diminuzione compito che sia il lavoro, come si 
desume dai §§. 16 , 59 a 66 e 122 ), ossia pre- 
cisamente in un fondo eguale a quello che oggi tro- 
vasi alla punta del molo Cosimo. Cosicché il di- 
fetto di acqua che ora si patisce nel porto attuale 
di Livorno, patirassi anche nel nuovo ; e que' ba- 
stimenti che per questo difetto sono oggi obbligati 
ad ancorarsi ed operare in rada, dovranno continuare 
a soffrire tutti gli stessi danni ed inconvenienti di 
quella stazione (§ 4). 

Se poi mi si domandasse: A che dunque servirà 
il nuovo porto Poirel ? Risponderei: 

Se 1' antemurale Poirel si considera come un 
porto per se stesso, esso non può somministrare 
conveniente e sicura stanza (§ 152, 153 e 177). Se 
in seguito si accompagnasse da due bracci, forman- 
done così un porto sul tipo di quello di Civitavec- 
chia, per la costituzione della località, per la posi- 
zione e per la disposizione data dal cav. Poirel al det- 
to antemurale, i risultati che se ne otterrebbero sa- 
rebbero identici a quelli che si sarebbero ottenuti 
dal primo progetto di lui, già condannato dal gover- 
no (art. VII e § 172), e dall'ing. Casoni dimostrato al 
cospetto dell'istituto veneto come nulla simpatizzante 
con le leggi dell idrostatica.» della indrodinamica, e nien- 
te favorevole ai bisogni de' naviganti (1). Quindi il 

(1) Ragguaglio citalo (Atti delle adunanze dell'I. R. istituto 
ee. 1854 pag. 84). 



77 
massimo prodotto che si potrà ricavare dalla grande 
opera dell' ing. Poirel sarà soltanto una giunta di 
superficie all'esistente porto, chiusa che sia la bocca 
di ostro dell'antemurale, e per quelli soli bastimenti 
che si troveranno nelle stesse condizioni che ora si ri- 
chieggono da essi (cioè di buon tempo e di limitata 
immersione ) per approfittare colla necessaria sicu- 
rezza e convenienza del porto attuale. 

Questo risultamento dell' opera del cav. Poirel 
potrà a qualcheduno sembrare ben poca cosa; né io 
ne dissento: e se a me fosse lecito di esternare tutta 
intera la mia opinione direi anzi, che mi pare po- 
chissima cosa quando penso ai milioni che T in- 
gegner Poirel avrà fatto spendere per ottenerla (1); e 

(1) Nel Monitore toscano del 12 settembre 1854 
n. 211 si legge che la spesa per i lavori del porto 
di Livorno dal loro principio a tutto dicembre 1853 
è stata di L. 2,291,365,3,1. 

Dallo stesso officiale giornale dei 23 ottobre 
1855 n. 247 si deduce, che la spesa sostenuta nel 
corso dell'intero anno 1854 é ascesa a . . . . L. 1,548,514,18,1 



Somma la spesa sino al 31 dicembre 1854. . • L. 3,839,880,1,2 



— Con quattro milioni l'antemurale e la diga, si diceva, saran- 
no compiti ! (§164) — . 

1 massi sommersi dal primo agosto 1853 al 31 dicembre 
1854 sono N . 6339 

— Dei qunli 6129 fuiono immersi per la formazione dell' 
antemurale, 210 per la diga — . 

E dal primo gennaio 1855 al 4 ottobre dello stesso 
anno N . 2314 



Somma de'massi annegali fino al 4 ottobre 1855 . . n. 8653 



78 
quando considero che il governo bene a ragione 
vuole non solo aumento di superficie, ma puranche 
aumento d'i profondità di acqua. Se il governo avesse 
voluto soltanto una giunta di superfìcie all'attuale 
porto, la poteva ottenere con incomparabile minor 
dispendio, con molta brevità di tempo, e con incal- 
colabile maggior vantaggio de'naviganti e de'com- 
mercianti, adottando il progetto dei bacini (§ 88 al 
93, 128 e 129). 

CONCLUSIONE 

La gravità del soggetto, la moltiplicità delle cose 
da me dette nell' opuscolo stampato in Firenze e 
nell'Appendice, che in seguito di quello oggi pub- 
blico in Roma, e forse ancora il poco accorgimento 
mio nel trattare argomento cotanto delicato, o al- 
meno lo schietto e disadorno stile che è proprio 
de' marini , avrà potuto forse ingerire in taluno il 
sospetto che nel criticare le opere da ingegnere 
del sig. cav. Poirel ed il suo progredire sulle trac- 
eie propostesi, abbia io preteso di adombrarlo come 
uomo irremovibile dalle proprie idee, ad onta della 
sua e dell'altrui esperienza a quelle contraria. Per 
altro chi più al concetto attengasi che alle parole, 
facilmente avvedrassi , non aver io avuto altro in 
mira che l'onore della scienza , il vantaggio della 
Toscana, ed il buon esito dell'opera dal munificen- 
tissimo Principe di quel paese al sig. Poirel affidata. 

Confesso senza ambage, essermi sembrato, e sem- 
brarmi tuttavia, che il cav- Poirel nei suoi progetti 



79 

poco abbia tenuto a calcolo i bisogni di un ba- 
stimento quando cammina ( §§ 96, 160, 177 e 180) 
e quando esso sta fermo in porto (152,153 e 177): 
che egli non abbia dato bastante peso alle cause ed 
agli effetti degl'insabbiamenti (98, 136, 155 e 156): 
che non maturo studio egli abbia posto sul modo 
di agire de' marosi, e sulla potenza di essi ( 97, 145, 
1 4-6,1 77, 183e 184): che alcuni necessari canoni della 
scienza dell'ingegnere non sieno stati da lui suffi- 
cientemente rispettati (98, 136,174 e 184) e che con 
soverchia predilezione abbia egli preferito il sistema 
de'moli a gettata, con massi di smalto (178), e di 
non sicura composizione (183). 

Ma quantunque io abbia manifestato e procurato 
di provare tali miei pensamenti, non perciò ho in 
alcun modo avuto in mira tacciarlo di essersi op- 
posto a quella sua sentenza da me a questo scritto 
premessa, che invoca, come indispensabile, 1' aiuto 
della esperienza ad emendare i concepimenti dello 
spirito. Anzi in più luoghi mi sono fatto un dovere 
di mostrarlo fedele a questa sua norma, e far ve- 
dere, che egli ha saputo rispettar l'esperienza, re- 
cedere dai propri divisamenti, e rettificare il suo ope- 
rato, quando ne ha sentito il bisogno. 

Di fatti ho detto che, condannatoli suo primo pro- 
getto pel porto di Algeri, da prima approvato, egli ne 
presentò un secondo; e, rigettato anche questo, non eb- 
be difficoltà di abbandonarli entrambi ed eseguirne un 
terzo non suo (20,169 e 179). Ho accennato che, tro- 
vato colà non conveniente e non utile quel prescelto 
da lui esclusivo uso di massi artefatti, egli abbrac- 



80 
ciò il sistema misto suggerito da altri (183). Ho nar- 
rato che, quando in quel porto gli furono dimo- 
strati non stabili i suoi massi di dieci metri cubi, 
egli adottò ilnecessario volume di quindici metri (146 
e 183). Ho riferito che in Livorno , quantunque 
avesse già presentato il suo progetto per la nuova 
costruzione (95), pure si prestò a farne e ad ese- 
guirne un secondo (150el72).Ho ricordato come egli 
nella sua qualifica di autore ed esecutore del livornese 
progetto, sentendosi responsabile de'danni, cui i na- 
viganti sarebbero andati incontro pei nuovi lavori 
fuori del porto, pubblicò il relativo Avviso delle ope- 
re di già incominciate; ma che essendo in esso scorsi 
degli errori compromettenti la vita de' naviganti 
ed il commercio, egli, avvertitone, rettificò 1' avviso 
medesimo giusta le correzioni propostegli (182). 

Dopo tutte queste prove di prudente arrende- 
volezza date dal sig. Poirel e da me fedelmente ri- 
ferite , parmi che non possa darglisi la taccia di 
pervicace, e che con tutta ragione possa anzi repu- 
tarsi che egli sia per ricredersi ancora in Livorno, 
come praticò in Algeri, allorché glie ne venga mostrata 
la necessità. 

Quando egli vedrà il bisogno di un suo terzo 
progetto in Livorno, io sono sicuro che non man- 
cherà di farlo o di riceverlo da altri, come accadde 
in Algeri ( 20 e 179 ). Quando le procelle demo- 
liranno de'tratti del suo antemurale in Livorno sic- 
come fecero del suo molo in Algeri ( 146); come 
quivi, così in Livorno aumenterà il volume de'massi 
che lo compongono. Quando nel lido toscano la sai- 



81 

sedine del mare altererà o decomporrà i suoi massi 
artefatti, adotterà come altrove quelli naturali, ov- 
vero ne comporrà altri di elementi più resistenti: 
e così via via in tutte le altre cose che si ravvi- 
sano e si ravviseranno bisognevoli di correzioni. 

Che se egli non ha finora adottato gli emenda- 
menti che presi la libertà di proporgli nell'opusco- 
lo pubblicato in Firenze, e non farà caso del resto 
che gli pongo sott'occhio in queste note, non ardirò 
certo apporglierlo a mancanza. // faut étto crédit pour 
faire le bien, dirò coll'autoiità del chiarissimo isp. 
Vial du Clairbois (1); e dove è in me questo cre- 
dito ? Ho io forse diretta la costruttura di porti? 
Qual valore adunque può mai avere la mia debole 
voce ? Quindi se il sullodato sig. ing. Poirel non 
ha adottato e non sarà per adottare ulteriori cor- 
rezioni nel suo operare in Livorno, ciò più che a 
lui dovrà attribuirsi alla pochezza mia. 

E poi, lo studio de'fatti necessari per il concetto 
e per l'esecuzione di un ammissibile progetto di por- 
to abbraccia tante svariate cognizioni che per col- 
legarle a dovere , ben a ragione il professor cav. 
Ferdinando de Luca ci avverte: Non può essere l'o- 
pera di un solo uomo perchè ninno può unire in sé 
la specialità di tanti studi (2). Ed invero, né in Algeri, 
né in Dover, né altrove, sarebbesi mai operato nulla 
di buono senza il concorso di più individui. E po- 

(1) Tratte élémentaìre de la construction des bdtimens de mer, 
etc; Paris 1805, tom. 2° pag VI. 

(2) Considerazioni etc. citate , pag. 26. 

6 



82 
trò io mai lusingarmi di fare pel primo con fe- 
lice successo, eccezione a questa verità ? 

Se adunque parlasse chi è fornito del voluto credito 
in questa bisogna, come accadde in Algeri: se si adu- 
nassero sul luogo giudici competenti e debitamente 
autorizzati, come colà si fece : io sono certo che 
il sig. ing. Poirel modificherebbe e cambierebbe in 
Livorno, come modificò e cambiò in Algeri: e così 
salvato sarebbe il porto toscano , come salvato fu 
quello amicano. 

Di Roma, maggio 1855. 



83 



Sperienze elettro-dinamiche. 
Memoria di Alessandro Palagi 



lja recente pubblicazione di nuove esperienze del 
Wheatstone fatte in Londra sopra un canapo, lungo 
660 miglia, destinato a servire per la telegrafia elet- 
trica sotto-marina (1), mi obbliga a non tardare più 
oltre di far conoscere alcune mie sperienze, che con 
quelle del fisico inglese hanno molta analogia. 

Queste mie esperienze ebbero luogo in seguito 
di studii intrapresi, nel luglio p. p. in compagnia del 
R. padre don Timoteo M. Bertelli barnabita, prof, di 
fìsica, sulla via ferrata Leopolda in Toscana, all'og- 
getto di conoscere se attuabile un sistema da noi 
ideato di telegrafìa elettrica a conduttori non isolati 
dal terreno (2). 

{1) La Science, journal du progrès l. re année n.° 206 Paris (24 
octobre 1855). 

(2) Sulla distribuzione delle correnti elettriche nei conduttori. 
Bologna 1855. 



84- 

Noi dobbiamo all'illustre Direzione della strada 
ferrata Leopolda i sensi della più sentita gratitudine 
e pel grazioso assenso accordato al nostro sperimen- 
tare, e per avere generosamente posto a nostra dispo- 
sizione e uomini e cose col nobile intendimento di 
agevolare l'attuazione di tale maniera di telegrafia 
elettrica (1). 

I conduttori co' quali vennero eseguite queste espe- 
rienze furono le rotaie esterne dei due binari giacenti 
lungo la linea della strada ferrata Leopolda fra Fi- 
renze e la vicina stazione di s, Donnino. Questo 
tratto di strada si estende, a un incirca, per sette 
chilometri e mezzo. Le due rotaie suddette distano 
fra loro un sette metri circa, e le verghe delle quali 
si compongono erano unite fra di loro metallicamente, 
per avere così nei due conduttori la necessaria con-* 
tinnita metallica. Le verghe componenti le rotaie 
sono lunghe quattro metri e mezzo. 

Le pile usate in tutte queste esperienze furono 
due coppie alla Bunsen , a due acidi , con tubi di 
zinco amalgamato aventi due centimetri e mezzo dì 
diametro, quattro millimetri di grossezza e dieci cen^ 
timetri di lunghezza, 

I due fili conduttori , coi quali io univa i capi 
estremi delle due rotaie ai poli delle pile (sempre 
alla stazione di Firenze) erano di rame della lun- 
ghezza in complesso di otto metri e mezzo, e del 
diametro di un millimetro e mezzo. L'altro filo con- 
duttore, col quale per chiudere il circuito metallico 



(I) Monitore Toscano (18 luglio 1855). 

Revue Francoltalienne. Deuxième année n.° 29 (26 juillet 1885). 



85 
univa fra di loro le ultime due verghe già congiunte 
delle due rotaie, era pure di rame lungo otto metri 
e mezzo e grosso due millimetri. 

Quando io sperimentava tanto quivi, a metà del 
circuito, quanto alla stazione di Firenze, vicino alle 
pile, all'oggetto di conoscere e la direzione e la ten- 
sione della corrente elettrica, poneva il galvanometro, 
che era un'eccellente bussola declinatola, sopra uno 
sgabello alquanto alto e situato nel mezzo della via 
fra i due binari per mantenere ristrumento ad uguale 
distanza dai due poli delle pile e per conservarlo 
in identiche condizioni relativamente alle influenze 
magnetiche ed elettriche delle rotaie medesime. 

Ciò premesso, ecco le diverse specie di esperienze. 

PRIMA SERIE DI SPERIENZÉ, 

Congiuntesi dagli operai un certo numero di ver* 
ghe, sempre in numero pari rispetto alle due rotaie; 
lasciato aperto il circuito metallico, e posto il gal- 
vanometro in vicinanza delle pile, nella maniera già 
indicata, le esperienze diedero questi risultamenti : 



Data 


Verghe 


Deviazione 


Agosto 18 . . 


. . 300 . . 


. . 10,°0 


20 . . 


. « 400 . . 


. . 10, 


21 . . 


. . 530 . . 


, . 12, 


22 . . 


. . 750 . . 


. . 12, 5 


23 . . 


. . 950 . . 


. . 13, 


24 . . 


. . 1050 . - 


. . 13, 


25 . . 


. . 1250 . , 


. . 14, 


26 . . 


. . 1580 . . 


. . 18, 5 



86 

In tutti questi giorni di esperimenti il cielo fu 
sempre sereno e la terra perfettamente asciutta. Le 
ore delle esperienze furono variate: interpresi alcune 
volte a sperimentare nelle ore mattutine, alcune al- 
tre volte nel mezzodì e più di sovente nel dopo 
pranzo. 

Da questi esperimenti pertanto si pare manifesto 
che la tensione della corrente elettrica, vicino alle 
pile r stante il circuito metallico aperto, aumenta col- 
l'allungarsi di due conduttori metallici, uniti per un 
estremo ai poli delle pile e colla rimanente lunghez- 
za in comunicazione col suolo. 

L'andamento della corrente durante queste espe- 
rienze si mantenne ognora nella direzione del polo 
rame verso la corrispondente rotaia, e dalla relativa 
rotaia al corrispondente polo zinco. 

Isolatosi ad ogni esperimento uno qualunque dei 
due poli delle pile, scomparve sempre ogni traccia 
di corrente nel filo conduttore, che univa al polo 
opposto la relativa rotaia, e l'ago del galvanometro 
si rimise sempre a zero, come ha già notato ne'suoi 
esperimenti il Wheatstone. 

SECONDA SERIE DI SPER1ENZE. 

Non variata la posizione del galvanometro da 
quella che aveva nelle precedenti esperienze, chiu- 
devasi il circuito colle rotaie là dove gli operai 
erano giunti colle congiunzioni metalliche delle ver- 
ghe: operavasi questo coll'inffggere, mediante tac- 
che ribadite, le due estremità del filo di rame, già 



87 
indicato, nella ultima verga di ambedue le rotaie. 
Dalle esperienze si ebbero i seguenti dati: 

Data Verghe Deviazione 

Agosto 18 .... 300 ... . 24,°0 

20 .... 400 ... . 22,0 

21 • ... 530 ... . 19,0 

22 .... 750 ... . 15,0 

23 .... 950 ... . 15, 

24 ... . 1050 .... 16, 

25 ... . 1250 .... 18,0 

26 ... . 1580 .... 18,5 

Si conosce impertanto per queste esperienze che 
la tensione della corrente elettrica, vicino alle pile, 
essendo chiuso il circuito metallico, diminuisce fino 
ad un certo punto di sua intensità coli' allungarsi 
dei conduttori formanti il circuito : ma , giunta la 
lunghezza del circuito ad una data meta, la tensione 
della corrente elettrica aumenta all'aumentare della 
lunghezza del circuito medesimo. 



TERZA SERIE DI SPER1ENZE. 



Lasciate le estremità delle due rotaie (alla sta- 
zione di Firenze) in congiunzione coi due poli delle 
pile, si trasportava il galvanometro lungo la fer- 
rovia , e sottoponevasi , nel modo già indicato , al 
filo conduttore, che riuniva fra di loro le ultime due 
verghe congiunte metallicamente dagli operai. Egli è 
evidente trovarsi quivi il galvanometro a metà del 
circuito metallico formato dalla riunione di ambedue 
le rotaie. 



88 
Le sperienze pertanto somministrarono le se- 
guenti indicazioni: 



Data 


Verghe 


Deviazione 


Agosto 18 . 


. . 300 . . 


. . 24,°0 


20 . 


. . 400 . . 


. . 22, 


21 . 


. . 530 . . 


. . 19,0 


22 . 


. . . 750 . . 


. . 15,0 


23 . 


. . 950 . . 


. . 14,0 


24 . 


. . 1050 . . 


. . 12, 


25 . 


. . . 1250 . . 


9 r 


26 . . 


. . 1580 . . 


8,0 



Da queste e dalle antecedenti esperienze è ma- 
nifesto: 

1.° Che la corrente elettrica può percorrere un 
circuito metallico , che sia in comunicazione colla 
terra, come già meco opinava dovesse avvenire il sul- 
lodato padre Bertelli, guidati a questa opinione da 
ripetuti e molteplici esperimenti fatti in piccole di- 
mensioni. 

2.° Che la tensione della corrente elettrica lungo 
il circuito metallico in comunicazione colla terra 
diminuisce coll'allungarsi del circuito medesimo non 
colla progressione però dei conduttori isolati: 

3." Che nell'allungarsi del circuito, per un tratto 
non breve (6750 metri), la tensione della corrente 
elettrica si mantiene uniforme ai due estremi del cir- 
cuito, vale a dire all'origine della corrente e a metà 
del circuito metallico: 

4.° Che coli' ulteriore allungarsi del circuito la 
tensione della corrente elettrica cessa di essere uni- 
forme ai due estremi del circuito metallico: 



89 

5. Che quando cessa questa uniformità di ten- 
sione nella corrente elettrica , è in allora che la 
tensione della corrente in vicinanza delle pile, os- 
sia all'origine della corrente stessa, aumenta coll'au- 
mentare della lnnghezza del circuito medesimo. 

Isolato uno qualunque dei due poli delle pile 
scomparve sempre a metà del circuito metallico ogni 
traccia di corrente elettrica , e 1' ago del galvano- 
metro si rimise sempre a zero. 

Nel ripetere però consimili esperimenti , non 
più a terra asciutta , ma bagnata da dirottissime 
piogge, mi avvidi che, quantunque isolato uno qua-*- 
lunque dei poli delle pile, l'ago del galvanometro, 
posto a metà del circuito metallico, rimaneva de- 
viato di un qualche numero di gradi. 

Assicuratomi al possibile che quella rimanente 
deviazione dell'ago galvanometrico non derivasse da 
cagioni estrinseche all'azione elettrica , mi proposi 
d' instituire una esperienza a quest'unico studio. 

SPER1ENZA UNICA. 

Fermate le opportune intelligenze alla stazione 
di Firenze » s' isolava il polo positivo delle pile e 
tenevasi così aperto il circuito , formato dalle due 
rotaie, per cinque minuti affinchè io avessi 1' agio 
di attentamente osservare. Nel prospetto di questa 
esperienza riporto i gradi di tensione della corrente 
elettrica indicati dal galvanometro tanto a circuito 
chiuso, quanto a circuito aperto. 

I risultamenti della istituita esperienza furono i 
seguenti: 



90 



Data 


Verghe 


Deviazione 


Deviazione 






a circuito 


a circuito 






chiuso 


aperto 


Settembre 9 


. 10 . 


. 31,° . 


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20 . . 


. 30, 5" . 


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30 . . 


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. 0,0 




40 . . 


. 30, . . 


. 0,0 




50 . . 


. 29, 5 . 


. . 0, 




100 . . 


. 27, 5 . . 


. 3,0 




200 . . 


. 26, . 


. 3,5 




300 . . 


. 23, . 


. 4,0 




400 . . 


. 20, 5 . . 


. 4,5 




500 . . 


. 19, . 


. 5,0 




600 . • 


. 16, . . 


. 5,5 




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1." Che può effettivamente aver luogo una cor- 
rente elettrica in un conduttore metallico, che sia 
in contatto colla terra bagnata ed abbia una sola 
estremità in comunicazione con un polo delle pile, 
l'altro essendo isolato , vale a dire a perfetto cir- 
cuito aperto: 

2.° Che in tale condizione di cose la tensione 
di questa corrente elettrica tenga un andamento 
conforme all'andamento, che tiene la tensione della 
corrente elettrica vicino alle pile in conduttori a 
circuito aperto e comunicanti colla terra, ma uniti 
entrambi coi due poli delle pile, vale a dire un an- 
damento crescente colla lunghezza dei conduttori 
stessi: 



91 

3.° Che la tensione di questa stessa corrente ab- 
bia un andamento inverso di quello che ha la ten- 
sione della corrente elettrica, che percorre un cir- 
cuito metallico in contatto colla terra e comuni- 
cante con ambidue i poli delle pile. 

Nelle anteriori esperienze , nelle quali parvemi 
di vedere una corrente elettriea a circuito aperto, 
essendo uno dei poli isolato, aveva io cambiato l'iso- 
lamento dei poli alternatamente ed aveva veduto 
che, quando una delle rotaie era unita al polo po- 
sitivo delle pile, la corrente elettrica era diretta da 
questo polo alla corrispondente rotaia , e quando , 
invece , era il polo negativo , che si univa ad una 
delle rotaie la corrente era diretta dalla rotaia al 
pelo annesso, come avvenne sempre nella riportata 
esperiènza. Per la qual cosa pare che nell'un caso 
la terra faccia l'ufficio di polo negativo, e nell'al- 
tro caso le veci di polo positivo. 

Ma questo fatto molto singolare merita conferma. 
E se al proseguire in quegli studii e in quegli espe- 
rimenti già intrapresi sulla strada ferrata Leopolda, 
non avessero fatto ostacolo prepotente le troppo 
scarse mie fortune, non avrei certamente risparmiato 
e di fatica e di assiduità e di perseveranza per rag- 
giungere così nobile meta. 

Un altro fatto, non meno singolare del prece- 
dente, mi avvenne di vedere ripetutamente nelle ore 
otto del mattino del dì 7 settembre p. p. stando 
io alla stazione di s. Donnino per ripetere le solite 
esperienze a metà del lungo circuito (14516 metri) 
formato dalle due rotaie. 



92 

Il filo di rame congiuntivo le predette rotaie 
era lungo cinquanta metri circa e grosso un milli- 
metro e mezzo. I due estremi di esso erano infitti, 
come al solito , alle due ultime verghe congiunte 
metallicamente delle due rotaie. Questo filo nella sua 
metà era introdotto per una finestra nella camera 
d'ufficio di quella stazione, sicché io poteva speri- 
mentare al coperto, difeso dalla pioggia, che cadeva 
minuta e densa sino dalla notte precedente. 

Sottoposto il galvanometro al detto filo, lo viddi 
deviare per un solo grado, e durando in quella os- 
servazione per ben un'ora non lo viddi deviare d'av- 
vantaggio. 

Tornato alla stazione di Firenze, fui sollecito di 
conoscere come fossero state montate le pile, e come 
congiunti i loro poli alle due rotaie. Le due pile, 
per una mala intelligenza involontaria , non erano 
state né congiunte, né preparate. La deviazione adun- 
que dell'ago galvanometrico, osservata a s. Donnino, 
non era generata da azione elettrica delle pile. 

Desideroso di verificare il fatto , mi ricondussi 
nelle ore pomeridiane alla stazione di s. Donnino. 
Il cielo era coperto, ma non pioveva. 

Ripetuta ivi l'esperienza, osservai la medesima 
deviazione per un grado dell'ago del galvanometro, 
e meco la viddero e l'Ispettore di quella stazione, 
e quante persone si trovarono in essa durante un'ora 
e mezzo di attento e non interrotto sperimentare. 

La direzione della corrente tanto nel mattino , 
quanto nelle ore pomeridiane fu sempre dalla rotaia 
sinistra, di chi guardava Firenze, alla rotaia destra. 



93 

La cagione di questo fatto, quanto inatteso, al- 
trettanto degno di studio, è per me ignota, né ho 
certamente la pretesa di rendermene ragione. 

Mi tengo però in debito di notare, che la strada 
ferrata Leopolda , lungo questo tratto di via , si 
estende da levante a ponente: che le rotaie, come 
a tutti è noto, trovatisi in un perenne stato magne- 
tico pel continuo ruotare sopra di esse dei treni : 
che sulla rotaia sinistra corrono i treni, che da Li- 
vorno si diriggono a Firenze, e che sulla destra ro- 
taia passano i treni , che dalla stazione di Firenze 
vanno a Livorno. 

I poli adunque magnetici di queste rotaie, com- 
poste da una serie di verghe magnetiche, debbono 
essere necessariamente opposti. Sarebbe mai questa 
condizione magnetica delle due rotaie la cagione 
dell'osservato fenomeno ? Ma come spiegare questa 
azione magnetica a tanta distanza del galvanometro 
dalle rotaie e in comunicazione con esse solamente 
mercè il lungo filo di rame ? Nell'allontanare il filo 
di rame dal galvanometro cessava immediatamente 
la deviazione dell' ago. E perchè non osservarsi il 
fenomeno a terreno asciutto ? Le correnti elettriche 
telluriche, che i fisici hanno osservato dirigersi dal- 
l' est, all' ovest, sarebbero desse la cagione di quel 
deviare dell' ago magnetico ? L' osservata corrente 
elettrica apparterrebbe essa alle correnti elettriche 
telluriche già vedute e studiate dal Bain, dal Gauss 
dal Magrini ? Mancavano però le placche di metalli 
eterogenei profondamente infitte nella terra ai capi 
delle rotaie. Una eterogoneità lungo le rotaie po- 
trebbe forse ravvisarsi nelle congiunzioni delle verghe 



94 

fatte con filo di rame al fine di avere la necessa- 
ria continuità metallica. Resterebbe non pertanto 
da comprendere il perchè la corrente elettrica si 
dirigesse dalla sinistra rotaia alla destra e non piut- 
tosto dalla destra alla sinistra. Per le fatte congiun- 
giunzioni delle verghe, ambedue le rotaie trovavansi 
in pari condizioni, e se vi era fra di esse dissomi- 
glianza, la non vi aveva che per le magnetiche con- 
dizioni in che gli estremi delle rotaie naturalmente 
dovevano trovarsi. Ma agli ingegni più eminenti, che 
onorano la scienza , si addice la interpretazione di 
fenomeni così singolari e non comuni. 

Di molti altri esperimenti, non meno interessanti, 
furono fatti nel luglio p. p. in compagnia del pa- 
dre Bertelli sulla strada ferrata Leopolda : ma di 
quegli esperimenti non mi tengo in diritto di dare 
pubblico conto e perchè non fatti da me solo e per- 
chè appartenenti troppo da vicino al nostro sistema 
di telegrafia elettrica. 

Roma 7 novembre 1855. 



95 



Proposta di correzioni da farsi ad alcuni passi della 
storia di Dino Compagni. 

lì elle edizioni che fin qui ho vedute della storia 
di Dino Compagni si trovano ancora molti passi 
manifestamente errati: benché non sia mancato chi 
abbia preso in questi anni a sanare il nobilissimo 
scritto delle piaghe de'sempre bestiali copisti. Uno 
dei più benemeriti è stato l'egregio Antonio Benci, 
che molto vi studiò sopra, e molto pure vi ridusse 
a lezione legittima: non sì però ch'egli tutto consi- 
derasse, e che anche non poche cose non vi mu- 
tasse a capriccio, e non vi ammodernasse alcune an- 
tichità di favella, o, a dir meglio, guastasse. Perciò 
io consiglierei i giudiziosi editori, che quind 'innanzi 
riprodurranno colle stampe un sì gran fiore di lin- 
gua e di saviezza italiana, ad avere ben presenti le 
correzioni del Benci , ma non ad accoglierle tutte 
ad occhi chiusi : come fecero, fra gli altri, il Sil- 
vestri nel 1837 ed il Carrer nel 1841. 

Quanto a me , credo che alcuni errori nel te- 
sto di Dino non siano di difficilissima emendazione, 
non che disperata: ed oso qui avventurarmi a mo- 
strarlo: con fermo proposito però di rimettermi sem- 
pre al giudizio di chi meglio di me è pratico di 
queste cose. 

L'edizione, che uso per indicare il numero delle 
pagine, è la pisana del Capurro 1818. 



96 



Lib. I. pag. 8. // detto ufìcio fu creato per due 
mesi, i quali cominciarono « dì 15 di giugno 1282: 
il quale finito, se ne creò sei, uno per sestiero, per 
due mesi che cominciarono a dì 14 di agosto 1282, 
e chiamaronsi priori dell'arti: e stettono rinchiusi nella 
torre della Castagna appresso alla Badìa, acciò non 
temessono le minacce dei potenti, e potessono portare 
arme in perpetuo: e altri privilegi ebbono , e furono 
loro dati sei famigli e sei berrovieri. Così leggesi 
anche nell'edizione del Benci. Ma io ardirei dire che 
( a ben considerare il passo ) dopo priori dell' arti 
debba porsi un punto: ed indi continuarsi con que- 
sta ortografia: E'sleltono rinchiusi nella torre della 
Castagna appresso alla Badìa, acciò non temessono le 
minacce de' potenti', e potessono portare arme in per- 
petuo e altri privilegi ebbono: e furono loro dati sei 
famigli e sei berrovieri. 

Ivi p. 29. Poco era costante, e più crudele che 
giusto. Abbominò Pacino Peruzzi uomo di buona fa- 
ma, sanza esserne richiesto. Aringava spesso ne' con- 
sigli, e dicea che era egli quello che gli avea libe- 
rati dal tiranno Giano. Nessuno ha neppur dubitato 
che qui sia grand'errore di punteggiatura, e che la 
vera lezione debba assolutamente esser questa : 
Poco era costante, e più crudele che giusto. Abbominò 
Pacino Peruzzi uomo di buona fama. Sanza esserne 
richiesto aringava spesso ne'consigli ec. 

Ivi p. 32. Non si cercò il malificio, perocché non 
si polea provare: ma l'odio pur crebbe di giorno in 
giorno, per modo che i Cerchi gli cominciarono a la~ 



97 

sciare alle ratinate della parte , e accostarsi à!popo- 
lani e reggenti, da' quali erano ben veduti. Forse la 
vera lezione (facendo una leggiera correzione al te- 
sto probabilmente viziato al solito dai copisti) po- 
trebbe esser questa: Per modo che i Cerchi sì co- 
minciarono a lasciare le rannate della parte, e ac- 
costarsi a* popolani e reggenti ec. 

Ivi p. 36. Andando una vilia di san Giovanni 
Vani a offerire, ec. Il Benci ha mutato vilia in vi- 
gilia, senz'avvertire che il vocabolo vilia era in molto 
uso nell'antico volgare. 

Lib. 11 p, 81. Questo Baschiera rimase dopo il 
padre, dovendo avere degli onori della città, come 
giovane che 7 meritava : ne era privalo , perocché 
i maggiori di casa sua prendevano gli onori e V utile 
per loro, e non gli accomunavano. Anche il Benci 
si avvide che qui è magagna: e volle sanarla così: 
Questo Baschiera rimase dopo il padre, dovendo avere 
gli onori della città come giovane che meritava: e 
ne era privato perocché i maggiori ec. Ma io credo 
che cambiando rimase in rimaso,tuUo ben correrebbe: 
sicché scriverei: Questo Baschiera, rimaso dopo il 
padre, dovendo avere degli onori della città , come 
giovane che 7 meritava, ne era privalo: perocché i 
maggiori di casa sua prendevano gli onori e V utile 
per loro, e non gli accomunavano. Per qual ragione 
poi il Benci ha mutato nel testo, giovane chel me- 
ritava, in giovane che meritava , non so. 

Ivi p. 87. I bianchi n'andarono ad Arezzo, dove 
era podestà Uguccione della Faggiuola, antico ghi- 
bellino, rilevato di basso stalo, il quale corrotto da 
vana speranza datagli da papa Bonifazio di fare un 
CXL. 7 



98 
suo figliuolo cardinale a sua petizione, fece loro tante 
ingiurie, convenne loro partirsi. E vuol dire , che 
Uguccione , corrotto dalla speranza che il papa 
ornasse della porpora cardinalizia un suo figliuo- 
lo , fece a petizione di esso papa tante ingiu- 
rie ai bianchi rifuggitisi in Arezzo , che convenne 
ch'essi di là sì partissero. Scrivasi dunque: il quale 
corrotto da vana speranza datagli da papa Bonifazio 
di fare un suo figliuolo cardinale, a sua petizione fece 
loro tante ingiurie* convenne ( sottintendi al solito 
di Dino un che) loro partirsi. 

Ivi. p. 95. E questo molto sollicitamenle doman- 
dava innanzi et* signori e ne'consigli. La gente volen- 
tieri lo ascollava , credendo che di buono animo lo 
dicesse: nondimeno pure amavano che ciò sì ricer- 
casse. L'altra parte non sapea che si rispondere, pe- 
rocché Vira e la superbia l'impediva: e tanto feciono 
con li uficiali che erano con loro, che determinarono 
che delle forze e delle violenze e ruberie si ricercasse. 
Corso Donati, per abbassare i capi del popolo grasso, 
voleva che si ricercasse dov'era andata tanta mo- 
neta, ch'essi dicevano avere spesa e negli uffici e 
nella guerra. Una parte de' signori e del consiglio 
ascoltavalo volentieri, e non meno di lui desiderava 
che ciò si ricercasse; ma un'altra opera vasi del con- 
trario. La cosa panni sì chiara, che appena richie- 
de altra dimostrazione: sicché in un luogo del testo 
dee dirsi si ricercasse, in un altro non si ricercasse. 
Perciò leggo e punteggio così: La gente volentieri lo 
ascoltava: credendo che di buono animo lo dicesse , 
non di meno ( cioè, non meno di Corso) pure ama- 
vano che ciò si ricercasse. V altra parte non sapea 



99 

che si rispondere, perocché Vira e la superbia Vim- 
pediva: e tanto feciono con li uficiali, che erano con 
loro, che determinarono che delle forze e delle vio- 
lenze e ruberie non si ricercasse. 

Lib. III. p. 105. L'altro dì (il cardinale) cavalcò 
a Prato, donde nato era, e dove mai non era stalo: 
e quivi con molto onore e gran diguità fu ricevuto e 
con rami di ulivo, e cavalieri con bandiere e sten- 
dardo di zendado; il popolo e le donne ornate; e le 
vie coperte con balli e con istromenti gridando: Viva 
il signore. Non posso credere che Dino abbia detto 
essere state le vie coperte con balli e con istromenti. 
Perciò proporrei di scrivere: e cavalieri con bandiere 
e stendardo di zendado, il popolo e le donne ornate, 
e le vie coperte, con balli e con istromenti gridando: 
Viva il signore. E così pure mi sa difficile che lo 
storico abbia detto, che il cardinale da Prato non 
sia mai stato dov' era nato. E sì manca forse un 
più, e dee leggersi: e dove mai più non era slato. 

Ivi p. 118. // cardinale Niccolao da Prato, che 
molto uvea favoreggiata la sua elezione, era molto in 
sua grazia, e essendo stato legato in Toscana, come 
è detto, avendo avuto balla da' pistoiesi di chiamare 
signoria sopra loro, per quattro anni, acciocché egli 
avesse balìa nella pace, di ciò, che di Pistoia si do- 
mandava: che parte nera volea, che gli usciti guelfi 
tornassero in Pistoia ec. Anche il Benci si avvide , 
che qui il senso non corre: ed emendò : essendo 
slato legato in Toscana , come si è detto e avendo 
avuto balìa ec. E dopo domandava egli pose ragio- 
nevolmente un punto. Nell'avere aggiunto però un 
e ad avendo, io veramente non trovo gran rimedio 



100 
al guasto. Parai sì (se non erro) che ove si cam- 
biasse avendo in aveva , tutto il periodo potrebbe 
rettamente correre così : // cardinale Niccolao da 
Prato, che molto avea favoreggiala la sua elezione, 
era molto in sua grazia. Essendo stalo legato in To- 
scana, come è detto , aveva avuta balìa da'pislolesi 
di chiamare signoria sopra loro per quattro anni, ac- 
ciocché egli avesse balìa nella pace di ciò che di Pi- 
sloia si domandava. Che parte nera volea che gli 
usciti guelfi tornassero in Pistoia ec. 

Ivi p. 121. E non gli poteano ricevere né aiu- 
tare , perché la signoria non gli lasciava , acciocché 
gli altri non ne sbigottissero. Non li lasciarono ec. 
Egregia è l'emendazione del Benci a questo passo. 

Ivi o. 124. Che eglino ebbono un savio e buono 
frate di Santo Spirito, il quale mandarono a Pistoia 

a mess de Vergellesi dei principali cittadini, 

assai suo amico. Dice il Benci che questo Vergellesi 
chiamavasi Lippo. Certo è così: ma egli, se non fol- 
lo, cita ad errore l'autorità di Giovanni Villani, do- 
vendo citare in vece le Istorie Pistoiesi all'anno 1306. 

Ivi p. 132 Lui cadde boccone : eglino smontali 
Vuccisono, e il figliuolo di boccaccio gli tagliò la mano 
e portossela a casa sua. Furine da alcuno biasimato, 
e disse lo facea, perchè Gherardo avea operato con- 
tro a loro. Stimo che debba scriversi: Funne da al- 
cuno biasimato. E'disse lo facea ec. 

Ivi p. 133. Intanto sopravvenne un giovane co- 
gnato del maliscalco: stimolato da altri d' ucciderlo, 
non volle fare, e ritornandosene indietro, vi fu riman- 
dato, il quale la seconda volta gli die cT una lancia 
catelanesca nella gola , e un altro colpo nel fianco , 



101 

e cadde in terra. Qui pure vuol chiarezza , e dirò 
ragione, che debba scriversi: £" (cioè Corso Donati) 
cadde in terra: ed anche porsi un punto dopo altro 
colpo nel fianco. 

Ivi p. 135. Opponendo e disertando i giudici per 
torre loro moneta. Qui pure è importantissima l'emen- 
dazione del Benci, che legge giudei in vece di giudici. 

Ivi p. 14-9. Onde V altra parte, avuto piuttosto il 
soccorso, coW arme in mano di Brescia e del contado 
gli cacciò. Così emenda il Benci: e bene: salvo il do- 
versi scrivere più tosto, in vece di piuttosto. 

Ivi p. 154. Lo imperadore ninno patto fece con 
loro, né con altri; ma mandò messer Luigi di Savoia 
e altri ambasciadori in Toscana, i quali da' lucchesi 
furono onoratamente ricevuti e presentati di zendadi 
e d'altro. I pratesi gli presentarono magnificamente: 
e tutte le altre terre scusandosi erano in lega co' fio- 
rentini. I fiorentini furono altamente avversi alla di- 
scesa di Arrigo VII in Italia ed alla insolente sua 
potestà: né vollero alcun patto con lui e co'suoi am- 
basciatori. Un egual contegno tennero tutti i comuni 
che coi fiorentini si trovavano in lega : sicché gli 
ambasciatori imperiali inviati in Toscana non eb- 
bero doni che dai lucchesi e dai pratesi : i quali 
parteggiavano per Arrigo. Dee dunque scriversi : / 
pratesi gli presentarono magnificamente: e tutte le al- 
tre terre scusar onsi (non scusandosi) erano in lega 
co' fiorentini. Cioè si scusarono di presentarli , ad- 
ducendo per cagione d'essere in lega col popolo di 
Firenze. 

Salvatore Betti. 



102 



Su le poesie italiane di D. Giovanni dei duchi T or- 
Ionia , pubblicale in Roma pei tipi del Bertinelli , 
1855. Lettera di monsig. Andrea de la Ville al 
cav. Salvatore Betti. 

Chiarissimo siarnor cavaliere, 



\jhiamato dalla vostra gentilezza a trasmettervi di 
tanto in tanto dei lavori letterari o scientifici pel 
giornale Arcadico, ho voluto già alcune volte ob- 
bedire : ma dalla prova, che hanno fatto le povere 
mie cosette, avete potuto rilevare quanto inferior- 
mente disuguali riescono alla vostra espettazione , 
e quanto hanno dovuto raccomandarsi alla vostra 
indulgenza e a quella di chi lesse : la quale spero 
che non sia mancata ai lavori di un giovine di buo- 
na volontà, benché inefficace per gli studi. Ai quali 
ripensando, e vedendo quanta sia l' infelice defor- 
mità dei presenti metodi precettivi letterari un cor- 
doglio mi stringeva l'animo a quella guisa medesi- 
ma che se uno mi si fosse fatto innanzi a mordere 
con calunnie un' amata persona. 

Animato da questo pensiero, e persuaso che per 
divenir mediocre bisogna mirare all'ottimo, guardai 
coloro che dalla quieta solitudine della propria stan- 
za , non aiutati da commercio letterario , non da 
precettori, ma solo dai polverosi libri delle biblio- 
teche paterne , e scampati in un modo portentoso 
dalla corruttela dei presenti metodi , non fallirono 



J03 

a glorioso porto. I miei più belli studi , di cui mi 
domandate, furono e sono quelli dell' umane lette- 
re: a proposito dei quali vorrei dimostrarvi le stra- 
nissime confusioni che ancora si fanno per le scuole 
e sui libri in fatto di quistioni letterarie storiche ; 
come mal si confondano le proprie cagioni di certi 
effetti con altre non proprie ; come in ogni lettera- 
tura, e massime nella greca, non prima è un rio- 
perare perpetuo della società su le lettere, e di que- 
ste su la società ; come questo avvicendarsi perpe- 
tuo bisogna che sia considerato concretamente e 
squisitamente ; come si termina da una parte in 
una operazione, prima delle lettere su la società , 
e si deve terminare da un' altra parte in una com- 
pitezza ultima della società. Vorrei dimostrarvi che 
la letteratura greca, derivante da una società armo- 
nica assai, potrebb 1 essere di ottimo esempio alla no- 
stra, che germoglia da un principio troppo più al- 
to, ma è perturbata assai e molteplice nei suoi ele- 
menti ; e che lo studio e il volgarizzar con perfe- 
zione gli scrittori del secolo di Pericle sia di più 
giovamento alle nostre lettere, essendo appunto es- 
si, che l'armonia della società greca meglio raffigu- 
rano ; e che invece lo studio e il volgarizzamento 
degli scrittori di bassa grecità pagana potrebbe tor- 
nar dannoso, perchè rappresentano il cozzo impo- 
tente e non coscienzioso d' una civiltà minore e 
disperata di avere a morire contro una civiltà trop- 
po maggiore, che dovea vincerla e già visibilmente 
la soverchiava. Vorrei largamente dimostrarvi che 
studio gravissimo e severissimo è quello della greca 
filologia, severissimo per la sua difficoltà, gravissi- 



104 

mo per gli effetti buoni che potrebbe avere su tutta 
la civ'llà nostra. Vi parrà che io dica troppo : ep- 
pure, cavalier mio, non è così. E stolta cosa spe- 
rare che una nazione possa civilmente prosperare, 
se gli studi delle lettere e delle scienze non pro- 
sperino e non risorgano insieme. Era Atene poten- 
tissima , e 1' eloquenza veniva fuori dalla bocca di 
Pericle come onda copiosissima e maravigliosa , e 
la filosofìa era rifondata da Socrate sul sentimento 
morale, e s 1 apparecchiava quel miracolo del divino 
Platone, ed i sofisti, così nocivi per ogni altra parte, 
facevano fiorire mirabilmente gli studi grammatici 
e retorici ; cosa che neppur fanno i sofisti moder- 
ni. Le legioni romane correvano il mondo, e Gar- 
rone scriveva i libri su la lingua latina, e Lucrezio, 
sebben da materialista , filosofava e poetava su la 
natura, e quella grandezza, non più udita, empiva 
la mente di Cicerone della nobiltà e della dignità 
di Roma, e così larga vena di eloquenza ne faceva 
sgorgare. La scuola platonica di Firenze rimetteva 
in onore gli studi filosofici al cinquecento : da ogni 
altra parte d' Italia gli antichi sistemi si ristorava- 
no e si caldeggiavano : i classici latini e greci si 
pubblicavano e si studiavano da tutti con assidui- 
tà e diligenza stupenda. Ed io ho ferma speranza, 
che se la filosofia continuerà su la strada larga, nel- 
la quale s' è avviata, se gli studi delle lettere an- 
tiche cominceranno ad essere comuni e profondi , 
se la ciarlataneria finirà di tenere il campo, la no- 
stra terra tornerà, e per via nobilissima, al suo an- 
tico splendore. Le istituzioni religiose e poi le ci- 
vili, le arti e le scienze, sono tutte parti di civil- 



105 

tà ; ed ogni parte di civiltà è collegata con l'altra 
con legame strettissimo e indissolubile, come l'au- 
rea catena nell' Ione di Platone, la quale congiunge 
il cielo con la terra. È impossibile che una nazione 
fiorisca in una parte senza fiorire o dover fiorire 
al più presto possibile parimente nell' altre ; e lo 
splendore, a cui giunge in una parte qualunque di 
civiltà, è segno evidente che debba giungere in non 
molto tempo a pari splendore in tutte le altre. Di 
tante e siffatte cose, caro il mio cavaliere, vorrei 
diffusamente discorrere: ma la certezza di ripetere 
cose a voi notissime, e nelle quali conveniamo per- 
fettamente, e questa mia che mi fa la cera di vo- 
ler riuscire più lunga del dovere, mi ritengono. 

Volete sapere che leggo e penso. Ma sapete che 
la vostra curiosità è troppa!. Pure a una cara per- 
sona come voi, amantissimo degli studi umani e del- 
la gioventù studiosa, l'obbedire con docilità è bello. 

Francamente vi dico che ora non penso e non 
scrivo alcuna cosa di buono ; leggo gli antichi , e 
dei moderni quelli che con l'esempio fanno vedere 
come si devono studiare e imitar gli antichi. Ieri 
mattina passeggiando sul poggio, che una volta fu 
impresso dalle orme di Torquato, seduto dove po- 
chi anni sono si allargava 1' ombra di quella quer- 
cia , sotto cui, stanco di questa vita, assiso il mi- 
sero Torquato stese forse gli ultimi sguardi al 
Campidoglio , fatto insensato al tardo onore della 
incoronazione, perchè 

morte dimanda 
Chi nostro mal conobbe, e non ghirlanda; 



106 



all'aspetto di una quieta beltà campestre e cittadi 
na, lessi questi versi delicatissimi. 



UN MATTINO NELLA SOLITUDINE. 

Io ti saluto, o stella mattutina, 
Annunziatrice del novello giorno, 
Simbolo a noi della bontà divina ! 

Oh ! come il lume che sfavilli intorno 
E dolce a un core, che sospira e geme, 
Desiderando L'aspettato giorno. 

L'anima mia, che s'impaura e teme 
Nella deserta e solitaria stanza, 
Rinacque, nel vederti, a nuova speme: 

Commosso da un' insolita esultanza, 
Mi parve il lume tuo lume d'amore, 
Di quell'amor, ch'ogni pensiero avanza. 

