Skip to main content

Full text of "Giornale Arcadico di Scienze / Lettere ed Arti"

See other formats


ÈÈÈ 



^^%.M 



GIORNALE 



DI SCIENZE, LETTERE ED ARTI 



Voi. 427 428 429 





ROMA 

Tipografia delle Belle Arti 

1856 

Piazza Poli man. 91. 



GIORNALE 



DI 

SCIE1\ZE, LETTERE ED ARTI 

VOLUME CXLIII 
APRILE, MAGGIO E GIUGNO 
1856 



ROMA 

TIPOGRAFIA DELLE BELLE ARTI 
1856 



SCIENZE, LETTERE ED ARTI. 

r— — • » 

Intorno alV iscrizione ardealina 
di Mario Massimo. 

abate Matranga di chiarissima ricordanza Del- 
l' aprile del 1854 fra altre lapidi venute fuori da 
recenti scavi operati in Ardea trovò una base ono- 
raria d' illustre personaggio romano, ch'ebbe la cor- 
tesia di tosto farmi conoscere, confessando di averla 
trascritta con grave stento , ed anzi di non essere 
riuscito a leggerla interamente a motivo delle ma- 
nifeste ingiurie, che aveva sofferte dall'età. Poco ap- 
presso mi scriveva di essere tornato sul luogo per 
usarle le seconde cure , le quali gli avevano frut- 
tato di migliorarne la lezione, e di completare quella 
della settima riga: ma che la sesta aveva continuato 
a mostrarsi ritrosa alle sue diligenze, non avendogli 
permesso di ricavarne se non che sole due lettere, 
mentre nell'ultima gli era stato negato di ben di- 
stinguerne alcuna. Conchiudeva col commettermi di 
tenerla segreta, avendo in animo d' illustrarla : ma 
r immatura sua morte gli vietò di adempiere il suo 
proposito. Sono decorsi oltre due anni da che que- 
sta lapide fu rinvenuta, né da alcuno è stata pro- 
dotta , forse perchè a niun altro venne da lui co- 
municata. Per lo che trovandomi essere il deposi- 
tario di questa sua scoperta , credo un dovere di 
giustizia verso la memoria dell'estinto amico di as- 



4 

sicui'argliene il merito: al quale effetto qui la sot- 
topongo giusta la seconda copia che da lui mi pro- 
venne. 

L . MARIO . MAXIMO 
PERPETVO . AVRELIANO 

C . V . PRAEF . VRBI . PROCOS 

PROVINCIAE . ASIAE . ET . PRO 

5 COS . PROVINCIAE . AFRICAE . COS . iT 

CURA 

TORI . COLONIAE 
ARDEATIVM 
DIGNISSIMO 
10 . , 

Questo Mario Massimo fu presso che ignoto ai 
nostri antichi eruditi , non essendosi salvata altra 
commemorazione di lui presso gli scrittori, se non 
che nei frammenti del L. LXXVIII di Dione rin- 
venuti dall'Orsini. Primo a metterlo in onore è stato 
il Noris nell'epistola consolare, dopo che la celebre 
tavola canosina (Mommsen J. N. 365) ritornata alla 
luce nel 1675, che porta la data L. M4RI0 MA- 
XIMO . Il . L . ROSCIO . AELIANO . COS , gli 
ebbe insegnato che occupò per la seconda volta il 
consolato ordinario nel 976 varroniano , o sia nel 
223 dell'era nostra. Abbondano al contrario le sue 
memorie epigrafiche, che sarà opportuno di qui rac- 
cogliere, alcuna delle quali non era stata prima av- 
vertita, mentre le più sono state dissotterrate dap- 
poi? e dal loro numero argomentandosi quello delle 
statue, che gli furono dedicate, se ne deduce age- 
volmente a quale alto grado di riputazione doveva 
essere pervenuto. Queste sue lapidi ponno comoda- 
mente dividersi in due classi, l'una anteriore, l'ai- 



5 

tra posteriore al suo gemino consolato. Spetta alla 
prima la gran base disseppellita nel 1708 sul monte 
Cello nella villa Fonseca, che primeggia sopra tutte 
le altre, perchè contenendo un cronologico ed ac- 
curato sommario delle sue dignità e delle sue ge- 
ste, cominciando dal principio della sua carriera fino 
al declinare del principato di Settimio Severo, com- 
pensa il silenzio che se n' incontra nella digiuna isto- 
ria di quell'età. Fu pubblicata dal Muratori (p.397. 
4.) che 1' ebbe da Apostolo Zeno, e che sulle prime 
contro ogni ragione l'aveva attribuita all'Aureliano 
prefetto del pretorio d'Oriente, collega di Stilicone 
nel consolato del 400, ma che poscia se ne ritrattò 
( p. 202. t. 5). Come a suo luogo sarà avvertito , 
discorda in un punto importante dalla copia che si 
ha da preferire datane dal Bimard (Pmefa^. ad t. 1. 
Murat. p. 146) e dal Maffei (Ver. ili. L. V. n. V), 
il quale la trasse dalle schede originali del Bianchi-' 
ni, che l'aveva veduta. 

N. 1. 

L . MARIO . L . F . QVIR 
MAXIMO . PERPETVO 
AVRELIANO . COS 
SACEROTI . FETIALI . LEG . AVGG . PR . PR 
PROVINCIAE . SYRIAE . COELAE . LEG . AVGG PR PR 
PROVINO. GERMAMAE . INFEiìIORIS . ITEM 
PROVINC . BELGICAE . DVCl . EXERCITV MYSI\ 
CI . APVT. BYZANTIVM . ET . APVT . LVGDVNVM 
LEG. LEG . I .ITALIC. CVR . VIAE. LATINAE 
ITEM . RE!P . FAVENTINORVM . ALLECTO IN 
TER . PRAETORIOS . TRIB . PLEB . CANDID \TO 
QVAESTORI . VRBANO . TRIB . LATICL LEG 
XXII . PRIMIC . ITE,\I . Ili . ITALICAE 
UH V . VIARVM . CVRAND\RVM 
M IVLIVS^ ARTEMIDORVS . 7 

LEG \\\ . CVRENAiCAE 



6 
Dalla stessa villa Fonseca si ebbe pure quest' 
altra, che ora si serba nella villa Aldobrandini. Fa 
confrontata dal Kellermann (Vìg. n. 288) , ed era 
già stata edita dal Maffei (Ver. illusts. 1. XV n. VI), 
dal Muratori (p. 719. 1) e dal Donati (p. 76. 6). 
N. 2. 

L . MARIO . MAXIMO 

PERPETVO 

AVREl.IANO . C . V 

PRAESIDI . PROVINC 

GERMANIAE . INFER 

A . POMPEI . ALEXANDRl 

P . P . QVI . SVB . EO . MILITAVER 

A . POMPEIVS . SACERDOS 

FILIVS . ET . HERES 

POiNENDAM . CVRAVIT 

Anche la terza si pone sul monte Celio: dal che 
potrebbe originarsi un sospetto, che Mario avesse ivi 
la sua abitazione. L' ho trovata ripetuta due volte 
nel codice manuzziano della biblioteca vaticana (n. 
6035 pag. 57, e pag. 60), e fu divulgata dal Mu- 
ratori (p. 354. 4). 

N. 3. 

L . MARIO . MAXIMO 
V.C. PRAEF . VRB . COS 
Q . ATTIVS . Q . F . SABINVS 
OB . MER 

Dovrebbe qui aggiungersene una quarta princi- 
piante da lOVl . . M . ET . FIDEI . CAND . 

che lo Spon [Misceli, secl. IH- n. 97) pone ad ae- 
dem lovis Slaloris , essendo stata ammessa anche 
dal Noris nella seconda epistola consolare f. 258, 
il quale ne assunse in parto la difesa. Con tutto ciò 
dispiacque al Maffei (A. C. L. col. 427), e veramente 



7 
non si tace dallo Spoii di averla desunta dalle so- 
spette schede Barberine. Il fatto sta che sì questa 
come una quinta, che dicevasi esistente nella vigna 
di Roberto Strozzi , ambedue le quali il Muratori 
(p. 354. 5, e p. 719. 1) confessa di aver ricevute 
direttamente dal Ligorio, non sono che due diversi 
supplementi immaginati da quel falsario del seguente 
miserabilissimo frammento, che il codice vaticano 
5237 colloca presso uno scarpellino a porta del po- 
polo , e coir ultima riga allungata, non so quanto 
giustamente, in SVFFRAGAT non restò ignoto al 
medesimo Muratori (p. 2023. 6). 

N. 4-. 

MARI . MAXI 

PRAEF . V 

PROCOS 

SVFFRAG 

Passando alla seconda classe, meriterà la pre- 
ferenza per ragione di età una pietra di Velletri 
spezzata pel lungo , che dal Feoli trasse il Cardi- 
nali nelle sue iscrizioni veliterne n. XXXV , ripro- 
dotta con alcune mie osservazioni nel t. XXII di 
questo nostro giornale p. 115, e che dal Labus così 
è stata supplita a pag. 24 de'suoi marmi bresciani, 
da lui con universale rincrescimento lasciati imper- 
fetti. 



8 

N. 5. . 

L . MArjo 

L . FIL 

MAXtwio 

AVRELt ano 

YETiali 
BIS . COs 
ASIoe . il 

PROCos 

VRB . PKaef 

PATRono 

Sebbene pel confronto col numero susseguente 
non possa negarsi che appartenga al medesimo sog- 
getto anche questo briciolo di marmo trovato egual- 
mente a Velletri , e riferito dallo stesso Cardinali 
n- XXXVIll, nulla tuttavia può ricavarsi da lui, se 
non che invece di VD vi si aveva piobabilmente 
da leggere VRA. 

N. 6. 



ASloe. . . 

PROCos . 

AFRI cae 

VD 



Ho poi veduta io medesimo nel museo capito- 
lino la seguente romana già nota da un pezzo , e 
recata scorrettamente dal Begero [Spicil Antiq.f.92), 
e dal principe di Torremozza {Inscr. Siciil p. 52. 
26) , ma con maggior fedeltà dal solito Muratori 
(p. 2023.5) e dal Guasco (T. 1- p. 121). 



9 

N. 7. 

L . MARIO . MAXIMO 

PERPETVO . AVRELIANO 

C . V . PRAEF . VRBIS 

PRO . CONSVLI . PROVINO 

ASIAE . ITERVM 
PROCONSVLl . PROVINC 

AFRICAE 

M . IVLIVS . CEREALIS 

MATERNVS . EX . CIVITATE 

FORO . IVLIENSIVM 

PATRONO . OPTiMO 



Infine la raccolta dei marmi fin qui conosciuti 
di Mai'io Massimo si chiuderà dal nuovo del Matranga 
spettante anch'esso, come il superiore, agli ultimi 
anni della sua vita, e che ha il merito di offrirci 
una serie alquanto più completa degli onori da lui 
conseguiti dopo la prefettura di Roma. 

Volendo condurre ad effetto le intenzioni del Ma- 
tranga, e profittare dei materiali qui sopra appre- 
stati per ordinare le memorie di questo console, si 
dovrebbe premettere d' ignorare totalmente l'origine 
della sua famiglia , se anche da questa parte non 
venisse in nostro soccorso l'epigrafia- Fra le iscri- 
zioni di Lione il sig. de Boissieu p. 263 sommi- 
nistra la sottoposta, che per l'esatta corrispondenza 
dei nomi, della tribù ed anche dell' apparente sua 
età, a giudizio pure del eh. Mommsen (Annali Ar- 
eheol. T. XXV p. 66) devesi assegnare a suo pa- 
dre: ed io aggiungerò al padre egualmente di suo 
fratello L. Mario Perpetuo consolare delle tre Dacie, 
di cui sarò per dire in appresso- 



10 

L . MARIO . L . F . QVIR . PERPETVO 

PONFIFICI 
PROCVRATORl . PROVINCIARVM 
LVGDVNENSIS . ET . AQVITANICAE 
PROCVRATORl . STATIOINIS . HEREDITAT 
PROCVRATORl . XX . HERÉDITATIVM 
PROCVRATORl . PATRIMONI 
PROCVRATORl . MONETAE 
PROMAGISTRO . HERÉDITATIVM 
Q . MARCIVS . DONATIANVS . EQVES 
CORNICVLARIVS . ElVS 

Quantunque di una casa non senatoria, se Mario 
nacque da uno dei principali dell'ordine equestre , 
ch'esercitò le piiì illustri procurazioni, non sarà me- 
raviglia se ottenne fino da principio due tribunati 
colle insegne del lato davo , e se fu destinato di 
buon'ora a battere la strada degli onori. Egli vi die 
il primo passo partendo al solito dal vigintivirato, 
in cui fu uno dei quattro sovrastanti alle strade di 
Roma, e la percorse regolarmente sotto Commodo 
fino alla cura pretoria della via latina. Dopo que- 
sta si nota che fu legato nella legione prima ita- 
lica, e quindi dux exercitus mysiaci apud Byzan- 
thim et apud Liigdunum. h manifesto che qui si 
tratta del notissimo assedio di Bisanzio nella guerra 
contro Pescenio , fatto intraprendere da Settimio 
Severo sulla fine del 946 , mentr' egli tragittava 1' 
l'Ellesponto inseguendo l'esercito del rivale, che fu 
disfatto alla giornata di Cizico. Lo che essendo, è da 
ricordarsi che la legione prima italica fu tra le prime 
a concorrere all'esaltazione di quell' imperatore: del 
che fa fede la sua medaglia presso l'Eckhel (T. VFI 
p- 178), e ch'ella appunto stanziava nella Mesia in- 



11 

feriore, secondo Dione (L. 55 e. 24), o poco lontano 
nella Tracia medesima in cui era posto Bisanzio » 
secondo un' iscrizione trovala a Tivoli ai nostri gior- 
ni: VAL . SVEDIO . MILITI . LEG . 1 . ITAL . 
PROVINGIAE.TRACIAE . Sta bene pertanto che al 
suo legato fosse commessa l'espugnazione di quella 
vicina città, e che a tale effetto si aggiungessero sotto 
i suoi ordini le altre milizie raccolte dalle due Me- 
sie , dandosegli la qualifica di Dux. xVlcuno aveva 
creduto di poter ricavare da questo titolo, che Ma- 
rio fosse in allora o divenisse poco dopo legato con- 
solare di alcuna di quelle due provincie. Ma il Bi- 
mard [Praef. ad Marat, p. 145) a proposito appunto 
dell' iscrizione di cui parliamo ha dottamente av- 
vertito, che fino dai giorni di Adriano la voce ge- 
nerica i)«j; aveva cominciato ad acquistare la signi- 
ficazione particolare di generale, a cui era affidato 
il comando di una data spedizione , il quale però 
non aveva giurisdizione se non che sui propri sol- 
dati a difforenza del Legalus Angusti prò praetore, 
che l'estendeva eziandio sopra una provincia. Con- 
seguentemente egli osserva che Spartiano (Sev.c.lO) 
e Capitolino (Alb. 8 e 9) , non danno altra deno- 
minazione ai generali che Severo inviò contro Al- 
bino: e poteva anche aggiungere che la distinzione 
in questi tempi fra Dux e Legalus apparisce mani- 
festissima da un altro luogo dello stesso Spartiano 
nella vita di Pescenio (e. 6), ove ci dice: fuit Niger 
miles optimus, tribunus singularis , dux praecipuus , 
legatus severissimus, consul insignis. Vero è che io 
non mi ricordo di averne incontrato esempio nel lin- 
guaggio ufficiale delle iscrizioni di Adriano e di 



12 

M. Aurelio , nelle quali anche questi legati spedi- 
zionari seguitano a chiamarsi legati di Augusto, come 
Lollio Urbico in un nuovo sasso dell'Algeria, di cui 
aspettiamo la pubblicazione dal sig. Kenier, LEG . 
LEG . I . MIN . LEGATO . IMP . HADRIANI . 
IN . EXPEDITIONE . IVDAICA ; e in un altro presso 
il C. /. Graec. 5366 di Geminio Marciano sotto gli 
augusti fratelli LEG • AVG . LEG . X . GEMINAE . 
LEG . AVG . SVper . VEXILLATIONES . IN . 
CAPPAdoCIA . Ma è vero altresì, che il nuovo ti- 
tolo si trova introdotto anche sui marmi fino dal 
principio di Settimio Severo: onde Claudio Candido 
uno dei suoi primitivi condottieri si annunzia DVX. 
EXERCITVS. ILLYRICL EXPEDITIONE . ASIANA. 
ITEM . PARTHICA . ITEM . GALLICA (Grut p. 
389. 2) , e Fabio Cilone DVX . VEXILL . PER . 
ITALIAM . EXERCITVS . IMP . SEVERI (Marini, 
Iscr. Albane p. 50). Per lo che senza allargare la 
pedcstà di Mario sopra alcuna delle Mesie, che nel- 
r inferiore gli verrebbe in questi anni contrastata 
dai legati Gentiano, Aurelio, Appiano e Pollenio Au- 
spice delle medaglie di Marcianopoli e di Nicopoli, 
e nella superiore, dall'anzidetto Cilone, ci contente- 
remo di esser obbligati a questa base di averci con- 
servato il nome invidiatoci dalla storia di chi co- 
mandò quel celebre assedio, durato ostinatamente 
tre anni , e terminato finalmente colla dedizione 
degli assediati nella primavera del 949. Dopo 
di che apprendiamo dalla medesima base, che il no- 
. stro Mario insieme col suo corpo di esercito seguì 
Severo alla nuova guerra contro Albino finita tra 
breve colla vittoria di Lione dei 19 febbraio del- 



13 

l'anno seguente. Successivamente la slessa lapide , 
che ci serve di guida , gli conferisce la legazione 
della Germania inferiore , che sarà la prima delle 
Provincie consolari da lui amministrate dopo che se 
gli è superiormente rifiutata una delle Mesie. 

È questo pertanto l' intervallo, a cui dovrà re- 
stituirsi il suo primo consolato qui messo aperta- 
mente fuori di luogo , per seguire il .più frequente 
costume di collocarlo alla testa dell' iscrizione a mo- 
tivo della supremazia di quella dignità, mentre qual- 
che altra volta per la stessa ragione segnossi da 
ultimo, come in questa del Matranga, specialmente 
quando la lapide con ordine retto dalle cariche più 
antiche discendeva alle più recenti. E un perditempo 
il ricordare le opinioni dei vecchi antiquari, i quali 
credevano che tutti i consolati si avessero da tro- 
vare nei fasti che ci sono rimasti , come sarebbe 
nel nostro caso quella del Demadeno nel Delectiis 
script, ter. neapolit. p. 751, che lo tenne pel Mas- 
simo uno degli ordinari del 925 mentovati nella 
gruteriana p. 1014. 1. e. p. 1072. 3. Ma la nostra 
lapide rifiuta decisamente di rimandarlo cotanto in- 
dietro, e dall' ultima riga del secondo frammento 
dei fasti dei Salii Palatini (Marini Arv. p. 166) si 
è ricavato, che quel Massimo appartenne alla cono- 
sciuta casa dei Quintili: senza dire che in tutto il 
decimo secolo di Roma non si ha alcun esempio 
di un privato, che abbia tenuto ripetutamente i fa- 
sci ordir^ari. Piuttosto non è da tacersi che il Cor- 
sini {de Praef. Urbis p. 119), attribuendo a Mario 
Massimo ciò che il Reimaro aveva avvisato per Oc- 
latinio Advento , fu di sentimento che questo suo 



14 
consolato fosse di semplice tìtolo, o sia che ne con- 
seguisse soltanto gli ornamenti: alla qual sentenza 
pure molte ragioni si oppongono. Primieramente si 
è già veduto che nella medesima lapide in discor- 
so egli fu detto ADLECTVS . INTER . PRAETO- 
RIOS. Perchè adunque nello stesso caso non si sa- 
rebbe scritto egualmente ADLECTVS . INTER CON- 
SVLARES ? Dipoi nel terzo dei marmi sopra rife- 
riti si torna ad asserire che fu PRAEFec/«« VRRi 
CO«Sm/. Dione (L. 78 e. 14), che indirizza tanti rim- 
proveri a Macrino per aver data la prefettura ur- 
bana prima del consolato ad Advento, che ne aveva 
già ricevuto gli ornamenti, come non glie li avrebbe 
raddoppiati se avesse fatto altrettanto con Mario di 
lui successore, del quale parla nel medesimo luogo? 
Infine ciò che decide la questione si è, che Mario 
in grazia di aver seduto iteratamente sulla maggiore 
curule ottenne due volte, come vedremo, una delle 
Provincie consolari senatorie, cioè prima 1' Asia, e 
poi l'Affrica. Ora le provincie consolari di sua sfjet- 
tanza, finché gli durò questo diritto, non furono mai 
date dal senato se non a chi aveva trattalo real- 
mente i fasci. Fu dunque il suo un consolato ef- 
fettivo, benché suffetto. Non potrà però anticipar- 
segli innanzi la vittoria sopra ^libino, pritna della 
quale é dimostrata la sua continuata assenza da 
Roma senza aver avuto campo di ritornarvi per oc- 
cuparlo : oltre di che è ben da supporsi, che non 
gli fosse concesso il premio dell' espugnazione di 
Bisanzio se non dopo averla ottenuta. Siamo dun- 
que al 950 aperto con Cuspio Rufino da Sestio La- 
terano (Orelli 2325), uno anch'esso dei generali spe- 



15 

dizionari nella guerra contro Pescenio, e nelle suc- 
cessive di oriente (Dione L. 75 e. 2). Dovremmo 
fermarci agli ultimi mesi di quest'anno per appre- 
stargli una nicchia nella serie consolare, se si avesse 
da credere al Muratori (p. 397. 4), che lo manda 
nella Germania col titolo di LEGalus WGiisli, cioè 
del solo Severo: il che vorrebbe dire che fosse già 
in possesso di quella provincia innanzi che quel 
principe si associasse il suo primogenito all' impero 
nel seguente anno 951, secondo i giusti calcoli dell'E- 
ckhel T, Vili. p. 4-24 confermati da una nuova lapide di 
Lambesa (Reoier. Inscr. de l'Alger. n.56), e dall'orel- 
liana 3687, in cui ai 19 settembre di quell'anno Cara- 
calla già dicesi augusto. Niun lume su di ciò ci 
viene somministrato dalla nostra lapide n 2, che si 
contenta di appellarlo con espressione generica 
PRAESES . PROVINC . GERMANlAE . INFERIO- 
RIS. Ma ho notato poco fa che nella trascrizione 
di queir epigrafe muratoriana merita maggior fede 
la concorde lezione del Bimard e del Maffei , che 
ne trassero LEO . ASGGustorum: il che sembra an- 
che pili conveniente per dare la dovuta estensione 
al governo del suo antecessore Valerio Pudente, il 
quale per attestato di un celebre marmo di Olanda, 
riferito tra gli ultimi dal solito Orelli 3586, vi era 
legato di augusto propretore mentre Severo era an- 
cora il solo imperatore, e Caracalla già cesare , o 
sia dopo che questi a Viminacio era stato elevato 
alla dignità cesarea, trascorsa la prima metà del 
949. Laonde senza stringermi entro cancelli cosi 
angusti sarò pago di stabilire, che dopo la fine della 
guerra gallica non s' indugiasse molto nel concedere 



16 

a Mario la meritata promozione, seguita tra breve, 
ma non prima del 952 , dalla consolare legazione 
della Germania inferiore ampliata coli' annessione 
della Belgica. Non si sa quanto durasse nel loro 
reggimento , e né meno quando sotto i medesimi 
augusti passasse all' altro della Siria , essendo egli 
l'unico preside di quella provincia, di cui ci sia per- 
venuta contezza durante il regno di Severo. Ella 
per differenziarsi richiamò 1' antica appellazione di 
Cele, invece della quale usò talvolta l'altra di mag- 
giore, quando lo stesso Severo dopo l'uccisione di 
Pescenio, irritato contro gli antiocheni pel favore da 
essi prestato al suo emulo, ne staccò la Siria Fe- 
nicia per crearne un'altra provincia: divisione ch'era 
già consumata nel 951, come più largamente mo- 
strai nel mio Burbuleio p. 60. 

E qui termina l'elenco dei suoi onori registrati 
nella prima delle sue lapidi, dopo la quale le altre 
ce ne offrono la continuazione, cominciando concor- 
demente dalla prefettura urbana. Il n. 3 ci ha di- 
mostrato ch'egli r ottenne prima del secondo con- 
solato: il che pienamente corrisponde a quanto ri- 
cavasi da Dione (L.78 e. 14). Narra egli che dopo 
l'uccisione di Caracalla, seguita agli 8 di aprile del 
970, Macrino subentrato in suo luogo elevò alla 
prefettura di Roma Oclatinio Advento già suo col- 
lega in quella dei pretoriani ; ma che dopo, attesa 
la sua vecchiezza e la sua incapacità, fu costretto 
a dargli un successore nella persona di Mario Mas- 
simo. Durò questi certamente nella carica finché 
durò nel potere chi glie l'aveva conferita (id. 1.78 
e. 36. e. 1. 79 e. 2), il quale fu vinto presso An- 



17 

liochia agli 8 di giugno del 971, emesso a motte 
non molto di poi. Ma è presumibile, che la conser- 
vasse qualche altro tempo ancora, e per lo meno 
fino all'arrivo di Valerio Comazonte che Io surrogò 
(id. 1. 79 e. 4 e e. 21) , uno dei primi ministri e 
prefetto del pretorio di Elagabalo, il quale preve- 
nendo la venuta del nuovo prencipe, che svernò a 
Nicomedia , è difficile che potesse essere a Roma 
prima del cadere dell' anno, affine di assumervi il 
successivo consolato ordinario. 

La quinta delle nostre lapidi interpone a Mario 
tra la prefettura e i secondi fasci il proconsolato 
dell' Asia: il che mi fa nascere il sospetto che per 
ottenere quest'ultimo abbandonasse, o se gli facesse 
abbandonare la prima. La congettura si fonda sul- 
l'avere osservato, che presso a poco in questo inter- 
vallo gli sarebbe competuto il diritto di conseguirlo, 
per la ragione da una parte dell'anzianità, e seguendo 
dall'altra le norme della pratica contemporanea, in- 
torno la quale è notabile un luogo di Dione (1. 78 
e. 22 ). Apprendiamo da lui che Macrino nel 970 
fece accettare a Giulio Aspro il proconsolato del- 
l' Asia non ostante la rinunzia da lui datane negli 
ultimi giorni di Caracalla, ma che tra breve per so- 
pravvenuti disgusti glie lo tolse mentre era già in 
viaggio per recarvisi, dandolo in vece ad Anicio Pe- 
sto, ch'era stato preferito nell'estrazione a sorte delle 
Provincie. E poiché era vicina la scadenza dell'anno 
prefisso alla sua amministrazione, glie la prolungò 
anche per l'anno veniente in sostituzione ad Autì- 
dio Frontone , benché avesse a questo promesso 1' 
Asia in cambio dell'Aff'iica, che gli era toccata nella 
G.A.T.CXLIII. 2 



18 

sortizione: per cui finì che non ebbe nò Tun:» né V 
altra. Nulla può precisarsi sul conto di Giulio Aspro, 
che durante la prefettura urbana ebbe il secondo 
consolato nel 965 , chiaro essendo che in virtìi di 
esso niuna pretesa poteva muovere sopra alcuna delle 
Provincie senatorie, troppo mancandogli al decennio 
per lo meno d' interstizio prescritto dalle antiche 
leggi: onde conviene ammettere, che il diritto glie 
ne provenisse dai primi fasci , che non sappiamo 
quando ottenesse. All' opposto Aufidio Frontone è 
indubitatamente il console ordinario del 952. Ri- 
guardo poi ad Anicio Festo è da osservarsi , che 
fra le due varianti del testo dioneo Festo e Fausto 
(Reimaro pag. 1.330 nota 2) i suoi editori mala- 
mente hanno preferito la prima senza badare che 
egli sarebbe un uomo ignotissimo; e che ignoto sa- 
rebbe pure quel cognome nella gente Anicia, men- 
tre poscia fu celebre in essa quello di Fausto. Molto 
meno si sono risovvenuti che quel personaggio chia- 
mato Q. Anicio Fausto , il quale era stato legato 
di Settimio Severo nella Mesia, era già cognito fi- 
no dai tempi dello Spon (Misceli., sect. V jn fine). 
Ora poi dalle iscrizioni algerine del Renier n. 56 e 
63 si è saputo di più , che nel 951 era designato 
console, naturalmente suffetto, o per la fine di quel- 
l'anno per l'anno successivo , come lo fu difatti, 
in un altro di quei marmi intitolandosi apertamente 
COS. Da tutto ciò sembra adunque raccogliersi che 
l'intervallo fra il consolato e il proconsolato , che 
fino ai giorni di M. Aurelio fu di tredici anni all' in- 
circa, a quelli di Macrino si fosse elevato ai dician- 
nove e ai venti: del che non sarà difficile di tro- 



19 

vare la ragione nell'accrescimento dei candidati ori- 
ginato dall'esuberanza dei fasci prodigati da Com- 
modo, e anche in parte dai successori. Quindi es- 
sendosi mostrato di sopia, che anche Mario Massimo 
dev'essere divenuto consolare circa il 951 , potrà 
credersi non senza apparenza di verità , che venti 
anni dopo ha succeduto ad Anicio Fausto nella ret- 
toria dell'Asia. La nuova lapide del Matranga, e 1' 
altra n. 7 lo dicono Pvoconsul ilerum : per cui ttii 
sono creduto in dovere di aggiungere Vilerum al sup- 
plemento che del n. 5 erasi fatto dal Labus. Non 
per questo si avrà da tenere, ch'egli sia stato man- 
dato due volle in quella provincia , ma solo che l' 
amministrò per due anni consecutivi: del che senza 
cercarne altro esempio facile a rinvenirsi, l'abbiamo 
già avuto prontissimo nell'antecessore. 

Succede secondo la progressione dei tempi il 
consolato, a cui fu assunto replicatamente nel 976 
in compagnia di L. Roscio Eliano. Quantunque, a ri- 
serva del solo Idatio, le altre vecchie collezioni di 
fasti, solite a curarsi poco del precedente onore sur- 
rogato, preteriscono di chiamarlo secondo: basta però 
ad assicurarlo per tale l'autorità della precitata ta- 
vola canosina, suffragata da una pietra di Bonna 
edita più correttamente dal Lersch (Central museum 
t. II n. 14). Da un pezzo i prefetti di Roma erano 
in possesso di raddoppiare i fasci consolari durante 
la loro magistratura, o poco dopo che ne avevano 
cessato: ond' è probabile che Alessandro sul princi- 
cipio del suo impero non avesse altra vista nel dar- 
glieli se non quella di riparare all' ommissione del 
suo predecessore. 



20 

Resta per ultimo il proconsolato affricano sfug- 
gito al Morcelli, talché indarno se ne fa ricerca nella 
serie da lui datane nel t. 1 dell' Affrica Cristiana. 
L'allegato n. 5, che dopo quello dell' Asia nota la 
rinnovazione dei suoi fasci senza far cenno di que- 
st'altro , mette fuori di controversia che fu a loro 
posteriore. Infatti ho già avvertito, che solo colla ri- 
petizione del consolato potè acquistare il gius di 
ottare alla ripetizione della provincia. Il lungo spa- 
zio di tempo richiesto dal raddoppiato intervallo , 
che pei'ciò si doveva subire, rende ragione della som- 
ma rarità di chi abbia preseduto ad ambedue le 
provincia consolari: di modo che dopo la loro isti- 
tuzione sotto Augusto nel 727 non ne conosco che 
un altro solo esempio nell' imperator Balbino recato 
da Capitolino {Max. et Balb. e. 7). E questa ragiono 
obbligherebbe noi pure a procrastinarlo di soverchio, 
se non fossimo già pervenuti al principato di Ales- 
sandro Severo. È innegabile, e l'esperienza ce lo fa 
vedere ogni giorno, ch'egli fu autore di molte ri- 
forme nell'amministrazione interna dell'impero, ben- 
ché finora siano state poco avvertite dagli eruditi, 
e sebbene relativamente alle provincie non- se ne 
abbia che un semplice cenno da Lampridio [Alex. 
e. 24. ); Proviìicias legatorias praesidiales plurimas 
fecitf proconsulares ex senatus auctoritale ordinavit. 
Due di queste innovazioni sono importanti nel no- 
stro caso. Da prima l'Affrica e l'Asia si cavavano a 
sorte dai consolari secondo l'anzianità del tempo in 
cui avevano prestato il loro nome ai fasti, e secondo 
la lista degli ammessi alla sortizione data dagl' im- 
peratori, i quali ne escludevano quelli che loro non 



21 

talentavano. Alessandro invece le lascio alla libera 
collazione del senato , ristretta però sempre fra i 
consolari. Infoiti riguardo ad esse non sì sente più 
a parlare di sortizione , ma vi si trovano in vece 
proconsoli missi ex senatus consulto (Capito!. Gord. 
tres e. 2). Da Vopisco (Aurei, e. 40) ci si dice che 
nei sei mesi dopo l'uccisione di Aureliano restarono 
al loro posto tutti i quindici, quos aut Aurelianus , 
aut senatus dclegerat,nisi quod proconsulem Asiae Fai- 
tonium Probum in locum Aurelii Fusci senatus dele- 
gii. Ed anzi lo stesso Capitolino [Gord. tres e. 5) 
ci ha conservata l'epistola ipsius Alexandria qua se- 
natiti (jratias egit, quod Gordianum in Africam prò- 
considem destinaverat. L'altra riforma, venuta di con- 
seguenza alla prima, dev'essere stata quella di aver 
soppressa l'antica prescrizione dell' intervallo fra il 
consolato e il proconsolato: quantunque sia difficile 
di addurne prove contemporanee in un secolo ri- 
coperto di tanta caligine quanto è quello che suc- 
cede, nel quale oltre la carestia delle notizie, l'uso 
frequentissimo di i-icordare le persone con un nome 
soltanto fa riuscire assai malagevole di poterne di- 
mostrare r identità. Se ne ha tuttavolta qualche ar- 
gomento in tempi poco lontani, ed anteriori ai nuovi 
cambiamenti operati da Costaatino dopo che per la 
vittoria sopra Massenzio nel 1065 si fu impadro- 
nito di Roma, in seguito dei quali i consolari per- 
dettero l'esclusivo diritto di reggere le due Provin- 
cie, ch'erano loro riservate: cambiamenti avvenuti 
prima del 1068, in cui il proconsolato dellAffrica 
trovasi conferito al conosciuto Petronio Probiano , 
che non fu ascritto ai fa&ti se non che nel 1075. 



Jntatito, preferendone qualche altro meno sicuro, si 
può citare Cassio Dione console nel 1014, procon- 
sole d'Affrica nel 1048 (Ruinart negli atti di S. Mas- 
similiano) e prefetto urbano nell'anno seguente: non 
che Annio Andino console nel 1048, ivi proconsole 
pel 1056 (idem negli atti di S. Felice), e prefetto 
anch'egli nel 1059. Sarebbe inutile di cercarne al- 
tre prove, se potesse farsi maggior capitale dell'evi- 
dentissima somministrata dallo stesso Capitolino 
(Goni, tres e. 2) nel raccontarci che Gordiano affri- 
oano ex consulalu, quem egerat cum Alexandro, ad 
proconsulatum Africae missus est ex senalus considlo: 
ripetendo poco dopo (e. 4) post consulalum procon- 
ml Africae facius est. Ma egli ci ha detto altresì 
(e, 4) che quel Gordiano consulalum primum iniit 
cum Antonino Caracalla, secwidum ctim Alexandre: 
e questo secondo consolato viene poi formalmente 
snfientito da una testimonianza superiore ad ogni 
eccezione, qual' è quella della sua medaglia coU'epi- 
grafe P . M . TR . P . COS . P . P . , la quale 
certifica che anche dopo la sua elevazione all' im- 
pero non ne contava che un solo, lo pure, che nel 
mentre che scrivo ho questo nummo conservatissimo 
innanzi gli occhi, posso attestare che non è possi- 
bile di scambiare la sua faccia con quella del figlio, 
come da prima fu supposto dall'Eckhel (D. N-v. t. 
VII p. 301) per non dare una mentita al biografo. 
Che che pertanto si abbia da giudicare dei suoi detti, 
tolta che sia per altra parte l'opposizione dell' in- 
tervallo , io collocherò volentieri questo proconso- 
lato del nostro Mario sotto Alessandro Severo in- 
nanzi quello del lodato Gordiano, sembrandomi so- 



23 

vercliio r indugio se si avesse da differire dopo la di 
lui morte, e la successiva occupazione di Gapelliano, 
ed anzi dopo i pritni anni di Gordiano Pio impe- 
diti da Sabiniano. Con esso avranno fine i suoi onori, 
giacché la posizione del COS . II , con cui la la- 
pide del Matranga ne chiude l'elenco, non perchè il 
posteriore di tempo, ma perchè il maggiore di tutti 
in dignità, dimostra abbastanza che alcun altro non 
le rimaneva da ricordare. In conseguenza ritengo 
che la susseguente laguna sarà convenientemente ri- 
empita supplendo Patrono et CjiRATORl . COLO- 
NIAE . ARDEATIVM . DIGNISSIMO : mentre non 
è dubbioso che l'estrema riga, riconsciuta non leg- 
gibile, doveva contenere V indicazione di chi fece in- 
nalzare la statua coli' iscrizione. Nuovo merito della 
seconda sarà poi quello di aver fatto menzione della 
colonia di Ardea, e di aver così prolungate di un 
secolo le memorie di quelT antichissima città. Il 
Nibby (Analisi della carta t. I. p- 237) confessò di 
non averne più trovato sentore dopo l'avviso rice- 
vuto dal libro Coloniarum I, che l'imperatore Adriano 
la sottopose a nuovo censimento. 

Non si ha da dissimulare , che le cose fin qui 
discorse cadrebbero a voto, se reggesse 1' opinione 
del Corsini ( De praef. urb. p. 107 e p. 118) , il 
quale divise Mario Massimo in due diversi pei'sonaggi. 
Attribuì al primo le tre iscrizioni che ho trascritte 
ai n. 1, % 7, e trovando mentovata nell'ultima la 
prefettura urbana, s'immaginò di assegnargliela circa 
il 953. Quattro altre ne riferì al secondo , che in 
sostanza si riducono a due, vale a dire al n. 3 delle 
nostre, e al frammento n. 4: giacché le rimanenti 



24 

non sono, come ho detto, che due diversi supple- 
menti di quel frammento usciti dal cervello del Li- 
gorio. Ammise che questi fosse il console del 976 
e il memorato da Dione: onde a lui confermò l'al- 
tra prefettura del 971- Su due ragioni stabili que- 
sta sua distinzione. Desunta la prima assai debole 
dalla differenza dei nomi, adducendo che il più an- 
tico si disse L. Mario Massimo Perpetuo Aureliano, 
e pretendendo che il secondo si chiamasse soltanto 
L. Mario Massimo. L'altra,, dedotta dalla diversità 
delle cariche, allorquando la propose era falsa, per- 
chè le dignità di console e di prefetto, che sono le 
sole indicate nei marmi da lui concessi a chi ebbe 
y\ governo di Roma nel 971, ricorrono egualmente 
negli attribuiti al suo prefetto del 953. A snervare 
il primo dei suoi argomenti sarebbe bastato di op- 
porre la ridicolezza della pretesa , che i polionomi 
si avessero sempre da memorare collo strascico di 
tutti i loro nomi. Chi asserirà, per esempio, che il 
Sosio Prisco dellorelliana 2625, perchè non ne porta 
che due, sia differente del console del 922, che in 
un suo cippo onorario di Tivoli ne infilza fino a 
trentaquattro? Ma quest'argomento fu poi maggior- 
mente infirmato dal n. 5 del Cardinali, da cui si 
apprese, che il console del 976 ebbe anche il co- 
gnome di Aureliano provenutogli probjibilmente, se- 
condo un uso allora assai comune, dalla madre. E 
viene ora interamente abbattuto dalla nuova sco- 
perta del Matranga, che gli aggiunge altresì il co- 
gnome paterno di Perpetuo, mentre col titolo COS. 
Il toglie ogni dubbio esser. egli la medesima persona 
che nella data della tavola canosina si disse sem- 



25 
plicemente L . MARIO . MAXIMO . II . La nuova 
pietra ci fa inoltre vedere, che a torto dal Corsini si 
era di soverchio anticipata 1' incisione dell'altra qui 
descritta sotto il n.7, quando V identità degli onori 
mentovati in ambedue ci convince, ch'esser debbono 
quasi contemporanee. Vero e che così verrebbe ad 
acquistare qualche forza la seconda delle sue ra- 
gioni: ma è vero altresì, eh' è facile di spiegare con 
tutta naturalezza questa diversità d' impieghi avver- 
vertita nelle lapidi di Mario, ripetendola dalle di- 
versità del tempo , in cui furono incise. La base 
n. 1 registra generalmente tutti quelli ch'egli ebbe, 
cominciando dalla prima gioventù tino al giorno in 
cui fu scolpita prima della morte di Settimio Seve- 
ro. Gli altri numeri al contrario, dedicatigli piiì tardi 
sotto Alessandro, per non farne così lunga enume- 
razione non curarono le cariche degli anni più flo- 
ridi, e si contentarono di citare soltanto le coperte 
da lui in età più matura, ed anche in vecchiezza. 
Per tal modo verrà esclusa non solo la supposta di- 
visione in due di questo personaggio, ma con una 
migliore ordinazione dei suoi monumenti sarà an- 
che dimostrata l' insussistenza della prima sua prc 
fettura nel 953, ch'era già stata negata dal Cardi- 
nali (Lett. sui prefetti p. 12). A cacciarla dall'anno 
assegnatole sarebbe stato sufficiente il più volte ci- 
tato n. 1, che non ne fa motto, quantunque poste- 
riore non di poco, siccome si fa chiaro dal triennio 
ordinariamente richiesto per la durata di ciascuna 
delle legazioni della Germania e della Siria soste- 
nute ambedue dopo che Caracalla era stato asso- 
ciato all'impero nel 951. Ma le sarà tolto ogni 



26 

fondamento coll'essersi in oggi veduto che il pre- 
detto n. 7, su cui unicamente fondavasi, a motivo 
della menzione che fa dei suoi due proconsolati deve 
nportarsi a tempi successivi a quello, in cui real- 
mente cccupavala nel 970 e nel 971. Ed è poi certo 
ch'egli non Tebhe se non che una volta soltanto , 
negandosele la nota della ripetizione da quei marmi 
medesimi, che l'aggiungono al suo consolato, e al 
suo proconsolato dell'Asia. 

Alcuno sulle tracce del Casaubono, come ve- 
dremo, potrebbe opporre, che coU'accumulare sopra 
una testa sola tutte le notizie superstiti di Mario. 
Massimo si viene a prolungare la sua vita oltre i 
termini convenevoli- Vediamo pertanto ciò che può 
essere di vero in questa obbiezione: tanto pili che 
una tale indagine ci gioverà nell'ultima questione a 
luì relativa, che ci resta da trattare. L'unico dato 
che abbiamo per giudicare presso a poco della sua 
età proviene dalla legazione legionaria che sosteneva 
al tempo dell'assedio di Bisanzio incominciato sulla 
fine del 946. Si conosce che ai primi tempi dopo l'i- 
stituzione fattane da Augusto bastava essere di già 
senatore per ottenerla, ma che col progredirà del- 
l' impero non fu più data che dopo la pretura. E si 
conosce pure che perdevasi, come ogni altro uffi- 
cio, coll'essere promoss^o al consolato: per cui noi 
durava ordinariamente pili di due o tre anni. No- 
tissimo è poi che in seguito della legge annale del 
medesimo Augusto, a meno che non intervenisse una 
rarissima dispensa del principe, non si diveniva pre- 
tore se non che a ventinove anni compiti, né con - 
sole se non dopo un triennio. Anche Mario ebbe 



27 

prima regolarmente la pretm-a: non però effettiva , 
ma codicillate, datagli per quanto pare ad oggetto 
che potesse assumere la cura della via latina, che 
era una carica anch'essa pretoria. Nulla dunque im- 
pedisce di poter stabilire , che possa essere stato 
ascritto fra i pretorii da Commodo nel 945, e che 
nel susseguente 946 possa aver ricevuta la legazione 
da Pertinace, quando aveva già finito il suo trentesimo 
anno di età. Così sarebbe stato prefetto di 54 nel 
970, nuovamente console di 60 nel 976, e ne avreb- 
be contato 72 quando Alessandro fu ucciso nel marzo 
dal 988. Sebbene ne restasse favorito il mio assun- 
to, io provo tuttavia qualche ripugnanza nell' am- 
mettere col Morcelli, che Gordiano affricano, da me 
reputato di sopra il suo successore, sia stato inviato 
rettore dell'Affrica nel 983, avendo già addotto le 
difficoltà che incontra il passo di Capitolino (Cord. 
e. 5) da lui invocato, e troppo straordinario, anzi i- 
naudito del tutto, sembrandomi un proconsolato di 
otto anni , quanto avrebbe durato quello di Gor- 
diano che si privò di vita nel 991. Il più lungo che 
sìa noto, e che si cita come una stranezza, essendoché 
il proconsolato fu annuo di sua natura, è l'antico di 
Giunio Silano protratto ad un sessennio al finire del- 
l' impero di Tiberio. Da tutto ciò ne consegue, che 
quand'anche si togliessero due o Ire anni a Gor- 
diano, resterebbe sempre vero che Mario non sa- 
rebbe stato il suo antecessore, se non che a set- 
tant'anni all' incirca: età non disconveniente ad un 
proconsole, e che sarebbe sempre ampiamente difesa 
dall'esempio dello stesso Gordiano, che per comune 
consenso morì ottuagenario in quella provincia dopo 
un principato che non giunse a due mesi'. 



28 
La questione che ho accennata verte su questo, 
se il Mai-io , di cui si ò ragionato finora, sia quel 
inedesiino che scrisse le vite di molli imperatori. 
Il Vossio, quando trattò del secondo nella sua opera 
De hisloricis latiniSi mostrò di non essergli nò meno 
passato per mente. Chi primo portò l'opinione del- 
l' identità dello storico e del prefetto di Roma è 
stato il Valesio nelle note al L. XXVIII. 4. 14 di 
Ammiano Marcellino, sulla quale il Noris nell'epi- 
stola consolare , e il Tillemont ( art. XXVI sopra 
Alesssndro) sospesero di pronunziare il loro giudi- 
zio. I moderni hanno generalmente inclinato a fa- 
vorirla: ma ninno, che sappia, l'ha presa partico- 
larmente in esame. Tutti convengono che le sue vite 
cominciavano da Traiano, e finivano con Alessan- 
dro Severo. Né può dubitarsi che questa sia stata 
l'ultima» niun'altra ricordandosene di seguito: tal- 
ché se viene anche citato da chi tenne discorsa de' 
principi posteriori, come sarebbe Vopisco (in Probo 
e 2, e in Fi rmo e- 1), non lo fa che per annove- 
rarlo fra gii storici trapassati. Degno però di spe- 
ciale attenzione è il silenzio di Capitolino, il quale 
dopo essersi a lui riportato più volte nelle sue vite 
di Antonino Pio (e. 11), di Pertinace ( e. 2), e di 
Albino (e 3, e. 9, e 10), non ne ta più ricordo nelle 
successive di Massimino, dei Gordiani, di Balbino e 
di Pupieno: segno non equivoco che quella sua scorta 
gli era poscia mancata. Intanto è notabile che fra 
i moltiplici scrittori , i quali hanno parlato di lui, 
giacché ai soprannominati si hanno da aggiungere 
Lampridio, Spartiano, Volcatio, Ammiano Marcel- 
lino e lo scoliaste di Giovenale (Sat. IV, v- 53), 



29 

ninno ci abbia dato alcun lume sulla sua persona e 
sull'età precisa, in cui visse. Io non ho potuto tro- 
varne se non che un leggiero cenno in Lampridio 
(Coni. e. 13), ove ci dice : Versus in Commodum 
multi facti simty de quibus etiam in opere suo Ma- 
riiis Maximus gloriatur. 11 Casaubono, sentenziando 
arbitrariamente che Mario appartenne a tempi più 
bassi, appose a questo luogo la chiosa seguente: Nun 
quod illos vei'sus fecisset, ne erres, iunior enim Ma- 
rius Maximus fuit, sed quod diligenler coUegissef. Ma 
con buona pace di un critico così solenne , tutti 
comprendono che alcuno possa gloriarsi dei versi 
propri, mentre assai pochi sapranno vedere qual glo- 
ria si acquisti col ricopiare gli altrui. Fermo adun- 
que che lo storico qui si vanta di versi suoi, io os- 
serverò che da questo passo si schiarisce non poco 
la nostra questione. Abbiamo già veduto che al prin- 
cipio del regno di Settimio il prefetto doveva nu- 
merare circa trent'anni, e che quindi condusse sotto 
Commodo la sua più fresca gioventù , vale a dire 
l'età più propria per dare opera alla poesia. Arrogo 
che non gli mancò ne meno 1' occasione di appli- 
carla alle satire contro quell' imperatore , avendo 
passata in Roma l'ultima metà dell' impero di lui, 
come consta dalla natura degli uffici che vi occupò. 
Di più se fu uno dei compagni di Settimio, ed anzi 
uno dei suoi generali nella guerra contro Albino, si 
spiegherà facilmente come potesse esser conscio dei 
segreti pensieri del primo riguardo al secondo, quale 
lo storico si manifesta (Capit. Alb.c. 3) quando ri- 
feriva che queir imperatore da prima aveva avuto 
nell'uniitio, se fosse venuto a mancare, di lasciare 



30 

l'altro suo successore nel trono. Infine quantunque 
non si voglia procrastinare il suo proconsolato del- 
l'Affrica fin dopo la morte del primo Goidiano, si 
dimostrerà almeno da esso, che giunse ben avanti 
neir impero di Alessandro; e si è anche notato che 
quando questi fu ucciso nel 988 , Mario forse non 
oltrepassava i settantadue anni. (]osa vi è dunque 
di strano, che gli bastasse tanto la vita per compiere 
la sua opera , conducendo a termine la storia di 
queir augusto? Per lo che oltre la somiglianza dei 
nomi risultando eziandio dal fin qui detto un'esatta 
corrispondenza fra l'età dello storico, e quella del 
prefetto, ne resterà grandemente avvaloralo il sen- 
timento del Valesio, che riconobbe in essi una stessa 
persona. 

Una qualche conferma di ciò potrebbe anche ri- 
trarsi dal non conoscersi posteriormente alcun altro 
coi medesimi nomi, ne mono nella sua casa- Quelli 
che porta in un marmo di Bonna ( Lersch Oentr. 
mus. Un. 16) Q. Venidio Rufo Mario Massimo 
Calviniano , il quale fu poscia legato della Fenicia 
nel sesto anno di Settimio Severo, non furono evi- 
dentetnente i suoi propri, ma pel luogo in cui si 
scorgono collocati si confessano da loro stessi per 
nomi di parentela, siccome si ratifica dal confronto 
con altre sue lapidi presso l'Orelli 905, e presso il 
Donati p. 464- 4. Non sarebbe infatti difficile, né 
alieno dagli usi di questi secoli in cui le persone 
pili non si distinguevano colla diversità del preno- 
me, ma con quella del cognome, non sarebbe, dico, 
diffìcile che il padre di L.Mario Perpetuo procuratore 
della Lionese, di cui si è favellato di sopra, si fosse 



31 

chiamato L. Mario Massimo, da una figlia del quale 
fosse nato Venidio: mentre da questo suo nome pa- 
terno il nostro Mario avrebbe ereditata l'appellazione 
di Massimo, Ma propriamente della sua famiglia non 
conosco alcun altro, fuori che il memorato in que- 
sta iscrizione di Carlsburg riportata con non poco 
dissenso fra loro dall'Hoenhauseu p. 137, dal Sei- 
vert p. 57, e dal Neigebaur p. 128 n. 18 ep.l55 
n. 232. Dal paragone delle loro varianti se ne re- 
stituisce in parecchi luoghi la retta lezione, senza 
toglierne però tutti gli errori: poiché nella settima 
riga si avrà per esempio da riporre VRBISALv/en- 
sium ET, in cambio di VRBIS , IM : e così pure 
nella decima o QVAES, o PRAET, invece di OAES: 
restando poi sempre da emendare i titoli delle le- 
gioni: il che non può farsi senza ricorrere a degli 
arbitrii. 

L . MARIO . PER 

PETVO . CoS . DAC 

iTl . LEG . AVG PRO 

PR . PROVINCIAE 
« MOESIAE . SVPEft 

CVRAT . RERVM . PV 

BUCAR . VRBIS . IM 

TVSCVLANOR . PRE 

SIDI . PROV . ARABIA E 
10 LEG . LEG . XIV . FIOAES 

CANDID .AVO . TRIB 

LATICE. LEG . HlfXVP . PRAES 

iVSTISS _M . VLP . CATVS 

7.LEG . Ili . ITAL . ANTONINI 
43 ANAE . 

Le tre Dacie sono conosciute fino dai tempi di 
M. Aurelio, e un altro COS . DAC • HI sotto Se- 



32 

vero ci è stalo dato in L. Pomp. Liberale dal eh. 
cav. Aineth (Baschreibung etc. Wicn 1853). Questa 
lapide invece viene circoscritta entro V impero di 
Caracalla dal ricordarvisi un solo augusto , e dal- 
Tappellarsi antoniniana la legione III italica. Impe- 
rocché non sembra che possa avervi diritto Ela- 
gabalo , por la ragione che in tal caso questa de- 
nominazione , come altre volte , sarebbe stata poi 
cancellata. Ora se l'onorato da Ulpio Cato fu con- 
sole prima almeno del 970, in cui fu messo a morte 
Caracalla , ed anzi alcuni anni più presto , atteso 
che anche la Mesia superiore fu provincia consolare, 
difficilmente potrebbe essere un figlio di chi fu con- 
sole circa il 951, ma si avrà piuttosto da reputare 
un suo fratello : nella qual credenza si troverebbe 
anche il motivo, per cui quest'altro, a fine di di- 
stinguersi da lui, avesse prescelto di chiamarsi più 
comunemente Massimo. Del resto ponendo mente alla 
rarità dal cognome Perpetuo, si potrà tutto al più 
concepire un sospetto, che da uno di questi due fra- 
telli sia nato il Perpetuo collega di Pomponio Cor- 
neliano nel consolato ordinario del 990, del quale 
s' ignora il gentilizio. Per un pezzo nei fasti si è 
continuato a seguire il Panvinio, che gli aveva at- 
tribuita una mal copiata iscrizione ripetuta dal Gru- 
tero (p. 474. 3), e dedicata P . TITIO . PERPE- 
TVO .V.C. CONSVLARI . TVSCIAE . ET . 
VMBRIAE. Ma il eh. cav. De Rossi nella sua di- 
samina delle prime raccolte di antiche iscrizioni 
p. 164 n. 168, inserita nel t. CXXVIII di questo 
giornale, dopo aver corretto BETITIO nel suo nome, 
ha rimandalo decisamente costui quasi un secolo e 



33 

Tijezzo più tardi , per l' invincibile ragione che la 
Tuscia e l'Umbria, rette da prima da un correttore, 
non cominciarono ad avere il consolare se non che 
verso il 370 dell'era nostra, o sia il 1123 di Roma. 

AGGIUNTA 

L' iscrizione ardeatina, che forma il soggetto del 
mio discorso, essendo stata traspostata a Roma tro- 
vasi in possesso del sig. cav. Giambattista Guidi , 
che la conserva nel magazzino di cose antiche per 
la strada di porta s. Sebastiano, presso la chiesa 
di s. Sisto. 11 sig. Carlo Lodovico Visconti, degno 
erede di un cognome così illustre nei fasti dell'ar- 
cheologia, che ha potuto esaminarla a suo bell'agio, 
informato che io aveva in animo di ragionarne, ha 
avuto la cortesia di farmi parte spontaneamente della 
fedeHssima copia che con diligente studio è riuscito 
ad estrarre da questo marmo parte corroso, parte 
malconcio dal ferro. Ma la sua comunicazione non 
mi è pervenuta se non dopo avere spedito alla stampa 
il mio articolo: per cui ho preso il consiglio di sog- 
giungergli la presente postilla, sì per rendere a lui 
solenni grazie della sua gentilezza , come per non 
defraudare gli eruditi di una più completa lezione 
di questa lapide. 



G.A.T.CXLIII. 



34 

L . MARIO . MAXIMO 
PERPETVO . AVRELiANO 
C.V.PRAEF.VRUI . PRO.COS 
PROVlNCIAEASIAE.lT.PIUì 
COS PROV.AFRlCAE.COS.lT 
FETIALI.PATRON.ET.CVRA 
TORI . COLONIAE 

ARDEATIVM 
DIGNISSIMO 

i I I |B| I I I I I I 

Due novità qui s'incontrano facendone confronto 
colla descrizione del Matranga. Sta la prima nel- 
l'aggiunta alla sesta riga del FETIALI, notato altresì 
nel cippo superiormente riferito al n.2. Questa giunta 
è per me importantissima, perchè all'identità di tutti 
i nomi da me opposta accrescendosi ora quella pure 
del sacerdozio, si viene a darmi del tutto vinta la 
causa contro il Corsini, che, come ho esposto, pre- 
tendeva di dividere questo Mario Massimo in due 
distinte persone. L'altra è la lacuna avvertita dopo 
COLONIAE , non capace di piià di tre o quattro 
lettere, niuna delle quali è al presente riconoscibi- 
le. Dal luogo, in cui è posta, giustamente arguisce 
il sig. Visconti, che doveva contenere un cognome 
di quella colonia: per cui si potrebbe supplirvi IVLme, 
supponendo che Ardea, oltre 1' antichissima dedu- 
zione nell'anno varroniano 312, sull'esempio di molte 
altre città delle vicinanze di Roma fosse coloniz- 
zatì^ dì nuovo dai soldati dei triumviri dopo la morte 



35 

di Cesare. Ma si potrebbe ugualmente prediligere 
da altri di riporvi AELme in memoria di Adriano, 
ricordando il detto del Liber colonianim (pag.231, 
edizione del Lachmann): Ardea oppidum. Imperalor 
Hadrianus censuit. 

B. Borghesi. 



36 



Bibliografia della Dalmazia e del Montenegro. Sag- 
gio di Giuseppe Valentinelli , membro della so- 
cietà slavo-meridionale ecc. Zagabria 1855, voi. 
1. in 8 di facce 339. 

wuesta bibliografia è stata messa a stampa per 
cura della società slavo-meridionale , la quale ha 
per tal modo inteso di giovare a quegli studi e a 
quelle ricerche , che sono principalmente lo scopo 
della sua riunione. Il sig. G. Valentinelli aveva già 
nell'anno 1842 mandato in luce lo Specimen de Dal- 
malia et agro labeatium , che fu come il primo 
tentativo di questo lavoro , che ha poi accre- 
sciuto e ordinato come oggi sì vede. Ma i libri di 
questa specie, che danno un aiuto non mediocre ai 
cultori delle lettere, sono in verità quasi senza li- 
mite per la propria loro indole. Fatica e diligenza 
non bastano. Lodiamo quindi l'A. d'aver dato al suo 
volume il modesto titolo di saggio : e lo lodiamo 
similmente d'aver confessato ingenuamente, che gli 
è stato giuoco forza di lasciare indietro una parie im- 
portante e preziosa della sua bibliografìa, per non avere 
nessuna conoscenza della lingua illirica: invocando 
per ciò l'opera d'alcuno fra i letterati di quella pa- 
tria, che voglia recar sopra di se la parte di lavo- 
ro, che rimane come intatta. 

Intanto un tei tratto dì via si è percorso. E se 
il libro avrà le nuove cure, che l'A. stesso reclama, 
altre forse ne saprà aggiungere anch'egli. Perchè ci 
è sembrato, all' infuori ancora delle cose scritte in 



37 

illirico, esservi qui e colà qualche opera da dovere 
essere aggiunta. Vedemmo, per darne un esempio, 
esser ricordato a carte 89 Io scritto di Sebastiano 
Dolci, col quale difese l'opinione sua intorno all'an- 
tichità e alla diffusione della lingua illirica contro 
le affermazioni contrarie di Girolamo Francesco Zan- 
netti (Ferrariae 1754); ma invano ricercammo il ti- 
tolo della dissertazione ch'esso Dolci aveva nel me- 
desimo anno 1754 fatto stampare in Venezia ap- 
punto sull'argomento posto in quistione, ed è la se- 
guente: Dolci Seb. De ilhjricae linguae vetustate et 
amplitudine, disserlalio. Veneliis 1754. , 4. Anche i 
due libri seguenti sembra a noi che si sarebbero 
trovati al loro luogo in questa bibliografia. 

Bellosztenecz. Gazofilacium latino-illyricorum 
onomatum. Zagabriae 1740. 4. 

Papenk Gè. De regno regibusque slavorum, et de 
statu civili et ecclesiastico gentis slavae. Quinque-ec- 
clesiis 1780. 4. 

Nicoli NI Gio. Giorgio. Spalato sostenuto Vanno 
1657. Venezia 1665 voi. 1. 12. 

Diario delV armata veneta nelle vicinanze di Le- 
sina, nel 1617. Venezia 1618. 12. 

Della Monaca Andrea. Discorso politico e cri- 
stiano, nel quale si toccano le parli piìi principali 
appartenenti al buon governo degli stali, recitato alV 
Illma ed Eccma repubblica di Ragusa. Lecce 1657, 
nella stampa di Pietro Micheli. 4. 

P. E. VlSCONT/, 



38 



Gita da Roma a Porto cV Anzio 
a Nettuno e ad Aslura. 



CAPITOLO I. 

Da porta S. GrovANNi a porto d'Anzio. 



E 



ra il dì 17 luglio del corrente 1856, ed un omni- 
bus (1) traeva me e nove altri viaggianti fuor di porta 
s. Giovanni. Il punto di vista, che ci colpiva, for- 
mavano da ogni lato non solo ubertose praterie 
sparse di torri, ma pure la catena de'monti albani 
e tusculani che azzurreggia a levante. I monumenti 
della prossima via appia schieravansi sotto il guardo 
in lunga fila, cominciando dal sepolcro di Cecilia 
Metella, in sembianza di città desolata , degno al- 
bergo di potenti estinti. Si vede piegare la via me- 
desima dalla linea retta verso sinistra in rispetto 
de' due tumuli terragni degli Orazi e Curiazi. Le 
ruine di Roma vecchia^ ossìa della villa de'Quintili, 
rassembrano ad un castello diruto de' bassi tempi. 
Fatti uccidere idue fratelli Quintili Condino e Massimo 
r imp. Commodo se ne impossessò , e vennevi a 
tripudiare. A quella volta dirige gli archi spezzati 
e tortuosi un acquedotto. E mentre s' indirizzava 
la vista a rimirare Casal rotondo, ossia l'area sparsa 
di olivi e di un casale, area del più grande sepol- 



(1) F-,'ofEcio degli Omnibus h in via Bocca di Leone. 



39 

oro lungo l'appia che si conosca, e Torre selce an- 
ch'essa sepolcro costretto a sostenere una torre com- 
posta nel medio evo con selci ; un grido unanime 
di: tcco il vapore - rivolse la nostra attenzione sulla 
strada ferrata di Frascati a guardarvi messo in opera 
•I più stupendo ed utile ritrovato moderno. La lo- 
comotiva e i vagoni poteano dirsi da un poeta il 
candido carro, su cui Giove Laziale volava ad as- 
sistere all'annuale sacrifizio sul prediletto suo monte 
Giunto il vapore alla stazione, si fermarono gli oc 
chi sull'ampia Aia di Troi, ove le bionde figlie de' 
solchi cadute recise aveano ingombra di manipoli 
tutta la campagna {per usar l'espressione del Monti, 
iliade hb. XI). Dopoché si rimarcò sull'Appia il Tor- 
raccio o Palombaro (cosi detto perchè ricetto di pa- 
lombelle), un tumulo grandissimo sopra basamento 
quadrangolare di pietra albana, e sotto un clivo una 
grandiosa mole rotomla, e mentre i seguenti sepolcri 
avvicinando si andavano alla strada postale di Al- 
bano, VOsteria delle Frallocchie e' indicò un divei- 
ticolo a destra, pel quale si vedeano giacer sui campi 
Il circo, un sacrario, ed il teatro apud Bovi llas città 
fondata da Latino Silvio (1), la quale trasse nome 
da un bove che ferito dal sacerdote nel monte Al- 
bano , m vece di umiliare le dorate corna, rotti i 
sacri canapi e spaventati i ministri fu^gì per la 
china sino alla detta città trascinando ^gl' intesti- 
ni (2). Uopo averia messa Coriolano a sacco, a ferro 

(1) Vittore, Origo gentis romanae e. XVII 

«rJ« ^""•'^ ^^'-'^'^"^ ^- ^^ffillas intestina veteres esse dixerml- 
unae Bovtlla oppiaum in Italia, guoé eobos intestina vulnere Tra 



40 

e a fuoco, risorse come prima stazione dell' Appia, e 
come diporto de' nobili romani sotto gì* imperato- 
ri (1). 

Gli oliveti, dove poi entrammo , non eran per 
noi tanto attraenti, come verso il XIII m. a destra Ta- 
spetto delle torri smantellate di Castelluzza, forte nel 
1347 presidiato da Rinaldo e Giordano Orsini con- 
tro le truppe romane condotte dal tribuno Cola di 
Rienzo, il quale (secondo si narra al cap. 31 della 
contemporanea di lui biografìa ) « una dimane per 
tempo levò '1 campo e andò sopra la Gastelluzza , 
poco di lunga da Marino: subito la prese e in quello 
istante furo dati per terra i muri intorno- Già vo- 
leva combattere la rocca e la torre rotonda, dove 
si era ridotta la fanteria : e per espugnare quella 
torre fece fare due castella di legname, le quali si 
voltavano sopra rote, avea scale ed artificii di le- 
gname (mai non vedesti sì belli ingegni), apparec- 
chiava picconi ed altri instrumenli. Molte 'mbasciate 
recepèo il quel loco. Correa di là un'acquicella, in 
quell'acquicella bagnò due cani, e disse che erano 
Rinaldo e Giordano , cani cavalieri. Poi guastò la 
mola, poi mosse sua oste e tornò a Roma [2])). Castel 



hens advenerit. — E lo Scoliaste Ui Persio al v. 55 della sat. VI — 
Bovillae sunt vicus ad undecimum lapidem appiae viae: quia ali- 
quando in Albano monte ab ara fugiens taurus , iam consecratus, 
ibi comprehensus est. Inde Bovillae diclae. 

(1) Tacito Annal. lib. II. e. 41. e lib. XV: e. 23. Pei monu- 
menti e l'istoria della Via Appia dalla Porta Capena a Boville 
consultisi l'opera del eh. commendator Luigi Canina. T. 2. in fol. 
Roma,Tìp. di G. A. Ber tinelli 1853. 

(2) fila di Cola di Rienzo scritta da incerto autore nel se- 
colo decìmoquarlOy ridotta a migliore lezione ed illustrata con note 
ed osservazioni storico critiche da Zefrino Re. Forlì presso Bor- 
dandini i828. 



41 

Savellotva gli arbusti e l'ellera sopra un colle a sinistra 
mostrava il suo lecinto di peperino, e le sue case 
deserte per la mancanza d'acqua fin dal 1640. 

Si succedettero la Cecchina colla sua torre al 
17 m:, al 18, passalo un laghetto, il casale Monta- 
guano donato da Clemente VII al suo fautore Gior- 
dano Orsini, e l'osteria Fontana di Papa così chia- 
mata dalla fontana costruitavi da Innocenzo XII. Qui 
si fece una fermata: ma dopo pochi minuti si cor- 
reva dentro la Macchiarella di Civita. E questa tanto 
diradata, che dentro essa seguita a vedersi Albano, 
il ponte delV Ariccia simile a vasto palazzo che due 
colli unisce, e Civita Lavina ossìa Civitas Lamivinat 
ove un drago si venerava spavento delle vergini (1). 
Se fosse vero, come è incerto, che a Monte Giove 
stava la metropoli de'volsci Corioli, bene per espu- 
gnarla, saccheggiarla ed arderla fu necessario il va- 
lore di Caio Marcio , essendo in luogo sublime e 
forte. La denominazione però di Monte Giove induce 
a credere che non sito di città fosse, bensì di tem- 
pio secondario o d'ara sacra a Giove in quella punta 
sporgente del monte laziale. 

Verso il XXV m. si allunga Valle lata , nome 
proprio a significarne l'estensione. Sul morbido tap- 
peto della sua tenuta Carroccelo a giacere invita il 
casale, cui la magnificenza del principe M. Antonia 
Borghese ai 21 aprile 1698 versò in due apparta- 
menti , con al primo piano fuga di camere parate 
a damaschi cremisi trinati d'oro, ad arazzi di Fian- 



(1) Eliano, [storia deffU animali Hb X e. i6: e Properzio lib. ly 
eleg. 8. 



42 

(Ira istoriati, e con tre sale al piano superiore pa- 
rate di bianco con baldacchino e trono ricamati di 
oro. Mirabile fu la ricchezza e sontuosità del ser- 
vizio o delle tavole consistente in più credenze d' 
argenti, ed alcuni piatii grandi indorati^ gran bacili 
rilevati a cisello, molta piattaria di cristallo di rocca, 
altra di porcellana con diversi piatti contornati di'fi- 
lagranate, o d'oro, o d'argento, ed alcuni con inca- 
stri di torchino ed altri di corallo, ed in molti trionfi 
di statue d'argento massiccio, che in mano tenevano 
vari fiori e frutti, o di piegatura, o di zuccaro, o di 
seta di fattura singolare, che nel ritorno del papa 
furono mutati con diversa apparenza , non inferiore 
alla meravigliosa maestria delle prime. Intorno all' 
improvvisato palazzo un anfiteatro girava con quat- 
tro alloggiamenti de' cavalleggeri , de' svizzeri , 
de' servitori , de'cortigiani , e de' vetturini ed al- 
tra gente avventizia , pei quali tutti fu corte ban- 
dita. In fondo all'anfiteatro innanzi a cinque monti 
di fieno si apriano le mangiatoie per 600 cavalli, che 
per l'abbondanza del nutrimento e la numerosa com- 
pagnia lietamente scalpicciavano, annitriavano. Ora a 
guardar la nudità di queste campagne li si fa pa- 
lese come il papa rimanesse abbagliato in credere 
permanente ciò che era provvisorio: poiché in una 
dispensa matrimoniale per donna Caterina della 
Cerda, sorella del duca di Medina viceré di Napoli, 
vi appose la data - In villa burghesiana Curroceti (1). 



(1) V. La relazione di un anonimo del viaggio di N. S. PP. 
Innocenzo XII fatto a Nettuno per ristaurare il porto d'Anzio il 
di 21 aprile 1698, esistente in un codice della brblioteca chigiana 
e riportata dal cav. Giov. Battista Rasi al num. V del sommario at 



43 

Lungo la via ho osservato frequenti strisce di 
grossi e lunghi rettili chiamati dai contadini regine. 
Il gran numero di essi, che vanno ivi brulicando, ha 
indotti gli antiquari a credere, esser questo campo 
il Solonium nel territorio lanuvino, ove racconta Ci- 
cerone (de divinatione lib- II. e. 31), ad focum an- 
gues nundinari (1) solent. 

Penetrati nella macchia, si crederebbe di trovarvi 
refrigerio al caldo meridiano: ma troncandosi ogni 
otto o nove anni e sterpandosi continuamente, niun 
rezzo può spandere sulla via , la quale rimane in 
preda della sabbia fìtta e polverosa. Ottima cosa sa- 
rebbe di non permettere il taglio delle due ultime 
file: si gioverebbero così dell'ombra i viandanti, e 
la rarezza e taglio delie piante rimanenti li segui- 
rebbe a rendere sicuri dagli assassini. Per quanto ò 
lunga la selva - Sol la cicala con noioso metro - Fra 
i densi rami del fronzuto stelo - Le valli, e i monti 
assorda, e '1 mare , e '1 cielo. - Ho detto anche il 
marcy poiché dove rareggian gli alberi si affacciava 
a noi di tanto in tanto la liquida superficie simi- 
gliante ad azzurra linea di montagne. Amenissimo 
ed incantevole fu l'apparire del Tirreno (2) in tutta 
la sua pienezza appiè di Porto d' Anzo , ove bat- 
teva con violenza i flutti , mentre il sole di luglio 



suo discorso istotieo sul porto e Urritorio di Anzio — Pesaro 
1832-33 dalla tipografia Nobili. 

(1) Quanto è laconico quel nundinari ( Esprime il concorso 
de'serpentì ai casolari, come di gente al mercato, quanto a dire in 
folla. 

(2) Esser questo il Tirreno sì prova colia testimonianza di Vir- 
gilio, Aen. lib. l,ch€ descrivendo la navigazione ^i Enea dalla Si- 



44 

verso le 11 pomeridiane mettea nella massima di- 
scordia i candidi casamenti del paese col cilestro 
colore marino. 

CAPITOLO II. 

PORTO d'anzio e contorni. 

Bramoso di rimirare il porto che tanta fama 
procacciò a questa spiaggia, m' indirizzai tosto alla 
lingua del paese che dentro mare avanza la darse- 
na, il fortino e la lanterna. Pervenuto all'estremità, 
mi posi ad osservare il porto costrutto dal ponte- 
fice Innocenzo XII, Senza discorrere il fine, Alessan- 
dro Zinaghi lo serrò coi moli e gli rivolse la bocca 
a levante in un largo seno, dove la corrente a suo 
bell'agio potendo aggirarsi dall'est all'ovest , solito 
moto del Mediterraneo (1), non vi fermava molto le 
arene che riversano da tutto il littorale i fiumi, i 
torrenti e le ripe. Appena formato questo porto che 
cosa avvenne? Il mare abbattendosi al cantone che fa 



cilia al capo Circeo sino al Tevere fa dire a Giunone: Gens inimica 
mihi tyrrhenutn navigai aequor. Livio lib. V porge la ragione di 
t«l nome: Tuscorum ante romanum imperium late terra marique 
opes paluere . . ■ Mari supero inferoque, quibus Italia insulae modo 
cingilur, quantum potuerinl, nomina sunl argumento: quod alterum 
tuscum communi vocabulo gentis , alterum adriaticum mare ab 
Adria tuscorum colonia vocavere Italiae gentes : — e Tolomeo : 
Italia termina a mezzogiorno colla spiaggia del mar Ligustico e 
Tirreno — V. pure Plinio lib. III. cap. 3. Strabone, e Polibio 
lib. II. 

(1) Mar escha], Relazione sul porto d'Anzio: riportata nel detto 
sommario del Rasi: Luigo le nostre coste del Mediterraneo vi è 
«Ita corrente regolata dall'est alCovest. 



45 

ìi molo orientale vi depositava un monte di arene, 
allungando così sempre la riva : indi nel trapasso 
che faceva all' imboccatura, traeva seco altri muc- 
chi, i quali, essendo il porto chiuso, doveano colà 
per necessaria conseguenza stagnare. Nulla valse il 
votarlo con macchine, l'allungare la punta orien- 
tale (1), il piantarvi un altro molettotchè anzi fu giuoco 
forza distruggerlo. Perciò dagl'intendenti si ritenne 
e tuttora si ritiene per la sua posizione, chiusura, 
e riflusso delle ondate, non già porto, ma vero ser- 
bafoio di arenCf per le quali è giunto a pescar soli 
dieci piedi d'acqua. E che cosa è questo miserabile re- 
cinto a paragone del porto cui s' appoggia , e che 
Nerone faceva verso il 60 dell'era volgare ? 

Scendesi dietro la lanterna in una vallata anch' 
essa già parte del porto, ricolma con un monte di 
arene pescate nel porto nuovo. Tranne questa parte, 
il porto ha sino un fondo di trentaquattro piedi: una 
bocca larga centonovanta braccia: uno spazio doppio 
del porto nuovo tuttora sgombro, dove l'ancora o 
pili ancore porrebbero tosto al sicuro anche nello 
stato presente qualche legno (non escluse le navi da 
guerra) che si trovasse ivi soqquadrato ed in peri- 
coloj giacché i frangenti del mare sui moli diruti ne 
scoprono con sicurezza la bocca franca (2). 



(1) Mareschal, ivi — • Il nuovo molo fu protratto da trenta canne 
colf idea di guadagnale un fondo maggiore. Ma il rimedio non 
avendo avuto altro effetto che di portare il molo un poco più lon^ 
tano, si formarono li medesimi depositi di arena tanto n«l porto, 
quanto nella sua imboccatura. 

(2) Rasi loc. cit. 



46 

Ora veniamone alla descrizione parziale. L'in- 
cognito architetto servendosi dell'acro/en'o, ossia pro- 
montorio, v' innestò il braccio del molo destro col- 
Tavvertenza di pria curvarlo, e poi prolungarlo quasi 
in linea retta contro i venti di traversia ostro e li- 
beccio. Allato, e non in mezzo alla bocca, le covine 
sott' acqua mostrarono a Nibby ed a Rasi I' imba- 
samento dell' isola. Alzava questa la sua torre a 
guisa de'palchi eretti nel campo Marzio pel funere 
de'principi imperiali, cioè molto adorni, ad ingressi 
aperti, ma restringentisi quanto più si avvicinavano 
al minimo, dove il faro nottetempo la sua face ad- 
ditava ai naviganti, e rischiarava l'interno del porto. 
Il braccio poi del molo sinistro, benché lo attac- 
casse alla terra fin presso la Caserma, Io protrasse 
però meno, gli fece descrivere una curva a greco, 
a levante , e ad ostro libeccio. Al Mareschal rac- 
contò un vecchio marinaio, che si vedea questo brac- 
cio munito di quattro bocchette turate nella costru- 
zion del porto nuovo, le quali eran trafori arcuati 
a fior d'acqua schiusi ad impedire il ristagno delle 
arene. All'angolo occidentale si scopre un avanzo 
rivestito di opera reticolata, ma laterizia nelle fa- 
sce, tutto coperto d'astraco: avanzo che ci dà l'idea 
della cortina mancante. Una commissione di anti- 
quari, preseduta dall' avv. Carlo Fea, in bella gior- 
nattty essendo il mare quieto e 'Z fondo chiaro, os- 
servò che una scogliera unita e slabile fermava il 
fondo del porto e la base de'moli, anzi sorprese una 
scafacela che, sotto protesto di caricar gli scogli ro- 
tolati dal mare, vandalicamente spezzava la scoglie- 
ra. Neil' interno un muro retto compouea sul brac- 



47 

ciò sinistro una divisione, che Cailo Fontana qua- 
lificò per darsena unitamente ad altro muro circo- 
lante verso il molo dritto. 

Per queste ed altre ragioni progettò il eh. Rasi 
al §. 130, di renderlo comunemente praticabile a 
belVagio senza clamorosi artifizi - se si riportasse ad 
una giusta elevazione t e si guarnisse con anelli di 
ferroy onde legarvi le gomene, il tratto di molo dal 
castello fino alla bocca, e un buon tratto delV altro 
molo dalla bocca al promontorio, affine di rendere co- 
spicua ai naviganti ed accessibile la bocca;- progettò - 
senza scossa del governo di usare del non lieve nw- 
mero de^galeotti che ivi ritrovansi . . La pozzolana, 
la pietra calcarea , e i sassi si hanno in poca di- 
stanza. - L'unica opposizione ragionata fatta al ri- 
pristinamento del porto consiste in un documento 
da me letto in originale a Roma all'officio del pro- 
to-notaio Damiani, via della Pedacchia n. 24.. Di- 
chiarano con esso 22 padroni di paranzelle da pe- 
sca, 19 padroni di legni mercantili, e 21 capitani di 
bastimenti mercantili - che quante volte si ricostruisse 
il porto neroniano, i bastimenti di qualunque porta- 
ta .. , nei tempi di mare agitato . . . preferireb- 
bero sempre il porto innocenziano, se fosse profondo. 
E ciò perchè in continuazione del capo d' Anzio - 
si avanza in mare sotC acqua una platea di fortiere 
sino alla distanza di oltre un miglio: nelle mareg- 
giate, quantunque non fortissime, le onde provenienti 
dalValto mare con i venti di fuori incontrando que- 
sta specie di scalinone^ s' innalzano istantaneamente 
in guisa da perdere il loro equilibrio e cadere fran- 
gendosi . . . le dette onde così sconvolte proseguendo 



48 
il loro viaggio verno il Udo, sono miovamenle frante^ 
sparlile e riversale dalla risacca prodotta dalle onde 
antecedenti, le quali avendo urtalo il capo che sporge 
in fuori e nei ruderi del porlo neroniano, tornano in- 
dietro. - Questo documeuto per qualche tempo ini 
è parso decisivo contro la rinnovazione del porto ; 
ma avendovi ben riflettuto sopra, mi sembra che in 
vece di nuocere giovi. Imperocché quel fortiere fa 
fede della sapienza degli antichi in fondare il porto 
nell'unico silo stabile della riviera, e spiega per qual 
cagione non siasi dopo tanti secoli interrato : che 
l'arene andandosi a posare nelle ripe quiete, sdruc- 
ciolano su quella platea, e gli urti del mare le bal- 
zano a ponente de'moli e del capo. E perchè, io dico, 
gli antichi alla bocca del porto alzavan V isola ? 
Perchè questa colle smisurate moli e pile che ne 
formavan l'aggere: — impaclos fluclus in immensum 
elidit et lollil. Vastus illic fragor, canumque circa ma- 
re ■- come prescrive Plinio lib. VI. ep. 31. Ora non 
era necessario il venirci una turba di piloti ad am- 
monire del pericolo de' legni - fra quegli dannosis- 
simi urti. - Poteano invece studiare il sito , dove 
entravano nelle fauci le navi romane, e dove se il 
porto si ricostruirà dovrebbero entrar le nostre. 
Lo insegna loro l' ispettor direttore Linotte al rium. 
33 del Somm. del discorso di Rasi: - Quando non 
esisteva Vattuale braccio del molo innocenziano, pote- 
vano i bastimenti a remi o a vela in un tempo an- 
che burrascoso venire con la bordala nel seno di mare 
che ora forma il porlo moderno, ove trovavano la 
calma, e così con ogni sicurezza introdursi per la 
bocca del porto antico. - Sarebbe indispensabile di- 



49 

struggere i moli dell' innocenziano, giudicati sem- 
pre all'altro dannosi. Inoltre il Rasi ci ha lasciata me- 
moria di un fatto, cioè che - nei giorni 3 e à- di 
novembre (1825) vi si rifugiarono effettivamente, piiU- 
tostochè nel porto nuovo, cinque feluche napolilane a 
cagione di un fortunale di libeccio. 

Descritto il porto, è conveniente esaminarne gli 
accessorii oltre ogni dire magnifici. Vedesi il porto 
appoggiato all' acroterio. Essendo questo un masso 
di macco, sorta di pietra arenaria fragilissima , ne 
trasse l'architetto partito, vi aprì inferiormente tutte 
critte, le quali munì co'sussi estratti uniti ai mat- 
toni. Inoltre vi fabbricò portici con colonne, emicicli 
per riposarsi, scalee per scendere, celle con bagna- 
role, fabbriche tutte che, oltre una profonda cloaca, 
si ravvisano a colpo d'occhio da qualunque pratico. 
Sono specialmente osservabili alla punta occidentale 
tre androni detti Arco Muto per la luce ivi tacente: 
il medio, ora interrotto, girava intorno al vasto seno 
dietro il promontorio. Finalmente a maggior sicu- 
rezza su tutto il fabbricato venne murata una cre- 
pidine. Alcune colonne e capitelli giacciono presso 
la batteria. In questa spianata esistono varie tracce 
di fabbriche: un canale, le nicchie, i resti dell' a- 
straco che le copriva, le qualificano per bagni. In 
una forra di colle verso occidente scendesi ad un 
copioso fontanile ; non lungi alla Torre di Caldano 
vide Ligorio (1) un acquedotto diretto all' acque 
caldane, così dal loro calore denominate: e tornando 
indietro presso la batteria segue un muiaglione di 



(1) Lig. V. Caldane- 

G.A.T.CXLIII. 



50 

acquedotto. Indizi sicuri son questi della gran quan- 
tità d'acqua raccolta ad uso del porto e della villa (1). 
Sceso verso la strada romana, ho osservato alcuni 
massi di sostmzione, detti ciclopei. Presso la caserma 
alcune ruine da monsig. Bianchini (2), che le vide in 
più buon essere, e da Nibby furono stimate com- 
ponenti un teatro: altri le credono avanzi di un cir- 
co. Alla villa fatta costruire nel 174-3 dal card. Ne- 
reo Corsini nipote di Clemente XII , e nel 1820 
venduta al cav. Mencacci, ravvisai tra i ruderi un 
beiremiciclo ove gli antichi si assideano a discor- 
rere, meditare, leggere , o a numerar i flutti. Su- 
perato un clivo erboso mi sono avanzato alla dire- 
zione delle vicjnacce; e ben presto mi si sono af- 
facciati gli archi di un acquedotto dividersi in due 
rami, all'est, ossia alla direzione delle ville Albani, 
Aldobrandini e Borghese , ed al sud ossia verso il 
porto. Più a basso quattro celle aperte nel masso, 



(1) La moltìplicità di questi scoli, il rivo Cacamele e due altri 
per la via di Nettuno ad Astura provenienti tutti dalla catena 
delle pendici Albane, mi rendono perplesso a quale debbasi attri- 
buire il nome di Loracina menzionato da Livio lib. XLllI, sapen- 
dosi che i latini come i greci chiamavan fiume ogni ruscello che 
pérenne fluisse, senza riguardo al maggiore o minor volume. Il 
passo di Livio è '1 seguente, degno di non venire ignorato anche 
per la notizia di un insigne acquedotto che non si riconosce, e dei 
fano di Esculapio: Lucrctium tribuni plebis ab^entem concionibus 
adsiduis lacerabant, quvm reipublicae causa abesse excusarelur. 
Sed eum adeo vicina etìam inexplorata erant, ut is eo tempore in 
agro suo antiati esset: aquamque ex manubiis Jntium ex flumine 
Loracinae ducerei. Id opus CXXX mìllibus aereis locasse dicitur. 
Tabulis quoque pictis ex praeda fanum Jesculapii exornavit. 

(2) Camera ed iscrizioni sepolcrali de'Uberti ecc. della casa di 
Augusto. Roma, Salvioni 1727. 



51 

intonacnte fi con tinte di colori, hanno 1' idea d'un 
sepolcro. Un contadino mi ha condotto per viottoli 
tracciati evidentemente sopra vie antiche alla con- 
trada s. Biagio, che serba vestigie di grandi mura: 
indi più di un miglio lungi da Nettuno al nord ad 
un' imponente reliquia d'insigne sepolcro nominato 
per la sua figura il Torrazzo. Di ritorno siamo usciti 
alla via romana allato ad una voragine cavata nella 
rupe e tutta di frondi rivestita. Siccome vi si è ri- 
conosciuto un canale che guidava al mare le acquee; 
perciò si crede un vivaio, in cui la ghiottornia dei 
romani manteneva i più delicati pesci. Salito alla 
villa Borghese Aldobrandini, ne ho ammirato il bello 
aspetto e la magnificenza. Oh come in quelle ore 
brucianti mi arrecavano refrigerio e freschezza le 
ombre secolari del bosco! Questa villa è degno al- 
bergo de'principi che dal 1831 sono possessori di 
Anzio e Nettuno per compra fattane dalla R. C. A. 
Si compone oggidì delle due ville Coslaguti e Doria 
Pamfili. Gli scavi han date prove evidenti che da 
questo lato ricchi e nobili edifizi accoglievano una 
lussureggiante e numerosa popolazione. Sotto strada 
emerge la rupe tagliata a picco qual muro turrito 
di città: numerose cloache là sboccavano. 

Verificate le ruine per la circonferenza di circa 
dieci miglia, includendovi il porto, la lunga gita, i 
latrati dello stomaco e più gli ardori del sole mi 
hanno persuaso a tornare ad Anzo. Le c;ise di questo 
paese si vanno in vaga mostra allineando lungo la 
spiaggia del porto nuovo. Una magnifica fontana 
attesta che Innocenzo XIl fu - De naviganlium in- 
colnmitate sellicitus - arce condita porta extructo: - 



52 

aquis per ardua deducth - fonte excitato. Il palazzo 
Albani è di buona architettura, ed ha annessa la villa. 
Un palazzo appartiene alla R. camera apostolica. 
La nuova chiesa de'ss- Antonio e Pio V sì deve alla 
munificenza del regnante pontefice. Allorché in que- 
st'anno Sua Santità vennevi a celebrar messa la prima 
volta, assistevano alla funzione il sovrano delle due 
Sicilie Ferdinando II co* tre reali suoi figli, l'Emo 
Antonelli segretario di stato, l'Emo Roberti presi- 
dente di Roma e Comarca, e monsig. Milesi mini- 
stro del commercio e de'lavori pubblici Ad acco- 
gliere la folla de' forestieri, che vengono a giovarsi 
dell' acque marine , compariscono locande novelle ; 
caffè e bigliardi vi spesseggiano; in somma questo 
comune cammina per le vie della grandezza a gran 
passi. Cosa fosse primachè i papi gli volgessero l'at- 
tenzione si apprende gettando gli occhi alle fosche 
capanne che dietro le case s'aggruppano. Che riot- 
tenga in avvenire il nome di città, ce lo assicura 
il porto da ripristinarsi, il fascino irresistibile ch'e- 
sercita su chiunque Io visiti, la vicinanza alla ca- 
pitale, e l'aria ottima che vi si respira fuor del mese 
di ottobre, quando la inumidiscono l'acque autun- 
nali e l'esalazioni de'prati circostanti. 

Mi diedi a riflettere sulle vedute cose, facendo 
a me stesso le seguenti interrogazioni: 

1. Dov'era Anzio oppido , città opulentissima, 
tra i volsci primaria, indi colonia romana ? 

Dalle autorità accumulate in nota si fa evidente, 
che la città propriamente detta era in sito elevato, 



53 

rim[>osta sulle rupi (1), cinta di muia (2), ed un 
poco distante dal porto, benché lungo il mare (3). 
Esaminando i luoghi nella periferia di circa 10 miglia, 
li ho rinvenuti in piano interrotto da spesse altuie, 
delle quali i punti culminanti sono il promontorio, 
il casino Mencacci, e la villa Borghese. La molti- 
plicità delle cloache dirette al mare , il sito emi- 
nente dove a poca profondità di suolo fende colle 
radici degli alberi la rupe, il non stare sul porto, 
mi hanno indotto a congetturare nella villa Bor- 
ghese il sito dell'oppido primitivo. Siccome però la 
colonia romana era grandissima, abbracciando la reg- 
gia ove sarà nato Caligola e Nerone (4) , il foro , 
la biblioteca (5), i portici pubblici che un liberto 
di Nerone dando il dono {munus) de'gladiatori rive- 
stì di pitture rappresentanti le vere immagini de'"-la- 
diatori e di tutti i ministri (6), e i molti edifici men- 



(1) Strabone , Geogr lib. V. Segue Anzio città anch' essa 
importuosa, rimpasta sulle rupi, distante da Ostia stadii circa .... 
del resto dedicata all'ozio de'principi e vacanza dalle civili occu- 
pazioni: perciò di magnifici e splendidi edifici e piena a riceverli, 
quando vi si ritirano. 

(2) Tit. Liv. lib. VI. Animus ducis rei maiori , Anito im- 
minebat; id caput volscorum-. sed nisi magno adparatu, tormentis 
machinisqne tam valida urbs capi non poterai. E Svet. in Ner. 
lieversus (Nero) e Graecia Neapolim , quod in ea primum artem 
protulcrat, alhis equis introni, disiect parte muri, ut mos hieroni- 
carum est. Similiter adiit Antium, inde Albanum, inde Romam. 

(3) Filostrato-, Vita di Apollonio. È Anzio una città d'Ita- 
lia, lungo il mare posta Liv. Lib. V. Jntium propinquam , op- 
portunam et mantimam urbem. 

('*) V. Svet. in Caligol. e in Ner., e Tacit. Annal. \h. XV. 

(5) Cic. lib. 2. epist. ad Atlic- - Itaque ani libris me de- 
lecto, quorum habco Antii feslivam copiam. 

(6) Pliii. Hist. Nat. lib. XXXV e. 33. 



54 

zionati da Strabene , finche non sì facciano scavi 
regolari nemmeno le sorti anziatine ne scoprireb- 
bero il circuito. 

2. A proposito delle sorti anziatine, ov'era, do- 
mandavo a me stesso, il Tempio della Fortuna ? Gli 
scrittori noi pongono Anlii, ma apnd Anliuin (i). Lo 
eresse adunque fuor delle porte il devoto popolo che 
si arricchiva colla pirateria e col commercio, di cui 
fei dice: Fortuna e dormi: e che se scampava dalle 
procelle, anche Io attribuiva a quella comoda dea 
in antiche lapidi appellata Reduce^ in altre qui sca- 
vate Felice f Forte (2), a seconda de'casi occorsi ai 
votanti. Tacito, Annal. lib. IH ci dà la notizia che 
la chiamavano equestre. La convenienza, per esser 
il sito visibile in allo mare: una moneta con due fi- 
gure scoperta sul Porlo Neroniaiio coH'iscrizione (3): 
Q. RVS TIVS FORTVNAE ANTLVT: e nel rovescio: 
CAESARl AVGVSTO EX SC : ma più di tutto le 
crepidini, e le colonne e capitelli ivi giacenti, han- 
no persuaso, che il tempio elevarsi dovea presso al- 
la Batteria^ proprio in vetta del promontorio. Che 
vi potesse essere e che forse convenisse il luogo, noi 
nego; che poi vi fosse, noi so, ne senza rivelazione 
altri può giurarlo. Egli è però certo che fu scava- 
to ne'dintorni un marmo con iscrizione: FORTVNIS 
ANTiATlRVS - M. ANTONIVS RVFVS AXIVS - 
DAMASCO - SENATVS DECRETO DICAYiT (4): 

(1) Tacil. Annal. lib. III. Macrob. Saturn. lib. I. cap. 13 

(2) Ligor. V. Phagone, e Fabretti Inscript. p: 632. 

(3) Griiler. Inscript. p. 72. 

(4) Horat. lib. I. Od. XXXV. O diva, graluvi quae regis 
^ntium. 



55 

che era il tempio primario d'Anzio (1): che gli ap- 
parteneva un tesoro preso ad imprestito e profana- 
to da' Augusto erogandolo in guerre civili (2). Con- 
sultata la gemina Fortuna, rispondea o per oracula 
uscenti dalla bocca de'simulacri (3), o per sortes quae 
Fortimae monilu pueri mcuiu miscentur atque ducuti' 
tur. 

Sulla cima del promontorio, su cui poi sorse 
una villa rorfiana, esser dovea Cenone, giacché es- 
sendo stato un Oppidulo MariUimo posto alla dif»;- 
sa dell' arsenale e aulico porto della flotta Anzia- 
te (4) , non pò tèa stare altrove se non sul Capo 
cui appoggiò il suo porto Nerone , Capo che solo 
fino al Circeo nalurahnenle si prestava al ricovero 
delle grosse navi ossia ad un vero porto. 

3. Che diremo fuialinente del celebre tempietto 
sacro ad esculapio ? L'autore De viris Illuslribus nar- 
ra , che i romani in tempo di peste ad Esculapio 
in Epidauro mandaron legati. 1 quali essendo là ve- 
nuti, e mirando al grande simulacro, un serpente, 
saltato dalla sua sede, venerabile non orribile per 
mezzo alla città con ammirazione di tutti strisciò 
alla nave de' Romani. I legati trasportando il dio 
pervennero ad Anzio ove per la mollezza del mare 



(1) Appian. Civil. Bell. lib. V. Cicsar e templis penunias mu- 
tuo accipiehat: ut liomae ex cnpit.tUo, tum Anlii, Lanuvii, Ne- 
more, Tibure; in quibus oppidis hodie quoque sunt copioni thesauvi 
sacrarum pecuniarum. 

(2) Macrob. Satiiriialior. lib. 1. e. 23 Ut videmus apud 
Antium promoveri simulacra fortunarum ad dpinda responso. 

("ì) Cic. lib. 2 de divinai 

(4) Leggasi in Dionisio Alic. il racconto delia presa di Ce- 
none al lib. Vili. 



I 



5G 

corse il! prossimo [ano di Esculaino: e dopo pochi 
giorni ritorno aila nave. Valerio Massimo , lib. 1 
cap. 8, vi aggiunge la circostanza, che guizzato nel 
vestibolo del tempietto di Esculapio diffuso di mirto 
e rami frequenti, s'avviticchiò alla palma sopremi- 
nente e d'eccelsa altezza, e per tre giorni non ci- 
bossi a gran tirtiore de' legati che non volesse re- 
stituirsi alla trireme , come poi fece per navigare, 
sino all'isola tiberina. Queste notizie* e '1 verso di 
Ovidio, Metani, lib. XV, Tempia parenlis {\) init (la- 
vnm tangentia lilus, additano l'edicola di Esculapio 
sul maie jirossimo al porto. 

La confusione, in cui si trovano gli antiquari 
per la topografìa degli edifici anziati, fa sperare che 
il nostro governo terminati gli scavi d'Ostia rivol- 
gfiialli a queste contrade. Lo scoprimento della piii 
beila sfama deW antichità, L'APOLLO DI BELVEDE- 
RE ; del GLADIATORE BORGHESLXNO ora esi- 
stente a Pai'igi; e quelle, che arricchirono il museo 
del card. Alessandro Albani, rappresentanti Giove , 
Pallade; le altre di Cibele, di Berenice, di un pa- 
store, raccolte nella sua villa fuor di porta s. Pan- 
crazie dai pamfìii , due busti superbi di Adriano e 
Settimio Severo, la celebre lapide amiate (2), il nu- 



(1) Qui non so come Ovidio la cliiaini ili A])oHo contro la 
verità storica. 

(2) Ada la serie de'maestri de' ludi. V. Bianchini Ice. cit. 
Non è da confondersi «luesla lapirle coli' altra di cui parla il me- 
desimo Bianchini TH'ìVEpistola de lapide antiati ( Romae de Ru- 
beis 16'.>S). Fu quest'ultima scoperta da scavatori nel decembre 
del 1697 (iiiaiido distruggevano antiqua rudera , quae ex ruinis 
aedificiorum congeruniur, ut in materiam cedant pilarum, ac na- 



57 
mero di Q. Ruscio (1), e cenlo {tltie scoperte, e più 
Ja certezza di essere stata questa spiaggia il paradiso 
degV imperatori da x4ugusto e Costantino, ci assicu- 
rano che le viscere del suolo dal porto alle ville 
Mencacci, Albani, Aldohrandini e Borghese, la con- 
trada s. Biagio e i prati che menano alle vignaeco, 
sono gravide di monumenti e capolavori d'arte. 



valis illius, guod principis providenda restitvtt { Bianchini, ivi ) , 
Consisteva in un IVammento di giallo antico impiegato nel pavi- 
mento di splendida opera , erto circa tre once e colia suj^erficie 
diligentemente levigata. ÌNel rovescio era rozza, ma segnata con 
due lacune impiombate. In una si trovò scolpita la testa di Adria- 
no in età giovanile, come si rilevò dall' iscrizione in giro dispo- 
sta: HADRIANVS ARGVSTVS. Nell'altra si leggea L."cOC. Se 
Bianchini seguendo il costume degli altri Scrittori di Anzio non 
CI avesse defraudala la conoscenza del sito ove si rinvenne, tate 
marmo, e non si fosse spiegalo colle parole troppo generiche li, 
Porlu Anliati , avressimo potuto il sito precisare della Reggia e 
villa tanto prediletta ne'primi anni del sno regno da quell' impe- 
ratore, il quale al dire di Sparziano n. 19 , Cum opera nbiqiic 
infinita fecisset , nimquam Ipse, nisi in Traiani patris tempio , 
«ornen &UMm scripsit «. Perciò il lodato monsignor Bianchini opi- 
nava che un Lucio Cocceio architetto per eternare il nome pio 
prio (use di soppiatto 1' immagine di Adriano e quelle porlie let- 
tere nascondendole sotto il pavimento. 

(1) Questo nummo argenteo è pregevolissimo. Ha in fronte 
il gemino ritratto della fortuna coli' iscrizione in giro O RV 
STIVS FORTVNAE ANTIAT, e nel rovescio CAESARI AVGNSTO 
EX se. Nel mezzo ha scritto FORRE ossia FORTVNAE RFDVCr. 
Le quali parole ci danno a conoscere essere stato battuto o (|uando 
Augusto determinò di partire contro i Britanni, per la qua! cir- 
costanza usci il beli' inno di Orazio lib. I. Od. 35 O Diva eie, 
o più probabilmente quando il senato e '1 popolo facea v<.(i e 
iibamenti pel ritorno dell'imperatore dalle Galiie, come eaulò lo 
stesso poeta all'Ode V. lib, IV. Dicis or te bonis. 



58 
CAPITOLO III. 

Passeggiata in Mare, e Memorie. 

Nel silenzio della notte meditavo assiso sul molo, 
allorché vogare vidi una barchetta alla mia volta, 
chiamato il barcaruolo, presso mia richiesta entrar 
mi fece nel battello, o coi retni nelle incallite mani 
volse la faccia abbronzata verso di me, aspettando 
un cenno per dove io aggirar mi volea. Ordinato- 
gli di seguitare a rilento le punte e 'I seno deirantico 
porto, si diede subito a scagliar i remi a regolari 
battute. D'una pienissima luna ogni stella gelosa di 
scomparire al paragone, abbandonati le avea i de- 
serti del cielo; ed ella riverberava in liste l'argento 
del suo carro sul Tirreno che inci-espato dal soffio 
di Favonio mettea frizzi e brilli di luce. Ma i miei 
pensieri non eran quella sera diretti alla pompa del 
firmamento, né all' imponente spettacolo della ma- 
rina, sì bene alle memorie che la vista de' ruderi, 
e della spiaggia mi ridestava. 

Anlium era città dei volsci, fondata, secondo Ze- 
nagora, da Av^su od Avzziot figlio di Circe ed Ulis- 
se (1), ossia, come io spiego, da una colonia greca, 
e dagli abitanti del promontorio Circeo. E ben quel 
promonlorio oggi detto di s. Felice al chiaro di luna 
mi era additato dal barcaruolo cadere grosso e ri- 
ciso nel mare. Allora sembrommi vedervi assisa sul 
più alto ciglione la figlia del sole aprir le labbra a 



(1) Dioiiis. lih. I, cap. 72, 



59 

voluttuoso canto, mentre di ninfe una turba accen- 
dea per la scogliera l'odoroso cedro, felice inganno 
ai naviganti, « Hinc exaudiri gemitus iraeque leonuin, 
Vincla recusantum, et sera sub nocte rudentum, - 
Setigerique sues, atque in praesepibus ursi - Sae- 
vire, ac formae magnorurn ululare luporuìn, - Quos 
hoininum ex facie dea saeva potentibus herbis - In- 
duerat Circe in vultus ac terga ferarum (1) ». 

Stagioni di lungo e ricco commercio, ovvero di 
fortunata pirateria sulle coste siculo e greche (2), 
passar dovettero per Anzio prima che Roma sotto 
1' ultimo Tarquinio rompesse ai volsci una guerra 
duratura per due secoli. In questo periodo coriolano 
suir imbrunir della sera in volgare arnese, taciturno 
e intrepido, andò a sedersi al focolare di Tulio Au- 
fidio, personaggio ohe per ricchezza, per valore e per 
cospicui natali era come re fra tulli i volsci lenu- 
to (3). Al quale aperto l'esule il disegno d' ire ad 
assediare Roma , non solo da quel suo più crudo 
nemico ottenne amistà, ma divennegli collega nel 
capitanar l'esercito. Tutto cadde in potere de'volsci 
da sì egregio duce diretti : e se. le preghiere della 
madre noi vinceano, il pellegrino mirando le ruine 
di Roma detto avrebbe: - Città distrutta da un of- 
feso cittadino ! - Invece ricondotto da Coriolano ad 
Anzio l'esercito, chi sa quanti rammarichi egli sof- 
frì ai rimproveri fatti dai volsci di non essere stato 
buon cittadino né della prima nò della nuova pa- 



(1) Virg. Aeneid. lib. V. 

(2) V. Dionis. e Strab. 

(3) Plutarco in Coriol. traci, del Pompei. 



()0 
tria; avendole danneggiate ambedue. E chi sa quante 
volte il prode avrà errato sul lito desiando la morte, 
che si dice da Plutarco fosse violenta ! Ma de'grandi 
uomini le debolezze dopo morte scusa e deplora 
il popolo : onde non fa meraviglia se i volsci lo 
piansero ben tosto concorrendo dalle città al di lui 
cadavere, seppellendolo orrevolmente, e adornandone 
la sepoltura di armi e di spoglie, siccome quella di 
un combattente e capitano di sommo valore (1). 

Nel 287 di R. il console Tito Numicio Prisco, 
rotti i volsci, s' impadronì di Cenone, porto arse- 
nale e piccolo oppido degli anziati, distrusse le mura 
e i ricettacoli delle navi (2). L'anno seguente An- 
zio stesso fu preso dal console Tito Quinzio. Pii- 
bellalosi nel 371, il 380 lo costrinse alla resa. Nel 
412 fu centro della famosa lega latina. Ioga di la- 
tini, volsci e sanniti, popoli bellicosi e schivi, sde- 
gnanti il nome di servi romani. Ma non tutte le 
nobili intraprese sortono lieto fine. Infatti dopo la 
disfatta tutte le navi furon portate nelTarsenale di 
Roma, alcune incendiale dopo averne tolti i rostri 
posti, ad eterna ignominia, all'arringo del foro ; fu 
dedotta ad Anzio una colonia, della quale fecero per 
somma grazia parte i volsci ; la comune [)roprietà 
dal mare s' interdisse agli anziati (3). 

Dopoché le bande sannitiche (i) di Mario sac- 
cheggiarono Anzio, una nuova erasi schiuse per que- 



(1) Plularco ivi. 

(2) Dioiiis. hb. Vili. 
(:5) Liv. lib. IV. 

CO Sn-:iL. lib. V .\|ìj>i.iii. lib. -1. 



61 

sta spiaggia, era di feste , lusso, lascivie e puzzie. 
Si convertì il territorio in ville splendidissime, ove 
Augusto dimorava quando l'adulazionelo intitolò padre 
della patria (1): ove nato Caligola tanto ne amava il 
soggiorno, che dichiararlo volea sede delì'impero (2), 
ed in riconoscenza le sorti anziatine indarno lo am- 
monirono che si guardasse da Cassio (Cherea) (3). 
Natovi Nerone vi costruì un porto operis sumplito- 
sissimi{i), \ì rusticava quando le fiamme arsero la 
capitale: gettata a terra parte delle mura, entrò in 
Anzio colla pompa ieronica su cocchio tirato da 
candidi cavalli; vi dedusse una nuova colonia di ve- 
terani (5). Qui certo fu '1 teatro delle turpitudini di 
Agrippina sua madre che a ritenere il fuggente fa- 
vore non vergognavasi, adorna e parata all'incesto, 
offrirsi a lui, riscaldato dal vino e dalle vivande dal 
meriggio a mezza notte ! Qui d'indicibile gaudio Io 
ricolmava la nascita della figlia di Poppea", onde il 
senato decretò che si dessero apud Anlium i liidi 
circensi: ma dentro il quarto mese la morte cessò i 
noiosi vagiti della bambina idolatrata (6). Non ces- 
sarono però mai le -splendidezze e i divertimenti, i 
lupanari d' illustri femmine ripieni, i conviti su navi 



(1) Svet. in Octav. Aug. 

(2) Svet. in Calig. Praesertìm cum Caius Antium, omnibus 
semper locis atque secessibus praelatum , non aliter quam natale 
solum dilexerih tradaturque etìam sedem ac domicilium impeni tac- 
dio urbis transferre eo destinasse 

(3) II medesimo, ivi. 

(4) Il medesiino in Ner. 

(o) Tacito. Annal, lib. XIV, e. 2". 
(6) Tacit lib. XV. e. 23. 



62 

d' oro e avorio distinte; quando le tenebre cadeano, 
la reggia, i boschi, e i giardini brillavan sempre di 
lumi; all' innocente gorgheggio degli uccelli da terre 
diverse raccolti rispondean sempre osceni canti (I). 

Scontate' Nerone col suo sangue cotesto igno- 
minie, si legge che Domiziano si divertiva ad im- 
boccare i simulacri della Fortuna (2), e che l'otti- 
mo Adriano prediligeva Anzio più d'ogni altra cit- 
tà d'Italia. In quel tempo i filosofi seguaci di A- 
pollonio Tianeo eran venuti a stabilirsi in Anzio, che 
resero celebre per avervi sospeso un libercolo au- 
tografo dello stesso maestro (3). Antonino Pio for- 
nì Anzio di un acquedotto (4). Settimio Severo lo fre- 
quentava coi figli (5). 

Dal secolo HI al VI dell'E. V. sappiamo , es- 
sersi qui propagata la rehgion cristiana , alla cu- 
ra de'fedeli vegliava un vescovo che trasferì poi la 
sede in Albano. Quando nel 537 Viiige s'impadroniva 
di Porto, le navide'romani gettavan l'ancora presso 
Anzio (6). Se in quell'epoca l'ingordigia de'goti, il 
che non mi par verosimile, non distrusse la città e 
saccheggiò le fìorentissime ville, non scampò certa- 
mente da' saraceni che infestarono la spiaggia ro- 
mana dal secolo IX al X. È verosimile che oltre 



(1) Tacit. lib. XV. e. 37. 

(2) Marziale lib. V. epigp 1, . Si'u tua faliclicac discunl re- 
sponsa sorores Plana snburbani qua cubàt untla freti •. 

(3) Filostr- in Apoilon. e. J2 e 20. 

(4) Capìlolino in Anton, e. 8. 

(5) Erodiano lib. III. e. d 3. 

(6) Prooopio, Guerra gotica lib. I. e 26. 



63 
all'abbandono e all' ira degli elementi siasi aggiunta 
l'opera degl'indigeni prima di ripararsi ai monti in 
demolire il porto, onde non invitasse i barbari ad 
annidarvisi. Il popolo di Nettuno, di cui non si co- 
nosce se l'origine sia volsca , greca, o saracena , 
dovette sempre nutrire una grande rassegnazione , 
dissimulando e bravando il timore de'pirati e tur- 
chi: timore durato sino a giorni nostri. 

Sanguinosa scena di guerra civile nel 1378 qui 
aprirono i veneziani e i genovesi, che de'mari la ti- 
rannia per tanto volger di secoli si disputarono; e 
benché il Tirreno stesso inorridisse , e col fracasso 
e sconvolgimento de' flutti tentasse disgiungere i na- 
vigli, nondin)eno impedire non potò che guerrieri 
d'una medesima lingua e d' una medesima terra si 
trucidassero con siffatto ardore, che sprezzanti il fu- 
riar dell'onjde, si vennero in alto ad azzuffare, sic- 
ché le galere perdenti trovatesi lungi dal porto e 
pressate dalle nemiche e dalla tempesta andarono 
a rompere sulla spiaggia. Così nella semplice fa- 
vella delle cronache racconta le circostanze Daniele 
Chinazzo (l):«Genovesi, avendo armate in quel tempo 
dieci galere, gli diedero per capitano Luigi del Fie- 
sco, e portavano gente e danari per fornir le loro 
galere che erano a Costantinopoli, che avevano pa- 
tito gran danno. Et inteso i danni che faceva il 
Pisani in quella riviera, vedendosi haver gente assai, 
si risolse di combatter con lui; e trovatisi in spiag- 
gia romana a capo d'Anzo, seguì tra loro un hor- 



(i) Guerra di Chioza edita dal Muratori. Rer. Italie- Script- 
Tom. XF. pag. 714. 



64 

l'ibile battaglia; e perchè era gran pioggia e for- 
tuna di mare, si ritrovaiono aver solamente nove 
galere per parte. E dopo vario successo restò su- 
periore il Pisani , avendo preso cinque galere ge- 
novesi con tutte le ciurme insieme col capitano , 
et un altra galera diede a terra : ma salvatisi gli 
huomini, restò in mano deVeneziani, la quale con 
l'altre prese furono brugiate, eccetto quella del ca- 
pitano, la qual fu mandata a Venezia con lui e con 
li gentilhuomini genovesi, e quattro galere per 
scorta. E questo conflitto seguì nel mese di luglio 
1378. Morirono de' genovesi 500 persone, et anco 
molti veneziani, tra quali Zaccharia Ghisi patron di 
galera , e furono trovati nelle galere de' genovesi 
molti argenti, e danari assai ». 

Nel 1481 questa spiaggia vide la fuga del fiero 
duca di Calabria sconfitto dal Malatesta nella vicina 
tenuta ch'ebbe allora il nome di Campo morto. 
)) El papa (così narra Antonio de Herrera (1) a pag. 
157 anno 1481) avia recebido por general de su 
esercito contra el duque de Calabria Roberto Ma- 
latesta senor de Rimini. Y aviendo ydo a buscar al 
duque, que era muy inferior en fuer^as, se toparon 
junto a Netuno en Campana de Roma. Y avia pe- 
dido el duque a su padre, que le embiasse gente 
para reforoar el esercito que era muy inferior. Y 
viendo que le avian da tornar los pasos , con so- 



li) Comenlarios de los hechos de los espanoles, franceses , y 
veuecianos en Italia, y de otras republicas, polentados, principe* 
y capltanos famosos ilalianos desde el ano de 1281 basta el de 
1539. Madrid por Juan Del^jado ano 1624. 



f 



65 

brado animo dio la batalla, y la perdio, aviendo he- 
cho prueva de gran capitan, y quedàra preso sino 
le salvàran los turcos que tenia en su campo. Y 
presto murio Malatesta del trabajo de la batalla ». 

Lo stesso autore nel 1556 riferisce: « Los fran- 
ceses con algunas galeras fueron à ganar à Netuno, 
lugar en la marina de Marcantonio CoIona, porque 
importava mucho: pero no le pudieron tomar «. 

Finalmente gì' inglesi nel 1811 si divertirono 
ad abbattere la torre d'Anzo difesa da pochi sì ma 
ardili cannonieri. Innocenzo X 1' avea posta dov' è 
ora la batteria, in guardia delle coste contro i pi- 
rati e per tutela contro la peste: niente valeva per 
fortificazioni militari. 

Ruminato per la mente quest' ultimo fatto , il 
barcaruolo era rientrato nel porto nuovo, e mi rac- 
contava la festa fatta a dì 30 giugno e 1 luglio 
prossimo passato al regnante sommo pontefice Pio IX, 
quando vi ha avuto un convegno col sovrano delle 
due Sicilie Ferdinando II. Il popolo de'dintorni per- 
suaso della brillante fortuna che gli apparecchie- 
rebbe un porto sicuro, della necessità di questo pei 
naviganti (1), e delle produzioni del suolo in cereali, 



(1) Linotte loc. cit. §. 2: I bastimenti che trovansi fra lo 
shocco del'Tevere ed il capo Circeo e nelle alture di capo d^ Anzio, 
difficilmente possono reggersi al sopravv<!nto,e sostener la deriva per 
rifugiarsi nel porto di Civitavecchia (circa 80 miglia di mare di- 
stante) senza essere trasportati in secco sulla spiaggia romana con 
sicuro naufragio , e tanto meno possono superare il capo Circeo 
per rifugiarsi nel porto di Gaeta, per cui tante volte sono periti 
i legni anche nella spiaggia fra Nettuno e Asturu, sebbene vi sia 
il moderno porlo innoccnziano di Anzio. 

(J A.T CXLIII. 5 



66 

vino, ed in legname da costriizione navale, legname 
da fusli di botti, legna da fuoco e caibone, di cui 
fassi continuo commeicio con Napoli, accalcato sulle 
live un grido unanime airaiiioioso^ principe alzava 
a domandargli : S. P. UN PORTO. Ed il pon- 
tefice con dolce sorriso accondiscendeva all'utile ri- 
chiesta, assicurando la moltitudine che tale speranza 
non andrebbe fallita, e che ne' suoi pensieri avea de- 
cretata la felicità di Anzio, cui ad arra di tal pro- 
messa erigeva in comune, diversificandolo da Net- 
tuno. Gli annunzi non ha guari pubblicati nella parte 
officiale dal giornale di Roma provarono, che il no- 
stro sovrano attiene più di quello che gli si chiede. 
Accordò infatti alla società anonima della strada fer- 
rata da Roma a Frascati di poter continuare la li- 
nea a guide di ferro da Frascati a porto d'z\nzo , 
e di presentar disegni per la rinnovazione del porto. 
In questo modo quando la società Casavaldés e com- 
pagni avrà attivata la strada ferrata da Civitavec- 
chia a Roma, Ancona, e Bologna, fra non molti anni 
potrem vedere la nostia patria Roma divenuta non 
solo regina, ma per quattro porli e due mari Yum- 
bilico della terra. La natura, che di ubertoso terri- 
torio e di centrale situazione le fé dono, non mi- 
rerà più i suoi tesori negletti dal commercio , e 
preferiti siti ingrati e fuor di mano al vero Eden 
e centro d' Italia 



67 
CAPITOLO JV. 

Navigazione ad Astura, e ritorno per terra 
A Nettuno. 

Sonavan le quattro del mattino, quando il ma- 
rinaio della passata sera venne a destarmi ; che al 
porto mi attendeano quattro compagni. Ma non so 
per qual fatalità pesava sul mare una fittissima neb- 
bia, togliendoci la vista di ogni minima lontananza, 
tanto che non ostante gli sforzi e l'abilità di 4 re- 
matori allungammo di circa un'ora il viaggio. Di- 
radatisi i vapori: ci apparve la costa di Nettuno 
come piena di bastimenti a vela: talmente sfilavano 
e si curvavan le colonne della nebbia. Schiarita pei 
crescenti calori la costa , sì tornò a largo: le onde 
venian grosse contro il battello , ma sdrucciolava 
questo sopra loro, appoggiandolo senza posa i ro- 
busti remi. E si gi-ande era in noi il desio di toc- 
car terra, che scopertasi la torre d' Astura promi- 
nente sull'acqua, noi l'acclamammo come Gerusa- 
lemme i pellegrini. Appena sulla sponda, un canno- 
niere venne a salutarci , e a prender l'attestato di 
nostra partenza da porto d'Anzo per soddisfare alle 
leggi di sanità. 

Dove sbarcammo cominciano i fondamenti di 
antiche terme composti di due parti rettangolari, la 
prima più fuori, l'altra più dentro mare, e dell'opera 
stessa reticolata mista talvolta a laterizia come le 
ftibbriche del porto neroniano. Formava quest'edifi- 
cio co'suoi muraglioni un riparo al molo occiden- 



68 
tale deWuìKjiporlo o stazione piratica (1). Il cav. Ca- 
nina alla tav. CXLIII dell'architett. roman., dando 
il ristauro di queste terme, V incomincia nella parte 
pili lanciata in mare ora coperta dall'arena con un 
grande peristilio; indi un vestibulo ed una sala met- 
tevano alle celle de'bagni differenti; alle piscine di- 
metteano i corpi esinaniti pel molto sudore. È in- 
credibile la quantità de'marmi greci, di porfido, ala- 
bastro, e specialmente rosso antico, che rigetta colle 
conchiglie il mare, o vengono a luce al minimo sco- 
primento di suolo. In somma i ruderi di queste 
terme ci dimostran la verità di ciò che Seneca ep. 
86 su tal oggetto scrivea: « A tal grado di delizie 
giungemmo da non voler calcare altro che gemme » 
e nell'epist. 122: « Non vive contro natura chi fa in 
mare i fondamenti delle terme , nò delicatamente 
notar gli sembra se i caldi stagni il flutto e la 
tempesta non ferisca ? » Questi fondamenti termali 
erano in quell' istante veramente feriti dal flutto , 
poiché lo scirocco gonfiava quel mare tanto delicato^ 



(1) Si ponga mielite alla differenza tra porto t stazione: — Por- 
(ws autetn locus est ab accessu ventorum retnotus, ubi hiberna ap- 
ponere solent. Et portus dictus a deportandis commerciis ( Isid. 
Orig. lib. XIV e. 8). — Siationes dicimus a slatuendo, velut qui- 
dam aia a stando. Is igilur locus demonstratur, ubicumqne naves 
stare posstint (Ulpian. dig. lib. 45 tit. 12. 1). La stazione poi si 
cUiamava pure Angiporto , eo quod sit angustus portus > id est 
aditus in portum (Pesto v. Angiportus ). Strabene poi dice Pirà- 
tica la stazione di Astura, non già perchè vi slessero i legni dei 
pirati, raa bensì i legni dei romani contro i pirati che aveano ogni 
agio di annidarsi nelle macchie di Nettuno e Sermoncta, macchie, 
nelle quali sempre sonosi rifuggiti i ladri. In tal modo io vado a 
spiegare un altro passo di Strabene affermante che i romani sfor- 
zavano gli anziati ad abbandonar lo studio della pirateria. 



69 

il quale airicciavasi e frangeasi sulle mine. Noi in- 
tanto ci gettammo a bagnarci ne'bacini, e con no- 
stra sorpresa li trovammo adatti secondo la mag- 
giore o minor profondità a bagni meno o più tie- 
pidi; sicché potrebbero essere a stabilimento ridotti 
con leggiero dispendio. 

Terminato il bagno, si seguitò lungo la riva ad 
ammirare i ruderi di nobile villa dell'età imperiale 
sino al fiumicello Cavata , del quale alla foce sta 
apposto un muraglione per condotto che d' acqua 
dolce forniva la villa, le terme e la stazione. Ci fu 
detto che il Cavata piiì sopra chiamasi Astura , e 
proviene dalla prossima tenuta di Campo morto. 

Tornati ad Astura, si entrò alla torre sopra un 
ponte moderno di materiale. La torre ha nella fronte 
lo stemnia de'Colonna , segno che quella famiglia 
la fabbricò. Una scorta di cannonieri la guarda , e 
si piace dell'ottima aria e dell'aperto orizzonte. Un 
buon cannocchiale dell'officiale ci avvicinò la mirabile 
veduta. All' est, lungo le coste per Torre verde, sal- 
gono i monti di Sermoneta e Norma ; dietro essi 
spicca la cima di quei di Gaeta ; verso sud-est, a 
guisa d' isola il monte Circeo orrido appare -Col capo 
in cielo, e con le piante in mare (1); al sud la di- 
stesa dell'elemento infido sembra possedere un' at- 
trazione potentissima per l'uomo; all'ovest la spiaggia 
d'x\nzio torce alle foci tiberine. 

Esplorati i luoghi , leggemmo l'articolo Astnra 
del non mai lodato abbastanza Antonio Nibby, onde 
rammentarci le memorie della contrada. La prima 



(.1) Tassoni, Secchia rapita, canto X, stanza 24. 



70 
cosa che mi ferì fu il passo di Plinio lib. HI e. 5: 
Aslura flnmen et insula. - Che Cavata fosse il fiume 
Aslura è manifesto, essendo l'unico rivo perenne di 
questi luoghi; ma tutti credono Astura non già isola, 
ma piuttosto penisola, essendoché ne' lati della lin- 
gua, formata dall' intelaratura delle terme a fiore, e 
non sott'acqua, in due seni spandesi il mare. Ac- 
cresceva difficoltà il leggere in un istromento del 
987, edito dal Nicolai, donati al monastero di s- 
Alessio dal conte Dcnedctto i terreni in loco qui 
dicitur Astura cum parictinis suis, in quo olim fuit 
ecclesia s. Mariae ... c/e insula suprascripti mond- 
sterii vestri . . insta porlum Aslurae - e in due do- 
cumenti riportati dal Nerini, uno del 1163, ove si 
nomina in possesso de'conti tusculani - insulam de 
Asluria- e in una bolla del 1220, in cui al mo- 
nastero di s. Alessio si conferma Totum quod ve- 
stro monasterio perlinet in Astiiria, et in insula Astu- 
rie cum piscationibus, venationibus, naiifragiis. 

Per deciferare la questione seguitossi a leggere 
come nel 417 di R. Caio Menio, scontrato l'eserci- 
to volsco ad Astura, lo sconfìsse ponendo fine alla 
guerra latina (1). Cicerone si dilettava moltissimo 
dimorarvi, e ne' libri XII. XIII. XIV e XV epist. 
ad Alticum, usa un modo da nominare Astura da 
far credere, che era non solo come scrisse all'epist. 
20 del lib: XII: Est heic locus amoenus et in mari 
ipso, qui et Antio et Circaeis aspici possiti ma an- 



(1) Liv. lib. Vili. e. 10 — Caesi ad Pedum Jsturamque 
exercitus hosiium. 



71 

che un oppido, ponendone sempre il nome in geni- 
tivo ne' verbi di riposo, e in accusativo senza pre- 
posizione ne'verbi di moto. Lo stesso modo usa Pli- 
nio lib XXXII e. l,e Svetonio in Augusto e. 97. 
Lo conferma Servio, che nel comentario al lib. VII 
Aeneid. chiama Astura oppido e fiume, come pure 
Stefano tra le città nominò Astura, che si trova nei 
greci travolta in Astijra per corruzione o allunga- 
mento del V. 

Plutarco nella vita di Cicerone racconta, come 
questi fuggendo la proscrizion triumvirale determinò 
- di passare ad Astira, che un luogo era mariuimo 
pur di Cicerone - e che - trovala avendovi in pronto 
una nave, tosto imharcossi, e navirjò con vento favo- 
revole sino al Circeo. - Quindi dopo lungo tentennare 
si fé condurre alla sua villa di Gaeta, ove raggiun- 
tolo Erennio centurione, mentre i servi lo trafuga- 
vano verso il mare, prima lo scannò e poi gli re- 
cise il collo che steso avca fuor della lettiga. 

Svetonio in Aug. e. 98 riferisce che Cesare Au- 
gusto, notte tempo ad Astura navigando, contrasse 
uno scioglimento di ventre che '1 condusse alla tom- 
ba. II medesimo asserisce di Tiberio, che venuto dalla 
Campania in Astura cadde nell'ultima malattia di 
languore. Plinio lib. XXXII e. 1 menziona 1' au- 
spicio tratto del vicino assassinio di Caligola da una 
remora che fermò la nave, sulla quale il tiranno da 
Astura ad Anzio remigava. 

Dopo scorse queste ed altre meno rilevanti me- 
morie, che si possono trovare in Nibby, si tentò 
sciogliere la questione del come Astura fosse anti- 
camente isola. Si osservava che se attualmente la 



72 

torre coli' intelarature sopr'acqua non forma isola , 
vieppiù non la formavano le terme che alte alzavan 
di certo le mura: che non era probabile, in sì an- 
gusto spazio esistesse oppido e ville de' romani , 
! poderi del conte Benedetto nel 987 , e oltre le 
piscationes anche le venaliones spettanti al mona- 
stero di s. Alessio nel 1220: e che pure attualmente 
Cavata ha il nome di Astura piiì sopra della foce. 
Si ricorse perciò alla carta topografica , in cui si 
vede il mare battere Astui-a al sud, all'est la divi- 
de il fiume Cavata, al nord i mille rivi che taglian 
la tenuta di Campo morto, e finalmente all'ovest un 
altro rivo perenno isolano un tratto di continente 
proporzionato ad un oppido, alle ville di Cicerone e 
de' Cesari. Questa conclusione però soggiacque ad 
una difficoltà», qual è quella che nella donazione del 
conte Benedetto de'terreni in loco qui dicilur Astu- 
ruy si nomina come confine e già propria del mo- 
nastero r isola - de insula suprascripù monasterii ve- 
stri: - il che denota differenza della tenuta Astura 
dall' isola di Astura, come più chiaramente emerge 
dalla bolla del 1220 - Totum qnad v estro monasle- 
rio pertinet IN ASWRIA, et IN INSULA ASTU- 
RIE cnm piscaiionibusjnavigalionibiis, tiaufragiis-Tale 
osservazione conchiudeva : 1° che Astura pur nel 
medio evo era isola: 2" che la Cavata^ nome dato 
al fiume per indicarne gì' inalveamenti, si dovea di- 
ramare nel suo rivo, di cui tuttora si può tracciare 
il letto, in un cavo di terra vicin dell'acquedotto , 
alle altre fabbriche a ponente , che vedremo per 
lungo tratto girare in siti aridi. Comunque però la 
cosa fosse, il eerto si è che adesso il luogo detto 



73 

Astura è penisola," come ai tempi di Pirro Ligo- 
rio (1). 

Mentre sede-vasi a mensa , cadde naturalmente 
il discorso sopra il celebre fatto, origine de'vespri 
siciliani. Corradino, pretendente al reame di Napoli 
e Sicilia, dopo la sfortunata battaglia di Tagliacozzo 
nel 1267 , persuaso dai ghibellini , e udito che i 
guelfi avean preso e condotto a Carlo d' Angiò il 
figlio del conte Gerardo da Pisa, suo compagno, fuggì 
di Koma, insieme al figlio del duca d' Austria, di 
conte Galvano e al figlio di lui, e inviò un messo 
ad Astura a procurarsi una saettia a qualunque prezzo 
per tornarsi a Pavia, oppure secondo Riccobaldo , 
Hist. Imperai., al regno che insorgeva nella massima 
pai te contro il suo rivale. Era feudatario del ca- 
stello, che sorgea piiì dentro terra verso la chie- 
suola deir Annunziata, Giovanni Frangipane, il quale 
avvisato da Carlo (2) e vago d'alzar fortuna con una 
buona presa, armò di soldati un'altra saettia, diessi 
ad inseguire e l'aggiunse. i fuggitivi. Questi, fuor del 
conte Galvano, eran tutti giovanetti affaticati dal 
viaggio e pochi: inoltre nel carattere di Corradino 
si mescolava all'audacia una fanciullesca debolezza 
o paura; laonde al castellano si ai-resero di leggeri, 
e gli svelarono chi erano. Non giovò al disgraziato 
principe prometter mari e monti se '1 rilasciasse , 



(1) Ligor. V. Astiira. 

(2) Bart. de Neocaslro Hisloria sicula al tomo XII. Rer. ital. 
script, di Muratori eap. CUI » lacobus (così ei lo chiama) Fra- 
gapanis romanus Astorae dominus litus custodii, requisitus a Ca- 
rolo, quod Conradinus, qui hello sepullus reperiri non polerat, non 
effugerel manus suas. 



74 
ne umilini'si fino a proferirglisi per genero (3). Tem- 
pellava il Frangipane tra '1 restituirlo a libertà colla 
promessa di largo compenso e tra '1 condurlo a 
Carlo colla certezza di grandi ricchezze ed onori. 
Intanto una tempesta, o piuttosto la nuova della fa- 
mosa cattura, spingca alla spiaggia Roberto di La- 
vena colle galere de' provenzali. Chiese il capitano 
la consegna del prigioniero; ma veduto ancor dub- 
bioso il Frangipane , sbarcate le ciurme , assediò 
strettamente il castello. Allora Giovanni, allettato dal 
timore e dalle promesse, restituì la preda non pro- 
pia ai cacciatori cacciantì la sua preda (2). E noto che 
poco dopo Carlo mandò al taglio della testa Cor- 
radino e i compagni. 



(1) Bartol. De Neocastro — Qui (Corradi nus) cum caperelur 
ab eis cum sociis, rogat, ut si ipsum abire permitteret, fiiiam suam 
ducerei in uxorein. 

(2) Sallae sive Sabac Malaspinae rerum sicularum libri FI, 
ab an. chr. 1230 ad an. 1276, fra i Rer. ilalic. script, del Mura- 
tori tom. Fin. pag. 830. Questo autore coevo e mollo circostan- 
zialo sembra essersi trovato ai fatti che racconta. E qui non vo- 
glio tralasciar di notare, che non so capire come Andrea Dei nella 
cronica sanese ed altri accusino di tradimento quel diavolo di 
Frangipane. Stando a qualunque relazione, questi non era seguace 
o suddito di Corradino: era romano e perciò dovea essergli con- 
trario coll'universale de'suoi concittadini, che dopo la giornata di 
Tagliacozzo aveansi eletto Carlo a senatore (V. Chronicon Cavense 
tom. VII. rer. italic. script, p 929): noi prese con lusinghe, ma 
armata mano; noi consegnò volontariamente, ma a viva forza. Che 
ci entra adunque il tradimento ? Lo dica pur 1' istoria avaro e 
cupido di onori ; deplori la risoluzione non cavalleresca fallagli 
prendere dalla cupidigia, ma non infligga la taccia di traditore ad 
un principe romano. U piacere di qualunque scrittore {■ togliere 
dalle persone, di cui parla , le macchie addossategli senza rifles- 
sione: e troppo grande essendo sempre stato il numero de' tradi- 
tori, non accresca il vitupero dell'umanità. 



75 

Pochi anni dopo un cronista (I) riscaldato «dal 
sole di Sicilia sclamava con enfasi in latino: - Bada, 
Astura, che l'aquila occidentale volando contro le 
ecco s'avventa, la quale distruggendo il tuo nido , 
i polli tuoi divorerà, strappandoti le penne, perchè 
macchiasti le arene di Napoli Lacedemone col san- 
gue del pollo dell'aquila orientale. - Infatti nel 1286 
ai 4 settembre Bernardo di Sairiano da 12 galere 
mise in barche ì suoi soldati panormitani, e di buon 
mattino in giorno di domenica assaltò, prese, de- 
predò Astura, e in gran parte la diede alle fiamme. 
Vi rimase con altri morto di lanciata il figlio di 
Giovanni Frangipane. Tanto i siciliani erano infa- 
tuati della memoria di Corradino! 

Dopo pranzo, annoiali dall'uniformità del mare, 
andammo a Nettuno, non già per la strada carroz- 
zabile che traversa la macchia (2), ma sulla riva, la 
quale essendo troppo sabbiosa, stanca: perciò si cer- 
cava sempre calpestar l'orlo del lito bagnato dai 
regolari v ah eìii deW onde. 11 sole; ripercosso dall'ac- 
que e dalla bianca sabbia, stampavaci in fronte un 
marchio di fuoco. Diversivo nelle faticose nove mi- 
glia fino a Nettuno, fu poco lungi una fabbrica che 
a guisa di piscina e di punla sta in mare, ove co- 



fi) De Neocastro cap. CU. 

(2) Questa macchia essendo grandissima e folta è '1 richiamo 
de'cacciatori, i quali hannovì abbondanza di cinghiali, capri e le- 
pri. La maggior copia di essi però \i coucorre nel maggio, quando 
ripassando le quaglie in compagnia delle rondini d' oltre mare 
in Italia, per circa cinque miglia si copre il lito di reti, e le sem- 
plicette schiere affaticate dal lungo tragitto vi cascano. Dice il 
Biondi che al suo tempo entro un sol mese vi furono giorni, in 
ciascuno dc'quali st presero centomila uccelli ! 



76 
mlnciava a riparare dai venti di ponente la stazione 
d'Astura- Seguirono altre due ruine di sostruzioni e 
appoggi di villa, delle quali 1' ultima gli elementi 
riuscirono a staccare dalla tenera rupe del littorale, 
precipitandola abbasso. Passai il rivo perenne, che 
probabilmente di videa all'ovest dal continente 1' isola 
Astura, sopra un ponticello antico. 

Giunti a Nettuno, siccome era giorno di festa , 
mirammo le donne in gonna ì^ossa e col turbante in 
testa (1), ossia nel costume che ne' giorni dì car- 



(d) A spiegazione di questo verso del Tassoni Secchia rapita 
canto X- s<. 24, ed affinciiè tanti curiosi e pittori che traggono di 
festa a veder le nettuncsi, abbiano prima un'idea del loro costume 
arcipiltoresco, crediamo indispensabile di riprodurne 1' esatta de 
scrizione dal P. D. Agostino Maria Sonsis somasco diretta al Ba- 
rolti. Egli così scrivea: — Del vestir delle donne di Nettuno io 
posso darne contezza, perchè <iui ih Roma se ne vanno vedendo, 
ed io sono stato anche in Nettuno medesimo una volta. Usano 
queste il vestir di rosso più di qualunque altro colore: e il ve- 
stito è di tal forma, che qui suol dirsi che vestono alla turchesca; 
Parlando delle più benestanti, il fondo o sia lembo della gonna è 
trinato d'oro a più d'un giro, e talvolta con andamento d'intrec- 
ciatura bizzarra, quasi direi a guisa di quelle trinature, che ye- 
donsi ne'teatri sopra gli abiti asiatici. Il turbante poi del Tassoni, 
altro non è, che una fascia di pannolino che portano intorno alla 
testa. Forse la denomina egli turbante relativamente a quelle fa- 
sce bianche, che i turchi avvolgono e intrecciano a'ioro turbanti: 
o fors'anche perchè appunto si dice dalla gente, che vestono alla 
turca, egli ha notato l' ornamento del capo con nome turchesco. 
Si cingono queste donne intorno alla testa la suddetta fascia 
bianca, la quale a sommo della fronte aggruppano, e li due. capi 
pendono dall' una parte e dall'altra sopra l'orecchie ed a' conBni 
del collo con caduta bizzarra, che dà aria di ornamento barbarico, 
massimamente confondendosi co'non piccoli orecchini d' oro. Non 
portano busto con ossa di baleno all'uso dell'altre donne, ma ve- 
stono una camicioletta corta di panno, molte volte rosso, con ma- 
niche strette simili a coteste delle ferrarese , che dal polso sii» 



• ■■ '77 • 
nevale tanta grazia aggiunge alla beltà romana. Tal 
vestiario distingue zitelle, vedove e maritate. Di loro 
parlando il Pazza. (1) riferisce: u E perchè usavano 
ornamenti ancora propri degl' imperatori, del papa, 
e vescovi, come i sandali, la porpora ed altro, durò 
fatica Gregorio XIII a ridurli ad un abito antico sì, 
ma comunale -. con la spesa della camera , per la 
prima volta ». Nettuno che nel 1600 dava i natali al 
celebre pittore Andrea Sacchi, e nel 1624 a Paolo 
Segneri principe dell' eloquenza sacra , è diviso in 
moderno o borgo, e in vecchio. Al vecchio pone un 
solo ingresso, è in salita, bastioni e torri lo difen- 
dono. \ vista del palazzo Doria Pamfili ripensai alla 
dimora fattavi da Innocenzo XII, il quale « lo vide 
tanto sontuosamente ornato alla regia, che confessò 
non aver visto eguale ad alcun sovrano- Li parati 



verso al gomito hanno un'apertura che si abbottona , ed è guer- 
nita colla sua trina Cotesta camicioletta non si ciiiude tutta da- 
vanti, ma solo al sito della cintura, alzandosi l'apertura d'essa in 
guisa che sempre più si dilata quanto più s'avvicina a sommo il 
peKo: onde non si stringe alla vita se non se solo sopra il fiancj, 
ov'è chiusa. Il petto poi resta coperto da una pettorina larga in 
cima e stretta in fondo , così che cuopre il sito non chiuso dalla 
camicioletta e provvede alla modestia, non però in maniera tale, 
che per essa le don.ie perdano i loro vantaggi. La detta pettorina 
si suole ornare anch'essa di trine d'oro in vaga forma. Ma l'or- 
namento del capo è ciò, che più d' ogni cosa fa parer turche le 
nettunesi. Per altro è una curiosità singolare per chi viaggia , 
cominciando dall'Umbria e camminando fin dentro il regno, il ve 
derc che in ogni terra o borgo le donne variano l'ornamento del 
capo, acconciandosi i loro veli tutte in diversa forma: talché alle 
nettunesi quel velo, che altre portano più disteso sulla testa , è 
piaciuto di stringerlo; e Cattane una fascia cingersene le tempia -. 
(1) (jtrarchia cardinalizia. Roma, stamperia Bernabò 1703 
pag- :J14 



78 
ricchissimi e quasi tutti ricamati d'oro con letti no- 
bilissimi quasi tutti di ricamo , e specialmente li 
parati ed il letto del papa nel proprio appartamento. 
In ogni stanza ci era gran magnificenza per orna- 
mento e per uso con lampadari , bragieri , vasi , 
colonnette, e statue d'argento (1) »• Fuor del borgo 
sta la fortezza guardala da un cannone. Fra '1 paese 
e la fortezza una via mette in seno di mare , nel 
quale escono a fior d' acqua i segni de' moli d' un 
secondo angiporto. Qui ancora si vedono le ripe 
convalidate da sostruzioni e grotte che seguono 
fino a porto d' Anzo. Siffatta esperienza mi portò 
alla conclusione, che gli antichi romani usavan della 
magnificenza per 1' utilità pubblica. Imperocché è 
ad ogni marinaio manifesto, come lo era ai tempi 
di Strabone, essere tanto infelice la natura di que- 
sto litlorale pel continuo ristagno delle arene tra- 
scinate dall'ordinaria corrente dall'est all'ovest, che si 
dichiarava comunemente importuoso. Cosa effettua- 
rono i romani ? Anche più oltre di Astura, come 
si afferma, arginai'ono con muraglioni le ripe onde 
non le minasse il mare. Ne'seni, ove naturalmente 
va sempre a fermarsi un po' di arena , protesero 
punte a scagliarla in alto, e stazioni che allineavano 
le rive e quasi del tutto manteneano il giro naturale 
alla corrente per una specie di spaggia non inter- 
rotta. L' arena poi, che o le tempeste o le solite 
ondate insaccavano nelle stazioni e nel poito , o 
fermavasi avanti ai muri, la ingoiavano mille spe- 



(1) V. d.3 relazione del viag. d'Innocenzo XII a Nettuno. 