Pari a un guardo materno, il tuo splendore 
A me colpì l'attonita pupilla, 
E sedò la tempesta del mio core. 

E la tremula tua dolce scintilla 
Mi serenò la mente dolorosa, 
Come lume che in tenebre sfavilla. 

Già l'abbandon d'ogni diletta cosa, 
La mesta solitudin della notte, 
M' avevan fatto l'alma paurosa ; 

Le immagini soavi eran già rotte 
Che mi avevan condotto nel deserto, 
Ed altre menti avean meco sedotte. 

Era già fatto duramente esperto 

Quanto è triste il fuggir color che Iddio 
Per compagni e fratelli all'uomo ha offerto. 



107 

Avea sovente nel dolore mio 

Sospirata la madre, e i dolci affetti, 
Ed il tetto domestico e natio : 

Astro benigno, il tuo sereno aspetto, 

Che abbelliva il mattin del suo splendore, 
N'ha racceso il desio dentro al mio petto. 

Amore io cerco e solo io chiedo amore ; 
Questo deserto ai miei sospiri è muto, 
E soffoca la vita del mio core. 

clemente Signore, hai tu potuto, 
Tu che creasti gli uomini fratelli 
Perchè scambiasser l'amoroso aiuto, 

Farli vivi morire in questi avelli, 

Tu che l'opra comandi, e sol con l'opra 
Scuoti il mondo corrotto, e il rinnovelli: 

L' uomo che passa su la terra adopra 
La mente e il braccio pei fratelli suoi, 
Finche la polve la sua polve copra : 

Ma quando è innanzi ai serafini tuoi 
E innanzi all' ineffabile maestate, 
Spoglia quant' ebbe di comune a noi : 

Ivi l'opra e le cure alfin cessate, 
Il pensiero di lui fermo si posa 
Nella divina altissima bontate. 

Ma per la tua sapienza a noi nascosa 
Su di pochi prescelti a te diletti 
La divina tua grazia si riposa. 

Questi che son per tuo volere eletti 
Tu li conduci a così alto segno, 
Che son fatti com' angeli perfetti ; 

E tu riveli a lor del santo regno 
Le gioie incorruttibili e immortali: 
Di tanto 1' uom per tua virtute è degno. 



108 
Ma le pupille mie non sono eguali, 
clemente Signore, a tanta luce, 
E le mie forze son fiacche e mortali, 
Se tu non sei per me sostegno e duce. 

Indovinate un po' di chi è questa melodia tanto 
dolce? Del signor Giovanni dei duchi Torlonia, ra- 
ro esempio di giovine signore romano dedito e ver- 
sato non solo negli ameni studi , ma più ancora 
nelle scienze teologiche ed archeologiche ; il quale, 
a mio computare, sul cadere del suo quarto lustro 
compose la poesia che vi ho trascritto per intera, 
la quale è di sapore assolutamente classico. Dopo 
questa seguono un sonetto che ha per titolo Nos- 
talgia, una Palinodia e un Cantico dell'anima risor- 
ta in terza rima, il Sospiro dell'anima in settenario, 
V Armonia delV intelligenza in sonetto bellissimo ; e 
due brevi inni settenari , 1' uno aW astro della sera, 
e l'altro allo Spirito Santo. Queste poesie, che com- 
pongono un volumetto dello stesso autore, lessi di 
seguito, nelle quali oltre la scelta dei soggetti, che 
convengono a maraviglia all'era cristiana, così come 
i soggetti dei greci e dei latini rispondevano alla 
civiltà loro ; è cosa squisita la semplicità ed armo- 
nia dei versi attinta tutta dall' immenso Allighieri, 
e lo stile nobilissimo , che visibilmente deriva da 
un' assidua lettura dei grandi scrittori del cinque- 
cento, e da quelli che ha pur dato questo nostro 
secolo. 

Leggendo queste poesie di D. Giovanni Torlo- 
nia , col pensiero mi sono ito spesso raffigurando 
che cosa sarebbe, non dico un'aristocrazia che parli 



109 
e scriva bene il proprio idioma, ma il paese al quale 
essa appartiene. Un linguaggio puro e verace è in- 
dizio certo di un pensare alto e magnanimo ; ed 
un'aristocrazia ben parlante rialza un popolo e ini- 
zia e compie, come ho detto a principio, un intero 
corso di civiltà. La quale comprendendo le scienze 
e le lettere , e risedendo su la cima della pirami- 
de sociale, cioè nell'aristocrazia, di là come il sole 
scenderebbe cinto d' infocata luce a ravvivare , a 
scuotere e a lanciare nella carriera d'una vita glo- 
riosa le classi del mezzo e le infime. Speriamo che 
l'esempio nobilissimo del cinquecento, e questo che 
ne offre in Roma D. Giovanni Torlonia , metta in 
cuore dei nobili giovani italiani tanta buona volontà 
e tanto valore, che un tratto alzino il viso alla con- 
templazione del bello e del vero. Ma forse io erro 
del vero , e fo un grazioso sogno , non pensando 
che viviamo in un secolo, nel quale più dei carmi 
il computar si ascolta. Ma comunque sia , certo si 
deve somma lode a D. Giovanni Torlonia, che pri- 
mo di questo nome, sollevandosi con animo forte 
al disopra degli agi che offrono le grandi ricchez- 
ze , le quali ordinariamente in un secolo, come il 
nostro , inviliscono e sprofondano 1' animo in una 
vita languida e molle , si è voluto acquistare con 
faticose veglie quelle più stabili onoranze che i re 
e la regina dei re, la fortuna, non possono dare né 
togliere. Vivete sano, e credetemi 

Roma li 27 ottobre 1855. 

Vostro affino amico 
Andrea de la Ville. 



110 



» Description du masée lapidaire de la ville de Lijon. 
Epigraphie antique du déparlement du Rhòne, par 
le D. eur A. Comarmond , conservateur des tnusées 
archéologiques de la ville de Lyon. » 

Volume in quarto corredato di tavole. Lione 1854. 
Sunto ed osservazioni di Carlo Lodovico Vis- 
conti. 



I 



1 dottore A. Comarmond, attuale conservatore del 
museo antiquario della città di Lione, ha pubblicato 
nell'anno 1854, d'ordine e per conto della commis- 
sione municipale di quella città, un' opera intitolata 
« Description du musée lapidaire de la ville de Lyon 
etc. » E una elegante edizione in quarto, corredata 
ancora d'alquante tavole , che rappresentano, assai 
bene incisi , i principali monumenti epigrafici di 
detto museo. Dichiara l'autore nella prefazione, es- 
sere stato intendimento di quel municipio , che 
quest'opera fosse in pari tempo e per la città un 
titolo di possesso , ed una descrizione istruttiva , 
proporzionata all' intelligenza d'ognuno , mediante 
cui la proprietà pubblica sia conosciuta da tutti , 
e possa venir tutelata da chiunque le porti affet- 
to. Avverte perciò, com'egli abbia dovuto condurla 
in altra guisa, che fatto non avrebbe, s' ella aves- 
se dovuto servire soltanto agli eruditi. Percioc- 
ché, laddove in questo caso egli sarebbesi limitato 
a riprodurre con esattezza l'epigrafi antiche , rau- 
nate in quel museo, o disseminate nel dipartimento 



Ili 

del Rodano, ha dovuto invece notarvi accuratamente 
la materia , la forma , le dimensioni , le fratture , 
perfino il peso degli oggetti facili a trasportare ; 
ha dovuto inoltre aggiugnervi una traduzione let- 
terale in francese di ciascuna iscrizione , con una 
succinta sposizione dei singoli monumenti. 

Dopo di avere narrato l'ordinamento da lui po- 
sto agli oggetti antichi, e perchè siasi dovuto dis- 
costare da quello adottato prima dall'Artaud, suo 
predecessore, passa egli a dare alcuni cenni storici 
intorno il palazzo dell' arti, di presente trasforma- 
to in museo. Viene appresso la parte principale del- 
l'opera , preceduta da varie nozioni preliminari, e 
seguita da un elenco dei nomi degli artisti, od ope- 
rai, e dei bolli di fabbriche , rinvenuti dall'autore , 
sì nel museo stesso , e sì nelle private raccolte di 
q iella città. E chiuso il tutto dai soliti indici e ta- 
vole sinottiche. Tal è questo lavoro del sig. Comar- 
mond, di cui prendiamo a dare un succinto rag- 
guaglio, secondando l' istituto di questo giornale , 
di passare in rassegna le più cospicue produzioni 
letterarie o scientifiche , uscite di prossimo ad ar- 
ricchire il materiale dell'erudizione. 

Alla descrizione del museo premette l'autore , 
siccome abbiamo avvertito, alcune nozioni prelimi- 
nari, concernenti le antichità romane e l'epigrafia, 
a cagione di facilitare ai meno eruditi J 'intelligen- 
za dei marmi scritti. Comunque non ci siano ignote 
le gravi difficoltà che s' incontrano a dover ridur- 
re in compendio una materia di sì vasto sapere, 
tuttavia non possiamo astenerci dall'osservare, che 
tali nozioni ne sono sembrate in genere alquanto 



112 

superficiali, spesso manchevoli ed imperfette , tal- 
ora eziandio false o mal fondate ; in guisachè pos- 
sano facilmente condurre in errore chi sprovvisto 
di erudizione volesse quindi attingere una qualche 
notizia delle cose antiche. Senza troppo fermarci 
su questa prima parte del suo lavoro , ne tocche- 
remo quanto basti, per mettere in evidenza ciò che 
abbiamo asserito. 

Nel principio, parlando egli delle provincie delle 
Gallie , afferma che « la division de la Celtiqne en 
trois lyunnaises, fùt (aite par Vempereur Constantin. » 
Né possiamo indovinare chi ne l'abbia sì bene as- 
sicurato. Che nei tempi di Costantino si noverassero 
di già più provincie lionesi, lo si ricava dalla prima 
legge del codice teodosiano, De censii, datata del se- 
condo consolato di Costantino e di Licinio; cioè del- 
l'anno dell'e. v. 312, diretta ad Antonium Marcelli- 
num , praesidem provinciae lugdunensis primae. Ma 
sembra che cinquantasette anni dopo, cioè nel 369, 
quella parte delle Gallie fosse ancora divisa in due 
sole provincie ; perciocché Sesto Rufo, nel Brevia- 
rio da lui dedicato all' imperator Valente dopo l'an- 
no indicato, passando in rassegna le provincie gal- 
liche e britanniche, cita fra l'altre, belgicae dime , 
lugdunenses dime : dal che meritamente inferisce il 
Pagi , che la suddivisione del territorio celtico in 
tre provincie lionesi spetti alla quarta partizion 
delle Gallie, effettuata, come sembra, da Graziano, 
innanzi l'anno dell'er. volg. 374 (Critic. a. 374, X). 
Non si vede adunque come abbia potuto 1' autore 
attribuire a Costantino la divisione suddetta, senza 
punto allegare le ragioni , che ve l'abbiano auto- 
rizzato. 



113 

Facendosi quindi a parlare dell'ordine senatorio, 
dice, che per venirvi ammessi ( almeno finche non 
cedette il senato al predominio della potenza im- 
periale ) si richiedeva 1' età d' anni quarantacinque 
(pag. XXXIII): né di tale assertiva rende miglior ra- 
gione, che fatto abbia della precedente. È notissi- 
mo intorno 1' età consolare il testimonio di Cice- 
rone, nella filippica quinta : Nam terlio et trigesimo 
anno morlem obiti, quae est aetas nostris legibiis de- 
cem annis minor qaam consularis ; or se a quaran- 
tatre anni si poteva chiedere il consolato, eh' era , 
per valermi delle paiole dello stesso Tullio, hono- 
rum populi finis [prò Piane. 25), è cosa inverosimile 
al sommo , eh' egli si ricercasse un' età più pro- 
vetta per entrare in senato , dignità meno elevata 
e di emergenza minore. Tengono anzi generalmente 
gli eruditi, argomentandolo dalle magistrature di Ci- 
cerone, il quale più volte si dà vanto di averle sem- 
pre assunte nel tempo legittimo, che circa i trenta 
anni si potesse di già prender luogo nel consesso 
dei padri. 

Erroneo del pari è l'affermare, che i consoli « à 
V expiratiou de leur charge pouvaient ètre réclus » 
(pag. XXXVI), e che i procousoli, comunque grande 
si fosse il poter loro, e grandi vittorie avessero ri- 
portato « n'obtenaient jamais les honneurs du triom- 
phe » (ibid.). Perciocché, quanto alla prima asser- 
tiva, sappiamo anzi da Livio, che nell'anno di Roma 
413, aliis plebiscitis caulum, ne quis eundem magi- 
siratum intra decem annos caperei (lib. Vili, 42). Egli 
è il vero , che questo regolamento non fu sempre 
osservato, e molti di bel nuovo furono eletti , an- 
CXL. 8 



114 

ziehè i dieci anni prescritti fossero trascorsi. Ma 
l'assumere un consolato immediatamente dopo l'al- 
tro era un abuso enorme , il quale non ebbe luo- 
go, se non se in quei cittadini, che si arrogarono 
nella repubblica un potere smisurato e tirannico; co- 
me si vide, a cagione di esempio, in Caio Mario, 
che dopo di aver tenuto i fasci per sette volte , 
nelle quali cinque anni di seguito, fu eletto console 
ancora in assenza (Tit. Liv. epit. 67, 68, 80).Medesi- 
mamente , che i proconsoli non potessero aspirare 
all'onor del trionfo, ciò si verifica soltanto in co- 
loro, che da privati erano innalzati a quella digni- 
tà : perciocché il proconsolato era un potere, non 
già una magistratura, e per conseguente, assumen- 
dola i privati senza gli auspicii prescritti dalla re- 
ligione , questo impedivali di poter trionfare. An^ 
corchè Pompeo Magno , di cavaliere fatto procon- 
sole, dopo le insigni vittorie riportate nell'Affrica e 
nella Spagna, menò due trionfi per decreto del se- 
nato. Che se i proconsoli fossero stati uomini con- 
solari , o pretorii , nulla s' intermetteva perch' es- 
si trionfassero , e molti esempi ne somministrano 
i fasti. Adunque , nel primo caso , il sig. Comar- 
mond confonde 1' uso con 1' abuso ; nel secondo , 
afferma assolutamente ciò , che appena si verifica 
sotto una condizione. 

Errore anche più grave commette il medesimo, 
confondendo il pontifex maximus col rex sacrorum 
o sacrificulus (pag. XL). La origine di tal sacerdo- 
zio ne fu tramandata da Dionigi d'Alicarnasso (lib.V). 
11 rex sacrorum apparteneva , com' è notissimo , al 
collegio dei quindici , cui presiedeva il pontefice 



115 

massimo , con autorità suprema , in tutte le cose 
che rtferissersi al culto : dal pontefice massimo ri- 
cevea egli V inaugurazione e 1' investitura del sacer- 
dozio (Tit. Liv. lib. 40), ed era suo carico princi- 
pale, secondo che insegna Varrone, l'annunziare al 
popolo, ad ogni nuova luna, le ferie dell' entrante 
mese. Basta ciò rammentarsi, per giudicare quanto 
diversi l'ossero questi due sacerdozi. Seguitando po- 
scia la comune opinione , identifica egli la vestale 
massima con la più antica « la plus ancienne s'ap- 
pellait Maxima » (pag. XLIII): intorno a che ram- 
mentiamo come il eh. cav. Grifi , in un suo dotto 
comentario sur una importantissima iscrizione rin- 
venuta nella via appia , letto nella pontificia acca- 
demia romana di archeologia, e nel presente reso 
di pubblica ragione, abbia dimostrato con validi ar- 
gomenti, come le due anzidette qualifiche, di ma- 
xima e vetustissima, non dovessero di necessità con- 
venire alla stessa persona , ma potesse anzi la ve- 
stale massima essere d' età men provetta che l'al- 
tre non fossero , le quali tuttavia le cedevano in 
dignità. 

Né meno è da censurare quando afferma, che 
« les sèvirs augustaux furent inslitués à Rome et dans 
les principales villes de l'empire, après la mort </' Au- 
guste, etc. » Quasiché il corpo degli augustali non 
avesse da principio contenuto, che sei membri sol- 
tanto chiamati seviri; mentre invece non ha chi non 
sappia , come il detto corpo , nella prima istitu- 
zione fattane in Roma da Tiberio, fosse composto 
di ventun'uno individui, cavati a sorte fra i più co- 
spicui della città, sorte dadi e primoribus civitatis 



116 

unus et vujinli, come scrive Tacito ne'pii mordi del- 
l'impero di quel principe. Il quale istituto in se- 
guito, pei soliti effetti dell' adulazione cresciuto a 
dismisura, propagatosi nelle provincie, furono in 
queste chiamati seviri i primi sei membri del col- 
legio degli augustali: ond'è che tal sevirato fu di- 
gnità municipale, non già urbana, come insegna il 
sig. Comarmond. Il quale afferma ancora, producendo 
l'autorità del Noris , che « les fonctions des sévirs 
élaient toutes civiles et non sacerdolales » eh' è in- 
vece la sentenza del Reinesio, contraddetta e con- 
futata dal Noris nei Cenotafi Pisani (dissert. I. cap. 
VI, pag. 71-F) dove sostiene il sommo porporato, 
ì'angustalità non essere mai stata una magistratura, 
ma un sacerdozio; né la giurisdizione degli augu- 
stali aver mai varcato i confini delle cose sacre , 
che si riferissero a quel collegio. 

Altre volte poi F autore dà su qualche punto 
delle notizie insufficienti, o pretermette le più ne- 
cessarie, nò pone in somma la cosa in quella mi- 
glior luce che potrebbe avere, per la compiuta in- 
telligenza dei meno eruditi. Così, a cagione di esem- 
pio , nel trattare degli stessi seviri augustali , non 
fa menzione alcuna della distinzione dei medesimi 
in seniori e giuniori, che pur di frequente s' incon- 
tra nei marmi , e marca una differenza di dignità 
nel collegio degli augustali. Così trattando del grado 
militare del centurione, scrive che quello « de la 
première cohorle prénait le lilre de premier centu- 
rion » (pag. LIV). Dov'egli avrebbe potuto passarsi 
di quella inutile osservazione, e rammentare invece 
come il primo centurione, cioè della prima coorte 



117 

de'triari, venisse d'ordinario indicato con altra de- 
nominazione, che differenziavalo dai rimanenti, con 
quella cioè di primipilus , o primus pilus , o cen- 
tuno primi pili: denominazione che subentrò a quella 
del primus centuno, secondo che Livio attesta: qui 
altemis prope annis et tribunus mililum et primus 
centuno erat, quem nunc primi pili appellant (lib.XLI). 
Avrebbe dovuto aggiugnere, come questi agguagliasse 
quasi in dignità i tribuni, e del pari che i tribuni 
ed i legati avesse il diritto d'intervenire ai consi- 
gli militari ; laddove i centurioni delle altre coorti 
non potevano assistervi, se non se in qualche cir- 
costanza straordinaria e per espresso comando del 
condottiere supremo (Gaes. Bell. Gali. lib. 1, 40). 

Altre cose non poche vi potremmo censurare, 
massime quando l'autore si fa ad esporre i miti e 
e le divinità degli antichi; ma ciò prolungherebbe 
soverchio il presente articolo; d'altronde ne sembra 
che il fin qui detto sia più che bastevole a mettere 
in chiaro, come sia dall'autore medesimo da rian- 
dare con più sagace indagine su queste nozioni pre- 
liminari, ond'elle possano meritarsi la piena com- 
mendazione degli eruditi. 

Facendoci ora d' appresso alla parte principale 
dell'opera, cioè alla descrizione del museo, avver- 
vertiamo in prima , come il maggior numero dei 
marmi quivi esistenti sia di già noto agli eruditi , 
per esserne stati pubblicati moltissimi dallo Spon e 
dall'Artaud, non pochi dal Grutero, dal Menestrier, 
dallo Ghorier, dal Paradin, dal Colonia, dal Mura- 
tori, ed altri. Trecento all'incirca sono i monumenti 
epigrafici, descritti ed illustrati dal sig. Comarmond, 



118 

dei quali appena una metà egli annunzia come ine- 
diti; sono poi effettivamente meno della metà , se 
vogliano prelevarsene molti frammenti , dai quali 
non può cavarsi verini costrutto , e vari epitafì 
di men remota antichità , posteriori all' epoca del 
rinascimento delle scienze. E quanto a questa me- 
desima parte della raccolta, cioè di quei monumen- 
ti che furono classificati nel museo dopo la pre- 
sidenza dell'Artaud, e durante quella dell'autore, si 
vogliono ancora notare due cose. Primo, che taluni 
fra questi si trovano di già pubblicati nelle me- 
morie dell'istituto di Francia : secondo , che tutti 
sono stati resi di pubblica ragione dal sig. Boissieux 
nella sua raccolta delle antichità lionesi, opera posta 
sotto i torchi dopo quella del sig. Comarmond, ma 
uscitane molto prima. Le quali due circostanze pare 
che offendano ( parzialmente la prima , totalmente 
l'altra) la novità delle pubblicazioni dell'erudito con- 
servatore dei musei di Lione. 

In generale, nel sno libro non possiamo troppo 
lodare la maniera, con cui ne si appresentano all'oc- 
chio i monumenti epigrafici: pare anzi che nel pub- 
blicarli siasi cercato piuttosto di servire all' appa- 
renza, che di dare agli eruditi una giusta idea Selfo 
stato del monumento. Tutte le iscrizioni, sieno in- 
tere, sieno mancanti di qualche parte, perfino i men 
pregevoli frammenti, vi figurano entro riquadri li- 
neari, in guisa che , a prima vista elle sembrano 
tutte interissime, nò mancano di produrle un certo 
bell'effetto; ma togliendo poi a considerarle, fa me- 
raviglia il vedervene alcune, le quali non contengono 
che tronche parole , vote affatto di senso ; il che, 



119 

quanto poco si acconci allo stato del monumento,- 
chiunque ha fior di senno sei vede. Vi notammo 
pure , come nell' epigrafi mutilate nel mezzo , non 
vengano sempre con giusta misura indicate le la- 
cune , da cui dipende la quantità degli elementi 
scomparsi; diligenza caldamente raccomandata dal 
Maffei nella Critica lapidaria. Infatti, chi l'abbia esa- 
minate, ve ne avrà senza fallo rinvenuta più d' una 
di restituzione sicura, nella quale gli spazi lascia- 
tivi dall'autore sembrerebbero esigere un tutt'altro 
compimento, da quello che in effetto se le appar- 
tiene. 

Ciò quanto all'esteriore, ed in generale. A vo- 
ler poi rilevare tutte le cose, che notar si potreb- 
bero in questo libro, e le mende occorsevi , o nel 
copiare i marmi, o nel dettarne le illustrazioni , o nel 
citarne le pubblicazioni anteriori, sarebbe mestieri d' 
empire non poche pagine regine chartae, come disse 
Catullo, e prolungare di troppo il presente articolo. 
Ond' è che noi ci limiteremo a recare in mezzo le 
più cospicue, quelle che a prima vista ne saltarono 
in su gli occhi, con lo scopo di far palese quanto 
ancora lasci a desiderare quest' opera, che pur non 
manca di pregi e d'utilità. 

E primieramente accade talora al sig. Comar- 
mond di annunziare come inedita una qualche i- 
scrizione , di già pubblicata altrove- Vedasi, a ca- 
gione d'esempio, il bel monumento votivo, eh' egli 
riporta a pag. 214, N° 304, dandolo per inedito ; 
laddove , s'egli avesse consultato le Memorie del- 
l'istituto di Francia , ve lo avrebbe trovato nel 
tomo primo, a pag. 212: imparandovi ancora, come 



120 

sia staio illustrato dal sig. Monges, che ne pre- 
sentò il fac slmile all' accademia di belle lettere. 
Ma ciò sarebbe men male; peggio si è che l'au- 
tore non ha saputo rintracciare il fatto storico , 
cui allude il monumento anzidetto , ed ha preso 
un solenne equivoco nel comentarlo. Poniamo sot- 
t' occhio una parte della iscrizione , onde meglio 
se ne comprenda l'errore: 

BONAE MENTI AC RE 

DVCI FORTVNAE RED 

BIBITA ET SVSCEPTA 

PROVINCIA 

T . FLAV1VS . SECVNDVS . PH1L1PPIA 
NVS .V.C. LEG . AVGGG . PROV . LVG . 

Seguono altri titoli ed onorificenze del mede- 
simo personaggio, non che i nomi di alcuni mem- 
bri della sua famiglia , congiuntamente ai quali 

ABAM CONSTITVIT AC 
DEDICAVIT 

che sono l'ultime parole della iscrizione- Dalla quale 
apparisce che un Tito Flavio Secondo Filippiano, 
legato di tre augusti nella provincia lionese ecc. 
eresse e consacrò un altane home menti ac reduci 
fortume, dopo aver sottomessa e ricuperata la pro- 
vincia suddetta. 

Sentiamo adesso che cosa ne dica il sig. Co- 
marmond. « Nous pensons » egli scrive « que celle 
belle inscriplion hislorique , qui rappclle une vi- 
cluire et une province réconquise , se rapporle mix 
tems des empereurs Pupien , Bnlbin , el Gordicn 
Pie, qui retjnèrenl ensemble ». Non fa motto però di 



121 

qual provincia si tratti, né del perchè abbia egli 
pensato agli augusti suddetti : né per certo gli 
sarebbe tornato agevole a mettere in chiaro la ra- 
gionevolezza del suo sentire. Limitandosi a no- 
minare tre principi che retto abbiano insieme le 
redini dell'impero, egli non s'interessa punto d'in- 
vestigare se il fatto che si rammenta nelle is- 
crizione, fatto pubblico e rilevante, si acconci alla 
storia di quegli augusti e spieghi la dedicazione 
di quell'ara votiva. 

Che s'egli avesse consultato ls anzidette Me- 
morie dell'istituto, avrebbe saputo come il sullo* 
dato sig. Monges l'abbia invece riferita a Setti- 
aio Severo, ed ai figli di lui Caracalla e Gela: la 
qual sentenza ne sembra quadrare per ogni verso 
alla dedicazione di quel monumento. Infatti nel- 
l'anno dell'E. V. 209 (siccome l'Eckhel ha desunto 
dalle monete ) Settimio Severo comunicò a Geta 
il titolo di Augusto, da lui già conferito a Ca- 
racalla , suo figlio maggiore, fin dall'anno 169; e 
questi furono i primi tre principi che lo portas- 
sero insieme. Quanto poi all'avvenimento, che mo- 
tivò la più volte indicata consecrazione dell' ara 
lionese, conosciamo dalla storia, come Clodio Al- 
bino, inasprito al vedersi posto in non cale da 
Settimio suo collega, posciachè questi ebbe vinto 
e disfatto Pescennio si levò in armi, e passato con 
l'esercito nelle Gallie , insignorissi di quelle Pro- 
vincie neh' anno dell'E. V. 196. Dove dipoi affron- 
tato dall'esercito di Settimio, toccò presso a Lione 
una grossa sconfitta , ed egli medesimo vi perì , 
tornandone le Gallie nell' obbedienza di Severo. 



122 

Ciò accadde nell'anno 597 ; ed è questo l'avveni- 
mento ricordato nel marmo, cioè la ricuperazione 
della provincia lionese, la quale diede motivo al 
legato di quegli augusti di consecrare un' ara al 
buon genio ed alla fortuna reduce. Quanto poi al 
tempo in cui fu posto quel monumento, esso è 
circoscritte fra l'anno 209 a tutto il 210: percioc- 
ché nel 209 fu comunicato a Geta il titolo di Au- 
gusto , e nel febbraio del 211 mòri Settimio in 
Bretagna ov'erasi recato unitamente ai suoi figli. 

Nò questa è l' unica volta che accade al nostro 
autore di trovarsi fuori di ragione istorica nel 
eomentare i monumenti. Eccone un altro esempio 
nel pregevole marmo cristiano, che più sotto esi- 
biamo, pubblicato in prima dall'Artaud (Nofcico du 
musée de Lyon, pag. 12 , N. 8, B), e riprodotto 
dal nostro autore a pag. 60, N. 56. È notato in 
questo epitafìo il nome della feria insieme al giorno 
del mese, circostanza che gli aggiugne molto pre- 
gio; e comunque in parte sia mutilato, offre non- 
dimeno dati bastevoli ad effettuarne una sicura re- 
stituzione. Scrive l'autore, parlando di questo de- 
funto: « // mourut un vendredi, le \l'" e jour avaiit 
les calendes de janvier, ou de fevricr. - OnpourraiC 
conjeclurcr par V avanl-dcrnicre ligne , que les deux 
hommes illuslres qui y sont iudiquós élaicnt consids r 
et que la terminaison CONE, indiquerait peut-èlre le 
célèbre Slilicon (1) ». 

Ma questa lapide, con buona pace del sig. Co- 
fi) Non facciamo qui che ripetere quanto abbiamo detto di 
questo marmo nella dissertazione interno le iscrizioni cristiane 
cronologiche,, premiata dalla pontificia accademia di archeologia. 



123 

marmond, non sembra in modo niiino doversi riferire 
a quel personaggio, sia nel primo, sia nel secondo suo 
consolato. Flavio Stilicone resse i fasci la prima volta 
con Aureliano, nell'anno di G. G. 400: quell'anno 
fu Dissestile, correndo la lettera domenicale AG. 
la quale ai 16 di gennaio (XVII Kal. Februarias) diede 
il nome di martedì , ai 16 di dicembre (XVII Kal. 
Januarias ) diede quello di domenica. Il medesimo 
li resse per la seconda volta insieme ad Aniemio, 
nel 405; quest'anno era semplice ed esibiva la lett. 
dom. A., , la quale ai 16 di gennaio diede lo stesso 
nome di martedì, ai 16 di dicembre quello di 
sabato. 

Dunque il nostro epitafio non può spettare né 
all'uno, ne all'altro degli anni anzidetti: percioc- 
ché in essi la feria sesta, indicata nel marmo, non 
si raffrontò né coi 16 di gennaio, né coi 16 di di- 
cembre, che sono le due sole restituzioni possibili 
della parte mancante. 

A tolto dunque l'autore ebbe ricorso a Stili- 
cone , quando invece avrebbe dovuto soffermarsi 
all'ultima parola dell'epitafio, ch'è , a nostro giu- 
dizio, quella che scioglie il nodo, ed in cui viene 
indicato il console Postumiano. Questi assunse la 
porpora, unitamente a Flavio Zenone, nell' anno di 
G. C. 4-48: in tale anno, che fu bissestile, era in corso 
la lett. dom, DG. , la quale diede appunto ai 16 
di gennaio il nome di venerdì. Egli si può dun- 
que avere per certo, che l'epitafìo spetti a quel- 
l'anno ed a quei consoli; e che l'autore abbia mal 
copiato il marmo, scrivendo CONE in luogo di NONE, 
ch'è la desinenza del nome di Flavio Zenone pò- 



124 

sposto a Postumiano secondo l'uso di occidente, ed 
inciso dal quadratario a lettere più minute al di 
sopra dell'ultima linea, essendogli mancato nel mar- 
mo Io spazio necessario per collocarlo al suo posto. 
Ecco pertanto in qual modo noi pensiamo che 
si debba restituire questo epitafio: 

facREQVIISCIT INNO 
cens URSVSQVI VIXiY 
an'NVS QVAT TVOr 
ci mENSES HOCTo 
r/.rf.vENERISSEPTEmo 
de GEMO KALENDas 

ET ZENONE VVCC 

/efcARLYSPOSTEMlANa 

Il quale così restituito, ne sembra che possa me- 
ritare un posto fra le cristiane iscrizioni , di cui 
ragiona il Marini nella lettera al Garatoni (Giorn. dei 
lett. di Pisa, tom. VI), trovandosene quivi delle più 
malconce di questa. Potrebbe anzi figurare fra quelle 
che il Cardinali aggiunse alla serie anzidetta del Marini 
( Atti della R. accademia di Archeol. tom. 3, pag. 
359) occupando il luogo della seconda , a giudizio 
degli eruditi riconosciuta per falsa. 

Uno de'più cospicui monumenti epigrafici , che 
rendano insigne il museo di Lione, anzi certamente 
il più ragguardevole, dopo le famose tavole di Clau- 
dio, si è quello riportato dall'autore a carte 203, 
N. 287; cioè un' ara marmorea, eretta in memoria 
d'un laurobolio, percepito da un cotale Lucio Emi- 
lio Carpo, per la conservazione dell'imperatore An- 



125 

tonino Pio e dei figli suoi , e pel prospero stato 
della colonia lionese, nell'anno di Roma 892 , se- 
condo i nomi dei consoli quivi notati. Ma l'illustra- 
zione che l' accompagna , non che mettere in evi- 
denza il pregio grandissimo di tal monumento, la- 
scia anzi inavvertita la circostanza , che più deve 
raccomandarlo agli eruditi. Noi non gli faremo rim- 
provero di questo, ch'egli l'accenni pubblicato sol- 
tanto dal P. Colonia, dal Millin e dalI'Artaud, men- 
tre lo ò stato ancora da monsig. Della Torre , dal 
Muratori , dal Bianchini ed altri. Gli condoneremo 
eziandio l'evvr desunto dalla frase usitatissima, prò 
saltile imperaloris, la necessità di una malattia in 
Antonino, la quale abbia motivato il lauroboìio: ma 
non possiamo rimanerci dal censurarlo dell'aver pas- 
sato sotto silenzio, come questo marmo abbia con- 
fermato la conghiettura degli eruditi, che le inizia- 
zioni dei sacerdoti con lauroboìio e criobolio ed al- 
tri osceni riti del culto di Mitra e di Cibele , si 
dovessero specialmente praticare in Roma nel colle 
vaticano. Non avrà forse ignorato il sig. Comar- 
mond , come più are di simil fatta , corredate dei 
nomi dei consoli, e del giorno di loro dedicazione, 
fossero rinvenute ai tempi di Paolo V nel colle sud- 
detto, e precisamente presso la curvatura del circo 
dì Nerone, in occasione che gittavansi le fondamenta 
dal lato meridionale della nave traversa del tempio 
vaticano, dove in appresso fu costruitala cappella 
dei santi apostoli Simone e Giuda. Le iscrizioni 
dell'are suddetta, date in parte dal Martinelli e dal 
Fabbretti, furono dipoi pubblicate tutte insieme dal 
Bianchini nella prefazione ad Anastasio (edil. Vatic. 



126 
tom. 2), deragli nana di averle copiate da un co- 
dice del Grimaldo, notaio incaricato di riferire con 
ogni accuratezza negli atti pubblici, tutte le cose, che 
di giorno in giorno venissero cavate fuori dal suolo, 
nella demolizione dell'antica basilica e costruzione 
della nuova. 11 quale assembramento di più consi- 
mili monumenti nel medesimo luogo facilmente 
persuase all'Ugonio, erudito uomo di quel tempo, 
che quivi principalmente si celebrassero le ceremo- 
nie superstiziose, alle quali si riferivano l'are sud- 
dette. Or questa sentenza dellUgonio, dice il Bian- 
chini ch'è stata messa in evidenza dalla scoperta 
del marmo lionese ; imparandosi da quello , come 
le corna, od i genitali (vires) della vittima immo- 
lata, unitamente all' ara ed al bucranio , dal colle 
vaticano si trasportassero nella colonia , la quale 
avea decretato d' offerire il sacrifizio della Madre 
Idèa secondo il rito romano, e con tutte le solen- 
nità e gli amminicoli, che vengono descritti nel 
monumento. Strana cosa per certo era questa, che 
siffatti abbominevoli cerimonie del paganesimo già 
vacillante avessero appunto a profanare quel luogo, 
nel quale il principe degli apostoli, secondando V 
ispirazione divina, avea stabilito il centro della cat- 
tolica comunione ! Ricavasi pure da questo marmo 
come tali piacoli, di cui non ha ricordo alcuno nei 
secoli precedenti, debbano essere stati introdotti nel 
culto romano a tempo degli Antonini. Vedasi però 
quanto a torto il sig. Comarmond abbia preter- 
messo del tutto simili circostanze, che formano il 
pregio principale del monumento da lui prodotto 
ed illustrato. 



127 

Dà luogo ad un' altra censura di simil fatta il 
monumento a carte 100, n. 137. È 1' epitafìo di 
una cristiana, per nome Mercurina, interessantissimo 
e noto agli eruditi , per esser corredato delle se- 
guenti note cronologiche: 

OVIIT XIII kALMAIAS VIGEL1A PASCE 
CAL'PiO VC CONS 

ed è questo il terzo monumento, dopo il titolo del 
canone ippolitèo, ed il famoso epitafìo di Pascasio, 
illustrato dal Noris, che presenti , unitamente alla 
nota consolare, il carattere della festa pasquale, in- 
dicato con assai precisione, come rilevasi dalla os- 
servazione dei cicli. Egli è il vero che cede questo 
in pregio ai due anzidetti; perciocché nel primo è 
notata ancora l'età della luna, carattere molto ido- 
neo ad illustrare i cicli pasquali, di cui si valevano 
gli antichi rettori delle chiese a regolare le feste 
mobili dell'anno ecclesiastico; il secondo poi, cioè 
il titolo di Pascasio, determinando con assoluta cer- 
tezza in qual giorno celebrasse la pasqua la chie- 
sa latina neh" anno di Gesù Cristo 463 , sog- 
getto di controversia fra i cronologi, ha conseguen- 
temente posto in chiaro altre cose di grave mo- 
mento per le antichità della chiesa. Ma di grande 
importanza è pure il marmo lionese, e dottamente 
l'espone il Cardinali, cui fu comunicato dal Labus, 
in una dissertazione epistolare inserita nel tomo 
terzo degli atti della pontificia accademia romana 
di archeologia (pag. 351). Non accade infatti ram- 
mentare agli eruditi , come basti che ritrovisi in 



128 
una iscrizione la nota consolare, insieme alla indi- 
cazione del giorno del mese e della settimana, per 
dedurne importantissime conseguenze , e conside- 
rarla siccome un monumento adatto a comprovare 
la cronologia della storia ecclesiastica. Non sembra 
però di questo avviso il sig. Comarmond : « Monges, 
egli scrive, a fati une nolice sur celle inscription, dont 
le bui principal élail de prouver que la fèle de Pàcques 
a toujours élé célèbrée à la mème epoque. Callipius 
ou Aìypim élail consul en 447. Nons navons aucun 
renseiynement sur le lieu el l'epoque de la découverte 
de ce monnmenl. » Ecco tutta quanta l'illustrazione 
eh' egli ne fa : della importanza e rarità del mo- 
numento, siccome ognun vede, non si tratta ne pun- 
to né poco. Quanto poi a ciò ch'egli afferma del 
sig. Monges, ne sembra cosa incredibile, che quel- 
V uomo erudito abbia voluto, o potuto sostenere un 
simile assurdo, contro il quale grida altamente tutta 
la storia ecclesiastica. Ond' è che noi ci sentiamo 
piuttosto inclinati a credere, che lo stesso sig. Co- 
marmond, o non abbia perfettamente compreso l'o- 
pinione di lui, o non abbia esternato con chiarezza 
il proprio concetto. Siamo poi lieti di poter som- 
ministrare le opportuue notizie intorno il luogo ed 
il tempo della scoperta di questo epitafìo. Esso fu 
rinvenuto a Lione, nell'anno 1806, in via des Far- 
ges, nella occasione che vi si facevano degli scavi, 
come rilevasi dalle Memorie dell' istituto di Fran- 
cia, nelle quali, comunque 1' ignorasse l'autore del 
libro di cui ci occupiamo, è stato pubblicato l'epi- 
tafio suddetto di Mercurina ( Mem. de 1' Insti t. R. 
de France, toni. I, pag. 248). 



129 

A coloro , cui molto ò familiare lo studio dei 
marmi antichi, non avrebbe forse recato meraviglia 
il trovare, come il distico greco, inciso sotto 1' e- 
pigrafe, a carte 136 n. 170, non abbia riferimento 
alcuno con 1' epigrafe stessa : dove prolesta il sig. 
nostro autore di non sapere indovinare qual si fosse 
l' intenzione del marito, allorquando egli fece scol- 
pire quei versi su la tomba della consorte. Imper- 
ciocché quell'epigramma, cavato dall'Antologia, se- 
condo ogni probabilità vi è stato aggiunto poste- 
riormente da chi amava forse di accrescere il pre- 
gio del monumento: circostanza verificata più volte 
dal sommo Maffei , e da lui chiaramente avvertita 
nella Critica Lapidaria : « Cavendwn est ab epigram- 
malis nolis iampridem et praecipue in antkologia re- 
censitisi quum lapidibus impressa spedanti** » [Art. 
Crit. lib. 3, cap. I, pag. 75). 

Ma fra tutti i monumenti che adornano il mu- 
seo di Lione, loda a cielo il sig. Comarmond uno 
onorario , posto ad un cotale Caio Giulio Celso , 
personaggio insignito di più cospicue dignità, e del 
figliuolo di lui , ascritto nella età di quattro anni 
all' ordine senatorio dall' imperatore Antonino Pio 
(Supplem. pag. 391, n. 717). Eccone la ragione. 

Un Giulio Celso viene citato da Spandano, co- 
me privato consigliere dell' imperatore Adriano : 
« Cani iudicaret in Consilio habuit non amicos suos, 
aat comites solimi , sed iurisconsidtos , et praecipue 
hdium Celsum, Salvium Iulianum, eie. » (Hadr. 18). 
Se non che il Grutero ed il Casaubono, non tro- 
vando menzione alcuna di questo Giulio Celso, re- 
stituirono nel luogo citato luvenzio Celso, famoso 
CXL. 9 



130 

giureeonsulto e ragguardevole personaggio di quella 
età. Ma la scoperta del nostro marmo, dice il sig. 
Comarmond « vieni confìrmer le texle de cet auteur, 
dont Gniter et Casaubon voidaient changer le sens. » 
E tutto lieto di avere, a suo giudizio, colto in fallo 
quei valentuomini, s' ingegna di provare l' identità 
di questo Giulio Celso col privato consigliere di 
Adriano, ed aprendo libero campo alla sua erudi- 
zione, asserisce ancora fra l'altre cose, che i Gelsi 
appartenevano alla gente Papia. 

Alla quale assertiva, perciocché non ha relazio- 
ne alcuna col monumento di cui si tratta, oppo- 
poniamo semplicemente , come il Glandorpio non 
metta il cognome di Celso nei Papii , i quali si- 
curamente portarono quello di Mutilo , come rile- 
vasi ancora dai marmi. Il cognome di Celso va 
unito a quello di Papio in una sua moneta ; forse 
perciò l'Orsino, il Vaillant, e l'Avercampio l'han- 
no congiunto a Papio, ed hanno detto Papio Celso. 
Ma sarà questo veramente un solo personaggio ? 
terrà il canone dell' Eckhel, che un solo nome 
non si legga mai ripetutamente sopra le due fac- 
ce d'una moneta? E non occorre in varie monete 
di leggere dei nomi diversi, anche sopra un solo 
lato? Ne citeremmo degli esempi, se fosse nostra 
intenzione di sviluppare una questione , che ab- 
biamo solamente toccata di volo , per accennare 
come quell'assertiva dell'autore sia capace d'oppo- 
sizione. 

Tornando ora al proposito, professiamo di non 
potere accomodarci al parere del medesimo, quanto 
alle conseguenze ch'egli deduce dal suo monumen- 



131 

to. Infatti , oltreché l'autorità di questo marmo , 
scompagnata di ogni altro storico documento, non 
sembra bastevole a fare accettare questo Giulio 
Celso fra i primi giureconsulti del tempo suo (co- 
me accenna chiaramente il testo di Sparziano), né 
scemar peso alla savia restituzione di quei dottis- 
simi comentatori , V iscrizione offre in seguito tali 
idiotismi nella ortografia , e tali enigmi net senso, 
da insinuare qualche fondato sospetto* circa la sin- 
cerità di un monumento, cotanto esaltato dal sig. 
Comarmond. 

Avvertiamo in primo luogo una sinistra coinci- 
denza , ehe cioè un Giulio Gelso figuri su due al- 
tre lapidi, spettanti al medesimo tempo, 1' una del 
Grutero (256-2), l'altra del Muratori (320-1), che 
sono facilmente da classificare fra le supposte. La 
gruteriana , Caduta dalle impure fonti del Morale , 
fu censurata dal Maffei, nell'opera più volte citata 
della Critica Lapidaria (lib. 3, cap. IV, 312), per al- 
cune locuzióni, che non danffo sentore d'antichità. 
Ma più ragionevolmente ne avreb'b' egli preso so- 
spetto, se avesse avuto opportunità di confrontarla 
con l'altra del Muratori} dalla quale apparisce, co- 
me tutti quei nomi e cognomi, che il Maffei ere- 
dea distinguessero cinque diversi individui, spettino 
invece ad una sola persona, terminandosi l'epigrafe 
con queste parole : CAESIA SENI LIA AMICO 0- 
PT1MO. La quale smodata esuberanza di nomi 
bene a ragione rese dubbia al Muratori la sincerità 
di quel marmo: infatti a quel tempo tale abuso non 
era punto frequente, in guisa che di rado se ne ve- 
dono tre , di radissimo quattro e solo negl'i adat- 



132 

tati. Ma un personaggio con cinque nomi gentilizi, 
e, eh' è peggio, cinque cognomi , è cosa del tutto 
insolita e da mettere giustamente in sull'avviso gli 
eruditi circa l'autenticità di un monumento. E ve- 
ramente, chi l'uno e l'altro degli anzidetti si pon- 
ga sott'occhio, di leggeri s'avvede, essere ambedue 
un parto infimae velustatis, e fors'anco nati a cop- 
pia, o falsificati dalla stessa mano. 

Né da qualche indizio di ambigua sincerità va 
esente, a parer nostro, il marmo lionese, come che 
il nome di Giulio Celso vi si trovi solo, senz' altra 
compagnia di gentilizi e cognomi. N'esibiremo la parte 
principale, quella cioè che si riferisce a Giulio Celso 
il padre ; la quale parrà forse agli eruditi non es- 
sere tutt'oro colato, com' ella sembrò al sig. Co- 
marmond , quantunque non abbia poi dato alcuna 
soddisfacente soluzione a quelle difficoltà, che ten- 
jgono perplesso il nostro giudizio : 

C • IVL • C • FlL • QV1R • CELSO 
A • LIBELLIS • ET • CENS1BVS 

PROC ' PROV1NC1AR LVGVD ' ET AQV1TANIC 
PROC * PATRIMONI ' PROC XX HERED1TAT ' ROMA 

Fin qui nulla dà impaccio : ma nella seguente 
linea cominciano i nodi: 

PROC • NEASPOLEOS ET MAVSOLE1 ALEXANDR1AE 

carica, per quanto io mi sappia, non ancora inse- 
gnata dai marmi, e che il sig. Comarmand rife- 
risce alla tomba di Alessandro Magno , esistente 



133 

nella città del suo nome; ma che sembra non essere 
mai stata assunta da verun altro, né prima né dopo 
il nostro Giulio Celso. Andiamo innanzi. 

PROC. XX HEREDITAT PER PROV1NC1AS NARBONENS 
ET . AQUITAN1CAM D1LECTATORI PER AQUITAN1CA 
XI POPULOS CVRATOR1 V1AE LIGNARIAE TR1VMPHAL 

dove il patronimico aquitanicanus è degno del sostane 
tivo dileclator, il quale non si vede che cosa vo- 
glia significare, quando pur non sia posto in luogo 
di allector KtxhiSXoyog, che pur dispiacque al Maf- 
fei nella gruteriana 375-3. Lasciamo correre gli 
undici popoli dell' ultima linea che potrebbero si- 
gnificare una parte dell' Aquitania, la quale a quel 
tempo formava ancora una sola provincia, non es- 
sendo per anco stata divisa in Aquitania prima , 
seconda, e novempopulana. Ma ehe diremo poi del" 
l'epiteto lignariae, che viene in così strana guisa 
a deturpare la via trionfale ? 

Concludiamo che questa epigrafe, così com'ella 
è data dall'autore, presenta qualche indizio d'equi- 
voca sincerità. Ci guardiamo però bene dal pronun- 
ziarne un giudizio, sì perche a molti forniti di più 
acuto vedere potrà esser chiaro ciò che a noi 
parve scuro; sì ancora, perchè non avendo avuto 
comodità di consultare il marmo , ne ricorre 
alla mente quel detto del sommo MafFei: Accidit 
mihi non una vice , ut cum de inscriplione aliqua 
in libris perlecta subdubitarem, ex lapidis et scriptu- 
rae inspectione dubitalionem omnem abiicerem ( Art. 
critic. lib. 2. 175). 