I 



79 
lonche artefatte, in cui si riposava la gente ne'gian 
calori, e dove la trascinavano per gettarla poi lon- 
tano coll'altra le nazioni de'servi imperiali. Le rima- 
nenti, che seco portava ripa ripala corrente, il for- 
tiere in proseguimento del capo anziate balestrava 
a ponente del promontorio. 

Il nome del paese, la stazione, il vicino porlo, 
r inclinazione degli anziati al commercio, ed una 
lapide riferita dal Fabretti (1) » e secondo Ligorio 
trovata ne'contorni, prestano quasi certezza, che a 
Netliino sorgesse un tempio di NeUuno reduce , al 
quale i naufraghi sospendeano tavolette votive e 
bagnate vestimenta (2). 

Fabio Cori. 



(1) Fabretti Inscript. pag. 405 -NEPTVNO REDVCI-SACRVM- 
Q. MAMLIVS Q. F. PAL-VI VIR AVGVSTALIS ET FLAM Tl- 
TIAL-VOTVM SOLVIT LIBENS MERITO. 

(2) Hor. lib- I. Od, 5. 



80 



Libro primo degli annali di C- Cornelio Tacito. I se- 
condi XX paragrafi- Esperimento di versione ita- 
liana per Giuseppe Bustelli. 

(Vedi il tomo CXL|1 del giornale arcadico) 

XXI. lloi'um adventu redintegratur seditìo, et vagi 
circumiecta populabantur. Blaseus paucos, maxime 
praedà onustos, ad terrorem celerorum, affici ver- 
beribus, claudi carcere iubel; nam etiam tum legato 
a centuiionibus , et optimo quoque manipularium, 
parebatur. Illi obniti trahentibus, prensare circum- 
stantium genua , ciere modo nomina singulorum , 
modo centuriam quìsque , cuius manipularis erat , 
cohortem, legionem « eadem omnibus imminere w 
clamitantes: simul probra in legalum cumulant; coe- 
lum ac deos obtestantur: nihil reliqui fociunt quo- 
minus invidiam, misericordiam, metum et iras pio- 
moverent.Adcurritur ab universis, et, carcere effracto. 
solvunt vincula; desertoresque ac rerum capitalium 
damnatos sibi iam miscent. 

XXII. Flagrantior inde vis, plures seditioni du- 
cis: et Vibulenus quidam giegarius miles, ante tri- 
bunal Blaesi adlevatus circumstantium humeris, apud 
turba tos et quid pararet intentos : « Vos quidcm , 
» inquit , bis innocentibus et miserrimis lucem et 
» spiritum reddidistis: sed quis fratri meo vitam, 
» quis fratrem mihi reddit ? quem missum ad vos 
» a germanico exercitu de communibus commodis, 
)) nocte proximà iugulavit per gladiatores suos, quos 
» in exitium militum habet atque armat. Responde, 



81 



XXI. L^ostoi'o sorgiunti, rinfiammano i sollevati; e 
sbandati manomettono le circostanze. Bleso per at- 
terrirgli, obbedendogli tuttavia i centurioni e il fior 
de' soldati, alcuni de'più rapaci flagella o imprigio- 
na. Quegli stravolti, pontavano, serravansi alle gi- 
nocchia di quanti scontrassero; ciascuno i compagni, 
la propria centuria, coorte e legione invocavano per 
nome, gridando; « Altrettanto avrete tutti ! » E il 
legato vituperavano, gli dei scongiuravano; conci- 
tando a lor potere esecrazione, pietà, terrore, furore. 
Tutti si sfienano; sforzano il carcere , sferrano di- 
sertori e rei capitali, e ne ingrossano. 



XXII. Di che raccendimento, e più capi alla ri- 
bellione. Un Vibuleno, fante comunale, d' in su gli 
omeri degli astanti, stupiti e attesi a che riuscisse, 
surse di fronte al tribunale di Bleso: « Voi torna- 
)) ste in vita questi infelicissimi ed innocenti: ma chi, 
» chi rende al mio fratello la vita, a me il fratel- 
» Io ? Il quale mandato a voi , per nostro prò, 
» dalle niilizie germaniche, questa notte sgozzarono 
« i costui sgherri, mantenuti in arme per macel- 
» larci. Dove n' hai gettato, o Bleso, il cadavere ? 
G.A.T.CXLIII. a 



82 
\) Blaese, ubi cada ver abiecieris ? ne hostes quidem 
» sepulturae invident : cum osculis , cum laciytnis 
» dolorem meum impleveto , ine quoque trucidari 
» iube; dum inteifectos nulluin ob scelus, sed quia 
» utilità ti legionum consulebamus, hi sepeliant «. 

XXIII. Incendebat haec fletu , et pectus atque 
OS manibus verberans: mox disleclis quorum per hu- 
meros sustinebatur, praeceps et singulorum pedibus 
advolutus, tantum consternationis invidiaeque con- 
civit, ut pars militum gladiatores qui e servitio Blaesi 
erant, pars ceteram eiusdem familiam vincirent, alii 
ad quaerendum corpus effunderentur. Ac ni propere, 
neque corpus ullum reperiri , et servos , adhibitis 
cruciatibus, abnuere caedam, neque illi fuisse unquam 
fratrem, pernotuisset, haud multum ab exitio legati 
aberant. Tribunos tamen ac praefectum castrorum 
extrusere. Sarcinae fugientium direptae, et cenlurio 
Lucillius interficitur , cui militaribus facetiis voca- 
bulum (( Cedo alteram » indidcrant: quia fracta vite 
in tergo militis, alteram darà voce, ac rursus aliam 
poscebat. Ceteros latebrae texere, uno retento Cle- 
mente lulio, qui perferendis militum mandatis ha- 
bebatur idoneus, ob promptum ingenium. Quin ipsae 
inter se legiones , octava et quintadecima , ferrum 
parabant: dum centurionem, cognomento Sirpicum, 
illa morti deposcit, quintadecumani tuentur; ni miles 
nonanus preces, et adversum aspernantes minas, in- 
teriecisset. 

XXIV. Haec audita, quanquam abstrusum et tri- 
stissima quaeque maxime occultantem , Tiberium 
perpulere, ut Drusum filium cum primoribus civita- 
lis, duabusque praetoriis cohortibus mitteret, nullis 



83 
» Nemtnanco i niinici frodano la sepoltura ! Che io 
» disacerbi, baciando e Jaciimando, ir mio dolore: 
» poi sbranati me ancora: purché, non per misfare 
» ma per procacciar bene all' esercito colpevoli e 
» trucidati, costoro ne seppelliscano ». 

XXIII. Il pianto e il picchiar delle pugna sul 
petto e la faccia, rincalzavano i detti: quando, ral- 
largatisi gli omeri che il sopportavano , rovesciò e 
rotolò fra' coloro piedi, tanta ira e turbamento sve- 
gliando, che i soldati parte legarono gli sgherri, parte 
i famigli di Bleso, parte all' inchiesta del cadavere 
si sparpagliarono. Se tosto non chiarivasi non si tro- 
var cadavere, e i servi, torturati, negare il misfatto 
né mai Vibulano aver avuto fratello, per poco uc- 
cidevano il legato. Pure, discacciano i tribuni e il 
mastro di campo, e gli rubano fuggenti, delle ba- 
gaglie , e ammazzano Lucilio centurione , sopran- 
nomato, con soldatesca arguzia, un'altra: perciocché, 
tiaccata in sulla schiena del soldato una verga, un' 
altra e poi un'altra a gran voce chiedevane. Gli al- 
tri s'acquattarono: non però Giulio Clemente, abile 
rapportatore, per veloce ingegno , delle soldatesche 
ambasciate. Che se la nona legione , pregando e i 
resistenti minacciando, non si traponeva, la ottava 
e la quintadecima, quella per voler morto , questa 
salvo, Sirpico centurióne, appiccavano mischia. 



XXIV. Saputo questo Tiberio, cupo quantunque 
e destrissimo a nascondere i peggior danni, fu stretto 
di spedirvi il fìgl/o Druso con due coorti pretoriane; 



84 
satis certis mandatis; ex re consulturum. Et cohortes 
delecto milite supra solilum firmatae. Additar magna 
pars praetoriani equitis, et robora germanorum, qui 
tum eustodes imperatori aderant : simul praetorii 
praefectus , Aelius Seianus , collega Straboni patri 
suo datus, magna apud Tiberium auctoritate, rector 
iuveni, et ceteris periculorum praemiorumque osten- 
tator. Druso propinquanti, quasi per officium, obviae 
fuere legiones: non laetae, ut assolet , neque insì- 
gnibus fulgentes, sed illuvie deformi, et vultu, quan- 
quam raoestitiam imitarentur , contumaciae pro- 
piores. 

XXV. Postquam valium introiit , portas statio- 
nibus firmant , globos armatorum certis castrorum 
loci opperiri iubent: celeri tribunal ingenti agmine 
circumveniunt. Stabat Drusus silentium manu po- 
scens. UH quoties oculos ad multitudinem retule- 
l'ant, vocibus truculentis strepere; rursum, viso Cae- 
sare, trepidare: murmur incertum, atrox clamor, et 
repente quies: diversis anim^rum motibus, pavebant, 
terrebantque. Tandem, interrupto tumultu, litteras 
patris recitat, in quis praescrlptum erat:« Praecipuam 
» ipsi fortissimarumlegionum curam,quibuscum plu- 
» rima bella toleravisset: ubi primum a luctu re- 
» quiesset animus, acturum apud patres de postu- 
» latis eorum: raisisse interim filium, ut sine cun- 
» ctationc concederei que slalìm tribui possent; ce- 
» tera sena lui servanda; quem neque gratiae neque 
» severitatis espertem. haberi par esset ». 

XXVI. Responsum est a conclone, mandata Cle- 
menti centurioni quae perferret. ìs orditur « De mis- 
» sione a sexdecim annis: de praemiis fìnitae mi- 



85 
rifornite fuor del consueto di scelti militi, e i pri- 
mai cittadini, con niun ordine fermo, ma avvisassero 
il destro. V arrose assai cavalli del pretorio , e il 
meglio de'germani, custodi allora del principe: e in- 
sieme Elio Sciano, prefetto del pretorio, da lui fa- 
voritissimo, e il suo padre Strabone deputò reggi- 
tori al giovane , e agli altri di pene e premi pro- 
mettitori. Appressando Druso le legioni, per osser- 
vanza, gli furono incontro, non coll'usata festività e 
splendor di vessilli, ma sformatamente immonde, e 
dal piglio, composto a tristezza, spiranti arroganza. 

XXV. Come fu nello steccato, assiepano di guar- 
die le porte, di drappelli armati le porte, gli altri 
in gran calca serrano il tribunale. Surto Druso, chie- 
deva con mano udienza: quelli se la moltitudine sguar- 
davano oi'ribilmente vociferavano: se Cesare, trepi- 
davano: con murmurc confuso, bramivano, di subito 
quietavano: con varia tenzone di affetti, tremanti o 
tramendi. Racchetatigli alfine, legge la paterna let-- 
tera, di questo tenore: a Come il mio dolore il com- 
» porti , tratterò co'padri delle domande di queste 
» legioni fortissime, statemi in tante guerre com- 
» pagne, e di tutte a me carissime: mando intanto 
» il figlio, che incontanente, qiianto ora si possa, 
)) conceda ; il resto al senato , che , graziando o 
» punendo, non si vuol forchiudere )). 



XXVI. A questo là turba: « Risponda per noi 
»• Clemente centurione ». Costui chiese : concsedo 



86 
» litiac: ut denariiis diurnum stipcndium forct, ne 
V veterani sub vexillo habeientur «. x\d ea Drusus, 
cum arbilrium senatus et patris obstendeiet, clannore 
turbatur: « Cui* venisset , neque augendis militum 
)) stipendiis , neque allevandis laboribus , denique 
» nulla benefaoiendi licentià ? At heicule verbera 
)) et necem eunclis pemiitti! Tiberium olim no- 
)) mine Augusti desideria legionum frustari solitum; 
)) easdem artes Drusum retulisse : numquamne ad 
)) se nisi filius familiarum venturas? Novum id piane, 
» quod imperator sola militis commoda ad senatum 
)) reiiciat: eumdem ergo senatum consulendum, quo- 
)) lies supplicia aut praelia indicantur? an praemia 
)) sub dominis, poenas sine arbitro esse ? » 

XXVII. Postremo deserunt tribunal: ut quìs prae- 
torianorum militum amicorumve Caesaris occurreret, 
manus intentantes, causam discordiae et initium ar- 
morum, maxime infensi Cn. Lentulo, quod is ante 
alios aetate et gloria belli, firmare Diusum crede- 
batur, et illa mililiac flagitìa primus aspernari. Nec 
multo post digredientem cum. Caesare, ac provisu 
periculi hiberna castra repentem, circumsistunt, ro- 
gitantes « Quo pergeret: ad imperatorem, an ad pa- 
)) tres, ut illic quoque commodis legionum adver- 
» saretur ? » Simul ingruunt, sane iaciunt: iamque 
lapidis ictu cruentus et exitii certus, accursu mul- 
titudinis, quae cum Druso advenerat, protectus est, 

XXVIII. Noctem minacem et in scelus eruptu- 
ram fors Icnivit; nam luna claro repente caelo visa 
languescere. Id miles, rationis ignarus, omen prae- • 
sentium accepit, ac suis laboribus defectionem sideris 
assimilans, prosperequc cessura quae pergerent, si 



87 
dopo i sedici anni; il ben servito: un danaio il giorno, 
tolti ai vessilli i veterani- E protestando Druso il 
voler del senato e del padre, fu uno scalpore. « Senza 
» facoltà di crescerne paga o sminuirne fatica o gio- 
» varne comechessia, a che venistù ? Ma il batterci, 
» l'ucciderci, per Dio, cui si vieta ? Far vano, in 
)) nome d'Augusto, ogni piacer nostro, usò già Ti- 
» berlo : ora medesimamente Druso. Altri non ci 
)) spedirà che figli di famiglia ? Vedete giustizia ! 
» Solo il nostro utile 1' imperadore rimanda al se- 
» nato: perchè non ancora i gastighi e le battaglie 
» che ne s' impongono ? Adunque il guiderdone a 
» rigore, e la pena a libito ? 

XXVII. Sgombrato infine il tribunale, ogni pre- 
toriano amico di Cesare che riscontrino, per ap- 
picco ai corrucci e al sangue, percuotono, fierissimi 
a Gn. Lentulo, stimato, per età e gloria guerriera, 
il più efficace consigliere di Druso, e primo ripren- 
ditore di quel disordinar di milizia. Poco stante di- 
lungandosi con Cesare, per campare quel rischio, 
verso i quartieri d' inverno, lo cingono e gli chie- 
dono: « Dove vai? all'imperatore o al senato per 
» quivi ancora osteggiare il nostro meglio ?» e in- 
sieme gli piombano sopra co'sassi : sanguinoso da 
quel tempestare, periva, se la moltitudine soprav- 
venuta con Druso noi campava, 

XXVIII. Fortuna stornò i mali che la notte ne 
sovrastavano: perciocché la luna, a ciel sereno, parve 
a un tratto scolorare: e del perchè ignaro il soldato, 
rassomigliando ai propri travagli il mancar di quella, 
ne presagì che bene la presente impresa gli succe- 



88 
fulgor et claritudo deae redderetur. Igitur aeris sono, 
tubiu-um cornuumque concentu strepere; prout splen- 
didior obscuriorve, laetari aul moerere; et postquam 
ortae nubes offecere visui crcditurnque conditam te- 
nebris, ut sunt mobiles ad superstitionem perculsae 
semel meotes, sibi aeternum laborem portondi, sua 
facinora aversari deos lamentantur. Vtendu,nri in- 
clinatione eà Cassar, et quae casus obtulerat in sa- 
pientiam vertenfla ratus , circumiri tentoria iubet. 
Accitur centuno Clcmens , et si alii bonis artibus 
grati in. vulgus: ii vigiliis, stationibus, custodiis por- 
LTrum se inferunt, spem ofFerunt, metum intendunt. 
» Qaosque filìum imperatoris obsidebimus ? quis 
» certaminum finis ? Perccnnione et Vibuleno sa- 
» cramentuni dicturi sumus ? Pcrcennius et Vibu- 
» lenus stipendia railitibus, agros cmeritis largìen- 
» tur ? denique, prò Neronibus et Drusis, imperiuni 
» populi romani capessent ? Quin potius, ut liovis- 
)) simi in culpam, ita primi ad poenitentiam sumus ? 
» Tarda sunt quae in commune expostulantur; pri- 
» vatam gratiam statim niercare, statim recipias. » 
Gommotis per haec mentibus et in ter so suspectis, 
tironem a veterano, legionem a legione dissociant. 
Tum redire paullatim amor obscquii: omittunt por- 
tas; signa, unum in locum principio seditionis con- 
gregata, suas in sedes referunt. 

XXIX. Drusus , orto die , et vocatà conciono , 
quamquam rudis dicendi, nobilitate ingenita, incusat 
priora, probat praesentia: negat « se tci'rore et minis 
» vinci; flexos ad modestiam si videat, si supplices 
» audiat , scripturum patri , ut placatus legionum 
» preces^exqiperetw. Orantibus: rursum idem Blaesus 



89 
derebbe, se la dea rischiarasse. E qui intronavano 
con suono di bronzi e tronnbe e corni : com' ella 
Fallumava o rannugolava, rallegravano o rammari- 
cavano; e poiché le nubi, distese innanzi alla veduta, 
le intenebrarono, come la fantasia spaurita volge alla 
superstizione , si pronosticano perpetue sciagure , 
lamentano che per loro fallire gli dei gì' inimicasi 
sero. Cesare parutogli da corre quel destro e il caso 
volgare in consiglio, fé accerchiare le tende, e trat- 
tovi Clemente centurione e se altri careggiando si 
era il volgo gratificato, gì' inframmette alle scolte, 
alle poste, alle guardie delle porte, a meschiare lu- 
singhe e minacce. « Quando sprigioneremo il figlio 
», dell' imperadore ? quando poseremo ? vorremo 
» giurar fede a Percennio e a Vibuleno ? Costoro 
)) daranno stipendio ai soldati, terreno ai congedati, 
)) e in breve governo, in cambio dei Neroni e dei 
» Drusi, al popolo romano ? meglio non doman- 
» deremo perdono , a quelli e primi gli ultimi a 
» ribellare ? Grazia in comune , tardi s' impe- 
» tra : grazia privata, appena meritata, consegui». 
Di che smossi, e l'uno dell'altro adombrati, novi- 
zio da veterano, legione da legioiie scompagnana.Rin- 
voglìano a poco a poco dell'obbedienza; sgombrano 
le porte ; le insegne, in sul primo bollire insieme 
raggruppate, rendono alle antiche sedi. 

XXiX. Alla dimane Druso, rozzo parlatore, ma 
nobile animo, raguna il parlamento; riprende il prin- 
cipio, loda la fine: « Me non ispaurano minacce: se 
» tornate sommessi e supplichevoli, alle vostre pre- 
» ghiere propizierò per lettera il padre ». Per loro 
dimanda, nuovamente fur mandati a Tiberio Bleso 



90 

et L. Apronius, cqiies romanus e cohoite Drusi, lu- 
stusque Catonius, [)i'iiiii ordinis centuno, ad Tibe- 
rium mittuntui-. Certatum inde senlentiis, quuin alii 
» opperiendos legalos, atque interim comitale per- 
)) mulcendum militem » censerent; alii « fortioribus 
» remediis agendum: nihil in vulgo modicum: ter- 
» reie, ni paveant; ubi pertimuerint, impune con- 
)) temni: dum superstitio urgeat, adiicendos ex duce 
» metus, sublatis seditionis auctoi'ibus. » Promptum 
ad asperiora ingenium Druso erat: vocatos Vibulc- 
num et Peicennium interfici iubet. Tradunt pleii- 
que intra tabernaculum ducis obrutos, alii corpora 
extra valium abiecta ostentui. 

XXX. Tum, ut quisque praecipuus turbator, con- 
quisiti: et pars extra castra palantes, a centurionibus 
aut praetoriarum cohorfcium militibus caesi; quos- 
dam ipsi manipuli , docnmentum fidci , tradidere. 
Auxerat militum curas praematura hiems, imbribus 
continuis, adeoque saevis, ut non egiedi tentoria, 
congregari inter se, vix tutari signa possent, quae 
turbine atque unda raptabantur. Durabat et formido 
coelestis irae: « Nec frustra adversus impios hebe- 
» scere sidera, ruere tempestates ; non aliud ma- 
)) lorum levamentum, quam si linquerent castra in- 
» fausta temerataque, et soluti piaculo, suis quisque 
)) hibernis redderentur «. Primum octava, dein quin- 
tadecima legio, rediere. Nonanus opperiendas Tiberii 
epistolas clamitaverat: mox, desolatus aliorum di- 
scessione, imminentem necessitatem sponte praeve- 
nìt: et Drusus, non exspcctato legatorum regressu, 
quia praesentia satis consederant, in urbem rediit. 



91 

e L. Apronio cavaliere romano della coorte di 
Druso, e Giusto Catonio, centurione di primo or- 
dine. Di poi fu quistione, se fosse da attendere i 
messi, e trattante careggiare il soldato, o rìcisi par- 
titi adoperare. « Il volgo non tiene mezzo; tremante 
» tremendo: tremante, lo schernirebbe un fan- 
» ciullo. Ringagliardi il capitano, spegnendo i Ca- 
porioni, lo sgomento della superstizione ». Druso, 
da natura crudele, chiamati Vibuleno e Percennio, 
fé ucciderli: e al dire dei più, seppellire nella sua 
tenda: di altri, prostendere da vedere fuor della ba- 
stita. 

XXX. Cercati allora i più sommovitori , quali , 
disgregati fuor del vallo, furono trucidati dai cen- 
turioni e dai pretoriani, e alcuni, quasi arra di fede, 
per gli stessi manipoli rassegnati. Raggravò il patir 
dei soldati il verno precoce, per continovo e sì di- 
rotto piovere che non gli lasciava uscir dei padi- 
glioni , ne raccozzare insieme , né quasi dispiegare 
le insegne, sbattute dal turbine e dall'acqua: né lo 
spavento dei numi ristava. « Mal per noi, sciagurati, 
)) questo oscurar di stelle e infuriar di procelle; ne 
» altramente camperemo, se usciti di questo chiuso 
» malaurioso e contaminato, e purgati con sacrifi- 
» zi , non ci rendiamo ciascuno alla sua stanza d' 
» inverno ». Da prima vi tornò 1' ottava legione , 
indi la decimaquinta. Gridava la nona, si aspettas- 
sero le lettere di Tiberio; poi, trovatasi sola, precorse 
spontanea la pressante necessità; e Druso, posata a 
bastanza la sedizione, non attese i messaggi, e si 
raddusse a Roma. 



92 

XXXI. lisdein ferme dicbiis, iisdcrn caussis, ger- 
manicae legiones turbatac, quanto plures, tanto vio- 
lentius : et magna spe fere ut Germanicus Caesar 
imperium altei'ius pati nequiret, daretque se legio- 
nibus, vi sua cuneta tracturis. Duo apud lipam Rheni 
exercitus crant: cui nomen superiori, sub C. Silio 
le^to ; inferiorem A. Caecina curabat. Regimen 
summae rei penes Germanicum, agendo Galliarum 
censui tum intentum. Sed , quibus Silìus modera- 
batur , mente ambigua fortunam seditionis alienae 
speculabantur: inferiovis exercitus miles in rabiem 
prolapsus est, orto ab unaetvicesimanis quintanisque 
initio, et tractis prima quoque ac viccsimà legioni- 
busjr nam iisdem aestivis in fìnibus Ubiorum habe- 
baotur, per otium aut levia munia. Igitur, audito 
fwie Augusti, vernacula multitudo nupcr acto in. urbe 
delectu, lasciviae suela, laborum intolerans, imple- 
re (1) ceterorum rudes animos: (c Venisse tempus, 
» quo veterani maturam missionem , iu\:enes lar- 
» giora stipendia, cuncti modum miseriarum expo- 
)) scerent, saevitiamque centurionum ulciscerentur». 
Non unus baec, ut pannonicas inter legiones Per- 
ccnnius, noe apud trepidas militum aurcs, alios va- 
lidiores exercitus respicientium, sed multa seditionis 
ora vocesque: « Sua in manu sitam rem romanam; 
)) suis victoriis augeri rempublicam : in suum co- 
» gnomentum adscisci imperatores ». 

XXXII. Nec legatus obviam ibat : quippe plu- 
rium vecordia constantiara exemerat. Repente lym- 
phati, destrictis gladiis, in centuiiones invadunt (ea 



(1) A!, impellere. 



93 

XXXI. Quasi di quei dì, pei' ugual cagione, tu- 
multuarono (e quanto più fiere quanto più copiose) 
le legioni di Germania, con gran fiducia che Ger- 
manico Cesare non comportasse la signoria dell'al- 
tro, e si desse alle legioni, da venir arbitre di tutto. 
Stanziavano al R^no due eserciti: quello detto su- 
periore, conduceva C. Silio; 1' inferiore A. Cecina. 
Capo di tutti Germanico, che di presente traeva 1' 
imposte dalle Gallie. Ma que' di Silio , dubitosi, al 
riuscimento dell'altrui sedizione risguardavano; l'e- 
sercito inferiore infellonì, natane origine dalle le- 
gioni ventunesima e quinta, che traportarono altresì 
la prima e la ventesima , aqquartierata insieme ai 
confini degli ubii e quasi che oziose. Ora, saputo 
morto Augusto, una bruzzaglia vernacola, raccozzata 
di poco in Roma, sollazzevole, fuggifatica, prese a 
sobbillare i più quieti. « Tempo è venuto che pronto 
» congedo ai vecchi, più larga paga ai giovani , a 
» tutti misura de'patimenti si conceda, e vendetta 
» de'soprusi de'centurioni ». Non uno, come frale 
pannoniche legioni Percennio, né fra soldati trepi- 
danti di contro a più forti eserciti, ma molte guise 
e voci di sedizione: « Roma è in nostra balia: per 
» nostre vittorie prospera la repubblica : da noi il 
» cognome agi' imperatori ». 



XXXII. Né il legato, scorato per l' imbizzarrire 
di tanti, fronteggiava. Fossennati, a un tratto, col 
ferro in pugno , assalgono i centurioni (odiosissimi 



94 
venustissima militaribus odiis materies, et sacviendi 
prìncipium), prostratos verberibus rnulcant, sexageni 
singulos , ut numerum eenturionuin adaequarent. 
Tum convulsos laniatosque , et partitn exanimos , 
ante valium aut in amnem Rhenum proiiciunt. Se- 
ptimius, quum peifugisset ad tribunal, pedibusque 
Caecinae advolveretur, eo usque flagitatus est, do- 
nQC ad exitium dederetur. Cassius Chaerea , mox 
caede C. Caesaris memoriam apud posteros adeptus, 
tum adolescens et animi ferox, intei* obstantes et ar- 
matos ferro viam patefecit. Non tribunus ultra, non 
eastrorum praefectus ius obtinuil: vigilias , statio- 
nes, et si qua alia praesens usus indixerat, ipsi par- 
tiebantur. Id militares animos altius coniectantibus 
praccipuum indicium magni atque implacabilis mo- 
tus, quod ncque disiceli, uee paucorum instinctu , 
sed pariter ardescercnt, pariter silerent : tanta ae- 
qualitate et constantia ut regi crederes. Interea Ger- 
manico, per Gallias, ut diximus, census accipienti , 
excessisse Augustum adfertur. 

XXXIH. Neptem cius Agrippinam in matrimo- 
nio, plurcsque ex eà liberos habebat. Ipso Druso > 
fratrc Tiberii, genitus, Augustae nepos: scd anxius 
occultis in se patrui aviaeque odiis, quorum caus- 
sae acriores quia iniquae. Quippe Drusi magna apud 
populum romanum memoria, credebaturque, si re- 
rum potitus foret, libertatem redditurus ; unde in 
Gcrmanicum favor et spes eadem. Nam iuveni ci- 
vile ingenium , mira comitas , et diversa a Tiberii 
sermone, vultu, adrogantibus et obscuris. Accedebant 
muliebres offensiones, novcrcalibus Liviae in Agrip- 
pinam stimulis, atquc ipsa Agrippina paullo com- 



95 
ab antico ai soldati, e primo segno alle vendette), 
e gii stramazzano e maleonciano, ogni sessanta uno, 
per uguagliarne 11 numero. Poi sformati, dilacerati, 
e parte esanimi, gli arrandellano fuor lo steccato o 
in Reno. Settimio riparò al tribunale, avvinghiossi 
ai pie di Cecina: pur bisognò lasciarlo spacciare ; 
per modo lo chiesero. Cassio Cherea , feroce gai-- 
zone (il futuro immortale uccisore di C. Cesare) si 
sgombrò la via, tra le opposte armi, col ferro- Tri- 
buno né maestro di campo più non ascoltarono: le 
scolte, le poste, e se altro ufficio nacque in quella 
stretta, fra sé scompartivano. Grande argomento a 
chi vedea addentro negli umori soldateschi, di larga 
e infrenabile rivoltura , fu che non ismembrati né 
poco volenterosi , ma di conserto sobbollivano , di 
conserto rabbonivano. 



XXXIII. Trattanto Germanico, in sul catastare, 
come dissi, le Gallio, seppe d'Augusto morto, la cui 
nipote Agrippina avea per moglie, e di lei più fi- 
gliuoli. Nato di Druso (fratel di Tiberio), nipote di 
Augusta, Iravagliavalo il segreto e ingiusto (e però 
più furioso) odio del zio e dell'avola; portatogli per 
la calda memoria e opinione di Druso mantenuta 
da'romani, ch'egli, se di Roma insignorisse, risto- 
rerebbe la libertà; donde ugual favore e fidanza in 
Germanico; giovane di cittadinesco ingegno, di fare 
cortesissimo, diversissimo da Tiberio, tracotante di 
piglio, ambiguo di parlare. S'arrogevano i femmi- 
neschi rancori: Livia da madrigna astiava Agrippi- 



96 

motior; nisi quod castitate et meriti amore quam- 
vis indomitum, ariimum in bonum vertebat. 

XXXIV. Sed Germanicus, quanto summae spai 
pi'oprioi", tanto impensius prò Tiberio niti. Sequanos 
proximos et belgarum civitates in verba eius adigit. 
Dehinc, andito legionum tumultu, raptim profectus, 
obvias extra castra habuit, deiectis in terram ocu- 
b's, velut penitentià. Postquam valium iniit, dissoni 
questus audiri coepere: et quidam, prensà manu eius, 
per speciem osculandi, inseruerunt digitos, ut vacua 
dentibus ora contingeret: alia curvata senio mem- 
bra ostendebant. Assistentem concionem, quia per- 
mixta videbatur, « Discedere in manipulos » iubet; 
» sic melius audituros responsum: vexilla praeferri, 
» ut id saltem discerneret cohortes: » tarde oblem- 
peravere. Tunc a veneratione Augusti orsus , flexit 
ab victorias triumphosque Tiberii, praecipuis laudi- 
bus celebrans quae apud Germanias , illis cum le- 
gionibus, pulcherrima fecisset. Itaiiae inde consen- 
sum Galliarum fidem extollit; nil usquam turbidura 
aut discors. Silentio haec vel murmurc modico au- 
dita sunt. 

XXXV. Ut seditionem attigit, ubi modestia mi- 
litaris, ubi veteris discipiinae decus, quonam tribu- 
nos, quo centuriones exegissent, rogitans ; nudant 
universi corpora , cicatrices ex vulneribus , ver- 
berum notas exprobrant ; mox , indiscretis vocibus 
pretia vacationum, angustias stipendii, duritiam ope- 
rum, ac propriis nominibus incusant valium , fos- 
sas, pabuli, materiae, lignorum adgestus, et si qua 
alia ex necessitate aut adversus otium castrorum 
quaeruntur. Atrocissimus veteranorum clamor orie- 



I 



97 

na: costei era un pò viva, se non che pudore e carità 
di moglie bene indirizzavano quella caldezza. 

XXXIV. Ma Germanico, come più il principato 
se gli offeriva, e più forte brigava per Tiberio. Re- 
cogli in divozione i vicini sequani e le città belge: 
e volò, udito che subbollivano, alle legioni, venu- 
tegli incontro fuor del campo, con gli occhi a terra, 
come pentite. Entrato nel campo, sursero discor- 
danti querele; e quale strettogli la mano, come da 
baciare, se ne inframmette per le gengie sdentate i 
diti che le tastassero; e chi porgeva il dorso da vec- 
chiezza incurvato. Parutagli disordinata quella turba, 
fé tornarla, per meglio udirlo, nelle compagnie : e 
perchè le coorti si scernessero, co' vessilli innanzi. 
A malincuore obbedirono. Qui, lodato in prima A\i- 
gusto, calò alle vittorie e ai trionfi di Tiberio, levò 
a cielo le costui prove stupendissime, con quelle 
legioni, in Germania: indi il consentire d' Italia, la 
fede di Gallia; la quiete e concordia finallora uni- 
versale. 



XXXV. Poco o nulla, fin qui, mormorarono. Toc- 
cata la sedizione, e chiesto: « Dove l'ubbidienza mi- 
litare ? dove l'orrevole antica disciplina ? dove cac- 
ciaste i tribuni, i centurioni ? » tutti s' ignudano: 
bestemmiano le cicatrici delle ferite, il lividore delle 
battiture; poi, con discorde vociferare, il prezzo dei 
riposi, la strettezza degli stipendi , l'acerbità de'ia- 
vori, e nomatamente lo steccato, i fossi, il trasporto 
de'fieni e legnami, e checche altro bisogna o cessa 
ozio in campo. I veterani, noverando trenta o piiì 
G.A.T.CXLIIl. 7 



98 
batur; qui, tricena aut supra stipendia numerantes, 
» mederetui" fessis, neu mortem in iisdetn labori- 
» bus, sed finem tam exercitae militiae, neque ino- 
» pem requiem » orabant: fuere etiam qui legatam 
a divo Augusto pecuniam reposeerent , faustis in 
Gennanicum ominibus, et, si vellet imperium, prom- 
ptos ostentavere. Tum vero, quasi scelere contami- 
naretui', praeceps tribunali desiluit: opposuerunt ab- 
eunti arma, minitantes, ni regrederetur. At ille, mori- 
turum potius, quam fidem exueret clamitans,ferrum a 
latere diripuit, elatumque deferebat in pectus, ni pro- 
ximi prensam dextram vi attinuissent : extrema et 
conglobata inter se pars concionis , ac , vix credi- 
bile dictu, quidam singuli, propius incedentes, fe- 
riret, hortabantur: et miles nomine Calusidius: stric- 
tum obtulit gladium, addito, acutiorem esse. Sae- 
vum id malique moris, etiam furentibus, visum: ac 
spatium fuit, quo Caesar ab amicis in tabernaculum 
ra pere tur. 

XXXVI. Consultatum ibi de remedio. Etenim 
nunciabatur: « Parari legatos, qui superiorem exer- 
» citam ad caussam eandem traherent: destinatum 
» excidio ubiorum oppidum : imbutasqne praedà 
» manus, in direptionem Galliarum erupturas )). Au- 
gebat metum gnarus romanae seditionis, et, si o- 
mitteretur ripa , invasurus hostis ; at si auxilia et 
socii adversum abscedentes legiones armarentur, ci- 
vile bellum suscipi : periculosa severitas: flagitiosa 
largitio; seu nihil militi, sive omnia concederentur 
in ancipiti respublica. Igitur, volutatis inter se ra- 
tionibus, piaci tum , ut epistolae, nomine principis, 
scriberentur: « Missionem dari vicena stipendia me- 
» ritis; exauctorari, qui senadena tecissent, ac re- 



99 
anni di soldo, urlando fieiissimi, imploravano « in- 
» nanzi che morte ve gì' incolga, Une agli stenti e 
)) a sì travagliosa milizia, riposo e da vivere »: ta- 
luni anco chiesero a Germanico il legato del divo 
Augusto, bene augurandogli; e proffei-irongli, volen- 
dolo , r impero. Rabbrividito a tanta nefandità , si 
lanciò giù dal tribunale, e partiva; ma, colle armi 
nel viso, minacciaronlo se non tornasse. Quegli gri- 
dando: - Prima morto che disleale ; - dinudato e 
levato il ferro, si passava il cuore, se i vicini la de- 
stra non gì' imprigionavano. Ma la più rimota udienza 
si raggruppa, e alcuni pochi (quasi incredibile !) gli 
si ravvicinano, e lo confortano : a Ferisciti: « e un 
Calusidio, soldato, brandì un pugnale e per più ta- 
gliente glie r offerse. Crudo alto parve e peggiore 
esempio eziandio a quelle fiere : e diede agio agli 
amici di trasportar Cesare nel padiglione. 

XXXVI. Dove si consultò: uditosi che « appa- 
» recchiano di farsi partigiano, per messi, l'esercito 
» superiore, disertar il borgo degli ubii, e abbottinati, 
» gittarsi a rubar le Calile ». Crescea spavento il 
nimico, che, accorto della ribellione, occuperebbe la 
ripa, se la sgombravamo: ma se approntiamo gente 
e alleati contro i ribelli, arderà guerra civile. Ri- 
schio il negare, l'accordare onta; o tutto concedasi 
nulla, la repubblica in ponte. Ventilato i partiti, 
piacque scriver lettere in nome del principe: « Chi 
servì vent'anni, sia congedato; chi sedici, disobhli- 



JOO 
)) tineri sub vcxirio , ceterorum iminuncs, nisi prò- 
)) pulsandi liostis : legata, quae petiverant, exsolvi 
» duplicai'ique ». 

XXXVII. Sensit miles, In tempus confìcta, sta- 
timque flagitavit. Missio per tribunos maturatur: lar- 
gitio diffeiebatur in hiberna cuiusque. Non abscessere 
quintani iinaetvicesimanique, donec iisdenm in aesti- 
vis, contrada ex viatico amicorum ipsiusque Cae- 
sai'is, pecunia persolveretur. Primam ac vicesìmam 
legiones Caecina legatus in civitatem ubiomm re- 
duxit, turpi agmine, cum fìsci de imperatore rapti 
Inter signa interque aquilas veherentur. Germanicus 
superiorem ad exercltum profectus, secundam et tei- 
tiamdecimam et sextamdeclnfiam legiones, nihil cun- 
ctatas, sacramento adlgit. Quartadecuinani paullum 
dubitaverant: pecunia et missio, quamvis non flagl- 
tantibus, oblata est. 

XXXVIII. At in chaucis captavere seditionem 
praesidium agitantes vexillarii discordium leglonum, 
et praesenti duorum militum supplicio paullum re- 
pressi sunt. lusserat id Mennius , castrorum prae- 
fectus, bono magis exemplo, quam concesso Iure : 
delnde, intumesconte niotu, profugus, repertusque, 
postquam intutae latebrae , praesidium ab audacia 
mutuatur: « Non praefectum ab iis, sed Germanicum 
» ducem, sed Tiberium imperatorem violari » ; si- 
inul exleiritis, qui obstiterant, raptum vexillum ad 
ripam voitit, et si quis agmine decessisset prò de- 
seriore fore, clamitans, reduxit in hiberna turbidos 
et nihil ausos. 

XXXIX. Inlerea legati, ab senatu, regressum iam 
apud araiu ubioi'um Germanicum adeunt. Duae Ibi 



101 

gato, ma ritenuto all' insegne, per sola difensione; 
il chiesto lascito, doppiato e pagato ». 

XXXVII. Avvisò il soldato il balocco , e pres- 
sava. Pubblicossi pe' tribuni il congedo; indugiandosi 
il pagamento al tornar ne' quartieri d' inverno. La 
quinta né la ventunesima legione non dipartirono , 
prima non ebbero quivi stesso il danaro, racimolato 
dal viatico di Cesare e degli amici. Cecina legato 
raccolse nella città degli ubii la prima e la ven- 
tesima legione, carreggianti in vituperosa frotta, fra 
le insegne e l'aquila, il contante tolto all'imperadore. 
Germanico, ito all'esercito superiore, recò, non re- 
pugnanti, al giuramento la seconda e la decimaterza 
e la decimasesta legione; e, un pò restia, la deci- 
maquinta ; proffertosi , non pur chiesti , danaro e 
congedo. 

XXXVIII. Ma nei cauci ribellava la guarnigione, 
stigata dai veterani delle discordi legioni; e un poco 
la tenne Mennio, mastro del campo, col supplizio 
( meglio esemplare che legittimo) di due soldati. 
Ma ribollendo il tumulto, si trafugò: scovato da mal- 
sicuro nascondiglio, cercò dall' ardire salute: « Voi 
» non isforzate Mennio, ma il capuano Germanico, 
» ma Tiberio imperatore w ; e sbigottiti i contra- 
stanti, ghermì e trasse alla ripa l'insegna, e bandendo 
disertore qualunque si dischierasse, gli rendè bruschi 
e scorati ai quartieri d'inverno. 



ì 



XXXIX. Tornano intanto i messi, e s'accontano 
air ara degli ubii con Germanico , già tornatovi. 



102 

leglones, prima v^tque vicesima, veteranique nuper 
missi sub vexillo hiemabant. Pavidos et conscientia 
vecordes intrat metus , venisse patrum iussu , qui 
irrita facerent , quae per seditionem expresserant : 
utque mos vulgo , quamvis falsi , reum subdere , 
Munatiuin Plancum, consulatu functum, principem 
legationis, auctorem senatusconsulti incusant: et no- 
cte coneubià vexillum in domo Germanici situm , 
flagitare occipiunt : concursuque ad ianuam facto , 
moliuntur fores; extractum cubili Cae sarem, tradere 
vexillum, intento mortis metu, subigunt. Mox, vagi 
per vias, obvios babucre legatos, audita consterna- 
tione, ad Germanicum tcndentes. Ingerunt contu- 
melias: caedem parant: Fianco maxime, quem di- 
gnitas fuga impediverat; ncque aliud periclitanti sub- 
sìdium , quam castra primae legionis. lllic , signa 
et aquilam amplexus, religione sese tutabatur : ac 
ni aquilifer Calpurnius vim extremam arcuisset, ra- 
rum etiam inter bostes, legatus populi romani, ro- 
manis in castris, sanguine suo altaria deum comma- 
culavisset. Luce demum, postquam dux et miles et 
facta noscebantur, ingressus castra Germanicus, per- 
duci ad se Plancum imperat , recipitque in tribu- 
nal. Tum fatalem increpans rabiem , ncque mi- 
litum, sed deùm irà resurgere, cur venerint legati, 
aperit: ius legationis atque ipsius Planci gravem et 
immeritum casum, simul quantum dedecoris adie- 
rit legio, facunde miseratur; attonitàque magis quam 
quieta concione; legatos, praesidio auxiliarium equi- 
tum, dimittit. 



103 

Quivi la prima e la ventesima legione e i veterani, 
di poco sotto alle insegne, invernavano. Incodarditi 
da rimordimento, temettero non i padri mandassero 
a ricovrare quanto la ribellione carpì ; e come il 
volgo, fantasticata una coJpa, v'appicca un colpe- 
vole , accagionano del decreto il capo dell' amba- 
sciata Munazio Fianco (stato console ); e di prima 
notte , chieggono con ressa lo stendardo , custo- 
dito da Germanico; la cui casa assiepano, sforzano 
le imposte, e lui, svelto di letto, stringono co' ferri 
levati di rassegnarlo. Dipoi dispergendosi, scon- 
trando i legati , tratti dalla fama del trambusto a 
Germanico, gli proverbiano; presti a spacciarli, mas- 
sime Fianco, cui vergogna vietò la fuga; né, tranne i 
quartieri della prima legione, gli restò scampo. Colà, 
avvinghiato ai vessilli e all'aquile, lo francheggiò la 
religione ; e se Galpurnio aquilifero non tenea la 
puntaglia, un legato romano, nel campo romano, 
insanguinava (raro anco fra' nimici) l'are degli dei. 
Raggiornato, e conosciutosi il capitano, i soldati e 
i fatti, venne Germanico in campo, e fattosi condurre 
e allogare nel suo tribunale Fianco; esecrando quel 
furore fatale, e per ira, non de' soldati, ma de numi 
risorgente; palesato perchè venuti i messi, il pro- 
fanato diritto dell'ambasciata, il fiero e indegno ri- 
schio di Fianco , il fresco vituperio della legione , 
eloquentemente deplora. Gli sbalordì , non li rac- 
quetò: e licenziò, accompagnandoli di estrani cava- 
lieri, i messi. 



104 

XL. Eo in metu arguere Germaiiicum omnes, 
)) quod non ad superiorem exercitum pergeret, ubi 
» obsequia, et contra lebelles auxilium: satis su- 
» perque missione et pecunia et mollibus consultis 
» peccatum: vel, si vilis jpsi salus, cui* filium par- 
)) vulum, cui* gravidani coniugem, inter furentes , et 
)) omnis hunfiani iuris violatores, haberet ? illos sal- 
)) tem avo et reipublicae redderet ». Diu cunctatus, 
adspernantem uxorem, cum se divo Augusto ortam, 
ncque degenerem ad pericula testaretur, postremo, 
uterum eius et communem fìbum multo cum fletu 
complexus, ut abiret perpulit. Incedebat muliebre et 
miserabile agmen , profuga ducis uxor , parvulum 
sinu filium gerens: lamentantes circum amicorum 
coniuges , quae simul trahebantur ; nec minus tri- 
stes qui manebant. 



105 
XL. Tutti in quella stretta accusano Germanico: 
» Perchè al fedele esercito soprano non chiede 
» schermo dai ribelli ? Troppo s' è largheggiato di 
» congedi, paghe e blandimenti. Di sé non gli cale ? 
» Almanco il piccoletto figliuolo e la mogliera in- 
» cinta, a quelle fiere, d'ogni mnano diritto concul- 
» catrici, ritolti, renda all'avo e alla patria ». So- 
prastato un pezzo, smosse alfine, con molto pian- 
gere e abbracciare le ginocchia e '1 seno di lei , 
Agrippina; che vantandosi originare dal divo Angusto, 
e ne' rischi non tralignare , disdegnava partii-e. Si 
trafugavano, miseranda frotta di femmine, la donna 
del generale , col bambino al petto , e dattorno , 
conforti di fuga, le mogli degli amici: e le fuggi- 
tive e i rimanenti di paro lagrimavano. 



106 



Idee cosmologiche e cosmogoniche. Nola del prof. Fran- 
cesco Orioli, mandala e Iella alVIsiitulo di Bo- 
logna, il 1 maggio 1859. 



K 



Colleghi chiarissimi 



lon prenderei la penna per qui mettere in carta 
alquante parole da leggere innanzi a voi sulla di- 
sputa sorta, già è qualche tempo , in Inghilterra , 
tra il celebre fisico Faraday e il non men celebre 
matematico Airy, se neirargomonto di quella non 
mi trovassi mescolato di diritto , comechò il mio 
nome non vi appaia. 

Le novelle dottrine del Faraday sulla natura della 
materia nella sostanziale lor parte , per quanto è 
accessibile a conghiettura, son mie, sia da quando 
professava io fìsica, non pur dirò in Corfù, ma in 
codesta Bologna madre degli studi; ed esse, in quel- 
r altra lor parte in che non son mie , danno alle 
opposizioni del matematico Airy , una opportunità 
che le mie non danno. 

Potrebbe ciò che in primo luogo affermo, parer 
men vero a que' che non sono stati miei discepoli, 
e che non hanno udito da me spiegare in iscuola 
gl'insegnamenti miei sopra sì fatto proposito, o sì 
veramente che li han dimenticati. Ne dà però te- 
stimonianza esplicita ed opportuna, l'opera, Spighe 
e Paglie, dove nel quaderno d'aprile 1844, alla pagi- 
na 145 e seguenti, brevemente io spiegava il mio si- 
stema in termini di poco varianti da quo' del Faraday. 



I 



107 

Il Faraday manifestava su ciò in Londra le pro- 
prie idee in aprile 1846, e le pubblicava nel phi- 
losophical Mayazine del susseguente iMaggio (V. Ar- 
chives des sciences physiques et naturelles. Decem- 
bre 1846, n- XI, pag. 244 et suiv.), dicendo ch'ei 
non ammette atomi di dimensioni sensibili , man- 
tenuti in equilibrio da forze di diversa natura , e 
separati da spazi vuoti. Ma sostituisce in luogo loro, 
semplici centri di forze la cui riunione, in vario e 
determinato numero, e con variabile densità, costi- 
tuisce i corpi, e considera ogni atomo come pre- 
sente da per tutto dove 1' azione che esso esercita 
si fa sentire, e, perchè si fa sentire su tutto l'uni- 
verso, egli ammette coesteso l'atomo all'universo. 
Or tali appunto sono le idee ch'io, più distesamente, 
pubblicava dal mio lato, nel citato libro, due anni 
prima di lui, come ciascuno può conoscere leggendo. 

Senza dubbio, il Faraday ed io, in alcune parti 
del sistema nostro , siamo stati prevenuti dai così 
detti dinamisti, alla cui testa, un secolo e mezzo 
fa, si collocarono i Leibniziani e il padre Boscovich; 
ma non credo che alcuno abbia offerto il comune 
nostro concetto nella forma particolare, sotto la quale 
noi due lo presentammo. 

Airy non mi par che si sia fatta una idea chiara 
del valor della propria obbiezione, allorquando fassi 
ad opporre, nello stesso philosophical Magazine (2.° 
supplemento del 1846) che la materia deve esser 
conceputa, non come una forza, od una riunione di 
forze, ma come qualche cosa, in cui queste forze ri- 
siedono , in una parola , come una sostanza distinta 
dalle sue proprietà. Che cangia ciò nell' intrinseco 



108 
del sistema nostro ? Ci sia pur questo agente arcano, 
dal quale le forze procedono, ed in cui sono infìsse 
in qualche modo (ed io per mia parte non lo ira- 
pugno, nò veggo elle possa sul serio impugnarsi da 
chicchesia , indipendentemente dalla idea che cia- 
scuno può formarsi intorno al valore della parola 
sostanzialità) ; ma siccome non si rivela all' uomo 
siffatto agente in altro modo che appunto per le 
sole sue forze, così, quanto al fisico, esso agente 
non entra nel computo ; e , nel luogo di esso , il 
fisico ha tutto il diritto di non considerare che le forze 
dalle quali l'agente è rappresentato, e che ad esse 
equivalgono, sopra la qual cosa dee leggersi quanto 
nella detta mia opera stampava al citato luogo , 
pag. 147, e seg., e voi. 3." pag. 244 e seg. 

Airy aggiunge una opposizione tratta dalla iner- 
zia , cioè dalla relativa quantità , per esempio , di 
forza estrinseca, la quale ogni corpo richiede per 
esser messo in un dato movimento, ciocché fa sup- 
porre nel corpo una resistenza da vincere , la cui 
misura poi denotiamo col nome di massa, e par pro- 
cedere da una forza conservatrice del proprio stato, 
forza inerente alla materia^ e propria dell' essenza 
del suo subslratum come usan molti chiamarlo. Qui 
ancora però il detto matematico non sembra essersi 
fatta una chiara idea del veio valore della sua dif- 
ficoltà. Ciò vorrà dire che a quello eh' io nomino, 
non atomo (perchè riservo questa denominazione a 
que' primi composti che dai fisici son detti mole- 
lecole primiiive ed atomi chimici), ma con Leibnitz 
e Boscovich, monade, bisognerà oltre alle altre forze, 
al pili aggiungere la forza speciale d'inerzia; ciocché 



109 

non cangiei'à nulla nel nostro dinamico modo di con- 
cepirne l'essenza, quale almeno è lecito considerarla 
dal suo lato pratico ed unicamente accessibile al- 
l'uòmo. Se non che Vinerzia è per me una condizione 
dell'azion delle forze, o una delle leggi del loro modo 
d'esercitarsi , piuttosto che una forza a parte , od 
una forza propriamente detta , poiché per se me- 
desima, essa non produce cangiamenti, ma governa 
le lec:2;i de' cangiamenti. Ora l'idea che ci sogliamo 
formare della forza, nell'ordine fisico, è l'idea d'una 
attività motrice, o modificatrice delle posizioni, della 
quale può ben far parte non separata la suboi'di- 
nazione a certe condizioni governatrici dell' effetto 
che la forza dee produrre. 

Ed io vo immaginando così proceder le cose. — 
La massa è rappresentata dalla quantità di forza 
originariamente costitutiva della monade, proporzio- 
natamente alla qual quantità, ed analogamente alla 
cui natura, ogni monade tende nell' ordine fisico, o 
a rispinger dal proprio centro d'azione , o a tirar 
verso quello, il centro delle altre m.onadi. Oltre alla 
quantità delle forze d'ogni dato genere impartita alle 
monadi, o vogliasi dire alla incensila, e la stessa per 
tutte iu uno stesso genere di forze ; chiaro è che 
tutt€ le monadi avranno a concepirsi come posse- 
denti massa uguale rispetto ad ognuna delle dette 
forze: e poiché queste, secondo il nostro modo di 
vedere, coegualmente ed uniformemente si spandano 
a mò di sfera in ogni direzione e a qualunque pro- 
fondità , e manifestano tante volte la loro azione 
tutto intorno, quanti sono i centri monadici che in- 
contrano (salvo il pili il meno d'energia, secondo 



110 

la nota legge, modificata dal più o meri di distanza);e 
poiché, inoltre, i corpi son, per noi condensazioni, 
a vario grado, di centri di più monadi , e somme 
di questi centri legati in un tutto , o in una col- 
lettiva unità, così è chiaro, che supposte uguali le 
masse delle monadi , non saranno poro uguali le 
masse de'corpi, e non saranno uguali, supposte an- 
che l'uguaglianze nel resto, le azioni corrispettive, 
da ognuna di esse masse composte e collettive , 
esercitate e patite , e quindi gli effetti risentiti o 
prodotti; e non saranno quantitativamente uguali le 
loro inerzie , cioè le impressioni di moto , le im- 
pressionabilità al moto, quelle che noi chiamiamo 
le resistenze alla recezione di questo. 

Se non che un' altra fonte potrà esservi di di- 
suguaglianza nelle masse, e quindi nelle inerzie, ed 
essa , non più ne' corpi in quanto composti dalla 
somma di più o men centri insieme legati in un 
sistema unico, ma nelle monadi stesse elementari, 
ove s'ammettano, come io penso, disiiguagHanze ori- 
ginarie nelle quantità di forza originariamente im- 
partite alle diverse monadi. Perchè , se vogliano 
concepirsi, per cagion d' esempio, monadi, suppo- 
niamo, di due categorie ( quelle stesse che comu- 
nemente, quantunque molto impropriamente, si son 
dette fino al giorno d'o'^^ì ponderabili ed imponde- 
rabili, come dire con forza attrattiva , e con forza 
ripulsiva, una maggiore, e l'altra minore, secondo 
una data misura costante, e che io chiamerei più 
volentieri materiali ed eteree, ma siffattamente or- 
dinate tra loro, come le ordina la ipotesi del Mas- 
sotti, una delle molte, le quali posson farsi, o qua- 



Ili 

lunque altra ipotesi che potrebbe all'uopo immagi- 
narsi), allora è chiaro che ne'vari aggregati de'due 
ordini di monadi, variabili per quantità reciproca di 
monadi, e per densità, degli aggregati, non risulte- 
rebbero eguali le masse e le inerzie. Ed intanto , 
ammessi questi modi di vedere, non tiovo che l' idea 
d' inerzia ci costringa ad immaginare una forza terza 
la quale nelle due forze fìsiche, attrattiva e repul- 
siva, non sia inclusa. 

Resterebbe a parlare della terza difficoltà che 
Airy muove al Faraday, e la deduce dalla impos- 
sibilità di spiegare la diffrazione della luce nell' ipo- 
tesi dell'assenza d'un mezzo etereo. Ma sarà questa 
una difficoltà per Faraday , che non sembra, per 
quanto io mi sappia, nell' ipotesi qual egli comuni- 
cavala al pubblico, ammetter centri di forze tra loro 
repulsive diffusi nello spazio in guisa da rappresen- 
tarvi l'etere universale colle sue svariate rarefazioni 
e condensazioni. Per me, che, col Mossettì e coi piiì, 
tutte queste cose ammetto, la difficoltà d'Airy non 
può aver luogo. 



112 



Saggi filosofici di G. B. Pianciani D. C. D. G. 
Professore ec. Roma 1855. 



1 



1 celebre Padre G. B. Prof. Pianciani , della cui 
stimabile amicizia da circa 40 anni m'onoro, a tutti 
è noto come uno de'nostri fisici più illustri. Forse 
non è ugualmente conosciuto come un profondo me- 
tafisico. Non pertanto in questo genere si hanno la- 
vori di lui, stampati e manoscritti, che lo raccoman- 
dano, a quanti si piacciano di siffatti studi , quale 
uno de'piiì acuti filosofanti; e n'è ultimo documen- 
to, tra gli altri, l'opera qui sopra mentovata, cori- 
tenente, a forma di molte antiche scritture, 4 sag- 
gi (alcuno a maniera di dialogo): il 1. intorno alle 
verità prime, il 2. della combinazione dell'anima col 
corpo; il 3 sull'analogia tra le leggi fìsiche e le leg- 
gi morali ; il 4 intorno ai sentimenti del corpo e 
dello spirito. - Dove questi ardui argomenti assume 
a subbietto di nuove e pellegrine licerche, e li tratta 
con piano e dilettevole stilo, per quanto è ciò sop- 
portato dalla naturale astrusità de'temi- Né io mi 
propongo, di opera sì grave ed importante, dare un 
esame completo : fatica la quale spaventerebbe mag- 
gior filosofo che io non sono. Pur alcuna cosa verrò 
delibandone, tornandovi sopra forse più volte, at- 
tratto, e quasi invescato, da dottrine per le quali 
ebbi sempre amor sommo. In che accadrà per av- 
ventura, ch'io mi trovi, a volta a volta, contrad- 
dicente a quanto egli scrive, ma non mai con tale 
audacia, o per tal modo, che mi tenga più sicuro 



113 

deiropinai' mio che del suo. Gli uomini, come il P. 
Pianciani, son di quelli a'quali è duopo appressarsi 
€on riverenza, diffidando di sé medesimo più che 
di loro, massime allorché si spinge l'ingegno a que- 
stioni tanto sublimi, e tanto incerte per natura. Ai 
quale io mi permetterò, per esempio, di sottomet- 
tere oggi alcune considerazioni, o piuttosto dubita- 
zioni, sul secondo saggio, uno de'più importanti, col 
fine ch'egli, anziché si creda da me giudicato , me 
giudichi, e meglio illumini il mio intelletto, se tut- 
tavia ne vale la pena. 

Comincia il dotto autore dallo spiegare quel che 
intenda per combinazione dell'anima col corpo', dov* 
egli avverte voler significare la unione di due cose, 
una semplice {Vanima), l'altra composta (il corpo), 
dotate ognuna di proprietà tanto diverse , quanto 
appunto lo sono, anima, e corpo : la quale unione 
dimanda, se mostri qualche analogia, colle unioni 
che chiamiamo chimiche di più eterogenei in un 
composto unico, in cui si ecclissano, e divengono 
latenti o dissimulate le proprietà particolari di cia- 
scuno degli eterogenei , e il composto unificato si 
trasforma al nostro senso in un intero , con pro- 
prietà nuove e differenti dalle prime, e quanto all' 
insieme risultante, e quanto a'singoli punti, di esso 
insieme (questione eh' io non dimenticava di svol- 
gere agli uditori miei nell'università corcirese, come 
promossa specialmente dai materialisti contro agli 
spiritualisti, pretendendo essi, che, se ne' composti 
chimici il composto può operare come semplice, a 
dispetto della composizione, potrebbe anche l'anima 
esser composta, e perciò corporea, e ciò non ostan- 
G.A.T.GXLUL 8 



lU 

te unificare in se tutte le parti componenti , qual 
se fosseio annullate, e confuse, e raccolte in un solo 
tutto). 

L'A. crede che l'analogia può in qualche modo 
difendersi. Perchè , nel composto chimico, per lui 
non può assegnarsi il più menomo spazietto^ ove sia 
un elemento (componente), e non Valtro {e il raggio 
stesso del sole., a cosi dire., non li distingue passando 
per essi come ne' corpi semplici), e così non può de- 
terminarsi parte del corpo animato e sensitivo, che 
non mostri la combinazione dello spirilo col corpo ecc. 
(199). Ma io confesso che mi formo altra idea del 
modo della composizione chimica. Per me, non solo 
è vero, che non è menomo spazietto ove non siano 
presenzialmente i due o più componenti d'un com- 
posto chimico; ma, non è menomo spazzietto ove 
non siano presenzialmente tutte le particelle pon- 
derabili imponderabili dell'universo. Perchè la pre- 
senza in luogo, e l'occupazione di luogo, è dichia-^ 
rata fenomenalmente dalla sola presenza dell'azione. 
Dove è Vazione è l'attività che la produce. Dove è 
l'attività è l'agente. Ma l'agente colla sua attività è 
sempre per lutto. Dunque ogni agente (materiale o 
immateriale) è per tutto e sempre. Questo opinar 
mio già da me professato da che dovei parlare pub- 
blicamente su tale argomento, fu senza saperlo, pub- 
bhcato e professato pure dal celebre Faraday. Ma, 
se tutta la materia, che ne'composti chimici entra, 
e che non c'entra, è sempre da per tutto, non v'è 
sempre collo stesso grado d' attività e collo stesso 
modo d'azione. Perchè ogni particella semplice di 
materia non può essere in ogni luogo , senza che 



115 

abbia poi, (separato ed inconfuso) un suo luogo spe- 
ciale ed esclusivo, che è il suo proprio centro d'at- 
tività. Così, quando si dice che nel composto i com- 
ponenti s'unificano, ciò non vuol dire che non con- 
servano inconfusa la propria individualità, e l'indi- 
viduale grado d'azione, il quale, o nelle somme, o 
nelle sottrazioni a cui concorre, può bene uniftcar- 
si, rispetto aH'etfetto - uno, estrinsecamente prodot- 
to, che si chiama la risultante delle azioni, ma non 
così, che le forze e i loro gradi, dai distinti cen- 
tri donde emanano , spariscano. Sebbene è giusto 
notare, che, limitando 11 discorso ai composti chi- 
mici, in essi le particelle di diverso ordine, secondo 
che mutano più o meno le loro distanze insensibi- 
li, e le loro posizioni relative, possono bene in que- 
sto giuoco reciproco esser mutate in guisa, che nel 
composto, non le loro attività primitive, ma certe 
proprietà secondali e, s'annullino, e si facciano iden- 
tiche, e rimangano tali finche durano le circostanze 
medesime, di guisa che l'eterogeneità temporaria- 
mente s'abolisca, almeno sotto (juesto aspetto, e 1' 
unificazione non sia, in siffatto limitato senso, non 
veramente una perfetta unificazione, ma una specie 
d'identificazione di ciascuna di esse particelle, non 
perchè confuse, ma perchè, serbata sempre l'indi- 
vidualità e la distinzione , ognuno operi lo stesso 
genere d'effetto intorno a se, nell'ordine e dentro la 
distanza, delle pure azioni chimiche. Perciò in ogni 
ipotesi sarebbe vero, che non si tratterebbe d'uni- 
ficazione di composti chimici da potersi paragonare 
colla unificazione psichica, la quale bisognerebbe in 
subjecla materia. 



116 

E qui debbo avvertire una cora. L'autore , ed 
io non consideriamo questo punto da uno stessa la- 
to. Io lo considero, ripeto, come una difficoltà op- 
posta allo spiritualismo. L'A. piuttosto come un'al- 
tra difficoltà opposta alia possibilità del fatto in- 
trinseco della combinazione di due cose, sì tra loro 
disparate, quanto il corpo composto e materiale del- 
l'uomo, e l'anima o lo spirito semplice. Egli sup- 
pone ammessa l'esistenza dello spirito e della ma- 
teria, come intrinsecamente eterogenei , io disputo 
con quei che la negano o la mettono in dubbio. 
Partendo dunque ambidue dal fatto dell' esistenza 
non controversa delle azioni chimiche, io dico che 
han torto i materialisti quando pretendono che, se 
in esse si fa di molte particelle un tutto operante 
come uno e semplice, dunque d'un corpo può ri- 
sultare l'anima che paia semplice nei fenomeni psi- 
chici, benché sia moltiplico ne'fenomeni fisici. L'A. 
invece, non pensando almeno a questa difficoltà, e 
ponendo come lemma la diversità radicale e incon- 
ciliabile d'anima e di materia, s' occupa solo del 
modo di concepire la combinazione , come egli la 
chiama, di due cose tanto apparentemente contrad- 
ditorie nelle loro proprietà. 

Ma io che la questione omessa dal P. Pianciani 
non voglio omettere, principiando da questa, e fon- 
dandomi su quanto ho discorso di sopra, nego es- 
ser di qualche valore la difficoltà. Inflitti , da che 
la riduzione a uno nel composto chimico è relativa 
e non assoluta ed intrinseca, rispondo, che l'unità 
generata e fenomenale sarà per rispetto agli effetti 
operati sopra gli altri corpi posti al di fuori, e nelle 



117 

distanze delle azioni chimiche; ma, entro se stesso, 
e nelle altre azioni, il composto resta sempre di- 
stinto in parti separate e moltiplici come prima, ed 
ogni parte, ogni azione, ogni attività, resta distinta 
numericamente in tante quante pur sono, di ma- 
niera che, se -il composto chimico avesse mia co- 
scienza, cioè un sentimento delle azioni esercitate 
e sofferte, ogni sua parte avrebbe una coscienza sua 
di quel che essa individualmente agisce e patisce, e 
del proprio centro d'attività, e della direzione della 
propria forza, non delle altre; e perciò vi sarebber 
coscienze, e quindi sentimenti psichici, o anime se- 
parate, quante son parti. 

Sebbene anche il famoso esemplo del triangolo 
e dei suoi tre lati ed angoli, da percepire da un'ani- 
ma supposta non originariamente semplice, che nelle 
scuole s'usa a provare la semplicità, è dugli spiri- 
tualisti scelto male a proposito, e tutta l'argomen- 
tazione che intorno ad esso s'aggira prò e contra, 
non fa né prò, né contra. Perchè non è giusto, sup- 
porre presente all'intelletto, semplice o composto eh' 
ei siasi, ciascuno de'lati o degli angoli, e insieme 
il loro aggregato mentre pensa, ma la mente pro- 
cede in ciò per atti successivi e continuati. Quando 
penso al triangolo, fuori dello spirito, e nella specie 
cerebrale, è la figura composta del triangolo intero 
e perfetto in una immagine tutta fìsica, ciò che non 
vuol dire nella idea spirituale. Acciocché la figura 
diventi tale idea, l'anima bisogna che, per atti sin- 
golari uno dopo l'altro, rapidamente e senza discon- 
tinuità, si determini alla percezione di ciascheduna 
di queste parti, e finalmente della loro somma, ed 



118 

a ciascuna di queste cose alla sua volta, attenda con 
atto percettivo unico ed indivisibile, finita la qual 
rivista psichica, l'idea risulta completa, per una pro- 
prietà dello spirito di raccogliere in un fatto com- 
posto considerato come semplice, quel che conce- 
pisce un momento prima, con quel che un momento 
dopo, in virtù di attenzione persistente nel passag- 
gio dall'uno all'altro. E così è una realtà che a cia- 
scun istante diverso l'atto animale è semplice, men- 
tre la sintesi risultante che va creando, o l'analisi che 
va tramettendo, è sopra un composto oggettivamente 
materiale e composto, soggettivamente spirituale ed 
uno. Per esempio, nel nostro caso, la psiche conce- 
pisce, un dopo l'altro, per atti sempHci e continuati, 
prima il lato a, poi il b, poi il e, poi l'angolo «, 
poi il /3, poi il 7, poi il suo passaggio alternativo 
dall' uno all' altro , e ogni mutazione di concetto , 
somma in una concezione unica ed indivisa,, finche 
{a-\-b-ir-c-\-a-^^-+-y) = ^ cioè l'idea del trian- 
golo intero separata o riunita, torna sempre sem- 
plice, e oscuramente è conceputa come composta, 
in quanto la specie cerebrale sempre presente dura 
nel cervello per ricordare la composizione , e nel- 
l'anima che resta identica a se, in tutta la succes- 
siva perlustrazione de' mentovati atti psichici, con- 
nettesi in un atto unificato. 

Ma, tornando alla maniera di vedere del dotto 
autore, in essa egli è condotto ad occuparsi inci- 
dentemente sulla questione del modo di nesso , e 
della sede della combinazione qui discorsa , se sia 
congiunzione dell'anima con tutto il corpo umano, 
con tutto il sistema nervoso sensitivo, col solo en- 



119 

cefalo, od altrove. — Io intorno a ciò ho manife- 
stato più volte il mio sentimento. — Dalla qual di- 
sputa passa all'altra, se lo spirito sia esteso e mo- 
bile, e in che consista l'estensione e il movimento. 
E parla di quel che appartiene all'anima in quanto 
solo incorporata, e in quanto le si conviene quando 
e finché si trovi senza corpo. 

Senza tener dietro al P. Pianciani in siffatte sot-^ 
tili disquisizioni, esporrò candidamente il mio pa- 
rere. Non v' è ragione alcuna perchè l'anima spiri-^ 
tuale debba esser creduta da meno che la materia. 
Se ogni particella di materia, secondo me, abbraccia 
colla sua attività ed efficienza lo spazio intero, cioè 
l'estensione universale, l'anima , come le legge di 
analogia, e della maggior sua dignità, consiglia, non 
dovrebbe in ciò avere una sfera minore a lei de- 
stinata. Una particella materiale però non opera e 
patisce, colla stessa intensità, in ogni luogo. Ha un 
centro d'azione diverso da tutte le altre, doride ir- 
*raggià intorno le sue attività, ed al quale chiama^ 
o dal quale ripelle , con direzioni sempre diverse 
(secondo che si mula il luogo del suo centro) le 
altre particelle. Quindi è che in realtà, mentre, in 
quanto è materia empie l'estensione intera del mondo 
con azione digradata , si localizza però nei centri 
della sua massima azione. Dello spirito al contra- 
jio non possiamo dire rigorosamente altrettanto. 
Certo, per non supporlo men vantaggiosamente do- 
tato della materia per questo riguardo , deve esso 
potenzialmente, colle sue attività del grado che gli 
son concesse ab origine^ ( modificate però da altre 
leggi ignote dalla creazione) coestendersi alla esten- 



120 

sione universale, ma non esser soggetto alla stessa 
legge dì localizzazione, e per conseguenza di mo- 
bilità, e del bisogno d'un suo centro speciale di re- 
sidenza. Esso è sempre e per tutto, colla sua en- 
tità, presente, ma attivo o dissimulato, secondo con- 
dizioni ignote ed irrivelate , che governano sia il 
suo attuarsi e mostrarsi in un luogo sì e in un al- 
tro no, per contrapposto il suo dissimularsi; ne 
ha bisogno, per far l'una o Taltra cosa, andarvi o 
partirne, perchè già v'è, e, senza necessità di par- 
tirne, s' occulta colla cessazion dall' azione. Invero 
questo non ci fa gran fatto capire tal mirabile pro- 
prietà. Ma intendiamo forse piiì chiarameute il fatto 
della presenza universale delle attività reciproche 
d'ogni particella materiale, che nessuno nega ? Per 
fermo, anche a discernere spirito da spirito, agente 
o paziente, è forza dire che una particolar legge di 
localizzazione esista per gli esseri spirituali, cosic- 
ché, ogni volta, rispetto a spazio, possa ben distin- 
guersi la direzion dell'azioni, e la sedo della pas-* 
sione , quanto a ogni spirilo. Bisogna dunque che 
esista una specie d' impenctralnlUà , per così spie- 
garmi, negli spiriti per la quale, quel che opera l'uno, 
non si confonda con quel che opera l'altro, e, al- 
meno siiggellivamenle, quel che un soffre non si con- 
fonda con quel che 1' altro soffre. A rigor di ter- 
mine si può concepire nelle anime la penelrabililàj 
ossia la coesistenza simultanea di due o piij anime 
nello stesso luogo, coesistenti colla non confusione 
delle loro rispettive individualità, cosicché le azioni 
delle diverse anime una colTaltra restino snggeltiva- 
w..cntc distinte una dall'altia, quando anche in realtà 



121 

vengano o partano dagli stessi punti , agli stessi 
punti dello spazio, o con diversa, o colla stessa in- 
tensità. Tuttavia è forse in questi casi, una ripu- 
gnanza morale, analoga alle impenetrabilità fisiche, 
a non darsi reciprocamente un luogo medesimo , 
quanto, massime, alle azioni fisiche. Questo è un 
punto eh' io tocco appena , e che vorrebbe essere 
approfondito, ahneno colla congettura e colla ipotesi. 

Sarebbe un altro punto, a che imi)orterebbe ac- 
costarsi, ed è, se più spiriti, che dicemmo presenti 
ovunque e sempre (sebbene, colle limitazioni sco- 
nosciute, cui regola il loro malnoto modo d'essere) 
possano contemporaneamente esercitare la loro at- 
tività , patire le altrui , sentendole dislintamente 
ognuna. Per fermo quanto alle oggettive può acca- 
dere il medesimo che per le forze fisiche, le quali, 
per quanto semplici ed operate da un semplice , 
possono simultaneamente suddividersi e spaitirsi 
sulle altre cose, come e quanto si vuole. Così, una 
monade attraente, può dirigere la sua attrazione a 
tutte le monadi, quant'elle sono, diffuse nello spazio. 
Ma rispetto alla possibilità suggettiva di sentirle, cioè 
d'averne coscienza distinta e simultanea, par chiaro 
che noti possa darsi. Potrà bene per atti di atten- 
zione alternata o successiva, accorgersi l'anima di 
queste azioni esercitate o sofferte. Ma ad ogni istante 
non potrà che averne sentimenti più o men collet- 
tivi, raccogliendo in una spezie di risultante unica 
le azioni che esercita e che si esercitano su lei. 

E fin qui abbiamo deviato dalle dimando del 
chiarissimo A. Abbiamo però prepaiata la strada a 
rispondervi. E manifesto che nell'anima umanata ,, 



122 

l'assoggettamento al vincolo del corpo, modifica in 
modo le proprietà spirituali, ch'essa, nelle vie al- 
meno ordinarie , ha ristretto , temporaneamente , 
l'esercizio delle sue attività e passibilità al solo pe- 
rimetro del suo corpo, ed è quivi forzatamente lo- 
calizzato colle leggi che ho cercato d'esporre nel- 
l'opuscolo Fisiologia della sensaziane ecc.; anzi nem- 
meno al perimetro del solo corpo, ma apparente- 
mente al solo centro encefalico. E questa localiz- 
zazione non ripugna che s' intenda come una vera 
compenetrazione unilaterale , cioè dello spirito nel 
composto encefalico considerato tutto d' un pezzo 
quale una estensione non discontinua . . . 

Dopo di ciò , se l'anima dorma o no , quando 
il corpo dorme, è una questione a cui non può 
esser difficile dare risposta. L' operare dell' anima 
umanata è moltiplice. Uno riguarda le azioni e pas- 
sioni del genere- delle intellettive , un altro quelle 
del genere delle motrici e volontarie, un terzo quello 
delle forze che possono chiamarsi non sentite ed 
istintive. Rispetto al primo , si direbbe , a primo 
aspetto, che, dormendo, il corpo l'anima pur debba 
dormire , cioè stare inattiva , perchè necessaria- 
mente ogni Operare di questa categoria è accom- 
pagnato per natura da accorgimento o consapevo- 
lezza, che è atto psichico, il quale non può esser 
fatto né patito nell' inerzia di stato rappresentato 
dal sonno. Ma per potere affermar così , bisogne- 
rebbe non aver mai, durante il dormire del corpo, 
fatto patito atti intellettuali , di cui poscia sve- 
gliati abbiam perduta la memoria. Ora molti fatti 
del sonnambulismo che offrono i casi detti magne- 



12a 
tici (da troppi ohe l'ammettono), sembra che s'ac- 
compagnino abituahnente con atti di questo ordine, 
e colla perfetta loto obblivione al cessare del sonno 
magnetico. Si potrebbe però domandare, se in casi 
di eccezione ne' quali ciò succeda, è perfetto sonno 
del corpo, e non piuttosto un modo speciale di ve- 
glia; e altrettanto può dirsi d' ogni altra induzione 
cavata dai fatti analoghi di dormienti, che non la- 
sciano memoria. Da un 'altra parte , le operazioni 
intellettive supposte, osi mostrano allora nella parte 
corporea per qualche indizio che le accompagna e 
le seguita, o no. Se si dice il primo, dunque suc- 
cedono elle allo stato di semi veglia , non di vero 
sonno: se il secondo, qual prova può darsi che real- 
mente succedano ? A priori si può conchiudere, che, 
a rigor di termine, per la legge di legame, quando 
l'animo comunque opera, dee nesessariamente trarre 
a consenso il corpo, e se il corpo non può essere 
tratto a ciò, ella stessa si paralizzi. Dunque il con- 
trario non può accadere, se pur non suppongasi, che, 
addormentato completamente il corpo in quella parte 
che serve all'anima, riacquisti non pertanto questa la 
più o men piena libertà, e possa quindi agire o 
patire, cioè vegliare, a modo di spirito sciolto. 

Rispetto alla seconda guisa di operare — gli 
atti volontarii altri riguardano il muovere il corpo, 
altri il modificare lo spirito puro che comanda a se 
stesso. Ora è chiaro che que'che servono a muovere 
il corpo, soppongono in esso la facoltà di esser fi- 
sicamente mosso dalla forza spirituale, dunque sono 
necessariamente accompagnati dallo svegliamento , 
e impossibili senza esso. A que'poi che riguardano 



Ii4 

lo spinto puro, è applicabile il ragionamento nel 
quale ci trattenemmo nel precedente paragrafo. 

Rispetto alla terza categoria, la scienza fisiolo- 
gica ogni giorno piiì s' accosta a una piena dimo- 
strazione , che la vita corporea gangliare è pura- 
mente organica per se medesima,e indipendente dallo 
spirito , per fino in tutti quegli atti che si chia- 
mano della vita di relazione o riflessi istintivamente 
rispondenti a certe irritazioni fìsiche^ che non è ma- 
nifesto essere accompagnati da alcuna operazione 
psichica almen patente, 

L'ultima quistione di cui dirò ancora poche pa- 
role, riguarderà, per quanto è lecito congetturarne 
il modo, 1* influsso durante la vita terrena che re- 
gola il commercio dell'anima col corpo. In vari miei 
precedenti lavori, qua e là, intorno a ciò dichiarava 
il qual che siasi mio parere. L' anima par le- 
gata ( e ho svolto ciò recentemente , con un 
pò più d' ampiezza nella citata disertazione sul- 
la fisiologia ec. ) colla somma del etere inte- 
ratomico , cioè ritenuto entro ciascun atomo ner- 
veo, di que' che servono mirabilmente al meccani- 
smo del senso e del moto volontario. Dove la po- 
tenza spirituale sembra, che limiti il suo officio ad 
una propria energia, in virtù della quale, esso etere 
è organicamente disposto dalla parte del senso , a 
compiere l'operazioni varie che ho cercato spiegare 
altrove. Rispetto poi al moto volontario sembra che 
da essa anima parta una non so qnale attività che 
•certi nervi trasforma in una specie di pile elettri- 
che, le cui scariche sotto il dominio di lei ; pro- 
ducono il moto muscolare. Certo più di così non è 



125 

lecito di vedere, ncmmen por congettura , 1' indole 
intima di questa energia. Lo spirito da questa parte, 
in quanto ciò riguarda, ha potestà d'agire sulla ma- 
teria con una forza simile alla fisica, benché psi- 
chica. Ciò però, per molto che sia inconcepibile, è 
un fatto che non può esser negato se non da chi 
creda all' assurdo della perfetta impossibilità che 
siavi alcun influsso diretto tra il mondo materiale 
e lo spirituale; come se qualche ragione intrinseca 
proibito avesse a Dio di comunicare agli esseri di 
natura immateriale una facoltà ibrida che ci met- 
tesse in rapporto cogli esseri materiali, e rendesse 
gli uni attivi sugli altri con qualche artifìcio, il qual 
per essere ignoto a noi, non è dimostrato esser di 
sua natura impossibile. 



120 



Intorno ad alcune voci che si stimano erronee 
nella lingua italiana, e tali non sono. 

i\lcuni nostri filologi, nobilmente teneri della pa- 
tria e della dignità della sua favella , hanno pub- 
blicato importantissime opere intorno alle parole ed 
ai modi errati che sono fra noi comunemente in 
uso. Di che non possono esser maggiori gli obbli- 
ghi che loro ne debbono le lettere e le scienze ita- 
liane : anzi ne dee l'italiana civiltà. Siccome però 
alcuni di essi, per quanto ci sembra, sonosi lasciati 
vincere da troppo rigore, non avendo più quasi avuto 
considerazione né al privilegio delle lingue vive, nò 
all'autorità che assolutamente non può negarsi all'uso 
del popolo; così abbiamo osato di compilare anche 
noi un piccol catalogo di voci, che si stimano er- 
rate, e tali non sono, non solo per il detto uso del 
popolo, principalmente toscano, ina per trovarsene 
una gran parte nelle opere di scrittori (molti de' quali 
insigni) ammessi dall'accademia della crusca meri- 
tamente a far testo. 

Certo di alcune parole o moderne, o tali repu- 
tate, non può farsi a meno chi vuol precisione e 
chiarezza di favellare: altro essendo lo scrivere fa- 
miliare , ed altro il nobile de' poeti, degli storici, 
degli oratori: i quali talora possono senza afTetta- 
zione noia de' lettori adoperare alcune circonlo- 
cuzióni e antiche parole, che già non possono i par- 
lanti e scriventi familiarmente. Se a tutti si con- 
viene certa proprietà nazionale, non a tutti sta bene 



127 

una squisita eleganza. E già Cicerone stesso, così 
pieno di zelo pel gentile parlar latino, diceva d'usare 
nelle sue lettere incomparabili le voci, non de'libri 
di Catone, di Antonio e di Crasso, ma sì del po- 
polo , meglio della plebe. Vernntamen , scriveva 
egli a Peto (lib. IX, epist. 21), quid libi ego in epi- 
stolis videor ? Nonne plebeio sermone agere tecitm ? 
E poi: Epislolas vero quotidianis verhis lexere sole- 
miis. Il quale avviso vediamo aver pure avuto i no- 
stri buoni italiani de' migliori secoli, come sa chi 
legge le lettere anche de' più puri e forbiti. 

Nel presente breve lavoro non abbiamo consul- 
tato altro vocabolario, da quello in fuori della crusca 
(solo codice della lingua che riputiamo autorevole, 
specialmente per le parole d'uso) con le Giunte Ve- 
ronesi del Cesari e le Giunte Torinesi del Somis. 
Sicché forse le voci, che rechiamo, saranno state 
già registrate in altvi più moderni: de' quali non 
abbiamo uso o notizia. Certo è che da noi furono 
tratte principalmente dagli scrittori stessi, delle cui 
opere in tutta la vita ci siamo fatti delizia, spesso 
per le cose, sempre per le parole: le quali non man- 
cammo notare per privato ammaestramento ne'mar- 
gini qua e là del nostro vocabolario. 



ABBORDARE e ABBORDO. Dopo gli esempi 
classici, che gli accademici della crusca ne hanno 
recato nell'ultima ristampa del loro vocabolario (che 
tutti desideriamo veder compiuto) , non vuoisi piiì 
porre in dubbio il valore di nessuno de' significati 
di abbordare e di abbordo. 



128 

ABBRACCIO. Abbracciamento. Essendo errato 
V esempio del Boccaccio , il più antico sarà forse 
quello (non avvertito) di Giampietro Maffei, scrittor 
famoso del secolo XVI , nella vita di S. Martino 
cap. 12: « Con molti abbracci e cortesie ricevè co- 
lui, che dianzi non soffriva di vedere ». 

ABBRUTIRE, ABBRUTITO, ABBRUTIMENTO. 
La crusca nel nuovo vocabolario le registra come 
voci, quali sono veramente, dell'uso comune. 

ABERRARE e ABERRAZIONE. Registrate giu- 
stamente come voci d'uso, e non ignobile, nel nuovo 
vocabolario della crusca. 

ABILITARE e ABILITARSI. Voci anch' esse , 
fuor dell'uso legale, registrate dalla crusca nel nuovo 
vocabolario cogli esempi dei Caro, del Bartoli, del 
Segneri e d'altri. 

ABILITAZIONE. Si dirà, secondo il nuovo vo- 
cabolario della crusca, come termine di legisti. 

ABITUDINE. Abito. Oltre agli esempi dei Botta, 
che reca il nuovo vocabolario della crusca , ec- 
conc anche altri, Bentivoglio, Stor, par. 1. lib. 1: 
« Ogni corpo umano aver la sua particolare abitu- 
dine , e così ogni nazione il proprio suo naturale 
temperamento». — Perticari, Scrittori del trecento 
lib. 1 , cap. 7: « Perchè già tutti quegli europei , 
benché sciolti dal nostro giogo, avranno avuto sem- 
pre l'occhio air Italia, per la memoria, per l'abitu- 
dine , ed anco per la paura della passata lunghis- 
sima schiavitù. )) — Laonde poi 1' egregio Parenti 
non dubitò usare la medesima voce nelle sue an- 
notazioni al vocabolario di Bologna, art. Libertino: 
« Voce dell' uso (egli dice) derivata probabilmente 



129 
dalle abitudini licenziose di quelli affrancati, che pro- 
priamente chiamavansi libertini ». 

ABIURA e ABIURAZIONE. Sono voci ammesse 
con esempi nel nuovo vocabolario della crusca. Ol- 
treché debbono reputarsi voci dell'uso generale. 

ABNEGARE e ABNEGAZIONE. Potrà scriversi 
anche, secondo che alcuni vogliono, annegare e an- 
negazione. Ma abnegare e abnegazione si trovano in 
ottimi scrittori del trecento e del cinquecento, come 
c'insegna il nuovo vocabolario della crusca. 

ABORTIVO.' In senso figm-ato e metaforico. Re- 
gistrato con esempi nel nuovo vocabolario della crusca. 

ACCADEMICAMENTE. Si dirà per uso familiare 
( secondo il nuovo vocabolario della crusca ) « coi 
verbi dire, parlare e simili, e varrà parlare di chi- 
chessia senza determinato proposito , ed anco per 
solo trattenimento. » 

ACCAMPIONARE. Lo diremo per l'autorità della 
crusca, che registra questo verbo nel nuovo voca- 
bolario. 

ACCAPARRARE e ACCAPARRAMENTO. Voce 
d'uso , registrata ora dalla crusca nel nuovo voca- 
bolario. 

ACCENTRARE. Concentrare, ritirare nel centro. 
Lo registra la crusca nel nuovo vocabolario , dove 
reca di Accentrato un esempio del Bembo. 

ACCIACCARE. Indebolire, infiacchire. È voce re- 
gistrata pure dalla crusca nel nuovo vocabolario, che 
d'Acciaccato in tal significato ha un esempio di fra 
lacopone. 

ACCIACCO. Danno sofferto nella sanità. Ammesso 
G.A.T.CXLIII. 9 



130 

nel nuovo vocabolario della crusca con esempi del 
Redi, del Magalotti e del Salvini. 

ACCIDENTATO. Trovandosi detto Accidente per 
Appoplesia dal Guicciardini , dal Cellini , dal Segni 
e da altri, ha perciò la crusca nel nuovo vocabo- 
lario registrato come voce d'uso anche Accidentato. 

ACCOMODAMENTO. Conciliazione. Ammesso al- 
tresì dalla crusca nel nuovo vocabolario con esempi 
del Bentivoglio, del Buondelmonti e del Botta. 

ACCOMODAMENTO. Acconciamento , Vaccomo- 
darCy il ridurre in buono stato. 11 nuovo vocabolario 
della crusca ne reca esempi del Galilei , del Segni 
e d'altri. 

ACCORDABILE. Veggasi il nuovo codice della 
favella. 

ACCOSTANTE. Persuasivo , efficace- In esso 
nuovo codice ha l'esempio di Albertano. 

ACCREDITARE. Addebitare , far debitore d'al- 
cuna somma. Voce dell' uso mercantesco registrata 
dalla crusca nel nuovo vocabolario. 

" ACCUCCIARE. Neutr. Pass. Detto del coricarsi 
de' cani. Voce d'uso registrata dalla crusca nel nuovo 
vocabolario. 

ACQUISIRE. Voce d'uso ammessa dalla crusca 
nel nuovo vocabolario. 

ACQUISITORE. La crusca nel nuovo vocabo- 
lario registra questa voce coH'esempio degli statuti 
de' cavalieri di santo Stefano. 

ACUMINARE e ACUMINATO. Voci ammesse nel 
nuovo vocabolario della crusca. 

ADDAZIARE e ADDAZIATO. Ammesse corno 
sopra. 



131 

ADDEBITARE. Far debUore. Perchè , secondo 
alcuni, non può dirsi in buona tavella ? Veggasi il 
nuovo vocabolario della crusca. 

ADDIZIONALE. Add. Registrato come voce d'uso 
dalla crusca nel nuovo vocabolario, dove sono eseiB^i 
classicissimi di Addizione. 

ADDIRIZZARE. Ha tanti buoni esempi d' ogni 
secolo, che forse non ne ha altrettanti indirizzare^ che 
da qualche filologo vorrebbe ad esso sostituirsi. 

ADERENZA. Unione ad una parte , ad una fa- 
zione. Beoti voglio, Stoi'. par. I, lib. 5: « In Alema- 
gna non cessare 1' Oranges di usare anch' egli ogni 
studio coi principi suoi amici e cogli altri di sua 
aderenza. » E così altre volte. 

ADESIONE. Potremo usarlo anche per acconsetir- 
timenlOi aìinuenza, avendolo registrato la crusca nel 
nuovo vocabolario. 

ADESSO. Il Facciolati la dice voce da non usarsi 
in grave componimento. Noi staremo invece colla 
crusca , che nel nuovo vocabolario ne reca esempi 
gravissimi di prosa e di verso d'ogni secolo. 

ADIRE UN' EREDITA. È bello e antico modo 
legale, ammesso nel nuovo vocabolario della crusca 
anche con un esempio di Giovanni dalle Celle. Come 
pure Adire il tribunale, il giudice, è ivi registrato 
come voce del buon uso toscano. 

AD ONTA. Non ostante. È registrato nel nuovo 
vocabolario della crusca. 

ADOTTARE. Approvare , ammettere. Oltre agli 
esempi del Salvini e di altri, che si hanno per in- 
fetti di francesismo , eccone uno pur del Giordani 
nella lettera al Boucheron (Nuove prose. Milano, Sii- 



132 
vestri 1839) pag. 33 : « Si adottarono i tipi pro- 
posti : ma le parole italiane furono intollerabili ai 
nostri latinissimi. « 

AFFARE. Combattimento. Registrato nel nuovo 
vocabolario della crusca coll'esempio dell'Alamanni 
nel Girone XV. 53. Ma noi non l'useremmo giammai. 

AFFERRARE. Non istà metaforicamente colla 
sola voce punto, perciocché il Galilei disse afferrare 
la brevità, Marcello Adriani afferrare il fatto, il Caro 
afferrare l'occasione^ come si ha nel nuovo vocabo-^ 
lario della crusca. 

AFFETTATEZZA. Affettazione. Il nuovo voca- 
bolario della crusca ne reca l'esempio del Fioretti. 

AFFETTO DI MALATTIA. Lo dicano i medici: 
ma non si vieti di dirlo anche a noi per l'esempio 
del Caro recato nel nuovo vocabolario della crusca. 
E cosi useranno bene i giureconsulti, per gli esempi 
che ne reca esso vocabolario , la voce affetto : la 
quale, dice l'accademia, parlandosi di patrimonio, 
di possessioni, di capitali e simili, vale obbligato, 
soggetto, {gravato, ec. 

AFFETTUOSITÀ'. È voce del trecento, ringio- 
vanita dal Salvini, e registrata nel nuovo vocabo- 
lario della crusca. 

AFFEZIONE. Termine de'medici, ammesso dalla 
crusca nel nuovo vocabolario con esempi nobilissimi 
fin del trecento. 

AFFIATARSI CON UNO. È voce d'uso toscano, 
registrata pur dalla crusca nel nuovo vocabolario. 

AFFILIARE. Voce altresì dell' uso registrata 
come sopra. 

AFFISSARE, Affiggere. Coll'esempio del Ricciarr. 



133 

detto è stato ammesso dalla crusca come sopra. E 
v' è pure Affisso qual voce d'uso. 

AFFITTARE. È in tutti i vocabolari, in tutti 
i significati , e cogli esempi di Vincenzo Martelli , 
del Caro e del Varchi. Potremo aggiungerne noi an- 
che un altro del trecento , cioè di Donato da Ca- 
sentino nel volgarizzamento del Trattato delle donne 
illustri del Boccaccio pag. 227: « Ma Cleopatra non 
avendo sua intenzione, quasi come s' ella fosse in- 
dugiata per quelle, affittò la vendita di Gericonte 
dove nasceva il balsamo ». 

AFFITTO. Chi ne desiderasse un esempio del 
trecento, eccplo nel testamento di Lemmo di Bal- 
duccio n.° 53: « E i beni d'essa eredità, dovunque 
e in qualunque luogo si sieno, intra e per lo detto 
tempo de'detti tre anni allogare a mezzo affitto e 
mezzo lavorio ec. « 

AFFITTUARIO. Nelle antiche leggi toscane T. 
23 trovasi questa voce d'uso : « Affittandosi detto 
lago, sarà ancora lecito all'affittuario di potere ec.» 

AGGIUSTAR FEDE. Non piace ad alcuni filo- 
logi: e per verità non piace neppure a noi. Certo può 
farsene a meno. Ma non è vero che l'abbia usato 
solo il Giambullari: perchè il Segni, suo contempo- 
raneo, l'usò parimente, Stor. lib. 7: «Solimano, ab- 
battuto da questo caso infelice, abbandonò l' impresa: 
ed aggiustata piiì fede agli ammonimenti della ma-* 
dre, con segreto sdegno conceputo contro ad Abitai m 
se ne tornò a Costantinopoli ». 

AGGREDIRE. Boccaccio, Amor. vis. e. 34. a Or 
mira a pie della città depressa, — E vedi que' che 
già ne fu signore. — Quando da' greci fu con forza 



134 

aggtessa ». — Ed il Segneri, come hanno i voca- 
bolari, usò Aggressione. 

AGGREGANZA. Giacomini , Orazioni pag. 21: 
« L'obbedienza alla ragione e alle vere leggi, veri 
parti della retta ragione, è un' aggreganza di tutte 
le virtù ». 

AGIBILE. Maffei, vita di S. Antonio da Padova 
cap. 4: « Appresso tutto il capitolo rimase in opi- 
nione di uomo semplice e idiota, e poco atto né 
alla sottigliezza delle discipline speculative , nò al 
maneggio delle cose agibili ». 

AGITAZIONE Sollevazione, lumullo. Ben ti voglio 
Stor. par. 1. lib. 3: « Così cessato il terrore nei 
popoli, cesserà l'agitazione nel paese ». 

ALIENAZIONE. Ce ne dà la spiegazione il Caro 
nel Volgarizzamento della rettorica di Aristotile lib. 
1 cap. 5: (i E chiamo alienazione la donazione e la 
vendizione. » — Ed infatti per vendizione V usa il 
Giacomini, Orazioni p. 88: » In quelle legazioni in 
nome de la provincia al clero , qual crediamo che 
fosse il dolore dell'animo suo, mentre udiva trat- 
tarsi e per minore male determinarsi 1' alienazione 
de'beni ecclesiastici per pascer quelle armi ec. ? » 

ALL'UNISONO. Galilei, Saggiatore §. 15: « Io 
domando al Sarsi, onde avvenga che le canne del- 
l'organo non suonan tutte all'unisono, ma altre ren- 
dono il tuono più grave, ed altre meno?» 

A MISURA. Non direi di bassa ilalianilà, come 
alcun dice , una voce usata dal Bentivoglio e dal 
Segneri. Perciocché il primo, Stor. par. 2. lib. 1 , 
scrive: « A misura che i regii procuravano d'allog- 
giarsi dentro ; facevano questi ogni più viva oppo- 



135 

sizione per iscacciainieli fuori. » — Ed il secondo, 
Cristian. Istruii. 1.6. 7: « Quell'aiuto di grazia, che 
avevano già ottenuto, verrà a languire a misura del 
languore che fanno le loro suppliche. » 

AMNISTIA. È termine derivato dal greco , che 
non può tradursi neir italiano perdono: valendo pro- 
priamente il messo in dimenticanza ogni colpa del- 
l'Adriani, Stor. lib. 15. cap. l in principio. 

AMPOLLOSITÀ'. È ammessa come voce d'uso 
non solo nel vocabolario dell' illustre e benemerito 
Manuzzi, ma nella crusca. 

ANALIZZARE. E voce d'uso, come ò il greci- 
smo Analisi. Avvei'tasi inoltre che Analitica, sustan- 
tivo , abbiamo nel Caro , Volgarizz. della rettóricu 
d'Aristotile lib. 2. cap. 25: » Perchè abbiamo già 
veduto nell'Analitica, clie nessun segno fa sillogis- 
mo. » — E Analitico, addiettivo, ivi lib. 1. cap. 4: 
tt Perché vero è quello che ci trovamo aver detto, 
che la rettorica è fatta de la scienza analitica , e 
de là civile che tratta de'costumi ». 

APPARTAMENTO. È voce di buon uso non solò 
per gli esempi del Salviati (non Salvini) e del Bor- 
ghini, ma per quello del Caro in nobilissima poe- 
sia, cioè nella traduzione dell'Rheide lib. 2: « Cin- 
quanta maritali appartamenti — Eran nel suo ser- 
raglio. » — Laonde Paolo Costa, elegante scrittore 
ed ammesso novellamente dalla crusc;i a far testo in 
lingua , credette di poter ben dire nel Laocoonte : 
« Ecco fra tanti italici ornamenti — Laocoonte, che 
Tito si tenne — A pompa de'regali appartamenti». 

APPOGGLVRE. Affidare , commettere. Bentivo- 
glio, Stor. par. 1. lib. 9 : « Appoggiavasi a Mon- 
dragone la cura principale dell'assedio ». 



136 

APPOSTO. Accusa. Celliiii, Vita (ediz. di Colo- 
nia) p. 119: « Io ero innocente di quel falso ap- 
posto per questa causa ». 

APPRENDERE. Insegnare. Questo antico verbo 
fu ringiovanito dall'Alamanni, Egloga Vili: « E ben 
ti donerei piiì d'un capretto, — Se mi apprendessi 
pur due mesi almeno. » 

ARMATA. Esercito. Non solo se ne hanno esempi 
in verso del Morgante e del Ricciardetto, come no- 
tano alcuni filologi, ma sì (cosa che non ci pare av- 
vertita) in prosa dell'aureo Dino Compagni, Stor. lib. 
2: « Il marchese disfece l'armata (presso la nostra 
Bologna) e i neri partirono. » — Rechiamo però que- 
st'esempio, non perchè crediamo bello il dire armata 
VesercitOy ma per iscusare chi pur lo dice. 

ARRE^^TO. Decreto, Sentenza. L'usò molto pri- 
ma del Magalotti lo Speroni, Orazioni (ediz. di Ve- 
nezia 1596) pag. 91: « Però avvenne che nella corte 
des pers de France negli anni 1203 contro Giovanni 
re d' Inghilterra, sendo citato e non comparendo , 
nacque un arresto definitivo che confiscava il suo 
stato. » — E pag. 98: « Essendo stato in un par- 
lamento fermato arresto contro Roberto d'Artoisec.» 
— Ha però gran ragione, ci pare, chi se ne mostra 
schivo. 

ARROLAMENTO. Non ci sembra tanto fuori 
della buona lingua questa voce d'uso, essendovi Ar- 
rotare nel Salvini, Volgarizz. d'Anacreonte in rima, 
ode 50: « Arrolar ne'suoi misteri - Volle 1' uomo 
novizio - E dal ciel scese leggieri - A precipizio - 
Bacco il gran divo. )> - E arrolar soldati in Marcello 
Adriani, Voi?, della vita di Focione scritta da Più- 



137 

laico (ediz. romana del 1852) pag.21: « Ma nel tempo 
dell'arrolare i soldati veniva fuori appoggiato al ba- 
stone con una gamba fasciata » - E arrolarsi soldato 
nel Fortiguerri, Trad. dell' Heautontim. di Teren- 
zio atto 1. se. 1: « Fuggissi in Asia, e s'arrolò sol- 
dato- )) - Oltre r arrolaio del Davanzali registrato 
dalla crusca. 

ARTICOLO. Soggetto, materia. Caro, Lett. ined, 
pubblicate dal Mazzucchelli t. 1. pag. 212: « Ma io 
mi confido ne la prudenza di V. S., e a lei e a mon- 
sig. vice-legato mi rimetto del tutto , il quale mi 
scrive sopra questo aiticelo in un certo modo che 
mostra non diffidar di conseguirlo. » 

ASCENDENTE. Superiorità, potenza morale che 
uno esercita sopra alcuno. Bentivoglio, Stor. par. 1. 
lib. 1: «Riconoscere quelle province per suo principal 
patrimonio, e da loro quell'ascendente che poi aveva 
portato il suo sangue alla successione di tanti re- 
gni )). 

ASSEVERANTEMENTE. Lo diremo bene per 
gli esempi del Galilei e del Segneri recati dalla cru- 
sca: e per quello che aggiungiamo del Pallavicino, 
Stor. del concilio hb. L cap. 3: « E pur egli in 
una scrittura ec, pose asseverantemente, non tro- 
varsi la presupposta donazione in alcun di que' li- 
bri, » 

ATTACCARSL Affezionarsi, prendere affezione. 
Segneri, Manna, nov. 22- 23: « Vedi tu come facea 
la regina Ester per non attaccarsi a quel diadema, 
che le circondava la fronte ? Lo abbominava. » 

ATTESA. Non si ha solo nelle rime antiche, ma 
sì anche in prosa nello Speroni, Apologia delle Ca- 



138 

nace (etiiz. di Venezia 1597) pag. 150: a Questa 
dunque fu la cagione ond'io feci sì lunga attesa di 
scrivere. « 

ATTILLATO e ATTILLATURA. Vuoisi che 
queste sole sieno le voci ammesse dal vocabola- 
rio. Aggiungasi Attillalamenle, ch'è senza l'esempio, 
e lo avrà nel Castiglione, Corlig. lib. 2. cap. 21 : 
« li <|ual fu tanto ben divisato di panni ed accon- 
cio così atlillatanjente, che avvegnaché fosse usato 
solamente a guardar buoi ec. )> - Osservisi altresì, 
che allillato è graziosamente avverbio nel Caro , 
Relt. d'Arist. lib. 2. ".ap. 24: » E perché veste at- 
tillato, e va di notte, è adultero. » 

AUGURARSI. V'ha chi afferma che non possa 
dirsi mi aiujuro, in vece di desidero, spero ec. Ma 
gli stanno contro e il Caro , Lett. ined. pubb. dal 
Mazzucch. t. 1. pag. 166: « Di questa Vostra gita 
m'auguro qualche cosa di buono: » - E lì Sialvini, 
Prose toscane L 393: » Io per me nella mia età ornai 
in ver Poccaso inclinata gioisco dentro dal cuore 
augurandomi che voi i vostri passati gloriosi ram- 
mentandovi ec. « 

AVULSO. Caro, Eneid. lib. XII: u Ed ambi i 
capi da i lor tronchi avulsi, - Sì come eran di pol- 
vere e di sangue - Stillanti e lordi, per le chiome 
appesi - Anzi al carro si pose. » 

AZZARDARE. Lo registra il Cesari nelle sue 
giunte con esempi poetici del Menzini: non poten- 
dosi far conto della storia della guerra di Semifonte 
reputata apocrifa. In prosa usò questa voce il Cru- 
deli, Rime e prose (ediz. di Parigi 1805) p. 155: 
« Non azzardare il tuo credito ad una sola prova.» 



139 
B. 



BATTERE L'INIMICO. Agli esempi attivi del 
Bembo e del Guicciardini, recali nel vocabolario , 
aggiungerei questo passivo dei Machiavelli, Discorsi 
2. 16 : « La seconda schiera de'principi, perchè non 
era la prima a combattere , ma bene le conveniva 
accorrere alla prima quando fosse battuta, o urtata, 
non la facevano stretta. » 

BELLO SPIRITO. Segni, Stor. lib. 7: « Il car- 
dinale, che per la destrezza dell'ingegno conveniva 
assai col bello spirito di Filippo, sorridendo, e lo- 
dandolo del suo ragionamento, lo prese con gran fe- 
sta per mano. r> 

BEN ESSERE. Non solo ha esempi illustri nei 
cinquecento ; ma ne ha uno altresì nel trecento: ed 
è di fra Girolamo da Siena, Adiutorio p- 130: « Lo 
primo bene essere si riceve in questa vita, in quel 
modo lo quale è detto , e questo con speranza di 
meglio. » 

BENE YISO. L'Ariosto disse Ben veduto : e la 
crusca lo registrerà certo nel suo vocabolario. Ori. 
Fur. XXXI. 26 : « Ma servito, onorato, e ben ve- 
duto — Quanto in loco ove mai forse venuto. » — 
E così anche l'Adriani, Stor. lib. 16. cap. 5: « Vo- 
leva (il re) che in Roma e per tutto fossero dai suoi 
ministri difesi, e dagli altri ben veduti ed avuti in 
rispetto. )) 

BERSAGLIATO. Crudeli, Rime e prose (ediz. di 
Parigi 1805) pag. 129: « Smarrivansi i sembianti - 
De'bersagliati amanti. » 



BIMESTRE. Non è vero che manchi al vocabo- 
lario della crusca. 

BOLZETTA. Il Caro disse bolgetta nelle Lettere 
Farnesiane, il cui esempio ci è recato dal dottissimo 
conte Somis di Chiavrie nelle sue Giunte Torinesi al 
vocabolario della crusca: libro troppo immeritamente 
obliato, come pare, dai nostri filologi. L'esempio è 
il seguente : « Ordinate che sia portata da un fida- 
to, e che si taccia dare la bolgetta, che si dimanda, 
perchè vi sono scritture d'importanza a riscontrare 
le cose dette. » 

C. 

CADERE IN DISCORSO SOPRA UNA COSA. 
Ha un valente che dice non esser modo molto felice. 
Poco diverso però è quello del Lasca, Cena 2, nov. 
4 : « E poiché essi ebbero mangiato le frutte, fat- 
tone andare le donne in camera, caddero sopra il 
ragionamento di Gian Simone e del suo amore. » - 
E del Casa nel discorso al cardinale Caraffa: « Pro- 
ponesse a questi ministri imperiali, che sarebbe ben 
fatto di fermare N. S. e V. S. Illma con il conce- 
der loro qualche stato , e finalmente cader sopra 
quello di Siena, offrendo anco loro fino a 2000 tal- 
leri. )> 

CALCOLO CALCOLO. Giudizio. È registrato 
dal Somis nelle Giunte Torinesi con un esempio del 
Caro. 

CALDARROSTA e CALDALLESSA. Mauro , 
Capii, della bugia: « Tal che fu già pizzicaruolo o 
oste , — Or è gentile , e tal che già poch' anni — 
Gridava : Calde allesse e calde arroste. » — Ed il 



U1 

Tassoni, Secchia IV. 35: « L'un nemicizia avea col 
sol d'agosto : - E l'altro lincaiia le calde arrosto. » 

CALESSE e CALESSO. Carro a due ruote e ad 
un cavallo. x\dimari, Satira contra le donne: « Stan 
pili lettighe in punto al suo partire , — Calessi e 
mute, ove il terren sia piano. » — E poi alquanto 
madornale l' errore di chi ha scritto aversi di que- 
sta voce esempio nell'Ariosto. 11 buon filologo non 
ha neppur dubitato, che Co/esse nell'Ori. Fur. Vili. 27 
stia per la città di Calais in Francia. 

CALMARE- Se vuol dire Abbonacciare, secondo 
la crusca, non parmi dover essere errore lo scrivere: 
« La voce di Nettuno calmò il mare. » Anzi cre- 
diamo aver ben detto il Crudeli, Rime e prose (ediz. 
di Parigi 1805) pag, 4: « M calmato Oceano in- 
dora il seno. )) 

CANNONEGGIARE. Se vi è cannone , deve es- 
servi cannonata. Ed infatti si ha nel Benlivoglio , 
Stor. par. 1. lib. 6: « A questo fine infestava quasi 
di continuo il campo regio con fiere tempeste di 
cannonate. « E se v'è cannonata, dev'esservi anche 
cannoneggiare e cannoniero, voci d'uso omai gene- 
rale in Italia. 

CANONIZZARE, Oltre al «acro senso cattolico di 
ascrivere alcuno nel numero de'santi, eccone un altro 
datogli dal Caro nel Volg. dell'oraz. prima di s. Gre- 
gorio nazianzeno : « E per cattivi e per buoni ca- 
nonizziamo gli uomini, non secondo i costumi loro, 
ma secondo l'amistà o la nimicizia che abbiamo con 
essi. » 

CAPEZZA, Cavezza. Caro, Rett. d'Aristot. lib. 3. 
cap. 10 ; « Disse che si studiava che li fusse rive- 



142 

duto allora, perchè avea la capezza ne la gola al po- 
polo. )) - Capezza inoltre disse il Machiavelli, Lett. 
Famil. n. 80. « Lo darai (il mulettino) a Vangelo, 
e dirai che lo meni in Montepugliano , e di poi gli 
cavi la briglia e il capezzo. » 

CAPITALE. V'ha chi dice egregiaiioente in sua 
vece, come altresì il Bentivoglio, cklà principale il Ma- 
chiavelli disse cà/9o, Discorsi 1. 1: <( E per non avere 
queste cittadi la loro origine libera, rade volte occorre 
che le faccino progressi grandi, e possinsi tra i capi 
de'regni numerare. » 

CASUALITÀ'. Già mba lista Strozzi, Orazioni e al- 
tre prose pag. 5 : « Pare a noi, che non veggianio 
altro che'l presente, che sia casualità o errore quel 
che molte volte è indizio, benché oscuro , di quel 
voler che non erra, e che'l tutto cagiona. » 

CEMENTO. Caro, Lett. ined. pubbl. dal Maz- 
zucch. t. 1. pag. 146: «Voglio più tosto aver pa- 
zienza, che condur la cosa a certi cementi che po- 
trebbero dar cattivo saggio di questo negozio. » 

CENNARE. Alcun valente lo ha in dispetto, non 
ostante l'esempio dell'Ariosto , che veramente solo 
ne reca la crusca. Ma gli si farà grazia, speriamo, per 
questi altri di scrittori non meno eleganti che au- 
torevoli, i quali non l'ebbero certo per un ridicolo 
mozzicone. Alamanni, Girone VII. 158: « Galealto 
Giron mirando liso, - Che rispondesse a lui, cenno 
col viso. » - Lasca, Egloga 4: « Tirsi, quasi ridendo, 
a Galatea - Volto, cenno che tosto incominciasse.» - 
Caro, Long. Sof. ragion. 4: « A questo parlare era 
presente la Cleariste, la quale, desiderosa di vederne 
la pruova, comandò che Dafni sonasse, e cennasse 
loro come soleva. » 



143 

CIRCOLARE. Andare inlorno. Lo registrerà la 
crusca nel nuovo suo vocabolario con questo esem- 
pio del Crudeli, Rime e prose (ediz. di Parigi 1805) 
pag. 53 : « Circolava una scrittura - Da sua lione- 
sca maestà firmata. » 

CIRCOSTANZA" Bisogna, alcun termine di vivere 
ec. Cocchi, Disc, del vitto pittagorico : « E benché 
il suo fato lo portasse a perdere la vita in una se- 
dizione popolare, come molti affermano, o come è 
opinione d'altri, le sue circostanze l'inducessero a fi- 
nire con volontaria inedia la sua languida e decre- 
pita vecchiezza, certo è ec. )> - Giordani, Lett. all' 
accad. della crusca : « Le mie circostanze , conti- 
nuamente piene di tristezze, non mi lasciano la quie- 
te e il vigore che (specialmente ad una complessio- 
ne fragilissima) son tanto necessarie per iscrivere. 
Ma anche in circostanze lietissime non oserei intra- 
prendere la vita del Monti. » 

COERENZA. Non è sempre termine delle scuo- 
le. Cocchi, Disc, del vitto pìttagor: « Se noi potes- 
simo sapere le circostanze, nelle quali ei si trova- 
va, s'intenderebbe molto meglio la coo-en/.a di que- 
sto suo contegno colla sua saviezza. » - Né solo in 
questo significato usò Coerenza^ ma anche Coerenle. 
Ivi : (( bisogna intenderla con senso coerente a 
questi concetti si forti e sì fecondi, o supporlo at- 
tribuite ed aliene. » 

COGNIZIONE. Scienza, perizia, pratica. Machia- 
velli, Disc. lib. 1. cap. 47: « E veduto come i tem- 
pi e gli uomini causavano il disordine , diventava 
subito d'un altro animo e d'un'altra fatta : perchè 
la cognizione delle cose particolari gli toglieva via 



144 

quell'inganno. » - Dati, Oraz. per Cassiano dal Poz- 
zo : « Peregrinò a Bologna per arricchirsi di quelle 
amene cognizioni, che appresso di noi sortirono il 
nome di belle arti.» 

COLLUVIE. Bentivogllo, Stor. par. 1. lib. 2: 
« Colluvie di molti settari. » E nella lettera 16: 
« Colluvie d'ogni setta. » 

COLPA. Coll'articolo le. Perticar!, Scrittori del 
trecento lib. 2 cap. 6 : « Colpa le innumerabili co- 
pie che se ne fecero. » 

COLTIVARE L'AMICIZIA. Caro, Lett. ined. pub- 
blicate dal Mazzuch. t. 1- pag. 172: « Ma mi siete 
anco migliore amico, poiché senza scrivere coltivate 
l'amicizia con l'amorevolezza e con gli buoni officii 
ec. » — E il Tasso ha coltivar gli animi, nell'Ora- 
zione all'accademia ferrarese: «Se a' mezzi s'avrà 
riguardo, parimenti giovevoli e morali si troveranno: 
qui non si aspira e non si attende ad altro che a 
coltivar gli animi. « 

COMENT ARIO. Comento, chiosa. Sarà, crediamo, 
detto bene in italiano anche in questo significato , 
come si disse bene in latino, e specialmente da Gel- 
ilo addotto dal Porcellini. 

COMPARITO. Chi afferma che non possa dirsi 
per comparso, ne legga nella crusca due esempi di 
prosa, l'uno della Vita di s. Antonio, l'altro del Se- 
gni- Noi aggiungeremo i due seguenti autorevoli di 
poesia. Pulci, Morg. VII. 52 : « Dall'altra parte Or- 
lando è comparito. » - Ariosto, Ori. Fur. XXXIII. 
33: « Così dicendo, mostragli il marchese - Alfonsa 
di Pescara, e dice dopò, - Che costui comparito in 
mille imprese - Sarà più risplendente che piropo. » 



U5 
- E XLV. 97: « Se tu'l sapessi, io so che compa- 
rito - Nessun altro saria di te più tosto. » 

COMPARTIRE. Vuole il Cesari, che debba sem- 
pre congiungersi con la particella tra, e non con a. 
Nondimeno abbiamo nel Machiavelli, Mandrag. 1. I: 
«^Avendo compartito il tempo parte alli studia parte 
a' piaceri, e parte alle faccende. « — E nel Tasso, 
Graz. all'Accademia ferrarese, poco dopo il princi- 
pio: « Sono con tutto ciò molte volte cagione, che 
l'anima , richiamando a se quella virtù , che suole 
ministrare e compartire ai sensi , si divide affatto 
dalle perturbazioni e dagli affetti terreni. )> ~~ E coii 
la particella con l'accompagna pure il Tasso, Gerus. 
IV. 23: « Questa a se chiama, e seco i suoi con- 
sigli — Comparte, e vuol che cura ella ne pigli. « 
COMPENDIO. Intero, unione. Salvini, Prose to- 
scane I. 20: « Aveva in somma un così erudito raf- 
finato gusto d' ogni galanteria , ed una scelta così 
giudiciosa d'ogni più eccellente artifìcio, ch'ella hen 
sembrava lo splendore del senno , il compendio di 
tutte le grazie. )> 

COMPENSO, nipartimento. Caro, Eneid. I: « E 
con egual compenso — L'opre distribuisce e le fati- 
che. » E nel medesimo significato è, ci sembra, com- 
pensare nell'Alemanni, Giron. XX. 20: « E saggia- 
mente compensando l'ore, — Non si promette mai 
gran cose invano. « 

COMPLESSO. Tocci, Della voce Occorrenza pag. 
22: « Ma per quello che riguarda entimema, come 
SI può egli concepir mai per errore di stampa un 
complesso di tante voci , e tutte disparatissime da 
quelle che v'andrebbero ? » — Oltre a questo signi- 
G.A.T.GXLIIL 10 



146 
fìcato la crusca registrerà anche complesso, almeno 
pel verso, in quello di abbracciamento, citando l'Ario» 
sto Ori. Fur. XXIII. 24- 

CONDOTTA. Conlegno, governo, maniera di go- 
vernarsi. Se l'esempio di Dante sembra, come alcun 
dice, tirato colle funi, ci pare che chiaro debba esser 
questo dell'Adriani, Stor. lib. IV, cap. 4: u Peroc- 
ché il disordine avvenuto si stimava essere per la 
mala condotta d'esso, essendosi coll'esercito messo 
in luogo , dove era stato forzato combattere con 
r esercito suo minore e peggiore del nemico e 
stracco. » 

CONDURRE. Prendere in affato, t. registrato dalla 
crusca con un esempio del Buti. Ma vorrei che si 
facesse anche buon viso a conducitore, o conduttore, 
per fittaiuolo in grazia di questo esempio dell'Adriani, 
Stor. lib. 3. cap. 4 : « Essendo costume de' condu- 
citori di quella rendita di convenire per i tempi pas- 
sati con Ferrante. » 

CONOSCENZA. Non vuoisi ammettere da qual- 
che filologo per amicizia. Eppure si ha conoscente 
per amico , se non nella crusca , certo nell' antico 
Volgarizzamento del libro di Catone pag. 28 (ediz. 
milanese dello Stella 1829): « Contra lo tuo conO' 
scente non contendere di parole. » 

CONSEGUENZA. Importanza. Bentivoglio, Stor. 
part. I. lib. 9: « Nella terra di Lira, luogo di gran 
conseguenza dentro al cuor del Brabante. » E par. I, 
lib. 10 : « Ma tutti erano successi però di debole 
conseguenza , rispetto al disegno principale che si 
erano proposto. » 

CONSIDERAZIONE. Rispetto, buona opinione. Il 



m 

Somis nelle Giunte Torinesi ha recalo un esempio 
del Caro , in cui considerazione sta per buona opi- 
nione. Eccone un ajtro del Borghini, in cui sta per 
rispetto. Discorsi t. 4 (ediz. milanese de' classici ita- 
liani) pag. 29: « Quello può arrecare maraviglia, che 
mancato il regno de' franceschi, e che quel rispetto, 
considerazione, piìi non c'era, si mantennero puro 
in queste nostre parti gran tempo. » 

CONSULTARE. Non è sempre neutro passivo. 
Caro, Lett. ined. volgarizz. dal Mazzucch. t. 1- p.64: 
« In fino a qui la cosa è passata con onor nostro: 
volendo proceder più avanti, bisogna consultarla me- 
glio. » — Segni, Stor. lib. XI: « Egli la prima cosa 
avendo atteso a' divini offizi, spediva poi in segreto 
tutte le fiiccende militari, udendo i capitani, e con- 
sultando le cose importanti della guerra. » — Adriani, 
Stor. lib. IX. cap. 3: u Perocché con buone ragioni 
si era sempre opposto al duca d'Alva e ad altri si- 
gnori, che avessero consultala l'impresa di Mets.» — 
Oltre al Salvini, che nelle Prose toscane I. 183 lia 
consultare le edizioni. 

CONTESTARE. Caro, Lett. ined. pubbl. dal Maz- 
zucch. t. 3. pag. 36: « Per modo ch'io n'ho sen- 
tito non una sola, ma parecchie più di quelle che 
si dicono le sette allegrezze, le quali tutte mi sono 
stato contestate dalla profession ch'ella fa d'esser , 
secondo la sottoscrizione d'una sua lettera, il car- 
dinale del cardinale Farnese- » 

CONTINENTE. Terra ferma. Bentivoglio, Stor. 
par. 1. lib. 8 : « Da questo ramo vengono derivali 
neir istessa terra tanti canali per varie parti , che 
quasi maggiore vi si trova dentro lo spazio inter- 



148 

rotto dell'isole, die l'unito del continente. « E par. l. 
lib. 9: « Fra diverse isole , che si staccano ivi dal 
continente, una ve n'ha molto angusta di giro ec. » 

CONTO [sul). Intorno. L'Adriani, con poca va- 
rietà, ha per conto. Stor. lib. I. e. 1 : a E però ve- 
dendosi non senza qualche sospetto dell'animo del- 
l'imperadore e de' suoi ministri, non vedendo i suoi 
legati, i quali per conto della pace aveva mandati, 
esser molto pregiati, mandò a Piacenza Giambatista 
Savcllo. » E ivi cap. 2 : « Ingegnandosi intanto il 
papa in apparenza di voler fare quanto all'impera- 
dore piacesse e per conto del concilio di Trento e 
d'altro, come dicevamo. » 

CONTRIBUZIONE. Carico , balzello. Non parci 
vero che questa voce manchi nel vocabolario della 
crusca, essendovene un esempio del Guicciardini. 

CONVENUTO. Convenzione , accordo. Adriani , 
Stor. lib. 5. cap. 2: « Il re di Francia, desideroso 
che gli fosse osservato il convenuto, e per onor suo 
e per grandezza di sua casa ec. )) E lib. 12. cap. 4: 
« Offerendo pure per osservanza del convenuto e si- 
curtà de' vicini quelle terre e fortezze, che non ave- 
vano in lor potere, in mano dei tre potentati detti.» 

COSPIRARE. Intendere. Non fu primo il Salvini 
a dillo: ma un secolo innanzi l'abbiamo nel Benti- 
voglio, Stor. par. 2. lib. 2: « Tutti a gran gara co- 
spiriamo alla vostra grandezza. » 



D. 



DA SE A S>v D'Ambra, Bernard. 2. 7: « E la- 
Rciare' lo incorrer nella trappola — Da se a se. » 



149 

DECADERE. Bentivoglio, Stoi-. par. 3. lib. 4 : 
« A tutte le quali condizioni mancandosi, tornassero 
a decader nuovamente quei paesi alla corona di Spa- 
gna. » 

DECEZIONE. Inganno. Ne reca la crusca gli esem- 
pi del Cavalca e del Volgarizzamento della Città di 
Dio di s. Agostino. Aggiungasi deceltorio per ingan- 
narCy addiettivo, coll'esempio del detto Volgarizza- 
mento lib. Vili. cap. 23: « Queste cose vane, de- 
cettorie, pericolose. » E anche lib. X. cap. 27. 

DECORSO. Sust. Spazio, termine. E nel vocabo- 
lario della crusca, edizione del Cesari, con un bel- 
Tesempio del Segneri. 

DECORSO. Add. Caro , Lett. ined. pubbl. dal 
Mazzucch. t. 1. pag. 194: «Onde non avendo piiì 
quel modo che m' aveano dato per ricompensarvi , 
io vi prometto che senza aspettare altro, io vi ri- 
metterei nei vostri termini, e vi restituirei il prio- 
rato, reintegrandovi delle pensioni decorse. » — Ben- 
tivoglio, Stor. par. 1. lib. 7: « Onde col mezzo suo 
raddolciti gli animi, si contentarono gli ammutinati 
di ricevere un donativo di quattro paghe, e di piìi 
qualche danaro a conto delle decorse. » — Né solo 
in questo significato v' è addiettivo, ma anche su- 
stantivo. Bentivoglio, Stor. par. 3. lib. 6 : « Fece 
muover pratica di sborsar loro tutto il decorso delle 
loro paghe. » 

DELIBERATIVO {Volo). Adriani , Stor. lib. 8. 
cap. 2; «Potesse ciascuno andarvi, starvi, e tor- 
narsene securamente, ed avere il voto deliberativo.» 

DEPOPULARE. Guido da Pisa , Fatti di Enea 
lib. 1. cap. 13: « Noi non siamo qua venuti a de- 
populare con ferro queste contrade. » 



150 
DEPOItRE. Altcfilare, far tcslimonianza. Eccone 
\\n secondo esempio. Bentivoglio, Stor. par. 2. lib. 2: 
« Con ogni più atroce tormento si procurò, ch'egli 
deponesse la verità sincera del fatto. » 

DEPUTAZIONE. Al solo esempio che ne reca il 
Manuzzi, aggiungansi questi altri due. Caro, Lettere 
scritte a nome del card. Farnese n." 170 (Ed. pado- 
vana del Cornino voi. secondo) : « Questa deputa- 
zione , ancora che non si possa riprendere per la 
qualità delle persone ec, ha causato da ogni parte 
qualche alterazione- )) Bentivoglio, Stor. par. 1. lib. 2: 
« Che nondimeno per non accumulare tutta la mole 
de' negozi nel solo consiglio di stato, si sarebbe po- 
tuto fare una deputazione d'alcuni inferiori ministri.» 
DESOLATO. Angustialo. Farmi che abbia que- 
sto significato l'esempio di fra Jacopone recato dalla 
crusca: « Cristo beato, — Di me desolato — Aggi 
pietanza. » 

DESTINARE. Determinare^ far proposito. Attivo 
e passivo. Derni , Ori. Inn. 2. 23. 17. « Onde di- 
spensi ciascuno e destina — Di non parer di suo 
cugin minore- » — Ariosto , Ori. Fur. XXXIX. 33 : 
« Presto al sepolcro una torre alta vuole, — Ch'abi- 
tarvi alcun tempo si destina. » 

DETENERE. Ditenere. Machiavelli, Stor. lib. 8: 
« Ma non ò già 1' uffizio dei principi secolari dete- 
nere i cardinali, impiccare i vescovi ec. » 

DETENIMENTO. Arrestamcnto. Testam. di Lem- 
mo di Balduccio n.° 92: « Con questo e con questa 
condizione, cioè, si ed in quanto esso Giovanni pa- 
gando la detta quantità di fiorini centocinquanta , 
da esse prigioni e da ogni detenimento fritto di lui 
possa essere libei-nto. » 



151 

DETENUTO. Trallenulo. Caro , Long. Sof. ra- 
gion. 4: « E, lui detenuto, sagrificarono a Giove sal- 
vatore. » 

DEVIAMENTO e DEVIAZIONE. Galilei , Sagg. 
§. 28 : « Poiché dove quello dice , che o bisogna 
rimuovere il moto retto attribuito alla cometa , o 
vero ritenendolo aggiungere qualche altra cagione del- 
l'apparente deviazione, al Sarsi ec.» Ed anche §. 29. — 
Pallavicino, Trattato dello stile cap. 38. %. 7: « Ab- 
biamo di ciò l'esempio nella Georgica di Virgilio , 
nella quale per altro sarebbono incomportabili tanti 
e sì lunghi deviamenti. « 

DEVOLUZIONE. Bentivoglio, Stor. par. 3. lib. 4: 
« Molti anni prima che seguisse la devoluzione del 
Portogallo era uscito di quel regno il Moura. » E 
poi : (( Succeduta poi la devoluzione, il re non aveva 
adoperato alcun altro più che il Moura ec. » 

DIFFERTO. Differito. Alamanni, Giron. V. 48: 
« Lassa Laco la donna, e se ne accora, — Che'I me- 
narne il suo ben gli sia differto. » 

DISDORO. Non sarebbe forse dispiaciuta questa 
voce al Chiabrera, che usò il verbo disdorare, Can- 
zonetta XIV, strofe 1: « Bella guancia, che disdori — 
Gli almi onori — Che sul viso ha l'alma Aurora. » 

DISINVOLTAMENTE. Bentivoglio, Stor. par. 1. 
lib. 10: « Fece chiamare a se il castellano, e di- 
sinvoltamente con libertà del paese gli diede la mano.» 

DISORGANIZZARE. Si usa ancora figuratamente. 
Soldani, Sat. IV: « Già non per questo si disorga- 
nizza — Lassù nessuno ingegno. )> 

DISUMAZIONE. Usa il Boccaccio la voce itma- 
lione (benché non recata ne' vocabolari, ch'io sappia} 



\r>'2 

nel Coniento a Diinte t. 1. png. 135 doU' edizione 
fiorentina del Fraticelli: « E Postumo fu chiamato, 
ixncioccliè dopo la umazione del padre era nato. » 
Nen vonemmo perciò condannato di lesa proprietà di 
favella chi dicesse anche disumazione. 

DIVERSIONE. Distrazione di animo. L'usa il Gior- 
dani in uno scritto elaboratissimo , cioè nel Pane- 
girico del Canova pag. 175 dell' edizione milanese 
del Silvestri : « Perciocché l'amore felice né desi- 
dera nò gusta più nessuna cosa : e manca all'aite- 
fice il bisogno di farsi coi lavori diversione da in- 
teriore tormento. » 

DOVEROSO. Salvini, Prose toscane 1. 16 : « l 
cuori d' una giusta ammirazione e d' una doverosa 
stima prontissimi tributari, w 



E. 



ECONOMIA. L'esempio si ha nel Soldani, Sat. IV: 
Egli è quel maiordomo che rigira — L'economia 
del mondo. » — E nel Pallavicino, Stor del conci- 
lio lib' 1. cap; 3: « Ma come spesso accade che i 
principi di mala economia, com'egli era, convertono 
in qualche uso meno importante i danari deputati 
alla guerra ec. » — Figuratamente 1' usa il Tocci , 
Della voce Occorrenza p. 12: « Voi, dice l'opponi- 
tore, per salvare che il vocabolario abbia detto Oc- 
correnza, bisogna, mostrate che in definir 1' Occor- 
renza abbia egli voluto star sull'economia de' ter- 
mini. )) E pag. 13: « Adunque o non è vero che 
si governi il vocabolario nelle definizioni de' nomi 



153 

con quella econoiìiin, o non è vero che Occorrenza 
sia il sinonimo di bisogna. » 

ECONOMICO. Sustant. Tasso, Dial. il padre di 
famiglia: « Vero dee essere in conseguenza, che il 
buon economico non meno sappia governare la fa- 
miglia di un principe, che la privata. » 

EFFUSIONE DI CUORE, DI AMORE. È modo, 
a noi sembra, di uso nobilissimo, siccome derivante 
dalla onoranda nostra madre, cioè dalla lingua la- 
tina, cha hn cffusio animi in ìaetitia, effnsus in amo- 
rem, effuse amare, amplexus effusissimns. 

EMISSIONE. Si dice anche bene de^voti, per uno 
che fa la professione religiosa. Maffei, vita di S. An- 
selmo cap. 4-. « Secondariamente (l'aveva accusato} 
di quelli che dopo 1' ingresso del monasterio avea 
fatto innanzi la emissione de' voti. « 

ENTRANTE. V'ha chi noi vorrebbe aggiunto né 
ad anno, né a mese. Nondimeno dice l'Adriani, St. 
lib. 17 cap. 3: « Il principe di Firenze in questo 
tempo, entrante giugno del 1562, si mise con quat- 
tro galee a trapassare in Ispagna. » 

ESECUZIONE. Supplizio. Oltre agli esempi che 
reca la crusca di esecuzione per effetto di punizio- 
ne, eccone assolutamente in significato di supplizio, 
punizione di morte. Bentivoglio- Stor. par. l.lib. 4: 
« Prima di questa esecuzione furono giustiziati in 
pubblico nella medesima città , similmente ribelli, 
diciotto eh' erano di condizione men rilevata. » E 
poco dopo: « Furono fatte al medesimo tempo altre 
esecuzioni in diversi luoghi, e con tanto terrore e spa- 
vento de'popoli, che non s' udivano né sì vedevano 
se non sospiri, gemiti e pianti per ogni parte- » 



154 

ESEMPf.ARE. Copia. Reca la crusca anche un 
esempio del Segneri. Non fu solo dunque a dirlo il 
Redi. 

ESPRESSO. Speciale, a posta. Addictt. Bentivo- 
glio, Stor. par. 1. lib. 9. « Fu inviato da lui final- 
mente un ambasciatore espresso a fermare in Fian- 
dra la trattazione: » Ed ivi: a Al primo invito cia- 
scuna provincia (trattane quella di Lucemburgo, se- 
condo che accennammo di sopra) o con deputati e- 
spressi , o con manifesto consentimento, si mostrò 
inclinata a ridursi in questa generale ragunanza. » 

ESPROPRIARE. Non è solo vocabolo legale, co- 
mò alcun vuole. Bclcari, Volgarizz. del primo trat- 
tato di lacopone da Todi (ediz. romana del 1843) 
pag. 55 : « Qualunque vuole alla cognizione della 
verità con brieve e con diritta via pervenire, e la pace 
profondamente dell' anima possedere , conviene che 
totalmente se espropri i dell'amore d' ogni creatura.» 
E pag. 65: « Adunque molto utilissimo e saluber- 
rimo ò che tutti i mezzi noi gittiamo ed espropria- 
mo da noi, e moriamo a tutte le cose create.» 

ESTERNO. Straniero. Machiavelli, Stor. lib. 1: 
« Questo Clefi fa in modo crudele non solo cen- 
tra gli esterni, ma ancora centra i suoi longobardi, 
che quelli sbigottiti della potestà regia non vollono 
rifare più re. » — Il medesimo, Discorsi lib. 1. cap. 
14: « La qual cosa fu non solamente usata dai ro- 
mani, ma dagli esterni. » — Castiglione, Tirsi St. 
17: )) Misero me, che fia ? Se ben discerno — Que- 
sto all'abito par pastore esterno. » — Ariosto, Ori. 
Fur. XIV. 15: « Malzarise e Morgan te , ch'una 
sorte — Avea fatto abitar paese esterno. «E XVn.97, 



155 
ESTRINSECO {in). In apparenza. Bartoli, Asia, 
lib. IV cap. 69: « E veramente in così gran ntiol- 
titudine , e per le strane maniere che si adopera- 
vano a sovvertirli, non ne mancaron de'fiacchi che 
fecero in estrinseco mostra di rendersi. » 



F. 



FIDUCIALMENTE. Ci pare buona voce italiana 
per gli aurei esempi che ne reca la crusca. 

FIRMA. Sottoscrizione. Nel Caro abbiamo firma- 
zione, Lett. ined pubbl. dal Mazzucch. t. 1. p.227: 
« Imperò, volendo pur temporeggiarla, è bene che 
si avvertisca, o che la fìrmazion dc'capitoli si dif- 
ferisca, che la data sia di pò che si sarà chie- 
sta la licenza al papa. » — Abbiamo anche firmato 
in Donato Giannotti nella vita di Girolamo Savor- 
gnano: « 1 quali titoli s'acquistò così per molte sue 
egregie operazioni , come per essere stato in gran 
parte autore della pace firmata in Torino 1' anno 
1531 . » — Abbiamo in fine firmare nell' esempio 
del Crudeli da noi recato alla voce Circolare. — 
11 Varchi ha però fermatOy Stor. lib. V: « E quanto 
che voi dite che io ho la vostra fede , voi dite il 
vero: intendendo però quella che voi mi deste nella 
capitolazione di Madrille, siccome appare per scrit- 
ture fermate di vostra mano. » — E fermate ha pure 
il Caro in altro luogo delle lettere suddette , cioè 
t. 1. pag. 253: «Dicono che sua maestà stava as- 
sai meglio, e che don Diego ha ricevuto uno spac- 
cio tutto fermato di sua mano. » 



156 

FITTABII.E. Filiamolo. Caro, Leti. inod. publ.l. 
dal Mazzucch. t. 2. pag- 308: « La riducono a ter- 
mine (la commenda) che il nuovo fittabile. secondo 
il conto che mi si fa, non la può mettere in essere 
senza molte centinaia di scudi. « E pag. 309: « Ora 
vedendo come le cose sono passate, e dicendomisi 
che '1 cavalier Tiburzio è parente del fittabile, che 
v' è dentro, mi sono avveduto che l'ha voluto ser- 
vire. » — Non v'ha dubbio però che non sia un 
lombardismo. 

FLOTTA. Osservisi questo beiresempio dell'A- 
driani, dove abbiamo Holla di naju'.Stor.lib- 4. cap. 2: 
« Avvenne inoltre in questo medesimo tempo che 
l'armata spagnuola, che l'impeiadore teneva in Bi- 
scaia, avendo udito che una flotta di navi francesi, 
le quali venivano in Bretagna cariche di munizio- 
ni ec. » 

FOFiAGGIERO. Tasso , Lettere poetiche p. 82 
(ediz. veneta del 1587): « Perchè, come per l'altra 
mia scrissi di voler fare, fìngo che Polifemo ecc. , 
avessero disposti prima gli agguati per far rap- 
j)resaglia dei foraggieri ec. » — Bentivoglio, Stor. 
par. 3. lib. 2: « Onde anch'egli volendo con 1' in- 
ganno deluder l' inganno, rinforzate prima le scolte 
de' foraggieri , fece collocare in un bosco diverse 
compagnie di cavalli. » 

FORTUNA. Avere, Sostanze. Il Somis nelle Giunte 
Torinesi ne reca un esempio del Bembo. Eccone un 
altro del Machiavelli nella Novella: « Nelle quali 
cose dispensò la maggior parte delle sue fortune.» 
— Ed un altro pure del Bentivoglio, Stor. par. 1. 
lib. 3: « Involgere sempre più fra le turbolenze il 



157 

^>aese, e ftu i mali pubblici far maggiori le fortune 
loro private.)) — E un terzo di Paolo Costa nel Trat- 
tato dell'elocuzione (oggi meritamente testo di lin- 
gua) sul principio: <( Per questa (arte di gentilmente 
parlare) ci è aperta la via alle dignità, alle fortune 
e alla fama. )) 

FORZOSO. Forzato. Salvini , Prose toscane I. 
302 : « Ora a chi con volontaria morte così erasi 
alla necessaria e forzosa preparato, questa soprav- 
vegnendo, non gli fu nuova. » 

FRUTTI, per frutley frulla. V'ha chi ne ha re- 
cato un esempio del Boccaccio. Eccone un altro pur 
autorevole dell'Ariosto, Ori. Fur. XXXXI. 5D:((Den- 
tro la cella il vecchio accese il foco — E la mensa 
ingombrò di vari frutti. )) 

FUNZIONE. Qirico, peso, obbligo. Se ne reca un 
solo esempio del Salvini. Ma lo aveva detto assai 
prima il Pallavicino, Tratt. dello stile cap. 1. g. 5: 
« Non è lungi , per mio avviso , dalla vostra me- 
moria, che gli anni addietro con atto di modesta e 
confidente amistà mi cercaste d'udire alcuni vostri 
componimenti scritti sopra varie funzioni del ve- 
scovo. » 



G. 