Riserbandone a parlare in altra occasione di 



134 

altri monumenti» o poco esattamente prodotti, o 
men rettamente illustrati dal sig. Conarmond, fac- 
ciamo qui fine al presente articolo affermando : 
non potere il suo libro tornare di piena soddi- 
sfazione agli eruditi, come abbastanza lo dimostrano 
le poche osservazioni che ci ha dettate la sinceri- 
tà, ed ingiunto lo studio di queste materie , nel 
presente, più che mai fosse , reso difficile dalla 
esigenza del secolo ed estensione delle scoperte : 
avere però il medesimo soddisfatto al desiderio della 
commissione municipale di Lione, pubblicando un' 
esatta descrizione del materiale di quel museo, ido- 
nea a far conoscere ad ogni cittadino il numero 
e la figura dei monumenti , che formano il lor 
tesoro antiquario: amplissimo tesoro,, e degno di 
quella città che meritamente fu detta la Roma delle 
Gallie: non avendone oltre 11 alpi alcun' altra , che 
con csfto lei possa gareggiare per la copia e rarità 
di questi oggetti dell'erudizione. 



135 

Elmintologia. Di Vincenzo Catalani 
dottore ih medicina e chirurgia. 

PROEMIO 






D 



'agli umani discendendo, per la scala zoologica, 
a discorrere degli inumani ; poche cose diremo di 
quelli, che entro del nostro corpo annidonsi, e che 
ci conturbano. Non parleremo degli esterni, che in- 
trodottisi nell'interno non vi prolificano, né vi pro- 
sperano ; e solo degli aborigenei del corpo umano 
discorreremo. 

Il parassitismo è talmente nella condizione del- 
l'organismo, che indistintamente lo comportano gli 
esseri viventi. E la parassitica individuale esistenza 
alimentasi a carico del primitivo organismo; ed esso 
ne soffre; e talora perisce, senza che la parassitica 
esistenza si accresca, ne si ingrandisca a carico di 
quello; e sì l'una e sì V altro simultaneamente pe- 
riscono. E quella deesi distruggere, se volsi questo 
conservare* 

CAPO PRIMO 

Riduzione del parassitismo umano. 

Gli antisinneani tre varietà d'intestinali vermi co- 
noscevano; e quegli che dopo di loro furono, talmente 
ne accrebbero il numero, che molte varietà se le im- 
maginarono. Ed intralciarono maggiormente l'elmin- 
tologia col riportarne le varietà a distinte classi. Noi, 



130 

oltre di averne ristretto il numero, ne abbiamo for- 
mata una classe distinta dalle altre, con poca zoo- 
logica precisione, che comprende le seguenti va- 
rietà, cioè; 1° la tenia, 2° il verme vescicolare, 3° il 
tricocefalo, 4° Yascaride vermicolare, b'° il lombricoide. 

Tenia. Sono le tenie vermi schiacciati e lunghi, 
che risultano da piccoli pezzi coi loro margini riu- 
nitisi gli uni agli altri. Annidonsi nei tenui intestini, 
colla testa in alto , e la coda che pende al basso. 
Il capo, simile ad un tuberculo, è munito di quat- 
tro laterali aperture, da cui dipartonsi gli alimen- 
tari canali. 11 collo componesi di piccoli pezzi, che 
leggermente allargandonsi ne formano la lunghezza 
che al corpo congiungesi. L'estremità o è tronca , 
o ai margini laterali elevansi due subulate terminali 
corna. Nelle schiacciate anella apronsi i due geni- 
tali canali; il maschile è superiormente collocato , 
ed inferiormente il femmineo. E le uova nell'uscire 
da questo, da quello vengono fecondate; e la te- 
nia è parassito umano ovipero ermafrodito; e si di- 
vide in armata ed in inerme. 

L'armata conosciuta comunemente col nome di 
tenia cucnrbilina, di verme solitario e di tenia arma- 
ta , ha la testa munita di circolare e stellato coro- 
na, nel cui mezzo esiste la proboscide ; da cui ha 
principio il mediano canale, che diramandosi si e- 
stende fino alla coda. 

La inerme, conosciuta col nome volgare di tenia 
lata, ha la piccola testa munita di quattro laterali 
papille e di una centrale, a cui manca la circolare 
e stellata corona, che circonda la proboscide della 
tenia armata- 



137 

Vermi Vescicolari. I vescicolari vermi dividonsi in 
sociali e in solitari; i primi convivono in comune ve- 
scichetta, e di rado incontransi nel corpo umano ; 
e gli altri in gi'uppi riuniti, ha ciascuno peculiare 
vescichetta; e costituiscono una varietà dell'umano 
parassitismo. Dalla vescichetta il solitario verme 
estrae la testa munita di protuberanze unciformi, me- 
diante cui attaccasi alle contigue parti; e colla pa- 
pilla centrale attrae il convenevole alimento. Nò co- 
nosconsi i sessi, e pare esser sempre spontanea la 
loro generazione. 

Tricocefalo. 11 dicotomo ed ovipero tricocefalo 
annidasi principalmente nel retto intestino , ed è 
rarissimo tra di noi. Egli ha la spirale forma , di 
mezza linea di grossezza, e di uno a due pollici di 
lunghezza. La capitale estremità termina in ripie- 
gata filiforme setola; e la coda spiralmente girando 
termina in ottuso amo, in cui apresi il tubo inte- 
stinale. Il maschio differisce dalla femmina per la 
ripiegata coda e la maschile proboscide ; e questa 
differisce da quello perchè manca della virile pro- 
boscide , ed ha l'ovario, e la coda oblunga, piatta 
e più larga del corpo. 

Ascaride vermicolare. La vivipera ascaride è ro- 
tonda, ed è schiacciata ai lati ; è della grossezza 
di una linea, e della lunghezza di un pollice. Guiz- 
za, e velocemente saltella; non vive sola e riunisconsi 
in conglobate masse; di rado osservansi nello sto- 
maco, nell'esofago, nella vagina, e nella urinaria ve- 
scica, e comunemente annidatisi nei crassi intestini, 
e principalmente nelle cellule cavenose del colon e 
del retto. Lungamente persistono, e narrasi di taluni 



138 

che ne furono affetti oltre ai dieci anni. Col mi- 
croscopio guardata si vede la testa guarnita di ovali 
prominenze, e lungitudinalmente divisa nel mezzo. 
E dalla testa in poi leggermente ingrossandosi, giunta 
al massimo di sua grossezza , incomincia a lenta- 
mente assottigliarsi e termina in subulata coda. Dal- 
l' apertura lungi tudinale della testa ha principio il 
tubo intestinale, che va ad aprirsi nella contraria 
estremità. Nel maschio al di sotto del tubo inte- 
stinale osservasi il maschile canale , che estendesi 
fino all'apice della coda; e l'intestino femmineo ve- 
desi circondato di embrioni, che colla pressione si 
fanno scappare per l'ascaridea cloaca. Straordinario 
è il numero degli embrioni , che in sé racchiude 
la femmina : ed emessi che gli abbia , la madre 
sen muore. 

Lombricoide. Il dicotomo e vivipero lombricoide 
è rotondo , della grossesza di una penna da scri- 
vere, e della larghezza di circa cinque pollici ; ed 
il maschio è sempre più piccolo e men lungo della 
femmina. Il maschile sesso è a poche linee distante 
dall'apice della coda ; ed il femmineo alla distanza 
di due pollici dalla testa. E la femmina ed il maschio 
convivono negli intestini con altri parassitici vermi. 
Degli altri, di cui fanno menzione gli elminto- 
logici, noi non facciamo verbo ; mentre li riguar- 
diamo o come varietà, o come vermi accessori; che, 
quantunque non parassiti umani, nel nostro corpo 
annidansi e che ci conturbano. 



139 
CAPO II. 

Parassilogenesi. 

Il parassitismo è nella condizione universale : 
che indistintamente 1 organismo lo comporta. Ed 
egli ha un' archetipa modalità, che nell'essenza non 
cambia , ed egualmente riproducesi. La cui ge- 
nesi, per alcuni è discendentale, e che non si com- 
pie senza dei paterni germi. Egli è peculiare mo- 
dalità, che annidasi negli esseri organici viventi; e 
da cui solo può ricavare gli elementi indispensabili 
pel suo mantenimento. Dalla quale stazione allon- 
tanata che egli sia, necessariamente perisce: come 
il terreslre animale, che si attuffa nell'acqua , e I' 
aquatico che da essa estraesi. 

Senza diffonderci in parassitogenesiche trascen- 
dentali disquisizioni , noi ci atteniamo all'opposta 
sentenza, senza contraddire alla prima. Imperocché 
nel mentre che ammettiamo la spontanea parassi- 
logenesi, riteniamo del pari la discendentale ovipera 
e la vivipera generazione dell'umano parassitismo. 
1 fatti o che sostengono o che si oppongono sì al- 
l'una, e sì all'altra, sono tali, che non si possono 
distruggere né combinare se l'una e l'altra paras- 
sitogenesi non si ritiene. Eceo perchè i naturalisti 
disputarono , e disputano ancora senza potersi né 
sostenere, né la contraria sentenza distruggere. Nella 
maniera di compiersi la parassitogenesi umana, tanto 
gli ovaristi ed i viviperisti, quanto gli eterogenisli 
hanno dei fatti che gli sostengono, come di quegli 



uo 

che gli contraddicono. In tal guisa mantiensi la sco- 
lastica disquisizione; mentre se o gli uni o gli al- 
tri tutti i fatti avessero nel canto loro, gli uni trion- 
ferebbero , e gli altri necessariamente soccombe- 
rebbero. 

CAPO IH. 

Condizioni parassilogenesiche. 

L'adinamìa è condizione favorevole alla genesi, 
ed alla parassitica figliazione. La favoriscono il lan- 
guore del sistema cardiaco-vascolare, e la predomi- 
nanza dalle vene sulle arterie, ed il linfatico tem- 
peramento; l'adinamìa del tubo gastro-enterico, e 1' 
abbondante secrezione mucosa , e la poca irritabi- 
lità e l'indebolitasi coesione dei solidi. Cosicché i 
fanciulli e le donne la soffrono a preferenza degli 
adulti e degli uomini. E di sovente complicasi alle 
adinamiche malattie; né vien meno né dileguasi pri- 
ma che siansi ristorate le organiche funzioni. 

La favoriscono ancora le cose esterne, che af- 
fievoliscono l'attività plastica, e dererminano il lan- 
guore e la debolezza : verbigrazia , i luoghi umidi 
e circondati dalle stagnanti acque. L'ombrose abi- 
tazioni, né illuminate dalla vivificante azione della 
luce, né riscaldate dai calorifici raggi del sole ; e 
che vengono donominate dai venti , che le rapide 
intemperie determinano. 11 cattivo e manchevole nu- 
trimento; e lo smodato uso dei rilassanti e dei suc- 
culenti, come le acquee bevande ed i farinacei ali- 
menti. 



m 

CAPO IV. 

Riduzione deW umana parassitica manifestazione. 

Sviluppatosi 1' umano parassitismo , turbasi lo 
stato di salute a ragione della quantità e qualità 
dei vermi, e della universale e locale sensibilità delle 
parti ove eglino annidansi, e delle universali e in- 
dividuali organiche condizioni. E la parassitica ma- 
nifestazione è comune e particolare , locale e ge- 
nerale. 

CAPO V. 
Comune manifestazione dell'umano parassitismo. 

Incerta è la parassitica espressione, e la sola 
espulsione dei vermi è il sintomo caratteristico e si- 
gnificante. Nulladimeno noi l'esponiamo, affinchè ab- 
biasi a rilevare da chichessia quali inconvenienti sia- 
no capaci di provocare i vermi. Cambiasi la espres- 
sione facciale, ed ella diviene o rosea, o pallida, o 
plumbea. Un semicerchio azzurro dispiegasi nella 
circolare inferiore parte dell'orbite; e l'inferiore pal- 
pebra gonfiasi ed ingiallisce, e la flavia tinta leg- 
germente diffondesi neh" oculare bianco. L' occhio 
perde la naturale vivacità, si rimane immobile e la 
pupilla si dilata. Insopportabile prurito destasi nelle 
narici e nell'ano. Duole il capo, ed il sonno è tur- 
bato , susurrano le orecchie , e segue la verti- 
gine e lo svenimento. Esala dalla salivosa bocca 



142 

odore fetido e verminoso; stridono i denti ; la sete 
è ardente e l'appetito è perturbato. La tosse è secca 
ricorrente e soffocante; e alla difficile respirazione 
associasi il singhiozzo. La pronunzia è interrotta e 
l'articolazione impedita, e talora la cardialgia tor- 
menta l'infermo, e tale altra l'affoga. Palpita il cuo- 
re, e battono i polsi duri, frequenti, celeri e inter- 
mittenti. Si svolgono gli addominali gas ed il ven- 
tre gonfiasi , e seguono i borborigmi , i rutti , 
la nausea ed il vomito. L'addome duole, e l'ammalato 
lamentasi di lacerazioni e di punture non fìsse, ma 
vaghe per la cavità addominale. Il ventre ora è 
sciolto, ed ora è costipato ; le orine sono tenue e 
crude, né gli escrementi fetenti. Ne segue la noia, 
l'ansietà, la negligenza, la stravaganza nell' operare 
e la tabica consunzione. 

CAPO VI. 

Manifestazione della tenia. 

Rendoncela sensibile ed ampariscente il succia- 
mento, il rotatorio movimento, la gravezza, le pun- 
ture, le morsicature addominali ed il frequente sti- 
ramento nasale. L'aura fredda e alternativa dei vi- 
sceri, ed il gonfiarsi e l'abbassarsi alternativamente 
dal ventre. La tinta plumbea della faccia, la di- 
latazione della pupilla, l'abbondante lagrimazione , 
le vertìgini, i deliqui , il vomito e la consunzione 
colla straordinaria voracità: la debolezza delle gam- 
be e l'universale tremore. Talora violenti dolori ad- 
dominali, ed orribili spasmodiche convulsioni tolgono 
di vita l'ammalato. 



143 
CAPO VII. 

Manifestazioìie del verme vescicolare. 

I vescicolari vermi svolgonsi a preferenza ne- 
gli individui di linfatico temperamento ; e la con- 
sunzione e la rapida emaciazione ne costituiscono 
la caratteristica espressione. Sparsi nella cerebrale 
sostanza della pecora, ella diviene macilente, ver- 
tiginosa e stupida; e fluttuanti nei ventricoli cere- 
brali umani, l'uomo diviene apopletico e sen muore. 

CAPO Vili. 

Manifestazione del tricocefalo. 

II tricocefalo irrita coi rapidi movimenti la su- 
perficie interna dell' intestinale tubo. E raccolti in 
grandissimo numero si riuniscono in conclobate 
masse, e dilatano ed infiammano l'intestinale mu- 
cosa ; e privano il corpo del necessario nutrimen- 
to , e la consunzione determinano. Principalmente 
osservansi nei deboli ; ed alle asteniche malattie 
spesso congiungonsi. 

CAPO IX. 

Manifestazione dell' ascaride vermicolare. 

Velocissimo ed agile nel muoversi suscita nei 
crassi intestini, e principalmente nel retto, un' ir- 



144 

ritazione, un molesto prurito, ed un vivissimo do- 
lore pungente. Ed in masse conglobate ammuc- 
chiandosi irrita la membrana mucosa del retto in- 
testino e suscita il tenesmo , l' irritazione e l' a- 
nale infiammazione. 

CAPO X. 

Manifestazione del lombricoide. 

Colla prominenza dura ed aguzza determina il 
lombricoide dolori pungenti e lancinanti. Talora sen- 
tesi un interno succhiamento; e traforando gli in- 
testini determina nelle parti, ove trasferiscesi, atroci 
dolori. I termini e gli addominali sussulti sono fe- 
nomeni caratteristici del lombricoide. 

CAPO XI. 

Manifestazioue consensuale dell' umano 
parassitismo. 

Dal parassitismo umano derivano ostinate e gra- 
vissime malattie. Nei verminosi osservansi la pal- 
pitazione, la sincope, la vertigine, 1' afonia, 1' am- 
mutolimento , la cecità , il susurro alle orecchie , 
V abbattimento, la stupidità, il delirio, le notturne 
contrazioni, i sogni inquieti, i torbidi pensieri, l'in- 
quietudine, 1' ansietà, il singhiozzo, le convulsioni, 
l' epilessia, 1' apoplessia, la cefalite, la mania, la 
dissenteria, la corea di s. Vito, la catalessi, il te- 
tano, l'epilessia, l'asma convulsivo, l'amaurosi, la 



U5 

pìeuritide, e la soppressione dei mestrui nelle don- 
ne. Infine il parassitismo umano complicasi gene- 
ralmente alle adinamiche malattie: verbigrazia, alle 
varietà delle continue contenenti e remittenti febbri 
nervose, ed al morbo glandoloso. 

CAPO XII. 

Cura comune del parassitismo umano. 

La comune cura del parassitismo umano con- 
siste nello scacciare al di fuori del corpo le gastri- 
che zavorre colle mucosità ed i vermi; e nel ria- 
nimare le forze organiche e principalmente il tubo 
gastro enterico. La prima indicazione compiesi coi 
purganti e cogli antelmitici, che si vole comunemen- 
te che ammazzino i vermi ; e V, altra coi tonici e 
principalmente cogli amari: verbigrazia, coi marzia- 
li, col rabarbaro e colla china. Furono reputati ver- 
mifughi la cipolla, l'aglio, il santonico seme, il che- 
nopodio, la sciarappa, V assafetida, la geoffroca, la 
canfora, il felce maschio, la spigelia, il tanaceto, 
la valeriana , la sabadiglia, 1' aloè, il rabarbaro, la 
graziola, la gomma gotta, lo scammonio, il diagri- 
dio solforato, l'ammoniaca, la barite, i marziali, i 
mercuriali, lo stagno, il zinco, lo zolfo ecc. a cui 
noi non accordiamo antiparassitica specificità , né 
cieca deferenza. E giovevoli li crediamo , qualora 
siano convenevolmente propinati, solo perchè agi- 
scono sulla fibra organica , ed allontanano le con- 
dizioni favorevoli alla parassitica figliazione, ed alla 
sua tranquilla stazione nel corpo umano. 
CXL. 10 



146 
CAPO XIII. 

Cura della tenia. 

Rosenstein procura di snidare dal corpo umano 
la tenia col far bere molta acqua fredda all'amma- 
lato, che ha preso un purgante; Maier col prescri- 
vere per uno o due giorni in ogni ora prima un 
piccolo cucchiaio di carbonato di magnesia, e poi 
altro di cremor di tartaro ; Chabert coll'olio essen- 
ziale di terebintino distillato col carbonaio liquido 
d' ammoniaca , liquore volatile di corno di cervo ; 
Odici- coli' olio di ricino ; Desaulte colle frizioni 
mercuriali , e coli' interno mercuriale purgante. Il 
metodo di Nouffer, prima secreto, e poi pubblica- 
to dalla sua vedova, consiste nel somministrare ai 
bambini uno scrupolo , ed agli adulti tre dramme 
di polvere di polipodio — felce maschio ; — e due 
ore dopo alla incorporazione della vermifuga pol- 
vere, nel farle inghiottire un bolo composto di do- 
dici grani di muriato di mercurio, e di altrettanti 
di resina di scammonio aleppense , e di cinque di 
gommagutta insieme incorporati colla confezione 
giacintina. 

Noi manchiamo di uno specifico per farla pe- 
rire, senza alterare il tubo gastro-enterico. I mezzi 
che possediamo, e che fino ad ora l'arte ci ha som- 
ministrati, consistono nelle potenze che ingagliar- 
discono il peristalico movimento. Dall'individuo ben 
portante e robusto o con semplice evacuante, o al 
più con un drastico, cacciasi fuori; ed in quello di 



147 

fibra debole e rilassata, senza dei tonici e degli ec- 
citanti, non snidasi la tenia. Ed un debole evacuante 
ed un mite eccitante espellono l' inerme ; e l'ar- 
mata non staccasi dagli intestini, ne si espelle dal 
corpo, senza i possenti drastici che sconvolgono ed 
ingagliardiscono il peristalico gastro-enterico mo- 
vimento. E nel filare al di fuori del corpo la te- 
nia armata ed inerme, amministrasi o una leggera 
infusione di fiori di camomilla , o , nell' acqua di- 
sciolto, il solfato di magnesia. 

CAPO XIV. 

Cura dei vermi vescicolari. 

Il vescicolare verme vien meno nella pecora , 
che fassi pascere in luogo elevato , non umido , 
ed in cui l' aria è pura e secca. Cosicché pare , 
che gli si convengano i tonici e gli eccitanti. Gli 
sono egualmente giovevoli i rimedi che scuotono 
e corroborano l'economia animale ; non che que- 
gli che eccitano e maggiormente attivo rendono 
ij linfatico sistema: verbigrazia , i diaforetici e i 
diuretici. All' uso dei quali deesi congiungere il 
vitto nutriente e di facile digestione; del buon vi- 
no, dell' ottima china, il moderato esercizio delle 
organiche forze, e la convenevole abitazione. 



148 
CAPO XV. 

Cura del tricocefalo. 

Ciocché indebolisce ed emacia il corpo, prin- 
cipalmente lo sviluppo del tricocefalo favorisce. Co- 
sicché la prima cosa da farsi si è di corroborare, 
e la macchina ancora inpinguare ; e curare le adi- 
namiche mallattie, a cui egli congiungesi. Fortifi- 
cata l'economia animale, e corroborato il gastro- 
enterico sistema , coi tonici e cogli eccitanti , il 
tricocefalo non più si prolifica e perisce. Che se 
poi raccoltosi in conglobate masse irrita l' intesti- 
nale tubo, deesi prima eliminare coi purganti , e 
poi prescrivere la canfora, l'assafetida, la valeriana, 
la corallina ed il santonico seme. 

CAPO XVI. 

Cura dell'ascaride vermicolare. 

Giova 1' iteratamele introdurre neh' ano un 
pezzo di legato lardo, a cui attaccandosi gli asca- 
ridi vermicolari , con esso si tirano fuori. Gli si 
convengono ancora i clisteri di tiepido salato latte 
e di semplice acqua salata, di assafetida, di sa- 
badiglia e di olio di ricino. Al tenesmo, alla ten- 
sione, alla irritazione ed all' anale infiammazione 
giovano i clisteri e le fomentazioni emollienti. Sic- 
come poi sale nei tenui intestini, nello stomaco e 
nell'esofago ; così agli anali rimedi deonsi prescri- 



149 

vere quegli che per bocca introduconsi: verbi gra- 
zia , la canfora, la valeriana, il muriate di barite, 
il ferro ed il sublimato di zinco. Lungamente deesi 
perseverare nell'amministrare i rimedi, che il cac- 
ciano fuori dal corpo ; e con quegli che il tubo 
gastro-enterico eccitano e corroborano; mentre lun- 
gamente persiste, diffìcilmente snidasi e lungamente 
couturba 1' umana economia. 

CAPO XYIi. 

Cura del lombricoide. 

Rosenstein non fa preparare, né odorare i me- 
dicamenti a chi dee prenderli , né congiunge gli 
interni agli esterni ; e per alcuni giorni, prima che 
l'infermo sottopongasi alla cura, l'alimenta con ci- 
bi grossolani, duri e salati. I medicamenti gli am- 
ministra nel mattino , e gli discioglie nel tiepido 
latte, nell' idromele e nell'acqua mercuriale ; e pri- 
ma che questi passino per secesso, invita i vermi 
a discendere con un clistere di tiepido latte. I ri- 
medi, che si convengono al lombricoide, pare che 
siano il santonico seme , unito alla polvere della 
radice di sciarappa, il chenopodi antelmitico, la cor- 
teccia di angelica, l'assafetida, l'aglio, il felcio ma- 
schio, la valeriana, i marziali, i mercuriali, lo zol- 
fo, 1' olio di ricino, il rabarbaro, l' elleboro fetido, 
l'estratto di noce con la cannella, e la canfora. 



150 
CAPO XVIII. 

Cura preservativa delV umano parassitismo. 

La parassitogencsi con la sua multiplice fi- 
gliazione viene favorita dalla debolezza e dall'uni- 
versale rilassamento, dalla discrasia umorale e dal- 
la indebolitasi coesione dei solidi, e principalmente 
dalla gastro-enterica debolezza , per cui segregasi 
soverchia copia di mucosità, ed accumolansi in esso 
le gastriche sozzure. Cosicché prevengono la paras- 
sitogenesica , ciò che rende libere e spedite le 
funzioni gastro-enteriche , ed accresce la crasi u- 
morale e la coesione dei solidi, e rianima e man- 
tiene 1' organica tonicità. In quanto concernesi al- 
le peculiari varietà dell' umano parassitismo , non 
havvi igienica peculiare precauzione ; e deonsi in 
genere prescrivere le cose , che rendono libere le 
gastriche funzioni, ed animano e corroborano 1' u- 
mana economia. 



15Ì 



Nuova lettera sulle liburne rotate, del cav. Camillo 
Ravioli, diretta al chiarissimo sig. professore Sal- 
vatore cav. Betti, segretario dell'insigne e ponti- 
ficia accademia di s. Luca ec. 

Chiarissimo Sig. Professore 



Nec semper [eriet quodeumgue minabitur arcus. 

HORAT. 



M< 



ifientr'io svolgeva un giorno la voluminosa opera 
intitolata: Enciclopedìa italiana e dizionario della con- 
versazione, edita per Tasso, Venezia 1847, si fermò 
il mio sguardo ad un tratto alla rubrica — liburne 
rotate — e lessi: « Il primo a promuovere la que- 
« stione , chi fosse e se italiano V incerto inven- 
« tore di quella sorta di navigli, fu l'isnardi nel Mu- 
li seo scientifico e letterario di Torino 1 842; che non 
« potendo conoscerne il nome, ne trovò la patria 
« nelle opere di Vitruvio e di Vegezio ». A questo 
punto interruppi la lettura per riconcentrare le mie 
idee, che andavano a contrasto, perchè non eran vale- 
voli a comprendere come si possa conoscere la pàtria 
di tale, il cui nome non è giunto a noi; destino, che 
suol colpire la più parte degli inventori di cose dap- 
prima inosservate, da ultimo venute in pregio. Quindi 
fui ben avido di seguire la dimostrazione dell'assunto, 
che al mio modo di vedere manifestava un'equazione 
di un grado non risoluto ancora e di una forinola 
nuova — far noto un ignoto per mezzo di altro igno- 
lo. — Che Omero abbia a piacer suo sette patrie, 



152 

è il fenomeno del grand'uomo, che riscuote 1' am- 
mirazione più dopo sua morte, che quando visse : 
che ad uomo, di cui non può conoscersi il nome, si 
giunga ad assegnar la patria, è un paradosso grave; 
e in esso fu sorpreso il sig. G. A. soscrittore del- 
l'articolo. Di più egli ci dice che è il sig. Felice Isnardi 
lo scopritore di tal trovato; certo volentieri ne an- 
dremmo a far seco lui le nostre congratulazioni e ci 
confesseremmo molto tenuti anche a Vitruvio e a Ve- 
gezio;se essi nelleloro opere veramente racchiudessero 
dei dati da accertarla patria a chi fra molte generazioni 
di uomini non fu mai distinto da un nome, ne ha la- 
sciato traccia di se al mondo per mezzo o di pa- 
rola scritta o di opera che ne conservi una tradi- 
zione. Siccome poi fra tanti sapienti , che hanuo 
tradotto e commentato Vitruvio e Vegezio, nessuno 
vi vide sillaba di tal cosa, così è d'uopo dire, che 
sia il risultato di un ben lungo raziocinio: quindi con 
molta avidità lessi il resto, di materia a me nota. Ben 
presto però mi soffermai; imperocché vi trovai notato 
il mio nome con queste parole: « Nella difesa che ne 
« fa ( deirisnardi ) il prelodato Rambelli contro le 
« asserzioni gratuite e avverse del Ravioli, egli parla ec. 
« (1)» . . .Dico il vero, sentii un assalto di diversi 
affetti. Il mio rispettoso silenzio verso il chiarissimo 
autore dell'opera intitolata Delle invenzioni e scoperte 
italiane, il quale mi onorò di una sua lettera cri- 
tica , datata da Persiceto il 20 di ottobre 1846 e 

(1) Si vegga il Giornale arcadico romano tomo 109, ove è la 
risposta del Rambelli. 



153 

stampata prima che io la conoscessi, si era tenuto 
adunque in conto di una disfatta ? Il sig. C. A., col- 
l'addebi tarmi asserzioni gratuite e avverse, sembra at- 
taccarmi,quasi che io sia un sofista malignolecontro di 
chi ? forse del sig. Gianfrancesco Rambelli, del quale 
io ho dovuto spesso ammirare il cuore e la mente, 
e cui ho sempre rispettato ? Non mi par di averlo 
meritato. 

Ella, chiarissimo signor professore , che tanto 
amo e venero; ella, che dette adito nel giornale ar- 
cadico alle mie umili fatiche; ella che mi comunicò 
stampata la lettera del Rambelli; ella infine, che è 
consapevole del mio rispettoso silenzio, è testimo- 
nio ancora de'miei sentimenti, che sempre ebbi pel 
Rambelli medesimo; ed ella, ne la prego, sia giu- 
dice del mio giusto risentimento. Io non risposi al 
Rambelli per rispetto, io dissi , ed ora aggiungo : 
perché credeva che chiunque avesse letto la lettera 
di lui, per naturai curiosità e per formarne retto 
giudizio, leggesse anche la mia, che aveva dato luogo a 
discussioni; e tacitamente ne godeva, perocché era io 
sicuro di non comparire in essa né sofista, né ma- 
ligno. Ma nel comune degli uomini non è sì fa- 
cile trovare chi ti giudichi cognita causa. 

Incolpato per tal modo innanzi alla stampa, 
sono nella necessità di difendermi dalle parole del 
eh. sig. Rambelli, e dalle espressioni del sig. C. A. 
Eccomi adunque mal mio grado in arringo. 

E primieramente riporto la quistione alla sua 
origine, cioè — se l'isnardi é caduto in alcuno er- 
rore e dove ? — Per ciò fare inappellabilmente , 
pongo sott'occhio il principio del suo proprio arti- 



154 

colo, inserito nel Museo scientifico, letterario ed ar- 
tistico — Anno quarto, pag. 17 — Torino 1842: 
il commento sarà la confutazione. Così egli: 

« Leggendo i commentari di Godescalco Stewe- 
« chio al capo 3° dell'opera De re militari di Fla- 
« vio Vegezio, stampata in Anversa da Cristoforo 
<( Piantino dell'anno 1585, vi notammo con mera- 
<t viglia le seguenti parole : » Admirabile et no- 
vum piane navigii seu liburnae genus, quod miro ar- 
tis effectu rotarum radiis , remorum loco adhibitis , 
movetur. Huius figuram ab incerto auctore De rebus 
bellicis mutuati sumus: eamque ob oculos primum in- 
spiciendam proponere libuit : inde eiusdem scriptoris 
de Ma navi sentenliam ad vcrbum sumus expressuri. 

Ecce (aggiunge l'autore citato ) liburnae rotatae 
figura: 

Expositio eiusdem fìgurae liburnam navalibus i- 
doneam bellis, quam etc (1). 

« Egli è per cagione di queste parole, ripiglia 
« a dire l'Isnardi, che noi incliniamo a credere che 
u il macchinismo, ond'ebbero moto di quel tempo le 
u naves liburnae rotatae del Godescalco, fosse a un 
« dipresso quello stesso onde oggidì vediamo con 
« tanto di meraviglia camminare, senza aiuto di vele 
« e di remi, i nostri bastimenti a vapore (2)». 

(1) Si vegga l'intero testo, qui inutile a riportarsi , al tomo 
108 del Giornale Arcadico pag. 128, dove è la lettera del Ravioli 
sulle liburne rotate. 

(2) Questo periodo esigerebbe un volume di commento; ep- 
pure per amor di brevità si lascia inosservalo : è nostro debito 
però d'avvertire che noi non solo non sappiamo contraddire che 
il macchinismo, ond'ebbero moto di quel tempo le naves liburnae 
rotatae del Godescalco, fosse a un dipresso quello stesso onde og- 



155 

« Ritenga il leggitore le riferite parole del <Jo- 
« descalco: Huiits figurarti ab incerto auctore de rebus 
« bellicis mutuati sumus. 

« E chi sarà quest'autore incerto ; ed in qual 
« terra avrà egli veduto il primo raggio di sole ?» 

« Alla prima domanda ci duole di non poter 
« rispondere così su due piedi; ma abbiam fiducia 
« di poterlo fare fra non guari di tempo. 

« Alla seconda risponde per noi il citato Ve- 
« gezio con queste precise parole : Diversae aulem 
« provinciae etc.» 

Ora a noi. Non è chiaro il senso ? La prima 
domanda dell'Isnardi si riferisce all'autore incerto , 
sì o no ? E di grazia, autore incerto di che ? Mi si 
risponda, auctore incerto de rebus bellicis, o autore 
incerto di liburne rotate ? Ma , quale dubbio ? 
non me lo dice chiaro 1' Isnardi , che si riferi- 
sce la prima sua domanda al rintracciamcnto del- 
l'autore incerto de rebus bellicis , passo citato in- 
nanzi ? facendoci ben notare: Ritenga il leggitore le 
riferite parole di Godescalco huius figuram etc. 

Passiamo alla sua seconda domanda. 

« Alla seconda risponde per noi il citato Vegezio 
« con queste precise parole: Diversae autem provin- 



gidì vediamo con tanto di maraviglia camminare, senza aiuto di 
vele e di remi, i nostri bastimenti a vapore, ma inoltre siam certi 
che il loro motore era in genere la macchina a vapore, pervenuta 
anticamente nelle nostre regioni dall'Asia; di che fa lede irrefra- 
gabilmente f Appendice del diario di Roma martedì 28 gennaio 1845 
n° 8, ove si legge — antica macchina a vapore in asia, a cui ri- 
mandiamo il lettore, onde vegga quanto 

Fida vuluptatis causa, sint proxima veris. 



156 

ciae .... » Scusi il signor Isnardi , se Io in- 
terrompo : questa seconda domanda qual' era , di 
grazia ? Mi vien risposto , è chiarissimo il senso ; 
non ricordate le parole: ed in qual terra avrà egli 
veduto il primo raggio di sole ? — Qui vi voleva io. 
Mi si dica un po': A chi si riferisce quel pronome 
egli ? Qual' è la forza e l'officio de' pronomi ? Pro- 
nome suona invece del nome, il quale per necessità 
debb' essere detto innanzi : e qual' è il solo nome 
qui detto innanzi ? autore incerto ... e autore in- 
certo di che ? Lo abbiam pure verificato, autore in- 
certo De rebus bellicis. Dunque stiamo forti sull'ar- 
gomento : il sig. Isnardi per ora non ci può dire il 
nome dell' incerto autore de rebus bellicis , ma ci 
può dir la patria, perchè Vegezio la tien registrata 
nelle sue opere. Vediamo adunque in qual terra ha 
veduto il primo raggio di sole l'autore incerto De 
rebus bellicis — « Diversae autem provinciae quibus- 
dam temporibus mari plurimum poluerunt , et ideo 
diversa eis genera navium fuerunt. Sed Augusto di- 
micanle actiaco proelio cum Liburnamm auxiliis prae- 
cipue victus fuisset Antonius, experimenlo tanti cer- 
laminis patuit, (esse) Liburnorum naves celeris aplio- 
res. Ergo similitudine et nomine usurpato, ad earum- 
dem instar classem romani princìpes lexuernnt. Li- 
burnia (oggi Schiavonia) (1) namque Dalmaliae pars 
est , Jaderiinae (oggi Zara) subiacens civitati, cuius 



(i) Leandro Alberti comprende nella decimoltava regione di 
Italia, ossia nel Frinii (stato veneto), la Liburnia, oggidì Schiavo- 
nia. Vedi Descrizione d' Italia, pag. 393. 



157 

exemplo nunc naves bellicae fabricantur et appellan- 
ti^ Liburnae (1). )) 

Ho io le traveggole, o s' illude il sig. Isnardi ? 
.... Diverse provincie furono potenti per mare 
.... ebbero esse più generi di navi .... Au- 
gusto vinse Antonio in Azio coli' aiuto delle libur- 
ne ... . perchè le navi dei liburni eran migliori 
delle altre . . . . i romani perciò ne costrussero 
su quella forma, prendendone finanche il nome .... 
La Liburnia è una parte della Dalmazia .... sog^ 
getta a Zara .... sul cui esempio ora si fabbri- 
cano le navi da guerra .... ed esse si chiamano 
liburne. . . . 

Dov' è qui la patria dell' incerto autore ? 

Ora mi rivolgo a lei, signor C. A. , io sono il 
sofista maligno? Dissi male, quando manifestai que- 
sta dura verità . . . conosciuto l'errore in che è 
caduto l isnardi per troppo amore all' Italia (2) ? 

Non è niente il fin qui detto a paragone del re- 
sto: sentiamo qual conclusione porta l'Isnardi stesso 
dopo la citazione del testo di Vegezio. 

« Egli è adunque, a dettato di Vegezio, che noi 
« possiamo credere, che il primo ritrovatore di que- 
« sta maniera di navi ruotate fu uno schiavone, che 
« è quanto dire un veneziano ? ... » 

Eccoci al nodo dell' argomento. Analizziamo il 
periodo. Parla qui Vegezio di nessun costruttor di 
navi ? No. Fa parola di nessun ritrovatore ? No. 



(1) Vedi Vegezio, opera citala, lib. 4, cap. 33, pag. 90. 

N. B. Queste sono due note apposte dall'lsnardi al suo articolo, 

(2) Giom. Aread. toni, 108, pag. 120. 



158 
Accenna mai a navi rotate ? No. Mi si dica adun- 
que , come mai alla seconda (domanda) , cioè : in 
qual terra avrà egli veduto il primo raggio di sole, 
risponde per noi il citato Vegezio con queste precise 
parole: le quali son quelle di sopra riportate (1) ? 
Non basta ; meniamogli buono tutto : e dato e 
non concesso , che tutto fin qui arrida all' Isnar- 
di, e che io sia un sofista maligno : egli perchè ha 
allegato la testimonianza di Vegezio ? Per provare, 
mi si risponderà con le sue parole , che un vene- 
ziano fu il ritrovatore delle liburne rotate. Questo 
almeno sembra esser lo scopo delle sue intenzioni. 
Sta bene. Vegezio che dice ? Che le liburne erano 
d' invenzione dei liburni , ossia degli schiavoni. — 
Non altro? — No. Che cosa l'Isnardi ha cercato di 
provare ? Che le liburne rotate, per testimonianza 
di Vegezio, erano invenzione dei liburni , o vene- 
ziani. — Quel rotate veramente lo ravvolgono in un 
labirinto — Di grazia , se io cercassi 1' inventore 
dell'archibugio (parola di radice ben nota arco-bu- 
gio , arco-buso (2) , arco-forato , parlo al sig. 

(1) Mi duole che il eh. sig. Rambelli poggi tutta la sua difesa 
in favore dell' Isnardi appunto su questa supposta antorità di Vege- 
zio, concludendo con mia sorpresa con queste parole «... Poi- 
a che non avendomi ella provato straniero l'inventore della libur- 
« na rotata, mi riman sempre libero di poterlo supporre almeno 
« liburno, sull'autorità di Vegezio e non dell'ignoto autore; e ciò 
« per una non improbabile conseguenza , e non per il peggiore 
" de 1 sillogismi eh' ella molto generosamente attribuisce a me ed 
« all'lsnardi <> (Giorn. Arcad. tom. 109, pag. 300). 

(2) Si vuole germanica l'etimologia di archibugio da Haken- 
Buchse, latinamente Bombarda Uncalis od Uncina (Vedi Carpentier 
in Bombarda, e Promis Tratt. di arch. civ. e mre. di Francesco di 
Giorgio Martini ecc. Torino 1841, tom. II, mem. II, X, pag. 188). 



159 

C. A. difensore dell' Isnardi), e dicessi che Vulca- 
no , celebre ed antichissimo fabbro, ne fosse stato 
l'inventore, e che facesse a Cupido e ad Apollo di 
tali ordigni , 



risum tenealis , amici 



Che ha che fare l'arco con l'archibugio ? E 1' in- 
ventore dell'uno con l' inventore dell'altro? Non è 
mancare ai principii di logica e di rettorica l'igno- 
rare il valore del genus proximum e della differen- 
tiam uhimam ? 

Signor C. A. , son io sofista e maligno ? E il 
signor Isnardi non cadde in errore ? Eppure egli 
ha trovato nel eh. signor Rambelli il suo forte so- 
stenitore in questo modo di ragionare. Questo ri- 
spettabile uomo si è fatto trascinare, e ne ignoro 
la cagione, a far causa comune con lui ! 

Anche un'altra osservazione sottile. Il libro De 
rebus bellicis d' incerto autore sembra essere stato 
scritto (così dice Gelenio nella prefazione della pri- 
ma edizione del 1552) ai tempi di Teodosio I, per- 
chè è a lui dedicato; e Teodosio morì nel 395 del- 
l'era nostra. Quest'incerto autore parla, ed è solo, 
delle liburne rotate: dato e non concesso, che que- 
ste malaugurate liburne rotate sieno d' invenzione 
dei liburni , e che la Liburnia, Schiavonia, Croazia, 

GÌ' italiani volgarizzandola par che volessero nel loro idioma, assi- 
milandone il suono, associarvi un' idea già nota e corrispondente 
ad uno strumento di guerra , che era tuttora in uso ; modifican- 
dolo però con un aggiunto, che dimostrandone la differenza, con- 
servava l'omofonia della sua radice. 



160 

come più aggrada, abbia fatto parte d'Italia, e sia 
Italia; sempre l'inventore incognito di esse sarà più 
antico dell'autore pur esso incognito del libro, ove 
si parla delle liburne rotate. Come mai inavverten- 
temente può dirsi che questo supposto schiavone 
sia veneziano ? Aquileia fu distrutta da Attila , e 
dalle distruzioni di Attila sorse Venezia; Attila visse 
verso il 450 dell' era volgare ; dunque le ossa del 
supposto schiavone , nato e morto almeno nel IV 
secolo, divengono veneziane oltre la metà del V se- 
colo, quando nacque Venezia , e non nacque certo 
conquistatrice di province, per far comodo al par- 
lar logico e cronologico del sig. Isnardi, e de'suoi 
fautori, seppure vi possono essere ? 

Ma basti. Or vediamo per intero quello che io 
urbanamente dissi , visto questo non euritmico ra- 
gionamento : 

« Siccome però la fantasia stupendamente crea 
« nelle tenebre immagini che non sono; così tanto 
« dall' Isnardi, quanto dal Rambelli questo incerto 
« autore, del quale intende di parlare Godescalco, 
« e che riporta il fatto , è preso per l' inventore 
« della cosa (1). » 

Mi si risponda. Vi è parola falsa e non posata 
in questo giudizio? vi è nulla di gratuito e di av- 
verso? Ma nel giudizio è implicato il eh. sig. Ram- 
belli; è dovere che io meglio mi sdebiti, mettendo 
a confronto le due enunciazioni del Rambelli a fronte 
dell' Isnardi ; e ripetiamo : 



(1) Giorn. Arcati, tom. 108, pag. 119. 



161 

« Egli è adunque a dettato di Vegezio che noi 
« possiamo credere, che il primo ritrovatore di que- 
« sta maniera di navi ruotale fu uno schiavone , 
« che è quanto dire un veneziano (1) ? . . . » 

Passiamo al Rambelli : 

« Sembra adunque , dopo siffatta descrizione , 
u che si possa credere, che l'arti ficio, onde aveano 
« il movimento le Naves Liburnae del Godescalco, 
« fosse assai somigliante, o quasi quello stesso per 
« cui scorrono per Tonde i nostri bastimenti a va- 
li pore. E avendo fatta osservazione a quelle pa- 
ce role del Godescalco, huius figurarti ab incerto au- 
« ctore De rebus bellicis mutuati sumus (forte a que- 
« sta prima premessa), si fa V Isnardi a ricercare 
« qual fosse V incerto autore , e di qual nazione 
« (forte a questa seconda premessa) : e comecché 
<( non potesse sì tosto rinvenirne il nome da un 
« passo del lib. IV, capo 35 (è invece il capo 33) 
« di Vegezio, si avvisò di poter stabilire, che il pri- 
« mo ritrovatore (2) di simil maniera di navi ro- 
« tate fu uno schiavone , che è quanto dire un ve- 
li neziano .... (3). » 

In buona fede adesso esca alcuno a dirmi che 
gratuitamente io avverso con le mie asserzioni il 

(1) Museo scient. lett. ed artist. , anno IV, pag. 17 e seg. 

(2) Il primo ritrovatore è la conclusione del raziocinio del 
Rambelli; e qui si cade nel dilemma, o la conclusione è consenta- 
nea alle premesse, ed allora il primo ritrovatore e l'incerto autore 
De rebus bellicis sono l'identico personaggio; ciò che è falso: o la 
conclusione non è consentanea alle premesse, ed allora la conclu- 
sione non è logica, sbalzando dall'incerto autore De rebus bellicis 
al primo ritrovatore di navi rotate. 

(3) Album romano anno XII!, u. o, 28 marzo 1846, pag. 38. 

CXL. 11 



162 

Rambelli, quando soggiungo : « Veduto che il Ram- 
« belli non aggiunge lume al giudizio di lui (dell' 
« l' Isnardi), ma è un eco fedele e cauto delle sue 
<c parole .... (1). » 

Perchè il celebre autore delle Lettere intorno in- 
venzioni e scoperte italiane adirarsi sordamente con 
me , che vidi il vero ? E perchè, me avversando , 
patrocinar la causa vacillante dell' Isnardi, che cad- 
de in abbaglio ? 

Causa patrocinio non bona, peior erit. 

Un' ultima osservazione anch' essa un poco ar- 
guta. Si noti che l'Isnardi , finito il suo periodo , 
appose un punto interrogativo e poi puntini. Vogliam 
dire che il senso intimo in fondo facesse guerra 
al volo dell' immaginazione ? In certa guisa quel 
diluvio di puntini non lo sommerge interamente. 
Nel Rambelli mi spiace il dirlo, tutto peggiora ; e 
tanto più , in quanto che quel navi rotale sta più 
vicino al testo di Vegezio, che non parla che di li- 
burne al tempo di Augusto, tempo in cui il nome 
di liburne fu dato ai navigli più acconci alla guerra: 
che se fossero stati rotati, gli storici de' primi tre 
secoli dell'e. v. lo avrebbero certo notato, e che in 
ogni modo si costruivano ovunque nel vasto impero, 
negli arsenali di Ravenna , di Rrindisi , di Miseno, 
di Marsiglia, del Pireo. . . . 

In seguito di tutto ciò credo di non aver bi- 
sogno di entrare a confutare quc'diversi brani della 

(1) Giorn. Arcaci, toni. 108, pag. 120. 



163 

mia lettera che, sforbiciati in giro in giro, il eh. sig. 
Rambclli stimò opportuno di mostrare isolatamente. 
Sul mio testo nella parte sintetica ed analitica finora 
non trovo nulla a cambiare; quindi è mio desiderio 
che ritorni integro al suo luogo, Primo ne medium, 
medio ne discrepet imum: e se vuoisi rintuzzare il 
mio ragionamento espresso in quella mia lettera, for- 
nita di documenti e non di figure rettoriche, si guar- 
dino le parole del mio assunto, con le quali ini pro- 
posi di dimostrare: 

1° « Che l'uso poetico, pittoresco e meccanico 
« delle ruote ai carri marini e alle navi è antichis- 
« simo e d'ogni tempo ». 

2° « Che le navi liburne erano a remi e a vele 
« soltanto, o accidentalmente rotate, per non con- 
te traddire alla prima, gratuita e sola testimonianza 
« deìVincerto autore. 

3° « Che il nome di questo incerto autore sem- 
« pre sarà incognito; ma esiste il suo libro De rebus 
« bellicis, ove si rinvengono le parole, che Gode- 
« scalco fedelmente trascrive ». 

4° « Che è nulla l'autorità di quest'autore in- 
certo De rebus bellici?, ». 

5° « In qual modo si può aver credenza al fatto 
« registrato dall' incerto autore indipendentemente 
« dalla sua autorità (1)». 

Si passi poscia alla conclusione, ove riepilogando, 
chiaramente io mi espressi in questi termini: 

« lo non ho fraudato nulla ; ma ho ridotto la 
« quistione all'ultimo termine coll'analisi e co'docu- 

(1) Giorn. Arcati, tomo 108 pag. 120. 



164 

« menti. Io non ho negato nulla; ma ho pesato e 
« calcolato. Se male mi espressi ragionando, or qui 
« brevemente ripeto l'ammontare del peso, il quo- 
te ziente del calcolo, il succo della storia». Le navi a 
ruote sono uso antichissimo e modernissimo, nostrano 
e straniero. Le navi a ruote , e le liburne a ruote 
mosse da buoi, sono prodotte e lodate da due senza 
nome; monumenti e autori tacciono di loro. Il crite- 
rio e il calcolo si obbligano a smentire la utilità e 
la potenza delle liburne rotate; non mai a negar le 
esperienze che si possono esser fatte (1). 

Ove io, per altro, nella mia lunga disquisizione, 
tra le premesse, ossia i principii e le conseguenze, 
abbia posto idee e giudizi , prove ed applicazioni 
erronee , elenchi sofìstici , come dice Aristotile , in 
una parola, se io ho fatto servire l'arte ragionatrice 
per illudere e per illudermi: sarò ben grato a que' 
benigni e giusti amatori del vero , che vorranno 
confutarmi. Io son pronto a subire la pena dovuta 
all'audacia di assumere un peso soverchio alle mie 
forze, non considerando 

quid [erre recusent, 
Quid valeant humeri . . . 

ed ella, chiarissimo signor professore, non mi rispar- 
mi; mentr'ella non potrebbe mai offendermi: impe- 
rocché al par d'ogni onesto in tutte cose, sia di 
scienze, sia di lettere, cerca quel vero, così difficile 
a vedersi dal comune degli uomini, che delle pas- 
sioni assai spesso si fon velo agli occhi dell'intel- 
letto. 

(1) Giom. Arcad. tomo 108 pag. 145. 



165 

Un solo brano però in tutto il mio scritto mi 
dà rimorso, il confesso: poiché per rispetto non volli 
fare intero Io scopo , a cui era diretta la mia in- 
tenzione: e questo brano è il seguente : ... « Non 
« mi rimane che far voti acciocché coloro, i quali 
« sia per qualunque causa, si trovano nell'intricato 
« laberinto delle ricerche, non confidino nei referti 
« o nei ricoglitori di avvenimenti; quando appari- 
« sce ch'essi mal sapeano di quelli valutare la for- 
« ma, la forza, l'importanza: ma pongano entro il 
« frullone autore e fatto per istacciare ambedue e 
« dividere il fiore dalla crusca. Talmente operando 
« si farà benefizio ai presenti e ai futuri, che po- 
« trebberò vedere le cose alla più semplice verità 
« ridotte, senza il prestigio che il passato si conci- 
« lia nella nostra immaginazione (1) ». 

Ilbenemerito autore delle Lettere intorno invenzioni 
e scoperte italiane sospettò che fossero a lui dirette. 
E s'egli avesse taciuto quel suo sospetto, espresso 
con queste parole: Non so poi e non vò a cercare a 
chi possano esser dirette, o a che mirino le parole 
della pag. 145 (2) : ora non moverei questa qui- 
stione. Ma perchè appunto la mia inopportuna sen- 
tenza può essere interpretata come chiudente ma- 
ligna allusione, che potesse degenerare in bassa ca- 
lunnia, e non come avviso di cui, qualunque fosse 
colui che il leggesse, potesse in segreto farne suo 
prò: io devo confessare lealmente che fu mia inten- 
zione di rivolgerla al Rambelli , benché si potesse 

(1) Giom. Arcad. tomo 108 pag. 145. 

(2) Giom. Arcad. tomo 109 pag, 300 e seg. 



166 

applicare anche all'Isnardi, e meglio ad ognuno che 
allo studio docilmente si dedica delle ricerche del 
vero. Quindi anche per questa parte io debbo scol- 
parmi con quella egual franchezza, con cui il Ram- 
belli si pone in guardia. Io non maligno e non ca- 
lunnio; sempre mi fo scudo di fatti , e non parlo 
se non in difesa dell'onor mio. 

Mi spiacque, dico il vero, nella celebrata opera 
di lui, di sopra citata, delle Lettere intorno invenzioni 
e scoperte italiane — Modena 1844, Lettera XIX — 
Macchine a vapore — questa prima frase vera in 
apparenza, falsa in sostanza:» Io avea già letto nel 
« Ferrano che ad insegnar di usare della forza del 
« vapore per muovere le macchine era stato pri- 
« mo un Giovanni Branca italiano ... ». Per aver 
maggiori schiarimenti confessa il Rambelli di averne 
richiesto in Roma persona autorevole. Questi schia- 
rimenti ottenuti con lettera scritta di Roma a' 24 
dicembre 1835 si riducono al titolo dell'opera, alla 
data e all'edizioni possibili. Perchè non farsi comu- 
nicare il testo che riguardava 1' applicazione e un 
fac simile della figura per avere idea netta del pre- 
gio del Branca, delle sue conoscenze, e del merito 
dell'applicazione ? È questo il breve testo: 

Figura XXV. 

a Da qual si voglia figura si può cavare prin- 
« cipii, et fondamenti buoni per servirsene all'oc- 
« casionc, la figura 25 è fatta per pestare le ma- 
« terie per far la polvere; ma con un motore me- 
li raviglioso, che non è altro che una testa di me- 
« tallo con il suo busto segnato per A empito d' 



167 

« acqua per il foro B posto sopra carboni accesi 
« nel focolare G , che non possa esalare in altro 
« luoco che nella bocca in sito D farà fiato così 
« violenti), che voltando la ruota E et il suo roc- 
ce chetto F darà nella ruota dentata G e con il suo 
« rocchetto H muove la ruota I quale con il roc- 
ce chetto K move la ruota L con il cilindro imper- 
« nato per alzare i doi pistoni N , inserti nelli 
ce sostegni P Q quali alzandosi a vicenda sopra li 
« vasi di metallo M si pestarà la polvere, et altre 
ce materie che bisognaranno, etc (1)». 

Diciamo il vero, egli col testo e la figura sot- 
t'occhio non avrebbe modificata quella prima proposi- 
zione, o l'intera lettera, concludendo in qualche mo- 
do sulla scorta dell'opinione prudente ed inappellabile 
del grande ed imparziale astronomo dell' età pre- 
sente il sig. Arago, il quale disse a proposito del- 
l'applicazione del Branca: Je rìai pas encore devine 
d'après quelles analogies on a pn voir dans cet éoli- 
pile le premier germe de la machine à vapeur em- 
ployée de nos jours (2)? — Il motore infatti risulta 
essere un accessorio, di vapore non si fa menzione: 
se ne parla al solito come al tempi di Vitruvio di 
fiato violento, che esce dall'eolipila, e l'eoli pila vi- 
truviana (3) da diciotto secoli in qua lippis ac ton- 

(1) Le macchine ec. del sig. Gio. Branca — Roma 1629 p.25. 
La figura e il testo latino che accompagna la sudetta descrizione 
si omette, perchè questa e chiarissima per se. 

(2) Notice sur la mach, à vapeur { Jnnuaire du bureau des 
longitudes. 

(3) De Arch. Lib. I Cap, VI— Vedi meglio la trad. del Ce- 
sariano — Como 1521, ove al foglio XX11I si dà oltre al com- 
mento anche Jeolipilarum figura. Notisi che Vitruvio fu vulgato 
per le stampe fino dal I486. 



168 
soribus è nota; non che l'eolipila a reazione di Erone 
Alessandrino, la quale è conosciuta da venti seco- 
li (1). Né il Branca dichiara sua invenzione,nè sua pri- 
ma applicazione questo motore maraviglioso. Tutto ciò 
doveva farlo sospettare che il Branca, bravo ed inge- 
nuo architetto, né anche fosse il primo che l'usasse 
a'suoi tempi : e forse allora il Rambelli, dietro scru- 
polose ed ostinate indagini, avrebbe avuto 1' onore 
di scavare il seguente documento, che era stato ri- 
stampato di fresco in Roma , e propriamente nel 
mese di settembre del 1843 (2). In esso leggiamo 
che Pier Angelo Manzolli di Stellata, nascosto sotto 
l'anagramma di Marcello Palingenio, vide in Roma 
un' eolipila foggiata a testa di giovane con il suo 
busto similissima a quella del Branca , prima del 
1521, ossia più di un secolo innanzi al nostro ar- 
chitetto. 



Vidi ego, dìim Romae, Decimo regnante Leone 
Essem, opus a figulo factum, iuvenisque figurarli 
Efjlanlem angusto validum venlum oris hialu. 
Quippe vero infusam retinebal pectore lympham, 



(1) Il libro Pneumatica o Spiritalia di Erone Alessandrino fu 
pubblicato la prima volta per le stampe nel 1574. Parecchi lo tra- 
dussero in Italia, fra quali il Commandino, il Giorgi, il Porta, e 
l'Aleotti nel 1647. Presso quest'ultimo può vedersi la lìgura del- 
Y eolipila a reazione a pag. 56, e nel Vet. Mathem. Opera ex MSS 
codicibus Bibl. reg. Parisiis 1693 in fol. pag. 145 e seg. 

(2) Trattenimento di Fisica sperimentale , che davano i sigg. 
convittori del romano collegio de' Nobili il giorno 9 settembre 1843. 
L'opera del Rambelli porla la data d'impressione - Modena 1844. 



169 

Quae subieclo igni resoluta exibat ab èi'&t 
In faciem venti validi, longeque furebat. 
Ergo etiam ventus resoluta emittilur linda, 
Dum vapor exhalans fugil impellente calore (I). 

Ed è tale questo documento, che il Branca scende 
dall'alto posto, che senza sua pretensione, gli si era 
fatto occupare : poiché la testa descritta dal Man- 
zoili, certo che non era fatta per soffiar sul desco 
delle vivande bollenti, a meno che Roma cristiana 
nel secolo XVI, così fertile nelle cose di arti, volesse 
pareggiarsi alla Sassonia pagana innanzi a Carlo Ma- 
gno, nel qual tempo il dio Busterich (idolo di metal- 
lo, vuoto, ed alto tre braccia e che tuttora conser- 
vasi) metteva terrore in maniera analoga ai suoi su- 
perstiziosi adoratori (2). 

Mi duole il ripeterlo, il eh. sig. Rambelli si è 
voluto affidar troppo alle voci del volgo , che lu- 
singata la vanità nazionale , faceano del Branca il 

(1) Marcelli Palingenii Stellati - Zodiacus vitae , hoc est de 
hominis vita, studio ac moribus optime inslituendis - Libri duo- 
decim, Basileae 1543, - Aquarius, pag. 357. 

(2) Quant a» dieu Busterich , on voit encore cette idole au- 
jourd' hai dans la forteresse des Comtes de Schawarlzembourg , 
nommée Sondershus. Elle est d' un melai inconnu , haute d'une 
aune et creuse en dedans : elle répréscnle un enfant de dix ans 
en colere, et regardant de travers; il tient la main droile snr sa 
téle, et la ganche est appuyée sur sa banche ; il a un trou rond 
sur le milieu du dessus de la téle, et un autre semblable au mi- 
lieu de la bouche. Après avoir rempli d'eau spiritueuse celle sta- 
tue, on bouchoit ces trous, et on mettoit du charbon ardent sur 
la téte de l'idole, de sorte que l'eau venant à s'échauffer, l'idole 
suoit , les bouchons sautoient avec éclat , et la statue paroissoit 
jetter des flammes (Histoire de Maurice comie de Saxe eie. Dresde 
1768, tome I, pag. 6). 



170 

Colombo delle macchine a vapore ; mentre non è 
che un valente e modesto architetto del sec. XVII. 

Decipimur specie recti. . . . 

Né bisogna accettar nulla, se la nostra coscienza 
non è soddisfatta pienamente. Ed essa si acqueta 
quando noi toccati, veduti e considerati non solo i 
referti e le notizie, ma sibbene i documenti originali, 
o copie autenticate (perchè poi la fede negli uomi- 
ni vuol la sua parte), siamo certi del fatto nostro. 
Così lo stesso sig. Rambelli nella lettera di cui mi 
onorò, perchè inavvedutamente cita il nome di Vi- 
Iruvio, laddove dovea porre il nome di Yegezio (p. 
294 del giornale Arcadico tom. 109) e poi non ba- 
dando a questa sua erronea citazione , nomina di 
nuovo Vitruvio (pag. 297) , e crede perfino di no- 
minar la patria di lui, per toglierci il sospetto che 
il nome di Vitruvio fosse, due volte ripetuto per er- 
ror di tipografia (1)? 

Ma ... . dove m' inoltro ? ... E tempo di 
serrar le vele; poiché son giunto in rada; il pela- 
go però, che io corsi, non tornerò più mai a sol- 
care : avvegnaché con animo mesto mi vi slanciò 
solo il dovere, non la vanità che aborro per prin- 
cipio, o il rancore che mi è straniero per indole 
e per consuetudine. 

Una prova inconcussa della verità che io dico 
sta nell'ordine delle date. Nell'aprile 184G scrissi la 

(1) Sulla incertezza della patria di Vitruvio veggasi : L'archi- 
tettura dì Vitruvio esposta in italiana favella ed illustrata con co- 
nienti ecc. da Luigi Marini ecc. Roma 1836. 



171 

mia infausta lettera sulle liburne rotate : il eh. sig. 
Rambelli rispose in ottobre dello stesso anno ; il 
dizionario del Tasso porta la data del 1847. lo lessi 
in esso l'articolo del signor C. A. nel 1848: lo dis- 
prezzai , imperocché lo lessi con poca riflessione. 
Nel 1853 mi fu fatto notare da persona amica; lo 
tornai a leggere ; vidi la necessità di difendermi. 
Nel luglio del 1854 gittai sulla carta queste osser- 
vazioni ; quando credea ancor vivente 1' Isnardi : 
ora finalmente , fatte molte recisioni per amor di 
pace e di brevità, dopo 9 anni mi son deciso a rom- 
pere il silenzio, che ormai mi pesava sul cuore. 
Nessuno, spero, vorrà accusarmi di avventatezza. 

Quindi ora non mi resta che di rivolgermi a 
lei , ottimo sig. professore, perchè voglia giustificar- 
mi sulla veracità de' miei sentimenti di stima verso 
il benemerito sig. Rambelli ; pei quali io era sceso 
perfino all' annegazione e al sacrifìcio dell' amor 
proprio. 

All'anonimo C. A. si debbe questa mia resi- 
piscenza , che rompe il silenzio che mi era im- 
posto. Meno avveduto dell' Isnardi, egli si pone in 
mezzo arbitro di una lite, della quale a nessun pat- 
to poteva mai farsi giudice ; e con tanto minor di- 
ritto, in quanto che nessuno in questa palestra lo 
avea chiamato. 

Perdoni a questo mio trasporto; ne per esso vo- 
glia giudicarmi malvagio : credo di non aver abu- 
sato di quelle armi, che questo mio avversario sco- 
nosciuto mi ha giltato fra mani. Non mi nieghi per 
ciò la sua benevolenza, della quale ho infinite pro- 
ve ; sia certa che ho tale venerazione verso lei , 



172 

che non si può maggiore: mentre son ben lieto che 
la fortuna m' abbia fornito una occasione per di- 
mostrarmi 

Di lei, illustre sig. professore, 

Di Roma li 21 novembre 1855, 

Devotiss. ed Obbligatiss. Servitore 
Camillo Ravioli 



173 



Giambattista Vermigliali , de' monumenti di Perugia 
Etnisca e Romana.' Il sepolcro dei Volutimi. Nuova 
pubblicazione per cura del conte Gian Carlo Con- 
nestabile, professore d'Archeologia nell'università di 
Perugia. Perugia 1855. In 4,° t — 148 , con a- 
tlante di tavole XVI in foglio. 

\3 io fossi stato al fianco dell'ili, e dotto mio col- 
lega ed amico, sig. conte prof. Gian Carlo Conne- 
stabile, bell'ornamento della università di Perugia , 
o s'egli avesse avuto la bontà e la fiducia di darmi 
a leggere, non come a maestro, che tal non pre- 
sumo di essere, ma come ad amorevole, ed a com- 
pagno di studi, il Ms. che consegnar voleva alla luce, 
io mi sarei creduto in dovere di consigliargli di non 
farne nulla , e di adoperare egli piuttosto senza i- 
nopportuni riguardi, e francamente, per solo amore 
delta verità, le molte forze del suo ingegno, l'acu- 
me della sua critica, e la vastità della sua innega- 
bile erudizione, a un suo lavoro originale , da so- 
stituire a quello che accettò l'incarico di solo ac- 
compagnare a luogo e luogo con, belli sì e giudi- 
ziosi, ma troppo timidi, comenti od emendamenti, 
che gli Archeologi troveranno per avventura meno 
bastevoli all'uopo, e spesso più officiosi, che rem acu 
tangenles. Non eh' io non stimi in alto grado lo a 
me uu giorno amicissimo cav. Giambattista Vermi- 
glioli, e l'importanza delle tante scritture ch'ei die 
in luce ad illustrazione d' ogni parte della scienza 
archeologica, e della istoria Perugina. Non ch'io non 



174 

creda esser egli stato uno de'pochissimi tra noi che 
bene hanno meritato degli studi dell'antichità, spe- 
cialmente etrusca; egli dico, il. miglior discepolo di 
Luigi Lanzi, e il principe senza possibilità di con- 
troversia, degl'illustratori in ogni genere, e de' buoni 
investigatori, di tutte le memorie della nobile sua 
patria. Non ch'io non intenda curvarmi riverente- 
mente innanzi alla benemerita e venerata ombra sua, 
o che voglia strappare alcuna fronde dal glorioso 
serto che gli corona e coronerà sempre la fronte 
finché lettere s' ammireranno nel mondo e si stu- 
dieranno. Ma tutti ebber notizia del misero stato in 
che caduto egli era col troppo rapido dichinar del- 
l'età, annnllata quasi la potenza del vedere, venute 
meno le forze fìsiche , se non tutte le morali , e 
conservato l'ardore e la virilità de' desiderii giova- 
nili senza più l'antica validità a ciò necessaria. Così 
incontrò, che quest'ultimo frutto delle seconde sue 
cure sopra un celebre monumento (è dolore il con- 
fessarlo ) men risponde alla robusta e confermata 
fama delI'A. suo, e soverchiamente mostra il biso- 
gno piuttosto d' una recension tutta nuova e indi- 
pendente , che d' un editore astretto a dissimulare 
il debole di quel che assume a stampare , anziché 
a ponderarlo con giusta e severa diligenza e, dove 
occorre, ad emendarlo. 

Di che non oso far censura all'ottimo conte Con- 
nestabile. Volle esser grato al suo maestro; ricor- 
darsi della propria gioventù, e diffidare troppo delle 
sue forze. Quindi abbondò in reticenze e in indulgenze 
più forse che non era d'uopo. Ma gratitudine e mo- 
destia son tali pregi i quali non debbono essere da 



175 

ogni onesto avuti in riverenza men che somma , 
tanto è raro l'incontrarli nel mondo. 

Imprendendo pertanto a render conto del nuovo 
libro, io credo più conveniente, piuttosto l'esporre 
sul proposito del sepolcro dei Volturni , il frutto 
quale che siasi dei miei particolari studi , che lo 
spendere argomenti a combattere le idee postume 
del Vermiglioli, giunte a tale nella sua vecchiezza, 
che non potevano appieno aver seguitato gli ultimi, 
comechè ancor lenti, progressi dello scibile umano 
in questa parte sì ripiena d'oscurità e di misteri. 
Né per ciò è mio intendimento dar, come più si- 
cure delle altrui , le opinioni mie. So benissimo 
( e spesso in altre opportunità l'ho ingenuamente 
confessato), quanto è scarso il numero delle cose 
ben conosciute , rispetto a favella e a monu- 
menti della Toscana antica. Fin qui non ci è le- 
cito che conghietturare, ciò che facendo però, ben 
ci è dato istituir paragoni tra valore e valore di 
conghietture, ed escluder l'une per preferirne altre, 
a patto pur sempre che la prefereuza non si spacci 
per così assoluta , da non essere accompagnata di 
grandi riserve, le quali riducano l'adesione a pura- 
mente provvisoria. 

Ciò premesso, io dirò, da bel principio, qual' è 
a mio parere l'epoca in che la grotta sepolcrale fu 
formata, e i sepoltivi dentro v'ebber suceessivamente 
posto, lo non dubito d'affermare ch'essa è tutta del 
tempo di Perugia, divenuta ornai romana, e de' se- 
coli imperiali, non guari lontani dagli Antoniniani, 
presi come limite il più recente; e me lo piova pur 
solo 1' analogia sua somma di stile , in quel eh' è 



176 

arte, e di mescolanza co'monumenti latini, che ha 
essa colla celebre grotta Tarquiniese della famiglia 
Pompia o de'Pomponi, e coll'altra pur tarquiniese, 
quanto segnatamente a'dipinti, di scuola ancor più 
fresca ch'io non dissi, quando ambedue cercai d'il- 
lustrare nel 6 e Volume degli Annales de V Institul. 
Paris 1635 p. 153 290. E tutto contribuisce a con- 
fermarmi in questa opinione, e tra molte altre par- 
ticolarità, l'assenza d'ogni fittile dipinto de'quali era 
allora passata la moda, e l'arte (1), comechè non di 
bei bronzi, in che la maestria degli etruschi artefici 
fu più durevole. 

A dir vero alcuni argomenti s'opposero alla sen- 
tenza affermatrice di tanta novità, quantunque veggo 
che arrise non guari meno essa allo stesso Vermiglioli, 
al Migliarini, ed al Raoul Rochette, quando si die- 
dero a considerare ogni parte del più volte pub- 
blicato monumento. Gli argomenti opposti a' quali 
alludo tendono infatti a stabilire due diverse epo- 
che, una della costruzione originaria, l'altra di instau- 
razione; la prima sincrona a'primi tempi di Roma, 
la seconda del quarto o quinto secolo della stessa 
città. 

Si è ciò dedotto da' lavori murarli di travertino 
applicati a qualche parte della grotta: come se non 
pò tesser questi essere anche contemporanei alla es- 
cavazion primitiva , fattisi necessari dal comincia- 
mento, all'accorgersi della fragilità del tufo, del bi- 
sogno di rafforzarlo, o di alcuna minaccia d'immi- 



(1) Restavano i vasi rossi, detti Aretini, ma d'un uso compe- 
rativamente meno universale. 



177 

nente rovina; ovvero, tenendoli anche come poste- 
riori, qual se il solo fatto della loro esistenza con- 
tenesse indizi evidenti d' un' epoca molto pivi re- 
mota, in che ad essi fu messo mano. 

Un'altra considerazione , a crii si die più vali- 
dità ancora , è la differenza ( un pò esagerata ) di 
stili in arte; più robusto, più grandioso, più nazionale 
Vuno, più finito , più leggiadro , e più apertamente 
romano l'altro: quello visibile nella struttura gene- 
rale dell'ipogeo, e nella sua fattura, questo nelle quat- 
tro prime urne colle figure giacenti, e poi nelle rima- 
nenti due toscane, alle quali, in un tempo anehe più 
vicino, si giudicò aggiunta l'urna ultima latina d'altra 
materia e maniera; di guisa che gli stili sarebbero 
stati tre non due (*). 

Dove occorse, che, all'epoca della ipotetiea re- 
staurazione, si supposero appartenere le sculture 
sul tufo in basso rilievo, e le prime quattro arche 
mortuarie (tutto finalmente che v'è di scarpellato, le 
quali, anche perchè mostrano una evidente unifor- 
mità di fattura , si dissero condotte e sistemate a 
un tempo medesimo : una maggior prova di che si 
stimò vedere nel fatto della quarta urna , del qual 
diremo tra poco. Così, a detta de'dijensori di que- 
sta ipotesi, dopo eseguita la restaurazione, e resti- 
tuita all'uso la caverna, si fé, a tempo debito, l'a- 
vello 5°e 6° ed ultima di tutte si formò, e si col- 
locò, la cassa latina, cioè la sola giudicata de'tempi 
imperiali; mentre il nudo scavo della grotta (subito 
dopo abbandonata)risalisce al tempo antico già detto. 

Or la precedente argomentazione, confesso che 
incontra nel mio intelletto difficoltà ancor più ^ravi 
CXL. 12 



178 
di quelle che s'è slimato incontrare nella sentenza 
da me difesa. 

E prima, se, a un tempo anteriore alla restau- 
razione supposta, nessuna delle urne, non che delle 
sculture di ornamento , si attribuisce , a qual fine 
dunque, e da chi s'era formato l'antro, sì artificio- 
samente disposto a uso sepolcrale, e poscia abban- 
donato, come indicammo, senza alcuna occupazione? 
sia restato in possesso della famiglia che l'aveva 
fatto apprestare , o passasse ad altri per vendita , 
o per qualunque altra fortuita cagione , certo non 
si sa concepire come e perchè si laaciasse inutile 
per tanti secoli ! vuoisi credere, che i Volunnii, 
possessori ultimi , cacciarono i morti preesistenti 
dalle sedi loro , per sostituirvi individui della fa- 
miglia lor propria ? Saprei volentieri quanto ciò sia 
conciliabile con quel che sappiamo del rispetto de' 
pagani, soprattutto etruschi, per le tombe e per le 
case degli estinti. Ma forse dirassi , v' erano prima 
le ossa de Volunni, morti e tumulati in secoli an- 
teriori, a'quali nel restaurar l'ipogeo si prepararono 
urne nuove e più nobili, operate appunto solo al- 
lora. Intorno a che imparerei volentieri quali prove 
o semiprove positive possano addursene , e quanto 
ciò sia conforme alle consuetudini toscane. 

Mi si ricorda l'uniformità di stile ? Ma io non 
vi veggo che il solito stile di figure semigiacenti , 
usitatissimo sempre in tutta Toscana. Pure non ne- 
gherò una certa predilezione in quattro delle arche 
per una forma quasi identica. Ma, posto che i morti 
ivi tumulati vi abbiano avuto asilo nello stesso se- 
colo, con non maggiore intervallo di quel che suol 



179 
separare il venir meno successivamente degli indi- 
vidui contemporanei d'una stessa famiglia più vec- 
chi e più giovani, questa uniformità di stile è ella 
cosa da destar sì gran maraviglia, e da fondarvi , 
perciò solo, la ipotesi strana esposta di sopra ? Po- 
tevano le arche essere state comandate a misura 
di bisogno nella stessa officina, e poteva essersi de- 
siderato che si serbasse tra l'una e l'altra una certa 
simmetrìa: 

Si fa osservare, egli è vero, che la quarta urna, 
come primo notò il chiarissimo Gennarelli, avendo 
nella iscrizione che reca in fronte , una parte di 
di essa, la quale per renderla visibile quando la si 
collocò , bisognò cancellarla , riscrivendola altrove 
dove l'urna a cui si pose accanto non la occultasse, 
ciò prova come le urne fossero prima preparate , e 
quindi riposte insieme nella camera. Di qui s'è cre- 
duto trarre indizio del sincronismo universale di 
tutte^ le arche, tutte preparate precedentemente pres- 
so l'artefice, poi condotte all'antro, e fattovi il tra- 
vasamelo delle ossa, e la nuova sistemazione, col 
cancellamento al luogo opportuno della porzion di 
epigrafe che sarebbe rimasta celata. Questo però 
non è egli un dedurre un conseguente più largo 
delle premesse ? Non bastava egli inferirne, che al 
solo collocamento dell' urna di Velio è applicabile 
la osservazione del Gennarelli, e che, rispetto an- 
che ad essa, ben potè quell'una urna essere stata 
collocata al suo posto colla iscrizione già scolpita, 
ed avervela conservata intatta , finché non si ma- 
nifestò il bisogno del cancellarne una parte e del 
rifarla , aHorchè l'urna voluta, o dovuta, mettergli 



180 
accanto si scoprì che la ecclissava almeno par- 
zialmente ? 

Più è che stando alla nuova opinione la quale 
si mette innanzi, la stessa iscrizione sulla soglia , 
non s'intende guari , da chi, e a quale oggetto , e 
con qual relazione co'sepolti, sia stata ivi sculta. Si 
vuole o che Larte sia un secondo pronome d' A- 
runte quivi nominato , o che sia stato il padre di 
lui, ma, in ogni ipotesi, si nega che siane stato il 
fratello, e che ambidue, figliuoli d'Arsinia (come io 
spiego) o d'Arunzia, ed autori dell' epigrafe ivi po- 
sta, o almeno Arunte ivi nominato, unico e prin- 
cipale, abbia od abbiano nulla che fare coli' altro 
Arunte sepolto nell'ipogeo, e figlio d'Aulo ( dentro 
urna la più degna e la più cospicua) , e con quel 
Larte che gli è accanto in un'altra urna, e quindi 
con qualunque degli estinti che nella grotta furono 
collocati. Si suppone, perciò che l'Arunte e il Larte 
dell'ingresso, abbian , coi dianzi ricordati , la sola 
comunanza di casato e di parentela più o men lon- 
tana, a'quali dicesi venuto il pensiero di fare , o 
piuttosto di restaurare il sepolcro vuoto, forse al- 
lor comperato, per collocarvi le prime cinque urne, 
ma non quelle de'lor prossimi congiunti (come dire 
il padre, la madre, i fratelli, i figliuoli), nò, quando 
infine morirono, i loro corpi ! Solo più tardi , altri 
a suo tempo vi collocarono la sesta cassa, e in ul- 
timo la settima! Ora nel mio intelletto non cape 
la probabilità d'una tal supposizione. Quando sullo 
stipite della porta d'entrata d'una grotta sepolcrale, 
con una scrittura di forme analoghe alle epigrafi in- 
terne, io trovo mentovarsi due persone, i cui nomi 



181 

incontro ugualmente in due delle tombe che son 
dentro, il primo pensiero che ricorre all'animo mio 
e di chiunque, è che i due degli incontrati dentro 
siano gli stessi dei due scritti fuori, i quali abb/an 
voluto significare a chi entri aver essi avuto la 
principal cura nel preparare la dimora ultima per 
se e pe'prossimi congiunti loro. Perchè non so ca- 
pire quali altri, se ciò non è, abbian dovuto o po- 
tuto assumere tanto pensiero e tanta spesa per for- 
mare un sì sontuoso mausoleo ad altri a se comun- 
que stretti d'una consanguineità lontana, esclusi poi 
se medesimi in ogni futuro tempo ! . . . 

È opposto: ma se l'Arunte, mentovato nell'epi- 
grafe che colpisce gli occhi di chi entra, fosse quel 
medesimo, la cui spoglia nella grotta si contiene (e 
che vi fu sì pomposamente tumulato, quando esso 
Arunte, che scriveva il suo nome sullo stipite ester- 
no, restaurava la grotta), non avrebbe a se riser- 
bato il posto più illustre, e la cassa più ornata e 
più degna.... Qual se fosse raro nel mondo l'accadere, 
che nel preparare una cella di sepoltura a tutti i 
suoi, un guardi più specialmente ancora a onorare 
se stesso; o se piuttosto, lui morto, non siano anzi 
stati, anche senza sua saputa antecedente, gli ere- 
di, que'che hanno amato dargli appunto questa prin- 
cipal sede, quasi a rimeritarlo della sua riverenza 
verso gli altri del suo casato, e delle premure e dei 
dispendi che s'era imposto per la casa del loro per- 
petuo riposo. 

S'è aggiunto ancora: Larte, associato nella iscri- 
zione ad Arunte, non può assolutamente essere sta- 
to il fratello, figliuoli ambidue d'Arsinia, se esso è 



182 

il Larte contenuto nell' ipogeo, perchè l' immagine 
di lui scolpita nell'urna, che lo contiene, mostra 
un' età al tutto giovanile, nella quale non par ve- 
risimile che fosse chiamato a compartecipazione di 
tutto l'ordinamento della costruttura, sia per esca- 
vare, o per ornare il sepolcro intero. Ma l'Arunte, 
che parla dalla soglia ai visitatori del luogo , non 
so come non possa essere un fratel maggiore, e tu- 
tore a uu tempo stesso, di Larte, che abbia asso- 
ciato quest' ultimo in età minorile a un' opera , la 
quale importava all'onore della famiglia tutta, ed al- 
la quale adoperava forse un danaro tratto dalla ere- 
dità comune, a che per conseguente Larte mede- 
simo aveva diritto di consentire e di associarsi. Se 
il terzo fratello Velio e il quarto Publio non sono in 
quest' opera nominati siili' epigrafe esteriore, pos- 
sono esservi state mille ragioni del non nominarvisi, 
in quanto non avean partecipato, o non avean po- 
tuto partecipare alla cura e alla spesa, per motivi 
di famiglia o d' assenza, o per mille altri, che è 
più facile immaginare che indovinare. 

11 sepolcro dev' essere stato costruito quando 
bisognò pensare a collocarvi le prime due o tre 
urne, cioè quella dell'avo, del padre, e forse an- 
che di Velio, deposte intanto in luogo provvisorio. 
Aulo doveva esser morto, se il paterfamilias e l'am- 
ministratore della eredità ancora indivisa fu Arunte 
all'epoca in cui si pensò alla grotta da costruirsi. 
Fatta la prima collocazione dei tre , sarà presto 
morto anche Larle, e si sarà allor messo nel po- 
sto che poscia ebbe tra Aulo padre e Velio fra- 
tello, ciocché avrà costretto a stringere lo spazio 



183 

per lasciar luogo ai futuri , e a cancellare quella 
parte dell' epigrafe di Velio (e indi a riscriverla) , 
che diveniva con ciò nascosta e illeggibile. — Di 
qui è che così ordinerei e spiegherei la serie delle 
urne. 

1 ." Tiberio (prenome noto, raro in Etruria, più 
ovvio tra i romani, intorno a che son da vedere 
i Tesori epigrafici, e l'Epitome de nominum ratione. 
— E questo Tiberio se, come s' asserisce apparir 
dalla immagine, appartenne realmente al sesso vi- 
rile, è l'avo, e lo stipite della famiglia, almeno di 
tutti gli individui quivi sepolti) da un Volunnio, 
per materna famiglia della stirpe dei Tarchii (1). 

2.° Aulo (il padre de' susseguenti) da un Volun- 
nio, figliuolo di Tiberio, appartenente per madre alla 
casa dei Noforsinii. 

3.° Larle, da un Volunnio, figliuolo d'Aido. 

k.° Vello, da un Volunnio .... Velio di Volunnio 
figliuolo d'Aido. 

5.° Arunte, da un Volunnio, figliuolo a" Aulo. 

6.° Velia Volunnia, nata da Arsinia, o da Arunzia. 

7.° Publio Volunnio, figliuolo d'Aido e di Cafazia, 
(ciocche si ripete in latino nell'altra epigrafe). 

8.° Sullo stipite destro dell'ipogeo : D'Arunte e 



(1) Dico, Tiberio è un prenome, non certo qui un gentilizio, 
intruso tra i Volunnii e restato poi solitario, ciocché sarebbe assai 
strano. Quanto alla sua deduzione dal nome etrusco del tevere, 
è lungo tempo da che io la ho insegnata in iscuola nelle mie le- 
zioni sull' Etruria e sulla storia romana, ed in una dissestazione, 
che spedii per essere stampata al giornale pisano , di scienze mo- 
rali, sociali, storiche e filologiche ecc. a. 1841, e del quale fu solo 
stampata la 1. parte col titolo - // scttimonzto, fagro vaticano, il 
tevere ecc. 



184 

Larte nati da Arsinia., luogo dei parentali e di pla- 
cido riposo (è) qui. — 

Resta una logora iscrizione nella interna parete 
la quale, in quel che si può leggere, sembra dire 

Seth .... 

Sethucaipur . . . i . i — 
ed un' altra — Pipi 

Seth . . 
dove, lasciati stare tentativi d' interpretazioni, quali 
che siano, appunto perchè troppo è quivi il danno 
del tempo, io penserei che, non ai sepolti, ma a chi 
operò nella costruttura dell'antro i due frammenti 
d'iscrizione appartengano. Sospetto che vi si parli 
d'individuo di condizione servile e dell'appaltatore 
dell'opera, loro padrone. Or sarebbe forse temerità 
supporre che si nomini, nel primo frammento, un 
Sethre (nome ovvio in Etruria) Caipor, cioè servo 
dhin Caio (1); e che l'altro frammento riguardi nella 
prima voce l'appaltatore, che fu della famiglia Vibia, 
anzi Pipia (v. Verm. I. P., 2." ediz. tom. I, p. 160, 
n.° 25) , e nella seconda linea si rieordi lo stesso 
Sethre ? 

Debbo aggiungere che si è dubitato se Velimnas 
abbia a tenersi per un genitivo , e non piuttosto 
come il retto etrusco del nome dei Volunnii , che 
s' è voluto paragonare, quanto a desinenza, a Pelias, 
Thetisy Elis (nomi però tolti di peso ai Greci), ai 
quali con Lanzi si sarebbe potuto unire Plicasnas. 
Ma ne'nomi personali, uscenti coll'ultima sillaba in 



(1) V. Paull. et Fest. Lindeman. p. 620. E la spiegazione con- 
corderebbe coll'epoca alla quale attribuisco il sepolcro. 



185 
runa o in na preceduta da un' altra consonante, la 
s non si trova che nel genitivo, come tutti sanno, 
e come si vede passim, in Alfna, o Altfna, Ceicna, 
Caizna o Canzna, Carena, Leena, Cencna, Ciathna> 
Cestna, Lesna, Methlna, Ruzsna, Turmna o Thurmna y 
Verdina, Velczna, Vipna ecc. Nel nostro stesso ca- 
so, la declinazione regolare non c'è ignota, giacché 
la insegnano ì monumenti. Il nominativo mascolino 
1' abbiamo nella iscrizione di Publio della nostra 
grotta , etnicamente scritto Velimna. II femminile 
lo troviamo in tutte lettere nell'epigrafe, numero 6 
della grotta, Velimnei (1). v'è forse difficoltà per 
dare al Velimnas delle altre iscrizioni il valore di 
genitivo ? Come se in altri casi il gentilizio in ge- 
nitivo non s' aggiungesse al pronome in retto. Ma 
io eercai di provare il contrario nella interpretazione 
della pietra di Busca , inserita ne\V Album , in che 
trovai consenziente a quel ch'io scriveva, senza eh' 
ei lo sapesse , il chiarissimo Fabretti, oltre a quel 



(1) Altra prova del mio assunto è che i latini nel tradur que- 
sti nomi li conservavano per solito senza la s , quantunque non 
(osse fuor dell'uso della latinità la desinenza in s nel retto del 
numero singolare al maschile. Siano esempi in Thormena , versione 
latina di Thurmna, in Caecina di Ceicna ecc. Vorrà oppormisi il 
famoso Maecenas. Ma in etrusco noi non abbiamo, s' io non vo er- 
rato, che il genitivo in una iscrizione dell' università perugina , 
che è scorretta in Vermiglioli, I. P. t. 1, p. 293, n. 307, e che dice 
veramente hanlei Mehnates , e in un paio d' orecchini d'oro pur 
perugini, inediti, e forse dello stesso sepolcro, Tha . Cai . Meh- 
nates: dove Menhates è chiaramente secondo caso, e richiama un 
retto che si direbbe Mehnate, non Mehnas. Intorno al qual Mece- 
nate può vedersi quel ch'io scriveva nell'Album romano (anno XIX 
1852, p. 303). Oltre a ciò la desinenza non contiene il na prece- 
duto da consonante. 



m 

eh' io ne aveva già scritto nel giornale Arcadico 
voi. 120, p. 226 e seg. 

Or, discorse tutte queste cose, vien chiaro che 
l' ipogeo, senza intermissione, fu veramente adope- 
rato dalla prima costruttura sino al seppellirvi del 
figliuolo di Cafazia. Quest' ultimo probabilmente 
morto in Roma, dove in lontananza viveva, lasciò 
ordinato che quivi gli si preparasse la cassa mar- 
morea , da spedir poscia insiem col corpo nel se- 
polcro de'suoi ; e ciò spiega le differenze di scar- 
pello e di stile, come di materia, gli ornamenti in 
tutte le quattro faccie dell'arca, e la iscrizione la- 
tina aggiunta all' etnisca. Tutte le altre urne sono 
evidentemente di genuino artifizio toscano, che an- 
nunziano, per le prime quattro, uno stile più stret- 
tamente nazionale, nelle due ultime, uno stile che 
senza cessare d' esser nazionale , perchè posteriori 
son più elaborate , e d' un modo più libero e più 
ricco. 

Vien dunque chiaro quel che dissi; ed è che 1' 
ipogeo fu veramente adoperato dalla prima fabbri- 
cazione in poi. Sepoltovi Tiberio ed Aulo, succes- 
sivamente vi si tumularono tutti gli altri , sinché 
venne a chiuderlo per ultimo il cadavere e 1' urna 
di Publio, che dicemmo trapassato in Roma, e forse 
restato erede universale, di cui la discendenza, come 
quella che non dimorava più in Perugia, provvide 
alla propria tumulazione, abbandonata la cella de- 
gli avi, ne'luoghi della sua nuova dimora. 

Riman che diciamo qualche cosa del dipinto , 
ornai svanito sulla base della principale arca , ove 
Arunte giace. La scena è un egresso dal mondo in- 



187 
fernale, anziché un ingresso; e fu buona congettura 
il supporla una apparizione a'superstiti ; dove dirò 
delle figure, che quella giovanile innanzi a tutti par 
essere l'ombra di Larte. Delle altre due poste im- 
mediatamente indietro si ha poca certezza che fe- 
delmente siano state rendute. Una par di donna , 
T altra d' uomo. Non so se abbiano a dirsi questi 
Velio od Arunte, quella Velia o la madre Arsinia. 
L' ultima figura pare alata , e di leggieri allude a 
una divinità infernale necessaria guida delle anime 
apparse. 

Peccato! che nell'operare a questa seconda edi- 
zione, siasi omesso di notare la riduzione di tutte 
le misure dell'antro, all'antico piede romano, e so- 
prattutto all'etrusco, che ci fu indicato dal toscano 
Del Rosso, negli studi suoi soggiunti alla mia prima 
pubblicazione dei sepolcri d' Orela. Ciò non sarebbe 
stato inutile come uno degli indizi per determinare 
l'epoca dell' ipogeo. 

E qui non finirò senza avvisare per amor di giu- 
stizia che grandissime lodi si debbono pur sempre 
al Connestabile per le sue molte e dottissime giunte 
che illustrano il monumento intero, o nella lettura 
delle iscrizioni, o nella loro interpretazione, o nelle 
figure , o negli atti accessorii : dove, fatte solo le 
poche riserve che mi son permesso, tutto è degno 
dell'assentimento de' dotti e posto al di fuori d'ogni 
lecita discussione. Le poche differenze di parere , 
in queste materie, sono nel diritto della Archeologia, 
scienza incerta e il più delle volte congetturale, e 
solo capace d'essere per quanto si può vantaggiata 
appunto dal conflitto delle opinioni. 



188 
Colgo da ultimo questa occasione per avvertire 
eh' io sono ugualmente l'autore del rendiconto sul 
sepolcreto etrusco , scoperto presso a Bologna dal 
marchese Gozzadini (giorn. Arcadico t. 138, p. 158 
e seg.), al quale articolo fu trascurato d'aggiungere 
il mio nome. E non tornerei su questo poco im- 
portante particolare, se non mi paresse opportuno 
di avvertire che molta similitudine co' sepolcri del 
Bolognese, hanno altri , de' quali parla il Momsen 
(Die nordetruskischen alphabete p. '258 e 259); d' 
onde nessun s'argomenti ricavare una prova di più 
a favore dell'etruscismo di essi sepolcri, da che quelli 
de' quali parla il Momsen si trovarono tutti presso 
a poco, nelle contrade retiche, che sono anch'esse 
etnische, perchè resta, rispetto ad esse ancora, la 
questione se abbiano appartenuto al tempo in che 
gli etruschi vi si stabilirono o se a tempi anteriori. 

(*) Io sbaglio. L'opinione, la quale combatto, attribuisce alla 
epoca della restaurazione tutte le urne etrusche, e dubita solo 
della sesta. Ma allora come allega la uniformità di stile delle pri- 
me quattro arche colla quinta e colla sesta? e in che la nuda ar- 
chitettura della grotta mostra un' antichità non conciliabile colla 
fattura di qualunque delle urne? 



189 

Florilegio Viterbese. 
(Continuazione e fine). 

E rofittando dello spazio che a quando a quando mi 
concedono i chiarissimi direttori del giornalearcadico 
per dare alla stampa questo florilegio, io raccolgo da 
ciò i comodi e gì 1 incomodi connessi con questo 
modo di pubblicazione. In prima , il dividere alla 
spicciolata, e quasi cincischiare in diversi volumi, 
e in più successive annate, l'argomento, è una spe- 
cie di male (tuttavia molto comportabile in un la- 
voro di questo genere dove un articolo è indipen- 
dente dall'altro). Ma, ad un tempo, ciò mi dà l'a- 
gio d' interporvi periodiche visite , come che fatte 
in fretta, agli archivi che lo alimentano, e così di 
tornare anche sopra, e con più diligenza , or sul- 
l'uno, or sull'altro, de'documenti di difficile lettura, 
che vo publicando, ed applicarvi cure seconde, che, 
massime per me, sono d'utilità innegabile, a rendere 
meno imperfette le fatiche le quali in ciò pongo. 

E per vero gli occhi miei, sono purtroppo oc- 
chi appartenenti ad un uomo che sa di essere in- 
noltrato verso il quindicesimo lustro di età: occhi 
per ciò stanchi ornai, e bisognosi di lenti, né più 
bastantemente da esse sole aiutati. Così , sperduto 
tra le venerande polveri delle pergamene , e man- 
cante il più spesso dell'aiuto cortese d'altri che, le 
passate mie ricerche solevano aiutare, ho il senti- 
timento, che non solo vantaggioso , ma , quel che 
è più, in molti casi necessario, m"è rivedere i testi, 



190 

e ricorreggere le prime copie de'medesimi. Ciò per- 
tanto spiegherà a' miei leltori il frequente ritorno 
nell'ultima parte del libro, a disdette su quel che 
dissi nella prima, e a non aspettate correzioni , le 
quali , se non sono piacevoli a chi è costretto a 
farle, sono almeno proficue a coloro a cui si pre- 
sentano. E dopo tutto ciò, ripiglio senza altro pro- 
logo, la serie de'miei articoli. 

Di nuovo all'articolo 4 del Florilegio 

Il titolo di città, dato a Viterbo, è onninamente 
anteriore, nelle pergamene, al da me detto, sicco- 
me doveva io stesso aver avvertito dal contratto n. 
6 dell'anno 1169 e dell'archivio di S. Sisto ( v. 
Giornal. Arcad. Tomo CXXVIH, pag. 252 ) , dove 
leggendosi Actum in C. Viterbii insta (sic) ecclesiam 
S. Sixti, non si può supporre voluto scrivere in 
Castro Viterbii, ma bisogna compir la parola asso- 
lutamente leggendo in civitale, perchè la chiesa di 
S. Sisto , è in realtà in civitate, la qual civitas è 
più ampia del castrum , ristretto al solo colle del 
duomo, come già altrove facemmo conoscere. Dun- 
que se si fosse voluto esprimere il luogo quando 
Viterbo non era città, e quando ancora era castrum 
si sarebbe scritto, (a quel modo che facevasi in casi 
simili), amò (Ves.supra castro Viterbii prope ecclesiam 
etc. Che se in atto del duomo n. 8 bis del 1175, 
temporibus domini Federici imperatoris Augusti, mense 
novembris indiclione VI, si dice Actum in castro 
Viterbii, ciò vuol dire unicamente che la donazione 
d'una certa Emma , della quale ivi si tratta , fu 



191 

rogato realmente dentro la cerchia del caslrum , 
giacché si raccoglie dal contesto ch'essa riguardava 
il duomo esistente nel castello , ed era fatta da 
abitatori dei dintorni ? ciocché in altri casi vedesi 
significato, per esempio, colla formola prope ecclesiam 
sancte Marie de la cella de intro castro Biterbo, 
mentre, quando il rogito facevasi fuori di essa cer- 
chia, l'uso era d' indicarlo così : in vico Biterbo in 
piami Sci Blasii, ovvero in pratu Cavalluccialu supra 
castro Biterbii, o finalmente: in burgu de castro Bi- 
terbii in loco qui vocatur pratu cavaluc cala. Ma, 
per togliere ogni disputa, è nel duomo, al n. 7, e 
all'a. 1158, temporibus Dmni Adriani stimmi ponti- 
fìcis, in universali 1111 p. p., in mense martio indi- 
xione sexsta, un contratto di vendita, dove Rindu- 
la .... e Niricu, abitatore in civitate (scritto in 
tutte lettere) Biterbii, vendono a Rainaldo de Mas- 
salia e agli eredi suoi , una terra a Mugnano , in 
loco qui dicitur Tineosus etc. Dunque sin dal 1158 
Viterbo era città; ossia , secondo che appare , al 
tempo della seconda visita in Italia, del Barbarossa, 
quando entrò nella terra nostra; e, secondo qual- 
cuno de'testi del Dellatuccia, gratificolla egli di quel 
titolo. 

Nola ali 'articolo 9. 

Le lettere preziose di Ranieri vescovo , hanno 
esse pure (colpa sempre dei miei poveri occhi, ed an- 
che forse di qualche poco volontaria negligenza) nel 
modo che le stampai, necessità che vi si corregga più 
d'una menda, della quale chiedo perdono. 