GABINETTO. Si è detto che primo fra' nobili 
scrittori a dar corso a questa voce, resa oggi sì ne- 
cessaria, sia stato il Segneri. Nulla v'ha di più falso: 
come dimostrano i seguenti esempi di autori che 
pubblicarono le loro opere prima di quelle *<del fa- 
moso gesuita. Guarini, Della libertà politica p.161 



158 

(ediz. veneta del Gondoliere 1839): « Queir arcan- 
gelo per mia fé, che la persona del suo prencipc 
ha in guardia, quand'altri crede d'esser più chiuso 
e ritirato, entra non solo ne' gabinetti, ma penetra 
ancor ne'cuori. « — Davila, Stor. lib- IX: » Licen- 
ziò tutti i familiari, e restarono soli nel gabinetto, 
prima chiamati da lui, il segretario di stato RevoI, 
il colonnello Alfonso corso ec.» — Tassoni, Secchia 
II. 40: » Dispensavale poscia a due pitali, — Che 
ne'suoi gabinetti il padre aveva. « — Né so se pri- 
ma, nel tempo stesso che scriveva il Segneri, an- 
che Carlo Dati diceva nell'orazione per Cassiano dal 
Pozzo : » Nò meno starò a numerar le statue , le 
pitture, le anticaglie e le rarità che mercè della libe- 
ralità di lui si veggono e si ammirano ne'gabinetti 
e nelle più celebri gallerie de'personaggi grandi del- 
l'Europa. » 

GENTILIGIA. Oltre alla cronaca d' Amaretto, 
citata nel vocabolario della crusca, usò questa voce 
per nobillà il Machiavelli, Stor. lib. 8: « E per gua- 
dagnarselo più, sendo ito il conte Girolamo a Vi- 
negia, fu da loro onoratissimamente ricevuto e do- 
natogli la città e gentiligia loro, segno sempre di 
onore grandissimo a qualunque la danno. » — Così 
pure ha il vocabolario gentilezza per nohillà con al- 
tro esempio della Cronaca d'Amaretto. Ond' è che 
non errano, ci pare, coloro che dicono gentilizio 
(addiettivo) in vece di nobile. 

GIORNALIERO. Giornaliere. Maffei, vita di S. 
Malachia cap.7.« Sì che il giornaliero si levò su- 
bito liato e gagliardo. « Così ha l'edizione napole- 
tana del diligentissimo Puoti. 



159 

GRATUITAMENTE. Senza ragione, senza perchè. 
Crudeli, Rime, e prose ( ediz. parigina del 1805) , 
pag. 158: « Così segue fra gli uomini , che altri 
gratuitamente si odiano , e naturalmente altri si 
amano. » 

GRAZIE (azione di). Chi non vuole usare que- 
sto latinismo , di cui neppur noi abbiamo alle 
mani alcun esem[ io di buono scrittore , dica o 
rendimento di grazie, ammesso dalla crusca , o re- 
lazione di grazie, come ha l'Ariosto Ori. Fur. XXV 
20: « Né la relazion di grazie è quella — Ch' ella 
usar debba al suo fedele amante. » — E se vuoi- 
sene un esempio anche più antico, eccolo nel Por- 
cari, Oraz. IX: « Supplico dunque la vostra inetTa- 
bile clemenza, che quelle relazioni di grazie infinite 
ed immortali, alle quali né la lingua, né lo intel- 
letto mi possono bastare ec. » 



I. 



IMPEGNx\RE. Obbligare. Attivo e neutro passivo. 
Non ha solo l'autorità del Metastasi© (com' è chi 
dice), ma sì 1' ha del Caro , del Buonarroti, e del 
Segneri, secondo che può vedersi nelle Giunte To- 
rinesi del benemerito conte Somis. 

IMPREVEDUTO. Ne reca il Somis un bell'esem- 
pio dell'antico volgarizzamento delle omelie di san 
Gregorio. 

IMPROBO. Non è usato solo da qualche tre- 
centista, ma dal Machiavelli nel capitolo della For- 
tuna: u Spesso costei i buon sotto i pie tiene , — 
GÌ' improbi innalza. » — Aggiungasi Improbamente, 



160 

per malvagiamente, avvalorato puie dal Soiiiis coti 
un esempio del volgarizzamento delle omelie di san 
Gregorio. Al quale aggiungeremo quest'altro di fra 
Girolamo da Siena, Adiutorio pag. 35: « Ma non fa 
così questa fraudolenta: anco improbamente si glo- 
ria de la confusione de la vita sua. » 

INANIMARE. Dare o prender coraggio. Ha tali 
esempi classici d'ogni secolo, che non sembraci ra- 
gionevole la sentenza di chi vuol anzi preferirgli ina- 
nimire. La crusca ne reca del Compagni, di G. Vil- 
lani e del Casa. Noi aggiungeremo i poetici dell'A- 
riosto, Ori. Fur. XVI. 38: « Ma quando ancor nes- 
suno onor, nessuno — Util v' inanimasse a questa 
impresa. « — E del Caro, Eneid. X : « Da questa 
parte sta Fallante , e Lauro — Da quella , i suoi 
ciascuno inanimando, — Spingendo e combattendo.» 

INCAPACE. Detto assolutamente per inetto. Guic- 
ciardini, Stor. lib. V. cap. 3:» Ma perchè la città 
quasi tutta abborriva la tirannide . e alla moltitu- 
dine era sospettissima l'autorità degli ottimati, no era 
possibile ordinare con una medesima deliberazione 
la forma perfetta del governo, non si potendo con- 
vincere gli uomini incapaci solamente con le ra- 
gioni, fu deliberato d' introdurre per allora di nuovo 
una cosa sola ec. » 

INCENDIARE. Salvini, Trad. di Senof. Efes. 
lib. IV in principio: « Incendiavano i villaggi, e uo- 
mini scannavano assai. » 

INCLUSIONE. Guicciardini, Stor. lib. V. cap. I: 
« Perchè se bene l'anno dinanzi avesse ottenuta la 
tregua da Massimiliano cesare con inclusione dello 
stato di Milano, nondimeno quel re ec.» — E potre- 



161 

mo anche dire inchiusione col Varchi, Stor. lih.IX: 
« Avevano mandato Bartolomeo Cavalcanti alla corte 
del cristianissimo, che vedesse di ritirare quello che 
quivi quanto all' inchiusione ed esclusione dei col- 
legati si dicesse o sperasse. )> 

INCOLUMITÀ'. Porcari, Graz. II: « Sempre deb- 
b'essere negli animi nostri impresso il dolce e ve- 
nerando suo nome, sempre dobbiamo nella salute e 
neir incolumità pubblica fìssi tenere i pensieri no- 
stri. » 

INCONSEGUENZA. Incongruenza, non corrispon- 
denza. Trovasi certo a carte 68 della traduzione dì 
Demetrio Falereo fatta da Piero Segni,! ediz. fior, 
del 1602 citata dagli accademici. Ma non avendo 
ora alle mani il libro, non possiamo trascrivere qui 
l'esempio. 

INCONTRARE. Piacere, essere gradito. Crudeli, 
Rime e prose (ediz. parig. 1805) p. 163: « 11 vero 
modo d' incontrare con lei egli è di mostrarsi forte, 
robusto, invincibile. » E pag. 166: « Per incontrare 
con le donne ritenute, e che voglion passare per 
moderate e aliene dal conversare, tornerà bene farsi 
il credito di uomo d' inviolabil segreto. » 

INDECENZA. Pallavicino, Tratt. dello stile cap. 
38. § 4-:(( E così elle , ove per altro sian dilette- 
voli, non recheranno mista la noia all' indedenza.» 
— Né solo è buona voce indecenza, ma anche in- 
decentemente , benché non registrata dalla crusca 
(che pur ci dà 1' indecentissimamente del Salvini ) , 
trovandosi nel Boccaccio, Cemento a Dante cap. 15 
(ediz. fiorentina del Fraticelli t. 3. pag. 207): » E 
chiama qui Fiorenza nido di malizia tanta: e questa 
C.A.T.CXLIU. 11 



162 

non indecentemente, avendo riguardo a'vizi, de'quali 
ne mostra esser maculata. » — Non credasi inol- 
tre che indecente sìa voce solo del Segneri : ma ò 
del Galilei, più antico di lui, che l'ha nella postilla 1 
al Saggiatore. 

INDOSSARE. Notisi di grazia questo esempio 
del Davanzati, Tacit. Stor. lib. V. cap. 25 : « La 
rabbia di Civile aver loro indossate le armi: » e poi 
si condanni, se si può, Tuso così oggi comune del 
verbo indossare, che trovasi anche nell' Iliade tra- 
dotta sì nobilmente dal Monti. 

INDUBBIO. L'Alamanni usò il verbo indubbiarsi, 
Eleg. 3 del lib. 2: « Oh come oggi a schivar do- 
glia e fatica — Esser vorrei tra l'onde eterno sco- 
glio, — Ove pili '1 navicar s' indubbia e'ntrica !» 

INSORGERE. Sollevarsi, far sedizione. Bentivo^ 
glio, Stor. par. 1 lib. 4: « Il fine loro più princi- 
pale era di muovere l'armi e portarle in Fiandra , 
con ferma speranza che al primo comparir dell'e- 
sterne fossero per insorger subito quelle ancor del 
paese. » — E par. 1 lib. 10: « Aveva egli vedute 
insorger nel regno ed aggrandirsi sempre più le fa- 
zioni. « — Menzini, Accad. Tuscul. prosa seconda: 
« E tu dunque contro di Amore insorgi col biasi- 
mo ?» — Cosa poi da considerarsi si è, che lo stesso 
chiarissimo Ugolini nel suo Vocabolario di parole e 
di modi errati, ove condanna appunto la voce insor- 
gere , se ne serve ( tanto è la forza dell' uso co- 
mune) all'articolo Brigante così: « Il Giordani chia- 
mò briganti que'caiqpagnoli bolognesi che insorsero 
contro il governo del regno italico. » 

INTERESSANTE. Oltre al Salvini l'usò anche 



163 

il Cocchi nel Discorso del vitto pittagorico: « Ma 
ella ha avuto almeno il pregio d' introdurre la prima 
nelle scuole de' filosofi i semi della tanto interres- 
sante dottrina dell' immortalità. » 

INTERMEZZO. Sust. Ariosto, Ori. Pur. XXXI. 
22: « Né riposato, o fatto altro intermezzo — Aveano 
alle percosse furibonde — Questi guerrier* » 

INVADERE. Bentivoglio , Stor. par. 2. lib. 4 : 
« E vi si unirà ancora tutto il settentrione da ogni 
altra parte, quando vedrà questo nuovo disegno che 
seuoprono gli spagnuoli di voler invadere V Inghil- 
terra. )) 

IRRESISTIBILE. All'esempio del Salvini, recato 
dal Manuzzi , aggiungeremo questo del Perticari , 
Trat. degli scritt. del trecento lib. 2. cap. 9: « Onde 
non potendosi udire giammai cosa alcuna spontanea, 
calda, irresistibile, quando tutto è squisitamente lon- 
tano dal dir comune, veggiamo ec. w 

IRROGARE. Fr. Girolamo da Siena , Adiutori© 
pag. 65: « Chi disse che Cristo cacciava li demoni 
ne la virtù di Belzebub , irrogava verbo aspero di 
bestemmia. » 



LATITANTE. Abbiamo Latitare nel Cello del 
CiambuUari: a Chiamò (Saturno) Lazio quel paese, 
ove egli sicuramente latitando visse- » 

LIBERTINO. Amatore di libertà. È voce usata 
non solo dal Segni, ma sì dal Varchi, Stor. lib. XI: 
« Lodovico prese per suo compagno Dante di Guido 
da Castiglione, il quale solo si mise a cotal rischio 



164 

veramente per amor della patria, come quegli che 
era libertino e di gran coraggio » — E dal Pitti, St. 
lib. 2: (( E rimessi di nuovo a partito, restò supe- 
riore il Capponi : con tanto dispiacere de' libertini 
(così chiamati volgarmente i più sviscerati di quella 
forma), quanto ne esultarono gli ottimati. » 

LUSINGA. Tanto è vero che non è speranza , 
che nel Tasso abbiamo lusingato dalle speranze. Ge- 
rus. VI 78: (( Da' tai speranze lusingata ( ahi stolr 
ta !) — Somma felicitate a se figura: » 



M. 



MALGRADO. Che si riferisca sempre a cosa ani- 
mata, come pretendono alcuni filologi, non ci sem- 
bra esser regola molto fondata di lingua. Certo è che 
questa regola non fu nota all'Ariosto, che volle dir 
bene Ori. Fur. XXXII. 73: « Che mal grado de'nu- 
goli lo spande — E fa veder , benché la pioggia è 
grande. » — Non fu nota al Bartoli, che disse nel- 
l'Asia lib. IV. cap. 66: « Poi disser loro che male 
s'apponevano al vero , immaginando che i giappo- 
nesi fosser di così poca veduta , che non sapesser 
discernere le ambascerie che venivan d'Europa, da 
quelle che sol quattro passi lontano, com' è Luzon 
( che sono le Filippine ) ordite da quel governo a 
suggestione de' religiosi che vorrebbono libero il na- 
vigar di colà al Giappone a portarvi la legge no- 
stra, che il Xongun, malgrado delle Filippine e del- 
l'Europa e di tutto il mondo, non ve la vuole.» — 
Né la sapeva il toscano Cocchi, il quale nel Discorso 
del vitto pittagorico ha: « In tutte le pestilenze, e 



165 

specialmente nell'ultima nostra, fu riconosciuta gran- 
dissima l'efficacia dell'aceto, malgrado dell'incomoda 
mescolanza che allora usava di un gran numero d'al- 
tri medicamenti di contraria natura. » 

MATURATO. Terminato, Compiuto. Caro , Lett. 
ined. pubbl. dal Mazzucch t. 3. pag. 101: « 11 dover 
vuole che mi paghiate il semestre già maturato. )> 

MOBILIA e MOBIGLIA. Non solo è parola viva 
in Toscana, come alcuno osserva, ma è usata da uno 
scrittore ammesso dalla crusca a far testo di lingua, 
cioè dal toscano Crudeli, Rime e prose (ediz. pari- 
gina 1805) p. 162: «Piacerà alla donna di sentire 
che egli convita gli amici , si distingue con nobile 
mobiglia, ed il suo vestire è vario e decente. » 

MONTARE. Valere, costare. L'Adriani lo con- 
giunge colla particella in. Stor. lib. XII. cap. 2: « Il 
grano era montato in gran prezzo. » 



N. 



NOMINARE. Creare, eleggere. Non solo dì nomi- 
nare , ma di nominazione e di nominatore abbiamo 
esempi classici , benché non registrati fin qui dalla 
crusca. •^— Di nominare, per creare, eleggere, eccolo 
del Machiavelli, Disc. lib. III. cap. 47: « Ed essendo 
necessario che il dittatore fosse nominato da Fabio, 
il quale era con gli eserciti in Toscana, e dubitando 
per essergli nimico che non volesse nominarlo, gli 
mandarono i senatori due ambasciatori a pregarlo 
che posti da parte gli privati odi dovesse per be- 
nefizio pubblico nominarlo. » — E del Davanzati, An- 
nal. II. 36: « Volendo che gli uffici si dessero per 



106 

cinque anni: o che ogni legato di legione s' inten- 
desse allora fatto pretore: e che il principe ne nomi- 
lì.isse dodici duraturi cinque anni. » — Di nomina- 
zione, per elezione, creazione, eccolo pure del Machia- 
velli. Ivi: « Il che Fabio fece nìosso dalla carità della 
patria, ancorché col tacere e con altri modi facesse 
segno che la nominazione non gli piacesse. » — E 
del Varchi, Stor. lib. Ili: « Elessero primieramente 
per via di nominazione, come innanzi al dodici, gli 
scambi degli otto della guardia e balìa. » — ■ E del 
Maffei, vita di sant'Otone cap. I : « Con occhiate e 
con cenni e con bassa voce cominciarono ad attiz- 
zar i bnmbergesl a mostrarsi mal soddisfatti di tale 
nominazione , e risoluti di non accettarla in modo 
veruno. « — Di nominatore, per elettore, clezionariot 
(eccolo altresì del Varchi, Stor. lib. Ili: « Le borse, 
onde s'avevano a trarre gli elezionari, o vero nomi- 
natori, non erano in ordine, w — E del Pallavicino, 
Stor. del Concilio lib. XIV cap. 10: « l nominatori 
(al papato) del Queva rimasero col diciassette. » 

NOMINATAMENTE. Perchè da un valente filo- 
logo non credesi buona voce, essendo registrata nel 
vocabolario della crusca con esempi del trecento ? 

NOTAMENTO. Nota. Caro , Lett. ined. pubbl. 
dal Mazzucch. t. I. pag. 149: n II notamento, che 
avete mandato de gli stati de l'illustrissimo signor 
marchese di Pescara si spedirà questa mattina per 
Roma. )) 

NULLAMENTE. Invalidamente. È certo nel Pal- 
lavicino , Stor. del Concilio. Ma nelle nostre note 
abbiamo errata la citazione della pagina, né ora pos- 
siamo trovarla. 



167 
0. 



OCCUPATO. Add. Col secondo caso. Volgai-izz. 
delle collaz. dei ss. padii I. 17: « Che la mente non 
sia occupata di pensieri è impossibile cosa. » — Non- 
dimeno sarà meglio, ci pare, seguir il buon uso de- 
gli altri classici accompagnandolo colle particelle a 
od in. 

OGGI (IN). Machiavelli, Stor. lib. I: « Occupa- 
rono quel paese , il quale in oggi da loro è detto 
Normandia. » — Adimari, Satira contra le donne : 
« Lo stesso in oggi di continuo accade. » — Tocci, 
Della voce Occorrenza p. 67: « In oggi appresso il 
popolo Onorare dice un atto di cortesia del mag- 
giore verso il minore. » 

OGNI VOLTA. V'ha chi afferma che non possa 
dirsi: Ogni volta che penso al pericolo che ho passalo: 
e debba invece dirsi quando. Nondimeno la crusca 
ne dà , se non erriamo , un esempio del Varchi. 
Eccone altri dell'Adriani, Stor. lib. 3- cap. 1 : « E 
commisse (T imperadore) a don Giovanni di Luna 
castellano, che in suo nome, ogni volta che dal duca 
ne fosse richiesto, tenesse al sacro fonte il figliuolo 
quando solennemmente si battezzasse. » E lib. 3. 
cap. 2: « Volendo averli presti il marchese del Gua- 
sto in Lombardia ogni volta bisogno ne avesse. » È 
lib. 3. cap. 3: (( Avevasi in oltre provveduti molti 
capitani di fanteria forestieri di credito a suo soldo 
per potere, ognivoltachè il bisogno venisse, condurre 
buon numero di fanti di fuori dello stato. » — Certo 
che qui ogni volta e ognivoltachè hanno valore di 
quando. * 



168 

ORDINE (IN). Rispetto a una cpsa. Bontivoglio, 
Stor. par. 3. lib. 8: « Ma grandi erano le difficol- 
tà che s'incontrarono dalla parte di Francia in ordine 
alle cose di Fiandra. » — Pallavicino, Tratt. dello 
stile cap. 8. §. I: « Tutto quel che avviene in loro 
è fuor di proposilo in ordine al provare gli effetti 
delle lagrime verso lo sdegno. » — Bartoli , Asia 
lib. lY cap. 58 : « Or quando al suo viver privato 
in ordine a se stesso , egli era di maniere diritta- 
mente opposte a quelle che usava con altrui. )> — 
Segneri, Manna, nov. XXVI. 4 : « Perchè Sansone 
stesso, che solo in ordine alla debellazione de' filistei 
consegui da Dio forze sì prodigiose, si dice tuttavia 
che da fanciulletto die nel suo popolo non lievi saggi 
di futuro valore. » E die. IX. I: « Ora in ordine a 
chi fonda le sue speranze su la lor fedeltà, dice qui 
il profeta ec. » 

OSCITANZA. Indifferenza. Lo registra il Somis 
nelle (Giunte Torinesi con un esempio del Caro. 

OTTEMPERARE. Usò il solo Machiavelli , di- 
cono alcuni, questo latinismo: e noi veramente non 
sapremmo additarne altro esempio classico. Avver- 
tiamo però che sì fatti vocaboli giovano alcuna volta 
a dare una gravità maggiore al periodo. Sono cose 
non accattate dagli stranieri, ma trovate in casa, e 
dateci dalla nostra madre. Perciò anche il Tasso usò 
la voce Obtrettatore nella sua lezione sopra un so- 
netto del Casa. — Intanto non andrà solo nel vo- 
cabolario della crusca il verbo Ottemperare, ma gli 
farà compagnia l'avverbio Ottemperantemente , eh' è 
nel Volgarizzamento della Città di Dio lib. 16 cap. 
25: « uomo virilmente usante le femmine, la mo- 



169 
glie temperatamente,rancilla ottemperantemente,cioè 
obbedientemente, e nulla intemperantemente: « nel 
qual esempio quel cioè obbedientemente è forse un 
a;lossema. 



PANIFICIO. Cocchi, Del vitto pittagorico: « E 
si tralasceranno tutti i frutti secchi , e i semi ar- 
borei, e degli erbacei tutti i pili duri , ammetten- 
dosi i cereali solamente che servono al panificio. » 

PARADOSSALE. Si dee scrivere, dicesi, para- 
dossico. Il Caro nell'Apologia usò anche paradossa- 
stico, pag. 161 dell'edizione napoletana del Puoti : 
« Con certe vostre alchimie cabalistiche, con certe 
opinioni paradossastiche, con certe allegazioni fan- 
tastiche di Tretz ec. » 

PARTICOLARE. Persona^ uomo privato. Salviati, 
Spina 2. 2: « Goz. Oltre che vi pubblichereste per 
ladro. Ghib. Che dì tu ? Che pazzie parli tu ? Goz. 
E per usurpatore e frodatore de' particolari e del 
fìsco. )) — Adriani, Stor. lib: 1 cap. 4; « Il papa sì 
scusava affermando, che alla dignità sua e alla li- 
bertà ecclesiastica non si conveniva negare la stanza 
delle terre sue a ninno particolare. » E lib 7 cap. 
1: « Senzachè il frate confessore metteva a carico 
di coscienza gravissimo a cesare il torre ad un par- 
ticolare per dare ad un altro particolare. » 

PARTITO. Parte , Fazione. Se vuoisene altri 
esempi, eccoli dell'Ariosto ne'cinque canti aggiunti 
al Furioso, III. 61: « Che ben deve pensar ch'ella 
il partito — Piglierà del fratello e del marito. » 



170 

— - E del Bartoli, Asia lib. 3. cap. 1: « Parte come (si- 
gnore) supremo ne consentì a'capitani, stati seco in 
battaglia fedeli al suo partito, e ne fece re tribu- 
tari. » 

PASSIONE. Preoccupazione. Oltre all' esempio 
del Machiavelli abbiasi pur questo del Salviati nel 
prologo primo del Granchio: « Ma la farà da quel 
giudizio, - Che nefaran coloro che con occhio - Be- 
nigno, e con discreta orecchia guardano — Ed a- 
scoltan le cose, e senza punto — Di passion ne giu- 
dicano, w 

PAVIGIJONE. Per bandiera^ vessillOf è certo il 
marcio francesisino. L'Alamanni l'usò i^ev padiglione ^ 
Giron. XXI, 22: « Distende il guardo, e lì poco di- 
viso — Vede un gran paviglion lungo la via , — 
D'ond'esce un suono- » 

PENETRAZIONE. Perspicacia. Cocchi, Disc, del 
vitto pittagorico : « Ma 1' istessa intrinseca bontà 
de* pareri medici di Pittagora darà sempre ai fini 
conoscitori una grande idea della sua penetrazione 
sulla natura del corpo umano. » 

PENSATIVO. Machiavelli, Andria li. 4-: « E' ne 
vieno pensa tivo di qualche luogo solitario, w 

PERDONO. Scusa. All'unico esempio, che se ne 
dà del Tasso, vuole aggiungersi questo del Giordani 
nella famosa lettera a monsignor Giustiniani: « E 
per fine , chiedendole perdono di questo mio scri- 
vere troppo lungo , e forse troppo alla semplice , 
m' inchino e bacio umilmente la mano. » 

POSTERIORE. Seguente^ susseguente. Città di Dio 
lib. XV cap. 9: Ma, come io ho detto, l'ossa tro- 
vate spesse volte, però che sono durate già molto 



171 

tPinpo, mostrano alli secoli posteriori la grandezza 
de' corpi antichi. » — Si ha pure in significato di 
postero. Speroni, Dial. delle lingue: « Noi altri po- 
steriori abbiamo fatto dell' altrui forza nostra vir- 
tù. » — Ed anche di ghiniore. Varchi, Ragion, del- 
l' invidia: « Chi visse . . . più virtuoso d' Affricano 
posteriore ? » 

POSTO. Ufficio, carica, dignità. Segneri, Manna, 
febbr. 10, 2: « Contese che s'intraprendono per ar- 
ricchire , per avvantaggiarsi , per giungere ad alto 
posto. » E febbr. 12, 1 : « Quello che presso gli 
uomini si chiama altezza di posto, grandezza di glo- 
ria, dinanzi a Dio che cosa è ? È abbominazione.» 

POTENZA. Potentato, gran sovrano. Adriani, In- 
troduz. alla sua storia: « L'una delle quali teneva 
con Carlo V imperadore, e l'altra con la corona di 
Francia, che queste due potenze con tutte le forze 
e membra loro e di loro parte, a guisa di due for- 
tissimi campioni, infra se contendendo ec. m E lib. 
14 cap. 1: « Onde conveniva , trovandosi lo stato 
della chiesa cinto intorno da potenze grandi e da 
armi buone .... che vivessero con rispetto.» 

PRECISAMENTE. Per Vappunlo. Caro, Apologia 
p. 100 dell'edizione napoletana del Puoti: « Per aver 
detto qui Virgilio così, non segue di necessità che 
'I Caro dovesse dire nel medesimo modo precisa- 
mente. » — Bartoli, Asia lib. VI cap. 71: « Altri 
due più illustri quivi medesimo in Morioca (non ne 
sappiamo precisamente il quando, ma solo che pur 
di quest'anno e di state ), glorificarono Iddio nella 
lor passione. » 

PRECISARE. Dichiarare, insegnare per Vappunlo. 



172 

Cavalca, Spoc. de'peccati cap. XI: « E all'uomo ab- 
biamo mostrate le condizioni che si richieggono a 
bene confessare, e precisi gì' impedimenti della pe- 
nitenza, e mostrati li suoi segni ed effetti. » 

PREGIUDIZIO. Falso giudizio , erroneo parere. 
Se non basta 1' esempio del Magalotti, ecco quello 
del Cocchi nel Discorso del vitto pitlagorico: « E in 
alcune private persone ricche e non ignoranti, ma 
capaci di pregiudizi e degli eruditi errori, s' incon- 
tra spesso ec. « — E più del purissimo Cesari, Lett. 
t. 2 pag. 26: « I pregiudizi sovvertono il giudizio 
eziandio de'migliori. )> 

PREPARATIVO. Sust. Caro, Lett. ined. pubbl. 
dal Mazzucch. t. 1. pag. 175: « Spero che le cose 
andranno bene , perchè avemo di già fatti di gran 
preparativi centra l'ostinazione del gran cancelliero.» 
Ed ivi pag. 182: « Il mezzo era d'ottener prima una 
riserva del reverendissimo Sant' Angelo , come un 
preparativo di quella di N. S. » 

PRESIDIARE. Segni, Stor. lib. X: « Ma di poi 
avendo egli presidiato tutto lo stato , ed assoldate 
nuove genti, riprese bene dodici terre possedute da' 
francesi. » — Benti voglio, Stor. par. 2. lib. 3: « Ri- 
tenevansi dagli avversari diversi luoghi intorno alle 
mura, e gli avevano presidiati. » 

PRESSOCHÉ- Quasi. Non sappiamo come alcuno 
il condanni, non ostante il vocabolario della crusca al 
§ 1 di Pressoy e gli esempi che ivi reca del Boc- 
caccio e del Firenzuola. 

PROCESSO. Esame, ricercamenlo. E nelle giunte 
del Cesari al vocabolario della crusca con un esem- 
pio di fra Giordano che dice: « Processo sopra il 
credo in Deo. » 



173 

PROCLAMA. L'usò il Botta, e assai prima del 
Botta il Bentivoglio, Stor. par. 1. lib. 4: « Alche 
si aggiunse un orribile proclama contro quelli che 
erano fuggiti. » 

PRODOTTO. Recato , addotto. Galilei, Saggiat. 
§. 37: « Soggiungete poi, come per prova prodotta 
dall' avversario in un discorso fabbricato a vostro 
modo e di facile discioglimento. » ec. - E notisi an- 
che Prodotto, sustantivo, in un significato che oggi 
non si vorrebbe in tutto approvare da alcuni tilo- 
logi. Machiavelli, Asin. 8: « La nostra specie altro 
cibar non cura — Che il prodotto dal ciel senz' 
arte. » 

PROSTITUTA. Se ne avrà un esempio classico 
nell'Adimari, Satira contra le donne : « Non teme 
prostituta da' lenoni — Stringer l'amato, e 1' erba 
aver per letto. » 

PR0TEST4RSL Oltre all' esempio del Davan- 
zati, che ci reca il Bartoli al n. XCVT del Torto e 
diritto del non si può, eccone altri del Bentivoglio, 
Stor. par. 2. lib. 6: « E in altre (istanze) si pro- 
testò apertamente che se per tutto il 20 d' aprile 
ciò non seguiva, egli sarebbe costretto a rendere la 
città. » E par. 3. lib. 7. » E di ciò si era prote- 
stato liberamente il governatore. » 

PROVVISIONALE. Temporaneo. Bentivoglio, St. 
par. 1. lib. 9: <( Fu approvata dal re la determi- 
nazione provvisionale che aveva presa il consiglio.» 

PUBBLICO. Comune. Sitst. All'esempio del Bor- 
ghini aggiungasi questo dell'Adriani , Stor. lib. 12. 
cap. 3: « Confortò i cittadini, che avevano grano , 
a guardarsene per loro uso per tutto febbraio, e T 



174 

altro , ricevendone il prezzo, consegniirlo ni pub- 
blico per allungarne 1' assedio- » — E quest' altro 
del Tocci , Della voce Occorrenza p. 30 ; « E così 
annoveravalo esso nella lezione tra gli uomini stati 
liberali al pubblico. » 



Q. 



QUESTUOSO. Avvi chi chiede d' onde venga 
questo vocabolo. Da Giovanni delle Celle, rispon- 
diamo noi , in un esempio recato dal Somis nelle 
Giunte Torinesi, che è questo: « Non intendono gli 
uomini com' è grande l'entrata della temperata vi- 
ta- Vengo alli sontuosi , e lascio stare questo que- 
stuoso, » 



R. 



RAPPORTO. Aueìienza, dipendenza. All'eseuipio 
autorevolissimo del Salviati può aggiungersi questo 
d'un altro toscano, cioè del Crudeli, Ritne e prose 
(ediz. parig. 1805) p. 159 : « Non possono deter- 
minarsi i rapporti che hanno insieme i diversi ge- 
ncH di questa generale tendenza. » 

RAPPRESENTANZA. Ricorso. V usa la crusca 
alla voce Ricorso. Sicché è d'uso toscano e buona. 

RAVVISARE- Reputare, credere. Sacchetti, Nov. 
90 : « Quando il calzolaio udì questo , ravvisò che 
con le dette forme il dovesse fare uccidere. » 

RAVVISARE. Scorgere. E avvalorato dal Somis 
nelle Giunte Torinesi con due esempi del Segneri. 

RECEDERE. È un latinismo divenuto italianis- 



175 

simo non solo per l'esempio del Segneri, recato dalla 
crusca; e per aver detto il Pulci, Morg. XXV. 71: 
« L'anima ornai, Signor, recede : » e il Cocchi, noi 
Disc, del vitto pittagorico: « Dall'esattezza di questo 
vitto poteva recedersi talora alquanto , secondo le 
occasioni: » ma per essere d'uso quasi comune. 

REDARGUENTE. Ha chi dice che dobbiamo solo 
contentarci di redarguire. Domandiamo però grazia 
almeno per redarguente, ch'è del trecento. Fiore d'Ita<» 
lìa , rubr. 54 : « E nota che questa interrogazione 
non fu domanda d'ignorante (che Dio sapeva bene 
donde venia), ma fu voce d'increpante e redarguente 
la malizia del dimonio. » 

REGOLARIZZAZIONE. È voce veramente orrida, 
com'è regolarizzare. Lo Speroni usò regolazione nelle 
Lezioni in difesa della Canace (ediz. veneta 1597) 
pag. 24-9): « Dico appresso che la varietà de' versi 
e delle rime or vicine ed or lontane è numero piiì 
tragico, che non è la semplicità del verso, e la re- 
golazione ed uniformità della rima. » 

RELATIVO. Non è solo termine grammaticale. 
Davanzati, Notizia de' cambi: « A duo pagamenti se^ 
guono di necessità quattro persone, perchè uno non 
può pagare, se un altro non riceve: per esser que- 
sti atti verso se relativi. » 

RENDITORE. Portatore di una lettera. Lo ha il 
Sonjis nelle Giunte Torinesi con un esempio del 
Bembo. 

RETROGRADARE. Il Perticari, le cui opere sono 
state meritamente ammesse dalla crusca a far testo 
di lingua, allargò il dominio di questo verbo, e daU 
Y usarsi solo in cose astronomiche il trasse anche 



176 

fìà altro in una delle scritture sue più forbite, cioè 
nel Trattato degli scrittori del trecento lib. 2. cap. 
13: « Stendendo le sue ragioni eterne sovra gì' in- 
crementi delle scienze, dell'arti, delle scoverte, de' co- 
stumi e de' tempi senza retrogradare gl'intelletti ed 
offendere il corso della natura. » Altrettanto per la 
voce Retrogrado avevano già fatto il Galilei, il Buo- 
narroti e il Segneri addotti dalla crusca : a' quali 
aggiungeremo il Bartoli nell'Uomo di lettere lib. 1. 
cap. 1: « Retrogradi trovano tutti i favori, fuori di 
casa tutti i benefìcii, » 

RETROSCRITTO. Add. Se n'ha l'esempio nelle 
Lettere del Davanzati pubblicate dall'onorando amico 
nostro ab. Manuzzi n. 20; « Non mi potendo dar pace 
di quella sentenza della parte, vorrei tentar la re- 
visione, come per la retroscritta boza di supplica.» 

RICEVUTO. Approvalo^ ammesso Si recano nel 
vocabolario due esempi di ricevutissimo in questo si- 
gnificato : l'uno del Segneri, l'altro del Bellini. Ed 
intanto non se ne reca alcuno di ricevuto. Eccolo 
del Galilei , Sagg. §. 37 : « Simula di non vedere 
quello che piiJ volte e molto apertamente v'è scritto, 
cioè che noi non ammettiamo quella sin qui ricevuta 
multiplicità d'orbi solidi. » 

RICONVENIRE. Accusare. Non è del solo Ma- 
galotti, conie alcun dice, ma è anche del Segneri, 
Crist. istruit. 1. 24. 9: «E non vedete che fin la 
vostra esperienza vi riconviene ?» — E del Tocci, 
Voce Occorenza p. 15 : « Quindi mi conforto che 
non sieno essi qui per riconvenirmi dì mancamento 
di riverenza- » 

RIMONTATO. Rabbellito , ornato di nuovo. Se 



177 

ne ha un solo esempio, crediamo, nell'Alamanni, Gi- 
rone XX. 80: « Poi rimontato il ciel d'oro e ver- 
miglio, — Giron d'andarne alfm licenza chiede- » Ma 
sarà forse bene di lasciarlo stare dov'è. 

RINCARIRE. Rincarare. Tassoni, Secchia IV. 35: 
« L'un nemicizia avea col sol d'agosto: — E l'altro 
rincarìa le calde arrosto. » 

RIVOLTA. Sedizione, ribellione. Agli esempi del 
Segneri e del Magalotti si aggiungano questi altri 
più antichi. Segni, Stor. lib. 2 : « Erano in mani- 
festa discordia condotti i cittadini grandi, e da te- 
merne qualche rivolta perniziosa alla patria.» — Ben- 
ti voglio, Stor. par. 1. Hb. 3: « Concitò gran rivolta 
in Anversa questo successo , e si stette per venire 
alle armi dentro della città. » E ivi: « In luogo dì 
una città avete in rivolta tutto il paese. » E così 
altre volte. 

RIVOLTARSI. Ribellarsi. Alamanni, Giron. XXIV. 
156: « Or già che morto il fero re si vede, — Tutti 
quei che famìglia e che case hanno — Nel terren di 
Narbone, e gli eran cari, — Si sono in un sol punto 
rivoltati. )) 

ROLLO. Maffei, vita di san Martino e. 1: « Si 
aggiunse poi al disturbo de' suoi santi disegni anco 
la nuova scelta, che allora si faceva, di gente mi- 
litare, con ordine espresso che tutti i figliuoli de' ve- 
terani fossero posti in rollo , e condotti alla guer- 
ra. » — Né ciò solo: ma abbiamo anche rolato, per 
posto in roloi o rollo, nel Bentivoglio, Stor. par. 3. 
lib. 4 : « E benché fosse grande il numero de' cit- 
tadini rolati all' insegne , non corrispondeva in essi 
però di gran lunga né la disciplina ec. » 
G.A.T.CXLIII 12 



178 
RONFARE. Russare. Tasso, Sette giorn. V. §. 18: 
K Ma ronfar già dormendo ancora uditi, — E dormir 
son veduti umidi pesci. » — MafFei, Vita di san Ber- 
nardo e. 2: « Onde, s'egli vedeva un religioso dor- 
mire mal composto, o ronfando, non lo poteva quasi 
patire. » 

S. 

SAGACIA. Vincenzo Martelli, Rime (ediz. bolo- 
gnese del 1829) pag. 55: « E sovra ogni sagacia ap- 
provo e lodo — (Se bisogna) il giurar, perch'altri il 
creda. » — Coccbi, Del vitto pittagorico : « Ella s'in- 
trodusse per tutta Europa verso la metà del secolo 
passato per la sagacia ed esperienza di un medico 
gottoso di Parigi. » 

SALCICCIA. Vuoisi che debba dirsi salsiccia. Ma 
il Caro non pronunciava così, scrivendo salcicciolto 
nelle Lett. ined. pubbl. dal Mazzucchelli t. 1. pag. 198: 
« Io penserò che in vece vostra sieno venuti quei 
salcicciotti che m'avete mandati. » — Salciccia inol- 
tre disse il Tassoni (secondo tutte le edizioni che 
ho vedute) nella Secchia I. 31 : « Si riscontrò con 
Sabatin Brunello, — Primo inventor della salciccia 
fina, — Che gli tagliò quella testaccia riccia - — Con 
una pestarola da salciccia. » 

SANTOLO Patrino. Lo ha registrato il Somis 
nelle Giunte Torinesi con un esempio del Pecorone. 

SECCATORE. Se la crusca ammette seccaggine, 
per fastidio i importunità: e seccatrice, per fastidiosa 
ed importuna: dovevasi dunque aspettare che il Sal- 
vini dicesse seccatore per registrare questa voce nel 
vocabolario della lingua ? 



179 

SIMILARE. Non è voce solo del Magalotti, ma 
del Guarirli , che visse assai prima del Magalotti. 
Della libertà politica ( ediz. veneta del Gondoliere ) 
p. 140: « Questa termina gli elementi, questa tem- 
pera il calor naturale, questa trasforrna il cibo nelle 
sostanze delle parti corporee similari e dissimilari.» 

SOCIALE. V'ha chi non vuol dargli altro signi- 
ficato che di sociabile, compagnevole, che ama com- 
pagnia. Dunque non potrà dirsi guerra sociale ? Lo 
ha detto però, senza tema d'errore, il Volgarizza- 
tore della Città di Dio XIX. 7 : « Nondimeno essa 
larghezza dell'imperio ha generate guerre di piggior 
maniera, cioè sociali e civili. » 

SOGGETTO SOGGETTO. V'ha pur chi vuole 
che l'aggettivo soggetto non possa accompagnarsi che 
colla voce materia. Nondimeno il Tasso non dubitò 
di cantare, Gerus. IX. 93: u E quindi d'alto -r— Mi- 
rava il pian soggetto. » 

SORTE CHE (DI). Veggasi il vocabolario della 
crusca alla voce Di sorte che, e se ne troveranno gli 
esempi del Firenzuola e del Varchi. 

SOSTITUIRE. Può esset" talvolta anche passivo. 
Cocchi, Disc, del vitto pittagorico: « Così escluden- 
dosi tutti gli aromi, si sostituiscono in loro vece le 
verdi cime d'erbe odorifere e grate, » 

SPONGA. Alle autorità del Castiglione e del To- 
lomei addotte da un filologo contra un altro filolo- 
go per sostenere ben detto sponga per spugna, ag- 
giungeremo quella del Caro, se però è veramente del 
Caro il volgarizzamento di alcune lettere di Seneca 
3: 24: « Quel legno con una sponga attaccata , e 
posto per nettar le parti oscene, tutto si cacciò nella 



180 

gola. » Inoltre il Tasso disse spongioso (pronunciando 
forse spongia), e non spugnoso^ nelle Sette Giornale, 
V. §. 12: « Perchè '1 pulmon ne la sinistra parte - 
Fra le viscere nostre ha il proprio sito - Spongioso 
e raro. » 

SPUDORATO. Faremo miglior viso a questa voce, 
che proviene dal bellissimo expudoratus di Petronio 
Arbitro. 

STABILIRSI. Porre la sede, la dimora. Vincenzo 
Martelli, Rime ( ediz. bolognese del 1829) p. 44: 
« Ben vide il glorioso augel di Giove, - Che senza 
voi si stabiliva indarno - Fra gl'italici campi, ov'or 
s'annida. « 

STIPARE. Ammucchiare. Oltre a'due esempi an- 
tichi di Dante, che ne reca la crusca, e che dovrebbe- 
ro pur essere autorevolissimi, eccone un altro di gen- 
tilissimo scrittore del bel cinquecento, cioè del Ru- 
cellai nelle Api v. 516: « Stipano il puro mal den^ 
tro alle celle. » 

STORA. Stuoia. Lo dice il Caro, Rett. d'Aristot. 
lib. II. cap. 7 : « Come fu quello di colui, che in 
Liceo servì l'amico di una stora. » Così nell'edizione 
veneta (che è la prima) al segno della Salamandra 
1570. 

STRANIERO. Add. Estraneo, alieno. Volg. della 
Città di Dio 2. 21: « Straniera (cosa) da ogni scru- 
polo di dubitazione. » E 9. 23 : « Non è adunque 
molto da disputare del nome, quando essa cosa è 
tanto chiava, che è straniera da ogni scrupolo di du- 
bitazione. )) 

SUBORDINARE. Rassegnare, assoggettare. Benti- 
voglio, Slor. par. 1. lib. 10 : u Non usciva ordine 



181 

alcuno da lui, che non bisognasse, subordinarlo al 
consiglio di stato. » 

SUSURRO. Ha diversi altri significati da regi- 
strarsi pure nel vocabolario. Per esempio : Susuiro 
del vento. Tasso, Gerus. XVI. 13 : « Tacquero gli 
altri ad ascoltarlo intenti, - E fermaro i susurri in 
aria i venti. » - Susurro delle onde. Chiabrera, Ser- 
mon. 24- : « Che dirò di Castello ? I cui cipressi - 
Ogni più fresca Naiade trascorre - Altercando co.' 
fischi delle fronde - I suoi non men dolcissimi su- 
surri ?» - E seminar susurri^ è audace e bel modo 
del Caro, Eneid. 2 : « E quinci de'suoi falli e del 
mio duolo - Consapevole Ulisse, a spaventarmi, - A 
travagliarmi, a seminar susurri - Si diènei volgo.)) 



T. 



TALENTO. Ingegno. Alcuni lo hanno creduto 
mal detto. Agli esempi addotti per difenderlo ag- 
giungeremo i seguenti. Maffei, Vita di s. Tommaso 
e. 2 : « Quindi, spesso trovandosi alle dispute e a' 
ragionamenti di lui e di altri della stessa famiglia, 
venne pian piano ad affezionarsi all'instituto loro , 
parendogli non poter meglio impiegare il talento da- 
togli dal Signore. » E vita di s. Antonio di Padova 
«. 5 : « Assai tosto apparve com' egli era in gran 
maniera sufficiente per le confessioni, e insieme atto 
anche alle dispute contra gli eretici, e per la catte- 
dra delle scuole, e per iscrivere libri utili a tutta la 
posterità : e (cosa che malagevolmente con simili ta- 
lenti si accoppia) mostrò eziandio non piccola peri- 
zia e destrezza nel governare- » - Chiabrera, Elogio 



182 

di Giambatista Strozzi: « Giovinetti di buon talento 
egli raccolsesi in casa, e procacciò che si formassero 
di dottrina, ed alcuni chiarissimi ne son divenuti. « - 
Bartoli , Uomo di lettere par. 2. pag. 158. (ediz. 
Veneta 1678): « Ma quando pur vi fosse toccata una 
musa meretrice, con quello che voi chiamate ge- 
nio, talento di poetar lascivo, io vi dirò ec. » — 
Menzini , Accad. Tuscul. prosa VII : « Io , rispos' 
egli, non sono, come ben sapete , dovizioso di ta- 
lento poetico. » - Salvini, Prose Tose I. 12 : « I 
quali studi ben volentieri con quello delle toscane 
cose congiungo, ed altri di maggior talento e dot- 
trina dotati, che io non sono, quanto piiì posso con- 
forto a congiungere. » 

TEATRO. Figuratamente. Bartoli, Uomo di let- 
tere par. 1. pag. (ediz. veneta del 1678): u E que- 
sti sono i meriti, queste le mercedi de' figli dell'igno- 
ranza quando cercano teatro e mendicano applausi.» 

TENER DISCORSO. Non piace ad alcuno. Il Chia- 
brera però, che disse Tener sermone, certo avrebbe 
anche detto Tener discorso. Sermone IX : « E tro- 
verassi chi terrà sermone - De'sublimi pensier del 
Galilei. » 

TOCCANTE- Commovente, attraente , allettativo. 
Chi volesse usarlo (noi certo non 1' useremo mai), 
all'unico esempio che si ha del Salvini nel vocabo» 
la rio, aggiungerà questo del Crudeli, Rime e prose 
(ediz. parigin. 1805) pag. 147 : « I piaceri del cuore 
son toccanti e ci dilettano, w 

TOCCATO. Non solo abbiamo nel vocabolario 
toccare per sonare, contra chi dice che non si possa 
scrìvere stromento ben toccato} ma sì toccatore i^ev 



183 

sonatore nel Caro, Long. Sof. ragion. 2: u E si van- 
tavano chi d'essece .... un grande ammazzator di 
lupi, chi il primo cantore e*l primo toccator di sam- 
pogna che fosse da Pane in fuori. » 

TRANSITARE. Bentivoglio, Stor. par. 2. lib. 5: 
« E coi passaporti si permetteva di qua e di là che 
per quella riviei-a transitasse qualche barca di mer- 
canzia. )) 

TRATTAMENTO. Convito, banchetto. Adimari, 
Satira contra le donne: « S'inventan nuovi applausi 
e nuovi onori, - Si preparan gl'incontri e i tratta- 
menti - Con dispendio profuso e dentro, e fuori. » 

TRIENNIO. Oltre ad essere voce d'uso, è avva- 
lorata anche dall' esempio classico del Caro , Lett. 
ined. pubbl. dal Mazzuch. tom. 2. pag. 310 ; « E 
però la prego che si voglia contentare, che nel con- 
tratto che le faremo, le si permetta la continuazione 
del primo triennio. » - E così da esso Caro si avrà 
pure il sustantivo triennale, Eneid. IV: « Quale ai not- 
turni - Gridi di Citeron tiade, allora - Che il trien- 
nal di Bacco si rinnova. » - Oltre al trienne del 
Salvini, Trad. d'Oppiano pag. 3 : « Non voglio che 
tu or canti il trienne - Montano Bacco. » 

TROPPO. Fanno mal viso alcuni valenti filologi 
a troppo invece di molto. E pure ve n'ha esempi e 
e di prosatori e di poeti assai autorevoli nel voca- 
bolario della crusca al §. I della voce Troppo av- 
verbio. Perciò non sappiamo che error sia (e ce ne 
scusi l'onoranda memoria di Paolo Costa ) il dire : 
E ricercandola il marito, se stesse bene : Non troppo^ 
ella rispose- - Cioè non molto. 



184 
TRUPPA. V'ha chi ha scritto in un vocabolario, 
che (li questa voce, né bella ne necessaria, in signi- 
ficato militare trovasi esempio nel Davanzati. Non si 
è ricordato il buon filologo che il supplemento del 
lib. IX degli Annali di Tacito è del Brotier, e per- 
ciò non tradotto dal Davanzati, ma sì da colui che 
ha voluto fare malamente la scimia allo stile del 
sommo fiorentino. 



U. 



UFFICIOSAMENTE. Maffei, vita di s. Antonio 
ab. cap. 5: « Fra tali discorsi passata la sera, men- 
tre intorno al corpo se ne stanno con molti lumi, 
ufficiosamente aspettando l'esequie, pian piano, come 
avviene, si addormentarono. » 

UMANITÀ'. Genere umano. Bambagiuoli, Virtiì 
morali, capo della Fortezza : « Però giudica mal l'u- 
manitade, - Credendo danno ov'è l'utilitade. » - Coc- 
chi, Del vitto pittagorico: «Pittagora, primo inven- 
tore del vitto fresco vegetabile, era grandissimo fisico 
e medico, e non punto alieno dall'umanità più eulta 
e pili discreta. » 

UMAZIONE, v. DISUMAZIONE, 



V. 



VAGHEGGINO- Erra chi dice che non è nella 
crusca. Veggasi nel suo vocabolario con un esempio 
del Firenzuola. 

VERSARE. Notisi questo significato, che alcuni 
filologi non vogliono ammettere perchè non trovato 



185 

nel vocabolario della crusca. Speroni, Lezioni di di- 
fesa alla Canace (ediz. veneta 1597) pag. 166; « Vuol 
dunque Aristotele per queste parole, ^he versando 
la tragedia d'intorno alle cose mirabili e terribili , 
non si faccia ec. » 

B 



186 



Baijni minreali presso Tivoli. 

ifleravigliando taluni che non si fossero per me 
date avvertenze nella pratica di cotesti bagni: di- 
versamente, dicevano, niun infortunio sarebbe colà 
avvenato, sono io rimasto stupito di siffatto oblio. 
Imperocché sembra che erano a costoro noti i miei 
lavori intorno le acque albule, ciò nulla ostante ab- 
bian dimenticati gli avvertimenti ed i regolamenti 
pubblicati nell'uso delle medesime. 

Fin dall'agosto 1824 leggendo in due separate 
sessioni all'accademia de' Lincei il Saggio sopra la 
topografia fisica del suolo di Tivoli, pubblicato ripe- 
tutamente nello stesso anno pei tipi del Bouhaler, 
davo pur cenno delle acque albule colle seguenti pa- 
role: Che nel riservaimi in altro argomento di par- 
lare della loro temperatura, delle virtù medicinali, 
delle elastiche esalazioni venefiche ec-, di presente ca- 
deva solo in acconcio dimostrare le utili loro de- 
posizioni (travertino) (1). 

(1) Saggio sulla topografìa fisica del suolo di Tivoli pag. 38y 
e Giorn. Arcadico tomo XXIII pag. 137 e 257. — Non fia di- 
scaro il rammentare che questo Saggio risvegliò 1' attenzione di 
molti dotti : talchi un celebratissimo compilatore della Biblioteca 
Italiana dopo averne dato lungo analitico ragionamento (tomo 38 
pag. 86 e seg.), nel rendiconto annuale di quel dotto giornale (t. 41 
pag. 185 — 6) dice: « Da tutto ciò che detto abbiamo sulle scienze 
economiche e statistiche risulta, che il progresso è massimo nel re- 
gno Lombardo-veneto: medio nel regno delle due Sicilie : minore 
nella Toscana: zero negli altri stati italiani, salva l'eccezione a fa- 
vore dello Stato romano: e gli dobbiamo lode pel Saggio sulla to- 
pografia fisica del suolo di Tivoli di Agostino Cappello (Roma 1824), 



187 

Inoltre nella terza edizione di questo Saggio pei 
tipi del Perego Salvioni (1830) rilevai, che gittando 
pietre nel lago , suscitasi poco dopo una piccofe 
tempesta dovuta a una gran copia di gas che svol- 
gesi dal fondo. Si scorge che nella linea di pas- 
saggio del gas r acqua acquista una limpidità , la 
quale si dee alla dissoluzione del calcano in virtù 
del gas acido carbonico che si sviluppa (1). 

11 qual fenomeno fu ripetuto eziandio nei ra- 
gionamenti per la restaurazione de' bagni minerali 
presso Tivoli. Inoltre nel 2." ragionamento leggesi, 
che cotest'acqua contiene in soluzione una quantità 
di gas acido carbonico superióre al suo proprio vo- 
lume (2): e colle pagine appresso (nell'istituirsi in- 
sieme col chiarissimo professor Peretti l'analisi chi- 
mica) dopo aver accennato la temperatura, il co- 
lore ed il sapore dell'acqua, si osserva che dibat- 
tuta svolgesi immediatamente gas acido carbonico 
con poca quantità di gas solfo-idrico. 

Finalmente in fine del terzo ragionamento si 
danno i regolamenti nell'uso di questi bagni : no- 
tando che il gas acido carbonico è la sostanza più 



del quale in più opportuno luogo notammo i pregi ed i pochis- 
simi nei. e l'abbiamo riconosciuto commendevole pei fatti ed osser- 
vazioni che attestano l'ingegno e la studiosa diligenza dell'autore ». 

In che vuoisi notare, che non cadde in pensiero all'insubre 
compilatore, che in detto Saggio mostravasi con argomenti geogno- 
sticij idraulici, fisico-chimici e storici la non lontana rotta dell'Aniene 
due anni dopo avvenuta (16 novembre 4826); e più volte indarno 
avvertita, inclusive ad illustri professori d'idraulica architettura. 

(/ compilatori dell'Arcadico) 

(1) Opuscoli scelti scientifici pag. 770. 

(2) Pag. 17, e Giorn. Arcadico pag. 276, tomo LXXX. 



188 
abbondevole nelle acque albule : onde deve atten- 
dersi di non mettere il viso nelT acqua per non 
andare incontro ad asfissia. Conchindevo da ultimo, 
che non avviene la medesima pel gas solfo-idrico: 
siccome avevo supposto in una nota dell'ultima pa- 
gina del primo ragionamento pubblicato nel 1837: 
ma bensì pel detto gas acido , come chiaramente 
risultava dall'anzidetta analisi chimica djel 1839 (1). 
Dopo ciò, ognun vede se eransi per me date le de- 
bite avvertenze. Che se per un solo attimo, e senza 
replicare, possa tuffarsi la testa nell'acqua senza pe- 
ricolo, questo non suol mancare col dibatterla, spe- 
cialmente col nuoto. Imperciocché non si tratta di 
acque marine, di fiume, o di lago, non sprigionanti 
gas deleteri , come è il gas acido carbonico : il 
quale se nella sua soluzione nell'acqua albula, e chi- 
mica combinazione colle altre minerali sostanze fisse, 
e gazosa (siccome è il gas solfo-idrico), è uno degli 
ottimi presidii pel bagno e per la bevanda, diviene 
micidiale nel respirarlo ; giacché col nuoto princi- 
palmente si svolge con tanta intensità, per cui si 
soggiace all'asfissia, conseguentemente alla morte : 
mentre l'individuo cola a fondo senza potergli som- 
ministrare soccorso. Laonde dopo due funesti casi 
pel nuoto appunto accaduti in persone non volgari, 
è indispensabile di prevenirne la gente idiota che 
si porta a que'bagni : e mettere affissi a stampa sul 
luogo non solo per evitare quel sinistro, ma aggiu- 



(1) Terzo ragionamento per la restaurazione de' bagni presso 
Tivoli pag. 27, e Giornale Arcadico tomo LXXXV pag. 59. (1840). 



189 
gnervi ancora le altre regole nell' uso delle acque 
albule (1). 

Né vuoisi omettere che per la pubblicazione de- 
gli accennati ragionamenti, e per avvisi al pubblico 
nella stagione de'bagni per me più volte compilati, 
si accrebbero non poco gl'individui risanati da gravi 
morbi, o migliorati nella loro salute. Il che ricor- 
davo nell'occasione che il dottissimo Giuseppe Frank, 
desideroso di visitar meco questo ricchissimo fonte 
minerale, siccome avvenne, meravigliava come non si 
pensasse a farvi uno stabilimento se non coli' antica 
magnificenza, agiatamente almeno per bagnarsi (2). 
Cotesto fortunato avvenimento sarà certo per 
accadere : dacché il sommo regnante Pontefice PIO 
IX volse benignamente lo sguardo ai voti di piiì sa- 
pienti per una sì salutevole restaurazione (3). Difat- 



(1) I tre ragionamenti furono letti prima della stampa all'ac- 
cademia de' Lincei : il 1.° nel dì 7 agosto 1837, il 2° nel di 30 
settembre 1839, ed il 3.° nel dì 28 settembre 1840. 

(2) Id. pag. 4, e Giorn. Arcadico id. pag. 36. 

(3) La Santità di Nostro Signore intenta a promuovere lutto- 
ciò che torna a pubblica utilità , si è benignamente degnata di 
annuire ai desidcrii a lei umiliati sulla ripristinazione dei bagni 
minerali delle acque albule, che scaturiscono fra il territorio ti- 
burtino e l'agro romano. A tal fine ha stabilita una commissione, 
la quale presieduta da sua Eminenza Reverendissima il signor Car- 
dinal Presidente di Roma e Comarca, faccia un piano relativo da 
presentarsi poscia alla stessa Santità sua. 

Formano parte della suddetta commissione i signori cav. D. 
Vincenzo Colonna ff. da senatore di Roma come vice-presidente: 
dottor Agostino cav. Cappello , dottor Pietro cav. Carpi , medici: 
dottor Giuseppe Costantini, dottor Lorenzo Bartoli chirurghi; com- 
meiidator Clemente Folchi ingegnere , gonfaloniere prò tempore 
di Tivoli, dottor Renedetto cav. VialePrelà medico, e comraendator 
Luigi Canina architetto. 

Questi ultimi esercitano le funzioni di segretari. Giornale di 
Roma 6 maggio 1836. 



190 

to annunziato appena il sovrano intendimento, di 
gran lunga maggiore che nei passati anni è stata 
Taffluenza de'bagnanti : e prodigiosi sono stati ì ri- 
sultamenti da non pochi dei medesimi conseguiti. 

I progressi ognor crescenti nella chimica scienza 
diedero in questi ultimi anni agio ai chiarissimi pro- 
fessori Benedetto cav. Viale-Prelà, e Vincenzo La- 
tini d'istituire accurata analisi chimica delle acque 
albulc) che furono arricchite di altre minerali so- 
stanze per essi rinvenute. Il lodato professor Viale 
in un'accademica sessione lincèa del corrente anno 
lesse dotta dissertazione sulle medesime, che quanto 
prima sarà fatta di pubblica ragione con utili ed im- 
portanti osservazioni. 

Né minor lode si debbe all'illustre architetto 
commendator Canina, il quale per aver riportato gio- 
vamento non lieve da queste acque alla sua salute, 
ha molto contribuito, e contribuirà non poco alla 
bramata restaurazione, in ispecie co'suoi profondi ar- 
chitettonici lavori. Con ragione quindi la Santità di 
N. S- degnavasi nomirare il Viale ed il Canina se- 
gretari della commissione per la ripristinazione de'ba- 
gni minerali delle acque albule. 
Roma 28 agosto 1856. 

AfiosTiNo Cappello.. 



191 

Raccolta degli scritti editi ed inediti 
del cav. Domenico Morichini. 

(Continuazione e fine.) 

La XXXVII Memoria è sidla rappresentanza del 
comune di Marsciano neW Umbria. 



u, 



na supplica avanzata dagli abitanti di Marsciano, 
nella quale si domanda, che sia vietala V uccisione 
delle rondini come causa deteriorante Varia di quella 
terra. 

Due sono le ragioni, colle quali sostengono il loro 
assunto i zelanti di Marsciano. La prima è, che le 
rondini ci cibano dei piccoli insetti volanti, incomodi 
all'uomo ed agli animali nell'estate. La seconda poi, 
che col loro volo rapido eccitano nell'aria una pia- 
cevole ventilazione che la depura. L' una e 1' altra 
delle due ragioni addotte dai zelanti ha un doppio 

. valore, l'uno di comodo, e l'altro di sanità. 

Le rondini si pascono di insetti volanti, che mol- 
tiplicano dapertutto, in ispecie nei luoghi umidi e 

- bassi, comprovato ciò dai naturalisti, che sonosi oc- 
cupati di conoscere le abitudini di questi augelletti. 
Non v'ha dunque dubbio che le rondini contribui- 
scano a scemare il numero degli insetti alati, i quali 
colle pinzecchiature accrescono agli u<^mini ed agli 
animali le molestie dei calori estivi. Il dubbio è se 
evvi proporzione sensibile fra le immense schiere 

. degli insetti volanti, ed il numero dello rondini. Se 
si considera r incalcolabile fecondità degli inselli 



192 

estivi, è forza dire, che sebbene le rondini vivano 
d'insetti volanti, il numero di questi supera di molto 
la forza sterminatrice di quelle. Spallanzani asseri- 
sce, che nei primi mesi di autunno, quando le ron- 
dini hanno già emigrato dalle nostre contrade , o 
fatto ritorno in Affrica, gl'insetti volanti si rendono 
più molesti e piti numerosi anche nelle abitazioni. 
Né è assurdo il credere che la mancanza delle ron- 
dini contribuisca all'aumento effettivo del numero 
degli insetti. 

11 prof, conclude, che 1' uccisione delle rondini 
debba essere affatto vietata. Parla dei loro figli che 
pesano più dei genitori, per il grasso che è fra la 
cute ed i muscoli. Parla ancora che è uno squisito 
cibo e dt lusso. Ed oltre ai rondinini da nido, an- 
che le adulte rondini sono un grato cibo a molti- 
La seconda richiesta è la persuasione, che il loro 
volo frequente ecciti neWaria una ventilazione che la 
depura. Che le rondini possano col loro volo dare 
un certo sviluppo agli strati dell'aria, e che rompano 
quella stagnazione opprimente, che in estate ha luo- 
go in un' aria, o bassa pianura , ciò non ammette 
dubbio. Diftìtti non eccita una ventilazione, ma una 
semplice dislocazione di una piccola massa d'aria , 
senza che alcun movimento si propaghi alle grandi 
colonne dell'atmosfera. 

Riassume dunque l'A.: Gli abitanti di Marsciano 
hanno ragione di vietare l' uccisione delle ron- 
dini , perchè quelli che distruggono i nidi sotto i 
ietti delle altrui case, e quelli che uccidono rondini, 
lo fanno per bizzarria, e non per uso dì vitto. 



193 
La XXXVI II Memoria è una proposta dhin regola- 
mento di polizia sanitaria per la città di Roma. 

Tutti i governi , in ispecie quello de' pontefici 
romani , ebbero speciale cura di porr« in salvo la 
pubblica salute. 

È lungo tempo che si desidera un codice di sa- 
nità mediterranea, che regoli i sistemi della polizia 
d^lle case, strade, sepolcri, cimiteri, acque pubbli- 
che, arti fetide, sostanze alimentari ed annonarie. 

Uno degli oggetti che si riferisce alla salute del 
popolo è l'esercizio di tutte le arti salutari. In Ro- 
ma non si è trascurato mai di vegliare a ciò che 
questo esercizio fosse il piiì acconcio per la salute 
pubblica. 

Il prof, incomincia il primo Regolamento. Le 
grandi riunioni nelle città popolose, se favoriscono 
lo sviluppo delle facoltà morali , degradano quelle 
fìsiche, come si prova nelle tavole necrologiche delle 
città, le quali danno una mortalità media di 5 in- 
dividui sopra 100 , mentre questo stesso rapporto 
nelle campagne e nei piccoli popoli non giunge 
mai al due e mezzo per cento. Così la Provvidenza 
volle bilanciare la sorte dei colti abitanti di una 
gran città, e dei rozzi coltivatori delle campagne, 
retribuendo a questi la prosperità fìsica, ciò che non 
potevano conseguire in godimenti di spirito, e vi- 
ceversa. 

Le migliori leggi perdono la forza morale col 
tempo, e se incorrotti magistrati destinati a vegliare 
alla loro esecuzione non ne ravvivano l'osservanza 
G.A.T.CXLllI. 13 



19i 

con rigoiosi esempi, finiscono colTandare in oblìo. 
Koma città ampia, e per la vastità del suo perime- 
tro, non dapertutto fornita di case e di selciati, ha 
una debole popolazione in confronto della sua esten- 
sione : e questa raccolta sopra una sola dell' area 
compresa nel suo recinto , rimanendo ii resto col- 
tivato ad orti, vigne, giardini, traversata da uno de' 
maggiori fiumi d'Italia, è posta in una pianura nota 
per la sua nativa insalubrità. - Polizia sanitaria delle 
case. Ogni casa avrà un luogo comodo, chiuso e se- 
gregato dalle camere abitabili. Così pure le cucine 
saranno fornite di uno sciacquatoio. I luoghi como- 
di ed i sciacquatoi dovranno con condotti coperti 
mettere foce nella cloaca pubblica la più vicina. Non 
si getteranno dalle finestre nelle pubbliche strade 
sostanze escrementizie o avanzi di cucina. Le stalle 
dei cavalli, muli o asini dovranno essere tenute nella 
maggior nettezza. Niente si deve accumulare alle 
porte delle stalle. Lo stabbio deve essere rimosso 
tre volte la settimana dal maggio a tutto ottobre. 
Le case ristorate di nuovo , o fabbricate, non po- 
tranno affittarsi che decorso un anno dal compimen- 
to della fabbrica. 

L'articolo li forma la Polizia sanitaria delle stra- 
de e piazze. Sarà cura del governo di far rimuovere 
le immondezze della città: e si obbligheranno i pro- 
prietari delle case e botteghe di spazzare ogni mat- 
tina innanzi le loro case. Queste immondezze si tra- 
sporteranno alle nitriere artificiali: il dippiù si tra- 
sporterà alle vigne, prati, orti e giardini della città. 
Le piazze verranno spazzate come le strade. La net- 
tezza della piazza Navona, della Rotonda, e s. Eu- 



195 

stachio, e delle due pescherie saranno a carico di 
quelli che vi trafficano. È vietato a tutti di gettare 
nelle pubbliche strade animali morti. I cadaveri di 
questi, prima della putrescenza, debbono interrarsi 
sei setti palmi. 

L'articolo III è La polizia sanitaria delle chiese, 
teatri, ed altri luoghi pubblici . 

Quando il prof, scriveva questi regolamenti non 
era stato fabbricato il vasto cimiterio al campo ve- 
lano- Lo spurgo delle chiese rurali devesi far di 
notte , e la combustione delle casse mortuarie in 
luoghi lontani dalle abitazioni. Le chiese devono es- 
ser ventilate in tali ore opportune. 1 teatri avranno 
dei ventilatori , nei quali è mefitismo per la folla 
degli spettatori, e per i lumi che vi ardono. I fuochi, 
le illuminazioni, e gl'incendi che fanno parte delle 
decorazioni della scena, ponendosi in uso l'arsenico, 
l'antimonio, il zolfo, che sono sostanze che emanano 
vapori venefici, e soffocativi , devonsi eseguire in 
vasi di vetro, dirigendo anche le correnti di aria in 
modo che dalla scena non vengano portate nella 
sala degli spettatori. Gli anfiteatri ed altri luoghi 
di pubblici spettacoli, ove gli spettatori siedono in 
sedili scoperti , o dovrebbonsi vietare in tempo di 
pioggie, o coprirsi con tappeti, o stuoie. 

L'articolo IV è La polizia delle acque potabili. 1 
magistrati devono vegliare sopra la conservazione 
delle acque. Per le acque delle fontane basta la vi- 
gilanza dei loro condotti: acciò non sia alterata la 
purezza e bontà, converrà sempre ripulirli dai rot- 
tami, terre, immondezze, o aoiinali che sianvi ca- 
duti dentro. I pozzi devono essere aperti a comodo 



196 

di più inquilini che vi attingono l'acqua: hi diligen- 
za dev'essere maggiore nel mantenerli netti. Sovente 
si ripuliranno i pozzi per le sostanze in corruzione, 
che possono esservi, e per la continua deposizione 
del pulviscolo che si accumula nel fondo. Devono 
ripulirsi due volte l'anno, cioè in primavera ed au- 
tunno. I bacini delle pubbliche fontane sono lava- 
cri di erbe, e ricettacoli d'immondezze d'ogni ge- 
nere; perciò si può ordinare ai pubblici scopatori di 
ripulire periodicamente questi bacini, acciò non di-^ 
vengano centri di putrefazione e di mefitismo. 

L'articolo V è La polizia sanitaria delle cloache. 
Le pubbliche cloache destinate a ricevere non solo 
le acque piovane, ma quelle degl'interni lavatoi delle 
case, le materie escrementizie dei luoghi comodi, 
sono uno dei mezzi più provvidi ritrovati per ga- 
ranzia della salute pubblica nelle grandi città. Ma 
le cloache, a cui sono destinate debbono, essere co- 
struite in modo che facile ne sia l'accesso , quante 
volte abbisogni di risarcirle. Che lo scolo delle ma- 
terie solide e fluide, che trascinano, sia facile, e per 
il declivio, e per l'abbondanza d'acqua che deve di- 
luirle. Che le loro aperture siano poco superiori al 
livello delle acque medie del Tevere, nel quale sboc- 
cono. Si vieterà di gettare spoglie di insetti , carni 
e pesci putridi, ed ogni sorta di materie animali 
putresQ'Jìili nelle aperture delle cloache pubbliche e 
piazze della città. Di tutto il sistema poi di cloache 
pubbliche e private converrebbe far ledigere una 
carta topografica dagl'ingegneri pontifìcii per ripa- 
rarne i danni , e per allontanarne i condotti dalle 
acque potabili e dalle fontane pubbliche- 



197 

L'articolo VI è La polizia sanitaria delle ripe del 
Tevere. Le ripe del Tevere devono esser tenute a 
piceo, e fiancheggiate da muri, perchè così le sue 
acque hene incassate non lascerebbero sulle ripe dei 
seni, ove il moto è quasi nullo, ed ove svolgendosi 
dei gas nocivi, come quei delle paludi, si conoscono 
sotto il nome di gas infiammabile del Tevere. 

Si dovrebbero vietare i così detti scarichi sul 
Tevere, tanto delle immondezze, quanto dei calci- 
nacci e materie solide. 

Si devono mantenere in vigore i regolamenti sul 
modo di bagnarsi nel Tevere, e finalmente la proi- 
bizione di uccidere il pesce colle paste, o altre so- 
stanze avvelenate , il che getta sulle rive un gran 
numero di cadaveri, e tende a sottrarre una sor- 
gente di alimenti salubri per il popolo. 

L'articolo VII è La polizia per le arti infette L' 
odierna civiltà ha dato origine a molte arti, fra le 
quali alcune generano vapori venefici, altre putridi 
e fetidi. La polizia sanitaria deve contemplare gli 
effetti, che queste diverse possono produrre sulla sa- 
lute pubblica. 

Le arti che producono i vapori venefici sono 
quelle che lavorano i metalli. Quindi gli affinatori 
dell'argento, i doratori, i fonditori di piombo, rame, 
stagno e zinco , e tutte quelle arti che producono 
vapori di piombo, mercurio, rame, arsenico, antimo- 
nio, debbono essere sorvegliate dalla polizia, la quale 
deve ordinare che fossero raccolte in istrade sepa- 
rate, e di più che ciascuna officina fosse munita di 
fornello con ampia cappa, terminante in un cammina 
aperto sopra il tetto. Questa disposizione per il peso 



198 
dei vapori metallici, che ricadono sul tornello, o si 
agglutinano alle pareti della cappa e del cammino, era 
già un ottima garanzia della salute dei vicini. 

Quelle arti che producono vapori putiidi, come 
fonditori di sevo, di amidaio, fabbricatori di corde 
armoniche , i magazzinieri di unghie e corna per 
concime delle terre, quelli di formaggi, carni e pe- 
sci salati, meritano di essere rilegati in parti re- 
mote della città. Le arti che danno effluvii fetidi , 
come sono le concerie delle pelli colla vallonea , 
sommacco, scotano, mortella, le macellerie, le far- 
macie, le distillerie, le saponerie, le profumerie, le 
botteghe dei pettinai e dei maniscalchi, i verniciai, 
i luoghi di suola, vacchetta, le cererie, esigono la 
sorveglianza in un ben regolato sistema di polizia 
sanitaria. 

I macelli, le conce ed i locali per dar le ver- 
nici devono affatto rivolgersi in luoghi lontani dal 
centro della città. Le conce sono quasi tutte nel 
rione della Regola. Riguardo ai macelli, ora si è sta- 
bilito il grandioso locale della mattazione, mercè la 
munificenza di Leone XII, allontanandosi dalla città 
il puzzo, e tutti i depositi di sangue, e sevo che 
sono inerenti al pubblico macello. 

La vigilanza sopra la salubrità o insalubrità delle 
sostanze alimentari, come carni, pesci, erbaggi, frut- 
te, latte, formaggi, funghi, salumi, olii e vini, per- 
chè posta sotto la direzione di un tribunale specia- 
le, dovrebbe far parte della polizia sanitaria. 



199 

La XXXIX Memoria è la formazione dei cimiteri 
fuori di Roma. 

Il pontefice Gregorio XVI nel 1833 fece ordi- 
nare un cimitero vasto nel Campo Verano. Vi pose 
la prima croce, e fu aperto dall' inclito porporato, 
vicario di S. Santità, cardinale Odescalchi con ap- 
provazione di tutta Roma. 

Il cosi detto Campo, Verano fuori porta s. Lo- 
renzo, era già nel piano formato dal nostro illustre 
professore. 

La XL Memoria è sopra i candelottai, saponai e 
sopra la liquefazione del sevo in commercio. 

Il celebre Frank consiglia di rilegare lontano 
dalls città le arti fetide , come uno dei provvedi- 
menti utili per la salate dei cittadini. Gl'imperatori 
romani aveano disposto su quest'oggetto la posizio- 
ne e la nomenclatura di varie contrade di Roma , 
e mostravasi conveniente d'isolare tutte le arti fe- 
tide: e gli statuti di queste arti, sanzionati dai se- 
natori di Roma e dai pontefici, contengono utili pre- 
cetti, provvedendo ancora al decoro della città, alia 
pubblica salute, ed a quella degli artefici che le eser- 
citavano. Queste arti hanno abbandonato le contra- 
de, e sonosi sparse nei luoghi più splendidi della 
città. 

Fra le arti le più fetide e le più malsane sono 
la liquefazione del sevo in carniccio, la fabbricazione 
delle candele di sevo e quella dei saponi. Si rifletta 
che il sevo in carniccio è una sostanza animale 



200 
grassa, ed ha umori putrescibili. Questo inviluppo 
di sostanze dà luogo alla decomposizione putrida 
delle membrane, e degli umori mescolati col gras- 
so. I prodotti volatili della putrefazione animale si 
formano in copia, spargendo un gas ammoniacale, 
ed infettando di odor cadaverico il vicinato. I pro- 
dotti di questa operazione sono quelli di un cada- 
vere in putrefazione, pericolosi nell'estate, e perni- 
ciosi all'umana salute. 

L'impiego del sevo, anche depurato dal carnic- 
cio putrido, ha il medesimo fetore, quale si impiega 
nella preparazione delle candele di sevo e dei sa- 
poni. Le leggi prescrivono che la prima delle due 
arti in questione si eserciti in giorni fissi di notte, 
acciò siano chiuse tutte le porte e finestre : e per 
la seconda esige il regolamento, che le caldaie siano 
munite di una cappa con cammino aperto nel tetto, 
e che i resti dell'operazione siano trasportati fuori 
dell'abitato. 

La XLI Memoria è sopra le vaccinazioni eseguite 

negli stati pontificii dal giugno 1823 

al giugno 1824. 

L'eruditissima relazione, che dà il nostro profes- 
sore alPeminentissimo cardinale segretario di stato 
Della Somaglia sopra la vaccinazione , merita una 
seria considerazione. 

A provar questa tesi l'A. adduce dei fatti? che 
l'antiche storie ci hanno trasmessi sopra la lebbra 
e l'elefantiasi, malattie terribili e sordidissime, che 
leggi savie sopra la scelta dogli alimenti , e sopra 



201 

l'impiego di salutari abluzioni, hanno folto scompa- 
rire dalla terra. 

La scoperta del nuovo modo spande sull'antico 
un male terribile, che avvelenando la sorgente della 
propagazione della specie, ne fa temere la distru- 
zione: e poco dopo questa stessa scoperta versa in 
Europa una droga, che la fa sicura da un micidial 
flagello delle febbri periodiche. Le invasioni degli 
arabi avevano spopolate le più belle contrade dell' 
Europa meridionale meno colla barbarie , che col 
propagarvi la peste variolica. 

Un medico inglese verso la fine del secolo pas- 
sato scopre l'antidoto per estinguere questo conta- 
gio. Jenner coli* innesto di una innocente malattia 
presa da uno degli animali piiì utili agli uomini , 
rese il servigio il piiì segnalato, che vantino gli an- 
nali del mondo- Nobile destino riserbato dalla Prov- 
videnza ad un uomo, cui è dato di fare al genere 
umano un tanto dono. Né recherà maraviglia che 
la felice scoperta penetrasse colla rapidità della luce 
non solo fra tutte 'le nazioni incivilite, ma per sino 
fra i popoli i piij barbari dell'Asia, dell'Affrica, presso 
i selvaggi dell'Oceanica e quelli dell'America. L'A. 
essendo presidente del comitato di vaccinazione ren- 
de conto de'suoi lavori , e fa conoscere con quale 
impegno avesse soddisfatto ai doveri imposti alle 
commissioni provinciali. Il numero di 88,788 vac- 
cinati nel primo semestre, ebbe luogo col concorso 
favorevole di tutti i medici e chirurgi degli stati 
pontificii. Il vistoso numero di sessanta medaglie di 
argento e cinque d'oro, si trovò scarso a ricompen- 
sare tutt'i meritevoli di premio. 



202 

Il prof, fa risultare dai calcoli più moderati dei 
medici europei, che il terzo almeno di quelli che sof- 
frono il vaiuolo arabo, ne periscono, e- ne contraggo- 
no deformità o malattie incurabili. Più di 60 mila 
fanciulli nello spazio di due anni furono nei domini! 
pontificii, o conservati in vita, o preservati dalle de- 
formità prodotte dal vaiuolo arabo. 

La XLII Memoria è sul gaz infiammabile del Tevere. 

L'A. dirige una lettera al dottissimo Brocchi, in 
cui gli dice, che esso preparasi a dare una carta 
geologica , e ricca di belle ricerche precisamente 
nel luogo chiamato Riva della penna) dando conto 
di molte polle di gaz di natura infiammabile. 

L' A. assistito dai professori Barlocci e Conti 
volle ricercare il fenomeno. 

Riva destra. La prima polla di gaz si trova vi- 
cino al ponte Molle, scendendo verso Roma, ed è 
assai voluminosa. Altre più piccole, seguendo la stes- 
sa riva, se ne trovano al dì là* del praticello. Pro- 
gredendo più oltre, un' altra polla di gaz si trova 
dentro la città sotto il bastione di Castel s. Angelo 
vicino alla legnava. Una quarta fra Vangolo del muro 
del giardino della Farnesina e porta settimiana; e fi- 
nalmente due miglia aldi fuori della porta portuen- 
se. Si notò che queste sorgenti di gaz , meno la 
prima a ponte Molle, non sono perenni, ma ad in- 
tervalli più o meno lunghi, non maggiori d'un quar- 
to d'ora. 

Riva sinistra. Vicino al fonte dell'acqua acetosa 
sorgono polle di gaz, parte sotto l'acqua del fiume, 



203 

e parte sulla sponda contigua. Né deve sorprendere, 
essendo il punto pel quale confluisce al Tevere il 
gaz che estingue i lumi, imbianca l'acqua di calce, 
avendo i caratteri del gaz acido carbonico. Furono 
vedute altre polle alla spiaggia della pemitty all'arco 
di Parma, a s. Giovanni de' fiorentini: più deboli e 
pili languide sotto il cimiterio della morte , rione 
Regola, ghetto, a porta Leone, ed infine alla salava. 
11 gaz raccolto fu quello nella riva della Penna. 
Quando fu raccolto aveva un odore sensibile di pe- 
trolio; avvicinando una fiammella alla bocca del va- 
so si accendeva , ed ardeva con fiamma debole e 
turchiniccia. Due misure di gaz ed una di ossigeno 
non detonavano nell'endiometro di Volta colla scin- 
tilla elettrica formando gran quantità di gas acido- 
carbonico. Una misura di gaz ed una di dorino, me- 
scolato in un vaso ampio di vetro sull' acqua , ed 
esposto alla luce solare, si combinavano con un leg- 
giero fremito, e si deponeva sulle pareti del vaso 
una polvere nera finissima, ch'era puro carbonio. Si 
formava nel tempo stesso una piccola quantità di 
sostanza grassa soprannotante all'acqua: e tanto la 
boccia che conteneva i gaz, quanto il vaso ripieno 
d'acqua , nel quale era tuffato il collo di quella , 
spargevano un odore di nafta. Il peso specifico del 
gaz ridotto a 0° di temperatura, ed alla pressione 
di 70 centimetri, si trovò con una esperienza = 0, 
920, 63. Il calcolo, secondo le proporzioni di diversi 
fluidi elastici che Io compongono, darebbe un peso 
specifico = 0, 923; differenza compresa nei limiti 
degli errori inevitabili in una esperienza diretta. Il 
peso assoluto di 100 pollici cubici dello stesso gaz, 



204: 

ridotto alla tempcraitui-a e pressione, fa ttovato egua- 
le a grani 36, 75 della libbra romana. Queste espe- 
rienze indicavano già, che il gaz del Tevere era un 
gaz infiammabile composto, analogo, ma non però 
affatto simile a quello che si conosce sotto il nome 
di gaz infiammabile delle paludi. Molti chimici aven- 
do avanzato, che nel gaz infiammabile delle paludi 
si trova qualche volta del gas ossigeno; si rinchiu- 
sero certe misure di gaz del Tevere in un endio- 
metro a fosforo, e non essendosi dopo 24 ore os- 
servato alcun assorbimento in una temperatura egua- 
le a quelle del principio deiresperienza, se ne de- 
dusse essere il gaz del Tevere scevro da qualsivo- 
glia proporzione di gas ossigeno. 

I risultati di queste esperienze si vedono rac- 
colti in un quadro a scanzo di prolissità. Nella pri- 
ma esperienza scomparvero 153 parti d'ossigeno, e 
75 del gaz infiammabile, e lassorbimento totale fu 
di 228 parti sopra 400 del miscuglio fatto nell'en- 
diometro. Se le 75 parti di gaz infiammabile fos- 
sero state interamente del gaz idrogeno carbonato 
semplice, l'ossigeno assorbito dovendo essere in dop- 
pia quantità, non avrebbe dovuto ammontare che a 
150 parti, e l'assorbimento totale avrebbe dovuto 
essere 225- Vi furono adunque 7ioo ^^ ossigeno as- 
sorbito in eccesso: il che indica nel gaz sottoposto 
alla esperienza una quantità di gaz oleifico eguale a 
questo eccesso. 

Nella seconda esperienza l'ossigeno assorbito fu 
di 150 parti, e pertanto il gas infiammabile scom- 
parso fu di 76 partì, le quali se fossero state com- 
poste di gaz idrogeno carburato , avrebbero dovuto' 
assorbire 152 d'ossigeno e non 150- 



205 

Finalmente nella terza es^x^rienza l'ossigeno con- 
sumato fu di parti 159, che sottratte dairassorbi- 
mento totale 236, lasciano 77 di gaz infiammabile. 
Ma se le 77 fossero state formate di gaz idrogeno 
carburato, non avrebbe assorbito che 154 d' ossì- 
geno; dunque vi si trovavano 5 parti di gaz oleifi- 
eo. Dal che si vede che il gaz del Tevere non è 
perfettamente identico, e di una costante propor- 
zione ne'suoi principii infiammabili. 

I risultati del prof, sono d' accordo con quelli 
di Berthollet, Thenard e Dolton. 

II celebre Fran/^lin scrisse la prima notizia al 
dott. Priestley il 10 aprile 1774- sull'invenzione dei 
gaz infiammabili naturali. Franklin visitò il paese, e 
sperimentò il fenomeno nel 1764. 

L'illustre Volta dodici anni dopo, ossia nel 1776, 
scoprì l'aria infiammabile delle paludi. Dal che si 
vede che non è piccolo il merito dovuti ai fisici 
italiani per le loro ricerche sopra i gaz hfiammabili 
pesanti^ e di rinvenire l'origine del gaz Jel Tevere, 

La XLIII Memoria è sullo stato delU tintone 
di Roma. 

Tingere i drappi che servono all'abbigliatura de- 
gli uomini, a decorare con tappezzerie vario-co- 
lorate i loro domicili, o a rendere spbndidi gli or- 
nati delle loro mobilie, fu sempre rigjardato come 
prova di magnificenza nei privati, e d'ndustria e ci-, 
viltà nelle nazioni. 

Dopo il rinascimento delle arti, i popoli di Eu- 
ropa fecero a gara per riconquistaie il perfeziona- 



206 

mento della tintura. Le lane e le sete non furono 
le sole materie, sulle quali cercarono di fissare i 
colori: vi si aggiunsero il cotone, il lino e le cana- 
pe. L'emulazione produsse risultamenti sliaordinari 
nell'arte di tingere, ma tutto era involto nel segreto. 
Hellot, Macquer, Bergman, Paerner, Gubliche, e 
finalmente Berthollet, portarono la loro attenzione 
sopra la tintura delle stoffe: ed i segreti di queste 
arte sono venuti sotto il deminio della scienza, con- 
tribuendo a questi risultati i lavori recenti di Roard, 
Raymond, Vitalis e Branckorft. 

L' accademia dei lincei incaricò il nostro pro- 
fessore di esporre lo stato, in cui trovansi presso di 
noi i lanificii, cominciando dalla qualità delle lane 
indigene, fino alla tintura dei drappi formati colle 
medesime 

L'illustre chimico cominciò le ricerche dal nu- 
mero delle tintorie in lana esistenti nella città , e 
che s'impiegano alla tintura in grande delle stoffe: 
e rinvenne, che esse non ammontano che a 15 o 
16, delle qiali dieci annesse a fabbriche di panni 
in lana, e h rimanenti staccate dai lanifici, e che 
si occupano promiscuamente di tingere non solo in 
lana, ma bei anche in seta ed in cotone. Qui enu- 
mera le 15 ìiibbriche delle tintorie romane: ma sic- 
come per le tinte fine e solide in verde, in blu, in 
nero ed in bruno si richiede il tino in rame o in 
legno, come oer la tinta vera di scarlatto si richie- 
de la caldaia ii stagno , o di rame ben stagnato , 
portò l'attenzione sopra di ciò, e trovò che quanto 
al tino, esso t posseduto dai primi otto de'nomi- 
nati tintoli, e quanto alla caldaia di stagno per lo 



207 

scarlatto non si trova che nelle officine dei primi 
quattro. Le fabbriche di panno prive di tino e di 
caldaia di stagno, quante volte vogliono tingere in- 
fino ai colori sopra indicati, inviano i loro drappi 
alle officine fornite di questi mezzi, e con una retri- 
buzione fissa che pongano ad esse, forniscono i loro 
spacci di panni a tinte solide- L'A. incomincia dalla 
tinta rossa, quindi passa al blij, al giallo, ai colori 
falsi, bruni e neri, ed infine termina coi colori mi- 
sti, ed in ispecie colla tinta verde. 

La tinta in rosso, che dicesi allo scarlatto, esige 
due operazioni, l'una col bollore, l'altra colV arrossa- 
mento. Si versano in una caldaia di stagno , o di 
rame stagnato, otto o novecento libbre di acqua, 
e sei e mezzo di cremor di tartaro. Si dà il fuoco 
alla caldaia, e quando è al 40." di Reamur si agita 
con pale di legno per accelerare la soluzione del 
cremor di tartaro: si aggiungono due libbre e mezza 
di cocciniglia in polvere: e poco dopo sei libbre e 
mezzo di soluzione limpida di stagno. Subito si tuffa 
il drappo nel bagno: e si fa circolale presto in esso 
due tre volte, si rallenta questo movimento, si 
porta il bagno ad un calore vicino alla ebollizione, 
e vi si tiene il drappo immerso per due ore , poi 
si estrae , si sventa all'aria, si lava all'acqua cor- 
rente e si procede alla seconda parte del processo. 
Si versa nella caldaia la stessa quantità cU acqua 
che fu adoperata nell'operazione precedente, si fa 
bollire e vi s'infondono due libbre e tre quarti di 
cocciniglia in polvere fina, agitando il bagno ed ag- 
giungendovi dopo mezz'ora tre libbre di soluzione 
di stagno. Si fa allora cadere la temperatura del 



108 
bagno a qualche grado sotto l'ebollizione, e vi si 
tuffa il drappo facendolo circolare come prima 
per una mezz' ora o finché il drappo abbia preso 
quel tono di colore che si desidera e che si giu- 
dica al paragone di altro panno scarlatto bagnato 
messo accanto a quello che attualmente si tinge. 
Dopo questo si sventa e si asciuga. 

L'A. asserisce che i descritti processi coincidono 
con quello dei tintori stranieri e degli scrittori francesi. 

L'indaco solo somministra sulla lana i blu so- 
lidi : ma il guado ed il campeggio , benché diano 
isolatamente tinte poco stabili, sono però utili come 
ausiliari deirindaco. Il blu di Prussia, chiamato oggi 
idro-cianato di potassa, è stato introdotto nella tin- 
tura, ma solo si è perfezionato sulla seta. L'indaco 
dunque, ch'è la base delle tinte blu solide, si ado- 
pera in due maniere: o sciolto in acido solforico, 
ed allora le stoffe di lana debbono essere alluminate, 
o aver ricevuto il mordente; ovvero in semplice so- 
luzione acquosa, ed allora la stoffa non esige alcuna 
preparazione , e questa è propriamente la tinta al 
tino. 

Varie sono \& maniere di adoperare il tino: 1.' 
col pastello, o sia guado e calce: 2." coll'indaco ed 
un alcali in vece della calce: 3.° senza pastello con 
calce è il più comune. L'A. descrive la preparazione 
dei tini,' ed in fine il tino d' India, o volante, non 
praticato dai nostri tintori, e quello a freddo, o al 
vetriuolo per fare il bagno di vetriuolo verde, calce 
e potassa, o calce e soda. Le piccole tinte sono ben 
eseguite nelle nostre tintorie. 

Il color giallo più solido per le lane è 1' erba 



209 

ruzza : tutta la pianta meno lu radice, si adopera 
alla tintura. Il vclriuolo imbrunisce, e la dissolu- 
zione di stagno gli communica il bel colore detto 
giallo di canario. I pili usitati sono il bagno di rob- 
bia per dare al drappo il giallo dorato, il bagno di 
scorza di noce per avere un giallo bruno, e questa 
chiamasi brunitura. 

Dopo Terba ruzza, il giallo più solido si ottiene 
dal legno giallo di Tobago nelle Antille, per farlo 
tendere al giallo-arancio. Tutti gli altri gialli danno 
colori scuri e di poca solidità. 

Il sommaco somministra i colori falsi senza mor- 
dente. La tintura in falso è la piiì facile, e si ottiene 
dalla scorza di noce, radice di nocciuolo, scorza di 
nino, ed il so.mmacco- Il santalo rosso è il solo che 
viene dalle Indie , e serve per i colori caffè e cioc- 
colatte. La fuligine è impiegata più alla tintura della 
seta che delia lana. Il nero è privo di ogni colore: 
si ottiene colorando prima la stoffa in blu al tino, 
^e poi tenendola per due ore in un bagno bollente 
di noce , galla e legno di campeggio. La stoffa si 
rileva, e vi si aggiunge al bagno un dodicesimo del 
I suo peso di solfato di ferro rosso o di piroglignato 
di ferro. L'operazione è come le altre. 

Mescolando il rosso e blu si ottengono i colori 
di tutte le gradazioni, da quello cioè di viola mam- 

I mola, al color di porpora, lilas, fior di malva, fino 
a quello di pesco. 

Risulta dunque che le pratiche adoperate dai no- 
i| stri tintori per ottenere i colori solidi sono iden- 
;| ticamente le stesse di quelle delle più famose offi- 

II cine d'Europa. 
G.A.T.CXLIII. 14 



210 
La XLIV memoria è sopra alcune riflessioni 
di rianimare il commercio delle lane 
e la fabbricazione dei panni. 

11 prof, ha raccolto un numero di fatti nella se- 
zione Agricoliura della Biblioteca universale in ri- 
guardo al governo della razza merina del gregge la- 
nuto e sopra i modi di conservare , mantenere e 
migliorare la lana fina. 11 governo gli propose il pro- 
blema di esaminare e proporre i mezzi per far ri- 
sorgere fra noi 1' industria della fabbricazione dei 
panni, introducendosi delle macchine inglesi e fran- 
cesi, e migliorare Parte di tingere i drappi di lana 
in tinte fine e solide. 

A rendere ragione delle vicende che la sperienza 
insegnò, che la razza merina non prospera che nei 
climi nò caldi né tutti settentrionali, è un problema 
rimasto ancora da sciogliersi, 11 suolo arido e leg- 
gero produce pascoli magri, delicati e poco nutri- 
tivi e che favoriscono la finezza delle lane; mentre 
i pascoli pìngui e concimati delle pianure d'Inghil- 
terra, di Fiandra e di Olanda si trovano poco pro- 
pri a mantenere questa finezza, ed esigeranno le più 
grandi cure di rinnovamento annuale di giovani mon- 
t;oni di razza primitiva per ovviare all'ingrossamento 
successivo delle lane. 

I panni inglesi ed olandesi, rimarchevoli per la 
solidità dei loro tessuti, erano riputati inferiori ai 
panni francesi , morbidi e fini egualmente stimati 
per la bontà delle loro tinte. Oggi (1826) che gl'in- 
glesi traggono iaimense provvisioni di lane fine dalle 
rnandre merino di Russia e della Nuova Olanda e 



211 

queste a vili prezzi, le loro fabbriche hanno acqui- 
stato sopra le fabbriche francesi un maggior pre- 
gio. È da riflettere che V introduzione della razza 
spagnuola incorse presto, e per la ragione dei pa- 
scoli pingui e sugosi, suiringrossamento delle lane, 
dappoiché era per questa razza poco opportuna la 
collocazione nelle maremme, e per manteneie la 
bontà delle lane convenne ricorrere alla rinnovazione 
de'montoni di razza primitiva, il che arrecava dispen 
dio e non incoraggi alcuno ad imitare l'esempio dei 
primi introduttori della razza mcrina. 

I montoni merini comunicarono un grado di 
finezza nelle lane ignoto a quel punto: prosperarono 
le fabbriche dei borgognoni: s'introdussero delle mac- 
chine per l'impiego e perfezione dei colori fini si- 
mili ai drappi inglesi e francesi. La fabbrica è ca- 
duta, meno quella delle lane bigie. Le lano restano 
invendute e lo scoiaggiamento è al colmo. 

L' A. vede difficile di rianimare il commercio 
delle nostre lane e la prosperità delle fabbriche di 
tessuti di lane. Concludesi , che manca tia noi lo 
spirito di associazione, che attenua per ogni socio 
proprietaria di una frazione piccola della mandra 
le spese di governo , di tosatura , di trasporti , di 
pascoli ec. I pascoli spaziosi in pianura sono nella 
nostra regione umidi , acquastrini , feraci di erbe 
palustri , poco adattati al regime del gregge me- 
rino, ed alla produzione di lana fina. Per una greg- 
gia di dieci mila individui, alcuni montoni di razza 
primitiva comprati annualmente non rincariscono di 
molto le spese comuni ad una greggia sì numerosa: 
laddove questa spesa diverrebbe ben gravosa per un 
piccolo proprietario isolato. 



212 

La XL V Memoria è sopra Viiso medico 
delVolio di Croton-Tilii. 

Questa si può chiamare una lettera direta al 
prof. Folchi, annunziandogli le esperienze eseguite 
in Inghilterra, in Francia, in Italia, che sono ben 
numerose, per assicurare a quest'olio la riputazione 
del drastico il più energico che si conosca. 

II doti. Monchini indirizza al lodato Folchi due 
osservazioni sull'uso dell'olio di Croton, e lo assog- 
getta alle sue luminose indagini. Generalmente però 
non si conviene sopra il tipo d'azione che esercita 
questo farmaco nella economia animale per pro- 
durre i violenti effetti drastici che gli sono propri. 
Per questa ragione non è inutile di raccogliere an- 
cora nuove osservazioni, dalle quali possa trarsi lume 
in pratica e determinare con sicurezza le condizioni 
patologiche le più favorevoli al suo uso e le più 
acconce a renderlo vantaggioso nelle malattie. Il 
prof, descrive con sagace pratica le malattie curate 
in vari individui coll'indìcato olio di Croton-Tilii e 
tutte riuscite felicemente- 

La XLVI Memoria è la necrologia del p, Gandolfì 
delle scuole pie. 

Il sunto di questa necrologia ritrovasi nell'Album 
di Roma 1835. Questo dottissimo fisico era di Ter- 
ria, terra del principato d'Oneglia; nacque nel 1753. 
Fece il noviziato , e gli studi filosofici in Ancona; 
poi chiamato in Roma come lettore di filosofia e 
matematica nel collegio Nazareno- La sua riputa-^ 



213 

/Jone Io fece presciegliere nell' anno 1792 a suc- 
cessore del p. Fonda lettore di fisica sperimentale, 
comunicando il primo alla romana gioventù le più 
brillanti dottrine e scoperte di fisica sperimentale. 
A questo celebre fisico dobbiamo le ingegnose viste 
del conte di Kumford sul calorico e le costruzioni 
di ogni sorta di fornaci, fornelli e focolari. Il me- 
nto del p. Gandolfi era sommo, insegnando la scienza 
fisico-chimica con indicibile ardore. La memoria 
di questo uomo è da onorarsi. La sua vita civile 
e morale fu irreprensibile : amico della gioventù , 
franco e leale nei suoi modi, riscosse la stima uni- 
versale dei sapienti e di tutte le accademie scien- 
tifiche: ai 10 giugno passò a miglior vita. 

Le opere pubblicate sono : Memorie sopra la ca- 
gione del iremuoto. - Lettere al principe Boria sulla 
falsa ardesia. - Sopra gli olivi. - Sulla maniera di 
costruire cammini. - Appendice a questa memoria. - 
Acque termali del bagno di Canino. - Dissertazione 
sopra le condizioni necessarie perchè una machina 
elettrica sia capace del massimo effetto. - Lettera al 
dott. Morichini sull'ottima costruzione delle macchine 
elettriche. 

La XLVII Memoria è la necrologia del p. Carlo 
Giuseppe Gismondi delle scuole pie. 

Una nuova e più deplorabile perdita strinse il 
prof. Morichini a compiere un egual dovere con dare 
un tributo di lodi al suo maestro ed auiieo , qual 
fu il p. Gismondi, lettore di mineralogia dell'archi- 
ginnasio romano. Nato in Mentono nel principato éi 



2)4 

Monofio nel 1762; vestì l'abito religioso delle scuole 
pie in RoiTia nel novembre del 1779. In questo 
tempo intraprese un museo mineralogico , strinse 
amicizia co'celebri mineralogi inglesi Hamilton e 
Thompson, col francese Dolomien: e pe'larghi doni 
dell'imperatore Giuseppe II e di Pio VI, questo museo 
in breve giunse a tale da potersi riguardare come uno 
de'più ricchi e completi d'Italia. Amava il Gismondi 
d'insegnare le scienze naturali per passione, più che 
per dovere. Acquistò un museo mineralogico per 
l'università, per la generosa bontà di cuore di mon- 
signor Lante, tesoriere di Pio VII, aperto nel 1805 
per la studiosa gioventiì. Scopiì la laziaìile e Vabra- 
zile, che furono le prime scoiterle che illustrarono 
il suo nome, e lo resero noto ai mineralogi d'oltre- 
nionti ed italiani, eccitò l'attenzione del Gismondi 
la singolare collina di Monte Mario per l'immenso 
deposito di conchiglie fossili che vi si ritrovano, e 
per gli alternati strati di prodotti vulcanici marini 
e fluviatili che si osservano verso Tor di Quinto. 
Il re di Napoli 1' invitò a coprire la cattedra di 
mineralogia nell'università , ma non lo permise la 
sua salute : accettò 1' incarico , ma per per breve 
tempo, lasciando la cattedra di Roma all'incompa- 
rabile suo allievo professore Pietro Carpi , la cui 
fama presente è conosciuta di qua e di là dalle 
alpi. 

Il p. Gismondi lesse una erudita memoria all' 
accademia de'lincei nel 1816 col titolo: Osservazioni 
sopra alcuni minerali de^conlorni di Roma . 

Tre furono i minerali che prese ad esame il no- 
stro mineralogo. Il primo rinvenuto nelle roce di 



215 

Albano, il secondo nella lava di Capo di Bove, che 
chiamò abrazite, e che il professore a Heildelbuifg 
volle chiamare Gismondina. 

II terzo è la pietra alluminosa della Tolfa. 

A questo insigne scienziato è dovnta la scoperta 
d'una nuova sostanza rinvenuta da esso sul monte 
Lazialey chiamata Lazialite, annunziando questa sco- 
perta nel 1803 ali accademia dei Lincei, rendendone 
conto ancora al danese Braun-Neergand, all'istituto 
di Francia , e a tutte le accademie di Europa 

Vullima memoria, che è la XLVIH, è V orazione 
degli studi recitala ai 25 di novembre 1802. 

Un'aurea latinità, associata a robustezza di ar- 
gomenti per l'incremento e nobiltà di tutte le scienze 
che si professano nell'archiginnasio della Sapienza 
di Roma, forma l'orazione inaugurale del professor 
Monchini. 

Egli dopo aver fatto conoscere quanto incivi- 
limento rechino le scienze alle nazioni , scende a 
trattare con un eloquio sublime tutte le piiì splen- 
dide scoperte che in queste scienze rifulsero- 

Progredendo colla sua penna eloquente ad enu- 
merare i vantaggi, che alla società ed a tutti i po- 
poli le scienze naturali somministrono , invoca il 
braccio potente dell' inclito e generoso pontefice 
Pio VU, acciò protegga, e renda solido il suo pa- 
trocinio per l'incoraggiamento alla studiosa gioven- 
tù, e per renderne decoro e magnificenza alla città 
di Roma ed alla università degli studi, 

B. Chimenz. 



216 

1. R. ISTITIÌTO VF.iNKTO DI SClENZIv, LETTERE ED ARTI. 

RAPPORTO 

intorno alla Memoria del signor commendator Cialdi 
che ha per titolo « Cenni sul molo ondoso del mare 
e sulle correnti di esso. )> • 

Commissari Ing. Casoni , professor Minich 
e professor Tu razza [relatore). 

Il chiarissimo commendator Cialdi, esperto marino, 
e noto scrittore di idrografia, presentò nell'anno or 
ora decorso a questo 1. R. Istituto una sua Memo- 
ria manoscritta, intorno al moto ondoso del mare 
ed alla sua influenza , specialmente allo scopo di 
stabilire le regole che devonsi seguire per la più 
sicura costruzione dei porti. Commesso ai sotto- 
scritti il carico di riferire intorno a questa memo- 
ria , essi non possono a meno di non riconoscere 
la grande importanza del soggetto propostosi dall'au- 
tore, e di lodare l'erudito e diligente metodo se- 
guito dal medesimo nel tentare una soluzione di 
questo arduo problema, intorno a cui si adopera- 
rono con maggiore o minore successo i più chiari 
nomi non solo che maggiormente illustrano le idrau- 
liche cose, ma quelli eziandio che o per pratica di 
mare, o per lungo esercizio di costruzioni marittime, 
ebbero più che altri occasione di mettere ogni loro 
studio neir esame di questo complesso ed impor- 
tante problema. 

L'autore comincia con una esposizione delle varie 



2Ì7 

opinioni portate dalla maggior parte di quegli scrit- 
tori che direttamente o indirettamente ebbero a 
considerare un tale fenomeno; nella quale esposi- 
zione è veramente mirabile la sua vasta erudizione, 
e solo forse si potrebbe desiderare, che lasciate al- 
cune di quelle opinioni come meno concludenti, si 
fosse maggiormente sotfermato ad analizzare le ipo- 
tesi, teorie che dire si vogliano, di quegli autori 
che trattarono ex professo di una tale questione : 
parendo ai sottoscritti esser egli passato talora troppo 
leggermente sopra alle stesse, in modo di non schi- 
vare alcuna fiata una qualche incertezza circa ad 
alcuni fenomeni essenzialmente separati: locchè però 
è qui detto più in riguardo de' leggitori che del- 
l'autore, al quale si scorge ben essere tutte quelle 
questioni e quelle teorie assai famigliari. 

Né una tale analisi è qui posta dall'autore per 
puro lusso di erudizione, ma serve a mostrare quanto 
varie e discordanti ancora sieno le opinioni soste- 
nute in proposito anche dai piiì celebri maestri di 
idraulica, e quindi quanto sia necessario di prendere 
di nuovo in accurato esame il problema medesimo, 
per cercare, mediante la discussione dei fatti i più 
avverati, di porre le basi ad una soluzione, la quale 
riesca applicabile alle varie questioni che possono 
sorgere in proposito. P]d è appunto ciò che con ar- 
dire veramente commendevole si propone di fare 
l'autore, nei due articoli ne' quali è partita questa 
sua Memoria, e che hanno per iscopo di analizzare 
nel primo le circostanze, i fenomeni, le leggi del- 
l'onda , e de' suoi effetti così in alto mare , come 
ia prossimità del lido : di paragonare nel secondo 



218 

gli effetti ehe possono produrre le correnti a quelli 
generati dai flutti , per dedurre a quale delle due 
cause devesi principalmente riferire la distruzione 
delle opere marittime e l'interrimento de' porti. 

Nel primo articolo, dopo una diffusa enumera- 
zione di svariatissimi fatti così riferiti dai varii au- 
tori, come ancora presentatisi allo stesso scrittore 
nelle sue molte e lunghe navigazioni, reputa di po- 
ter porre fuor d'ogni dubbio il fatto seguente, che 
crediamo qui opportuno di riportare colle medesime 
parole dell'autore; cioè: 

« Nelle grandi tempeste, mentre regna vento fu- 
» rioso, i marosi avere moto di vibrazione in tutta 
» la massa fluttuante e di trasporto nella parte su- 
» periore; e questo secondo moto essere molto più 
» sensibile presso il lido che in alto mare, e con- 
)) ferirsi a tutta la massa quando lo sviluppo in- 
» feriore del maroso trova inciampo, conservandosi 
» però anche quello di vibrazione sino a che si frange 
)) sul lido. 

)) Avere i flutti nei casi di vento ordinario moto 
» apparente, quasi per intero, in alto mare; ad evi- 
)) denza reale presso il lido, più o meno in ragione 
» della profondità dell'acqua, della natura e forma 
)) del fondo, e della forza e durata del vento ». 

Noi non entreremo qui in una minuta discus- 
sione dei varii fatti che condussero 1' autore nella 
sentenza ora esposta; ma trattandosi di un teorema 
idraulico della massima importanza, non possiamo 
passare sotto silenzio alcuni dubbi che sorsero in 
noi intorno alle interpretazioni ed alle deduzioni che 
l'autore trova di dover inferire dai medesimi. Con- 



219 

veniamo di buon grado coli' autore nell' accordare 
un piccolo moto reale di trasporto alla parte su- 
periore dell'acqua allorché soffi il vento assai ga- 
gliardo e duri per molto tempo nella medesima di- 
rezione; imperocché questo fatto é nettamante di- 
mostrato dalle correnti che durante l'azione del vento, 
e al cessar della stessa, sì riscontrano alla superfi- 
cie dell'acqua; dal ffitlo osservato nei nostri laghi 
del cosidetto dislivello dopo forte e prolungato vento; 
non che da molti altri fatti recati in campo dall'au- 
tore; ma però, a voler dare a questo fatto il suo 
giusto valore, ci parrebbe necessario primieramente 
di escludere quelli, nei quali il corpo galleggiante 
essendo in presa col vento non si può con sicurezza 
dedurre dal moto di questo, quello della massa li- 
quida; bisognerebbe escludere il caso del mar Rosso, 
avendo le attuali livellazioni mostrato essere il li- 
vello medio del mar Rosso e del Mediterraneo pres- 
soché eguale, ed anche perchè se questo non fosse 
si dovrebbe ciò ripetere da una causa essenzialmente 
differente. Così pure nasce assai spesso il dubbio 
che , avendo in altro luogo mostrato 1' autore che 
l'influenza del fondo si può hv sentire anche, come 
egli assicura, per profondità di oltre 200"', se quel 
moto dì trasporto fu veramente avvertito , non si 
dovesse ascrivere piuttosto fra i fatti che si ripor- 
tano alla influenza del fondo ed alla vicinanza al lido. 
E tale moto di trasporto che, nel caso di vento 
gagliardo, crede 1' autore esistere sempre anche al 
largo e a grandi profondità del fondo , vuole poi 
che sia indubitato in vicinanza del lido, dove cioè 
il fondo può reagire sopra la massa oscillante. Molti 



220 

fatti reca egli pei* dimostrare un tale moto di tras- 
porto in prossimità del lido: per es: l'impossibilità 
di allontanarsi da terra, anche bordeggiando, in alcuni 
l)araggi , come asserisce avere esperimenlato egli 
stesso: l'osservazione dei marini che in alcune coste, 
per es: del Mediterraneo e della Sicilia nel caso 
di forte maroso, si è quasi tirati verso il lido; alcuni 
celebri naufràgi, ad es: nel golfo di Catania, quello 
di un convoglio inglese sopra la spiaggia di Porto- 
gallo presso Mondégo ecc: finalmente, a tacer d'al- 
tri, l'essere portati alla spiaggia gli arredi di pesca 
gettati molto lungi dal lido; se nonché, lasciando 
pure da parte che alcuni autori darebbero di questi 
fatti una spiegazione indipendentemente dal moto 
di trasporto della massa liquida, resterebbe ancora 
a chiedersi come avendo tutta 1' acqua moto con- 
tinuo di trasporto verso il lido , non innondi e il 
lido e i terreni; e poi, qui pure bisognerebbe tro-' 
vare l'enorme .forza che sarebbe mestieri a mante- 
nete una differenza di livello alcun poco notabile. 
I sottoscritti pongono questi dubbi unicamente 
perchè dal chiarissimo autore possa venir maggior- 
mente dilucidata la questione; nò vogliono con ciò 
contraddire alle sue conclusioni, ma accennare sol- 
tanto ad un desiderio, che 1' importantissimo pro- 
blema venga discusso con ogni rigore, e prendendo 
in accurato esame gli elementi tutti che possono 
avervi una qualche influenza: ben persuasi che l'au- 
tore, il quale ha mostrato di volere e di saper fare, 
potià anche ben facilmente togliere i detti dubbi, 
che però non possono a meno di non presentarsi 
spontanei nella lettura di questo suo dotto lavoro. 



221 

Dopo ciò si propone di rintracciare fino a quale 
profondità si comunichi l'azione dell'onde, ed espo- 
ste le varie opinioni in proposito, si fa ad esami- 
nare alcuni fatti i quali comproverebbero estendersi 
la detta azione moltissimo piiì in là di quanto co- 
munemente si opina. I principali di questi fatti, li- 
mitandoci noi alle profondità massime, sarebbero l'as- 
serzione di La Coudraye essere sensibile ai basti- 
menti la reazione dell'onda sul banco di Terra-nuova 
profondo da 100 a 160 metri; le osservazioni di Siau 
all'isola di Borbone, ove l'azione dell'onde nella baia 
s. Paolo a 188 metri di profondità è tale da for- 
mare delle zone ondulate sopra un fondo di sabbia 
e ghiaie di basalto; l'asserzione in fine di P. Mon- 
nier, che al capo di Buona-speranza i bastimenti 
sono esposti a dei colpi di mare passando a 200 
metri sopra il banco delle Agullas. Dai quali fatti 
è condotto l'autore a conchiudere, che l'azione delle 
onde stesse debba estendersi fino ad oltre 200 me- 
tri di profondità. 

Finalmente termina questo primo articolo mo- 
strando quanto sia grande la potenza dei flutti sia 
per sommuovere i fondi^ sia per trasportare e di- 
struggere grandi massi sotto marini , riportando i 
fatti pili rimarchevoli che le osservazioni hanno ac- 
certati fin qui. 

Nel secondo articolo, dopo osservato che nulla 
avrebbe egli da aggiungere ai grandi lavori idro- 
grafici del Maury , dello Smyth e di altri intorno 
alle correnti marine per quella parte che spetta alla 
navigazione, si fa a considerare unicamente l'effetto 
delle dette correnti, in quanto possono le stesse con- 



222 

tribuii'o a produrre gì' interrimenti dei porti e gli 
aumenti o le diminuzioni dei lidi. 

La maggior parte degli idraulici nostri ed an- 
che stranieri tiene 1' opinione del Montanari , che 
cioè i flutti smuovano i fondi e portino e tengano 
le materie smosse mescolate coll'acqua in istato di 
ondulazione, e che dalle correnti vengano assieme 
coll'acqua trascinate oltre nel loro corso, e depo- 
sitate là dove speciali cause diminuiscano l'inten- 
sità della fluttuazione e della corrente, e con essa 
le possibilità di tenere in sospeso le dette materie; 
cosicché nella detta teoria la causa degl'interrimenti 
e degli aumenti o diminuizioni dei liti si ripete dalla 
corrente non solo , ma ancora dai flutti , essendo 
questi la cagione del sommovimento dei fondi, quelle 
la causa dei trasporti. 

L'autore ripete principalmente il fenomeno dai 
flutti, e poco o nessun peso sembra dare alle cor- 
renti , fondandosi sulla poca o nessuna forza delle 
correnti a smuovere i fondi, ed a tenere in sospeso 
le materie pesanti; osservando in specialità che le 
dette correnti diminuiscono di velocità verso il lito, 
e dalla superficie verso il fondo , laddove l'azione 
dei flutti segue legge diametralmente opposta. A 
questa ragione aggiunge l'altra; che il fondo delle 
spiagge sottili di lieve pendio è sempre ondulato 
in direzione perpendicolare al vento dominante; che 
i materiali, le arene, le sabbie ecc. lungo il litorale 
nostro, così dell'Adriatico come del Mediterraneo, 
sono sempre addossati ai guardiani dei porti ed agli 
ostacoli materiali che s'incontrano dalla parte ove 
si sviluppano i venti dominanti; e finalmente dal- 



223 

r osservare che nell' Adriatico il porto di Ancona 
aperto alla corrente litorale , mn difeso dai venti 
che più dominano in quel mare , si è mantenuto 
anche attraverso i secoli di barbarie ; laddove nel 
Mediterraneo quello d'Anzio, aperto ai venti che più 
dominano in quei paraggi, ebbe breve durata e fu 
ben presto ricolmo d' arena. Noi siamo ben lungi 
dal non voler accordare, insieme coll'autore, anche 
una influenza all'azione dei flutti nel trasportare i 
materiali del fondo verso del lido; ma ci pare che 
in fine anche i fautori della spiegazione data dal 
Montanari non escludano l'azione de' flutti , e che 
non pretendano di attribuire alla sola corrente tutto 
il fenomeno; che anzi danno ai flutti la facoltà di 
smuovere , riservando alla corrente quella di tra- 
sportare; allora una tale ipotesi sfugge certo a molti 
dei dubbi levati contro alla stessa dal chiarissimo 
autore. Aggiungeremo a questo, che il celebre Ven- 
turoli nella sua memeria sul porto d' Anzio rende 
di quell'interrimento una plausibile spiegazione, fon- 
dandosi appunto sulla corrente litorale, combinata 
coH'azione dei flutti; e in base a ciò propone i ri- 
medi ch'egli riterrebbe essere quelli* di maggior ef- 
ficacia. Ad ogni modo le prove e i fatti raccolti qui 
dall'autore ci sembrano meritare attenzione, e non 
escludere interamente 1' idea di un reale moto di 
trasporto dei materiali del fondo , dovuto soltanto 
ai flutti; il quale fenomeno sembra pur constatato 
dalle osservazioni fatte da altri esperimentatori in 
varii porti de' nostri mari. 

Esposto cosi sommariamente lo scopo e le con- 
seguenze della memoria, della quale fu a noi com- 



224 

messo l'esame, se ancora non ci sia sembrato che 
il problema propostosi nella stessa sia definitiva- 
mente risolto; pure non resta per ciò che non deb- 
basi dare molta lode all'autore pei svariati fatti ivi 
raccolti, per la grande sua erudizione in proposito, 
e specialmente per aver recati in mezzo i risulta- 
menti di lunga, accurata, e studiosa pratica di una 
vita di mare , così operosamente impiegata anche 
a profitto della scienza. Egli è perciò che crediamo 
di proporre che l'I. R. Istituto voglia votare all'au- 
tore i suoi ringraziamenti per la fatta comunica- 
zione, e gli elogi dovuti ad un lavoro che potrà ve- 
nire consultato con vantaggio da ognuno, il quale 
voglia porre l'opera e Io studio in questo complesso 
fenomeno d'idraulica pratica. 

Venezia 27 gennaio 1856. 



fe'^ 



Adunanza del 28 gennaio 1856. 

L'I. R. Istituto ha approvato la proposta della 
Commissione. 

Il M- E. e Segretario dell'I. R. Istituto 
D. Giacinto Namias 



» 



225 



SCHIARIMENTI DEL CIALDI 
all' illustre 1. R. ISTITUTO VENETO. 

Letto colla debita ponderazione il rapporto pre- 
sentato air I. R. Istituto Veneto dalla Coinaiissione 
eletta a prendere ad esame i Cenni sul molo ondoso 
del mare e sulle correnti di esso, lo, corrispondendo 
anche al desiderio dalla suUodata Commissione for- 
malmente esternato, ho l'onore di sottoporre alcuni 
schiarimenti in analogìa ai dubbi insorti nell'animo 
di essa e partitamente esposti nel sui'riferito suo 
rapporto del 27 gennaio 1856. 

Prima però di entrare nell'argomento in discorso 
reputo pure mio preciso dovere di professarmi pro- 
fondamente grato alla dottissima Commissione, non 
solo pel fastidio cagionatole dall'esame di quei Cenni, 
ma puranche pei benevoli sentimenti espressi verso 
di me che sento purtroppo le mie deboli fatiche 
immeritevoli degli elogi graziosamente impartitimi. 

1.° Il quadro delle diverse teorie o ipotesi sul 
moto ondoso e sugli effetti da esso prodotti, è stata 
per me la parte più difficile e la più faticosa della 
mia scrittura. Pur troppo vi è incertezza circa ad 
alcuni fenomeni essenzialmente separali ! Ma gli han 
separati e resi chiari gli autori da me compendiati ? 
Se essi non l'han fatto io non doveva farlo, ne farlo 
notare, perchè ho promesso in detto quadro di non 
emettere in esso la mia opinione (pag. 2 (*) ), ma di 
esporre bensì semplicemente le opinioni altrui. Con- 



(*) Vedi il Tom. CXXXVIII di questo giornale, a cui richia- 
mano le oilazionì. 

C.A.TCXLIII. 15 



22G 
vengo che sopra alcuni autori, quelli cioè clic lian 
trattato exprofesso una tale questione , poteva io 
maggiormente soffermarmi ; ma siccome nel corso 
del mio lavoro sono tornato a parlar lungamente di 
loro con adottare o confutare le loro dottrine, mi 
è sembrato che una più estesa analisi delle opere 
loro nel quadro avrebbe dato luogo a ripetizioni. 

2.° La chiarissima Commissione concede di buon 
grado un piccoh molo reale di trasporlo alla parie su- 
periore deir acqua allorché soffia il vento assai ga- 
gliardo. Ma stando ai fatti, io debbo avvertire che 
ciò non basta. Noi dobbiamo dare spiegazione a 
trasporti stravaganti che sorprendono , inquietano , e 
tal volta comprometlono la navigazione ( pag. 46): a 
trasporti cioè non di rado superiori a due miglia V 
ora (idem), come, purtroppo ! spesso si verificano. 
Quindi pare a me, che siffatti trasporti non pos-- 
sano essere qualificati per piccoli moti. 

La Commissione conviene in alcuni de'fenomeni 
prodotti dal vento, e dai^ quali può desumersi quel 
trasporto: altri però ne esclude. 

Essa esclude; 

Primieramente quelli nei quali il corpo galleg- 
giante essendo in presa col vento non si può con si- 
curezza dedurre dal moto di questo quello della massa 
liquida. Il bastimento è sempre esposto all' impul- 
sione del vento ed agli urti delle onde; ma 1' ef- 
fetto di quella impulsione e di quell'urto sul corpo 
de' bastimenti è cosa cbe entra nei calcoli consueti 
dei marini; se ciò npn fosse, la navigazione sarebbe 
molto più imperfetta di quello che è. Dalla scia che 
lascia dietro di se un bastimento si deduce con molta 
facilità e sufficiente esattezza quest' effetto (pag. 51 



in noia, e 57 noi testo e nota). Dunque, ammesso 
che il capitano sappia l'arte sua , non può essere 
confuso questo moto con quello della massa liquida. 
Del primo ha gli elementi per valutarlo ; non così 
però del secondo. E se in alcune complicatissime 
vicissitudini della navigazione una conveniente di- 
stinzione de' due moti potrà sfuggire alla vigilanza 
ed alla perspicacia del capitano, questa eccezione 
però non deve distruggere la mia proposizione , la 
quale per essere ammessa basta che abbracci i casi 
di tempeste ordinarie che sono mollo più numerosi. 

Esclude secondariamente il caso del mar Rosso 
avendo ec. Io ho ridotto la misura di Huot a 
quella di Bourdaloue (pag. 38). Ora, la misura ot- 
tenuta da questi nel 1847 fu di 2'" , 61; e l'ul- 
tima trovata nel 1853 da Linant-Bey e da Mougel- 
Bey è di 2"*, 43. Dunque, tenendo anche questa 
minore per la più esatta , mi pare di non essermi 
male apposto nel dire che la differenza di livello 
prodotta dal vento resterà sempre sensibile. Ma la 
menzionata Commissione avverte inoltre, che se e- 
sistesse una qualunque differen/.a di livello si dovreb- 
be ciò ripetere da una causa essenzialmente diffe- 
rente. 

lo confesso d' ignorare quale possa essere questa 
causa essenzialmente differente, avendo il mar Rosso 
il suo asse principale diretto pressoché al nord ed al 
sud; e siccome non fo la questione del confronto de' 
due livelli, ma sibbene indago la causa del fatto isolato, 
cioè del fenomeno che verificasi nel mar Rosso per 
causa del vento, così mi permetterò sottoporre alla 
Commissione un' autorità più speciale di quelle da 
me già citate, la quale conferma con fitti ineccezio- 



228 
nabili la causa del fenomeno indicata da Huol e da 
me abbracciata. 

« C'est un fait bien constate, qiie l'effet des grands 
vents de S. pendant les mois de décembre , janvier, 
fevrier et mars , est d' éléver le niveau de la mer 
Rouge dans sa panie septentrionale, et quau contraire, 
ce niveau s'abaisse de plusieurs pieds en juillet, aoùt 
et septembre sous Vinfluence des grands vents de N.N. 
0. qui enfìlent le délroit. Une preuve de ce phéno- 
mène, e est que le banc Durable , quoique situé au 
milieu de la mer, est, à une certaine epoque, assez 
à sec polir que l ''on piasse y planter une tente, tandis 
qii il est, à une autre epoque, recouvert par les eanx. 
On peut encore observer cette différence de niveau 
sur les récifs de corail, près le Jddah. ( Stafford-Bet. 
tesworth Haines: Description des còtes méridionales 
d' Arabie. Traduzione dall' inglese di J. de la Vais- 
sière. Ann. hydrographiques tom. 1. pag. 357) ». Io 
potrei inoltre citare altre autorità, ma a che prò? 
La Commissione sa che ripetesi giornalmente lo stesso 
fenomeno in tutte le nostre coste ed in quelle del- 
l'Oceano. Sa che il mar Rosso per la sua topogra- 
fica costituzione si presta più d' ogni altro a ri- 
sentir gli effetti di un vento forte e continuato nella 
direzione del suo massimo asse; quindi mi è lecito 
credere che la sola esagerata misura dell'Huot abbia 
suggerito alla eccelsa Commissione la totale esclu- 
sione del caso del mar Rosso. 

In terzo luogo: all'ossequiata Commissione assai 
spesso nasce il dubbio che l'effetto del trasporto, di 
cui mi occupo, possa essere quello stesso che si ve- 



229 

iifica nelle profondità minori di 200 metri, il (jiiale 
è influenzato dalla reazione del fondo. 

Io posso assicurare la Commissione, che in que- 
sta parte del mio discorso ho inteso parlar sempre 
di quel trasporto che risentiamo in alto mare, os- 
sia ove nessuna influenza non può avervi il fondo. E 
siccome lo Stevenson nel raccontare i fatti di trasporto 
a lui accaduti, non ha fatto la distinzione rilevata 
dalla Commissione, così io ne ho avvertito il let- 
tore alle pag. 54 e 55, ed ho situato quei fatti al 
loro posto (pag. 67 e 68). 

A maggior conferma della mia proposizione sot- 
topongo al savio giudizio della Commissione due 
tra i tanti esempi che abbiamo sul trasporto in al- 
tissimo mare dovuto soltanto al moto di massa nei 
marosi. Il vascello di S. M. britannica il Winchester, 
leggo nell'opera di Eugenio Rodriguez , dopo forti 
venti da ponente . . . burrascosi di SO. che soffia-^ 
rono per piìi giorni. . . ,e nel 10 luglio con venti 
varianti dal N. alI'O. , osservò che la corrente nel 
periodo di 24 ore lo aveva trasportato per 130 mi- 
glia a levante. Il Winchester trovàvasi a 7° di la- 
titudine N. , ed a 26° di longitudine 0. di Green- 
wich. « In questo paraggio , soggiungerò con lo 
stesso Rodriguez, il generale risultamento delle os- 
servazioni, comunque non raggiunga una grande pre- 
cisione, pure &i accorda nel medio a dar gli eff'etti 
di 7 a 9 miglia al giorno di trasporto alla corrente 
procedendo alV ouest ». Ninno potrà dubitare , dirò 
ora io, che a bordo di quel gran bastimento da 
guerra tutti gli elementi di stima non fossero te- 
nuti a calcolo colla maggior precisione possibile^e 



230 

j'he porciò le 130 miglia fli anomalìa non si deb- 
l)on() accagionare a difetto di buona stima dello sca- 
loccio, nò a quello di accuratezza sul cammino de- 
dotto dal solcometro , nò a negligentata imperfe- 
zione della bussola, e nò a disattenzione del timo- 
niere. In una parola tutto mi fa credere che quel 
trasporto fu principalmente dovuto ad un movimento 
speciale di massa alla superfìcie dell'acqua. Ora come 
si può spiegare per corrente propriamente detta tutto 
quel tiasporto in sì breve tempo ? Se C. Philippe 
de Kcrhallet notava, parlando della corrente di Mo- 
sambicco la cui velocità è fra 18 e 28 miglia in 
ventiquattro ore, «na da alcuni capitani Irouvée de 
139 milles, dans des circonslances parliculièrcs, notava 
dico, che il ny a pas d'exemple d'ime pareilìe vi- 
t<;ss€ de couranl^ si ce nesl patir le maximum de vi- 
lesse ohservé dans le Gulf-slream, quanto più nota- 
bile, per dir meglio stravagante, sarebbe il fatto 
del Winchefitev accagionandolo a corrente ove la 
corrente regnante ha direzione opposta a quella del 
trasporto da lui sperimentato ? Prima di trarre 
conseguenza da questo fatto passiamo all'altro, che 
una sola conclusione li abbraccia entrambi. 

Dal de Tessan si deduce che la fregata la Ve- 
nere il giorno 10 aprile 1837 essendo nella latitu- 
dine 4-9" 46' S. e nella longitudine di 80°46' 0. di 
Parigi, si trovò trasportata di miglia 30,7 nella di- 
rezione di S. 80° E. in 24 ore. Niun dubbio al certo 
si può avere che , come a bordo del vascello in- 
glese, così a bordo della fregata francese, non siasi 
tenuto scrupoloso calcolo de'soliti elementi di sti- 
ma. Anzi è da ritenersi che il trasporto totale della 



231 

fregata sia slato di miglia 47, 5; dal quale dedotti 
sette decimi di miglio l'ora per il trasporto dovuto 
al maroso , dal de Tcssan ammessi in simili casi 
di vento forte, è restato quello di 30,7 classificato da 
lui per corrente. Da speciali e convenienti esperimenti 
fatti dalla fregata stessa si deduce che in quel parag- 
gio la corrente costante va verso il nord. Difatti il 
4 aprile nella latitudine 57''16' S. e longitudine 84°35' 
0. il de Tessan riferisce, che in un tempo perfetta- 
mente calmo, mentre il bastimento non aveva au- 
cun mouvement par rapport à Veau de la surface, fu 
gittato il piombino sino a 3720 metri di profon- 
dità, e la ligne est restée parfaitemenl à pie, ma il 
bastimento élait alors ernporté vers le N. 2° E. avec 
une vitesse de un demi-mille à Vheure; quindi egli 
ne dedusse una corrente di 12 miglia in 24 ore in 
quella direzione, e si persuase che ce courant est un 
courant de masse , per lo meno fino a quella pro- 
fondità partendo dalla superficie del mare. Il 16 ed 
il 24 dello stesso mese nelle latitudini di 43 e di 34 
gradi sud furono ripetuti gli scandagli a profondità 
di 1780 e 290 metri; e sempre la ligne est restée 
parfailement verticale, qtioìque le bàtiment fùt, sans 
aucun dante, porte vers le nord, comme dans les jo- 
iirs précédents . . . avec une vitesse d'un mille à V 
heure environ: ce qui prouve encore que ce courant 
est un courant de masse et non pas uniquement im 
courant superficiel. Questi esperimenti di corrente, 
fatti con un metodo preferibile ad ogni altro , in 
circostanze le piiì favorevoli e poco prima e poco 
dopo il 10 aprile, mi provano adunque che il ba- 
stimento, nel giorno in cui cade la mia ricerca, si 



232 

trovava in una corrente di grande altezza dalla su- 
perficie a basso, dimodoché non può étre considéré, 
come osserva Arago, comme une simple rivière su- 
perficielle d' eau froide , nna si deve ritenere come 
prodotta par une section considérable des mers po~ 
ìaires,marchant majeslueiisement du sud au nord. Dopo 
ciò, come poter spiegare per corrente, e porla fra 
le altre che realmente sono tali, quel trasporto in 
24 ore di 31 miglio al S. 80° E. , cioè in dire- 
zione normale alla dominante corrente, la quale in- 
oltre per essere di acqua fredda e di gran massa 
non facilmente cede all' azione del vento ? Ma se 
passo a consultare lo stato del maie e la direzione 
del vento nel giorno preso ad esame ed in quelli 
antecedenti ad esso prossimi, io trovo per me una 
evidente causa a quel fenomeno. 11 mare fu houìeuse 
e grosse ed il vento nella media dilezione di ouest, 
in generale honne hrise , [rais e grond-frais. Cosi 
essendo, i fluiti, in questa accidentale combinazione 
di grosso mare e forte vento, animati di trasporto 
di massa alla superficie, trasportarono il bastimento 
nella loro direzione nella totalità di miglia 47,5, e 
non di 16,8 come il de Tessan ammetterebbe. 

Egli è però che io concludo per questo e per 
l'altro fatto del Winchester qui registrato, e per la 
lunga serie degli altri eguali o simili, che conve- 
niente spiegazione al fenomeno in discorso può solo 
trovarsi nelTammettere rilevante moto di massa alla 
superfìcie de'marosi, ed in questi casi, anche dove 
la profondità del mare permette ad essi libero svi- 
luppo per ogni verso. 



233 

3." Passa poi la Commissione a quel fenomeno 
che io chiamo fluito-corrente, cioè a quel trasporto 
che ha luogo presso il lido, ossia quando non è più 
libero lo sviluppo inferiore dell'onda. — Fenomeno 
da tutti ammesso per Vonda-marea , la quale non 
può negarsi che abbia una grande analogìa coU'onda 
del vento (pag. 63 a 67) — , Ai fatti che io adduco 
in proposito la Commissione osserva, che alcuni autori 
danno di essi una spiegazione indipendente dal moto di 
trasporto della massa liquida; il che è vero , epper-ò 
io nella pagina 71 ho avvertito le diverse cause che 
possono aver parte in questo trasporto, ma in fine 
ho dovuto convincermi che esse non basterebbero 
nella maggior parte de' casi a cagionare la perdita 
di bastimenti bene provveduti e ben comandati, e 
quindi ho concluso che nelle spiagge sottili anche 
a piii miglia lontano dalla riva, l'onda non ha piìi molo 
apparente e di percussione soltanto, ma benanche di 
trasporto progressivo in massa. Ma la Commissione 
non sembra punto persuasa di questa mia conclu- 
sione e però si fa a chiedere come, aveìido tutta 
Vacqua moto continuo di trasporto verso il lido, non 
inondi e il lido e i terreni, e poi qui pure bisogne- 
rebbe trovare Venorme forza che sarebbe mestieri a 
mantenere una differenza di livello alcun poco no- 
tabile. 

È un fatto ben noto alla Commissione che ap- 
pena il tempo sente di fuori le acque nel littorale 
si empiono , e quando il vento scende ed il mare 
s'ingrossa, queste acque sono più elevate del livello 
ordinario in qualunque stato della marea di circa 



m 

0,"'50 nel Tineno, <li l,"'0() nell'Adriatico. Questo 
fatto non potendo essere posto in dubbio, dobbiamo 
convenire che la forza necessaria per produrlo esista. 
QuelTalzamento di livello, che è non di rado mag- 
giore ancora del qui indicato, inonda in fatti in pro- 
porzione della sua altezza; e se in tempo di mas- 
sima marea vi ha burrasca prodoUa da venti austra- 
li .... le strade e le piazze della città di Venezia 
sono inondate (Marieni pag. 2). Ma ammettendo io 
nell'acqua un moto continuato di trasporto, il quale 
può avere più giorni di durata , ò duopo rendere 
ragione dell' esito di questa grande massa liquida. 
Dalle mie esperienze e da quelle altrui io ho tro- 
vato che quell'altezza di livello premuta dalla sovra- 
incumbente massa di acqua proveniente dal punto 
ove lo sviluppo inferiore del flutto incontra rea- 
zione noi fondo del mare, definisce con corrente pa- 
ralella alla costa piìi o meno radente o veloce se- 
condo la direzione e potenza de' flutti, perchè alVim- 
peto di questi è dovuta (pag. 70 e 71). Ed è que- 
sta stessa massa di acqua in moto che produce non 
solo il trasporto de' bastimenti, degli arredi da pe- 
sca ec. (pag. 67 a 75), ma puranco tutti gli insab- 
biamenti da me registrati dalla pag. 118 alla 124. 
Se i fatti sono veri, e se questi ultimi sono indu- 
bitatamente prodotti dai flutti , ne scende necessa- 
ria conseguenza che la massa ondulante componente 
il flutto, giunta al punto della reazione del fondo 
si trasforma in corrente , come accade nell' onda 
marea , tanto più vegeta quanto più si accosta al 
lido , e quindi quantunque la causa del trasporto 
degli oggetti compresi nei primi fatti non si pre- 



235 
senti diiaramente ai nostri sensi quanto quella de- 
gli ultimi, a me non resta dubbio alcuno che co- 
testi eguali effetti non siano prodotti dalla stessa 
causa. Le lunghe serie di fatti da me ivi raccolte 
potrebbero essere aumentate ancora ; ma io spero 
che dalla Commissione siano ritenute per sufficienti 
in uno scritto che porta il titolo di Cenni. 

4.° Entra poi la Commissione a fare delle osser- 
vazioni nella seconda parte del mio lavoro. Dallo 
studio dell'opera del Montanari e di tutte quelle de- 
gli altri autori che hanno abbracciato la dottrina 
di lui , mi sono convinto che questa dottrina non 
ammette che i flutti smuovano i fondi e porlino e 
tengano ecc., ma soltanto che smuovono ed intorbi- 
dano l'acqua. 11 portare è, per il Montanari e suoi 
seguaci , devoluto alla corrente littorale , ed il 
tenere le materie smosse è appropriato ai flutti 
(pag. 100 e 101). Quindi il fenomeno del traspor- 
to de' materiali, da cui dipendono gl'insabbiamenti, 
viene da essi attribuito interamente alla sola cor- 
rente ; ninna parte vi ha il flutto. Questo è il 
punto cardinale della questione , questo è per me 
il difetto di quella dottrina, e questo è quello che 
ho preso a confutare. Sullo smuovere io sono con 
loro , e , come era mio dovere , ho notalo che il 
Montanari ammette ai flutti una tale azione (pag. 
101) : solo diversifico da loro nel credere che i 
flutti possano smuovere a profondità di acqua an- 
che cinquanta volte maggiore di quella creduta dal 
Montanari. 

Quello che io ammetto e quel che io escludo 
della sua dottrina, è per me una convinzione per- 



236 

fetta , quinfli spero che non din luogo né a pochi 
nò a moki dubbi, da parte mia. Anzi niuna teoria 
è tanto chiaramente descritta quanto quella del Mon- 
tanari. E chiarissimi sono nel loro (lire anche i fau- 
tori di quella, ed il Venturoli pel primo in chiarezza 
ed in convinzione di quello che egli sostiene. Quindi 
il fatto di questo grande idraulico riferito dalla Com- 
missione non mi pare che possa in modo alcuno 
inferire nella mia proposizione. Il Venturoli se in 
Anzio dava nel segno , non era già merito della 
teoria da lui sostenuta, ma sibbene perchè in Anzio 
la direzione de' venti regnanti è quella stessa della 
corrente. La Commissione m'insegna che per veder 
bene il Venturoli, bisogna studiarlo nell'Adriatico, a 
Fano per esempio. E poi non è egli forse che ha detto 
e voluto dimostrare, che i materiali sono obbligati ad 
avanzare a seconda della corrente anche in tempo di 
burrasca qualunque sia la direzione del vento ? Se 
questa sentenza da me riportata (pag. 101) si legge 
veramente neU' opera sua , tutto il resto non può 
meritare seria trattazione , perchè egli si trova in 
perfetta opposizione con quel che io asserisco; men- 
tre egli manda i materiali a sola balìa di corrente 
anche contro la violenza de' flutti, io all' incontro 
ammetto oltre ai trasporti che le correnti fanno , 
anche quelli procedenti a seconda de' flutti, e questi 
prevalenti a quelli delle correnti anche in direzione 
opposta ad esse. 

In questa breve esposizione niun' altra cosa ho 
avuto innanzi allo sguardo se non il debito che m'in- 
combe di corrispondere all'incarico della dotta ed 



237 

erudita Commissione, alla quale , siccome conosco 
con quanta amorevolezza essa ricerchi e favorisca Io 
studio dei fenomeni delia natura, così stimo far cosa 
grata partecipando quel poco che di essi fenomeni 
ho potuto intendere nell'esercizio dell'arte mia. 

Homa 18 febbraio 1856. 

A. ClALDI. 



238 



1. II. ISTITUTO VliNI'TO iJl SCIENZE LETTEIJE EU AllTl. 

RAPPORTO SECOrSDO. 

Di una Memoria del Commendator Cialdi intorno al 
molo ondoso del mare ed alle sue correnti. 



Commissari signori ingegner Casoni 
professor Mimch e professor Tuuazza {rclalorc). 



N. 



I eli 'adunanza del 28 Gennaio del corrente anno 
la sottoscritta Commissione riferiva a questo i. r. 
Istituto intorno ad una memoria del Commenda- 
tore Cialdi sul moto ondoso del mare e sulle sue 
correnti in base ad un manuscritto inviato dal mede- 
simo Autore a questo nostro Istituto. 

Tributando al eh:'"" iVutore quella lode che ben 
meritavano l'importanza e la difficoltà de'suoi stu- 
dii, la molta erudizione largamente sparsa per entro 
a tutta la memoria, e i notevoli risultamenti della 
lunga e sperimentata sua pratica, la Commissione 
però non potè tacere alcuni dubbi che le si pre- 
sentarono nello scorrere questo pregevolissimo lavoro, 
mostrando in essi il suo desiderio di vedere viep- 
più illustrata la quistione intorno ad alcuni punti 
che non le parvero abbastanza chiariti. 