192 

La prima pergamena oggi staccata dall' altre, e 
diretta Magnifico Viro Iohanni alme urbis Senatori, 
dissi per una brutta svista ehe riguarda lo stesso 
Giovanni Colonna Senatore Romano, che nel 1291 
presiedeva all'atto di sommissione che i Viterbesi 
fecero, Roma con molta solennità e con pubblico 
rogito ( vedi Coppi Memorie Colonnesi pag. 97 ) ; 
ma evidentemente non appartiene allo stesso indi- 
viduo che gli è molto posteriore di tempo. Quivi 
nel testo della lettera Un. 5, è alme urbis illustri Se- 
natori, e linea 17, è quamvis non quamquam Lin. 24, 
dopo fuisset , manca velletque ipsos delere e facie 
terre, Moijses famulus eius, et dux populi. Lin. 26 , 
callide, e lin. ultima terram liane. 

Pag. seguente (che per distinzione maggiore nu- 
mereremo cominciando il conto dalla pagina pre- 
cedente) e chiameremo n.2.Lin: 8 quando, non cum, 
Pag. seg. n. 3, lin: 11, Romanos non Eomam; lin. 
15, Deus non Dominus; lin, 22, super nos; e lin. 23 
procedemus. 

Pag. seg. n. 4 lin. 1, ipsos; lin. 23, suo; lin. 25 
beati Petri, e lin. 28, sed non ideo. 

Pag. seg. n. 5 lin: 18 , tanto ditiores et magis 
potenles; quanto viciniores, tanto pauperiores, ec. Lin. 
19, quomodo igilur; lin. 20, qui non quoniam; lin. 
21 e 22, si ab eo langeretur non paterelur. 

La lettera che segue è la seconda d' un rotolo 
che chiameremo 1, e seguita l'altra epistola a Ono- 
rio III che vi è unita, e che è data più sotto. 

Pag. seg. n. 6, sine dubietatis; lin. 12 , divinis 
officiis (e si sopprima la parentesi); lin. 15, ceteris, 
non cecis; lin. 21, specialiler soluturos esse, ut. 



193 

Pag- seg. n. 7, lin. 5. isti non ipsi; lin. 7, ma- 
ledixerit; lin. 12, resipiscanl ; lin 14, precipiendo ; 
lin. 23, publice; lin. 26, m noe sacrilegium; lin. 31, 
auetoritate nostra. 

Pag. seg. ni 8. lin. 5, suspensi; lin. 6 e 7, Da- 
inw mense Madii, e dopo anno V, e di nuovo Dai. 
mense - (sic). 

La lettera che viene appresso è la seconda di 
un rotolo al quale assegneremo il n. d'ordine 3. Lin. 
28, B. quondam prior. 

Pag. seg. n. 9. lin. 3. qnoniam non quam; lin. 
5, ad ipsum spedare, e si cancelli la parentesi ; 
lin. 10, elegisse; lin. 12, elcgimus; lin. 15, Sulrino 
nou Saturnino. Perciò qui e altrove; dove è scritto 
Saturnino episcopo si sostituisca allo stesso modo; 
e si cancellino le riflessioni che non sono con que- 
sta emendazione in accordo. Lin. 25, induxil. 

Pag. seg. n. 10 lin 6 episcopos semper ; poi la 
lacuna come noi la supplimmo; lin. 12, potesl subila 
mors; lin. 1 7, salur non satius. 

Pag. seg. n. 11 lin. 15, si cancelli è la seconda 
dello stesso rotolo, e si corregga come sopra; lin. 18 
....um patia nlur; lin. 25, proponimi; lin. 25, in luto. 

Pag seg. n. 12, lin. 26, concubinas; lin. 30, 
proinde. 

Pag. seg. n. 13, lin. 4, marcarum et ultra; lin. 
12. La lettera che ivi comincia è la prima del ro- 
tolo n.3. Lin. 16: intcllcxerit. Lin. 26, VII librarum; 
lin. 27, abslulil non oblulil. 

Pag. seg. n. 14. lin. 1. Sulrino (come sopra): 
lin. 6. Guidocii Bovazzani; lin. 11. experiri; lin. 19. 
si cancelli ad clericos et laicos tuscancnsis episcopalus; 
CXL. 13 



194 

e nella lin. seg. Inter alia eetera; lin. 21 , Sntrinum, 
lin. 29, Beniamin; lin. 32, Sutrinus. 

Pag. seg. n. 15, lin. 5 , possum; lin. 10 , Si 
scriva dentro la parentesi (il corsivo è sopra nell'in* 
terlineo); lin. 12, qui non graviler;\ìn. 13, ecclesia- 
stico obloquantur; lin. 16, super afflictionem; lin. 18, 
quo circa prudenliam ; lin. 20 , praebeatis , prout 
melius videbitis expedire; lin. 21, sepedictus; lin. 28, 
Qnesta epistola è in pergamena isolata, e in luogo 
della parola conluendo è un vuoto col resto di voce 
etuendo. 

Pag. seg. n. 16, lin. 2, adversitatibus, magis aulem 
pcrversitatibus, ecclesiam Sce. Marie luscanensis ad so- 
limi deduxit. Magislro Claro vero Ckristi philosopho; 
lin. 4, ecclesiarum luscan.; lin. 6, sicut de ipso; lin. 8, 
procurante malilia eorum, qui malis favent et pessima 
fovent, lilterae sibi facle etc. ; lin. 9, quam mali pre* 
lati; lin. 20, Margantius, publicus sacrilegio. 

Pag. 17, lin. 10, admùlentes) alios furentes ; lin. 
1 1 , insultare atque ; lin. 24 , fuit incepta ; lin. 32, 
ac probalio mca, non arephato ma 

Pag. 18, lin. 1, procedere debeai de probat; . . 
lin. 4, licei inlerdum quibusdam accidentibus . . . non 
sic dedignet cum homine disputare; sed debet perpen- 
dere , . . egre [erre. Si ego parvi valoris sum et mo- 
dili sensus , nipote qui nescivi libellum bene formare, 
humiliter queram que causa fuit, ut admitlerelur prò- 
balio expoliationis in modum exceptionis proposile , 
cum domnus Innocenlius dical expaliatione in modum 
exceptionis probaia non est per hoc contradictio fa- 
cienda , ut in decreto eius habelur . . . propter quod 
mitto ad vos latorem presentinm abbatem Sci. Archan* 



195 

geli, ut audiat, sieut procurator meus, quid placuerit 
dicere vobis. Non enim vobis ad honorem cedit quod 
propler dilationes vestras . . . dieta ecclesia Sce. Ma- 
rie magis destrualur, nec unus tuscanensis est, qui non 
gaudeat de deslructione omnium suarum ecclesiarum; 
cum sicut ex suis operibus ostendunl (ine.) omnes de 
Tuscana aperte comprobentur hostes fidei Christiane, 
et Me nefandus, qui excipiens contra me dicit quod 
sim herelicorum amator, revera cum hereticis et sci- 
smaticis (habeal) portionem; lin. 6, la lettera che quivi 
comincia, è il numero 1 del rotolo 2; lin. 18, ipsum 
correximus; lin. 28, adhuc experiri; lin. ultima, ma- 
gisler Robbecte\ 

Pag. 19, lin. 5, mutuo suscipit; lin. 11, uxor io- 
cent in ledo et contingat; lin. 12, bumbum', lin. 21, 
tamquam ethnicum; lin. 24, l'altra epistola è la se- 
conda del secondo rotolo. 

Pag. 20, lin. 20, de quibus loquimur (tutto scritto). 

Pag. 21, lin. 13, Pilatus judeis; lin. 14, rex ve- 
ster; lin. 16, datum, quod venditum; lin. 27, i Viter- 
besi), quando episcopalem titillimi receperm\t\ lin. 30, 
set scimus quod sic nobis fecerunt ut; lin. ultima, fa- 
ciens non sciens. 

Pag. 22, lin. 2, verbo cognoscunl. 

Pag. 23, lin. 23, la lettera al priore di Paranzana 
è la seconda del rotolo 3. 

Pag. 24, lin. 13, episcopatus mei, e si cancelli la 
parentesi; lin. 18, a sutrino episcopo, e si corregga 
in questo senso la parentesi. 

Pag. 25, lin. 23, X libras et dimidiam. 

Pag- 26, lin. 2, dopo sub hominibus e prima di 
litigare, spazio bianco per una parola; lin. 5, que- 



196 

rentes, qui forte non sic etc. (è cancellato nella per- 
gamena sino alla fine della lettera); Jin. 10, archi- 
presbiter suus, vicedominus metis, quoniam firmiter di- 
xil; lin. 13, inevepuerat autem eum nimis ; lin. 17, 
la lettera che ivi si legge è la quarta del rotolo 2; 
lin. 29, in profundum. 

Pag. 27, lin. 2, fecunditas orbis; lin. 16, cum ce- 
teris sacerdotibus 

Pag. 28, lin. 14, beate Marie Virginis. 

Pag. 29, lin. 1, ascenderunt. 

Pag. 30, lin. 18, l'epistola a Gerardo di S. Maria 
di Castello è la quinta del rotolo secondo. 

Pag. 31, lin. 7, constat quia 

Pag. 32, lin. 5, Bemardns lalrunculi ; lin. 8, di- 
dicimus sequentes; lin. 15, sibi unum oculum. 

Pag. 33 , lin. 7, Clemenlissimo et piissimo do- 
mino F. 

Pag. 34, lin. 2, fecit aliqualiler. 

Pag. 35, lin. 1, alii non alio; lin. 6, habundel ; 
lin. 14, etiam sui dicerenl; lin. 23, impellilur a qua- 
tnor; lin. 25, vulgariter at melius ; lin. 30 , nempe 
paralencus eorum. 

Pag. 36, lin. 8. aliis ecclesiarinn prelatis; lin. 13, 
a ventate obturenlur; lin. 22, titis non suis; lin. 23, 
recurremus ; lin. 24, de flumine ; lin. 25, fugit non 
sugit. 

Pag. 38, lin. 7, Pepone priore. 

All'articolo 10. 

\ ritmi meglio letti così son da correggere. 
Verso 1. Nunc generosa videt speciosam Tuscia 
terram- 



197 

Verso seg. longam non largam. 
Verso 4. Urbis (cioè di Roma) non verbis; e si 
cancelli, cioè aliis. 

Verso 7. Consita planitie. 

Verso 12. Hoc verum noscite verbum. 

Nel ritmo seguente. 

Verso 4. j'ec^'s sit sorde soluta. 

Verso 9. Sis animo. 

Verso 10. A^we preces vites. 

Verso 1 1 . Nec rigidos vites. 

All'articolo 11. 

Nel documento dell'anno 1085, lin. 4 , Manife-^ 
sta su; lin. 5, que es abttatricem in Castello di Mun- 
gami teritorio polimartiensis hac die, propria et spon- 
tanea quoque mea bona bollitale , ego icta (corroso) 
Bertula stare et serbire me ita cimi filiis meis et fi- 
lie; slare a bobis . . . engo filio Guido et a Bona vel a 
tuis eredibus . . . te nostre, secundu nostra qualit . . . 
e proinda promitto bobis stare et serbire* bile nostre 
cum fide et puntate et obedientia in quidquid milii 

imperaberitis vel jusseritis . . . e et malum 

ingenium 
Bertula 

promitto bobis Domino meo bita mea meis, et si 
de vestro serbitio me subtraxero et di eredibus tuis 
aut fuga inventa fuero sibe in teritorio polimar- 
siense sibe in romano etc; lin. 23, bile vestre sicut 
unam de alie anticie cinericie ancille vestre in ser~ 
bigevdo bile nostre. 



198 
Al numero 10. 

AL FRAMENTO DEL PROCESSO CONTRO 1 PATAREN1. 

Lin. 25, la pergamena comincia alla pag. XXI; 
lin. 22, duxerunt eum Cartajolam (forse Carnaiolam); 
lin. 28 , ad domum Massei Callaloris fratrem ipsius 
testis, quia volebat benire ; lin. 31» duxerunt eum, et 
cum vellent venire ad domum ... ; lin. 32, diclus te~ 
stis dixit : post slelimus in domo etc. 

Pag. seg. lin. 7, praefalum teslem; lin. 10, Masseo 
Callatoris; lin. 11, veniret ad eum, et cum venisset, ro- 
gavit eum; lin. 16, sabbati in sero; lin. 17, ivit solus; 

lin. 19, Masseo et aliquo de familia jacuis- 

set . . . a nocte in solario dicti Callatoris, et in mane 
vocavit Masseum prefatum ; lin. 21, ad eum non ad 
eidem; lin. 22, ipse testis cum; lin. 29, facta est; lin. 
33, Lituardo Nolano a me Uguiuoe (con segno d'ab- 
breviatura sopra oe) Notano inquisitoris mense ja- 
nuari d:e XXVII die Veneris indixione XII. 

Idem dictus Nerius dixit quod magister Ray- 
naldus Cunmellu (con linea sopra m ed u forse Cu- 
cumellum) apnd Caslellonclu, Guidoclum data . . . 

Pag. seg. lin. 1, segnata n. XXII; lin. 4, Beneca- 
sam Selonelle; lin. 6, Guidoctium fdium domne ; lin. 
13, et dicentium testi. 

Pag. seg. lin. 1, ad Gradulem ; lin. 2, receptavit ; 
lin. 7, Rayneri Slephani; lin. 10, inlerrogalus, quod 
circa; lin. 17, occasione dicti criminis fuit citatus per 
fratrem Gor. . . 

Finalmente quest' altre emendazioni per ora ci 
occorre fare a tutto intero il Florilegio. 



199 

All'articolo 1. Nella iscrizione della domus pon-*- 
tificalis , che è sopra la porta d' ingresso di essa , 
oggi palazzo del vescovado, mal trascritta al solito 
dal Bussi pag. 154. 

Rainerius Gattus jam ter capitaneus aclus 
E dem papalem slruit istam pontificalem. 
Hoc habeas menti, lector quod mille ducenti 
Anni sexdeni currebant denique seni. 
Gatti quos cemis currendo solent dare saltum. 
Virtutes signant per quas conscendit in altum. 

E se ne impara non solo che nel 1266 Raniero 
Gatti capitano per la terza volta di Viterbo comin- 
ciò la costruzione di esso palazzo (la cominciò non 
la finì ; come dichiara l'altra iscrizione , che gli è 
appresso); ma di più che la fabbrica , ora eviden- 
temente assai cangiata nella fronte, aveva al di so- 
pra alcuni gatti correnti, insegna parlante de' Gat- 
teschi, ciò che è meglio spiegato dal verso ultimo 
il quale dice che il correr de' gatti, mentre a essi 
aiuta a saltare , simboleggia le virtù dell' illustre 
Raniero onde rapidamente ascese in alto. 

A' versi attribuiti a Gottofredo, quattro pagine 
dopo nel primo verso, insiste non insister. 

Al documento dell' anno 1430 nel libro corri- 
spondente delle riforme, lin. 7, denlur non dantur. 

Neil' articolo 2 , intitolazione nel mezzo : poche 
conosciute terre. 

Ivi, nella memoria del documento sulla compera 
delle case da distruggersi pel nuovo palazzo degli 
Imperatori, si legga 41 case non 40. 



200 
Ivi, due pagine dopo, dove si ricordano i vari 
nomi di Viterbo nel medio evo, si corregga Vetur- 
bium invece di Vetarbim 



12 



Di alcuni pittori viterbesi che operarono 

nell'evo infimo, 

e ne primi cominciamenti del rinascer delle arti. 

La prima pittura di che può dirsi che si abbia 
memoria, comechè non sia certo che appartenga ad 
autor viterbese, è la tavola del Salvatore nella chiesa 
di S"' Maria nuova , della quale parlai sul finire 
dell'articolo II. Essa, non solo è in tavola, ma, quel 
che è più, sopra cuoio, ne può essere più recente 
del secolo XII, e probabilmente è molto più antica. 

Più memorando è ciò che s'impara da un do- 
cumento dell' anno 1298 tempore Domili Donifatii 
pp. Vili mens. Octobr. die XXIII mirante indixio- 
ne XI, n. 588 di quel secolo, nell'archivio di S. An- 
gelo, il qual documento dice così .... cam Gi- 
rardus Bonaveris pictor lenerctur capitulo ecclesie Sci. 
Angeli de Spala fingere de bonis coloribus quam- 
dam tabulam prò altari ipsius ecclesie et opus pi- 
tture non perfecerit, de qua piclura et opere dictus 
Girardus debebat recipere cenlum solidos paparinorum 
et de ipsis recepii XL solidos paparinorum, ideo di- 
ctus Girardus, et ser Iacobus canonicus diete eccle- 
sie, nombie ipsius ecclesie , de diclo opere et piclura 
et perfectione ipsius, ad tale pactum et concordiam de- 
venerimi, videlicel, quod dictus Girardus promisit et 



201 

convenit in stipulatane s^iempni dicto Ser Iacobo 
stipulanti nomine ecclesie snpradicle dicium opus , 
et picturam, ipsius tabule perficere, et eidem diclam 
tabulam pinctam cum dicto opere perfecto restituere 
hinc ad festum nalivilatis Domini proxime venturum, 
recepto residuo pretii supradicti , et si dictum opus 
perfectum et comj)letum non restituerit in termino 
prediclo, extunc promisit diclus Girardus dicto Ser 
Iacobo stipulanti nomine diete ecclesie solvere nomi- 
ne pene centum solidos dictorum paparinorum et ni- 
hilominus dicium opus perficere teneatur; nec promi- 
sit dicto Girardo, si dictum opus inceperit, nec to- 
taliler ad effectum perducat, et capitido diete eccle- 
sie restituat , ut supra est expressum , quod non te- 
neatur ad diclam penam solvendam et operis perfe- 
clionem. Qne omnia et singida supra dieta promisit 
dictus Girardus dicto Ser Iacobo, nomine diete ec- 
clesie stipulanti, facere, attendere, et observare, et can- 
tra predicta, vel aliquid dictorum, non facere , non 
venire aliqua ratione vel causa, sub obliyatione om- 
nium honorum suorum, et refacere dapnum , et ex- 
pensas litis et extra de pena predicta, qua soluta vel 
non, predicta omnia suprascripta nihilominus in suo 
robore perseverent. Et insuper Montebrunus Magistri 
Iohannis pictor prediclis omnibus et singulis proban 
dis, precibus et mandato dicti Girardi apud dictum 
Ser Iacobum nomine diete ecclesie principaliler fide- 
jussor (forse accessit), obligans bona sua, ut Girardus 
prediclus, renuntians beneficio nove conslilutionis de 
fidejussione et omni legum auxilio. 

Actum est hoc Viterbii ante dictam ecclesiam 
presente Iohannello famulo dicti prioris ipsius eccle- 



202 

sie, et Dno Bartholomeo Spali lestibus ad hoc vocatis 
et rogalis. 

Et ego Petrus Petri, auctor itale alme urbis pre- 
fetti notar ius prediclis omnibus interfui et rogatus scri- 
psi et publicavi. 

Dello stesso Girardo pittore si ha nell'Archivio 
del Duomo un' altra pergamena all'anno 1284, colla 
quale s'intitola procuratore Iohaanis Tome, e fa in 
di lui nome una stipulazione. Si raccoglie dunque 
da sifatte carte che sul finire del secolo XIII fio- 
rivano in Viterbo almen due pittori cioè, uno que- 
sto Girardo figliuolo di Buonavere, V altro Monte- 
bruno figliuolo d'un maestro Giovanni , che proba- 
bilmente è intitolato maestro perchè era pittore 
anch'esso. 

Ma precedentemente, e nell'anno 1225, al n. 40, 
tra le pergamene dell'archivio di s. Sisto, fa da te- 
stimonio a un contratto d'enfiteusi il pittor Semi- 
vive, del quale , come della tavola di maestro Gi- 
rardo, niente oggi si ritrova. 

L' archivio tante volte nominato di S. Angelo, 
ha pure al n. 543, e all'anno 1348 un atto notarile di 
donna Bona figlia del fu maestro Angelo pittore e 
moglie di Simonetto di Simone della città di Vi- 
torbo, il qual maestro Angelo era dunque un quarto 
dipintore presso a poco contemporaneo dei tre pre- 
cedenti. 

Di tempo incerto, nella chiesa principale di Val- 
lerano presso l'arciprete, mi avvenne di vedere in 
questo genere 1' avanzo di un trittico, sul quale re- 
stano le figure di S. Andrea e di S. Vittore sopra 
due delle tavole, di uno stile ancor gretto e ante- 



203 

riore al rinascere delle arti belle, sotto cui si legge 
Gabriel Francisci de Vilerbio pixit. Certo non è cosa 
bella, ma nemmanco al tutto spregevole. Chi poi fosse 
questo Gabriel di Francesco, e quando vivesse , io 
lo ignoro ancora* 

Sull'altare principale era esposta un' altra ta- 
vola colla madonna sedente in trono, e col bam- 
bino in braccio tra due angeli che la coronano , 
mentre il bambino ha in mano una colomba. Lo 
stile è molto migliore, quantunque tiene ancora del 
Bizantino. Sotto ha MCCCC Carolinus de Viterbio pin- 
xit LXXVI11. Il fondo è d'oro , l'autore henchè si 
dica viterbese m' è del pari sconosciuto. 

Nall'archivio sì spesso ricordato di S. Sisto, al 
n. 63 e all'anno 1364-, un prete Bartolo , olim de 
Tuderto , testando dice tra le altre cose. — Ilem 
voluti et rnandavit quod in ecclesia Sci Spiritus or- 
dinis Cruciferorum de Viterbio pingatur ymago que— 
dam Patris Filii et Spiritus sci. Item voluit et rnan- 
davit quod pingatnr quedam ymago Virginis , cum 
filio in brachiis apud ecclesiam Sancle Marie .... 

de Vetralla Item reliquit Comuni Civitatis 

Viterbii decem florenos auri, quos acceperat prò ali- 
quibus leonibus qui per dictum testalorem pingi de- 
bebant. Dnnque anche questo prete Bartolo benché 
da Todi, dimorava e dipingeva in Viterbo. 

Nella chiesa parrocchiale di S. Giovanni in Zoc- 
coli, sull'altare maggiore, il quadro in tavola, diviso 
in cinque compartimenti e a fondo d'oro del solito 
stile, dove certi particolari son bastantemente co- 
mendevoli , si ha in mezzo St. Andrea col bambino 
in braccio, ai due lati esterni S. Pietro e S. Paolo, 



204 

ai due interni i due San Giovanni, e scritto sotto. Hoc 
opus pinxit Fianciscus Antonìi de Viterbio A. D. M° 
CC°CC. XLI. 

Nel 1416 è ricordato il pittore della madonna 
della Quercia Marcello Manetto (vedi Bussi 257), e 
l'immagine dipinta in tegola, e sufficientemente ag- 
graziata, è ancora esposta alla pubblica venerazione. 

Celebre è poi la dipintura sul muro di cui Io 
stesso Bussi parla alla pagina XI della prefazione , 
fatta essa pittura, come il Della Tuccia scrive, per 
mano de mastro Lorenzo figliuolo di Giacomo di Pie- 
tro Paolo de Viterbo, rappresentante lo sposalizio di 
Maria Vergine cinta da un corteggio di persone che 
son tutti ritratti di contemporanei, secondo che già 
notò il cronista. Né ripeterem noi gli elogi che ne 
dà il Lanzi: diremo ch'esso è il maggior rappre- 
sentante in arte di dipingere della scuola viterbese, 
in que'secoli, e solo aggiugneremo che sotto l'affre- 
sco si legge in latino 

E regione vides sese referentia miris 
Ora modis, proprium nomen et artificis 

M. CCGGLVIII. 

L. U. 

Hactenus haud luslris opus islud quinque peractis 
Condidit, o quanti pictor utrinque vide. 

Si tam perspicuo spondissent digna labori 

Munera, numquid in hac dixeris arte parem ? 

Ma questi versi mal sogliono intendersi da molti 
i quali ne deducono che l'opera fu fatta nel periodo 



205 
di 25 anni non finiti, donde nasca 1' esclamazione 
sulla brevità del tempo impiegatovi comparativa- 
mente alla bellezza di essa. È chiaro invece , che 
maestro Lorenzo Viterbese si vanta d' averla con- 
dotta a termine con quella perfezione quando non 
aveva ancora 25 anni compili, comechè indiretta- 
mente si lagni che la rimunerazione non fu propor- 
zionata al merito dell'artefice. 

Si è perduto un quadro non men notabile del 
pittore maestro Valentino condotto nel 1458 pei si- 
gnori del municipio , di cui così il cronista parla. 
« Del mese di gennaro e di febbraro, facemmo fare 
una figura della nostra Donna nell'altare della cap- 
pella dei magnifici signori Priori , in una tavola , 
nella quale tutti noi Priori ci fussimo dipinti al na- 
turale, secondo che eravamo di fazzone, nella quale 
sono sotto il mantello di quella benedetta figura 
sette persone per canto, cioè dal canto di dietro il 
più alto, sotto il braccio della nostra Donna, fu Mis- 
ser Pier Filippo de Martorelli da Spoleli Luogote- 
nente et Governatore del patrimonio, con una ber- 
retta rossa in testa et uno vestito azurro broccato 
d'oro ; un gargione pento drieto a lui, ebbe nome 
Orsino di ser Pandolfo de' Capocci di Viterbo, con 
una berretta da orecchie rossa in testa; li quattro 
Priori, che furo da quel lato, questo sotto a detto 
Luocotenente, hebbe nome Battistino di Pioviccica 
della porta di S. Pietro ; quello drieto a lui vestito 
di celestre con uno cappuccio in testa era chiamato 
Pietro Antonio della Strepparella di Piano di Scar- 
lano ; quello sotto a Battistino era chiamato Valen- 
tino della Pagnotta , et habitava presso la fontana 



206 

di S. Lorenzo, quello che sta sotto detto Pietro An- 
tonio drieto a Valentino, era chiamato Stefano del 
Sartore calzolaro, et habitava nella piazza presso a 
S. Silvestro ; Battistino era gentiluomo, Pietro An- 
tonio et Valentino erano lavoratori di fuori. 

Dall'altro lato della Nostra Donna dirimpetto al 
Governatore hebbero Misser Iacopo Olivieri di Ca- 
talogna, prete thesauriere et spirituale del patrimo- 
nio, quello giovane drieto a lui si chiamava Archan- 
gelo de' Sconsigliati da Viterbo ; quello sotto il the- 
sauriere con una barretta rossa et uno vestito di 
paonazzo , Pacifico di Naldo speciale , et habitava 
presso le vie croci di S. Nicolò delle Vascella ; et 
quello drieto a Pacifico, si chiama Battista del Pe- 
corajo conciatore di corami, et habitava dirimpetto 
alla chiesa di S. Gilio; quello sotto a detto Battista 
si chiamava Pietruccio .... di Matuto lavoratore di 
fuori, et habitava nella piazza di S. Faustino; quello 
che sta più giù presso al pie manco della Nostra 
Donna con un cappuccio rosso in testa et una cioppa 
di pavonazzo in dosso , fu cavato di forma di me 
Nicola di Nicola sopradetto : et pertanto quello che 
vorrà sapere sì fatte cose, ponga mente nella detta 
tavola, et l'arte fu l'arte di mercatante, et habitai 
presso la porta di S. Mathia dell'Abbate in uua casa 
ove sta un chiostro con una fontanella, qual chiostro 
et fontanella e caposcala sopra detta fonte feci fare 
di nuovo io Nicola sopradetto ; quello garzonetto 
drieto a Battista si chiamava Giovanni di Giovanni 
di Pcica nipote di Mastro Valentino pittore di detta 
tavola, et quello drieto a Pietro, Antonio figliuolo di 
Bartholomeo del Rossolino. » 



207 

Io ho fatto ricordo di sifatta figura non per su- 
perbia né per vanagloria, ma solamente se nessnno 
de' miei successori mi vorrà vedere si potrà meglio 
ricordare, et gli sarà più raccomandata l'anima mia.» 

Si vede che la tavola era composta nell'antico 
stile. Ora la si cerca invano. 

Da ultimo ricorderò nella chiesa di S. Marco la 
tavola egualmente dell'aitar maggiore, la quale è de- 
stinata al Santo, con suppedaneo rappresentante in 
più compartimenti il martirio di esso Santo e dalle 
due parti della tavola, una sopra l'altra, le imma- 
gini di S. Pietro, di S. Elena, di S. Alberto, di S. 
Paolo, di S. Giovanni, di S. Maddalena ; oltre a ciò 
con S. Bernardo Abbate, e colla semplice sottoscri- 
zione: Die XV Aprii. 1512 d'autore ignoto, nella so- 
lita maniera un po' antiquata in relazione all'epoca. 
Di tutte le quali pitture ancor sussistenti, e del me- 
rito de'quali pittori non mi permetto di parlare più 
a lungo, confessando che non mi tengo per bastan- 
temente abile a giudicarne. 

Con questo solo termino, che sparse qua e là per 
la città e per le chiese rimangono ancora più o me- 
no guaste, su pareti e su tavole, figure di vari tem- 
pi, appunto di quelli che abbiamo noi contemplato, 
alcune specialmente assai lodevoli, come che le più 
deteriorate dal tempo. L'uso era d'ornarne pure le 
case psincipali e soprattutto le lunette anteriori alle 
antiche porte della città. Rispetto a che ricorderò 
nello Statato del 1251 l'ordine, riguardo alla porta 
Sonza — Teneatur potestas precise intra primos duos 
menses sui regiminis facere fieri Salvatorem Porte 
Sunze modo a parte civitatis sicut est et pulchriorem. 



208 
Finisco poi consigliando, a più intendenti che io 
jon sono, il dare un'occhiata all'antica tavola, che 
si conserva ora nella sacristia de' cappuccini del 
Monte, la quale si dice quivi recata dopo la distru- 
zione della chiesa di S. Maria in Sanguinata per la 
via di Montefiascone, dove è tradizione che esistesse. 
Singolare è questa, perchè oltre alle immagini mag- 
giori de' Santi, che rappresenta, ha il campo tutto 
coperto da una moltitudine di piccole figure indi- 
canti una battaglia tra turchi e cristiani per terra, 
molto ben conservata; e vi si veggono cinque città 
e i due eserciti coi loro stendardi e flotte sulla riva 
del mare, altre colla mezza luna turca , altre colla 
insegna del cristianesimo , l'orifiamma francese , la 
bandiera dell' Impero, . . . quel che è più artiglie- 
rie co' loro artiglieri. Certo è quadro da essere stu- 
diato per giudicare dell'epoca e della storia. Io non 
ho avuto né il tempo , nò il modo d' imprendere 
questo studio, non avendovi messo sopra gli occhi 
che per un momento. 



13. 



D'una donazione del grado di Cavaliere 
e degli accessorii, fatta da privato a privato. 

Nel libro delle quattro chiavi che dovetti altre 
volte citare si legge pag. 6: recto a. 1231 , Dns. 
Pallonerius Une. Fine, il quale dona Duo. Burgun- 
dioni (ilio suo emancipato Cavallariam sibi factam seu 
honorem Cavallarie sibi datimi (era dunque una con- 
cessione ereditaria), et omnes expensas, quam in sua 



209 

Cavallaria in armis paiinis equis et aliis expensis fecit 
et in una tunica thurscti («lev' essere il sarcotium o 
sijrcolium, eioè una sopravveste da donna e anche 
talora da uomo allora usata) quam dedit due. Egi 
die uxori olim dei. dni. Burgundionis. lieta quod suis 
fratribus nec alicui alii jam dictus dm. Burgundio 
non teneatur nec debeat facere restitulionem de di- 
eta Cavallaria, vel honore Cavallarie, seu de expen- 
sis ob hoc faclis. 

11 Glossario alla parola Caballaria e alle altre con- 
generi di ciò non avvisa ; e forse meritava di es- 
sere avvertito. 

14. 

Di alcune provvidenze di Polizia interna, le quali 

s'incontrano ne" 1 libri degli statuti Municipali 

e altrove, durante i tempi stimali barbari. 

Certo è che molte utili cose non erano sfug- 
gile alla saviezza de'nostri padri, alcune delle quali 
supponiamo essere invenzion moderna. 

Taccio delle prescrizioni relative alla distribu- 
zione delle acque irrigatorie della quale parlava al- 
trove. Taccio anche di quel che riguarda la net- 
tezza e la rcttitìcazione delle vie , la restaurazione 
delle fontane, la custodia delle medesime etc. Più 
singolare mi sembra notare le cose seguenti. 

Dallo statuto del 1251 , pagina 12 retto. Quod 
grondane debeant poni sub terra, que sunt a porta 
Sunze. Grondane que sunt a porta Sunze usque ad 
domum Insigne ( è un nome di persona ), uhi sunt 
private, (i privali cioè le latrine) millantili- sub ter- 

G.AT.CXL. U 



210 

rara usque in fossalum sub ecclesia Sci. Egidii expen- 
sis illorum qui habent ibi privatas , et quod nullus 
turpiludinem facial in dieta grondaria. La strada da 
porta Sonza era ed è la principale , quella che si 
chiama oggi della Svolta. Dunque si prescriveva sin 
d'allora di condottar le immondezze acciocché non 
infettassero. 

E le stesse o analoghe prescrizioni s' incontran 
di nuovo nello Statuto del 1469, dov' è la rubrica 
quod grondane et fossatum claudanlur, così: Fossatum 
posilum juxla rem Sandri Angeli de contrata Sci. Tito- 
ine claudatur expensis adjaceniium. Grondane quoque 
existentes juxta domum aliquorum , ex quibus fetor 
venit, claudanlur et fidcianlur et reparenlur expensis 
dominorum, seu domini , ita quod non possit venire 
fetor in vias vel domos vicinorum ad requisilionem 
cuiuslibet vicini ad penam XL soldorum, et balivi via- 
rum hoc facere teneanlur, postquam fuerint requisiti 
ad penam Xlibrarum paparenorum. E appresso: Quod 
fiant hostia in grondariis Sci. Egidii, Quinci et Ma- 
tliei in Sonza. Cum propter sordes que fiunt in gron- 
dariis Sanctorum Egidii, Quinci, et Mathei in Sonza 
fetor veniat in diclas ecclesias, et slantibus inler ea.s, 
expensis molendinariorum tantum, molendina in fos- 
satis dictarum conlraclavum habentium. . . fiant . . 
. . . . grondariarum predictarum et cujuslibel earum 
hostia , et aptenlur et purgentur. Et sint supersiUes 
ad predicta qui per homìnes de dieta contrata eli- 
gantur. E finalmente. Quod cloace et calcinaria pur- 
gentur et reficiantur et fossata molendinariorum. . . 
Omnes habentes in civitale Vilerbii cloacas per quas 
fetor, vel putredo infertur vicinis leneantur et debeant 



211 

ipsas refici et mundari facere, ita quod fetor vicinis 
et transeuntibus non noceat ... e/ quod omnes . . . 
habentes calcinarla . . . teneantur et debeanl coria 
que ibi aptantur ponere subtus aqnam: et ita bonam 
diligenliam adhibere quod propler corum immundi- 
tiara fetor non noceat . . . et (piando extrahitur aqua 
de calcinariis teneantur dictam aquam dirigere subtus 
terram etc. Dove s'intende che le grondaie però 
son prese lato sensw. non solamente per quelle che 
noi chiamiamo propriamente grondaie; ma per ogni 
specie di scoli fetidi che scendono dalle case o da 
certi opiflcii. Noto poi che nei due Statuti altre uti- 
lissime ordinazioni si hanno nel senso medesimo , 
perchè sian coperti gli alvei, delle acque correnti per 
via, perchè certe arti incommode o fetide o nocive 
non s'esercitino che in certi speciali luoghi, o simili. 
Un altro genere di provvedimenti che è mara- 
viglia il trovare da così remoto tempo, viguardairo 
la illuminazione notturna. Perciò, nello Statuto del 
1 469 si ha la rubrica de lampadibus tenendis in strata 
et aliis locis civil. Vii. In strata sint et teneantur ac- 
cense lampades consuete. In macello majori sint qua- 
tuor lampades accense de nocte, et sint superstites re- 

clores macellariorum (nella strada di ma- 

cel maggiore , che allora non era quella così oggi 
nominata, ma l'altra che va diritto dal Duomo fino 
alla chiesa di S. Vito e più in là) . . . Sint et esse 
debeanl odo lam}mdes a platea Sci. Silvestri usque 
ad plateam Sci. Slephani (dalla piazza del Gesù a 
piazza d'erba), que ardeant de sero ut consuetum est. 
Et siìujule quatuor habeant unum superstitem. In ma- 
cello minori (nella via che da piazza d' erba va al 



212 

seminario) sinl due lampades. . . . sub aslrico Sci. 
Mathei in Sunza ( sotto la tettoia o sotto la vol- 
ta ) sii una lampas expensis corum qui moranlur i- 
bidem. 

Altre prescrizioni riguardano altre curiose par- 
ticolarità. Per cagion d' esempio spettano all' amor 
della nettezza le seguenti: Pancocide et venditores 
panis et fructum non fileni nec aliquid abhominabile 
facianl cum stant ad vendendum predicta, sub pena 
XX. sol. et panes et fruclus amictant. E quest'altra 
diretta a impedire l'affollamento della gente ne'luo- 
ghi di gran passaggio. Ad decorem civ. Vit. . . in- 
tendentes, et maxime platee Sci. Stephani (l'odierna 
piazza d'erba), in qua propter amcnitatem loci et cir- 
cuitimi sex viaruiu est tam civiurn quam forensium 
concursus et continua mullitudo . . . nullus macel- 
larius possit nec audeat (allude ai macellai del ma- 
cello minore che quivi erano) apotecas macellane te- 
nere, nec carnes vendere in dieta platea, ab apoteca 
Nardi lacobi Guizzi alias dicti Macchabruni Macel- 
larti infra ad penam etc. : . . pizicarolis aulem in 
dieta platea morantibus non liceal castaneas coquere 
extra domos eorum stantes in dieta platea ad penam 
etc. (usavano allora vender essi castagne, cotte in 
fornelli avanti alle botteghe loro). Et quod eorum 
dischi, banchi, et res venales , et aiiorum artificum 
existentium in dieta platea, non possint exlendi ultra 
parietem domus, nisi per duos passictos ad passectum 
panni lane, hiis bancharum longitudine computata ad 
penam etc. Ciocche è molto lontano dal presente 
ingombro dei venditori di ogni cosa, i quali occu-? 
pano la piazza fino al mezzo. 



213 

V erano ancor le leggi suntuarie , siccome le 
seguenti. 

Nello Statuto dell' anno 1251 così : 

Statuimus quod nullus Sanlulus audeat filianum, seti 
illuni quem feceril chrislianum vestire imi de bomi- 
cino. E quest' altra : Statuimus quod si septima fiat 
prò morluis ( si celebri il settimo giorno dopo la 
morte) panis, fabe et alia, que consaeverunt expendi 
inter pauperes, ospilalia et ecclesias et personas reli- 
giosas distribuantur, et nemo amicis consanguine is vel 
vicinis de hiis aliquid mictal (1). Vi sono rubriche 
spettanti non meno al buon costume ecc., siccome nel- 
lo stesso Statuto, le seguenti: Nullus masculus intret 
coreani mulieruui ad ludum vel alio modo. Indi : Nul- 
lus istrio, joculalur vel joculalrix vadat ad comeden- 
dum cum aliquo cive, vel forensi, vel ad domum a- 
licuius, nisi sii invitatus ab eo ad quem vadit . . . 
Hospes qui eum non invitalum receperil simili pena 
peniteat. E altrove: Nulla midier vadat ad domum de- 
functi, vel defuncte, in eo die, quo defunctus vel de- 
nuncia est sepulta vel sepultus i nisi fuerit mater, vel 
filia vel soror carnalis , nepos vel neplis usque ad 
quarlum gradimi, et ille vadat cum duabus mulieribus 

(l) Pare ancora che vi fosser leggi liraitatrici delle doti , ciò 
di che non mi sono potuto accertare nelle mie brevi corse a Vi- 
terbo, e nell' aft'ollame/ito delle mie ricerche consultando V intero 
Statuto. E deduco ciò da una assoluzione dalla scomunica a' Vi- 
terbesi nel 1480, che si conserva nell'archivio comunale, del Car- 
dinal Filiberto prete del titolo de' Ss. Giovanni e Paolo, per quei 
che avevano trapassato summas dotium nubendis mulieribus assi 
gnandas, et limites: avvegnaché multi cives . . . eorum {Mas tra- 
dere non possint nuptui . . . cum dotis limitate exiguitas recusa- 
retur. 



214 

et non pluribus, quas secum voìuerU ducere, et siqua 
eontrafecerit, pater vel marilus seu fraler vel filius, 
vel alias sub cukis poleslate fueril, XX sol. pena mal- 
ie tur, nisi forenses venerint ad defunctum vel defun- 
clam plangendum (sic) , et si aliquem de ipsis con- 
sanguineis ipsa mulier non habeat , ipsamet penam 
solvere compellalur. 

Non mancano articoli, i quali riguardano il bi- 
sogno, dopo gravi divisioni d'animi e di partiti nei 
tempi torbidi che recentemente avevan preceduto, 
di mettervi fine. Perciò si legge quod nulla eccle- 
siastica vel secularis persona possit alieni obicere cau- 
sam imperaloris vel excomunicalionis eie. 

Stalaimas et firmiter ordinamus, quod nulla per- 
sona ecclesiastica, vel secularis, possit obicere alicui 
vel nobili , vel alteri Immini ìiabenli aliquam digni- 
talem vel offìcium, quod privatus executione sui officii 
et quod exequi non possit, aul debeat, aut quod non 
potuerit, aul in fulurum non possit suum offìcium ex- 
ercere canonice , quia exeomunicatus fidi , aut quod 
favorem, opem et consilium imperatori et suis servi- 
tila dedit, aut quod conlra ccclesiam fueril ; et si ta- 
lis obicclio facto, fueril , habeatur prò nulla , et qui 
objecit, puniatur in decem libris absque remedio ap- 
pellationis , et nihilliominus habeatur frivolum quod 
objecit et cassum. . . 

Staluimus quod si aliqids habuit offìcium vel Ba- 
liviam in Viterbio vel extra, tempore quo imperator, 
vel sai nuntii, civitatem Vilerbii habucrunt, non sin- 
dicentur in aliquo, nec occasione sui officii, vel quod 
ad eum aliquid pervenit, leneantur vel cogantur com- 
muni, vel alicui aliquo modo vel ingenio respondere, 



215 

exceptis officialibus qui fuerunl tempore Domini Guil- 
lielmi potestatis, quod per commune possil et valeat 
seindicalio. . . 

Statuimus quod omnia instrumenta , omnes con- 
tractus sive mandata, et quelibet acta facta et cele- 
brata tempore quo inter imperatorem et ec clesiam fuit 
dissensio, polcslas, consules , judices et notarii , rata 
perpetuo sint et firma, sicut facta et celebrala fuis- 
sent ab iìlis , qui nec exeomunicationi ncc inlerdiclo 
fuissent subjecti, et potestas, aut consides vel judex , 
aiti balivus Communis exceptiones contrarias non ad- 
mittant. 

Altre particolarità riguardano il favor da dare 
all'istruzione pubblica in ogni sua parte, siccome 
ne' qui sottoposti articoli. 

Scholares canna sludii Vilci'bium venienles (veni- 
vano a studio a Viterbo esteri ancora), lam ipsi, quam 
nuntii eorum in personis et rebus, salvi sint et securi 
in eundo et redeundo et stando, et res eorum pole- 
stas sedvare et manutenere, alque de fendere leneatur 
a cunctis, et illud idem dicimus in doctoribus et ma' 
qistris , nisi essent publici inimici, aut exbanditi Vi- 
terbii. . . 

Item statuimus quod omnes sclwlares forenses in 
causis civilibus coram suis doctoribus et magislris de* 
beant conveniri, et ab omnibus exercitibus angarìis et 
perangariis sint exempti. Scholares vero de civilate Vi' 
terbii ab omni exercitu et eavalcamenlo sint tantum 
exempti. Si vero aliquis magisler veniet Viterbium ad 
legendum ab omnibus exercitibus cavalcameli, datiisi 
angariis, et parangariis sii immnnis. 

Né mancano per tutti i tempi posteriori prov- 



216 
vedimenti relativi allo stesso subielto. Si ha , per 
esempio, nel libro delle riformazioni a pag. 62 del- 
l'anno 1508 così : 

Priores PP." Viterbii civitatis. 

« Eruditissimo viro Ludovico antiquo de Forlivio 

ludi littcrarii Viterbiensis praeceptori 

Salutem , et prosperos ad vota successus. » 

« Sollicita promptaque meditatione excitante , 
ut grammaticae , rethoricae , ac poesis studium a 
viris doctis atque peritis in nostra civitate regatur, 
non auribus aut simplici fama, sed experientia at- 
que laudabili admiratione perdoctorum virorum te 
peritissimum ac scientilìcum viiurn in grammatica, 
relhorica atque poesi scientiis, magistrum Ludovi- 
cum prenoininatum per nos specialiter deputatum 
ad regendum et gubernandum scolas in predictis fa- 
cultatibus in ipsa civitate Viterbii prò uno anno 
proxime futuro , incollando die festivitatis Sancte 
Marie de Mense Augusti fut. q. ut sequitur fìniendo, 
cum salario Syllano olim diete civitatis preceptori 
dari solito, videlicet 3 centurn dueatorum ad L. tam 
libi persolvendorum per camerarios diete civitatis 
prò tempore existentes singulo mense prò rata di- 
videndorum, tenore presentium facimus, constituimus 
et deputamus cum honoribus et oneribus consuetis: 
ea tamen cum conditione, quod debeas dicto tem- 
pore durante, repetitorem in scolis assidue retinere 
prò erudiendis parvulis ydoncum et doctum. Tu vero 
tìlios nostrorum civium, quos tuae curae et fidei ex- 



217 

colendos comittimus, aliosque scolares ad te concur- 
rentes , ita cum cura et exacta diligenza studeas 
doctrinare, ut inerito valeas ab omnibus commen- 
dali etc. » 

« Datura Viterbii, in nostro Palatio , die XXI 
lulii M.D.VIII. « 

AuGUSTlNUS NlNlUS 

Cuncellarius de mandato. 

E nello stesso anno alla pagina 100, verso, die 
XXVI Novembris 1508: « Consilio XL. civium ci- 
» vitatis Viterbii heri et hodie de mandato magni- 
» ficorum dominorum priorum , et eoruin famulis 
» convocato .... Ser Angeli, unus ex prefatis do- 
» minis prioribus, de commissione et consensu ipsius 
» collegarum fecit infrasciipta proposita ; . . . . 

« Item quod multi cives conquerantur de pre- 
» ceptore, quod in erudiendis ipsorum liberis non 
w est sollicitus, nec est adeo doctus, quod possint, 
» mediante sua doctrina, evadere docti, vel saltem 
» boni grammatici : et quod esset res optima, dare 
» operam, ut aliquis alter perdoctus praeceptor o- 
» mnino conduceretur, et ipsuin penitus amovere.... "> 

Dopo di che si venne alla risoluzione: « Super 
» secundo de praeceptore placuit magnificis domi- 
» nis prioribus ponere ad partitura consilium red- 
» ditum per egregium virum Marianum Nicolai con- 
» sulentem et dicentem, quod ex quo dictus prae- 
» ceptor non est suftìciens in erudiendo liberos ci- 
» vium Viterbiensium, et attento quod non placet 
» civibus, nec communitati, magnifici domini prio- 
» res habeant auctoritatem ipsum amovendi, et al- 



218 
» terum doctum et ydoneum praeceptorem omnino 
» cum salario, honoribus et oneribus consuetis con- 
» ducendi , quue sen Lentia risa fuit piacevo consi- 
» liariis fabas quadraginta del sic reddentibus non 
» obstantibus lupinis VII in contrarium repertis. » 
E sullo stesso proposito si ha pure la seguente 
lettera dell' Il Giugno 1591. 

Molto mag. sig. Pron. mio Osservmo. 

« Ho rivevuto la di V. S. a me oltremodo grata 
per havere inteso quello insieme con Mons. Gover- 
natore , e li Deputati per vigor del publico genie, 
consiglio, haver fatta eletione di me per Dottore di 
Logica, e pigliar anco cura dello spedale, della qual 
buona voluutà e a Mons. Rmo, et a tutti quelli che 
su questo negotio sono intervenuti, rendo grazia in- 
finita ; sperando con l'abito del Signore Iddio sian 
per restar satisfatte della servitù mia. Ma perchè 
non pare cosa giusta che io lassi così subito que- 
sta comunità di Vetralla, alla quale devo non poco: 
perciò ho dato tempo a questi SS. Priori dieci, o 
dodici giorni acciò si provedino d'un medico, et io 
innanzi S. Giovanni vertè a Viterbo, e rimetterò me 
e tutte le cose mie nella buona voluntà degli amo- 
revoli. E con questo le bascio le mani , che Dio 
N. S. la feliciti. » 

Di Vetralla li 11 di Giuno 1591. 

Della S. V. molto magnifica 

Alfmo servo 

NlCOLAO FORCELLIM. 



219 

Per soprassello dirò ciocché cita il Bussi alla pag. 
313 della università fondata ed attuata in Viterbo 
nel 1 546 da Paolo terzo non inferiore alle altre u- 
niversità d' Italia, la quale però non durò più che 
la vita di quel benemerito Pontefice, perchè le noc- 
qne la vicinanza degli studi di Perugia e di Siena 
non che di questa Roma , i forestieri e i nostrali 
preferendo il recarsi a istruzione segnatamente nei 
due primi, dove perfino a pubblica spesa alcuni gio- 
vani erano mantenuti per un certo tempo, affin di 
tornarne insigniti de' gradi dottorali. — 

Non difettavano disposizioni relative a' pubblici 
divertimenti , che son tanta cosa pel decoro delle 
città. Infatti, per citar solo quel che se ne scrive nello 
Statuto del 1469, vi si legge Statiiimus etc, « quod 
» dni. piiores et confalonerius de populo , qui prò 
w tempore erunt per XV dies ante festum Sci. Lau- 
» rentii sexdecim equites de qualibet porta, quatuor 
» et plures, prout videbitur dictis prioribus et con- 
» falonerio, eligere debeant, et electi teneantur et 
» debeant astiludero per civitatem Viterbii toto die 
)> praedicte festivitatis Sci. Laurentii. Quibus equi- 
» tibus in dicto festo astiludentibus dicti dni. prio- 
» res et confalonerius possint providere in quanti- 
» tatem decem florenorum et minus si eis videbitur 
)> secundum personarum conditionem et qualità tem. 
» .... Et quod omnes societates artium tenean- 
» tur et debeant psallere, et choreas cum instru- 
» mentis facere prò honore b. Laurentii praedicti. 
» .... Et quod in ipso festo Sci. Laurentii curri 
» debeat quoddam bravium de illis braviis que offe- 
» runtur diete ecclesie secundum quod consuelum 



220 

» est antiquis temporibus. » Dunque nella festa 
principale della chiesa matrice v' eran corse al pa- 
lio fin d'allora ; in prova di che una delle contrade 
suburbane si chiamava la pietra del palio ; e v' e- 
ran cavalcate per la città di giostranti ne'varii modi 
in uso a quel tempo; e v'erano ragunate delle di- 
verse compagnie delle arti che adornavano la festi- 
vità andando intorno con suoni, canti e balli, come 
questo è in uso anche altrove. A che si riferisce an- 
cora il seguente articolo. « Teneantur .... Comesta- 
» biles (mililum) comestabilare omnes currentes in 
» platea nova (l'odierna piazza del Comune) ad a- 
» nellum , a via que venit a Sco. Biasio et domo 
» heredum dui. Iacobi Begnamini, et vadit recte ad 
» porlam vallis » (porta oggi chiusa della valle di 
S. Antonio). 

Egualmente si ha pel Carnovale « Hoc carnis- 
» privi um per dies octo publice bandiatur , quod 
» omnes veniant ad ludum predictum cum securitatc 
» plenaria in eundo , stando et redeundo, exceptis 
» exbandi tis, publicis latronibus, falsariis et rebel- 
» libus Comunis, exponendo quod die Dominico cur- 
» retur tam per forenses equos , quam per Viter- 
)> bienses ad bravium et anulum, exceptis tractarolis 
» (i rivendagnoli di comestibili e simili), et si ha- 
» beant non valeant. Die lune ad bravium per tra- 
» ctarolos » (soliti ad avere cavalli o mule pe'loro 
commerci al di dentro e al di fuori, e formanti una 
università con particolari privilegi e con loro spe- 
ciale paviglione così detto). « Die Martis curretur 
» ad caligas per homines undecunque et ad bravium 
» per Viterbienscs equos, eum ponendo de redditi! 



221 
» dni. Neapuleonis, et ad anulum per omnes, exce- 
» ptis tractarolis. Et ponatur scmper primo mon- 
» tonus cum pipere, porris (par che dica porci) et 
» aliis usitatis. Cum caligis ponatur clipeus cum ca- 
» pelina et frascone et aliis consuetis. Et miles fi- 
» lius vel nepos militis ex parte patris si anulum 
» habuerit, habeat a camerario Communis quatra- 
» ginta soldos; si vero alius XX soldos ppr. Et pre- 
» dieta fiant expensis mag. viri loannis de Vico al- 
» me urbis prefecti illustris, secundum formam in 
» instrumentis pactorum habitorum inter Commune 
» Viterbii et ipsum Commune Sci. Iuvenalis et ejus 
» tenimenti. Si quis vero currentibus ad bravium 
» vel ad caligas impedimentum vel injuriam pre- 
» stiterit seu fecerit, in XXV libr. ppr. puniatur. Et 
» quod in quolibet cursu bravii, dum curritur bra- 
» vium in civitate predicta ut moris est, ille obti- 
» neat bravium, cujus equus cum ragazino anteve- 
» nerit , et ragazinus super equo existens bravium 
» tetigerit. Si vero non tetigerit, detur sequenti. Et 
» ragazino super equo existenti bravium tangenti, 
» et non aliter nec alio modo, detur, licet equus 
« veniat solus ante alios. Volumus tamen equos seu 
» equas qui et que debeant currere ad bravia pre- 
» dieta una cum ragazinis qui debeant currere e- 
» quos predictos, debeant signari et scribi per no- 
» tarium seu militem potestatis, et more solito si- 
» mul accedere ad consuetam mossam cursus bra- 
» vii predicti; et quod si consueta mossa non esset 
)> secundum delibera tionem militis potestatis, ejus di- 
» cto stetur, qui dictum bravium nemini tradat, sed 
» recurratur alia vice modo debito, secundum de- 



222 

» liberationem dominorurn priovum et potestatis ci- 
» vitatis prediete. » E subito dopo: « judei autem in 
» civitate Viteibii commorantes, cogantur per dictum 
» potestatem omni anno, de mense Februarii, ante 
» carnisprivium, per XV dies solvere cum effectu Co- 
» munì Viterbii C. lib. ppr. ex debito consuetas. Et 
» ipsi sint exempti a gravamine datii prestantie et 
» collecte. » Ciocché è anche nello Stat. del 1251. 
In fine v'è anche memoria di quest'altra festi- 
vità, che si celebra ancor oggi, sebbene con solen- 
nità infinitamente minore ; e quantunque il fu Ste- 
fano Caminilli so che qualche parola già ne fece in 
alcuno de' precedenti volumi del giornale Arcadico, 
pur giudico conveniente, posta 1' identità dell'argo- 
mento, il qui tornarne a parlare, secondo lo scritto 
nello Statuto, anche in rispetto alle particolarità sto- 
riche che contiene, men prolissamente descritte dai 
nostri cronisti. « Considerantes quod inter ceteras 
» festivitates Sanetorum Dei et celestis curie, quo- 
» rum memoria in hac nostra Viterbiens: civitate 
» habetur, illam potissime populus hic ecclesiasli- 
» cus , ac (ine.) universus Viterbiensis , pre cun- 
» ctis solemniazare, et honorare tenetur et debet , 
» in qua recepii infinita adunerà gratiosa: cum ita- 
)) que hec nostra civitas per longa tempora sub jugo 
» tirannico ohm Francisco de Vico contra sacrosan- 
» ctam Ecclesiale extitisset depressa, et eurrentibus 
» annis dni. M.C.G.C.LXXXI, Pontificatus Sanctiss. 
» Dni. nostri Urbani div. prov. Pp. VI de mense Mai 
» tota nra. civitas viterbiensis exercitu prefate ro- 
» mane ecclesie, et dni. nri. Pape, ac excelsi po- 
)> puh romani, equitum et peditum numero copiosa 



223 

» esset undique circumdata depopulationem blado- 
» rum faciente , quam idem populus noster dispo- 
» suerat nullatenus substinere ; et ne populus ipse 
)» contra Franciscum predi cium posset insurgere, et 
» jugo servitutis ipsius tiranni se quomodolibet li- 
» berare, et ad desideratum gremium alme matris 
» ecclesie devenire, ut optabat, et prò defensione 
» ipsius Francisci de Vico, ad custodiam nostre ci- 
» vitatis Viterbii et contra populum antedictum, in 
» ipsa civitate Viterbiensi, infini tus numerus equitum 
» et peditum ad ipsius Francisci de Vico custodiam 
» militabat, querentis ipsum populum viterbiensem 
» declutire ut serpens ; et quia servitus morti assi- 
» milatur , hic noster populus viteibiensis cupiens 
» de morte ad vitam resurgere, et a tirannide ipsius 
» Francisci se totaliter liberati, disposuit , convo- 
» cato Consilio inter cives ecclesiasticos, et fìdeles 
» contra prefatum Franciscum , suosque seguaces , 
» complices, et adherentes , ac gentes suas predi - 
» ctas, hostiliter insurgere et ad prelium concitare, 
» quo facto et ordinato octavo die mensis maii pre- 
» dicti, in quo festum appari tionis B. Michaelis Ar- 
» changeli in dea. nra. civit. solemniter celebratur 
» populus iste noster ecclesiasticus in platea Sci. 
» Stephani in unum armatus convenit , dispositus 
» cum prefato Francisco, sequacibus gentibus suis 
» piedictis, inire prelium, ipsosque ponere in con- 
» flictum aut se mortis periculo subjacere, in Dei 
w nomine ac B. Michaelis Archangeli, cujus festum 
» dco. die in ipsa nra. civit. solemniter celebratur, 
» ipsius omnipotentis Dei, et B. Michelis devote au- 
» xiiium implorando. Et incepto prelio per dcm. 



224 
» nostrum viterbiensem populum cuin prefàtis gen- 
» tibus dei. Francisci ad custodiam platee existen- 
» tibus , de mane usque ad horam none de ipsis 
» gentibus noti poterat victoriam reportare , quo 
» prelio inter ipsum populum et prefatas gentes ho- 
w stiliter existente, Banderia in campanili ante ec- 
» clesiam Sei. Michaelis Archangeli existens, in qua 
» figura ipsius M. Arch. erat designata, de ipso cam- 
)> panili in terram miraculose descendens in signum 
» apparitionis, sicut festivitas ipsius erat, ipso die, 
» ipsi nostro populo prelianti , de ipsius Francisci 
» sequacibus et gentibus suis victoriam prebuit at-~ 
» que dedit, et ipso Francisco, et gentibus ac se- 
» quacibus suis fugatis, et veluti a vento exporta- 
» tis , et pre majore parte ipsorum captis, civitas 
» nostra Viterbiensis et universus ecclesiasticus po- 
» pulus et fidelis ecclesie, ab ipsa servitute et jugo 
» tirannico, ut predicatili*, extiterunt totaliter libe- 
» rati, ad gremium et obedientiam prefate romane 
» eccl. et dni. nri. Pp. predicti, prout desiderave- 
» rant venientes, ne tanti benefìcii accepti populus 
» nr. Viterb. immemor existat, et ut ab ipso in dea. 
» nra. civit. memoria perpetuo habeatur, statuimus, 
)> et hac nostra municipali lege in ppetuum. vali- 
» tura, fìi'inamus, ad honorem, laudem, et reveren- 
» tiam omnipotentis Dei et B. Michaelis Archangeli 
» defensoris et liberatoris populi et Comunis dee. 
» civit. vit. quod a primis vesperis vigilie festivi- 
» tatis ipsius B. Mich. Arch., que est octavo die dei. 
» mensis maii usque et per totum diem ipsius fé- 
» stivitatis, omnes et singule apotece dee. civitatis 
)> clause teneantur , et omnes artiste ab omni mi- 



225 

» ministero cesscnt et contrafacientes in predictis 

» pena XL sol. de facto per potestatem civit Vit. pu- 

» niantur. Et quod omnes et singuli viterbienses ec- 
» clesiastici, et fìdeles ecclesie a dictis primis ve- 

» speris, usque per totum diem predietum diete 

» festivitatis se universi debeant congregare in platea 

» episcopatus Vit., et per ipsam civitatem incedere 

)> cum tripudiis sollatiis et gaudiis universis. De mane 

» autem tempestive diete festivitatis prefati Yiter- 

» bienses fìdeles ecclesie, in dicto palatio episcopatus 

» se debeant congregare et ipsis sic congregatis , 

)> cum quatuor cereis ponderis ÀX lib. t inde descen- 

» dant binatim accedendo videlicet versus fontem 

)) Sepalis [verso fontana grande), recte ad plateam 

» Sci, Stephani (piazza dell'erba) ad dictam eccle- 

» siam sci. Angeli, et dicti cerei offerantur ecclesie 

» antedie, et ad predicta omnia, ut premittitur, or- 

» dinanda per quatuor Viterbienses, dictum festum 

» per dominos priores, et confalonerium civit. ViL, 

» eligantur et deputentur dictis fidelibus eccle., unus 

)) vid. prò qualibet porta , qui sint superstites , et 

» modum et ordinem dare debeant in premissis ; 

» quibus electis et deputatis, ut predici tur, per ipsos 

» fìdeles ecclie., bis ordinandis et exquendis totaliter 

» pareatur , pena XX sold. prò quolibet contrafa- 

)> ciente , conveitenda in usum et communionem 

)> ipsius societatis dictorum fidelium. Deinde dco. 

» die, post nonas more solito , curratur ad unum 

» bravium valoris decem florinorum currentium ex- 

» pensis Cois: quod bravium ponatur ante dcam. el- 

» cliam. sci. Angeli dum curritur ; et cursus sit , 

» ut servatili' in festo sci. Lau- 

G.A.T.CXL. 15 



226 
» renlii; et omnia circa ipsum cursum usitata tam 
» anuli et quintannarum (di quello che oggi chia- 
« miamo il Saracino) in dicto festo S. Laurentii ser- 
» ventur in die predicto, excepto, quod cursus anuli 
» fiat ante dcam. eccliam. S. Angeli, et similiter 
» quintane , et non alibi. De mane autcm tempe- 
w stive, videlicet ad sonum campane dei. Commu- 
» nis omnes et singuli rectores artium dee. Civit. 
» cum eorum juratis in platea dei Communis cum 
» cei'eis et luminariis se debcant congregare et 
» sequi dnos. potestatem, priores, et confalonerium 
» processionaliter, et omnia in his serventur solcm- 
» nia , et modus et forma servetur circa honores 
» dee. festivitatis prout supra in superiori capitulo 
» continetur , videlicet in festo sancte Trinitatis 
» etc. » il qual capitolo noi non trascriviamo (che ri- 
guarda la festa di S. Maria Liberatrice, in occasione 
del miracolo al bulicame, di cui già paratamente 
scrissi neir articolo stampato nell' Album romano 
sui bagni di Viterbo, e scrisse anche il Bussi alle 
pag: 186 e 187. Le particolarità poi della festa, non 
che nello statuto, erano riferite partitamente in una 
pergamena che i rr. pp. Agostiniani conservano nel 
loro archivio, dove tra molte altre cose si prescri- 
veva e si costumava per lungo tempo , che le te- 
nebre state ne' giorni del miracolo artificialmente 
s' imitasseso con un denso frascato sotto il quale 
era costretta a passare la processione per tutta la 
piazza della Trinità , rischiarando le tenebre colle 
luminarie portate in mano). 

Un'altra categoria, riguarda provvedimenti rela- 
tivi al favorir 1' agricoltura: rispetto a' quali non 



227 
entrerò in altri particolari che si riferiscono ab an- 
tico a sana distribuzione delle acque tra' singoli 
utenti per la irrigazione. Mi contenterò piuttosto di 
narrare alcune cose più notabili siccome questa. 
» Furibus et devastoribus obviare volentes, curavi- 
» mus ordinando, quod si quis furatus fuerit et de- 
» vastare voluerit vel presumpserit cepas croci , 
« fructus, et flores, sit in pena de die LX sol., de 
» nocte X libi*: et damnum emendet dno. rei taxa 
)> judicis precedente etc. » Dunque v'era allora in 
Viterbo coltivazione di zaffrano specialmente tute- 
lata, come ho trovato essere stato anche in Orvieto 
per documenti archiviali. E si noti che la disposi- 
zione è fin dal primo statuto del secolo XIII, seb- 
bene si fatta coltivazione non so che più si prati- 
chi. - Allo stesso genere appartiene quel che è or- 
dinato rispetto agli alveari e alla cura delle api , 
nello Statuto del 1469 in questa forma. » Statui- 
» mus et ordinamus quod omnes et singuli haben- 
» tes cupellaria [noi diciamo anch'oggi le amie delle 
» pecchie copelli, e le loro unioni d'un certo uumero, 
» cupellarì) in circuitu civitatis Viterbii, ea tenean- 
» tur reparare a parte esteriori infra animili a die 
» notifìcationis mandati sibi facti per dominos prio- 
» res de populo, alias applicentur communi Vit. dieta 
» cupellaria. Et domini priores de populo tenean- 
» tur vinculo juramenti ad penam X libr. prò quo- 
» libet eorum, notificare et mandare dictis haben- 
» tibus cupellaria quod infra À r dies post publica- 
» tiones presenlis stututi ca reparent et aptent (dove 
credo che col nome però di cupellari si vogliano 
indicate le cinte di muro le quali difendevano l'ai- 



228 
veare. Trascuro poi di copiare i provvedimenti rela- 
tivi al prezzo piscinarum cioè a' maceri delle piante 
testili presso le acque sulfuree, secondo l'uso viter- 
bese), » et maliantium (cioè malleantium) linum in 
» plano balnei » nel qual luogo s'insegnano molto 
importanti cose relative alla coltura in grande del 
lino (or quasi cessata eppur durava ancora a' tempi 
di Pio II. e poi; come lo s' impera dalla vita di quel 
pontefice scritta dal Gobellino) e della canape che 
ancora mantiensi in onore. Così taccio egualmente 
d'ogni altra parte che in questo genere a siffatto 
ordine di cose si riferisce. 

« 15 » 
« Memorie intorno ad alcune armi antiche. » 

Non è forse privo d' ogni importanza il far qui 
eziandio menzione di quel che si legge relativamente a 
certe antiche e disusate armi da difesa e da offesa 
in più scritture de' passati secoli , tra le quali ci 
contenteremo di registrare le seguenti. 

Dallo Statuto dell'anno 1851 alla p. 18 » Statui" 
» mus quod si percussio facta fuerit cum sbledo 
» (spiedo), spuntone, ense, mannarese (Vedi Glos- 
» sario in manerixius ) , cultello, falcastro , maxa 
» ferrata , vel quolibet genere metalli , accepta , 
» et his similibus , ex parte ferri , et sanguis inde 
» exierit, sit pena XXV libr. Et si sanguis non exie- 
» rit, sit pena X libr. Si fuerint plures percussio- 
» nes de qualibet, modo simili, puniantur. Si vero 
» facta fuerit cum anistocca lancee (anistocca manca 
» al Glossario , forse è la ghiera o gorbia), manico 



229 

» sbledi, pomo hensis, nel manùbrio cultelli, et Uh 
)) similibus, et sanguis exierit, sit pena X libr., si 
» sanguis non exierit , sit pena LX sol. Si autem 
» percussio facta fuerit cum bastone, vel a maxa 
« aut clava non ferrata, seu eipello (ceppello ?) et 
» similibus, et sanguis exierit, sit pena X libr, et 
» si sanguis non exierit, sit pena LX solid. Si au- 
» lem cum virga, bastoncello, et his similibus per- 
» cussio facta fuerit, et sanguis exierit, sit pena C 
» sol., si sanguis non exierit, sit pena XL sol. 

Da un rotolo di pergamena dev'archivio comu- 
nale, relativo a un giudizio arbitrale, in una que- 
stione tra Orso Orsini , e il Potestà e il Comune 
di Viterbo, si ha in un interrogatorio di testimonj: 
» ltem quod idem D. Ursus in ipsa occupatione 
» [d'alcuni feudi presigli dai Viterbesi) amisit arma, 
» et balistas infrascriptas , tempore praedictae oc- 
» cupationis , in dictis castris cxistentia , scilicet 
» LXX balistas, quarum sex fuerunt de turno, de- 
» cem fuerunt de leva, alia vero fueruut de duo- 
» bus pedibus (intorno ai quali vocaboli, si vegga il 
» Glossario, Carlo d'Aquino nel Lessico militare, il 
» Sannuto ec). ltem decem torrefa (?) de ferro (è 
r> altrove scritto carrela, delle quali non è menzione 
» nel Glossario). ltem tres panscras (pansiere ) de 
» ferro, et tria bacinecta de ferro, cum tribus ca- 
» paronis de ferro. ltem vigiliti pavenses (pedvesi). 
« ltem quatuor inter scutos et targias (targhe), ltem 
» tresdecim spatas de ferro, ltem fresdecim cor- 
» bellarias de ferro (ivi altrove è cerbellarias, cioè 
» cervelliere). ltem tria paria fusalium de ferro 
» {fusalia manca al Glossario). ltem tresdecim tabu- 



230 

» latia {altrove è tabulacia). Item trcsdeoitii gorge- 
» rias de ferro. Item tresdecim cultellos de ferro. 
» Item decem traferi de ferro cum aslis (altrove é 
» trafferi, cioè traffìeri), et quatuor barilia piena de 
» quarellis (di giavellotti), » L' atto è del Cardinal 
di S. Marco sotto Niccolò IV e dell'anno 1288, ro- 
gato dal Notajo Marco De Osteolo Milanese. 

All'anno 1316, dal tabularlo di S. Angelo Mi- 
gliano Speziale, altrove da noi citato, presenta » Pe- 
« tro dni, Oddonis socio et militi magnifici et po- 
» tentis viri Jacobi dicti Sciane de Columpna, hono- 
» rabili Potestati Civit- Viterbi, et coram nobilibus 
» et discreti viris, Ursucio Gerardi Gerguini, Jacobo 
» dni Petri de Alexandrinis , Girardo Bartholomei 
» Montis, et Marco dni Pauli Joliis Pauli , ordina - 
» toribus equorum impositorum per Commune Vit. 
m hominibus de Vit. electis , et positis per dictum 
» Com. ad extimandam equos hujusmodi, existen- 
» tibus in platea Com., representavit, quemdam 
» suum equum , pili baii clari , cum modico albo 
» in fronte , et uno medato albo in pede sinistro 
» posteriori, sibi impositum per Com. Vit. prò Ca- 
» vallata Com. , qui . . . ipsum equum accepta- 
« verunt, ed ad Cavallatam, et prò Cavallata Com- 
» munis reservaverunt , quem . . . extimaverunt 
» XXX fior. auri. 

Ivi all'anno a nat. . . . 1348, » mense Iulii, 
» i. e. septima ejusdem mensis , 1. indictione se- 
» cundum cursum sacri romani imperi, sive ritum... 
» Franciscus Jobis de Floreniia, ci vis felicis urbis 
» Panormitanus ex una parte, et Raquerius de Ba- 
)) gnes de Florentia , e parte altera , exposuerunt 



231 

» quod curri olim Francischi nus Massectus de Spu- 
» leti deposuerit, et depositi nomine tradiderit et 
» assignaverit eidem Francisco Johis infrascripta ar- 
» ma , videlicet, par unum coratiarum super coreo 
» albo clavaratum. Iter par unum manicarum , et 

mar unum faklarum de magia. Item barbuta una 
n corniloria sua. Itern par unum Jocotutarum 

de ferro. Item par unum gambarinarum de coreo. 
» Item coriale (o conale) unum de magia...)) e se- 
guita altro che qui non importa trascrivere. 

All'anno 1353, sotto Innocenzo VI, in uh inven- 
tario di certo Jaquintello consertato neh" Archivio 
di Gradi, si noverano tra le altre cose » Item duo 
» paria corazarum, unam barbutam, unum par ma- 
» nicarum, unum par faldarum, unam gorzeriam de 
» maglis de ferro, et unum cerbellarium, tria pavesia 
» et duos sbendos .... Item odo inter bertas , 
» bertavennones et bertucias . . . item unum equum 
» cursorium pilamiuis leardi, estimavi t . . . florenos 
» de auro « 

All'anno 1374 neh" Archivio di S. Angelo , in 
libro di carta bombicina, in un inventario delle mas- 
serizie di Valentino figlio di Giovanni Mei, chiamato 
Paccareno , che par che fosse eostruttor di vesti- 
menta di pelli per armatura , si nota » In primis 
» unum discum intus dictam apothecam, cum una 
» tabula, causa incidendi coria bufalina, et pluribus 
» casscttis, et cum inferrarne ùtis prò aptando bu- 
» catos [con linea sopra ca: forse si parla di buchi 
» da far nel cuojo, e dee leggersi buchera tos?) — 
» Item duo paria [segnila una parola incerta , che 
» par che dica l'ai tuesiusium: forse siu é replicalo ner 



232 

» isbaglio, e si parla di forbici) de ferro, cu ni mar- 
» tellis et omnia alia ferramenta pio aptando cor- 
« settos - Item unum gladi una prò mandendo coria 
» bufalorum (e forse vi bisogna leggere prò radendo) 
» - Item una asena (forse un banco a schiena oVa- 
ì) sino) prò corectis (forse corsetlis) puliendis, cum 
» toto fornimento. - Item plures beruselii (f. verri- 
)) celli) cum bertamentibus de pluribus rationibus 
» - Item fibias de pluribus rationibus - Item unum 
» arcubalestrum - Item una balista cum badonerio 
» - Item unum balestrum prò proiicendo pallottas. 

Nel libro delle riforme comunitative per l'anno 
1424 p. 21. trovasi » Inventarium balistarum Com- 
» munis Viterbii, assignatarum per dominos Prio- 
» res dictae civitatis nobili viro Petro Tutii de Ar- 
» matis, alias Toccio de Viterbo, ut dictas balistas 
» teneat et conservet nomine dieti Communis ad 
» mandata dominorum Priorum , qui per tempora 
» erunt, et quas balistas dictus Petrus , alias To- 
» tius promisit diclis dominìs Prioribus, conservare, 
» tenere, et manutenere prò dicto Communi, et ad 
» mandata Priorum, et reassignare in eo statu quo 
» sunt , quandocumque et quotiescumque dietum 
» Commune seu per dominos Priores requisite fue- 
» rint. 

» In primis, una balista in mastra corda, (e. mae- 
» stra) in punto cum ardui et tenere intarsiato, et 
» cum staffa in punto , et inpronlata in dreghia 
» (f. orecchia) et in tenere, cum stampa ad armas 
» Communis Viterbii, videlicet duobus leonibus cu- 
» jus unum sunt arma domni Benedicti (Benedetto 
)) XII Papa a Avignone?) - Item una balista cum 



233 
» corda et mastra corda in punto , cum archu in 
» nuderoso (parola che non è nel Glossario), et te- 
» nere , et cum staffa in punto , improntata cum 
» ipsa impronta - Item una balista cum una co- 
» rigia de capite in pede archus a Iatere interiori, 
» cum archu, tenere, et staffa in punto, et impron- 
» tata in dieta impronta. 

Die XIII Mensis Aprilis. 

» Item dictus Totius habuit duas balistas in 
» punto cum arcu, et siggillatas sigillo Communis, 
» quas solvit Laurentius de Priscianis de Valentino 
» in fine sui officii - Item habuit unam balistam 
» quam solvit domnus Macteus de Bononia et ser- 
» vator (conservalor) in fine sui officii , in punto , 
» cum archu, et tenere, sigillatum sigillo Commu- 
» nis - Item habuit unam balistam quam solvit Pe- 
» trus Celsi ( f. è non Petrus, ma Octavius ) de 
» Trano olim Guardianus , in fine sui officii , in 
» punto, cum archu novo, et tenere anticho, et im- 
)> promptata cum imprompta Communis. Item di- 
io ctus Trotius (sic) habuit unam balistam , quam 
» solvit per Placentinum de Velletro, Civis Roma- 
» nus, in fine sui officii, in punto cum archu , et 
» tenere et corda , impromptata cum imprompta 
« Communis - Item dictus Totius habuit duas ba- 
» listas in puncto cum arcu et tenere, et sigillata 
)> sigillo Communis, quas solvit Mathias Paloscii de 
» Urbe, in fine sui officii - Item dictus Totius ha- 
» buit unam balistam, quam solvit domnus Matheus 
» de Pogiis de Bononia , in fine sui officii , olim 



234 

» Consevvator tlictae Civilatis, cum arcu etc. come 
» sopra - Item dictus Totius habuit uuam bali- 
» stam etc. e. s., qaam solvit Ser. Petrus Pauli Lau- 
» rini de Interamne , olim Guardiano dictae Civi- 
» tatis. - Millesimo CCCCXXV Indictione ///. cas- 
w sata fuerunt presentes scripture per me Petrum 
» Cancellarium , eo quod dictus Totius suprascri- 
» ptas balistas, de mandato dorninorum Priorum, f. 
» reassignavit et ideo cassavit, de mandato dictorum 
» dorninorum, dictus Cancellarius de Monte Cassino. 

In comunità egualmente , e nello Statuto del 
1469 » Nullus balistarius audeat, vel presumat bali- 
« stare, vel sagittare cum balista ad smersagliam, nec 
» smersagliam tenere, in carbonariis porte abbatis 
» (della porta di S. Matteo), juxta barbacamen epi- 
» copalus arf penam XX sol. prò quolibct. - E al- 
to trove - In muro Communis fenestre et balisterie 
» existentes ad requisitionem cujuslibet murentur 
» ad calcinam et claudantur espensis dorninorum, 
» ita quod non possi t haberi aspectus. Impedimen- 
» tum prestans, vel recusans , puniatur in X libr. 
« papar. 

Ma prima , nello stesso Archivio Comunale , e 
nel libro delle Riforme all'a. 1431 si ha, in un con- 
siglio del 26 Dicembre, che si trattò della ripara- 
zione , in 1°. luogo della casa e del fortilizio del 
pian de bagni, » quae reparatio dare pateat quan- 
» tum respicere possit comodum et tutelam civium»: 
al qual effetto alcuni provvedimenti furono stabi- 
liti nell'ultimo dello stesso mese, cioè che l'intrapren- 
dente » promittat et debeat relinquere et actare 
» ventaglias (credo valga saracinesche ovvero vanne) 



235 

» prò defensione diete domus sicut sunt signate , 
» et super hostio principali diete domus, promictat 
» et debeat facere unam fenestram seu piombato- 
» riam ( frane, machicoulis ) prò tutela et defensa 
« dicti hostii, et super voltas, in qualibet facie muri 
» diete domus facere promictat tres balestrerias lon- 
» gas ita quod bene stent. 

Infatti si ha qui nella Cronaca ms. del De la 
Tuccia all' a. 1454 » Il palazzo che (poi) fé fare PP. 
» Nicola V. al bagno di Vit. fu in questo modo. 
» Fu una chiusa di muro novo lunga 36 passi, e 
» larga 24, con due torrioni in due canti nel fos- 
» sato del Caldano che esce da Viterbo. Sopra era 
» la volta e merlato d'intorno. Sotto detta volta 
» una sala con quattro camere, e sotto detta sala 
» un' altra saletta con la camera innanzi la quale 
» era una volta quadra, e per ogni canto erano 24 
» passi. Sotto detta volta era tirato il bagno della 
« Cruciata in 4 peschiere , e nel fondo, in detto 
» palazzo, erano tre stanze, la prima sotto la sa- 
» letta dove stava il bagno della grotta. Era alto 
» detto palazzo 1 18 scaloni. La volta più bassa era 
» al paro del terreno , ed ogni stanza haveva il 
» cammino ornato di belle finestre. 

Ma più ampiamente nel Consiglio dell'ultimo del 
citalo anno e mese, quanto alla proposta di ripara- 
zione riferita dianzi , è registrata la promessa sti- 
polata con maestro Niccola Panni da Todi di « re- 
fi parare et murare illam faciem muri qui est versus 
« Vetrallam, seu versus balneum dominarnm, quo 
» facies est noviter initiata et fundata atque fabri- 
« cala in pattern , trahere et murare eam in eam 



236 

)> amplitudinem , sicut est initiaOa usque ad sum- 
» mum, seu cacumen diete domus. Item aliam fa- 
» ciem muri que est versus Viteibium reinforzare, 
« et usque ad alium murum fundare juxta ipsum 
» murum veterem, et ipsum sequi et trahere usque 
» ad summum in eam latitudinem quam dictat an- 
» gulus dieti muri noviter initiati nunc versus Ve- 
» trallam, que latitudo videtur esse unius pedis cum 
» dimidio. Item aiiam, videlicet tertiam faciem, que 
» est versus Balneum de Bussetis reinforzare et re- 
» sarcire, et alium murum sibi oontiguum fabricare 
» in ea latitudine, cuius sunt sedili» que sunt in pe- 
)> de dicti muri, super quibus sedilibus debeat ini- 
» tiare murum, si sedilia bona sunt, et si non es- 
w sent sufficientia dieta sedilia, que sunt in pede , 
» debeat ipsa fundare de novo , et ipsum funda- 
» mentum, et murum diete latitudinis murare usque 
» ad summum. In qua faeie debeat facere unum 
» hostium bonuin et bene sulficiens, largum de tri- 
» bus pedibus, et altum communi mensura. Et de* 
» beat reparare et rehedifìcare, et etiam si opus est 
)> totaliter renovare ambas voltas, que sunt et fue- 
» runt intus dietam domum, ita quod bene stent , 
» et murare, et reparare, et si opus est, rehedifìcare 
» murum quod est in medio diete domus, que te- 
» net ambas dictas voltas , ita quod sit bene suf- 
» ficiens, et in dicto muro facere hostium per quod 
» eatur de una in aliam, et facere in una dictarum 
» voltarum forameli , seu hostium cum scalis mu- 
» ratis , per quod ascendatur super dictas voltas. 
» Et muros predictos diete domus debeat , ut di- 
» ctum est, reparare et remurare, ut dictum est, 



237 
« in ea altitudine in qua sunt muri. » Dopo di che 
è quel che stampammo di sopra. 

Da ultimo, basterammi rammentare che all'anno 
1480 gli stessi libri delle Riformagioni registrano al 
14 dicembre « vien condotto a Viterbo Maestro Bar- 
» tolommeo di Gerolamo da Milano, armaiuolo, per 
)> far corazzine per uso de' cittadini viterbesi, e si 
» obbligò a farne 100 in otto mesi. S'obbliga pure 
» di fare cotte alla misura di chi le chiederà , di 
)) fustagno milanese con collarino alto o basso , a 
» piacimento, e di tal condizione e bontà che pos- 
« sano liberamente fare e patire un colpo di bali- 
» sta di 6 libbre d'acciaio. » 

E qui fo punto , senza copiare le molte altre 
cure che il Comune s' era sempre date del raffor- 
zamento delle mura della città , delle torri , delle 
porte, de' barbacani, delle carbonaie esteriori ecc. 
Se non che giova rammentare dai Consigli dell' a. 
1431 la proposizione di ser Angelo di ser Niceola, 
il quale « reparaverit quoddam palatium, seu suum 
)) fortalitium in lenimento diete civitatis, siti in via, 
» qua itur Romam , in vocabulo quod dicitur : lu 
» casale di ser Gilio, contrate Rianensis, quod for- 
» talitium satis esse possit perfugium civibus et Com- 
» munì diete civitatis tempore guerrarum, » in pre- 
mio di che chiede certe esenzioni delle gabelle co- 
munali di consumo pei prodotti di quelle sue terre. 

Il luogo è detto essere « juxta rem ecclesie S. 
» Iacobi Rianensis, forma mediante, juxta rem Cap- 
» pelle sive Cure in dieta ecclesia S. Angeli de Spa- 
» ta, sub vocabulo purificationis S. Marie Virginis, 
» fossatello sicco mediante , via publica a duobus 



238 

)) lateribus, et alios suos fìnes. » È aggiunto « quod 
» ipso (Fortalitio) mediante (cives) poterunt se tueri 
» a predonum incursu et ipsis hostibus resistere.)) 
E la conclusione è che 1' esenzione dimandata gli 
è concessa. 

16. 

Alcuni riti relativi agli sponsali. 

Quantunque in generale fossero essi pressoché 
da pertutto uguali, e ancora in molti luoghi segui- 
tino ad esserlo, non mi par privo di qualche inte- 
resse il cavare da documenti del secolo XIV, la me- 
moria di quel che tra Viterbesi circa questo propo- 
sito praticavasi. 

Trovo pertanto nell'archivio del Duomo la se- 
guente pergamena del 14Decembre dell'anno 1301, 
indizione XIV: « In presentia mei Notarii , ac te- 
» stìum subscriptorum etc. Vannes quondam Ge- 
» rardi lohannis ex una parte , et domina Angela 
» Angeli Philippi ex parte altera , inter se mutuo 
» consensu interveniente, contraxerunt matrimonium 
« per verba de presenti in hunc modum, videlicet 
» quod dictus Vannes interrogatus a discreto et sa- 
» pienti viro Domino Petro Angeli iudice, si vole- 
» bat dictam Dominam Angelam in suam legitimam 
)> uxorem habere , dixit et respondit quod sic , et 
» Domina Angela, interrogata a dicto iudice, si vo- 
li lebat dictum Vannem habere in suum legitimum 
» virum , dixit et respondit quod sic : et inconti- 
)> nenti secundum morem civitatis Viterbii dictus 
» Vannes quodarn anulo aureo dictam dominam An- 



239 

)> gclam in suam nxorem subharravit immittens di- 
» cium anulum in digituin anularem manus dextre 
» domine supradicte. — Actum est hoc Vitei'bii in 
» domo Angeli Philipp! presentibus Ursutio Gerardi 
» Gerguini, Sei' Amatore P'narani, magistro Giutto 
» domini Bersonis, et ser Fantino Lottariis, et aliis 
» pluiibus testibus ad haec vocalis et rogatis. Et 
» ego Iohannes quondam magistri Iohannis Piay- 
» nerii Notarii auctoritate almae urbis praefccti etc. 
» scripsi et publicavi. » 

E nel tabularlo di S. Angelo all'anno 1329 — 
» Iu nomine Domini Amen. Anno Domini millesimo 
» trecentesimo vigesimo nono, tempore domini Io- 
» hannis PP. XXII, lndixione XII, die 1 mensis Au- 
» gusti. In presentia mei Notarii, et testium sub- 
» scriptorum domina Benevenuta, fìlia quondam ma- 
» gistri Andreae de Viterbio , ad interrogationem 
w mei Iohannis Notarii infrascripti , interrogali ti s 
» eam ibidem presentem et intelligentem ad peti- 
» tionem Tutii Riccardii domini Belleboni de Vi- 
» terbio ibidem presentis , si ipsi dominae Bene- 
» venutae placebat, et volebat in suum maritum 
» legitimum dictum Tuctium presentem animo ma- 
» trimonium contrahendi cum dicto Tutio, respon- 
» dit et dixit quod sic Deo volente. Et simili modo 
» Tutius Riccardi ad interrogationem mei Notarii 
» infrascripti, interrogantis dictum Tutium, ibidem 
» presentem et intelligentem , ad peti tionem do- 
» minae Benevenutae praedictae ibidem presentis, 
» si placebat ei , et volebat predictam dominam 
» Benevenutam in suam uxorem legitimam animo 
» cum ea matrimonium contrahendi, respondit et 
» dixit, quod sic Deo volente. Et sic inter eos co- 



240 
» munì concordia et voluntate per verba de pre- 
» senti, anuli immissione, matrimonium fuit contra- 
» ctum. — Actum est hoc Viterbii, in Palatio Com- 
» munis Yiterbii, presentibus magistro Petro nw- 
» gistri Guillelmi Praesbitero , Nardo Rectore Ec- 
» clesiae S. Leonardi, Vanne Tucii Marra Mi, Nardo 
» Zavernelle, Cola Iacobelli, Manuccio Nardi, Ven- 
» ture] lo Nutii, et Vanne Herrigucrii domini Belle- 
» boni, et pluribus aliis testibus ad hoc vocatis et 
» rogatis. Et ego Ioannes quondam Magistri Petri 
» Raynerii de Viterbio, auctoritate alme urbis Prae- 
» fecti, Notarius et iudex ordinarius praedictis o- 
» mnibus interfui, et rogatus scripsi et publicavi.» 

Né altro su questo particolare ricerco. Noto solo 
che i due atti differiscono in ciò, che per primo è 
interrogato dal Notaio nel primo atto lo sposo , e 
poi la sposa; e nel secondo è fatto a rovescio, non 
ostante che il Notaio paia il medesimo. E anche la 
forinola è più compendiosa quanto all' immissione 
dell'anello ed alla particolarità del dito scelto per 
questa funzione. 

E qui pongo termine a questa prima serie del 
Florilegio , non senza speranza , se Iddio mi darà 
vita, di metter mano ad una seconda, o a quante 
altre potrò, giacche materiali per comporla non di- 
fettano. Chiedo poi scusa a' presenti e a' futuri delle 
imperfezioni purtroppo molte che vi troveranno. So- 
no lavori fatti in fretta e in non fermo stato di sa- 
lute , trascrizioni diffìcili , testi di scrittura spesso 
svanita od incerta. Ho fatto quel che ho potuto e 
saputo nella moltitudine delle faccende, che mi si 
affollano intorno. Altri correggeranno i miei errori 
colla stessa pazienza, e con diligenza maggiore. 



241 

AL CHIARISSIMO SIC. PROFESSORE 

CAVAUER SALVATORE BETTI. 

Professore prestantissimo, 



N. 



lei paragrafo 185 della mia 2." appendice agli studi 
sul porto di Livorno (pag. 74 a 77) io ho supposto 
chiusa la bocca di ostro dell' antemurale Poirel; e 
quindi ne è scesa piana conseguenza che non sa- 
rebbe interamente sciupata l'opera di lui, ossia si po- 
trebbe ricavare da essa un nuovo porto sul tipo di 
quello sanitario riformato. Egli è vero che, subito do- 
po la supposizione, ho ivi dimostrato che questo unico 
ripiego a tanti mali, compila che sia l'opera del Poi- 
rei, racchiude due gravi difetti, oltre la spesa, di 
cui va all' intutto esente il sanitario riformato: cioè 
1 ." la bocca di tramontana formata dall'antemurale 
Poirel, per la sua giacitura e per aver sottovento e 
troppo prossimi la testata della diga ed il molo Co- 
simo, non poteva dar rifugio ai bastimenti di pic- 
cola o di grande portata nei tempi di maggior bi- 
sogno: 2.° il fondo di acqua di questa bocca, quan- 
tunque in oggi, come è ben naturale, per le esca- 
vazioni prodotte dai vortici , dalle risacche e dalle 
controcorrenti generate dal nucleo di massi immer- 
si nella testata dell' antemurale ( §. 184), possa 
per il momento aumentare il preesistente fondo di 
G.A.T.CXL. 16 



'M2 

5"*, 50, purtuttavia i grandi bastimenti non potranno 
approfittarne compito il lavoro, perchè, reso tran- 
quillo il posto , quella profondità sarà sensibilmente 
diminuita, siccome si desume dagli esempi locali , 
da quelli del porto di Cette e da tutte le altre opere 
costruite in lidi di costituzione fìsica come quello 
livornese. Ma un terzo difetto ugualmente grave io 
dimenticai di porre sott' occhio nella scrittura mia, 
e questo è il seguente. 

Abbiamo veduto che il capo livornese è la li- 
nea di passaggio della massa maggiore de'materiali 
ostruenti (la più gran parte alghe), i quali da ostro 
a tramontana si dirigono (§§. 51 , 57 , 61 e 62) : 
abbiamo veduto che l'opporre ostacoli a quel pas- 
saggio produce aumento prodigioso di spiaggia ad- 
dosso agli ostacoli stessi e lungo la sinistra parte 
di essi (§§. 62, 65, 72 e 74): in fine abbiamo ve- 
duto che il sanitario riformato, da me preferito ad 
ogni altro progetto* incorrerebbe nel difetto di for- 
mare un ostacolo di 360 metri dal lazzaretto s. Roc- 
co al fanale, e quindi porrebbe nell'obbligo di sep- 
pellire ed assodare il più presto possibile le alghe 
che vi si addosserebbero, onde evitare le infeste e- 
salazioni che sarebbero per emanarne (§. 83). Ma 
questo difetto, per la poca lunghezza dell' ostacolo 
e più ancora per la pochissima profondità dell' ac- 
qua al suo lato di sinistra, non è gran cosa per sé 
stessa , e può qualificarsi per piccolissima a con- 
fronto de' vantaggi che quel progetto possiede. 

Ben differente però è la condizione dell' ante- 
murale Poirel. Chiusa la bocca di ostro, essa forma 
un ostacolo, dal lazzaretto a lui, di 800 metri : la 



243 

linea delle accumulate alghe dovendo essere normale 
al vento di libeccio, dominante di quel lido, si esten- 
derà per lo meno alla punta Cavalleggeri. Da questa 
punta alla testata dell'antemurale corrono 1100 me- 
tri, quindi tutta la vasta superfìcie racchiusa da que- 
sta linea sarà colmata, e principalmente dalle alghe. 
Ora quale sarà l'effetto delle putride esalazioni ema- 
nate da sì profonda ed ampia massa di erbe marine, 
situata a sopravvento e prossima al porto ed alla cit- 
tà ? 11 municipio di Livorno avendo non ha guari 
abbellita la passeggiata fuori Portamare , un tratto 
del muro che sostiene e difende dal lato del mare 
il piano di essa trovandosi per la sua forma cir- 
colare sporgente in mare di alcuni metri dall' an- 
damento della rimanente sponda, produceva un ra- 
dunamento di alghe nell'angolo a sinistra di esso , 
le quali col loro cattivo odore davano molestia ai 
passeggiatiti. Il municipio stesso ha dovuto perciò 
difendere quell' angolo con una rettilinea scogliera 
normale al libeccio, ove le alghe urtano, ma non si 
fermano che in piccola quantità. Ora la stessa cosa 
dovrà farsi per difendere l'ostacolo Poirel dalle al- 
ghe che vi si ammasserebbero. Mille e cento metri 
di scogliera, in una profondità inedia di 6 m , 50 ed 
esposta al mare più impetuoso di quella costa , 
dovranno indispensabilmente far seguito alla riso- 
luzione della chiusura della bocca di ostro : ed o- 
gnuno vede che la solidità e stabilità di questa sco- 
gliera non dovrà al certo esser minore di quella 
dell'antemurale stesso. Così essendo, due altre gra- 
vissime ed inutili spese per il porto debbono ca- 
ricarsi al progetto Poirel ora in costruzione, onde 



244 

godere di quel meschino buon risultamene, che 
da esso si può ottenere, già da me analizzato in 
fine del paragrafo 185; e sono: quella per la nuova 
scogliera, e l'altra per la colmata della ripetuta su- 
perficie con materiali non insalubri ! — Il fanale si 
troverà dentro terra , come è accaduto alle torri 
antiche dopo la costruzione della diga al Marzoc- 
co ; quindi in posizione ben poco utile ai basti- 
menti , che dovranno entrare nel porto dalla sola 
bocca di tramontana distante 1000 metri, e quindi 
si sentirà la necessità di un secondo fanale presso 
quella bocca : altra spesa pur da aversi a calcolo — . 
Si potrebbe da taluno dire: Non si chiuderà 
quel tratto che divide il lazzaretto s. Rocco dal 
braccio del fanale, e così le alghe continueranno 
il loro cammino a tramontana, come fanno oggi. 
Se ciò si facesse, osserverò io , due seri mali se 
ne dovrebbero con ogni sicurezza aspettare. Primo: 
tutta la lunghezza del molo Cosimo , dal canale 
del lazzaretto alla punta del molo dal lato del ma- 
re , sarebbe spesso inservibile ai bastimenti per 
la quasi continua agitazione prodotta dai flutti di 
sinistra, e per la massa delle alghe che vi si in- 
trodurrebbe e vi sarebbe rattenuta dagli scafi e da- 
gli ormeggi de'bastimenti e delle barchette; quindi 
si perderebbe per molto tempo dell'anno l'uso di 
880 metri di banchina aderente a quel molo, la 
più comoda per le operazioni coll'attuale porto e 
colla città, di tutto il rimanente del progetto Poi- 
rei migliorato: 2.° la massa delle alghe, che oggi 
si dirige a tramontana, passa per la maggior parte 
fuori del fanale ; ma quando 1' antemurale Poirel 



245 

sarà unito ad esso fanale, quando cioè l'ostacolo 
sarà protratto per altri 4-00 e più metri e nella 
profondità di oltre nove metri di acqua, sarà fa- 
cile prevedere quale immenso aumento di materie 
dovrà passare per V, attuale apertura. Ed ammesso 
pure che la forza de'flutti possa inzeppare e spin- 
ger dentro per questa apertura tutta la massa delle 
materie abbracciata dal lungo ostacolo Poirel , si 
dovrà pure ammettere che la stessa forza formando 
risacca per l'urto nel molo Cosimo, condurrà seco 
nell' interno del porto Poirel, come ora conduce 
nell' interno de' bracci o moletti del fanale , una 
gran parte di dette materie, mentre un'altra parte 
di esse vi sarà sparsa dalla naturai legge delle ac- 
que correnti, le quali, quando da un angusto ca- 
nale passano in vasto bacino di acqua tranquilla, 
come appunto sarebbe quello circoscritto dall'an- 
temurale Poirel e dalla chiusura della bocca di 
ostro , formano delle mol Iacee , de' vortici e delle 
controcorrenti. Il residuo finalmente di cotesta massa 
potrà continuare il suo cammino a tramontana ; 
ma incontrando lo sporgimento della diga Poirel, 
quando sarà per intero compita, s' introdurrà nel- 
l'attuale porto. 