Comunicato il voto della Commissione al chia- 
ris."'" Autore, volle egli tenere gentilmente l'invito 
inviando all'Istituto stesso alcuni suoi cenni a dilu- 
cidazione maggiore dell' argomento , non che un 
esemplare della memoria già stampala, ma non resa 



I 



239 

poi ancoia di pubblico diritto, e nella quale ebbe 
la vostra Commissione a riscontrare non poche e 
rilevanti aggiunte fatte a quel primo lavoro, sul quale 
eransi allora fermate le sue osservazioni. 

Egli è per corrispondere alle replicate prove di 
gentilezza del sig. Commendator Cialdi, che la Com- 
missione ritorna volentieri sul proprio voto, e anche 
perchè scorgendo aver egli voluto dare talora al 
voto medesimo quasi un senso di opposizione più 
che altro, non ha creduto opportuno che per manco 
di chiarezza i suoi pensamenti potessero essere fra- 
intesi, o spinti più in là di quel segno al quale la 
stessa aveva voluto arrestarli. 

Che se la Commissione riputò che si avessero 
dovuto porre in maggior lume le opinioni emesse 
da quelli autori che per essersi exprofesso occu- 
pati della questione meritano anche un peso nota- 
bilmente maggiore, non ha voluto di ciò dar carico 
all'Autore, non era questo che un desiderio piovo- 
cato dalla stessa copia di erudizione con cui egli 
illustra questa prima parte del suo lavoro; né volle 
per certo riputare ciò indispensabile alla retta espo- 
sizione dei pensamenti dell'Autore. 

Così pure la Commissione non poteva negare, 
né il fece , 1' azione perturbatrice del vento , e la 
facoltà d'imprimere anche in alto mare un propor- 
zionato moto di trasporto alla massa liquida; avvertì 
solo che il trasporto della massa liquida per l'azione 
del vento potrebbe non aver sempre per misura il 
cammino percorso dal galleggiante, e dichiarò che 
per quanto spetta ai fatti recati in campo dalfAu- 
tore essa si riporta ben volentieri al suo giudizio, 



240 

mostrandosi egli così versato specialmente nella pra- 
tica , da cui solo si devono ripetere i dati , onde 
accertare il quanto d'una stima resa cosi difficile 
da tante e svariatissime circostanze. 

Se nella vicinanza del lido la Commissione accennò 
ad altre spiegazioni del moto di trasporto degli 
oggetti indipendentemente da quello della massa 
liquida , non volle con ciò impugnare 1' opportu- 
nità della spiegazione data dal dottissimo autore ; 
e se chiedeva ragione del non accumularsi dell'ac- 
qua alla riva, egli era perchè reputa la stessa che 
molti fatti si spieghino per 1' azione dei venti nel 
tenere in collo 1' acqua più che coli' accordare un 
reale moto di trasporto all'acqua medesima; e nel 
mar Rosso fece l'imarcare che il livello medio ò 
eguale a quello del Mediterraneo , e che la diffe- 
renza fra le alte e basse maree è dovuta a causa 
essenzialmente diversa da quella accennata in quel 
luogo dall'autore; accordando qui pure pei casi ec- 
cezionali che il vento tenga in collo l'acqua come 
nell'Adriatico allo spirare dei venti del Sud. 

In quanto al trasporto delle materie operato dai 
flutti , la Commissione si trovò indotta dai fatti 
recati dall' Autore ad accordarlo , e rese la dovuta 
lode alla cura posta dall'Autore stesso nella ricerca 
di questi fatti; il che ripete ora tanto più che ri- 
scontrò questa parte del suo lavoro specialmente di 
molto accresciuta e perfezionata; solo gli parve non 
abbastanza chiarito quello che si deve alle correnti, 
ed è lieta di vedere nello stampato che 1' Autore 
ubbia modificato quel passo relativo ad un'opi- 



2U 

nione del Ventinoli sul porto d'Anzio avverlito dalla 
stessa. (*). 

La Commissione ha creduto suo debito di por- 
gere queste semplici osservazioni per rispondere essa 
pure alla cortesia dimostratale dall'Autore, al quale 
le è di somma compiacenza il poter ripetere quanto 
aveva avuto l'onore di dire altra volta nel suo primo 
rapporto, che cioè riconosce il lavoro del sig. Com- 
mendatore Cialdi meritevole di moltissima lode per 
la vasta sua erudizione , per gì' importantissimi e 
svariati fatti in esso raccolti, per le notevoli osser- 
vazioni dovute specialmente alla sua lunga e dotta 
pratica, per gli utili ammaestramenti che se ne pos- 
sono trarre, e perchè finalmente non potrà a meno 
di non essere utilmente consultato da chi vorrà in 
seguito ritentare un tanto arduo problema. 

Letto ed approvato nell'adunanza del 17 agosto 
1856. 

II S egretario 

Namias. 

(*) Spero che l'illustre Relatore mi terrà per iscusato se dichiaro 
esser egli quivi incorso iii equivoco, o che io mi sia male spiegato. 
Il Venturoli in tal questione è tanto lucido che veruno avrebbe mai 
potuto scorgere in lui altro convincimento se non quello, che j (lutti 
non hanno mai moto di trasporto, e che la corrente è il solo vei- 
colo di trasporto regolante gl'insabbiamenti, tanto in Anzio quanto 
in Fano,- sebbene la direzione della corrente sia nel verso istesso 
nei due porti, e i materiali camminino in verso opposto: al qiial 
convincimento io ho inteso sempre di oppormi. 



GA.T.CXLllL 16 



242 



Cenni sul molo ondoso del mare 

e sulle correnti di esso. 
Del comm. Alessandro Cialdi (*). 

APPENDICE 

DOTTRINA DEL PALEOCAPA SUL PROTENDIMENTO DELLE SPIAGGE — 
CONTRARIA ALLA MIA: — PROPOSIZIONI DI LUI — FATTI CHE LE 
CONTRADDICONO. — SUO GIUDIZIO PER DIFENDERE DAGL' INSAD- 
BIAMENTI UN PORTO NEL GOLFO DI PELUSIO. — PERCHÈ, PARTENDO 
DA OPPOSTI PRINCIPI, CI TROVIAMO QUIVI DACCORDO. — PRO- 
POSTA DI NUOVO ESPEDIENTE PER RITARDARE NOTARILMENTE I 
NOCIVI EFFETTI DELLE SABBIE. 



A 



compimento del quadro degli autori che hanno 
pubblicato le idee loro sul moto ondoso del mare 
e sulle correnti di esso, io desiderava di registrare 
i nomi di P. Paleocapa e di G. Ponzi. 

Nel corso della stampa del mio lavoro, il Ponzi 
fece di pubblica ragione il risultamento de'suoi studi 
sull'argomento medesimo, ed io ne feci tesoro; ma 
non ebbi la stessa sorte riguardo al Paleocapa 
circa alle sue Considerazioni sid protendimento delle 
spiagge e siilV insablfiamento dei poni deW Adria- 
tico applicate allo stabilimento di un porto nella 
rada di Pelusio ; dappoiché , pubblicate esse in 
Torino nel giugno di quest'anno 1856, non pote- 
rono giungere a mia cognizione se non quando la 



(*) Si veda il Volume CXXXIII di questo Giornale. 



243 

stampa del mio lavoro era già da qualche mese 
ultimata. Se mi giovai adunque delle osservazioni 
del Ponzi favorevoli al mio intento, crederei ora di 
mancare al rispetto dovuto ad una autorità meri- 
tamente tanto celebre quanto è quella del Paleo- 
capa , passando sotto silenzio lo scritto di lui , il 
quale contraddice le due principali proposizioni che 
servono di base a quasi tutto l'edificio da me inal- 
zato. Egli è perciò , che con questa breve appen- 
dice intendo di pagare un debito di riverenza, e di 
soddisfare insieme all'esigenze della scienza. 

Il professor Paleocapa , uno di quei rari inge- 
gni che onorevolmente continuano la catena degli 
idraulici italiani, maestri di color che sanno, nel suo 
grave ed aureo scritto di sopra annunziato crede an- 
cora causa principale degl' insabbiamenti de' porti 
e de' lidi del nostro mare la corrente del Montanari, 
e spiega la direzione delle foci in mare colla me- 
desima teorìa dettata da questo distinto astrono- 
mo (*). Che se egli, il Paleocapa, ammette come 
causa efficiente le onde marine in quel lavorìo , 
stabilisce però questa causa come secondaria e come 
conseguenza della prima, cioè della corrente. Io adun- 
que credo e sostengo precisamente l'opposto di quel 



(*) Il trattato del mare Adriatico e sua corrente fu licitato in 
due lettere dirette al cardinale Basadoiina nel 1684, ma non fu 
pubblicato la prima volta che nel 1715, come opera postuma per- 
chè il Montanari morì nel 1687. Se il dotto autore della troppo 
celebrata teorìa contenuta in quel trattato, avesse vissuto pili lun- 
gamente , io inclino a credere ctie egli 1' avrebbe abbandonata o 
almeno notevolmente modilicata. F^ui vivente mi pare che non sa 
rebbc stata pubblicata come egli la scrisse. 



2i4 

che creJe e sostiene il suddetto illustre pro- 
fessore, e perciò trasandando le proteste sulla gra- 
vità dell'assunto di cui sono pur troppo penetrato, 
mi linniterò solo a dilucidare quei fatti che mi con-^ 
fermano nel mio contrario convincimento. 

Dice ir Paleocapa che sui lidi veneti, ove la cor- 
rente litorale fa osservata e studiata ne' suoi effetti 
con grande accuratezza fino dalla metà del sec. XV!, 
cioè tre secoli fa, non meno che sui lidi delle Lega- 
zioni pontifìcie , si è giudicato , che ove non sia nò 
contrariata, nò favorita dai venti o dalle maree, essa 
possa ritenersi dai sei agli otto chilometri al giorno. 
Dice, che furono anche fatte osservazioni replicate sulla 
profondità a cui essa agisce, e parve potersi stabilire 
che a mare tranquillo essa cessi di avere azione sol- 
tanto a sette od otto metri sotto la superficie delle 
acque. Io sono interamente d'accordo con lui sulla 
velocità e sulla profondità cui giunge l'azione di detta 
corrente nel lido in discorso (p. 110); ma non posso 
con lui convenire che gli effetti di essa siano poi 
tanto rimarchevoli ed evidenti sul movimento e tra- 
sporto delle alluvioni, in guisa che quel grande avan- 
zarsi della costa settentrionale ed occidentale deWA- 
driatico non limitatamente ai punti dove sboccano i 
fiumi, ma su lutto il suo sviluppo, debbasi indubita- 
tamente attribuire alla corrente litorale; che le lame 
di fondo traversino, ma non interrompano la detta cor- 
rente di modo che essa col suo molo continuo tra- 
scini seco di porlo in porto le sollevate materie; che 
/' efficacia della slessa corrente, nel far avanzare la 
spiaggia colle sabbie che essa trascina, sia maggiore 
di quella che abbiano le onde col sollevai' dal mare 



245 

le sabbie medesime'^ in una parola che la ripetuta cor- 
rente produca la crescente estenzione della costa nel 
suo giro continuato intorno all'Adriatico, mentre le 
lame di fondo non vi prendano parte che come causa 
secondaria e meno efficace. 

Se il mio contrario avviso fosse stato basato 
sopra un'opinione mia , o anche d' altrui , io non 
avrei esitato un momento ad abbracciarele proposizio- 
ni di un'autorità così meritamente celebre comeèquella 
del commendator Paleocapa, ma esso poggia sopra 
fatti e tali che non mi permettono in verun modo di 
transigere. Potrei contentarmi di citare in mio so- 
stegno la Seconda Parie di questa scrittura, e più 
specialmente quanto in essa ho raccolto dalla p. 
110 a 127. Tuttavia a maggiore schiarimento del- 
l'accennato alla pag. 121 tornerò qui sull'argomento 
dell'uso degli speroni o guardiani e su gli effetti loro. 
L'effetto e l' uso di questi ripari praticati dai ve- 
neziani per opporsi al progresso dello scanno che 
minacciava di ostruire il porto di Malamocco, con- 
frontato con l'effetto e V uso de'ripari stessi prati- 
cati dai pontifici per difendere i porti loro, è con- 
cludentissimo paragone per dedurre la vera precipua 
causa degl' insabbiamenti. — 11 mare Adriatico, che 
fu culla all' ingegnosa dottrina del Montanari, si pre- 
sta quanto ogni altro mare, e pili ancora degli al- 
tri, per darle tomba — . 

I suddetti guardiani o speroni nel littorale ve- 
neto ed in quello pontificio sono usati, sia come ar- 
mature de' porti-canali, sia come ripari avanzati , 
per difender dai materiali ostruttivi quei porti stessi. 
Noi abbiamo per fatto certo cinque cose: 



246 

1." che la corrente del Montanari costeggia sulla 
spiaggia veneta e su quella pontifìcia da sinistra a 
destra, guardando il mare; 

2." che la detta corrente ha eguale velocità nelle 
due spiagge, cioè dal capo Sdobba a Sinigaglia; 

3." che de' fiumi torbidi scaricano a monte dei 
porti veneti e de'porti pontifici; 

4." che le dighe più protratte nel veneto, e gli 
speroni colà costruiti, sono dalla sinistra de'porti , 
e gli speroni e le dighe più protratte nel pontificio 
sono dalla destra de'suoi porti; 

5." finalmente che i guardiani lungo il lido ve- 
neto accumulano molla più sabbia a monte , cioè 
dalla sinistra, che a valle, e quelli lungo il lido pon- 
tificio accumulano molte più sabbie ed altri mate- 
riali a valle, cioè dalla destra, che a monte. 

Ora, come è che gl'insabbiamenti, ossiano le mag- 
giori protrazioni della spiaggia, si verificano nei guar- 
diani veneti dalla sinistra di essi ed in quelli ponti- 
fici dalla destra loro ? Se la corrente radente fosse 
l'artefice principale di quegli accumulamenti, essi do- 
vrebbero essere tutti dalla sinistra degli ostacoli , 
perchè la ripetuta corrente, non avendo che uguale 
direzione e velocità su tutto il littorale preso ad e- 
same, non può produrre che eguale effetto. Dunque 
un'altra deve essere la causa di siffatta differenza 
d' insabbiamenti; e questa è il moto ondoso. Vedia- 
molo, partendo dai guardiani veneti. 

Il sud-est , vento regnante nel golfo Adriatico , 
batte normalmente il lido veneto; dunque i flutti di 
questo vento non possono produrre che eguale ac- 
cumulamento di materiali dai due lati di quei guar- 



247 

diani piantati perpendicolarmente a quel lido. II vento 
dominante nello stesso lido è il Bora, cioè il vento 
che soffia da nord-est , ossia da sinistra di detti 
guardiani; dunque da questa parte dovrebb' essere 
l'accumulamento maggiore se il moto ondoso lo pro- 
ducesse; e precisamente da questa parte esso esiste. 
Veniamo al lido pontificio. 

Il vento dominante e di traversìa in questo lido 
è il nord-est; dunque i flutti di questo vento, scen- 
dendo nella direzione perpendicolare al lido ponti- 
ficio non possono che produrre eguale insabbiamento 
dai due lati di quei guardiani che sono normali ad 
esso lido. I regnanti sciroccali ( che abbracciano 
da est a sud-est ) soffiano da destra a sinistra di 
questi guardiani; dunque l'accumulamento maggiore 
delle sabbie o di altri materiali dovrebbe essere dalla 
destra di essi ; e precisamente dalla destra di essi 
si trova, quantunque la corrente littorale quivi cam - 
mini da sinistra a destra. 

Nello scorso maggio io ebbi l'onore di prender 
parte coli' illustre ispettor emerito cav. Maurizio 
Brighenti alla visita del porto-canale di Pesaro gran- 
demente danneggiato da due straordinarie piene del- 
l' Isauro, con lo scopo di proporre, egli per il go- 
verno ed io per la magistratura, quei provvedimenti 
che meglio convenissero per porre sostanziale ri- 
medio ai sofferti danni. 

Nei nostri studi avemmo occasione di avvertire 
che l'armatura, ossia le dighe, di detto porto da oltre 
due secoli non era stata protratta; mentre in Rimini, 
in Cesenatico, in Ravenna eccetera si era reso necessa- 
rio ogni venti o trenta anni un prolungamento delle 



248 
loro dighe. Egli è vero che presso Pcsai'o la spiag- 
gia cammina meno che lungo il littorale delle so- 
pra notate città; ma non pertanto, calcolato il nor- 
male progredimento della spiaggia nel lido pesarese, 
si trovò che le dighe di quel porto avrebbero do- 
vuto essere state protratte almeno di sessanta 
metri in quel periodo di tempo per camminare di 
pari passo coli' accrescimento della spiaggia, e, ri- 
cercata la cagione di questo tralasciamento nelle 
adiacenze del porto, la si trovò facilmente, perchè 
fu veduto che in luogo di prolungare le dighe erano 
stati prolungati alcuni guardiani o speroni che tro- 
vansi a destra di quel porto. Ed ecco i fatti. 

Dalle dotte Memorie del porto di Pesaro di An- 
nibale degli Abati Olivieri-Giordani (*) e dalle cro- 
nache municipali si rileva, che l'antica foce navi- 
gabile era prima al Vaccarile, cioè 2800 metri a 
destra del presente porto, ove ora esiste un guar- 
diano che vi si è sempre mantenuto' e si mantiene 
lungo metri 62 nella parte interamente scoperta, ed ha 
altri metri 30 visibili in alcuni punti ed il di più 
sepolti sotto la sabbia. Di poi fu quella foce traslocata 
a metri 1850 verso sinistra di quel riparo, cioè ove 
ora è il guardiano di Porta-sale, presentemente im- 
merso nell'acqua per la lunghezza di 67 metri, e, 
per quanto può scorgersi, metri 28 circa interrato: 
finalmente nel 1614, ove la si trova attualmente. 
Questi guardiani o ripari si sono per regola man- 
tenuti e prolungati nei tempi passati, ed hanno essi 
fatto l'opera de' prolungamenti che sarebbero oc- 

n Pesaro 1774. 



•249 
corsi ai due moli della foce presente, arrestando i 
materiali che i venti regnanti, cioè di destra, portano 
verso maestro, come accade lungo la spiaggia pon- 
tificia. Ne questo effetto, essendo costante (dicevamo 
col Brighenti), può dar luogo ad alcun dubbio. Ep- 
però deplorammo che il guardiano di Porta- sale 
fosse stato accorciato di 25 metri non sono molti 
anni, siccome ci fu concordemente asserito. 

Non fa mestieri l'avvertire che i sopra due no- 
minati guardiani essendo a destra del porto di Pe- 
saro , e rattenendo i materiali che provengono da 
destra, in guisa che la spiaggia da questa parte dei 
guardiani è più protratta di quella a sinistra di circa 
35 metri, confermano quanto io ho detto sull'uso e 
suH'efPetto di queste opere di difesa. 

Dunque non può porsi in dubbio che il molo 
ondoso abbia la maggiore azione nel produrre o nel 
disporre gì' insabbiamenti in discorso, e che li pro- 
duca più estesi di quelli prodotti dalla corrente lit- 
torale, anche ove la direzione di questa è contraria 
alla direzione di quel moto. Dunque per questi fatti 
e per i tanti altri raccolti nella scrittura mia , non 
può non ammettersi che i flutti siano la causa prin- 
cipale degl' insabbiamenti de'lidi e de'porti. 

11 disaccordo mio coli' illustre professor Paleo- 
capa verte anche sul determinare la profondità fino 
alla quale l'azione delle onde è veramente attiva. 

Egli dopo di avere più volte ripetuto in genere 
che le onde non agiscono sulle grandi profondità, ma 
solo sulle spiagge basse e dolcemente inclinale, dice poi 
in i specie che ripetute osservazioni hanno provato che 
la corrente litorale agisce sino alla profondità di 7 



250 

od 8 metri, cioè a profondità maff^iore di quella a 
cui hanno azione efficace le onde del mare sotto la 
sua superficie. Dunque, secondo lui, l'azione efficace 
delle onde cesserebbe quando la profondità dell'ac- 
qua oltrepassa i sei metri. E perchè la voce efficace 
potrebbe lasciar dubbio sulla potenza attribuita dal 
nostro autore alle onde di fronte alla qualità de'ma- 
teriali sottoposti alla loro azione, debbo notare che 
ei parla di spiagge di sabbia, poco ^irofonde e dol- 
cemente inclinale, e che solo ove verificansi queste 
condizioni dà alle onde potente azione di sollevare 
le materie e gettarle contro la costa; concedendo con 
questo secondo effetto un trasporto nelle onde non 
avvertito dal Montanari. Ma se sono veri i fatti da 
me riuniti dalla p. 79, alla 87, è vero ancora che 
io mi trovo dalla parte della ragione. 

Se è vero che nell'Oceano a 200 metri di pro- 
fondità le onde hanno efficacia d' intorbidare 1' ac- 
qua sino alla superficie, e per l'urto dato nel sot- 
toposto banco di rendersi notabilmente moleste ai 
naviganti (p. 85) ; se nello stesso mare in 34 me- 
tri di fondo di acqua si frangono (p. 84) ; se nel 
Tirreno bisogna scendere a 45 metri di profondità 
perchè gli arredi da pesca non siano dalle onde in- 
franti dispersi (p. 82); se nello stesso mare col- 
r agitarsi le acque s' intorbidano a piiì miglia lungi 
dalla spiaggia, e i bastimenti del piii alto bordo ri- 
cevono sopra coperta de'marosi pregni di sabbia pas- 
sando sopra banchi giacenti a 23 metri sotto la 
superfìcie (pag- 81); se nel mare Libico nei fondi 
di 12 metri le onde non solo muovono il fondo , 
ma scalzano le àncore (p. 61); se alla stessa prò- 



251 

fonililà si frangono (p. 100); finalmente, se nell'A- 
di'iatico, mare in cui 1' illustre autore più special- 
mente ha dirette le sue investigazioni, le onde ove 
incontrino fondi di 20 metri si rendono più corte, 
più frequenti e recano gran travaglio ai navigli (p. 
61); e se nello stesso mare si frangono a 10 e più 
metri (p. 100); io per verità non posso convenire 
che nell'Adriatico, ed anche nel mare Libico, le onde 
nelle spiagge di oltre sei o sette metri di profon- 
dità di acqua non abbiano più efficacia di sollevare 
e trasportare le sabbie. 

In questi mari, cioè italiano ed egiziano, per- 
chè le teste delle dighe non fossero sotto 1' influenza 
di minuti materiali smossi dai flutti nella direzione 
di fuori verso terra, bisognerebbe che s'inoltrassero 
in una profondità otto o dieci volte maggiore di 
quella in cui il Paleocapa crede che cessi l'azione 
efficace per ismuovere e trasportare le sabbie. Ma è 
d'avvertire che per i materiali provenienti dai lati 
delle dighe, quanto più queste saranno lunghe, tanto 
più sarà alterata la naturale indole del lido, e tanto 
più vasta massa di materie si accumulerà a collo 
di esse, ed empito il bacino traboccherà. 11 fatto di 
quel fondo di acqua di metri 8, 50 circa che si a- 
veva alla punta della diga di Malamocco quando la 
gettata fu incominciata, ed aumentato fin a 12 e 13 
metri dopo compiuta la diga, può aversi come un' 
altra prova che a questa profondità i flutti hanno 
avuto efficacia di zappare e torre via quelle sab- 
bie, le quali saranno però surrogate da altre, quando 
sarà più inoltrato in mare quell' accumulamento di 
sabbie prodottosi a sopravvento nell'angolo formato 



252 
dalla lunghezza della diga stessa colla spiaggia ove 
vi si sono già accumulale in gran copia, di modo 
che una notevole parte di essa diga è fin da ora 
tiilla sepolta denti'' esse anche dove erari profondità 
di cinque a sei, e fin nove metri. 

Ma, dunque, tutto quello che il Paleocapa dice 
sugi' insabbiamenti futuri al nuovo porto proposto 
nel golfo di Pelusio non regge? S\, regge benissimo, 
e sarà saggio partito attenersi ai consigli di lui ; 
perchè in quel lido la corrente littorale ed i flutti 
regnanti agiscono nella medesima direzione, cioè da 
sinistra a destra. Ivi il Paleocapa ben dice , come 
ben diceva il Venturoli parlando de' rimedi per di- 
fendere il porto Innocenziano in Anzio. Egli si tro'- 
verebbe in contraddizione con i fatti se, basandosi 
sulla sua teoria, proponesse ripari ai porti pontifici 
nell'Adriatico , come precisamente mal si apponeva 
il Venturoli quando cercava di provvedere ai difetti 
del porto di Fano (*); perchè anche questo grande 
idraulico , basato come il Paleocapa sulla erronea 
dottrina del Montanari, proponeva di difendersi dalla 
corrente e non dai flutti, e siccome colà i flutti 
hanno direzione opposta alla corrente, così egli, non 
più favorito dal caso, come in Anzio, lasciava indi- 
feso il porto dalla parte onde veniva il nemico. 

Quello che accaderà in Pelusio, secondo la mia 
opinione, è un accumulamento di sabbia a collo alla 
diga occidentale pili sollecito e piìi generale di 
quello che crede il Paleocapa ; ma ciò non potrà 



(*) Parere sulla riabilitazianc del porlo di Fano (Esprcitazioui 
agrarie ilell'Accad. di Pesaro, anno XI, seni. 1). 



253 

cagionare che il bisogno nìeno tardo di protrarre 
detta diga; bisogno largamente però sempre com- 
pensato dall'utile sommo che senza dubbio produr 
deve quella umanitaria, commerciale e non mai ab- 
bastanza lodata opera del taglio dell' istmo di 
Suez efficacemente ravvivata dall' illustre signor di 
Lesseps sotto gli auspici di S. A, il Viceré di Egitto, 
principe fautor sommo d'ogni progresso di civiltà. 
Anche a questa grande opera può applicarsi la senten- 
za che il Paleocapaha pronunciata peralcuni altri porti 
cioè: « Che non conviene però conchiudere che un 
porto artificiale possa mai sulle spiagge d'alluvione 
dell' Adriatico stabilirsi in guisa che non abbia a 
richiedere diligenti e continue cure per conservarlo, 
ma che si può riuscire a rendere i lavori e le spese 
di manutenzione moderate e laì^gamenle compensate 
dalla utilità del porto )) . 

A ritardare di molto quell' accumulamento da 
me prognosticato alla diga occidentale, ad ottenere 
assai pili tardo il cattivo effetto che esso produr- 
rebbe , e per 1' uno e l' altro beneticio rendere di 
gran lunga più utile 1' ultima parte della sentenza 
del Paleocapa, mi fo lecito proporre quattro prov- 
vedimenti. 

Il primo, già manifestato dal Paleocapa, è quello 
di portare piij verso oriente lo sbocco nel Medi- 
terraneo del canale di congfunzione de' due mari, 
trovando un punto che , senza mettere in condi-- 
zioni troppo gravi 1' esecuzione del detto canale , 
offra una maggiore facilità di stabilirvi e conser- 
varvi un buon porto ; perchè a maggior distanza 
dal !Silo si sarà meno incomodati dagli scarichi de' 



254 

materiali che esso convoglia al mare, e perchè ad 
una tal maggior distanza la spiaggia subacquea sarà 
forse meno estesa , e quindi si potrà raggiungere 
la necessaria profondità di acqua con una diga oc- 
cidentale molto meno lunga, ed in proporzione si 
potrà diminuire anche l'altra piìi breve diga orien- 
tale e rendere meno costoso lo scavamento del porto 
e più facile la sua conservazione. 

Il secondo , quando dagli studi locali risultas- 
sero gravi difficoltà per il conseguimento del primo, 
io mi atterrei al giudizio già pronunciato dalla dotta 
ed erudita Commissione scientifica internazionale pel 
canale di Suez, cioè costruire il porto a ventotto 
chilometri circa a nord-ouest della baia di Tineh. 

Il terzo è quello di spiccare dalla spiaggia degli 
speroni a sinistra del porto, cioè dalla parte occi- 
dentale di esso. 

Il quarto in fine sarebbe quello di praticare l'e- 
spediente da me proposto per il nuovo porto di Pe- 
saro; espediente che venne abbracciato dal profes- 
sor Brighenti , e dall' eccelso Consiglio di arte in 
Roma approvato. Ecco in che consiste. Il bisogno 
del commercio richiede 9 o 10 metri di acqua alla 
bocca del canale del nuovo porlo egiziano. Or bene: 
posto p. es., che per avere il suddetto fondo la lun- 
ghezza da darsi alla maggiore diga, cioè quella occi- 
dentale, sia di duemila seicento metri; e posto an- 
cora che essa sia diretta in guisa che la bocca del 
canale sia coperta dai venti regnanti e dai dominanti, 
come è di pratica: io farei in modo che essa diga 
occidentale, cioè quella a sopravvento, avesse 2000 
metri di lunghezza, e quella orientale, cioè di sot- 



255 
to vento 1200. Nello stesso andamento della dì^n 
occidentale, come se fosse una continuazione della 
diga stessa, alla distanza di quattrocento metri io 
partirei con una protrazione o diga isolata della lun- 
ghezza di. metri 600; cosicché la testata più fuori in 
mare di questo tratto di diga si troverebbe distante 
dalla riva come se l'intera diga fosse di metri 3000, 
mentre in realtà il manufatto di essa non sarebbe che 
di 2600. Preterirei nelle dighe la linea di dolce 
curva alla retta. 

Nella testata della diga occidentale, cioè a 2000 
metri dalla riva, innesterei un braccio che, quasi pa- 
rallelamente alla riva stessa, si dirigesse verso occi- 
dente per la lunghezza di tre a quattrocento metri. 




25G 

La proposta diga isolata, guadagnando un fondo 
di acqua maggiore di quello che si otterrebbe con una 
diga non interiotta di 2600 metri, e formando una 
rada di ricovero coperta dai venti più nocivi, farà 
risparmiare il molo o antemurale di 450 a 500 
metri , proposto innanzi alla bocca del porto per 
servire di rifugio alle navi nei cattivi tempi (*). Ma 
non è questo il solo beneficio che produrrebbe il 
progettato espediente , che allora sarebbe per la 
spesa una economìa poco notevole. 

Due sono i benefìci che io credo possano meri- 
tare considerazione: 

1.° La proposta diga isolata essendo nello stesso 
andamento di quella occidentale, trovasi naturalmente 
sulla linea di prolungamento che in avvenire possa 
essere necessario di dare alle due dighe che costi- 
tuiscono il porto-canale, mentre l'antemurale, o mo- 
lo, che venne proposto innanzi alla bocca di detto 
porto sbarrerebbe il canale, quando queste due di- 
ghe dovranno essere protratte per riconquistare il 
perduto fondo di acqua; 

y." Colla diga isolata si avrebbe una apertura di 
400 metri fra il piede di questa diga e la testa di 
quella occidentale, la quale apertura produrrebbe, a 
mio avviso, rilevanti vantaggi se non fosse minore 
di 400 metri per le seguenti riflessioni; 

a. Si otterrebbe colla diga isolata un utile fondo 
di acqua con la minima spesa possibile; 

b. i materiali convogliati fuori del canale in 
forza della proposta chiusa di scarico, o per il giuoco 
delle maree che si può con arte stabilir notabile 
nella uscita dal canale, non giungerebbero a deposi taisi 
a ridosso delia protrazione isolata; 



(*) Si veda, noli' nlilissima raccoMa ili Memorie e documenti 
sulCaperlura e canalizzazione delClsimo di Suez compilata e volta 
in noslra lingua il.il chiarissimo prolessor Ugo Caliiidri, il dolio 
ed elaboralo progetto Linant-Mougel. Torino 1856 pag. 107. 



257 

e. 11 mare potrebbe libeiamenle spazzare quelli 
che si dcpositassei'o innanzi o prossimi alla bocca 
del porto-canale; 

d. Il flutto-corrente sviluppato dalle onde di si- 
nistra, aggiunto alla corrente radente che nella stessa 
direzione cammina, non avrebbe soverchia velocità, 
e r urto de' flutti fra loro non incomoderebbe di 
troppo l'entrata dei bastimenti nei porto-canale; 

e. Si acquisterebbe una comoda bocca per 1' 
approdo e la partenza de' legni col maggior nu- 
mero possibile de' rombi di vento; 

/'. Che se infine dall'esperienza venisse dimostrata 
più utile una minor larghezza a detta apertura, fa- 
cile cosa sarebbe il ristringerla , e senza verun in- 
conveniente, perchè la proposta diga isolata è nella 
stessa direzione della diga principale (*). 

Credo poi che non converi'ebbe lasciare più larga 
di 400 metri la proposta apertura, onde usare con 
vantaggio delle forze che la natura sviluppa nelle 
vicinanze di quelle dighe, in guisa da spazzare e con- 
vogliare verso destra, ossia all'est, i materiali os- 
truttivi che impedirebbero di avere a 2000 metri 
dalla riva il voluto fondo di acqua di nove metri. 
A vie meglio raggiungere questo scopo, tende poi il 
proposto braccio dalla parte occidentale del porto- 
canale di sopra descritto. 

1 venti legnanti e dominanti in quel lido sono 
da ouest al nord-est, ed è da essi che deve esser 



(*) É facile il vi'dere che questo ristringimenlo può essere 
ottenuto o col prDliiiifjare la di[;a occidentale vrrso la isolala o 
questa verso quella^ come anche è facile scorfjere che se per avere 
una più vasta rada, e p r meglio coprire la hocca del porto canale 
fosse utile prohniiJar pure verso l'alto mare la stessa diga isola- 
ta , potrà praticarsi qualunque prolungamento senza verun pre 
giudizio. Così il braccio se sarà una metà più lungo, di quello pro- 
posto, produrra doppio utile ed'etto. 

G.A.T.CXLIII. 17 



258 
coperta la bocca del porto-canale. Il ripetuto brac- 
cio , t'ormando fluiti riflessi, dovrà non poco con- 
tribuire nel trasporto a destra degli infesti mate- 
riali, prendendo parte all'azione de' flutti diretti che 
s' imboccherebbero nell'apertuia fra la punta della 
gran diga e quella della diga isolata. Nei fortunali, 
il braccio e la diga isolata devono obbligare le linee 
de' flutti, compresi nella cinta di questi due ripari, 
a passare per 1' apertura e sviluppare una corrente 
capace a scavare e non permettere la formazione 
o la consolidazione de' soliti banchi che coronano i 
porti-canali anche di acque chiare. 

Il braccio stesso servirebbe ancora a formare 
una vasta sentina, o ricettacolo, di materiali; i quali 
se dal medesimo non venissero trattenuti, sormon- 
terebbero in molto minor tempo, e senza dubbio, la 
testata della grande diga occidentale, ed assalirebbero 
la bocca del porto-canale: ivi racchiusi potrebbero es- 
sere estratti, volendo , con minore spesa e minore 
incomodo che altrove. 

Termino su questo importantissimo oggetto, per- 
chè esso è stato magistralmente trattato in tutte le 
parti principali dai chiarissin)i ingegneri Linant-Bey 
e Mougel-Bey, e dalla Commissione e dal Paleocapa, 
restando solo da risolversi alcune questioni affatto se- 
condarie, come saggiamente avverte quest'ultimo, fra 
le quali potrebbero entrare, secondochò a me pare, 
i provvedimenti di sopra accennati. 

Di Livorno 29 settembre 1856. 

A. ClALDI. 



259 



Di alcuni suicidi ultimamenle avvenuti 
in Roma. 



c, 



ihe nelle grandi città frequenti di popolo, floride 
di commercio, strepitose di avvenimenti, abbonde- 
voli di morbidezze, di piaceri, di lusinghe; che dove 
il senso aguzzato continuamente per sempre nuove 
impressioni, da una insaziabile avidità trapassa pre- 
sto alla satollanza di ogni bene; dove le grandi mi- 
serie sono irritate dallo spettacolo del crescente 
lusso, dove i desiderii preponderano sui mezzi di 
soddisfacimento, dove una istruzione svariata e leg- 
giera tien luogo di soda educazione: che in mezzo 
ai disinganni delle ambiziose speranze, ai rapidi ro- 
vesci della fortuna, al bollore incessante delle pas- 
sioni, l'uomo giunga a infastidirsi della vita in modo 
che postergata la ragione , e dimentico affatto de' 
suoi doveri, corra volontariamente in braccio alla 
morte, non è fenomeno da maravigliarsene. Ciò av- 
viene perchè le cose di fuori ci signoreggiano , e 
dentro di noi non è più chi comandi , ma ci -la- 
sciamo traportare come la pula al vento sull' aia.. 
Né meno è da fare le meraviglie se questa cala- 
mità morale rendesi ogni dì più frequente pel di- 
latarsi appunto r impero dei surriferiti elementi, e 
per la nota forza di imitazione. Così a Parigi nel 
1817 vi furono 285 suicidi, nel 1826 se ne anno- 
verarono 357, e 477 ne vide Tanno 1835. Così pure 
a Berlino si notò che nel 1827 vi furono sei volte 



260 
più di morii volontarie che noi 1821. « Jamais 
(così scrive la gazzetta di Berlino del decorso anno) 
il n' y a eu autant de suicides qu' à présent, et par 
suite on n' à jamais trouvé plus de cadavres aban- 
donnés. On attribue ces suicides à l'extreme chertc 
des vivres, et aussi aux chaleurs extraordinaires de 
réte. Les agents specialement chargés des enter- 
rements, qui se font par ordre de la police, sont si 
occupés, qu' ils peuvent a peine sufiìre à leur bc- 
sogne ». 

Avremmo bensì motivo di maravigliarci, se mi- 
nacciasse di rendersi piiì frequente il suicidio fra 
noi che solchiamo un mare men tempestoso, a cui 
non abbondano le occasioni di aggrandire la sfera 
della sensitività e affinarne i poteri per copia di 
diletti, per varietà di occupazioni, per frequenza di 
circoli, per lettura di giornali , per novità di im- 
prese, per delicatezza di comodi, per dovizia di spet- 
tacoli, per fantasticheria di romanzi, per prodigi d' 
industria, e a cui ogni pratica, ogni consuetudine, 
ogni istituzione rammenta i doveri morali e leli- 
giosi. Se non che ne conforta il pensare che i cin- 
que suicidi qui seguiti (*) in breve intervallo di 
tempo riconobbero cagioni affatto diverse, di maniera 
che questo per noi insolito numero dei medesimi 
non accenni ad una morale epidemia, ma rappre- 
senti un avvenimento del tutto fortuito. Ed infatti 
in uno di questi casi trattasi di subitanea pertur- 
bazione dellanimo per esito infelice di un esame. 



(*) Uno ili questi non actadJc in Roma, ma in una terra vi- 
cina. 



261 

11 giovane, in cui la fantasia prevaleva alla rifles- 
sione, si crede disonorato da questo fatto: ei si ad- 
duce alla bollente immaginazione i rimprocci dei pa- 
renti, gli scherni dei compagni , la perdita di un 
impiego; vede falliti i suoi disegni , deluse le sue 
speranze, umiliato il suo amor proprio; gli si an- 
nebbia r intelletto in mezzo a questi pensieri, perde 
la signoria di se stesso e gettasi in Tevere. Un se- 
condo, soprappreso da traversie, mal provveduto di 
averi, travagliato da infermità, reso impotente ad 
esercitare la professione onde sustentava sé e la 
famiglia, abbuiatasi la mente dalle fuligìni dì atra 
malinconia, si abbandona alla disperazione, e si av- 
velena con sei grani di stricnina. Un terzo, poveris- 
simo di consiglio, amator non riamato, perde il sen- 
no all'ultimo niego, e corso senza resta alla far- 
macia vi trova a caso sullo scaffale il residuo di 
preparazione del liquore anodino e lo inghiotte di un 
tratto, in questi esempi ravvisiamo le solite cause 
che più meno in ogni tempo hanno valso a pro- 
vocare il suicidio, cioè veementi passioni atte a so- 
spendere l'esercizio della libertà morale: niuno però 
di essi accenna a quel tedio della vita, che a Lon- 
dra, a Parigi , a Berlino conduce tanti a distrug- 
gerla con le proprie mani* 

Non può dirsi lo stesso del suicidio perpetrato 

congiuntamente da Augusto e Marianna 

la mattina del 22 luglio, di cui im- 
prendiamo la narrazione. Questi sconsigliati amanti, 
che di poco avean superato il terzo lustro di vita, 
sicuri ornai di non poter vincere gli ostacoli che 
opponevansi alla desiderata unione, deliberarono di 



262 

morire insieme di veleno. Riunito Augusto nella 
^asa di Marianna, e seduti a desco di rimpetto l'uno 
all'altra , votarono in due eguali bicchieri la pozione 
venefica, contenuta in una fiaschetta, che avean po- 
sto in mezzo, e la tracannaron d'un sorso , lascia- 
tane appena nel fondo dei vasi una traccia , che 
facesse testimonianza delhi natura del liquido con- 
tenutovi. Dopo dieci o dodici minuti la coppia ar- 
dita era già preda di morte: e il genere di questa 
fu certamente apopletico. Il signor N. N. che li vide 
dopo brevi istanti, tuttora in vita, potò quantunque 
non medico verificare la mancanza totale dei sensi, 
della conoscenza e del moto, superstite la respira- 
zione che gli sembrò sterlerosa. Il volto era di- 
pinto in ambedue di un palloie mortale, e le labbra 
apparivano di un livido assai carico. II chirurgo sig. 
Scalsi, che giunse appena una mezz'ora dopo l'av- 
venimento , trovò due cadaveri : ma questi in tali 
condizioni delle membra e del volto, da indicare una 
morte placida, e non preceduta affatto da movimenti 
convulsi. Pertanto non avendo egli potuto eserci- 
tare il ministero di curante, adempì all'ufficio legale, 
procacciando con le note cautele, che si conservas- 
sero i vasi, e gli avanzi della sostanza venefica, per 
servire in appresso alle osservazioni fiscali. Sul mez- 
zodì del giorno seguente, cioè 26 ore dopo la morte, 
procedevasi alia sezione giuridica dei cadaveri, nei 
quali cominciò a notarsi uno stato di insolita con- 
servazione, a malgrado della elevata temperatura. Il 
corpo della donna era illeso da qualunque segno i- 
niziale di putrefazione, e in quello dell'uomo scor- 
gevasi appena qualche macchia verdognola nelle re- 



263 
gioni inguinali: ambedue furono aperti e ricercati 
per ogni dove, spnza che gli astanti ne fossero punto 
infastiditi. Niun odore esalava da quei cadaveri: de- 
bole ne ora la rigidità, seppure potea chiamarsi tale, 
specialmente nella donna : nell' uno e nell' altra le 
mani erano raccolte in pugno, livide le unghie e le 
estremità delle dita; qualche macchia di color ro- 
seo slavato mostravasi qua e colà nei due corpi , 
anche in parti non declivi, e di color roseo diluto 
eran pure i suggellamenti cadaverici delle regioni 
posteriori. Aperta la cavità del cranio , nel distac- 
carne la parte superiore trapelava molto sangue dai 
vasi lacerati della dura madre, e molto ne conte- 
nevano i seni, e iniettata erane la pia madre: e que- 
sto sangue, al pari che quello di tutto il corpo, mo- 
stravasi scorrevole più che non suole, e del colore 
e lucentezza della pece. 1 ventricoli rasciutti, e niuna 
alterazione nella massa cerebrale. Nulla di rimar- 
chevole nella cavità della bocca. Quella del torace 
ne mostrava i polmoni discretamente ingorgati, ma 
non in modo da empire perfettamente la cavità. An- 
tiche aderenze univan le pleure nella parte poste- 
riore del polmone sinistro dell'uomo. Il cuore in am- 
bedue esibiva voti gli atrii sinistri, ed il destro ven- 
tricolo contenente sangue appena aggrumato,ma senza 
traccia alcuna di concrezioni fibrinose. Il cuore del- 
l'uomo era in tutto assai più voluminoso dell'ordi- 
nario e sproporzionato affatto alla grandezza del 
corpo. Incisa la cavità addominale, apparve subito 
un vivo rubore in tutto il tratto dell' intestino te- 
nue, e strisce dello stesso colore notavansi anche 
nella superficie dello stomaco. Procedevasi allora 



264 

alle; solite legature: e tratto fuora il ventricolo, e 
votatone in opportuno vase il contenuto, se ne pra- 
ticava la sezione lungo il suo arco maggiore: e messa 
così allo scoperto la sua interna faccia, notavasene 
il color rosso carico , egualmente diffuso in ogni 
punto di questo sacco, colore che non ismorzavasi 
per lavande. Le dense rughe della mucosa e V 
aspetto mamellonato della medesima sembravano ac- 
cennare ad una contrazione della tunica muscolare: 
lubrica al tatlo offerivasi questa mucosa dello sto- 
maco, ma non ammollita o gelatinizzata. Le mate- 
rie contenutevi, e che ii[)onevansi in o|)portuno vase 
per le ricerche analitiche, consistevano in una pol- 
tiglia di color nerastro, alla quale nelTuomo erano 
frammiste particelle di materie alimentari e lunghi 
ascaridi lombricoidi. L'odore che esalava da queste 
sostanze , come pure dalla superfìcie interna dello 
stomaco, a prima giunta non era distinto; ma appli- 
candovi più a lungo il senso, offerivasi ammonia- 
cale, e poco dopo vi si rendeva leggermente sen- 
sibile il noto effluvio delle mandorle amare. Per- 
altro questo secondo sentore non era si netto, che 
tutti gli astanti Io avvertissero e ne convenissero. 
L' intestino tenue offriva più copiosa la inie- 
zion vascolare nella tonaca sierosa che nella mucosa, 
sebbene anche questa non ne andasse esente; il tubo 
non conteneva altro che muco e bile. Niente di 
rimanchevole in tutti i visceri, ad eccezione di un' 
anomalia , e una condizione morbosa estranea all' 
avvelenamento; un lungo diverticolo cioè nell'intes- 
tino ileo dell'uomo, e una grossa cisti sierosa ade- 
rente air ovaio destro della donna. L' analisi chi- 



2G5 

mica, condotta dai periti fiscali dott. Francesco Ratti 
professore di chimica, e sig. Vincenzo Latini far- 
macista collegiale, non dovè battere la lunga via 
delle esplorazioni, ma potè procedere franca e spe- 
dita : poiché fra il genere di morte , e i resultati 
della sezione che accennavano ad un composto di 
cianogeno, e fra le notizie pervenute al fìsco, poteva 
credersi fondatamente che si trattasse di ciamuro 
di potassio. Risultava anzi da un documento, che 
a questo veleno ne fosse stato mescolato un altro, 
cioè il hi - ossalato di potassa. E senza qui rife- 
rire per filo e per segno tutti i processi adope- 
rati dai valenti chimici, basterà annunziare che il 
risultato dei medesimi fu pienamente conforme alla 
presunzione avutane; cioè che la pozione venefica, 
onde si tolser la vita que'sciagurati, fosse un mi- 
scuglio di cianuro potassico di commercio e di 
bi-ossalato di potassa. Ed infatti non solo nel resi- 
duo lasciato al fondo dei bicchieri, onde s'impa- 
dronì il fisco, e nelle materie contenute negli sto- 
machi e nelle loro pareti , potè accertarsi la pre- 
senza del cianogeno , dimostrando colle note rea- 
zioni quelladell'a. idrocianico costituitovi ad arte coli' 
aggiunta di un acido; ma dai diversi precipitati otte- 
ti col trattamento del nitrato di argento potè anche 
ripristinarsi il cianogeno, e mostrarlo per la sua 
fiamma di color porporino, infiammandolo nell'uscire 
dall'affìnato tubetto. Cosi pure il pricipitato giallo 
di seta col bicloruro di platino indicava la pre- 
senza della potassa, e la sua abbondanza escludeva 
il sospetto che avesse fatto parte delle materie orga- 
niche. Finalmente l'intorbidamento opalino coU'aqua 



266 

di calce indiiceva il sospetto della esistenza dell' 
acido ossalico o di un ossalato acido, e la perma- 
nenza deirintorbidamento coli' aggiunta dell' acido 
acetico eliminava il dubbio che tale reazione appar- 
tenesse all' acido carbonico. In appresso la cristal- 
lizzazione dell'acido ossalico ottenuta col metodo di 
Christison dalle materie organiche confermava piena- 
mente la presenza dell'ossalato. 

Qual fu la dose dei due veleni ? Sarebbe stato 
impossibile stabilirlo con esattezza, essendo man- 
cato un saggio di loro dissoluzione bastante ad eser- 
citarvi l'analisi quantitativa: tuttavia calcolando la 
capacità della fiaschetta fino all' altezza, in cui il 
diverso colore indicava 1' ascension del liquido, ed 
il maggior grado di saturazione , onde 1' acqua è 
capace di tenere sciolto il cianuro, si può arguire 
che questo non fosse più di otto grammi. La quan- 
tità del sale di acetosella dovè essere un poco mi- 
nore , se possiam giudicarne dalle men forti rea- 
zioni atte a dimostrar l'ossalato, e dall'essersi otte- 
nuto a stento e in tenuissime tracce l'a. ossalico 
cristallizzato col processo di Christison. Gli è vero 
però che questo fu tentato col solutum dello sto- 
maco, non colle materie che vi erano contenute. 

Si potrebbe qui domandare: Posto che non si 
fossero avuti precedentemente indizi sulla natura di 
questa mescolanza venefica, si sarebbe egli venuto 
a capo della verità ? La novità del caso (poiché a 
nostra saputa è questo il primo esempio che il sale 
di acetosella sia stato unito al cianuro di potassio 
per consumare un veneficio) avrebbe ritardato cer- 
tamente il corso delle chimiche operazioni , ma 



267 
infine la scienza avrebbe trionfato delle difficoltà, 
Del resto la dimostrazione del cianuro avrebbe bas- 
tato a spiegare la causa di morte: e quando pure 
l'altro sale fosse sfuggito alle analitiche ricerche, sa- 
rebbe stato provveduto abbastanza ai bisogni fiscali. 

Sollevasi anche un dubbio sulle condizioni dello 
stomaco e dell' intestino tenue , ed è il seguente : 
Quel vivo rubore che vi apparve era esso per sem- 
plice imbibizione, o per iscioglimento del sangue, ov- 
vero rappresentava un fenomeno di vera infiamma- 
zione ? La iniezione minutissima dei vasi occupanti 
tutta la spessezza dei tessuti , la esistenza di essa 
anche in parti non declivi, il non essersi cancellata 
per lavande e per lunghe infusioni , la mancanza 
di tal rubore nell'intestino crasso; tutto ne induce 
a pensare che si trattasse di flogosi, o almeno di 
congestione attiva. Potè dunque un tal processo ini- 
ziarsi nel breve corso di dieci o dodici minuti ! E 
a quale poi dei due veleni dovrà esso attribuirsi ? 
Le osservazioni sull'uomo, e le esperienze sugli ani- 
mali, non insegnan che il cianuro potassico siasi fatto 
cagion di flogosi nello stomaco, e appena in qual- 
che caso si parla di macchia color di rosa nel suo 
fondo splenico. Convien dunque nel caso nostro cer- 
car altrove la causa della gastro-enterite: cioè nel 
sale di acetosella capacissimo a produrre tale effetto. 

Rimangono ad investigarsi le cause del deplo- 
rabile avvenimento. Augusto e Marianna non furono 
certo spinti al suicidio da moto violento e subita- 
neo di affetti: le lettere rinvenute, e le notizie rac- 
colte, mostran chiaro che la funesta risoluzione pro- 
. cede da perverso consiglio lentamente maturato nel- 



268 
Kiiniino. Sgomlìi'alo già da qualche tempo ogni tì- 
moi' della inoi'lc, e delle conseguenze di essa, ave- 
vano essi scelto [jensataniente i mezzi più elficaci 
da condurre al fine propostosi, e con animo ripo- 
sato spiavano il momento di conseguirlo. Non ine-' 
liriati da li(pioi'i, non ismarriti di sensi, non info- 
cati nello sdegno , non abbattuti dal dolore , non 
ispaventati da pericoli, ma nella piena coscienza di 
se medesimi imperturbati, anzi ilari, inghiottivano 
il veleno. In aduncjue tortura d'intelletto, fu sre- 
gofalezza di volontà , non impeto primo primo , 
non alienazione di mente. Perciò se fosse stato sven- 
tato il loro disegno, salvandoli da morte, sarebbero 
stali imputabili di un'azione vietata anche dalla vi- 
gente legge criminale; e quanto alle conseguenze ci- 
vili, se fossero stati maggiori, e poco innanzi di to- 
gliersi la vita avessero scritto atti inler livos et causa 
morùs, non avrebbe potuto impugnarsene la validità. 
Nò gioverebbe alla contraria opinione invocare 
l'autorità di quegli scrittori che sostennero, il suicidio 
essere sempre provocato da qualche segreto senti- 
mento del corpo , e doversi però riguardare qual 
necessità di natura, piiì che atto contingente dr li- 
bero arbitrio; e appoggiandosi nel caso attuale ad 
alcune morbose condizioni rinvenute nei corpi dei 
due suicidi : in Augusto cioè le antiche adei'enze 
delle pleure, e la insolita mole del cuore, in Ma- 
rianna la cisti del destro ovaio, esprimente un pro- 
cesso morboso in quell'organo. Noi ci sappiamo come 
l'animo e il corpo con nodi di tanta armonia siano 
congiunti , che l'uno dei beni e dei mali , e delle 
noie e delle allegrezze dell'altro partecipi: onde al- 



269 
l'infermare del corpo l'animo, bcnehè forte, sia ne- 
cessitato in alcun modo di compatire: ma sappiamo 
altresì che le fisiche imperfezioni sono retaggio del- 
l'umana natura: che pochi sono i cadaveri, nei quali 
non incontrisi qualche asimetria organica, o alcun 
vestigio di antichi processi morbosi; e intanto il sui- 
cidio è un fatto sì vero, che nella stessa Berlino (città 
tristamente famosa pel numero delle morti volon- 
tarie) se ne conti appena uno su cento casi di morte. 
Dall' altro lato non vanno certamente immuni da 
processi morbosi e da patimenti del corpo i turchi, 
i persiani, gli egiziani e tanti altri popoli, presso i 
quali è raro fenomeno il suicidio. È notissimo a 
tutti come le malattie del corpo si facciano cagioni 
di uccision di se stesso: ma è noto egualmente come 
fra il guasto corporeo e l'atto estremo del privarsi 
di vita vi si interponga l'alienazione di mente. L'epi- 
lessia, l'ipocondriasi, la pellagra, le nevralgie pro- 
lungate possono provocare il suicidio: ma cominciano 
prima dall'alterare l'armonia delle facoltà intellet- 
tuali e morali. 

Toi'nando or là onde ci han dilungati la naria- 
zione del fatto, e la etiologia del medesimo, cioè 
alla frequenza del suicidio in Roma, diremo fran- 
camente che come la uccision volontaria di una gio- 
vane e del suo amante , accaduta non è molto in 
Finlandia, e fatta argomento di una ballata di Bcrnd- 
stOH, non basterebbe a smentire il fatto della estrema 
rarità del suicidio in quelle contrade , desunto da 
lunghissima osservazione ; così pure l'avvenimento 
di Augusto e Marianna non è sufficiente a dima- 



270 

strare che il suicidio ricorra oggi fra noi più spesso 
di quel che solesse per lo passato. 

Finalmente nell' interesse della statistica sarà 
utile di annotare, come di cinque suicidi ben quat- 
tro siano avvenuti nella stagione estiva, nella età gio- 
vanile, nel sesso piiì forte, e per mezzo di veleno: 
risultamenti che corrispondono in gran parte alle 
osservazioni di tutti i luoghi e di tutti i tempi. 

C. Maggiorasi 



271 



Inni ecclesiastici secondo V ordine del breviario ro- 
mano, volgarizzali da Giuseppe Gioacchino Belli. 
Roma, tipografia della R. C. A. 1855. [voi. 1. in 
8 di pag. 552). 



G 



' italiani aver tradotto prima , più e meglio di 
ogni altra nazione , affermò Scipione Maffei. Né lo 
affermò solamente. Lo provò ancora pubblicando la 
notizia de'volgarizzamenti d'antichi sì latini e sì greci 
fatti dai nostri, quanti al suo tempo n'erano in luce, 
e quanti potè egli vederne. E veramente fu quella 
una dimostrazione ben ampia della ricchezza, che 
abbiamo anche in questa parte, non ultima al certo, 
della letteratura. Quantunque s' andasse poi accre- 
scendo il numero degli scrittori dal Maffei ricordati, 
chi l'uno c»chi l'altro nuovamente rammentandone. 
E ne ho esempio nel libro stesso de'traduttori, che 
adesso è di mio uso, e fu già del cavaliere F. Ve- 
nuti. 11 quale a carte 23 (ediz. di Venezia del 1720) 
aggiunse la Traduzione delle opere di S. Giovanni 
Climaco del liOO , come esistente nella domestica 
sua biblioteca in Cortona : e poi , a carte 68, un 
bellissimo volgarizzamento delle Eroidi in prosa, senza 
nota d'anno o di stampa, conservato nella biblio- 
teca medesima. 

Quella lode degl' italiani s' è poi andata sem- 
pre accrescendo. Tante sono state le bellissime tra- 
duzioni messe a stampa dopo il Maffei. E vengono 
in parte di quel vanto questi nostri tempi medesi- 



272 

mi. Da che in essi abbiamo veduto stupende prove 
ne'volgarizzainenti più ardui, cominciando dai due 
massimi poemi d'Omero, inseparabili omai dalla glo- 
ria e dal nome del Monti e del Pindemonte, che as- 
sai pili nostri li resero , che mai per i' addietro 
non furono, e tolsero ad ogni moderno idioma la 
palma di traslazioni siffatte. 

Pensò il Maffei di trattare una questione assai 
grav«, colla occasione che gliene porgeva V argo- 
mento medesimo del suo libro. Dico quella di pren- 
dere in esame il quasi doppio genio, che corre nel 
tradurre, e le due diverse idee, che in certo modo 
distinguono i traduttori. Perchè (scrisse egli) altri 
poco altro cura, se non di fare un libro , che da 
ogni sorte di persone della sua nazione con piacere 
e senza difficoltà si legga: onde a questo accomoda 
il suo stile, e non ha punto di riguardo a mutar co- 
lore, e né pure" a render vocaboli e nomi con voci 
odierne, che non corrispondono, o che impropria - 
mente ad antichi autori s'attribuiscono. Altri all' in- 
contro si studia d' insister sempre nel suo testo, e 
non solamente di rappresentar fedelmente i concet- 
ti, ma le parole ancora , e la misura e 1' aria del 
dire, e l' indole del suo autore. Generalmente par- 
lando, inclinano alla [)rima strada i francesi, e ab- 
bracciano gl'italiani la seconda: in che veramente 
pare che questi debbano anteporsi, poiché dalla fe- 
deltà, dall' inerenza, e dall'esattezza trae suo pregio 
più essenziale un interprete: e chi fa una traslazione 
non par che debba studiarsi di lavorare una bella 
figura, ma un bel ritratto. Queste però son del nu- 
mero di quelle dispute, che fatte in universale non 



273 

riescono mai a termine alcuno: perchè chi tiene per 
il tradur libero, reca tosto esempi, e modi del te- 
stuale, che danno neirecjcesso, e a forza di star at- 
taccati diventan ridicoli; e chi sta per l'altra parte, 
altri ne mette fuori, ne' quali per parlar con gra- 
zia, anche il sentimento dell'originale interamente 
abbandonasi. Io aveva in animo d' andar rintrac- 
ciando se per via d'esempi si potesse quasi fissare 
i contini dell' una e dell'altra strada: accennando le 
sconvenevolezze e gli errori , ne' quali per seguire 
troppo o questa o quella urtar si può; ma basterà 
per ora aver soltanto accennato. Sin qui il Maffei, 
che rimase contento all'aver additato dove fosse il 
nodo della proposta dilTicoltà, e come forse potesse 
andare disciolto, senza passare più oltre. 

Avendo a render conto del nuovo volgarizza- 
mento degl' inni ecclesiastici secondo 1' ordine del 
breviario romano, per la quale si conferma e s'ac- 
cresce la bella fama, che già possiede nell' italiana 
poesia, il eh. signor Giuseppe Gioacchino Belli , ci 
avverrà di dover fare appunto quel paragone che il 
Maffei voleva tentare. In questo caso però, e in al- 
tri ancora non pochi, si avrà a conchiudere diver- 
samente da quanto quel sommo valentuomo mo- 
strò, nelle parole riferite di sopra, d' aver per ca- 
rattere dell'ottima traduzione. 

Spesso per dare una adeguata idea del testo che 
si traduce, egli è giuoco forza di ricoi'rere a più 
larghezza di modi, a più dovizia di elocuzione , a 
maggior rapidità, o a maggior veemenza di parole. 
Artifizi tutti, senza de'quali s'avrebbe inanimato il 
ritratto , mentre si guarda a renderlo somiglian/e. 
G.A.T.CXTJIl. 18 



274 
Anzi s'avrebbe aneora dissimile. Molto ò dti consi- 
derare ancora l' indole della lingua e molto l'indole 
del componimento. Spesso nel latino, che adesso ci 
conviene solamente d'avere in mira, una voce, una 
frase sono tutta maestà , che non dicono nel vol- 
gare il medesimo, se d'alcun epiteto non s'accom- 
pagnino , se di qualche modo con industria non si 
sollevino e nobilitino. Chi usa tnli artifizi alla opportu- 
nità, e con discernimento, opera con magistero del- 
l'arte, e si mostra assai miglior traduttore di quello, 
che inleso a trasportare l'una nell'altra parola, non 
bada all' infelice risultamento che vien formato poi 
dall' insieme ; donde torna quella fedeltà sua infe- 
delissima e dall'originale lontana quanto più intende , 
di rimanere ad esso aderente. Mentre che l'altro con 
quel suo precedere più libero, così alto ti leva co- 
me l'autore suo ebbe forza levarsi ; così ti com- 
muove come quello intese commuoverti: e se aggiunge 
vivezza al colore, evidenza alla locuzione, chiarezza 
ai pensieri, così lo fa come quello scrittore, se usato 
avesse il nuovo idioma, credibile è che fatto lo a- 
vrebbe egli stesso. E questo pure è da aggiungere, 
che se spinto dall'argomento, che già tratta quasi suo 
proprio, accresce all'originale alcun tratto, ciò ese- 
guisce appunto come talvolta nelle composizioni di 
musica vien praticato: prendendo il motivo dal te- 
ma , poco uscendo da quello , e in quello sempre 
tornando. 

Dissi che a paragone di questo volgarizzamento 
del Belli avrei posto un altro volgarizzamento de- 1 
gì' inni medesimi. Comunque vi abbia più d' uno 
fatto sua prova, scelgo di preferenza la traduzione, 



275 

che ne compose Giuseppe Ferdinando Bilancini vi- 
terbese. Fu questa stampata qui in Roma (1726 pel 
Komarek in 12). e dedicata a Benedetto XIII, al 
quale dice esso Bilancini d' offerirla: Si perchè la 
composizione ebbe origine e progresso nelle antica- 
mere di Sua Beatitudine, essendosi servito del tempo 
della continua permanenza in esse per tenervi impie- 
gata la mente: e sì ancora, per lo compiacimento e 
stimolo dato e mostrato perchè l'operetta venisse pu— 
blicata colle stampe (*). Dalle quali cose viene ma- 
nifesto quanto alla premura di Benedetto XIII sia 
stato conforme il pensiero di Pio IX , felicemente 
regnante, il quale intento sempre a promuovere tutto 
ciò che riguarda il culto divino e il fervore della di- 
vozione de' fedeli, ha concesso che in fronte delli- 
bro si leggesse l'augusto suo nome, e ha giovato la 
pubblicazione dell' opera; e quando l'autore venne 
a tributarla al suo trono, si compiacque accompa- 
re le sue parole d'encomio col dono della medaglia 
in oro battuta nell'anno XI del suo glorioso pon- 
tificato. 



(') Di Giuseppe Ferdinaiulo Bilancini non m' è venuto fallo 
d' aver notizie, all' infuori di quelle che sono in questo suo li- 
bretto. Si confessa egli onoralo in eccesso dalla clemenza di Bene- 
detto Xlll, nelle anticamere del quale faceva continua permanenza 
per tributare quegli atti d'ossequio da' quali non poteva mai esser 
lontana la sua gratitudine-. DaUe quali parole sembra che s'abbia 
ad intendere, ch'ef;li non avesse ufficio di corte, che a ciò lo chia- 
masse Dalla pr(.fazioue si conosce ch'egli conobbe molto il cardi- 
nale Giuseppe Maria Tommasi , tanto illustre per dottrina e per 
santilày aflermàndo che non solamente n'ebbe impulso alla sua tra- 
duzione, ma fu da lui altresì per più anni e in/ino alia morte in 
[amiliari colloqui praticato e ossequialo. Per ultimo nel bi'evedel 
privilegio della stampa è detto dal poiitelic.e nobile viterbese 
e dottore d'ambe leggi. 



276 

Ma già è da venire al confronto promesso. Si 
sceglie a questo uno degl'inni, ch'essendo più fa- 
cilmente alla mente, renda soverchio il ristampare 
il testo latino : tale certamente è quello sul mi- 
stero eucaristico. 

Tradotto dal Bilancini, suona cosi : 

Spiega, o lingua, del glorioso 

Corpo il gran misterio, 

E del sangue prezioso. 

Prezzo e refrigerio, 

Ch'il re spinse generoso 

Ch'ha del mondo imperio. 
A noi dato, per noi nato 

Dall'intatta Vergine : 

E dop'esser con noi stato, 

Chiuder volle il termine, 

Al soggiorno, destinato 

Con mirabil ordine. 
Nella sua superna cena 

Siede con gli apostoli : 

Fatta qui la legge piena 

Co' legali pascoli, 

Dà se stesso alla duodena 

Turba de' discepoli. 
Carne ha il Verbo: e '1 pane vero 

In carne trasformasi : 

E di Cristo al grande impero 

Vino in sangue mutasi : 

Senza il senso, il cor sincero 
Sol per fede fermasi. 



277 

Quindi un tanto sacramento 

S'adora, e si venera : 

E l'antico insegnannento 

Dal nuovo si supera : 

Dia la fede il supplemento, 

Che'l senso desidera. 
Al gran Figlio e al Genitore 

Sian giubilo e laudi : 

Ognun, lor virtude e onore, 

Benedica e laudi : 

E d'entrambi il santo Amore 

Del pari collaudi. 

Certo qui fedeltà non manca, quando si trovano 
seguite a parola le voci del testo. Ben 1' onda vi 
manca, e l'aura, e certa nobil grandezza, che , in 
quella sua stessa latinità, accompagnano l'originale. 
Si vegga adesso come sia stato dal Belli fatto volgare. 

Canta, o lingua, il gran misterio 
Di quel corpo glorioso, 
Di quel sangue prezioso 
Che del mondo il re versò. 

Nato a noi' d'intatta vergine 

Al compir de' fissi tempi. 

Con parole e con esempi 

Cristo il mondo addottrinò. 
Al dì estremo nel cenacolo 
Spezzò il pane a' suoi fratelli, 
E nel pan, che porse a quelli, 
Volle pascerli di sé. 

Pane e vin per lui diventano 



278 
Vera carne e vero sangue : 
Se al prodigio il senso langue. 
Basta in noi la sola fé. 

Veneriamo adunque il massimo 

Sacramento a noi largito, 

E l'antico al nuovo rito 

Ceda in granzia e santità. 
Onoriam Teterna Triade 
Che, a lavar la colpa nostra, 
In quel corpo ci dimostra 
Tanto ardor di carità. 

Sarà giudice ciascuno della diversità, colla quale 
fu r inno trasportato nella nostra lingua dall' uno 
autore e dall'altro. Volle il primo, con modi ade- 
renti in tutto al latino, tradurlo in ciascuno de' versi; 
bastò all'altro, che le più sostairziali cose e le me- 
glio espresse fossero presentate nel suo volgarizza- 
mento: e quelle, che mal potevano, e solo con du- 
rissimi suoni, esser tratte nella nostra poesia (come 
la strofa ultima dell'inno) interamente lasciò da parte. 
Quanto a me, io biasimo l'esattezza quando al sog- 
getto toglie maestà, e in questo caso ancora stimo 
grande l'autorità d'Orazio dove consiglia : aversi a 
lasciare da banda quel che non si può, trattandolo, 
di chiarezza adornare. 

Ma già è da passare a nuovo paragone. E qui 
mi piace ripetere ancora il testo latino, perchè egli 
è in vero di tanta eleganza e soavità, da formare 
una delle più elette gemme del sacro Parnaso. Dico 
dell'inno de' ss. innocenti, ch'è tale : 



279 

Salvete, flores martyram, 
Quos lucis ipso in limine 
Christi insecutor sustulit, 
Ceu tuibo nascentes rosas. 
Vos prima Christi victima, 
Gl'ex immolatorum tener, 
Aram sub ipsam simplices 
Palma et coronis Indite, 
'esu, tibi sit gloria, 

Qui natus es de Virgine, 
Cum Patre et almo Spiritn, 
In sempiterna saccaia. 

stio il Bilancmi,. secondo che qui segue: 

Lodiamo i fior de' martiri, 
Che nel maltin de] vivere 
Erode svelse barbaro, 
Come le rose il turbine. 

Prime di Cristo vittime, 
Che semplicette e tenere 
Presso l'ara medesima 
Con le Jor palme scherzano. 

Gesù, ne sia a te gloria 
Che nato sei di Verdine, 
E al Padre, e all'almo Spirito 
Ne' sempiterni secoli. 

Ecco poi come furono tradotti dal Belli : 

Salyète, o fior de' martiri, 
Che al primo albor la vita 



Vedeste a voi rapita 

Del nato re del cielo 

Il reo pcrsecutor, 

Vi lacerò lo stelo 

E guasti al suol vi pose. 

Come nascenti rose 

Del turbine il furor. 
Prime di Cristo vittime, 
Ostie del divo agnello, 
Foste immolate a quello : 

E semplici e innocenti 

Sovra lo stesso aitar 

Vi rimirar le genti 

Fra i ferri del ladrone 

Le palme e le corone 

Ridendo brancicar. 
Al nato d'una Vergine 
Al re della vittoria, 
Sia sempiterna gloria : 

Sia gloria al Genitore 

Che in terra lo mandò, 

E gloria al primo Amore 

Per cui virtù il Messia 

Nel grembo di Maria 

Discese e s'incarnò. 

Abbiamo negli addotti due esempi il modo, col 
quale il Belli ha in diversi di questi inni condotto 
il suo volgarizzamento , ora con farne poesia piìi 
breve, ora con ampliarne il concetto- Sia qui ag- 
giunto ancora un saggio della traduzione, che tiene 
il metro e il numero dei versi deiroriginale, com'è 
nell'inno IV ; 



281 
Ecce iam noclis lenuaiur umbra eie. 

Già della notte si dirada il velo,. 

Già veggon gli astri rosseggiar l'aurora : 
Su, al re leviamo, c'ha suo trono in cielo, 
Prece canora ; 
Perchè dai servi del tiranno inferno 
Fughi ogni ambascia dell'error seguace, 
Dia lor salute, lor dia poi Teterno 

Premio di pace. 
Il Padre e il Figlio col lor santo Amore, 
Per cui fu l'alvo di Maria fecondo, 
Ci sian benigni, quanto han gloria e onore 
Per tutto il mondo. 

Stimiamo che per tali saggi e per tali confronti 
s'abbia manifesto il merito di questa egregia fatica 
del eh. traduttore. Il quale aveva già fatto cono- 
scere quanto valesse anche in questa difficile ma- 
niera di poetare, portando in terza rima le litanie 
della Beata Vergine, congiuntamente alle preghiere 
che le incominciano e le finiscono (Roma, Salviuc- 
ci 1853). Prova in vero ben ardua e con rara fe- 
licità eseguita, legando insieme le invocazioni suc- 
cessive di quella serie tanto piena di belle immagini 
e di begli atTetti , divisi però fra loro ciascuno, e 
come finiti in se. E questo con sì piano e facile 
modo, quanto è ne' versi seguenti. 

Lucidissimo specchio di giustizia. 
Sede di sapienza, in cui Tuoni pone 
La vera causa della sua letizia; 



282 

Vaso sfdi'itual d'elezione, 

Vaso d'onòie, a chi d'onoi' ti veste, 
Vaso insigne d'insigne devozione : 

Mistica rosa del giardin celeste, 

Torre eburnea di David per coloro, 
Che fuggon l'armi del nemico infeste: 

di Dio sacro albergo, o casa d'oro, 
Arca nova di pace e d'alleanza. 
Porla alla reggia del superno coro. 

Ben si scorge per queste cose tutte, e nel li- 
bro, che ci fu cagione a tenerne proposito, chia- 
ramente sì trova e conosce, quello, di che Francesco 
Spada meritamente, con sua lettera mandata a stampa 
(Roma, Salviucci 1856), lodò fra molti altri encomi 
l'amico suo Belli. Dico il pregio d'un intimo affetto 
e pensiero religioso , che dall'animo delI'A. venne 
trasfuso ne' suoi versi. E fu religiosa ed utile in- 
sieme la sua opera, rendendo così chiari e aperti 
alla intelligenza di ciascuno i concetti di questi inni. 
Lieve cosa è poi l'argomentare quanto l'impresa ma- 
lagevole debba essere stata ad eseguire , e quanto 
diffìcile quella facilità, che fa sembrare di sì libero e 
spontaneo andamento quello ch'è dall' A. tradotto. Gli 
eccellenti volgarizzatori nostri, e generalmente tutti 
che in loro linguaggio trassero le opere altrui, se- 
guendo una spontanea elezione, si. volsero a quegli 
scrittori, che più all'indole loro trovarono esser con- 
formi. E qui, pare a me, essere una delle princi- 
pali cagioni dell'ottima riuscita di que'layori, e di 
quella maniera sì propria dell'originale, da metter 
dubbio, se il primo dottato o il secondo meglio espri- 



283 
ma il pensiero. Anzi da rendere sicuri, che l'autore 
antico in quel nuovo idioma scrivendo, né altre pa- 
role usato avrebbe, né frasi, nò andamento di stile, 
che fossero diversi. Crebbe al Belli difficoltà l'avere 
a ricalcare le vestìgie di molti, piuttosto che seguire 
il sentiero da un solo percorso. Sicché col suo solo 
ingegno gli fu giuoco forza esprimere le fantasie e i 
modi d'ingegni diversi, e quando vincere la oscurità 
di certe locuzioni, quando la negletta maniera di certe 
altre rialzare. Gli bisognò ancora addoperare ora que- 
sto, ora quell'artifizio, per esprimere con eleganza de- 
gna del religioso concetto talune cose, che passavano 
assai facilmente sotto le forme d'una favella già 
morta; madie trasportate in altra vivente, avreb- 
bero fatto ben diversa comparsa. Industrie tutte , 
che si rimangono occulte a chi non consideri lo 
svantaggio grande eh' ebbe il traduttore, e guarda 
solo alla padronanza che seppe acquistarsi sul testo, 
rendendolo così piano e agevole, da far pensare ad 
ognuno, che avrebbe egli spiegato e scritto a quel 
modo. Se non che in quella persuasione medesima 
sta il massimo della lode , alla quale il traduttore 
possa aspirare, e che ha l'A. nostro conseguito. Ma 
perchè non sembri che la stima e l'affetto, che ci 
pregiamo avere per il sig. Belli , ne tragga solo 
all'encomio della sua opera, vogliamo avvertirlo qui 
d' una cosa , che già un conoscitore sommo della 
nostra lingua fece osservare ad un sommo nostro 
poeta ; ed é in proposito d' avere usato, nell'innor 
XCIX per santa Teresa, la voce colombella^ come 
diminutivo di colomba^ dal latino: 



284 
Haec est dies qua, candidae 
Instar columbae, caelitutn 
Ad sacra tempia spiritus 
Se transtulit Teresiae, 

volgarizzando. 

Questo è il giorno in cui, qual candida 
Colombella innamorata, 
Di Teresa al ciel chiamata 
La bell'anima volò. 

Ma che colombella renda altra immagine al pen- 
siero di quella che l'A, volle destarvi, eccolo detto 
già nell'incontro sopra accennato, secondo lo narrò 
il Dati (Prefazione generale alle prose fiorentine) , 
colle parole del quale mi è in grado di porre fine 
a questo articolo. 

« Mi sovviene ancora, che Gabriello Chiabrera, 
a cui il parnaso toscano dee la poesia pindarica e 
l'anacrentica, considerando le maniere tenute dalla 
nostra lingua per formare i suoi tanti e si diversi 
diminutivi, pensò che da colomba fosse benissimo 
derivato colombella : e per esprimere in una sua 
canzone in lode della Beatissima Vergine quel luogo 
della cantica: Qnam pulchra es, amica mea, quam 
pulchra es ! Oculi lui columbanim, ahsque eo qiiod 
intrinseciis laici: dolcemente cantò: 

Come sei bella, o del mio core amica, 
come amica del mio cor sei bella ! 
Gli occhi di colombella. 
Acciocché dell'interno altro io non dica. 



285 
Ma non s'accorse, se non dopo esserne avvertito 
daireruditissimo Gio. Batista Strozzi, che colombella 
propriamente era una specie di colomba salvatiea, 
e che in una poesia tanto elegante, e si nobile, fa- 
ceva un brutto sentire. » 

P. E. Vl-jCOiVTl. 



286 



La pellagra nei suoi rapporti medici e sociali. 

Studi del D^ Carlo Morelli. 8" Firenze pe'tipi 

alle Murate ÌS^ò. [Un voi di pag.21^). 

Ili divisa lalo opera in otto capitoli, previa la de- 
dica e la prefazione. Si parla nel primo dell'etimo- 
logìa, sinonimìa e sintomi della pellagra. Nel se- 
condo del temperamento, età , sesso, distinzione e 
divisioni del morbo medesimo. Nel terzo deli'etio- 
loe;ìa in generale e delle cause di tale infermità. 
Nel quarto dell' anatomìa patologica dell' anzidetta 
malattia, e degli studi chimici sui suoi prodotti mor- 
bosi. Nel quinto della sua terapeutica. Nel sesto 
delie opinioni patologiche, e della patologìa ad esso 
morbo relativa. Nel settimo della storia, della ori- 
gine, e della diffusione di detta malattia in Toscana 
ed altrove; Nell'ottavo infine delle congruenze spe- 
ciali e delle successioni ed effetti di sì infrenabile 
morbo: dei compensi profilattici e sociali per i me- 
desimi. 

Ove si volesse dare un'esatta idea di tutto ciò 
che con tanta sensatezza e profondità di sapere è 
slato scritto in questo libro dal suo dotto autore , 
converrebbe al certo impiegai'e il doppio di quello 
che da lui si scrisse. È un libro che onora la no- 
stra Italia per i sentimenti espressi a favore della 
languente umanità , ed il nostro secolo per i veri 
progressi dell'arte salutare. È un libro che si rac- 
comanda specialmente agli odierni pubblicisti , che 



287 
uniti ai medici debbono eoopenue a mandare in atto 
quanto dal dotto autore si propone, ed a quelli a 
cui la Provvidenza ha atìidato la salute dei popoli, 
onde allontanarli da un infortunio peggiore forse 
della morte stessa. Che se a tanti mali, che afflig- 
gono l'umana famiglia, si rendono inutili i soccorsi 
della scienza perchè al primo ordimento di essi prin- 
cipia la disorganizzazione delle parti dal morbo at- 
taccate, che è quanto dire la morte; l'arte peral- 
tro salutare può con profilattiche istituzioni tenerli 
lontani o farli per sempre scomparire fra gli elementi 
di distruzione. I sui»ii;erimeuti che dà il nostro chia- 
rissimo autore per raggiungere lo scopo prefissosi 
circa il nuovo micidial morbo, onde perderlo per 
sempre, come accadde della lebbra , ove siano da 
chi presieda alla pubblica incolumità mandati ad 
effetto, si potrebbe esser sicuri del piiì certo risul- 
tato. Lode sia resa al nostro illustre autore, che 
con la sagacia la piij profonda ha saputo trattare il 
suo argomento in modo da non lasciare altro a de- 
siderare. 

DtJTT. GlUÌCJORlO RlCCAUOI. 



288 



Odi di Achille Monti. 8" Firenze, tipografia 
Le Mounier 1856. (Un voi. di pag. 121). 

Xn questi mesi è stata Roma diremo quasi inon- 
data da un diluvio di poesie , stampate qui ed in 
Firenze, da far vergognare, salvo non molte eccezioni, 
chiunque ha sentimento di un poco di buon gusto 
e di dignità italiana. Sicché se la cosa andasse più 
oltre , certo avverrebbe quello che già ebbe a dire 
il Giordani nel proemio al Peplo del marchese di 
Montrone: nulla di più peregrino potersi omai re- 
care air Italia, che il suo proprio stile italiano. Né 
lo stile solo, ma sì le splendide e leggiadre forme 
deir italiana mente. E ciò non per altro che per 
viltà, checché ne mentiscano, di parer nati in altra 
regione che in questa patria : e per vaghezza stu- 
pida d'essere chiamati scimie, e di correr dietro a 
non so quali larve, che loro si mostrano melanco- 
niche ed irte, e spesso co' veleni e co' pugnali in 
mano, fra i popoli di là da' monti. Veramente nuo- 
vissima scuola per noi: la quale ci fa essere ad un 
tratto orridamente lutt'altri da quelli che la Prov- 
videnza ha voluto che siamo sotto così bel cielo. Nulla 
infatti hanno di più caro e nuovo i nostri poetu- 
coli d'oggidì, che di mostrarsi nelle loro cantilene 
sempre non solo mal contenti, ma sospirosi, lagri- 
mosi , anzi disperati di tutto : disperati delle cose 
domestiche, disperati delle passioni d'amore, dispe- 
rati de'fatti politici; disperati se ci si porgono pas- 



289 
seggianti in un giardino, dispeialì se dicono di tro- 
varsi a una festa, disperati in fine non meno se dor- 
mono e sognano, che se vegliano : insomma tali , 
ripetiamo, in tutti gli atti della loro vita. Sicché 
credereste proprio ad udirli , che la sera stessa o 
dovessero avvolgersi un laccio alla gola , o fossero 
per gittarsi capovolti in Tevere. Non temete però di 
nulla: anzi là vedeteli ai teatri, ai caffè, ad ogni ri- 
trovo spassarsi allegrissimi co'loro compagni, e ga- 
vazzare, e bere, e far bel tempo: ridendosi delle not- 
turne strigi, e de'gufi compagni , e delle solitarie 
lande, e de'cimiteri dove cantano essere la loro più 
grata dimora (già si sa) a lume di luna. Non è dun- 
que nell'animo loro questa nera melanconia e dispe- 
razione: come non fu mai cosa degl' italiani se non 
usciti d' intelletto o misantropi: ma è nelle dottrine 
della nuova scuola poetica. Bella scuola in vero, e 
da doverne avanzare la civiltà de' popoli, e il bene, 
la pace e la letizia delle famiglie e delle città ! 

Dal volgo di cotesti novelli imbrattacarte vuoisi 
però sceverare un giovane d' anni, ma di mente ma- 
turo. Achille Monti romano: il quale educato alla 
classica scuola, alla grande cioè e magnifica scuola, 
e solo in essa trovando italiano ogni ragione ed 
ogni delizia, mostrasi degno per nobile fantasia di 
quel sommo Vincenzo Monti, che gli fu prozio. Di 
che non sapremmo dire qual sia la nostra allegrez- 
za: essendoché speriamo che l'egregia prova ch'egli 
ha fatto e fa della sua immaginazione possa trarre 
altri giovani a rinsavire, e a tornare sulla via eter- 
namente vera e famosa de'padri, sia latini, sia ita- 
liani : le maggiori menti poetiche ( insieme con le 
G.A.T.CXLIH. 19 



290 

greche incomparabili) che siano sorte ad ingentilire 
l'umana generazione. Oltreché già egli stesso ci pro- 
mette in se, quando bene perseveri, una nuova glo- 
ria del nostro Parnaso. 

La musa del giovane Monti è generalmente grave 
e severa, sempre religiosa e casta: cioè lontana al 
tutto così dalle vote ciance, come dalle turpitudini, 
irreligiosità ed orridezze che oggi infamano tante 
carte. Sgrida egli il secolo colla voce del savio, non 
del temerario , in ciò che il secolo ha di merite- 
vole d'essere riprovato : ma non tace i beni , che 
non lievi pur sono in tanta luce di ragione e di 
civiltà. Propostosi principalmente a modelli del suo 
verseggiare Dante, il Parini, il Leopardi, e Vincenzo 
suo, talor dileggia e schernisce, talor folgora e tuona: 
ma sempre tu sei in questa Italia, ed italiano e il cielo 
sotto cui ti ritrovi anche in mezzo al sonare della 
procella, non fra i geli, i venti e le nebbie del set- 
tentrione. Aggiungasi che nostrali altresì, oltre ai 
concetti, sono la lingua e lo stile; tersa Y una e 
senz'affettazione, l'altro gentile e scevro dalle gon- 
fiezze e dalle ridicole e sformale metafore, che danno 
in questi tempi così gran segno dell'ebrità roman- 
tica. 

Venti sono queste odi, e cantano (oltre alla proe- 
miale) il Vero, la Gloria, la Viriù, la Nolte, la Pa- 
tria, il Lusso, la Solitudine, la Felicità, le Arti, la 
Vita campestre, la Speranza, la Poesia, la Lingua, 
la Pace, la Sapienza, il Passeggio, il Teatro, VEdu- 
cazione, la Lode, il Silenzio. Chi ne desiderasse un 
saggio, abbialo nel seguente. 



291 
LE ARTI. 



In questa sacra e generosa terra, 

Cui fu cortese il ciel d'eterna gloria, 
Ogni gleba, ogni sasso in grembo serra 
Degna memoria. 
Qui lo stranier maravigliato affisa 
Gli anfiteatri, le colonne, i templi, 
E sculto in essi lo splendor ravvisa 
De'prischi esempli. 
Invan ne irride, e con beffardo ghigno 
Dice cadute le virtù degli avi; 
Invan ne chiama, insultator maligno, 
Codardi e pravi. 
Grandi siam sempre: Timmortal favilla 
In noi spenta non è; di nube oscura 
Fortuna indarno la copria; scintilla 
Nella sventura. 
Qui dell'arti il gentile, il grande, il bello 
Fin dall'età remote han posto il nido: 
Con la cetra, co'marmi e col pennello 
Levammo il grido. 
Ma chi, dolce mia terra, oh ! chi ti spoglia 
E le dovizie antiche a noi contende ? 
Chi tuo retaggio per ingorda voglia 
Disperde e vende ? 
Tanto può nostra cupidigia ? I petti 
Più non stringe l'amor del natio loco ? 
Già langue in noi de'più soavi affetti 
Il santo foco ? 



292 
Cij^olan cani, e sul ceruleo piano 
Spiegan agile il volo estranie prue... 
Italia, e che ? Cedi a nemica mano 
Le glorie lue ? 
Dunque i sacri tuoi pegni a te rapiti 
Saran per sempre, e dell'indegne prede 
Superbo andrà ne' più lontani lidi 
Barbaro erede ? 
Dunque, patria infelice, or più non prezzi 
Le tue memorie? Oh vitupero! Oh scorno! 
Eppur tuoi figli a tanta ignavia avvezzi 
Non furo un giorno ! 
Giugneano a te da le suggette prode 
Del felice oriente ampi tesori: 
Non pur fecondi di guerriera lode 
T'eran gli allori. 
Deposto il brando, in te dell'arti in regno 
Surse, e del nome l'universo empisti; 
Mille prodigi dell'ausonio ingegno 
In te fur visti. 
A te correan come a maestra e donna 
I popoli devoti, e salutata 
Del ballo eri e del ver salda colonna, 
Madre beata. 
Tornò la gloria in onta; e tu, smarrita 
Del corso tuo, segui ingannevol lume: 
Risorgi, al mondo le tue leggi addita, 
E 'I tuo costume. 
Ma tu, folle, non m'odi; a ben fiillace 
La mano, usata alle vittorie, stendi ? 
Via, se ricchezza più che onor ti piace, 
Te stessa vendi ! 



293 
LA POESIA. 

Se nobile disdegno 

Te non rattien, se schiva 

Non sei d'un plettro indegno, 

Spirami l'aura tua che l'estro avviva, 

Fa che la voce mia 

Alto di te favelli, o Poesia. 
So che scacciata in bando 

Dal tuo diletto nido, 

Spettacol miserando, 

Erri deserta per l'ausonio lido; 

Ma non però men bella 

Splende sul capo tuo l'antica stella. 
Il tuo manto regale 

Lacero in ver si mostra; 

Ma non ti tarpa l'ale. 

Te non fa schiva la vergogna nostra ; 

Nelle tue luci meste 

Si pare ancor l'origine celeste. 
Nata con l'uomo, accesa 

Ne' cantici divini, 

La fiamma tua sorpresa 

Non fu da nebbia, e non trovò confini ; 

Sol per l'acheo terreno 

Folgoreggiava di maggior baleno. 
Poi fra quest'aure molli 

Apristi '1 dolce riso, 

E su i latini colli 

Si mostrò più leggiadro il tuo bel viso, 

Quando nell'idioma 

Sonasti, dea, della vitlrice Roma. 



294 

Al fin del sì gentile 

Vaga la lingua nacque : 

Tu non l'avesti a vile, 

Anzi cotanto sua beltà ti piacque, 

Che desti '1 primo vanto 

DeirAlighieri e del Petrarca al canto. 
Allor maestra e donna 

Surse l'itala terra, 

Ch'or neghittosa assonna, 

sconoscente le sue glorie atterra; 

E 'n tanto onor levossi, 

Che il mondo innanzi a lei muto inchinossi. 
S'udia per piagge amene 

Il canto de' pastori, 

E le rustiche avene 

Colsero guiderdon di mirti e allori; 

Rideva il mar vicino 

Delle sirene al modular divino. 
Altri l'epica tromba 

Sonò degna d'eroi, 

Così che ancor rimbomba 

Fatto immortale il nome suo fra noi, 

E, di Torquato altero, 

L'italo suolo non invidia Omero. 
Ma come della valle 

Vapor sorge repente, 

E su le apriche spalle 

Posa de' verdi poggi un verno algente, 

Così del fango sorta 

Boreal nebbia nostre glorie ammorta. 
Non più di lauri e rose 

Ti fai corona al crine, 



295 

Ma un serto ti compose 

L'età novella d'irti bronchi e spine; 

Sotto limpido cielo 

Ti fanno ingombro orride nubi e gelo. 
Ma non temer : celata 

Sotto barbara vesta 

Sarai per poco ; ornata 

Di tua bellezza levarai la testa : 

Vero valor non cade, 

E tue son pur quest'itale contrade. 
Deh ! non fuggirti, o dea. 

Da queste vaghe sponde : 

Di tua dolcezza bea 

Qualche gentil ch'ai tuo chiamar risponde: 

Sorridi a chi t'onora, 

E del nuovo trionfo aspetta l'ora. 

L'EDUCAZIONE. 

Invan sorride, invano 

Largo il cielo a' mortali: ove non giunga 
Saggia e pietosa mano 
Che tempri i caldi affetti, i tardi punga, 
Inutile è il suo dono, e tosto in seno 
La cara pianta di virtù vien meno. 
^Oimè ! del senno antico 

Miro negletti i fonti, e l'età nuova 
Non mostra il volto amico 
All'esempio degli avi ! Or sol ne giova 
Stolti seguir quel che in estrania riva 
Nasce, e aspettato a' nostri lidi arrìva f 

Del latino idioma. 
Grato a non guaste orecchie, or più non s'ode 



296 

Il maschio suon; di Roma, 

D'Atene è spenta la gentil melode ; 

L'itala poesia già mozzo ha il crine, 

E si veste di fogge pellegrine. 
Nell'aule de' potenti, 

Che in braccio a faticoso ozio mai sempre 

Traggono i dì, non senti 

Un italico detto : in aspre tempre 

Suonan barbare lingue, ed obliata 

De' padri è la favella intemerata. 
Del ver la voce santa 

Rado là dentro ascolti, e di sue fole 

Vago mastro l'ammanta. 

Leve testor di galliche parole; 

Onde Sofìa, non più reina, tresca 

In corta gonna quasi vii fantesca. 
Di perigliosi balli 

Ivi l'arte s'impara, e guidar cocchi, 

Ed infrenar cavalli, 

E atteggiar la persona, e volger gli occhia 

E fingere il pudor là dove è morto, 

E scaltro riso e favellare accorto. 
prischi itali petti, 

romane incorrotte alme sdegnose, 

Sacri felici tetti. 

Culla a forti guerrieri, a fide spose, 

Ove ne andaste ? Perchè a' rei nipoti 

Son di gloria, d'onore, i nomi ignoti ? 
Il cittadin ch'estolle 

Ai grandi il guardo, e a se di lor fa speglio, 

Apprende il viver molle, 

A! peggio inchina e chiude gli occhi al meglio; 



297 

II fasto inerte, il viver empio imita» 

E improvido alla colpa i figli invita. 
Quindi ogni legge vana, 

Smodate voglie, ambizion crudele : 

Quindi la plebe insana. 

Ch'empie tutto di furti e di querele ; 

Quindi i patti disciolti, 

Le man sanguigne, impalliditi i volti. 
patria mia, d'armati 

Scese dall'Alpe un dì torbido fiume, 

Che i tuoi campi beati 

Devastò, spense il mite aureo costume ', 

Ma pur ti rimanean ne la sventura 

Intelletto non servo e lingua pura. 
Or più malvagia peste, 

sciagurata, le tue terre inonda ; 

Furia in sembianze oneste 

Archi non tende, non brandisce spade. 

Ma dolcemente di venen t'infetta.... 

E tu, cieca, non sorgi alla vendetta ? 
Padre del ciel, deh purga 

Dalla lue maledetta il mio bel nido ; 

Fa che Italia risurga 

In sua grandezza; a me rafforza il grido. 

Sì ch'io svegli costei che neghittosa 

11 capo stanco su le coltri posa ! 



298 



Lettere inedite del marchese Luigi Biondi 
e di monsig. Pellegrino Fariui. 



AL CHIARISSIMO CAVALIERE 

SALVATORE BETTI 

Prof, e Segretario perpetuo dell'accademia 
di S. Luca. 



liei volume 85 di questo giornale apparve già un 
Saggio di lettere famigliari del march. Luigi Biondi, 
che si ebbe le più liete accoglienze dal pubblico , 
che le trovò pulite assai e di elegante naturalezza. 
Per questo appunto, e per l'amicizia che vi strinse 
a quel valentuomo , essendomi venute a mano al- 
quante lettere di esso non più stampate, ho voluto 
indirizzarle a voi , sicuro di non dispiacervi : e le 
ho congiunte ad alcune altre comprese in vari li- 
bri , ma non contenute né nel Saggio che ne die 
l'Arcadico, nò in un manipolo che ne pubblicò il 
dott. Enrico Castreca Brunetti (I). 

E perchè questa sarebbe piccola messe, sarete 
contento la faccia seguire da poche lettere di mons. 
Pellegrino Farini che sfuggirono nella raccolta che 
io ne feci in Bologna nel 1851 (2); raccolta , che 



(1) Lettere inedite d' illustri italiani. Roma, tip. Gismondi 1846. 

(2) Lettere di monsig. Pellegrino Farini. Bologna , Società ti- 
pografica 1851. É preceduta da un eloquente elogio del prof. G. 
I. Montanari, e dalle notizie di monsig. Farini scritte da me , e 
seguite dall'elenco delle sue opere. 



299 

senza neppur nominaini venne riprodotta in Bolo- 
gna stessa non guari dopo (1). 

La benevolenza che mi portate, e la rinomanza 
degli autori di questi scritti, che furono degli amici 
vostri i più cari, mi rende ceito che vorrete fare 
buon viso alla mia offerta , e continuare a farmi 
parte delle vostre grazie: di che pregandovi stret- 
tamente, mi vi professo 

Devmo e affmo ser. ed amico 
G. F. Rambelli- 
Persiceto 13 settembre 1856. 



Al prof. GAETANO LENzi. Bologna. 

Roma 2 aprile 1839. 

Ebbi, sebbene in ritardo, il prospetto dell'opera 
che ella intende a publicare, unitamente alla let- 
tera sua cortesissima. A me piace la distribuzione 
de'capitoli onde l'opera sarà formata: ma vorrei che 
grande cura fosse posta nella eletta degli autori, dai 
quali saranno tolti tutti gli esempi del bello scri- 
vere: imperocché nell'elenco di lei mancano i nomi 
di taluni, che non dovevano essere dimenticati, men- 
tre se ne ha qualcuno (non parlo della dottrina) che 
non può darsi a modello di purezza di stile. E guai 
se ai giovani si dessero scorte poco sicure ! Doni 
alla mia schiettezza la hbertà con cui le parlo , e 
mi abbia per suo ec. 

Luigi Biondi. 



(1) Lettere di monsig. Farini, precedute ec. Bologna, tipogr. 
Sassi 1883. 



m) 



ALLO STESSO. 

Roma 20 aprile 1839. 

Le mie molle faccende non mi concedono di 
darle un' esatta notizia degli scrittori italiani da non 
essere tralasciati nell'opera da lei immaginata. Parlo 
dei defunti, perchè sui viventi non darei mai giu- 
dizio. Le dirò solo in poche parole , che special- 
mente si affidi ai trecentisti. Tra i primi non può 
essere dimenticato l'Alighieri che ha squarci d'elo- 
quenza grandiosa, né il Passavanti che nella parte 
narrativa è maraviglioso, né tanti e tanti altri: tra 
gli altri scelga fra le lettere dei XIX autori stam- 
pate nel 500, e schivi quelli che hanno fraseggiare 
contorto : vizio di molti in quel secolo. Non mi 
dilungo, perché il tempo mi manca. Mi creda con 
particolare stima suo ec. 

L. Biondi. 

ALLO STESSO. 

Roma 11 maggio 1839. 

La ringrazio della gentile offerta dei primi vo- 
lumi della sua collezione. Ma già io aveva procu- 
rato di averli, e ne farò lettura alla campagna, dove 
andrò a soggiornare primachè si termini questo mese. 
Mi comandi ella in qualche cosa, e tribuisca la bre- 
vità e la fretta dello scrivere alle moltissime bri- 
ghe onde sono circondato. Mi abbia non pertanto 
per suo ec. L. Biondi. 

Veggo di avere scritto in mezzo foglio, e le ne 
faccio scusa. 



301 

ALLO STESSO. 

Ruffinella 29 luglio 1839. 

Sono da più d'un mese in questa villa, ove non ho 
ricevuto notizia alcuna della sua collezione. Forse i 
primi volumi saranno in Roma: ma ninno finora me 
ne ha dato cenno. Cercherò nondimeno di averne 
contezza. Intanto ringaziando V. S. della premura 
che ha degnato di prendere a mio riguardo , ho il 
bene di rassegnarmi con sincera stima suo ec. 

L. Biondi. 

AL CONTE GIOVANNI MARCHETTI. Bologna. 

Roma 23 dicemb, 1827. 

Temo non forse la S. V. chiarissima mi abbia 
tenuto per iscortese da che sì lungo tempo ho in- 
dugiato a renderle grazie dell'avermi stimato degno 
di quelle sue belle prose, e di quelle sue care poe- 
sie, le quali hanno un suono dolcissimo petrarche- 
sco, che piace all'orecchio, e si fa sentire nell'ani- 
ma. Ora adunque le dirò, che quando mi giunse il 
dono, io era in letto con febbre: e più le dico che 
que' suoi versi e quelle sue prose hanno giovato la 
mia convalescenza: perocché ne'giorni che sono tra 
la infermità e la guarigione , può chiamarsi fortu- 
nato chi fra le molte cose, che gli danno noia, una 
ne trova, quasi giunta improvvisa che lo diletta. Ed 
io diletto grandissimo ho trovato nella lettura delle 
sue opere, che tengono dell'oro antico. Veramente 
Bologna è privilegiata dal cielo. Costi la via del 



302 
bello non e smarrita, nìercè della voce e doiresein- 
pio di quel grande ingegno che è il Costa, e di co- 
loro che gli sì sono fotti compagni. Saluti di gra- 
zia in mio nome i comuni amici, e mi tenga per 
suo ec. 

Biondi. 

ALI.O STESSO. 

Roma 1 aprile 1834. 

Ringrazio la S. V. eh. del sollievo che ha vo- 
luto dare all'animo mio indirizzandomi il bellissi- 
mo volgarizzamento della lettera e versi di Fran- 
cesco Petrarca e Filippo vescovo di Sabina e car- 
dinale. Dico sollievo: perchè piovendo tutto giorno 
sul mio scrittoio noiosa copia di romanzi e di versi 
spogliati d'ogni leggiadro ornamento , non poteva 
non ricrearmi questo scritto di lei, che tutto risplen- 
de nell'oro de'buoni antichi. Nò io saprei che cosa 
dovessi pili commendare, se la prosa , od i versi : 
perchè sì l'una e sì gli altri hanno eloquenza senza 
pedanteria, e ben si convengono a quel grande che 
ne fu autore nella latina favella. Adunque io prego 
lei, che voglia presentarmi de'suoi lavori. Nella pre- 
sente deturpazione d'ogni bellezza i pochi immaco- 
lati debbono venire in campo ed opporsi ai detur- 
patori. E desidero che questo stesso sia pur detto 
al mio carissimo Costa, il quale non dee lasciare 
inoperose le sue forze, che veracemente dir si pos- 
sono erculee. Me lo saluti e mi ami. 

Biondi. 



303 

all'avv. luigi fornacuri. Lucca. 

Roma 2 luglio 1839. 

Oh quante e quanto grandi sono le grazie che 
vi debbo riferire , mio ottimo e caro amico ! Voi 
mi avete fatto avere la conoscenza della duchessa 
Melzi, e del fratello di lei, persone di tanta ama- 
bilità e coltura d' ingegno che si darebbe fatica a 
trovare chi lor somigli. Voi vi siete compiaciuto 
di scrivere quel beli' articolo sul mio Tibullo, pel 
quale io mi esalto in me stesso, e ne verrei in su- 
perbia , se non sapessi quanta è grande la vostra 
amicizia, da cui le mie piccole cose hanno avuto 
ingrandimento. Voi vi proponete di favellare del 
mio Dame in Ravenna, che appunto ha bisogno del 
vostro aiuto e della vostra autorità ora che il secolo 
par disposto a corruzione e a rovina, e non piacciono 
che le scritture che io appellerei mostruose, lascian- 
do che altri le appellino romantiche, o nordiche, o 
angle, o alemanne. Abbiatevi dunque, caro amico, 
i miei ringraziamenti per tante vostre amorevolez- 
ze, e siate certo che io sono e sarò sempre tutto 
vostro L. Biondi. 

AL PROF. GAETANO LENZl. BologUa. 

Bologna 21 dicembre 18i4. 

La ringrazio degli auguri di felicità che ha pur 
voluto farmi nell'avvicinarsi delle s. feste natalizie. 
IVIi sono carissimi, perchè so che vengono dal cuore. 



304 
Di tutto CUOIO io pure auguro a lei ogni bene de- 
siderabile, e prego Iddio che ascolti i miei voti. 
Ella li aggradisca , e mi creda sempre quale con 
piena stima e con tutta Taffezione mi dico ec. 

D. Pellegrino Farini. 

ALLO STESSO. 

Russi li I-i febbraro 1845. 

Pili volte ho scritto a' miei amici di Ravenna 
pe avere una qualche difesa forense dell'avv- Maz- 
zolani: so che que'miei amici sono stati diligenti a 
cercarne , ma non ne hanno potuto avere alcuna. 
Rinnoverò di qua ad essi le preghiere , acciocché 
essi ne rinnovino le ricerche ; ma temo che sarà 
difficile poterne avere, perchè non so, se e quante 
ne siano state pubblicate colle stampe. Per parte mia 
abbia per certo quello che le prometto: giacché sa- 
rebbe per me cosa grata il poterle mostrare quanto 
ella mi ha obbligato, e mi obbliga colle sue gen- 
tilezze , e com' è grande la stima con la quale mi 
professo ec. P. Farini. 

ALLO STESSO. 

Bologna 1 del 1845. 

In questi giorni il mio amico di Ravenna mi 
ha risposto che ancora non è riescito ad avere al- 
cuna delle difese criminali fatte dal sig. avv. Maz- 
zolani, e che seguiterà nelle ricerche. Io nel rispon- 
dergli lo pregherò, che lo faccia con ogni premu- 
ra. Ed io stesso, se fra non molto mi troverò, come 



305 

credo, per qualche giorno in Ravenna, gliene rinno-- 
vero caldamente le preghiere. La ringrazio degli 
auguri d'ogni felicità: ed io pure di tutto cuore au- 
guro a lei, che quest'anno le porti ogni maniera di 
felicità , e che sia così tutta la vita sua, che lun- 
ghissima le desidero. Con singolare stima mi pro- 
fesso ec. P. Farini. 

A GIANFRANCESCO RAMBELLl. Persiccto. 

Bagnacavallo 23 gennaio 1839. 

Mi dispiace fuor di modo, che ne a lei, ne al 
sig. Pederzini siano ancora pervenuti gli esemplari 
del primo volumetto del mio Compendio. È più d'un 
mese, che ne raccomandai al Melandri V involto a 
lei diretto. Due settimane dopo, avendo saputo dal 
Melandri, che di mandarglielo da Lugo direttamente 
non vi era modo , Io pregai che lo mandasse al 
prof. .Camillo Minarelli a Bologna: e io scrissi al Mi- 
narelli, che trovasse modo di mandarlo a lei. Non 
dubitando che a Bologna non vi sia ogni giorno 
occasione per costà , aveva per certo , che già le 
fosse stato portato : nò piiì ci ho posto pensiero. 
Ora che dalla sua carissima vedo, che insino al dì 15 
non lo aveva ricevuto, scriverò prima al Melandri, 
poi al Minarelli: ed ella voglia farne ricerca al Mi- 
narelli, se per sorte l'avesse ricevuto. Quando poi 
sarà venuto alle sue mani, voglia ella scrivermelo 
per togliermi di pena. Quando rivedrà il sig. capi- 
tano Pederzini, gli faccia di tutto cuore i miei con- 
venevoli : e di tutto cuore e con tutta la stima a 
lei mi professo ec. P. Farini. 

G.A.T.CXLIII. 20 



306 

ALLO STESSO. 

Bagnacavallo 10 marzo 1839. 

Finnlnienle sono giunti alle sue mani gli esem- 
plari del primo volumetto del mio Compendio ec., 
dopo due buoni mesi che io glieli aveva inviati; ne 
sia ringraziato Iddio. Mandi pure al sig. Pederzini 
quegli esemplari che le domanda, ed io ne manderò 
a lei quanti altri se ne vorranno, e il mezzo sarà 
spedito. Al medesimo sig. Pederzini, che mi ha ri- 
chiesto del modo di mandarmi i danari, ho rispo- 
sto che li mandi e lei: e quando avrà danari per 
me , me li mandi per la posta. Le sono grato e 
tenuto di quanto ella ha fatto e fa in bene di que- 
sta mia scritturetta , e con affezionatissimo cuore 
mi professo ec. 

Le raccomando l'inclusa. 

P. Farini. 

ALLO STESSO. 

Bagnacavallo 28 novembre 1839. 

Oggi invio al sig. prof. Camillo Minarelli in Bo- 
logna un involto a lei diretto , il quale contiene 
quattro esemplari dei due primi volumetti del nìio 
Compendio di storia romana, chiestimi del sig. For- 
tunato Cavazzoni Pederzini di Modena. Sono certo 
che il sig. prof. Minarelli li manderà a lei ; ed io 
prego lei che voglia mandarli al sig. Cavazzoni, e 
mi tengo per certo di questo favore. Poteva il terzo 
volumetto essere già uscito, se il Melandri non fosse 



307 
andato tanto lento nella stampa : non lasceiò di 
pungerlo , acciò che possa uscire in dicembre. Mi 
conservi la sua affezione, a aggradisca che di tutto 
cuore me le offera, e pieno di gratitudine e di stima 
mi professi ec. 

P. Farini. 

ALLO STESSO. 

Bagnacavallo 19 ottobre 1840. 

Mio pregiatissimo sig. professore. Ebbi ieri dal 
sig. Bazzoni colla carissima sua se. 5, 25 prezzo 
del terzo volume della mia Storia rontiana, e assais- 
simo ne la ringrazio. La stampa dell'ultimo va lenta: 
vorrei non ostante che uscisse in novembre. Io ho 
moltissime obbligazioni con lei ; e vorrei che ella 
non lo dimenticasse, e che qualche volta mi desse 
modo di farle conoscere : che non potrò mai per- 
derne la memoria, ne la gratitudine. In questi giorni 
avrò occasione di scrivere al sig. Pederzini ; non 
ostante scrìvendogli ella, o vedendolo, gli porga gli 
affezionati miei convenevoli: ed ella mi creda quale 
con tutta la stima e con tutto il cuore mi dico ec. 

P. Farini. 

A LORENZO BASSI- 

Bagnacavallo 31 marzo 1838. 

Il fattore di questo orfanatrofio mi ha chiesto 
i frutti scaduti in favore del pio luogo; ed io l'av- 
viso della richiesta. Forse fra non molto sarò costì a 
parlarne con lei. Sono sempre con lealtà di cuore ec. 

P. Farini. 



308 

AL CAV. AVV. L, C. FERRUCCI. LugO. 

Ravenna 28 aprile 1835. 

Amico pregiatissimo. Eccovi schietto e leale il 
mio parere sopra la vostra seconda Cantica, senza 
però presumere di non ingannarmi. Mi pare che 
siate poeta di vena; e che Io mostriate specialmente 
quando trattate di cose morali e politiche; sebbene 
in nessun luogo io abbia veduto segno di povertà 
o di stento, ma invece sempre dovizia. Anche gli 
affetti mi paiono da voi commossi in tutte le guise, 
e le descrizioni sempre felici. Non vorrei però che 
delle particolarità in ogni genere di sapere ne fos- 
sero troppe: e quindi per questa parte non sareste da 
lodare, perchè sempre il belio torna in fastidio, e per- 
chè parrebbe una pompa che vorreste fare di voi, 
ponendo per pretesto quello che dovrebb'esser fine, 
e avendo per fine quello che non dovrebbe essere 
se non se un aiuto a conseguirlo. Bisognerebbe per- 
tanto che voi riformaste qua e colà le cose che spet- 
tano alle similitudini e all'immaginazione, disponendo 
il tutto con sobrietà. Se questo mio giudizio vi par 
vero, fatevi animo e riformate dove bisogna; affin- 
chè le molte e molte commendevolissime cose del 
vostro Memoriale non abbiano a perder bellezza , 
lode, e frutto. Se poi il mio giudizio è falso, la- 
sciate stare : ed io sono contentissimo di avervelo 
significato lealmente. E con tutto il cuore mi vi dico 
affezionatissimo 

P. Farini. 



309 

ALLO STESSO. 

Bagnaca vallo 19 novembre 1840. 

Mio pregiatissimo e carissimo signore. Ecco le 
mie osservazioni sopra l'ultima parte del suo Me- 
moriale. Non ho esposta la cagione, se non di po- 
chissime, credendo che basti il metterle sotto certi 
titoli: con che, se vi ha quella ragione che è parso 
a me, ella la vedrà certamente; e se non la vede, 
è segno certo che non vi ha. Per conclusione di 
tutto però la prego ad aver per niente il mio giu- 
dizio, bensì per grande la mia volontà in ogni cosa 
che sia di suo piacere: il che proviene dalla vera 
afifazione che le porto, e dalla stima grandissima che 
ho concepito del suo insigne lavoro. 

P. Farini. 

AL CO. COMMEND. GfO. MARCHETTI. BologUa. 

Ieri solamente ebbi qui la sua pregiatissima , 
sebbene quasi ogni giorno vi sia chi da Padova mi 
porta le lettere che vi giungono per me. Ho voluto 
dirle questo per non avere dinanzi alla S. V. P. la 
colpa di negligente a risponderle. Insino ad ora non 
ho ricevuta la sua traduzione della Dies irae , la 
quale, perchè sua, sono certo che sarà bellissima, 
e perciò l'aspetto con desidero, e intanto le ne rendo 
somme grazie. Grazie le rendo egualmente dell'ac- 
coglienza che ha fatto a' miei discorsi, ai difetti na- 
tivi dei quali, altri né piccoli, né pochi, ne ha ag- 
giunto lo stampatore. Mi offero di cuor vero alla 
S. V. P. per quanto è nella tenue facoltà mia, e le 
rassegno la piena mia stima P. Farini. 



310 



Ispezione scienlifica e tecnica sull'acquidoUo da cos- 
truirsi nella città di Sezze, di Romolo Burri, archi- 
tetto ingegnere romano. 



NOZIONI PRELIMINARI 

Nihil esse praeter aeris puritatem pertinem ad 
sanitalem, quam aquarum salubritatem. 
Rhasìs lib. 1. de Reg. Pria. e. 2. 



L 



1. Lj ncqiiii è un composto d'ossigeno e d'idro- 
geno ; non mai però in natiii'a si trova in questo 
stato di purezza. Essa può consideraisi come lunga 
soluzione d'una infinità di sali, di sostanze orga- 
niche, commista ad una certa quantità di aria atmo- 
sferica. Questi elementi talora rendono l'acqua piti 
o meno salubre. Essa è il pii!i importante per l'uomo 
.fra tutti i liquidi, è la sua piiì naturale bevanda, 
che unendosi agli elementi ne facilita la divisione , 
e contribuisce alla formazione del chimo e del chilo, 
non meno che allo sviluppo delle diverse parti del 
corpo. È di più mezzo, in cui solo può vivere una 
immensa classe di animali, onde la terra e l'atmo- 
sfera si popolano. L' acqua è adunque un agente 
necessario per manterfere l'economia animale nello 
stato naturale e sano, e non è meno propria a ris- 
tabilirla allorché è alterata dalle malattie. È appunto 
in vista degli importanti servigi che l'acqua presta 
all'uomo, che gl'indiani rendono onori divini al Gange, 
ed i greci e romani onoravano in ogni fiume ed in 



311 

ogni sorgente una qualche divinità particolare. Ma 
quanto l'acqua pura contribuisce al ben essere della 
vita, altrettanto è nociva, e diviene causa di malat- 
tie, allorché racchiude sostanze non salubri. Ippo- 
cratc e tanti altri sommi dell' arte salutare nota- 
rono una lunga serie di malattie che derivano dal- 
l'uso dell'acque insalubri. 

2. In vista pertanto delle prefate generali rifles- 
sioni , più volte nella città di Sezze furono fatti 
tentativi per costruire la linea di condotta dell'ac- 
qua S. Angelo, che sorge al nord di quella città 
presso la vetta del burrone della medesima deno- 
minazione. Sfortunatamente per diversi accidenti non 
ebbe effetto , e la città restò sempre difettosa di 
una quantità d' acqua potabile per la sua popola- 
zione di circa 8000 abitanti, i quali sono costretti 
a comperare l'acqua viziata e malsana delle cis- 
terne de'privati cittadini , e ad incontrarne i tristi 
effetti che ne derivano all'economia della loro salute. 
A soddisfare finalmente il voto della popolazione , 
e togliere un elemento ai miserabili malori , che 
tanto imperversano contro il ben essere della vita 
de' cittadini affiettandone la morte , il vescovo di 
Sezze monsignor Bedini, non che V attuale gonfa- 
loniere signor conte Cerroni, iniziarono l'operazione 
della costruzione della linea di condotta dell'indi- 
cata acqua: e la munificenza del regnante Sommo 
Pontefice PIO IX ha disposto, che dalla cassa del 
ricco patrimonio De-Magistris sia tolta 1' ingente 
somma di scudi 26000, onde erogarla a total bene- 
ficio della città per la costruzione del tanto desi- 
derato e troppo necessario acquidotto, per provve- 
dere d'acqua potabile la popolazione. 



312 

3. Il signor Cerroni inoltre ci invitava in Sozze 
a prendere le generali nozioni dell' operazione, per 
quindi esibire un progetto, o sia una ragionata pro- 
posta, che suol premettersi in imprese d'importanza, 
prima di venire a tutti gli studi del piano d'esecu- 
zione , e a compiere mentalmente il disegno dell' 
opera. Nel prefato progetto esibito al gonfaloniere 
furono sviluppate diverse ipotesi , risguardanti la 
maniera di eseguire l'operazione : esse son dirette 
a dimostiare la corrispondenza dell'opera che si pro- 
pone con lo scopo desideralo : non che ravvisare 
per mezzo d' opportuni calcoli comparativi il van- 
taggio economico risultante dal prescegliere una 
piuttosto che un'altra di quelle ipotesi. Questi pre- 
liminari studi fecero concepire le più liete spe- 
ranze, e promettono un felice e glorioso risultato^ 
sia nella parte tecnica, sia in quella economica. 

4. Alle mosse d'incominciare le operazioni geo- 
detiche per il piano di esecuzione, le felici e liete 
speranze della città si cambiarono in una generale 
e dolorosa sfiducia per la riuscita dell' operazione. 
Alcuni ingegneri nel passato aprile si condussero in 
Sezze a prendere appunti estimativi di agronomia, 
onde operare per cose di governo. Richiesti della 
opinion loro in rapporto alla costruzione della pre- 
fata linea di condotta dell'acqua s. Angelo, rispo- 
sero come cosa ineseguibile, sia nella parte tecnica 
per le difficoltà insormontabili che s'incontrerebbero 
per fare ascendere quell' acque sino alla vetta del 
monte di Sezze ove è la città; sia ancora nella parte 
economica per l'ingente spesa forse di scudi 100000. 
L'operazione fu rigettata qual chimera, a discapito 



313 

del ben essere della vita della popolazione di Sezze, 
e senz'effetto delle benefiche cure del sommo pon- 
tefice a vantaggio della città. 

5. Quali adunque non sarebbero state le oppo- 
sizioni se si fosse progettata un' operazione rivale 
alle tante che onorano la nostra età? L'architetto 
aiutato dalle scienze diviene un enorme colosso, la 
cui testa audace e superba si estolle , e va a leg- 
gere nei cieli; le cui mani giungono a scandagliare 
la profondità della terra; l'industria sua muove mille 
braccia per iscavare o forare montagne, per colmar 
vaUi, asciugare paludi, o distornar fiumi : domina- 
tore de'mari, ne percorre la estensione sopra gal- 
leggianti cittadelle; frena e comprime le acque, a 
suo piacere le dirige e solleva, del pari che a' suoi 
piedi pone la cresta orgogliosa dei monti. Fattosi 
rivale degli abitatori dell'aria colle recenti scoperte 
della fisica , chiama e respinge le procelle cui va 
a sfidare sino lassiì nelle nubi; il suo pensiero co- 
munica per via de' segni , e fa colla rapidità del 
lampo volare la sua parola telegrafica dall'uno all'al- 
tro emisfero; fissa gli oggetti ed i tempi, prevede, 
annuncia l'avvenire ; e seguendo nell'orbita loro il 
corso dei pianeti, sembra che ad essi lo prescriva, 
e non potendo conseguire 1' immortalità, la dà al 
suo nome, la dà eziandio alle opere sue. 

6. E però che l'uomo addetto all'esercizio della 
professione architettonica, esercita uua specie di sa- 
cerdozio: ad esso sono confidati gravi interessi d'in- 
tere popolazioni , dai quali può dipendere la loro 
prosperità pel presente e per l'avvenire : quindi la 
capacità e la moralità sono certificati troppo ne- 



3U 

cessar! per ispirare al pubblico una confidenza , e 
affinchè non sia impedita una carriera che è il fine 
della sua vita, de' suoi studi, e la speranza della sua 
famiglia. Ninno però qual si fosse può cosi arbitra- 
riamente deprimere la convenienza di un giovane, 
senza articoli motivali, senza difesa, sanza giustifi- 
cazione, e senza appello. 

7. Pur troppo, come è sempre stato, per moltis- 
simi la capacità e la dottrina non è che affare di 
opinione e di apparenza! Quando nel 1407 in Firenze 
si dovea innalzale la cupola di s. Maria del Fiore, 
il progetto del giovane Brunelleschi fu rigettato qual 
Miopia , perchè non consono a tanti altri proposti 
da certi architetti, pieni d' albagia e dì soverchia 
slima di se stessi, e del poco conto in cui tenevan 
gli altri. In fine però tutti i sistemi proposti si ri- 
conobbero insufficienti ad eseguirsi per la grande 
spesa delle ridicole armature , e perchè non per- 
mettevano di raggiungere lo scopo desiderato; ma 
si ebbe a conoscere e lamentare la meschinità de' loro 
ingegni. Non rimaneva che far prova del sistema 
Brunelleschi: e s'invitò ad innalzare la gran cupola, 
e innalzolla con tanta gloria, che il suo nome scritto 
dalla fama su tanto monumento non morrà. La verità 
non può starsi nascosta: essa si fa conoscere e ben 
presto è proclamata. 

E questo fia suggel ch'ogni uomo sganni. 

Dante. 

8. Il desiderio di rendermi utile a migliorare il 
ben essere della popolazione setina, e il timore che 



3!5 

non abbiano effotto le sapienti e benefiche dispo- 
sizioni del sommo pontefice con proclamare diffi- 
coltà che punto non esistono, hanno adunque dato 
motivo a dettare questo breve scritto sul prefato 
acquidotto. Egli è come un appendice all'altro mio 
sull'istesso argomento, e le ulteriori indagini lo fa- 
ranno essere più circostanziato. Parlerò pertanto del- 
l'altimetrìa del paese, ove dovrebbe passare la linea 
di condotta, e della sua natura e struttura geologica: 
della quantità dell'acqua s. Angelo, e delle sue qua- 
lità ; dimostrerò inoltre con tutto il rigore della 
scienza idraulica, la sicurezza della riuscita dell'ope- 
razione, per condurre quell'acqua al punto più cul- 
minante della città di Sezze. Finalmente una com- 
pendiosa dimostrazione sulla spesa presuntiva per 
l'esecuzione della medesima, farà conoscere la con- 
venienza dell'opera proposta sotto ogni singolo ed 
essenziale rapporto tecnico ed economico. 

Altimetrìa e struttura geologica del paese, ove deve 

passare la linea di condotta. Quantità e qualità 

deWacqua. Sicurezza tecnica deW operazione. Ri- 
flessioni sulla medesima. 

9. La distanza dalla città di Sezze alla sorgente 
delle nostr'acque è di 8 chilometri. Presso il ver- 
tice d'una montagna, dal versante in verso la città, 
sorgono quell'acque , e la città s' innalza sopra il 
culmine di un monte. Quella montagna fa parte della 
catena dei monti Lepini, i quali si estendono dal- 
l' occidente all' oi'ienle. Il monte di Sezze poi fa 
parte d' una subalterna diramazione dei Lepini , i 



31(5 
quali nell'insieme hanno la stessa direzione dei primi. 
La vallata interposta alle due catene dei prefati 
monti è una superfìcie curva più o meno risentita, 
ascendente dal piede del monte della città sino alla 
base della montagna : essa ha circa tre chilometri 
di larghezza. La fertilità delle terre e indizi di an- 
tichi monumenti ricordano la celebrità di queste 
contrade. 

10. Per una sfortunata accidentalità ì barome- 
tri, che arricchivano il gabinetto fisico di Sezze , 
erano slati tolti: lo che m'impedì eseguire la livel- 
lazione barometrica di qualche punto del paese ove 
approssimativamente dovrebbe passare la linea di 
condotta. Pure per farsi una generica idea del pro- 
filo di livellazione del paese slesso, faremo capitale 
dell'altezza barometrica della sommità del campa- 
nile delia chiesa di s. Pietro di Sezze, misurata da- 
gli officiali del genio austrìaco , nella formazione 
della nuova carta militare d'Italia: la quale altezza 
fu da essi rinvenuta di metri 341,848 sul livello 
del mare; il piano della piazza della detta chiesa 
sarà sul livello di esso mare di metri 300, che è il 
punto più culminante della città. La china del monte 
di Sezze dalla parte del nord si estende sino al suo 
piede di un chilometro, con una pendenza media ed 
approssimativa del 15 per 100; questo é il punto 
più depresso della campagna , ed è sul livello del 
mare di un 150 metri. Dal qual punto sino alla base 
della montagna s. Angelo havvì la distanza di quat- 
tro chilometri: il paese s'innalza gradatamente con 
una pendenza approssimativa del 6 per 100 : quindi 
la prefata base è sul livello del mare di metri 390. 



317 
Finalmente, per pervenire al punto ove sorgono le 
acque, si ascende una linea estesa tre chilometri , 
che ha una pendenza media ed approssimativa del 
15 per 100 : quell'acque adunque sorgono sopra il 
livello del mare metri 840. Dunque avvi l'enorme 
dìsiivello di circa 540 metri fra la sorgente e il 
punto più culminante della città. Tanto basta all' 
uopo nostro. 

11. Da quello che abbiamo fatto genericamente 
conoscere sull'altimetrìa della campagna deduciamo, 
che il sistema d'architettare un acquidotto sarebbe 
eccessivamente dispendioso: avegnachè dovendo ave- 
re una pendenza uniforme almeno più che sia pos- 
sibile, accadrebbe che dovendo traversare dei ter- 
reni elevati e dei depressi, dovrebbe per necessità 
talvolta esser sepolto dentro terra, e taTaltra essere 
rialzato sopra il suolo naturale della campagna sos- 
tenuto con delle arcate, che in qualche punto biso- 
gnerebbe moltiplicare a più ranghi uno l'sopra l'al- 
tro detertninati dalla livellazione dei punti ove 1' 
acquidotto dovrebbe passare: e tal ripiego sarebbe 
economicamente impraticabile nel punto piùdepresso, 
perchè 1' acquidotto converrebbe innalzarlo sino a 
metri 150 sopra il suolo: o pure bisognerebbe svi- 
luppare la linea di condotta con farla passare in 
altri punti meno depressi. 11 qual temperamento è 
ancora inammissibile attese le circostanze altimetri- 
che della campagna; l'acquidotto diverrebbe di una 
enorme lunghezza , e non si toglici ebbe 1' incon- 
venienza d'incontrare punti molto depressi. 

12. Esclusa pertanto l'idea della costruzione di 
un acquidotto, dobbiamo appigliarci necessariamente 



318 

a quella d'aichiteMaie un sistema di coiidottura for- 
mala con tubi. In questo caso quelli di Ghisa meri- 
tano la preferenza agli altri di diverso metallo, sia 
per mire economiche, sia per stabilità: quindi è che 
questo metallo prende un posto sempre più dis- 
tinto nelle costruzioni architettoniche, e nelle con- 
dotture specialmente soggette a grandi carichi, come 
la nostra. 

Ui. Abbiamo accennato (9) il parallelisjno della 
catena dei monti Lepini con V altra ove in uno 
di essi è posta la città di Sezze; ora accenneremo 
la struttura geologica dei medesimi , in seno dei 
(juali si raccolgono e corrono le acque s. Angelo. 
Quei monti fan parte dell' Apennino , che è com- 
posto di varie catene di montagne parallele V una 
all'altra, al mudo de'solchi d' uno stesso campo. I 
nostri monti formano tante masse calcaree in strali 
quasi orizzontali. Le forme delle loro superlicie sono 
alterate dall' actiue piovane, che e l'agente princi- 
[)ale delle modificazioni delle forme delle montagne, 
oltre tante altie azioni meccaniche, fisiche e chi- 
miche : sono frastagliati da grandiosi dirupi for- 
mati da quelle acque, che raccolte in torrenti vanno 
poi a terminare nella valie interposta , ove depo- 
sitano le terre commiste all'acqua e formano la fer- 
tilità di quella vallata. Il suolo superficiale di questa 
vallata è sovente composto di frantumi di rocce 
calcaree , frammisti alle terre , accumulati senza 
verun ordine , come lo sarebbero materiali gittati 
alla rinfusa in uno scavo che si volesse colmare. 
Questo terreno superficiale appartiene alla classe di 
quelli conosciuti sotto il nome di terreni di tras- 
porlo. 



319 

14. L;i ori/cmlalilà degli sli-ali di pietra calca- 
rea, che formano i nostri monti, dimostra che essi 
son formati per sedimento all' istessa guisa che fanno 
i fiumi nel depositare al mare le loro materie se- 
dimentarie. Questi sedimenti calcarei son composti 
per intiero di frantumi di conchiglie e di polipai , 
riuniti da un cemento calcareo più o meno abbon- 
dante, che forma una tessitura compatta di gi'ana 
finissima, che sarebbe eccellente a fare pietre lito- 
graficlie. Di questo calcare compatto sono formati 
gli A pennini dello stato romano. I suoi generali ca- 
ratteri sono di fare effervescenza cogli acidi , e di 
ridursi in calce per l'azione del fuoco. 

15. L'esperimento della misura dell'acqua lo fa- 
cemmo il giorno 9 marzo 1855: quindi è d'uopo 
ripeterlo in tempo della più grande magrezza delle 
vene. 1/ ac(|ua fu raccolta entro un recipiente che 
conteneva il volume di metri cubi 0,0827, il quale 
fu pieno nel tempo di 7 secondi; per conseguenza 
nel giro delle 24 ore del giorno , la quantità del- 
l'acqua che sorge sarà della quantità di metri cubi 
1020,75. La portata dell'oncia dell'acqua Paola o 
Felice in Roma è di metri cubi 20,21 por ogni 
24 ore: perciò il numero dell'oncie della nostr'ac- 
qua sarà di 50,50. 

16. In quanto ai caratteri fisici della nostr'ac- 
qua, le osservazioni da me fatte alla sorgente per 
determinare le qualità sensibili, mi fecero conosce- 
re , non avere una limpidità perfetta ; si rinvenne 
però senza alcun odore e sapore, la sua tempera- 
tura di gradi 9''R., e quella dell' aria di 10"R. nel 
medesimo tempo. 



320 

17. Pei' esplorare quindi il suo peso specifico a- 
dottai il seguente metodo. Una caraffa fu empita d' 
acqua distillata: il peso del liquido alla temperatura 
di gradi 12''R. risultò di oncie 17 , ottave 1 , e 
grani 62. Indi la medesima caraffa fu ripiena del- 
l'acqua S. Angelo nello stato naturale, avente Tistessa 
temperatura dell'altra: ed il suo peso risultò di on- 
cie 17, ottave 2, e grani 10. Supponendo 1 il peso 
specifico dell'acqua distillata , il peso specifico che 
si cerca sarà di 1,002; prossimamente eguale alla 
gravijtà specifica dell'acqua Felice in Roma. 

18. Le qualitcà dell'acqua sono molto più dalla 
chimica che dai sensi rivelate e determinate; quindi 
l'analisi chimica è il sicuro mezzo onde conoscere 
tutti i caratteri chimici della prefata acqua, la na- 
tura dei principii che tiene in soluzione , e le loro 
proporzioni. Non esibiamo quest'analisi, perchè non 
lutti possono far capitale di un laboratorio chimi- 
co, e di tutti i mezzi che vi si richiedono per una 
operazione delicata e d' importanza. 

19. L'obiezione (4) che 1' acqua corrente entro 
il tubo di condotta non possa ascendere sino alla 
vetta del monte di Sezzc , dell' inferior livello di 
circa metri 540 (10) dall'origine della sorgei..,e, cade 
da per se stessa con la sola enunciazione del pre- 
fato dislivello, qualora il tubo sia architettato se- 
condo i principii che insegna la scienza dell'equi- 
librio e del moto dell'acque. Finché i corpi obbedi- 
scono alla legge di gravità, 1' acqua corrente entro 
il nostro tubo deve ascendere sino al punto più 
culminante della città , e , se vuoisi , sino ad una 
ulteriore altezza j)ari a quella della sorgente. Non 
sappiamo a qual debol filo quella obiezione si ap- 



321 

piglia, per poco che sussistesse non sarebbe più vera 
la legge di equilibrio dei liquidi e tutti i fenomeni 
che ne dipendono: non più vero sarebbe il princi- 
pio, del quale alcuni idraulici si sono valsi per sta- 
bilire generalmente l'equazione del moto dell'acqua 
nei tubi, cioè la velocità dell' efflusso è dovuta al- 
l'altezza assoluta dell'acqua sopra la luce dello sgor- 
go, meno quella funzione dei tre elementi, velocità 
dell'acqua pel tubo, raggio medio, e lunghezza del 
tubo che esprime la total resistenza ; che secondo 
l'obiezione la velocità allo sbocco del tubo nostro 
sarebbe nulla, perchè 1' acqua non vi arriverebbe , 
e secondo il teorema è dovuta all'altezza di metri 
540, meno la prefata funzione: alla quale altezza il 
getto dell'acqua arriverebbe se non 1' impedisse la 
resistenza dell' aria , e il ricader delle gocciole su 
quelle che ascendono. Non sarebbe più vera la ce- 
lebre regola idraulico-statica proposta la prima volta 
da Daniello BernouUi ; non vera la teoria de' vasi 
comunicanti, e tutto il sublime edificio della scienza 
idraulica cadrebbe, non meno che quello della mec- 
canica: perchè i principii della scienza dell' equili- 
brio e del moto de' liquidi derivano da quelli della 
scienza dell'equilibrio e del moto de' solidi. 

20. Che l'acqua della sorgente s. Angelo possa 
architettarsi di maniera da condurla alla città dì 
Sezze, ella è questa una verità che può dirsi evi- 
dente per la semplice ragion naturale. Le molecole 
dell'acqua, considerandole isolate , sono sottomesse 
alle stesse leggi del moto che l'egolano l'altre mo- 
lecole pesanti; ma le parti d'una massa liquida sono 
incomparabilmente più mobili di quelle di un soli- 
G.A.T.CXLIII. 21 



322 

do. Una molecola di questi dee cedere alla più pic- 
cola forza, che la solleciti a muoversi nella sua di- 
rezione: dunque incanalata 1' acqua entro il braccio 
del tubo discendente mantenuto costantemente pieno 
per afflusso di nuova acqua della sorgente , dovrà 
moversi entro il medesimo per l'azione della gra- 
vità, ed ascender entro il braccio saliente del tubo 
sino a risalire al livello della bocca dell'altro ramo 
del tubo, per la legge di equilibrio , e delle pres- 
sioni dei liquidi, che dipende dalla stessa legge di 
gravità: avvegnaché una molecola qualunque del li- 
quido in moto, in qualsiasi punto del tubo, è pre- 
muta normalmente, secondo 1' andamento del tu- 
bo, in direzioni opposte; la pressione spingente in 
avanti è sempre maggiore dell'altra opposta , sino 
che la molecola è pervenuta all'altezza, dalla quale 
è partita. Allora le due pressioni che sollecitano la 
molecola sono eguali, si annullano, e la molecola ò 
in equilibrio. Estendendo il discorso a tutta la massa 
liquida che corre entro il tubo, ne deduciamo, che 
l'acqua della sorgente s. Angelo può elevarsi sino 
all'altezza enorme di metri 540, sopra il punto piij 
elevato della città di Sezze. 

21. Sopra l'esposta legge è per l'appunto fon- 
dato l'uso de' condotti, pe'quali l'acqua discesa dalla 
sorgente sino a qualsiasi profondità, si fa quindi ri- 
salire a luogo del pari elevato entro le città con 
immenso comodo e profitto del ben essere della 
vita d' intere popolazioni. Non è da maravigliarsi 
adunque se due laghi in elevati luoghi , comechè 
divisi da colli e vallate, ponno aver l'acque ad e- 



323 

guale livello: conciossiachè canali e vene solteiTa- 
nee, che mantengono la comunicazione tra loro, ba- 
stino per darne ragione. Né da diversi principii di- 
scende lo elevarsi di getti d'acqua nei pozzi trivel- 
lati, modanesi, detti ancora artesiani. Similmente 
le bolli sotterranee^ per volgare a salto di gatto, onde 
le acque d' un canale fannosi come piegare entro 
terra per sottopassare strade, o correnti, o altri o- 
slacolì, a risalire poi al livello anteriore. 

22. Né altrimenti dalle stesse leggi d'equilibrio 
e delle pressioni de' liquidi si può render ragione 
di certi vortici , sovente fatali , che s' incontrano 
nelle grandi riviere, ove l'acqua precipitandosi en- 
tro terra a grandi profondità, risalisce quindi in al- 
tri punti , vomitando quello che avea inghiot- 
tito. Or l'acqua, e tutto ciò che cade in quelle fauci 
pericolose, si aggira e si travolve per l'appunto co- 
me in un tubo. Così fa presso Grein il Danubio 
nell'Austria superiore , dove i gironi nascenti dalle 
fesse rupi che bevono 1' acqua , fanno impallidire i 
piij esperti navicellai. Così fa il Rodano nelle mon- 
tagne, per cui passa, e dov'è in parte assorbito dalle 
crepature degli scogli. Forse anche nello stretto di 
Messina quel vortice famoso, assai piiì peraltro te- 
muto dagli antichi che da noi, procede dalla stessa 
cagione, se vero è, che lungi da esso, sulle coste 
australi della Sic'Iia, si veggono ricomparir vomi- 
tati i flutti e i rottami de' navigli, che la Carridi 
ha travolti ed ingoiati. 

23. Atteso il forte dislivello fra l' origine della 
sorgente e il più elevato punto della città, ove vuoisi 
condurre l'acqua, non è mestieri che il tubo dal- 



324 
l'uno all'altro putito sia tutto continualo: è giove- 
vole che nella parte superiore sia interrotto di tratto 
in tratto da pozzi, i quali facciano l'officio di pe- 
scine affinchè l'acqua entri nel tubo depurata dalle 
materie che può per avventura trascinar seco: e af- 
finchè per r indicato temperamento sia diminuita la 
pressione che il fluido esercita contro le pareti del 
tubo in tutta la sua estensione , e quindi poter 
diminuire la grossezza a vantaggio economico del- 
l' operazione e della sua stabilità. La quantità, e i 
punti, ove devono esser posti i prefati pozzi, come 
ancora la giacitura del tubo, non che le risvolte sì 
orizzontali che verticali, sono determinate dagli studi 
geodetici, e dalle ricerche e calcoli idraulici in rap- 
porto alla portata, alla velocità dell'acqua entro il 
tubo, alla larghezza del medesimo, e alla pressione, 
che soffrir deve da punto a punto in tutta la sua 
estensione: il qual elemento, per la stabilità e du-r 
rata dell'opera, e per viste economiche, devesi pro-^ 
curar che riesca il più piccolo possibile , con in- 
clinare opportunamente il tubo alla verticale sotto date 
condizioni architettoniche, e dalla ricerca dei pre- 
fati elementi. Ed è appunto in ciò, ove il criterio 
e la scienza dell' ingegnere deve emergere, onde co- 
ordinare ed ottenere il massimo possibile vantaggio 
conseguibile con la minima possibile spesa , con il 
saper scegliere la linea della massima solidità , e 
della massima economia ad un tempo, per condurre 
un fluido così comune, ma insieme così volubile ne' 
suoi movimenti: e così restìo nel lasciar conoscere 
J)ene le leggi, dalle quali è dalla natura governato, 



io 



Lunrjhezza della condottura, cavi pel suo collocamen- 
to, sfiatatoi, 'chiavi scaricatrici, pescine , quantità 
d'acqua necessaria alla popolazione di Sezze : dia- 
metro del tubo di condotta, grossezza media, prezzi 
elementari, sommario conteggio deW operazione: epi- 
logo. 

24. Facciamoci a rinvenire gli elementi , per 
fare una compendiosa e generica dimostrazione, sul- 
la spesa presuntiva, per l'esecuzione dell'operazione 
di condurre in Sezze una giusta quantità dell'acqua 
s. Angelo, per l'uso delle famiglie, delle quali è com- 
posta la popolazione della prefata città. Però espor- 
remo sommariamente i quantitativi delle diverse 
parti dell' opera : il prezzo elementare di ciascuna 
parte : finalmente il ristretto estimativo delle diverse 
parti dell'opera, e la somma di esse che è il prezzo 
della medesima. 

25. La total lunghezza del tubo di Ghisa è di 
8 chilometri; estensione approssimativa della linea, 
che dalla città conduce alla sorgente dell'acqua s. 
Angelo (9). 

26. Il nostro tubo per inevitabili combinazioni 
altimetriche dovrà percorrere una linea sinuosa : 
quindi si dovrà curare con ogni studio, tracciare le 
risvolte , siano esse orizzontali o verticali , sopra 
una dolce e regoldre curvatura ; però assegneremo 
pel collocamento dei tubi una profondità media di 
metri 1,50, Questi cavi avranno la larghezza di me- 
tri 0, 50 : quindi il volume dello sterro per collo- 
care il tubo di condotta sarà di metri cubi 6000. 
Della stessa quantità sarà il volume di terra per riem- 
pire i cavi predetti, dopo il collocamento dei tubi. 



326 

27. L mestieri lasciare nel tubo di tratto in 
tratto delle aperture, ossia sfiatatoi; per esalare 1' 
aria interna ingrossata da quella che sempre l'acqua 
line seco, e sprigionata nel suo correre, come pm-e 
dalla incessante evaporazione dell'acqua stessa ; essi 
consistono in tubi verticali di piombo che spiccano 
dal tubo di condotta, e salgono a tanta altezza che 
equivalga l'altezza della conserva da cui viene ali- 
mentato il condotto. Se per qualcuno, attesa la so- 
verchia altezza, si trovasse molto opportuno 1' uso 
degli sfiatatoi a valvola , detti anche galleggianti , 
sarà sufficiente metterne uno ad ogni 300 metri 
circa : quindi saranno in numero di 26,666. Fare- 
mo l'un per l'altro lunghi metri 20 : però la lun- 
ghezza di tutti sommata sarà di metri 533,32. 

28. Per reggere sopra il suolo i predetti sfia- 
tatoi occorrono dei torrini di muro di pietrame; la 
profondità delloro fondamento sarà di metri 1,50; 
e s'alzeranno sopra il suolo metri 4. Il rimanente 
del tubo potrà essere legato ad un palo che puossi 
elevare sopra il torrino: o pure se la circostanza lo 
permette, puossi il tubo stesso raccomandare a qual- 
che albero, come per viste economiche è stato in 
qualche caso praticato. I predetti toi'Hni avranno la 
forma di cono tronco : il raggio della base inferiore 
faremo metri 0,70 ; e quello della base superiore 
metri 0,30. Quindi la solidità di ciascuno di questi 
tronchi di cono sarà metri cubi 4,547 : e la soli- 
dità dì tutti somma a metri cubi 121, -25. 

29. È ancora necessario di tratto in tratto lungo 
il tubo mettervi delle chiavi scaricatrici, all'uopo di 
espurgare il tubo stesso, come per riconoscere alla 



327 
circostanza qualche lesione, che possa essere avve- 
nuta in tutto il sistema della condottura. Delle quali 
sarà sufficiente porne una ad ogni 400 metri ; quin- 
di il loro numero sarà di 20. 

30. È mestieri ad ogni punto del tubo, ove cor- 
risponde ciascuna chiave scariratrice, fabbricare un 
relativo chiusino dì muro di pietrame, chiuso con 
coperchio di pietra locale , con telaro , battente e 
controbattente. Questi chiusini avranno la base di 
forma quadrata di lato metri 0,60 : saranno pro- 
fondi metri 1,50; le loro sponde saranno grosse 
metri 0,40 : quindi il volume del muro di ciascuno 
sarà di metri cubi 1,44, e il volume di tutti som- 
ma a metri cubi 28,80. I predetti coperchi di pie- 
tra saranno di n. 20. 

31. Abbiamo accennato (23), che il tubo può e 
dev' essere interrotto nella sua parte superiore di 
tratto in tratto da pozzi, i quali devon fare l'officio 
di pescine, e affinchè per l'indicato temperamento sia 
diminuita la pressione, che l'acqua esercita contro 
le pareti del tubo. Di questi pozzi ne assegneremo 
n. 10. Avranno la forma quadrata , di lato metri 
1,50; profondi metri 2 : i muri faremo della gros- 
sezza di metri 0,40 composti di calcina con pietre 
locali, coperti a volta fabbricata con l'istessa qua- 
lità di muro. Il volume dello sterro per la costru- 
zione dei prefati pozzi *=arà di metri cubi 72,20. 
Il volume del murò di pietrame, che occorre per 
la fabbrica dei medesimi, sarà di metri cubi 66, com- 
presevi le platee e le relative volte. 

32. I predetti pozzi dovranno essere impermea- 
bili all'acqua : dovranno adunque avere le interne 



328 
facoe arricciale- fralazzate; quindi si dovranno spal- 
mare con uno strato di calcina e di cocci in pol- 
vere , della grossezza di metri 0,04 : la total su- 
perficie del prefato intonaco sarà di metri quadrati 
142,50. 

33. Di tutte l'esposte partite di lavori, quali di 
ferro, quali di terra, quali di piombo, quali di me- 
tallo, quali di pietra, e finalmente di muro, ci fa- 
lerno ora a rinvenire per via approssimativa il prez- 
zo elementare di ciascuna partita . Incominceremo 
pertanto a tiovare il prezzo elementare del tubo di 
condotta: e però è d' uopo conoscere la grossezza 
media, e la sua ampiezza; perciò dobbiamo trovare 
la quantità d'acqua necessaria all'uso della popola- 
zione della città di Sezze. 

34. La predetta popolazione è composta di 8000 
individui (2): quindi, secondo i calcoli di economia 
politica, la città sarebbe formata di 1600 famiglie, 
ciascuna di cinque individui. Ognuna pel proprio uso 
consuma all' incirca metri cubi 0,06 d' acqua per 
ogni giorno : dunque l'intera popolazione consume- 
rebbe metri cubi 96 d' acqua. Pertanto una pub- 
blica fontana, cbe nel giro delle 24 ore del giorno 
erogasse la prefata quantità d'acqua, sarebbe suffi- 
ciente al consumo della popolazione della città di 
Sezze. 

35. Abbiamo tacitamente supposto, che le pre- 
dette famiglie si portino successivamente ad attin- 
ger acqua in tutte le 24 ore della giornata, onde è 
d'uopo sottrarvi le ore della notte, quale faremo di 
12 ore: quindi è che si deve duplicare la trovata 
quantità d'acqua sgorgante dalla fonte, che sarà di 



329 
metri cubi 192. La poitala dell'oncia dell'acqua 
Paola Felice in Roma è di metri cubi 20,21 (15) 
per ogni 24 ore : cosicché il numero delle dette 
once della fontana Setina saranno 9, 50 : quali noi 
faremo di once 10, ed avremo un avanzo che può 
servire alla costruzione de'pubblici lavatoli. 

36. Intraprendiamo ora la ricerca approssimati- 
va dell'ampiezza del tubo di condotta per l'accen- 
nata quantità d'acqua. Essa dipende dalla lunghezza 
del tubo, dal carico dell'acqua, da cui dipende la 
velocità sua e dalla portata . Noi non conosciamo 
che l'ultimo di questi elementi, gli altri essendo ap- 
prossimativi. A quest'effetto presa la seguente rela- 
tiva equazione idrometrica (*): 

2/SLQ , Q 2«LQ2 



= 



7:{a-\-b) 2(jn^ {a -+- b) n^ {a -f- b) 

che ha una radice reale , e positiva per ogni sin- 
golo caso. Sia adunque nel caso nostro: 

L = 6000 

essendo una parte della lunghezza del tubo inter- 
rotta dai pozzi: 

«-^6=10 Q = 0,0025 

il primo essendo il valore del carico dell' acqua , 
ed il secondo la portata nell' unità di tempo , che 
è il minuto secondo: 

a = 0,000229 /S = 0,000060 

coefficienti costanti per ogni singolo caso: 

7: = 3,U 

(*) Sereni, TraUato d'idrometria iv. 266. 



330 

valore del rapporto della circonferenza al diametro: 
g = 9,80539 

valore della gravità per la nostra latitudine. Intro- 
ducendo lutti i riferiti valori nella formola, si tro- 
verà: 

r» — (0,0001177)r2 —(0,0000000037)/' 
— 0,0000003 = 
ponendo 

r = 0,03 
risulta 
0,0000000243 — 0,0000004060 =-0,000000381 7: 

la qual differenza, non essendo che di tèe diecimilio- 
nesime parti del metro, non è sicuramente apprez- 
zabile ; e quindi il diametro da assegnarsi al tubo 
di condotta sarebbe di 6 centimetri. È peraltro da 
aversi riguardo alla grande lunghezza del tubo , e 
alle sinuosità del medesimo, per accrescere di qual- 
che cosa il trovato diametro : perchè lo fisseremo 
a 7 centimetri. 

37. La determinazione della grossezza, che aver 
deve il prefato tubo, dipende dalla pressione , che 
l'acqua esercita nelle pareti del medesimo da punto 
a punto. Noi non la possiamo valutare esattamente 
perchè manchiamo del profilo di livellazione della 
linea di condotta, che è V elemento principale del 
piano d'esecuzione. Quindi ci contenteremo calco- 
larla approssimativamente, come abbiamo fatto dell' 
ampiezza del tubo stesso. La formola pertanto, che 
serve a determinare la grossezza delle pareti dei 



331 

tubi idraulici corrispondentemente a qualsivoglia 
calicò ipotetico, è la seguente (*) 

1000. 10. n 

e = r 

k 

nella quale il coefficiente k per i tubi di ferro ha 
il valore di (**) 

k = 28000000 

la r esprime il viaggio del tubo , nel caso nostro 
è eguale a metri 0,035 (36): n esprime il numero 
dell'atmosfere, e noi le faremo eguali al massimo 
numero, che saranno 15 (10): introducendo i detti 
valori nella formola troveremo 

6 = 0,00018. 

38. li qua] valore della grossezza media , che 
dovrebbe avere il nostro tubo, è inammissibile per 
essere soverchiamente tenue. Come mai si potreb- 
bero lavorare dei tubi di tanta sottigliezza? E come 
mai delle macchine così esili potrebbero reggere al 
trasporto e al maneggio, cui van soggetti per esser 
messi in opera ? Oltre di che la prefata grossezza 
è quella di puro equilibrio, mentre non basta che 
la resistenza del tubo sia in grado di opporsi alla 
forza dell'acqua , in modo che non accada imme- 
diatamente la loro rottura. Essa dev' essere neces- 
sariamente tale da far obice ali' azione continuata 
dell'acqua, cosicché non accadano delle alterazioni, 
che col tempo potessero fare dei progressi e cagio- 

(*) Sereni, Trattato d'idrometria n. 353. 
(**J Sproni, Trattato d'idrometria n. 550. 



332 
nare la distruzione della condoltura. Dobbiamo ancora 
procurare di fissare la grossezza delle pareli del 
tubo in modo di provvedere al deperimento , che 
dipender può dalle azioni chimiche , a cui è sog- 
getto. Per esempio, è attaccato dalla ruggine, dalla 
quale è alterato. Lasceremo adunque il risultato 
della formola, e con tutta ragionevolezza ci unifor- 
meremo alle misure della pratica di Parigi, pei con- 
dotti di ferro fuso. Secondo la predetta pratica il 
nostro tubo dovrebbe avere la media grossezza di 
metri 0,013, cosicché il diametro esterno sarà di 
metri 0,096. 

39. Adunque la superficie della sezion traversale 
del nostro tubo di Ghisa è di metri quadrati 

0,00335666 

quindi il suo volume per ogni unità lineare è di 
metri cubi 

0,00335666 

il quale moltiplicato per la gravità specifica della 
<ihisa, che è di chilogrammi 7251, avremo il peso 
per ogni unità lineare del nostro condotto, espresso 
in chilogrammi 

24,33914166 

che corrispondono a libre romane 73,017, compre- 
sivi i rigonfiamenti per gì' innesti di tubo a tubo. 

40. II prezzo di questi tubi è per approssima- 
zione di scudi 38 per ogni mille libbre romane : 
onde per ogni libra , il prezzo è di bai: 3,8. A 
questo prezzo i fabbricatori romani dei^tubi di Ghisa 
si obbligano metterli in opera; quindi il prezzo eie- 



333 

meritare del nostro tubo messo in opera sarà di 
scudi 2,774- Si aggiunge bai: 10,95 pel loro tras- 
porto da Roma al luogo della condottura di mi- 
glia 60 fatto con barrozze tirate da buoi : final- 
mente avremo il prezzo elementare del nostro tubo 
trasportato al luogo della costruzione e messo in 
opera espresso in scudi 2,883. 

41. Per la rompitura del terreno pietroso, onde 
collocare i tubi (26) , avuto riguardo alle diverse 
qualità e tenacità del medesimo, possiamo con bas- 
tante approssimazione ritenere, che ciaschedun metro 
cubo di sterro, dovendosi cavare la terra per mezzo 
di uno sbraccio, del costo di bai: 22^/2: come ancor 
il costo del movimento della terra per riempire i 
cavi di bai: 10 per ogni metro cubo. 

42. Il diametro dei tubi di piombo, che servir 
devono per gli sfiatatoi (27) è sufficiente di metri 
0,015: la loro grossezza di metri 0,005. Adunque la 
sezion traversale sarà di metri quadrati 

0,00078186, 
Con questo numero è ancora rappresentato il volume 
del tubo stesso per ogni metro lineare. Il peso spe- 
cifico del piombo essendo espresso da chilogrammi 
11352, avremo il peso di questi tubi espresso dai 
chilogrammi 8,874: pari a libre romane 25,734: che 
valutate a bai: 6,5 la libra importano scudi 1,672 
per metro lineare, aggiungiamo bai: 6 pel porto e 
mettitura in opera: avremo finalmente il costo degli 
sfiatatoi espresso in scudi 1,732 per metro lineare. 

43. Il prezzo di ciascheduna chiave scaricatrice 
di metallo (29) è approssimativamente di scudi 6. 

44. Il costo di ciaschedun metro cubo di muro 
di pietrame, che servir deve alia costruzione dei tor- 



334 

l'ini (28), dei chiusini (30) e dei pozzi (31), vero- 
similmente lo valuteremo a scudi 2,20. Il valore 
poi di ogni metro cubo di sterro per la costruzione 
dei prefati pozzi riterremo quello che abbiamo as- 
segnato (il) per il collocamento dei tubi. E il prezzo 
di ciascun coperchio di pietra locale per i chiusini 
(30) , muniti del relativo telaro dell'istessa pietra, 
sarà di scudi 3,60. 

45. Il prezzo e fattura di ciaschedun metro qua- 
drato d' intonaco per i pozzi arricciato- fralazzato , 
e quindi uno strato di calcina e di cocci in polvere 
(32), lo valuteremo sommariamente a scudi 0,225. 

46. Ristringiamo «ora il nostro computo per ve- 
nire all'approssimativa conoscenza dell' importo to- 
tale dell'operazione di condurre in Sezze una giusta 
quantità d'acqua per l'uso della popolazione. 

Lunghezza della condottura, metri 
8000 (25), che calcolati al prezzo ele- 
mentare di scudi 2,88 (40), importa se. 2306 i, 000 

Sterro per collocare la condottura, 
metri cubi 6000 (26), che calcolati al 
prezzo elementare di scudi 0,225 il 
metro cubo (41), importa se. 1350, 000 

Terra da muoversi per riempire i 
cavi, metri cubi 6000 ( 26) , valu- 
tati al prezzo elementare di scudi 0,10 
(40)" il metro cubo, importa se. 600, 000 

Lunghezza del tubo di piombo per 
gli sfiatatoi, metri 533,320 (27), che cal- 
colati al prezzo elementare di se. 1,732 
(42), importa se. 923, 710 



Somma se. 25937, 71(* 



335 

Somma riportata se. 25937, 710 

Muro di pietrame per la costru- 
zione dei torrini (28), metri cubi 121, 
25: che valutati al prezzo elementare 
di se. 2,20 (44), importa se. 266, 750 

Chiavi scaricatrici n. 20 (29), cal- 
colate a scudi 6 r uno (43) , impor- 
tano se. 120,000 

Muro di pietrame per la costruzione 
dei chiusini (30), metri cubi 28,80 : 
che calcolati al prezzo elementare di 
scudi 2,20 (44), importa se. 63, 360 

Coperchi di pietra per i chiusini 
n. 20 (30) : che valutati al prezzo di 
scudi 3,60 l'uno (44), importa se. 72, 000 

Sterro per la formazione dei pozzi, 
metri cubi 72,20 (31), che valutati al 
prezzo elementare di scudi 0,225(41), 
importano se. 16,245 

Muro di pietrame per la costruzione 
dei prefati pozzi, metri cubi 66 (31), 
che valutali al prezzo elementare di 
scudi 2,20 (44), importa se. 145, 200 

Metri quadrati 142,50 d'intonaco, 
impermeabile all'acqua per i medesimi 
pozzi (32), che valutati al prezzo ele- 
mentare di scudi 0,225 (45) , impor- 
tano se. 32, 062 



Somma totale se. 26653, 327 



336 

Adunque il costo finale presuntivo dell' intera 
operazione è di scudi ventiseimila, seicento cinquan- 
tatrè, trentadue baiocchi e sette decimi. 

47. Epilogando tutto quello che abbiamo detto 
fin qui, ripeteremo brevemente, che lo studio sul- 
Taltimetna del paese, ove deve passare la linea di 
condotta, ha fatto conoscere , che è inammissibile 
qualunque temperamento per architettare un ordi- 
nario acquidotto, e ci siamo dovuti necessariamente 
appigliare per ragioni di economia all'idea d'architet- 
tare un sistema dicondottura,e i tubi di Ghisa abbiam 
veduto che sotto ogni rapporto meritano la prefe- 
renza agli altri. Abbiamo quindi creduto molto op- 
portunamente di parlare della struttura geologica 
dei monti, ove si raccolgono le acque s. Angelo, e 
della campagna che percorrerebbe la condottura. Lo 
sperimento della misura di quell'acque fece cono- 
scere l'abbondante quantità delle medesime. In quan- 
to poi alle sue qualità, e ai caratteri fisici che le 
distinguono , furono rinvenute di ottima tempra. 
Siamo finalmente venuti a fare la dimostrazione i- 
draulica della sicurezza tecnica, con cui quelle ac- 
que possonsi condurre sino al punto più culminante 
della città di Sezze, ed abbiamo quindi riportati di- 
versi esempi naturali ed artificiali, a maggior evi- 
denza della verità che volevasi far conoscere. Per 
fare la generica dimostrazione della somma presun- 
tiva occorrente all'esecuzione dell' operazione , do- 
vemmo venire alla ricerca della quantità d' acqua 
necessaria agli usi della vita della popolazione di 
Sezze , per quindi trovare il diametro del tubo di 
condotta. La cognizione della grossezza media del 
prefato tubo , e tutti gli altri elementi estimativi 



337 

messi a calcolo , ci dettero il risultato di scudi 
26653,327 per costo finale presuntivo dell' intera 
operazione. Il qual conteggio però non è che ge- 
nerico corrispondente al generico e preliminare stu- 
dio che abbiam fatto dell'operazione. È quindi ne- 
cessario fare tutti i relativi e singoli studi per la 
prefata esecuzione dell'opera , e compiere mental- 
mente il disegno dettagliato della medesima , per 
venire alla sua giusta valutazione, che non può di- 
verger molto dalla trovata per via di approssima- 
zione. 

48. Possa questa mia ispezione scientifica e 
tecnica sull' acquidotto da costruirsi nella città di 
Sezze non essere totalmente spi'ezzata ! Se per po- 
vertà d' ingegno non ho soddisfatto al diffìcile ar- 
gomento di dimostrare la convenienza tecnica ed 
economica deiroperazione, onde renderla alla fidu- 
cia dell'ottima e gloriosa final riuscita, che impru- 
denti dicerie avevano per momento tolta, mi sia 
fatta indulgenza: e valga il mio buon volere , che 
nella costruzione dell' acquidotto setino altra mira 
non ho, se non di vedere effettuate le benefiche e 
sapienti disposizioni del sommo pontefice pel bene 
della popolazione di quella città in tanta interes- 
santissima operazione, della quale il comune, la fa- 
miglia, r individuo, ne sono egualmente interessati 
pel presen-te e pel futuro, onde togliere l'uso del- 
l' acque insalubri, e porre conseguentemente freno 
ai miserabili malori, contro il ben essere della vita 
de' cittadini, con provvedere la città di buon' acqua, 
che è uno dei primi agenti per mantenere recono- 
mia anin)ale nello stato naturale e sano. 
G.A.T.CXLIII. 22 



338 



Delle dipinture più celebri esistenti in Fano. 

Descrizioni di Stefano Tomani Amiani. 

Fano 1856 (Di pag. 30 in 8.°) 



I 



conte Stefano Amiani è uno di que' gentili, che 
onorano la provincia di Pesaro , ed uno dei pochi 
rimasti di quella eletta schiera, che facevano risplen- 
dere di bella luce letteraria quella illustre parte d' 
Italia. Egli si accinse alla difficile e brigosa impresa 
di una Guida storico-artistica di Fano, cui non man- 
cano che poche linee pel suo compimento: lavoro 
lodatissimo , e da non mettersi in un fascio colle 
altre guide, ma da tenersi in sommo pregio per 1' 
accuratezza e la gran copia di notizie inedite rela- 
tive alla storia e alle arti della sua patria. Ed a niun 
altro megho che all'Amiani si poteva affidare un si- 
mile assunto, perchè elegante e dotto scrittore, di- 
ligente ed esatto indagatore delle cose patrie. 

Noi vorremmo che ogni città d'Italia avesse di 
siffiitte guide: che contenendosi in esse le virtù e le 
gemme cittadine, formerebbero grandi e sicuri ma- 
teriali ad una più splendida e magnifica storia dell' 
italiana civiltà. La vorremmo maggiormente oggi;per- 
chè giungendo fino a' giorni nostri, servirebbero a 
rintuzzare e a far retrocedere nella gola le matte 
espressioni di alcuni stranieri, dimostrando ad evi- 
denza che ognor vive fra noi, e grande ancora splen- 
de, il genio delle arti e delle lettere. Certamente 
gì' italiani non sono cianciatori, né ampollosi lo- 
datori di se stessi, e delle opere sublimi, di che va 






339 

pur sempre arricchendosi questo classico suolo bene- 
detto dal cielo e dalla terra. D' indole più grave o 
severa , essi fanno e non cicalano. Del resto noi 
facciamo voti perchè questa guida venga alla luce, 
potendosi predire, che sarà sommamente gradita e 
lodata da tutti i sapienti e zelatori della gloria ita- 
liana: che veramente ogni nostra città è sì ricca di 
pregi e di grandezze, che sola potrebbe onorare qua- 
lunque altra nazione. 

I nostri lettori potranno avere un saggio del 
senno e della perfezione, con cui è compilata que- 
sta Guida di Fano, dall'opuscolo dell' Amiani che ab- 
biamo indicato di sopra. Esso contiene le descri- 
zioni delle più celebri pitture di Fano, fra le quali 
in grandi tavole figurano le opere del Perugino, di 
Simon da Pesaro, del Domenichino, del Guercino , 
di Guido , e quelle non comuni, anzi rare, di Gio- 
vanni Sanzio padre di Raffaello, e di Giuliano Per- 
siuti da Fano. L'Amiani ha estratte dalla sua Guida 
inedita le lodate descrizioni in occasione delle nozze 
della contessa Anna Bracci con Lodovico Baccarini, 
giovani di belle virtù, e le ha indirizzate con sa- 
via lettera al conte Filippo Bracci, fiore della fanese 
nobiltà e genitore della sposa. 

L. P. 



cs^pj'. 



340 



Bolleuino deW istillilo medico valenzìano. 
Anno XV. Tomo XV. 

Mese di gennaio e febbraio 1856, 



PRESERVATIVO CONTRO LA FEBBRE GIALLA. 



E. 



Igli è poco che comparve nelV Avana uno stra- 
niero chiamato Humboldt, il quale diceva di aver 
ritrovato il preservativo della febbre gialla. La cre- 
dulità del volgo accolse con entusiasmo questa idea, 
intanto che gli uomini pensatori aspettarono i fatti 
per dare il proprio giudizio sulla inoculazione della 
putrillagine risultante dalla corruzione del fegato di 
una pecora, che dicevasi morsicata da una vipera, 
di cui s' ignora ancora la scientifica denominazio- 
ne. Questa inoculazione, di cui i maravigliosi effetti 
si credevano di tanto felici risultanze, si può oggi 
giudicare dai fatti. « Abbiam sott'occhio, dice il Si- 
glo medico, varie lettere, e fra le altre una del si- 
gnoe Lletor Castroverde degno decano della facoltà 
{Tjedica dell'Avana, e per esse conosciamo che i ri- 
sultati ottenuti nell'anno scorso nei malati di febbre 
gialla nell'ospedal militare di s. Ambrogio, sono i 
seguenti. Sono stati attaccati dopo l' inoculazione 
n. 115 individui; di questi ne sono morti 44', ossia 
^^/loo ' verificandosi che di 175 individui, che non 
avevano sofferta 1' inoculazione, ne sono morti so- 
lamente 66, ossia ^*/jo(,. 



34f 

Bollettino medesimo. 
Alese di aprile. Anno conente. 



CfiONACA BIBLIOGRAFICA. 

Igiene industriale del dottor D. Pietro Filippo 
Monlau [Memoria premiata dalV accademia medico- 
chirurgica di Barcellona, corrispondentemente al pro- 
gramma emesso daW accademia stessa il 24 gennaio 
delV anno 1855). 

Il ben essere della umanità, e sopra tutto della 
classe laboratoria, è il gran problema che occupa 
di preferenza le società moderne. Filosofi e politici 
si affannano assiduamente per rinvenirne Io scio- 
glimento desiderato. Mossero di qui quelle spiri- 
tose ed abbaglianti teorie, que'sistemi fantastici ed 
illusorii, che fino ad ara hanno prodotto risultanze 
contrarie al fine, il quale i loro autori si avevano 
proposto. 

Ma mentre queste intelligenze esauriscono i lor 
mezzi per procurare una fortuna caduca a queste 
classi, altri uomini di condizione modesta, ma pieni 
di coraggio e di filantropia, si consacrano in mezza 
al disprezzo ed alla ingratitudine ad assidue fati- 
che per facilitare la più stimabile delle felicità che 
esister possa in questa terra di sventure, la salute. 
E questa la missione dei medici dal tempo che si 
conosce la loro istituzione divina: questa adempiono 



342 

in ogni occasione , movendo sempre innanzi alle 
grandi migliorìe: ed essa li porta nell'epoca attuale 
di agitazione e positivismo a slanciarsi con fervo- 
roso zelo a salvare i propri fiatelli dai mali 
terribili che li minacciano. 

In prova di ciò veggasi come nei paesi stranieri 
abbondano le pubblicazioni di opere su pubblica e 
privata igiene : mentre fuor di dubbio è questo 1' 
unico ramo della medicina che può salvare la so- 
società da grandi calamità, e procurare beni senza 
fine ai governi ed agi' individui. CiOsì la intesero i 
reggitori di quelle nazioni eulte; ed a tal fine hanno 
protetto Io studio della igiene, hanno chiamato gli 
uomini sommi in questa scienza, fomentate le isti- 
tuzioni che si proponevano di coltivarla, per intro- 
durre nei loro paesi quei positivi miglioramenti che 
formano l'ammirazione dei viaggiatori, e non ten- 
dono solamente all'ornato , ma sibene anche all'a- 
gevolamento di benefizi reali pe'cittadini. 

Nel nostro disgraziato paesediSpagna,non ostante 
l'abbandono in diesi lasciano le mediche società, e non 
ostante il disprezzo con che si guarda il talento , 
vediam con piacere il costante impegno della illu- 
stre accademia medico-chiruigìca di Bai'cellona per 
fomentare lo studio e stimolare ali applicazione i 
medici spagnuoli, offerendo premi annuì agli autori 
dei migliori scritti che si presentino sopra i temi 
che essa prefìgge. 

Questa dotta corporazione, conoscendo i mali che 
affliggono la classe laboriosa che bolle agitata nella 
città feudale, propose a tema: « Quali misure igie- 
niche può il governo dettare a vantaggio della classe 



343 

laboriosa ? » Una proposizione tanto importante, 
quanto trascendentale, richiedeva per essere trattata 
debitamente talenti superiori, grandi conoscenze, e- 
rudizione vasta, e studio profondo della classe ope- 
raia. Niuno poteva riunire doti tanto speciali me-^ 
glio del valente igienista D. Pier Filippo Monlau, 
a cui l'accademia medico-chirurgica di Barcellona 
die il premio di una medaglia d'oro per la filoso- 
fica istruttiva ed erudita memoria assoggettala al 
suo giudizio, e della quale ci spiace non poterci 
a di lungo occupare , per essere ella un' impresa 
superiore alla capacità nostra, e d'altronde pure in- 
compatibile coi limiti di una periodica pubblicazio^ 
ne; non ostante, perchè i nostri lettori possano ap- 
prezzare il pensiero che muove l'autore a scrivere 
l'igiene industriale, vogliamo riportare le righe che 
seguono , nelle quali riassume le sue idee. 

(i L' opei'aio è povero : soccorretelo , aiutatelo. 
L'operaio è ignorante: istruitelo, educatelo. L'ope- 
raio ha cattive inclinazioni: moralizzatelo. 

({ Soccorretelo, perchè lo comanda la religione, 
lo detta l'umanità, e 1' interesse istesso delle classi 
agiate lo consiglia. Strappatelo alla miseria, perchè 
allora maggiore sarà la sua robustezza , resisterà 
con più gagliardia alle cagioni di distruzione e di 
morte che lo assediano, vivià pili lungamente e più 
gioconda sarà la sua vita. Fate innalzare un poco il li- 
vello del suo attuale ben essere fisico, e libererete 
la società dallo spettacolo delle grandi miserie ed 
infortuni lamentevoli. 

« Istruitelo ! coltivate la sua intelligenza nell'a- 
dequata misura ! e capirà i suoi doveri, e non ma- 



344 

ledirà la sua condizione, e rispettcìà T ordine ge- 
rarcliico della società. 

« Moralizzatelo ! e questo sarà ben facile dal 
momento , che abbiate rimediato alla sua mise- 
ria fisica ed alla sua miseria intellettuale (alla sua 
ignoranza). Soccorrete ed istruite 1' operaio : e lo 
vedrete togliersi di certo dalla spensieratezza, dal- 
la poltroneria , dallo spirito di ribellione e dalle 
altre brutte passioni ed abitudini cattive, che si os- 
servano nella classe sociale a cui appartiene. Soc- 
correte ed istruite 1' operaio, ed avrete spedita la 
via a renderlo morigerato e religioso. E .conta 
pure che la morale e la religione sono i due poli 
dell'asse, sul quale ogn'umana società si ravvolge. 
Non ci sorprenda adunque quello che accade in va- 
rie nazioni , né maraviglia ne arrechi se piovono 
sventure sopra sventure su popoli rilassati e 
miscredenti: perchè quello ohe manca oggi all'ope- 
raio, come quasi ad ogni altra classe, è l'elemento 
morale, il quale costituisce il nerbo della società, ed 
assicura il ben essere di ciascuno de'loro membri; 
ciò che manca è una convinzione religiosa, sincera 
e profonda , senza la quale 1' uomo vacilla senza 
posa, e non indovina a dare un passo nel sentiero 
che tiene tracciato a se dinanzi ; ciò che manca 
finalmente è una fede robusta per risvegliare ed 
alimentare nel cuor suo un sentimento energico del 
dovere. Ella è questa fede che spiana i monti, ella 
è questa che sotto tal o tal altra forma tante me- 
raviglie operò nelle società antiche ed in quelle del- 
l'età di mezzo; ed il difetto di questa fede è il can- 
cro roditore dell'età moderna. Per questo tutto il 



345 

mondo si lagna, poveri e ricchi, operai e fabbricanti: 
nessuno è conlento. E la causa di questo dolore 
universale si rinviene nei costumi. E leso il cuore 
della società. Se la moralità dei popoli non di- 
pende interamente dai progressi della loro istru- 
zione, per disgrazia nostra la moralità e 1' istruzione 
si possono sviluppare, e troppo di frequente si svi- 
luppano, parallelamente e contraddittoriamente. La 
istruzione non può supplire sempre alla moralità, e 
molto meno nelle classi laboriose ed illetterate: la 
alleanza dei due elementi e la loro aggiustata, 
armonia sarebbero la miglior prova, e la più g!o 
riosa conquista di una ben intesa civiltà ec. » 

Dopo di questa lettura, che potremo fare di me- 
glio che consigliare lo studio della Igiene indu- 
striale? Troverà in essa il medico una sorgente fe- 
conda di dottrina per risolvere questioni impor- 
tanti , tanto nella particolare sua pratica , quanto 
nei casi in che sarà consultato dalle autorità. Piacesse 
al cielo che queste ed il governo leggessero tali 
pagine istruttive per vantaggio della classe operaia 
e della società ! Non chiuderemo queste mal ac- 
cozzate righe senza rallegrarci con il sig. Monlau 
per il trionfo che ha conseguito nel certame ac- 
cademico di Barcellona : e nutriamo speranza che 
sarà per ottenere assai di più, se continua con tanta 
valentìa a percorrere, come ha praticato fin qui, il 
glorioso sentiero dello studio. 

R. H. P. 



34f) 



Al chiarissimo signor 
prof. Gianfrancesco RamhelU. 



H 



[o letto nel nostro Album dei 27 settembre la 
lettera di V. S. Illma datata da Persicelo 17 giu- 
gno di quest' anno e diretta al eh. sig. professore 
cav. Betti ; e siccome in quella si parla di me e 
della mia seconda lettera sulle Liburne rotale del 
21 novembre 1855, inserita nel tomo CXL dell'Ar- 
cadico; così senza indugiar molto vi rispondo, seb- 
bene avea promesso a me stesso di non tornar più 
sopra simile argomento. Mi prendo poi la libertà di 
dirigere a lei queste mie parole, valendomi dei- 
esempio; imperocché ella stessa dieci anni or sono 
ebbe la gentilezza d' indirizzarmi uno scritto , del 
quale credei, nella franchezza del mio carattere, di 
non mostrarmele grato. 

In questa sua nuova lettera poi, primieramente 
noto la seguente frase: « Voi sapete , Betti caris- 
» simo, come io stampai già nell' i4/6i»n (18 marzo 
» 18i6) una lettera sulle Liburne rotate, ove cre- 
)) detti poter mostrare cosa nostra la invenzione 
» delle navi a ruote. ìl che non talentando al sig. 
)) cav. Camillo Ravioli, esci spontaneo in campo e 
)) diresse a celebre prelato un suo scritto, in cui 
)) ribatteva quanto io sulla fede delFlsnardi aveva 
)) asserito ec. » Con queste parole ella allude al 
mio primo scritto del 21 aprile 1846. Ora con tutto 



347 

il rispetto le fo osservare, che io in quello non ho 
mai avuto in animo di negare o di dare esclusiva- 
mente air Italia questa gloria; imperocché mi pro- 
posi soltanto di dimostrare: 

« 1" Che l'uso poetico, pittoresco e meccanico 
» delle ruote ai carri marini e alle navi è antichis- 
» simo e d'ogni tempo: 

« 2° Che le navi liburne erano a remi e a vele 
» soltanto, accidentalmente rotale (per non con- 
» Iraddire alla prima, gratuita e sola testimonianza 
)) deWiucerlo autore [incerto auctohe de rebus bel- 
» Licis): 

» 3" Che il nome di questo incerto autore sem- 
» pre sarà incognito: ma esiste il suo libro De re- 
» bus bellicis, ove si rinvengono le parole che Go- 
» descalco fedelmente trascrive: 

» 4° Che è nulla l'autorità di quest'autore in- 
» certo De rebus bellicis: 

» 5° In qual modo si può aver credenza al fatto 
» registrato dall' incerto autore , indipendentemente 
» dalla sua autorità ». 

Dalle quali proposizioni concludendo io dedussi: 
Le navi a ruote sono uso antichissimo e modernissimo , 
nostrano e straniero. Le navi a ruote, e le liburne a ruote 
mosse da buoi, sono prodotte e lodate da due senza nome: 
monumenti e autori tacciono di loro. Il criterio e il cal- 
colo ci obbligano a smentire la utilità e la potenza delle 
liburne rotate', non mai a negare le esperienze che si 
possono esser fatte (1). Per quel che concerne lo 
scopo del mio secondo scritto del 21 nov. 1855, 

(1) Giornale Arcadico tomo CVlll p. 120, e p. 144. 



348 

per tutta conclusione dimostrai, che In testimonianza 
di Vegezio, allegata dall' Isnardi e sostenuta da lei, 
è male applicata alle liburne rotate. Avvegnaché 
Vegezio parla delle liburne , e non delle liburne 
rotate, che sono non il genere, ma la specie. Que- 
ste liburne rotale rimanendo per tal via solamente 
lodate ab incerlo alidore de rebus beUicis , il quale 
non le attribuisce a nessun popolo o inventore : 
dunque , restiamo per questo lato ancora in per- 
fetta oscurità di loro origine: sfidando l'articolista 
sig. C. A. dell' Enciclopedia italiana e dizionario della 
conversazione (1), del primo inventore occulto ed 
incognito, e perciò senza nome, a dirci la patria , 
come si volle pretendere (2). 

Ella passa di poi nella sua lettera a dolersi del- 
l'avverbio sordamente da me usato nella frase: « Per- 
» che il celebre autore delle Lettere intorno inven- 
)) zioni e scoperte italiane adirarsi sordamente con 
» me, che vidi il vero P E perchè, me avversan- 
)) do, patrocinar la causa vacillante delTIsnardi che 
)) cadde in abbaglio ? » 

Potrei trovar modo di provare che quella mo- 
dificazione ha senso diverso da quello che V. S. le 
attribuisce: pure voglio dirlo un mio fallo, perchè 
con un semplice avverbio non ottenni 1' intento pre- 
fìssomi, di accennare cioè, ch'ella con tutta urbanità 
nella lettera da lei a me diretta volesse pungertni. 
Convengo adunque che sia meglio toglierlo: cosi di- 



(1) Venezia 1847 art. Liburne rotate. 

(2) Giornale Arcadico Tomo CXL. 



349 

struuffo una delle due mie inconsiderazioni , come 
ella con molta discretezza le chiama. 

Intorno però alla mia seconda inconsideratezza 
non convengo. Il chiarissimo sig. cav. Betti nella 
classica sua opera Vllliislre Italia, come anche ella 
avverte, parlando del Branca dice: « Imperocché fu 
« egli che tra' primissimi tentò la grave esperien-- 
)) za di applicare siccome forza motrice la potenza 
)) del vapore dell'acqua all'uso della meccanica ». 

Ed appunto il Branca fu tra i primissimi ad ap- 
plicare l'eolipila rammentata da Vitruyio e nota alla 
scuola alessandrina, come forza motrice di un con- 
gegno atto a pistar le polveri. Ed ella m' insegna 
che il dire tra' primissimi è cosa assai diversa che 
dire // primo. Quindi la cauta frase del sig. cav. 
Botti non si trova in opposizione co' fatti e col vero; 
e siccome io ho cercato di esporre que' fatti e quelle 
verità medesime intorno al 'vapore acquoso ed alle 
applicazioni della sua forza motrice; così neppure io 
mi son trovato a contraddire il eh. professore sud- 
detto, verso il quale ogni dì piiì s'aumenta la mia 
venerazione ad un tempo e l'ammirazione sincera, 
conoscendo meglio il tesoro delle auree doti dell' 
animo suo e l'estinsione delle cognizioni che alta- 
ijiente possiede. 

INon credetti poi di dovere indagare scrupolo- 
samente se la ristampa della sua opera Intorno in- 
venzioni e scoperte italiane, fatta in Modena nel 1844, 
aveva o nò aggiunte o correzioni, le quali si fanno, 
vivo l'autore, quasi ogni volta che s' intraprende una 
nuova edizione di un libro. D'altra parte io mi sono 
trovato talora a dovere confrontar codici o edizioni 



350 

di classici latini ed italiani , per le varianti o pei' 
tutt'altra ragione; ma nelle opere moderne ho cer- 
cato di consultare la edizione ultima fatta vivente 
l'autore, perchè riputata sempre o quasi sempre mi- 
gliore. V. S. lllma mi avverte che la sua sesta edi- 
zione di Modena 18i4, come tutte le altre, non gode 
di questo benefìcio nella lettera XIX sulle macchine 
a vapore. Non ho che rispondere : basta a me eh' 
essa, in caso di pazienti cure, eh' ella avesse avuto 
o tempo o volontà di fare, abbia potuto ammettere 
varianti ed addizioni. Ciò, spero, non mi potrà mai 
negare : poiché 1' indicazione del passo del Palin- 
genio fu pubblicata in Roma nel 1843 , e la sua 
opera ristampata nel 184-4. D'altronde le sue dotte 
aderenze in Roma glielo avrebbero facilmente o 
additato o comunicato al primo suo dubbio che il 
Branca non potesse essere stato il primo ad appli- 
care l'eolipila foggiata a testa di metallo. Ma tal 
dubbio non poteva in lei certamente sorgere, se non 
dopo fatta lettura del testo del Branca: la qual let- 
tura ella onìise di fare, perchè non le fu comuni- 
cato il testo, ma semplicemente il frontispizio del 
libro intitolato Le machine, stampato dal Branca in 
Roma nel 1629. 

Ella poi mi fa molto pedissequo ai precetti di 
Orazio, quand'ei consiglia a limare un' opera per 
nove anni. Questo sarebbe stato per me un vanto 
da cui ritrarrei grande estimazione: ma deggio farle \ 
osservare rispettosamente, che la mia non fu che 
una lettera , la quale non costommi altro tempo , 
che quello necessario a distenderla currenli calamo^ 
La prego a rileggere il brano che mette in chiaro 



351 

questo punto: io posso assicurarla, che ivi, come al- 
trove, non era luogo a tradirsi da me la verità. 
» Neir aprile 1846 scrissi la mia infausta lettera 
» sulle liburne rotate: il oh. sig. Rambelli rispose 
» neir ottobre dello stesso anno; il Dizionario del 
» Tasso porta la data del 1847. Io lessi in esso 
)) l'articolo del sig. C. A. nel 1848: lo disprezzai, 
» imperocché lo lessi con poca riflessione. Nel 1853 
» mi fu fatto notare da persona amica: lo tornai a 
)) leggere, vidi la necessità di difendermi. Nel lu- 
» glio del 1854 gittai sulla carta queste osserva- 
» zioni, quando credea ancor vivente 1' Isnaidi: ora 
)) finalmente, fatte molte recisioni per amor di pace 
» e di brevità, dopo 9 anni mi son deciso a rompere 
» il silenzio, che omai mi pesava sul cuore ». 

Mi permetta ancora un'altra annotazione. Io leggo 
sempre nella sua lettera ultima, del 18 giugno p. 
p. inserita nelV Album « .... e quando le cose 
)) che dissi in quella (lettera dell'ottobre 1846) sono 
» esposte con tutta l'urbanità e la moderatezza, che 
» anche in discrepanza di opinione è a usarsi fra le 
)) oneste e civili persone. » Quasi che la nostra 
quistione consista in dissentimento di opinione: Non 
posso né debbo volere che V. S. lllma la chiami 
altrimenti; dalla mia parte però protesto altamente. 
Finché gU studi storici non si avvalorarono di fatti, 
di prove e d' interpretazioni non dubbie , opinione 
si disse il disparere sulla priorità della civiltà etru- 
sca o greca: fino a Galileo opinione fu l' immobilità 
della terra o del sole: fino a Colombo opinione l'e- 
sistenza delle terre al di là d'Abila e Calpe e del- 
l'ultima Tuie: e sempre saranno opinioni le discre- 



352 

panze in materia filosotìca delle varie sette degli 
stoici, de' peripatetici, degli epicurei ec. La base della 
mia quislione intorno alle liburne rotale è tutta pog- 
giata nelle cinque proposizioni da me sopra enun- 
ciate, e provate nella mia prima lettera e documen- 
tate o con verità e date storiche, o col calcolo, e 
non dichiarate finora false da nessuno per mezzo di 
nuove prove che quelle distruggano e me confon- 
dano. Per quel che riguarda all'origine della quistione 
da me promossa nella prima lettera e di nuovo a- 
gitata nella seconda - Se i ìsnardi è caduto in al- 
cuno eirore e dove ? - avendo io dimostrato che sìy 
per ismentirmi è d'uopo contrappormi argomento e 
prove di logica, che dicano che no. Il resto non ò 
che un cumulo di parole, alle quali se se ne aggiun- 
gessero di nuove e da lei e da me ci farebbero 
torto. 

Quindi è che se i chiarissimi uomini, a cui ella 
si appella, quali sono il Betti, l'Orioli ed il Ferruc- 
ci, a giusto titolo de' più venerati e saputi che ab- 
bia r Italia, trovino lo stato della quistione non in- 
degno del loro esame, io fo preghiera che essi sì 
compiacciano di prendere in considerazione le pro- 
posizioni da me dichiarate in questa mia terza let- 
tera, epilogo delle altre due. Il vasto sapere, di che 
eglino sono oltre misura forniti, ben additerà loro 
che qualunque altro punto di vista , da cui puossi 
mirare l'oggetto, mi è estraneo totalmente. 

Prenda infine la S. V. Illma queste mie parole 
come un atto, che mal nn'o grado l'onor mio e- 
sigeva che io compiessi. Altre volte eranvi alcune 
vie arrisicate di proposta e di risposta, diverse dalla« 



9f 



353 

moderata polemica da noi intrapresa. Sia lode a Dio, 
la civiltà moderna alla spada sostituì la parola, al 
campo i fogli periodici: più nobile arena al certo. 
La S. V. mi ha trovato sempre pronto ed animoso 
in questa nuova palestra: e, n'abbia la mia fede, sem- 
pre mi ci troverà. Ma la S.V. stessa saggiamente os- 
serva che la qulslione non ha in se importanza nes - 
suna; quindi il nostro tempo, io mi avviso, può es- 
sere meglio adoperato in altre faccende, senza che 
urbanamente e moderatamente facciam trapelare da 
ambe le parti qualche cosa, che ornai non ritiene 
molto della virtù. Mi creda sempre 

Della S. V. Illma 

Di Roma ai 3 di ottobre 1856. 

Devotissimo Servitore 
Camillo Ravioli. 



GA.T.CXLlll 23 



354 
VARIETÀ' 

Scrini vari di Salvatore Beiti. S." Firenze tipografia 
di Emilio Torelli 1856. {Un voi. di pag. 448). 

Non sono comprese in questo volume né V Il- 
lustre Italia, ne le Prose scelte pubblicate dal Sil- 
vestri in Milano nel 1827. Sappiamo dall'autore, che 
l'edizione è offesa qua e là di ben gravi errori di 
stampa : non avendo potuto curarla egli col con- 
dursi a Firenze. 



Vita di s. Filippo Neri novellamente descritta in com- 
pendio da Giuseppe Ignazio Montanari. S." Bologna, 
tipografia al Sole 1856. (Un voi. di pag. 226.) 

Osiamo dire, che se i libri di cristiana edifica- 
zione saranno scritti com'è questa vita di s. Filippo 
Neri, andranno essi maggiormente fra le mani d'ogni 
condizione di fedeli , i quali ne trarranno profìtto 
insieme e diletto. Quanta nettezza di favella! Quan- 
ta grazia, semplicità ed efficacia di stile ! Quanto 
magistero di narrazione ! Ne siano lodi grandi all' 
esimio professor Montanari, che ora ci porge ad am- 
mirare ed amare le sante virlù del Neri, come già 
fece di quelle di s. Giuseppe da Copertino. 



Alcune prose di Gaetano Gihelli. 8." Bologna tipo- 
grafia all'Ancora 1856. (Un voi. di pag. 176.) 

Sono qui di questo scrittore elegantissimo, e più 
volte da noi meritamente lodato, la Vita del conte 
Giovanni Marchetti, le Considerazioni sopra la moda 



355 

e sopra tre sonetti del Petrarca, ed una Lettera al 
conte Francesco Salina intorno alle famose unità di 
Aristotele, ch'egli filosofìcarnante e virilmente pro- 
pugna. 



Elogio del conte Domenico Paoli fatto dal marchese 
Francesco Baldassini per commissione del muni- 
cipio di Pesaro. 8° Pesaro, tipografia di Annesio 
Nobili 1856. (Sono pag. 43.) 

Del conte Paoli, una delle glorie pesaresi di que- 
sto secolo, si aveva già un bell'elogio pubblicato dal 
P. Serpieri delle scuole pie, professore di fisica nelT 
università di Urbino. Ma il municipio di Pesaro ha 
desiderato che anche in patria si celebrassero la vir- 
tù e la dottrina dell'esimio cittadino che tanto fece 
per essa e per le scienze soprattutto fìsiche e geo- 
logiche : ed ecco quest' altro nobile scritto uscito 
della penna d'uno de'nostri veterani onorandi delle 
scienze, cioè del marchese Francesco Baldassini, il 
quale al Paoli fu congiunto di studi e di afifetto- 
L'elogio è veramente degno del lodato e del loda- 
tore: ed oltre al piacere che debbono provarne i pe- 
saresi, ce ne congratuliamo anche noi, che all'uno 
già fummo, ed all'altro siamo stretti di singolare 
amicizia. 

Il marchese Baldassini ha inoltre pubblicato in 
Pesaro, di questi mesi, quest'altre sue opere : 

Intorno alVanalisi ragionata dei lavori di G. Cuvier^ 

preceduta dal suo elogio fatto da P. Flourens. 
Intorno al potere attribuito al mollusco del genere Cy- 



356 
praea di coslriiiie una nuova conchiglia allorché per 
V accrescimento deW animale si è resa di troppo an- 
gusta la prima. 

Sul modo con cui si suppone che i molluschi lilofagi 
perforino le rocce. 

Intorno alle facoltà che hanno le sanguisughe, e spe- 
cialmente /'hyrudo medicinalis, di succhiare il san- 
gue. 

Intorno alVopera del conte Giuseppe Zinanni di Ra- 
vemia sulle uova e nidi degli uccelli, e intorno la 
sua anteriorità a M. Gay neW antivederne Vimpor- 
tanzfi. 



Lettere del conte Giulio Perlicari mancanti in tutte 
le edizioni delle sue opere. 8." Faenza dalla tipo- 
grafia di Pietro Conti 1856. (Sono pag. 38.) 

Rende gran servigio all'Italia ed alla gentilezza 
delle sua favella chi pubblica alcuna cosa d'oro del 
Perticari : che già non altro che oro menava quella 
sua penna. Le lettere, che qui annunziamo, e che 
trovansi sparse qua e là in diverse opere , saranno 
a tutti preziose; specialmente una di esse lunghis- 
sima e dottissima al celebre Paolo Costa intorno 
a que'versi della Divina Commedia : 

J]^ la notte de'passi, con che sale, 
Fatti avea due nel loco avveravamo : 

lettera che ha una pur lunga aggiunta in fine, pa- 
rimente intorno ad essi versi, dell'illustre consorte 
del Perticari Costanza Monti. 



357 

/ primi XXI vescovi della chiesa ripana, ceUni sto- 
rici del sacerdote prof. Alessandro Alti. 12." Ri- 
patransone, tip. di Corrado e Guido laffei 1856. 
(Sono pag. 198}. 

Diamo al sig. prof. ab. Atti, rettore del semi- 
nario di Segni, la lode che ben si merita per qaesta 
opera, la quale eruditamente illustra non solo la storia 
della chiesa ripana, ma l'universale ecclesiastica: oltre 
alle notizie critiche che vi si contengono delle an- 
tiche città di Cupra Marittima e di Truento, le qua- 
li, già vescovili ne primi secoli della nostra fede , 
sursero nella presente diocesi di Ripatransone, che 
non ottenne la sua cattedra vescovile se non nel 
1571 da san Pio V. 

La prima e la seconda patria. Picciol dono affettuoso 
offerto agli amici delVuna e delValtra da Alessan^ 
dro Baldassini. 8." Pesaro, tipografia di Annesio 
Nobili 1856. (Sono pag. 61.) 

La Simiglia Baldassini di Pesaro non è men 
chiara per lettere, che per cortesia. Abbiamo par- 
lato or ora del venerando marchese Francesco : or 
ecco il suo degno figliuolo marchese Alessandro dar 
opera in questi versi ad onorare i più insigni suoi 
amici e concittadini di essa città di Pesaro e di Bo- 
logna, quella chiamata prima, e questa seconda sua 
patria. Gentile il pensiero dell' egregio^ signore : e 
lodevole l'esecusione di esso: perciocché ne'suoi versi 
ben si ravvisa un seguace delle scuole sì pesarese 
e sì bolognese , famosa quella pel Perticari e pel 
Cassi, questa pel Costa, pel Marchetti, per l'Ange- 



358 
lellì , tenutisi cost.antemente lontani da ogni stra- 
nezza e corruzione moderna. 



Vita del giovane marchese Girolamo Morici di Fermo 
scritta dal prete Antonio Donati. 12." Fermo^ tip. 
Paccasassi 1856. (Sono pag. 119 coi ritratto del 
Morici). 

Non poteva scriversi, a noi pare, più soave- 
mente la vita di un giovinetto patrizio, che fu tutto 
cosa di Dio, e che nato il 2 di maggio 1833 si ri- 
posò nel Signore il 27 di agosto 1855. Quando si 
hanno alle mani, come ben mostra d'averli il sig. 
ab. Donati, i libri incomparabili che intorno a que- 
ste cose ci lasciarono principalmente il Cavalca, l'au- 
tore de'Fioretti di s- Francesco, il Belcari,il MafFei, il 
Cesari, non può non farsi opera anche bellissima per 
la schietta eleganza della favella. 



Precetti ed esempi di lettere italiane proposti ai gio- 
vanetti da Girolamo Bertozzi maestro del ginnasio 
di Cesena. 12.° Ravenna, tipografia del ven. semi- 
nario àrciv. 1855. (Sono pag. 191.) 

Dopo le debite lodi che ci sembra meritare il 
retto giudizio del sig. Bertozzi, non possiamo che 
assai raccomandare questo elegante libretto ai no 
stri maestri , sicché noi facciano ignorare ai loro 
giovani, i quali vi troveranno esempi bellissimi di 
scriver lettere, la maggior parte inediti e usciti del- 
la penna di molti de'più chiaj-i e forbiti scrittori , 
che hanno illustrato o illustrano viventi l'Italia. 



ì 



ì 



359 

Lettera del sommo pontefice Benedetto XIV a mon- 
signor Niccola Mancinforte circa il dover riassu- 
mere e ritenere il titolo di vescovo di Ancona e 
di Umana. Si aggiungono annotazioni ed illustra- 
zioni e documenti inediti sulla serie de' vescovi e 
sulle antichità numanati. 8." Ancona per Sartori 
Cherubini 1856. (Un voi. di pag. 142 e XXX). 
11 grande pontefice Benedetto XIV, stato già ve- 
scovo d'Ancona, prese in questa dottissima lettera 
a far quasi la storia dell'antica città di Umana, la 
quale da Martino V nel 1422 fu unita alla cattedra 
anconitana. Ma i vescovi amarono poi meglio chia- 
marsi conti di Umana : il che per ragioni storiche 
non sembrando bene al pontefice, ordinò a monsi- 
gnor Manciforte, che secondo la bolla di papa Mar- 
tino dovesse riprendere il titolo di vescovo di An- 
cona e di Umana. 

A questa lunga ed importante lettera di sì gran 
papa ha fatto nella presente opera eruditissime note 
un dotto prelato, monsignor Lorenzo Barili primi- 
cerio della cattedrale di Ancona , ed ora inviato 
straordinario della Santa Sede alla Nuova Granata. 
Noi reputiamo il suo scritto essere de'piij diligenti 
e critici che mai possano desiderarsi nella presente 
luce di studi storici : perciocché non v'ha forse co- 
se intorno ad Umana, detta pur Numana, che vi sia 
o ignorata o dimenticata : così quanto alle sue vi- 
cende civili, come quanto alle ecclesiastiche, e so- 
prattutto a'suoi vescovi particolari, de' quali si dà 
più corretta la serie. È poi prezioso il libro per 
tanti documenti che, tratti dagli archivi, or veggono 
la prima volta la pubblica luce. 



360 

Egloga nona di Virgilio recata in italiano dal mar- 
chese di Montrone, e pubblicata per le nozze Ra~ 
nnzzi-De^ Bianchi. 8." Bologna^ tipografìa alV Anco- 
ra 1856. 

Ne dobbiamo la prima pubblicazione alle cure 
di quel caro e candido scrittore ch'è l'avv. Enrico 
Sassoli. Si sa ora dunque cbe il celebre marchese 
di Montrone aveva pur tradotta l'intera Bucolica di 
Virgilio : lavoro però , che non essendo stato mai 
ricordato da lui, ne pure a'suoì più stretti amici , 
pare che debba stimarsi condotto in gioventù. E 
veramente benché mostri lampi qua e là di quel 
bello stile , già sì lodato dal Giordani e da altri , 
osiamo dire che non ci sembra cosa da crescer fama 
all'insigne poeta, il quale di tante nobilissime opere 
arricchì il nostro Parnaso , e principalmente della, 
più italiana traduzione di Giovenale. 



Programma del grande concorso dementino e del pre- 
mio pittorico Pellegrini che si giudicheranno nel 
MDCCCLVII dalV insigne e pontificia accademia 
romana delle belle arti denominata di san Luca. 

insigne e pontifìcia accademia ha determinato 
di pubblicare il grande concorso dementino ed 
insieme il premio di pittura fondato dalla eh. mem. 
del prof. Domenico Pellegrini. 

PITTURA 

PRIMA CLASSE 

David schiva il colpo di Saal , la cui lancia ,. 



361 

senza offendere l'innocente e odiato giovane, va a 
percuotere la parete. - V. Il primo libro dei re cap. 
XIX V. 10. 

Quadro ad olio in tela, lungo palmi cinque archi- 
tettonici romani, cioè metro 1,115; alto palmi quatt 
Irò, cioè metro 0,892. 

SECONDA CLASSE 

N. S. Gesù Cristo è servito a mensa dagli angeli 
dopo le tentazioni del demonio nel deserto. - V 
San Matteo, Evang. cap. Fw. 11. 

Disegno in figura, in foglio lungo tre palmi romani 
sia metro 0,670; alto due palmi, o sia metro, 0, 
445, non compreso il margine. 

SCULTURA 

j 

PRIMA CLASSE 

Il figliuol prodigo, pentito de'suoi falli, presen- 
tasi al padre che amorosamente lo accoglie fra le 
sue braccia. - V. San Luca, Evang. cap. XV 

Gruppo di tutto rilievo, in gesso o in terra cotta, 
Cleti altezza di tre palmi romani: cioè metro 0,670 
non compreso lo zoccolo. 

SECONDA CLASSE 

Il giudizio di Salomone sulla questione del figli- 
uolo disputato dalle due donne. - F. // libro III 
dei re cap. Ili 



:ìG2 

Bassorilievo in gesso o in terra cotta, lungo palmi 
romani cinque, cioè metro 1,115; allo palmi tre , 
cioè metro 0,670. 

ARCHITETTURA 

PUflUA CLASSE 

Un' accademia ecclesiastica , o collegio per le 
scienze ecclesiastiche superiori atto a contenere ses- 
santa alunni, il quale oltre alla loro abitazione in 
camere separate, dovrà contenere anche quelle de' 
professori. Formeranno parte principale dell'edificio 
una gran chiesa accessibile al pubblico, e una pic- 
cola chiesa, od oi'atorio , per gli esercizi spirituali 
giornalieri- Dovranno essere opportunamente e co- 
modamente distribuite nell'edificio le scuole co'ri- 
spettivi gabinetti di scienze fìsiche e naturali, le sale 
per le esercitazioni private degli alunni, per le dis- 
sertazioni e conclusioni pubbliche, e per la biblio- 
teca. Dovrà l'edificio inoltre avere un appartamento 
pel supremo direttore, vari luoghi per l'interna am- 
ministrazione, il refettorio, le cucine, la farmacia, 
i magazzini ed altri accessoria 

Tutto il composto dovrà rappresentarsi in due 
piante, in un prospetto e in due sezioni, oltre ad un 
foglio di particolari più in grande. 

La scala sarà di due millimetri a metro per le 
piante, e di quattro millimetri per le alzate : usando 
a tal uopo fogli hmghi palmi 2 ^1^^ , o sia metro 
0, 840; largo palmi 2 '/j^, , o sia metro 0, 576. 



363 

SECONDA CLASSE 

Un edifìcio pel convitto ed ammaestramento dei 
sordo-muti. Vi saranno, oltre agli ambienti neces- 
sari per quaranta maschi e quaranta femmine, di- 
sposti colla debita separazione dei sessi, quelli per 
Tistruzione, un oratorio, una sala per gli esami pub- 
blici, e le abitazioni per il direttore, per la diret- 
trice e per gli inservienti necessari. 

Il progetto sarà dimostrato colle piante di ciascun 
piano, prospetto e sezione. I fogli avranno la mede- 
sima dimensione di quelli prescritti per la prima classe. 



PREMIO PITTORICO PELLEGRINI. 

11 giovane Daniele difende l'innocenza di Susan- 
na mentre è condotta ad essere lapidata. - V. Il li- 
bro di Daniele capo XIII. 

Quadro ad olio, alto palmi sei romani aì'chitet^ 
tonici, sia metro 1, 345; largo palmi otto romani 
architettonici, o sia metro 1, 780. 

ORDINE DEL CONCORSO 

Il giorno della solenne distribuzione de' premi 
verrà determinato con particolare avviso. 

Ogni artista, di qualsiasi nazione, potrà fare espe- 
rimento del suo valore in quella classe, ove non ab- 
bia ottenuto mai premio in alcuno de'grandi con- 
corsi capitolini. 

Le opere saranno consegnate al professore se- 
gretario perpetuo dell' accademia , nella residenza 



364 

delle scuole accademiche a Ripetta, il giorno 21 di 
maggio 1857. 

Ogni opera da presentarsi al concorso avrà scrit- 
ta una epigrafe, e sarà accompagnata da una let- 
tera sigillata, che contenga il nome dell'autore, la 
patria e l'abitazione, ed abbia di fuori ripetuta l'e- 
pigrafe medesima, ond'ò notata l'opera. 

Ne'giorni 23 e 24 di esso mese i concorrenti 
saranno sottoposti a prove estemporanee sopra temi 
tratti a sorte. 

Queste prove, affinchè bastino a far conoscere se 
l'opera presentata sia dell'autore che la presenta ^ 
consisteranno negli esper. menti che qui seguono . 

Per la pittura, nella prima classe e nel concorso 
al premio Pellegrini, si farà un bozzetto d' inven- 
zione nel primo giorno e nel termine di sei ore , 
alto un palmo e due once, cioè metro 0,268: largo 
un palmo e mezzo, cioè metro 0, 335. Nel secon- 
do giorno, entro il medesimo spazio di tempo , si 
dipingerà una mezza figura dal nudo (nella misura 
così detta di Sassoferrato) a fine di avere le prove 
dell'esecuzione. 

Il medesimo, quanto a'modelii, si userà per la 

prima classe della scultura. 

Nella seconda classe poi della pittura si eseguirà 
un soggetto in disegno : e nella seconda classe della 
scultura un altro soggetto in bassorilievo: e ciò nel 
primo giorno. Nel secondo giorne si disegnerà da' 
pittori, e si modellerà dagli scultori, una parte daF 
vero. 

Nell'architettura, quelli che concorreranno alla 
prima classe dovranno ne! primo giorno eseguire la. 



365 

pianta, l'elevazione e lo spaccato di un piccolo edi- 
ficio, in fogli lunghi tre palmi e un dodicesimo, cioè 
metro 0, 688 ; larghi due palmi e cinque dodice- 
simi, cioè metro 0,539. I concorrenti alla seconda 
classe saranno sperimentati sopra un soggetto più 
facile, in fogli lunghi palmi due e dieci dodicesimi, 
cioè metro 0, 633; larghi palmi due e un dodice- 
simo, cioè metro 0, 4-64. 

Nel secondo giorno essi concorrenti della prima 
classe faranno una descrizione della fabbrica ope- 
rata estemporaneamente nel gioino innanzi : indi- 
cando il metodo di costruzione , e dando qualche 
particolare in grande di una parte di essa fabbrica. 
E così faranno in proporzione quelli della seconda 
classe. 

Le opere de' concorrenti colle rispettive prove 
saranno esposte al pubblico nelle sale accademiche 
per otto giorni, prima del giudizio dell'accademia: 
e per altri otto giorni, dopo esso giudizio. 

L'accademia giudicherà le opere de'concorrenti 
inappellabilmente, ed in tutto secondo le disposi- 
zioni del cap. IV de'suoi pontifici statuti. 

Le opere premiate rimarranno in proprietà dell' 
accademia , perchè siano collocate nelle sue sale 
co'nomi degli autori. 

11 premio dementino, per le opere della prima 
classe della pittura, della scultura e dell'architettura, 
sarà d' una medaglia del valore di scudi romani 
centotrenla 

II premio per le opere delle seconde classi sarà 
d'una medaglia del valore di scudi romani settanta. 

Il premio pittorico Pellegrini sarà di una meda- 
glia di scudi romani quattrocento. 



366 
Dato in Roma dalle stanze accademiche questo 
dì 21 di maggio 1856. 

// conte Palatino 
Professore Presidente deW Accademia 
COMMEND. PIETRO TENERANl 



// Professore Segretario Perpetuo. 
CAV. SALVATORE BETTI. 



Errata — Corrige- 
Nel ragionamento del nostro celebre cav. Borghesi Intorno alViscri- 
zione ardeatina di Mario Massimo, ch'è il primo di questo to- 
mo, debbono a carte 17 lin 9 essere tolte le parole, affine di as- 
sumervi il successivo consolato ordinario. 



367 
INDICE 

Borghesi^ Intorno alV iscrizione ardeatina di Ma- 
rio Massimo pag. 3 

Valenlinelli, Bibliografia della Dalmazia e del 

Monteìiegro. . , » 36 

Gori, Gita da Boma a Porto d'Anzio, a Net- 
tuno e ad Astiira » 38 

Biistellif Esperimento d'una versione italiana di 

Tacito {continuazione) » 80 

Orioli, Idee cosmologiche e cosmogoniche. » 106 

Pianciani, Saggi filosofici » 112 

Intorno ad alcune voci che si stimano erronee 

nella Ugna italiana, e tali non sono. . » 126 
Cappello, Bagni minerali di Tivoli. . . » 186 
Mori chini. Scritti editi ed inediti ( continuazione 

e fine) « 191 

Bapporti delVistituto veneto intorno ai Cenni sul 
moto ondoso del mare del commendatore 

Cialdi, e schiarimenti di questo » 216 

Cialdi, Appendice all'opera sua sul Moto ondoso 

del mare ec » 242 

Maggiorani, Di alami suicidi ultimamente avve- 
nuti in Boma. » 259 

Belli, Inni ecclesiastici tradotti. . , . . » 271 
Morelli, La pellagra ne' suoi rapporti medici e 

sociali . » 286 

Monti, Odi: . . " . . . . . . . . » 288 

Lettere inedite di Luigi Biondi e Pellegrino 
Farini .:....» 298 



368 
Burri, Ispezione scientifica e tecnica siiWacqui- 

(lotto da costruir&i nella città di Sezze. » 310 
Tomani Amiani, Delle dipinture più celebri esi- 
stenti in Fano » 338 

Preservativo contro la febbre gialla. . . » 340 

Monlau, Igiene industriale » 341 

Ravioli, Lettera al prof. Rambelli. ...» 346 

Varietà » 354 

Programma delVaccademia di s. Luca- . » 360 



IMPRIMATUR 

Fr. Th. M. Larco 0. P. S. P. A. M. Socius 

IMPRIMATUR 

Fr. A. Ligi Russi Ord. Min. Conv. Archiep. Icon. 
Vicesserens. 





Nel giornale si dà il sunto, o viene inse- 
rito l'annunzio, delle opere presentate in dop- 
pio esemplare alla direzione. Se queste opere 
vengono dall'estero, debbono essere inviate 
franche d'ogni spesa di porto e dazio. 

Le notizie di scienze, di lettere, e di belle 
arti, quelle di scoperte utili per l'agricolfvra, 
industria ec, come anche i programmi de' con- 
corsi accademici, dovranno similmente esser 
mandati franchi di posta alla direzione. 






Chi si associa per dieci copie, o ne garan- 
tisce la vendita, avrà l'undecima gratis. 






^ 



GIORNALE 



DI SCIENZE, LETTERE ED ARTI 

Voi. 4-30 431 432 




ROMA 
Tipografia delle Belle Arti 

1856 



Piazza Poli num. 91. 



GIORNALE 



DI 



SCIENZE, LETTERE ED ARTI 

VOLUME CXLIV 

LUGLIO, AGOSTO E SETTEMBRE 
1856 



ì^ 



ROMA 

TIPOGRAFIA DELLE BELLE ARTI 
1856 



SCIEIXZE, LETTERE ED ARTI 



Antiche lapidi rinvemite in varie escavazioni dal cav. 
G. B. Guidi, pubblicale da Carlo Lodovico Visconti 
socio ordinario soprannumero della poniilìcia acca- 
demia romana di archeologia. 



I 



I cav. Giambattista Guidi, ispettore onorario de- 
gli scavi , sagace non meno che fortunato ricer- 
catore d'antichi monumenti, avendo, non ha guari, 
adunato nel suo nuovo magazzino, in via di porta 
s. Sebastiano, presso la chiesa di s. Sisto, una mol- 
titudine di cose antiche, infra le quali non poche 
iscrizioni, fuori d'una o due tutte inedite e talune 
pregevolissime, ho divisato di farle conoscere agli eru- 
diti, colla mira principalmente d'ovviare al pericolo, 
che troppo indugiandosi a pubblicarle, per alcuna di 
quelle tante vicende, cui vanno del continuo sotto- 
poste le cose umane, non avesse a rimanere in parte 
od in tutto privata la scienza di suppellettile sì pre- 
ziosa. Ondechè fattane parola e chiestane la per- 
missione al suUodato inventore e possessore delle 
medesime, questi non pure me l' accordò pronta- 
mente, ma, caldissimo fautore, com'egli è, di quanto 
può ridondare in utilità della scienza, aggiunse an- 
cora stimoli al mio desiderio , e di poi con ogni 
maniera di cortesie si compiacque facilitare l'opera 
mia , dimostrandomi co' fatti quanto egli avesse a 
caro che tah suoi marmi fossero divuli^ati. Eccoli 



4- 

portanto venire in luce su questo giornale, insieme 
con qualche mia breve osservazione, dove m'è parso 
che ne meritassero alcuna; le quali del resto [sot- 
topongo interamente al giudizio degli eruditi, d'al- 
tro non potendo assicurarli , se non che della mia 
diligenza ed accuratezza in farne gli apografi, e dello 
studio posto in provvedere che fossero riprodotti fe- 
delmente e senza mende, anzi con la maggiore pos- 
sibile imitazione dei monumenti originali. 

De' rimanenti oggetti che si conservano in detto 
luogo , e ne formami quasiché un picciolo museo , 
come vasi, bronzi, bassorilievi, monete, utensili do- 
mestici ed altro, io non avrò punto ad occuparmi 
limitandomi alle sole iscrizioni. A queste verrò tal- 
volta inserendone alcuna rinvenuta di prossimo dal 
cav. Guidi, come che non si trovi in quel magaz- 
zino : e massime certe lapidi pagane estratte dal 
cimiterio di s. Alessandro, ov'erano state adoperate 
da que' fedeli all'uopo di chiudere i loculi sepolcra- 
li; lo che si vede anche altrove aver fiitto piìi volte. 
Ancorché detti marmi, che non hanno veruno essen- 
ziale riferimento a quel cimiterio, credo siano stati 
posti in appendice alla illustrazione di quell'insigne e 
venerabile monumento, dettata dal Commissario delle 
Antichità, commend. P. E. Visconti, mio zio, omai 
prossima ad uscire in luce. 

La più gran parte delle iscrizioni che siamo per 
publicare son sepolcrali , e provengono da colom- 
bai posti lungo le vie Appia e Latina, talune dalla 
famosa villa de' Quintili , pochissime d' altre parti. 
Lo che si conoscerà dalle indicazioni topografiche, 
di cui non mancheremo di corredarle , ogni volta 



5 

cl»e ne siano state fornite dal prelodato cav. Gui- 
<ir, che quanto ad alcune gli fallì Ja n^emoria 

dei nomi , respingendo in ultimo quelle no.ho 
che non ne offi-ono alcuno , sia per la e lità d 
Hìonumento, sia per la frattura del marmo 



D M 

AELIAE . EVHODlAE . FEC 

C . IVLIVS . EVTYCnvS . COWiVGl 

sanctissIaue . B . M . 

ET . IVLIA . MARIA . MATRl . 
DVLCISS/MAE • ET . PlIsSlMAE 
QV.AO. XXIX.D.Xlin. 



^J^ùolo ..invenuto s„l,a via Appia , presso To, 



6 
11. 



D M 

P AEL CLEKVCHo 

AVG LIB I L RODO 

PE CONIVGI BENE 

MEREN TI FECIT 



La presente iscrizione non è fra quelle posse- 
dute dal cav. Guidi. La copiai da un cinerario di 
bella maniera portato in giro da un contadino , il 
quale dicea d'averlo rinvenuto nelle vicinanze di s. 
Vito, e cercava disfarsene al maggior prezzo pos- 
sibile. Sarà slato forse in quei luoghi un qualche 
vico, pago, dipendente da Anania, o da Praeneste. 
Yi notai che i caratteri n'erano assai cattivi e molto 
alieni da quelli del tempo di Adriano e dal buono 
stile del vaso. E quindi probabile che detto cine- 
rario fosse acquistato in Roma bello e fatto da que- 
sto Clerucone , il quale dipoi vi facesse incidere 1' 
iscrizione da qualche mal pratico scarpellino del 
luogo, che fu patria, o domicilio della defunta. Volli 
pertanto inserire l'epigrafe surriferita in questa rac- 
colta , ond' ella non avesse a rimanere occulta in- 
sieme col vaso, il quale ornai Dio sa dove sarà ca- 
pitato ? 



7 

m. 



FORT . . . . 

TVTELA .... 

P . AELIVS . I 

P.P.. 

AEDEM . CV 

A SOLO . R 



Fortimae Aug. et Tutelae huius loci, era scritto 
probabilmente nelle prime linee di questo marmo, 
posto forse anticamente nella fronte di qualche tem- 
pietto, entro una villa. Fu rinvenuto nella tenuta 
detta Lucrezia Romana. 

IV. 



D M 

AGATHAMGELO 

NAIS 
MATER . FILIO 

Piissimo 
Stera, Villa dei Quintili. 
V. 

D M 

AEMILIAE 

M . F 
BASSILLAE 

Cippo. 



8 
VI. 



CINERIBVS 
ALEXANDRI 



Lapidetta con foro per libazioni , trovata nella 
villa dei Quintili. 

VII. 



ANTHVS MANDATI 

LVCI F SER VICAR 

ASCLEPIAE CONS SVAE 

Titoletto rinvenuto presso i ruderi detti Roma 
Vecchia. Credo vi si debba leggere: Anthus Mandati 
Ludi Fila Servus Vicarius ec. Dov' è da notare , 
che questo Mandato , di cui Anto si dice vicario , 
fu ingenuo , venendo citato il nome di Lucio suo 
padre. Lo che non so quanto piacerebbe al Fab- 
bretti, il quale rimproverò al Reinesio d'aver dato 
un vicario, non che ad un ingenuo, ad un liberto, 
sostenendo egli: Servos vicarios in alterius servi pe- 
culio fuissc ( I. D. cap. IV., 302 ). Di che viene con* 
buone ragioni contraddetto dal Muratori (883 ,6). 

VIII. 



APOLLONIA 
SVAVISSIMA 

Stera di travertino. Via latina. 



9 


IX. 


D M 


ARRIO 


EVARISTO 


ARRIA.HELPIS 


B . M . F 


^^ia Appia. Tor Carbone. 


X. 


ATEI A.'J.L.LEPIDA.FECIT 


SIBI.ET.GAVIAE.C.L.STASIMEN 


FILIAE 



Ossuario quadrato mancante del coperchio. Via 
latina. Nella seconda linea è mancato il marmo per 
terminarvi il nome. 

XI. 



AVR • AVGG • LIB BONITAS 

EX • EMERITIS 

{Sic) 

M • AVRAVGGI B • AVRELIA 

NVS 

EXCOMMRAT • KASTR 
MATN DVLOISSAME 

{Sic) {Sic) 

Grande sarcofago di marmo senza alcuno orna- 
mento, rinvenuto nella villa dei Quintili. Ha qui lo 



10 

scappellino corrotto in più luoghi l' iscrizione , la 
quale, s'io non erro, deve leggersi così: 

Aiirelia Aiigg. Lih. Bonitas, 
Ex Emerilis 

M. Aurelius Au(jg. Lih. Aurelianus 
Ex Commentariensibus Rationis Kastrensis, 
Mairi Diilcissimae. 

Appartiene ai tempi degl' imperatori Marco Aure- 
lio e Lucio Vero. Emeritus in altro senso che mi- 
litare, e massime applicato ad una donna, non credo 
siasi ancora veduto : che nella muratoriana 802. 3 
sta evidentemente in luogo di cognome, come avverte 
rOrelli. E però senza dubbio una qualifica nel nostro 
marmo, e sembra potersene congetturare, che que- 
sta donna avesse da giovine esercitato un qual- 
che ufficio nella casa Augusta, dal quale dispensata 
poi per la vecchiaia , od altra qualsiasi cagione , 
avesse preso il titolo di emerita, come lo prende- 
vano i soldati sciolti dalla milizia per onesta mis- 
sione. 

Nella terza linea ha omesso lo scarpellino parte 
della L e tutta intera la l nella parola LIB. Quanto 
al commentariensis rationis kastrensis, non m'era que- 
sto ufficio peranco occorso nei marmi , avendovi 
però trovato A tabulario castr. (Grut, 584.1); Prae- 
posilo tabular, rationis castrensis (Reines. 9. XXVIII 
Donat. 311. 5). lab. caslrens (Murat. 899.6); Arfàt/. 
labili, castr. (Id. 900. 1). Ed anche Ser. Disp. Fi- 
sci castrensis (Id. 892. 5. Donat. 308-8). A suppell. 



11 

castrensi (Doni - VII, 202. Murat. 889. 1) ec. L'of- 
ficio di questo Aureliano sarà stato simile a quello 
di scrivano nell'anfinninistrazione militare- Strani sono 
gli errori dell'ultima linea. 

XII. 



. . avreliasdeFv 

. . NOSQYADRAGl 
SITA ' Hi • ID • APR 



Frammento d' epitafio cristiano rinvenuto non 
lungi dai ruderi conosciuti sotto il nome di Roma 
Vecchia. 

XIII. 



D 

MAVRELIVSAV . 
VILICDOMVSAV 
"ITAELIAEDI^ 



Frammento rinvenuto suH'Appia nella vigna Mo- 
linari, e pubblicato già dal Matianga di eh. mem. 
nel Bullettino di corrispondenza archeologica (150- 
179-20). 



12 


XIV. 


D M 


BAEBIAE • SEVERAE • FECIT 


QBAEBIVSARISTION 


CONIVGIDVLCISSIMAE 


(Sic) 
ET.PONTIA AGVRINAFILIA 



MATER. INFELICISSIMA. RECEPII. FILIAM.S.S.AN'XVll 
DIERVM.XV 

Lapide rinvenuta nella via latina presso la porta. 
Le due ultime linee, scolpite in caratteri più minuti 
ed anco diversi, vi saranno, io credo, state aggiunte 
dopo la morte di Ponzia Augurìna, la quale insie- 
me col padre suo. Quinto Bebio Aristione , si dice 
aver posto quel monumento alla genitrice. Ond' è 
che questa nel sepolcro recepii filiam supva seri-- 
plam, ec. 

XV. 



OSSA 

CAECILIAE 

VACCAENAE 

Stera di travertino. Vacca fu città della Spa- 
gna Lusilanica: Vaccaei si dissero alcuni popoli della 
Tarraconense. E poi notissimo, come sovente il pa- 
tronimico prenda il posto del cognome. Quindi può 
darsi che questa Cecilia indicasse la sua origine 
mediante il cognome. 






13 
XVI. 



CAKLIA • ASELLA • INNOCENT. . . 

QVEVIXIT • ANN • XII • M . . . 

DEPOSITA • Vili • KL • SEPTEM . . . 

IN PACE 

Frammento d' epitafio cristiano rinvenuto sulla 
via Ialina. È noto 1' uso degli antichi fedeli di as- 
sumere per umiltà nomi di animali. Questo di A- 
sella, eh' è certo dei più modesti, occorre più volte 
nella epigrafìa cristiana , del pari che i consimili 
Asinhis, Asellicus ec. 

XVII. 



QCARNIVS 
CRHESIMVS 
. CONIVGI 

BEN • M • FEC 

Frammento di Stera. 
XVIII. 



CLAVDIAML 
DAPHNE 

Frammento di cinerario. 
XIX. 



Tt.CLAVDIVS ATFA. SALVIA 

ACHORIsTvS I AOHORISTI 

Ossuario. Via latina. 



14 




XX. 




TI CLAVDIO A 




AMIANTHOS . 


. . • 


VIXIT ANNXX. 


. . • 


EROS.ET.NATALISFRA • 


FRATRI 


FECERV 



Via Appia. 
XXI. 



. AVDIO . tI . F 

. REXTRO 

. RI .ITERVM 

. AED . l'L 

. NN . XXVll 

. VS . SCOMBUIO 

. PTIMO . F 



Via Appia, vigna Molinari. 
XXII. 



D • M 
TI • CLAVDIO • STEFANO 
BENEMERENTI • FECIT 
CARA CONIVNX 

Lapide rinvenuta sulla via latina, presso il set- 
timo miglio. 



15 

XXIII. 

M • COCCEIVS 
HILARVS . 

OFFlcls . Svis . HIC . IN HOR 

REIS . NERVAE . AMOREM 

HABVIT MAXVMVM 

LICINIA • LIBAS 
CONIVX 

Iscrizione interessantissima per la topografica in- 
dicazione ch'ella presenta, emergendone per la prima 
volta i granai di Nerva, sconosciuti fin'ora, ed in- 
clusi forse dai regionari fra gli altri moltissimi della 
città. Fu pubblicata dal eh. Matranga (mancato non 
ha guari e prematuramente alle lettere) nel ballet- 
tino dell' istituto archeologico (1850, pag. 179, n. 
20), dov'egli tuttavia errò scrivendola trovata nella 
vigna Molinari: lo che non è vero, e toglie la paetà 
del pregio a questo epitafio , eh' è quello appunto 
d' indicare il luogo preciso, dove furono anticamente 
gli anzidetti granai. Infatti, com'era egli possibile, 
che sull'Appìa, ed in un luogo tutto pieno di se- 
polcri, si fosse trovato un edifizio di quel ge- 
nere , che pure d'altronde si dice apertamente 
nell'epitafio là essere stato, dove fu posto il defun- 
to ? Trascrisse il Matranga questo marmo nei ma- 
gazzini del cav. Guidi, e confondendo poi le ubi- 
cazioni fornitegli dal medesimo, assegnò alla vigna 
Molinari un monumento , che , tranne per qualche 
strana vicenda, non poteva spettarle. 



16 

Mi assicnra invece il possessore dì averlo rinve- 
nuto in una escavazione ch'egli fece in sui campi 
entro il secondo miglio fra la via Appia e l'Ostien- 
se, molto pili presso a quella che a questa, e pre- 
cisamente vicino alla chiesa detta della Nimziatella. 
Dov'egli trovò molte vestigie d'un antico edifìzio,e, ciò 
che più lo sorprese, un gran numero di doUi smi- 
surati, disposti ordinatamente in più file, e che sem- 
bravano d' essere stati messi fin da principio sot- 
terra con tutto il corpo, restandone fuori soltanto 
la bocca del vaso. Egli n'estrasse due o tre de'me- 
glio conservati e feceli trasportare nel giardino dei 
PP. Francescani a s. Sebastiano, ove trovansi al pre- 
sente e può chi vuole osservarli. Quivi presso a- 
dunque fu rinvenuto molto opportunamente il no- 
stro marmo, da cui, s' io non erro, s' impara l'an- 
tica destinazione di quella fabbrica, ed insieme co' 
granai di Nerva, il luogo ch'essi occupavano fuori 
la porta Capena e non molto lungi dalla via Ostiense, 
per la quale passavano tutte le vettovaglie che ve- 
nissero d' oltremare. Se poi quel gran numero di 
vasi enormi fosse destinato a contenere i grani, o 
le farine, ciò lasciamo ch'altri 1' indaghi, se vuole: 
bastando a noi l'avere indicato questo nuovo punto 
topografico, ed esposto ciò che in quella occasione 
fu cavalo fuori dal suolo. Singolarissimo è pure que- 
sto epitafio per l'elogio che vi si fa al defunto, di- 
cendo ch'egli esercitò con grandissimo amore il suo 
impiego ne'granai di Nerva: il qual genere di elogi 
parziali non è punto frequente presso gli antichi. La 
piociolezza e povertà del suo titolo sepolciale fa 
supporre che M. Cocceio Ilaro esercitasse uno de' 



17 

più bassi uffici in quello stabilimento : sarà slato 
forse un mensor fvumentarhis , o semplicemente un 
horrearins. 

Questa bella iscrizione è stata ancora inserita dal 
eh. sig. dott. G. Henzen (cui fu comunicata dal 
Matr anga) nelle sue dottissime aggiunte all'Orelli, 
che formano il terzo tomo di quell'opera , dianzi 
uscite in luce con somma soddisfazione degli eruditi, 
e singolare vantaggio degli epigrafici studi (7233) (1). 
XXIV. 



D- M 

LCODONIOFRYCTO 
BENEMERENTI- 
CODONIAFELICITAS 
FRATRI INCONPA 
RABILISSIMO QVl 
VIXITANNIS 
XXIII 

Quésto home m'è occorso un'altra volta soltanto in 
Fabbretti (IX. 137). La presente iscrizione fu tro- 
vata nella temila presso la via Nomentana, in voca- 
bolo le Vittorie, o Casal VecchiOf di proprietà dei 
RiTii canonici regolari di s. Pietro in Vincola. Un 
diverticolo si diparte dall' indicata via dopo l'ottavo 
miglio, torcendo a dritta; chi batte il medesimo per 



(1) Inscriptionum latinarnfn seleclarum amplissima colleclio , 
ad illustrandam romdnae antiquitalis disciplinaìn accomodala ec. 
— Turici, typis Orellii, Fuesslini et sociorum, 1856. — Prostat Ro- 
mae apud losephum Spilhòver^ in platea Hispanica, n. 53. .56. 

G.A.T.CXLIV. * 2 



18 
mezzo miglio all' incirca e saie quindi sui campi a 
sinistra, si trova nel lenimento indicato. Fu rinve- 
nuto questo marmo nella occasione che si fecero in 
detto fondo alcune escavazioni, per conto dei sigg. 
fratelli Rossi, in compagnia e sotto la direzione del 
cav. Guidi, Tornarono in luce molti avanzi di an- 
tiche fabbriche di buon tempo, e fra gli altri una 
grandiosa porta, che sembra di villa, formata da una 
gran soglia di travertino, sopra cui posano due co- 
lonne scanalate di tufa. Vari frammenti di statue e 
bassorilievi , ed in ispecie alcune teste di animali 
con la gola forata, per ammettere il tubo di piom- 
bo, ad uso di fontane , dimostravano essere stata 
quivi una delle tante ville , delle quali era pieno 
tutto il suburbano di Roma. Ed affinchè non igno- 
rassimo a chi probabilmente appartenessero quelle 
delizie, molto opportunamente emersero là presso 
dal suolo alcuni pezzi di fìstole, segnate, com' era 
d'uso, col nome del proprietario del fondo. Queste 
sono in potere dei sullodati sigg. fratelli Rossi , i 
quali capacissimi, come sono, di apprezzare simili 
erudite curiosità, le conservano presso di loro. Egli- 
no cortesemente mi permisero di trascriverle e pub- 
blicarle. 

Appartennero le medesime a due diversi con- 
dotti. Si legge in una 1' iscrizione seguente: 

Q SERVILI PVDENTIS 

e nel prolungamento: 

TICLAVDIVSPHOENIXFEC 

Quinto Servilio Pudente resse i fasci ordinari 



19 

nell'anno vanoniano della città 918, insieme con Lu- 
cio P'ufidio Poilione. C è un bel marmo dello Spon 
[Misceli artic. VII, pag. 33) ed uno del Muratori 
(336. 2) segnati con detti consoli. Questo perso- 
naggio dovette essere nipote, o pronipote, di quel 
Servilio Pudente, di cui ha ricordo in Plinio nella 
lettera X del libro X, indirizzata a Traiano: Servi- 
lius Pudens, legatus, domine, Nicomediam venit, me- 
qiie longae expectationis soliciludine liberavit. Rammen- 
tando che Plinio amministrò il Ponto e la Bitinìa 
come legato propretore di Cesare, e ch'egli atten- 
deva Servilio Pudente nella capitale d'essa Bitinia, 
è facile conghietturarne che il medesimo fosse uno 
di que' legati, che si davano ai presidi delle Provin- 
cie, affinchè li aiutassero in iure dicundo. Fra la le- 
gazione dell' un Servilio ed il consolato dell' altro 
corsero circa sessant' anni. Ma che il console sud- 
detto possedesse una villa nelle vicinanze defluogo 
indicato è cosa molto probabile , considerati mas- 
simamente i caratteri della iscrizione , i quali mi 
sembrano accennare al tempo degli Antonini. Né ciò 
trova opposizione nei nomi dell'artefice: che di si- 
mili ne occorrono anco più tardi. 
it' Nell'altro tubo si legge: 

B L FVNISVVETTONIANI 

Ludi Funisidani Veltoniani, che fu molto ragguar- 
devole personaggio. Tacito lo narra legato della 
quarta legione scitica, sotto Nerone, l'anno di G.C. 
62 [Annal. Uh. XV. VII). Sotto Domiziano conseguì 
tutti gli onori militari nella guerra dacica. Ebbe 
1 ancora un consolato suffetto e fu legato di Cesare 



20 

nella Dalmazia, Pannonia e Mesia superiore. Tutto- 
ciò si ricava da una sua bella lapide scoperta in 
Croazia nel 1771 ed illustrata dal eh. sig. cav. B. 
Borghesi in questo giornale {voi. 8. pag. 61), 
dove anche rettifica la lezione d' alcuni frammenti 
d'altro marmo spettante a quel personaggio, dati ma- 
lamente dal Muratori (435. 6). La suddetta lapide 
di Croazia si trova ancora pubblicata dal Cardinali 
{Dipi. n. 586), dall' Arneth {Dipi, milil. 11. 12) e 
dal eh. sig. Dott. G. Henzen nell'opera, di cui so- 
pra, abbiamo toccato (5430 31). 

1 sigg. Rossi intendono di ripigliare quanto pri- 
ma l'escavazioni nel fondo indicato insieme col cav. 
Guidi, ed io confido che vi faranno buon frutto. Ad 
ogni modo la meriterebbe quell'amore scevro da ogni 
mira interessata , ch'eglino portano a questi nobili 

avanzi di nostre antiche grandezze. 

« 

XXV. 



D M S 

CONSIDIA . TROPHIME . eT . IISACHI . IIORKEARIO 
THESMVS . VELARIVS . B . M . DE . SVO . FECERVNT 

Coperchio di cinerario trovato suH' Appia , 
incontro alla vigna Molinari. L'iscrizione, divisa in 
due righe, gira intorno l'orlo d'esso coperchio. Sem- 
bra però che lo scarpellino ne abbia invertito l'or- 
dine, dovendosi invece leggervi per cavarne il co- 
strutto: /«oc/u' horreario Considia Trophime et Thes- 
miis vclarius, ec. 



21 
XXVI. 



EY^rxi 

ETAPECTE 
ETCJN • lÈ 



Cippetto. Via latina. Nel marmo gli E sono lunati. 

xxvir. 



MEMORIAEVGENIORVM 
MAVRELIPHILVMENIETAN 
NIAE FELICVLAE CONIVGIET- 
AVRELIARVM CALLISTES PHILV 
MENES ETDOMNJNAE FILIARV- 

I.NFRONTEPED.XXXVJIIS.INTRORSVS.PE.XLIUIS 

Lapide rinvenuta sull'Appia presso Tor Carbone. 
E alquanto strano e sembra superfluo V Eugeniorum 
della prima linea, atteso che ciascuno dei defunti 
ha il proprio nome e cognome; lo che farebbe sospet- 
tare che fosse quella piuttosto una qualifica {Bvyivr.g): 
Nella seconda linea V incisore avendo scritto er- 
roneamente Aurelio , avvertito poi V errore tolse 
via r O. Ha dimostrato il Fabbretti con molti esem- 
pì, che nelle iscrizioni sepolcrali inlrorsiis vale il 
medesimo che in agro : eccone una novella prova 
nel nostro marmo. 



22 
XXVIll. 



DIS 

MANIbVS 

EVTYCHETIS 

FECIT 

PINARIVS 

PROCLVS 

FILIOKARISN 

{Sic) 

Lapide trovata nel cimiterio di s. Alessandro , 
ov'ella era servita a chiudere un loculo sepolcrale. 
I caratteri sono pessimi ed in qualche lettera s'ac- 
costano al corsivo. 

XXIX. 



K 

. $HAIKinAlAI 
rAYKYTATCJ 

0PE¥AC-iUiX 

. [Sic] 

Felici piiero dulcissimo; qui eiim aluit mensibus 
decem, sottintendendosi javvj/jivjv «ve'Svjxsv, od altra cosa 
simile. Colui che lo nutrì per dieci mesi (tace però 
il suo nome) pose al suo alunno quel titoletto. Non so 
se il doppio 5 della terza linea debba attribuirsi ad un 



2Ò 
fallo del quadratario, o s'abbia l'uno a tenere pel 3 fe- 
rale, che però sembra inutile in questo caso. Le 
note numerali latine occorrono talvolta nei monu- 
menti greci, come in questo nostro epitafio; vi a- 
vranno ricorso per farsi comprendere più facilmente. 
Questa lapide fu trovata non molto lungi dalla 
chiesa di s. Sebastiano , e precisamente nel luogo 
detto Tor Marancio. 

XXX. 



D M 
FELICIONI 
VIX ANN XXII 
FECIT 

Ionis.conIvgi 

B • M :: i.r, 

Lapide con fastigio. Villa dei Quintili. 
XXXI. 



FLAVIVS 
•VLIANVS 
FOHTVNATAE 
CONLACTIAE 
BENEMERENTI 
FECIT 
VIXAN XVI DIEB VI 
VIRGINI 

Lapide con fastigio rinvenuta presso i ruderi 
detti Roma Vecchia. Non volle questo Flavio Giù- 



24 

llano tacere nell'epitafio della sua sorella di latte il 
pregio della virginità : lo che non è molto rara 
neppure nei monumenti, come questo, pagani. Vedi 
Grut. 655, 1.099, 14. 717, 2-.. E Fabretti cap. Ili 
pag. 144, N. 163, 164, 165, 166, 167, 168. 

XXXII. 



D • M • S 

FOUTVNATAE VIX 

ANNISXXII 

THREPTVSCONIVGI 

SVAE BENE MERENl 

FECIT 

Lapide con molte fratture rinvenuta sulla via 
latina, molto presso alla porta. 

XXXlll. 



TFRENNIO 

BARBARO 
SEXTILIA. MARCIA 

CONIVGI 
B • M • F 



Via latina. 



25 
XXXIV. 



MANIBVS 
FVLFIDIAE 

[Fori per libazioni). 
PRIMIGENIAE 

Via Appia. Non è questo il primo esempio di 
epilafio in cui leggasi Mamèws taciuto il D^s. Si vede 
il medesimo nel Fabbretti (Pag. 80, n. 98) , e nel 
Museo Veronese (pag. 149 e 306, 3). 

XXXV. 



D M 

TGELLIO 

TRHEPTO 

GELLIAICONE 

GOLLIBERTO 

BENEMERENI 
FECIT 



Via Appia. 



26 
XXXVI. 



DISMANIB 

GRAPTE 

EGNATIAEMA 

XIMILLAE' 

AMANV 

CONIVGI KARIS- 

SIMAECEGN 

ATIVSAROGVS- 



Lapide rinvenuta sulla via latina. Ella presenta 
un' iscrizione molto pregevole- Questa Egnazia Mas- 
similla, cui Grapte appartenne, sembra essere stata 
la nobile e ricchissima donna, moglie di quel Gli- 
zio Gallo, che fu implicato nella famosa congiura, 
ordita contro Nerone, in favore di C. Calpurnio Pi- 
sone, l'anno di Roma 817, narrata diffusamente da 
Tacito. La qual congiura scoperta innanzi eh' ella 
scoppiasse , e puniti con atrocissime morti i con- 
giurati, Glizio Gallo insieme con Nonio Prisco ed An- 
nio Pollione, per mancanza di autentiche prove, fu- 
rono condannati solamente all' esilio. « Priscum 
Antonia Flaccilla coniux comUata est; Gallum Egnn- 
tia Maximilla , magnis primum et integris opibus , 
post ademptìs: quae iitraquc gloriam eius aiixere » 
(Tacit. Annal. lib. XV. LXXl). I caratteri e l'orto- 
grafia della iscrizione accennano appunto alla se- 
conda metà del primo secolo dell' impero. Non mi 



27 
sovviene di aver veduto il nome di Egnazia Mas- 
similla in altro marmo conosciuto. L' indicato con- 
fronto aggiugne molto pregio alla nostra iscrizione. 

XXXVII 



DÉPOSSIOHIIAMSQVE 
VIXlTANNViiVIbM-VNO.-r 

.iiiDEposiTA mMwms 



TRlqoj^EDEETccfARCOSNS 



Titolo cristiano spettante all'anno dell'E. V. 384, 
d' incerta provenienza. È di quelli che soglionsi 
chiamare cimiteriali, cioè provenienti da un loculo 
incavato nella parete di un ambulacro di cimitero 
sotterraneo. 

Tutti i caratteri, ch'esibisce questo marmo, ac- 
cennano chiaramente ai tempi cui esso appartiene, 



28 
ìli guisa che, mossa ancora in disparte la nota con- 
solare, se ne potrebbe con sicurezza fissare, se nori 
l'anno, 1' età. Le parole deposilio, deposila, furonoi 
quasiché solenni nei titoli sepolcrali del quarto e 
quinto secolo della chiesa. Né il manogramma suole 
fregiare gli api taf ì che siano anteriori ai tempi di 
Costantino. La forma poi delle lettere , 1' insieme 
della scrittura e l'ortografia, sono tali appunto, quali 
ce li offrono i monumenti cristiani dal secolo IV , 
quelli cioè che fossero lavorati da persona dell'ar- 
te: che quanto agli altri non è possibile di stabi- 
lirne alcuna regola generale, né formarne alcun cri- 
terio cronologico. Quanto al simbolo della colomba, 
che qui si trova isolato e senza il ramoscello di olivo, 
è da vedere ciò che ne scrive il eh. sig. cav. Giam- 
battista De Rossi nell'eruditissima epistola: De chris- 
iianis monumenlis IX0YN exhiheniihus , stampata a 
Parigi nel 1855, licca di nuove e pellegrine noti- 
zie intorno la simbolografia degli antichi cristia- 
ni. Non so se detto simbolo si trovi nel nostro 
epitafio collocato sopra l'ultima sillaba del nome di 
Clearco , per esser q^uella il principio della parola. 
columba. 



29 



XXXVIII. 



D M 

lANVARIACARA- 
COIYX AGATONI- 
COCOIVGIVENE- 
{Sic) MENTIFECIT- 
[Sic) QVN-QVN-VI 
XI ANNISXXV 



Cippo. Cum quem si è voluto scrivere nella pe- 
nultima linea, cioè in luogo di cum quo, 

XXXIX 



{Sic) 

Dls.MANNlBVS.kMO 



PRIMO 



VIXIT ANNIS 

vnu 



Via Appia. Vi leggo Ikmo Primo , Icmone a 
Primo. 



30 
XL. 



IPHILVOLVSSI 
CVBICLARIOCARPOS 

QVIFVITL FILI 

AVONCVLO SVO ET 

ANATOLECONTV 

BERNALES.EIVS 

{Sic) 



Lapide con ornamenti gratili rinvenuta SuU'Ap- 
pia, presso la vigna Molinari. Conlubernalis richie- 
derebbe la retta sintassi. Anatole è scritto sopra un 
altro nome che fu cancellalo. 



XLI 



I) M • 

1VLL\ECF1>RISCILLAE- 
CONIVGI INCOMPARABILI 
SEX HEREMIVS ...LAVS 
ANNISXXXV 



Via latina. 



31 
XLIl. 



M I\ NIVS 

SILANIL 

NEDYMVS 



Titoletto. C insegnano i marmi come talvolta i 
liberti de' più cospicui personaggi costumassero di 
citare il cognome in cambio del prenome de' loro 
patroni, onde pienamente indicare coloro, cui si glo- 
riavano di appartenere. Intorno la famiglia dei Giu- 
nii Silani è da vedere la dottissima dissertazione 
del eh. cav. Borghesi (Bull. di corrisp. archeol. 1849). 



XLIII. 



D. M. 
LAELIA FELICIS 
SIMA LAELIAE MAR 
CELLAE VERNAE- 
B M FECl'rylXIT- 

ANNISVÌÌI MvTidY- 



Lapide trovala sulla via latina presso il VII 
uiiulio. 



32 
XXIV. 



DBCISSIT 



Epitafio cristiano rinvenuto nella vigna Moli- 
nari sull'Appia, insieme con altri marini cristiamì e 
cimiteriali. Mi assicura il eh. cav. De Rossi essere 
quivi stato nn cimitero sotterraneo, cioè le ultime 
diramazioni di quello amplissimo e celeberrimo, eh' 
era a sinistra dell'Appia, e che oggi non può met- 
tersi in dubbio essere stato veramente quello che 
avea nome di Pretestato. 

Descissit è scritto erroneamente in luogo di 
discessil , formola equivalente al decessit o recessil, 
che sovente si trovano nei più antichi titoli , ed 
esprimono la partenza dell'anima cristiana verso gli 
eterni riposi : VX invece di XV , inversione quasi 
frequente negli epita fi , specialmente cristiani, come 
ha notalo il Maiini , e causata dal pronunziarsi as- 
sai volle, rpùnlodecimo , sexludecimo ec. , in luogo 



33 

di decimoqitinlo e decimosexto. Decimoquinto knlendas 
iulias, die Veneris, dorè si omette il NE; Annorum 
XXIIS , cioè Semis, teneva io si dovesse leggere in 
quelle note numerali, vedendo un fallo dell' incisore 
nella S posta nel mezzo anziché nel fine delle note 
medesime- Ma tolsemi da questa opinione il prelo- 
dato eh. cav. De Rossi, il quale da me consultatone 
per lettera , così mi rispose intorno questo punto, 
pregiandomi di riportare le sue stesse parole: « In 
quanto alla S inserita alla nota numerale XXSII, 
mi parrebbe assai strano che potesse significare il 
Semis, essendo quella maniera classica di segnare i 
mezzi omai quasi al tutto ignota all' epigrafia cri- 
stiana. Pili semplice e piana è l' interpretazione di 
chi volesse leggervi XXVIII, cioè XXcj-II, essendo la 
forma della S assai simile all' kn'in-^ixov r*, e piii di 
una volta adoperato negli epitaffi in luogo di questo 
segno del numero senario ». 

XLY. 



M.VALERIO.ASIA... 

M.LIVlVS.M.F-FAL.MAr., 

nvri.eovjllien.... 
avgvstalita't.... 
sva e.et.faeni.... 
in.hknc . ann.... 

....IT»0.... 



Brano di sottile lamina di bronzo rinvenuta a 
Boville, la qual contenne, come sembra, un decreto 
G.A.T.CXLIV 3 



34 

di quei decurioni accordante un qualche privilegio 
a questo M. Livio Massimo. Quanto alla nota con- 
solare, ond' è corredata in principio, si potrebbe a 
prima vista esitare alquanto, se debba riferiisi a quel 
Valerio Asiatico, che fu console per la seconda volta 
nell'anno varroniano della città798,insieme con Marco 
lunio Silano; ovvero a Marco Lollio Paulino Valerio 
Asiatico Saturnino, il quale resse i fasci nell'anno 846, 
insiemeconCaioAntioIulioQuadrato, ambedue suffetti. 
Del quale M. Lollio erroneamente si fecero due consoli 
dallo Stampa, e del suo collega due dall'Almeloveno; 
opponendovisi, come avverte il Sanclemente, quanto 
al primo la gruteriana 574. 5 ( nel Donati 160), 
quanto al secondo la sponiana a pag. 313 delle 
Miscellanee. Però, se si trattasse di quest'ultimo, 
parrebbe, che volendosi per brevità tacere alcuno 
de'suoi nomi , lo si sarebbe dovuto chiamare M. 
Lollio Paulino, anziché M. Valerio Asiatico; e così 
Io chiama il Marini negli atti degli Arvali (pag. 
736) : dovendosi credere, che Lollio fosse il suo 
primo e vero gentilizio, il qual d'ordinario si trova 
precedere gli altri, che per adozione od altra causa 
venivano assunti dipoi. Egli è perciò eh' io inclino 
a restituire quella nota consolare a questo modo : 
M. Valerio Asiatico, M. lunio Silano Coss. Nel qual 
caso la nostra lamina avrebbe il merito di produrre 
il prenome di quel personaggio che Tacito e Dione 
chiamano semplicemente Valerio Asiatico, com'è pure 
notato nei fasti. 



35 
XLVI. 



LOLLIA VRBANAAEDITVA 

MINISTRA 

VIX • ANN XXX 

FELICIO • F • FECIT 



Rarissimo è nelle donne l'ufficio di Aedìttia: par- 
mi non ve ne sia più d'uno, o due esempì. 

XLVII. 



....IVO.... 
....lA.... 

....Q LVCaSECVNDI 

11 VIR 

..MIVNIANNIANI n ET... 

....QIVLIANTONINI 



Frammento di grande iscrizione trovato in Ardea. 



8(ì 
XLVIIl. 



D MMARCIAEGAE 

LMARCIVSSTATIVS 

ET PEDVCLANIAEPICTESIS 

VERNE SVAE KARISSIM 
ET PEDYCLANIA PRIMTIVA 

{Sic) 

COLLIBERTA FECERVN 
QVAEVAlDXVnU 

Lapide con protome muliebre. Monte Mario. 

XLIX. 



L. MA RIO- MAXIMO 
PERPETVOAVRELIANO 
C V PRAEFVRBIPRO COS 
PROVINCIAEASIAE IT PRO 

COS-PROV AFRICAECOS II- 
FETIALl PATRONO ETCVRA 

TORICOLONIAE 

ARDEATIVM 
DIGN I S S I MO 
1 1 1 1 1 IB 1 1 1 1 1 1 1 1 1 1 1 1 



Base di statua rinvenuta in Ardea. Ella è in 
tal modo corrosa dal tempo e malconcia dal ferro, 



37 

che m' è tornato assai malagevole a leggervi l' is- 
crizione importantissima ch'ella presenta, intorno la 
quale è da vedere nel volume precedente di que- 
sto giornale la magistrale illustrazione dettata- 
ne dal eh. sig. cav. B. Borghesi. Si ha quindi 
una piena notizia della istoria del personaggio 
onorato e la soluzione delle difficoltà che of- 
fre questo marmo, come pure la confutazione delle 
sentenze del Corsini e del Casaubono, che vollero 
di questo Mario Massimo fare due persone diverse. 
Le due ultime linee della base non sono affatto leg- 
gibili, per non restarne che scarsi e tenuissimi 
vestigi. 

Essendo data inesattamente dal Muratori la bella 
iscrizione onoraria di Mario Massimo, 397.4, da lui 
anche omessa nell'indice dei nomi; nò mancando 
di qualche menda la copia molto migliore del Bian- 
chini, di cui si vale il eh. Borghesi nello scritto in- 
dicato, parmi opportuno di pubblicarla nuovamente, 
secondo l'apografo da me fattone, in compagnia del 
eh. sig. dott. Henzen, sul marmo originale, che rin- 
venimmo nella vigna Fonseca sul Celio , in via di 
santo Stefano Rotondo n. 3., ora di proprietà dei 
sigg. fratelli Cantoni , dai quali con ogni cortesia 
ne fu permesso di osservare e trascrivere quel mo- 
numento importantissimo. 



38 



L • MARIO L • F . QVIR • 
MAXIMO • PERPETVO 
AVRELIANO • COS • 

sacerdoti.fetiall.leg.avgg pr.pr. 

provinc.sYriaecoelaeleg.avgg.pr.pr 

provinc.germaniaeinferioris.iTem. 

provincbelgicaedvci.exerciti.mYsia 

ci.apvt.byteantivm.etapvt.lvgvdvnvm. 

leg.leg.i.italic.cvr.viae.latinae. 

item.reipfaventinorvm.allectoin. 

ter.praetorios.trlb.plebcandidato. 

qvaestori.vrbano.trib.laticl.lég. 



XXII . PRIMIG . ITEM . Ili . ITALICAE . 
mi . VIARVM . CVRANDARVM . 

MIVLIVSARTEMIDORYS T 
LEG • Iff- CYNERAICAE • 



Eserciti si legge veramente nel marmo, come 
pure Byzeantiiim con 1' E connessa alla Z. Non 
vi potemmo però rinvenire 1' altra base di quel 
personaggio (719.2) che pone ugualmente il Mu- 
ratori nella vigna Fonseca. Né il sullodato signor 
Cantoni ce ne seppe dare indizio veruno , dicen- 
done anzi di non aver mai conosciuto che vi ab- 
bia esistito. Però è certo che vi fosse una volta ; e 
Tessersi colà trovati due monumenti onorari di Ma- 



39 

rio Massimo, fa sospettare con assai fondamento, che 
quivi stesse anticamente la di lui casa, come avverte 
li eh. Borghesi nello scritto indicato. E realmente 
molti avanzi di fabbriche di buon tempo vi si os- 
servano ancora, insieme con molti frammenti mar- 
morei di membrature architettoniche: e de^-na era 
dell'uomo nobilissimo quella egregia situazione. ^ 

Ne manca pure dì qualche inesattezza, rispetto al 
monumento originale, Taltra base di Mario Massimo 
data pure dal Muratori (2023-5) che trovasi ora nel 
museo capitolino, nel veMiholo,a dritta. Eccola quale 
s» legge nel marmo: 



L- M A R 1 • M A X I M 
PERPETVOAVRELIANO 
CVPRAEF- VRRIS 

PROCOrVSVLIPROVIIVC- 
ASIAE- ITERVM- 

PROCONSVLIPROVIIVC- 

AFRICAE- 
M- IVUVS • CEREALI S• 
MATER]VVS•EX•CIVITAT• 
FOROIVLIENSIVM- 
PATRONOOPTIMO 



L. 

• D • M • 

TFMERC.PATER 

EF- EVHODIAF- 

{Sic} 

SPETIPIENTIS 
SIMAE • BMF- 



Lapide rinvenuta nella villa dei Quintili. Vi si 
legga: Titus Flavius Mercurius Pater, et Flavia E- 
vhodia Filia eie. Pessimi caratteri. 



LI. 

MMODIVS- 
MLIBMAXSiM 
VSFECIT SlBl • 

AEDICVLAM 

Titoletto. Via latina. 
LIL 



D M 
MYSTICO 

Stera. Villa dei Quintili 



41 
LUI. 



D M 
CNVMISIO 
CLVSINONV 
MISIAHELPIS 
MATERFILIO 
PJENTISSIMO 



Marmo servito a chiudere un loculo nel cimi- 
terio di s. Alessandro. 



LIV. 



• D • M • 

OCTAVIVS HERMES- 

CHRYSIONI VERNAE 

SVOBENEMERENTI- 

FECIT 



Lapide in forma di edicola. 



42 
LV. 



r 

DIS • 
MANIB • 

ORIGANI 
ONI 

VIXIT 

ANN- LI 



Lapide con fastigio. Vìa appia, vigna Molinari. 
LVI. 



POMPEI VE 

HELPIUI 

VEKNAESVAE 

FECIT 
POMPEIATYCHE 



Via latina. 



i3 
LYII. 



DISSACRVM 
SEXPOMPEIO 
SATVRNINO 
^EypOMPElvs 



Frammento di cippo. In questa iscrizione si o- 
mette il Manibns , mentre nell' altra n. XXXIV si 
omise il Dìs. Però tanto V una che 1' altra parola 
bastano di per se sole per indicare quelle funeste 
divinità. Non mi sovviene di aver veduto altra la- 
pide in cui elle siano invocate mediante la sola pa- 
rola DIS. 

LVIII. 



oilX ri!.ivb 

AMPLIaTVS 

FILIOPIOET 

SEXPOMPEI\... 

SABINVS 
.RATRl SAN 

TISSIMO 



44 
LIX. 



• POMPONI 

L.L.PHILARGVRVS 



Stera di travertino. Nella prima linea non è ba- 
stato il niarnio per terminarvi Pomponius. 



LX. 



dIs.manibvs 

c.popilli.nychi 

c.popillivs.heracla 

patri . svo 

..... rissimo et 

....merenti.des 

. SVIT 

LXI. 



RIMIGENIA 

VIX.ANN.XXII 

SCANTHVS.NOìMENcLaT 

ariae.eT.conivgi 

E.MERENTI.FECIT 



Vìa Appia. 



45 
LXII. 



ì'aih: 

Nl.BENEFlCIO SIBI.eT 

....ME.LIBERTAE.SVAE.EIDEMCONIVG 
.ROXIMILLAE. F ET 

.ROXIMO.F.ET.MARTIALI.FILIO 

Via latina. 
LXH. 



D M 
PVPIEMAE 
RVFINAE 
FILIAE 
PVPIEN.MAXIM 

Parte anteriore di grande sarcofago ornato di 
bassorilievi , d'un' arte molto inchinata alla deca- 
denza. Fu rinvenuto non lungi dai ruderi più volte 
indicati, conosciuti sotto il nome di Roma vecchia. 
11 gentilizio di questa defunta emerse la prima volta 
da un frammento di fasti sacerdotali, trovato nella 
basilica Giulia l' anno 1849, ed illustrato dal eh. 
sig. dott. Henzen nel Bullettino di corrispondenza 
archeologica (1849. pag. 132). Era questi Pupienio 
Affricano, console nell'anno di Roma 989. 



46 
LXIV. 



D • M • S 
P PVPIENOJVIA 
XIMOPATRI 
PYPENRYFINAE 



Altro frammento di sarcofago simile al prece- 
dente. Appartenne a quello stesso Publio Pupie- 
nio Massimo, che nel precedente (sebbene taciuto il 
prenome) si dice aver posto quel monumento alla 
figlia. Ha però qui errato due volte 1' incisore, scri- 
vendo Pupieno in luogo di Pupienio , e Pupen in 
luogo di Piipien. Dovette esser questa una famiglia 
molto ragguardevole e facoltosa; giacche i detti sar- 
cofagi, similissimi fi-a loro, sebbene accennino alla 
decadenza dell'arte, sono tuttavia molto grandiosi, 
e condotti senza risparmio di lavoro. In uno dei 
bassorilievi (che son tutti mutilati ed infranti) m'è 
parso di riconoscere il ratto d'Elena. Per certo que- 
sto defunto amò molto la figlia, o molto si tenne 
da lei onorato, se nel suo titolo sepolcrale si fece 
annunziare come padre di Pupienia Rufìna. 



47 
LXV. 



K 

EN0AAEPO 

KEIMAIYn.... 

TYMBIOCa 

ECOPATE^.... 
EACGEIC-^ .... 

NOMQCQ 

POAONIAPI 

NON ZHC^ 

TECCEPETHF 

CMACIMOIPIAI 

Frammento di lapide sepolcrale trovato sulla Via 
latina. Lasciando ad altri la cura di effettuarne la 
restituzione, ci limiteremo ad osservare essere slata 
questa lapide posta ad una donna, per nomePOAONIA, 
Rhodoììia , come si vede in parte nella prima riga 
ed interamente nella settima. Credo però sarebbesi 
dovuto scrivere piuttosto POAQNIA. 

LXVI. 



SAVFEIVS 

CONlVGi 

B . M . F 



È noto che la gente Saufeia fu prenestina. Un 
sepolcro spettante ad una famiglia dei medesimi fu 
rinvenuto, non ha molti anni , presso il terzo mi- 
glio delia Via Labicana, nella vigna Belardi , dove 
1 avea di già trovato il Fabbretti. 



48 
LXVII. 

..BIANVS-P-F SEIVSFLAM.. 

....GVSTAL- iT VIRQVARTFECIT.. . 

Frammento di grande lapide trovata in Ardea. 
Caratteri assai belli. 

LXVIII. 



. D M . 

Setoniae.omfale 

pientissimae f 

benemerenti 

encolpv s 

PATER . F . 
VIXIT 



ANNIS XVI MEN xi 
DIEBVS V 

Lapide con fastigio. Questo gentilizio, per quanto 
io mi sappia, emerge Ora per la prima volta dal 
nostio marmo. 



19 
LXIX. 



D • M 

PSTRABONIVS 

PRIMIGENIVS 

FVIPSANIAE 

GLYPTE ET 

PSTRABONIO 

EVTYCHOPET 

PETMVNIAE 

TROPHIMES SYIS 

PQEORVM 

LPV LATPIII 



Lapide con fastigio trovata sulla via latina presso 
il VII miglio. Non è facile dare acconcia spiega- 
zione al P. della settima linea. 



ì 



LXX. 
DM 

Ltitio aghi 
lleogoivgbm 
manteniaielpis 
memoriaecavsa 



Lapide rinvenuta nel cimiterio s. Alessandro. 
G.A.T.CXLIV 4 



50 
LXLI. 

[Fori per libazioni) 

MVALERl 

ANICETI AVCTl LIBE 

Villa dei Quintili. 
LXXIi. 



0EOICKATAX0ONI 
OIC • r • OYAAEPIO' 
AAPIOC OYAAE 
PIfìAlOrENIA 
NQ • TQ • rATKY 
TATQMNHMHC 
XAPIN . ETQN B • 
MHN • lA • ET^rXI 
TEKNON • 

Cioè: Dts Manibns. C. Valerius Darius , Valerio 
Diogeniano filio dulcissimo, memoriae caussa. Ann. Ily 
Mens. XI. Siiavis fili. Via latina. 

LXXIII. 



D M 

QVEHILl i 

TROPHIMI i 

Titolelto rinvenuto nel cimitero di s. Alessan- 
dro, ov'era servito all'uso più volte indicato di ot- 
turare un loculo. Bei caratteri. i 



51 
LXXIV. 



D. M . 
VEIENO 
CICERONI 

Titoletto rinvenuto nel medesimo luogo. 
LXXV. 



VIBIA FELICLAETMCOC 
CEIVSZMARAGDVSF 

COCCEIAE.ZMARAGDINI.FILIAE 
ET.D.NOVIVS.TELESPHOR.ET.VIBIA 
DONATA.NEPTI.VIX.A.I.M.VI.D.XX 
SIBl. P. Q. EORVM 
Via latina. 
LXXVI. 



DM 
VLPIO 
NOTHO 
FECIT 
SALVIA 
ATTICE 

Cippetto dell'altezza di un palmo, largo appena 
un quarto dell'altezza. Sembra fatto per esser col- 
locato entro un loculo di colombaio. Fu rinvenuto 
sulla via latina. 



52 
LXXVII. 



DM 
MVLPIVSEVTROPVS ET 
FLAVIAVICTORINA FEC 
M VLPIOEVTROPOFIL- DYLC 
ET SIBl ET LIB.LIBERTABVSQ 
POST EORVM 

Marmo servito a chiudere un loculo nel citni- 
lero di s. Alessandro. 

LXXVIII. 



VOLVSIAE.STRATONICE 

L.VOLVSI.L.F.SATVRNINl 

PONI.F.NVTR[CI.L.VOLVSIVS 

ZOSIMVS.F.MATRI.SVAE.PIISSI 

MAE.FECIT.ET.L.VOLVSIO.ZOSI 

MO.L.VOLVSI.PATRYI.COL 

LACT [O.TAMPIA.PRISCILLA 

CONIVGI.SVO.PIISSIMO.ET.SAN 

TISSIMO.FECIT.ET.SIBI 

Ossuario semicircolare trovato sull' Appia nella 
vigna Molinari, dalla quale avemmo parecchi novelli 
monumenti dei Volusii II PONI • F • della terza 
linea imbroglia talmente il senso da non potersene 
per avventura comprendere il significato. Mentro- 
chè limpidissimo correrebbe ti alasciando quelle due 
parole. 



53 
LXXIX. 



L VOLVSIOCRISPINO 
Q- VOL VSI VSTHEODOT VS 
B.MFECIT 

Via Appia, insieme colla precedente. 
LXXX. 



D M 
XENOFON 
TIFONTINVS 
(Sto) SFRATERF 

Lapidetla. Villa dei Quintili. 
LXXXI. 



IDIOTA f I LEVATE 



DALVSO ; s RILOCV 



Fi-ammento di tavola lusoria consimile alle al- 
tre già conosciute. {Orel. 4315). Ne tratta alquanto 
il P. Lupi neW Epilafìo di s. Severa. (Cap. Vili. p. 
59). Fu rinvenuto sull'Appia presso Tor Carbone. 



54 

Lxxxir. 



....ARIBYS • A.. 
vici BO. 



Frammento di lapide convertita più tardi in base 
di colonna. Fu rinvenuto a Boville. Prima di Vicir 
non esisteva altra parola. E quindi chiaro che que- 
sta iscrizione devesi restituire così. 

LARIBVS.AVGVSTIS 
vIcI.BOVILLENSES 

Trattandosi probabilmente di alcuna edicola, o tem- 
pietto dedicato in comune da tutti i vici di quella 
città. 

LXXXIII. 



MAI. 

ZHCA KTKAOYCni 

CTPa ABANTQN 

KAIMHNHC ir-rnCESEni 

TOICIKYKAOYC . 
AAAETINHniAXOlVMETYXH 

KATE0HKATOMHTHP 
TQIAENIAAìNEQiTYMBQIME 
rAlJENGOCEXOYCA . 

Frammento d'iscrizione sepolcrale metrica, rinvenuto 
sulla Via latina. il primo verso probabilmente avrà ter- 
minato con le parole h^x^i xsltxat, offrendo in prin- 



55 
cìpio ì nomi del defunto. La doppia lacuna del se- 
condo verso, causata dalla frattura del marmo, può 
restituirsi nel primo luogo probabilmente nel se- 
condo sicuramente a questo modo: 

ZHCAg zv^vnTcm KTKAOYCni 
CYPcov Xux ABANTQN 

Ey ^vijToTaj m' è sembrato una delle acconce resti- 
tuzioni, perchè credo vi si debba far breve la prima 
sillaba della parola kYKAOYC, abbreviandola questo 
poeta pure nel terzo verso. Nella parola infranta 
dopo MHNHC, è facilissimo leggere lEPHC» in luogo 
di ^£pà?, forma ionica molto conveniente a questi 
versi. 11 senso quindi dell'epitafìo, siccome ognuno 
vede, sarebbe questo: 

hic iaceo 

Qui. vixi inter mortaìes quatuor annoium orbesy 
Et sacrae limae sex insuper orbes. 
At qiiamvis infantem Tijche ma ter me deposuit 
In lapideo sepidcro, magnum habens luctum. 

Visse cioè quattro anni e sei mesi, venendo i mesi 
indicati mediante le lunazioni da cui son generati. 
E strano di vedere in questi versi un pentametro, 
cioè il terzo, fra quattro esametri. 



56 
LXXXIV. 



....PONUAl 

i^AlQMAAlOICIXL 

)rNOMAKEKAOM 

...MAIMOCIAEKEAN-I........ 

....nAWOAEITOCOMOY.... 

.... DCnANeiIAECkOCTNAIMOC 

...COMOYCTONAXAIC È TOOICE 

..AAKPYONXEONOrrAPEAQ 

.... DNOYKEPATOTCeAAA 
C 

Frammento d'iscrizione sepolcrale metrica, tro- 
vato sellila Via latina. 

LXXXV. 



....MANIE 

...HPHKIO 

....MA$IAQ 

....nTOAEii 

YSENAMHTHIQ... 

EYNHEENEKEN 



Occorre più d'una volta di trovare in titoli greci 
l'invocazione agli Dei Mani latinamente espressa me- 



57 
diante le sigle D • M • Di che rende ragione il 
Zaccaria nella istituzione lapidaria (cap. VII. p. 206). 
Scritta però così alla distesa, come nel presente 
frammento, non mi sovviene di averla altrove ve- 
duta: e tuttavia deriva ciò probabilmeule dalla stessa 
cagione allegata dal Zaccaria, dall'essersi cioè fatto 
incidere l'elogio sopra una lapide presa già bella e 
preparata dallo scarpellino, con quella invocazione 
solenne. Ma potrebbe anche darsi che un qualche 
greco non si fosse curato di tradurre nella propria 
lingua una formola di rito meramente romano. Ella 
infatti non si è mai veduta negli epitafì rinvenuti 
nelle città della Grecia, sebbene quelli che vivevano 
in Roma 1' avessero adottata per conformarsi alla 
religione dei loro signori. 

Queste sono le antiche iscrizioni chefregìano il de- 
scritto magazzino del cav. Giambattista Guidi. Egli ne 
possiede ancora parecchie altre,sparse in altri suoi de- 
positi di antichità, non che un'assai ragguardevole colle- 
zione di bolli di mattoni e di lucerne ed altri simili mo- 
numenti scritti, lo non dubito punto che nel modo 
istesso ch'egli ha consentito alla pubblicazione di que- 
sti marmi, non voglia ugualmente concedere a me, 
ad altri, di dare in luce ancora le rimanenti sue 
ricchezze antiquarie, proseguendo sempre, com'egli 
fa, a rendersi benemerito dell'archeologia. 



58 



La commedia ilaliana nel secolo XVII 
per Ignazio Ciampi. 

CAPITOLO PRIMO. 



\T1' italiani nel cinquecento non recarono la com- 
media, anzi l'arte drammatica, a quell'altezza, che 
raggiunsero in molte altre discipline letterarie ed ar- 
tistiche. Della qual cosa si allegano molte e varie 
cagioni dagli scrittori, che hanno guardato al na- 
scere e al procedere della nostra letteratura. Ma 
forse men volgare e più vera si è la sentenza di 
coloro, che ne chiamano in colpa la imitazione troppo 
servile degli antichi modelli: come quella che matu- 
rando l'arte precocemente, le tolse di attingere la 
perfezione , la quale non si lascia cogliere che da 
chi la giunga passo passo con la propria esperienza. 
Il teatro dunque non si trasse, o per dir meglio , 
non ti sviluppò a mano a mano dai misteri o feste 
o esempi o moralità, che in sé contenevano i ger- 
mi della tragedia , commedia e farsa ; ne si valse 
della novella, che pure in m.ezzo a ridicole beffe 
dava più vivo il secolo e argomento di sublime e 
di patetico, e di comico. E vaglia il vero, chi non 
meraviglierà pensando che quel fiore della Giulietta 
e Romeo, novella narrataci da Luigi Da Porto, fosse 
lasciato cogliere ai forastieri (1) ? Ma i tesori let- 
terari ed artistici dell'antichità, disotterrati in quel- 
l'erudito secolo, trassero a loi'o di soverchio gli oc- 



59 

chi e la mente de'nostri padri : i quali , abbagliati 
dalla bellezza di quelle forme, quasi perderono di 
memoria il presente, e piuttosto di studiare ad e- 
sjirimere i propri pensieri con quella proporzione , 
grandezza e semplicità con cui disponevano e figu- 
ravano gli antichi, si sforzarono di tradurli intieri 
nelle opere loro, e starei per dire, di contraffarsi a 
greci e a romani nel bel tempo del Savonarola e 
del Valentino. Per la qual cosa perderono da due 
parti: perchè non colorirono le proprie invenzioni , 
e come avviene a chi ripete le altrui, riuscirono di 
ghiaccio. E nella commedia se prima delle altre 
nazioni presso a noi si raggiunse la regolarità della 
forma e dell'azione, d'altra parte si credette di toc- 
car la cima col mutar lievemente o ripetere o cu- 
cire i brani delle commedie di Plauto e di Teren- 
zio. In tal modo i cinquecentisti né parlarono ai 
contemporanei, né ci diedero dipinto il lor secolo 
(come fece de'veneziani e del settecento il Goldoni), 
e ci lasciarono invece una pallida copia de'costumi 
antichi, sotto de'quali il lor tempo trasparisce come 
d' un velo e a malgrado degli stessi scrittori. Da 
che, per quanto si voglia, non si può uscire all' in- 
tutto del tempo in che ognuno si vive: e que' bar- 
gelli e quegli spagnuoli bravi e ciarlieri , e quegli 
ebrei venuti di Spagna, che spacciano alchimie e fan 
truffe, sono pur troppo ritratti di gente viva ; ma 
essi sono ridotti ad un solo aspetto , siccome i re 
e i fanti delle carte da giuoco , che son sempre i 
medesimi, sebbene combinati diversamente. 

Aggiungi a questo il farnetico della lingua lati- 
na, che prese quel secolo insieme con le idee pò- 



(ìO 
litiche attinte da Lucano e da Tacito (2). Che se oggi 
è da piangere, che a questa lingua si attenda meno 
che non converrebbe a noi viventi nella terra ove 
visse qnel popolo meraviglioso, e che almeno non la 
si adoperi nella scrittura delle opere dotte; dall'al- 
tra parte dobbiam lodarci d'esser giunti a tale, che 
si stimerebbe pazzo chi pur s'attentasse a dire, che 
ella sarebbe buona per cose, che appunto son buone, 
quando tutti o la maggior parte degli uomini le in- 
tendono. Eppure dopo che Dante avea, non che tolta 
di balia ma fatta matura la nostra lingua, v'ebbero 
di quelli, che scrissero commedie e tragedie in la- 
tino. Sovvengaci Albertino Mussato , che pure era 
tale da farci ammirare il suo Ezzellino s'egli l'aves- 
se scritto in italiano, e Leon Battista Alberti e Gre- 
gorio Corrari, i quali diedero a bere agli eruditi che 
le lor tragedie fossero antiche (o). Ma fa sdegno e 
compassione di noi medesimi l'udire il Bibbiena , 
che nel prologo della Calandra poco meno che si 
scusa dell'averla dettala in lingua volgare (4): per 
non dire della sfacciatezza di Romolo Amaseo, che 
innanzi al papa e all'imperatore a Bologna sostenne 
che la lingua italiana era da lasciarsi ai trecconi ed 
al volgo (5). 

Ma sia che queste fossero od altre piìi potenti 
cagioni; egli è certo che fuoi-i della Mandragola del 
Machiavelli ed alcune delle commedie dell' Aretino 
(lascive, sfrenate quanto si voglia, ma pur cercale 
fra gli uomini e gli usi viventi), le altre di quel se- 
colo, benché non manchino di pregi in ispecie nel 
grazioso dialogo, nello spirito dei motti, nella fa- 
vella sempre schietta, propria, elegante ; non sono 



Gì 

che copie delle antiche, e con l'artitìcio e le fila , 
che si raggruppano, non finiscono che a burle e a 
figli ritrovati e a riconoscimenti : per guisa che , 
lettene di molte, non ti rimane idea distinta di al- 
cuna e di tutte ti dimentichi facilmente. La Man- 
dragola di Machiavelli, dico, fu quella che si levò 
al disopra delle altre e diede una immagine di quelle 
commedie, che diconsi di carattere. Ma essa fu la- 
sciata là e quasi dimenticata, non dico dal popolo 
e dai commedianti (che fu bene per la dissoluta fa- 
cezia che la informa), ma anche dagli scrittori, che 
doveano, sceverando il bene dal male, imitare e svol- 
gere e fecondare quell'unico esempio. All' incontro si 
andò per la battuta: anzi si peggiorò non poco. Impe- 
rocché in sullo scorcio del secolo sopravvennei'o 
gr imitatori degl' imitatori: cioè coloro , che senza 
r ingegno urbano dell'Ariosto, la festività e la ele- 
ganza del Caro e del Cecchi e il satirico di Pietro 
Aretino, empirono le scene di commedie, non che 
fredde, intirizzite: tanto che il popolo , lasciandole 
alle sale degli accademici , si piacque piuttosto di 
composizioni, che a scapito della regolarità , aves- 
ser qualche cosa di vivo, di curioso, di fantastico, 
che potesse recargli diletto. Allora gavazzarono la 
commedia dell' arte e le maschere e il teatro spa- 
gnuolo : il quale, unitosi a'due elementi suddetti , 
partorì di stranissime -cose. 

' A quel tempo gli spagnuoli faceano da padroni. 
E come avviene per lo più , che qual signoreggia 
con la spada, dà a credere ai popoli ch'egli è va- 
lente (perchè si crede alla forza); perciò essi erano 
tenuti in gran conto, e imitati dalle nazioni d'Eu- 



62 

ropa, guastavano le arti e le lettere di tutti. Molti 
s' accendono a disputare a quale de' due popoli si 
debba dar colpa della corruzione dell'altro, lo dirò 
soltanto che tra noi non fiorirono come setta let- 
teraria e Gongora e quegli scrittori che si chia- 
marono colti {in ispagnuolo cuhos) (6) : noi aveva- 
mo già due secoli di alta letteratura, quand'essi gu- 
starono per la prima volta quel bello che riluce 
nelle carte del Poliziano e dell'Ariosto: noi non si 
eravamo giammai dimostri sì passionati del magni- 
fico stile : né gli arabi ci avean dominato, ne la- 
sciato retaggio del lor gusto bizzarro e fantastico. 
Ma ciò tralasciando, che ci porterebbe troppo lungi 
del nostro proposito; io non niego che il teatro spa- 
gnuolo non fosse tale da insuperbirsene qualsivo- 
glia nazione. Almeno era nato e cresciuto in Ispa- 
gna, e gli davan continuimente vita, vigore e sog- 
getto le tradizioni arabe, le pruove della cavalleria, 
i fatti degli ebrei e del cristianesimo, la generosa 
guerra coi mori, le corti castigliane, gli avventurie- 
ri del nuovo mondo, gli avvenimenti contempora- 
nei. Vario per costumi, per intrecci e per caratteri: 
vivace, appassionato, cavalleresco: esso nasceva quan- 
do era potente e rigogliosa la nazione: che versava 
la sua vita nel dramma, come nel po^ma la versa- 
rono i greci e gT italiani. Ma venuto in Italia, tentò 
di farsi italiano e tralignò , come avviet)e di qua- 
lunque pianta portata in clima strani ero. E per farlo 
peggiore vi si aggiunsero la commedia a soggetto e 
le maschere , che in luogo dei regolati componi- 
menti aveano invaso la scena. Forse se la nostra 
vita letteraria fosse stata men vecchia, e se non a- 



63 

vessimo avuti già tanti uomini sommi da Dante in- 
sino a Torquato; avremmo potuto resistere alla piena, 
che ci annegava, e far come in Francia adoperavano 
il Molière e gli altri grandi del secolo di Luigi deci- 
moquarto. Ma noi già avevamo dato all'ammirazione 
del mondo ingegni terribili e insuperali nelle arti e 
nelle lettere, ed allora eravamo <^ome uomini stan- 
chi, e quel ch'è peggio, in altrui signorìa. 

Que' portenti, che succederono alle regolari com- 
medie, si chiamavano opere tragiche, opere regie, opere 
tragicocomiche, opere tragicosatiricocomiche e così via 
discorrendo. Si tornò di netto alla confusione dei 
misteri , onde già prima dovea prender mossa il 
nostro teatro. La vita è un sogno. Sansone, il Con- 
vitato di pietra ed altre furono le nuove delizie, alle 
quali applaudivano le corti degl' idalghi spagnuolì, 
che ci pioveano in copia nel ducato di Milano e 
ne'reami di Napoli e di Sicilia. 

Ancora il cangiarsi dei costumi ebbe parte al de- 
cadimento della buona commedia. La quale vuol es- 
sere urbana, festevole, schietta: quindi non può al- 
lignare che tra i popoli dove 1' ingegno e T usan- 
za tiene appunto di tali qualità. E perciò il Bal- 
zac diceva, che le commedie dell'Ariosto non avreb- 
ber piaciuto gran fatto alla corte di Francia del suo 
tempo: da che per piacersi di quelle, era uopo sve- 
stirsi dell'abito cortigiano e prender quello del cit- 
tadino: ossia essere avvezzi piuttosto alla vita do- 
mestica e civile delle città italiane, che alla squi- 
sitezza e magnificenza della corte a Paiigi (7). Ma 
a qnel tempo i nostri costumi, se non affatto nella 
felice Firenze, al certo nelle altre parti d' Italia , 



()4 
e specialmente nella Lombardia, erano diventati me- 
sti , cupi e ipocritamente feroci. Insomma la na- 
zione era imbastardita per quelle cause , che son 
note a chiunque si conosce pur un poco della sto- 
ria nostra. Le solazzevoli compagnie, le brigate, le 
consorterìe delle arti, che erano sì polenti a spargere 
il gusto del bello anche nelle infime classi del popolo, 
s'eran come rannicchiate o ridotte a cerimonie e 
sorvegliate con sospetto. Alle ricchezze, alla libe- 
ralità , alla magnificenza d' animo e di vita erano 
succedute la grettezza, e, secondo la viva espressione 
d'un moderno, le allumacature, che inargentavano 
la squallida ossatura d' ogni cosa. Dimenticato lo 
schietto e libero conversare, si tolse un Cotal sus- 
siego spagnolesco, che dispiacque al Caro in sullo 
scorcio del secolo decimosesto e crebbe a dismisura 
nel secolo appresso. Le donne del piiì civile e no- 
bil grado si stavan nascoste nelle lor case: donde non 
uscivano che difese dal guardinfante e da un nu- 
golo di cerimonie. Si gridò al miracolo quando un 
viceré a Milano diede modo che nella sua villa sì 
tenesse piiì aperto e libero conversare (8). Il gon- 
fio avea preso il loco del grande. Basti ricordare 
i barocchi per dedurne, che siccome a quelle menti 
invasate doveano parer misere cose e Giotto e il 
Beato Angelico e Donatello e le porte del Ghi- 
berti in comparazione a que'loro giganti e monti di 
pietra ; così agli autori ed al popolo dovea sapere 
di meschino e d' insulso quanto si teneva alla pit- 
tura della vita verace, ossia ch'ella passeggiasse all'a- 
perto si rinchiudesse fra le domestiche pareti. E 
però le turbe stupìano e si deliziavano dei Sansoni, 
dei Don Giovanni e d'altre fantasime. 



65 

Né vuoisi tacere che altre cagioni esterne con- 
corsero a quest' effetto. Siccome il teatro nel suo 
nascere sfoggiava in grandi pompe nelle feste dei prin- 
cipi; cosi sul finire del secolo sedicesimo gì' inter- 
medi (di cui si lamenta il Grazzini nel prologo della 
Strega) offuscavano con le rappresentanze di ninfe 
e di amori le semplici e casalinghe bellezze della 
commedia (9). La quale venne in peggior condi- 
zione a petto del dramma pastorale, che convertito 
nel dramma musicale per opera del Peri e del Ri- 
nuccini, nacque e grandeggiò appunto allorché il tea- 
tro era divenuto amore e bisogno di tutti gli or- 
dini dei cittadini. 

Adunque per queste ed altre cagioni avvenne 
l'intristirsi della buona commedia. Le imitazioni e 
le traduzioni spagnuole si mescolarono alle maschere, 
che s'accompagnavano di lor natura alla commedia 
a braccio e così detta dell'arte. E di questa e delle 
maschere , quantunque le une non potesseio star 
senza dell'altra, sarà bene discorrere partitamente , 
perchè sia chiara e la loro diversa origine e le ca- 
gioni del gran successo, ch'elle ottennero sì dentro 
come fuori d'Italia. 



G.A,T.CXL1\. 



66 

CAPITOLO SECONDO 

Molti eruditi affermano che la commedia dell'arte 
avesse origine dalle antiche favole dette atellane da 
Atella città osca della Campania (1). Imperocché 
sembra certo che que' liberi giovani romani e non 
istrioni mercenari, che le recitavano, improvvisas- 
sero come i commedianti moderni: la qual cosa non 
parrà impossibile chi pensi la innata facilità, che 
hanno gl'italiani a quest'effetto (2). Allorché soprav- 
venne il dramma greco, queste atellane si cangia- 
rono in una specie di favola, che si chiamava to- 
gata, perchè rappresentava usanze e soggetti romani. 
Dappoi si cominciarono a scriveie come le pal- 
liate, ed ebbero dà T. Pomponio bolognese, che assai 
ne scrisse, una forma più elegante senza punto per- 
dere della loro impronta originale e veramente ita- 
lica. E questo fu verso la metà del secolo settimo, 
ossia intorno all'anno secentosessanta di Roma. Dap- 
prima però si assomigliarono a farsa contadinesca a 
modo delle commedie rusticali fiorentine: quindi si 
diedero anche a rappresentare la vita urbana sem- 
pre alla foggia buffonesca con maschere ossia carat- 
teri determinati, confornie si può conoscere da alcuni 
titoli delle composizioni di Pomponio, e per esempio 
il Bucco adottato, i Macchi gemelli: i quali per- 
sonaggi si dicono gli avi del Pulcinella e degli Zanni 
moderni, come si dirà in appresso (3). Ne guari di- 
verse furono le saturae, che poi ebbero il nome di 
exodia , ch'erano forse improvvisate di vario sog- 



67 

getto, senza vera unità diarnin;itica, non meno rozze 
e imperfette delle atellane (4). 