Relativamente alla larghezza , più o meno da 
stabilirsi alla ripetuta apertura, accadrà delle due 
cose l'una: se l'apertura sarà larga, più facilmente 
potranno introdursi le alghe, e più molesta e ri- 
petuta sarà la risacca de' flutti di sinistra pro- 
dotta dal molo Cosimo ; quindi meno praticabile 
la banchina di detto molo, ed i materiali ostruenti 
saranno spinti più innanzi verso il circolare seno 



246 

formato dall' antemurale Poirel : se l'apertura sarà 
stretta, più difficile per conseguenza si renderà il 
passaggio per essa dell' intera massa de' materiali, 
ed allora molta probabilità di naturale chiusura 
dell'apertura, e quindi pestifere esalazioni. In ogni 
modo però, tanto nel primo quanto nel secondo di 
questi due casi, si verificherebbe sempre sollecito 
ricolmamento del porto Poirel, e perciò breve sa- 
rebbe la durata di quel poco di buono che esso 
potrebbe dare. 

La prego, sig. professore, di far inserire in cotesto 
Giornale Arcadico la presente mia lettera, siccome 
facente seguito a quanto in esso ho già reso pub- 
blico intorno al nuovo porto di Livorno: ed an- 
ticipandole i miei ringraziamenti distinti, ho pure 
il bene di ripetermi con alta stima 

Di Roma 12 dicembre 1855. 

Suo uiìio. demo, servitore 
Alessandro Cialdi 



247 

FRAMMENTI DI ANTICHISSIMA ISTORIA ROMANA. 

I. 

Del Tevere e de' nomi italici, che esso ebbe nelle 
diverse età, e presso i diversi popoli italiani. Ri" 
cerche del prof. F. Orioli. 



i.T, 



anta è la celebrità del romano Tebro , che 
nulla di ciò che lo riguarda , per 1' amatore delle 
antichità storiche, può esser detto cosa di poco mo- 
mento. Pi qui è, che inopportuno non mi è sem- 
brato Io spendere una parte degli ozii miei, nella 
ricerca de' nomi diversi che questo re de' fiumi ri- 
cevette ne' tempi antichissimi presso le diverse ita- 
liche genti. 

2. Cominciando dall'arcaico latino, io trovo in- 
nanzi tratto certe denominazioni trasmesseci dagli 
autori , come al tutto ieratiche e sacre. E tale è 
quella di Colubro , la qual si dice usata in Roma 
dagli Auguri, di che Servio ci dà la ragione (1), 
quia flexuosus , cioè per le due curve, penso io, che 
fa esso coll'alveo, vicinissime una all'altra, davanti 
al Settimonzio, rendendo la figura con ciò delle spire 
d'un serpente, le quali, secondo ogni probabilità, 
furon più manifeste ancora e forse più numerose , 
nell'età più lontane, prima che si pensasse a col- 
ti) In Aen. Vili. 91 . 



248 
mare i bassi fondi, ad escludere gì' impaludamenti, 
e rettificare il corso delle acqne. 

3. Per analoga etimologia dieglisi ih sacris , a 
testimonianza dello stesso Servio (1) , presso i sa- 
cerdoti, il nome di Serra, cioè Sega, senza dubbio 
perchè le due o più curve, o risvolte, hanno, ed a- 
vevano qualche simiglianza co' denti della sega , e 
davano presso a poco l'effetto medesimo spesso ri- 
segando le ripe. 

4. Una denominazione antichissima nel Lazio , 
e nel comun parlare, par fosse Alluda (2), a colore 
suppone Servio (3) , ovvero ab albo aquae colore , 
dice più specificatamente Paolo (4); quod nivibus ai- 
bus sii , pretende invece Isidoro (5). Ma io credo 
piuttosto ab Alba , cioè dalla città d'Alba , perchè 
era il fiume, che Alba Longa rivendicava per suo. 

5. Infatti 1' etimologia tolta dal colore non vai 
oulla. È noto che il Tevere non ha l'acque bian- 
che, ma gialliccie nell' ultimo suo tratto. Perciò co- 
munemente trovasi detto flavus (biondo) (6) o al più 
caeruleus (color di cielo), dal color solito delle ac- 

(1) Ivi v. 63. 

(2) Sunt qui Tiberini priscum nomen Albulam vocitatum lit- 
teris tradiderunt (Varr. de L. L. V. 30). - Cf. Virg. Aened. Vili- 
332. - Ovid. Fast. II. 389. - Plin. H. N. III. 9. - Serv. in Aen. 
III. 50. - Sii. Ital. VI. 391, e Vili. 455. - Paul. p. 4. - Vib. Seq. 
De fluminib. 19. - Isid. Orig. XIII. 21, 27, ecc. - comechè cor- 
rottamente in Sincello Voi. I. p. 347, sìa chiamato 'AX(3«j. 

(3) In Aen. Vili. 332. 

(4) Loc. cit. 

(5) Lcc. cit. 

(6) Horat. Carm. I. 2. 13. - Virg. Aen. VII. 31 , e ivi Ser- 
vio. - Ovid. Metamorph. XIV. 447. - Sii. Ital. I. 607. - Fest. A- 
vien. v. 494. - Stai. Syl. IV. 4. 45. 



249 
que limpide (1). Quanto alle nevi che lo fan bian- 
co , il buon Isidoro suppone , che esso geli verso 
Roma , come la Dannoja o la Tana , strascinando 
seco non radamente nevi con ghiaccio ; lo che quan- 
to sia vero, dicalo chiunque passò nelle campagne 
latine un certo numero d' inverni ( e sia pur dato 
tutto il valore che vuoisi all' idea , che più rigido 
altra volta fosse 1' italico ed il latino clima ). 

6. Invece tutto sta bene, ammessa l'etimologia 
naturalissima che io stabilisco. - Albula è , ripeto 
con Varrone (2), priscum nomen lalinum, poiché (ag- 
giungo con esso , e meglio farò vederlo più tardi) 
Tiberis . . . extra Latium . . . nomen . . . exfluit 
in linguam (latina m). Nel Lazio dunque, e non al- 
trove, è da cercare l'origine di quel vocabolo. Ma, 
nel sistema grammaticale de'Casci-Latini, Romulus 
vicn da Roma, Proculus da Proca, Longula da Lon- 
ga, Ameriola da Ameria, Faustulus da Fausius, Ve- 
rnila e Venulus da Venus (3). Dunque Albula venne 
ivi, se non ab albo (colore), almeno ab Alba (urbe). 
Ma, in quella grammatica, Romulus vuol dire il ro- 
mano (4) , 1' appartenente a Roma. Dunque Albula 

(1) Virg. Acn. Vili. 64. - Sidon. Apollin. Car. II. 320. - Ov. 
Fast. VI. 128. 

(2) Loc. cit. 

(3) V. de' sette Re di Roma p. 52. - Venus Veneri* è Duenus 
Dueneris, analogo a Duonus Duoni divenuto più tardi bonus, e de- 
rivato da esso. 

(4) Loc. cit. - La forma di diminutivo è illusoria, e lo aveva 
osservato Niebuhr (H. R. voi. I. n. 219) , dove considera : « ulus 
mai non è (in Romulus, come in Siculus, Apulus, Rululus, Grae- 
culus Hispalus) una terminazione diminutiva. ... La significazione 
accessoria v'è stata aggiunta più tardi. » Perciò la Tribus Romu- 
Ha o Romilia non è la tribù di Romolo, ma la tribù Romana per 



250 
vuol dire V Albana, o l'appartenente ad Alba ; cioè 1' 
l'acqua albana per eccellenza, o l'acqua che appar- 
tiene agli Albani , o, se meglio piace, vuol dire 1' 
Albano, cioè il fiume albano , poiché la desinenza 
in a pel maschile npn era agli Albani sconosciuta, 
posto che troviamo tra i nomi dei Re loro un Alba 
omonimo colla città, un Proca, un' Agrippa od Acrota 
e simili (1). 

Né può parere strana questa superbia dal lato 
di coloro, che così denominavano il maggior fiume, 
il quale toccasse i confini del lor paese. Non al- 
trimenti essi avevan fatto, che que' per es., di Cere 
o di Capena, i quali Gerite e Capenate, rispettiva- 
mente, chiamarono i fiumicelli bagnanti i lor ter- 
ritori. Per altra parte, ognun sa, che s' egli è vero 
ciò che il tante volte citato Servio nota (2) [secun- 
dum antiquum situm ante Albani et Romani, Tibe- 
ris Laurentini fuit lerritorii) , vero è altresì , che , 
quando poi fu cresciuta la potenza de' Casco -latini, 
Alba erat Latio caput, come scrive Floro (3), e le 

eccellenza , e Porta Romanula (forse già Romula) è la porta Ro- 
mana per eccellenza. - Agolum è Pastorale baculum ab agendo 
(Paul. p. 69). Anzi Virgilio ha cantato 

Nec romula quondam. 

UUo se tantum tellus iactabit alumno, 

dove romula è romana. 

(1) Liv. I. 3. - Ovid. Metani. XIV. 609. e seg. 

(2) In Aen. VII. 661. 

(3) I. 1. 4. - E perciò la catena de' monti, la quale fa fianco 
alle paludi pontine, era detta Albana, se ha ragione Servio, quando 
annota (In Aeneid. VII. 10). - Mons (Circaeus) paludibus a con- 
tingenti segregabatur , quas exclusit limus de albanis montibu» 
fluens. 



25! 

frontiere allora dello Stato eran dall' Alhula cinte 
per un lunhghissimo tratto. Laonde di pien diritto, 
posto che dai toscani per boria ( secondo che di 
rimbalzo gli Scrittori di Roma ci fan conoscere ) 
il fiume arcifìne antonomasticamente chiamato era 
tuscus amnis (1), luscus fluctus (2), tusca unda (3), 
tuscus gurges (4), tuscae aqaae (5) etc, può dirsi 
che que' d'Alba protestarono contro a siffatta de- 
nominazione , coniando per loro nso, quasi a ma- 
niera di rappresaglia, l'altro nome, che significava 
albanus amnis, albana unda, albanus gurges etc. 

8. In che tempo dunque dovè questo nome co- 
minciare a mandarsi in dimenticanza ? Chiaro è , 
che ciò dovette accadere al mancare della Capitale 
del Lazio , la quale lo aveva messo in onore ; pe- 
rocché , caduta Alba , il nome diveniva una men- 
zogna. Roma era allora succeduta alle ragioni della 
sua rivale. A Roma dunque spettava trovare, e far 
valere, o subito, o poco dopo, un'altra denomi- 
nazione più adatta alle nuove condizioni politiche 
del paese. La trovò essa in fatti ; e questa seconda 
denominazione fu da lei creata, evidentemente at- 
tenendosi al modo albano, poiché la denominazio- 
ne , che allora , o poco prima , si diede al fiume , 
fu Ramon o Romon, per allusione, dice Servio (6), 

(1) Virg. Aen. X. 199. - XI. 317.- Ovid. Fast. I. 233. 

(2) Ovid. Fast. IV. 294. 

(3) Stat. Sylv. II, 199. 

(4) Ibi IV. 41. 

(5) Ovid. Fast. I: 499, et 628. - e s'aggiunga il lydius Tibris 
di Virg. Aen. II. 781- ece. 

(6) In Aen. Vili. 63. - Stringenlem ripas - radentem, immi- 
nuentem. Nani hoe est Tiberini (luminis proprium, adeo ut ab an- 



252 

al ruminare che ei fa le sponde; ma io dico invece, 
per esprimere con forma neutrale, che il fiume ap- 
parteneva a Roma, ed era divenuto il Romano, da 
che non era più Albula, cioè il fiume d'Alba : e IV 
timologia sta bene , quando anche , delle due va- 
rianti che i manoscritti qui danno, vogliasi a forza 
preferir la prima , che dice Rumon , con u e non 
con o. 

9. Ipsum Urbis Romae nomen , dirò sulla pre- 
sente questione col sig. Lepsius (1), reclius profecto 
a ruma idest mamma, quam a graeco p «f.>? (2) de- 

rivatur Plures etiam Romae scriptum, quam 

dictam suspicor per o litleram, quoniam quae in usnm 
pnblicum atque solemnem , scriberenlur , poliliorem 
quamdam et eleganliorem exhibere debebant scriplu- 
ram, cui graeca o luterà magis convenire videbatur. 
Idem etiam Velius Longus innuere videlnr, qui (Edit. 
Putsch, p. 216) scribit : « Apud nos quoque osten-' 
» dunt antiqui, qui neque confusas litteras o et « 
» habuere, nam consol scribebant per o , cum le- 
» geretur per u , consul. » Quindi è che seguiterò 
con esso (3) : In Romana lingua o littera si omnino 
a principio exstitit, parcius tamen adhibebatur (4). 
.... Claram hac in quaestione lucem effundit com- 
paratio litterarum orientalium (Kopp. Bild. und Schri- 

tiquis Rumon (al. Romon) dictus sit, quasi ripas ruminans et ex- 
edens; e Vili. 90. - Ut supra diximus, Rumon (al. Romon) dictus est. 
(i) De tabul. Eugub. partic. I. p. 33. - E forse la nuova dot- 
trina quivi esposta è offerta con troppa esagerazione e generalità. 

(2) Swinton. - Dissert. de Prisc. Rom. I. p. 7. - Schlegel - Hei- 
delberg - Ialburch 1816. N. 55. - Leps. 

(3) Lepsius. - ibi. - p. 31. 

(4) Ibi. - p. 76. Et cf. p. 74. 



253 
ft. II. 392), linde apparct o et u ab initio idem si- 
gnnm eiusdem Utterae, atque unum fuisse. - Fin qui 
il Lepsius. E in prova di ciò, molto a proposito pel 
nostro bisogno, ci rammenta essersi perfino veduto, 
o creduto vedere , in monete romane , Ruma per 
Roma (1); ed è in Sesto Rufo (2) - Regione VIII."- 
Aedicida matris Rumae ; e presso Plutarco (3), la Dea 
'Vov^ikcoc che, sotto la figura deificata d'una mater 
Ruma, o d' una Ruma- 1 Ha (sebbene da altri detta 
Rumina, per una più tarda corruzion di parola), non 
altro in fatto ci rappresentano che Roma o Roma- 
Ria , cioè la città identificata colla mitica madre 
de' due gemelli, e preside all'allattamento de' bam- 
bini romani. Ai quali argomenti potrebbe aggiun- 
gersi l'autorità di Festo, nella voce Ornum (4-), dove 
osserva , che gli antichi, a detto di Verrio Fiacco, 
u Utterae sonum per o efferebant, confermato da Ovi- 
dio (5), che, a proposito del primitivo nome di co- 
stellazione, Urion, divenuto poscia Orion, dice con 
espresse parole : 

Perdidit antiquum littera prisca sonnm. 

10. Conchiuderò dunque ornai , che anche ac- 
cettata la lezione Rumon , siccome di sopra io di- 
ceva, pur ci dà essa un nome del Tevere, derivato 



(i) Miiller. - Die Etruscker. - Voi. I. p. 308. N. 114. - Lepsius 

p. 25. 

(2) De regionib. urb. Rom. Hanoverae 1815, p. 45. 

(J) In Romulo - IV. Ed. Reisk. voi. I. p. 83. 

(4) Edit. Lindem. p. 195. 

(5) Fast. V. 516. 



254 

da Roma, e detto perciò a contrapposto del nome 
albano derivato da Alba (1). Se non che, giusta- 
mente perchè uno era" il nome dei Romani , V al- 
tro quello degli Albani, finché durò la rivalità loro„ 
né la prima voce, né la seconda formate ambedue 
per nazionale superbia, poterono avere il privilegio 
d'essere d'uso universale sin dal loro cominciamen- 
to, e dovettero perciò soltanto adoperarsi ne' luoghi 
dove nacquero, senza guari essere altrove divulga- 
te; e cessare finalmente presto, al cessare delle pic- 
cole rivalità, che le avevano generate e per alcun 
tempo mantenute, e che naturalmente più tardi non 
avevano più scopo. 

11. Ma in siffatta ipotesi, qual dunque sarà stata 
la denominazioce più generale, invalsa fuori d'Alba 
e di Roma? lo dico asseverantemente, ch'essa fu 
quella che poi tutte l'altre cacciò in bando, e quasi 
in dimenticanza, e lor sopravisse; cioè la denomi- 
nazione ricevuta in ultimo, anche da' Romani, sotto 
le forme poco tra loro diverse , di Tibris, Tiberis, 
Tiberinus (2). - E già, non è vero che queste forme 
siano comparativamente più recenti dell'altre , po- 
stochè Servio non dubitò di affermare del nostro 
fiume (3) - Ante Albam Tibris dictus invenitur. Ma 
di più sappiamo con qualche certezza che Umbri e 
Toschi, nelle rispettive lor lingue, fin dal comin- 
ciamento, presso a poco a questo medesimo modo, 
o in modo appena diverso, lo chiamavano. 

(1) Bumon o Bomon ricorda YAnio o 'Avi'ov pur fiume, che s' 
incontra ne' classici come VAcheron, YAlmon, il Bubicon ecc. 

(2) Serv. in Aen. VIIF. 31. - In sacris Tiberinus; in coenole- 
xia (nel comun discorso), Tiberis; in poemate; Tibris. - Isid. Orig. 
XIII. 21.- 27; Tiberis in quotidiano sermone; Tibris in versu. 

(3) In Aen. Vili. 350. 



255 

12. Della forma Vejente ci è indicatore Varrone, 
che scrive (1) - (Tibrim suum Etruria esse credit.... 
Fuernnt qui ab Tebri vicino Regnlo Vejenlnm (2) 
dixerunt appellatimi primo Thebrim, - Dalle quali 
parole non è difficile trar fuori la genuina voce 
toscana celatavi sotto - È chiaro , che in Tkebris , 
perciò, fa d'uopo sostituire alla 6, della quale i to- 
scani eran mancanti , le abituali sua rappresen- 
tanti (3), e quindi non Thebris, ma bisogna leggere, 
Thepris o Thefris. Un'altro piccolo cangiamento è 
probabilmente necessario nella desinenza, che come 
la dà Varrone, è accomodata al latino; dunque non 
etrusca , almeno con certezza ; e tanto veggo pro- 
vato da qnel che pur ci resta d' epigrafi della an- 
tica Etruria. 

13. Avevaci già insegnato l'autore dell'Epitome 
de nominum ratione (4) - Tiberii vocitari ceperunt 
qui ad tiberini ( altri testi aggiungono flumen ) na- 
scebantur. Dunque sapevamo, che, del nome del fiu- 
me, avevano fatto in Roma, ab antico, un prenome 
di persona. E ciò avevan confermato i Tesori d'i- 
scrizioni latine, dov' era ovvio incontrarlo espresso 
dal compendio di lettere Ti. o Tib. Si poteva però 
dubitare che siflatto costume delle contrade di La- 
zio, o latinizzate, non fosse mai stato comune a'to- 
schii quando opportunamente in Perugia (e in qual- 

(1) V. 30 — Così l'edizione di Muller. Quella di Spengel (V. 5). 
legge alla slessa guisa, lasciato solamente fuori il pruno, che Miil- 
ler introduce in un monito aggiunto all'Errata. 

(2) Alcuni mss. presso lo Spengel hanno Vehientum con h , 
e forse è meglio, giacché in Etruria scrivevasi forse Fehii, o Veni. 

(3) Lanzi — Saggio etc. Ed. II; voi. I. p. 160. 

(4) Valer. Maxim. Ed- Le Maire. T. 2. p. 219, 



256 

che paese vicino) città confinante col Tevere, ac- 
quistammo la certezza che il dubbio nou aveva fon- 
damento. 

14* Ivi, la prima urna del celebre sepolcro dei 
Yolunni (Ed. 2 a del prof. Gonnestabili) ha Thefri 
Velimnas Tarehis Clan. (1), dove, come la sem- 
plice ispezione del disegno (2) mostra a chi guarda, 
trattasi d'individuo maschile, che perciò evidente- 
mente dee tradursi Tiberius, Volumni filius e Tar- 
quiorum materno genere. E viene a conforma l'urna 
seconda colla epigrafe - Aule Velimnas Thefrìs Nu- 
franal Ctan, che per consegnarla è da rendere Au- 
lus Volumnii Tiberii fìlius, e Noforsiniorum materno 
genere (3). 

15 Ma le iscrizioni Perugine del Vermiglioli (Ed. 
2 a .) , hanno pure altrove (4) La. Thepri. Luefnas ; 
e (5) Thepri Petrunii; e (6) Sime (?) Teep .... 
(7) ; dove per essere incerto , e non indicato , il 
sesso de'defonti , si è in dubbio rispetto al modo 
d'interpretare le altre parole, e alla declinazion loro: 
tra le quali la prima della Epigrafe terza e proba- 
bilmente mal copiata, e la terza della prima , in- 
dica chiaramente la famiglia Luenatia (8) , ma 

(1) Pag. 71. 

(2) N. 4. 

(3) — Pag. 79 N 5. E traduco, e Noforsiniorum materno ge- 
nere per le ragioni esposte Op. cit. p. 82. 

(4) — T. I. p. 311. N. 369. 

(5) Pag. 217. N. 111. 

(6 7) Pag. 217. N. 106. Delia prima voce dubito, come dico 
di sopra. La seconda, tronca in Vermiglioli, sarebbe Tiip ; ma si 
sa che due // volevano spesso E 

(8) — L'interpretazione di Luesnas, che si trova scritto an- 
che Luvsni (Iscr. Per. T. I. p. 226. N. 233.), e Lufsnei (Pag. 316. 



257 
qnanto alla voce che qui più e' importa , ognun 
vede che Thepri è Tiberius ovvero Tiberia, e *Teep 
nella terza iscrizione è parola non finita, la quale 
vale lo stesso, rimanendo solo ambiguo, se tal vo- 
cabolo debba qui valere il prenome di maschio o 
di femmina, o se qualche volta fosse anche passato 
a gentilizio, come di altri prenomi ugualmente av- 
venne, per esempio in Cae, in Ane etc (1). 

1G. Nel Museo di Perugia, e precisamente nella 
prima sala del medesimo, ho del pari veduto sopra 
una colonnetta terminata in pina il frammento d'e- 
pigrafe Lachu Thefris Spurinas Lati .... che sem- 
brommi esser da unire all' altra iscrizione notata 
in Vermiglioli alla p. 130 N. 12 ; e ivi pure si 
parla forse d'un Lare Achonio figliuolo d'un Tiberio. 
Né altrimenti è a credersi della iscrizione di Pog- 
gio a Caiella presso Chiusi in sarcofago rozzo di 
terra cotta, - Penna (?) Theprinasa in cui, lasciata 
da parte la prima voce di lezione incerta, e forse 
mal data, la seconda, evidentemente, essa pure ha 
relazione a un Tiberio o a una Tiberia. 

17. Tra gli umbri , in simil modo come tra i 
toscani , si vede che il fiume , con un vocabolo 
poco differente si nomava, e ciò deduco da indu- 
zioni non men legittime. Conosciamo per esempio, 
sulla sponda del fiume del quale parliamo, la città 
Tifemum, alla quale per distinguerla da altre de- 
nominate alla guisa medesima , i romani aggiun- 
sero, forse con un non inutile pleonasmo, l'epiteto 

N. 386) è indicata della epigrafe latina (Op. cit. T. II. pag. 517 
N. 199). 

(1) — Lanzi negli Indici al Saggio. 

G.A.T.CXL. 17 



258 
Tiberimm. Dove per verità la prima origine della 
parola par che fosse a tifis cioè dalle elei (1), de- 
nominate con voce italica fin da tempi antichissimi 
lifae; ma qui è da riflettere che prima il fiume da 
esse tife fu chiamato secondo che è più verisimile, 
e poi dal fiume che in mezzo alle tife scorreva , 
cioè tra lecceti , fu chiamata dagli umbri la città 
la quale a lato gli fondarono, e questo non direi , 
se la sola ragione che avessi per crederlo, fosse il 
nome di Tifernum : ma più mi spinge a dirlo quel 
che trovo tra le tavole eugubine, nella 6 n . Dempste- 
riana, meno arcaica, siccome quella che ha caratteri 
latini; avvegnaché v'incontro, dopo alquante invo- 
cazioni a tre Dei maggiori, ognuno de' quali aggiun- 
giunge al proprio nome l'epiteto Grabovio (2) (um- 

(1) — Si vegga quanto a questo vocabolo Festo , e Paolo, p. 
96, 156, 338. 

(2) — V. Die umbrischpn Sprachedenkmaler .... Von S. Th. 
Aufrecht und A. Kirchhof. Berlin. 1949 — W'ortverzeichniss. pp. 
407, 410, e a'iuog. cit. del quale epiteto Grabovio i citati Autori 
non si avventurano a indovinare V etimologia. Per ora io sto col 
Lessen - Btitrage Zurdeulung der Eugubinischen Tafeln p. il, 
dove ei vi trova analogia col gotico gras , coll'antico nordico gróa 
(virescere), col greco ypdu ypa'cns, col latino gramen, coll'indiano 
grama (Ficus inter pascua). Stimo poi non inopportuno di notare 
ciò ehe si leggeva nella prima edizione delle iscrizioni perugine del 
Vermiglioli T. II. p. 327. Sic • « In un curiosissimo quadro di terra 
« cotta nel Palazzo Marefoschi Floriani di Macerala comunicatomi 
« dal sig. Pietro mio fratello, il quale qui io pongo perchè mi si 
« dice inedito » è questa iscrizione » Et crii mihi magnus Apollo 
chi saprà spiegarmelo. 

.1. VE 
CAPPO 
CE. Vgo ad 
VISO 
con due cani con collare; uno in l'accia all'altro, e con varj arnesi ». 



259 

òrice Krapui ; e sono Giove, Marte, e Vohone ) 
(1) , e dopo l'invocazione di Fisovio Sanzio (altro 
Dio nel quale, gli eruditi stimano riconoscere il sa- 
bino dio Sango) (2) , e dopo finalmente qualche 
altra invocazione più oscura, una lunga prece o li- 
tania è diretta a un ultimo nume , che, avuto ri- 
guardo all'estensione della preghiera , convien dire 
fosse tenuto nella contrada in altissima e princi- 
pale onoranza. 

18 Infatti la parola che racchiude la denomi- 
nazione di siffatto nume , ricorre un gran numero 
di volte nelle tavole I e VI, sotto la forma Tefre, 
variata nelle terminazioni in Tefro , Tefri , Tefrei. 
E torna la stessa voce nella 2" pagina della VI ta- 
vola «otto la forma aggettivale tefrali unito apiha- 
clu. Ed una nuova volta nella tavola VII sotto l'al- 
tra forma tefrulo, e quattro volte ancora colla de- 
sinenza tefia. 

19 Senza dubbio sono bellissime le cose che 
debbono qui essersi dette. Si capisce chi si racco- 
manda a esso nume ir colle, la città , il loro no- 
me ; si prega di tener tutto ciò per conveniente- 
mente espiato , ottimati, popolo, bestiame , predii, 

biade; di mantener tutto salvo (3). Or qual 

nume vogliam dire che ei fosse? - Con due nomi 
esso è significato , il primo nome generico è quel 

Or io vorrei esser l'Apollo che il Vermiglioli cercava, perchè se 
non vado erralo, ivi è da leggere Jove Caprove .... viso, ed è 
una dedica al nostro Giove Grabovio vednto in sogno. 

(1) Vofione è Bacco (druse. Fu/lun,N. gl'illustratori) , e 
riduco ad esso anche il nome e paese Furgone. 

(2) V. ugualmente i molli che delle tavole Eugubine trattarono. 

(3) V. come sopra. 



260 

di Giove (Jovie Jovi), che quando s'invoca senz'al- 
tro giunta , è chiamato Jvvepatre , o Jupaler (1). 
Dunque il nome proprio del nostro incognito dio , 
considerato come un Jovisco , cioè come una spe- 
cial forma di un Giove indigete, era veramente il 
retto quale che siasi, Tefre, Tefri, da riconoscersi 
ugualmente in Tefro , Tefrei etc. E qui Aufrecht 
e Kirchhoff , non ardiscono pronuziar nulla sulla 
natura del vocabolo. Io dico però francamente che 
esso nen è altri che il Dio Tiberino , di cui qui 
favelliamo, e le ragioni che m'inducono a così pen- 
sare sono le seguenti. 

20 Sappiamo che i fiumi erano per ogni luogo 
venerati dagli antichi con ispeciale culto , ed im- 
pariamo nel nostro caso dai classici passim che 
questo anche più era del fiume tevere. D' altra 
parte in sacrificii fatti da popoli, o tribù, fronteg- 
gianti le ripe tiberine, ben era congruo che il dio 
di quelle acque non si dimenticasse. E per vero 
imparasi da queste stesse tavole, che non si tra- 
scurava nemmeno il sacrificare a subalterne Di- 
vinità delle fonti, che tutto annunzia celarsi sotto 
il nome Fondlire o Funllere (2) D'altra parte così 
pur sembra che passasse per la mente anche agli 
ultimi illustratori di esse tavole (3), e tanto non 
men persuade la completa analogia di forma col 
nome del fiume romano ed etrusco. Adoravano dun- 
que veramente que' d' Umbria il Tevere chiaman- 
ti) Tav. IV. sev. 

(2) Aufretht ecc. V. Indie, e lav. VII a. 3. ed. I. T. 24, e 
p. 276 e seg. 

(3) — p. 211. 



261 

dolo Giove Tefro, donde avevan dedotto V addiet- 
tivo tefralls , ed a cui erario offerte (1) , checche 
sia il senso che voglia annettersi* vittime ed obla- 
zioni specialmente chiamate, tefra, le quali letteral- 
mente spiegate nel sistema da noi adottato, sembre- 
rebber doversi intendere liberta , come dir tiberi- 
na ; e poteron esser pesci ( duo tefra tria 

tefra) così chiamati, appunto dal fiume. E veramente 
in Roma stessa pesci erano 1' obblazion principale 
ne' piscatorii ludi (2) e ne' Volcanali (3). Anguille 
copaidi coronate, e asperse di sacre mole, sacri- 
ficavano a' numi loro , con accompagnamento di 
acconcie preghiere, i Beoti (4) , Un tonno scanna- 
vano a Nettuno i pescatori greci, con un sacri- 
ficio chiamato Suvvcacv , dopo un felice gittar di 
reti nella pesca dei tonni (5). Pesce per fin sa- 
lato non rifuggiva all' animo de' Faseliti, di offrire 
alle lor divinità (6). A obblazioni di pesci final- 
mente si osserva che frequentemente riducevansi i 
sacriflzj del sabino Numa (7). Or se tal era la deno- 
minazione ricevuta in generale dai principali popoli 
confinanti, come la più antica; cioè da' latini, dagli 
umbri, dai toscani, si può ben credere che non altra 
fosse tra quo' popoli i quali meno avean che fare 
con esso fiume , ed eran quindi costretti a ripor- 
ti) Ivi tav. I. 2., III. 32, 34, II. a 22. 

(2) Paul. 117. Fest. 198. 208. 

(3) Ovid. Fast. V. 235. 

(4) Athen. Deipnos VII. 15, p. 297 edit. Lugd. 1657'. 

(5) Ivi 

(6) Ivi 

(7) PI ut. in Numa, 15, — Ovid. Fast. III. 342. 



262 

tarsi in ciò al nome che gli avcvan dato que' che 
gli eran più vicini (1). A ver dire alcun potrehbe 
pensare che più particolarmente i sabini 1' avesser 
chiamato Terentum o Terenlus (2). In fatti , par 
voce questa derivata a tereno , quod est sabinorum 
lingua molle (3) : ma guardandovi meglio, si vede 
che così non fu. Già le parole di Servio citate 
in nota dicono abbastanza, che siffatto nome non 
era universale del fiume , ma d' un piccolissimo 
tratto di esso , in aliqua parte urbis, lo dico di 
più che, in questo medesimo tratto, non era esso 
nemmanco nome del fiume, ma si bene del terreno 
paludoso e malfermo cho costituiva la ripa, siccome 
ciò insegna il senso proprio del sabino vocabolo. 
Ciò era presso il Campo Marzo (4) , chiamato anche 



(1) Cosi in fatto avviene ogni volta che si parla di luogo 
appartenente a contrade non proprie. 

(2) Serv. in Aen Vili. 63 (Tibris) in aliqua urbis parte Te- 
rentum (al. Terentus) dicitur. 

(3) Macrob. Saturo II. 14 , Un' altra sentenza desume que- 
sto nome a ferendo ripas (Verr. Flacc. apud Festum pag. 208 in 
fragni.), ed un altra, a tera, cioè dalla terra , nella quale ara 
Ditis occultaretur (Paul. p. 152); ma evidentemente son forzale e 
false etimologie. 

(4) Paul. p. 152, Fest. 268. Ma non il solo tratto del Campo 
Marzo par che nell'età remotissima così si nomasse, poiché la stessa 
denominazione sembra s'estendesse sino al Velabro, secondo un passo 
di Varrone de 1. I. VI. 2't. tiiem Terentum (I. Terentinum), AccasTa- 
rentinas (I. Terenlinas), Hoc sacrifici-uni fu in Velabro, qua in Novara 
viam cxitur, ut ajunt quidam, <ia sèp'ùlcrum Accae, ut quod ibiprope 
faciunt diis Manibus Servilibus sacerdotes; qui uterque locus oxtra 
urbem antiqua-m fuil, non ìonqe a porta Romanula, de que in priore 
libro di.ri. Anhe da un passo di Fealo p. 275. assai mutilato, — 
Terentinatibus a, flumine .... — par potersi dedurre che gli abita- 
tori di que'luoghi essi stessi quindi si chiamassero. 



263 

Campo Tiberino (1), e più chiaramente dice Ovi- 
dio cantando di Carmenta (2). 

Fluminis Ma latus, ubi sunt vada pineta Terenti 
Aspicit, 

dove manifesto è che il Terentum era costituito a 
vadis, cioè dal ristagno , non a flamine , appunto 
perchè l'acqua saliva a quando a quando a rendere 
il luogo impraticabile. In fatti i giuochi delle Equi- 
ne, secondo che impariamo da Paolo (3) , i quali 
in marzo solevano con corse di cavalli celebrarsi , 
erano, nei non infrequenti casi di inondazioni e di 
impraticabilità, celebrati perciò in un Martialis Cam- 
pus appartenente al Monte Celio. E che nell'antichis- 
simo tempo quivi solessero approdare le barche, e 
specialmente quelle provenienti dalla Sabina, e fin 
d'allora il luogo si chiamasse Terento tra i sabini 
navigatori, s'apprende da Zosimo (4). Donde deduco 
che la parola dovette non tanto essere universale, 
quanto particolare al popolo nel dizionario della cui 
lingua aveva un senso; e a Roma non potè diven- 
tare di familiare uso , se non al tempo e durante 
il periodo della invasione sabina e della sabina pre- 
ponderanza. 

21. Or chiarito così quanto si riferisce alla no- 
menclatura, resta che noi diciamo delle antichissime 
favole le quali dalla nomenclatura stessa pajono es- 

(1) A. Geli. VI. 7. 4. 

(2) Fast. I. 501. 

(3) 96. 61. 

(4) Lib. II. Sub. init. 



264 
sere derivate. Quella che noi crediamo essere la ve- 
rità, V abbiam già detta, cioè che il Tevere trasse 
primitivamente il nome, in un'età antichissima , a 
tifis : ma si sa il costume in ciò che era invalso. 
La denominazione de' luoghi , nella infanzia degli 
studj etimologici, si trasformava in un nome d'eroe, 
di nume, o simile; e a questo eroe o nume s' at- 
tribuivano poscia imprese immaginarie , sul fondo 
delle quali i diversi popoli ricamavano particolarità 
diverse. 

22. Verso le sorgenti del fiume, il mito, forse 
originariamente umbro , a contrapposto del mito 
veramente etrusco, supponeva un Tepre o Tefre, ma- 
ritatosi alla figliuola di Tiresia , cioè alla indovina 
Manto, che di queste nozze partorisse Ocno ed Au- 
leste, fondatore uno di Perugia, mentre l'altro, per 
non gareggiare col germano, andò con una mano dei 
suoi, verso Pò , per darvi cominciamento a molte 
circompadane città, e tra esse a Mantova, così deno- 
minata della madre (1). Tra i vejenti esso Tepre nar- 
ravasi essere stato re di Vejo, e padre d'Anio, che 
presso loro ha preso il posto di Ocno (2). Rap- 
presentavasi egli asper el immani corpore , come 
Virgilio lo descrive (3) , e per conseguenza gi - 
gante. La fama era che soleva ladroneggiare, forse 
pirateggiando, intorno al fiume o nel fiume, e che 



fi) Serv. in Aen. X. 198- — Intepr. Verou ibi, et 207. — 
e if mito par umbro e non etrusco , perchè si sa ehe i To- 
scani, quanto a Manto, a Mantova, e all'origiui delle città circom- 
padane, tenevano tutt'altra sentenza. 

(2) Sii. Ita!. XII. 540. 

(3) V. 330, e ivi Servio - CI', mytliojr. Majatì, I. 193. 



265 

ucciso presso il medesimo, o sul medesimo, in un 
combattimento che alcuni dicono aver egli fatto con 
Glauco figliuolo di Minosse , chiamato dagli Itali 
Labico, dentro vi cadde, e lasciò all'acque l'eredità 
del suo nome (1). Presso i Casci Tefre diviene un 
Tiberino Re d'Aborigeni, figliuolo di Giano e di Ca- 
mesene, morto esso pure nell' acqua, in uno sfor- 
tunato scontro (2). Presso gli Albani è un' altro 
Tiberino de' Silvii d'Alba, che cacciando sulla riva, 
o traversando la corrente, in essa perisce (3); secon- 
do Livio, nato da Capeto (4), secondo altri figliuolo 
a Calpeto (5), che sdrucciolato nel letto del fiume, in 
una battaglia, vi trova morte e sepolcro. Presso i 
romani è pure il Tiberino albano , al quale divien 
moglie (dopoché ricevuto nel fiume fu elevata agli 
onori della divinità) Ilia la madre dei due gemelli, 
e s'identifica col genio di esso fiume. (6). 

23 E qui, se ben conto , finisce la serie delle 
favole popolari che avean corso ne' diversi luoghi , 
accomodate al genio, al capriccio, e all' ambizione 
de' popoli , e avrà anche fine per ora il mio dire. 
Se non che non voglio lasciar 1' argomento senza 
notare quel che narra Servio (7) , osservando che 
il teveie presso gli antichi si faceva anche di ge- 

(1) Serv. in Aen. Vili. 72- 380. e VII. 796. Cf. 

(2) Serv. in Aen. Vili. 330. 

(3) Serv: ivi e Liv: I. 3. — Ovid. Metam: XIV. 613. X. 864, 
— Paul. p. 4 — Isid. Orig. 13, 21. 27. — ed Acthen . Deipn 
VII. p. 290. 

(4) Liv. 13. 

(5) Dionys. 1. 7. — Serv: in Aen. III. 800. Vili. 330. — Ovid. 
Fast. IV. 46, et seg. 

(6) Serv: in Aen. I. 273. 

(7) Serv: in Aen. XI. 457. 



266 
nere femminino, come questo fu pure del nome Pa- 
dus , cioè il Pò. Infatti cita egli il Poeta Titinio 
nella favola teatrale - La Sezzese [In Setina) dove 
si legge p Vidistin Tiberini? Vidi - Qui illam derivet 
beaverit agrum Sclinum : - sebbene il Bothe (1) 
crede doversi scrivere: illam qui derivet, e che Ser- 
vio abbia preso abbaglio ingannato da una lezione 
viziosa; e dopo ciò chiudo questo articolo, riserban- 
domi a riferire altro di non minor curiosità intorno 
a quel che spetta alle antichità del fiume romano. 



II. 



Nomi etruschi di Tarquinio Prisco e 

di Tana quii sua moglie 

con poche altre particolarità che li riguardano. 

1. Di ciò trattai per transennam, nel mio libro 
de' 7 Re di Roma pp. 60. e seguenti e 75 e se- 
guenti. Sarà però bene di qui parlarne un pò più 
distesamente. 

2. Non ho bisogno di rammentare che il re suc- 
cessore di Anco si conosce nella storia, come chia- 
mato da principio, quando si partiva da Tarquinia, 
Lucumo Tarquinins , e cominciato indi a dirsi dai 
romani Lucius Tarquinins, il quale fu figliuolo del 
greco Demaralo , uuo de Bacchiadi, cacciato dalla 
sua patria Corinto, dove essi Bacchiadi dominavano, 
per la rivoluzione operatavi da Cipselo , e ripara- 
tosi, con tutto il suo seguito e molta parte delle 
sue fortune, a Tarquinia città toscana, ov'era uso 

(1) Poet. Scen. Lat Voi. V. p. 70. fragm. 17. 



267 

d'approdare frequentemente per corrispondenze <li 
commerci avviatevi, e forse per fondaci e deposili 
di merci che da gran tempo v'aveva (1). La storia 
dice, che, arrivatovi, presto vi si accasò conveniente- 
mente con illustre donna (2), e vi divenne padre di 
due figliuoli, uno de' quali, solo superstite, fu ap- 
punto il Lucumone o Lucio, di cui diciamo. 

3. Il primogenito dei due , fama è che si no- 
minasse Arunte (3), e che presto morisse, non pri- 
ma però d'essere arrivato insieme col fratello a età 
di poter prender moglie, la quale in fatto prese, ciò 
che fu pure del fratcl minore, ottenendo l'uno e 
V altro due dame di condizione proporzionata alle 
loro ricchezze (4). 

4. Al morire d'Arante* è narrato che la consorte 
rimase incinta, ignorandolo Demarato, che tanto se 
ne afflisse , da finire anch' esso ben presto i suoi 
giorni : dopo di che restò erede di tutti gli averi 
Lucumone egli solo (5). Poco stante, la vedova del- 
l'altro si sgravò d'un figliuolo, che rimasto così in 



(1) Cic. de Rep. II, 19. - Liv. I. 34. - Dionys III. 46. -Fior. I. 
14. - Aurei. Vict. VI. - Plin. H. N. XXXIII. 4, e XXXV. 43. - Strabon. 
Oxonii ex typ. Clarendon. A. 1807, t. I, p. 309. - Tacil. Annal. XI. 
14. - Schol. Bob. in Syllam. Ed. Orelly, t. I, p. 363. - Macrob. Sat. I, 
6, III. 4. eie. Tab. Claudiana, o bronzo di Lione, ed. di Montl'alcon. 

(2) Dionys. III. 46 : yiivoùx-a. sVupavij xarù ys'vo? dysTai, - la ta- 
vola Claudiana però dice : generosa, sed inopi, ut quae tali marito 
necesse habuerit succumbere. 

(3) Dionys. III. 46. - Liv. I. 34. 

(4) Ibi : ex rùv STn^a.Msaràrav oixuv. - E quanto alla moglie del 
secondo genito, che più e' importa, Liv. I. 34, dice espressamente 
che fu summo loco nata , et quae hnud facile iis, in qnibus nata 
erat, hnmiliora sineret ea quae innupsisset. 

(5j Dionisio e Livio e gli altri ai luoghi citati. 



268 
povertà , fu chiamato per questa circostanza Ege- 
rio (1). Passato alcun tempo sopravvennero torbidi 
in Tarquinia , ne 1 quali ebbe parte principale il fi- 
gliuolo di Demarato (2) ; ciocche determinollo in- 
siemi co'congiunti quanti essi erano, co' clienti, con 
molti amici, co 1 servi, e con tutte le ricchezze e le 
salmerie, a mutai" di nuovo paese, e a ripararsi in 
Roma, dove cominciò egli subito a distinguersi tra 
tutti, a rendersi caro al Re Anco per le arti della 
pace e della guerra , e a mettersi in grandezza di 
stato, tanto che , venuto meno Anco , potè succe- 
dergli nel soglio romano. Or , come veramente si 
chiamò egli, ricordate di lui queste cose a tutti no- 
tissime ? > 

5. Certo se noi ci riportiamo a quanto scrissero 
i classici, che ci rimangono, sin che fu in Tarqui- 
nia , chiamossi Lucumone Tarquinio, giusta quello 
che poco fa narravamo ; e dopo che tardi passò 

(1) Livio loc. cit. , e semdra che prenda Egeria per nome e- 
trusco , ciocché farebbe supporre in Toscana 1' uso d' un verbo 
analogo ad egeo, od almeno dello stesso radicale. Forse Livio, igno- 
rante di quella lingua, s'inganna, e il soprannome fu de' romani. 
Noi conosciamo l' Egeria di Numa e A" Arida , a cui Diana affidò 
Virbio, cioè Ippolito risuscitato (Serv. Aen. VII, 761, 763). Plutarco 
(de fort. Rom. Ed. Reiske, t. 7, p. 273) la dice una delle driadi (piav 
SpuoiSuv), e dotta (Sat'/^ova cro<prjv): ma pare che i latini la suppones- 
sero così detta ab egerendo, poiché l'invocavano le gravide per 
condurre a buona fine il parlo. Si trova anche in Sicilia sotto il 
nome di città Egesta o Segesta. Al nostr' uopo in coppa da me edita 
dell'etrusca Musarna, oggi nel Vaticano, si ha la dedica Eierie in 
caratteri tcscani. E qui pure la parola sembra ricordare piuttosto 
l'origine ab egerendo, che ab egendo, come più chiaramente 1' altra 
coppa Vulciente, oggi del Museo britannico, Acetiai Pocolom. 

(2) V. quel che lungamente scrissi e provai nelle mie Nuove 
Ricerche intorno a Servio Tullio ecc. Roma 1855, p. 22 e seg. 



269 
in Roma, il prenome di Lucumone fu cangiato nel- 
l'altro di Lucio, e il nome restò come prima, Tar- 
quinia Io però penso aver sufficientemente dichiarato 
negli antecedenti miei lavori de' quali dissi, che que- 
sta opinione non ha buon fondamento. Lucumo in 
primo luogo, benché certamente voce etrusca, non 
veggo ben provato che nell'etrusco paese si accet- 
tasse mai nella qualità di prenome. Aveva una tal 
voce una significazione certa; ed era quella di Re (1), 
quantunque alcuni abbian pensato, che acquistasse 
altra volta il semplice valore di patrizio e princeps 
Etruriae, o d'appartenente alla casta avente diritto 
al grado regale (2). Ora, stando così le cose, io cre- 
detti poterne dedurre che questo veramente non fu 
in Toscana e in Tarquinia il prenome dato al se- 
condo genito di Demarato, ma fu un titolo che in 
Roma, e forse anche negli ultimi tempi in Toscana 
stessa, cominciò egli ad assumere, e tra gli altri ad 
aver corso, per certe pretensioni, che di buon' ora 
s' era egli per tutti i modi sforzato di rendere ef- 
ficaci, a conseguire nella contrada tarquiniese la di- 
gnità lucumonia (3). 

6. E quanto al nome Tarquinius, parmi del pari 
aver supposto drittamente che questo non fu veramen- 
te il nome propriamente detto, ma fu il connotato che 
a Roma ottenne in ragione del paese dal quale ve- 
niva, tanto valendo Tarquinius, quanto il venuto da 

( I ) Serv. in Aen. II. 278. - Vili. 63, 75. - X. 202. - XI. 9. 

(2) Censorio, de die natali 2. - Serv. in Aen. V. 560. - X. 203.- 
Auson. ad Theonem IV. 68. 

(3) V. il mio citato opuscolo sopra Servio. - Strabone (ed. cit. 
t. I, p. 549) dice esplicitamente che il padre Demarato lo conseguì 
in fatto prima di lui. 



270 
Tarquinia, d'onde in fatto s'era partito per tras- 
portarsi nel regno settimonziale ; aggiunto Fonduto 
quasi necessario nella mia opinione, avvegnaché chia- 
mando il Demaratide Lucumone Tarquinio , si for- 
mava il nome completo, cioè il pretendente al trono 
di Tarquinia. Dunque il vero nome etrusco del suc- 
cessore d Anco, né fu Lucumone, né Tarquinio, co- 
me più tardi fu detto in Roma; e la sua denomi- 
nazione veramente toscana , non trapassò al luogo 
di sua nuova dimora, e ci è fino ad ora ignota; e 
perciò bisogna con nuove cure cercarla. 