Ma sin dai tempi di Cicerone le atellane furono 
avversate dai mimi , che giunsero ad oscurarle, 
anzi ad abbatterle (5). Eppure si rifecer vive, seb- 
bene timidamente, sotto l'impero d'Augusto: ma du- 
raron poco e ben presto si mescolarono ai mimi ed 
ai pantomimi, i quali nacquero nel cadere della li- 
bertà romana. Essi facevan dapprima favole sfac- 
ciate nella lingua del volgo e ornate di espressiva 
e vivace gesticolazione. In processo di tempo furono 
meglio regolate e aggradirono al popolo per la sferza 
che menavano contro i vizi de'grandi. Ma in quella 
che cresceva la lor licenza , la tirannide pure in- 
grandiva. Perciò si chiusero in bocca la parola di- 
venuta pericolosa a chi l'adoperava alla libera, e di- 
vennero una rappresentazione di cose per via di gesti 
e movimenti della persona , misurati e rallegrati 
dalla musica e dalla danza. Allora furono chiamate 
pantomime e padroneggiarono il teatro. In sostanza 
esse erano buffonesche e vi primeggiavano perso- 
naggi vestiti d'un determinato carattere, come le ma- 
schere della commedia italiana. 

Aggiungono gli eruditi che questa farsa o pan- 
tomima , a poco a poco ricupei-ando la voce , si 
mantenne viva e nel decadimento dell' impero ro- 
mano e durante le invasioni dei' barbari, e che con 
gli stessi caratteri, aggiuntevi la novità datele dal 
mutare de'tempi, trapassò i secoli di mezzo insino 
ai moderni. Ai quali ritornando, io dico che la com- 
media dell'arte, quantunque oscura e plebea, vivea 
nel secolo decimososto a malgrado di quanto s'ado- 



68 
pelasse da'poeti anche di vaglia per rinnovare il di- 
letto di più regolate rappresentazioni. Ma siccome 
a quel tempo il teatro non era costume, ma mero 
sollazzo e infrequente; avveniva che queste regolate 
commedie si recitassero nelle case private e per 
feste pubbliche ed elezioni e incoronazioni di prin- 
cipi nei palagi reali o nelle accademie innanzi a re, 
a letterati, a cortigiani. Laonde il popolo escluso 
da tali adunanze non avea modo a ingentilirsi, 
e quantunque più tardi vi fosse accolto , sic- 
come quello che non aveva punto d'erudizione onde 
potesse sollazzarsi di quelle commedie antiche ve- 
stite all'usanza moderna, tornava senza più a quelle 
favole, che pascevano il suo gusto men delicato. E 
perciò durante il sedicesimoe sul principio del seguen- 
te secolo, erano in piedi, per dir così, due teatri: l'uno 
pel volgo, l'altro per gli accademici: l'uno per le 
incolte, l'altro per le erudite persone: quivi gli zanni 
e le loro facezie; colà le reminiscenze di Monandro, 
di Plauto e di Terenzio. Da un lato si recitavano 
dagli attori mercenari le commedie all'improvviso: 
dall'altro gli accademici atteggiavano le loro com- 
medie, che ben di raro passavano al teatro del po- 
polo. Del che ci fa fede il Grazzini, che pur com- 
poneva commedie e che in un canto carnescialesco « 
fa dire agli zanni queste parole (6): 

Facendo il bergamasco e il veneziano 
N' andiamo in ogni parte: 
E il recitar commedie è la nostr'arte. 

Noi ch'oggi per Firenze intorno andiamo, 
Come vedete, messer benedetti, 



69 
E zanni tutti, siamo 
Recitatori eccellenti e perfetti. 
Gli altri strioni eletti 
Amanti, donne, romiti e soldati, 
Alla stanza per guardia son restati. 
Questi vostri dappochi commediai 
Certe lor filastroccole vi fanno 
Lunghe e piene di guai. 
Che rider poco e manco piacer danno. 
Tanto che per l'affanno 
Non solamente agli uomini e alle donne, 
Ma verrebbero a noia alle colonne. 

Adunque quésti dappochi commediai non poteano 
metter freno alla commedia dell'arte, che nel secolo 
decimosettimo visse una splendida vita, anzi fu al 
colmo di quella perfezione, di cui eli' era capace. 
Questa si componeva dapprima di antichi sce- 
nari , che diceansi venuti per tradizione insino a quel 
tempo che la barbarie non dava che vi fosse com- 
media scritta. Il Goldoni ci assicura di aver posse- 
duto un manoscritto del secolo decimoquinto molto 
ben conservato e legato in pergamena, il quale con- 
teneva centoventi soggetti o abbozzi di commedie, 
in cui lo scherzo s'aggira intorno ai personaggi del 
Pantalone , del Dottore e delle due maschere da 
Bergamo. Parimenti il Riccoboni ne ha visti degli an- 
tichissimi, l'un de'qual̀on ilrescritto di san Carlo 
Borromeo, che ne permetteva la recita. Ancora può 
vedersi il modo, col quale si ordinavano queste com- 
medie a soggetto nel libro di Flaminio Scala com- 
mediante e capo d'una compagnia. In questo libro, 



70 

che fu stampato nel 1611 col titolo// teatro delle 
favole rappresentative , sono di molte commedie in 
semplici scenari , in cui è notato ciò che 1' attore 
viene a fare, ciò che deve dire e nuH'altro (7). Quanto 
alla costruzione delle favole, queste dello Scala sa- 
ranno state forse meglio pensate di quelle che usa- 
vano: non cessano però di esser fiacche e talvolta 
pessime : quasi sempre disoneste. E ciò sia detto 
con pace di Claudio Achillini, che imbranca il suo 
sonetto con gli altri, che lodano questa hell' opera 
in capo di essa. Stile del tempo: appicavansi i versi 
in lode dell'eccellente e divino autore anche ai grossi 
volumi de' legulei. 

Del rimanente la commedia dell'arte prendea ma- 
teria ed alimento da tutto ciò, che trovava a sé con- 
veniente nel teatro comico universale. L'antico , lo 
spagnuolo, quello del cinquecento e del secento, il 
già scritto o l'inventato di nuovo, davan soggetto a 
quelle orditure chiamate scenari , che appesi dietro 
alle quinte avvisavano gli attori di ciò che avessero 
a fare e a dire nell'entrar della scena. Da tre o quat- 
trocento informi soggetti, ne' quali erano le più 
forti circostanze teatrali e la scelta delle beffe e dei 
giuochi meglio provati in lunghissimo tempo, si com- 
ponevano, si scomponevano, s'aggiungevano insieme 
secondo il capriccio o la valentia degli attori, e da- 
vano alimento, almeno in apparenza, al naturale ap- 
petito di novità. 

Egli è agevole l'immaginarsi i difetti insuperabili 
in cotal genere di commedia. Innanzi a tutto ella non 
polca farsi a dipingere i caratteri, e specialmente 
quelli ove fosse alcuna riposta e squisita bellezza 



71 

lidicolosità: imperocché questi per esser ben ri- 
tratti hanno bisogno della meditazione e di quel 
senso delicato, che si acquista con lunga e minuta 
osservazione, oltre all'ingegno, che sa coglierli pro- 
prio in quel punto, che produce effetto o mirabile 
o ridicolo in sulla scena. Queste cose non poleano 
aversi negli attori: che per quanto fossero ingegnosi 
non avean modo, parlando improvviso, d'entrare in 
minuti accorgimenti e aver la mente e la parola così 
sicure da non dire o far cosa, che s'opponesse più o 
meno a quel carattere, che stavano rappresentando. 
Egli è perciò che alla commedia dell'arte erano ne- 
cessarie le maschere, sotto alle quali potea dirsi tutto, 
purcl è fosse piccante, grazioso, piacevole. Gli zanni 
tenean dell'acuto e del balordo: il Pantalone dell'ac- 
corto e del semplice: il Dottore sapea di scienziato 
e d' ignorante ad un tempo, e cosi via discorrendo: 
tanto che il correr della lingua a un motto ridevole 
dopo una grave sentenza, a un piacevole frizzo in 
mezzo a una scena compassionevole, non era scon- 
veniente a quelle caricature d'uomini e non recava 
danno all'azione principale. Ma per quanto fosse li- 
bero il campo, era pur necessario, che gh attori s'in- 
trinsecassero in que'costumì,e guardassero piiì o meno 
al fine, a cui intendeva la favola intera. Né bastava 
che ciascuno di per sé facesse quanto gli suggeriva il 
soggetto; ma era uopo che avesse l'occhio pure agli 
altri personaggi e desse loro campo a dipingere la 
propria parte. Imperocché tutti intendessero alla 
interpretazione di un' opera sola , allo svolgimento 
d'una tela medesima. Ma ciò poteva piuttosto desi- 
derarsi che aversi in effetto. Che se nella commedia 



72 
scritta noi vediamo ben di raro quella fusione o ba- 
gnatura (siccome dicono gli artisti), che si richiede 
all'uopo, ancorché tutti gli attori sappiano bene a 
mente la propria parte; quanto piti rara doveva es- 
sere questa bellezza là dove ognun d' essi potea 
lentar la briglia ali ingegno e al talento di pri- 
meggiare ! Inoltre chi pensi che i valenti attori 
erano senza dubbio in minor numero degl' inetti , 
potrà intendere di leggieri che non sempre era rag- 
giunta la varietà, di cui menava vanto tal sorta di 
commedie. Da che , siccome porta la natura degli 
uomini, i mediocri e i pessimi attori contraffaceano 
i buoni, e ripetevano i gesti, le facezie e le senten- 
ze, che questi aveano fatto o pronunciato. Così nel 
decadere della commedia dell'arte erano venute in 
uggia alcune consuetudini, che passate di padre in 
figlio, davano aspetto uniforme a tutti i componi- 
menti. II pubblico sapeva che 1' argomento era di- 
chiarato nella prima scena dal Pantalone col Dot- 
tore, dal padrone col servo, dalla donna colla came- 
riera, I dialoghi finivano in un canzoncino spiccato 
così d' improvviso dall'attore , che di presente di- 
ventava poeta. E così a mano a mano, ch'era una 
noia mortale (8). 

A malgrado di questi difetti, che si palesarono 
specialmente nel suo decadere, essa però non do- 
vea mancare di molte bellezze, perchè avesse quel 
grande successo per oltre due secoli. Ho già detto 
ch'ella era composta di tutte le più ingegnose com- 
binazioni e degli equivoci e de'giuochi , in somma 
di tutti quelli che oggi chiamano colpi di scena, pro- 
vati di siculo effetto per lunga esperienza. Oltrac- 



73 

ciò gli antichi soggetti ringiovanivano per la di- 
versa disposizione delle scene, che in tal modo rin- 
novavano le bellezze al dialogo. Un nuovo attore 
cresceva la curiosità e il pregio all'antica comnrìe- 
dia. 1 costumi grossi, evidenti e gagliardi e che du- 
ran di più, erano più facilmente intesi dall'attore e 
dal popolo. Le voci, i modi di dire, i proverbi, in 
quell'entusiasmo dell' improvvisare, eran portati così 
caldi sulla scena senza gelarsi sullo scrittoio del let- 
terato. Non deve dunque recar maraviglia, che vec- 
chi scenari, quali erano a mò d' esempio la donna 
custode d' un segreto, V inganno fortunato, il dissolu- 
to, il carceriere carcerato, ancora si leggessero nel 
settecento, e che l'Andria di Terenzio data dal mar- 
chese Pedemonti di Verona piacesse al popolo per- 
chè ammodernata e fatta viva dal linguaggio , dai 
lazzi e dalle facezie de' comici. Ma due pregi sin- 
golari rendevano cara agi' italiani la commedia del- 
l'arte. La piima cosa, ch'ella era propriamente ita- 
liana e però antica quanto la stessa nazione : e di 
ciò abbiamo già fatto cenno. In secondo luogo, molti 
buoni ingegni l'aveano coltivata per diletto e attori 
di gran vaglia le aveano dato grandissima fama non 
solo in Italia, ma in tutta l'Europa. 



74 
CAPITOLO TERZO. 

E qui c'incontra subito di mentovare quel biz- 
zarro e acuto spirito di Salvator Rosa. Al quale 
un giorno saltò in capo di chiamare a sé 1' atten- 
zione de'romani con qualche bel tratto. Perciò ap- 
parve in pubblico sotto la maschera di Pascariello, 
e facendosi chiamare Formica, si diede a recitare 
coi lazzi e il ridevole dialetto della plebe napoletana. 
E poi ch'ebbe radunato un buon numero di giovani 
di bel tempo, recitava insieme con essi all'improv- 
viso sopra un palco eretto nello spazzo, ch'era al 
primo ingresso della villa Mignanelli fuori dì porta 
al Popolo. Un certo Nicolò Musso era direttore di 
queste farse: le quali, più somiglianti alle mordaci 
commedie ateniesi che alle urbane di Terenzio, s'ag- 
giravano intorno ad avvenimenti e costumi del giorno, 
e davan la baia, anzi sferzavano a sangue, uomini 
conosciuti e autorevoli. A tal modo si provocavano 
e gare e risse e satire. E intanto che il Rosa l'ac- 
coccava al Remino e ad Ottaviano Castelli ; cos- 
toro, che pur faceano recitare in Rorgo alcune loro 
commedie mordaci, fìngeano nel prologo di una di 
esse un chiromante o fìsonomista, che vòlto a ri- 
guardare un personaggio, ch'era il Formica spiccato, 
gl'indovinava la vita ch'avea condotto, e apertamente 
diceva infamie del Rosa (1). 

Anche nelle case principali delle più colte città 
s'usava la commedia dell'arte, e più che altro nelle 
villeggiature- Presso Ugo e Giulio Maffei di Volterra 
lo stesso Salvator Rosa atteggiava la parte di P.a- 



75 
tacca servo astuto (2). A Bologna molti e di vaglia 
la coltivavano. E sei seppe il Goldoni, allorché cos- 
toro si levarono a furia contro a lui come reo di vo- 
lere abbattere la lor diletta commedia (3). 

Ma per la gran copia di attori eccellenti , che 
allora fiorirono, il secento fu proprio il secolo d'oro 
di queste farse. Va nominalo innanzi a tutti Ti- 
berio Fiorini detto Scaramuccia , che fu a Parigi 
» la gemma del teatro italiano. Costui fu di Napoli e 
nacque d'un capitano di cavalleria. A diciotto anni 
cacciato di casa, si diede al venturiero, e adoprò assai 
sottili scaltrezze e ribalderie per vivere la sua vita 
raminga. Le divisa punto per punto Angelo Costan- 
tini, che scrisse la vita di Scaramuccia così a mi- 
nuto come egli avesse per le mani le geste d' un 
qualche eroe (4). Per verità Tiberio, che mostrava 
d' esser tristo d' avanzo, se ne andava disteso alla 
forca, dove il caso non gli avesse dato modo a co- 
noscere la qualità del proprio ingegno. Dopo aver 
lungamente peregrinato vivendo a scrocco, s'avvenne 
in Fano a una compagnia di commedianti. Gli parve 
d' esser chiamato a quel mestiere ; e detto fatto si 
presentò a quelli, e si proferi ad atteggiare lo Sca- 
ramuccia , eh' era una caricatura del soldato spa- 
gnuolo, ossia un misto di- poltronaggine e di mil- 
lanteria E volle subito recitare // convitato di pietra: 
commedia (dice l'esatto scrittore), per la quale egli 
si sentiva una cotal tenerezza, perchè ci si man- 
giava più d' una volta. In breve questo furfantello 
salì a tale celebrità, che fu richiesto da Alessandro 
Farnese, dalla corte dell' imperatore e dal Mazza- 
rino. Scaramuccia elesse la Francia. Ed ivi egli visse 



per trent'anni famoso e traricchito. Le dame e i si- 
gnori volevano avere il suo ritrailo inciso e scol- 
pito nei loro gabinetti : la corte e il popolo ripe- 
leva le sue argute sentenze : le quali si raccoglie- 
vano in libri intitolati Le scaramucciane: insomma fu 
per lui una festa e un macinare a due palmenti (5). 
Tutto ciò pariebbe un nonnulla ai cantori del no- 
stro tempo: ma è pur da notare, che sin d' allora 
venne il costume di queste grandi adulazioni a gente ^ 
che pur merita qualcosa, ma non tanto, che si versi 
sopr'essa a piene mani ciò che ad altri più meri- 
tevoli si concede e di rado e avaramente. Intanto 
Scaramuccia, morto nel 1694, lasciò de'suoi avanzi 
agli eredi una sostanza di centomila scudi. Tas- 
so ! Galileo ! 

Egli avea voce bassa : sordo d' una orecchia : 
smunta una spalla. Era di gran ventre : ma sul 
teatro agile e pronto più di qualsivoglia istrione. 
Né àvea gran copia e facilità di favella: ma coi gè- | 
sti e le smorfie e gli atteggiamenti dipingeva più 
che non dicesse, tanto che il Molière ne facea grande 
slima e diceva di aver da lui quant'egli sapea del- 
l'azione. 11 Costantini lo chiama il principe dei pan- 
tomimi: e con ciò vuol dire che più facea di quello i 
che non dicesse: e aggiunge che in lui parlavano le ! 
mani, i piedi , la testa, e che ogni gesto, per dir ! 
così, ragionava (6). 

Prima dello Scaramuccia fu pur celebre Pier ' 
Maria Cecchini , che fu ingegnoso e letterato. Egli j 
facea le parli d'Arlecchino e fu ascritto fra i nobili ' 
dal re Mattia e fu protetto e beneficalo da Luigi 
XIII (7). E della protezione e beneficenza di que- 



77 
sto re mena pur vanto Nicolò Barbieri detto Bel- 
trame nel suo libro intitolato la Supplica, che è un 
trattato sulle commedie (8). Né vuoisi tacere d'una 
famiglia , che diede alle lettere buoni cultori e al 
teatro attori eccellenti. E fu quella degli Andreini. 
Francesco Andreini pistoiese appartenne alla com- 
pagnia de' Gelosi , così chiamata alla usanza delle 
accademie (9); la quale per privilegio di Arrigo III 
ebbe facoltà nel 1577 di aprire il teatro italiano a 
Parigi (10). Questi fece la parte di negromante e 
di capitano Spavento: sotto il qual nome spavente- 
vole dettò un libro di dialoghi (11). Era dì gran 
memoria e parlava più lingue. Allorché la compa- 
gnia de'Gelosi scadde di ftima per la morte di sua 
moglie , egli si ricovrò a Mantova e si diede tutto 
allo scrivere. Vogliono ch'ei morisse nel 1624. 

Ma la sua moglie Isabella e il suo figlio Gio- 
vanni Battista lo avanzarono di celebrità. Isabella, 
padovana, fu singolare per bellezza e per costume; 
attrice valente, nel cantare e nel sonare abilissi- 
ma, applicò l'ingegno persino alla filosofia. Da gio- 
vinetta scrisse la Mirtilla, favola boschereccia : nel 
qual genere di poesia si levò al di sopra della ti- 
midità delle pastorali: e n' ebbe di molti applausi, 
quantunque il suo lavoro non fosse approvato pie- 
namente dai giusti estimatori di quella età. Ella morì 
a Lione di anni quarantadue nel 1604. Il comune 
della città onorò il corteggio funebre di mazzieri e 
d'insegne, e tutto il corpo dei mercanti l'accom- 
pagnò con doppieri (12i^; Fu chiamata decoro delle 
muse e oinarnento de' teatri: fu onorata , mentre 
visse, da Arrigo IV e fu lodata da Enrico Putcuno. 



78 
E il celebre cavalier Marino nel sonetto che inco- 
mincia: Piangete orbi teatri: nel quale deplora la morte 
di lei, la fa recitare ne Vempirea scena, che d' an- 
gelici lumi è tutta piena. Dal che s' impara che le 
pazzie letterarie del secento erano più allegre delle 
nostre. 

Giovanni Battista Andréìni detto Lelio, cioè l'a- 
moroso, fu quegli che compose 1' Adamo , da cui 
vuoisi che il Milton prendesse 1' idea del suo poe- 
ma. Ed è certo che da quella tragedia piena d'ar- 
dimento, in cui prendono parte e cielo e terra e in- 
ferno, dovea ispirarsi la fantasia dell' inglese, s'egli 
è vero che Dio e un poeta si vogliono a suscitare 
un gran poeta. Chiamato in Francia con la sua com- 
pagnia, che stava al servizio del duca di Mantova, 
visse colà amato molto da Luigi XIll sino al 1625, 
e pare che nel 1652 si morisse. Egli avea scritto, 
oltre l'Adamo, di molte commedie e poemi e com- 
posizioni, nelle quali non è al certo copia di buon 
gusto e perciò meritamente dimenticate. 

Al tempo dello Scaramuccia recitò insieme con 
lui Domenico Biancolelli conosciuto col nome di Do- 
menico bolognese, che facea le parti d'Arlecchino. 
Costui fu veduto a Parigi dal Gemelli (viaggiatore 
celebre e sfortunato) nel 1686. Allora egli era in 
tal grazia della corte, che potea tenere gran vita , 
non avendo meno di seimila scudi l'anno di stipendio. 
Anche i suoi detti si raccoglievano e andavano in 
giro col titolodi Arlequiniana. (13). E fu pure ce- 
lebrato Angelo Costantini d« Verona soprannomato 
Mezzetino, perchè facea le parti di Brighella o di 
Scapino. Egli recitò insino a che il vecchio teatro 



79 

italiano fu chiuso a Parigi sulla fine del secolo 
decimosettimo. Scrisse , come abbiamo detto , la 
vita di Scaramuccia e la stampò nel 1695 dedican- 
dola a Madama Altezza Reale. Chiuso il teatro italiano, 
si mise al servigio del re di Polonia. Ma e' volle 
guardar troppo all'insìi, e posto l'occhio a una ganza 
del re, le discoprì il suo amore. Ne fu a rischio di 
perder la vita e stette vent'anni dove il sole si vede 
a scacchi. Uscito di prigione, ricomparve nel 1729 
a Parigi quando lo si ccedea beli' e spacciato. Fu 
gran folla ad udirlo. Ma egli era accasciato e il pub- 
blico era dissuefatto da quel vecchio modo di recitare. 
Laonde egli si ritrasse dalla scena e morì in Italia di 
settantacinque anni. E anche è da nominarsi Giu- 
seppe Barioletti messinese, che atteggiava il Pasca- 
riello e che fu pure in Inghilterra, ove ebbe graziosi 
donativi da Carlo secondo. 

E basti, se pur non è troppo, di questi attori 
del seicento: de'quali non accade nominare quella 
chiassata di buffoni, che passeggiava l'Eluropa e che 
fu eternata dal bulino del Callo t (14). Infelice con- 
dizione dell'Italia, che avea pur dato a tutte le na- 
zioni gran copia di guerrieri e di politici e di let- 
terati e d'artisti ! 

Nel secolo diciassettesimo (passandoci del Ric- 
coboni, che fu nemico della commedia dell' arte e 
fece a suo potere per mettere in onore l'antica e la 
nuova commedia scritta) sono da noniinarsi Rauzini 
napoletano, Benozzi veneziano. Caudini che fece quasi 
rivivere il Fiorilli , Antonio Mattiuzzi da Vicenza 
detto Collalto, Carlo Bertinazzi detto Carlino: i quali 
furono, e ^ultimo in ispecie, gli astri della com- 



80 
media italiana a Parigi finché fu del tutto abolita. 
In Italia poi furono famosi al tempo del Goldoni 
il Vitalba, il Darbes Pantalone, e innanzi a tutti An- 
tonio Sacchi. Questi, che si nominava Truffaldino, 
alle grazie naturali del suo recitare giocoso e ridi- 
colo, a"giun2;eva un ordinato studio sull'arte comica 
e sopra i diversi teatri dell'Europa. Immaginoso, ar- 
guto, tutto inteso alla generale orditura della com- 
media, avea per le mani facezie e sentenze, non ti- 
rate dai comici e dal volgo, ma dai poeti, dagli ora- 
tori e dai filosofi, delle quali avea fatto fardello. Nelle 
sue arguzie si ravvisavano i pensieri di Seneca , di 
Cicerone, di Montaigne: e si bene le cementava alla 
semplicità del balordo, che dove in quelli s'ammi- 
rano, faccano in sua bocca ridere piacevolmente. 

Di tal fatta erano gli attori, che recitavano la 
cotn media dell'arte. Non fa dunque meraviglia, che 
(juesta venisse amata sì forte. Molti italiani la le- 
vavano a cielo siccome cosa nazionale, e il Goldoni 
stesso non volea che recisamente si bandisse. Egli 
volea signora della scena la commedia scritta: e- 
sortava però i suoi concittadini a tenersi nel pos- 
sesso di ciò , che nessun'altra nazione avea ardito. 
Chiamava temerità negi' ignoranti comici il dire 
improvviso; virtù ne' valenti , che a grande onore 
dell' Italia. e dell'arte improvvisavano con non mi- 
nore eleganza di quella che un poeta scrivesse. Gli 
stranieri pur ammii'avano ed amavano la commedia 
a soggetto, e v'ha di quelli, che ci hanno fatto rim- 
provero d'averla abbandonata. Ma questo non mica 



81 

per amor nostro, ma soltanto per dirci, che noi non 
eravamo buoni alla commedia ch'essi dicono di Mo- 
lière , come noi non avessimo avuto , e prima e 
dopo di Molière , un Nicolò Machiavelli e un Carlo 
Goldoni. 



G.A.T.CXLIV. 



82 
CAPITOLO QUARTO 

Qual finge il vecchio, che con man la negra 

Sopra le grandi porporine brache 

ireste raccoglie, e rubicondo il naso 

Di grave stizza, alto minaccia e grida 

L'aguzza barba dimenando. Quale 

Finge colui che con la gobba enorme 

E il naso enorme e la forchetta enorme 

Le cadenti lasagne avido ingoia. 

Quale il multicolor Zanni leggiadro, 

Che col pugno posato al fesso legno, 

Sopra la punta delVun pie s'inoltra, 

E la succinta natica rotando. 

Altrui volge (aceto il nero cefìo. 

Pari ni - La notte 

Le nostre maschere teatrali non sono le antiche 
larve. Le larve ( larvae ), chiamate anche persona, 
erano una copertura, che nascondea la testa dell'at- 
tore, chi vuole per ingrandire la voce, chi per dare 
agli eroi apparenze più che umane, chi per l'effetto ne- 
cessario a ottenersi nelle rappresentazioni diurne (1), 
Le nostre sono invece personaggi vestiti sempre 
d'uno stesso abito e d'uno stesso carattere. Larve 
oggi potrebbero dirsi le maschere del carnevale : 
maschere teatrali sono Arlecchino ed anche Stente- 
rello, quantunque questi non usi di coprirsi il viso. 
È il vero che pure nelle commedie antiche erano 
alcuni personaggi, che dovevano aver caratteri fissi. 
Il pedagogo, il cuoco ed altri personaggi della com- 
media greca doveano assomigliarsi in qualche parte 
per esempio al Dottore e al Brighella. Ma più stretta 
parentela debbono avere le nostre maschere con que- 



83 
gli antichi buffoni, che s'aggiravano por le coiti e per 
le piazze tra il popolo. Ebber fama svergojjnala Giulio 
Peligno e V^atinio: il primo de'quali fu fatto da Clau- 
dio governatore di Cappodocia, perchè gli aveva fatto 
più volte passar mattana con visi da far ridere : 
l'altro, allievo d'un sarto e gobbo, fu a tempo di 
Nerone un ridicolo, che fece piangere calunniando i 
buoni ed avanzando i tristi (2). E da credere che 
altri buffoni man cortigiani e più graziosi all'univer- 
sale passassero tra i mimi e col loro esempio des- 
sero vita e durata a una certa foggia di maschere: 
come vediamo anche ne' tempi nostri, dove chi trovi 
un qualche espediente a far ridere, vestendosi d'un 
certo abito e d'un certo carattere, viene dai^'poste- 
riori imitato, che si prendono quella foggia e con- 
traffanno quel carattere non sempre felicemente come 
avviene a coloro che imitano. Quindi possiamo di- 
scretamente asserire, che alcune delle nostre ma- 
schere sien nobili di vecchio sangue, ossia che di- 
scendano dagli antichi: il che non è meraviglia chi 
pensi quanto ci rimanga de' vecchi costumi a mal- 
grado di questa civiltà , che mesce e pareggia le 
w, usanze di tutti i popoli. Per certo chi si credesse aver 
v trovato l'Arlecchino in questo e quell'altro buffone, 
■ che usò del vestito screziato, egli s'ingannerebbe a 
partito. Imperocché 1' usar di questi abiti sia stato 
sempre vezzo di chi guarda a far ridere. 11 moltiplice, 
il confuso è proprio del ridicolo: unire gli elementi 
d' idee disparate è come il mesceie colori diversi : 
e r una cosa e l'altra sogliono esser fonti di riso. 
Così i giocolieri greci portavano il pallio vaiato o 
panierino (3) : e dagli ambasciatori bisantini fu vi- 



84 
sto presso ad Attila un negro , buffone , vestilo a 
colori diversi che si sai-ebbe pututo dire un Arlec- 
chino (4). Piuttosto non parrebbe discostarsi troppo 
dal vero il Riccoboni quando dice nato l'Arlecchino 
da que'mimi, che si chiamavano planipedes^ perchè 
uscivano sulla scena a pie nudo. Questi mimi aveano 
!a teste rasa: la veste a pili colori chiamata cen- 
tunciihis: tingeansi il viso di fuliggine. Però potea- 
no assomigliarsi al nostro Arlecchino, che si veste 
di pezze di vario colore ed ha la testa rasa e ap- 
pena coperta da un piccolo cappello, e la maschera 
forata di due piccoli fori per isfogo della veduta, e 
piccole scarpe senza tacchi , che fan tanto rumore 
quanto se i piedi fossero ignudi (5). Io lascio vo- 
lentieri al Riccoboni ch'ei si lodi e si difenda di 
tale esatta riconoscenza: però non mi sembra do- 
verlo riprendere, in quanto che tra que' buffoni, che 
divertivano i grandi e il popoletto, se ne descrivono 
altri, che per la loro nascita in questo o in quell'al- 
tro paese, e per i nomi che ce ne sono rimasti, mi 
hanno l'aria d'essere i nonni delle maschere mo- 
derne. Tra i buffoni urbani, cioè del volgo e non 
mica dei grandi, eranvi i sidicini, che venivano ap- 
punto da Sidicino oggidì Teano della Puglia, paese 
ove nacque il Pulcinella d'Acerra (6). Eranvi pure 
i sannioni {samniones)^ i quali ci han dato la voce 
di Zanni, che designa Brighella ed Arlecchino chia- 
mati appunto così, checché se ne voglia dire il Me- 
nagio, il quale volea originata la voce di Zanni dal 
lombardo Giovanni. Ma chi pensi che il Varchi e 
il Davanzali ed altri, che in fatto di lingua avean 
gli occhi di lince , adoperarono la voce di Zanni 



85 
senza mutarla in Giovanni, sarà persuaso, che an- 
che quegli scrittori fossero di parere, che tale pa- 
rola avesse origine più antica e più legittima per 
dovere essere ammessa, così com'ella era, nel pa- 
trimonio della lingua italiana (7). Che più ? Nei vasi 
antichi della Puglia e della Basilicata e negli orna- 
menti d'oro di quel paese si trova il Macco colla 
gobba e col naso adunco, che non perde un pelo 
del Pulcinella (8). 

Queste maschere dunque erano una cosa nazio- 
nale, e malgrado le tempeste, che misero sossopra il 
nostro paese, furono conservate dai mimi, dai panto- 
mini, dai saltimbanchi nelle pubbliche piazze. I mimi 
ed i pantomini, ancor vivi nei secoli mediani, reci- 
tavano le azioni sacre, le feste degl'innocenti, i mi- 
steri: nelle quali recarono l'antico lor vezzo di far 
ridere e si mescolarono ai buffoni ed ai giullari. 
Laonde si vede la ragione, onde l'arcivescovo sant'An- 
tonino vietasse di rappresentare quelle azioni, che 
sì recavan sin dentro alle chiese. 

Da questa mescolanza de' mimi coi buffoni e coi 
giullari veniva di per sé che le antiche maschere, col 
cangiarsi de' costumi, prendessero nuove forme. Il 
buffone era arnese necessario sì nel palazzo del com- 
mune, come ne' manieri, nelle assemblee, nelle nozze 
e nelle corti. Si vestivano a diversi colori: portavano 
campanelli alle vesti e al cappello, bastoni a testa 
d'asino ed altre bizzarrie. V'erano buffoni gentiluo- 
mini ed arguti : ve n'eran di plebei, maligni, adu- 
latori e codardi. Il Varillas ricorda un Farganaccia , 
popolano, buffone, che stava alla domestica coi più 
grandi di Firenze e che fu stromento di libertà a Co- 



80 
simo il vecchio quando fti caicerato, e il Cellini ci 
dipinge Bernardo Baldini, detto Bernardone,che dava 
sollazzo a Cosimo primo col gonfiare le gote e far- 
sele sgonfiare a suono di schiaffi (9). In somma, pas- 
sandomi della storia dei buff'oni , cominciando da 
Tersile giù giù sino al Gonnella e al Fagiuoli ; io 
dico che costoro o mescolandosi agi' istrioni o in- 
spirando loro nuovi modi a far ridere, doveano cer- 
tamente crear nuove fogge e nuove maschere più 
accomodate agli usi ed ai tempi che correvano. 
Ancora il medesimo effetto dovean partorire i car- 
nevali, dove spiegavasi apertamente l'arguzia popo- 
lare: que'baccanali , che a Venezia furon sì lieti e 
sì liberi, e che a Firenze furono portati alla magnifi- 
cenza de'trionfi, per i quali non {sdegnarono operare 
famosi artisti , come Leonardo, Baldassar Peruz/i, 
Bastiano Aristotile, e scrivere vivaci canzoni un Lo- 
renzo de' Medici, un Poliziano, un Pulci , un Ma- 
chiavelli. 

Che se vogliasi ricercare quali maschere nasces- 
sero nel medio evo e il come e il quando; questo 
ancora è campo dove corrono molte e varie opinio' 
ni. E lasciando alcune fanciullesche origini (10) , 
io mi fermerò sopra due specialmente : una delle 
quali è foggiata dal nostro Goldoni, che se era sommo 
nell'arte comica, dicono che in erudizione non fosse 
una cima. Egli asseriva che la commedia fosse ben 
morta in Italia sotto le ruine dell'impero: ma che 
al primo rinascere della civiltà, quelli che sapevano 
di lettere, trovando quasi sempre nelle commedie 
di Plauto e di Terenzio padri ingannati, figli disso- 
luti, servi bricconi, percorressero le varie parti d'Italia 



87 
e a Venezia e a Bologna (non so perchè) si piglias- 
sero i padri ossia il Pantalone e il Dottore, a Ber- 
gamo i servi, negli stali di Roma e della Toscana 
le servette e gl'innamorati. La seconda opinione è 
quella di coloro, che voglion nate le maschere per 
le ire municipali delle città italiane: le quali al modo 
stesso che l'una chiamava i cittadini dell'altra con 
nomi beffardi e ingiuriosi, così, essi dicono , crea- 
rono queste maschere come ritratto ridicolo del co- 
stume e delle sembianze dei popoli vicini. 

A me non quadra nessuna delle due opinioni. Il 
Goldoni crede frutto d'un ragionamento e ricerca 
di più meno dotti ciò eh 'è nato spontaneo tra il 
volgo e dal volgo. Egli suppone le maschere copia 
parodìa dei personnaggi della commedia antica , 
mentre che i Pantaloni e gli Arlecchini sono cosi 
distanti da quelli , come la sbrigliata commedia a 
soggetto dalle eleganti e gastigaté opere di Terenzio. 
Quanto alla seconda opinione, ch'è più divulgata , 
io non niego che le maschere sieno il ritratto ri- 
dicolo del costume e della sembianza d'un popolo: 
anzi più me ne confermo nel vedere , che uscite 
dal paese natale, tralignano, siccome avvenne dell'Ar- 
lecchino, che portato in Francia, di vispo e gras- 
soccio si fece gobbo innanzi e indietro , fece il 
mento largo e strinse e allungò fuor di modo la 
faccia. E chi vorrebbe affermare che Stenterello , 
maschera più recente , non sia la caricatura della 
parsimonia dei fiorentini ? Quella specie di lista 
nera, che gli circonda gli occhi e s'appunta tra le 
ciglia in sul nascere del naso, forma appunto quel- 
l'emme, che leggeva Dante sul viso degli smunti: 



88 



Parean le occhiaie anella senza gemme: 
Chi nel viso degli uomini legge omo. 
Ben avrìa quivi conosciuto Vemme. 

{Purgatorio e. XX III). 

Ma io niego ricisamente che le maschere sieno 
nate dairira e dallo scherno delle città nemiche. Im- 
perocché sì nei secoli andati, come nel presente, si 
vede una maschera colà più gradita, dove rappre- 
senta il costume, il carattere, la fìsonomia del paese: 
il che non sarebbe dove fossero state inventate a 
scherno da un qualche nemico. Che anzi , eccetto 
quelle che sono chiamate le quattro maschere della 
commedia italiana, le quali han corso la penisola 
e si sono recate in paesi forastieri; alcune altre o 
men felici o men gradevoli o perchè rappresentate 
da attori meno valenti, non hanno trapassato il con- 
fine del paese ove nacquero, e colà morirono o ri- 
mangono ancora. 11 Pulcinella non si può dire uscito 
dell' Italia meridionale: anzi il Goldoni si meravi- 
gliò di trovarlo in Roma a Tordinona (11). E il 
Rugantino, che sferza l'arroganza della plebe romana, 
non semba essersi discostato di molte migliai dal 
cerchio della sua città. Adunque mi par chiaro che 
ogni maschera sia nata appunto nel paese, ch'ella 
rappresenta, e perciò cara al popolo, che vede in 
essa la propria immagine e ride piacevolmente dei 
suoi propri difetti. Nel che è da osservare la natura 
degli uomini e in ispecie de'potenti. 1 quali, mentre 
non soffrono di sentire contraddizione o verità alcuna 
da chi glie ne porge in tuono magistrale; d'altra parte 



89 
se la bevono volentieri se vien pòrta piacevolmente 
da persona gradita. I baroni e i re talvolta udivano 
ridendo dai buffoni quelle verità, che non avrebbero 
sopportato nella bocca d'un consiglerò : il popolo 
ateniese, ch'era pure potente, rideva e prendeva in 
buona parte i dileggi, le baie, le sferzate del poeta, 
che gli rinfacciava nel teatro i suoi vizi. 

Pantalone non può non esser nato nelle lagune. 
Ce ne fanno fede la sua professione di mercante e 
le sue vesti alla foggia de'vecchi veneziani. II far- 
setto, i calzoni, le calze e le pantoffole rosse erano 
il vestimento de'vecchi abitatori delle isole: la ve- 
ste nera e la berretta di lana usavano ancora a Ve- 
nezia sulla fine del seicento. In quanto alla barba, 
ella ci pare nutrita e pettinata a modo dei bisan- 
tini, da cui i veneziani tolsero assai fogge: ornamento 
degli uomini gravi del buon tempo antico, avuta in or- 
rore nel passato secolo, ell'ha nel nostro acquistata una 
importanza, di cui non si credeva capace. Il Dottore 
ricorda il fiorire della università di Bologna, e si veste 
d'un abito conforme all'antico costume del foro bolo- 
gnese. Alcuni vogliono che quel viso macchiato di nero 
sulla fronte e sul naso fosse copia del ceffo di un giu- 
reconsulto a'tempi d' Irnerio. E v' ha dei maligni, i 
quali dicono, che presa o non presa dal vero, quella 
maschera era proprio conveniente a'dottori in iitroqiie 
dopo che due di quella razza, cioè Bulgaro e Mar- 
tino, avean disputato innanzi all'imperatore se il mon- 
do gli appartenesse a titolo di proprietà o d' usu- 
frutto. E aggiungono che ci volea una maschera con 
la fronte nera, il naso nero e le guance rosse, che 
osasse dar fiato a simili enormità. Ma tralasciando' 



90 
tali baie, io dico clie queste due maschere rappre- 
sentavano la scienza e il commercio: e che intanto 
che figuravano burlescamente il giureconsulto e il 
mercante , faceano onore alle due città , che in 
mezzo alla barbarie dell' Europa poneano i fonda- 
menti della società moderna. 

Le fisonomie e le vesti degli Zanni sono più fan- 
tastiche, e sarebbe diftìcile il congetturare con qual- 
che apparenza di ragione a qual popolo d' Italia si 
appartengano. Quantunque il Goldoni ci dica che la 
maschera dell'Arlecchino rappresenti il color bruno 
degli abitatori delle montagne bergamasche , e che 
le sue vesti sieno i cenci raggranellati d'un mendico; 
egli è certo che tali dati son troppo generali per 
poter conchiudere a questo modo. Il color bruno 
non è proprio de' soli alpigiani di Bergamo : ogni 
mendico fa dei cenci una veste. Del resto Arlec- 
chino non ha de'bergamaschi che la favella (che pur 
dal Goldoni fu mutata nella veneziana) e la coda di 
volpe, di cui ancora nel secolo passato ornavano 
il cappello i contadini di quel paese. Par dunque 
più ragionevole ch'esso ci venga dagli antichi, e che 
nell'andar dei secoli cangiasse di nome. 

Oltre a queste, dette per eccellenza le quattro ma- 
schere, ve ne furono altre moltissime, ch'ebbero poca 
vita e morirono dove nacquero. Un proverbio an- 
tico diceva: Sicilia dà i Covelli, Francolino i Ora- 
ziani, Bergamo gli Zanni, Venezia i Pantaloni, e Man- 
tova i buffoni. E si dà a Mantova questa gloria forse 
pel Gonnella , che fu il più bel buffone di quanti 
furono e sono al presente. Napoli diede anche lo 
Scaramuccia e il dottor Fastidio, che dicesi inven- 



91 

tato dal Cerlone setaiuolo, Calabria il Giangurgolo , 
Bologna il Narcisino Dessevedo de Mal Albergo, la 
Romagna Gabaii da Berzighella, Milano un Beltrame, 
Firenze il Beco trovato da Franeesco Mochi. A'tempi 
nostri Gianduia in Piemonte, Stenterello a Firenze, 
Pasquino a Palermo, Cassandro a Roma. 

iNon accade il cercare quale autore od attore 
abbia fatto parlare le maschere nell'uno o nell'altro 
dialetto. Imperocché quando si creda che una ma- 
schera sia nata in una certa città, bisogneià pur dire 
che la favella di lei fosse quale si parlava nel luogo 
nativo. Pantalone , nato nelle lagune , non dovea 
certamente parlare altra lingua che la veneziana, men 
discosta dalla comune italiana e sì dolce e pie- 
ghevole da meravigliar gli stranieri, che ella stesse 
in bocca di quella gente gagliarda, che sì lunga- 
mente resisteva alla formidabile alleanza di Cambrai. 
E di vero egli era ben giusto, che quando l'aver dia- 
letto proprio era bel vanto d'ogni municipio, sonasse 
ne'teatri italiani quello, che usava parlarsi nel foro 
e nel senato della repubblica, e che senza il pas- 
saggio del Capo e la lega di Cambrai si aspettava 
conquisti maggiori. Quindi mi pare che si dia più 
onore che non si merita ad Angelo Beolco pado- 
vano, chiamato il Ruzzante (il quale fiorì nella pri- 
ma metà del secolo decimesesto), affermando ch'egli 
fosse il primo , che stabilisse la favella delle ma- 
schere principali. Che s'egli fosse stato lodato di 
aver fatto parlare i due Zanni piiì a un modo che 
a un altro, la cosa avrebbe avuto piìi apparenza di 
vero. Imperocché gli Zanni, maschere pili fantasti- 
che e men certe di patria, potevan farsi parlare a 



92 
quel modo che fosse meglio piaciuto ad un autore 
ad un commediante. Quindi verrebbe , che per 
lunga consuetudine sì fosse per errore creduta pa- 
tria di questi la terra, da cui s'erano fatti impre- 
stare il dialetto. La qual cosa darebbe maggior forza 
alla opinione già espressa: cioè che i due Zanni non 
nascessero nei tempi moderni, ma ci venissero da- 
gli antichi direttamente. 



93 
CAPITOLO QUINTO. 

Frattanto non si cessava di scrivere: anzi non v'è 
slato secolo più fecondo di opere teatrali. Attenen- 
doci alla fede del Riccoboni, noi sappiamo che dal 
1500 al 1560 ne fu stampata gran copia (1). La 
raccolta della biblioteca vaticana conteneva (o con- 
tiene) ducentotrentacinque tragedie profane, cinque- 
cento commedie, ducentotrentasette pastorali, cen- 
toventi tragicommedie e quattrocentocinque trage- 
die sacre o morali, senza contar quelle dateci nel 
catalogo di Leone Allacci siccome manoscritte, e le 
altre sconosciute : le quali tutte aspettano la pa- 
zienza d' un erudito, che ce ne dia il titolo, se non 
qualche piiì curiosa notizia. Del rimanente, sicco- 
me esse non furono recitate o almeno diffuse, e per- 
ciò non goderono della vita necessaria a tali opere 
letterarie, noi ce ne passeremo volentieri, e ci fer- 
meremo piuttosto sopra quelle, ch'ebbero successo 
allora e nominanza dapoi. 

Chi voglia aver sapore del gusto, che correva a 
quel tempo, vegga le Rivolle di Parnaso di Scipione 
Errico messinese, con cui egli mette in ridicolo quel 
misto di buffonesco e di tragico , di storico e di 
romanzesco portatoci dagli spagnuoli; ovveramente 
gì' Intrichi d'amore di Torquato Tasso , commedia 
rappresentata dopo la morte di lui nel 1597 a Ca- 
prarola e stampata a Viterbo nel 1604. Alcuno rav- 
visa in essa la più graziosa parodìa del genere ro- 
mantico: ( ma nota che allora non si sognava nep- 
pure alla guerra guerreggiata nel secolo decimo- 



94 

nono). 11 Goldoni la dice una commedia se non ec- 
cellente, almen tale, che fa ravvisare quello stupendo 
ingegno che la componeva. Ma comunque sia, ella è 
un atto che racchiude un viluppo di piiì azioni, il 
quale dà immagine di quanto si adoperava in quasi 
tutte le opere teatrali di quel tempo. 

Però Giambattista Porta napolitano, che visse a 
cavaliere de'due secoli, mantenne ancor viva, ma per 
poco, la maniera de'cinquecentisti. Anzi laddove que- 
sti non isceneggiavano quasi che farse, egli fa scelta 
(per esempio nella Furiosa, nella Chilia, neVlue Fra- 
telli rivali, nella Sorella e nel Moro) di argomenti 
pili nobili e generosi: dà all'azione piiì forza e ra- 
pidità: nel dialogo è men fiacco e men prolisso de 
suoi antecessori. Ma la varietà dei caratteri non è 
pari a quella degli avvenimenti: e i suoi personaggi 
son sempre gli stessi rigidi vecchi, gli astuti servi, 
i soldati millantatori, che si veggono negli antichi, 
con la giunta dei vezzi correnti, cioè l'affettata favella 
ei concetti piiì che squisiti. Oltre a questo se l'azione 
è varia, non cessa di essere intricata siffattamente 
da fornire de'buoni scenari alle commedie dell'arte: 
le quali appunto avean bisogno di questa mecca- 
nica qualità per tenersi su i piedi. Aggiungi a que- 
sto un maggior peccato: che lo scherzo non è tem- 
perato dalla modestia. Laonde non sono da biasi- 
marsi coloro, che affermano, il Porta aver fatto più 
male che bene al teatro , aggiungendo alla corru- 
zione, che andava al peggio, l'esempio della sua au- 
torità. Imperocché questo buono ingegno era tenuto 
in gran conto per la sua scienza nelle cose naturali, 
e fu il primo che fondasse in Napoli un'accademia 



95 
a spei'imeiJto delle cose naturali. E si licordi a suo 
onore, che dopo aver dato opeca alla scienza nella 
sua gioventù, il far commedie fu per lui un riposo 
alla onorata vecchiezza. 

L' accademia degl' Intronali di Siena, emula di 
quella de'Rozzi, conservò una languida ricordanza 
dell'antica commedia. E molte ne pubblicò: alcuna 
delle quali forse si meriterebbe una qualche men- 
zione, se avesse lasciato una traccia nel secolo in 
cui fu composta. Si vanno ancora ricordando quelle 
dello Stellati, dell'Altani, del duca Caetani , e pili 
specialmente alcune di Carlo Maggi milanese , che 
fu in patria segretario del senato e professore di 
lingua greca. Ma le composizioni di costoro non 
uscirono delle accademie o delle città in cui nac- 
quero, o furon si fiacche e di sì poco grido da non 
poter sopraffare anche un momento le maschere e 
la commedia dell'arte. 

Furono però famosi ed applauditi i due Cico- 
gnini. Iacopo, il vecchio, nella prima giovinezza s'era 
tenuto sulle orme della vecchia commedia. Se non 
che la fama di Lope de Vega , le cui lettere l'e- 
sortavano a rompere il freno dell'arte, lo invasò di 
modo, che messi da parte gli antichi, si pose in- 
nanzi agli occhi le composizioni di quel!' autore e 
tutto si diede ad imitarlo. E gli avvenne come a 
lutti gl'imitatori di que'grandi, i quali portati dall'in- 
gegno potente , conducono l'arte a quel pendìo , 
donde per un altro passo è certo il minare. Per- 
tanto il Cicognini non colse alcuna delle bellezze di 
Lope, e se ne prese tutti i difetti. Si guardi al suo 
Z)fw/f/,dove l'argomento eroico è travestito alla plebea, 



96 

e si paragoni ai Dolori di Giacobbe del poeta spa- 
gnuolo, e si vedrà quanto quegli sia da meno di 
questo nella pittura delle scene bibliche. Gli è vero 
che gli ebrei di Lope si paiono piuttosto gli ebrei 
spagnuoli del secolo decimosetlimo, che quelli del- 
l'anno del mondo duemilatrecento, i quali al certo 
avrebbero strabiliato di vedersi sulla scena con 
le cappe e le corazze e gli sproni. Ma vi ha pure 
una grandezza, una semplicità , un non so che di 
antico, che fanno perdonare quella innocenza di forme 
esterne, quale incontra ne'principii d'ogni arte. Così 
i primi pittori italiani vestivano i personaggi del 
vecchio e del nuovo testamento e i greci e i ro- 
mani coi lucchi e con le armature e con le zazzere 
del quattrocento. Ella è una semplicità che si con- 
viene ai giovani: pei vecchi è ridevole affettazione: 
sono i panni d'Isabella in dosso alia rugosa Gabrina. 
E questo convien dire anche a certi letterati e pittori 
dell'età nostra, che ci fanno i bambini e i semplici 
con questo carico d'anni, che abbiam sulla schiena. 
Adunque ciò che par bello in Lope è brutto e sconcio 
nel Cicognini. Del quale basti il leggere la scena 
di Trisansone millantatore col suo servo Ventura 
(dataci dall'Emiliani Giudici nella sua storia della 
letteratura italiana) per accorgersi dello strazio che 
fa costui di quelle narrrazioni sublimi (2). 

Giacinto vinse il padre in ogni sfrenatezza. E 
fu più gonfio, più confuso, pili avviluppato. Ciò non- 
dimeno diede movimento all'azione e fuoco di passione 
al dialogo. E di costui al certo disse il Goldoni (da 
che ce ne tace il nome di battesimo), che nelle 
commedie quantunque gruppose e miste di patetico 



97 
e di comico, di lacrimevole e di plebeo, sa[iea jsui' 
Tai'te di maneggiare la sospensione e piacere con 
lo sviluppo. 

Codesti Luca fa priesto óe]\i\ commedia si sci'oc- 
carono grandissima fama. Carlo Gozzi ne parla come 
di gente ch'ebbe assai favore dal popolo: ma ciò per 
inferirne che non era da far meraviglia il plauso 
concesso al Goldoni, da che nomini sì poco degni 
ne avean goduto a macca. Questo era un pensiero 
maligno dell'autore delle tìab.\ Era da rispondergli 
che se il popolo applaudiva il Goldoni, se ne dovea 
conchiudere, che non sempre i contemporanei sono 
avari verso gli spiriti sommi, se non di pane, al- 
meno di lode (2). 

Dopo di questi non accade nominare altri e spe- 
cialmente attori, che si diedero a fabbricar di com- 
medie. Che se vien detto talvolta di Giambattista 
Andreini, questo si fa pel suo iVdamo (di cui ab- 
biamo parlato) e non per le altre sue opere comiche. 
Piuttosto non sono da tacere le commedie cosi dette 
rusticali : le quali , sebbene da alcuni si mettano 
fra i drammi pastorali , veramente vogliono esser 
poste tra le com-medie. Non sono i peisonaggi 
che vengono sulla scena, i quali stabiliscano la specie 
della composizione: sì bene la passione, lo scopo e 
lo spirito che la informa. Il dramma pastorale, che 
par venuto in fantasia a qualcuno che fosse stanco 
della vita vera che si menava nel mondo , è fuori 
della natura e vaga per campagne bellissime lutto 
pieno d'amore e d' innocenza celeste. Esso si può 
dir venuto dall'egloga non piij risti'etta a semplici 
dialoghi, ma distesa negli avvenimenti del dramma, 
G.A.T.CXLIV. ^ 7 



Al contralio la commedia ruslicalc si studia d'imi- 
tare i costumi dei contadini, quali essi s'ono, e ti 
porta nelle campagne e nei castelli della Toscana 
o di Napoli come qnalimque altra commedia nelle 
stanze, ne'convegni e nelle piazze della città Quindi 
essa non può fare un genere a parie: ovvero do- 
vrebbe dirsi dramma pastorale anche il Feudatario 
del Goldoni, perchè quivi dipinge principalmente i co- 
stumi villerecci. 

1 Rozzi e gr//?/ro)?a/? composero dapprima molte 
commedie rusticali nel dialetto sanese: molte poscia 
i fioienlini e i napoletani. Celebrate assai furono la 
Bom (W Giulio Cesare Cortese da Napoli, e la Tancia 
di Michelangelo Buonarroti il giovane. Esse han pregio 
di bontà, principalmente per esser prese dal vero più 
che le altre commedie. E perciò non sono [tiene 
d'accidenti impensati, nò sono scritte con quella cer- 
cata orditui'a e nello stile allor detto magnifico. AI 
contralio si va per la piana e forse troppo: tanto 
che tu vedi i soliti amoi-i e le solite gelosie e le 
solite smanie de'drammi pastorali, ma più veri e più 
confoimi a quella gente, che se ne fìnge invasata. 
Specialmente la Tancia (con grinlermedi cantati e 
ballati) è ben condotta , naturale e tutta piena di 
quel vezzo e sapore , che ha il dialetto fiorentino 
anche in bocca dei campagnuoli. 

Io non so poi a quale specie voglia assegnarsi 
la commedia pur del Buonarroti intitolata la Fiera. 
E in verità ch'ella non potrebbe dirsi commedia , 
ma piuttosto una lunga e vaiiata rappresentazione 
di cose, fatta forse a due fini. Il primo per dar co[)ia 
al vocabolario della ci-usca (che allora si compo- 



99 

neva) di voci e modi di dire presi dalla lingua to- 
scana: il secondo forse pei' eccitare i fiorentini a 
qiie'commeici, dai quali un giorno cavarono tanta 
gloria e ricchezza. E questa intenzione, poco avver- 
tita, mi par che si tolga dal discorso dell'Introdu- 
zione, che fa il Commercio. Il quale dopo aver re- 
citate le proprie lodi, soggiunge: 

Benché né più pregiato né gradito, 

Com'io fu' già gran tempo, o fiorentini. 
Quando d'ogni quantunque ultimo lito 
Portavi a casa di molti quattrini. 
Mi v'appresento, e qui presso v'invito, 
Perché vo'abbiate i negozi vicini, 
Se lontana é Messina e Francoforte, 
A una fiera dentro a queste porte. 

E bene egli avea ragione di credersi né pregiato 
né gradito, quando vedea que'signori cosi gonfiati 
dalla vanità spagnuola da stimarsi avviliti ove do- 
vesser maneggiare quel passetto, con cui già aveano 
misurato il mondo. Ma tornando alla Fiera, io dico 
ch'ella è divisa in venticinque atti e cinque parti 
da potersi recitare a cinque atti per volta. Fu rap- 
presentata in cinque giorni nel carnevale del 1618 
nel teatro della gran sala degli Uffizi, luogo capa- 
cissimo per macchine e comparse. Vi si veggono 
ogni sorta di persone: soldati, mercanti, bottegai, 
sensali, marinai, potestà, gentiluomini: si compra, 



100 

si vende, si baratta. La Mercatura si dà gran fac- 
cenda: le Fatiche guadagnano: il Sonno dà la berta 
agli sciocchi: la Bugìa va saltellando a prova. E queste 
non sono parole: ma personaggi in carne e in ossa, 
che dicono al popolo a chiare note la loro ragione. 
Questa fu la commedia del seicento. Quando 
poi sul finire di questo e il cominciare dell' altro 
secolo, la letteratura italiana diede segno di vo- 
ler rilevarsi; vi ebbero alcuni scrittori , i quali 
dieder opera al teatro, e a renderlo migliore o ri- 
suscitarono le commedie del cincjuecento, o sci-is- 
sero con intenzione del buono, o imitarono o vol- 
sero nella nostra favella le miglioi'i cose francesi. 
Nicolò Amenta napoletano scrisse commedie a modo 
dei Gì-azzini e dei Cecchi senza la grazia e la ele- 
ganza di essi. Pur non fu poco che alcuno si ricor- 
dasse delle masserizie di casa nostra. Girolamo Gigli 
sanese imitò il Molière nel Don Pilone. GlMpocriti (che 
ve ne avea di molti) fecero storie e romori grandis- 
simi, e non appi'odarono che a crescer fama all'au- 
tore. Il quale per verità non aveva aggiunto che po- 
chissimo alla bella opera del francese voltata nelle 
grazie della lingua toscana. Egli tradusse anche i 
Litigami del Racine ed altre commedie, non lasciando 
di suo che la Sorellina di Don Pilone, con cui volle 
mordere, né il fece troppo felicemente, la moglie 
avara e la serva che si struggea di marito. Anche 
Pier Iacopo Martelli per trent'anni attese a com- 
porre un teatro compito dalla tragedia alla farsa dei 
burattini: a cui pose il nome di Bambocciata. E tale 
è lo Slermilo cVt^rcole, in cui finge i pigmei che 



101 

pailimo in versi corti come i lor corpi. Ma egli che 
non riuscì molto a far piangere, molto meno fé ri- 
dere: e se ne doleva al Muratori scrivendogli: Oh 
quanto, prevosto mio, è più difficile il provocare al 
riso die al pianto ! 

Nò voglionsi tacere i nomi di due attori , che 
fecero a lor potere per rilevare il teatro. L'uno fu 
Pietro Cotta romano, che rimise in iscena l'Aminta 
e il Pastor lido e tragedie nostre e francesi, masi 
male risposto dagli attori e dal pubblico, che dispe- 
rato dell'impresa lasciò il teatro. L'altro fu Luigi 
Riccoboni da Modena: il quale, rappresentando tra- 
gedie antiche italiane, traducendone dal francese, e 
alle commedie del Molière innestando le maschere, 
sperò per il buon successo avutone di potere ardire 
di più, e a Venezia avventurò la Scolastica dell'Ariosto. 
In verità ch'egli era un voler troppo dal popolo 
d'allora male avvezzo a tristi spettacoli. Al quarto 
atto bisognò chiuder la tela: ed egli se ne crucciò 
di sorla, che invitato dal duca d'Orleans a passare 
in Francia, non tentennò un momento, e andò colà 
a sostenere l'onore del teatro italiano (a. 1716). 

Ma di questi principii del risorgere sarebbe da 
dire diffusamente, ove si volesse discorrere della com- 
media del settecento, nel quale essa fu restaurata 
da Carlo Goldoni. Qui non s'è fatto che darne un 
cenno: quanto basta per intendere che negli uomini 
colti del nostro paese era venuta una spasimata voglia 
di levarsi la vergogna di non avere un teatro nostro 
e conforme al secolo. Bisognava che a mano a mano 
questo desiderio entrasse nella nazione insieme con 



102 

la civiltà, e che un sommo ingegno sapesse soddi- 
sfarlo senza portare al forasliero o all'anlico. Intanto 
era buono di aprire il camtnino. Che se i rimedi messi 
in opera da coloro che abbìam detto, furono fiacchi 
e non convenienti a togliere il male; essi però eran 
tali, quali doveano aspettarsi in una nazione traviata 
miseramente dal buono e dal bello. Imperocché al- 
lora noi eravamo come uon)ini, che lasciati da quel- 
l'ardore febbrile, che li fa delirare, cominciano ad 
avere più lucido il discorso della ragione senza quella 
possa che valga ad opera perfetta. 



103 
NOTE.. 

CAPITOLO PRIMO. 

(4) Lo Sliakspeare non solo tolse dalk novelle italiane qtiesM^ 
ma anche altre commedie. La commedia E tutto bene ciò che a ben 
riesce, è tratta dalla novella XXIX del Boccaccio e dalla Vir^jinia 
di Bern;irdo Accolti. Il molto fnicanso per un nonnulla è traila 
dalla novella prima, parte prima , delle novelle del Bandello. E i 
pili giudiziosi critici inglesi vogliono ch'egli attingesse largamente 
anche dalle produzioni del teatro italiano. (V. Colker, Farther par- 
ticulars regarding Shakspeare and his workt). 

(2) Veggasi nn leggiadro 0|»Jscolo di Alessandro Pagliese in- 
titolato: Delle disgrazie della lingua italiana {Napoli 1834) : ove 
si annovera tra gì' infortuni anche la rabbia della lingua latina sotlo 
il pretesto dell' impero romano: quella idea d' imperio che travolse 
gì' ingegni di tanti sommi italiani , finché non fu permesso nem- 
meno di favellarne. 

(3) La tragedia del Teren, pubblicata dall'Heerkens come opera 
di Varo, era stata composta da Gregorio Corrari e venne a luce 
nel secolo XV'I. Fu ristampata negl' Icones pubblicati a Parigi nel 
1788 e a Utrecht nel 1789. Nel 1338 era stata stampata a Venezia 
col titolo di Progne tragedia nu\ic primum edita in academia ve- 
neta. Il Morelli scoperse la frode e ne diede avviso con due let- 
tere al Villoison. (lac. Morelli epistolae septem variae eruditionis. 
Patavii 1819. 8°). 

Leon Battista Alberti fece il Philodoxeos, commedia per due 
lustri stimata di antico poeta. 

(4) 11 Bibbiena nel sno prologo dice: 

» Non è Ialina (la commedia) perchè dovendosi recitare ad infiniti, 

1) che dotti non sono, lo autore che di piacervi sommamente cerca, 

• ha voluto farla volgare, a fiue che, da ognuno intesa, a ciascuno 

» parimenti diletti ». 



lOi 

(5) Romolo Amasco si sfiatò tre giorni per provare questo 
bell'assunto. Il Muzio gli scrisse contro. 

(6) Luigi de Gongora, nato dove nacque Seneca , cominciò a 
scrivere in quello stile, che senz'allre parole noi cliiainiaino il sei- 
cento. I suoi seguaci si chiamarono cultos, cioè colti , raffinati. A 
nessun' italiano era saltato in mente di fare dì questo stile una in- 
segna letteraria. 

(7) Les oeuvres de mvnsicur de Balzac, a Paris M. De. LXV. 

hesponse a deux questions ou de charactere et de V instruction 

de la cotnedie. Dis. I. 

(8) V. il Custodi nella storia di Milano. Firenze 1851. 

(9) Erano gì' intermedi sì magnifici, che meritavano d'essere in- 
cisi. Così abbiamo del Callot gì' intermedi della Veglia rappresen- 
tati a Firenze nel 1616 (Baldinucci, Fila di Iacopo Callot). 

CAPITOLO SECONDO. 



(1) Diomed. IIL '■<■ Tertia spccies est fabularuin, quae a civi- 
tate oscorum Alella, in qua primum coeptae, Atellanae dictae sunt, 
argumentis dictisque ioculnribus similes satyricis graecis «. 

Munii, De fabulis aellanis ec. Lipsiae 1840. — Vincenzo De 
Muro, Ricerche sieriche sulla origine , vicende e ruine di Atella. 
Napoli 1840. 

(2) Liv. VII. 2. — Valer. Max. I. e. IV. §.4 — Sarebbe un 
di più recare i passi di questi autori, che stanno o dovrebbero 
stare per le mani di tutti. 

(3) Molte delle commedie di Pomponio sono citate da Nonio 
Marcello De proprietate sermonis. E vedi pur molti titoli di esse 
nell'elenco degli autori citati da esso Marcello nella edizione di 
Parigi M. LO. XXCIIL — Il Macco e il Bucco erano personaggi 
cari alle ateilane. Pomponio intitola alcune (avole bucconem ado- 
ptatum, maccos geminos. — Mnnk, De T. Pomponio bononiensi atell- 
poeta. Glogaviae 1826. 8." 

(4) Le saturae vcnivan dagli etruschi. Liv. VII. 2. — Exodia. 
V. Sveton. Tibcr. 45. Domit. 10. — Giovenale VL 21. 



105 

(5) De'inimi vedi Sveionio Tiber. 43, 73, Calig. 27, Neron. 39. 
Galba 13. — Che le atellaac durassero ai tempi di Cicerone ne 
abbiamo argomento dal seguente passo: Non enim te puto graecos 
aut oscos ludos desiderasse , praesertim cum oscos ludos vel in se- 
natu nostro spedare possis (Ad fumil. lib. FU. an. 698). E che i 
mimi fossero comparsi: Nunc venia ad iocationes tuas, quum tu , 
secundum Aenomaum Aedi, non, ut olim solebat, Atellanum, sed 
ut nunc p,l, Mimum introduxisti (Papirio Paeto. Ad famil. IX. 16 
a. 707). Rimprovera Peto d'aver fatto uso non del parlare mode- 
rato dell' istrione atellano, ma della maldicenza <lel Mimo. E allude 
airEnomao, tragedia di Accio. 

(6) Canti Carnascialeschi. Firenze. Torrentino 1339. 

(7) Il teatro delle favole rappresentative, ovvero la ricreatione 
comica, boscareccia e tragica, divisa in cinquanta giornate, compo- 
ste da Flaminio Scala detto Flavio comico del Sereniss. Sig. Duca 
di Mantova. Venetia 1611 in 4.° 

Ogni giornata, cosi detta all'uso spagnuolo (ch'ella non è inven 
zione de'francesi d'oggidì) è una commedia o tragedia. Ognuna ha 
in fronte scritti i personaggi e la roba da usarsi, tra cui è rac 
comandato specialmente il bastone da bastonare, arnese troppo ne- 
cessario per l'antica commedia. 

Cerlone, setaiuolo napolitano, compose moltissime Selve di com- 
medie a braccio con trasformazioni , scannamenti e simili ingre- 
dienti. Il Cantù lo dice inventore delle maschere del dottor Fa- 
slidio è del Pulcinella. Del Fastidio passi: ma del Pulcinella sono 
sicuro che no. (Cantù — Storia universale. Ep.XVII.c.31. ed.VII). 

Vedi nelle opere di Carlo Gozzi, la selva o lo scenario ( in 
' francese caneras) dei Contratti rotti. 

(8) Goldoni: Il teatro comico- A. I. se. 2. — I. 7 — HI. 2. 

CAPITOLO TERZO. 

(1) Passeri, ^j/e dei pittori. Roma 1772 e. 418 — Dominici, 
>yite di pittori napoletani 1742. voi. I. e. 217. 

(2) Baldinucci, Fila di Salvator Rosa con aggiunte- Venezia 
'1830. §. XV. 



(3) Goldoni, Memorie. 

(4) z La vie de Scaramouche par le siciir Angelo Costantini 
comèdien ordinaire du fìoy dans la troupe italien7ie sur le nom de 
Mezelin. A Paris 1693. 8. 

(5) » Il eut le plaisir de se volt bien-lot grave et mis en mar 
bre. On paroit les cheminées et les gabinets de son buste et de sa 
figure: en un mot la cour et la ville ne pouvoit se lajscr de le voir. 
(Costantini. Ch. XXIV). 

(6) Constant. C. XXVIII. 

(7) Pier Maria Cecchini compose nel 1616 un discorso sulla 
commedia e lo dedicò al cardinal Borghese. 

(8) Supplica ricorretta ed ampliala intorno alle commedie mer- 
cenarie. Bologna 1626. 8." 

(9) La compagnia de' gelosi avea per insegna un Giano con 
due facce e il motto: Virtù, fama e onoT ne fé gelosi. 

(10) Bettinelli, Risorg. d'Italia. P. 2. C. 3. 

(11) Le bravure del capitano Spavento divise in molti ragio- 
namenti in forma di dialogo — Venezia 1669 — Sono baggianate 
zeppe di mitologia. 

(12) Questa è 1' iscrizione incisa in bronzo sul sepolcro d' 
Isabella. 

D. 0. M. 

ISABELLA ANDREINA PATAVINA, UOLIER MAGNA VIATUTE PRAEUITA, BO- 
NESTATIS ORNAIUENXCIU, MARIXALISQUE PUDICITIAE UECUS, ORB FACONDA, 
MENTE FOECCNDA, RELIGIOSA, PIA, MUSIS AMICA, ET AHTIS SCENICAE CA- 
VKT, HIC RESCBRECTIONEM EXPECTAT. OH ABORTCM OBIIT. 

IV IDU S lUNII MDCIV ANNUM AG3NS XLII. 

Delle poesie fatte nella morte di lei il figlio fece una raccolta in- 
titolata all'uso del tempo: Pianto d' Apollo. 

(lo) Giro del tnonrfo del dot. Francesco Gemelli, Venezia 1719. 
Tomo VII- Viaggio per l'Europa. Lettera di Parigi 1 mag. 1686. 

(14) ,, Veggonsi poi ventiquattro pezzi intitolati Balli di Sfes- 
„ sania di lacomo Callot, in ciascheduno de' quali in figure pic- 
,, cole, in atti, moti e gesti ridicolosi, soii rappresentati tutti gì' 



107 

,, istrioni, che in que' suoi tempi camminavano per l'Europa , e- 
„ sercitando per lo più l'arte buffonesca, e tali furono il capitano 
,, Cerimonia, Ricciulina, Franceschina, la signora Lavinia , la si- 
,, gnora Lucia, Mezzettino^ Gianfarina, Trastullo, Cuccubà, il ca- 

,, pilano Malagamba ,, Né mi dà il cuore di trascrivere 

questi cento nomi. Vedili nella vita di Iacopo Callot del Baldi- 
nucci (T. VI. Cominciamento e progresso ddCarte dell' intugliare in 
rame). 

CAPITOLO QUARTO. 

(1) Circa alle antiche maschere vedi e il Winkelmann e il Vi- 
sconti e il Ficoroni {Le maschere sceniche e le figure comiche. Bo- 
ma 1736), e l'edizione di Terenzio del Fortiguerri e cento altri. 
Circa allo scopo dell' ingrandire la voce ella è opinione, che non 
ha più peso: imperocché nel teatro di Sagunlo furono recitate delle 
commedie spagnuole innanzi a 4000 persone, e tutti udivano be- 
nissimo gli attori. ( lournal de Paris. 20 Novemb. 1785). E vedi 
Ampère, La poesia greca in Grecia J. (4. Firenze 1855). 

(2) Tacito, Annal XIL 49— XV. 34. 

(3) Vedi un monumento dato da Edmondo Chisciullo e inse- 
rito poi nel museo britannico. (De nummo Kvwn-i inscripto). 

(4) Vedi l'ambascerìa di Teodosio il giovane ad Attila nell'anno 
449 tratta dal volume I, Byzantinae historiae scriptores , col ti- 
tolo Ex Tvjs lOTopia? TTptaxou pmopoi; xai (rouiartìi. (Cantù. Storia uni- 
vessale. Lib. VII- Schiar. D). ' ' 

(3) Histoiredu theatre italien ec. par Louis Riccoboni. Chap.IV. 
Quid enim si choragium thimelicum possiderem ? Num ex eo argu- 
mentarere eliam uti me consuesse tragoèhi sirmate , hislrionis ero 
cola, mimi centunculo ? (Apuleius in Apologia). — Mimi . . , • . 
(uligine faciem obducti — Sanniones mimum agebant rasis capiti- 
bus. (Vos. In.stif. poet.L.'l. §. 1 . e. 32), — Planipes graece di- 
citur mimus, ideo autem latine planipes, quod actores planis pedi- 
bus proscenium introirent (Diomed. lib. III). 

(6) Tra i buffoni de'magnati eranvi i copm (Svet. Tib. e. VI), 
« cinedi, ì crepi, i parasiti, i stercorarii ec. e i balatrones (Hor^t 
Sat. 1. 22). — De'Sidicini parla Giulio Capitolino in Aelio P'ero. 



108 

(7) Davanzali nella postilla del §. XIV. lib. IV. degli Annali. 
(Firenze 1853) — Varchi, Ercolano. — Che poi lo Zanni (almeno 
il nome) fosse antico l'abbiamo dal Cornuto o pseudoconiuto sco- 
liaste di Persio alla sat. I. v. 72: ,, Sanna dicitur os distorlum cum 
vultu, quoO. facimus cum alios deridemus, ideo Sanniones dicti, quia 
non rectum vuUum habeant «. 

(8) Il Micali vuole che non solo il Macco sia il Pulcinella, 
ma anche il Bucco sia lo Zanni moderno {Storia d' Italia avanti 
il dominio dei romani. P. I. e. 28). 

(9) Varilla», Les anecdotes de Florence ou thistoire scerete de 
la maison de Medicis. A la Ilaye 1C87. — Ccllini, Vita lib. I. §. 4. 

(10) Arlecchino da un valletto del presidente Achille d'Har- 
lai a tempo di Enrico ì\\ {Dictionnaire des anedoctes, Poris 1768), 
Pulcinella da Paolo Cinelii, Pantalone da Pianta leone ec. 

(11) Memorie li. 3fi. 

CAPITOLO QULNTO. 

(1) Fìeflcxions sur lesdiffercns lheati-es ds l'Europe. Paris 1738. 

(2) Emiliani Giudici, storia delle t>e Ile lettere in Italia. Firenze 
1847. Sez. XVI n. 

(3) Ragionamento ingenuo e storia sincera dell'origine delle mie 
fiabe teatrali. Opere di Carlo Gozzi (Venezia 1801) T. I. 



109 



Sul porlo di Pesaro. Al sig. Paolo Giorgi f. f. di 
gonfaloniere. Lettera di Alessandro Cialdi; com- 
mendatore di più ordini, socio di piìi accademie. 

Illmo Signore. 

Vfuando nei primi giorni dello scorso aprile il eh. 
sig.ing. Fedele Salvatori, direttore generale dell'ufficio 
de' telegrafi in Roma , mi domandava se accettato 
avessi r invito che i signori marchese Carlo Bal- 
dassini e Giovanni Marsetti a nome della magistra- 
tura di Pesaro mi avrebbero fatto , quello cioè di 
accedere sul luogo per quivi esaminare i progetti a 
questo poi'to relativi e proporre ciò che meglio cre- 
dessi in proposito, io ringraziava dell'onore che la 
sullodata magistratura voleva compartirmi, allegando 
essere mia convinzione che il professor Brighenti , 
già dal Governo a tal uopo destinato, avrebbe sug- 
gerito quanto di meglio poteva farsi: e questo mio 
convincimento io esternava di persona allo stesso 
marchese Baldassini in casa ed alla presenza del- 
l'esimio professore Salvatore cav. Betti. Tuttavia non 
ho poscia pili creduto rinunciare a tanta distinzione 
allorquando con officio del 3 corrente il più volle 
nominato marchese, ripetendomi l'invito, aggiungeva 
che interpellato in oggetto il Brighenti, si era mo- 
strato sinceramente lieto di avermi a compagno e 
come portatore della parola degli interessati. Ma 
non pertanto mi credetti in dovere di scrivere nella 



no 

mia lettera di accettamento la seguente dichiara- 
zione. 

« lo mi reputo molto onorato dell' incarico 
che l'ossequiata magistratura per mezzo della sig. 
vra. illma, mi affida, e mi duole che scarse siano le 
mie cognizioni per corrispondere adequatamente al 
grave oggetto di dare alla cilfà di Pesaro un porlo 
in qualsiasi forma che veramente corrisponda ai bi- 
sogni commerciali, ed alle diverse navigazioni che av- 
vengono in queste acque deW Adriatico. Nulla di meno 
il magistrato di detta illustre città raggiugnerà com- 
pletamente lo scopo che ha in mente, perchè dal- 
Toculatissimo nostro ministro de' lavori pubblici è 
stato preventivamente affidato un tale incarico al 
chiarissimo ispettor cav. Maurizio Brighenti, a niuno 
secondo nella scienza e nel governo delle torbide 
acque e delle chiare ». 

« A me poi di pai-ticolare istruzione sarà l'ac- 
compagnare. nell'esame de'diversi titoli, che condur 
dovranno alla soluzione del problema, il sullodato 
professor Brighenti: e però anche per questo io debbo 
essere grato al municipio di Pesai'o «. 

Ciò premesso, passo colla massima brevità pos- 
sibile, ad esporle quali sieno le fonti da cui ho at- 
tinto le idee, e quali sieno i fatti da cui ho de- 
dotto le ragioni che mi hanno dettato il progetto, 
siccome appaiisce nell'annessa pianta idrografica. 

Io non mi fermerò a narrare la lagrimevole storia 
de'gravissimi danni sotferti nelle due inondazioni del 
passato autunno da questa città e da ([uesto porto, 
né estenderò il mio dire sulla iniporlante situazione 



Ili 

ireogratica che occupa questo punto commerciale , 
né sulla necessità di ridonare la vita od un [>oi'to da 
cui dipende il ben essere di questo territorio e la sal- 
vezza di quei navigli che navigano da Venezia ad x\n- 
cona e viciversa, corrispondendo esso prossimamente 
alla metà del cammino. Io per ora restringerò il mio 
discoi'so alla pai-te artistica soltanto. 

Dalle dotte Memorie del porlo di Pesaro di An- 
nibale degli Abati Olivieri-Giordani risulta che la 
foce dell'Isauro, detto volgarmente Foglia, abbia sog- 
giaciuto a tre differenti direzioni. Dalla prima alle 
susseguenti si è sem[)re condotta più a sinistra 
guardando il mare, e quella che attualmente pos- 
siede, aperta il 9 ottobre 1614, si dirige al nord- 
nord-est. 

Ella sa che la posizione, la direzione e la forma 
de'moli guardiani, od armature delle foci, dipendono 
dai venti regnanti, dalle correnti, ma più d'ogni altro 
dalla direzione de' flutti, i quali a parer mio ijover- 
nano gl'insabbiamenti. Ninno ignora che i venti do- 
minanti e regnanti in questo litlorale dell'Adriatico 
sono quelli compresi dal nord-noi-d-est al sud-est: e 
ninno può dubitare che i fiumi, armati o no, hanno 
la fossa mutabile secondo la direzione della traversìa 
del moto ondoso delle burrasche, come dopo ri- 
petute ed accurate ricerche dettava il Brighenti: il 
che vuol dire che i porti-canali del detto littorale 
perché sieno meglio difesi, e perchè più facilmente 
permettino lo scarico delle acque dei fiumi che li 
costituiscono, debbono indirizzarsi a sinistra dell'ul- 
timo rombo dei suddetti venti. Questa verità quanto 
più è stata sentita, tanto più ha indotto i nostri an- 



112 

teccssoi'i a condurre da destra a iDanca la foce del- 
l' Isauro ; ma fino ad ora non quanto basta , e la 
rotta dell'ultima piena ne potrebbe essere anche una 
prova. E però la fossa, o canale navigabile fuori de' 
moli, si trova sempre più a sinistra della direzione 
di essi, e ne difficulta l'entiala ai bastimenti. 

Così pure, per causa della difettosa direzione del 
presente canale, quando i bastimenti sono in porto 
non cessa il loro tiavaglio, il loro softrire. Una parte 
del moto ondoso, che direttamente s'introduce lun- 
ghesso il canale, danneggia molto ed anche spezza 
gli ormeggi; produce avaree nelle abbozzature dei 
medesimi, nei loro incrociamenti, nei punti di ap- 
poggio sopra i navigli. Questi poi soffrono danni ben 
maggiori; ti-atti con violenza por un verso e tosto 
pel verso contrario, tessono ed urtano fortemente 
contro i moli e fra loro stessi, e da ciò quel fe- 
rale cigolìo che sloga la chioda zione, apre i com- 
menti delle carene, allarga le commisure delle bitte, 
delle latte, degli scalmi, e rende questa stalìa più 
cattiva di quella che posseggono i porli di Seni- 
gallia, di Fano, di Rimino ed altri, perchè questi 
hanno la bocca voltata più a sinistra. 

Inoltre è di grande interesse il ben detenriinare 
la direzione da darsi alla foce di un fiume, onde fa- 
cilitare l'ingresso ed il regresso de' bastimenti che 
vi debbono passare, e, pi-incipalmente, per conservare 
il fondo necessaiio all'entrala. Ed invero la man- 
canza di profondità è un gravissimo male perma- 
nente, il quale pregiudicando in ogni tempo tutti i na- 
viganti, termina per annullare la pj-ospeiità del com- 
mercio in un [)orlo e nelle coste limilrofe.il decaduto 



113 
stato commerciale di Pesaro pur troppo ci conferma 
la verità della suesposta massima! 

Né ciò è tutto. La direzione di uno sbocco in 
mare può essere causa di maggiore o di minore ritardo 
nello scarico delle acque del fiume, specialmente nel- 
l'ultimo tronco di esso. Egli è vero che i torrenti 
istantanei, come il nostro, non rispettano le leggi 
della scienza; ma io credo che il miglior regime di 
essi , come di ogni altro fiume, dipenda precipua- 
mente dalla facilità del loro sbocco. A tale effetto 
per quelle foci, ove l'arte ha posto le mani, è sta- 
bilita la massima di seguire la disposizione naturale 
dello sbocco, correggendone il piij possibile una vi- 
ziosa inclinazione col difenderlo dagli infesti venti di 
traversia e dalle cause che possono concorrere ad 
interrirlo. 

Non può dubitarsi che il mare quando sente di 
fuori s'inalza in modo notabile lungo il lido, e sino 
ad un certo limite si tiene ad eguale livello a destra, 
di fronte ed a sinistra della foce; e perciò qualunque 
sia la direzione di questa, uguale sarà lo scarico 
delle acque del fiume; ma quando poi i venti in- 
vadono il httorale ed il mare scende e vi si frange 
queir accumulazione di acqua marina ha d'uopo di 
defluire dal lato ove trova minor resistenza, che 
su questo lido è da sinistra. Così è per me ugual- 
mente certo che il moto ondulatorio del mare divenga 
moto di reale trasporto di massa liquida quando 
il vento è assai forte, molto più quando l'onda non 
trova libero sviluppo per l'assottigliarsi del fondo, 
e molto pili ancora quando essa si frange. Nei qua- 
li casi r onda si trasforma in parte in fluUo-cor~ 
G.A.T.CXIV. 8 



114 

rente. Questa corrente e quella del tiunie può sem- 
brare che s'immedesimino, ma in realtà si riflettono 
ed indietro balzano, perchè impossibile è che due corpi 
passino Viino per Valtro come notò Leonardo da vinci; 
come Lartigue dai suoi studi sopra i fenomeni delle 
correnti marine ha dedotto, e come de T.aligny con 
recenti esperienze ha confermato. Inoltre lo stesso 
Leonardo ci ha detto: Le onde rompono contro il 
corso del fiume, e non mai per il verso del suo coì^so; 
e subito dopo ha soggiunto: Uonda del mare rompe 
contro Vacqua che rifugge dal lido ove è percossa, e 
non contro al vento che la spinge. Emy , Reìbell 
e Rodriguez hanno pur eglino notati simili fenomeni. 
Cosicché r incontro delle succennate due correnti , 
quella de' flutti e quella del fiume, quanto meno sarà 
di fronte, cioè quanto l'angolo formato nel punto di 
riunione sarà più acuto, tanto meno sarà ritardato 
lo scarico dell'Isauro ed interrita la sua foce. 

Lo Zendrini ed il Manfredi richieggono per una 
delle principali condizioni di un porto della natura 
del nostro « che sia munita la bocca con oppor- 
tune palificate, moli, stabilito che sia che valgano 
con la loro lunghezza a coprirla dai venti nocevoli 
e lasciare ai favorevoli di potere coadiuare allo 
spurgo delle materie che potessero essersi deposte «. 

Ma se è vero che la direzione dello sbocco ha 
molta influenza sulla navigazione,non che vsullo scarico 
delle acque, sono però altrettanto vere le difficoltà che 
s'incontrano nello stabilire quale sia la più conve- 
niente da preferirsi. Questo scopo non può esser rag- 
giunto che col far precedere uno studio speciale 
de' venti regnanti e di quelli dominanti , della co- 



115 

stituzione fisica del fondo del mare, di quella delle 
spiagge adiacenti , della indole del fiume, de' bi- 
sogni e de' comodi assoluti ed utili ai bastimenti. 
Nella direzione della bocca il parere degli uomini 
di mare deve avere gran peso ; anzi nella scuola 
francese è riconosciuto che celle quesUon est du res- 
sort des marina. 

Dopo una particolareggiata visita sul luogo , 
nella quale ho avuto la fortuna di accompagnare il 
sullodato professor Brighenti in tutti i giorni che 
si è qui trattenuto; dopo l'esame degli uomini più 
pratici di esso, e dopo mature riflessioni sul va- 
lore che può meritare la conservazione dell'esistente 
canale, è mio subordinato parere che la direzione 
ricercata possa esser quella che si vede tracciata 
nella citata pianta, lettera A: molto più che essa colli- 
ma con quella data agli altri porti-canali lungo questo 
littorale, come ho già ricordato; che essa incontra 
maggiori fondali (circostanza la più favorevole alla 
bontà di uno sbocco), e molto più ancora che,appro- 
fittando io della bontà constantemente mostratami 
dall'ispettor Brighenti, sottoposi al giudizio di lui una 
tal direzione, e fu trovato essere questa conforme al 
suo desiderio e corrispondente alla massima già da 
lui esternata ai superiori (I). 

L'andamento curvilineo ivi preferito al rettili- 
neo mi è stato suggerito dal riflesso di piegare 
quanto è necessario verso sinistra lo sbocco sen- 



(1) Vari congressi ed abboccamenti io tenni in proposito con 
j i capitani Righetti, Giuseppe Cavalieri. Melchiorre Mazzuccati, Se- 
bastiano Sponza e coll'assislenle del porlo Luigi Giuliani; ed eglino 
me^ convennero. 



116 

za molto allontanare il nuovo canale dai fabbri- 
cati esistenti presso il vecchio , e approfittare del 
vasto e lungo cavo fornnato dalla rotta. Un tale 
andamento, quantunque più lungo del rettilineo che 
congiunge i suoi estremi, ma non di quello del pre- 
sente canale, si crede preferibile ancora, dopo aver 
ridotto l'ampiezza del canale come dirò fra poco , 
perchè « in canale curvilineo, come osserva il Bo- 
scovich, la forza stessa d'inerzia, che richiede sem- 
pre la continuazione del moto rettilineo, costringe 
il filone ad accostarsi alla parte cava e rasentar- 
la continuamente, mentre nel rettilineo ogni pic- 
cola disuguaglianza di resistenza fa torcere il cor- 
po ora verso una parte, ora verso l'altra , e così, 
malgrado della maggiore brevità del canale retti- 
lineo, può in esso divenir la via delle acque più 
lunga che nel curvilineo , benché più lungo. Nel 
medesimo caso l'acqua, per la forza centrifuga con 
cui spinge la sponda curvilinea, vi si alza e cor- 
rode anche il fondo, e lo incava ; onde può cresce- 
re alquanto la sua velocità attuale col peso, e sce- 
mare la resistenza nel fondo con farsi una specie 
di letto di quella che chiamasi acqua morta )>. Il 
medesimo partito vedesi consigliato dal Cavalieri , 
il quale risolve ancora la questione, se le palafitte 
debbano protrarsi ad eguale lunghezza, o se l'una, 
e quale di esse, debba superar l'altra; ricerca che 
pure era bene di fare nel caso nostro. « Le di- 
ghe , egli dice, debbono essere avanzate in mare 
finché si trovi in questo il fondo necessario per te- 
nere a galla i bastimenti, ai quali il porto è de- 
stinato. Giova poi di prolungare alcun poco più del- 



117 

Tallra quella che è dalla parte del vento più po- 
tente di ogni altro a spingere l'arena verso lo sboc- 
co del canale. È utile di stabilire le dighe in li- 
nea curva, rivolgendone la convessità verso quella 
parte, da cui sarebbero spinte le sabbie ad inva- 
dere la foce. Cotesta disposizione tende a ripara- 
re l'interno del porto dai venti di mare, e ad im- 
pedire che si formi un'alluvione o un dosso di sab- 
bia plesso la estremità interna della diga più spor- 
gente, pel rallentamento che ivi avverrebbe nel cor- 
so dell'acqua, se le dighe fossero stabilite in linea 
retta ». Laonde lo stesso andamento, riparando l'in- 
terno del porto, conserverà tranquilla la stallìa con 
i mari di fuori, in oggi così molesta ai bastimen- 
ti, come ho già notato, ed impedirà che si for- 
mino alluvioni nell'interno del canale, in oggi co- 
sì dannose alle barche ed al facile smaltimento 
delle acque del fiume, come fra poco noterò. 

Anche sulla larghezza del canale io credo ne- 
cessario proporre una modificazione. Per la navi- 
gazione e per lo scarico delle acque del fiume, que- 
sta questione è tanto grave quanto quella della di- 
rezione da darsi allo sbocco. La larghezza dell'at- 
tuale canale fra i due guardiani presso la foce è 
di 4-0 metri; a 250 dalla foce stessa è di 38; più 
internamente, cioè a 550 metri, è di 35; e final- 
mente presso il ponte è di metri 28. Queste lar- 
ghezze a foggia di ventaglio, dalla superficie fino al 
fondo, mi pare che debbano molto diminuire alla cor- 
rente del fiume la forza di mantenere aperta la fossa 
in mare e conservare spurgato il canale interno. 
La teorica ed i fatti appoggiano questo parere. 



118 

L'Isauro, per quanto ho potuto sapere e ve- 
dere, presenta caratteri meno sfrenati degli al- 
tri fiumi torrenticci che, come esso, discendendo 
dall'Apennino scorrono tortuosamente e con rile- 
vante pendenza frammezzo all'altipiano inclinato ver- 
so il mare, a cui vanno a tributare le loro acque. 
Copioso quasi sempre di torbide, ne è poi copiosissi- 
mo in ogni escrescenza, e convoglia anche ghiaie 
nelle maggiori ; ma atteso il tortuosissimo corso 
che esso ha, pochi di questi ultimi materiali sca- 
rica sino al mare, eccettuati i casi di escrescenze 
straordinarie. Nel canale che costituisce il porto, 
vi giunge adunque sempre carico di sabbia e ter^ 
ra, e di rado con materiali più grossi. Nelle escre- 
scenze mezzane, che sono certo le più frequenti , 
le sue acque rimangono incassate, e solo è toccato 
il ciglio delle ripe in quelle maggiori. Ma se il ma- 
re sente di fuori, o è soltanto un poco agitato , 
anche nelle piene mezzane il fiume si alza molto 
di pelo, e, rallentata quindi notabilmente la sua 
velocità, deposita il carico producendo sensibilissi- 
mo interrimento lunghesso il canale : interrimento 
che, diminuendo la pendenza e la sezione, contri- 
buisce anch'esso a forzare il fiume ad elevarsi, ad 
estendersi, a traboccare. Questi effetti spiegano co- 
me nel maggior numero delle piene mezzanamen- 
te gonfie l'incisione dello scanno in mare è appe- 
na indicata, e la stallìa è soverchiamente colma- 
ta ; e come le sole piene ben vigorose possano 
spurgare il canale e convenientemente rendere de- 
pressa la soglia di scarico delle acque dell'Isauro: 
dannoso effetto che non verificasi con eguale fre- 



119 
quenza ed intensità in altri porti-canali di questo 
littorale, perchè essi, per essere piìi stretti e piiì 
piegati alla sinistra, ottengono benefìcio anche dal- 
le mezze piene de' loro fiumi. 

La portata dell'Isauro, propriamente parlando, 
fino ad ora non è stata calcolata. In un manoscrit- 
to > dell' ing. cav. Pompeo Mancini si legge che 
la sezione naturale che in più incontri si è verifi- 
cala nel detto fiume, specialmente ne^ suoi pochi e 
brevi tronchi rettilineij si è trovata della larghezza 
al fondo di metri 40 ai 50. L'altezza delle massime 
piene sale dai metri 3,50 ai metri 4,00 sopra il 
pelo magro (1). Dall'esperienza di un ottennio sul- 
le diverse portate del canale di derivazione che ali- 



(1) Credo pregio dell'opera riportare ciò che dice il pro- 
fessor Briglienti del bacino idraulico di cui parlo. Queste notizie, 
quantunque generali, potranno somministrare conveniente idea del- 
la indole del nostro Isauro, detto Foglia, e della sua portata. 

" Piovono sulla nostra provincia, dice il Brighenti, metri cu- 
bi 2100 millioni d'acqua ogni anno, de' quali un terzo secondo le 
ipotesi dei fisici viene assorbito dal suolo, un terzo evapora, l'al- 
tro terzo 700 millioni si disperde in mare. Se quest'ultima por- 
zione si riduce in forza motrice, come ha fatto il sig. Dupin per 
la Francia, troviamo che equivale alla forza di 4 millioni di brac- 
cianti, ciofe a venti volte la nostra popolazione in continuo lavo- 
ro tutto l'anno. Ma questa enorme forza motrice profitta ben po- 
co alla nostra prosperità, perchè attese le forti pendenze del suo- 
lo quel tesoro d'acque si dissipa quasi in un subito al mare 
per l'alveo di otto rapidissimi torrenti : sono la Marecchia , la 
Conca, il Tavullo, la Foglia, l'Arzilla, il Metauro, il Cesano ed il 
Misa. I quali corrono strabocchevoli in un baleno, poi magrissi- 
mi, o restano asciutti la maggior parte dell'anno. La Marecchia nel- 
le grosse piene corre sei miglia all'ora, e porta metri cubi 390 d'ac- 
qua in un minuto secondo ; in dieci piene annuali di dodici ore 
ognuna dissipa metri cubi 168 millioni e mezzo d'acqua. Altrettua" 
la io penso del Melauro, che mi par similissimo per lunghezza di 



120 

menta i molini di Pesaro, fatte dal slg. dott. Lui- 
gi Guidi, risulta che nei mesi di luglio ed agosto 



corso, larghezza d'alveo, e peso dalle materie trasportate allo sboc- 
co ; e la somma dì questi due gli altri sei presi insieme. Onde 
in cinque giorni vanno al mare 670 millioni metri cubi d'acqua, 
e ne restano 30, che è la venliqiialtresima parte dique' 700 pel 
rimanente dell'anno da distribuirsi in otto torrenti, e alle piene 
dei piccoli corsi d'acqua che abbiam trascurato. Per le quali con- 
siderazioni si fa maiiiii'Sto come Intla In nosira navigazione si ri- 
duca di necessità alia sotti! costa Adriatica, che bagna il fianco 
della provincia volto a tramontana. 

i" La nostra industria ha nondimeno profittato della (orza 
delle acque per mantenere escavate le foci in mare d'alcuni di 
questi torrenti principali, e costringendo fra ripe artificiali mura- 
te il corpo d'acqua che vi passa in piena, ha costituito dei ca- 
nali navigabili lunghi circa un miglio a Rimìni, a Pesaro e a Se- 
nigallia. Non è qui luogo a discorrere, e ognuno sa per propria 
osservazione le variazioni del fondo di questi canali, e come sia- 
no esattamente proporzionali al numero, e alia qualità delle pie- 
ne annuali ; i limili minimo e massimo sono fra metri 1, e metri 
3 d'altezza d'acqua, onde talora stcntanvi le barche di CO tonnel- 
late, talora potrebbero portarne anche di 120. Sono tuttavia pre- 
ziosi al commercio de'nostri generi coll'estero, e alla pesca di ma- 
niera, che la cura del governo per conservarli non sarà mai so- 
verchia. Se non che la durata loro non è di natura perpetua per 
l'annuale allontanamento delle foci cagionato dalle ghiaie, e dalle 
terre che ivi trascinano le piene dei lorrenli, da cui sono ali- 
mentati. Vario è questo incremento delle spiagge dipendente dal- 
la situazione loro rispetto alla direzione del moto ondoso delle 
burrasche, e più dagli sbocchi de'torrenti vicini a sopravvento. 
A Rimini, tenendosi alle antiche memorie, può valutarsi di circa 
un metro ogni anno ; a Pesaro molto meno per que' monti a de- 
stra e a sinistra, che mandan le acque a ritroso, ed hanno la ba- 
se non corrodibile, per le meno torbide e veementi piene della 
tortuosissima Foglia, e pel lontano sbocco del Mctauro le cui ma- 
terie sono in gran parte trattenute intorno a Fano. Onde presso 
a questa città torna a dilatarsi l'avanzamento del lido, e dura pel 
Cesano e pel Misa fino a Senigallia, ove di nuovo si raccorcia, 
finché comincia a sentire i depositi dei torrenti su]>eriori. 



121 

il fiume può dirsi in completa siccità, giacché il 
canale stesso, che raccoglie anche le minime ac- 
que del fiume, non ne fornisce se non la quantità 
necessaria a mettere in moto le tre macine del 
molino superiore per giorni quattro e mezzo di ore 
24 in ciascuno de' suddetti mesi ; quantità che di- 
visa per un intero mese darebbe per il fiume la 
defluenza di metri cubi 0,361 al secondo di tem- 
po ; e nei mesi di giugno, settembre e dicembre 



t Nel giorno 29 dicembre 182 { sperimentai con un galleg- 
giante la velocità superficiale della Marecchia sopra una lunghez- 
za di metri 444. Era l'aria quieta, e il torrente assai gonfio, aven- 
do il pelo d'acqua soli metri 0.50 sotto la chiave dell'arcata mez- 
zana del ponte d'Augusto. Trovai il molo del filone sensibilmen- 
te uniforme, e la velocità di metri 2.60 per 1." Nella sezione di 
contro alia Capitania del porto, la cui quadratura era di metri 
quadrati ISO, passavan dunque metri cubi 390 d acque in 1.", te- 
nendo per media la velocità superfiùiale ; nel che alt>'sa la rapida 
cadente del fiume, e lo stato basso del mare di quel giorno, non 
sarà forse un grande eccesso. La piena del 23 dicembre prece- 
dente fu metri i.lO più alta di quella del 29, e non può restar 
dubbio che in quella si verificasse una portata anche maggiore di 
metri cubi 390 per ì." 

«■ La pendenza del pelo magro della Marecchia sopra una lun- 
ghezza di metri 3763 dalla foce in su è di metri 4.394, l'area del- 
la predelta sezione alla Capitania diviene in questo «tato d'acque 
metri quadrati 11.00, il raggio medio risulta di metro 0.20, il co- 
seno dell'inclinazione di metri 0,001676; onde la velocità media 
secondo la formola del sig. Eylelvein di metri 0.925. per 1.", e 
la portata di metri cubi 10.175. Sicché il rapporto fra le piene 
grosse e il corso magro riesce nel nostro torrente prossimamente 
di 1.39; ciò avvalora iu qualche modo i risultamenti sopra discor- 
si comunque derivati da elementi puramente probabili •,-,. (Eser- 
Ciiazicm agj arie dell'Accad. di Pesaro 1829 anno I, sem. I pag. 20 
al 23.) 

Essendo l'Isauro di molto minor portata della Marecchia, e 
meno torbide e veementi essendo le sue piene, esso la cede adun- 
que di gran lunga a quella in isfrenatezza. 



122 

lo stato del fiiitne può considerarsi come nella ma- 
gra massima. 

Se, come ho accennato, nelle mezzane piene 
l'attuale larghezza e direzione del canale non per- 
mettono alla corrente d'incidere abbastanza lo scan- 
no e dare una conveniente fossa alla navigazione ; 
se nelle stesse circostanze il canale o porto si os- 
truisce invece di espurgarsi, che cosa può attendersi 
nelle magre ? Questo commercio marittimo per 
non soffrire pregiudicievoli ritardi ha bisogno di 
poter disporre di due metri di fondo: ma nelle 
siccità e nelle massime magre, cioè nel lungo pe- 
riodo dedotto dalla media di sopra indicata di cin- 
que mesi ogni anno^ non si hanno dai ripetuti 
scandagli fatti nel canale del porto, che settanta 
centimetri nel tratto di massimo fondo, cioè dal- 
la lanterna all'ufficio di Sanità ; e ciò neppure è 
costante. Quasi ogni anno, e più volte nell'anno 
stesso, si verifica un banco di sabbia presso la fo- 
ce, il quale partendo da poco in dentro alla 
punta del molo di levante traversa il canale fino 
alla punta dell'altro molo, obbligando le barche di 
piccolo cabotaggio a scaricare l'intero carico e par- 
te de'loro attrezzi sopra la testata del detto molo 
di levante, e cosi ridotte entrare poi nel porto 
trascinate sul fondo dalla forza degli uomini e 
de' bovi. 

Egli è in vero brutto spettacolo il vedere una 
ed anche più barche contemporaneamente scaricar- 
si caricarsi attorno la punta di un molo col di- 
sordine e con l'ansietà inevitabili in bastimentie spo- 
sti senza verun ricovero ad istantanei ed impetuosi 



123 

venti, e ad un mare facile ad agitarsi e frangere ! 
Nel marzo 1833, per togliere un cosiffatto inconve- 
niente si dispose dall'emo. Albani, legato della 
provincia, che da Ancona qui venisse una macchi- 
netta a cucchiaia, ed il 14 del sudetto mese si pose 
mano allo spurgo. Ma siccome in ogni piccola ma- 
retta si riempiva in poche ore lo scavo fatto dal- 
la macchina, il 28 maggio dello stesso anno si ab- 
bandonò il lavoro. Nel maggio 1845 un banco di 
43 metri lungo, di 25 largo e scoperto nella bas- 
sa mai'ea, si piantò di contro la bocca a 80 me- 
tri in mare dai moli. E per finirla rammenterò 
soltanto ancora un fatto. Nel febbraio 1854 si for- 
mò fra i moli tale un banco che sbarrò l'intero 
canale per la lunghezza di 67 metri, e superò di 
oltre sessanta centimetri l'altezza del mare basso; 
tanto che si dovette aprire a pala un canaletto 
presso il molo di ponente, siccome quello ove il ban- 
co era meno elevato, onde far passare i gnocchet- 
tii piccole barche da pesca. 

Questi fatti, l'autenticità dei quali disgraziata- 
mente non può in verun modo porsi in dubbio, 
accadevano quando il canale era nel suo perfetto 
stato di sistemazione, cioè quando le sponde era- 
no non di terra in corrosione o di palafitte, ma di 
regolare e non interrotto muro per il lungo trat- 
to complessivo di metri 1494. Gli stessi fatti sono, 
a parer mio, una grave risposta a quelle idee o a 
quei progetti che tendono ad avere un porto a ba- 
cino, qualche cosa di simile, in questo punto 
di lido; sia che in esso porto s'introduca l'intera 
massa dell'acqua convogliata dall'Isauro, sia che 



124 

la massa in due rami si divida , o sia in fine 
che la massa stessa dal poito si allontani. Senza 
l'Isauro non può quivi aveisi porto ; e senza che 
l'arte stabilito abbia un canale il più conveniente- 
mente rivolto e largo, l'Isauro non può dare con- 
gruo porto. 

Prese adunque in serio esame quelle nozioni 
che abbiamo sulla portata di questo fiume ; consi- 
derati i bisogni ed i comodi necessari ed utili al- 
la navigazione ; fatto confronto con la larghezza 
che hanno gli altri porti-canali della natura del 
nostro, io mi sono convinto che la larghezza uni- 
forme dal ponte al mare di metri trenta sia quel- 
la che meglio convenga. Tuttavia per utilità della 
cosa e per istruzione mia, anche su questa im- 
portante parte del mio progetto ho tenuto proposi- 
to col ripetuto professor Brighenti; ed egli, dopo 
avermi fatto osservare che, atteso le ai-te e furio- 
se fiumane cui va soggetto l'Isauro, e le basse e 
lente magre di esso, non era pos!MÌ)ile appigliarsi 
convenientemente ad uno stato del fiume senza al- 
lontanarsi di molto dallo stato opposto , ha infine 
convenuto in siffatta larghezza come media com- 
portabile ; e perciò la larghezza di '30 metri è 
quella che vedesi tracciata nel nuovo canale (1). 

Questa misura è, raggungliatamente, di 5 me- 
tri minore di quella che ha il presente canale; 
quindi può credersi di poca, o ninna influenza 



(i) La larghezza del porto canale di Fiumicino è di 23 metri, 
quella di Sinigaglia dì 21, quella di Fano 20 e quella di Rimini 
30 alla metà circa del porto. 



125 

sulla migliore sistemazione che si dimostra abbi- 
sognare il fondo del porto-canale costituito dall'Isau- 
ro. Ma se Ella si compiacerà di por mente alla di- 
versa direzione data allo sbocco , e più alla cur- 
vatura stabilita nel nuovo canale , vedrà chiara- 
mente che come questi cinque metri in meno 
nulla lasciano relativamente a temere nelle piene 
der fiume, così molto lasciano a sperare nelle ma- 
gre di esso. In questo andamento J'azione della 
corrente essendo piiì energica nella riva concava 
che sull'altra convessa, come ho avuto occasione 
di ricordare, determinar deve lungo^ prima «un uti- 
le fondo, nel mentre che sulla SBoInda crea un 
banco disposto a spalto. Da questi due opposti ef- 
fetti risulta la formazione di una sezione ài figura 
a trapezio, la quale sarà .molto benefica alla navi- 
gazione, anche nelle massime magre dell'Isauro. 
Risultamanti che, a mia credenza, non potrebbero 
mai ottenersi conservando il presente canale, qua- 
lunque lavoro si faccia per esso fuori alla foce. 

Credo poi proporre un espediente che da qual- 
che tempo io andava maturando per accennarlo 
alla prima occasione, il quale, sottoposto al savio 
giudizio del più volte nominato ispettor Brighenti, 
ha incontrato la sua approvazione. Nelle viste di 
dare un ricovero in casi di mare grosso a quei ba- 
stimenti che esercitano il commercio in questo 
canale , e per quelli che lo esercitano lunghes- 
so questo sottile littorale, senza incorrere nel bi- 
sogno di una lunga protrazione di ambo i moli , 
la quale oltre alla maggiore spesa produce ancora 
più sollecita protrazione del lido ed innalzamento 



126 

del letto del fiume, mi tb a proporre una pro- 
trazione isolata di duecento metri nello stesso an- 
damento del molo destro, lettera B. La distanza 
più conveniente dalla punta del molo di levante 
alla punta piiì prossima di quella protrazione, cre- 
do che possa essere non meno di centocinquanta 
metri per le seguenti considerazioni; 

1." Per avere un utile fondo di acqua colla mi- 
nor possibile spesa ; 

2." Perchè i materiali convogliati dal fiume non 
giungano a depositarsi a ridosso di quel molo 
isolato ; 

3." Perchè il mare possa liberamente spazzar 
quelli che si depositeranno dinanzi o prossimi 
alla foce ; 

4-.° Perchè la corrente prodotta dai flutti di de- 
stra non abbia soverchia velocità, e perchè l'urto 
de' medesimi flutti fra loro non abbia soverchia- 
mente ad incomodare e forse anche impedire l'en- 
trata de' bastimenti nel canale ; 

5.° Per avere una comoda bocca per l'approdo 
e la partenza de' legni col maggior numero possi- 
bile de' rombi di vento; 

6.° E perchè se dall'esperienza venisse prova- 
to più conveniente una minor larghezza a detta 
bocca, facil cosa sarebbe il restringerla, e senza 
verun inconveniente, perchè la proposta protrazio- 
ne isolata è nella stessa direzione de'moli. 

Il presente molo di levante sarà utilissimo 
guardiano alla nuova foce senza bisogno di protrar- 
re quelli che esistono alla destra della foce di 
oggi. 



127 

L'intervallo compreso fra le due foci ritengo 
che sia cosa utilissima di difenderlo con isco- 
gliera, lettera C. Gli scandagli in mare a sinistra 
del porto, l'esame personale del lido e le notizie 
raccolte da altri dimostrano che da questa parte 
la spiaggia non progredisce che molto lentamente; 
anzi ad una distanza di metri 1500 è in corrosio- 
ne, ed è certo che essa s'ingrossa quanto più si 
allontana a sinistra della foce : i fondali alla stes- 
sa distanza dal lido vanno crescendo da destra a 
sinistra in guisa che sulla punta degli schiavi a so- 
li metri 100 da terra si scandagliano 4 metri di 
acqua. Questa fortunata costituzione del luogo mi 
avrebbe suggerito la idea di usare le forze che la 
natura sviluppa in queste vicinanze in guisa da con- 
vogliare e spandere i materiali ostruttivi quanto 
più si può sulla sinistra. A tale effetto la propo- 
sta scogliera di difesa aderente al lido, formando 
flutti riflessi, dovrà non poco contribuire nel tra- 
sporto a sinistra e prender parte all'azione dei 
flutti diretti che si imboccheranno nell'apertura 
fra la punta del destro molo e la protrazione iso- 
lata. Nei fortunali, il braccio formato dalla ri- 
petuta scogliera e l'altro costituito da quella pro- 
trazione isolata devono obbligare le linee de' flut- 
ti comprese fra i punti a b a passare per;;ila det- 
ta apertura e sviluppare una corrente capace a 
non permettere la formazione o la conservazione 
del solito banco che corona la foce e, dando 
celere moto verso sinistra all'acqua del mare che 
si para innanzi ad essa foce , capace per l'uno 
e per l'altro fatto ad aumentare notabilmen- 



128 

te l'effetto della chiamata allo sbocco; il che tor- 
na ad importante comodo della navigazione, ed 
a più facile sfogo delle piene. 

Pare adunque che con questo progetto verrà, 
nel miglior modo che da me potevasi, ed all'in- 
circa nei limiti della preconcetta spesa, provvedu- 
to alle due principali esigenze tanto raccomandate 
dai rappresentanti della città e del commercio di 
Pesaro , anche con suppliche umiliate al Sovrano 
e dal medesimo benignamente accolte ; cioè di 
ridonare un porto veramente utile al commercio , 
e di diminuire, se non quanto è desiderabile quanto 
ahneno è possibile , la gravità delle inonda- 
zioni rese così facili ad incomodare e danneggia- 
re in questi ultimi tempi. 

Qui avrebbe termine il mio dire, perchè qui si 
troverebbe esaurito il mandato da Lei favoritomi 
colla sua del 3 corrente. Ma il giorno 12 dello 
stesso mese sua eccel. reveren. monsig. Pasquale 
Badia pro-legato apostolico di questa provincia 
avendo disposto che, alla presenza di lui e di 
quella del sig. Giovanni Marsetti deputato per 
l'affare del porto da questa magistratura, il pro- 
fessor Brighenti ed io presentato avessimo i ri- 
sultamenti de' studi nostri, il mio mandato è sta- 
to esteso. 

Dopo molte osservazioni su i diversi progetti 
già presentati sull'argomento in discorso, si è creduto 
dai sopra nominati che quello da me tracciato sia 
più di ogni altro idoneo al caso; soggiungendo in 
proposito il professor Brighenti che egli lo trovava 
conforme alle sue viste , e se egli non proponeva 



129 

eguale concetto eia solo perchè avrebbe ecceduto 
il mandato; riservandosi però di trasmetterlo a Ro- 
ma , unitamente al suo , con ispeciale menzio- 
ne (1). Quindi eglino espressero unanime avviso 
che io corredassi il progetto in discorso delio scan- 
daglio per la spesa corrispondente; e però in virtù 
di questo ossequiato divisamento Ella tioverà unito 
in Allegato il richiestomi lavoro. 

Ciò nondimeno non mi è sembrato di poter qui 
omettere un confronto fra la spesa necessaria ad ef- 
fettuare il piano di cui tengo proposito, e quella che 
abbisognerebbe a ritornare il vizioso canale nella pri- 
mitiva sua sistemazione. 

Dalla Relazione sul progetto del nuovo porto di 
Pesaro compilata dall'ing. in capo Luigi Buffalìni il 9 
febbraio 1856, e sottoposta a sua eccellenza mons. 
ministro de' lavori pubblici, risulta che a rimettere il 
porto canale nello stato in cui trovavasi prima delle 
alluvioni richiederehbesi la spesa di se. 99000. Inoltre 
è da avvertire che, visitati i tratti di sponda non ca- 
duti perle passate inondazioni, e però non compresi 
nella perizia del menzionato ingegnere, si fa oggi ma- 
nifesto il bisogno in essi di piìi profondi e solidi fonda- 
menti se si vogliano conservare. 11 perchè si crede es- 
sere necessaria una ulteriore spesa di circa se. 20000 
da aggiungersi a quella già calcolata; cosicché l'intera 
somma per il ristauro del presente canale ascende- 
rebbe a scudi 119 mila. 



(I) Promessa che dal Brighenti è stata scrupolosamente man- 
tenuta, e nel modo il più onorevole per me. Ecco il vantaggio 
del trattare con uomini superiori, nei quali la dottrina va sempre 
unita ad imparziale liberalità. 

G.A.T.CXIV. 9 



130 

Dallo scandaglio della spesa occoiTente per la 
esecuzione de' lavori da me progettati, secondo l'an- 
nessa pianta e relativi Allegati, si ha, è vero, che oc- 
correrebbe la somma di scudi 1 32068. 14|, e perciò 
maggiore dell'altra di scudi 13068. 14|; ma questo 
aumento di spesa compensato a parer mio ad esu- 
beranza dal vantaggio che si trarrà dal nuovo por- 
to, sembra poter inspirare fondata speranza sulla 
superiore approvazione; quante volte il progetto fosse 
ammesso dall'eccelso consiglio d'arte (1). 



(1) Ecco il rescrilto di sua eccellenza monsignor ministro dei 
lavori pubblici in relazione al giudizio clell'ossci^u.iato consiglio d' 
arte. 

» 9 Luglio 1856. n". 8806. 

M Fisto che il Consiglio d'arte, uniformandosi col suo voto al 
rapporto delV ispettor emerilo sig. prof. Brighenli, dichiara prefe- 
ribile il progetto del canale curvilineo ideato dal sig. comm. Cialdi, 
purché la relativa spesa non ecceda di troppo la somma indicata 
7iello, scandaglio; 

» Si diano le occorrenti iatruzioni alla delegazione apostolica 
di Urbino e Pesaro affinchè il progetto islesso venga, senza più , 
ridotto a piano di esecuzione a cura degV ingegneri della provin- 
cia pesarese: e di questa disposizione si dia la dovuta partecipa- 
sione al consiglio. 

Il Ministro 

MlLESI 

Compito l'ordinato piano di esecuzione, la somma risiillata da 
questa più particolareggiata analisi ascende a scudi 138726. 60 , 
cioè soltanto maggiore a quella da me preavvisala di se. 6638.43 , 
e però dentro il limite ammesso. Anzi, in virtù di alcune modifi- 
cazioni fatte al detto piano dal consiglio d'arte, la somma ricono- 
sciuta necessaria all'eseguimento del mio progetto riducasi a se. 
129750.04 : cioè minore di scudi 2318.10.^, di quella da me po- 
sta in preventivo. 



. 13Ì 

Prima di dai* fine torna opportuno ed anche con- 
venevole che io le ponga sott'occhio l'efticace coo- 
perazione avuta dal signor Alessandro Scalcucci, in- 
gegnere di questa provincia , che il menzionato 
egregio sig. Marzetti destinò ad assistermi. La pianta 
è opera sua , e sua ò la compilazione dell'ammon- 
tare delle analoghe spese , essendo egli ben più 
esperto di me nei prezzi e nelle pratiche locali. 
Credo soltanto di far notare che, se il progetto ve- 
nisse in massima approvato dall'ossequiato consiglio 
d* arte , ho in mente di stendere e di sottoporre un 
paralello fra talune maniere di costruzione special- 
mente per la protrazione isolata; perchè opino do- 
versi preferire un sistema più conveniente e più utile 
di quello dell'uso delle palafitte posto in perizia. 

Evaso in tal modo, per quanto lo hanno per- 
messo le mie deboli forze, l'onorevole incarico che 
cotesta esimia magistiatura ebbe la degnazione di 
affidarmi, approfitto di questa favorevole occasione 
per confermarmi col più distinto ossequio 

Pesaro 24 maggio 1856. 

Della sig. vra. illma. 

Devino, ed Oblino, servitore 
Alessa,m)ko (,'-ialdi. 



P. S. 



132 . 

P. S. 

La necessità di avere il maggior possibile fondo 
alla bocca di un porto-canale e nello scanno che 
la corona, consiglia la pratica di armar le foci del 
fiumi con robuste palafitte o moli; e questa pratica 
è a tutt'oggi in pieno vigore in Italia ed altrove. Sif- 
fatto sistema però ha in se dei difetti, e due gra- 
vissimi , quello di stringer troppo la sezione dello 
sbocco, e l'altro di produrre più rapido avanza- 
mento della spiaggia , e quindi notabile prolunga- 
mento della linea mediante le ripetute protrazioni 
de'moli: stringin)ento contrario al sollecito deflusso 
delle acque in piena, e prolungamento contrario al 
buon regolamento interno del fiume, e molto nocivo 
alla navigazione. // prolungamento delVullimo tronco 
dei ìioslri canali, ci diceva nell' anno 1829 il Bri- 
ghenti, sarà cagione di tale rallenlamenlo del moto 
delle piene, che le renda inabili a sostenere le ma- 
terie pili grosse, e queste depositale sul fondo n'al- 
zeranno il letto assottigliando r acqua occorrente alla 
navigazione. Questo effetto quando che sia non può 
mancare, e però dee impedirsi, o rilardarsi quanto è 
possibile (1). Con lo stabilire de' guardiani normali 
alla spiaggia sopravvento alla foce, più o meno da 
essa distanti, può essere ritardato il bisogno delle 
protrazioni de'moli, purché questo ritardo non ecceda 
un certo limite; ma siffatto provvedimento può dirsi 
che in nulla giova al primo difetto. 



(1; 0[)era citata pag. 22. 



133 

Il desiderio di eliminare nel sistemale accennate 
principali parti difettose, mi suggerì l'espediente di 
staccare la solita protrazione maggiore del molo dal 
lato de' venti regnanti e dominanti per ben 150 me- 
ti'i, e di guarnire di scogliera la sponda della spiag- 
gia compresa fra la proposta foce e quella esistente 
(lettera C) ; ma non mi lusingo che questo espe- 
diente provveda interamente a tutto. 

Un sistema molto più semplice ed economico dei 
sopra indicati si ha in quello delle palificate som- 
merse a traforo facenti officio di sponde , dovuto al 
benemerito commendator Afan de Rivera, e da lui 
praticato con felice successo nel regno di Napoli. 

Questo sistema noto per la particolareggiata de- 
scrizione che ne ha lasciato il suo inventore (1); per 
quella non meno ordinata e lucida che ha dettato il 
chiarissimo architetto Vincenzo Antonio Rossi, ese- 
cutore del sistema stesso, nel magistrale suo libro 
sul Definitivo bonificamento della campagna vicana (2), 
e nell'altra sua pili recente scrittura , ove soltanto 
di detto sistema ragiona (3); per la lode che ne fa 
il Lombardini nel suo aureo trattato Della natura 
dei laghi (4) e nell'altro non meno dotto Sulla stati- 
stica dei fiumi (5); è finalmente pel favorevole rap- 
porto fattone a s. e. il ministro de'lavori pubblici in 



(1) Del bonificamento del lago Salpi ec. Napoli 1845. 

(2) Napoli 1843 pag. 137- e seguenti. 

(3J Di una efficacissima pratica per stabilire la sussistenza 
dello sbocco dei fiumi in mare. 

(4) Milano 1846 pag. 104. 

(5) Milano edizione del 1854 pag. 11 e 12. 



134 

Francia dall' ing. in capo sig. Baumgarten (1); que- 
sto sistema, dico, ha richiamato la mia attenzione 
nell'occasione di proporre l'armatura per la nuova 
foce dell Isauro. 

Avendo in mente che si voleva dal municipio e 
dalla camera di commercio di Pesaro un porto che , 
mentre si prestasse ad una attiva navigazione, la- 
sciasse pure facile scarico alle fiumane, mi sono oc- 
cupato di rinvenire il modo per restringere le sponde 
senza fare ostacolo al sollecito smaltimento delle ac- 
que nel mare; il che inferiva doversi fìancheijgiare la 
foce con opere sommergibili, adottando così la prima 
parte della idea del de Rivera, e fare traforate cotesle 
opere, ciò che compie la idea stessa; ma la effettua- 
zione di essa non soddisfaceva ai bisogni della navi- 
gazione: il che mi accingo a dimostrare. 

Nei colloqui tenuti col Brighenli non ho man- 
cato di far parola di questa nuova pratica; ma per 
Tesperiraento che egli, come commissario pontifìcio 
della libera navigazione del Po, aveva avuto non ha 
guari occasione di fare di essa nel Porto-di-levan- 
te, non l'ho trovato disposto ad approvarne I' uso 
senza ulteriori prove della sua buona riuscita. Il 
giorno 21 maggio nel suo tranquillo casino , Cà- 
Ristoro, situato sull'amena collina la Carlelta , ove 
si domina la sottoposta città di Rimini e 1' occhio 
ijiunge a vedere Tuna e l'altra sponda dell' Adriati- 



(1) Annales des ponls et chans(^es. Paris 1833; ed Annali delle 
opere pubbliche e dell'architettura, opera periodica compilata a cura 
di Giov. Rossi, N. De Rosa, e L. Corrieri ingegneri del corpo di 
aeque e strade. Napoli 1833, pag. 192. 



135 

co , mi dettava in proposito al trovato del Rivera 
quanto appresso. 

« Nel canale bianco, antico ramo del Po, ove ri- 
capitano tutte le acque chiare del Polesine di Rovigo 
e superiori, chiamato Porto-di-Levante, ed ove la 
velocità media di riflusso misurata è di 0"™, 40 per* 
secondo, erano state battute le palafitte a giorno 
per la lunghezza complessiva di entrambi i bracci di 
metri 1700. Il destro braccio sporge in mare sul 
sinistro metri 30, attesa la forma del lido: cani- 
minano essi dall'acqua sottile metri 500 entro mare 
nella direzione di levante; vanno a trovare un fondo 
di metri 3 sotto il comune marino , e formano 
un canale di metri 40 di larghezza. La testa dei 
pali è alta l"", 60 sul detto comune; il diametro di 
0"", 33 circa (ossia del perimetro di un metro) di- 
stanti 0'", 80 da centro a centro , e però lasciano 
un lume fra loro di circa 0'", 50. Poco sotto alla 
testa dei pali (0"', 40 circa) lungo la linea del ca- 
nale, corre una pedana di tavoloni appoggiati da ca- 
tena a catena, la quale pedana serve di praticabile 
ai piloti in tempo di burrasca, e sempre a tutti. In 
somma i guardiani del Porto-di-levante sono in tutto 
simili ai comuni, salvo che, invece di avere i pe- 
rimetri dei pali a contatto, gli hanno distanti 0™, 50 
l'uno dall'altro. La esperienza fece immediatamente 
conoscere il bisogno di riempire quelle luci fino 
poco sopra al pelo ordinario, perchè in tempo di bur- 
rasca, specialmente dalla parte di greco, succedeva 
ima forte irruzione di sabbia nell'interno, che avrebbe 
in breve tempo ostruito il canale. Empiti i bracci, 
si ottenne immediato eccellente successo ». 



1.% 

Da ([inasto fallo adunque si dovrebbe desumerò 
un risul lamento contrario a quello ottenuto dagl'in- 
gegneri napoletani. È desso dovuto alla differente si- 
tuazione, ovvero al non eguale ordinamento dell'ar- 
matura della foce ? Lo scopo di quel lavoro nella 
"Venezia era la creazione di un porto per uso della 
navigazione a vapore del Lloyd austriaco; quindi 
quei moli ebbero in costruzione un carattere simile 
ni comuni, anzi eguali a questi nella parte superiore. 
Stando però al dettato de'suddetti ingegneii, le file 
dei pali debbono essere battute sino al pelo basso del 
mare perchè giacciano sommersi, e niuna pedana o 
praticabile si vede da loro usata. Secondo il Bri- 
ghenti questa pedana o tavolato nulla influisce sulle 
acque, ne sulla stabilità dell'armatura; io invece opino 
che essa, non che 1' altezza de' pali fuor d' acqua, 
la troppa larghezza del canale in relazione alla sua 
portala e la rilevante lunghezza dei bracci per giun- 
gere a 3 metri di profondità, possano essere siale 
di ostacolo principale alla efficacia del trovato Ri- 
vera adottato al Porto-di-levanle. 

Ecco come il menzionato Rossi, testimonio ocu- 
lare, ci descrive l'effetto dei flutti nel suddetto tro- 
vato. 

« Le burrasche coli' infuriare dei venti e dei ca- 
valloni zappano il fondo del mare , ne rompono i 
bassi fondi, e spingono al lido le sabbie; onde poi 
si formano le alte spiagge e le dune; ed ove que- 
ste sono interrotte per lo sbocco di acque in mare, 
vi formano gli scanni e tutte quelle radunate di sab- 
bia rene che ne impediscono lo scarico. Quan- 
do allo sbocco siavi una palificata sommersa a tia- 



foro, il procelloso moto delle onde verso ÌI lido , 
sarà rotto dai pali isolali che la compongono; e quel 
moto procelloso si comporrà in un moto eminen- 
temente vorticoso; ed i grandi coni verticali rove- 
sci del^ sistema di tutti questi vortici , scaveranno 
potentemente il fondo nello spazio interposto ad essi 
pali e nel circostante: e così l' impedimento che h 
burrasca getta contro lo sbocco ne è istantemente 
rimosso da quel simultaneo movimento di vortici • 
ed air istante medesimo che la corrente è per es- 
sere impedita si h strada con notevole velocità per 
gh trafori delle palificate, e quindi, allargandosi per 
tutta la sezione tra le palificate medesime, librando 
le sabbie spintevi contro dai cavalloni e quindi ri- 
portandole al largo. E se 1' impeto della burrasca , 
e 1 imperversar dei venti infilerà lo sbocco, l'esca- 
vazioni con eguale potenza vorticosa si faranno dai 
due lati; e se obbliquamente, le escavazioni si fa- 
ranno maggiori dal lato più battuto dai cavalloni , 
e di qui SI determinerà il filone della corrente, 
guindi e, come io poneva, che per questa parte, le 
forze che tenderebbero ad impedire lo sbocco il 
iacihtano: anzi il provocano; perciocché se alcuna 
radunata d. rena già si trovasse d'alcun Iato dello 
sbocco, al pnmo sopravvenire di burrasca da quel 
iato, sarà rotta, rimossa, e portata via (1) ». 

Ora, soggiungerò io, se i pali sono più alti del 
pelo ordinario del mare, e, peggio ancora, se sopra 
di essi SI costruisce un tavolato o praticabile, i flutti 
non^posso più bberamente agire per ogni parte. 

(1) Di ma egicacimma pratica, opera già citala pag. 8 e 9. 



138 

Quel tavolato ricevendo sopra di se i colpi dei 
marosi ne disperde in mille direzioni la forza; e così 
non generale, non completa sarà l'azione vorticosa 
intorno ai pali e di trasporto a traverso il canale, 
specialmente ove la corrente di questo non sia molto 
vegeta : azione che sarà intera soltanto , quando i 
flutti si accavallino sulle teste dei pali isolati, e gli 
urtino per ogni verso coi minori ostacoli possibili. 

Per me credo essere necessario di uniformarsi 
interamente al dettato degl' ingegneri napoletani se 
si vogliono ricavare i benefici dalla pratica di esso 
guarentiti; ed in questa necessità appunto ho ravvi- 
sato un difetto che rni ha completamente distolto 
dal preferire quel dettato ai moli comuni, nelle viste 
di dare un conveniente porto-canale a Pesaro- 
Quel bisogno di lunghe file di pali isolati, bat- 
tuti tanto che si trovino tutti sommersi, alla distanza 
di circa un metro Vuno daWallro, e Vampiezza dello 
sbocco alquanto minore della larghezza del letto del 
fiume nel tronco immediatamente superiore, avrebbe 
dato a Pesaro una lunga e stretta bocca di porto 
seminata di pericoli. Difatti nei soli casi di mare cal- 
mo, di vento favorevole e di poca velocità nel fiu- 
me, i bastimenti avrebbero potuto entrare ed uscire 
dal porto con la voluta sicurezza. Negli altri casi , 
molto più comuni e molto pliì urgenti per approfittare 
del porto , non potendosi spesse volte evitare gli 
sviamenti nella direzione de' bastimenti, questi sa- 
rebbero sospinti ad investire sulle teste sommerse 
de'pali, e ricevere sempre grandi avarie , e spesso 
funeste. Ne, a parer mio, bastar potrebbe , per e- 
vitare quei pericoli, porre in essi delle mce, ossia 



139 

indicatori, perchè spesso vediamo i bastimenti ob- 
bligati , loro malgrado, ad urtare nelle alte palate 
presentemente in uso; urto al certo non mai utile 
al sistema del bastimento , ma neppure nocivo in 
modo da impedire di riprendere la retta via e giun- 
gere a salvamento. Quei disviamenti devono poi es- 
sere molto più frequenti e molto più difficili a pre- 
venirsi in un canale, ove niun riparo pone freno al 
contrasto delle frante onde con se stesse e con la 
corrente del fiume. Finalmente i praticabili sugli at- 
tuali moli sono spesso un prezioso comodo per som- 
ministrare aiuto ai bastimenti, e sarebbe sempre un 
grave difetto se non vi fossero. Questi riflessi mi hanno 
consigliato a preferire l'antico sistema, colle modifica- 
zioni però proposte nel corpo della lettera, avendo così 
molto migliorato in esso quanto vi è di più difettoso. 
Il trovato di Afan de Rivera è per me da pre- 
scegliersi sopra ogni altro quando trattasi di fissare 
una voluta direzione alla foce e facilitare Io sca- 
rico delle acque in piena, ma non quando si vuole 
avere un porto propriamente detto: il beneficio del 
porto in quel trovato non può essere che seconda- 
rio, cioè da usarsi soltanto nelle occasioni di buon 
vento, di mare calmo e di giorno. Guidato da que- 
sto convincimento , nella onorevole circostanza 
che sua eccel. don Scipione Borghese duca Salviati 
mi commise di studiare l'ultimo tronco del Ser- 
ehio ed esporre il mio avviso per sistemare la foce 
di quel fiume, non ho esitato un momento ad an- 
teporre il trovato Rivera all'altro in uso, perchè lo 
scopo principale, anzi unico, da raggiungersi in que- 
sto caso , è quello di stabilire la foce, e di ren- 



uo 

della atta a permettere il più libero e pronto de- 
flusso delle piene. In Pesaro questo utile scopo 
deve cedere in parte il posto a quello più vitale 
del porto, principale bisogno di quella città e di 
quella provincia. I cattivi effetti delle straordinarie 
piene sono invero tristissimi, ma sono secolari, né 
l'arte potria annullarli con la sola sistemazione del- 
l'ultimo tronco del fiume: quelli dell'attuale porto 
sono meno tristi, ma sono giornalieri, e l'arte può 
evitarli con correggere soltanto la direzione del ca- 
nale e con usare a benefìcio di esso la potenza de' 
flutti: correzione ed espediente che debbono inoltre 
influire molto utilmente anche nelle ordinarie piene 
ed in parte in quelle straordinarie. 

Concludo: La preferenza data dal nostro Consiglio 
d'arte al concetto mio, e le suaccennate considerazio- 
ni, mi mettono nell'animo la persuasione che esso sia 
da prescegliersi ad ogni altro per un porto-canale. 

Con la intenzione di facilitare sempreppiù lo 
scorrimento delle fiumane presso la foce, voleva pro- 
porre nel nuovo porto di Pesaro un altro espediente, 
se la spesa per esso non fosse stata notabile, ov- 
vero se il beneficio da ritrarsene poteva ora essere 
da me dimostrato meritevole dell'occorrente dispen- 
dio. Io pensava di proporre, che la sponda sinistra del 
canale potesse essere sommergibile, cioè avere la sua 
altezza limitata a quella delle maggiori maree, e la 
rimanente altezza della detta sponda sino al piano 
stradale, staccarsi dall'altra di destra quel tanto e 
nella direzione che vedesi nella unita pianta, figura I 
linea tratteggiata. Questa più ampia sezione nella su- 
perficie del canale non avrebbe in verun modo pre- 



Ul 

giudicuto la navigazione, perchè Talte/za della ripa 
sommergibile non essendo inferiore al pelo delle pili 
ardite maree, avrebbe sempre conservato, nello sta- 
bilito concavo canale di trenta metri di lunghezza, 
un corpo di acqua bastante a mantenere scavato il 
fondo e depressa la soglia di scarico in mare, an- 
che nei casi che il flutto-corrente non vi avesse 
preso parte : anzi detta sezione avrebbe permesso 
alle acque di estendere gran parte delle torbide, di 
cui sono cariche coleste grosse piene anche alla su- 
perficie, in un vasto tratto di mare, e fuori e sot- 
tovento del canale navigabile. Non è necessario av- 
vertire che questa orizzontale golena dovrebbe es- 
sere tutta solida e giungere sino alla battiggia del 
mare, ove dovrebbe con muro far fronte "al flutti 
tramontanesi. L'ultimo tratto di metri 150 della 
sponda sinistra, che s'inoltra in mare, per sicurezza 
e per comodo della navigazione dovrebbe lasciarsi 
di altezza eguale alla sponda destra, cioè non do- 
vrebbe esser sommergibile. Quella specie di golena 
avrebbe inoltre bisogno-di essere ogni volta spurgata 
dalle materie che le acque vi lascerebbero nel ritirarsi; 
materie che, se ad altro uso non servissero, potreb- 
bero esser gittate dinanzi al muro di battiggia, ove 
dalla piima mareggiata sarebbero spazzate ben lungi 
da quest'ostacolo pressoché verticale e resistente. 
Esso darebbe la mano al destro braccio di sco£(Iiera 
per non permettere che a destra, a sinistrammo di 
fronte alla foce si trattenessero materiali ostruttivi. 
Qualche cosa di simile al Porto-di-levante si è an- 
che praticato nel porto-canale Corsini presso Ra- 
venna. A metri 70 dalla punta del molo di destra, 



1i2 

cioè del più inoltrato in mare e che dal lido si a- 
vanza per metri 67, si è costruita una palata iso- 
lata a traforo di metri 50 nel modo istesso di quella 
del Porto-di-levante ; e parallelamente ad essa un* 
altra palata di egual lunghezza a metii 40 da si- 
nistra, formandosi così da entrambe le palate un 
tratto di canale lungo 50 e lavgo 40 metri. (Si veda 
l'unita pianta fìg. II). 

Questo isolato lavoro , come ognun vede , non 
è la ripetizione di quello del Porto-di-levante in 
ogni sua parte, e tanto meno del trovato Rivera ; 
ed esso sostanzialmente diversifica pure dal mio 
espediente. La palata di sinistra praticata in Ra- 
venna toglie a quella di destra , a cagione della 
prossimità della prima, l'utile ufficio di formare una 
libera rada coperta dai venti regnanti e dai dominanti 
di quel paraggio, come si presta la protrazione iso- 
lata da me proposta nel paraggio di Pesaro (1). La 



(1) Questa protrazione isolata e laterale, die non può dirsi ante- 
murale, perchè non ripara Jaogni parte la bocca costituita dai due 
iiioli,e perchè se tale fosse risulterebbe presto e {gravemente nocivo al 
porlo ove le spiagge camminano, questa protrazione , dico, darà 
prezioso ricovero nei fortunali, come già ho accennato. Il mare 
facilmente frange ben oltre fuori delle palate o moli nel littorale 
pontificio dell'Adriatico; e quando i frangenti si moltiplicano, molto 
pericoloso, e spesso funesto, si rende l'approdo in quei porti-ca- 
nali; quindi i bastimenti sono obbligati a battere il mare, o cor- 
rere altrove, e peggio ancora. 

Dai marini del porto Corsini si vorrebbe chiusa 1' apertura 
formata dal tratto del sopra descritto canale isolato e da quello unito 
alla riva, perchè gli reca molestia nell'entrata del porto. Io credo 
che abbian ragione, dappoiché quelle corte palate isolate e trafo- 
rate non somministrano loro ricovero né come canale,nè come rada. 
Essi, se vogliono star sicuri, sono obbligati a traversar quell'aper- 
tura ed entrare nel porlo; inconveniente che non accadrà colla prò- 



US 

telale mancanza del braccio di scogliera, da me in- 
nestato al molo destro in Pesaro, priva il porto Cor- 
sini di quei benefìci etTetti che le onde urtando in 
questo ostacolo debbono dare, e quella palata es- 
sendo a traforo non può prendere veruna parte a 
quegli effetti. Quel braccio è parte integrale del 
mio espediente: senza di esso non si otterrebbe o 
non si conserverebbe il regolare utile spurgo da 
me pronosticato , e tanto necessario alla bocca di 
un porto; dappoiché il giuoco de' flutti, ossìa l'ef- 
fetto delle risacche sopra e sotto-marine, prodotto 
dalle sole testate delle due dighe che costituiscono 
la proposta apertura, si limiterebbe a scavare delle 
profonde fosse alla base di dette testate; e nel mezzo 
dell' apertura , ed ivi presso, lascerebbe de' banchi 
nocivi alla libera navigazione, come è accaduto nei 
passi formati dalle opere avanzate ed isolate del 
porto di Cette, ed in quelli di altri porti situati in 
spiagge sottili quando i passi sono della larghezza 
conveniente ai bisogni delle manovre de'bastimenti 
in ogni circostanza. Ora sento che si studia per to- 
gliere al porto Corsini quei difetti che dall' eseguito 
lavoro si sono manifestati. 

Io sottopongo queste importanti questioni al sa- 
vio giudizio degli uomini più esperti di me, fra' 



trazione isolata in Pesaro, perchè in questa, quaiulo il mare sarà 
tale (la rendere molto incomoda la traversata dell'apertura da me 
proposta, i bastimenti troveranno facile accesso e sicura dimora: 
godendo poi nei tempi maneggevoli del generoso fondo di acqua 
prodotto da quell'apertura. Così avranno un comodo ed utile porto 
nel maggior numero de' casi , ed un sufficiente ricovero nei casi 
di grosso mare. 



Ui 

quali mi giova annoveiare il citato esimio professor 
Vincenzo Antonio Rossi. Egli sviluppando delle giu- 
ste idee generali su i tristi effetti delle rapide pro- 
trazioni di spiaggia cagionate dai materiali scari- 
cati in mare dai fiumi e lasciati vicino alle loro 
foci, così conclude : « Onde è che commendevolis- 
simo trovato sarebbe quello, per cui si riuscisse alla 
migliore distribuzione di alluvioni lungo le coste , 
ed al più grande possibile allontanamento di esse 
dal luogo dello sbocco de^ fiumi in mare (1) «. Or 
bene, lo studio e la esperienza che egli possiede de- 
gli effetti prodotti dai diversi sistemi di armature 
delle foci, la sana critica che egli è capace di hve sul 
mal'esito del trovato Rivera nel Porto-di-levante ed 
in quello Corsini, non che sulle mie riflessioni rela- 
tive a coteste opere e sul sistema da me proposto, 
che appunto ha por iscopo principale quello di allon- 
tanare dalle foci i materiali che le ostruiscono o ca- 
gionano la rapida loro protrazione , possono som- 
ministrare lumi utilissimi. 