7. A questo line è ben forza ricorrere al nome 
dell'autore della famiglia tra' Tarquiniesi , cioè De- 
marato; il quale, venuto, come si narra, da Corinto 
città dorica, di leggieri chiamossi quivi, appunto alla 
dorica, non Asj.ucfyaTs? , ma hctfxuptxTGg , colla prima 
sillaba che invece dell'vj aveva 1' «. Or giunto egli 
alla città tosca, niun vorrà negare che ritenesse il 
suo nome, solo adattandone la declinazione e l'or- 
tografìa alle norme grammaticali della contrada a 
che reca vasi. Ma si fatte norme richiedevano, che 
al d, sempre mancante agli Etrusci, si sostituisse il t; 
e che la terminazione os fosse cagiata alla toscana, 
secondo l'uso più comune, in e o al più in i. Avevau 
esse di più creato la consuetudine (una dello con- 
seguenze dell' uso di ritirare 1' accento sulla prima 
sillaba , e questo ancora alla dorica), di sopprimer 
volentieri le vocali intermedie. Dunque si può e si 
dee credere che in Tarquinia Damarato fosse chia- 
mato Tarmate o Tamrati, tanto più che l'usare la 
m accompagnata da un r seguente, non era in E- 
truria contrario alla regola e alla lingua, e basta a 



271 

provarlo pur solo l'ovvio cognome Umrana (1). Se 
non che è ancor possibile, che per eufonia alla pri- 
ma m sostituissero il raddoppiamento della r, pro- 
nunziando Tarrate o Tarrati , della quale associa- 
zione anch' essa non manca qualche esempio (2) , 
ed anche, con r semplice, che pronunziasse!' Tarate 
o Tarali (3). E ciò posto, qual sarà stalo il gentilizio 
dei figli? Per fermo, ciò, che sappiamo d'etrusco, 
e' invita a pensare che fosse il nome stesso, senza 
cambiamento, dell'autor corinzio della gente, come 
lo si riconosce passim presso il Lanzi, il Vermiglioli, 
gli editori del Museo Chiusino ecc. , ne' casati Fulni, 
Flave, Trepi ecc. , nomi certo di un primo Folnio, 
Flavio , Trebio ecc. Saran dunque stati essi pure 
Tamralii, Tarratìi, o Tai*alii. 

8. Questo però è sin qui solamente possibile e 
probabile. Si hanno eglino argomenti per dire ch'è 
assolutamente vero? Rispondo che se ne hanno ; e 
lo provo. — Imparo da Plutarco (4), che cacciato 
1' ultimo de' Tarquinii , e formata , secondo che si 
racconta , 1* isola tiberina, ^s'ey òvoìv ye^voà» (inter 
cluos pontes) dall' arresto, nella corrente del fiume, 



(1) V Museo Chiusino, n. 2, 90,91, 93, 93, 96 ; e Lanzi , u. 
362 , dove più urne ricordano , secondo le loro varie inflessioni , 
Umrana, Umranei, Umranas, Umre etc, e veggasi nel Vermiglio- 
li (Iscrizioni Perugine t. I, p. 171, e n. 26) anche Hamria. 

(2) Id. t. I, p. 284 (Turrisia). 

(3) In Elruria Tamrate potea scriversi Tarate, giacché in una 
delle varianti del passo di Plinio, che di sopra subito dopo adduciamo 
(ed. Sillig. cap. VI, sect. 12), si .scrive Taraciae non Tarraciae , 
almeno in alcuni testi, or con l, ed or con th, siccome si scrive 
or Gaiae, ed or Caiae. 

(4) In Poplicola Vili. 



272 

delle spighe, e de'tronchi d'alberi portativi, secondo 
la nota favola (come ciò avviene, per esempio, presso 
il Missisipì, a deito dei geografi, per una specie di 
fortuite zattere galleggianti , dette Rafi) , e poscia 
consolidato tutto ciò per terra e limo aggiunto in 
mezzo all'acqua, e lattane un' appendice ai beni di 
Re Tarquinio, consecrati a Marte, che si disser indi 
Campomarzo , dove la leggenda da alcuni si attri- 
buì non alla cacciata di Tarquinio, ma dal dono di 
esse terre al popolo romano per parte d'una Tar- 
quinia (TocfMvvlx), vergine vestale (nix r&v 'Eauxdtov) 
verso gli stessi tempi, che per cagion di questa sua 
liberalità grandi onori ebbe, perchè sola delle donne 
e delle vestali ottenne il privilegio di poter dare 
attestazione ne' giudizi e di maritarsi, non ostante 
il sacerdozio, privilegio dal qual però s' astenne. 

9. Certo, questa da Plutarco chiamata Tarqui- 
nia, secondo una delle tradizioni invalse, fu dunque 
riguardata come una de' Tarquinia — Da un' altra 
parte Aulo Gcllio (1) lasciò scritto: Accae Lauren- 
tiae, et Caiae Tarratiae sive Ma Fufetia est nomina 
in antiquis annalibus celebria sunt : earum alterae post 
monterà , Tarratiae autem vivae, amplissimi honores 
a populo romano habiti (sunt). Et Tarratiam quidem 
virginem Vestae fuisse , lex Horalia testis est , quae 
super ea ad populum lata , qua lege ei plurimi ho- 
nores filini, inter quos ius quoque teslimonii dicendi 
tribuilur; lestabilisque una omnium feminarum ut sit, 
datur, id verbum est ipsius legis Horalia . . . prae- 
terea si quadraginla annos nata sacerdolio abire, ac 

(i) N. A. VI. 7. 



273 

nubcre voluisset, ius ei, potestasque exaugurandi, ac 
nubendi, facta est, manificentiae et beneficii gratta, 
quod campimi tiberinum, sive martium populo romano 
condonasse l. 

10. E allo stesso modo si legge in Plinio (1): 
Invenitur statua decreta et Tarraciae Caiae , sive Suf- 
fetiae virgini vestali, ut ponerelur ubi vellet, quod e- 
dictum non minus honoris habet, quam feminae esse 
decretam. Merilum eius ipsis ponam annalium verbis 
« quod campum tiberinum gratificata esset ea populo. » 

11. Finalmente si ha in Paolo (2): Praenomì- 
nibus feminas esse appellatas testimonio sunt Caecilia 
et Tarracia, qnae ambae Gaiae solitae sint appella- 
vi. — Dunque manifesto mi sembra che una mede- 
sima femmina, nell'alludere ad una stessa tradizione, 
fu nomata or Tarquinia, ed or Tarratia, e per con- 
sequenza, che i due nomi si fu per un tempo usi 
a riferirli allo stesso casato ed alla stessa stirpe , 
come che presto il primo obliterasse il secondo.' Or 
se questo è, e se i Demaratidi tutti assunsero per- 
ciò in Roma il nome di gente Tarquinia, senza però 
dimetter subito l'altro nome originario, e veramente 
proprio di Tarrazii ; dunque esso nome era in fatto 
recato sin da Tarquinia, dove il quinto re di Roma, 
così comunemente numerato, in realtà non in altro 
modo nominossi che Tarrate o Tarrati, ovvero al più 
Tarate o Tarati, mentre le donne di quel sangue sa- 
rannosi di leggieri etruscamente dette Tarratei , o 
Tarrali esse pnre, o con poca diversità da tal forma. 

(i) UN. XXXIV. cip. ti. 

(2) Ed. Limi. 123. Ai Tarratii par die debba anche riferirsi il 
Tarrulius toscano dell'in tìdbfe l'avole 

G.A.T.CXL. 18 



274 

12. E qui lascio di considerare, riguardo all'ar- 
gomento incidente della mentovata Vestale, ch'essa 
fu chiamata Suffecta, perchè probabilmente sostituita 
alla Vestale Massima, specie di Abbadessa antica fra 
le Vergini Sacerdotesse di Vesta (1), e tra poco avrò 
anche a dire per qual ragione la si prenominò Gaia 
o Caia. — - Tornando ora invece all' altro prenome 
del Prisco che dicemmo essere a testimonianza de- 
gli scrittori, in Etruria, Lucumo, ciocché, a nostro 
credere, fu piuttosto un sopranome, guadagnato, se- 
condo ogni apparenza, in Roma, non lasceremo di 
notare, che qualcuno potrebbe opporre a questa no- 
stra sentenza certe iscrizioni , quali sono la Poli- 
marziense (2) - Acilu Lucumu, così da essi letta, o 
le tre Chiusine (3) Ah Luchumni, Lalus,-Lachumnia- 
Lanchumnial; o la seguente chiusina presso il Dem- 
pstero (4) in olla , - Lauchme: dove si opinò di po- 
ter tradurre - Acilio Lucumone - Aulo Lucumone di 
Lalo (se tuttavia si parla ivi di maschio) - Lucu- 
monia - figlio (o figlia) di Lucumonia - o finalmente 
di nuovo , Lucumone, Ma la difficoltà è illusoria : 

(1) Si sa che tali parole variamente enunziate dagli antichi, 
or come Suffetia e Suffectus, or come Fufetia e Fufetius , o poco 
diversamente per popolari corrnzioni , s' incontrano spesso sotto 
forma di cognomi, p. e. nel notissimo Metius Fufelius o Suffectus 
degli albani, nella nostra Tarrazia ecc. , e da pertutto ha lo stesso 
significato, proprio del vocabolo nella sua forma genuina, cioè il 
valore di sostituito o sostituita, come noi diciamo dei sostituiti in 
alcuna carica, degli aggiunti od arroti, e de' coadiutori. 

(2) Arciprete Luigi Vittori - Memorie Archeologiche-Storiche 
sulla città di Polimarzio ecc. - Roma 1846, p. 46. - P. M.Giuseppe 
Ranghiasci - Polimarzo ecc. - Roma 1852, p. 32. 

(3) Bull, di corrisp. arch. anno 1849, p. 51 e 52. 

(4) Dempst. Etr. Reg, Tab. LXXX1II. 1. 



275 

primo, perchè le cinque epigrafi furono malamente 
lette. In fatti nella prima si ha chiaramente Lucimi 
e non Lucumu (1), e perciò un nome riferibile non a 
Lucumone o ai Lucumoni, ma ai Lucusii, che pur si 
trovano fin neli' indice del Tesoro Gruteriano. Delle 
tre seguenti, la sillaba lu è in una sola, evidente- 
mente per cacografìa, mentre tutte l'altre hanno la, 
o lau, e per conseguenza non riguardano nemmen esse 
de' Lucumnii o Lucumonii , ma de' Laucumnii, che 
comunque abbia da voltarsi il gentilizio loro in la- 
tino, certo erano tutt' altra cosa. Finalmente V ul- 
tima è del pari di un Lauchmio , o Lauchumnio , 
ed è da unire alle tre precedenti. 2.° La difficoltà 
è, illusoria, perchè in tutte queste epigrafi le con- 
trastate parole sono al più di nomi non di prenomi, 
de' quali solo si disputa. Vede dunque ognuno che 
autorità (per quanto almeno io conosco) per con- 
fermare l'affermazione di Livio e degli altri, cavate 
da' monumenti di lingua etrusca , non vi sono. Si 
può anzi dire che alcuno ancora degli antichi scrit- 
tori s'avvide trattarsi qui più d'un soprannome che 
d'altro, avvegnaché Macrobio questo par volesse di- 
re, quando scriveva , quidam Lucumonem vocitatum 
ferunt (2). Né maggior fede meritano que' che op- 
pongono quanto scrive V autore de nominum ratio- 
ne (3) : Lucii coeperunt appellari . ... ut quidam 
arbitrantur a Lucumonibus eiruscis (non ostante che 
altra volta (4) abbia mostrato propensione a con- 
fi) Lucusu hanno incontrastabilmente e il Vittori e il Ranphiasci 

(2) Macrob. Saturn. I. 6. 

(3) Val. Max. ed. di Le Maire, t. 2, p. 216. 

(4) Dei sette Re di Roma - Nuove ricerche di F. Orioli, Po- 
ligrafia Fiesolana, 1839, p. 72, nota. 



276 

trario opinamento) giacché in Toscana la forma di 
prenome Lucius o non s' ebbe mai , o non entrò 
che tardissimo introdottavi dai romani. E per vero, 
malamente altri citerebbe qui il nome del filosofo 
tosco AsWcg contemporaneo di Siila e ricordato da 
Plutarco (1), Asma? essendo, esso ancora , nome, 
non prenome, ed oltre a ciò nome d' un'epoca re- 
cente. Né più a proposito sarebbe la citazione di 
qualche rarissima e dubbia epigrafe, siccome questa 
- Lucir. Apica. Vesil. - (2) che io altrove stimava 
doversi leggere - Lucia. Apica. Vesia nata - (3). Per- 
chè, ammessa eziandio siffatta correzione, non ba- 
sterebbe un esempio unico, quand' anche da uno o 
due altri si trovasse accompagnato , massime se 
de* tempi imperiali , a provar generalità d' uso in 
Toscana per tempi sì remoti come i regii. Non ri- 
marrebbe dunque che dire fatta dai latini la tras- 
formazione o la traduzione , come appunto la tra- 
dizion volgata riferiva ; ma chiederei volentieri se 
una rigorosa analisi etimologica favorisca una tale 
ipotesi , ciò che non panni (4). Il perchè è forza 
fermarsi su questo vero, che ignoriamo fin qui co- 
me il figliuolo di Demarato si prenominassc fin che 
fu tra i Tarquiniesi. 

(1) Symposiac. Vili. 7. 

(2) Bull, di Corrisp. Archeol. ann. 1831, p. 39, e dei sette Re 
di Roma, loc. cit. 

(3) Loc. cit. 

(4) Secondo le ragioni etimologiche, Lueius malamente si può 
ricavare dal più lungo Lucumo, dove di più la prima sillaba lu è 
breve, mentre la prima in Lucus è lunga. E rispetto a ciò, io ri- 
nunzio volentieri alla opinione, che difesi nella mia nota poco fa 
ricordata. 



277 
13. Ma non voglio abbandonare, questo argo- 
mento , senza dir qualche parola intorno a quello, 
che a talun sembar potesse discendere dalla reale 
esistenza d' alcuni Tarquinii , così denominati con 
nome nazionale qua e là per l'Etruria, siccome nella 
famosa tomba dei Tarchna a Cervetri (1), e nella 
gemma citata dal Vermiglioli (2) o altrove (3), d' 
onde avrebbe taluno per avventura il pretesto di 
supporre che i classici potrebbero non aver avuto 
torto nel riferire, che quando il Damaratide venne 
a Roma, se anco recò seco il nome ereditato dal 
padre di Tarrate o Tarrati , venne però chiamane 
dosi ancora, almen per agnome, appunto Tarquinio» 
Conghiettura anche questa assolutamente illusoria ed 
insussistente. Certo ab antico v'ebber famiglie che 
si gloriavan tra i toscani, a lorto o a diritto, d'una 
nobiltà millenaria , secondo il notissimo verso di 
Persio (4) : 

Stemmate quod tusco ramum, millesime, ducis, 

E nessun autore favoloso o vero di gente più ten- 
tar doveva 1' ambizione delle famiglie lucumonie > 
che quegli che era considerato qual il primo fon- 
datore della nazione tosca, cioè Tarconte. Di qui , 
non solo i Tarchna, ma i Tarqidtii i Tarchetti . . . 

(1) E anche imitata in grande negli appartamenti del chmo. 
Marchese Campana che la scoprì. 

(2) I. P. Ed. 2, t. I, p. 81. 

(3) Nel Museo di Firenze - V. Lanzi, Saggio t. 2, n 293; e in 
Olla presso Esle - Lanzi, t. 3, p. 568, n. 12, e Momsen - Die Nord- 
etruschischen Alphabele, Taf. Ili, n. 32, a, b. 

(4) Sat. 111. 28. 



278 
e per fino i Dercenni (1). Ma la superbia toscana 
poteva ella permettere ad un forestiero ... ad un 
corinzio di nota esotica origine , una usurpazione 
di questo genere ? Si dimenticherà dunque il dis- 
prezzo, che a dispetto delle sue ricchezze, de' suoi 
beneficii, della sua nobiltà nel paese d'onde era par- 
tito, s' aveva per lui e per tutti i suoi ? Può per- 
tanto il figliuol di Demarato altrove essere stato da 
altri cognominato Tarquinio, per cagione del paese 
Tarquinia d'onde era l'ultima sua venuta; non certo 
in mezzo ad Etruschi, Tarchna, o poco diversamente, 
per supposta discendenza da un Archegete, che per 
nessun titolo né a sé avrebbe egli osato attribuire, 
né gli altri lo avrebbero attribuito a lui. 

14. La serie ora della trattazione ci conduce 
alla moglie dell'illustre emigrato, che l'Istoria vol- 
gata ci fé' conoscere, e celebrò sotto la denomina- 
zione di Tanaquil. Tanaquil però è certo che non 
fu altro che un prenome femminile delle dame to- 
scane bastantemente ovvio nelle epigrafi, colla de- 
clinazione Tanchuvilj Tanchuvilus, o Tanchvil, Tan- 
chvilus, o appena in altro modo. Chiaramente è un 
derivato del nome di divinità Thana, cioè Diana (2), 
come se valesse Dianalis. Par anzi che il nome di 
questa celeberrima delle Tanaquil acquistasse in Ro- 
ma un valore antonomastico e appellativo, per signi- 
ficare donna di gran consiglio e moglie eccellente 
almen presso i latini (3). Dunque, se noi eonoscia- 

(1) Virg. Aen. XI. 849. 

(2) Lanzi, t. 1, p. 48; t. 2, p. 133. 

(3) Giovenale, Sat. VI. 166. e i! suo Scoliast. - Ausonio, Ep. 
XXIII. Paolino - Sidonio Apollinare , lib. V, ep. 7. - Prob. Inst. 
Gramm. lib. II, sejjin. I, §. 18. 



279 
lino la moglie di Taiquinio pel suo prenome , all' 
opposto di quel ehe dicemmo rispetto a Tarquinio 
stesso, i Classici fin qui non ci hanno rivelato, al- 
meno esplicitamente , il suo gentilizio, e per con- 
seguenza la stirpe alla quale apparteneva. Sappiamo 
solo che Livio la dice summo loco nata, cioè donna 
d'altissimo affare, alla quale incresceva, essendo u- 
nita a tal marito, di non aver ottenuto nella patria 
onori proporzionati alla sua nascita (1). Tutti poi 
ad una voce vantano le sue qualità morali, l'inge- 
gno, i costumi, la solerzia, la perizia nelle arti alle 
quali eran solite d'educarsi le matrone del suo pae- 
se. Or qual vogliamo dire che fosse la stirpe d'onde 
ella veramente discese? Invero è singolare che non 
si siano accorti di saperlo, e d' averlo anzi detto 
senza essersene accorti , colpa dell' ignoranza loro 
in fatto di lingua etnisca. Quasi tutti han l'aria di 
aver preso il prenome stesso come nome. Paolo in- 
fatto scrive (2) - Gaia Caecilia appellala est, quae 
anlea (antea !) Tanaquil vocitata eral, uxor Tarquinii 
Prisci regis romanomm. E Festo che Paolo compen- 
diava (3) - Praedia . . . Verrius vocari ait ea re- 
media, quae Caia Caecilia vxor Tarquinii Prisci in- 
velasse existimatur, et immiscuisse zonae snae. Indi 
Valerio Massimo, o lo scrittore della citata Epitome 
de nominimi ratione (4) - Ferunt . . . Caiani Caeciliam 
Tarquinii regis uxorem .... fuisse etc. Plutarco solo (5) 

(1) Loc. cit. 

(2) Ed. eit. p. 71. 

(3) Ed. cit. p. 208. 

(4) Ed. cit. t. 2, p. 221. 

(5) Q. R. 30. Ed. di Reiske t. VII, p. 49. 



280 
dice : Tuiav KcwXtav xaXvJv y.cà ùyocSvjv yvvouxx twv 
Tocpxniov ntxi'àtov èyt ajvoiy^axaxv, cioè Caiani Cae- 
ciliam uni e filiis Tarqiiinii matrimonio coputam, 
e ciò per la incertezza in che fra gli storici s'era 
intorno alla cronologia , e quindi allo stemma dei 
Tarqiiinii. Dionisio dall' altra parte (1) gitta là la 
proposizione che la moglie di Tarquinio , non Ta- 
naquil, ma una Gegania era, della quale altre me- 
morie non si hanno nelle storie (2). 

15. Or quel che si deduca da tutto ciò non è dif- 
fìcile vederlo. Dunque incontrastabilmente , essendo 
stato noto il solo prenome femminile a usanza to- 
sca, (checche sia dell'altro prenome Caja o Gaia del 
quale direm più tardi), non resta che cercar la voce 
contenuta evidentemente negli altri nomi pervenuti 
sino a noi, che pur vedemmo applicati alla stessa 
femmina: cioè o nella Caecilia di Festo, di Paolo, di 
Plutarco (salvo l'incertezza rispetto al marito, che 
in quest' ultimo troviamo) , e dell' autor dell' Epi- 
tome (3) ; o al più nella Gegania di Dionisio d'Ali- 
carnasso: parole l'uua e l'altra pervenute tino a noi 
nelle tradizioni de' Latini e de' Greci, ma parole, fuor 
d' ogni dubitazione , primitivamente etrusche. Sarà 
pertanto da indovinare la forma toscana di esse pa- 
role, e da applicarla indi a Tanaquil. Ora cominciamo 
da Caecilia. Rispetto a un tal casato, possiam subito 
dire che esso riferiscesi manifestamente al vocabolo 
caecus il quale, con tutti i suoi derivati, apparisce 

(1) IV. 2. Dove Gegania legge l'ottimo ms. Vaticano, e così 
tradussero Gelenio e Porto. 

(2) DioHys. ivi. 

(3) Loca citi. 



281 
d'antichissimo uso in molte lingue italiche. Di ciò 
sia prova il Caecidus, figliuolo supposto di Vulcano, 
e fondator favoloso di Preneste (1), così a detta di 
Catone e di Varrone denominato , a cagione deila 
sua quasi - cecità (2). Da Cecolo c'insegna Paolo (3) 
che si dicevano discesi i Cecilii romani, i quali però 
ci è fatto manifesto da numerose iscrizioni che si 
avevano eziandio in altre italiane contrade. Ma dalla 
radice medesima verisimilmente ha a supporsi nato 
in Etruria, il nome del fiume Caecina, e quello dei 
tanti Caecina volterrani , notissimi per istoria (4). 
Vengono indi nello stesso paese, le molte altre voci 
di persone, appena modificate in qualche lettera, sic- 
come le seguenti, Cicu (5), e il genitivo deus (6), 
o il lor derivato Ciceital (7); e l'altro vocabolo più 
ancor vicino alla latinità, Cecu (8); o coll'aggiunta 
d' una lettera , Ceicna (9) , e in un caso obliquo, 
Ceicnal (10), allungato talvolta in Caceinal (11); e il 
femminile Ceicnei (12); e per tornare al latino più 



(1) Virg. VII. 681. e ivi Servio -- Interpr. Ver. allo stesso 
luogo — Paol. 34 -- Solin. cap. 8. 

(2) Interpr. Veron. in Aen. VII 681. 

(3) Paul. loe. cit. 

(4) Muller, DieEtrusker T. 1. p. p, 405,416. II 220 e altrove. 
(3) Lanzi Saggio eie, N. 278. 

(6) Id. N. 433. 

(7) Id. N. 394; o piuttosto colla lezione che qui do per ispe- 
zione oculare dell'epigrafe nel museo regio di Firenze, Cieeitnal) 

(8) Id. N. 232. 

(9) Id. N. 46. 47. 4S. e Schede Inghirami e Campanari. 

(10) Id. N. b. e 271, 

(11) Id. N. 116. e Verm. I P. T. 1. p. 189. N. SO. 

(12) id. N. 22., e Micali Slor. de pop. it. Tav. 103. 



282 
antico e quasi ancora etrusco, Cacilia (1) , o Cae- 
cilises (2), e più chiaramente il pretto Caicile (3). 

16 Dal qual ultimo esempio principalmente son 
tratto a pensare che il vero nome in Tarquinia della 
nobil donna maritata al figliuolo dell' illustre emi- 
grato di Corinto, non altro fosse nella tosca favella 
se non Caicilei o Caicilai o appena altrimenti da 
ciò ; e che per conseguente una stirpe Cecilia , i 
cui figliuoli potesser dirsi a ragione summo loco nati, 
e aventi diritto alla dignità lucumonia , colà era. 
Se non che farà difficoltà l'aver veduto contempo- 
raneamente chiamata, benché dal solo Alicarnasseo, 
la nostra dama tarquiniese, Gegania (come dicemmo) 
che a prima giunta potrebbe tenersi nome più vero. 

(1) Lanzi T. 1. p. 124. N. 15. 

{2) L. ivi N. 28. 

(3) V. Verm. I. P. ed. 1. T. 1. p. 6o, ed. 2. p. 83, che dai 
Museo Olivierano ebbe la supposta iscrizione bilingue etrusco-to- 
dina — Cvevi. Ilu. Papa. Aiv. XXII. (nella I. ed.) , o — Cacvi 
Ilu Papa Aiv. XXII. (nella 2. ed.) Ma prima, senza che il Verm. 
se ne avvedesse, l'aveva dato il Passeri, ne' Paralipomeni al Dem- 
pstero p. 233, a quest' altro modo, Cnei. Ilu. Papa Aivil. XXIII; 
ed il Lanzi nel Saggio men completamente — Nevile. Papa. Aivil. 
XXII ; 1' uno e I 1 altro senza V altra aggiunta ; e tutti scorretti- 
sima; dove secondo tutto lo apparenze, dee leggersi — Ceceile etc 
E provenne la mala lezione dal non essersi accorti, che la l'orma 
del digamma F. era nel vero un E. mancante della terza delle sue 
traverse, né s'avvide il eh. prof, di Perugia che la versione era del 
Benedettoni, e non del sasso ciocché fecegli altresì omettere l'altra 
epigrafe della stessa provenienza, data solo nella 1. ed. p. 34. — 
Aulemi Tiliaeciza — Aulemi. liti. Aelìi. Bonae Memoriae: la qual 
seconda epigrafe è compagna a quella del Lanzi. N. 412. Vel- E 
senti Eilìalisa (conf. p. 255), cioè — Vel. E Senti. Eilialisa con la 
cui lezione bisogna correggere 1' ultima nel testo Verm. — de' 
Cecilii degli etruschi all' epoca latina non parlo. Se ne trovano in 
Verm. T. 2. p. 476. In Gori Inscript. Ant. in Etruriae Urbibus 
T. 1. P . 57. ete. 



283 
Ma quando si consideri che neir alfabeto dei toscani 
mancava la g , e sopperiva a questa mancanza la 
sostituzione della e, segue da ciò che volendo scri- 
vere Gegania all'etrusca, ella si trasforma in Ceca- 
nia. E volendo darle più completamente ancora una 
forma tosca, secondo le norme consuete alle decli- 
clinazioni indicate dal Lanzi e dagli altri Etruscisti, 
di leggeri arriviamo alla parola incontrata di sopra 
Ceicnei, la quale nessun dirà, (parlo di que' che de 
monumenti d'Etruria si procurarono qualche pra- 
tica) differire sostanzialmente da Caicilei, che nell'al- 
tra tradizione era il nome trovato. Dunque sempre 
più converrà confermarsi in quel che sopra conclu- 
devamo; e voglio dire che Tanaquil era de' Cecilii, 
chiamati forse ancora Caicinii, indicazione d'un co- 
gnome diverso dal dianzi detto (2) sol per la intro- 
duzione, ne' nomi femminili, della n vezzeggiativa, sì 
comune in tutto quel linguaggio (1). 

17 Termineremo dicendo che non dee poi far 
maraviglia, se leggiamo nel tempo stesso, eh' essa, 
oltre al prenome Tanaquil, trovasi anche aver avuto 
quello di Gaja o Caja. Imperocché sempre più son 
fermo nella opinione che questa voce fosse anzi un'e- 
piteto d'onore, premesso ed aggiunto spesso al pre- 
nome vero in Etruria, piuttosto che un secondo pre- 
nome- E questo lo imparo primieramente dai latini 
presso i quali un tal uso lasciò più d' un vestigio. 
In fatti abbiamo ciò che in tal proposito , c'inse- 
gna in primo luogo l'autore tante volte citato del- 



(1) Dionisio toc. cit. 

(2) Lanzi T. 1. p. 197. 



284 
l'Epitome de nominum ralione , il quale, nel passo 
intero da noi ricordato, scrisse (1).... Ferlur Ca- 
jam Caeciliam Tarqainii Prisci tegis uxorcm, optimam 
lanificam fuisse: et ideo instiluliim esse ut novae nu- 
ptae ante januam mariti interrogatele quaenam voca- 
rentur, Cajam esse se dicerenl C. Titii ( al. C. Titi 
Probi, le quali ultime due o tre parole però man- 
cano in più manoscritti , sebbene al nostro scopo 
non sian necessarie). A che fa seguito e comento 
Plutarco nelle questioni romane, dove premette al 
passo da noi citato la notizia della forinola solita a 
usarsi, anche in altro modo, nelle cerimonie nuziali, 
e a mettersi in bocca alla nuova maritata quando en- 
trava nella casa dello sposo: onev ov Tai'oq i^Vaioc 
ubi tu Caius \. ego Caja: e la spiega parafrasandola 
cosi: dove tu sarai padrone e capo di famiglia, ivi io 
sarò padrona e madre di famiglia', e nel luogo egual- 
mente citato, Paolo (2) , che dice anch'egli di Caja 
Cecilia, eh' essa, tantae probitatis fuit , ut id nomea 
ominis boni causa, frequenlarent nubcnles, quam $um* 
mani asserunt lanificam fuisse. A' quali aggiungo 
Cicerone (3) che afferma « Putarunt juris consulti 
omnes muliercs, quae coemptionem facerenl, Cajas vo- 
cari (e san tutti che ciò allude alle donne prendenti 
marito colla forma chiamata di compera). E più 
generalmente Quintiliano , (4) presso cui si legge 
Gajus C. Littera nolatur, quae inversa mulierem de- 



(1) Val. Max. ed. cit, T. 2. p. 221. 

(2) P. 71. 

(3) Pro Murena 12. 

(4) I. O. I. 7. 



285 
clarat ; e Velio Longo (1) attestante la sua volta : 
3 conversimi, prò Caja significalur, quod notae genus 
videmus in monumentis cum quis liberlus mulieris 
ostendilur. Cajas enim generaliter prisci has omnes mu- 
lieres accipere voluerunt. Si deduce dunque da tutti gli 
addotti passi, che in Roma scolara dell'Etruria, Caja 
o Gaja, fin dai tempi più antichi , non fu solo un 
semplice prenome, ma realmente un aggiunto spe- 
cialmente dato alla donna, e non alla donna sola, 
ma anche all' uomo, sotto la forma Caja, ricevuto 
appunto di Toscana: l'uno e l'altro specialmente so- 
lenne, quanto alla prima delle due voci, nelle fem- 
mine ite a matrito, quasi per dir le padrone o le 
signore, a quel modo che oggi usiamo nello stesso 
senso, ma non colla stessa frequenza, del titolo donna, 
e che i nostri padri usavano collo stesso significato 
il vocabolo composto madonna; tutti e due , o so- 
litari o associati, come quando diciamo ancor oggi, 
d'una vedova, che è restata donna e madonna, vo- 
lendo dire con ciò libera padrona nell'amministra- 
zione , e nel retaggio. E serve a conformare una 
tal deduzione , quanto alla certezza della origine 
etrusca, ciò che adducemmo da Quintiliano e da Ve- 
lio Longo, dell'uso anche presso i romani, di scri- 
vere questo Caja in compendio con una C. affatto 
etrusca, rivolta a sinistra, per esprimere che l'antica 
padrona d'un'affrancato quale che siasi era una del- 
l'ordine delle Caje, cioè una femmina avente diritto 
a questo titolo, rispetto almeno al suo liberto. 



(I) De Otoyraph. Putsch. 221 S. 



286 
18 In secondo luogo che la parola sia della pro- 
venienza la qual dicemmo, e del moltiplice signifi- 
cato che esponemmo, cioè prenome, ma talvolta an- 
cor nome, e più generalmente ancora un titolo d'o- 
nore, senza anche l'autorità degli antichi lo dicono 
le iscrizioni toscane che ci restano, come lo si può 
imparare percorrendo pur solo gli indici del Lanzi, 
del Vermiglioli, del Museo Chiusino, del BuIIettino 
di Corrispondenza Archeologica etc- — E tralascio 
qui d' addurre esempi della qui discorsa voce ado- 
perata come semplice prenome di maschio o di fem- 
mina, e talora anche come nome di famiglia; tra- 
lascio pure i casi in cui congiunta con un'altra voce, 
quasi prenome e nome formanti un gentilizio com- 
posto, s'incontra in tutti i diversi individui d'un ca- 
sato medesimo , siccome occorre ciò negli Ane 
Cae (1), ovvero nei Cai Veti (2), o finalmente nei Cae 
Peche in Chiusi che ho da Schede Campanari e Verm. 
dove a queste denominazioni cosi congiunte, si veggon 
premesse altre prenominazioni di maschio, o di fem- 
mine , secondo le diversità delle persone. Ma per 
citar solo la consuetudine dall'adoperare il Cae o il 
Caja, unicamente come secondo prenome onorario, 
mi permetterò di citare per maschi l'epigrafi seguenti- 
■ — Vel. Cai. Cesimi. Ecnat. (3) — Vel- Cai. Cestna 

(1) Lanzi T. 2. p. 302 e seg. e Bullet. di Corr. Arch: anno 
1840, tra le Iscrizioni del museo di Leida. 

(2) Verm. I. P. T. 1. p. 270. seg, dal N. 242. al 251. 

(3) Bull, di Cor, Arch. anno 1841. e seg. 



287 
Sminlh. (1) — La. Cae. Venetal. (2) — Le Cae- 
Ful. (3) — Aide Cae- Ancari (4) — L. Cae Caulias(5) 
Larth. Cae Peche Trepinal (G) Cae L. S- Larcinal (7) 
V. L Cae Plas (8), Larth. Cae Peche. Cainal (9) La 
Cae. Ulhave. Velus Sarnial (10) Au. Cai. Thurmna. Se 
Raprial. (11) ... e per le donne - Vilia. Caja. Puja 
Larthial. Pumpus. Salnas. (12) — Fasti. Cai. (13) 
— Larthia. Caja. Thu. Uzelnas. Arnthalisa. Cafa- 
til. (14) — Tanchvihis. Cajal Ein (15) — Vipi Cai 
Yar... (16) Fasti. Cai.Lelhes (17) Larthi.Caia. Phuluni. 

(1) Ivi. E visibile nel bosco annesso alla villa dei Sig. Baglioni, 
d'onde la do corretta secondo che col eh. Sig. Conte prof. Con- 
neetabili la vidi - Ivi è pure quest' altra — Ar. Ca. Cesino, (per 
errore, ma dee leggersi Cestna) Ecnat.; e dev'essere l'una d'un fra- 
tello, l'altro della sorella, o di due dello stesso sesso. Vie pure L. S. 
Cai Cestni e dovrebbe esser anche qui Cestna. 

(2) Lanzi T, 2. N. 393. 

(3) Op. e Tom. citt. N. 251. 

(4) Op. e Tom. citt. N, 250 

(3) Ivi N. 1. e segue la traduzione , Lari. Caii Caulias, l'epi- 
grafe essendo bilingue. 

(6) Mus. Chius. Voi. 2. pag. 198. CVI1. ibid. 340. LIV; e da 
Schede Campanari. 

(7) Idem. 

(8) Nel cel. Giardino Casuccini a Sarteano 

(9) Mus. Chius. Loe. cit. 

(10) Vermig, Op. cit. T. 1. pag. 182. N. 41. - Lanzi N. 250. 
Ma nel ricinto del Palazzone v'è pure quest'altra - La thi (pro- 
babilmente — Larthi) Cai Surnas, quantunque par dire Surtes. 

(H) Lanzi N. 142. - Vermig. T. i. pag. 182 N. 40. 

(12) Vermig. p. 140. N, 7. e l'ho io medesimo esaminata, e tra- 
scritta. 

(13) Id. 302. N. 341, e per ispezione oeulare, nel Museo Pe- 
rugino. 

(14) Vermigl. p. 163. N. 12. -- Lanzi N. 63. 

(15) Lanzi N. 324. 

(16) Verm. pag. 324. N. 13. 

(17) Nel bosco della villa Baglioni al Palazzone, da me copiata 
egualmente. 



288 
Vercnas (1) - Larlhia. Caia. eie. con una terza voce 
difficile a leggere (2): in tutte le quali epigrafi è pos- 
sibile che alcune di terminazione equivoca sian piut- 
tosto femminili che maschili. Ma ciò confermerebbe 
anzi 1' opinion mia intorno al valor toscano della 
parola della quale trattiamo, applicata a matrone, 
come se volesser dirsi dominae. Di che un' ultima 
prova abbiamo già addotta altra volta nella iscri- 
zione di specchio — Vipia. Alsinei. Turce. Verse- 
nas. Caiia (3). Sarà dunque la mia conclusione fi- 
nale che tutta la nomenclatura tarquiniese relati- 
vamente alla consorte di Tarratio fu a stretto rigore, 
Tanchuil Caicilei ovvero Tanchuvil Ceicna o al più 
Cecanei. Ma che, o fin dal suo stare tra toscani, o 
dopo il passaggio a Roma, s'aggiuntò agl'altri no- 
mi, a quella guisa che altrove vedemmo, l'onorevole 
titolo di Gaja o Caja , e trapassò con questo alla 
posterità, dimenticato più tardi ed omesso dal po- 
polo il vero prenome Tanaquil, un pò per amor di 
brevità, un pò ancora perchè Tanaquil, restato sem- 
pre toscano, non passò tra i prenomi romani, mentre 
Caja o Gaja vi passò e vi rimase. 

19 Ora anche altro sarebbe a dire, se entrar volessi 
in particolari, intorno alla persona della nostra Ta- 
naquil Caja Cecilia o Caccania (4), restata nella me- 

(1) Bui. di Cor. art. anno 1853. p, 64. e da me letta e co- 
piata come sopra. 

(2) Ivi Veduta e copiata al par dell'altra. 

(3) Bull, di Corr. Areh. a 184S. p. 167. 

(4) Dissi che la Gegania del solo Dionigi, la quale in Toscana 
non avrebbe potuto avere che una forma di nome vicina a Ceca- 
nia, potè essere Ceicnei o simile. Ma forse gli scrittóri che ce la 
trasmisero a questo modo, ricordando bene la radice del vocabolo 



289 
moria de' Romani come un modello di perfezione 
donnesca e matronale; instrutta nelle discipline etru- 
sche quante elle sono; perita perciò in divinazione 
ed aruspicio; femmina d'alto consiglio al marito e al 
genero ; medichessa che secondo l'uso nazionale na- 
rassi essere stata solita di portare involti alla cin- 
tola rimedi o amuleti per malattie d'ogni maniera (1); 
filatrice e tessitrice famosa nel lavoro specialmente 
delle vesti dai latini dette Rectae, per vestimenti re- 
gali e nuziali , simili a quella che I' antico Omero 
cantò tessuta da Penelope a ingannare i suoi Pro- 
ci (2). - Un ultimo dubbio, mi nasce, ch'io propongo 
all'altrui sapienza, non avendo ragioni sufficienti per 
risolverlo. La statua di lei, che durava ancora a'tempi 
di Varrone (3), colla conocchia, e eoi fuso, e colla 
lana restatavi allorché morì, e la cintura coi rimedj 
che entro a essa teneva in serbo, dalla quale i ma- 
lati andavano con fiducia a chieder minuzzoli ne'casi 
gravi, per ottenere salute (4), dicon tutti che era in 
Aede Santi, qui Dius fìdius vocatur (5) , ossia nel 

e non tutto il medesimo, ce lo trasmisero a questa maniera trasfi- 
gurato per error di memoria, tanto più che si vede tal tradizioue 
non aver trovato favore presso gli altri che generalmente scrisser 
Caecilia. 

(1) Festus. Lindem. p. 208. 

(2) Plin. Sillig. H. N. voi. 2. p. 129, lib. Vili. Cap. 48, Sect. 
74 — Paul. Lind. p. 645. etc. 

(3) Plin. loc. cit. 

(4) Praedia (al Praebia). . . . remedia, quae Caja Caecilia .... 
invenisse existimatur, et immiscuisse zonae suae. . . . ex qua zona 
periclilantes ramenta sumunl. — Ma i pericolanti nella salute pren- 
devano raschiature della zona, che tolta avea la virtù dai rimedi in- 
clusivi, e non li prendevano dai rimedj stessi. Questi dunque veri- 
similmente furon cose magiche o simili alle magiche. 

(5) Fest. loc. cit. — Plut. Q. R. 30. —Plin. loc cit. 

G.A.T.CXL 19 



290 

tempio di Sango o Santo, che nessuno ignora essere 
stato principalmente venerato da' sabini , piuttosto 
che dagli etruschi. Or non s'avrebbe egli a sospet- 
tare che rappresentasse, in un tempo anche ante- 
riore, una regina de'sabini, poniamo Tazia, moglie 
di Numa chiamata poscia con piccolo scambio di 
nome Tacita (1) , e obbliata alla fine, al succedere 
della preponderanza etrusca , sostituendo in quella 
vece il nome e la memoria della più famosa Ta- 
naquil ? 

20 Dubito e dimando: non affermo. Certo sarebbe 
facile accumular qui autorità , e provare la fama 
delle donne sabine, marse, ed altre d'uguale stirpe, 
sì in ogni specie d' indovinamenti , sì per la pre- 
sunta perizia nelle arti superstiziose ad operare in 
bene e in male sul corpo umano. Ma senza diffon- 
dermi su questo argomento, pago solo d'averlo pro- 
posto, qui lascio- 
Ili 

Considerazioni sopra alcuni fatti 

relativi alla distruzione di Vejo operala 

dai Romani. 

1 Questo memorando avvenimento che liberò per 
sempre Roma da una rivale al tutto vicina , alla 



(I) Plut. in Numa C. Vili, i) qua) Plutarco la confonde con 
le muse; ma la noma "Ev^av cioè mutam, su che si veggano i Com- 
mentatori. Pur Tacita è conosciuta anche da Ovidio (Fast. 11. 273.) che 
però esso pure la chiama ivi Muta e la dice una delle Lare o Lase 
infernali, la quale le vecchie avvinazzate veneravano uelle feste fe- 
rali con cerimonie magiche a prò di chi le incaricava di ciò. 



291 

quale altra volta era stata soggetta come suddita, 
secondo che credo d' aver dimostrato abbondante- 
mente altrove (1), die occasione ad avvenimenti che 
colla mia maniera di vedere ottimamente si con- 
ciliano, e sarebbero inesplicabili accettando le tra- 
dizioni comuni. Io ne ho parlato fin dal 1847 nel 
giornale dell' I R. Istituto Lombardo o Biblioteca 
italiana del 1832. fase- 8 pag. 289- Ora ripiglio l'ar- 
gomento, e comincio dai dar tradotto il frammento 
di Dionigi l'Alicarnasseo edito dal Mai (2), dove così 
si parla. 

2 » I romani assediando Vejo verso il nascer della 
Canicola, quando laghi e fiumi fuor dell'egizio Nilo 
sommamente scarseggian d'acqua, un Iago distante 
da Roma non meno di 120 stadj sui monti Albani 
(15 miglia comuni), presso il quale una volta sorse 
la metropoli de' Latini , senza alcuna pioggia o 
fusion di nevi, od altra nota cagione, tanto crebbe 
dalle intime sue sorgenti, che inondò molta parte 
delle ripe vicine, e sommerse molte rustiche abita- 
zioni. Finalmente superò la chiusura de' monti , ne 
proruppe, e mandò immensa piena sulle soggette 
campagne. Ciocché, quando in Roma si riseppe, dap- 
prima si cercò con sacrifìzj di placare i Numi e i 
Genj del luogo, come se alcun odio degli Dei con ciò 
si annunziasse, e consultarono gl'indovini del paese 
per sapere che ne dicessero; ma veggendo che, né il 
lago rientrava nel suo seno, né gl'indovini annun- 

(1) V. la mia operetta Le Origini di Roma, e particolarmente 
Cantico dominio degli etruschi in generale, e de' veienti in partico- 
lare esercitata sul settimonzio — Roma 1852 ec. 

(2) Maii Scriptorum Veter. N. Collect. T. 1. p. 420. 425. 



292 
ziavano cosa alcuna ben ricisa , e ammonivano in 
questo mezzo di ricorrere all'oracolo di Delfo, ac- 
cadde che un de'Vejenti, perito come i suoi mag- 
giori nell'arte aruspicale, faceva la scolta sulle pa- 
trie mura. Or aveva egli antica familiarità con un 
romano centurione , il quale avvicinatosi un giorno 
a esse mura, e salutato a sua usanza l'amico, dis- 
segli d'esser dolente per lui, perchè nella comun ruina 
sarebbe involto, quando la città sarebbe stata presa. 
Ma l'etrusco, avuta già nuova della inondazione del 
Iago albano, e conoscendo gli antichi oracoli, e sor- 
ridendo , quanto è bella cosa rispose aver notizia 
dell'avvenire ! Voi per l' ignoranza del futuro soste- 
nete una guerra interminabile e vane fatiche, colla 
speranza di spiantare la città de' Vejenti, ma se al- 
cuno rivelato vi avesse, essere scritto ne'suoi destini, 
che questa città non può cadere finché il lago d'Alba, 
estinte le perenni sorgenti, non sia proibito di me^ 
scolarsi al mare, certo risparmiereste le pene a voi, 
e a noi la molestia ; ciocche udito dal Romano, e 
lungamente ciò volgendo nell'animo, per allora si partì. 
3 Ma nel seguente giorno, avvertiti prima i tri- 
buni di quel che pensava , venne disarmato allo 
stesso luogo per non dar sospetto all'Etrusco d'insi- 
die. Salutatolo indi come soleva, narrò, innanzi tratto, 
la perplessità del Romano esercito, ed altro di che 
stimava doversi allegrare il toscano. Poscia inter- 
pose preghiera di sporgli alcuni segni e prodigi che 
a' tribuni di Roma erano di fresco accaduti- A'quali 
detti aggiunse fede l'indovino, e niuna frode temendo, 
solo e senza testimonj seguì il Centurione. Questi 
trattenendolo in ciance atte a ingannarlo, dal muro 



293 
lo trasse lungi , e poi che l'ebbe tratto all'estrema 
cortina afferratolo per Io mezzo lo trascinò al Ro- 
mano accampamento. Dove giunto, i tribuni comin- 
ciarono con blande promesse, poi lo spinsero con 
minacce di tormenti, a ridir tutto che conosceva circa 
le albane acque, e al senato indi lo mandarono, che 
a una sola sentenza non venne , altri giudicandolo 
un'accorto giuntatore che spacciasse divini oracoli, 
altri tenendo opposto parere. 

4. E intanto che il senato tentennava in questa 
varietà d'opinioni, ecco tornare gli oratori mandati a 
Delfo con responsi eguali a quelli dell'Etrusco, cioè 
che i numi ed i genj custodi della città Vejente 
promettevano ad essa il mantenimento della eredi- 
taria tutela, finché le vene del lago albano ridon- 
dando correrebbero al mare. Quando poi, dimentica 
la corrente sua naturale dall' antico corso, altrove 
fosse derivata e col mare più non si mescesse, allora 
essa città sarebbe stata distrutta. Ciò potersi però 
da' romani prontamente effettuare, se scavati da ogni 
parte emissarj si dissipassero le acque trabboccanti 
per le praterie lungi del marino ricettacolo. Or, que- 
sto udito in Roma subito si diedero all'impresa. 

5 Tanto avendo udito gli assediati da un prigionie- 
ro, credettero essi di dimandare la pace agli assediami 
per mezzo d'araldi, prima che la città fosse presa: 
laonde dai seniori soprastanti al reggimento delle 
cose, gli ambasciadori furono scelti; e ciò il Senato 
romano negato avendo , gli altri messaggeri se ne 
partivano taciti dalla curia , ma il capo de' mede- 
simi specialmente perito nelP arte dell' indovinare , 
soffermandosi sulla soglia, e guardando intorno a tutti 



294 
che nella curia erano, disse: « Bella e degna cosa 
fate, o Romani, e onorevole a un popolo il quale pre- 
tende di tener su i vicini preminenza di virtù, e per- 
ciò impero , mentre negate d'avere a voi soggetta, 
spontaneamente disarmatasi una città, ne piccola, ne 
priva di gloria, e volete onninamente spiantarla dalle 
fondamenta , niente temendo 1' ira degli Dei e la 
vendetta degli uomini. Ma a voi sopravverrà la vin- 
dice giustizia de' numi : imperciocché , voi che ora 
spogliate della patria loro i Vejenti, poco stante per- 
derete la vostra.- Indi presa la città, tutti coloro che 
con assai valore avevan combattuto co' nemici e ne 
avevan fatto strage,, furono uccisi, altri da se stessi si 
tolser la vita. Ma quelli che o per fiacchezza , o 
per viltà d'animo, stimarono ogni cosa poter tolle- 
rarsi meglio che la morte, gittate via le armi s'ar- 
resero ai vincitori- 

6. Il dittatore Cammillo, espugnata da lui Vejo 
ritto allora insiem coi romani più nobili sopra 
un luogo elevato d' onde la contrada tutta quanta 
potea vedersi al di sotto, prima chiamossi beato per- 
chè venuto gli era senza troppo gran fati