Roma 20 ottobre 1856 



(1) Hdyionimcnlo sulla sistemazione finale delle acque di Val- 
dichiana ec. Annali delle opere pubbliche citati, 1853 pag. 33. 




-v^ cy^'/^ Oa^i'Z^Zi^^ {:r/:j/M/y^ 



(^ tìaetìt/.<^^ 



'Ji^ e-9Z'^jCu0'/iif r^/^/ /ó/kÌ. 



La Scala è nel rapporto di ia 4OOO . 




U A" ^ 



//'.//■, 



Firf.Il. 





tiinif^ 




145 

Monografia della febbre miliare. 

Morbum nihii esse alluci, quam naiurae cona- 
men materiae morbiHcae exterminationem , in 
aegri sahitem omni ope molienlis. 

Sydenham. 

CAPITOLO I. 

Cenno storico e carattere della miliare. 



N. 



el novero delle malattie esantematiche mostrasi 
la miliare d'indole versatile, spesso associata a dif- 
^ferenti morbi, che ne rendono irregolare l'anda- 
mento, ed alterata in guisa la forma patologica da 
muovere gravissimi dubbi sulla essenza e carattere. 
E di non lieve interesse pel clinico esercizio lo studio 
accurato di questo particolare morbo eruttivo, che 
assume d'ordinario il genio epidemico, per cui aper- 
tamente infierisce, o sotto l'aspetto di fraudolente 
mansuetudine insidia la vita. Per siffatti rimarchi 
richiamava appositamente le cure di solerti e di- 
ligenti osservatori, che ne fecero obbietto di scien- 
tifiche ricerche, a fine di procurarne gli opportuni 
schiarimenti. Si mostrarono pertanto sì discordigli 
opinamenti degli scrittori su tale argomento, da schiu- 
dere largo campo a mediche disquisizioni. Infatti si è 
dubitato: 1° della antica origine, riputandola taluni 
malattia del tutto nuova comparsa solo in Europa 
da circa due secoli: 2" si è lungamente discusso se 
G.A.T.CXLIV. ^ iO 



146 

debba ritenersi morbo essenziale, secondario, o 
sintomatico: 3" in fine se si diffonde con principio 
contagioso, o sì genera sotto qualunque epidermide 
con sterile seminìo. Nell'esporre la storia di questa 
particolare affezione, uopo è tornare sulle medesime 
discussioni di massimo rilievo per la pratica medica, 
che malgrado l'eseguite indagini, sembrano tuttora 
suscettive di essere chiarite da imparziali ed ulteriori 
cliniche osservazioni. Unica base della medicina non 
contaminata da prestigi di sistematiche dottrine. Le 
opere di esperti clinici, che partono da ragionamenti 
ed induzioni, dedotte da una sana patalogia, mi sa- 
ranno di scorta in questa monografia. Non tralascerò 
in pari tempo d'inserirvi le proprie riflessioni, qua- 
lunque esse siano, risultato di lungo esercizio, e di 
casi particolari di miliari occorsimi nella pratica. Al- 
cuni di essi di esito infausto vi saranno fedelmente 
descritti a preferenza, come piij idonei a svelare il 
carattere di questo pericoloso esantema. 

11 morbo miliare prende la sua denominazione 
dalla eruzione alla cute di papule, per la forma e 
grandezza non dissimili dal seme di miglio: ben di 
rado ne sorpassano il volume, or rossastre, or bianche 
o cristalline, talora miste piene in principio di un 
umore diafano, indi puriforme, per lo più discrete, 
talvolta confluenti: il collo, l'interno delle braccia, 
il petto, i lombi, sono le regioni le pili esposte alla 
efflorescenza, che non effettuasi quasi mai con una 
sola esplosione: cessata di apparire l'eruzione in un 
punto , altra svolgesene in parte diversa , passato 
breve intervallo. Queste piccole pustule vescicolari 
all'apice, ed acuminate, dopo il quinto o sesto giorno 



147 

della loro manifestazione si rompono, si disseccano 
e cadono in squame a modo di forfora. 

Distinti scrittori opinarono che la miliare fosse 
del tutto ignota e sconosciuta agli antichi medici; 
la giudicarono essi comparsa la prima volta nel 1652 
nella Sassonia, diffusa in seguito nel resto dell'Eu- 
ropa. Fu chiamato nuovo morbo da Welsch, nuova 
febbre da Sydenham: Tissot professò la stessa mas- 
sima, percui scrisse: « A meno che non si voglia ri- 
vocare in dubbio la parte storica della medicina , 
la più autenticamente attestata, si è obbligato dì 
convenire che la febbre miliare, cominciò a com- 
parire verso la metà dell'ultimo secolo: (conchiude 
Tillustre clinico) questa malattia dunque , come il 
vaiuolo, ha un'epoca di origine fìssa, e nota ». Non 
mancarono diligenti ed accurati autori, che sosten- 
nero l'opposta sentenza, trovandone tracce in Tu- 
cidide nella descrizione della peste ateniese. Fan- 
toni (1) dottamente dimostrò ch'essa fu conosciuta 
e descritta da Ippocrate (2), Aezio, (3) e da altri me- 
dici anteriori all'epoca stabilita da Welsch: le addotte 
ragioni basano sull'autenticità dei fatti, da escludere 



(1) De antiq. et progressii febr. miliar, pajj. 73. 

(2) Circa septimum, octavum, et nonum diem (febris cuiusclam 
epidetnicae) aspredines quaedam miliareae, culicutn morsibub fere 
similes, quae tamen non admodum priiriebant, in sumnaa cute sub- 
nascebantur, et ad iudicationem usque perdural)ant . Ac ne eae qui 
dem inasculorum ulli eruperunt. Mulier vero, cui talia fierent, nulla 
mortua est: hebetiore tamen erant auditu, et soporosae, quamvis 
antea non admodum soporosae esseut, qnibus ista evenire debebant. 
Hipp. de epid. lib. 2. sect. 3. 

(3) Telrabibl. 2 sect. 2 cap. 129, 



U8 

ogni dubbio sull'antica origine, e cognizione di questo 
esantema. 

Se l'antica medicina delineò brevemente e con 
semplicità il morbo miliare, devesi però ai secoli 
posteriori, precisamente al decimo settimo, il me- 
rito di aver portato un nuovo esame sopra questa 
particolare affezione. L'epidemia miliare di Lipsia 
descritta da Welsch (1) diede impulso a' dotti cul- 
tori della scienza di studiare meglio l'indole di questo 
malore, che incominciò nell'epoca accennata ad infie- 
rire contro le puerpeie; né sesso, nò età furono rispet- 
ta ti in seguito. Videsi ogni giorno estendere il suo do- 
minio sopra vaste provincie germaniche: l'Inghilterra 
laFrancia,la Svizzera rimasero successivamente attac- 
cate. Non tardò guari ad esserne afflitta l'Italia setten- 
trionale, quindi scrissero sulla malattia con molta dot- 
trina Anioni, de Agostini, Fantoni, ed il sommo clinico 
Borsieri. Il trattato della miliare di questo classico 
scrittore, esposto con profonda erudizione, acume, e 
spirito di osservazione, dovrà ritenersicome un codice 
della scienza per esser sempre consultato con profitto, 
in una malattia cotanto grave e funesta. Col diffon- 
dersi la miliare in vari luoghi della nostra penisola, 
molti scienziati nell'ultima epoca, ne fecero sog- 
getto di profondi studi ed accurate indagini: ed ap- 
parvero nel breve periodo di pochi anni le dotte 
memorie di Strambio, Berti,Pollini, Secondi, Peno^ 
lazzi, Beroaldi e non pochi altri, 



(I) Historia medica novum puerperarum morbum contìnens. 
Disput. 1653. 



149 

Richiamata còri maggior calore l'attenzione dei 
pratici sopra un punto sì importante di patologia 
speciale, mercè delle opere di distinti medici italia- 
ni, contemporaneamente esimi scrittori di altre in- 
civilite nazioni si affaticarono colF istituire nuove 
ricerche, pel genio epidemico che spesso assumeva 
la malattia nelle diverse contrade di Europa. Sor- 
sero le memorie di Gastellier , Hamilton, Gmlin , 
Salzman ec. Dotta e di molto interesse è la storia 
dell'epidemia osservata a Wittemberg, descritta da 
Kreyssing, in fine Rayer, Alibert, Simon nosologi 
di mali cutanei, descrissero dietro le loro osserva- 
zioni questo difficile ed irregolare esantema. 

Quantunque dalla maggior parte degli scrittori 
non si ardisse negare alla miliare un'epoca remota, 
trovandone luminose tracce presso quelli stessi au- 
tori, che vissero molti secoli prima deirepidemia 
di Lipsia, si asserì non esser mai morbo essenziale, 
sempre secondario , or sintomatico , or critico. Per 
la medesima ragione, aggiungesi, non trovasi accu- 
ratamente delineata dagli antichi, poiché quelle affe- 
zioni particolari, al dir di Cullen (1), le quali si ri- 
guardavano ordinariamente come accidentalità sin- 
tomatiche , venivano comunemente neglette , e si 
confondevano l'una coll'altra, sotto una stessa ge- 
nerica nomenclatura. 

È di grande utilità per l'argomento, che ci oc- 
cupa, esaminare e discutere con accuratezza questa 
parte di medica controversia, che ha diviso le opi- 
nione dei più dotti medici, non senza danno della 



(1) Element. di medici n. prat. voi. 2 cap. VII. trad. Venez. 1788. 



150 

scienza. Varie obbiezioni insorsero investigandola na- 
tura ed il carattere della nniliare, irregolare talvolta 
nel suo corso, fino al grado da illudere gli osservato- 
ri i pili attenti nella pratica. Fu riputata da taluni 
sempre morbo secondario, sintomatico, come essen- 
ziale , idiopatico all'opposto da altri considerato e 
descritto. Prima di ogni altro esame è necessario 
premettere il quadro nosologico dell'esantema, scevro 
da qualunque complicazione, e da anomalie: circostan- 
ze rimarchevoli per non cadere nella confusione, che 
trovasi sovente in molti autori, che trattarono que- 
sta stessa materia , senza distinzione veruna. 

Sebbene l'eruzione non è preceduta e seguita , 
secondo alcuni pratici, da segni prodromi, e con- 
comitanti , costanti e caratteristici , percorre ciò 
non ostante i periodi comuni agli altri morbi 
esantematici. Ciascun individuo minacciato da im- 
minente sviluppo della malattia lagnasi di un sen- 
so di mal essere e lassezza , che lo aliena dalle 
ordinarie occupazioni: la traspirazione cutanea di- 
viene più sensibile , spesso la pelle copresi di su- 
dore, il polso appena si allontana dal suo stato 
naturale. In questo primo periodo il morale ha già 
subito dei cambiamenti: melanconia, inquietudini, 
sonno turbato ed interrotto, timore ec. agitano lo 
spirito. A siffatti forieri morbosi, altri fenomeni 
succedono, cioè brividi seguiti da calore, prostra- 
zione di forze, lingua coperta di uno strato bianco- 
giallastro, anoressia , dolore pungente ora in un 
punto , ora nell'altro del corpo , sudore, copioso , 
viscido di un odore particolare , disaggradevole , 
non critico, poiché non porta alleviamento, oppres- 



151 

sione di petto con stringimento ai precoi-di, respi- 
razione difficile, irregolare, ansietà, sospiri, abbat- 
timento di spirito. Febbre mite in principio, ma a 
misura che il male inoltrasi diviene più intensa • 
si manifesta facilmente il delirio, congiunto a sus- 
sulto di tendini: polso duro, ed intermittente, senso 
di stupore pungitivo nelle dita, o invece crampi , 
tosse secca e molesta, eritema alle fauci, degluti- 
zione incomoda, massima agitazione di spirito dei 
malati , i quali temono di un esito infausto della 
malattia. Con tal treno sintomatico, tra l'orgasmo 
in CUI vedesi l'infermo, e la titubanza del medico,' 
per non potere sempre assegnare una sicura dia- 
gnosi al morbo , in specie se attacca in modo 
sporadico, dopo un tempo più o meno protratto, 
mcomincia ad apparire una leggiera efflorescenza 
in alcuni punti della cute, talora in forma di pic- 
cole macchie, che indi si elevano, protuberano , e 
prendono l'aspetto dei semi di miglio: oppure, ciò 
che più di frequente accade. la pelle diviene aspra al 
tatto, anserina, ed osservata con diligenza distin- 
guesi l'eruzione miliare, ch'esclude ogni dubbio sul 
carattere del male. 

Manifestato alla cute il virus esantematico con 
una completa eruzione, la fierezza dei sintomi am- 
mansisce, il sistema nervoso turbato da spasmodie, 
crampi, moti convulsivi ec. ritorna nella calma, la 
febbre diviene mite, la dispnea e l'ansietà cessano, 
le orine da limpide acquistano un sedimento, dimi- 
nuisce lì sudore, cede l'orgasmo, il malato diviene 
più tranquillo. 



152 

L'eruzione si mostra in qualunque punto della pe-» 
riferia del corpo, non rispetta in alcuni casi la stessa 
membrana gaslro-pulmonica. Le regioni le più sog- 
gette sono le parti laterali del collo, il petto, l'in- 
terno delle braccia , l'addome : sono le papule ta- 
lora si poco prominenti e minute, che sfuggono 
alla vista: per distinguerle conviene guardare la cute 
obbliquamente, o ricorrere al tatto. Non mancano 
esempi, in cui si sono vedute acquistare la gran- 
dezza del vainolo: però il loro volume ordinario 
eguaglia i grani di miglio , ripiene di un umore 
bianco, diafano, che dopo pochi giorni passa in 
giallognolo, finiscono coll'appassire , scomparendo 
coll'ordine successivo della loro comparsa, con di- 
stacco di cuticola. In fine di male il ventre si apre, 
le deiezioni sono fetide e biliose, le orine torbide, 
accompagnate da sedimento, nello spazio di circa 
due settenari, l'esantema miliare semphce e nor- 
male trovasi ordinariamente giudicato. 

Pertanto ben diverso è il corso, e sovente fa- 
tale l'esito della miliare complicata, ed anomala , 
come in seguito sì avrà campo di osservare. As- 
sociasi con facilità a malattie anche di natura e 
d'indole opposta, risultandone delle complicazioni 
morbose con sintomi sì svariati, da spargere non 
pochi dubbi, se debba ritenersi moi'bo primario, 
indipendente , ovvero secondario. Clinici dotti e 
sperimentati, non che distinti scrittori, adottarono 
principii diversi. Borsieri, Stork, Allioni, Tissot, Vo- 
gel, Aliberl, Rayer, Valentini ec. sostennero essere 
affezione essenziale sui generis; Gullen, de Haen, P. 



153 

Frank, Chomel ec. la giudicarono sempre secondaria, 
sintomatica. 

Colóro che la credono secondaria con asseveranza 
affermano, che la così detta febbre miliare non essendo 
rappresentata da un complesso di segni caratteristici, 
come la febbre scarlattina, la febbre vaiolosa ec, dover- 
si considerare l'eruzione un semplice epifenomeno di 
altro morbo febbrile. La sintomatologia stessa espo- 
sta da molti scrittori con sì gran confusione, ed os- 
servata in varie epidemie, d'attribuirsi piuttosto alla 
febbre, che alla efflorescenza miliare. Si è veduta 
in talune costituzioni epidemiche apparire in tutti 
gl'infermi, attaccati da morbi acuti : de Haen l'os- 
servò unita a malattie adinamiche ed atassiche ; 
Bouteille vide delle papule miliari manifestarsi 
nelle esacerbazioni febbrili, sostenute da impegno 
organico ; Gastellier spesso nelle puerpere con i 
sintomi ordinari della febbre lattea ; Cullen nelle 
febbri puti-ide ; P. Frank nelle febbri nervose, ga- 
striche, infiammatorie ; accompagna la scarlattina , 
il vainolo, il morbillo, il tifo, e non poche altre 
primarie patologiche alterazioni. Altri marcati ca- 
ratteri, soggiungono, fanno differire questa eruzione 
da tutti gii altri esantemi essenziali: non si sviluppa 
in alcun tempo determinato della malattia: il periodo 
della sua durata non è costante: successive eruzioni 
veggonsi apparire, durante il corso della medesima 
febbre: lo stesso individuo può esserne affetto più 
volte durante la vita. Dai quali fatti risulta, sono 
parole di Chemel (1) : 1." che non esiste un male 



(1) Diz. delle .scienze mediche art. Miliar. 



154 

peculiare, cui debbasi nominare febbre miliare : 2." 
che il medico deve limitarsi a studiare la eruzione 
di questo nome, sotto l'aspetto delle condizioni , 
nelle quali essa sopraggiunge, delle cause che la 
provocano , delle forme ch'essa presenta , del suo 
corso , della sua durata , dei suoi esiti, dei segni 
prognostici, e delle indicazioni terapeutiche, che può 
somministrare. 

Non così ragionarono altri celebri scrittori , i 
quali mentre asseriscono di aver osservato spesso 
nel piatico esercizio la miliare complicata a morbi 
differenti, sostengono, avendo un numero troppo 
grande di fatti in appoggio, essere esantema essen- 
ziale , perchè costituita , quando non è associata 
ad altro male, da una sintomatologia propria, ha 
un corso conforme ad altre malattie primarie esan- 
tematiche, in fine trovasi ordinariamente giudicata 
dietro alcune critiche evacuazioni. I segni prodromi 
furono sovente di scorta a medici distinti per pre- 
sagire l'eruzione « in aegros incidi (scrisse Borsieri (1) 
in quibus ex consuetis signis miliarem morbum pme- 
dixi, et reapse paido post miliaris eruptio contigit ». 
I sintomi caratteristici, che comunemente precedono 
e costituiscono la miliare, si riducono ad una grande 
ansietà , oppressione ai precordi , fìtte dolorose e 
pungenti alla cute , seguite da copioso sudore , 
ch'emana un odore ingrato, abbattimento morale, 
ed al dir d'Allioni, un senso di stupore pungitivo 
nelle dita. 



(1) Insili med. pract. voi. IV. cap. XI de morb. miliar. §. 383. 
Yen. 1788. 



155 

Percorre l'efflorescenza miliare gli stadi comuni ad 
ogni esantema. Apparisce sotto l'aspetto di macchie, o 
noduli, che formano il periodo di eruzione; si elevano 
in vescichette ripiene di un umore diafano, che dopo 
qualche giorno s'intorbida, e passa in giallognolo, o 
puriforme, stadio di maturazione, succede il dissec- 
camento e la desquamazione. Accaduta l'eruzione 
vi è cedenza di sintomi, diminuzione di febbre , 
indizi che un virus particolare, ha abbandonato 
gl'interni organici tessuti , si è determinato alla 
cute. 

La retrocessione istantanea, se non sempre è le- 
tale, cagiona spesso malattie croniche ed incurabili. 
Assisto attualmente una malata, scriveva Tissot (1), 
afflitta da due anni da tosse, che contrasse in Ale- 
magna dopo una miliare, che sparì troppo presto: 
poco dopo, soggiunge, fui consultato per una dama 
assalita da idrope di petto, il di cui male cominciò 
con una tosse violenta, dopo una miliare retropulsa. 
Il facile passaggio del fomite esantematico dalla ester- 
na periferia ai visceri, palesa i rapporti, che ha col 
vaiuolo, morbillo ec. poiché l'abbassamento repentino 
delle pustule in questi ultijni morbi induce malattie 
analoghe alle suindicate. Se tardi comparve la milia- 
re, osservarono de Haen. (2) ed Andrai apparire il va- 
iuolo dopo alcune settimane: la miliare se associasi fa- 
cilmente ad altri mali, vide lo stesso de Haen (3) mani- 



fi) Leltr. à M. Hirzel. 

(2) Ibid. pag. 106. 

(3) Ratio medendi lom. 2. pag. H8. 



150 

festarsi il vajuolo nel decimottavo giorno in un in- 
fermo assalito da peripneanionia, dalla porpora, dalla 
disenteria. L'aver veduto in alcune epidemie mosti ar- 
si l'eruzione miliare in tutt'i malati presi da morbi 
acuti, nulla toglie al suo carattere essenziale, os- 
servandosi altrettanto accadere in qualsivoglia co^ 
stituzione epidemica. Rimarca in proposito Massa 
che tutte le malattie intercorrenti assumono il ca- 
rattere della peste, allorché essa epidemicamente 
infierisce: lo stesso abbiamo noi costantemente ve- 
rificato nelle diverse ricorrenze dell'indiana lue. 

E occorso di vedere riprodotto dopo brevissimo 
intervallo l'esantema con tutto l'apparato sintoma- 
tico, che lo distingue: la qual cosa sicuramente si 
avvera, tostochè trovasi sospeso, non distrutto, il 
processo di operazione chimico-vitale del contagio. 
Il male sembra in apparenza cessato , quando in 
effetto non è che interrotto il suo corso ordinario; 
quindi è che deve di nuovo insorgere, tolti gli o- 
stacoli, che si opponevano al regolare suo anda- 
mento. Perciò fuor di proposito credesi assalito una 
seconda volta lo stesso soggetto, mentre nel mede- 
simo altro non avvenne che la recrudescenza della 
malattia. Né queste anomalie sono proprie del solo 
morbo miliare: osservansi bensì in tutt'i mali acuti 
d'indole contagiosa. Il Ch. Valli (1) parlando, an- 
ch'egli, della peste, di cui fu vittima per soverchio 
zelo della scienza, fa riflettere che prendere si possono 
su tal rapporto abbagli significanti: che se il nuovo as- 
salto succede, appena superato il primo, dovrà essere 



(I) Brera. Sui contagi. §. 175 



h 



157 

considerato siccome continuazione di uno stesso cor- 
so di malattia. Se poi invade la seconda volta dopo 
lungo spazio di tempo, devesi alla riprodotta indi- 
viduale predisposizione, che rende suscettiva la mac- 
china a risentire di nuovo indistintamente l'azione di 
qualunque potenza contagiosa: la qual cosa ha luogo 
in specie, se la prima infezione non fu violenta. 

Videro, non v'ha dubbio, i pratici delle papule 
migliarose in differenti ed opposte malattie, donde 
trassero motivo per credere sempre l'eruzione sinto- 
matica. Gravissimo errore ch'ebbe origine, e si so- 
stenne, per non avere distinta la miliare essenziale, 
rappresentata da caratteri fisico-anatomici propri ed 
esclusivi, dalla efflorescenza miliariforme, la quale 
apparisce talvolta in morbi sì acuti, che cronici. Era 
riservato questo studio analitico ai moderni pato- 
logi, i quali con ogni maniera di sperimenti si re- 
sero benemeriti della scienza, col portare degli schia^ 
rimenti in una questione si diffìcile ed interessante 
per la pratica, mercè un attento esame sui caratteri 
differenziali fisico-anatomici, che separano le due 
distinte affezioni, come meglio si dismostrerà in 
seguito , dietro la scorta e le investigazioni di e- 
sperti clinici. 

La miliare ricorre ordinariamente epidemica: lo 
stesso genio hanno il vaiuolo, la rosolia, il morbillo 
ec. Le anomalie più frequenti in essa, che negli al- 
tri esantemi , coi quali si è paragonata , indicano 
che ciascun morbo deve necessariamente presen- 
tare delle particolarità, per cui da ogni altro tro- 
vasi separato e distinto. Queste due affezioni, scri- 
veva Tissot ( miliare, e vaiuolo ) , hanno dei ca- 



158 
ratteri comuni, egualmente frequenti in amendue , 
e ne hanno degli altri parimenti comuni , ma più 
frequenti nell'una , che nell'altra : ognuna ne ha 
dei particolarissimi, e si è ben in diritto di con- 
chìudere, che l'una è malattia del tutto così pri- 
mitiva ed essenziale, come l'altra. Andrai (1) nel 
descrivere accuratamente un caso di febbre eruttiva, 
che mostrava i segni caratteristici della miliare es- 
senziale, conchiude : « Così rilevante questo genere 
di eruzione , non può guari esser riguardato qual 
semplice risultato meccanico di una traspirazione 
cutanea copiosissima, sembra che debbasi ritenere 
come affezione particolare della cute. Infatti molte 
volte noi abbiamo osservati sudori non meno co- 
piosi, né meno prolungati in individui, la cui pelle 
non erasi mai coperta di papule miliari. » 

Complessivamente riguardata la miliare, prece- 
duta cioè e seguila in tutto il suo andamento da par- 
ticolari fenomeni, che la distinguono, a misura che 
scaturisce l'eruzione, scorgesi diminuzione di feb- 
bre ed alleviamento di sintomi, vedesi in fine per- 
correre i periodi comuni ad altri essenziali esantemi: 
uopo è convenire della sua natura idiopatica, e sta- 
bilire contro la massima di Chomel : 1.° ch'esiste 
un'affezione primaria, chiamata febbre miliare: 2.° 
che il medico è tenuto a studiarne l'etiologìa, l'in- 
dole, il corso, l'esito, e le indicazioni terapeutiche, 
non col giudicare l'eruzione un semplice epifenomeno 
di altra malattia, o effetto di accidentalità sintoma- 
ca, ma come morbo a se, ed indipendente. 



(1) Clinica med. osservazione 63 voi. 3 p. 266 traci. Milano 1832. 



159 
CAPITOLO II. 

Divisioni che si fecero della miliare , e caratteri 
particolari, che servono a distinguere la miliare 
essenziale dalla eruzione miliariforme. 

Diversi nomi si assegnarono a questa particolare 
affezione. Pietro de Castro la chiamò febris culica- 
m, Hoffmann febris alba miliaris, si disse febris es- 
serosa da Zacuto Lusitano, purpiira alba da Salzman, 
miliare lattea da Puzos. Ludwig , Gastellier , Ha- 
milton, Sydenham, Juncker ec. la descrissero sotto 
differenti denominazioni: la qual cosa è di poco, o 
niun rilievo per la scienza. I pratici, per meglio 
conoscerne la natura e l'indole, divisero la miliare 
in febbrile , apiretica , cronica , in discreta e con- 
fluente , in bianca , rossa , cristallina , in critica e 
sintomatica, in benigna e maligna ec. Distinzioni ba- 
sate sugli estrinseci caratteri, più che nell'essenza 
della malattia, non corrisposero allo scopo. 11 eh. 
Allioni (1) nella sua insigne monografia della miliare 
la divise in semplicissima, semplice, e complicata. 
Chiamò febbre miliare semplicissima, quando l'esan- 
tema non è congiunto a verun altro morbo : feb- 
bre miliare semplice, allorché il suo primo periodo 
è larvato : febbre miliare complicata, se si presenta, 
come un fenomeno spontaneo in una malattia dif- 



(1) Tractatio de miliarum origine, progressi!, natura, et cu- 
ratione. Aiigustae Taiiriiionim 1758. 



160 
ferente. Alibert (1) la distingue in miliare normale 
(miliaria genuina, vel simplex) che ha periodo fisso 
con andamento ne celere, né lento, va esente da 
ogni complicazione, ed è spesso sporadica. In mir 
liare anormale (miliaria anorrnis) presenta fenomeni 
insoliti, e di frequente adduce gcavi accidenti, dopo 
di aver principiato con sembianze lusinghiere ; alle 
volte i suoi preludi sono spaventevoli: in certi casi 
si complica con sintomi inflammatorii di molta im- 
portanza. Hamilton ne fece due categorie, cioè sem- 
plice e complicata : considerò si l'una, che l'altra 
d'indole maligna, non ritenne per esantema miliare 
che l'eruzione bianca. Piacque a Gerik di dividerla 
in idiopatica, sintomatica, e complicata. Scrittori 
che osservarono delle costituzioni epidemiche, che 
infierirono con sintomi perniciosissimi, e per lo più 
letali, convennero che non dovevasi considerare per 
morbo miliare , che la sola specie maligna ; quei 
casi, in cui l'eruzione non era unita a febbre, ov- 
vero mite con andamento regolare, li giudicarono 
appartenere ad altra sezione di morbi eruttivi. 
Opinarono altri che fosse affezione propria ed e- 
sclusiva delle paurpere, come non si è mancato di 
esporre che la miliare puerperale dovesse credersi 
differente dal morbo miliare epidemico. In fine si 
asserì che fosse l'effetto di regime e cura cale- 
faciente, mossa da cause estrinseche, perciò morbo 
fattizio, che poteva evitarsi, ed anche negligersi 
l'eruzione senza temerne verun danno. 



(1) Trattato delle malaUie della pelle pag. 121 trad. Ven. 1835. 



l 



161 

Lafebbrenon si associacostanlemente alla miliare: 
segue questo morbo il genio degli altri acuti esan- 
temi: allorché è d' indole benigna può essere api- 
retica. Fantoni (1) sostenne che la miliare senza 
febbre è comune quasi a tutte le nazioni, corri- 
sponde a quell'affezione che Ippocrate e gli altri scrit- 
tori greci chiamarono idroa, i latini sudamina. Fo- 
resto, Fernelio, Allioni, Damilani, Borsieri, profes- 
sarono la medesima opinione; ritennero che l'efflo- 
rescenza cutanea detta idroa dai greci , sudamina 
dai latini, non dovesse valutarsi in alcun modo di- 
versa dalla miliare esantematica. Lo stesso Bor- 
sieri, che osservò in varie malattie acute , e nelle 
stesse febbri intermittenti una eruzione pustulare di 
aspetto analogo alla miliare , la disse secondaria , 
sintomatica. » 

L'avere distinta la pustulazione mìliariforme, os- 
sia l'idroa, dalla vera eruzione miliare, procurando di 
assegnarne i caratteri speciali , che separano 1' un 
morbo dall' altro , è opera dei moderni patologi. 
Quali elogi essi meritano, se saldi rimangono gl'in- 
trapresi sperimenti, ogni medico pratico ben lo vede, 
per gli schiarimenti che riceverebbe una questione 
sì interessante e difficile , per cui divise furono le 
opinioni dei più distinti clinici. C-onoscendo d' al- 
tronde di quanta utilità sia per la medicina speri- 
mentale, e per l'argomento che si discute, pi'ofìt- 
tare dei nuovi lumi somministrati da molti dotti e 
diligenti osservatori, li seguiremo fedelmente nelle 



(I) Oper. citat. 

G^\.T.CXL1V. 11 



162 

loro investigazioni anatomico-patologiche , che ri- 
guardano le accennate eruzioni. 

Sebbene non sia difficile distinguere alcune for- 
me morbose cutanee, che hanno una qualche appa- 
rente somiglianza colla miliare esantematica, come 
sono l'erpete pustoloso miliare di Rayer, che sce- 
slie le regioni temporali, non vi è desquamazione, 
ed è molto mite: l'erpete flittenoide di Willan, for- 
ma delle bolle disposte a corona, ed è fugace : la 
formica miliaria di Avicenna, sono pustule ambula- 
tive: l'eczema miliario rosseggiante è di brevissima 
durata: il penfigo , il varo miliare, l'erpete milia- 
rico di Sennerto , non possono affatto confondersi 
colla miliare essenziale, per i loro distintivi carat- 
teri. Non così avviene dell' idroa , o sudamina , e 
dell'olophlvctie hydroica di Alibert. Queste affezioni 
della pelle (che in concreto non sono, che 1' idroa 
dei greci) hanno tanta analogia colla miliare esan- 
tematica, che molti autori invece di occupars. dei 
criteri diagnostici, per ben distinguerle e separar- 
le, conosciuta la somma difficoltà, amarono meglio 
confonderle e riunirle in una sola categoria, sotto il 
generico concetto di eruzione miliare. Recentissimi 
scrittoli, che trattarono l'argomento , distinsero la 
miliare essenziale, idiopatica, dall'eruzione miliari- 
forme, idroa, sovente epifenomeno di altro mor- 
bo. Se con esame analitico, ed esatto confronto dei 
sintomi patognomonici di queste particolari affezio- 
ni, di accordo coi caratteri differenziali anatomico- 
patologici , che presenta ciascuna eruzione , si po- 
tesse sempre giungere a distinguere l' una forma 
morbosa dall'altra , un gran servigio si sarebbe 



163 

reso alla scienza, e tolti i pratici dal penoso bivio, 
che li rende spesso incerti e sospesi nella diagnosi 
di sì grave ed irregolare malattia. 

Ammesso il principio che un virus particolare, 
come ben si dimostrerà in seguito, è la causa pa- 
togenica della miliare esantematica, tutt' i fenomeni 
che appariscono nel suo decorso , per quanto sia 
blanda la malattia, sono sempre in stretto rapporto 
coir elemento eterogeneo, o fomite contagioso , da 
cui vennero suscitati. Questo morbo eruttivo, a so- 
miglianza degli altri esantemi, ha sintomi propri e 
caratteristici, massime quando è semplice , e sce- 
vro da accidentali complicazioni. Ove però vi si as- 
socia una profonda condizione patologica a carico 
di qualche viscere, cioè forma congestiva, processo 
flogistico, oppure elmintiasi, apparato gastrico , in- 
normalità nel sistema nervoso, si smarriscono e si 
perdono il tipo, gli stadi, l'andamento, confusa ed 
irregolare mostrasi la stessa sintomalogia. In mezzo 
al novero dei sintomi accidentali, a varietà di for- 
me, ed a periodi misti, non può conservare il male 
una certa essenzialità di corso , che possa servire 
di norma ad un attento osservatore per assegnare le 
demarcazioni, e fissare i distintivi caratteri, che se- 
parano questo esantema dall'eruzione fortuita mi- 
liariforme, che talvolta manifestasi in alcune ma- 
lattie febbrili, prodotte da comuni cause nocive. 

Distinti pratici, come Andrai, Luis, Barbier, Pe- 
nolazzi, si occuparono particolarmente dei caratteri 
fisici delle vescicule miliariformi. Riconobbero che 
esse compariscono in modo subitaneo, senza infiam- 
mazione visibile, senza prurito, o bruciore: si man- 



164 

tengono in tutta la loro durata globose , limpide , 
cristalline: laceransi facilmente, senza lasciare trac- 
cia sul derma: non vi è regolarità di stadi, né de^ 
squamazione. I preaccennati caratteri possono senza 
dubbio somministrare non pochi lumi al medico cli- 
nico, allorquando la fioritura cutanea miliariforme 
è semplice, e procede disgiunta da accidentali eve- 
nienze : ma se invece mostrasi una eruzione ve- 
scicolare in una malattia complicata, a periodo i- 
noltrato con sintomi di grave processo patologico 
in un organo interessante alla vita, o centro del si- 
stema nervoso , accompagnata da generale e pro- 
fuso sudore, allora è cosa ben difficile distinguere 
la miliariforme dalla vera eruzione miliare, in par- 
ticolare, se cristallina, essendo molto affini gli este- 
riori caratteri delle papule nelle indicate affezioni. 
Videro perciò i pratici che non erano sufficienti la 
forma estrinseca, ed i caratteri fisici dell' eruzione 
per la soluzione del quesito. Seguendo le orme del- 
l' illustre Cotugno (1) che con dotte ed accurate 
ricerche anatomico-patologiche stabili la sede del 
vaiuolo, rivolsero anch'essi in questi ultimi anni i loro 
studi agli elementi anatomici delle pustule , onde 
acquistare un più sicuro criterio per meglio discer- 
nere e classificare in alcuni casi particolari siffatte 
incerte ed equivoche cutanee manifestazioni. 

Scienziati e dotti alemanni, come Simon, Henle, 
Krause , Kòlliker , Seitz attesero con laboriose ed 
utili indagini microscopiche ad estendere sempre pili 
i confini della scienza anatomica con nuove scor. 

(t) De sedibus variolarum. Neap' 1773. 



165 

perle. Giunsero pertanto con pazientissimi sperimen- 
ti ad osservare e descrivere gli stami della più fina 
organica tessitura. Né si limitarono questi diligenti 
osservatori alla sola parte anatomica: applicarono alla 
patologia gli stessi studi, e non poco vantaggio ne 
ritrassero le malattie cutanee, come lo prova l'opera 
esimia di Simon Delle malattie della cute, ricondotte 
ai loro elementi anatomici. Seguendo dunque i det- 
tami di scrittori sì benemeriti , a cui debbonsi le 
ultime scoperte anatomico-patologiche dell' organo 
cutaneo, desunte dalle osservazioni microscopiche, 
profitteiremo delle loro interessanti ed utili cogni- 
zioni, ad oggetto di stabilire delle differenze carat- 
teristiche tra la miliare esantematica e l'eruzione 
miliariforme. Per raggiungere l'importantissimo sco- 
po, è indispensabile premettere, a norma dei nuovi 
principii microscopici, la descrizione anatomico-fisio- 
logica del sistema dermico, qual sede della malattia. 
La cute non e costituita semplicemente di tre 
diversi strati, siccome crede vasi dai passati anato- 
mici, cioè epidermide, reticolo malpichiano, derma, 
corion: inorganici i primi due, vascolare e ner-- 
voso il terzo, disseminata soltanto di vasi inalanti 
di glandolo sebacee, e balbi di peli. Nuove scoperte 
dovute agli strumenti ottici hanno dimostrato che 
essa racchiude un' ordine particolare di glandole , 
dette sudorifere dalla funzione che compiono. L'e- 
pidermide non è di un solo strato formata , quale 
apparisce ad occhio nudo, ma è il risultato di pie-* 
cole e sottilissime lamine le une alle altre sotto- 
poste e congiunte. Avvi un lasso tessuto cellulare, 
chiamato unitivo nelle cui cellule trovasi rac- 



166 

colto dell'adipe: esso ha per officio di connettere la 
cute colle parti vicine. Negli strati profondi del co- 
rion osservansi delle fibrillo , che appartengono al 
tessuto musculare descritte da Henle, sotto il nome 
di fibre nucleari. Veggonsi delle piccole prominenze 
coniche sparse in tutta la superficie del derma: sono 
queste le papille cutanee, o nervee. Le esili rami- 
ficazioni del sistema irrigatore, che recano il san- 
gue all'organo periferico, dopo di avere attraversato 
il tessuto unitivo sottocutaneo s' intrecciano a fog- 
gia di rete, circondano i bulbi de'peli, le cripte a- 
dipose, le glandolo sudorifere. Giunti questi vasi san- 
guigni alla superficie del corion, si dividono in più 
minuti canali , formando mirabilissima rete capil- 
lare a maglie ristrette, da cui partono delle anse, 
che penetrano nelle papille cutanee. 1 nervi for- 
mano nella cute anch'essi un plesso retiforme , le 
loro estremità libere unite coi vasi minimi sangui- 
gni costituiscono le papille del sènso tattile. L' e- 
pidermide composta di laminette, o squame dispo- 
ste in modo da risultarne delle cellule in diversi 
strati ordinate, varie di volume, e di forma in parte 
poligone , in parte rotonde , e schiacciate in vari 
sensi. Le cellule superficiali , che si perdono nell' 
esercizio della vita , vengono tosto sostituite da- 
gli strati inferiori. Le glandole sudorifere poste nella 
superficie del derma, vicino alle glandole sebacee , 
Sono piccoli gomitoli rotondi od ovali di tessuto tu- 
bulare: a ciascuna glandola appartiene un condotto 
escretore , che nel tragitto forma diversi giri spi- 
rali , e termina all'epidermide con un'apertura im- 
butiforme. 



j 



107 

Ci asterremo di esporre ulteriormente i dotti la- 
vori e le scoperte di Kòlliker e Kraiise nelle più 
minute ricerche della fina anatomia del sistema, per 
non entrare nei particolari dettagli delle fibrille fu- 
siformi e cilindriche, dell' intima tessitura dei fol- 
licoli e cripte sebacee, del diametro e numero delle 
glandole sudorifere, e di non poche altre utili in- 
vestigazioni che l'occhio armato di lente ha saputo 
rinvenire, che volentieri ora tralasceremo, siccome 
nozioni non assolutamente necessarie allo scopo. Per 
cui ci siamo limitati a considerare semplicemente 
quei punti della cute , che hanno una stretta atti- 
nenza coll'esantema. La cute umana involucro ge- 
nerale di tutto il corpo è l'organo del tatto, che ri- 
siede esclusivamente nel derma, ed è esteso a tutta 
r intiera superficie. Per la delicata struttura, pei* 
l'eminente suscettibilità nervosa e simpatia che ha 
con molti visceri, è sede di un numero rilevante di 
malattie, sì acute , che croniche. Pel loro svolgi- 
mento, oltre di un germe proprio ed esclusivo a 
ciascuna cutanea affezione , vi ha molta influenza 
l'età, il sesso, il temperamento, il clima, il genere 
di vita, la forza di assimilazione organica, le pro- 
porzioni vitali della fibra: circostanze, che modifi- 
cano le condizioni particolari di uno stesso morbo, 
così sono pure da considerarsi per altrettanti mez- 
zi, capaci di modificare la potenza dei diversi prin- 
cipii morbiferi, da cui emanano le dermatosi. 

A queste leggi di economia animale nello stato 
patologico veggonsi sottoposti in specie gli acuti 
esantemi. Quantunque ignota ci rimane tuttora V 
essenza dei principii virulenti dei sìngoli contagi , 



168 
non si è trasandato pertanto dai nosologi lo studia 
delle cause secondai-ie ed occasionali , che favori- 
scono lo sviluppo delle niaiatlie esantematiche, ed 
approfondita nello stesso tempo la natura del pro- 
cesso morboso locale, cagionato da un principio e- 
terogeneo, ed inafllnc all'organismo, cioè dal virus, 
che una volta assorbito da macchina predisposta, si 
riproduce identico, con atto chimico-vitale, che as- 
salisce epidemicamente sotto generali, locali, ed in- 
dividuali favorevoli condizioni, e che in fine la na- 
tura con sforzi, benefìci cerca di eliminare per mezzo- 
dell'organo cutaneo, con eruttive manifestazioni. 

Se sfugge all'analisi chimica la natura di ogni 
principio contagioso esantematico, chiara però ap- 
parisce all'occhio del medico clinico l'azione irrita- 
tiva che il medesimo esercita sul sistema dermoideo, 
da elevare questo incipiente processo morboso nel se- 
guito della malattia al grado di flogosi. In tutti gli 
esantemi febbrili indistintamente , incominciando 
dalla più minuta e quasi impercettibile pustula- 
zione con macchie rosse ed estese, come nella scar- 
lattina ; passando alle papule, o noduli , dove la 
cute è fatta scabra per morbosi rigonfiamenti delle 
papille cutanee , come vedesi nella rosolia e nel 
morbillo, o si presenta l'eruìiione sotto forma di 
vescichette ripiene di un umore siero-albuminoso, 
come nella miliare, o finalmente a forma di pu- 
stule, come nel vainolo, benché diversa sia la na- 
tura dei principii , da cui hanno origine , la der- 
malile è il processo morboso costante e comune 
a siffatti esantemi. Per esserne convinto, basta se-^ 
guire l'andamento delle vaiie malattie csantcmati- 



169 

che, osservando con accuratezza i particolari ca- 
ratteri, ed i cambiamenti che la stessa cute pre- 
senta. II piimo fenomeno consiste nello stato ipe- 
remico della pelle, proveniente dalla sua tessitura 
eminentemente vascolare: il sangue fluisce in maggior 
copia verso le parti malate, per l'accresciuta sensi- 
bilità nei nervi cutanei. Il calibro dei vasi capillari, 
siccome provò Hunter, aumenta pel fenomeno della 
infiammazione, e lasciansi essi da ogni parte pene- 
trare. Né vi è bisogno di microscopio per sorpren- 
dere questo atto della natura. Il calore cutaneo 
negli esantemi diviene sensibilissimo al tatto, vi è 
turgore, tensione, e leggiero arrossimento in parte, 
o in tutto il sistema, secondo che l'eruzione è meno 
più diffusa. 

Offre la miliaie essenziale gli accennati caratteri 
della dermatite. Osservasi fin dai primi giorni della 
malattia la forma congestiva sanguigna nei vasi cu- 
tanei, cresce il calore, una leggiera tinta rossastra, 
accompagnata da turgore, copre la cute: quindi ap- 
parisce l'eruzione sotto l'aspetto di minutissime 
papule rosse, e se talvolta cristalline, non lasciano 
di avere nella base areole infiammatorie. Dal centro 
di ciascuna papula elevasi gradatamente una vesci- 
chetta, ripiena di un umore diafano, che dopo qual- 
che giorno s'intorbida e passa al giallognolo, accade 
il disseccamento, la cuticola si separa, e cade in 
squame. Dai marcati cambiamenti della cute e 
caratteri dell' eruzione non può non riconoscersi 
nella miliare, in comune cogli altri esantemi es- 
senziali, un processo flogìstico cutaneo, da potenza 
irritativa generato per espellere il fomite inassimi- 



170 

labile, causa primitiva della malattia, e di tutt'i fe- 
nomeni patologici, che svolgonsi nel suo corso. 

La forma eruttiva miliariforme, che apparisce 
in talune malattie in tempo più o meno avanzato, 
non induce le stesse morbose alterazioni sul tessuto 
cutaneo, come nella miliare essenziale. In questa 
le papule occupano una sede diversa negli strati 
della cute, subiscono varie fasi nel loro sviluppo 
ed andamento, il liquido ch'esse contengono diffe- 
risce dall'umore delle vescicule sudaminali, per i 
principii componenti. Sorge dal centro di ciascuna 
papula miliare primitiva una vescichetta diafana , 
minutissima, che aumenta insensibilmente, e giunge 
alla grandezza di un grano di miglio, o ad un vo- 
lume maggiore. Essa offre una resistenza notabile 
al tatto, ne un leggiero attrito è sufficiente per la- 
cerarla e distruggerla. La sede su cui è basata 
l'eruzione miliare essenziale è, senza dubbio, la su-, 
perficie del derma : quivi ha origine, e compiesi, 
siccome sopra si è dimostrato , il processo della 
dermatite esantematica. In forza della stessa pato- 
logica condizione accade l'effusione dell'umore sie- 
roso, che raccolto in tanti piccoli punti sottoepi- 
dermici, prendono in fine la forma pustulare. Le 
vescicule sul principio racchiudono un liquido lim- 
pidissimo : dopo il secondo o terzo giorno s'intor- 
bida, e prende l'aspetto sieroso: passati pochi altri 
giorni, precisamente fra il quinto ed il sesto , ac- 
quista un colore perlaceo, o giallognolo, e non di 
rado puriforme. 

Non può ritenersi Tumore delle papule delle 
miliare essenziale qual semplice risultato di avan- 



171 

zata e raccolta traspirazione cutanea , giacché le 
glandola sudorifere destinate a quest'officio non 
possono segregare un liquido siero-albuminoso , che 
subisce tali cambiamenti nel decorso dell'eruzione, 
fin da attingere le proprietà di sostanza puriforme. 
Seitz sottopose all'analisi chimica il ' liquido della 
miliare esantematica, ed asserisce di non avere giam- 
mai osservato in esso reazioni acide ; all'opposto 
vide nell'umore delle bolle miliariformi reazione 
acida marcatissima. Lo stesso conferma Beroaldi , 
dietro la scorta delle proprie osservazioni. 

Non obliava Seitz l'esame microscopico del li- 
quido delle pustule miliari, ed avvidesi ben presto 
che quello estratto dalle vescicule, appena formate, 
era limpido, e tale conservavasì per qualche tempo. 
Portata eguale indagine sul medesimo in punto un 
poco più avanzato dell'esantema, lasciava scorgere 
sospesi dei piccoli nuclei, o delle cellule , simili a 
quelle degli ordinari globuli purulenti : se l'etìlo- 
rescenza toccava il periodo di maturazione , il li- 
quido era meno scorrevole, ed il numero delle cel- 
lule maggiore. Accaduta la disquamazione , appa- 
riva la superfìcie sottoposta lucente , leggiermente 
rossa ed ineguale, con sensazione di prurigiue iu 
quel tratto della cute, che fu sede dell'eruzione. 

Esposti i caratteri fisico-anatomici delle papule 
della mifiare essenziale , conviene ora analizzare 
quelli che alle bolle sudaminali appartengono. Pre- 
messo che la cute in questa efflorescenza non offre 
alcun indizio di congestione, o turgore (cambia- 
mento che si è rimarcato nell'esantema essenziale); 
conservando essa sempre il suo colore ordinario, e 



J72 

la sua temperatura. Si veggono apparire le vescicole 
niiliariformi in modo subitaneo, senza presentare quel 
graduato incremento, ch'ò proprio delle papule miliari. 
I punti, donde emergono, non vengono preceduti da 
macchie rosse, né da noduli, nò le bollicine sono 
circoscritte da arcole infiammatorie: sono minute , 
diafane, globose, quasi mai confluenti, separate cioè 
da marcate distanze. Appena aperte perdesi di esse 
ogni traccia, non vi è disquamazione, ed osservata 
la cute con lente microscopica, non mostra l'epi- 
dermide la minima lesione. II liquido contenuto si 
mantiene limpido in tutto il tempo della eruzione, 
né l'occhio armato vi scorge cellule, o nuclei pu- 
rulenti, né sostanze organiche. Assoggettato ai chi- 
mici reagenti secondo Seitz e Baerensprung . da- 
rebbe sempre reazione acida. Barbier all'opposto 
crede che quest'umore non sia della stessa natu- 
ra del sudore, e asserisce che non arrossa la tin- 
tura di laccamuffa. Simon confessa di non aveF 
trovato sempre i medesimi risultati nei suoi spe- 
rimenti , mentre in alcuni malati di miliare tifoi- 
de avrebbe dato reazione acida , in altri individui 
affetti da mali febbrili , accompagnali da idroa , 
sarebbesi mostrato neutro. Assicura Beroaldi che 
tanto il sudore, che il fluido della miliariforme chi- 
micamente esplorati , gli diedero costantemente 
una reazione acida: non così il liquido, delle pustule 
miliari. Alibert opina che l'umore racchiuso sia il 
risultato dell' accumolo della materia traspirabile 
sotto la epidermide, di natura affatto acquosa , nel 
quale non si rinviene alcun sapore. 



173 

Fra le diverse opinioni sul modo di formazione 
delle bolle sudaminali , quella emessa da Baeren- 
sprung, convalidata da Simon, sembra la più ac- 
concia , perchè basala sugli elementi anatomico- 
fisiologici del sistema dermoideo. Le osservazioni 
microscopiche dunque hanno fatto conoscere al 
sullodato autore, che il sudore nella miliariforme 
si raccoghe fra due lamine della epidermide : ed 
ecco come ingegnosamente egli n'espone la teoria. 

» Che il liquido infatti si trovi racchiuso fra due 
delle molte laminette, onde l'epidermide è stratifi- 
cata, si può con certezza dedurre dal fatto, che le 
pareti della vescichetta non sono formate dalla epi- 
dermide sollevata in massa dalla cute. Sono desse 
esilissime, e più sottili assai di quelle delle pustule 
miliari: lacerandole trovasi al di sotto la epidermide 
ancora integra, piana, e levigata. Non prestandosi 
allo sbocco di un profuso sudore i condotti escre- 
tori delle glandcle sudorifere, esso trapela , e per 
esosmosi si infiltra fra le cellule epidermiche, ed ivi 
accumulandosi eleva la laminetta sovrastante in 
forma di piccola bollicina dalla stessa cellula cir- 
coscritta. )) 

Gl'indicati fiisico-anatomici caratteri, propri a 
ciascuna delle descritte malattie cutanee, compara- 
tivamente considerati, possono nei casi dubbi som- 
ministrare un giusto criterio per la diagnosi ditfe- 
renziale, tanto più apprezzabile, perchè basato sui 
sensi. Né ad invalidarlo basta l'avere rimarcata una 
qualche differenza di pareri nella parte chimica. 
Ulteriori sperimenti, tentati con spirito imparziale, 
metteranno ben presto fuori di dubbio anche que- 



174 

sto punto di controversia, per assicurare al medico 
clinico un altro carattere fisico , niolto valevole 
per lo schiarimento della questione. Questi pazien- 
tissimi ed utili travagli sostenuti pel progresso 
della scienza, e desiderio di giovare all'uomo nello 
stato di malattia, meritano la sanzione e la rico- 
noscenza dei veraci osservatori, stante che non mi- 
rano a stabilire idee speculative ed astratte , ma 
bensì principii sodi e positivi da cui solo la 
medicina può attendere solido e stabile avanza- 
mento. Biera (1) aveva conosciuto, ed apprezzato 
già il valore di questi sperimenti, allorché scrisse: 
)) Fin a tanto che la chimica animale, e massime 
quella parte, che ha relazione colla patologia, non 
avrà sparsa di qualche luce la tuttora oscura es- 
senza delle condizioni patologiche, che avvengono 
nell'organismo ammalato, non potremo che partire 
dalla sola induzione, nel determinare la vera natura 
dei singoli processi di operazione irritativa e fisico- 
chimica, nelle diverse malattie contagiose. » 



(i) Sui Contagi §§. 169. 



175 
CAPITOLO III. 

Descrizione, ed andamento della miliare. 

La miliare al pari degli altri esantejni, quando è 
mitissima, mostrasi talvolta apiretica: ciò osservasi 
pili di frequente, allorché principia a decrescere l'epi- 
demia ed infievolire la forza del contagio. I fenomeni, 
che la costituiscono, sono lassezza, leggieri brividi, 
frequenza di polso , sudore copioso , che diffonde 
un odore che Rayer paragona alla paglia muffata , 
tristezza, oppressione ai precordi, sonno interrotto, 
lingua coperta di uno strato biancastro, poca sete, 
appetito , ventre chiuso , orine naturali. A questi 
preludi succede una discreta efflorescenza miliare, 
che percorre regolarmente i suoi stadi , lasciando 
l'infermo in un grande abbattimento di forze, che 
ben tosto ricupera. Vogel, Hoffmann, Ludwig, Junker 
videro la miliare apiretica, come anche l'osservò 
Damilani (1). Ebbe a curare più volte Borsieri la 
miliare senza febbre. L'efflorescenza era preceduta 
da molestie, diminuzione di forze, ed ansietà ; se 
durante l'eruzione accadeva l'istantanea retrocessione, 
apparivano immediatamente ambasce , convulsioni , 
delirio ec. Player che osservò e descrisse l'epide- 

(1) Vidi pustulas miliares exortas in cute, frequentes, etninen- 
tes, discretas, et crystallinas, sudore faetidissimo cotnitatas, in fae- 
mina quadam popnlari mea, quin ullum unquam , vel minimum 
indicium febris habuerit. Sudabat quidem universo corpore, et pul- 
8um habebat apprime mollem et aoipluni] sed tardissimum. Bor- 
sieri op. citat. §§. 383. 



176 

!Y)ia miliare del dipartimento di Oise, ad esempio 
della benignità del male in alcune persone, che ne 
furono blandemente attaccate, novera dei casi di 
miliare apiretica. 

Se l'esantema si è veduto in qualche individuo 
correre apiretico, ordinariamente è unito alla febbre: 
perciò da molti scrittori fu chiamata febbre miliare, 
o morbo miliare febbrile. La piressia che precede, 
ed accompagna l'eruzione, non ha tipo, nò carattere 
stabile : ora si presenta sotto l'aspetto di anfìme- 
rina, ora mentisce una intermittente , si manifesta 
con i sintomi della febbre reumatica, o infiamma- 
toria, non di rado con l'apparato di febbre tifoidea: 
essa se(*ue fedelmente l'indole e la natura dell'esan- 
tema, di cui è suddita. Questa notabile differenza 
di carattere nella febbre, che sovente rimarcasi , 
non solo nelle varie costituzioni epidemiche , ma 
ben anche nella ricorrenza di una stessa epidemia 
miliare, costituisce la massima difficoltà nell'esercizio 
clinico , e la opposizione delle mediche opinioni , 
rapporto alla natura, e trattamento curativo della 
malattia. 

La miliare apiretica ha un corso regolare, per- 
corre i suoi stadi senza compromettere la vita 
dell'infermo, se è prudentemente curata. Non così 
avviene della febbrile, la quale presenta fenomeni 
sì svariati ed insoliti, congiunti a gravissimo pe- 
ricolo, che impone al clinico il più esercitato , ed 
elude bene spesso gli sforzi del più esatto e . ra- 
gionato metodo curativo. Comunemente non si ap- 
palesa, né svolgesi senza essere preceduta da segni 
anamnestici, che fanno presagire prossimo il suo 



177 

sviluppo. Precedono malessere , dolori articolari , 
calore alla cute notabilmente accresciuto , che si 
alterna con dei leggieri brividi, dolor di capo gra- 
vativo , sonno turbato ed interrotto , oppressione 
fugace ai precordi, tristezza, inquietudini, timore , 
anoressia, orine limpide, acquose, polso in taluno 
frequente , contratto , duro; in altri molle , quasi 
naturale, tosse secca, irritativa, sensibile traspira- 
zione cutanea , con grande proclività al sudore. 
Questi prodromi si sostengono per qualche giorno, 
quindi sopraggiunge la febbre preceduta da freddo 
all'estremità, o ai lombi ; il grado, e la durata di 
esso è proporzionato alla intensità della piressia , 
e questa è in rapporto colla copia del fomite, tem- 
peramento , età , stagione , sesso , complicazioni 
morbose ec. Il vigore della febbre varia , come 
differente è il suo tipo, mite in principio con polso 
depresso , orine naturali , poca sete , dopo 24 ore 
circa offre larga remissione , seguita da copioso 
sudore, che fa dubitare di effimera reumatica. Pas- 
sato brevissimo intervallo di tempo, nelle ore po- 
meridiane, accade nuova esacerbazione , preceduta 
anche da freddo , polso più sviluppato , maggior 
calore, sete, sudore quasi continuo, profuso, viscido, 
che diffonde odore caratteristico ; segue la perfetta 
declinazione, accompagnata da orine crocee , late- 
rizie, cessazione di tutti gli altri segni concomitanti, 
da far credere la febbre di tipo intermittente. Che 
sia larva di periodo, lo prova il fatto, poiché non 
solo non cede, ma esacerba sotto l'uso del febbri- 
fugo. Non tarda molto ad apparire nuovo parosismo 
febbrile con maggiore imponenza di sintomi , cioè 
G.A.T.CXLIV. 12 



178 
polso duro, vibrato, orine acquose, dispnea, sospiri, 
moli convulsivi , senso di stupore pungitivo nelle 
dita, fitte dolorose alla cute, sudore continuo, pro- 
fuso ed incomodo, il suo odore particolare diviene 
sempre piiì marcato , leggiero sussulto di tendini , 
alterazione delle facoltà mentali. Nei primi giorni 
dell'invasione della febbre il freddo si alterna col 
calore , e questo è seguito da sudore : in alcune 
ore determinate , l'apparente periodo cessa : a mi- 
sura che il male si avanza, il sudore si fa piiì co- 
pioso, il freddo rinnovasi più volte al giorno, e senza 
ordine, la pelle diviene sensibilissima ad ogni mi- 
nima impressione, ed il più piccolo movimento della 
macchina cagiona nuovi brividi, per cui gli stessi ma- 
lati, quando non vi è delirio, cercano di stare ben 
chiusi e coperti. La febbre miliare talvolta prende 
l'impronta di febbre reumatico-catarrale, ed anche 
di pleuropneumonia, annunciata da dolore puntorio 
intercostale, tosse, affanno, sputo striato di sangue, 
per lo più letale, come fu rimarcato da Walthier (1) 
parlando della miliare germanica. 

La piressia nei primi giorni è apparentemente 
moderata , con poco calore , pochissima reazione 
vascolare, da illudere anche il medico clinico il più 
avveduto e sperimentato , se giudicasse dell'indole 
ed esito della malattia dai suoi primordi. Abban- 
dona talora essa di repente l'aspetto lusinghiero 
ed ingannevole , per indi prendere le minacce di 
grave affezione. Ciò ch'è degno di rimarco in questo 
stadio si è, che il solo malato, quando tutto era 



(1) Saiivages, Nosolog. tom. 1. pag. 233. Venez. 1772. 



179 

calma, presagiva coi suoi timori prossima la ma- 
nifestazione di gravissimi sintomi ; per la ragione 
forse che ne assegna il sommo Borsieri (1 ): Ipse so- 
liis anxius (aegrotus) et sollicitiis sibi timet, et omnia 
tristia ominatur , sensorio fortasse communi , nervo- 
rumque origine a fomite miliari iam affectis, et clan- 
culum perlnrbatis. Il polso accuratamente esplora- 
to somministra il primo indizio del totale cam- 
biamento, che si prepara nel seguito della malattia: 
infatti da molle, eguale, espanso, e regolare, passa 
ad essere angioitico, ineguale, contratto, irregolare; 
offre delle alternative dopo breve istante , da fre- 
quente diviene raro, da tardo, celere, da grande e 
sviluppato, piccolo e depresso, non lascia in molti 
casi di apparire regolarmente intermittente, dopo la 
nona, l'undecima, la decimasesta pulsazione, secondo 
i rimarchi di Gastellier. 

Siffatte repentine mutazioni nel polso indicano lo 
stato di spasmodia, in cui trovasi il sistema ner- 
voso, irritato da un principio inaffme, che ne altera 
sensibilmente le funzioni. 

11 calore febbrile varia in modo notabile, ora è 
appena sensibile al tatto, ora urente: alcuni infermi 
sono presi da lipiria. Lo stato dinamico differisce 
anch'esso; vi ha dei malati, che cadono in una grande 
prostrazione di forze, e veggonsi minacciati spesso 
da lipotimie, mentre altri conservano un vigore che 
poco si allontana dallo stato ordinario ; quasi tutti 
indistintamente si lagnano di oppressione al petto, 
con senso di stringimento nella regione dello sterno, 



(1) Op, cit. §§ 391. 



180 

specialmente nel lato sinistro, che porta molestia , 
dispnea, sospiri: il sonno è turbato da scosse con- 
vulsive, da sogni tetri, dalla tosse talora mite , or 
sì veemente ch'emula la tosse ferina. Alcuni infermi 
cadono nel sopore, o coma vigile con continuo va- 
niloquio, altri rimangono insonni, assaliti da delirio, 
crampi in particolare alle mani, alle dita, sussulto 
di tendini. L'apparato digestivo presenta anch'esso 
delle anomalie : sete ardente con lingua umida , o 
invece manca la sete, e la lingua è arida: vi sono 
dei malati che, sebbene molestati da grande arsura, si 
astengono di bere, per non aggravare maggiormente 
lo stomaco oppresso da colluvie gastrica, o biliosa, 
che si annuncia con lingua sordida, bocca amara , 
nausea, vomito, come non di rado accade di vedere 
il vomito, o vomiturizione senza impurità gastrica, 
per semplice irritazione nervosa, suscitata dall'acre 
miliare. In taluni casi rarissimi, secondo Allioni, non 
solo manca la sete, ma sviluppasi la stessa idrofobia 
con il suo treno imponente , convulsioni alla sola 
vista dei liquidi, furore, tendenza irresistibile di ag- 
gredire e di mordere , con il seguito dei sintomi 
orribili, che svolgonsi nell'atto della rabbia canina. 
Non vogliamo impugnare che in qualche caso ec- 
cezionale di miliare anomala possa presentarsi il raro 
fenomeno della idrofobia spontanea nell'uomo, come 
avviene talvolta nelle febbri atassiche; ma questa av- 
versione ai liquidi dipende da ben differente prin- 
cipio, cioè da spasmodia, o eritema delle fauci, per 
cui la deglutizione non solo dei liquidi, ma ancora 
dei solidi, diviene molesta e dolorosa, i malati muo- 
iono però tranquilli e comatosi. Ippocrate stesso aveva 



181 

già rimarcata una specie di febbre emitritea, avente 
r idrofobia per sintonia concomitante: leggesi in 
Pietro Salio Diverso l'osservazione di una idrofobia 
spontanea, sviluppatasi in una donna di 36 anni , 
in seguito di febbre pestilenziale, nella quale il fe- 
nomeno di avversione ai liquidi era spinto a segno, 
che imperiosamente esigeva che non si bevesse in 
sua presenza. Mancano certamente in questi casi 
morbosi il furore, la smania di mordere, di aggre- 
dire, e ciò che piiì monta la forza contagiosa, sic- 
come è stato provato ad evidenza, contro l'opinio- 
ne di Dumas , con reiterati e decisivi sperimenti. 
Riuscì del tutto impossibile di vedere riprodotta la 
malattia in numerosi cani , ai quali fu inoculata la 
saliva, presa da uomini tormentati dalla idrofobia 
spontanea. Il contagio è caratteristica della idrofo- 
bia comunicata , nella quale veggonsi i malati ces- 
sare di vivere nel delirio e nella convulsione. 

Prima che si stabilisca alla cute l'eruzione , vi 
è notabile esacerbaziene di sintomi : la febbre di- 
viene più intensa, cresce la dispnea, l'ansietà, l'op- 
pressione ai precordi, vi è maggiore abbattimento 
di spirito. Le persone proclivi alla congestione ce- 
rebrale cadono nel sopore: all'opposto gì' individui 
di temperamento mobile , nervoso , veggonsi sog- 
getti a scosse convulsive , quasi tetaniche , lingua 
tremula , sussulto di tendini , la fìsonomia appari- 
sce più animata , gli occhi scintillanti , s' infiam- 
mano le fauci , la mucosa della bocca copresi di 
papule simili a quelle, che si determinano alla cu- 
te, invece di afte, mordicazione maggiore alla pelle, 
finalmente efflorescenza miliare. 



182 
CAPITOLO IV. 

Del contagio miliare (1), e stadi della malattia. 

Olire, le cause ordinarie, capaci di suscitare ma- 
lattie semplici e complicate, o locali infiammazioni, 
altre potenze disaffini al sentire fisiologico della fibra 
animale, morbifìche, conosciute sotto il nome di con- 
tagi , cagionar possono nell'economia organica una 
serie di fenomeni patologici , particolari , e distinti, 
donde emergono le malattie contagiose, fornite del- 
l'attitudine di trasmettersi e riprodursi in altri indi- 
vidui, sotto identiche e determinate forme. 

La miliare essenziale pi'esenta tutti quelli attri- 
buiti , che distinguono questa categoria di morbi : 
perciò malattia anch'essa contagiosa. y\utori rispet- 
tabili , come Cullcn, P. Frank , Chomel, che a;iu- 



(1) Se osservasi oggidì negare da taluni il contagio dei morbi 
pestilenziali, con danno incalcolabile della pubblica incolumilàj non 
dovrà recare meraviglia se dubbi si affacciano sul contagio mi- 
liare. Sono queste le vigenti dottrine straniere messe in campo 
per distruggere, quanto l'antica medicina italiana aveva sapiente- 
mente escogilato per far argine ad una delle più grandi sciagure, 
che possa accadere ai popoli, le pestilenze. Ci duole però ( nii 
possiamo dissimularlo) che sitt'alte dottrine, sotto i nomi speciosi 
di miasmi e miasmizzazione volevano farsi strada in Italia. Dobbia- 
mo a valenti e benemeriti nostri scrittori la confutazione di sì strane 
teorie: fra questi dotti si distinsero gì' illustri professori Cappel- 
lo e Betti, ambedue medici rappresentanti i rispettivi loro governi 
nel sanitario congresso internazionale tenuto a Parigi, dove da illu- 
minali clinici difesero virilmente la causa dell'umanità , col so- 
stenere i giusti e savi prìncipi! della scienza , rapporto ai con- 
tagi. 



183 
dicarono l'eruzione un epifenomeno, o nulla più che 
una accidentale sintomatica appariscenza, associata 
a malattie d'indole diversa, esclusero nella miliare 
ogni idea di contagio. Asserirono che apparve essa 
trasmissibile, quante volte regnò epidemicamente , 
o qualora mostrossi insieme con qualche male con- 
tagioso. Nel. primo caso si potè di leggieri supporre 
la trasmissione , laddove eravi soltanto esposizione 
comune a cause generali: se poi si è veduta unita 
col tifo, scarlattina, morbillo ec, il contagio appar- 
tiene evidentemente a questi morbi, e non alla mi- 
liare. Avvertono inoltre che l'analogia indusse a cre- 
dere l'eruzione contagiosa, come in genere lo sono 
le febbri eruttive, colle quali parve essa avere qualche 
rassomiglianza; ma esiste tra loro tanta differenza, 
che siffatto confronto non può riuscire di veruna im- 
portanza. Questi ed altri argomenti non dissimili 
si fecero valere, per escludere la miliare dal novero 
delle malattie contagiose. In epoca a noi vicinissima 
alcuni dotti sperimentatori si lusingarono di aver tolta 
ogni incertezza, dopo eseguita la inoculazione deir 
umore miliare, senza vedere riprodotta la malattia. 

Siccome si è stabilito con fatti inconcussi ap- 
partenere agli esantemi essenziali, così non potrà du- 
bitarsi che un fomite particolare e riproduttivo ne 
sia la causa efiBciente, essendo caratteristica di cia- 
scun morbo esantematico svolgersi e riprodursi uni- 
camente dietro l'assorbimento di un principio con- 
tagioso. Benché oscura ci rimane tuttora la genesi 
e la natura speciale dei contagi, non ci si nasconde 
pertanto la deleteria loro azione sulla fibra, che si 
appalesa con un complesso di sintomi particolaris- 



184 

simi , i quali nella loro appaiizìone e nel decorso 
marcano alcune determinate fasi. 

L'avere semplicemente asserito che la miliare 
può assumere il genio epidemico, per la sola espo- 
sizione comune a cause generali, prova quanto poco 
si è valutata la massima fissata dai nosologi, cioè 
essere proprietà dei soli contagi mostrare una pa- 
tologica condizione sul tessuto cutaneo e nella con- 
tinuata interna membrana mucosa con una qualche 
eruzione , come avviene appunto nella miliare e 
negli altri morbi esantematici. Questo carattere 
manca del tutto negli epidemici morbi, o se talora 
accade è meramente fortuito. Nelle ricorrenze epi- 
demiche si è attribuito il contagio, non alla miliare 
ma bensì ad altri mali, coi quali videsi associata^ 
cioè scarlattina, morbillo, petecchia ec. Non essendo 
constantemente il morbo miliare riunito a queste 
particolari affezioni, peicorrendo il piiì delle volte 
il suo corso senza verima complicazione, anche senza 
abbandonare la sua forma morbosa ed il genio epi- 
demico, è d'uopo convenire che la forza diffusiva 
risieda in un germe proprio dell'esantema. 

La maggiore obbiezione contro il contagio sembra 
la inoculazione, praticata, secondo alcuni, senza ve- 
dere riprodotta una identica malattia; saldi nel prin- 
cipio ch'esso non esiste, quando non vi è materia 
virulenta capace di riprodursi. Si fa riflettere: 1° che 
i pratici non sono pienamente di accordo, che il fomite 
contagioso miliare si determini sempre ed esclusi- 
vamente nell'umore delle papule, più che in qua- 
lunque altro punto del misto organico. Non si può 
al certo negare la forza contagiosa del vaiuolo, della 



185 
sifilide, deiridi'ofobia, della morva, della scabbia oc. 
Nessuno ignora pertanto che siffatte malattie hanno 
tutte un modo diverso di riprodurre il virus nei dif- 
ferenti tessuti organici, su di cui va a deporsi: il 
vainolo lo elabora nell'umore delle pustule alla cute: 
la sifilide in quello di un ulcere, o nella secrezione 
della muccosa uretrale, o vaginale: l' idrofobia nelle 
glandolo salivali: la morva nel muco-pus della mem- 
brana pituitaria: la scabbia in forza di un acaro nel 
sistema dermico. Dietro i quali fatti possiamo quindi 
azzai'dare di conchiudere , senza timore di andare 
lungi dal vero ,,che i modi di riproduzione e di 
diffusione dei singoli contagi, differiscono a norma 
delle diverse malattie contagiose, siano esse febbrili, 
o apiretiche. 2° Che non furono dati precisi schiari- 
menti delle cautele usate nella inoculazione, ed in 
quale periodo dell'efflorescenza fosse praticata, menti-e 
si conosce che il vainolo, che ha una virulenza posi- 
tivamente maggiore della miliare , la materia va- 
iuolosa acquista il caratteie contagioso, come ha di- 
mostrato Camper, unicamente allorquando diviene fe- 
tida la traspirazione dell'infermo. Siamo sampi-e più 
autorizzati a dubitare dell'esatezza degli addotti spe- 
rimenti, in quanto che la inoculazione non rimase 
sempre pi-iva di effetto, come vide Tilkistre Bally (1). 
Questo distinto medico nella epidemia miliare dei 
dipartimenti di Oise e diSeine-Oise, onde assicurarsi 
della forza trasmissibile della malattia ricorse alla ino- 



li) Documents et mt'Ian-jes publìés a l'occasioii do l;i maladie 
asiatiqiip par Bally §. 92 pag. 192. Paris 1835. 



Ì86 
culazione, scegliendo una località, dove la miliare erasi 
mostrata benigna. Lo sperimento cadde sopra un gio- 
vane robusto, offertosi spontaneamente per questo 
saggio, coir affrontarne coraggiosamente i pericoli. 
Furono praticate tre incisioni per ciascun braccio, 
inoculandovi la materia delle vescicule miliari: dopo 
il terzo giorno d' incubazione apparve un leggiero 
movimento febbrile , accompagnato da sudore ed 
eruzione miliare del tutto simile a quella degli altri 
infermi: l' inoculato non videsi nella necessità di stare 
in letto, durante il corso dell'esantema, tanto esso fu 
mite. 3." In fine che la inoculazione del morbillo 
e della rosolia restò parimenti in alcuni casi priva 
di successo , senza che si volesse negare a queste 
malattie una forza contagiosa. Si commise dunque 
un grande errore nel dare ai primi sperimenti una 
validità generale ed assoluta , mentre non la po- 
tevano avere , che condizionata, e sotto particolari 
circostanze. 

I caratteri distintivi , l'andamento, i diversi pe- 
riodi del tutto conformi ad altre malattie esantema- 
tiche, dimostrano l'indole sua contagiosa : lo con- 
valida l'esperienza di molte epidemie miliari , non 
che l'osservazione di espertissimi pratici , AUioni , 
Borsieri, Stork, Tissot , Vogel , Molinari , Quarin , 
i quali l'osservarono sempre diffondersi per contatto. 
Anioni prova con buone ragioni, che la propaga- 
gazione in Europa della febbre miliare è stata opera 
del commercio, mezzo ordinario di diffusione di tutti 
gli esotici contagi. Mead, che molto aveva appro- 
fondita la dottrina dei morbi esantematici, dichiara 
che propri e privativi sono i contagi della scarlat- 



187 
lina, del vaiuolo, del morbillo, della petecchia, e della 
miliare, i quali ultimi due contagi sembrano esser 
pur quelli, die costituiscono le così dette febbri ti- 
fico-contagiose, tanto diversamente esposte, rimar- 
cate e descritte, anco dal massimo numero dei mo- 
derni medici scrittori. Alla qual sentenza sembra esat- 
tamente corrispondere l'opinione del celebre Hilde- 
brand (1). 11 tifo contagioso , egli scrisse , è una 
febbre essenziale , il cui corso offre una costante 
uniformità. A motivo di un'esantema, ch'è ad essa 
particolare, appartiene alla fomiglia delle febbri esan- 
tematiche, fra le quali si collocano ordinariamente 
le febbri contagiose. 

Apparve la miliare epidemico-contagiosa verso la 
fine del penultimo secolo in Piccardia, Linguadoca, 
Normandia, Berrì, Alsazia: venne in quell'epoca de- 
scritta sotto il nome di sudore di Piccardia, o febbre 
sudorifera per la grande analogia col sudore an- 
glicano, di cui sembra una modificazione. Nella ef- 
fimera malignissima rimarcaronsi i sintomi costitu- 
tivi delle febbre miliare, ina con maggior violenza, 
per cui rapidissimo n'era il corso, ed ordinariamente 
letale l'esito. Se poi il malato non soccombeva alla 
prima invasione del male, incominciava ad accorgersi 
del suo miglioramento in capo alle 24 ore, conti- 
nuando il sudore per vari giorni successivi, nel qual 
tempo sviluppavasi talvolta la miliare , che com- 
piva la guarigione. Rayer ne riconobbe la forza 
diffusiva, ed asserì che l'esantema consiste in una 



(1) Brera, Giornale di medicina pratica, primo semestre 1814^ 
pag. 18" 



188 
infiammazione acuta e contagiosa, che prende ad un 
tempo la membrana mucosa gastro enterica e la cute. 
Costantemente tale si è mantenuta nell'Italia setten- 
trionale, dove la malattia è resa endemica, ed oggidì 
spiega lo stesso carattere nelle province centrali : 
tutto dunque porta a dover credere la miliare morbo 
contagioso, principio basato sull' osservazione e sul 
raziocinio, precipui cardini della medicina. L'assor- 
bimento del germe accade, come negli altri contagi 
acuti, per opera dei comuni tegumenti, delle vie della 
respirazione, o dell'apparato gastro-enterico, seguendo 
il cammino dei linfiitici, la linfa slessa n'è il veicolo. 
La sintomatologia fa evidentemente conoscere, 
cheil contagio una volta assorbito da macchina pre- 
disposta, per leggi organiche, vi si riproduce iden- 
tico. L'atto della riproduzione è annunciato da un 
movimento febbrile del tutto essenziale, diverso da 
quello che si manifesta per semplice effetto irrita- 
tivo. Durante lo svolgimento febbrile cresce la po- 
tenza contagiosa, ed esacerba contemporaneamente 
la febbre: il virus riprodotto esterna la sua forma 
morbosa sotto l'aspetto di macchie o pustule, che 
debbono percorrere particolari stadi. L'eruzione è l'ef- 
fetto di reazione organica colla mira di allontanare 
il fomite inaffine, e nemico alla vita. Non sempre 
però accade che la crisi si compie per mezzo della 
cute: avviene talvolta un riassorbimento della materia 
depositata, e ricondotta in circolo per esser decom- 
posta ed eliminata per orine, per l'alvo, o per altri 
emuntori. A misura ciie si effettuano queste critiche 
evacuazioni, diminuisco la febbre, finalmente cessa: 
la qual cosa non manca di accadere in un tempo 



189 
determinato. Siffatte operazioni della natura , con- 
dotte a termine con regolarità e costanza , malgrado 
l'uso dei rimedi i piìi energici, provano ad evidenza 
che le malattie esantematiche, come tutti'morbi feb- 
brili contagiosi, una volta incominciate, anche trat- 
tate con energia debbano percorrere i loro periodi 
naturali e necessari , ed inabbreviabile diviene il 
loro corso. 

Questo principio di medicina pratica, rapporto alle 
malattie di contagio, generalmente adottato, ha tro- 
vato, secondo Hut'eland ed Etmuller , una eccezione 
in alcuni esantemi, e nella stessa petecchiale, secondo 
Currle e Giannini. Lo scrittore italiano è di avviso 
che le febbri contagiose, quelle cioè che non possono 
esser condotte a guarigione senza 1' espulsione del- 
la materia morbifìca , non solo possono avere un 
periodo affatto indeterminato per evacuarla , ma 
essere distornale dal riprodurla , e non avere pe- 
riodo di sorta. Una più estesa e consumata pra- 
tica avrebbe forse dimosti'ato al dotto autore, i-a- 
pito all'onore dell' Italia ed al progresso della scienza 
da immatura morte, che per quanto sia giusta e 
vera la seconda parte del suo ragionamento , cioè 
potersi eliminare il fomite, ed impedirne la lipro- 
duzione prima dello sviluppo del male, altrettanto 
è difficile a concepirsi che malattie a fondo speci- 
fico , come sono i morbi contagiosi, in particolare 
gli esantematici, possono essere arrestati nella car- 
l'iera e nei loro stadi, quando già un processo mor- 
boso si è pronunziato e stabilito: se ciò accade per 
improvvida cura, o per interna predisposizione fìsica, 
ordinariamente letale è l'esito della malattia. AH'op- 



190 

posto i morbi che hanno origine da cause nocive 
ordinarie, a qualunque diatesi appartengano , se- 
gnano due soli periodi: il primo d' incremento che 
procede fino al acrnen del male: 1' altro che suc- 
cede di decremento, termina colla malattia stessa : 
abbreviato può esserne il corso, dietro conveniente, 
attivo , e proporzionato metodo curativo. Le ma- 
lattie organiche non hanno alcun periodo fìiso. 

Offre la miliare, al pari degli altri acuti esan- 
temi , diversi distinti periodi , che le sole com- 
plicazioni rendono oscuri ; esaminandone però con 
tutta accuratezza l'andamento si giunge a di- 
stinguerli, giacché veggonsi rappresentati da parti- 
colari sintomi. Si dissero stadi d' invasione , eru- 
zione, maturazione, e disseccamento, ossia di eli- 
minazione del principio inassimilabile, atto ad in- 
durre e mantenere profonde alterazioni patologiche 
nei diversi apparati organici, con lederne le rispet- 
tive funzioni. 

Lo stadio d'invasione è costituito dal periodo che 
passa tra l'assorbimento della materia contagiosa, ed 
il deposito di essa in quelli oigani, o tessuti, forniti 
dell'opportunità a risentirne l'azione deleteria, ed en- 
trare col seminio contagioso in un processo di ope- 
razione chimico-vitale. Forse non vi ha esantema , 
in cui lo svolgimento di questo stadio è così incerto, 
come nella miliare. Secondo Allioni dura talvolta a 
lungo nel corpo sano la ricevuta infezione senza ma- 
nifestarsi , e senza nemmeno alterare le condizioni 
meglio marcate della salute. Non sembra però am- 
missibile, né possiamo essere persuasi, che il principio 
miliare si occulti lungamente nella macchina, e si 



191 

manifesti soltanto in alcune particolari circostanae. 
Si è preteso paragonarlo per la delitescenza al con- 
tagio idrofobico, col quale non mostra al certo avere 
alcun rapporto. Ciò che vi ha di positivo si è, che 
la incubazione di questo germe varia in ragione della 
sensibilità del sistema linfatico , e della maggiore 
o minore virulenza della materia contagiosa di già 
assorbita, ma non oltrepassa sicuramente il termine 
di alcune settimane. 

Lo stadio d'invasione non ha sintomi particolari: 
tutt'i cambiamenti che si avvertono sono risultato 
di semplice condizione irritativa. Infatti se non havvi 
predisposione individuale, o mancano le cause no- 
cive occasionali, tutto si riduce ad una alterazione 
delle proprietà vitali, a semplice malessere, inquie- 
tudine, polso frequente, nervoso. Questo stato in- 
normale di salute termina dopo qualche giorno, re- 
stando eliminato e distrutto l'assorbito contagio dalle 
sole forze della natura. All'opposto se la macchina 
trovasi nelle condizioni favorevoli allo sviluppo del 
germe, nuovi sintomi si pronunziano, che sono in 
rapporto immediato colle vie che il contagio ha per- 
corse , ed in attinenza col sistema organico di già 
invaso. Ragione potissima, per cui la medesima ma- 
lattia contagiosa presenta talora una sintomatologia 
sì varia ed opposta nei diversi individui, da imporre 
a chi non ha bene approfondite queste leggi dei con- 
tagi, col far credere differenti quelle malattie, che 
hanno un'origine comune , e curabili generalmente 
con eguali sussidi terapeutici. 

Allorché il fomite miliare assalisce l'apparato di- 
gestivo, la nausea ed il vomito sono i primi sintomi 



192 

ad insorgere, effetto del convellimcnto delle fibre niii- 
sculari dello stomaco, che muove in consenso il dia- 
framma ed i musciili addominali, contrazioni pro- 
dotte dal principio disaffine a carico di una mem- 
brana dotata di grande sensibilità, qual'è la mucosa 
gastro-enterica. Seguono un senso di oppressione 
alla regione epigastrica, ch'estendesi allo scrobicolo 
del cuore, tormini ventrali, movimento febbrile con 
polso piccolo, contratto, aridezza di lingua e delle 
fauci, sete, cardialgìa, cui può tener dietro in se- 
guito l'infiammazione dello stomaco, che irradiasi in 
taluni casi ai visceri contigui, in particolare al fe- 
gato, couje lo provano i segni caratteristici di queste 
particolari affezioni, e non di rado la stessa necro- 
scopìa lo conferma, con delle macchie nere e gan- 
grenose sopia parti infiammate. Tralasceremo per- 
tanto di enumerare tutti gli altii fenomeni, che ac- 
compagnano questo stadio, perchè già altrove espo- 
sti. Solo si potrà soggiungere che la via dello sto- 
maco è la più frequentemente tenuta dal contagio 
per la sua introduzione nell'organismo. 

Sebbene con minor frequenza , pure rimarcasi 
scegliere l'acre miliare le vie della respirazione per 
insinuarsi nella econamia animale. La fenomenologia 
che apparisce mostra chiaro il sentiero che il con- 
tagio ha percorso, ed i visceri che trovansi minac- 
ciati. Ordinariamente ne danno indizio la tosse vio- 
lenta, irritativa, l'eritema delle fauci, quindi oppres- 
sione ai precordi , dispnea, sospiri, ambasce, lipo- 
timie. Se la materia contagiosa per l'indole e la 
copia è tale da cagionare una profonda impressione 
sui punti, dove si è stabilita, un processo irritativo- 



193 

flogistico non tarda a manifestarsi: ed è perciò che 
la pleuritide, la peripneumonia, la pericardite ap- 
pariscono con il loro treno sintomatico: infiamma- 
zioni resipelacee pericolosissime per le tendenze alla 
degenerazione gangrenosa, né curabili con quclPat- 
livissimo metodo depletorio, tanto utile e necessario 
nelle squisite infiammazioni parenchimatose. Non reg- 
ge la fibra alla insistenza di energico trattamento 
antiflogistico, nelle flogosi prodotte e sostenute da 
principio contagioso. Molto più imbarazzante è la 
condizione, allorché il contagio miliare percorre le due 
strade enunciate simultaneamente , imprimendo su 
di loro la sua azione perniciosa. Una maggiore com- 
plicazione di sintomi necessariamente si appalesa 
che somministra sicuri indizi, quali visceri sono at- 
taccati, ed in quali pericoli la malattia si avvolge. 
Si deduce introdotto il virus per mezzo del siste- 
ma cutaneo , dalla mancanza dei segni che ab- 
biamo rimarcati dichiararsi , allorquando l'assorbi- 
mento effettuasi per le vie aeree , o per l'esofago. 
La cute medesima offre tracce d'irritazione, o senso 
di prurito, i brividi e le orripilazioni, che ad ogni 
tratto si fanno sentire, annunziano lo slato conge- 
stivo della pelle: fenomeni che all'apparire di ogni 
male contagioso debbonsi attribuire a questa sor- 
gente, più che ad un semplice sconcerto della fun- 
zione del traspiro. 

Accaduta la riproduzione del principio miliare 
negli opportuni tessuti organici, la forza espansiva 
acquistata dagli elaborati elementi contagiosi tende 
a manifestarli, sotto una particolar forma sulla cute: 
ed è questo il momento , in cui la malattia dallo 
G.A.T.CXLIV. 13 



194 

stadio d'invasione passa a quello di eruzione, che 
marca il carattere specifico dell'esantema. Questo 
atto di separazione, operato da una forza interna, 
automatica, è preceduto da sintomi paiticolari. Feb- 
bre intensa, sudore copioso, senso di mordicazione 
alla pelle , ansietà , anomalie nervose , condizione 
sommamente irritativa dei polsi, delirio, finalmente 
esplosione eruttiva di piccole macchie, o noduli alle 
parti laterali del collo, o al petto, che ben tosto si 
generalizza, ed acquista un'estensione corrispondente 
e proporzionata all'indole e forza del contagio, ri- 
spettando l'efflorescenza miliare quasi sempre la fac- 
cia. Incomincia dalle parti superiori del corpo, dove 
talvolta si arresta, ma per lo piiì si diffonde suc- 
cessivamente alle inferiori, corso ordinario delle eru- 
zioni esantematiche. Non mancano dei casi di mi- 
liare, in cui si è veduta la manifestazione delle pa- 
pale seguire un ordine inverso. 

Un fenomeno degno di rimarco nella miliare, che 
la distingue dagli altri acuti morbi eruttivi, si è il 
modo di presentarsi delle papule, che accade in ta- 
lune circostanze a riprese, o ad intervallo, per cui 
prolungato vedesi il corso della malattia, ed irre- 
golarmente compiersi. Osservasi anche in alcuni casi 
rarissimi terminare completamente l'esantema, dopo 
di aver percorso con regolarità i suoi periodi , ri- 
cuperando l'infermo il suo stato ordinario di saluto; 
ma passato qualche mese avviene una seconda in- 
vasione, torna la miliare a fare una nuova com- 
parsa. Quest'anomalia forse indusse Allioni ad am- 
mettere, che non restasse sempre del tutto eliminato 
il germe esantematico in un primo attacco, rima- 



195 

nendo parte di esso celato ed occulto, finché par- 
ticolari impulsi non dessero campo allo sviluppo del 
fomite latente superstite; donde poi stabilì la mas- 
sima che il contagio miliare può rimanere lunga- 
mente nello stato di delitescenza senza dare indizio 
di se, e senza alterare il grado meglio marcato della 
salute. Non sarebbe forse più consentaneo ai prin- 
cipii della scienza, ed alla analogia con gli altri esan- 
temi , (sebbene in questi piiì raramente , ed a pili 
lunghi intervalli) ritenere il nuovo assalto qual ri- 
sultato di un novello assorbimento del virus , e di 
rigenerata individuale predisposizione? 

L'intiero organismo esterna nello stadio di eru- 
zione una serie di sintomi, proporzionati all'azione 
del contagio, ed alla concorrenza di altre cause ca- 
paci di destare e mantenere un vero processo dia- 
tesico , poiché rendonsi generali i perniciosi effetti 
della materia contagiosa riprodotta; si passa, secondo 
il linguaggio dei patologi, dalla semplice condizione 
patologica alla diatesi. Rimarcasi l'effetto mor- 
boso locale precedere l'effetto morboso universale. 
Lo stadio di eruzione non può essere considerato 
di azione puramente irritativa , siccome opinava 
Rubini, poiché oltre la lesione particolare prodot- 
ta dalla natura inaffme ed eterogenea del con- 
tagio , interessa i sistemi irrigatore sanguigno e 
linfatico , imprimendo bene spesso tracce profonde 
sui plessi nervosi. Abbiamo rimarcati gli stessi ap- 
parati gastro-enterico e pulmonale disposti a subire 
delle alterazioni immediate e dirette, o per effetto 
di antagonismo: ed è provato che ogni malattia lo- 



196 
cale febbrile col crescere ed estendersi acquista il 
carattere e l'aspetto di malattia universale. 

Accaduta la completa manifestazione dell'esan- 
tema, la febbre diminuisce, o esacesba, se meno o 
più sensibili si affacciano le complicazioni, cioè se- 
condo lo stato delle prime vie, degl'organi della re- 
spirezione, e del sensorio. La febbre che accompagna 
l'eruzione, anche quando la malattia è semplice, non 
ha tipo stabile, ora prende le minacce di continua 
continente, ora di remittente, né lascia di apparire con 
larva di febbre accessionale. I segni che comparvero 
sul principio dell'eruzione a guisa di piccole mac- 
chie, o punti protuberanti, osservansi gradatamente 
aumentare , e giungere alla grandezza dei grani di 
miglio. Dal centro di ciascuna papula elevasi una 
vescichetta sferica, resistente ad un leggiero attrito 
senza rompersi, ripiena di un'umore pellucido, che 
si mantiene tale per lo spazio di due, o tre giorni, 
segnando l'eruzione il punto di massimo incremento» 
Allorché tutto il fomite scaturisse alla cute con una 
sola separazione, vi è perfetta, e completa eruzione; 
all'opposto se parte del principio morbifero si porta 
alla periferia, l'eruzione è parziale, ed incompleta, 
percorre ciò non ostante i suoi stadi, però nel pe- 
riodo del disseccamento mostrasi una nuova efflore- 
scenza in punti diversi, preceduta da esacerbaziene 
febbrile, e dagl'altri sintomi concomitanti. Possono 
ripetersi anche più volte queste recrudescenze, fin 
a tanto che il virus trovasi del tutto depositato alla 
cute. Quando ciò accade irregolarissimo è il corso 
dell'esantema. 



197 

Segue lo stadio di maturazione, ch'è il periodo 
marcato dal cambiamento che subisce l'umore delle 
papule, che da diafano fassi torbido, indi passa al 
colore parlaceo , in fine acquista i caratteri della 
materia puriforme, che si dissecca, e cade coll'epi-^ 
demide in minutissimi frammenti. Nei casi, in cui 
gli stadi si compiono con regolarità, incominciato 
appena il periodo di maturazione, la febbre diviene 
mite, il polso molle ed espanso, calmansi tutti gl'altri 
sintomi, il sudore apparisce più moderato, le orine 
cariche di sedimento, apresi il ventre con deiezioni 
di materie fetide , e biliose , cessa in fine intiera- 
mente la malattia, lasciando per qualche tempo un 
senso pruriginoso nella cute. 

Non sempre avviene che tutto il virus è portato 
alla periferia, talora porzione di esso per inoppor- 
tuno metodo di cura, per colpa del malato, o anche 
per interna predisposizione della machina assalisce 
i visceri, o plessi nervosi, esacerba immediatamente 
la febbre, si sopprime il sudore, la pelle diviene 
arida, la respirazione lesa, l'ansietà , il sussulto dì 
tendini, il delirio, la convulsione non tardano a com- 
parire, con esito ordinariamente letale. I medesimi 
sintomi, e gli stessi pericoli sorgono, se l'umore esan- 
tematico condotto già intieramente alla cute, retro- 
cede all'istante pur soverchio calore esterno, per fred- 
do, patemi di animo, o qualunque altra causa. In 
questi casi le sole critiche evacuazioni possono al- 
lontanare i gravissimi sconcerti, che minacciano la 
vita. 

Il fomite miliare retropulso cagiona una sinto- 
matologia diversa, secondo il viscere, su cui impri- 



198 
me la sua azione. Se prende il capo induce delirio, 
afFezione comatosa, od apoplessia; se attacca gl'or- 
gani della respirazione, oppressione, dispnea, sofFoca- 
ziane; se l'apparato chilopoietico, cardialgia, vomito, 
singhiozzo, diarrea colliquativa; alle puerpere si ar- 
restano i lochii, cessa la secrezione lattea, il ventre 
s'inarca, si fa dolente sotto la pressione, assume la 
malattia il carattere della vera febbre puerperale. 
Né mancano osservazioni di miliare confluente , in 
cui si rimarcano tutt'i descritti cambiamenti, senza 
poterne incolpare una interna metastasi, restando le 
papule prominenti, e ripiene del proprio umore, l'ec- 
cessiva copia della materia morbifica è la causa 
delle patologiche alterazioni. Non essendo la sola 
cute atta a ricevere tutto il fomite, è mestieri che 
rifluisca a carico degli organi interni, ed allora la feb- 
bre si mostra piii intensa, con polso valido, fisono- 
mia animata, occhi scintillanti, la mente si altera, 
il malato esterna i suoi timori, sopraggiunge il de- 
lirio e la convulsione, in cui ordinariamente cessa 
di vivere. In fine l'enunciate lesioni possono acca- 
dere per la prava indole del principio miliare, che 
altera sensibilmente la fibra motrice, col prediligere 
in specie il sistema nervoso cerebro-spinale, di cui 
sconcerta e distrugge rapidamente le funzioni e la 
vita. 



199 

CAPITOLO V. 

Divisione, segni diagnostici, e cause 
predisponenti della miliare. 

Varie obbiezioni si sono dovute rimuovere per 
assegnare alla miliare il posto nosologico fra i morbi 
esantematici essenziali , d'indole perciò contagiosa. 
Osservammo parimenti non essere sì facile scegliere 
ed adottare fra le molte divisioni, che si fecero di 
questo esantema , quella che si trovasse giusta e 
corrispondente in tutt'i casi , e nelle varie compli- 
cazioni , che sovente occorre di vedere nel pratico 
esercizio. La divisione in benigna, maligna, e com- 
plicata, seguita da Borsieri, si avvicina più di ogni 
altra alla natura dell'esantema; ma non comprende 
quei casi gravi, in cui fin da principio la malattia 
apertamente mostra la sua indole, e fa conoscerne 
i pericoli. Né può dirsi allora maligna, poiché me- 
rita unicamente questo nome, quando percorre in- 
sidiosamente i primi suoi periodi, con cambiamenti 
appena sensibili nel polso, nel calore, nelle funzioni, 
tutto però ad un tratto apparisce sommamente grave 
e pericolosa. La divisione, che meglio sembra cor- 
rispondere in pratica, è di miliare mite, grave, lar- 
vata , e complicata. Quanto sia essa utile, lo rile- 
veremo seguendo l'esantema in tutte le sue vicis- 
situdini. 

Dalla storia che fin qui si è esposta di questa 
particolare eruzione emerge, che se attentamente si 
esaminano i segni anamnestici e concomitanti, tanto 



200 

comuni, che propri della malattia, non sarà (lifflcilc 
(li stabilire una giusta diagnosi. I sintomi i piiì co- 
stanti sono i brividi e le ornpilazioni, che si alter- 
nano col calore nei primordi del male : segue un 
sudore copioso, viscido, ch'emana un odore partico- 
laie, non critico, ed è ritenuto sintonia patognomo- 
nico: quindi senso di oppressione al petto, con strin- 
gimento ai precordi, da cui partono le ambasce, la 
dispnea, l'ansietà, le veglie, la prostrazione morale, 
l'orgasmo dell'infermo. Mite, variabile, proteiforme 
è la febbre nel suo esordire, accompagnata ordina- 
riamente da delirio , tremore, sussulto di tendini , 
abbattimento di forze, con polso debole, frequente, 
nervoso, ordinatamente intermittente, stupore pun- 
gitivo nelle dita, crampi alle mani, o alle estremità 
inferiori , fìtte dolorose alla cute , tosse irritativa , 
ora mite, ora violenta, eritema alle fauci, degluti- 
zione incomoda, difficile, scosse convulsive improvvise 
e subitanee in tutto il sistema, con tremito e spa- 
vento, allorché l'infermo si dispone al sonno. Se a 
questi segni vi si unisce la costituzione epidemica, 
ó il sospetto di aver contratto il germe miliare, vi 
ha maggior probabilità per presagire l'esantema, pre- 
ceduto e seguito in parte, o in tutto, dagli esposti 
sintomi. 

Secondo la stabilita divisione, può chiamarsi mite 
la malattia, quando in tutto il suo corso è disgiunta 
da gravi sintomi, percorre i suoi stadi regolarmente 
senza inostrare alcuna abberrazione : abbraccia la 
miliare apiretica, e la febbrile semplice. L'apiretica 
è annunziata dai caratteri, che sono propri di questa 
affezione, proporzionati alla natura benigna del male. 



201 

cioè leggerissimi brividi, lassezza, sudore profuso, 
polso frequente, contratto, poca sete, appetito, eru- 
zione discreta di papule , che offrono un graduato 
aumento, maluiano, e si disseccano in tempo op- 
portuno, senza molto turbare le funzioni dell'econo- 
mia animale. Borsieri, Damilani, Bayer videro del- 
gl'individui attaccali dalla miliare apiretica in un 
modo sì blando, senza esser costretti di abbandonare 
le loro ordinarie occupazioni; il solo sintoma costante 
ed incomodo era il copioso sudore. La miliare feb- 
brile semplice è preceduta dai medesimi segni del- 
l'apiretica. Trascorsi alcuni giorni si sviluppala febbre, 
seguita da sete, anoressia, il malato diviene rattri- 
stato, timoroso, senza presentare sintomi gravi; lieve 
è l'oppressione ai precordi, e fugace, crampi lungo 
le dita, sonno interrotto, sudore profuso, eruzione 
miliare completa, che solleva e calma la febbre, con 
corso regolare, mentre apparisce nell'epoca conve- 
niente , la durata non eccede il tempo ordinario-: 
l'incremento delle papule, la maturazione, ed il dis- 
seccamento non mostrasi troppo sollecito, né ritar- 
dato, né protratto: nulla in fine presenta la malattia 
di straordinario ed insolito. 

Diccsi grave l'esantema, quante. volte si allontana 
dal corso regolare, distinto da imponente apparato 
sintomatico , che fa chiaramente conoscere fin dal 
primo suo apparire l'indole pericolosa. La febbre è 
veemente, grande l'ansietà, sete ardente, oppressione 
di petto quasi soffocante, sudoi'e copioso, generale, 
crampi, scosse convulsive, sussulto di tendini, deli- 
rio, o affezione comatosa, eruzione miliare confluente, 
eomplota , talvolta imperfetta , e ad intervallo. Né 



202 

il carattere di questo morbo dipende sempre dalla 
eccessiva quantità delle papule, poiché osservasi ta- 
lora il medesimo apparato con una discreta etBo- 
rescenza. L'eruzione in questi casi scaturisce in tem- 
po indeterminato, protratto anche ad alcune setti- 
mane , senza arrecare il più piccolo alleviamento. 
Altri sintomi sopraggiungono, che aggravano mag- 
giormente il fondo della malattia. La febbre esacerba 
più volte al giorno, h lingua diviene rossa, secca, 
tremula, moti convulsivi, celere abbassamento delle 
pustule, polso ineguale, contratto, nervoso, tremori 
nelle mani, tinnito alle orecchie, sbalordimento, gra- 
vedine di capo, ottusità dei sensi, carfologia. Dalla 
esposta sindrome rilevasi che il fomite ha invaso il 
sistema nervoso, dando luogo allo sviluppo del tifo 
miliare ; casi ovvi nelle ricorrenze epidemiche di 
questo esantema, per cui con tutta ragione Mead so- 
stenne, che i tifi contagiosi ripetono la loro origine 
dalla miliare e dalla petecchia, malattie sommamente 
affini. 

Non sono infrequenti i casi , in cui la miliare 
si presenta in principio sotto l'apparenza di qualun- 
que altro morbo, ossia larvata. Essendo essa spo- 
radica difficile ed oscura offresi allora la diagnosi, 
né havvi medico clinico, per quanto sia avveduto 
ed esperto, che non possa restarne illuso: solo ac- 
cade di riconoscere, ed avvedersi dell'inganno, subito 
che incomincia ad apparire l'eruzione. Le malattie, 
che di ordinario occultano questo esantema , sono 
le febbri catarrali, le reumatiche , le gastriche , le 
intermittenti, oppure la pleuritide, la peripneumonia, 
l'artritide, l'eresipela, l'affezione comatosa ec. In tali 



203 

avvenimenti il principio esantematico prima di ma- 
nifestarsi alla cute, occupa questo o quell'interno 
tessuto, predisposto a riceverne l'impressione, e ri- 
sentirne l'azione, per cui spiegasi una sintomatologia, 
ch'è propria di una qualche particolare malattia, e 
che indica nello stesso tempo un dato sistema or- 
ganico già affetto. Merita pertanto il nome di lar- 
vata, allorché incomincia sotto l'aspetto di un mor- 
bo, che riconosce la sua origine dal virus miliare, 
a differenza della complicata, che sebbene associata 
anch'essa ad altro male, questa complicazione è su- 
scitata e mantenuta da causa diversa. 

Se diffìcile, come abbiamo rimarcato, è la dia- 
gnosi della miliare larvata, non è però affatto im- 
possibile di sospettare della sua prossima manifesta- 
zione, esaminando accuratamente le anomalie , che 
precedono e seguono l'intiero suo corso prima del- 
l'eruzione. La malattia, sotto la cui larva è nascosto 
l'esantema, palesa sempre qualche sintoma, che non 
è proprio della sua vera natura , o mostrasi priva 
di alcuni caratteri consueti ad annunciarla: gU stessi 
rimedi, utili quando è legittima, divengono in que- 
ste circostanze inerti , e non di rado dannosi. Il 
morbo miliare, benché larvato, non si spoglia del 
tutto dei segni caratteristici , che lo distinguono. 
Non mancano perciò il sudore copioso , continuo , 
fetido, l'oppressione ai precordi, la dispnea, i crampi, 
il polso duro, ineguale, contratto, il sonno interrotto, 
le ambasce , il delirio. Accaduta la completa eru- 
zione cessano i segni della malattia, che occultava 
l'esantema, proseguendo questo l'ordinario suo an- 
damento. Se poi imperfetta apparisce l'efflorescenza. 



204 

i) trop[Jo ritardata , una profonda alterazione pato- 
logica si stabilisce a carico del viscere primitiva^ 
mente offeso, che associata alla miliare, non lascia 
di turbarne il corso, ed accrescerne i pericoli. 

Un esempio di miliare sotto un aspetto apparen- 
temente mite , e di esito infausto , che occorse di 
osservare nel pratico esercizio, merita di essere qui 
inserito. N. C. abitante in via Agonale, dell'età di 
trentadue anni, di condizione civile, di temperamento 
nervoso, maritata, madre di quattro figli, non fu mai 
soggetta a gravi malattie: qualche leggiero gastri- 
cismo era l'incommodo, al quale vedevasi facilmente 
sottoposta, malgrado la sobrietà nel vitto. Nel set- 
tembre del 1848, trovandosi nel quarto mese di gra- 
vidanza, incominciò a risentire un senso di malessere, 
dolore fugace, ma che si rinnovava ad intervallo nella 
regione lombare , delle macchie di sangue fluirono 
dalla vagina, indi aborto, ad onta dei presidii del- 
l'arte adoperati per allontanarne le minacce , non 
escluso il salasso. La perdita consecutiva sanguigna 
dall'utero fu sensibile: non tardò però molto a ce- 
dere, trovandosi presto sostituita da moderato flusso 
lochiale. Nel ((uinto giorno apparve leggerissima feb- 
bre, preceduta da brividi, che declinò il giorno se- 
guente con sudore parziale , orine quasi naturali , 
diminuzione di lochii. Dopo poche ore di remissione 
avvenne nuova esacerba/ione febbrile, annunciata da 
freddo, sete, anoi-essia, il flusso vaginale diminuito, 
ma non affatto cessato , ventre molle , né dolente 
sotto la pressione , res|)i razione naturale. Si pre- 
scrisse un blando purgativo , che procurò diverse 
scariche alvine, deci inazione della febbre all'indomani, 



205 

seguita da sudore generale, copioso, orine rossastre, 
senza sedimento. Nelle ore pomeridiane, previo un 
freddo intenso, ebbe luogo l'aumento della febbre, 
cbe fu discreto né proporzionato al grado di freddo, 
l'utero poco più gemeva, ventre teso, cefalalgia fron- 
tale: si fecero applicare dieci sanguisughe alle pu- 
dende, che resero di nuovo il ventre trattabile, di- 
minuì il dolor di capo, il sudore comparve copio- 
sissimo di odore nauseoso. Essendo apparsa la febbre 
sempre moderata con leggiere esacerbazioni, seguite 
da profuso sudore, non impegno apparente di visceri, 
ne sintonia grave che imponesse, si giudicò la ma- 
lattia per una febbre irritativa, che faceva sperare 
un esito favorevole. In mezzo ad una calma lusinghiera 
la sola malata cominciò nel decimo giorno del male" 
a disperare della sua guarigione. Sorsero l'abbatti- 
mento morale, l'ambascia, il polso si mostrò duro 
e contratto, la pupilla dilatata. Consultato nel duo- 
decimo giorno l'esimio professore dando egli 

molto peso alla località, stagione, e sintomatologia, 
non esitò a caratterizzarla per febbre accessionale, 
proponendo l'amministrazione sollecita dell'antifeb- 
brile. Esibito il rimedio in dose conveniente , non 
tardò la febbre a farsi pili ardita, venne il delirio, 
la dispnea, l'ansietà : nel giorno seguente, ossia de- 
cimoquarto, videsi con sorpresa, in mezzo a piofuso 
sudore, apparire l'eruzione miliare al collo, alle biac- 
cia, al petto, minutissima, bianca, senza portare al- 
cun alleviamento: si diffuse quindi ai lombi, all'ad- 
dome, ma irregolare fu il suo corso, la lingua divenne 
rossa ed arida, il delirio continuo, sussulto di ten- 
dini, polso frequente ed ineguale, peggiorando ogni 



206 
giorno sempre più la malata, e fatta comatosa, nel 
vigesimo cessò di vivere. 

Assume il nome di miliare complicata, quando l'e- 
santema è congiunto ad altro morbo, proveniente que- 
sto da causa diversa, a differenza della larvata, nella 
quale la complicazione ha origine, come si è esposto, 
dallo stesso principio esantematico, per cui indebita- 
mente alcuni scrittori vorrebbero riunire, non senza 
danno della medicina pratica, le due specie in sola cate- 
goria. I caratteri che distinguono la complicata dalla 
larvata sono, che nella prima la perfetta e completa 
eruzione non tronca il corso della malattia, con cui 
trovasi associata: il che sovente avviene nella lar- 
vata, dove cede facilmente ogni complicazione all'ap- 
parire dell' esantema. Distinguesi anche la miliare 
complicata, perchè mostra essa fin da principio tutta 
la imponenza ed il pericolo ; la larvata all'opposto 
può presentarsi a foggia delle malattie maligne, mite 
nel nascere, indi spiegare la sua ferocia, l morbi , 
che si osservano con più frequenza unirsi alla miliare, 
sono la petecchia, il morbillo, il vainolo, la scar- 
lattina, la pleuritide, la peripreumonia, la metritide, 
la gastro-biliosa ec. 

Secondo la massima dei patologi che l'azione già 
stabilita di un contagio è di ostacolo allo sviluppo 
simultaneo di altro seminio contagioso, la presenza 
e l'andamento della miliare sembrerebbe escludere 
in complicazione la petecchia, il vainolo, il morbillo 
ec. se i fatti e le osservazioni in opposizione al prin- 
cipio non dimostrassero apertamente non esser raro 
il connubio di questi morbi contagiosi. Rimarcansi 
pertanto nella serie dei contagi delle anomalie, che 



207 

meritano tutta la riflessione del clinico, per non ca- 
dere in gravi abbagli, convinti che a lato di ogni 
regola generale in medicina esistono numerose ec- 
cezioni, che ora in proposito fa d'uopo richiamare 
brevemente ad esame. Sospeso vedesi talune volte 
ad un tratto il corso di un male contagioso , per 
l'assorbimento di altro germe riproduttivo. Brewer 
scrisse che ad una bambina di dieciotto mesi, alla qua- 
le fu inoculato il vainolo, dopo due giorni la piccola 
ferita cicatrizzò perfettamente, restarono sospesi tem- 
poraneamente gl'effetti della inoculazione, per la so- 
pravvenienza della pertosse, ch'ebbe la durata di se- 
dici giorni, indi vide di nuovo infiammarsi la parte 
inoculata, ed apparire il vainolo, che mostrossi d'in- 
dole benigna. Non sempre l'assorbimento di un se- 
condo contagio ha forza di sospendere il processo 
patologico di altro morbo contagioso, ma può in- 
vece diminuirne la virulenza: esempio ne sia la vac- 
cinazione praticata nell'atto, in cui il vaiuolo sta per 
manifestarsi : se non prevale l'azione del vaccino , 
moditicata resta la potenza vaiuolosa, e blando dovrà 
essere il vaiuolo che svolgesi. Vi sono dei mali con- 
tagiosi, che non si escludono vicendevolmente nel 
periodo di una stessa malattia , ma confusi e tur- 
bati mostransì i loro stadi, ed alterata la loro forma 
morbosa, come avviene infatti alla miliare, allorché 
trovasi complicata al morbillo, petecchia, vaiuolo ec. 
La petecchia e la miliare , scrisse Biera, sono fe- 
nomeni non ordinari , che ho potuto insieme osser- 
vare nelle epidemie petecchiali degli an.tSlO el817. I 
tifi contagiosi, di cui parla Borsiori, offrono parimenti 
l'esempio della simultanea comparsa di queste due 



208 
erazioni. Dalle accennate osservazioni sembra po- 
terne ragionevolmente dedurre, che vi sono dei con- 
tagi, che mostrano un'azione esclusiva e continuata ; 
altri hanno forza d' interrompere ed arrestare dei 
mali contagiosi già incominciati, oppure di mino- 
rarne l'impeto: come non mancano dei contagi, che 
non si escludono scambievolmente, essendo in alcuni 
casi contemporenea la loro azione ed il loro 
svolgimento , complicata però apparisce allora 
la fenomenologia, non che confuso e turbato il co- 
mune andamento. La presenza dunque e manife- 
stazione di due contagi in un corso di malattia è 
sanzionatala dai fatti e dalla costante esperienza : 
ciò che potrà esser solo negato da tutt'i buoni os- 
servatori si è l'integrità di forma, e la regolarità 
di stadi, come vedremo accadere alla miliare, al- 
lorquando è associata alla petecchia, vainolo, mor- 
billo ec. 

Non è difficile di osservare 1' esantema miliare 
unito alla petecchia, quando assume il genio epide- 
mico: ben di rado ciò rimarcasi, se si presenta spo- 
radico. Le diverse epidemie miliari complicate a 
petecchie, descritte da Pietro de Castro, P. Sulio Di- 
verso, Asti, Borsieri, Brera, lo dimostrano ad evi- 
denza. L'eruzione miliare ora precede, ora è pre- 
ceduta dalla petecchia, non essendo cosa facile di 
vederle comparire simultaneamente con un solo atto 
di separazione. Determinate però alla cute, continuano 
il loro andamento, quantunque irregolare. Non man- 
cano numerose osservazioni, in cui le macchie pe- 
tecchiali si pronunziarono nel massimo incremento 
dell'efflorescenza miliare, ovvero quando questa era 



ì 



209 

nella declinazione. Alle stesse ftisi è soggetta la mi- 
liare, se comparve prima l'eruzione petecchiale. Nel 
1758 Vienna fu assalita nello stesso tempo dai due 
contagi: in taluni malati videsi la petecchia, in altri 
la miliare, in molti associati i due esantemi. I sin- 
tomi, che caratterizzano ciascuna delle enunciate af- 
fezioni cutanee, sono più o meno manifesti secondo 
la prevalenza del principio contagioso. Appalesan- 
dosi la miliare allorché la petecchia è già in fine, 
il prossimo sviluppo è preceduto da notabile cam- 
biamento. Le orine da torbide e sedimentose diven- 
gono limpide, si avverte lo stupore pungitivo nelle 
dita, la sordità si cambia in tinnito, il sopore in ve- 
glia, coma vigile, cessa la prostrazione delle forze, 
il polso si eleva, diviene più frequente, sorge il de- 
lirio , finalmente se intempestiva si affaccia l'eru- 
zione, sopraggiunge la convulsione, che può esser 
letale. 

Non di rado accade di osservare, dopo l'eruzione 
petecchiale, ammansire i sintomi, sperimentando il 
malato per alcuni giorni una calma lusinghiera; scor- 
gesi però in un tratto esacerbare di nuovo la febbre, 
torna l'oppressione ai precordi, la mente si turba, si 
altera il sonno, nell'undecimo, decimoquarto, deci- 
mosesto giorno, o più tardi apparisce la miliare, che 
seda gl'insorti fenomeni, e spesso giudica la malattia. 
Stork osservò in un corso di febbre petecchiale, ch'era 
accompagnata da pertinace singhiozzo, cessare questo 
sintonia pericoloso nel decimoquarto giorno , dopo 
copiosissima efflorescenza miliare. Nella costituzione 
epidemica di Vienna , di cui si è fatta menzione , 
allorché l'esantema miliare sopraggiungeva alla pe- 
G.A.T.CXLIV. ^ U 



210 

tecchia, precedevano leggiere orripilazioni, senso di 
oppressione al petto, ansietà, profuso sudore, quindi 
copiosa manifestazione di papule miliari, con alle- 
viamento di sintomi. Se ai segni anamnestici e pa- 
tognomonici non succedeva l'eruzione, le orine acqui- 
stavano un gran sedimento , o invece appariva un 
moderato flusso di ventre, che costituiva la crisi della 
malattia. La miliare, quando è complicata colla pe- 
técchia, presenta maggiori pericoli, o ne protrae la 
durata: d'ordinario l'esito dipende dalla natura be- 
nigna, maligna dell'ultimo esantema, che si deter- 
mina alla cute, né la celere o ritardata comparsa 
dell'eruzione può essere di norma al medico per una 
esatta prognosi. 

Non è cosa facile presagire la miliare prima del- 
l'eruzione , quando si unisce al vaiuolo , morbillo , 
scarlattina ec. L'indole maligna di questi morbi, o 
la regnante costituzione epidemica possano sommi- 
nestrare dei lumi per dubitare del suo prossimo 
svolgersi.. Allioni in alcuni casi di vaiuolo compli- 
cato alla miliare osservò prima un dolore acerbis- 
simo ai lombi, che precedeva il vaiuolo, indi appa- 
riva la miliare. L'eruzione vaiuolosa non portava di- 
minuzione di febbre, ed il polso invece di farsi molle 
e sviluppato, si manteneva duro e contratto, seguiva 
Tefflorescenza di papule miliari, ch'era di ostacolo 
all'incremento delle pustole vaiuolose , sussulto di 
tendini, acuta cefalalgia, nel sesto o settimo giorno 
in mezzo al delirio i malati perivano. Haller (1) os- 
servò il vuiuolo maligno, complicato colla miliare. 



[1) 0|JU!)C. pathol. pag, 120. 



i 



211 

Non sempre letale è l'esito di questi esantemi al- 
lorché ti'ovansi congiunti. Camerario narra dei casi 
di vaiuolo , a cui nella piena suppurazione soprag- 
giunse la miliare con favorevole successo. Tosto che 
la miliare si unisce al morbillo, l'eruzione è prece- 
duta da bruciore agli occhi, infiammazione alle fauci, 
tosse irritativa, calore urente alla cute. Parimenti 
la complicazione colla scarlattina è annunziata da 
alcuni caratteri, che sono propri della porpora. 

Si è rimarcato in questa sezione il morbo mi- 
liare complicato ad altre malattie esantematiche. Non 
si è tralasciato in pari tempo di fare osservare quanto 
sia allora difficile la diagnosi, e come alterata mo- 
strasi la forma morbosa. Conviene aggiungere che 
non minori sono le difficoltà ed i pericoli che la 
miliare presenta, allorché è associata a genuine e 
profonde infiammazioni organiche, come la pleuritide, 
la peripneumonia, la metritide, la peritonitide, ec. 
malattie che riconoscono la loro origine dalle stesse 
cagioni, che le suscitano, quando sono scevre da ogni 
complicazione: a differenza della miliare larvata che 
può mentire siffatte affezioni, prodotte però e soste- 
nute dal fomite esantematico. Le cause ordinarie delle 
accennate flemmasie sono la stagione favorevole al 
loro sviluppo: nelle partorienti il parto laborioso, il 
soccorso intempestivo della mano ostetrica: nelle puer- 
pere la metastasi lattea, la soppressione de'lochi, ov- 
vero le ricorrenze epidemiche simultanee di malattie 
flogistiche, in specie toraciche, e di miliare. Questi 
stessi morbi, che rendono talora complicato l'esan- 
tema, si mostrano con tutto l'apparato sintomatico 
che li distingue , come nel caso che segue. C. B. 



212 

abitante in via dei Giubbonaii, di anni 25, di fibra 
delicata, di temperamento nervoso, maritata, madre di 
tre figli, fin da qualche anno andava soggetta ad in- 
tervallo a dispnea , spesso i suoi sputi apparivano 
striati di sangue: due sorelle erano già perite di tisi 
pulmonare costituzionale, non essendovi germe gen- 
tilizio, mentre vivono tuttora i genitori in uno stato 
conveniente di salute. La madre, di robusta costi- 
tuzione, fin dalla giovinezza videsi alquanto detur- 
pata nella faccia dalla eruzione cutanea, che viene 
sotto il nome di varo gotta-rosea, principio acre, che 
trasmesso alla prole, benché non comparso alla cute, 
forse fu la cagione della disorganizzazione pulmo- 
nica, alla quale soggiacquero le prime due figlie, e 
che minacciava anche la terza, se acuta malattia, di 
cui ci occupiamo, non avesse abbreviato il corso della 
sua vita. Nel luglio 1848, trovandosi la giovane a 
termine della quarta gestazione, partorì felicemente, 
ebbesi moderata perdita di sangue dall'utero, i lochi 
incominciarono a fluire regolarmente. Nel secondo 
giorno del parto un leggiero movimento febbrile an- 
nunziava la funzione delle glandole mammarie: ma 
apparve sì scarsa la secrezione lattea, che fu me- 
stieri affidare in parte la bambina ad una nutrice. 
Passò la puerpera alcuni giorni in uno stato di per- 
fetta calma, nel nono incominciò ad essere molestata 
dalla tosse, la respirazione non era più naturale. Nelle 
ore pomeridiane delle stesso giorno, previo un senso 
di freddo, si manifestò la febbre con polso sviluppato, 
tosse violenta, affanno, dolore al petto, sputo san- 
guigno, decubito laterale diffìcile. Questo treno sin- 
tematico indusse a giudicare attaccato l'organo pul- 



213 

monare da profonda infiammazione: malattia, alla 
quale vedovasi la nostra inferma sommamente pre- 
disposta. Si prescrisse un generoso salasso nella sera 
stessa: il sangue si mostrò tenace, e coperto di leg- 
giera cotenna. Nel secondo giorno la tenuissima se- 
crezione di latte , che si ebbe cura di mantenere , 
per allontanare una pericolosa metastasi, interamente 
sparì, diminuirono i lochi, continuarono i sintomi ad 
infierire, esacerbò la febbre: si ricorse nuovamente 
al salasso, il sangue presentò la sua cotenna, non eb- 
desi alleviamento di sorta. Nel terzo giorno fu ria- 
perta la vena, il sangue apparve meno infiammato, 
la parte sierosa più rilevante, il dolore meno sensi- 
bile, sputo glutinoso, polso non pili vibrato, ma fre- 
quente ed irregolare, affanno. Nel quarto giorno, sop- 
presso del tutto il flusso lochìale, si passò all'appli- 
cazione di dodici sunghisughe alle pudende, ed em- 
pìastro di linseme all'ipogastrio, un clistiere emol- 
liente procurò degli scarichi. Nel quinto sorge un nuo- 
vo apparato sintomatico, il polso diviene duro e con- 
tratto, la mente non più serena, un sudore profuso 
e disaggradevole cuopre la pelle, crampi all'estremità, 
ambascia, veglia protratta. Dubitando di vicina eru- 
zione miliare, malattia che fu fatale a molte puer- 
pere in questa stessa stagione , ed avendo richie- 
sto un consulto, intervenne il professor Folchi , il 
quale pienamente sanzionò ciò che si era pratica- 
to , per far argine a violenta malattia infiamma- 
toria ; soggiunse che vedeva giusti i timori di 
prossimo svolgimento di morbo eruttivo, ammaestrato, 
diceva , da casi consimili occorsegli in quell'epoca 
liJl'esercizio clinico. Infatti nel settimo, esacerbando 



214 

sempre più il male, apparve l'efflorescenza miliare 
al collo in forma di piccolissimi noduli, che nei giorni 
successivi si estese alle parti superiori del petto, ed 
alle braccia , senza arrecare sollievo : videsi invece 
ogni giorno aumentare la febbre, crebbero l'affanno 
e la tosse , scarsa si mantenne 1' espettorazione ad 
onta dei preparati antimoniali, e l'applicazione dei ru- 
befacienti, la malata divenuta ortopnoica nel deci- 
moquarto giorno spirò. Ventisei ore dopo la morte 
si venne all'autopsia cadaverica, che fu limitata ai 
soli visceri della cavità del torace, per l'avanzata pu- 
trefazione, verificandosi ciò che aveva rimarcato Fan- 
toni, cioè che i cadaveri delle pueipere, morte in 
forza della miliare, si putrefanno ed intumidiscono 
prontamente. Nessuna aderenza vi era fra il polmone 
e la pleura, il pericardio conteneva circa tre once di 
fluido di colore cedrino , il cuore ed i grandi vasi 
non presentarono la minima alterazione organica , 
turgidi di sangue piceo apparvero i grossi tronchi 
venosi e 1' orecchietta destra , quasi vuoti i grandi 
vasi arteriosi, ed il cuore sinistro: la membrana mu- 
cosa dei bronchi seguita nelle diramazioni era molto 
rossa ed iniettata, ma piiì visibile nel polmone destro, 
di cui videsi perfettamente epatizzato il lobo inferiore. 
Tutta la sostanza pulmonare era disseminata di corpi 
grigi e duri, della grandezza dei grani di senapa; pro- 
duzioni morbose , che sembrano corrispondere alle 
granulazioni polmonari, sì ben descritte da Bayle (1) 
sotto il rapporto della loro forma esterna, che 



(1) Recberclies sur la phtìhsie pulnionaire. Paris 1801. 






215 
Leannec (1) in questi ultimi tempi ritenne come il pri- 
mo grado dei tubercoli.Opinione alla quale incliniamo, 
quantunque ne dissentono due grandi scrittori mo- 
derni di anatomia patologica Andrai e Cruveilhier. 
Le puerpere veggonsi sommamente predisposte 
al morbo miliare, e la così detta febbre puerperale 
non essendo una malattia sui generis, od una reale 
peritonitide, devesi ritenere identica colla febbre mi- 
liare. Nella febbre puerperale si affaciano nel primo 
periodo i fenomeni d' irritazione e di flogosi; nel 
secondo quelli di sconcerto nervoso, vale a dire so- 
pore, delirio, meteorismo, decubito supino, sussulto 
di tendini, lingua tremula ec.;apparisce in fine il segno 
caratteristico alla cute, cioè l'efflorescenza miliare, che 
rare volte manca, senza escludere la malattia, la qual 
cosa avviene anche al vaiuolo, al morbillo, alla pe- 
tecchia ec. presentando talvolta codesti morbi erut- 
tivi tutto l'apparato sintomatico, che gli è proprio, 
meno l'eruzione. Possono le puerpere andare soggette 
ad ogni sorta di malattia, ma non ogni male costitui- 
sce la vera febbre puerperale, ossia miliare. La sola 
che merita di essere distinta con questo nome è quella 
che ha particolari e gravi sintomi, già in parte accen- 
nati, e sì ben descritta da Strother, Leake, Borsieri, 
Ottaviani ec. Alcuni pratici cercarono di rintracciare 
le cause, che predispongono le puerpere a risentire 
con tanta facilità il pernicioso influsso del virus mi- 
liare. Taluno ha dato molto peso ai travagli del parto: 
il sullodato Borsieri riconobbe esser questa una causa 
remota, non sempre necessaria per contrarre co tal 



(1) Trallato dell'ascoltazione mediata dalle malattie dei polmoni 
e del cuore. Voi. 2 cap. I pag. 152, Trad. Livorno 1834. 



216 

febbre. Cullen ne addebita le smodate perdite di 
sangue, per cui crede che le puerpere siano per tal 
motivo più soggette di ogni altro individuo alla eru- 
zione miliare. La soppressione de'lochi, la retroces- 
sione del latte furono giustamente annoverate fra le 
eause occasionali delia malattia. 

Quando la miliare si associa alla febbre gastrica, 
è caratterizzata questa dai fenomeni, che la distin- 
guono. Non ci occuperemo delia miliare chiamata 
cronica da alcuni scrittori (I), efflorescenza cutanea fa- 
cile ad osservarsi negl'individui, presi da diatesi scor- 
butica, o affetti da altre inveterate discrasie, non es- 
sendo che una semplice eruzione miliariforme , di 
cui si è lungamente discusso, ed anche dimostrato 
di non avere essa altro in comune coll'esantema mi- 
liare, che alcuni caratteri apparentemente somiglianti 
nella pustulazione (2). 



(1) Intorno alla miliare osservata in Cotignola negli anni 
1853 — 54 — 55. Bull, delle scienze mediche dì Bologna. OUobre 1856. 

Lettera intorno al morbo miliare cronico, Finali, Giornale Ve- 
neto di scieiize mediche. Scr. II. Tom. 3. 

(2) Le citate memorie, su questo stesso argomento, parlano di 
miliare cronica, come di fatto inconcusso, e sanzionato da cliniche 

osservazioni. Esaminando però bene la materia veggo nella prima 
memoria una sola storia di malattia lunga, ed irregolare in tutto 
il suo corso, accaduta in soggetto preso da labe scorbutica , 
che si volle chiamare miliare cronica, perchè presentava al- 
cuni caratteri precursori del morbo miliare: ma 1' esantema non 
comparve giammai alla cute. Questo fatto isolato, e sì dubbio, non 
sembra che possa avere tanta forza in medicina per stabilire un 
principio. Confesso di non avere avuto sott' occhio 1' altro opu- 
scolo , per esternarne un giudizio: rilevo però in una nota inserita 
nel citato primo lavoro , che 1' autore non ha distinta la miliare 
dalla porpora: malattie cutanee per indole, carattere, ed andamento 
fra loro difierentissime, per cui pott facilmente esser tratto in er- 
rore. La miliare l'abbiamo veduta procedere irregolare , bizzarra. 



217 

Le cause remote, che predispongono Torgauismo 
a risentire 1' azione del contagio miliare , sono un 
vitto pravo, la bevanda acquosa scarsa ed impura, 
l'aria umida e malsana , la traspirazione cutanea 
negletta, le smodate perdite sanguigne, la soppres- 
sione di alcune critiche esacuazioni,i patemi di animo, 
le veglie protratte, la vita oziosa ed inerte, la mi- 
seria, l'eccessiva fatica, la costituzione delicata e 
debole, l'età giovanile, il temperamento sanguigno. 
Le donne veggonsi piiì soggette degli uomini a questo 
esantema, in specie durante l'epoca del puerperio, 
dopo la violenta estrazione della placenta, le metror- 
ragie, la soppressione de'lochi, la retrocessione del 
latte. Sogliono precedere l'epidemia miliare i venti 
australi, continuati ed irregolari, le inondazioni, la 
costituzione atmosferica. Le stagioni più favorevoli 
alla sua manifestazione sono 1' estate e l' autunno ; 
anche il clima può molto influire, senza però scen- 
dere all'opinione di Rayer, il quale crede che la ma- 
lattia non si mostri, che fra il grado quarantesimo 
terzo, ed il cinquantesimo nono di latitudine boreale. 
Né si debbono trasandare le condizioni locali, cioè 
il terreno uliginoso, il suolo basso e paludoso che 
racchiude molte sostanze organiche in avanzata de- 
composizione. 



tanlo febbrile, che apiretica, mostrarsi a riprese, avere spesso delle 
recrudescenze , e talvolta assalire lo stesso soggetto , dopo breve 
intervallo. Per questo suo modo particolare di manifestarsi 
ha potuto imporre ai sullodati clinici, col dar campo a stabi- 
lire una miliare cronica, ciò ch'è proprio della miliariforme, come 
sopra si è esposto. Aggiungo inoltre che non avendo io osservata 
finora la malattia sopra una estesissima scala^ sarò sempre pronto 
a ricredermi, quante volte mi accadesse di vedere nel pratico eser- 
cizio il contrario di quanto esposi, oppure mi si presentassero dai 
colleghi tali fatti , registrati senza prevenzione, per non più du- 
bitarne: il vero è il fatto. 



218 

CAPITOLO VI. 

Esame particolare di alcuni segni 
pronostici della miliare. 

Non vi ha forse malattia, anche per sentimento 
di espertissimi pratici, più difficile a presagirne l'esito, 
qiianto questa che attualmente ci occupa. La sua 
indole versatile fece dire al sommo Borsieri : Ego 
equidem non novi for tasse morbiim isto fallaciorem » 
ac magis infidum: in seguito aggiunge, che non vi- 
desi mai tanto agitato ed incerto, che quando do- 
veva combatterla. Ciascun medico nel proprio eser- 
cizio ha dovuto sperimentare con quanta verità il 
clinico italiano esponeva i timori e la incertezza , 
rapporto all'esito di un morbo sì ingannevole , da 
dubitare fortemente del suo carattere, anche quando 
apparisce sotto un aspetto blandissimo. 

Della miliare mite, allorché percorre regolarmente 
i propri stadi, ed è prudentemente curata, il termine 
è d'ordinario favorevole. L'esantema sia grave, lar- 
vato, complicato, offre sempre i più grandi pericoli. 
I criteri, che possono servire di norma per la pro- 
gnosi, sono la forma morbosa, la costituzione fisica 
del malato, il genio della regnante epidemia. L'in- 
tiera forma morbosa è costituita dal complesso dei 
sintomi, tanto caratteristici della malattia, che ac- 
cidentali: quanto più essi sono violenti, e più per- 
tinaci , quanto più di un viscere è profondamente 
affetto, e più nobile, tanto maggiori sono i pericoli 
che includono : quindi se il principio contagioso as- 



219 

sale il sistema cerebrale , o plessi nervosi , da cui 
partono la cefalalgia, il delirio, la convulsione, la 
veglia, il sussulto di tendini, più temibile è il male, 
che se ingombrasse le prime vie , annuciato dalla 
nausea, dal vomito ; quasi sempre mortale se offende 
i visceri del petto , eccettuato il caso , in cui ef- 
fettuasi una sollecita e copiosa eruzione , che non 
solo allevia, ma libera ben anche dal fomite le parti 
interne, che n'erano assalite. 

Non somministra alcuno indizio per una giusta 
prognosi la precoce, o ritardata apparescenza del- 
l'eruzione. Si può generalmente asserire che la celere 
comparsa è di peggiore annunzio della serotina, o 
protrae molto a lungo il corso della malattia, senza 
però seguire gli opinamenti di coloro, che ritengono 
sicura la guaiigione , allorché tardi si dichiara , in 
specie se questo ultimo periodo si estende alla se- 
conda, terza settimana. L'abbiamo osservata mo- 
strarsi non di rado ben tardi nella miliare gravissima 
e letale, come all'opposto apparire sollecita nella 
miliare mite, e di esito fortunato. Il rapido corso 
degli stadi, fino a quello d'incremento specifico, e 
questo poscia protratto più del consueto, con febbre 
continua, versipelle, pletora parziale, sfinimento di 
forze, convulsione, delirio, lipotimie, annunziano gra- 
vissimo pericolo. 

Più che la copia, la prava indole del principio 
riproduttivo, accresce i pericoli dell'esantema. I fatti 
hanno mostrato che una piena e completa efflore- 
scenza , purché la quantità del virus non sorpassi 
la capacità della periferia cutanea, e vi si mantenga 
costante in tutto il tempo della malattia , include 



220 
minori pericoli dell'eruzione parziale ed interrotta, 
che a stento la natura connpie, dietro ripetuti conati. 
Però la copiosa e piena eruzione se non jilievia i 
sintomi, cioè se i polsi non divengono molli ed am- 
pli, se non cede lo stato convulsivo, non diminuisce 
la febbre, le pustule non appariscono della grandezza 
ordinaria, esiziale è per lo piiì l'esantema. 

Non si è trascurato dai medici il colore delle 
papule, per meglio basare il pronostico della miliare. 
Taluni reputano l'eruzione rossa di miglior annunzio 
della bianca, o cristallina: altri credono quest'ultima 
di minore pericolo. Senza dubbio le papule, o mac- 
chie rosseggianti, annunziano maggiori speranze, t:mto 
più se florida si mantiene la frapposta circonferenza 
della pelle da esse non occupata. Per lo contrario 
allorché divengono pallide, livescenti le areole, ede- 
matoso e subcinereo l'aspetto della frapposta cute, 
le pustule appassite, coUapse, pi'ive alla base di areola 
infiammatoria, la perdita del malato sembra irrepa- 
rabile. Il colore delle macchie, o papule, è da aversi 
in somma considerazione, giacché una lunga espe- 
rienza, avvalorata dal consenso universale, ha dimo- 
strato che un aspetto animato dell'eruzione, anche 
nei casi gravissimi, indica minore pericolo j all'op- 
posto il colore delle areole pallido , nerastro , con 
gU altri sintomi miti, se il fine della malattia non 
si mostra assolutamente infausto, non mancano per 
lo meno morbi di successione. 

L'istantanea retrocessione, e l'abbassamento re- 
pentino delle pustule nel colmo della eruzione, sono 
fenomeni di pessimo indizio; né vi ha esantema tanto 
facile alla retropulsione, quanto il miliare. Si affac- 



221 

ciano immediatamente gravissimi sintomi , relativi 
alle parti interne offese , che minacciano da vicino 
la vita, se con forza di reazione organico-vitale non 
venga dalla macchina eliminata la niateria morbifìca 
retropulsa per mezzo di un qualche emuntorio, cioè 
orine copiose e torbide, deiezioni ventrali , sudore 
critico. 

Il morale abbattimento, in cui cade facilmente 
l'infermo, o il solo timore che gl'incute il morbo, 
è talora sufficiente a muovere il delirio e la con- 
vulsione , che uccidono in breve tempo. Non mai 
dimenticherò l'effetto terribile dello spavento , che 
fu fatale ad una giovane puerpera in line di febbre 
miliare. Trovandosi costei nel decimosettimo giorno 
della malattia, che aveva percorso con regolarità i 
suoi stadi, toccando già l'eruzione il disseccamento 
e la desquamazione, il polso di poco si allontanava 
dal suo stato naturale, così le altre funzioni, poteva 
considerarsi in ultima analisi la malata in fine di 
male; quando ad un tratto, in mezzo ad un impe- 
tuoso uragano, cadde un fulmine in luogo vicinissimo 
all'abitazione dell'inferma, ch'essa immaginò scoppiato 
nella propria camera. Fu tale in lei il terrore, per 
cui si accese di nuovo la febbre, sorsero il delirio, 
la convulsione, il sussulto di tendini, seguirono fre- 
quenti lipotimie, il polso divenne piccolo, ineguale, 
intermittente: la malata nel vigesimo secondo giorno, 
ossia quinto dopo il disgrazialo avvenimento, cessò 
di vivere. 

11 sudore, sintoma capitale e diagnostico dell'esan- 
tema, quanto più è profuso a malattia incipiente, con 
polso sommamente contratto, tanto più è da temersi; 



222 

se poi cessa uU'appariie dell'eruzione, lasciando la 
cute arida, secca, urente, maggiore è il pericolo. Un 
moderato sudore prima dell'eruzione, che prosegue 
anche dopo, continuato, eguale, caldo, generale, con 
polso molle ed espanso fa presagire favorevolmente 
della malattia. Né disprezzabili, come taluni credono, 
sono i segni pronostici, che traggonsi dalle orine, 
senza però adottare la massima di alcuni antichi 
medici, che ne portarono l'esame fino alla dialettica 
sottigliezza. 

11 cambiamento istantaneo dal colore cedrino , 
ad un'orina pallida ed acquosa , è di cattivo pre- 
ludio ; l'aspetto costantemente limpido e chiaro di 
questo umore escrementizio , anche dopo accaduta 
l'eruzione , fa temere una metastasi pericolosa. Le 
orine copiose, ipostatiche, continuate per alcuni giorni 
possono ritenersi come critica evacuazione. 

Non minore studio si pose nell'osservare le qua- 
lità dei polsi nella miliare. Si è rimarcato che un 
polso molto contratto, quanto più è debole ed in- 
eguale, oppure intermittente, tanto piiì annunzia gravi 
pericoli. Secondo Allioni, se il polso dopo l'eruzione 
si mostra contratto, celere, teso, non tarda molto 
ad apparire la convulsione, che porta gravi rischi. 
In generale il polso debole, piccolo, contratto, ce- 
lere, è di pessimo indizio ; all'opposto s'è vigoroso, 
pieno, espanso, molle, sviluppato, fa sperare bene 
dell'esito. Così un moderato flusso di ventre di ma- 
terie concotte giova nella miliare, specialmente s'è 
complicata a colluvie gastrica, o biliosa: a reprimere 
imprudentemente questo benefico moto della natura, 
aggravasi la malattia. Le deiezioni alvine miste a 



223 

sangue sciolto, fanno disperare affatto della guari- 
gione, secondo Gastellier. Non meno dannosa è la 
diarrea colliquativa , che si oppone all'eruzione , o 
abbassa le pustule prima che compiano l'ordinaria 
carriera. Le puerpere ne risentono a preferenza i 
tristi effetti con la totale soppressione dei lochi. 
L'epistassi è stata osservata salutare da Vogel, de 
Agostini, Baraldi,col vincere la congestione cerebrale, 
diminuire la febbre, in fine coH'ammansire i gravis- 
simi sintomi, che corteggiano la miliare. Se poi l'emor- 
ragia parte dall'atonia di tutto il sistema, da sangue 
sciolto e povero di fibrina, polsi depressi, poco ca- 
lore, pochissima reazione vascolare, è allora di cat- 
tivo presagio. 

Non basta di avere esaminato particolarmente 
il valore di alcuni sintomi prevalenti della malattia, 
per formarne una retta e giusta prognosi. Onde es- 
sere meno illuso da questo morbo proteiforme, è ne- 
cessario indagarne la natura, l'indole, le tendenze , 
studiarne complessivamente i fenomeni, che lo ca- 
ratterizzano, e le morbose complicazioni, ossia at- 
tendere alla intiera forma patologica. I segni collet- 
tivi, che fanno sperare bene, sono la febbre mode- 
rata dal principio sino al termine dell'esantema, la 
respirazione facile, le forze non abbattute, le secre- 
zioni ed escrezioni libere, non eccessive, ma blando, 
che non debihtano , ma alleviano , il polso molle, 
spazioso, eguale, l'eruzione accompagnata da sudore 
moderato, continuato, generale, le orine proporzionate 
alla bevanda con sedimento: il dolore di capo, l'an- 
sietà, l'oppressione ai precordi, la sete, sintomi con- 
comitanti, non molto intensi, nò pertinaci, i nervi 



224 

nello stato di calma, la mente seiena, il sonno che 
ristora. 

La sindrome morbosa che annuncia il massimo 
pericolo, si appalesa con febbre vigorosa, ardente, 
respirazione lesa , o invece somma prostrazione di 
forze, grande oppressione allo scrobicolo del cuore, 
lipotimie, erazione parziale, interrotta di papale pic- 
cole, minute, cristalline, orina tenue, pallida, veglia 
l^rotratta, o sonno letargico, sussulto di tendini, de- 
lirio, convulsione, lingua rossa, arida, tremula, su- 
dore profuso, freddo, prematuro, dolore puntorio in- 
tercostale, tosse secca, frequente, molesta, polso pic- 
colo, ineguale, contratto , intermittente , vomito di 
materie crude, eruginose; cute arida con calore mor- 
dace, ventre inarcato, teso, indolente, timpanitico, 
abbattimento di spirito, singhiozzo. Non è necessario 
pertanto il complesso di tutti gl'enunciati sintomi, 
per rendere pericoloso, o letale la miliare, bastano 
alcuni di essi per giudicarne ordinariamente infausto 
il fine. . 

La costituzione fisica del malato è l'altro crite- 
rio, su cui basa il pronostico della maiattia. Un in- 
divìduo sano, e robusto naturalmente può resistere 
all'impeto del morbo , pili che un'altro delicato e 
malsano, che con facilità vi soccombe. Però è da 
rimarcarsi che la così detta forza di resistenza vi- 
tale, non si argomenta sempre a rigore dallo svi- 
luppo del sistema musculare , essa è assai meglio 
rappresentata dall'attività del sistema nervoso; atti- 
vità ch'è bene spesso in ragione inversa dell'appa- 
rente energia del sistema locomotore. 



< 



225 

11 genio della regnante epidemia somministra al 
medico clinico non poca luce per una giusta pro- 
gnosi. Vi sono delle costituzioni epidemiche , nelle 
quali le malattie popolari spiegano tanta ferocia , 
che uccidono irreparabilmente in breve tempo, qua- 
lunque sia il trattamento curativo: mentre altre fiate, 
sotto condizioni atmosferiche diverse, lo stesso morbo 
mostrasi meno micidiale. Le malattie epidemico- 
contagiose non sono sempre attaccale alla stessa dia- 
tesi; se regna la costituzione infiammatoria, iperste- 
nico è il processo diatesico delle medesime : se la 
costituzione è nervosa, dissolutiva apparisce la dia- 
tesi, per cui sovrastano allora maggiori pericoli. 

CAPITOLO VIL 

Cura della miliare. 

Il trattamento curativo seguì le vicissitudini delle 
teoriche pei seguaci di esclusive dottrine. Lo studio 
delle diatesi fu ad essi di guida indistintamente per 
la cura nelle costituzioni epidemiche di morbo mi- 
liare, senza dare alcun peso al processo locale pa- 
tologico, ai temperamenti, ed idiosincrasie diverse, 
età, complicazioni morbose, stadio della malattia, e 
non poche altre particolari evenienze , che spesso 
obbligano il medico, non lìgio a sistemi, di modi- 
ficare non solo il metodo curativo, ma seguire ben 
anche un opposto sentiero. Perla facilità che hanno 
gli uomini di correre agl'estremi, si passò dai ri- 
medi stimolanti, incendiari, ad un sistema di cura 
affatto contrario. Videsi trattata la miliare in questi 
G.A.T.CXLIV. 15 



226 
ultimi tempi dai seguaci della dottrina del contro- 
stimolo, con attivo, pronto, ed energico metodo an- 
tiflogistico. Pratica che unicamente può convenire 
a profonde e genuine infiammazioni viscerali, ma- 
lintesa pertanto per un morbo esantematico, qual'è 
il miliare, che spesso prende l'aspetto tifoideo, do- 
vendo rispettare in esso un grado di reazione, pur 
troppo necessario, affinchè Tesantema compia rego- 
larmente i suoi stadi, e non si aggravi il fondo della 
malattia. 1 primi giudicarono ipostenica sempre la 
diatesi del tifo miliare: questi ultimi la vollero co- 
stantemente d'indole inflammatoria, perciò domabile 
soltanto con rimedi antiflogistici , deprimenti. In 
mezzo a vortici sistematici, in cui si è cercato da 
alcune menti preoccupate involgere la medicina , 
adescando i meno cauti con una facile terapia, non 
mancarono poderosi ingegni, che ne riprovarono so- 
lennemente i principia Guidati da'più sodi argomenti, 
avvalorati dalla sana esperienza, dimostrarono la fal- 
lacia delle scolastiche e speculative dottrine in me- 
dicina, insegnando fin dove è lecito ragionare al letto 
degl' infermi senza nuocere , fin dove è possibile 
sottomettere ad una savia induzione i fenomeni e 
le cagioni delle malattie, le indicazioni curative, e 
l'uso dei rimedi. Si convenne che lo è solamente , 
dietro la scorta di una sobria patologia. Queste ul- 
time parole, che racchiudono precetti di medica filo- 
sofia, appartengono al dottissimo Tornassini (1), seb- 
bene dal medesimo non sempre accuratamente os- 



(1 Raccolta completa delle opere mediche del Pro(. Tornassini 
a. discorso preliminare Bologna, 1833. 



227 

servati: provano però ad evidenza che alcune grandi 
verità pratiche si fauno sentire anche da colow , 
che veggonsi affiiscinati da sistemi, e che cercano 
una celebrità investigando astratte e nuove dottrine. 
Le malattie acute, che partono da fomite con- 
tagioso, come appunto è la miliare, offrono al me- 
dico clinico, sotto l'aspetto terapeutico, due distinti 
periodi. Il primo chiamato d'invasione, rappreseti tato 
da fenoFneni semplicemente irritativi, solo osserva- 
bile, quando la miliare regna epidemicamente, che 
sfugge con facilità ad ogni indagine, se si presenta 
sporadica. È questa l'epoca, in cui può essere tron- 
cato il corso alla malattia, con eliminare il germe 
contagioso, prima della sua riproduzione, con adat- 
tata terapia. L'illustre G. P. Fràhk, come viene ri- 
ferito da Brera (1) , praticando la medicina nella 
città di Bruchsal in tempo di epidemia petecchiale, 
dopo di avere per il seguito di alcuni giorni visitato 
numerosi infermi, venne una sera assalito da straor- 
dinaria debolezza, da malinconia, da veglia, da fre- 
quenti conati al vomito, da tremore agli arti, e da 
sommo dolor di testa, per cui ragionevolmente giu- 
dicò di avere contratto il predominante contagio. 
Postosi quindi ben coperto in letto, bevve in poche 
riprese una intiera bottiglia di scelto vino di Bor- 
gogna, bentosto si addormentò, e non si risvegliò 
che sul fare del giorno sussequente, tutto inondato 
di copioso sudore, e talmente ristabilito nelle forze, 
che potè uscire di casa, e livedere i suoi infermi. 



(1) Sui eonlagi ^§. 252. 



228 

Quando vi è l'indicazione di eccitare il traspiro 
per allontanare la materia morbifica, prinna che spieghi 
la intera sua azione sulla fibra, la scelta dei rimedi 
diaforetici dovrà essere sempre corrispondente alle 
condizioni dinamiche. Se lo stomaco è il primo 
viscere assalito dal contagio , annunziato da nau- 
sea, o vomito, la sollecita e pronta am ministrazio-' 
ne dell'emetico potrà essere efficacissima ad es- 
pellere direttamente il principio contagioso. Nella 
peste di Alais, descritta da Gibert, gli emetici tron* 
cavano l'infezione. Hildebrand (1), dietro molte os- 
servazioni, assicura che un emetico ben indicato, ed 
amministrato in principio, imprime al tifo per tutto 
il rimanente del suo corso un carattere benigno , 
previene le anomalie , e dispone il corpo alle crisi 
le più favorevoli. Pratica convalidata dalle osserva- 
zioni di Pringle e Stoll. Poche risorse ha la medi- 
cina in questo periodo: allorché il contagio ha per- 
corse le vie della respirazione, sogliono consigliare 
i pratici l'inspirazione dei vapori acquosi, ma sembra 
un deboh'ssimo presidio. Se inosservato trascorre que- 
sto primo istante, oppure infruttuoso rimanga ogni 
tentativo praticato per estinguere la malattia nei 
suoi primordi, prosegue allora la miliare a percor- 
rere i suoi stadi, necessario ed inabbreviabile di- 
viene il suo corso. 

La cura di questo esantema presenta non poche 
difficoltà all'occhio stesso del clinico il piiì dotto 
ed esercitato. Essa differisce secondo i periodi del 



(1) Del tifo contagioso ec. nnova versione italiana <Jei dott. 
G, Allhiiminer, e G. Berti. Verona 1317. 



229 
morbo, e la diversa sua indole. La miliare mite sia 
apiretica, o semplice febbrile coi caratteri teste de- 
scritti, non ha bisogno di molti rimedi per cssei© 
condotta a buon fine. Per raggiungere lo scopo ba- 
stano le sole forze della natura, coadiuvata dal riposo^ 
dai diluenti, e da un esatto regime dietetico. 

La miliare grave caratterizzata da segni, che an- 
nunziano leso il sistema nervoso cerebro-spinale , 
costi tusce il vero tifo miliare, ed è la forma mor- 
bosa la più comune , che assume l'esantema. Non 
avendo una dialesi costante ed uniforme in tutt'i 
casi, e nelle varie costituzioni epidemiche, la diffe- 
renza dei temperamenti , il complesso più o meno 
esteso dei sintomi , che spiega il male , la inten- 
sità di essi, la qualità della febbre, e non poche 
altre particolari anomalie, che possono solo calcolarsi 
al letto dell'infermo, debbono rendere il medico cir- 
cospetto, per non abbracciare regole fisse ed esclu- 
sive nella cura del tifo miliare. Nelle indicazioni ge- 
nerali da seguire la febbre s'è moderata, non deve 
essere accresciuta, nò diminuita: quando vi è grande 
abbattimento di foi-ze, febbre languida, polso debole, 
poca reazione in tutto il sistema, fa d'uopo con pru- 
denza ricorrere a rimedi eccitanti. Le condizioni op- 
poste, cioè la febbre vigorosa con polso pieno, vi- 
brato, calore eccessivo, fisonomia animata, orgasmo 
ec. richieggono l'uso del metodo temperante. Si spe- 
rimentarono sempre nocivi i remedi cardiaci, gli ale*- 
sifarmaci: utili i blandi diaforetici, che mantengono 
libero il traspiro, e favoriscono l'eruzione. 

Da questi generali principi terapeutici , desunti 
dà una pratica ecclettica, è necessario per la cura 



230 
speciale della miliare grave, o tifo miliare, scendere 
all'amministrazione di quei particolari rimedi , che 
una lunga esperienza ha dimostrato profìcui, e ri- 
chiesti ben anche dalle varie indicazioni. Quindi se 
si tratta di apparecchio esantematico in un individuo 
di sana e robusta costituzione , in età florida , dì 
temperamento eccitabile , con febbre valida , polso 
duro, contratto, calore sensibilissimo alla cute, sub- 
delirio ec. purché non vi sia congestione, o infiam- 
mazione di visceri, né profuso sudore, si sperimen- 
tarono utili le fredde affusioni, praticate prima che 
accada l'eruzione, onde diminuire la forza riprodut- 
tiva del contagio , e scemare l'impeto di morbosa 
reazione organica. Gli antichi medici nelle febbri ar- 
dienti,. da essi chiamate maligne, solevano prescrivere 
l'uso delle acque freddissime ; metodo impiegato da 
Ippocrate in quella specie di febbre, cui dava il no- 
me di tifo. Raccomanda anche Celso questa pratica 
salutare, abbracciata in seguito dai più distinti cli- 
nici. Aezio scrisse sull'uso dell'acqua fredda nei tifi 
contagiosi, inculcando di non prescriverla sul prin- 
cipio, né sul declinare di tali malattie. Hahn, in oc- 
casione di tifo epidemico , ricorse con molto suc- 
cesso a questo semplicissimo rimedio: ad esso venne 
accordato il merito delle straordinarie guarigioni che 
si ottennero. Cirillo curava le febbri ardenti con- 
tagiose coll'uso generoso dell'acqua diacciata. Currie 
in Inghilterra, Giannini in Italia, ed i loro proseliti, 
si occuparono dei bagni freddi nella cura di alcuni 
morbi esantematici. Essi non ne limitarono però la 
pratica, come era necessario, al solo periodo d'in- 
vasione, ma vollero che se ne continuasse l'applica- 



231 

zlone, anche accaduta la completa eruzione, per tron- 
care il corso della malattia. 

1 pericoli che include questo metodo ardito di 
trattare bruscamente i morbi eruttivi febbrili, senza 
dare alcun peso alle interne metastasi che ordina- 
riamente ne avvengono , debbono persuadere ogni 
medico prudente ed espei'io, a non seguire per in- 
tero siffatte dottrine, la di cui applicazione nell'eser- 
cizio clinico espone a gravi cimenti la vita degl'in- 
fermi. La esperienza ha insegnato che le fredde af- 
fusioni, per quanto siano vantaggiose, ed indicate 
nell'avanzato periodo d'invasione , allorché il male 
presenta i già descritti caratteri , altrettanto sono 
nocive, e da bandirsi, determinato alla cute l'esan- 
tema. La temperatura del bsigno dovrà essere pro- 
porzionata alla costituzione del malato, alla sua sen- 
sibilità, ed alla violenza dei sintomi: d'ordinario la 
più bassa si è stabilita circa x8R. la massima x 18R. 
Non mancarono dei medici , che non ebbero diffi- 
coltà di ricorrere alle stesse frizioni di ghiaccio, in 
vece dei bagni freddi, come si è tentato in questi 
ultimi tempi con qualche successo nella epidemia 
miliare della Toscana. Metodo sperimentato utile da 
insigni pratici in altre malattie contagiose , stante 
che si è costantemente osservato, che sotto una bas- 
sissima temperatura ogni seminio contagioso piiò 
essere distrutto, prima che venga riprodotto per leg- 
gi organiche , o per lo meno attenuata ne rimane 
la potenza, per cui meno violento mostrasi il corso 
della malattia. Samoilowitz nella peste di Mosca si 
avvalse delle frizioni di ghiaccio, per vincere o mi- 
norare la ferocia del contagio pestilenziale , il piiì 



232 

terribile e micidiale che s'abbia la specie umana. 
Hildebrand nella opera classica sul tifo contagioso 
raccomanda ai pratici di ricorrere ai bagni freddi, 
o alle fregagioni di neve , appena che appariscono 
segni precursori della malattia, onde distruggere la 
materia contagiosa. Tanto le immersioni, che le fred- 
de affusioni, debbono essere praticate più volte nelle 
esacerba/ioni febbrili, tostochè gl'infermi si veggono 
molestati da intenso ardore e da grande ambascia. 
Saranno le medesime sempre controindicate, laddove 
la miliare grave trovasi associata a locale infiamma- 
zione, o tendenza a congestioni inflammatorie, nel 
puerperio, nelle macchine delicate e malsane, nel- 
l'età avanzata, nei temperamenti linfatici, quando 
la febbre è mite, con polso debole, minuto, frequente,, 
poco calore, prostrazione di forze. 

Non minori indagini i-ichiede il salasso nella cura 
della miliare, non essendo certamente in tutt'i casi 
indicato. Conviene ricorrere a questo valido pre- 
sidio dell'arte , quante volte la malattia si mostra 
con quell'apparato fenomenologico, che fa conoscere 
la prevalenza del processo irritativo-flogistico, an- 
nunziato da febbre vigorosa ed ardente, con polso 
grande, duro, vibrato, sete, fisonomia accesa, dolor 
di capo, affanno, oppressione ai precordi: se a questi 
sintomi vi si aggiungono la costituzione epidemica, 
con diatesi infiammatoria, l'età vegeta, iì tempera- 
mento pletorico, non devesi differire il salasso, prima 
dell'eruzione: ripeterlo anche, se costante persiste 
ta violenza dei morbosi fenomeni, che costituiscono 
la malattia. Né si creda che la flebotomia arresti 
lo sviluppo dell'esantema, giacche si è rimarcato che 



23H 

piuttosto la soprabbondanza del sangue forma un'o- 
stacolo aireruzione. La verità di questa asserzione 
viene confermata da non pochi esempi, e dalPau- 
torità di rispettabili clinici. Nell'epidemia miliare di 
Novara del 1755 fu tale la diatesi infiammatoria , 
come osservò de Agostini (1), che nessuno dei ma- 
lati scampava dalla ferocia del morbo , se non si 
apriva più volte la vena. Lo stesso Allioni consiglia 
il salasso nella miliare grave, e di ripeterlo, se la 
imponenza dei sintomi lo esige, sempre colla scorta 
dei polsi. 

Non v' ha dubbio, che molte debbono essere le 
cautele d'aversi nel prescrivere questo grande sus- 
sidio terapeutico, e non limitarsi alle sole apparenze 
sintomatiche: è mestieri altresì di non perdere di 
vista la natura esantematica del morbo, e la facilità 
che ha esso di assumere il carattere nervoso , per 
non eccedere nel metodo depletorio, utile d'altronde 
se moderatamente istituito dietro giuste indicazioni: 
dannoso, non che fatale all'opposto, quante volle la 
cura della miliare si volesse intieramente commet- 
tere ai ripetuti e larghi salassi. Havvi dei casi di 
miliare larvata, oppure complicata a gravissime e 
squisite infiammazioni organiche, in cui si rendono 
indispensabili le reiterate emissioni di sangue , per 
abbattere il processo flogistico, che minaccia di al- 
terare profondamente l'intima tessitura, e disorga- 
nizzare il viscere attaccato di flogosi. Nella febbre 
miliare associata a metritide, o peritonitide con sop- 



ii) Osservazioni medico-pratiche intorno alle febbri oiigliari. 
Novara 1755. 



234 
pressione di lochi, giovano le sottrazioni sanguigne 
generali e locali convenientemente praticate, in rap- 
porto cioè al grado della infiammazione e costitu- 
zione della malata, senza trasandare nel medesimo 
tempo l'uso degli altri rimedi antiflogistici. 

Si è sempre agitata grave questione fra i pratici, 
se l'emissione di sangue può aver luogo dopo ac- 
caduta l'eruzione, se sperimentansi costantemente i 
tristi effetti della retropulsione esantematica, quante 
volte viene praticata , ed in quali imperiose circo- 
stanze conviene ricorrervi, quantunque la cute tro- 
vasi coperta di numerose papule. La esperienza ha 
fatto conoscere, che non deve essere sempre escluso 
il salasso in tutt'i casi, anche nello stadio di com- 
pleta eruzione, né temere la retrocessione dell'esan- 
tema , quando la prescrizione del rimedio poggia 
sopra giuste indicazioni. In conferma di siffatto prin- 
cipio non mi sembra inopportuno ricordare una epi- 
demia di febbre petecchiale, che infestò la Lombar- 
dia nel 1587 descritta da Andrea Treviso; opera 
di cui Haller fece un sunto bastevole per ecci- 
tarne l'attenzione. Leggesi in essa che la fleboto- 
mia giovò perfino nel quindicesimo giorno: ricom- 
parvero anche allora le petecchie : osservazione 
assai interessante, con cui cootraddicevasi agli antichi, 
i quali credettero indispensabile il circoscrivere la 
suddetta operazione a certi giorni, e ad alcuni dati 
periodi nelle malattie eruttive. Malgrado questi fa- 
vorevoli successi richiede il salasso la massima cir- 
cospezione e prudenza per parte del medico ^ du- 
rante l'eruzione. Non dovrà prescriversi, se non quando 
una profonda infiammazione di qualche viscere si è 



235 
già associata alla miliare, sostenuta da febbre intensa, 
polso vigoroso, calore cutaneo eccessivo. Le sottra- 
zioni sanguigne locali si riconobbero non solo utili, 
ma divengono necessarie in queste emergenze, in cui 
bisogna usare del salasso generale con mano sospesa. 
Nella febbre puerperale con infian)mazione di utero, 
o dipendenze, diminuzione di lochi, riuscì profìcua 
l'applicazione di sanguisughe alle pudende , oppure 
alle vene emorroidali negl'individui soggetti perio- 
dicamente a questo flusso sanguigno, e da qualche 
tempo soppresso , in particolare se la congestione 
infiammatoria è a carico del sistema gastro-epatico, 
splenico. Se idiopaticamente attaccale si videro le 
meningi, o l'encefalo, continuato il delirio , non si 
astennero ì pratici di ricorrere all'applicazione della 
coppa magna all'occipite con scarificazioni. Rimedio 
utile nei primi periodi della malattia , infruttuoso 
allorché la congestione cerebrale è fatta. completa, 
per mancanza di reazione vascolare. Il sanguisugio 
alla regione temporale, o mastoidea, corrisponde alla 
stessa indicazione. 

Sebbene frequente osservasi nella miliare la con- 
dizione flogistica, che richiede apposito e circospetto 
trattamento curativo, pur non di rado in mezzo alla 
stessa epidemica costituzione infiammatoria accade 
di rimarcare sintomi nervosi in questo esantema, ed 
anche trasmigrazione di diatesi: allora la malattia 
esige una cura eccitante, proporzionata al grado di 
depressione delle forze vitali, all'apparato sintoma- 
tico, e periodo del morbo. I temperamenti linfatici, 
le macchine esauste da emorragie e da altre ecces- 
sive evacuazioni, da patemi di animo deprimenti ec. 



sono maggiormente esposte alla diatesi dissola-' 
tiva, distinta dallo stato adinamico, cioè febbre con 
polso debole, esile, poco calore, occhio languido, 
fisonomia abbattuta, lingua umida, ricoperta di muco 
biancastro, pochissima sete, eruzione miliare ritar- 
data, parziale, di minute papule, ed anomala. Quante 
volte apparisce questo complesso di sintomi, la cura 
deve essere del tutto opposta a quella della miliare, 
che presenta sintomi infiammatori, per cui le be- 
vande fredde, i bagni, il salasso, utilissimi rimedi 
allorché l'esantema è preceduto ed accompagnato 
da febbre vigorosa, con polso duro, vibrato, calore 
sensibile, sarebbero al certo perniciosi praticati in 
momenti, in cui la malattia offre delle condizioni 
ben diverse. Ogni qual volta che languida mostrasi 
la reazione del cuore e delle arterie, le forze de- 
presse, l'indicazione è di eccitare la fibra con pro- 
porzionati, stimoli a reagire in modo, che possa com- 
piersi il processo esantematico , col percorrere la 
miliare regolarmente i propri stadi. Incominciando 
dalla bevanda , deve essere calda, leggiermente 
eccitante: il malato resterà sufficientemente coperto, 
l'aria della camera di una media temperatura, l'estre- 
mità inferiori ben difese, e riscaldate dalle lane o 
fomentazioni. È efficace in questo periodo l'uso del- 
l'acetato ammoniacale diluto, come rimedio atto a 
disporre e portare alla cute il fomite miliare, col 
favorire l'eruzione. 

Se ad onta di sì semplice e blando metodo cu-) 
ralivo, qual si conviene a male incipiente, continuasse 
la fisica inerzia, la prostrazione delle forze, sempre 
più oscillante apparisse il sistema de'nervi, il polso 



237 

pìccolo, depresso, è indispensabile allora ricoireie 
a mezzi terapeutici piìi energici, e di sperimentata 
azione corroborante. La corteccia peruviana è senza 
dubbio in questi casi farmaco validissimo, ammi- 
nistrata in decozione satura, in estratto, o in pol- 
vere come praticarono Borsieri, Baraldi, Gastellier 
con favorevole successo: poicbè videro i citati scrit- 
tori sotto r uso di sì grande rimedio eiigersi le 
forze, rinvigoriti i polsi, promossa l'eruzione , con 
esito fortunato. Fummo noi stessi spettatori, sono 
ormai venti anni, dei buoni effetti della china in un 
caso straordinario di miliare. Trovandoci in quel- 
Tepoca sotto la direzione di espertissimo clinico, ci 
accadde di osservare il corso di una 'febbre miliare 
puerperalé, in una giovane primipera, di delicata co- 
stituzione con prevalente diatesi nervosa. L'eruzione 
apparve nel decimoquarto giorno della malattia, li- 
mitata al collo, al petto, di minutissime papule cri- 
stalline, massima depressione di forze , sussulto di 
tendini, polso esile, frequente, subdelirio. Nel deci- 
mosesto aggravarono i sintomi ad un grado, che s'in- 
cominciava a disperare della vita dell'inferma. In tale 
stato di cose, si passò immantinente all'amministra- 
zione dell'estratto di china e valeriana silvestre a 
dose generosa, per cui videsi il movimento vitale 
gradatamente aumentale, risorgere i polsi, estendersi 
l'eruzione alle braccia, al dorso, ai lombi, infine dopo 
lunga malattia si ottenne perfetta e completa gua- 
rigione. • ' 

Nel novero dei medicamenti raccomandati da 
esperti medici per la cura della miliare tifoidea, la 
canfora si tenne in conto di valido eccitante , da 



238 
prescriversi quando prevale lo stato adinamico, fre- 
quenti deliqui , convulsione , delirio , polso piccolo 
e debole, stentata e parziale eruzione. Hìldebrand 
la giudicò un eccellente rimedio nell'epoca ner- 
vosa del tifo ; in simili occorrenze si è sempre 
amministrata con qualche successo. Può unirsi alla 
china, alla valeriana per accrescerne l'azione, variane 
done le dosi, secondo l'idiosincrasia del malato, e la 
tolleranza dello stomaco. Agisce potentemente sui 
nervi, spiegando forza eccitante diffusiva, atta perciò 
a promuovere la diaforesi, mantenere alla cute l'eru- 
zione, accelerarla se tarda ad apparire: calma in 
fine alcuni sconcerti nervosi, alleviando i sintomi più 
gravi della malattia. Non si è trascurato in medicina, 
come rimedio stimolante, l'uso del vino generoso a 
dose tenuissima, se vi è atonia, per eccitare la fìbi-a 
a modorata reazione, ed aiutare la natura, che minac- 
cia di soccombere oppressa dalla potenza del morbo. 
Per accrescere l'energia vitale i medici nelle loro 
cliniche ricerche non si limitarono ai soli rimedi 
interni, riconobbero essi utili taluni presidi esterni, 
cioè i rubefacienti, i vescicatori, gli epispastici in ge- 
nere (non mai da applicarsi in principio di male) per 
sollecitare la ritardata ed imperfetta eruzione , o 
richiamare alla pelle l'esantema, se vi è stato de- 
viamento, quando vi è coma, letargo, affezione ca- 
tarrale, flusso di ventre, fenomeni patologici sostenuti 
il più delle volte da metastasi miliare, a carico di uno 
o più visceri, di cui .si osservano lese le funzioni. 
Secondo le dottrine che si professano, i vescicatori 
agiscono primieramente come forti stimolanti, pro- 
pagando dalle esterne alle interne parti dell'economia 



239 
animale un grado di eccitamento, proporzionato al 
particolar temperamento del malato, ed alla assorbita 
quantità del principio medicamentoso, ed è questa 
l'azione generale delle cantaridi. Segue il processo 
locale, effetto di azione topica, controirritante, di- 
retta a condurre, o richiamare all'esterno il principio 
esantematico , per cui viene scemato , o tolto del 
tutto in alcuni casi speciali quel complesso di sin- 
tomi, che costituiva una malattia interna. Dietro le 
accennate proprietà, desunte da dati scientifici, e 
da imparziali osservazioni, vedesi chiaro di quanta, 
utilità può essere l'uso di questo efficacissimo agente 
terapeutico nelle mani di prudente ed esperto clinico, 
tutte le volte che l'esantema si appalesa con grave 
prostrazione di forze, e languida eruzione cutanea. 
Un rimedio , di cui forse con troppa frequenza 
si avvalsero gli antichi medici, e che oggidì alcuni 
sistematici vorrebbero proscrivere dalla medicina, è 
l'oppio. Scrittori distinti non sono di comune accordo 
sulla pratica di questo medicamento nella miliare. 
Anioni, de Agostini lo credono non solo sospetto, 
ma dannoso. Non così opinarono Molinari e Bor- 
sieri, i quali non lo esclusero onninamente in tutte 
le eventualità dell'esantema. I primi che giudicarono 
la miliare associata sempre alla diatesi infiammatoria 
con proclività a congestioni, o flogosi viscenli, febbre 
vigorosa, polso pieno, duro, sviluppato ec, stimarono 
perniciosa l'amministrazione di tal farmaco. Quante 
volte la malattia è caratterizzata dagli esposti sin- 
tomi, controindicato certamente è l'oppio. De Ago- 
stini consiglia in vece l'emulsione di semi di papa- 
vero, allorché vi è bisogno di conciliare il sonno , 



240 

sedare lo spasmo, il delirio, la convulsione. Gli altri 
eitati scrittori all'opposto, appoggiati alle proprie os- 
servazioni, non disprezzarono l'uso degli oppiati nella 
stessa rniliare complicata alla pleuritide acutissima, 
od altre infiammazioni, amministi-ati dopo i ripetuti 
salassi e i diluenti, domata cioè la flogosi, perso- 
pire in parte l'accresciuta sensibilità , o vincere lo 
spasmo; epifenomeni sostenuti sovente dall'acre mi- 
liare che irrita i nervi, piìi che dal processo inflam- 
matorio. Hildebrand riguarda l'oppio nel tifo gene- 
ralmente nocivo: nei soli casi di delirio furioso, di 
dissenteria, di diarrea debilitante, lo crede indispen- 
sabile. Conviene astenersi di propinarlo nella miliare 
puerperale , per non sopprimere il flusso lochiale , 
essendo proprietà dell'accennato medicamento arre- 
stare qualunque evacuazione, meno la diaforesi. La 
convulsione che parte dallo stato adinamico, ed il 
singhiozzo per spasmodia, possano reclamare l'uso 
di qualche sedativo. 

Rimane a far cenno dei rimedi emeto-catartici. 
Abbiamo già altrove esposto che V emetico ammi- 
nistTato nel periodo d'invasione è valevole talora a 
troncare il corso della malattia, eliminando colle ma- 
terie del vomito il principio contagioso. Vi sarà tutta 
la indicazione di prescriverlo, se si manifesteranno 
segni di colluvie gastrica, che opprime lo stomaco: 
essendo l' emetico il rimedio il più conveniente e 
diretto, per vincere siffatta complicazione. Epicratica- 
mente amministrato» meglio corrisponde, ed è pjìi si- 
curo nei suoi effetti, di quel che sarebbe tragugiato in 
una sola dose. Il tartaro emetico,, a modo di tutte 
le altre preparazioni antimoniali , promuove spesso 



241 

profuso sudore , e serve a determinare l'eruzione. 
Se l'impurità è nelle seconde vie, l'alvo chiuso, o 
scarse le deiezioni, vedendo che le sole forze della 
natura non sono bastanti ad espellere le materie, 
che ristagnano negl'intestini, è mestieri ricorrere ai 
blandi lassativi. Sotto l'uso di essi apresi modera- 
tamente il ventre , vengono in tal modo eliminati 
quei materiali eterogenei ed irritanti, che fanno spes- 
so la miliare complicata: spontanea, facile allora ap- 
parisce r esantema. Gli oleosi debbono essere pre- 
scelti , perchè pienamente soddisfano alle richieste 
indicazioni. I preparati mercuriali non furono negletti, 
ed il protocloruro si preferì ad ogni altra prepara- 
zione, in particolare se apparvero indizi di vermi- 
nazione. I clislieri convengono in tutti gli stadi, uti- 
lissimi quando è accaduta l'efflorescenza, per evitare 
ogni altro medicamento, sospetto in questo periodo. 
Accaduto il disseccamento delle papule, non devesi 
ulteriormente differire qualche leggiero minorativo, 
ad oggetto di tenere lontani i morbi di successione, 
non difficile ad osservarsi, terminato il corso della 
miliare, massime se la convalescenza si mostra ir- 
regolare e protratta. 

Trattandosi della cura di un morbo versatile , 
con marcate tendenze ad associarsi a varie ed op- 
poste malattie, era ben difficile seguirlo in tutte le 
sue vicissitudini, senza timore di oltrepassare i con- 
tini di una succinta memoria: ed è perciò che ci sia- 
mo ristretti alla miliare pretta, semplice, e ad al- 
cune complicazioni più frequenti a rimarcarsi nel 
pratico esercizio. Nulla potendosi stabilire intorno al 
metodo curativo della compHcata ed anomala, men- 
G.A.T.CXLIV. 16 



242 

tre dovrà variare , o essere modificato, secondo la 
natura e l'indole del morbo, che si affaccia in com- 
plicazione, senza perdere di vista in pari tempo l'af- 
fezione esantematica, adottando una cura mista ra- 
zionale, conveniente sì all'una, che all'altra malattia, 
che nell'atto clinico il solo criterio medico potrà 
suggerire. 

Seguendo i sani precetti di medici esercitati, e 
distinti, un metodo innocuo di cura vale a dire i 
rimedi temperanti, i diluenti, il regime dietetico ben 
inteso, utile nei morbi acuti in genere, rendesi in- 
dispensabile nei mali esantematici, di cui spesso la 
natura sa trionfare , con l'aiuto di blandi sussidi : 
come all'opposto rimane il più delle volte attraver- 
sata nelle sue mire dalla intemperanza dei medica- 
menti. E necessario dunque investigare colla mag- 
giore accuratezza nel primo periodo del morbo mi- 
liare, s' è indicato il salasso , l'emetico , o qualche 
leggiero eccoprottico , per ricorrere prontamente a 
siffatti presidi dell'arte, e quindi affidare il resto della 
cura ai diluenti, ed alla forza medicatrice. Quante 
volte però nel corso dell'esantema insorgono dei gravi 
sintomi, o delle morbose complicazioni, che richieg- 
gono più energico trattamento, fa d'uopo allora av- 
valersi di tutti quei mezzi, di cui si è già abbastanza 
trattato, e che una lunga esperienza ha- sanzionati: 
mentre dall'analisi dei fatti, dal confronto delle os- 
servazioni, e dalle induzioni che ne derivano , trae 
la medicina i veri suoi fondamenti e le giuste in- 
dicazioni (1). 

(1) Il non aver fatto parola della parte profilattica nella cura 
dì un morbo contagioso, sembra aggiungere una non piccola lacuna, 



243 

a tante altre, di cui J^ piena forse questa monografia: giacché non 
posso ignorare che uno dei primi e grandi servigi, che la medi- 
cina può rendere alia società , si è di prevenire i mali, in specie 
contagiosi. E precetto del gran Boerahave: Morbos, ut in semine la- 
tentes, praecavere. Ma ho creduto potermi astenere di entrare in 
siffatta materia, senza commettere grave mancamento, per il riflesso 
.che il morbo miliare è soggetto alle leggi generali sanitarie, co- 
muni a tulli gli altri contagi , argomento trattalo eo" profe^fo in 
opere classiche di medica polizia, e pubblica igiene. Convieiij ag- 
giungere, che reso già il contagio miliare da secoli indigeno in Eu- 
ropa, non resta, nello, stato attuale della scienza, ai medici ed a chi 
presiede alla somma delle cose, che di essere ben guardinghi col cer- 
care di soffocarne i primi germi, che si sviluppano, distruggendo 
ogni centro d" infezione, con pronte ed energiche misure sanita- 
rie, relative all'isolamento- mentre se l'adagio divìde, et impera, è 
principio vero in politica, diviene l'ancora sacra in medicina, trat- 
Lindosi di malattie contagiose. 

Pio Belloni. 



244 



Esposizione dei drappi di lana e seta fatta in Boma 
nelle sale del Campidoglio dal giorno 15 aZ 25 
di settembre 1856. 



I 



1 municipio l'omano recavasi a pregio di porre a 
disposizione del ministero del commercio e lavori 
pubblici le vaste sale del palazzo senatorio al Cam- 
pidoglio, affincbè col dovuto splendore si effettuasse 
la esposizione dei panni di lana, delle sete grezze, 
e dei tessuti di seta nostrali , la quale ebbe luogo 
con pubblica soddisfazione e numeroso concorso dal 
giorno 15 al 25 del passato settembre. 

Il ministero anzidetto bone avvisando il gran- 
dissimo utile cbe ne ritrae lo stato quando siano in 
fiore le manifatture e quando gli altieri, che vi danno 
opera si tengono nelle continue emulazioni, reputò 
opportuno far collocare in vaj^a ordinanza nelle splen- 
dide sale enunciate quei tre diversi generi di mani- 
fatture. Quindi volle chiamare i più valenti periti a 
pronunciare il loro giudizio sulla qualità, perfezione 
e bellezza de'lavori ad effetto di rimunerare conde- 
gnamente quei fabbricatori che si erano più distinti: 
prudentissimo pensiero, poiché dal loro esempio sa- 
ranno mossi anche gli altri a segnalarsi nella nobile 
gara che si ammira in oggi fra i nostri prodotti con 
quelli stranieri. 

E qui giova osservare a lode del vero come i 
panni di lana, posti all'esposizione, hanno pienamente 
corrisposto alla pubblica espettazione , essendosene 
fatte encomio sì per la sottigliezza ed ugualissimo 



245 

filato, si per l'orditura de'tessuti pure ugualissimj, 
come per la vivacità de'colori e per la sicura loro 
durata; tal che da persone intelligenti si afferma che 
tali manifatture progrediscono nella loro fabbricazione 
ed offrono di giorno in giorno un apparecchio,secondo 
che chiede il gusto attuale e l'uso de'tempi. L'es- 
sersene poi accresciute molte fabbriche, mentre di- 
mostra che di questi drappi si aumenta il consumo, 
ci porge pure una prova non dubbia della loro per- 
fezione e bellezza. 

In secondo luogo facevano bella mostra di se nelle 
sale ridette ben quarantasette campioni di seta grezza, 
sebbene fosse questa la prima esposizione. È inutile 
qui richiamare alla memòria quanto la industria della 
seta sia stata coltivata nelle primarie città d'Italia, 
essendosene fatto onorevole menzione nel giornale 
di Roma degli 11 ottobre passato , dal quale ab- 
biamo tratto queste notizie. Né certo vi può essere 
industria che esiga opera maggiore d' uomini, e più 
maniere di lavori, quanto quella della coltivazione della 
seta. Prende essa principio dalla coltura de'mori gelsi, 
quindi passa all'educazione dei bachi, poscia viene 
all'attivazione delle filande; inflne siffatta industra si 
associa convenientemente all'agricoltura, gira pres- 
soché in tutte le case, e vi porta la ricchezza e la 
vita. 

Anche nello stato pontificio, come si è annu- 
ciato opportunamente nel ricordato giornale di Ro- 
ma, la industria della seta si è eslesa felicemente nella 
Marca e nella Romagna. Nei grandi mercati di Europa 
ha figurato da molto tempo tra le prime la seta di 
Fossombrone ; Osimo e Meldola non hanno ceduto a 



246 

nessuno nel paragone. Quindi la industria dilatandosi 
dalle Provincie superiori dello stato, si va propagando 
nelle contermini di Roma. Ed è a sperarsi che questa 
doviziosa industria rispondendo agVimpidsi del governoy 
ingrandisca le sue proporzioni, e possa un giorno ga- 
reggiare con quella del Piemonte e della Lombardia. 

Da ultimo si videro esposti i tessuti di seta, e 
vari drappi operati, de' quali si ammirò così l'ugua- 
glianza del lavoro come la bellezza del tessuto e la 
vivezza delle tinte, niente meno lodati di quei tes- 
suti fabbricati in Lione e in Torino; e giova spe- 
rare che i fabbricatori proseguendo con impegno e 
costanza in questo ramo d' industria che torna sì 
vantaggioso e onorevole allo stato, recheranno sem- 
pre pili a perfezione i loro lavori , e corrisponde- 
ranno in tal modo alla protezione pubblica ed efficace 
che il ministero del commercio loro accorda. 

Ora classificando i lavori, de' quali si è finora 
parlato, colla scala di merito determinata dal mini- 
stero del commercio e lavori pubblici secondo il giu- 
dizio imparziale pronunciato dai periti, sulle basi della 
notificazione del 21 agosto 1835; riporteremo a 
cagion di onore i nomi di quegli industrianti e fab- 
bricatori, a'quali vennero retribuiti premi ed elogi, 
tenendo l'ordine che segue. 

Drappi di lana. 

Si riportano i nomi dei fabbricatori, i quali in 
questo anno esposero i loro drappi alla pubblica vi- 
sta, e de'quali è dovere serbare grata memoria. So- 
no essi : 



247 

March. Gio: Batta Guglielmi. 

Michel Angelo Tavani. 

Ignazio Magliocchetti e Francesco De-Vecchis e 

compagni. 
Filippo Manservisi e compagni. 
Luigi Pasquini q. Giuseppe, e Giovanni. 
Maria Matteuzzi di Bologna. 
Domenico Zuccarelli di Spoleto. 
Fratelli Benucci di Perugia. 
Francesco Castagnucci, Giovanni Pomella. 
Francesco Lepidi e Sisto Di Stefano di Alatri. 
Alessandro Amandolini. 
Agostino Angelucci, Andrea Belardini. 
Filippo Giacobelli, Felice Biagio Mori 
Gio: Battista Tonnarelli ed Antonio Pettinelli di 

Matelica. 

Prima classe. 

Si è data la prima ed amplìssima lode al Gu- 
glielmi di Roma per un satin nero, un panno ama- 
rante, ed un paonazzo di molta bellezza e splendore. 
Lode eguale si è data al Manservisi per due satin: 
uno bleu nel dritto? e nero uel rovescio; l'altro tutto 
nero; e per due panni: il primo nero ed il secondo 
bianco, da superare per la sua qualità ed eccellenza 
ogni altro lavoro. 

Seconda classe. 

Si è fatto encomio del Zuccarelli di Spoleto per 
la bellezza di due pezze di panno : l'una bleu, l'al- 
tra bronzina. 



248 

Terza classe. 

Ha riportato elogio la Mattcuzzi di Bologna e il 
Zuccarelli: la prima per due panni neri, ed il secondo 
per due panni: Tono bleu e l'altro verde. 

Quarta classe. 

Ha meritato parimenti encomio il Manservisi per 
un tiberien misto rena d'oro, tessuto di finissima lana 
e di sorprendente lavoro, non che per altre due pezze 
di tiberien misto. Quindi furono reputati pur degni 
di lode quattro tiberien misti moda del Guglielmi, 
un panno rena d'oro della Matteuzzi, tre panni bleu 
verde e nero dello Zuccarelli , un panno nero del 
Magliocchetti , ed un panno nero ed un bleu del 
Bonucci. 

Finalmente furono pur lodati i fabbricatori di 
Àlatri e di Matelica por le loro manifatture di panni 
grevi e di forza ad uso de' manovali ed artieri. S 
ò poi in ispecial modo distinto il Manservisi per 
suoi quattro cachemir coloretti, fuori classe, tutti 
di bella lana, di buon tessuto e di eccellente colore 
tra i quali il solo quadrigliato fu giudicalo bastante 
a porlo in fama di valente fabbricatore. 

Campioni di seta grezza. 

Albano Marchese Luigi Colucci 

Amandola Saverio Sereni 

Ancona Daniele Berretta 



Ancona 

Ascoli 

Bologna 

Bologna 

Bologna 

Bologna 

Brisighella 

Caldai'ola 

Canierino 

Casolavalsenio 

Città di Castello 

Fano 

Fano 

Forlì 

Fossombrone 

Fossombrone 

Fossombrone 

Fossombrone 

Fossombrone 

Fossombrone 

Foligno 

Grottamare 

Imola 

Masaccio 

Meldola 

Meldola 

Osimo 

Osimo 

Osimo 

Osimo 

Perugia 

Pesaro 



249 

Vincenzo Morlacchi 

Silvestri e Tranquilli 

Ercole Calza 

Giulio Sabatini 

Giuseppe Oppi 

Ulisse Melloni 

Michele Lega 

Gaetano Mariotti 

Francesco Sarti 

Coniugi Tosi 

Giosuè Palazzeschi 

Coniugi Masetti 

Piale e Masetti 

Leopoldo Gregorini 

Aldegonda Mariani 

Corrado Hoz 

Giuseppe Oberolther 

Luigi conte Buffoni 

Mattia Ghetti 

Pasquale Bacchi 

Domenico Salari 
. Carlo Fenili 

Francesco Maria Massa 

Giovanni Manganelli 

Principe Doria 

Marianna Mazzi ved. Ricci 

Benedetto Lardinelh 

Fratelli Briganti 

Gaetano Mancini 

Pricipe Simonetti 

Luigi Baldini 

Domenico e Amato Giovannelli 



Pesaro 

Pesaro 

Pieve di Cento 

Rieti 

Rimini 

Ripi 

Roma 

Ronciglione 

Sanginesio 

Sassocorbaro 

Terni 

Veroli 



250 

Gaetano Venerandi 
Luigi Vallazzi 
Gesti e Rizzoli 
Orfanotrofio 
Luigi Cardini 
Giovanni Tracchia 
Egidio Raggi 
Maria Speranza 
Grifi e Mazzabuli 
Andrea Canti 
Maria Faraglia 
Domenico Brocchi 



Sebbene tutte le sete esposte siano state repu- 
putate pregevoli, nondimeno avendo superato ogni 
paragone quelle del Pardinelli e del principe Doria, 
così le due ripromesse medaglie in oro furono ag- 
giudicate: la prima al Lardinelli, l'altra al principe 
Doria. A ciascuno poi dei susseguenti espositori venne 
accordata una medaglia in argento di grande di- 
mensione per la bellezza e bontà de' loro campioni: 
e si riportano i loro nomi con quell' ordine stesso 
con cui vennero indicati nel Giornale Romano, e colla 
dichiarazione che tutti diedero prova non dubbia al- 
l'esperimento del pregio dei loro lavori. Sono essi 
alcuni dei soprannomati, cioè: Venerandi, Giovannelli, 
Fratelli Briganti, Bellini, Bacchi, Manganelli, Oppi, 
Coniugi Tosi, Colucci, Ved. Ricci, Fenili, Morlacchi, 
Baldini, Gregorini, Salari, Hoz, Coniugi Masetti, Man- 
cini, Lega, Palazzeschi, Silvestri e Tranquilli, e Ma- 
ria Faiaglia. 



251 

Alcuni altri poi dei sopraddetti, che si riportano 
qui appresso, ebbero già un vanto nelle grandi espo- 
sizioni all'estero , e venne loro accordato il terzo 
premio della medaglia in argento di seconda dimen- 
sione. Sono essi: Gesti e Rizzoli, Oberolther, Sereni, 
Ghetti, Melloni, Mariotti, Raggi, Maria Massa, conte 
Buffoni, Calza, Grifi e Mazzabuli, Canti, Cardini, Viali, 
Teresa Masetti, Sarti, Maria Speranza, Orfanotrofio 
di Rieti, Brocchi, Tracchia e Sabatini. 

Tessuti di seta 

Riportiamo con compiacenza i nomi di coloro che 
hanno esposto le loro manifatture, e sono: Giuseppe 
Arvolti , e Salvaggi e Romanini di Roma, la ditta 
Melloni di Bologna, Silvestro Vannucci e Francesco Sarti 
di Camerino, e Domenico Brocchi di Veroli. 

Fu però aggiudicata la medaglia ad Ulisse Melloni 
per la sua pezza lampas a tre colori, e per i suoi 
drappi, i quali per la vaghezza del lavoro e per l'ugua- 
glianza del tessuto possono paragonarsi a quelli di 
Lione e di Torino. 

Fu aggiudicato il secondo premio in una medaglia 
di argento di grande dimensione al Salvaggi ed al 
Romanini, non che all'Arvolti e alla ditta Melloni; 
al Selvaggi e Romanini per i bellissimi broccati in 
oro, i quali furono reputati del pregio medesimo di 
quelli dell'estero, ed hanno superalo le manifatture 
di tal genere che si offrivano un tempo alla classe 
agiata e doviziosa; all'Arvolti per le sue sciarpe dì 
bellissimi colori, ed in special modo per quella tes- 
suta in oro; quindi alla ditta Melloni, alla quale fu 



252 

data eziandio molta lode dai periti per una pezza di 
gros tessuta a quadri bianchi e cilestri , senza dir 
nulla del raso nero, e delle altre stoffe. 

Da ultimo venne accordato il terzo premio di una 
medaglia pure in argento di seconda dimensione al 
Brocchi per i suoi veli, lavoro pregevole e di diffi- 
cile esecuzione: non che al Vannucci ed al Sarti pei 
loro taffettani di più colori, reputati pur meritevoli 
di molta lode- 
fi qui vogliamo riferire non poche grazie al varie 
volte lodato ministero del commercio e lavori pub- 
blici, il quale ha saputo con grave senno e prudenza 
promuovere questo ramo di vita industriale, conce- 
dendo premi ed onori ai più benemeriti operatori , 
e ponendo così un acuto stimolo negli animi degli 
altri ad imitarne l'esempio col portare a perfezione 
i loro lavori; i quali quanto più si moltiplicheranno, 
tanto più grande sarà l'utilità che potrà ritrarne la 
classe volenterosamente laboriosa non solo, ma sì bene 
lo stato, che per via dell'industria e del commercio 
può risentire i vantaggi della vera e non effimera ric- 
chezza. 

P. BlOLCniN! 



253 



Dimostrazioni dei principii fondamentali della pato- 
logia e della terapia, di Francesco Ladelci dottore 
in medicina. Roma 1854. 

Medicina omeopatica domestica del' dott. C. Hering. 
Roma 1854. 

Patologia pratica, ovvero elementi di clinica omeo- 
patica, di Giuseppe Migneco. Roma 1855. 

Sulla medicina pratica discorsi di Giuseppe Migneco. 
Roma 1855. 



A> 



il veder qui annunziate tante scritture risguardanti 
la medicina dei sinnili, e fatte di pubblico diritto fra 
noi in breve intervallo di tempo, ognun si accorge 
come porgasi essa operosa, e in atto di battagliare 
con chiunque osasse recarle offesa, o attaccarvi bri- 
ghe : dal che noi vorremmo tenerci quanto più si 
possa lontani. Il mondo è ornai sazio di contese me- 
diche, e aspetta il giudizio definitivo del tempo, sag- 
giatore spertissimo in diseernere il vero dal falso. 
Perciò indossando la sua divisa, non sapremmo in- 
tanto lodare il contegno del Pradieri (1), che in una 
sua memoria ha ripicchiato or ora questo punto , 
del quale non è da sperare alcun sodo profitto alla 
medicina, né alcuna sincera conciliazione tra' medici. 
Ed infatti o vi dirigete ai curanti, ed è stoltezza il 
presumere che dopo aver disertato apertamente il 



(1) Stranezze ed assurdità della omeopatia. Bologna tipografìa 
dell'Ancora 1856. 



254 

campo della medicina universale vogliano ora can- 
tare la palinodia, e darsi convinti ; o volgete il di- 
scorso ai clienti, e questi o non vi ascoltano, o non 
v' intendono. L'umana gente quale difettosa di edu- 
cazione letteraria, quale aggravata dalle fatiche, e 
quale distemperata nei piaceri, è scarsa di savi par- 
titi, e non ha critica che basti a premunirsi dalle 
lusinghe dei larghi promettitori di guarigioni pronte, 
sicure e senza incomodi. E come poi maneggiar la 
polemica coi proseliti del riformatore alemanno ? 
Non par lecito usare lo scherno in dispute che rì- 
ferisconsi alla vita degli uomini ; e poi le sue pun- 
ture aspreggiando gli animi,li recano a incaponirsi piiì 
forte nel loro proponimento. Se invocate la solenne 
testimonianza dei secoli, vi rispondono che per l'arte 
salutare furono tutti favolosi , e mettono al niente 
tutto in un' ora le fatiche passate. Vi munite del- 
l'autorità de' grandi scrittori: e gli adepti all'omeo- 
patia, eredi della tracotanza del loro maestro, li con- 
dannano tutti allo stesso dispregio. Quei maravigliosi 
intelletti di Sydenam, di Boerhaave, di Van-Swieten, 
di De Haen, di Hoffman, di Stoll e mille altri di egual 
polso non sono eccettuati dalla taccia di aver edifi- 
cato un met'o nulla in tutte le sue parti, una com- 
passionevole illusione a bella posta intesa ad arrischiai^ 
la vita umana in mezzo a cieche incongrue cure (Hahn.). 
Vi provate a usare il ragionamento Intorno i prin- 
cipii generali della patologia: ed essi vi rompono le 
parole in bocca esclamando, che neWarte di guarire 
la ragione specidatrice non ha voto alcuno {id.) 

Rinunziando però al progetto di rinnovare le dis- 
pute intorno la dottrina di Hahnemann, non vorremo 



255 

privare affatto i nostri lettori di qualche notizia delle 
opere messe in fronte di questo articolo, come è ap- 
punto il debito dei giornali. E cominciando dalla prima, 
non sappiamo dissimular la sorpresa leggendone il ti- 
tolo: Dimostrazioni, cioè, dei principii fondamenlali 
della patologia e della terapia. Ed invero può egli darsi 
patologia in una scuola, il cui antesignano sostiene 
che ogni caso di malattia sol una volta avvenga, e che 
ogni infermo patisca singoiar malore (id. org. §.87), 
e che il medico non altro rileva in ogni malattia tranne 
le esterne mutazioni che riconosconsi pei sensi ? 

Tali principii tendono nullameno che a scardinare 
l'edifizio della medicina, e sono incompatibili affatto 
colla esistenza di una vera patologia. Questo voca- 
bolo suona scienza di comunanze e di differenze mor- 
bose, scienza della genesi, della natura, degli esiti 
delle malattie, scienza dei rapporti e delle succes- 
sioni delle medesime. Il patologo assume qual lemma, 
che la malattia sia costituita da una serie di cam- 
biamenti operanlisi nell'intimo dell'organismo; a que- 
sti ei rivolge la sua attenzione ; di questi ei procaccia 
di studiare le somiglianze e dissomiglianze, le cause 
e gli effetti, le origini e le terminazioni. La scienza 
non consiste nell'appuntare ogni varietà, ogni acci- 
dente dei fenomeni, ma nel considerarne i caratteri 
essenziali, senza i quali essi non potrebbero mani- 
festarsi. Chi non pesca mai nel fondo, chi delle ma- 
lattie non considera che la scorza, fermandosi alle 
esterne apparenze, chi nelle forme morbose che offre 
un individuo non legge e non si cura di leggere al- 
cun rapporto con quelle degli altri individui passati 
e presenti, non può aspirare al possesso di una pa- 



256 
tologia, se pria non confondansi i significati dei vo- 
caboli e l'arte scambisi colia scienza. Lo stesso di- 
cesi della terapia : se non vi sono comunanze di ma- 
lattie, se non si ammettono condizioni morbose da 
considerarsi in cumulo, come potrà egli parlarsi di 
indicazioni e contro indicazioni, di metodi curativi, 
di mezzi generali atti a favorire le tendenze della 
natura, ad espellere le materie morbose, e rimuovere 
gli ostacoli che vi si oppongono? Non vi è adunque 
patologia, non vi è terapia generale possibile nella 
medicina dei «simili, anzi non vi è possibilità nem- 
meno di nominare le malattie, come il maestro stesso 
dichiara, insegnando come ogni infermo patisce sin- 
goiar malore non suscettivo di ricever nome^ mai più 
comparso quale mostrasi in quel caso ecc: (id. §. 87). 
Noi non disputiamo qui del valore dell' omeopatia 
quale arte di curare, ma sosteniamo che questo si- 
stema, tal quale lo ha promulgato Hahnemann, ri- 
pugna con qualunque fondamento scientifico. E come 
dunque il signor Bering ha potuto darci una Medi- 
cina omeopatica, in cui parlasi di congestioni, di in- 
fiammazioni, di spasmodie, vocaboli tutti che accen- 
nano ad interni cambiamenti dell'organismo, noq a 
pure immagini hahnemaniane ? E come pure l'autore 
delle Dimostrazioni poteva offerirci un rendiconto di 
malattie indicate collo stesso nome di pleuritidi e 
pneumoniti, e curate spesso cogli stessi rimedi, quan- 
tunque in individui differenti per età, per sesso, per 
genere di vita, per stato anamnestico, per condizione? 
Od eran malattie simili, e vacilla il principio della 
singolarità : od eran diverse , e come vincersi con 
gli stessi rimedi ? 



257 

Ma più che il titolo in cui si parla di patologia 
e di terapia che non vi sono, e non si nomina la 
dottrina omeopatica che vi è, ne ha dato occasione 
di meraviglia la dedica dell'opera. Essa e diretta ai 
Sapientissimi preceltori quale attestato di quella pro- 
fonda stima e riconoscenza che per esso loro ha sem- 
pre nutrito. Un libro che da capo a fondo ripete , 
interpreta, parafrasa, adorna il pensiero del rifor- 
matore tedesco: cioè che la medicina è stata finora 
una favola^ si intitola a quelli medesimi che l'hanno 
insegnata all' autore e che continuavano a dettarle 
nel momento in cui le Dimostrazioni vedean la luce. 
Senza le vostre dottrine , egli dice , ninno giammai 
potrà certamente esser medico: e non pensa che nella 
seconda parte avrebbe accusati anche essi precettori 
del classico errore, che tutti gli autori di sistemi me- 
dici sonosi successivamente trasmesso come una mor- 
bosa eredità: e non riflette che avrebbe coronato il 
libro con una parenesi ai giovani medici di seguire 
la bandiera di Hahnemann, ossia disertare la scuola 
dei sapientissimi maestri che insegnano una patologiai 
una terapia, una materia medica, che trovasi fino ad 
Hahnemann così bambina come Ippocrate la lasciò. 
(P. 64.) 

Lungi da noi il sospetto che l'A. volesse usare 
una derisione verso gli antichi maestri, e siamo anzi 
di credere, che egli abbia inteso con dolci e cortesi 
parole indorar loro le pillole che Hahnemann volea 
far inghiottire a tutti i medici nella sua piena ama- 
rezza. Non sapremmo però mandarlo assolto dall'aver 
tradita la verità storica inabissando gli scrittori tutti 
di patologia, di terapia, di materia medica da Ip- 
G.A.T.GXLIV. 17 



258 
pocrate fino all'autore dell' Omeopatia. Le testimo- 
nianze in contrario sono troppo sfavillanti per non 
credere che quella proposizione uscì involontaria- 
mente di penna all' A. in un momento di bolloi* si- 
stematico. Svolgete,© cortesi lettori, le opere genuine 
ed anche le spurie d'Ippocrate, e diteci se all'infuori 
di alcune considerazioni sugli epidemici, e sui rap- 
porti delle malattie al sesso, all'età, alle stagioni, ai 
climi ; e tranne pure la dottrina della materia mor- 
bosa, della cozione, della crisi, e dei giorni critici, 
vi si trovi altro di patologia generale. Aprite ora di 
contro un corso anche elementare di questa scienza, 
quale insegnasi nelle università di tutti i paesi in- 
civiliti , e giudicate se essa sia rimasta così bam- 
bina da doverne reggere i passi con mani caritative, 
se piuttosto sianle già spuntati i denti della sa- 
pienza. Vi troverete le differenze essenziali delle ma- 
lattie, e i sommi generi delle medesime, il discorso 
dei morbi stromentali , e le leggi che governano i 
dinamici, i vizi diversi degli umori e la loro origine, 
la dottrina dei contagi, dei miasmi, dei veleni e pa- 
recchi altri argomenti non toccati dal vecchio di Coo. 
Se non che l'A confessa che le prime due di queste 
scienze non mancavano di generali principii ma questi 
non erano slati né dimostrati ne applicati al clinico 
esercizio. Pazienza. Ne si concedesse almeno che la 
materia medica dai greci in poi si è arricchita di 
molti medicamenti. Noi potremmo annoverare ben 
cento droghe ignote ad Ippocrate, alle quali non pre- 
concette teorìe ma genuine e ripetute osservazioni 
banno attribuite e confermate virtù medicinali. Usasi 
con profitto ogni giorno lo stramonio nell'eretismo 



259 

cerebrale, l'arnica e la noce vomica nelle paralisi, la 
valeriana e il sedum acre nelle convulsioni isteriche 
e nelle epilettiche, la pulsatilla e la bella donna nelle 
affezioni dolorose degli occhi, la digitale e il tasso 
baccato nelle palpitazioni, il lichene ed il fellandrio 
nel catarro polmonale, il colombio e il magistero di 
bismuto nella atonia o nella soverchia irritabilità dello 
stomaco, il rabarbaro e il calomelano nelle viziose 
secrezioni della bile , i marziali nell'ingrandimento 
della milza, l'aloe e la gomma gotta a stimolare la 
mucosa intestinale , l'uva orsina nel catarro della 
vescica, la canfora per sedare l'orgasmo dell'appa- 
rato genito-urinario, il coppaive ed il cubebe contro 
i flussi uretrali, la sabina e le secala a determinare 
le contrazioni dell'utero, i tamarindi a temperare le 
irritazioni delle mucose, e poi il colchico nella gotta, 
la coclearia nello scorbuto, la dulcamara nella scabbia, 
la bardana nel reumatismo, i preparati di ferro nella 
clorosi, il santonico e la corallina contro i lombrici, 
la corteccia della radice di granato e lo stagno contro 
la tenia. Or di questi (e ci siaai limitati ai più noti) 
rimedi non ebbe cognizione Ippocrate, come non potea 
averla di tutti gli altri derivatici dal nuovo mondo: 
cioè il guaiaco, la salsapariglia, la scialappa, la ca- 
scavilla, l'ipecacuana, la contraierva, la poligala, e la 
prodigiosa china: farmachi che adoperiamo continua- 
mente, e i cui benefìci effetti nelle speciali circostanze 
non sono più dubbiosi. Or venga l'A. che avendo in- 
segnato materia medica ha dovuto promulgar dalla 
cattedra questi fatti, e lacto pectore dichiari solen- 
nemente di essersi ingannato, e addenti la riputa- 
zione di tutti i medici che pubblicarono le guarigioni 



260 

ottenute con questi farmachi, nel modo della comun 
medicina, e derida la credulità di tutti gii altri, che 
accolsero quelle tradizioni, e concluda che da Ippo- 
crate fino ad Hahnemann non fu più sanata una ma- 
lattia con mezzi ignoti a quel sommo. Una favilla 
di critica basta a mostrare la temerità di tal sen- 
tenza e a chiarirne che se tali farmachi resisterono 
alle vicende dei sistemi, alle rivalità dei medici, alle 
vertigini della moda, dovevano avere operato guari- 
gioni numerose ed irrepugnabili. La verità storica è 
stata dunque bruttamente tradita dicendo che Hah- 
nemann trovava la materia medica così bambina come 
Jppocrale In lasciò. La prima parte dell'opera è in- 
lesa tutta a dimostrare, come ogni malattia che al 
medico si presenta deve essere da esso riguardata non 
solo come di specifica natura , ma ancora come in- 
dividuale e distinta perciò da ogni altra infermità. E 
qui o noi andiamo errati, o il discepolo non ha rap- 
presentato con rigorosa esattezza l'idea del maestro. 
Il vocabolo specifico viene da specie, e ognun sa che 
la specie comprende sotto di se molti individui. Dire 
adunque che ogni infermità è specifica ed individuale 
equivale a dire che sia al tempo istesso una e mul- 
tipla. Allorché noi diciamo cause specifiche, rimedio 
specifico, non intendiamo causa o rimedio atti a pro- 
durre o guarire la malattia di un individuo, ma una 
specie di malattia. Il miasma palustre è causa spe- 
cifica di quelle infermità che comprendiamo sotto 
la specie di febbri periodiche; lo zolfo non è rimedio 
alla scabbia di Tizio o all'erpete di Caio, ma è me- 
dicamento atto a combattere le specie morbose er- 
pete e scabbia. Che poi ogni umana infermità sia 



%1 

individuale e chi il niega? La pleuritide di Sempronio 
ella è deirindividiio Sempronio, e non di alcun altro 
individuo : la questione versa nel sapere se le pleu- 
ritidi dei diversi individui abbiano tanta somiglianza 
fra loro nei caratteri essenziali da costituire una specie: 
in modo che pronunziando il vocabolo pleuritide, non 
intendesi più la malattia di un individuo, ma una spe- 
cie di malattie simili. 

Il genuino concetto di Hahnemann si è che. ogni 
malattia risulti di un gruppo singoiar di fenomeni, 
non mai comparso nel regno delle esistenze, e che 
non comparirà più mai. E l'A. delle Dimostrazioni 
imprende a confortar questa tesi coi triti argomenti 
della pluralità delle cause morbifere e delle loro sva- 
riate combinazioni, come pure col noto fatto inse- 
gnato nelle scuole, che gli agenti esteriori o igienici 
o patogenici o terapeutici, oltre l'azion dinamica sul- 
l'universale, spiegano quasi tutti una predilezione per 
qualche tessuto, per qualche organo, per qualche ap- 
parato organico. Peraltro e la pluralità delle cause, 
e la facoltà elettiva degli agenti esterni non bastano 
a dimostrare la singolarità di ogni morbo. Moltiplici 
cagioni posson turbare gli umani affetti, e pure il 
catalogo delle passioni non si accresce ogni giorno, 
e non varia ; perocché i modi di perturbarsi dell'ani- 
mo sono determinati dalla natura morale dell'uomo, 
e non dal numero delle cause perturbatrici. Potran- 
no esservi complicanze, cioè più passioni riunite e 
talora insieme discordanti, ma si tratterà sempre di 
amore, di ambizione, di avarizia, di vendetta, e così 
di seguito. Per numerose cagioni si altera pure la 
sanità della mente: nò per questo gli alienisti haa 



262 

mai pensato a moltiplicare le vesanie in ragion delle 
origini : ma sono stati concordi nello stabilire un 
limitato numero di aberrazioni: e questi limiti gli sono 
imposti dalla natura intellettuale dell'uomo, la quale 
determina essa stessa i modi diversi del trasviare, 
e non ammette che si accrescano all'infinito. E così 
pure nell'ordine fisico quantunque siano le cause di 
turbamento, limitato è però il numero delle condizioni 
morbose , perchè limitati sono i modi di alterarsi 
del principio vitale, del chimismo organico e della 
grossa fabbrica del corpo. 

E come non vedere che abbracciato il principio 
delle singolarità morbose, non vi è più alcuna pos- 
sibilità di tradizione , non vi è più regola, non vi 
è più filo che ne guidi nella cognizione e nella cura 
delle malattie ? II medico allevato in questo sistema 
dee aspettarsi in ogni sua visita un male mai più 
comparso quale mostrasi in quel caso, in quella per-- 
sona , in mezzo a quelle circostanze , né tale da ri- 
comparire mai lo stesso (Hahn. §. 87). Ora in questa 
novità e oscurità o dirige il suo giudizio su casi con- 
simili, ed eccolo, suo mal grado, recato a formare 
le specie ; o è un esempio dissimile affatto da tutti 
gli altri, e sarà egli cèrto che frugando nella ma- 
teria medica pura troverà una copia conforme per 
applicarvi il rimedio ? E bene accadrà spesso che 
non la trovi, se come il fondatore lo assicura ogni me- 
dicamento pronuncia singolari effetti sid corporea alcuni 
sintomi sogliono i rimedi pili spesso provocare, ossia in 
più corpi, altri più di rado, ossia in piii pochi uomini; 
alcuni altri in pochissimi (id. §. 121). Indefinito sarà 
adunque il numero dei morbi artificiali , ossia dei 



263 

gruppi sintomatici suscitati dai medicamenti: e quan- 
do nel pelago di queste immagini avrete pescato quella 
che meglio si accomoda al caso attuale, rimanete 
anche incerti se il rimedio produrrà in quel corpo 
la stessa sindrome di fenomeni. 

Un altra incongruità, in cui ci sembra cadere l'A. 
nella seconda parte del libro, si è quella di voler di- 
mostrare il principio dei simili col precetto insegnato 
anche dagli antichi medici di applicare i rimedi gra- 
dualmente. E chi non vede quanto sia inopportuno 
l'argomento, e quanto i due principi! distin fra loro? 
Così nell'ordine fisico come nel morale ogni feno- 
meno ha i suoi periodi, e dee necessariamente per- 
correre alcuni stadi: volerlo troncare ricisamente, è 
contrario a natura. Se ad un uomo acceso di sde- 
gno occorri con beffe e con sghignazzate , tu non 
forai che rinfocolarvelo; se ad una madre che si strug- 
ge di dolore per la perdita di un figlio ti presenti 
danzando o col tripudio sul viso, ne addoppierai il 
cordoglio; al modo stesso che non potresti tuffare 
nell'acqua gelida uom cui si die una febbre gagliarda, 
ne trattar colla calda un assiderato. Nel primo caso 
dovrai permettere alla bile di svaporare un momento, 
e poi molcere l'animo con dolci modi e cortesi pa- 
role, e alla donna lasciare il benefico sfogo del pianto, 
entrare a parte del suo dolore, e poi lenirlo col bal- 
samo delle consolazioni morali, E così l'effervescenza 
del sangue, e l'intirizzimento delie membra correg^ 
gerai con acconcia applicazione di mezzi, che non 
subitamente ma a poco a poco riconducano il ca- 
lore animale alla sua giusta temperie. Or nulla vi è 
in tutto questo che favoreggi il concetto dei simili. 



264 

Non trattasi infatti di indirizzare all' irato acerbe pa^ 
role che lo facciano scoppiar di dispetto, né di ag^ 
giungere dolore a dolore nella contristata: nemmeno 
di elevare la temperatura del febbricitante, o di pre- 
parare una miscela frigorifica in cui immergere l'as- 
siderato, come pur converrebbe fare seguitando la 
dottrina di Habnemann: la cura è sibben di contrari, 
ma applicata con tal misura, che né il morale né il 
fisico abbiano a soffrirne. Così amministriamo be- 
vande rinfrescanti al febbricitante, ma di giusto ca- 
lore, e da prendersi un poco alla volta: e immer- 
giamo l'asfìttico per freddo in acqua ad un grado 
di temperatura un pò superiore allo zero in cui tro- 
vasi l'assiderato: ricorriamo dopo alla tepida, e quindi 
alla calda. In somma convien riarmonizzare la cetera 
distemperata stendendo le corde troppo tese, e ca- 
ricandole troppo lente, non all'impazzata, ma con 
discrezione e misura. 

Molto poi sarebbe a dirsi sulla viziosa interpre- 
tazione che l'A. ha data ai passi di Ippocrate e sul 
gravissimo errore da cui è stato offeso nell'averlo 
offerto come il precursore di Habnemann. Chiunque 
si conosca un poco della dottrina ippocratica sa bene 
come in essa a principio terapeutico non si assuma 
né il contrario, né il simile, né il diverso, ma si 
inculchi sempre al medico di studiare le tendenze 
della natura e favorirle prudentemente: perciò or di^ 
latare or coarctare ; or succi expellendi , or exsic- 
candi o inserendi; altre volte corpus, cutem, carnes 
extenuareyincrasso.re aporlel,o\veì'0 lenire, exasperare, 
indurare, emollire; dove il convenga, excitare o tor- 
porem inducere ; in altri casi derivatione uli oportet 



265 

ubi revulsioni confestim aliquid concesseris ecc.(Epid. 
1. IV. S. 2. tiad. Foes.). E questo pure insegna Ip- 
pociate nel passo citato dall'A., ove rispondendo agli 
innovatori de'tempi suoi, che volevano ridurre la me- 
dicina a più semplici principii, concorre nella opi- 
nione che siqiiidem est calidum, aiit frigidiim , atU 
siccum, aut hiimidum qtiod hominem laedit, et eum, 
qui recte mederi volct, oportet calido per frigidum , 
frigido per calidiim, sicco per humidum, et hiimido 
per siccum opilidari (De prisc. med.): ma riflette poi 
che di questi soli elementi non si compone la me- 
dicina: poiché se, a c.igion di esempio, un individuo 
sia gravato da cibo inaffme, e di difficile concozione, 
né il male potrebbe riferirsi a predominio di quelli, 
né potrebbe correggersi coi contrari, ma farebbe d'uopo 
mutare alimento. Che se però abbisognassero pro- 
ve della adesione di Ippocrate alla terapia degli op- 
posti, se ne potrebbero addurre fino alla sazietà, e 
il solo sesto libro degli Epidemici ce ne fornirebbe 
parecchi. Così non solo ivi si biasima Erodico per- 
ché laborem labore curabal, ma vi si dice espressa- 
samente che contraria paulatim inducere oportet et 
interquiescere; e poco dopo: Medicatio est obluctantem 
esse ncque consentientem affectui. Sic frigidum et au- 
xilio est, et qiiae a calido simt tollit: e nel fine della 
stessa sezione aggiunge: Impensae calido corpori cibo 
interna refrigeratio, comparatur sole, igne vestitu ae- 
stivo tempore, exlerna noxa. Contrario vero sic con- 
traria conveniunt. 

Così pure chiunque abbia compresa la mente del 
padre della medicina si accorgerà di quanto l'A. l'ab" 
bia falsata attribuendogli l'opinione che le forze vi- 



266 
tali non sìeno sufficienti a curare le malattie. La fer- 
ma credenza nell'autocrazia della natura durante il 
processo patologico è il principio dominatore della 
medicina d'ippocrate: in ogni pagina delle sue opere 
se ne consacra il culto, e al medico non si affida 
altro carico che di interpretarla e obbedirla. Mo/'èis 
nattirae medentur. Natura ipsa sili per se non ex Con- 
silio moiiones ad actionis obeundas invenit A nullo 

qiiidem edocla natura cilraque disciplinam ea quae 
conveniunt efficit (Epid. d. VI. S. 5.). Né punto di- 
sdice questa sentenza il passo allegato dall'autore 
in sostegno della sua asserzione. Ed infatti nel li- 
bro De arte (non in quello De diaeta) procacciando 
Ippocrate di sostenere il valore e l'importanza della 
medicina contro i suoi detrattori ammette che possa 
conseguirsi talora la guarigione anche senza i con- 
sigli e l'opera del medico, ma sempre facendo o pre- 
termettendo alcune cose come detta l'istinto. Am- 
mette insomma che l'uso opportuno dei mezzi igie- 
nici suggerito dalla natura possa trionfare del male, 
senza amministrazione di farmachi, e perciò col solo 
aiuto delle forze vitali. Ecco il testo. Obiiciet nobis 
adversarius, multos iam aegros etiam citra medici opem 
sanilati restitutos: quod equidem non di/Jileor. Ac fieri 
milii pone videtury ut qui medicum non adliibent iis 
ex arte maedica feliciter succedali ncque tamen in- 
telligant rectumne quid in ea, parumque insit, sed 
quod per se curatisi eadem quae si medicis adhibitis 
curati fuissent contigemint. Quod ipsum sane magnum 
est artis existenlis argumentumy et quod inter prae- 
claras habenda sit, quando qui ne eam quideni esse 
exislimant eiusope servati conspiciuntur. Quienim etiam 



267 

non adhihitis medicisex morbis convaluerunt, ut intellì- 
gant omnino necesse est, se quod aliqilid vel fecerint, 
vel non fecerint , idcirco sanitalem esse consecnios. 
Aul enim inediam, aiit copiosiorem cibiim et potnm, 
atit sitim, aut balnea, aut eoriim abslinenliam.., aut 
ìabores, aiit quieterà, aut somnum, aul vigiliam , . aut 
eorum omnium promiscuum usum adhibentes, sanita- 
tem consecuti sunt (De art.). E cliiaio come queste 
guarigioni ottengansi per la sola virtù medicatrice 
della natura, suggeritrice ella stessa di quegli atti 
che l'arte provocherebbe, ove ne fosse invocato l'aiu- 
to. La qual dottrina ippicratica (1) quanto poco ar- 
rida ai seguaci del riformatore alemanno, e quanto 
sia repugnante coi loro piincipii, ognuno sei vede. 
Il libro del D. Bering insegna il modo di cu- 
rarsi da se stesso, sia con mezzi domestici innocui , 
sia con rimedi omeopatici che non pregiudicano mai 
(e se fossero amministrati fuori di luogo? I rimedi 
in senso di Hahnemann non sono eglino potenze mor- 
bificanti ? e se il morbo artificiale che producono 
non coprisse il naturale, sarebbero poi innocui ? ) e 
sono sempre utili quando vengono convenientemente 
amministrati (notate il sempre). E poco dopo av- 
verte: Chi è stato testimonio una sola volta degli ef- 
fetti di questi rimedi eviterà le sanguigne, le coppe, 
i vescicanti, gli empiastri di ogni specie, cose tutte che 
fanno POCO BENE: (e qui o il traduttore è stato 
infedele o l'A. si mostra troppo più indulgente che 
non convenga ad un seguace di Hahnemann. Ed in- 



(i) Del potersi sciogliere le malattie anche senza il presidio 
del medico. 



268 
fatti il poco e limitazione di quantità non assoluta 
negazion della cosa; le sanguigne adunque fan poco 
bene, ma pur ne fanno: sia benedetto iddio!). 

Segue il modo di servirsi dei rimedi. Nulla di 
pili facile: interrogate gli organi, notate i sintomi, 
cercate questi nell'indice, il quale vi rimanderà alla 
pagina ove sono registrati i medicamenti opportuni. 
Né dovete darvi molta briga se mai non cogliete 
nel segno: poiché dando un l'imedio che non corri- 
sponde alla malattia, gli è certo che non ne seguirà 
alcun miglioramento, ma è certo egualmente che nulla 
di fastidioso ne verrà alV infermo. Il metodo omeo- 
patico è cosi fatto, che giova se bene applicato, e non 
nuoce essenzialmente se applicato male (Introd. p. 4-). 
Oh medicum suavem, esclamerebbe qui Marco Tullio, 
meque docilem ad hanc disciplinami Con pochi glo- 
buli di aconito voi sostenete di combattere una pleu- 
ritide : domandate alla scuola come ciò avvenga, e 
vi risponderà che dipende da legge terapeutica della 
natura, per cui nelVuomo vivente ima piìi debole affe- 
zione dinamica rimane durevolmente annichilata mercè 
altra che d'assai Vassomigli, ma più forte e sol nella sua 
essenza dissaccor dante ( Hahn. org. §. 20). E poco 
dopo: Le medicine rendono sofferente Vuomo con mag- 
giore intensità e certezza che le naturali cagioni ec- 
citatrici del morbo (id org. §. 24-27). Dunque i vo- 
stri globuli hanno dovuto suscitare un turbamento 
più forte nel dinamismo, che non quello istesso della 
pleuritide naturale: e se vi fu errore nell'ammihi- 
strazione, cioè se furono dati senza che esistesse una 
vera pleuritide, che ne avverrà? nulla affatto. Dob- 



269 

biamo confessare che questa medicina è assai co- 
moda. 

Procede l'autore ad esporre il modo di adope- 
rare i medicamenti per fiuto, in globetti, in soluzione^ 
in frizioni e in bagnoli, e quindi accenna il regime 
da usarsi durante la cura omeopatica: regime assai 
men severo di quello che credasi comunemente, con- 
cedendovisi perfino il fumare tabacco purché si usi 
il bocchino. Intanto si avverte che i rimedi debbono 
prendersi in un luogo luminoso, fresco ed asciulto, li- 
bero da ogni odore. In un'alcova o in una piccola ca- 
mera; dove V aria non è pura, non è rinnovata, 
i rimedi pendono la loro efficacia ( pagina 12) : a 
tal patto nove decimi del genere umano dovrebbero 
rinunziare ai benefìzi dell'omeopatia. Eppure il D. 
Hering sembra occuparsi specialmente del popolo, e 
fra i cibi vietati registra il burro rancido, il lardo, 
il maiale grasso , gli agli , le cipolle , Volio rancido 
ecc: cibi e condimenti da cui suol essere schifa la 
classe civile. 

L'introduzione ha termine con la scelta del me- 
dico. Come tutte le cose, egli scrive, così gli omeo- 
patici si dividono in differenti specie. Essi si divi- 
dono in omeopatici puri ed interi^ ed in semi-omeo- 
patici. Fra i puri avvene di buoni e di cattivi (vi son 
dunque medici puri cattivi!) fra i buoni se ne con- 
tano ancora tre specie Nuovo in- 
ciampo per abbracciare l'omeopatia, poiché fra tante 
schiere diverse come dirigere la scelta? A buon conto 
anche fra i puri e buoni ve ne hanno alcuni che al 
dir dell'autore imitano il primo stile di Hahn., cioè 
I fino al 1820: dopo il qual tempo sembra ai loro occhi 



270 

che abbia avuto nn eccesso di innocente pazzia: altri 
poi prendono per norma ciò che ei faceva negli u/- 
timi dieci anni di vita. In mezzo a tanta varietà come 
sceverano il buono dal mediocre e il mediocre dall'i- 
netto? L'autore ha sentita tutta la difficoltà di questa 
scelta paragonandola a quella di una moglie : ed ac- 
corgendosi poi di avere avviluppato il nodo piiì che 
strigarlo, lo taglia ricisamente esclamando : Scelga 
adunque ognuno il suo medico come Vintenda: ciocché 
per verità sparge moltissima luce in qualunque caso 
di dubbio- 

Del resto non è da biasimare 1' autore se ha 
corso così leggermente il tema della scelta del me- 
dico quando offriva ai lettori un libro coH'aiuto del 
quale raramente se ne ha bisogno, come rare sono 
le grandi malattie in cui il prefato A. consiglia di 
ricorrervi. Dal che si apprende quanto debba esser co- 
moda un' opera di tal fatta: tanto pili che vi si in- 
segna non solo a curare le infermità già sviluppate, 
ma anche le possibili a nascere: così in caso di spa* 
vento ordinario prodotto da un rumore improvviso date 
subito op. .Se allo spavento va unito un sen- 
timento di paura op. (1) Nelle pene d^a- 

more date prima ign. e qualche giorno dopo acid. 

fosf. La collera, che, scoppia in individuiy 

di temperamento violento richiede nux. vom 

Sorge un dubbio. La, collera l'amore, la contrarietà, 
la paura, lo spavento sono tutte cause atte a tur- 
bare la macchina, ma non malattie già esistenti: or 
se la medesima causa può indurre effetti differen- 

(1) Se lo spavento è seguito da contrarietà, conviene acon. 



271 

lissimi sopra i diversi individui, come potrassi ap- 
plicare il rimedio innanzi che siasi offerta l'imma- 
gine morbosa? Vediam sovente come la stessa emo- 
zione faccia a tale montare i rossori sul viso, e a tale 
altro tinga il volto di pallore mortale, un terzo non 
ne sarà punto commosso, e ad altro si paleseranno mo- 
vimenti convulsi ed anche smarrimenti di idee. Voi, 
che dovreste coprire i sintomi, come farete ad anti- 
vederli ? 

L'altro dubbio che si affaccia riguarda la plu- 
ralità dei rimedi nello stesso male senza un consi- 
glio di sorte riguardo alla scelta. Siele disposto ai 
raffreddori? eccovi i rimedi coff., beli., mix vom., chin.y 
dulc. e sopraltuUo silic, carb. veg- cale. carb. a lun- 
ghi intervalli. Nei raffreddori durante la primavera 
si dà veret. alb., rhust. toxic. e carb. veg.; in estate 
beli., bry.f carb. veg.; in autunno verat. alb., mere, 
viv. rust, oxic; durante l'inverno se è secco, acon., 
hel., bri. nux. vom., camom. o sidf., qualche volta 
epec, se è umido dulc, verat. alb., carb. reg. . . . 
Ma di grazia, signor dottore, questi rimedi hanno o 
no la stessa virtù di combattere il raffreddore ? Se 
è la medesima, ha sbagliato Hahnemann; se è diversa, 
e a che mi servirà la vostra guida se non mi ad- 
dita chiaramente la via da seguire? E questo mezzo 
di recare in mezzo molti rimedi per lo stesso male, 
p almeno per un male indicato con lo stesso nome 
senza alcun criterio per la scelta, domina tutta la 
Medicina domestica. L'autore scarica alla rinfusa la 
sua soma e par che dica: Prendete quel che più vi 
aggrada. E men male per i lievi incomodi: ma in 
una grave infermità vi è di che tribolarsene. Siete 
in campagna, e vi accade di sputar sangue : ricor- 



272 
rete presto al manuale, trovate la pagina in cui è 
registrata questa malattia, e vi leggete beli, mere. 
viv., carb. reg. puh., brij., chin., ami., dille, slaph., 
silic. e lach. Pensate, o lettori, in qual ansia si ri- 
troverà il pover'uomo fra l'afflizione del sapersi emot- 
toico e l'angustia del non saper dare la prelazione 
ad uno degli undici medicamenti nominati nel libro. 
La perplessità dell'infermo non farà che accrescersi 
leggendovi poco dopo: Si starà in guardia e si saprà 
resistere alla mania delle sanguigne. Questo metodo 
è generalmente cattivo, perchè accresce sempre e senza 
eccezione il pericolo che si vuol prevenire. Si può in- 
tanto nel caso estremo praticare una sanguigna, quando 
non si ha pronto un medico (p. 219). Che ne pare? 
11 salasso nel emottisi è una manìa, accesce senza 
eccezione il pericolo, ma è permesso di praticarlo 
nel caso estremo : cioè vi è e non vi è eccezione; 
e a quali segni riconosceremo il caso estremo? Se 
con tale espressione s' intende l'esaurimento dell'in- 
fermo per emorragie ripetute , sarebbe il caso di 
risparmiare il salasso. Vedete che un Vade mecum 
di questa fatta vi lascia dormir tranquilli , soddi- 
sfacendo pienamente alla promessa fatta nel pream- 
bolo di consigliare i rimedi in modo così preciso, con 
tanto rigore e semplicità di analisi, che non può mai 
alcun dubbio portare su ciò imbarazzo (pref. VIH). 
Ad ogni modo noi abbiam qui un buon punto 
alle mani, ed è la concessione della sanguigna : e 
se questa può essere lecita, talora nella pneumor- 
ragìa, perchè non lo sarà nella pneumonite in cui 
vi è pure trasudamento sanguigno , e di più pro- 
fonda infiammazione del parenchima polmonale ? 



273 

Ma non è la sola sottrazione di sangue che si con- 
ceda dall'autore : altri rimedi ripugnanti affatto agli 
insegnamenti diHahnemann si ammettono nello sputo 
di sangue, e sono le legature delle membra, le cop- 
pette secche alla base del petto, il sai di cucina in 
polvere , e perfino la flagellazione al dorso ed alle 
natiche nelTavvelenamento peroppio,rinunziando così 
al requisito del iucunde tanto vagheggiato dai se- 
guaci del riformatore alemanno. Nenimen si mostra 
omeopatico puro l'A. ovdinando la polpetta di mollica 
di pane e tabacco da naso da imporsi nella lingua 
del malato per provocare il vomito negli avvelenati, 
e l'insufflamento di fumo di tabacco nel retto per 
iscuotere i medesimi. 

Percorrendo la Medicina domestica si viene nella 
persuasione che il D. Bering attribuisca e alle pa- 
role e alle cose un valore affatto diverso da quello 
accordato loro universalmente. Cosi la voce asfissia 
nel linguaggio comune equivale a morte apparente, 
e parrebbe che lo stesso A. la prendesse in tal senso 
avendo scritto che si richiamano prontamente in vita 
gli asfittici di questo genere (per arie mefitiche) espo- 
nendoli sidV istante alVaria libera, aspergendoli di ac- 
qua fresca e facendo inghiottire ad essi caffè puro [\). 
E come dunque avviene che poco dopo soggiunga. 
Se Vasfiltico trovasi in uno stato di eccitamento , di 
loquacità con molta vivezza, se lagnasi di dolori vaghi 
ed ha vertigini giacendo ecc. (pag. 100)? Un morto 
in apparenza, che parlasse con vivezza^ non sarebbe 
egli un curioso fenomeno ? E stato sempre creduto 

(!) (pag. 98). 

G.A.T.CXLIV. 18 



274 
che l'attitudine a vivere non si conservi che per 
breve spazio di tempo negli asfitticiper annegamento; 
ma l'A. assicura che la vita non si spegne general- 
mente che al terzo giorno (pag. 405) ! Ni uno ha 
mai temuto la vicinanza dei funghi, ancorché vele- 
nosi, parificandone l'influenza a quella dei gas de- 
leteri che svolgonsi dalla combuslion del carbone: 
eppure l'A, la teme in guisa che in suo pensiero 
il nascervi intorno il gallinaccio (1) sarebbe ragione 
di lasciar questa casa o di rifabbricarla ! ! (pag. 100). 
E chi credeva mai che dalle lucertole e dalle rane 
schizzasse veleno ? pure anche questo assicura l'A. 
e consiglia in aiuto una cucchiaiata da caffè di car- 
bone pesto mescolato con latte ed olio, rimedio che 
non ha certo sapore omeopatico. Era stato sempre 
insegnato, che il veleno dei serpenti ingerito nello 
stomaco è affatto innocuo, e non ispiega i suoi ef- 
fetti tossici che per via di inoculazione; sembrava 
che le numerose esperienze di Redi, e le numero- 
sissime di Fontana, avessero messo fuor di dubbiezza 
questo fatto che del resto era già noto agli antichi: 

Noxia serpentum est admixto sanguine pestis ; 
Morsu virus habent et fatum dente minantur ; 
Pocula morte carent. 

(Lucan.) 



(1) Cantarellus cibarins Fries (agaricus canlharellus) L. Galletto, 
gallinaccio frequens apud nos, et passim veiialis in urbis foro. « Se- 
nex vomitum, tormina et colicas gignit » Poli. Fior. Veron. Gli è 
adunque un fungo sospetto, ma tinche giovane non solo non ispan- 
de maligni eflluvi, ma è anche esculento- 



275 

Ma Taatore non presta fede a questa verità, rac- 
contando che due uomini dopo aver bevuto in una 
osteria caddero morti quasi immediatamente. L'oste' 
per discolparsi credette non poter fare di meglio che 
bevere dello stesso vino, e morì egualmente. Dopo tutte 
le ricerche fatte si trovò nel barile una vipera che vi 
era penetrata innanzi di riempirlo. Hai tu, o lettore, 
un sacco in cui mettere questi granchi ? 

Tutte queste erano cose piccole e per avventura 
da tacere se non ci avesse vinti il desiderio di mo- 
strare al mondo di che squisita dottrina siano for- 
niti cotesti riformatori dell'arte medica, ai quali ornai 
tarda il nostro indugio nel seguirne le insegne, e che 
ci accusano aspramente di accostarci tuttora devoti 
agli squallidi altari della vecchia medicina (pref. VII).- 
Con questa nettezza d' idee, e con tal consonanza 
di principi! essi vorrebbero indurci a rifiutare le 
tradizioni dei secoli, rinnegare il buon senso, e man- 
dar falliti gli insegnamenti dei padri nostri. Ma noi 
non andrem presi così tosto alle grida, e finche avrem 
lena esclameremo: Fugite hinc, latet anguis in herba. 
Diremo che sono funesti i consigli della Medicina do- 
mestica, di evitare il salasso dopo le gravi cadute 
e le percosse al petto, nella pleurìtide, nella angina, 
nella asfissia per affogamento e per appiccamento; 
funesto l'ammaestramento di riputare inutile l'eme- 
tico nel veneficio per oppio , e tale pur quello di 
amministrare acqua fredda invece di tiepida per pro- 
vocare il vomito nell'avvelenamento per funghi e per 
narcotici .... Ma di questa erba è troppo pieno il 
volume, perchè noi possiamo metterla tutta alla falce. 



276 

Veniamo ora alle operette del sig. Migneco. Il suo 
opuscolo che nel titolo di Patalogia pratica non è che 
un programnna o manualetto, come lo chiama l'A., in- 
teso a far pregustare un'opera, che sarà divisa in tre 
parti: cioè 1" Farmacopea, 2° Disordini del dinamismo 
generale: ^^ Affezioni diverse; e il capitolo delle affe- 
zioni tratterà non solo le cagioni, i sintomi, e la dia- 
gnosi, ma anche la natura della malattia; dal che ap- 
prendiamo che il sig. Migneco non è omeopatico puro, 
tralignando dagli insegnamenti del maestro. Per le 
pure esperienze, scriveva questi, chiarisconsi gli obbietti 
della medicina, né osi trascendere ella di un sol passo 
i limiti del puro sperimentare dove sfuggir voglia di ad- 
divenire un nulla (Hahn. org. introd.). Ora investigare 
la natura delle malattie è a nostro credere un vero 
trascendere i limili delle pure esperienze. 

Un' opera di tanta mole (scrive così l'A. nell'av- 
vertimento) ed importanza disegnata sopra un'idea così 

estesa domanda il concorso del maggior wm- 

mero dei professori delle scienze: perciò invita i col- 
leghi tutti ad aiutarlo nella impresa. 

Sul bel principio della introduzione non persuaso 
il Migneco che Cicerone uscisse grande non tanto 
dalle officine dei retori quanto dagli spazi dell' ac- 
cademia, si lamenta che la rettorica non abbia fino- 
ra esteso il suo dominio sui trattali di patologia clinica. 
Negli allopatici, ei dice, non incontri che lusso di eru- 
dizione, prolissità e lunqhetie che stancano, minuziose 
descrizioni patologiche: dolcissime riprensioni, e quasi 
diremmo paterni avvisi, se si confrontano coi severi 
rimbrotti che subito appresso scarica ai condiscepoli 
di Hahnemann. Negli omeopatici, air inverso, manca: 



277 

1.° U esposizione delle conoscenze fisiologiche e pa- 
tologiche, e non ritrovi la guida degli esempi clinici. 

2." Non incontri che confusione; la quale risulta 
da ciò che gli scrittori han creduto necessario segui" 
re troppo da vicino gli esperimenti patogeneticiy ed han 
supposto troppa importanza a tutte le minute differenze 
de"" sintomi periferici, senza indicare la corrispondenza 
col centro morboso. E non é a dire quanto male ri- 
sponda ai bisogni del pratico V ordine alfabetico pre^ 
ferito allo scientifico. 

3.° Non ritrovi che un numero di farmachi trop" 
pò ristretti, se hai riguardo ai bisogni dell'egra urna-- 
nità 

4.° Non ritrovi indicala V affinità e la successio- 
ne dei rimedi , secondo il caso speciale. 

5." Non ritrovi V indicazione del valore compara- 
tivo de'' farmachi, perchè si possa scegliere imo piut- 
tosto che un altro riìnedio nella cura di ogni caso in- 
dividuale. 

6.° L' uNiTAs REMEDii troppo male intesa e da 
nessuno praticata- 

1.° Non ritrovi indicata V attenuazione necessaria per 
curare ciascuna forma patologica speciale; circostan- 
ze interamente trascurate da tutti i trattatisti, poiché 
han supposto esser sufficiente in tutti i casi Vattenua- 
zione usata in generale, e non hanno avvertito che la 
riuscita della cura sta poggiata più., starei per dire, 
alla scelta delV attenuazione che alla scelta del rimedio. 

8.° Non ritrovi indicato il modo preferibile di am- 
ministrare il farmaco, se a secco o diluto neWacquat 
di sera o di mattino, se una, due, tre, qua ttro, a più, 
volle in un giorno. 



278 

9.° Non ritrovi indicata la durata di azione del 
farmaco relativa al caso patologico individuale. 

E dopo aver annoverato le migliori opere di omeo- 
patia torna ai rimproveri affermando che nelle sud- 
dette opere, con tutti i loro meriti, il pratico non ri- 
trova molti farmachi necessari per la cura di un gran 
numero di morbi: osserva da per tutto non lieve con- 
fusione, cagionata dalla servile enumerazione de"" sin- 
tomi periferici, e dallo aver trascurato affatto le in- 
dicazioni detrazione elettiva del farmaco verso il cen- 
tro morboso. La qual confusione risulta specialmente 
in dlcuni a,rticoli, dove per lo minor male, sono iuu- 
tili specificazioni', le varie condizioni de' sintomi e le 
loro circostanze accessorie; come a dire, se il tal sin- 
tomo si avanza o minora nella taV ora, in camera o 
fuori, al cantare, al mangiare, al caminare ecc. ecc. 
i sintomi incomitanti di ogni gruppo di fenomeni; la 
specie di alcuni sintomi, come dolori incisivi, taglienti, 
saltellanti, pulsanti ecc. ecc. Le quali cose producono 
un bel caos, in cui il critico è costretto a perdersi. 

Che ne dici, lettore cortese? Tu esci del secolo 
in veder tanto strazio della medicina dei simili per 
opera di un omeopatico , e se appartieni a questa 
schiera dovranno montarti i rossori sul viso in leg- 
gendo note cosi dolenti. È ben altro cotesto che ar- 
ricchir la materia di qualche erudizioncella, o allar- 
garla un poco troppo, e tritarne le circostanze; sa- 
ranno questi difetti, se cosi volete, ma non tali da 
macchiare il sostrato clinico. Negli omeopatici invece 
sono mancamenti essenziali; non cognizioni, non or- 
dine , non quantità di farmachi che basti all'uopo, 
non opportunità, non unità del rimedio, non cono- 



279 
scenza dell' attenuazione opportuna, del modo di am- 
ministrare il rimedio e della durata di sua azione : 
insomma confusione, servilità, e un bel caos. Rassi- 
curati però che l'A. dopo tante lamentazioni racco- 
glierà il molto che di utile e veramente positivo tro- 
vasi nelle opere succennate per farne tesoro nella sua 
clinica. 

Le pochissime pagine dell'opuscolo, che non so- 
no indici di medicamenti, intendono a ricuocere l'idea 
dell' immortale maestro, che 1' umana gente è tutta 
pili meno rognosa. Tutte le malattie croniche, così 
l'A., sono cagionate costantemente da un miasma che 
invade e disordina il dinamismo generale. E poco dopo: 
Un tal miasma cagione prima delle affezioni croniche 
è la rogna, da cui il paziente è stato affetto per lo 
innanzi, sia durante la sua vita, sia che V abbia ere- 
ditato da' genitori, Taccia adunque il Morgagni e con 
lui gli scrittori tutti di anatomia patologica, i quali 
colle osservazioni alle mani han creduto mostrare 
che molte croniche infermità ebbero la radice in mor- 
bi acuti trascurati , o ribelli alla cura. Tacciano 
i medici che altri cronici malori attribuiscono al ge- 
nio reumatico , a viziosa proporzione dei materiali 
del sangue, ad esagerata mobilità del sistema nervoso, 
e ad altre cause siffatte. Tutto èrogna in mente dell'A. 
il quale però, come fosse pentito della troppo gene- 
rale proposizione, se ne corregge in altra pagina scri- 
vendo che tutte le forme morbose, eccettuate soltan- 
to quelle prodotte da miasmi speciali , o da veleni , 
sono dovuti alla psora , latente o sviluppata , o varia- 
mente modificata. E poi siegue a dire: Questo miasma 
cronico (che le malattie si dividessero in acute e ero- 



280 
niche, sapevamcelo: ma che anche i miasmi potes- 
sero così dividersi e che la rogna fosse un miasma, 
confessiamo di averlo finora ignorato ) , allorché è 
originato dalla scabbia, si distingue specialmente col 
nome di psora- Ossia quando la psora è originata 
dalla scabbia si chiama psora. Non pare che TA. ab- 
bia qui fatto uso di quella precisione e chiarezza che 
nelle prime linee della introduzione invoca ad ele- 
menti necessari per conseguire il bello ideale di ogni 
trattato di clinica. 

Seguono le regole generali nel trattamento delle 
malattie croniche , ove comincia dallo stabilire che 
quahnqiie sia la forma o la varietà dei sintomi, la 
malattia è sempre una : proposizione affatto contra- 
ria ai principi! di Hahnemann, secondo i quali innanzi 
al medico la malattia vale semplicemente insieme di 
sintomi (org. § 7); variando adunque la forma varia 
anche la malattia. 

In esse pure si insegna che per Vuso de' cauteri 
il medico non merita alcuna scusa ; esso non fa che 
spossare le forze. Eppure non vi è medico che ab- 
bia incanutito nell'esercizio dell'arte, e che non sia 
stato ringraziato le cento volte per salute ricupe- 
rata, o alleggerita infermità, in seguito dell' emunto- 
rio. Il capitolo viene poi conchiuso nel seguente modo: 
Risulta da questi principii che tutte le malattie, sieno 
endemiche o sporadiche, come il morbillo, il vainolo, la 
scarlattina (e di qual regione sono endemiche tali ma- 
lattie ?); sieno epidemiche o prodotte dalla varia con- 
dizione dei climi, come le febbri intermittenti, il co- 
lera, la febbre petecchiale (e quale è il clima che si 
offre allo svolgimento del colera ?); sieno contagiose, 



281 

come il tifo, la febbre gialla, la febbre nera, la pe- 
ste bubonica (e perchè separare dalle contagiose il 
morbillo, il vaiuolo, la scarlattina come se non fos- 
sero tali ?) ; sieiio miasmatiche, come la psora, la si- 
fitide, la sicosi ( la sifìtide un miasma : si è mai udito 
uno strafalcione simile ?); ossiano prodotte da causa 
occasionale, come lo spavento, i disagi del viaggio, Vin- 
flnenza delle esalazioni marine, la lontananza dalla pa» 
tria ( l'ordine del discorso porterebbe che lo spavento, 
i disagi ecc. siano altrettante infermità e non cause 
di esse: ma forse l'A. nello scrivere questo periodo 
non è stato assistito dalla sua prediletta rettorica ); 
tutte possono prevenitesi [che scQ-pevln ! anche un fan- 
ciullo ti saprebbe dire, che si possono prevenire i di- 
sagi del viaggio rimanendo in casa , il moto della 
vettura andando a piedi, l'influenza delle esalazioni 
marine abitando la terra, la lontananza dalla patria 
non abbandonandola mai) nello stesso modo che pos- 
sono curarsi allorché sono sviluppate. ( Ma come si 
curano? Non avendo parlato finora che della scab- 
bia, e avendo sostenuto che tutte le malattie sca- 
turiscono da questa, converrebbe credere che la cura 
antipsorica fosse il rimedio universale. Ma la incre- 
dibile fecondità di medicamenti spiegata nel rima- 
nente dell'opuscolo convince del contrario- 
Saltata quindi a pie pari la Farmacopea, promessa 
nel metodo, intraprende a svolgere la prima sezione, 
cioè i disordini del dinamismo generale, fra ì quali 
figurano in prima schiera i temperamenti nel modo 
che segue. 



282 
Temperamenti o idiosincrasie. 

1 . Temperamento bilioso. 

Il miglior rimedio che conviene agV individui di 
temperamento qualunque, è lo 

Zincum sulphuricum 100." '^ ogni dose gocce ij. 

Si possono pure consultare 

Benzoin 1 00." '^ 

Bryonia 100/ "" 

Garbo veg. lOO."* '""' 

Cyperus 36." '^ 

Ferr. Sulph. 100." ""' 

Gurgitelli 6" "" 

Jacaranda caroba 100" "* 

Kali chloricum IS."*** 

Lepidium latifolium 36" "* ecc. ecc. 

Fra questi sono da preferirsi quelli indicati con le 
più. alte attenuazioni. Tutti gli altri rimedi hanno azione 
particolare sopra i temperamenti. Si possono indiffe- 
rentemente adoperare. Chi ne intende sillabii ? Tempe- 
ramenti e idiosincrasie si dan per sinonimi, e sono 
disordini del dinamismo ; si comincia col bilioso, e 
quando vi aspettate i rimedi per questo tempera- 
mento, ve ne scarica una filza per gli individui di 
temperamento qualunque, ossia per tutta la specie 
umana: dal che può dedursi che volendo stare in sa- 
lute dobbiamo far uso mattina e sera di quei rimedi: 
vero è che basta di consultarli ! Non sareste tentati 
a credere che il signor Migneco abbia voluto pren- 
dersi la berta de' suoi lettori, o che abbia scritto so- 
gnando ? Ma basta ornai della patologia pratica. 



283 

Intanto che si raccolgono materiali per edificare 
Vopera di tanta mole, il signor Migneco non volendo 
privar d'ogni pascolo i suoi ammiratori interpone un 
altro lavoro col titolo di Discorsi sulla medicina pra- 
tica. Di questi non abbiamo finora che otto fogli di 
stampa, nei quali invece di argomenti medico-pratici 
troviamo piuttosto una lunga diceria sulle obbiezioni 
promosse al sistema omeopatico. Alla medicina pra- 
tica si riferisce però il preambolo che è il seguente: 
Esercitai la clinica medica. E siccome V unico og- 
getto del medico è di curare le malattie con mezzi 
terapeutici (gli altri medici usano anche gli igienici 
e chirurgici, ma all'A. bastano i primi), rivolsi ogni 
mio studio a ricercare per li vari morbi rimedi atti 
a superarli. Usai di farmaci ; ottenni felici risultamenti 
in cq^i disperati ( non si potea far mostra di mag- 
gior modestia), ma non seppi mai ritrovare alcuna ra- 
gione soddisfacente di essi (e che importa ? non ha 
egli l'Hahnemann condannata qualunque indagine sul- 
la ragione de'morbi?). Notai alcune osservazioni . . . . 
ed eccole. Nell'aprile IS^i una giovanetla di anni do- 
diciy dopo scorsi alquanti giorni da che era stata af- 
fetta dalla cerebritide, nel corso di essa presentò i se- 
guenti sintomi : delirio giocondo ; ella cantava, chiac- 
chierava mollo, metteva in caricatura le persone con 
uti apparente apatia. 

Il polso era lentissimo, batteva a tempo diseguale, 

or largo or stretto, or si fermava per due o tre secondi 

senza pulsazione. 

2. Nel maggio un contadino di anni sedici languiva 
da \% mesi affetto da tetano cronico, dieiro la cere- 
britide sofferta. Dopo aver messo a prova, e inutilmente^ 



284 
V acido idrocianico, la bella-donna^ilgiiisquiamoja mor- 
(ina, la canfora, il muschio ecc. riusci così efficace una 
dose di tartaro emelico, che quantunque indotta ad 1 /24 
di grano { È questa una dose omeopatica ? ) produsse 
vomiti ed evacuazioni violente, orine cariche di fecce 
mucose bianchicce ; e in meno di due mesi la guari- 
gione. Il medicare omeopatico è presto, disse Hahne- 
mann ( org. § 156 ), e la riferita storia ne dà una 
prova. 3. Nel novembre dello stesso anno, una donna 
di anni cinquanta, affetta di catalessia, dopo trentotto 
giorni di vari tentativi , fu guarita a vista d' occhio 
mercè V uso di sciroppo di zafferano , ed indi dalla 
pomata di stramonio- (Sciroppi e pomate da un omeo- 
patico ?)• 

Scorgesi ora il perchè 1' A. biasimasse tanto le 
lungherie degli allopatici, aV' ndo egli stesso trovato il 
modo piano e facile di ridurne ai minimi termini una 
storia di malattia : non cause, non costituzione epi- 
demica, non temperamento, non prodromi, non in- 
vasione e corso del morbo, non distinzione di sin- 
tomi, non specificazione dei presidii terapeutici, quan- 
to all'ordine di loro amministrazione, non cenno al- 
cuno sui modi dell'esito e sulla durata della conva- 
lescenza. Si nomina la malattia senza giustificare la 
diagnosi , si nomina il rimedio senza dir perchè e 
quando e quante volte fu usato, non si parla di fe- 
nomeni morbosi, o se ne accenna soltanto qualcuno 
dei men concludenti : ecco un modello di osserva- 
zioni mediche. 

Noi non seguiremo 1' A. operoso e sudante in- 
torno il carico di contrascrivere risposte già date ad 
obbiezioni già note, né moveremo lamento su la ine- 



285 
Battezza dei fatti allegati, e sulla poca decenza delle 
espressioni, onde egli dal disputare passa al conten- 
dere, e dalle contese alle contumelie. Non vogliamo 
però privare i nostri lettori di così stupenda ipoti- 
posi, onde il Migneco non mosso certamente da ar- 
tificio rettorico, ma rapito da certo spìrito Hahnema- 
niano, imprende a dipingere l'operato delle due scuole 
al letto dell'ammalato. Data una pleiirilide, egli dice, 
anche violenta , Vomeopalico scioylie quattro ad otto 
globuli di aconito dentro un poco di acqua fresca, e 
V amministra alV infermo , gli permette le bevande a 
temperatura d" atmosfera, un poco di brodo, coverte leg- 
giere ; nel termine di 24 o 48 ore tutto e finito. 
( Pleuritidi violente finite in 24 ore con quattio glo- 
buli d'acconito e l'acqua fresca ! ! ! Raglivi, eri ben 
stolto ad esclamare: Oh quam difficile est curare mor- 
bos pulmonum ! ma tu vivevi in secolo tenebroso ; 
oggi è altro fare). Vallopalico al contrario, comincia 
dal tastare i polsi, dal percuotere il petto, e pronun- 
zia gravemente, che trattasi di una polmonia ; e te- 
me fondatamente dell'esito. Mano però ai guastatori ; 
si distrugga V imboscata del nemico. Salassi, mignatte, 
coppette ; stanze chiuse ; fuori le persone estranee alla 
famiglia ; lungi anche il fumo del brodo, e il calore 
della cucina ; sudoriferi, espettoranti, vescicanti, sena- 
pismi, embroccazioni revulsive e antiflogistiche, tartaro 
stibiato, olio di ricini e tutte le potenze lenitive del- 
Varie, accorrete in sussidio, e in distruzione del morbo 
e delV infermo. Oimè ; è in pericolo la vita del pa- 
ziente ! Notaro, confessori, assistenti, acccorete a fa- 
cilitare lo stento dell* agonia ad un anima cristiana. 
Ma venga anche il medico, per operare un prodigio 



286 
delVarle; si scongiuri, perchè metta tutta la sua po- 
tenza a fermare la vita fuggitiva di un suo sim,ile. 
Eccolo. Egli pensa, si agita, sembra animato da una 
luce celeste. Il Dio ecco il Dio, direbbe Virgilio. Gli 
è venuta una ispirazione. 

Fategli quattro clisteri ; indi otto senapismi ; be- 
vanda di soluzione di gomma arabica ; date epicra- 
ticamente. 

Epicraticamente ! che ha egli detto ? Oh parola 
da vero dottore ! 

Dategliene un sorso ogni mezz' ora : ma badate , 
ogni mezz'ora ! 

Ebbene ; dopo quindici, venti, trenta ed anche più 
giorni, il malato è guarito ; la difficile e penosa con- 
valescenza è il trofeo del medico , che seppe curare 
una tanta infermità. 

E se il paziente fosse perito sotto la violenza del 
trattamento ? Oh anche allora il medico sarebbe trion- 
fante ; già s' intende ! egli sin da principio seppe dia- 
gnosticare la malattia, e ne predisse V esito funesto; 
per altro fece tutto quello che doveva e poteva ; non 
rimase al povero malato né una goccia di sangue 
nelle vene, né una linea di pelle intatta ; non ci era 
altro da fare : egli era morto pili di im mese in- 
nanzi di manifestarsi la tremenda malattia {\). 

Mi rifugge Vanimo da tanto triste spettacolo ! . . . 
e a noi da simili gaglioffaggini. 



(1) pag. 82. 



287 



Istorico riassunto sopra il cholèra indiano. 

Di 

Agostino Cappello. 

k^e meritate lodi furor» per me date ai dotti me- 
dici di Genova per la decisiva loro opposizione col- 
legialmente risoluta nell'agosto 1852 sull'operato del 
congresso sanitario internazionale tenuto a Parigi dal 
luglio 1851 al gennaio 1852, debbonsi loro mag- 
giori per la conferma ampiamente estesa relativa al 
cholera morbus del 1854-5 colle diverse memorie 
comprovanti sempre più i fondamenti dell' italiana 
dottrina sopra i contagiosi morbi (1). Né pochi sono 
stati gli opuscoli, e libri di altre cospicue italiane 
Città , e di alcune ancora di oltremonti. Molti poi 
quei dei pontificii dominii, che hanno questa dot- 
trina lummosamente raffermata. Distinte grazie per 
me si rendono ai chiarissimi autori, che mi furono cor- 
tesi dei doni delle utili loro produzioni: ed infinite 
le professo verso il comitato ligure pel bel regalo 
della magnifica sua opera. La quale ha meritamente 
riscossi elogi non mai più perituri dall'uno all'altro 
canto della nostra penisola, ed appo lo straniero e- 
ziandio: a enumerarli partilamente richiederebbonsi 
molte pagine. Vuoisi per me solo ripetere in iscor- 
cio quanto un dotto mio collega (Giuseppe Ferra- 
i-io presidente onorario perpetuo dell'accademia fìsio- 



(1) Giornale Arcadico lomo 126 pag 329-32. 



288 
medico-statistica di Milano) riferiva in piena ragu- 
nanza di quest'illustre accademia. 

Un eccellente libro (egli dicev a) viene a con- 
fermare ognor pili le osservazioni, gl'insegnamenti 
della scuola medica lombarda (e di quante esse sono 
in Italia ) intorno alla riconosciuta conlagiosUà del 
cholèra epidemico. Desso lavoro interessantissimo è 
frutto di apposita commissione, la quale fondò le 
proprie ricerche sopra 1Q5 documenli che riguardano 
complessivamente 138 località, e merita i più sinceri 
encomi. La relazione è illustrata da uno Specchio 
sinottico desunto dai referti medici sul cholèra in- 
diano che regnò nella Liguria ed in alcune altre 
Provincie degli stati sardi nell'anno 1854,edhavvi 
aggiunta anco una Carta topogra/lca per servire di 
guida agli studi del cholèra nei detti paesi. 

Invitiamo i medici anticontagionisti, particolar- 
mente di oltremonti e d'oltremare, ad istruirsi dei 
nudi fatti e delle savie deduzioni riferite in quest'utile 
lavoro degno dell'italiana sapienza. 

Fra le gravissime considerazioni, di cui è piena 
quella relazione , è notevole « che da essa vuoisi 
respingere la turpe idea che uomini della scienza 
abbiano potuto degradarsi per farsi /je»isammen/e stru- 
mento alla rovina delia scienza stessa e sgabello agli 
errori di un'insana e snaturata pratica, mettendo in 
dubbio le verità meglio constatate, eccitando per tal 
modo contro dei filosofi i sofisti, ì quali anziché an- 
tesignani piaggiatori del secolo assumono l'incarico 
di formulare i miovi errori ». 

La commissione conchiude che il cholèra indico 
è malattia contagiosa, avendo dimostrato « che non 



289 
deesi riconoscere la causa efficiente del cholèra in- 
dico nell'igiene disordinata, la quale, se vuoisi am- 
mettere ragione favorente, non può esserne ragione 
assoluta e creatrice. 

Che non è ammisibile il preteso fatto di una co- 
stituzione morbosa preepidemica, ossia precorritrice 
del cholèra indico, la quale starebbe con esso come 
causa ad effetto. 

Che il cholèra indico non dipende da alcun modo 
né da alcun genere d'infezione, tranne che per essa 
non s'intenda quel genere d'infezione costituito dal- 
l'atmosfera contagioso ambiente l'infermo, e quel mo- 
do di contatto che fassi per essa atmosfera fra l'in- 
fermo ed il sano. 

Che il cholèra indico nel suo modo di diffusione 
così da un paese all'altro , come dall'uno all'altro 
individuo, diversifica da quello delle più comuni ed 
osservate malattie costituzionali. 

Che il cholèra indico si importa. 

Che il cholèra indico si trasmette. 

Che se penetrata da questa verità di fatto la com- 
missione ligure conchii^de, essere il cholèra indico 
prodotto da un contagio specifico, non intende signi- 
ficare con questa parola un ente morboso che non 
abbia una forma e modi propri e speciali e leggi 
proprie e dissimili dagli altri contagi, ma solo che 
venga come questo governato da una legge comune, 
quella cioè della trasmissibilità, riproducibilità, im- 
portabilità e coercibilità )). 

L'onorevole relatore, Carmine Elena, così fini- 
sce il suo dottissimo rapporto al congresso di 300 
medici. 
G.A.T.CXLIV. 19 



290 

» La vostra voce sia fatta potente dalla con- 
cordia , sia fatta concorde dalla severa parola 
de' fatti positivi, completi, incontrastabili. E que- 
sta voce concorde e potente sarà intesa ; peroc- 
ché lo meritino l'opera, le sollecitudini , i sacrifici 
de' medici, e quella gratitudine che deesi sentire pei 
grandi servigi renduti da uomini ad uoìnini: lo do- 
mandino le tante vittime mietute dall'indica peste: 
lo voglia la salute de' popoli che è legge suprema: 
lo reclamino quelle stesse esigenze commerciali, che 
un calcolo mal inteso e snaturato vedrebbe com- 
promesso da provvide leggi sanitarie, ma che un giu- 
dizio più retto, solo ponendo mente all'eccidio di 
tanti cittadini operosi, alla desolazione di tante fa- 
miglio smembrate, a traffichi sospesi, alle comuni- 
cazioni interrotte, alle moltitudini emigranti, alle 
enormi spese di governi e municipii, obbligali ad 
esaurire in breve tempo le riserve di molti anni ed 
a supplire a rovinosi dispendi con nuove imposte 
e straordinari balzelli vedrà certo più profonda- 
mente manomesse dall'immane flagello, dono tristis* 
simo dell'odierno progresso (1). » 

Molto valutabile a me pare che in questi giorni 
il governo del regno lombardo-veneto abbia pel cho- 
lera morbus trasferito il potere alle commissioni 
sanitarie: siccome rilevasi dalla relazione del Da Pon-' 
tCf valente medico di Brescia, pel cholèra domi'nato 
in questa città nell'anno 1855. Cotesta relazione è 
indritta alla suddetta milanese accademia, e vonno 

(1) Atti della accademia fisio-medico-statistica di Milano l8S6 
fog. 113—15. 



291 

qui riportarsi per V indicato obbietto i due ultimi 
paragrafi. 

» IiTipertanlo è debito, e sta bene anche in po- 
tere delle autorità municipali e deputazioni comu- 
nali mercè l'appoggio delle magistrature provinciali, 
d'isolare e distruggere V indiano cìiolera per impedirne 
la diffusione epidemica, causa d'infinite sciagure. 

» L'isolamento è tanto più indispensabile, per- 
chè ad epidemia dominante non vale presidio di sorta, 
e le facoltà ora concesse alle commissioni sanitarie 
hanno trasferito dal potere governativo al municipale 
la responsabilità delle sue conseguenze (1). » 

Di grave momento si è pure la risoluzione del 
governo toscano, che avendo aderito rispetto al cho- 
lòra morbus alle mezzane o nulle misure del con- 
gresso parigino , oggi ha stabilito una contumacia 
di dieci dì per cotesto morbo: siccome se ne diede 
cenno nella congregazione sanitaria del dì 1 del pros- 
simo passato settembre. 

Mi credo poi in dovere di ripoitare un'officiale 
relazione in seguito di supplichevole istanza del dì 1 
del prossimo-passato aprile della camera di commer- 
cio, arti e manifatture di Bologna umiliata a S. E. 
Riìia monsignor ministro del commercio e lavori pub- 
blici. Piimessa quindi alla congregazione speciale sa- 
nitaria, mi si diede in data de' 14 maggio prossimo 
passato l'onorevole incarico per 1' esame e medico 
parere sulla medesima. Il che sembrami opportu- 
no : giacché l'essenziale di cotest'istanza è inserito 
dalla società medico-chirurgica di Bologna nel bol- 

(1) Atti citati. Mijano i836 pag. 231—2. 



292 

lettino di maggio 1836 e pubblicato sotto il dì 1 
del seguente giugno (1). 

Congre«iazione speciale sanitaria. 
Roma 21 maggio 1856. 

« La camera di commercio, arti e manifatture di 
Bologna in un supplichevole indirizzo umiliato a S. 
E. Rma monsignor ministro del commercio e de la- 
vori pubblici descrive la catastrofe, in cui il cho- 
lèra morbus ha ridotte famiglie desolate e derelitte, 
al cui soccorso non è bastevole la carità cittadina. 
Ricorda l'antica sapienza tendente più a prevenire 
che a ristorare i danni infiniti delle pestilenze. Di 
che accenna manifeste prove più volte avvenute con- 
tro il cholèra morbus, quando energiche ed avve- 
dute cautele furono messe in pratica. Narransi le 
stragi di questi ultimi tempi, che hanno vieppiù sem- 
pre confermata la contagiosità dell'asiatico morbo, 
Opina che il trattato sanitario internazionale di Pa- 
rigi è stato un vero tradimento all'incolumità pub- 
blica per materiali interessi. Si accennano quindi i 
gretti consigli, e le viltà di animo prevalenti all'utile 
pubblico. Suppone la camera di commercio che appo 
noi sia stata distrutta la patente sospetta, e sup- 
plica calorosamente perchè sia ripristinata: mentre 
per essa fatti oggidì avvertiti per mezzo della te- 
legrafia, si ha sollecito campo a garantirsi dalle vero 
sospette contagiose importazioni. Avvisa che pel 
predominio di quei materiali interessi è calpestata 

(i) Bollettino delle scienze mediche pag. 262 — 6 



293 
la morale, essendo di gran lunga maggiore gl'inte- 
ressi che riclamano la pubblica salute: giacché son 
care al principe le vite de' cittadini e la tranquil- 
lità delle famiglie. D'altronde espone che all'aspetto 
miserando delle stragi langue e muore il decantato 
commercio. Ricorda la generosità e sapienza italiana, 
perchè appunto quando prosperavano quasi per l'e- 
sclusivo commercio floridissimo Venezia e Genova, 
furon per esse istituite sanitarie norme che fruttarono 
per secoli ai popoli inciviliti reali vantaggi in prò 
dell'incolumità pubblica. Supplica la camera bolo- 
gnese, che quando ancora per gravissime circostanze 
non potessero attuarsi le pili rigide sanitarie cautele, 
venga praticato il meglio possibile: onde non sfidare 
la potenza mortifera del morbo. Fa supplichevole 
voto perchè il governo si svincoli dal citato con- 
gresso parigino; riassumendo la sanitaria costumanza 
in ispecie per le vie di mare: d'onde narra essere 
slato due volte importato il cholera: mentre per le 
vie di terra pel lungo viaggio sciorinansi alquanto 
le merci, e scema in qualche modo il pericolo del- 
l'importazione. Aggiugne che non potendosi raffidare 
sulle patenti rilasciate dalle straniere autorità sanita- 
rie,debba inculcarsi ai consoli e vice-consoli pontifici 
che le medesime sieno munite delle loro firme. Chiu- 
de la camera la sua supplica col voto riclamato dalla 
pubblica prosperità e dall'umanità travagliata. 

« Al voto della camera è annesso quello da essa 
richiesto alla società medico-chirurgica di Bologna. 
Il voto puossi dire diviso in 12 articoli , in cui 
non solo si conferma la manifesta contagiosità del 
cholera morbus, ma la necessità eziandio di opporre 



294 

le pM rigide sanitarie precauzioni, inclusive i sani- 
tari cordoni per terra, ove si potesse sperare per- 
fetta l'attuazione. La società medico-chirurgica chiu- 
de il suo voto con questo paragrafo. Oh ! / mag- 
giori governi tornassero ad ammettere il cotitagio del 
cholèra, e prescrivessero i mezzi comprovati dalV espe- 
rienza i più utili contro il medesimo: che Vumanità 
potrebbe essere una volta tutelata da sì fiero e mor- 
talissimo malore. 

)) Il sottoscritto non può che far plauso al voto del- 
la camera di commercio di Bologna, e a quello della 
dottissima società medico-chirurgica. Peraltro dal 
lato del nostro governo crede che non sia stato mai 
riconosciuto il trattato parigino. Imperocché il sot- 
toscritto non dimenticherà mai, che allorquando per 
lettera di potentissimo ministro straniero si richiede- 
va nel 1835 dal Sommo Pontefice l'abolizione de'sa- 
tari cordoni, egli si protestò virilmente di ritirarsi 
all'istante da questo supremo consesso, il quale for- 
mò subito una commissione presa dal suo seno com- 
pilando supplichevole memoria sulla necessità de'cor- 
doni sanitari al Santo Padre , che secondò il voto 
di questa speciale congregazione (1). La quale non 
deviò mai dal canto suo dalle norme prescritte dal 
sanitario codice pontificio. Solo semplici modifica- 
zioni, dietro le più minute indagini, furono praticate 
nel 1846: allorquando l'accademia di medicina di Pa- 
rigi rovesciava apertamente le massime le più ri- 



(1) Memorie istoriche di Agostino Cappello ( 1848 ) pagine 
125-2. 



295 

conosciute avverso i contagiosi morbi (1). Sopra dun- 
que quelle basi questa congregazione formulò l'istru- 
zioni pel medico che doveva rappresentare il governo 
della santa sede nel congresso sanitario internazionale» 
La commissione essendo stata affidata al sottoscritto 
egli sostenne di proposito quanto aveva sempre pro- 
fessato in conformità delle stabilite norme e della 
sagace dottrina medica italiana confermata colla pro- 
pria esperienza di più lustri. 

« Se non che (siccome fin dal principio del cor-- 
rente anno piiì volte il sottoscritto espresse a questo 
supremo magistrato) il cholèra morbus farebbe tre- 
gua stante Tuniversale epidemico dominio degli anni 
1854 — 5. Il quale avviso, basato sull'andamento di 
tutti i contagiosi morbi febbrili, pel cholèra fu avvera* 
to dopo il 1837. Inoltre l'attuale fu di nuovo importato 
dal paese natale nell848(2). Peraltro per mancamento 
di indispensabili purificazioni, si rimase sporadico, e 
riassunse l'epidemico genio per notissime cagioni (3). 
Non ostante la tregua^ il cholèra all'opportunità fa- 
vorevole pili presto, o pili tardi, tornerà a flagellare: 
quindi come appunto avvisa la camera di commer- 
cio, se per gravissime circostanze non possano at- 
tuarsi le più rigide sanitarie prescrizioni, si farà il 
meglio possibile , senza punto valutare le sentenze 
straniere più volte pronunziate ad alta voce dai de- 



(1) Cappello, Considerazioni in prò delia pubblica incolumità 

1846 e 47, e Giornale arcadico tomo CVIII pag. lS5.Icl. Conside- 
razioni ulteriori relative alla peste bubonica, e alla febbre gialla 

1847 (1 — 78), e Giornale arcadico tom. CIX pag. 169. 

(2) Memorie is<oriche di Agostino Cappello pag. VI. 

(3) Giornale arcadico tom. GXXXVl pag. 337—8. 



296 

legati inglesi e francesi, che ogni vecchia sanitaria 
misura si rendeva nulla per le rapide comunicazioni 
di terra e di mare. Ma la Dio mercè cotesto rapi- 
dità sono oggi di gran lunga soperchiate per l'aria 
dall'azione inconcepibile dell'elettrico, siccome sa- 
viamente avvei'te la camera di commercio, manifat- 
ture ed arti di Bologna. 

« Agostino Cappello 
« Consigliere emerito della congregazione speciale sanitaria. 

Chiuderò questo istorico riassunto con pochi cen- 
ni desunti da una fondata e lunga esperienza sopra 
i contagiosi morbi. 

Nei primordi del libero medico esercizio di non 
lieve pratica istruzione mi furono due epidemie di 
vainolo asiatico , e di varie di morbillo , scarlatti- 
na etc. 

Nel maggio 1810 imbattutomi in un cane idro- 
fobo, dappresso le più accurate indagini, affetto di 
spontanea rabbia, ne laccolsi la saliva. La quale in- 
nestata nel dì istesso in un gatto, e nel dì vegnente in 
un cane, si riprodusse nei medesimi. Colla saliva di 
questi procurati nuovi innesti, colla prova di tentare 
alcun decantato rimedio nei prodromi del mortai 
morbo, non apparve alcun sentore di rabbia. Circa 
tre anni dopo ripetuti gli stessi esperimenti, eguali 
furono i risultamenti. Quindi dopo essere col mag- 
giore studio possibile riandato a contemplare la dot- 
trina de'contagi, e dopo aver consultato quanto era 
stato scritto dagli antichi e moderni autori sopra la 
rabbia canina , ne rilevai incessanti contraddizioni. 



Laonde pe' fatti sopra narrati mi parve ragionevole 
cancellare dal novero de' contagi propriamente detti 
cotesto morbo, e riporlo piuttosto nella classe de've- 
leni. Moltiplicate osservazioni han convalidato il mio 
asserto : vale a dire, che la sola rabbia spontanea 
del genere canis et felis si riproduce anche nell'uo- 
mo col morso senza propagazione di sorta inclusive 
coll'innesto e col morso negli stessi animali bruti. 

D'altronde due anni circa di medica pratica qua 
e là fatta pel tifo in un esteso distretto, per onorato 
incarico della sacra consulta, mi porsero occasione 
di acquistare ulteriori nozioni intorno i contagiosi 
morbi febbrili. 

Sviluppato fatalmente in Tivoli nel gennaio 1818 
l'antrace pestilenziale nella scuderia de' carabinieri 
in un cavallo del capitan Ronconi in que'dì acquistato 
colla bardatura completa da soldati ungheresi reduci 
di Napoli: per un irresistibile istinto senz'obbligo e 
senza invito sezionai tre cavalli: imperocché mori- 
rono tutti quelli che erano stati in comunicazione. 
Per inavvertenza m' inoculai il mortai morbo nel 
ferirmi col bistorino. L' antrace era costantemente 
circoscritto nell'intestino colon : in me, per la di- 
versità forse dell' organizzazione, non si riprodusse 
colla mortai sua forma, ma fu cagione di tempo in 
tempo d'indicibili mali tuttor duraturi (1). Colle più 
rigide sanitarie cautele l'antrace sembrò totalmente 
distrutto. Ma l'officiale, che ivi comandava, con frode 



(1) Memorie istoriche di Agostino Cappello pag. 18 27, e 59- 
61-2: o pag. 66-68. E giornale arcadico tom. CXXXVI 1854 pag. 
333-4 nota 2. 



298 
nascose la sella del suo cavallo, che appariva bru- 
ciata nel processo verbale. Rinnovati i cavalli dopo 
tre mesi andati (aprile), e rindossata la nascosa sella, 
si riprodusse il male colla stessa ferocia ammazzando 
quanti furono in comunicazione, inclusive una capra 
momentaneamente stata presso la scuderia con- 
vertita in lazzaretto. Per sanitaria trasgressione inol- 
tre di un maresciallo di quel corpo il morbo fu im- 
portato in Abruzzo: ma mercè della massima mia 
vigilanza fu anche ivi isolato e distrutto (1). 

Dall'andamento di cotesto morbo veggano i mi- 
scredenti del contagio, quanto talvolta si prolunghi 
il morboso seminio ne' passivi conduttori. 

Da questi brevi cenni il cortese lettore desumerà, 
se chiare cognizioni abbia potuto io acquistare in- 
terno i febbrili contagiosi morbi. Perlochè apparso 
appena il cholèra dell' Indie importato per incon- 
sueto commerc^o in Astrachan , non dubitai punto 
di seguire le massime d'illustri autori, che il novel- 
lo malore serbava 1' andamento de' più contagiosi 
morbi pestilenziali (2). Il che sarebbe di poco mo- 
mento , se la missione in Francia pel cholèra del 
1832 non mi avesse somministrati numerosi officiali 
documenti, oltre le proprie osservazioni, convincenti 
pienamente la cholerica contagione : dimodoché la 
commissione sanitaria romana colà inviata fin da'suoi 
primi rapporti alla sacra consulta faceva voti, per- 
chè tutte le più rigide sanitarie cautele venissero 



(1) Memorie citate pag. 18 27. 

(2) Del cholèra morbus pestilenziale di Agostino Cappello. Ro- 
«na i831, e Giornale arcadico tom. XLIX. e 1. 



299 

praticate per preservarne la nostra penisola. Quanto 
qui si assevera , ognuno può riscontrare nell'opera 
sul cholera di Parigi del 1832 pubblicata per or- 
dine del governo pontifìcio (1). 

Chiamato poscia nel 1835 per sovrano connando 
a far parte integrante della congregazione speciale 
sanitaria statuita dal Sommo Pontefice, come su- 
premo magistrato di sanità, nel luglio 1834, ebbi 
campo larghissimo di conoscere quanto avveniva fuori 
e dentro Italia di questo rio malore: come di ogni 
altro argomento appartenente al sanitario ministero, 
ed alla medica polizia. 

Penetrato il cholèra nel 1835 in Italia, la con- 
gregazione speciale sanitaria attivò tutte le piìi ri- 
gide sanitarie cautele per mare e per terra, inclusive i 
cordoni sanitari, come si è superiormente accennato: 
due mesi dopo la congregazione, contro il mio parere, 
decretava mezzane misure per la rinnovazione della 
guarnigioue austriaca in Ferrara proveniente da'luoghi 
infetti. Perlochè con apposito scritto mostrai che 
indubbiamente avrebbe scoppiato il cholèra in detta 
città. Lo scritto umiliossi dall'emo card, presidente 
alla santità di N. S., che lo rimise all'ambasciatore 
austriaco col desiderio che rimanesse la vecchia guar- 
nigione: e così fu (2). Immuni dal tutto dal cholèra 
furono i pontifìcii dominii nel 1835: benché fossero 
limitrofi alla Toscana ed al regno lombardo-veneto 
affetti dal quel morbo. Ivi infierendo maggiormente 
nel 1836, la malattia si manifestò con due casi al 
nostro lazzaretto di Francolino, isviluppati in reclute 
svizzere attraversanti l'infetta Lombardia: desse fu- 



(ì) Storia medica del cholera indiano. Roma 1833. 
(2) Memorie isteriche citate pag. 126-29. 



300 
rono rimesse in comunicazione dopo la debita con- 
tumacia : fu ancora importata per contrabbando in 
Ferrara e nel Cesenatico: e per attivissima solerzia 
di quelle autorità governative e sanitarie fu tantosto 
isolata e distrutta (1). 

Fra le vigilantissime cure del supremo sanitario 
magistrato vi fu quella del divieto delle fiere in tutti i 
luoghi prossimi poco lontani dai paesi aifetti dall'in- 
diano malore. Ma la fiera di Sinigaglia incontrò tali 
e tanti ostacoli, che fu trasportata contro il mio avvi- 
so in Ancona: ove importato il male dalle convicine 
Provincie del regno Lombardo-Veneto e di Trieste, 
si svolsero vari casi nel porto fin dalla fine della 
prima settimana di agosto. Un tal Leoni maliscente 
che stava a passare acque presso il porto, tornato 
a Campo Lumbi suo paese, frazione di Avenale f)resso 
Cingoli, morì di cholèra, che si propagò in più per- 
sone del villaggio. Ma per l'attività massima dei me- 
dici di Cingoli secondata dal supremo governo, mercè 
di apposito cordone sanitario, si circoscrisse e di- 
strusse il rio' malore. Altrettanto (isolato e distrutto) 
avvenne in Monte Fano, dove per manifesto contrab- 
bando di Ancona fu importato il cholèra nei primi 
dì di settembre. L'esimio dottor Venturi, dopo aver 
verificato il cholèia di Campo Lumbi , andato per 
ordine superiore a Monte Fano confermò la presenza 
di cotesto morbo, di cui rimase vitima compianta 
in tutto il Piceno (2). 

Se memorandi sono i sopraccennati fatti, e piiì 
ancora questi dì Campo Lumbi e di Monte Fano, 



(1) Id. pag. 136—7. 

(2) III. pag. 222—5. 



301 
di gran lunga maggiore furono quelli di una {ìopolosa 
città marittima con porto franco, come Ancona, ove 
il cholèra fu del pari circoscritto e distrutto. Nes- 
sunissimo caso fuori degli accennali mai più avveìine 
nel Piceno (1836) a gloria perenne del supremo sa- 
nitario magistrato romano. Imperocché, a seconda del- 
le sue leggi, Ancona fu circondata prima da convicine 
guardie cittadine, indi da regolar cordone militare. 
Tutti gli officiali documenti veggonsi per me pub- 
blicati nelle citate memorie. La contumacia in An- 
cona durò qualche settimana di più pei continui re- 
clami in Roma delle vicine e lontane città del Pi- 
ceno, perchè esponevano che non del tutto esegui- 
vansi talune sanitarie prescrizioni. La qual cosa era 
falsa: mentre da non pochi giorni nulla si era tra- 
scurato per r esatto adempimento delle mede- 
sime. Per la fiducia sopra me riposta dal card, 
presidente della speciale congregazione , potei con 
una mia responsiva dimostrargli, che già da mol- 
ti giorni meritava Ancona di esser messa in li- 
bera comunicazione per mare e per terra. Piiì volte 
dovetti invocare dal lodato porporato il mio richia- 
mo, perchè dopo il grave cholèra preso il giorno 
appresso alla massima strage, incessanti tribolazioni, 
e pericoli di vita non rifinivano mai (l).Ogni dì era- 
no affissi cartelli con caratteri cubitali di mia con- 
danna di morte decretata dal tribunale della ra- 



(1) Ecco le parole fieli' Emo Gamberini in una sua respon- 
siva. Piacerebbe anche a me ed a tutta la congregazione che ella 
si restituisse fra noi; ma non posso non pregarla a trattenersi tut- 
tora costà fino a che non sia compito, vedendo in tutti gii aspetti 
utile la continuazione di sua presenza in codesta città, perchè è 



302 

gione ! ! ! Imperocché sopra di me, come diretto- 
re sanitario, si faceva cadere l'odio popolare, e sor- 
bii fino all' ultima goccia il calice amaro: ma de 
hoc satis (1). Imperlante i pontifici dominii furono 
immuni nel 1836 dalf asiatico flagello, che conti- 
nuò nel regno lombardo-veneto: e dall' adriatiche 
spiagge importato in Puglia si propagò in Napoli 
ed ivi si rinnovò nell' anno seguente 1837. Propa- 
gatosi il cholèra alla terra di Lavoro sino al confi- 
ne romano ( delegazione di Prosinone ) s' infranse 
il cordone sanitario da alcune guardie : e mentre 
gì' infrattori erano sotto processo , si svolsero in 
pochi dì casi dalla linea di Ceprano sino a Colli e 
Monte S. Giovanni ; ivi per altrui presunzione si 
sequestrò una sola casa. Per siffatta negligenza 
rivelai in piena sanitaria adunanza nel di 5 luglio 
(1837), che Roma non era più al sicuro : e nel 
dì vegnente lo scrissi a più medici nazionali e 
stranieri, ed al magistrato d'Ancona. La congrega- 
zione m' incaricò dell' istruzione perchè tantosto si 
sequestrassero quegli infetti paesi: ma due giorni 
prima dell' avvenuto sequestro era stato importa- 
to il cholerico seme in questa capitale: ove si com- 
misero errori di ogni sorta officialmente registrati 
(2). 11 cholera si manifestò nel dì 23 luglio e fece 
non poca strage sino alla metà di settembre. Il 



quella persona su cui si ripone molta fiducia in argomento si in- 
teressante. Roma 12 novembre 1836 {*). 

(1) Id. Pag. 153 sino a 232 e pag. 356-01, 

(2) 1(1. pag. 223, e 327, e pag. 499, e 339, 

(*) Memorie storiche di Agostino Cappello pag. 1S7. 



303 
comune di Ganzano tenne fermo con maschiariso- 
luzione pel cordone sanitario: e nel salvarsi dal mor- 
bo, mise al coperto del medesimo la legazione di 
Velletri, e delegazione di Prosinone, eccetti i sud- 
detti paesi sequestrati con sanitario cordone (1). 
L' asiatico flagello disparve per lustri dall' Europa, 
ove fu nuovamente importato dall' Indie nel 1848. 
Slimai quindi opportuno ampliare di ulteriori offi- 
ciali documenti quella dilucidazione (2). La malat- 
tia fece nuove stragi oltremonti e nell'Italia supe- 
riore: ma air estero per mancanza di disinfezioni 
rimase sporadico. Comparve pure in alcun luogo 
delle pontificie settentrionali provincie. In Bologna 
nel 1850 fu isolato e distrutto. Nel 1853 per quella 
sporadicità il male a poco a poco riprese il genio 
epidemico con stragi univers